SAN GIUSEPPE: "MIO GRANDE PROTETTORE"

CAPITOLO PRIMO

LA VITA DI SAN GIUSEPPE

1. SAN GIUSEPPE NEL NUOVO TESTAMENTO

Per avere una conoscenza biblica dello sposo di Maria e del padre di Gesù sono essenziali i primi due capitoli del Vangelo di Matteo e il secondo capitolo del Vangelo di Luca. Non si tratta di una descrizione della sua vita. Qualche aspetto della sua figura, come padre di famiglia, si incontra anche nel Vangelo di Gio-vanni, dove il discepolo Filippo afferma di aver visto «Gesù, il figlio di Giuseppe di Nazareth» (Gv 7,4 ,5). Luca riporta poi le parole degli ascoltatori del discorso di Gesù nella sinagoga, i quali si chiedevano se Gesù non era fòrse il «figlio di Giuseppe» (4,22). In più, all'e-vangelista sembra utile connettere il suo nome con il quadro genealogico di Gesù (3,23). Ecco tutte le notizie storiche e sicure che abbiamo su Giuseppe e sulla sua esistenza terrena nel Nuovo Testamento.

 

GIUSEPPE NEI. VANGELO DI MATTEO

Ciò nonostante, «i primi due capitoli di Matteo sono di un'importanza fondamentale per chiunque si interessi di san Giuseppe», come si mette in luce negli studi esegetici attuali.

Non sono lunghi testi quelli con cui iniziano i due Vangeli. Sono legati all'infanzia di Gesù, ma non manca la nomina del suo padre putativo e sposo di Maria.

Alcuni autori dicono che l'evangelista si sia appog-giato alle profezie dell'Antico Testamento per rac-contare la nascita di Gesù a Betlemme e la sua infanzia a Nazareth. Per questo va riportato anche l'elenco degli antenati di Gesù, cominciando da Abramo e sot-tolineando la sua discendenza da Davide, con la nomina dei re e dei grandi personaggi ebrei, fino ad arrivare a Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù. Generato da Giacobbe,

Egli è l'ultimo personaggio della lunga genealogia (Mt 1,16). Già nelle traduzioni greco-latine del Vangelo egli viene considerato VIRUM MARIAE, cioè come uomo che vive assieme con Maria, come se fosse suo marito. E si attesta che Gesù attraverso di lui, cioè con la legge che lo rese suo padre putativo, è di origine davidica. Per Matteo è importante vedere come in Cristo, per il suo essere figlio di Davide, si realizzano le speranze del-l'Antico Testamento sulla venuta del Messia. Giuseppe, come suo padre legale, non considerato come padre naturale, è per questo un vero dono di Dio, e dobbiamo accettare questo con profonda fede e venerazione come importante personaggio nell'opera di Dio.

Dopo la genealogia l'evangelista non parla del-l'infanzia di Giuseppe e nemmeno dei primi anni del suo lavoro. Comincia subito con il suo problema di poter sposarsi con Maria o no. Deve decidere davanti a Dio il suo destino e quello di Maria. Che cosa è capi-tato a lei? Da dove viene il figlio che attende? Si tratta veramente di un mistero divino? La giovane donna non ripudia nulla. Come andare avanti? Avendola scelta come sposa, Giuseppe intende solo di licenziarla in segreto (Mt 1,19), cioè di abbandonarla in silenzio. Un momento drammatico. Ma Dio, che in lui vede l'«uomo giusto», gli viene incontro. Come capitava in momenti difficili, raccontati nell'Antico Testamento, gli appare in sogno un angelo del Signore, mentre stava pensando a queste cose. «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo» (Mt 1,20) Con queste parole l'angelo gli porta il messaggio divino su Gesù che viene per la salvezza del inondo.

Sono parole che come quelle del profèta Isaia intro-ducono Giuseppe nei grandi eventi della storia divina. Pur trovandosi nel sogno, egli deve ascoltarle con fede e accettarle conte persona appartenente alla stirpe di Davide, come uomo giusto e pio che crede in Dio e vuole vivere con carità verso il prossimo. L'angelo gli dice infatti che Dio esige da lui di educare il figlio che Maria partorirà: «Tu lo chiamerai Gesù; egli infatti sal-verà il suo popolo dai suoi peccati» (Mt 1,2 1). Appena svegliatosi, ogni incertezza e dubbio scompaiono in Giuseppe. Volendo essere veramente buono e «giusto», un autentico «figlio di Davide», egli decide di fare la volontà di Dio e di prendere con sé Maria, come sua sposa, e il bambino che lei aspetta, come suo figlio, chiainandolo «Gesù». Vive assieme con lei, ma senza «conoscerla» come sua moglie (Mt 1,25)

Matteo non racconta i particolari della nascita di Gesù. Indica soltanto Betlelnme, un villaggio a sud di Gerusalemme distante 10 chilometri, e la data: «al tempo del re Erode». Descrive subito la visita di alcuni Magi venuti dall'Oriente per rendere omaggio al Messia, riprendendo in un certo modo i racconti sull'infanzia di Mosè. Non si ferma a precisare chi erano questi visi-tatori, uomini di scienza e forse astrologi. La sua descri-zione passa quasi subito alla drammatica fuga in Egitto per evitare il crudele volere di Erode di uccidere il bam-bino, dichiarato «re di Giudea». Gesù deve fuggire, e di nuovo l'angelo appare a Giuseppe nel sogno: Alzati; prendi con le il bambino e sua madre, e fuggi in Egitto, e resta là finché non ti avvertirò, perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo (Mt 2,13). Giuseppe esegue immediatamente l'ordine dell'angelo. Sa bene come dover affrontare un lungo e disagiato viaggio. Però poteva sperare d'incontrarsi con altri connazio-nali che gli avrebbero offèrto una generosa accoglienza.

Dopo due anni passati in Egitto arriva la notizia della morte di Erode. Corre promesso, l'angelo gli appare di nuovo in sogno. L'invito a ritornare in patria esprime certamente la volontà di Dio. Prima aveva avuto dubbi se un ritorno nel paese d'Israele sarebbe stato sicuro. Sapeva che il nuovo re della Giudea era Archelao, un figlio di Erode, un uomo crudele e san-guinario, come suo padre. Perciò aveva avuto paura di andarvi. Archelao si sarebbe probabilmente ricor-dato di Gesù, visitato dai Magi e della decisione di Erode a togliergli la vita Tutti questi dubbi scom-parvero con le parole dell'angelo. Si ritirò nelle regioni della Galilea, una zona al nord di Gerusalemme, meno pericolosa di quella del regno di Archelao, e decise di stabilirsi a Nazareth. La scelta esprime l'adempi-mento di ciò che era stato detto dai profeti: Gesù «sarà chiamato Nazareno» (Mt 2.22).

 

GIUSEPPE NEI. VANGELO DI LUCA

Matteo non dice altro di Giuseppe. Luca, che scrive il suo Vangelo quasi nel medesimo periodo, intende presentare subito il grande mistero dell'Incarnazione con il viaggio di Giuseppe e Maria a Betlemme, neces-sario a motivo del censimento ordinato dall'Impera-tore Cesare Augusto per tutti gli ebrei. Non era facile partire, perché Maria si trovava già vicina al parto. Ma Giuseppe sperava di trovare un albergo per lei, dove sarebbe nato il bambino. Peraltro, non avevano detto i profeti che il Messia deve nascere a Betlemme?

Giuseppe non riesce a trovare un buon posto. Troppa gente era venuta per il censimento. Cera sol-tanto una modesta casetta con una mangiatoia, aperta per ritirarsi in essa con Maria. E il bambino nasce feli-cemente, adorato e lodato dall'esercito degli angeli celesti e dai pastori. Una bellissima descrizione di don Giovanni Ascedu annota che «in quella regione c'e-rano alcuni pastori che vegliavano di notte, facendo la guardia al loro gregge. Questi pastori erano di solito dei nomadi che si spostavano frequentemente da un posto all'altro in cerca di pascoli per i loro greggi. Erano pastori che vivevano isolati nel loro ambiente e dovevano industriarsi per sopravvivere, anche «arrangiandosi» alla meno peggio. Davanti a loro si presentò un angelo del Signore e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, perché intuirono di trovarsi di fronte a qualche fenomeno soprannaturale. L'angelo subito li rassicurò: «Non temete. Vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia» (Lc 2,10-12).

Questo contenuto del messaggio dell'angelo an-nuncia una grande gioia. La gioia che è uno dei segni dei tempi del Nuovo Testamento, dei tempi messia-nici, questa gioia non è solo per i pastori, ma per tutto il popolo, perché il bambino che è nato, viene a sal-vare tutti; nella città di Davide è nato un salvatore, che è Cristo Signore. Questo salvatore è il Messia, che è il Signore, Dio, che si è fatto uomo (questo è il punto centrale del messaggio); l'angelo comunica ai pastori con quale segno potranno riconoscere il Messia: «Tro-verete un bambino, avvolto in fasce, che giace in una man-giatoia». Maria l'aveva avvolto in fasce, Giuseppe aveva preparato la mangiatoia. E subito apparve con l'angelo una moltitudine dell'esercito celeste che lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nell'alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama» (Lc 2,14).

Nell'alto dei cieli, dove abita Dio con i suoi angeli, si canta gloria. Il Messia Signore viene nel mondo per dare a Dio la gloria che l'umanità gli ha negato com-mettendo il peccato. Gesù alla fine della vita, rivol-gendosi al Padre, dirà: «Ho glorificato il tuo nome». Sulla terra pace per gli uomini che Dio ama. Dio ama tutti gli uomini e offre loro il dono della pace. Ma non è la pace di cui parlano gli uomini, è la pace che dona Dio, che ancora prima di essere pace fra gli uomini, è pace con Dio.

Appena gli angeli si furono allontanati per ritor-nare in cielo, i pastori dicevano fra loro: «Andiamo a Bellemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere» (Lc 2,15). Andarono e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino che giaceva nella man-giatoia. E dopo averlo visto, riferirono già che di quel bambino era stato detto loro: che era il Salvatore, che era il Messia Signore. L'angelo lo aveva già detto a Giuseppe, quando gli comunicò che Gesù era il nome da imporre al bambino che sarebbe nato da Maria, «perché salverà il suo popolo dai suoi peccati» (Mt 1,21). Anche a Maria fu detto dall'angelo che Gesù era il nome del bambino. Tutti quelli che udirono, si stu-pirono delle cose che i pastori dicevano. Maria in par-ticolare, da parte sua, conservava tutte queste cose meditandole nel suo cuore.

Giuseppe era l'uomo che, più da vicino di ogni altro, partecipava all'evento di quella notte meravigliosa e santa. Era fèlice che la sua sposa fòsse stata prescelta da Dio quale Madre del Messia. Era fèlice d'aver potuto assistere da padre alla nascita del Salvatore del mondo da Maria sua sposa. Giuseppe era profondamente con-sapevole e commosso che Dio avesse scelto proprio lui per essere il custode della verginità e dell'onore di Maria e della vita del Messia bambino. A nessun uomo Dio aveva mai concesso un simile privilegio.

I pastori poi se ne tornarono presso i loro greggi, glorificando Dio per tutto quello che avevano visto e udito».

Dopo la nascita di Gesù, Luca attesta che otto giorni più tardi, fatta la prescritta circoncisione, Giu-seppe torna a casa, con Maria e suo figlio. Quando venne il tempo della purificazione, secondo la legge di Mosè, partì con loro a Gerusalemme per offrire al Signore... il primogenito (Lc 2,22-23). Rimane impressionato delle parole di Simeone: Il padre e la madre si stupivano delle cose che si dicevano di lui; cioè del bambino (Lc 2,33), Giuseppe però si sentì chiamato d'essere suo «padre», chiamato e dedito alla sua educazione.

Non sono molte le cose che Luca ha detto di Giu-seppe. Lo presenta anzitutto inserito nel racconto del-l'Incarnazione. Accenna al suo compito di essere un buon padre per Gesù e sempre pronto ad accompa-gnare Maria, come andare con lei a Gerusalemme, per il rito di purificazione e per la festa di Pasqua. Quando Gesù ebbe dodici anni; i genitori vi salirono di nuovo secondo l'usanza (Lc 2,41-42). Terminata la festa, Giu-seppe e Maria si unirono alla carovana per fare ritorno alla loro casa. Dopo una giornata di viaggio si accor-sero che non c'era Gesù nella loro carovana. Così tor-narono a Gerusalemme, per cercarlo. Vedendolo nel tempio, Maria gli disse: Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io angosciati, ti cercavamo (Lc 2,48). Gesù era ormai diventato grande, un giovane uomo che non sentiva più il bisogno di avere genitori.

Luca non continua a parlare di Giuseppe. Forse suppone che egli sia morto prima della crocifissione di Gesù. Solo una breve notizia si trova nell'elenco degli antenati di Gesù, scritto da Luca in rapporto del battesimo. Giuseppe lo nomina suo «figlio, come si cre-deva», e per l'origine di Giuseppe indica il suo essere «figlio di Eli» (Lc 3,23). Non dice figlio di Giacobbe, come fa Matteo, e non si sa come spiegare questa diversità. Anche nella sinagoga di Nazareth la gente, ammirando la predica di Gesù, si ricorda che egli viene chiamato figlio di Giuseppe, come avviene nella sina-goga di Cafarnao. Gesù è considerato figlio di Giu-seppe», e si aggiunge: «Di lui conosciamo il padre e la madre» (Gv 6,42). Se Giuseppe è conosciuto dalla gente, si ha la prova dell'apprezzamento dei suoi lavori di falegname o carpentiere, un'attività svolta anche all'infuori della sua città e stimata come valido impegno nella società.

 

GIUSEPPE, FALEGNAME O CARPENTIERE

Nessun evangelista fa un racconto delle attività di Giuseppe. In Matteo (13,5.5) egli viene nominato però come «carpentiere», dicendo che Gesù è «fabri filius», un termine ripreso dal greco téktón. La parola greca téktón è un titolo che in quell'epoca veniva usato in Palestina per operatori impegnati con le coordinate socio-economiche.

Una buona traduzione di questo termine aiuta a definire la professione di Giuseppe. Non apparteneva a una famiglia povera, in senso stretto, non faceva i semplici lavori di un falegname ma «esercitava un mestiere con del materiale pesante che manteneva la durezza anche durante la lavorazione, per esempio: legno, pietra, corno». Il primo evangelista ad usare questo titolo, è stato Marco che voleva «definire Gesù un téktón in occasione di una visita a Nazareth, osser-vando che i concittadini ironicamente si chiedono: Non è costui il téktón, il figlio di Maria? (6,3). Matteo, che probabilmente si trovava a disagio con questo sar-casmo e con questo titolo, riprendeva il racconto di Marco, ma con una curiosa variante: Non è egli (Gesù) il figlio del téktón? (13,55). Come è evidente, qui è Giu-seppe ad essere iscritto a questa professione. Che la cosa non fosse molto esaltante è confermato anche da Luca che, molto più asetticamente, trasforma così la domanda: «Costui non è il figlio di Giuseppe?»

Nei tempi antichi, i Padri latini della Chiesa hanno però tradotto il termine greco di téktón con falegname, dimenticando forse che nella Palestina di allora il legno non serviva soltanto per approntare aratri e mobili vari. Veniva usato come vero e necessario materiale per costruire case e qualsiasi edificio. «Infatti, oltre ai serramenti in legno, i tetti a terrazza delle case palestinesi erano allestiti con travi connesse tra loro con rami, argilla, fango e terra pressante, tant'è vero che, dopo le piogge primaverili, potevano spuntare anche steli e un velo verde, come è ricordato nel salmo 129, 6-7».

è interessante pensare alla possibilità che Giuseppe e suo figlio abbiano lavorato anche a Sefforis, un'ele-gante città a soli 6 chilometri da Nazareth, allora scelta dal tetrarca Erode Antipa come prima capitale dove era entrato in contatto con la cultura urbana ellenistica. Ciò non viene mai nominato nei Vangeli. Ma sarebbe una spiegazione del fitto che Giuseppe aveva una buona formazione di téktón, essendo arri-vato a un certo livello sociale nel compiere lavori nel piccolo paese incipiente che era allora la Galilea. Non si dedicava agli umili lavori del semplice falegname. Probabilmente faceva parte degli operai impiegati in costruzioni commerciali. Una tale impresa era ben pagata e per questo la sua famiglia non era povera in senso stretto. Non viveva «ridotta alla miseria degli schiavi o all'aleatorietà economica dei lavoranti a gior-nata, e neppure era da ricondurre alla nostra borghesia piccola e media che sia.

Ai tempi di Gesù in una simile situazione di ope-raio «si trattava di un onore di vita, decoroso ma modesto», legato alle commissioni per l'incremento edilizio, non sempre eseguito senza tassazioni gravose. Per mantenere il benessere della famiglia, Giuseppe certamente cercò di aiutare Gesù nell'apprendere il tipo di lavoro, da lui eseguito in una certa dipendenza da ambienti eletti di falegnami e artigiani. Lo atte-stano i «dati evangelici sulla sua vita e sulla sua pre-dicazione», svolti nei centri galilaicani, dove si tro-vava appunto una popolazione di questa classe che nelle sue visite riconosceva in Gesù un téktón, come suo padre Giuseppe.

 

2. GIUSEPPE, L'UOMO GIUSTO

Se gli evangelisti non riportano le attività mate-riali di Giuseppe, parlano però delle sue attività nella storia della salvezza. Nel primo capitolo di Matteo la sua figura viene registrata alla luce del suo agire come «uomo giusto», del giusto che vivrà per fede (cf. Rm 1,1), così dichiarato dall'alto per assumersi le responsabilità di discendente davidico (Mt 1,21-25) e quelle del compito di essere guida, sostegno, difen-sore di Gesù e della Vergine Maria.

Per spiegare questo essere «giusto» di Giuseppe, Matteo riporta infatti la lunga genealogia, mostrando che Giuseppe, generato da Giacobbe, è diventato sposo di Maria, dalla quale nacque Gesù, chiamato Cristo. Di quest'affermazione si incontrano interpretazioni bibliche e teologiche già negli scritti degli antichi Padri della Chiesa, fatte con una profonda valutazione del testo, però non senza osservazioni storiche e cul-turali. Soprattutto si cercava di distinguere la diffe-renza dell'essere padre naturale, come fu Giacobbe per Giuseppe, e del padre legale, come lo è Giuseppe. Pur discendendo «dalla dinastia del re Davide, motivo perché Gesù può essere chiamato figlio di Davide, e in forza di Giuseppe, che si presentò allo stato civile per denunciarne la nascita come fosse suo figlio, non si poteva denunciare Gesù semplicemente come figlio di Maria, perché in una genealogia le donne non pote-vano figurare».

E' una constatazione importante, raramente ricor-data negli studi esegetici, che esprime come ai tempi di Matteo fu conferita alla discendenza davidica una grande stima, considerandola come una non comune investitura di grazie divine. Qui va ricordato che pro-prio per questo fatto gli evangelisti non hanno potuto dimenticare messaggi ed eventi in cui appare avvolta la figura di Giuseppe. Se riceve nel Nuovo Testa-mento, dove viene chiamata figlio di Davide (Mt 1,20), un appellativo messo dallo Spirito Santo in bocca del-l'angelo, ciò avviene per riconoscere in lui un perso-naggio grande e «giusto». Per questo titolo prezioso e significativo egli è stato scelto, come gli ebrei inten-devano la discendenza davidica, a restaurare il regno di Dio, avendo la missione di introdurre l'umanità nella pienezza dei tempi. Matteo fa vedere così che con Giuseppe «inizia un nuovo corso storico con la restaurazione del regno progettato da Dio e affidato ad Adamo il quale verrà ripristinato in fòrza del nuovo patto nel sangue di Cristo». Attraverso questo com-pito Giuseppe è l'uomo giusto, direttamente da Dio scelto tramite il messaggio dell'angelo. Giuseppe riceve così la grande sicurezza, spiegata nel lamento davidico. Dio rafforza l'uomo giusto, salva i retti di cuore che in lui trovano difesa in ogni momento dif-ficile (cf: Sal 7,10-11).

Come si manifesta la giustizia di Giuseppe? I teo-logi antichi preferirono interpretarla nel suo rapporto con Maria. Egli agisce segretamente nei confronti di Maria, perché non vuole diffamarla. Ma agisce vera-mente come uomo giusto e retto di cuore. Questa sua giustizia può essere considerata come un sentirsi legato al suo compito di accettare la nascita di Gesù e può anche essere vista nel senso di un suo opporsi ai persecutori, per salvare il Salvatore promesso.

Soprattutto la prima prospettiva fa entrare nel suo volere di essere sposo di Maria, nel senso di un vero matrimonio, come veniva celebrato ai suoi tempi. La cerimonia si svolgeva in casa, non al tempio, alla pre-senza di due testimoni, per garantire la validità del matrimonio. Erano due tempi e due atti distinti. In un primo tempo si celebrava il «fidanzamento», nel secondo tempo le «nozze», ma la cerimonia pratica-mente non aggiungeva nulla in più a quanto si era fis-sato tra gli sposi: erano marito e moglie, e se il marito moriva, la moglie diventava vedova a tutti gli effetti.

Le «nozze» erano però una solenne festa che poteva durare anche una settimana. Giuseppe si chie-deva come si sarebbe potuto celebrarle accorgendosi che Maria aspettava un bambino. Ciò fa nascere in Giuseppe l'angoscia del futuro. Che cosa fare per deci-dere «giustamente» dinanzi a Dio il destino suo e quello di Maria? Questa Vergine-madre sarebbe stata giudicata molto male se fosse diventata madre senza essere sposata con lui. La gente, non sapendo e nem-meno potendo pensare che il figlio da lei portato in grembo, era opera dello Spirito Santo, avrebbe cre-duto che Maria avesse concepito un figlio illegittimo. Giuseppe non voleva accettare un tale giudizio. Nes-suno l'avrebbe fatto nel saperla sposata con lui.

E allora, che cosa fare? Dio gli aveva affidato la cura di Maria e del figlio suo. Una missione grande, voluta da Dio, come non era mai capitato a un altro uomo, una missione che poteva svolgere soltanto un uomo giusto. L'accettò, ma non passivamente. Con coraggio la condivise, vi si gettò anima e corpo, con tutta la generosità di cui può essere capace l'uomo retto e giusto.

Tutto ciò rivela in Giuseppe la giustizia, l'atteg-giamento di un uomo abbandonato a Dio. Ed egli era giusto anche nel suo generoso impegno a donarsi, come padre e come curatore, al bambino che Maria avrebbe dato alla luce, trattandolo come se fosse il figlio suo.

Questa prospettiva viene interpretata da un autore moderno in senso letterario. Giuseppe è: «Padre putativo, perché la gente credeva che fosse padre naturale di Gesù, mentre invece non era tale. E padre legale, perché fu riconosciuto come padre di Gesù allo stato civile. è padre nutrizio, perché dovette provvedere al sostentamento di Gesù, figlio di Maria. è padre edu-catore, perché ebbe l'incarico di accudire alla forma-zione Gesù. è padre adottivo, ma erroneamente, perché Gesù non è adottato. è padre verginale di Gesù, perché non cooperò alla generazione di lui. Ed è padre vicario di Dio Padre, perché esercitò il suo ufficio di padre come rappresentante di Dio. Tutti questi titoli hanno qual-cosa di vero. Però nessuno di essi è adatto ad espri-inere pienamente la paternità di Giuseppe».

In tutta la storia cristiana non si trova una figura caratterizzata da una simile paternità, unica nel suo genere. Ma nell'essere padre di Gesù si possono con-statare alcuni elementi che in Giuseppe aiutano a con-siderarlo veramente in un senso vero e giusto.

Il primo elemento è quello giuridico: «Lo Spirito Santo intervenendo personalmente con la sua onni-potenza a formare l'umanità di Gesù, non ne distrugge il fondamento giuridico della paternità di Giuseppe: manca il fòndamento fisico e materiale, ma è presente quello giuridico, perché egli è vero marito di Maria, dalla quale nasce il Figlio di Dio fàtto uomo. Questo fondamento giuridico è tanto più vero e reale, quando si pensa a quale intimità e totalità di donazione reci-proca lo Spirito Santo ha elevato il contratto naturale del matrimonio di questi due sposi, che portavano al loro matrimonio le migliori disposizioni»

Non meno importante di questo elemento è l'au-torità paterna, riconosciuta da Maria e anche da Dio. è l'autorità del suo essere capo di famiglia e ricono-sciuta da Gesù, che accettava in lui un padre buono e giusto, che sempre faceva la volontà di Dio Padre.

E un terzo elemento è l'affetto paterno, un affetto grande che esprime in lui la sua partecipazione all'af-fetto di Dio Padre per l'unico figlio. «Dio comunica agli uomini il potere di trasmettere la vita ad altri uomini servendosi di loro come strumenti e allo stesso tempo negli uomini, che diventano padri, accende nei loro cuori la fiamma dell'amore in modo che possono amare i propri figli con affetto paterno». Questo affetto era nato anche in Giuseppe, non in modo natu-rale, ma dalla grazia divina. Un affetto soprannatu-rale, nella sua espressione umana molto più profondo e ricco della forza divina per amare Gesù, più del-l'uomo terreno che vuole amare il proprio figlio.

Sotto tutti questi aspetti si comprende bene la dona-zione generosa di Giuseppe a suo figlio, la sua docilità di mettersi a disposizione di Dio, senza opporsi, senza fare limiti secondo il proprio parere. Dio gli dice attra-verso l'angelo di fuggire subito in Egitto per salvare il bambino. Lo fa come un semplice strumento di cui Dio può servirsi per compiere tutti i suoi disegni. Lascia la patria, lascia il proprio lavoro, chiude la pro-pria casa senza sapere fino a quando, tutto con umiltà e coraggio per affrontare nuove difficoltà.

Ciò spiega come Giuseppe ha praticato la giustizia. Anche di fronte a Maria, sua moglie, che sentiva cer-tamente l'amore del marito. Però, avendo deciso la verginità, rimaneva fedele e rispettava la madre di suo figlio. Certamente la circondava con affetto, affinché nulla le mancasse. Sapeva che Dio non l'avrebbe abbandonato, perché con i doni dello Spirito Santo gli aveva riempito l'anima, una forza straordinaria, che gli concedeva di vivere come uomo retto e giusto.

Una tale interpretazione letteraria, fatta dagli stu-diosi moderni, che è rivolta alla persona e all'atteg-giamento di Giuseppe, soprattutto alla sua decisione totale verso la volontà di Dio, aiuta a comprendere in Matteo l'aver riportato la genealogia veterotesta-mentaria come punto di partenza per spiegare in Giu-seppe il senso e il significato dell'essere «uomo giusto». Per il suo essere chiamato «figlio di Davide» che con la rivelazione divina ha svolto la sua missione nei confronti del Figlio divino e Salvatore del mondo, Matteo lo considera degno di un tale titolo biblico, ricco di tradizione. Giuseppe è veramente «dikaios», un termine che invita ad esaminare i richiami vete-rotestamentari, presenti nel suo testo, i quali sono stati presi da Matteo dalla Genesi. Rispecchiano Noè giusto ed Abramo, persone che ricevono promesse da Dio e compiono la giustizia. Certamente, tali solu-zioni non hanno la medesima importanza come la deci-sione di Giuseppe di fronte al grande mistero del-l'Incarnazione. Ma costituiscono una base genealogica che non va ignorata.

Ora, per conoscere ancora meglio Giuseppe-uomo dikaios conviene dedicarsi ad alcune riflessioni sui suoi sogni.

 

3. I SOGNI DI SAN GIUSEPPE

Fin dai primi tempi del cristianesimo, quando gli scrittori presentavano la storia dell'incarnazione, si nominavano le apparizioni di un angelo e si riporta-vano le sue parole. Nessun dubbio negli antichi autori sul collegamento della storia di Gesù con i messaggi angelici, da loro esaminati alla luce della mentalità biblica. Nei loro scritti gli angeli vengono considerati come gli abitanti del cielo, inviati da Dio, imperso-nando in tal modo il mondo terreno (cf. Eb 12,22).

Già nell'Antico Testamento l'apparizione di un angelo serviva come mezzo di comunicazione di Dio con gli uomini, soprattutto con persone elette e chiamate a realizzare un particolare compito umano e religioso. Non sempre erano apparizioni in forma visiva. Spesso si trat-tava soltanto di intuizioni interiori o di sogni, come era accaduto a Giuseppe. Però i sogni biblici entrano nell'ambito della rivelazione divina. Vanno considerati come mezzi legittimi e talvolta necessari per trasmet-tere nel mondo una comunicazione divina che l'uomo deve interpretare sentendosi illuminato da una luce inte-riore. Tutti i sogni della Bibbia non si riferiscono mai al solo interesse privato, ma lo trascendono e lo inse-riscono nel piano della storia di salvezza.

L'evangelista Matteo interpreta in questo senso i sogni di Giuseppe. Non descrive la figura dell'angelo, che appare nel silenzio della notte. Ma riporta l'or-dine di Dio di agire secondo la sua vocazione alla paternità legale (Mt 2,13), di fuggire in Egitto (Mt 2,19) e poi di rientrare in patria, scegliendo la Galilea come dimora (Mt 2,22). Con i messaggi dell'angelo, Giuseppe si sente liberato da problemi dolorosi. Ha in sé la certezza di avere in Gesù veramente il figlio generato dallo Spirito Santo. Crede con tutto il cuore nelle parole dell'angelo, anche se superano il suo pen-siero umano. Matteo lo fa capire in una linea miste-riosamente discendente dall'alto: Giuseppe rimane tranquillo e capace di eseguire il comando di Dio.

Sono tre sogni, da Matteo forse esposti in forma di uno schema letterario. Secondo il loro contenuto hanno la funzione di indicare l'itinerario infantile di Gesù alla luce del messaggio divino. Certi studiosi esegetici suppongono che sia stato un unico sogno e che Matteo lo abbia adattato in triplice forma, una tipificazione che sottolinea il profondo significato del messaggio divino. Non è da escludere che egli sia arri-vato a scegliere una tale triplice forma per sottoli-neare il ruolo particolare da Dio affidato a Giuseppe nei confronti dell'infanzia di Gesù e anche per dare un'impronta efficace alla sua cosciente esplicazione del compito di paternità legale. Con una tale sottolinea-tura si sarebbe potuto mettere chiara luce sul piano divino per la venuta del Messia, verificatasi in Gesù.

Comunque sia, la lettura del testo dei tre messaggi dell'angelo mostra che lo schema usato da Matteo è pressoché simile e costante. Indica la situazione in cui Giuseppe si trova, riporta l'apparizione dell'angelo e le sue parole che gli dicono ciò che deve fare e per quale motivo, e termina con l'esecuzione del mes-saggio ricevuto: Giuseppe «gli diede il nome di Gesù», «dall'Egitto ho chiamato mio figlio», «sarà chiamato Nazareno» (Mt 1,2; 2,15 e 23). Sono tre pericope che portano alla splendida spiegazione delle ultime parole della genealogia: «Gesù sarà chiamato Cristo».

Ciò fa vedere che nonostante l'uso delle medesime parole, Matteo non conferma con la distribuzione in tre sogni, l'unica comunicazione che Giuseppe ha rice-vuto da Dio. Anzi, in riferimento ai messaggi divini, egli intende presentare «profeticamente» il mistero divino dell'Incarnazione e il ruolo che in essa è affi-dato a Giuseppe. Per questo va sottolineato per tre volte la realtà fondamentale della rivelazione divina.

Se si prendono in mano gli scritti dei teologi antichi, i sogni non vengono interpretati nella sud-detta possibilità. Non sono per loro mezzi adatti per manifestare una comunicazione soprannaturale. Nella maggioranza, gli antichi commentatori sono unanimi nel considerare il sogno in grado inferiore, come mezzo per minimizzare l'esigenza di un caso, per esempio Giuseppe di fronte alla Vergine Maria. Nel sogno non esiste per loro un'illuminazione dell'intel-letto. Giovanni Crisostomo dice infatti che l'angelo apparve a Giuseppe nel sonno, «affinché egli non par-lasse con l'intelletto ma soltanto con l'immagina-zione". In più egli pensava, come anche altri teologi del suo tempo, che l'apparizione nel sogno era neces-sario per Giuseppe per praticare la virtù richiesta da Dio: «Si chiedeva da lui la prontezza all'obbedienza, affinché potesse sottomettersi alla missione di Dio e la eseguisse in ossequio di Dio».

Oggi la spiegazione dei sogni di Giuseppe viene fatta con una sensibilità biblica su una linea psicolo-gico-religiosa. Infatti si sottolinea in ogni sogno biblico la passività dell'uomo di fronte all'azione di Dio, che tutto dispone, soprattutto nel piano della salvezza, per concludere che «i patriarchi sono chiamati a una missione che trascende ogni capacità umana; essi sono, quindi, guidati nel loro agire non da una semplice pru-denza umana, ma dalla stessa voce di Dio... San Giu-seppe, come gli antichi patriarchi, agisce in funzione di eventi che trascendono la creatura umana, custo-disce gli uomini della promessa ed egli è custode di quel fanciullo in cui la promessa si realizza. Egli non è che lo strumento, ma l'azione viene da Dio; egli di suo mette l'obbedienza nell'esecuzione dell'ordine, ma chi di fatto dispone è Dio».

Paolo VI ha, in proposito, delle considerazioni che inettono in evidenza l'intima religiosità di Giuseppe, modello di ascolto della volontà di Dio. «Tre volte, nel Vangelo, si parla di colloqui d'un angelo con Giu-seppe nel sonno. Che cosa vuol dire? Significa che Giuseppe era guidato, consigliato nell'intimo dal mes-saggero celeste. Aveva un dettato della volontà di Dio che si anteponeva alle sue azioni e quindi il suo com-portamento ordinario era mosso da un arcano dialogo che indicava il da farsi: Giuseppe, non temere; fa questo, parti, ritorna! Che allora scorgiamo nel nostro caro e modesto personaggio? Vediamo una stupenda docilità, una prontezza eccezionale di obbedienza e di esecuzione. Egli non discute, non esita, non adduce diritti od aspirazioni. Lancia se stesso nella esecuzione della parola a lui dettata.

Sono parole che mettono in luce che Giuseppe, dopo i sogni con l'apparizione dell'angelo, si rende conto che Dio può creare fatti ed eventi nuovi, che l'uomo deve accettare, perché è possibile realizzarli. Contengono ispirazioni divine che risvegliano in lui l'uomo nuovo, retto e giusto, chiamato ad assumere la responsabilità di essere padre legale di Gesù.

 

CAPITOLO SECONDO

 

SAN GIUSEPPE NEI PRIMI SECOLI CRISTIANI

 

1. SAN GIUSEPPE NEGLI SCRITTI APOCRIFI DEL PRIMO CRISTIANESIMO

Nei primi secoli della Chiesa furono scritti «Van-geli», cioè notizie sulla vita e dottrina di Gesù Cristo, in cui si tratta anche di Giuseppe, con date appoggiate a Matteo e a Luca, ma interpretate liberamente, con una certa fantasia, per costruire le caratteristiche della sua figura e per dipingere una sua immagine.

Sono racconti e leggende, diffusi a partire dal secolo II, che in parte vennero composti secondo le intenzioni delle sette gnostiche, in cui si nota però un desiderio di approfondire misticamente le visioni del «padre di Gesù» e le parole dell'angelo durante i sogni, e anche di considerare l'esistenza di Giuseppe in rapporto ad alcuni brani profetici e spirituali del-l'Antico Testamento. Nessuno degli antichi scritti docu-menti è stato accettato dalla Chiesa. Non ci sono docu-menti che attestano la verità dei racconti. Ed è vero che una realtà storica è esclusa. Però le descrizioni hanno offerto materia per artisti e scrittori, e per questo motivo non è mancato un influsso sui pittori cristiani e anche sulla pietà dei monaci antichi.

Questo fatto non può essere dimenticato, anche se i teologi sottolineano giustamente che in questi scritti apocrifi si tratti di ricerche maniacali per met-tere il prodigioso nella vita di Giuseppe e della sua famiglia e che dal punto di vista teologico si incon-trano fatti ed episodi che rasentano il volgare, l'invero-simiglianza di alcune narrazioni bibliche. Per esempio, in ambienti eterodossi si presenta Giuseppe come il «padre naturale» di Gesù che lo chiama «mio padre secondo la carne». In alcuni testi si dice che Giuseppe, diventato vedovo, ha avvicinato Maria nel secondo matrimonio, forse all'età di 80 o 90 anni. Nel primo matrimonio aveva già avuto alcuni figli. E in tutti gli scritti apocrifi egli è visto come carpentiere o nominato come agricoltore e semplice lavoratore. In nessuno luogo il termine «téktón» viene giustamente tradotto. Giuseppe è sempre visto come povero fale-gname, mai come «operaio edile». In più, ci sono anche altre constatazioni false e ridicole, che dal punto di vista letterario escludono un valore «canonico».

Eppure, ciò non toglie che gli scritti apocrifi siano tuttora una lettura importante per comprendere il comune sentire del cristianesimo primitivo, perché questi racconti ne alimentavano l'immaginario e la pietà e perfino le aspettative. Qualche pagina stupenda si trova nel Protovangelo di Giacomo: «Anche alle prime doglie Giuseppe lascia Maria in una grotta e va in cerca di un'ostetrica, ma nel frattempo, a sua insaputa, avviene il parto miracoloso, l'avvenimento più decisivo della storia. L'anziano Giuseppe lo per-cepisce così:

«Io, Giuseppe, camminavo e non camminavo. Guardai nell'aria e vidi l'aria colpita da stupore; guardai verso la volta del cielo e la vidi ferma, e immobili gli uccelli del cielo; guardai sulla terra e vidi un vaso giacente e degli operai coricati con le mani nel vaso: ma quelli che masticavano non masticavano, quelli che prendevano su il cibo non l'alzavano dal vaso, quelli che lo stavano portando non lo portavano; i visi di tutti erano rivolti a guardare in alto. Ecco delle pecore spinte innanzi che invece erano ferme: il pastore alzò la mano per percuoterle, ma la sua mano restò per aria. Guardai la corrente del fiume e vidi le bocche dei capretti poggiate sull'acqua, ma non bevevano. Poi, in un istante, tutte le cose ripresero il loro corso".

Il Protovangelo di Giacomo (o «Primo Vangelo» o Storia di Giacomo sulla nascita di Maria) fu composta nella seconda metà del secolo II, probabilmente in Egitto, come reazione efficace ma nascosta alle invenzioni aggres-sive degli ebrei rivolte contro Gesù il Salvatore. L'autore, Giacomo «il Maggiore», da alcuni con-siderato «fratello di Gesù», racconta la vita di Maria con l'impegno di difendere la sua verginità. Inizia con una bellissima narrazione del suo fidanzamento con Giuseppe, all'età di dodici anni. Non si potrà pensare che sia già stata la preparazione a un vero matrimonio. Maria viene soltanto «affidata alla custodia di Giu-seppe» (cap. S,2), non per vivere in futuro con relazioni matrimoniali. «Non potrà vivere con lui come sposa». Però i figli di Giuseppe vengono considerati come «fra-telli di Gesù». Non si parla dell'età di Giuseppe. è un uomo vecchio, però ancora in grado di lavorare. Così egli lascia Maria a casa e si allontana «per costruire costruzioni», cioè per lavorare per costruire edifici (cap. 9,.5). La frase dice: egli fu muratore.

Segue il racconto molto romanzato dell'Annun-ciazione. Giuseppe soffre, ha numerosi sospetti, in cui si riporta la celebrazione del rito dell'oblazione di gelosia di Numeri 5,11-31 (cap. 11,1-3). Dopo sei mesi di lavori di costruzione, Giuseppe torna a casa. Vedendo Maria, è spaventato dal «misterioso fatto» di vederla incinta. Ma l'angelo gli appare, gli spiega il mistero, obbligandolo a «guardare a Maria» (cap. 14 1,2)

Non trattarla male! Deve continuare a custo-dirla con affetto. Perciò, in un colloquio con Maria, Giuseppe le spiega che l'esser diventata «una parto-riente ciò è proprio di una moglie, ma certamente non lo è»; lei è semplicemente «sposa». Così parte con lei per Betlemine, dove nasce il bambino. Una donna saggia, di nome Salomè viene a visitare Maria e con-stata la sua verginità anche dopo il parto. Questa donna rimprovera Giuseppe di aver violato la giovane donna. Parla di «castigo» ed esige da lui di custodirla con affetto e di renderla «moglie del marito» (cap. 20,1-4). Segue la narrazione dell'adozione dei magi, con alcuni altri eventi, ma non si nomina Giuseppe, più volte chiamato «servo obbediente degli ordini del-l'Altissimo» e «fedele custode di Maria».

Scritto in uno stile semplice, in esplicito riferi-mento al vangelo di Matteo, il Protovangelo di Gia-como fu tradotto da san Girolamo, e presto venne pubblicato, ma con alcune trasformazioni latine, con il titolo Vangelo dello Pseudo-Matteo. Molto dif-fuso, il testo ha avuto grande influenza sulla pietà cri-stiana, perché vi si trovano molte descrizioni sulla vita di Giuseppe e del suo rapporto affettuoso con Maria. Alla nascita di Gesù Bambino appaiono vicino alla culla un asino e un bue, un'invenzione graziosa. Poi si dice in questa traduzione latina che i Magi incon-trarono a Betlemme, vicino a Gesù Bambino, Maria e anche Giuseppe, «et ingentibus muneribus munerave-runt Mariam et Joseph» (I magi donavano splendidi regali a Maria e Giuseppe) (cap. una scena abbondantemente illustrata dall'arte a partire del Medioevo. I manoscritti più antichi di questa tradu-zione risalgono infatti al secolo XI.

L'ultima parte del Vangelo dello Pseudo-Matteo (cap. 25ss) è piena di fantasia e disgusta il lettore. In un episodio famoso sul rapporto di Giuseppe con il giovane Gesù, lo presenta come «un Bambino vendi-cativo, orgoglioso, più temibile che amabile, oltre alla forzata segnatura della scienza infusa che renderebbe superflua se non impossibile la scienza acquisita. Giu-seppe ordinò al suo garzone di tagliare con una sega di ferro, secondo la misura comodata. Ma questi non seguì in tutto la misura prescritta, e fece una parte del legno più corta dell'altra. Giuseppe, tutto impen-sierito, incominciò a escogitare che cosa gli conveniva fare. Quando Gesù lo vide così impensierito, poiché la cosa fatta gli pareva irrimediabile, gli rivolse una parola consolatoria: "Vieni, disse, teniamo i capi delle assi, accostiamole insieme capo con capo, e pareggia-mole tirandole verso di noi: così potremo renderle uguali". Giuseppe obbedì a colui che comandava: sapeva che egli poteva fare tutto quello che voleva. Giuseppe prese i capi delle assi e le appoggiò a un muro, presso di sé; Gesù tenne i due capi opposti di quelle assi e tirò a sé la più corta, uguagliandola all'asse più lunga. Poi disse a Giuseppe: "Ora vai a lavorare, e fai quanto avevi promesso di fare"».

I dati e racconti del Protovangelo di Giacomo e della sua traduzione latina nel Vangelo dello Pseudo -Matteo non sono gli unici testi di significato roman-zesco sulla sacra famiglia. Per l'infanzia di Gesù esi-stono nei vari apocrifi anche altre narrazioni inven-tate, ma ben accolte dalla devozione popolare nei secoli seguenti. Per esempio, nel cosiddetto Vangelo del-l'infanzia di Tommaso (in alcuni manoscritti egli viene denominato «filosofo israelita», per aver com-posto una logia di 114 racconti nel suo primo «Van-gelo»), si hanno numerose menzioni del «padre del Sal-vatore che con molta fatica e pazienza si è dedicato all'educazione del bambino Gesù. Questo Vangelo del-l'infanzia, che nella sua forma attuale risale al secolo IV, è diventato celebre per la narrazione dei miracoli compiuti da Gesù fra i cinque e i dieci anni, miracoli riportati in diversi scritti medioevali.

Comincia con il racconto che Giuseppe inviò Gesù a scuola per imparare l'alfabeto greco (capp. 6,2-4; e 14). Se Gesù viene spesso chiamato «figlio di Giu-seppe», e Giuseppe denominato «padre di Gesù», è segno che si vuole ribadire il dovere di Giuseppe di ammonire il piccolo bambino. Infatti, si rivolge a lui con parole dolci di non continuare un cattivo com-portamento con i compagni. Gesù appare come un bambino capriccioso e sadico. Ma risponde: Obbedisco «per rispetto della tua persona» (cap. 5,1). Quando ha otto anni, comincia a lavorare con Giuseppe, per diventare, come lui, un agricoltore e carpentiere (capp. 12-13). Aveva già incontrato ammirazione dagli altri bambini, distinguendosi per l'animazione degli uccelli colpiti da morte istantanea o infortunati. Vedendo simili cose fatte da Gesù, Maria le considerava come segni del suo essere «non un uomo, ma Dio». Forse per questo Giuseppe ritenne opportuno che Gesù fre-quentasse la scuola, dove il maestro ammirò la sapienza del bambino. Quando nel Vangelo dell'infanzia ven-gono riportati i miracoli di Gesù, ripresi probabilmente quelli compiuti in Egitto, si conclude con la meravi-gliosa guarigione di uno dei figli di Giuseppe mortal-mente ferito da un serpente velenoso (cap. 16,1). In tutto Giuseppe appare come uomo onesto e apprez-zato per la sua vicinanza, un padre presentato in modo agiografico, usando il termine di san Giuseppe».

Favorevole accoglienza ebbe un apocrifo del secolo IV, scritto in Egitto, del quale, perso l'originale greco, esistono copie scritte in copto, arabo e latino. è la Storia di Giuseppe il falegname. Non si conosce l'autore che, rifacendosi ai dati dei due «Vangeli» già citati, fa incontrare Gesù sul monte Carmelo, nel secolo IV chiamato per la sua bellezza «la montagna di Zeus», dove racconta la storia del suo padre putativo.

Nell'Introduzione viene detto: « Il nostro padre Giu-seppe, il carpentiere, padre di Cristo secondo la carne, è vissuto 111 anni». Non si intende aflermare una paternità fisica. Con le parole «secondo la carne», si esprime l'affetto di Gesù per suo padre putativo che si era occupato di lui con amore. La morte di Giu-seppe, dopo 111 anni, avvenne il 2 agosto (secondo il nostro calendario) e in Egitto il 26 del mese di Epep. Gesù lo ripete nel cap. 14, dove egli indica anche le altre date della vita di Giuseppe: a 40 anni primo matrimonio, a 89 anni morte della prima moglie, a 90 anni sposalizio con Maria, a 93 anni nascita di Gesù a Betlemme. Quasi sempre Giuseppe è presentato come vedovo anziano e ammalato. A Nazareth viene Gesù a consolarlo, perché aveva sentito le sue lamen-tazioni per la morte vicina (cap. 16-17). Sono le pagine più caratteristiche e impressionanti di questo apocrifò, nel quale non si riportano i miracoli del bambino Gesù, come in quello di Giacomo e di Tommaso. Ma è molto probabile poter pensare all'influenza della let-teratura funebre copta e a quella della Storia araba, anche se in essa non si tratta molto di Giuseppe. L'au-tore pensa probabilmente alla viva devozione josefina in Egitto. Ciò ha fatto nascere in lui il coraggio di scrivere, in forma di leggenda, come è avvenuta la morte di Giuseppe, il fermarsi di Maria e dei suoi figli al suo dolore e alla sua agonia, e poi sui suoi fune-rali, fatti alla presenza di Gesù (capp. 18-30).

Tutta quest'ultima parte non costituisce un docu-mento storico. Riflette qualche idea della Chiesa egi-ziana che confronta Giuseppe con Mosè, due persone di sublime età. Un valore culturale per una sentita devozione non va escluso perché rispecchia l'imma-gine di Giuseppe, come fu vista e adorata nella Chiesa antica.

Ma è vero e giusto considerare Giuseppe come un vecchio vedovo e come un anziano sposo di Maria? Che cosa si dice negli altri apocrifi? Non sarebbe meglio appoggiarsi a san Girolamo e al suo Com-mento di san Matteo? è vero che quasi tutti i grandi Dottori della Chiesa presentano Giuseppe come padre di circa cinque figli e quindi di età avanzata nell'in-contrare Maria. Però san Girolamo pensa che Giu-seppe non era sposato prima di scegliere Maria e che egli era forse ancora giovane. Seguendo la sua espo-sizione, oggi viene detto: Giuseppe «contrasse matri-monio con Maria: questa era sui 14 o 15 anni, lui sui 18 o 20 anni. Queste le età solite per il matrimonio presso gli ebrei... Giuseppe e Maria vivono assieme, sotto il medesimo tetto. I giorni passano, e per Maria si avvicina il tempo del parto».

 

2. IL CULTO A SAN GIUSEPPE IN TERRA SANTA

Per ricordare san Giuseppe in Terra Santa e per comprendere gli inizi della sua venerazione le uniche testimonianze si trovano negli scritti apocrifi. Non esiste nessuna chiesa nel primo millennio che gli fosse dedicata. La sua figura era vista soltanto all'ombra di Gesù Cristo. Poche notizie degli evangelisti, qualche memoria della sua tomba a Nazareth, un po' di venerazione di lui come uomo giusto. Il culto nei primi secoli terminò presto perché con l'ostracismo dato agli apocrifi, a partire dal secolo IV, si faceva ridimensionare ogni segno di stima e riconoscenza di san Giuseppe, anzi si rifiutava tutto.

Bisogna tener presente che vanno distinti tre periodi in Terra Santa, tre periodi storici o meglio tre correnti teologiche. Questi periodi si connettono con ricordi monumentali a san Giuseppe, sulle prime in Giudea, dove è rimasta più viva la sua memoria. «Il culto del Santo ha avuto inizio nella sua stessa famiglia, con la venerazione della casa e della tomba e circondato da quell'alone leggendario che lo faceva introdurre glo-riosamente in paradiso e restare un modello dell'uomo giusto: sempre retto nelle sue azioni, egli si guadagnava la vita col sudore della sua fronte, ed era accompagnato da numerosa discendenza».

1 - Non è la casa di san Giuseppe a Betlemme, dove Gesù fu adorato dai Re Magi, che sembra sia il luogo dei ricordi più antichi. Non viene nominata fino al secolo IV. Soltanto molti secoli più tardi, come con-stata P. Bagatti, «i pellegrini, guidati dai francescani, cominciano a parlare delle rovine di una casa di san Giuseppe lungo una stradella che da Betlemme con-duce a Beit-Saur, ossia al villaggio dei Pastori. La chiesa, ricostruita dai francescani, non può vantare una tradizione anteriore al secolo XIV».

è invece la grotta di Betlemme, nella quale nacque Gesù e dove prese alloggio provvisoriamente. Fin dal-l'antichità e specie nel Protovangelo di Giacomo si ha una descrizione della grotta che poi viene ripresa da Giustino e più tardi da Eusebio e Origene. Il luogo della grotta verrà presto «coronato con la Basilica costantina, nell'anno 333».

2 - Per ricordare san Giuseppe a Nazareth, nella sua casa durante lo sposalizio con Maria, dopo la Pre-sentazione al tempio e dopo il ritrovamento dell'a-dolescente Gesù nel tempio stesso, mancano le fonti dei primi secoli. Si suppone soltanto la venerazione dei parenti. Giuseppe aveva figli, come attestano il Protovangelo di Giacomo ed altri testi apocrifi. Perciò san Epifanio osserva: «Gli Apostoli credettero in Gesù, sapendo che era stato generato nel seno della Vergine a Nazareth e nutrito nella casa di Giuseppe». E un'altra volta dice: «Gesù stesso fu chiamato Naza-reno come si legge nei Vangeli e negli Atti degli Apo-stoli, perché fu educato nella città di Nazareth, che oggi è un villaggio, nella casa di Giuseppe».

Il voler ricordare la casa è però impossibile. Fino al secolo VI rimase nelle mani dei giudeo-cristiani. Vi avevano eretto due chiesine, una dov'era la casa di Maria, e l'altra, dov'era la casa di Giuseppe. Lo attesta il pellegrino francese, Arculfo, che era sacerdote: «Nella chiesina della ex-casa di Giuseppe si trovava anche un pozzo lucidissimo dove i fedeli andavano ad attingere acqua per benedizione, tirandola con secchi dal pavimento della chiesa stessa». La chiesa, in cui da Giuseppe "Dominus noster nutritus est Salvator", era perciò in uso in quei tempi. Si andava in chiesa a pren-dere l'acqua per benedizione, un segno di venerazione. Nel VII secolo la pressione musulmana fece spa-rire questo santuario. L'altra chiesa, quella di Maria, non fu distrutta, ma esposta a pericoli. Solo nel XII secolo i Crociati ricostruirono solennemente questa chiesa dedicata all'Annunciazione e vi collocarono i ricordi alla sacra famiglia, a Maria, a Giuseppe e alla sua tomba. Edificarono anche su rovine un'altra chiesa, che nella tradizione locale fu considerata come la casa di Giuseppe. I musulmani l'avevano rovinata facen-dovi una casuccia araba, la quale, dopo alcuni secoli, venne acquistata dai francescani che vi costruirono una cappella e poi una chiesa, identificata con la tra-dizionale casa di san Giuseppe.

Nel vedere le ricostruzioni «alcuni autori avevano espresso dei dubbi circa l'uguaglianza di questi ambienti con quelli descritti da Arculfo, ma lo scavo, rimettendo alla luce dei sotterranei che continuano verso nord per riallacciarsi ad altri situati presso la chiesa greco-cattolica, faceva vedere che si trovava «in mezzo alla città». Inoltre la constatazione dell'incli-nazione notevole della roccia verso est, ci induce a credere che per sostenere il pavimento musivo della chiesa fossero stati necessari degli archi di sostegno, come li descrive il pellegrino. Lo scavo, quindi, ci ha dato nuove conferme per l'identificazione e che nella chiesa vi siano rappresentazioni del Santo e che le belle vetrate a colori ne riproducano le litanie. Il san-tuario si può considerare come il luogo più vicino al Santo del mondo intero».

3 - Un altro luogo a Nazareth è il sepolcro di san Giuseppe. La Storia di Giuseppe racconta che morto Giuseppe, i suoi parenti lo seppellirono a Nazareth, nella tomba di famiglia che era una caverna. «In questo documento si fa promettere a Gesù che se c'è chi onorerà il suo padre putativo nella commemora-zione annuale, egli lo scriverà nel Libro della Vita. Dal che si deduce che il panegirico di san Giuseppe era fatto per leggerlo alla tomba di Nazareth, in occasione della ricorrenza annuale. è la stessa cosa che si faceva alla tomba di Maria a Gerusalemme, per la cui com-memorazione era stata scritta la Dormitio Marre. Del resto era un costume ben noto in tutte le parti del mondo antico e conservato anche oggi, coll'impiego delle buone opere».

Questo racconto è infatti il documento più antico in cui si parla, ricordando i giudeo-cristiani che nel San-tuario-casa di Nazareth veneravano lo sposo di Maria.

Quando, all'inizio del secolo VII essi furono assi-milati o respinti come eretici, la tomba rimase abban-donata, restando sconosciuta fino ad oggi. I gentili-cristiani non accettarono il documento apocrifo. Pro-babilmente una copia di esso fu per questo motivo por-tata in Egitto da uno dei giudeo-cristiani rifugiati. Di questo testo originale si fecero poi altre copie in Egitto, dove veniva quasi subito nominato in alcuni documenti egiziani. Per questo motivo si pensava che La Storia di Giuseppe fosse redatta colà. Questo non è vero. Vi si trova una certa tentazione di interpretare teo-logicamente l'ultimo viaggio del "padre" di Gesù, svi-luppando ampiamente i particolari della scala cosmica; «ossia la convinzione che l'anima per arrivare al cielo dovesse attraversare i sette cieli nei quali poteva tro-vare ostacoli. Ora è la paura di Giuseppe a fare tale viaggio, ora è Gesù che gli promette di mandargli aiuto, ora sono gli Angeli Michele e Gabriele che lo vengono a prendere per difenderlo».

Ma è soprattutto la dottrina di "Cristo-Angelo", sviluppata su testi biblici, che accompagna la sua por-tata in cielo. Giuseppe fu già lavato e unto, quando «si fece comandare a Gesù che gli angeli venissero a "rivestirlo" di vesti candide o luminose. Alcuni testi l'hanno preso in senso materiale travisando così la fisionomia del documento che, con fraseggiare giudeo-cristiano, voleva dire come Gesù aveva purificato il suo padre putativo, perché potesse entrare nella bea-titudine celeste. Un altro fatto che ci manifesta la pro-venienza giudeo-cristiana del documento è la mani-festazione dei segreti, che nel caso è la morte e glo-rificazione di san Giuseppe che nessuno poteva sapere, fatta proprio sul Monte Oliveto, che era il luogo dove si diceva che Gesù avesse manifestato la sua dottrina segreta».

Una simile idea si è voluto fare a riguardo della localizzazione crociata della tomba del santo, proprio nella chiesa dell'Annunciazione. «Evidentemente era un cenotafio per favorire la devozione perché non è ammissibile che i crociati credessero che Giuseppe fosse stato seppellito nella propria casa». Invece nel 1900 fu ritrovata una tomba a Kokhim, come erano in uso nei primi secoli cristiani. «Fu cominciata a chia-mare la "tomba di san Giuseppe", però finora non abbiamo trovato tracce caratteristiche, come graffiti, ecc. che ci mostrino il luogo come venerato. Eppure, per mostrare l'esistenza di una tomba venerata a Nazareth dello stesso periodo romano, si è ricordata una, dove sono incise delle figure con diciture greche, vi sono dei graffiti e delle buchette per mettere le lucerne di terra cotta o le candele. Però anche di questa non possiamo stabilire di chi fosse e a quale famiglia appartenesse. Sicché per ora si può solo spe-rare di ritrovare la tomba del Santo, venerata nei primi secoli e rimasta per secoli in abbandono.

 

3. VENERAZIONE DI SAN GIUSEPPE NELLA PATROLOGIA SIRIACA

Negli scritti antichi e dei primi secoli cristiani si trovano nella patrologia siriaca pagine bellissime in cui Giuseppe viene considerato come «padre di Gesù».

Già in Afraat emerse l'idea che Giuseppe «trasmise al Cristo la paternità, e quindi la benedizione senza che egli ne facesse uso». I seguenti brani vengono presi da questo articolo, dove si trovano in traduzione italiana o in latino. In questo senso si spiegherebbe anche il patriarcato che Gesù ha ricevuto non per via di generazione carnale; ma in questa maniera Giu-seppe ha dato «a Gesù non il suo seme, ma la pater-nità che veniva da Adamo. Impreziosita con la bene-dizione di Dio». Con queste affermazioni di Afraat si poteva sostenere il senso e il valore del «Patriarca» Giuseppe.

Sant'Efrem presenta Giuseppe in relazione al grave problema della verginità di Maria, descritta come un fatto simile alla derivazione di Eva da Adamo. Maria cerca di persuaderlo che la sua gravi-danza è dallo Spirito Santo. Ma, essendo cosa straor-dinaria, Giuseppe non l'ammette. Crede piuttosto che si era unita con un altro. Però non vuole denunziarla da giusto. Eppure non gli sembra possibile vedere un peccato in Maria. Che cosa fare?

Allora «gli appare (angelo e gli dice: "Giuseppe figlio di Davide. Che bella cosa! Ricordati, che al figlio di Davide Dio aveva promesso, che dai frutti del suo ventre secondo la carne avrebbe suscitato il Messia. Non temere di prendere Maria come tua sposa poiché quello che v'è in lei (procede) dallo Spirito Santo. E se dubiti che la gravi-danza della Vergine sia stata senza contatto carnale, ascolta Isaia, il quale disse: Ecco che la vergine (oppure: una vergine) è incinta, e Daniele: Un sasso è stato tagliato senza (adoperare) le mani. Perché non è come questo (quell'altro): Guardate il monte e il burrone poiché subito (si allude) all'uomo e alla donna Qui invece: senza le mani. E come Adamo compì il dovere di padre e di madre verso Eva, così anche Maria verso nostro Signore. Giuseppe, da uomo giusto, non volle denunziare Maria ed ecco che la sua giustizia (si fece) contraria».

Il testo siriaco resta sospeso a questo punto. Ma il pensiero continua nella versione armena del Com-mentario al Diatesseron di Taziano: «Ex giustizi a cioè in segreto, dimittere eam» (Maria). L'atteggiamento di Giuseppe davanti alla sua sposa incinta è chiaro. Nonostante la sorpresa e il suo essere «perplesso» circa quello che doveva fare, secondo sant'Efrem, Giu-seppe non dubitò mai dell'innocenza di Maria. I motivi di questa convinzione erano «l'aspetto sereno che essa conservava dinanzi al suo sposo, la sua precedente purezza, l'accoglienza da essa trovata presso Zaccaria ed Elisabetta, l'esultanza di Giovanni nel seno materno».

Un identico parere manifestano le Omelie mano-logiche di GIACOMO DI SARUG. Riferendosi alla citata frase del testo siriaco nella sua versione armena, gli sembra, «come ben dice Efrem in essa: se Maria fosse stata unita a un altro, giustizia voleva che essa fosse ripudiata e anzi lapidata secondo la legge. Efrem però si rende ben conto della perplessità di Giuseppe, cagio-nata da due verità a prima vista inconciliabili. Maria continua ad essere innocente e perciò non deve subire condanna. Il figlio però che essa ha concepito non è mio e quindi, cosa dovrei fare io? Sant'Efrem aggiunge il timore suscitato in Giuseppe dal fatto che la sua permanenza presso Maria fosse di ostacolo ai piani misteriosi di Dio, perché soltanto lui poteva essere intervenuto in quella sorprendente concezione».

Il primo Padre che con decisione ha voluto difen-dere Maria nella sua verginità, fu appunto sant'Efrem, il Dottore di Edessa. Egli scrisse prima ancora di Epifanio e di Girolamo, nello stesso periodo in cui san Basilio credeva nella perpetua verginità della Madre di Gesù, ma riteneva il fatto come appartenente alla vita privata di lei e non al campo delle verità dogma-tiche. Efrem invece difènde la castità perfetta di Giu-seppe e di Maria con la decisione con cui si affermano i dogini, e respinge le obiezioni contrarie, un fatto nuovo, questo, nella storia del dogana.

Soprattutto, Efrem ha lasciato grande influenza su Giacomo di Sarug, un autore molto degno di studio che si trova ai confini dell'ortodossia al punto che, mentre qualcuno gli attribuisce il titolo di «santo», per altri invece sarebbe un monofisita contrario al Concilio di Calcedoma. Comunque sia, egli segue le orme di sant'Efrem anche nella dottrina su san Giu-seppe; ina il suo stile è più fiorito, quasi retorico. Chie-deva: come si comportava Giuseppe nel vedere incinta sua sposa Maria? Per rispondere si raccoglieva con queste parole dinanzi al fatto: «E poiché Giuseppe era giusto e la beata non voleva scoprire, soltanto segretamente del fatto con lei parlò. Anche la Vergine con alta voce e viso aperto con lui parlò, senza velo di sposi. E, con le rivelazioni e le interpretazioni della profezia (di Isaia) lo scuoteva, perché della sua concezione (verginale) non dubitasse. Per lei, Giuseppe si stupiva nell'ascoltarla, e che farà? Grande è la parola e chi può crederla vera senza rive-lazione? Le parole che essa diceva erano quelle udite dall'angelo, e gli narrava come l'avevano accolta i sacerdoti in Giudea. Gli ricordava anche cosa avevano detto i profeti. Allora Giuseppe si agitò pur appro-vando, e confermava tutto, pur dubitando. E poiché era giusto, voleva lasciarla nascostamente, senza sco-prirla e senza indagare lei tutta ammirabile.

Come abbiamo letto, anche il Sarugense credette che Maria avesse informato Giuseppe sul messaggio ange-lico. è bella e di una psicologia penetrante quell'e-spressione «si agitò pur approvando e confermava tutto pur dubitando». Quindi Giuseppe credeva e non cre-deva, nello stesso tempo. A sera aveva pensato «di scio-gliere gli sponsali» con Maria, ma ecco che gli appare in sogno Gabriele e lo persuade della verginità della sua sposa gravida dallo Spirito Santo. Poi Giuseppe: «Si commosse, mentre era trepidante e pieno di meraviglia, e congiunse le sue mani inchinandosi alla Gloriosa (Maria)».

Giacomo Sarugense si sofferma ancora, nella stessa omelia, sulla missione di san Giuseppe. Egli fu scelto come sposo, «perché il mistero fosse nascosto». Se infatti «non fosse sposato (con Maria) e così avesse abitato in essa, anche la concezione sarebbe stata oflèsa e calunniata». E la Vergine «come adultera sarebbe stata giudicata. E se avesse rivelato il mistero nascosto, chi avrebbe creduto a lei?». E se non credettero alla parola di Cristo nonostante i suoi miracoli, chi avrebbe creduto che il bimbo nascosto nel seno di Maria era il figlio di Dio? «Se Maria avesse rivelato il segreto divino, sarebbe stata biasimata, disprezzata, svergo-gnata». Perciò Iddio «cercò per lei uno sposo retto che fosse suo marito; e volle un capo che la proteggesse e la custodisse, e la difendesse per la sua concezione che, cioè è da lei. E la introdusse nella sua casa perché tra le adultere non la ritenessero, e, pur non essendo marito, come marito fu ritenuto il giusto».

Ora «con diligenza prese Giuseppe l'impegno di essere il padre putativo del Signor nostro, nel tempo del suo avvento. E perciò Maria gli fu data in sposa, perché stesse sotto il suo nome, e in modo misterioso da lei sorgesse il figliuolo di Dio; perché Maria non colpissero offese e dubbi e ingiurie e non fosse priva di una guida che la dirigesse. La concezione di Maria, dice Giuseppe, è mio figlio».

Così fra gli estranei Gesù fu chiamato figlio di Giu-seppe e la stessa Maria lo chiamò così quando lo ritro-varono nel tempio dopo lo smarrimento. Allora però Gesù si riferì a un suo padre nascosto nella cui casa doveva trovarsi. «Per prudenza Maria pronunziò il nome di Giuseppe, giusto che fosse padre suo; per non affaticarsi dinanzi agli ebrei e discolparsi. Fu velo Giu-seppe tra lei e il figlio suo, fin tanto che volle il figlio di Dio rivelar se stesso». Un altro compito di Giu-seppe fu quello di essere il capo legale di Maria, poiché i nomi delle donne non vennero trasmessi nelle genea-logie. «Discesero le genealogie da Abramo, anche da David, ed a Maria giunsero; ed entrò e sorse Giuseppe perché fosse capo. Ed il nome del marito putativo prese (Maria) sebbene non congiunta, poiché nel novero degli uomini la donna non poteva entrare. E poiché era marito di lei, fu detto il suo nome nelle genealogie».

In un'altra omelia sulla Natività del Signore, Gia-como Sarugense riprende le stesse idee, ma retorica-mente più sviluppate, spesso drammaticamente. L'ap-parizione dell'angelo libera Giuseppe da tutti i dubbi. Si accusa umilmente con Maria. Si prostra dinanzi a lei, la quale gli dice: «Non respingo Giuseppe che è pieno di santità, e come Levita, ecco al Signore di san-tità ministra. Fino a che il Bambino vorrà che dimori presso di lui Giuseppe, perché fu uomo giusto, san-tamente a lui ministrerà. La sua prudenza e la sua modestia io non disprezzo, poiché il Signore si com-piacque di rivelargli il mistero del figlio suo».

Giacomo Sarugense continua con la risposta di amore e venerazione di Maria. Infine conclude: «Giu-seppe condusse la fèdele, la quale presso di lui entrò, e con il Santo la Vergine abitò in continenza... Santo è il suo (di Giuseppe) corpo, puro il cuor suo, con i suoi pensieri. Cherubino di carne divenne il fabbro all'artefice del mondo e con purezza accettò il mini-stero con riverenza grande".

Tutto ciò fà vedere: «Se di quel mistero Giuseppe non fosse stato degno, non sarebbe stato sposo della madre di Gesù e così avrebbe abitato in lei. Si rallegrò Giuseppe, che sulla terra divenne il padre putativo del figlio dell'Altissimo, della cui gloria è ripieno il cielo».

 

4. SAN GIUSEPPE NELLA INTERPRETAZIONE PATRISTICA DEI PRIMI SECOLI

Nel primo millennio non si può ancora parlare di una vera josefologia. Giuseppe viene nominato nella storia della salvezza e considerato come padre legale di Gesù e come "uomo giusto", che ha una particolare posizione nella vita del Figlio primogenito di Maria.

I primi grandi teologi della Chiesa sentono soprat-tutto il bisogno di liberare i fedeli dalle opinioni errate degli eretici precedenti. Per annullare certe idee fan-tastiche, senza distruggere un'iniziata devozione vo-gliono presentare la figura di Giuseppe nella chiara luce dei testi evangelici. Per questo, il loro scopo prin-cipale consiste nell'arrivare a un accurato esame della genealogia del Figlio di Dio, del matrimonio di Giu-seppe e Maria e della costituzione della Sacra Fami-glia. Sono i tre eventi essenziali che rappresentano l'impianto del piano della salvezza di Dio, nel quale Giuseppe ha il suo ruolo e anche la sua missione di partecipare ad essa come nessun altro uomo. Questi tre momenti essenziali ritornano in tutte le loro ricerche; talvolta si aggiungono anche riflessioni cri-stologiche, per poter interpretare certe ipotesi che riguardano la legge del matrimonio, la giustizia di Giuseppe, il valore dei suoi sogni. Ma non si arriva a poter presentare un suo profilo biografico e a inse-rire la sua figura nella storia della santificazione.

Il primo autore che ricorda Giuseppe è Giustino, il grande apologeta del secolo secondo. Le sue poche parole nel Dialogo con Trifone, le abbiamo già ripor-tate. Nel terzo secolo Origene in un'omelia ha voluto mettere in luce che «Giuseppe era giusto e la sua ver-gine era senza macchia. La sua intenzione di lasciarla si spiega per il fatto di aver riconosciuto in lei la forza di un miracolo e di un mistero grandioso. Per avvi-cinarsi ad esso, egli si ritenne indegno. San Giuseppe si umiliò, dunque, dinanzi a un'opera così grande ed inesprimibile, cercando di allontanarsi, come anche san Pietro si umiliò dinanzi al Signore dicendo: "Signore, allontanati da me, sono un peccatore", e fece come il capitano che confessò: "Signore, non vale vederti entrare nella mia casa. Così anch'io non sono degno di avvicinarmi a te"».

Origene continua con l'esempio di santa Elisabetta che disse alla beata Vergine: «Chi sono io, che da me viene la Madre del mio Signore? Così il giusto Giu-seppe si umiliò. Avendo paura, cercava di non unirsi con Maria e con la sua così grande santità».

Nel secolo IV sono stati san Cirillo di Gerusa-lemme, san Cromazio di Aquileia e sant'Ambrogio a fare qualche riflessione sulla verginità di Maria, sul matrimonio di Giuseppe con lei, sulla vera paternità del suo sposo. Per esempio, san Cirillo fa un para-gone per spiegare la paternità di Giuseppe: «Come Elisabetta, a motivo del suo affetto fu chia-mata madre di Giovanni ma non perché Giovanni sia nato da lei, così anche Giuseppe fu chiamato padre di Gesù, non a motivo della generazione, ma a motivo della sua cura ed educazione del bambino».

Non si trovano altri pensieri su Giuseppe in san Cirillo. Invece di san Cromazio sono rimaste 18 pre-diche che riprendono i primi capitoli del Vangelo di Matteo. San Girolamo si è ampiamente ispirato al suo commento che inizia con la "narrazione della nascita ter-rena del Signore, partendo da Abramo, seguendo la linea dei discendenti di Giuda, fino ad arrivare a Giuseppe e a Maria". Cromazio afferma: «Non a torto Matteo ha ritenuto di dover assicurare che Cristo Signore nostro è figlio sia di Davide che di Abramo, dal momento che sia Giuseppe sia Maria traggono origine dalla schiatta di Davide, e cioè essi hanno un'origine regale».

Nella terza predica Cromazio, dopo aver gettato lo sguardo sul "segno nuovo e straordinario" del parto verginale di Maria, si dedica a un approfondimento teologico del racconto di Mt 1,24-25: «Continua a narrare l'evangelista: Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l'angelo del Signore e prese con sé la sua sposa, la quale, senza che egli avesse rapporti carnali con lei; partorì un figlio, che egli chiamò Gesù. Dunque, Giuseppe viene illuminato sul sacramento del mistero celeste mediante un angelo: Giuseppe obbedisce di buon grado alle rac-comandazioni dell'angelo; pieno di gioia dà esecuzione ai divini comandi; prende perciò con sé la Vergine Maria; può menare vanto delle promesse che annun-ciano tempi nuovi e lieti, perché, per una missione unica, qual è quella che gli affida la maestà divina, viene scelta ad essere madre una vergine, la sua sposa, come egli aveva meritato di sentirsi dire dall'angelo.

Ma c'è un'espressione dell'evangelista: Ed egli non la conobbe fintanto ché lei non generò il figlio, che attende una chiarificazione, dal momento che gente senza cri-terio (gli eretici e lettori di libri apocrifi) fanno que-stioni a non finire; e poi dicono che, dopo la nascita del Signore, la Vergine Maria avrebbe conosciuto car-nalmente Giuseppe.

Ma la risposta all'obiezione mossa da coloro, viene sia dalla fede che dalla ragione della stessa verità: l'e-spressione dell'evangelista non può essere intesa al modo in cui l'intendono quegli stolti! Dio ci guardi dall'affer-mare una cosa simile, dopo che abbiamo conosciuto il sacramento di un sì grande mistero, dopo la condi-scendenza (il concepimento) del Signore che si è degnato di nascere dalla Vergine Maria. Credere che lei possa aver poi avuto dei rapporti carnali con Giuseppew, Cro-mazio lo esclude e, per vincere categoricamente tale opi-nione esistente ai suoi tempi, porta l'esempio della sorella di Mosè, che volle conservare la verginità. Nomina anche Noè che «"sì impose una perenne asti-nenza dal debito coniugale. Se vogliamo un altro esempio, Mosè, dopo aver percepito la voce di Dio nel roveto ardente, anche lui si astenne da qualsiasi rap-porto coniugale per il tempo che seguì. E sarebbe per-messo credere che Giuseppe, che la Scrittura definisce uomo giusto, abbia mai potuto avere relazioni carnali con Maria, dopo che ella aveva partorito il Signore?

La spiegazione del testo evangelico: Ed egli non la conobbe fintanto che lei non generò il figlio, è la seguente: spesso la Scrittura divina suole assegnare un termine a quelle cose che per sé non hanno termine e deter-minare un tempo per quelle cose che per sé non sono chiuse entro un determinato tempo. Ma anche per questo caso ci viene in soccorso la Scrittura; tra i molti esempi possibili ne scegliamo alcuni pochi».

E Crornazio si riferisce ad alcuni brani biblici, con l'invito al lettore di cercarli. Tutto serve per conclu-dere il suo Commento di Matteo dicendo: «Quando nel brano citato l'evangelista scrive: Egli non la conobbe fintanto che lei non generò il figlio, dobbiamo intendere che parla sì di un breve spazio di tempo (fintanto che lei non generò il figlio), ma con l'intenzione di voler includere tutto il tempo posteriore in cui Maria e Giu-seppe vissero insieme».

L'ultima ripresa della figura di Giuseppe è legata al racconto sul ritorno dalla fuga in Egitto: «Prosegue l'evangelista: Morto Erode, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e va' nel paese d'Israele; perché sono morti coloro che insidiavano la vita del bambino». Egli, alzatosi, prese con sé il bambino e sua madre, ed entrò nel paese d'Israele. Il fatto che l'angelo abbia usato la precisa espressione: Sono morti coloro che insidiavano la vita del bambino, quando si rivolse a Giuseppe, dichiara a tutte note che il Figlio di Dio, perfetto Dio e perfetto uomo, ha assunto tutto quanto l'uomo, cioè non solo il suo corpo, ma anche la sua anima. Se siamo costretti a fare tale afferma-zione, è perché vi sono stati degli sciocchi, i quali, nella loro stolta predicazione, hanno avuto l'ardire di sostenere che il Figlio di Dio avrebbe assunto uni-camente il corpo umano. Ma la loro stolta ipotesi trova una precisa smentita, non solo nelle parole del-l'angelo».

Ma non ci si può fermare al semplice racconto, che cioè Giuseppe, dopo la morte di Erode, sia stato avvi-sato di tornarsene nel paese d'Israele con il bambino e sua madre. Negli stessi eventi del Signore va ricer-cata anche la significazione dell'intelligenza dello Spi-rito. Per tale interpretazione Erode rappresenta il pro-totipo dell'infedeltà dei Giudei, come l'Egitto è tipo del nostro mondo. Dopo che l'Egitto ricevette la visita del Signore, il Signore torna dunque a visitare i figli d'Israele: Morto Erode, dice il testo, cioè dopo aver spento almeno in parte l'incredulità.

La narrazione procede dicendo che Giuseppe, par-tito dall'Egitto, tornò in Israele; il brano evangelico comprende la citazione profetica in cui si dice che il bambino sarà chiamato Nazareno».

Simili interpretazioni si possono dimostrare anche in sant'Ambrogio che, leggendo i racconti degli evan-gelisti, annota: «si conferma che in Giuseppe ci fu l'a-mabilità e la figura del giusto, per rendere più degna la sua qualità di testimone. Effettivamente la bocca del giusto non conosce menzogna, e la sua lingua parla secondo giudizio, e il suo giudizio proferisce la verità».

E nel vivo desiderio di presentare Giuseppe come uomo giusto, Ambrogio avverte che l'evangelista, quando spiega "l''imlnacolato mistero dell'incarnazione», vide in «Giuseppe un giusto che non avrebbe potuto contami-nare Sancti Spintus templum, cioè la Madre del Signore fècondata nel grembo dal mistero» dello Spirito Santo.

Nel commento classico del Vangelo, fatto poco dopo il Natale del 917-16 da sant'Agostino nel suo Sermone sulla Genealogia di Cristo, vengono riprese preziose notizie e opinioni anteriori, in cui non si può mettere in ombra una certa derivazione giudea di pensiero.

«Per narrare come nacque e apparve Gesù tra gli uomini», va considerata la sincera, non finta giustizia di Giuseppe, che aveva deciso di «ripudiare Maria in segreto perché non voleva esporla al disprezzo. Come marito egli, è vero, si turba, ma come giusto non incrudelisce. Tanto grande è la giustizia di quest'uomo che non volle tenersi un'adultera né osò punirla espo-nendola al pubblico discredito. Decise di ripudiarla in segreto - dice la Scrittura - poiché non solo non volle punirla, ma nemmeno denunciarla. Considerate com'era autentica la sua giustizia! Non voleva infatti risparmiarla, perché desiderava tenerla con sé. Molti perdonano le mogli adultere spinti dall'amore carnale, volendo tenerle, benché adultere, allo scopo di goderle per soddisfare la propria passione carnale. Questo marito giusto invece non vuole tenerla; il suo alletto dunque non ha nulla di carnale; eppure non la vuole nemmeno punire; il suo perdono, dunque, è solo ispi-rato dalla misericordia. Quanto è ammirevole questo giusto! Non la tiene come adultera per non dare a vedere di perdonarla, perché l'avrebbe amata sen-sualmente, eppure non la punisce, né la denuncia. Ben a ragione fu scelto come testimone della verginità della sposa. Egli dunque si turba à causa della debo-lezza umana, ma è rassicurato dall'autorità divina.

è una bellissima descrizione della vera figura giusta e santa di Giuseppe. Agostino ora mette in luce il significato della sua paternità: «La Scrittura vuol dimostrare che Gesù non nacque per discendenza car-nale da Giuseppe. Siccome era angustiato, perché non sapeva come mai la sposa fosse gravida, gli vien detto: è opera dello Spirito Santo. Con tutto ciò non gli vien tolta l'autorità di padre, dal momento che gli viene comandato d'imporre il nome al bambino. Infine la stessa Vergine Maria, sebbene fosse perfettamente consapevole d'aver concepito il Cristo senza aver avuto alcun rapporto o amplesso coniugale con lo sposo, lo chiama tuttavia padre di Cristo».

«State attenti a come ciò avvenne: il Signore Gesù Cristo essendo, in quanto uomo, nell'età di dodici anni, egli che, in quanto Dio, esiste prima del tempo ed è fuori del tempo, rimase separato dai genitori nel tempio a disputare con gli anziani, che rimanevano stupiti della sua scienza. I genitori, invece, ripartiti da Gerusalemme, si misero a cercarlo nella loro comitiva, cioè tra coloro che facevano il viaggio con loro, ma non avendolo tro-vato, tornarono a Gerusalemme angosciati e lo trova-rono che disputava con gli anziani, avendo egli - come ho detto - solo dodici anni. Ma che c'è da stupirsi? Viene dunque trovato nel tempio ed egli disse ai geni-tori: Non sapevate che io debbo occuparmi delle cose del Padre mio? Rispose così, poiché il Figlio di Dio era nel tempio di Dio. Quel tempio infatti non era di Giu-seppe, ma di Dio. "Ecco - dice qualcuno - non ammise d'essere figlio di Giuseppe". Fate un po' d'attenzione, fratelli, affinché la strettezza del tempo ci basti per il discorso. Poiché Maria aveva detto: Tuo padre e io, ango-sciati, ti cercavamo, egli rispose: Non sapevate che io debbo occuparmi delle cose del Padre mio? In realtà egli non voleva far credere d'essere loro figlio senza essere nello stesso tempo Figlio di Dio. Difatti, in quanto Figlio di Dio, egli è sempre tale ed è creatore dei suoi stessi genitori; in quanto invece figlio dell'uomo a partire da un dato tempo, nato dalla Vergine senza il consenso d'uomo, aveva un padre e una madre».

Agostino sente però la necessità di dire che Gesù non disconosce Giuseppe come suo padre. Riprende un'errata interpretazione di una frase di Rm 9,5: «Occor-reva che mi occupassi delle cose del Padre mio, essa sta ad indicare che Dio è suo Padre in modo da non ricono-scere come padre Giuseppe. In qual modo lo dimo-striamo? Attenendoci alla Scrittura che non dice era sottomesso alla madre, ma a loro, (chiediamo): Chi sono questi, ai quali era sottomesso? Non erano forse i suoi genitori? Erano entrambi i suoi genitori coloro ai quali Cristo era sottomesso per la degnazione per cui era figlio dell'uomo. Giuseppe non solo doveva essere padre, ma doveva esserlo in sommo grado..., perché con l'animo compiva meglio ciò che altri desiderano compiere con la carne. Così, per esempio, anche coloro che adottano dei figli, non li generano forse col cuore più castamente, non potendoli generare carnalmente?.

Per Agostino è molto importante spiegare la pater-nità di Giuseppe. Le generazioni sono infatti contate secondo la linea genealogica di Giuseppe e non di Maria: «Abbiamo dunque esposto a sufficienza il motivo per cui non deve turbarci il fatto che le generazioni sono enumerate seguendo la linea genealogica di Giu-seppe e non quella di Maria; come infatti essa è madre senza la concupiscenza carnale, così egli è padre senza l'unione carnale. Quindi le generazioni discendono e ascendono tramite lui. Non dobbiamo quindi metterlo da parte perché mancò la concupiscenza carnale. La maggiore sua purezza conferma la paternità, perché non ci rivolga un rimprovero la stessa Santa Maria. Essa infàtti non volle porre il proprio nome innanzi a quello del marito, ma disse: Tuo padre e io, angosaàt; ti cercavamo. Non facciano dunque i maligni detrattori, ciò che non fèce la casta sposa. Enumeriamo perciò le generazioni lungo la linea di Giuseppe, poiché allo stesso modo che è casto marito, così è pure casto padre. Dobbiamo invece mettere l'uomo al di sopra della donna secondo l'ordine della natura e della legge di Dio. Se infatti metteremo da parte lui e al suo posto metteremo lei, egli ci dirà giustamente: "Perché mi avete messo da parte? Perché le generazioni non ascen-dono o discendono per la mia linea genealogica?". Gli si risponderà forse: "Perché tu non hai generato mediante la tua carne?". Ma egli ci risponderà: "Par-torì forse anche Maria mediante la sua carne?". Ciò che lo Spirito Santo eflèttuò, lo effettuò per ambedue. è detto: Essendo un uomo giusto. Giusto dunque l'uomo, giusta la donna. Lo Spirito Santo, che riposava nella giustizia (nel senso di santità) di ambedue, diede un figlio ad entrambi».

Dopo Agostino, nel secolo VI, nacquero due grandi Omelie latine su san Matteo, quella dello Pseudo-Cri-sostomo e quella dello Pseudo-Origene che è pro-babilmente di origine italiana (Ravenna?).

In questi due anonimi si incontrano splendide pagi-ne sulla figura e sulla missione di san Giuseppe. Nel-l'Omelia dello Pseudo-Crisostomo sorprende un'in-terpretazione tipologica del falegname Giuseppe. Come «figura verginale e feconda egli appare come tipo» di Cristo e della Chiesa e costituisce un certo simbolo della redenzione degli uomini sul legno della croce. «Maria era sposata con il falegname» e Giu-seppe era sotto due titoli (sposo e carpentiere) pre-sentato nel Vangelo come tipo di «Christus sponsus ecclesae» dal quale «omnem salutem hominem'» dipende e «per lignum crucis fuerat operatus"».

Nella stessa Omelia, Giuseppe viene messo in luce come «uomo giusto in parole ed in opere, giusto nel-l'adempimento della legge e per aver ricevuto la gra-zia». Per questo intendeva lasciare segretamente Maria. Che cosa era capitato? Qualcosa di sopranna-turale, certamente. Giuseppe non poteva dubitare delle parole dette da Maria. Ma una grande angoscia riempì il suo cuore, che dallo Pseudo-Crisostomo è descritta non senza riferirsi a qualche spiegazione nei testi antichi. E quando appare l'angelo a Giuseppe, si domanda perché non si è fatto vedere prima della con-cezione di Maria? L'angelo avrebbe potuto rivelare già prima tutto a Giuseppe perché accettasse il mistero senza difficoltà.

Anche nell'Omelia dello Pseudo-Origene si mani-festa l'intenzione di riflettere su un messaggio ante-riore dell'angelo. Egli domanda: «Giuseppe, perché hai dubbi? Perché hai pensieri imprudenti? Perché mediti senza ragionare? è Dio che viene generato ed è la ver-gine che lo genera. In questa generazione sei tu colui che aiuta e non colui dal quale essa dipende. Sei il servo e non il signore, il domestico e non il creatore. Di con-seguenza, mettiti ad aiutare, a servire, a custodire, a proteggere il Figlio che nascerà e colei che lo parto-risce. Anche se essa è chiamata tua moglie o se viene considerata come tua fidanzata, non è la tua donna, bensì la madre scelta da Dio per il suo unigenito».

L'anonimo continua a invitare Giuseppe con le parole dell'angelo a «non aver timore di ricevere Maria come un tesoro celeste, di non turbarsi ad accet-tarla come un tempio onorabile, come la dimora di Dio. La tua missione consiste nel vegliare su di essa e di aver cura di lei durante la fuga in Egitto e poi nel ritorno in terra d'Israele. Quanto al bambino che nascerà, il tuo ruolo si limita a dargli il nome di Gesù, un nome che tu non devi inventare, perché egli lo pos-siede da tutta l'eternità. Nomen eius est salvatorem».

In seguito Giuseppe viene soprattutto nominato nel racconto della fuga in Egitto. è lo Pseudo-Cri-sostomo che interpreta l'ordine dell'angelo di «pren-dere `il bambino e sua madre", come l'espressione della situazione particolare di Giuseppe nella Sacra Fami-glia. Surge et accipe puerum. Non il tuo bambino, ma quello di cui il primo Padre afferma: Hic est puer meus dilectus».

I due scrittori anonimi continuano con una ricca esposizione letteraria dei testi evangelici ispirata anche a riflessioni giudeo-cristiane da loro incontrate nei testi di autori palestinesi e di qualche libro apocrifo.

Negli ultimi secoli del primo millennio si conti-nuano a studiare i diversi aspetti dell'esistenza e della missione di Giuseppe, cercando di esporre l'etimologia del suo nome, la sua discendenza davidica, e soprat-tutto le solite realtà biblico-teologiche. Non sono grandi scoperte e novità, neanche si può parlare di pagine abbondanti di carattere letterario. Tra tutti questi autori ha però valore Beda il Venerabile, del quale riportiamo alcune pagine.

 

5. GIUSEPPE NELLE OMELIE DI BEDA IL VENERABILE

San Beda il Venerabile (673-735) affronta i passi evangelici su san Giuseppe nel suo capolavoro Historia ecclesiastica Anglorum, che ha reso immortale il suo nome, essendo stata diffusa nel Medioevo, assieme con altre sue opere scientifiche.

Sono commenti evangelici, in modo semplice, pano-ramico, con aggiunta di pensieri personali. Scritti poco dopo la sua ordinazione sacerdotale, hanno valore autentico, soprattutto l'Omelia sul Vangelo di Luca. Di fronte all'eresia elvidica si conferma in essa la fun-zione paterna di Giuseppe. Talvolta, però, appaiono alcuni punti incerti, perché la figura di Giuseppe viene interpretata in modo prevalentemente letterario, non esegetico, solo come una delle persone che apparten-gono all'evento essenziale dell'Incarnazione.

«La lettura del Vangelo di Luca (1,26-38) ci ricorda il principio della nostra redenzione. Narra infatti che... l'angelo Gabriele fu inviato da Dio in una città della Giudea chiamata Nazareth a una vergine pro-messa a un uomo di nome Giuseppe», un uomo "della casa di Davide". Era necessario «che la Vergine Maria Madre di Dio tua anche il beato testimone e custode della sua castità Giuseppe, sono rimasti immuni da qualsiasi atto coniugale, e che secondo l'abituale uso della Scrittura sono chiamati fratelli e sorelle del Signore, non i nati da loro, ma i loro congiunti».

Ciò fa vedere che Beda il Venerabile è convinto della grandezza di Giuseppe, «un uomo giusto che porta scritto nel suo nome le grazie più belle». La sua origine prende rilievo nell'elenco delle «genera-zioni dei padri da Abramo fino a Giuseppe sposo di Maria, e dopo aver presentato padri e figli secondo l'ordine comune della creazione umana, accingendosi a parlare della nascita di Cristo dimostrò quanto questa fosse lontana dalle altre, dato che gli altri erano nati attraverso l'usuale unione di maschio e di fem-mina, egli invece, in quanto Figlio di Dio, venne al inondo per mezzo della Vergine. E certo era in tutti i sensi conveniente che, volendo Dio diventare uomo a beneficio degli uomini, da nessun'altra nascesse se non da una Vergine, e che questa, dovendo generare, non generasse altro figlio se non colui che era Dio. Infatti, essendo promessa sposa a un uomo di nome Giuseppe, Maria si trovò incinta per virtù dello Spi-rito Santo prima di essere venuti ad abitare insieme».

L'evangelista Luca espone a sufficienza come e dove era avvenuto il concepimento. Beda il Venerabile dice che «ciò è ben noto. Per questo parlerò in breve di quanto scrive Matteo, notando in primo luogo che, quando dice: «Prima di essere venuti ad abitare insieme, questo verbo vuole significare non l'unione ma il tempo delle nozze, che precede il tempo in cui colei che era stata già promessa, comincia a essere moglie. Perciò prima che fossero venuti ad abitare insieme, cioè prima di celebrare il solenne rito delle nozze, si trovò incinta per virtù dello Spirito Santo. Quando poi Giuseppe secondo il comando dell'angelo prese con sé sua moglie, ed essi abitavano insieme nel modo che si è detto, però non si unirono: perciò il testo continua e non la conosceva. Si trovò incinta agli occhi non di altri che di Giuseppe, che come marito conosceva quasi tutto della futura moglie e poi, osservando attenta-mente, si accorse del ventre suo che cresceva».

Non si trovano riflessioni teologiche sulla natura dello sposalizio tra Giuseppe e Maria. Beda si limita a considerare soltanto la realtà storica del Vangelo. Gesù voleva nascere da una vergine e non da una donna sposata e Giuseppe non voleva impedire questo misterioso fàtto, perché l'apparizione dell'angelo aveva gettato una grande luce sul suo pensare interamente. Comprende, bensì indirettamente, l'identità del bam-bino che nascerà e con le parole dell'angelo il mistero dell'Incarnazione. Guarda e ammira Maria, non più come prima, ma nel suo stato di attendere un bam-bino. Allora per l'ordine dell'angelo la prende come sposa, ma solo sposa per nome.

«Giuseppe suo sposo, che era un uomo giusto e non voleva esporla all'infamia, voleva rimandarla segreta-mente. Giuseppe, vedendo incinta sua moglie che sapeva bene non essere stata toccata da alcuno, essendo uomo giusto e volendo agire giustamente, ritenne opportuno di non rivelare questo fatto ad altri e di non prenderla come moglie; ma mutata di nascosto l'intenzione con la quale l'aveva sposata, le permise di rimanere nella condizione di moglie, come si trovava; infatti aveva letto in Isaia che una vergine della stirpe di Davide avrebbe concepito e partorito il Signore, e sapeva che da questa stirpe discendeva Maria e perciò non rifiutava di cre-dere che questa profèzia si fosse avverata in lei. Ma se l'avesse rimandata segretamente e non l'avesse presa come moglie, e quella avesse partorito, certo pochi avrebbero pensato che era una vergine e non piuttosto una prostituta. Perciò Giuseppe subito dopo decise diversamente e in meglio, e per conservare la buona fama di Maria decise di tenerla come moglie dopo aver celebrato le nozze, ma di custodirla casta per sempre. Così il Signore preferì che alcuni ignorassero il modo della sua generazione, piuttosto che infamare la castità di sua madre».

Parlando sullo sposalizio di Giuseppe e Maria, Beda il Venerabile si riferisce alla dottrina di Giro-lamo e di Agostino, nella quale viene detto che il Signore non ha voluto nascere da una semplice ver-gine, ma ha scelto una vergine "sposata". «Maria aveva l'assistenza di uno sposo che voleva essere il custode e il testimone della sua verginità. Per questa unione, Giuseppe può essere considerato "Padre" del Salvatore, riconosciuto da tutti perché l'evangelista ricorda che Maria ha concepito dallo Spirito Santo. «Infatti, il Vangelo dice: Mentre egli rifletteva su questo, ecco che un angelo del Signore gli apparve in sogno e, proponendogli l'etimologia del nome Gesù, lo chiama autore della salvezza e salvatore del popolo e chiarisce in modo evidente che egli è il Cristo».

Beda, nel suo commento a Luca, si porta più avanti dell'evangelista spiegando l'impegno di Giuseppe di donarsi con vero affetto paterno a questo figlio. «Anche se non ha contribuito alla sua nascita, lo circonda affet-tuosamente, e con cura, e per questo servizio fedele è chiamato padre dall'evangelista e dalla stessa Maria. Il Cristo non nega di avere in lui il padre e ce lo fa comprendere, con semplicità. Si è incarnato per essere chiamato figlio di un falegname e questo per insegnare ai giudei di essere il figlio del grande artista che ha creato il mondo di Dio, che come "fabricator omnium in principio creavit caelum et terram". La paternità di Giu-seppe è umanamente incompleta, ma elevandola alla paternità divina, simbolicamente è perfetta».

Per questo, Beda cerca di sottolineare che il pen-siero eretico sulla paternità carnale va assolutamente escluso in Giuseppe. Ma occorre mettere in luce in che maniera esiste la vera sua paternità. Ciò spiega il nome del figlio: «Emmanuele vuol dire Dio con noi (Mt 1,23) che... ha cominciato in modo mirabile a essere ciò che noi siamo, non cessando di essere ciò che era, assumendo la nostra natura, ma in modo da non perdere ciò che era».

Come già accennato, Beda esamina la presenza dei parenti. Con Giuseppe e Maria si è fondata la Sacra Famiglia. Non ci son altri figli nati, cosa che Beda presenta ripetutamente per combattere le idee eretiche esistenti ai suoi tempi. «Nessuno creda che Giuseppe dopo la nascita del figlio si sia unito a Maria, come alcuni pensano erroneamente. Dovete sapere, fratelli, che ci sono stati alcuni eretici, quali per il fatto che il Vangelo dice: "Non si unisce finché non partorì il figlio", hanno creduto che Maria dopo la nascita del Signore si sia unita a Giuseppe. Così sarebbero nati quelli che la Scrittura chiama fratelli del Signore, e assumono a sostegno del loro errore il fatto che il Signore viene qui chiamato primogenito. Allontani il Signore questa bestemmia dalla fede e ci conceda di intendere con verità e devozione che i genitori del nostro Salvatore furono sempre esimi di incontami-nata verginità e, secondo l'uso delle Scritture, sono indicati come fratelli del Signore non i figli ma i loro cugini: l'evangelista non si è curato di dire se Giu-seppe si fosse unito a lei dopo la nascita del figlio, perché ha considerato inammissibile che uno potesse credere di poter profanare il giuramento di castità».

Per concludere le sue riflessioni sulla figura di Giu-seppe, Beda non può dimenticare il fatto che al ter-mine del viaggio al tempio di Gerusalemme, il gio-vane Gesù abbandona i genitori. «Si comincia forse a manifestare la sua divinità? Ha dimenticato la sua famiglia»? E Beda si domanda se forse l'educazione di Giuseppe non sia stata sufficiente per formare bene il figlio? No, Gesù non ha voluto dimenticare suo padre e i suoi parenti. L'ha fatto per farci capire che l'origine della sua esistenza è iniziata molto prima di quella dei genitori, anche prima di Abramo, e la sua casa è il tempio di Dio. Fermarsi in esso, lo fa con il diritto divino. Il tempio è casa del suo vero Padre: "quasi paterno iure residere delecta"». Però non è un rifiuto dei genitori. «Come figlio dell'uomo, cioè di Giuseppe, ritorna con loro alla casa di Nazareth, dove si recano». Beda lo afferma con splendide parole di lode della pietà filiale e dell'umiltà del Figlio di Dio.

Ma i genitori non comprendono il suo esempio. Gesù se ne rende conto e per non dimenticare le affet-tuose cure di Giuseppe e di Maria, anzi per non essere "ingrato" obbedisce e rimane sottomesso a loro.

Questo dolce e umile atteggiamento consente a Giuseppe, dice Beda, di dedicarsi a una buona educa-zione del figlio, umana e anche religiosa, senza fer-marsi a una particolare spiegazione. Negli anni del-l'adolescenza di Gesù egli allontana i cosiddetti fra-telli del Signore e contro l'eretico Elvidio afferma con chiarezza che non sono figli di Giuseppe, ma vanno compresi come parenti vicini. Egli ne nomina tre: Gia-como, nipote di Maria, Giuseppe e Simone, cugini di Gesù. Nel suo commento agli Atti degli Apostoli riprende la constatazione di Egesippo che il padre di Simone si chiamava Cleophas, un fratello di Giu-seppe. Infatti, Egesippo, nei suoi Commentari aveva raccolto tutte le notizie riguardanti la storia cristiana fin dai tempi degli apostoli. Di Simone dice che "con-sobrinus is secundum carnem Salvatoris fuisse declaratur, qui a patrem ipsius Cleophas, fratrem fuisse Joseph". I testi di Beda il Venerabile riportati offrono rifles-sioni importanti e profondamente appoggiati alla ver-ginità di Giuseppe. Basate sulle parole degli evange-listi, vengono messi in rilievo particolari aspetti carat-teristici della missione giuseppina nella storia del-l'Incarnazione. Così ci si trova all'aurora dell'ottavo secolo, avendo in Beda il primo testimone dell'iniziante Medioevo, in cui le tendenze eretiche vengono forte-mente combattute o almeno lasciate nell'ombra.

 

CAPITOLO TERZO

 

SAN GIUSEPPE NEL MEDIOEVO

 

1. GRANDEZZA E SANTITA' DI GIUSEPPE

Chi è Giuseppe, lo sposo della Vergine Maria, il padre di Gesù Bambino? è la domanda che durante il primo millennio della storia cristiana si incontra in tutti gli scrittori patristici, come abbiamo visto. Si desiderava conoscerlo, esaminando i testi relativi di Matteo e di Luca e difenderlo da pensieri e sup-posizioni eretici. Ciò che manca, sono studi che pre-pararassero un vero culto a Giuseppe e che propo-nessero ai cristiani di rivolgersi a Giuseppe con la pre-ghiera, vedendo in lui il padre spirituale.

Il cambiamento comincia soltanto nel pieno medioevo, quando con una grande devozione mariana si svela anche l'interesse spirituale per la figura di Giuseppe. Lentamente comincia a fiorire la devozione al Patrono di Nazareth, preparata negli ambiti mona-stici con brevi studi di josefologia. I preparatori monastici sono teologi e mistici che riprendono i temi esposti da Beda il Venerabile. Nuovi sono i loro studi sull'etimologia del nome di Giuseppe, un nome signi-ficativo perché legato a un patriarca, il figlio di Gia-cobbe e di Rachele. In ebraico, Giuseppe vuol dire che «Dio faccia credere» o «affinché Dio aumenti, aiuti».

Si sapeva che questo termine esprime in Rachele il desiderio di avere ancora un altro figlio, cioè Benia-mino, un desiderio che in seguito alla sua preghiera fu esaudito da Dio. Nel secolo declino gli autori vole-vano per questo simbolicamente interpretare il nome di Giuseppe chiamandolo uomo «ingrandito, arricchito e beato», perché in lui si è realizzata una felice esi-stenza come sposo di Maria e perché Dio ha riem-pito la sua vita di virtù e di santità.

Non si davano altre spiegazioni. Il titolo era suf-ficiente per le necessarie riflessioni basate sui testi di Matteo e di Luca, e soprattutto per accettare l'e-logio di Matteo (1,19): uomo giusto. Così ci si voleva dedicare a tracciare una fisionomia morale di Giu-seppe, come da loro gradualmente fu intesa. Per arri-vare a una vera devozione, rivolta a un "santo", a loro sembrava che bastasse tener conto come in lui aumen-tavano atti di virtù, come la sua vita era piena di fede profonda e la sua confidenza in Dio escludeva ogni dubbio, riempiendolo di infinito amore.

Gli scritti dei monaci benedettini costituiscono un valido contributo per arrivare a un inizio del culto giuseppino, rimasto però legato ai loro ambiti reli-giosi, dove si cominciò a inserire il nome di Giuseppe nei loro calendari liturgici o nel loro martirologio.

Testi importanti sulla posizione di Giuseppe nel-l'opera della salvezza, si incontrano nei due grandi mistici benedettini: Ruperto di Deutz (+1130) e san Bernardo di Chiaravalle (+1153). Hanno tentato di chiamare i fedeli a una vera devozione a Giuseppe, ma questo loro desiderio non si è diffuso in Europa. Sol-tanto uno o due secoli più tardi si è riuscito a consi-derare i loro scritti teologici anche come cammino verso lo sviluppo di una devozione giuseppina.

San Bernardo di Chiaravalle ha veramente cer-cato di descrivere con devoto impegno l'umile e nascosta figura del «padre sulla terra di Gesù, da Dio eletto», il padre e marito della Vergine Madre. In cui risplende l'ombra dell'amore divino. Nei suoi Sermoni In laudibus Virginis Marre, composte per le feste della Madonna, si trovano bellissime pagine sul santo sposo di Maria, in cui si considera che « la fama della Ver-gine Maria non sarebbe integra senza la presenza di Giuseppe»

Nella seconda Omelia Super Missus, Bernardo fa constatare l'evangelista: «L'angelo Gabriele fu man-dato da Dio a una Vergine fidanzata a Giuseppe, e aggiunge: «Fu necessario che Maria fosse sposata a Giuseppe... Nulla di più saggio e di più degno della Provvidenza divina. Con un solo atto è ammesso un teste ai segreti celesti, ne è escluso il nemico, si conserva integro l'onore della Vergine». Non è tanto l'o-nore di Maria quanto la sua fama, la fama di un'u-mile donna, sposa di «un falegname», aumentata attra-verso il suo sposo, il cui nome «significa augmentum».

Su questo «falegname», avverte Bernardo, non esiste «nessun dubbio che sia stato sempre un uomo buono e fedele. La sua sposa era la Madre del Salva-tore. Servo fedele, ripeto, e saggio, scelto dal Signo-re per confortare la Madre sua e provvedere al sosten-tamento di suo figlio, il solo coadiutore fedelissimo, sulla terra, del grande disegno di Dio.

Inoltre sta scritto che Giuseppe discendeva dalla stirpe di David. Ed infatti proprio dalla casa di David, da progenie reale venne quest'uomo, Giuseppe, nobile per nascita, ma ancor più nobile per spirito. A buon diritto egli è figlio di David, figlio che non tralignò dal padre suo. Apposta dico, figlio di David, non solo per la carne, ma per la fède, per la santità, per la pietà: il Signore lo trovò secondo il suo cuore come un altro David, e gli confidò l'arcano segretissimo e santissimo del suo cuore; gli rivelò come ad un altro David, le cose recondite ed occulte della sua sapienza e gli fece conoscere il mistero che nessun potente della terra poté sapere; infine gli concesse ciò che molti re e pro-feti, desiderosi di vedere e di sentire, non videro né ascoltarono, ossia di poter non solo vedere e ascoltare il Cristo, ma anche di portarlo tra le sue braccia, di condurlo per mano, di abbracciarlo, di baciarlo, di nutrirlo e di custodirlo».

La descrizione termina con l'affermazione che in Maria «si adempì la promessa fatta da Dio a Davide e in Giuseppe si ebbe il testimone dell'avveramento di tale promessa».

L'influsso che ha avuto san Bernardo di Chiara- valle sulla vita spirituale del cristiano e in gran parte sulla pratica della preghiera, non lascia del tutto in ombra la necessità di considerare Giuseppe come uomo da imitare nel cammino interiore. Non si può dimenticare che il suo titolo erat justus et sapiens e che la sua figura offre un esempio da imitare. L'influsso di Bernardo si manifesta anche nella letteratura e poe-sia medioevale. Il Joseph, justus vir degli inni litur-gici, esige Joseph obsequium, ossequio della sua persona e opera.

è interessante pensare qui a Dante Alighieri che degnamente invoca «il nome di san Giuseppe al ver-tice della Divina Commedia, vale a dire nell'ultimo canto del Paradiso, che vien comunemente considerato come uno dei più perfetti del poema, tanto nella costruzione del suo insieme, quanto in ciascun parti-colare: non solo in ogni terzina, ma anche in ogni parola e in ogni giacitura della frase. Questo canto, illuminato da una lettura dei Sermoni e dalla «pre-ghiera bernardiana alla vergine, è uno dei più ardenti e dei più umani inni della letteratura cristiana: e Dante, per ricordare la bontà di Maria e l'opera di Giuseppe, l'ha scelto come testimonianza spirituale, in forma di un acrostico strofico: IOSEP AV, equi-valente ad un Ave Ioseph!, ricalcato sul saluto alla Ver-gine: Ave Maria!:

In te misericordia, in te pietate, in te magnificenza, in te s'aduna quantunque in creatura è di bontate.

Or questi, che dall'infima lacuna dell'universo infin qui ha vedute le vite spirituali ad una ad una, Supplica a te, per grazia, di virtute tanto, che possa con li occhi levarsi più alto verso l'ultima salute.

E io, che mai per mio veder non arsi più ch'i' fo per lo suo, tutti miei prieghi ti porgo, e priego che non sieno scarsi, Perché tu ogni nube li disleghi di sua mortalità co' prieghi tuoi

sì che '1 sommo piacer li si dispieghi. Ancor ti priego, regina, che puoi ciò che tu vuoli, che conservi sani, dopo tanto veder, li affetti suoi. Vinca tua guardia i movimenti umani: vedi Beatrice con quanti beati per li miei prieghi ti chiudon le mani» . Dante conobbe san Bernardo e valutò la sua impor-tanza per la teologia mistica e mariologica. Ciò attesta l'acrostico strofico riportato. Avendo letto nei Sermoni di Bernardo il nome di Giuseppe, nacque in questo grande poeta italiano ammirazione per «quell'uomo assolutamente straordinario», dal monaco benedettino presentato con sublimi elogi, come Patriarca scelto a partecipare ai celesti misteri. Proprio nelle omelie ber-nardine In laudibus B. V. Marre Dante ha trovato una presenza insospettata di Giuseppe nella preghiera di Maria e ha scelto la forma acrostica per rendere pre-sente IOSEP, portando il suo nome, e terminando la preghiera con A V, cioè Ave Mara.

Con Bernardo si è così aperta la strada alla spiri-tualità dei secoli seguenti. Tra i teologi è stato il primo san Bonaventura a toccare i cuori umani con pensieri sul «vecchio Giuseppe» come protettore di Maria e Gesù Bambino nella povera grotta. Racconta breve-mente la fuga in Egitto. Poi, in un grazioso quadretto descrive il ritorno della Sacra Famiglia a Nazareth: «Sono passati sette anni, da quando il Signore è fug-gito esule in Egitto. Una notte, a Giuseppe mentre dorme appare un angelo che gli dice: "Prendi il fan-ciullo e sua Madre e torna nella terra di Israele, perché quelli che volevano uccidere il Bambino sono morti". Lui prende allora il fanciullo e sua Madre e torna in Israele. Al suo arrivo però viene a sapere che il re è Archelao, figlio d'Erode, e ha paura di entrarvi. E l'an-gelo, ancora una volta, si fa vivo per dirgli di andare in Galilea, nella cittadina di Nazareth. Il suo ritorno coincide più o meno con la festa dell'Epifania, ossia due giorni dopo, stando al martirologio romano».

è un racconto già leggendario, ma non in con-traddizione con il testo originale di Matteo, al quale segue in Bonaventura l'interpretazione per i fedeli che devono seguire Gesù e trovare la via libera per ritor-nare in patria.

Un altro francescano, il teologo Duns Scotus, sce-glie alcune questioni intitolate De matrimonao inter B.V. Mariam et sanctus Joseph. Propone una nuova spiega-zione del loro sposalizio, ricorrendo alla distinzione tra il diritto sui corpi e il loro uso nel matrimonio. Ma il suo pensiero, che è quello dei teologi del tempo, non lo vede appoggiato alla legge di allora. Non sono pensieri molto luminosi. Però sottolineano che il matrimonio è stato perfetto, sotto tutti gli aspetti, ed è da considerare una "questione divina", regolata dallo Spirito Santo.

Più importante di Duns Scotus è san Tommaso d'A-quino, la sua interpretazione di Mt 1,20: «è l'angelo del Signore che disse a Giuseppe di non aver timore di sposare Maria, perché il figlio nato da lei è opera dello Spirito Santo». Un bambino nato «in lei per opera dello Spirito»1. Parlando del matrimonio, in Tommaso «la Madonna fu realmente sposata a Giuseppe, benché nes-suno di loro usasse mai del proprio diritto».

Se non fosse stato così "la gente avrebbe potuto dire che Gesù era un figlio illegittimo, frutto di una relazione illecita. Cristo aveva bisogno del nome, delle cure e della protezione di un padre umano. Se Maria non fosse stata sposata, i Giudei l'avrebbero consi-derata un'adultera e l'avrebbero lapidata. Giuseppe fu così il testimone dei più grandi misteri della vita di Gesù Cristo.

Il matrimonio di Maria e di Giuseppe fu un vero matrimonio. Essi erano uniti l'uno all'altro dall'amore reciproco, un amore spirituale. Si scambiarono quei diritti coniugali che sono inerenti al matrimonio, anche se, per il loro voto di verginità, non ne fecero uso. Spesero la loro vita intera intorno ad un Bam-bino che amarono ed allevarono come tutti i geni-tori.

Non si può dire che le riflessioni di Tommaso d'A-quino sul matrimonio di Giuseppe e Maria abbiano avuto un influsso simile a quelle di san Bernardo sulla letteratura spirituale e sull'arte. Ma si può pensare che siano state prese in considerazione dai religiosi e preti desiderosi di costruire chiesette o almeno di dedicare cappelle a san Giuseppe. Qui è da ricordare l'eminente testimonianza di culto dell'antica chiesa di Bologna, mantenuto vivo per secoli attraverso i Servi di Maria. Ne parleremo nel capitolo seguente.

Più avanti cercheremo di gettare anche uno sguardo su immagini, statue, pale d'altare, affreschi, mosaici, rilievi in marmo, bronzo, avorio e miniature di Giu-seppe, tutti di arte gotica, tutti con figurazioni rela-tive allo sposalizio.

 

2. LA PRIMA CHIESA DEDICATA A SAN GIUSEPPE

Esistono notizie di sicura attendibilità storica sulla prima chiesa dedicata a san Giuseppe a Bologna. Gli studiosi ed esperti della storia del culto a san Giu-seppe dicono che si tratta di una testimonianza impor-tante sul suo essere la prima in tutta l'Italia. Infatti gli storici bolognesi sono concordi nell'indicare esi-stente la chiesa di san Giuseppe fin dal 1129, ma pur-troppo non indicano il fondamento della loro affer-mazione o almeno non è stato tramandato: oggi non è reperibile alcun documento che comprovi questa indicazione. Il bolognese Benedetto XIV scriveva: «dt in eo, quod attinet ad cultum sancti Joseph, ille procul dubio apud nostrates antiquori est; cum anno 1129 in via Gallerie extaret ecclesia in honorem sancti Joseph dicata... ». Il testo afferma l'esistenza del culto a san Giuseppe, ed è senza dubbio il più antico nel nostro paese; nell'anno 1129 venne creata in via Galleria la chiesa in onore di san Giuseppe.

Un'altra testimonianza viene riportata da G. TROMBELLI nei suoi due scritti su Maria Santissima e sulla Vita e culto a san Giuseppe. Egli suppone che: « Indubi-tatamente in Bologna nel secolo XII si prestava a san Giuseppe, sposo di Maria Santissima, pubblica vene-razione e culto, poiché vi era eretta sin dal principio del XII secolo una chiesa, la quale era sì ragguarde-vole che dava il nome ad un Borgo o una strada a lei vicina. Benedetto XIV, Pontefice eruditissimo e d'im-mortale memoria, attesta che fin nell'anno 1129 tal chiesa era eretta: ma né egli, né verun altro ci addita il tempo preciso in cui fu eretta; e Dio sa, che non se ne debba rapportare l'erezione a molti secoli addietro.

Nell'altro libro gli sembrò che nel 1178 esistesse in Bolgona "sacram aedem Josepho", la sacra casa di Giu-seppe costruita "in borgo sancti Josepli'. Però per questa data non esiste alcun documento di appoggio. Invece XIII la chiesa sia stata l'antico oratorio dipendente dal monastero benedettino di S. Elena, nonostante le turbolenze delle fàzioni a Bologna.

Però con l'arrivo dei Servi di Maria che con grande povertà e sotto numerose polemiche cercavano di costruire il loro convento nel 1287, si aprì la strada per un cambiamento. Dopo una quarantina d'anni, quando venne dato a loro il convento benedettino di S. Elena, essi chiesero di trasferire il titolo a san Giu-seppe e che il piccolo oratorio di prima divenisse una chiesa di san Giuseppe, con il ruolo notevole di essere parrocchia. Sembra che questo cambiamento abbia orientata la devozione del loro Ordine verso san Giu-seppe, come potrebbe aver sottolineato un decreto del loro Capitolo Generale, celebrato nel 1324. E si voleva rendere obbligatoria la solennità il 19 marzo.

Nella chiesa si trovava fin dal 1532 una statua di "un sancto Josepho in zocholi", precisamente «una croce can el suo pié tuto de ligname et indorato» - il piede che figura san Giuseppe - e ancora «un'imagine de argento tuta intiera in figura de uno san Joseph».

Per tutto il seicento e il settecento, i Servi di Maria rimasero in possesso della chiesa e del convento. Ma con la soppressione napoleonica cessò la loro presenza. Nel 1818 subentrarono i Padri Cappuccini, i quali custodiscono anora oggi la chiesa di san Giuseppe.

Per concludere la storia e le ricerche sulla chiesa di san Giuseppe a Bologna, PACIFICO M. BHANCHI? Si annota: «Alle affermazioni generiche, più volte ripe-tute, che presentano la nostra chiesa come "La più antica dell'Occidente dedicata a san Giuseppe", o "la più antica d'Italia dedicata a san Giuseppe", noi, senza affermare dei primati difficilmente controllabili, abbiamo voluto offrire una semplice testimonianza: con certezza nell'anno 1183 esisteva a Bologna una chiesa dedicata a san Giuseppe; buona probabilità mantiene la data del 1129, tradizionalmente indicata come quella dell'origine. Altri studi potranno in futuro dire se questa chiesa è veramente la "prima" d'Italia o dell'Occidente tra quelle dedicate a san Giuseppe.

Oggi il monumento antico non esiste più, sebbene si conservi a Bologna - città particolarmente devota a san Giuseppe - lo stesso titulum, giuridicamente trasmesso ad altra chiesa per volontà di san Pio V nel 1566.

Oltre che testimonianza eminente di culto a san Giuseppe, questa antica chiesa in qualche maniera mantenne vivo lo stesso culto nella città di Bologna e, attraverso i Servi di Maria, lo propagò in un ambiente più vasto: un patrimonio di fede e di devo-zione che, arricchito, oggi appartiene alla Chiesa uni-versale»

 

3. SAN GIUSEPPE VENERATO IN SICILIA

Non è soltanto a Bologna, dove nel Medioevo nacque una vera venerazione a san Giuseppe, e nemmeno in seguito a un certo influsso delle crociate, ma anche in altri luoghi d'Italia che nei primi secoli del secondo mil-lennio si incontrano segni e testimonianze, in cui però non di rado risplende qualche racconto degli apocrifi.

Una posizione particolare assume la Sicilia, dove la devozione appare appoggiata all'origine bizantina della pietà e probabilmente è collegata con i mona-steri greci che vi sono da considerare come primi centri di diffusione del culto giuseppino. Ma non tutti gli studiosi storici accettano questa realtà.

è difficile dire quando il culto sia cominciato in Sicilia. Però, già nel Duecento i documenti attestano l'uso del nome di Giuseppe per alcuni sacerdoti; e nel 1325 si trova menzione di un monaco di nome Giuseppe nel celebre monastero bizantino del SS. Salvatore in Messina. Certamente, la presenza del nome esprime la rela-zione con i grandi cicli musivi della cappella Palatina di Palenno e del duomo di Monreale. I mosaici di queste prime costruzioni architettoniche ed artistiche in Sicilia seguono il racconto evangelico sull'Infanzia di Gesù, ma sono influenzati dagli apocrifi. A Palermo rappresentano sempre Giuseppe come un vegliardo. Nella basilica di Monreale si vedono il sogno di Giuseppe, la nascita e il bagno di Gesù; l'annunzio ai pastori, la venuta dei Magi, i Magi che adorano Gesù, poi Erode che ordina la strage degli Innocenti, la strage, un angelo comanda a Giuseppe di fìaggire in Egitto, la Santa Famiglia in viaggio verso l'Egitto, con il vivace particolare di Gesù, ormai giovi-netto, seduto sulla spalla destra di Giuseppe. Gesù è pre-sentato al tempio in mezzo ai dottori.

A Monreale lo sposo di Maria compare pure nella mirabile porta maggiore di bronzo della basilica, creata da Bonanno da Pisa, nell'anno 1185, nonché nel bel-lissimo capitello romanico del lato occidentale del chio-stro di Monreale, dovuto al maestro della Missione degli Apostoli. Si vede Giuseppe che tiene in mano due tortorelle, mentre cammina dietro a Maria, che va a presentare il figlio al Tempio. Questo capitello offre delle analogie, con un altro del chiostro del monastero di Baida, presso Palermo, già dei benedettini.

Tuttavia, per arrivare ad alcune chiese dedicate a san Giuseppe, passano ancora due o tre secoli. Però, a Palermo esisteva un altare dedicato al Santo Fale-gname, costruito da una corporazione di falegnami che, come rivela un documento del 1498, nella festa di san Giuseppe vi rinnovavano le cariche. Stavano sotto la direzione dei francescani e si può pensare che erano proprio loro a incrementare il culto a san Giuseppe in Palermo.

Solo a Messina esisteva una chiesa dedicata a san Giuseppe. Essa è espressamente ricordata in un atto privato inedito del 31 dicembre 1431, relativo al capi-tolo della cattedrale di quella città. Da essa deriva pro-babilmente una statua di marmo, di cm. 6.5 di altezza, scolpita da un ignoto artista nel secolo XIV, oggi con-servata nel Museo Nazionale di Messina. Il Santo è rappresentato come alquanto maturo di età; è in posi-zione eretta, è avvolto in un ampio mantello e si appoggia con ambedue le mani ad un bastone.

Un terzo punto riguarda la devozione a san Giu-seppe che in Sicilia ha avuto un notevole influsso dalla Legenda aurea di Jaeopo da Voragine (1230-1298). Si cercava di praticarla e non solo nella vita spirituale personale ma anche nell'ambito liturgico. Nell'archivio della cattedrale di Agrigento è conservato un codice liturgico, con l'ufficiatura in onore di san Giuseppe, rimasta non completa nella seconda parte, e però fu composta alla fine del Trecento. L'ufficiatura rispec-chia in Agrigento la presenza dei francescani, dei car-inelitani e dei domenicani, perché probabilmente fu composta con la loro collaborazione, anche se un influsso spagnolo non è da escludere.

Circa l'autore, cioè colui che ha iniziato il lavoro, per via di ipotesi si potrebbe pensare a un discepolo o anuniratore di Jacopo da Voragine, vissuto nel seco-lo XIV, mentre la forma parzialmente rimata ci riinanda ai paesi di oltralpe, piuttosto che all'Italia set-tentrionale, a Liegi, dove fu creato dai carmelitani per la prima volta l'ufficio giuseppino.

Può darsi che il testo originale dell'ufficio agri-gentino sia stato una composizione anteriore a quella del sii accennato ufficio di Liegi, del secolo XIII. Ma contiene già una chiara allusione alla dottrina della santificazione di san Giuseppe come la rispecchia appunto l'ufficio carmelitano. In seguito per correg-gere il talvolta cattivo stato di alcuni passi dovuti all'i-gnoranza dell'antico copista o presi da una tradizione inanoscritta anteriore, come quella degli apocrifi, i car-melitani e gli altri religiosi di Agrigento si sono appoggiati all'ufficio di Liegi, per arrivare a una qua-lificazione teologica del testo agrigentino. «Difatti nella prosa dei primi vespri il Patriarca è chiamato Sanctorum Sanctus e nell'antifona al Magnificat dei primi vespri è così apostrofato: O proles almifica De Bethleem electa, gemma nimis ardua ab omni labe erepta.

Tutto ciò fa vedere che l'ufficio agrigentino offre un'antica testimonianza in Italia, provenuta dalla Sicilia, dove esisteva un'intensa devozione in diverse chiese.

 

4. ICONOGRAFIA DI SAN GIUSEPPE IN ITALIA NELL'ARTE MEDIOEVALE

Nell'Italia settentrionale le testimonianze di Giu-seppe nell'arte iniziano a Milano, nel secolo IV, dove nella Basilica di sant'Ambrogio, con un particolare del sarcofago detto di Stilicone, viene rappresentata l'a-dorazione dei Magi. C'è pure nel secolo V un sarco-fago, pure milanese, dietro una capanna con Gesù Bambino, dove appare la figura di Giuseppe. In queste due rappresentazioni Giuseppe è piuttosto giovane e senza barba, come apparirà non di rado nell'icono-grafia milanese dei secoli seguenti.

In Lombardia i primi affreschi medioevali, senza dubbio dipinti con illustrazioni basate su apocrifi, come il Protovangelo di Giacomo e quello dello Pseudo-Matteo, risalgono al secolo VII e si trovano nella chiesa di S. Maria fuori porta di Castelseprio. San Giuseppe appare nel viaggio a Betlemme, e come par-ticolare figura della natività, si vede anche la chiamata di un'ostetrica che viene per rendere tranquillo il preoccupato "padre". Nel secolo XII un capitello della basilica di sant'Abbondio di Como acquista rilievo. Anche nell'arco del portale dell'antica abbazia di Cal-venzano si trova un quadro di Giuseppe accanto alla sposa sdraiata. Queste poche testimonianze lombarde non sono però di molta importanza per il culto a san Giuseppe. Inizia più tardi, quando nel duomo di Milano viene eretto un altare per il Santo (1459) e quando nella prima chiesa milanese si avrà un pre-sepio con il titolo di san Giuseppe (1503).

Anche nel Veneto la situazione è press'a poco uguale. In un antico ciclo figurativo nella Basilica di san Marco a Venezia viene rappresentato l'elezione di Giuseppe a sposo di Maria (sec. V o VI) e sulla porta della Nico-peia si incontra Giuseppe che rimprovera Maria incinta, un mosaico influenzato dall'arte bizantina che a partire dal Duecento si manifesta con sempre mag-giore intensità. A Padova si ha una splendida rappre-sentazione di Giotto, un ciclo della vita di Maria in cui Giuseppe appare come suo sposo, in tre immagini dipinte nella cappella degli Scrovegni (Santa Maria dell'Arena).

«In una prima scena Giotto illustra lo sposalizio: "la consegna delle verghe". Si vede Giuseppe nimbato, ma come l'unico vecchio della schiera dei pretendenti. Ciò spiega il suo fare imbarazzato e il suo attardarsi all'ultimo posto. Giotto si adegua alle tradizioni popo-lari allora in vigore e illustra fase per fase il racconto del Protovangelo di Giacomo. Ad uno ad uno i preten-denti consegnano la loro verga secca al sacerdote, por-tando in cuore la segreta speranza della divina desi-gnazione alle nozze.

La seconda scena è identica alla precedente quanto allo sfòndo: l'azzurro cupo e il tempio stilizzato a mo' di elegante abside romanica. Ma in primo piano le cose sono cambiate. Il sacerdote, i suoi accoliti e la schiera dei pretendenti sono in ginocchio e pregano affinché la propria verga riveli, fiorendo, la scelta di Dio. L'az-zurro incombe con una nuova carica di mistero sulla linea orizzontale dei genuflessi. E Giuseppe è ancora al suo posto, l'ultimo; le probabilità della sua elezione sembrano irrilevanti.

Ma, ed eccoci al terzo pannello, proprio la sua negletta verga è fiorita e sul fresco giglio posa leg-gera una colomba. Le nozze vengono celebrate con la congiunzione delle mani ad opera del sacerdote, mentre gli altri pretendenti delusi spezzano le verghe, eccetto quello alle spalle di Giuseppe che esprime viva-mente la sua soddisfazione. Lo sposo, miracolosamente prescelto, è turbato: nei suoi occhi si legge un'intensa emozione. L'artista non ha dimenticato il passo del-l'apocrifo: "E Giuseppe obiettò: ma io ho figli e sono vecchio, mentre lei è una giovinetta". Anche Giotto, dunque, indulge alle poetiche incongruenze della leg-genda. è infatti il Protovangelo di Giacomo, in cui con molta fantasia si racconta la scelta dello sposo Giu-seppe e l'origine della verga fiorirta".

Giotto ha dipinto poi una quarta scena con Giu-seppe, che ha in mano la verga fiorita. E la conti-nuazione dello sposalizio in cui si snoda dolcemente il corteo nuziale verso la casa maritale. Lungo la strada si vedono tre suonatori che incorniciano con gaiezza l'avvenimento. Anche questi tre uomini deri-vano da racconti apocrifi.

L'arte di Giotto ha lasciato tracce anche a Venezia, nella basilica di san Marco, e a Verona. Impressionante è la maggior frequenza di cicli sull'infanzia di Gesù nei secolo XIV e XV o altre scene, che non fanno dimenticare il recupero di eventi descritti negli apo-crifi, forse in parte giunti in Italia attraverso l'influsso bizantino del secolo XIII.

Qualcosa si rispecchia anche nel pittore Jacopo Giusti che a Padova, nella basilica di san Antonio rap-presenta gli antenati di Gesù. L'ultimo è Giuseppe, un effigiato giovane, con barba e capelli castani. La sua destra regge il bastone, la sinistra è posata sul petto. Un dipinto del 1382, una delle prime testimo-nianze di un Giuseppe giovane che vuole sposarsi con Maria, che ha soltanto 12 anni.

Siamo qui alla nuova originalità dei ritratti dei due Santi, che oggi vengono stimati, però senza volersi più appoggiare al Protovangelo di Giacomo.

Figurazioni medioevali di san Giuseppe si incon-trano anche in Toscana, a Roma, a Napoli, e in altre città. Hanno avuto importanza per la devozione popo-lare e anche per le esperienze mistiche dei Santi del secolo XIV. Anche i grandi teologi del secolo XV nella loro josefologia sono legati allo sviluppo dell'arte giu-seppina. Ciò vale non solo per l'Italia ma anche per la Francia, la Spagna, la Germania, i Paesi Bassi. Dopo S. Bernardo di Chiaravalle e la Legenda aurea, ci sono S. Vincenzo Ferrer in Spagna e Gerson in Francia, Ubertino de Casale e Bernardino da Siena, in Italia. Anche nella Vita Christi di Landolfo di Sassonia nascono impegni storico-biografici per presentare la figura di Giuseppe in nuova luce come il grande Patrono della Chiesa che intercede per tutti i cristiani.

 

5. LA JOSEFOLOGIA NEI SECOLI XIV-XI

Chi ha lasciato una vera teologia giuseppina nel tardo Medioevo, è stato Jean Gerson (1362-1429). Senza dubbio egli fu uno di coloro che più efficacemente hanno contribuito a riconoscere in san Giuseppe «lo sposo di Maria e il padre adottivo del Signore». La sua scienza e il suo talento si sono dedicati "con autorità" a convincere la gente di questa nuova forma di pietà non ancora diffusa in Francia ai suoi tempi. Lo fece come eccellente predicatore e acutissimo docente del-l'università di Parigi, stimato nella sua posizione di can-celliere dai vescovi e dagli studenti.

L'intima devozione a san Giuseppe lo spinse nel 1417 a indirizzare una lettera a tutte le chiese, nella quale affermava e ripeteva ciò che aveva scritto in una tren-tina di trattati, alcuni sotto forma di poesia e di sermoni, e altri come lettere. In una lettera del 17 agosto 1413, destinata a Ecclesiis universis e specie a quelle che por-tano il titolo della Santa Vergine Maria, suggerì di celebrare una festa di Giuseppe e Maria, scegliendo un gio-vedì nell'Avvento. Aveva proposto di concentrarsi nelle letture, nei responsori, nelle omelie e nei testi liturgici in cui si parla del carattere religioso e santo del matri-monio verginale. In una lettera scritta dopo il 26 set-tembre ritornò sull'argomento della verginità con una serie di ragioni. Pochi mesi dopo il 23 novembre si rivolse al duca di Berry per ottenere la libertà di favo-rire la devozione e la celebrazione di una Messa sullo sposalizio di Giuseppe e Maria 3. Tre anni più tardi, il 7 settembre 1416, chiese al giudice-cancelliere dell'u-niversità di concedere l'istituzione di una festa di san Giuseppe, se possibile in giovedì d'Avvento, e anche di un'altra per ricordare la sua morte, come si faceva già in qualche luogo, sia otto giorni dopo la Purificazione di Maria, cioè il 9 febbraio, sia il 19 marzo, come usa-vano fare i padre agostiniani di Milano.

Teologicamente importanti sono due trattati di Gerson con Considerazioni su san Giuseppe, due sem-plici ma convincenti studi fatti nel 1413, dopo la prima delle suddette lettere. L'intenzione di Gerson consi-stette nell'attestare la dignità di Giuseppe. Con molta delicatezza presentò i messaggi angelici, l'annuncia-zione e l'invito divino ad accettare la sposa incinta.

Seguono interpretazioni bibliche o teologiche e l'in-serimento nell'ambito spirituale. Soprattutto il primo dei due trattati si era rapidamente diffuso. Gerson presentò poi Giuseppe in un Sermone sulla Natività di Maria (7 settembre 1416), mettendo in rilievo la somiglianza dei privilegi di Maria e di Giuseppe. Ambedue sono di «nobile» origine, cioè «Maria per partorire Gesù già prima della sua nascita fu santifi-cata e per questo si può credere qualcosa di simile esi-stente nel suo verginale sposo, anche se non nello stesso modo... E come Maria doveva splendere in sublime purezza, perché era necessaria per lei di avere un marito della stessa purezza che sempre voleva rimanere con lei nella verginità. Maria ne fece il voto, e anche Giuseppe lo promise, come insegnano i teo-logi. E questo voto non esclude il vero matrimonio».

La considerazione della somiglianza tra Maria e Giuseppe per il dono della grazia, per la loro perfetta integrità di persone di fede e di amore conduce Gerson a considerare il loro matrimonio santo come simbolo dell'unione di Cristo con la Chiesa, e più ancora come il riunirsi della Chiesa attorno ad un unico pastore. Gerson aveva già accennato a questo, poco prima, a proposito della celebrazione liturgica delle Nozze di Cana, ma senza una precisa interpretazione.

Per conoscere la grande devozione di Gerson biso-gna leggere le sue poesie. Sono poemi lunghi. Solo poche poesie brevi hanno graziosi pensieri poetici. Tutti insieme formano una trentina di composizioni, sempre in latino, create per le feste da lui scelte e predilette e quasi sempre orientate verso la Chiesa. Vanno inserite negli anni 1414-1418. Il loro contenuto, le più eloquenti testimonianze che Gerson ha sentito nel cuore con il forte desiderio che Giuseppe venga onorato da tutti i cristiani e che la Santa Chiesa si dedichi con entusiasmo a invitare tutti a vedere in lui il grande modello di san-tità e di venerazione della Madonna. Per riconoscere con fède e ammirazione lo sposalizio verginale di Giu-seppe e Maria, Gerson descrive tutta la vita, tutta la predestinazione di Giuseppe, e sottolinea come il fiat della Vergine, la risposta di lei al messaggio divino, è generoso e rivela sottomissione e docilità. A Giuseppe si deve che la discendenza davidica di Gesù è assicurata conforme alle profèzie bibliche. Giuseppe si sente responsabile per presentare il nome di Cristo-Messia al popolo di Dio, perché ha il merito di aver superato ogni sospetto nei riguardi della verginità di Maria.

Gerson risponde anche a domande umanamente comprensibili sulla figura di Giuseppe. Nato nel pec-cato originale, era possibile per lui avvicinarsi a Maria? Era possibile paragonarlo a Giovanni-Battista che con la visita di Maria fu santificato nel seno di Elisabetta? Quali grazie aveva ricevuto da Dio? Come si è portato nell'accompagnare Maria a Betlemme e durante la fuga in Egitto? E gli ultimi mesi della sua vita? Al momento della morte non era certamente preoccupato della sua salvezza. Gerson non descrive il transito, ma tra le sue righe emerge la convinzione che accanto a lui stavano Gesù e Maria, abbraccian-dolo con affettuose parole: egli si sarebbe trovato presto in cielo, in forma di anima e corpo glorificato.

Se oggi la Chiesa costruisce la morte di san Giuseppe nel linguaggio della nuova evangelizzazione, conside-randola "una morte in perfetto spirito del mistero pasquale di Cristo", Gerson ne ha preparato la strada. Come primo teologo adatta la risurrezione al "santo padre legale" di Gesù, non rende impossibile la sua assunzione, come più tardi quella di Maria. Tutto aumenta la devozione con un autentico culto a Giuseppe.

La nuova josefologia di Gerson è stata accettata da molti teologi e religiosi, specie in Francia e nei Paesi Bassi. Arnoldo Bostio, carmelitano di Gend, lo stimava per i suoi elogi del Carmelo. Aveva letto il Super Cantica Canticorum di Gerson e nel suo libro De Patronatu afferma che secondo il Maestro Jean Gerson «i teologi e rettori di grandi e piccole chiese e i dot-tori sono chiamati a tener presente nel loro governo tutti i sentimenti e le emozioni spirituali che si rice-vono dal Monte Carmelo, e farlo come se fosse un nutrimento personale per tutti». Sono un segno che Gerson aveva ben compreso la mariologia, la quale occupava il centro della spiritualità nel secolo XV, e che non vi mancavano riflessioni sull'Uomo giusto e sposo di Maria.

Indipendentemente da un influsso di Gerson in Italia, il domenicano e arcivescovo di Firenze S. Anto-nino (1389-14.58) pubblicò uno studio di teologia morale con una preziosa josefologia, specie sullo spo-salizio di Giuseppe e Maria, appoggiato alla dottrina matrimoniale di S. Tommaso.

Un punto nuovo è la questione discussa sull'età degli sposi. Giuseppe viene ancora presentato come un uomo anziano. Ma seguendo gli apocrifi, Antonino suppone che Maria, prima di vivere assieme con Giu-seppe, all'età di 12 anni decise liberamente di sposarsi con lui e, forse appoggiandosi a Epifamo di Salamanca (Costanza), aggiunge che attese l'età di 14 anni per il matrimonio, dopo un periodo in cui doveva acqui-stare meriti (meritorum accumulatio). Però Giuseppe non voleva aspettare di più, dato che sponsus esse senex, e se il Signore aveva scelto per lei uno sposo vec-chio, doveva fare la volontà di Dio.

S. Antonino, nella Summa Moralis, interpreta anche il nome di Giuseppe che ha per lui un importante significato, e sottolinea il suo essere sponsato "nella casa di Davide". S'impegna a fare un'aggiunta al pen-siero di S. Tommaso con la proposta di un simbolismo ecclesiale fòndato nel matrimonio di Giuseppe e Maria. Spesso riporta Giuseppe come esempio della vita di pietà, come orientamento spirituale verso una profonda devozione degli angeli e dei santi, come costante invito a tutti i cristiani d'inabissarsi nella Parola di Dio. Ma soprattutto Antonino dichiara Giu-seppe Patrono della Chiesa. Con ciò ha già sviluppato la sua josefòlogia nel quadro del nostro dovere di ricorrere a lui, per scegliere il suo aiuto nel nostro cammino spirituale. Questo suo posto nell'ecclesio-logia verrà fissato da papa Pio IX, nell'8 dicembre del 1870, con la proclamazione di Giuseppe Patrono della Chiesa universale.

Alla fine del Medioevo non si può dimenticare san Bernardino da Siena, (1380-1444). Ha lasciato pagine molto illuminanti su san Giuseppe e come suo precur-sore Ubertino da Casale (1269-1320) ha sottolineato la verginità di Maria, correggendo le idee esistenti al suo tempo conforme alle narrazioni apocrilè ed elimi-nando la supposizione che Giuseppe avrebbe potuto decidere si o no per la verginità di Maria. Lo presenta sempre come sanctus senex, come beatus senex. Attraverso contatti diretti molti predicatori indirettamente si ser-virono delle parole di questo grande francescano da Siena, delle sue composizioni letterarie e poetiche, che offrono un orientamento eccezionale nel senso devozionale, ma non sempre teologico per presentare Giu-seppe. Alla sua scuola si è formato anche il francescano BERNARDINO DA BUSTO (1450-1513-1515), lasciando pochi scritti ma ricchi di riflessioni giuseppine.

San Bernardino ha creato molto entusiasmo nella gente con la sua famosa Predica su san Giuseppe, della quale alcuni pensieri sono stati inseriti nel Breviario sacerdotale del tempo. Diceva tra altro che la Chiesa deve ringraziare e onorare Giuseppe, perché tutte le grazie del Signore che vengono date ai buoni cristiani, si «manifestano meravigliosamente nel padre adottivo di Gesù Cristo, il vero sposo della regina del mondo e il Signore degli angeli. Egli fu scelto dal Padre eterno come custode dei suoi sublimi tesori: suo Figlio e la Sposa di Giuseppe. L'amministrazione della sua opera è stata fatta con grande fedeltà. Il Signore gli dice: Sei stato servo buono e fedele... prendi parte alla gioia del tuo padrone (Mt 2.5,21). Avendo eletto Giu-seppe, non è egli per questo un uomo tutto partico-lare, scelto per tutta la Chiesa, per mezzo del quale e sotto la sua cura Cristo fu introdotto nel mondo con venerazione? Se, dunque, tutta la Chiesa è doverosa nei rapporti con Maria, che poteva ricevere Cristo, lo è dopo di lei in rapporto con Giuseppe, al quale deve rendere riconoscenza e onore».

Per convincere la gente sull'esemplare persona di Giuseppe, san Bernardino lo presenta come «termine dell'Antico Testamento. Egli ha la dignità dei patriar-chi e profeti, dando (alla Chiesa) il frutto promesso. Egli è l'unico che nel suo corpo poteva possedere quanto fu promesso dalla bontà di Dio ai patriarchi e profèti. La confidenza, la riverenza e la grande stima che Cristo gli aveva dato come un figlio al proprio padre, mentre egli si trovava con lui in terra, non mancheranno in cielo, anzi saranno ancora più pie-ne,... circondandolo di gioia immensa».

«San Giuseppe, per questo ti chiedo di pensare a noi e di pregare il Signore per noi. E fa che anche la tua santa Sposa, la Madre di colui che vive assieme con il Padre e lo Spirito Santo e domina in eterno, si rivolga a noi. Amen».

1 pensieri di questa predica, come anche altri ampiamente sviluppati negli scritti di san Bernardino, hanno avuto un particolare contributo nell'idea di una riforma iniziata negli Ordini religiosi. In essi si ritenne opportuno prendere Giuseppe come modello da imi-tare e a dedicarsi a onorarlo con preghiere private e liturgiche. In questa linea non si può dimenticare il carmelitano Giovanni Soreth che è stato nella storia dell'Ordine un celebre personaggio per la prima fon-dazione di monasteri femminili.

 

6. SAN GIUSEPPE NELLE "VITE DI CRISTO" E NELLE POESIE

Nell'ultimo secolo del Medioevo la figura di san Giuseppe viene presentata soprattutto in Spagna in due nuove forme, assieme con l'impegno di difendere il mistero dell'Incarnazione. Si doveva opporsi all'in-flusso musulmano e liberare la gente dalle idee ere-tiche di Eutiche. Un aiuto veniva offerto ai teologi dalla Josefologia di Gerson, ma più significativi erano i sermoni del domenicano Vincenzo Ferrer (1.350-1419). Questi Sermoni rimasero ben diffusi dopo la sua morte e furono riconosciuti per il loro valore da teologi e letterati spagnoli. è una vera dottrina giu-seppina, si diceva con piacere.

In più, in quell'epoca esisteva in molte persone la predilezione per la Vita Christi del certosino Landolfo di Sassonia, un libro sull'umanità di Gesù, che ebbe la prima traduzione dal latino dal teologo Juan Roic del Corella, da lui pubblicata nel 1486 a Valencia. Appena una ventina d'anni dopo, fr. Ambrosio Mon-tesino, un francescano, tradusse questa vita in castel-lano. Pubblicata ad Alcalà (1503), fu conosciuta anche da Giovanni della Croce. In questi due traduttori si tratta però di un'esposizione letteraria, artistica, con parafrasi piene di sensibilità per la Sacra Famiglia e per l'intimità della loro esistenza. Si ammira «Giu-seppe che accarezzava il bambino Gesù, quando lo teneva tra le braccia, che spesso sorrideva, come face-vano fare gli altri padri con i loro bambini».

Un'altra Vida de Jesucrist, rimasta inedita, fu scritta da Francesco de Eximenis verso la fine del secolo XV, e in seguito venne tradotta dal latino. è una vita che contiene piuttosto meditazioni appoggiate a una ricca esperienza personale. Ancora più personale è la Vita Christi di Isabella de Villena, della quale riporterò più avanti una pagina del racconto. Lo sviluppo della devo-zione e pietà popolare in Spagna si connettono con tutte queste vite. E ciò vale anche per i Sermoni di Vicente Ferrer, in cui si mirava ancora a favorire alcuni testi apocrifi per spiegazioni ed esposizioni narrative. Ciò nonostante emerge una bellissima immagine del Santo, modello per tutta la popolazione cristiana per vivere con buoni costumi e atti di carità vicendevole.

I Sermoni del Ferrer vennero raccolti dagli ascol-tatori stessi, forse scrivendoli mentre egli li pronun-ciava. In seguito si fece tutto il possibile per conser-varli nelle biblioteche per i secoli futuri, per poter •darli ad altre persone, specie peri domenicani. è un pre-zioso materiale, di stile vivace e in forma affascinante.

Forse non è del tutto autentico, ma attira per cono-scere Giuseppe e la sua Vergine Sposa. Infatti fino al secolo

XVII fu stimato il giuseppinismo di questo Santo domenicano spagnolo.

Ma un posto particolare assume nella spiritualità giuseppina della Spagna la Vita Christi della monaca Isabella de Villena. Fu pubblicata soltanto sette anni dopo la sua morte, a Valencia, nel 1.513. Sembrava essere un «romanzo» per la gente, per «contemplare la vita e morte del virtuoso san Giuseppe, il glorioso sposo della Vergine Maria».

Nel cap. 79 del libro si legge che «un giorno, quando Gesù aveva già venticinque anni, Giuseppe ascoltò le sue parole dette a Maria sulla sua passione. Fu preso da un insopportabile colpo e disse a suo Figlio: "Fa che io muoia prima di vedere tanto tuo dolore. Non posso sopportarlo". Gesù accettò la domanda. Però quando si avvicinò l'ora di dover lasciar il mondo anche Giuseppe tremò. Doveva proprio capitare così? Ma Gesù lo con-solò. "Puoi essere allegro, padre mio, perché ho grande amore per te". E l'assicurò che essendo "la tua vita ben ordinata", tutte le colpe sono perdonate, e pro-inise che nel giorno della sua ascensione, avrebbe fatto collocare un trono per san Giuseppe tra i Serafini».

L'autrice sperò che questo pensiero venisse accet-tato da tutti per convincersi che il «glorioso san Giu-seppe» sarebbe stato liberato dal «limbo» già nel mo-mento, in cui Gesù, prima di risorgere scese sotto terra per portare in paradiso gli antichi patriarchi. Il tema deriva dai racconti apocrifi, però venne ritenuto impor-tante per saper qualcosa della morte di Giuseppe. Se oggi si ritorna a costruire con il Vangelo la morte di Giuseppe e si tenta di descriverla, non lo si fa certa-mente con una leggendaria interpretazione. Si cerca invece di considerare la morte di san Giuseppe come una morte in perfetto spirito del mistero pasquale di Cristo. Non si può dubitare che egli, vissuto tanti anni accanto a Gesù, non sia stato messo a conoscenza del sacrificio del suo Figlio, della sua passione e morte in croce, e per questo è giusto pensare che egli sperimentò in anteprima gli stessi sentimenti nell'anima, con cui suo Figlio affronterà la morte.

Da ciò segue che il rivolgersi con la preghiera a san Giuseppe deve non solo indurci a chiedere un qualsiasi favore, ma deve anche formulare l'umile richiesta di una buona morte, una morte in stato di grazia nella speranza di risorgere, una morte pasquale che vuole accompagnare Gesù sulla croce. La Chiesa di oggi lo afferma. Ciò consente di pensare che nella devozione di una donna del secolo XV risulta, già un tale aspetto originario. Naturalmente non è espresso con il nostro linguaggio, ma da lei è interiormente concepito e ritenuto essenziale per la vita spirituale.

A questo punto si potrebbero riportare altre riflessioni spagnole sulla morte di Giuseppe, un argo-mento che interessava molto la gente. Ciò spiega che se ne parla anche nelle poesie. Per esempio, Lope di Vega aflèrma che Giuseppe fu abbracciato da Gesù nell'ora della sua morte: «Dio, seduto accanto a quel giaciglio, incoraggia il morente come un figlio. Giuseppe, che da gran dolore è colto, a quello del suo Dio appressa il volto. Gesù abbraccia quell'infermo amato ed il suo cuore piange addolorato».

Tra altri poeti si trova anche la testimonianza della partecipazione di san Giuseppe al piano della Reden-zione: «Giuseppe, con le prove della sua arte, d'ogni bisogno prende cura e parte. Nutre Colei che il mondo ora stupisce; Maria col bimbo tutto ripartisce.

E con Gesù, al quale il nome ha dato, Giuseppe ha così collaborato alla preziosa umana redenzione, dando pane, purezza e devozione.

Con queste poesie si diffondeva in Spagna la devo-zione a san Giuseppe. Giustamente afferma Herraìn in uno studio del 1971, che così «Teologia e poesia si fondono con la pietà popolare per narrare come, lungo i secoli, i versi dei grandi poeti o dei sapienti delle Sacre Scritture abbiano tessuto le lodi del nostro Patriarca, e come il popolo l'abbia onorato con lim-pida semplicità e con devozione intensa. Di quest'ul-tima sono testimonianza soprattutto i villancicos, le composizioni poetiche popolari (di struttura simile alle nostre "villanelle"), con testi e musiche cadenzati da ritornelli, che nei Paesi di lingua spagnola si cantano ancora, particolarmente nei periodi liturgici di Avvento e di Natale».

Grandi poeti che praticamente riprendono la Vita Christi sono stati Fr. Irrigo de Mendoza, il certosino Juan de Padilla, il già nominato Fr. Ambrogio Mon-tesino e Giuseppe di Valdivielso, autore di una Vita del Santo. Il libro di quest'ultimo rintraccia quell'humus scritto nelle citate Vite di Cristo, composte negli ultimi decenni del secolo XV e nel secolo seguente. Qui « la figura di Giuseppe prende rilievo e si ammanta di dignità sempre maggiore, attingendo ai Vangeli di Matteo e di Luca, e, spesso, anche agli apocrifi».

Infàtti i capitoli del libro Vita del Santo di Valdi-vielso sono ordinati secondo uno schema temporale.

Il pruno capitolo descrive la discendenza di Giu-seppe dalla stirpe di Davide e con lo spirito fantastico degli agiografi, si parla della sua la nascita e giovi-nezza. Ogni antenato gli porta un dono.

Il secondo capitolo è dedicato al fidanzamento e allo sposalizio di Giuseppe e Maria, e comincia con la leggenda del già riportato bastone fiorito: «Nel tempo adatto, da poco finito, Maria la vergine graziosa dalla madre data fu per sposa al miglior uomo che le fosse unito. Il ramo secco nella man fiorito, quello sbocciar di vita da quel legno mostrò colpe Giuseppe fosse degno d'esser lo sposo da Dio preferito».

Tra i poeti e drammaturghi cinquecenteschi si distingue Guglielmo de Castro nel descrivere Giu-seppe non più come uomo anziano; ma come robusto falegname di buona età.

«Giuseppe il gagliardo abita il suo villaggio fortunato, in un mestiere ingegnoso occupato, esercitando qui le sue virtù: Coi poveri divide il sovrappiù, cura gl'infermi e va dai carcerati, nella preghiera sempre concentrato, in Dio della sua sposa innamorato».

Numerosi poeti riguardavano la nascita di Gesù e l'adorazione dei pastori. Laurentino Herraìn avverte che «qui abbondano i villancicos popolari ritmati dai ritor-nelli», ancora oggi cantati in certi pellegrinaggi. Essi presentano anche Giuseppe nel suo esercizio di pater-nità, della sua gioia di appartenere alla Sacra Famiglia. Nel suaccennato libro di Giuseppe de Valdivielso si descrive poeticamente il privilegio che spetta al padre legale di dare un nome al neonato con la presentazione al tempio. Con stile vivace si riporta il messaggio del-l'angelo che gli ha trasmesso la volontà di Dio: «"Gesù, nome dolce e donato, dall Angelo annunciato...". "Nome che dice `Dio nostra salvezza', nome di tenerezza per il cieco e l'ammalato, porto di sicurezza per chi è smarrito..."».

Lo stesso ricorda il dramma sacro « Il nome di Gesù» di Lope de Vega. Inizia con un fastoso ritor-nello dei pastori: «Allegri, pastorelli, monti pascoli e valli, perché il figlio di Maria ora ha il suo nome. Scorrete ruscelli di candido latte, cantino le fonti e trillino gli uccelli perché il figlio di Maria ha avuto il suo nome!».

Infine, ci sono anche poesie in cui «nelle difficoltà della fuga, sotto continue minacce, e nel periodo duro dell'emigrazione, il ruolo di Giuseppe risalta ed è esal-tato dai poeti illustri e da quelli popolari, anche ricor-rendo a fatti leggendari: belve che rispettano i vian-danti, ladri che riportano la refurtiva. «Gesù, Giu-seppe e Maria camminan portando allegria nei deserti e nelle montagne, nelle valli e nelle campagne...».

I poeti spagnoli hanno creato un clima di splen-dide immagini di san Giuseppe, non dimenticate nel "Siglo de Oro", nel quale la figura della carmelitana Teresa di Gesù viene considerata in modo particolare per il suo esempio di spiritualità devota e il suo costante invito a computare tra le discipline neces-sarie e importanti il vero culto a Giuseppe, vissuto sotto l'aspetto teologico e confidenziale, con la pre-ghiera e donazione fiduciosa al padre del suo Sposo Gesù».

 

CAPITOLO QUARTO

 

DEVOZIONE ED ESPERIENZA MISTICA NEL "SIGLO DE ORO" E IN FRANCIA

Nella Spagna del secolo XVI la storia della spiri-tualità ha preso un nuovo volto. Lo attestano i grandi Santi e celebri teologi. Hanno lasciato fonti, docu-menti, cronache, manuali che sono diventati il pro-logo della storia moderna. Tra i Santi e mistici, come Teresa di Gesù e Giovanni della Croce, la vita di pietà ha manifestato nuove strutture di devozione mariana e soprattutto la maturazione del culto a san Giuseppe. Le loro esperienze, soprattutto l'interiore colloquio della grande Riformatrice del Carmelo con il Patrono di Nazareth, che ha lasciato un profondo influsso su P. Girolamo Graciàn, suo figlio spirituale, appaiono come un'irradiazione di luminosità che si estende su molti fedeli in Spagna e poi in altri paesi. Da ciò che racconta Teresa e interpreta Girolamo nascono correnti di simpatia, di speranza per passare con l'aiuto di san Giuseppe a una vita pacifica e gioio-sa. Dicono: «è il mio grande Protettore», come lo aveva nominato Teresa. Veramente, nei credenti comincia il sogno di avere il «padre di Gesù» che pro-tegge anche noi e riempie con la sua presenza iute-riore l'esistenza di ogni cristiano.

Qui si apre un bellissimo quadro di riflessioni sulle caratteristiche strutture della josefologia in Teresa e in Girolamo Graciàn. Proprio nei secoli seguenti la loro devozione ha avuto grande influsso e importanza nell'Ordine carinelitano. E non solo è stato così tra i religiosi e le religiose della riforma teresiana. Già nello stesso secolo XVI appare un grande ascoltatore della mistica teresiana. San Francesco di Sales. Lo è anche nel comporre una vera dottrina su san Giuseppe, la quale occupa un posto particolare nella storia della spiritualità. Per questo motivo conviene leggerne alcuni dei pensieri caratteristici.

 

1. SANTA TERESA DI GESU' E SAN GIUSEPPE

Al Carmelo la devozione giuseppina di santa Te-resa viene oggi considerata come uno dei legami più ricchi, che la «Santa Madre» ha lasciato per i figli, con la vita spirituale. è una devozione che in lei si è tra-sformata «in un'esperienza soprannaturale... toccata soavemente e fortemente dagli eventi mistici che sono entrati nella sua animavi.

Questa meravigliosa realtà dell'esperienza interiore di Teresa riempie le pagine di un articolo del P. TO-MAS ALVAREZ, pubblicato una quarantina d'anni fa nella Rivista di Vita Spirituale. Per fàr vedere come poté avverarsi in lei un'amicizia soprannaturale sulla base di una pura devozione e diventare un'intima vita, raggiungendo una zona di vita mistica che supera di gran lunga gli sguardi della storia, P. Tomàs Alvarez distingue alcuni punti interrogativi 'In due fatti". Sono i «due episodi simbolici, e si trovano alle due estremità della vita interiore di S. Teresa: l'uno al princi-pio della sua vita religiosa, l'altro quando ormai sta per raggiungere le vette. Il primo poggia sulla vita esteriore della Santa e si affaccia sulla vita interiore; l'altro costituisce uno dei grandi nodi della sua vita mistica».

Il primo fatto è legato al periodo in cui «Teresa, giovanissima ancora, religiosa carmelitana da appena due anni, è colta da una paralisi totale. Nella sua immobilità, viene inchiodata al letto da dolori acu-tissimi. è malmenata dai medici, dichiarata poi ingua-ribile, prende una decisione importante: scegliersi un medico nel cielo. Teresa trova e sceglie san Giuseppe». Infatti, nella Vita afferma: «è stato lui a fare che io potessi alzarmi e camminare, e non essere più rat-trappita». E aggiunge: «Già da alcuni anni, nel giorno della sua festa io gli chiedevo sempre qualcosa e sempre mi sono vista esaudita».

Come è arrivata Teresa a scegliere proprio san Giu-seppe? è molto probabile che ciò sia legata alla sua let-tura del Flos Sanctorum. Questa leggenda aurea ha avuto in Spagna, nel 1520, una nuova edizione, fatta da Juan Varela de Salamanca, letta anche da S. Ignazio de Loyola. Nella seconda parte di questa edizione, dove si parla dei santi e delle festività celebrate nell'anno liturgico, appare la vita di san Giuseppe. Non faceva parte dell'o-pera originale, che fu composta negli anni 1264-1267 da Giacomo di Varazze o di Voragine. è un'aggiunta, che riprende il lavoro del benedettino Gauberto Fabricio de Vagard, e porta il titolo «Comienca la hystoria de la vida del bienventurado santo Joseph esposo de la gloriosa vi rgen nuestra Senora Sancta Maria». Questa nuova edi-zione fu pubblicata quando la bambina aveva 5 anni di età,. Poco dopo, quando Teresa aveva 7 o 5 anni, con suo fratello Rodrigo faceva la lettura di alcuni Santi, come dice lei stessa, ed è possibile che si trattasse della nuova edizione di Flos Sanctorum, comprata da suo padre che riempiva la biblioteca della sua casa con nuovi libri. è vero, Teresa non ha lasciato una testimonianza sulla lettura di questa «hystoia» e nemmeno sugli «Otros textos sobre san José en el Flos Sandorum de Loyola», in cui si tratta della nascita di Gesù, della leggenda degli inno-centi, della nascita di Maria, della vita di Anna e di Eli-sabetta. Tuttavia, secondo P. Tomàs Alvarez e altri autori non si può negare che la lettura sia stata in lei una delle fonti devozionali e spirituali della sua vita e dottrina e che proprio così la figura di san Giuseppe abbia lasciato un particolare riflesso nella sua mente.

L'esperienza fatta da bambina ha certamente con-dotto Teresa a dedicarsi anche in seguito alla preghiera rivolta a san Giuseppe, per lasciarsi guidare da questo suo «celeste medico» e per lodarlo: «Cominciai a far celebrare Messe e recitare orazioni approvate (dalla Chiesa). E presi per avvocato e patrono il glorioso san Giuseppe, raccomandandomi molto a lui! Vidi chiara-mente che questo mio padre e patrono mi trasse fuori sia da quella situazione, sia da altre più gravi in cui erano in gioco il inio onore e la salvezza dell'anima mia, meglio di quanto io non sapessi chiedergli. (Ho) rice-vuto grazie da questo Santo benedetto».

Con la preghiera, si apre in lei un contatto intimo: «Ho sperimentato che il glorioso san Giuseppe ci soc-corre in tutto. Il Signore vuol farci capire che allo stesso modo in cui fu a lui soggetto la terra - dove san Giuseppe che gli faceva le veci di padre, avendone la custodia, poteva dargli ordini - anche in cielo fa quanto gli chiede».

L'altro fatto, scrive P. Tomàs, è legato a una visio-ne di Giuseppe e Maria. Teresa racconta: «In quello stesso tempo, il giorno dell'Assunta, in un convento del-l'Ordine del glorioso san Domenico, stavo meditando sui molti peccati che in passato avevo lì confessato e su altre cose della mia vita miserabile, allorché fui presa da un rapimento così grande che mi trasse quasi fuori di me. Mi sedetti e mi pare di non aver neppure potuto vedere l'elevazione né seguire la Messa, tanto che poi me ne rimase lo scrupolo. Mentre ero in questo stato, mi sembrò di vedermi rivestire di una veste bianchis-sima e splendente e, al principio, non vidi chi me la ponesse. In seguito scorsi alla mia destra nostra Signora e alla sinistra il mio padre san Giuseppe che me la met-teva indosso e capii che ero ormai purificata dei miei peccati. Vestita che fui e piena di grandissima felicità e gioia, mi parve che nostra Signora mi prendesse le mani, dicendomi che la mia devozione al glorioso san Giu-seppe le faceva molto piacere".

In un'altra visione Teresa dice: «Non vide chia-ramente il glorioso san Giuseppe». Però nonostante di non vedere la sua figura, si sentì «inondata di gioia e d'ineffabile dolcezza» e così la devozione al Santo Patriarca diventò «personale», il che vuol dire nel caso di Teresa diventò una profonda esperienza interiore di san Giuseppe, un'esperienza di amicizia pura, che da allora iniziò e l'accompagnò per tutta la vita.

Ma questa sua amicizia con il Santo Patriarca ri-maneva essenzialmente devozione, cioè un profondo atto religioso, carico di rispettosa venerazione, e impo-stato sul fatto dell'interessamento iniziale domanda di aiuto, di medicina celeste. Tutto questo nel primo fatto ha creato affetto, devozione, venerazione, fiduciosa domanda e nell'animo di Teresa si è manifestato in una sola cosa come un prodotto puro e sincero del suo cuore e della sua fede! Risultato diretto di quel gesto iniziale col quale si volse al Santo, «sciegliendoselo», «chiedendo aiuto materiale», «sperando di avviarsi sul serio verso una vita di preghiera». Fu che lei stessa si accorse subito dell'efficacia della sua scelta. Inco-minciò a comprovare per esperienza, a vedere chia-ramente... per esperienza la soave e benefica corri-spondenza con cui il Santo, dal cielo, interveniva in suo aiuto.

Questa esperienza teresiana della celeste protezione del glorioso Patriarca è un dato fondamentale e deci-sivo nella storia dei suoi rapporti con il Santo, vissuta con fede e in abbandono alla sua protezione.

Sappiamo però poco come in lei si realizzò con il tempo la trasformazione della sua esperienza di Giu-seppe-Protettore. Infatti accadde al sopraggiungere della vita mistica, quando cioè Teresa cominciò ad avere una nuova maniera di sperimentare le realtà soprannaturali: così, per esempio, la sua esperienza della profondità dell'anima, dell'inabitazione della Tri-nità in essa, dell'immensità e onnipotenza di Dio nelle cose, ecc. Fu allora che anche la sua devozione a san Giuseppe venne toccata e trasfigurata dalle grazie mistiche; e così, quella semplice esperienza precedente, fatta di fede, fiducia e gratitudine, divenne un'espe-rienza superiore, un'esperienza "soprannaturale", di-rebbe lei stessa, col suo termine preferito.

Per ben capire questo fatto e il suo rapporto con la nuova situazione interiore della Santa, bisogna notare che non si tratta di un fatto eccezionale o iso-lato nella sua vita interiore. Basti ricordare che la vita mistica, quale si realizzò in lei, si presenta caratte-rizzata da fortissime esperienze delle realtà sopran-naturali. Si pensi, per esempio, all'inabitazione o alla presenza della Trinità Santissima nell'anima della Santa, che negli ultimi anni della vita teresiana divenne «visione intellettuale continua», cioè espe-rienza spirituale pura, chiara e quasi ininterrotta delle Persone divine inabitanti dentro e presenti fuori.

In questo clima si capiscono anche i rapporti della Santa col suo glorioso Patrono. Non soltanto la Tri-nità e l'Umanità Santa del Signore diventano realtà presenti ed accessibili alla sua preghiera e al suo sguardo interiore, anche i Santi del cielo vengono rag-giunti.

Su questo piano e in questo senso si sviluppò misti-camente la devozione della Santa al suo glorioso Patriarca. Ne siamo bene informati da lei stessa. Non è altro il senso che hanno nella sua «autobiografia interiore» le apparizioni e visioni del Santo.

Dopo aver parlato dei fatti di devozione e di espe-rienza interiore di san Giuseppe è necessario notare che in Teresa: i nuovi rapporti mistici non si attuano esclusivamente sul piano dei valori spirituali della vita interiore «grazie mistiche, arricchimenti di virtù, meriti, ecc. Anche sul piano terreno, in cui Teresa si vede costretta a svolgere la sua attività di riforma-trice, si fà presente e si lascia sperimentare la prote-zione del Santo. Così, per esempio negli affari eco-nomici cagionati dalla fondazione del primo Carmelo» lei racconta: «Una volta, trovandomi in tale situazione da non sapere che fare né come pagare alcuni operai, mi apparve san Giuseppe, mio vero padre e protet-tore, e mi fece comprendere che il denaro non mi sarebbe mancato; pertanto pattuissi pure il prezzo. Così feci, senza avere neppure un soldo e il Signore mi provvide in tal maniera da far meravigliare quanti lo seppero.

Questo racconto, dice P. Tomàs, fa «scorgere le vaste dimensioni che raggiunse la sua esperienza mistica nei propri rapporti con san Giuseppe: il Santo interviene non solo nei profondi fatti interiori, quali la citata visione della veste candida, ma anche nelle vicende cagionate dagli affari apostolici di Teresa. 1 resoconti della sua Autobiografia non ci forniscono dati particolareggianti per andare oltre nella nostra ricerca e determinare la frequenza e l'intensità di questi rapporti avuti per via mistica».

Abbiamo, invece, testimonianze di seconda mano, ma altamente autorevoli, che ci informano in propo-sito. Basti riportarne una il cui contenuto è per noi prezioso. Si deve a suor Isabella della Croce, nel pro-cesso informativo di Salamanca (1591): «Era la Santa devota dei Santi, specialmente di Nostra Signora e del glorioso san Giuseppe; e ha sentito dire che gli apparve spesso e che andaba a su lado. Celebrava le feste del Santo con molta devozione.

Chi ha letto il Libro della Vita di Teresa, capisce subito il senso e la portata di questa affermazione. Si sa che una delle esperienze mistiche più profonde e di maggior valore avute dalla Santa sia stata la perce-zione della presenza di Gesù al suo lato destro. Ora, l'affermazione di suor Isabella va nella stessa dire-zione, ed è forse legata alle prime fondazioni di mona-steri con il titolo di san Giuseppe.

Qui P. Tomàs aggiunge che «sono soprattutto le immagini del Santo quelle che meglio esprimono l'at-teggiamento realista e umanissimo della Santa mistica, nella sua devozione. Le porta con sé nei viaggi, le regala ai monasteri poveri, facendole precedere dal lieto e solenne annuncio delle sue lettere. Fa loro presiedere i retablos negli altari maggiori delle sue chiese... è in questo ambiente di devozione che fiorisce, spontanea e naturale, la leggenda del san José parlero, cioè il "san Giuseppe delle confidenze". La Santa viene nominata Priora del monastero non riformato dell'Incarnazione, il monastero dei suoi primi anni di vita religiosa. La nomina provoca una fortissima reazione e violente divi-sioni fra le centoquaranta monache che lo popolano. Finalmente il P. Provinciale riesce a penetrare nella clausura per insediare la nuova Priora. In mezzo al fra-stuono delle proteste e al canto del Te Deum intonato dal gruppo favorevole, la Santa entra nel coro "abbrac-ciata ad una piccola immagine di san Giuseppe.

Colloca nello stallo priorale un'immagine della Madonna, nel seggio della sottopriora la bella imma-gine di san Giuseppe, e sedutasi nel posto accanto prende per la prima volta la parola. Poco dopo, tutto il monastero è in ordine. "E, san Giuseppe che rivela tutto!". Dopo questo si racconta: "Quando la Madre Priora torna da qualche sua fondazione, dopo mesi di assenza, va subito a visitare il san Giuseppe del coro e parla con lui... Quindi il buon san Giuseppe dello stallo sottopriorale riceve dalle suore il nomi-gnolo di: san José parlero».

Tale fioritura di devozioni in una persona come Teresa, che «aborriva cordialmente le "devozzonns a bodas'; (devozioni stolte), e che ormai aveva intrecciato rapporti diretti con la persona stessa del Santo, è la miglior prova del realismo e umanesimo teresiano, e delle vaste dimensioni che nella sua vita raggiungeva la devozione al glorioso Patriarca di Nazareth». P. Tomàs afferma che «con questi dati si può ben cogliere il senso profondo della testimonianza teresiana su san Giuseppe e sull'efficacia del suo patrocinio: quanto la Santa ci dice, è cosa che lei sa per esperienza. Quale strana insistenza la sua nel dato sperimentale, quando inter-rompe la relazione della propria storia, per trasmetterci solennemente il suo messaggio su san Giuseppe». Dice

infatti «lo vorrei persuadere tutti a essere devoti di questo glorioso Santo, per la grande esperienza che ho dei beni che ottiene da Dio».

«Non ho conosciuto persona che gli sia veramente devota ... che non faccia notevoli progressi nella virtù, perché veramente fa progredire in maniera tutta par-ticolare le anime che si raccomandano a lui».

E continua a dire: «Dovrebbero amarlo special-mente le persone che attendono all'orazione, giacché non so come si possa pensare alla Regina degli angeli nel tempo in cui tanto soffri con Gesù Bambino, senza ringraziare san Giuseppe per essere stato loro di grande aiuto. Chi non dovesse trovare un maestro che gli insegni l'orazione, prenda questo glorioso Santo per guida e non sbaglierà nel cammino. Piaccia a Dio che io non abbia sbagliato nell'arrischiarmi a parlarne perché, anche se mi professo a lui devota, nel modo di servirlo e di imitarlo ho sempre mancato». è una devozione essenziale. «Soltanto chiedo, per amor di Dio, che ne faccia la prova chi non credeva e vedrà per esperienza di qual vantaggio sia raccomandarsi a questo glorioso Patriarca e l'essergli devoti».

«è questo, senza dubbio, il perno e l'asse del mes-saggio teresiano a favore di san Giuseppe», nota P. Totnàs. La sua è la voce di chi sa per esperienza quello che dice. Ne è cosciente. Anzi, in questo come in altri settori, l'esperienza mistica teresiana è dinamica e comunicativa. Non si ferma nella semplice afferma-zione, nella propria convinzione o nell'effusione della propria esperienza. Tende a riprodurle e comunicarle agli altri. E vi riesce. E nella constatazione di questa riuscita trova un nuovo appoggio per insistere sul valore della sua testimonianza e sull'impegno di tra-scinare altri ancora a provare la stessa esperienza. Così il suo messaggio giuseppino è nello stesso tempo testi-monianza personale e apostolato universale».

P. Tomàs conclude affermando: «Dottrinalmente, tutto ciò è sommamente semplice e pratico: sicurezza personale della propria tesi (efficacia della devozione al Santo nella vita spirituale) e invito pressante a met-terla in pratica (chi non crede, provi e vedrà). Vi sono, però, due o tre precisazioni o affermazioni più espli-cite, che meritano di essere messe in rilievo. Basti accennarle:

1 - La Santa rivela, anzitutto da parte del Santo Patriarca la sua funzione di «patrocinio»: potere uni-versale d'intercessione. Nel suo modo realistico di con-cepire le cose, anche quelle trascendenti, ci porta subito al concreto: per lei, gli altri Santi del cielo (esclusa, naturalmente, la Madonna) hanno un potere limitato e specializzato: un settore particolare della Chiesa o uno speciale bisogno delle anime. San Giu-seppe invece, no: Egli è dispensatore universale.

2 - Il secondo dato rilevato dalla Santa stessa è in rapporto con la vita spirituale, o meglio ancora, con la vita di preghiera. Tutta la sicurezza della sua espe-rienza viene messa a fuoco su questo punto, per for-mulare e rafforzare le sue tesi capitali: che san Giu-seppe è Maestro di orazione, ch'egli è modello delle anime oranti che è impossibile una vita di preghiera, di orientazione cristologica e mariana, che non intrecci stretti rapporti col Santo Patriarca ...

3 - Quest'ultimo dato ci porta al terzo punto rile-vante, contenuto nella testimonianza teresiana: san Giuseppe in stretto rapporto con Maria e con Gesù. San Giuseppe non è inteso dalla Santa isolato e come unità a sé stante, ma nella Sacra Famiglia. Questa associazione accade persino nelle esperienze mistiche della Santa: nella sua grande esperienza della veste candida, san Giuseppe compare ed agisce accanto alla Madonna. In una delle esperienze che precedono la fondazione del primo monastero riformato, è il Signore che appare per dire che il convento si intito-lerà a san Giuseppe, e che verrà custodito a una porta dalla Madonna, e dall'altra dal Santo Patriarca. Il Signore, la Madonna e san Giuseppe: la Sacra Famiglia è presente nell'intimo della vita mistica della Santa, e quasi a capo della sua opera riformatrice».

Un osservazione finale: tutti questi dati, che abbia-mo presentati separatamente, nella Santa hanno for-mulazione simultanea e diretta, semplice e categorica. Sgorgano direttamente dalla sua esperienza personale, senza l'intermezzo di un ripensamento che li faccia diventare teoria. «Non sono tesi; sono convinzioni per-sonali, brani della vita vissuta da Teresa stessa nel vivo contatto con le stesse realtà di cui parla: nell'u-mile e fervente devozione teresiana a san Giuseppe».

 

2. LA PREZIOSA «JOSEFINA» DI GIROLAMO GRACIAN

Eppure, nella storia della spiritualità, la devozione di Teresa d'Avila al Patriarca di Nazareth non è con-siderata soltanto un fàtto personale o individuale, ma anche un fatto teologico di portata universale, di importanza per la vita devota di ogni cristiano. Non è per gettare lo sguardo alla sua eccezionale esem-plarità, ma perché offre a tutti una via di accesso a preziose realtà soprannaturali e ad avvicinarle attra-verso buoni rapporti con esse.

Un primo e luminoso esempio di questa realtà si trova in Girolamo Graciàn. Attraverso l'esperienza vissuta e raccontata da Teresa egli si è avvicinato alla persona di san Giuseppe, in cui ha scoperto una missione cen-trale con profondo influsso sulla vita interiore di tutti. In questa convinzione emerge tra le sue opere Josefina cioè il Summano de las Exceleruzas del glorioso S. Ioseph, pubblicata a Roma nel 1597 in spagnolo e in italiano, e poi più volte, fino ai nostri giorni, edita e tradotta.

è una Somma nella quale attesta P. Graciàn di essersi servito dei testi classici dei Padri e teologi della Chiesa: «Ho letto la Josefina di Jean Gerson e ciò che si scrive in Flos Sanctorum, diversi Sermoni e Omelie su san Giu-seppe, antichi e moderni». Sembra che abbia conosciuto anche la traduzione italiana del celebre documento pale-stinese Historia Josephi, inserito dal milanese Isodoro d'Isolanis nella sua Summa de Jones, incontrandovi molti particolari. Forse si è appoggiato alle Rivelazioni di Santa Brigida, «avendo l'impressione che nessuno sapesse meglio i fatti particolari. In esse, la Vergine Maria ha rivelato alcuni punti che mi sono serviti.

All'inizio del Prologo, P. Graciàn avverte che con quest'opera risponde alla richiesta dei carpentieri di Roma a comporre per loro un libro piccolo con pre-ghiere e lodi di san Giuseppe. «Fu il primo Santo, che in me ha fatto nascere la devozione. La Madre Teresa, molto tempo fa, quando aveva fondato i monasteri delle carmelitane scalze, confessandosi, mi aveva par-lato di lui». Scrivendo ora un libro di josefologia, non per comporre un'opera di fantasia, ma per seguire l'e-sperienza di Teresa e le sue parole per un vero culto del Santo Patrono, P. Graciàn mette in risalto: Non è un'invenzione mia, nemmeno un'opera leggendaria, anche se le parole della Sacra Scrittura sono poche. Teresa mi ha messo in luce l'eccellenza dei Santi. Conoscere i loro esempi è di «grande utilità per riempire l'anima e innalzare lo spirito. Mi pare che conoscere l'eccellenza di san Giuseppe porti frutti.

Per scrivere la sua opera Josefina questo carmelitano nota che lo stile, che intende usare, basta che sia breve, riassuntivo, semplice e chiaro il più possibile, dividendo questa opera in cinque libri con cinque titoli che colle-gano san Giuseppe con la Sacra Scrittura, e ogni libro ha cinque capitoli con cinque eccellenze». Sono i cinque punti essenziali dell'esistenza di san Giuseppe.

Nel primo libro si tratta dallo sposalizio di Giuseppe. Per le date della sua nascita, infanzia, attività di car-pentiere, P. Graciàn segue san Gregorio di Nissa e altri Padri presentando la giovane Maria che egli sposa all'età di 14 anni, come si usava dire allora. Riporta la discendenza davidica di Giuseppe che illu-stra l'eccellenza del suo esistere. Esclude in lui l'età di 80 anni, come aveva scritto l'Epifanio. Anche se nella pittura Giuseppe appare un «anziano, appunto per far vedere che era uomo saggio, prudente e di maturo giudizio» Graciàn ritenne che è meglio seguire «altri autori che lo presentano di quaranta o cin-quant'anni, perché soltanto così poteva lavorare e accompagnare Gesù nei lunghi cammini». Tra Giuseppe e Maria continua un amore puro, grande, soave, e Maria per tutta la vita, secondo le visioni di S. Bri-gida, serve umilmente Giuseppe. Sono tutti segni del-l'eccellenza giuseppina.

Nel secondo libro Giuseppe viene considerato come padre di Gesù, padre nel senso legale e "terreno". Gesù aveva il «Padre nel cielo», Dio, e Giuseppe era suo padre adottivo, ma considerato da Gesù «il padre eletto», al posto del padre naturale. Gesù sapeva che era amato da lui «come figlio rispettato e accolto con riverenza». Come sposo di Maria, Giuseppe appare come proprietario e signore della loro casa con tutti i diritti e come «padre di buone opere».

Qui P. Graziano si dedica a una spiegazione del-l'amore di Giuseppe, un amore «fervoroso, forte e tenero», e per questo ricevette la benedizione di Dio.

La prima riflessione riguarda l'amore fervoroso mostrandone la purezza e santità. Giuseppe ne è capace, come colui al quale sono «perdonati molti pec-cati, perché molto ha amato» (Lc 7,47).

Quest'uomo giusto non fu peccatore e noi ben sap-piamo che risiede miglior amore nelle anime pure. Molte volte toccò e lavò i piedi di Gesù, e glieli baciò, e non solo i piedi, ma anche mani e petto, capo e bocca del dolcissimo Gesù, senza che Questi gli dicesse mai: "Noli me tangere". E innumerevoli volte fu baciato con amore e tenerezza ineffabile dal Divin Bambino, perché non si può immaginare quanto fosse da Questi amato. Chi non si intenerirebbe considerando le vampe d'amor divino che uscivano dalle labbra del Bimbo nel lasciare Giuseppe, e ne penetravano l'intimo e avvolgevano il cuore? Chi non si commoverebbe, anche se fosse più freddo della neve e più duro del diamante? Tutti i vezzi e regali che i fanciulli fanno ai genitori sono incen-tivi e stimoli all'amore, come si nota in alcune madri, che, essendo molto assennate, discrete e composte, con questi gesti d'amore dicono parole per cui sembra che abbiano perduto il controllo; e padri vecchi e amma-lati tornano bambini con i bambini, trasformati dalla forza dell'amore. Così appunto si legge di un Re di Persia, il più severo e grave tra quelli del suo tempo. Avvenne che un ambasciatore suo cugino, dato che non c'eran porte chiuse, fuori orario capitò in una sala e lo trovò che correva come un bambino su un caval-luccio improvvisato da un bastone, assieme ai suoi due figlioletti fanciulli. E poiché questo cugino si meravi-gliava e restava impressionato da tale spettacolo, il Re che capi il suo pensiero, gli disse: Ti prego, cugino, di non dir nulla di quanto hai visto finché non avrai figli, ma poi ti do il permesso di dirlo a tutti.

Il Bimbo Gesù, come fanciullo dava baci, regali e carezze a Giuseppe e Maria; ma anche se bimbo, era Dio; anche se piccolino, infinito; benché tenero, eterno e, benché nato da poco, onnipotente; pur non sapendo parlare, era la stessa sapienza infinita del Padre, Crea-tore di Giuseppe suo custode e di Maria sua madre. E così tutti i motivi d'amore che aveva a quell'età prendevano efficacia e forza dalla Divinità nascosta, che penetrava nell'intimo delle anime; e i suoi baci producevano nel profondo del cuore di Giuseppe e Maria tutti quei doni e quelle meraviglie d'amore che sono descritti nel libro dei Cantici...».

Segue il pensiero di P. Graciàn sull'amore forte e tenero di Giuseppe. Con tenerezza abbraccia Gesù Bambino, il suo bambino amato, forse temendo che Dio lo chiamerà presto in cielo. «...Quante volte san Giuseppe avrà pog-giato il capo sopra quel reclinatorio d'oro e di porpora costituito dal costato divino, dove la lancia avrebbe aperto una piaga che sarebbe stata porta e rifugio per le colombelle semplici! Quante volte, ebbro del vino dello Sposo, avrà accostato la bocca al petto, che vale più del vino, in direzione del Cuore, i cui battiti lo incendiavano d'amore vedendolo sobbalzare nel petto per il desiderio di spezzarsi e di riporvi i figli di Adamo. E anche quando Giuseppe baciava quel divin petto mentre il piccino dormiva, il cuore di Gesù vegliava sempre, perché non dorme mai né si addormenta Lui che è la sentinella di Israele. San Giovanni Evangelista che riposò una volta su quel petto, è chiamato dal Signore il discepolo amato; che sarà dunque (amore per Giuseppe, che vi riposò tante volte?. Non solo Giuseppe dormì sul petto di Gesù, ma innumerevoli volte Gesù si addormentò sul petto di Giuseppe, ponendo la sua bocca divina sopra quel cuore, saccheggiandolo, abbracciandolo, frantumandolo e producendovi ferite d'amore. E Giuseppe vegliava sul suo sonno, contemplando i misteri racchiusi nel Cristo, infervorandosi sempre più d'amore e pervenendo con alta orazione al sonno che nella S. Scrittura si chiama tar-demachossia all'estasi o ratto».

Gli abbracci di Gesù creavano in Giuseppe vera-mente un grande amore, simile a quello di Giovanni, come si racconta nel Vangelo. Come possiamo pen-sare se ciò è vero? P. Graciànn risponde: «Nell'ufficio antico del Carmelo c'era un inno che diceva: Nunc ad Joseph tamquam patrem, nunc ad sanctam repsit matrem, per virgineas cervices gratas alternando vices. Il che signi-fica: alcune volte Cristo abbraccia Giuseppe come un padre, altre volte la vergine sua Madre... Io tengo per certo che dopo l'amplesso infinito tra l'eterno Padre e il Figlio, da cui procede l'Infinito Amore che è lo Spirito Santo, tra tutte le altre sorgenti d'amore nessuna mai ebbe più efficacia degli amorosi abbracci che Gesù dette a sua madre, la Vergine, e a suo padre, Giuseppe. E quindi, come dall'amplesso del medesimo Figlio con il suo Eterno Padre procedeva infinito amore, così da questi abbracci con la Madre e il Padre terreno procedette amore inaccessibile e sovrano...».

Questo secondo libro termina con il messaggio del-l'angelo sul mistero dell'Incarnazione che sempre riem-piva la bocca di Giuseppe con lodi e onori di Dio e di Maria. La sua anima fu, piena del desiderio di «amare e servire Dio» e nonostante momenti difficili di depres-sione e di timore «arrivò ad amare ed essere amato con violenza e forza, e da questa violenza giunse all'aumento e infine alla vetta suprema dell'amore, che fu tale da non poterlo esprimere in altro modo se non dicendo che, dopo Maria, Giuseppe amò come Giuseppe».

Nell'ultima parte, parlando dell'autorità di Giuseppe, P. Graciàn affronta la questione dell'ufficio e del lavoro svolto dal padre di Gesù. «Il Vangelo lo chiama faber, e questo è il nome comune di faber ferrarias e di faber ligna-rius, cioè fabbricatore di ferro e carpentiere. Ma il suo lavoro non riguardava il ferro, come qualche teologo antico voleva affermare. Fin dall'infanzia Joseph erat faber e sapeva tutte le arti: sciebaty autem artem carpenta-riam come si legge in S. Tommaso e nella Vita Christi del Certosino». Poi riferendosi a san Giustino mette in rilievo l'attività di Giuseppe «come carpentiere, svolta con l'aiuto di Gesù per sostenere la Madre». è la clas-sica interpretazione, però non in senso più esatto del ter-mine greco. Però, P. Graciàn è convinto che Giuseppe non solo fece i semplici lavori del falegname, era impe-gnato, «tecnicamente, a preparare la posizione e le tavole per costruire case». Un grande maestro, dal quale Gesù accettò il destino «di fabbricare la chiesa». E qui si rife-risce a Giobbe che ribadiva che `Dio usava l'ufficio del falegname e del carpentiere"'. E conclude come: «Dio Padre, tenendo sempre presente l'eterna predestinazione di Maria, comunicò a lei e svolge con lei le sue opere create nel mondo, così il Figlio comunicò alla Madre la fabbrica (costruzione) dell'opera redentiva e della ripa-razione dell'uomo. E poi, per servire, accompagnare e sostenere la Madre e il figlio, Dio creò un carpentiere e lo sposò con la Vergine, perché, lavorando insieme nel-l'ufficio di carpentiere, Giuseppe e Gesù comunicassero, parlassero e trattassero della nuova fabbrica della Chiesa in presenza della stessa Vergine. Veramente tutti i tre stanno insieme per trattare in armoniosi colloqui sul costruire la Chiesa e l'opera della nostra redenzione».

Nel terzo libro si sposta l'esperienza mistica del-l'amore di Giuseppe sulla sua figura di uomo giusto, retto, perfetto, .santo, e felice. «Uomo giusto» che si cura di Maria, sua sposa, «accompagnandola nella visita di Elisabetta, (forse viene ripreso un testo di Epifanio), «uomo perfetto» in tutte le sue attività, pieno di bontà e felice già in questa vita.

Nel quarto libro appare un tema caratteristico dei Padri della Chiesa: il carattere angelico di san Giu-seppe, espresso nella sua «angelica castità». «Nella Chiesa esistono tre esempi di castità: Giuseppe, Susanna e Maria. Giuseppe viene imitato dagli uomini, Susanna dalle donne sposate, Maria dalle vergini». Cita Agostino, che lo dice: «La verginità di Giuseppe», virtù angelica vissuta nella castità del corpo. «si esprime anche nella purezza della sua anima e nella limpidezza del suo cuore». Castità e purezza sono le virtù angeliche in cui si vede anche la capacità di vivere con pazienza, specie nelle ore di angosce che non sono mancate in questo povero Sposo di Maria.

Infine, nel quinto libro P. Graciàn descrive nel primo capitolo l'orazione mentale di san Giuseppe per indi-care ai fèdeli il cammino spirituale fino all'altezza della contemplazione. Nel terzo capitolo si tratta del tran-sito di Giuseppe, una commovente descrizione, che seguendo la celebre leggenda classica della Historia Josephi che inizia con il suo trovarsi a Gerusalemme. «Gli apparve l'angelo del Signore dicendogli che presto sarebbe venuta l'ora di passare da questo secolo ai suoi padri. Giuseppe ebbe paura della morte ed entrò nel tempio per pregare, implorando Dio di inviargli nel-fora della morte (arcangelo Michaele, per difenderlo dai nemici». Dopo questa preghiera tornò a casa, a Naza-reth, mettendosi a letto gravemente ammalato. Allora si avvicinò Gesù dicendo: «Dio ti salva, mio padre Giu-seppe. Perché ti turbi, essendo tu un uomo benedetto e Santo?» Segue la sua profonda risposta appoggiata ai testi antichi dei Padri della Chiesa: «Oh, figlio mio, i dolori e il timore della morte mi riempiono. Ma, al momento di aver sentito la tua voce, la mia anima ha trovato consolazione, perché tu, Gesù sei stato il Salvatore e h'beratore della mia anima, e hai coperto i miei peccati. Il tuo nome è sulle mie labbra. Dolcissimo Gesù. Sei stato la virtù dei miei occhi e del mio udito nel sentire tutto ciò che si fa nel mondo. Ascolta oggi il tuo servo e ti supplico di guardare e di accogliere le lacrime che scendono alla tua presenza. Credo davvero che tu sei il Dio vero e il mio Signore, come l'angelo me l'ha detto più volte. Non condannarmi per aver pensato di lasciare la Santa e pura Madre la prima volta che l'ho vista incinta. Non sapevo che cosa fare. Però l'angelo m'indicò il meraviglioso mistero. Mi guidò e ordinò di darti il nome Gesù, dicendomi che tu sei colui che deve salvare il popolo dai peccati, che tu sei il vero Dio e il vero Figlio di Dio».

Dette queste parole, la malattia si aggravò. Gesù stava vicino alla testa di Giuseppe e Maria ai suoi piedi. Lunghi sospiri, ma carezze, mentre Giuseppe teneva gli occhi rivolti a Gesù. Al momento di spi-rare vennero due angeli, san Michele e san Gabriele. Una morte tranquilla. Poiché Gesù aveva promesso a Giuseppe di mandargli questi due angeli per difen-derlo, come stava scritto nella palestinese Historia Josephi. Il testo, riscoperto dall'inizio del Cinquecento, viene riportato da P. Graciàn nella sua opera perché ai suoi tempi fu considerato un documento prezioso per il culto del Santo. Anche se il contenuto è leg-gendario, esprime l'intenzione di collegare la figura di Giuseppe accanto a Gesù suo Figlio. Per questo si aveva capito il suo valore e l'utilità per la devozione.

Nel quarto capitolo del libro quinto P. Graciàn pre-senta alcuni teologi e devoti di san Giuseppe: san Vi-cente Ferrer, Fr. Juan de Fanno, autore di una Historia di san José, Francisco de Ribera che nel suo libro sulla vita di Teresa di Gesù raccoglie le testimonianze giu-seppine della Santa.

Nell'ultimo capitolo si incontra una sintesi dei temi sviluppati da P. Graciàn, terminando con la presen-tazione di Giuseppe contemplativo. Lo fa in dieci punti: «Giuseppe che ha imparato l'orazione da Gesù e Maria (1), è arrivato a tutti i gradi (2). Giuseppe che mori tra le braccia di Gesù (3), conoscendo l'ora di lasciar il mondo, fu accompagnato dai veri amici Gesù e Maria (4). Ha visto molte volte luci e splendori di Cristo (5), lavorando con forza (6). Fu precursore al limbo, informando gli antichi santi Padri della venuta di Gesù (7). Infine va ricordato il privilegio di Giu-seppe risuscitato (8) e il suo eterno godimento in cielo come padre del Re e Sposo della Regina della felicità eterna (9). Per questo san Giuseppe è il primo santo che fu canonizzato nella Chiesa Cattolica per bocca dello Spirito Santo (10)». Questa realtà afferma che «conviene di celebrarlo come intercessore, e di sce-glierlo come Patrono, perché si raggiunge per mezzo di lui la felicità della gloria e dei beni che desideriamo in questa vita».

Nel ricordare il suo studio sulla Pellegrinazione di Anastasio, P. Graciàn ci dice che la « Josefina», suo libro in cui si tratta dell'eccellenza del glorioso san Giuseppe,... ha lasciato molti frutti non solo a (per-sone) spirituali, perché aveva spiegato lo spirito di questo Santo per crescere nella devozione, ma anche a molti predicatori che vi hanno trovato materia per predicare le sue lodi». Nei primi decenni del secolo XVII questo trattato «devoto e pio» con «sana e buo-nissima dottrina molto intelligente», fu riconosciuto dai Superiori e da altri personaggi importanti della Spagna. Fu letto in Francia (tradotto a Parigi nel 1619) e in Germania (tradotto ad Augsburg nel 1615).

Pur arrivando a una nuova edizione, nel 1800, per motivi politici e per le crisi religiose, il significato della Josefina diminuì e venne quasi dimenticato nella spi-ritualità del Carmelo.

 

3. LE «VIRTù» DI SAN GIUSEPPE IN SAN FRANCESCO DI SALES

Da una prima lettura delle Opere di san Francesco di Sales, in cui emerge una grande devozione mariana e un profondo impegno a condurre i cristiani avanti sul cammino verso la sanità, può sorgere la doman-da: perché questo doctor amoris non ha ripreso anche la stimolante sollecitudine dei celebri autori del secolo precedente per comporre un'opera teologico-spirituale su san Giuseppe? Perché non si è ispirato a Gerson, a Bernardino di Siena? Avrebbe trovato nei loro libri una devozione equilibrata in cui si è cercato di com-prendere la figura di san Giuseppe, come uomo grande, perfetto, la cui dignità si raccoglie attraverso il suo rapporto con Gesù e Maria.

Con Francesco di Sales si entra invece nella spi-ritualità moderna. Egli sceglie tra i Santi alcuni esempi che possono essere utili alla formazione reli-giosa, a un'intima vita di preghiera e di amore di Dio. Ciò è necessario per arrivare a una generosa accetta-zione dei comandi di Dio. E qui è san Giuseppe che ci dà esempi che bisogna imitare. Per conoscerli, occorre leggere un Discorso di Francesco di Sales, pro-nunciato nella cappella del monastero delle Monache Visitandine da lui fondate, e una Predica tenuta nella festa di san Giuseppe, in cui viene presentato la vita virtuosa del padre di Gesù, ambedue pubblicati nel Trattenimento. Nel Discorso accennato egli sceglie il quadro storico dei fatti giuseppini, presenta la fuga in Egitto, la penosa partenza e poi il ritorno in Palestina. è ciò che All 'angelo comanda a Giuseppe: Prendi il fan-ciullo e la Madre e fuggi in Egitto, poiché Erode vuol farlo morire. Oh! Questo si che, senza dubbio, fu un motivo di grandissimo dolore per la Madonna e per san Giuseppe! Oh, come l'Angelo tratta san Giuseppe da vero religioso! Prendi il Bambino, dice egli, e la Madre e fuggi in Egitto e fermati là finché io te lo dica...».

Che cosa è questo comando? «Il povero san Giu-seppe non avrebbe potuto dire: "Voi mi dite che io vada; non farò forse in tempo a partire domattina? Dove volete che io vada di notte? I miei bagagli non sono preparati; come volete che io porti il Bambino? Avrò le braccia abbastanza forti per portarlo conti-nuamente in un sì lungo viaggio? Ma che! intende-reste voi che la Madre lo porti meco a vicenda? Oh! Non vedete ch'ella è ancora giovinetta sì delicata! Non ho né cavallo né danari per fare il viaggio... E poi, non sapete che gli Egiziani sono nemici degli Israe-liti? Chi ci riceverà?»... Queste e altre simili cose che noi non avremmo mancato di addurre all'Angelo, se fossimo stati in luogo di san Giuseppe. Egli però non disse neppur una parola, per scusarsi di far l'ubbidienza, ma partì immediatamente ed eseguì quanto l'Angelo gli aveva comandato».

Per spiegare la generosità di san Giuseppe seguono tre considerazioni: «In primo luogo ci viene,insegnato che non si deve frapporre indugio né alcun ritardo in quel che riguarda l'ubbidienza.

La seconda considerazione riguarda la prontezza di Giuseppe ad accettare il comando dell'Angelo: «Va', gli dice, e non ritornare sino a tanto che io te lo dica.

Da questo modo di procedere tra l'Angelo e san Giuseppe siamo ammaestrati, in terzo luogo, in quale maniera dobbiamo imbarcarci sul mare della divina Provvidenza, e cioè senza vettovaglie, senza remi, senza vele e insomma senza alcuna sorta di munizioni, lasciando così tutta la cura di noi medesimi e del suc-cesso dei nostri aflàri al Signore, senza riflessioni né repliche né veruna preoccupazione di quel che ci possa accadere.

Poiché l'angelo dice semplicemente: Prendi il Bam-bino e la Madre e fuggi in Egitto; senza dirgli per quale strada, né quali sarebbero state le previsioni per il loro cammino, né in quale parte dell'Egitto doveva andare e nemmeno chi li avrebbe ricevuti, né di che ivi si sarebbero nutriti. Il povero san Giuseppe non avrebbe avuto ragione di fare qualche replica?...

Bisogna ora passare alla terza considerazione, che è una ponderazione da me fatta sopra l'ordine, che l'Angelo diede a san Giuseppe di prendere il Bambino e la Madre e andarsene in Egitto, per ivi fermarsi fino all'avviso del ritorno. Veramente l'angelo parla molto brevemente, e tratta san Giuseppe da buon religioso.

Io concludo con la semplicità che praticò san Giu-seppe quando, per ordine dell'angelo, se ne andò in Egitto, dove era sicuro di trovare altrettanti nemici quanti abitanti erano in quel paese. Non poteva egli dire: Mi comandate di portar via il Bambino, ci fate fuggire un nemico e ci mettete nelle mani di mille e mille altri, che troveremo in Egitto, essendo noi Israe-liti? Ma san Giuseppe non fa riflessione alcuna sopra il comando, e perciò se ne va colmo di pace e di con-fidenza in Dio.

Per Francesco di Sales questi esempi sono da imi-tare perché sono il cammino verso una vera e amo-rosa venerazione di Gesù Bambino e di Maria.

Nella suaccennata Predica del 19 marzo Francesco di Sales offre poi una profonda spiegazione delle virtù di san Giuseppe. Inizia con l'interpretazione del Sal. 91, 12: Il giusto è simile alla palma. Essendo Giuseppe «l'uomo giusto», in lui vanno considerate come «con-venienti» «tre speciali prerogative della palma». E inizia la predica: «Oh! Quale Santo è il glorioso san Giuseppe! Egli è non solamente Patriarca, ma il corifeo dei Patriarchi; non è semplicemente Confessore, ma più che Con-fessore, poiché nella sua confessione sono contenute le dignità dei Vescovi, la generosità dei Martiri e di tutti gli altri Santi.

Dunque, molto a ragione egli è paragonato al pal-mizio, re degli alberi, il quale ha la proprietà della ver-ginità, quella dell'umiltà e quella della costanza del valore: tre virtù nelle quali il glorioso san Giuseppe fu molto eminente. Se si osasse stabilire dei paragoni, credo che molti sosterrebbero aver egli sopravanzato in queste tre virtù tutti gli altri Santi».

La prima virtù è virginità. «Fra le palme si trova l'albero maschio e l'albero femmina. Il palmizio, che è la pianta maschile, non porta alcun frutto, e tuttavia non è infruttifero».

Ciò riguarda Giuseppe, alla cui cura fu affidata la verginità di Maria. Per questo, Giuseppe non è stato «infruttifèro, anzi ha molta parte al frutto della palma.

Perché se san Giuseppe non contribuì ad altra cosa, per questa santa e gloriosa produzione se non la sola ombra del matrimonio, la quale preservava la Madonna dalle calunnie e le censure che le avrebbe apportato la sua gravidanza, egli ebbe però grande parte nel san-tissimo Frutto della sua sacra Sposa. Infatti, ella appar-teneva a lui ed era collocata vicino a lui come una glo-riosa palma accanto al suo diletto palmizio; e, secondo l'ordine della Provvidenza, non poteva né doveva pro-durre se non sotto l'ombra di lui e all'aspetto di lui. Voglio dire sotto l'ombra del santo matrimonio che avevano insieme contratto, il quale era diverso dagli altri, tanto per la comunicazione dei beni esteriori, quanto per la unione e congiunzione dei beni interiori.

Oh! qual divina unione tra la Madonna e il glorioso san Giuseppe! Unione la quale faceva che quel sommo Bene che è nostro Signore, appartenesse a san Giu-seppe così come apparteneva alla Madonna, (questo non già secondo la natura, che nostro Signore aveva preso nel seno della gloriosa Vergine, ed era stata for-mata dallo Spirito Santo del purissimo sangue di lei), ma secondo la grazia, la quale lo rendeva partecipe di tutti i beni della sua cara Sposa. Questa grazia faceva sì che egli andava meravigliosamente crescendo nella perfèzione a motivo della continua comunicazione che aveva con la Madonna; la quale possedeva tutte le virtù in così alto grado cui nessuna altra pura creatura può giungere. Tuttavia il glorioso san Giuseppe era quegli che maggiormente vi si avvicinava».

Questo fatto conduce a domandare: in quale grado possiamo pensare anche noi affinché la verginità come virtù ci renda simile agli Angeli? Quale verginità di «colui, il quale fu eletto dall'eterno Padre per custode della verginità di Maria, o meglio per compagno (poiché ella non aveva bisogno d'essere custodita da altri che da se medesima», può essere imitata da noi? «avevano fatto voto di custodire la verginità in tutto il tempo della loro vita, ed ecco che Iddio vuole che essi siano uniti con il vincolo di un santo matrimonio. Ma questo non certo per farli pentire del loro voto e revocarlo, ma, anzi, per conformarli e fortificarli l'un l'altro a perseverare. nella santa impresa; infatti essi riconfermarono il voto di vivere verginalmente insieme, in tutto il tempo della loro vita».

Qui Francesco di Sales cita l'ultimo passo del Can-tico dei Cantaci (lat. 8,9 per illustrare che «lo sposo usa termini meravigliosi per descrivere il pudore, la castità e il candore innocentissimo dei suoi divini amori con la sua cara e diletta sposa. Giuseppe vive e parla della verginità. Egli non solo non fu dato sposo alla Madonna per farle rompere il suo voto di vergi-nità, ina, anzi, al contrario le fu dato quale compagno, affinché la purità di Maria vergine perseverasse più meravigliosamente nella sua integrità, celata dal velo e sotto l'ombra del santo matrimonio e della santa unione che avevano insieme.

Se la Santissima Vergine è una porta, dice ancora l'eterno Padre, non vogliamo che venga aperta; essa è una porta orientale, dalla quale nessuno può entrare né uscire. Al contrario, bisogna raddoppiarla e raffor-zarla con legno incorruttibile, cioè darle un compagno nella sua purità, che è il grande san Giuseppe; il quale doveva perciò sopravvanzare tutti gli altri Santi, e anche gli Angeli e i Cherubini stessi, in questa virtù tanto eccellente della verginità, virtù che lo rese simile al palmizio come abbiamo detto».

Passiamo ora alla seconda proprietà e virtù che si trova nel palmizio.

Si tratta della giusta rassomiglianza e conformità tra san Giuseppe e la palma nella virtù della santis-sima umiltà. «La palma tiene rinchiusa i suoi fiori e non li lascia apparire finché l'ardore cocente del sole non venga a spezzare quelle specie di borse, dentro le quali sono rinchiusi; dopo di ché, subito essa fà vedere il suo frutto. Similmente fa l'anima giusta: essa tiene nascosti i suoi fiori, cioè le sue virtù, sotto il velo della santissima umiltà sino alla morte, nella quale nostro Signore li fa apparire al di fuori, poiché anche i frutti non devono tardare a comparire.

Oh! come il gran Santo di cui parliamo fu fedele in ciò! Non lo potremmo mai dire abbastanza. Infatti, nonostante la sua eccellenza, in quale povertà e abie-zione non visse egli tutto i1 tempo di sua vita? Povertà e abiezione, sotto le quali egli teneva celate e nascoste le sue grandi virtù e dignità. Ma quali dignità? Oh, mio Dio! Essere custode di nostro Signore, essere suo padre putativo ed essere sposo della sua santissima Madre. lo non dubito che gli Angeli, rapiti di mera-viglia, non scendessero a schiere per contemplare e ammirare la sua umiltà, quando egli custodiva il caro Gesù Bambino nella sua povera bottega, dove stava faticando, per nutrire lui e la madre, che gli erano affi-dati.

Non v'è alcun dubbio, che san Giuseppe non fosse più valoroso di Davide e più sapiente di Salomone; tuttavia, vedendolo ridotto all'umile mestiere di fale-gname chi, senza celeste lume, avrebbe potuto imma-ginarlo, talmente san Giuseppe teneva nascosti tutti i segnalati (ioni con i quali l'aveva favorito?

Certo, quale sapienza doveva avere, poiché Dio gli aveva affidato la cura del divin suo Figlio, eleggen-dolo a suo custode? Se i principi della terra hanno tanto sollecitudine (come cosa importantissima) di dare ai loro figlioli un precettore fra i più capaci, non ne avrà avuto altrettanta Iddio? Egli poteva fare che il custode di suo Figlio fosse il più compito uomo del mondo, in ogni sorta di perfezione, a proporzione della dignità ed eccellenza della cosa governata, che era il gloriosissimo suo Figlio, principe universale del cielo e della terra; e come si potrebbe mai credere che, aven-dolo potuto, non lo abbia voluto e non lo abbia fatto?

Non vi è, dunque, alcun dubbio che san Giuseppe non sia stato dotato di tutte le grazie e di tutti i doni, come richiedeva la cura che l'eterno Padre voleva affi-dargli, cioè l'economia temporale e domestica di nostro Signore e del governo della sua famiglia».

Questa constatazione conduce Francesco di Sales a considerare la Sacra Famiglia nel suo significato simbolico e mistico. E composta da tre, «i quali rap-presentano il mistero della santissima e adorabilissima Trinità. Non già che vi sia comparazione, se non in quello che spetta a nostro Signore, che è una delle Persone divine, perché quanto agli altri sono creature, però noi possiamo dire così che è una Trinità in terra la quale rappresenta in qualche maniera la Santissima Triade: Maria, Gesù e Giuseppe; Giuseppe, Gesù e Maria: Trinità meravigliosamente commendabile e degna d'essere onorata».

Una simile constazione, tutta originale e sorpren-dente, apre il cuore umano ad «ammirare quanto la dignità di san Giuseppe era sublime e come egli era colmo di ogni virtù». Ma, d'altra parte, occorre riflet-tere su «quanto era umiliato e abbassato più che non si possa mai dire né immaginare. Un solo esempio basta per farcelo ben comprendere. Egli se ne va nel suo paese e nella sua città di Betlemme, dove a nes-suno, almeno che si sappia, venne rifiutato l'alloggio se non a lui; cosicché è costretto a ritirarsi e condurre la casta sua Sposa entro una stalla, fra i buoi e fra i giumenti. Oh! in quale estremità era ridotta la sua abiezione e la sua umiltà!

La sua umiltà era già stata la cagione, (come spiega san Bernardo) che egli fu in procinto d'abbandonare la Madonna quando s'accorse della sua gravidanza. San Bernardo continua a dire che san Giuseppe così ragionò fra se stesso: E che cosa è questo? lo so che ella è vergine, perché insieme abbiamo riconfermato il voto di conservare la nostra verginità e purità, al quale sono certissimo che ella non vuol mancare; l'altra parte io vedo ch'ella sta per diventare madre. Come si possono conciliare insieme la maternità e la verginità, ossia che la verginità non impedisca la maternità? Oh! Dio! certo deve aver detto a se stesso, non sarà forse lei quella gloriosa Vergine di cui par-lano i profeti, che concepirà e sarà madre del Messia? Ma, se è così, Dio non voglia ch'io rimanga con lei, io che ne sono tanto indegno; è meglio che segreta-mente l'abbandoni a motivo della mia indegnità e che non abiti più a lungo in sua compagnia. Sentimenti questi di un'ammirabile umiltà».

Sono tutti sentimenti, senza i quali non si può pra-ticare nemmeno la verginità. «San Giuseppe era dili-gente a tenere nascoste le sue virtù al riparo della san-tissima umiltà, egli aveva poi una cura particolaris-sima di nascondere la preziosa perla della sua vergi-nità; e perciò acconsentì al matrimonio, affinché nes-suno la potesse conoscere e così, sotto il Santo velo

del matrimonio, vivere più ignorato». Tutto ciò fa vedere in Giuseppe con quale perfezione riesce a pra-ticare l'umiltà. Lo si vede quando fu onorato da Gesù e la Vergine Madre gli mostra obbedienza, conformità alla sua volontà di amore secondo i suoi ordini. Per comprenderlo è però necessario «passare alla terza prerogativa che si nota nella palma, cioè: il valore, la costanza e la fortezza, virtù tutte che si sono trovate, e in grado molto eminente, nel nostro Santo».

Ora segue la terza virtù. «La palma ha una forza, un valore e una costanza grandissima più di tutti gli altri alberi; non per nulla essa è il primo di tutti. Dimostra della sua forza e costanza, non sottomet-tendosi né abbassandosi mai per quanto peso abbia da portare, perché salire in alto è il suo naturale istinto, e perciò lo fa, senza che ne la si possa impedire. E dimostra il suo valore nelle sue foglie, fatte a guisa di spade, cosicché pare abbia tante spade per combattere quante sono le foglie che porta.

E certo, molto a ragione san Giuseppe viene para-gonato alla palma, perché fu sempre oltremodo valo-roso, costante e perseverante, perché fu dotato di tutte queste virtù e le esercitò in modo eminente. Quanto alla sua costanza, la dimostrò in modo meraviglioso quando, avvedendosi della gravidanza di Maria San-tissima e ignorandone la cagione, mio Dio! quale ango-scia, quale noia e quale pena di spirito per lui! Tut-tavia non si lamentò in verun modo; non fu più severo né meno dolce verso la sua Sposa, non la trattò dura-mente, rimanendo così affabile e così rispettoso verso di lei come era prima.

Qual valore e qual fortezza non dimostrò poi egli nella vittoria che riportò sopra i due grandi nemici dell'uomo, il demonio e il mondo? E questo con la pra-tica diligente d'una perfettissima umiltà, come abbiamo notato, in tutto il corso di sua vita.

Quanto alla perseveranza, contraria a quel nemico interno, che è la noia (la quale ci è cagionata dal sus-seguirsi delle cose vili, umili e penose, da diverse disgrazie, accidenti, ecc.) oh! quanto questo Santo fu provato da Dio e dagli uomini stessi nel suo viaggio in Egitto!

L'Angelo gli comanda di partire prontamente e di condurre la Madonna e il carissimo suo Figlio in Egitto, ed ecco che subito egli parte senza proferire parola; non domanda: Dove andrò? Per quale strada andrò? Di che ci nutriremo? Chi ci riceverà? Egli se ne parte, forse con i suoi strumenti sulle spalle, affine di guadagnare, col sudore della sua fronte, il povero vitto per sé e per la sua famiglia.

Oh! quanto questa noia, di cui parliamo, lo doveva molestare. In Egitto non poteva fissarsi stabilmente in alcuna dimora, ignorando quando l'Angelo gli avrebbe comandato di far ritorno».

Dopo questa pratica della costanza, Francesco di Sales fa un confronto con Abramo per mettere in piena luce la perfetta «ubbidienza di san Giuseppe! L'Angelo non gli dice nulla riguardo al tempo che avrebbe dovuto fermarsi in Egitto, ed egli non cerca di saperlo. Secondo l'opinione più comune, vi dimorò cinque anni, senza mai informarsi circa il suo ritorno; ben sapendo che colui, il quale gli aveva dato ordine di andarvi, gli darebbe altresì l'ordine del ritorno, quando ne sarebbe giunto il momento. Ed egli era sempre pronto a ubbidire».

Certo, Giuseppe aveva tanti desideri di ritornare in patria e ciò a «motivo dei continui timori che gli cagionava il vivere in quella nazione. La noia di non sapere quando ne uscirebbe, doveva senza dubbio assai affliggere e tormentare il suo povero cuore, nondi-meno egli rimane sempre uguale a se stesso, sempre dolce, tranquillo e perseverante nella sua sottomis-sione al beneplacito di Dio, dal quale si lasciava in tutto guidare; poiché, essendo giusto, aveva sempre la sua volontà perfettamente congiunta e uniformata a quella di Dio. L'essere giusto non è altro che essere perfettamente unito alla volontà di Dio, conforman-dovisi sempre in ogni sorta di avvenimenti siano essi prosperi o avversi. Che san Giuseppe in tutte le occa-sioni sia stato sempre perfettamente sottomesso alla divina volontà, non v'è chi possa dubitarne».

E Francesco di Sales termina con l'accenno alla povertà generosamente praticata da san Giuseppe, «un povero falegname, il quale, senza dubbio, non poteva giungere a tanto che non gli mancassero molte cose anche necessarie, benché egli si affaticasse, con un affetto impareggiabile, per il mantenimento della sua famigliola!

Ma, ciò fàtto, egli si sottometteva umilmente alla volontà di Dio, nella continuazione della sua povertà e abiezione, senza lasciarsi in alcuno modo vincere né abbattere dalla noia interiore, la quale, senza dubbio, gli doveva dare molti assalti.

San Giuseppe rimaneva sempre costante nella sot-tomissione, che (come tutte le altre sue virtù) andava continuamente crescendo e perfezionandosi. Altret-tanto avveniva in Maria Santissima, la quale ogni giorno acquistava un aumento di virtù e di perfezioni che a lei derivavano dal suo Santissimo Figlio. Gesù non avrebbe potuto crescere in cosa alcuna (poiché com'era nell'istante della sua Concezione, così è e sarà eternamente), ma faceva sì che la Sacra Famiglia andasse sempre crescendo e avanzandosi nella perfe-zione. Egli si comunicava alla sua divina Madre e, per mezzo di lei, e san Giuseppe».

Tutta questa descrizione, unita al pensiero che san Giuseppe ci protegge dal cielo ed assicura il cristiano devoto di «ottenere da lui (se si ha confidenza) un santo aumento di ogni sorta di virtù» e particolar-mente di quelle riportate in questo Trattenimento. Sono virtù da lui esemplarmente praticate, che poi fanno «meritare la grazia di poter godere nella vita eterna le ricompense, preparate a coloro che imiteranno l'e-sempio di san Giuseppe».

Le pagine riferite fanno comprendere a fondo l'im-portanza della personalità di san Giuseppe per intro-durre i fedeli nella spiritualità della vita devota. Era tanto necessario nella sua epoca, in cui l'atmosfera gravida di errori stava dibattendo la sana fede catto-lica e particolarmente i problemi più delicati della vita interiore. Illuminato dalla grazia divina Francesco di Sales contribuisce a uno sviluppo del josefinismo moderno, superando le antiche presentazioni sola-mente limitate alla vita e storia del Santo Patrono di Nazareth. Così ha lasciato una novità espressiva che grandeggia nel suo trattato di josefinismo spirituale, di attualità, con stile chiaro, ma nello stesso tempo facile, grazioso ed elegante. Ancora oggi appare attraente il suo insegnamento spirituale e fa ammi-rare la linea della sua ispirazione profonda ed esigente.

 

CAPITOLO QUINTO

 

SAN GIUSEPPE NEI TEMPI MODERNI

 

1. DAL SILENZIO AL «SUGGESTIVO» CULTO A SAN GIUSEPPE

Nella seconda metà del secolo XVII si è manife-stato negli Ordini religiosi l'inizio di una fase di asse-stamento in prosecuzione della riforma tridentina. Nessun grande Ordine viene fòndato, nessuna novità viene introdotta nella vita religiosa. Ma nei riguardi della religiosità la devozione dei Santi continua e la vita di pietà delle anime consacrate è affidata talvolta in maniera speciale a san Giuseppe.

Nell'Ordine carmelitano risplende un esempio significativo. è l'inno dei Vespri di san Giuseppe, composto dal P. Juan de san José OCD (1642-1718), nel quale si canta le provvidenze del Santo in favore della Riformatrice del Carmelo: Non solum reparas corporis organa, sed mentis dubi(e dirigis abdita arcanis anime coelica mysticis Doctor lumina suggerens.

Doctor! San Giuseppe, l'umile Santo del silenzio. Non ci ha tramandato una sola parola, ma è salutato dottore che scioglie i dubbi più reconditi della mente, che inonda l'anima di luce celeste nelle oscurità mistiche! Con questo inno il P. José de la Cruz, ispi-randosi a Teresa d'Avila si è sentito spinto a un rin-novamento spirituale con la valorizzazione del culto a san Giuseppe.

Altri esempi offrono gli Ordini benedettini, france-scani ecc. e anche i laici. Qui interessa che nel 1630, nella zona di Termini Imerese, in provincia di Palermo, fu istituita una Congregazione laicale in onore di san Giuseppe, approvata già nel 1633. Si trattava di gente di mare, desiderosa di dedicarsi al servizio dei fratelli e della Chiesa. Per questa Congregazione, nel 1700 la nobile famiglia di Fina eresse una chiesetta intito-lata san Giuseppe. Cento anni più tardi, di questa Con-gregazione facevano parte soprattutto falegnami o car-pentieri, impegnati a divulgare attraverso le loro atti-vità il culto del grande Carpentiere di Nazareth.

è significativo che l'interno della chiesa sia stato arricchito di affreschi che raffigurano lo sposalizio di Giuseppe e Maria e la sua morte e che nella volta furono messe dieci medaglioni con episodi della vita del Santo Patriarca. Soprattutto è importante che l'al-tare della chiesa sia sovrastato da una splendida figura di san Giuseppe che tiene in mano Gesù adolescente, risalente al 1700, di autore ignoto.

Non è l'unico esempio che in quell'epoca, consi-derata un periodo di silenzio, attesta nell'arte il desi-derio di curare gli interessi per Giuseppe. Chi non ricorda lo splendido quadro di Stefano Murillo (1617--1682) che rappresenta la S. Famiglia icona della Tri-nità, e altre sculture e quadri, specie in Francia, in Austria, in Spagna.

Anche nell'ambito letterario san Giuseppe non è dimenticato. Anzi, la josefologia di santa Teresa di Gesù lascia ombra e non solo nel suo Ordine carine-litano, come vedremo più avanti, ma lascia tracce nel secolo XVIII nella dottrina del celebre umanista sant'Alfonso Maria de Liguori (1696-1787). Il suo appassionato inoltrarsi con Maria nella fede tocca anche la devozione a san Giuseppe.

In un Sermone nella sua festa egli sviluppa sotto due punti di vista «che Giuseppe è molto caro a Dio e molto potente presso Dio per impetrare le grazie ai suoi devoti». Perché ciò si realizzi nella nostra vita, «dobbiamo venerare san Giuseppe per la sua dignità e confidare nella sua protezione per la sua santità». Per la sua dignità, «egli è cooperatore in certo modo alla redenzione del mondo che fu l'opera del consiglio grande di tutte le tre divine Persone... Dopo Maria Santissima, egli è il più potente. Non lasciamo a fargli ogni giorno qualche orazione particolare... Cerchiamo in lui l'amore di Gesù Cristo... e una buona morte».

In una meditazione «per intendere quanto valga l'intercessione di san Giuseppe con Gesù Cristo», Alfonso Maria di Liguori riprende l'argomento con l'invito ad «udire quel che dice S. Teresa della confi-denza che tutti dobbiamo avere nella protezione di san Giuseppe». Pensieri dolci, basati su testi classici, applicati alla vita spirituale dei cristiani, opposti alle teorie del giansenismo. La meditazione termina con la preghiera di ottenere un'assistenza particolare di Gesù e Maria attraverso il padre putativo e lo sposo della Madre Vergine: «Santo mio protettore san Giuseppe, i miei peccati mi meritano una mala morte; ma se voi mi difendete, io non mi perderò. Voi non solo siete stato un grande amico del mio Giudice, ma siete ancora il suo custode; raccomandatemi al vostro Gesù che tanto vi ama. Io mi metto sotto il vostro patrocinio, accettatemi per vostro servo perpetuo. E per quella santa compagnia che voi godeste in vita, di Gesù e di Maria, impetra-temi da Dio che io più non mi separi dal loro amore! E per quell'assistenza poi che Gesù e Maria vi fecero in morte, ottenetemi nella morte mia una particolare assistenza di Gesù e di Maria. Vergine Santa, per l'a-more che portaste al vostro sposo Giuseppe, non lasciate di assistermi nel punto di mia morte.

Ciò nonostante, l'epoca che precedette la Rivolu-zione francese e il periodo napoleonico non poterono contribuire a una sentita devozione giuseppina. Questa esplose quasi all'improvviso nei seguenti primi decenni del secolo XIX. Dopo il precedente silenzio, la ripresa della josefologia e il suo sviluppo sembravano essere quasi qualcosa di incredibile, non affatto spiegabile. Nella Chiesa del Settecento era stato impossibile atte-stare una «promozione caldeggiata dai Sommi Pon-tefici» a motivo della «luttuosa situazione dei tempi», come TARCISIO STRAMARE avverte in uno studio sulla Scuola di san Giuseppe, Le tristi condizioni non per-mettevano nella Chiesa che si sviluppasse il culto a san Giuseppe. Il cambiamento radicale cominciò nel-l'Ottocento. Però, «I singolari e solenni interventi di Pio IX con la proclamazione di san Giuseppe: `Patrono della Chiesa universale" (1870) e l'Enciclica Quamquam pluries di Leone XIII (1889) non possono essere interpreti come lai causa della devozione, ma piuttosto come la punta di un iceberg emergente nel secolo XIX per la spinta della massa sottostante. Lo stesso Pio IX lo riconobbe espressamente sia prima che dopo la proclamazione del Patrocinio».

Così finalmente nel secolo XIX, si incontra il nuovo livello liturgico e dottrinale in cui rispecchia l'intervento della Santa Sede in favore di san Giu-seppe. Questo secolo appare come periodo di molta importanza per la diffusione e il sorgere di Congre-gazioni maschili e femminili dedicate a san Giuseppe. Nuove fondazioni femminili, in Italia e in altri paesi d'Europa, si estendono anche in tutta l'America, in cui il titolo prediletto orienta il desiderio verso una profònda devozione giuseppina.

L'articolo accennato da Tarcisio Stramare offre un interessante elenco per l'Italia, ricordando «la Con-gregazione di san Giuseppe, fondata a Torino da san Leonardo Murialdo nel 1873, e quella degli Oblati fondata ad Asti da san Giuseppe Marello nel 1878... Lo stesso Don Bosco aveva scritto un libro in onore di san Giuseppe e gli aveva dedicato un'Associazione. Nella sua Torino la presenza di san Giuseppe si rivela anche nell Associazione del Cuore purissimo di san Giu-seppe (1863), promossa dal canonico Agostino Berteu. Un'analoga Associazione era stata istituita nel 1846 dal P. Michele Bosco O.M.V., diffusa in Italia, Francia, Austria, Germania e Birmania, raggiungendo 30.000 iscritti.

Mentre in Italia era ovunque un pullulare di Con-fraternite, a Roma ne sorgevano addirittura otto. A Verona, san Gaspare Bertoni diede nuovo impulso alla festa dello Sposalizio di Maria con Giuseppe (1836) e celebrò solennemente il mese di marzo (1841); nella stessa città si sviluppò la Confraternita del Cingolo (o Cordone) di san Giuseppe (1865). Pio IX nel 1865 approvò con indulgenza la pratica del mese di marzo. A Milano iniziò l Associazione del Culto perpetuo di san Giuseppe (1854). I Cappuccini diffusero lo Scapolare di san Giuseppe, approvato dalla Santa Sede nel 1893; uno scapolare analogo era stato già approvato nel 1865 per i Camilliani.

Senza una tale atmosfera devozionale non si sarebbe giunto ad onorare san Giuseppe, con la stampa di libri, di saggi poetici, di fascicoletti con novena, litania e preghiera. Caratteristico è nel 1850 la scelta dei Gesuiti di Giuseppe come patrono della loro rivista La Civiltà Cattolica, considerandolo come «ispiratore di una vita intellettuale che affonda le sue radici nelle profondità di una vita cristiana vissuta e pure ripensata a bene-ficio degli altri».

Tra i libri pubblicati nell'Ottocento hanno avuto grande successo le Lezioni e meditazioni su san Giuseppe (1864) e la Filotea divota di san Giuseppe (1885) di A. Brazzoli, pubblicate a Modena; Il primo mercoledì (1872) di A. Cordaro, a Palermo; Il Mese di marzo (Bologna (1869) e La scienza del ben morire (Modena 1871) di A. Lefèbvre, e le pubblicazioni di L. Pincelli (1865-70). Fra tutti, il libro che ebbe più edizioni in diverse lingue fu Il mese di marzo di G. Marconi (Roma 1810).

Oltre a simili pubblicazioni, nell'ambito sacerdo-tale occupa un posto particolare il già nominato fon-datore degli Oblati, san Giuseppe Marello, canoniz-zato da Giovanni Paolo nel 2001. Personalmente attratto dalla figura di san Giuseppe, si sentì chiamato ad identificare «il suo ministero di relazione intima con il Divin Verbo». Di qui il desiderio di «promuo-vere gli interessi di Gesù e ripetere l'opera di san Giu-seppe che aveva la custodia e il patrocinio dell'Uma-nità sua Sacratissima», desiderio realizzato nella fon-dazione di una Congregazione nella quale «ognuno prende le proprie ispirazioni dal suo Modello san Giu-seppe, che fu il primo sulla terra a curare gli inte-ressi di Gesù; esso che ce lo custodì infante e lo pro-tesse fànciullo e gli fu in luogo di padre nei pruni trent'anni della sua vita qui in terra. Una devozione autentica, dunque, quella di tutta la Chiesa verso san Giuseppe, che non si chiude nel proprio intimo, ma che tende naturalmente a trasformarsi in servizio verso Gesù, del quale san Giuseppe è stato, insieme con Maria, il primo "ministro", curandone gli inte-ressi.

Giunto a questo punto e prima di dedicarsi ai celebri scritti dei Sommi Pontefici dell'Ottocento e del Novecento, occorre dare uno sguardo sul culto a san Giuseppe nei primi tre secoli dell'età moderna come è vissuto al Carmelo teresiano e quale significato ha avuto per la vita contemplativa dei religiosi e delle monache.

 

2. SAN GIUSEPPE, NEL CARMELO TERESIANO

Il Carmelo teresiano, lungo la storia dei primi secoli della riforma, ha lasciato esempi gloriosi e pagine luminose di devozione, in cui si è sempre visto in Giu-seppe il Padre, il Protettore, il Patrono, il Signore che si rivolge a tutti con amore, come un medico celeste, per condurci a una santa morte e alla felice risurrezione.

Dopo le fondazioni teresiane in Spagna, anche le monache carmelitane, giunte dalla Spagna a Parigi, nel 1604, avrebbero voluto dedicare il loro monastero a san Giuseppe. Non potevano farlo perché il card. Berulle preferiva intitolarlo dell'Incarnazione. Ma i due Carmeli da loro fondati un anno dopo, uno a Pon-toise e l'altro a Digione, scelsero Giuseppe come Patrono. Lo stesso fecero i Padri, giunti a Parigi nel 1611 per la fondazione del loro convento, dedicandosi alla costruzione di una chiesa, dedicata a san Giuseppe. è la prima di Parigi. Nella mente di questi fondatori carmelitani in Francia era viva la parola di Santa Teresa: «Mi fu di grande consolazione di aver creato in questa città una chiesa in più, intitolata al mio glo-rioso padre san Giuseppe». Padri e monache giunti

in Francia erano convinti di continuare con la profonda devozione «josefina», considerandola come sorgente di pietà praticata con preghiere semplici, e come mezzo di una vera religiosità, espressa con invo-cazioni e titoli patronali.

Lo stesso avvenne in Spagna, in Italia e in paesi europei, dove durante il secolo XVII i padri e le rnona-che carmelitane fondavano conventi e monasteri.

Quasi si potrebbe dire che rieccheggia nelle nuove fondazioni, la promessa fatta dal Signore a Santa Teresa in vista del primo monastero di Avila, il quale "sarebbe stato una stella che darebbe così grande splendore"'. Veramente, questa prima casa ha acceso nel cielo molte stelle di devozione e amore al Santo Patriarca, che sulla terra hanno continuato ad illu-minare il Carmelo. Padri e monache, seguendo la Santa Madre nella devozione a san Giuseppe hanno dato alla Chiesa un ponderoso aiuto per la propaga-zione del culto. Infatti dei 321 conventi, che esiste-vano alla fine del secolo XVIII, 78 portavano il titolo di san Giuseppe. E tra i 180 monasteri femminili del-l'Ordine 57 si trovavano intitolate come case di san Giuseppe. Nel suo libro sulla fondazione del primo Carmelo teresiano ad Avila, il P. Giovanni dell'An-nunciazione, allora Generale della Congregazione di Spagna, scriveva nel 1699: «Si pose il Santissimo Sacramento; si dedicò la Chiesa a nostro Padre san Giuseppe, che per quel principio è patrono e protettore della nostra Rifor-ma... Il convento di san Giuseppe di Avila è il prin-cipio e la casa ereditaria di tutti i conventi degli scalzi, e principio e casa ereditaria della devozione giusep-pina degli stessi.

Valga a conferma di come la devozione a san Giu-seppe penetrò nell'anima e nella vita degli scalzi il fatto d'intitolare tanti conventi con il nonne di san Giuseppe, seguendo in questo l'esempio della santa Madre».

Non solo nei conventi si è manifestato una genuina devozione giuseppina. Ci sono figure di carmelitane che hanno lasciato esempi, esperienze, racconti di splendida atnnosfera spirituale vissuta in riferimento a Santa Teresa. Sono state la b. Anna di san Bartolomeo, la b. Maria di Gesù, la ven. Paola Maria di Gesù, Chiara Maria della Passione, Maria di san Giuseppe, Anna di Gesù (obera), Elisabetta di san Domenico, Beatrice di Gesù (Ovalle), Teresa di Gesù, Cecilia di san Giuseppe, Gabriella di san Giuseppe, Feliciana di san Giuseppe, Maria dell'Incarnazione, la Beata Maria degli Angeli, Anna di sant'Agostino e altre carmelitane, in cui si è fatta realtà la parola della Santa. Tutte sono state per-sone devote al Padre Giuseppe.

Ciò vale soprattutto per Anna di san Bartolomeo, la fedele infermiera della Santa, che si gloria del fatto che a causa della Santa Madre, san Giuseppe sia più conosciuto in Spagna dove «quasi non lo conosce-vano». Aveva collaborato con Anna di Gesù (Lobera) diffondendo largamente la devozione giuseppina nei Paesi Bassi, che risulta così feconda. «Nella Autobio-grafia narra un intervento del Santo Patriarca nella sua vita contemplativa, intervento che la spinse in maniera forte nella via dell'orazione: un riattino, dopo che da giorni godeva del dono meraviglioso della pre-senza esperimentale di Gesù e Maria nell'anima, ecco farsi sentire anche san Giuseppe. Il glorioso Protet-tore aveva una missione illuminatrice: per immergere maggiormente l'anima della Beata nella contempla-zione della bontà divina e impegnare ancora più a fondo l'ascesa a Dio, le mise sott'occhio in un istante tutte le grazie che il Signore le aveva fatte, ciò che lanciò ancora più verso la perfezione».

In Italia si può pensare alla ven. Paola Maria di Gesù (1586-1646), della nobile famiglia genovese Centurioni, singolare devota di san Giuseppe, al quale volle dedicare secondo lo stile teresiano il primo monastero austriaco a Vienna. Nell'orazione spesso godeva di una presenza speciale del grande Santo che talvolta, ora con la Vergine Santissima, ora con S. Teresa, si rendeva anche visibile. «E ciascuna volta le infondeva maggiore conoscimento delle divine gran-dezze e l'infiatnmava più ardentemente alla loro con-templazione, rimanendo pur ella avvisata dall'istesso Gesù del molto gusto che gli cagionava nell'ossequiare Giuseppe. La sua protezione come aveva ancora inteso dalla sua S. Madre Teresa, è meno da tenere per sin-golare privilegio che l'essere segnalata dalla Madre di Dio con la propria veste».

Anche in Spagna, la Beata Maria di Gesù, «l'av-vocatina di santa Teresa, vide in visione la Santa Madre con san Giuseppe. Essendo Priora di Toledo, raccomandò alle sue figlie la devozione a san Giu-seppe, lo Sposo benedetto di Maria, che Dio ha costi-tuito protettore speciale della castità. Non lasciò pas-sare giorno senza recitargli i sette dolori e gioie; gli dedicò il mercoledì di ogni settimana e il 19 di ogni mese: meditò con fìrequenza gli episodi principali della sua vita e particolarmente l'immensità dell'amore con cui il Santo Patriarca amava Gesù».

Per procedere ancora, indagando la spinta verso un'intima devozione a san Giuseppe, va nominata la venerabile Chiara Maria della Passione (1610-1675), della nobile famiglia Colonna, fondatrice del mona-stero delle Carmelitane Scalze di Regina Coeli a Roma. «Essa si era interessata a tutto potere perché la festa di san Giuseppe dal rito doppio maggiore, che aveva, fosse elevata per tutta la Chiesa, a doppio di la classe». Non riuscendo a questo, si sforzò d'ottenerne l'ele-vazione a Ila classe, ciò che le fu concesso da Clemente X, il 6 dicembre 1670. Premiata dal Santo con un'as-sistenza meravigliosa che, com'ella supplicava, la riem-piva continuamente «di spirito, di verità». Un gior-no «vide all'altare del coro, dov'è il Santissimo Sacra-mento, una bellissima fontana d'acqua limpidissima, e, accanto al fònte, c'era san Giuseppe. Parevale di stare con tutte le religiose in coro, e che Giuseppe con tutte e due le mani prendesse acqua dal fonte e ne but-tasse in quantità sul volto e sopra tutte le religiose, cominciando da lei, e le pareva che con quell'acqua accendesse un grande amore di Dio e protezione in ciascuna».

La fonte dell'acqua limpida richiama alla mente il bel paragone teresiano delle "quattro acque", nelle quali la Santa esprime i quattro grandi gradi di ora-zione: «accanto alla fonte di quest'acqua viva che unisce a Dio, è il buon Giuseppe, padre dell'anima che, immergendosi sempre più nell'orazione, sempre più si unisce a Gesù, fonte di vita e di santità.»

Nel Seicento iniziano anche tra i Padri carmelitani ricerche su san Giuseppe e testimonianze di una viva intensità devozionale, espressa con la scelta del suo nome come nome religioso. Soprattutto va ricordato il dottore mistico P. Baldassare di S. Caterina da Siena. (1597-1673). A conclusione del suo monumentale Com-mentario al Castello Interiore di S. Teresa, parlando del matrimonio mistico dell'anima con Maria, si riferisce concretamente a san Giuseppe "primo Sposo, esemplare e idea di questo genere di sponsalizio". In P. Baldassarre si può vedere il modello eccelso del vero devoto di Maria, l'ideale fulgido di quella intimità pura e profòn-da che la Madonna vuole concedere ai più cari servitori, cui partecipa le gioie del suo matrimonio spirituale.

«Tra Maria e Giuseppe, infatti, spiega il teologo teresiano, esisteva un vincolo matrimoniale saldato dal "consenso e dalla tradizione di possesso", dal " trat-to matrimoniale quanto agli atti interni e unione affet-tiva nuziale", dalla "conversazione e coabitazione esterna". E il matrimonio vero e legale era "figura e simbolo di quello spirituale e interno che legava sal-damente i cuori di Maria e Giuseppe. E poiché il matrimonio spirituale, secondo la teologia mistica, è tutto nella sublima contemplazione fruitiva che pro-duce illustrazioni, splendori, e notizie divine, ardori di amore, gusti, fruizioni e dolcezze, tali doni mera-vigliosi dovevano continuamente comunicarsi da Maria al suo castissimo sposo nell'intimità spirituale che li univa nella contemplazione di Gesù.

Dalla sua sposa Maria, Giuseppe ricevette splendori e illustrazioni interiori. Da questa comunione intima di luce nello Spirito Santo doveva nascere in Giuseppe una profonda unione di amore con Dio e per Maria. Così, il matrimonio diventa fecondo per Giuseppe con illustra-zioni divine e di divina carità. Non è questo il grande insegnamento evangelico del nostro san Giuseppe?.

Anche nel Settecento i padri raccomandavano a rivolgersi nella preghiera a Giuseppe. Ite ad Joseph, un atteggiamento caldo. «La grandezza di san Giuseppe è tale che solo lui può aiutarci ad avvicinare Dio nella preghiera». Ciò nonostante si cercava a costruire anche una prospettiva mistico-teologica. P. Giuseppe dello Spirito Santo (1667-1738), nel suo Cursus theo-logie mystico-scholastica, con alcuni teologi sostiene che Giuseppe ha avuto il dono transuente della visione beatifica "interdum' sulla terra, e lo prova: 1. per il principio di eminenza (su Mosè e S. Paolo) e 2. per la perfezione più completa della Vergine dalla grazia concessa a Giuseppe. Pensiamo che sia meglio atte-nersi semplicemente al Vangelo.

Ma c'è un altro carmelitano, P. Antonio di S. Alberto (1727-1800) che, diventato vescovo in Argen-tina, scrisse Lettere pastorali con bellissime pagine rela-tive al potere di san Giuseppe.

Con l'accento al suo essere "Padre" dell'Ordine, "Padre" di ogni religioso, scrive: «Nessuno quindi meglio di lui ci è "Padre": Padre che ci custodisce, ci nutre, ci difende, ci spinge a perfezione; padre spiri-tuale e vero "maestro spirituale" delle anime che illu-mina e sostiene nelle vie di Dio, che dirige nel cam-mino dell'orazione, che introduce alla intimità più san-tificante con Gesù e Maria, suoi tesori, sua ricchezza, suo tutto». Per questo: «Chi non ha maestro, si rivolga a san Giuseppe, maestro di orazione».

«Sotto la sua guida, dietro i suoi esempi, nella sua intimità, con le sue grazie, nel suo amore, l'anima facil-mente si accorgerà che il suo magistero è tutto nella

sua paternità spirituale con la quale attirà e stringe a Gesù e a Maria. Felice l'anima che lo ha trovato: ha trovato un vero padre e signore!».

Riportiamo una Lettera pastorale in cui P. Antonio appoggiato a testi biblici (latini) mette in luce: «IL PATROCINIO DI SAN GIUSEPPE è UNIVERSALE E SI ESTENDE AD OGNI GENERE DI NECESSITA Ite ad Ioseph, et quidquid vobis dixerit, facite (cf. Gen 41 lat. 44). Con queste parole il Re Faraone volle far conoscere il valido potere e il patrocinio universale che l'antico Giuseppe aveva su tutti i suoi popoli, disponendo perciò che nessuno dei suoi sudditi muovesse piede o mano senza l'ordine di lui, e che tutti ricorressero nelle loro necessità a lui come alla seconda persona del suo regno, avendo deposto nelle sue mani l'anello di sigillo di tutte le grazie e concessioni reali. Ite ad Ioseph! Queste parole a nessun altro uomo possono applicarsi con maggiore precisione e proprietà che al glorioso Patriarca san Giuseppe, del quale l'antico Giuseppe non fu che una figura e un'ombra, tanto nella gran-dezza e nella gloria, quanto nel potere e nell'autorità che ha su tutto l'impero della Chiesa militante.

Infatti, che paragone può esserci tra la grandezza dell'antico Giuseppe nell'essere sposo di Asenet, figlia di Putifàr, sacerdote del sole, e quella di san Giuseppe, vero sposo di Maria, figlia del Principe delle eternità? Che paragone c'è tra la gloria dell'antico Giuseppe nel potersi chiamare padre del Re Faraone, e quella di san Giuseppe, designato padre putativo, padre legale, padre adottivo e padre matrimoniale e per elezione del Re dei Re, Gesù Cristo? E si può paragonare la dignità per cui l'antico Giuseppe fu tesoriere e ammi-nistratore della casa e delle possessioni reali, con quella di san Giuseppe costituito Signore e principe delle possessioni, della casa e della famiglia di un Dio? Ora, se per assai minore dignità, gloria e grandezza, l'antico Giuseppe fu tanto onorato e distinto dal Faraone, Re uomo e Re pagano, su tutto il regno di Egitto, quanto maggiormente non dovrà essere ono-rato e distinto san Giuseppe in tutto il regno della Chiesa militante da un Dio, Re dei Re e Signore dei signori, per molto più, e molto assai più grandi gloria e dignità, che appena possono comprendersi e ridirsi?

Non dubitate, perciò, cari figli, che Dio abbia distinto Giuseppe fra tutti i Santi della sua Chiesa e che lo abbia coronato di gloria e onore con posto e potere superiore a tutti gli altri: Ad tui oris imperium cunctus populus obidiet uno tanto regni solio te praecedam (Gen 41,40). Non dubitate che Dio abbia posto nelle sue mani l'anello della sua onnipotenza, e che abbia affidato alle sue disposizioni, al suo arbitrio, la distri-buzione di tutte le grazie: Tulitque anulum de manu sua, et dedit eum in manu ius (Gn 41,42). Non ponete in dubbio che Dio gli abbia conferito il diritto di una pro-tezione universale e senza limiti, disponendo che il suo patrocinio si estenda a tutte le necessità: Ut... praepositum esse scierent universa, terree (Gn 41,43), per cui è da credere che siamo noi propriamente coloro a cui sono dirette le parole: Ite ad Ioseph, et quidquid vobis dixerit; facite.

Ricorrete in tutto a san Giuseppe: sì, diletti figli, in tutto!

In tutto dobbiamo ricorrere dapprima a Dio, prin-cipio di ogni bene, padrone e dispensatore assoluto di ogni grazia; sempre, però, a fine di ottenerle sicu-ramente, dobbiamo ricorrere a Lui per mezzo del Patriarca san Giuseppe, di cui Dio ascolta e accoglie le suppliche.

Ricorrete in tutto a san Giuseppe: in tutto, sì, amati figli, in tutto!

Per tutti i beni di natura, di fortuna e di grazia; in tutti e per tutti i pericoli di coscienza, di onore e della vita; in tutte le necessità, siano spirituali siano temporali, di anima o di corpo. Dio, infatti - assicura S. Francesco di Sales - non nega niente di quanto chiede san Giuseppe.

Ricorrete in tutto a san Giuseppe: sì, diletti figli, in tutto!

Anche per quei beni, anche per quelle necessità a cui non giunge il potere degli altri Santi: perché il patrocinio di san Giuseppe è universale, e i poteri che Dio gli ha conferiti sono ampi, assoluti e generali, senza condizioni, senza limiti e senza restrizione alcuna.

Ricorrete in tutto a san Giuseppe: sì, in tutto, diletti figli!

Ricorrete anche in quelle cose che sembrano impossibili, perché in tal caso Dio, per la gloria del S. Patriarca Giuseppe, usando del potere straordinario e infinito che ha, sa operare meraviglie che spaven-tano la stessa natura, e sa mostrare che quanto è impossibile agli occhi degli uomini, non lo è alla sua onnipotenza, né alla forza di fare miracoli che ha comunicato alla verga del suo padre putativo san Giu-seppe.

Ricorrete in tutto a san Giuseppe: sì, amati figli, in tutto!

Ricorrete anche per quello che, o perché chiesto male, o perché non bene dominato quanto alla sostanza o quanto al modo, noi siamo indegni di rice-vere da Dio, dandogli motivo che a diritto ci dica: Chiedi e non ricevi, perché hai chiesto male (Gc 4,3). Anche per questo serve il Patrocinio di san Giuseppe: tanto sapiente quanto potente, avvocato e protettore,

raddrizza le nostre domande, correggendo ed emen-dando le nostre suppliche.

Così asserisce la mia grande madre, S. Teresa di Gesù, la quale, nel capitolo sesto della sua Vita, in meno di una pagina seppe compendiare quanto rela-tivamente al Patrocinio di san Giuseppe hanno detto S. Tommaso d'Aquino, S. Bernardino da Siena, Ger-son, molti altri... Le asserzioni di S. Teresa sono tali da convincere chiunque di quanto abbiamo detto circa il patrocinio di san Giuseppe. E cioè: - che realmente il suo patrocinio giova sempre, le sue preghiere davanti a Dio sono comandi: "Il Signore vuole darci a conoscere che come gli fu obbediente sulla terra,. Così in Cielo fa quanto gli chiede", - che il patrocinio di san Giuseppe si estende a tutto, a tutti i beni e a tutte le necessità: "Vidi chia-ramente che tanto da quella angustia, come da altre maggiori di onore o perdita dell'anima, questo mio padre e signore mi liberò con più successo di quanto io non sapessi chiedere"; - che il patrocinio giova in tutto e per tutto quello a cui non giunge né si estende quello degli altri Santi: "Ad altri Santi sembra che il Signore abbia dato di soccorrere in una necessità particolare; a questo glo-rioso Santo, invece, ho la prova che fu dato di soc-correrci in tutte"; - che il patrocinio di san Giuseppe giova in tutto e per tutto, anche in quello che sembra impossibile, e lo è realmente secondo il corso ordinario della Prov-videnza: "è cosa che spaventa la quantità di favori che Dio mi ha dato per mezzo di questo fortunato Santo"; finalmente - che il patrocinio di san Giuseppe giova in tutto e per tutto, anche per quello che noi chiediamo male, o non chiediamo bene, senza quella purezza d'inten-zione con cui Dio vuole che domandiamo: 'Mi pare che siano alcuni anni che gli chiedo ogni volta nel suo giorno una cosa, e sempre me la vedo adempiuta. Se la domanda è un pochino storta, egli la raddrizza per mio maggior bene".

Si può forse affermare qualcosa di più dell'esten-sione, della sicurezza e dell'efficacia del patrocinio del glorioso Patriarca san Giuseppe?».

La medesima Lettera pastorale termina con una riflessione, fatta con le «parole della grande madre S. Teresa di Gesù.

- La Santa dice che il patrocinio di san Giuseppe riguarda tutte le necessità. Ora, quale necessità più grande di quella della morte? La Sacra Scrittura chiama questo giorno: in die necessitatis (giorno di necessità cf: Tb 4,10). Se, dunque, san Giuseppe soc-corre i suoi devoti in tutte le necessità, non si può pensare che manchi loro il suo patrocinio in questa che è la più grave, la più urgente, l'estrema.

- La Santa asserisce che il patrocinio di san Giu-seppe si estende a liberare da tutti i pericoli. Ora, quali pericoli maggiori e più terribili di quelli che circon-dano un agonizzante o un moribondo? David li chiama pericoli di inferno: Pericula inferni invenerunt me (Sal 114,3 lat.). Poiché san Giuseppe libera i suoi devoti da tutti i pericoli, non è da credersi che la sua prote-zione manchi loro in questi che sono i più rischiosi, quelli le cui conseguenze sono tanto funeste quanto irrimediabili.

- Soggiunge la Santa che san Giuseppe è protettore e speciale maestro che insegna ai suoi devoti la via del-l'orazione. Ora, quando un'anima si trova in maggiore necessità di saper pregare, chiedere e gridare a Dio, quanto all'ora della morte, quando si vede circondata da dolori di morte, tentata e combattuta da ogni lato dai nemici della sua salute eterna? Non può credersi, perciò che il patrocinio di san Giuseppe manchi ai suoi devoti nel giorno della loro più grande tribolazione.

- Dice ancora la Santa che il patrocinio di san Giu-seppe ottiene da Dio ogni bene. E san Giuseppe non sarà sollecito di ottenere a chi lo ama e lo invoca un bene dal quale dipendono tutti gli altri beni, una grazia che pone il sigillo a tutte le altre grazie, quali sono il bene e la grazia di una buona morte? Potrà forse dirsi che manchi a Giuseppe, il potere o la volontà per assistere i suoi devoti in quest'ora, o che non sappia che questo è il momento in cui essi hanno più bisogno della protezione, di un amico fedele e di un mediatore efficace e potente?

San Giuseppe mori, e benché fra tutti i Santi fosse come un sole, pure, perché uomo, doveva morire. Però morì come il sole, il quale si muove e china verso l'oc-cidente, per risorgere poi e risplendere più luminoso. San Giuseppe mori, egli, il Giusto, con la morte dei giusti... Morì con la morte dei Santi, pieno di meriti e di consolazioni, fra le braccia di Gesù e Maria... Ora, da questo fatto dell'assistenza di Gesù e Maria alla sua morte, segue una ragione di convenienza che fa pen-sare e credere che san Giuseppe goda di un potere di protezione e grazia particolare per i suoi devoti nel-l'ora della loro morte. Essendo stata, infatti, così felice e preziosa la sua morte, perché assistita e onorata della presenza visibile di Gesù e Maria e perché avvenuta trà le braccia del Figlio e della Madre, possiamo pia-mente credere che il Santo, in memoria di questo bene-ficio, non conseguito da nessun mortale, si trovi costi-tuito Protettore e aiuto degli agonizzanti, e che pro-curi ai suoi devoti in quel passo pericoloso le conso-lazioni, i favori e le grazie ch'egli merita dalla mano benefica e onnipotente del suo Dio».

Dopo la morte di P. Antonio di S. Alberto, i suoi trattenimenti profondi su san Giuseppe non vennero certamente dimenticati in Argentina e in altri paesi americani. Ma in Europa l'Ottocento si apre con gravi crisi per l'Ordine carmelitano. Occorre attendere una decina d'anni per constatare qualche rinnovamento spi-rituale. Si sa dalle testimonianze di Francesco di Palau come è stata la situazione in Spagna. E in Francia?

è al Carmelo di Lisieux dove attraverso santa Teresa di Gesù Bambino si comincia a capire che la devozione a san Giuseppe non si è spenta. Questa gio-vane carmelitana ha lasciato una brillante testimo-nianza di sincera e fiduciosa devozione. Non è una dot-trina, non e un tentativo di offrire pagine psicologiche per un vero culto giuseppino. Sono esperienze e rifles-sioni, che fanno vedere che Teresa lo contemplò nella sua vita semplice e dura di lavoro. Gli offri i piatti forti del pranzo ed esclamò come sintesi di tutta la sua devo-zione: "Oh! il buon san Giuseppe; Oh! quanto lo amo!". In cielo lo vedrò e canterò la sua gloria.

In Santa Teresa di Gesù Bambino questa devo-zione a san Giuseppe esistette fin dall'infanzia. Ancora prima di essere carmelitana, nella sua stanzetta, davanti alla finestra, su un tavolo si trovava una sta-tuetta di san Giuseppe. Già all'inizio del pellegri-naggio in Italia, avendo pregato a Parigi la Madonna delle Vittorie, si rivolse anche a san Giuseppe: «Lo pregai di vegliare su di me; fin dalla mia infanzia avevo per lui una devozione che si univa con l'amore per la Madonna. Ogni giorno recitavo la preghiera: "Oh, san Giuseppe, padre e protettore dei vergini"; perciò fu senza timore che intrapresi il mio lontano viaggio: ero protetta così bene che mi sembrava impossibile aver paura».

Nella sua vita di preghiera Giuseppe è sempre rimasta presente. Gli ha dedicato una semplice poesia, composta nel 1894 dietro richiesta di Sr. Maria del-l'Incarnazione. Di contenuto è ben precisa. Illustra come Giuseppe offre per la vita al Carmelo un valido esempio per vivere a servizio di Gesù e Maria, e di passare in silenzio e contemplazione le giornate offerte per la salvezza del mondo.

 

A SAN GIUSEPPE NOSTRO PADRE

1

Trascorsa in povertà, o Giuseppe,

è l'ammirabile tua vita:

ma la bellezza di Gesù

e di Maria tu contemplavi.

 

Ritornello

 

Giuseppe, Padre tenero,

proteggi il tuo Carmelo

e ai figli tuoi in terra (bis)

la pace dà dal Cielo! (bis)

 

2

Nella sua infanzia molte volte

Il figlio di Dio, gioiosamente,

a te obbediente e remissivo

sul cuore tuo ha riposato.

 

3

Or come te in solitudine

noi serviamo Maria e Gesù:

solo badiamo a compiacerli

e non bramiamo niente più.

 

4

Santa Teresa, nostra Madre,

ti supplicava con amore,

e ci assicura che pregandoti

da te fu sempre esaudita.

 

5

Dopo l'esilio in questa vita

soave la speranza abbiamo

che, con la nostra cara Madre,

a te verremo, o san Giuseppe.

 

Ultimo ritornello

 

Guarda, o Padre tenero,

l'amato tuo Carmelo.

Dopo il terreno esilio (bis)

Radunaci nel Cielo. (bis)

 

Anche nella sua lunga poesia Perché t'amo, Maria, Giuseppe appare più di una volta. è «Giuseppe il giusto», al quale Gesù è sottomesso, Giuseppe che al momento della fuga in Egitto «esorta Gesù a par-tire in fretta»; è sempre il «buono». è colui che Teresa intende dare al suo figliolo spirituale don Bellière «come protettore» in terra di Missione.

Lo esprime con parole di profonda devozione. Però già nei suoi quaderni scolastici, probabilmente scritti in marzo 1886, lo considera con caldo amore e con il desiderio di lodarlo: «San Giuseppe! Chi oserà proclamare le sue lodi? Chi potrà riferire la sua vita e i suoi meriti? Il vangelo parlando di san Giuseppe dice una sola cosa: Era un uomo giusto e timorato di Dio. Gesù ha voluto get-tare un velo misterioso sulla vita di colui che chiamava padre, affinché le azioni di san Giuseppe fossero per lui solo. Ma attraverso questo velo Gesù ci permette ancora di distinguere qualche tratto della grandezza d'a-nimo di Giuseppe. San Giuseppe ha sempre corrisposto alle grazie divine, né mai ha trovato troppo duro fare la volontà di Dio. Quale esempio di fede ci dà san Giu-seppe! Appena l'Angelo gli ha detto di fuggire con Gesù e Maria, si alza e parte. La sua vita è piena di simili azioni, obbediente sempre al beneplacito di Dio.

Che potenza deve avere san Giuseppe presso colui che egli ha nutrito durante la sua vita mortale... Oh sì! Andiamo a Giuseppe con fiducia. Gesù stesso ce lo raccomanda perché egli non può rifiutare nulla a colui che durante la sua esistenza ha sempre cercato di piacergli.

Oh! gran Santo, voi che tutto potete presso Gesù piegate il suo Cuore in favore della disgraziata Francia e pregate Dio che non distolga la sua grazia, ricor-dategli che la Francia è la figlia primogenita della Chiesa».

Nella sua vita al Carmelo, Teresa ha avuto un par-ticolare interesse per la fuga in Egitto. Sceglie questo argomento per comporre un testo da rappresentare nella ricreazione, un testo che celebra la misericordia divina, composto con numerose citazioni bibliche e reminescenze scritturistiche.

Nella prima scena, dopo avere presentato Maria nella casa di Nazareth, Giuseppe entra, carico di arnesi da lavoro. Maria lo rimprovera, ma Giuseppe risponde! « O Maria, lasciate che spenda le mie forze al servizio di Gesù. Per Lui e per Voi lavoro: questo pensiero mi dà animo, mi aiuta a sopportare la fatica e poi la sera, al mio rientro, una carezza di Gesù, un solo vostro sguardo mi fanno dimenticare le fatiche della giornata».

Egli passa la mano sulla fronte per tergersi il sudore; poi, sedendo accanto a Maria, guarda Gesù Bambino. La Santa Vergine lo mette sulle ginocchia di san Giuseppe, il cui viso assume allora un'espres-sione di gioia celestiale. San Giuseppe stringe Gesù Bambino al cuore, lo bacia con amore e gli dice: «O Bimbo, com'è dolce il tuo sorriso! Ma è pro-prio vero che io, il povero falegname Giuseppe, ho la fèlicità di portare tra le mie braccia il Re del Cielo, il Salvatore degli uomini? è vero che ho ricevuto la missione sublime di essere il padre putativo e nutrizio di Colui che sazia con la sua presenza gli ardenti sera-fini e (là il nutrimento a tutte le creature? è vero che sono lo sposo della Madre di Dio, il custode della sua verginità?

O Maria, ditemi, che profondo mistero è mai questo?

L'Atteso dei Colli Eterni, l'Emmanuele, oggetto dei sospiri di tutti i Patriarchi, è qui sulle mie ginoc-chia, guarda ine, suo povero e indegno servitore».

La Santa Vergine continua dicendo: «Come voi, Giu-seppe, anch'io ini stupisco di potere stringere al cuore il Divin Bambino di cui sono Madre; mi sorprende che sia necessario un po' di latte all'esistenza di Colui che dona la vita al inondo». Dopo un prolungato silenzio passato nella contemplazione, Maria riprende: «Presto Gesù si farà grande, voi dovrete insegnare al crea-tore dell'Universo a lavorare... Con voi egli si gua-dagnerà il pane col sudore del suo adorabile volto».

San Giuseppe domanda: «Che dite, Maria? Dovrà diventare Gesù un povero artigiano come me? Ah, mai avrò il coraggio di vederlo sopportare i rimpro-veri che ricevo io! Anche oggi il ricco signore per il quale lavoravo non è stato contento della mia opera; mi ha allontanato dicendomi di andare a cercar for-tuna altrove. Dopo molte ricerche e rifiuti ho finito per trovare lavoro sufficiente per un intero mese; lo potrò fare qui: è una fortuna che non osavo sperare. Non dovrò allontanarmi né da Gesù né da voi: che consolazione!» Accorgendosi che il piccolo Gesù dorme, le dice abbassando la voce: <AI Divin Bambino s'è addormentato; prendete il Vostro Tesoro: è l'ora del riposo». Posa un bacio sulla fronte di Gesù; poi lo presenta a Maria, che lo prende con rispetto Nella seconda scena l'angelo appare con il ines-saggio di partire subito per l'Egitto: «Devi partire in fretta per la terra d'Egitto. - Giu-seppe, già stanotte silenzioso partì».

Giuseppe obbedisce. Lo dice a Maria, pur essendo preso da paura di affrontare un futuro incerto...

«Quanto mi costa esporvi alle fatiche e ai pericoli di un così lungo e penoso viaggio... Ma bisogna che mi rassegni. In Egitto saremo ridotti alla più estrema povertà».

La Sacra Famiglia arriva in Egitto e Teresa si ispira direttamente a un episodio degli scritti apo-crifi ripreso da P. FABER nel libro Le pied de la Croix ou les douleurs de Mane.

Giuseppe risponde alla gente, spiegando il mas-sacro dei bambini di Betlemme, e alla ,domanda, perché Dio non colpì con la morte il crudele Erode: «I pen-sieri di Dio non sono come quelli degli uomini, altri-menti Gesù avrebbe agito come avete detto; ma le sue vie sono poste al di sopra delle vie umane, tanto quanto il Cielo è alto sopra la terra. Io non posso son-dare la profondità dei pensieri divini e li adoro senza comprenderli... Maria, illuminata più di me dalla luce dello Spirito Santo, potrà certo spiegarvi perché il suo Divin Figlio ha lasciato mietere gli innocenti invece di far morire Erode».

Maria lo spiega, e allora Giuseppe riprende il discorso dicendo: «Se la vita presente dovesse durare per sempre, avreste qualche ragione per ammassare ricchezze; ma questa vita, che passa con la rapidità di un lampo, deve essere seguita da un'eternità di felicità per quelli che serviranno Dio fedelmente durante il loro esilio pas-seggero.

Allora questo Dio di bontà e di misericordia ricom-penserà magnificamente non solo le azioni clamorose compiute per Lui, ma anche i semplici desideri di ser-virlo e di amarlo, poiché egli vede tutto, il suo occhio penetra nel profondo dei cuori e i pensieri più segreti non gli sono nascosti. è come dice il profeta Isaia: Il Signore non giudicherà secondo le apparenze, non con-dannerà per sentito dire, ma giudicherà con giustizia i poveri e si proclamerà giusto vendicatore degli umili oppressi sulla terra. Dio stesso verrà e li salverà».

Ciò che, Teresa scrive, esprime il suo invito ad affi-darsi e abbandonarsi all'amorosa protezione a san Giu-seppe. è una profonda intuizione interiore della sua devozione giuseppina che mostra come una semplice donna consacrata può viverla e cercare di diffonderla agli altri. Bisogna amare Giuseppe, «fargli piacere», come aveva fatto gettando fiori ai piedi della sua sta-tuetta in giardino, e dirlo a chi potrebbe averne dubbi. No, in lei egli è sempre «il buon Giuseppe. Oh, come l'amo». «Come lo amava la Santa Madre Teresa che si affidava a lui essendo egli il buon medico celeste». Giuseppe è visto dalla piccola Teresa come Protettore dell'umanità cristiana, come figura di padre che ispira simpatia a tutto e che arricchisce la pietà privata e liturgica con gioia e speranza.

Santa Teresa di Gesù Bambino ha cercato però di soffermarsi in contemplazione dell'amore che Giu-seppe ha manifestato a suo "figlio Gesù". Ma l'amore è più grande quando scaturisce dal servizio umile e nascosto del Santo per Maria e Gesù, lavorando per - loro e difendendoli. Così san Giuseppe è visto come esempio anche da Elisabetta della Trinità che scri-veva nel suo Diario: «Ho supplicato questo gran santo, in cui ho tanta fiducia, di venirmi in soccorso" (1° marzo 1899). Non ha lasciato scritti particolari, ma in lei non è mancata la devozione. Infatti nei momenti difficili aveva affermato «Prego molto san Giuseppe»'. «Sono certa san Giuseppe compirà l'opera sua».

 

3. SAN GIUSEPPE NEL MISTICISMO E NELL'ESPERIENZA INTERIORE

Finora abbiamo preferito riportare esempi della devozione giuseppina negli ultimi secoli, senza inter-venire su fatti e testimonianze che si concentrano in un'altra atmosfera. La meditazione sul mistero del-l'Incarnazione e sulla vita nascosta di Gesù e Maria ha influito su alcune religiose e laiche, con illumina-zioni interiori riguardanti anche san Giuseppe. Non si tratta di apparizioni o di visioni corporali. Eppure si scopre qualcosa di più grande di ciò che può dare il visibile e che riempie l'anima di segrete ricchezze.

Si può pensare qui ai Santi che hanno raggiunto i vertici della vita mistica. Al Carmelo spagnolo Giu-seppe ha avuto un particolare ruolo nella venerabile M. Gabriella di san Giuseppe (1628-1701), monaca ad Ubeda, la quale ebbe il Santo padrino del suo fidan-zamento spirituale con Gesù, insieme alla Santissima Vergine', mentre il suo direttore spirituale, il P. Ago-stino della Croce, OCD (1634-1676), dopo avere avuto nella più profonda unione con Dio il cuore misticamente trasverberato, sentì il bisogno di affidare la ferita intima al Santo Patriarca che gliela andò aumen-tando, accendendolo sempre più della divina carità.

In Italia, una grande devota di san Giuseppe è stata la mistica monaca cappuccina di Città di Castello, S. Veronica Giuliani (1660-1727). Nel suo Diario si riflet-tono le sue esperienze spirituali concentrate su Cristo crocifisso; ma si trovano anche pagine su figure e momenti particolari, in cui essa ha incontrato mistica-mente molti Santi, tra i quali il «Patriarca san Giu-seppe», al quale volle aggrapparsi, imitare la sua umiltà, il suo affettuoso rapporto con Gesù. Lo sposo della Ver-gine Maria, scrive, «sperimentò la gioia di tenere tra le braccia Gesù Bambino: Dice, glielo consegnò la Madonna nella festa del 19 marzo 1715». «Per via di comunicazione ho capito e provato un non so che di nuovo: cioè un certo giubileo nell'intimo dell'anima e ciò era una particella di quel godimento che aveva san Giuseppe ogni volta che teneva nelle sue braccia Gesù Bambino. Anche in quell'istante s'è rinnovato in questo mio cuore un nuovo dolore ed amore»

Una monaca innamorata di san Giuseppe fu la benedettina Maria Cecilia Baij, abbadessa di Mon-tefiascone (1694-1766), autrice di una lunga vita del Patrono di Nazareth, con pagine vivaci e simili a un romanzo. Però attestò che già dopo pochi anni di vita consacrata al monastero «si mise ad ascoltare la parola interiore di Gesù nella sua anima». Così interiormente illuminata si sentì spinta a scrivere i suoi Colloqui e poi la Vita di Gesù, quella di san Giuseppe e quella di Giovanni il Battista... Ricevette la facoltà di comporre questo libro sul Patrono di Nazareth dal suo confes-sore, un sacerdote secolare, Egidio Bazzatti.

La sua Vita del glorioso patriarca san Giuseppe', ter-minata nel 1736, è un'interpretazione di testi evan-gelici, ma con l'aiuto dell'agiografia dell'epoca. Tut-tavia, lei dice: «Non ho mai letto una qualsiasi opera su san Giuseppe. Ho soltanto ascoltato ciò che Gesù Cristo nella sua bontà mi ha rivelato. Come la sua vita interiore, così mi ha rivelato anche la vita di san Giu-seppe... Tutto mi fu dettato da una voce interiore, in maniera miracolosa e particolare. Si tratta di una comunicazione udita, sebbene spirituale.

Il suo libro giuseppino scritto nel 1736 rimase na-costo per molto tempo. Soltanto all'inizio del secolo XX, dietro apprezzamento e consiglio di papa Bene-detto XV, si giunse a una sua pubblicazione.

I primi capitoli sono un delicato racconto roman-zesco dell'infanzia e della giovinezza di Giuseppe. Cecilia dice che aveva solo 18 anni, quando perdette i genitori (p. 47). Quando s'incontrò con Maria, aveva già tren-t'anni (p. 75). Riferendosi così alla diffusa descrizione apocrità sulla scelta di uomini della stirpe di Davide da parte del presbitero del tempo, essa afferma che Giu-seppe si sposò con Maria, quando era una fanciulla di 14 anni (p. 77). L'angelo gli disse che Maria «si era dedi-cata a Dio con voto di verginità», un fatto che spinse Giuseppe, «invaghito di imitarla, a consacrarsi anche lui alla purezza». Il matrimonio descritto alla luce dello Pseudo-Vangelo di Giacomo nonnina il bastone che Giu-seppe aveva in mano: Improvvisamente fiorì e da tutti fu veduto scendere dal cielo una bianca colomba che si posò sul capo di Giuseppe» (pp. 77-79).

Nel descrivere la nascita di Gesù e la sua prima infanzia la Bai.] ricorre di più all'immaginario mira-coloso; ma è sempre accumulato dalla tradizione apo-crifa e dalle vite popolari di Gesù. Il Bambino, appena nato, è avvolto in una luce celestiale. «Svegliato dal sonno Giuseppe apre gli occhi e vede il suo Reden-tore nato, dal volto del quale uscivano chiarissimi raggi più che di sole e la stalla si riempiva tutta di splendore» (p. 152). Poi, mentre la Sacra Famiglia si rifugia in Egitto si realizzano i soliti prodigi nella natura già segnalati nella Agreda: «Mentre gli alberi si chinavano facendo reverenza al loro creatore, usci-vano a schiere gli uccelli facendo armoniosi canti al loro sovrano». L'arrivo poi in Egitto corrisponde alla caduta degli idoli qui venerati: «Nell'entrare che fecero in quella città, caddero a terra gli idoli che ivi s'ado-ravano in quella cieca nazione» (p. 190), un fatto che nella gente dell'Egitto provocò agitazione e spavento. Gli ultimi capitoli ricordano la morte di san Giuseppe. Aveva 61 anni e con un «intenso atto d'amore», chia-mando i nomi santissimi di Maria e di Gesù, si spense il suo corpo umano. O «anima veramente felice» (p. 302). Allora Cecilia Bai j presenta la grande missione di «Giuseppe di esercitare senza interruzione l'ufficio di Procuratore presso Dio per tutti i morenti. Prega Dio di concedere grazie a tutte le anime, redente dal prezioso sangue di Gesù, soprattutto a coloro che lo venerano. Poiché Giuseppe ha sopportato in terra tante tribolazioni, egli aiuta soprattutto le persone tri-bolate e sofferenti» (p. 304).

II libro della Baij è una semplice, spesso commo-vente descrizione della vita di san Giuseppe. Vuole aiutare a promuovere la devozione, cercando di com-pletare le esposizioni teologiche precedenti. Se l'au-trice riporta fonti apocrifi, ai suoi tempi riconosciute come verità storiche, lo fa soltanto come base su cui appoggiava le parole che aveva interiormente coniprese. Queste parole che costituiscono un'ampia nar-razione, fanno chiedere se erano locuzioni mistiche? è difficile affermarlo. Però Dio, che aveva rivelato a lei tanti particolari della sua vita, poteva anche aprire il suo cuore a intuizioni spirituali che storicamente non sono sempre da escludere come possibili eventi rivelati nell'esperienza cristiana. Comunque sia, anche se la sua opera non va considerata come documento biblico-storico, è facile inserirla nell'ambito della forma di misticismo che riempie il suo secolo, un misticismo per il lettore cattolico in senso positivo.

Come abbiamo detto, per quasi due secoli non si giunse a una pubblicazione della sua Vita di Giuseppe. Non esistevano più gli impulsi della riforma triden-tina e con la nuova visione razionale del mondo gli elementi religiosi rimanevano qualcosa di marginale e venivano considerati inutili per le prospettive del futuro. Mistica e misticismo erano per la società del "secolo dei lumi" movimenti di carattere falso, anzi men-zognero. Nessun interesse per scritti di teologia mistica e relativamente per religiose e monache che nei loro scritti di atteggiamenti interiori erano orien-tati verso l'elevazione al divino.

Qualcosa cambiò lentamente nell'Ottocento. Negli Ordini e Istituti religiosi si assiste non solo a un con-sapevole orientamento verso una seria e ben praticata spiritualità, ma anche verso l'esperienza soprannatu-rale. In più i cristiani si sentivano spinti a collaborare con Cristo per la salvezza dell'umanità. Per seguire Cristo, è d'aiuto imitare Giuseppe che ci addita il cam-mino da percorrere. Per questo i già nominati libri su san Giuseppe, non sono studi di teologia mistica, ma si compongono con preghiere, pratiche di pietà, tridui, novene, mesi, culto perpetuo, cordone, scapolare. Si procede anche alla incoronazione di statue, si costrui-scono santuari, vengono dedicate al Santo cattedrali e basiliche minori e con la musica, con inni e canti si loda san Giuseppe, che è presente anche nell'appari-zione della Madonna a Knock, in Irlanda (1879). Basta seguire il Patrono della Chiesa.

Questi elenchi, si sviluppano in tutte le direzioni. Essi rivelano il fascino che nel popolo di Dio incon-trano le «virtù comuni, umane, semplici, ma vere ed autentiche» esercitate da san Giuseppe, dimostrazione evidente che «per essere buoni e autentici seguaci di Cristo non occorrono grandi cose» (Paolo VI).

Così si entra nel Novecento, in cui una laica ita-liana Maria Valtorta (1897-1961) è riuscita a fare un lungo lavoro sulla vita di Gesù Cristo, terminato nel 19.56, in cui riporta anche un suo interiore viaggio per le terre d'Oriente, compiuto nei sogni e nelle intui-zioni interiori, dove non le è mancata la visione di san Giuseppe. Ciò che racconta è un romanzo di mistiche interpretazioni di Giuseppe.

Il 2.5 gennaio 1944 Maria Valtorta "vide" a Naza-reth la piccola casa di Maria e Gesù. Sulla via che vi conduce constatò l'arrivo di «un uomo non troppo alto ina robusto. Riconosco Giuseppe, che sorride. E più giovane di come lo vidi nella visione del Paradiso. Sembra avere al massimo quaranta anni. Ha i capelli e la barba folti e neri, la pelle piuttosto abbronzata, occhi scuri. Ha un viso onesto e piacente, un viso che ispira fiducia. Vedendo Gesù e Maria, affretta il passo. Ha sulla spalla sinistra una specie di sega e una specie di pialla, e con la mano tiene altri arnesi del mestiere, non come quelli di ora ma quasi uguali. Sembra che torni dall'aver fatto qualche lavoro in casa di qual-cuno. Ha una veste fra il color nocciola e il marrone, non molto lunga, - arriva un bel po' più su della cavi-glia - ed ha le maniche corte sino al gomito. Alla vita una cinghia di cuoio, mi sembra. Una vera veste da lavoro. Ai piedi sandali intrecciati alla caviglia. Maria sorride e il Bambino manda dei gridetti di gioia e tende il braccino libero. Quando i tre si incontrano, Giuseppe si curva offrendo al Bambino un frutto che mi pare una mela, dal colore e dalla forma Poi gli tende le braccia, e il Bambino lascia la mamma e si rannicchia fra le braccia di Giuseppe, curvando il capino nell'incavo del collo di Giuseppe, che lo bacia e ne è baciato. Una mossa piena di affettuosa grazia. Dimenticavo di dire che Maria era stata sollecitata a prendere gli arnesi di lavoro di Giuseppe, per lasciarlo libero di abbracciare il Bambino. Poi Giuseppe, che si era accoccolato al suolo per mettersi all'altezza di Gesù, si rialza, riprende con la mano sinistra i suoi arnesi e tiene stretto sul petto robusto, con il braccio destro, il piccolo Gesù. E si avvia verso casa, mentre Maria va alla fonte ad empire la sua anfora.

Entrato nel recinto della casa, Giuseppe depone il Bambino, prende il telaio di Maria e lo porta in casa, poi munge la capretta. E Gesù osserva attentamente queste operazioni e quella della chiusura della capretta in un piccolo sgabuzzino posto su un lato della casa.

La sera cala. Vedo il rosso del tramonto farsi vio-laceo sulle sabbie, che per il calore sembrano tremo-lare. La piramide sembra più scura.

Giuseppe entra in casa, in una stanza della casa che deve essere officina, cucina, stanza da pranzo insieme. Si vede che l'altro ambiente è quello destinato -al riposo. Ma in quello io non entro. Vi è un basso focolare acceso. Vi è un banco da falegname, una piccola tavola, degli sgabelli, delle mensole con su le poche stoviglie e due lumi ad olio. In un angolo, il telaio di Maria. E molto, molto ordine e nitore. Dimora poverissima ma pulitissima.

è questa un'osservazione che faccio: in tutte le visioni riguardanti la vita umana di Gesù, ho notato che tanto lui come Maria, come Giuseppe, come Gio-vanni, sono sempre ordinati e puliti nella veste e nel capo. Abiti modesti e semplici acconciature, ma di una nitezza che li fa apparire signorili.

Maria torna con l'anfora e viene chiusa la porta sul crepuscolo calato rapidamente. La stanza è rischiarata da una lucerna, che Giuseppe ha accesa e messa sul suo banco, dove si curva a lavorare ancora intorno a delle piccole assi, mentre Maria prepara la cena. Anche il fuoco rischiara la stanza.

Gesù, con le manine appoggiate al banco e la testo-lina volta in su, osserva ciò che fa Giuseppe».

Gli scritti di Maria Valtorta sono stati accettati da pochi sacerdoti e laici cattolici, non come studi ese-getici, però come libri per la lettura quotidiana. Non sono mancate osservazioni critiche da chi non ha capito che della Valtora «l'oggetto non sono le idee sulla vita cristiana, ma riguardano un solo aspetto del-l'esperienza religiosa concernenti le manifestazioni straordinarie di frontiera della fede e le possibili radici di fenomeni carismatici nella struttura psichica del soggetto»'. Questa constatazione serve per una psi-canalisi mistica nei riguardi delle suddette parole su san Giuseppe. Certamente sotto il punto di vista teo-logico non sono un invito a conoscere la vera figura del padre legale di Gesù.

Accanto al misticismo, nel secolo scorso ci sono state anche in alcuni altri religiosi e laici profonde esperienze interiori di san Giuseppe, espresse in let-tere, in scritti e in poesie. Un particolare significato hanno due poesie della carmelitana Edith Stein, un Canto di lode, composto probabilmente il 19 marzo 1936 per l'onomastico della M. Josepha del SS. Sacra-mento, e una poesia, composta tre anni dopo, il 24 marzo 1939, quando si trovava già in Olanda.

 

AL SANTO PADRE GIUSEPPE

Cantate canzoni allegre, preparate gli strumenti a corda per il canto, per lui, che è piaciuto a Dio, il giubilo del cuore.

Vogliamo dedicare la canzone di lode a lui, l'uomo buono e fedele, consolazione e luce di tutti i fedeli, perché egli non abbandona i suoi.

San Giuseppe, nostro Padre sa dare aiuto in ogni necessità e consigli in situazioni disperate, rifugio anche nella morte.

Non scoraggiatevi, anche se le tempeste minacciano attorno, ma pregatelo coraggiosamente, ai fiduciosi giungerà la sua ricompensa.

Egli, il puro custode dei purissimi, è la forte rocca della purezza, è lo sprezzatore dei beni terreni, è per la povertà il porto sicuro. Fu sempre trovato obbediente quando sentì le parole dell'angelo di Egli aiuta ad obbedire in ogni ora: Seguitelo fedelmente!

Custodisce il bambino Gesù con la Madre di tutte le madri. Perciò in lui si trovano al sicuro le madri fedeli di tutti i bambini. San Giuseppe, alle nostre mamme dona ampia benedizione.

Oggi poniamo nel tuo cuore tutte le loro domande.

L'altra poesia nacque nel periodo in cui Edith Stein si offrì come «vittima di espiazione», affinché «il dominio dell'anticristo crollasse senza una nuova guerra mondiale», che fra cinque mesi sarebbe arri-vata alla porta d'Europa.

 

SAN GIUSEPPE PROVVEDI TU!

Il cielo è pesante e oscuro sopra di noi.

Cè sempre la notte. E la luce non ci vuole mai illuminare? Lassù, Padre, ti sei allontanato da noi?

La miseria opprime il cuore come il rosseggiare delle alpi. Non c'è nessuno qua e là che ci salva? Chi sa aiutarci? Ecco, un raggio penetra vittoriosamente le nubi,

una luminosa stellina guarda amichevolmente in basso, mite e buono, come l'occhio di un Padre.

Tutto quello che ci riempie d'angoscia, io lo prendo. Innalzandolo, lo pongo nelle sue mani fedeli! Accettalo tu - Simbolo di San Giuseppe. San Giuseppe, provvedi tu!

Tempeste forti attraversano i paesi.

Querce sradicate e rotte, che nel cuore della terra hanno fatto scendere le loro radici

e che verso il cielo fieramente hanno elevato le loro corone, sono cadute, ora attorno a loro (orrore della devastazione. E la tempesta, non scuote anche le feste della fede? Non si romperanno le loro sante colonne?

Chi potrà dare loro un appoggio? Il nostro braccio è debole. Implorando alziamo le mani a te (Giuseppe) che simile ad Abramo sei il Padre della fede.

Forte nella semplicità infantile, meravigliosamente potente, con la forza dell'obbedienza e in senso puro, protettore nella nuova alleanza nel santo tempio: Sii tu suo protettore -

San Giuseppe, provvedi tu! Quando dobbiamo pellegrinare in paesi lontani e cercare un albergo, da una casa all'altra, procedi tu, come nostra fedele guida, tu, il compagno della Vergine purissima, tu, il padre e custode fedele del Figlio di Dio. Se tu rimani con noi, la nostra patria diventa Betlemme e Nazareth, anzi, anche Egitto. Dove sei tu, c'è la benedizione del cielo. Noi, come bambini, seguiamo i tuoi passi e con piena fiducia prendiamo le tue mani: Sii tu la nostra patria. - San Giuseppe, provvedi tu'!

Questa poesia della Stein è un'impressionante testi-monianza di meditazione e comprensione intuitiva del suo essere accolta nel mistero di san Giuseppe. è lui che aveva riempito il suo cuore con la speranza di poter superare la disastrosa situazione del suo tempo. In lui aveva trovato il padre che, come «luce dall'alto» avrebbe guidato la storia del mondo, e avrebbe aiu-tato ad accogliere gli imprevisti del futuro. Certa-mente, un rapporto interiore l'aveva spinta ad abban-donarsi con fede ed amore a questo venerato Padre. Ma in lei non si tratta di un rapporto basato su studi biblici e su qualche lettura spirituale, anche se si può ammettere in lei un avvicinarsi teologico-spirituale durante gli anni a Spira, in cui doveva tradurre in tedesco alcuni lavori di John Henry Newman e Tom-maso d'Aquino. Però, nei suoi scritti non ci sono pagine dedicate a san Giuseppe. Solo qui, in queste poesie che esprimono un'esperienza interiore, si direbbe mistica, la Stein apre il cuore a una profonda devozione a san Giuseppe, e non si può dubitare del suo essersi abbandonata a suo "padre" negli anni di dura persecuzione, di sofferenze e morte.

Proprio ad Auschwitz, il 5 ottobre 1997 fu con-sacrata la chiesa parrocchiale con il titolo di «San Giu-seppe». E si afferma che «per salvaguardare per il futuro da un deprecabile rinnovato furore di uomo contro uomo, è stato dato a quella chiesa il nome sacrosanto di san Giuseppe». Chissà, forse a questa decisione si giunse con una misteriosa ispirazione dall'alto? Non viene detto che la dedicazione sia nata pen-sando all'olocausto di Edith Stein. Ma forse allarga lo sguardo dei pellegrini verso la Santa carmelitana e patrona d'Europa, nella quale esisteva l'abbandono a un impegno di stretta alleanza «con il potente Tau-maturgo della nostra speranza», come viene proposto a coloro che giungono ad Auschwitz e pregano nella nuova chiesa giuseppina. «San Giuseppe insegna, san Giuseppe esorta, san Giuseppe conforta: il dramma-tico silenzio provocato dall'olocausto sembrava dover gravare per l'eternità e scaturire sempre, proprio quando la prova è più tragica e più dura. Andare con i pellegrini alla chiesa di san Giuseppe ad Auschwitz, è come rinnovare un impegno di stretta alleanza col potente Taumaturgo della nostra speranza»

 

4. GIUSEPPE PATRONO DELLA CHIESA

A questo punto non si può tralasciare di gettare uno sguardo sulla voce dei Sommi Pontefici, mettendo in luce quali siano state, in loro, le ragioni per una pub-blica celebrazione della grandezza di san Giuseppe nella Chiesa cattolica e per un caldo invito alla devozione. Fu «Pio IX che estese a tutta la Chiesa la fèsta del Patro-cinio di san Giuseppe, già festa particolare dei carme-litani; introdusse inoltre il nome nelle litanie dei Santi».

Dopo di lui «Leone XIII diede impulso al culto della S. Famiglia e vi mise accanto la questione ope-raia, la questione del lavoro, quanto è più vicino alla vita, con particolare riguardo a quelle famiglie che non posseggono risorse o capitali da parte, e che devono pensare, con la fatica incessante, al pane quo-tidiano».

Nel secolo XX fu Pio XII che approfondì il rap-porto tra il mondo del lavoro dichiarando: «san Giu-seppe, protettore speciale di tutti coloro i quali lavo-rano per vivere e per far vivere una famiglia, vi insegni a trovare Gesù in voi, ove è presente con la sua grazia santificante; e a farvi custodi di lui presso quelli che amate».

E facendo brillare la funzione importante di lavo-ratore, Giovanni XXIII aggiunse: «Fin dalle origini delle A.C.L.I. (11 marzo 1945) Pio XII pose queste associazioni sotto il patrocinio del Santo: Nessun lavoratore è stato mai così perfettamente e profondamente penetrato dello spirito evangelico, come colui che visse nella più stretta intimità e comunanza di famiglia e di lavoro, il suo Padre putativo, san Giuseppe.

Chi conosce la storia della Chiesa non può dubi-tare che i decreti e documenti più importanti per zelare il culto a san Giuseppe, prima del Concilio Vati-cano II, iniziano sotto Pio IX con la solenne dichia-razione del Patrono della Chiesa (8 dicembre 1870, alla quale segue il Breve Inclytum Patriarcham del 7 luglio 1871).

In questo testo (abbreviato) si legge: «La Chiesa Cattolica giustamente tributa grande culto e venera con intimo affetto di pietà l'inclito Patriarca san Giuseppe che, sopra tutti gli altri Santi, Dio onnipotente volle che sulla terra fosse in realtà Sposo purissimo della Vergine Immacolata Maria e Padre putativo del suo unigenito Figlio Gesù Cristo, arricchendolo perciò e ricolmandolo di singolarissime grazie, affinché potesse compiere con ogni perfezione uffici tanto sublimi, coronandolo poi in cielo di onore e gloria.

I Pontefici romani, Nostri Predecessori, per accre-scere e stimolare sempre più nel cuore dei fedeli la devozione e la pietà verso il Santo Patriarca, e per spingerli a ricorrere con la più grande confidenza alla sua intercessione presso Dio, non omisero, ogni volta che se ne offriva l'occasione, di decretargli nuovi e sempre maggiori segni di culto pubblico.

Basti ricordare, tra essi, Sisto IV,... Clemente X,... Clemente XI,... e Benedetto XIII... Noi stessi, dopo che fummo, per investigabile volontà di Dio, chiamati alla Cattedra di Pietro, mossi sia dagli esempi dei Nostri Predecessori, sia dalla singolare devozione che fin dal-l'infanzia portiamo al Santo Patriarca, per decreto del 10 settembre 1867, con Nostra grande gioia esten-demmo a tutta la Chiesa con rito doppio di II classe la festa del suo Patrocinio, già celebrata per indulto della Santa Sede in alcuni posti. Ma, in questi ultimi tempi, nei quali fu mossa alla Chiesa un'immane e ver-gognosissima guerra, la devozione dei fedeli verso san Giuseppe è cresciuta e ha fatto tali progressi che, da ogni parte sono giunte a Noi innumerevoli e fervidis-sime domande, rinnovate ora, durante il sacro Concilio ecumenico Vaticano da ogni ceto di fedeli e, ciò che più conta, da molti Nostri venerabili fratelli Cardinali e Vescovi, nelle quali si chiedeva che al fine di allonta-nare tutti i mali che ci turbano in questi luttuosi tempi, fosse invocata più efficacemente la divina misericordia per i meriti e l'intercessione di san Giuseppe, dichia-randolo Patrono della Chiesa Cattolica ...».

Pio IX è seguito da Leone XIII, un uomo di grande sapienza e di profonda pietà, «un Papa certa-mente mariano, ma altrettanto giuseppino, anzi giu-seppino perché mariano. Vescovo di Perugia dal 1846, anno dell'elezione di Pio IX, ne assorbì la devozione verso san Giuseppe durante tutto il lungo pontifi-cato e la sviluppò a sua volta come suo successore per altri 25 anni. Già nella prima allocuzione al collegio dei Cardinali (28 marzo 1878) poneva il suo pontifi-cato sotto «La potentissima protezione di san Giu-seppe, celeste patrono della Chiesa», e nella Lettera apostolica Militans Jesu Christi Ecclesia (12 marzo 1881) affidava a san Giuseppe il Giubileo straordinario da iniziarsi proprio il giorno della sua festa.

Considerata l'importanza delle encicliche, non è senza significato che in esse il Papa invochi san Giu-seppe, subito dopo l'intercessione di Maria. Così tro-viamo nelle encicliche Inscrittibili Dei consilio (21 aprile 1878), Quoad Apostolici muneris (28 dicembre 1878), Aeterni Patris (4 agosto 1879), Sancta Del' Civitas (3 dicembre 1880), Diuturnum (29 giugno 1881), Etsinos (15 febbraio 1882), Humanum Genus (20 aprile 1884). Anche nell'enciclica Rerum novarum (1891), san Giu-seppe è presente come colui che qualifica umanamente Gesù, il quale «benché Dio, ha voluto essere conside-rato figlio di operaio (Mc 6,3)». Rilevanti sono i super-lativi che definiscono san Gisueppe: beatissimo, castis-simo, purissimo, santissimo, gloriosissimo, immacolato.

Egli inserisce il nome del «beato Giuseppe» nella preghiera «Deus, refugium nostrum et virtus» da reci-tarsi dopo la Santa Messa (6 gennaio 1883); approva la recita dell'Ufficio votivo di san Giuseppe al mer-coledì (1883) e stabilisce, inoltre, il 3 marzo 1891, che la festa di san Giuseppe sia di doppio precetto per il Piemonte, la Sardegna e la Lombardia. Durante il suo pontificato sorgono numerosissime Congregazioni religiose dedicate a san Giuseppe o alla santa Fami-glia; ben cinque sono le incoronazioni di immagini di san Giuseppe fatte nel mondo a suo nome; nel 1888, viene costruito, nella basilica di san Pietro, il prezioso altare di san Giuseppe, che si trova nella cappella delle Reliquie, purtroppo oggi non accessibile.

L'intervento, tuttavia, più importante nella storia del culto a san Giuseppe è l'enciclica Quamquam pluries (15 agosto 1889), un documento che mostra l'intimo legarne che corre tra Maria e il suo sposo purissimo nella volontà di Dio e nella pietà dei fedeli. Riferendosi poi alla «nomina del beato Giuseppe al Concilio Vaticano I come Patrono della Chiesa», Leone XIII riassume «le particolari ragioni... che sono il suo essere sposo di Maria, testimone della sua verginità e tutore della sua illibatezza». Nei riguardi della Santa Famiglia, egli « fu custode legittimo e naturale difensore»: «Fu lui a tute-lare con amore e ansie continue la sua sposa e il figlio divino; fu lui che provvide al loro sostentamento con il suo lavoro; lui, che allontanò da loro i pericoli, li portò in salvo fuori di patria, e nei disagi dei viaggi e nelle dif-ficoltà dell'esilio fu loro compagno inseparabile, loro aiuto e conforto». Il passaggio dalla missione di san Giu-seppe nella vita di Gesù a quello nella vita della Chiesa, è naturale. La sua missione, infatti, non si esaurisce con la sua vita terrena, perché la sua «autorità di padre» si estende per volere di Dio a tutta la Chiesa. Poiché la santa Famiglia contiene «gli inizi della Chiesa nascente», perché Maria «è anche Madre di tutti i cristiani» e Gesù «è il primogenito», «Ne deriva che san Giuseppe ritiene come a lui stesso raccomandata la moltitudine dei cri-stiani, che formano la Chiesa... sulla quale egli, perché Sposo di Maria e Padre di Gesù Cristo, ha un'autorità pari a quella di un padre». Non è allora logico che san Giuseppe «ricopra ora e difenda con il suo patrocinio la Chiesa di Dio?» Di qui (invito a tutti i cristiani «di qualsiasi condizione e stato» ad affidarsi e abbandonarsi all'amorosa protezione di san Giuseppe: i padri di fami-glia, i coniugi, i consacrati a Dio, i nobili, i ricchi, i poveri e gli operai» .

L'atteggiamento tanto favorevole al culto giusep-pino insegnato da Leone XIII, continua nel secolo XX, con Benedetto XV che lo intensifica con il Motu Pro-prio in commemorazione del 50° della dichiarazione di san Giuseppe a Patrono di tutta la Chiesa. «Se noi diamo uno sguardo a questi ultimi 50 anni, ci si para dinnanzi un mirabile rifiorimento di pie istituzioni, le quali attestano come il culto del Patriarca santis-simo sia venuto a mano a mano sviluppandosi tra i fedeli; che se poi consideriamo le odierne calamità ond'è afflitto il genere umano, appare ancora più evi-dente l'opportunità di intensificare un tal culto e di diffonderlo maggiormente in mezzo al popolo eri-stiano». è un aspetto essenziale della pietà. Per questo, «Noi con grande sollecitudine proponiamo loro in modo particolare san Giuseppe, perché lo seguano come speciale loro guida e lo onorino qual celeste Patrono...

Egli infatti visse una vita simile alla loro; tanto è vero che Gesù benedetto, mentre era l'Unigenito dell'Eterno Padre, volle essere chiamato "il Figliuolo del Fabbro". Ma quella umile e povera sua condizione di quali e quanto eccelse virtù egli seppe adornare! Di quelle virtù cioè che dovevano risplendere nello Sposo di Maria Immacolata e nel padre putativo di Gesù Cristo.

Col fiorire così della devozione dei fedeli verso san Giuseppe aumenterà insieme, per necessaria conse-guenza, il loro culto verso la S. Famiglia di Nazareth, di cui egli fu l'augusto Capo».

Sono parole formulate nell'anno 1920, poco dopo la guerra mondiale. Dopo la sua morte anche Pio XI, espri-mendo in diversi discorsi un affetto singolare per il grande Patrono della Chiesa, lo presenta come «un Santo che entra nella vita e la vita trascorre all'adempimento del più alto mandato divino, del mandato incompara-bile di vegliare sulla purezza di Maria, di custodire la divinità di Gesù Cristo, di tutelare, consapevole coope-ratore, il mistero, il segreto a tutti ignoto, fuorché alla Santissima Trinità, della Redenzione del genere umano. è nella grandezza di questo mandato che sta la singo-lare e assolutamente incomparabile santità di san Giu-seppe, perché veramente a nessun'altra anima, a nessun altro Santo, tale mandato fu affidato, e tra san Giuseppe e Dio non vediamo né possiamo vedere che Maria San-tissima con la Sua divina Maternità».

Questo mandato ha reso evidente il possedere la gloria di essere il Patrono della Chiesa: «è evidente che questo Santo, nell'altezza di tale mandato, già possedeva il titolo a quella gloria che è Sua, la gloria di Patrono della Chiesa Universale. Tutta la Chiesa infatti già era là presso di lui, rias-sunta come in germe già fecondo nell'umanità e nel Sangue di Gesù Cristo, tutta la Chiesa era là nella ver-ginale maternità di Maria Santissima, Madre di Gesù e Madre di tutti i fedeli che, ai piedi della Croce avrebbe ereditato nel Sangue del primo Suo Figlio Gesù. Così piccola alla vista degli occhi, ma così grande allo sguardo dello spirito, la Chiesa già era là presso san Giuseppe, quando egli già ne era, nella Santa Famiglia, il custode, il padre tutelare...

San Giuseppe, benedetto, è l'esempio veramente incomparabile di umiltà, di fedeltà, di obbedienza, di ogni più alta virtù nell'adempimento del divino mandato».

In un altro discorso il Papa vede una missione unica e grandiosa «nel custodire il Figlio di Dio, Re del mondo», custodire la verginità e la santità di Maria, e nell'essere chiamato a cooperare e a parte-cipare «al grande mistero nascosto» dell'Incarnazione divina e alla salvezza del -genere umano.

La voce dei suddetti Sommi Pontefici che esaltano e chiamano Giuseppe, Patrono della Chiesa, danno al mondo un'autorevole testimonianza della sua figura

biblica, di santo e del significato della devozione che gli si deve. Dopo di loro, la dignità e l'esemplarità dello Sposo di Maria e padre putativo di Gesù, affiorano nei discorsi di Pio XII, Giovanni XXIII, Paolo VI e in modo particolare in Giovanni Paolo II.

è soprattutto nella sua Esortazione apostolica Redemptoris Custos, in cui egli si ferma a considerare la «figura e la missione di san Giuseppe nella vita di Cristo e della Chiesa». Il prezioso documento, pub-blicato il 15 agosto 1989, è diviso in sei capitoletti, di cui l'ultimo termina con: «Auspico vivamente che il presente ricordo della figura di Giuseppe rinnovi anche in noi gli accenti della preghiera che un secolo fa il mio predecessore raccomandò di innalzare a lui. è certo, infatti, che questa preghiera e la figura stessa di Giuseppe acqui-stano una rinnovata attualità per la Chiesa del nostro tempo, in relazione al nuovo millennio cristiano.

Il Concilio Vaticano II ha di nuovo sensibilizzato tutti alle "grandi cose di Dio", a quell'economia della salvezza, della quale Giuseppe fu speciale ministro. Raccomandandoci, dunque, alla protezione di colui al quale Dio stesso "affidò la custodia dei suoi tesori più preziosi e più grandi", impariamo al tempo stesso da lui a servire l'economia della salvezza. Che san Giu-seppe diventi per tutti un singolare maestro nel ser-vire la missione salvifica di Cristo, compito che nella chiesa spetta a ciascuno e a tutti: agli sposi e ai geni-tori, a coloro che vivono del lavoro delle propri mani o di ogni altro lavoro, alle persone chiamate alla vita contemplativa come a quelle chiamate all'apostolato.

L'uomo giusto, che portava in sé tutto il patrimonio dell'antica alleanza, è stato anche introdotto nell'inizio della nuova ed eterna alleanza in Gesù Cristo. Che egli ci indichi le vie di questa alleanza salvifica sulla soglia del prossimo millennio, nel quale deve perdurare e ulteriormente svilupparsi la "pienezza del tempo" ch'è propria del mistero ineffabile della incarnazione del Verbo.

Che san Giuseppe ottenga alla Chiesa e al mondo, come a ciascuno di noi, la benedizione del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo».

Questo desiderio di Giovanni Paolo II ha lasciato tracce anche nell'ambito politico. In Italia è rinata la speranza di poter celebrare pubblicamente la solenne festa di san Giuseppe del 19 marzo.

 

CAPITOLO SESTO

 

CONCLUSIONE

Il poter celebrare di nuovo la festa di san Giuseppe del 19 marzo, come solennità pubblicamente ricono-sciuta, è il desiderio della Chiesa e della gente cristiana d'oggi. La devozione a san Giuseppe è viva. In libri di teologi e autori di spiritualità moderna non mancano pagine brillanti sul Patrono della Chiesa e inviti a rivol-gersi a lui nella preghiera. Molto si potrebbe dire e interpretare qui, ricordando anche la splendida rivista La Santa Crociata in onore di san Giuseppe.

Per la nostra vita cristiana è necessario incontrare in lui, come aveva scritto il card. Giovanni Colombo, il Grande Santo della Chiesa nelle sue tre caratteristiche: «uomo silenzioso, maestro di sapienza, operaio onesto».

«Uomo silenzioso. Il Vangelo non ha conservato nessuna parola pronunciata da Giuseppe, eppure non era taciturno. Silenzioso sì, perché viveva in ascolto delle ispirazioni di Dio. Dio gli parlava nei sogni, gli parlava nella coscienza, gli parlava attraverso le cir-costanze della vita. Aveva la stessa disposizione d'a-nimo di Maria nel giorno dell'Annunciazione: "Io sono la serva del Signore, sia fatto di me secondo la tua parola" (Lc 1,38).. Solo che Giuseppe, da uomo silen-zioso, preferiva eseguirla subito e senza parlare.

Migliaia di monasteri, specialmente di clausura, pro-prio per questo, l'hanno scelto come loro protettore. Maestro di sapienza. Anzitutto insegnò al Figlio di Dio e creatore del mondo la sapienza del lavoro: segare alberi, piallarli e lisciarli. Lo addestrò nell'arte di congiungere i pezzi di legno con la colla o con i chiodi ribattuti sulle punte e con opportuni incastri. E intanto gli insegnava a interpretare, capitando l'oc-casione, certi aspetti della natura e dei mestieri. Da chi avrà imparato Gesù a osservare i gigli del campo che non filano, non tessono, eppure le loro corolle sono di un raso così delicato e fine che neanche Salo-mone, ricco e sapiente com'era, poteva vestire come loro? (Mt 6,28). E da chi avrà imparato Gesù che "non si mette vino nuovo in otri vecchi; altrimenti il vino nuovo spacca gli otri, si versa fuori e gli otri vanno perduti", se non dal padre Giuseppe, di cui ripeteva la lezione imparata: " Il vino nuovo bisogna metterlo in otri nuovi?" (Lc 5,37-38).

Operaio esperto e onesto. Giuseppe era schietto e sem-plice, ma non ingenuo. Con gli uomini sapeva certa-mente discutere, contrattare, insistere con i debitori renitenti perché saldassero il conto, e considerassero che lui pure aveva persone a carico da mantenere. Con i veri poveri sapeva dimenticare. Era molto onesto anche con Dio: rispettava i tempi del Signore, ogni sera la preghiera dei salmi che leggeva con Gesù e Maria; ogni sabato alla sinagoga per ascoltare la let-tura e il contenuto dei Libri Sacri; ogni anno il santo pellegrinaggio a Gerusalemme.

Per incontrare san Giuseppe, con queste riflessioni, la nostra preghiera ha bisogno di avvicinare la sua figura, contemplandolo nei grandi misteri della sua vita. E soprattutto occorre avvicinarlo nella Notte Santa, nel mistero di Natale, come dicono le parole del card. Anastasio Ballestrero: «Un silenzio solenne avvolge san Giuseppe nella narrazione evangelica del Natale del Signore. Del nostro Santo presso la culla di Gesù nulla si sa; eppure noi sentiamo che questa pagina natalizia non è muta: tace, ma il suo tacere è solo una sublime reticenza. Il cuore umano percepisce d'istinto ciò che Giuseppe visse nelle ore solenni della nascita di Gesù: come tutte le ore grandi, anche quelle furono ore di dolore e di gaudio sconfinato, ore di sacrificio e di premio, ore di diritti e di doveri.

Nel precario rifugio -di una stalla, nell'ansia trepi-dante per la sposa, egli vide una luce che gettò l'a-nima sua in un mare infinito di gioia. Colei che pro-teggeva con un verginale sposalizio, gli apparve tra-sfigurata nell'estasi della maternità. Fu attimo di para-diso quello che vide per la prima volta il Verbo di Dio stretto fra le braccia di Maria che al Re dei cieli aveva dato il sangue e la carne. Anche se il Vangelo tace, è possibile pensare che san Giuseppe sia rimasto estraneo a questo avvenimento che chiude un lungo periodo di storia triste, per aprire nel tempo l'era della pace legata a quel neonato? Io vedo Maria, sollevare

il Bimbo fino alle braccia trepide di Giuseppe... Come descrivere questo primo abbraccio paterno? Il primo bacio posato dal Santo sulla fronte di Gesù? Per non sciupare la bellezza di questi momenti celesti, chi-niamo la fronte e adoriamo il silenzio.

Cerchiamo ora di illuminare un poco gli intimi sen-timenti di san Giuseppe in quella notte santa. Il primo fu certamente di adorazione: umilissimo, sentì la miseria della sua umanità di fronte al mistero che si compiva e che consolava nella fede il dolore di tanta povertà. Sublime lezione! Non è la felicità, la ricchezza, la libertà che rendono la vita degna di essere vissuta, ma solo la fede sulla grandezza di Dio, il nostro nulla errante tra il dolore e le tenebre.

Un secondo sentimento provò Giuseppe nel gaudio di quella notte: la fiducia. In quel neonato che vagiva, riconobbe il redentore; udì la pace cantata dagli angeli e ne esultò. La speranza fiorì in lui nel vedere avvi-cinarsi l'aurora felice della redenzione e accettò, come povera cooperazione personale, i sacrifici e i doveri che gli erano imposti dal suo essere sposo della Ver-gine e padre legale del Messia.

Anche questo pensiero è per noi un opportuno ammaestramento, perché si ricorda che, come Dio accettò l'umiliazione dell'Incarnazione per redimerci, così noi dobbiamo saper abbattere in noi ogni castello di superbia; dobbiamo porre il compimento del nostro dovere, senza compromessi, alla base dell'azione redentrice del Salvatore in noi. Gesù Bambino ci chiede solo questo: lo chiede con la grazia irresistibile della sua infanzia dolcissima, ma anche con la fermezza di un Dio che non può e non vuole transigere sulla legge. Che il suo invito non resti inascoltato, cresca anzi la freschezza della nostra generosa risposta e, per il tramite di san Giuseppe, giunga alla culla di Gesù. Unita alla potenza della sua intercessione, sarà pegno di pace e di gioia e attirerà su di noi la benedizione di Dio».