SAN GIUSEPPE
P. E. CHARBONNEAU, C. S. C.
Imprimatur: Mons. Michele Samarelli Vic. Gen. Bari 4-2-‘58
Diletto figlio,
sono felice dell'idea ch'Ella ha avuto di pubblicare questa meditazione su S. Giuseppe. La sua preparazione scientifica, gli studi recenti, l'ambiente teologico e culturale in cui Ella vive nel Santuario di Mont-Royal, sono ottime garanzie del valore intrinseco del presente lavoro.
I lettori vi troveranno un S. Giuseppe eminentemente simpatico e vedranno quale ricchezza spirituale può suscitare una sana e virile devozione verso Colui che, Sposo di Maria e Padre di Gesù, è nello stesso tempo Patrono della Chiesa universale.
Le sue pagine, per il lettore attento, sono anche uno stimolo vigoroso a ripensare concretamente il problema della vita cristiana.
Possa l'opera sua avere una larga diffusione, per la maggior gloria di S. Giuseppe e -
dopo tutto - di Dio, e per il bene dei nostri diletti fedeli.
La mia benedizione l'accompagna.
+ Paolo Emilio Cardinal Léger
Arcivescovo di Montréal
PREFAZIONE
« Accogliete la mia lode, Voi tante volte schernito, il cui nome è spesso motivo di riserbo per un cristiano e risuona come bestemmia sulle labbra dell'empio. La vostra umiltà mi commuove intimamente, come fa il vento con l'acqua profonda... Non mostratevi in quest'opera come nelle comuni immagini di gesso e di cartapesta: desidero vedervi realmente vivo, in tutta verità, nel mio cuore, sotto la mia penna... Concedetemi un'incontro d'anima con Voi, ch'io vi veda senza veli, io, l'ultimo degli eletti. Non c'è niente di comune tra me e Voi; per questo vi amo... ». Questo libretto ha un solo desiderio: quello di avvicinare un po' più il lettore alla grande e bella figura di S. Giuseppe: non è, nè vuol essere un trattato teologico o un « documento spirituale » profondo, bensì l'espressione d'una devozione nuda e veemente a S. Giuseppe.
Devozione nuda! cioè virile, sgombra di tutte le sciocchezze di cui si è talvolta sovraccaricata, deturpandola, la forte fisionomia di S. Giuseppe. Vi è una contraffazione della vera devozione, vorrei quasi dire una devozione « apocrifa » che carezzando il sentimentalismo e la eccessiva sensibilità, snerva l'anima invece di vivificarla; ho cercato, pertanto, d'imitare la scarna semplicità evangelica, fondando le considerazioni che seguono sui dati della Rivelazione e attingendo alle ricchezze del pensiero teologico. Devozione veemente, inoltre; cioè devozione che vuole trasfondersi. Ero anch'io un tempo, come molti, pieno d'indifferenza verso S. Giuseppe, ma l'ho poi scoperto accanto a Maria e ho ricevuto da lui tanta luce che ora sento il bisogno di comunicarla, d'irradiarla su tutti. E ho trovato tanta ricchezza interiore in questa contemplazione, nella sua intimità ho sentito tanto viva l'esigenza di una vita più santa, nel suo amore ho attinto tanta fiduciosa speranza che credo veramente di non poter tacere.
Con Francis Jammes dirò a questo gran santo: « Son tormentato dal bisogno di lodarvi tormento che è insieme impotenza ». Ma, superando l'impotenza, ascolto solo il mio tormento e affido al lettore questo libretto. Possa egli trovarvi, meditandolo profondamente, non una fonte di consolazione soltanto, ma una sorgente di vita che lo richiami a più alte esigenze...
Che S. Giuseppe, conosciuto così male e perciò disprezzato per tanto tempo, sia amato di più e divenga per ciascuno di noi guida che ci conduca a Maria e per essa a Gesù cui, come a ultimo termine, fanno capo tutta la nostra fede, la nostra speranza, la nostra carità.
Paul-Eugène Charbonneau, C.S.C.
I
LA VITA DI SAN GIUSEPPE
L'ORA DI S. GIUSEPPE
Dio dispone tutto con saggezza: uno sguardo all'ordine dell'universo, in cui il ritmico avvicendarsi degli eventi è in ogni cosa fonte di vita e di bellezza, basta a convincercene. La notte succede al giorno, il tempo del riposo a quello dell'azione, la luce alle tenebre, il freddo al caldo: le stagioni si susseguono, si rinnovano e ognuna, portando alla terra la sua ricchezza, la prepara a una inesauribile fecondità. Così di tutto.
Così nella storia: gli avvenimenti si succedono anch'essi, talvolta apparentemente opposti alla gloria di Dio. In realtà uno sguardo al passato permette di scoprire nella lunga storia dell'umanità un avvicendarsi provvidenziale che, pur non soggiacendo, come gli eventi della natura, a una legge fissa, porta non meno evidentemente l'impronta dell'ordine divino.
Nè la storia religiosa sfugge - è appena ovvio dirlo - a questa euritmia divina: muovendosi intorno a quattro cardini che ne costituiscono le tappe principali - Creazione, Peccato originale, Redenzione, Parusia - essa si sviluppa gradualmente portando agli uomini di buona volontà la grazia e la luce necessarie a una maggior comprensione del piano divino, e un richiamo a vivere una vita migliore.
Questa storia religiosa dell'umanità è dominata da una figura gigantesca, quella del Cristo. E' Lui il centro, la forza sovrana ineguagliata, irresistibile, che soppianta a poco a poco le potenze del male liberando così il cuore degli uomini.
In Lui si trova, come direbbe Claudel: tt Il punto indelebile e l'indissolubile nodo,
la comune ricchezza, l'interiore, infrangibile baluardo, Il centro di gravità della terra, il cuore dell'umanità che tutto in sè riassume.
E potremmo aggiungere la parola di S. Paolo che fa di Cristo la pietra angolare dell'edificio della Chiesa.
Tra la fase iniziale, la Creazione, e quella estrema, la Parusia, l'evento più saliente nella storia dell'umanità è dunque la venuta del Verbo nella nostra carne per la comune salvezza Mistero dell'Incarnazione, che per essere avvenimento di prima grandezza richiama l'universale attenzione.
Nella luce di questo mistero tre personaggi sono uniti da Dio, a titoli diversi, per collaborare a questo avvenimento di grazia.
In primo piano: Gesù, il Salvatore. Personaggio complesso che unisce in Sè, elevandola all'altezza della Seconda Persona della SS.ma Trinità, la nostra natura. Dal suo primo apparire sulla terra, s'innalzò talmente al di sopra di noi, da attirare gli sguardi di tutti; e d'allora il popolo cristiano ha guardato al Cristo senza esaurirne. l'inaudita personalità. I fedeli dei primi secoli del Cristianesimo hanno dedicato tutte le loro energie a fissare, da un lato, i lineamenti più intimi e segreti di questa eccezionale figura e dall'altro, a sviluppare, consolidare e difendere la loro fede in Lui.
Conosciuto meglio il Cristo, il secondo personaggio si offrì da sè alla contemplazione del popolo cristiano. I secoli seguenti sono intenti a considerare la dolce e mirabile figura di Colei che è Madre del Cristo-Gesù e che ci ha dato, attraverso la propria carne e il proprio cuore, il nostro Redentore, il Figlio stesso di Dio. E' l'epoca in cui non solo fiorisce la devozione mariana, ma si elabora una grande corrente teologica che viene svelando gli splendori della Madre di Dio. Questo movimento si è accentuato nell'ultimo secolo e abbiamo assistito allo sbocciare d'uno splendido culto mariale. I grandi titoli di Maria sono stati definiti formalmente dagli interventi illuminati del magistero infallibile della Chiesa, e la preghiera, il fervore, l'amore del popolo cristiano hanno trovato la loro via più certa in Maria.
Ora che il culto della Madonna ha raggiunto il pieno splendore, in seno all'umanità si determina una nuova corrente spirituale, strettamente unita alla precedente: accanto a Maria, al posto che gli spetta di diritto, si evoca l'alta figura di S. Giuseppe.
Terzo dei personaggi uniti nel Mistero dell'Incarnazione, era conveniente che egli si rivelasse a noi solo dopo Gesù e Maria. Ma ormai è giunta quest'ora: l'ora in cui San Giuseppe s'impone sempre più agli occhi dei fedeli, ai nostri occhi.
Dopo Lourdes, dopo Fatima, ove Egli è vicino a Maria, dopo queste affermazioni provvidenzialmente sancite da Dio, anche S. Giuseppe viene ad essere glorificato, suscitando tra i teologi di ogni paese un interesse che ricorda le prime ore del risveglio mariale. Nel Canadà, Dio ha eletto per lui un apostolo cui ha dato poteri taumaturgici straordinari onde possa così testimoniare la gloria di S. Giuseppe. Nel cuore dei fedeli germoglia ora un vero amore per il
Santo. Nè poteva essere diversamente. L'amore di Cristo conduce a Maria: si può amare il Signore senza avvolgere sua Madre nello stesso amore? E l'amore a Maria esige come naturale conseguenza l'amore a S. Giuseppe: possono le due devozioni separarsi quando si sa che la Vergine e il suo Sposo erano così profondamente uniti per espresso volere di Dio? Ora S. Giuseppe esce dall'ombra per entrare nella luce. Così vuole il piano della Provvidenza: prima Cristo, poi Maria, infine Giuseppe; Giuseppe che è testimonianza eloquente - per quanto ciò possa sembrare paradossale - testimonianza eloquente di silenzio, di umiltà, di nascondimento discreto, di dedizione totale, in una fede assoluta, in una speranza invincibile, nella più ardente carità.
In un mondo spaventosamente scosso da orgogli che cozzano minacciando di trascinare con la loro violenza l'umanità alla sua totale rovina; in ore che risuonano d'un fragore apocalittico, lasciando spirare su noi il vento violento della discordia e dell'odio; a generazioni che lottano con duro accanimento per ottenere beni effimeri che, appena posseduti, dileguano come nebbia al sole, Dio presenta la figura di S. Giuseppe come un modello da imitare, un intercessore da implorare, una potenza su cui contare: tutto ciò ha un senso provvidenziale profondo.
Giuseppe è l'immagine della bontà; di questa impronta Egli segnerà il cuore di coloro che si affidano a Lui e, senza dubbio, ci salverà, se sapremo riconoscerlo. L'ora di S. Giuseppe è venuta: Egli chiede solo di condurci a Maria e a Cristo.
SAN GIUSEPPE LUCE DEI PATRIARCHI
« Dio scrive diritto, con linee curve ». In questo modo un autore contemporaneo presentava uno dei capitoli del suo eccellente romanzo intitolato « Les larmes de Dieu ». « Dio scrive diritto, con linee curve ». La divina Provvidenza, cioè, - per un effetto della sua onnipotenza - dispone in tal modo gli eventi che tutto, in una parola, concorre all'attuazione dei divini voleri.
Ora, dopo il peccato, Dio nella sua misericordia, dispose di dare agli uomini un Redentore che li restituisse allo stato di grazia. Conoscendo, però, la naturale leggerezza del cuore umano, volle che il suo dono fosse preparato da una lunga attesa, perchè non si stima veramente, se non ciò che si è a lungo desiderato. Perciò tra la divina promessa e la sua attuazione si moltiplicarono i secoli, durante i quali gli uomini furono come attenagliati da una ardente speranza. Gli avvenimenti cadevano, l'uno dopo l'altro, come tante pietre che segnavano la via al Cristo. Ogni giorno l'umanità si avvicinava al Redentore, correndo dritta verso di lui attraverso la curva dei fatti più disparati.
Fu allora che Dio scelse tra gli altri alcuni uomini perchè più alta portassero la fiaccola della speranza nel Salvatore, e vivificassero con la loro fede e la certezza della loro attesa la fede vacillante delle masse. Sono questi i Patriarchi: uomini di grande onestà e rettitudine e, quel che più conta, fedeli servi del Signore, da lui privilegiati, perchè costituiti luce del suo popolo. E' lunga la serie di questi uomini che irradiano dal loro volto la luce stessa di Dio: Noè, Abramo, il padre di tutti i credenti, Giacobbe e suo figlio, il celebre Giuseppe che divenne intendente del Faraone, Mosè, David e tanti altri che con essi ebbero il privilegio di custodire viva e forte la fiamma della speranza.
In una magnifica pagina dell'Epistola agli Ebrei S. Paolo ce ne offre una possente evocazione; dopo averli visti sorgere gli uni accanto agli altri, li vediamo morire uno ad uno, quasi avvolti dalla grandezza della loro fede nel Messia venturo, « senza aver conseguito la terra che era stata promessa, ma vedendola di lontano e abbracciandola e confessando di essere forestieri e di passaggio sulla terra ». Parlando di loro e della loro fede cieca, il Signore dirà più tardi ai suoi Apostoli: « Beati gli occhi che vedono le cose che vedete voi, poichè, vi dico, molti profeti e re desiderarono vedere quello che voi vedete, e non lo hanno veduto, ed ascoltare quello che voi udite e non lo hanno udito ».
Questo desiderio insoddisfatto costituisce quasi l'essenza delle anime grandi dell'Antico Testamento: protese verso l'avvenire, si consumavano nell'attesa, come sospese ad un futuro certo, ma ancora tanto lontano: patriarchi, re e profeti discendevano nella tomba, uno dopo l'altro, senza aver visto spuntare neppure l'alba delle promesse che tramandavano alla loro posterità, immersi nell'assoluto d'una notte interminabile.
Tuttavia Dio, immutabile nei suoi disegni, continuava a vegliare: scriveva diritto con linee curve, tanto vero che tutte le curve si ricongiungono in un unico punto, S. Giuseppe. In lui, loro erede e successore diretto, i patriarchi videro, intesero e toccarono il frutto delle loro speranze; in lui si opera il passaggio dalla notte oscura al giorno luminoso, in lui si attua il compimento pieno, sovrabbondante delle promesse.
Egli ha recitato le loro stesse preghiere, intrecciate di speranze, ha lanciato le stesse grida di invocazione, ha conosciuto l'ardore dei loro desideri, ha diviso la febbre delle loro suppliche; ma, mentre il cielo è rimasto chiuso per i patriarchi, si apre davanti a S. Giuseppe e ne discende il Salvatore che viene a riposare tra le sue braccia come un fanciullo tra le braccia del padre suo: fede secolare e fiduciosa aspettazione che si risolvono in lui. Con lui si chiude la fase d'attesa e si apre quella del possesso, la speranza si trasforma in amore.
Con S. Giuseppe, ultimo nel tempo, nella serie dei patriarchi, si chiude la carovana che attraversava la notte dell'attesa; di lui si potrebbe dire - continuando l'immagine - che è il patriarca della luce, perchè ha visto il mondo illuminato dal sole di giustizia; ancor meglio, che ha portato nelle sue mani la luce, perchè il mondo ne fosse illuminato.
La sua figura ricorda quella del santo vegliardo Simeone che, consunto dagli anni e quasi sull'orlo della tomba, esulta nell'incontro col Salvatore da lui definito « Luce delle nazioni ». Ma Giuseppe non ha tenuto Gesù per un istante soltanto, come Simeone nel tempio; Gesù gli apparteneva come figlio al padre e per lunghi anni è rimasto sotto la sua protezione. Giuseppe ha posseduto - nel modo più intimo possibile - la « Luce delle nazioni », così intimamente da esserne penetrato e, radioso della sua luce, e del suo splendore, divenire egli stesso luce, come diviene fiamma colui che squarcia le tenebre portando alta una fiaccola. Per questo, senza dubbio, la Chiesa ce lo fa invocare « Luce dei Patriarchi ».
Giuseppe segna così il culmine dell'Antico Testamento e apre l'epoca della luce.
In noi ancora nell'attesa non già d'un Messia venturo - perchè sappiamo che è venuto - ma della nostra salvezza personale; in noi che le angoscie più diverse torturano, dall'incertezza materiale a quella, ancor più penosa, dello spirito; in noi che a volte viviamo notti terribilmente oscure, notti di peccato, di esitazione, di dubbio, schiacciati dalla stanchezza ed esauriti nello sforzo, in noi sorge spontanea la domanda a Giuseppe perchè apra il nostro spirito alla luce.
Come ha raccolto su di sè la fervida speranza dei patriarchi che nei lunghi secoli di attesa lo hanno preceduto, speranza che in lui è divenuta luce sfolgorante, così raccolga ancora su di sè le nostre copiose miserie, i tristi timori di un'umanità angosciata e, attraverso tutto ciò, ci conduca al Signore in cui troveremo l'appagamento di ogni nostra speranza. Luce dei patriarchi lo sia anche per noi, perchè non avvenga che passiamo accanto al Cristo senza riconoscerlo.
FIDANZAMENTO DI GIUSEPPE E DI MARIA
Possiamo indicare con una sola parola - predestinazione - l'assoluto dominio di Dio su tutte le creature: cose e persone. Secondo l'etimologia essa significa « destinare in anticipo » o ancor meglio « preordinare ». Intelligenza suprema, Dio nel creare gli esseri li ordina secondo un fine, comunicando loro in pari tempo tutte quelle capacità o potenze di cui hanno bisogno per raggiungerlo. Questa preordinazione può essere intesa in un duplice senso: in quello esteso e completo essa abbraccia l'orientamento ultimo, definitivo, determinato da Dio, dell'uomo verso la gloria eterna ; in un senso più limitato significa, l'orientamento o vocazione data da Dio per uno stato particolare o in funzione di una grazia speciale.
In questo senso è possibile pensare che, da tutta l'eternità, il Signore aveva decretato che l'Incarnazione avvenisse proprio in quelle condizioni di tempo in cui avvenne.
In una moltitudine di donne ne scelse una, una sola, Maria, cui chiese di essere la Madre del Cristo: per questo, onde realizzasse perfettamente la sua incomparabile vocazione ne ornò l'anima dei più straordinari privilegi che sono prerogative esclusive della Madonna. Predestinazione di Maria, volontà eterna di Dio su di lei, che si attuò in una ineffabile sovrabbondanza di grazie. Ma per l'Emmanuele, pur avendo il Signore deciso che Gesù ci fosse dato per mezzo di Maria, nella sua eterna sapienza volle farlo nascere e vivere nella comune condizione di qualsiasi fanciullo, nell'intimità quindi di un focolare, in seno ad una famiglia: per lui la legge di natura conservava tutta la sua integrità.
Era perciò necessario che Dio scegliesse per Colei che voleva Vergine nella maternità divina, uno sposo che accettasse di collaborare al mistero della Incarnazione.
E come in previsione della divina maternità Egli dette alla Vergine grazie straordinarie e ne ornò l'anima di sorprendenti privilegi, così arricchì quello tra gli uomini che trovò degno di esserne lo sposo.
Predestinazione di Maria che portava naturalmente con sè l'elezione di Giuseppe, predestinato anch'esso a formare la famiglia immediata del Messia: Maria, la Madre Vergine, Giuseppe, lo sposo e padre vergine.
Ancora: come la grazia di Dio fecondò l'anima di Maria per svilupparvi una santità adeguata alla sua funzione, così - sempre nell'ordine stabilito dalla Provvidenza - la Grazia operò nell'anima di Giuseppe disponendola e rendendola degna di Maria e di Gesù.
Poi, quando entrambi furono pronti e giunse l'ora del compimento nel tempo dell'eterna volontà del Signore, Dio li condusse l'uno verso l'altro e li rivelò l'uno all'altro: E nei loro cuori, quasi ultimo dono, fiorì l'amore: un amore calmo e limpido, chiaro come l'acqua d'una sorgente boschiva, tranquillo come un crepuscolo di primavera, velato di dolcezza come un'alba di maggio. Fu questa, oserei dire, l'ultima preparazione all'Incarnazione del Verbo: un amore umano colmo di grazia.
Giuseppe si fidanzò a Maria come si fidanzano i giovani anche oggi. Possiamo supporre che - secondo l'uso del tempo - « la cerimonia ufficiale si sia svolta in casa di Giuseppe. Maria vi comparve, accompagnata da parenti ed amici, tutta semplicità, purezza e gioia. Giuseppe le offri i suoi modesti doni di falegname: una veste ricamata, forse un velo, una cintura... forse qualche anello o braccialetto. Maria accolse con un sorriso queste piccole cose in cui si traduce la tenerezza umana, sempre incapace di esprimersi, e sorrise grata a Giuseppe che in esse le offriva il suo cuore...». Così, S. Giuseppe legato a Maria, unito a Lei dall'irrevocabile decreto di Dio entrava in pieno nel mistero della Incarnazione perchè con questo fidanzamento sotto la mozione discreta della Provvidenza si compiva sulla terra l'ultima disposizione prevista per la venuta del Figlio di Dio tra noi.
Con il fidanzamento di Giuseppe e Maria si stendeva il velo con cui Dio avrebbe avvolto il più commovente e profondo dei suoi misteri agli occhi dei contemporanei, anche dei familiari dei due fidanzati si iniziava una bella avventura umana, ma allo sguardo di Dio era l'ultimo accordo atteso per l'Incarnazione del Verbo.
Giuseppe fidanzato entrava nei sublimi disegni di Dio su di lui, era come l'ultimo dono fatto a Maria perchè la sua maternità divina potesse attuarsi; credo non esista maniera più chiara, più semplice, più giusta di comprendere S. Giuseppe e toccare quasi la sua grandezza.
Nessun uomo sulla terra, nessun santo, nessun angelo avrebbe osato aspirare a un compito così alto, a una dignità che solo per poco si avvicinasse alla sua: chi mai si sarebbe stimato degno di proteggere Maria col suo affetto? Pure è Dio stesso che ha scelto Giuseppe predestinandolo alla sua alta missione, e - secondo la legge universale di provvidenza - dopo averlo predestinato lo ha preparato, modellandone l'anima, temperandone lo spirito, purificandone il cuore.
Vicino a Maria, la piena di grazia fra tutte le donne, Dio ha posto il più grande per grazia tra gli uomini.
Volgendo lo sguardo a Giuseppe e cercando di penetrare con intelligenza la sua figura per scoprirvi i segni delle grazie di cui Dio l'ha arricchita, non possiamo non inchinarci con un senso di profonda ammirazione e d'amore.
E per quanto strano ciò possa sembrare, fioriscono allora spontanee la venerazione e l'amore per lui.
Si può non amare Maria? Ebbene, proprio perchè Giuseppe ha amato Maria più di tutti, noi, tutti dobbiamo amare Giuseppe.
Nell'unità di uno splendido anfore essi hanno vissuto insieme, uniti da Dio in previsione del Cristo. « Che l'uomo non separi ciò che Dio ha unito »: la nostra devozione congiunga, perciò, a Maria, la fidanzata, il suo fidanzato, Giuseppe.
SOFFERENZA DI GIUSEPPE
E' di Bossuet la frase tante volte ripetuta dopo di lui: «Ovunque Gesù entri, porta la sua croce». Verità che sperimentano ogni giorno coloro che si sforzano di vivere con Cristo.
Venendo in mezzo a noi e rivelandosi quale segno di contraddizione, il Signore, prima di ogni altro, segnò con la sua croce il cuore di Giuseppe.
Dopo il suo fidanzamento con Maria, che egli avvolgeva d'indicibile amore, entrambi trascorrevano una vita calma e serena, attendendo il giorno in cui avrebbero vissuto insieme nel focolare che - senza dubbio - andavano preparandosi.
Ma ecco l'annuncio dell'Angelo a Maria: la Vergine concepisce nel suo seno il Verbo di Dio. E proprio come conseguenza del messaggio che le rivela la sorprendente fecondità di Elisabetta, sua cugina, Maria decide di recarsi da lei e si mette in viaggio.
Giuseppe ignora il mistero che si compie nella sua fidanzata e perciò, quando la rivede dopo tre o quattro, mesi rimane dolorosamente colpito - tanto dolorosamente quanto può esserlo un uomo - nel trovarla incinta. Egli non conosce il bambino che vive in lei; non è sua la carne di cui la sua sposa è gravida. L'aveva lasciata vergine e la ritrova incinta di quattro mesi, senza sapere che Ella è sempre vergine!
Un'atroce sofferenza morde l'anima di Giuseppe, - un dubbio insolubile tormenta i suoi giorni e le sue notti e rende interminabili tutte le sue ore; egli si dibatte diviso tra il suo amore e una evidenza così crudele. Crollano di schianto i sogni di felicità, tutte le gioie, quelle d'un passato ancora così vicino che il più piccolo pensiero basta a far rivivere, e quelle di un avvenire che non si realizzerà mai.
Sì, Giuseppe ama Maria, ma tra loro ormai c'è il peso d'un bimbo ch'egli non sa donde venga... Senza dubbio il suo amore è tanto grande da sormontare anche quest'ostacolo, ma c'è la legge, la terribile e inesorabile legge di Mosè che prevede per simili casi la denuncia e la lapidazione.
Per giorni e notti senza fine si presentano al suo spirito tutte queste cose: gli sponsali, la sua verginità, la maternità di Maria, le esigenze della legge giudaica. Tutto si mescola, s'interseca, s'aggroviglia come maglie d'una rete d'acciaio che stringe il suo cuore. La sofferenza sale, lo attenaglia, invade tutto il suo essere che si perde in essa, come nave naufraga nel mare in burrasca; si sente sballottato, respinto; tutto crolla, tutto finisce... Tutto è dolore, angoscia, violenta e amara angoscia che lo avvolge e lo afferra come l'edera gigante che si abbarbica ad un albero.
Conserva il suo silenzio: non gli resta che questo, un silenzio non già leggero, ma schiacciante: diremmo quasi il silenzio dell'uomo preso dalla passione del gioco, dell'uomo che pensa, riflette, cerca... ma non trova.
Com'è grande il dolore nell'anima di Giuseppe! Egli non sa quello che accade; è nella notte più oscura. Ignora che Maria è divenuta la Madre del Messia, e che porta il Salvatore nel suo seno; ignora di essere stato pienamente inserito nell'opera della Redenzione e di soffrire proprio a causa di essa.
Dio ha voluto che la Redenzione degli uomini si operasse nella sofferenza: Giuseppe è il primo ad aprirne la via. Il venerdì santo egli non ci sarà più; sulla vetta del Calvario Maria, sola, sarà crocifissa con Gesù. Ma il suo venerdì santo, il suo calvario, la sua passione, Giuseppe li ha vissuti all'alba della Redenzione: L'essere da lui più amato è quello che più lo ha fatto soffrire!
Che tutti quelli che si amano cerchino di immedesimarsi per un momento nelle condizioni di Giuseppe!
Perchè Dio ha voluto questo? Forse per intonare la vita del padre a quella del Figlio che doveva essere l'« uomo dei dolori » e a quella della madre che sarebbe stata la « madre dei dolori ». Ma, qualunque sia stata l'intenzione divina, il fuoco prolungato della sofferenza avvolse l'anima di Giuseppe.
« In attesa del gesto divino che, solo, può risolvere tutto, Giuseppe « perchè era giusto » - nota S. Matteo - agirà secondo la legge della giustizia e della carità ».
Egli cerca una formula che senza nuocere a Maria soddisfi alle esigenze della legge ed opta per questo mezzo termine legale, un libello segreto di ripudio. E' la conclusione cui è giunto pur contro il suo cuore: mentre il dolore continua in lui la sua opera, ha l'impressione che tutto sia perduto.
Non è forse vero che, meditata così, la vita di S. Giuseppe assume un significato particolare? Si comprende fino a che punto egli si trovi inserito nel dramma della nostra Redenzione, si vede quanto profondamente abbia partecipato al calice di Cristo, condiviso da Maria.
La Chiesa lo chiama « consolatore degli afflitti » : come opportuno ci appare tale appellativo quando guardiamo da vicino quest'uomo modellato dalla sofferenza.
Il dolore attende al varco anche ciascuno di noi: ci piomba addosso in modo inatteso, quasi uccello rapace che d'improvviso si getti sulla preda, per ferirci coi suoi artigli. Dobbiamo comprenderne il senso, convinti che, per quanto possa essere profondo, se custodiamo nel cuore una viva fiamma di carità, esso non può non giovarci.
Nelle nostre debolezze, quando siamo per essere vinti dallo scoraggiamento, ricorriamo a S. Giuseppe domandando a Lui di sostenerci nelle pene, di confortarci nelle afflizioni.
Egli - conosce il cuore umano e sa da quali brucianti afflizioni può essere, straziato; la sua anima ha provato il tormento dell'amore ferito nella maniera più dolorosa; egli ha vissuto lo schianto interiore nel crollo di tutte le speranze.
A lui, come ad amico che sa, rivolgiamoci con piena fiducia.
L'ANNUNCIO A SAN GIUSEPPE
S. Giuseppe, dunque, si dibatteva nell'angoscia: di fronte alla maternità di Maria, nella completa ignoranza del miracoloso intervento di Dio, Egli non poteva non essere tormentato da un dubbio lancinante. Maria, invece, era di una calma imperturbabile. Il contrasto violento tra la sua tormentosa inquietudine e la pace serena della giovane vergine aggiungeva un nuovo elemento al mistero della loro situazione.
Maria non era colpevole d'infedeltà, nè si vergognava dello stato in cui si trovava, anzi, divenuta madre, ella appariva d'una purezza e d'una gioia che si manifestavano nello. sviluppo pieno di grazia della sua giovane figura.
E Giuseppe andava ripetendosi, non senza lagrime "segrete, che quando si è colpevoli il sorriso non può essere così aperto, lo sguardo così limpido, la fronte non può rispecchiare una così avvincente serenità. Oh, mio Dio, com'era strano tutto ciò!
Ci sembra quasi di sentire la preghiera di Giuseppe elevarsi verso il cielo, in quella notte in cui ha maturato la sua decisione; con una stretta al cuore egli pensa: « Domani devo rimandarla? » Ma per quanto assoluta la decisione presa, non riesce ad estinguere completamente ogni speranza e... continua a sperare l'insperabile come un povero uomo qualunque che vede naufragare la sua fragile felicità e si aggrappa perdutamente al Signore. Dal cuore soffocato erompe la preghiera come un potente grido di dolore « O Dio Onnipotente, assiso nel cielo stellato, io so che tu mi ascolti, so che esisti: credo in Te.
« Ti ringrazio del dono della vita; ma - credilo - non è facile vivere... ci sono momenti duri... eppure giammai ho ceduto, fiducioso in Te...
« Neanche oggi cederò le armi, no, mio Dio... solamente permettimi di dirtelo... questa sofferenza prende tutto me stesso... Tu mi avevi donato una fanciulla meravigliosa, la mia fidanzata. Ho imparato a non essere più solo, e non da un giorno soltanto. Essa ha conquistato tutto il mio cuore, con la sua dolcezza, la sua modestia, la sua purezza... sì, la sua purezza ; mio Dio, com'è duro, com'è duro tutto ciò! « Perchè, perchè?
« Dovrò rinviarla in segreto perchè nessuno la insulti e me la maltratti, la mia piccola no, non voglio, mio Dio, che si pensi male di lei, che si facciano sul suo conto dei discorsi infamanti. Ella resterà sempre per me immensamente pura, trasparente come un'alba di Aprile.
« Eppure c'è un fatto evidente che non riesco a comprendere... Com'è duro tutto questo, veramente duro!
« Tu conduci per vie singolari quelli che ti servono... mi sento sopraffatto dall'angoscia fino a soffocare e non riesco a comprendere. Perchè, mio Dio, perchè? ».
Fu questa, senza dubbio, la preghiera di S. Giuseppe; il drammaturgo che l'ha interpretata ha intuito perfettamente l'anima sua.
Sulla vetta estrema del monte della sofferenza brillava ancora un barlume di speranza che stava per trasformarsi in una fiamma 'gigantesca, capace di illuminare quella notte con lo splendore della sua luce.
Quando Giuseppe ebbe sofferto abbastanza, quando la sua pena fu tale che potessero aver inizio in lui la passione di Cristo e la Redenzione degli uomini, quando il suo cuore crocifisso fu pronto a ricevere il dono di Dio, il Signore ebbe pietà di lui e gli inviò - come a Maria pochi mesi prima - un angelo annunciatore
« Giuseppe, figlio di David - gli disse - non aver timore a prenderti in moglie Maria, perchè quel che è nato in lei è opera dello Spirito Santo. Ella darà alla luce un figlio che tu chiamerai Gesù, poichè salverà il suo popolo dai loro peccati ».
Lo spirito di Giuseppe fu improvvisamente illuminato da un gran fascio di luce; il velo spesso e nero si strappò, le strette maglie della rete che lo stringeva si allentarono: egli ricominciò a vivere. L'uragano coi sordi brontolii, le nuvole amare, il cielo di piombo era passato. Tutto tornava luminoso: era lo splendore del mistero di Dio!
E Maria era più bella, più grande, più amabile, più pura che mai. Divideva con Dio la donna amata e la grossezza della sua carne vergine era divina. Egli, Giuseppe, l'infelice Giuseppe diveniva custode del suo Dio e della Madre del suo Dio.
Una gioia immensa, una felicità senza uguali invadevano l'anima di Giuseppe.
Tutto avvolto nella parola di Dio, tornava ad essere l'uomo tranquillo, meditativo, sempre silenzioso, ma di un silenzio ormai eternamente luminoso.
Ritrovava - al di là della sofferenza - quasi per una restituzione operata in lui da Dio, insieme alla speranza, una gioia inalterabile.
Il Signore aveva rivelato i suoi eterni consigli e, avendo purificato l'anima di Giuseppe col fuoco della sofferenza, vi tracciava il gran segno della Redenzione.
Giuseppe s'immergeva pienamente nella potente ondata di grazia portata dal Verbo tra noi; nel tempo egli sarebbe stato come colui che è segnato dalla gioia di Dio: l'annuncio fattogli lo spogliava completamente del suo dolore.
Come non ammirare in tutto questo la sua instancabile pazienza? Abbiamo anche noi i nostri momenti di prova: scompaiono in un istante speranze nutrite per lunghi e lunghi anni, come palloncini sottili si sgonfiano sogni lungamente accarezzati, ci sfugge una felicità verso cui tendevamo avidamente le mani proprio nel momento in cui stiamo per afferrarla.
Sono i momenti in cui lo spirito si fa violento, il cuore prorompe in espressioni arroganti contro Dio e il così detto destino; quando la sofferenza viene a purificarci, a potare i rami inariditi; a preparare la via alla grazia, tagliando col bisturi sulla carne viva, perchè non ribellarci?
Quanto sarebbe meglio allora rivolgersi a Dio con la preghiera - come fece Giuseppe - invece di maledire come gli altri.
Per tutte le nostre pene verrà il giorno dell'annunciazione, tutte sono inserite nell'intimo dell'intenzione redentrice. Penso alla grave e profonda frase di Bernanos: « tutto è grazia ».
Sì, veramente tutto è grazia, purchè si sappia aver pazienza: San Giuseppe, che ci ha insegnato questa verità, ci impetri la grazia di viverla.
IL MATRIMONIO DI GIUSEPPE
« Svegliatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva comandato l'angelo del Signore, e prese con sè la sua sposa » (Mt. 1, 24).
Il testo evangelico nella sua laconicità ci lascia intendere che gli avvenimenti non tardarono a susseguirsi: appena ricevuta la raccomandazione dell'angelo, Giuseppe si affrettò ad obbedire. Quell'obbedienza pronta, premurosa ci dice tutto lo slancio commosso di Giuseppe che dopo giorni d'angoscia vissuti in tanta amarezza, vede aprirsi dinanzi a sè un orizzonte di gioia sconfinata.
Sì, prenderà con sè la sua fidanzata, la vergine divenuta tabernacolo di Dio, la coprirà della sua stessa verginità e sarà per lei e per il frutto del suo seno il luogotenente di Dio, colui che ne « tiene il posto ».
All'alba, corse subito da Maria; la Vergine che soffriva in segreto per il tormento del fidan-
zato, quel mattino, dal passo leggero ed alacre di lui, dal suo sorriso radioso comprese che Dio aveva rotto il silenzio e aveva rivelato a Giuseppe la grandezza del mistero nel quale entrambi erano immersi.
La pienezza di gioia che avvolse questo primo istante di mutua comprensione è rimasto il segreto di Dio, e non tenteremo neppure di penetrarlo per non sciupare con le nostre povere parole umane quanto d'ineffabile vi è stato in questo incontro; possiamo pensare tuttavia che insieme - in uno slancio di sconfinata gratitudine e d'amore - abbiano ripetuto il canto del Magnificat. Senza dubbio fissarono anche i preparativi della festa di rito con cui un giovane giudeo accoglieva nella sua casa la fidanzata, coronando il fidanzamento ufficiale con la coabitazione.
Così poco dopo, Giuseppe, obbedendo alla raccomandazione dell'angelo, prese con sè Maria.
Il Cristo aveva ormai un focolare, una famiglia sua come ogni fanciullo; il gesto di Giuseppe gettava le basi di quella Sacra Famiglia che sarà chiamata la Trinità della terra.
Giuseppe avrà ormai cura di Maria e di Gesù: e sarà legato per sempre a essi.
Tutta la sua grandezza è qui; Maria era una cosa sola con Gesù, carne della sua carne, ossa delle sue ossa, lo portava con sè: il Figlio di Dio era parte di lei, come ognuno di noi lo è stato di sua madre.
Giuseppe per il matrimonio era una cosa sola con Maria, non per l'unità accidentale e transitoria che congiunge gli sposi nella loro carne, ma per quella unità reale, superiore, imperitura, indissolubile, inerente al mutuo dono della volontà. Per lo stesso fatto, quindi, insieme a Maria era unito a Gesù, cui si sentiva legato come a qualche cosa di se stesso.
Attraverso i secoli, nello sguardo eterno di Dio, Giuseppe sarà strettamente congiunto alla Vergine. E come tutti gli altri bambini uniscono in un sol balbettio « papà e mamma » così il Bambino Gesù unì Giuseppe e Maria. In questo c'era qualcosa di più dell'incanto così attraente dei primi tentativi di parlare d'un bambino; c'era espressa dal Verbo stesso di Dio incarnato la testimonianza del legame, dell'unità che stringeva Maria e Giuseppe.
Unità naturale, secondo il volere di Dio, unità di grazia, per cui entrambi comunicavano in modo sovrabbondante alla sorgente stessa della grazia, unità nel mutuo amore, unità nella comune preoccupazione per Gesù. Nell'obbedire all'ordine dell'Angelo, accogliendo Maria nella sua casa, Giuseppe aveva in un solo istante la rivelazione del mistero della sua vita e dell'indissolubile legame che lo avrebbe unito alla Vergine per sempre.
Era l'attuazione nel tempo e nello spazio d'un destino eterno. Nel giorno in cui Maria, condotta da Giuseppe, oltrepassa la soglia della casa che d'ora innanzi sarà sua, due esseri, condotti dal Signore l'uno verso l'altro, pongono un suggello divino alla loro vita nell'amore, all'ombra della grazia.
Non ci sarà più da una parte Giuseppe, l'uomo Giuseppe, e dall'altra Maria, la piccola giudea solitaria; bensì una coppia benedetta, Giuseppe e Maria: Giuseppe, lo sposo, e Maria, la sposa, e il loro figlio Gesù, frutto mirabile di una verginità resa feconda dalla potenza dello Spirito Santo.
Di modo che, come Maria viene attirata nel solco trascendente di suo figlio il Cristo, così Giuseppe è elevato in quell'ordine superiore dalla duplice attrazione di Gesù e di Maria.
Essere elevato così fino alla famiglia di Dio, fu la conseguenza dell'accettazione di Giuseppe, della sua fede nella parola dell'Angelo.
Quale lezione per noi cristiani! Non è forse questo il modello di ogni matrimonio cristiano? Giuseppe e Maria trovano nel matrimonio il loro più perfetto sviluppo spirituale perchè, per esso trovano Dio.
Ogni unione dovrebbe essere così: l'uomo e la donna non si danno a caso l'uno all'altro, non si uniscono seguendo alla cieca la china degli avvenimenti, come i giocatori che lanciano i dadi. Sono dati, al contrario, l'uno all'altro dal Signore che nella sua sapienza si prende cura di fonderli insieme per la loro salvezza eterna.
Il matrimonio cristiano - come quello di Giuseppe e di Maria - è un cammino, una ascensione a due, verso Gesù.
Ma è questa la preoccupazione degli sposi moderni? Loro ideale dovrebbe essere la prospettiva di una vita in comune che fiorisca in una comune santità per perfezionarsi nel possesso di Dio.
Il matrimonio di Giuseppe e Maria ci fu dato come modello per tutte le unioni cristiane.
Che gli sposi sappiano porre il centro della loro vita in Dio, completarsi in Lui, che insieme si salvino in Lui e la loro unione sarà felice: ecco la volontà di Dio.
Che la bellezza di questo piano non sia sciupata dalla sciocca noncuranza, dalla leggerezza spesso colpevole, dall'incoscienza capace di distruggere ogni possibilità di ascensione.
Giuseppe, così fedele custode di Maria, insegni agli sposi ad essere intelligenti custodi l'uno dell'altro, perchè insieme giungano a Dio.
Piace riportare qui la meravigliosa preghiera - che- tutti gli sposi cristiani dovrebbero far propria - rivolta da S. Paolino a sua moglie Therasia
« Fedele compagna della mia vita, donatami da Dio per sostegno della mia debolezza, sii preparata con me alle lotte della vita. Avvolgendomi della tua dolce sollecitudine, se m'inquieto, frenami; se son triste, consolami; diamo insieme esempio di una vita perfettamente cristiana. Sii custode del tuo custode. Con caritatevole scambio di aiuto, sollevami se cado e permettimi di sollevarti se cadi. Non ci basti di essere una sola carne, ma cerchiamo di essere anche un'anima sola, e che un solo cuore batta nei nostri petti ».
Possa Giuseppe, custode di Maria, far sì che ogni famiglia realizzi la meravigliosa unità spirituale di cui egli e le sua sposa hanno dato mirabile esempio...
L'ATTESA IMMEDIATA DI CRISTO
Il bimbo è dono di Dio. Meditando la vita di S. Giuseppe abbiamo visto come, per vie sinuose, Dio lo conducesse a poco a poco all'attuazione della volontà divina.
Prima gli fece dono di Maria, poi, mettendolo in circostanze dolorose, sembrò volergliela riprendere ed esigerne da lui il sacrificio, ma era solo una prova che doveva filtrarne l'anima per renderla più pura, più atta a ricevere il dono supremo, Gesù.
Alla parola del messaggero celeste la porta del focolare di Giuseppe s'è aperta e con Maria, attaccato alla sua carne verginale come un frutto all'albero, è entrato il Verbo, il Figlio stesso di Dio.
Ora, nei mesi che li separano dalla nascita, Giuseppe e Maria vivranno di questa deliziosa speranza.
Non era la violenta e lontana aspettazione dei Patriarchi e dei profeti, non la speranza
bruciante che consuma un'anima agitata, non l'attesa impaziente d'uno spirito ansioso di vedere l'alba della sua liberazione, non l'ardente aspirazione del Precursore che apre con parola impetuosa la via a Colui che non conosce ancora, ma sa vicino; l'attesa di Giuseppe possiede già il suo oggetto in Maria. Un'attesa dolce, gravida di certezza, una speranza calma, fondata sulla potenza di Dio, speranza che è già possesso.
Il Redentore è là, presente in Maria, che sente battere in sè il suo piccolo cuore e chiama con un sorriso Giuseppe perchè posi la mano sul suo seno e ascolti i primi movimenti del Bimbo che sta per nascere.
Com'è profondamente umano tutto ciò! E come sentiamo Giuseppe vicino a noi, simile ai giovani sposi che attendono nella gioia il primogenito della loro sposa, e la circondano di centuplicata tenerezza, e vogliono il piccolo con volontà entusiasta e passano i mesi dell'attesa vegliando intorno alla sposa grave d'amore.
Così fu per Giuseppe, cui s'aggiungeva l'ampia prospettiva della Redenzione che stava per aprire nel macigno del male e della miseria umana la grande breccia per cui la grazia di Dio sarebbe giunta fino a noi. Giuseppe chino con Maria attende con lei, nello stesso amore, nella stessa speranza, con la stessa gioia, il Bimbo che tanti e tanti uomini avevano atteso prima di lui. Questo bambino, tra tutti gli altri, più di tutti gli altri, era un dono di Dio.
E Giuseppe, lo sposo, il padre Giuseppe misurava in tutto il suo valore questo dono immeso. Tutta la sua vita, quella del povero operaio che a sera rientrava in casa sfinito, quella di sposo tutto volto in premurosa attenzione verso Maria, quella di fedele giudeo che già dava al Signore un culto « in spirito e verità », tutta la sua vita gravitava con ritmo nuovo intorno a Gesù. Giuseppe aveva infatti la chiara coscienza che, come sposo e padre, egli era responsabile di un tal dono davanti al Signore.
La realtà non è diversa per quanti sono e saranno chiamati a formare una famiglia.
Il bimbo che verrà sarà sempre dono di Dio, uno straordinario, incredibile dono di Dio, e Giuseppe ci insegna dinanzi a questa liberalità del Creatore, che è un bimbo sul cuore della mamma, che non v'è nulla di più sacro. Babbo e mamma devono essere coscienti nell'attesa della responsabilità che già loro incombe e sapere che non hanno alcun diritto di offuscare con un vergognoso rifiuto la vita che Dio ha voluto in essi.
Il senso del fanciullo, il suo valore, il suo perchè è la lezione quanto mai opportuna che Giuseppe ci da.
Come giudicarla inutile o superflua? La vera tristezza del nostro tempo viene dall'aver smarrito il culto dell'infanzia e il suo senso divino, dall'aver diffuso intorno a essa, se non addirittura l'odio, almeno la fobia.
So di giovani che rifiutano al bimbo la vita perchè viene a ferire la dura scorza d'egoismo più o meno confessato e camuffato da molteplici pretesti di cui nell'interno si riconosce la straziante futilità.
Ora, il focolare che respinge quel dono di Dio che è un bimbo, esula dal piano dell'amore; inevitabilmente, un giorno o l'altro, conoscerà quanto è dura la giustizia divina e, per aver respinto la fecondità nell'amore, inaridirà nell'angoscia, abbandonato alla propria miseria.
L'albero che fiorisce in primavera non rifiuta di portare i suoi frutti, anche se il carico è grave e i rami piegano sotto il peso; se non fosse così, lo taglieremmo per gettarlo nel fuoco.
Molti uomini forse non meriterebbero la stessa sorte? S'invochino pure, se si vuole, le dure necessità della vita presente, le difficoltà dei tempi, l'incertezza del domani: è tutto vero! Che si abbia a cuore di non dare ciecamente la vita, è giusto.
Ma tra questa giusta misura e il perfido compromesso che insozza per lunghi anni l'animo degli sposi c'è una differenza enorme.
Chi accetta d'essere sposo, accetta d'essere padre; e chi accetta d'essere padre, accetta il dono di Dio.
Non v'è altra via d'uscita, sebbene lo si pretenda: se esiste un dominio di sè che assicuri una fecondità adeguata alle condizioni della famiglia, esso è possibile solo se scaturisce dall'amore e dalla grazia: in nessun modo può derivare dall'applicazione di teorie nate « dalla carne e dal sangue ».
Insegnare agli sposi del nostro tempo a ricevere un bimbo dal Signore, come il dono più prezioso, a attenderlo nella gioia, a desiderarlo nella speranza, a amarlo nella grazia: ecco il compito veramente attuale di S. Giuseppe. Questa meditazione ricorda la sua attesa del bimbo di Maria: sia per tutti gli sposi, di oggi e di domani, motivo di un vero rinnovamento che li conduca a vivere in armonia col ritmo creatore di Dio.
SAN GIUSEPPE NEL MISTERO DELLA NATIVITA'
«In quei giorni usci un editto di Cesare Augusto per il censimento di tutto l'impero» (Lc. 2, 1). Con queste parole quasi banali S. Luca inizia il racconto della nascita di Gesù.
In esse pesa, quasi in balia degli avvenimenti, l'immutabile volontà di Dio. Tutto quel che sappiamo della vita di Giuseppe ce lo mostra sempre sballottato dalle circostanze; anche qui la storia continua allo stesso modo. Quello che gli uomini chiamano il gioco degli imponderabili ed è invece intreccio di tortuosi meandri che attuano i disegni della Provvidenza, ci si impone ancora una volta in modo stupendo. Non aveva forse predetto il profeta Michea che la piccola città di Betlemme sarebbe divenuta grande, perchè in essa sarebbe nato il Messia?
Ebbene, un imperatore romano, gonfio di orgoglio, Q forse solamente spinto dall'esigenza di una saggia amministrazione, decide di fare un censimento. Vien subito dato l'ordine è un imperativo cui nessuno può sottrarsi perchè coi romani non si scherza. « Un mattino d'inverno il banditore percorre le viuzze del villaggio suonando il corno e in nome di Erode promulga, in aramaico, l'editto con cui Augusto ordina il censimento ».
Il movimento è universale, ciascuno torna alla città di origine. Un'intera popolazione si sposta, l'imperatore romano sfoggia la sua autorità, i funzionari s'agitano dandosi arie d'importanza; ma tutto ciò non avrebbe nessun significato, se non fosse in funzione del Messia che sta per nascere.
Lo sa bene Giuseppe, cui si appoggia Maria, ch'Egli conduce attraverso la calca, camminando come una coppia anonima. Giunti a Betlemme cominciano la vana ricerca di un albergo; le porte si chiudono una dopo l'altra. Ben altri affari allettano in questi giorni gli albergatori perchè possano occuparsi di Giuseppe, che insiste sapendo giunto il tempo per Maria. Non c'è insistenza che valga; dovunque la stessa risposta: un duro no accompagnato da uno sguardo implacabile e spa2ientito. Ogni volta Giuseppe ricomincia la ricerca con pazienza ammirevole, poi, come ultima risorsa, si rifugia in una grotta, scavata nel fianco della collina, in cui sono istallati degli animali.
Non comprenderemo mai abbastanza quanto fu grande la pena di Giuseppe, quando si vide costretto a offrire una stalla come alloggio alla sua sposa e come culla al suo Dio.
« Una stalla, una vera stalla, non è il lieto portico leggero che i pittori cristiani hanno edificato al Figlio di David, quasi vergognosi che il loro Dio fosse giaciuto nella miseria e nel sudiciume. E non è neppure il presepio di gesso che la fantasia confettiera de' figurinai ha immaginato nei tempi moderni; il presepio pulito e gentile, grazioso di colore, colla mangiatoia linda e ravviata, l'asinello estatico e il compunto bue e gli angeli sul tetto col festone svolazzante e i fantoccini dei re coi manti e dei pastori coi cappucci, in ginocchio a' due lati della tettoia. Codesto può essere il sogno dei novizi, il lusso dei curati, il balocco dei bambini, il « vaticinato ostello » d'Alessandro Manzoni, ma non è davvero la stalla dov'è nato Gesù.
« Una stalla, una stalla reale, è la casa delle bestie... non è che quattro mura rozze, un lastricato sudicio, un tetto di travi e di lastre. La vera stalla è buia, sporca, puzzolente: non v'è di pulito che la mangiatoia, dove il padrone ammannisce fieno e biadumi... Ora quell'erbe e quei fiori, quell'erbe fatte aride, quei fiori che sempre odorano, son lì nella mangiatoia... Il Figlio dell'Uomo, che doveva essere divorato dalle bestie che si chiamano uomini, ebbe come prima culla la mangiatoia dove i bruti digrumano i fiori miracolosi della primavera.
« Non per caso nacque Gesù in una stalla. Il mondo non è forse un'immensa stalla dove gli uomini inghiottono e stercano? Le cose più . belle, più pure, più divine non le cambiano forse, per infernale alchimia, in escrementi? Poi si sdraiano sui monti del letame e chiamano ciò « godere la vita ».
« Sulla terra, porcile precario dove tutti gli abbellimenti e i profumi non possono nascondere lo stabbio, è apparso una notte Gesù partorito da una Vergine senza macchia, di nulla armato che di innocenza ».
Nel cuore della notte, una di quelle splendide notti orientali, rotta dal chiaro scintillio di miriadi di stelle, nel più raccolto silenzio della natura, cullato dal pungente soffio del vento, mentre tutto il creato convergeva in Dio, Giuseppe trovò tra le braccia di Maria suo figlio Gesù.
Il suo cuore batteva fino a spezzarsi: aveva un figlio, e questo figlio era il Figlio di Dio. Primo nell'immenso stuolo dei credenti Giuseppe credette in Gesù.
Si vide circondato, quasi avvolto da ogni parte, del più profondo mistero che sia mai esistito: stringere tra le braccia il proprio creatore, chiamarlo figlio, non è davvero cosa da poco.
E Giuseppe ci dà anche qui una meravigliosa lezione: se nell'umiltà e nella fede sappiamo precorrere le vie per cui la Provvidenza ci conduce, troveremo sempre Dio, perchè Dio stesso, per le stesse vie, viene fino a noi.
Per San Giuseppe, la Natività era una fioritura luminosa; il suo lungo e silenzioso cammino sboccava nell'incontro col Verbo di Dio, donatogli in carne e ossa: suo Creatore, suo Redentore, suo Figlio.
Chi potrà mai intendere quali pensieri turbinavano nel suo spirito sconvolto dall'incredibile fatto?
Solo con Maria, prostrato davanti al Bambino, adora il suo Dio, quel Dio disceso fino a lui, ch'egli, in una fede senza esitazioni, sa riconoscere nel fragile neonato.
Saper riconoscere Dio! V'è forse cosa più urgente? Ci si presenta in mille modi, così che neppure una delle nostre giornate è priva della sua presenza.
Ma noi abbiamo gli occhi chiusi e non sappiamo vederlo, gli passiamo forse accanto senza riconoscerlo, come, senza la sua fede penetrante, avrebbe potuto non trovarlo Giuseppe, sotto il velo di carne di cui s'era vestito. Seguendo il suo esempio dovremmo imparare e spezzare l'involucro. Da quando s'è fatto uomo, il Verbo abita tra noi: lo lascieremo passare come uno straniero, scomparire come uno sconosciuto?
Oggi il velo del prossimo lo copre ai nostri occhi: questa folla di uomini che ci vivono accanto, nascondendo dietro la loro figura, più o meno simpatica, più o meno onesta, dietro la loro fisionomia di peccatori l'immagine di Dio. E' necessario, è vero, una gran fede per comprendere tutto questo, ma la parola di Cristo è formale: ciò che farete al più piccolo dei miei fratelli, lo avrete fatto a me.
Se sapessimo scoprire la presenza di Dio intorno a noi, la nostra vita cambierebbe aspetto: liberi di noi stessi e del nostro egoismo, ci lasceremmo penetrare dalla carità.
Che San Giuseppe ci conduca a questo riconoscimento di Cristo e ci insegni a vedere in ogni giorno un nuovo Natale, una nuova alba di Cristo nella nostra vita.
L'INCONTRO COI PASTORI E COI MAGI
Non c'è cristiano che non sappia a memoria il racconto evangelico della nascita di Gesù. Gioia immensa donata alla terra per mezzo di Maria e di Giuseppe, che brillò nel Cielo della Palestina, annunciata dal canto degli Angeli, invitanti alla pace gli uomini di buona volontà.
Per primi i pastori ebbero l'annuncio della buona novella; Luca ci racconta che - appena ricevuto il messaggio dell'angelo - essi dissero tra loro: « Andiamo fino a Bètlemme a vedere quel ch'è accaduto e che il Signore ci ha fatto sapere ». Il piccolo gruppo di pastori si recò dunque a Betlemme e trovò facilmente la grotta che serviva abitualmente di riparo agli animali e che, in quel giorno, era divenuta tempio di Dio.
Si avvicinarono umilmente - come usano i semplici - domandando di entrare. Giuseppe, in ginocchio presso il Bambino, si alzò per invitare i suoi primi adoratori e presentare loro Gesù.
Poi li lasciò nel loro ingenuo stupore dinanzi a Maria e al Bambino. Al momento di ripartire, senza dubbio parlarono degli avvenimenti della notte: i pastori raccontarono la loro straordinaria avventura, la sorpresa alla apparizione dell'angelo, il timore da cui furono invasi, la loro gioia; e poi come rapidamente s'erano recati alla grotta, aggiungendo che dovevano ormai rientrare perchè avevano lasciato incustoditi i loro greggi.
Da parte sua, Giuseppe parlò di Gesù; senza dubbio non svelò la sostanza del mistero dell'Incarnazione, ma forse disse che il Cielo si era aperto per annunziare loro il Messia, che la salvezza era ormai giunta e la pace offerta agli uomini dal cuore buono.
Per la prima volta, un uomo parlava di Cristo ad altri uomini; Giovanni Battista, predicando nel deserto, aveva annunciato che il tempo era vicino, ma ora, in questa notte, in questa zona d'ombra all'entrata d'una grotta sul fianco d'una montagna, San Giuseppe getta luce nel cuore dei pastori, dicendo loro che il tempo è venuto.
Oh! egli non è davvero un predicatore eloquente, ignora l'arte d'arringare le folle, non s'impegna in un discorso dallo stile ampolloso, ma lascia parlare con semplicità il suo cuore di padre. Dall'abbondanza del cuore, senza alcuna pretesa, ma con l'ispirazione unica e penetrante di chi vivifica la parola nell'amore, egli canta davanti ad essi la lode di Dio, la sua fedeltà nell'adempire le promesse, la potenza misteriosa cui s'inchinano uomini e cose, l'ineffabile bontà verso il suo popolo.
Il silenzioso Giuseppe era penetrato nel ritmo di questa notte meravigliosa e, come gli angeli - in via straordinaria - avevano parlato ai pastori per comandar loro di adorare il Salvatore; così egli esce dal suo abituale silenzio per spiegare qualcosa dell'inaudita grandezza dell'opera divina e aprire a Cristo il cuore di quegli umili.
Domandiamo a Giuseppe di estendere fino a noi la sua opera di testimonianza e di aprire anche i nostri cuori alla luce.
Poichè è incontestabile che noi viviamo nell'oscurità: o non vediamo affatto il Cristo o lo vediamo male. Abbiamo l'impressione che Egli sia venuto in mezzo a noi per essere segno di contraddizione, quando invece Egli è venuto per la nostra salvezza. La pace, quella pace che avvolge l'anima d'una tranquilla certezza, facendole affrontare con serenità le avversità della vita, molto spesso noi non l'abbiamo. Tendiamo a lei, è vero, con impetuoso e ardente desiderio, ma per raggiungerla dovremmo aprire il cuore al Signore.
C'è purtroppo in noi un insieme di meschinità che sovrapponendosi ostruiscono lo spirito e rendono impossibile il nostro sviluppo soprannaturale. Staccarci da noi stessi, dalle piccole invidie talvolta inconfessate, dai desideri sempre risorgenti, dai sogni impastati di carne e di terra; soffocare in noi la febbre del mostruoso egoismo, frenare la corsa ardente a tutti i godimenti; e dissipare con un colpo netto le nuvole opache che stringono l'anima nella morsa del male: ecco il lavoro che bisogna compiere per ricevere veramente il Signore in spirito e verità.
A San Giuseppe c1_-le ha indicato ai pastori la ricchezza recondita messa a loro disposizione in quella notte di Natale, domandiamo di inondare di luce anche la nostra anima, di aprire in noi la via alla pace. Dio l'ha scelto per introdurre presso il Salvatore le primizie dei suoi adoratori: estenda fino a noi, nel silenzio della grazia, poichè il Signore non ha bisogno d'eloquenza umana per aprirsi la via, la missione che tenne coi pastori e i Magi di allora.
Fu ancora Giuseppe difatti, come padrone di casa, che li ricevette quando giunsero col fasto orientale, conveniente al loro rango.
A questi gentili, a questi infedeli dal cuore tetto, egli diede -- con la stessa semplicità spo-
glia di ogni artifizio - il Verbo di Dio. Non solamente presentò con fierezza commossa, ricca di umiltà, l'Emmanuele, ma spiegò loro, come aveva fatto ai pastori, il Verbo di Dio, e commentò per primo, a questi uomini sinceri, l'inizio del Vangelo, di cui andava scrivendo le prime pagine.
Nel segreto d'una notte tranquilla, davanti ai pastori, poi alla prima luce del giorno, nell'intimità di un'amichevole conversazione coi Magi d'Oriente, per primo, predicò Cristo e si adoperò ad aprirgli i cuori.
Che la sua sollecitudine ci circondi e la sua intercessione ci ottenga di comprendere, o almeno d'intravvedere - come diceva S. Paolo - la larghezza e la profondità del mistero della grazia, che è la nostra vita. Possa la sua preghiera spalancare il nostro spirito, perchè la luce del Signore l'inondi e lo conforti.
Abbiamo tanto bisogno d'imparare a ricevere Gesù!
Quale maestro potrebbe disporci meglio di Giuseppe?
LA CIRCONCISIONE
La circoncisione era per gli Ebrei un po' quello ch'è il Battesimo per noi; con questo rito liturgico l'Israelita era incorporato al popolo di Dio, e insieme - dopo l'incisione rituale di cui il padre era ministro - riceveva il nome che avrebbe portato per sempre.
Nel caso del Salvatore, il Vangelo ci parla esplicitamente della cerimonia della Circoncisione, e sappiamo che Giuseppe aveva ricevuto dall'Angelo l'incarico di chiamare il neonato Gesù, cioè « Salvatore del suo popolo ». Missione veramente eccezionale, e grande il giorno in cui fu attuata. Perchè Colui che era oggetto di questo ministero non era davvero un uomo come gli altri, ma lo stesso Verbo Eterno. Ora, in quanto tale, aveva solo il nome di Dio Dio da tutta l'eternità, Figlio unico del Padre, Dio da Dio, come dice S. Giovanni. Ma per la sua venuta tra noi e perchè si era fatto in tutto simile a noi - tranne il peccato - doveva essere necessariamente designato da un nome.
Dare il nome a Dio per distinguerlo dagli altri, per non errare, per chiamarlo, designarlo; scegliere un nome per Dio: non c'è necessità che riveli meglio la realtà totale dell'Incarnazione. Ma è veramente opera grande la scelta del nome che dovrà designare un uomo tale. Dio interviene e lo sceglie. Se è vero che il nome proprio esprime l'individualità incomunicabile che costituisce la persona, solo Dio poteva scegliere il nome del Verbo Incarnato di cui Egli solo sondava il mistero e la personalità. Perciò Dio scelse questo nome ».
Ma a Giuseppe Dio domanda di assegnarlo, come a lui domanda di circoncidere il Salvatore. Dinanzi alla scelta del Signore, come non riconoscere la grandezza di S. Giuseppe? Aveva ragione un antico autore di notare, meditando l'argomento che ci interessa: presso tutti i popoli la legge ha sempre riconosciuto al padre il diritto d'imporre il nome al figlio. Gesù era Figlio di Dio e S. Giuseppe ebbe la gloria di sostituire Dio presso di lui. Quando si battezza il figlio d'un re, a chi il re cede l'onore di dare il nome a suo figlio, se non ad un altro re? Ora Dio non trovò sulla terra uomo più degno di Giuseppe per incaricarlo di questa missione presso suo figlio.
Questo nome che fino alla fine dei secoli risuonerà attraverso il mondo, ripercuotendosi da un confine all'altro della terra come un'eco di sovrana misericordia, fu pronunziato per primo da Giuseppe.
Il mistero della Redenzione s'era aperte con l'Incarnazione, ma già assumeva con l'azione di Giuseppe l'aspetto sacrificale che avrebbe rivestito al Calvario; con la Circoncisione Giuseppe s'immerge in pieno nella Redenzione ormai sa in maniera certa che il bimbo nato dalla sua vergine sposa è il Messia di Dio, e di conseguenza il Salvatore del suo popolo. Si profila, dunque, dinanzi al suo spirito una nuova certezza: nel momento in cui chiama Gesù con questo nome, Giuseppe ha coscienza di affermare la missione provvidenziale di questo Bambino: sarà il Salvatore e si realizzeranno in lui quelle promesse di salvezza fatte da Dio al suo popolo.
C'è una differenza essenziale tra Giuseppe e tutti gli altri padri: questi impongono il nome al figlio riferendosi a particolari circostanze che hanno accompagnato la nascita, o formulando nel nome già scelto un augurio caro al loro cuore, senza sapere se un giorno esso non si muterà in una crudele ironia.
Giuseppe ne ha invece la certezza: egli proclama che è giunta l'ora designata da Dio, in cui si compirà il riscatto dell'umanità. La missione redentrice di Gesù è chiara ai suoi occhi, senza equivoci. Forse non ha compreso « nella sua pienezza quale sarà la salvezza operata in terra da questo bimbo nè la provvidenziale coincidenza del nome e del sangue versato », ma non per questo è meno vero che le prime gocce di quel sangue che scorreranno sul Calvario per lavare i nostri peccati e restituirci alla vita furono versate dalla mano di Giuseppe.
Sì, le primizie del sangue redentore, le primizie del Calvario ce le ha date Giuseppe. Egli, che Dio avrebbe chiamato a sè prima che suonasse l'ora della grande espiazione, s'innesta ora nel mistero della Redenzione operata dal sangue e partecipa, in anticipo, ma in modo intimo, al dramma del Golgota. Cristo, Maria e Giuseppe si trovano uniti nel mistero del sangue versato, come erano uniti nel mistero del Dio Incarnato.
Privilegio unico ed esclusivo, ricco - possiamo crederlo - d'un profondo simbolismo, quello di Giuseppe che a titolo di Padre, presenta agli uomini il Salvatore, chiamando suo figlio: Gesù, e apre quel gran fiume di misericordia e salute che è il sangue di Cristo.
O S. Giuseppe, noi poveri uomini non possiamo non rivolgerci a te; siamo pieni di miseria e il male scava nella nostra anima solchi così profondi da tenerci sempre in pericolo di perderci; sentiamo farsi sempre più grave il peso delle nostre colpe, quelle colpe che pure detestiamo sinceramente... ma una parte di noi ama... abbiamo bisogno della redenzione, desideriamo che scenda su di noi il sangue di Cristo; ma non lo invochiamo col grido blasfemo dei giudei deicidi, bensì come moribondi ansimanti che hanno sete di vita.
Da te attendiamo, a te domandiamo d'implorare da Cristo, tuo figlio, che lasci cadere su noi almeno poche gocce del sangue che tu versasti nella Circoncisione; il nostro cuore sarà allora leggero, lo spirito libero, l'anima salva.
Riponiamo la nostra fiducia in te: fa che siamo compresi nel numero degli eletti e vivificati dal sangue redentore del tuo figlio, Gesù, nostro Salvatore. Così sia!
LA PRESENTAZIONE AL TEMPIO
Un contemporaneo, deluso forse o pessimista, diceva sul finire della sua esistenza: « La vita è grande se è un fallimento, è grande se è una ferita... »
Da quando meditiamo le pagine del Vangelo che narrano gli albori della nostra Redenzione, e seguiamo in questo sentiero i passi di S. Giuseppe, abbiamo visto come un continuo irrompere della sofferenza: il suo cuore è da essa penetrato fin dal primo istante del grande mistero dell'Incarnazione, e riappare ad ogni momento, amareggiandone le più belle gioie.
Perchè Gesù aveva scelto di entrare nel mondo sotto il segno della sofferenza, come aveva scelto di uscirne sotto quello della croce; e trascina con sè, a bere allo stesso calice, quelli che ama, Giuseppe per primo.
Una breve tregua segue la circoncisione, poi ancora una volta, nella presentazione al tem« pio, si riaffaccia la sofferenza.
Veramente quel giorno Giuseppe e Maria andavano a una festa: è giunta l'ora dell'offerta del primogenito e della purificazione della madre; sottomessi in tutto e obbedienti partono, portando in mano l'offerta d'uso, due. colombi. Appena giungono al tempio vi trovano il vecchio Simeone. Giusto e timorato di Dio, questi aveva avuto la promessa che non sarebbe morto senza vedere l'Inviato dell'Altissimo. Incontrandosi con Maria e Giuseppe, sotto l'ispirazione dello Spirito egli riconosce tra le loro braccia il Messia e intona il suo « nunc dimittis »
« Ora, o Signore, lascia pure che il tuo [servo se ne vada in pace, secondo la tua parola; perchè gli occhi miei hanno veduto la tua salute, da te preparata al cospetto di tutti i popoli; luce per illuminare le nazioni e gloria del popolo d'Israele ».
Fin qui, evidentemente, nulla di triste; tutto va per il meglio e l'evangelista S. Luca nota che « il padre e la madre restavano meravigliati delle cose che si dicevano del bambino ».
Ma il vegliardo, sempre sotto la mozione dello Spirito profetico, continua il messaggio del Signore che diviene spietato: « Questo fanciullo è destinato a essere causa di rovina e di resurrezione di molti in Israele e a diventare un segno di contraddizione; a te stessa una spada trapasserà l'anima... ». E nel dire così volgeva lo sguardo grave su Maria che capiva la sua missione di Madre dei Dolori.
Giuseppe era lì, in piedi, con Maria appoggiata al suo braccio; queste parole cadevano su lui col peso gelido d'un lugubre rintocco che fende l'aria. Dover ancora soffrire... pazienza! ma saper che gli esseri amati dovranno soffrire più di lui: questo sconvolge il suo cuore. « Segno di contraddizione... » per il figlio, « spada di dolore... » per la madre: non c'è da equivocare. L'avvenire di Gesù e di Maria si profila agli occhi di Giuseppe come un lungo cammino, colmo di dolore. Senza dubbio si riaffacciarono alla sua memoria i testi con cui i grandi profeti David, Isaia, Geremia annunziavano che il Servo di Dio sarebbe stato l'uomo dei dolori.
Diveniva così chiaro che la Redenzione sarebbe stata opera di sofferenza; forse in quell'istante Giuseppe comprese perchè aveva tanto sofferto. Ma tutto questo era ancora poco. La prospettiva profilata da Simeone non era ancora più terribile? L'uomo che soffre ha sempre l'impressione che nessuna pena potrebbe essere per lui più terribile: e questo sentimento lo aveva di certo provato anche S. Giuseppe. Ma qui nel tempio di Dio, sotto i suoi occhi e a nome del Signore, si fulminavano contro il figlio e la sposa le più terribili minacce.
Era annunciato un avvenire sconcertante per Gesù e la Madre, ma un avvenire sconcertante anche per il padre. « Dolore quotidiano di sapere che non sarebbe stato presente, a dividere la prova dei due esseri » (23) che tanto amava. Perchè Giuseppe non può non aver rilevato di essere stato escluso da questa profezia. Non dividerà con essi l'ora tragica e non ne porterà al loro fianco il peso schiacciante. Maria non avrà a sostegno della sua debolezza le spalle virili, il cuore forte, l'anima grande di lui; nell'ora del dolore egli non sarà con lei, e da sola dovrà attraversare la notte profonda. Di nuovo l'amarezza - ma quanto più lancinante questa volta - invade il suo povero cuore di padre e di sposo; essa lo penetra e lo satura, come il sale dell'acqua marina fa con le alghe della riva. E così pronfondamente che ormai ogni sguardo a Maria, ogni bacio al Bambino portano all'anima solo il sapore della sofferenza.
Il suo dolore, la sua pena son nel sapere che quelli - cui non vorrebbe far conoscere affatto la miseria - saranno spietatamente schiacciati dallo sdegno di Dio giudice; e continuerà a vivere con l'apprensione, sempre risorgente nello spirito, della sofferenza promessa ai suoi cari.
Ma Dio sempre buono - anche, per non dire soprattutto, nella sofferenza - aveva dato a Giuseppe, come a Maria, un sostegno che impedisse loro di cadere nella disperazione, aveva cioè unito a questa sofferenza una fiamma di speranza, promettendo, per bocca di Simeone, che la « contraddizione » in cui stavano per essere immersi sarebbe divenuta sorgente di salute per tutti i popoli.
Così il dolore conduce l'uomo, tutti gli uomini, alla luce e, come il Calvario, confina con l'apoteosi della Resurrezione.
La grande lezione di S. Giuseppe è questa una sofferenza piena di speranza, per profonda che sia, non conduce alla ribellione. Solo il dolore senza uscita, senza speranza soffoca l'uomo e lo spinge alla disperazione. Dante sulla porta dell'inferno scrisse Per me si va nella città dolente, per me si va nell'eterno dolore, per me si va tra la perduta gente. Lasciate ogni speranza, voi ch'entrate. Ma, finchè dura la speranza, l'uomo può soffrire.
Come tutti gli uomini, è vero, e, più di molti tra noi, Giuseppe ha conosciuto la sofferenza, ma l'ha portata col coraggio di chi spera, sapendo che ogni dolore fecondato dall'amore, ha valore di salvezza.
Noi, pellegrini su questa terra, soffriamo e conosciamo molte lagrime : che il nostro cuore ne comprenda il mistero e, sull'esempio di Giuseppe, si profilerà nello spirito, nonostante il dolore, un gran segno di salute.
LA FUGA IN EGITTO
Alla festa della purificazione seguirono giorni di calma: tempo di pausa in cui Maria e Giuseppe ebbero agio di meditare gli avvenimenti svoltisi nel giro di poche settimane, l'uno più sconvolgente dell'altro.
La tregua di Dio! Il Signore lasciava nella pace la giovane famiglia in cui nascondeva suo Figlio; quanto tempo sarebbe durata? Come ogni giovane padre, Giuseppe senza dubbio accarezzava già qualche progetto, tentava di costruire l'avvenire...
Ma Dio era spietato. Con i Magi venuti per adorare il Fanciullo, invia a Giuseppe una nuova prova, annunziandogli che -Erode cerca di far morire suo figlio.
« Segno di contraddizione », aveva detto Simeone pochi giorni prima. Non s'era sbagliato, in verità: ecco che ancora bambino, il Cristo era perseguitato dal furore d'un nemico ombroso, stupido e pieno d'invidia.
Giuseppe si domanda allora cosa deve fare; che cosa voleva da lui in quella occasione il Signore? Nella sua infinita potenza, non avrebbe difeso Egli stesso il suo unto, il suo Messia? Colui che deve liberare la terra intera e presentarsi come la « luce delle nazioni », l'abbandonerà così presto, senza neanche dare inizio alla sua missione? Sempre lo stesso mistero, sempre l'imprevisto nelle sconcertanti vie di Dio.
A sera, Giuseppe s'addormenta, meditando questi pensieri, in attesa che la notte, saggia consigliera, indichi la via da seguire. Precisamente nella notte l'Angelo appare di nuovo in sogno a Giuseppe per manifestargli la volontà di Dio: « Levati, prendi il bambino e la madre sua e fuggi in Egitto. Là ti fermerai, finchè io non ti avvisi, perchè Erode cercherà il bambino per farlo morire ».
L'ordine era chiaro e categorico, non rimaneva a Giuseppe che obbedire prontamente. Si leva dunque subito e di notte, dopo aver radunate poche masserizie e qualche utensile, si mette-il cammino verso l'Egitto.
Eia l'esilio, quale lo conoscono tanti e tanti popoli anche oggi. La marcia interminabile, piena d'inquietudine perchè non si sa nè ciò che ci si prepara dinanzi, nè ciò che si lascia alle spalle; il distacco straziante di chi lascia dietro a sè la ricchezza della propria casa e della sua quiete, di chi abbandona cari ricordi del passato e i dolci sogni dell'avvenire.
.Giuseppe non potè fare a meno di pensare che servire Dio non è facile, e dovette certamente riflettere che Dio colpisce duramente, e senza posa. Decisamente Egli non agisce alla leggera, picchia sodo, spazza, porta via tutto dapprima l'angoscia d'una maternità misteriosa e inesplicabile, poi la nascita in una stalla; più tardi, la presentazione al tempio e la profezia del dolore; oggi, l'esilio.
Giuseppe, l'uomo tranquillo, il pacifico operaio, da quando è stato scelto da Dio ha il cuore e la vita sconvolti, non conosce più il sereno ' riposo d'un tempo, è vessato da tutte le parti. Anche in quella notte fugge come un ladro o un cri inale, per salvare i suoi, va verso l'incognito, l'Egitto idolatra, maledetto da tante generazioni di israeliti, va incontro all'incertezza del domani, senza sapere come farà a tirare innanzi la vita: son davvero dure queste cose per il suo cuore!
Dio prende tutto a Giuseppe: prima gli tolse la fidanzata, poi la sua pace, ora lo strappa al suo focolare e ai suoi beni, persino al suo paese.
Giuseppe deve essere pellegrino del .Signore, camminare sulla terra senza essere attaccato a nulla, e portare Dio, ora qui, ora là. Per dargli Gesù, Dio ha strappato Giuseppe a sè stesso: sarà condotto ormai dal beneplacito del Signore, senza riposo.
Nelle mani di Dio, ogni sicurezza è compromessa: chi pretende d'essere di Cristo non deve cercare il riposo, ma il distacco, lo sradicamento dalla terra e accettare di avanzare libero verso l'incognito sulla sola fede nella parola di Dio.
Fuggendo in Egitto Giuseppe ci dà una vigorosa lezione, illustrata da uno dei suoi devoti, il grande Bossuet, in poche frasi d'una rara densità spirituale
« Il vizio più comune e più opposto al cristianesimo è la disgraziata ostinazione a stabilirci sulla terra, quando invece dobbiamo avanzare sempre, senza arrestarci mai, in nessun luogo... Andate, camminate sempre, senza dimora fissa. Così visse il giusto Giuseppe. Ha mai goduto un momento, dopo aver avuto in custodia Gesù! Questo bambino non permette ai suoi di riposare, ma li molesta continuamente in quel che posseggono e suscita loro sempre nuovi turbamenti.
« Ci insegna così che è saggio consiglio della sua misericordia mettere un po' d'amarezza in tutte le nostre gioie, perchè siamo pellegrini...
« Nei travagli d'un lungo viaggio, l'anima spossata dalla fatica, cerca un po' di riposo.
L'uno cerca di distrarsi nell'esercizio della sua professione, l'altro nelle gioie del matrimonio, un altro ripone le sue speranze nel figlio... il Vangelo non biasima questi affetti, ma, poichè il cuore umano non sa moderare i suoi moti e gli è difficile temperare i suoi desideri, s'adagia e s'attacca a quel che gli era stato dato solo per un breve riposo. Aveva ricevuto un bastone per sostenersi durante il viaggio, lo trasforma in un letto per dormirvi, si ferma, vi si adagia, non si ricorda più di Sion... E Dio rovescia il letto in cui dormiva, in mezzo alle felicità temporali».
Non è così di ciascuno di noi? Ci aggrappiamo perdutamente a tutto ciò che tocchiamo, senza riflettere che tutto passa e l'unica cosa necessaria è trovare Dio.
S. Giuseppe ci ha insegnato a lasciar cadere tutto, per obbedire a Dio solo: raccogliamo la sua lezione e invochiamo il suo aiuto. Egli che è il nostro modello, sia pure il nostro soste no !
LA VITA NASCOSTA DI S. GIUSEPPE
Le grandi imprese non fanno gli uomini grandi, come il luccichio d'una esistenza non dà la pienezza della vita. A guardare la vita degli uomini, di quelli di oggi come di quelli di un tempo, si ha l'impressione che conti una sola cosa, far strabiliare: creare cioè intorno a sè un clima straordinario per sottolineare il proprio posto nel mondo e attirare l'attenzione di tutti.
Inutile vanità; pretenzione insensata! Ci si dimentica che tutto passa, la reputazione e la celebrità prima di tutto il resto, che pure non dura più di un momento. Il vento che corre sulle nostre teste, si aggrappa forse a noi? Avviene lo stesso di quello che dicono o pensano gli uomini di noi; tutto porta via il vento.
Dovremmo imparare da S. Giuseppe che cosa è la vita: nè scoppi di tuono, nè baccano fragoroso, ma l'anelito segreto che trasforma ogni istante in amore, nella più grande semplicità.
Quando al momento opportuno fu richiamato dall'Egitto, Giuseppe prese subito la via del ritorno: era l'ultima peregrinazione che il Signore voleva da lui. Non ci saranno più momenti emozionanti nella sua vita: rientra a Nazareth, per viverci verosimilmente fino alla morte. Un focolare umile, ma caldo, una famiglia amata, il mestiere di falegname, il lavoro quotidiano, l'osservanza della legge, il riposo tranquillo: ecco quale fu la storia degli anni che ancora gli restavano da vivere.
S. Giuseppe era un uomo comune in tutto, niente di stravagante nella sua santità, nè eroismo rumoroso nella sua abnegazione, nè splendore nella sua vita.
Se si può parlare di vita nascosta, è proprio per lui; vita nascosta di Giuseppe, che si svolge nella cornice banale dell'intimità familiare e nella bottega d'un operaio, santità alla - nostra portata.
Noi non sappiamo che farcene dei santi, stiliti appollaiati su una colonna, cenobiti nel deserto bruciante, asceti dalle macerazioni spaventose: la loro è una santità d'eccezione. La santità di Giuseppe entra nella cornice della nostra vita, si presenta come la misura della nostra santità, si volge al nostro livello. Il pane quotidiano da guadagnare, il figlio da educare, la sposa da rendere felice: e in tutto ciò vivere il più possibile vicino a Dio. Poichè questo è il fattore centrale della vita di Nazareth : Giuseppe ha vissuto nella più totale intimità con Cristo. « Fino a che punto è penetrato nell'intimità di Dio? Non lo sappiamo, ma - in mezzo al rumore che ci circonda - siamo penetrati dal sentimento di pace immensa in cui si svolge la sua vita: il contrasto profondo ci rivela la grandezza delle cose. Molti, che non hanno niente da dire, parlano dissimulando nel clamore del loro linguaggio l'inanità dei loro pensieri e dei loro sentimenti. S. Giuseppe, che ha tanto da dire, non parla. Custodisce in fondo al cuore le grandezze che contempla: le montagne si elevano sulle montagne, e tacciono. Gli uomini sono trascinati dall'incanto della bagattella; ma S. Giuseppe resta nella pace, padrone della sua anima... ».
Non si lascia distrarre dall'unico necessario, nè folleggia attratto da mille sciocchezze, nè si dissipa nella leggerezza. Egli utilizza i giorni che Dio gli dona, uno a uno, cosciente di costruire la sua eternità e contento che, quando Dio è con lui, non sa che farsene del resto.
Nazareth per Giuseppe è unicamente questo: Presenza di Dio a sè e presenza sua a Dio. Gesù presso il banco di lavoro, in cortile, a mensa, in cucina; Gesù con lui nel lavoro e a passeggio, nei campi o in città; sempre con lui, Giuseppe, incaricato da Dio di custodirlo, responsabile di lui. Una vita semplice, in cui si respira l'odore di Dio, tale fu la sua santità.
Non potremmo avere un insegnamento più adatto ai nostri bisogni, un esempio più appropriato.
A vederci vivere, si direbbe che siamo in balia di un uragano furioso, che ci sballotta da tutte le parti: corriamo dappertutto, pensiamo a tutti, parliamo di tutto, fuorchè di Dio.
Ci interessano tutti i problemi, fuorchè quello della nostra salvezza, quello del regno di Dio. Chi guarda la nostra attività dall'esterno, ci crede egli allucinati, degli automi, dei campioni di gare di velocità. L'universo ci possiede, il mondo ci riempie, ma noi siamo vuoti di Dio.
Per questo ci sembra che Giuseppe abbia una fisionomia sbiadita, ma in realtà, mentre noi amiamo rimanere nell'incoscienza, egli è un uomo cosciente e troppo intimamente unito a Dio, per i nostri gusti. Ma forse possiamo attingere da lui qualche altra lezione utile.
Solo pochi tra noi possono aspirare ad una vita straordinaria; se permettessimo a Dio di penetrare di più nella nostra esistenza quotidiana e cercassimo invece di nascondere noi stessi, avremmo certamente una vita interiore più ricca.
Presenza di Dio nella nostra vita: finchè non avremo raggiunto un minimo d'intimità col Signore, non Lo avremo accolto nell'intimo delle nostre famiglie e la nostra vita non trascorrerà pensando a Lui, saremo burattini, non uomini. E' inutile ammazzarci per guadagnare del danaro che non porteremo oltre la tomba, inutile immergerci in una frenesia di piaceri che non durano più dell'istante in cui li godiamo, inutile nascondersi dietro una reputazione superficiale e menzognera che davanti a Dio non ha consistenza maggiore d'un , po' di schiuma sul mare aperto. Dio nella mia vita, la sua presenza: questo solo conta!
Giuseppe ci si presenta come l'affermazione vivente di questa verità: possa la sua immagine penetrarci tanto da renderci coscienti di quest'unica cosa necessaria, la grazia di Dio nella nostra anima.
IL RITROVAMENTO DI GESU' NEL TEMPIO
L'ultima volta che il Vangelo ci parla di S. Giuseppe, ci racconta il celebre episodio dello smarrimento e del ritrovamento di Gesù.
La legge giudaica abbligava i suoi adepti al pellegrinaggio pasquale che si faceva verso la fine di marzo o i primi di aprile, epoca in cui cadeva la Pasqua. Si vedevano allora formarsi da tutte le parti della Palestina lunghe carovane di pellegrini in cammino verso Gerusalemme. Anche Gesù, quando ebbe raggiunto i dodici anni, si fece un dovere di prendervi parte.
In quell'anno dunque Giuseppe e Maria si fecero accompagnare al tempio dal loro figliolo. Parteciparono per una intera settimana alle cerimonie religiose che si svolgevano con fasto e fervore nella città santa, poi si prepararono al ritorno. Si formavano di nuovo le carovane, non proprio come colonne militari, ma un po' disordinatamente, secondo il gusto e l'esuberanza di ciascuno, alla tipica maniera orientale. Giuseppe camminava avanti, nel gruppo degli uomini, Maria seguiva fra le donne: in tutta quella confusione Gesù si sottrasse all'uno e all'altra, senza che se ne accorgessero.
Alla prima sosta « intorno ad una fontana, si formarono di nuovo i gruppi, per villaggio o per famiglia. Solo allora Giuseppe e Maria constatarono l'assenza di Gesù; non se n'erano inquietati prima, credendolo coi vicini e coi suoi piccoli amici di Nazareth, ora Egli veniva chiamato di gruppo in gruppo in quella corte assiepata di gente accampata. Invano. Non si poteva pensare ad un ritorno a Gerusalemme quella sera stessa, perchè le porte della città erano chiuse, perciò, dopo una 'notte d'angoscia, in cui la profezia di Simeone dovette tornare insistentemente alla loro memoria, mentre la carovana continuava la sua strada in un tumulto di carri e di sonagli, Giuseppe e Maria ripresero il cammino di Gerusalemme. Anche lì, nuove e crudeli delusioni: ebbero un bel cercare per tutta la giornata, correre per vie e crocicchi, chiamare Gesù, bussare a tutte le porte amiche: nulla! Finalmente, al terzo giorno salgono al tempio per confidare a Dio la loro pena e implorare i suoi lumi ». E là trovarono Gesù che conversava coi dottori. Quale fu in tutto questo tempo, lo stato d'animo di Giuseppe? Ce lo dice la frase della Vergine a Cristo: « Tuo padre e io, contristati, andavamo in cerca di te ».
Una pena profonda aveva sconvolto il cuore di Giuseppe, accompagnata, senza dubbio, da un senso vivissimo di colpa. Non aveva Dio affidato il proprio Figlio alla sua protezione e alle sue cure? Dinanzi al Signore Onnipotente, lui, Giuseppe, rispondeva del Messia, mentre egli, invece, non sapeva neppure dove si trovasse il fanciullo. Non era questa, infedeltà alla sua missione, negligenza nell'adempimento del dovere? Giuseppe, non sapendo che così doveva essere e che Gesù aveva compiuto un gesto chiaramente previsto nel consiglio provvidenziale di Dio, ebbe di nuovo il cuore solcato dal timore e lo spirito turbato dalla molteplicità delle ipotesi possibili.
Crede d'aver perduto Gesù, ma non è così. Gesù si è sottratto a lui; perchè? Non possiamo comprendere quale fu la ragione prima d'un tale atteggiamento, senza dubbio però Dio volle ricordare in quell'occasione a Giuseppe il senso della sua paternità: questa doveva esercitarsi sotto la mozione del Padre celeste. « Non sapete che io devo attendere a ciò che riguarda il Padre mio? » risponde Gesù a Maria in presenza di Giuseppe. Era un porre di nuovo, in termini chiari, l'audace mistero della paternità di Giuseppe. Mentre Maria, da una parte, afferma la realtà di questa paternità, il Cristo, dall'altra, precisa ricordando ch'essa è una delegazione dall'alto.
Dio così richiamava contemporaneamente Giuseppe all'altezza e all'umiltà della sua situazione. Non perchè Giuseppe avesse perduto il senso preciso della sua missione... Ma « Dio impiega così gli anni della nostra vita, quelli della maturità e quelli della vecchiaia a insegnarci verità che già sappiamo ».
S. Giuseppe comprende subito il senso delle parole di suo figlio? Non sembra veramente, perchè di lui come di Maria l'evangelista aggiunse, commentando il suo racconto: « Essi non compresero ciò che aveva loro detto ». Ma come la Vergine, sua sposa, egli tenne impressa questa lezione nel suo cuore, in attesa che la luce di Dio venisse ad illuminarla.
Anche in ciò la figura di Giuseppe è vicinissima a noi.
Dio ci colpisce nella nostra vita, come fece con lui, nella maniera più sconcertante. Senza preavviso, Egli ci percuote, spesso proprio in ciò cui teniamo di più. Ogni resistenza ha dei momenti in cui Dio sembra ritirarsi da noi, sfuggirci, lasciarci, come Gesù abbandonò Giuseppe e Maria.
Si produce in noi un grande, inspiegabile vuoto, la rivolta brontola sordamente nel fondo dell'anima nostra, l'amarezza penetra il cuore, lo spirito s'impenna: dinanzi alle prove che ci assalgono, all'accumularsi degli insuccessi, al ripetersi delle sconfitte diventiamo disfattisti, abbandoniamo tutto, persino Dio.
Errore grave, naturalmente, perchè i periodi di prova son fatti per ricondurci a Dio, non per allontanarci da Lui, e devono indurci a non cedere terreno, nè a volgergli le spalle, ma a cercarlo.
Anzi, come S. Giuseppe quando Gesù si ritirò nel tempio, dobbiamo cercarlo con perseveranza. Cercare Dio: ecco l'esempio significativo di S. Giuseppe, andare constantemente in cerca di Lui, senza lasciarci distrarre da tutto ciò che si agita intorno a noi.
In ogni tempo, ma specialmente nei momenti di scoraggiamento quando tutte le risorse umane si rivelano inefficaci o impossibili, quando non vediamo, non comprendiamo: cercare Dio.
Se la nostra vita prende un andamento triste e deluso, quasi di erranti, questo avviene perchè ci rifiutiamo di cercare il Signore e la sua grazia, preferendo piuttosto aggrapparci a deboli sostegni.
Giuseppe ha trovato Gesù, perchè lo ha cercato: che ci dia di essere come lui cercatori di Dio, nel quale solo troveremo la pace:
SAN GIUSEPPE, SPOSO DI MARIA
« Non aver timore a prenderti in moglie Maria» (Mt., 1, 20).
« Non temere, Giuseppe, a prenderti in mo' glie Maria ». Questa parola dell'Angelo a Giuseppe, parola che dissipava l'esitazione dolorosa prodotta nella sua anima dalla misteriosa incarnazione del Verbo nel seno di Maria, ci rivela un po' l'anima di Giuseppe.
« Non temere... »
Era certo cosa formidabile e che doveva riempire l'anima di timore ricevere da Dio a titolo di sposa, la donna scelta ad essere Madre del Messia. Significava entrare pienamente nell'ineffabile notte del mistero della Redenzione e passare d'un tratto dal piano terrestre a quello divino.
Ricevere come sposa Maria! Quando si conoscono gli splendori di cui Dio ha voluto ornare Colei ch'era divenuta sua Madre, quando si è visto brillare Maria come l'astro più abbagliante, si comprende che Giuseppe dovette essere un po' come un fanciullo a cui si pone tra le mani la stella più grande, dicendogli ch'è sua.
Una gioia esultante, troppo grande per essere espressa, un timore terribile davanti all'incarico avuto, una felicità profonda, un assoluto rispetto: tali furono, noi crediamo, i sentimenti che inondarono l'animo di Giuseppe all'appello dell'Angelo.
Maria, la Vergine scelta tra tutte le donne per portare nel seno il Verbo Eterno di Dio, era affidata a Giuseppe come sposa allo sposo. Ella era « sua moglie » ed egli « suo marito » esattamente come nelle nostre famiglie il padre è lo sposo della madre, e la madre, la sposa del padre.
Vero matrimonio il loro, che portava con sè tutti gli obblighi e tutti i diritti d'un matrimonio ordinario.
Il cuore di Maria apparteneva a Giuseppe; appare anche qui il carattere tipicamente umano dell'Incarnazione. Dio Padre ha voluto che suo Figlio, Incarnato per opera dello Spirito Santo, Amore sostanziale, scendesse in ,mezzo a noi sotto il segno di un grande amore umano.
Giuseppe e Maria si sono amati come mai altri sposi hanno saputo farlo. Amore tenero, premuroso che inondava il loro focolare di quella atmosfera di delicatezza e d'attenzione che lascia trapelare, nei più piccoli gesti, una grande fiamma di dilezione. Amore forte e vigoroso che fece di due cuori un blocco solido che nessuna vicissitudine, nessuna violenza, nessuna disgrazia potè scalfire. Amore puro e disinteressato, che profumato di grazia, eleva la carne, liberandola dal suo peso.
Maria e Giuseppe, veri sposi, si sono amati veramente. Nella gioia e nel dolore, nell'agiatezza e nella pena, nella prova e nel successo, nel nascondimento e nella gloria, dinanzi agli uomini e dinanzi a Dio, il loro amore non è venuto mai meno.
Come Adamo ed Eva nel loro mutuo amore avevano cacciato Dio dai cuori degli uomini, così nell'amore di due sposi predestinati, Giuseppe e Maria, il nostro Salvatore, Cristo, è venuto in mezzo a noi.
Legame infrangibile che unirà per sempre Giuseppe e Maria e li pone, così uniti, nell'orbita immediata di Cristo.
Il cuore di Maria apparteneva a Giuseppe. Ma Maria non aveva solo un cuore, aveva anche il corpo: ebbene anche questo apparteneva veramente a Giuseppe. Poichè erano due veri sposi, e nessuno può contestarlo, si applicano anche a loro, come a tutti gli sposi, le parole dell'Apostolo S. Paolo: « alla moglie renda il marito quel che deve, e parimenti la moglie al marito. La moglie non è padrona del proprio corpo, ma lo è il marito, e del pari il marito non è padrone del proprio corpo, ma lo è la moglie ». Per cui dobbiamo conchiudere che la Vergine Maria non aveva potestà sul suo corpo, ma esso apparteneva a Giuseppe. Maria è rimasta vergine perchè Giuseppe - obbediente al disegno della Provvidenza - ha voluto con lei questa verginità, rinunciando, non al diritto, ma all'uso del diritto che aveva sul corpo della sua sposa.
L'amore reciproco di Maria e Giuseppe si è sviluppato al di fuori delle legittime gioie della carne, facendo fiorire, come segno di Dio, questa stupenda verginità che forma l'ammirazione del cielo e della terra.
Come hanno condiviso il loro amore, nello stesso amore, fortificato dalla grazia, hanno condiviso la comune verginità.
Giuseppe e Maria ci danno la lezione di cui il mondo attuale ha più urgente bisogno. L'amore tra noi, non in tutti, ma in molti, è divenuto qualcosa di vischioso che insozza come il sudiciume. Uomini e donne che dovrebbero, per il loro battesimo, essere i discendenti di Giuseppe e Maria, prostituiscono il loro cuore, e lasciandolo invadere dall'egoismo, lo abbandonano all'impurità. Di modo che si trovano focolari rovinati, sposi in discordia e infelici. Non piace certo fare da censore importuno; ma lo spettacolo è troppo evidente, troppo allarmente, troppo triste perchè si possa ignorarlo.
Perciò, a quanti sono già uniti in matrimonio, o lo saranno presto, dico: guardate a Maria e a Giuseppe per imparare come si ama.
Amare non in un sordido egoismo per cui ciascuno si ripiega su se stesso e si indurisce contro l'altro, ma nel generoso e comprensivo dono di sè, che impegna gli sposi nelle vie della tenerezza, della delicatezza, della dimenticanza di sè. Chi pretende di amare e non pensa che a sè è bugiardo: forse proprio per aver profferito assai spesso questa menzogna, molti sposi hanno ucciso il loro amore.
Amare, non nell'esasperazione d'una carne guasta, ma nella purezza dello spirito. L'amore e la grazia devono presiedere alle vostre unioni legittime e buone, perchè, pur non essendo chiamati alla verginità, siete tuttavia sottomessi alla legge eterna di Dio che vuole in voi la purezza dello spirito nell'uso della carne; da essa si riconoscerà la sua presenza tra voi.
Vi conceda S. Giuseppe, il cui titolo più bello è quello d'essere stato lo sposo amante e vergine di Maria, di comprendere che siete stati affidati l'uno all'altro per salvarvi insieme nell'amore e nella purezza, come lui, Giuseppe, fu dato a Maria perchè insieme salvino il mondo col loro verginale amore.
SAN GIUSEPPE, PADRE DI GESU'
Abbiamo già detto quanto strettamente, per lo stesso vincolo coniugale, Giuseppe fosse unito a Maria, ma Maria sua sposa, era Madre di Dio. Dio aveva voluto che in lei, giovane vergine, prendesse corpo il Suo Verbo Eterno; difatti l'Emmanuele - secondo le profezie - doveva nascere da una vergine.
A questa fecondità verginale di Maria Giuseppe partecipò, non per modo di generazione carnale, ma nel piano stesso della verginità, e la sua partecipazione fu grande. Secondo il consiglio della Provvidenza, per lo stesso titolo di vergine e sposo di Maria, Giuseppe diveniva padre di Gesù. Non è questa la sede adatta per studiare i fondamenti teologici di questa paternità; qui basti riprendere la formula lapidaria con cui S. Agostino riassume in poche parole la ricchezza contenuta nella lunga tradizione della Chiesa: « S. Giuseppe è tanto più certamente padre, quanto Egli lo fu più castamente ». Questa paternità è misteriosa? Sia! Ma non lo è anche la maternità di Maria, priva com'è di ogni origine umana?
Ebbene, come nessuno oserebbe contestare a Maria il titolo di Madre, così nessuno può contestare a Giuseppe quello di padre. E a coloro che fossero tentati di farlo, ricorderemo l'affermazione esplicita di Maria, quando ritrovarono Gesù al Tempio: « Tuo padre ed io, contristati andavamo in cerca di te ».
Dinanzi al mistero di questa paternità viene spontaneo domandarsi se non la comprendiamo così poco proprio perchè abbiamo perduto il senso vero e totale della paternità umana.
Quanti uomini credono di esser padri solo perchè hanno reso feconda la loro sposa! Per essi, la paternità si riduce alla procreazione, senza che l'educazione v'intervenga in alcun modo. Ma Dio sa bene che non è così.
Nell'uomo l'atto generativo non è che un momento dell'esercizio di tale funzione, ma la paternità vera va ben oltre. C'è in certo senso, la partecipazione dello sposo alla gestazione della sposa: un sostegno costante e delicato, la presenza calda e sentita che avvolge la madre e il figlio in via di formazione, nell'immagine amata del padre. A questo proposito, come non citare la bella pagina che un autore contemporaneo scrive nel suo eccellente libro di spiritualità coniugale
« La paternità... non si esaurisce nell'unione fisica tra gli sposi... La tenerezza con cui il marito circonda la sposa divenuta madre, lo spirito con cui le parla, la tratta, la conforta nella sua fatica e nel suo malessere, tutto influisce notevolmente sul fanciullo che deve nascere, sulle sue tendenze, sul suo futuro carattere ». Lo stesso autore continua, ricordando la figura di S. Giuseppe: « A questo proposito crediamo non inutile rivendicare la memoria così disprezzata, anche dagli stessi cattolici, del padre adottivo di Gesù, San Giuseppe. Se pensiamo che Maria passò con lui, avvolta dal suo amore, i mesi della gestazione, che egli rappresentò tutto l'appoggio virile su cui riposava la sua tenerezza, non possiamo minimizzare la parte ch'egli ebbe nella formazione della psicologia umana di Gesù ». Per questa presenza attiva e così altamente amorosa del suo sposo, era naturale che - in certo modo - Gesù si formasse nel seno di Maria a immagine di Giuseppe. Di modo che si vede fin d'ora l'importanza della paternità spirituale di Giuseppe e la sua influenza sull'essere umano del Salvatore, e ci appare affatto giusto il pensare « che l'umanità di Gesù si avvantaggiava dell'eredità di Maria e, in certo qual modo, di quella di Giuseppe. Perchè Dio avrebbe dovuto opporsi, in questo campo all'evoluzione normale delle cause seconde? Perciò non crediamo affatto di mettere in ridicolo i padri di famiglia proponendo durante il concepimento della loro sposa l'esempio di Giuseppe. Che abbiano per la donna amata a cui sono uniti, le stesse attenzioni, la proteggano con lo stesso coraggio e dominio di sè. Farebbero male, forse, ad imitare il patriarca nella sua rinuncia fisica, quando l'interesse della sposa lo esigesse? ».
Se qualcuno, leggendo queste righe, sorridesse di scherno dimostrerebbe di non aver capito come la tenerezza costituisce l'essenza dell'amore umano, nè quanto valga la paternità che egli riduce ad una funzione biologica.
Il compito di Giuseppe, dunque, nella formazione iniziale del Cristo-uomo spiega, in parte, quanto sia reale la sua paternità. Egli fu veramente padre, inserendosi così, attraverso il suo amore alla Vergine, nella formazione del corpo e dello spirito di Gesù.
Ma veramente padre lo fu anche per l'opera di educazione di Cristo, cui presiedette come capo della famiglia. Si sa infatti che l'educazione è uno dei compiti principali della paternità. Nessun uomo merita il titolo di padre, se non ha debitamente svolta la sua opera di educatore: la procreazione è soltanto un titolo parziale alla paternità completa che assume tutto il suo significato solo con l'educazione.
Perciò si può dire di S. Giuseppe che è veramente padre.
Accanto ai titoli di nutrizio, custode, difensore, quello di educatore vien quasi a suggellare la qualità di « padre di Gesù » nella sua realtà più umana. Giuseppe istruisce il fanciullo in tutte le cose che normalmente s'imparano dal padre. « La sera di sabato, nei limiti fissati dai regolamenti rabbinici, Giuseppe accompagna il figlio e sua madre in campagna. Inizia Gesù alla scienza della vita campestre il cielo è di porpora! domani sarà una bella giornata; il buon vignaiolo pota la sua vigna per renderla feconda, quello pigro la lascia svilupparsi liberamente e la rende sterile; l'uomo prudente costruisce la sua casa sulla roccia, non sulla sabbia... Domani queste lezioni di cose saranno la trama delle parabole evangeliche. Gesù ascolta, interroga, osserva ».
Da Giuseppe impara le umili cose della vi-
ta, gli insegnamenti che ci dà la natura, e sotto la influenza paterna il suo spirito si apre, la sua anima si dilata. Ammira con Giuseppe i gigli del campo, gli anemoni, che non seminano, nè filano, eppure sono vestiti meglio di Salomone nella sua pompa regale, e si lascia penetrare dalla grandezza della terra, dalla immensità di questa umanità in cui cresce. Chi potrà dire fino a qual punto le più belle pagi,_ ne del Vangelo sono state preparate negli anni in cui Giuseppe modellava, con mano maestra, l'anima del Signore?
Così va compreso, nella sua vivente realtà, il più glorioso titolo di Giuseppe: quello di padre di Gesù. In questa luce appare più evidente che - come Maria fu Madre di Cristo pur essendo vergine - Giuseppe fu padre di Cristo, pur essendo anch'egli vergine.
« San Giuseppe, vergine padre di Gesù, prega per noi».
SAN GIUSEPPE, OMBRA DEL PADRE
« San Giuseppe sfugge alla nostra misura che è superata dall'altezza della sua funzione. Un Dio geloso gli ha affidato la S. Vergine, gli ha affidato Gesù Cristo. E l'ombra del Padre scendeva ogni giorno su di lui, Giuseppe, sempre più fitta, così fitta che la parola non riesce ad esprimerlo ».
« Umbra Patris », ombra del Padre. Se volessimo riassumere in una sola parola, sintetizzare in una sola espressione lo splendore della figura di S. Giuseppe, non troveremo, forse, appellativo più giusto: è l'ombra del Padre. Contemplando la Sacra Famiglia, si ha l'impressione che la SS.ma Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo, abbia voluto tradursi in essa in un linguaggio a noi più comprensibile. Il Figlio eterno di Dio, il suo Verbo, prende forma umana nel Cristo che porta in mezzo a noi, nella natura umana, la seconda Persona della Trinità. Lo Spirito che è Amore, s'esprime nella Vergine Maria e trova nell'amabile figura di Lei, divenuta madre per la potenza misteriosa della sua operazione, il più esatto riflesso della sua essenza, l'Amore.
Resta l'Eterno Padre cui - secondo l'insegnamento di Cristo - deve rivolgersi la nostra volontà, l'Eterno Padre, espressione suprema della Bontà, della Potenza, che rimane misteriosamente sconosciuto, perchè le sue operazioni, pur essendo sovranamente efficaci, non sono meno meravigliosamente discrete. E' lui, il Padre, che ci ha inviato il Figlio che noi contempliamo realmente nella missione visibile che gli ha affidato, l'Incarnazione: è ancora Lui, il Padre, che, per intercessione del Figlio, ha inviato in mezzo a noi lo Spirito, nell'altra missione visibile che fu la Pentecoste. Così il Figlio e lo Spirito Santo ci si rivelano attraverso segni sensibili, ma il Padre rimane nascosto, tanto e così profondamente che rischiamo di dimenticarlo.
Ma Egli s'è scelto un'immagine che ci trasmette, imperfettamente senza dubbio, ma in modo proficuo, la pienezza della perfezione. Il Verbo ci è dato nel Cristo, lo Spirito si è reso percepibile in Maria, il Padre sceglierà, quasi sagoma della sua persona, la figura di San Giuseppe.
Non è stupendo infatti vedere come proprio quei due che Gesù chiama « Padre », sebbene in maniera diversa, sono uniti nel nascondimento? Invero si può pensare che, se Dio ha voluto che San Giuseppe fosse così poco notato, anzi spesso dimenticato, e ha voluto che intorno a lui si facesse tanto silenzio, è proprio perchè in questo nascondimento voleva esprimere quanto c'è d'ineffabile nella Persona del Padre. L'umiltà e l'oblio hanno fasciato la persona del padre terreno del Signore, perchè egli era figura del Padre Celeste, l'unica persona della Trinità, rimasta nascosta e in- , visibile, senza manifestarsi direttamente in mezzo a noi.
Così la missione di Giuseppe, tutta fatta di silenzio e d'oscurità, ci induce a ritrovare in lui l'azione sovranamente discreta dell'Eterno Padre.
Il Padre l'ha voluto, come sua ombra in mezzo a noi. Come l'ombra, sempre unita al corpo, ne sposa la forma, la sagoma, i gesti, gli atteggiamenti, così Giuseppe, immagine creata e terrena del Padre, ne esprime in un linguaggio corporeo, il solo intelligibile alla debolezza dei nostri spiriti, le perfezioni, la bontà, la grandezza, la tenerezza.
Anzi si direbbe che, giunto il momento di inviare il Figlio presso di noi, Dio Padre, « forma Giuseppe con le sue mani proprio perché rappresenti se stesso al suo unico Figlio e gli sia incessantemente dinanzi agli occhi, come immagine sua e suo vero ritratto, che lo compensi nel tempo della sua assenza e lo conforti durante gli anni del pellegrinaggio sulla terra ».
L'autorità paterna di cui godeva Giuseppe riguardo a Gesù non era altro che un deposito ricevuto dal Padre, tanto che, quando Gesù gli obbediva - ce lo dice il Vangelo - non obbediva che al Padre. Dell'autorità divina, come dell'amore infinito di Dio Giuseppe era divenuto partecipe, e attraverso il velo della sua persona, Cristo comunicava con la volontà stessa del Padre celeste.
Come non ricordare a questo proposito il pensiero profondo di Bossuet: « Quella mano che forma, uno per uno, i cuori degli uomini, fa un cuore di padre per Giuseppe e un cuore di figlio per Gesù: perciò Gesù obbedisce e Giuseppe non teme di comandare. Donde gli viene tanto ardire, da comandare al suo Creatore? Il vero Padre di Gesù Cristo, Colui che lo genera dall'eternità e ha scelto il divino Giuseppe a fargli da padre nel tempo, ha in certo modo acce-
so nel suo cuore un raggio o una scintilla dell'amore infinito che nutre per il Figlio; questa scintilla ne cambia il cuore, vi suscita un amore di padre; così Giuseppe, il giusto, come sente di possedere un cuore paterno, formato improvvisamente in lui dalla mano stessa di Dio, sente anche l'ordine d'usare dell'autorità paterna e osa comandare a colui che riconosce come suo Signore ».
Questo giustissimo pensiero di Bossuet riassume tutto quello che abbiamo detto fin qui, avvicinando Giuseppe all'Eterno Padre. Non si possono identificare perchè tra loro la distanza è infinita, ma è pur vero che possiamo porre Giuseppe nel solco della Persona dell'Eterno Padre, legandolo a lui come la sua ombra.
Umbra Patris ! Questa espressione, nella sua semplicità, è forse quella che meglio d'ogni altra definisce i rapporti di San Giuseppe con Dio. Lui completa la Trinità terrena con quella divina autorità che gli è conferita dall'alto; per Gesù, per Maria, come per noi, Egli è il riflesso di Colui che la Scrittura chiama « Padre dei Lumi ».
Privilegio esclusivo che ci rivela quale alta considerazione San Giuseppe gode presso il Padre Onnipotente e Buono.
Possa egli attirarci sui suoi passi, avvicinandoci sempre più a Colui che invochiamo ogni giorno come « Padre nostro: » nessuno può farlo meglio di lui; ombra dell'Eterno Padre ci ottenga di esserne figli degni.
LA SOVRAEMINENTE SANTITA' DI GIUSEPPE
E' un fatto certo e riconosciuto da tutti, quasi atto di fede spontaneo e necessario che Maria è la prima in santità e in grazia tra tutte le creature riscattate da Cristo. Proprio perchè Madre di Dio, il Creatore ha voluto elevarla, mediante una favolosa sovrabbondanza di grazia, a uno stato di santità incomparabile. Tutti convengono nel dire che la prima sorgente, il perchè di così meraviglioso fiorire dei doni, di grazia in Lei, fu la sua missione, la sua vocazione di Madre di Dio. Quel gran Maestro di teologia che fu San Tommaso d'Aquino riassume così questo pensiero: « Quelli che Dio elegge ad un compito, ad una missione, ad una dignità, li prepara e dispone in modo da renderli atti alla funzione cui sono stati chiamati. Lo stesso insegna S. Paolo: Dio ci ha fatto degni ministri del Nuovo Testamento. Ora la Santissima vergine,
chiamata per elezione divina alla funzione e dignità di Madre di Dio, è stata resa atta a questo sublime ministero ».
Poichè non si è mai data missione più elevata, incarico più nobile, funzione più alta di quella di Maria, ella ricevette da Dio le più incomparabili grazie.
Alla luce dello stesso principio è chiaro che non c'è santità più grande - dopo quella di Maria - della santità di S. Giuseppe, perchè nessun uomo ha mai compiuto sulla terra missione più straordinaria della sua.
Fu, innanzitutto, sposo di Maria! E abbiamo già veduto che cosa comportava l'attuazione di questo titolo e come legava Gesù e Maria nell'unità dell'amore voluto e benedetto da Dio.
Questo solo basterebbe a porre Giuseppe al sommo della scala della santità. Infatti come Maria fu scelta fra tutte le donne - da Eva fino a quella che sarà l'ultima - per ricevere come suo il Verbo Eterno, così Giuseppe fu eletto fra tutti gli altri uomini - dal primo, Adamo, fino a colui che sarà l'ultimo - per ricevere Maria come sua. Dio, che aveva voluto come Madre del Figlio suo la più degna tra le donne, non ne avrebbe affidato la custodia che al più degno fra gli uomini. Il contrario sarebbe stata un'unione indegna della divina Provvidenza. Maria, capolavoro di grazia e di santità, dinanzi alla quale s'inchinano gli Angeli, rendendo omaggio in Lei alla sovrabbondanza dei doni divini, è affidata a Giuseppe; gli è donata nella sua pienezza, come il fiore più bello viene deposto nella terra più ricca. Missione sublime e senza uguale quella affidata a Giuseppe, missione che postula in lui tale abbondanza di grazie da renderlo degno di simile dono. E difatti la sua santità - come la sua missione di sposo - fu unica.
Tutti sappiamo con quale cura i grandi e i re della terra provvedono al matrimonio delle loro figliuole. Supponiamo che un re onnipotente abbia un'unica figlia, oggetto di tutta la sua predilezione, la darebbe forse a un pretendente meno nobile, più o meno educato, più o meno perfetto? No, di certo! A rischio d'essere odiato da tutti, egli la darà a colui che ha le qualità più belle e una dignità superiore.
Si può supporre che Dio faccia altrimenti? Faremmo perciò ingiuria alla sapienza di Dio e alla grandezza di Maria, se non credessimo alla sovraeminente santità di Giuseppe. Dio, sovrano potentissimo del cielo e della terra, ha affidato la figlia prediletta, l'unica Vergine Maria, all'uomo che ne era più degno, e ha voluto Giuseppe unico nella sua santità che fosse atto a sposare colei che doveva essere Madre di Dio, Regina dei Santi.
Ma non è questa la sola ragione che giustifica la superiorità di grazia di Giuseppe. Poichè se è sposo di Maria, e proprio perchè lo è, Giuseppe è nello stesso tempo Padre Verginale. di Gesù. Abbiamo già cercato di penetrare la profondità e la verità di questo nome. Più che semplice padre adottivo, legalmente responsabile di Gesù, più che nutrizio, più che custode e protettore, anche più che educatore, Giuseppe è veramente padre di Gesù, pur non avendo concorso, nel piano della carne, alla fecondità di Maria. Meravigliosa maternità di Maria! Meravigliosa paternità di Giuseppe, tutta avvolta nell'eroismo d'una assoluta verginità. Padre terreno di Cristo: cercheremmo invano missione più alta. Il più gran titolo di gloria di Maria, quello che tutti li riassume e li spiega, è il titolo di Madre di Dio. Il più gran titolo di Giuseppe, quello che legittima tutti i suoi privilegi per collocarlo con Maria in un ordine esclusivo di santità, è il titolo di Padre di Gesù. Poichè Maria fu scelta da Dio ad essere Madre del Redentore, fu da lui preparata a questa missione con un dono di grazia eccezionale. Così per Giuseppe: anch'egli fu preparato dal dono di Dio ad essere padre degno del Messia. Perciò, alla luce del principio così luminosamente enunciato da S. Tommaso, non esitiamo a proclamare San Giuseppe il santo più grande dopo Maria, avendo compiuto dopo di lei, la missione più alta.
Su questa fede, concludiamo che San Giuseppe, sposo della Madre di Gesù e padre egli stesso di Gesù, è più grande e più santo di tutti gli altri: « più santo di Pietro, cui Gesù disse - Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte dell'inferno non prevarranno contro di essa -; perchè se San Pietro sostiene l'edificio, Giuseppe ha portato tra le sue braccia il fondatore stesso della Chiesa.
« Più grande e più santo di Paolo, cui Gesù apparve una volta sulla via di Damasco, cui scoprì i misteri più elevati, perchè lui, Giuseppe, ha vissuto quasi trent'anni nell'intimità di Gesù e nella contemplazione continua dei misteri dell'Uomo-Dio: « Più grande e più santo di Giovanni, che posò una volta il capo sul petto di Gesù, perchè molte e molte volte Giuseppe ha sentito sul suo cuore i battiti del cuore del figlio.
« Più grande e più santo di Giacomo, che mori per la fede del maestro, perchè non ha mai cessato di dar la vita, il sangue, il tempo, il lavoro per allevare l'autore e il consumatore della fede.
« Più grande e più santo degli apostoli che diffusero in tutto il mondo il nome di Gesù, mentre Giuseppe per primo ha imposto a suo figlio questo nome adorabile, che gli altri hanno propagato soltanto.
« Più grande e più santo degli evangelisti, che hanno scritto la storia che egli, Giuseppe, ha avuto il privilegio di aiutare a comporre.
« Più grande e più santo del Precursore che ha camminato dinanzi al Messia, mentre egli, Giuseppe, ha vissuto con lui al suo fianco nell'intimità e nella dolcezza della vita familiare. « Più grande e più santo dello stesso Giovanni Battista che versò l'acqua sul capo del Messia e lo immerse nel Giordano, mentre egli, Giuseppe, lo nutrì col pane guadagnato col sudore della sua fronte.
« Più grande e più santo dello stesso Giovanni il Predicatore che annunciò alle folle la sua venuta, mentre egli, Giuseppe, si prodigò perchè la sua venuta in questo mondo fosse onorata e al sicuro da ogni pericolo ».
II
LE VIRTÙ DI SAN GIUSEPPE
LA FEDE DI S. GIUSEPPE
L'abbondanza delle grazie di Dio è sorgente di santità. Avendo ammesso la sovraeminente santità di Giuseppe, dovuta alla sua missione eccezionale ed esclusiva, affermiamo il principio che le grazie di Dio hanno fiorito nella sua anima in modo parimenti eccezionale.
Noi ci fermeremo, come il visitatore attento che con animo ammirato contempla i particolari dei meravigliosi merletti di pietra delle vetuste cattedrali medioevali, ad ammirare lo splendore delle virtù deposte in lui dalla predilezione divina, e vedremo come l'unione delle più belle virtù cristiane faccia di lui uno dei più grandi modelli di santità preposti alla nostra imitazione.
Anzitutto un modello di fede; la fede è per la vita cristiana quello che la terra è per le messi. Da un terreno ricco, soffice, facile a lavorarsi, ad essere seminato e irrigato, raccogliamo una messe bella e copiosa; al contrario da una terra pesante, fredda e sassosa, messe non se ne avrà affatto, oppure sarà molto meschina.
La fede fa germogliare la nostra vita soprannaturale: le parole di Cristo, il suo Vangelo muoiono, se non germogliano in una fede generosa: « Senza la fede - dice l'Apostolo S. Paolo - è impossibile piacere a Dio ». Ora non c'è dubbio che Giuseppe scelto dalla Divina Provvidenza tra gli uomini, come Maria tra le donne, visse d'una fede robusta.
Non è necessario riesaminare i numerosi episodi della sua vita che potrebbero illustrare la nostra affermazione; basti ricordare che San Giuseppe fu gettato nel più insondabile dei misteri, l'Incarnazione del Verbo, senza altro appoggio che l'adesione totale alla parola di Dio, annunciata a lui dall'Angelo del Signore.
Dio parla: gli mostra il mistero, ma non lo illumina. Gli dice: questa notte dinanzi a te è la mia luce; è mia volontà che tu ti inoltri per questa via, fino alla meta. Ma la luce di Dio resta notte.
San Giuseppe s'immerge nella notte del mistero, sostenuto solo dalla parola del Signore. Non vede, non comprende; è immerso nell'incomprensibile: una vergine concepisce senza intervento umano; nasce un bimbo ed è Dio; l'Onnipotente, divenuto debole, fugge dinanzi all'uomo, sua creatura. San Giuseppe ama e venera come sua sposa la vergine feconda, adora come suo Dio il bambino, protegge l'Onnipotente contro la forza stupida delle misere creature.
Tutto ciò sconvolge, sbalordisce: senza la fede, ha l'aspetto d'uno stupefacente mistero. Ma Giuseppe crede, sa che quando Dio parla a un uomo non lo inganna, non ignora che tutti i ragionamenti d'una intelligenza orgogliosa sono polverizzati dall'incredibile Verità dell'Infinito. Perciò senza ribellarsi, senza domandare, s'immerge pienamente nella notte, fiduciosi d'essere inondato egualmente dalla luce, perchè Dio è là. Per questa fede lega la sua vita a quella di Maria, aderisce alle intenzioni divine, offrendo tutta la vita per l'attuazione della salvezza umana. Si potrebbe quasi dire che il frutto della fede di Giuseppe fu la venuta del Verbo di Dio sulla terra.
Perchè Dio abiti in mezzo a noi, in modo attuale, cosciente, effettivo, bisogna che noi aderiamo alla stessa fede di Giuseppe.
Nessuno tra noi oserebbe obiettare qualche cosa ad un interlocutore che mettesse in dubbio l'eccellenza della nostra vita cristiana.
Senza cadere in un pessimismo ad oltranza, è un fatto innegabile per chi sa guardare, che noi siamo esseri vacillanti nella fede. Crediamo, almeno teoricamente, in Dio, in Cristo, nella Chiesa, ma viviamo ai margini della nostra fede: ecco il nostro torto.
Come la fede di San Giuseppe ha guidato tutta la sua vita, così la nostra fede dovrebbe dirigere la nostra e tradursi in opere; altrimenti siamo i campioni d'una fede morta e la nostra vita è un fallimento spirituale. Come a Giuseppe il Signore aveva dato la sua parola perchè vi appoggiasse la sua esistenza, a noi dà il Vangelo.
Che attendiamo per aggrapparci ad esso, con tutte le nostre forze, una volta per sempre? Sotto abili pretesti e ragionamenti sottili vivisezioniamo il blocco massiccio del messaggio di Cristo, o pretendiamo di fare una scelta tra i precetti datici da Dio stesso, alla luce chimerica d'uno spirito ben limitato. Eppure non ci è domandato di scegliere, ma di vivere.
Quando Dio, per esempio, ci dice in maniera inequivocabile che i poveri di spirito, i miti, i perseguitati per la giustizia sono beati, quando afferma che chi vuol seguirlo deve portare la croce; quando ci chiama a camminare sulle sue orme, lasciando tutto quello che può impacciare il nostro cammino con Lui, non c'è da equivocare. Non siamo chiamati a cavillare su questi argomenti, ma a conformarvi la nostra vita. Altrimenti passiamo accanto a Dio, senza riconoscerlo.
« La prima esigenza che s'impone ai cristiani è un'esigenza di purezza (di fede). Che i cristiani siano veri cristiani, che abbiano fede. Non abbiamo altra luce, altra forza, altra arma, altra speranza perchè non abbiamo altra vita. Si tratta dunque di penetrare di nuovo nel suo mistero, d'immergersi nel suo silenzio e nella sua notte, perchè ne sgorghino di nuovo parole di luce. Tutto è vano, se non è atto di fede. Se c'è una vittoria del cristianesimo sul male noi sappiamo - sulla parola di Giovanni - che è la nostra fede ».
Costruire la propria vita sulla fede in Dio questa è stata l'eredità di Giuseppe e deve essere la nostra. Egli si rivela un modello eccezionale, mostrandosi d'una fede pronta, costante, coraggiosa.
Domandiamogli d'illuminarci perchè noi non respingiamo ancora l'ombra di Dio, in cui solo è la luce. E, concludendo, ricordiamo la frase che un romanziere contemporaneo mette in bocca al suo eroe: « E' poco probabile che, se resterò in attesa nel fondo della mia tana, la fede venga a visitarmi ».
LA SPERANZA DI SAN GIUSEPPE
Dicevamo che la fede è la terra che permette alle virtù cristiane di germogliare. Ora, tra queste, senza dubbio la prima è la speranza: essa è il frutto rigoglioso di una fede forte. Poichè chi crede in Dio, nella sua bontà, nella sua potenza illimitata, nella sua sollecitudine provvidenziale, non può non sperare con fermezza, non attendere, cioè, dal Maestro Onnipotente i soccorsi necessari per superare gli ostacoli che incontrerà.
San Giuseppe, la cui fede superò - al dire di S. Bernardo - la fede di David e, si potrebbe dire, anche quella di Abramo che S. Paolo chiama « Padre dei credenti », San Giuseppe, dunque, avendo vissuto d'una fede eccezionale, non poteva non essere l'uomo della speranza.
Non viveva accanto allo stesso Figlio di Dio, umanato nella nostra carne presa da Maria? Questo fatto, luminoso come uno sprazzo di luce che spazza la notte, era per lui un costante ricordo della potenza e della bontà di Dio.
Egli che - solo tra i contemporanei - conosceva la nascita verginale del Salvatore e il miracolo sbalorditivo ma certo, che aveva sottratto Madre e Figlio alle leggi ordinarie del parto, dalla presenza di Gesù e di Maria era continuamente richiamato alla certezza che nulla è impossibile a Dio. Maria, madre e vergine, ricordava allo spirito del suo sposo illuminato dalla fede, che Dio è veramente Signore, dispone, cioè, tutto secondo il suo beneplacito, alla luce dei suoi disegni d'Amore. Maria era per lui l'affermazione incessante della sovrana potenza di Dio.
Gesù, dal canto suo, era testimonianza vivente dell'incommensurabile bontà di Dio, che aveva esaudito l'appello insistente di tanti e tanti fedeli; quei fedeli che, nati da Adamo, erano con lui immersi nel male, ma dividevano la speranza di veder compiersi un giorno la Redenzione. Un uomo aveva peccato e tutti gli uomini in lui, ed ecco, vicino al suo focolare, unito a lui come figlio al padre, Giuseppe vede il Messia, il Redentore atteso. Era il sigillo della volontà di Dio e della sua fedeltà.
In Gesù, in Maria, in se stesso, San Giuseppe vedeva il compimento delle promesse fatte da Dio ai suoi antenati e questa fedeltà dell'Onnipotente nel mantenere la sua parola apriva a Giuseppe prospettive di.speranze infinite.
Come non avrebbe sperato per Maria e per se stesso la salvezza, dal momento che erano oggetti di tanti favori e di tanti privilegi da parte di Dio? Non ha egli fatto sempre maggior assegnamento sul soccorso provvidenziale di Dio piuttosto che sulle proprie forze? Chi ha approfondito il dilemma crocifiggente posto dalla maternità di Maria, chi conosce le circostanze dolorose della natività, della fuga in Egitto, del soggiorno in esilio, chi penetra la ferita prodotta nel suo cuore dalla tremenda profezia di Simeone, comprende facilmente come l'unica forza di San Giuseppe sia stata una speranza indistruttibile nella bontà, nella potenza, nella fedeltà del Signore.
Tutto questo senza dubbio spiega la calma serena che irradia dalla figura di San Giuseppe. Egli sembra dire: una gran luce è sorta in mezzo a noi: ecco la virtù della speranza, luce splendida per la sua anima, fuoco vivificante per il suo cuore.
Potessimo anche noi imparare da San Giuseppe a vivere di speranza!
Non è forse vero che il nostro spirito è spesso mesto, l'anima triste, il cuore stordito dal dolore? E' questa la vita: cadono una dopo l'altra le speranze più belle, s'infrangono gli ideali più lusinghieri, chi sognava ieri una vita bella e piacevole, si vede oggi alle prese con le meschinità avvilenti della vita quotidiana; chi si riprometteva di correre senza intoppi nella via dell'amore si ritrova oggi col cuore squarciato dalle contraffazioni fallaci d'un amore menzognero; chi sognava una visione di beni da realizzare, battaglie da superare per il trionfo della virtù, è disgustato dal torpore prodotto dalla viltà fatta di compromessi e accomodamenti.
Quanti sono giunti alla nausea e, coscientemente o no, si irrigidiscono nella disperazione! Torna allora l'eterno ritornello: « A che scopo? », i cuori si spengono, lo spirito s'accascia, ci si trascina nel disgusto.
Bisogna invece saper sperare contro tutto e contro tutti; gli uomini possono ammorbare la terra esalando il male, ma non potranno mai avvelenare chi guarda verso Dio.
Al di là di tutte le malizie, siano pur raffinate e nocive, al di là di tutta la bestialità, c'è la bontà inalterabile di Dio, e oltre tutte le debolezze, deplorevoli quanto si voglia, c'è la potenza invincibile del Signore; oltre tutte le menzogne, inganni dolorosi, grottesche millanterie, c'è la fedeltà dell'Eterno.
Su questa realtà deve contare il cristiano, e da ogni situazione deve emergere con fiducia, perchè la speranza è la sua eredità.
L'unico modo di vivere è sperare. La speranza ci trasformerà dandoci la certezza, la fermezza, il gusto dell'azione e del combattimento.
Alexis Carrel nota a ragione che « la speranza genera l'azione e giustamente il cristianesimo la considera una grande virtù: essa è uno dei fattori più potenti dell'adattamento dell'individuo a una vita sfavorevole ».
Il cristiano non è un fiore di serra, nè vive - come non visse San Giuseppe - in un ambiente facile. Ma dovunque si trovi, il pensiero che Dio gli porge aiuto deve confortarlo, dandogli la certezza della vittoria, nonostante le apparenti sconfitte.
Cristo è la speranza del popolo cristiano. San Giuseppe, padre verginale di Gesù, può dunque essere chiamato « padre della speranza ».
Ch'egli ne comunichi a noi, suoi figli spirituali nel Cristo, una fiamma ardente!
LA CARITA' DI SAN GIUSEPPE
« Ora soltanto queste tre cose perdurano - scriveva S. Paolo ai Corinti - fede, speranza e amore, ma la più grande di tutte è l'amore ».
La forza del Cristianesimo è la carità. Tutto l'insegnamento del Maestro gravita intorno ad essa, perchè egli è venuto ad insegnarci l'amore di Dio. Anche i santi, testimoni autentici d'un cristianesimo vissuto alla perfezione, ci si presentano come grandi fiaccole consumate dal fuoco dell'amore.
Perciò non sorprende che in San Giuseppe la virtù della carità si sia sviluppata fino al livello superato solo da Maria. Veramente egli ha amato Dio con tutta l'anima, con tutto il cuore, con tutte le forze! Veramente si è dato a lui con una bruciante devozione!
Poichè Giuseppe ha vissuto tutta l'intera esistenza in un clima di generoso amore.
Con Maria e vicino a lei, egli fu scelto per comunicare a un titolo speciale, esclusivo, intimissimo al Mistero d'Amore rivelatosi nella Incarnazione del Verbo e nella Redenzione. L'unica sua ragione d'essere è il posto assegnatogli nell'opera che manifesta l'immenso amore di Dio per gli uomini. Di lui si può dire che per primo ha bevuto alla sorgente inesauribile di carità che è Cristo, per primo ha posseduto - nel significato letterale della parola - l'Amore Incarnato, custodendo presso di sè Dio come cosa propria. Ha amato Cristo come suo figlio, si è consacrato a Lui in modo totale, Gli ha prodigato tutti i suoi anni, tutti i suoi giorni, tutti gli istanti con abnegazione piena d'amore. E Cristo è Dio. Come Maria, unica tra le donne, ha amato Dio come suo figlio, così Giuseppe, unico tra gli uomini, ha amato Dio come un padre ama il figlio.
Come lo spirito d'un padre s'incentra nei figli, perchè li ama, così il pensiero di Giuseppe fu indissolubilmente ancorato a Dio. Nè poteva essere diversamente: in tal modo egli ha raggiunto il massimo grado nella pratica di questa virtù. Con lo stesso palpito del cuore, amava Dio come un padre ama il figlio e una creatura ama il Creatore, e l'ha amato di un amore assoluto, totale, efficace.
E Poichè San Giovanni afferma che la misura dell'amor di Dio è l'amore del prossimo, possiamo presumere, senza timore di sbagliare, che con Gesù e Maria Giuseppe amò tutti quelli che doveva amare, estendendo la sua carità a tutti gli uomini: partecipando al mistero della Redenzione universale, egli visse di una universale carità.
Tra tutti gli insegnamenti che ci vengono da lui, questo è senza dubbio il più urgente non ha valore la vita se non si ama Dio.
Per tanti uomini, e tra questi forse anche. noi, la vita scorre nell'amarezza, perchè non vogliono amare Dio: Dio è amore e chi si allontana da Lui si allontana dall'unica capacità di effusione: la grande e bella carità, senza la quale i cuori diventano gretti, s'induriscono come pietra, cozzano senza riguardi. La vita diventa allora un tentativo di reciproco annientamento.
C'è purtroppo divenuto familiare lo spettacolo di uomini che pretendendo di non aver bisogno di amare Dio, precipitano, in un mostruoso egoismo; col passare del tempo, esso distrugge il meglio di loro stessi, lasciandoli vuoti spasimanti sull'orlo della disperazione. Agli uomini del nostro tempo abbattuti dagli odii, disgustati dalle fetide esalazioni che li sconvolgono, inferociti dalle lotte, manca l'amore. E l'amore è Dio; al di fuori di Lui non c'è amore.
Se i cristiani sapessero amare, la loro testimonianza di discepoli di Cristo sarebbe ben più possente, la loro azione ben più estesa! Maria ci ha insegnato l'amore di Dio e, vicino a lei, Giuseppe ripete a sua volta la stessa lezione, mettendo sotto i nostri occhi l'immagine d'una vita ritmata dal soffio di Dio.
Il giorno in cui l'anima nostra sarà incandescente di una carità che trabocca, l'aspetto del mondo sarà cambiato: il nostro vicino non sarà più un uomo da combattere, bensì da soccorrere.
Ma per amare gli uomini dobbiamo imparare ad amare Dio.
Una grande educatrice del nostro tempo scrive: « Se ci guardiamo bene intorno, per quanto umile possa essere l'ambiente in cui viviamo, troviamo sempre delle sorgenti di gioia, d'ammirazione, l'occasione di esercitare una carità delicata, un apostolato efficace, mille piccole occasioni d'esser buoni, e d'amare Dio. Coglierle, significa sfuggire alle possibilità d'illusione e avvicinarsi alla verità profonda della vita che non sta nel seguire vane chimere, ma nel servire efficacemente i fratelli ».
Tutta la vita cristiana sta qui; fuori dello amore di Dio e del prossimo, nulla ha valore. Possiamo ancora aggiungere, per concludere, questa osservazione tagliente; ma purtroppo vera: « E' certamente più facile impietosirsi sulle condizioni di mille, diecimila o centomila persone, piuttosto che fare tutto quello che si deve per un uomo solo ».
San Giuseppe ci offre l'esempio di un uomo che ha amato Dio senza riserva alcuna, con carità assoluta e il prossimo con uguale amore; possa il suo esempio imprimersi nel nostro cuore!
LA VIRTU' DI RELIGIONE IN SAN GIUSEPPE
Secondo San Tommaso, la prima fra le virtù morali, perchè più vicina alle teologali che si riferiscono direttamente a Dio, è la virtù di religione, la cui essenza consiste nel fissare le relazioni tra l'uomo e Dio.
Primo creditore dell'uomo non è forse Dio, suo Creatore, Provvidenza, Signore e Maestro? A Dio tutto deve, perciò gli deve tutto se stesso e non ci sarà ordine in noi finchè non avrà accettato di piegare dinanzi al Signore il suo spirito, il suo cuore..
Perchè, anzichè essere un aspetto esteriore, la virtù di religione deve animare il nostro interno: Cristo desidera che rendiamo a Dio il nostro culto « in spirito e verità » e non pretende da noi un atteggiamento esterno edificante e pio, ma un'anima religiosa. Difatti egli stesso diceva di quegli uomini che ostentavano preghiere esterne: « Non chiunque mi dice Signore! Signore! entrerà nel Regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli ».
Ora abbandonarsi alla volontà di Dio è l'atto centrale della virtù di religione.
Chi scorre il Vangelo, meditandolo con particolare riguardo alla figura di San Giuseppe, nota subito che una delle più belle caratteristiche della sua vita è il suo totale abbandono al Signore. Maria, la Vergine del « fiat », fu un incomparabile esempio di abbandono e Giuseppe, suo sposo, la cui vita può egualmente riassumersi in un « fiat », divise con lei il culto della volontà di Dio. Sappiamo di lui che fu perfettamente sottomesso: il silenzio, il nascondimento, la modestia con cui resta all'ombra del figlio e della sposa, sottolineano discretamente il completo abbandono in cui si svolse la sua vita. L'abbandono è discreto e perciò, di quelli che si abbandonano senza riserva non si sa quasi cosa dire. Può essere questa, in ultima analisi, la ragione per cui gli evangelisti ci hanno detto così poco di Giuseppe, come di Maria del resto. C'era poco da dire di Giuseppe la cui vita non ha nulla di brillante e noi invece amiamo i santi luminosi, arrivando spesso al paradosso di cercare in essi una esibizione di eroismo. Forse perciò dimentichiamo S. Giuseppe o lo releghiamo all'ultimo piano.
In realtà egli è stato, tra tutti, il santo dell'abbandono: l'abbandono è una virtù segreta chi si abbandona perfettamente, non si fa notare, passa senza parole, senza gesti, dimenticato. Assomiglia a un uomo qualunque, perchè ama rimanere nella linea del dovere assegnatogli dalla vita; non è chiassoso, solo nell'intimo dell'animo l'unione col Maestro divampa in fiamma divorante. Pure agli occhi attenti non sfugge con quale cura compie tutte le sue azioni, con quale puntualità si applica ai minimi doveri: essi vedono come nessuna fatica gli sia ingrata, e quale premurosa ricerca di perfezione porti nei più piccoli dettagli dell'esistenza.
In questo ritratto dell'uomo che ha raggiunto il perfetto abbandono, tracciato da un autore moderno, chi non riconosce disegnata a perfezione la figura di San Giuseppe? Riservato nella sua persona, nella sua missione, nella sua virtù. Veramente virtù segreta, la sua virtù d'abbandono! Nessuno è stato più straordinariamente « ordinario » di Giuseppe. Non si può infatti immaginare vita più regolare, più monotona, più comune, meno notevole dal punto di vista umano - e effettivamente meno notata - della sua.
Non è stato un taumaturgo di grido, nè un apostolo illustre, non ha predicato come Paolo, nè profetato come il Battista, nè ha concorso - pur essendo padre - alla generazione fisica di Cristo, come Maria. Semplicemente è rimasto là, dinanzi a Dio, ad ascoltare, ad attendere. Quando Dio disse: « Vieni » egli venne, quando disse « Va » egli andò, « ritorna » e ritornò. A disposizione di Dio e nient'altro! L'unica sua risposta a tutti gli inviti divini fu questa: « Sia fatta la tua volontà! »
Così c'insegna che la santità non consiste in gesta gloriose, ma nella docilità e che tutte le formule di perfezione si riducono ad essa; che - fuori della povertà di spirito e dello spogliamento - è illusione trovare la quiete, la pace, la forza, è illusione, in una parola, cercar di trovare Dio.
Noi mettiamo a volte nella ricerca della santità più immaginazione che volontà, più sogno che assenso: « Partite nella vostra giornata, senza idee preconcette, senza stanchezze previste, senza progetti su Dio, senza ricordi di Lui, senza entusiasmo, senza biblioteca, incontro a Lui. Partite alla sua ricerca senza carte topografiche, con la certezza che egli è per via, non alla meta. Non cercate di trovarlo con ricette originali, ma lasciatevi trovare da Lui, nella povertà d' « una vita banale », mettendovi tanto amore.
La vita di San Giuseppe fu banale... come la nostra.
Il solito ritmo quotidiano da riprendere tutte le mattine, gli stessi gesti ripetuti mille e mille volte, gli stessi utensili, gli stessi movimenti, le stesse pause: tutto quello che costituisce la monotonia della nostra vita. La vita di San Giuseppe è stata banale.., ma in questa banalità ha messo tanto amore, che nulla aveva di simile davanti a Dio, perchè per il Signore nulla eguaglia lo splendore della carità di una volontà abbandonata alla sua.
« Sia fatta la tua volontà ». Bisogna che sia questa la nostra preghiera, fatta non di parole, ma di vita consacrata realmente a Dio.
Non c'è splendore o grandezza umana che possa durare, paragonata alla vita di un umile, come Giuseppe, che compie tutto quanto Dio attende da lui.
Ci ottenga San Giuseppe di comprendere e vivere questa verità con la sua stessa costanza.
LA VIRTU' D'OBBEDIENZA IN SAN GIUSEPPE
« Giuseppe obbedientissimo, prega per noi ». Questa invocazione delle litanie di San Giuseppe, riflette una delle virtù più evidenti del santo Patriarca.
Quasi tutte le volte che il santo Vangelo lo ricorda, vediamo Giuseppe obbedire, sia a una ingiunzione di Dio trasmessagli dall'Angelo, sia a una prescrizione della legge. Si tratta di prendere Maria in sposa? L'Angelo parla, Giuseppe obbedisce. Deve imporre il nome a Gesù? L'Angelo parla, Giuseppe obbedisce. Deve sottrarre il Salvatore all'invidia crudele di Erode, o ricondurlo dall'Egitto, o stabilirsi a Nazareth? Giuseppe obbedisce sempre, come obbedisce alla legge della Circoncisione e della presentazione al Tempio.
Una delle linee maestre della figura di San Giuseppe, quale è delineata dalla Scrittura, è questa obbedienza pronta e semplice.
In verità, questo non deve meravigliare, poichè San Giuseppe è « l'uomo della volontà di - Dio » e abbiamo visto com'egli si sia abbandonato in tutto a questa volontà sovrana, cui riconosceva diritti incontestabili; ma la conseguenza logica di questo interiore abbandono, il suo segno esteriore è l'obbedienza. Quando la volontà dell'uomo è sottomessa a Dio - e quella di Giuseppe lo fu in grado eminente,- l'obbedienza viene naturalmente, espressione spontanea della sottomissione spìrituale.
Cristo disse di sè di esser venuto sulla terra unicamente per compiere la volontà del Padre, e di lui San Paolo dice che si fece obbediente fino alla morte di croce. Abbandono e obbedienza sono le parallele su cui si svolge la vita del Salvatore; la vita di San Giuseppe ne è una imitazione esemplare. Per trovare Dio ed eseguire con mano maestra l'ideale tracciatogli dalla grazia non ha scelto altra via; da una parte la sua anima si è conformata il più adeguatamente possibile a ciò che Dio voleva, dall'altra egli ha semplicemente obbedito.
Alcuni penseranno che questo è un accostamento troppo meschino, ma perchè da spiriti superficiali, vedono in Giuseppe un santo di mediocre statura. E' invece necessaria per obbedire una forza d'animo poco comune. Inchinarsi alla volontà propria è cosa gradita, ma piegare tutto il proprio essere all'esigenza di un superiore - fosse anche Dio - richiede un animo veramente energico. San Giuseppe obbediente non è un burattino che si lascia sballottare un po' dovunque, ma l'uomo equilibrato che raccoglie la sua forza e l'indirizza, sottomettendola, a Dio. L'obbedienza non è dei deboli: sono troppo snervati per obbedire, preferiscono abbandonarsi al beneplacito della loro fantasia e dilapidare così le loro energie.
San Giuseppe, presentatoci dal testo sacro come un grande obbediente, ci chiama a vivere come lui, sotto il segno dell'obbedienza che è la croce del Signore.
Per il Cristo, come per San Giuseppe, non ci fu altra via. Così per noi: il cammino è identico.
Non è certo cosa facile e il nostro spirito s'impenna con vivacità contro ogni legge e ogni autorità, soprattutto contro Dio, violenta è la nostra reazione ai precetti evangelici, alle leggi della natura, a tutto quello che non rientra nella cornice ristretta e meschina dei nostri istinti incontrollati e dei nostri cupidi desideri.
E questa veemente rivolta, con inganno malizioso, consideriamo forza magnifica, mentre non è che il ruggito inarticolato di un povero essere imbavagliato dall'orgoglio.
Dio ci domina e ci comanda, volenti o nolenti. Tutte le nostre negazioni non cambiano la realtà. C'è una legge di grazia e una di natura, c'è Cristo e la sua Chiesa: possiamo rifiutare di sottometterci all'una e all'altra, ma allora la vita stessa si avanza con tutto un corteo di servitù, che affermando la loro superiorità ci sommergono nostro malgrado. La soneria del telefono che c'importuna, la chiave smarrita, il tramvai perduto, l'automobile che non si mette in moto; freddo e caldo, emicrania o mal di denti; gli spintoni nelle ore di folla, gli importuni che ci rubano il tempo: tutte piccole cose, ma così moleste, contro le quali non si può far niente.
Val meglio deciderci una buona volta e accettare di agire sotto la direzione del Signore. Quando direttamente o per mezzo delle creature, egli ci indica la sua volontà, perchè non impegnarsi con serenità e fermezza? Abbiamo bisogno di temprarci nell'obbedienza, come l'acciaio nel fuoco; per essa ci avvicineremo a Dio e dilateremo il nostro spirito, perchè l'obbedienza voluta e amata, lungi dall'essere una coartazione è una gioia.
« ... la mortificazione bene intesa della volontà, che chiamiamo obbedienza cristiana, è l'ultima parola della vita spirituale, l'espressione più perfetta della forza di carattere ».
Solo per essa si giunse a quell'ammirevole « virilità cristiana » il cui prototipo è Cristo. Giuseppe, obbediente per eccellenza, presenta un tale carattere di virilità proprio perchè la sua anima è stata cesellata dall'obbedienza sappiano imitarlo gli uomini assetati di tale virilità! « San Giuseppe, obbedientissimo, prega per noi ».
LA FORTEZZA DI SAN GIUSEPPE
Abbiamo sottolineato il tono d'energia che riveste la figura di San Giuseppe, il vigore che solca la sua anima, e che ricorda non lo splendore luccicante del metallo, ma piuttosto il risalto ben sfumato dell'avorio lavorato dal cesello dello scultore.
Figura maschia, la sua è anima forte. Volendo trattenerci ora a meditare la virtù della fortezza praticata da San Giuseppe, ci piace ricorrere a San Francesco di Sales. Questo santo dottore della Chiesa, uno dei più santi e dei più sapienti, aveva per il padre terreno di Gesù una notevole devozione, e ha tracciato di lui, nei suoi celebri Trattenimenti spirituali, un magnifico ritratto, divenuto ormai classico.
Domandiamo, dunque, alla penna efficacissima di San Francesco di Sales di evocare per noi la forza di San Giuseppe.
Ricordando un testo liturgico in cui si paragona San Giuseppe a una palma, il santo Dottore dice: « La terza proprietà della palma è la robustezza, la costanza e la forza, virtù che si trovano in grado eminente nel nostro Santo. La palma ha una robustezza, una forza e una costanza superiore ad ogni altro albero: per questo ne è la regina. Essa mostra la sua forza e la sua costanza in questo, che, più è ricca, più cresce in altezza, cosa che non si verifica nelle altre piante le quali più sono cariche, più piegano verso terra. La palma mostra la sua forza e la sua costanza nel non piegarsi nè abbassarsi per quanto pesante sia il suo carico, è un suo istinto quello di slanciarsi verso l'alto e non glielo si può impedire...
« Ben a proposito quindi San Giuseppe è paragonato alla palma perchè egli fu sempre forte, costante e perseverante.
« Il nostro glorioso Santo ebbe tutte queste virtù e le esercitò in modo meraviglioso. Non praticò forse la costanza quando, vedendo la sua Sposa incinta, non sapeva come regolarsi? Mio Dio, che disgrazia, che pena, che confusione! Tuttavia non si agita, non si mostra rozzo, nè meno gentile con la sua Sposa, ma rimane rispettoso e dolce come il solito. Ma quale costanza e quale forza dimostrò nella vittoria riportata sui due nemici più acerrimi dell'uomo il demonio e il mondo, nella pratica di una profonda umiltà per tutto il tempo di sua vità!... Forte e costante è colui che, come San Giuseppe, persevera nell'umiltà, perchè è ad un tempo vincitore del diavolo e del mondo, pieni di ambizione, di vanità e d'orgoglio.
« Riguardo alla perseveranza, contraria a quella noia interiore che ci accascia nelle tribolazioni, umiliazioni e difficoltà, quanto fu provato il nostro Santo da parte di Dio e degli uomini! Consideriamo il suo viaggio in Egitto. L'Angelo gli comanda di partire prontamente con la Sposa e col Figlio ed egli parte subito, senza proferir parola. Non si domanda neppure: « Dove andrò? Che strada faremo? chi ci nutrirà? chi ci accoglierà? » Parte senza alcun disegno, con gli strumenti di lavoro sulle spalle onde poter guadagnare qualcosa col sudore della sua fronte. Come avrà dovuto opprimerlo quella noia di cui abbiamo parlato! Tanto più che l'Angelo non gli aveva determinato il tempo del ritorno, di modo che non poteva stabilirsi una dimora sicura, non sapendo quando l'Angelo gli avrebbe dato l'avviso del ritorno... ».
Questa lunga citazione di San Francesco di Sales ci dà l'immagine in Giuseppe d'una forza semplice, ma consistente, l'immagine d'una forza cui tutti dobbiamo aspirare.
E' strano vedere quanta possibilità d'avvilimento hanno i piccoli incidenti d'una giornata ordinaria. Un nonnulla che contraddice o ostacola i nostri progetti, una futilità che ci irrita, un'inquietudine, un'incertezza, quello che non è pienamente conforme ai nostri desideri, o le contrarietà in cui c'imbattiamo, tutte queste cose ci rendono pessimisti e infelici, perchè la fortezza d'animo è la fonte d'ogni serenità.
Abbiamo bisogno, veramente bisogno di serenità, di respirare un po' liberamente e di non essere oppressi dai minimi contrattempi e dobbiamo perciò coltivare la virtù della fortezza non la brutalità spregiudicata che colpisce senza attenzione, ma la forza laboriosa e calma che non è fatta di scatti, ma dello sforzo continuo e caratteristico della pazienza. Ci inganniamo spesso sulla forza, immaginandola sempre strepitosa, mentre in realtà è forte chi, come San Giuseppe, sa rimanere eguale a se stesso, anche nell'avversità. La forza non è nell'arroganza, ma nella pazienza. Questo è l'ammonimento di San Giuseppe. Accogliamolo ricordando la frase caratteristica di San Francesco di Sales, a proposito della palma cui paragona il Santo: « più é carica, più sale verso il cielo ». Più saremo oppressi, più dovremo ascendere verso l'alto, seguendo questo istinto di forza che, sviluppato, ci farà divenire cristiani vigorosi.
L'UMILTA' DI SAN GIUSEPPE
Parlando incidentalmente dell'umiltà, il poeta inglese Chesterton esprimeva per bocca di uno dei suoi eroi questa verità: « L'umiltà è madre dei giganti. Si vedono grandi cose dalla valle; solo piccole cose dal picco ». L'immagine è vera: quando si passeggia in pianura, le cose che ci circondano, alberi, rocce, monti, assumono proporzioni enormi, ma se facciamo tanto di giungere in vetta, a un picco alpino, tutto assume proporzioni infime. Avviene così anche nella vita dello spirito; più ci si eleva nella scala della grazia e meno si desidera di credere grande tutto quello che ci riguarda.
Questa riflessione spiega senza dubbio la umiltà di Cristo che ha voluto farsi servo di tutti e quella di Maria che si è proclamata l'ancella del Signore.
A questo punto della nostra meditazione sulle virtù di San Giuseppe, dopo aver studiato attentamente la sua figura e analizzato la sua vita, avendo compreso a quale altezza lo ha elevato la sua condizione di sposo della Vergine e padre del Verbo Incarnato, ci accorgiamo come la sua umiltà sia proporzionata alla sua grandezza. Posto ad un'altezza che divide solo con Gesù e Maria, egli ne partecipa anche l'ammirevole umiltà.
Colmato di grazie straordinarie, scelto per essere l'uomo cui il Padre avrebbe affidato il Figlio, depositario, quindi, del più prezioso dono di Dio, Giuseppe, sull'esempio di Maria, si stimò sempre servo inutile... E non per svalutazione del suo stato: ben sapeva di essere stato eletto ad un'alta dignità.
Basta, per comprenderlo, rievocare la figura del Patriarca Giuseppe, l'antico figlio di Giacobbe, figura del vero Giuseppe. Non ricordo quale autore sottolineasse quanto a proposito il famoso sogno del giovane Israelita si applichi al nostro santo: si tratta del sogno in cui il secondo genito di Giacobbe racconta ai suoi fratelli che il sole, la luna, le stelle si prostravano davanti a lui. Il sole è Cristo, la luna la Vergine: i due astri di maggiore grandezza che si sono inchinati all'autorità paterna di Giuseppe; le dodici stelle sono i dodici apostoli e con loro tutti i santi che, nell'ordine della grazia, seguono Gesù, Maria e Giuseppe.
Compagno della Vergine per l'eternità e incaricato soprattutto della persona di Cristo, di cui è garante, come il padre del figlio, Giuseppe non ignora di essere un uomo eccezionalmente privilegiato da Dio. Ma in questa certezza, lungi dall'invanirsi, trova la ragione stessa di un più grande abbassamento, perchè sa che tutto è dono di Dio e che più grande è il dono, più ne siamo indegni. E Giuseppe infatti, con l'acume proprio dei santi, sentiva profondamente la sua totale dipendenza da Dio.
L'obbedienza assoluta e senza esitazione di cui abbiamo parlato; l'abbandono totale alla volontà del Signore, che nessuna circostanza potè mai diminuire; la fortezza eroica di fronte agli ostacoli, la fede intrepida, la speranza costante, la carità universale, il suo silenzio pieno di un'adesione indiscussa al volere di Dio: tutto ci dice quanto grande fosse l'umiltà dì Giuseppe.
Egli non si arroga indebitamente la grandezza di cui Dio l'ha investito, riconoscendo in ogni momento della sua vita che tutto gli viene da Dio; dal canto suo accetta di essere un nulla, nulla all'infuori di ciò che Dio vuole, e benchè sia grande dinanzi all'Autore della grazia, conserva ai propri occhi le proporzioni di un peccatore, redento, ma sempre sottomesso al beneplacito del Signore.
La sua vita semplice, libera da ogni ricerca, fusa nella luce abbagliante di Cristo e di Maria, brilla nel Vangelo come una pietra preziosa nella ricca vetrina di un gioielliere: fra tutte essa splende per i bagliori discreti della umiltà.
Noi abbiamo veramente bisogno del suo esempio. Ai nostri giorni, in cui l'orgoglio degli uomini è in vena di scardinare perfino la stabilità del mondo in cui viviamo, in un secolo dominato dalla follia d'una arroganza che dà le, vertigini, l'umile figura di Giuseppe si offre come un ammonimento veramente opportuno.
Sotto pretesto d'umanesimo, la nostra civiltà si sforza di sopprimere l'umiltà e, con la pretesa che l'uomo deve essere completo, il più perfetto possibile, cerca di raggiungere questo fine eccitandolo alla super-esaltazione di se stesso. Inconsciamente, forse, ma sicuramente la verità è tradita e l'uomo ingannato ricade su se stesso, come un astro caduto, uscito fuori della sua orbita.
Perciò, navigando contro corrente, urge ridare all'umiltà il suo posto nella nostra vita. Essa non è una virtù negativa, anzi è eminentemente positiva, perchè, sola, può ordinare la vita. Come la mortificazione sottomette il corpo allo spirito, così l'umiltà assoggetta lo spirito a Dio; allora l'ordine nella creazione viene rispettato e l'uomo si perfeziona realmente nell'armonia d'una sottomissione integrale.
Altrimenti - la nostra esperienza personale lo dimostra dolorosamente - ci avvoltoliamo nel fango più profondo. Uccidiamo in noi tutte le manifestazioni dell'orgoglio in ebollizione, poniamoci dinanzi a Dio e agli uomini non su false vette, ma al nostro vero posto, in quest'angolo del mondo di grazia, in cui siamo davvero! Non c'è niente di buono in noi, che non sia opera di Dio e tutto ciò che, col nostro sforzo, abbiamo compiuto di bene è anch'esso effetto della grazia: di ciò diventeremo veramente coscienti, se lasceremo penetrare i nostri cuori da una vera umiltà. « L'umiltà è madre di giganti ». Questa frase di Chesterton che abbiamo applicato a San Giuseppe, divenga un po' la massima della nostra vita.
Che San Giuseppe, vero gigante spirituale, ci faccia partecipi dell'umiltà, che lo ha reso sì grande dinanzi a Dio.
IL SILENZIO DI SAN GIUSEPPE
«Quello che fa il valore di un'anima è la ricchezza di ciò che non dice».
Sotto questo aspetto, quale non fu il valore dell'animo di San Giuseppe e come meravigliarci di trovarlo così innanzi nella santità? C'è un aggettivo che si unisce spesso al suo nome, quello di « silenzioso » e una caratteristica che gli si riconosce generalmente, quella di essere stato « l'uomo del silenzio ». Silenzio colmo di tanta ricchezza che nessuna parola, nessuna umana espressione potrà tradurlo. La grazia di Dio si riversò in Giuseppe con tale abbondanza e lo elevò a tali altezze spirituali che egli stimò superfluo ogni tentativo d'esprimersi; come Maria, portava tutte le cose nel suo cuore, alimentandole con la meditazione dell'inenarrabile mistero cui partecipava. Sapeva che l'ora di Dio era finalmente venuta, che si era operato nella Vergine un prodigio d'onnipotenza, che Cristo era la salvezza del mondo, che per l'umanità si sarebbe presto chiuso il lungo periodo d'abbandono in cui aveva vissuto di sola speranza.
La Verità e l'Amore erano così vicini a lui, nella persona di Cristo, ch'egli ne rimaneva come annientato, senza provare alcun bisogno d'esteriorizzarsi o d'agitarsi. Era così grande la sua ricchezza, così sorprendente il dono largitogli da Dio, così abbondanti le grazie di cui era oggetto, che il suo cuore semplice taceva, lodando Dio col suo silenzio. La troppa luce acceca, come accade all'alpinista che beve ad occhi spalancati i raggi di sole riflessi dalla neve. Avviene lo stesso nel mondo spirituale: la gioia, le grazie eccessive rendono muti, sembra che distruggano ogni possibilità d'espressione, rasentando l'inesprimibile.
San Giuseppe, cosciente del formidabile mistero cui partecipava, era penetrato da un profondo bisogno di silenzio; vivendo accanto alla Parola di Dio affidata alla sua custodia non voleva turbare col rumore della parola umana l'atmosfera di grazia in cui viveva.
Questo silenzio, non ostinato, nè testardo, come è spesso il nostro, ma voluto e coltivato per rispetto verso Dio; non povero e vuoto, ma ricco e colmo della presenza di Cristo; non solitario e selvaggio, ma sereno e diviso da Maria, questo silenzio di Giuseppe è il segno della grandezza della sua anima.
Noi non siamo facili cultori del silenzio, ma gli preferiamo l'esuberanza comunicativa, lo scalpitio impaziente del nostro spirito in cerca di ammiratori, crediamo di camuffare sotto un diluvio di parole la povertà del nostro pensiero. Ammucchiamo parole su parole, in un castello di frasi che non hanno consistenza maggiore dell'aria che spostano. Parliamo a tempo e fuor di tempo, agitando la nostra lingua con frenesia, le parole attirano altre parole, le frasi succedono alle frasi, poi scoppia sonoro il riso. Ma quando l'ultima eco si è spenta, che rimane di tanto fracasso? L'anima se n'è arricchita? il pensiero è più copioso? lo spirito più vegeto? la meditazione più profonda?
Facilmente ci lasciamo illudere dalla tentazione d'ingannare col chiasso e con lo strepito, la fame che attenaglia il nostro spirito, la fame di Dio e la sete del suo mistero. Guardiamoci dal soffocare l'ispirazione dello Spirito, prestando orecchio a tutti i rumori che cozzano in noi, diffidiamo d'una prolissità che non è sempre segno di maturità spirituale. Ricordiamo ad esempio di Giuseppe che la grazia di Dio in noi non porterà frutto che con la forza della
nostra attenzione e del nostro silenzio. Solo chi sa custodire il silenzio è ascoltato da Dio, dinanzi al quale tutto ciò che non diciamo vale molto più dei lunghi discorsi tenuti dinanzi agli uomini.
Chi avrà saputo tacere per riempire il suo spirito di Dio, quando parlerà, vedrà la sua parola prendere il peso stesso di Dio.
San Giuseppe ci insegna il silenzio. Perchè ebbe un'anima grande, molto grande, fu silenziosissimo, illustrando ai nostri occhi la verità dell'affermazione ricordata più su « ... il valore d'un'anima è la ricchezza di tutto ciò che non dice ».
Come grazia preziosa, per intercessione di San Giuseppe, domanderemo a Dio, in questa commovente preghiera del vecchio poeta Claudel, di dare alla nostra anima il gusto del silenzio, che s'identifica col gusto delle cose di Dio, cioè della Sapienza: « Quando gli utensili sono in ordine al loro posto e il lavoro del giorno è finito, quando dal Carmelo al Giordano Israele dorme nel grano e nella notte, come un tempo quando era giovanetto e l'aria si faceva troppo buia per leggere, Giuseppe entra in colloquio con Dio, con un grande sospiro.
Ha preferito la Sapienza ed essa l'ha condotto alle nozze.
Egli è silenzioso come la terra nell'ora della rugiada.
E' immerso nell'abbondanza e nella notte, colmo di gioia, in compagnia della verità. Maria è in suo possesso ed egli la circonda da ogni parte.
Non da un sol giorno ha imparato a essere solo.
Una donna ha conquistato ogni parte di questo cuore ora prudente e paterno.
Di nuovo egli è nel Paradiso con Eva! Questo volto di cui tutti gli uomini hanno bisogno si volge con amore e sottomissione a Giuseppe.
Non è più la stessa preghiera, non più l'antica attesa da che sente
come un braccio l'appoggiarsi di quest'essere profondo e innocente, all'improvviso, senza astio.
Non più la fede nuda nella notte, ma l'amore che spiega e che opera.
Giuseppe è con Maria e Maria col Padre. E anche noi, perchè Dio infine sia permesso, le cui opere sorpassano la nostra ragione, perchè la lampada non sia spenta dalla nostra fiaccola e la sua Parola dal nostro rumore, perchè l'uomo cessi e venga il tuo regno e la tua volontà si compia, perchè noi ritroviamo la sorgente con le profonde delizie, perchè il mare si calmi e Maria cominci, Colei che ha la parte migliore e consuma la resistenza dell'antico Israele, Patriarca interiore, Giuseppe, ottienici il silenzio ».
III
I PRINCIPALI PATRONATI DI SAN GIUSEPPE
SAN GIUSEPPE, PATRONO DELLA CHIESA
Iniziando questa nuova serie di considerazioni su San Giuseppe, vogliamo anzitutto rilevare quanto sia vero che è giunta « l'ora di San Giuseppe ».
Senza dubbio, la proclamazione a Patrono della Chiesa Universale fatta da Pio IX fu uno degli elementi che maggiormente contribuì a diffondere la sua devozione e a sottolineare l'importanza della sua missione.
« Come il Signore aveva un tempo stabilito il patriarca Giuseppe, figlio di Giacobbe, governatore di tutto l'Egitto per assicurare al popolo il frumento necessario per la sua sussistenza, così - egli scrive - quando fu giunto il tempo in cui l'Eterno Dio aveva decretato d'inviare il suo Figlio Unico tra gli uomini per operarne la Redenzione, scelse un altro Giuseppe di cui il primo era figura, e lo stabilì padrone della sua casa e dei suoi beni... ».
Immagine che colloca molto opportunamente la figura di San Giuseppe nel piano provvidenziale. Egli è per la Chiesa ciò che l'antico Giuseppe fu per l'Egitto, avendo ricevuto da Dio la missione, come l'altro da Faraone. Sappiamo come il primo Giuseppe si fosse imposto al Signore d'Egitto che per la sua probità, il senso di giustizia, la saggezza lo aveva creato sopraintendente di tutto il paese, affidando alle sue cure la ricchezza immensa di quella fertile contrada, dopo averlo stabilito con la sua scelta, Signore dell'Egitto intero. Era perciò suo compito conservare e distribuire con discernimento i beni di un paese ch'egli aveva reso prospero con la sua saggia amministrazione; potè così salvare i suoi dalla carestia e difenderli dalla loro stessa incuria. Ciò che l'antico Giuseppe fu per l'antico Egitto, San Giuseppe lo fu per la Chiesa di Dio. Non si tratta più semplicemente dell'amministrazione materiale d'un regno terreno, ma d'un regno spirituale di un valore infinitamente più grande, ordinato alla salvezza eterna dell'umanità e alla gloria di Dio. La Chiesa di Dio! Una realtà impalpabile e palpabile insieme, prolungamento diretto di Cristo stesso, voluta e progettata da lui come l'edificio dall'architetto, un popolo immenso di viventi e di morti, i primi nell'economia della grazia, i secondi in quella della gloria, un innumerevole popolo di uomini, uscito da Dio e a Lui diretto, per una via ben tracciata, ecco la Chiesa, il retaggio di San Giuseppe.
Le incommensurabili ricchezze spirituali di cui è colma la Chiesa di Dio, l'abbondanza di grazie nata in lei dalla onnipotente e sovrabbondante mediazione del Salvatore: ecco ciò che Egli deve dispensare.
Secondo la formula del decreto pontificio che abbiamo ricordato più sopra, egli è signore di tutti i beni nella casa de Signore.
Ciò, del resto, è facilmente comprensibile, perchè la sua missione nella Chiesa adulta è solo il prolungamento di quella che Dio gli confidò presso la Chiesa nascente, nella Sacra Famiglia. Ebbene, in questa il Signore lo creò depositario dei tesori più preziosi che aveva sulla terra: il Verbo Incarnato e sua Madre, la Vergine Maria.
Egli fu il provveditore, il custode, il protettore di entrambi; col suo lavoro, le sue cure, le sue attenzioni, la sua sollecitudine potè vivere il focolare di Nazareth, primizia della Chiesa, da lui governata con autorità di padre.
L'ufficio che fu suo allora, è ancora suo oggi, perchè oggi deve vegliare sul corpo di Cristo che è la Chiesa, come altra volta sul Bambino Gesù. Da una parte egli la protegge contro i nemici che la minacciano continuamente, dall'altra ne procura l'accrescimento fino allo stato di perfezione.
Quando il Cristo-fanciullo fu minacciato, a Giuseppe fu dato l'incarico di proteggerlo; lo stesso avviene oggi, e vediamo papi, in varie circostanze penose per la Chiesa rivolgersi a Giuseppe per mettere neile sue mani una situazione a volte disperata.
Ai nostri giorni la Chiesa non è meno minacciata, anzi... ! Più che mai, forse perchè è più viva che mai, essa è battuta in breccia da ogni lato: ci sono persecuzioni violente e aperte che vorrebbero costringere con la forza i fedeli di Cristo per aprire larghi solchi nei loro ranghi, e il pullulare di dottrine perverse che obnubilano le intelligenze e sconvolgono l'ordine stabilito dalla legge di Dio; c'è un'invadente ondata di tiepidezza che avvolge le anime cercando di neutralizzare la loro vitalità interiore; ci sono - sempre troppo numerosi anche se costituiscono l'eccezione - dissidi e defezioni di cristiani che Dio aveva voluto condottieri nella sua Chiesa, ma che si sono invece accontentati di banalità e dissipazioni.
Contro tutto questo la Chiesa ha bisogno d'essere custodita e difesa da San Giuseppe. C'è, inoltre, la crescita da assicurare, perchè la Chiesa non può essere stazionaria, che anzi è in continuo sviluppo. Essa cresce ogni giorno, come un adolescente che tende alla statura d'uomo; cresce non solo per l'aggiungersi di nuovi membri che vengono dall'esterno ad arricchire i suoi ranghi, ma anche per la maggiore vitalità dei suoi membri.
Ciascuno di essi deve essere forte, ogni giorno più forte, più aperto alla grazia di Dio, più docile all'ispirazione dello Spirito, insomma ogni cristiano deve essere più santo, perchè la Chiesa sia più santa.
Anche qui, è compito di Giuseppe provvedere a questa necessità, come un giorno provvide alla crescita di Gesù.
Che San Giuseppe vegli dunque sulla Chiesa intera e ci dia d'essere membri vivi d'una Chiesa sempre più viva.
San Giuseppe, Patrono della Chiesa universale!
Prega per noi.
SAN GIUSEPPE MODELLO DEI LAVORATORI
« Se i legislatori, invece d'essere politici fossero medici, non cercherebbero tanto d'alleggerire il lavoro, diminuendo le ore lavorative, quanto di rendere possibile ad ogni uomo l'amore profondo al proprio mestiere. Ciò è di capitale importanza nel mondo moderno! E' possibile? Non lo so. Forse è difficile, ma senza una rapida soluzione, senza un minimo di felicità per ogni uomo, tutta la macchina sociale rischia d'infrangersi e la nostra civiltà avrà fatto il suo tempo ».
E' questo il pensiero d'un romanziere del nostro tempo. Si potrà forse discutere l'uno o l'altro aspetto della questione, ma resta il problema centrale da lui sottolineato: la felicità, la felicità perfin nel lavoro; o addirittura, anche se può sembrare un paradosso, un punto di vista troppo spinto, la felicità per mezzo del lavoro.
L'uomo nella sua caduta ha trascinato con sè l'intero universo a lui strettamente unito. Prima della caduta esisteva il lavoro e sarebbe grottesco credere che l'ozio regnasse sovrano; esisteva, dunque, il lavoro, ma non aveva l'aspetto di pena, il carattere ripugnante che ha assunto dopo. Allora era gioia, mentre ora è tristezza.
Il verdetto di Dio offeso cadeva su Adamo e su tutti noi, in lui. « Poichè hai peccato... maledetta la terra del tuo lavoro; tra le fatiche ne ricaverai il nutrimento in tutti i giorni della tua vita; ti germoglierà triboli e spine, e mangerai l'erba della terra. Col sudore della fronte ti procaccerai il pane... ». Fu questo il decreto di punizione pronunziato contro di noi dal Creatore disprezzato.
Da allora, dunque, e perchè l'uomo ha respinto Dio, il suo lavoro prende un carattere d'obbligo snervante, di costrizione necessaria; forse è sorgente d'espiazione, ma non è più certamente sorgente di gioia.
Nè l'avvento della tecnica è di natura tale da restaurare il senso del lavoro.
Al punto in cui siamo nell'ambito di opportune riforme sociali, si vogliono elevare nel mondo del lavoro strutture economiche e politiche che permettano migliori condizioni di vita. E' innegabile che ciò sia un bene, ma non si giungerà con ciò all'essenza del problema. Essa si tocca quando ci poniamo al livello della vita spirituale dell'uomo e del suo destino divino.
Lo dicevamo poco più avanti: prima che l'uomo si allontanasse da Dio, il lavoro era bello e piacevole. Perchè divenga di nuovo tale non è forse giusto e necessario che l'uomo, ogni uomo, ciascuno di noi, ritorni a Lui?
Fu questo il segreto della vita di San Giuseppe, della sua vita di lavoratore manuale. Poichè è proprio vero che Dio scelse un operaio a custode del Figlio Suo Incarnato, facendo vedere così quanto Egli stimi il lavoro manuale.
Il quale, quando è fatto come lo faceva Giuseppe, mettendoci il cuore, diviene senza dubbio una grande sorgente di benedizioni, è anch'esso espressione d'amore come la preghiera e l'osservanza dei comandamenti di Dio. Una anima giunta ad un alto grado di carità, unita a Dio, cosciente di agire con lui, conferisce al corpo e al lavoro che fa un valore straordinario.
Non è forse incantevole il volto di Giuseppe, madido di sudore, irradiato dal sorriso, quando egli si avanza per la via di Nazareth, con gli arnesi sulle spalle robuste? E' un uomo, un fabbro-carradore; si piegherà tra qualche minuto sul pezzo di legno da tagliare, levigare, segare, inchiodare. Gocce di sudore grosse , come perle, cadranno sulla tavola, le sue mani scabre dalle dita nodose si spelleranno nel fare tutti i gesti familiari agli uomini del mestiere.
Il suo lavoro, in tutto simile a quello degli altri uomini, se ne distingue solo perchè fatto nel clima della presenza di Dio: Dio nel suo spirito, Dio nel suo cuore!
Giuseppe non è solamente un uomo che lavora per punizione, come tutti i figli degli uomini: egli è un figlio di Dio, dal cuore pieno di grazia e d'amore immenso; nel suo lavoro cerca Dio, per esso si avvicina a Lui; il suo dovere non è ai suoi occhi solo una pena da subire, un inutile spreco di energie umane, nè un degno impiego di forza e di abilità.
Bensì, perchè compiuto con Dio e per lui, il lavoro diviene per San Giuseppe una magnifica occasione di offrirsi al Signore in qualche cosa.
Perciò la Chiesa ci offre Giuseppe a modello del nostro lavoro, perchè ha trovato in lui il tipo per eccellenza dell'artigiano cristiano.
Imitiamolo nel suo amore al lavoro ben fatto, nel suo senso di giustizia e di onestà; cerchiamo di stabilire in un'atmosfera di viva carità l'impegno che mettiamo nel compimento
del nostro dovere: saremo allora imitatori fedeli del fabbro Giuseppe.
Quanto grande sarà allora il valore della nostra vita cristiana! Poichè ci sembrano verissime queste parole di Emmanuel Mounier: « Tutto l'insegnamento cristiano è contenuto in queste due parole: lavoro, buona volontà. La prima fu detta sulla soglia dell'umanità alle nostre membra ancora fresche della terra d'origine, l'altra all'inizio dei tempi nuovi, nella pallida luce della notte di Natale. Lavoro: sforzo paziente, progressivo, attento. Buona volontà: disposizione alla pieghevolezza e alla docilità d'un cuore che si dona, facendo ogni sforzo per superarsi ».
Che San Giuseppe, modello dei lavoratori, dia a ciascuno di noi il gusto, l'amore, il senso del lavoro onde anche in questo, siamo veri cristiani.
SAN GIUSEPPE, SPERANZA DEI MALATI
Tra tutte le prove, retaggio della miseria umana, quella che s'impone con maggiore violenza è senza dubbio la malattia.
Ci giunge, presagio di morte e, come questa, all'improvviso. Ci sentiamo forti, vigorosi, in uno stato di fiorente salute che stimiamo a tutta prova e ci auguriamo costante, e ci troviamo domani, violentati nella carne, abbattuti, avvizziti, col capo chino, come il grano pronto per la falce.
Abbiamo un po' tutti l'illusione che la nostra vita terrena sia eterna, e che siamo destinati a stare indefinitamente sulla terra, ma ecco sopraggiungere la sofferenza fisica a ricordarci la precarietà della nostra esistenza. Perchè, nel piano naturale, la malattia s'inserisce come una negazione, colpendo non solamente il corpo che sconvolge senza pietà e corrode a poco a poco, nella distruzione del nostro essere carnale, ma attaccando anche la nostra anima e seminandovi il panico.
Il malato lo conosce bene, è il senso di stanchezza che s'impadronisce all'improvviso di lui uccidendo il buon umore, distruggendo l'ottimismo, freddandone il sorriso; la malattia perniciosa che s'insinua tra la carne e lo spirito e, non soddisfatta di consumare l'una, tenta di attaccare l'altro. Nasce allora lo scoraggiamento che porta con sè una lunga serie di tristezze che aggravano il cuore già tanto appesantito.
Nessuno, più del malato, accarezza illusioni, sogni, speranze, spente un momento dal rinascere della febbre, dal riaprirsi della piaga, dalla cura inutile. Sbattuto tra il sogno e la delusione, il malato si domanda il « perchè » della sua sofferenza.
Proprio qui - mi pare - San Giuseppe porta al malato speranza e conforto. Pioniere con Maria del mistero della Redenzione, operata nel Cristo, abbiamo visto quanto egli abbia sofferto. Ora, pbichè in lui si trovano le primizie della sofferenza redentrice, la Chiesa vuole che ricorriamo a lui per scoprire il senso della nostra sofferenza.
Il perchè della malattia? Per intenderlo, bisogna ascoltare queste parole di Giobbe, anche esso colpito nel corpo: « manus Domini tetigit me... » la mano del Signore mi ha toccato.
La malattia è il tocco della mano del Signore che vuole purificarci. Come un tempo Giuseppe fu preparato alla venuta di Cristo dalla sofferenza morale, divenendo per suo mezzo un po' più degno di lui, così ciascuno di noi, purificato dalla sofferenza, morale e fisica insieme, spirituale e carnale, si rende un po' più degno del Dio che sta per ricevere.
Questa speranza Giuseppe infonde ai malati. Egli dice loro che non devono abbandonarsi a pensieri tristi, come se tutto fosse irrimediabile, nè credersi inutili, a carico dell'umanità, per la quale pensano di essere un fastidio o un ingombro. No, perchè chi soffre attua la parola di San Paolo: « completo nella mia carne quello che manca alle sofferenze di Cristo » (69). In ogni malattia si rinnova la passione e il Cristo paziente continua la sua redenzione in tutti quelli che sono distesi sul letto, come Lui era inchiodato alla croce: questo è quel che dobbiamo capire. Non è vana o inutile la sofferenza, non è un peso morto il malato, ma è bella, nobile, grande la sofferenza di chi si vede confitto col Signore alla stessa croce, per lavorare con Lui alla salvezza di tutti.
Nè si dica che questi pensieri son ripieghi per attenuare l'asprezza del dolore e alleviarlo. La sofferenza di Giuseppe, per quanto umile, sconosciuta, mostruosa, non si è forse inserita nella grande corrente del riscatto degli uomini? Avviene così anche per noi.
Questo primo messaggio di Giuseppe al malato, la speranza che suscita in lui, s'accresce d'un grande miraggio, quello d'essere liberato.
Perchè anche cercando di valorizzare lo aspetto spirituale della malattia, non è meno vero che essa è uno dei mali più spiacevoli, e si deve, quindi, domandare d'esserne liberati, come il Signore pregava perchè si allontanasse da lui il calice.
Ora, è incontestabile che l'intercessione di San Giuseppe sia potente e spesso efficace per quelli che gli chiedono d'essere guariti da un male la cui guarigione supera le possibilità della scienza umana. La potenza di Dio non è limitata dalla debolezza dei mezzi di cui disponiamo; Egli è Signore, Signore della natura che è sua creazione, e quando la natura soggioga tanto la ragione umana da renderla impotente, Dio può sempre fare qualche cosa.
L'intercessione di San Giuseppe è sempre a disposizione, in favore dei malati: ce lo ha detto scegliendosi un apostolo taumaturgo come il Fratel Andrea.
Coloro, dunque, che sono dominati dalla disperazione, perchè sentono il progredire della malattia, domandino con fiducia la guarigione, invocando dalla potenza di Dio, per intercessione di San Giuseppe, d'essere liberati dal male, se è volontà divina, o almeno di comprendere - secondo la parola di Léon Bloy - che non si entra in Paradiso, domani, diman l'altro, o tra dieci anni, ma oggi, crocefissi con Cristo.
San Giuseppe, speranza dei malati, pregate per noi e dateci di comprendere il mistero del dolore.
SAN GIUSEPPE, PATRONO DELLA BUONA MORTE
« Figlio mio, come il tuo Padre rimise già il tuo corpo nelle mie mani il giorno della tua venuta in questo mondo, così in questo giorno della mia dipartita da questo mondo io rimetto nelle tue mani il mio spirito ». Queste parole messe da San Francesco di Sales in bocca a Giuseppe al momento della morte, dicono efficacemente quali dovettero essere gli ultimi momenti di questo gran santo. Tranquilla e nascosta la sua vita, tranquilla e nascosta la sua morte. Il Vangelo non ne parla, ma una lunga tradizione vuole che essa sia giunta poco prima dell'inizio della vita pubblica di Gesù.
Nazareth vide crescere il Salvatore e invecchiare il fabbro di cui si diceva che fosse suo padre.
Una vita tutta spesa al servizio di Cristo e della Vergine; non avendo fatto altro che servire il Signore, San Giuseppe si spegne ora, sostenuto da lui, nella calma e nell'amore.
Circa trent'anni prima Dio l'aveva chiamato per affidargli, come all'uomo di sua fiducia, il proprio Figlio, incarnato e divenuto bambino. Oggi Dio lo richiama: la sua missione è finita. Tra questi due giorni scorre, nel silenzio e nel nascondimento, una vita meravigliosa; non smagliante e clamorósa, ma umile e semplice. Meravigliosa non per il rumore che produsse, ma per l'amore da cui fu avvolta. Una vita colma di Dio, ben degna di questa morte ammirevole.
Non vi è, infatti, morte più bella di quella di San Giuseppe, introdotto presso il Padre celeste da Gesù Cristo, suo figlio e suo giudice. Egli tornava alla casa del Padre, lasciando con gioia questa terra di pene, senza abbandonarla peraltro completamente, perchè i santi, morendo, non si staccano da noi, ma restano con noi, attenti alle nostre preghiere, pronti a soccorrerci.
In questa meditazione la nostra preghiera ascende a Giuseppe colma di ammirazione e di fiducia. Con la sua vita ci ha insegnato a vivere, che la sua morte ci insegni un po' a morire questa preghiera eleviamo dinanzi a lui, patrono della buona morte.
Veramente non amiamo il pensiero della morte, pure - per ciascuno di noi - non è forse ineluttabile?
Abbiamo un bel danzare con ritmo folle, crearci delle illusioni di perennità, attaccarci a tutto nella speranza di non finir mai, in realtà noi camminiamo a grandi passi verso la morte. Nessuno la sfugge: per molti essa ha un aspetto odioso, terribile, da cui ci si allontana con orrore, per altri, e sono i più, essa è l'ora temuta sopra tutte.
Bisogna invece che sappiamo guardare innanzi a noi con serena lucidità, per prepararci a questo momento.
Che l'ora della morte non sia quella del turbamento, ma della pace; che oltre il sussulto di rivolta che scuoterà il nostro corpo, s'imponga la serenità del nostro spirito. Per paradossale che possa sembrare ciò, la morte non è che un momento della nostra vita; non bisogna, quindi, preoccuparsi di morir bene, ma di viver bene, non bisogna temere di morire, ma di viver male. E davvero, quando corona una vita santa, la morte è una liberazione: « La morte stessa diventa allettevole quando è dovuta a una grande avventura, alla bellezza di un sacrificio, alla luce di un'anima che si effonde nel seno di Dio ».
Tutto questo c'insegna la morte di San Giuseppe. Essa fu « un magnifico tramonto di sole; morì dolcemente, come barca che tocca la riva con un movimento leggero e insensibile; la sua anima si staccò dal corpo come frutto maturo che cada nelle mani di chi lo coglie. I suoi ultimi pensieri furono di profonda umiltà: una commovente tradizione orientale narra ch'egli in lagrime chiese perdono a Maria, sua sposa, d'aver pensato di rinviarla in segreto, al momento della divina maternità. Così si umilia il giusto, anche quando non ha peccato. Lo sguardo amoroso di Gesù, la stretta di mano di Maria, le parole commosse di quelle sacre labbra colmarono allora il morente d'una pace celeste, che nessuna nube potè più turbare » (73).
Non paura morbosa, non agitazione frenetica in questa morte. Egli entrava nel suo riposo. Dobbiamo domandare a Giuseppe che tale sia anche la nostra morte. La Chiesa, proprio per la sua situazione privilegiata, ce lo dà come patrono della buona morte. Affidiamogli fin d'ora i nostri ultimi momenti: ch'egli ci dia di viverli come lui, nella intimità del Signore, all'ombra della sua misericordia e del suo amore.
Ma ricordiamo che una simile morte va preparata; ogni giorno della nostra vita deve disporci meglio a rendere l'anima, avvicinandoci a Dio.
L'abbondanza della semina assicura la ricchezza del raccolto: lungo la vita noi dobbiamo seminare continuamente perchè nell'ora della messe questa sia bella e abbondante.
Fu così per San Giuseppe, sarà così per noi. Ch'egli ci assista, dunque, lungo il corso dei nostri giorni, perchè in sua compagnia ci disponiamo, per quanto lontani possiamo esserne, a tornare al Signore.
Che il nostro ritorno al Maestro sia tranquillo e sorridente come il suo, e possiamo toccare il porto, non già sbattuti dalla raffica della tempesta, ma scivolando sotto l'impulso potente della carità, guidati dalla mano dell'amabile nocchiero Giuseppe.
APPENDICE
STORIA DEL PATROCINIO DI S. GIUSEPPE IN ITALIA
Sento il dovere di ringraziare la Presidenza di questa settimana di studi, per avermi invitato a questa nobile assemblea, affinchè nel concerto di lodi non venisse a mancare la voce dell'Italia, in onore di S. Giuseppe.
Per volere benigno di Dio, la mia patria è al centro della Cristianità. Giusto è quindi far sentire quanto di tradizione italiana ci lega alle prime manifestazioni di culto verso il nostro Santo Patrono e Padre.
1 - I Primordi
Per limitare il mio studio' al patrocinio di S. Giuseppe comincio con esaminare il cosidetto « epitaffio di Severa ».
E' una lastra di pietra tenera, proveniente dal cimitero di Priscilla. E' del sec. III e serviva di coperchio ad un sarcofago, ora al Laterano. Sopra vi è incisa la scena dei Re Magi. Dietro la Madonna che, seduta, presenta il Redentore sta un uomo con la destra alzata « in segno di protezione ».
Nonostante si dica da alcuni che il gesto della mano alzata sia segno di acclamazione e, anzi, del più antico stile epigrafico cristiano, molti archeologi vedono nell'uomo, Giuseppe, in quanto è protettore della Vergine e del suo Bambino.
« E' certo - osserva Mons. Belvederi- che alla venuta dei Magi era presente anche S. Giuseppe. Ma l'arte cristiana primitiva ignora completamente questo; e lo vuole espressamente ignorare, perchè nell'adorazione dei Magi vede e intende l'omaggio prestato all'incarnato Figlio di Dio ».
Il De Rossi trattando delle figure di S. Giuseppe nei primi secoli, lo dice « effigiato nelle immagini non controverse dell'epitaffio di Severa, dei sarcofagi di Milano... »
S. Giuseppe è presente in un sarcofago del secolo successivo, scoperto nel cimitero di Domitilla, e detto di Sütri. Ciò dimostra che lo scultore romano, abituato per tradizione classica allo studio del vero, non usava, narrando un avvenimento, trascurare un personaggio che vi prendesse parte.
Anche nel sarcofago del Laterano n° 199 l'unico uomo presente alla scena della venuta dei Magi tiene alzata la mano.
Commenta il p. Mercier : « lo si scorge evidentemente penetrato nel suo ufficio di protettore della S. Famiglia, cui veglia con amore, restando ordinariamente in piedi, dietro la seggiola della santa Vergine, quando il Fanciullo riposa sulle sue ginocchia, e qualche volta stendendo in segno di protezione la mano sul loro capo ».
A chi poi insiste nel ritenere segno puramente di giubilo il gesto della mano alzata, vorrei chiedere se ha mai osservato con attenzione la scena del mosaico dell'Arco di trionfo di S. Maria Maggiore in Roma.
Gesù Maria e Giuseppe stanno per entrare in Egitto. S. Giuseppe, che è posto tra Maria e Gesù grandicello, sembra attendere chi viene loro incontro; un principe o il filosofo pagano della leggenda. Alza la mano sulla testa di Gesù, evidentemente per indicare ch'è sotto la sua protezione. Non è vestito da pastore, ma d'un dignitoso pallio « eomide ».
Nella scena precedente dello stesso mosaico, è lui, in segno d'autorità a invitare Maria a presentare Gesù al vecchio Simeone.
Ma v'è di più per interpretare con moderna sensibilità il patrocinio di S. Giuseppe.
« Negli scavi fatti a S. Sebastiano venne alla luce un rammento di sarcofago di marmo che, secondo alcuni, rappresenta la Madre di Dio con il Bambino Gesù e S. Giuseppe; la prima figurazione del Santo - soggiunge Mons. Belvederi - e la prima figurazione della Sacra Famiglia ».
Il grazioso gruppetto attribuibile al sec. III, è tutto raccolto sotto la persona di S. Giuseppe, che sembra abbracciarlo con tenerezza! Davvero almae familiae praeses, capo della S. Famiglia.
E, siccome assicurerà S. Isidoro (1636) « Joseph tipice Christi gestavit speciem, qui ad custodiam Sanctae Ecclesiae deputatus est, » -. Giuseppe rappresenta la figura di Cristo, in quanto gli fu affidato la custodia di santa Chiesa, - continuerà nel corpo mistico quella missione che svolse, insieme con Maria, intorno alla persona del Salvatore.
2 - Idea di patrocinio
La Chiesa era, si può dire, appena uscita dalle catacombe, che una voce autorevole s'innalzò dai confini dell'Italia per dichiarare nettamente quale posto deve occupare S. Giuseppe nella fiducia dei cristiani.
A conclusione del suo libro di esegesi biblica su S. Giuseppe, il p. U. Holzmeister (1 1953) (8) cita un testo certamente patristico, tratto dal « Commento ai santi Vangeli », una volta attribuito a S. Girolamo, e ora al vescovo di Aquileia Fortunaziano (342-371 ca.) il quale dice testualmente: « Per quattuor fuit perditio mundi: et per quattuor restauratur : per Christum, per Mariam, per crucem et per virum Joseph », in un linguaggio così cristallino, che non ha certo bisogno di traduzione!
Quando poi l'Italia passò sotto il dominio bizantino, ché impose colle leggi anche la lingua, un oscuro artigiano invocò la protezione di S. Giuseppe sul suo lavoro. Ne è documento la gemma con un'epigrafe greca pubblicata a Napoli nel 1819, dal prof. Bernardo Quaranta; e riportata dal Kirchoff nelle sue famose raccolte d'iscrizioni. Data la rarità della scoperta, egli osserva: « haec, si recte sunt transcripta, JOSEPH in capite pro Sancti nomine accipiendum erit ». Se, cioè, la frase è riportata con esattezza, quel Giuseppe si deve intendere per il nome del Santo.
L'iscrizione, che appartiene al IV o V sec., reca: « O Giuseppe, assistimi nei miei lavori e dammi grazia! »
« A me pare - commenta l'erudito Mons. Cavedoni - che 'non v'abbia altrimenti luogo a dubitare della fedele trascrizione fatta dal dotto Accademico Napoletano; e che quindi questa gemma abbiasi forse a ritenere pel più antico documento che finora si conosca (scriveva nel 1864) riguardante il culto privato di S. Giuseppe ».
« Un falegname? un operaio? » continua a chiedersi il Cavedoni. Può essere. Quello che importa è che già da allora si considerava San Giuseppe quale patrono.
La scoperta di questa pietra incisa, in una località dell'Italia meridionale, m'induce a fare due supposizioni. Prima. Che fosse già diffusa, almeno in quelle regioni del nostro paese, la cosidetta « Storia del Falegname Giuseppe » nota fin dal sec. II°.
Seconda. Che la divozione al nostro Santo in Italia, avuta, sia pure, da importazione orientale, sia andata maturandosi nei nostri cenobi greci della Calabria e della Sicilia.
Riguardo alla prima ipotesi, l'influsso della « Storia del Falegname Giuseppe » è evidente. Un autentico operaio lo invoca a proteggere il suo lavoro. La prima redazione di tale leggenda apocrifa pare derivi da originale greco. Non era quindi necessaria la traduzione latina che, a testimonianza di Isidoro Isolani, venne fatta solamente nel 1340, per esser nota anche al popolo lavoratore e esercitare su esso la sua influenza. Questa fu larghissima, in ogni paese, anche solo in considerazione delle edizioni che se ne sono avute.
Isolani ne conferma l'entusiasmo ancora al tempo suo, assicurando che si leggeva persino nelle chiese.
Le lodi che il Signore stesso fa della protezione di S. Giuseppe, le grandi promesse per chi ne festeggerà la memoria, e ne farà celebrare la messa, devono aver fatto grande impressione a quei nostri antenati più fiduciosi di noi e più bisognosi d'aiuto. Parlando a S. Giuseppe del suo devoto, il Signore dichiara: « Io lo affiderò al tuo potere affinchè tu lo chiami al convito millenario... ».
Appena dunque compare sull'orizzonte della divozione cristiana, S. Giuseppe, l'umile artigiano di Nazareth, vi compare quale potente intercessore!
Van de Vorst poteva perciò scrivere con verità: « Interessante, da più punti di vista, questa « Storia » ci dà un dentellato, probabilmente il più antico, per il culto di San Giuseppe ».
L'arte nostra ci ha lasciato scarse reliquie di una divozione abbastanza diffusa, ma sufficienti. Tra le altre il dittico della-metropolitana di Milano, usato forse per copertina di un Evangeliario. Esso appartiene più al V che al VI secolo. Rappresenta Giuseppe seduto accanto a Gesù Bambino « colla sinistra appoggiata sulla sega, simbolo dell'arte sua ». Mentre il sarcofago di S. Celso, pure a Milano, coevo della gemma dell'epigrafe greca, lo riproduce nella scena del presepio, con in mano l'ascia.
3 - I monaci italo-greci
E' noto che il monachesimo fioriva in Calabria al tempo di Cassiodoro, ma subì una profonda trasformazione durante il secolo VI per l'afflusso di monaci provenienti dalla Siria e dall'Egitto. Essi fuggivano davanti all'invasione degli arabi portando con sè tradizioni religiose e usi liturgici. Altri erano giunti in Italia al seguito degli eserciti vittoriosi dell'impero di Bisanzio. L'esodo aumentò nel secolo seguente per la persecuzione iconoclasta.
Così il rito greco si diffuse largamente anche nel popolo. Perchè questo si adattò facilmente alla lingua, come ai costumi dei conquistatori. Ne fan fede ancor oggi gli usi e il folklore, specialmente religioso, affermatosi in Sicilia e nell'Abruzzo. Vi fu anzi un'epoca in cui tutte le diocesi della Magnagrecia furono costrette ad adottare il rito bizantino.
In questo modo i monaci, detti italo-greci, aumentarono talmente da formare delle zone prettamente eremitiche, trasformando specialmente la Calabria in una nuova Tebaide. Celebre diventò il centro monastico del Mercurion, una specie di M. Athos, e l'altro del Patirion presso Rossano.
Da qui emigrò la colonia bizantina guidata da S. Nilo, che nelle vicinanze di Roma, fondò sulla via Latina il cenobio di Grottaferrata. Durante la sua lunga vita (910-1004) Nilo attirò nella sua orbita molti religiosi che educò alla santità e alla sapienza.
Ma anche coloro che rimasero nelle antiche « laure » continuarono il fiorente sviluppo, che andò scemando solo nei sec. XIII e XIV. I loro preziosi manoscritti andarono dispersi nelle biblioteche di tutto il mondo, per cui non è agevole dimostrare con documenti, che noi italiani abbiamo avuto in eredità da loro, la divozione a S. Giuseppe.
Molti manoscritti invece andarono distrutti durante le invasioni barbariche, che spazzarono le nostre belle contrade come immense bufere. Tanto più che gli Unni, Goti, Vandali e Longobardi erano barbari e ariani; nemici dunque della nostra civiltà e della nostra religione.
a) Basiliani d'Italia
in generale i monaci italo-greci seguivano i precetti di S. Basilio il grande (+ 379), perciò vennero anche detti Basiliani d'Italia.
Il santo Patriarca nelle « Costituzioni monastiche », dà S. Giuseppe a modello di lavoro assiduo, di amore alla povertà, alla dipendenza, per imitare il Figlio di Dio affidato alle sue cure. Nei Sinassarii posteriori del sec. VIII e IX viene pure annoverato tra i celesti patroni. « Noi celebriamo la loro memoria - aveva detto - affinchè facciano per noi continua preghiera ». Al quale riguardo, S. Efrem aveva dichiarato: « nessuno può lodare degnamente S. Giuseppe » tant'è ricco di meriti.
Poi si è perpetuato in Italia l'uso greco di avvicinare sempre S. Giuseppe alla sua santa Sposa nelle ricorrenze liturgiche.
F. M. Fiorentini, nel menologio di Basilio, reca al 26 Dicembre: « Celebritas Sanctae dominae nostrae Dei genitricis semper virginis et sancti ac justi Joseph ».
Nel martirologio della chiesa greca pubblicato in versi da L. Urbano Gonof (Lipsia 1727) al 26 dicembre si legge: Sponsum Deiparae Josephum praedico qui solus est electus ut tutamen agat. Il rito di associarlo agli onori di Maria, è rimasto anche nelle poche reliquie artistiche del tempo.
Con la Madonna è dipinto nel codice siriaco della Bibbia Laurenziana della biblioteca nazionale di Firenze, opera del sec. VI. Così nel prezioso sarcofago collocato sotto il pulpito della basilica di S. Ambrogio a Milano. Giuseppe è ritto in piedi, ed è lui che presenta il santo Bambino ai Re Magi.
Analogo è il tessuto di seta del Tesoro del Laterano, ricordato dal Cabrol. Circoscritto da larga fascia di foglie rosse e gialle, è l'episodio della Natività, cui Giuseppe assiste seduto di fronte a Maria, nella medesima dignitosa contemplazione.
La data del 26 Dicembre ricorre spesso nelle edizioni romane e venete dei Menei: « Sinaxim sanctissimae Deiparae et sancti Joseph sponsi ».
Anzi, se ne faceva tre volte la commemorazione durante il mese, in giorni riuniti presso la festa degli Innocenti. Coincidenza questa che spiega forse perchè nelle litanie dei santi, di cui parleremo, fu collocato il nome di Giuseppe subito dopo quello di Simeone e dei santi Innocenti. E' la prima redazione di litanie uscita a Roma nel sec. XII, in cui compare per la prima volta in Italia il nome di S. Giuseppe.
Un'altra osservazione. In una di tali festività usavano i Greci, e ancora si continua nella Basilica di Grottaferrata, onorare i meriti « Josephi sponsi, David regis et Jacobi fratris Domini ».
A tale tradizione si ricollega, secondo me, l'eco molto più vicina a noi, di quel sacerdote Donnino, di Parma, il quale nell'istituire un beneficio (1349) impose l'obbligo di celebrare la festa di S. Giuseppe il giorno dopo quella di S. Giacomo: « festivitatem... beati Joseph sponsi praedictae Matris intactae celebrandam in crastinum sancti Iacobi ».
Notiamo infine che è proprio durante questo periodo natalizio che S. Pier Crisologo, ve-
scovo di Ravenna (fi 450) parla nei suoi sermoni di S. Giuseppe, della sua vocazione di sposo di Maria e di padre di Gesù, e perciò della sublime sua santità.
b) Grottaferrata
L'abazia di S. Maria di Grottaferrata è rimasta fino ai nostri giorni faro luminoso di cultura e di liturgia bizantina, cresciuta all'ombra della S. Sede. Della primitiva costruzione del sec. XI°, si è conservato il portale della chiesa; e nella lunetta si vede rappresentata Maria SS. che supplica il Redentore insieme allo Sposo Giuseppe. Spiegherò meglio il mio pensiero quando tratterò del mosaico di Torcello.
Basta osservare che i monaci di Grottaferrata tennero viva la tradizione iconografica italo-greca.
La tradizione liturgica, poi, si assomma in Giuseppe l'innografo, monaco italo-greco, nato in Sicilia, anche se morto a Tessalonica nell'883. Egli cantò per i suoi confratelli, i quali ancora le ripetono, le glorie più belle del Santo di cui portava il nome.
Il canone da lui composto si recitava il giorno della festa al Mattutino della prima domenica dopo Natale, come ancora si pratica a Grottaferrata. Questo canone è un inno, o meglio una raccolta di inni con nove odi, ciascuna di cinque strofe, le cui iniziali formano un acrostico, che ha questo senso: « Giuseppe, ti proclamiamo protettore del Cristo ».
Il Canone si conclude dicendo: « custodisci, o portatore di Dio, immacolata la tua sposa-... e, insieme a Lei, ricordati di noi ».
Invece il troparion, specie di oremus in onore del Santo che si canta al vespero e al mattutino il giorno della festa, la prima domenica dopo Natale, come ho detto, termina così « Deprecare Christo Deo, ut salvas faciat animas nostras » evidente invocazione al grande Protettore.
Ci assicura il Campana che la devozione a S. Giuseppe andò sviluppandosi seguendo tale direttiva d'invocarlo quale patrono. Tale risulta « nel Sinassario monastico di S. Giovanni il teologo in Patmos, (sec. X) e del convento di S. Saba (1050), e formava il testo ufficiale seguito dai monaci di M. Athos, a Costantinopoli e in Calabria ».
Del Canone acrostico si occupò recentemente in un'opera magistrale il p. Filas s. j. E, recensendola, il p. Antonio José del Nino Jesús O. C. D. commenta: « Un altro esemplare di letteratura greca che dà a S. Giuseppe una sicura preminenza, è l'inno scritto per la festa di cui parliamo celebrata dai greci in continuazione del Natale. Molto si è disputato sull'autore di quest'inno, ma pare assodato che si debba attribuire a un monaco della Badia di Grottaferrata».
c) Liturgia dei monaci italo-greci. E dell'intensa attività dei monaci italo-greci nei loro riti liturgici, non è rimasto proprio nulla? Sarebbe errore il crederlo.
Intanto l'uso di benedire l'acqua la vigilia dell'Epifania è rimasto per lungo tempo in molte diocesi; e in parte ancora rimane.
« Per il passato veniva altresì compiuto presso molte chiese latine dell'Italia Meridiona, nella Magna Grecia, nel Littorale veneto, ad Aquileia e a Roma ».
Siccome durante la funzione si cantavano le litanie dei santi, Benetto XIV vi volle vedere la più antica affermazione di culto pubblico a S. Giuseppe, perchè nel Manuale da lui consultato figurava anche il nome suo. Più tardi, dopo un più attento esame, s'accorse che si trattava di un'aggiunta arbitraria.
Però la consuetudine tuttora vivissima di celebrare la festa cosiddetta del Transito di S. Giuseppe un po' dovunque, ma specialmente nell'Italia meridionale, è prova certa che essa si ricollega all'antichissimo rito bizantino, essendo fissata il 20 Luglio, come nei Sinassarii alessandrino e arabo e nel calendario copto, la data della morte del Santo.
« Cosa curiosa - nota Janin - che segna nettamente l'influenza dell'Oriente sull'Occidente, molte chiese d'Italia continuano a farlo ».
Basta frequentare la Basilica di Pompei! L'Avv. B. Longo, fondatore del Santuario, ha pubblicato nel 1913 un libretto di devozione intitolato: « Il Transito di S. Giuseppe. Triduo da farsi... il 20 Luglio... » e assicura: « In parecchie città d'Italia, massime del Regno delle due Sicilie, e poi in Lombardia e in Toscana, tra cui rammentiamo Cortona... Napoli... si celebra con solennità questa festa il 20 luglio ».
L'uso è stato più volte riprovato, ma il popolo ha talmente radicata nel cuore questa tradizione, che non vi sa rinunciare. Per esso non vi sono antinomie tra Oriente e Occidente nel campo della pietà!
Un vescovo dell'India aveva domandato a Roma nel 1660 la facoltà di festeggiare la stessa data nella sua diocesi. Gli fu risposto: « Nihil videri concedendum ». Si sa che la stessa risposta avevano ricevuto anni prima la Diocesi di Sezze nel Lazio (II - VI - 1629) e la Confraternità dei « Virtuosi » del Pantheon (9 - VIII - 1653) eppure il p. Patrignani, ancora nel 1732, nella edizione di quell'anno del suo manuale, esorta i devoti a prepararsi con un triduo alla festa del Transito di S. Giuseppe « il quale in alcuni luoghi si suol venerare il dì ventesimo di Luglio ». Siccome poi tale e quale si festeggiava a Roma stessa, la S. R. C. emanò un decreto in data del 20 Novembre 1660 del seguente tenore: « Festum Transitus S. Joseph sponsi B. Mariae Virginis die XX Julii cum in Urbe prohibendum, tum extra Urbem omnino non inducatur, vel alio quovis pacto celebretur praecavendum esse ». Esso nel suo onesto latino, proibiva la festa tanto a Roma quanto fuori Roma.
Ma il decreto ebbe le stessa accoglienza che, in quel tempo, ricevevano le « Gride » dei governi civili. Forse nella previdenza di ciò, minacciava: « et breve indulgientiarum - che avevano già ottenuto - R. P. D. Ugolinus (evidentemente il cursore incaricato), repetat et laceret »... lo rintracci e lo stracci!
Per dedurre intanto alcune conseguenze dal detto fin qui trovo l'appoggio di un liturgista
di valore, il p. Justo Pérez del Urbel O. S. B. il quale sintetizza le cause dello sviluppo del culto di S. Giuseppe nell'Occidente in tre ragioni I) il contatto con l'Oriente, per l'afflusso di monaci della Magnagrecia ; 2) per una valutazione autoctona. Che è l'ipotesi a noi cara; di cui vede una dimostrazione nella consuetudine di celebrare la festa del Transito il 20 di Luglio; 3) per le relazioni commerciali delle repubbliche italiane marinare con l'Oriente, tra le altre specialmente, sin dal 1000, Venezia erede di Aquileia.
4 - Torcello
Torcello è un'isola della laguna di Venezia. Fu anticamente sede vescovile (629), ma ora ha trasferito giurisdizioni e riti a Venezia.
Nel mosaico della facciata interna della basilica che esiste intatta, amo vedere S. Giuseppe, ritratto nell'ufficio d'intercessore, con Maria, presso l'eterno Giudice. Lo ha studiato anche il Card. La Fontaine, ma non si è deciso per lo stesso parere, « perchè così non prescriveva (di ritrarlo) la Guida della pittura elaborata sul M. Athos, codice della scuola Agio-
rita ». Del mio parere è invece entusiasticamente l'architetto G. Clause, il quale afferma di scrivere per gli artisti.
In zone orizzontali sovrapposte si vedono i diversi tempi del terribile Giudizio Universale; nel mezzo una scena incoraggiante riporta alla misericordia. Accanto al giudice, la Madonna e un altro Personaggio chiedono clemenza. Pare che il loro intervento sia efficace, perchè una didascalia greca spiega: « sono le due uniche persone degne di ascolto ».
Eco pittorica della affermazione di Fortunaziano, che fu Vescovo poco lontano di qui! Quel personaggio non è che S. Giuseppe.
Intanto è fratello gemello di quel personaggio ch'è rappresentato con Maria nella lunetta di Grottaferrata. E' di poco posteriore, se non dell'epoca, sec. XI o XII, secondo il Toesca.
Non ha la fisionomia austera del Battista che, d'altronde, viene rappresentato già nella zona superiore, e non c'è motivo di rappresentarlo due volte. Non ha l'aria spavalda, il gesto consueto di indicare col dito il Redentore. Non ha i capelli lunghi, vesti caprine, ma l'aspetto umile e dignitoso; la veste talare e la capigliatura alla nazarena. Quasi allo stesso modo lo rappresenta lo scultore del Giudizio, alquanto posteriore, collocato sopra il protiro del duomo di Ferrara (sec. XIV). Eco scultoria dell'affermazione di Fortunaziano !
5 - Il nome
La traduzione della « Storia del Falegname Giuseppe » svolta da p. Peeters sulla doppia redazione copta e araba, dice testualmente: « Ecco in fine cosa potrà fare un pover'uomo - dice sempre il Signore - il quale non ha alcun mezzo per offrire qualche cosa di quello che ho indicato. Se gli nasce un figlio, ch'egli lo chiami Giuseppe, e non vi sarà mai nella sua
casa nè carestia, nè morte ». E' ciò che da quei tempi remoti fanno gli italiani. Fidando nella sua protezione gli consacrano il bambino che viene alla luce. Ciò che è molto più di una semplice devozioncella. Alla prima difficoltà che si delinea nello sviluppo del parto, specialmente i nostri meridionali - così attaccati alla famiglia - fanno voto d'imporre il nome Giuseppe al nascituro; per cui in alcune località della Sicilia p. e. non v'è famiglia in cui non lo porti almeno un membro.
Pietro Bortolotti ha fatto uno studio sull'argomento, esaminando soltanto con cura i personaggi più conosciuti che avevano Giuseppe per nome. G. B. De Rossi ha trovato due nomi Joseph nei graffiti delle catacombe di Terni. Un Vescovo Giuseppe precede Giusto, vescovo di Acerenza, il quale interviene al sinodo di Roma sotto Papa Simmaco. Ughelli ricorda due sacerdoti e un vescovo del sec. VIII a Tortona elencando qua e là giudici e notai.
Il papiro beneventano del 788 ne nomina altri. Un principe longobardo invia a Roma un « episcopus Joseph » nell'anno 829. Certo Duca Giuseppe figura nella Cronaca di Farfa del 921, e nello stesso sec. X°, anche un « clericus Josep » (nota la pronuncia volgare); e due coniugi Giuseppe e Eusebia in un codice di Asti.
Qui, come pure a Pesaro, Ivrea e Vercelli c'è un vescovo che si chiama Giuseppe. Sotto Lotario un Abate di Novalesa porta il nome di Giuseppe; e di più, una carta di Tarantasia parla nell'anno 1096 dell'acquisto di un podere detto di « S. Giuseppe ».
Non deve quindi recar meraviglia se presso il duomo di Parma esisteva un Oratorio dedicato a S. Giuseppe fin dal 1074. Forse non aveva tutti i torti il Tillemont di affermare l'esistenza di un culto verso S. Giuseppe in Italia dall'anno 900! Esiste anche una tradizione, che non ho potuto controllare, la quale asserisce che nei pressi di Palermo fu eretta una chiesa dedicata al nostro Santo intorno al 1000.
Più di una ventina di paesi e di borgate sono nate in Italia col nome di S. Giuseppe. Ragioni-religiose e civili hanno fondato anche due cittadine. Una alla radice del Vesuvio.: S. Giuseppe Vesuviano di 20.000 ab.; un'altra nella conca d'oro di Monreale, presso Palermo: San Giuseppe lato di 11.000 abitanti.
E' poi notorio, come documenta Benedetto XIV, che a Bologna esisteva una chiesa parrocchiale almeno dal 1129 situata « in burgo S. Joseph ».
6 - Aquileia
Non posso allontanarmi dall'epoca che sto trattando, senza ricordare le benemerenze che in fatto di devozione Giuseppina ha acquistato attraverso i secoli la grande diocesi di Aquileia, la più grande in quel periodo storico di tutta l'Europa.
Di qui s'è alzata la prima voce ufficiale a invocare il Patrocinio di S. Giuseppe per bocca di un grande vescovo, Fortunaziano.
Emporio dell'Adriatico, porto celebrato in tutto il mondo antico, centro militare e nodo stradale importantissimo, Aquileia fu la città italiana che più delle altre visse le vicende buone e cattive della Chiesa Orientale. L'origine della sua cattedrale si può criticamente far risalire alla metà del sec. III o poco prima. Divenne in seguito centro d'irradiazione della fede, non solo nel Veneto, ma nella Pannonia superiore, fino al Danubio, alla Retia secunda con Frisinga e Costanza.
La ricca metropoli andava superba di edifici sacri non solo, ma anche di scuole e di indirizzi di pensiero di cui larga eco hanno conservato gli scrittori della tarda latinità.
Grandissimo lustro le diede Paolino II (fi 802) patriarca, uomo di grande dottrina, le cui poesie ricordano con soave accenti la presenza di Giuseppe nella scena del Natale, o mentre Maria « mater beata » vezzeggia il suo Bambino, oppure nell'episodio della Presentazione al Tempio.
Amerei pensare che l'improvviso fiorire del culto al caro Santo nell'Europa centrale intorno al sec. X°, che fece segnare il suo nome nel calendario ms. di Reichenau e negli altri ricordati dagli Acta SS., altro non sia che il riflesso di quanto già avveniva nel centro della diocesi di Aquileia.
Qui mi soccorre ancora una volta con una preziosa osservazione il p. Justo Pérez O. S. B. « Allora l'impero dei Basilei era in relazione con l'Allemagna e, sotto l'impero degli Ottoni i benedettini studiavano greco con Maestri bizantini. Da notare, infine, che i « fratres hellenici » recandosi da uno all'altro monastero, « raccolgono questa divozione (di S. Giuseppe) e la diffondono in liste agiografiche ».
Così può essere che la prima idea di patrocinio attribuita a S. Giuseppe dal vescovo Fortunaziano sia passata, come asseriscono alcuni a Walafrido Strabone (849), uno degli scrittori più rappresentativi dell'ultimo periodo patristico occidentale.
« Che Reichenau abbia avuto l'onore - osserva il Campana - di dare il primo impulso al culto pubblico di S. Giuseppe, non farà più meraviglia se si pensa che quel convento, fin dalle sue origini, aveva professato una speciale venerazione a Maria; e che W. Strabone, il quale vi fu abate influentissimo dall'834 all'849, parlando di Gesù, Maria e Giuseppe, scriva « il mondo fu guarito per mezzo di questi tre ».
Nella raccolta dei documenti che Dom A. Wilmart intitolò: « Analecta Reginensia » dalla Regina Cristiana, della prima metà del sec. X°, il pensiero di Fortunaziano è conservato più genuino.
« Sicut enim mundus initio per ii (tres) periit, idest per Adam et Evam et serpentem, ita renovatus est per Joseph et Mariam et serpentem, idest Christum Filium ».D'altra parte gli « Acta » chiudono l'elenco degli antichi calendari che recano il nome di S. Giuseppe, dicendo che non si può tralasciare quello di Aquileia, «-tam vetus » cioè tanto venerabile, « ut minime nobis putaverimus negligendum » da non doversi affatto trascurare. E nello stesso tempo ci ricordano che un calendario simile avevano visto conservato a Napoli.
Ho avuto modo di esaminare gli antichi calendari Aquileiesi nell'opera di F. Altan.
Alcuni sono di provenienza transalpina per un evidente scambio di cultura. Ma, sia nei due « mosacenses » come via, via, nell'ultimo del sec. XIV detto Parmense-aquileiense, con un criterio occidentale, il Santo viene ricordato col titolo di « confessore », quale sposo di Maria. Così pure, testimonia Benedetto XIV, si leggeva in un antico breviario ms. di mons. Fontanini in uso nelle diocesi di Aquileia, Firenze, Parenzo.
Poi venne lo smembramento del Patriarcato per ragioni storiche e politiche, ma la tradizione giuseppina non venne meno.
Un inno, conservato in un breviario ms. del sec. XV, si rivolge a Cristo perchè ci aiuti per le preghiere di S. Giuseppe.
Nos eius precibus perennes fletus dones evadere, rex pie Christe, cuius das hodie festis ovare.
Dopo la caduta di Bisanzio la città e il territorio erano continuamente sotto la minaccia della invasione dei Turchi. Alla fine del 1400 i « perennes fletus » dell'inno ebbero il conforto documentato della storia.
Temendo una nuova invasione il Rappresentante della Repubblica di Venezia propose di consacrare la città di Udine, dove intanto erasi rifugiato il Patriarca, a S. Giuseppe; ciò venne accettato con entusiasmo (a. 1499). Il nemico si presentò in primavera ai confini, ma, per la prima volta, fu sconfitto e mai più ritornò all'assalto.
Il Consiglio della città aveva anche deliberato di erigere un altare di marmo che ancora esiste nella cattedrale. Aveva incaricato di dipingere la pala Pellegrino di S. Daniele, il quale nel suo buon senso popolaresco, dovendo rappresentare il patrocinio del Santo, pensò, sapete che cosa? di mettergli in braccio Gesù, come non si era mai fatto.
Venne così introdotto nell'arte questa dolce espressione di S. Giuseppe. E' noto che alcuni membri del clero francese non sanno ancora adattarsi, dopo tanti secoli, a questa idea di mettere il Redentore tra le braccia di S. Giuseppe. Eppure colui che Egli regge in eterno sulle braccia è Cristo mistico « e in lui - ci pensate? - ciascuno di noi! »
7. - Il Nome di S. Giuseppe nelle Litanie
Un mezzo per invocare il patrocinio dei Santi è la recita delle Litanie. Già l'antichissima « oratio fidelium » veniva preceduta da un elenco di santi, la cui scelta s'ispirava a memorie locali, per invocarne l'aiuto.
L'inserzione del nome di S. Giuseppe nello elenco delle litanie è documentato per la prima volta da un Messale Vaticano del sec. XII. Nell'antifonario di S. Gregorio (+ 604) della Vigilia di Pasqua, edito dal card. Tomasi, si parla di litanie che si cantavano il Sabato Santo (64) senza farci sapere s'era nominato anche S. Giuseppe.
Il p. Vezzosi, pubblicando le opere del card. Tomasi, ne elenca tre nella prefazione del libro V. La seconda reca appunto il nome di S. Giuseppe, citato dopo i Santi Innocenti all'uso Italo-greco.
Forse alludeva a questa litania Benedetto XIV quando scriveva: « erat enim in antiquioribus Ecclesiae universalis litaniis ». Egli che ha fatto uno studio accurato sull'argomento, le ritrova nel messale romano del 1541, inseritevi probabilmente dal tempo di Sisto IV (1481). Però, dopo la riforma dei libri liturgici ordinata da S. Pio V° (1568-70) il nome di S. Giuseppe scomparve « imperitia impressorum », per trascuranza del tipografo, ci assicura il card. Lambertini, allora promotore della fede.
Ecco perchè Pio V° aveva da poco abolito l'ufficio del Santo, in uso dal tempo di Gersone, perchè s'ispirava a tradizioni apocrife. Ma nulla aveva da obbiettare per l'inclusione del suo nome nelle litanie, che continuavano a recitarsi anche sotto il suo pontificato; p. es.. nella visita delle sette chiese, invocandolo alla moda greca: S. Joseph, nutritie D. N. J. C., ora pro nobis. « Prega per noi, o S. Giuseppe, nutritore di N. S. G. C. ».
Quando si trattò di ristampare le litanie, i tipografi, « proprio marte » - è ancora la pa-
rola del promotore della fede - di proprio arbitrio; pensarono forse di far cosa gradita all'austero Pontefice, sopprimendone il nome. Siccome secondo la più antica disciplina ecclesiastica in ciò che spetta al culto di S. Giuseppe, « cum magna cautela procedebatur », nessuno si prese la briga del suo inserimento nel novero delle litanie, anche per non mettersi nell'imbarazzo, data la frammentarietà della teologia giuseppina in quell'epoca.
Fu quando Clemente XI compose un ufficio proprio da recitarsi in tutta la Chiesa (32-1714) che i divoti del Santo chiesero che il nome di S. Giuseppe fosse rimesso nelle litanie. Il Papa incaricò della cosa il card. Lambertini il quale, com'era uso, stese addirittura una monografia e la diede alle stampe lo stesso anno. Ricordò da buon bolognese, dove fu anche Arcivescovo, che la città aveva scelto S. Giuseppe « ab immemorabili » quale suo Patrono, invocandolo in litanie riportate da un manoscritto databile dal sec. XIV. Egli tra i 110 Santi occupa il 79° posto dopo S. Benedetto e S. Bernardo, ma prima di S. Domenico e S. Francesco. Lo distanziano ora i Santi Innocenti, tutti i martiri e i pontefici.
Il card. Lambertini propose, dopo una lunga e dotta discussione, che il nome di S. Giuseppe venisse ricollocato nelle Litanie dei Santi, ma dopo quello del Battista, a causa delle interminabili dispute nate a proposito della diversa dignità dei due Santi; trincerandosi dietro la constatazione che le precedenti litanie gli avevano assegnato quel posto!
Clemente XI non ebbe la consolazione di poterlo fare, perchè mancarono le petizioni e l'interessamento di autorità civili e ecclesiastiche. Il successore, Innocenzo XIII° pensò di soprassedere, e intanto venne a morire. Dopo nove anni si riprese l'argomento per lo zelo del nuovo Postulatore, p. A. Salaroli C. R., il quale aveva raccolto le adesioni dell'Imperatore, del Granduca di Toscana, e di quaranta Padri Generali di Ordini Religiosi.
In seguito alla lettera Apostolica del 19-121726, di Benedetto XIII, si rimise il nome di S. Giuseppe nelle Litanie di tutti i libri liturgici, riparandosi finalmente a una solenne ingiustizia!
Concludendo il suo dire nella monografia sulle litanie Benedetto XIV pare alludere che, dopo ciò, non restava altro da fare a vantaggio del culto di S. Giuseppe: « qui superesse videtur ». Mentre invece sappiamo che a nostra consolazione il suo culto andò sempre più affermandosi in mezzo al popolo cristiano. E lo sviluppo andò talmente crescendo che si giunse alla sua proclamazione di Patrono della Chiesa Universale.
Si ritenne a questo punto di rivedere le litanie che si recitavano privatamente, per dare a una di esse la veste ufficiale, secondo l'espresso desiderio di S. Pio X° che di S. Giuseppe portava così degnamente il nome. Il card. Lépicier che ne fu incaricato scelse quelle attuali che la S. R. C. approvò il 183-1909. « Protector Sanctae Ecclesiae » è l'ultima invocazione, nuovamente aggiunta, ma che riassume tutte le altre.
« Pare proprio - dice un autore moderno - che la Chiesa, dopo aver constatato con compiacenza ch'Egli può vantare tutti i titoli di nobiltà e di grandezza, le virtù più elette, i meriti presso Dio più preclari, si risolva finalmente con piena fiducia e sicurezza, ad affidargli tutti i suoi tesori, e se stessa ancora ».
8 - Altri documenti.
Esistono altre fonti scritte?
Si cita spesso San Pier-Damiano (1 1072) che però, neppure nei soliti inni, non esalta mai la potenza di S. Giuseppe! Lo cita, è vero, a modello di castità specialmente dei sacerdoti. Il suo contemporaneo Alfano 1° (1085) invece, Arcivescovo di Salerno, che aveva seguito a Cassino l'amico Desiderio, in un colloquio col Bambino Gesù si meraviglia: Qui geris in dextra mundanae pondera (molis Ancillae tremulique senis portabere palma? « Tu, che con la destra reggi l'enorme peso del mondo, vieni tenuto in mano da una povera serva e da un tremolante vecchietto? » A parte la tarda età, suggerita dagli apocrifi, quale delicatezza di sentimento rivelano simili frasi che, in fondo, altro non affermano che la missione di S. Giuseppe di portare e sostenere Cristo!
Nel Cabrol si legge che esiste nell'Archivio Capitolare di Verona un calendario del sec. XII recante la festa di S. Giuseppe.
Ma io ho sfogliato attentamente il codice accennato, senza vedere tra i pochi santi dal nome scritto in porpora e ricamato in oro, il bel nome di S. Giuseppe. Bisogna attendere il 1373, quando Pietro de Natalibus, vescovo di Jesolo, pubblicava il suo « Cathalogus Sanctorum » e dichiarava d'aver trovato in un antichissimo calendario « festum S. Joseph, sponsi domine nostre XIV Kal. Aprilis » cioè il 19 Marzo, data che passò nel decreto di Sisto IV' (1481), e fu fissato per tutta la Chiesa.
Intanto l'arte usciva dall'arcaismo. Se ne vede lo sviluppo negli episodi della vita del Signore, scolpiti in S. Maria di Caverzano (Milano), sec. XII°; nella mitra del secolo successivo descritta dal Cipolla; nello sbalzo di rame del duomo di Susa del sec. XIV, dove S. Giuseppe presenta il donatore del trittico alla Vergine.
Ma dal travaglio del tempo è più evidente lo sviluppo di una nuova civiltà cristiana, che prende ispirazione e sostanza nel segno trionfale della Chiesa. Voglio intendere il movimento destato da S. Francesco.
9 - Il francescanesimo
Le condizioni politiche, quali lo sfasciarsi della società feudale e la conseguente nascita del popolo minuto, favorì lo sviluppo del moto iniziato dal Poverello d'Assisi, il quale condusse la gente a una più diretta partecipazione alla vita della Chiesa. Francesco con l'amore ai fratelli e alla natura avvolse il mondo in una ondata di pace e di bene.
Rese popolare la pietà con la contemplazione dell'umanità di Cristo, sorgente di conforto e di speranza immortale.
1223 - Eccolo riprodurre a Greccio la scena del Natale, dando l'avvio alle « Sacre Rappresentazioni » in lingua volgare, le quali si diffusero come un baleno e acquistarono immensa risonanza dappertutto, destando sentimenti di pietà e di devozione incancellabili. Ho avuto modo di dimostrarlo nella conferenza da me tenuta alla seconda Settimana di studi giuseppini di Valladolid.
« I misteri della divinità di N. S. G. C. - predicava S. Bonaventura - s'intendono meglio e si gustano, passando per i misteri della sua umanità ». E tutto ciò che v'è di umano nel Divin Redentore è stato affidato a S. Giuseppe. E' naturale quindi che si possa leggere d'un frate francescano di quel tempo, che il Signore gli rivelò la missione avuta dal santo nella scena del Natale.
I Francescani si erano dati a costruire chiese ampie e luminose, istoriando le pareti non con scintillanti mosaici, ma col popolare affresco che parla subito alla mente di chi l'osserva. Nelle scene cristologiche o della vita della Vergine non manca mai S. Giuseppe. O ritto o in contemplazione, non più relegato in un angolo, all'uso dei bizantini!
Il popolo ha più bisogno di vedere che di ragionare!
Così ha compreso Giotto e chi venne dopo di lui. Così hanno compreso i Frati minori, come acutamente ha notato una trentina d'anni fa p. E. Longpré O. F. M. studiando la teologia mistica di S. Bonaventura.
a) Ubertino da Casale
La divozione verso S. Giuseppe era dunque diventata tradizione nei conventi dell'Ordine. Troviamo scritta tale tradizione nella celebre opera di Ubertino da Casale: Arbor vitae crucifixae Jesu.
Personaggio molto discusso, egli fu capo dello spiritualismo gioachimita francescano d'Italia. Le sue opere mistiche, non stravaganti, come vogliono alcuni, rientrano però nelle opere classiche d'allora.
I primi anni della sua vita religiosa furono i migliori. Li passò a Greccio in compagnia del B. Giovanni da Parma. Non potè quindi non entusiasmarsi ricordando quella giovinezza francescana, quando proprio là meditò la scena di Betlemme, con tanto ardore mistico da credersi trasformato nel Bambino Gesù.
Passò poi al convento della Verna, dove San Bonaventura aveva scritto l'Itinerarium mentis in Deum; e ivi potè dar sfogo allo zelo che lo consumava. Non è dimostrato, infatti, che quella solitudine gli sia stata imposta. Di quella sua opera che lo rese celebre, esamino unicamente la testimonianza giuseppina, compendiata nella preghiera così suggestiva e così fiduciosa del Patrocinio di S. Giuseppe. L'ha riprodotta nel suo sermone di S. Giuseppe S. Bernardino; e ora va sotto il suo nome, e l'hanno recitata chissà quanti devoti dopo di lui!
« Ricordatevi dunque di noi o beato S. Giuseppe, e per mezzo del suffragio della vostra intercessione, procurateci senza mai cessare questo pane del cielo. Rendeteci propizia pure la beata Vergine, vostra Sposa, e otteneteci, nonostante la nostra indegnità, ch'Essa ci adotti come figli carissimi ».
Quali che possano essere le conseguenze della recente scoperta del p. Longpré, posso affermare con tranquillità che Ubertino non si è ispirato per tale argomento al Commentario di Pietro Olivi.
L'Arbor vitae crucifixae è del 1305; l'Olivi è morto nel 1298. E' anche vero che Ubertino conosceva gli scritti suoi, avendoli letti e meditati quasi tutti, come dichiarò davanti a Clemente V. Che ne aveva assimilate le idee, specialmente quando, insieme con lui, insegnava nel convento di Firenze; al punto che « divenni per la mente un altro uomo » confesserà poi. Ma ciò puramente in quanto alle idee di Riforma, che lo hanno portato a diventare l'esponente degli « spiritualisti » ed ebbe noie non poche.
Ma per quanto riguarda la divozione di San Giuseppe, Ubertino non è un ripetitore dell'Olivi, perchè non sempre lo segue. E quando lo fa non ripete « litteraliter », come altri possono fare, che molto di rado. Ciò risulta dal confronto dei testi di uno e dell'altro, che S. Bernardino ha raccolti nel compilare il suo Sermone « de Sancto Joseph ».
Se nel redigere il suo libro Ubertino avesse avuto sott'occhio gli scritti del suo amico e confratello, specialmente le Tredici brevi questioni sullo Sposo di Maria a commento dei vers. 18-25 del capo I° di S. Matteo, avrebbe fatto tesoro di alcuni pensieri veramente belli di lui. Ad esempio quello dell'effetto che produce la comunanza di vita coi grandi santi: « iste vir in tanto tempore, quanto fuit cum Christo et matre eius, et hoc sicut pater et nutritius Christi, et sicut legitimus Virginis sponsus ».
« S. Giuseppe... quest'uomo che per tutto il tempo che convisse con Cristo e con sua madre, si diportò quale padre nutrizio di Cristo e quale sposo legittimo della Vergine » quali tesori di santità avrà accumulati?
Si sarebbe pure ispirato alla idea nuova della riconoscenza che la Chiesa deve a San Giuseppe, come farà poi p. Bartolomeo Albrizzi,
detto da Pisa (1 1401), - cf. la nota 96 - e più tardi ancora S. Bernardino da Siena.
« ... Si compares eum ad totam Ecclesiam Christi, nonne iste est homo electus et specialis per quem et sub quo Christus est ordinate et honeste introductus in mundo? Si ergo Virgini Matri tota Ecclesia sancta debitrix est, quia per eam Christum suscipere dignata est; sic profecto post eam huic debet gratiam et reverentiam singularem ».
« Se metti S. Giuseppe in rapporto con la Chiesa di Cristo - vuol dire Pier di Giovanni Olivi - non è egli l'uomo scelto specialmente perchè Gesù potesse entrare ordinatamente e onestamente nel mondo?
« Se quindi la santa Chiesa intera è debitrice alla Vergine Madre, perchè fu degna di ricevere Cristo per mezzo suo; così certamente dopo di Lei, deve gratitudine e riconoscenza a lui (Giuseppe) singolarissima ».
Però Pier Olivi non arriva a formulare la incantevole preghiera suddetta verso il Patrono della Chiesa colla quale Ubertino chiude il cap. V I del 1. 2° del suo Arbor Vitae.
« Ritengo possibile, anzi probabilissimo - scrive p. Dionisio Pacetti, da me interpellato - che tanto l'Olivi, il quale al suo ritorno da Roma ha visitato i luoghi francescani dell'Umbria, e certamente ha predicato, (lui « facundus et eloquens inter omnes sui temporis homines » (95) come lo descrive il Clareno) ; quanto Ubertino, anche lui ardente predicatore, siano stati dalla pietà dei francescani e dal popolo incoraggiati a predicare le lodi di S. Giuseppe, e a diffonderne maggiormente la divozione ».
b) Bernardino da Siena.
Un altro passo avanti in questa direzione ha fatto fr. Bartolomeo da Pisa, pure francescano, che ho testè nominato. Egli non dubita di estendere il patrocinio di S. Giuseppe a tutta la madre Chiesa, scrivendo: « La nostra Madre Chiesa è debitrice alla beata Maria in tutto e per tutto avendo da essa ricevuto Gesù; ma immediatamente dopo lo è a Giuseppe ». Eco non affievolita dai secoli l'affermazione di Fortunaziano !
Da qui S. Bernardino prenderà le mosse per completare la preghiera al Santo Patrono, e renderla degna dell'indulgenza.
Che S. Bernardino (+ 1444) si ricolleghi a Ubertino da Casale, dopo gli sviluppi della questione svoltisi in Francia come in Italia, è ormai pacifica. Ma non dobbiamo minimizzare l'opera sua in favore della divozione per il nostro Santo. Dobbiamo essergli ugualmente riconoscenti perchè seppe valorizzare con la sua autorità e il suo prestigio, non solo, ma con
la diffusione straordinaria delle sue opere, la cara divozione.
Ad essa si teneva legato con il filo d'oro della più antica liturgia giuseppina italiana. Lo dimostra il fatto che ha segnato la fine del suo Sermone con la data della Vigilia di Natale
« in vigilia nativitatis Domini » come si legge di suo pugno nel codice autografo.
c) I monti di pietà.
E' noto che nessun periodo della storia italiana fu più tragico dell'aureo periodo del Rinascimento. « Per lunghi anni il primo paese civile d'Europa - osserva il Pastor - diventò teatro di guerre sanguinose, specie nella seconda metà del sec. XV, di pestilenze, di terremoti ecc. ».
A patrono contro le peste venne invocato S. Giuseppe, insieme con S. Rocco; i due Santi messi in luce nel recente Concilio di Costanza (1414).
Ma peggiore della peste nera era l'usura, specialmente a Venezia e a Firenze, centri del traffico monetario mondiale. E, data la sfacciata baldanza degli ebrei che esercitavano l'usura, l'ira del popolo sfociava spesso in furibonde rivolte seguite da feroci repressioni.
Anche contro questo grave danno i Francescani trovarono il protettore nell'ebreo « Justus », il cui patrocinio è alla base di quasi tutti i nostri Monti di Pietà, che una volta venivano detti Monti di S. Giuseppe.
E' superfluo nominare a proposito il B. Bernardino da Feltre (+ 1494) e il B. Bernardino da Busti (+ 1500).
Per conservare poi la fede nel popolo essi fondarono pure varie pie confraternite, così « sappiamo che i due grandi Bernardini dell'Ordine Francescano si adoperarono con buon successo per diffondere il culto di S. Giuseppe ».
Ma l'iniziativa più simpatica fu quella di dare a alcune di esse l'indirizzo sociale di « Corporazioni Artigiane », prevenendo così di molto i nostri tempi, specialmente tra i falegnami, i carpentieri e affini. Da ricordare di sfuggita quella di Firenze (1405), di _ Padova (1411), di Verona (1430). Erano pie unioni, dette Scuole, che perseguivano sotto il nome dell'artigiano di Nazaret lo scopo associativo e anche assistenziale; con immenso vantaggio dei poveri operai.
10 - ORDINI RELIGIOSI
a) I Francescani.
Iniziatori di questo benessere per il popolo sono senza dubbio i Francescani.. Chi avrebbe potuto sperare che l'indizione dell'anno « Giuseppino » fatta nel Canada, avrebbe avuto un collaudo così grandioso dal Santo Padre, con la istituzione della festa di S. Giuseppe operaio? In tal modo egli ha eternato nei secoli, e esteso a tutte le genti, i benefici che S. Giuseppe ha da molto tempo prodigato alle Associazioni Artigiane d'Italia.
Il martirologio in uso presso i Francescani del '400, parla di una festa speciale, doppia di prima classe, di S. Giuseppe « peculiaris universi seraphici Ordinis tutelaris ac patroni », Protettore di tutto l'Ordine serafico in modo particolare. Lo avevano proclamato, come si sa, fin dal 1399 nel Capitolo di Assisi.
b) I Servi di Maria
Cronologicamente, però, prima dei Francescani un altro ordine italiano s'era votato al patrocinio di S. Giuseppe, i Servi di Maria.
Per un nesso logico di idee non si poteva, nella pietà, disgiungere Maria SS. dal suo sposo, ch'ebbe con Lei comuni le gioie come i dolori. Lo si rileva dalle Constitutiones novae del loro ordine, che riflettono la dottrina sulla potenza del suo patrocinio.
Un comma del Capitolo Generale tenuto a Orvieto nell'anno 1324 così s'esprime: « Riguardo alle funzioni ecclestiastiche con voto pieno di tutto il capitolo, si decreta che vengano fatti onori, e si chieda il Patrocinio del Beatissimo Giuseppe, Sposo della nostra Signora -Vergine Gloriosa ».
c) I Carmelitani.
Cosa dire dei Carmelitani?
Studi recentissimi dimostrano che le prime loro manifestazioni di culto verso il nostro Santo, possono datarsi agli albori del sec. XV, come per gli altri ordini religiosi.
Ma prima di tutti essi ebbero una prova brillante del loro patrocinio. Ne parlano a lungo le storie. Nel 1421 avevano fondato un convento alla periferia di Novara, e lo avevano intitolato a S. Giuseppe.
Nella notte che precedeva il 19 Marzo del 1449, le truppe del Duca di Ludovico di Savoia, che la stringevano d'assedio, tentarono di sorpresa l'assalto finale. Senonchè nel buio della sera inoltrata, comparve alla vista di tutti sulla Chiesa dei Carmelitani S. Giuseppe, il quale in una luce smagliante minacciava con la mano il nemico. Animati da questo segno del cielo, gli assedianti corsero alle armi e respinsero il nemico.
E' commovente quanto si legge scolpito nella Cappella eretta al Santo in quella occasione nel Duomo: « ... se tu cerchi prove, hai qui il monumento che ti dice quanto ci ha amato S. Giuseppe».
Egli continuò le prove del suo amore, preservando la città dalla peste nel 1501.
Durante l'ultima guerra Novara rinnovò la sua consacrazione a S. Giuseppe, e fu preservata da qualunque bombardamento aereo.
Le cronache carmelitane danno molta importanza alla vittoria di Novara di cui ho parlato, per dimostrare l'antichità della loro devozione a S. Giuseppe. Effettivamente è dei Carmelitani il più antico Ufficio che possediamo del Santo, databile secondo p. Filas s. j. dal 1434. E' quello stesso, forse, che ha rifatto G. M. Paoluzzi, detto Prandini di Novellara, e che ha completato il I° febbraio del 1495 , Andrea Torresani da Asolo, la cittadina che istoriò la parete del suo duomo con le glorie di S. Giuseppe
L'inno del Vespro termina così « Qui nos salvet praepotenti Sancti Joseph merito. Amen ».
Al ricordo della grande vittoria dovuta appunto a questo stragrande merito s'ispira il
B. Battista Spagnoli, della rinnovata Congregazione di Mantova, quando chiama S. Giuseppe « salute nostra e dell'Italia tutta ».
Quasi due secoli dopo i Carmelitani Scalzi nel Capitolo Generale di Roma (1680) eleggono S. Giuseppe a Patrono principale dell'Ordine e ottengono Ufficio e Messa propria del Patirocinio.
d) I Benedettini di Vallombrosa
Un altro centro di devozione giuseppina ricordato dal Trombelli, fu il Monastero di Vallombrosa. In un breviario del '400 s'invoca: « S. Giuseppe amabile, ottimo padre, distruggi i vizi della moltitudine indebolita; concedi che noi trascorriamo una vita santa, e riportiamo nel combattimento la vittoria ».
e) Gli Agostiniani
Gli Agostiniani che fin dal 1413, a Milano, onoravano secondo la testimonianza di Gersone il nostro Santo, ne avevano segnata la festa in un loro breviario, dal 1444. Solamente però nel 1632, riunitisi a Roma per un Definitorio Generale, lo proclamarono Patrono dell'Ordine.
11 - Le diocesi e i fedeli
Non si deve però credere che la divozione a S. Giuseppe fosse esclusivamente monastica. Bisogna ricordare, come abbiamo già visto, i breviari in uso ad Aquila, a Parenzo in Istria e a Firenze.
Nell'Archivio Capitolare di Padova esistono schemi di due omelie su S. Giuseppe. Erano serviti al vescovo veneto Fantina Dandolo per una cerimonia in onore del Santo; uno del 1436, l'altro del 1438 in die suo XIX martii.
Pii secolari di Bologna - ci assicura il Trombelli - usavano un antico Ufficio sino dagli inizi del sec. XV, il Cui oremus faceva loro dire: « Per la intercessione di S. Giuseppe, confessore,... liberaci, o Signore, da qualunque avversità ».
Un avvocato di Treviso, Daniele da Prata, erige nel Duomo della sua città un altare a San Giuseppe (1480), in memoria di un innocente fanciullo ucciso dagli ebrei, in odio alla religione cristiana. Lo dotò d'un legato che ancora esiste.
Genova 1481. Ettore Vernazza, notaio della Repubblica, colloca sotto il patrocinio di S. Giuseppe povere orfanelle che chiama « Figlie di S. Giuseppe ».
E il Breviario Romano, quando era ancora manoscritto, s'esprimeva così in un inno « Fac nos per tua merita - satiari in patria ». il Paradiso!.
12) Il cinquecento
« A. D. MDXIV, al mese di marzo nel paese di Fontanellato, località S. Giuseppe, fu cominciata questa « Somma » da me fr. Isidoro da Milano ». Così incomincia la celebre Summa de donis S. Joseph il domenicano p. Isidoro degli Isolani, più profeta che celebre teologo giuseppino.
Subito dopo dedica questo libro al Papa Adriano VI, ricordandogli che S. Giuseppe ha l'ufficio di proteggere il popolo italiano. Guerre religiose e civili dilaniavano ancora il bel paese: « Sanctissimis Joseph precibus, haud profecto leviter, pacem ego ipse reddendam Italiae crediderim », ma io sono persuaso - afferma il buon Padre - che per le santissime preghiere di S. Giuseppe verrà resa la pace all'Italia. - E continua: « Onoriamo i Patroni delle città nelle loro ricorrenze, come non onoreremo il protettore della Regina nostra Maria Vergine?... Il Mediatore incessante che suscitò il Signore quale specialissimo patrono della Chiesa militante? »
I diversi aspetti della divozione giuseppina si andavano svolgendo tra gli autori di libri
o i predicatori, come veri colori dell'iride, per fondersi in un'unica luce, quella del Patrocinio. La cui convinzione si attuava, attraverso uno sviluppo storico, con graduale e progressiva chiarezza. Molti gli scrittori, più encomiastici che dommatici.
Ma nessuno riuscì forse più efficace nell'ispirare fiducia verso il Santo come fr. Giovanni da Fano (1539), dotto e zelante Provinciale degli Osservanti, morto però tra i Cappuccini. In una storia manoscritta di S. Giuseppe e della sua intercessione, che per primo infiora le considerazioni pie con opportuni esempi, racconta con unzione e amabile semplicità il miracolo dei due Francescani salvati da S. Giuseppe da un naufragio nel mare del Nord. Essi promisero al loro salvatore di fargli ossequio di meditare i sette dolori e le sette allegrezze, come ancora s'usa dai divoti del nostro Santo.
Tutti gli autori ascetici ne parlarono, e la divozione finì per radicarsi, si rassodò e infine la Chiesa l'approvò indulgenziandola.
Le parole da noi usate furono dettate dal Ven. Gennaro Sarnelli, ed è la preghiera ufficiale del cosidetto « Culto perpetuo ». Viene recitata in molte occasioni, specialmente durante il Mese di Marzo.
In epoca imprecisata si cominciò, per opera specialmente dei Gesuiti e delle Figlie di S. Teresa, a invocare il patrocinio di S. Giuseppe per ottenere di fare una buona morte.
13 - Protettore degli Stati
Il voler dare solamente un cenno sull'argomento mi porterebbe molto lontano. Brucerò dunque le tappe.
L'uso d'invocare la protezione di S. Giuseppe era diventato comune in Italia, ma anche in Europa. Anche il Canada nel 1605 si votò interamente a S. Giuseppe.
In Italia si era già consacrata Napoli nel 1602, Frascati nel 1605 e Palermo nel 1612.
Un cappuccino italiano, p. Marco d'Aviano, entra nella città di Budapest con gli Imperiali vincitori dei Turchi, impugnando il labaro di S. Giuseppe, nel 1686. Leopoldo Imperatore mette allora sotto il suo patrocinio tutti i suoi stati, comprese Trieste Gorizia e il Tirolo che da lui dipendevano. E quindi Bolzano nell'Alto Adige, che già lo annoverava protettore, e Trento che, da allora, raduna la gente di tutte le sue valli per la fiera di S. Giuseppe il 19 marzo.
E la Repubblica di Venezia, sempre così sensibile per la divozione del suo popolo? Lo onorava in una bella chiesa eretta nel 1512, e lo aveva eletto tra i suoi patroni principali. Nel
1730 aveva anzi, per opera del suo ambasciatore a Roma, B. Morosini, ottenuto di celebrare la festa del suo patrocinio la terza domenica dopo Pasqua.
14 - Ancora della Sicilia
Ho cominciato con la Calabria e la Sicilia, abitate da monaci italo-greci, e finirò parlando delle usanze di quei popoli straordinariamente devoti di S. Giuseppe. Benchè « uniscano all'affettuosa divozione un entusiasmo che sembra irriflessivo ».
Celebrare una festa di ringraziamento, si dice in alcune contrade « fare un S. Giuseppe ».
E davvero le feste in suo onore hanno spesso un non so che di spettacolare, « di cui non si può avere idea se non si sono mai viste ».
Le esagerazioni però non vengono, come fu detto, incoraggiate dal clero. Si legge infatti di un frate che nel 1775, predicando nella chiesa palermitana di S. Nicolò La Kalsa, inserì la storiella che fa pensare al Débat du Paradis che tanta fortuna ebbe nel Medioevo. Di quel furfante che unicamente per la protezione di S. Giuseppe arriva in cielo.
Gli capitarono addosso gli anatemi dell'Inquisizione e i rigori del carcere!
Ma c'è qualcosa di ancora più curioso. Ragusa, Modica, ecc., hanno tra loro, vivo, un S. Giuseppe! In quelle città è scelto un vecchio povero, di buoni costumi, che ha diritto di ospitalità in qualunque casa in cui si presenti. Ha unicamente l'obbligo di assistere ogni giorno alla santa Messa, e pregare per la prosperità di tutto il paese. Una volta girava in tunica e manto, col cappello a tricorno, e una verga fiorita in mano. Con essa dava la benedizione a coloro che gliela chiedevano. Ora è il padrino ufficiale d'ogni battesimo.
« Il mestiere di essere un S. Giuseppe - osserva uno scrittore laico - a quel tempo era
assai lucroso e in alcuni paesi lo è sin al presente ».
Peccato che tante care tradizioni vadano dileguandosi lentamente, per lo spegnersi d'ingenue luci nel cuore del nostro popolo!
14 - Una Basilica a S. Giuseppe
Giunti alla fine del nostro studio, ci troviamo nell'epoca in cui si nota un vasto movimento di voti e « Postulati » onde ottenere un accrescimento di culto a S. Giuseppe. Siamo alla metà circa del sec. scorso, e il movimento veniva alimentato dalla propaganda che si faceva in mezzo al popolo.
La nuova pratica divota del « Culto perpetuo di S. Giuseppe » era diffusa in ogni dove. Basta pensare che il libretto tessera che ne regolava l'uso, aveva raggiunto nel 1863 la bellezza di 300.000 copie. Un autentico successo librario, se si considera che la nostra gente allora leggeva molto poco! Le tristissime condizioni della Chiesa, poi, il desiderio espresso di autorità ecclesiastiche e di innumerevoli fedeli, indicavano al Papa di quale patrono aveva bisogno la Chiesa.
Fu allora che, senza attendere la discussione - che d'altra parte non era stata possibile - dei « Postulati » presentati al Concilio . Vaticano, l'Angelico Pio IX, nella solennità a lui carissima dell'Immacolata del 1870, di « motu proprio » proclamava solennemente S. Giuseppe Patrono della Chiesa universale!
Era anche desiderio del Papa di creare a Roma una Basilica al nuovo Patrono. Ne aveva stabilite le modalità, prima ancora della proclamazione. Ce lo racconta in un libro di memorie l'Architetto Pontificio che ne aveva ricevuto l'incarico. Egli aveva già pronto il progetto, il 10 settembre 1870, una settimana appena prima della presa di Porta Pia. L'Architetto era Andrea Busiri Vici.
La basilica doveva essere quella di S. Maria degli Angeli alle Terme, opportunamente trasformata. Davanti si sarebbe aperta la grande piazza S. Giuseppe, all'inizio della attuale Via Nazionale, stabilita allora secondo il piano regolatore già fissato per l'occasione.
Nella grandiosa piazza coronata da portici ricavati dall'antica Esedra, come attualmente, doveva sorgere un grande monumento al Santo Patriarca affiancato da due fontane. Oggi, invece, tra gli zampilli dell'acqua dovuta alla munificenza dei Papi, nuota uno stuolo di Napoli.
Il nuovo prospetto della Basilica era ricavato nelle forme termali classiche. Sulla navata destra si era ideata una ricca cappella, quasi piccolo tempio, dedicata al Santo.
E' questa l'unica parte realizzata del « grandioso progetto ». E neppure soddisfa il divoto ; buia com'è, e serrata da robuste cancellate. Mentre il suontuoso disegno contemplava, tra l'altro, « la sua grande abside decorata nel centro, come quella del Bramante dei Giardini Vaticani ».
Il Santo nel monumento sarebbe stato rappresentato molto giovane, con le mani giunte, gli occhi rivolti al cielo, mentre solleva elegantemente sotto il braccio un lembo del lungo mantello.
Ma il bel sogno venne disperso dalle fucilate di Porta Pia.
L'« Osservatore Romano » (20 Marzo 1876) commentava malinconicamente: « Purtroppo le tristissime condizioni dei tempi ritarderanno necessariamente l'esecuzione di codesto magnanimo progetto ».
Egli ribatteva a uno scritto recente dell'ufficioso giornale « L'Osservatore della Capitale » che sosteneva sfacciatamente... « abbiamo bisogno di sviluppare in vaste proporzioni l'Agricoltura e il Commercio, e non possiamo permettere che il terreno venga occupato dalle chiese... ! »
* * *
I canadesi hanno potuto realizzare ciò che per noi Italiani fu puramente un sogno. La libertà di cui il loro paese è simbolo, e la grande divozione a S. Giuseppe ha dato loro modo di creargli una basilica, espressione simbolica dell'universalità della Chiesa.