SAN GIUSEPPE

P. E. CHARBONNEAU, C. S. C.

Imprimatur: Mons. Michele Samarelli Vic. Gen. Bari 4-2-‘58

 

Diletto figlio,

sono felice dell'idea ch'Ella ha avuto di pub­blicare questa meditazione su S. Giuseppe. La sua preparazione scientifica, gli studi recenti, l'ambiente teologico e culturale in cui Ella vive nel Santuario di Mont-Royal, sono ottime ga­ranzie del valore intrinseco del presente lavo­ro.

I lettori vi troveranno un S. Giuseppe emi­nentemente simpatico e vedranno quale ric­chezza spirituale può suscitare una sana e vi­rile devozione verso Colui che, Sposo di Maria e Padre di Gesù, è nello stesso tempo Patrono della Chiesa universale.

Le sue pagine, per il lettore attento, sono an­che uno stimolo vigoroso a ripensare concreta­mente il problema della vita cristiana.

Possa l'opera sua avere una larga diffusio­ne, per la maggior gloria di S. Giuseppe e -

dopo tutto - di Dio, e per il bene dei nostri di­letti fedeli.

La mia benedizione l'accompagna.

+ Paolo Emilio Cardinal Léger

Arcivescovo di Montréal

 

PREFAZIONE

« Accogliete la mia lode, Voi tante volte schernito, il cui nome è spesso motivo di riser­bo per un cristiano e risuona come bestemmia sulle labbra dell'empio. La vostra umiltà mi commuove intimamente, come fa il vento con l'acqua profonda... Non mostratevi in quest'o­pera come nelle comuni immagini di gesso e di cartapesta: desidero vedervi realmente vivo, in tutta verità, nel mio cuore, sotto la mia pen­na... Concedetemi un'incontro d'anima con Voi, ch'io vi veda senza veli, io, l'ultimo degli eletti. Non c'è niente di comune tra me e Voi; per questo vi amo... ». Questo libretto ha un so­lo desiderio: quello di avvicinare un po' più il lettore alla grande e bella figura di S. Giusep­pe: non è, nè vuol essere un trattato teologico o un « documento spirituale » profondo, bensì l'espressione d'una devozione nuda e veemente a S. Giuseppe.

Devozione nuda! cioè virile, sgombra di tut­te le sciocchezze di cui si è talvolta sovraccari­cata, deturpandola, la forte fisionomia di S. Giuseppe. Vi è una contraffazione della vera de­vozione, vorrei quasi dire una devozione « apo­crifa » che carezzando il sentimentalismo e la eccessiva sensibilità, snerva l'anima invece di vivificarla; ho cercato, pertanto, d'imitare la scarna semplicità evangelica, fondando le con­siderazioni che seguono sui dati della Rivela­zione e attingendo alle ricchezze del pensiero teologico. Devozione veemente, inoltre; cioè de­vozione che vuole trasfondersi. Ero anch'io un tempo, come molti, pieno d'indifferenza verso S. Giuseppe, ma l'ho poi scoperto accanto a Ma­ria e ho ricevuto da lui tanta luce che ora sen­to il bisogno di comunicarla, d'irradiarla su tutti. E ho trovato tanta ricchezza interiore in questa contemplazione, nella sua intimità ho sentito tanto viva l'esigenza di una vita più san­ta, nel suo amore ho attinto tanta fiduciosa spe­ranza che credo veramente di non poter tacere.

Con Francis Jammes dirò a questo gran san­to: « Son tormentato dal bisogno di lodarvi tormento che è insieme impotenza ». Ma, su­perando l'impotenza, ascolto solo il mio tormento e affido al lettore questo libretto. Possa egli trovarvi, meditandolo profondamente, non una fonte di consolazione soltanto, ma una sorgente di vita che lo richiami a più alte esigenze...

Che S. Giuseppe, conosciuto così male e per­ciò disprezzato per tanto tempo, sia amato di più e divenga per ciascuno di noi guida che ci conduca a Maria e per essa a Gesù cui, come a ultimo termine, fanno capo tutta la nostra fede, la nostra speranza, la nostra carità.

Paul-Eugène Charbonneau, C.S.C.

 

I

LA VITA DI SAN GIUSEPPE

L'ORA DI S. GIUSEPPE

Dio dispone tutto con saggezza: uno sguar­do all'ordine dell'universo, in cui il ritmico av­vicendarsi degli eventi è in ogni cosa fonte di vita e di bellezza, basta a convincercene. La not­te succede al giorno, il tempo del riposo a quel­lo dell'azione, la luce alle tenebre, il freddo al caldo: le stagioni si susseguono, si rinnovano e ognuna, portando alla terra la sua ricchezza, la prepara a una inesauribile fecondità. Così di tutto.

Così nella storia: gli avvenimenti si succe­dono anch'essi, talvolta apparentemente opposti alla gloria di Dio. In realtà uno sguardo al pas­sato permette di scoprire nella lunga storia dell'umanità un avvicendarsi provvidenziale che, pur non soggiacendo, come gli eventi della natura, a una legge fissa, porta non meno evi­dentemente l'impronta dell'ordine divino.

Nè la storia religiosa sfugge - è appena ov­vio dirlo - a questa euritmia divina: muovendosi intorno a quattro cardini che ne costitui­scono le tappe principali - Creazione, Peccato originale, Redenzione, Parusia - essa si svilup­pa gradualmente portando agli uomini di buo­na volontà la grazia e la luce necessarie a una maggior comprensione del piano divino, e un richiamo a vivere una vita migliore.

Questa storia religiosa dell'umanità è domi­nata da una figura gigantesca, quella del Cri­sto. E' Lui il centro, la forza sovrana inegua­gliata, irresistibile, che soppianta a poco a po­co le potenze del male liberando così il cuore degli uomini.

In Lui si trova, come direbbe Claudel: tt Il punto indelebile e l'indissolubile nodo,

la comune ricchezza, l'interiore, infrangibile baluardo, Il centro di gravità della terra, il cuore dell'umanità che tutto in sè riassume.

E potremmo aggiungere la parola di S. Pao­lo che fa di Cristo la pietra angolare dell'edifi­cio della Chiesa.

Tra la fase iniziale, la Creazione, e quella estrema, la Parusia, l'evento più saliente nella storia dell'umanità è dunque la venuta del Ver­bo nella nostra carne per la comune salvezza Mistero dell'Incarnazione, che per essere avvenimento di prima grandezza richiama l'univer­sale attenzione.

Nella luce di questo mistero tre personaggi sono uniti da Dio, a titoli diversi, per collabo­rare a questo avvenimento di grazia.

In primo piano: Gesù, il Salvatore. Perso­naggio complesso che unisce in Sè, elevandola all'altezza della Seconda Persona della SS.ma Trinità, la nostra natura. Dal suo primo appa­rire sulla terra, s'innalzò talmente al di sopra di noi, da attirare gli sguardi di tutti; e d'allo­ra il popolo cristiano ha guardato al Cristo sen­za esaurirne. l'inaudita personalità. I fedeli dei primi secoli del Cristianesimo hanno dedicato tutte le loro energie a fissare, da un lato, i linea­menti più intimi e segreti di questa eccezionale figura e dall'altro, a sviluppare, consolidare e di­fendere la loro fede in Lui.

Conosciuto meglio il Cristo, il secondo perso­naggio si offrì da sè alla contemplazione del po­polo cristiano. I secoli seguenti sono intenti a considerare la dolce e mirabile figura di Colei che è Madre del Cristo-Gesù e che ci ha dato, attraverso la propria carne e il proprio cuore, il nostro Redentore, il Figlio stesso di Dio. E' l'epoca in cui non solo fiorisce la devozione ma­riana, ma si elabora una grande corrente teo­logica che viene svelando gli splendori della Madre di Dio. Questo movimento si è accentuato nell'ultimo secolo e abbiamo assistito allo sbocciare d'uno splendido culto mariale. I gran­di titoli di Maria sono stati definiti formalmen­te dagli interventi illuminati del magistero in­fallibile della Chiesa, e la preghiera, il fervore, l'amore del popolo cristiano hanno trovato la loro via più certa in Maria.

Ora che il culto della Madonna ha raggiun­to il pieno splendore, in seno all'umanità si de­termina una nuova corrente spirituale, stretta­mente unita alla precedente: accanto a Maria, al posto che gli spetta di diritto, si evoca l'alta figura di S. Giuseppe.

Terzo dei personaggi uniti nel Mistero del­l'Incarnazione, era conveniente che egli si rive­lasse a noi solo dopo Gesù e Maria. Ma ormai è giunta quest'ora: l'ora in cui San Giuseppe s'impone sempre più agli occhi dei fedeli, ai no­stri occhi.

Dopo Lourdes, dopo Fatima, ove Egli è vici­no a Maria, dopo queste affermazioni provvi­denzialmente sancite da Dio, anche S. Giusep­pe viene ad essere glorificato, suscitando tra i teologi di ogni paese un interesse che ricorda le prime ore del risveglio mariale. Nel Canadà, Dio ha eletto per lui un apostolo cui ha dato po­teri taumaturgici straordinari onde possa così testimoniare la gloria di S. Giuseppe. Nel cuore dei fedeli germoglia ora un vero amore per il

Santo. Nè poteva essere diversamente. L'amo­re di Cristo conduce a Maria: si può amare il Signore senza avvolgere sua Madre nello stesso amore? E l'amore a Maria esige come naturale conseguenza l'amore a S. Giuseppe: possono le due devozioni separarsi quando si sa che la Vergine e il suo Sposo erano così profondamen­te uniti per espresso volere di Dio? Ora S. Giu­seppe esce dall'ombra per entrare nella luce. Così vuole il piano della Provvidenza: prima Cristo, poi Maria, infine Giuseppe; Giuseppe che è testimonianza eloquente - per quanto ciò possa sembrare paradossale - testimonian­za eloquente di silenzio, di umiltà, di nascondi­mento discreto, di dedizione totale, in una fede assoluta, in una speranza invincibile, nella più ardente carità.

In un mondo spaventosamente scosso da orgogli che cozzano minacciando di trascinare con la loro violenza l'umanità alla sua totale rovina; in ore che risuonano d'un fragore apo­calittico, lasciando spirare su noi il vento vio­lento della discordia e dell'odio; a generazioni che lottano con duro accanimento per ottene­re beni effimeri che, appena posseduti, dilegua­no come nebbia al sole, Dio presenta la figura di S. Giuseppe come un modello da imitare, un intercessore da implorare, una potenza su cui contare: tutto ciò ha un senso provvidenziale profondo.

Giuseppe è l'immagine della bontà; di que­sta impronta Egli segnerà il cuore di coloro che si affidano a Lui e, senza dubbio, ci salve­rà, se sapremo riconoscerlo. L'ora di S. Giusep­pe è venuta: Egli chiede solo di condurci a Maria e a Cristo.

 

SAN GIUSEPPE LUCE DEI PATRIARCHI

« Dio scrive diritto, con linee curve ». In questo modo un autore contemporaneo pre­sentava uno dei capitoli del suo eccellente ro­manzo intitolato « Les larmes de Dieu ». « Dio scrive diritto, con linee curve ». La divina Prov­videnza, cioè, - per un effetto della sua onni­potenza - dispone in tal modo gli eventi che tutto, in una parola, concorre all'attuazione dei divini voleri.

Ora, dopo il peccato, Dio nella sua miseri­cordia, dispose di dare agli uomini un Reden­tore che li restituisse allo stato di grazia. Co­noscendo, però, la naturale leggerezza del cuo­re umano, volle che il suo dono fosse prepara­to da una lunga attesa, perchè non si stima ve­ramente, se non ciò che si è a lungo desidera­to. Perciò tra la divina promessa e la sua attuazione si moltiplicarono i secoli, durante i quali gli uomini furono come attenagliati da una ar­dente speranza. Gli avvenimenti cadevano, l'u­no dopo l'altro, come tante pietre che segna­vano la via al Cristo. Ogni giorno l'umanità si avvicinava al Redentore, correndo dritta ver­so di lui attraverso la curva dei fatti più di­sparati.

Fu allora che Dio scelse tra gli altri alcu­ni uomini perchè più alta portassero la fiac­cola della speranza nel Salvatore, e vivificas­sero con la loro fede e la certezza della loro at­tesa la fede vacillante delle masse. Sono que­sti i Patriarchi: uomini di grande onestà e ret­titudine e, quel che più conta, fedeli servi del Signore, da lui privilegiati, perchè costituiti luce del suo popolo. E' lunga la serie di questi uomini che irradiano dal loro volto la luce stes­sa di Dio: Noè, Abramo, il padre di tutti i cre­denti, Giacobbe e suo figlio, il celebre Giusep­pe che divenne intendente del Faraone, Mosè, David e tanti altri che con essi ebbero il pri­vilegio di custodire viva e forte la fiamma del­la speranza.

In una magnifica pagina dell'Epistola agli Ebrei S. Paolo ce ne offre una possente evo­cazione; dopo averli visti sorgere gli uni ac­canto agli altri, li vediamo morire uno ad uno, quasi avvolti dalla grandezza della loro fede nel Messia venturo, « senza aver conseguito la terra che era stata promessa, ma vedendola di lontano e abbracciandola e confessando di es­sere forestieri e di passaggio sulla terra ». Parlando di loro e della loro fede cieca, il Si­gnore dirà più tardi ai suoi Apostoli: « Beati gli occhi che vedono le cose che vedete voi, poi­chè, vi dico, molti profeti e re desiderarono ve­dere quello che voi vedete, e non lo hanno ve­duto, ed ascoltare quello che voi udite e non lo hanno udito ».

Questo desiderio insoddisfatto costituisce quasi l'essenza delle anime grandi dell'Anti­co Testamento: protese verso l'avvenire, si consumavano nell'attesa, come sospese ad un futuro certo, ma ancora tanto lontano: pa­triarchi, re e profeti discendevano nella tomba, uno dopo l'altro, senza aver visto spunta­re neppure l'alba delle promesse che traman­davano alla loro posterità, immersi nell'asso­luto d'una notte interminabile.

Tuttavia Dio, immutabile nei suoi disegni, continuava a vegliare: scriveva diritto con li­nee curve, tanto vero che tutte le curve si ri­congiungono in un unico punto, S. Giuseppe. In lui, loro erede e successore diretto, i patriarchi videro, intesero e toccarono il frutto delle loro speranze; in lui si opera il passaggio dal­la notte oscura al giorno luminoso, in lui si at­tua il compimento pieno, sovrabbondante del­le promesse.

Egli ha recitato le loro stesse preghiere, in­trecciate di speranze, ha lanciato le stesse gri­da di invocazione, ha conosciuto l'ardore dei loro desideri, ha diviso la febbre delle loro sup­pliche; ma, mentre il cielo è rimasto chiuso per i patriarchi, si apre davanti a S. Giuseppe e ne discende il Salvatore che viene a riposa­re tra le sue braccia come un fanciullo tra le braccia del padre suo: fede secolare e fiducio­sa aspettazione che si risolvono in lui. Con lui si chiude la fase d'attesa e si apre quella del possesso, la speranza si trasforma in amore.

Con S. Giuseppe, ultimo nel tempo, nella serie dei patriarchi, si chiude la carovana che attraversava la notte dell'attesa; di lui si po­trebbe dire - continuando l'immagine - che è il patriarca della luce, perchè ha visto il mon­do illuminato dal sole di giustizia; ancor me­glio, che ha portato nelle sue mani la luce, per­chè il mondo ne fosse illuminato.

La sua figura ricorda quella del santo ve­gliardo Simeone che, consunto dagli anni e quasi sull'orlo della tomba, esulta nell'incon­tro col Salvatore da lui definito « Luce delle nazioni ». Ma Giuseppe non ha tenuto Gesù per un istante soltanto, come Simeone nel tem­pio; Gesù gli apparteneva come figlio al padre e per lunghi anni è rimasto sotto la sua pro­tezione. Giuseppe ha posseduto - nel modo più intimo possibile - la « Luce delle nazioni », così intimamente da esserne penetrato e, ra­dioso della sua luce, e del suo splendore, dive­nire egli stesso luce, come diviene fiamma co­lui che squarcia le tenebre portando alta una fiaccola. Per questo, senza dubbio, la Chiesa ce lo fa invocare « Luce dei Patriarchi ».

Giuseppe segna così il culmine dell'Antico Testamento e apre l'epoca della luce.

In noi ancora nell'attesa non già d'un Mes­sia venturo - perchè sappiamo che è venuto - ma della nostra salvezza personale; in noi che le angoscie più diverse torturano, dall'incertez­za materiale a quella, ancor più penosa, dello spirito; in noi che a volte viviamo notti ter­ribilmente oscure, notti di peccato, di esita­zione, di dubbio, schiacciati dalla stanchezza ed esauriti nello sforzo, in noi sorge spontanea la domanda a Giuseppe perchè apra il nostro spirito alla luce.

Come ha raccolto su di sè la fervida spe­ranza dei patriarchi che nei lunghi secoli di attesa lo hanno preceduto, speranza che in lui è divenuta luce sfolgorante, così raccolga an­cora su di sè le nostre copiose miserie, i tristi timori di un'umanità angosciata e, attraverso tutto ciò, ci conduca al Signore in cui trove­remo l'appagamento di ogni nostra speranza. Luce dei patriarchi lo sia anche per noi, perchè non avvenga che passiamo accanto al Cristo senza riconoscerlo.

 

FIDANZAMENTO DI GIUSEPPE E DI MARIA

Possiamo indicare con una sola parola - predestinazione - l'assoluto dominio di Dio su tutte le creature: cose e persone. Secondo l'etimologia essa significa « destinare in an­ticipo » o ancor meglio « preordinare ». Intelligenza suprema, Dio nel creare gli es­seri li ordina secondo un fine, comunicando loro in pari tempo tutte quelle capacità o po­tenze di cui hanno bisogno per raggiungerlo. Questa preordinazione può essere intesa in un duplice senso: in quello esteso e completo essa abbraccia l'orientamento ultimo, definiti­vo, determinato da Dio, dell'uomo verso la glo­ria eterna ; in un senso più limitato significa, l'orientamento o vocazione data da Dio per uno stato particolare o in funzione di una grazia speciale.

In questo senso è possibile pensare che, da tutta l'eternità, il Signore aveva decretato che l'Incarnazione avvenisse proprio in quelle con­dizioni di tempo in cui avvenne.

In una moltitudine di donne ne scelse una, una sola, Maria, cui chiese di essere la Madre del Cristo: per questo, onde realizzasse perfet­tamente la sua incomparabile vocazione ne or­nò l'anima dei più straordinari privilegi che so­no prerogative esclusive della Madonna. Prede­stinazione di Maria, volontà eterna di Dio su di lei, che si attuò in una ineffabile sovrabbon­danza di grazie. Ma per l'Emmanuele, pur aven­do il Signore deciso che Gesù ci fosse dato per mezzo di Maria, nella sua eterna sapienza vol­le farlo nascere e vivere nella comune condizio­ne di qualsiasi fanciullo, nell'intimità quindi di un focolare, in seno ad una famiglia: per lui la legge di natura conservava tutta la sua integrità.

Era perciò necessario che Dio scegliesse per Colei che voleva Vergine nella maternità divi­na, uno sposo che accettasse di collaborare al mistero della Incarnazione.

E come in previsione della divina materni­tà Egli dette alla Vergine grazie straordinarie e ne ornò l'anima di sorprendenti privilegi, co­sì arricchì quello tra gli uomini che trovò de­gno di esserne lo sposo.

Predestinazione di Maria che portava natu­ralmente con sè l'elezione di Giuseppe, prede­stinato anch'esso a formare la famiglia immediata del Messia: Maria, la Madre Vergine, Giu­seppe, lo sposo e padre vergine.

Ancora: come la grazia di Dio fecondò l'ani­ma di Maria per svilupparvi una santità ade­guata alla sua funzione, così - sempre nell'or­dine stabilito dalla Provvidenza - la Grazia operò nell'anima di Giuseppe disponendola e rendendola degna di Maria e di Gesù.

Poi, quando entrambi furono pronti e giun­se l'ora del compimento nel tempo dell'eterna volontà del Signore, Dio li condusse l'uno ver­so l'altro e li rivelò l'uno all'altro: E nei loro cuori, quasi ultimo dono, fiorì l'amore: un amore calmo e limpido, chiaro co­me l'acqua d'una sorgente boschiva, tranquillo come un crepuscolo di primavera, velato di dol­cezza come un'alba di maggio. Fu questa, ose­rei dire, l'ultima preparazione all'Incarnazione del Verbo: un amore umano colmo di grazia.

Giuseppe si fidanzò a Maria come si fidan­zano i giovani anche oggi. Possiamo supporre che - secondo l'uso del tempo - « la cerimo­nia ufficiale si sia svolta in casa di Giuseppe. Maria vi comparve, accompagnata da parenti ed amici, tutta semplicità, purezza e gioia. Giu­seppe le offri i suoi modesti doni di fale­gname: una veste ricamata, forse un velo, una cintura... forse qualche anello o braccialetto. Maria accolse con un sorriso queste piccole co­se in cui si traduce la tenerezza umana, sempre incapace di esprimersi, e sorrise grata a Giu­seppe che in esse le offriva il suo cuore...». Così, S. Giuseppe legato a Maria, unito a Lei dall'irrevocabile decreto di Dio entrava in pieno nel mistero della Incarnazione perchè con questo fidanzamento sotto la mozione discreta della Provvidenza si compiva sulla terra l'ul­tima disposizione prevista per la venuta del Fi­glio di Dio tra noi.

Con il fidanzamento di Giuseppe e Maria si stendeva il velo con cui Dio avrebbe avvolto il più commovente e profondo dei suoi misteri agli occhi dei contemporanei, anche dei fami­liari dei due fidanzati si iniziava una bella av­ventura umana, ma allo sguardo di Dio era l'ultimo accordo atteso per l'Incarnazione del Verbo.

Giuseppe fidanzato entrava nei sublimi di­segni di Dio su di lui, era come l'ultimo dono fatto a Maria perchè la sua maternità divina potesse attuarsi; credo non esista maniera più chiara, più semplice, più giusta di comprende­re S. Giuseppe e toccare quasi la sua grandez­za.

Nessun uomo sulla terra, nessun santo, nes­sun angelo avrebbe osato aspirare a un compi­to così alto, a una dignità che solo per poco si avvicinasse alla sua: chi mai si sarebbe stima­to degno di proteggere Maria col suo affetto? Pure è Dio stesso che ha scelto Giuseppe pre­destinandolo alla sua alta missione, e - secon­do la legge universale di provvidenza - dopo averlo predestinato lo ha preparato, modellan­done l'anima, temperandone lo spirito, purifi­candone il cuore.

Vicino a Maria, la piena di grazia fra tutte le donne, Dio ha posto il più grande per grazia tra gli uomini.

Volgendo lo sguardo a Giuseppe e cercando di penetrare con intelligenza la sua figura per scoprirvi i segni delle grazie di cui Dio l'ha ar­ricchita, non possiamo non inchinarci con un senso di profonda ammirazione e d'amore.

E per quanto strano ciò possa sembrare, fio­riscono allora spontanee la venerazione e l'amo­re per lui.

Si può non amare Maria? Ebbene, proprio perchè Giuseppe ha amato Maria più di tutti, noi, tutti dobbiamo amare Giuseppe.

Nell'unità di uno splendido anfore essi han­no vissuto insieme, uniti da Dio in previsione del Cristo. « Che l'uomo non separi ciò che Dio ha unito »: la nostra devozione congiunga, per­ciò, a Maria, la fidanzata, il suo fidanzato, Giu­seppe.

 

SOFFERENZA DI GIUSEPPE

E' di Bossuet la frase tante volte ripetuta dopo di lui: «Ovunque Gesù entri, porta la sua croce». Verità che sperimentano ogni giorno coloro che si sforzano di vivere con Cristo.

Venendo in mezzo a noi e rivelandosi quale segno di contraddizione, il Signore, prima di ogni altro, segnò con la sua croce il cuore di Giuseppe.

Dopo il suo fidanzamento con Maria, che egli avvolgeva d'indicibile amore, entrambi trascorrevano una vita calma e serena, atten­dendo il giorno in cui avrebbero vissuto insie­me nel focolare che - senza dubbio - andava­no preparandosi.

Ma ecco l'annuncio dell'Angelo a Maria: la Vergine concepisce nel suo seno il Verbo di Dio. E proprio come conseguenza del messaggio che le rivela la sorprendente fecondità di Elisabet­ta, sua cugina, Maria decide di recarsi da lei e si mette in viaggio.

Giuseppe ignora il mistero che si compie nel­la sua fidanzata e perciò, quando la rivede do­po tre o quattro, mesi rimane dolorosamente colpito - tanto dolorosamente quanto può es­serlo un uomo - nel trovarla incinta. Egli non conosce il bambino che vive in lei; non è sua la carne di cui la sua sposa è gravida. L'aveva la­sciata vergine e la ritrova incinta di quattro mesi, senza sapere che Ella è sempre vergine!

Un'atroce sofferenza morde l'anima di Giu­seppe, - un dubbio insolubile tormenta i suoi giorni e le sue notti e rende interminabili tut­te le sue ore; egli si dibatte diviso tra il suo amore e una evidenza così crudele. Crollano di schianto i sogni di felicità, tutte le gioie, quelle d'un passato ancora così vicino che il più piccolo pensiero basta a far rivivere, e quel­le di un avvenire che non si realizzerà mai.

Sì, Giuseppe ama Maria, ma tra loro ormai c'è il peso d'un bimbo ch'egli non sa donde ven­ga... Senza dubbio il suo amore è tanto grande da sormontare anche quest'ostacolo, ma c'è la legge, la terribile e inesorabile legge di Mosè che prevede per simili casi la denuncia e la la­pidazione.

Per giorni e notti senza fine si presentano al suo spirito tutte queste cose: gli sponsali, la sua verginità, la maternità di Maria, le esigen­ze della legge giudaica. Tutto si mescola, s'in­terseca, s'aggroviglia come maglie d'una rete d'acciaio che stringe il suo cuore. La sofferen­za sale, lo attenaglia, invade tutto il suo essere che si perde in essa, come nave naufraga nel mare in burrasca; si sente sballottato, respin­to; tutto crolla, tutto finisce... Tutto è dolore, angoscia, violenta e amara angoscia che lo av­volge e lo afferra come l'edera gigante che si abbarbica ad un albero.

Conserva il suo silenzio: non gli resta che questo, un silenzio non già leggero, ma schiac­ciante: diremmo quasi il silenzio dell'uomo pre­so dalla passione del gioco, dell'uomo che pensa, riflette, cerca... ma non trova.

Com'è grande il dolore nell'anima di Giusep­pe! Egli non sa quello che accade; è nella notte più oscura. Ignora che Maria è divenuta la Ma­dre del Messia, e che porta il Salvatore nel suo seno; ignora di essere stato pienamente inserito nell'opera della Redenzione e di soffrire proprio a causa di essa.

Dio ha voluto che la Redenzione degli uomi­ni si operasse nella sofferenza: Giuseppe è il pri­mo ad aprirne la via. Il venerdì santo egli non ci sarà più; sulla vetta del Calvario Maria, sola, sarà crocifissa con Gesù. Ma il suo venerdì san­to, il suo calvario, la sua passione, Giuseppe li ha vissuti all'alba della Redenzione: L'essere da lui più amato è quello che più lo ha fatto sof­frire!

Che tutti quelli che si amano cerchino di immedesimarsi per un momento nelle condizio­ni di Giuseppe!

Perchè Dio ha voluto questo? Forse per in­tonare la vita del padre a quella del Figlio che doveva essere l'« uomo dei dolori » e a quella della madre che sarebbe stata la « madre dei dolori ». Ma, qualunque sia stata l'intenzione divina, il fuoco prolungato della sofferenza av­volse l'anima di Giuseppe.

« In attesa del gesto divino che, solo, può risolvere tutto, Giuseppe « perchè era giusto » - nota S. Matteo - agirà secondo la legge del­la giustizia e della carità ».

Egli cerca una formula che senza nuocere a Maria soddisfi alle esigenze della legge ed opta per questo mezzo termine legale, un libello se­greto di ripudio. E' la conclusione cui è giunto pur contro il suo cuore: mentre il dolore con­tinua in lui la sua opera, ha l'impressione che tutto sia perduto.

Non è forse vero che, meditata così, la vita di S. Giuseppe assume un significato particola­re? Si comprende fino a che punto egli si trovi inserito nel dramma della nostra Redenzione, si vede quanto profondamente abbia partecipa­to al calice di Cristo, condiviso da Maria.

La Chiesa lo chiama « consolatore degli afflitti » : come opportuno ci appare tale appella­tivo quando guardiamo da vicino quest'uomo modellato dalla sofferenza.

Il dolore attende al varco anche ciascuno di noi: ci piomba addosso in modo inatteso, qua­si uccello rapace che d'improvviso si getti sul­la preda, per ferirci coi suoi artigli. Dobbiamo comprenderne il senso, convinti che, per quanto possa essere profondo, se custodiamo nel cuo­re una viva fiamma di carità, esso non può non giovarci.

Nelle nostre debolezze, quando siamo per essere vinti dallo scoraggiamento, ricorriamo a S. Giuseppe domandando a Lui di sostenerci nelle pene, di confortarci nelle afflizioni.

Egli - conosce il cuore umano e sa da qua­li brucianti afflizioni può essere, straziato; la sua anima ha provato il tormento dell'amore ferito nella maniera più dolorosa; egli ha vis­suto lo schianto interiore nel crollo di tutte le speranze.

A lui, come ad amico che sa, rivolgiamoci con piena fiducia.

 

L'ANNUNCIO A SAN GIUSEPPE

S. Giuseppe, dunque, si dibatteva nell'ango­scia: di fronte alla maternità di Maria, nella completa ignoranza del miracoloso intervento di Dio, Egli non poteva non essere tormentato da un dubbio lancinante. Maria, invece, era di una calma imperturbabile. Il contrasto violen­to tra la sua tormentosa inquietudine e la pace serena della giovane vergine aggiungeva un nuovo elemento al mistero della loro situa­zione.

Maria non era colpevole d'infedeltà, nè si vergognava dello stato in cui si trovava, anzi, divenuta madre, ella appariva d'una purezza e d'una gioia che si manifestavano nello. svi­luppo pieno di grazia della sua giovane fi­gura.

E Giuseppe andava ripetendosi, non sen­za lagrime "segrete, che quando si è colpevoli il sorriso non può essere così aperto, lo sguar­do così limpido, la fronte non può rispecchiare una così avvincente serenità. Oh, mio Dio, co­m'era strano tutto ciò!

Ci sembra quasi di sentire la preghiera di Giuseppe elevarsi verso il cielo, in quella not­te in cui ha maturato la sua decisione; con una stretta al cuore egli pensa: « Domani devo ri­mandarla? » Ma per quanto assoluta la deci­sione presa, non riesce ad estinguere comple­tamente ogni speranza e... continua a sperare l'insperabile come un povero uomo qualunque che vede naufragare la sua fragile felicità e si aggrappa perdutamente al Signore. Dal cuore soffocato erompe la preghiera come un poten­te grido di dolore « O Dio Onnipotente, assiso nel cielo stella­to, io so che tu mi ascolti, so che esisti: credo in Te.

« Ti ringrazio del dono della vita; ma - credilo - non è facile vivere... ci sono momen­ti duri... eppure giammai ho ceduto, fiducioso in Te...

« Neanche oggi cederò le armi, no, mio Dio... solamente permettimi di dirtelo... questa sofferenza prende tutto me stesso... Tu mi ave­vi donato una fanciulla meravigliosa, la mia fidanzata. Ho imparato a non essere più solo, e non da un giorno soltanto. Essa ha conqui­stato tutto il mio cuore, con la sua dolcezza, la sua modestia, la sua purezza... sì, la sua purezza ; mio Dio, com'è duro, com'è duro tutto ciò! « Perchè, perchè?

« Dovrò rinviarla in segreto perchè nessu­no la insulti e me la maltratti, la mia piccola no, non voglio, mio Dio, che si pensi male di lei, che si facciano sul suo conto dei discorsi in­famanti. Ella resterà sempre per me immen­samente pura, trasparente come un'alba di Aprile.

« Eppure c'è un fatto evidente che non rie­sco a comprendere... Com'è duro tutto questo, veramente duro!

« Tu conduci per vie singolari quelli che ti servono... mi sento sopraffatto dall'angoscia fi­no a soffocare e non riesco a comprendere. Perchè, mio Dio, perchè? ».

Fu questa, senza dubbio, la preghiera di S. Giuseppe; il drammaturgo che l'ha interpre­tata ha intuito perfettamente l'anima sua.

Sulla vetta estrema del monte della soffe­renza brillava ancora un barlume di speranza che stava per trasformarsi in una fiamma 'gi­gantesca, capace di illuminare quella notte con lo splendore della sua luce.

Quando Giuseppe ebbe sofferto abbastanza, quando la sua pena fu tale che potessero aver inizio in lui la passione di Cristo e la Redenzione degli uomini, quando il suo cuore crocifis­so fu pronto a ricevere il dono di Dio, il Signo­re ebbe pietà di lui e gli inviò - come a Maria pochi mesi prima - un angelo annunciatore

« Giuseppe, figlio di David - gli disse - non aver timore a prenderti in moglie Maria, per­chè quel che è nato in lei è opera dello Spiri­to Santo. Ella darà alla luce un figlio che tu chiamerai Gesù, poichè salverà il suo popolo dai loro peccati ».

Lo spirito di Giuseppe fu improvvisamente illuminato da un gran fascio di luce; il velo spesso e nero si strappò, le strette maglie della rete che lo stringeva si allentarono: egli rico­minciò a vivere. L'uragano coi sordi brontolii, le nuvole amare, il cielo di piombo era passato. Tutto tornava luminoso: era lo splendore del mistero di Dio!

E Maria era più bella, più grande, più amabile, più pura che mai. Divideva con Dio la donna amata e la grossezza della sua carne vergine era divina. Egli, Giuseppe, l'infelice Giuseppe diveniva custode del suo Dio e della Madre del suo Dio.

Una gioia immensa, una felicità senza ugua­li invadevano l'anima di Giuseppe.

Tutto avvolto nella parola di Dio, tornava ad essere l'uomo tranquillo, meditativo, sempre silenzioso, ma di un silenzio ormai eterna­mente luminoso.

Ritrovava - al di là della sofferenza - qua­si per una restituzione operata in lui da Dio, insieme alla speranza, una gioia inalterabile.

Il Signore aveva rivelato i suoi eterni con­sigli e, avendo purificato l'anima di Giuseppe col fuoco della sofferenza, vi tracciava il gran segno della Redenzione.

Giuseppe s'immergeva pienamente nella po­tente ondata di grazia portata dal Verbo tra noi; nel tempo egli sarebbe stato come colui che è segnato dalla gioia di Dio: l'annuncio fattogli lo spogliava completamente del suo do­lore.

Come non ammirare in tutto questo la sua instancabile pazienza? Abbiamo anche noi i no­stri momenti di prova: scompaiono in un istan­te speranze nutrite per lunghi e lunghi anni, co­me palloncini sottili si sgonfiano sogni lunga­mente accarezzati, ci sfugge una felicità verso cui tendevamo avidamente le mani proprio nel momento in cui stiamo per afferrarla.

Sono i momenti in cui lo spirito si fa vio­lento, il cuore prorompe in espressioni arrogan­ti contro Dio e il così detto destino; quando la sofferenza viene a purificarci, a potare i rami inariditi; a preparare la via alla grazia, taglian­do col bisturi sulla carne viva, perchè non ri­bellarci?

Quanto sarebbe meglio allora rivolgersi a Dio con la preghiera - come fece Giuseppe - invece di maledire come gli altri.

Per tutte le nostre pene verrà il giorno del­l'annunciazione, tutte sono inserite nell'intimo dell'intenzione redentrice. Penso alla grave e profonda frase di Bernanos: « tutto è gra­zia ».

Sì, veramente tutto è grazia, purchè si sap­pia aver pazienza: San Giuseppe, che ci ha in­segnato questa verità, ci impetri la grazia di viverla.

 

IL MATRIMONIO DI GIUSEPPE

« Svegliatosi dal sonno, Giusep­pe fece come gli aveva comanda­to l'angelo del Signore, e prese con sè la sua sposa » (Mt. 1, 24).

Il testo evangelico nella sua laconicità ci la­scia intendere che gli avvenimenti non tarda­rono a susseguirsi: appena ricevuta la racco­mandazione dell'angelo, Giuseppe si affrettò ad obbedire. Quell'obbedienza pronta, premurosa ci dice tutto lo slancio commosso di Giuseppe che dopo giorni d'angoscia vissuti in tanta amarezza, vede aprirsi dinanzi a sè un orizzon­te di gioia sconfinata.

Sì, prenderà con sè la sua fidanzata, la ver­gine divenuta tabernacolo di Dio, la coprirà del­la sua stessa verginità e sarà per lei e per il frutto del suo seno il luogotenente di Dio, colui che ne « tiene il posto ».

All'alba, corse subito da Maria; la Vergine che soffriva in segreto per il tormento del fidan-

zato, quel mattino, dal passo leggero ed alacre di lui, dal suo sorriso radioso comprese che Dio aveva rotto il silenzio e aveva rivelato a Giuseppe la grandezza del mistero nel quale en­trambi erano immersi.

La pienezza di gioia che avvolse questo pri­mo istante di mutua comprensione è rimasto il segreto di Dio, e non tenteremo neppure di pe­netrarlo per non sciupare con le nostre povere parole umane quanto d'ineffabile vi è stato in questo incontro; possiamo pensare tuttavia che insieme - in uno slancio di sconfinata gra­titudine e d'amore - abbiano ripetuto il can­to del Magnificat. Senza dubbio fissarono an­che i preparativi della festa di rito con cui un giovane giudeo accoglieva nella sua casa la fi­danzata, coronando il fidanzamento ufficiale con la coabitazione.

Così poco dopo, Giuseppe, obbedendo alla raccomandazione dell'angelo, prese con sè Ma­ria.

Il Cristo aveva ormai un focolare, una fa­miglia sua come ogni fanciullo; il gesto di Giu­seppe gettava le basi di quella Sacra Famiglia che sarà chiamata la Trinità della terra.

Giuseppe avrà ormai cura di Maria e di Ge­sù: e sarà legato per sempre a essi.

Tutta la sua grandezza è qui; Maria era una cosa sola con Gesù, carne della sua carne, ossa delle sue ossa, lo portava con sè: il Figlio di Dio era parte di lei, come ognuno di noi lo è stato di sua madre.

Giuseppe per il matrimonio era una cosa sola con Maria, non per l'unità accidentale e transitoria che congiunge gli sposi nella loro carne, ma per quella unità reale, superiore, im­peritura, indissolubile, inerente al mutuo do­no della volontà. Per lo stesso fatto, quindi, in­sieme a Maria era unito a Gesù, cui si sentiva legato come a qualche cosa di se stesso.

Attraverso i secoli, nello sguardo eterno di Dio, Giuseppe sarà strettamente congiunto al­la Vergine. E come tutti gli altri bambini uni­scono in un sol balbettio « papà e mamma » così il Bambino Gesù unì Giuseppe e Maria. In questo c'era qualcosa di più dell'incanto così attraente dei primi tentativi di parlare d'un bambino; c'era espressa dal Verbo stesso di Dio incarnato la testimonianza del legame, del­l'unità che stringeva Maria e Giuseppe.

Unità naturale, secondo il volere di Dio, unità di grazia, per cui entrambi comunicava­no in modo sovrabbondante alla sorgente stes­sa della grazia, unità nel mutuo amore, unità nella comune preoccupazione per Gesù. Nell'obbedire all'ordine dell'Angelo, acco­gliendo Maria nella sua casa, Giuseppe aveva in un solo istante la rivelazione del mistero della sua vita e dell'indissolubile legame che lo avrebbe unito alla Vergine per sempre.

Era l'attuazione nel tempo e nello spazio d'un destino eterno. Nel giorno in cui Maria, condotta da Giuseppe, oltrepassa la soglia del­la casa che d'ora innanzi sarà sua, due esseri, condotti dal Signore l'uno verso l'altro, pongo­no un suggello divino alla loro vita nell'amore, all'ombra della grazia.

Non ci sarà più da una parte Giuseppe, l'uo­mo Giuseppe, e dall'altra Maria, la piccola giu­dea solitaria; bensì una coppia benedetta, Giu­seppe e Maria: Giuseppe, lo sposo, e Maria, la sposa, e il loro figlio Gesù, frutto mirabile di una verginità resa feconda dalla potenza dello Spirito Santo.

Di modo che, come Maria viene attirata nel solco trascendente di suo figlio il Cristo, così Giuseppe è elevato in quell'ordine superiore dalla duplice attrazione di Gesù e di Maria.

Essere elevato così fino alla famiglia di Dio, fu la conseguenza dell'accettazione di Giusep­pe, della sua fede nella parola dell'Angelo.

Quale lezione per noi cristiani! Non è forse questo il modello di ogni matrimonio cristia­no? Giuseppe e Maria trovano nel matrimonio il loro più perfetto sviluppo spirituale perchè, per esso trovano Dio.

Ogni unione dovrebbe essere così: l'uomo e la donna non si danno a caso l'uno all'altro, non si uniscono seguendo alla cieca la china de­gli avvenimenti, come i giocatori che lanciano i dadi. Sono dati, al contrario, l'uno all'altro dal Signore che nella sua sapienza si prende cu­ra di fonderli insieme per la loro salvezza eterna.

Il matrimonio cristiano - come quello di Giuseppe e di Maria - è un cammino, una ascensione a due, verso Gesù.

Ma è questa la preoccupazione degli sposi moderni? Loro ideale dovrebbe essere la pro­spettiva di una vita in comune che fiorisca in una comune santità per perfezionarsi nel pos­sesso di Dio.

Il matrimonio di Giuseppe e Maria ci fu dato come modello per tutte le unioni cri­stiane.

Che gli sposi sappiano porre il centro della loro vita in Dio, completarsi in Lui, che insie­me si salvino in Lui e la loro unione sarà feli­ce: ecco la volontà di Dio.

Che la bellezza di questo piano non sia sciu­pata dalla sciocca noncuranza, dalla leggerez­za spesso colpevole, dall'incoscienza capace di distruggere ogni possibilità di ascensione.

Giuseppe, così fedele custode di Maria, inse­gni agli sposi ad essere intelligenti custodi l'uno dell'altro, perchè insieme giungano a Dio.

Piace riportare qui la meravigliosa preghie­ra - che- tutti gli sposi cristiani dovrebbero far propria - rivolta da S. Paolino a sua moglie Therasia

« Fedele compagna della mia vita, donata­mi da Dio per sostegno della mia debolezza, sii preparata con me alle lotte della vita. Avvol­gendomi della tua dolce sollecitudine, se m'in­quieto, frenami; se son triste, consolami; dia­mo insieme esempio di una vita perfettamente cristiana. Sii custode del tuo custode. Con ca­ritatevole scambio di aiuto, sollevami se cado e permettimi di sollevarti se cadi. Non ci ba­sti di essere una sola carne, ma cerchiamo di essere anche un'anima sola, e che un solo cuo­re batta nei nostri petti ».

Possa Giuseppe, custode di Maria, far sì che ogni famiglia realizzi la meravigliosa uni­tà spirituale di cui egli e le sua sposa hanno da­to mirabile esempio...

 

L'ATTESA IMMEDIATA DI CRISTO

Il bimbo è dono di Dio. Meditando la vita di S. Giuseppe abbiamo visto come, per vie si­nuose, Dio lo conducesse a poco a poco all'at­tuazione della volontà divina.

Prima gli fece dono di Maria, poi, metten­dolo in circostanze dolorose, sembrò volerglie­la riprendere ed esigerne da lui il sacrificio, ma era solo una prova che doveva filtrarne l'anima per renderla più pura, più atta a ricevere il do­no supremo, Gesù.

Alla parola del messaggero celeste la porta del focolare di Giuseppe s'è aperta e con Maria, attaccato alla sua carne verginale come un frutto all'albero, è entrato il Verbo, il Figlio stesso di Dio.

Ora, nei mesi che li separano dalla nascita, Giuseppe e Maria vivranno di questa deliziosa speranza.

Non era la violenta e lontana aspettazione dei Patriarchi e dei profeti, non la speranza

bruciante che consuma un'anima agitata, non l'attesa impaziente d'uno spirito ansioso di ve­dere l'alba della sua liberazione, non l'ardente aspirazione del Precursore che apre con parola impetuosa la via a Colui che non conosce an­cora, ma sa vicino; l'attesa di Giuseppe pos­siede già il suo oggetto in Maria. Un'attesa dol­ce, gravida di certezza, una speranza calma, fondata sulla potenza di Dio, speranza che è già possesso.

Il Redentore è là, presente in Maria, che sente battere in sè il suo piccolo cuore e chiama con un sorriso Giuseppe perchè posi la mano sul suo seno e ascolti i primi movimenti del Bimbo che sta per nascere.

Com'è profondamente umano tutto ciò! E come sentiamo Giuseppe vicino a noi, simile ai giovani sposi che attendono nella gioia il pri­mogenito della loro sposa, e la circondano di centuplicata tenerezza, e vogliono il piccolo con volontà entusiasta e passano i mesi dell'attesa vegliando intorno alla sposa grave d'amore.

Così fu per Giuseppe, cui s'aggiungeva l'ampia prospettiva della Redenzione che sta­va per aprire nel macigno del male e della mi­seria umana la grande breccia per cui la gra­zia di Dio sarebbe giunta fino a noi. Giuseppe chino con Maria attende con lei, nello stesso amore, nella stessa speranza, con la stessa gioia, il Bimbo che tanti e tanti uomini avevano atteso prima di lui. Questo bambi­no, tra tutti gli altri, più di tutti gli altri, era un dono di Dio.

E Giuseppe, lo sposo, il padre Giuseppe misurava in tutto il suo valore questo dono im­meso. Tutta la sua vita, quella del povero ope­raio che a sera rientrava in casa sfinito, quella di sposo tutto volto in premurosa attenzione verso Maria, quella di fedele giudeo che già da­va al Signore un culto « in spirito e verità », tut­ta la sua vita gravitava con ritmo nuovo intor­no a Gesù. Giuseppe aveva infatti la chiara co­scienza che, come sposo e padre, egli era re­sponsabile di un tal dono davanti al Signore.

La realtà non è diversa per quanti sono e saranno chiamati a formare una famiglia.

Il bimbo che verrà sarà sempre dono di Dio, uno straordinario, incredibile dono di Dio, e Giuseppe ci insegna dinanzi a questa liberali­tà del Creatore, che è un bimbo sul cuore della mamma, che non v'è nulla di più sacro. Babbo e mamma devono essere coscienti nell'attesa della responsabilità che già loro in­combe e sapere che non hanno alcun diritto di offuscare con un vergognoso rifiuto la vita che Dio ha voluto in essi.

Il senso del fanciullo, il suo valore, il suo perchè è la lezione quanto mai opportuna che Giuseppe ci da.

Come giudicarla inutile o superflua? La vera tristezza del nostro tempo viene dall'aver smarrito il culto dell'infanzia e il suo senso di­vino, dall'aver diffuso intorno a essa, se non addirittura l'odio, almeno la fobia.

So di giovani che rifiutano al bimbo la vita perchè viene a ferire la dura scorza d'egoismo più o meno confessato e camuffato da moltepli­ci pretesti di cui nell'interno si riconosce la straziante futilità.

Ora, il focolare che respinge quel dono di Dio che è un bimbo, esula dal piano dell'amore; inevitabilmente, un giorno o l'altro, conosce­rà quanto è dura la giustizia divina e, per aver respinto la fecondità nell'amore, inaridirà nel­l'angoscia, abbandonato alla propria miseria.

L'albero che fiorisce in primavera non ri­fiuta di portare i suoi frutti, anche se il carico è grave e i rami piegano sotto il peso; se non fosse così, lo taglieremmo per gettarlo nel fuoco.

Molti uomini forse non meriterebbero la stessa sorte? S'invochino pure, se si vuole, le dure necessità della vita presente, le difficoltà dei tempi, l'incertezza del domani: è tutto ve­ro! Che si abbia a cuore di non dare ciecamen­te la vita, è giusto.

Ma tra questa giusta misura e il perfido compromesso che insozza per lunghi anni l'ani­mo degli sposi c'è una differenza enorme.

Chi accetta d'essere sposo, accetta d'essere padre; e chi accetta d'essere padre, accetta il dono di Dio.

Non v'è altra via d'uscita, sebbene lo si pretenda: se esiste un dominio di sè che assi­curi una fecondità adeguata alle condizioni del­la famiglia, esso è possibile solo se scaturisce dall'amore e dalla grazia: in nessun modo può derivare dall'applicazione di teorie nate « dalla carne e dal sangue ».

Insegnare agli sposi del nostro tempo a ri­cevere un bimbo dal Signore, come il dono più prezioso, a attenderlo nella gioia, a desiderarlo nella speranza, a amarlo nella grazia: ecco il compito veramente attuale di S. Giuseppe. Questa meditazione ricorda la sua attesa del bimbo di Maria: sia per tutti gli sposi, di oggi e di domani, motivo di un vero rinnova­mento che li conduca a vivere in armonia col ritmo creatore di Dio.

 

SAN GIUSEPPE NEL MISTERO DELLA NATIVITA'

«In quei giorni usci un editto di Cesare Augusto per il censimento di tutto l'impero» (Lc. 2, 1). Con queste parole quasi banali S. Luca ini­zia il racconto della nascita di Gesù.

In esse pesa, quasi in balia degli avveni­menti, l'immutabile volontà di Dio. Tutto quel che sappiamo della vita di Giuseppe ce lo mo­stra sempre sballottato dalle circostanze; anche qui la storia continua allo stesso modo. Quello che gli uomini chiamano il gioco de­gli imponderabili ed è invece intreccio di tor­tuosi meandri che attuano i disegni della Prov­videnza, ci si impone ancora una volta in modo stupendo. Non aveva forse predetto il profeta Michea che la piccola città di Betlemme sareb­be divenuta grande, perchè in essa sarebbe na­to il Messia?

Ebbene, un imperatore romano, gonfio di orgoglio, Q forse solamente spinto dall'esigen­za di una saggia amministrazione, decide di fa­re un censimento. Vien subito dato l'ordine è un imperativo cui nessuno può sottrarsi per­chè coi romani non si scherza. « Un mattino d'inverno il banditore percorre le viuzze del villaggio suonando il corno e in nome di Erode promulga, in aramaico, l'editto con cui Augu­sto ordina il censimento ».

Il movimento è universale, ciascuno torna alla città di origine. Un'intera popolazione si sposta, l'imperatore romano sfoggia la sua au­torità, i funzionari s'agitano dandosi arie d'im­portanza; ma tutto ciò non avrebbe nessun si­gnificato, se non fosse in funzione del Messia che sta per nascere.

Lo sa bene Giuseppe, cui si appoggia Ma­ria, ch'Egli conduce attraverso la calca, cammi­nando come una coppia anonima. Giunti a Be­tlemme cominciano la vana ricerca di un al­bergo; le porte si chiudono una dopo l'altra. Ben altri affari allettano in questi giorni gli albergatori perchè possano occuparsi di Giu­seppe, che insiste sapendo giunto il tempo per Maria. Non c'è insistenza che valga; dovunque la stessa risposta: un duro no accompagnato da uno sguardo implacabile e spa2ientito. O­gni volta Giuseppe ricomincia la ricerca con pazienza ammirevole, poi, come ultima risorsa, si rifugia in una grotta, scavata nel fianco del­la collina, in cui sono istallati degli animali.

Non comprenderemo mai abbastanza quan­to fu grande la pena di Giuseppe, quando si vi­de costretto a offrire una stalla come alloggio alla sua sposa e come culla al suo Dio.

« Una stalla, una vera stalla, non è il lie­to portico leggero che i pittori cristiani hanno edificato al Figlio di David, quasi vergognosi che il loro Dio fosse giaciuto nella miseria e nel sudiciume. E non è neppure il presepio di gesso che la fantasia confettiera de' figurinai ha immaginato nei tempi moderni; il presepio pulito e gentile, grazioso di colore, colla man­giatoia linda e ravviata, l'asinello estatico e il compunto bue e gli angeli sul tetto col festone svolazzante e i fantoccini dei re coi manti e dei pastori coi cappucci, in ginocchio a' due lati della tettoia. Codesto può essere il sogno dei novizi, il lusso dei curati, il balocco dei bam­bini, il « vaticinato ostello » d'Alessandro Man­zoni, ma non è davvero la stalla dov'è nato Gesù.

« Una stalla, una stalla reale, è la casa del­le bestie... non è che quattro mura rozze, un lastricato sudicio, un tetto di travi e di lastre. La vera stalla è buia, sporca, puzzolente: non v'è di pulito che la mangiatoia, dove il padro­ne ammannisce fieno e biadumi... Ora quell'er­be e quei fiori, quell'erbe fatte aride, quei fiori che sempre odorano, son lì nella mangiatoia... Il Figlio dell'Uomo, che doveva essere divora­to dalle bestie che si chiamano uomini, ebbe co­me prima culla la mangiatoia dove i bruti di­grumano i fiori miracolosi della primavera.

« Non per caso nacque Gesù in una stalla. Il mondo non è forse un'immensa stalla dove gli uomini inghiottono e stercano? Le cose più . belle, più pure, più divine non le cambiano for­se, per infernale alchimia, in escrementi? Poi si sdraiano sui monti del letame e chiamano ciò « godere la vita ».

« Sulla terra, porcile precario dove tutti gli abbellimenti e i profumi non possono nascon­dere lo stabbio, è apparso una notte Gesù par­torito da una Vergine senza macchia, di nul­la armato che di innocenza ».

Nel cuore della notte, una di quelle splendi­de notti orientali, rotta dal chiaro scintillio di miriadi di stelle, nel più raccolto silenzio della natura, cullato dal pungente soffio del vento, mentre tutto il creato convergeva in Dio, Giu­seppe trovò tra le braccia di Maria suo figlio Gesù.

Il suo cuore batteva fino a spezzarsi: ave­va un figlio, e questo figlio era il Figlio di Dio. Primo nell'immenso stuolo dei credenti Giu­seppe credette in Gesù.

Si vide circondato, quasi avvolto da ogni parte, del più profondo mistero che sia mai e­sistito: stringere tra le braccia il proprio crea­tore, chiamarlo figlio, non è davvero cosa da poco.

E Giuseppe ci dà anche qui una meraviglio­sa lezione: se nell'umiltà e nella fede sappia­mo precorrere le vie per cui la Provvidenza ci conduce, troveremo sempre Dio, perchè Dio stesso, per le stesse vie, viene fino a noi.

Per San Giuseppe, la Natività era una fio­ritura luminosa; il suo lungo e silenzioso cam­mino sboccava nell'incontro col Verbo di Dio, donatogli in carne e ossa: suo Creatore, suo Redentore, suo Figlio.

Chi potrà mai intendere quali pensieri tur­binavano nel suo spirito sconvolto dall'incre­dibile fatto?

Solo con Maria, prostrato davanti al Bam­bino, adora il suo Dio, quel Dio disceso fino a lui, ch'egli, in una fede senza esitazioni, sa ri­conoscere nel fragile neonato.

Saper riconoscere Dio! V'è forse cosa più urgente? Ci si presenta in mille modi, così che neppure una delle nostre giornate è priva del­la sua presenza.

Ma noi abbiamo gli occhi chiusi e non sap­piamo vederlo, gli passiamo forse accanto sen­za riconoscerlo, come, senza la sua fede pene­trante, avrebbe potuto non trovarlo Giuseppe, sotto il velo di carne di cui s'era vestito. Seguendo il suo esempio dovremmo impa­rare e spezzare l'involucro. Da quando s'è fat­to uomo, il Verbo abita tra noi: lo lascieremo passare come uno straniero, scomparire come uno sconosciuto?

Oggi il velo del prossimo lo copre ai nostri occhi: questa folla di uomini che ci vivono ac­canto, nascondendo dietro la loro figura, più o meno simpatica, più o meno onesta, dietro la loro fisionomia di peccatori l'immagine di Dio. E' necessario, è vero, una gran fede per comprendere tutto questo, ma la parola di Cri­sto è formale: ciò che farete al più piccolo dei miei fratelli, lo avrete fatto a me.

Se sapessimo scoprire la presenza di Dio intorno a noi, la nostra vita cambierebbe aspet­to: liberi di noi stessi e del nostro egoismo, ci lasceremmo penetrare dalla carità.

Che San Giuseppe ci conduca a questo ri­conoscimento di Cristo e ci insegni a vedere in ogni giorno un nuovo Natale, una nuova al­ba di Cristo nella nostra vita.

 

L'INCONTRO COI PASTORI E COI MAGI

Non c'è cristiano che non sappia a memo­ria il racconto evangelico della nascita di Ge­sù. Gioia immensa donata alla terra per mez­zo di Maria e di Giuseppe, che brillò nel Cielo della Palestina, annunciata dal canto degli An­geli, invitanti alla pace gli uomini di buona vo­lontà.

Per primi i pastori ebbero l'annuncio del­la buona novella; Luca ci racconta che - ap­pena ricevuto il messaggio dell'angelo - essi dissero tra loro: « Andiamo fino a Bètlemme a vedere quel ch'è accaduto e che il Signore ci ha fatto sapere ». Il piccolo gruppo di pa­stori si recò dunque a Betlemme e trovò facil­mente la grotta che serviva abitualmente di riparo agli animali e che, in quel giorno, era divenuta tempio di Dio.

Si avvicinarono umilmente - come usano i semplici - domandando di entrare. Giusep­pe, in ginocchio presso il Bambino, si alzò per invitare i suoi primi adoratori e presentare lo­ro Gesù.

Poi li lasciò nel loro ingenuo stupore di­nanzi a Maria e al Bambino. Al momento di ri­partire, senza dubbio parlarono degli avveni­menti della notte: i pastori raccontarono la lo­ro straordinaria avventura, la sorpresa alla ap­parizione dell'angelo, il timore da cui furono invasi, la loro gioia; e poi come rapidamen­te s'erano recati alla grotta, aggiungendo che dovevano ormai rientrare perchè avevano la­sciato incustoditi i loro greggi.

Da parte sua, Giuseppe parlò di Gesù; sen­za dubbio non svelò la sostanza del mistero del­l'Incarnazione, ma forse disse che il Cielo si era aperto per annunziare loro il Messia, che la salvezza era ormai giunta e la pace offerta agli uomini dal cuore buono.

Per la prima volta, un uomo parlava di Cri­sto ad altri uomini; Giovanni Battista, predi­cando nel deserto, aveva annunciato che il tem­po era vicino, ma ora, in questa notte, in que­sta zona d'ombra all'entrata d'una grotta sul fianco d'una montagna, San Giuseppe getta lu­ce nel cuore dei pastori, dicendo loro che il tem­po è venuto.

Oh! egli non è davvero un predicatore elo­quente, ignora l'arte d'arringare le folle, non s'impegna in un discorso dallo stile ampolloso, ma lascia parlare con semplicità il suo cuore di padre. Dall'abbondanza del cuore, senza al­cuna pretesa, ma con l'ispirazione unica e pe­netrante di chi vivifica la parola nell'amore, egli canta davanti ad essi la lode di Dio, la sua fedeltà nell'adempire le promesse, la potenza misteriosa cui s'inchinano uomini e cose, l'inef­fabile bontà verso il suo popolo.

Il silenzioso Giuseppe era penetrato nel rit­mo di questa notte meravigliosa e, come gli an­geli - in via straordinaria - avevano parlato ai pastori per comandar loro di adorare il Sal­vatore; così egli esce dal suo abituale silenzio per spiegare qualcosa dell'inaudita grandezza dell'opera divina e aprire a Cristo il cuore di quegli umili.

Domandiamo a Giuseppe di estendere fino a noi la sua opera di testimonianza e di apri­re anche i nostri cuori alla luce.

Poichè è incontestabile che noi viviamo nell'oscurità: o non vediamo affatto il Cristo o lo vediamo male. Abbiamo l'impressione che Egli sia venuto in mezzo a noi per essere segno di contraddizione, quando invece Egli è venu­to per la nostra salvezza. La pace, quella pace che avvolge l'anima d'una tranquilla certezza, facendole affrontare con serenità le avversità della vita, molto spesso noi non l'abbiamo. Ten­diamo a lei, è vero, con impetuoso e ardente desiderio, ma per raggiungerla dovremmo apri­re il cuore al Signore.

C'è purtroppo in noi un insieme di meschi­nità che sovrapponendosi ostruiscono lo spiri­to e rendono impossibile il nostro sviluppo so­prannaturale. Staccarci da noi stessi, dalle pic­cole invidie talvolta inconfessate, dai desideri sempre risorgenti, dai sogni impastati di carne e di terra; soffocare in noi la febbre del mo­struoso egoismo, frenare la corsa ardente a tut­ti i godimenti; e dissipare con un colpo netto le nuvole opache che stringono l'anima nella morsa del male: ecco il lavoro che bisogna compiere per ricevere veramente il Signore in spirito e verità.

A San Giuseppe c1_-le ha indicato ai pastori la ricchezza recondita messa a loro disposizio­ne in quella notte di Natale, domandiamo di inondare di luce anche la nostra anima, di apri­re in noi la via alla pace. Dio l'ha scelto per in­trodurre presso il Salvatore le primizie dei suoi adoratori: estenda fino a noi, nel silenzio della grazia, poichè il Signore non ha bisogno d'elo­quenza umana per aprirsi la via, la missione che tenne coi pastori e i Magi di allora.

Fu ancora Giuseppe difatti, come padrone di casa, che li ricevette quando giunsero col fa­sto orientale, conveniente al loro rango.

A questi gentili, a questi infedeli dal cuore tetto, egli diede -- con la stessa semplicità spo-

glia di ogni artifizio - il Verbo di Dio. Non so­lamente presentò con fierezza commossa, ricca di umiltà, l'Emmanuele, ma spiegò loro, come aveva fatto ai pastori, il Verbo di Dio, e com­mentò per primo, a questi uomini sinceri, l'ini­zio del Vangelo, di cui andava scrivendo le pri­me pagine.

Nel segreto d'una notte tranquilla, davanti ai pastori, poi alla prima luce del giorno, nel­l'intimità di un'amichevole conversazione coi Magi d'Oriente, per primo, predicò Cristo e si adoperò ad aprirgli i cuori.

Che la sua sollecitudine ci circondi e la sua intercessione ci ottenga di comprendere, o al­meno d'intravvedere - come diceva S. Paolo - la larghezza e la profondità del mistero del­la grazia, che è la nostra vita. Possa la sua pre­ghiera spalancare il nostro spirito, perchè la luce del Signore l'inondi e lo conforti.

Abbiamo tanto bisogno d'imparare a riceve­re Gesù!

Quale maestro potrebbe disporci meglio di Giuseppe?

 

LA CIRCONCISIONE

La circoncisione era per gli Ebrei un po' quello ch'è il Battesimo per noi; con questo ri­to liturgico l'Israelita era incorporato al popo­lo di Dio, e insieme - dopo l'incisione rituale di cui il padre era ministro - riceveva il nome che avrebbe portato per sempre.

Nel caso del Salvatore, il Vangelo ci parla esplicitamente della cerimonia della Circonci­sione, e sappiamo che Giuseppe aveva ricevuto dall'Angelo l'incarico di chiamare il neonato Gesù, cioè « Salvatore del suo popolo ». Missione veramente eccezionale, e grande il giorno in cui fu attuata. Perchè Colui che era oggetto di questo ministero non era davvero un uomo come gli altri, ma lo stesso Verbo Eterno. Ora, in quanto tale, aveva solo il nome di Dio Dio da tutta l'eternità, Figlio unico del Padre, Dio da Dio, come dice S. Giovanni. Ma per la sua venuta tra noi e perchè si era fatto in tut­to simile a noi - tranne il peccato - doveva essere necessariamente designato da un nome.

Dare il nome a Dio per distinguerlo dagli altri, per non errare, per chiamarlo, designar­lo; scegliere un nome per Dio: non c'è necessi­tà che riveli meglio la realtà totale dell'Incar­nazione. Ma è veramente opera grande la scelta del nome che dovrà designare un uomo tale. Dio interviene e lo sceglie. Se è vero che il no­me proprio esprime l'individualità incomuni­cabile che costituisce la persona, solo Dio pote­va scegliere il nome del Verbo Incarnato di cui Egli solo sondava il mistero e la personalità. Perciò Dio scelse questo nome ».

Ma a Giuseppe Dio domanda di assegnarlo, come a lui domanda di circoncidere il Salvato­re. Dinanzi alla scelta del Signore, come non ri­conoscere la grandezza di S. Giuseppe? Aveva ragione un antico autore di notare, meditando l'argomento che ci interessa: presso tutti i po­poli la legge ha sempre riconosciuto al padre il diritto d'imporre il nome al figlio. Gesù era Figlio di Dio e S. Giuseppe ebbe la gloria di so­stituire Dio presso di lui. Quando si battezza il figlio d'un re, a chi il re cede l'onore di dare il nome a suo figlio, se non ad un altro re? Ora Dio non trovò sulla terra uomo più degno di Giuseppe per incaricarlo di questa missione presso suo figlio.

Questo nome che fino alla fine dei secoli ri­suonerà attraverso il mondo, ripercuotendosi da un confine all'altro della terra come un'eco di sovrana misericordia, fu pronunziato per primo da Giuseppe.

Il mistero della Redenzione s'era aperte con l'Incarnazione, ma già assumeva con l'azione di Giuseppe l'aspetto sacrificale che avrebbe ri­vestito al Calvario; con la Circoncisione Giu­seppe s'immerge in pieno nella Redenzione ormai sa in maniera certa che il bimbo nato dalla sua vergine sposa è il Messia di Dio, e di conseguenza il Salvatore del suo popolo. Si pro­fila, dunque, dinanzi al suo spirito una nuova certezza: nel momento in cui chiama Gesù con questo nome, Giuseppe ha coscienza di affer­mare la missione provvidenziale di questo Bambino: sarà il Salvatore e si realizzeranno in lui quelle promesse di salvezza fatte da Dio al suo popolo.

C'è una differenza essenziale tra Giuseppe e tutti gli altri padri: questi impongono il nome al figlio riferendosi a particolari circostanze che hanno accompagnato la nascita, o formu­lando nel nome già scelto un augurio caro al loro cuore, senza sapere se un giorno esso non si muterà in una crudele ironia.

Giuseppe ne ha invece la certezza: egli pro­clama che è giunta l'ora designata da Dio, in cui si compirà il riscatto dell'umanità. La mis­sione redentrice di Gesù è chiara ai suoi occhi, senza equivoci. Forse non ha compreso « nella sua pienezza quale sarà la salvezza operata in terra da questo bimbo nè la provvidenziale coincidenza del nome e del sangue versato », ma non per questo è meno vero che le pri­me gocce di quel sangue che scorreranno sul Calvario per lavare i nostri peccati e restituir­ci alla vita furono versate dalla mano di Giu­seppe.

Sì, le primizie del sangue redentore, le pri­mizie del Calvario ce le ha date Giuseppe. Egli, che Dio avrebbe chiamato a sè prima che suonasse l'ora della grande espiazione, s'in­nesta ora nel mistero della Redenzione opera­ta dal sangue e partecipa, in anticipo, ma in modo intimo, al dramma del Golgota. Cristo, Maria e Giuseppe si trovano uniti nel mistero del sangue versato, come erano uniti nel miste­ro del Dio Incarnato.

Privilegio unico ed esclusivo, ricco - pos­siamo crederlo - d'un profondo simbolismo, quello di Giuseppe che a titolo di Padre, pre­senta agli uomini il Salvatore, chiamando suo figlio: Gesù, e apre quel gran fiume di mise­ricordia e salute che è il sangue di Cristo.

O S. Giuseppe, noi poveri uomini non pos­siamo non rivolgerci a te; siamo pieni di mi­seria e il male scava nella nostra anima sol­chi così profondi da tenerci sempre in pe­ricolo di perderci; sentiamo farsi sempre più grave il peso delle nostre colpe, quelle colpe che pure detestiamo sinceramente... ma una parte di noi ama... abbiamo bisogno della re­denzione, desideriamo che scenda su di noi il sangue di Cristo; ma non lo invochiamo col grido blasfemo dei giudei deicidi, bensì come moribondi ansimanti che hanno sete di vita.

Da te attendiamo, a te domandiamo d'im­plorare da Cristo, tuo figlio, che lasci cadere su noi almeno poche gocce del sangue che tu versasti nella Circoncisione; il nostro cuore sarà allora leggero, lo spirito libero, l'anima salva.

Riponiamo la nostra fiducia in te: fa che siamo compresi nel numero degli eletti e vi­vificati dal sangue redentore del tuo figlio, Ge­sù, nostro Salvatore. Così sia!

 

LA PRESENTAZIONE AL TEMPIO

Un contemporaneo, deluso forse o pessimi­sta, diceva sul finire della sua esistenza: « La vita è grande se è un fallimento, è grande se è una ferita... »

Da quando meditiamo le pagine del Van­gelo che narrano gli albori della nostra Reden­zione, e seguiamo in questo sentiero i passi di S. Giuseppe, abbiamo visto come un continuo irrompere della sofferenza: il suo cuore è da essa penetrato fin dal primo istante del grande mistero dell'Incarnazione, e riappare ad ogni momento, amareggiandone le più belle gioie.

Perchè Gesù aveva scelto di entrare nel mondo sotto il segno della sofferenza, come a­veva scelto di uscirne sotto quello della croce; e trascina con sè, a bere allo stesso calice, quel­li che ama, Giuseppe per primo.

Una breve tregua segue la circoncisione, poi ancora una volta, nella presentazione al tem« pio, si riaffaccia la sofferenza.

Veramente quel giorno Giuseppe e Maria andavano a una festa: è giunta l'ora dell'of­ferta del primogenito e della purificazione del­la madre; sottomessi in tutto e obbedienti par­tono, portando in mano l'offerta d'uso, due. co­lombi. Appena giungono al tempio vi trovano il vecchio Simeone. Giusto e timorato di Dio, questi aveva avuto la promessa che non sareb­be morto senza vedere l'Inviato dell'Altissimo. Incontrandosi con Maria e Giuseppe, sotto l'i­spirazione dello Spirito egli riconosce tra le loro braccia il Messia e intona il suo « nunc di­mittis »

« Ora, o Signore, lascia pure che il tuo [servo se ne vada in pace, secondo la tua parola; perchè gli occhi miei hanno veduto la tua salute, da te preparata al cospetto di tutti i popoli; luce per illuminare le nazioni e gloria del popolo d'Israele ».

Fin qui, evidentemente, nulla di triste; tut­to va per il meglio e l'evangelista S. Luca nota che « il padre e la madre restavano meravigliati delle cose che si dicevano del bambi­no ».

Ma il vegliardo, sempre sotto la mozione dello Spirito profetico, continua il messaggio del Signore che diviene spietato: « Questo fan­ciullo è destinato a essere causa di rovina e di resurrezione di molti in Israele e a diventare un segno di contraddizione; a te stessa una spada trapasserà l'anima... ». E nel dire co­sì volgeva lo sguardo grave su Maria che ca­piva la sua missione di Madre dei Dolori.

Giuseppe era lì, in piedi, con Maria appog­giata al suo braccio; queste parole cadevano su lui col peso gelido d'un lugubre rintocco che fende l'aria. Dover ancora soffrire... pazienza! ma saper che gli esseri amati dovranno sof­frire più di lui: questo sconvolge il suo cuore. « Segno di contraddizione... » per il figlio, « spada di dolore... » per la madre: non c'è da equivocare. L'avvenire di Gesù e di Maria si profila agli occhi di Giuseppe come un lungo cammino, colmo di dolore. Senza dubbio si riaffacciarono alla sua memoria i testi con cui i grandi profeti David, Isaia, Geremia annun­ziavano che il Servo di Dio sarebbe stato l'uo­mo dei dolori.

Diveniva così chiaro che la Redenzione sa­rebbe stata opera di sofferenza; forse in quel­l'istante Giuseppe comprese perchè aveva tan­to sofferto. Ma tutto questo era ancora poco. La prospettiva profilata da Simeone non era ancora più terribile? L'uomo che soffre ha sempre l'impressione che nessuna pena potreb­be essere per lui più terribile: e questo senti­mento lo aveva di certo provato anche S. Giu­seppe. Ma qui nel tempio di Dio, sotto i suoi occhi e a nome del Signore, si fulminavano contro il figlio e la sposa le più terribili mi­nacce.

Era annunciato un avvenire sconcertante per Gesù e la Madre, ma un avvenire sconcer­tante anche per il padre. « Dolore quotidiano di sapere che non sarebbe stato presente, a di­videre la prova dei due esseri » (23) che tanto amava. Perchè Giuseppe non può non aver ri­levato di essere stato escluso da questa profe­zia. Non dividerà con essi l'ora tragica e non ne porterà al loro fianco il peso schiacciante. Maria non avrà a sostegno della sua debolezza le spalle virili, il cuore forte, l'anima grande di lui; nell'ora del dolore egli non sarà con lei, e da sola dovrà attraversare la notte profonda. Di nuovo l'amarezza - ma quanto più lancinante questa volta - invade il suo povero cuo­re di padre e di sposo; essa lo penetra e lo sa­tura, come il sale dell'acqua marina fa con le alghe della riva. E così pronfondamente che ormai ogni sguardo a Maria, ogni bacio al Bam­bino portano all'anima solo il sapore della sof­ferenza.

Il suo dolore, la sua pena son nel sapere che quelli - cui non vorrebbe far conoscere affatto la miseria - saranno spietatamente schiaccia­ti dallo sdegno di Dio giudice; e continuerà a vivere con l'apprensione, sempre risorgente nello spirito, della sofferenza promessa ai suoi cari.

Ma Dio sempre buono - anche, per non di­re soprattutto, nella sofferenza - aveva dato a Giuseppe, come a Maria, un sostegno che im­pedisse loro di cadere nella disperazione, ave­va cioè unito a questa sofferenza una fiamma di speranza, promettendo, per bocca di Simeo­ne, che la « contraddizione » in cui stavano per essere immersi sarebbe divenuta sorgente di salute per tutti i popoli.

Così il dolore conduce l'uomo, tutti gli uo­mini, alla luce e, come il Calvario, confina con l'apoteosi della Resurrezione.

La grande lezione di S. Giuseppe è questa una sofferenza piena di speranza, per profonda che sia, non conduce alla ribellione. Solo il do­lore senza uscita, senza speranza soffoca l'uomo e lo spinge alla disperazione. Dante sulla porta dell'inferno scrisse Per me si va nella città dolente, per me si va nell'eterno dolore, per me si va tra la perduta gente. Lasciate ogni speranza, voi ch'entrate. Ma, finchè dura la speranza, l'uomo può soffrire.

Come tutti gli uomini, è vero, e, più di molti tra noi, Giuseppe ha conosciuto la sofferenza, ma l'ha portata col coraggio di chi spera, sa­pendo che ogni dolore fecondato dall'amore, ha valore di salvezza.

Noi, pellegrini su questa terra, soffriamo e conosciamo molte lagrime : che il nostro cuo­re ne comprenda il mistero e, sull'esempio di Giuseppe, si profilerà nello spirito, nonostante il dolore, un gran segno di salute.

 

LA FUGA IN EGITTO

Alla festa della purificazione seguirono gior­ni di calma: tempo di pausa in cui Maria e Giuseppe ebbero agio di meditare gli avveni­menti svoltisi nel giro di poche settimane, l'uno più sconvolgente dell'altro.

La tregua di Dio! Il Signore lasciava nella pace la giovane famiglia in cui nascondeva suo Figlio; quanto tempo sarebbe durata? Come ogni giovane padre, Giuseppe senza dubbio ac­carezzava già qualche progetto, tentava di co­struire l'avvenire...

Ma Dio era spietato. Con i Magi venuti per adorare il Fanciullo, invia a Giuseppe una nuo­va prova, annunziandogli che -Erode cerca di far morire suo figlio.

« Segno di contraddizione », aveva detto Si­meone pochi giorni prima. Non s'era sbagliato, in verità: ecco che ancora bambino, il Cristo era perseguitato dal furore d'un nemico om­broso, stupido e pieno d'invidia.

Giuseppe si domanda allora cosa deve fare; che cosa voleva da lui in quella occasione il Signore? Nella sua infinita potenza, non avreb­be difeso Egli stesso il suo unto, il suo Messia? Colui che deve liberare la terra intera e pre­sentarsi come la « luce delle nazioni », l'abban­donerà così presto, senza neanche dare inizio alla sua missione? Sempre lo stesso mistero, sempre l'imprevisto nelle sconcertanti vie di Dio.

A sera, Giuseppe s'addormenta, meditando questi pensieri, in attesa che la notte, saggia consigliera, indichi la via da seguire. Precisa­mente nella notte l'Angelo appare di nuovo in sogno a Giuseppe per manifestargli la volon­tà di Dio: « Levati, prendi il bambino e la ma­dre sua e fuggi in Egitto. Là ti fermerai, fin­chè io non ti avvisi, perchè Erode cercherà il bambino per farlo morire ».

L'ordine era chiaro e categorico, non rima­neva a Giuseppe che obbedire prontamente. Si leva dunque subito e di notte, dopo aver radu­nate poche masserizie e qualche utensile, si met­te-il cammino verso l'Egitto.

Eia l'esilio, quale lo conoscono tanti e tan­ti popoli anche oggi. La marcia interminabile, piena d'inquietudine perchè non si sa nè ciò che ci si prepara dinanzi, nè ciò che si lascia alle spalle; il distacco straziante di chi lascia dietro a sè la ricchezza della propria casa e della sua quiete, di chi abbandona cari ricordi del passato e i dolci sogni dell'avvenire.

.Giuseppe non potè fare a meno di pensare che servire Dio non è facile, e dovette certa­mente riflettere che Dio colpisce duramente, e senza posa. Decisamente Egli non agisce alla leggera, picchia sodo, spazza, porta via tutto dapprima l'angoscia d'una maternità misterio­sa e inesplicabile, poi la nascita in una stalla; più tardi, la presentazione al tempio e la profe­zia del dolore; oggi, l'esilio.

Giuseppe, l'uomo tranquillo, il pacifico ope­raio, da quando è stato scelto da Dio ha il cuo­re e la vita sconvolti, non conosce più il sereno ' riposo d'un tempo, è vessato da tutte le parti. Anche in quella notte fugge come un ladro o un cri inale, per salvare i suoi, va verso l'inco­gnito, l'Egitto idolatra, maledetto da tante ge­nerazioni di israeliti, va incontro all'incertez­za del domani, senza sapere come farà a tirare innanzi la vita: son davvero dure queste cose per il suo cuore!

Dio prende tutto a Giuseppe: prima gli tol­se la fidanzata, poi la sua pace, ora lo strap­pa al suo focolare e ai suoi beni, persino al suo paese.

Giuseppe deve essere pellegrino del .Signo­re, camminare sulla terra senza essere attac­cato a nulla, e portare Dio, ora qui, ora là. Per dargli Gesù, Dio ha strappato Giuseppe a sè stesso: sarà condotto ormai dal beneplacito del Signore, senza riposo.

Nelle mani di Dio, ogni sicurezza è com­promessa: chi pretende d'essere di Cristo non deve cercare il riposo, ma il distacco, lo sradi­camento dalla terra e accettare di avanzare li­bero verso l'incognito sulla sola fede nella pa­rola di Dio.

Fuggendo in Egitto Giuseppe ci dà una vi­gorosa lezione, illustrata da uno dei suoi devo­ti, il grande Bossuet, in poche frasi d'una rara densità spirituale

« Il vizio più comune e più opposto al cri­stianesimo è la disgraziata ostinazione a sta­bilirci sulla terra, quando invece dobbiamo avanzare sempre, senza arrestarci mai, in nes­sun luogo... Andate, camminate sempre, senza dimora fissa. Così visse il giusto Giuseppe. Ha mai goduto un momento, dopo aver avuto in custodia Gesù! Questo bambino non permette ai suoi di riposare, ma li molesta continuamen­te in quel che posseggono e suscita loro sempre nuovi turbamenti.

« Ci insegna così che è saggio consiglio del­la sua misericordia mettere un po' d'amarezza in tutte le nostre gioie, perchè siamo pelle­grini...

« Nei travagli d'un lungo viaggio, l'anima spossata dalla fatica, cerca un po' di riposo.

L'uno cerca di distrarsi nell'esercizio della sua professione, l'altro nelle gioie del matrimonio, un altro ripone le sue speranze nel figlio... il Vangelo non biasima questi affetti, ma, poichè il cuore umano non sa moderare i suoi moti e gli è difficile temperare i suoi desideri, s'adagia e s'attacca a quel che gli era stato dato solo per un breve riposo. Aveva ricevuto un bastone per sostenersi durante il viaggio, lo trasforma in un letto per dormirvi, si ferma, vi si adagia, non si ricorda più di Sion... E Dio rovescia il letto in cui dormiva, in mezzo alle felicità tem­porali».

Non è così di ciascuno di noi? Ci aggrappia­mo perdutamente a tutto ciò che tocchiamo, senza riflettere che tutto passa e l'unica cosa necessaria è trovare Dio.

S. Giuseppe ci ha insegnato a lasciar cade­re tutto, per obbedire a Dio solo: raccogliamo la sua lezione e invochiamo il suo aiuto. Egli che è il nostro modello, sia pure il nostro so­ste no !

 

LA VITA NASCOSTA DI S. GIUSEPPE

Le grandi imprese non fanno gli uomini grandi, come il luccichio d'una esistenza non dà la pienezza della vita. A guardare la vita de­gli uomini, di quelli di oggi come di quelli di un tempo, si ha l'impressione che conti una sola cosa, far strabiliare: creare cioè intorno a sè un clima straordinario per sottolineare il proprio posto nel mondo e attirare l'attenzione di tutti.

Inutile vanità; pretenzione insensata! Ci si dimentica che tutto passa, la reputazione e la celebrità prima di tutto il resto, che pure non dura più di un momento. Il vento che corre sul­le nostre teste, si aggrappa forse a noi? Avvie­ne lo stesso di quello che dicono o pensano gli uomini di noi; tutto porta via il vento.

Dovremmo imparare da S. Giuseppe che co­sa è la vita: nè scoppi di tuono, nè baccano fra­goroso, ma l'anelito segreto che trasforma ogni istante in amore, nella più grande semplicità.

Quando al momento opportuno fu richiama­to dall'Egitto, Giuseppe prese subito la via del ritorno: era l'ultima peregrinazione che il Si­gnore voleva da lui. Non ci saranno più mo­menti emozionanti nella sua vita: rientra a Na­zareth, per viverci verosimilmente fino alla morte. Un focolare umile, ma caldo, una fami­glia amata, il mestiere di falegname, il lavoro quotidiano, l'osservanza della legge, il riposo tranquillo: ecco quale fu la storia degli anni che ancora gli restavano da vivere.

S. Giuseppe era un uomo comune in tutto, niente di stravagante nella sua santità, nè eroi­smo rumoroso nella sua abnegazione, nè splen­dore nella sua vita.

Se si può parlare di vita nascosta, è proprio per lui; vita nascosta di Giuseppe, che si svol­ge nella cornice banale dell'intimità familiare e nella bottega d'un operaio, santità alla - no­stra portata.

Noi non sappiamo che farcene dei santi, stiliti appollaiati su una colonna, cenobiti nel deserto bruciante, asceti dalle macerazioni spa­ventose: la loro è una santità d'eccezione. La santità di Giuseppe entra nella cornice della nostra vita, si presenta come la misura della nostra santità, si volge al nostro livello. Il pane quotidiano da guadagnare, il figlio da educa­re, la sposa da rendere felice: e in tutto ciò vi­vere il più possibile vicino a Dio. Poichè questo è il fattore centrale della vita di Nazareth : Giu­seppe ha vissuto nella più totale intimità con Cristo. « Fino a che punto è penetrato nell'in­timità di Dio? Non lo sappiamo, ma - in mez­zo al rumore che ci circonda - siamo pene­trati dal sentimento di pace immensa in cui si svolge la sua vita: il contrasto profondo ci rivela la grandezza delle cose. Molti, che non hanno niente da dire, parlano dissimulando nel clamore del loro linguaggio l'inanità dei loro pensieri e dei loro sentimenti. S. Giusep­pe, che ha tanto da dire, non parla. Custodi­sce in fondo al cuore le grandezze che contem­pla: le montagne si elevano sulle montagne, e tacciono. Gli uomini sono trascinati dall'in­canto della bagattella; ma S. Giuseppe resta nella pace, padrone della sua anima... ».

Non si lascia distrarre dall'unico necessa­rio, nè folleggia attratto da mille sciocchezze, nè si dissipa nella leggerezza. Egli utilizza i giorni che Dio gli dona, uno a uno, cosciente di costruire la sua eternità e contento che, quando Dio è con lui, non sa che farsene del resto.

Nazareth per Giuseppe è unicamente que­sto: Presenza di Dio a sè e presenza sua a Dio. Gesù presso il banco di lavoro, in cortile, a mensa, in cucina; Gesù con lui nel lavoro e a pas­seggio, nei campi o in città; sempre con lui, Giuseppe, incaricato da Dio di custodirlo, re­sponsabile di lui. Una vita semplice, in cui si respira l'odore di Dio, tale fu la sua santità.

Non potremmo avere un insegnamento più adatto ai nostri bisogni, un esempio più appro­priato.

A vederci vivere, si direbbe che siamo in balia di un uragano furioso, che ci sballotta da tutte le parti: corriamo dappertutto, pensiamo a tutti, parliamo di tutto, fuorchè di Dio.

Ci interessano tutti i problemi, fuorchè quello della nostra salvezza, quello del regno di Dio. Chi guarda la nostra attività dall'ester­no, ci crede egli allucinati, degli automi, dei campioni di gare di velocità. L'universo ci pos­siede, il mondo ci riempie, ma noi siamo vuo­ti di Dio.

Per questo ci sembra che Giuseppe abbia una fisionomia sbiadita, ma in realtà, mentre noi amiamo rimanere nell'incoscienza, egli è un uomo cosciente e troppo intimamente unito a Dio, per i nostri gusti. Ma forse possiamo attingere da lui qualche altra lezione utile.

Solo pochi tra noi possono aspirare ad una vita straordinaria; se permettessimo a Dio di penetrare di più nella nostra esistenza quotidiana e cercassimo invece di nascondere noi stessi, avremmo certamente una vita interio­re più ricca.

Presenza di Dio nella nostra vita: finchè non avremo raggiunto un minimo d'intimità col Signore, non Lo avremo accolto nell'inti­mo delle nostre famiglie e la nostra vita non trascorrerà pensando a Lui, saremo burattini, non uomini. E' inutile ammazzarci per guada­gnare del danaro che non porteremo oltre la tomba, inutile immergerci in una frenesia di piaceri che non durano più dell'istante in cui li godiamo, inutile nascondersi dietro una re­putazione superficiale e menzognera che da­vanti a Dio non ha consistenza maggiore d'un , po' di schiuma sul mare aperto. Dio nella mia vita, la sua presenza: questo solo conta!

Giuseppe ci si presenta come l'affermazio­ne vivente di questa verità: possa la sua im­magine penetrarci tanto da renderci coscien­ti di quest'unica cosa necessaria, la grazia di Dio nella nostra anima.

 

IL RITROVAMENTO DI GESU' NEL TEMPIO

L'ultima volta che il Vangelo ci parla di S. Giuseppe, ci racconta il celebre episodio del­lo smarrimento e del ritrovamento di Gesù.

La legge giudaica abbligava i suoi adepti al pellegrinaggio pasquale che si faceva verso la fine di marzo o i primi di aprile, epoca in cui cadeva la Pasqua. Si vedevano allora formar­si da tutte le parti della Palestina lunghe ca­rovane di pellegrini in cammino verso Geru­salemme. Anche Gesù, quando ebbe raggiun­to i dodici anni, si fece un dovere di pren­dervi parte.

In quell'anno dunque Giuseppe e Maria si fecero accompagnare al tempio dal loro figlio­lo. Parteciparono per una intera settimana al­le cerimonie religiose che si svolgevano con fa­sto e fervore nella città santa, poi si prepara­rono al ritorno. Si formavano di nuovo le ca­rovane, non proprio come colonne militari, ma un po' disordinatamente, secondo il gusto e l'esuberanza di ciascuno, alla tipica maniera orientale. Giuseppe camminava avanti, nel gruppo degli uomini, Maria seguiva fra le don­ne: in tutta quella confusione Gesù si sottras­se all'uno e all'altra, senza che se ne accorges­sero.

Alla prima sosta « intorno ad una fonta­na, si formarono di nuovo i gruppi, per villag­gio o per famiglia. Solo allora Giuseppe e Maria constatarono l'assenza di Gesù; non se n'erano inquietati prima, credendolo coi vicini e coi suoi piccoli amici di Nazareth, ora Egli veni­va chiamato di gruppo in gruppo in quella cor­te assiepata di gente accampata. Invano. Non si poteva pensare ad un ritorno a Gerusalem­me quella sera stessa, perchè le porte della cit­tà erano chiuse, perciò, dopo una 'notte d'an­goscia, in cui la profezia di Simeone dovette tornare insistentemente alla loro memoria, mentre la carovana continuava la sua strada in un tumulto di carri e di sonagli, Giuseppe e Maria ripresero il cammino di Gerusalemme. Anche lì, nuove e crudeli delusioni: ebbero un bel cercare per tutta la giornata, correre per vie e crocicchi, chiamare Gesù, bussare a tutte le porte amiche: nulla! Finalmente, al terzo giorno salgono al tempio per confidare a Dio la loro pena e implorare i suoi lumi ». E là trovarono Gesù che conversava coi dottori. Quale fu in tutto questo tempo, lo stato d'a­nimo di Giuseppe? Ce lo dice la frase della Vergine a Cristo: « Tuo padre e io, contristati, andavamo in cerca di te ».

Una pena profonda aveva sconvolto il cuo­re di Giuseppe, accompagnata, senza dubbio, da un senso vivissimo di colpa. Non aveva Dio affidato il proprio Figlio alla sua protezione e alle sue cure? Dinanzi al Signore Onnipoten­te, lui, Giuseppe, rispondeva del Messia, men­tre egli, invece, non sapeva neppure dove si tro­vasse il fanciullo. Non era questa, infedeltà al­la sua missione, negligenza nell'adempimento del dovere? Giuseppe, non sapendo che così do­veva essere e che Gesù aveva compiuto un ge­sto chiaramente previsto nel consiglio provvi­denziale di Dio, ebbe di nuovo il cuore solca­to dal timore e lo spirito turbato dalla moltepli­cità delle ipotesi possibili.

Crede d'aver perduto Gesù, ma non è così. Gesù si è sottratto a lui; perchè? Non possia­mo comprendere quale fu la ragione prima d'un tale atteggiamento, senza dubbio però Dio vol­le ricordare in quell'occasione a Giuseppe il senso della sua paternità: questa doveva eser­citarsi sotto la mozione del Padre celeste. « Non sapete che io devo attendere a ciò che riguarda il Padre mio? » risponde Gesù a Maria in presenza di Giuseppe. Era un por­re di nuovo, in termini chiari, l'audace mistero della paternità di Giuseppe. Mentre Maria, da una parte, afferma la realtà di questa pater­nità, il Cristo, dall'altra, precisa ricordando ch'essa è una delegazione dall'alto.

Dio così richiamava contemporaneamente Giuseppe all'altezza e all'umiltà della sua si­tuazione. Non perchè Giuseppe avesse perdu­to il senso preciso della sua missione... Ma « Dio impiega così gli anni della nostra vita, quelli della maturità e quelli della vecchiaia a insegnarci verità che già sappiamo ».

S. Giuseppe comprende subito il senso del­le parole di suo figlio? Non sembra veramen­te, perchè di lui come di Maria l'evangelista aggiunse, commentando il suo racconto: « Es­si non compresero ciò che aveva loro detto ». Ma come la Vergine, sua sposa, egli tenne impressa questa lezione nel suo cuore, in atte­sa che la luce di Dio venisse ad illuminarla.

Anche in ciò la figura di Giuseppe è vicinis­sima a noi.

Dio ci colpisce nella nostra vita, come fece con lui, nella maniera più sconcertante. Senza preavviso, Egli ci percuote, spesso proprio in ciò cui teniamo di più. Ogni resistenza ha dei momenti in cui Dio sembra ritirarsi da noi, sfuggirci, lasciarci, come Gesù abbandonò Giu­seppe e Maria.

Si produce in noi un grande, inspiegabile vuoto, la rivolta brontola sordamente nel fon­do dell'anima nostra, l'amarezza penetra il cuo­re, lo spirito s'impenna: dinanzi alle prove che ci assalgono, all'accumularsi degli insuccessi, al ripetersi delle sconfitte diventiamo disfat­tisti, abbandoniamo tutto, persino Dio.

Errore grave, naturalmente, perchè i perio­di di prova son fatti per ricondurci a Dio, non per allontanarci da Lui, e devono indurci a non cedere terreno, nè a volgergli le spalle, ma a cercarlo.

Anzi, come S. Giuseppe quando Gesù si riti­rò nel tempio, dobbiamo cercarlo con perseve­ranza. Cercare Dio: ecco l'esempio significati­vo di S. Giuseppe, andare constantemente in cerca di Lui, senza lasciarci distrarre da tutto ciò che si agita intorno a noi.

In ogni tempo, ma specialmente nei momen­ti di scoraggiamento quando tutte le risorse umane si rivelano inefficaci o impossibili, quan­do non vediamo, non comprendiamo: cercare Dio.

Se la nostra vita prende un andamento tri­ste e deluso, quasi di erranti, questo avviene perchè ci rifiutiamo di cercare il Signore e la sua grazia, preferendo piuttosto aggrapparci a deboli sostegni.

Giuseppe ha trovato Gesù, perchè lo ha cer­cato: che ci dia di essere come lui cercatori di Dio, nel quale solo troveremo la pace:

 

SAN GIUSEPPE, SPOSO DI MARIA

« Non aver timore a prenderti in moglie Maria» (Mt., 1, 20).

« Non temere, Giuseppe, a prenderti in mo­' glie Maria ». Questa parola dell'Angelo a Giu­seppe, parola che dissipava l'esitazione doloro­sa prodotta nella sua anima dalla misteriosa incarnazione del Verbo nel seno di Maria, ci rivela un po' l'anima di Giuseppe.

« Non temere... »

Era certo cosa formidabile e che doveva riempire l'anima di timore ricevere da Dio a titolo di sposa, la donna scelta ad essere Madre del Messia. Significava entrare pienamente nel­l'ineffabile notte del mistero della Redenzione e passare d'un tratto dal piano terrestre a quel­lo divino.

Ricevere come sposa Maria! Quando si co­noscono gli splendori di cui Dio ha voluto or­nare Colei ch'era divenuta sua Madre, quan­do si è visto brillare Maria come l'astro più ab­bagliante, si comprende che Giuseppe dovette essere un po' come un fanciullo a cui si pone tra le mani la stella più grande, dicendogli ch'è sua.

Una gioia esultante, troppo grande per es­sere espressa, un timore terribile davanti al­l'incarico avuto, una felicità profonda, un as­soluto rispetto: tali furono, noi crediamo, i sentimenti che inondarono l'animo di Giusep­pe all'appello dell'Angelo.

Maria, la Vergine scelta tra tutte le donne per portare nel seno il Verbo Eterno di Dio, era affidata a Giuseppe come sposa allo sposo. El­la era « sua moglie » ed egli « suo marito » esat­tamente come nelle nostre famiglie il padre è lo sposo della madre, e la madre, la sposa del padre.

Vero matrimonio il loro, che portava con sè tutti gli obblighi e tutti i diritti d'un matri­monio ordinario.

Il cuore di Maria apparteneva a Giuseppe; appare anche qui il carattere tipicamente uma­no dell'Incarnazione. Dio Padre ha voluto che suo Figlio, Incarnato per opera dello Spirito Santo, Amore sostanziale, scendesse in ,mezzo a noi sotto il segno di un grande amore u­mano.

Giuseppe e Maria si sono amati come mai altri sposi hanno saputo farlo. Amore tenero, premuroso che inondava il loro focolare di quella atmosfera di delicatezza e d'attenzione che lascia trapelare, nei più piccoli gesti, una grande fiamma di dilezione. Amore forte e vi­goroso che fece di due cuori un blocco solido che nessuna vicissitudine, nessuna violenza, nessuna disgrazia potè scalfire. Amore puro e disinteressato, che profumato di grazia, eleva la carne, liberandola dal suo peso.

Maria e Giuseppe, veri sposi, si sono amati veramente. Nella gioia e nel dolore, nell'agia­tezza e nella pena, nella prova e nel successo, nel nascondimento e nella gloria, dinanzi agli uomini e dinanzi a Dio, il loro amore non è ve­nuto mai meno.

Come Adamo ed Eva nel loro mutuo amore avevano cacciato Dio dai cuori degli uomini, così nell'amore di due sposi predestinati, Giu­seppe e Maria, il nostro Salvatore, Cristo, è ve­nuto in mezzo a noi.

Legame infrangibile che unirà per sempre Giuseppe e Maria e li pone, così uniti, nell'orbi­ta immediata di Cristo.

Il cuore di Maria apparteneva a Giuseppe. Ma Maria non aveva solo un cuore, aveva an­che il corpo: ebbene anche questo appartene­va veramente a Giuseppe. Poichè erano due ve­ri sposi, e nessuno può contestarlo, si applica­no anche a loro, come a tutti gli sposi, le parole dell'Apostolo S. Paolo: « alla moglie renda il marito quel che deve, e parimenti la moglie al marito. La moglie non è padrona del pro­prio corpo, ma lo è il marito, e del pari il marito non è padrone del proprio corpo, ma lo è la moglie ». Per cui dobbiamo conchiude­re che la Vergine Maria non aveva potestà sul suo corpo, ma esso apparteneva a Giuseppe. Maria è rimasta vergine perchè Giuseppe - obbediente al disegno della Provvidenza - ha voluto con lei questa verginità, rinunciando, non al diritto, ma all'uso del diritto che aveva sul corpo della sua sposa.

L'amore reciproco di Maria e Giuseppe si è sviluppato al di fuori delle legittime gioie della carne, facendo fiorire, come segno di Dio, que­sta stupenda verginità che forma l'ammirazio­ne del cielo e della terra.

Come hanno condiviso il loro amore, nello stesso amore, fortificato dalla grazia, hanno condiviso la comune verginità.

Giuseppe e Maria ci danno la lezione di cui il mondo attuale ha più urgente bisogno. L'amore tra noi, non in tutti, ma in molti, è divenuto qualcosa di vischioso che insozza come il sudiciume. Uomini e donne che do­vrebbero, per il loro battesimo, essere i discen­denti di Giuseppe e Maria, prostituiscono il lo­ro cuore, e lasciandolo invadere dall'egoismo, lo abbandonano all'impurità. Di modo che si trovano focolari rovinati, sposi in discordia e infelici. Non piace certo fare da censore impor­tuno; ma lo spettacolo è troppo evidente, troppo allarmente, troppo triste perchè si possa ignorarlo.

Perciò, a quanti sono già uniti in matrimo­nio, o lo saranno presto, dico: guardate a Ma­ria e a Giuseppe per imparare come si ama.

Amare non in un sordido egoismo per cui ciascuno si ripiega su se stesso e si indurisce contro l'altro, ma nel generoso e comprensivo dono di sè, che impegna gli sposi nelle vie del­la tenerezza, della delicatezza, della dimenti­canza di sè. Chi pretende di amare e non pensa che a sè è bugiardo: forse proprio per aver profferito assai spesso questa menzogna, molti sposi hanno ucciso il loro amore.

Amare, non nell'esasperazione d'una carne guasta, ma nella purezza dello spirito. L'amo­re e la grazia devono presiedere alle vostre unioni legittime e buone, perchè, pur non es­sendo chiamati alla verginità, siete tuttavia sottomessi alla legge eterna di Dio che vuole in voi la purezza dello spirito nell'uso della car­ne; da essa si riconoscerà la sua presenza tra voi.

Vi conceda S. Giuseppe, il cui titolo più bel­lo è quello d'essere stato lo sposo amante e ver­gine di Maria, di comprendere che siete stati affidati l'uno all'altro per salvarvi insieme nel­l'amore e nella purezza, come lui, Giuseppe, fu dato a Maria perchè insieme salvino il mondo col loro verginale amore.

 

SAN GIUSEPPE, PADRE DI GESU'

Abbiamo già detto quanto strettamente, per lo stesso vincolo coniugale, Giuseppe fosse uni­to a Maria, ma Maria sua sposa, era Madre di Dio. Dio aveva voluto che in lei, giovane vergi­ne, prendesse corpo il Suo Verbo Eterno; di­fatti l'Emmanuele - secondo le profezie - do­veva nascere da una vergine.

A questa fecondità verginale di Maria Giu­seppe partecipò, non per modo di generazione carnale, ma nel piano stesso della verginità, e la sua partecipazione fu grande. Secondo il consiglio della Provvidenza, per lo stesso tito­lo di vergine e sposo di Maria, Giuseppe diveni­va padre di Gesù. Non è questa la sede adatta per studiare i fondamenti teologici di questa paternità; qui basti riprendere la formula la­pidaria con cui S. Agostino riassume in poche parole la ricchezza contenuta nella lunga tra­dizione della Chiesa: « S. Giuseppe è tanto più certamente padre, quanto Egli lo fu più castamente ». Questa paternità è misteriosa? Sia! Ma non lo è anche la maternità di Ma­ria, priva com'è di ogni origine umana?

Ebbene, come nessuno oserebbe contestare a Maria il titolo di Madre, così nessuno può contestare a Giuseppe quello di padre. E a co­loro che fossero tentati di farlo, ricorderemo l'affermazione esplicita di Maria, quando ritro­varono Gesù al Tempio: « Tuo padre ed io, contristati andavamo in cerca di te ».

Dinanzi al mistero di questa paternità vie­ne spontaneo domandarsi se non la compren­diamo così poco proprio perchè abbiamo per­duto il senso vero e totale della paternità umana.

Quanti uomini credono di esser padri solo perchè hanno reso feconda la loro sposa! Per essi, la paternità si riduce alla procreazione, senza che l'educazione v'intervenga in alcun modo. Ma Dio sa bene che non è così.

Nell'uomo l'atto generativo non è che un momento dell'esercizio di tale funzione, ma la paternità vera va ben oltre. C'è in certo sen­so, la partecipazione dello sposo alla gesta­zione della sposa: un sostegno costante e deli­cato, la presenza calda e sentita che avvolge la madre e il figlio in via di formazione, nell'im­magine amata del padre. A questo proposito, come non citare la bella pagina che un autore contemporaneo scrive nel suo eccellente libro di spiritualità coniugale

« La paternità... non si esaurisce nell'unione fisica tra gli sposi... La tenerezza con cui il ma­rito circonda la sposa divenuta madre, lo spiri­to con cui le parla, la tratta, la conforta nella sua fatica e nel suo malessere, tutto influisce notevolmente sul fanciullo che deve nascere, sulle sue tendenze, sul suo futuro carattere ». Lo stesso autore continua, ricordando la figu­ra di S. Giuseppe: « A questo proposito credia­mo non inutile rivendicare la memoria così di­sprezzata, anche dagli stessi cattolici, del pa­dre adottivo di Gesù, San Giuseppe. Se pen­siamo che Maria passò con lui, avvolta dal suo amore, i mesi della gestazione, che egli rappre­sentò tutto l'appoggio virile su cui riposava la sua tenerezza, non possiamo minimizzare la parte ch'egli ebbe nella formazione della psico­logia umana di Gesù ». Per questa presen­za attiva e così altamente amorosa del suo spo­so, era naturale che - in certo modo - Gesù si formasse nel seno di Maria a immagine di Giuseppe. Di modo che si vede fin d'ora l'importanza della paternità spirituale di Giuseppe e la sua influenza sull'essere umano del Salva­tore, e ci appare affatto giusto il pensare « che l'umanità di Gesù si avvantaggiava dell'eredi­tà di Maria e, in certo qual modo, di quella di Giuseppe. Perchè Dio avrebbe dovuto opporsi, in questo campo all'evoluzione normale delle cause seconde? Perciò non crediamo affatto di mettere in ridicolo i padri di famiglia pro­ponendo durante il concepimento della loro sposa l'esempio di Giuseppe. Che abbiano per la donna amata a cui sono uniti, le stesse at­tenzioni, la proteggano con lo stesso coraggio e dominio di sè. Farebbero male, forse, ad imi­tare il patriarca nella sua rinuncia fisica, quan­do l'interesse della sposa lo esigesse? ».

Se qualcuno, leggendo queste righe, sorri­desse di scherno dimostrerebbe di non aver ca­pito come la tenerezza costituisce l'essenza del­l'amore umano, nè quanto valga la paternità che egli riduce ad una funzione biologica.

Il compito di Giuseppe, dunque, nella for­mazione iniziale del Cristo-uomo spiega, in par­te, quanto sia reale la sua paternità. Egli fu veramente padre, inserendosi così, attraverso il suo amore alla Vergine, nella formazione del corpo e dello spirito di Gesù.

Ma veramente padre lo fu anche per l'opera di educazione di Cristo, cui presiedette come capo della famiglia. Si sa infatti che l'educazio­ne è uno dei compiti principali della paternità. Nessun uomo merita il titolo di padre, se non ha debitamente svolta la sua opera di educa­tore: la procreazione è soltanto un titolo par­ziale alla paternità completa che assume tutto il suo significato solo con l'educazione.

Perciò si può dire di S. Giuseppe che è ve­ramente padre.

Accanto ai titoli di nutrizio, custode, difen­sore, quello di educatore vien quasi a suggel­lare la qualità di « padre di Gesù » nella sua realtà più umana. Giuseppe istruisce il fanciul­lo in tutte le cose che normalmente s'impara­no dal padre. « La sera di sabato, nei limiti fissati dai regolamenti rabbinici, Giuseppe ac­compagna il figlio e sua madre in campagna. Inizia Gesù alla scienza della vita campestre il cielo è di porpora! domani sarà una bella giornata; il buon vignaiolo pota la sua vigna per renderla feconda, quello pigro la lascia svi­lupparsi liberamente e la rende sterile; l'uomo prudente costruisce la sua casa sulla roccia, non sulla sabbia... Domani queste lezioni di co­se saranno la trama delle parabole evangeli­che. Gesù ascolta, interroga, osserva ».

Da Giuseppe impara le umili cose della vi-

ta, gli insegnamenti che ci dà la natura, e sot­to la influenza paterna il suo spirito si apre, la sua anima si dilata. Ammira con Giuseppe i gigli del campo, gli anemoni, che non semina­no, nè filano, eppure sono vestiti meglio di Sa­lomone nella sua pompa regale, e si lascia pe­netrare dalla grandezza della terra, dalla im­mensità di questa umanità in cui cresce. Chi potrà dire fino a qual punto le più belle pagi,_ ne del Vangelo sono state preparate negli an­ni in cui Giuseppe modellava, con mano mae­stra, l'anima del Signore?

Così va compreso, nella sua vivente real­tà, il più glorioso titolo di Giuseppe: quello di padre di Gesù. In questa luce appare più evi­dente che - come Maria fu Madre di Cristo pur essendo vergine - Giuseppe fu padre di Cristo, pur essendo anch'egli vergine.

« San Giuseppe, vergine padre di Gesù, pre­ga per noi».

 

SAN GIUSEPPE, OMBRA DEL PADRE

« San Giuseppe sfugge alla nostra misura che è superata dall'altezza della sua funzione. Un Dio geloso gli ha affidato la S. Vergine, gli ha affidato Gesù Cristo. E l'ombra del Padre scendeva ogni giorno su di lui, Giuseppe, sem­pre più fitta, così fitta che la parola non rie­sce ad esprimerlo ».

« Umbra Patris », ombra del Padre. Se vo­lessimo riassumere in una sola parola, sinte­tizzare in una sola espressione lo splendore del­la figura di S. Giuseppe, non troveremo, forse, appellativo più giusto: è l'ombra del Padre. Contemplando la Sacra Famiglia, si ha l'im­pressione che la SS.ma Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo, abbia voluto tradursi in essa in un linguaggio a noi più comprensibile. Il Figlio eterno di Dio, il suo Verbo, prende forma uma­na nel Cristo che porta in mezzo a noi, nella natura umana, la seconda Persona della Trini­tà. Lo Spirito che è Amore, s'esprime nella Ver­gine Maria e trova nell'amabile figura di Lei, di­venuta madre per la potenza misteriosa della sua operazione, il più esatto riflesso della sua essenza, l'Amore.

Resta l'Eterno Padre cui - secondo l'in­segnamento di Cristo - deve rivolgersi la no­stra volontà, l'Eterno Padre, espressione su­prema della Bontà, della Potenza, che rimane misteriosamente sconosciuto, perchè le sue o­perazioni, pur essendo sovranamente efficaci, non sono meno meravigliosamente discrete. E' lui, il Padre, che ci ha inviato il Figlio che noi contempliamo realmente nella missione visi­bile che gli ha affidato, l'Incarnazione: è anco­ra Lui, il Padre, che, per intercessione del Fi­glio, ha inviato in mezzo a noi lo Spirito, nel­l'altra missione visibile che fu la Pentecoste. Così il Figlio e lo Spirito Santo ci si rivelano attraverso segni sensibili, ma il Padre rimane nascosto, tanto e così profondamente che ri­schiamo di dimenticarlo.

Ma Egli s'è scelto un'immagine che ci tra­smette, imperfettamente senza dubbio, ma in modo proficuo, la pienezza della perfezione. Il Verbo ci è dato nel Cristo, lo Spirito si è re­so percepibile in Maria, il Padre sceglierà, qua­si sagoma della sua persona, la figura di San Giuseppe.

Non è stupendo infatti vedere come pro­prio quei due che Gesù chiama « Padre », seb­bene in maniera diversa, sono uniti nel nascon­dimento? Invero si può pensare che, se Dio ha voluto che San Giuseppe fosse così poco nota­to, anzi spesso dimenticato, e ha voluto che in­torno a lui si facesse tanto silenzio, è pro­prio perchè in questo nascondimento voleva esprimere quanto c'è d'ineffabile nella Persona del Padre. L'umiltà e l'oblio hanno fasciato la persona del padre terreno del Signore, per­chè egli era figura del Padre Celeste, l'unica persona della Trinità, rimasta nascosta e in- , visibile, senza manifestarsi direttamente in mezzo a noi.

Così la missione di Giuseppe, tutta fatta di silenzio e d'oscurità, ci induce a ritrovare in lui l'azione sovranamente discreta dell'Eterno Pa­dre.

Il Padre l'ha voluto, come sua ombra in mezzo a noi. Come l'ombra, sempre unita al corpo, ne sposa la forma, la sagoma, i gesti, gli atteggiamenti, così Giuseppe, immagine creata e terrena del Padre, ne esprime in un linguaggio corporeo, il solo intelligibile alla de­bolezza dei nostri spiriti, le perfezioni, la bon­tà, la grandezza, la tenerezza.

Anzi si direbbe che, giunto il momento di inviare il Figlio presso di noi, Dio Padre, « for­ma Giuseppe con le sue mani proprio perché rappresenti se stesso al suo unico Figlio e gli sia incessantemente dinanzi agli occhi, come immagine sua e suo vero ritratto, che lo com­pensi nel tempo della sua assenza e lo confor­ti durante gli anni del pellegrinaggio sulla ter­ra ».

L'autorità paterna di cui godeva Giuseppe riguardo a Gesù non era altro che un deposi­to ricevuto dal Padre, tanto che, quando Gesù gli obbediva - ce lo dice il Vangelo - non ob­bediva che al Padre. Dell'autorità divina, come dell'amore infinito di Dio Giuseppe era divenu­to partecipe, e attraverso il velo della sua perso­na, Cristo comunicava con la volontà stessa del Padre celeste.

Come non ricordare a questo proposito il pensiero profondo di Bossuet: « Quella mano che forma, uno per uno, i cuori degli uomini, fa un cuore di padre per Giuseppe e un cuore di figlio per Gesù: perciò Gesù obbedisce e Giu­seppe non teme di comandare. Donde gli viene tanto ardire, da comandare al suo Creatore? Il vero Padre di Gesù Cristo, Colui che lo genera dall'eternità e ha scelto il divino Giuseppe a far­gli da padre nel tempo, ha in certo modo acce-

so nel suo cuore un raggio o una scintilla del­l'amore infinito che nutre per il Figlio; questa scintilla ne cambia il cuore, vi suscita un amo­re di padre; così Giuseppe, il giusto, come sen­te di possedere un cuore paterno, formato im­provvisamente in lui dalla mano stessa di Dio, sente anche l'ordine d'usare dell'autorità pa­terna e osa comandare a colui che riconosce co­me suo Signore ».

Questo giustissimo pensiero di Bossuet rias­sume tutto quello che abbiamo detto fin qui, av­vicinando Giuseppe all'Eterno Padre. Non si possono identificare perchè tra loro la distan­za è infinita, ma è pur vero che possiamo por­re Giuseppe nel solco della Persona dell'Eterno Padre, legandolo a lui come la sua ombra.

Umbra Patris ! Questa espressione, nella sua semplicità, è forse quella che meglio d'ogni altra definisce i rapporti di San Giuseppe con Dio. Lui completa la Trinità terrena con quel­la divina autorità che gli è conferita dall'alto; per Gesù, per Maria, come per noi, Egli è il ri­flesso di Colui che la Scrittura chiama « Pa­dre dei Lumi ».

Privilegio esclusivo che ci rivela quale alta considerazione San Giuseppe gode presso il Padre Onnipotente e Buono.

Possa egli attirarci sui suoi passi, avvici­nandoci sempre più a Colui che invochiamo o­gni giorno come « Padre nostro: » nessuno può farlo meglio di lui; ombra dell'Eterno Padre ci ottenga di esserne figli degni.

 

LA SOVRAEMINENTE SANTITA' DI GIUSEPPE

E' un fatto certo e riconosciuto da tutti, quasi atto di fede spontaneo e necessario che Maria è la prima in santità e in grazia tra tut­te le creature riscattate da Cristo. Proprio per­chè Madre di Dio, il Creatore ha voluto ele­varla, mediante una favolosa sovrabbondanza di grazia, a uno stato di santità incomparabi­le. Tutti convengono nel dire che la prima sor­gente, il perchè di così meraviglioso fiorire dei doni, di grazia in Lei, fu la sua missione, la sua vocazione di Madre di Dio. Quel gran Mae­stro di teologia che fu San Tommaso d'Aqui­no riassume così questo pensiero: « Quelli che Dio elegge ad un compito, ad una missione, ad una dignità, li prepara e di­spone in modo da renderli atti alla funzione cui sono stati chiamati. Lo stesso insegna S. Paolo: Dio ci ha fatto degni ministri del Nuovo Testamento. Ora la Santissima vergine,

chiamata per elezione divina alla funzione e di­gnità di Madre di Dio, è stata resa atta a que­sto sublime ministero ».

Poichè non si è mai data missione più ele­vata, incarico più nobile, funzione più alta di quella di Maria, ella ricevette da Dio le più in­comparabili grazie.

Alla luce dello stesso principio è chiaro che non c'è santità più grande - dopo quella di Maria - della santità di S. Giuseppe, perchè nessun uomo ha mai compiuto sulla terra mis­sione più straordinaria della sua.

Fu, innanzitutto, sposo di Maria! E abbia­mo già veduto che cosa comportava l'attuazio­ne di questo titolo e come legava Gesù e Maria nell'unità dell'amore voluto e benedetto da Dio.

Questo solo basterebbe a porre Giuseppe al sommo della scala della santità. Infatti come Maria fu scelta fra tutte le donne - da Eva fi­no a quella che sarà l'ultima - per ricevere co­me suo il Verbo Eterno, così Giuseppe fu elet­to fra tutti gli altri uomini - dal primo, Ada­mo, fino a colui che sarà l'ultimo - per rice­vere Maria come sua. Dio, che aveva voluto co­me Madre del Figlio suo la più degna tra le donne, non ne avrebbe affidato la custodia che al più degno fra gli uomini. Il contrario sareb­be stata un'unione indegna della divina Prov­videnza. Maria, capolavoro di grazia e di san­tità, dinanzi alla quale s'inchinano gli Angeli, rendendo omaggio in Lei alla sovrabbondanza dei doni divini, è affidata a Giuseppe; gli è do­nata nella sua pienezza, come il fiore più bello viene deposto nella terra più ricca. Missione sublime e senza uguale quella affidata a Giuseppe, missione che postula in lui tale abbon­danza di grazie da renderlo degno di simile do­no. E difatti la sua santità - come la sua mis­sione di sposo - fu unica.

Tutti sappiamo con quale cura i grandi e i re della terra provvedono al matrimonio delle loro figliuole. Supponiamo che un re onnipo­tente abbia un'unica figlia, oggetto di tutta la sua predilezione, la darebbe forse a un preten­dente meno nobile, più o meno educato, più o meno perfetto? No, di certo! A rischio d'essere odiato da tutti, egli la darà a colui che ha le qualità più belle e una dignità superiore.

Si può supporre che Dio faccia altrimenti? Faremmo perciò ingiuria alla sapienza di Dio e alla grandezza di Maria, se non credessimo alla sovraeminente santità di Giuseppe. Dio, sovrano potentissimo del cielo e della terra, ha affidato la figlia prediletta, l'unica Vergine Ma­ria, all'uomo che ne era più degno, e ha voluto Giuseppe unico nella sua santità che fosse atto a sposare colei che doveva essere Madre di Dio, Regina dei Santi.

Ma non è questa la sola ragione che giusti­fica la superiorità di grazia di Giuseppe. Poi­chè se è sposo di Maria, e proprio perchè lo è, Giuseppe è nello stesso tempo Padre Verginale. di Gesù. Abbiamo già cercato di penetrare la profondità e la verità di questo nome. Più che semplice padre adottivo, legalmente responsa­bile di Gesù, più che nutrizio, più che custode e protettore, anche più che educatore, Giuseppe è veramente padre di Gesù, pur non avendo concorso, nel piano della carne, alla fecondità di Maria. Meravigliosa maternità di Maria! Meravigliosa paternità di Giuseppe, tutta avvol­ta nell'eroismo d'una assoluta verginità. Padre terreno di Cristo: cercheremmo invano missio­ne più alta. Il più gran titolo di gloria di Ma­ria, quello che tutti li riassume e li spiega, è il titolo di Madre di Dio. Il più gran titolo di Giu­seppe, quello che legittima tutti i suoi privilegi per collocarlo con Maria in un ordine esclusi­vo di santità, è il titolo di Padre di Gesù. Poi­chè Maria fu scelta da Dio ad essere Madre del Redentore, fu da lui preparata a questa mis­sione con un dono di grazia eccezionale. Così per Giuseppe: anch'egli fu preparato dal dono di Dio ad essere padre degno del Messia. Per­ciò, alla luce del principio così luminosamente enunciato da S. Tommaso, non esitiamo a proclamare San Giuseppe il santo più grande dopo Maria, avendo compiuto dopo di lei, la missio­ne più alta.

Su questa fede, concludiamo che San Giu­seppe, sposo della Madre di Gesù e padre egli stesso di Gesù, è più grande e più santo di tutti gli altri: « più santo di Pietro, cui Gesù disse - Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte dell'inferno non pre­varranno contro di essa -; perchè se San Pie­tro sostiene l'edificio, Giuseppe ha portato tra le sue braccia il fondatore stesso della Chiesa.

« Più grande e più santo di Paolo, cui Gesù apparve una volta sulla via di Damasco, cui scoprì i misteri più elevati, perchè lui, Giusep­pe, ha vissuto quasi trent'anni nell'intimità di Gesù e nella contemplazione continua dei mi­steri dell'Uomo-Dio: « Più grande e più santo di Giovanni, che posò una volta il capo sul petto di Gesù, perchè molte e molte volte Giuseppe ha sentito sul suo cuore i battiti del cuore del figlio.

« Più grande e più santo di Giacomo, che mori per la fede del maestro, perchè non ha mai cessato di dar la vita, il sangue, il tempo, il lavoro per allevare l'autore e il consumatore della fede.

« Più grande e più santo degli apostoli che diffusero in tutto il mondo il nome di Gesù, mentre Giuseppe per primo ha imposto a suo figlio questo nome adorabile, che gli altri han­no propagato soltanto.

« Più grande e più santo degli evangelisti, che hanno scritto la storia che egli, Giuseppe, ha avuto il privilegio di aiutare a comporre.

« Più grande e più santo del Precursore che ha camminato dinanzi al Messia, mentre egli, Giuseppe, ha vissuto con lui al suo fianco nel­l'intimità e nella dolcezza della vita familiare. « Più grande e più santo dello stesso Gio­vanni Battista che versò l'acqua sul capo del Messia e lo immerse nel Giordano, mentre egli, Giuseppe, lo nutrì col pane guadagnato col su­dore della sua fronte.

« Più grande e più santo dello stesso Gio­vanni il Predicatore che annunciò alle folle la sua venuta, mentre egli, Giuseppe, si prodigò perchè la sua venuta in questo mondo fosse onorata e al sicuro da ogni pericolo ».

 

II

LE VIRTÙ DI SAN GIUSEPPE

LA FEDE DI S. GIUSEPPE

L'abbondanza delle grazie di Dio è sorgente di santità. Avendo ammesso la sovraeminente santità di Giuseppe, dovuta alla sua missione eccezionale ed esclusiva, affermiamo il princi­pio che le grazie di Dio hanno fiorito nella sua anima in modo parimenti eccezionale.

Noi ci fermeremo, come il visitatore atten­to che con animo ammirato contempla i parti­colari dei meravigliosi merletti di pietra delle vetuste cattedrali medioevali, ad ammirare lo splendore delle virtù deposte in lui dalla pre­dilezione divina, e vedremo come l'unione del­le più belle virtù cristiane faccia di lui uno dei più grandi modelli di santità preposti alla no­stra imitazione.

Anzitutto un modello di fede; la fede è per ­la vita cristiana quello che la terra è per le messi. Da un terreno ricco, soffice, facile a la­vorarsi, ad essere seminato e irrigato, racco­gliamo una messe bella e copiosa; al contrario da una terra pesante, fredda e sassosa, messe non se ne avrà affatto, oppure sarà molto me­schina.

La fede fa germogliare la nostra vita so­prannaturale: le parole di Cristo, il suo Vange­lo muoiono, se non germogliano in una fede generosa: « Senza la fede - dice l'Apostolo S. Paolo - è impossibile piacere a Dio ». Ora non c'è dubbio che Giuseppe scelto dal­la Divina Provvidenza tra gli uomini, come Ma­ria tra le donne, visse d'una fede robusta.

Non è necessario riesaminare i numerosi episodi della sua vita che potrebbero illustra­re la nostra affermazione; basti ricordare che San Giuseppe fu gettato nel più insondabile dei misteri, l'Incarnazione del Verbo, senza altro appoggio che l'adesione totale alla parola di Dio, annunciata a lui dall'Angelo del Signore.

Dio parla: gli mostra il mistero, ma non lo illumina. Gli dice: questa notte dinanzi a te è la mia luce; è mia volontà che tu ti inoltri per questa via, fino alla meta. Ma la luce di Dio re­sta notte.

San Giuseppe s'immerge nella notte del mi­stero, sostenuto solo dalla parola del Signore. Non vede, non comprende; è immerso nell'in­comprensibile: una vergine concepisce senza intervento umano; nasce un bimbo ed è Dio; l'Onnipotente, divenuto debole, fugge dinanzi all'uomo, sua creatura. San Giuseppe ama e venera come sua sposa la vergine feconda, ado­ra come suo Dio il bambino, protegge l'Onni­potente contro la forza stupida delle misere creature.

Tutto ciò sconvolge, sbalordisce: senza la fede, ha l'aspetto d'uno stupefacente mistero. Ma Giuseppe crede, sa che quando Dio par­la a un uomo non lo inganna, non ignora che tutti i ragionamenti d'una intelligenza orgo­gliosa sono polverizzati dall'incredibile Verità dell'Infinito. Perciò senza ribellarsi, senza do­mandare, s'immerge pienamente nella notte, fiduciosi d'essere inondato egualmente dalla lu­ce, perchè Dio è là. Per questa fede lega la sua vita a quella di Maria, aderisce alle intenzio­ni divine, offrendo tutta la vita per l'attuazio­ne della salvezza umana. Si potrebbe quasi di­re che il frutto della fede di Giuseppe fu la ve­nuta del Verbo di Dio sulla terra.

Perchè Dio abiti in mezzo a noi, in modo attuale, cosciente, effettivo, bisogna che noi a­deriamo alla stessa fede di Giuseppe.

Nessuno tra noi oserebbe obiettare qual­che cosa ad un interlocutore che mettesse in dubbio l'eccellenza della nostra vita cristiana.

Senza cadere in un pessimismo ad oltran­za, è un fatto innegabile per chi sa guardare, che noi siamo esseri vacillanti nella fede. Cre­diamo, almeno teoricamente, in Dio, in Cristo, nella Chiesa, ma viviamo ai margini della nostra fede: ecco il nostro torto.

Come la fede di San Giuseppe ha guidato tutta la sua vita, così la nostra fede dovreb­be dirigere la nostra e tradursi in opere; al­trimenti siamo i campioni d'una fede morta e la nostra vita è un fallimento spirituale. Come a Giuseppe il Signore aveva dato la sua parola perchè vi appoggiasse la sua esisten­za, a noi dà il Vangelo.

Che attendiamo per aggrapparci ad esso, con tutte le nostre forze, una volta per sempre? Sotto abili pretesti e ragionamenti sottili vi­visezioniamo il blocco massiccio del messag­gio di Cristo, o pretendiamo di fare una scel­ta tra i precetti datici da Dio stesso, alla luce chimerica d'uno spirito ben limitato. Eppure non ci è domandato di scegliere, ma di vivere.

Quando Dio, per esempio, ci dice in manie­ra inequivocabile che i poveri di spirito, i miti, i perseguitati per la giustizia sono beati, quan­do afferma che chi vuol seguirlo deve porta­re la croce; quando ci chiama a camminare sulle sue orme, lasciando tutto quello che può impacciare il nostro cammino con Lui, non c'è da equivocare. Non siamo chiamati a cavilla­re su questi argomenti, ma a conformarvi la nostra vita. Altrimenti passiamo accanto a Dio, senza riconoscerlo.

« La prima esigenza che s'impone ai cristiani è un'esigenza di purezza (di fede). Che i cri­stiani siano veri cristiani, che abbiano fede. Non abbiamo altra luce, altra forza, altra ar­ma, altra speranza perchè non abbiamo altra vita. Si tratta dunque di penetrare di nuovo nel suo mistero, d'immergersi nel suo silenzio e nella sua notte, perchè ne sgorghino di nuo­vo parole di luce. Tutto è vano, se non è atto di fede. Se c'è una vittoria del cristianesimo sul male noi sappiamo - sulla parola di Gio­vanni - che è la nostra fede ».

Costruire la propria vita sulla fede in Dio questa è stata l'eredità di Giuseppe e deve es­sere la nostra. Egli si rivela un modello ecce­zionale, mostrandosi d'una fede pronta, co­stante, coraggiosa.

Domandiamogli d'illuminarci perchè noi non respingiamo ancora l'ombra di Dio, in cui solo è la luce. E, concludendo, ricordiamo la frase che un romanziere contemporaneo mette in bocca al suo eroe: « E' poco probabile che, se resterò in attesa nel fondo della mia tana, la fede venga a visitarmi ».

 

LA SPERANZA DI SAN GIUSEPPE

Dicevamo che la fede è la terra che per­mette alle virtù cristiane di germogliare. Ora, tra queste, senza dubbio la prima è la speran­za: essa è il frutto rigoglioso di una fede for­te. Poichè chi crede in Dio, nella sua bontà, nel­la sua potenza illimitata, nella sua sollecitu­dine provvidenziale, non può non sperare con fermezza, non attendere, cioè, dal Maestro On­nipotente i soccorsi necessari per superare gli ostacoli che incontrerà.

San Giuseppe, la cui fede superò - al dire di S. Bernardo - la fede di David e, si potrebbe dire, anche quella di Abramo che S. Paolo chia­ma « Padre dei credenti », San Giuseppe, dunque, avendo vissuto d'una fede ecceziona­le, non poteva non essere l'uomo della spe­ranza.

Non viveva accanto allo stesso Figlio di Dio, umanato nella nostra carne presa da Maria? Questo fatto, luminoso come uno sprazzo di luce che spazza la notte, era per lui un costan­te ricordo della potenza e della bontà di Dio.

Egli che - solo tra i contemporanei - co­nosceva la nascita verginale del Salvatore e il miracolo sbalorditivo ma certo, che aveva sot­tratto Madre e Figlio alle leggi ordinarie del parto, dalla presenza di Gesù e di Maria era continuamente richiamato alla certezza che nulla è impossibile a Dio. Maria, madre e ver­gine, ricordava allo spirito del suo sposo illu­minato dalla fede, che Dio è veramente Signo­re, dispone, cioè, tutto secondo il suo benepla­cito, alla luce dei suoi disegni d'Amore. Maria era per lui l'affermazione incessante della so­vrana potenza di Dio.

Gesù, dal canto suo, era testimonianza vi­vente dell'incommensurabile bontà di Dio, che aveva esaudito l'appello insistente di tanti e tanti fedeli; quei fedeli che, nati da Adamo, erano con lui immersi nel male, ma divideva­no la speranza di veder compiersi un giorno la Redenzione. Un uomo aveva peccato e tutti gli uomini in lui, ed ecco, vicino al suo focolare, unito a lui come figlio al padre, Giuseppe vede il Messia, il Redentore atteso. Era il sigillo del­la volontà di Dio e della sua fedeltà.

In Gesù, in Maria, in se stesso, San Giusep­pe vedeva il compimento delle promesse fatte da Dio ai suoi antenati e questa fedeltà dell'On­nipotente nel mantenere la sua parola apriva a Giuseppe prospettive di.speranze infinite.

Come non avrebbe sperato per Maria e per se stesso la salvezza, dal momento che erano oggetti di tanti favori e di tanti privilegi da parte di Dio? Non ha egli fatto sempre mag­gior assegnamento sul soccorso provvidenziale di Dio piuttosto che sulle proprie forze? Chi ha approfondito il dilemma crocifiggente po­sto dalla maternità di Maria, chi conosce le circostanze dolorose della natività, della fu­ga in Egitto, del soggiorno in esilio, chi pene­tra la ferita prodotta nel suo cuore dalla tre­menda profezia di Simeone, comprende facil­mente come l'unica forza di San Giuseppe sia stata una speranza indistruttibile nella bontà, nella potenza, nella fedeltà del Signore.

Tutto questo senza dubbio spiega la calma serena che irradia dalla figura di San Giusep­pe. Egli sembra dire: una gran luce è sorta in mezzo a noi: ecco la virtù della speranza, lu­ce splendida per la sua anima, fuoco vivifican­te per il suo cuore.

Potessimo anche noi imparare da San Giu­seppe a vivere di speranza!

Non è forse vero che il nostro spirito è spes­so mesto, l'anima triste, il cuore stordito dal dolore? E' questa la vita: cadono una dopo l'al­tra le speranze più belle, s'infrangono gli ideali più lusinghieri, chi sognava ieri una vita bel­la e piacevole, si vede oggi alle prese con le me­schinità avvilenti della vita quotidiana; chi si riprometteva di correre senza intoppi nella via dell'amore si ritrova oggi col cuore squarcia­to dalle contraffazioni fallaci d'un amore men­zognero; chi sognava una visione di beni da realizzare, battaglie da superare per il trionfo della virtù, è disgustato dal torpore prodotto dalla viltà fatta di compromessi e accomoda­menti.

Quanti sono giunti alla nausea e, coscien­temente o no, si irrigidiscono nella disperazio­ne! Torna allora l'eterno ritornello: « A che scopo? », i cuori si spengono, lo spirito s'ac­cascia, ci si trascina nel disgusto.

Bisogna invece saper sperare contro tutto e contro tutti; gli uomini possono ammorbare la terra esalando il male, ma non potranno mai avvelenare chi guarda verso Dio.

Al di là di tutte le malizie, siano pur raffi­nate e nocive, al di là di tutta la bestialità, c'è la bontà inalterabile di Dio, e oltre tutte le de­bolezze, deplorevoli quanto si voglia, c'è la po­tenza invincibile del Signore; oltre tutte le menzogne, inganni dolorosi, grottesche millan­terie, c'è la fedeltà dell'Eterno.

Su questa realtà deve contare il cristiano, e da ogni situazione deve emergere con fidu­cia, perchè la speranza è la sua eredità.

L'unico modo di vivere è sperare. La speran­za ci trasformerà dandoci la certezza, la fer­mezza, il gusto dell'azione e del combatti­mento.

Alexis Carrel nota a ragione che « la spe­ranza genera l'azione e giustamente il cristia­nesimo la considera una grande virtù: essa è uno dei fattori più potenti dell'adattamento dell'individuo a una vita sfavorevole ».

Il cristiano non è un fiore di serra, nè vi­ve - come non visse San Giuseppe - in un am­biente facile. Ma dovunque si trovi, il pensie­ro che Dio gli porge aiuto deve confortarlo, dandogli la certezza della vittoria, nonostante le apparenti sconfitte.

Cristo è la speranza del popolo cristiano. San Giuseppe, padre verginale di Gesù, può dunque essere chiamato « padre della spe­ranza ».

Ch'egli ne comunichi a noi, suoi figli spiri­tuali nel Cristo, una fiamma ardente!

 

LA CARITA' DI SAN GIUSEPPE

« Ora soltanto queste tre cose perdurano - scriveva S. Paolo ai Corinti - fede, speranza e amore, ma la più grande di tutte è l'amo­re ».

La forza del Cristianesimo è la carità. Tut­to l'insegnamento del Maestro gravita intorno ad essa, perchè egli è venuto ad insegnarci l'amore di Dio. Anche i santi, testimoni auten­tici d'un cristianesimo vissuto alla perfezione, ci si presentano come grandi fiaccole consuma­te dal fuoco dell'amore.

Perciò non sorprende che in San Giuseppe la virtù della carità si sia sviluppata fino al li­vello superato solo da Maria. Veramente egli ha amato Dio con tutta l'anima, con tutto il cuore, con tutte le forze! Veramente si è dato a lui con una bruciante devozione!

Poichè Giuseppe ha vissuto tutta l'intera esistenza in un clima di generoso amore.

Con Maria e vicino a lei, egli fu scelto per comunicare a un titolo speciale, esclusivo, in­timissimo al Mistero d'Amore rivelatosi nella Incarnazione del Verbo e nella Redenzione. L'unica sua ragione d'essere è il posto assegna­togli nell'opera che manifesta l'immenso amore di Dio per gli uomini. Di lui si può dire che per primo ha bevuto alla sorgente inesauribile di carità che è Cristo, per primo ha posseduto - nel significato letterale della parola - l'Amore Incarnato, custodendo presso di sè Dio come cosa propria. Ha amato Cristo come suo figlio, si è consacrato a Lui in modo totale, Gli ha prodigato tutti i suoi anni, tutti i suoi giorni, tutti gli istanti con abnegazione piena d'amore. E Cristo è Dio. Come Maria, unica tra le donne, ha amato Dio come suo figlio, così Giuseppe, unico tra gli uomini, ha amato Dio come un pa­dre ama il figlio.

Come lo spirito d'un padre s'incentra nei fi­gli, perchè li ama, così il pensiero di Giuseppe fu indissolubilmente ancorato a Dio. Nè poteva essere diversamente: in tal modo egli ha rag­giunto il massimo grado nella pratica di que­sta virtù. Con lo stesso palpito del cuore, ama­va Dio come un padre ama il figlio e una crea­tura ama il Creatore, e l'ha amato di un amo­re assoluto, totale, efficace.

E Poichè San Giovanni afferma che la misu­ra dell'amor di Dio è l'amore del prossimo, possiamo presumere, senza timore di sbaglia­re, che con Gesù e Maria Giuseppe amò tutti quelli che doveva amare, estendendo la sua carità a tutti gli uomini: partecipando al mi­stero della Redenzione universale, egli visse di una universale carità.

Tra tutti gli insegnamenti che ci vengono da lui, questo è senza dubbio il più urgente non ha valore la vita se non si ama Dio.

Per tanti uomini, e tra questi forse anche. noi, la vita scorre nell'amarezza, perchè non vo­gliono amare Dio: Dio è amore e chi si allonta­na da Lui si allontana dall'unica capacità di effusione: la grande e bella carità, senza la quale i cuori diventano gretti, s'induriscono come pietra, cozzano senza riguardi. La vita diventa allora un tentativo di reciproco annien­tamento.

C'è purtroppo divenuto familiare lo spetta­colo di uomini che pretendendo di non aver bi­sogno di amare Dio, precipitano, in un mostruo­so egoismo; col passare del tempo, esso di­strugge il meglio di loro stessi, lasciandoli vuo­ti spasimanti sull'orlo della disperazione. Agli uomini del nostro tempo abbattuti dagli odii, disgustati dalle fetide esalazioni che li scon­volgono, inferociti dalle lotte, manca l'amore. E l'amore è Dio; al di fuori di Lui non c'è amore.

Se i cristiani sapessero amare, la loro testimonianza di discepoli di Cristo sarebbe ben più possente, la loro azione ben più estesa! Maria ci ha insegnato l'amore di Dio e, vici­no a lei, Giuseppe ripete a sua volta la stessa lezione, mettendo sotto i nostri occhi l'imma­gine d'una vita ritmata dal soffio di Dio.

Il giorno in cui l'anima nostra sarà incan­descente di una carità che trabocca, l'aspetto del mondo sarà cambiato: il nostro vicino non sarà più un uomo da combattere, bensì da soc­correre.

Ma per amare gli uomini dobbiamo impa­rare ad amare Dio.

Una grande educatrice del nostro tempo scrive: « Se ci guardiamo bene intorno, per quanto umile possa essere l'ambiente in cui vi­viamo, troviamo sempre delle sorgenti di gioia, d'ammirazione, l'occasione di esercitare una carità delicata, un apostolato efficace, mille pic­cole occasioni d'esser buoni, e d'amare Dio. Coglierle, significa sfuggire alle possibilità d'il­lusione e avvicinarsi alla verità profonda della vita che non sta nel seguire vane chimere, ma nel servire efficacemente i fratelli ».

Tutta la vita cristiana sta qui; fuori dello amore di Dio e del prossimo, nulla ha valore. Possiamo ancora aggiungere, per concludere, questa osservazione tagliente; ma purtrop­po vera: « E' certamente più facile impietosirsi sulle condizioni di mille, diecimila o centomila persone, piuttosto che fare tutto quello che si deve per un uomo solo ».

San Giuseppe ci offre l'esempio di un uomo che ha amato Dio senza riserva alcuna, con ca­rità assoluta e il prossimo con uguale amore; possa il suo esempio imprimersi nel nostro cuore!

 

LA VIRTU' DI RELIGIONE IN SAN GIUSEPPE

Secondo San Tommaso, la prima fra le vir­tù morali, perchè più vicina alle teologali che si riferiscono direttamente a Dio, è la virtù di religione, la cui essenza consiste nel fissare le relazioni tra l'uomo e Dio.

Primo creditore dell'uomo non è forse Dio, suo Creatore, Provvidenza, Signore e Maestro? A Dio tutto deve, perciò gli deve tutto se stesso e non ci sarà ordine in noi finchè non avrà ac­cettato di piegare dinanzi al Signore il suo spi­rito, il suo cuore..

Perchè, anzichè essere un aspetto esteriore, la virtù di religione deve animare il nostro in­terno: Cristo desidera che rendiamo a Dio il nostro culto « in spirito e verità » e non pre­tende da noi un atteggiamento esterno edifi­cante e pio, ma un'anima religiosa. Difatti egli stesso diceva di quegli uomini che ostentava­no preghiere esterne: « Non chiunque mi dice Signore! Signore! entrerà nel Regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli ».

Ora abbandonarsi alla volontà di Dio è l'at­to centrale della virtù di religione.

Chi scorre il Vangelo, meditandolo con par­ticolare riguardo alla figura di San Giuseppe, nota subito che una delle più belle caratteri­stiche della sua vita è il suo totale abbandono al Signore. Maria, la Vergine del « fiat », fu un incomparabile esempio di abbandono e Giusep­pe, suo sposo, la cui vita può egualmente rias­sumersi in un « fiat », divise con lei il culto della volontà di Dio. Sappiamo di lui che fu perfettamente sottomesso: il silenzio, il na­scondimento, la modestia con cui resta all'om­bra del figlio e della sposa, sottolineano discre­tamente il completo abbandono in cui si svol­se la sua vita. L'abbandono è discreto e perciò, di quelli che si abbandonano senza riserva non si sa quasi cosa dire. Può essere questa, in ul­tima analisi, la ragione per cui gli evangelisti ci hanno detto così poco di Giuseppe, come di Maria del resto. C'era poco da dire di Giusep­pe la cui vita non ha nulla di brillante e noi invece amiamo i santi luminosi, arrivando spesso al paradosso di cercare in essi una esi­bizione di eroismo. Forse perciò dimentichiamo S. Giuseppe o lo releghiamo all'ultimo piano.

In realtà egli è stato, tra tutti, il santo del­l'abbandono: l'abbandono è una virtù segreta chi si abbandona perfettamente, non si fa nota­re, passa senza parole, senza gesti, dimentica­to. Assomiglia a un uomo qualunque, perchè ama rimanere nella linea del dovere assegna­togli dalla vita; non è chiassoso, solo nell'inti­mo dell'animo l'unione col Maestro divampa in fiamma divorante. Pure agli occhi attenti non sfugge con quale cura compie tutte le sue azio­ni, con quale puntualità si applica ai minimi doveri: essi vedono come nessuna fatica gli sia ingrata, e quale premurosa ricerca di per­fezione porti nei più piccoli dettagli dell'esi­stenza.

In questo ritratto dell'uomo che ha rag­giunto il perfetto abbandono, tracciato da un autore moderno, chi non riconosce disegnata a perfezione la figura di San Giuseppe? Riserva­to nella sua persona, nella sua missione, nel­la sua virtù. Veramente virtù segreta, la sua virtù d'abbandono! Nessuno è stato più straor­dinariamente « ordinario » di Giuseppe. Non si può infatti immaginare vita più regolare, più monotona, più comune, meno notevole dal punto di vista umano - e effettivamente meno no­tata - della sua.

Non è stato un taumaturgo di grido, nè un apostolo illustre, non ha predicato come Pao­lo, nè profetato come il Battista, nè ha concor­so - pur essendo padre - alla generazione fisica di Cristo, come Maria. Semplicemente è rimasto là, dinanzi a Dio, ad ascoltare, ad attendere. Quando Dio disse: « Vieni » egli ven­ne, quando disse « Va » egli andò, « ritorna » e ritornò. A disposizione di Dio e nient'altro! L'unica sua risposta a tutti gli inviti divini fu questa: « Sia fatta la tua volontà! »

Così c'insegna che la santità non consiste in gesta gloriose, ma nella docilità e che tutte le formule di perfezione si riducono ad essa; che - fuori della povertà di spirito e dello spo­gliamento - è illusione trovare la quiete, la pace, la forza, è illusione, in una parola, cer­car di trovare Dio.

Noi mettiamo a volte nella ricerca della santità più immaginazione che volontà, più so­gno che assenso: « Partite nella vostra giornata, senza idee preconcette, senza stanchezze previste, senza progetti su Dio, senza ricordi di Lui, senza entusiasmo, senza biblioteca, incontro a Lui. Partite alla sua ricerca senza carte topografiche, con la certezza che egli è per via, non alla meta. Non cercate di trovarlo con ricette originali, ma lasciatevi trovare da Lui, nella pover­tà d' « una vita banale », mettendovi tanto amore.

La vita di San Giuseppe fu banale... come la nostra.

Il solito ritmo quotidiano da riprendere tut­te le mattine, gli stessi gesti ripetuti mille e mille volte, gli stessi utensili, gli stessi movi­menti, le stesse pause: tutto quello che costi­tuisce la monotonia della nostra vita. La vita di San Giuseppe è stata banale.., ma in questa banalità ha messo tanto amore, che nulla ave­va di simile davanti a Dio, perchè per il Signo­re nulla eguaglia lo splendore della carità di una volontà abbandonata alla sua.

« Sia fatta la tua volontà ». Bisogna che sia questa la nostra preghiera, fatta non di pa­role, ma di vita consacrata realmente a Dio.

Non c'è splendore o grandezza umana che possa durare, paragonata alla vita di un umi­le, come Giuseppe, che compie tutto quanto Dio attende da lui.

Ci ottenga San Giuseppe di comprendere e vivere questa verità con la sua stessa costanza.

 

LA VIRTU' D'OBBEDIENZA IN SAN GIUSEPPE

« Giuseppe obbedientissimo, prega per noi ». Questa invocazione delle litanie di San Giu­seppe, riflette una delle virtù più evidenti del santo Patriarca.

Quasi tutte le volte che il santo Vangelo lo ricorda, vediamo Giuseppe obbedire, sia a una ingiunzione di Dio trasmessagli dall'Angelo, sia a una prescrizione della legge. Si tratta di pren­dere Maria in sposa? L'Angelo parla, Giusep­pe obbedisce. Deve imporre il nome a Gesù? L'Angelo parla, Giuseppe obbedisce. Deve sot­trarre il Salvatore all'invidia crudele di Erode, o ricondurlo dall'Egitto, o stabilirsi a Naza­reth? Giuseppe obbedisce sempre, come obbe­disce alla legge della Circoncisione e della pre­sentazione al Tempio.

Una delle linee maestre della figura di San Giuseppe, quale è delineata dalla Scrittura, è questa obbedienza pronta e semplice.

In verità, questo non deve meravigliare, poi­chè San Giuseppe è « l'uomo della volontà di - Dio » e abbiamo visto com'egli si sia ab­bandonato in tutto a questa volontà sovrana, cui riconosceva diritti incontestabili; ma la conseguenza logica di questo interiore abban­dono, il suo segno esteriore è l'obbedienza. Quando la volontà dell'uomo è sottomessa a Dio - e quella di Giuseppe lo fu in grado emi­nente,- l'obbedienza viene naturalmente, e­spressione spontanea della sottomissione spìri­tuale.

Cristo disse di sè di esser venuto sulla ter­ra unicamente per compiere la volontà del Pa­dre, e di lui San Paolo dice che si fece ob­bediente fino alla morte di croce. Abbando­no e obbedienza sono le parallele su cui si svol­ge la vita del Salvatore; la vita di San Giusep­pe ne è una imitazione esemplare. Per trovare Dio ed eseguire con mano maestra l'ideale trac­ciatogli dalla grazia non ha scelto altra via; da una parte la sua anima si è conformata il più adeguatamente possibile a ciò che Dio vo­leva, dall'altra egli ha semplicemente obbe­dito.

Alcuni penseranno che questo è un acco­stamento troppo meschino, ma perchè da spi­riti superficiali, vedono in Giuseppe un santo di mediocre statura. E' invece necessaria per obbedire una forza d'animo poco comune. In­chinarsi alla volontà propria è cosa gradita, ma piegare tutto il proprio essere all'esigenza di un superiore - fosse anche Dio - richiede un animo veramente energico. San Giuseppe obbe­diente non è un burattino che si lascia sballot­tare un po' dovunque, ma l'uomo equilibrato che raccoglie la sua forza e l'indirizza, sotto­mettendola, a Dio. L'obbedienza non è dei de­boli: sono troppo snervati per obbedire, pre­feriscono abbandonarsi al beneplacito della lo­ro fantasia e dilapidare così le loro energie.

San Giuseppe, presentatoci dal testo sacro come un grande obbediente, ci chiama a vive­re come lui, sotto il segno dell'obbedienza che è la croce del Signore.

Per il Cristo, come per San Giuseppe, non ci fu altra via. Così per noi: il cammino è iden­tico.

Non è certo cosa facile e il nostro spirito s'impenna con vivacità contro ogni legge e ogni autorità, soprattutto contro Dio, violenta è la nostra reazione ai precetti evangelici, alle leg­gi della natura, a tutto quello che non rientra nella cornice ristretta e meschina dei nostri istinti incontrollati e dei nostri cupidi desi­deri.

E questa veemente rivolta, con inganno ma­lizioso, consideriamo forza magnifica, mentre non è che il ruggito inarticolato di un povero essere imbavagliato dall'orgoglio.

Dio ci domina e ci comanda, volenti o no­lenti. Tutte le nostre negazioni non cambiano la realtà. C'è una legge di grazia e una di natu­ra, c'è Cristo e la sua Chiesa: possiamo rifiu­tare di sottometterci all'una e all'altra, ma al­lora la vita stessa si avanza con tutto un corteo di servitù, che affermando la loro superiorità ci sommergono nostro malgrado. La soneria del telefono che c'importuna, la chiave smar­rita, il tramvai perduto, l'automobile che non si mette in moto; freddo e caldo, emicrania o mal di denti; gli spintoni nelle ore di folla, gli importuni che ci rubano il tempo: tutte picco­le cose, ma così moleste, contro le quali non si può far niente.

Val meglio deciderci una buona volta e ac­cettare di agire sotto la direzione del Signore. Quando direttamente o per mezzo delle crea­ture, egli ci indica la sua volontà, perchè non impegnarsi con serenità e fermezza? Abbiamo bisogno di temprarci nell'obbe­dienza, come l'acciaio nel fuoco; per essa ci avvicineremo a Dio e dilateremo il nostro spi­rito, perchè l'obbedienza voluta e amata, lun­gi dall'essere una coartazione è una gioia.

« ... la mortificazione bene intesa della volontà, che chiamiamo obbedienza cristiana, è l'ultima parola della vita spirituale, l'espres­sione più perfetta della forza di caratte­re ».

Solo per essa si giunse a quell'ammirevo­le « virilità cristiana » il cui prototipo è Cristo. Giuseppe, obbediente per eccellenza, presen­ta un tale carattere di virilità proprio perchè la sua anima è stata cesellata dall'obbedienza sappiano imitarlo gli uomini assetati di tale virilità! « San Giuseppe, obbedientissimo, prega per noi ».

 

LA FORTEZZA DI SAN GIUSEPPE

Abbiamo sottolineato il tono d'energia che riveste la figura di San Giuseppe, il vigore che solca la sua anima, e che ricorda non lo splen­dore luccicante del metallo, ma piuttosto il ri­salto ben sfumato dell'avorio lavorato dal ce­sello dello scultore.

Figura maschia, la sua è anima forte. Volendo trattenerci ora a meditare la vir­tù della fortezza praticata da San Giuseppe, ci piace ricorrere a San Francesco di Sales. Questo santo dottore della Chiesa, uno dei più santi e dei più sapienti, aveva per il padre ter­reno di Gesù una notevole devozione, e ha trac­ciato di lui, nei suoi celebri Trattenimenti spiri­tuali, un magnifico ritratto, divenuto ormai classico.

Domandiamo, dunque, alla penna effica­cissima di San Francesco di Sales di evocare per noi la forza di San Giuseppe.

Ricordando un testo liturgico in cui si paragona San Giuseppe a una palma, il santo Dot­tore dice: « La terza proprietà della palma è la robu­stezza, la costanza e la forza, virtù che si tro­vano in grado eminente nel nostro Santo. La palma ha una robustezza, una forza e una co­stanza superiore ad ogni altro albero: per que­sto ne è la regina. Essa mostra la sua forza e la sua costanza in questo, che, più è ricca, più cresce in altezza, cosa che non si verifica nelle altre piante le quali più sono cariche, più pie­gano verso terra. La palma mostra la sua for­za e la sua costanza nel non piegarsi nè abbas­sarsi per quanto pesante sia il suo carico, è un suo istinto quello di slanciarsi verso l'alto e non glielo si può impedire...

« Ben a proposito quindi San Giuseppe è paragonato alla palma perchè egli fu sempre forte, costante e perseverante.

« Il nostro glorioso Santo ebbe tutte queste virtù e le esercitò in modo meraviglioso. Non praticò forse la costanza quando, vedendo la sua Sposa incinta, non sapeva come regolarsi? Mio Dio, che disgrazia, che pena, che confusio­ne! Tuttavia non si agita, non si mostra rozzo, nè meno gentile con la sua Sposa, ma rimane rispettoso e dolce come il solito. Ma quale co­stanza e quale forza dimostrò nella vittoria ri­portata sui due nemici più acerrimi dell'uomo il demonio e il mondo, nella pratica di una pro­fonda umiltà per tutto il tempo di sua vità!... Forte e costante è colui che, come San Giusep­pe, persevera nell'umiltà, perchè è ad un tempo vincitore del diavolo e del mondo, pieni di am­bizione, di vanità e d'orgoglio.

« Riguardo alla perseveranza, contraria a quella noia interiore che ci accascia nelle tri­bolazioni, umiliazioni e difficoltà, quanto fu provato il nostro Santo da parte di Dio e de­gli uomini! Consideriamo il suo viaggio in E­gitto. L'Angelo gli comanda di partire pron­tamente con la Sposa e col Figlio ed egli parte subito, senza proferir parola. Non si doman­da neppure: « Dove andrò? Che strada fare­mo? chi ci nutrirà? chi ci accoglierà? » Par­te senza alcun disegno, con gli strumenti di la­voro sulle spalle onde poter guadagnare qual­cosa col sudore della sua fronte. Come avrà dovuto opprimerlo quella noia di cui abbiamo parlato! Tanto più che l'Angelo non gli aveva determinato il tempo del ritorno, di modo che non poteva stabilirsi una dimora sicura, non sapendo quando l'Angelo gli avrebbe dato l'av­viso del ritorno... ».

Questa lunga citazione di San Francesco di Sales ci dà l'immagine in Giuseppe d'una forza semplice, ma consistente, l'immagine d'una forza cui tutti dobbiamo aspirare.

E' strano vedere quanta possibilità d'avvi­limento hanno i piccoli incidenti d'una giorna­ta ordinaria. Un nonnulla che contraddice o ostacola i nostri progetti, una futilità che ci irrita, un'inquietudine, un'incertezza, quello che non è pienamente conforme ai nostri desi­deri, o le contrarietà in cui c'imbattiamo, tutte queste cose ci rendono pessimisti e infelici, per­chè la fortezza d'animo è la fonte d'ogni sere­nità.

Abbiamo bisogno, veramente bisogno di se­renità, di respirare un po' liberamente e di non essere oppressi dai minimi contrattempi e dob­biamo perciò coltivare la virtù della fortezza non la brutalità spregiudicata che colpisce sen­za attenzione, ma la forza laboriosa e calma che non è fatta di scatti, ma dello sforzo conti­nuo e caratteristico della pazienza. Ci ingannia­mo spesso sulla forza, immaginandola sempre strepitosa, mentre in realtà è forte chi, come San Giuseppe, sa rimanere eguale a se stesso, anche nell'avversità. La forza non è nell'arro­ganza, ma nella pazienza. Questo è l'ammoni­mento di San Giuseppe. Accogliamolo ricordan­do la frase caratteristica di San Francesco di Sales, a proposito della palma cui paragona il Santo: « più é carica, più sale verso il cielo ». Più saremo oppressi, più dovremo ascende­re verso l'alto, seguendo questo istinto di for­za che, sviluppato, ci farà divenire cristiani vigorosi.

 

L'UMILTA' DI SAN GIUSEPPE

Parlando incidentalmente dell'umiltà, il poe­ta inglese Chesterton esprimeva per bocca di uno dei suoi eroi questa verità: « L'umiltà è madre dei giganti. Si vedono grandi cose dalla valle; solo piccole cose dal picco ». L'immagine è vera: quando si passeggia in pianura, le cose che ci circondano, alberi, roc­ce, monti, assumono proporzioni enormi, ma se facciamo tanto di giungere in vetta, a un picco alpino, tutto assume proporzioni infime. Avviene così anche nella vita dello spirito; più ci si eleva nella scala della grazia e meno si de­sidera di credere grande tutto quello che ci ri­guarda.

Questa riflessione spiega senza dubbio la umiltà di Cristo che ha voluto farsi servo di tutti e quella di Maria che si è proclamata l'an­cella del Signore.

A questo punto della nostra meditazione sulle virtù di San Giuseppe, dopo aver studia­to attentamente la sua figura e analizzato la sua vita, avendo compreso a quale altezza lo ha elevato la sua condizione di sposo della Vergi­ne e padre del Verbo Incarnato, ci accorgia­mo come la sua umiltà sia proporzionata alla sua grandezza. Posto ad un'altezza che divide solo con Gesù e Maria, egli ne partecipa anche l'ammirevole umiltà.

Colmato di grazie straordinarie, scelto per essere l'uomo cui il Padre avrebbe affidato il Figlio, depositario, quindi, del più prezioso do­no di Dio, Giuseppe, sull'esempio di Maria, si stimò sempre servo inutile... E non per svalu­tazione del suo stato: ben sapeva di essere sta­to eletto ad un'alta dignità.

Basta, per comprenderlo, rievocare la figu­ra del Patriarca Giuseppe, l'antico figlio di Gia­cobbe, figura del vero Giuseppe. Non ricordo quale autore sottolineasse quanto a proposito il famoso sogno del giovane Israelita si ap­plichi al nostro santo: si tratta del sogno in cui il secondo genito di Giacobbe racconta ai suoi fratelli che il sole, la luna, le stelle si prostrava­no davanti a lui. Il sole è Cristo, la luna la Vergine: i due astri di maggiore grandezza che si sono inchinati all'autorità paterna di Giuseppe; le dodici stelle sono i dodici apostoli e con loro tutti i santi che, nell'ordine della gra­zia, seguono Gesù, Maria e Giuseppe.

Compagno della Vergine per l'eternità e in­caricato soprattutto della persona di Cristo, di cui è garante, come il padre del figlio, Giusep­pe non ignora di essere un uomo eccezional­mente privilegiato da Dio. Ma in questa certez­za, lungi dall'invanirsi, trova la ragione stessa di un più grande abbassamento, perchè sa che tutto è dono di Dio e che più grande è il dono, più ne siamo indegni. E Giuseppe infatti, con l'acume proprio dei santi, sentiva profonda­mente la sua totale dipendenza da Dio.

L'obbedienza assoluta e senza esitazione di cui abbiamo parlato; l'abbandono totale alla volontà del Signore, che nessuna circostanza potè mai diminuire; la fortezza eroica di fron­te agli ostacoli, la fede intrepida, la speranza costante, la carità universale, il suo silenzio pieno di un'adesione indiscussa al volere di Dio: tutto ci dice quanto grande fosse l'umiltà dì Giuseppe.

Egli non si arroga indebitamente la gran­dezza di cui Dio l'ha investito, riconoscendo in ogni momento della sua vita che tutto gli vie­ne da Dio; dal canto suo accetta di essere un nulla, nulla all'infuori di ciò che Dio vuole, e benchè sia grande dinanzi all'Autore della grazia, conserva ai propri occhi le proporzioni di un peccatore, redento, ma sempre sottomes­so al beneplacito del Signore.

La sua vita semplice, libera da ogni ricer­ca, fusa nella luce abbagliante di Cristo e di Ma­ria, brilla nel Vangelo come una pietra prezio­sa nella ricca vetrina di un gioielliere: fra tut­te essa splende per i bagliori discreti della umiltà.

Noi abbiamo veramente bisogno del suo esempio. Ai nostri giorni, in cui l'orgoglio de­gli uomini è in vena di scardinare perfino la stabilità del mondo in cui viviamo, in un seco­lo dominato dalla follia d'una arroganza che dà le, vertigini, l'umile figura di Giuseppe si offre come un ammonimento veramente oppor­tuno.

Sotto pretesto d'umanesimo, la nostra civil­tà si sforza di sopprimere l'umiltà e, con la pre­tesa che l'uomo deve essere completo, il più perfetto possibile, cerca di raggiungere questo fine eccitandolo alla super-esaltazione di se stesso. Inconsciamente, forse, ma sicuramente la verità è tradita e l'uomo ingannato ricade su se stesso, come un astro caduto, uscito fuo­ri della sua orbita.

Perciò, navigando contro corrente, urge ri­dare all'umiltà il suo posto nella nostra vita. Essa non è una virtù negativa, anzi è emi­nentemente positiva, perchè, sola, può ordina­re la vita. Come la mortificazione sottomette il corpo allo spirito, così l'umiltà assoggetta lo spirito a Dio; allora l'ordine nella creazione vie­ne rispettato e l'uomo si perfeziona realmen­te nell'armonia d'una sottomissione integrale.

Altrimenti - la nostra esperienza perso­nale lo dimostra dolorosamente - ci avvolto­liamo nel fango più profondo. Uccidiamo in noi tutte le manifestazioni dell'orgoglio in ebolli­zione, poniamoci dinanzi a Dio e agli uomini non su false vette, ma al nostro vero posto, in quest'angolo del mondo di grazia, in cui siamo davvero! Non c'è niente di buono in noi, che non sia opera di Dio e tutto ciò che, col nostro sforzo, abbiamo compiuto di bene è anch'esso effetto della grazia: di ciò diventeremo veramente co­scienti, se lasceremo penetrare i nostri cuori da una vera umiltà. « L'umiltà è madre di giganti ». Questa fra­se di Chesterton che abbiamo applicato a San Giuseppe, divenga un po' la massima della no­stra vita.

Che San Giuseppe, vero gigante spirituale, ci faccia partecipi dell'umiltà, che lo ha reso sì grande dinanzi a Dio.

 

IL SILENZIO DI SAN GIUSEPPE

«Quello che fa il valore di un'a­nima è la ricchezza di ciò che non dice».

Sotto questo aspetto, quale non fu il valore dell'animo di San Giuseppe e come meravigliar­ci di trovarlo così innanzi nella santità? C'è un aggettivo che si unisce spesso al suo nome, quello di « silenzioso » e una caratteristica che gli si riconosce generalmente, quella di essere stato « l'uomo del silenzio ». Silenzio col­mo di tanta ricchezza che nessuna parola, nes­suna umana espressione potrà tradurlo. La gra­zia di Dio si riversò in Giuseppe con tale ab­bondanza e lo elevò a tali altezze spirituali che egli stimò superfluo ogni tentativo d'esprimer­si; come Maria, portava tutte le cose nel suo cuore, alimentandole con la meditazione dell'i­nenarrabile mistero cui partecipava. Sapeva che l'ora di Dio era finalmente venuta, che si era operato nella Vergine un prodigio d'onni­potenza, che Cristo era la salvezza del mondo, che per l'umanità si sarebbe presto chiuso il lungo periodo d'abbandono in cui aveva vis­suto di sola speranza.

La Verità e l'Amore erano così vicini a lui, nella persona di Cristo, ch'egli ne rimaneva come annientato, senza provare alcun bisogno d'esteriorizzarsi o d'agitarsi. Era così grande la sua ricchezza, così sorprendente il dono lar­gitogli da Dio, così abbondanti le grazie di cui era oggetto, che il suo cuore semplice taceva, lodando Dio col suo silenzio. La troppa luce ac­ceca, come accade all'alpinista che beve ad oc­chi spalancati i raggi di sole riflessi dalla neve. Avviene lo stesso nel mondo spirituale: la gio­ia, le grazie eccessive rendono muti, sembra che distruggano ogni possibilità d'espressione, rasentando l'inesprimibile.

San Giuseppe, cosciente del formidabile mi­stero cui partecipava, era penetrato da un pro­fondo bisogno di silenzio; vivendo accanto al­la Parola di Dio affidata alla sua custodia non voleva turbare col rumore della parola umana l'atmosfera di grazia in cui viveva.

Questo silenzio, non ostinato, nè testardo, come è spesso il nostro, ma voluto e coltivato per rispetto verso Dio; non povero e vuoto, ma ricco e colmo della presenza di Cristo; non so­litario e selvaggio, ma sereno e diviso da Ma­ria, questo silenzio di Giuseppe è il segno della grandezza della sua anima.

Noi non siamo facili cultori del silenzio, ma gli preferiamo l'esuberanza comunicativa, lo scalpitio impaziente del nostro spirito in cerca di ammiratori, crediamo di camuffare sotto un diluvio di parole la povertà del nostro pensie­ro. Ammucchiamo parole su parole, in un ca­stello di frasi che non hanno consistenza mag­giore dell'aria che spostano. Parliamo a tempo e fuor di tempo, agitando la nostra lingua con frenesia, le parole attirano altre parole, le fra­si succedono alle frasi, poi scoppia sonoro il riso. Ma quando l'ultima eco si è spenta, che rimane di tanto fracasso? L'anima se n'è arric­chita? il pensiero è più copioso? lo spirito più vegeto? la meditazione più profonda?

Facilmente ci lasciamo illudere dalla ten­tazione d'ingannare col chiasso e con lo stre­pito, la fame che attenaglia il nostro spirito, la fame di Dio e la sete del suo mistero. Guardia­moci dal soffocare l'ispirazione dello Spirito, prestando orecchio a tutti i rumori che cozzano in noi, diffidiamo d'una prolissità che non è sempre segno di maturità spirituale. Ricordia­mo ad esempio di Giuseppe che la grazia di Dio in noi non porterà frutto che con la forza della

nostra attenzione e del nostro silenzio. Solo chi sa custodire il silenzio è ascoltato da Dio, dinanzi al quale tutto ciò che non diciamo vale molto più dei lunghi discorsi tenuti dinanzi agli uomini.

Chi avrà saputo tacere per riempire il suo spirito di Dio, quando parlerà, vedrà la sua pa­rola prendere il peso stesso di Dio.

San Giuseppe ci insegna il silenzio. Perchè ebbe un'anima grande, molto grande, fu silen­ziosissimo, illustrando ai nostri occhi la veri­tà dell'affermazione ricordata più su « ... il va­lore d'un'anima è la ricchezza di tutto ciò che non dice ».

Come grazia preziosa, per intercessione di San Giuseppe, domanderemo a Dio, in questa commovente preghiera del vecchio poeta Clau­del, di dare alla nostra anima il gusto del si­lenzio, che s'identifica col gusto delle cose di Dio, cioè della Sapienza: « Quando gli utensili sono in ordine al loro posto e il lavoro del giorno è finito, quando dal Carmelo al Giordano Israele dorme nel grano e nella notte, come un tempo quando era giovanetto e l'aria si faceva troppo buia per leggere, Giuseppe entra in colloquio con Dio, con un grande sospiro.

Ha preferito la Sapienza ed essa l'ha con­dotto alle nozze.

Egli è silenzioso come la terra nell'ora della rugiada.

E' immerso nell'abbondanza e nella notte, colmo di gioia, in compagnia della verità. Maria è in suo possesso ed egli la circonda da ogni parte.

Non da un sol giorno ha imparato a esse­re solo.

Una donna ha conquistato ogni parte di questo cuore ora prudente e paterno.

Di nuovo egli è nel Paradiso con Eva! Questo volto di cui tutti gli uomini hanno bisogno si volge con amore e sottomissione a Giuseppe.

Non è più la stessa preghiera, non più l'an­tica attesa da che sente

come un braccio l'appoggiarsi di quest'esse­re profondo e innocente, all'improvviso, senza astio.

Non più la fede nuda nella notte, ma l'amo­re che spiega e che opera.

Giuseppe è con Maria e Maria col Padre. E anche noi, perchè Dio infine sia permes­so, le cui opere sorpassano la nostra ragione, perchè la lampada non sia spenta dalla no­stra fiaccola e la sua Parola dal nostro rumore, perchè l'uomo cessi e venga il tuo regno e la tua volontà si compia, perchè noi ritroviamo la sorgente con le profonde delizie, perchè il mare si calmi e Maria cominci, Colei che ha la parte migliore e consuma la resistenza dell'antico Israele, Patriarca interiore, Giuseppe, ottienici il si­lenzio ».

 

III

I PRINCIPALI PATRONATI DI SAN GIUSEPPE

SAN GIUSEPPE, PATRONO DELLA CHIESA

Iniziando questa nuova serie di considera­zioni su San Giuseppe, vogliamo anzitutto ri­levare quanto sia vero che è giunta « l'ora di San Giuseppe ».

Senza dubbio, la proclamazione a Patrono della Chiesa Universale fatta da Pio IX fu uno degli elementi che maggiormente contribuì a diffondere la sua devozione e a sottolineare l'importanza della sua missione.

« Come il Signore aveva un tempo stabilito il patriarca Giuseppe, figlio di Giacobbe, go­vernatore di tutto l'Egitto per assicurare al popolo il frumento necessario per la sua sus­sistenza, così - egli scrive - quando fu giun­to il tempo in cui l'Eterno Dio aveva decreta­to d'inviare il suo Figlio Unico tra gli uomini per operarne la Redenzione, scelse un altro Giu­seppe di cui il primo era figura, e lo stabilì pa­drone della sua casa e dei suoi beni... ».

Immagine che colloca molto opportunamen­te la figura di San Giuseppe nel piano provvi­denziale. Egli è per la Chiesa ciò che l'antico Giuseppe fu per l'Egitto, avendo ricevuto da Dio la missione, come l'altro da Faraone. Sappiamo come il primo Giuseppe si fosse imposto al Signore d'Egitto che per la sua pro­bità, il senso di giustizia, la saggezza lo aveva creato sopraintendente di tutto il paese, af­fidando alle sue cure la ricchezza immensa di quella fertile contrada, dopo averlo stabilito con la sua scelta, Signore dell'Egitto intero. Era perciò suo compito conservare e distribui­re con discernimento i beni di un paese ch'egli aveva reso prospero con la sua saggia ammi­nistrazione; potè così salvare i suoi dalla ca­restia e difenderli dalla loro stessa incuria. Ciò che l'antico Giuseppe fu per l'antico E­gitto, San Giuseppe lo fu per la Chiesa di Dio. Non si tratta più semplicemente dell'am­ministrazione materiale d'un regno terreno, ma d'un regno spirituale di un valore infinitamen­te più grande, ordinato alla salvezza eterna dell'umanità e alla gloria di Dio. La Chiesa di Dio! Una realtà impalpabile e palpabile insie­me, prolungamento diretto di Cristo stesso, vo­luta e progettata da lui come l'edificio dall'ar­chitetto, un popolo immenso di viventi e di morti, i primi nell'economia della grazia, i se­condi in quella della gloria, un innumerevole popolo di uomini, uscito da Dio e a Lui diret­to, per una via ben tracciata, ecco la Chiesa, il retaggio di San Giuseppe.

Le incommensurabili ricchezze spirituali di cui è colma la Chiesa di Dio, l'abbondanza di grazie nata in lei dalla onnipotente e sovrab­bondante mediazione del Salvatore: ecco ciò che Egli deve dispensare.

Secondo la formula del decreto pontificio che abbiamo ricordato più sopra, egli è signo­re di tutti i beni nella casa de Signore.

Ciò, del resto, è facilmente comprensibile, perchè la sua missione nella Chiesa adulta è solo il prolungamento di quella che Dio gli con­fidò presso la Chiesa nascente, nella Sacra Fa­miglia. Ebbene, in questa il Signore lo creò de­positario dei tesori più preziosi che aveva sul­la terra: il Verbo Incarnato e sua Madre, la Vergine Maria.

Egli fu il provveditore, il custode, il pro­tettore di entrambi; col suo lavoro, le sue cure, le sue attenzioni, la sua sollecitudine potè vi­vere il focolare di Nazareth, primizia della Chiesa, da lui governata con autorità di pa­dre.

L'ufficio che fu suo allora, è ancora suo og­gi, perchè oggi deve vegliare sul corpo di Cri­sto che è la Chiesa, come altra volta sul Bam­bino Gesù. Da una parte egli la protegge contro i nemici che la minacciano continuamente, dall'altra ne procura l'accrescimento fino allo sta­to di perfezione.

Quando il Cristo-fanciullo fu minacciato, a Giuseppe fu dato l'incarico di proteggerlo; lo stesso avviene oggi, e vediamo papi, in varie circostanze penose per la Chiesa rivolgersi a Giuseppe per mettere neile sue mani una situa­zione a volte disperata.

Ai nostri giorni la Chiesa non è meno mi­nacciata, anzi... ! Più che mai, forse perchè è più viva che mai, essa è battuta in breccia da ogni lato: ci sono persecuzioni violente e aper­te che vorrebbero costringere con la forza i fe­deli di Cristo per aprire larghi solchi nei loro ranghi, e il pullulare di dottrine perverse che obnubilano le intelligenze e sconvolgono l'ordi­ne stabilito dalla legge di Dio; c'è un'invaden­te ondata di tiepidezza che avvolge le anime cercando di neutralizzare la loro vitalità inte­riore; ci sono - sempre troppo numerosi an­che se costituiscono l'eccezione - dissidi e defezioni di cristiani che Dio aveva voluto condottieri nella sua Chiesa, ma che si sono in­vece accontentati di banalità e dissipazioni.

Contro tutto questo la Chiesa ha bisogno d'essere custodita e difesa da San Giuseppe. C'è, inoltre, la crescita da assicurare, per­chè la Chiesa non può essere stazionaria, che anzi è in continuo sviluppo. Essa cresce ogni giorno, come un adolescente che tende alla statura d'uomo; cresce non solo per l'aggiun­gersi di nuovi membri che vengono dall'esterno ad arricchire i suoi ranghi, ma anche per la maggiore vitalità dei suoi membri.

Ciascuno di essi deve essere forte, ogni gior­no più forte, più aperto alla grazia di Dio, più docile all'ispirazione dello Spirito, insomma ogni cristiano deve essere più santo, perchè la Chiesa sia più santa.

Anche qui, è compito di Giuseppe provve­dere a questa necessità, come un giorno prov­vide alla crescita di Gesù.

Che San Giuseppe vegli dunque sulla Chie­sa intera e ci dia d'essere membri vivi d'una Chiesa sempre più viva.

San Giuseppe, Patrono della Chiesa univer­sale!

Prega per noi.

 

SAN GIUSEPPE MODELLO DEI LAVORATORI

« Se i legislatori, invece d'essere politici fos­sero medici, non cercherebbero tanto d'alleg­gerire il lavoro, diminuendo le ore lavorative, quanto di rendere possibile ad ogni uomo l'a­more profondo al proprio mestiere. Ciò è di ca­pitale importanza nel mondo moderno! E' pos­sibile? Non lo so. Forse è difficile, ma senza una rapida soluzione, senza un minimo di feli­cità per ogni uomo, tutta la macchina sociale rischia d'infrangersi e la nostra civiltà avrà fatto il suo tempo ».

E' questo il pensiero d'un romanziere del nostro tempo. Si potrà forse discutere l'uno o l'altro aspetto della questione, ma resta il pro­blema centrale da lui sottolineato: la felicità, la felicità perfin nel lavoro; o addirittura, an­che se può sembrare un paradosso, un punto di vista troppo spinto, la felicità per mezzo del lavoro.

L'uomo nella sua caduta ha trascinato con sè l'intero universo a lui strettamente unito. Prima della caduta esisteva il lavoro e sareb­be grottesco credere che l'ozio regnasse sovra­no; esisteva, dunque, il lavoro, ma non aveva l'aspetto di pena, il carattere ripugnante che ha assunto dopo. Allora era gioia, mentre ora è tristezza.

Il verdetto di Dio offeso cadeva su Adamo e su tutti noi, in lui. « Poichè hai peccato... ma­ledetta la terra del tuo lavoro; tra le fatiche ne ricaverai il nutrimento in tutti i giorni del­la tua vita; ti germoglierà triboli e spine, e mangerai l'erba della terra. Col sudore della fronte ti procaccerai il pane... ». Fu que­sto il decreto di punizione pronunziato contro di noi dal Creatore disprezzato.

Da allora, dunque, e perchè l'uomo ha re­spinto Dio, il suo lavoro prende un carattere d'obbligo snervante, di costrizione necessaria; forse è sorgente d'espiazione, ma non è più cer­tamente sorgente di gioia.

Nè l'avvento della tecnica è di natura tale da restaurare il senso del lavoro.

Al punto in cui siamo nell'ambito di oppor­tune riforme sociali, si vogliono elevare nel mondo del lavoro strutture economiche e politiche che permettano migliori condizioni di vi­ta. E' innegabile che ciò sia un bene, ma non si giungerà con ciò all'essenza del problema. Essa si tocca quando ci poniamo al livello del­la vita spirituale dell'uomo e del suo destino divino.

Lo dicevamo poco più avanti: prima che l'uomo si allontanasse da Dio, il lavoro era bel­lo e piacevole. Perchè divenga di nuovo tale non è forse giusto e necessario che l'uomo, ogni uomo, ciascuno di noi, ritorni a Lui?

Fu questo il segreto della vita di San Giu­seppe, della sua vita di lavoratore manuale. Poichè è proprio vero che Dio scelse un operaio a custode del Figlio Suo Incarnato, facendo vedere così quanto Egli stimi il lavoro ma­nuale.

Il quale, quando è fatto come lo faceva Giu­seppe, mettendoci il cuore, diviene senza dub­bio una grande sorgente di benedizioni, è an­ch'esso espressione d'amore come la preghiera e l'osservanza dei comandamenti di Dio. Una anima giunta ad un alto grado di carità, uni­ta a Dio, cosciente di agire con lui, conferisce al corpo e al lavoro che fa un valore straor­dinario.

Non è forse incantevole il volto di Giusep­pe, madido di sudore, irradiato dal sorriso, quando egli si avanza per la via di Nazareth, con gli arnesi sulle spalle robuste? E' un uomo, un fabbro-carradore; si piegherà tra qual­che minuto sul pezzo di legno da tagliare, le­vigare, segare, inchiodare. Gocce di sudore grosse , come perle, cadranno sulla tavola, le sue mani scabre dalle dita nodose si spelleran­no nel fare tutti i gesti familiari agli uomi­ni del mestiere.

Il suo lavoro, in tutto simile a quello de­gli altri uomini, se ne distingue solo perchè fatto nel clima della presenza di Dio: Dio nel suo spirito, Dio nel suo cuore!

Giuseppe non è solamente un uomo che la­vora per punizione, come tutti i figli degli uo­mini: egli è un figlio di Dio, dal cuore pieno di grazia e d'amore immenso; nel suo lavoro cer­ca Dio, per esso si avvicina a Lui; il suo dove­re non è ai suoi occhi solo una pena da subire, un inutile spreco di energie umane, nè un de­gno impiego di forza e di abilità.

Bensì, perchè compiuto con Dio e per lui, il lavoro diviene per San Giuseppe una magni­fica occasione di offrirsi al Signore in qualche cosa.

Perciò la Chiesa ci offre Giuseppe a mo­dello del nostro lavoro, perchè ha trovato in lui il tipo per eccellenza dell'artigiano cristiano.

Imitiamolo nel suo amore al lavoro ben fat­to, nel suo senso di giustizia e di onestà; cer­chiamo di stabilire in un'atmosfera di viva ca­rità l'impegno che mettiamo nel compimento

del nostro dovere: saremo allora imitatori fe­deli del fabbro Giuseppe.

Quanto grande sarà allora il valore della nostra vita cristiana! Poichè ci sembrano ve­rissime queste parole di Emmanuel Mounier: « Tutto l'insegnamento cristiano è contenuto in queste due parole: lavoro, buona volontà. La prima fu detta sulla soglia dell'umanità alle nostre membra ancora fresche della terra d'ori­gine, l'altra all'inizio dei tempi nuovi, nella pallida luce della notte di Natale. Lavoro: sfor­zo paziente, progressivo, attento. Buona volon­tà: disposizione alla pieghevolezza e alla doci­lità d'un cuore che si dona, facendo ogni sfor­zo per superarsi ».

Che San Giuseppe, modello dei lavoratori, dia a ciascuno di noi il gusto, l'amore, il senso del lavoro onde anche in questo, siamo veri cri­stiani.

 

SAN GIUSEPPE, SPERANZA DEI MALATI

Tra tutte le prove, retaggio della miseria umana, quella che s'impone con maggiore vio­lenza è senza dubbio la malattia.

Ci giunge, presagio di morte e, come questa, all'improvviso. Ci sentiamo forti, vigorosi, in uno stato di fiorente salute che stimiamo a tut­ta prova e ci auguriamo costante, e ci trovia­mo domani, violentati nella carne, abbattuti, avvizziti, col capo chino, come il grano pron­to per la falce.

Abbiamo un po' tutti l'illusione che la no­stra vita terrena sia eterna, e che siamo desti­nati a stare indefinitamente sulla terra, ma ec­co sopraggiungere la sofferenza fisica a ricor­darci la precarietà della nostra esistenza. Per­chè, nel piano naturale, la malattia s'inserisce come una negazione, colpendo non solamente il corpo che sconvolge senza pietà e corrode a poco a poco, nella distruzione del nostro es­sere carnale, ma attaccando anche la nostra anima e seminandovi il panico.

Il malato lo conosce bene, è il senso di stan­chezza che s'impadronisce all'improvviso di lui uccidendo il buon umore, distruggendo l'otti­mismo, freddandone il sorriso; la malattia perniciosa che s'insinua tra la carne e lo spiri­to e, non soddisfatta di consumare l'una, tenta di attaccare l'altro. Nasce allora lo scoraggia­mento che porta con sè una lunga serie di tri­stezze che aggravano il cuore già tanto appe­santito.

Nessuno, più del malato, accarezza illusio­ni, sogni, speranze, spente un momento dal ri­nascere della febbre, dal riaprirsi della piaga, dalla cura inutile. Sbattuto tra il sogno e la delusione, il malato si domanda il « perchè » della sua sofferenza.

Proprio qui - mi pare - San Giuseppe porta al malato speranza e conforto. Pioniere con Maria del mistero della Redenzione, ope­rata nel Cristo, abbiamo visto quanto egli ab­bia sofferto. Ora, pbichè in lui si trovano le pri­mizie della sofferenza redentrice, la Chiesa vuo­le che ricorriamo a lui per scoprire il senso del­la nostra sofferenza.

Il perchè della malattia? Per intenderlo, bi­sogna ascoltare queste parole di Giobbe, anche esso colpito nel corpo: « manus Domini tetigit me... » la mano del Signore mi ha toccato.

La malattia è il tocco della mano del Signo­re che vuole purificarci. Come un tempo Giuseppe fu preparato alla venuta di Cristo dalla sofferenza morale, divenendo per suo mezzo un po' più degno di lui, così ciascuno di noi, pu­rificato dalla sofferenza, morale e fisica insie­me, spirituale e carnale, si rende un po' più de­gno del Dio che sta per ricevere.

Questa speranza Giuseppe infonde ai mala­ti. Egli dice loro che non devono abbandonarsi a pensieri tristi, come se tutto fosse irrimedia­bile, nè credersi inutili, a carico dell'umanità, per la quale pensano di essere un fastidio o un ingombro. No, perchè chi soffre attua la parola di San Paolo: « completo nella mia carne quel­lo che manca alle sofferenze di Cristo » (69). In ogni malattia si rinnova la passione e il Cri­sto paziente continua la sua redenzione in tutti quelli che sono distesi sul letto, come Lui era inchiodato alla croce: questo è quel che dob­biamo capire. Non è vana o inutile la sofferen­za, non è un peso morto il malato, ma è bella, nobile, grande la sofferenza di chi si vede con­fitto col Signore alla stessa croce, per lavorare con Lui alla salvezza di tutti.

Nè si dica che questi pensieri son ripieghi per attenuare l'asprezza del dolore e alleviarlo. La sofferenza di Giuseppe, per quanto umi­le, sconosciuta, mostruosa, non si è forse inserita nella grande corrente del riscatto degli uomini? Avviene così anche per noi.

Questo primo messaggio di Giuseppe al ma­lato, la speranza che suscita in lui, s'accresce d'un grande miraggio, quello d'essere liberato.

Perchè anche cercando di valorizzare lo aspetto spirituale della malattia, non è meno vero che essa è uno dei mali più spiacevoli, e si deve, quindi, domandare d'esserne liberati, come il Signore pregava perchè si allontanasse da lui il calice.

Ora, è incontestabile che l'intercessione di San Giuseppe sia potente e spesso efficace per quelli che gli chiedono d'essere guariti da un male la cui guarigione supera le possibilità del­la scienza umana. La potenza di Dio non è li­mitata dalla debolezza dei mezzi di cui dispo­niamo; Egli è Signore, Signore della natura che è sua creazione, e quando la natura soggio­ga tanto la ragione umana da renderla impo­tente, Dio può sempre fare qualche cosa.

L'intercessione di San Giuseppe è sempre a disposizione, in favore dei malati: ce lo ha detto scegliendosi un apostolo taumaturgo co­me il Fratel Andrea.

Coloro, dunque, che sono dominati dalla di­sperazione, perchè sentono il progredire della malattia, domandino con fiducia la guarigione, invocando dalla potenza di Dio, per interces­sione di San Giuseppe, d'essere liberati dal male, se è volontà divina, o almeno di compren­dere - secondo la parola di Léon Bloy - che non si entra in Paradiso, domani, diman l'al­tro, o tra dieci anni, ma oggi, crocefissi con Cristo.

San Giuseppe, speranza dei malati, pregate per noi e dateci di comprendere il mistero del dolore.

 

SAN GIUSEPPE, PATRONO DELLA BUONA MORTE

« Figlio mio, come il tuo Padre rimise già il tuo corpo nelle mie mani il giorno della tua venuta in questo mondo, così in questo giorno della mia dipartita da questo mondo io rimet­to nelle tue mani il mio spirito ». Queste parole messe da San Francesco di Sales in bocca a Giuseppe al momento della morte, dicono efficacemente quali dovettero es­sere gli ultimi momenti di questo gran santo. Tranquilla e nascosta la sua vita, tranquil­la e nascosta la sua morte. Il Vangelo non ne parla, ma una lunga tradizione vuole che essa sia giunta poco prima dell'inizio della vita pub­blica di Gesù.

Nazareth vide crescere il Salvatore e invecchiare il fabbro di cui si diceva che fosse suo padre.

Una vita tutta spesa al servizio di Cristo e della Vergine; non avendo fatto altro che servi­re il Signore, San Giuseppe si spegne ora, so­stenuto da lui, nella calma e nell'amore.

Circa trent'anni prima Dio l'aveva chiama­to per affidargli, come all'uomo di sua fiducia, il proprio Figlio, incarnato e divenuto bambi­no. Oggi Dio lo richiama: la sua missione è fi­nita. Tra questi due giorni scorre, nel silenzio e nel nascondimento, una vita meravigliosa; non smagliante e clamorósa, ma umile e sem­plice. Meravigliosa non per il rumore che pro­dusse, ma per l'amore da cui fu avvolta. Una vita colma di Dio, ben degna di questa morte ammirevole.

Non vi è, infatti, morte più bella di quella di San Giuseppe, introdotto presso il Padre ce­leste da Gesù Cristo, suo figlio e suo giudice. Egli tornava alla casa del Padre, lasciando con gioia questa terra di pene, senza abbandonar­la peraltro completamente, perchè i santi, mo­rendo, non si staccano da noi, ma restano con noi, attenti alle nostre preghiere, pronti a soc­correrci.

In questa meditazione la nostra preghiera ascende a Giuseppe colma di ammirazione e di fiducia. Con la sua vita ci ha insegnato a vivere, che la sua morte ci insegni un po' a morire questa preghiera eleviamo dinanzi a lui, patro­no della buona morte.

Veramente non amiamo il pensiero della morte, pure - per ciascuno di noi - non è for­se ineluttabile?

Abbiamo un bel danzare con ritmo folle, crearci delle illusioni di perennità, attaccarci a tutto nella speranza di non finir mai, in real­tà noi camminiamo a grandi passi verso la mor­te. Nessuno la sfugge: per molti essa ha un aspetto odioso, terribile, da cui ci si allontana con orrore, per altri, e sono i più, essa è l'ora temuta sopra tutte.

Bisogna invece che sappiamo guardare in­nanzi a noi con serena lucidità, per prepararci a questo momento.

Che l'ora della morte non sia quella del tur­bamento, ma della pace; che oltre il sussulto di rivolta che scuoterà il nostro corpo, s'impon­ga la serenità del nostro spirito. Per parados­sale che possa sembrare ciò, la morte non è che un momento della nostra vita; non bisogna, quindi, preoccuparsi di morir bene, ma di viver bene, non bisogna temere di morire, ma di vi­ver male. E davvero, quando corona una vita santa, la morte è una liberazione: « La morte stessa diventa allettevole quando è dovuta a una grande avventura, alla bellezza di un sacrificio, alla luce di un'anima che si effonde nel seno di Dio ».

Tutto questo c'insegna la morte di San Giu­seppe. Essa fu « un magnifico tramonto di so­le; morì dolcemente, come barca che tocca la riva con un movimento leggero e insensibile; la sua anima si staccò dal corpo come frutto ma­turo che cada nelle mani di chi lo coglie. I suoi ultimi pensieri furono di profonda umiltà: una commovente tradizione orientale narra ch'egli in lagrime chiese perdono a Maria, sua sposa, d'aver pensato di rinviarla in segreto, al mo­mento della divina maternità. Così si umilia il giusto, anche quando non ha peccato. Lo sguardo amoroso di Gesù, la stretta di mano di Maria, le parole commosse di quelle sacre labbra colmarono allora il morente d'una pa­ce celeste, che nessuna nube potè più turba­re » (73).

Non paura morbosa, non agitazione frene­tica in questa morte. Egli entrava nel suo ri­poso. Dobbiamo domandare a Giuseppe che ta­le sia anche la nostra morte. La Chiesa, proprio per la sua situazione privilegiata, ce lo dà co­me patrono della buona morte. Affidiamogli fin d'ora i nostri ultimi momenti: ch'egli ci dia di viverli come lui, nella intimità del Si­gnore, all'ombra della sua misericordia e del suo amore.

Ma ricordiamo che una simile morte va pre­parata; ogni giorno della nostra vita deve di­sporci meglio a rendere l'anima, avvicinandoci a Dio.

L'abbondanza della semina assicura la ric­chezza del raccolto: lungo la vita noi dobbia­mo seminare continuamente perchè nell'ora del­la messe questa sia bella e abbondante.

Fu così per San Giuseppe, sarà così per noi. Ch'egli ci assista, dunque, lungo il corso dei nostri giorni, perchè in sua compagnia ci di­sponiamo, per quanto lontani possiamo esser­ne, a tornare al Signore.

Che il nostro ritorno al Maestro sia tran­quillo e sorridente come il suo, e possiamo toc­care il porto, non già sbattuti dalla raffica del­la tempesta, ma scivolando sotto l'impulso po­tente della carità, guidati dalla mano dell'ama­bile nocchiero Giuseppe.

 

APPENDICE

STORIA DEL PATROCINIO DI S. GIUSEPPE IN ITALIA

Sento il dovere di ringraziare la Presiden­za di questa settimana di studi, per avermi in­vitato a questa nobile assemblea, affinchè nel concerto di lodi non venisse a mancare la voce dell'Italia, in onore di S. Giuseppe.

Per volere benigno di Dio, la mia patria è al centro della Cristianità. Giusto è quindi far sentire quanto di tradizione italiana ci lega al­le prime manifestazioni di culto verso il nostro Santo Patrono e Padre.

 

1 - I Primordi

Per limitare il mio studio' al patrocinio di S. Giuseppe comincio con esaminare il cosidet­to « epitaffio di Severa ».

E' una lastra di pietra tenera, proveniente dal cimitero di Priscilla. E' del sec. III e ser­viva di coperchio ad un sarcofago, ora al Latera­no. Sopra vi è incisa la scena dei Re Magi. Die­tro la Madonna che, seduta, presenta il Reden­tore sta un uomo con la destra alzata « in se­gno di protezione ».

Nonostante si dica da alcuni che il gesto della mano alzata sia segno di acclamazione e, anzi, del più antico stile epigrafico cristiano, molti archeologi vedono nell'uomo, Giuseppe, in quanto è protettore della Vergine e del suo Bambino.

« E' certo - osserva Mons. Belvederi- che alla venuta dei Magi era presente anche S. Giu­seppe. Ma l'arte cristiana primitiva ignora completamente questo; e lo vuole espressamen­te ignorare, perchè nell'adorazione dei Magi vede e intende l'omaggio prestato all'incarna­to Figlio di Dio ».

Il De Rossi trattando delle figure di S. Giu­seppe nei primi secoli, lo dice « effigiato nelle immagini non controverse dell'epitaffio di Se­vera, dei sarcofagi di Milano... »

S. Giuseppe è presente in un sarcofago del secolo successivo, scoperto nel cimitero di Do­mitilla, e detto di Sütri. Ciò dimostra che lo scultore romano, abituato per tradizione classica allo studio del vero, non usava, nar­rando un avvenimento, trascurare un perso­naggio che vi prendesse parte.

Anche nel sarcofago del Laterano n° 199 l'unico uomo presente alla scena della venuta dei Magi tiene alzata la mano.

Commenta il p. Mercier : « lo si scorge evi­dentemente penetrato nel suo ufficio di protet­tore della S. Famiglia, cui veglia con amore, restando ordinariamente in piedi, dietro la seg­giola della santa Vergine, quando il Fanciullo riposa sulle sue ginocchia, e qualche volta sten­dendo in segno di protezione la mano sul loro capo ».

A chi poi insiste nel ritenere segno pura­mente di giubilo il gesto della mano alzata, vorrei chiedere se ha mai osservato con atten­zione la scena del mosaico dell'Arco di trion­fo di S. Maria Maggiore in Roma.

Gesù Maria e Giuseppe stanno per entrare in Egitto. S. Giuseppe, che è posto tra Maria e Gesù grandicello, sembra attendere chi vie­ne loro incontro; un principe o il filosofo pa­gano della leggenda. Alza la mano sulla testa di Gesù, evidentemente per indicare ch'è sotto la sua protezione. Non è vestito da pastore, ma d'un dignitoso pallio « eomide ».

Nella scena precedente dello stesso mosai­co, è lui, in segno d'autorità a invitare Maria a presentare Gesù al vecchio Simeone.

Ma v'è di più per interpretare con moderna sensibilità il patrocinio di S. Giuseppe.

« Negli scavi fatti a S. Sebastiano venne al­la luce un rammento di sarcofago di marmo che, secondo alcuni, rappresenta la Madre di Dio con il Bambino Gesù e S. Giuseppe; la pri­ma figurazione del Santo - soggiunge Mons. Belvederi - e la prima figurazione della Sacra Famiglia ».

Il grazioso gruppetto attribuibile al sec. III, è tutto raccolto sotto la persona di S. Giusep­pe, che sembra abbracciarlo con tenerezza! Davvero almae familiae praeses, capo della S. Famiglia.

E, siccome assicurerà S. Isidoro (1636) « Jo­seph tipice Christi gestavit speciem, qui ad cu­stodiam Sanctae Ecclesiae deputatus est, » -. Giuseppe rappresenta la figura di Cristo, in quanto gli fu affidato la custodia di santa Chie­sa, - continuerà nel corpo mistico quella missione che svolse, insieme con Maria, intor­no alla persona del Salvatore.

 

2 - Idea di patrocinio

La Chiesa era, si può dire, appena uscita dalle catacombe, che una voce autorevole s'in­nalzò dai confini dell'Italia per dichiarare net­tamente quale posto deve occupare S. Giusep­pe nella fiducia dei cristiani.

A conclusione del suo libro di esegesi bibli­ca su S. Giuseppe, il p. U. Holzmeister (1 1953) (8) cita un testo certamente patristico, tratto dal « Commento ai santi Vangeli », una volta attribuito a S. Girolamo, e ora al vescovo di Aquileia Fortunaziano (342-371 ca.) il quale di­ce testualmente: « Per quattuor fuit perditio mundi: et per quattuor restauratur : per Chri­stum, per Mariam, per crucem et per virum Joseph », in un linguaggio così cristallino, che non ha certo bisogno di traduzione!

Quando poi l'Italia passò sotto il dominio bizantino, ché impose colle leggi anche la lin­gua, un oscuro artigiano invocò la protezio­ne di S. Giuseppe sul suo lavoro. Ne è documen­to la gemma con un'epigrafe greca pubblicata a Napoli nel 1819, dal prof. Bernardo Quaran­ta; e riportata dal Kirchoff nelle sue famose raccolte d'iscrizioni. Data la rarità della scoper­ta, egli osserva: « haec, si recte sunt transcripta, JOSEPH in capite pro Sancti nomine acci­piendum erit ». Se, cioè, la frase è riportata con esattezza, quel Giuseppe si deve intendere per il nome del Santo.

L'iscrizione, che appartiene al IV o V sec., reca: « O Giuseppe, assistimi nei miei lavori e dammi grazia! »

« A me pare - commenta l'erudito Mons. Cavedoni - che 'non v'abbia altrimenti luogo a dubitare della fedele trascrizione fatta dal dotto Accademico Napoletano; e che quindi questa gemma abbiasi forse a ritenere pel più antico documento che finora si conosca (scri­veva nel 1864) riguardante il culto privato di S. Giuseppe ».

« Un falegname? un operaio? » continua a chiedersi il Cavedoni. Può essere. Quello che importa è che già da allora si considerava San Giuseppe quale patrono.

La scoperta di questa pietra incisa, in una località dell'Italia meridionale, m'induce a fa­re due supposizioni. Prima. Che fosse già dif­fusa, almeno in quelle regioni del nostro paese, la cosidetta « Storia del Falegname Giusep­pe » nota fin dal sec. II°.

Seconda. Che la divozione al nostro Santo in Italia, avuta, sia pure, da importazione orien­tale, sia andata maturandosi nei nostri ce­nobi greci della Calabria e della Sicilia.

Riguardo alla prima ipotesi, l'influsso del­la « Storia del Falegname Giuseppe » è eviden­te. Un autentico operaio lo invoca a protegge­re il suo lavoro. La prima redazione di tale leg­genda apocrifa pare derivi da originale greco. Non era quindi necessaria la traduzione lati­na che, a testimonianza di Isidoro Isolani, venne fatta solamente nel 1340, per esser no­ta anche al popolo lavoratore e esercitare su esso la sua influenza. Questa fu larghissima, in ogni paese, anche solo in considerazione del­le edizioni che se ne sono avute.

Isolani ne conferma l'entusiasmo ancora al tempo suo, assicurando che si leggeva per­sino nelle chiese.

Le lodi che il Signore stesso fa della pro­tezione di S. Giuseppe, le grandi promesse per chi ne festeggerà la memoria, e ne farà cele­brare la messa, devono aver fatto grande im­pressione a quei nostri antenati più fiducio­si di noi e più bisognosi d'aiuto. Parlando a S. Giuseppe del suo devoto, il Signore dichia­ra: « Io lo affiderò al tuo potere affinchè tu lo chiami al convito millenario... ».

Appena dunque compare sull'orizzonte della divozione cristiana, S. Giuseppe, l'umile arti­giano di Nazareth, vi compare quale potente intercessore!

Van de Vorst poteva perciò scrivere con ve­rità: « Interessante, da più punti di vista, que­sta « Storia » ci dà un dentellato, probabilmen­te il più antico, per il culto di San Giusep­pe ».

L'arte nostra ci ha lasciato scarse reliquie di una divozione abbastanza diffusa, ma suf­ficienti. Tra le altre il dittico della-metropoli­tana di Milano, usato forse per copertina di un Evangeliario. Esso appartiene più al V che al VI secolo. Rappresenta Giuseppe seduto accanto a Gesù Bambino « colla sinistra appoggiata sulla sega, simbolo dell'arte sua ». Mentre il sarcofago di S. Celso, pure a Milano, coevo della gemma dell'epigrafe greca, lo ri­produce nella scena del presepio, con in ma­no l'ascia.

 

3 - I monaci italo-greci

E' noto che il monachesimo fioriva in Ca­labria al tempo di Cassiodoro, ma subì una pro­fonda trasformazione durante il secolo VI per l'afflusso di monaci provenienti dalla Siria e dal­l'Egitto. Essi fuggivano davanti all'invasione degli arabi portando con sè tradizioni religiose e usi liturgici. Altri erano giunti in Italia al se­guito degli eserciti vittoriosi dell'impero di Bi­sanzio. L'esodo aumentò nel secolo seguente per la persecuzione iconoclasta.

Così il rito greco si diffuse largamente anche nel popolo. Perchè questo si adattò facilmente alla lingua, come ai costumi dei conquistatori. Ne fan fede ancor oggi gli usi e il folklore, spe­cialmente religioso, affermatosi in Sicilia e nell'Abruzzo. Vi fu anzi un'epoca in cui tutte le diocesi della Magnagrecia furono costrette ad adottare il rito bizantino.

In questo modo i monaci, detti italo-greci, aumentarono talmente da formare delle zone prettamente eremitiche, trasformando special­mente la Calabria in una nuova Tebaide. Cele­bre diventò il centro monastico del Mercurion, una specie di M. Athos, e l'altro del Patirion presso Rossano.

Da qui emigrò la colonia bizantina guidata da S. Nilo, che nelle vicinanze di Roma, fondò sulla via Latina il cenobio di Grottaferrata. Du­rante la sua lunga vita (910-1004) Nilo attirò nella sua orbita molti religiosi che educò alla santità e alla sapienza.

Ma anche coloro che rimasero nelle antiche « laure » continuarono il fiorente sviluppo, che andò scemando solo nei sec. XIII e XIV. I lo­ro preziosi manoscritti andarono dispersi nelle biblioteche di tutto il mondo, per cui non è age­vole dimostrare con documenti, che noi italiani abbiamo avuto in eredità da loro, la divozione a S. Giuseppe.

Molti manoscritti invece andarono distrutti durante le invasioni barbariche, che spazzaro­no le nostre belle contrade come immense bufe­re. Tanto più che gli Unni, Goti, Vandali e Lon­gobardi erano barbari e ariani; nemici dunque della nostra civiltà e della nostra religione.

a) Basiliani d'Italia

in generale i monaci italo-greci seguivano i precetti di S. Basilio il grande (+ 379), perciò vennero anche detti Basiliani d'Italia.

Il santo Patriarca nelle « Costituzioni mona­stiche », dà S. Giuseppe a modello di lavoro assi­duo, di amore alla povertà, alla dipendenza, per imitare il Figlio di Dio affidato alle sue cure. Nei Sinassarii posteriori del sec. VIII e IX viene pure annoverato tra i celesti patroni. « Noi celebriamo la loro memoria - aveva det­to - affinchè facciano per noi continua pre­ghiera ». Al quale riguardo, S. Efrem aveva dichiarato: « nessuno può lodare degnamente S. Giuseppe » tant'è ricco di meriti.

Poi si è perpetuato in Italia l'uso greco di av­vicinare sempre S. Giuseppe alla sua santa Spo­sa nelle ricorrenze liturgiche.

F. M. Fiorentini, nel menologio di Basilio, reca al 26 Dicembre: « Celebritas Sanctae do­minae nostrae Dei genitricis semper virginis et sancti ac justi Joseph ».

Nel martirologio della chiesa greca pubbli­cato in versi da L. Urbano Gonof (Lipsia 1727) al 26 dicembre si legge: Sponsum Deiparae Josephum praedico qui solus est electus ut tutamen agat. Il rito di associarlo agli onori di Maria, è rimasto anche nelle poche reliquie artistiche del tempo.

Con la Madonna è dipinto nel codice siria­co della Bibbia Laurenziana della biblioteca nazionale di Firenze, opera del sec. VI. Così nel prezioso sarcofago collocato sotto il pulpi­to della basilica di S. Ambrogio a Milano. Giu­seppe è ritto in piedi, ed è lui che presenta il santo Bambino ai Re Magi.

Analogo è il tessuto di seta del Tesoro del Laterano, ricordato dal Cabrol. Circoscritto da larga fascia di foglie rosse e gialle, è l'episodio della Natività, cui Giuseppe assiste seduto di fronte a Maria, nella medesima dignitosa con­templazione.

La data del 26 Dicembre ricorre spesso nel­le edizioni romane e venete dei Menei: « Sina­xim sanctissimae Deiparae et sancti Joseph sponsi ».

Anzi, se ne faceva tre volte la commemorazione durante il mese, in giorni riuniti presso la festa degli Innocenti. Coincidenza questa che spiega forse perchè nelle litanie dei santi, di cui parleremo, fu collocato il nome di Giu­seppe subito dopo quello di Simeone e dei san­ti Innocenti. E' la prima redazione di litanie uscita a Roma nel sec. XII, in cui compare per la prima volta in Italia il nome di S. Giu­seppe.

Un'altra osservazione. In una di tali festi­vità usavano i Greci, e ancora si continua nel­la Basilica di Grottaferrata, onorare i meriti « Josephi sponsi, David regis et Jacobi fratris Domini ».

A tale tradizione si ricollega, secondo me, l'eco molto più vicina a noi, di quel sacerdote Donnino, di Parma, il quale nell'istituire un beneficio (1349) impose l'obbligo di celebrare la festa di S. Giuseppe il giorno dopo quella di S. Giacomo: « festivitatem... beati Joseph sponsi praedictae Matris intactae celebrandam in crastinum sancti Iacobi ».

Notiamo infine che è proprio durante que­sto periodo natalizio che S. Pier Crisologo, ve-

scovo di Ravenna (fi 450) parla nei suoi sermo­ni di S. Giuseppe, della sua vocazione di sposo di Maria e di padre di Gesù, e perciò della su­blime sua santità.

b) Grottaferrata

L'abazia di S. Maria di Grottaferrata è ri­masta fino ai nostri giorni faro luminoso di cul­tura e di liturgia bizantina, cresciuta all'om­bra della S. Sede. Della primitiva costruzione del sec. XI°, si è conservato il portale della chie­sa; e nella lunetta si vede rappresentata Ma­ria SS. che supplica il Redentore insieme allo Sposo Giuseppe. Spiegherò meglio il mio pen­siero quando tratterò del mosaico di Tor­cello.

Basta osservare che i monaci di Grottafer­rata tennero viva la tradizione iconografica italo-greca.

La tradizione liturgica, poi, si assomma in Giuseppe l'innografo, monaco italo-greco, na­to in Sicilia, anche se morto a Tessalonica nell'883. Egli cantò per i suoi confratelli, i quali ancora le ripetono, le glorie più belle del San­to di cui portava il nome.

Il canone da lui composto si recitava il gior­no della festa al Mattutino della prima dome­nica dopo Natale, come ancora si pratica a Grottaferrata. Questo canone è un inno, o me­glio una raccolta di inni con nove odi, ciascu­na di cinque strofe, le cui iniziali formano un acrostico, che ha questo senso: « Giuseppe, ti proclamiamo protettore del Cristo ».

Il Canone si conclude dicendo: « custodi­sci, o portatore di Dio, immacolata la tua spo­sa-... e, insieme a Lei, ricordati di noi ».

Invece il troparion, specie di oremus in ono­re del Santo che si canta al vespero e al mat­tutino il giorno della festa, la prima domeni­ca dopo Natale, come ho detto, termina così « Deprecare Christo Deo, ut salvas faciat animas nostras » evidente invocazione al gran­de Protettore.

Ci assicura il Campana che la devozione a S. Giuseppe andò sviluppandosi seguendo ta­le direttiva d'invocarlo quale patrono. Tale ri­sulta « nel Sinassario monastico di S. Giovan­ni il teologo in Patmos, (sec. X) e del conven­to di S. Saba (1050), e formava il testo ufficia­le seguito dai monaci di M. Athos, a Costanti­nopoli e in Calabria ».

Del Canone acrostico si occupò recentemen­te in un'opera magistrale il p. Filas s. j. E, recensendola, il p. Antonio José del Nino Je­sús O. C. D. commenta: « Un altro esemplare di letteratura greca che dà a S. Giuseppe una sicura preminenza, è l'inno scritto per la festa di cui parliamo celebrata dai greci in continua­zione del Natale. Molto si è disputato sull'au­tore di quest'inno, ma pare assodato che si deb­ba attribuire a un monaco della Badia di Grot­taferrata».

c) Liturgia dei monaci italo-greci. E dell'intensa attività dei monaci italo-gre­ci nei loro riti liturgici, non è rimasto proprio nulla? Sarebbe errore il crederlo.

Intanto l'uso di benedire l'acqua la vigilia dell'Epifania è rimasto per lungo tempo in mol­te diocesi; e in parte ancora rimane.

« Per il passato veniva altresì compiuto presso molte chiese latine dell'Italia Meridio­na, nella Magna Grecia, nel Littorale veneto, ad Aquileia e a Roma ».

Siccome durante la funzione si cantavano le litanie dei santi, Benetto XIV vi volle vede­re la più antica affermazione di culto pubbli­co a S. Giuseppe, perchè nel Manuale da lui consultato figurava anche il nome suo. Più tardi, dopo un più attento esame, s'accor­se che si trattava di un'aggiunta arbitra­ria.

Però la consuetudine tuttora vivissima di celebrare la festa cosiddetta del Transito di S. Giuseppe un po' dovunque, ma specialmente nell'Italia meridionale, è prova certa che essa si ricollega all'antichissimo rito bizantino, es­sendo fissata il 20 Luglio, come nei Sinassa­rii alessandrino e arabo e nel calendario copto, la data della morte del Santo.

« Cosa curiosa - nota Janin - che segna nettamente l'influenza dell'Oriente sull'Occiden­te, molte chiese d'Italia continuano a far­lo ».

Basta frequentare la Basilica di Pompei! L'Avv. B. Longo, fondatore del Santuario, ha pubblicato nel 1913 un libretto di devozione intitolato: « Il Transito di S. Giuseppe. Triduo da farsi... il 20 Luglio... » e assicura: « In parec­chie città d'Italia, massime del Regno delle due Sicilie, e poi in Lombardia e in Toscana, tra cui rammentiamo Cortona... Napoli... si celebra con solennità questa festa il 20 luglio ».

L'uso è stato più volte riprovato, ma il po­polo ha talmente radicata nel cuore questa tra­dizione, che non vi sa rinunciare. Per esso non vi sono antinomie tra Oriente e Occidente nel campo della pietà!

Un vescovo dell'India aveva domandato a Roma nel 1660 la facoltà di festeggiare la stes­sa data nella sua diocesi. Gli fu risposto: « Nihil videri concedendum ». Si sa che la stes­sa risposta avevano ricevuto anni prima la Diocesi di Sezze nel Lazio (II - VI - 1629) e la Confraternità dei « Virtuosi » del Pantheon (9 - VIII - 1653) eppure il p. Patrignani, ancora nel 1732, nella edizione di quell'anno del suo ma­nuale, esorta i devoti a prepararsi con un tri­duo alla festa del Transito di S. Giuseppe « il quale in alcuni luoghi si suol venerare il dì ven­tesimo di Luglio ». Siccome poi tale e qua­le si festeggiava a Roma stessa, la S. R. C. ema­nò un decreto in data del 20 Novembre 1660 del seguente tenore: « Festum Transitus S. Jo­seph sponsi B. Mariae Virginis die XX Julii cum in Urbe prohibendum, tum extra Urbem omnino non inducatur, vel alio quovis pacto celebretur praecavendum esse ». Esso nel suo onesto latino, proibiva la festa tanto a Roma quanto fuori Roma.

Ma il decreto ebbe le stessa accoglienza che, in quel tempo, ricevevano le « Gride » dei go­verni civili. Forse nella previdenza di ciò, mi­nacciava: « et breve indulgientiarum - che avevano già ottenuto - R. P. D. Ugolinus (evi­dentemente il cursore incaricato), repetat et laceret »... lo rintracci e lo stracci!

Per dedurre intanto alcune conseguenze dal detto fin qui trovo l'appoggio di un liturgista

di valore, il p. Justo Pérez del Urbel O. S. B. il quale sintetizza le cause dello sviluppo del cul­to di S. Giuseppe nell'Occidente in tre ragioni I) il contatto con l'Oriente, per l'afflusso di monaci della Magnagrecia ; 2) per una valuta­zione autoctona. Che è l'ipotesi a noi cara; di cui vede una dimostrazione nella consuetudi­ne di celebrare la festa del Transito il 20 di Lu­glio; 3) per le relazioni commerciali delle re­pubbliche italiane marinare con l'Oriente, tra le altre specialmente, sin dal 1000, Venezia erede di Aquileia.

 

4 - Torcello

Torcello è un'isola della laguna di Venezia. Fu anticamente sede vescovile (629), ma ora ha trasferito giurisdizioni e riti a Venezia.

Nel mosaico della facciata interna della ba­silica che esiste intatta, amo vedere S. Giusep­pe, ritratto nell'ufficio d'intercessore, con Ma­ria, presso l'eterno Giudice. Lo ha studiato an­che il Card. La Fontaine, ma non si è deciso per lo stesso parere, « perchè così non prescri­veva (di ritrarlo) la Guida della pittura ela­borata sul M. Athos, codice della scuola Agio-

rita ». Del mio parere è invece entusiasti­camente l'architetto G. Clause, il quale affer­ma di scrivere per gli artisti.

In zone orizzontali sovrapposte si vedono i diversi tempi del terribile Giudizio Universa­le; nel mezzo una scena incoraggiante ripor­ta alla misericordia. Accanto al giudice, la Madonna e un altro Personaggio chiedono cle­menza. Pare che il loro intervento sia efficace, perchè una didascalia greca spiega: « sono le due uniche persone degne di ascolto ».

Eco pittorica della affermazione di Fortu­naziano, che fu Vescovo poco lontano di qui! Quel personaggio non è che S. Giuseppe.

Intanto è fratello gemello di quel personag­gio ch'è rappresentato con Maria nella lunet­ta di Grottaferrata. E' di poco posteriore, se non dell'epoca, sec. XI o XII, secondo il Toesca.

Non ha la fisionomia austera del Battista che, d'altronde, viene rappresentato già nella zona superiore, e non c'è motivo di rappresen­tarlo due volte. Non ha l'aria spavalda, il gesto consueto di indicare col dito il Redentore. Non ha i capelli lunghi, vesti caprine, ma l'aspet­to umile e dignitoso; la veste talare e la ca­pigliatura alla nazarena. Quasi allo stesso mo­do lo rappresenta lo scultore del Giudizio, al­quanto posteriore, collocato sopra il protiro del duomo di Ferrara (sec. XIV). Eco sculto­ria dell'affermazione di Fortunaziano !

 

5 - Il nome

La traduzione della « Storia del Falegname Giuseppe » svolta da p. Peeters sulla doppia redazione copta e araba, dice testualmente: « Ecco in fine cosa potrà fare un pover'uomo - dice sempre il Signore - il quale non ha al­cun mezzo per offrire qualche cosa di quello che ho indicato. Se gli nasce un figlio, ch'egli lo chiami Giuseppe, e non vi sarà mai nella sua

casa nè carestia, nè morte ». E' ciò che da quei tempi remoti fanno gli italiani. Fidando nella sua protezione gli consacra­no il bambino che viene alla luce. Ciò che è molto più di una semplice devozioncella. Al­la prima difficoltà che si delinea nello svilup­po del parto, specialmente i nostri meridio­nali - così attaccati alla famiglia - fanno vo­to d'imporre il nome Giuseppe al nascituro; per cui in alcune località della Sicilia p. e. non v'è famiglia in cui non lo porti almeno un mem­bro.

Pietro Bortolotti ha fatto uno studio sull'ar­gomento, esaminando soltanto con cura i per­sonaggi più conosciuti che avevano Giuseppe per nome. G. B. De Rossi ha trovato due nomi Joseph nei graffiti delle catacombe di Terni. Un Vescovo Giuseppe precede Giusto, vescovo di Acerenza, il quale interviene al sinodo di Roma sotto Papa Simmaco. Ughelli ricorda due sacerdoti e un vescovo del sec. VIII a Tor­tona elencando qua e là giudici e notai.

Il papiro beneventano del 788 ne nomina altri. Un principe longobardo invia a Roma un « episcopus Joseph » nell'anno 829. Certo Duca Giuseppe figura nella Cronaca di Farfa del 921, e nello stesso sec. X°, anche un « clericus Josep » (nota la pronuncia volgare); e due coniugi Giuseppe e Eusebia in un codice di Asti.

Qui, come pure a Pesaro, Ivrea e Vercelli c'è un vescovo che si chiama Giuseppe. Sotto Lotario un Abate di Novalesa porta il nome di Giuseppe; e di più, una carta di Tarantasia parla nell'anno 1096 dell'acquisto di un pode­re detto di « S. Giuseppe ».

Non deve quindi recar meraviglia se pres­so il duomo di Parma esisteva un Oratorio de­dicato a S. Giuseppe fin dal 1074. Forse non aveva tutti i torti il Tillemont di afferma­re l'esistenza di un culto verso S. Giuseppe in Italia dall'anno 900! Esiste anche una tradi­zione, che non ho potuto controllare, la quale asserisce che nei pressi di Palermo fu eretta una chiesa dedicata al nostro Santo intorno al 1000.

Più di una ventina di paesi e di borgate sono nate in Italia col nome di S. Giuseppe. Ra­gioni-religiose e civili hanno fondato anche due cittadine. Una alla radice del Vesuvio.: S. Giu­seppe Vesuviano di 20.000 ab.; un'altra nella conca d'oro di Monreale, presso Palermo: San Giuseppe lato di 11.000 abitanti.

E' poi notorio, come documenta Benedetto XIV, che a Bologna esisteva una chiesa par­rocchiale almeno dal 1129 situata « in burgo S. Joseph ».

 

6 - Aquileia

Non posso allontanarmi dall'epoca che sto trattando, senza ricordare le benemerenze che in fatto di devozione Giuseppina ha acqui­stato attraverso i secoli la grande diocesi di Aquileia, la più grande in quel periodo stori­co di tutta l'Europa.

Di qui s'è alzata la prima voce ufficiale a invocare il Patrocinio di S. Giuseppe per boc­ca di un grande vescovo, Fortunaziano.

Emporio dell'Adriatico, porto celebrato in tutto il mondo antico, centro militare e nodo stradale importantissimo, Aquileia fu la cit­tà italiana che più delle altre visse le vicende buone e cattive della Chiesa Orientale. L'ori­gine della sua cattedrale si può criticamente far risalire alla metà del sec. III o poco prima. Divenne in seguito centro d'irradiazione della fede, non solo nel Veneto, ma nella Pannonia superiore, fino al Danubio, alla Retia secunda con Frisinga e Costanza.

La ricca metropoli andava superba di edi­fici sacri non solo, ma anche di scuole e di in­dirizzi di pensiero di cui larga eco hanno con­servato gli scrittori della tarda latinità.

Grandissimo lustro le diede Paolino II (fi 802) patriarca, uomo di grande dottrina, le cui poesie ricordano con soave accenti la pre­senza di Giuseppe nella scena del Natale, o mentre Maria « mater beata » vezzeggia il suo Bambino, oppure nell'episodio della Presenta­zione al Tempio.

Amerei pensare che l'improvviso fiorire del culto al caro Santo nell'Europa centrale intorno al sec. X°, che fece segnare il suo nome nel calendario ms. di Reichenau e negli altri ri­cordati dagli Acta SS., altro non sia che il ri­flesso di quanto già avveniva nel centro della diocesi di Aquileia.

Qui mi soccorre ancora una volta con una preziosa osservazione il p. Justo Pérez O. S. B. « Allora l'impero dei Basilei era in relazione con l'Allemagna e, sotto l'impero degli Ottoni i benedettini studiavano greco con Maestri bi­zantini. Da notare, infine, che i « fratres hel­lenici » recandosi da uno all'altro monastero, « raccolgono questa divozione (di S. Giusep­pe) e la diffondono in liste agiografiche ».

Così può essere che la prima idea di patroci­nio attribuita a S. Giuseppe dal vescovo For­tunaziano sia passata, come asseriscono alcu­ni a Walafrido Strabone (849), uno degli scrit­tori più rappresentativi dell'ultimo periodo pa­tristico occidentale.

« Che Reichenau abbia avuto l'onore - os­serva il Campana - di dare il primo impulso al culto pubblico di S. Giuseppe, non farà più meraviglia se si pensa che quel convento, fin dalle sue origini, aveva professato una specia­le venerazione a Maria; e che W. Strabone, il quale vi fu abate influentissimo dall'834 all'849, parlando di Gesù, Maria e Giuseppe, scriva « il mondo fu guarito per mezzo di questi tre ».

Nella raccolta dei documenti che Dom A. Wilmart intitolò: « Analecta Reginensia » dalla Regina Cristiana, della prima metà del sec. X°, il pensiero di Fortunaziano è conser­vato più genuino. « Sicut enim mundus initio per ii (tres) periit, idest per Adam et Evam et serpentem, ita renovatus est per Joseph et Ma­riam et serpentem, idest Christum Filium ».

D'altra parte gli « Acta » chiudono l'elenco degli antichi calendari che recano il nome di S. Giuseppe, dicendo che non si può tralasciare quello di Aquileia, «-tam vetus » cioè tanto ve­nerabile, « ut minime nobis putaverimus negli­gendum » da non doversi affatto trascurare. E nello stesso tempo ci ricordano che un calen­dario simile avevano visto conservato a Na­poli.

Ho avuto modo di esaminare gli antichi calendari Aquileiesi nell'opera di F. Altan.

Alcuni sono di provenienza transalpina per un evidente scambio di cultura. Ma, sia nei due « mosacenses » come via, via, nell'ultimo del sec. XIV detto Parmense-aquileiense, con un criterio occidentale, il Santo viene ricordato col titolo di « confessore », quale sposo di Ma­ria. Così pure, testimonia Benedetto XIV, si leggeva in un antico breviario ms. di mons. Fon­tanini in uso nelle diocesi di Aquileia, Firen­ze, Parenzo.

Poi venne lo smembramento del Patriar­cato per ragioni storiche e politiche, ma la tra­dizione giuseppina non venne meno.

Un inno, conservato in un breviario ms. del sec. XV, si rivolge a Cristo perchè ci aiuti per le preghiere di S. Giuseppe.

Nos eius precibus perennes fletus dones evadere, rex pie Christe, cuius das hodie festis ovare.

Dopo la caduta di Bisanzio la città e il ter­ritorio erano continuamente sotto la minaccia della invasione dei Turchi. Alla fine del 1400 i « perennes fletus » dell'inno ebbero il conforto documentato della storia.

Temendo una nuova invasione il Rappre­sentante della Repubblica di Venezia propose di consacrare la città di Udine, dove intanto erasi rifugiato il Patriarca, a S. Giuseppe; ciò venne accettato con entusiasmo (a. 1499). Il ne­mico si presentò in primavera ai confini, ma, per la prima volta, fu sconfitto e mai più ritor­nò all'assalto.

Il Consiglio della città aveva anche delibe­rato di erigere un altare di marmo che ancora esiste nella cattedrale. Aveva incaricato di di­pingere la pala Pellegrino di S. Daniele, il qua­le nel suo buon senso popolaresco, dovendo rappresentare il patrocinio del Santo, pensò, sapete che cosa? di mettergli in braccio Gesù, come non si era mai fatto.

Venne così introdotto nell'arte questa dolce espressione di S. Giuseppe. E' noto che alcuni membri del clero francese non sanno ancora adattarsi, dopo tanti secoli, a questa idea di mettere il Redentore tra le braccia di S. Giu­seppe. Eppure colui che Egli regge in eter­no sulle braccia è Cristo mistico « e in lui - ci pensate? - ciascuno di noi! »

 

7. - Il Nome di S. Giuseppe nelle Litanie

Un mezzo per invocare il patrocinio dei San­ti è la recita delle Litanie. Già l'antichissima « oratio fidelium » veniva preceduta da un elen­co di santi, la cui scelta s'ispirava a memorie locali, per invocarne l'aiuto.

L'inserzione del nome di S. Giuseppe nello elenco delle litanie è documentato per la prima volta da un Messale Vaticano del sec. XII. Nell'antifonario di S. Gregorio (+ 604) della Vigilia di Pasqua, edito dal card. Tomasi, si parla di litanie che si cantavano il Sabato San­to (64) senza farci sapere s'era nominato an­che S. Giuseppe.

Il p. Vezzosi, pubblicando le opere del card. Tomasi, ne elenca tre nella prefazione del li­bro V. La seconda reca appunto il nome di S. Giuseppe, citato dopo i Santi Innocenti all'uso Italo-greco.

Forse alludeva a questa litania Benedetto XIV quando scriveva: « erat enim in antiquio­ribus Ecclesiae universalis litaniis ». Egli che ha fatto uno studio accurato sul­l'argomento, le ritrova nel messale romano del 1541, inseritevi probabilmente dal tempo di Si­sto IV (1481). Però, dopo la riforma dei libri liturgici ordinata da S. Pio V° (1568-70) il no­me di S. Giuseppe scomparve « imperitia im­pressorum », per trascuranza del tipografo, ci assicura il card. Lambertini, allora promotore della fede.

Ecco perchè Pio V° aveva da poco abolito l'ufficio del Santo, in uso dal tempo di Gerso­ne, perchè s'ispirava a tradizioni apocrife. Ma nulla aveva da obbiettare per l'inclusione del suo nome nelle litanie, che continuavano a re­citarsi anche sotto il suo pontificato; p. es.. nel­la visita delle sette chiese, invocandolo alla mo­da greca: S. Joseph, nutritie D. N. J. C., ora pro nobis. « Prega per noi, o S. Giuseppe, nu­tritore di N. S. G. C. ».

Quando si trattò di ristampare le litanie, i tipografi, « proprio marte » - è ancora la pa-

rola del promotore della fede - di proprio arbi­trio; pensarono forse di far cosa gradita all'au­stero Pontefice, sopprimendone il nome. Sic­come secondo la più antica disciplina eccle­siastica in ciò che spetta al culto di S. Giusep­pe, « cum magna cautela procedebatur », nes­suno si prese la briga del suo inserimento nel novero delle litanie, anche per non mettersi nell'imbarazzo, data la frammentarietà della teologia giuseppina in quell'epoca.

Fu quando Clemente XI compose un uffi­cio proprio da recitarsi in tutta la Chiesa (3­2-1714) che i divoti del Santo chiesero che il nome di S. Giuseppe fosse rimesso nelle litanie. Il Papa incaricò della cosa il card. Lamber­tini il quale, com'era uso, stese addirittura una monografia e la diede alle stampe lo stesso an­no. Ricordò da buon bolognese, dove fu anche Arcivescovo, che la città aveva scelto S. Giu­seppe « ab immemorabili » quale suo Patrono, invocandolo in litanie riportate da un mano­scritto databile dal sec. XIV. Egli tra i 110 Santi occupa il 79° posto dopo S. Benedetto e S. Bernardo, ma prima di S. Domenico e S. Francesco. Lo distanziano ora i Santi Innocen­ti, tutti i martiri e i pontefici.

Il card. Lambertini propose, dopo una lunga e dotta discussione, che il nome di S. Giusep­pe venisse ricollocato nelle Litanie dei Santi, ma dopo quello del Battista, a causa delle in­terminabili dispute nate a proposito della di­versa dignità dei due Santi; trincerandosi die­tro la constatazione che le precedenti litanie gli avevano assegnato quel posto!

Clemente XI non ebbe la consolazione di poterlo fare, perchè mancarono le petizioni e l'interessamento di autorità civili e ecclesia­stiche. Il successore, Innocenzo XIII° pensò di soprassedere, e intanto venne a morire. Dopo nove anni si riprese l'argomento per lo zelo del nuovo Postulatore, p. A. Salaroli C. R., il quale aveva raccolto le adesioni dell'Imperatore, del Granduca di Toscana, e di quaranta Padri Ge­nerali di Ordini Religiosi.

In seguito alla lettera Apostolica del 19-12­1726, di Benedetto XIII, si rimise il nome di S. Giuseppe nelle Litanie di tutti i libri liturgi­ci, riparandosi finalmente a una solenne ingiu­stizia!

Concludendo il suo dire nella monografia sulle litanie Benedetto XIV pare alludere che, dopo ciò, non restava altro da fare a vantag­gio del culto di S. Giuseppe: « qui superesse videtur ». Mentre invece sappiamo che a nostra consolazione il suo culto andò sempre più affermandosi in mezzo al popolo cristiano. E lo sviluppo andò talmente crescendo che si giunse alla sua proclamazione di Patrono del­la Chiesa Universale.

Si ritenne a questo punto di rivedere le li­tanie che si recitavano privatamente, per da­re a una di esse la veste ufficiale, secondo l'espresso desiderio di S. Pio X° che di S. Giu­seppe portava così degnamente il nome. Il card. Lépicier che ne fu incaricato scel­se quelle attuali che la S. R. C. approvò il 18­3-1909. « Protector Sanctae Ecclesiae » è l'ultima invocazione, nuovamente aggiunta, ma che riassume tutte le altre.

« Pare proprio - dice un autore moderno - che la Chiesa, dopo aver constatato con com­piacenza ch'Egli può vantare tutti i titoli di no­biltà e di grandezza, le virtù più elette, i meriti presso Dio più preclari, si risolva finalmente con piena fiducia e sicurezza, ad affidargli tut­ti i suoi tesori, e se stessa ancora ».

 

8 - Altri documenti.

Esistono altre fonti scritte?

Si cita spesso San Pier-Damiano (1 1072) che però, neppure nei soliti inni, non esalta mai la potenza di S. Giuseppe! Lo cita, è vero, a modello di castità specialmente dei sacerdo­ti. Il suo contemporaneo Alfano 1° (1085) in­vece, Arcivescovo di Salerno, che aveva segui­to a Cassino l'amico Desiderio, in un colloquio col Bambino Gesù si meraviglia: Qui geris in dextra mundanae pondera (molis Ancillae tremulique senis portabere pal­ma? « Tu, che con la destra reggi l'enorme peso del mondo, vieni tenuto in mano da una pove­ra serva e da un tremolante vecchietto? » A parte la tarda età, suggerita dagli apocrifi, qua­le delicatezza di sentimento rivelano simili fra­si che, in fondo, altro non affermano che la missione di S. Giuseppe di portare e sostenere Cristo!

Nel Cabrol si legge che esiste nell'Archivio Capitolare di Verona un calendario del sec. XII recante la festa di S. Giuseppe.

Ma io ho sfogliato attentamente il codice accennato, senza vedere tra i pochi santi dal nome scritto in porpora e ricamato in oro, il bel nome di S. Giuseppe. Bisogna atten­dere il 1373, quando Pietro de Natalibus, ve­scovo di Jesolo, pubblicava il suo « Cathalogus Sanctorum » e dichiarava d'aver trovato in un antichissimo calendario « festum S. Joseph, sponsi domine nostre XIV Kal. Aprilis » cioè il 19 Marzo, data che passò nel decreto di Sisto IV' (1481), e fu fissato per tutta la Chiesa.

Intanto l'arte usciva dall'arcaismo. Se ne vede lo sviluppo negli episodi della vita del Si­gnore, scolpiti in S. Maria di Caverzano (Mila­no), sec. XII°; nella mitra del secolo succes­sivo descritta dal Cipolla; nello sbalzo di rame del duomo di Susa del sec. XIV, do­ve S. Giuseppe presenta il donatore del tritti­co alla Vergine.

Ma dal travaglio del tempo è più evidente lo sviluppo di una nuova civiltà cristiana, che prende ispirazione e sostanza nel segno trion­fale della Chiesa. Voglio intendere il movimen­to destato da S. Francesco.

 

9 - Il francescanesimo

Le condizioni politiche, quali lo sfasciarsi della società feudale e la conseguente nascita del popolo minuto, favorì lo sviluppo del mo­to iniziato dal Poverello d'Assisi, il quale con­dusse la gente a una più diretta partecipazio­ne alla vita della Chiesa. Francesco con l'amore ai fratelli e alla natura avvolse il mondo in una ondata di pace e di bene.

Rese popolare la pietà con la contemplazio­ne dell'umanità di Cristo, sorgente di confor­to e di speranza immortale.

1223 - Eccolo riprodurre a Greccio la sce­na del Natale, dando l'avvio alle « Sacre Rap­presentazioni » in lingua volgare, le quali si diffusero come un baleno e acquistarono im­mensa risonanza dappertutto, destando senti­menti di pietà e di devozione incancellabili. Ho avuto modo di dimostrarlo nella conferenza da me tenuta alla seconda Settimana di studi giuseppini di Valladolid.

« I misteri della divinità di N. S. G. C. - predicava S. Bonaventura - s'intendono meglio e si gustano, passando per i misteri della sua umanità ». E tutto ciò che v'è di umano nel Di­vin Redentore è stato affidato a S. Giuseppe. E' naturale quindi che si possa leggere d'un frate francescano di quel tempo, che il Signo­re gli rivelò la missione avuta dal santo nel­la scena del Natale.

I Francescani si erano dati a costruire chie­se ampie e luminose, istoriando le pareti non con scintillanti mosaici, ma col popolare affre­sco che parla subito alla mente di chi l'osserva. Nelle scene cristologiche o della vita della Ver­gine non manca mai S. Giuseppe. O ritto o in contemplazione, non più relegato in un ango­lo, all'uso dei bizantini!

Il popolo ha più bisogno di vedere che di ragionare!

Così ha compreso Giotto e chi venne dopo di lui. Così hanno compreso i Frati minori, co­me acutamente ha notato una trentina d'anni fa p. E. Longpré O. F. M. studiando la teolo­gia mistica di S. Bonaventura.

a) Ubertino da Casale

La divozione verso S. Giuseppe era dunque diventata tradizione nei conventi dell'Ordine. Troviamo scritta tale tradizione nella celebre opera di Ubertino da Casale: Arbor vitae cru­cifixae Jesu.

Personaggio molto discusso, egli fu capo dello spiritualismo gioachimita francescano d'Italia. Le sue opere mistiche, non stravaganti, come vogliono alcuni, rientrano però nelle ope­re classiche d'allora.

I primi anni della sua vita religiosa furo­no i migliori. Li passò a Greccio in compagnia del B. Giovanni da Parma. Non potè quin­di non entusiasmarsi ricordando quella giovi­nezza francescana, quando proprio là meditò la scena di Betlemme, con tanto ardore misti­co da credersi trasformato nel Bambino Ge­sù.

Passò poi al convento della Verna, dove San Bonaventura aveva scritto l'Itinerarium men­tis in Deum; e ivi potè dar sfogo allo zelo che lo consumava. Non è dimostrato, infatti, che quella solitudine gli sia stata imposta. Di quella sua opera che lo rese celebre, esa­mino unicamente la testimonianza giuseppina, compendiata nella preghiera così suggestiva e così fiduciosa del Patrocinio di S. Giuseppe. L'ha riprodotta nel suo sermone di S. Giusep­pe S. Bernardino; e ora va sotto il suo nome, e l'hanno recitata chissà quanti devoti dopo di lui!

« Ricordatevi dunque di noi o beato S. Giu­seppe, e per mezzo del suffragio della vostra intercessione, procurateci senza mai cessare questo pane del cielo. Rendeteci propizia pure la beata Vergine, vostra Sposa, e otteneteci, no­nostante la nostra indegnità, ch'Essa ci adotti come figli carissimi ».

Quali che possano essere le conseguenze della recente scoperta del p. Longpré, pos­so affermare con tranquillità che Ubertino non si è ispirato per tale argomento al Commenta­rio di Pietro Olivi.

L'Arbor vitae crucifixae è del 1305; l'Olivi è morto nel 1298. E' anche vero che Ubertino conosceva gli scritti suoi, avendoli letti e me­ditati quasi tutti, come dichiarò davanti a Cle­mente V. Che ne aveva assimilate le idee, spe­cialmente quando, insieme con lui, insegnava nel convento di Firenze; al punto che « diven­ni per la mente un altro uomo » confesserà poi. Ma ciò puramente in quanto alle idee di Riforma, che lo hanno portato a diventare l'e­sponente degli « spiritualisti » ed ebbe noie non poche.

Ma per quanto riguarda la divozione di San Giuseppe, Ubertino non è un ripetitore dell'Oli­vi, perchè non sempre lo segue. E quan­do lo fa non ripete « litteraliter », come altri possono fare, che molto di rado. Ciò risulta dal confronto dei testi di uno e dell'altro, che S. Bernardino ha raccolti nel compilare il suo Sermone « de Sancto Joseph ».

Se nel redigere il suo libro Ubertino aves­se avuto sott'occhio gli scritti del suo amico e confratello, specialmente le Tredici brevi que­stioni sullo Sposo di Maria a commento dei vers. 18-25 del capo I° di S. Matteo, avrebbe fat­to tesoro di alcuni pensieri veramente belli di lui. Ad esempio quello dell'effetto che produ­ce la comunanza di vita coi grandi santi: « iste vir in tanto tempore, quanto fuit cum Christo et matre eius, et hoc sicut pater et nutri­tius Christi, et sicut legitimus Virginis spon­sus ».

« S. Giuseppe... quest'uomo che per tutto il tempo che convisse con Cristo e con sua ma­dre, si diportò quale padre nutrizio di Cristo e quale sposo legittimo della Vergine » quali te­sori di santità avrà accumulati?

Si sarebbe pure ispirato alla idea nuova della riconoscenza che la Chiesa deve a San Giuseppe, come farà poi p. Bartolomeo Albrizzi,

detto da Pisa (1 1401), - cf. la nota 96 - e più tardi ancora S. Bernardino da Siena.

« ... Si compares eum ad totam Ecclesiam Christi, nonne iste est homo electus et specia­lis per quem et sub quo Christus est ordinate et honeste introductus in mundo? Si ergo Vir­gini Matri tota Ecclesia sancta debitrix est, quia per eam Christum suscipere dignata est; sic profecto post eam huic debet gratiam et reverentiam singularem ».

« Se metti S. Giuseppe in rapporto con la Chiesa di Cristo - vuol dire Pier di Giovanni Olivi - non è egli l'uomo scelto specialmente perchè Gesù potesse entrare ordinatamente e onestamente nel mondo?

« Se quindi la santa Chiesa intera è debi­trice alla Vergine Madre, perchè fu degna di ricevere Cristo per mezzo suo; così certamen­te dopo di Lei, deve gratitudine e riconoscenza a lui (Giuseppe) singolarissima ».

Però Pier Olivi non arriva a formulare la in­cantevole preghiera suddetta verso il Patrono della Chiesa colla quale Ubertino chiude il cap. V I del 1. 2° del suo Arbor Vitae.

« Ritengo possibile, anzi probabilissimo - scrive p. Dionisio Pacetti, da me interpellato - che tanto l'Olivi, il quale al suo ritorno da Roma ha visitato i luoghi francescani dell'Um­bria, e certamente ha predicato, (lui « facun­dus et eloquens inter omnes sui temporis homi­nes » (95) come lo descrive il Clareno) ; quan­to Ubertino, anche lui ardente predicatore, sia­no stati dalla pietà dei francescani e dal popo­lo incoraggiati a predicare le lodi di S. Giusep­pe, e a diffonderne maggiormente la divozione ».

b) Bernardino da Siena.

Un altro passo avanti in questa direzione ha fatto fr. Bartolomeo da Pisa, pure francesca­no, che ho testè nominato. Egli non dubita di estendere il patrocinio di S. Giuseppe a tutta la madre Chiesa, scrivendo: « La nostra Madre Chiesa è debitrice alla beata Maria in tutto e per tutto avendo da essa ricevuto Gesù; ma immediatamente dopo lo è a Giuseppe ». Eco non affievolita dai secoli l'afferma­zione di Fortunaziano !

Da qui S. Bernardino prenderà le mosse per completare la preghiera al Santo Patrono, e renderla degna dell'indulgenza.

Che S. Bernardino (+ 1444) si ricolleghi a Ubertino da Casale, dopo gli sviluppi della que­stione svoltisi in Francia come in Italia, è or­mai pacifica. Ma non dobbiamo minimizzare l'opera sua in favore della divozione per il nostro Santo. Dobbiamo essergli ugualmen­te riconoscenti perchè seppe valorizzare con la sua autorità e il suo prestigio, non solo, ma con

la diffusione straordinaria delle sue opere, la cara divozione.

Ad essa si teneva legato con il filo d'oro del­la più antica liturgia giuseppina italiana. Lo dimostra il fatto che ha segnato la fine del suo Sermone con la data della Vigilia di Natale

« in vigilia nativitatis Domini » come si legge di suo pugno nel codice autografo.

c) I monti di pietà.

E' noto che nessun periodo della storia ita­liana fu più tragico dell'aureo periodo del Ri­nascimento. « Per lunghi anni il primo paese civile d'Europa - osserva il Pastor - diven­tò teatro di guerre sanguinose, specie nella se­conda metà del sec. XV, di pestilenze, di terre­moti ecc. ».

A patrono contro le peste venne invocato S. Giuseppe, insieme con S. Rocco; i due Santi messi in luce nel recente Concilio di Costan­za (1414).

Ma peggiore della peste nera era l'usura, specialmente a Venezia e a Firenze, centri del traffico monetario mondiale. E, data la sfacciata baldanza degli ebrei che esercitavano l'u­sura, l'ira del popolo sfociava spesso in furi­bonde rivolte seguite da feroci repressioni.

Anche contro questo grave danno i Fran­cescani trovarono il protettore nell'ebreo « Ju­stus », il cui patrocinio è alla base di quasi tutti i nostri Monti di Pietà, che una volta ve­nivano detti Monti di S. Giuseppe.

E' superfluo nominare a proposito il B. Ber­nardino da Feltre (+ 1494) e il B. Bernardino da Busti (+ 1500).

Per conservare poi la fede nel popolo essi fondarono pure varie pie confraternite, così « sappiamo che i due grandi Bernardini dell'Or­dine Francescano si adoperarono con buon successo per diffondere il culto di S. Giusep­pe ».

Ma l'iniziativa più simpatica fu quella di dare a alcune di esse l'indirizzo sociale di « Corporazioni Artigiane », prevenendo così di molto i nostri tempi, specialmente tra i falegnami, i carpentieri e affini. Da ricordare di sfuggita quella di Firenze (1405), di _ Padova (1411), di Verona (1430). Erano pie unioni, dette Scuole, che perseguivano sotto il nome dell'artigiano di Nazaret lo scopo associativo e anche assistenziale; con immenso vantaggio dei poveri operai.

 

10 - ORDINI RELIGIOSI

a) I Francescani.

Iniziatori di questo benessere per il popolo sono senza dubbio i Francescani.. Chi avrebbe potuto sperare che l'indizione dell'anno « Giu­seppino » fatta nel Canada, avrebbe avuto un collaudo così grandioso dal Santo Padre, con la istituzione della festa di S. Giuseppe ope­raio? In tal modo egli ha eternato nei secoli, e esteso a tutte le genti, i benefici che S. Giusep­pe ha da molto tempo prodigato alle Associa­zioni Artigiane d'Italia.

Il martirologio in uso presso i Francescani del '400, parla di una festa speciale, doppia di prima classe, di S. Giuseppe « peculiaris uni­versi seraphici Ordinis tutelaris ac patroni », Protettore di tutto l'Ordine serafico in modo particolare. Lo avevano proclamato, come si sa, fin dal 1399 nel Capitolo di Assisi.

b) I Servi di Maria

Cronologicamente, però, prima dei France­scani un altro ordine italiano s'era votato al pa­trocinio di S. Giuseppe, i Servi di Maria.

Per un nesso logico di idee non si poteva, nella pietà, disgiungere Maria SS. dal suo spo­so, ch'ebbe con Lei comuni le gioie come i do­lori. Lo si rileva dalle Constitutiones novae del loro ordine, che riflettono la dottrina sulla po­tenza del suo patrocinio.

Un comma del Capitolo Generale tenuto a Orvieto nell'anno 1324 così s'esprime: « Ri­guardo alle funzioni ecclestiastiche con voto pieno di tutto il capitolo, si decreta che ven­gano fatti onori, e si chieda il Patrocinio del Beatissimo Giuseppe, Sposo della nostra Si­gnora -Vergine Gloriosa ».

c) I Carmelitani.

Cosa dire dei Carmelitani?

Studi recentissimi dimostrano che le prime loro manifestazioni di culto verso il nostro San­to, possono datarsi agli albori del sec. XV, co­me per gli altri ordini religiosi.

Ma prima di tutti essi ebbero una prova brillante del loro patrocinio. Ne parlano a lun­go le storie. Nel 1421 avevano fondato un con­vento alla periferia di Novara, e lo avevano in­titolato a S. Giuseppe.

Nella notte che precedeva il 19 Marzo del 1449, le truppe del Duca di Ludovico di Savoia, che la stringevano d'assedio, tentarono di sor­presa l'assalto finale. Senonchè nel buio della sera inoltrata, comparve alla vista di tutti sulla Chiesa dei Carmelitani S. Giuseppe, il qua­le in una luce smagliante minacciava con la mano il nemico. Animati da questo segno del cielo, gli assedianti corsero alle armi e respin­sero il nemico.

E' commovente quanto si legge scolpito nel­la Cappella eretta al Santo in quella occasione nel Duomo: « ... se tu cerchi prove, hai qui il monumento che ti dice quanto ci ha amato S. Giuseppe».

Egli continuò le prove del suo amore, preser­vando la città dalla peste nel 1501.

Durante l'ultima guerra Novara rinnovò la sua consacrazione a S. Giuseppe, e fu preserva­ta da qualunque bombardamento aereo.

Le cronache carmelitane danno molta im­portanza alla vittoria di Novara di cui ho par­lato, per dimostrare l'antichità della loro de­vozione a S. Giuseppe. Effettivamente è dei Carmelitani il più antico Ufficio che possedia­mo del Santo, databile secondo p. Filas s. j. dal 1434. E' quello stesso, forse, che ha ri­fatto G. M. Paoluzzi, detto Prandini di Novel­lara, e che ha completato il I° febbraio del 1495 , Andrea Torresani da Asolo, la cittadina che istoriò la parete del suo duomo con le glorie di S. Giuseppe

L'inno del Vespro termina così « Qui nos salvet praepotenti Sancti Joseph merito. Amen ».

Al ricordo della grande vittoria dovuta ap­punto a questo stragrande merito s'ispira il

B. Battista Spagnoli, della rinnovata Congre­gazione di Mantova, quando chiama S. Giusep­pe « salute nostra e dell'Italia tutta ».

Quasi due secoli dopo i Carmelitani Scalzi nel Capitolo Generale di Roma (1680) eleggo­no S. Giuseppe a Patrono principale dell'Ordi­ne e ottengono Ufficio e Messa propria del Pa­tirocinio.

d) I Benedettini di Vallombrosa

Un altro centro di devozione giuseppina ri­cordato dal Trombelli, fu il Monastero di Val­lombrosa. In un breviario del '400 s'in­voca: « S. Giuseppe amabile, ottimo padre, di­struggi i vizi della moltitudine indebolita; concedi che noi trascorriamo una vita santa, e riportiamo nel combattimento la vittoria ».

e) Gli Agostiniani

Gli Agostiniani che fin dal 1413, a Milano, onoravano secondo la testimonianza di Gersone il nostro Santo, ne avevano segnata la festa in un loro breviario, dal 1444. Solamente però nel 1632, riunitisi a Roma per un Definitorio Generale, lo proclamarono Patrono dell'Ordi­ne.

 

11 - Le diocesi e i fedeli

Non si deve però credere che la divozione a S. Giuseppe fosse esclusivamente monastica. Bisogna ricordare, come abbiamo già visto, i breviari in uso ad Aquila, a Parenzo in Istria e a Firenze.

Nell'Archivio Capitolare di Padova esisto­no schemi di due omelie su S. Giuseppe. Era­no serviti al vescovo veneto Fantina Dandolo per una cerimonia in onore del Santo; uno del 1436, l'altro del 1438 in die suo XIX martii.

Pii secolari di Bologna - ci assicura il Trombelli - usavano un antico Ufficio sino dagli inizi del sec. XV, il Cui oremus faceva lo­ro dire: « Per la intercessione di S. Giuseppe, confessore,... liberaci, o Signore, da qualunque avversità ».

Un avvocato di Treviso, Daniele da Prata, erige nel Duomo della sua città un altare a San Giuseppe (1480), in memoria di un innocente fanciullo ucciso dagli ebrei, in odio alla reli­gione cristiana. Lo dotò d'un legato che ancora esiste.

Genova 1481. Ettore Vernazza, notaio della Repubblica, colloca sotto il patrocinio di S. Giu­seppe povere orfanelle che chiama « Figlie di S. Giuseppe ».

E il Breviario Romano, quando era ancora manoscritto, s'esprimeva così in un inno « Fac nos per tua merita - satiari in patria ». il Pa­radiso!.

 

12) Il cinquecento

« A. D. MDXIV, al mese di marzo nel pae­se di Fontanellato, località S. Giuseppe, fu co­minciata questa « Somma » da me fr. Isidoro da Milano ». Così incomincia la celebre Sum­ma de donis S. Joseph il domenicano p. Isido­ro degli Isolani, più profeta che celebre teolo­go giuseppino.

Subito dopo dedica questo libro al Papa Adriano VI, ricordandogli che S. Giuseppe ha l'ufficio di proteggere il popolo italiano. Guer­re religiose e civili dilaniavano ancora il bel paese: « Sanctissimis Joseph precibus, haud profecto leviter, pacem ego ipse reddendam Ita­liae crediderim », ma io sono persuaso - afferma il buon Padre - che per le santis­sime preghiere di S. Giuseppe verrà resa la pa­ce all'Italia. - E continua: « Onoriamo i Pa­troni delle città nelle loro ricorrenze, come non onoreremo il protettore della Regina nostra Maria Vergine?... Il Mediatore incessante che suscitò il Signore quale specialissimo patrono della Chiesa militante? »

I diversi aspetti della divozione giuseppi­na si andavano svolgendo tra gli autori di libri

o i predicatori, come veri colori dell'iride, per fondersi in un'unica luce, quella del Patroci­nio. La cui convinzione si attuava, attraverso uno sviluppo storico, con graduale e progressiva chiarezza. Molti gli scrittori, più encomia­stici che dommatici.

Ma nessuno riuscì forse più efficace nel­l'ispirare fiducia verso il Santo come fr. Gio­vanni da Fano (1539), dotto e zelante Provin­ciale degli Osservanti, morto però tra i Cappuc­cini. In una storia manoscritta di S. Giuseppe e della sua intercessione, che per primo infiora le considerazioni pie con opportuni esempi, rac­conta con unzione e amabile semplicità il mi­racolo dei due Francescani salvati da S. Giu­seppe da un naufragio nel mare del Nord. Essi promisero al loro salvatore di fargli os­sequio di meditare i sette dolori e le sette allegrezze, come ancora s'usa dai divoti del no­stro Santo.

Tutti gli autori ascetici ne parlarono, e la divozione finì per radicarsi, si rassodò e infi­ne la Chiesa l'approvò indulgenziandola.

Le parole da noi usate furono dettate dal Ven. Gennaro Sarnelli, ed è la preghiera uffi­ciale del cosidetto « Culto perpetuo ». Viene re­citata in molte occasioni, specialmente duran­te il Mese di Marzo.

In epoca imprecisata si cominciò, per opera specialmente dei Gesuiti e delle Figlie di S. Te­resa, a invocare il patrocinio di S. Giuseppe per ottenere di fare una buona morte.

 

13 - Protettore degli Stati

Il voler dare solamente un cenno sull'ar­gomento mi porterebbe molto lontano. Brucerò dunque le tappe.

L'uso d'invocare la protezione di S. Giusep­pe era diventato comune in Italia, ma anche in Europa. Anche il Canada nel 1605 si votò inte­ramente a S. Giuseppe.

In Italia si era già consacrata Napoli nel 1602, Frascati nel 1605 e Palermo nel 1612.

Un cappuccino italiano, p. Marco d'Aviano, entra nella città di Budapest con gli Imperiali vincitori dei Turchi, impugnando il labaro di S. Giuseppe, nel 1686. Leopoldo Impera­tore mette allora sotto il suo patrocinio tut­ti i suoi stati, comprese Trieste Gorizia e il Ti­rolo che da lui dipendevano. E quindi Bolza­no nell'Alto Adige, che già lo annoverava pro­tettore, e Trento che, da allora, raduna la gen­te di tutte le sue valli per la fiera di S. Giusep­pe il 19 marzo.

E la Repubblica di Venezia, sempre così sen­sibile per la divozione del suo popolo? Lo ono­rava in una bella chiesa eretta nel 1512, e lo aveva eletto tra i suoi patroni principali. Nel

1730 aveva anzi, per opera del suo ambasciato­re a Roma, B. Morosini, ottenuto di celebrare la festa del suo patrocinio la terza domenica dopo Pasqua.

 

14 - Ancora della Sicilia

Ho cominciato con la Calabria e la Sicilia, abitate da monaci italo-greci, e finirò parlan­do delle usanze di quei popoli straordinaria­mente devoti di S. Giuseppe. Benchè « uniscano all'affettuosa divozione un entusiasmo che sembra irriflessivo ».

Celebrare una festa di ringraziamento, si dice in alcune contrade « fare un S. Giusep­pe ».

E davvero le feste in suo onore hanno spes­so un non so che di spettacolare, « di cui non si può avere idea se non si sono mai viste ».

Le esagerazioni però non vengono, come fu detto, incoraggiate dal clero. Si legge infatti di un frate che nel 1775, predicando nella chie­sa palermitana di S. Nicolò La Kalsa, inserì la storiella che fa pensare al Débat du Paradis che tanta fortuna ebbe nel Medioevo. Di quel furfante che unicamente per la protezione di S. Giuseppe arriva in cielo.

Gli capitarono addosso gli anatemi dell'In­quisizione e i rigori del carcere!

Ma c'è qualcosa di ancora più curioso. Ragusa, Modica, ecc., hanno tra loro, vivo, un S. Giuseppe! In quelle città è scelto un vec­chio povero, di buoni costumi, che ha diritto di ospitalità in qualunque casa in cui si presen­ti. Ha unicamente l'obbligo di assistere ogni giorno alla santa Messa, e pregare per la pro­sperità di tutto il paese. Una volta girava in tunica e manto, col cappello a tricorno, e una verga fiorita in mano. Con essa dava la bene­dizione a coloro che gliela chiedevano. Ora è il padrino ufficiale d'ogni battesimo.

« Il mestiere di essere un S. Giuseppe - osserva uno scrittore laico - a quel tempo era

assai lucroso e in alcuni paesi lo è sin al pre­sente ».

Peccato che tante care tradizioni vadano dileguandosi lentamente, per lo spegnersi d'in­genue luci nel cuore del nostro popolo!

 

14 - Una Basilica a S. Giuseppe

Giunti alla fine del nostro studio, ci trovia­mo nell'epoca in cui si nota un vasto movimen­to di voti e « Postulati » onde ottenere un ac­crescimento di culto a S. Giuseppe. Sia­mo alla metà circa del sec. scorso, e il movi­mento veniva alimentato dalla propaganda che si faceva in mezzo al popolo.

La nuova pratica divota del « Culto perpe­tuo di S. Giuseppe » era diffusa in ogni dove. Basta pensare che il libretto tessera che ne regolava l'uso, aveva raggiunto nel 1863 la bel­lezza di 300.000 copie. Un autentico successo li­brario, se si considera che la nostra gente al­lora leggeva molto poco! Le tristissime condi­zioni della Chiesa, poi, il desiderio espresso di autorità ecclesiastiche e di innumerevoli fedeli, indicavano al Papa di quale patrono aveva bi­sogno la Chiesa.

Fu allora che, senza attendere la discussio­ne - che d'altra parte non era stata possibi­le - dei « Postulati » presentati al Concilio . Vaticano, l'Angelico Pio IX, nella solennità a lui carissima dell'Immacolata del 1870, di « mo­tu proprio » proclamava solennemente S. Giu­seppe Patrono della Chiesa universale!

Era anche desiderio del Papa di creare a Roma una Basilica al nuovo Patrono. Ne ave­va stabilite le modalità, prima ancora della pro­clamazione. Ce lo racconta in un libro di me­morie l'Architetto Pontificio che ne aveva ri­cevuto l'incarico. Egli aveva già pronto il pro­getto, il 10 settembre 1870, una settimana ap­pena prima della presa di Porta Pia. L'Architet­to era Andrea Busiri Vici.

La basilica doveva essere quella di S. Maria degli Angeli alle Terme, opportunamente tra­sformata. Davanti si sarebbe aperta la grande piazza S. Giuseppe, all'inizio della attuale Via Nazionale, stabilita allora secondo il piano re­golatore già fissato per l'occasione.

Nella grandiosa piazza coronata da portici ricavati dall'antica Esedra, come attualmente, doveva sorgere un grande monumento al San­to Patriarca affiancato da due fontane. Oggi, invece, tra gli zampilli dell'acqua dovuta alla munificenza dei Papi, nuota uno stuolo di Na­poli.

Il nuovo prospetto della Basilica era ricava­to nelle forme termali classiche. Sulla navata destra si era ideata una ricca cappella, quasi piccolo tempio, dedicata al Santo.

E' questa l'unica parte realizzata del « gran­dioso progetto ». E neppure soddisfa il divoto ; buia com'è, e serrata da robuste cancellate. Mentre il suontuoso disegno contemplava, tra l'altro, « la sua grande abside decorata nel cen­tro, come quella del Bramante dei Giardini Va­ticani ».

Il Santo nel monumento sarebbe stato rappresentato molto giovane, con le mani giun­te, gli occhi rivolti al cielo, mentre solleva ele­gantemente sotto il braccio un lembo del lun­go mantello.

Ma il bel sogno venne disperso dalle fuci­late di Porta Pia.

L'« Osservatore Romano » (20 Marzo 1876) commentava malinconicamente: « Purtroppo le tristissime condizioni dei tempi ritarderan­no necessariamente l'esecuzione di codesto ma­gnanimo progetto ».

Egli ribatteva a uno scritto recente dell'ufficioso giornale « L'Osservatore della Capitale » che sosteneva sfacciatamente... « abbiamo bi­sogno di sviluppare in vaste proporzioni l'Agri­coltura e il Commercio, e non possiamo per­mettere che il terreno venga occupato dalle chiese... ! »

 

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I canadesi hanno potuto realizzare ciò che per noi Italiani fu puramente un sogno. La libertà di cui il loro paese è simbolo, e la grande divozione a S. Giuseppe ha dato loro modo di creargli una basilica, espressione simbolica dell'universalità della Chiesa.