SAN GIOVANNI MARIA BATTISTA VIANNEY
di
don Luca Testa
Giovanni Maria Vianney, quarto di sei figli, nacque a Dardilly l’8 maggio 1786, da Mathieu e da Marie Béluse. La sua era una famiglia contadina di discrete condizioni, con una solida tradizione cristiana, prodiga nelle opere di carità. Dopo lo scoppio della Rivoluzione francese, il nuovo parroco di Dardilly prestò giuramento alla Costituzione civile del clero. Seguire un tale prete avrebbe significato per i Vianney non riconoscere l’autorità del Papa, per cui decisero di entrare nel circolo clandestino di un sacerdote “refrattario”. In una di queste riunioni eucaristiche il ragazzo, a tredici anni, ricevette la sua Prima Comunione. L’esperienza di un simile avvenimento lasciò un’impronta nella coscienza del giovane pastore di pecore di Dardilly. L’educazione cristiana ricevuta in famiglia e la testimonianza coraggiosa di un sacerdote refrattario lo segnarono profondamente. A poco a poco egli maturò l’idea di consacrarsi a Dio nel ministero sacerdotale. E intorno ai vent’anni era ormai deciso a diventare prete. C’era un ostacolo grave: gli mancava un minimo di istruzione.
Per
prima cosa dovette apprendere la grammatica latina presso il parroco di Ecully,
don Balley. I suoi, sforzi sembravano essere senza frutto, ma poi qualche
risultato cominciò ad arrivare grazie alla sua perseveranza e dopo un
pellegrinaggio presso san Francesco Régis alla Louvesc per ottenere la grazia
di vincere la propria ignoranza. Inattesa giunse, però, il 28 ottobre 1809 la
chiamata alle armi nell’esercito napoleonico, impegnato su più fronti del
continente, e il giovane ventitreenne fu costretto a partire, anche se ciò
andava contro i suoi progetti. Per diverse circostanze casuali riuscì a
disertare e, anche se ricercato, fu aiutato da alcune persone a nascondersi.
Saputo della morte della madre (8 febbraio 1811), che era sempre stata per lui
un fulgido esempio di vita cristiana, appena gli fu possibile, tornò a casa
(marzo 1811).
Ma
qui trovò il padre in collera con lui per tutti i dolori e i problemi che la
famiglia aveva dovuto subire a causa della sua diserzione. Giovanni Maria con
profonda umiltà, e sinceramente dispiaciuto, chiese perdono al padre per
l’accaduto, ma egli era convinto di essere stato guidato dalla Provvidenza.
Infatti dopo la fortuita e non intenzionale fuga, egli aveva avuto la certezza
che non dovesse seguire l’esercito di un nemico del Papa. Inoltre non avrebbe
potuto dedicarsi al servizio di Dio, praticando nello stesso tempo violenze
verso altri uomini anche se nemici.
Certo
della sua vocazione, Giovanni Maria ritornò probabilmente nella primavera del
1811 ad Écully da don Balley, cui stava tanto a cuore quel giovane. Grazie al
suo esempio, stima, incoraggiamento e insistenza presso i superiori della
diocesi, egli riuscì ad accedere agli ordini sacri, dopo aver affrontato dure
prove. Inizialmente, infatti, venne rinviato dal seminario maggiore, in quanto
ritenuto non idoneo agli studi necessari per l’esercizio del sacro ufficio.
Don Balley si prese ogni responsabilità e dedicò tutto se stesso per farlo
studiare e portare a compimento l’opera di Dio in quel giovane dai così buoni
propositi. Dopo varie vicissitudini Giovanni Maria Vianney fu ordinato sacerdote
il 13 agosto 1815 e subito fu inviato come coadiutore proprio ad Écully con don
Balley. Vi rimase per poco più di due anni, fino alla morte del suo protettore,
avvenuta il 16 dicembre 1817. In questo periodo completò la formazione
culturale e fu iniziato al ministero sacerdotale, vivendo un’esperienza ricca
e determinante per tutto il suo successivo apostolato. Giovanni Maria si trovò
sempre in identità di intenti con don Balley, quanto a spirito di abnegazione,
di preghiera. di penitenza e di digiuno. E la sua sensibilità intransigente
venne qui corroborata enormemente. E’ importante notare che questo sacerdote
era stato fortemente influenzato dal pensiero giansenista, sebbene ormai il
movimento stesse scemando sempre più. Don Balley aveva un profondo senso della
tragicità del peccato, cui doveva seguire la penitenza in una vita parca e
sobria, che doveva mirare all’incontro con Dio nella preghiera. E le stesse
caratteristiche appartengono allo stile di vita di Giovanni Maria. Questi
dunque, vivendo tutto quanto ha ricevuto, dall’infanzia fino ai primi anni di
sacerdozio, come dono della Provvidenza, è stato protagonista responsabile
delle scelte e dello stile di vita che ha maturato. Un nuovo e lungo capitolo si
aprì nel febbraio 1818 con il trasferimento di Giovanni Maria ad Ars,
“l’ultimo villaggio della diocesi”. Con circa duecentocinquanta abitanti,
prevalentemente di umili condizioni. La gente non era atea o anticlericale, ma
viveva una religiosità superficiale e banale, schiava dei propri comodi, talora
mondani, secondo la mentalità dell’epoca. Il giovane sacerdote si ritrovò da
solo a portare il carico di tutta la comunità. La sua vita, in parole e in
opere, aveva come primo obiettivo condurre le anime a Dio, come un vero pastore,
secondo il cuore di Dio. Era una sfida ad altissimo rischio. Per questo dovette
subire contestazioni e calunnie. Scelse però la via della penitenza, e piegò
le ginocchia davanti all’Altissimo per strappare dalla dannazione le anime
della sua parrocchia.
I
primi anni ad Ars furono caratterizzati da una lotta serrata contro i vizi
stigmatizzati dai predicatori dell’epoca come sintomo di secolarismo, quali il
ballo, le osterie, la trascuratezza del precetto festivo. Si avvertiva di fatto
il fenomeno di abbandono, soprattutto grave fra gli uomini, che era
seguito alla rivoluzione francese. Egli spronò i suoi parrocchiani a condurre
una intensa vita religiosa attraverso la partecipazione frequente ai sacramenti,
in particolare all’Eucaristia. La sua azione pastorale era veemente e nello
stesso tempo paziente: da un lato non si trattenne dal condannare senza mezzi
termini i vizi dei paese, dall’altro lato coltivava la sua vigna con cure e
premure, radunando piccoli gruppi orientati ad una vita cristiana il più
coerente possibile, resa manifesta nella preghiera assidua e nella
partecipazione attiva alle liturgie. E proprio gettando le fondamenta della vita
spirituale cristiana presso i suoi fedeli, egli riuscì a suscitare la
conversione di gran parte della sua parrocchia, Il fervore autenticamente
cristiano si sarebbe esteso a macchia d’olio. Il successo della parrocchia di
Ars si spiega con il progetto pastorale di don Vianney, che aveva votato la sua
vita per salvare ogni uomo. Infatti si dedicò interamente alla sua parrocchia
senza riservare per sé nemmeno una frazione del suo tempo. I primi anni furono
segnati da un intransigente regime di penitenza e di digiuno, che gli causarono
problemi di nevralgia. La sua vita era un appello continuo ai cristiani d’Ars.
Anche se le sue parole non erano forse tanto alte e ricche di contenuto, egli
riusciva a trasmettere e comunicare la fede con la sua coerenza perché viveva
materialmente quanto predicava. E il suo zelo pastorale raggiunse anche le
parrocchie vicine, attraverso il ministero della confessione, in occasione delle
missioni popolari.
L’intensa
cura pastorale di Giovanni Maria era attenta alle necessità dei più bisognosi.
Per aiutare le giovani ragazze senza istruzione e di condizioni disagiate,
istituì la Casa della Provvidenza. E successivamente creò anche un ambiente
per ragazzi, ben sapendo quanto fosse importante l’istruzione, lui che aveva
sperimentato i disagi dell’ignoranza.
Oltre
ciò, egli si mostrava sempre pronto al soccorso e all’aiuto dei poveri e dei
sofferenti. In un contesto religioso di povertà spirituale, il curato d’Ars
si fece carico anche di quella materiale: cercò di sanare queste piaghe, certo
di portare la ricchezza di Cristo. Ben presto la sua fama si diffuse nei paesi
vicini, a motivo della santa condotta e del ministero svolto nel corso delle
varie missioni popolari. Un numero sempre maggiore di pellegrini, attratti dal
suo stile di vita, si presentò nella sua chiesa, per ricevere una parola di
conforto nonché l’assoluzione sacramentale. Nel suo “ufficio” di
accoglienza, il confessionale, il curato d’Ars riuscì a riavvicinare a Dio
molte anime che se ne erano allontanate e ha aiutato molte persone, che si
affidavano alla guida spirituale, a compiere grandi passi nella fede. Dimostrò
così d’avere un particolare dono di discernimento e di penetrazione dei
cuori. Illustri fondatori di nuovi ordini nascenti si sarebbero confrontati con
l’umile pastore.
Ars
divenne il modello per la diocesi per i suoi frutti spirituali, e fu anche il
luogo di prodigi e di guarigioni. Al processo per la causa di canonizzazione
molti testimoniarono dei benefici corporali che avevano ricevuto ad Ars. Chi ne
era l’autore? Il pio pastore si era accorto dei segni che avvenivano ed era
profondamente avvilito per la gloria che gli si attribuiva. Considerandosi
semplicemente un servo umile, riconosceva alla “piccola santa Filomena”,
come egli la chiamava, i segni che si verificavano ad Ars. Oggi, che e stato
evidenziato l’errore nella valutazione storica del personaggio di Filomena e
il suo culto soppresso, a chi dobbiamo ascrivere quei miracoli?
Non
possiamo negare il dono delle guarigioni fatto da Dio al curato d’Ars. Questi
era ben conscio che i prodigi erano un segno divino che rinviavano ad una
guarigione più profonda. E per nulla desideroso che si manifestassero fenomeni
d’infatuazione popolare, cercò di distogliere l’attenzione da sé. Dal 1818
al 1859 ha vissuto ad Ars facendo le stesse cose, tuttavia ogni messa,
confessione, predica, penitenza erano vissute sempre con intensità e freschezza
di spirito. La santità del curato d’Ars si fonda, infatti, non nelle grandi
cose, ma nella quotidianità e semplicità del proprio ministero. Lo zelo, la
fedeltà, l’umiltà e l’amore per la sua missione costituiscono l’ossatura
della sua vocazione alla santità. Il suo apostolato ad Ars gli causò anche
molte sofferenze: da principio egli dovette sopportare le calunnie diffamatorie
di alcuni parrocchiani, in seguito anche dei sacerdoti dei paesi vicini. Nel
1843 don Vianney si ammalò gravemente e solo le preghiere e un voto a “santa
Filomena” lo salvarono dalla morte. In seguito alla malattia, e visti i
numerosi impegni pastorali, gli fu affiancato un collaboratore, don Antoine
Raymond. Il nuovo collaboratore sicuramente liberò da molte incombenze don
Giovanni Maria, ma fu anche una croce da saper sopportare. Pur non volendo
togliere nulla al coadiutore, è anche vero che egli aveva un carattere non
facile, forse geloso, talora invadente e non di rado autoritario. I rapporti tra
i due furono tuttavia ottimi: il coadiutore nutriva un particolare affetto per
il suo parroco, il quale ne apprezzava l’operato, anche se spesso aveva a che
fare con il suo carattere difficile. E di fronte alla gente il curato prese
sempre le difese del suo collaboratore, che non era molto stimato dal popolo.
Vi
furono anche altri avvenimenti della vita pastorale che, pur scontrandosi con la
sua volontà, egli accettò. Ad esempio, la Casa della Provvidenza per cui aveva
lottato e sofferto, dovette essere ceduta alle Figlie di san Giuseppe. Il santo,
certamente contento di assicurare il futuro di un’istituzione così preziosa
per lui, tuttavia visse il passaggio non senza dolore. Inoltre, per quasi tutto
il periodo trascorso ad Ars, Giovanni Maria visse una crisi profonda. In lui era
talmente forte il senso della propria incapacità e non idoneità al ministero
pastorale, che desiderava ritirarsi in solitudine per espiare i suoi peccati.
Gli appariva terribile morire da parroco. Ma ogni richiesta fatta al suo vescovo
fu vana, come tali furono pure i tentativi, fatti di propria iniziativa, per
fuggire da Ars (1843 e 1853). Il pensiero che avrebbe potuto condurre a Dio
tante altre anime lo costringeva a restare, prevalendo sulla propria volontà. E
pur turbato interiormente dall’idea che si sarebbe dannato per l’eternità,
rimase sempre ad Ars, dove il 4 agosto 1859 lo colse la morte, che visse con
semplicità e abbandono fiducioso a Dio.
Giovanni
Maria Vianney impostò tutta la vita secondo un regime estremamente austero. Il
senso di incapacità a svolgere il ministero pastorale rafforzò in lui la
necessità di dover fare penitenza. Scelse come strumento privilegiato il
digiuno, ma seguì tutte le rigide pratiche dell’ascetismo: il giaciglio fatto
di pagliericcio senza materasso, il rifiuto di ogni comodità, solo poche ore
dedicate al riposo e infine l’uso di strumenti per la penitenza corporale,
quali i flagelli ed il cilicio.
Da
principio ritenne che tali mortificazioni fossero pazzie di gioventù, ma anche
in seguito continuò a praticarle. Riteneva intatti che il senso della penitenza
scaturisse dall’orrore del peccato e dalla possibilità intrinseca di salvare
le anime. Alla penitenza esterna si aggiunse poi quella provocata dalla
sofferenza interiore, dal travaglio spirituale, dalla sopportazione di persone o
situazioni senza ira o maldicenze. Fin dalla giovinezza ebbe fortissimo il senso
della fedeltà a Dio, di fronte alla realtà del peccato. L’influenza di don
Balley, poi, rafforzò la concezione della tragicità dell’uomo peccatore.
Unico rimedio a tale condizione è, dunque, la penitenza, che può riparare le
colpe commesse suscitando il perdono di Dio. Di fronte ad un contesto sociale in
cui i disordini politici avevano generato la decadenza religiosa, la penitenza
si presentava come lo strumento privilegiato di riparazione, non solo per se
stessi ma per l’intero popolo cristiano.
E,
oltre il valore riparatorio, la pratica ascetica ne assumeva anche uno
“preventivo”, aiutando l’esercitante a non commettere peccato e
indirizzando la propria vita sempre più a Dio.
La
penitenza, cioè, orientava all’Assoluto. Giovanni Maria non si risparmiò
affatto, ma si mise completamente al servizio del popolo affidatogli e per esso
si è consumato. Riuscì a superare i momenti di crisi interiore comprendendo
che egli, in quanto apostolo di Dio, poteva ricondurre a Lui le anime che gli
erano state affidate. Il confessionale divenne così il campo di battaglia, dove
trascorse la maggior parte di tempo del suo servizio pastorale ad Ars. Ma era
anche il luogo dove i suoi fedeli potevano sperimentare la misericordia di Dio,
che lui stesso aveva compreso lentamente, grazie alla riscoperta della morale
alfonsiana. Sopra ogni cosa per don Vianney c’èra il “bon Dieu”. Salvare
le anime significava infatti far conoscere Dio e cosi far diventare i fedeli
discepoli di Cristo. La sua sobria povertà indicava che l’unica ricchezza era
Cristo. La castità rimandava all’incondizionato servizio di Dio nella Chiesa.
L’obbedienza al vescovo era espressione di quella radicale umiltà che ha
contrassegnato tutta la sua vita.
Il
suo zelo pastorale trovava fonte nella preghiera contemplativa, nella
celebrazione eucaristica e nella liturgia delle ore. Tutto ciò che don Giovanni
Maria faceva era determinato dall’incontro con il Signore e in lui ogni fedele
vedeva l’uomo il cui scopo era quello di riavvicinare tutte le anime a Dio con
fervore e devozione. Egli invitava sempre all’incontro sacramentale e istituì
varie confraternite per far avvicinare il più possibile i suoi parrocchiani al
Padre. Ma tutti i suoi insegnamenti, i suoi inviti alla preghiera, ad entrare in
comunione con Dio e a percorrere la Sua strada, sarebbero stati vani se il
curato d’Ars non avesse vissuto la sequela di Cristo, come invece fece
autenticamente. Furono in molti, tra quelli che si presentarono al confessionale
del curato d’Ars, ad affermare che questi sapeva tutto di loro senza
conoscerli. Tra l’altro, spesso egli corresse anche dettagli di racconti non
esposti con precisione o con piena verità. Quale valore hanno queste
testimonianze? Non abbiamo motivo di contestarle data la molteplicità delle
testimonianze. Sembrava che il santo curato conoscesse chi gli stava di fronte,
e certamente non per precedenti rapporti o per averne avuto notizie, né tanto
meno per telepatia. L’unica spiegazione possibile è che egli sapesse leggere
le coscienze, scrutando nell’animo del suo penitente, e riuscisse a
indirizzare in una strada sicura nel discernimento vocazionale. E non ci resta
che attestare il fatto che in lui ci fosse il dono di una conoscenza misteriosa
che giungeva alla cognizione degli eventi presenti e passati. Possiamo affermare
che il curato d’Ars, chiamato a orientare gli uomini a Dio, ne aveva ricevuto
un dono necessario per la sua particolare missione. Dono che risulta essere
dunque, non tanto il segno della sua santità e dei suoi meriti, ma uno
strumento datogli da Dio per far fruttificare al massimo il suo zelo e il suo
impegno pastorale. L’opera di Dio e la disponibilità di don Vianney si
incontrarono mirabilmente per poter offrire la salvezza a tutti. Tutte le
biografie del curato d’Ars riferiscono di episodi sulla presenza del demonio.
Si tratterebbe di manifestazioni diaboliche avvertite da don Vianney, ma non vi
fu mai una possessione, né tentazioni dirette, tali da indurlo al peccato. Si
trattava invece di disturbi e di tormenti, quali rumori strani, come colpi di
martello e assalti alla porta, oppure voci rauche. Come considerare il fatto? Il
curato d’Ars non ne fu mai spaventato. La maggior parte delle testimonianze
sono concordi nell’ attestare rumori sentiti nella canonica del curato, ma
qualcuno invece non avrebbe udito nulla. Durante un periodo di missione don
Vianney venne rimproverato di essere chiassoso e, quindi, di non aver rispetto
dei confratelli. In seguito gli stessi si convinsero che non era colpa sua. Chi
fece la guardia in canonica non vi tornò più, forse per il “fastidio” di
certi rumori. Non possiamo quindi risolvere la questione riducendo il fatto a
un’impressione psicologica dovuta a stanchezza o ad allucinazione causata
dalla carenza di cibo o di riposo. Ma si tratta veramente di fenomeni provocati
dal demonio? Il curato d’Ars attribuì questi fenomeni al diavolo, che egli
soprannominò il “grappino”. Non ci resta che accogliere il fenomeno secondo
questa interpretazione, facendo attenzione a non attribuire al demonio tutti i
fenomeni strani, come spesso fecero i contemporanei nelle testimonianze deposte.
Giovanni
Maria Battista Vianney fu beatificato l‘8 gennaio 1905 e poi canonizzato il 31
maggio 1925; venne dichiarato patrono dei sacerdoti di tutto il mondo. La gloria
che la Chiesa gli ha attribuito scaturisce dalla santità della sua modesta
vita, che trascorse accogliendo e facendo propri quei valori che gli erano stati
donati. Nell’umiltà di un apostolato impegnato e serio ha offerto la sua vita
per la causa di Dio. E ha sperimentato i problemi, gli intrighi e le situazioni
tipiche di un ministero ecclesiale incarnato nella concretezza della vita umana
e sociale. E diventato santo non perché è stato ricolmato di doni particolari,
ma per la sua semplicità e umiltà di vita. Egli ha santificato, per così
dire, il tempo che ha vissuto, lo spazio in cui è stato e le persone che ha
incontrato. La santità del curato d’Ars risiede infatti nella quotidianità
di un ministero perseverante e nella costante fedeltà al suo “bon Dieu”.
Cronologia
essenziale
Date
importanti nella vita del Santo Curato d'Ars
8
maggio 1786 : Nascita e Battesimo di Giovanni Maria Vianney
a Dardilly.
1797:
Prima confessione nella cucina di casa sua.
1799:
Prima comunione in una casa privata
presso Ecully.
1806:
Inizio degli studi presso don Balley.
1807:
Pellegrinaggio a Lalouvesc, al santuario di
S. Francesco Regis per riflettere
sulla sua vocazione sacerdotale.
1810:
Renitente alla leva.
1812
- 1813 :
Permanenza in Seminario
13
agosto 1815:
Ordinato sacerdote a Grenoble.
1817:
Muore don Carlo Balley, parroco di Ecully,
di cui era vicario.
13
febbraio 1818: Giovanni Maria
Vianney arriva ad Ars.
1820-1837:
Restauro della chiesa di Ars
1824:
Apertura della casa-convitto "Provvidenza".
4
agosto 1859:
Morte del curato d'Ars, alle 2 del mattino.
1866:
Apertura del processo di canonizzazione.
8
gennaio 1905:
Beatificazione del Curato d'Ars
da parte di S. Pio X.
31
maggio 1925:
Canonizzazione del Curato d'Ars
da parte di Pio XI.
1929:
Il Santo Curato d'Ars è proclamato “ Patrono
di tutti i parroci di Roma e del mondo".
1959:
Enciclica “Sacerdotii nostri primordia”
del
B. Giovanni XXIII sul Curato d'Ars nell’anno centenario della sua morte.
San
Giovanni Maria Vianney, il Santo Curato d'Ars
Nato l' 8 maggio 1786 a Dardilly, nei dintorni di Lione, da una famiglia
di contadini, Giovanni Maria Vianney comincia a vent'anni la sua preparazione al
sacerdozio presso l'abbé Balley, curato di Ecully. Ordinato prete nel 1815, è
inizialmente vicario di Ecully. Nel 1818 è mandato ad Ars. Sin dal suo arrivo
fa della sua chiesa la sua casa. Notte e giorno egli è là a pregare il Signore
davanti al tabernacolo per la conversione dei suoi parrocchiani. Un po' alla
volta risveglia la loro fede con le sue predicazioni, ma soprattutto con la sua
preghiera e il suo modo di vivere. Restaura ed abbellisce la sua chiesa,
rinnovando completamente la suppellettile sacra e costruendo delle cappelle
laterali dedicate alla Vergine Maria, all' Ecce Homo, ai santi Angeli, a santa
Filomena e a san Giovanni Battista. Fonda un orfanotrofio, "La
Provvidenza", e si prende cura dei più poveri. Molto rapidamente la sua
fama di confessore attira numerosi pellegrini che vengono a cercare da lui il
perdono di Dio e la pace del cuore. Il confessionale del santo Curato d'Ars è
assediato dai penitenti: là il Santo Curato confessa fino a 17 ore al giorno.
Benché assalito da molte prove e difficoltà, conserva il proprio cuore
radicato nell'amore di Dio e dei suoi fratelli: la sua unica preoccupazione è
la salvezza delle anime. I suoi insegnamenti e le sue omelie parlano soprattutto
della bontà e della misericordia di Dio. Si consuma d'amore davanti al
Santissimo Sacramento, consacrandosi completamente a Dio, ai suoi parrocchiani,
ai pellegrini.
Muore il 4 agosto 1859, dopo aver dato il massimo dell'amore. Canonizzato nel
1925 da papa Pio XI, è proclamato nel 1929 patrono universale di tutti i
parroci di Roma e del mondo.
Quale
gioia per un cristiano che ha la fede, che, alzandosi dalla santa Mensa, se ne
va con tutto il cielo nel suo cuore! ... Ah, felice la casa nella quale abitano
tali cristiani!... quale rispetto bisogna avere per essi, durante la giornata.
Avere, in casa, un secondo tabernacolo dove il buon Dio ha dimorato veramente in
corpo e anima!. . .
-
Forse, mi direte ancora: se questa felicità è così grande, perché dunque la
Chiesa ci dà il comandamento di comunicarci una volta ogni anno?
-
Questo comandamento non è fatto per i buoni cristiani, esiste soltanto per i
cristiani pusillanimi e indifferenti verso la salvezza della loro povera anima.
Agli inizi della Chiesa, la più grande punizione che si poteva imporre ai
cristiani era di privarli di tale felicità; ogni volta che avevano la gioia di
assistere alla santa Messa, avevano la gioia di comunicare. Mio Dio!,
possibile
che dei cristiani rimangano tre, quattro, cinque e sei mesi, senza dare questo
nutrimento celeste alle loro povere anime? La lasciano morire di inedia!... Mio
Dio!, che guaio e quale accecamento!... avendo tanti rimedi per guarirla e un
cibo così adatto a conservarla in salute!...
La
Chiesa, vedendo quanto già i cristiani perdevano di vista la salvezza delle
loro povere anime, sperando che il timore del peccato facesse loro aprire gli
occhi, dette loro un comandamento che li obbligava a comunicarsi tre volte
all'anno, a Natale, a Pasqua e a Pentecoste. Ma in seguito, vedendo che i
cristiani diventavano sempre più insensibili alla loro disgrazia, la Chiesa ha
finito per non obbligarli più ad avvicinarsi al loro Dio, tranne una volta
all'anno. O mio Dio!, che disgrazia e quale accecamento che un cristiano sia
obbligato a mezzo di leggi a cercare la sua felicità! (Omelia per la VI
domenica dopo Pentecoste)
Per
mostrarvi il potere della preghiera e le grazie che essa vi attira dal cielo, vi
dirò che è soltanto con la preghiera che tutti i giusti hanno avuto la fortuna
di perseverare. La preghiera è per la nostra anima ciò che la pioggia è per
la terra. Concimate una terra quanto volete, se manca la pioggia, tutto ciò che
farete non servirà a nulla. Così, fate opere buone quanto volete, se non
pregate spesso e come si deve, non sarete mai salvati; perché la preghiera apre
gli occhi della nostra anima, le fa sentire la grandezza della sua miseria, la
necessità di fare ricorso a Dio; le fa temere la sua debolezza.
Il
cristiano conta per tutto su Dio solo, e niente su se stesso. Sì, è per mezzo
della preghiera che tutti i giusti hanno perseverato... Del resto, ci accorgiamo
noi stessi che appena trascuriamo le nostre preghiere, perdiamo subito il gusto
delle cose del cielo: pensiamo solo alla terra; e se riprendiamola preghiera,
sentiamo rinascere in noi il pensiero e il desiderio delle cose del cielo. Sì,
se abbiamo la fortuna di essere nella grazia di Dio, o faremo ricorso alla
preghiera, o saremo certi di non perseverare per molto tempo nella via del
cielo.
In
secondo luogo, diciamo che tutti i peccatori debbono, senza un miracolo
straordinario che accade rarissimamente, la loro conversione soltanto alla
preghiera. Vedete santa Monica, ciò che fa per chiedere la conversione di suo
figlio: ora essa è al piede del suo crocifisso a pregare e piangere; ora si
trova presso persone che sono sagge, per chiedere il soccorso delle loro
preghiere. Guardate lo stesso sant'Agostino, quando volle seriamente
convertirsi... Si, per quanto fossimo peccatori, se avessimo fatto ricorso alla
preghiera e se pregassimo come si deve, saremmo sicuri che il buon Dio ci
perdonerebbe.
Ah!,
fratelli miei, non meravigliamoci del fatto che il demonio fa tutto ciò che può
per farci tralasciare le nostre preghiere, e farcele dire male; è che capisce
molto meglio di noi quanto la preghiera è temibile nell'inferno, e che è
impossibile che il buon Dio possa rifiutarci ciò che gli chiediamo per mezzo
della preghiera...
Non
sono né le lunghe né le belle preghiere che il buon Dio guarda, ma quelle che
si fanno dal profondo del cuore, con un grande rispetto ed un vero desiderio di
piacere a Dio. Eccovene un bell'esempio. Viene riferito nella vita di san
Bonaventura, grande dottore della Chiesa, che un religioso assai semplice gli
dice: «Padre, io che sono poco istruito, lei pensa che posso pregare il buon
Dio e amarlo?».
San
Bonaventura gli dice: «Ah, amico, sono questi principalmente che il buon Dio
ama di più e che gli sono più graditi». Questo buon religioso, tutto
meravigliato da una notizia così buona, va a mettersi alla porta del monastero,
dicendo a tutti quelli che vedeva passare: « Venite, amici, ho una buona
notizia da darvi; il dottore Bonaventura m'ha detto che noi altri, anche se
ignoranti, possiamo amare il buon Dio quanto í dotti. Quale felicità per noi
poter amare il buon Dio e piacergli, senza sapere niente!».
Da
questo, vi dirò che non c'è niente di più facile che il pregare il buon Dio,
e che non c'è nulla di più consolante.
Diciamo
che la preghiera è una elevazione del nostro cuore verso Dio. Diciamo meglio,
è il dolce colloquio di un bambino con il padre suo, di un suddito con il suo
re, di un servo con il suo padrone, di un amico con il suo amico, nel cui cuore
depone i suoi dispiaceri e le sue pene. (Omelia per la V domenica dopo
Pasqua)
Leggiamo
nella Sacra Scrittura che il Signore diceva al suo popolo, parlandogli della
necessità di fare delle opere buone per piacerGli e per far parte del numero
dei santi: «Le cose che vi chiedo non sono al di sopra delle vostre forze; per
farle, non è necessario innalzarvi fino alle nubi, né attraversare i mari.
Tutto ciò che vi comando è, per così dire, a portata di mano, nel vostro
cuore e attorno a voi». Posso ripetere la stessa cosa: è vero, non avremo mai
la fortuna di andare in cielo se non facciamo opere buone; ma non ci
spaventiamo: ciò che Gesù Cristo ci chiede, non sono cose straordinarie, né
al di sopra delle nostre capacità; non chiede a noi di stare tutto il giorno in
chiesa, neanche di fare grandi penitenze, cioè fino a rovinare la nostra
salute, e neppure di dare tutto il nostro avere ai poveri (benché sia verissimo
che siamo obbligati a dare ai poveri quanto possiamo, e che lo dobbiamo fare per
piacere a Dio che ce lo comanda e per riscattare i nostri peccati). È pur vero
che dobbiamo praticare la mortificazione in molte cose, domare le nostre
inclinazioni...
Ma,
mi direte voi, ce ne sono più d'uno che non possono digiunare, altri che non
possono dare l'elemosina, altri che sono talmente occupati che spesso riescono a
stento a fare la loro preghiera al mattino e alla sera; come dunque potranno
salvarsi, dal momento che bisogna pregare di continuo e bisogna necessariamente
fare opere buone per conquistare il cielo?
Visto
che tutte le vostre opere buone si riducono alla preghiera, al digiuno e
all'elemosina, potremo fare facilmente tutto questo, come vedrete.
Sì,
anche se avessimo una cattiva salute o fossimo addirittura infermi, c'è un
digiuno che possiamo facilmente fare. Fossimo pure del tutto poveri, possiamo
ancora fare l'elemosina e, per quanto grandi fossero le nostre occupazioni,
possiamo pregare il buon Dio senza essere disturbati nei nostri affari, pregare
alla sera e al mattino, e persino tutto il giorno. Ed ecco come. Noi pratichiamo
un digiuno che è assai gradito a Dio, ogni volta che ci priviamo di qualche
cosa che ci piacerebbe fare, perché il digiuno non consiste tutto nella
privazione del bere e del mangiare, ma nella privazione di ciò che riesce
gradito al nostro gusto; gli uni possono mortificarsi nel modo di aggiustarsi,
gli altri nelle visite che vogliono fare agli amici che hanno piacere di vedere,
gli altri, nelle parole e nei discorsi che amano tenere; questi fa un grande
digiuno ed è molto gradito a Dio allorché combatte il suo amor proprio, il suo
orgoglio, la sua ripugnanza a fare ciò che non ama fare, o stando con persone
che contrariano il suo carattere, i suoi modi di agire...
Vi
trovate in una occasione nella quale potreste soddisfare la vostra golosità?
Invece di farlo, prendete, senza farlo notare, ciò che vi piace di meno... Sì,
se volessimo applicarci bene, non soltanto troveremmo di che praticare ogni
giorno il digiuno, ma ancora ad ogni momento della giornata.
Ma,
ditemi, c'è ancora un digiuno che sia più gradito a Dio del fare e del
soffrire con pazienza certe cose che spesso vi sono molto sgradevoli? Senza
parlare delle malattie, delle infermità e di tante altre afflizioni che sono
inseparabili dalla nostra miserabile vita, quante volte non abbiamo l'occasione
di mortificarci, accettando ciò che ci incomoda e ci ripugna? Ora è un lavoro
che ci annoia, ora una persona antipatica, altre volte è un'umiliazione che ci
costa di sopportare. Ebbene, se accettiamo tutto questo per il buon Dio, e
unicamente per piacergli, questi sono i digiuni più graditi a Dio...
Diciamo
che c'è una specie d'elemosina che tutti possono fare.
Vedete
bene che l'elemosina non consiste soltanto nel nutrire chi ha fame, e nel dare
vestiti a chi non ne ha; ma sono tutti i favori che si rendono al prossimo, sia
per il corpo, sia per l'anima, quando lo facciamo in spirito di carità. Quando
abbiamo poco, ebbene, diamo poco; e quando non abbiamo, diamo in prestito, se lo
possiamo. Colui che non può provvedere alle necessità degli ammalati, ebbene,
può visitarli, dir loro qualche parola di consolazione, pregare per loro,
affinché facciano buon uso della loro malattia. Sì, tutto è grande e prezioso
agli occhi di Dio, quando agiamo per un motivo di religione e di carità, perché
Gesù Cristo ci dice che un bicchiere d'acqua non rimane senza ricompensa.
Vedete dunque che, benché siamo assai poveri, possiamo facilmente fare
l'elemosina.
Dico
che, per grandi che siano le nostre occupazioni, c'è una specie di preghiera
che possiamo fare di continuo, anche senza distoglierci dalle nostre
occupazioni, ed ecco come si fa. Consiste, in tutto quello che facciamo, nel non
fare altro che la volontà di Dio. Ditemi, vi pare molto difficile lo sforzarsi
di fare soltanto la volontà di Dio in tutte le nostre azioni, per quanto
piccole esse siano? (Omelia per la VII domenica dopo Pentecoste)
Non
temiamo mai che la santa Messa comporti ritardi nei nostri affari temporali;
succede tutto il contrario: stiamo certi che tutto andrà meglio, e che anzi i
nostri affari riusciranno meglio che se avessimo la disgrazia di non assistervi.
Eccone un esempio ammirevole. Viene riferito di due artigiani, che esercitavano
lo stesso mestiere e che dimoravano nel medesimo borgo, che uno di essi, carico
di una grande quantità di bambini, non mancava mai di ascoltare ogni giorno la
santa Messa e viveva assai agevolmente con il suo mestiere; mentre l'altro, che
pure non aveva bambini, lavorava parte della notte e tutto il giorno, e spesso
il santo giorno della domenica, e a mala pena riusciva a vivere. Costui, che
vedeva gli affari dell'altro riuscirgli così bene, gli chiese, un giorno che lo
incontrò, dove poteva prendere di che mantenere così bene una famiglia tanto
grande come la sua, mentre lui, che non aveva che sé e sua moglie, e lavorava
senza posa, era spesso sprovvisto di ogni cosa.
L'altro
gli rispose che, se voleva, l'indomani gli avrebbe mostrato da dove gli
proveniva tutto il suo guadagno. L'altro, molto contento di una così buona
notizia, non vedeva l'ora di arrivare all'indomani che doveva insegnargli a fare
la sua fortuna. Infatti, l'altro non mancò di andare a prenderlo. Eccolo che
parte di buon animo e lo segue con molta fedeltà. L'altro lo condusse fino alla
chiesa, dove ascoltarono la santa Messa. Dopo che furono tornati: " Amico,
gli disse colui che stava bene a suo agio, torni pure al suo lavoro". Fece
altrettanto L'indomani; ma, essendo andato a prenderlo una terza volta per la
stessa cosa: «Come? - gli disse l'altro. Se voglio andare alla Messa,
conosco la strada, senza che lei si prenda la pena di venirmi a prendere; non è
questo che volevo sapere, bensì il luogo dove trova tutto questo bene che la fa
vivere così agiatamente; volevo vedere se, facendo come lei, posso trovarvi il
mio tornaconto». - «Amico, gli rispose l'altro, non conosco altro luogo oltre
la chiesa, e nessun altro mezzo fuorché l'ascoltare ogni giorno la santa Messa;
e quanto a me, le assicuro che non ho adoperato altri mezzi per avere tutto il
bene che la stupisce. Ma lei non ha letto ciò che Gesù Cristo ci dice nel
Vangelo, di cercare anzitutto il regno dei cieli, e che tutto il resto ci sarà
dato in soprappiù?».
Forse
vi stupisce, fratelli? Me, no. È ciò che vediamo ogni giorno nelle case dove
c'è devozione: coloro che vengono spesso alla santa Messa fanno i loro affari
molto meglio di quelli ai quali la loro poca fede fa pensare che non ne hanno
mai il tempo. Ahimè!, se avessimo riposto tutta la nostra fiducia in Dio, e non
contassimo affatto sul nostro lavoro, quanto saremmo più felici di quanto lo
siamo!
-
Ma, mi direte, se non abbiamo niente, non si dà niente.
-
Cosa volete che vi dia il buon Dio, quando non contate che sul vostro lavoro e
per niente su di lui? Visto che non vi concedete neanche il tempo per fare le
vostre preghiere al mattino né alla sera, e vi accontentate di venire alla
santa Messa una volta alla settimana.
Ahimè!,
non conoscete le ricchezze della provvidenza del buon Dio per colui che si fida
in Lui. Volete una prova evidente? Essa sta dinanzi ai vostri occhi; guardate il
vostro pastore e considerate questo. dinanzi al buon Dio.
-
Oh!, mi direte, è perché a lei viene dato.
-
Ma chi mi dà se non la provvidenza del buon Dio? Ecco dove sono i miei tesori,
e non altrove. (Omelia per la II domenica dopo Pentecoste)
Tutta
la nostra religione non è che religione falsa e tutte le nostre virtù non sono
altro che fantasmi; e siamo soltanto degli ipocriti agli occhi di Dio, se non
abbiamo quella carità universale per tutti, per i buoni come per i cattivi, per
i poveri come per i ricchi, per tutti quelli che ci fanno del male, come per
quelli che ci fanno del bene. No, non c'è virtù che meglio ci faccia conoscere
se siamo í figli del buon Dio, come la carità. L'obbligo che abbiamo di amare
il nostro prossimo è così grande, che Gesù Cristo ce ne fa un comandamento,
che pone subito dopo quello col quale ci ordina di amarlo con tutto il cuore. Ci
dice che tutta la legge e í profeti sono racchiusi in questo comandamento di
amare il nostro prossimo.
Sì,
dobbiamo considerare quest'obbligo come il più universale, il più necessario e
il più essenziale alla religione, alla nostra salvezza. Osservando questo
comandamento, mettiamo in pratica tutti gli altri. San Paolo ci dice che gli
altri comandamenti ci vietano l'adulterio, il furto, le ingiurie, le false
testimonianze. Se amiamo il nostro prossimo, non facciamo niente di tutto
questo, perché l'amore che abbiamo per il nostro prossimo non può tollerare
che facciamo del male. (Omelia per la XII domenica dopo Pentecoste)
Molti
sono i cristiani, figli miei, che non sanno assolutamente perché sono al
mondo… “Mio Dio, perché mi hai messo al mondo?”. “Per salvarti”. “E
perché vuoi salvarmi?”. “Perché ti amo”.
Com’è
bello conoscere, amare e servire Dio! Non abbiamo nient’altro da fare in
questa vita. Tutto ciò che facciamo al di fuori di questo, è tempo perso.
Bisogna agire soltanto per Dio, mettere le nostre opere nelle sue mani…
Svegliandosi al mattino bisogna dire: “Oggi voglio lavorare per te, mio Dio!
Accetterò tutto quello che vorrai inviarmi in quanto tuo dono. Offro me stesso
in sacrificio. Tuttavia, mio Dio, io non posso nulla senza di te: aiutami!”.
Oh!
Come rimpiangeremo, in punto di morte, tutto il tempo che avremo dedicato ai
piaceri, alle conversazioni inutili, al riposo anziché dedicarlo alla
mortificazione, alla preghiera, alle buone opere, a pensare alla nostra miseria,
a piangere sui nostri peccati! Allora ci renderemo conto di non aver fatto nulla
per il cielo.
Che
triste, figli miei! La maggior parte dei cristiani non fa altro che lavorare per
soddisfare questo “cadavere” che presto marcirà sotto terra, senza
alcun riguardo per la povera anima, che è destinata ad essere felice o infelice
per l’eternità. La loro mancanza di spirito e di buon senso fa accapponare la
pelle!
Vedete,
figli miei, non bisogna dimenticare che abbiamo un’anima da salvare ed
un’eternità che ci aspetta. Il mondo, le ricchezze, i piaceri, gli onori
passeranno; il cielo e l’inferno non passeranno mai. Stiamo quindi attenti!
I
santi non hanno cominciato tutti bene, ma hanno finito tutti bene. Noi abbiamo
cominciato male: finiamo bene, e potremo un giorno congiungerci a loro in cielo.
Coloro
che vivono secondo il mondo ritengono sia troppo difficile salvarsi. Eppure non
vi è nulla di più facile: basta osservare i comandamenti di Dio e della
Chiesa ed evitare i sette peccati capitali; oppure, se preferite, fare il bene
ed evitare il male; tutto qua!
I
buoni cristiani che si danno da fare per salvare la propria anima sono sempre
felici e contenti: godono anticipatamente della felicità del cielo e saranno
felici per l’eternità. I cattivi cristiani, invece, quelli che si dannano,
sono da compatire: mormorano, sono tristi e lo saranno per l’eternità.
Un
buon cristiano, un avaro del cielo, tiene in poco conto i beni terreni: egli
pensa soltanto a render bella la propria anima, ad accumulare ciò che lo renderà
felice in eterno, ciò che dura in eterno. Guardate i re, gli imperatori, i
grandi della terra: sono molto ricchi, ma sono contenti? Se amano il buon
Dio, sì; ma se non lo amano, no, non sono contenti. Personalmente trovo che non
vi sia nulla di più triste dei ricchi, quando non amano il buon Dio.
Andate
pure di continente in continente, di regno in regno, di ricchezza in ricchezza,
di piacere in piacere: non troverete la felicità che cercate. La terra e quanto
contiene non possono appagare un’anima immortale più di quanto un pizzico di
farina, in bocca ad un affamato, possa saziarlo.
Il
mondo passa e noi passiamo con esso. I re, gli imperatori, tutto passa.
Precipitiamo nell’eternità dalla quale non si torna più indietro. L’unica
cosa da fare è: salvare la propria anima.
I
santi non erano attaccati ai beni terreni; pensavano solamente a quelli celesti.
Noi, al contrario, non facciamo altro che pensare al presente.
Bisogna
fare come i re. Quando stanno per essere detronizzati, spediscono i loro tesori
nel luogo ove intendono rifugiarsi; là, i loro tesori li aspettano.
Allo
stesso modo, un buon cristiano manda tutte le sue buone opere in cielo.
Il
buon Dio ci ha posto sulla terra per vedere come ci comporteremo e se lo
ameremo; tuttavia, nessuno resta al mondo per sempre.
Se
riflettessimo su questo fatto, alzeremmo continuamente lo sguardo verso il
cielo, che è la nostra patria.
Noi,
però, ci lasciamo trascinare di qua e di là dal mondo, dalle ricchezze, dai
piaceri. Guardate i santi: com’erano distaccati dal mondo e da tutte le cose
materiali! Come guardavano tutto ciò con disprezzo! Un religioso si trovò,
dopo la morte dei genitori, in possesso di cospicue sostanze. Quando apprese la
notizia chiese: “Da quanto tempo sono morti i miei genitori?”. “Da tre
settimane”, gli risposero. “Ditemi: una persona che è morta può
ereditare?”. “No di certo”. “Sta bene! Allora, non posso ereditare da
coloro che sono morti da tre settimane, io che sono morto da vent’anni”.
La
terra è come un ponte per attraversare un fiume: serve solo a sostenere i
nostri piedi… Noi siamo in questo mondo, ma non siamo di questo mondo, giacché
tutti i giorni diciamo: “Padre nostro che sei nei cieli…”. Per avere la
nostra ricompensa dobbiamo pertanto aspettare di essere “a casa nostra”
nella casa del Padre.
Chi
non ha la fede ha l’anima ben più cieca di coloro che non hanno occhi…
Viviamo in questo mondo come avvolti nella nebbia; ma la fede è il vento che
dilegua la nebbia e che fa splendere sulla nostra anima un bel sole…Guardate
come per i protestanti tutto è triste e freddo! E’ un lungo inverno. Per noi,
invece, tutto è gaio, gioioso e consolante.
Lasciamo
che la gente mondana dica quello che vuole. Ahimè! Come potrebbe vedere? E’
cieca. Se anche Nostro Signore Gesù Cristo facesse oggi tutti i miracoli che ha
fatto in Giudea, ancora non verrebbe creduto.
Vedete,
figli miei: quello che manca, è la fede… Quando non si ha fede, si è ciechi.
Chi non vede, non conosce; chi non conosce, non ama; chi non ama Dio, ama se
stesso e i piaceri della vita. Lega il suo cuore a cose che passano come una
nube di fumo. Non può conoscere né la verità, né alcun bene; può conoscere
soltanto la menzogna, perché non ha in sé la luce. Se avesse in sé la luce,
vedrebbe chiaramente che tutto ciò che ama può solamente portarlo alla morte
eterna.
Quando
diciamo: “Mio Dio, io credo, credo fermamente, vale a dire senza il minimo
dubbio, senza la minima esitazione…” oh! Se ci lasciassimo inondare da
queste parole: “Credo fermamente che tu sei presente ovunque, che tu mi vedi,
che il tuo sguardo è su di me che un giorno ti vedrò chiaramente di persona,
che godrò di tutti i beni che mi hai promesso!…Mio Dio, spero che mi
ricompenserai di tutto ciò che avrò fatto per esserti gradito!…Mio Dio, ti
amo! E’ per amare te che ho un cuore!…” oh! Basterebbe questo atto di
fede, che è al tempo stesso anche un atto d’amore!…
L’umiltà
è il miglior modo per amare Dio. E’ il nostro orgoglio ad impedirci di
diventare santi. L’orgoglio è il filo che Tiene unito il rosario di tutti i
vizi; l’umiltà è il filo che tiene unito il rosario di tutte le virtù.
I
santi conoscevano se stessi meglio di quanto conoscessero gli altri: ecco perché
erano umili. Ahimè! E’ difficile capire come e per quale cosa una creatura
insignificante quale siamo noi può inorgoglirsi. Un pugnetto di polvere grande
come una noce: ecco cosa diventeremo dopo la morte. C’è di che essere ben
fieri! Quelli che ci umiliano sono nostri amici, non quelli che ci lodano.
L’umiltà
è come una bilancia: più ci si abbassa da una parte, più ci si innalza
dall’altra.
Una
persona orgogliosa crede che tutto ciò che fa sia fatto bene; vuole dominare su
tutti quelli che hanno a che fare con lei; ha sempre ragione; crede sempre che
le sue opinioni siano migliori di quelle degli altri… Non è così!… Se si
domanda ad una persona umile ed istruita di esprimere il suo parere,
questa lo dice con semplicità, dopodiché lascia parlare gli altri. Sia che
abbiano ragione, sia che abbiano torto, non dice più nulla.
San
Luigi Gonzaga, quand’era scolaro, non cercava mai di scusarsi se gli veniva
rivolto qualche rimprovero; diceva ciò che pensava e non si preoccupava più di
quello che pensavano gli altri. Se aveva torto, aveva torto; se aveva ragione,
diceva a se stesso: “Altre volte, però, ho avuto proprio torto”.
Figli
miei, i santi erano morti a se stessi a tal punto da non curarsi del fatto che
gli altri fossero o meno della loro stessa opinione. Si è soliti dire: “Oh!
Com’erano semplici i santi!”. Sì, erano semplici riguardo alle cose del
mondo, ma, riguardo alle cose di Dio, se ne intendevano, eccome! Certo, non
comprendevano nulla delle cose del mondo! Ma solo perché esse apparivano ai
loro occhi di così scarsa importanza che non vi facevano attenzione.
Il
buon Dio perdonerà solamente coloro che avranno perdonato: è la legge.
I
santi non nutrono né odio, né astio; essi perdonano tutto, anzi, ritengono
sempre di meritare, per le offese che hanno arrecato al buon Dio, molto di più
del male che viene loro fatto. I cattivi cristiani, invece, sono vendicativi.
Quando si odia il proprio prossimo, Dio ci restituisce questo odio: è un atto
che si ritorce contro di noi. Un giorno dicevo ad una persona: “Ma allora non
desidera andare in paradiso, dato che non vuole vedere quell’uomo!”, “Oh,
sì che voglio andarci…. tuttavia cercheremo di stare lontani l’uno
dall’altro, in modo da non vederci”. Non avranno di che preoccuparsi, poiché
la porta del paradiso è chiusa all’odio. In paradiso non esiste il rancore.
Per questo, i cuori buoni e umili, che sopportano le ingiurie e le calunnie con
gioia o indifferenza, cominciano a godere del loro paradiso in questo mondo;
coloro, invece, che serbano rancore sono infelici: hanno l’espressione
preoccupata ed uno sguardo che sembra divorare ogni cosa attorno a sé. Ci sono
persone che, in apparenza devote, se la prendono per la minima ingiuria, per la
più piccola calunnia…. Si può essere santi da fare miracoli ma, se non si ha
la carità, non si andrà in paradiso.
L’unico
modo per spiazzare il demonio, quando questi suscita in noi sentimenti di odio
verso coloro che ci fanno del male, è pregare subito per loro. Ecco come si
riesce a vincere il male con il bene, ed ecco cosa significa essere santi.
Non
crediamo che esista un luogo su questa terra ove poter sfuggire alla lotta
contro il demonio. Ovunque lo troveremo ed ovunque cercherà di toglierci la
possibilità del paradiso, ma sempre e in ogni luogo potremo uscire vincitori
dal confronto. Non è come per gli altri combattimenti, in cui, tra le due parti
in causa, c’è sempre un vinto; nella lotta contro il demonio, invece, se
vogliamo possiamo sempre trionfare con l’aiuto della grazia di Dio che non ci
viene mai rifiutata.
Quando
crediamo che tutto sia perduto, non abbiamo altro da fare che gridare: Signore,
salvaci, stiamo perendo!”. Nostro Signore, infatti, è là, proprio vicino a
noi e ci guarda con compiacimento, ci sorride e ci dice: “Allora tu mi ami
davvero, riconosco che mi ami!….”. E’ proprio nelle lotte contro
l’inferno e nella resistenza alle tentazioni che proviamo a Dio il nostro
amore.
Quante
anime senza storia nel mondo appariranno un giorno ricche di tutte le vittorie
contro il male ottenute istante dopo istante! E’ a queste anime che il Buon
Dio dirà: “Venite, benedetti del Padre mio…. entrate nella gioia del vostro
Signore”. Noi non abbiamo ancora sofferto quanto i martiri: eppure
domandate loro se ora si rammaricano di quanto hanno passato…. Il buon Dio non
ci chiede di fare altrettanto….C’è qualcuno che rimane travolto da una sola
parola. Una piccola umiliazione fa rovesciare l’imbarcazione… Coraggio,
amici miei, coraggio! Quando verrà l’ultimo giorno, direte: “Beate lotte
che mi sono valse il Paradiso!”. Due sono le possibilità: o un cristiano
domina le sue inclinazioni oppure le sue inclinazioni lo dominano; non
esiste via di mezzo.
Se
marciassimo sempre in prima linea come i bravi soldati, al sopraggiungere della
guerra o della tentazione sapremmo elevare il cuore a Dio e riprendere coraggio.
Noi, invece, rimaniamo nelle retrovie e diciamo a noi stessi: “L’importante
è salvarsi. Non voglio essere un santo”. Se non siete dei santi, sarete dei
reprobi; non c’è via di mezzo; bisogna essere o l’uno o l’altro: fate
attenzione!
Tutti
coloro che possederanno il paradiso un giorno saranno santi. Il demonio ci
distrae fino all’ultimo momento, così come si distrae un povero condannato
aspettando che i gendarmi vengano a prenderlo. Quando i gendarmi arrivano,
costui grida e si tormenta, ma non per questo viene lasciato libero… La nostra
vita terrena è come un vascello in mezzo al mare. Che cosa produce le
onde? La burrasca. Nella vita, il vento soffia sempre; le passioni sollevano
nella nostra anima una vera e propria tempesta: ma queste lotte ci faranno
meritare il paradiso.
La
santa Vergine viene spesso paragonata ad una madre: in realtà ella supera di
gran lunga la migliore delle madri. La migliore delle madri, infatti, di tanto
in tanto punisce il figlio che le dà un dispiacere; crede di fare la cosa
giusta. La santa Vergine, invece, non agisce in questo modo: è così buona che
ci tratta sempre con amore.
Il
suo Cuore di Madre è solo amore e misericordia, il suo unico desiderio quello
di vederci felici. E’ sufficiente rivolgersi a lei per essere esauditi.
Il
Figlio ha la sua giustizia, la Madre non ha che il suo amore. Dio ci ha amati
fino a morire per noi; tuttavia, nel Cuore di Nostro Signore, regna la
giustizia, che è un attributo di Dio, nel Cuore della Vergine santissima esiste
solo la misericordia… Immaginate il Figlio, pronto a punire un peccatore:
Maria si lancia in suo aiuto, ferma la spada, chiede grazia per il povero
peccatore: “Madre mia, le dice Nostro Signore, non posso rifiutarti nulla. Se
l’inferno potesse pentirsi, tu otterresti la grazia per lui”.
La
santissima Vergine fa da mediatrice tra suo Figlio e noi. Malgrado il nostro
essere peccatori, è piena di tenerezza e di compassione per noi. Il figlio che
è costato più lacrime alla madre non è forse quello che le sta più a cuore?
Una madre non si prende forse cura sempre del più debole e del più indifeso?
Un medico, in un ospedale, non ha forse maggiore attenzione per i malati più
gravi?
Quando
parliamo delle cose terrene, del commercio, della politica… ci stanchiamo
presto, ma quando parliamo della santa Vergine, è come se fosse sempre una
novità. Tutti i santi hanno avuto una grande devozione per la santa
Vergine; nessuna grazia viene dal cielo senza prima passare per le sue mani. Non
si entra in una casa senza prima parlare al portinaio: ebbene! La santa Vergine
è la portinaia del cielo. Penso che alla fine dei tempi la santa Vergine potrà
finalmente godere di un po’ di tranquillità, ma finchè il mondo dura, tutti
la tirano da ogni parte… La Santa Vergine è come una madre che ha molti
figli; è continuamente occupata ad andare da uno all’altro.
Quando
si vuole offrire qualche cosa ad un personaggio importante, si fa presentare
l’oggetto dalla persona che egli preferisce, di modo che l’omaggio gli sia
più gradito. Allo stesso modo le nostre preghiere, presentate dalla santa
Vergine, hanno tutt’altro valore, perché la santa Vergine è la sola creatura
che non abbia mai offeso Dio.
Quando
le nostre mani hanno sfiorato delle piante aromatiche, esse profumano tutto ciò
che toccano; facciamo quindi passare le nostre preghiere per le mani della santa
Vergine ed ella le renderà profumate.
Un
cristiano guidato dallo Spirito Santo non fa fatica a lasciare i beni di questo
mondo per inseguire i beni del cielo. Egli sa fare la differenza.
Chi
è guidato dallo Spirito Santo ha idee rette. Ecco perché ci sono tanti
ignoranti che la sanno più lunga dei sapienti. Quando si è guidati da un Dio
di forza e di luce, non ci si può sbagliare.
Lo
Spirito Santo è luce e forza. E’ lo Spirito Santo che ci fa distinguere il
vero dal falso e il bene dal male. Lo Spirito Santo è come quelle lenti che
ingrandiscono gli oggetti: ci fa vedere il bene e il male ingranditi. Con
l’aiuto dello Spirito Santo, tutto viene ingrandito: sia le azioni
apparentemente insignificanti fatte per amore di Dio che i minimi errori. Con le
sue lenti, un orologiaio distingue i più piccoli ingranaggi di un orologio:
allo stesso modo noi, illuminati dallo Spirito Santo, possiamo distinguere tutti
i dettagli della nostra povera vita.
In
quest’ottica le più piccole imperfezioni sembrano enormi e i più piccoli
peccati fanno orrore.
Il
buon Dio, mandandoci lo Spirito Santo, si è comportato con noi come un grande
re che incaricasse il suo ministro di guidare uno dei suoi sudditi dicendogli:
“Accompagnerai quest’uomo ovunque, e lo ricondurrai a me sano e salvo”.
Che bello essere accompagnati dallo Spirito Santo! E’ una buona guida, Lui….
E pensare che ci sono persone che non ne vogliono sapere di seguirlo!…
Se
chiedessimo ai dannati: “Perché vi trovate all’inferno?”,
risponderebbero: “Perché abbiamo opposto resistenza allo Spirito Santo”. Al
contrario, se dicessimo ai santi: “Perché siete in paradiso?”,
risponderebbero: “Perché abbiamo ascoltato lo Spirito Santo…”. Chi si
lascia guidare dallo Spirito Santo prova dentro di sé un senso di felicità che
investe tutti gli aspetti della sua vita; il cattivo cristiano, invece, è come
se rotolasse su un terreno di spine e pietre.
Senza
lo Spirito Santo, siamo come un sasso… Provate a prendere in una mano una
spugna imbevuta d’acqua e nell’altra un ciottolo, poi strizzateli con la
stessa forza. Dal ciottolo non uscirà nulla; dalla spugna, al contrario, uscirà
acqua in abbondanza. La spugna è l’anima piena di Spirito Santo, mentre il
sasso è il cuore duro e freddo nel quale non abita lo Spirito Santo.
Lo
Spirito Santo ci guida come una madre guida il figlioletto di due anni tenendolo
per mano o come una persona che vede guida un cieco. Ogni mattina bisognerebbe
dire: “Mio Dio, mandami il tuo Spirito; possa egli farmi capire chi sono io e
chi sei tu…”.Un’anima che possiede lo Spirito Santo gusta la dolcezza
della preghiera, tanto che il tempo che vi dedica non sembra mai abbastanza;
essa sente che Dio le è sempre vicino; la sua santa presenza non l’abbandona
mai.