SAN GIOVANNI BOSCO

NELLA VITA E NELLE OPERE

Sacerdote Eugenio Ceria - Torino 1937

Premessa

Questo studio biografico su S. Giovanni Bosco è destinato, nella mente dei Superiori Satesiani che lo vollero, a commemorare l'anno cinquantesimo, dacchè il glorioso Fondatore salì a ricevere da Dio il premio dette sue virtù. Il lavoro è stato condotto esclusivamente sulle fonti e sui processi canonici. Come tonfi si debbono considerare in molte toro parti anche i nove primi volumi delle Memorie biografiche di Don Bosco, nelle quali Don Lemoyne condusse la nar-razione fino al 1870. Scegliere, coordinare e narrare cose sicure e narrarle in modo da cavar fuori un libro che si facesse leggere è stato il compito dell'autore. Ogni capo è un panorama a sè. La successione dei panorami sviluppa una visione d'insieme continua e progressiva, in cui si muove la figura centrale, pre-sentandosi e ripresentandosi nella cangiante varietà de' suoi atteggiamenti. E tutti gli atteggiamenti non sono che i riflessi di un'unica luce, di quella fides quae per caritatem operatur (Gal., VI, 10). Come sacerdote, come educatore e come cittadino Don Bosco tutto operò nel campo della carità ispirandosi ai principi della fede e mostrò col suo esempio come anche in tempi difficili sia possibile stare attaccati alla Chiesa e fare un bene grande nella civile società.Torino, 21 agosto 1937-XV.

CAPO 1

L'UOMO E L'OPERA

Don Bosco è nome di un Uomo e di un'Opera. L'Uomo, venuto su dal nulla, riempì il mondo della sua fama; l'Opera principio umile granello di senapa, che germogliato crebbe in albero. Gli alberi, si sa, non vivono solo carezzati da brezzoline e vellicati da tepori primaverili, ma stanno esposti a tutte le ingiurie del tempo e dei mortali. Vampe e geli, turbini e grandini, diluvi e siccità, morsi di bestie e colpi di uomini ne travagliano e minacciano di continuo l'esistenza.

L'albero di Don Bosco tallì, profondò le radici nel suolo, spinse in alto e invigorì il tronco, ramò, come tutti gli alberi, vincitori delle forze avverse. Ma colui che lo trasse dal terreno ebbe sempre, dal cielo benigno, tanto sole, tanta pioggia, tanta protezione che né inclemenze di stagioni né assalti di esseri viventi arrivarono a schiantarlo o ad arrestarne lo sviluppo.

Fanciullo di nove anni, fece un misterioso sogno. Gli parve di essere in mezzo a una moltitudine di fanciulli, che si trastullavano in un grande cortile presso la sua casetta. Non pochi giocando bestemmiavano; le loro bestemmie lo accesero di santo sdegno, sicchè, slanciatosi in quella turba di monelli, voleva con pugni e invettive costringerli a tacere. Ed ecco apparirgli un uomo venerando, in età virile, nobilmente con una faccia così luminosa che gli occhi non potevano sostenerne la vista. Il personaggio lo chiamò, come lo chiamava la mamma, Giovannino; gli ordinò di mettersi alla testa di quella marmaglia e gli disse: - Non con le percosse, ma con la mansuetudine e la carità dovrai guadagnare questi tuoi amici. Fa' dunque loro subito un'istruzione su la bruttezza del peccato e la preziosità della virtù.

-- Ma io, rispose, sono un povero ragazzo, ignorante e incapace di fare questo! Risse, schiamazzi e bestemmie allora cessarono di botto e i giovanetti si raccolsero intorno a colui che parlava. Venivano forse perchè egli cominciasse la le-zione? Sbigottito a questo pensiero e insieme animoso, domandò allo sconosciuto - Chi siete voi che mi comandate l'impossibile?

- Appunto perchè è cosa che ti sembra impossibile, devi renderla possibile con l'obbedienza e con l'acquisto della scienza.

- Dove, come acquisterò la scienza?

- Ti darò io la maestra. Sotto la sua disciplina potrai divenire sapiente; senza di essa, ogni sapienza diventa stoltezza.

- Ma chi siete voi che parlate così ?

- Io sono il figlio di Colei che tua madre ti ha insegnato a salutare tre volte al giorno.

- Mia madre mi dice di non mettermi, senza il suo permesso, con chi non conosco. Perciò ditemi il vostro nome.

- Il mio nome domandalo a mia madre.

Subito dopo, il fanciullo vide accanto al personaggio una maestosa Signora, am-mantata di splendore e dall'aspetto incoraggiante. Essa gli fe' cenno di avvicinarsi e presolo con bontà per mano: - Guarda, - gli disse indicando con l'altra mano il luogo occupato dai fanciulli. Egli guardò, ma i fanciulli erano spariti e ne aveva preso il posto un'eterogenea mescolanza di capretti, cani, gatti, orsi e altri animali. - Ecco il tuo campo, ripigliò la Signora, ecco dove hai da lavorare. Renditi umile, forte e robusto, e quello che ora vedrai succedere di questi animali, tu dovrai farlo per i miei figli.

Che singolare mutamento di scena! Invece di bestie più o meno feroci, cor-revano saltellando intorno e belando tanti mansueti agnelli.

Il povero fanciullo, tutto confuso, ruppe in pianto. Quel vedere tante novità e non capirne nulla lo disanimava e gli stringeva il cuore. Pregò la Signora di spie-gargli le cose che succedevano. Ella, posatagli maternamente la mano sul capo, gli disse in tono pacato e fermo: - A suo tempo capirai tutto.

In quell'istante un rumore lo svegliò; ma per le rimanenti ore della notte non potè più chiudere occhio, tanto aveva la mente occupata dalle cose viste e udite. Al mattino, candidamente, come l'antico Giuseppe il casto, raccontò il sogno in famiglia. Seguirono le interpretazioni. Il fratello Giuseppe, che aveva un paio d'anni più di lui, contadinotto semplice e buono, disse: - Diverrai pastore di greggi. - E sua madre: - Chi sa che tu non divenga prete. - Ma il fratellastro Antonio rudemente: - Sarai forse capo di briganti. - Ultima la nonna sentenziò - Non bisogna badare ai sogni.

Il fanciullo diede ragione alla nonna. Tuttavia non si potè mai più togliere quel sogno dal capo. L'impressione era stata troppo forte. Ma per trentaquattro anni non ne riparlò a nessuno. Soltanto nel 1858 lo raccontò a Pio IX, perchè il Papa volle sentire da lui tutte le cose occorsegli, le quali avessero pur semplice apparenza di comunicazioni superiori. Allora il Santo Padre gli comandò di scrivere tutto. Così fu che per obbedienza ci lasciò scritto il sogno dei nove anni e altro ancora. Dio, che è onnipotente, può ben suscitare nell'immaginazione di chi dorme ordinate suc-cessioni di fantasmi, i quali contengano velati prenunzi di eventi futuri.

Precocemente, già prima, si era svegliato nel fanciullo il senso del soprannatu-rale, che è l'elevazione della natura umana, mediante la grazia, alla partecipazione della natura divina. L'uomo, rimanendo uomo, vive propriamente della vita di Dio.

Il battesimo opera questa elevazione. Ma come i bambini vivono la vita fisica senza che ne abbiano coscienza, così vi è un'infanzia spirituale che dura più o meno a lungo, inconscia di quell'altra vita. Giovannino n'ebbe presto la percezione distinta.

Lo dimostrava il gusto che sentiva delle cose di Dio. Erano una manna per lui piccino i racconti sacri, che sua madre veniva facendo in famiglia. La sua animuccia si volgeva quasi sitibonda alle verità della fede, man mano che le udiva dalle labbra materne. Sembrava che scorgesse ognora Dio presente, tanta compostezza serbava negli atti usuali della vita, financo nel modo di ridere. Appena imparò a leggere, non sapeva staccarsi dal libretto della dottrina cristiana, dove apprendeva a conoscere Dio. Anzi non aveva che cinque anni, com'egli scrive, e della dottrina sacra posse-deva solo le elementari nozioni orali comunicategli dalla sua genitrice; eppure ardeva già del desiderio di radunare i fanciulli per insegnar loro chi è Dio.. "Ciò, scrive, sembravami l'unica cosa che dovessi fare sulla terra ".

Era soprattutto rivelatore il suo spirito di preghiera. Pregava volentieri, pre-gava spesso, pregava bene. La preghiera egli la assaporava. Venuta l'ora di pregare in comune, se non ci si badava, la voce di lui, il più piccolo di tutti, ne dava l'av-viso. Gli era cara la solitudine del praticello, perchè ivi, guidando la mucca al pa-scolo, si sentiva più libero di elevare la mente a Dio, e nel pensiero di Dio s'im-mergeva a segno, che a taluno sembrò d'avervelo sorpreso qualche volta in estasi.

Dalla madre imparò pure senza sforzo a far le cose per piacere puramente al Si-gnore. Progredì tanto in questo esercizio, che a dieci anni parve già superare la maestra. Ne diede prova in una puerile circostanza. Aveva allevato e ammaestrato nel canto un bellissimo merlo, che formava la sua delizia. Un giorno, mentr'egli rien-trava, il canoro uccello non rispose al suo solito richiamo. Le unghie e i denti del gatto attraverso le gretole della gabbia ne avevano fatto scempio. Pianse inconso-labile il ragazzo, e il pianto si rinnovò più volte nei dì seguenti, finché, riflettendo, prese la risoluzione di non attaccare mai più il suo cuore a cosa terrena.

Sentiva gran brama di fare la prima comunione; ma per la rigida disciplina del tempo si stimava profanazione l'accostarvisi senz'aver toccati i dodici o quattordici anni. Egli ne contava solo dieci, quando fu presentato al suo parroco, perchè lo ammettesse al catechismo dei comunicandi durante la prossima quaresima. Il buon pastore, colpito dal suo contegno e dalle nette e luminose risposte alle proprie in-terrogazioni, non si mostrò alieno dal fare uno strappo alla consuetudine. Nella classe il giovanetto si segnalava fra tutti, sicchè il parroco, volendo stimolare gli altri, soleva ripetere: - Vedete come sa Bosco il catechismo! Non lo sa solamente, ma lo canta! - Alla fine dunque non esitò a concedergli la inaudita eccezione, auto-rizzandolo a comunicarsi nella Pasqua del 1826, che cadeva il 26 marzo. "Mi pare che da quel giorno, scrive Don Bosco, vi sia stato qualche miglioramento nella mia vita". Dove intervenne il miglioramento? Non certo in quelle cose che purtroppo appannano così spesso l'anima dei giovanetti. Pieno di Dio, non solo rifuggiva quasi per istinto da ogni alito impuro, ma paventava financo la dimestichezza di creature innocenti. Per questo gli stette bene il nome del più giovane Apostolo, prediletto da Gesù fra i Dodici a motivo del suo liliale candore.

Tuttavia anche i Santi ereditano da natura la loro parte di quel d'Adamo. Gio-vanni Bosco portava in sè impulsività di temperamento sanguigno, monferrina tenacità di idee e orgoglio di superiorità intellettuale. Il sogno stesso ne l'aveva in certo modo ammonito e premunito.

Quel sogno fu più che sogno, poiché gli squarciò realmente il velo del futuro. Ma rivelazione è dir poco; bisogna dire missione. Al tenero fanciullo è affidata ivi un'opera, sono indicati i mezzi, si fa promessa di alta assistenza.

L'educazione cristiana della gioventù più bisognosa e più numerosa per mezzo di oratori festivi, di laboratori, di scuole, e questo non solo in Piemonte o in Italia, ma nel vecchio e nel nuovo mondo, tanto nei paesi civili che in terre barbare, ecco l'impresa capitale, a cui dovrà accingersi per eseguire il mandato; due istituti reli-giosi maschile uno e l'altro femminile, specializzati in novità di metodi, fiancheggiati da falangi di ausiliari d'ambo i sessi, ecco gli strumenti ch'ei dovette creare e mettere in azione al raggiungimento dello scopo. Oggi, dopo un secolo, davanti all'eloquenza delle statistiche, chi crede, dice che e' stata la mano di Dio, e chi non crede, ammira il genio dell'uomo. La realtà è che il genio sorretto dalla Provvi-denza e la Provvidenza secondata umilmente dal genio coordinarono uomini e cose per l'attuazione di sì vaste finalità.

Un mònito dovette sonare oscuro al piccolo veggente. Perché rendersi forte? L'esperienza glielo chiarì. Molto soffrire attende quaggiù gli eroi del bene.

 

CAPO II

L'OPERA E I TEMPI

L'Opera di Don Bosco giunse provvidenziale, ma i tempi non volgevano propizi per accoglierla. Nel 1815, quand'egli nacque, il suo Piemonte, libero dalla tirannide di trilustre dominazione straniera, ricercava il suo assetto politico, econo-mico e religioso sulla vecchia base, sotto la vecchia dinastia, secondo il vecchio spirito; nulla però valeva più a risuscitare il vecchio ambiente, quell'ambiente quasi casalingo del vecchio Piemonte: troppe cose i Francesi avevano innovate nell'ammi-nistrazione pubblica e nel vivere privato. In fondo il popolo continuava a essere buono e affezionato a' suoi Principi sabaudi; ma il liberalismo, maschera del ra-zionalismo, scatenato dalla rivoluzione francese nel mondo, si era fatto larga strada, dopo quindici anni di governo napoleonico, nella parte più intraprendente delle classi superiori, salendo fin presso ai gradini del trono e scendendo a poco a poco nelle sfere inferiori della società.

Per buona sorte la famiglia si manteneva sana; tuttavia pendeva su di essa la minaccia di una scuola, che si andava allontanando gradatamente da Dio. In un regime avviato a sempre più effrenata libertà e a sempre più accentuata separazione dalla Chiesa, erano da aspettarsi sempre maggiori sconvolgimenti. Allorchè nel 1841 Don Bosco prese a muoversi fuori dei sacri recinti, le cose erano già arrivate a tal punto, che gli sorgevano ostacoli a ogni passo, rendendogli oltremodo malagevole l'incamminarsi per la sua strada.

Cominciato il movimento nazionale per l'indipendenza e l'unità d'Italia, ben diversi ne sarebbero stati gli sviluppi, se la setta massonica non se ne fosse tolte in mano le redini, sbalzando lungi gli antesignani, che per fare l'Italia non avevano giudicato necessario buttar a mare il loro credo religioso. Una volta afferrato il timone, quella gente nefasta manovrò per conto suo. In nome della ragione e della libertà inoculò il veleno dell'avversione al dogma e dell'odio alla Chiesa negli im-piegati dello Stato per mezzo delle congreghe, nelle menti giovanili per mezzo della scuola e nel pubblico in genere per mezzo della stampa. è miracolo che il perverti-mento non sia stato così profondo da diventare irrimediabile.

A produrre questo miracolo contribuì in misura eccezionale Don Bosco. Egli col fatto e con l'esempio suscitò da un capo all'altro della penisola una reazione crescente che, contrapponendo associazione ad associazione, scuola a scuola, stampa a stampa, preservò dal contagio migliaia di giovani e alimentò la fede in genti innu-merevoli del popolo. Ma la sua carità inesausta e la sua rettitudine a tutta prova non salvarono lui da ripetuti attentati, che, fortunatamente falliti, ci fanno però vedere quanto l'efficacia della sua attività sconcertasse i piani degli avversari. In-fatti il suo lavorìo direttamente e indirettamente sortì l'effetto di préparare una riserva di elementi preziosi, che, scoccata l'ora della Provvidenza, si trovarono pronti alle esigenze dei tempi nuovi. Osserviamo di volo in quali condizioni e con quali modi egli conducesse innanzi la sua Opera.

 

Contro le Congregazioni religiose infieriva vento di distruzione. Soppresse da Napoleone nel 1802, si erano venute ricostituendo nel periodo così detto della re-staurazione; ma dal '48 al '70, con l'estendersi delle annessioni degli Stati italiani al Piemonte, furono da capo successivamente spazzate via. Durante e dopo quel tempo l'abito e il nome di religioso erano oggetto di ludibrio a gazzettieri, a scrit-tori drammatici e a scombiccheratori di novelle e di romanzi. Lo sprezzo ne divenne così forte e generale, che Don Bosco, quando si tirava su coloro, i quali dovevano essere le pietre fondamentali della vagheggiata sua Congregazione, doveva nascon-dere bene i propri intendimenti, se non voleva che i suoi designati gli scappassero. Anche uomini a lui affezionatissimi fin da ragazzi, come il Cagliero, confessarono più tardi che, se ne avessero conosciuto gli scopi, gli avrebbero volte le spalle. Stare con Don Bosco, sì, dicevano essi; ma frati, no, neanche a parlarne.

Il clero secolare risentì a lungo le disastrose conseguenze dell'occupazione fran-cese. Poi aveva avuto appena il tempo di rifarsi dei detrimenti patiti, che i nuovi trambusti lo rimisero a duro cimento. Scemato di numero, inceppato nella giurisdizione, stremato di mezzi, sospettato, vessato in mille guise, vedeva spopolarsi e in più luoghi anche vuotarsi del tutto i seminari. Da una parte era il fanatismo della politica che montava le teste agli alunni del santuario, dall'altra erano la po-vertà e il discredito che alienavano la gioventù dallo stato ecclesiastico. Santi Ve-scovi che con petto apostolico difendevano i diritti della Chiesa, strappati ai loro greggi, gemevano in esilio. S'arrivò al punto che a una metà delle diocesi italiane, o per morte o per altri motivi prive di pastori, il Papa non aveva mezzo di prov-vedere. Durante il Conclave di Leone XIII nubi minacciose parvero doversi adden-sare sul Vaticano.

Orbene nel corso di tante peripezie noi troveremo Don Bosco che, divorato dallo zelo per la Casa di Dio, si farà gran cultore di vocazioni sacerdotali, generoso e provvido confortatore di Presuli perseguitati, mediatore fortunato fra due poteri, che erano costretti a ignorarsi.

Intanto la nuova legislazione italiana, orientata ognor più in senso ostile alle libertà ecclesiastiche, raggiunta che fu l'unità statale, pigliava di mira con metodica continuità la scuola di ogni grado. Qui il liberalismo settario, specialmente dal '76 in poi, dall'anno cioè in cui il governo passò nelle mani della sinistra democratica, spiegò un programma di secolarizzazione prima e poi di laicizzazione, che avvolse l'insegnamento primario, medio e superiore in un'atmosfera d'indifferentismo re-ligioso sboccante nel disprezzo della Chiesa, del Papa e di tutto l'ordine sopranna-turale. Unica arca di salvezza era la scuola privata, ma costretta per vivere a lottare contro la forza formidabile dello Stato. Dio sa, e lo sappiamo tutti un poco, che assalti dovette sostenere Don Bosco su questo terreno, che sacrifici fare, che incom-prensioni anche sormontare.

Dietro la questione politica si avanzava lenta in Italia, ma irresistibile la que-stione sociale. Don Bosco ne presentì intera la gravità, mentre il liberalismo non mostrava di rendersene conto, e corse in aiuto ai figli del popolo per sottrarli a ree seduzioni e prepararli cristianamente alle nuove esigenze. Fuori d'Italia il lato so-ciale della sua Opera fu quello che la fece riguardare con simpatia, tanto in paesi dove la questione aveva già fatto grandi progressi e si sapeva quindi apprezzare il suo contributo, quanto in altre parti dove la medesima questione non dava ancora segno di svegliarsi, ma menti illuminate ne intuivano il fatale andare e perciò salu-tavano in Don Bosco un pioniere, a cui bisognava spalancare le porte.

Sopra un mondo così in fermento la libertà di stampa dischiuse le cateratte a una colluvie di libri e giornali perniciosi, che a getto continuo presero a inondare città e villaggi. Col crescere della marea andò pure crescendo lo sforzo di Don Bosco per porvi argine. Le sue scuole tipografiche aumentavano di numero e di efficienza sia in Italia che all'estero. Il futuro Pio XI nel 1883 non si stupì, e tanto meno si scandalizzò, sentendo da Don Bosco stesso che nell'arte della stampa egli voleva essere sempre all'avanguardia del progresso. Nessuno stupore, perchè vedeva in lui associato all'ingegno uno spirito d'iniziativa che sapeva volgere a suo profitto ogni conquista della tecnica tipografica; nessuno scandalo, perchè intravvide la santità autentica, che spirava dalla sua persona.

Per valutare adeguatamente quello che costò a Don Bosco la sua Opera, bisogna tenere ben presente che nello svolgerla egli attraversò due periodi, in cui dovette affrontare specialissime difficoltà.

Negli ultimi vent'anni di Torino capitale, la città, divenuta gran focolare delle aspirazioni nazionali, era spesso in sobbollimento; la politica arroventava l'aria, accendendo anche i cervelli di ecclesiastici: le guerre che contraddistinsero quel periodo di storia piemontese, creavano fra sacerdozio e governo situazioni delica-tissime, nelle quali, date le male arti dei settari, i casi di conflitti non erano infre-quenti, nati da cause le meno legittime e le più impensate. In quel clima pericoloso Don Bosco gettò le basi della sua Opera. Un errore di tattica poteva riuscirgli irre-parabilmente fatale; ma egli con la sua leale franchezza disarmò avversari potenti e con la sua sovrumana prudenza passò incolume anche per ignes subiectos cineri doloso.

Quando poi i rivolgimenti, che mutarono l'aspetto politico dell'Italia, misero capo nell'occupazione di Roma, ecco delinearsi all'orizzonte un nuovo ordine di dif-ficoltà. La questione romana scavò un abisso fra Italiani e Italiani. Nel nome abusato di Roma italiana l'anticlericalismo trionfante informava di sé la vita della scuola, il cui obiettivo divenne quello di plasmare le crescenti generazioni fuori d'ogni in-flusso cattolico. Naturalmente la guerra contro gli istituti privati fu spinta fino al-l'inverosimile. Ingrossava ogni anno più siffatta corrente, allorchè Don Bosco si accinse a estendere la sua Opera in tutta l'Italia. Allora gli bisognò scansare i due estremi, di essere cioè confuso con gli intransigenti e di lasciarsi rimorchiare dai liberali, impresa ben ardua fra tanto accanirsi di partiti. Medio tutissimus ibis, si può dire che fosse la sua divisa. Senza nulla nascondere del suo attaccamento alla Chiesa e senza inimicarsi le autorità costituite, delle quali approvava il buono e moderava con pazienza il male, pur fra contrasti di varia natura, riuscì a piantare felicemente le sue tende nel nord, nel centro e nel sud del paese. E venuto che fu a morte, i suoi figli e le sue figlie non ebbero a far altro che camminare con fedeltà sulle orme paterne.

Nelle ore pomeridiane del 23 dicembre 1887 Don Bosco giaceva infermo del male che lentamente lo conduceva alla fine. Gli fu annunziata un'alta visita. Il Car-dinale Alimonda, Arcivescovo di Torino, veniva a portargli, in quella antivigilia del suo ultimo Natale, il conforto della sua dolce parola di padre e di amico. Durante l'intimo colloquio, nel quale le due grandi anime effondevano la piena dei loro sen timenti, Don Bosco a un tratto si arresta pensoso e nel breve silenzio lanciando il pensiero su nove lustri di sudori e di stenti, esclama: - Tempi difficili, Eminenza, ho passato tempi difficili! - Nelle parole affiorava il ricordo d'infinite vicende; ma vibrava nell'accento la commozione del forte che, combattuta la buona battaglia, si apprestava fidente a ricevere la meritata corona.

 

CAPO III

MADRE E FIGLIO

Ogni madre dovrebbe essere la prima educatrice della sua prole; certo, Mar-gherita Occhiena, vedova Bosco, fu per il suo secondogenito una educatrice eccellente. Poco conta che fosse povera contadina analfabeta; fra cristiani, l'umiltà della condizione e l'ignoranza dell'alfabeto non hanno mai impedito che semplici persone pie fossero dotate di spirito profondamente penetrativo, di retto giudizio e di volontà più forte della fortuna.

Dal nativo Caprigliō, comunello dell'Astigiano; Margherita andò sposa al ve-dovo Francesco Bosco, agricoltore che viveva del proprio lavorando alcuni pode-retti suoi nel poco distante territorio di Castelnuovo Don Bosco.

Questo capoluogo di mandamento si chiama oggi così, non perché Don Bosco abbia avuto i natali entro il perimetro del suo abitato, ma perché il suo municipio ne registrò gli atti di stato civile. I natali egli li sortì in una remota frazioncella, che tolse il nome da una famiglia Bechis, come scrivono i documenti, diventato poi Becchi attraverso la deformazione orale del vernacolo.

Era un piccolo agglomeramento di casette coloniche, le une ammassate e le altre isolate, sopra uno di quegli al tipiani che coronano le amene colline, da cui sono ondulate le terre ubertose del Monferrato. Parecchie generazioni vi si erano inerpicate per un sentiero sghembo, staccantesi dalla strada carrozzabile a sinistra di chi va da Castelnuovo a Capriglio. I Bosco abitavano, là sopra, un'umile casuccia, custodita al presente come una reliquia, ma che sarebbe da gran tempo un mucchietto di rovine coperte da una vegetazione di rovi e di ortiche, se non si fosse provve-duto a rafforzarne le deboli pareti. La compongono due vani angusti a pian terreno e due meschine camerette superiori, alle quali si accede per una rozza scaletta di legno addossata al muro della facciata. Più in là è il prolungamento per la legnaia e il fienile.

I due coniugi vivevano d'amore e d'accordo, degni veramente l'uno dell'altro. Cristiani per tradizione e per convinzione e amanti del lavoro, si vedevano crescere attorno la famigliola, quando, trascorsi appena cinque anni di matrimonio, una tremenda sciagura piombò fulminea a spezzare i loro sogni dorati: morì il padre. A Giovannino, secondo e ultimo nato, mancavano ancora tre mesi per com-piere due anni. In sì tenera età, non è possibile comprendere che grande infortunio sia la perdita del padre; questo fu tuttavia il primo fatto, che al futuro orphanorum pater, come lo disse la lapide sepolcrale, s'imprimesse nella memoria.

L'impressione provenne da una parola proferita allora dalla mamma. L'afflitta donna voleva menare il bimbo fuori della stanza del morto; ma egli, puntando i piedini, rifiutava di uscire, se non venisse anche il babbo. - Tu non hai più padre!, - gli disse ella tirandoselo dietro e lacrimando.

Giorni duri cominciarono a succedersi per Margherita. Oltre ai due figlioletti, doveva mantenere la vecchia suocera, un figliastro Antonio e due servitori di cam-pagna, che non le bastò l'animo di congedare. Per di più un'ostinata siccità aveva finito con mandar a male i frutti dell'annata, unico suo mezzo di sussistenza. Il lavoro indefesso, una costante e minuta economia e qualche soccorso provvidenziale le permisero di attendere fra privazioni inenarrabili il termine della crisi.

Cessata la grave penuria, le si presentò un ottimo partito per passare a se-conde nozze; ma essa, risoluta di dedicarsi tutta all'educazione dei figli, vi oppose un diniego.

Bisogna notare subito che Mamma Margherita non faceva distinzione di sorta fra i suoi due e l'altro. Ma che differenza da questo a quelli! Il figliastro, che in morte del padre aveva già quattordici anni, cresceva robusto di corpo, ma rustico di modi e strafottente. Giuseppe, il maggiore dei figli di Margherita, non manifestava aspirazioni superiori alla sua condizione; ma, d'indole pacifica, non tardò a rive-larsi ricco del senno pratico, che distingue l'agricoltore monferratese. Visse legato sempre da cordiale affetto al suo grande fratello minore.

E che dire delle prime manifestazioni di questo fratello minore? Le mamme sogliono prediligere la loro ultima creatura. Che Mamma Margherita avesse un de-bole per il beniamino delle mamme, sembra doversi escludere; donna però non meno sagace che virtuosa, scorgendo nel suo Giovannino sotto la naturale vivacità una precoce apertura di mente e un gusto spiccato per le cose di pietà, non poteva non riguardarlo con particolare compiacenza. Il giorno innanzi ch'ei nascesse, festa dell'Assunta, l'aveva preconsacrato alla Madre di Dio; orbene in quelle eccezionali disposizioni di lui ravvisava un chiaro indizio di assistenza speciale da parte della Vergine.

Con questo tuttavia non chiudeva gli occhi sopra i suoi difetti. Senz'alzare mai la voce, correggeva lui al pari degli altri con amore, fortezza e costanza, esercitando sui loro animi un'autorità ferma e dolce. Occorrendo, non avrebbe esitato a usare anche il castigo; anzi, perché i figli non si facessero illusioni, teneva sempre pronta in un angolo della cucina una simbolica verga, che nessuno ardiva toccare. Che l'adoperasse, non sembra, tanti erano gli espedienti a cui sapeva e preferiva ricor-rere invece di porre mano alla frusta.

Un giorno d'estate, i due fratellini tornarono a casa arsi dalla sete. La mamma, andata ad attingere acqua, ne porse prima a Giuseppe. Giovannino, sebbene non avesse che quattro anni, impermalito al vedersi posposto, si abbuiò in volto, osten-tando di non voler più bere. Margherita, come se nulla fosse, si voltò e ripose l'acqua, riprendendo le sue faccende. Eu cosa di un momento, perché egli, rassere-nato, la pregò di darne anche a lui.

- Credevo che non avessi più sete - gli rispose ella con aria un po' so-stenuta.

- Mamma, perdono! - fece il piccolo, ravveduto.

- Ah, così va bene! - esclamò la madre. Quindi, ripigliata l'acqua, glie l'ac-costò alle labbra.

Un'altra volta Giovanni, un po' più grandicello, aveva dato in uno scatto d'im-pazienza. Mamma Margherita: - Vieni qui, gli disse, vieni qui! - Il fanciullo corre. - Vedi quella verga? - continuò la madre.

- Sì, la vedo, - le rispose egli, guardando lei con intelligenza e adagio adagio scostandosi.

- Ebbene, prendila e portamela. - A che farne ?

- Portamela e vedrai. - è per le mie spalle? - E perché no? quando tu me ne fai di queste! - Mamma, non farò più così!

Un sorriso da ambe le parti chiuse l'incidente. In materia di correzioni era sua massima indurre i figli a fare le cose per amore e per piacere a Dio.

Un giorno, ritornando da un paese vicino, si vide venire incontro Giovanni, che tutto premuroso le chiedeva se stesse bene e se avesse fatto buon viaggio.

- Sì, tutto bene, rispose. Ma tu che cosa nascondi dietro le spalle?

- Ecco, mamma, - disse pronto il figlio, porgendole, con fare furbetto, un ramoscello ben ripulito, scortecciato qua e là con cert'arte e adorno di fregi. La mamma capì che egli ne aveva fatta qualcuna e ne lo interrogò.

- Sì, rispose, questa volta me le merito proprio. - Che cosa è successo?

- Per disgrazia ho rotto il vaso dell'olio.

Venutagli la fantasia di prendere un oggetto posto in alto, era montato sopra una sedia e stendendo il braccio, aveva urtato col gomito l'orcio, che cadde al suolo e andò in frantumi, chiazzando il pavimento di una tondeggiante macchia d'olio che si allargava, si allargava... Egli cercò bene di rimediarvi, dando di piglio alla gra-nata; ma ci voleva altro a fare scomparire le tracce del disastro! Era dunque corso ai ripari con quell'accorgimento.

La mamma, udito il racconto e dato in silenzio uno sguardo al compunto nar-ratore e un altro alla verga così acconciata, sorrise dell'astuzietta infantile e senza scomporsi gli disse: - Mi rincresce della disgrazia, ma non c'è stata colpa e quindi ti perdono. Bada però che prima di fare qualunque cosa, bisogna pensare alle con-seguenze. - Poi, rimettendosi in cammino, sviluppò la lezione. - Vedi, proseguì, se tu avessi posto più attenzione, ti saresti accorto che c'era pericolo di rompere qualche cosa, avresti fatto più adagio e non ti sarebbe accaduto nulla. Chi è sventato da giovane, sarà poi uomo senza riflessione, e si procurerà dispiaceri, e arriverà anche a offendere il Signore... Abbi dunque giudizio.

Questo senno educativo che guarda le cose per il loro giusto verso, si diede pure a divedere in una circostanza d'altro genere e assai più rilevante. Mamma Margherita vigilava i figli e non li lasciava in ozio; tuttavia, sapendo che avevano necessità di ricrearsi, permetteva che si andassero a divertire con i loro coetanei del vicinato: solo esigeva di conoscere ogni volta chi essi fossero. Giovanni giocava con ardore, tanto che non di rado ritornava a casa malconcio in qualche parte della persona. Una buona volta finalmente la madre gli disse di non mescolarsi più con quei monelli.

- Io vado con loro a bella posta, osservò egli, perchè sono birichini. Se mi ci trovo io, stanno più buoni e non dicono certe parole.

- Ma intanto vieni a casa con la testa rotta. - Oh, sono disgrazie!

- Comunque sia, non ci andrai più.

- Per ubbidire non ci andrò più; ma quando ci sto io in mezzo a loro, fanno come voglio io e non rissano più.

Le sue osservazioni colpirono la madre, che, ripensandoci e vedendolo immo-bile ad aspettare l'ultima parola, ritirò il divieto. Un ragazzetto che parla così, non è del comune stampo. Già fin d'allora faceva capolino in lui la santa passione per la gioventù.

Ai Becchi non esisteva chiesa; la più vicina era la cappellania di Morialdo, borgata dipendente da Castelnuovo e distante un paio di chilometri. Là per lo più s'andavano a fare le divozioni. Mamma Margherita vi conduceva i figli alla Messa e alla predica; ma ai catechismi non ve li poteva mandare, finché erano piccoli. Vi suppliva dunque da se.

A quei tempi per le famiglie rurali del Piemonte correvano la Storia Sacra e il Leggendario dei Santi, che nelle lunghe serate d'inverno qualche vecchio più istruito leggeva ad alta voce, e gli altri, intenti chi a dicanapulare canapa o a intrec-ciare vimini, chi a filare, ascoltavano con diletto. Tra prediche e simili letture, Mar-gherita venne via da Capriglio con un buon corredo di notizie agiografiche, sicchè in certe ore del giorno poteva intrattenere i figli narrando fatti dell'antico e del nuovo testamento ed esempi dei Santi; prima però faceva loro imparare e ripetere alcune risposte del catechismo, che ella sapeva bene a memoria. Così preparò Gio-vanni anche alla prima confessione. Per la prima comunione lo mandò, come di-cevamo, alla parrocchia durante la quaresima del 1836.

Una particolarità pertanto sorprendeva grandemente in lui, ed era l'impulso irresistibile che lo portava a comunicare agli altri le cose apprese; più ancora, l'in-gegnosità sua per mettersi in grado di esercitare quell'apostolato; che con diverso nome non si potrebbe chiamare tanto ardore di propaganda.

Nell'accompagnare la madre ai mercati e alle fiere dei villaggi, aveva notato come folle di gente stessero estatiche a osservare acrobati e giocolieri. Egli s'era già provato a raccogliere gruppi di ragazzi per ripetere loro i racconti uditi dalla ma-dre in casa e dai sacerdoti nelle prediche e nei catechismi; ma pensava: - Se fossi anch'io capace di fare come quei tali, tutti gli abitanti dei Becchi mi verrebbero attorno e io potrei dire loro quanto mi paresse. - Concepire un buon pensiero e tradurlo in atto sarà la vita di Don Bosco; era già intanto una tendenza di lui decenne.

Gli toccò prima espugnare la madre. Quali argomenti mettesse in campo, non si sa; questo si sa, che la madre dopo matura riflessione si arrese e gli diede licenza di recarsi in certe occasioni con persone fidate a Castelnuovo ed a borgate vicine per assistere a quegli spettacoli. Là egli ora studiava le mosse dei saltimbanchi, ora cercava di scoprire le trappolerie dei prestigiatori. Carpì financo il segreto di quei ciarlatani che, cacciando in bocca ai pazienti la chiave inglese, cavavano loro i denti coram populo. A casa poi s'ingegnava di imitare quanto aveva potuto comprendere bene. Faceva e rifaceva senza mai stancarsi, finchè non gli riuscisse di ottenere un'ese-cuzione perfetta.

Gli occorrevano, com'è facile supporre, vari amminicoli e quindi ci volevano spesucce per provvedersi l'indispensabile. Quelli se li fabbricava con le sue mani; a queste pensava da sè, perchè la mamma nell'accordargli il permesso gli aveva detto di non chiederle danaro. Vexatio dat intellectum. Vendeva uccelli presi nel nido o cacciando col vischio, coi lacci e altrimenti; faceva e portava al mercato cap-pelli di paglia, gabbie per uccellare con richiami da lui ammaestrati e calze a maglia; raccoglieva e metteva in vendita funghi e piante tintorie; si buscava regalucci in-segnando filature diverse, in cui si era reso molto esperto; financo le serpi gli procuravano qualche guadagno, vendendole a farmacisti. In seguito anche i suoi spet-tatori gli davano volentieri con che procacciarsi il necessario per quei graditi pas-satempi.

Ed eccolo all'opera. Quando si sentì sicuro del fatto suo, fece correre la voce che la tal domenica, alla tal ora della sera, presso la casa dei Bosco, vi sarebbero state belle cose da vedere. Fra i conterranei egli godeva già di una popolarità discreta sia per le sue belle qualità sia perchè nelle operose veglie invernali le famiglie se lo disputavano, bramose di ascoltare i racconti edificanti che imparava a casa e in chiesa e che sapeva infiorare ripetendoli. I terrazzani quindi, grandi e piccoli, più i piccoli che i grandi, la prima domenica arrivavano a poco a poco, curiosi di quella novità. Sul posto Giovanni aveva tutto preparato per creare l'aspettazione. Una fune tesa fra due alberi nel prato; un tavolino sull'orlo della riva con l'immancabile bisaccia; più in qua nel cortile una sedia e poi un tappeto steso in terra. Quella volta si limitò ad alcuni saggi di ginnastica sulla corda, di agilità al salto e di destrezza nella pre-stidigitazione. La sedia servì per arringare il pubblico.

La soddisfazione generale lascio prevedere che nella domenica seguente il nu-mero degli intervenuti sarebbe stato maggiore; ma allora il programma subì una notevole variante. Al divertimento precedette una parte seria. Il piccolo giocoliere, montato sulla sedia, disse: - Ora sentite la predica fatta stamattina dal cappellano di Morialdo. - E senza lasciare tempo a manifestazioni, incantò tutti con una par-lantina facile, franca e d'una efficacia sorprendente. Oltre a questo, nel volto, negli occhi, nei riccioli del capo, nel gestire aveva un misto simpatico di grazia, di brio e di energia, che conquise i buoni villici. Terminata la predica, recito una breve preghiera, indi die' principio ai giochi. Sembrava un giocoliere di professione. Finì con la comica sorpresa dell'uccisione e della risurrezione di un pollo.

Ormai quel pubblico di rustici era suo. Per tutta la durata della buona stagione il concorso non diminuì. Egli sapeva variare l'ordine del trattenimento, sostituendo-anche numeri nuovi ai già ripetuti; ma talora sul più bello sospendeva all'improv-viso e con disinvoltura intonava le litanie della Madonna o cominciava la recita del Rosario. Se avesse aspettato a fare questo dopo il termine dei giochi, sarebbe facilmente rimasto solo.

La madre, per la quale Giovanni non aveva segreti, osservava, interrogava e lasciava fare. Non lo inuzzoliva certamente con vane lodi; era troppo illuminata per non comprendere che l'orgoglio va rintuzzato prima che prenda piede in un'anima. Dopo la prima comunione vide quel portento di ragazzo ancor più infervorato nel suo, chiamiamolo così, oratorio festivo dei Becchi. Il fervore di lui cresceva col crescere della sua istruzione religiosa; anzi più volte egli si fece sentire anche fuori dell'angolo ristretto, che era il teatro delle sue prime prove. Gli episodi che si nar-rano in proposito palesano la sua deliberata volontà d'impedire a ogni costo l'of-fesa di Dio. Basti riferirne uno.

Recatosi a Morialdo nel pomeriggio di una festa e giunto sulla piazza del paese, si trovò in mezzo al bailamme di un ballonzolo rusticano, mentre a quattro passi nella chiesa si cantavano i Vespri dinanzi a pochi fedeli. Le popolazioni dell'Asti-giano andarono sempre matte per i loro balli al suono della monferrina. La folla si componeva in buona parte di suoi conoscenti. Addolorato di quello scan-dalo, si spinse avanti, aggirandosi qua e là ed esortando a smettere per andare alle funzioni; ma non riceveva che male parole. Chi aveva mai visto, dicevano, un garzoncello tant'alto predicare ai grandi? Si levasse di tra i piedi e tornasse dalla mamma!

Non si diede per vinto. Aveva voce angelica e orecchio musicale. Il signor Fi-lippello che da ragazzo menava al pascolo nel prato vicino al suo, attestò che spesse volte Giovanni, trasportato dalla sua pietà, faceva echeggiare i colli del canto di laudi sacre, destando l'ammirazione degli agricoltori sparsi all'intorno. Prese dun-que a cantare una popolarissima canzone religiosa, ma con sì soave melodia che a poco a poco i più lo circondarono e lo ascoltavano a bocca aperta. Poi, sempre cantando, si mosse verso la chiesa, salì la gradinata ed entrò, seguìto dalla gente.

Sull'imbrunire il ballo fu riattaccato con frenesia, ed egli tornò all'assalto. Adocchiando le persone che gli sembravano meno dissennate, si stringeva loro ai panni, sforzandosi di persuaderle della sconvenienza e del pericolo di prolungare in quell'ora il divertimento. Ma poichè nessuno gli badava, si rimise a cantare. Bi-sogna dire che dalle sue corde vocali si sprigionassero magiche note, poichè si rin-novò I'affascinamento di prima.

Finito che ebbe, gli si offersero doni, afinchè continuasse. Ripigliò, ma sen-z'accettare. I caporioni della baldoria, seccati quanto mai, gli intimarono delle due l'una: o prendere dei soldi e andarsene fuor dei piedi o buscarne di sonore. Non ci voleva di meglio, perché Giovanni di scatto diventasse eloquente. Investì coloro con tanta forza, che molti degli astanti gli diedero ragione e si avviarono alle loro case. I più fanatici, rimasti in pochi, finirono anch'essi con andarsene.

Mamma Margherita da tutto questo e da altro ancora capiva che la Provvidenza non destinava il suo Giovanni alla vita dei campi. A volte nell'andare e venire con lui per lo stradone di Castelnuovo, accadeva che s'imbattessero in qualche prete, specialmente nel parroco. Egli, vinto da una specie di attrattiva, gli si faceva da presso passandogli rasente e gli rivolgeva tutto festoso un bel saluto; ma in risposta ne riceveva appena un segno d'attenzione distratta e sostenuta. Più tardi, quando studiava a Castelnuovo, gli era una spina nel cuore il non poter godere la familiarità dei preti locali. Era il costume degli ecclesiastici d'allora; essi concepivano general-mente così il decoro del proprio stato. Giovanni invece ne rimaneva male e se ne rammaricava con la madre. Questa metteva innanzi ragioni per giustificare la con-dotta dei ministri di Dio; ma egli rispondeva: - Oh, io, se sarò prete, farò diversa-mente. Non starò serio con i fanciulli; anzi li trarrò a me parlando loro per il primo e darò loro buoni consigli.

Era presto detto essere prete! Bisognava andare a scuola, e Margherita pen-sava già nel 1823 a mandarvelo; se non che parecchie difficoltà si opponevano. Ca-stelnuovo distava cinque chilometri dai Becchi: troppa strada per un fanciullo di otto anni. Il lasciarlo ivi a pensione importava spese, e i quattrini mancavano. Poi c'era Antonio. Costui non guardava di buon occhio i due figli della matrigna, come si ostinava a chiamarla, sebbene fosse da lei trattato con tutte le tenerezze materne. Appena sentì parlare di scuola, si mise sulle furie. Mamma Margherita amava la pace in famiglia; quindi risolse di aspettare, pregando Iddio che l'aiutasse e non omettendo di aiutarsi anche da sé.

 

CAPO IV

PRIMI STUDI E PRIMI DOLORI

Il primo periodo degli studi fu per Giovanni Bosco una via crucis di guai. Dicevo che Mamma Margherita già nel 1823 aveva avuto l'idea di mandarlo a scuola e che Castelnuovo era il luogo più indicato, ma troppo lontano. Pensò dunque a Capriglio, assai più vicino. Vi faceva la scoletta pubblica il cappellano. Antonio, temperando la sua ostinazione, erasi piegato a un compromesso: Giovanni avrebbe frequentato la scuola di Capriglio solo nei mesi invernali, quando cessano i lavori agricoli. La madre, contenta come una pasqua, volò a parlarne col prete; ma questi, non volendo, col ricevere uno scolaro d'altro Comune, stabilire un precedente, le diede una negativa. La povera donna non se la sarebbe mai aspettata. Mentre pe-nava in silenzio per quella contrarietà, ecco un buon contadino offrirsi per inse-gnare a suo figlio un po' di lettura. Così nell'inverno fra il '23 e il '24 Giovanni cominciò a compitare, e il suo primo maestro si acquistò una benemerenza, della quale si gloriò poi finchè visse.

Ma quante volte l'uomo propone e Dio dispone! Il cappellano di Capriglio, perduta la sua fantesca, assunse nel 1824 una sorella di Margherita, che, amando molto i nipotini, intervenne subito, e con buon esito, presso il padrone in favore di Giovanni. Le scuole stavano aperte solo da Ognissanti all'Annunziata. Il rigore della stagione non ispaventò il ragazzo, che cinque giorni alla settimana faceva e rifaceva quattro volte la strada. Tutto sommato, erano circa otto chilometri di cam-mino, ora per pioggia e fango, ora per freddo e neve.

Don Lacqua, il cappellano maestro, prese a volergli così bene, che oltre all'in-segnamento scolastico gli impartiva anche un'utile direzione spirituale, indicandogli soprattutto i mezzi per conservarsi in grazia di Dio e istruendolo sul modo di ben confessarsi. Lo invogliò pure alla pratica della mortificazione e lo venne addestrando a esaminarsi la coscienza sulle intenzioni per escludere ogni superbia dall'operare. Da quanto Don Bosco scrive nelle sue Memorie, sembra che datasse da allora il suo gusto d'imitare i Santi con segrete penitenze.

Del resto era già per lui una ben dura penitenza il sopportare le molestie dei suoi compagni di scuola. Per i loro pregiudizi contro quelli dei Becchi lo credevano uno stupidetto, e gliene facevano d'ogni colore. Ma egli prendeva le cose con tanta pazienza, che un vecchio condiscepolo d'allora per nome Occhiena, divenuto tanti anni dopo sindaco del paese, ricordava ancora con ammirazione la compo-stezza inalterabile del novenne Bosco di fronte alle villane provocazioni.

Saper leggere e diventare appassionato lettore fu tutt'uno per lui. Leggeva nel prato al pascolo, leggeva in cucina durante i pasti, leggeva anche di notte al lume della lucerna. Il librino che portava sempre con sè, era il catechismo.

Al ritorno dell'inverno egli sperava di ritornare a scuola; ma bisognò fare i conti con Antonio. La madre, pro bono pacis, non credette bene d'imporsi; solo cercava frequenti motivi o pretesti per mandarlo dalla zia o dal nonno a Capriglio, affinchè potesse intrattenersi con Don Lacqua, che lo esercitava nello scrivere, gli prestava libri da leggere e gli largiva buoni consigli.

La fiamma della vocazione avvampava tanto più, quanto più imparava e quanti maggiori ostacoli sorgevano a sbarrargli la via. - Voglio studiare e farmi prete, - diceva d'averlo sentito allora ripetere un certo Matta, altro suo compagno di pa-storizia. Il fratello Giuseppe narrava, come in quegli anni il timore dei giudizi divini e l'orrore del peccato fossero due sentimenti a lui abituali.

Da pochi giorni aveva fatto la prima comunione, quando un felice incontro parve dischiudergli finalmente un più lieto avvenire. Il nuovo Papa Leone XII aveva nel 1826 esteso per sei mesi a tutto l'orbe il giubileo romano della sua elevazione. Per l'archidiocesi torinese l'arcivescovo Chiaverotti ne fissò i limiti dai primi di marzo ai primi di settembre. Predicazioni straordinarie eccitavano i fedeli nelle città e nelle campagne all'acquisto della grande indulgenza. Una di queste missioni fu predicata a Buttigliera, distante tre quarti d'ora dai Becchi. La gente vi traeva nu-merosa dai paesi circostanti. Anche Giovanni si univa a' suoi conterranei, che mat-tino e sera andavano a udire i predicatori forestieri.

Se ne tornava egli una di quelle sere, solo soletto, dietro gli altri, a casa sua, quando un vecchio prete che li seguiva a più lenti passi, raggiunto da lui e col-pito dal suo aspetto e contegno, desiderò conoscerlo. Don Calosso di nome e chie-rese di patria, viveva da pochi mesi a Morialdo, facendovi da cappellano. Udito che anche Giovanni era stato alla predica, lo provocò a mostrargli quanto ne avesse capito. Il giovanetto cominciò da quella del mattino. e così camminando tutta gliela cantò. Trasecolato Don Calosso gli disse di ripetergli, dell'altra di pocanzi, il tratto che più fortemente l'aveva impressionato. Giovanni scelse la descrizione del momento, in cui l'anima del dannato al suono della tromba angelica starà per ri-congiungersi al proprio corpo per andare al giudizio. Il predicatore aveva immaginato fra l'una e l'altro un prolisso dialogo, che egli recitò alla lettera.

Nella sua lunga vita il venerando sacerdote non era stato mai testimonio di una memoria così fenomenale. La curiosità di sapere chi fosse il ragazzo, che cosa facesse e che intendesse di fare, gli mise sulle labbra una fila d'interrogazioni, alle quali egli dava risposte calme, giudiziose e interessanti. Due cose ne fermarono l'attenzione. Giovanni Bosco voleva farsi prete per avvicinare e istruire nella religione tanti suoi compagni, che diventavano cattivi, solo perchè nessuno si prendeva cura di loro; ma suo fratello Antonio non voleva lasciarlo studiare. Don Calosso non avrebbe mai cessato di ascoltarlo; arrivati però dove bisognava separarsi, lo invitò a recarsi da lui il giorno appresso, perchè aveva qualche cosa da dirgli.

All'alba dell'indomani Giovanni si rimise in cammino per Morialdo, ascoltò la prima predica e servì la Messa a Don Calosso, come aveva imparato dal cappellano di Capriglio. Quindi il vegliardo, condottolo nel suo studio, gl'ingiunse di dettar-gli quella predica. Nella predicazione popolare si usava comunemente il dialetto; perciò egli si scusò di non sapere le parole italiane. - All'italiano penserò io, rispose il prete; tu detta come sai. - Dettò dall'esordio alla perorazione, come se leggesse in un libro. Don Calosso, sempre più ammirato, gli disse di tornare la domenica seguente con la madre.

Margherita, piena di contentezza, fu puntuale. Si convenne che il degno sa-cerdote avrebbe fatto a Giovanni un'ora quotidiana di lezione; questi poi durante il rimanente della giornata lavorasse in campagna per contentare il fratello. Saputo di tale accordo, Antonio diede in escandescenze, calmandosi solo quando intese che la scuola sarebbe cominciata all'appressarsi dell'inverno. Ma l'autunno volgeva al termine e il fratellastro s'impuntava a non volerlo lasciar andare, finché un bel giorno Don Calosso, facendo atto di autorità, impose a Giovanni di prendere i libri e cominciare.

Il nuovo maestro gl'ispirava la massima confidenza, a tal segno che Giovannino gli apriva intero l'animo suo, manifestandogli, come scrisse nelle Memorie, "ogni parola, ogni pensiero, ogni azione"; quegli così lo poteva amorevolmente dirigere nella vita spirituale. Del bene ricevuto da siffatta direzione Don Bosco ci rivela cose degne d'essere qui testualmente riferite. "Conobbi allora, scrive, che voglia dire avere la guida stabile di un fedele amico dell'anima, di cui fino a quel tempo era stato privo. Fra le altre cose mi proibì tosto una? penitenza, che io ero solito fare, non adattata alla mia età e condizione, mi incoraggiò a frequentare la Confessione e la Comunione, e mi ammaestrò intorno al modo di fare ogni giorno una breve medi tazione, o meglio un po' di lettura spirituale. Nei giorni festivi tutto il tempo che poteva lo passava con lui. Nei giorni feriali, per quanto mi era possibile, andava a servigli la santa Messa. Da quell'epoca ho incominciato a gustare che cosa sia vita spirituale, giacche prima agiva piuttosto materialmente e come macchina, che fa una cosa senza saperne la ragione."

Nella scuola si andava a vapore. Premesso un po' di avviamento, si mise mano al Donato. Il Donato! Oggi, chi lo conosce più? Per molte generazioni, Donato, il celebre grammatico del quarto secolo, maestro del grande S. Gerolamo, fu sino-nimo d'un tipo di grammatica latina, che insegnava i primi elementi della lingua con metodo veramente piano ed efficace. Sulle prime Giovanni vi durò fatica, e si com-prende perchè. Il suo cervello non era stato ancora iniziato al lavoro mentale pro-priamente detto. Ma, una volta preso l'abbrivo, navigò a gonfie vele. Per lui, com'egli scrive, leggere era quanto ritenere; quindi gli bastò un mese per avere il Donato sulle punte delle dita. A Pasqua già traduceva.

Ma Antonio bofonchiava. Che egli dovesse logorarsi a lavorare e l'altro star-sene a fare il signorino, era cosa per lui da andare in bestia. Per qualche settimana Giovanni si recò. a scuola per tempissimo, applicandosi poi ai lavori campestri. Ciò nonostante accadevano scene disgustose. Una è narrata così da Don Bosco: "Un giorno Antonio con mia madre e poi con mio fratello Giuseppe in tono imperativo disse: - è abbastanza fatto; voglio finirla con questa grammatica. Io sono venuto grande e grosso e non ho mai veduto questi libri. -lo, dominato in quel momento e dall'afflizione e dallo sdegno, risposi quello che non avrei dovuto. - Tu parli male, gli dissi; non sai che il nostro asino è più grosso di te e non andò mai a scuola? Vuoi tu venire simile a lui? - A quelle parole Antonio saltò sulle furie ed io soltanto colle gambe, che mi servivano assai bene, potei fuggire e scap-parmene da una pioggia di busse e di scappellotti".

Nell'estate la scuola cessò, ma non cessarono motteggi, sarcasmi e sfuriate. Al sopravvenire dell'inverno Giovanni corse nuovamente dal suo Don Calosso, che lo aspettava a braccia aperte; ma fu cosa di breve durata. In famiglia la vita diventava ogni dì più impossibile. Temendo che da un giorno all'altro scoppiasse qualche tragedia, Mamma Margherita con lo strazio nel cuore prese la risoluzione di allon-tanare temporaneamente il figlio.

Ecco dunque nel febbraio del 1828 il povero fanciullo andar ramingo in cerca di un tetto ospitale. Secondo le indicazioni materne, si presentò prima da certi conoscenti presso Buttigliera, ricevendone buona accoglienza; ma, accortosi che era loro di peso, tornò ai Becchi. Poco dopo si recò da altri conoscenti a Moriondo. Essi lo compatirono cordialmente, ma senza potergli dare ricovero. Allora si avven-turò fino nel territorio di Moncucco da certi Moglia, proprietari benestanti, noti a Margherita come persone di spirito molto cristiano.

Giunse ivi sul cadere del giorno, portando sotto il braccio un involto conte-nente alcune camicie e qualche libro datogli da Don Calosso. Senz'altra raccoman-dazione che il nome di sua madre, chiese di essere preso a servizio. Il padrone che con tutta la famiglia stava nell'aia a preparare vimini per le viti, gli rispose che in quella stagione chi aveva servitù, la licenziava, essendovi poco o nulla da fare. - Accettatemi per carità, supplicava Giovanni. Non domando paga; tenetemi sola-mente con voi. - Ma il Moglia, credendolo buono a nulla, insisteva nel consigliar-gli di tornare a casa. Giovanni si mise a piangere e con aria umile e supplichevole disse: Prendetemi, di grazia, prendetemi!... Ecco io mi seggo qui in terra e non mi muovo più. - E sedutosi là, cominciò a fare il lavoro che facevano gli altri della famiglia.

Allora la giovane sorella del padrone, alla quale pesava il governo delle bestie, propose di affidare a lui quell'incarico, preferendo essa lavorare nei campi. Fu esau-dita. Cosi Giovanni ebbe la cura della stalla.

Or ecco Giovanni Bosco servitorello di campagna, il che vuol dire vivere in casa d'altri, esservi l'ultimo di tutti e non poter disporre liberamente di sè. Un giovane intelligente e sensibile che si vegga da forza brutale infranti a questo modo i suoi ideali, se non è molto virtuoso, si abbandona alla tristezza e alla disperazione. Egli al contrario fece di necessità virtù.

La sua vita si restrinse a tre cose: obbedire, studiare e pregare.

All'obbedienza parve sottrarsi una volta sola. Incaricato di custodire un pic-cino, lo conduceva sempre seco, non istancandosi mai di badargli affettuosamente; è il Giorgio Moglia che depose poi nei processi. Ma invitato a fare il medesimo con una bambina di cinque anni, rispettosamente rispose: - Datemi ragazzi, e ne governo quanti volete; ma bambine, no.

La sete dello studio non lo abbandonava. Portava sempre con se qualche libro di religione o la grammatica, profittando di ogni possibilità per aprire e leggere. Il padrone un giorno gli domandò perchè ammattisse sui libri. - Perchè devo essere prete - rispose.

In quel suo esilio qualche raggio di speranza venne a confortargli l'animo. Nel settembre del 1828 Don Moglia, zio del padrone e insegnante, ospite nella masseria, gli dava lezioni; ma, trascorso il breve periodo delle vacanze, ripartì. Anche il parroco di Moncucco, che aveva notato l'ingegno, la memoria e il senno del giovane, nel settembre del '29 gli ottenne il permesso di recarsi da lui ogni tanto e gl'inse-gnava un po' di latino; rare però essendo quelle andate, il profitto fu scarso.

Per la sua assiduità alla preghiera i Moglia, dai quali provengono tutte le no-tizie sulla dimora di Giovanni Bosco in casa loro, gli fecero da principio qualche osservazione. Rimase indimenticabile nella famiglia una sua risposta. Invocata la loro stessa testimonianza sulla propria inappuntabile diligenza nel lavoro, proseguì: - Del resto, io ho più guadagnato a pregare che voi a lavorare. Se pregate, da due grani nasceranno quattro spighe; se non pregate, da quattro ne raccoglierete due.

Questa sua pietà aveva saldo fondamento. La fattoria si trovava in aperta cam-pagna e la chiesa più vicina era quella di Moncucco, distante un'ora di cammino per oscuri sentieri. Giovanni ogni sabato sera chiedeva licenza di andare là il mat-tino seguente per ascoltare la prima Messa, che si celebrava molto presto. Ma siccome poi interveniva pure con gli altri alla Messa parrocchiale, la padrona inso-spettita volle spiarlo.

Una domenica dunque ve lo precedette, collocandosi in un punto della chiesa, donde potesse vedere senz'essere vista. Ed ecco entrare il servitorello, segnarsi di-votamente con l'acqua santa, porsi alcuni minuti in orazione, quindi confessarsi dal parroco e durante la Messa fare la comunione. La donna allora se ne partì. Come lo rivide, lo interrogò se alla prima Messa andasse per confessarsi e comu-nicarsi. Egli, accortosi di essere stato scoperto, arrossì; ma l'altra, senza più impor-tunarlo, nè dandogli tempo a rispondere, gli disse che il permesso s'intendeva accor-dato una volta per sempre.

A poco a poco dalle case coloniche dei dintorni i ragazzi gli divennero amici; perciò, quando non si lavorava, se li tirava sul fienile, dove, seduto più in alto, insegnava loro le preghiere, il canto di laudi sacre e la dottrina, terminando col racconto di esempi edificanti. D'estate la riunione si faceva all'ombra di un gelso assai frondoso.

Anche a Moncucco si era fatto conoscere. Lassù i fanciulli, guadagnati dalle sue belle maniere, lo aspettavano nei giorni festivi e gli tenevano compagnia. Per radunarli con maggior vantaggio, tanto fece, che ottenne l'aula delle scuole comunali. Insegnata loro la via crucis con i relativi canti, compiva con essi il pio esercizio dopo la Messa grande, attirando anche molti fedeli. Il parroco Don Cottino, suo confessore, lo secondava, piangendo di consolazione; anzi, partito lui, continuò poi egli stesso quelle adunate, dandovi forma di oratorio festivo.

L'ora della liberazione, come a Dio piacque, scoccò. Un zio materno per nome Michele negli ultimi giorni del 1829, recandosi al mercato di Chieri, s'imbattè nel nipote, che spingeva l'armento al pascolo. - Sei contento Giovannino ? - gli chiese. è facile immaginare la risposta. Il bravo uomo intenerito gli disse: - Lascia fare a me. Torna a casa. Dopo il mercato io verrò là e combineremo tutto.

Il zio godeva di una certa autorità, che a Giovanni ispirava fiducia. Senz'altro dunque se ne partì. I padroni sentirono il distacco; ma senza opporsi gli augurarono di rivederlo prete. Molti anni dopo i superstiti attestavano aver egli menato sempre in mezzo a loro una vita da angelo e da apostolo.

Ma intanto che pensare dei due anni perduti? Furono poi essi veramente per-duti? Guardando le cose dai tetti in giù, si dovrebbe affermare di sì; non però con-siderandole con l'occhio della fede. A Giovanni era stato solennemente detto che si rendesse umile per divenire atto a compiere la sua missione. Ora, se l'umiliazione cristianamente sofferta è via all'umiltà, il biennio di vita servile fu per lui il miglior tirocinio nella pratica di questa virtù.

Quanti bei castelli andava egli facendo nella sua immaginazione durante il tra-gitto dai Moglia ai Becchi! Ma tutto minacciò di crollare col metter piede sulla soglia di casa. Sua madre, spaventata, gli ordinò di tornare subito d'onde era venuto. Con-fuso in prima e perplesso, tosto poi persuaso ch'ella parlasse così per non sembrare ad Antonio l'ispiratrice del fatto, si ritirò senza dir parola, si diresse verso un luogo a lui noto e si nascose in un fosso dietro una siepe per aspettare l'arrivo dello zio.

Michele mantenne la promessa. Appena giunto, visitò la sorella e nei giorni seguenti bussarono insieme a parecchie porte per trovare a Giovanni un maestro, ma sempre indarno. Nell'attesa, Giovanni lavorava da mane a sera per non irritare troppo il fratello. L'attesa durò fino al termine dell'estate.

A Don Calosso, vecchio e acciaccoso, non si era osato ricorrere. Egli invece, che ricordava sempre il suo discepolo, saputo del ritorno, lo mandò a chiamare e si fece narrare la storia delle sue vicende. Commosso e udito che Antonio non lo lasciava in pace: - Ebbene, gli disse, vieni a stare con me. - Detto fatto: in autunno Giovanni faceva vita col cappellano, andando a casa soltanto sul tardi per dormire. " Niuno, scrive Don Bosco, può immaginarsi la grande mia contentezza. Don Calosso era per me l'Angelo del Signore. L'amava più che padre, pregava per lui, lo serviva volentieri in tutte le cose. Era poi sommo mio piacere di faticare per lui, e, direi, dare la vita in cosa di suo gradimento. Io faceva tanto progresso in un giorno col cappellano, quanto non avrei fatto a casa in una settimana. E quell'uomo di Dio mi portava tale affezione, che più volte ebbe a dirmi: - Non darti pena del tuo avvenire. Ti aiuterò ad ogni costo, e finchè vivrò, non ti lascerò mancare nulla; se muoio, ti provvederò ugualmente ".

A Giovanni sembrava proprio d'aver toccato il cielo col dito. Ma, ahimè, la via crucis non aveva raggiunto ancora l'ultima stazione. Un mattino di novembre del 1830 Giovanni, mandato dal suo precettore a casa per una commissione, vi era arrivato da poco, quando udì una voce che gridava il suo nome. Affacciatosi, vide un giovanotto di Murialdo che trafelato gli diceva affannosamente: - Don Calosso ha male... Ti chiama... Ti vuole assolutamente parlare. - Si precipitò fuori e volò dal suo benefattore. Lo trovò sul letto e senza parola; un insulto apoplettico l'aveva mezz'ora prima steso a terra. L'infermo lo riconobbe, lo fissò con uno sguardo che gli trapassò l'anima, e faceva sforzi per significargli qualche cosa. Finalmente riuscì a prendere di sotto al capezzale una chiave e gliela diede, indicandogli che la tenesse lui e che non la consegnasse a nessuno e che la roba chiusa nel cassetto di quella chiave era sua. Giovanni, messala in tasca, non badò più ad altro che a prestargli le filiali sue cure. Il caro sacerdote di lì a due giorni rese l'anima a Dio.

Composta la salma, sorse una questiofie fra i testirabni della chiave, che si sapeva essere la chiave dello scrigno. Chi diceva che il defunto aveva dichiarato abbastanza quale fosse il suo volere: chi sosteneva che, mancando le formalità legali, egli non poteva fare nulla. Giovanni troncò la controversia dicendo: - Ma no, non voglio niente. Ho più caro il paradiso che tutti i danari del mondo. - Nelle Memorie Don Bosco condensa tutto quello che seguì, in queste semplicissime pa-role: " Vennero gli eredi di Don Calosso e loro consegnai la chiave ed ogni altra cosa ". Il forzierino racchiudeva la somma di seimila lire.

Pochi minuti dopo, mesto e col pianto nell'anima, riprese con passo vacillante la strada dei Becchi, percorsa e ripercorsa nei dì innanzi con tanta gioia. Il cielo plumbeo, le piante brulle, la terra squallida sembravano riflettere i pensieri dolo-rosi della sua mente. Ruppero a un tratto il silenzio di quelle solitudini i lenti rin-tocchi della campana, che annunziavano ai vicini e ai lontani il recente trapasso e a lui spezzavano il cuore. Il colpo era stato troppo crudele. Passò il rimanente della giornata nel raccoglimento e nella preghiera. Per più giorni il ricordo dell'estinto gli strappava continue lacrime. Ne pativa anche nella salute; onde per distrarlo la madre lo mandò a Capriglio dal nonno. Scrisse poi: " Ho sempre pregato, e finchè avrò vita, non mancherò ogni mattina di fare preghiere per questo mio insigne be-nefattore ".

Ed ora che sarà di lui già più che quindicenne? Una sistemazione familiare conchiusa da poco aveva, col rendere Antonio indipendente, posto fine alla sua spietata guerra. A Castelnuovo erasi aperto ultimamente un ginnasio comunale. Il zio Michele, molto conosciuto nel paese, ottenne per il nipote che ad anno inol-trato, cioè verso il Natale, vi fosse in via d'eccezione ammesso. L'orizzonte si schiariva.

In principio Giovanni faceva la strada quattro volte al giorno, il che importava la bellezza di venti chilometri. Poi per evitare perdita di tempo e diminuire i disagi causati dalla stagione, rimaneva là a mezzodì. Per il pranzo si portava da casa nella racchetta dei libri il necessario, che deponeva presso un buon sarto di cognome Roberto, dal quale tornava per rifocillarsi. Certe sere però, quando il mal tempo imperversava, dormiva in un sottoscala, concessogli da una povera famiglia.

Più tardi la prudenza consigliò a trovargli un alloggio permanente. Si combinò dunque che il mentovato Roberto lo tenesse a pensione, ricevendo da Margherita il pagamento in generi alimentari, come cereali e vino. Il pane glielo portava essa una volta per settimana. Il desiderio d'imparare e la pietà sostenevano il povero studente. - Vigeva allora una legge scolastica promulgata nel 1823 da Carlo Felice, la quale imprimeva alle scuole dello Stato Sardo un carattere strettamente religioso, sicchè per questo lato Giovanni si trovò a suo agio. Per gli studi sulle prime fu un affare serio; la sua preparazione fatta a sbalzi e alla meglio obbligò a ricominciare da capo con la grammatica italiana. L'insegnante, che riuniva sei classi in una (1) (1) Il ginnasio si componeva allora di sei classi, che si numeravano in ordine inverso: sesta o preparatoria; quinta, quarta, terza corrispondenti alle nostre prima, seconda, terza; uma-nità e retorica, le nostre quarta e quinta. Qui e nel capo seguente si indicheranno le classi con l'odierno numero d'ordine.

ed era per buona sorte molto abile, lo comprese, lo aiutò e lo amava assai: ma nell'aprile del 1831, nominato parroco, abbandonò la cattedra. Gli succedette il Don Moglia che già abbiamo conosciuto, ma che ora stenteremo a riconoscere. Date le idee dei tempi, forse non la poteva mandare giù, che il Bosco, misero servitorello di campagna, ardisse aspirare all'ordine chiericale; per altro, il motivo diplomatico del suo atteggiamento era la fisima entratagli nella testa che dai Becchi non potesse venire niente, proprio niente di buono. Anche l'età avanzata di Gio-vanni ne confermava, secondo lui, 1'inettezza ereditaria. Noncuranza quindi e di-leggi erano all'ordine del giorno. Giovanni, rispettoso e paziente, sopportava.

Maestro e scolaro non istettero mai di fronte meglio di una volta che l'uno assegnò un còmpito in classe e l'altro lo pregò di lasciargli fare quello della seconda. La risposta fu una risata e un sacco di parole canzonatorie. Bosco non si offese, ma insistè; il Moglia rincarò la dose. A nuove insistenze gli disse sarcasticamente che s'accomodasse pure, ma che egli non avrebbe letto le sue bestialità.

Il tema era una versione dall'italiano in latino. Sollecito Bosco la fece e pronto la consegnò. Il professore la prese e la posò là con un sorriso di compassione. L'alunno, fermo presso la cattedra, lo pregava e ripregava di darvi un'occhiata, e

colui a prenderlo in giro. Tutta la scuola s'incuriosì. Alcuni alzatisi lo tentavano che leggesse forte, perchè volevano ridere anche loro. Il buon uomo, avvezzo a lasciarsi rimorchiare dalla scolaresca, cedette. Man mano che leggeva, si faceva più serio. Alla fine gli lanciò in faccia un: - Ha copiato! - e buttò il foglio. Un vi-cino di banco ebbe il coraggio di rendergli testimonianza che aveva - fatto tutto da se. Nondimeno Don Moglia restò sulla sua: ma anche il testimonio tenne duro e fuori ai compagni descrisse quanto aveva veduto con i propri occhi. Ingegno e virtù bril-larono uniti quel giorno all'ammirazione giovanile.

C'era ben poco da aspettarsi sotto una guida simile. In compenso egli imparò varie altre cose. Infatti imparò la musica. Il sarto che lo alloggiava sapeva di canto fermo e di musica vocale, come capo dei cantori nella chiesa parrocchiale, e volen-tieri gl'insegnava per averlo a cantare nelle funzioni. Ma egli non si arrestò lì. Avute le nozioni fondamentali dell'arte musicale, imparò il violino e il pianoforte, facen-dosi abile anche ad accompagnare sull'organo. Imparò dal sarto a lavorare di ago, pagandosi in ultimo la pensione con l'aiuto che gli prestava. Imparò a lavorare fer-ramenta, frequentando la bottega di un fabbro. Tutte attitudini, che un giorno gli dovevano tornare di somma utilità.

Altra sua cura fu quella di amicarsi la gioventù della scuola e del paese. Il fatto di Don Moglia contribuì non poco ad accrescere l'influenza che già esercitava su di essa. I genitori avevano piacere che i figli stessero in sua compagnia, perchè li vedevano diventare migliori. Il Cardinale Cagliero da piccolo sentiva ancora decan-tare in casa i buoni esempi dati da lui durante il suo breve soggiorno castelnovese. Nella quaresima il prevosto gli affidò l'assistenza in una classe di catechismo.

La fama delle sue prodezze acrobatiche l'aveva preceduto a Castelnuovo ; dove pure ebbe occasione di confermarla, e questo giovò alla sua popolarità in quel mondo giovanile. Nel villaggio di Montafia, celebrandosi una gran festa, si era innalzato altis-simo l'albero della cuccagna. A tale spettacolo i popolani del tempo si appassiona-vano grandemente. Venuta l'ora dell'assalto, una folla straordinaria gremiva la piazza. Vi si trovava anche Giovanni con alcuni amici. Muscoluti giovanottoni si stringevano uno dopo l'altro al palo insaponato, si aiutavano di mani e di piedi per spingersi in alto, ma, chi prima, chi poi, tutti inesorabilmente scivolavano a terra con loro grave scorno. L'occhio di Giovanni scorse la cagione di tanti insuccessi: tutti si avventavano con troppa furia e perdevano presto la lena. Si presentò anche lui per tentare la prova. S'arrampicava lento lento; ogni tanto incrociava le gambe per sedersi sulle calcagna e riposare, e gli spettatori a ridere, aspettandosi ogni volta di vederlo piombare giù come i precedenti. Invece egli guadagnò sempre fino a rag-giungere la cima. L'antenna paurosamente dondolava, il pubblico urlava frenetico ed egli staccava tranquillamente le parti migliori della legittima preda. Ghermì fra l'altro una borsetta contenente un gruzzolo di venti lire, che gli facevano molto comodo. Poi scese a precipizio, profittò della confusione e sparì.

Terminato quel povero anno scolastico, ritornò in famiglia per le vacanze. Colà divideva il tempo fra lo studio e il lavoro, mettendo anche a partito l'appreso nei suddetti mestieri. Si lesse allora le opere ascetiche di S. Alfonso de' Liguori e alcuni catechismi ragionati. Alla domenica tornava dalle funzioni seguito da un codazzo di fanciulli, che divertiva con un cane di suo fratello Giuseppe. Quella bestia, ammaestrata da lui, gli obbediva docilmente, eseguendo una grande varietà di gesti e di mosse, che destavano l'ilarità degli astanti. La bestia gli si era così affe-zionata, che negli anni seguenti, quando Mamma Margherita la conduceva con sè a Chieri, appena vedeva lui, gli faceva un mondo di feste e ci voleva del bello e del buono per rimenarla via.

L'incertezza del suo avvenire lo angustiava. Sfogava talvolta la sua afflizione con i coniugi Turco, proprietari di un podere situato nelle vicinanze dei Becchi. Essi lo animavano a sperare in Dio, che non l'avrebbe abbandonato; del che egli non dubitava. Finalmente un giorno lo videro nella loro vigna spiccare salti di alle-grezza e vollero saperne la ragione. In sogno una grande Signora gli aveva fatto in-tendere che avrebbe continuato gli studi, che sarebbe divenuto prete e che si sa-rebbe trovato per tutta la vita a capo di molti giovanetti da educare. Udirono il racconto in casa i figli dei Turco, che a suo tempo ne resero testimonianza. Coin-cide con questa testimonianza la seguente nuda linea delle Memorie: "A 16 anni ho fatto un altro sogno".

 

CAPO V

SCUOLA REGOLARE E VARIO APOSTOLATO

La santa passione per la gioventù, che dominerà la vita di Don Bosco, prende nel secondo periodo degli studi una forma più definita e più prossima alla defini-tiva. è ben vero che egli va tuttora per una strada seminata di spine; ma nondimeno vi cammina e pur di avanzare non lo sgomentano le trafitte che riceve. L'abnega-zione di se e l'abbandono in Dio, purificandolo e sostenendolo, maturano in lui lo spirito dell'apostolato giovanile.

Chi da quelle parti desiderava avviarsi agli studi secondari, non aveva luogo più comodo di Chieri. Questa cittadina, principal centro industriale e agricolo di tutta la regione, era da secoli assai ricca di vita religiosa. Il suo ginnasio pubblico fioriva per numero di alunni e per bravura d'insegnanti. Margherita, dolente del troppo tempo già perduto, prese l'energica risoluzione di farvi inscrivere il figlio.

Chi vuole il fine bisogna che cerchi i mezzi, e qui i mezzi erano di natura fi-nanziaria. Abituati a contentarsi di poco, madre e figlio non si stillarono tanto il cervello. Giovanni con due sacchi sulle spalle andò attorno chiedendo carità di granaglie da convertire in moneta. Il prevosto di Castelnuovo, conosciuto il suo divisamento, raggranellò in paese una sommetta, che rimise a Margherita per le spese più urgenti. I sacrifici dell mamma aggiunsero qualcosuccia alla beneficenza altrui. I fondi furono così bell'e pronti.

Per collocare il figlio a Chieri la madre s'intese con una Lucia Matta, sua com-paesana e vedova con un figlio pure studente. Convennero per lire ventuna mensili, che la poveretta avrebbe facoltà di pagare solo in parte, perchè Giovanni avrebbe compensato il resto con il disimpegno dei servizi domestici.

Il giorno 3 novembre del 1831 Giovanni Bosco partì a piedi per Chieri, da solo fino a Castelnuovo e di là accompagnato da un giovane Filippello, a cui era stato dalla madre raccomandato.

Un amico di casa il dì innanzi gli aveva trasportato gratuitamente il baule del piccolo corredo, più mezzo ettolitro di grano e dodici litri di miglio, che dovevano servire come anticipo della pensione. Egli camminava curvo sotto una bisaccia di farina e di meliga da vendersi sul posto per comperare col danaro ricavato libri, carta e penne. Mamma Margherita non potè raggiungerlo se non alcuni giorni dopo per finire di accomodare le cose e per vedere come vi stesse.

Ora incipit vita nova. Non più paesano, ma cittadino: cittadino di una piccola città, ma pur città con belle vie, belle chiese, bei palazzi e con qualche eleganza di vita. Vi piovve sconosciuto fra sconosciuti. Sulle prime lo trasse d'imbarazzo un buon prete, che lo notò subito, se lo avvicinò e s'interessò di lui, conducendolo dal prefetto delle scuole, un padre domenicano, e presentandolo ai professori. Gli fu veramente angelo custode.

Si trattava di classificarlo. Il corredo delle sue cognizioni risultò male assortito. Scrive egli stesso: " Gli studi fatti fino allora erano un po' di tutto, che riuscivano quasi a niente, avendo bensì molte utili cognizioni, ma disordinate e imperfette ". Venne assegnato perciò alla classe preparatoria.

In mezzo a quegli scolaretti faceva la figura di un gigante. Buon per lui che la bontà del maestro non poteva essergli più generosa. Anelando però di togliersi da quella condizione, ottenne dopo due mesi di dare un esame straordinario per l'am-missione alla prima ginnasiale. Fu promosso molto bene. Trascorsi altri due mesi e superato un secondo esame straordinario, passò alla seconda. Il nuovo professore, vedendoselo comparire davanti così in ritardo e alto come lui, disse in piena scuola: - Costui è o una grossa talpa o un gran talento. Che ne dite? - Bosco, a tutta prima sbalordito per un tale linguaggio: - Qualche cosa di mezzo, rispose con calma. è un giovane che ha buona volontà di fare il suo dovere e di progredire ne-gli studi. - La risposta piacque al professore, che con insolita affabilità rispose: - Se avete buona volontà, siete in buone mani. Io non vi lascerò inoperoso. Fa-tevi animo; se incontrerete difficoltà, ditemelo, chè io ve le appianerò. - Confor-tato da queste parole, lo ringraziò di cuore e si andò a sedere nel posto indicatogli.

Non passò gran tempo, che un bel casetto fece parlare di lui. Il professore spiegava in Cornelio la vita di Agesilao. Bosco, che aveva dimenticato a casa il testo, stava attento alle spiegazioni, voltando le pagine del Donato quando gli altri vol-tavano quelle dell'autore. I vicini di banco se n'accorsero e sbirciavano; qualcuno rideva. Il professore, uomo severo, volle sapere il perchè. Nessuno fiatava. Allora, rivolto a Bosco, che credeva disattento e causa di disattenzione, gl'ingiunse di fare la costruzione e poi di ripetere traduzione e commento. Egli, alzatosi in piedi e con gli occhi sulla grammatica, costruì, tradusse e spiegò a meraviglia. Com'ebbe finito, i compagni istintivamente proruppero in un oh! di ammirazione e gli batterono le mani. Il professore sdegnato per tale indisciplinatezza non mai avvenuta nella sua classe, scese e gli misurò uno scappellotto, scansato da lui col piegare a tempo il capo. Gli scolari gridarono all'insegnante come stava la cosa. Quegli lo fece prose-guire per due periodi, tenendo la mano sul Donato; Bosco tirò diritto come se avesse sott'occhio il brano. Allo sdegno sottentrò tosto lo stupore; quindi un pacato e salutare consiglio sul buon uso dell'ingegno chiuse l'incidente.

La scuola non assorbì mai ne allora ne poi tutta la sua attività. In casa, obbe-diente alla padrona in umili prestazioni d'opera, faceva da ripetitore al figlio di lei, sebbene questi fosse della classe superiore alla sua. Il ragazzo cresceva dissipatello; ma egli a poco a poco lo trasformò, rendendolo studioso, docile e pio. La madre, quando vide sì buoni effetti, ne provò tale contento, che condonò a Giovanni la pensione. Merce le sue assidue cure il giovane compie egregiamente il ginnasio, serbandoglisi sempre grato. Nel 1869 collocò all'Oratorio un suo figlio, che per tre anni Don Bosco in riconoscenza tenne abitualmente a mensa con se.

Si esercitava pure in lavori manuali. Nella bottega di certi legnaiuoli vicini im-parò a lavorare di legname. L'anno seguente in una calzoleria si addestrò, se non a fare, a risolare e a rattoppare scarpe. Del sarto e del fabbro, come abbiamo veduto, sapeva già l'essenziale. Si direbbe che la Provvidenza lo guidasse attraverso a tutte le esperienze, che gli sarebbero poi state utili un giorno.

Ma più d'ogni altra cosa gli stavano a cuore gl'interessi dell'anima. Perciò si scelse presto un confessore che fu il canonico Maloria. Era questo ecclesiastico una rara avis, perchè non solo accoglieva sempre con grande bontà il suo giovane peni-tente, come avrebbe potuto fare qualunque altro, ma lo animava a comunicarsi con frequenza, come altri non si sarebbe sentito in animo di fare. Perfino la co-munione mensile si stava allora un privilegio da concedersi con grande mode-razione. Don Bosco si professa a lui debitore, se non fu dai compagni trascinato a certi disordini non rari purtroppo, dove convengono numerosi gli studenti.

Giovanni portava scolpito nella memoria l'ammonimento datogli dalla mamma, allorchè l'aveva lasciato a Castelnuovo. - Sii divoto della Madonna, - gli aveva detto a mo' di saluto. Memore della pia raccomandazione, frequentava di prefe-renza a Chieri la splendida chiesa di Santa Maria della Scala. Due volte al giorno, mattino e sera, vi si recava a salutare e a pregare la sua Madre celeste.

L'anno scolastico 1831-32 terminò con poca sua soddisfazione. L'aver fatto tre classi in un anno era stato un guadagno di tempo, ma un'abborracciatura per gli studi. Egli ne aveva coscienza, tanto che per rimediarvi risolse di applicarsi seria-mente nelle vacanze. Non dormiva più nella troppo angusta casa paterna, ma in una piccola cascina là presso, abitata dal fratello Giuseppe e situata in una proprietà, che Margherita aveva preso a mezzadria da un Febbraro. Il luogo appartato favo-riva il raccoglimento dello studioso.

Oltre a questo, grazie ai buoni uffici del parroco di Castelnuovo, andava ogni mattino a prendere lezione dal viceparroco, giovane prete fornito di una discreta cultura letteraria e ben provvisto di autori classici. In compenso, Giovanni dedicava qualche ora a governare il cavallo e la stalla del parroco. Quando il parroco non metteva l'animale alla carrozza ed egli doveva fargli fare moto, si spassava saltan-dogli in groppa mentre galoppava, e standogli in piedi sul dorso durante la corsa.

Merce lo studio di quei mesi entrò nella terza così ben preparato, che vi pri-meggiò tutto l'anno. Gli fioccavano richieste di ripetizioni anche per alunni della quarta e della quinta. Egli ne accettava quante poteva. Le non laute retribuzioni erano per il povero figliolo una vera provvidenza.

Alla fine visitò le scuole un commissario governativo, incaricato anche di pre-siedere agli esami. Benché per la sua proverbiale inesorabilità fosse lo spauracchio degli studenti, promosse tutti gli alunni della terza, che erano quarantacinque. Gio-vanni però corse un serio pericolo. Aveva passato copia di una sua versione ad altri e il presidente lo voleva rimandare. Lo salvò la benevolenza del suo professore, che riuscì a ottenergli la grazia di un secondo esperimento.

Nel settembre le sue vacanze furono allietate da una cara festa, a cui non aveva mai assistito: una Messa novella a Castelnuovo. Neolevita era il castelnovese Don Cafasso, che egli già conosceva adorno di segnalate virtù e che tanta parte doveva avere agli inizi della sua vita sacerdotale. Vi partecipò con tutta l'anima.

Il terzo anno di Chieri l'obligò al cambiamento di pigione. Dalla casa di prima si dovette ritirare, perché non poteva più godervi il beneficio della pensione gratuita, avendo il figlio della padrona terminato il ginnasio. Mamma Margherita lo allogò presso un caffettiere e liquorista per nome Pianta, suo cugino, il quale gli dava l'alloggio gratuito e la minestra, mentre a Giovanni per compenso toccava fare da garzone di bottega.

Ma quale alloggio! Sopra il forno delle paste si apriva un vano, tutto apertura e poco sfondo. Là gli fu accomodata la cuccetta per dormire. Venuta l'ora, lo stu-dente di umanità appoggiava alla parete una scala a piuoli, si spingeva dentro carponi e s'adagiava in modo da non allungarvisi del tutto, affinché le estremità infe-riori non isporgessero dall'orlo. Poi c'era l'appetito da saziare, appetito di un ado-lescente provvisto di buono stomaco. Le ripetizioni gli fruttavano qualche cosa, qualche cosa gli portava la madre; ma l'occorrente per la scuola e per vestirsi gli lasciava poco margine per la bucolica. I compagni che lo amavano e avevano sentore delle sue privazioni, cercavano modo di soccorrerlo. Degno di particolare men-zione è Giuseppe Blanchard, suo coetaneo, il quale s'ingegnava di procurargli so-vente pane e frutta; del che Don Bosco gli professò riconoscenza fino all'estremo della vita.

Il tenue beneficio poi del caffettiere gli costava ben caro. Doveva perfino stare inchiodato nella sala del biliardo per notare le puntate. Portava sempre un libro; ma parole blasfeme o lascive gli ferivano spesso l'orecchio e ne disturbavano la lettura assai più che i colpi secchi delle palle d'avorio e il vociare dei giocatori. A volte richiamava i colpevoli, che non sempre erano disposti ad ascoltarlo in pace e talora fecero istanza che quel ragazzo venisse allontanato, perchè dava soggezione.

Anche nella nuova dimora si ricordò del proverbio che dice: Impara l'arte e mettila da parte. Quando venne via da quella casa, egli sapeva non solo far cucina, ma confezionare i liquori e i dolci di pasta che si spacciavano nella bottega, a segno che il padrone lo circuì con lusinghiere profferte, perchè si associasse a lui nel con-durre il suo esercizio.

L'anno della quarta fu coronato da splendida promozione. Il commissario go-vernativo lo interrogò in greco sopra un periodo di Tucidide, scrittore che presenta non lievi difficoltà di lingua e di stile; ma egli se la cavò con onore. Poi gli aperse a caso i Paradossi di Cicerone, invitandolo a tradurre. Bosco, visto il punto, co-minciò dal titolo greco e recitò tranquillamente a memoria tutto quel paragrafo. L'esaminatore ascoltava stupito e quando il candidato passava al paragrafo seguente: - Basta, esclamò, dammi la mano. Voglio che siamo amici. - Quindi si mise a conversare familiarmente con lui di cose estranee all'esame. Le loro relazioni con-tinuarono parecchi anni dopo.

Giovanni trascorse l'ultimo anno di ginnasio nella casa di un tal Cumino sarto, dal quale era stato già a dozzina il giovane Cafasso. Il novello vicario di Castelnuovo, Don Cinzano, amante delle belle lettere, lo soccorreva, parte da se, parte per mezzo di signori del paese. Il nostro studente dovette per alcuni mesi adattarsi a stare al piano terreno in una rimessa, che aveva fatto anche da stalla. Don Cafasso, che si conservava in buoni rapporti col padrone, quando lo seppe, gli ottenne un appar-tamento meno disagiato e più decente.

Nelle prime settimane dell'anno scolastico gli accadde un fatto clamoroso. Aveva per compagno di scuola, non di classe, un giovane quindicenne, per nome Luigi Comollo, che solo a vederlo sembrava un angelo, tanta era la sua compo-stezza, modestia e affabilità. apparteneva alla quarta, ma una medesima aula riudente in modo che fossero dai soci spontaneamente accettati. Tutti i giorni festivi anelavano in gruppo alla chiesa dei Gesuiti, dove si faceva un catechismo con esempi attraentissimo. Lungo la settimana si adunavano nella casa d'uno della Società per discorrere di cose belle e buone, ammettendovisi anche estranei che lo desideras-sero. Scrive Don Bosco: " Ci trattenevamo alquanto in amena ricreazione, in pie conferenze, letture religiose, in preghiere, nel darci buoni consigli e nel notarci a vicenda quei difetti personali, che ciascuno avesse osservato o dei quali avesse da altri udito parlare ". Inoltre andavano spesso e insieme ai Sacramenti e a prediche, delle quali vi era dovizia in una città così popolata di comunità religiose. L'anima di tutto, ben si capisce, era Giovanni Bosco.

Ne egli limitava la sua azione alla Società dell'Allegria, ma in certe circostanze gradiva che vi si unissero pure altri compagni. Così faceva quando eseguiva giochi di prestigio, dei quali erano tutti molto curiosi, e quando, formate discrete carovane, le conduceva a qualche divota chiesa della Madonna, o all'assalto di colline circo-stanti, a cogliere funghi per i boschi di Superga o a visitare il santuario della Con-solata in Torino. Nel mese di maggio dava la caccia ai più discoli, attirandoli con le sue ingegnose trovate a Santa Maria della Scala per farli confessare.

Nelle ferie estive introdusse la Società dell'Allegria fra i suoi amici di Morialdo, che ogni anno, saputo del suo ritorno da Chieri, gli movevano incontro a gran di-stanza dal paese e lo accompagnavano in trionfo alla casa paterna. Durante quei mesi nei dì festivi radunava ragazzi quanti più poteva, insegnava loro il catechismo, li ammaestrava nel leggere e scrivere; ma non prodigava loro gratuitamente quest'ul-timo beneficio. La retribuzione da lui richiesta consisteva nel confessarsi e comu-nicarsi una volta al mese. Nelle vacanze dopo la quinta ginnasiale aveva ormai una specie di oratorio festivo con una cinquantina di fanciulli, dei quali scrive: " Mi amavano e mi obbedivano come, se fossi stato loro padre ".

Nell'aiutare i condiscepoli in cose scolastiche non era accettatore di persone: la carità non guarda in faccia a nessuno. Perciò egli non trascurava neppure gli israe-liti. Ne conosceva alcuni di altre classi. Quando al sabato il professore assegnava un cómpito per la sera, Giovanni notava che essi, facendolo, vano contro co-scienza per il divieto della propria legge, e non facendolo venivano berteggiati dai compagni, giacchè a quei tempi erano comunissime fra ragazzi le gazzarre contro i figli del ghetto. Per evitare ciò, egli, avuto il tema, lo dava loro bell'e fatto.

La carità opera miracoli. Giovanni, stando dal Pianta, si era amicato un giovane ebreo di nome Giona, che andava spesso al gioco del bigliardo. Vago di aspetto, aveva una voce incantevole e gustava assai d'intrattenersi ivi con Giovanni a can-tare, a sonare il piano, a leggere, a chiacchierare. Così sensim sine sensu il non meno simpatico guardiano della sala gli s'insinuò nell'animo, catechizzandolo a poco a poco e così bene, che gli fece nascere il desiderio di essere cristiano. Un giorno la madre di Giona, rifacendogli il letto, scoperse il catechismo, che egli leggeva di notte e poi nascondeva in un angolo fra il materasso e il pagliericcio: Quella donna diventò una furia. Corse dal rabbino, mise sossopra il parentado, minacciò a Gio-vanni il finimondo. Ma Giona stette saldo, ne ci fu violenza che valesse a smuoverlo, tanto che ricevette con grande solennità il battesimo e il suo esempio guadagnò alla Chiesa parecchi correligionari. La sua riconoscenza per Don Bosco durò imperitura, nè lasciò mai di visitarlo di quando in quando nell'Oratorio.

La generosità nel mettere il suo sapere a disposizione del prossimo procurò all'apostolo delle vocazioni tardive una nuova esperienza. Nel duomo egli aveva frequenti incontri col sagrestano maggiore, certo Palazzolo, che nonostante i suoi trentacinque anni, il corto ingegno, la mancanza di mezzi e le non poche occupazioni, smaniava di farsi prete. Un giorno dunque pregò Giovanni che gli facesse scuola. Per due anni questi spese quotidianamente il tempo necessario per dargli lezione, finché l'ebbe preparato all'esame della vestizione chiericale. Ebbene, diede l'esame e fu promosso. Entrato poi Giovanni nel seminario, il Palazzolo andava a prendere da lui lezioni di filosofia e di teologia, presentandosi regolarmente agli esami. Celebrò la prima Messa nello stesso giorno che Don Bosco, il quale lo aiutò ancora con ripetizioni di morale. Fu buon prete, buon confessore e buon rettore del santuario di S. Pancrazio a Pianezza.

Neppure perdeva di vista i giovanetti popolani. Li cercava per piazze e strade e bel bello li spingeva al catechismo. Dove accorrevano in molti a giocare, egli compariva in mezzo a loro, giocava con essi e s'ingegnava di avviarli alla chiesa o d'interessarli con piacevoli e utili racconti.

A Chieri finalmente il ginnasta e giocoliere dei Becchi affinò la sua arte e arricchì il suo repertorio. Scrive: " Carte, tarocchi, pallottole, piastrelle, stampelle, salti, corse, erano divertimenti di sommo mio gusto, in cui, se non era celebre, non era certamente mediocre. Se nei prati di Morialdo ero piccolo allievo, in quell'anno ero divenuto un compatibile maestro ". Perciò egli dava spesso rivati e pubblici spettacoli. In quei trattenimenti cantava anche, sonava e improvvisava versi. Favorito dalla memoria, aveva familiarissimi Dante, Petrarca, Tasso, Parini, Monti e tanti altri poeti, sicchè se ne valeva come di roba sua e gli riusciva facilissimo trattare estemporaneamente qualunque argomento. In tempi di così poche distrazioni i suoi giochi sembravano cose dell'altro mondo.

Nel 1834 un suo saggio di abilità ginnastica riempì Chieri della sua fama. Da alcune domeniche un saltimbanco gli portava via buona parte dei ragazzi nelle ore delle sacre funzioni. Egli tentò bene di fargli adottare un orario più ragionevole; ma l'altro gli rise in faccia, anzi ne prese occasione per ischernire gli studenti chieresi, dicendo che, se non erano marmotte, venissero a misurarsi con lui. La provoca-zione li ferì, sicchè ne fecero una questione di corpo. Si volle forzarlo a rimangiarsi la parola, nè c'era altri che Bosco capace di farsi loro paladino. Troppi motivi gli consigliavano di contentare i suoi amici; quindi si dichiarò pronto a scendere in lizza con qualunque esercizio ginnastico. Quel tale, più che sicuro di poterlo prendere di sottogamba, non esitò ad accettare la controsfida.

La notizia dell'imminente incontro destò una grande curiosità nella cittadinanza. Si fecero le cose a modo: specificazione della gara, scelta del terreno, designazione dei giudici, premio del vincitore. Dovevano fare alla corsa; la posta era di venti lire. Per Giovanni, in caso di perdita, la Società dell'Allegria avrebbe raccolto la somma. Accorse mezza città. Giovanni si segnò, pregò un istante e fu dato il segno. Nel primo tratto il rivale, scagliatosi come una saetta, aveva il vantaggio; ma poi, rallentatosi per istanchezza, venne sorpassato dal giovane competitore, che avanzò sempre con passo eguale, finchè gli arrise la vittoria.

L'avversario allora lo sfidò al salto con la scommessa di quaranta lire. Bisognava slanciarsi da un margine all'altro di un fosso largo e pieno di acqua corrente, il quale aveva dalla parte opposta un parapetto. Il ciarlatano colle punte dei piedi toccò di balzo il muricello; più in là non restava un centimetro di spazio. Come cavarsela? Gli spettatori stavano sospesi. Giovanni fa il salto della gora e senza toccare terra pianta le mani sul muro e con rapida mossa vi si rizza sopra fra un subisso di ap-plausi.

Insofferente dello smacco, il vinto propose un gioco di destrezza. Scelsero il bilico della bacchetta; scommettendo ottanta lire. Giovanni prende la bacchetta, vi sovrappone il cappello e la fa scorrere dalla palma sinistra nella destra, poi sulle punte delle dita dal mignolo al pollice, dalle nocche al gomito e alla spalla; indi sul mento, sulle labbra, sul naso, sulla fronte; infine per ritroso calle la ritorna sulla palma di prima: naturalmente senza mai rimetterla dritta con qualunque delle mani. Gli spettatori tenevano il fiato. Un grido di soddisfatta ammirazione salutò la mossa finale. Don Bosco settantenne il 25 luglio 1885 a Mathi Torinese, raccontate piace-volmente ad alcuni intimi queste e altre sue prodezze giovanili, fece roteare per alcuni minuti il bastone poggiato soltanto sulla punta del pollice destro.

L'emulo aveva accettato di buon grado quella prova, perchè diceva essere il suo forte; ma per la terza volta non ebbe fortuna, poichè, spiegata mirabile de-strezza fino alle labbra, si urtò nel naso e addio! L'umiliazione di dover soccom-bere a uno studentucolo l'indusse allora a un estremo tentativo. Senza tanto riflettere: - Cento lire, disse, chi giungerà a posare i piedi più vicino alla vetta di que-st'olmo! - Giovanni accettò. Salì colui per primo: uno scoiattolo non sarebbe più rapidamente arrivato fin dove sembrava possibile arrivare. Quella volta gli amici di Giovanni videro perduto il loro campione.

Ma se con arte e con ingegno s'acquista mezzo regno, dice il proverbio, con ingegno e con arte s'acquista l'altra parte. S'arrampicò fin dove potè; quindi, affer-ratosi al tronco, lanciò in alto il corpo, sicchè i piedi gli andarono un bel po' più su del punto dove l'altro aveva posato i suoi.

Il pover'uomo restò là col danno e con le beffe. Gli era toccato sborsare 240 lire. Ma Bosco giovane aveva il cuore di Don Bosco uomo fatto. Propose al mal-capitato la restituzione del danaro a patto che pagasse un pranzo a' suoi amici. La proposta venne accettata senza discussione. Giovanni e ventidue suoi fautori parte-ciparono all'allegro banchetto, che costò quarantacinque lire. Il ciarlatano ne rintascò 195 e la sera stessa portò altrove le sue carabattole.

Il campanaro del duomo, amico di Giovanni che incontrava sovente nella chiesa, sonò per tutta la vita a campane doppie sui fatti di quell'epica giornata.

In un caso speciale faceva capolino fin d'allora una caratteristica disposizione pedagogica di Don Bosco. Scorgendo crocchi di condiscepoli o di conoscenti, dove gli paresse che il conversare varcasse i limiti della decenza, vi s'introduceva abilmente e per distrarre gli animi proponeva giochi curiosi, come prendere da terra un soldo con l'indice e il mignolo della stessa mano, piegarsi all'indietro fino a toccare col capo il suolo, congiungere bene i piedi e chinarsi a baciare la terra senz'appoggiarvi le mani. Dopo una serie di simili sforzi gli tornava facile volgere, come piacesse a lui, la conversazione.

Per avere un'idea di quanto fosse desiderato nei ritrovi giovanili a motivo della sua valentia di prestigiatore, basti sapere le sorprese che procurava al padrone di casa, uomo di colombina semplicità. Questi nel suo onomastico aveva preparato per i dozzinanti un pollo in gelatina; ma, posato sulla mensa il vassoio coperto, lo scoperchiò e ne saltò fuori, starnazzando le ali, un gallo. Più volte, riempita di vino una bottiglia, la trovava nell'atto di mescere piena d'acqua. Talora bei con-fetti si convertivano in fette di pane, le monete della borsa in pezzi di latta, il cap-pello in cuffia, noci e nocciole in lapilli. I suoi occhiali gli sparivano e poi se li tro-vava in tasca, dove pure aveva frugato e rifrugato; il portafoglio e altri oggetti a un cenno di Giovanni divenivano irreperibili. Una volta ripose una chiave in parte che credeva nota a se solo; ma Giovanni scommise che l'avrebbe fatta comparire sulla tavola, ed eccola, finito di scodellare la minestra, in fondo alla zuppiera.

Il dabben uomo per un poco rise; ma poi s'impensierì e sospettò che c'entrasse il diavolo. Confidò il suo timore a un prete vicino di casa e questi ne parlò all'arci-prete del Duomo, che era anche delegato delle scuole. Un giorno pertanto il rispet-tabile ecclesiastico mandò a chiamare Bosco. Questi mangiò la foglia, e fece i suoi piani. L'arciprete, ricevutolo mentre diceva vespro e pregatolo di lasciarlo finire, menò prima un po' il cane per l'aia, finchè affrontò lo scabroso argomento. Gio-vanni ascoltava senza scomporsi. Interrogato categoricamente, finse di restare qual-che minuto sopra pensiero; quindi gli chiese l'ora precisa. Non trovò più l'orologio! Gli chiese una moneta da venticinque centesimi. Non trovò più il borsellino! - Servo del diavolo! - gli gridò in faccia, balzando dal seggiolone. Poco mancò che non desse di piglio a un randello. Minacciò per altro di denunziarlo. Se non che la calma sorridente del giovane lo richiamò a più miti consigli. Rimessosi a sedere, venne alle buone e gli chiese spiegazioni.

Fu presto spiegato. Di parola in parola egli si ricordò che poc'anzi rincasando aveva estratto il borsellino per fare limosina e poi l'aveva posato sopra un inginoc-chiatoio; si ricordò pure, che aveva lasciato l'orologio sopra un tavolino. A quel punto: - Ecco l'uno e l'altro, - disse Giovanni, sollevando dal tavolo un para-lume. Il buon ecclesiastico rise di cuore, volle vedere alcuni giochi, gli fece un regaluccio e lo accommiatò dicendo: - Va', va', di' a tutti che ignorantia est admi-rationis magistra.

Da tutto il narrato fin qui si rileva come l'ascendente goduto dal Bosco sulla gioventù chierese fosse quello di un vero dominatore. Tuttavia il lato più interessante di questo suo dominio morale stette nella sagacia, con cui escogitava, e nello zelo, con cui metteva in opera i mezzi più adatti a fare del bene fra i giovani.

è di quel tempo un fatto che non può non colpire l'attenzione di un osservatore. Giovanni Bosco nella quinta ginnasiale ebbe venticinque compagni. Orbene di essi ventuno entrarono nella carriera ecclesiastica. La lunga e familiare consuetudine con lui non sarà valsa a nulla per mantenere vivo in loro il fuoco sacro della vocazione

 

CAPO VI

SCIENZE SACRE E PRESBITERATO

Giovanni Bosco, quando finì il ginnasio, aveva vent'anni sonati. Era venuto il momento di muovere i primi passi nella carriera sacerdotale; ma la vocazione, che sembrava additargli con precisione la strada, lo mise improvvisamente a un bi-vio. L'idea di farsi prete che lo accompagnava dallo sbocciare della ragione, restava immutata; sul modo per altro di tradurla in atto gli si era affacciata una seria incer-tezza. Doveva essere prete secolare o prete regolare?

Nelle vacanze della terza ginnasiale la prima Messa di Don Cafasso lo richiamò per la prima volta a riflettere positivamente sulla scelta dello stato, che fino allora aveva vagheggiato piuttosto in astratto. Dal pensiero vago del sacerdozio scendendo al concreto, si sentì assalire da forti dubbi. Lo sbigottivano la sublimità dell'ufficio e della missione, l'umile sentimento della propria miseria e la gravità degli obblighi. Il peggio è che non aveva a chi ricorrere per consiglio. Il confessore badava a fare di lui un buon cristiano senza volersi punto impicciare di vocazione. C'erano i sogni; ma Giovanni non vi prestava fede. Venne dunque, com'egli scrive, alla conclusione di dire a se stesso: " Se io rimango chierico nel secolo, la mia vocazione corre gran pericolo di naufragio. Abbraccerò lo stato ecclesiastico, rinuncerò al mondo, andrò in un chiostro, mi darò allo studio, alla meditazione, e così nella solitudine potrò combattere le passioni, specialmente la superbia, che nel mio cuore aveva messo profonde radici ". Decise pertanto di farsi francescano.

Lo seppero il parroco e la madre. Mamma Margherita gli dichiarò senza ambagi: " In queste cose io non c'entro, perchè Dio è prima di tutto. Non prenderti fastidi per me. Io da te non voglio niente: niente aspetto da te. Ritieni bene: se ti risol-vessi allo stato di prete secolare e per tua sventura diventassi ricco, io non verrò a farti neppure una sola visita. Ricordalo bene! ". Il parroco al contrario si adoprò energicamente per distornarlo.

Giovanni non gli diede retta, ma nelle vacanze pasquali del 1834 presentò for-male domanda di entrare nei Frati Minori, detti allora Riformati. Subì infatti l'esame a Torino nel loro convento di Santa Maria degli Angeli, fu ammesso e doveva andare per il noviziato nel convento chierese della Pace. Mancavano pochi giorni a entrarvi, quando in uno stranissimo sogno s'intese dire: - Altro luogo, altra messe Dio ti prepara. - Ma non vi fece caso. Senonchè, recatosi ai Becchi per ricevere la benedizione materna prima d'indossare il saio, una circostanza da nulla gli attra-versò la via. Quel tal fabbro castelnovese, che lo amava e ammirava e aveva intùito più fino che non portasse la sua arte, tanto insistette che lo indusse a sospendere ogni cosa e a consigliarsi prima con Don Cafasso. Il santo prete, come l'ebbe ascol-tato, lo dissuase dal farsi frate e quasi divinamente ispirato gli disse: - Andate avanti tranquillo. Entrate in seminario e secondate ciò che la Divina Provvidenza vi sta preparando. - Proprio allora per la terza volta risognò quello che aveva so-gnato a nove anni; leggiamo infatti nelle memorie: " Il sogno di Morialdo si ripetè nel mio diciannovesimo anno di età e altre volte in seguito ". Senza tuttavia rinun-ziare alla vita religiosa, soprassedette e riprese con lena gli studi.

Angustie di spirito lo riassalirono verso la fine della quinta ginnasiale. In quel-l'anno aveva stretto intima amicizia col santo giovane Luigi Comollo; a lui quindi confidò la sua perplessità sulla scelta del seminario o del chiostro. Pregarono fer-vorosamente insieme. Parve che il volere del cielo si manifestasse in tre consigli indipendenti fra loro, ma tutti concordi. Venivano essi da Don Comollo, zio di Luigi, dal suo nuovo parroco Don Cinzano e da Don Cafasso, a cui si era di bel nuovo rivolto. A una conformità di sentimenti così impressionante, deposta l'idea del convento, diede l'esame di quinta e poi quello della vestizione chiericale; indi si applicò in cose che potessero giovargli a prepararsi per ricevere l'abito sacro. Prepararsi spiritualmente, s'intende; chè della preparazione materiale si occupò il parroco Don Cinzano. Espose questi le necessità del suo parrocchiano a Don Cafasso, il quale pensò senz'altro al teologo Guala. Don Guala dirigeva il Convitto Ecclesiastico di S. Francesco d'Assisi in Torino, scuola di perfezionamento per i novelli sacerdoti nello studio della teologia morale. Quanto ricco altrettanto ca-ritatevole, egli godeva tutta la fiducia dell'arcivescovo Fransoni, da cui ottenne per il Bosco un anno almeno di trattamento gratuito nel seminario archidiocesano di Chieri. L'ingresso nel sacro luogo giungeva proprio a tempo per l'esenzione dal servizio militare, da cui le leggi d'allora dispensavano gli alunni del santuario.

Fatto il più, gli restava da fare il meno, che però, date le sue condizioni, non era poco; voglio dire il provvedersi degli abiti chiericali. Una parola di Don Cin-zano ad alcuni della parrocchia fu sufficiente, perchè gli procurassero chi la talare, chi il cappello, chi il colletto e la berretta, chi scarpe, calze e altro. Il parroco gli donò il proprio soprabito. Per la prima volta Don Bosco sperimentò una cosa che in seguito sarebbe divenuta per lui ordinaria, avere egli cioè bisogno di tutti.

Lo vestì Don Cinzano nella chiesa parrocchiale di Castelnuovo la domenica 25 ottobre 1835. Dalle terre intorno sciami di giovani accorsero con gioia alla cerimonia. Dopo, quand'egli uscì sul sacrato, essi, vedendolo avanzarsi sorridente, ma dignitoso sotto le nuove spoglie, si appressavano a lui peritosamente e sgranando gli occhi; ma tosto compresero che potevano trattarlo con la solita confidenza. Nel pomeriggio lo aspettava una lezione inattesa. Il parroco per festeggiare la vestizione lo condusse alla sagra di Bardella, borgata di Castelnuovo. Il chierico presentì che vi si sarebbe trovato fuori di posto, facendovi la figura, dice egli, " d'un burattino vestito di nuovo che si presenta al pubblico per essere veduto ". Inoltre dopo più settimane di pia preparazione all'atto di quel giorno, gli ripugnava doversi trovare fra gente in gozzoviglia. Tuttavia per non causar dispiacere vi si lasciò tra-scinare. Ne tornarono a tarda ora. Egli appariva pieno di malinconia. Il parroco, al vederlo taciturno, gli domandò perchè si fosse mostrato tanto ritenuto e pensie-roso. Sinceramente rispose che la funzione del mattino gli era parsa discordare in ge-nere, numero e caso, con la baldoria della sera; anzi, scrive d'aver soggiunto: " L'aver veduto coloro che meno avrei creduto, fare i buffoni in mezzo ai convitati, pressochè brilli di vino, mi ha quasi fatto venire in avversione la mia vocazione. Se mai sapessi, di venire un prete come quelli, amerei meglio deporre quest'abito e vivere da po-vero secolare, ma da buon cristiano, ovvero ritirarmi dal mondo e farmi Certosino o Trappista. Formò allora in cuor suo il fermo proposito di non prendere parte mai più a simili festini.

Nei dì seguenti mise in carta un programma di vita ruminato già da parecchio. " Negli anni addietro, dice riportandolo nelle Memorie, non era stato uno scellerato ma dissipato, vanaglorioso, occupato in partite, giochi, salti, trastulli ed altre cose simili, che rallegravano momentaneamente, ma che non appagavano il cuore ". Quindi non più giochi, non più violino, non più caccia, ma ritiratezza, temperanza, pie letture, vigile custodia della castità e ogni giorno qualche racconto edificante o qualche massima utile alle anime altrui. " Ciò farò, scrisse, coi compagni, cogli amici, coi parenti e quando non posso con altri, lo farò con mia madre ". Le cose deliberate andò a leggerle dinanzi a un'immagine di Maria, promettendo formal-mente alla Madonna di osservarle a costo di qualunque sacrificio.

Al mattino del 30 ottobre si chiusero dietro di lui le porte del seminario. Che da uccello di bosco diventare a un tratto uccello di gabbia, massime nell'età e col temperamento di Giovanni, non fosse allegro trapasso, dovette essere là entro una delle sue prime impressioni. Infatti, ispezionando con un amico e condiscepolo il massiccio e severo edificio, s'arrestò dinanzi a una meridiana recante questo esa-metro: Afflictis lentae, celeres gaudentibus horae. L'applicazione fattane da lui rispon-deva forse a una sua interna preoccupazione. " Ecco, disse, il nostro programma stiamo sempre allegri e passerà presto il tempo ". Ma una cosa che gli rese piace-volissimi, com'egli ci assicura, i sei anni di seminario, fu la costante esattezza nel-l'adempimento di tutti i suoi doveri.

Pene non gli mancarono; una ce la descrive così a vivi colori: " Io amava molto i miei superiori ed essi mi hanno sempre usato molta bontà; ma il mio cuore non era soddisfatto, perché essi difficilmente si rendevano accessibili ai chierici. Il ret-tore e gli altri superiori solevano visitarsi all'arrivo dalle vacanze e quando si partiva per le medesime. Niuno andava a parlare con loro, se non nei casi di ricevere qual-che strillata. Uno dei superiori veniva per turno a prestare assistenza ogni settimana in refettorio e nelle passeggiate, e poi tutto era finito. Fu questa l'unica pena che ebbi a provare in seminario. Quante volte avrei voluto parlare e chiedere loro con-siglio o scioglimento di dubbi e non poteva! Anzi, accadendo che qualche superiore passasse in mezzo ai seminaristi, senza saperne la cagione ognuno fuggiva precipi-toso a destra e a sinistra, come da una bestia nera. Ciò accendeva sempre più il mio cuore del desiderio di essere presto prete per trattenermi in mezzo ai giovanetti, per assisterli, venire a conoscerli bene, sorvegliarli sempre, metterli nell'impossibilità di fare il male ed appagarli in ogni occorrenza ".

Gli rincresceva poi grandemente che la comunione fosse concessa solo nei dì festivi. Per frequentarla nei giorni feriali bisognava con un'infrazione del regolamento andare di soppiatto durante la mezz'ora della colazione nell'annessa chiesa pub-blica, fare la comunione e poi raggiungere digiuno i compagni tornanti allo studio e alla scuola. Su tale irregolarità però i superiori chiudevano un occhio. " Con questo mezzo, leggiamo nelle Memorie, ho potuto frequentare assai più la Santa Comunione, che posso chiamare con ragione il più efficace alimento della mia vo-cazione ".

Trovò di suo gusto l'ordinamento degli studi. Non costandogli fatica seguire e ritenere le lezioni dei professori, utilizzava fuori della scuola ogni briciolo di tempo. In ricreazioni più lunghe i volonterosi, raccogliendosi intorno a lui nel refettorio, facevano un circolo, che equivaleva a una ripetizione scolastica. Nelle loro discus-sioni usavano la lingua latina. Bosco vi era considerato come presidente e giudice inappellabile.

Quanti ritagli di tempo uno studioso di buona volontà può mettere a profitto nel corso della giornata! Egli nel primo anno di filosofia si lesse cosi le voluminose opere del Bartoli e del Cesari. Nel secondo conobbe per caso il De imitatione Christi, di cui ignorava l'esistenza. Gli cadde sotto gli occhi un capo del quarto libro sul-l'Eucarestia. Ne rimase così rapito e invaghito, che si disamorò delle letture profane e si diede a leggere le Antichità giudaiche e la Guerra giudaica di Flavio Giuseppe, i Ragionamenti sulla religione del Marchetti, le Conferenze del Frayssinous, il Balmes, le Storie Ecclesiastiche dell'Henrion, del Fleury e del Bercastel, il Cavalca, il Passa-vanti, il Segneri. Negli anni di teologia maneggiava S. Agostino, S. Girolamo e spe-cialmente S. Tommaso, del quale mandò a memoria lunghi tratti su gli argomenti di maggiore importanza; lesse tutta la Bibbia nei commenti dell'Alapide e del Ti-rino, e la Storia del Vecchio e del Nuovo Testamento del Calmet; studiò la geografia dei Luoghi Santi e prese larga conoscenza dei Bollandisti. Erano le opere che poteva somministrargli la biblioteca del seminario.

Tante letture non costituivano per lui un ingombrante sovraccarico intellet-tuale? No. " La mia memoria, scrive, continuava a favorirmi, e la lettura e spiega-zione dei trattati fatte nella scuola mi bastavano per soddisfare ai miei doveri. Quindi tutte le ore stabilite per lo studio io le potevo occupare in letture diverse. I supe-riori sapevano tutto e mi lasciavano libertà di farlo ". Infatti primeggiò sempre nelle varie classi. All'esame semestrale si soleva asse-gnare un premio di sessanta lire a chi superava i compagni nei voti di studio e di condotta. Orbene in tutti i sei anni di seminario fu sempre Bosco il favorito. Nel secondo anno di filosofia un competitore di grandissimo ingegno gli si agguagliò. I superiori proposero loro di fare a metà del premio. Giovanni acconsentì; ma l'al-tro, benchè di famiglia molto ricca, nicchiava, volendo forse tutto per sè, più che il denaro, l'onore. Furono quindi sottoposti a una seconda prova, nella quale Giovanni riportò la palma.

Le vacanze, che duravano quattro mesi e mezzo, gli offrivano tutto l'agio d'im-mergersi in studi prediletti. In quelle del 1836 ebbe una buona ventura. Gli stava molto a cuore approfondirsi nel greco, appreso discretamente nel ginnasio supe-riore, e non gli si poteva porgere occasione migliore di farlo. Il colera minacciava Torino. I Gesuiti anticiparono per questo la partenza dei loro convittori dal Col-legio del Carmine, conducendoli alla villeggiatura di Montaldo Torinese; ma il personale insegnante non potè allontanarsi dalla città, dovendo continuare l'inse-gnamento agli esterni, sicchè bisognò andare in cerca d'insegnanti per gli altri. Don Cafasso, consultato, propose lui per una classe di greco. Tale congiuntura lo obbligò a occuparsi seriamente di questa lingua, aiutato dalla preziosa compagnia di un Padre che era profondo grecista e sotto la cui direzione tradusse quasi tutto il Nuovo Testamento, due libri di Omero e parecchie odi di Pindaro. Il medesimo Padre per altri quattro anni si tenne in corrispondenza con lui, rivedendogli ogni settimana e rimandandogli corretta qualche sua versione o composizione greca. Il 10 febbraio 1886 a Torino Don Bosco fu udito recitare lunghi brani di S. Paolo in greco, che molto probabilmente non aveva più riletti dopo d'allora.

A Montaldo, essendo pure assistente di una camerata, avvicinò giovani di ragguardevoli famiglie, la conoscenza dei quali gli tornò molto utile in seguito. Appressandosi il tempo di rientrare in seminario, egli non aveva ancora po-tuto studiare una parte della metafisica non spiegata in classe e obbligatoria per l'esame di novembre. Ci si mise negli ultimi giorni, superando poi felicemente la prova, il che gli procurò il condono di mezza pensione, solito a concedersi ai più studiosi e più poveri.

A due altri studi che gli erano cari, si dedicò nelle diverse ferie, ad apprendere cioè gli elementi delle lingue ebraica e francese. Della seconda imparò quanto gli bastava per intendere e farsi intendere. Della prima acquistò le nozioni sufficienti per una buona esegesi scritturale. Nel 1884 a Roma, presente Don Lemoyne, di-scusse con un professore d'ebraico sul valore di certe frasi bibliche, confrontando a memoria luoghi paralleli nel testo originario.

Avaro del tempo per sè, n'era prodigo per gli altri, vale a dire per i compagni seminaristi e per i giovani esterni.

I compagni, ed egli non ne fa mistero, non erano tutti farina da far ostie; non pochi anzi avevano la testa piena di mondanità, sicchè qual prima qual poi se n'an-davano. Nel 1874 uscì a Torino una specie di romanzucolo, che pigliava di mira Don Bosco chierico e giovane sacerdote: una vera canagliata, il cui autore sotto lo pseudonimo malamente celava vecchi livori di seminarista fallito. Da tale genia dunque gli era forza tenersi bene in guardia. Nondimeno, richiesto di servizi, non faceva distinzioni. L'aspetto ilare, le maniere piacevoli, la condiscendenza cordiale invogliavano chicchessia a incomodarlo. Quindi fare berrette, radere barbe, tosare capelli, rammendare abiti, rattoppare scarpe, assistere e medicare infermi, cavare denti, sciogliere difficoltà scolastiche, ripetere lezioni, sunteggiare trattati, impre-stare libri, rasserenare volti rannuvolati, tutto faceva con animo generoso in ogni occasione. Non avendo approvato Don Cafasso il suo proponimento di astenersi affatto dai giochi di prestigio, rallegrava talora con essi le ricreazioni. Non ci fa me-raviglia pertanto che egli scriva: " In seminario ho sempre goduto l'affezione de' miei compagni ".

Familiarizzava però solo con una piccola cerchia composta degli ottimi. Con questi si strinse in lega per promuovere l'osservanza delle regole e l'adempimento dei doveri di pietà e di studio. Di tre in particolare, Garigliano, Giacomelli e Co-mollo, scrive che furono per lui " un tesoro ".

Anche i giovani esterni si disputavano un po' del suo tempo. Gli amici del ginnasio riempivano nei giovedì il parlatorio, portandogli a rivedere quaderni e cómpiti. Nel primo anno era dei più assidui Comollo. Si stimava poi fortunato quando i superiori lo mandavano al Duomo per il catechismo dei fanciulli. Ad alcuni Salesiani raccontò un giorno che nel primo anno di filosofia si vide in sogno già prete, vestito di cotta e stola e intento a lavorare in una sartoria, non già cucendo cose nuove, ma rattoppando roba logora e accozzando insieme svariati pezzi di panno. In quel sogno, rimastogli fisso nella memoria, intravvide più tardi la sua speciale missione a vantaggio dei giovanetti sviati per effetto delle condizioni sociali.

Durante le vacanze nei giorni festivi, lasciati da parte i libri, radunava ragazzi quanti più poteva per il catechismo. La smania d'imparare, che cominciava a dif-fondersi anche nelle campagne, ne spingeva a lui anche di grandicelli, ai quali in-segnava a leggere e scrivere, ponendo per condizione soltanto assiduità, attenzione e confessione mensile.

Due episodi accaduti in tempo di vacanze dimostrano qual concetto egli si fosse formato del decoro chiericale.

Una volta andò a Croveglia di Buttigliera, invitato a servire e a cantare nella-festa di San Bartolomeo. Tutto procedette bene, tanto in chiesa che al pranzo, ser-vito da un suo zio, priore della solennità, e onorato dalla presenza del parroco. Levate le mense, fu pregato di fare una violinata, ma vi si ricusò. Insistettero; rispose che non aveva portato il violino. Era questo il suo strumento prediletto, al quale però aveva rinunziato. In un lampo gliene procurarono uno. Si scusò ancora, finchè un musicante gli propose che facesse a lui l'accompagnamento. " Miserabile! esclama contro di se nelle Memorie. Non seppi rifiutarmi ". Mentre sonava, udì un bisbi-glio e un calpestio. Fattosi alla finestra, vide nel cortile una folla di gente che a quel suono danzava. Invaso dallo sdegno: " Come! disse agli astanti. Io che grido sempre contro ai pubblici spettacoli, io ne sono divenuto promotore? Ciò non sarà mai più ". Restituito il violino altrui, tornò a casa, prese il suo, se lo mise sotto i piedi e lo fece in cento pezzi. D'allora in poi insegnò bensì il modo di sonare quello strumento, ma senza mai più toccarlo con le proprie mani.

Un'altra volta, vista scappare una lepre, afferrò il fucile e la inseguì per campi, vigne e valli. Finalmente giunse a tiro e la colpì. " La povera bestia, scrive egli, cadde, lasciandomi in sommo abbattimento al vederla estinta ". Allo sparo accorsero i compagni congratulandosi del bel colpo. Ma il chierico, dando uno sguardo alla sua persona, s'avvide di essere senza sottana, in maniche di camicia, con un cap-pello di paglia in testa, lontano assai da casa sua. Gli parve allora di fare la figura del contrabbandiere e si sentì mortificatissimo. Chiesto scusa ai compagni del malo esempio e andatosene a casa, rinnovò la già fatta rinuncia a ogni sorta di caccia. " Con l'aiuto del Signore, dice, questa volta mantenni la promessa. Dio mi perdoni quello scandalo ".

Da questi incidenti cavò una lezione sulla necessità di maggiore ritiratezza. Os-serva infatti: " Chi vuole dedicarsi schiettamente al servizio del Signore bisogna che lasci del tutto i divertimenti mondani. è vero che spesso questi non sono pec-caminosi; ma è certo che pei discorsi che si fanno, per la foggia di vestire, di par-lare, di operare, contengono sempre qualche rischio di rovina per la virtù, spe-cialmente per quella delicatissima della castità ".

I suoi studi teologici cominciarono nell'autunno del 1837. La dogmatica, la morale e la storia ecclesiastica furono le tre discipline, in cui maggiormente s'in-golfò: il consueto circolo divenne, per dir così, il macinatoio che tritava le lezioni in modo da renderne la materia digeribile a tutti gli stomachi.

Accanto a questo circolo, affinchè non fossero trascurati gli studi letterari, creò un'accademia di dodici o quattordici seminaristi, che si adunavano in giorni di vacanza a ragionare di letteratura e anche di galateo. I soci leggevano composi-zioni proprie in prosa e in verso. Si facevano pure esercizi di sacra eloquenza. Li-bertà a ognuno di esprimere il suo giudizio. L'ultima parola spettava sempre a Gio-vanni. Un vecchio condiscepolo ricordò che egli non transigeva su cose di natura delicata. Una volta in un lavoro ben condotto biasimò garbatamente qualche frase che sapeva di galanteria nei riguardi delle donne, giudicando un tale linguaggio scon-venevole in bocca a un chierico. Il censurato, divenuto prete, incappò nell'eresia.

Nelle vacanze del primo anno di teologia, benchè semplice chierico, inaugurò la sua predicazione. Cinque volte montò in pulpito. La prima predica sul Rosario e la seconda sull'Assunzione, fatte ad Alfiano per invito di quel parroco, furono ben preparate; ma le due seguenti a Cinzano e a Pecetto le fece all'improvviso, perchè, mancato per caso il predicatore, nessuno dei preti là presenti s'arrischiava di so-stituirlo così su due piedi.

Dopo la quinta a Capriglio ebbe un disinganno salutare. Dappertutto dov'era stato, si levava a cielo la sua abilità oratoria, " sicche', scrive egli, la vanagloria m'andò guidando ". Un giorno dunque volle interrogare sull'ultima uno de' suoi più intel-ligenti lodatori e cascò dalle nuvole al sentirlo magnificare quella stupenda predica sulle anime del Purgatorio, mentr'egli aveva parlato della Natività di Maria. Scon-certato e desideroso di vederci chiaro, interrogò pure il parroco di Alfiano. Questi francamente gli rispose che pochissimi avevano capito le sue prediche e lo esortò a rendersi popolare tanto per la forma quanto per il contenuto. " Questo paterno consiglio, scrive nelle Memorie, mi servì di norma in tutta la vita. Conservo ancora a mio disdoro quei discorsi, in cui presentemente non iscorgo più altro che vana-gloria e ricercatezza ". lustus Prior est accusator sui, dice la Scrittura.

La questione finanziaria, risolta fino allora in vari modi, se la trovò bell'e sciolta sul principio del secondo anno di teologia, perchè fu fatto sagrestano della cappella, ufficio che lo liberava dal pagamento di metà della pensione, mentre alle rimanenti spese provvedeva la carità di Don Cafasso.

Nell'aprile del 1839 un grave dolore lo afflisse in morte di Luigi Comollo. Que-sto angelico giovane da circa tre anni viveva in cordiale intimità con lui. Erano in un certo senso due caratteri opposti, ma avevano due anime fatte per intendersi. Comollo, per esempio, nella pietà si abbandonava dolcemente a trasporti, che da-vano nell'occhio, Bosco invece sapeva contenere in se il fervore dello spirito evi-tando quanto avesse apparenza di singolarità e destasse ammirazione; uno tutto quiete e dedito ad austere penitenze, l'altro calmo, sì, e mortificato, ma insieme di buona compagnia e misurato anche nelle astinenze. Orbene " questo meravi-glioso compagno fu la mia fortuna ", ci fa sapere Don Bosco, e ce ne spiega il come. " A suo tempo sapeva avvisarmi, correggermi, consolarmi con bel garbo e con tanta carità, che in certo modo era contento di dargliene motivo per gustare il piacere di esserne corretto. Trattava famigliarmente con lui, mi sentiva naturalmente por-tato a imitarlo; e sebbene fossi mille miglia da lui indietro nella virtù, tuttavia se non sono stato rovinato dai dissipati, e se potei progredire nella mia vocazione, ne sono veramente a lui debitore ".

Gracile di complessione, un chierico di sì belle speranze soccombette in età di 22 anni alle fatiche dello studio e all'intenso lavorio interiore. Un fatto strepi-toso accadde in seminario la notte dopo il dì della sepoltura. Nella reciproca loro confidenza i due amici si erano vincolati a una promessa: il primo che morisse avrebbe portato all'altro notizie del suo stato. " Confesso, dichiara Don Bosco nella sua biografia del Comollo, che ci fu molta leggerezza ne mai sarei per con-sigliare altri a fare tale promessa; ma tuttavia tra di noi si ritenne sempre sul serio come sacra e da mantenersi ". E fu mantenuta. Sullo scoccare della mezzanotte, mentre egli stava in letto sveglio fra venti compagni che dormivano, rombò in fondo al corridoio un fragore come di cannone, che però si prolungava, avvicinandosi come se venisse una locomotiva, e scotendo pareti, volta e pavimento. I seminaristi svegliati tremavano come foglie. " Io era impietrito ", dice Don Bosco di se. Poi la porta si spalancò. Un misto di rumori secchi e violenti intronava gli orecchi, ma non si vedeva nulla fuorché una luce languida, che sembrava variare col vibrare delle detonazioni. Lo strepito tacque all'improvviso, la luce brillò più viva e risonò distinta la voce del Comollo che disse: - Bosco! Bosco! Bosco! io sono salvo. - Seguì un bagliore accecante, poi uno schianto formidabile, indi silenzio e buio.

I chierici, scappati di letto, e corsi chi qua e chi là all'impazzata, si erano ap-pollaiati in un angolo intorno all'assistente. Più nessuno dormì, ma tutti aspetta-rono l'alba liberatrice. Bosco, seduto sul suo letticciuolo si sforzava di tranquillarli. Il suo spavento era stato tale che lì per lì avrebbe preferito morire. " Fu la prima volta, scrive, che a mia ricordanza abbia avuto paura ". Uno spiritello di chieri-chetto lo faceva a volte trasalire, avvicinandoglisi dalle spalle e gridandogli improv-visamente all'orecchio: - Bosco, sono salvo! - Ebbe principio da quel punto un malessere che lo condusse all'orlo della tomba, ne si riebbe del tutto se non pa-recchi anni dopo.

Ognuno immagina il gran parlare che se ne fece. Forse la bontà di Dio aveva voluto con quel mezzo scuotere da mortifero torpore coscienze indurite. Don Giu-seppe Fiorito, che era quel tale assistente, e altri testimoni oculari narrarono poi più volte nell'Oratorio il fatto, di cui Don Bosco inserì una particolareggiata de-scrizione solo nell'edizione seconda della biografia comolliana, uscita nel 1884, quando alcuni di quelli vivevano ancora.

Dopo le successive vacanze l'aria nativa non lo restituì sano al seminario. Co-minciò infermiccio l'anno scolastico 1839-40 e languì più o meno fino al termine. Ebbe anzi un periodo di crisi che lo costrinse ad andare nell'infermeria. Inappetenza e insonnia ostinate facevano fare ai medici sinistri pronostici. Giaceva a letto da un mese, quando la madre, ignara del suo stato, venne a visitarlo, portandogli una bottiglia di quello buono e un pane di miglio. Nel partire voleva ripigliarsi il pane, ma Giovanni la pregò di lasciarglielo. Come fu solo, provò tale una smania di man-giare quel pane e di bere quel vino, che tutto mangiò e bevve e poi si addormentò. Sembrava un assopimento, dal quale non si dovesse più destare. Ma dopo aver dormito due giorni interi e la notte intermedia si svegliò quasi perfettamente sano.

I guai si dice che non vengono mai soli. Dopo la scossa descritta un'altra ne subì. L'ultimo giorno dell'anno scolastico, mentre affacciato alla finestra stava os-servando il cielo minaccioso, un fulmine cadde sul davanzale, ne svelse alcuni mat-toni e glieli scagliò contro il petto, gettando lui a terra fuori dei sensi. Soccorso prontamente e rinvenuto, risentì a lungo gli effetti di quella scarica. Nonostante tutto, nelle vacanze gli balenò un'idea: L'intero corso teologico aveva la durata di un quinquennio. Non avrebbe egli potuto fare in quei mesi il quarto anno? Era cosa che rarissime volte si concedeva; nondimeno volle tentare.

Andò direttamente dall'Arcivescovo Fransoni, che gli passò buona la ragione del-l'età (aveva ormai ventiquattro anni) e informatosi degli esami precedenti, gli accordò il favore, con l'obbligo di portare in novembre tutti i trattati del quarto anno. II parroco Don Cinzano ricevette speciale mandato per l'esecuzione. Questo dotto ecclesiastico ne diresse lo studio e alla fine gli diede l'esame, chiamando ad assistervi i giovani chierici del paese, fors'anche perchè fossero testimoni della serietà e del-l'esito.

Fatto ritorno al seminario, venne preposto ai seminaristi come prefetto, re-sponsabile cioè della loro condotta; tale incarico gli conferiva il diritto alla pensione gratuita. Nell'esame semestrale lo attendeva un'umiliazioncella: invece del solito optime conseguì un fere optime. La ragione del non pieno voto fu che, interrogato da Don Lorenzo Gastaldi sopra un canone del Concilio Tridentino, di cui non ri-cordava il tenore, improvvisò un testo, diremmo così, di fortuna. L'esaminatore gli chiese se dicesse proprio a quel modo il Concilio. Egli rise e fece ridere anche lui, che però non rise più al momento della votazione. Giovanni per altro si prese la rivincita nell'esame finale, riportando un plus quam optime.

Partì definitivamente dal seminario nel maggio del 1841 per andarsi a preparare con un ritiro spirituale al presbiterato. Con quali sentimenti compagni e superiori gli dessero l'addio, si arguisce anche da loro testimonianze pervenuteci attraverso i processi. Otto dei compagni ne lodano l'assennatezza e morigeratezza, la pietà e l'obbedienza, la studiosità e il sapere, l'esemplarità in tutto, la compostezza e rego-larità, l'abilità in fare da paciere, la santità della vita. Di due professori superstiti uno ne ricorda la bonarietà che sotto ordinarie apparenze nascondeva grandi avan-zamenti nella perfezione, l'altro ne encomia il dignitoso contegno e l'esattezza nel-l'adempimento de' suoi doveri scolastici e religiosi. Nello scrutinio finale del 1841 i superiori, soliti a formulare un giudizio sommario sopra ognuno degli uscenti, avevano sotto il nome di Giovanni Bosco fissato questa nota: " Zelante e di buona riuscita ". Nelle Memorie egli fa menzione così di quella partenza: " I superiori mi amavano e mi diedero continui segni di benevolenza. I compagni mi erano affezio-natissimi. Si può dire che io viveva per loro, essi vivevano per me. Perciò mi tornò dolorosissima quella separazione da un luogo dove ero vissuto per sei anni, dove ebbi educazione, scienza, spirito ecclesiastico e tutti i segni di bontà e di affetto che si possono desiderare ".

Doveva essere ordinato prete il 5 giugno. Il 26 maggio entrò negli esercizi a To-rino presso i Signori della Missione. Terminato il ritiro scrisse nove proponimenti, in capo ai quali pose una sentenza ripetuta in seguito da lui ogni volta che parlò a chierici o a sacerdoti riuniti: Il prete non va solo al cielo, né va solo all'inferno".

I proponimenti racchiudono un programma di genuina vita sacerdotale: " 1 ° Non mai far passeggiate, se non per grave necessità, visite a malati, ecc. - 2° Occupar rigorosamente bene il tempo. - 3° Patire, fare, umiliarsi in tutto e sempre, quando trattasi di salvar anime. - 4° La carità e la dolcezza di S. Francesco di Sales mi gui-dino in ogni cosa. - 5° Mi mostrerò sempre contento del cibo, che sarà apprestato, purché non sia cosa nocevole alla sanità. - 6° leverò vino adacquato e soltanto come rimedio: vale a dire solamente quando e quanto sarà richiesto dalla sanità. - 7° Il lavoro è un'arma potente contro i nemici dell'anima; perciò non darò al corpo più di cinque ore di sonno ogni giorno. Lungo il giorno specialmente dopo il pranzo, non prenderò alcun riposo. Farò qualche eccezione in caso di malattia. - 8° Ogni giorno darò qualche tempo alla meditazione ed alla lettura spirituale. Nel corso della giornata farò breve visita, o almeno una preghiera al SS. Sacramento. Farò almeno un quarto d'ora di preparazione ed altro quarto d'ora di ringraziamento alla S. Messa. - 9° Non farò mai conversazioni con donne, fuori del caso di ascol-tarle in confessione o di qualche altra necessità spirituale ".

Ricevette l'ordinazione dalle mani di Monsignor Fransoni e celebrò la prima Messa a S. Francesco d'Assisi nella festa della SS. Trinità sull'altare dell'Angelo Custode. Scelse quella Chiesa, perchè vi risiedeva il suo benefattore Don Cafasso; ne fu senza intenzione la scelta di quell'altare secondario. Lo aspettavano ansiosa-mente in patria a celebrare la prima volta; ma preferì celebrare a Torino " senza rumore ", dice, soggiungendo poi semplicemente: " Quello posso chiamarlo il più bel giorno della mia vita ".

Una peculiare domanda si sentì egli mosso a fare nel divino sacrificio. Condivi-dendo la pia credenza che Dio conceda indubbiamente la grazia domandata dal nuovo sacerdote nel celebrare la prima Messa, chiese con fervore " l'efficacia della parola per poter fare del bene alle anime ". A quarantatrè anni di distanza confessava candidamente: " Mi pare che il Signore abbia ascoltata la mia umile preghiera ". Non ebbe fretta di recarsi al paese, volendo prima soddisfare a doveri di pietà e di gratitudine. Il lunedì celebrò alla Consolata " per ringraziare la Gran Vergine Maria degli innumerevoli favori che gli aveva ottenuti dal suo Divin Figliuolo Gesù ". Il martedì andò a Chieri per celebrare nella chiesa di S. Domenico, presso la quale viveva ancora il suo vecchio e amato professore di terza ginnasiale, Padre Giusiana, che lo attendeva con paterno affetto e che pianse durante la celebrazione. Passò con lui tutto quel giorno, che non esita a chiamare " giorno di paradiso ". Il mer-coledì lo destinò al Duomo, a quella chiesa di S. Maria della Scala, dove quotidia-namente si era recato per quattro anni a pregare dinanzi alla immagine di Nostra Signora delle Grazie.

Finalmente il giovedì, solennità del Corpus Domini, appagò il desiderio della madre, dei parenti e dei paesani. Scrive: " Tutti presero parte a quella allegrezza, perciocchè io era molto amato da' miei concittadini e ognuno godeva di tutto quello che aveva potuto tornare a mio bene ". La sera da Castelnuovo si restituì in fa-miglia. Vicino a casa, mirando il luogo del primo sogno, non potè frenare il pianto e dice d'aver pensato fra sè: " Quanto mai sono meravigliosi i disegni della divina Provvidenza! Dio ha veramente tolto dalla terra un povero fanciullo per collocarlo coi primari del suo popolo ".

La madre che non aveva potuto durante il giorno intrattenersi da sola con lui, gli diede nella quiete delle pareti domestiche la buona notte con parole destinate a illuminargli tutta la vita. Egli non le dimenticò mai più, e le consacrò nelle sue Memorie. Mamma Margherita gli parlò così: " Sei prete: dici la Messa: da qui avanti sei dunque più vicino a Gesù Cristo. Ricordati però che incominciare a dire Messa vuol dire cominciare a patire. Non te ne accorgerai subito, ma a poco a poco vedrai che tua madre ti ha detto la verità. Sono sicura che tutti i giorni pregherai per me, sia ancora io viva o sia già morta; ciò mi basta. Tu da qui innanzi pensa solamente alla salute delle anime e non prenderti nessun pensiero di me ". Tanta madre era degna di tanto figlio.

 

CAPO VII

TEOLOGIA PASTORALE E SACRO MINISTERO

Don Bosco, fatto prete, cominciò immediatamente a fare il prete. Mancando a Castelnuovo il viceparroco, esercitò egli per cinque mesi quell'ufficio. Vi era in lui con l'ardore del neofito una carità che non conosceva limite, quando i bisogni spirituali o materiali del prossimo potevano avvantaggiarsi dell'opera sua. " Provai il più gran piacere a lavorare ", scrive di quel tempo. Ma la sua predilezione lo in-clinava di preferenza verso i fanciulli. Da Morialdo ne andavano spesso a visitarlo; portandosi ai Becchi, ne aveva sempre d'attorno uno stuolo. Quelli di Castelnuovo non tardarono a farglisi amici, sicchè non usciva mai dalla canonica senza che una schiera di ragazzi lo accompagnasse. " Dovunque mi recassi, scrive, era sempre attorniato dai miei piccoli amici che mi festeggiavano ".

Ma la precaria occupazione castelnovese finì; per novembre egli doveva fissarsi in qualche luogo. Tre lucrosi impieghi gli vennero proposti. L'esca del lucro signifi-cava la grande stima, non la giusta comprensione che avevano di lui i proponenti. Chi decise la questione, fu, come altra volta, Don Cafasso, dal quale andò per con-siglio. Il santo prete, udite le varie esibizioni, senza nemmeno prenderle in esame gli disse in tono autorevole e reciso: - Voi avete bisogno di studiare la morale e la predicazione. Rinunciate per ora a tutto il resto e venite al Convitto.

Poche istituzioni furono così indovinate come il Convitto Ecclesiastico di To-rino. Sotto la dominazione napoleonica lo spirito papale nel clero piemontese aveva avuto i suoi eroi, ma anche i suoi obliatori. Inoltre un rigorismo dottrinale e pra-tico, residuo delle importazioni giansenistiche d'oltr'alpe, serpeggiava ancora in scuole teologiche e fra i pastori di anime con danno incalcolabile della vita cristiana; poiché assiderava la pietà specialmente col rimuovere i fedeli dalla frequenza dei Sacramenti. Se si voleva apprestare un rimedio efficace al doppio male, non giovava nulla il tentar di reagire contro la mentalità dei vecchi, ma conveniva appigliarsi ai giovani.

Animato da tale intendimento, un ricco, dotto e santo prete, Don Luigi Guala, Rettore della Chiesa di S. Francesco d'Assisi in Torino dacché il governo francese ne aveva espulsi i Minori Conventuali, cominciò nel 1808 a radunare in casa sua novelli sacerdoti per instillare in essi sani princìpi di teologia morale mediante apposite conferenze. L'iniziativa, apprezzata in alto, attecchì. Infatti, dieci anni dopo, essendo stato sgombrato il convento dalla soldatesca straniera, vi istituì un Convitto avente per iscopo di formare alla vita pastorale giovani preti usciti appena dal seminario, e formarli con un programma ispirato ai criteri che egli già privata-mente cercava di attuare. Il re Carlo Felice nel 1822 eresse la fondazione in ente morale; l'Arcivescovo Chiaverotti nel 1823 ne nominò Rettore il Guala, di cui ap-provò il regolamento, e nel 1824 assegnò a protettori dell'istituto S. Francesco di Sales e S. Carlo Borromeo.

I sacerdoti convittori avevano mattino e sera una conferenza di morale e nella settimana lezioni di predicazione; inoltre la biblioteca assai ben fornita sommini-strava loro opere di consultazione e di lettura.

Imperava nelle scuole di morale 1'Alasia, tendente più o meno al rigorismo gianseniano. Combatterlo a viso aperto o anche solo escluderlo sarebbe stato un tirarsi addosso le ire di coloro che ufficialmente reggevano nell'archidiocesi le sorti dell'istruzione e quindi provocare odiose misure a danno del Convitto. Perciò la prudenza di Don Guala si attenne a una via di mezzo, conservando il testo alasiano, ma nello spiegarlo abbondando in riferimenti a S. Alfonso, le cui opinioni penetra-vano così alla chetichella nelle menti degli uditori; ognuno poi le approfondiva per conto proprio con ricerche personali.

Braccio destro di Don Guala era Don Cafasso, prima suo supplente, poi, quando l'età e la salute non permisero più al fondatore di continuare, suo degnissimo succes-sore nelle conferenze. Questi due uomini non insegnavano solo sui libri, ma edifi-cavano con la santità della vita i futuri direttori di coscienze. Don Bosco entrò nel Convitto il giorno dopo i Morti. Non si era limitato Don Cafasso a dargli il consiglio di venirvi, ma gli aveva anche ottenuto dal Rettore la gratuita permanenza.

Il tempo passato da Don Bosco nel Convitto esercitò un influsso decisivo nel suo orientamento posteriore. Perfino le pratiche di pietà da lui introdotte nella sua Congregazione corrispondono a quelle del regolamento di Don Guala, che con molta saggezza le aveva regolate in modo da potersi poi continuare comodamente anche dopo cessata la vita comune. Poterono moltissimo sul nostro Santo la dire-zione spirituale di Don Cafasso, il suo insegnamento e l'esercizio del sacro ministero sotto la sua guida.

Don Cafasso fu il confessore di Don Bosco fino al 1860, anno della sua morte. In lui Don Bosco trovò il maestro di spirito, del quale abbisognava. Nella Chiesa anche gli uomini ricchi di carismi eccezionali aprono la loro coscienza al ministro di Dio, mettono la loro anima nelle sue mani e si sottopongono alla sua auto-rità. L'individualismo è ben protestantico, ma punto evangelico. In tre momenti particolari il savio direttore intervenne a troncare aspirazioni di Don Bosco, che, se vi si fosse abbandonato, avrebbe frustrato la sua missione. Aspirò egli a ritirarsi alcun tempo in un convento solitario per ispecializzarsi nella conoscenza della Storia Ecclesiastica e dedicarsi intensamente a questo ramo della cultura sacra. Vagheg-giando ancora la vita religiosa, aspirò a farsi degli Oblati di Maria Vergine, isti-tuiti dall'abate Lanteri. Aspirò infine più che mai ad andare nelle Missioni tra gl'infe-deli. Ogni volta consultò Don Cafasso, al quale nulla teneva celato. Questi nel primo caso semplicemente sorrise come a pura fantasia; nel secondo rispose con un - No! - secco; nel terzo gli disse risoluto: - Voi non dovete andare nelle Missioni.

Quanto agli studi, non si trattava più tanto di teoria quanto di pratica appli-cazione. In questo Don Cafasso possedeva il dono della chiarezza, unita alla pre-cisione e all'arte di rendere gradevoli le materie più ardue. Spirava poi dal suo con-tegno e dal suo linguaggio un misto di pietà, scienza e prudenza, che eccitava non solo a conoscere la morale, ma anche a praticarla. Mirando soprattutto a formare buoni confessori, che sono a loro volta i veri formatori della coscienza cristiana, si adoperava a radicare nei giovani sacerdoti un alto concetto della confidenza che si ha da avere nella bontà di Dio.

Impartiva pure lezioni di sacra eloquenza, assegnando ogni quindici giorni un tema di predica da svolgere per iscritto. Egli leggeva e annotava gli elaborati, sce-gliendone in iscuola qualcuno, la cui lettura potesse giovare a tutti. Voleva che si attingesse a fonti sacre, che si usasse uno stile accessibile agli uditori e che non si entrasse in polemiche. Una predica, che non fosse animata da afflato apostolico, per lui non era predica.

Tutto l'insegnamento del Cafasso quadrava a capello con il pensiero domi-nante di Don Bosco e glielo illuminava. Scrivendo di lui, il Santo rileva una cosa che si direbbe nota come la betonica e quindi non meritevole che se ne faccia gran caso; ma l'averla sottolineata significa che egli vi attribuiva special valore. L'osser-vazione è che dei giovani sacerdoti Don Cafasso formava " ministri capaci di dare a Cesare quello che è di Cesare, a Dio quello che è di Dio ". Nei tempi grossi che si avanzavano e che egli visse, ecco la bussola con la quale Don Bosco si orizzontò senza mai smarrirsi.

Il corso era di due anni. Soltanto alla fine del secondo i convittori davano l'esame di confessione: ma per Don Bosco l'Arcivescovo fece un'eccezione affatto insolita, autorizzandolo a dare un esame provvisorio dopo il primo anno. Dedica-tosi allora anche al ministero della confessione, prese e scrisse questo proponimento " Quando sarò richiesto ad ascoltare le confessioni dei fedeli, se vi è premura, inter-romperò il santo ufficio e farò anche più breve la preparazione ed il ringraziamento della Messa a fine di prestarmi ad esercitare questo sacro ministero ". Spirato il biennio regolamentare, un privilegio più unico che raro venne con-cesso a Don Bosco. Il Rettore Don Guala gli accordò un terzo anno, costituendolo ripetitore straordinario per alcuni convittori tardigradi.

I preti del Convitto non affogavano in mezzo ai libri, ne menavano vita cenobi-tica, ma erano pure avviati ad esercitare le varie funzioni dell'ufficio sacerdotale fuori di casa. Oltrechè a ministeri occasionali di predicazioni e simili, Don Bosco venne particolarmente designato alle carceri, agli ospedali e ai catechismi.

Dalla sua prima visita alle carceri tornò col cuore sanguinante. Troppi, troppi giovani dai dodici ai diciotto anni aveva trovato in quel luogo di pena! D'onde mai una sì precoce depravazione? Appresso vide che tanti, usciti col proposito d i vita migliore, vi erano poco dopo ricondotti. Gli parve che la causa dell'uno e del-l'altro male stesse nell'essere eglino abbandonati a se stessi, e si domandava: Se fuori incontrassero un amico che si prendesse cura di loro, che li assistesse, che nei giorni festivi li istruisse nella religione, non potrebbero essere preservati dal cadere o dal ricadere o non si diminuirebbe almeno il numero dei caduti e dei recidivi? Ogni volta che vi si recava, ne usciva confermato vieppiù nella sua idea. Ne fece parola al Cafasso, con i lumi del quale si diede a studiare il modo di portar rimedio a sì grave calamità sociale.

Il primo ospedale visitato dopo che entrò nel Convitto, fu la Piccola Casa della Divina Provvidenza. Aveva già conosciuto da chierico il canonico Cottolengo nel-l'accompagnargli un prete, che gli doveva parlare. Quegli, finito il colloquio, si era volto a lui e sorridendo gli aveva detto: - Oh! Tu sei giovane! Ma io sono vecchio... Vedi, figlio mio (e in così dire gli prese l'orlo della manica tastandolo colle dita), questo panno è troppo fine. Quando sarai prete dovrai cangiarlo con uno più consistente, perchè ti tireranno da tutte le parti. Se la sottana non sarà forte, si straccerà. - Poi l'aveva riveduto nei primi mesi del Convitto. Il Cotto-lengo, squadrandolo e chiestogli come si chiamasse, gli aveva detto: - Avete faccia da galantuomo. Venite a lavorare nella Piccola Casa; lavoro non ve ne mancherà. - Mandato dai Superiori vi andava di frequente.

Chi non conosce questa immensa città del dolore? Nel 1841 ricoverava già poco meno di duemila infelici, che erano fra i più derelitti. Il Padre stesso guidò nella visita Don Bosco. Ogni angolo gli presentava la carità accanto al dolore; ma le corsìe dei giovani che sui visi emaciati portavano lo stigma del vizio, lo lasciarono costernato. Il bisogno che tanta povera gioventù aveva di chi la premunisse e sal-vasse, gli si rivelava sempre più grave e stringente.

Aggirandosi per le vie della città, altre scene gli ribadivano nella mente lo stesso pensiero. Da botteghe e officine lo colpivano parolacce e canzonacce di fanciulli, che lavoravano con uomini sboccati; per le strade e per le piazze vedeva torme di ragazzi smunti, laceri e sguaiati; alla periferia osservava gruppi di giovinastri oziosi e petulanti. Ecco, diceva fra sè, quante scuole di malfare!

Mosso da questi sentimenti, profittava di tutte le occasioni per avvicinare gio, vani e giovanetti, nè andò molto che schiere di fanciulli lo seguivano per città e fin nella sagrestia del Convitto. Da parecchi anni Don Cafasso nel tempo estivo aveva fatto ogni domenica il catechismo a garzoni muratori in una stanzetta presso quella sagrestia; ma al riaprirsi del Convitto non poteva più continuare. Nel novembre del 1841 vi sottentrò Don Bosco.

Da cosa nasce cosa. Che era mai quella scoletta di fronte alla moltitudine di fanciulli bisognosi di assistenza? Una goccia d'acqua dolce nel gran mare. Ci voleva un'opera di maggior portata; ci volevano, in una parola, oratori festivi ben organiz-zati. Pregò Iddio, chiese consiglio e decise di lanciarsi. Raccomandato da Don Guala e da Don Cafasso, espose il suo disegno all'Arcivescovo. Il buon Pastore, tocco dal suo linguaggio caldo a un tempo e misurato, gli largì la più ampia benedizione. Data da quel punto il favore, anzi la familiarità di quel Prelato con il suo zelante sacerdote.

Ma lo zelo di Don Bosco era illuminato. L'approvazione del Superiore lo as-sicurava che, così facendo, non andava contro la volontà di Dio; ma conveniva prima di tutto studiare il modo di ben cominciare. Mentre invocava i lumi celesti, una circostanza apparentemente insignificante gli aperse la via.

Il fatterello accadde 1'8 dicembre del 1841. Sebbene non ci fosse ancora defi-nizione dogmatica, anche nel Piemonte si festeggiava con solennità in quel giorno la Concezione Immacolata di Maria. Quel mattino, mentre Don Bosco si stava preparando per celebrare, un giovanetto entrò nella sagrestia e s'andò a rincantuc-ciare in un angolo. Il sagrestano, vedutolo, gli fe' cenno di prendere il messale e servire la Messa. Il ragazzo rispose che non sapeva. Allora l'uomo, incollerito, gli si scagliò contro brandendo una canna e a furia di botte e di male parole lo scacciò. La rapidità dell'assalto e della fuga non tolse a Don Bosco la possibilità del suo tempestivo intervento. Ingiunse tosto al sagrestano di richiamare il giovane, perchè era un suo amico. Fu obbedito. Il poverino gli si accostò pieno di paura. Don Bosco gli domandò con tutta la sua amorevolezza, se avesse già ascoltato la Messa. Udito che no, gli disse di ascoltare la sua e poi di aspettarlo. - Ho da parlarti, conchiuse, di una cosa che ti farà piacere.

Dopo la Messa e il ringraziamento lo condusse in un coretto e gli mosse una serie di domande. L'importanza dell'interrogatorio si può giudicare anche dalla cura che ebbe Don Bosco di trascriverlo nelle sue Memorie.

- Mio buon amico, come ti chiami? - Bartolomeo Garelli.

- Di che paese sei? - Di Asti.

- Vive tuo padre?

- No, mio padre è morto. - E tua madre?'

- Mia madre è anche morta. - Quanti anni hai?

- Ne ho sedici.

- Sai leggere e scrivere? - Non so niente.

- Sei già promosso alla santa comunione? - Non ancora.

- Ti sei già confessato?

- Sì, ma quand'era piccolo. - Ora vai al catechismo? - Non oso.

- Perchè ?

- Perchè i miei compagni più piccoli di me sanno il catechismo e io non so niente. Ho vergogna a stare nelle classi.

- Se ti facessi io un catechismo a parte, ci verresti? - Ci verrei molto volentieri.

- Verresti volentieri qui, in questa cameretta ?

- Verrò molto volentieri, purchè non mi diano bastonate.

- Sta' tranquillo, caro Garelli, nessuno ti maltratterà: tu sarai mio amico e avrai da fare con me e con nessun altro. Quando vuoi che cominciamo?

- Quando piace a lei. - Stasera ?

- Sì.

- Anche adesso?

- Sì, anche adesso e con molto piacere.

Don Bosco, inginocchiatosi, disse di cuore un'Ave Maria, affinchè la Madonna lo aiutasse a salvare quell'anima; poi, cominciando dal segno della Croce, gl'in-segnò le primissime verità della fede. Mezz'ora passò presto. Gli diede una meda-glia, si fece promettere che sarebbe tornato la domenica seguente con dei compagni e lo condusse fuori, lasciandolo imparadisato dalle sue belle maniere. Egli, narrando ripetute volte l'episodio dell'8 dicembre 1841, chiamava sto-rica quella data, perchè inizio degli oratori festivi. Anche in documenti solenni moveva da quel giorno per narrare le origini della sua istituzione.

Il Garelli fu di parola. La domenica 12 gli condusse una mezza dozzina di po-veri ragazzi, ai quali se ne aggiunsero due raccomandati da Don Cafasso. Ogni do-menica Don Bosco diceva agl'intervenuti che non tornassero soli; così di settimana in settimana il numero cresceva.

Cresceva ancor più il numero per un altro motivo. Dal Biellese e dal Milanese accorrevano numerosi a Torino i ragazzi, che vi facevano da manovali ai muratori. Lontani dalle loro famiglie, nelle feste girovagavano per la città, non pensando nemmeno ai doveri religiosi e dimenticando il poco che sapevano di catechismo. Di questi tali specialmente andava Don Bosco in cerca per attirarli a S. Francesco d'Assisi. Non meno premuroso era di raccogliervi gli usciti dal carcere.

A siffatte adunanze il nome di oratorio venne da s'è. Allorchè Don Bosco ne concepì l'idea, pensava alle istituzioni di S. Filippo Neri e di S. Carlo Borromeo, così appunto denominate; egli vi aggiunse poi l'appellativo indicante che le riunioni non si limitavano a una piccola parte della giornata, ma riempivano tutto il dì fe-stivo.

Con l'aumentare del numero Don Bosco previde che egli non sarebbe più bastato a tutto. Quindi si affezionò alcuni studenti di scuole medie, che addestrò a mantenere la disciplina, a fare lettura in pubblico, a cantare laudi sacre e col tempo anche a insegnare i primi elementi della dottrina cristiana. Nelle Memorie li chiama "maestrini". Quasi a titolo di compenso ricevevano da lui durante la settimana utili ripetizioni nelle loro materie scolastiche.

Questi " maestrini " gli furono di aiuto anche in un'altra cosa. Egli non tardò a sperimentare quanto l'analfabetismo rendesse più difficile l'insegnamento della dottrina e della storia sacra. Quindi per le sere delle domeniche e nel tempo invernale anche per quelle dei giorni feriali mise su una specie di scuola, in cui, coadiu-vato da quei giovanotti, insegnava il leggere e lo scrivere a chi avesse la buona volontà d'imparare.

Amante com'era e intenditore di musica, adocchiò i giovani che avevano voce migliore, li istruì nel canto e con l'appoggio di essi suscitò cori che eseguivano arie popolari in chiesa e fu dando alle adunanze gaiezza di vita. Per il Natale del 1842 aveva composto, musicato e insegnato un dimetro di quattro quartine in versi ottonari e decasillabi, che incominciava così: " Ah! si canti in suon di giubilo - Ah! si canti in suon d'amor ". La patetica composizioncella piaceva ai ragazzi, che nel periodo natalizio la cantavano a perdifiato, e commoveva fino alle lacrime i pii fedeli.

Ho detto fuori, intendendo dire non fuori di chiesa, ma fuori di casa. Don Guala e Don Cafasso erano di manica larga con lui in questo; ma i superiori più immediati non tolleravano disturbi nel recinto del Convitto. Quindi, per insegnare la sua canzoncina a otto o dieci dei più intonati, doveva menarseli in giro per istrade men popolose e così a voce bassa e camminando provare e riprovare. Condusse poi quelli a cantarla le due prime volte a S. Domenico e alla Consolata, dirigendo egli e accompagnando con l'organo. Non essendosi mai udito nelle chiese risonare voci bianche, i torinesi ne andavano in visibilio.

All'aperto fece con la sua musica piccina la prima comparsa in forma ben cu-riosa. Un giorno regalò a' suoi ragazzi una gita fino alla Madonna del Pilone. Bi-sognando tragittare il Po, noleggiò tre barconi. Verso il bel mezzo del maestoso fiume intonò una lode, che quelli sapevano ottimamente. Caso volle che lungo la riva opposta si trovassero a passare alcuni sonatori di banda, i quali, afferrato il motivo, diedero fiato alle trombe, facendo l'accompagnamento. A quell'insolito richiamo sbucò gente da ogni parte, sicché all'approdo un migliaio di persone vi-dero il non meno insolito spettacolo del giovane prete in mezzo all'allegra turba dei ragazzi, e seppero che egli si chiamava Don Bosco.

Queste giterelle erano una vera necessità. Tanti giovani non sarebbero potuti stare volentieri on Don Bosco senza correre e ricrearsi. Il cortile del Convitto, concesso qualche rara volta da Don Guala, era troppo stretto. Si riversavano ben sul piazzale della Chiesa; ma davan noia ai passanti e disturbavano i fedeli. Onde per divertirli bisognava procurar loro passeggiatine.

Tuttavia per i ragazzi l'attrattiva delle attrattive era Don Bosco stesso. A me-moria d'uomo nessuno dei contemporanei aveva mai visto un prete farsi, come lui, piccolo con i piccoli. Quanta affabilità ne' suoi modi! Quanto affetto nel chia-marli a se per le vie e le piazze e invitarli all'oratorio! Quanta sollecitudine per trovare ad essi lavoro presso buone persone! Visitava poi quelli di sua conoscenza nei cantieri, nelle officine, nelle fabbriche, interessandosi paternamente delle loro condizioni. Tali visite facevano bene anche ai padroni.

L'effetto del su fascino si rivela mirabilmente in questo tratto delle Memorie: " In poco tempo mi trovai circondato da giovanetti, tutti ossequenti alle mie ammo-nizioni, tutti avviati al lavoro, la cui condotta, tanto nei giorni feriali quanto nei festivi, io poteva in certa maniera garantire. Dava loro uno sguardo, e vedeva l'uno ricondotto ai genitori, da cui era fuggito; l'altro, dato prima all'ozio e al vagabon-daggio, collocato a padrone e laborioso; questi, uscito dal carcere, divenire mo-dello dei compagni; quello, prima ignòrantissimo delle cose riguardanti la fede, ora tutto in via di istruirsi nella Religione ". Sono cose che ci spiegano come, otte-nuta che ebbe la facoltà di confessare, i giovani andassero da lui assai più che da qualsiasi altro confessore.

Ma là entro, compressa com'era, l'Opera sarebbe inevitabilmente venuta a lan-guire. Don Bosco sentiva imperiosa la necessità di una chiesa propria, di locali autonomi e di uno spazio all'aperto che fosse ampio e indipendente.

 

CAPO VIII

LA LOTTA PER L'ESISTENZA

La ricerca di una sede, ove l'oratorio festivo avesse la sua chiesa, i suoi locali, il suo cortile fu una vera lotta per l'esistenza: lotta dura e lunga, che avrebbe stancato e vinto la pazienza di ogni uomo anche dotato di ferrea tempra, ma non sorretto da eroica fede.

Premeva a Don Cafasso fermare a Torino il suo discepolo. Dal Convitto egli stava ormai per uscire, il che poneva le sue sorti nelle mani dell'Arcivescovo, po-tendo essere da lui confinato chi sa dove. Don Cafasso fece due cose. Prima scan-dagliò l'animo di Don Bosco e poi gli cercò una nicchia almeno temporanea. Vide che egli, pur manifestando la sua propensione a occuparsi della gioventù, si rimet-teva interamente al suo consiglio, nel quale avrebbe riconosciuto la volontà di Dio. Accertatosi bene su questo punto, si die' d'attorno per trovargli un posticino.

Viveva nella metropoli piemontese una gran dama venuta di Francia, Giulia Colbert, vedova del marchese Tancredi Falletti di Barolo e donna veramente plena operibùs bonis et eleemosynis, quas faciebat, come è detto della vedova ioppese Tàbita negli Atti apostolici. Fra le sue opere benefiche primeggiava un gruppo di quattro istituzioni, di cui tre minori mettevano capo a una principale. Era questa un rico-vero capace di duetto zitelle, cadute e pentite; si chiamava Rifugio, perchè posto sotto il patrocinio di Maria Refugium peccatorum. Vi sorgeva accanto un monastero per una settantina di quelle fra le ricoverate che desiderassero consacrarsi a Dio per tutto il rimanente dei loro giorni. Ivi presso una terza casa accoglieva le infelici creature pervertite in età inferiore ai quattordici anni. Dalla loro celeste protettrice la Marchesa denominò le prime Maddalene, le seconde Maddalenine. Finalmente nel 1844, l'anno a cui siamo giunti, la munificenza della Signora conduceva a termine, sempre nelle stesse adiacenze, un Ospedaletto dedicato a Santa Filomena per bambine storpie e inferme. In mezzo a questa oasi della carità, che ingemmava la squallida regione di Valdocco a nord di Torino, sostò alquanto Don Bosco, finchè non prese possesso del luogo assegnatogli dalla Provvidenza.

La direzione del Rifugio era affidata a Don Borel, zelante sacerdote, che co-nosceva già Don Bosco specialmente per averlo adoperato in vari ministeri; con lui trattò Don Cafasso, suo amicissimo, perchè lo volesse associare provvisoriamente a sè. Quegli acconsentì; anzi fece di più. Non avendo ancora la Marchesa un cap-pellano per l'Ospedaletto in preparazione, le propose senz'altro il raccomandato di Don Cafasso.

La Signora, come lo vide, gradì talmente la proposta, che, quantunque ci vo-lessero ancora sei mesi a mettere in punto 1'Ospedaletto, gli assegnò subito l'annuo stipendio di lire seicento. Per alloggio Don Borel gli cedette una delle sue stanze al Rifugio. Quivi la Barolo gli accordò pure la licenza di radunare i suoi giovani. Di tutto aveva dato l'Arcivescovo il proprio benestare. è vero che sì delicati uffici esigono sacerdoti maturi d'anni e d'esperienza; ma egli conosceva Don Bosco.

Una pena per altro angustiava quest'ultimo. Il Rifugio sorgeva nella malfamata regione di Valdocco, poco lungi dalla riva destra della Dora, fuori della cinta da-ziaria e in aperta campagna; inoltre la sua abitazione bastava appena per lui, e sotto non c'era un'area disponibile. In località così fuor di mano, fra quattro pareti ri-strette, non sapeva proprio come avrebbe potuto continuare l'oratorio festivo. Assalito da tale incertezza, nella notte sulla seconda domenica di ottobre, nel qual giorno avrebbe dovuto annunziare ai giovani il trasferimento da S. Francesco d'As-sisi, fece un sogno, che nelle Memorie egli considera come " appendice di quello fatto la prima volta ai Becchi, quando aveva circa nove anni ". Invero è la stessa apparizione di svariati e furiosi animali; la stessa comparsa di una incoraggiante Signora, vestita questa volta da nobile pastorella; la stessa repentina metamorfosi di bestie feroci in mansueti agnelli.

Vi si mescolarono tuttavia anche elementi nuovi. Prima si vagò per tre stazioni- fermate, finchè si se in un prato, dove quegli animali, il cui numero si era venuto ingrossando da una stazione all'altra, trasformati o no, saltellavano o bru-cavano pacificamente insieme. Di là ripreso il cammino, s'arrivò in un vasto cortile cinto di porticato, alla cui estremità s'innalzava una chiesa. Degli animali, molti-plicatisi favolosamente, i quattro quinti s'eran cambiati in agnelli. Ecco allora uno, due, tre, molti pastorelli aiutare Don Bosco a prendersene cura, poi dividersi, an-dare altrove, raccogliere altri strani animali e menarli in altri ovili. - Guarda a mezzodì, - gli disse la pastorella. Guardò e vide un campo messo a granturco e a ortaglie. - Guarda un'altra volta, - gli ordinò la guida. Tornò a guardare e vide là un'altra chiesa assai più grande, nella quale i musici sull'orchestra aspettavano lui a cantare Messa. Una fascia bianca all'ingiro portava la scritta: Hic domus mea, inde gloria mea. Chiese spiegazioni; ma gli fu risposto come la prima volta, che a suo tempo avrebbe compreso tutto.

Diffidando di se, poca o niuna fede prestò al sogno; ma lo svolgersi degli av-venimenti gli diede poi la chiave per la interpretazione.

Quella domenica dunque avvertì i suoi oratoriani che per la prossima volta li aspettava al Rifugio e indicò dov'era il luogo così denominato. Nel pomeriggio della domenica seguente un'onda, per non dire un'orda di ragazzi irruppe con grande schiamazzo in quei dintorni, cercando dove fosse l'oratorio, dicevano essi, dove fosse Don Bosco; queste due parole dominavano il loro vociare, senza che nessuno di quanti le udivano, potesse immaginare che fra non molto quelle parole avreb-bero riempito Valdocco e Torino.

Don Bosco, intese le grida, mosse incontro ai venienti. I ragazzi, appena lo videro, si slanciarono verso di lui, che se li condusse in casa. In quel bugigattolo ogni cosa misero a soqquadro; i più gremirono i vani di passaggio. Tuttavia un po' di dottrina, un esempio edificante e il canto di una lode mariana ci furono. La do-menica dopo, essendosi aggiunti altri dal vicinato, il problema della sera divenne più grave. Camera, corridoio, scala n'erano stipati. Don Borel condivise la fatica.

Per la Messa e la benedizione la cosa tornava spiccia, perche' Don Bosco al mat-tino, confessati quanti si presentavano, guidava il battaglione alla Consolata o al monte dei Cappuccini o a Sassi o alla Crocetta; nel pomeriggio dopo il catechismo s'andava alla cappella delle scuole di Santa Barbara, diretta dai Fratelli delle Scuole Cristiane. Ma così non si poteva durarla a lungo. L'Arcivescovo, informato della diffi-coltà, scrisse alla Marchesa, pregandola di procurare un locale più ampio. Essa con-cedette di ridurre a cappella due spaziosi ambienti nell'Ospedaletto, ma solo fino all'agosto del 1845, nel qual mese la nuova opera verrebbe inaugurata. L'8 dicembre Don Borel benedisse la cappella, dedicandola a S. Francesco di Sales, del quale la Marchesa aveva fatto dipingere l'immagine sulla porta dell'edificio. Quella fu dunque la prima chiesa dell'oratorio. Degno di nota è che questa denominazione di oratorio ricorre già fin d'allora nei documenti ufficiali della Curia, che vi si riferiscono.

Oltre al vantaggio della chiesa, c'era colà anche un tratto di terreno per la ri-creazione; ma per le classi del catechismo e per le scuole serali bisognava accon-ciarsi come si poteva nel quartierino occupato da Don Borel. e da Don Bosco. I ragazzi, affezionati a Don Bosco, non facevano alcun conto del disagio. " Ciò che più di tutto attrae i giovanetti, scrive egli, sono le buone accoglienze ".

Non ho detto nulla dei mezzi materiali; non si creda che non ne occorressero o che piovessero dal cielo. Don Cafasso e Don Borel davano a Don Bosco; ma di-sponevano di poco. Avevano tuttavia, massime il primo preziose conoscenze in città; gli fecero quindi come da battistrada presso agiate famiglie, disponendo gli animi in suo favore, quando si presentasse per elemosinare. Dura parola questa per Don Bosco! Nulla gli ripugnava più del picchiare alle porte dei ricchi. A Torino poi non si vedevano preti girare per le case chiedendo; redditi fissi e beneficenze alimentavano le Opere pie. Nondimeno vi si piegò, non prevedendo certo quanta parte della sua vita avrebbe dovuto impiegare a stendere la mano.

Nel corso della settimana spendeva molto del suo tempo a confessare le rico-verate del Rifugio e i fedeli in S. Francesco d'Assisi, a predicare in varie chiese o istituti della città, a studiare per allestire le sue prime pubblicazioni. Faceva anche scuola di canto a un coro di Maddalene e dava lezioni di aritmetica ad alcune delle suore che le dirigevano, perchè si preparassero a divenire maestre.

Non dismise le visite settimanali alle carceri; qui anzi sperimentò fruttuo-samente una tattica tutta sua. Si guadagnava alcuni più influenti, che poi d'ac-cordo con lui durante le istruzioni o le conversazioni sollevavano difficoltà e ri-volgevano domande su cose opportune, e riflettenti idee storte dei loro compagni, dando luogo a dialoghi conditi di piacevolezze e ascoltati con interesse. Tanti di quei disgraziati, rimessi in libertà, cambiavano vita, serbandogli schietta grati-tudine. Assisteva anche i condannati a morte; non li accompagnava però al pati-bolo, perchè il cuore non gli reggeva: anzi la vigilia dell'impiccagione rimaneva presso di loro nel confortatorio solamente fino a mezzanotte, cedendo allora il posto a Don Cafasso, che in questa forma di sacro ministero fu non insuperabile, ma inarrivabile. Una volta nondimeno s'indusse a montare sul carro di un giustiziando, ma perchè si trattava di un giovane, e quel giovane voleva lui, e Don Cafasso gli disse di contentarlo. Col giovane andavano alla forca anche suo padre e un terzo disgra-ziato. La sentenza dovette eseguire ad Alessandria. Quivi ogni carro ne portava uno col suo confortatore accanto. Durante il ferale tragitto le ruote giravano lente per la gran ressa lungo la strada. Don Cafasso che si trovava sull'ultimo carro col padre, vide nel carro anteriore Don Bosco bianco come un cencio lavato. A gran voce lo chiamò e gli ingiunse di cambiare con lui. Fu fatto. Sulla piazza delle tre forche un movimento della folla separò il terzo carro dagli altri due, sicchè Don Bosco raggiunse il luogo del supplicio, quando il primo e il secondo pendevano già dal capestro. Fino sul palco ci arrivò; ma li perdette il lume degli occhi e si pose a sedere. Come si riebbe, venivano già trasportati alla Misericordia i tre cadaveri, che egli seguì, ascoltando anche la Messa funebre. Dopo d'allora Don Cafasso non lo invitò mai più alle esecuzioni capitali.

Fra la primavera e l'estate del 1845 l'oratorio fece parlare di se in basso e in alto, lungi dal recinto che prima occupava. La Marchesa non vedeva di buon occhio il tumultuare di tanta ragazzaglia sotto le finestre de' suoi istituti. Don Bosco lo comprese e per l'apertura dell'Ospedaletto si aspettava l'ordine di sgombrare. Pensò dunque a premunirsi. Vicino alla Dora, in una zona solitaria, sorgeva la chiesa di S. Pietro in Vincoli, già cappella cimiteriale. Il cappellano aveva solamente, si può dire, la cura di guardare le tombe dei morti più o meno illustri; chè di vivi ben po-chi amavano bazzicarvi. Don Bosco, intesosi con lui, nel pomeriggio della domenica 25 maggio condusse ivi tutta la sua numerosa brigata.

Molto probabilmente il buon prete non supponeva che fosse così grossa la turba dei monelli; quindi egli e la sua perpetua ne furono atterriti, e questa adirato, quello autoritativamente vietarono a Don Bosco di farvi ritorno. Per timore tut-tavia che le parole non bastassero, il cappellano fece ricorso al braccio secolare, inoltrando una denuncia motivata alla Ragioneria, che era su per giù la nostra Giunta Municipale, ma con maggiori poteri.

Intanto una tragedia inaspettata funestò la tranquilla dimora. Nella notte del 28 morì improvvisamente il cappellano e due giorni dopo la fantesca lo seguì nella tomba. Ho detto inaspettata la tragica fine, ma forse non per tutti. Un tal Mela-notti di Lanzo, giovane giudizioso che stava a fianco di Don Bosco, mentre gli si facevano le due intimazioni, non potè mai dimenticare che egli la prima e la seconda volta aveva chiaramente espresso i suoi dubbi, se per la domenica seguente la donna e il suo padrone fossero per essere ancora in vita. La notizia della doppia fulminea scomparsa terrificò il popolino.

Don Cafasso credette buono il momento per tentare un colpo. Mancato ai vivi cappellano, fece subito qualche passo per ottenere dalla Ragioneria, da cui dipendeva la chiesa, che vi si nominasse Don Bosco. Ma la Ragioneria, dando mag-gior peso alla denuncia in extremis che alla sua raccomandazione, emanò un'ordi-nanza, con cui comminava a Don Bosco l'arresto immediato, se avesse ricondotto i ragazzi in quei paraggi.

Don Bosco, messosi nelle mani della Provvidenza, attese l'immancabile ordine di sfratto dall'Ospedaletto, il quale ordine venne in luglio. Mentre angosciato stu-diava il modo di rimediarvi, ecco un sogno analogo ai precedenti. In un prato cen-tinaia di giovani battagliavano fra loro bestemmiando. Una Signora lo mandò in mezzo ad essi; ma senza un locale e senza aiutanti non conchiudeva nulla, e lo disse alla Signora. - Mio Figlio e gli Apostoli, rispose essa, non avevano un palmo di terra. - Si rimise all'opera; ma senza un edificio, dove ricoverare i più derelitti, era fatica buttata. Poi la Signora gli fece vedere una chiesa piccola e bassa; poi una chiesa più grande con una casa vicina; poi, indicandogli dinanzi a questa un campo coltivato, gli disse che là erano stati martirizzati Avventore e Ottavio (1) (1) Il terzo Martire torinese della Legione Tebea, ferito e fuggito, era motto a Epo-redia (Ivrea).

e posò il piede nel punto preciso del martirio. Tosto crebbe il numero dei giovani, crebbero i mezzi, e sul terreno dei Martiri sorse di botto una grandissima chiesa. Contem-poraneamente chierici e preti si univano a lui, gli davano un po' d'aiuto, ma un dopo l'altro lo abbandonavano. La Signora gl'insegnò un segreto per trattenerli: legar loro la fronte con un nastro che portava scritto Obbedienza. L'effetto fu mirabile: un crescente drappello di aiutanti si stringeva intorno a lui, mantenendoglisi fedele.

Incoraggiato dal sogno, mosse in cerca di un nuovo rifugio. Presso i Molini Dora, che chiudevano allora da quella parte la piazza Emanuele Filiberto, più nota sotto la denomiriazioine popolare di Porta Palazzo, scovò in un vicolo una chiesetta dedicata a S. Martino, che gli parve facesse proprio per lui. Pregò l'Arcivescovo di ottenergliela dal Municipio. Monsignore acconsentì di scriverne a chi di ragione. La sua lettera venne recapitata con un memoriale di Don Borel, che, come cittadino assai conosciuto, rappresentava in quegli anni Don Bosco dinanzi alle autorità. Questa volta la Ragioneria, che, appurate le cose, aveva rilevato l'infondatezza della passata denuncia, non si oppose.

Don Bosco respirò. Nelle ore pomeridiane della domenica 13 luglio si diede l'addio all'Ospedaletto. I giovani sbucarono fuori in massa, portando sulle spalle mobili, paramenti e attrezzi di gioco.

La loro gazzarra servì di pubblicità all'oratorio. Come si raggiunse la mèta e ognuno depose il suo carico dove fu indicato, si fece l'ingresso nella chiesa. Cantata una lode, Don Borel prese la parola. " Quel degno ministro del santuario, scrive Von Bosco nelle Memorie, con una popolarità più unica che rara espresse questi pen-sieri: - I cavoli, o amati giovani, se non sono trapiantati, non fanno bella e grossa testa. Così possiamo dire del nostro oratorio - ". Dalla quale similitudine pigliò le mosse per un felicissimo discòrsetto. La teoria dei cavoli piacque tanto a Don Bosco, che non la dimenticò più; infatti dopo lunghi anni la volle ricordare espressamente nel suo scritto, e certo l'avrà commentata allora qualche volta anche lui ai giovani. Dopo la funzione, si terminò la giornata con un umoristico dialogo, composto da Don Bosco e recitato da alcuni ragazzi dinanzi ai loro compagni nel cortile dei Molini.

Purtroppo però, trascorsi appena due mesi, i cavoli si dovettero nuovamente trapiantare. Spiaceva che mancassero stanze per le scuole del leggere e scrivere e per lezioni di musica vocale; ma il peggio fu la levata di scudi contro quei poveri ragazzi. E la cosa è spiegabile. La piazza Emanuele Filiberto era ed è un immenso mercato generale e perpetuo, e si sa bene che in luoghi simili i monelli sono trattati come i cani in chiesa. Bisognava sentire le invettive delle rivendugliole! Anche il personale dei Molini scagliava fulmini contro quella canaglia, come dicevano. Ma poichè gli attacchi verbali lasciavano il tempo che trovavano, fu presentato al Mu-nicipio un memoriale collettivo, in cui Don Bosco era dipinto come un arrolatore di giovinastri, capace da un giorno all'altro di diventare una minaccia per lo Stato. Le Autorità si commossero. Don Bosco, chiamato a rispondere, invocò un'in-chiesta. Il perito che ne ebbe l'incarico, non trovò traccia dei vandalismi denun-ziati. Forse per questo la denuncia fu messa a dormire.

Intanto la salute di Don Bosco deperiva, destando inquietudini; fatiche e di-spiaceri ne avevano talmente estenuate le forze, che fu necessario costringerlo al riposo. Quindi nei primi giorni d'ottobre, scelti sette giovani dei migliori, se li condusse a Castelnuovo e ai Becchi, dove sperava che l'aria nativa l'avrebbe presto rinfrancato. Stava così male, che, giunto a Chieri, dovette sospendere momenta-neamente il viaggio e coricarsi. Nove giorni dopo, scrivendo dal paese a Don Borel, che faceva le sue veci nell'oratorio, non potè per la debolezza terminare la lettera; anzi poco appresso non si reggeva in piedi nemmeno per dire la Messa. Tuttavia accudiva da lontano alla stampa di una sua Storia Ecclesiastica, che uscì verso la fine del mese, quand'egli rientrava a Torino.

Qui nuove croci lo attendevano. Il segretario della Società dei Molini Dora aveva steso e inviato al Municipio un secondo memoriale assai più grave del pre-cedente. Don Bosco non ebbe modo di parare il colpo. Il 18 novembre un ordine cortese, ma tassativo della Ragioneria imponeva a Don Bosco di lasciare libero il luogo di piazza Emanuele Filiberto col primo dell'anno. Don Bosco si rimise un'al-tra volta alla Provvidenza, che parve ben severa col maggior responsabile. " Il se-gretario, leggiamo nelle Memorie, di nome *** (non mai da pubblicarsi) autore della famosa lettera, scrisse l'ultima volta, giacche fu colpito da un tremolio violento alla destra, dietro a cui, passati tre anni, andò alla tomba. Dio dispose che il figlio di lui fosse abbandonato in mezzo ad una strada e costretto a venire a chiedere pane e ricetto nell'Ospizio che si aprì poi in Valdocco ".

I giovani toccavano i trecento. Di abbandonarli non cadde in mente a Don Bosco neanche la menoma idea. Nelle domeniche ancora concessegli dava loro con-vegno sulla piazzetta della chiesa e, messosi alla testa della schiera, la guidava a una delle chiese dei dintorni, dove, ottenuti i debiti permessi e procuratosi qualche sacerdote per le confessioni, celebrava la Messa e spiegava il Vangelo. A S. Martino gli assidui mal tolleravano la presenza di tanti ragazzi alla loro Messa; inoltre occu-pavano gran parte dello spazio, ne chi disponeva della chiesa permetteva che vi si celebrasse una seconda volta.

Nel dopo mezzodì, fatto il catechismo a S. Martino, si passava la Dora e fin verso al tramonto i campi incolti lungo il fiume offrivano ogni comodità alle ricrea-zioni, che Don Bosco sorvegliava da un rialto. Ma faceva freddo ed egli non si sen-tiva bene; perciò l'ultima domenica dell'Avvento avvertì che a S. Martino non si sarebbe più tornati e che intanto avrebbe cercato un altro luogo.

Fra quella domenica e la seguente ricorreva il Natale. I giovani si riversarono dov'erano sicuri d'incontrarlo, cioè all'Ospedaletto, di cui dall'agosto aveva la dire-zione spirituale. Che fare? Li condusse ad ascoltare le tre Messe in una chiesa vi-cina, e punto fermo. Che differenza dal Natale dell'anno avanti i Gli piangeva il cuore, pensando che i giovani finissero con stancarsi di seguirlo. Perciò con aria di mistero - Vedrete, vedrete, disse loro. Avremo una bella chiesa, una grande casa e un cortilone. Quante belle cose faremo! - Descriveva queste mirabilia con tanto ca-lore, che i giovani lo ascoltarono a bocca aperta e gli credettero a occhi chiusi.

Dal Rifugio le sue ricerche un giorno lo portarono giù per un sentiero campe-stre, che poi divenne la via Cottolengo. Andando, scorse a sinistra una casa isolata nel sito dove sorge oggi la chiesa succursale della parrocchia di Maria Ausiliatrice. Avanzatosi per la stradicciuola che vi conduceva, osservò che la casa non sembrava interamente occupata. N'era proprietario un tal prete Moretta, al quale tanto disse, che ne ottenne in affitto tre ambienti. Li arredò subito in modo da trasformarli in tre aule per le scuole serali, sospese da circa sei mesi. Vi potevano capire un duecento ragazzi. A buon conto un riparo dalla neve e dalla nebbia era trovato. Mancandovi la cappella, si andava per la Messa alla Consolata o a S. Agostino. L'incleménza della stagione non permetteva le ricreazioni all'aperto; quindi egli divertiva i gio-vani con il gioco dei bussolotti. Validamente lo aiutava allora Don Càrpano, gio-vanissimo sacerdote, ricco e amico dei fanciulli; gliel'aveva mandato Don Cafasso. Non si creda che Don Bosco limitasse a' suoi monelli il proprio apostolato giovanile. Avendo amici fra gli insegnanti delle scuole pubbliche, ve li sostituiva con frequenza per l'insegnamento religioso. Ogni sabato andava in due scuole private assai note in Torino. Erano un ginnasio inferiore e un ginnasio superiore, tenuti da due professori, dei quali faremo più avanti la conoscenza. I loro allievi, che appartenevano a famiglie distinte, facevano festa al suo apparire. Confessava pure sovente gli alunni dei Fratelli delle Scuole Cristiane, con i quali religiosi coltivava amichevoli rapporti. Don Rua, loro allievo, dice nei processi che, quando egli entrava in cappella per predicare, i giovanetti scattavano dal loro posto, come se una corrente elettrica li scotesse, gli si stringevano intorno e gli afferravano le mani per baciarle. Quando i superiori annunziavano che tra i confessori c'era Don Bosco, volevano confessarsi tutti da lui.

Michelino Rua aveva allora otto anni. Ai Molini Dora l'incontro di quel ra-gazzino, tutto lindo e ben còmposto, fu per Don Bosco una fortuna che lo com-pensò largamente di tanti sacrifici. Il piccolo rimase preso per sempre dalle sue belle maniere; neanche Don Bosco lo perdette più di vista.

Ma per Torino si mormorava di Don Bosco. Certi conservatori subalpini, com'erano allarmati per le ferrovie, così si adombravano per quella novità di scuole serali e domenicali. Poc'anzi nel 1844 la venuta dell'abate Aporti col suo nuovo metodo d'insegnamento li aveva messi in apprensione. Nell'opera e negli atteggia-menti di Don Bosco essi fiutavano un che di rivoluzionario e financo di ereticale; il fatto è che subornarono ecclesiastici influenti, perché lo tenessero d'occhio. Dominati da simili timori, anche sacerdoti gravi si dicevano fra i denti: - Guai a noi e alla Chiesa, se Don Bosco non è un prete come si deve! - Alcuni tenta-rono di riempire le orecchie anche a Don Cafasso ; ma egli invariabilmente rispon-deva: - Lasciatelo fare.

Un primo ribollire di questi umori scoppiò in una delle consuete conferenze sacerdotali. Venutosi ivi a parlare del catechismo dei fanciulli, il curato del Car-mine ruppe il ghiaccio. Don Bosco disturbava la vita parrocchiale! Quando mai si era visto sottrarre così i giovani ai propri parroci? Don Borel presente non durò fatica a dimostrare che i giovani raccolti da Don Bosco né conoscevano né avreb-bero mai conosciuto alcun parroco a Torino, essendo i più forestieri e gli altri igno-rantissimi e senza freno. La maggioranza gli diede ragione.

Tuttavia la questione fu rimessa con maggior solennità sul tappeto in un'adu-nanza generale dei parroci urbani. La discussione per altro fini bene, cioè con un voto d'incoraggiamento a Don Bosco, perché, mentr'era sentito il bisogno di simili oratorii, non poteva ogni parroco aprirne uno per conto suo.

Scongiurato un pericolo, ecco sorgerne un secondo, e questo non più scongiu-rabile. Gl'inquilini di Don Moretta ebbero pazienza per due mesi, ma poi non ne poterono più. Quei diavoletti di ragazzi erano troppo numerosi e troppo rumorosi; le scuole serali specialmente non lasciavano dormire. Perciò, aut aut: o Don Moretta licenziava Don Bosco o essi disdicevano l'affitto. Il buon prete tutto mortificato fece presente a Don Bosco la propria situazione; ma Don Bosco non aveva aspet-tato tanto a prevedere e a provvedere.

A quattro passi dalla casa di Don Moretta, dove oggi domina sui tetti un alto fumaiolo rossigno che porta a disperdersi nell'aria le esalazioni della sottostante fonderia, stendeva il suo I verde un prato appartenente a certi fratelli Filippi. Lo cingeva una siepe; verso il centro un casotto sembrava messo là a montare la guar-dia. Don Bosco, già prima del licenziamento, aveva stipulato con i proprietari un contratto di affitto, sicchè allora non fece altro che trasportare in quella specie di baita i poveri penati del suo oratorio e avvertire i giovani del mutamento.

Che quei quattrocento giovani potessero sentir gusto a passare le domeniche in un prato, quando per giunta assidera il freddo dell'inverno torinese, sembrerà inverosimile al lettore odierno; ma contro il fatto ragion non vale. Del resto non guardiamo a novant'anni fa con gli occhi di oggi. Al presente il tenore della vita è più elevato nel popolo; allora invece i figli del popolo crescevano in gran parte analfabeti, nè esistevano le molteplici istituzioni nostre di assistenza giovanile, sic-che non solo ai margini della città, ma anche nell'interno il divertimento domeni-cale di moltissimi consisteva in far monellerie d'ogni sorta. Non per nulla i ragazzi dell'oratorio festivo furono battezzati i birichini di Don Bosco. Con regalucci, merenduole, passeggiatine e belle maniere Don Bosco se li tirava dietro dovunque volesse.

L'oratorio dunque nel prato si svolgeva così. Don Bosco di buon mattino vi precedeva la sua turba, che arrivava a stormi. In un dato momento egli, seduto sopra una scranna in mezzo a qualche decina d'inginocchiati sull'erba, ne ascoltava le confessioni, mentre in altre parti sotto la sorveglianza di aiutanti si cantarellava, si giocava, si ascoltava una lettura o un racconto. A un dato momento il rullo di un tamburo chiamava a raccolta, uno squillo di tromba imponeva silenzio, e Don Bosco diceva in quale chiesa si sarebbe andati per la Messa e la comunione. Quindi, ora a squadre, ora a mo' di processione e ordinariamente cantando, l'esercito si metteva in marcia. Fatte le divozioni, i ragazzi si disperdevano verso le loro case.

Dopo il pranzo, nuova adunata nel prato e animati divertimenti. Don Bosco da un capo e Don Borel dall'altro con l'aiuto di alcuni grandicelli stavano in vigile sorveglianza, finché mediante i soliti segnali cessavano i giochi e i chiassi, i giovani si dividevano secondo l'età e l'istruzione e ascoltavano il catechismo; dopo di che o Don Bosco o Don Borel, montato su d'una sedia, teneva un sermoncino. Il canto delle Litanie suppliva alla benedizione. Poi si ripigliavano i trastulli fin verso l'imbru-nire. Naturalmente, quando pioveva, si lasciava piovere e veniva modificato il pro-gramma della giornata.

In quei primi mesi del 1846 Don Bosco organizzò una prima scampagnata a Superga, la quale fu poi seguita da tante altre fino al 1864. Nel modo come si svolse, vediamo darsi la mano lo zelo dell'apostolo e l'istinto dell'educatore. Sentiva egli che per rallegrare la marcia ci voleva il suono della banda o almeno di una fanfara, che non c'era; vi supplì con il portentoso strepito di un tamburo, di una tromba, di un violino e di una chitarra. Ai piedi della salita lo attendeva un cavallo fanta-sticamente bardato. Glielo mandava, secondo l'intesa, Don Borel, da lui spedito innanzi a fare i preparativi; un biglietto del medesimo sacerdote gli diceva di salire tranquillamente con i cari giovani, perchè era pronto per tutti il pranzo. Don Bosco, montato in sella e creato un momento di generale aspettazione, lesse ad alta voce il messaggio fra il giubilo della già allegra carovana.

A Superga il re Carlo Alberto aveva nel 1833 eretta un'Accademia ecclesia-stica per la formazione di un'eletta del clero agli alti studi religiosi. La presiedeva allora il dotto Don Audisio. Questi e il parroco, si prestarono volentieri a quanto potesse occorrere per rifocillare e far stare allegra la brigata.

Finito il pranzo, Don Bosco chiamò attorno a se i giovani e sulla spianata della Basilica narrò loro in modo piacevolissimo la storia del monumento; poi li condusse a visitare la sala dei Papi, la chiesa e le tombe sabaude; li fece salire da ultimo sulla cupola, donde si gode la vista di un panorama dei più incantevoli che vi siano al mondo. Segui la benedizione, nella quale un coro di voci bianche, da lui accom-pagnate sull'organo, cantò il Tantum ergo con grande sorpresa degli accademisti e del popolo accorso, avvezzi a udire soltanto voci virili.

Dopo la funzione vennero innalzati alcuni palloni aerostatici. Infine Don Bosco, a titolo di ringraziamento da parte dei suoi birichini, ebbe il coraggio di piantare sotto le finestre del Preside i suoi quattro sonatori e fargli lacerare gli orecchi con una serenata in suo onore! Uomo di spirito, quegli avrà ripetuto senza dubbio il sit voluisse satis, o il suo equivalente laudanda voluntas.

A Torino quella sera con la descrizione della giornata il nome di Don Bosco riempì le famiglie popolane; Don Bosco incominciava a divenire sinonimo di quella novità che i ragazzi avevano imparato a chiamare oratorio.

Povero, bersagliato oratorio! Vi sono momenti storici, nei quali il dar colore politico a un'istituzione anche ottima suol essere il mezzo più efficace per gettarla a terra. S'entrava allora in un periodo di grandi rivolgimenti, in cui non tutto era puro. Tre aspirazioni incontravano il favore popolare: svecchiare sistemi di governo troppo ligi al passato, fiaccare la prepotenza dell'Austria sulle cose italiane e far trionfare il principio di nazionalità. Anche cattolici d'un sol pezzo potevano in coscienza partecipare a moti di tal natura. Ma capi occulti miravano anche, se non soprattutto, a ben altro. Miravano a colpire le libertà ecclesiastiche, l'opera della Chiesa nell'istruzione, l'influenza del clero e l'esistenza degli Ordini religiosi. I settari, impotenti a fare da soli, trassero nella propria orbita i liberali, molti dei quali si lasciarono rimorchiare nella speranza di potere a tempo e luogo infrenare i violenti. Il cittadino onesto, che non disponesse di aderenze e non amasse spingersi tant'oltre, doveva navigare fra scogli assai pericolosi.

Don Bosco lo conobbe per prova nella primavera del 1846. Tutti vedevano, com'egli riuscisse a farsi ubbidire da giovani d'ogni risma. Gli uni lo ammiravano, ma altri in tanta popolarità credettero di ravvisare un'arma sospetta. La pensava così anche il marchese Michele Benso di Cavour, padre di Gustavo e di Camillo e vicario di Torino, capo cioè del potere urbano, qualcosa più del nostro podestà. Egli stesso un giorno, scorgendo un prete seduto sull'erba nei prati della Cittadella fra un gruppo di giovani e sentendo che si chiamava Don Bosco, aveva esclamato - Costui o è pazzo o è uomo pericoloso. - Quando pertanto le male voci arri-varono fino a lui, lo chiamò issofatto ad audiendum verbum.

Il colloquio, se non fosse stata la calma di Don Bosco, sarebbe finito tempe-stosamente. Egli tentava di spiegare, di ragionare, di mostrare che i suoi assembra-menti non avevano ne potevano avere scopi politici; ma il Marchese non permet-teva discussioni e badava a ripetergli: - Lasciate in libertà quei mascalzoni! - Infine gliela cantò chiara: - Io sono assicurato che le vostre radunanze sono peri-colose, e perciò non le posso più tollerare.

Rientrato in casa, Don Bosco trovò la giunta alla derrata. Una lettera dei fra-telli Filippi lo diffidava a ridare libero il prato entro quindici giorni. Essi non avreb-bero mai immaginato che i suoi ragazzi dovessero pestare il terreno in modo da farne addirittura una soda e sterile aia. Tutto congiurava contro l'oratorio.

Della sua chiamata al Vicariato Don Bosco informò subito l'Arcivescovo, che lo incoraggiò e gli promise protezione. Visitò pure il senatore conte Provana di Collegno per raccomandargli i suoi giovani; questi, essendo Ministro al Controllo generale, noi diremmo delle Finanze, godeva gran credito anche a Corte. Quando potè ritenere che uno scambio d'idee ci fosse stato fra il Conte e il Marchese, pregò quest'ultimo di accordargli un'udienza. Ivi con parola pacata s'ingegnò di levargli dall'animo i suoi preconcetti. Era un pestar l'acqua nel mortaio.

- Ma che cosa importa a lei di questi mascalzoni? conchiuse irritato il Vi-cario. Non si prenda di queste responsabilità!

Meno male che non insistette sull'ordine di scioglimento. Il Marchese, buon cattolico, non si sarebbe mai messo in conflitto con l'Arcivescovo. La Questura però dai primi di marzo aveva avuto l'ordine di sorvegliare Don Bosco; quindi ogni domenica guardie di città e carabinieri facevano la ronda intorno al prato e seguivano a distanza i birichini, quando erano condotti alla Messa o a qualche gita.

Ora scendono in campo gli amici. Quel non sapersi staccare dai ragazzi, quel cercarne sempre di nuovi, quel visitarli sul lavoro parvero sintomi di monomania acuta. Amici sinceri ne aveva Don Bosco nel clero cittadino. Egli che da loro avrebbe preferito un aiuto a cinquanta consigli, doveva ascoltare da questo e da quello rac-comandazioni di non compromettersi facendo cose tanto contrarie alla tradizionale gravità del clero torinese, di attendere prudentemente tempi migliori, insomma di non voler tentare l'impossibile. Don Bosco lasciava che dicessero, ma nelle sue risposte affermava costantemente la certezza che avrebbe avuto un giorno chiesa, casa, scuole, officine, maestri d'arte, chierici, preti... A poco a poco s'ingenerò la per-suasione che egli perdesse ogni dì più la testa. I veri amici n'erano addolorati; gli indifferenti crollavano il capo; gli emuli ridevano. Intorno a lui si faceva il vuoto.

Le dicerie sull'impazzimento di Don Bosco si diffusero a segno, che la Curia Arcivescovile, temendo l'avverarsi di fatti lesivi della dignità sacerdotale, deputò un prudente ecclesiastico a esaminarne le condizioni psichiche. Quegli agì con estrema delicatezza; ma anche a lui la fidanza di Don Bosco parve indizio certo di allucina-zione mentale.

Il caso fu presentato e discusso in una delle periodiche conferenze di morale per il clero. Tutti convennero su due punti: che bisogna impedire in tempo una dolorosa catastrofe e che la cura sollecita di un alieni vrebbe forse potuto scongiurare ogni pericolo. Così s'arrivò alla conclusione e era necessario inter-nare Don Bosco nel manicomio e si avvisò ai mezzi pportuni Don Ponzati, par-roco di S. Agostino, e il giovane Don Nasi, amici entrambi di Don Bosco, accet-tarono l'incarico di eseguire la caritatevole missione Vennero presto sbrigate le pratiche preliminari. Un pomeriggio pertanto i due messi, portatisi all'Ospedaletto e ricevuti da Don Bosco, si profusero da prima in convenevoli; poi, venuti a dire delle sue fatiche er l'oratorio, deplorarono che si rovinasse la salute. Intanto una boccata d'aria gli avrebbe fatto bene e, se gra-diva, si offrivano di accompagnarlo fuori con la carrozza.

Chi troppo s'assottiglia, si scavezza. Per fortuna la follia di Don Bosco era ancora abbastanza ragionante da argomentare che cosa covasse sotto i complimenti degl'improvvisati diplomatici. Facendo l'ingenuo, aderì all'invito e discese con essi. La carrozza c'era veramente, e carrozza chiusa. Uno dei due aprì nervosamente lo sportello e accennò a Don Bosco di accomodarsi. - Mai! rispose. Prima loro! - Deferenti, montarono. Mentre con la schiena rivolta a lui concertavano dove lasciargli il posto, egli, un colpo allo sportello e: - Di trotto, al manicomio - disse al cocchiere, guardandolo con intelligenza. L'uomo sferzò, sferzò, sferzò; dopo non più di due minuti la carrozza infilava rumorosamente il portone già spaancato, che in fretta e furia si richiuse dietro. I custodi che aspettavano un prete solo, vedendone due che si agitavano per uscire e non sapendo quale fosse il de-signato, non vollero sentir ragioni, ma li spinsero entrambi in una cella, serrarono e andarono per istruzioni. Dopo circa un quarto d'ora, comparve il Direttore spi-rituale a metterli in libertà. Della pazzia di Don Bosco da quel giorno più nessuno fece motto.

Tutto è bene quello che finisce bene; ma qui il proverbio si applica soltanto all'episodio narrato, poichè bene non finirono allora per Don Bosco le maldicenze. "Tutti i miei collaboratori, scrive egli, mi lasciarono solo in mezzo a circa quat-trocento ragazzi "f Anche Don Cafasso ? Don Cafasso " consigliava di temporeg-giare ". Anche Don Borel ? Don Borel " taceva ". E l'Arcivescovo " lasciava fare ". Triste spuntò per lui il 5 aprile 1846, domenica delle Palme, ultima del prato. Confessati i ragazzi, s'incamminò con loro alla Madonna di Campagna, romita chiesetta dei Cappuccini al di là della Dora. Aveva avvertito i giovani che vi si re-cherebbero in pellegrinaggio per ottenere la grazia di trovare presto un altro luogo. La recita del Rosario e il canto delle Litanie lauretane occuparono tutto il tempo. Come dalla strada maestra s'imboccò il vialetto che mette al convento, le campane sonarono a distesa. Mai in passato i giovani vi avevano incontrato si festosa acco-glienza. E il bello si fu che il Guardiano, uomo tanto serio che era confessore del Re, per quanto indagasse, non venne mai a capo di scoprire chi avesse ordinato o fatto quello scampanìo. Per questo si sparse la voce che le campane avessero sonato prodigiosamente da sè.

Alla sera, tutto come le altre volte; ma non come le altre volte appariva Don Bosco. Qui egli solo può dirci che cosa gli passasse dentro. "In sulla sera di quel giorno rimirai la moltitudine dei fanciulli che si trastullavano; considerava la co-piosa messe che si andava preparando pel sacro ministero; mi sentii vivamente commosso. Era senza aiutanti, sfinito di forze, e di sanità male andata, senza sapere dove avrei in avvenire potuto radunare i miei ragazzi. Pertanto, ritirandomi in di-sparte, mi posi a passeggiare da solo, e forse per la prima voltà mi sentii commosso fino alle lacrime. Passeggiando e alzando gli occhi al cielo: - Mio Dio, esclamai, perchè non mi fate palese il luogo in cui volete che io raccolga questi fanciulli? O fatemelo conoscere o ditemi quello che debbo fare ".

La preghiera che, nata dal dolore, si levava a Dio sulle ali della speranza, non fu vana.

 

CAPO IX

LA TERRA PROMESSA

Nel Communio della Messa di S. Giovanni Bosco il celebrante legge queste parole, che S. Paolo nella lettera ai Romani scrive del patriarca Abramo: Contra spem in spem credidit, ut fieret poter multarum gentium. Anche Don Bosco il 5 aprile 1846, contro le umane speranze, credette e sperò di dover essere padre a molti e molti figli. Egli pregava ancora piangendo in un angolo del prato e già dalla parte opposta moveva verso di lui chi era mandato a tergergli il pianto. Il Rifugio, i Molini, la casa col prato limitrofo non erano state se non le tre stazioni indicategli come le tappe verso la sua terra promessa. Il messaggero della Provvidenza, povero orec-chiante, aveva proprio preso Roma per toma: veniva a offrirgli un luogo per la-boratorio. - Oratorio, non laboratorio - corresse Don Bosco. Ma per colui era tutt'uno. Del resto anche a Don Bosco non importava il nome, ma la cosa.

E la cosa, a dir vero, aveva nome tettoia e distava appena duecento metri dal prato delle lacrime. Un tal Pinardi proprietario gliela cedeva in uso per lire trecento all'anno. - Ve ne sborso trecentoventi, rispose Don Bosco, se mi date anche quella striscia di terreno per far giocare i miei ragazzi e se per la prossima domenica mi mettete tutto in ordine. - Si addivenne tosto al contratto. L'istrumento reca la data retrocessa del 1° aprile e la firma di Don Borel; la locazione durava fino al 30 aprile del 1849.

Dopo il primo incontro col Pinardi, Don Bosco affrettò giubilante il passo verso il prato per comunicare la lieta novella ai giovani, che, consci poc'anzi della sua trepidazione, improvvisarono allora una dimostrazione di pazza gioia, prova manifesta dell'attaccamento che ormai avevano alla sua persona.

Mettere tutto in ordine in una settimana voleva dire fare per lo meno un mezzo miracolo. Bisognava abbassare di cinquanta centimetri lo sterrato della tettoia perchè questa avesse internamente maggiore altezza, fare l'assito del pavimento, riat-tare i cannicci del soffitto e i muri. Il padrone ci s'era impegnato e il miracolo fu fatto. L'Arcivescovo dal canto suo aveva accordato a Don Borel la facoltà di be-nedire la cappella, dedicata a S. Francesco di Sales. Questa predilezione di Don Bosco per il Vescovo di Ginevra aveva il suo gran perchè; lo rivelerà egli stesso fra breve nel regolamento degli oratori, dove dirà che, se da questo genere di occu-pazione si vogliono cogliere buoni frutti, è necessario proporsi a modello il Salesio nella carità e nelle buone maniere. La domenica 12 aprile dunque, solennità di Pasqua, non mancava nulla a prendere possesso della cappella. " Una vera me-schinità ", scrive Don Bosco; eppure quella meschinità servì per sei anni.

Il senso di sicurezza che ne derivò, fece crescere presto fino ai settecento il nu-mero dei giovani; la bontà poi inesauribile di Don Bosco a escogitare continue novità ne incatenava i cuori. I sacerdoti già suoi aiutanti ritornavano, altri se ne aggiunge-vano: segnalato fra tutti l'intrepido " Don Borel. è Don Bosco che onora di questa qualifica il pretino dalle umili sembianze, ma tutto fuoco di zelo sacerdotale. Di siffatto lavorio si toccavano con mano i frutti. Scrive Don Bosco: " I giovani da quel punto furono più assidui e meglio custoditi. Era meraviglioso il modo col quale si comandava una moltitudine poco prima a me sconosciuta, della quale in gran parte poteva dirsi con verità che era sicut equus et mulus, quibus non est intellectus ".

I Sacramenti, la Messa e il catechismo furono i tre capisaldi, su cui si reggeva l'ingranaggio dell'oratorio di S. Francesco di Sales. Aperta di buon mattino la chiesa, chiamiamola così, Don Bosco sedeva al confessionale fin verso le nove, quando saliva all'altare. A quelle ore preti non ne potevano venire in suo aiuto, perchè tutti occupati nei loro ministeri domenicali; quindi guidavano le orazioni e preparavano i compagni alla comunione i più giudiziosi fra i grandi, che conti-nuavano l'assistenza anche nel cortile. Dopo la Messa Don Bosco in un primo tempo spiegò il Vangelo; appresso vi sostituì la narrazione della Storia Sacra e della Storia Ecclesiastica, che gli porgeva il destro alle più svariate applicazioni. La sperimentò di tanta utilità, che seguitò così per vent'anni. Il catechismo si faceva alle quattor-dici e mezzo. Vi precedeva un'ora e più di ricreazione e vi tenevano dietro un ser-moncino e la benedizione. A poco a poco s'introdusse pure il vespro della Ma-donna. Il rimanente della giornata veniva impiegato in vario modo: insegnamento delle preghiere a chi non le sapeva, lezioni di catechismo a più adulti che non ave-vano ancora fatta la prima comunione, scuola di canto a quelli che possedessero una bella voce, esercizio di lettura per gli analfabeti. La gran massa si abbandonava ai divertimenti, mentre Don Bosco si aggirava in qua e in là sedando risse, dicendo buone parole, sorvegliando e studiando tutto il suo piccolo mondo.

L'ora della separazione dava luogo ogni volta a scene senza precedenti negli annali dell'educazione popolare. Cadeva la notte e bisognava ritirarsi. I giovani saluta-vano e risalutavano Don Bosco; poi tornavano indietro a gridargli la buona sera e gli scorrazzavano avanti e indietro, come fa lo sciame dei moscerini svolazzanti intorno alla fiammella. Ma il bello veniva alla fine, quando la massima parte se n'era andata. I più robusti, strettisi alla persona di Don Bosco, improvvisavano con le braccia uno scanno, sul quale lo forzavano ad assidersi e fra il gaio vocìo degli altri lo portavano in trionfo fino al rondò vicino, dove egli scendeva e intonava le prime strofe di alcune lodi sacre. Il canto della giaculatoria " Lodato sempre sia - il nome di Gesù e di Maria " era il segnale del termine. Allora si faceva silenzio generale. Egli augurava la buona sera e una buona settimana e con un affettuoso " arrivederci domenica " prendeva congedo.

Che un prete si accaparrasse la benevolenza di tanta gioventù, dava nei nervi a certa gente, che montò di nuovo la testa al Marchese di Cavour. Il Vicario, chia-mato Don Bosco un'altra volta nel suo ufficio, gli fece un'intemerata che mai la più solenne. Don Bosco tentò ogni via per ispiegare la propria condotta; ma l'altro gli chiudeva sempre la bocca e non ci fu verso di placarlo.

Fallitagli già la speranza di avere l'Arcivescovo dalla sua, il Marchese risolvette di spuntarla per mezzo della Ragioneria. La convocò pertanto in seduta straordi-naria, alla quale ottenne che intervenisse pure l'Arcivescovo. Se ne dissero di cotte e di crude contro quei poveri ragazzi di Don Bosco. La votazione stava per essere un disastro; ma sul più bello scoppiò una bomba.

Era presente il summentovato Conte di Collegno, che ripetute volte aveva parlato dell'oratorio al Re Carlo Alberto, del quale Don Bosco scrive: " Mi ha più volte fatto dire che egli molto stimava questa parte di ecclesiastico ministero, paragonandola al lavoro delle Missioni straniere ed esprimendo vivo desiderio che in tutte le città e paesi del suo Regno fossero attivate simili istituzioni ". Anzi per strenna del capo d'anno gli aveva mandato un sussidio di trecento lire con la de-dica: " Ai monelli di Don Bosco ".

Orbene il Conte, rimasto fino all'ultimo silenzioso, quando la discussione s'avvicinava alla chiusura, domandò la parola. Avutala, disse che aveva l'onorevole incarico di comunicare all'assemblea un augusto volere. Sua Maestà gliel'aveva espresso in questi termini: " è mia intenzione che queste adunanze festive siano promosse e protette; se vi è pericolo di disordini, si studi la maniera di prevenirli e d'impedirli ". Più nessuno interloquì, e l'adunanza fu sciolta.

Il Marchese s'allontanò corrucciato. Volle rivedere Don Bosco, al quale, pur non mettendone in dubbio le buone intenzioni, ripetè i suoi timori, il proposito di farlo sorvegliare e la minaccia dei rigori della legge al primo atto compromet-tente. Ma da quel giorno parecchi Ragionieri si fecero di Don Bosco amici e be-nefattori.

Le guardie pedinavano realmente le persone dell'oratorio e spiavano ogni cosa; nè facevano per burla, perchè volta per volta dovevano presentare i loro bravi rap-porti. Uomini ordinariamente ben poco di chiesa e costretti a piantonare anche le funzioni, ascoltavano certe prediche!... Don Bosco il 27 dicembre 1877 disse che allora predicando batteva forte sui novissimi, apposta per far breccia in loro, e con quali effetti! Or l'uno or l'altro gli si accostava dopo, pregandolo di confessarlo. S'immagini quali fossero poi le loro relazioni sull'andamento dell'oratorio.

Don Bosco non ignorava essere cosa che fa ruminar fiele il restar sotto l'impres-sione di una sconfitta; quindi volle ad ogni costo rabbonire il Marchese. Grazie ai buoni uffici di una persona accetta, impetrò di poterglisi ripresentare. La conver-sazione si svolse serena, sicchè quegli finì con dichiararsi pienamente soddisfatto. Rimaneva nondimeno un punto per lui alquanto oscuro, dove cioè trovasse Don Bosco i fondi per sostenere tante spese. Rispose che egli confidava unicamente nella Divina Provvidenza; ma la risposta dovette essere data con sì avvincente amabilità, che il Marchese si commosse e gli donò duecento lire. In seguito Don Bosco non cessò di visitarlo, accolto sempre da lui con vera cordialità, massime nel lungo e doloroso periodo dell'ultima sua malattia.

Nelle autorità costituite Don Bosco distingueva fin d'allora le persone dai loro atti. Alle persone portava rispetto né tollerava che i suoi dipendenti, secondo il malvezzo comune, le denigrassero; degli atti giudicava alla stregua delle leggi divine ed ecclesiastiche. Se era necessario, vi si opponeva; ma necessario non giudicò mai il venir meno per questo alle esigenze della carità e della moderazione cristiana. Aveva vinto il Marchese di Cavour, ma non potè vincere la Marchesa di Ba-rolo. Era stata essa otto mesi a Roma per far approvare da Gregorio XVI le Regole de' suoi istituti. Al ritorno parecchie cose le dispiacquero. Le dispiacque che il suo cappellano avesse dato a ridire nelle sfere municipali e che ciò nonostante si ostinasse a distrarre la propria attività dalle opere del Rifugio per correre dietro ai giovani; le dispiacque non meno che egli avesse causato, secondo lei, dicerie sulle condizioni del suo cervello. A tutto questo ella non vedeva che un rimedio, di-staccarlo da quei benedetti ragazzi.

E il momento le parve propizio. La salute di Don Bosco declinava a vista d'oc-chio. Un riposo di alcuni mesi lontano da Torino, rimettendolo in forze, gli avrebbe fatto dimenticare la sua ragazzaglia. Gliene parlò seriamente alla presenza di Don Borel e gli offerse cinquemila lire, perché andasse fuori e si sottoponesse a una certa cura. Don Bosco la ringraziò di cuore, ma francamente le disse che egli non si era fatto prete per curare la sua salute.

Caritatevole in sommo grado, ma autoritaria, l'aristocratica signora si sentì ferita da simile risposta; tuttavia volle rinnovare il tentativo. Irremovibili entrambi nelle loro decisioni, non si sarebbero mai potuti intendere. sull'oggetto in contrasto. Finalmente la dama gli annunziò che egli era congedato; ben comprendendo peral-tro che il licenziare un prete così su due piedi avrebbe fatto nascere cattivi sospetti, gli concesse ancora tre mesi di tempo.

Nell'attesa tornò varie volte all'assalto. Un giorno gli mandò Silvio Pellico, suo segretario, perché si adoperasse a smuoverlo dal proposito. Poi un abbocca-mento con Don Cafasso la indusse a spiegarsi meglio per iscritto. Ai pensieri di lei il Pellico diede forma squisita in una lunga lettera a Don Borel, nella quale la più luminosa espressione è là dove la Marchesa afferma che nel suo primo incontro con Don Bosco trovò in lui " quell'aria di raccoglimento e di semplicità, propria delle anime sante ". Non accennava però a recedere dalla sua deliberazione; ma neanche Don Bosco si lasciò espugnare. Tutto ciò avveniva nella prima metà di maggio del 1846; in tre mesi Don Bosco aveva tempo di fare tante cose.

Una di queste, anzi la più urgente, era di procurarsi un tetto. La cappella del-l'oratorio s'incorporava a una casa del Pinardi, appigionata nelle sue varie parti a gente di fama molto equivoca. Don Bosco decise di conquistarsi a poco a poco l'intero edificio. Perciò, divenute vacanti tre stanze, le affittò pagando subito, ma limitandosi a prenderne le chiavi per evitare contatti coi pessimi inquilini.

Certi uomini grandi si direbbe che hanno il cervello a scompartimenti o a settori isolabili, sicchè possano metterne in azione parecchi nel medesimo tempo, senza che si producano collisioni o interferenze. Occupazioni e preoccupazioni della na-tura di quelle descritte fin qui non distrassero punto Don Bosco da lavori di pen-siero e in cui si vede com'egli intendesse di non camminare a ritroso dei tempi. Correvano gli anni dei congressi agrari. è vero che tali riunioni facevano da paravento a segrete intelligenze politiche; pure determinarono in Italia una buona corrente di idee e di opere, che davano impulso al progresso agricolo della penisola. Don Bosco volle recarvi il suo contributo. Figlio di una fra le più vinicole regioni d'Italia, compose e pubblicò un manuale intitolato L'Enologo Italiano, in cui trat-tava ampiamente della produzione, della conservazione e del commercio dei vini. Un altro argomento di pubblica utilità richiamò la sua attenzione. Col 1850 doveva andar in vigore un regio editto del 1845 sull'uniformità dei pesi e delle misure, fondata sul metro. Il provvedimento imposto da esigenze economiche e sociali sconvolgeva le vecchie abitudini del popolo piemontese, esponendo anche gl'ignari a pericoli d'inganno da parte di malvagi speculatori. Per illuminare le menti, popolarizzare la novità e rendere più difficili le frodi, egli compilò un trat-tatello sul Sistema metrico decimale, diffondendolo a migliaia di copie per soli dieci centesimi la copia. Gliene piovvero encomi dalla stampa e dalle autorità.

Don Bosco ebbe anche una genialissima trovata. Compose otto dialoghi, che fece recitare a mo' di dramma, nel quale otto coppie di attori esponevano succes-sivamente i principi fondamentali del sistema e tutte le relative applicazioni. Sul palco l'apparato scenico variava secondo l'impostazione dei singoli dialoghi. Il preparare i giovani ad eseguire tale rappresentazione gli dovette costare chi sa quante fatiche; ma i signori che vi assistettero, la gustarono assai. Il celebre pedagogista Aporti disse: - Don Bosco non poteva immaginare un mezzo più efficace per ren-dere popolare il sistema metrico decimale; qui lo s'impara ridendo.

Ma chi troppo tira, l'arco si spezza. In luglio l'instancabile lavoratore fu a un pelo di cadere sulla breccia. La sera di una domenica, tornato a casa dalle solite fatiche, ebbe uno svenimento. Riavutosi, dovette mettersi a letto. Si manifestò in breve una fiera bronchite. Il male prese rapidamente una forma di gravità così allarmante, che di lì a poco gli furono amministrati gli ultimi Sacramenti. Le spe-ranze di salvarlo si attenuavano di giorno in giorno.

Lo spettacolo dei giovani si fece allora commovente. Ne assediavano dì e notte la dimora. Sì, anche di notte, perchè gli uni, smaniosi di vederlo e respinti ineso-rabilmente dall'infermiere, pazientavano là fin molto tardi nella speranza di poter entrare, e altri si prestavano a gara per l'assistenza notturna. Quante preghiere e quante comunioni facevano per il caro infermo! Taluni vi aggiunsero voti scon-siderati, come di digiunare per parecchi anni. Don Bosco attendeva tranquillo la sua ultima ora, che sembrava ormai prossima a scoccare.

L'inconsolabile Don Borel riteneva per fermo che, se Don Bosco pregasse anche lui per la propria guarigione, Dio l'avrebbe esaudito. Una notte, vedendolo agli estremi, cercò d'indurvelo. Egli tacque. L'altro insistette. Gli rispose con un fil di voce: - Lasciamo che si compia la volontà di Dio. - Finalmente, per fargli piacere, mormorò queste parole: - Sì, o Signore, se vi piace, fatemi guarire. - Don Borel si sentì allargare il cuore, come narrò tante volte negli anni seguenti. Infatti non restò deluso; il dì appresso i medici, che temevano di trovarlo morto, lo dichiararono fuori di pericolo.

A sì lieta novella i giovani nell'oratorio spiccavano salti e mettevano grida di gioia. Una domenica sera eccolo avanzarsi appòggiato al bastoncello. Che delirio nel cortile! Alcuni più aitanti, afferrato un seggiolone, gli corsero incontro, ve lo fecero adagiare e lo portarono in mezzo alla turba festante. In cappella Don Borel parlò della grazia ottenuta; poi intonò il Te Deum. Prima di andar via, Don Bosco, infor-mato di quei tali voti, ne fece la commutazione; distribuì inoltre piccoli regali e promise che avrebbe comperato nuovi giochi. Dopo parti per la convalescenza. Era la seconda settimana di agosto. Ben crollato da un somarello, com'egli scrisse a Don Borel, accompagnato da un giovane studente oratoriano, giunse a Castel nuovo. La filiale affezione dei ragazzi per la sua persona giovò grandemente a Don Borel per tenere in vita l'oratorio, durante la sua assenza.

Quest'assenza si protrasse per tre mesi. Egli scriveva di tratto in tratto al suo rappresentante, da cui riceveva pronte risposte. Col tempo i giovani, riunendosi in squadre, andavano a trovarlo. Abbreviavano bensì il cammino, prendendo scor-ciatoie; ma fra andata e ritorno era sempre una bella passeggiata.

Lo dice anche il Vangelo che, dov'è il cuore, ivi è il nostro tesoro. Si aveva un bel raccomandare a Don Bosco di vivere tranquillo ai Becchi per qualche anno! Il cuore di Don Bosco era a Valdocco ed egli aspettava Ognissanti per farvi ritorno.

Una sola cosa lo impensieriva, l'affare dell'alloggio. Appena partito lui da Torino, la Marchesa aveva dato ordine di sgomberarne l'appartamento per instal-larvi il nuovo cappellano. Allora Don Borel fece trasportare i pochi oggetti di Don Bosco nelle camere affittate, arredandone due molto economicamente con mobili acquistati per incarico di lui sul mercato delle robe usate. Ma abitavano ancora nella casa pigionali, che era indecoroso per un prete e pericoloso per altri avere vicini. Dico per altri, giacchè Don Bosco, non avendo più come prima chi lo ser-visse, doveva necessariamente prendere con sè qualche persona che accudisse alla cucina, alla pulizia e a tutto il resto. Ora mentr'egli studiava una soluzione, Don Cinzano un giorno gl'insinuò che avrebbe potuto condurre con se la madre.

Fu proprio l'uovo di Colombo. Ma come rimuoverla a quell'età dal suo pic-colo regno dei Becchi? E per condurla dove? In un mondo tutt' affatto diverso e fra sacrifici d'ogni sorta. Pensando e ripensando, si rappresentò pure la santità di quella donna e le fece la proposta. Ella misurò di primo tratto il certo che la-sciava e l'incerto a cui andava incontro; poi conchiuse dicendo: - Se ti pare che questa cosa possa piacere al Signore, io sono pronta a seguirti. - Don Bosco be-nedisse Iddio, ringraziò la madre e si accinse ai preparativi della partenza.

Che strappo al cuore di mamma Margherita nel dire addio a quella casuccia, che era per lei una reggia e un nido di memorie! Il mattino del 3 novembre scese per l'ultima volta la scaletta di legno che le scricchiolava quasi gemendo sotto i piedi, si voltò indietro per impartire ancora qualche ordine, e fra le lacrime dei figli, dei nipotini e dei conoscenti volse il passo giù verso il noto sentiero. Don Giovanni si unì a lei, e uno dietro l'altra si misero per il viottolo. Ogni pianta, ogni pietra, la fontana sembravano aver occhi e dare a Margherita un ultimo sguardo di muta tenerezza. Eccoli sulla strada maestra. Un'occhiata ancora al colle vestito dei primi raggi del sole, un'altra occhiata alla biancheggiante via da percorrere, e avanti. La madre portava infilato al braccio un canestro di biancheria con altri effetti più indispensabili e camminava un po' inclinata sul fianco opposto; il figlio le an-dava a sinistra, reggendo con la mano un involto che conteneva alcuni quaderni, un messale e il breviario. Viaggiarono così a piedi fino a Torino.

Al rondò di Valdocco s'imbatterono in un prete, Don Vola, il più giovane dello stesso nome. Egli trasalì al vedere com'erano stanchi e impolverati; sgranò gli occhi, quando seppe che la donna era la madre di Don Bosco. Dopo la presen-tazione, la prima domanda fu perchè avessero fatta tanta strada a piedi. Capì che venivano alla merce della Provvidenza. Commosso fino alle lacrime, si frugò nelle tasche; ma, non trovando altro, si staccò l'orologio e lo mise nelle mani dell'amico. Don Bosco disse alla madre: - Ecco che la Provvidenza pensa a noi.

Pochi minuti dopo erano dinanzi alla nuova dimora. La povertà vi regnava sovrana. " Al vederci in quelle camere, scrive Don Bosco, sprovvisti di tutto, mia madre disse scherzando: - A casa aveva tanti pensieri per amministrare e coman-dare; qui posso stare più tranquilla, perchè non ho nulla da maneggiare e nessuno da comandare ". Alcuni ragazzi dell'oratorio, accortisi che c'era Don Bosco e venuti sotto la finestra, li udirono cantarellare la lode all'Angelo Custode, che co-mincia col verso: " Angioletto del mio Dio ". Don Bosco se l'era fatta comporre da Silvio Pellico e applicatavi l'aria di una canzonetta popolare, l'aveva insegnata ai giovani. Chi sa quante volte nel passato ottobre, dedicato agli Angeli Custodi, mamma Margherita l'aveva sentita dai ragazzi di Morialdo attorno a suo figlio!

Corsa la voce del suo arrivo, una fiumana di giovani la domenica seguente inondò l'oratorio, essendosi ai vecchi uniti dei nuovi, attratti dalla curiosità di vedere quel Don Bosco, del quale avevano udito tanto parlare. Per la sera Don Cafasso aveva preparato una festicciuola in suo onore. Don Bosco, seduto sopra un'umile sedia presso la cappella e mirando dinanzi a sé la folla dei giovani, ascoltò qualche canto religioso. Poi Don Carpano gli lesse alcuni suoi versi, che vennero cantati da un coro su musica di Don Nasi. Un giovane che da tempo seguiva Don Bosco quasi come l'ombra il corpo, Giuseppe Buzzetti, conservò la poesia. Non è un capolavoro; ma ha una finale che proclama Don Bosco: L'uomo saggio, l'uomo pio, L'uomo adorno di virtù.

Il concetto è ingenuamente espresso; ma rispondeva senza dubbio all'opinione che si formava di Don Bosco chi allora lo conosceva e lo comprendeva. Quanto a se, egli scrive: " Ritornando all'Oratorio, ho continuato a lavorare come prima ".

 

CAPO X

L'OPERA DEGLI ORATORI

Volere o no, c'era stato sempre fin qui un po' di caotico nell'ammassamento di tanti giovani. Instabilità di sede e quindi vita errante, sempre angustie di spazio e difetto di locali, scarsezza di aiutanti e in quel certo caso diserzione generale, due assenze di Don Bosco, una lunghetta e l'altra assai più lunga, avevano impedito il coordinamento dei mezzi e la continuità metodica, due coefficienti essenziali per una buona disciplina. Certo, la disciplina di un oratorio festivo, che agglomera solo periodicamente giovani d'ogni fatta, non è la disciplina di un collegio; ma anche là un ordine ci vuole. Una mente creatrice suol essere pure una mente organizza-trice ossia ordinatrice. Don Bosco, messo piede in terra ferma, stimò giunto il momento di dare assetto all'Oratorio così com'egli lo concepiva.

E lo concepiva in una forma differente dal passato. Oratorio aperto non già poche ore della domenica, ma gl'interi giorni festivi; giovani accettati sempre, purchè non troppo piccoli, e non licenziati mai, purchè non fisicamente o moralmente i pericolosi; sacerdoti familiarizzanti con loro, occupandosi in farli divertire, istruirli nella dottrina cristiana e assuefarli alle pratiche religiose; autorità paterna del Diret-tore su di essi e paterno interessamento per il loro bene spirituale e materiale du-rante la settimana. Egli intendeva per tal modo di reagire contro l'avversione al prete, che si andava inoculando nel popolo, di ovviare alla crescente trascuratezza Selle famiglie nell'allevare cristianamente i figli e soprattutto di mettere al sicuro a gioventù abbandonata, esposta al vizio e al disonore.

Per dare corpo all'idea, la prima cosa fu reclutare e agguerrire un personale. altre a Don Borel, suo braccio destro, altri preti gli si offrivano per aiutanti; ma gli contava assai sopra quelli che oggi chiameremmo giovani di Azione Cattolica.

Li pescava, come ho già accennato, nelle scuole secondarie, cosa allora relativa-mente facile, non essendo laicizzato il pubblico insegnamento. Questi suoi cate-chisti ricevevano dà lui direttive pratiche e opportuni incitamenti in conferenze, a cui li convocava nei giorni di vacanza. I più intelligenti e abili lo aiutavano pure nelle scuole serali. In queste riserbava a se una classe di baffuti, che divenne sempre più numerosa e gli procurò vere consolazioni.

Seconda cosa, formulare un regolamento. Non lo estrasse da libri, non se lo stillò dal cervello, ma lo scrisse sotto dettato, il dettato dell'esperienza. E' un do-cumento insigne di pedagogia popolare cristiana, che racchiude in germe gli elementi primi della Società Salesiana e dello spirito che la doveva informare.

Terza cosa, essere in casa sua. Stare a pigione è stare in modo precario e non poter fare tutto ciò che si vuole. Ci pensava egli, ma aspettò l'ora della Provvidenza. Scoccata quella, comperò dal Pinardi casa e terreno adiacente. Chi oggi ammira il grandioso prospetto iconografico annesso da Don Giraudi al suo Oratorio di Don Bosco, se ignora la storia, non sogna certo che all'irradiazione di tanti imponenti fabbricati fu punto di partenza il rustico casolare di un predio suburbano. D'allora in poi Don Bosco non si arrestò più, finché non ebbe lentamente, ma progressi-vamente assicurato il suolo necessario per il centro della sua futura Opera mondiale.

Provvide anche a libri per la scuola e per la chiesa. Due testi scolastici erano la sua Aritmetica, di cui ho già parlato, e una sua Storia Sacra, la prima che me-ritasse davvero l'appellativo di popolare. Mancava un manuale di pietà, che fosse adatto alla gioventù e ai tempi. Colmò anche questa lacuna, pubblicando nel 1847 il notissimo e fortunatissimo Giovane Provveduto, così rispondente al bisogno, che in quell'anno stesso se ne fecero due ristampe con un totale di ventimila copie.

La musica vocale, destinata a mantenere l'allegria nell'Oratorio e a rendere piacenti le funzioni, richiamò pure la sua solerte attenzione. Da prima ne fu egli stesso il maestro. Il suo metodo d'insegnamento levò rumore nel mondo musicale della città, dove non si conosceva il metodo simultaneo. Ogni allievo di canto ri-ceveva lezioni individuali; poi allievi così istruiti si facevano scritturare nei cori. Don Bosco invece insegnava a decine di allievi contemporaneamente. Quindi maestri di cartello per più settimane assistettero quasi ogni sera alle sue lezioni. " Io non sapeva un milionesimo di quanto sapevano quelle celebrità, scrive egli; tuttavia la faceva da maestro in mezzo a loro ".

Allorché in seguito dalle esercitazioni scolastiche passò alle esecuzioni, non sapeva dove mettere le mani per trovare composizioni facili e acconce alla qualità de' suoi cantori; ed eccolo improvvisarsi compositore. Compose Messe, compose Tantum ergo e altro. Intrecciando con qualche raro motivo suo arie di laudi sacre conosciute e tratti di canto gregoriano talora un po' variati, e facendo egli da di-rettore d'orchestra, otteneva effetti utili al suo scopo. Nel 1887 a Lanzo, in riva alla Stura, ricordò una sera e canticchiò con commozione sua e di chi l'udiva un proprio Tantum ergo di quei tempi eroici.

Così le feste religiose, parte importante nell'Oratorio di Don Bosco, riuscivano più belle. A rallegrarle contribuivano pure colazioni, giochi speciali, piccole lotte-rie, luminarie, palloni aerostatici e per S. Luigi processione e fuochi pirotecnici. Dopo il Gesuita Moderno del Gioberti, edito nel 1847, era di moda dileggiare San Luigi. Don Bosco, senza perdere tempo in polemiche, con la pompa e l'allegria dell'annua festa ne imprimeva nelle menti giovanili un'idea simpatica. Affinché servisse di preparazione, scrisse e diffuse largamente un opuscolo con un cenno biografico del Santo, più sei letture per la pratica delle sei domeniche in suo onore e le preghiere per la novena. Inoltre istitui la Compagnia di S. Luigi approvata nel '47 dall'Arcivescovo, il quale consentì di essere iscritto in capo alla lista dei soci. Vi si inscrisse pure il marchese Gustavo di Cavour, fratello maggiore di Camillo. Pare a taluno cosa incredibile, ma è invece cosa attestatissima che i due fratelli par-teciparono alla processione, incedendo ai lati della statua e tenendo un cero acceso. Camillo, studioso di fenomeni sociali, era come pochi in grado di apprezzare la bersagliata Opera di Don Bosco.

Le feste manifestavano e insieme infervoravano la pietà degli oratoriani. Tutta una sapiente coordinazione di mezzi disponeva in tali circostanze i giovani a con-fessarsi e a fare la comunione. Fra le spossanti fatiche sostenute per preparare e dirigere quelle celebrazioni (e chi ha pratica di oratori festivi salesiani sa ciò che io dico) Don Bosco gustava una gioia di paradiso, vedendo i suoi giovani accostarsi compatti al tribunale di penitenza e alla mensa eucaristica.

Nè si creda che egli badasse soltanto al grosso del suo esercito. No; nella massa distingueva i soggetti che mostravano migliori attitudini e li curava a parte in tre modi: aggregandoli alla Compagnia di S. Luigi, abituandoli a farsi apostoli in mezzo ai compagni, e procurando loro la comodità degli esercizi spirituali. Quanto a que-sti esercizi, dopo tre esperimenti anteriori, nel 1850, scelti 109 giovani di cui si conservano i nomi, li condusse a una settimana di ritiro nel piccolo seminario di Giaveno, regalandoli dopo di una deliziosa gita alla Sagra di San Michele. Erano le buone occasioni, nelle quali gettava le reti per pescare vocazioni ecclesiastiche.

Il fiorire dell'Oratorio risollevò il problema parrocchiale. I parroci viciniori tornarono a domandarsi se fosse proprio un bene sottrarre tanta gioventù alle cure dei loro legittimi pastori. Quello del Carmine presentò nuovamente la questione ai colleghi; ma poi accettò da Don Bosco l'invito di fare un sopraluogo e sul suo esempio vi si recarono altri. Tutti dovettero convenire sulla giustezza di un'espres-sione dell'Arcivescovo che aveva definito l'Oratorio, la Parrocchia dei fanciulli abbandonati.

L'Arcivescovo guardava realmente con favore l'Oratorio. Il giorno di San Pietro del 1847 lo onorò della sua presenza. Don Bosco si fece in quattro per ac-coglierlo come si conveniva. Al suo ingresso gli rivolse alla presenza di tutti un saluto, leggendo un suo indirizzo riboccante di affetto. La povera cappella era vestita a festa. Monsignore disse la Messa, distribuì la comunione e amministrò la cresima. All'uscita i giovani ricevevano pane e companatico, procurato loro dal caritatevole Pastore. Infine assistette nel cortile a un trattenimento diviso in due parti. La prima era a mo' di accademia, la seconda di teatrino: accademia e teatrino, che aprirono la serie a un'infinità di simili saggi, passati in uso presso gl'Istituti salesiani. Mon-signore non vi ricercò pregi formali, ma ben ne afferrò tutto il valore ideale. Le acclamazioni che lo salutarono al partire finirono col fargli toccare con mano una speciale opportunità dell'Oratorio di Don Bosco, quella di affezionare la gioventù alla persona del Vescovo, in momenti nei quali l'autorità vescovile veniva qua e là fatta segno a odiose misure.

A pubblici saggi i giovani non erano nuovi. Sul principio dell'anno ne avevano dato uno sopra il catechismo, la Storia Sacra e la geografia palestiniana; cosa mo-desta in se, ma rilevante per gli spettatori, fra cui il celebre pedagogista abate Aporti e il professor Rayneri, ordinario di pedagogia nella Regia Università. Quest'ultimo disse agli studenti del suo corso che, se volevano vedere della buona pedagogia in pratica, andassero a osservare ciò che faceva Don Bosco nell'Oratorio. Poco dopo venne la volta delle scuole serali, che sostennero la loro prova dinanzi a una Commissione municipale. Vi fu senza dubbio del merito, se la relazione dei com-missari fruttò a Don Bosco lo stanziamento di lire trecento annue sul civico bilancio come sussidio in favore della sua Opera.

Le api di un alveare, quando si moltiplicano troppo, sciamano. Così fecero nel 1847 i giovani dell'Oratorio di Valdocco. Erano arrivati a circa settecento, piut-tosto più che meno, e non si sapeva come farveli stare tutti. Un'indagine sulla loro provenienza diede per risultato che molti abitavano nella metà opposta di Torino. Di qui rampollò in Don Bosco l'idea di aprire un secondo oratorio da quelle parti. L'Arcivescovo approvò il divisamento.

Detto fatto: Don Bosco cercando scoprì il luogo opportuno sul viale del Re, oggi corso Vittorio Emanuele II, tra la stazione ferroviaria di Porta Nuova e il parco pubblico del Valentino. La regione somigliava allora a Valdocco: una vasta cam-pagna con poche casupole sparse. Egli pose gli occhi sopra una di queste, che aveva accanto una tettoia e davanti un cortile. La proprietaria nel contrattare per la pi-gione stava sul tirchio e le trattative minacciavano di arenarsi, quando una formi-dabile scarica elettrica la riempì di terrore. Infuriava uno di quegli uragani che paiono il finimondo. Se Dio la scampava dal fulmine, si disse pronta a diminuire le sue pretese. Ed ecco tosto cessare lampi e tuoni e venir giù una pioggia torren-ziale. Il contratto fu stipulato a Lire 450 annue. Licenziati sul tamburo gl'inquilini, i muratori prepararono rapidamente la cappella, che venne benedetta verso la fine dell'anno e dedicata a S. Luigi Gonzaga. L'oratorio però, del quale Don Bosco aveva affidata la direzione a Don Carpano, vi si era inaugurato nella festa dell'Im-macolata. Don Rua, che giovanetto e chierico vi fece il catechismo, dice nei processi che i giovani vi superavano i cinquecento.

Due anni dopo si aggiunse un altro oratorio. Veramente preesisteva già, seb-bene piuttosto sotto forma di ricreatorio. Nel 1840 Don Cocchi, il futuro fonda-tore dell'Istituto degli Artigianelli, l'aveva aperto nella parrocchia dell'Annunziata, in un sobborgo detto di Vanchiglia, presso il Po; ma nel 1849 lo dovette chiudere. Eppure se c'era quartiere che avesse bisogno di un'opera consimile, era proprio quello. L'infestava una masnada di giovinastri denominata Cocca di Vanchiglia, terrore non solo della gente pacifica, ma anche della forza pubblica. A Torino si chiamavano Cocche certe perverse associazioni giovanili, distinte fra loro dal nome dei borghi, dove compievano le loro prodezze; quella di Vanchiglia passava per la più famigerata di tutte. Conscio del gran bisogno, Don Bosco riaperse a sue spese quel porto di salute nell'ottobre del medesimo anno; ma lo trasformò, applicandovi il suo regolamento. Lo pose sotto il patrocinio dell'Angelo Custode e fino al 1866 vi mandò da Valdocco ogni domenica il personale occorrente.

Poco prima che avvenisse quella chiusura del ricreatorio a Vanchiglia, la prudenza di Don Bosco aveva scansato un pericolo. A certi suoi amici molto autorevoli era parso che gli oratori esistenti e futuri si dovessero confederare sotto il governo di una Commissione, che ne tutelasse gl'interessi e facesse da giudice nelle eventuali controversie. Il disegno mirava ad assicurare la stabilità degli oratori. Il canonico Lorenzo Gastaldi a nome dei suddetti signori non omise tentativo di sorta per gua-dagnare Don Bosco alla loro causa; gli prospettava anche il miraggio di buoni sus-sidi. Ma Don Bosco non si sarebbe mai costretto in quella cappa di piombo, che gli avrebbe tolta ogni libertà di iniziativa, riducendolo a essere semplice direttore dell'Oratorio di Valdocco. E poi che stabilità assicurare, dove non sarebbe stata possibile l'unità di spirito? Gli uni, per esempio, vagheggiavano di mischiarsi in politica, ed egli mai e poi mai. Se essi avevano il loro piano, egli pure teneva il suo, dichiarò francamente: ognuno andasse per la propria strada. Essere a lui necessaria l'autonomia per avere intorno a se molti giovani, ed anche preti e chierici intera-mente sotto la sua dipendenza. Il signor Durando, superiore della Missione, ciò udendo da lui in un'adunanza, gli domandò trasecolato se mirasse a fondare una Congregazione; e arguendo dalla sua risposta essere tale il suo pensiero, disse che non era più il caso di ragionare, e se ne andò. Così cadde un progetto buono nel-l'intenzione, ma in sé non bene ponderato.

Altri ecclesiastici, nonchè parecchi laici del patriziato torinese, seguivano da vicino e con interesse lo svolgersi della sua attività a pro dei giovani. Partecipavano essi volentieri a riunioni settimanali da lui tenute per iscambiare consigli e pareri sui mezzi più efficaci a far progredire l'azione giovanile.

Inoltre, attirati dalla fama, personaggi di prim'ordine si recavano a Valdocco per osservare con gli occhi propri quello che vi si faceva. Una domenica vi capita-rono due venerandi sacerdoti, che apparivano forestieri. Don Bosco, essendo a corto di catechisti, li pregò con tutta semplicità di accettare uno la classe dei più grandi, e l'altro quella dei più sbarazzini. Con pari semplicità essi aderirono all'invito. Ispezionando poi le classi, egli s'accorse che facevano un catechismo coi fiocchi, quello dei grandi specialmente. Dopo invitò quest'ultimo a dire due parole dal pulpitino e il suo compagno a dare la benedizione. Obbedirono come due novizi. Infine seppe che quegli era l'abate Rosmini e questi il canonico Degaudenzi, ver-cellese, poi Vescovo di Vigevano.

A non lungo andare si occupò dell'Oratorio anche il Senato del Regno. L'oc-casione fu insignificante: una domanda di sussidio che un influente amico di Don Bosco senza dirgli nulla inoltrò al Ministero per mezzo dell'Alta Camera. Questa, prima di raccomandare la cosa al Governo, deliberò di nominare una Commissione investigatrice, che sul posto raccogliesse informazioni. La componevano i senatori Conte Sclopis; Marchese Pallavicino e Conte di Collegno. In un pomeriggio del gen-naio 1850 i tre gentiluomini scesero a Valdocco, dove vollero vedere tutto, tutto vollero sapere e presero conoscenza anche degli altri due oratori. Nella seduta se-natoriale del 1° marzo il Pallavicino fece la sua relazione favorevole. Il senatore Giulio si levò a combatterne le conclusioni. Il relatore ribattè due volte; altri due senatori lo appoggiarono. Chiusa la discussione, il Senato approvò. Il fatto non sortì altro effetto, ma giovò grandemente a mettere in buona vista agli occhi di tutta la cittadinanza l'Opera degli oratori di Don Bosco.

Il quale Don Bosco nelle sue fatiche e tribolazioni riceveva conforti non solo dagli uomini, ma anche da Dio, nè più semplicemente per via di sogni, ma con autentici prodigi. Le testimonianze rese da chi vide e così passate nella domestica tradizione ebbero da Don Bosco stesso negli ultimi anni della sua vita conferme inequivocabili.

Nel 1848 si festeggiava la Natività di Maria. Alla Messa di Don Bosco circa 650 giovani si disponevano a fare la comunione. Giunto il momento, la pisside del tabernacolo fu trovata quasi vuota; Giuseppe Buzzetti, che aveva l'incarico di pre-pararne una piena e porla sull'altare, se n'era scordato. Fu un istante di angoscia indescrivibile per Don Bosco. Pure con la solita calma cominciò a distribuire le po-che particole rimaste e la distribuzione continuò, continuò fino a che vi fu un ra-gazzo da comunicare. Un giorno, interpellato da Salesiani sull'avvenimento, rispose che il Signore aveva voluto dimostrare con quel miracolo quanto gradisse le comu-nioni frequenti.

L'anno seguente per la domenica fra l'ottava di Ognissanti Don Bosco aveva promesso ai giovani le castagne dopo una visita al camposanto. Mamma Marghe-rita, pensandosi che egli intendesse unicamente premiare alcuni dei giovani, ne mise a bollire solo una parte di tre sacchi comperati. Il Buzzetti che aveva nel ritorno preceduto i compagni per far trovare tutto pronto al loro arrivo, cadde dalle nuvole quando vide che le castagne erano un terzo del bisogno; tuttavia versò le lesse in un cesto, che pose dinanzi alla porta della cappella. Don Bosco, arrivato con la moltitudine, prese senz'altro a distribuire e ignaro dell'accaduto, riempiva a ognuno il berretto, benchè il Buzzetti gli ripetesse che ne dava troppe. Soltanto quando era per toccare il fondo, conobbe come stessero le cose. Fu un altro istante critico come quello delle ostie. Allora senza scomporsi dà di piglio a una mestola bucherel-lata, la cala e ricala nel cesto e traendola ogni volta ricolma, la versa nei berretti protesi. Così circa quattrocento giovani ebbero ancora la loro porzione, anzi ne restò una mestolata per lui. La voce della moltiplicazione pigliò l'aire. Tentò bene egli di arrestarla; ma sarebbe stato più facile fermare il vento. Il concetto che egli fosse un Santo cominciava a penetrare nell'animo degli oratoriani.

In quel medesimo anno accadde alcun che di ben più strepitoso. Era morto il figlio quindicenne del trattore del Gelso Bianco in via del Carmine 11. Prima di mo-rire non faceva che chiamare Don Bosco, suo confessore, che però si trovava fuori di Torino. Confessatosi dal suo viceparroco, non cessò fino all'ultimo di dire che gli chiamassero Don Bosco. Don Bosco, appena fu di ritorno, volò a quella casa. Tutti piangevano, perché il giovane era morto. Egli invece: - No, diceva, dorme.

Lo condussero nella stanza, dove tutto vide pronto per la sepoltura; ma egli pensava alla sorte di quell'anima. A un tratto, sempre ripetendo che dormiva, pregò che lo lasciassero solo. Fatta orazione, lo benedisse e lo chiamò forte: - Carlo, Carlo, alzati.

Secondo la consuetudine del tempo, un lenzuolo cucito a sacco avvolgeva il corpo; un pannolino velava la faccia; ardeva accanto al letto una lucerna. Alla chiamata rispose un movimento del capo e delle braccia. Don Bosco, rimosso il lume, lacerò l'involucro. Come chi si desta dal sonno, Carlo si stropicciò gli occhi, girò intorno lo sguardo smarrito, si tirò su un poco e: - Oh Don Bosco! esclamò ri-conoscendolo. L'ho cercato tanto! Ho proprio bisogno di lei. è il Signore che lo manda. Ha fatto bene a svegliarmi. - Il poverino chiese di confessarsi. Dopo disse alla madre che Don Bosco lo salvava dall'inferno.

La durò un paio d'ore in quello stato. Però, sebbene egli agisse come vivo, le sue membra conservavano una freddezza cadaverica. Don Bosco gli domandò se, trovandosi allora in grazia di Dio, avesse più caro di andare in paradiso o di ri-manere con i suoi. Rispose che desiderava andare in paradiso. - Dunque a rive-derci lassù, - gli disse Don Bosco. In quella Carlo chiuse gli occhi, cadde riverso sul guanciale e non diede più segno di vita.

Questi ed altri particolari provengono da Don Bosco, il quale con frequenza trattando della sincerità in confessione, portò questo esempio, ma accennando a un sacerdote che non nominava. Se non che, già vecchio, in tre circostanze distinte, durante la narrazione, si tradì, passando inavvertentemente dalla terza alla prima persona: - Io gli domandai... Egli mi rispose...

Allora però qualche cosa era trapelata. Infatti Don Rua nei processi depose che fino da' suoi teneri anni ne aveva sentito parlare e soggiunse che era cosa nota ai più anziani dell'Oratorio.

Nel 1851 l'Opera degli oratori compie il primo decennio della sua fondazione. Quante traversie, parte narrate sopra e parte da narrare nel capo seguente! Cele-brandosi in quell'anno una festicciuola, i giovani, al solito, trasportati dall'entu-siasmo, presero Don Bosco e lo alzarono in trionfo. Allora uno studente vicino a essere chierico gli augurò che potesse abbracciare con una sola occhiata tutte le parti del mondo e vedere in ciascuna di esse tanti oratori. Un professor Raineri, che frequentò l'Oratorio dal 1846 al 1853, scrisse: " Don Bosco (parmi vederlo) volse intorno lo sguardo maestoso, soave, e rispose: - Chi sa che non debba venire il giorno, in cui i figli dell'Oratorio siano sparsi per tutto il mondo! ".

 

CAPO XI

IL QUARANTOTTO

Le Regole della Società Salesiana nella loro (forma primitiva, mandata nel 1864 a Roma per ottenere il decreto così detto di collaudo della Società stessa, con-tenevano un comma formulato così: " è principio adottato e che sarà inalterabilmente praticato, che tutti i membri di questa Società si terranno rigorosamente estranei ad ogni cosa che riguarda la politica. Onde ne colla voce, ne cogli scritti o con libri o colla stampa non prenderanno mai parte a questioni che anche solo indiretta-mente possano compromettere in fatto di politica ". Roma osservò essere più pru-dente sopprimere queste parole. Don Bosco spiegò lo scopo di quel paragrafo scrivendo che con esso si mirava a prevenire vessazioni da parte di certi laici, che si adombrassero alla vista delle Regole; tuttavia lo soppresse. Ma poi nel 1870, trattandosi di ottenere l'approvazione definitiva della Società e dovendosi perciò riprendere in esame le Regole, egli, come se nulla fosse stato, inserì nuovamente l'articolo, che a Roma fu senz'altro nuovamente cancellato. Egli nondimeno, per-suaso sempre della sua importanza, allorché nel 1874 si procedette all'approvazione delle Regole e quindi le si riesaminarono parte per parte, introdusse da capo il di-vieto di fare della politica, che ancora gli venne cassato e quella volta con la moti-vazione che, sebbene tale proibizione fosse ammissibile, pure ai nostri tempi l'entrare in politica poteva essere un obbligo di coscienza, essendo spesso le cose pubbliche inseparabili dalla religione; non esserne perciò approvabile l'esclusione fra i buoni cattolici. Finalmente nel 1877 al primo Capitolo generale Don Bosco dichiarò che fuori dei casi di vera convenienza bisognava attenersi al principio di non intrigarsi in cose politiche e che questo sarebbe oltremodo giovevole. L'esperienza del '48 gli era stata maestra.

Quando si dice il Quarantotto, s'intende il punto culminante di un periodo cominciato prima di quell'anno e terminato dopo. Le idee di riforme, di progresso, di libertà e di indipendenza, che erano fermentate in Italia durante il pontificato di Gregorio XVI, esplosero nel giugno del 1846 subito dopo l'elezione di Pio IX. La sua generosa amnistia per i condannati politici e talune riforme amministrative, a cui contemporaneamente pose mano, diedero per tutta l'Italia occasione a di-mostrazioni generali, clamorose, incessanti, in suo onore; a lui inneggiavano per-fino uomini poc'anzi ostilissimi alla Chiesa e al Papa. Il grido di Viva Pio IX risonava non solo fra cattolici, ma anche fra protestanti ed Ebrei. Carlo Alberto, come se non aspettasse altro che l'avvento di un Papa così fatto, rotti gli indugi, entrò riso-luto nella via delle innovazioni. Roma e Torino furono le due città italiane che ve-devano rinnovarsi più insistenti e deliranti le manifestazioni di gioia popolare. Era insomma un'ebbrezza universale, accompagnata da frenetica smania di cose nuove. Non pochi del clero o insofferenti di disciplina o scaldati dalla lettura degli scritti giobertiani o ingenui e illusi, si abbandonavano all'onda del comune entusiasmo.

Anche nell'Oratorio si gridavano assordanti gli evviva a Pio IX. I giovani più assidui avevano udito tante volte Don Bosco magnificare il Vicario di Gesù Cristo, che non sembrava loro vero di assistere ad un plebiscito così impressionante in favore del Romano Pontefice. Una domenica però Don Bosco insegnò a non gri-dare più Viva Pio IX, ma viva il Papa e ne fece capire la ragione. Certa gente in Pio IX scindeva l'uomo dalla sua dignità sovrumana, osannando bensì alla persona, ma lasciando da parte o peggio detestando l'ufficio dalla persona rappresentato; ossia, come si esprimeva l'Arcivescovo, quei tali plaudivano a Pio IX non per quello che egli era, ma per quello che avrebbero voluto che fosse. I giovani impararono così bene la lezione, che in un'altra domenica avvenne questo bel caso. Alcuni pezzi grossi, presentatisi all'Oratorio per una visita di cortesia e manifestata pub-blicamente la loro soddisfazione, conchiusero eccitando con enfatiche parole i ra-gazzi a gridare tutti insieme Viva Pio IX; i ragazzi invece risposero gridando a una voce Viva il Papa. Quei signori si guardarono in faccia come per domandarsi: - Ohe! in che mondo siamo? - Erano nel mondo di Don Bosco, e se fossero tor-nati la domenica appresso, avrebbero veduti appesi qua e là cartelli stampati a grossi caratteri con motti evangelici e patristici sull'autorità di S. Pietro e de' suoi suc-cessori nella Chiesa.

Più d'una volta verso la fine del 1847 Don Bosco si schermì da autorevoli e pressanti inviti a simili manifestazioni di carattere politico.

Il primo fu per la così detta emancipazione degli Ebrei e dei Valdesi. Gli ere-tici valdesi sono in Italia una specialità del Piemonte. Abitano le valli di Pinerolo.

Ad essi, come agli Ebrei, le leggi circoscrivevano il luogo di dimora e limitavano l'esercizio dei diritti civili. Orbene, in nome della libertà, il marchese Roberto d'Azeglio, fratello di Massimo, mandava in giro una supplica per raccogliere firme da presentarsi al Sovrano onde ottenere che quelle leggi d'eccezione fossero abolite. La domanda implicava il riconoscimento di un principio non ammesso dalla legis-lazione piemontese, il principio della tolleranza religiosa. Un centinaio di membri del clero, che il più delle volte non avevano ponderato abbastanza i termini della petizione, la sottoscrissero. Don Bosco pure venne sollecitato a farlo da persone altolocate; ma egli se la cavò, dicendo che avrebbe firmato non appena vedesse ivi il nome dell'Arcivescovo.

Gli si ripetevano inoltre gli inviti a dimostrazioni collettive. Vedendo che di-sponeva di tanta gioventù, sarebbe parso ai politicanti un bel guadagno averlo con loro ad ingrossare le file nelle pubbliche manifestazioni che per ogni nonnulla ru-moreggiavano nelle vie e sulle piazze; quindi lo blandivano in vari modi, perché vi prendesse parte. Ma egli non si lasciava smuovere. Un giorno il Brofferio lo av-vertì che a piazza Castello era fissato il posto per lui e per i suoi giovani in un'ova-zione al Re. Rispose che egli non aveva alcuna posizione ufficiale; essere sue occu-pazioni predicare, confessare e fare il catechismo; la sua autorità sui giovani restrin-gersi tutta fra le quattro pareti di una povera cappella, come, chiunque volesse, poteva facilmente andare a vedere.

Il suo atteggiamento destò ammirazione maggiore, dopoché Carlo Alberto 1'8 febbraio del 1848 promise e il 4 marzo successivo largì la Costituzione; tanto più che un'irrequietezza febbrile si era appigliata pure a non pochi del ceto ecclesiastico. Non parlo dei seminaristi, che, ridendosi dei divieti e delle minacce dei loro su-periori, uscivano a passeggiare per la città con coccarde tricolori al petto e in certe occasioni facevano le chiassate alla maniera degli studenti universitari. Ma le agi-tazioni politiche penetrarono anche in parecchie case religiose, dove il rumore di tante feste con musiche, sbandieramenti, acclamazioni stuzzicava la curiosità ed esaltava le fantasie, specialmente nei più giovani.

Un forte assalto dovette Don Bosco sostenere dal marchese Roberto d'Aze-glio, che si sforzava, come tanti altri, di conciliare il suo cattolicismo con le teorie liberali. Egli scese all'Oratorio apposta per vincere quelle resistenze del Direttore. Mise a tal uopo in campo l'interesse del sapersi elevare all'altezza dei tempi e il pericolo del volersi appartare; Don Bosco invece ripeteva sempre il suo ritornello, che egli badava a fare il prete.

Anche le autorità municipali premevano su di lui; ma, vedendolo irremovi-bilmente legato all'Arcivescovo e temendolo fautore di qualche moto reazionario, fecero il tentativo d'indurlo a un atto che significasse adesione al partito liberale. Con una parola men ponderata si sarebbe potuto assai compromettere. Un no categorico l'avrebbe fatto dichiarare nemico d'Italia con tutte le relative conse-guenze; un sì esplicito l'avrebbe coinvolto in una rete di compromessi, trascinan-dolo chi sa dove. Perciò nelle sue risposte batteva la campagna. All'intimidazione fattagli col dire che stesse bene all'erta, perchè la sua esistenza era nelle loro mani, finse di non capire. Di scarso comprendimento dava indizio anche il suo esteriore; poiché era comparso là mal calzato e mal vestito e usava maniere così da bonomo, che coloro, conoscendolo solo di nome, lo presero per uno scagnozzo qualunque e lo lasciarono andare per i fatti suoi.

Il prete ordinariamente non deve impicciarsi di politica La politica divide i cittadini in partiti, che si avversano fra loro, mentre il prete è senza distinzione debitore a tutti del suo ministero. Che se un prete ha una missione religiosa e so-ciale di gran portata, crescono per lui gli obblighi di tenersi assolutamente au-dessus de la mélée. Si sarebbe potuto osservare che nel caso c'era di mezzo una caterva di giovani, che non bisognava straniare dalla vita del paese. Don Bosco amava sin-ceramente la sua patria. Ma per le sue relazioni e soprattutto per le conferenze che aveva frequentissime con l'Arcivescovo, vedeva quello che altri non vedevano, quali armi cioè sotto l'egida del patriottismo si affilassero contro la Chiesa; il suo riserbo dunque s'ispirava a ragioni profonde. Del resto gli sembrava di fare abba-stanza, raccogliendo giovani abbandonati per renderli alla patria buoni cittadini.

I fatti non tardarono a giustificare la sua condotta. La cacciata tumultuosa dei Gesuiti e delle Dame del Sacro Cuore da Cagliari, da Genova e da Torino e le prime avvisaglie contro l'Arcivescovo Fransoni e contro altri Prelati piemontesi aprivano gli occhi ai ben pensanti. Per Don Bosco poi ci fu in più un attentato alla vita. Una domenica sera durante l'ora del catechismo egli stava con i più grandi nel coro della cappella, quando una detonazione improvvisa e vicina scosse i suoi uditori. Una palla di fucile aveva forato il vetro della finestra accanto. Il colpo era stato ben diretto, poichè per poco il proiettile non gli trapassava il cuore. Gli rasentò invece il fianco e per disotto all'ascella sinistra andò a scalcinare la parete opposta, sollevando un'ondata di polvere; a lui aveva appena bucata la sottana. Una sua piacevolezza ne rivelò la calma e calmò i giovani; quindi proseguì nella spiegazione della dottrina cristiana e compiiè tutto il resto come al solito. Dopo la benedizione tutti nel cortile aspettarono che uscisse, guardandolo esterrefatti; ma con il suo sorriso e con qualche barzelletta rasserenò gli animi.

L'effervescenza pubblica non conobbe più limiti dopo il 23 marzo, nel qual giorno Carlo Alberto bandì la guerra contro l'Austria. Nessuna guerra al monda fu giammai più popolare. Era una guerra di liberazione e d'indipendenza. Que-st'idea elettrizzò l'Italia. Il Piemonte, stretto intorno al suo Re, si accingeva ai più ardui sacrifici. A Torino il fuoco avvampava; tutto qui fremeva guerra. Le case, i teatri, le vie risonavano di canti marziali. I giovani sulle piazze manovravano a schiere e fuori dell'abitato organizzavano finte battaglie. Le notizie dei primi fatti d'armi diedero alla città momenti di parossismo. Dalle chiese si levavano al cielo solenni supplicazioni. - Chi non vide e non visse il Quarantotto, dicevano i nostri vecchi, non saprà mai che cosa fu quell'anno.

Anche Don Bosco, se non volle restar solo, dovette mettere l'Oratorio in assetto di guerra. Nulla di cambiato nella parte religiosa: anzi introdusse la Via Crucis nei venerdì della quaresima. Nel cortile però furoreggiavano Piemontesi con-tro Austriaci. Egli stesso armò i belligeranti di fucili avuti dai depositi militari; ma alle canne vi sostituì bastoni.

Attraversò per altro un brutto quarto d'ora. La discordia penetrò anche nelle file del clero. Vi erano preti che liberaleggiavano senza scrupolo, e questi portavano anti-patia a Don Bosco. Egli non aveva più l'Arcivescovo che lo sostenesse. Mons. Fran-soni, costretto dal Governo a volontario esilio, erasi allontanato dalla Diocesi e di-morava nella Svizzera. La sua colpa era stata di opporre un petto apostolico a certi arbitrii contro la libertà della Chiesa.

Il disordine cominciò a sconvolgere l'Oratorio di S. Luigi; cosa tanto più la-crimevole, perche' quei giovani avevano sgominato i Valdesi. Costoro dopo l'eman-cipazione si erano piantati come in quartiere generale presso il viale del Re, e li ave-vano indarno circuiti per tirarseli dietro. La responsabilità ricadde tutta su alcuni preti, che vi prestavano l'opera loro sotto la dipendenza di Don Bosco. Lettori assidui della Gazzetta del Popolo e dell'Opinione, due giornali che, sorti allora, pro-pinavano sotto l'etichetta del patriottismo l'odio anticlericale, quei coadiutori di Don Bosco spoliticavano essi e riempivano di politica le teste dei giovani.

Tanto tonò che piovve. Un sabato chiesero licenza a Don Bosco di condurre il dì appresso con bandiera e coccarde gli oratoriani a una rumorosa dimostrazione. Egli, studiatosi inutilmente di dissuaderli, ne fece loro formale divieto; ma essi disobbedirono. Allora Don Bosco nel pomeriggio, lasciato Don Borel a Valdocco, andò a Portanuova, dispensò` il direttore e gli altri dalla loro collaborazione e fece la predica, parlando delle verità eterne senza lontanamente alludere all'accaduto.

Accadde però di peggio la domenica dopo. Ricomparve Don Bosco nell'ora dell'altra volta. Quelli tentarono d'impegnare con lui una viva discussione. Egli si studiò di eluderla, finche fu troncata dal campanello del catechismo. Don Bosco pensava che per il momento fosse tutto finito; invece il più scalmanato arringò in cappella i giovani con una sua declamazione tribunizia e con i soliti paroloni da comizio. Dopo le funzioni Don Bosco addolorato avrebbe voluto fargli intendere la ragione; ma colui, appena tutti furono fuori, lanciò una voce e sventolando il tricolore si mosse a passo di carica, seguito da un centinaio fra dirigenti e diretti, che cantavano a squarciagola l'inno di Mameli. Scorrazzato alquanto, prima di separarsi decisero di fare scisma, se non venissero riammessi nell'Oratorio con onore. Nella settimana Don Bosco scrisse ai più fanatici che li ringraziava della loro coope-razione, ma che li dispensava.dal continuarla.

Essi invece, spingendosi oltre nella ribellione, s'accordarono per allontanare i giovani da entrambi gli oratori. Perciò, recatisi prima a case o a botteghe e poi la domenica appostatisi nei punti di passaggio, attrassero quasi tutti i più grandi. An-che i catechisti e i maestri di Valdocco abbandonarono Don Bosco, chi chiamato alle armi, chi portato via dai mettimale, chi trattenuto da rispetto umano. Dal se-minario nessun aiuto poteva venire,-perchè chiuso; dal Convitto nemmeno, perchè occupato dalla truppa. Nella diserzione generale non gli rimasero per alcune dome-niche se non tre decine di piccoli; gli altri si raccozzavano or qua or là a sbizzar-rìrsi con i loro caporioni.

Ma un bel gioco dura poco; peggio poi, quando il gioco non è punto bello. Molti cominciarono a disgustarsi di quei gonfianuvoli, i quali dal canto loro, non gustando nel puntiglio una soddisfazione che li compensasse delle noie e delle spese, si presentavano sempre più di mala voglia nei luoghi di ritrovo. Anche i disastri della guerra smorzavano gli ardori suscitati dai primi successi; onde alle pubbliche di-mostrazioni succedevano il raccoglimento e la preghiera. L'Oratorio dunque tor-nava a popolarsi. Don Bosco per altro non riammetteva oves et boves, ma esigeva che i reduci si presentassero a lui uno per uno; così ne scandagliava l'animo, diceva ai singoli la sua buona parola e teneva lontani i riottosi. I più compromessi non si fecero più vivi.

Per parecchio tempo egli si trovò a dover cantare, come si dice, e a portare la croce. Solo Don Borel non l'aveva mai abbandonato. Degli altri coadiutori, alcuni più non si rividero; altri, tornati all'ovile, rioccuparono le male abbandonate mansioni.

I migliori elementi furono destinati all'Oratorio di S. Luigi, che era proprio a terra. A Valdocco la vita ripigliava. Dai primi di giugno in poi, le cose s'erano venute rimettendo tanto bene, che si potè celebrare solennemente la festa di S. Luigi e al-l'Assunta vi fu la distribuzione dei premi, accompagnata dal pubblico saggio sulla Storia Sacra, del quale ho detto sopra. Aggiungo qui che Don Bosco v'intercalò opportunamente il canto di due inni, uno a Carlo Alberto e l'altro a Pio IX. I premi consistettero in semplici proclamazioni di lode al merito, perchè i premiandi rinunziarono volentieri a più tangibili guiderdoni, affinchè il danaro in tal guisa ri-sparmiato fosse devoluto a beneficio delle famiglie dei militari bisognose. Durante l'armistizio conchiuso il 9 agosto Don Bosco riebbe un aiutante prov-videnziale. Tornava dal campo e veniva all'Oratorio in divisa militare un tal Giu-seppe Brosio, che i giovani presero a chiamare il Bersagliere, perchè aveva militato in quel corpo. Don Bosco gli permise di formare un battaglione dei più arditi, che, militarmente addestrati, eseguivano evoluzioni, prestavano servizi d'ordine e divisi in due campi si davano battaglia. Questi divertimenti d'attualità e l'introduzione della ginnastica militare rianimarono talmente le adunanze festive da far dimenticare la passata crisi.

Durante tali trambusti Don Bosco trovò in se tanta calma da attendere a due lavori letterari. Scrisse anzitutto in compendio una Vita di S. Vincenzo de' Paoli, dove si leggono con particolare interesse alcune pagine sulla dolcezza. Ci si sente che l'autore attinge alla propria esperienza; si sa infatti che, come S. Vin-cenzo e come il Salesio, egli non aveva sortito da natura un temperamento al latte-miele. Il libro poi gli serviva per un suo scopo. Egli caldeggiava la fondazione delle Conferenze di S. Vincenzo a Torino, quali fiorivano dal 1846 a Genova. Con quello scritto aperse loro la via; furono difatti inaugurate col suo intervento nel 1850 presso la chiesa parrocchiale dei Santi Martiri. Contemporaneamente rimaneggiò la sua Storia Ecclesiastica per una seconda edizione, nella quale senz'aver l'aria di farlo apposta insinuò talune verità difficili a dirsi intorno a scottanti questioni di quel momento storico.

Il Quarantotto purtroppo finì male. La rivoluzione romana costrinse Pio IX a battere la via dell'esilio. La capitale piemontese rigurgitava di fuorusciti politici, fomentatori di lotte contro la Chiesa. Licenza di giornali, insulti al clero, violenze contro i Vescovi erano all'ordine del giorno. L'Armonia, nuovo quotidiano catto-lico, lottava con ardore; ma voleva lettori non privi di cultura. Mancava un anti-doto per la classe meno istruita. Don Bosco ideò allora un bisettimanale " politico-religioso " intitolato l'Amico della gioventù. Presentarlo solo come " religioso " sarebbe stato condannarlo a morire prima che nascesse. Quanti sacrifici costò a Don Bosco tale pubblicazione! Ma i cattolici non ne compresero l'utilità e quindi non la sostennero. Dopo il 61° numero il periodichetto si fuse con l'Istruttore del popolo, sorto nel febbraio del 1849. Avvenuta la fusione, Don Bosco lo sorvegliò non solo perchè non tralignasse, ma anche perchè durante l'esilio del Papa ne so-stenesse l'autorità. Ritornato Pio IX il 12 aprile 1850, egli si ritirò dalla redazione e il foglio cadde in mano a liberali.

A cominciare dall'inverno fra il '48 e il '49 l'Oratorio di Valdocco vide una novità: un rudimento di seminario. Il seminario diocesano si era dovuto chiudere. L'Arcivescovo nell'istante che montava in carrozza per esulare nella Svizzera, aveva raccomandato a Don Bosco i chierici, che non si erano lasciati frastornare dalla politica. Egli dapprima li invitò a prendere da lui stesso lezioni di teologia; ma in seguito osservò che ci voleva ben altro a preservarli. Quindi nella rinnovazione dell'affitto indusse il Pinardi a stanare dalla casa gli ultimi inquilini, che continua-vano a tenervi un covo di malavita e lo obbligavano a stare sempre con tanto d'oc-chi per rimuovere pericoli di scandalo. A tacitare simile genia dovette buttare somme non indifferenti; ma alla fine rimase padrone del campo. Allora nei locali sgombri aperse un asilo per quanti più chierici vi potè accogliere. Li teneva alla sua mensa. Dai poveri non esigeva nulla; i benestanti pagavano una retta. Li mandava a scuola in casa di professori del seminario; non di rado, anche per conoscerli meglio, dava loro accurate lezioni di geografia biblica.

Nel tempo che la situazione di Pio IX esule commoveva il mondo cattolico, l'Oratorio di Don Bosco fece una cosa, per cui passò alla storia. Urgeva soccorrere l'augusta povertà del Pontefice. L'episcopato francese con i suoi appelli ai fedeli diede origine a un'istituzione permanente, che è il così detto Obolo di S. Pietro. In quasi tutte le nazioni si costituirono comitati per questa colletta mondiale. Anche il Pie-monte si segnalò per lo zelo dei Cattolici a contribuirvi. I giovani dell'Oratorio conoscevano benissimo la sorte del Vicario di Gesù Cristo, perché Don Bosco ne li aveva informati; perciò, poveretti com'erano, s'imposero sacrifici per mettere insieme anch'essi qualche somma. Furono raggranellate trentatrè lire. Don Bosco volle che la consegna rivestisse un istruttivo carattere di solennità. Pregò quindi il Comitato torinese che delegasse alcuno de' suoi membri a riceverla. Venne il Mar-chese Gustavo di Cavour con un canonico.

Don Bosco aveva fatto trovare radunati tutti i giovani, uno dei quali lesse un discorsetto composto da lui; quindi un coro cantò un inno a Pio IX. I due delegati presero in consegna il denaro, dissero alcune parole e portarono con sè il testo del discorso e della poesia; anzi il Marchese pubblicò nell'Armonia un lungo articolo sull'Oratorio di Don Bosco e sulla cerimonia. Il Rohrbacher registrò poi il fatto nel volume quindicesimo della sua voluminosa Storia Ecclesiastica.

Il Nunzio Apostolico, che trasmetteva le offerte a Gaeta, segnalò a parte l'omag-gio filiale dell'Oratorio. Il Santo Padre commosso ne tenne parola con vari perso-naggi e diede ordine di mandare per tutti i giovani tante corone del Rosario. Ne giun-sero sessanta dozzine, che non bastarono, sicchè se ne dovettero acquistare altre. Per la distribuzione venne preparata una festa detta delle corone. Don Bosco ne perpetuò il ricordo in una piccola monografia.

Anche le condizioni dell'Arcivescovo stavano per aggravarsi oltremodo. Il suo esilio si protrasse per due anni, poichè ritornò a Torino il 15 marzo 1850; ma vi fu ricevuto molto male. I suoi avversari decisero di stancarlo tanto da costringerlo a dimettersi. Fischi, urla e minacce lo assalivano dovunque andasse. Don Bosco mandò più volte i suoi giovani ad aumentare il numero dei buoni che lo applaudivano; ma i turbolenti li sopraffacevano, sempre indisturbati.

Dopo l'infausta giornata di Novara e la conseguente abdicazione di Carlo Alberto in favore di suo figlio Vittorio Emanuele, il Parlamento Subalpino, senza tener conto del Concordato che aveva con la Santa Sede, legiferava da sè in ma-terie che toccavano la giurisdizione della Chiesa. La soppressione del foro e del-l'immunità ecclesiastica mise i Vescovi in gravissimi impicci, l'Arcivescovo Fran-soni più di tutti. La sua fermezza adamantina nell'impartire le direttive al clero di fronte alla nuova legislazione gli procurò l'onore di essere tradotto in cittadella. Don Bosco fu dei primi a portargli conforto nel carcere; poi dispose che i suoi gio-vani, divisi in gruppi, andassero per turno a visitarlo. Apertasi una pubblica sot-toscrizione per l'omaggio di un bastone pastorale, il nome di Don Bosco figurò subito nella prima lista.

Il coraggioso Pastore, liberato il 2 giugno, venne di bel nuovo arrestato il 7 agosto e manu militari scortato al forte di Fenestrelle. Finalmente una sentenza di tribunale, sull'imputazione di abuso nell'esercizio del suo ministero, lo condannò al bando perpetuo dagli Stati Sardi; onde il 28 settembre andò a stabilirsi in Lione, governando di là, come poteva, 1'archidiocesi fino al 1862, anno della sua morte. Gli occulti istigatori di queste e di altre violenze non dimenticarono Don Bosco. Era loro troppo noto com'egli fosse unito di mente e di cuore con il suo Arcive-scovo. Sobillarono dunque la solita plebaglia contro di lui, dipingendolo come un pericoloso nemico della patria. Nella vigilia dell'Assunta un branco di facinorosi doveva dar l'assalto all'Oratorio, distruggere la casa e scacciare il Direttore. Ma lo impedì un visibile intervento della Provvidenza. Gli aggressori, dopo aver fatto il diavolo a quattro contro gli Oblati di Maria alla Consolata, si dirigevano a Val-docco, quando per istrada uno e poi un altro del bel numero, montati sopra un paracarro, dimostrarono che Don Bosco non era un prete come gli altri e che meri-tava un trattamento ben diverso. Parlarono con tanta foga che la ciurmaglia diede lor ragione e tornata su' suoi passi, andò a fare il baccano sotto le finestre dei Do-menicani e dei Barnabiti.

Se tali avvocati incontrava in basso, Don Bosco aveva pure in alto i suoi buoni protettori, in primis Camillo di Cavour. Il grande uomo di Stato, che entrò appunto nel 1850 a far parte del Ministero per l'Agricoltura, Industria e Commercio, volle sempre bene a Don Bosco. Gli piacevano le sue doti di uomo superiore, ma anche la sua semplicità e schiettezza. è probabile che egli, se la morte non gliel'avesse impedito, disegnasse di valersene a suo tempo, come seppero fare suoi successori, nei delicati e difficili rapporti con Roma. Gli uomini di Stato valutano le loro relazioni alla stregua dell'utilità; è quindi del tutto inverosimile che le cor-tesie del Cavour per Don Bosco fossero ispirate da puro sentimento. E quali cortesie gli usava! L'avrebbe voluto spesso a mensa; anzi arrivò a dirgli che non gli avrebbe più dato udienza se non nell'ora della colazione e del pranzo. Don Bosco seguiva la norma data dall'Ecclesiastico per le relazioni col potente: "Non farti vicino per non essere allontanato e non andar lontano per non essere dimenticato ". Andava da lui solamente quando aveva bisogno. Così diceva egli stesso molti anni dopo, senza però mai lasciare intendere quali affari suoi o altrui lo conducessero presso il potente Ministro.

L'esperienza di quell'agitatissimo periodo lo confermò nella persuasione che, se voleva fare del bene, gli bisognava mettere da banda la politica. Sembrerebbe che questo suo astensionismo gli dovesse nuocere più che giovare presso coloro che facevano la pioggia e il bel tempo; egli invece, come confidò a Monsignor Bo-nomelli, trovò aiuti anche là dove meno se l'aspettava. Per essere e mostrarsi buon cittadino il prete ha dal fedele esercizio del suo ministero quanto gli occorre, senza bisogno di abbandonarsi a quarantottate.

 

CAPO XII

OSPIZIO E CHIESA

Gioventù povera e abbandonata era un'espressione che tornava con frequenza alle labbra e alla penna di Don Bosco. Chi la volesse usare oggi, dovrebbe appli-carvi una variazione di significato. Giovani poveri se ne incontrano anche presen-temente: pauperes semper habetis vobiscum senza distinzione di età. Ma nell'abban-dono ve n'erano assai più in passato. Ai nostri tempi nei paesi civili esistono tante forme di assistenza giovanile privata e pubblica, che la gioventù abbandonata non costituisce più, come allora, una piaga sociale. Quanti poveri giovani, avessero o non avessero i genitori, menavano, specialmente nelle grandi città, vita randagia, o si univano in combriccole, finchè, acciuffati dalla polizia, venivano rinchiusi in carcere o in case di corrigendi, donde uscivano peggiori di prima! Fu per Don Bosco una straziante rivelazione quello che vide con i propri occhi nelle prigioni di To-rino dove constatò quanto fosse necessaria un'opera di preservazione anteriore e di posteriore ausilio. Stabilitosi poi a Valdocco, gli si presentavano casi che esigevano provvedimenti immediati. Dinanzi a bisogni così impellenti la sua carità gli fece allargare le braccia, procurando ai più derelitti ricovero, pane e lavoro.

Per il ricovero, se il cuore era grande, la casa era piccola. Nel 1847 egli aveva sette ricoverati, nel '48 quindici, nel '50 una quarantina. Il loro numero cresceva a misura che si prendevano in affitto nuovi appartamenti, dove collocare i lettucci; chè, provveduto al dormire, il resto della vita si svolgeva senza gran difficoltà.

Di réfettorio per parecchi anni non si parlò. Quando faceva bel tempo, ognuno andava a consumare il suo pasto qua e là per il cortile; altrimenti si sedevano sui gradini della scala o presso la cucina. Il vitto era semplice. Al mattino Don Bosco distribuiva venticinque centesimi a testa, perchè ognuno si comprasse il pane; a mezzogiorno Mamma Margherita, aiutata dal figlio, preparava la polenta con qual-che intingolo e alla sera cuoceva la minestra; per bere, la pompa gettava acqua fresca in abbondanza. Condiva quelle frugali vivande l'allegria di Don Bosco, che assi-steva alle refezioni, affaccendandosi con la madre ad apparecchiare e a servire.

Per il lavoro andavano fuori presso padroni di botteghe o di officine, dai quali imparavano il mestiere più confacente ai loro gusti e alle loro attitudini. Don Bosco, oculato nella scelta dei luoghi, non lasciava i giovani in balìa di se stessi, ma li se-guiva passo passo, visitandoli ogni tanto e informandosi dei loro andamenti. Nem-meno li abbandonava all'arbitrio dei principali; poichè stringeva con questi precise convenzioni scritte e firmate, di cui rimangono esemplari. Al loro ritorno poi dal lavoro sapeva farli cantare, di modo che, se riportavano sinistre impressioni, egli ne veniva a conoscenza e vi poneva rimedio. Col tirocinio professionale essi accop-piavano l'istruzione elementare, frequentando con gli esterni le scuole serali.

Ma qui non era tutto, anzi era il meno. In cima ai pensieri di Don Bosco stava l'educazione cristiana de' suoi ricoverati. Per prima cosa, appena entrati, insegnava loro a pregare e a confessarsi. Come degli esterni, così degli interni egli era il con-fessore ordinario. Ogni sabato sera stava a disposizione di tutti, talora fin verso le dieci o le undici; ogni mattino dava in particolare comodità agl'interni prima di celebrare la Messa, durante la quale, come tuttora si costuma, si dicevano le ora-zioni, si recitava la terza parte del Rosario e chi volesse, poteva fare la comunione. Dopo le preghiere della sera c'erano sempre due parole paterne di buona notte.

Per stimolare a tener buona condotta introdusse un'usanza durata a lungo nell'Oratorio, cioè la premiazione dei migliori, designati come tali dal voto dei compagni. Nella settimana precedente alla festa di S. Francesco di Sales, distribuiti foglietti bianchi, diceva che vi scrivessero segretamente i nomi di sei, otto, dieci o più, reputati meritevoli del premio; nel giorno poi della festa, fatto lo spoglio, premiava coloro che avevano riportato maggior numero di suffragi.

Del resto, la vita di famiglia che si conduceva nella casa, favoriva assai la formazione religiosa e morale dei giovani. Don Bosco li trattava da papà ed essi lo amavano da figlioli, usando con lui la più schietta confidenza e la più grande apertura di cuore, sicchè egli, conoscendoli bene ed essendo oltremodo sagace, trovava con facilità le vie per arrivare ai loro animi. Sua madre pure, chiamata da tutti mamma, vi sosteneva una parte non indifferente; giacchè, esercitando sui ra-gazzi un'autorità indiscussa, che le derivava sia dalla sua abituale prudenza nell'ope-rare sia dalle sue cure materne verso ognuno, li poteva agevolmente ed efficace-mente riprendere, correggere, consigliare.

Da quei primissimi alunni Don Bosco ebbe tosto la possibilità di presceglierne quattro più intelligenti e più pii, che tolse al lavoro manuale per insegnar loro il latino, e nel febbraio del 1851 con pubblica solennità, previa licenza dell'Arcive-scovo, li fece vestire chierici. Si chiamavano Bellia, Buzzetti, Gastini e Reviglio, nomi che furono sempre cari agli anziani dell'Oratorio.

Ma se il denaro è il nerbo della guerra, non è meno strumento indispensa-bile nelle opere di pace. I tre oratorii e più ancora l'ospizio esigevano continue spese, che gravavano tutte su Don Bosco. Egli confidava nella Provvidenza, ma non la ten-tava; infatti, vinta l'innata ripugnanza a chiedere l'elemosina, tendeva la mano a chiunque sperasse di poter muovere in suo aiuto. Dio solo ne contò i passi fatti, le lettere scritte, le umiliazioni subite per tale scopo.

Aveva poi, in questo, come vedremo, espedienti inesauribili. Così dopo le accennate vestizioni volle che i quattro chierici scrivessero ciascuno la sua supplica al Re Vittorio Emanuele per ottenere un sussidio, che venne accordato.

Era disagiata l'abitazione dei giovani; ma stava a disagio anche il Signore in quella " vera meschinità " di cappella, che non poteva nascondere la sua sagoma originaria di capannone. Un tratto della Provvidenza infuse a Don Bosco il corag-gio di metter mano a costruire una chiesa. Aveva dato al Pinardi la sua parola per la compera immediata della casa e con immediato pagamento. Un prestito di venti-mila lire fattogli dall'abate Rosmini gli forniva i due terzi del prezzo pattuito; ma per il resto non sapeva a quale Santo raccomandarsi. Ci pensò la Provvidenza. Mentr'egli faceva castelli in aria, ecco giungere all'Oratorio Don Cafasso, che, ignaro del bisogno, si affrettava a recargli diecimila lire per incarico della contessa Casazza-Riccardi. Per 1'istrumento occorrevano ancora tremilacinquecento e più lire, che gli donò il senatore Cotta, quando nella sua banca fu stipulato il contratto. Orbene, conchiuso tanto felicemente questo affare, cominciò a dire che voleva in-nalzare una chiesa in onore di S. Francesco di Sales. Gli penetrava sempre più nel-l'anima la persuasione che in opere destinate sicuramente alla maggior gloria di Dio non sarebbe venuto meno giammai l'aiuto del Cielo. Era questa, com'egli scri-veva al Rosmini, la prima chiesa che in Piemonte s'innalzasse a favore della gioventù abbandonata. Per implorare l'assistenza della Santa Vergine pellegrinò verso la fine di maggio al celebre santuario di Oropa sui monti biellesi.

Nel giugno dunque del 1851 si diede principio ai lavori. Mentre da una parte i muratori attendevano a gettare le fondamenta, Don Bosco operava in altra parte e in altro senso, metteva cioè in opera il suo ingegno per la ricerca dei mezzi. An-zitutto scrisse ad amici, a ricchi e caritatevoli signori, ad autorità cittadine; scrisse ai Vescovi del Piemonte; scrisse financo al Re. Dalla Reggia ricevette in due volte undicimila lire con l'assicurazione che Sua Maestà guardava con favore la sua attivita a bene della gioventù. I Vescovi gli fecero belle risposte; parecchi lo conobbero soltanto allora, altri lo conobbero meglio; ma poco o nulla, date le strettezze dei tempi, gli poterono inviare: però da Biella il vescovo Losana, tenuto conto dei due-cento garzoni muratori biellesi assidui all'Oratorio, gli mandò mille lire.

Grande pubblicità egli procacciò all'impresa, quando si fece la posa della pietra angolare. Non si era mai vista in quei paraggi una folla così numerosa e varia. Un rappresentante dell'esule Arcivescovo compie la parte sacra della cerimonia; il senatore Cotta, caritatevolissimo uomo, collocò la pietra; il sindaco vi distese la prima calce. Sacerdoti, patrizi e dame torinesi facevano corona. In un'accademiola finale sei giovanetti con un brevissimo dialogo di Don Bosco distribuirono i rin-graziamenti. Quindi i ginnasti del Bersagliere, che avevano mantenuto il buon ordine, eseguirono dinanzi alla gran massa dei loro compagni e sotto gli occhi dei forestieri alcune evoluzioni. Gl'intervenuti partirono con l'impressione che Don Bosco andava aiutato, mentre gli alunni interni cominciavano a provare un po' di quella ingenua fierezza che s'impadronisce delle anime semplici nel sentirsi parte di un'opera gran-deggiante. Il chierico Reviglio non si tenne dal manifestare a Don Bosco il proprio entusiasmo. - Oh questo non è ancora nulla! - gli rispose il Santo.

Don Bosco domandava e riceveva, ma non abbastanza; la crisi economica, effetto della recente guerra, riduceva di molto le possibilità. A prevenire pertanto il caso di dover sospendere i lavori per mancanza di danaro, escogitò un esperimento nuovo e ardito: bandire una lotteria. Ci aveva studiato su a lungo, prima di comuni-care al pubblico l'idea; quindi rapidamente la organizzò in forma grandiosa e perfetta. Una commissione di 46 promotori e 86 promotrici si obbligava a occuparsene; per questo gli uni e le altre furono scelti da diverse classi sociali. Un Comitato di diciotto membri, oltre a Don Bosco e a Don Borel, attendeva a dirigere l'azione comune; ne facevano parte anche sei consiglieri comunali e vi fungeva da tesoriere il banchiere Cotta, senatore del Regno. Tutti questi signori sottoscrissero la do-manda per ottenere la legale approvazione governativa, che fu concessa il 9 dicembre del '51. Don Bosco stese un appello ai cittadini, nel quale esponeva l'origine, la natura e lo scopo dell'Oratorio di S. Francesco di Sales, dava notizia della ideata lotteria e invitava a donare oggetti per la sua effettuazione. Nel documento parla-vano i promotori e le promotrici, che vi apposero tutti la loro firma; migliaia di copie ne furono spedite in ogni dove. La Corte reale e la nobiltà torinese risposero in modo confortante, a segno che la somma dei doni arrivò alla cifra di 3521. Don Bosco in un fascicolo di 158 pagine, messo in vendita a beneficio dell'Oratorio, ne stampò l'elenco coi nomi degli oblatori, premettendovi il piano della lotteria e il suo appello, unitamente alla lista della Commissione promotrice e del Comitato ordinatore. Il Conte Camillo di Cavour a sua richiesta aveva fatto esentare dalle spese di posta l'invio di circolari, di doni e di biglietti.

Per fissare il numero di questi ultimi bisognava che risultasse il valore comples-sivo dei doni. L'estimatore ufficiale, uomo del commercio, presentò una perizia inaccettabile per gli oggetti d'arte; ma Don Bosco ottenne un secondo perito di maggior competenza. Ebbe così l'autorizzazione a emettere centomila biglietti di una lira. La distribuzione fu affidata principalmente ai promotori e alle promotrici. Don Bosco pure ne smaltì una gran parte; nel che lo favorirono anche i Vescovi piemontesi, a ciascuno dei quali ne spedì duecento.

Altra esigenza legale era la pubblica esposizione degli oggetti. A tale effetto il Municipio concesse l'uso di una sala molto vasta dietro la chiesa di S. Domenico. Vi affluirono i visitatori; ci venne pure il Cavour, ricevuto e accompagnato molto rispettosamente da Don Bosco.

L'estrazione dei biglietti fu con le formalità prescritte eseguita nel Palazzo di Città il 12 luglio 1852. A conti fatti, Don Bosco incassò settantaquattromila lire. Le pratiche legali ed estralegali per tutti gli atti di una lotteria importano una somma tale di brighe, che qui non è possibile descrivere; Don Bosco vi si sotto-pose con calma e solerzia dal principio alla fine e senza che ne lo disanimasse una croce assai penosa. Fra i preti suoi aiutanti ve n'era uno, che si rivelò seminatore di zizzanie. Quanti fastidi non gli arrecò! Finalmente una favilla fu bastante a destare un incendio. Nel citato appello si parlava dell'Oratorio come di un'opera desti-nata ad allontanare dalla cattiva strada tanti " giovani oziosi e malconsigliati " che " vivendo di accatto o di frode sul trivio e sulle piazze " erano " di peso alla società e spesso strumento d'ogni misfare ". Ora il sopra innominato ricamò su questo passo un'esegesi incredibile. A sentire lui, Don Bosco vi alludeva ai giovani cate-chisti dell'Oratorio, quasi fossero dei convertiti da una vita di disonore; bisognava dunque esigere una solenne riparazione. Più incredibile dell'interpretazione fu la balordaggine di coloro che se la bevvero. Ne nacque un putiferio dell'altro mondo, una vera ira di Dio. Quei giovani, ritenendo intaccato anche l'onore delle loro famiglie, si ammutinarono e accadde allora a Valdocco su per giù lo stesso che nel 1849 a Portanuova. I sediziosi si trascinarono dietro i giovani più grandi, dando loro tumultuosi convegni domenicali a S. Martino dei Molini Dora e conducen-doli poi per la maggior parte della giornata a spassarsela fuori di città. Si spen-deva a profusione in vino, in merende e in banchetti. L'innominato disponeva di molto danaro anche perchè, sparlando con finto zelo di Don Bosco e spac-ciando che era necessario fondare oratorii con altri indirizzi e metodi, guadagnava alla sua causa i benefattori di lui. Un giorno Don Bosco disse al Servo di Dio

Don Leonardo Murialdo che per colpa di quel tale aveva dovuto cercarsi altri be-nefattori.

Il pericolo che incombeva sull'Oratorio di Valdocco, minacciava la quiete dei due di Portanuova e di Vanchiglia, quando comparve in buon punto un atto auto-revole, che fece aprire gli occhi a chi era in buona fede. L'Arcivescovo, informato di tante indegnità, dopo avere scritto dal luogo del suo esilio a Don Bosco inco-raggiandolo a continuare, emanò il 31 marzo 1852 un decreto, col quale ufficial-mente lo costituiva Direttore e Capo dei tre Oratorii. Ecco perché nella sua cor-rispondenza epistolare, anche scrivendo a illustri personaggi, Don Bosco amò poi qualificarsi scherzevolmente dopo la firma " capo dei birichini ".

Il prestigio di lui ne uscì salvo non solamente, ma ingrandito. I promotori dello scisma, essendo preti, dovettero abbassare la cresta e, vedendo crollata la loro ambizione di supremazia, si dileguarono. Non però ammutolirono; le loro deni-grazioni sparsero germi, che col tempo produssero per Don Bosco amari frutti. E i catechisti? I catechisti non ritornarono più a fare quello che facevano prima; compresero tuttavia in seguito da che parte stesse la ragione e da che parte il torto, e si mantennero amici di Don Bosco, che, dimenticando il passato, li colmava in ogni occasione di gentilezze. Ma intanto egli dovette fare come il ragno, che, la-ceratagli una tela, ne fila subito un'altra. Il Bersagliere, rimastogli fedele, moltipli-cava se stesso per far divertire i ragazzi con le sue manovre militari, spingendosi anche lungi dall'Oratorio per attirarne altri. I quattro chierici menzionati, alcuni seminaristi, parecchi alunni interni più capaci subentrarono nei posti lasciati va-canti dai disertori. Don Bosco aveva detto a Gastini: - Tutti mi abbandonano, ma Dio è con me. - Infatti le cose si ricomposero meglio di prima.

Dopoché la tristizia degli uomini aveva tentato invano di minare la vita del-l'Oratorio, una forza cieca mise improvvisamente a repentaglio l'esistenza dell'Ospi-zio e la persona stessa di Don Bosco. La mattina del 26 aprile si trovava egli nella sala della sua esposizione, quando un cupo rombo intronò gli orecchi, e tutto l'edi-ficio tremò come per una scossa di terremoto. Disceso nella via per iscoprirne la causa, lo assordò un secondo fragore e nell'attimo stesso ecco dall'alto cadergli vicino un pesante sacco di avena e con tanto impeto che per pochi centimetri sol-tanto non lo aveva schiacciato al suolo. Erano saltati in aria due magazzini assai grandi in una fabbrica di polvere da mine e da caccia, situata presso S. Pietro in Vincoli, a mezzo chilometro dall'Oratorio.

Egli volò immediatamente a Valdocco, dove trovò la casa con fresche scre-polature, ma vuota, perché tutti erano fuggiti all'aperta campagna. Accorse quindi sul luogo del disastro, passando fra mucchi di rovine. Là, in mezzo alla polvere e al fumo, vide l'eroico sergente Sacchi, vogherese, che dà tuttora il nome a una via di Torino, rischiare la vita, lavorando di mani e di piedi per soffocare il fuoco già presso a lambire un terzo magazzino maggiore degli altri due e contenente ottocento barili di esplosivo. Perché il milite ardimentoso potesse attingere acqua da gettare nelle fiamme, gli lanciò il suo cappello. Gli sforzi del Sacchi permisero ai pompieri di arrivare in tempo per arrestare l'incendio.

Nel calamitoso frangente brillarono tratti di misericordia divina. La prossima Piccola Casa del Cottolengo patì rilevanti danni materiali, ma fra i suoi milletre-cento abitatori non deplorò vittime. Lo stesso dicasi dei non lontani Istituti della Barolo, che pure soffersero assai dal formidabile spostamento d'aria e dagli enormi proiettili. Vicinissimo all'Ospizio di Valdocco piombò un trave infocato della lun-ghezza di circa sette metri, che, se avesse raggiunto la mal costrutta casetta, vi avrebbe aperto una larga breccia e appiccato il fuoco. Alla nuova chiesa, già coperta e disarmata, ma ancora senza porte e finestre, l'urto non cagionò danno.

Si comprese allora una minaccia misteriosa proferita l'anno innanzi da un ri-coverato sedicenne dell'Oratorio, per nome Gabriele Fassio, fabbro ferraio, gra-vemente infermo al Cottolengo. Dopo gli ultimi Sacramenti era stato udito escla-mare: - Guai a Torino, guai a Torino il 26 aprile!... Pregate S. Luigi che protegga l'Oratorio e quelli che vi abitano. - Morì poco dopo. I suoi guai avevano prodotto in tutti grande impressione. Allora fu che Don Bosco alle orazioni del mattino ag-giunse una preghiera a S. Luigi con l'invocazione che si continua a ripetere nelle Case salesiane: Ab omni malo libera nos Domine. Avvenuta poi la catastrofe, egli fece stampare in cinquemila copie una pittoresca immagine con questa scritta: I figli dell'Oratorio di S. Francesco di Sales a Maria Consolatrice.

Bastarono dodici mesi, perchè la chiesa fosse condotta al punto da potervi convenevolmente officiare. " Giorno di grande consolazione " disse Don Bosco il 20 giugno nella sua lettera di invito ai benefattori per la benedizione rituale da darsi in quella domenica. Alla cerimonia egli volle che andasse accompagnata la maggiore esteriòrità possibile. Colpiva i numerosi cittadini accorsi il tripudio gio-vanile, di cui per largo spazio risonava l'aria all'intorno. Nonostante i mille impicci di quei giorni, Don Bosco aveva buttato giù, dato alle stampe in migliaia di esem-plari e distribuito ai giovani una filza di quartine musicate per ordine suo da un prete amico. Quel mattino dunque i settecento oratoriani, sparsi a gruppi per l'ampia distesa dei prati e dei campi circostanti, cantavano quali una strofa, quali un'altra, riempiendo l'aria di note gaie e festive.

La festa si riprese nel pomeriggio con maggior numero di intervenuti e con maggior entusiasmo dei giovani. I militi del Bersagliere gareggiavano con una schiera della Guardia Nazionale per mantenere l'ordine e crescere decoro alla celebrazione. Dopo le funzioni, promotori e promotrici della lotteria, membri del clero e del patriziato e quanti avevano preso parte attiva alla costruzione della chiesa furono invitati nella vecchia cappella, trasformata in salone, dove nobili benefattori ave-vano apparecchiato un signorile rinfresco. Qui Don Bosco parlò, toccando le corde più delicate e rivelandosi sempre meglio per quello che era. Seguì un canto, nel quale un giovanetto spiegò una voce angelica, che commosse i cuori. A notte il popolare divertimento dei fuochi d'artificio chiuse la faustissima giornata, di cui la stampa diffuse l'eco fuori di Torino.

Due idee per tal modo si facevano strada: essere una necessità sociale il prov-vedere all'educazione religiosa e civile della gioventù povera e abbandonata, e alber-gare in Don Bosco una volontà fattiva di attendere a tale apostolato. Questa duplice comprensione andò tosto producendo i suoi effetti. Da un lato disponeva favore-volmente verso del prete il popolo beneficato, i signori benefattori e le autorità responsabili; dall'altro animava Don Bosco a fare sempre più e sempre meglio. La nuova chiesa veniva a risolvere il problema dell'Oratorio festivo; infatti non solo era sufficiente a contenere il gran numero dei giovani e si prestava degnamente al culto, ma permetteva anche di adoperare la primitiva cappella per le scuole diurne e serali. Insoluto restava però il problema dell'ospizio. La casa, piccola al bisogno, scomoda all'uso e danneggiata allora dallo scoppio della polveriera, esi-geva provvedimenti. Allestita dunque una dimora per il Signore, rivolse il pensiero a prepararne un'altra per i suoi figli.

Ne ordinò subito il disegno. Portava questo un edificio a tre piani con portico e sotterraneo, lungo quaranta metri, largo undici e mezzo, alto sedici. Il fabbricato, movendo dalla chiesa, avrebbe occupato lo spazio della casa demolienda, si sarebbe quindi proteso per circa egual tratto più oltre e sarebbe terminato con un braccio di metri dodici e mezzo per sei, parallelo alla chiesa.

Naturalmente non si poteva abbattere senz'altro la casa vecchia, unico ricetto dei ricoverati. Pochi giorni dopo la descritta benedizione i muratori lavoravano già a costrurre su terreno sgombro la seconda metà della fabbrica progettata. Si vedevano crescere rapidamente i muri; ma purtroppo le vicende di questi lavori non furono sempre liete. Un primo incidente accadde il 20 novembre. La rottura di un ponte causò la rovina di un muro dall'altezza del terzo piano. Avvenne ben di peggio nella notte del 1° dicembre. La costruzione era giunta al comignolo e già si stava per collocare le tegole; ma una pioggia strabondevole, incessante e talora violenta obbligò a sospendere i lavori, mentre l'acqua agiva negli interstizi della muratura. Se la goccia scava la pietra, quella doccia faceva tanto più facilmente il vuoto fra pietra e pietra, finché le muraglie a tre riprese si sfasciarono e si ridussero in cumuli di rovine. Don Bosco che al crollo parziale si era rassegnato come Giobbe, dopo quello totale disse come Giobbe avrebbe potuto dire: - Il demo-nio ha voluto darci un calcio; ma Dio è più forte di lui. - In una sua lettera del 6 dicembre al prevosto di Capriglio si leggono le seguenti parole: " Ho avuto una disgrazia: la casa posta in costruzione rovinò quasi interamente, mentre era già quasi tutta coperta. Tre soli furono lesi gravemente, niuno morto, ma uno spa-vento, una costernazione da far andare il povero Don Bosco all'altro mondo. Sic Domino placuit ". Andò tanto poco all'altro mondo, che scriveva quella lettera per pregare il prevosto di mandar a prendere in casa sua alcuni testi greci e di spedir-glieli al più presto, avendone bisogno per una scuola che faceva.

Frattanto, à la guerre Gomme à la guerre. La vecchia casa per questa nuova scossa in alcuni punti appariva malsicura; perciò Don Bosco ridusse a dormitorio la cap-pella abbandonata. Poi trasferì le scuole diurne e serali nella chiesa nuova che, mentre nella prima ora d'ogni mattino e negl'interi giorni festivi serviva alle pra-tiche religiose, nel resto del tempo diventava palestra scolastica, dove le varie classi occupavano il coro, il presbiterio, le due cappelle laterali e diversi punti del corpo centrale. Al disagio inevitabile si aggiungeva il rigore dell'inverno; ma regis ad exemplum totus componitur orbis. La serenità di Don Bosco che conduceva la vita in mezzo a' suoi giovani, rasserenava l'ambiente, e lo scaldava la sua carità.

Queste condizioni durarono fino all'ottobre del 1853, quando la fabbrica crollata risorse dalle rovine. Tale risurrezione fu rapidamente possibile, grazie alla generosità d'insigni benefattori, che non si mostrarono sordi all'implorare di Don Bosco. Gli fruttò discretamente anche una piccola lotteria messa su in un batter d'occhio. Il premio era uno solo, consistente in una " cassa di ferro con vari se-greti "; gliel'avevano regalata a questo scopo. Già nell'autunno, scuole, dormitori, refettorio e cucina passavano nel nuovo edifizio. I ricoverati erano settantacinque.

Un doppio progresso provenne dalla recente sistemazione. Primo progresso, due laboratori interni. Nonostante tutte le cautele, il lavorare lontano dall'Orato-rio non era per i giovani senza inconvenienti; perciò Don Bosco inaugurò l'inse-gnamento professionale nell'ospizio. Egli non aspettò a fare, quando avesse a sua disposizione tutto il necessario, perché l'opera riuscisse compiuta; ma, pur di co-minciare, si contentò d'inizi rudimentali. E cominciò da laboratorietti, che più facilmente potevano aver lavoro. In un corridoino allineò alcuni bischetti forniti degli attrezzi più indispensabili per lavori di calzoleria, e cambiò in sartoria la vec-chia cucina. Nei primordi egli stesso fu il maestro dei sarti,- ne disdegnava di se-dersi accanto agli allievi calzolai per addestrarli nel maneggio dei loro strumenti; ma non indugiò a scegliere due capi d'arte esterni, che dei giovani fossero anche vigili custodi. Non basta. Presentò loro un regolamento di nove articoli, che essi dovevano tenere esposto nei due laboratori, leggendovelo ogni quindici giorni " a chiara voce ", come ivi è detto. Ecco dunque le cellule primordiali delle sue scuole d'arti e mestieri e della relativa sapiente. regolamentazione.

Secondo progresso: classi ginnasiali. L'occhio di Don Bosco sapeva discernere fra ricoverati e ricoverati. Ve n'erano di famiglie un tempo agiate, ma poi decadute, quindi non fatti per lavori manuali; altri apparivano dotati di sì bell'ingegno, che sembrava disdicevole condannarli a rudi mestieri. Egli quindi coltivava a parte questi tali, applicandoli allo studio. Nel 1850 ne aveva dodici, più del doppio nel 1853; poi andarono sempre aumentando di anno in anno.

Fino all'anno scolastico 1851-1852 era stato egli stesso il loro insegnante; ma dopo, non potendo più continuare, ricorse alla benevolenza di due bravi professori privati, che godevano grande credito in città. Erano il cavaliere Giuseppe Bonza-nino e il sacerdote Matteo Picco, il primo dei quali reggeva le tre classi del ginnasio inferiore e il secondo le due del superiore, frequentate le une e le altre da figli di ragguardevoli famiglie. Essi non solo accettarono volentieri gli alunni di Don Bosco, ma li dispensarono anche da ogni minervale, come allora si diceva l'onorario.

Parecchie e notevoli furono le benemerenze da loro acquistatesi con tanta generosità. Aiutarono anzitutto efficacemente Don Bosco in cosa di somma impor-tanza, quale quella di avviare alle professioni liberali o allo stato ecclesiastico una bella schiera di suoi ricoverati, che altrimenti sarebbero stati costretti a seppellire i loro talenti o ad abbandonare la loro vocazione. Inoltre misero i poveri giovani dell'Oratorio in contatto con signorini che poi fecero carriera o fortuna e che man-tennero con quelli divenuti Salesiani i cordiali rapporti degli anni giovanili, pre-standosi a favorirli comunque potessero. Nomineremo qui i Conti Cravosio, Roa-senda, Bosco di Ruffino, Ceresa di Bonvillaret, Marchetti e con questi i figli del Broferio e di Sineo che fu poi ministro, i due figli del ministro Santorre di Santarosa, i fratelli Cesare e Coriolano Ponza di San Martino, poi generali e il secondo anche ministro. Don Bosco a sua volta non tralasciava di dar prove di riconoscenza per sì segnalati benefizi. Infatti sapeva a tempo e luogo far gradire ai professori qualche ricompensa pecuniaria e impartiva con assidua cura nelle loro scuole l'insegna-mento settimanale della religione, gustato moltissimo dagli allievi, che ne divenivano visibilmente migliori e più studiosi.

Sono fin qui, se si vuole, cose piccole in complesso; ma è la travagliosa e promettente piccolezza delle cose grandi, quando nascono.

 

CAPO XIII

LE "LETTURE CATTOLICHE"

Quando una diga si rompe, la piena delle acque ha insita la forza che la porta a dilagare, a travolgere, a menar guasti dovunque arriva; la subitaneità del caso coglie alla sprovvista, di modo che non è possibile sul momento porvi riparo. Così fu in Piemonte per la legge sulla libertà di stampa. Caduti i vecchi argini, la libertà, per opera di uomini già da lunga pezza preparati, degenerò in una licenza che non conobbe più ritegno; i buoni invece, repentinamente sorpresi, non avevano nulla di pronto per una efficace e sollecita reazione. Pullularono ben tosto giornali di partito, seminatori di avversione alle cose e alle persone ecclesiastiche, fossero essi recisamente settari o semplicemente liberali dalle varie tinte; predominava la dif-fusissima Gazzetta del Popolo. I protestanti dal canto loro non indugiarono a pro-fittare della legge di emancipazione, ma presero subito a imperversare, conducendo una nefasta propaganda contro la Chiesa e il clero mediante giornalucoli e libercoli, che diffondevano a larga mano, facendoli penetrare in seno alle famiglie e serpeg-giare in mezzo alla gioventù. A sostenere l'idea cattolica sorse bensì il 1° luglio 1848 l'Armonia, della quale fu poi anima il Margotti; ma la fazione avversa teneva il campo, come più agguerrita, più audace e inoltre sostenuta da governanti; l'Armo-nia inoltre non era fatta per il popolino. Gli assalti ora violenti ora subdoli si ripe-tevano quotidianamente; dogma, culto, autorità ecclesiastiche, Ordini religiosi, nulla si risparmiava. S'andò poi di male in peggio, allorchè dopo la guerra contro l'Austria ci fu maggior libertà d'ingaggiare la lotta contro il Papato.

Don Bosco vedeva e faceva. Nel 1849, come abbiamo detto, il suo bimensile Amico della Gioventù, che gli costò danari e sacrifici, ebbe vita non lunga, ma ono-rata. Nel 1851, quando i Valdesi divenivano invadenti, diede alle stampe un opuscolo opportunissimo, che intitolò Avvisi ai Cattolici. Fissati alcuni punti fermi sui doveri dei Cattolici verso i loro Pastori e verso il Pastore dei Pastori, illustrava in sei paragrafi con grande semplicità e chiarezza i " Fondamenti della Cattolica Religione ", cioè le dottrine dai protestanti più combattute. Di questa pubblica-zioncella in due anni si smerciarono duecentomila copie. La soverchia prudenza di taluni avrebbe voluto distoglierlo dal cimentarsi così a visiera alzata con l'eresia, esponendosi a manifesti pericoli. Infatti l'idra si contorse e schizzava veleno, segno evidente che il libriccino, " sebbene visibile appena ", come l'autore lo qualifica in una lettera, le assestava colpi micidiali. Ma ai timidi consiglieri egli dichiarò che non paventava le ire dei nemici della fede e che per la fede sarebbe stato ben lieto di dare anche la vita.

Mosso da questo zelo, Don Bosco meditava da tempo intorno a una pubbli-cazione periodica popolare, che incalzasse l'errore nelle sue più riposte latebre. Ne ragionò col Vescovo d'Ivrea, che con quello di Mondovì i Presuli subalpini nel 1849 avevano deputato a preparare un disegno di associazione per la diffusione della buona stampa. Com'ebbe abbozzato un programma, lo sottopose all'ap-provazione dell'Arcivescovo Fransoni, ottenuta la quale, ne informò l'Episcopato piemontese per averne il consenso. Egli annetteva tanta importanza a questa inizia-tiva, che, come per la fondazione dell'ospizio, così per la vagheggiata impresa andò nel luglio del 1852 a implorare l'aiuto della Madonna presso il suo Santuario di Oropa.

Dopo pratiche molte e laboriose, finalmente nel gennaio del 1853 erano ter-minati i preparativi; si poteva dunque lanciare l'annunzio col piano di associazione, il che egli fece nel mese di febbraio. La pubblicazione avrebbe portato il titolo ge-nerale di Letture Cattoliche. I libri sarebbero " di stile semplice e dicitura popolare " e avrebbero contenuto materia che riguardasse " esclusivamente " la religione cat-tolica. In origine i fascicoli dovevano essere mensili; ma Don Bosco per compia-cere al Vescovo d'Ivrea consentì che se ne dessero due al mese, senza però aumen-tare il numero complessivo delle pagine. Si continuò a questo modo per tre annate; dopo le quali si rivenne all'idea primitiva. Il prezzo di associazione era di lire due e ottanta centesimi all'anno. L'editore torinese De Agostini rispondeva della stampa; l'Oratorio provvedeva alla spedizione.

L'annata cominciò in marzo. Per sei mesi consecutivi figurava primo fascicolo parte di un'opera intitolata: Il cattolico istruito nella sua religione. Trattenimenti di un padre di famiglia coi suoi figlioli, secondo i bisogni del tempo. Don Bosco aveva preparato da un anno questo suo lavoro e l'aveva fatto esaminare al Vescovo d'Ivrea che gliene die' lode. è un vero trattarello De vera religione in forma accessibile a chi sia non solo digiuno di teologia, ma anche fornito di scarse lettere. Da capo a fondo l'autore mirava a raddrizzare le idee storte, che i protestanti spargevano ai quattro venti.

Nel mese di maggio anche il secondo fascicolo apparteneva a Don Bosco. Ri-correndo in quell'anno il quarto centenario del miracolo del Santissimo Sacramento, accaduto in Torino il 6 giugno 1453, egli raccolse nel volumetto le notizie storiche intorno al prodigio. L'apologia antivaldese compariva negli accenni alla presenza reale di Gesù nell'Eucaristia e in un dialogo di appendice sui miracoli.

Tutti questi scritti spaventavano ogni volta più i revisori ecclesiastici. Invero né egli ne altri intingevano la penna propriamente in acqua di rose, ma scrivevano di buon inchiostro, scevro tuttavia di qualsiasi acredine. Nella Curia però sì cono-scevano troppo gli umori di certa gente, che si sapeva come fosse capace di tutto contro tutti. Perciò gl'incaricati della revisione da prima evitarono di scoprirsi, non apponendo la loro firma sotto la consueta formula: Con approvazione della Revisione arcivescovile. Si tirò avanti così fino al sesto fascicolo; ma dopo non vi fu più nessuno che volesse saperne di pigliarsi quella gatta a pelare, essendo persuasione comune che ne andasse la vita. E avevano ragione, come vedremo. Del resto, vi sono circostanze in cui l'eroismo non si può imporre.

Don Bosco certamente non aveva di queste paure. Desiderando rispettare le leggi della Chiesa, espose il caso all'Arcivescovo, che da Lione pregò il suo suffra-ganeo eporediese di provvedere. Mons. Moreno delegò il Vicario Generale, auto-rizzandolo tuttavia a non mettere sotto l'approvazione il proprio nome.

Quei fascicoli mitragliavano addirittura il campo nemico. I protestanti con giornali e specialmente con le loro Letture evangeliche movevano al contrattacco; ma con ciò in ultima analisi facevano la pubblicità alle Letture Cattoliche. Quindi cambiarono tattica. Di quando in quando alcuni dei più istruiti, recandosi da Don Bosco nell'Oratorio, cercavano di tirarlo in discussioni, nelle quali ritenevano di poterlo confondere per poi cantare vittoria e colmarlo di discredito. Ma ignora-vano con chi avessero da fare. Don Bosco vide subito che il loro forte consisteva nell'alzare la voce e nel saltare di palo in frasca; onde con opposto metodo dava le sue risposte sempre calmo e li inchiodava inesorabile all'argomento.

Un giorno accadde un comico incidente. Si presentò a lui il Ministro Meille, molto noto in Torino; lo accompagnavano due capi valdesi. Fu accolto con la mas-sima cortesia. La disputa durò sette ore filate. Uno degli accoliti, dibattendosi la questione del purgatorio, appellò da un testo latino all'originale greco. Don Bosco trasse dalla sua libreria la Bibbia greca e gliela porse. Colui la sfogliava adagio e con sussiego, come per cercare il passo voluto. - Ma che fa? l'interruppe Don Bosco. Volti così il volume. - E glielo capovolse, poichè lo teneva a rovescio. L'altro confuso buttò il libro sul tavolo e le controversie ebbero termine. Anche personaggi autorevoli insistettero per far desistere Don Bosco da pub-blicazioni che mettevano sossopra il mondo protestante, con pericolo di gravi con-seguenze. Ma egli crollava il capo, e i fascicoli si succedevano puntuali ogni primo e ogni sedici del mese. Anzi, perchè i giovani dell'Oratorio e altri con loro capis-sero meglio, inscenò una commediola in due atti dal titolo: Una disputa tra un avvo-cato ed un ministro protestante. Fattala rappresentare più volte, la diede poi alle stampe. Finora non si era che alle prime avvisaglie. Vinti sul terreno della discussione, gli avversari, anzichè deporre le armi, ingaggiarono una lotta più accanita e con mezzi più sbrigativi. Una domenica d'agosto del 1853 Don Bosco, uscendo da fare la predica, si trovò a faccia a faccia con due signori, che cercavano di lui. Li invitò a salire nella sua camera. Qui spiegarono il motivo della loro visita. Posto che di-cessero il vero, li portava l'ammirazione per l'abilità sorprendente di cui egli dava prova nello scrivere popolare. Peccato, soggiungevano, che non rivolgesse una sì preziosa dote a comporre buoni libri scolastici, invece di sciuparla nelle Letture Cattoliche! Quelle essere cose fritte e rifritte, che non gli procuravano nessun van-taggio. Desse retta a loro, scrivesse per le scuole: ne ricaverebbe anche utilità ma-teriale per l'Istituto affidatogli dalla Provvidenza. Gradisse intanto una loro offerta che non sarebbe l'ultima né la maggiore; gli servirebbe per cominciare. Così di-cendo, gli porgevano quattro biglietti da mille.

Il Santo li pregò di tenersi quel danaro, scusandosi di non poter seguire il loro consiglio. Allora i due sconosciuti gli fecero osservare che le sue Letture non sola-mente erano inutili, ma potevano anche tornargli nocive e magari esporre la sua persona a pericoli molto seri. Qui il diavolo scopriva la coda; ma Don Bosco aveva già capito dove andassero a parare e: - Per amore della verità, disse, io non temo nessuno. - Coloro, alzandosi da sedere, non seppero dissimulare quanto si sen-tissero contrariati dalle sue parole, e con mal piglio lo avvertirono di stare in guar-dia, perchè, uscendo di casa, non sarebbe sicuro di rientrarvi.

Dal di fuori uno scalpitio, seguito da una spinta all'uscio, rivelò la presenza di gente. Don Bosco, accortosi al par di loro che non si era soli, prese animo e parlò alto: - Se loro conoscessero i preti cattolici, non scenderebbero a simili minacce. I preti cattolici, finchè sono in vita, lavorano volentieri per Dio; se poi nel compimento del proprio dovere avessero da soccombere, riguarderebbero la morte come la più grande fortuna e la massima gloria.

Il suo coraggioso linguaggio irritò quei signori, che gli si avvicinarono con atteg-giamento ostile. Ma egli, afferrata la sedia: - Se volessi, disse, far uso della forza, vedrebbero quanto costi cara la violazione del domicilio di un libero cittadino. Ma la forza del sacerdote sta nella pazienza... Oh, finiamola, e partano di qua! - Nell'intimar loro di andarsene, fece un mezzo giro intorno alla sedia e servendosene come di scudo, si accostò all'uscio, lo aprì e, veduto Buzzetti, gli disse di condurre quei signori al cancello, perchè non erano pratici della scala. I due si guardarono e uno brontolò: - Ci rivedremo in momento più opportuno.

Il Buzzetti non era là per caso. Avendo notato prima nel fare dei visitatori alcun che di sospetto, aveva preso con se alcuni giovani interni e montava la guar-dia. Ascoltando il dialogo e udendo le parole minacciose, si era fatto sentire. Devo aggiungere che egli ed altri, accortisi già che il lunario segnava tempesta, vigilavano da qualche tempo intorno a Don Bosco.

La sua attività in difesa della fede insidiata, non che restringersi, s'allargava. I protestanti da due anni inondavano il Piemonte di un loro almanacco intitolato L'Amico di casa, pieno zeppo di errori, manipolati però con arte sopraffina. Egli preparò l'antidoto. Compilò anche lui il suo almanacco, che intitolò Il Galantuomo, arricchendolo di nozioni pratiche e di notizie utili e rendendolo attraente con cu-riosità di vario genere. Il sottotitolo Almanacco Nazionale era pur esso significativo tanto per il momento storico quanto per il confronto col rivale, d'ispirazione eso-tica. Uscito nel gennaio del 1854, fu mandato come strenna agli associati delle Let-ture Cattoliche. Piacque tanto che non se ne smise più l'annuale pubblicazione.

Sul conto delle Letture Cattoliche anche i critici vollero dire la loro. Nell'ot-tobre del 1853 una quarantina di ecclesiastici torinesi, radunatisi sotto la presidenza dell'abate Peyron, professore di lingue orientali nella Regia Università, studiavano le questioni del giorno riferentisi più da vicino all'esercizio del sacro ministero. C'erano pure Don Bosco e il Teologo Leonardo Murialdo. Si venne a ragionare anche della necessità di pubblicazioni educative per il popolo. Che bella occasione per Don Bosco di raccomandare le sue Letture Cattoliche! E non si fece pregare; male però gliene incolse. Il presidente con parole caustiche stigmatizzò la cattiva lingua con cui erano redatte quelle scritture. Al fondatore dei Giuseppini rincrebbe assai la brutta figura fatta fare a Don Bosco dinanzi all'assemblea, tanto più che alcuni degli astanti non lo riguardavano con simpatia. Egli per altro, benchè punto nel vivo, rispose umile e calmo che pregava i presenti di volerlo aiutare e consi-gliare e che faceva invito a chi ne avesse il modo, di rivedere le bozze dei fascicoli per migliorarne la forma letteraria. Il Murialdo respirò. Non ignorando la suscet-tività degli scrittori verso chi si attenta a menomarne il merito, aveva temuto qual-che scatto di fierezza; invece, come confessò nel 1890, da quell'atto eroico di Don Bosco arguì che egli certamente era un Santo.

Quella tal minaccia di agosto non fu mero sfogo di collera; poichè ben tosto seguirono fatti che non si possono non mettere in relazione con la descritta visita. Una sera, mentre Don Bosco faceva dopo cena la solita scuola serale, vennero a chiamarlo in fretta per confessare un moribondo. Andò subito, ma accompagnato da alcuni giovani più grandi, fra cui Buzzetti, che, essendosi dovuto far amputare l'indice della mano destra, aveva deposto l'abito chiericale. Venne condotto a una casa detta Cuor d'Oro, poco distante dall'Oratorio. I giovani rimasero fuori. Egli entrò in una stanza al pian terreno, dove sei o sette buontemponi avevano consu-mato, a quel che si vedeva, un'abbondante cena e stavano masticando castagne secche. Gli fecero un'accoglienza chiassosa, offrendogli castagne e vino, mentre s'andrebbe ad avvisare l'infermo. Don Bosco ringraziò e non volle niente.

Allora uno riempì i bicchieri, ma per Don Bosco in segno d'onore mescé da una bottiglia speciale. Egli, preso il bicchiere, brindò alla salute di tutti e poi lo ripose. Si levarono forti proteste, quasi fosse un insulto per loro il suo modo di agire; due quindi lo afferrarono e tentavano di farlo bere per forza. Resistere sa-rebbe stato causa di peggio. Disse dunque che, se volevano che bevesse, lo lascias-sero in libertà, perchè, tenendolo essi così, la mano gli tremava e il vino si sarebbe versato. Gridarono tutti che aveva ragione. Lasciato libero, con una mossa ful-minea indietreggiò fino alla porta, la tirò a se e fece entrare i suoi giovanotti. La loro comparsa annientò i forsennati.

Don Bosco chiese allora dove fosse l'ammalato. Lo menarono al piano superiore. Qui un cotale, coricato, gli mugolò di sotto alle coperte che si sarebbe confessato un'altra volta; ma non riuscì a nascondere il vero essere suo: Don Bosco ravvisò in lui uno dei due venuti a chiamarlo nell'Oratorio. Tuttavia, come suggerì la pru-denza, non se ne dette per inteso, ma gli rivolse qualche parola, quindi scese e uscì. In seguito, alcuni giovani, indagando, scopersero che un ignoto aveva pagato a quei figuri una succulenta cena, a condizione che facessero bere a Don Bosco di un certo vino. Il Santo sullo scorcio della vita, uscendo talvolta a passeggio e pas-sando vicino a quella casa, soleva indicarla a chi lo accompagnava e dire: - Ecco la casa delle castagne.

Un'altra sera di agosto, verso le diciotto, Don Bosco presso il cancelletto che chiudeva l'Oratorio, discorreva familiarmente con un gruppetto di ragazzi, quando uno gridò: - Un assassino, un assassino! - Infatti un tale Andreis veniva di corsa brandendo un coltellaccio e urlando: - Voglio Don Bosco, voglio Don Bosco! - I giovani atterriti fuggirono. Era fra essi il chierico Reviglio. L'assassino, credendolo Don Bosco, lo inseguì, finchè, avvedutosi dell'errore, ritornò su' suoi passi; ma Don Bosco stava già barricato nella sua camera, dopo aver chiuso il cancello di ferro à pie' della scala. Quell'omaccione, non riuscendo a forzarne la serratura, sl aggirò là sotto per tre ore. Sembrava o meglio si fingeva pazzo e ogni tanto a mo' di sfida chiamava fuori Don Bosco. I giovani, perduta la pazienza, si armarono di tutto ciò che cadde loro sotto le mani e stavano per irrompere uniti contro di lui, quando dal ballatoio Don Bosco ingiunse loro di tornare indietro. La questura, benchè su-bito avvertita, mandò soltanto alle ventuna e mezzo due guardie, che menarono via legato quell'energumeno.

Il curioso venne poi. Con procedimento insolito, l'indomani il questore fece interrogare Don Bosco, se perdonava. Come cristiano e come sacerdote egli per-donò; ma come cittadino e capo d'istituto richiese guarentigie. Ebbene, quel giorno stesso il malandrino fu rimesso in libertà e prima di notte si fece vedere nuova-mente in atto minaccioso attorno all'Oratorio. Due altre volte nella primavera del 1854 ritentò il colpo, sventato l'una e l'altra volta dal giovanetto Cagliero, che diede in tempo l'allarme. Si ripetè la denuncia. Don Bosco in questura disse e ridisse che non intendeva sporgere querela, ma che invocava il suo diritto a essere tutelato. Tanto, l'istruire un processo contro il malfattore sarebbe stato peggio che inutile; data la probabile acquiescenza delle autorità, sarebbe ricaduta sul prete tutta l'odio-sità dell'azione giudiziaria.

Fu così che quel cattivo soggetto riebbe la sua piena libertà. Allora il com-mendatore Dupré, consigliere comunale e amico di Don Bosco, volle scoprire il movente di sì ostinato furore, e vi riuscì. Potè infatti sentire direttamente dal fur-fante, che l'avevano pagato e che se gli si desse quanto altri gli davano, avrebbe levato l'incomodo. Ciò saputo, Don Bosco fece saldare certi debiti che colui aveva, disponendo per l'anticipo di una somma in suo favore. Quell'offerta valse finalmente ad acquetarlo.

Una perfida trama gli fu ordita, sempre nel 1853. Una domenica sul far della notte un individuo corse a pregarlo di andar a confessare un'ammalata dinanzi al Rifugio. Don Bosco, chiamati due giovani, fra cui l'immancabile Buzzetti, si mise in cammino. - Basto io ad accompagnarla, disse l'uomo, non disturbi i giovani. - Egli, facendo orecchie di mercante, ne chiamò altri due, un Arnaud e un Cerruti, segnalati nell'Oratorio per forza e coraggio. Come fu al luogo accennato, i due primi stettero in vedetta a pie' della scala, gli altri due salirono con lui al primo piano, appostandosi fuori dell'uscio.

Don Bosco, entrato nella camera, trovò una donna che ansava forte. A tal vista invitò quattro giovinastri ivi seduti ad allontanarsi. - Prima di confessarmi, disse la donna, voglio che quel mascalzone là ritiri le sue calunnie contro di me. -

Fra lei e l'interpellato sorse prima un battibecco, poi uno scambio di villanie, che diede luogo a un alterco generale con diluviare di imprecazioni e di bestemmie; pareva di essere nell'anticamera dell'inferno.

A un tratto, spento improvvisamente il lume, cominciò nel buio una tempesta di legnate dirette verso il punto dove stava ritto Don Bosco. Indovinata la trista manovra, egli dà di piglio a una scranna, se la pone sulla testa, perchè gli faccia da paracolpi, e d'un balzo guadagna l'uscio. Ma lo trova chiuso a chiave. In quella i giovani con una spallata lo sfondarono e Arnaud, slanciatosi dentro e afferrato per un braccio Don Bosco, lo trascinò fuori. Circondato dalla sua guardia del corpo, Don Bosco si allontanò da quella casa di perdizione. Il suo capo era incolume; solo gli doleva il pollice della mano sinistra. Una botta gli aveva portata via l'unghia e ammaccata la falange. Gliene rimase la cicatrice per tutta la vita. Ai giovani rac-comandò che non dicessero nulla a nessuno, ma che pregassero per il ravvedimento di quei disgraziati.

Fu sempre convincimento di Don Bosco che tante violenze avessero una causa sola, le Letture Cattoliche. Ogni numero sciorinava al pubblico verità sacrosante, che disturbavano gli affari ai corifei dell'eresia. La forma era costantemente pacata e cortese; anche dei fascicoli non suoi Don Bosco rivedeva le bozze, sopprimendo ogni frase troppo vivace; ma si sa bene che veritas odium parti.

Del resto nel gennaio del 1854 una prova palmare gli confermò che non pren-deva abbaglio sulla causa delle aggressioni. In un pomeriggio domenicale, mentre i giovani stavano ancora in chiesa, due signori piuttosto eleganti picchiarono alla sua porta e furono introdotti con la massima cortesia. Un giovane intelligente e pieno di vita, Giovanni Cagliero, che aveva letto loro in volto un'aria poco rassi-curante, si era andato a nascondere nella stanza attigua, origliando all'uscio interno. Non potè afferrare la prima parte del colloquio; poi, al tono di certe botte e risposte gli parve che coloro volessero per forza alcunchè da Don Bosco e che egli opponesse rifiuti. Da ultimo i due si scaldarono e Cagliero udì che dicevano: - In fin dei conti, che importa a lei che noi predichiamo una cosa o l'altra? Che interesse lei ha di darci contro? - Don Bosco rispose con pari energia essere suo dovere di-fendere con tutte le sue forze la verità e la religione. - Dunque non desisterà di scrivere le Letture Cattoliche? - gli domandarono arrogantemente. Un No risoluto fu la risposta. Il giovane intese allora come un fremito di minaccia, ma non colse distintamente le parole; onde sferrò all'uscio un gran pugno e volò a chiamare Buz-zetti. Di lì a un istante erano entrambi alla porta di Don Bosco e facevano per entrare, quando uscirono i due forestieri con faccia tetra e moti convulsi. Don Bosco li seguiva col berretto in mano, salutandoli tranquillo e cortese.

Nessuno avrebbe mai immaginato che cosa fosse accaduto nel momento del pugno, se molti anni dopo Don Bosco stesso non l'avesse raccontato. Uno di quei tali, estratte due pistole, minacciava di sparare, se Don Bosco non si piegasse. - Tiri pure - aveva egli risposto, piantando a lui negli occhi il suo sguardo fermo e penetrante. II rimbombo improvviso consigliò di riporre in fretta le armi; il quasi immediato rumore dei passi fece il resto. Forse la loro intenzione era stata solo d'in-timidire.

L'isolamento della casa di Don Bosco si prestava troppo bene agli agguati; egli tuttavia non portò mai armi. Quando per ragioni di ministero rincasava tardi, alcuni giovani più grandi andavano ad aspettarlo dove cominciava allora la solitu-dine pericolosa di Valdocco; a volte anche lo accompagnavano buoni cittadini; talora egli stesso richiedeva un milite al comandante del picchetto di Porta Palazzo. In altri casi lo soccorse la Provvidenza con un mezzo sui generis.

Questo mezzo fu un cane. Nessuno potè mai sapere donde venisse o dove andasse, ma arrivava sempre a tempo. Molti lo videro, molto se ne parlò, molte volte Don Bosco ne raccontò le prodezze. La cosa ha della leggenda; ma vi sono impegnate l'autorità di testimoni fededegni e la veracità di un Santo.

Il misterioso animale fece da se la sua presentazione l'anno prima delle Letture Cattoliche. Don Bosco sul tardi ritornava tutto solo a casa. Un cane gli si accostò all'improvviso. Era un bel cagnone grigio, come raramente se ne vedono. Al primo vederlo Don Bosco si spaventò; ma tosto notò che si comportava con .lui da vec-chio amico. Procedettero in festevole compagnia fino all'ingresso dell'Oratorio, dove si separarono. Il gran da fare cominciò per il caro bestione nel 1853. Allora Don Bosco, tutte le sere che percorreva da solo il tratto deserto dal Manicomio in giù, se lo rivedeva a fianco; se poi era accompagnato e chi andava con lui prendeva commiato prima che si fosse al termine della zona malfamata, il Grigio (è il nome datogli da Don Bosco) subito ne pigliava il posto. Una sera invece gl'impedì l'uscita, sdraiandosi presso il cancello. Non ci fu verso di farlo muovere; anzi, se Don Bosco tentava di passare rasente gli stipiti, il cane lo arrestava, cacciandoglisi fra i piedi. La madre a tal vista lo scongiurava di non uscire. Egli per non lasciarla in pena rientrò. Ma non trascorse un quarto d'ora che un vicino corse a dirgli di non andare fuori, per-ché sapeva di sicuro esservi gente in agguato per lui.

Un'altra sera se la vide brutta. A mezza via fra Porta Palazzo e il rondò di Valdocco un tale gli correva dietro con un randello in mano. Prese anche lui la corsa per non essere raggiunto; ma nella discesa, dove ora mette capo la via Cigna, ecco parecchie facce proibite che si avanzavano con l'evidente intenzione di pren-derlo fra due fuochi. Urgeva liberarsi dal primo, che era già a pochi passi. Don Bosco si ferma, lo attende, gli punta il gomito nel petto e lo manda supino e senza fiato in terra. Messo quello fuori di combattimento, si volta, e già gli sono addosso gli altri coi bastoni alzati. Si sente perduto, ma eccogli accanto il Grigio che latra e ringhia e si avventa con tanto furore contro i malandrini, che sarebbero morti di spavento, se Don Bosco non avesse chiamato la bestia. Lasciati liberi, se la bat-terono, e il cane scortò lui fino alla porta della cucina, dove mamma Margherita ebbe appena tempo di fargli una carezza, che quello se n'andò.

Gli attentati si succedevano sotto varie forme. Non molto dopo, per il mede-simo viale, uno scherano, appostato dietro un vecchio olmo, gli sparò contro due colpi di pistola, che andarono falliti. Allora gli si slanciò addosso per ferirlo di coltello; ma sbucò non si sa donde il Grigio, che lo assalì, lo mise in fuga e poi accompagnò Don Bosco secondo il consueto.

Nel novembre di quel tragico anno, scendendo dalla Consolata verso la Pic-cola Casa, Don Bosco avvertì fra il buio e la nebbia il rumore dei passi di due uomini che lo precedevano. Non c'era dubbio che fossero due male intenzionati, perchè misuravano sul suo il loro andare. Fece per ritornare indietro e riparare in qualche casa; ma quelli, agili come leopardi, gli balzano addosso e lo imbava-gliano con un mantello. Egli si dibatte, essi maggiormente lo stringono; egli fa per gridare, uno gli tura la bocca. Ma un improvviso e violento abbaiare lo fa avvisato che c'è il Grigio. Ritornato padrone dei suoi movimenti, gitta il mantello e vede il cane che addenta l'uno e lo atterra, mentre l'altro alza i tacchi; ma non va molto lontano che la bestia lui pure rovescia nel fango, e poi si avventava or contro l'uno or contro l'altro, finche alle loro disperate implorazioni Don Bosco fe' cenno al suo fido difensore, che all'istante ristette, e i ribaldi se la diedero a gambe. Al po-vero Don Bosco quella volta dallo spavento sofferto venivano meno le forze; onde entrò al Cottolengo e chiese una bibita ristoratrice. Il Grigio, aspettatolo fuori, lo ricondusse fieramente a casa.

Non posso descrivere qui le piacevoli scene, quando il Grigio scherzava coi giovani nel cortile o mostrava le sue tenerezze per Don Bosco nel refettorio, senza però mai accettare pane o altro. Fino al 1855 fu il suo provvidenziale, dirò così, canis ex machina. Appresso si fece ancora vedere in momenti critici; ma allora lo spauracchio delle Letture Cattoliche non armava più il braccio dei sicari.

Terminato col febbraio del '54 il primo anno delle Letture, Don Bosco si sentiva così poco scoraggiato per tante persecuzioni, che, quasi nulla fosse, indirizzò agli asso-ciati una lunga circolare, nella quale, dopo aver reso conto del gran bene già otte-nuto con quelle pubblicazioni e del sempre maggior male operato dai protestanti, non che della benedizione particolare inviatagli da Pio IX, conchiudeva dicendo: " Intanto annunciamo che l'associazione continua ". Aggiungeva anzi che di tutti i fa-scicoli pubblicati era in corso di stampa la traduzione francese per la Savoia, unita ancora al Piemonte, e per la valle d'Aosta.

Ma continuare sarebbe stata una vana parola, se fosse mancata la sua tenacia invitta e la sua sapiente e laboriosa direzione. Procurare collaboratori ecclesiastici e laici, crescere il numero degli associati, scovare in ogni città e villaggio chi si fa-cesse centro per la diffusione, scrivere infinite lettere e circolari, regolare l'ammi-nistrazione, trattare con l'editore e sorvegliare la stampa furono, in mezzo a mille altre occupazioni, cure sue assidue. Certe volte in tipografia si aspettava d'urgenza l'originale da comporre ed egli, che non aveva ancora nulla di pronto, preparava da un giorno all'altro il fascicolo, impiegandovi anche la notte intera. Nei primi quindici anni o per i numeri usciti dalla sua penna o per l'attento esame degli altrui lavori che completava e correggeva, si può asserire che la collana fu opera sua.

Così nacquero le Letture Cattoliche di Don Bosco. I profani avrebbero giurato che, nate sotto cattiva stella, non sarebbero vissute a lungo; Don Bosco invece dal vedersi per quelle accanitamente preso di mira, argomentava che la Provvidenza le voleva, essendo cosa ordinaria che un'impresa quanto più ridonda a gloria di Dio e a bene delle anime, tanto più vada soggetta a dure prove. Per questa sua crea-zione egli si appassionò fino all'estremo della vita. Se l'umile periodico non ha cessato ancora di esistere, ciò si deve attribuire in gran parte a un delicato senso di rispetto per la memoria di tanto suo amore.

 

CAPO XIV

PAGINA D'ORO NELLA STORIA DELL'ORATORIO

E' una pagina di storia, che ad altri forse piacerà meglio chiamare canto di poema; chè realmente un gran poema stava Don Bosco elaborando, divino poema della carità.

Nell'estate del 1854 un grave flagello era alle porte. Il colera, scoppiato a Ge-nova in luglio e diffusosi rapidamente nella Liguria, minacciava sul cadere del mese la città di Torino. Le notizie che giungevano dai luoghi infetti, impaurivano la gente, e durante simili morie non c'è la peggior cosa che star con paura. Don Bosco non volle che questa avanguardia del contagio gli portasse la perturbazione in casa; per-ciò diede egli stesso ai giovani dell'ospizio l'annunzio che il tristo malanno si ap-prossimava. Suo scopo era di mantenerli tranquilli, e vi si adoperò con argomenti di fede. Parlò dunque loro in questo senso. - Sapete voi qual è la cagione di tali calamità? Una sola, il peccato. Se voi tutti non commetterete neppure un peccato mortale, non temete, il colera non vi toccherà. Porterete pure al collo una medaglia di Maria Santissima, che io benedirò e vi distribuirò: direte inoltre ogni giorno un Pater, Ave e Gloria con l'Oremus di S. Luigi, aggiungendo la giaculatoria: Ab omni malo libera nos, Domine.

Stabilita la calma negli animi, prese le precauzioni imposte dall'igiene: dare il bianco alle muraglie, diminuire il numero dei letti nei dormitori e quindi riattare altre camere per quest'uso, provvedere biancheria, migliorare il vitto. Erano spese che lo dissanguavano. L'aveva bensì rifornito alquanto di denaro una terza lotteria, fatta con gli oggetti rimasti dalla prima, i quali non dovettero essere pochi, se si estrassero 214 premi; ma fu come neve al sole. E la carità pubblica, oltrechè per l'avanzarsi dell'epidemia, diminuiva sempre più per il rincaro dei viveri causato dagli scarsi raccolti e dalla guerra russo-turca. Nondimeno l'Armonia del 10 agosto, quando si denunciavano già parecchi casi al giorno in Torino, stampò un calo-roso appello alla cittadinanza, perchè si venisse in aiuto a Don Bosco nelle sue strettezze.

Un aiuto d'altro genere gli giunse allora, imperiosamente richiesto dalle cir-costanze. Dice un proverbio che Dio manda il freddo secondo i panni; ma talvolta bisognerebbe dire che Dio manda i panni secondo il freddo. Per governare da solo e bene un'ottantina di ragazzi interni Don Bosco faceva una vita sacrificatissima; nelle imminenti difficoltà poi, volendo arrivare a tutto, gli sarebbe stato necessario il dono abituale della bilocazione. Ed ecco proprio allora inviarglisi dalla Provvi-denza un valoroso collaboratore nella persona di un umile sacerdote, Don Vittorio Alasonatti, maestro elementare ad Avigliana, sua terra natale. Don Bosco l'aveva incontrato a S. Ignazio sopra Lanzo durante un corso di Esercizi spirituali; quindi a poco a poco se l'era guadagnato talmente, che gli rese accetto l'invito a dividere con lui le fatiche dell'Oratorio interno. 1 patti furono chiari: da parte di Don Ala, sonatti, molto lavoro e poco riposo, e da parte di Don Bosco, vitto, vestito e pa-radiso. A sì inaudite condizioni il 14 agosto quel buon prete venne a stabilirsi nel-l'Oratorio, assumendovi sotto l'obbedienza di Don Bosco l'incarico della disciplina e dell'amministrazione.

Il colera cominciava a infierire. Nella parrocchia di Borgo Dora il Municipio impiantò due lazzaretti, di uno dei quali affidò a Don Bosco l'assistenza spirituale. Egli per altro, non meno che Don Alasonatti, accorreva dovunque fosse richiesto.

I giovani di fronte alla terribile apparizione, col relativo incalzarsi di lugubri notizie, sarebbe stato già molto se non si fossero dati in preda a panico timore. Invece la loro grande preoccupazione era di vivere in grazia di Dio; onde ogni sera dopo le,preghiere assediavano Don Bosco per averne consigli e soluzioni di dubbi, ed egli, benchè affaticato, li ascoltava a lungo senza dar segno di tedio. Ma questo non è nulla a petto di quello che si dirà.

Costava poco al Municipio aprire lazzaretti; ma il busillis stava nel trovare infermieri. Non c'era paga che valesse ad accaparrarne un numero sufficiente. Preti., religiosi e suore si dedicavano al caritatevole ufficio, ma al bisogno bastavano solo in parte. Quanti infelici languivano e morivano nell'abbandono! Don Bosco, de-scrisse ai giovani le infinite miserie, di cui era quotidianamente spettatore, e rap-presentò loro l'urgenza di avere chi fosse disposto a sacrificarsi per amore del prossimo. Non predicò al deserto. Alla sua promessa d'incolumità credevano; là condizione imposta veniva adempiuta. Orbene. quattordici dei più robusti diedero subito il nome alla Commissione sanitaria, mettendosì a sua disposizione per il ser-vizio dei colerosi; pochi giorni dopo trenta altri ne seguirono l'esempio. Erano poveri giovani dai quindici ai sedici anni; erano consci del terrore che metteva in fuga dal letto degli appestati anche gli stretti parenti; erano testimoni dello squal-lore che regnava in città; eppure non esitarono a entrare in azione.

Andavano ordinariamente dove giorno per giorno Don Bosco li destinava, o in pubblici lazzaretti o in case private. Qui, attenendosi per sè alle norme profilat-tiche dal medesimo insegnate, apprestavano ai colpiti le cure che da lui pure ave-vano apprese. Le prime impressioni erano state, a dir vero, poco incoraggianti. Il contorcersi delle vittime, il cadaverico lividore delle loro facce, gli occhi infossati, lo spirare fra spasimi atroci causarono da principio -anche qualche svenimento; si pensi che spesso per cacciar via dagli infermieri prezzolati la paura, occorreva inebriarli di liquori. Tuttavia non uno si ritrasse dall'opera santa. L'esempio e la parola di Don Bosco influirono su di essi più che qualsiasi stimolante sicchè riempiva dì ammìrazìone ìl vedere con quali premure servissero ognuno il pro- prio infermo.

All'Oratorio tornavano solo per pigliare un boccone. Ne arrivavano a ogni ora, secondochè potevano sospendere il servizio. Mamma Margherita li sfamava e li ascoltava. Udendo di necessità estreme, cavava biancheria dalla guardaroba, finchè giunse a vuotarla. Un giovane le disse del suo malato, che non aveva più un cencio per coprirsi; essa, non avendo più che prendere, gli diede una to-vaglia da tavola. Un altro le riferì di parecchi sofferenti che si trovavano nelle stesse condizioni; essa ottenne dal figlio licenza di dare una tovaglia d'altare, un amitto e un camice.

Divulgatasi in Torino la fama dell'abnegazione di quei giovani, piovevano a Don Bosco domande per averne come infermieri; anche il Municipio ricorreva a lui, perchè ne mandasse in luoghi indicati. L'Armonia del 16 settembre ne scrisse alti elogi. " Questi giovani, diceva, animati dallo spirito del loro padre più che su-periore, si accostano coraggiosamente ai colerosi, inspirando loro coraggio e fiducia, non solo colle parole, ma con fatti, pigliandoli per le mani, facendo le fregagioni, senza dar vista del menomo orrore o paura. Anzi, entrati in casa di un coleroso, sì volgono tosto alle persone esterrefatte, confortandole a ritirarsi se hanno paura, mentre essi adempiono a tutto l'occorrente, eccettuato che si tratti di persone del sesso minore, che in tal caso pregano che alcuno di-casa resti, se non vicino al letto, almeno in luogo conveniente. Spirato il coleroso, se non è donna, compiono intorno al cadavere l'estremo ufficio ". Anche il Tommaseo, stabilitosi a Torino in maggio, conobbe, ammirò ed encomiò tanto eroismo. In una sua lettera del 3 ottobre con la quale pregava Don Bosco di prestargli due volumi del Rosmini, non si potè trat-tenere dallo scrivere: " So della generosa carità esercitata da Lei e dai suoi nella malattia che minacciava specialmente i poveri della città; e anche di ciò le debbo ringraziamenti vivissimi come cristiano ".

Nessuno seppe mai, se non molto tempo dopo, che il morbo fatale era pene-trato nella camera di Don Bosco. Una notte, quando già ferveva l'opera di assi-stenza, egli si svegliò artigliato dal male. Aveva piedi e gambe assiderati e aggranchiati; impeti di vomito gli squassavano le viscere. Per non mettere in agitazione la casa, decise di liberarsene da sè solo. Fece anzitutto una preghiera alla Madonna. Quindi intraprese una veementissima ginnastica degli arti superiori e inferiori, la quale gli immerse tutto il corpo in un profluvio di sudore. Spossato, s'addormentò, svegliandosi al mattino in condizioni normali.

Verso il medesimo tempo un altro episodio di natura ben differente afflisse dapprima e poi consolò il cuore di Don Bosco. Uno de' suoi più animosi giovani infermieri era il sedicenne Giovanni Cagliero. Egli l'aveva menato all'Oratorio da Castelnuovo nell'autunno del 1851. Nell'esercizio della grande carità Cagliero con-trasse un'infezione tifoidea, che sul finire di settembre lo ridusse agli estremi. I medici dichiararono il caso disperato. L'amico Buzzetti lo avvertì del pericolo e Don Bosco si recò da lui per disporlo a ben morire. Ma quale sorpresa ve lo atten-deva! Appena messo piede sulla soglia della camera, vide una colomba luminosa, che, recando nel becco un rametto d'olivo, fece un volo tondo e posatasi sul ca-pezzale sfiorò con la frondicella le labbra dell'infermo, lasciandogliela poi cadere sul capo; infine folgorò d'un lampo abbagliante e sparì. Don Bosco s'avanza; ma ecco una seconda visione. Scomparse le pareti, figure strane di selvaggi si accostano al letto, fissano lo sguardo nel morente e sembrano invocare soccorso. Spiccano sul gruppo due individui curvi sul giovane, uno deforme e nerastro, l'altro di sta-tura e membra atletiche e dal colore di rame. Poi tutto si dileguò. Entrambe le scene si svolsero rapidamente come le proiezioni sullo schermo cinematografico, nè alcuno dei presenti si accorse di nulla. Per allora Don Bosco credette di comprendere chiaramente che la morte non sarebbe venuta, e confusamente argomentò che la vita del suo alunno sarebbe stata una vita di apostolato. Quindi, avvicinatosi al giovane, gli domandò se prefe-risse andare subito in paradiso o guarire e aspettare. - Quello che è meglio per me - fu la risposta. E Don Bosco: - Per te sarebbe meglio andare in paradiso ora che sei giovane. Ma il Signore ha disposto diversamente. Ci sono molte cose da fare. Guarirai, diverrai prete e col tuo breviario sotto il braccio ne avrai da fare dei giri!

Cagliero, che si sentiva la coscienza tranquilla, disse che dunque si sarebbe confessato quando fosse fuori di letto, ne si parlò più di Sacramenti. Stava per entrare nella convalescenza, quando un grappolo d'uva recatogli da parenti lo ri-piombò nel male con sintomi peggiori di prima. Di nuovo però contro ogni spe-ranza si riebbe. La guarigione volle il suo tempo, ma fu perfetta. Di qui innanzi avremo più volte occasione .d'incontrarlo.

Al cessare dell'epidemia, l'ospizio dell'Oratorio albergava trentasei ricoverati di più senza dover piangere neppure un decesso.

L'aumento era effetto del colera. Fanciulli poveri in buon numero, resi im-provvisamente orfani, movevano a pietà. Don Bosco in un giorno solo ne raccolse ben sedici, che condusse con se e allogò nella sua casa. Il Municipio, che aveva dovuto improvvisare un orfanotrofio presso la Chiesa di S. Domenico, cercava chi volesse curare l'istruzione degli orfanelli. Don Bosco vi si profferse e ne fu con gratitudine incaricato, sicché in seguito divideva il suo tempo fra l'Oratorio, i co-lerosi e l'orfanotrofio municipale. Chiuso poi questo in dicembre e distribuiti i fanciulli in vari istituti di beneficenza, venti dei più piccoli toccarono a Don Bosco, che ne formò una classe a parte.

Non si può dire certamente che fosse benignità del colera la preservazione dell'Oratorio. Torino, secondo il censimento del 1847, contava appena 125.268 abitanti; il numero dei morti di colera, se pure la cifra non riuscì alquanto addo-mesticata, sommò a 2456. Uno dei quartieri più flagellati fu proprio quello di Valdocco; basti osservare che nelle sole quattro case situate più da presso dell'Ora-torio, perirono quaranta persone. E abbiamo visto con che santa imprudenza i gio-vani si slanciassero nel pericolo. Se dunque alla promessa di Don Bosco rispose la realtà, era da saperne grado a una causa superiore.

La condotta dei giovani di Don Bosco impressionò vivamente la cittadinanza, formando oggetto di prolungati e simpatici commenti, massime fra le persone che erano in grado di apprezzarne il merito. Il fatto poi che nell'invasione generale del morbo una casa come l'Oratorio fosse rimasta quasi un'oasi privilegiata, non parve a tutti spiegabile con un semplice e comodo ricorrere al caso. Ne conseguì natu-ralmente una più estesa conoscenza dell'Opera e un progressivo moltiplicarsi di benefattori.

In ottobre la mortalità ebbe termine. Don Bosco per la festa del Rosario con-dusse ai Becchi i giovani maggiormente bisognosi di svago e di aria pura. Dio lo aspettava là per fargli un magnifico regalo. A Mondonio, villaggio confinante con Castelnuovo, viveva una giovanetto, il quale mostrava in sé più dell'angelico che dell'umano. Don Bosco appena lo vide intuì i tesori di grazia che si nascondevano in quell'anima, e lo accettò fra i suoi alunni. Così al principio del nuovo anno sco-lastico entrò nell'Oratorio Domenico Savio, che sotto la direzione del Santo doveva fare mirabili ascensioni e rallegrare la casa con l'olezzo delle sue virtù, ne già di virtù ordinarie e comuni, ma di virtù portate al grado eroico, siccome la Chiesa ha autorevolmente dichiarato.

Rimaneva un dovere a compiere, perchè il fortunoso periodo si potesse consi-derare definitivamente chiuso: bisognava ancora rendere grazie a Dio per l'immu-nità dal contagio. Venne scelto per questo un giorno solennissimo fra i solenni: l'otto dicembre, quello storico otto dicembre 1854, nel quale Pio IX dal Vaticano proclamava Urbi et Orbi dogma di fede l'Immacolato Concepimento della Madre Santissima di Dio.

 

CAPO XV

"PER IL BENE DEL RE E DELLA CHIESA"

Come ogni buon Piemontese, Don Bosco amava cordialmente i suoi Sovrani.

Anche motivi di gratitudine lo animavano verso di essi, giacche non ricorreva mai invano alla loro munificenza. Per altro il suo attaccamento non aveva nulla della cortigianeria interessata; la sua era un'affezione, dirò così, sacerdotale, che gli faceva voler bene alle anime, fossero queste di re o di sudditi, di ricchi o di poveri, di grandi o di piccoli. Ciò gli conferiva una evangelica libertà, con la quale sapeva dire a ognuno caritatevolmente il vero, e siffatta carità del vero egli rendeva a tutti in cambio della carità materiale ricevuta.

Dal 1850 i partiti anticlericali con diatrìbe parlamentari, con attacchi giorna-listici e con voti di consigli provinciali e comunali venivano creando la cosiddetta pubblica opinione in favore di due leggi: legge di soppressione degli Ordini religiosi e legge d'incameramento dei beni ecclesiastici. Il colera fece sospendere la campagna; cessato il flagello, la lotta si riaccese. Il 28 novembre 1854 Urbano Rattazzi, guarda-sigilli, presentò ai Deputati un suo disegno di legge per la soppressione dei conventi.

Poco prima della presentazione era entrato in scena Don Bosco. In novembre, quando sull'argomento già ardevano le polemiche, egli non potè esimersi dal chia-rire le idee ai giovani, che, stando a contatto continuo e vivo con l'esterno, cono-scevano la grossa controversia. Lo fece in un sermoncino dopo le orazioni della sera, ricavando la morale non da una favola, ma da un curioso documento storico, che riguarda lTabbazia di Altacomba.

Questo celebre monastero cistercense, proprietà di Casa Savoia, sorge sulla riva savoiarda del lago Bourget. Lo fondò il Duca Amedeo III nella prima metà del secolo XII. Usurpato durante l'occupazione francese, lo ricuperò il Re Carlo Fe-lice nel 1824; ma, essendo stato ridotto a un ammasso di rovine, ci vollero anni molti per la sua ricostruzione. Le opere di abbellimento durarono fin oltre il 1860. Quindi il nome di Altacomba correva allora nel Piemonte.

Orbene nelle carte di fondazione si leggono scritte, non si sa da qual Duca Sabaudo, bibliche maledizioni sul capo di chiunque dei discendenti avesse mai l'ar-dire di sopprimere l'abbazia o di usurparne i beni, come appunto sarebbe avvenuto in forza della nuova legge. Eccone la traduzione: " Se mai alcuno dei nostri eredi o qualsiasi altra persona attenterà a questa nostra donazione e in qualsivoglia modo la violerà, resti maledetto e come Adamo, facendo contro la volontà del Signore, fu sbandito dal Paradiso, così anche colui venga segregato dal consorzio di tutti i fedeli e gli rimanga chiuso in perpetuo l'ingresso al Regno celeste e gli si aprano invece le porte dell'inferno, dove sia dal diavolo tormentato senza fine, e appresso questa donazione duri stabile in eterno ".

Don Bosco nel rievocare questo documento ebbe il doppio scopo di mostrare come la pensassero gli avi dei regnanti in materia di Ordini religiosi e a quali peri-coli si esponessero i violatori di questi.

Uno degli ascoltanti, il chierico Angelo Savio, giovane pieno di ardore, ne riportò sì forte impressione, che divisò di scrivere al Re. Don Bosco non trovò nulla a ridire. Avuto dunque il testo del documento, lo trascrisse, si firmò debitamente e spedì. Vigevano ancora fra Casa Reale e popolo torinese i legami quasi patriarcali di un tempo, sicchè scrivere al' Sovrano non significava per se agire con soverchia confidenza. A Vittorio Emanuele II la lettera spiacque. Per iscoprirne l'au-tore interrogò il Marchese Fassati, che godeva intera la sua fiducia. Questi, essendo nell'Oratorio come di casa, perchè vi faceva anche il catechismo, indovinò subito la provenienza del foglio, ma prudentemente tacque. Venne però a lagnarsene con Don Bosco, incitandolo a riprendere con sevetità il Savio. Don Bosco al contrario ne giustificò l'operato, dimostrando che l'atto di lui rendeva testimonianza della sua devozione verso la reale famiglia.

Di lì a poco egli fece un sogno misterioso. Vide entrare nell'Oratorio uno staf-fiere di Corte. Ne riconobbe subito la qualità dalla caratteristica livrea rossa, com'è tuttora. - Grande notizia! gridò quegli a Don Bosco, ritto presso la fontana fra un gruppo di giovani. Annunzia: gran funerale in Corte. - Ciò detto, si allontanò, prima che Don Bosco avesse tempo di chiedergli spiegazioni.

Questo sogno lo riempì di tristezza; vi ravvisava un mònito dall'alto. Quindi stese la minuta di una lettera al Re, narrandogli semplicemente la cosa e scongiuran-dolo di non permettere la presentazione del progetto di legge; poi incaricò Savio di copiare e spedire. Egli seppe in seguito da persone ben informate che il Re aveva letto, ma senza punto curarsene.

Cinque giorni appresso Don Bosco fece un altro sogno. Gli parve che, mentre sedeva al tavolino scrivendo, risonasse improvviso nel cortile lo scalpitare di un ca-vallo e che un minuto dopo gli entrasse in camera il medesimo staffiere gridando - Annunzia: non gran funerale in Corte, ma grandi funerali in Corte. - Poi lo vide con la rapidità del fulmine uscire, scendere, montare in sella e via. Allo spun-tare dell'alba scrisse tutto al Re. Nessuno dei Reali era infermo: Don Bosco però ritenne che nei due sogni si minacciasse la morte per più d'uno. Lo disse ai chierici, raccontando loro ogni cosa, affinchè nella casa si pregasse molto per il Re e per la famiglia reale.

Vittorio Emanuele prima si turbò, poi s'incollerì e rimise entrambe le lettere al marchese Fassati. Il Marchese tornò a rimproverare gravemente Don Bosco; ma Don Bosco, manifestandogli il suo vivo rincrescimento per il dispiacere cagio-nato al suo Re, soggiunse che l'aveva fatto, che l'aveva dovuto fare per il bene del Re e della Chiesa.

Intanto il disegno Rattazzi fu presentato al Parlamento. Iniziatasene la discus-sione, il Ministero nella seduta del 9 gennaio 1855 presentò ai Deputati anche il secondo disegno sull'incameramento dei beni ecclesiastici. Il paese si divise in due campi fieramente avversi, scavandosi sempre più l'abisso di quel fatale dissidio re-ligioso, che doveva disunire gli Italiani e tenerli disuniti fino alla venuta dell' "Uomo provvidenziale " che l'avrebbe rotta con un passato di settantacinque anni.

Si combatteva nel Parlamento, si battagliava nel paese. Alla lotta impose tregua un lutto repentino. Il 12 gennaio dopo breve malattia cessava di vivere la Regina Madre Maria Teresa, universalmente venerata e amata per le sue grandi virtù. Prima che la salma della defunta si avviasse a Superga, il Re ricevette una lettera senza indicazione di sorta. Vi si diceva: " Persona illuminata ab Alto ha detto: Apri l'oc-chio; è già morto uno; se la legge passa, accadranno gravi disgrazie nella tua famiglia. Questo non è che il preludio dei mali. Erunt mala super mala in domo tua ". Il Re ne fu tanto più scosso, perchè, come riferisce il Tavallini nel suo La Vita e i tempi di Giovanni Lanza, aveva già detto al generale Alfonso La Marmora: - Mia madre e mia moglie non fanno che ripetermi che esse muoiono di dispiacere per causa mia.

Suggellata appena la tomba di Maria Teresa, nel giorno stesso 16 gennaio venne portato il Viatico alla Regina Maria Adelaide. Questa notizia addolorò tutto il Piemonte, non solo perchè in Piemonte le sventure del Re erano sventure del popolo, ma anche per l'affetto che ogni ordine di cittadini portava all'augusta Sovrana. Quattro giorni dopo, alla sera del 20, essa rendeva la sua bell'anima a Dio.

Terminati i giorni del lutto ufficiale e riapertasi il 3 febbraio la Camera, la di-scussione della legge fu nuovamente sospesa per dar luogo all'esame del trattato di alleanza sottoscritto dal Cavour il 10 gennaio con la Francia e l'Inghilterra contro la Russia; in forza di esso il regno sardo avrebbe partecipato alla guerra con l'invio di 15.000 uomini in Crimea. Si giunse all'approvazione il 10 febbraio con proce-dimento accelerato, perchè si potesse riprendere tosto la sospesa discussione pre-cedente. Ma ecco sopraggiungere una terza inaspettata sospensione: nella notte del 10 sull' 11 morì Ferdinando Duca di Genova, unico fratello del Re.

La ragion politica più forte di qualsiasi altra considerazione, trascorso il periodo di lutto, fece riattaccare la discussione del progetto Rattazzi, che la Camera dei Deputati approvò il 2 marzo. Il Ministro lo presentò subito al Senato, che lo mise all'ordine del giorno per il 23 aprile. Fra queste due date Don Bosco diede fuori in due fascicoli delle Letture Cattoliche un lavoro del barone Nilinse intitolato: 1 beni della Chiesa, come si rubino e quali siano le conseguenze; con breve appendice sulle vicende del Piemonte. Nel bollore delle polemiche il libro fece dello scalpore. La polizia ne avrebbe voluto il sequestro; il deputato Brofferio gridava fra colleghi non potersi tollerare una simile provocazione e doversi cercare e severamente pu-nire l'autore. Il chiasso finì nella decisione che fosse miglior consiglio da parte del-l'autorità affettare indifferenza.

La Chiesa in quella congiuntura si mostrò tutt'altro che intransigente. L'Epi-scopato Subalpino col beneplacito della Santa Sede e per bocca del suo rappresen-tante senatore Calabiana, Vescovo di Casale, avvertì il Re che avrebbe proposto un compromesso onorevole sotto ogni riguardo e lo presentò al Senato. Allora per impedire che la mossa producesse il suo effetto, gli uni sollevarono la piazza contro l'invadenza pretina, altri premettero sul Sovrano, quasi ne andasse l'onore del suo nome e la sicurezza della monarchia. Durante quei trambusti il 17 maggio l'ultimo figliolino di Vittorio Emanuele, nato dodici giorni prima che morisse la madre, benchè godesse ottima salute, quasi improvvisamente si spense. Così in quattro mesi il Re aveva perduto madre, moglie, fratello e figlio: quattro ferite nei quattro più intimi affetti domestici.

In Senato la legge passò con la maggioranza di nove voti su novantacinque vo-tanti. Mancava soltanto la firma reale, perchè si procedesse alla distruzione dei conventi e al sequestro delle loro proprietà: Don Bosco volle fare un estremo ten-tativo. Dettò al Savio una lettera al Re così concepita: " Sacra Real Maestà! Ieri mi sono trovato in una conversazione, e tra le persone presenti vi era Don Bosco. Si parlava delle cose del giorno e della legge Rattazzi passata al Senato. Don Bosco disse: - Se io potessi parlare al Re, gli direi: Maestà, non sottoscrivete la legge soppressiva dei conventi, altrimenti sottoscrivereste molte disgrazie su voi e sulla vostra famiglia. Di ciò vi avverto come suddito fedele, affezionato ed ossequente - ". Il chierico si firmò Savio Angelo di Castelnuovo d'Asti.

Don Bosco non si sentiva ancora pago: gli sembrava di non dover lasciare nulla d'intentato, finchè rimanesse un filo di speranza. Scrisse egli stesso al Re una lettera in latino e gliela fece recapitare per mezzo di un valletto castelnovese, suo lontano parente. Questa volta il Re prese la cosa molto sul serio, tanto che, venuto il momento della firma, disse di sospendere, perchè desiderava prendere tempo e pensarci su. La sua coscienza era evidentemente turbata. Ciò vedendo, i Ministri gli proposero di chiamare alcuni teologi, perchè giu-dicassero i suoi dubbi. Il Re annuì. Convennero al palazzo quattro preti dottori in diritto canonico. Il Re stesso espose laconicamente lo stato della questione, co-municò loro le lettere di Don Bosco e si ritirò. I consultori se la sbrigarono molto in fretta. Il Re avvertito rientrò nella sala. Quanto alle lettere, si sentenziò che il tempo delle rivelazioni era finito da un pezzo. Quanto alla legge, il relatore si adden-trò in una disquisizione sui diritti dello Stato di fronte alla Chiesa, finchè il Re, che poco o nulla gli teneva dietro: - Insomma, lo interruppe, posso in coscienza firmare questa legge? - I canonisti risposero che certamente sì. E quel giorno me-desimo, 29 maggio, la firmò.

Gli ecclesiastici consultori erano stati oculatamente scelti dai Ministri fra i . discepoli di Nepomuceno Nuytz, che aveva insegnato diritto canonico nella Regia Università di Torino fino al 1851. Il laico professore, nell'aria di regalismo che allora spirava là entro, ebbe nel clero non pochi seguaci, frequentanti la facoltà teologica universitaria. Una delle tesi da lui propugnate era che nel conflitto della potestà civile con l'ecclesiastica la prima dovesse prevalere.

Uno dei quattro consiglieri, imbattutosi poco dopo in Don Bosco, lo rimpro-verò acerbamente per le lettere insolenti, diceva, scritte al Re; tentò poi di giusti-ficare con ragioni il proprio operato, impartendogli una lezione di diritto canonico, com'egli lo intendeva. Ma il Santo ribattè i suoi argomenti, dicendogli infine con apostolica franchezza che provvedesse alla sua coscienza. L'altro, offeso più da questo richiamo che dalla confutazione, gli volse indispettito le spalle. Tuttavia non andò molto che gli divenne amico, ne cessò, finchè visse, di beneficarlo e con vera generosità.

Personalmente il Re non inclinava a invadere la giurisdizione ecclesiastica; quindi avrebbe preferito che si prendesse in considerazione la proposta dei Vescovi. Nel dì della firma disse visibilmente infastidito a un generale che partiva per la Crimea: - Fortunato lei che va a combattere i Russi i Io invece devo restare a conibattere frati e monache. - In altra occasione rivelò il suo sentimento dicendo - Questa legge mi procurerà i lamenti di tutti i religiosi. Risponderò che mi fanno pena le loro sofferenze, ma che innanzi tutto sono re costituzionale.

Quante cose si sarebbero accomodate allora, prima e poi, se i governanti non fossero stati sotto l'influsso di poteri occulti, nemici acerrimi del Papato e della Chiesa! Nel 1850, stando per entrare in porto la legge Siccardi contro il foro eccle-siastico, la piissima Regina Madre aveva fatto di tutto per ritrarre l'augusto suo figlio dal sanzionarla senza intendersi col Papa, come già egli le aveva promesso e come sarebbe stato possibile. Esiste una commovente sua lettera del 9 ago-sto 1850 a Vittorio Emanuele, nella quale è notevole questa coincidenza di pensiero con le minacce di Don Bosco. " Chi sa quanti castighi, quanti flagelli di Dio ci at-tirerà per te, per la famiglia e per il paese se approvi e sanzioni. Pensa qual sa-rebbe il tuo dolore se il Signore facesse ammalare gravemente od anche se si pren-desse la tua cara Adelaide [Maria Adelaide] che tu con santa ragione tanto ami o la tua Chichina [Clotilde] o il tuo Betto [Umberto]; e se potessi vedere dentro il mio cuore, quanto sono addolorata, angustiata, spaventata dal timore che tu san-zioni subito questa legge per Tè tante disgrazie, che son certa che ci porterà, se sarà fatta senza il consentimento del Santo Padre, forse il tuo cuore che è proprio buono e sensibile e e phe ha sempre tanto amato la sua povera mammina, si lasce-rebbe intenerire ".

Don Bosco, finché non ogni possibilità fu preclusa di scongiurare l'irrime-diabile, non aveva cessato di scrivere al Re, il quale un giorno gli fece dire che le sue lettere gli toglievano la pace. Agitato dai timori dopo i primi lutti, due volte scese a Valdocco per vedere dove stava Don Bosco e per conoscerlo. La prima volta era un lunedì mattina di buon'ora; egli venne a cavallo con un aiutante di campo, girò intorno all'Oratorio e, visto il chierico Cagliero, gli accennò di avvicinarsi. Chiestegli notizie di Don Bosco e udito che non istava guarì bene per le gravi fa-tiche della domenica, si allontanò. La seconda volta venne in carrozza con il generale Conte d'Angrona ; ma neanche allora lo potè vedere. Il chierico Francesia ne fu testimonio.

Alcuni giorni dopo accadde una mezza tragedia. Il suddetto Conte, infilata senza tanti complimenti la porta della camera di Don Bosco, gli domandò, alla mi-litare, soddisfazione della sua pretesa di voler imporre al Re il modo di reggere lo Stato. Quanto più Don Bosco si sforzava di placarlo, tanto più quegli inveiva, usando anche termini poco parlamentari. Infine gli intimò di scrivere una lettera sotto suo dettato. - Purché non sia una ritrattazione! - rispose Don Bosco, ac-cingendosi a scrivere. Ma poiché l'altro dettava espressioni con cui si disdicevano le cose scritte al Re, Don Bosco rifiutò di continuare. Il Generale adiratissimo portò la mano all'elsa della spada. - Io di lei non ho paura - gli disse allora con tutto candore Don Bosco. Di fronte a un atteggiamento simile, il Generale lo guardò stupito e con espressione interrogativa. - Non ho paura, ripigliò Don Bosco, per-che lei è un gentiluomo e un soldato e quindi non vorrà certo fare violenza a un povero prete senz'armi. - E continuò a spiegare la propria condotta con parole improntate a tanta evidenza, cortesia ed anche arguzia, che l'avversario alla fine non era più lui. Don Bosco giunse a dirgli con tutta semplicità che sarebbe andato a restituirgli la visita. Il Conte gli rispose che si sarebbe tenuto onorato di riceverlo. Questa visita diede poi luogo a una conversazione di un'ora, ma in forma così com-pita e cordiale, che il Conte lo voleva fermare a pranzo. Poichè per altro Don Bosco aveva già pranzato, gli fece gustare almeno il vino squisito delle sue vigne. Da quel punto furono poi sempre buoni amici.

Nemmeno, Vittorio Emanuele serbò rancore a Don Bosco. Infatti ancora due volte, a Torino e a Firenze, cercò di vederlo; ma a Torino Don Bosco non si tro-vava in casa e a Firenze il Re seppe della sua presenza quand'egli era già partito. Vi ha di più. Nel 1867, all'Arcivescovo di Genova Mons. Charvaz, già suo precettore dal 1825 al 1834, disse testualmente: - Don Bosco è davvero un Santo.

 

CAPO XVI

INIZI DELLA SOCIETA' SALESIANA

ella discussione parlamentare del 5 maggio 1855 sulla legge Rattazzi il Cavour non nascose a sè e al Senato il presagio che con quella legge si sarebbe aperta la porta a un numero di Congregazioni religiose maggiore delle sopprimende. I fatti confermarono la previsione, per fare la quale del resto naia occorreva essere profeta. L'insopprimibile aspirazione alla pratica dei consigli evangelici avrebbe cercato nella stessa legislazione liberale Pubi consistam per far risorgere sotto nuove forme il vec-chio istituto della vita religiosa.

Quello che il Cavour divinava, venne due anni dopo dal Rattazzi stesso con-sigliato, anzi raccomandato. Il Ministro alessandrino entrato in relazione con Don Bosco dal 1854, nutriva per lui grande stima, ne cessò mai più di dargliene signifi-cative dimostrazioni. Una di queste appartiene al 1857. Un giorno conversando con lui, gli si mostrò preoccupato della sorte che sarebbe toccata alla filantropica sua Opera degli oratorii, quand'egli venisse a mancare. Don Bosco lo pregò di esporgli a pieno il suo pensiero. Allora il Ministro gli suggerì di scegliersi e for-marsi alcuni laici ed ecclesiastici, che potessero un giorno diventare suoi conti-nuatori, ma legandoli in una Società che avesse norme ben determinate e desse affidamento di stabilità. A un'uscita così inattesa Don Bosco inarcò le ciglia. Non aveva egli dinanzi a se l'autore della famosa legge di bando e di spogliamento contro le comunità religiose? Il Ministro imperturbabile riconobbe la necessità di un vin-colo religioso che unisse i membri della costituenda Società, purchè la Società si componesse d'individui che conservassero i diritti civili, obbedissero alle leggi dello Stato, pagassero le imposte, formassero insomma un'associazione di liberi cittadini viventi insieme per uno scopo di beneficenza. Il Governo metterebbe tale Società alla pari con tante altre di commercio, d'industria, di cambio, di mutuo soccorso e simili. Don Bosco lo ringraziò del suggerimento, riserbandosi di riflettere e di rivolgersi in appresso all'autorità di lui per consiglio e appoggio.

Parrà strano questo linguaggio in un Rattazzi. Anche Don Cerruti, come depose nei processi, cadde dalle nuvole, quando udì da Don Bosco il racconto del fatto e quasi indignato qualificò d'ipocrisia quel parlare. - Adagio, mio caro, gli rispose Don Bosco. Rattazzi, opportunista in Parlamento, era sincero quando parlava con me. Con me diceva quel che sentiva e pensava internamente. - Inoltre dalle labbra di Don Bosco uscì il 1° maggio 1876 questa affermazione: - Rattazzi volle con me combinare vari articoli delle nostre Regole riguardanti il modo di comportarci ri-spetto al Codice civile e allo Stato. Certe previdenze per evitare di essere molestati dalla potestà civile furono tutte sue.

Non bisogna dunque fraintendere una frase che corre per le biografie di Don Bosco, essere state cioè per lui uno "sprazzo di luce" le parole del Ministro. Quelle parole non gli fecero già concepire allora l'idea della Società Salesiana, né egli finse per cortesia o per politica d'intenderle in tal senso; ma esse lo illuminarono real-mente sul modo di costituire la Società. Il problema era di creare una Società reli-giosa che di fronte allo Stato apparisse Società civile. Società di tal fatta non ne aveva mai vedute il Piemonte. A Don Bosco premette subito di accertarsi se fosse possibile un Istituto, civile in faccia al Governo e religioso in faccia alla Chiesa; un Istituto insomma, i cui membri fossero ad un tempo liberi cittadini e legati da voti. Consultò in proposito vari Vescovi, interpellò uomini dotti e pii e le risposte gli giunsero da ogni parte favorevoli.

Quanto al disegno di associarsi persone atte a coadiuvarlo e a succedergli, non aveva bisogno di aspettare l'ispirazione dal Guardasigilli piemontese. Certo, cer-tissimo della sua missione a pro della gioventù, egli durò incerto per alcun tempo sulla maniera di metterla in atto. Da solo naturalmente non avrebbe potuto fare gran che. Col progredire dell'Opera si procurava aiutanti avventizi e senza vincolo vincolo di dipendenza; ma vedeva bene che quello era un fabbricare sull'arena. Pensò di ascriversi a un Istituto religioso già esistente, il quale gli potesse lasciare libertà di azione e fornire soggetti che facessero all'uopo; ma non ne trovò alcuno. Arrivò così al 1847, nel qual anno finì di comprendere che per esplicare l'attività indica-tagli nei sogni, una creazione ex novo s'imponeva, e che per questo gli bisognava cercarsi da sè i compagni di lavoro e plasmarli a modo suo.

Plasmarli stava bene, ma e poi? La preparazione andava condotta in guisa che a un dato momento gl'individui fossero disposti a vivere con lui, uniti da un qual-che vincolo di coscienza. Ci voleva insomma una Congregazione religiosa. Ma tre ostacoli vi si opponevano: l'ostilità governativa, il pregiudizio popolare ed anche una certa avversione del clero. Il primo e il terzo ostacolo per buona pezza li avrebbe po-tuti eludere, ma non in tutto escludere al momento opportuno; il secondo ostacolo invece era immanente. La denigrazione sistematica aveva messo in discredito tutto ciò che sapesse di frate, come con sommaria e sprezzante denominazione si designava chiunque professasse i voti religiosi. I ragazzi stessi venivano su imbevuti di tali sen-timenti. Ora qui si parrà in tutta la sua finezza il tatto di Don Bosco, nel condurre cioè i suoi prescelti dov'egli intendeva, senza svelare intempestivamente la sua mira. Ma lungo il cammino un quarto ostacolo si levava ad arrestargli il passo l'ostacolo delle delusioni. Quante fatiche, quante spese, ad esempio, per tirare su i primi quattro chierici summentovati! Presili com'erano, poveri ragazzì, e fattili bonini, li aveva portati avanti negli studi fino all'esame di vestizione e li aveva ve-stiti. Poi con ogni mezzo li aveva legati a se, invogliandoli a farsi suoi aiutanti nel l'Opera degli oratorii. Insinuava pur loro che per la buona riuscita dovevano essere nelle sue mani come il suo fazzoletto; e in così dire lo traeva di tasca, lo piegava e ripiegava, lo stringeva nel pugno e lo spiegava al vento, lo sfilacciava e lo carezzava. Erano i primi rudimenti della vita religiosa. Ma le belle speranze svanirono pres-sochè per intero. Gastini depose l'abito e poi uscì dall'Oratorio; Bellìa entrò nella sua diocesi biellese; Reviglio aiutò Don Bosco fino al 1857, quando fu ordinato prete, e quindi passò nel clero diocesano; solo Buzzetti, deposto l'abito, non si staccò più da Don Bosco. E questa è la storia di tanti altri che, allevati da Don Bosco, sul più bello, quando finivano i loro studi, gli dicevano addio.

Ad allettare i giovani contribuiva molto il racconto dei sogni sull'andamento e sull'avvenìre dell'Oratorio, sullo stato morale dei singoli, su prossimi casi di morte; tali cose impressionavano crescevano autorità alla sua parola e affeziona-vano alla casa. Contribuiva il metodo educativo da lui usato, come vedremo. Con-tribuivano soprattutto le sue prediche e conferenze, nelle quali, senz'aver l'aria di farlo con intenzione, dipingeva a smaglianti colori le bellezze di una vita intera-mente consacrata a Dio e dedita all'apostolato della gioventù. Non si lasciava però mai sfuggire espressione che significasse incitamento ad abbracciare lo stato religioso. A quelli che scorgeva più inclinati alla pietà, ripeteva soltanto che li avrebbe voluti sempre con sè in terra per istare poi sempre insieme nel cielo.

Inoltre a questi soli teneva speciali conferenze. In una cartolina del giovane Michele Rua si legge di una siffatta conferenza tenuta il 5 giugno 1852, alla quale rteciparono fra gli altri con lui parecchi divenuti appresso insigni Salesiani, come gelo Savio, Francesia e Cagliero. Di un'altra conferenza della stessa natura, ma giovanì chierici, serbò memoria scritta il medesimo Rua con la data del 26 gennaio 1854. è un documento di somma importanza, poichè ci tramanda questa no-tizia: " Ci venne proposto di fare coll'aiuto del Signore e di S. Francesco di Sales, una prova di esercizio pratico della carità verso il prossimo, per venire poi ad una promessa; e quindi, se sarà possibile e conveniente, di farne un voto al Signore. Da tale sera fu posto il nome di Salesiani a coloro che si proposero e si propor-ranno tale esercizio ".

Rua era chierico dal 3 ottobre 1852. Le vestizioni chiericali si moltiplicavano di anno in anno. Don Bosco vi premetteva sempre un'accuratà preparazione. Tanti però dopo qualche tempo lo lasciavano in asso. Tuttavia rimaneva sempre di chie-rici un certo numero, che dava nell'occhio a ecclesiastici estranei. Questi non si sapevano render conto del perchè Don Bosco se li tenesse in ca sa. Che cosa ne avrebbe fatto? chi mai glieli avrebbe ordinati? e anche divenuti preti, come avrebbe impedito agli ordinanti di prenderli per sè? Don Bosco rispondeva a tutti evasi-vamente e continuava.

Di voti religiosi ancora non si faceva motto: anzi Don Bosco, secondo la te-stimonianza di Don Rua nei processi, aveva qualche difficoltà a introdurli, ma si contentava piuttosto della promessa di perseveranza nell'aiutarlo e della pratica di virtù rispondenti ai voti: al qual effetto consigliava voti ad breve tempus. Il chierico Rua fu il primo che nel secondo anno di filosofia, all'Assunzione del 1855, emise i voti ad annum.

Don Cafasso, suo confessore, lo sollecitava a gettare le basi di una Congrega-zione con voti regolari; ve lo stimolavano pure il fedelissimo Don Borel e altri, che, ansiosi di veder assicurata l'Opera degli oratorii, conoscevano in confuso le sue intenzioni. A lui invece stava più a cuore che i predestinati acquistassero lo spi-rito di sommessione, praticata non coacte ma ex animo. Questo non si poteva ot-tenere se non a costo di grande longanimità; un'imposizione qualsiasi non avrebbe presentato una ragione plausibile alla mente dei giovani, che ignoravano l'abbicì della vita religiosa, ne sentivano il bisogno d'impararlo, e quindi sarebbero stati tentati di scuotere il giogo e andarsene: tanto più che le famiglie non sognavano altro che di tirarli a casa, non appena fossero preti. - Bisognava armarsi di prudenti riguardi, - disse Don Bosco nel 1875, rievocando quei tempi lontani. E proseguiva: - Io vedeva che quei chierici, benchè divagati, lavoravano volentieri, erano di buon, cuore, di moralità a tutta prova, e, passato quel fervore di gioventù, mi avrebbero poi aiutato molto e molto. E debbo dire che allora erano in quel numero i vari preti della Congregazione che adesso sono fra quelli che faticano di più, che hanno il migliore spirito ecclesiastico e di Congregazione; ma allora certamente si sarebbero ritirati da me, piuttostochè assoggettarsi a certe regole restrittive.

Questo lavorìo proseguito con costanza fra innumerevoli sacrifici e disdette per ben dieci anni, gli procurò finalmente nel 1857 la consolazione di vedersi at-torno un gruppetto d'individui, sui quali poteva contare. Allora gli parve tempo di proporre una Regola, che veniva elaborando dal 1855. Pregava dunque fervida-mente il Signore che lo illuminasse, faceva pregare tutta la casa per una grazia im-portante, ma non specificata, e intanto vi meditava sopra. Poichè vari Ordini e Con-gregazioni, a cui ne aveva fatto richiesta, si erano rifiutati di favorirgli il testo delle loro Regole, erasi ingegnato di trarre lume dalla storia ecclesiastica, dalle cose ma-nifestategli nei sogni, da scambi d'idee e da corrispondenze epistolari con persone eminenti e dalla propria esperienza. Nella sua Congregazione egli voleva infondere il perenne spirito religioso sotto forme del tutto nuove, atte a ispirare non solo fiducia, ma anche simpatia. Ecco perche' non pensò mai a seguire l'uso antico di chiamare i suoi religiosi dal suo proprio nome.

Nel 1857. il codice basilare della nuova Congregazione era compilato; ma com'ebbe terminato di scrivere la protesta finale Ad maiorem Dei gloriam, un'infe-stazione diabolica, con urli strani e terrificanti, gli sollevò nella camera un turbinio d'inferno, dopo di che egli raccolse in un angolo il manoscritto così imbrattato d'inchiostro che era illeggibile e lo dovette rifare a memoria. Fortuna che la me-moria lo serviva! Altri brutti scherzi della medesima provenienza l'avevano mo-lestato nei giorni antecedenti, come anche nel primo anno della sua dimora stabile a Valdocco, e come torneranno a molestarlo assai peggio dal 1862 in poi.

Ai chierici ben predisposti fece dunque nel 1857 le prime comunicazioni con-fidenziali sull'ideata Società, leggendo loro e commentando certi punti delle Regole, senza tuttavia prospettare nettamente il suo scopo definitivo. La cosa non rimase tanto segreta che non se n'avesse qualche sentore fuori dell'Oratorio, col sospetto che si trattasse di Congregazione, ed ecco di nuovo consigli gratuiti dell'umana prudenza. Come mai fondare una Congregazione in tempi così tristi? come tro-vare i soggetti? come sottrarli agli artigli del Governo? Orbene proprio allora av-venne il provvidenziale abboccamento col grande soppiantatore dei conventi. L'ora di agire gli parve giunta.

Confortato dal parere favorevole di persone serie, scrisse all'Arcivescovo Fran-soni, mettendolo a parte del suo disegno e pregandolo di dirgli che cosa ne pensasse. L'Arcivescovo non solo approvò, ma per camminare sul sicuro gli raccomandò di recarsi a Roma e di esporre tutto a Pio IX. Il viaggio a Roma fu fissato per il febbraio del 1858. Anzitutto egli si munì d'una buona raccomandazione dell'esule Pastore. Fatto quindi il suo bravo testamento, partì il 18 di quel mese, prendendosi a segretario il chierico Rua. Portava in sè una certa preparazione spirituale; poichè per il prossimo marzo, inizio dell'anno sesto delle Letture Cattoliche, aveva allestito un fascicolo contenente le biografie di cinque Papi vissuti fra la fine del secondo e il principio del terzo secolo, per comporre la quale operetta gli era stato necessario approfondire le ricerche intorno alla primitiva vita cristiana di Roma.

Navigò da Genova a Civitavecchia, soffrendo assai per il mal di mare. A Pale il locandiere, presso cui sostò per rifocillarsi, basiva dalla febbre malarica e teneva proprio l'anima coi denti. Nel partire gli prescrisse alcune orazioni e divozioni; quando ripassò nel ritorno, lo rivide in perfetta salute e seppe che la guarigione era stata istantanea. A Roma fu ospite dell'amico conte Rodolfo De Maistre, figlio del celebre Giuseppe.

Nella lunga attesa dell'udienza pontificia, impiegò le giornate in visite a per-sonaggi, a istituti di beneficenza e a monumenti sacri. La sua fede s'infiammava alla vista di tante venerande memorie. Entrando in S. Pietro, la prima cosa che lo colpì, come si legge in una memoria compilata a Roma dal suo segretario, furono le mar-moree statue dei fondatori di Ordini religiosi.

Tre volte venne ricevuto da Pio IX. Nella prima udienza del 9 marzo gli fece omaggio delle Letture Cattoliche e rispose alle molte sue domande sull'Opera degli oratorii. - Quando penso a quei giovani, gli disse il Papa, rimango intenerito per quelle trentatrè lire inviatemi a Gaeta. - Allorchè Don Bosco stava per affrontare l'argomento che formava lo scopo del viaggio e prima che aprisse bocca in propo-sito, il Santo Padre uscì in questa domanda: - Mio caro abate, voi avete messo molte cose in movimento; ma se voi veniste a morire, che cosa ne sarebbe dell'opera vostra? - L'interrogazione parve ispirata dal cielo. Don Bosco, presentando la commendatizia dell'Arcivescovo, rispose: - Supplico Vostra Santità a volermi dare le basi di una Istituzione che sia compatibile con i tempi e i luoghi, in cui vi-viamo. - Il Papa, letta la lettera, esclamò: - Si vede che andiamo tutti e tre d'ac-cordo. - Quindi gli disse di redigere le Regole di una Società organizzata in modo che non potesse venire inceppata dal Governo e che legasse i membri coi veri voti religiosi, non con semplici promesse.

Dalla prima alla seconda udienza trascorsero dodici giorni, nei quali Don Bosco riprese le visite alla città dei Papi. La sera del 21 Pio IX, che aveva ponderato bene il progetto di Don Bosco e si era convinto maggiormente della sua bontà, spiegò meglio il concetto già accennatogli, dicendo fra l'altro: - Mi sembra necessaria una nuova Congregazione religiosa in questi luttuosi tempi. Essa deve fondarsi sopra queste basi. Sia una Società con voti, perchè senza voti non si manterrebbe l'unità di spirito e di opera; ma questi voti devono essere semplici e da potersi facilmente sciogliere, affinchè il malvolere di alcuno dei soci non turbi la pace e l'unione degli altri. Le Regole siano miti e di facile osservanza. La foggia di vestire, le pratiche di pietà non la facciano segnalare in mezzo al secolo. Forse a questo fine sarebbe meglio chiamarla Società, anzichè Congregazione. Insomma studiatevi di fare in modo che ogni membro di essa in faccia alla Chiesa sia un religioso e nella civile società sia un libero cittadino. - Allora Don Bosco gli umiliò il manoscritto delle Costituzioni, che il Papa sfogliò alquanto e pose sullo .scrittoio. Quindi si fece rac-contare minutamente come fosse nata e come si fosse sviluppata l'Opera degli ora-torii, ascoltando con vivo interesse.

Ebbe l'ultima udienza la sera del 6 aprile. Ormai aveva finito di visitare tutto il visitabile, tesoreggiando un ricco materiale per le Letture Cattoliche, per la cui diffusione negli Stati Pontifici ottenne speciali agevolazioni da quel Governo. Il Papa aveva letto da capo a fondo l 'abbozzo delle Costituzioni; anzi vi aveva fatto di suo pugno modificazioni e note. Restituendolo disse a Don Bosco di consegnarlo al Cardinale Gaude, perchè lo esaminasse. Questo dotto porporato era domenicano e piemontese; Don Bosco nei giorni antecedenti aveva conferito parecchie volte con lui sull'affare. Pio IX avrebbe voluto che dopo la relazione del Cardinale quelle Regole fossero senz'altro rimesse all'esame di una Congregazione cardinalizia; ma Don Bosco lo pregò che gli permettesse di farne prima un esperimento di qualche durata, e fu esaudito. Nell'accomiatarlo, l'amabile Pontefice, aperto lo scrigno, ne trasse tante monete d'oro quante ne potè stringere fra le due mani e gliele porse dicendo: - Prendete e date poi una buona merenda ai vostri figlioli.

Il cardinale Gaude eseguì prontamente il mandato. Egli conosceva l'Oratorio, avendolo visitato il 26 giugno del 1857. In parecchie conferenze con Don Bosco gli suggerì alcuni ritocchi, ma fu d'accordo con lui, che le Regole così modificate si cominciassero a praticare alquanto per poi rinviarle a lui, che le avrebbe sotto-poste all'approvazione della Santa Sede.

Don Bosco lasciò Roma il 14 aprile. Due giorni dopo rimetteva piede nell'Ora-torio, tutto in festa per riceverlo. Ritornava carico di favori spirituali per se, per i suoi e per gli amici, e con un mondo di notizie, che per lungo tempo rallegrarono e talora entusiasmarono tutta la casa.

Per un anno e mezzo con quelli che egli preparava tacitamente alla Congregazione, non vi fu altra novità che una maggiore frequenza delle conferenze formative, condotte in modo da orientare e avvicinare sempre più gli animi al vagheggiato ideale. Il velo. dell'arcano cadde il 9 dicembre 1859, dopo che si era celebrata con particolare fervore la solennità dell'Immacolata. Radunati gli ammessi alle segrete cose e rappresentato loro tutto il bello e il buono di una Congregazione religiosa, annunziò essere giunto il momento di dare questa forma alla loro unione: vi sareb-bero ascritti solo quelli dei presenti che dopo matura riflessione si sentissero disposti a fare col tempo i voti di povertà, castità e obbedienza. Ognuno perciò si apparec-chiasse a dichiarare la propria intenzione; il non presentarsi più alle conferenze sarebbe per sè indizio di non voler aderire. Sciolta l'adunanza, più d'uno andava mormorando: - Don Bosco ci vuole frati! - Lo stesso Cagliero, agitato da opposti pensieri, ondeggiava fra il sì e il no; finalmente disse a un amico: - O frate o no, tant'è, io voglio restare con Don Bosco.

Il giorno 18, alla conferenza di adesione, due soli non si fecero vivi; gli aderenti erano 17, compreso Don Alasonatti. Vi figuravano i nomi più cari ai Salesiani: il diacono Savio, il suddiacono Rua, i chierici Cagliero, Francesia, Provera, Ghiva-rello, Lazzero, Bonetti, Cerruti, Durando. Nel verbale dell'adunanza è detto " Piacque ai congregati di erigersi in Società o Congregazione, che avendo di mira il vicendevole aiuto per la santificazione propria, si proponesse di promuovere la gloria di Dio e la salute delle anime, specialmente delle più bisognose d'istruzione e di educazione ". Seduta stante, si procedette all'elezione dei membri che dovevano costituire il Consiglio direttivo. Tutti unanimi pregarono Don Bosco " iniziatore e promotore " che volesse gradire la carica di Superior Maggiore. Egli accettò con la riserva della facoltà di nominare il Prefetto. Non opponendosi nessuno, designò a tale ufficio Don Alasonatti, che già lo copriva. Quindi con votazione segreta vennero eletti direttore spirituale il suddiacono Rua, economo il diacono Savio, consiglieri i chierici Cagliero, Bonetti e Ghivarello. Nei fasti della Chiesa non si era mai visto un piccolo nucleo di giovincelli dar principio a una Congregazione destinata a divenire mondiale. Tempi nuovi, vita nuova. Questo Consiglio, denominato poi Capitolo Superiore, esercitò per la prima volta le sue funzioni il 2 febbraio 1860, procedendo all'accettatione del giovane coadiutore Giuseppe Rossi, fatto in seguito provveditore generale della Società per le cose materiali e divenuto uno di quegli uomini che per l'importanza dei loro servizi si sogliono dire, entro una data sfera di azione, indispensabili.

Qui si può far punto con la storia delle origini. Origini umili e laboriose, ma ben singolari. Nessun fondatore d'Ordine o di Congregazione aveva tentato mai nulla di simile. Don Bosco infatti gettò le fondamenta del suo Istituto con elementi non venutigli d'altronde, ma sorti, per così dire, e cresciuti sotto i suoi occhi e pazientemente elaborati dalle sue mani. Perciò le basi della costruzione riuscirono talmente salde, che finora l'edificio non ha sofferto incrinatura di sorta.

 

CAPO XVII

L'OPERA PEDAGOGICA

Se e quanto Don Bosco abbia derivato da scritti altrui nello svolgimento e nel-l'applicazione del suo pensiero pedagogico, non incoraggiano a indagarlo i la-vori pubblicati fin qui sull'argomento, perchè ai diligenti e acuti studiosi che vi atte-sero, si possono adattare le parole del Profeta: Seminastis multum et intulistis pamm. Gran profusione di erudizione con risultati magri anzichè no.

Con certezza si sa unicamente che Don Bosco frequentò le lezioni di pedagogia impartite dall'abate Aporti nell'Università di Torino durante il settembre del 1844; ma vi andò per un incarico speciale dell'Arcivescovo. Il re Carlo Alberto, che da poco aveva istituito le scuole di metodo, dette poi normali e oggi magistrali, chiamò allora da Cremona l'introduttore in Italia degli asili infantili, perché esponesse i nuovi princìpi da seguire nell'insegnamento elementare. Essendo egli noto nel campo politico per la sua larghezza d'idee, il suo nome diventò subito segnacolo in ves-sillo: i liberali lo levavano alle stelle, e lo fecero fare senatore, benchè più tardi, quando nella discussione della legge Rattazzi votò contro un emendamento settario, lo coprissero di vituperi e lo condannassero all'oblìo. Agli osservatori non isfuggì fin dall'inizio quanto il suo sistema risentisse delle teorie del protestante scozzese Owen, capo di una setta sansimoniana. I Cattolici si allarmarono. L'Arcivescovo che n'era impensierito, pregò Don Bosco di tener dietro a quel corso. Don Bosco fece di più: con le sue belle maniere entrò in relazione col maestro e con lui discusse certi suoi procedimenti; ma dovette convincersi che egli era il corifeo di coloro, i quali insegnando riducevano la religione a puro sentimento.

Don Bosco però discernette anche il buono del suo metodo, basato sull'og-gettività nella didattica elementare; ma questa non fu per lui una rivelazione: fu al più al più un'esplicazione, poichè egli già lo praticava. Per mostrargli quanto apprez-zasse il nuovo indirizzo, invitò tre volte l'Aporti a diversi saggi dati dai giovani del-l'Oratorio nel 1847, nel 1849 e nel 1852, ricevendone approvazione e lode. Inoltre lo citò per lo stesso motivo nella prefazione alle due prime edizioni della sua Storia Sacra. L'Aporti dal canto suo stimò sempre la lealtà di Don Bosco, del quale pro-tesse le scuole, impedendo che intromettenze burocratiche le sopprimessero per la mancanza di talune formalità volute dai programmi.

Che egli insomma avesse bisogno del verbo aportiano per adottare il metodo oggettivo nella scuola primaria, non si potrà mai dimostrare. Il suo spirito eminen-temente pratico ve lo portava da se, allo stesso modo che le sue naturali attitudini l'avevano avvicinato per tempo ai fanciulli con l'intento di educarli e istruirli. Come infatti altri nasce per far versi, altri per far viaggi, Don Bosco era nato per far il prete e prete educatore. Lo dimostrò fin da ragazzo. Aggiungendosi poi alle disposizioni innate l'affinarsi dell'intuizione psicologica e della carità, la figura di Don Bosco educatore s'impose e mentre spesso chi più scrive di pedagogia non cava in pratica un ragno dal buco, egli senza tanto scrivere educò parecchie generazioni di fanciulli, incarnando nell'opera viva lo spirito della sua dottrina pedagogica. La qual dottrina si fonda sul metodo preventivo, così chiamato perchè ha per oggetto precipuo di prevenire nei giovani il male, anzichè badare poco utilmente a reprimerlo. Egli non pretese con questo di dar vita a un metodo nuovo, ben sapendo quanto fosse già conosciuto; lo esplicò invece in modo novissimo.

è pure necessario non mai dimenticare che egli, come fu prete in tutte le altre attività della multiforme sua vita, così fu prete nella pedagogia; perciò i criteri fon-damentali della sua opera pedagogica vanno ricercati nelle pagine del Vangelo e nel-l'insegnamento della Chiesa. Interrogato nel 1886 sul suo metodo, dopo aver detto che non aveva inventato nessun metodo, soggiunse: - Sono sempre andato avanti come il Signore m'ispirava e le circostanze esigevano. - Ecco qui affermati i due elementi sostanziali della sua pedagogia: i documenti divini e l'osservazione perso-nale. Chiunque conobbe Don Bosco, non esita ad asserire che egli ne mendicò da altri un metodo nè alla maniera di altri ne elucubrò uno tutto suo. I punti di con-tatto coi predecessori si riducono a mere coincidenze.

Il colera gli aveva ingrossato la famiglia e questo aumento importava la neces-sità di una disciplina, che, senza sopraffare la vita di famiglia, desse alla casa un ritmo più regolare. Da due anni Don Bosco gettava in carta gli articoli di un Rego-lamento organico, che nel novembre del 1854 condusse a termine e mise in vigore, dopo averne data pubblica e solenne lettura. Un particolare dei più notevoli è che non vi fa menzione di castighi.. Tutto si basa sul timore di Dio e sulla confidenza.

Perciò l'intonazione generale non ha nulla di autoritario, ma da un capo all'altro spira paternità.

In questo caso certamente lo stile è l'uomo. Ai suoi ricoverati Don Bosco si porgeva in ogni occasione qual padre amoroso. Padre coi buoni, di cui riconosceva e rimunerava i meriti; padre coi discoli, che circondava di cure assidue per renderli buoni; padre coi malati, ai quali, benchè povero, non lasciava mancare niente. Il suo fare paterno influiva sopra i suoi aiutanti, che a poco a poco si assuefacevano a riguardare e a trattare i giovani con bontà. Solo questo ci spiega come la vita del-l'Oratorio potesse trascorrere così lieta, secondo che ne fanno unanimemente fede coloro che la vissero. Per molti anni neppure per ombra vi si conobbero le comodità introdotte posteriormente. Il freddo invernale non era mitigato da fuoco di stufe. Le vivande non avevano d'ordinario altro condimento che l'appetito. La campa-nella sonava la levata non mai più tardi delle cinque e mezzo. S'andava dentro e fuori infagottati in dismessi cappotti militari, che Don Bosco sapeva farsi regalare dai Comandi. Eppure nella casa era nota dominante l'allegria. Una frase del Ca-nonico Ballesio, che ne fece per parecchi anni l'esperienza, spiega l'arcano. " Vive-vano di affetto ", scrisse egli.

Nè l'ascendente di Don Bosco sui giovani si restringeva alle turbe degli oratorii festivi e al centinaio de' suoi ricoverati; infatti è del 1855 un suo trionfo inaudito nella storia della pedagogia. Visitatore assiduo dei luoghi di pena, frequentava di preferenza una casa correzionale per minorenni aperta dal Governo nel 1845 e co-nosciuta a Torino sotto il nome di Generala. Si può comprendere quali fossero gli umori di coloro che la popolavano; naturalmente v'imperava la forza. Don Bosco, mosso a pietà di tanti infelici, vi si recava il più sovente che potesse per insegnare il catechismo, predicare e confessare, trattenendosi a volte familiarmente con i poveri corrigendi, com'era solito fare con i suoi figli dell'Oratorio. Ora avvenne che dopo la Pasqua predicò loro anche gli esercizi spirituali. Il suo zelo sagace e discreto gli ridusse come in pugno quella massa di scapestrati, sicché nell'ultimo giorno ebbe quasi per incanto un saggio notevole delle trasfor-mazioni di bestie selvatiche in agnelli, vedute nei sogni: tutti, meno uno, si accosta-rono con edificante pietà ai Sacramenti.

Intenerito a tale spettacolo, non volle lasciare senza premio tanta docilità, non-che l'affetto sincero da quelli dimostrato verso la sua persona. Concepì dunque un arditissimo disegno, che a prima vista fu giudicato estremamente temerario procurare a tutti una giornata di libertà in sua compagnia.

Il Direttore dello stabilimento, quando gli manifestò la sua intenzione, per poco non gli diede del pazzo. Il Prefetto della provincia, a cui sarebbe spettato di accordare il permesso, appena l'udì, fece un balzo sulla sedia e gli rispose un no assoluto. Il ministro Rattazzi, che era quel che era, ma aveva ingegno, saputa la cosa dal Direttore, volle vedere Don Bosco. Ragionarono a lungo, finchè si venne alla de-siderata licenza; senonchè sull'ultimo tutto minacciava di andare a monte. Il Guar-dasigilli riteneva di dover mettere a disposizione di Don Bosco un nerbo di agenti in borghese, mentre Don Bosco sosteneva di bastare da solo. Il Ministro da prima stupe-fatto e poi curioso di vedere una prova simile, confortato dalla fiducia che gl'ispi-rava il linguaggio sereno e sicuro del suo interlocutore, gli concesse i pieni poteri.

Allora Don Bosco si recò al penitenziario e parlamentò coi giovani, che, freschi degli esercizi, soggiogati dalla sua bontà e tocchi dalle sue considerazioni, si misero ciecamente ai suoi ordini; anzi i caporioni si dissero pronti a menare le mani, se alcuno avesse osato tentare la fuga.

Quanti erano? La cifra corrente sarebbe di circa trecento. è ancora possibile però fare un calcolo sul luogo. La vecchia prigione, mutata nel Regio Riformatorio Ferrante Aporti, presenta nel corpo di fabbrica primitivo le tracce visibilissime delle celle, in cui durante la notte venivano isolati i singoli inquilini. Orbene, se ne contano esattamente dugentododici, che è pur sempre un bel numero.

I poveri giovani passarono la notte fantasticando e sognando. Al mattino di buon'ora Don Bosco era là a prendere in consegna i reclusi. Stretti intorno a lui, varcarono l'odiata soglia e al suo cenno volsero a sinistra per la strada che mena a Stupinigi. L'aria libera e la compagnia di Don Bosco li misero tosto in allegria. Il loro buon volere si manifestò quando a mezzo cammino, parendo che il condot-tiere fosse stanco, fermarono il cavallo onusto di vettovaglie, ne lo alleggerirono togliendosele essi sulle spalle e vi fecero montare lui, che così dall'alto più facil-mente li divertiva con l'intonare canti popolari e lanciare all'intorno motti arguti.

Alla meta li aspettava il parroco, suo grande amico. Don Bosco li introdusse nella chiesa, dove celebrò la Messa. Quindi ai margini dell'amenissimo parco reale, il pranzo, i giochi e la merenda li occuparono e ricrearono finchè venne l'ora della partenza. Nel ritorno, quando i loro clamori giunsero al correzionale, tutti gli ad-detti alla casa corsero giù al cancello, smaniosi di vedere come la fosse andata a finire. Tanti erano usciti al mattino, tanti risposero all'appello serale.

Il Ministro, benché si fidasse di Don Bosco, era stato tutto il giorno sulle spine, non vedendo il momento di avere notizie tranquillanti. Don Bosco non era meno impaziente di portargliele. L'uomo di Stato, ascoltate le osservazioni del prete, riconobbe francamente che con la gioventù altro è comandare e punire, altro par-lare al cuore la parola della religione. Alcuni anni dopo, avendo un nipote assai discolo, che senza quel precedente avrebbe internato alla Generala, lo mandò all'Oratorio, dove Don Bosco, attesta Don Rua nei processi, " ne formò un buon operaio e un buon cristiano".

Nel fatto narrato possiamo ravvisare una luminosa conferma del principio pedagogico tanto caro a Don Bosco, che non basta amare i giovani per averli docili ai nostri voleri, ma bisogna amarli in modo che essi conoscano di essere amati, la qual cosa si ottiene amando le cose da essi amate; allora, vedendoci amare ciò che piace a loro, ameranno anch'essi ciò che piace a noi. Un classico esempio do-mestico, fu la sua condotta verso il Cagliero. Questi era un ragazzo che aveva addosso l'argento vivo. Durante gli anni del ginnasio, che terminò in quel 1855, avrebbe stancato la pazienza anche del chierico Rua, suo assistente, se Rua non fosse già stato fin d'allora un candidato alla santità. Non mancarono proposte di restituire alla sua famiglia un giovane così insofferente della disciplina. Ma Don Bosco, vista la sua felice attitudine alla musica, gliene impartì le prime lezioni e poi incaricò il chierico Bellia di continuare l'opera. Secondato in quella sua inclinazione, Cagliero si affe-zionò alla casa e a poco a poco s'indocilì, finchè i progressi nell'arte lo rivelarono a se stesso e l'Oratorio ebbe il suo maestro di cappella, la Patagonia il suo Vicario Apostolico e la Congregazione Salesiana il suo primo Cardinale.

Nel suddetto Regolamento l'ospizio e' considerato da Don Bosco quale sua opera secondaria di fronte all'Opera degli oratorii; ve lo presenta infatti come " Casa annessa all'Oratorio festivo di S. Francesco di Sales " e mette fra le condi-zioni di accettazione che il postulante " frequenti qualcuno degli oratorii della città ", perchè la Casa " è destinata a sollevare i figli degli oratorii ". Ma la rinomanza del-l'ospizio e del suo fondatore fecero sì che autorità, parroci e privati raccomandas-sero sovente poveri fanciulli, ne fosse possibile il più delle volte rispondere nega-tivamente; donde la necessità di passare sopra all'accennata restrizione.

Lo spesseggiare poi di casi dolorosi, a cui mancava il mezzo di provvedere per l'insufficienza dei locali, indusse a continui ampliamenti, cosicchè si invertirono le parti, passando la funzione principale all'ospizio, che trasse a se anche la denomi-nazione di Oratorio.

Un ampliamento che non si poteva più procrastinare per dar ricetto a maggior numero di derelitti, era il completamento dell'edifizio restato a metà. Don Bosco dunque nel marzo del 1856 stabilì che si diroccasse la vecchia casa del Pinardi e sull'area sgombra si costruisse l'altra metà della fabbrica fino a raggiungere la chiesa di S. Francesco. Ma nè egli possedeva fondi per le prime spese, ne l'impresario da lui prescelto disponeva di capitali per anticiparle; tuttavia gli ordinò di por mano ai lavori, sicuro che il denaro sarebbe venuto. Don Bosco guardò poi sempre come indizio della volontà divina la necessità di una costruzione richiesta dalle esigenze dell'Opera affidatagli; quindi, avesse o no in pronto l'occorrente, vi dava principio, non dubitando che la Provvidenza gliene avrebbe somministrato i mezzi.

Con questa fiducia nel cuore, scrisse in ogni direzione per avere soccorsi. Anche il Ministro Rattazzi gli assegnò una volta lire mille e un'altra duemila. Nulla arrestò i lavori, che ai primi di ottobre erano già bell'e terminati. Per rendere presto abitabili i nuovi locali, distribuì nei vari ambienti larghi bracieri, che, ardendo dì e notte, asciugarono in breve tempo le pareti.

Vi furono subito tre vantaggi. Gli alunni salirono a centosettanta; si ritirarono da officine esterne due classi di artigiani, legatori e falegnami, che ebbero in casa i propri laboratori; vennero egualmente ritirate le tre classi del ginnasio inferiore. Ma così debiti si aggiungevano a debiti. Per saldare le partite Don Bosco mise su una lotteria. Quattrocento persone si iscrissero nel Comitato promotore. Pre-siedevano la Commissione organizzatrice il conte Cays e il barone Bianco di Bar, bania, e ne facevano parte i più illustri rappresentanti del patriziato torinese. Gli oggetti raccolti riempirono sei grandi saloni. Il ministro di Grazia e Giustizia, Rat-tazzi, quel della Guerra, La Marmora, e della Pubblica Istruzione, Lanza, vi accor-darono il loro favore e non di sole parole. Lo stesso Vittorio Emanuele incaricò il conte d'Angrona di pagare per mille biglietti. L'estrazione si eseguì il 6 luglio 1857. Se il provento levò Don Bosco da ogni imbarazzo, le relative operazioni lo fecero conoscere e apprezzare in più vaste e in più alte sfere.

Di una sua ispirazione eminentemente pedagogica ammiriamo tuttodì l'effetto nel vecchio fabbricato. Spesse volte al giorno gl'interni sarebbero passati o si sareb-bero fermati sotto il portico, che misura tutta la lunghezza dell'edificio; ond'egli stimò opportuno porre loro dinanzi agli occhi qualche cosa che ne attirasse util-mente la curiosità. A tal fine fece dipingere a grossi caratteri tanti testi scritturali in latino e nella traduzione italiana. Come l'idea in se, così la scelta dei versetti gli fu suggerita da un criterio fondamentale della sua pedagogia. La salvezza dell'anima egli cercava prima d'ogni altra cosa ne' suoi educandi; per questo nulla gli stava più a cuore che di tenerli lontani dal male. Quindi, collocata in testa al portico dalla parte della chiesa la statua di Colei che fu senza macchia, vi mise di contro in fondo sulla parete opposta la sentenza di Tobia: Qui faciunt peccatum et iniquitatem, hostes sunt animae suae. Lateralmente poi si allineano due serie d'iscrizioni, una delle quali sui pilastri riproduce i precetti della legge divina, e l'altra sotto gli archi presenta i capisaldi della dottrina cattolica intorno alla confessione. Prevenire le colpe e por-gere prontamente la mano ai caduti, ecco due cardini su cui si reggeva il metodo educativo di Don Bosco nell'Oratorio.

Per impedire il male egli attuò nella casa tutto un complesso efficacissimo di mezzi precauzionali, a cui addestrava con la parola e con l'esempio i suoi aiutanti: vigilanza assidua e non opprimente, ricreazioni libere e animate, distrazioni di feste e di gite, un'amorevolezza dei superiori che valesse ad attirare la confidenza degli alunni. Con questo governo i giovani consideravano l'Oratorio non come un collegio, ma come la propria casa, dove la vita di famiglia faceva di essi tanti figli, appellativo questo che Don Bosco abitualmente usava parlando di loro o a loro; faceva pure dei maestri e assistenti tanti fratelli maggiori, ed egli, direttore, era il padre di tutti.

Ma un elemento soprannaturale, come si è detto, cementava siffatta unione, il santo timor di Dio, un timore però sostanziato di amore. I giovani, arrivati a com-prendere che cosa volesse dire offendere il Signore, si aiutavano vicendevolmente a evitare le trasgressioni della sua legge e dopo aver trascorso qualche mese nell'Ora-torio prendevano ad amare il lavacro della penitenza. Don Bosco aveva l'arte di far amare la confessione attraverso la Comunione; intendo dire che, invogliando i giovani alla frequenza dell'Eucaristia, li moveva con questo solo a frequentare volentieri il Sacramento della riconciliazione. Ma qui era sua massima di non mai obbligare, sì soltanto di esortare e porgere ogni comodità. Tutto per amore, niente per forza.

Dove autorità e dipendenza si. compenetravano in tal guisa sotto l'azione della carità soprannaturale, non ci sorprende un fatto che parrebbe inverosimile: la con-vivenza pacifica di veri santi con autentici birichini. Alle cause già dette si aggiunga che dal padre attraverso i migliori dei figli si dipartiva una virtus, quae sanabat omnes. Valga l'esempio del giovanetto Domenico Savio, che, vissuto nell'Oratorio dal 1854 al 1857, raggiunse l'apice della perfezione cristiana possibile alla sua età. At-torno a questo astro luminoso rotava una corona di satelliti, uniti con lui nell'ir-radiare la casa di luce benefica; e di tanto erano potenti, perchè Don Bosco aveva trasfuso in essi il suo ardore di apostolato. Il Savio, sotto la sua guida, si associò un bel gruppo di volonterosi, formandone una così detta Compagnia dell'Immacolata, secondo un regolamento da lui stesso compilato, da Don Bosco riveduto e tutto soffuso di pietà eucaristica e mariana. Oltre alla pietà individuale, i soci si obbli-gavano a occuparsi dei compagni. Perciò nelle loro conferenze, presiedute dal chie-rico Rua, si assegnavano fra loro i giovani più bisognosi di morale assistenza, fa-cendosi ognuno angelo custode e talora anche avvocato del suo cliente; nelle adu-nanze poi rendevano conto dei risultati ottenuti. I medesimi circondavano pure di fraterne attenzioni i nuovi venuti, che d'ordinario vi si sentivano da prima spaesati, ma poi insensibilmente si acclimatavano.

Anche sotto altra forma Don Bosco educava i suoi giovani mediante l'eser-cizio della carità verso il prossimo. Tutti sanno che cosa siano le Conferenze di San Vincenzo, fondate nel 1833 dall'Ozanam a Parigi. Diffusesi anche in Italia, ne fio-rivano parecchie a Torino. Si componevano esse di uomini maturi, ne mai ad alcuno era venuto in mente di formarne con giovani. Don Bosco per il primo nel 1856 ne istituì una di giovani. Erano trenta dei più grandicelli, parte interni e parte esterni. I dirigenti delle Conferenze vincenziane non potevano capacitarsi, come mai elementi di tal fatta rispondessero allo spirito e allo scopo dell'Istituzione; ma quei nobili signori, invitati da Don Bosco alle adunanze, dovettero abbandonare i loro precon-cetti, tanto che aggregarono alle loro la Conferenza giovanile dell'Oratorio, e la designarono ufficialmente col titolo di Conferenza annessa; anzi a Roma servì questa di modello per crearne di simili.

I Soci di Valdocco svolgevano la loro azione a vantaggio dei ragazzi più poveri che frequentavano l'Oratorio festivo, e alle famiglie dei medesimi facevano le visite regolamentari. è incredibile il bene morale che da quella santa esperienza ridondava ai membri.

Tre altre Compagnie di carattere puramente formativo fiorivano nell'Oratorio, due fra gli studenti, dette di San Luigi e del Santissimo Sacramento, e la terza di S. Giuseppe fra gli artigiani. Avevano regole dettate da Don Bosco, con regola-rità di pratiche e libertà d'iniziative. Chierici maturi o preti le assistevano con amore. Don Bosco interveniva talvolta alle loro adunanze e vi parlava. Queste Compagnie adempievano funzioni come di generatori elettrici, sviluppando correnti di buon esempio in tutta la casa.

Nel 1877 Don Bosco diede alle stampe un trattatello dal titolo Il Sistema pre-ventivo nell'Educazione della gioventù, esponendovi in poche pagine le direttive teori-che e le applicazioni pratiche della pedagogia da lui instaurata. Orbene, chi voglia conoscere a pieno come fece Don Bosco a dirigere il suo ospizio, non ha che da applicare a lui quanto egli quivi insegna; poiché nel compendioso scritto si rispec-chia fedelmente quale fu cogitatione, verbo et opere Don Bosco educatore.

Fermiamoci a un punto solo. Dice egli: " Il Direttore deve essere tutto consa-crato ai suoi educandi ". Ora Don Bosco, finche tenne la direzione attiva dell'Ora-torio, viveva per i suoi giovani e con i suoi giovani. Al mattino li aspettava nella chiesa per udirne le confessioni. Assiso fra due inginocchiatoi, riceveva i penitenti volgendosi alternativamente a destra e sinistra, fin tanto che se ne presentavano. Al chiudersi della giornata dopo le preghiere serali si affacciava loro per porgere l'ultimo saluto, accompagnato da una parola paterna, ispiratrice di buoni pensieri. La brevissima allocuzione, preludio di tranquillo riposo, prese e mantiene la de-nominazione di " buona notte ", perche' la si terminava e la si termina con tale augu-rio. Nel corso del giorno compariva in cortile durante le ricreazioni. Al vederlo i

giovani traevano a lui come i pesci nello stagno verso chi vi getti una manata di briciole o come i pulcini attorno alla chioccia. Ivi la sua presenza diffondeva allegria, e la sua parola o rivolta a tutti o sussurrata all'orecchio e acconcia al momento psi-cologico di ciascuno andava diritta all'anima. In altre ore nessuno aveva paura di salire da lui nella sua camera, dalla quale si usciva sempre contenti. Questo tenersi in abituale contatto con gli educandi ha formato poi la nota caratteristica e la molla segreta della pedagogia salesiana.

Dove molti convivono, c'è sempre da temere che si avveri il detto: Uno fa male a cento. Nell'Oratorio, se c'era del marcio, non s'allargava ne faceva cancrena, perché la vigilanza lo scopriva e, o la carità vi apprestava in tempo il rimedio, o un atto di provvida energia rimoveva il pericolo d'infezione.

Quanti giovani sviati trovarono così la via della salvezza! Nel 1887 Don Bosco, facendo il suo ultimo viaggio a Roma, si fermò per un giorno ad Arezzo. Quel Capostazione, appena lo vide scendere dal treno e lo riconobbe, si affrettò a ba-ciargli la mano e preso da forte commozione disse ai circostanti: - Io ero un ra-gazzaccio di strada a Torino senza babbo e senza mamma, e questo prete mi rac-colse e mi mise all'onore del mondo. - è un episodio che assurge a valore di simbolo.

Un momento di crisi travagliò l'Oratorio, dopo che a Don Bosco non basta-rono più le forze non solo per governarlo personalmente, ma nemmeno per se-guirne con continuità gli andamenti. Correva il 1884. Egli, avvertita la cosa, inter-venne, dettando da Roma una lunghissima lettera, nella quale metteva il dito sulla piaga. Da un drammatico raffronto tra la vita dell'Oratorio prima del 1870 e quella d'allora emergono i principi pedagogici, a cui fu informata tutta la sua opera edu-cativa e che debbono far legge per i suoi discepoli.

Il Regolamento del 1854 riveduto da lui sopra i dati di lunga esperienza e pub-blicato solo nel 1877, il trattatello sul sistema preventivo, e la lettera romana co-stituiscono la genuina trilogia pedagogica di Don Bosco: pedagogia umile ed alta, che, dovunque sia bene intesa e fedelmente attuata, può fare degli istituti di educa-zione soggiorni di letizia, asili d'innocenza, palestre di studio e di virtù, vivai insomma di bravi cittadini e di ottimi cristiani. Veramente, come si vede, Don Bosco non scrisse gran che sulla sua dottrina pedagogica; è anche vero per altro che molta luce s'irradia da sue conferenze, da sue lettere, da suoi consigli e soprattutto da' suoi esempi. Per una dottrina l'essenziale non è che riempia molte pagine di un libro, bensì che stia alla base e costituisca il fondo di tutta un'attività.

 

CAPO XVIII

LA "STORIA D'ITALIA"

Molto scrisse Don Bosco; ma, se si tiene conto delle molteplici faccende che si disputavano quotidianamente la sua attività, bisogna dire che scrisse mol-tissimo. Se tanto ci dà tanto, egli senza dubbio, dedicandosi alla precipua fatica della penna, sarebbe riuscito uno dei più fecondi scrittori. La versatilità dell'ingegno ne avrebbe fatto anche un poligrafò; ma le naturali attitudini lo inclinavano di prefe-renza alla storiografia. Lo dimostra la sua produzione, che per nove decimi o è storia o attinge alla storia; lo conferma ancora il suo miglior lavoro, che è appunto una storia, la Storia d'Italia.

Nello scrivere esulava dalla mente di Don Bosco qualsiasi intendimento lette-rario; per questo anche nelle sue pagine più belle non sorprendiamo mai ombra di preziosità o di voluta eleganza, sia nella scelta dèi vocaboli che nella forma dei costrutti. Esatto nell'espressione e corretto nella sintassi, ha uno stile immediato, dove non c'è luogo per quella che si direbbe voglia di comparire. Ciò non impe-disce che i suoi scritti abbiano rilievo ed efficacia; così avviene ogni volta che dietro lo scrittore mediocre stia una forte personalità.

La circostanza che lo determinò a scrivere una Storia d'Italia farà sorridere lo storico di professione, la cui finalità è puramente scientifica, non però chi sappia che movente di Bosco a scriverla fu il bene della gioventù, non il contributo alla cultura. Un giorno, presentatosi a Don Cafasso, gli disse di essere in dubbio se dovesse comporre una Storia d'Italia ovvero un Metodo per confessare la gioventù. Vedeva la opportunità dell'uno e dell'altro lavoro; ma era incerto quale dei due fosse più urgente. Gran danno vedeva provenire ai giovani dal non volerli o dal non saperli confessare; gran danno pure vedeva causato loro dai testi di storia patria che minacciavano di inondare tutte le scuole. Don Cafasso, ponderato il pro e il contro, categoricamente gli rispose che scrivesse la Storia d'Italia. Ed egli la scrisse.

Il moto dell'indipendenza e dell'unità nazionale portava con sè il bisogno di far conoscere agli Italiani l'Italia nella sua lunga storia, rappresentando loro il bel paese non più soltanto come espressione geografica, ma come sede di un popolo spiritualmente uno, se pure ancora politicamente diviso. Tre atteggiamenti si de-terminarono di fronte a questo problema. Per gli uni, conservatori a oltranza, Ita-liano e Italia erano due parole che putivano di rivoluzione e non le usavano senza le debite riserve. Altri, inclini alle aspirazioni nazionali, ma affacciando le loro ri-serve soltanto sul modo di attuarle, inquadravano la storia d'Italia nelle sue tradi-zioni civili e religiose. La fazione invece più influente e rumorosa tendeva a fare tabula rasa del passato. Erano costoro gli esponenti delle passioni politiche e irreli-giose che agitavano soprattutto il Piemonte dal 1848 in poi.

Queste passioni rivoluzionavano anche la storia, che dalle serene regioni del vero scendeva e trascendeva ai più deplorevoli eccessi. Sembrava che vi fosse una congiura organizzata per travisare i fattori religiosi, additando nella Chiesa l'avver-saria giurata della civiltà, nel Papa il nemico d'Italia, nel Clero l'accanito osteggia, tore di ogni libertà civile, nei dogmi cattolici tanti oltraggi alla dignità della ragione. Tutto questo il liberalismo più o meno radicale stimava necessario rendere ben noto agli Italiani, se si voleva arrivare a far l'Italia.

Scrittori d'occasione e redattori di quotidiani e di periodici si sbracciavano a divulgare tali pregiudizi, ispirandosi a opere che facevano autorità in materia. Di limitata importanza, ma largamente diffusa era la Storia d'Europa con speciale ri-guardo all'Italia, di Ercole Ricotti, che, ortodossa nella prima edizione, dopo il 1848 uscì truccata alla moda del giorno. Venivano letti e consultati i due volumi della Storia d'Italia, scritti da Carlo Farini in continuazione a quella del Botta, saturi di odio anticattolico, sebbene dissimulato sotto affettata moderazione. Pontificava la ponderosa Storia d'Italia di Giuseppe La Farina, nella quale proprio non era di casa l'imparzialità. Ad Asti imperversava un Compendio storico dell'Italia di un cotal Zini, compilazione piena d'invettive contro il potere temporale. Rivelavano su per giù le stesse tendenze anticlericali anche altre compilazioni che correvano per le mani della gioventù.

Alla vista dell'esiziale veleno che si andava per questa via inoculando nelle anime giovanili, Don Bosco giudicò essere debito della sua missione apprestarvi un antidoto. Non lo scoraggiò la difficoltà intrinseca ed estrinseca dell'impresa: quando aveva detto voglio, nulla al mondo lo faceva più disvolere. Vi lavorò con un'intensità che ha dell'incredibile, se si pensi che in confronto di altri suoi impegni questa si poteva considerare opera supererogatoria. Per lo più veniva radunando il materiale nella biblioteca del Convitto Ecclesia-stico, assai ben fornita di libri; poi di mano in mano vi ruminava sopra, finchè, maturato un punto, dettava al chierico Rua. Ma, come avviene in tal genere di la-vori, pentimenti o novelle vedute lo costringevano a tempestare di modificazioni e aggiunte quella prima stesura, sicchè da ultimo gli fu forza farne un'altra copia. Per attendervi con la necessaria tranquillità (poiché non si trattava di semplice copiatura, ma anche di revisione) si appartava durante certe ore pomeridiane nel palazzo dei Conti di Roasenda in via della Consolata, dove gli faceva da amanuense il distinto giovanetto Melchiorre Voli, divenuto poi Sindaco di Torino e Senatore del Regno.

Queste fatiche non erano ancora ultimate, quando presso l'editore Paravia si pose mano alla composizione tipografica. Prima tuttavia di licenziare per la stampa, egli mandava ancora le bozze a uomini competenti, giovandosi dei loro lumi. Il libro uscì nell'ottobre del 1856. Era il suo ventitreesimo scritto dato alle stampe. Nelle edizioni successive lo venne poi aggiornando, sicchè nella definitiva del 1873 i capitoli sono 156, da 133 ch'erano nella prima redazione.

Il titolo dice che questa Storia d'Italia è " raccontata alla gioventù ". Il rac-conto procede non alla solita maniera di chi scrive per chi legge, ma di chi parla a chi ascolta; è infatti da capo a fondo un colloquio come quelli che Don Bosco aveva la consuetudine di tenere con i suoi giovani nell'Oratorio. Egli infatti non mi-rava a fanciulli di scuole primarie, ma agli adolescenti delle secondarie, sui quali appunto cominciava il lavorìo d'intossicazione. Il narratore vi si rende loro presente con quel tono e con quell'aria di familiarità che avvinceva i suoi ordinari ascolta-tori. Familiari quanto mai sono la lingua e lo stile. Egli si è fatto una legge di evi-tare ogni vocabolo o frase, di cui le menti giovinette non afferrino alla prima il si-gnificato (1). (1) L'edizione definitiva del 1873, condotta sotto la sua sorveglianza quanto al contenuto, ha subìto purtroppo nella forma le pazzesche modificazioni di revisori malconsigliati e maldestri. è quella che si continuò a ristampare. Riguardo al testo per altro deriva dalla quinta del 1866; perciò a questa Don Caviglia ha dato giustamente la preferenza in Opere e Scritti di Don Bosco, vol. III, La Storia d'Italia (Torino, Soc. Ed. Internaz.).

Ma vi è di più. La narrazione non si distende per pagine e pagine alla maniera dei manuali. Don Bosco, guidato da fine intuizione psicologica e pedagogica, va avanti per capitoli ne prolissi ne succinti, ma di proporzioni giuste, perché il gio-vane li possa leggere d'un fiato senza tedio, anzi con soddisfazione. Più ancora: la sua comprensione dell'anima giovanile gli ha suggerito di presentare ogni capitolo come un quadro, nel quale intorno a un'idea centrale si sviluppino i singoli parti-colari, formando una lettura organica di gradevole effetto e di facilitazione mnemo-nica, senza che queste divisioni facciano perdere il filo del racconto.

Passando ora dal titolo alla prefazione, la troviamo notevole per qualche cosa che dice e per qualche altra che tace.

Tace assolutamente di qualsiasi intenzione apologetica o polemica. Taluni forse si aspetterebbero per 1o meno una parola di deplorazione sulla cattiva piega che da un decennio a quella parte avevano preso le pubblicazioni di storia italiana nel suo Piemonte; invece, niente di niente. Don Bosco non amava battagliare; ma, dove poteva, agiva senza inutili discorsi, e dove le circostanze gli precludevano l'a-zione, aspettava in silenzio. Qui inoltre non si permette neanche l'innocente sod-disfazione di dirci che ha colmato una lacuna: e sì che c'era e grande nel campo della letteratura popolare di storia nazionale, non foss'altro dal lato didattico. Ma egli, contento di aver compiuta un'opera buona, non sente il bisogno di sonare la tromba. La prefazione dice poi in primo luogo che " intendimento finale di ogni pa-gina " è di " esporre la verità storica ". Per raggiungere questa verità ci si accerta che non fu scritto periodo senza consultare i più accreditati autori, ne fu risparmiata fatica nel leggere i contemporanei scrittori delle cose d'Italia, ricavando da ciascuno quanto paresse convenire al voluto intento. Orbene il Caviglia, che sulle fonti del-l'intera compilazione ha spinto le indagini fino agli estremi limiti del possibile, è giunto ai risultati più tranquillanti per la coscienza degli studiosi.

Elemento di verità dobbiamo considerare anche la giustizia nell'approvare e nel condannare; il che insomma equivale a mettere nella loro vera luce le azioni degli uomini e la portata degli avvenimenti. Da questo lato va soggetto a peccare contro la verità chi non sappia narrare le cose sine ira et studio. Ne odio ne partigia-neria di nessuna specie in Don Bosco. La prova provata è nel silenzio di coloro, che non avrebbero mancato di coglierlo in fallo, se ci fosse caduto: eccezione fatta, s'intende, dei settari e degli eretici, che, come dice Dante, sono stati sempre esperti In render torti li diritti volti.

Neppure lo scottante argomento del potere temporale diede appiglio a critiche serie. Don Bosco si trovò a scriverne in mezzo a tre correnti. I seguaci della così a detta intransigenza pretendevano che il principato civile del Papa rimanesse in eterno intangibilmente tal quale era; i concilianti studiavano la formula che consentisse di servire gli interessi della nazione senza inceppare la libertà del Pontefice; i settari non facevano mistero che l'abbattimento del potere temporale era l'ultimo passo per colpire a morte il potere spirituale e così liberare dal Papato l'Italia e il mondo. Ora Don Bosco nel corso della sua Storia pone la massima cura nell'illustrare il carattere sacro del Pontificato Romano, e su questo punto i suoi convincimenti, ispirati dalla Fede, non conoscono concessioni o reticenze. Riguardo al potere civile espone le sue idee in un capitolo intitolato: Dei beni temporali della Chiesa e del do-minio del Sommo Pontefice. Qui, ponendosi sul terreno rigorosamente storico, ne racconta l'origine, da cui rampolla naturalmente la legittimità, e ne fa vedere la necessità di fatto per " l'esercizio dei doveri spirituali dei Pontefici ". Questa ne-cessità dunque interessa non la sola Italia, ma tutta la Cattolicità, in quanto è inte-resse di tutti i Cattolici del mondo che il Capo supremo della Chiesa sia nelle con-dizioni indispensabili per il disimpegno dell'altissimo suo ufficio. Messo in sodo pertanto che il Papa dev'essere indipendente e che l'indipendenza non si può con-cepire senza sovranità territoriale, egli non entra a definire i limiti del territorio. Da queste premesse s'inferiva logicamente, senza bisogno di affermarlo, che non la violenza avrebbe mai detto l'ultima parola sulla questione, ma l'autorità di Colui che solo aveva veste per giudicare in sede di diritto. Fra gli stessi liberali non pochi propendevano a cercare la soluzione del problema non con i mezzi violenti, ma con i mezzi morali. Del resto non era detto che la provvidenziale funzione del potere temporale dovesse in perpetuo durare tale, che non fosse mai possibile con l'andare del tempo sostituire un altro mezzo di non minore efficacia. Dopo il trattato del Laterano, il capitolo citato non ha una riga che si possa rigettare come anacronistica o men vera. Se Don Bosco fosse stato ancora in vita, avrebbe detto senza esitare: - Così la intendeva io i - Ma lo disse per lui e in nome di lui il Papa della Con-ciliazione (1). (1) Discorsi del 19 marzo 1929 per il decreto sui miracoli della beatificazione e del 21 aprile per il decreto del Tuto; Enciclica Quinquagesimo ante anno (23 dicembre 1929).

La prefazione dice inoltre che con l'intendimento della verità storica si associa quello di " insinuare l'amore alla virtù, la fuga del vizio, il rispetto all'autorità e alla Religione ". Abbiamo dunque da fare con una storia a tesi? è questione d'intendersi. Don Bosco è mille miglia lontano dal voler manipolare i fatti in modo che si prestino a trarne una data morale. Egli non è creatore di apologhi ne inventore di favole, da cui far scaturire l'ammaestramento etico. Ci vuol dire semplicemente che dai fatti narrati nella loro genuina oggettività pensa di cavare quegli insegnamenti, in grazia dei quali la storia è maestra della vita. Risponde a questo pensiero anche una serie. di profili biografici, nella quale sfilano dinanzi al lettore uomini dell'età vicina all'autore, insigni per meriti letterari e scientifici e insieme per il rispetto da loro professato verso la Religione dei padri.

Il libro incontrò subito grande favore. Fu adottato in scuole anche pubbliche, perchè l'autore aveva cura di armonizzarlo coi programmi di Patente e Magistero, ossia delle scuole magistrali e liceali, dove allora si esigeva assai meno di oggi. Ve-niva pure dato in premio nei solenni saggi finali, secondo l'uso generale del tempo. Come libro di lettura poi era largamente consigliato alla gioventù. Quindi le edizioni si succedettero con relativa frequenza fino ai tre ultimi decenni. Il libro merita di essere rimesso in circolazione. Non ha infatti perduto alcun che delle qualità lodate dal Tommaseo, il quale scrisse: " " In tanta moltitudine di cose da dire, l'abate Bosco serba l'ordine e la chiarezza, che, diffondendosi da una mente serena, insinuano negli animi giovanili gradita serenità ".

 

CAPO XIX

VESSAZIONI POLITICHE

Don Bosco aveva un bel fare a scansar la politica! La politica venne rudemente a urtarlo nel 1860. Parve presagirglielo Pio IX. In un Breve del 7 gennaio gli aveva detto: " Continua, Diletto Figlio, la carriera che hai intrapreso a gloria di Dio, e a utilità della Chiesa sopporta, se ti avverrà, qualche tribolazione, e sostieni con grandezza d'animo le tribolazioni del tempo presente ".

I tempi correvano per davvero difficili. Nel 1859 la seconda guerra dell'indipen-denza non era solo causa di agitazione in Piemonte, ma agitava l'intera penisola. La fuga del Granduca da Firenze, la rivoluzione nei Ducati, l'insurrezione delle le-gazioni, seguite dall'annessione della Toscana, di Modena, Bologna, Parma al Pie-monte, esaltavano gli spiriti, mostrando prossimo l'avvento dell'unità nazionale. Ma il pomo della discordia era sempre il potere temporale, che si mirava ad abbat-tere non con mezzi morali, come pur si diceva, ma con la violenza. Bastava una pla-tonica manifestazione di sentimenti contrari, perchè un cittadino fosse denunziato quale nemico della patria. In periodi turbolenti i sospetti sorgono per dei nonnulla, quando pure non sono sollevati ad arte da chi cova biechi disegni. Don Bosco lo sperimentò a suo danno.

Tre fatti diedero pretesto a sospettare che egli avesse intelligenze segrete con cospiratori politici. Nell'ottobre del 1859 un corriere pontificio recò a lui una let-tera di Pio IX, perchè in modo sicuro la recapitasse a Vittorio Emanuele. Il Re la ebbe e da Courmayeur per mano di Don Roberto Murialdo, cappellano di Corte, mandò al medesimo Don Bosco la risposta da rimettersi al Papa. Quella prima era la lunga lettera autografa che gli storici conoscono, in data 29 settembre 1859; con essa il Santo Padre rispondeva ad altra del Re portatagli a Roma dall'abate Stellardi.

Non aveva voluto consegnare la sua risposta all'inviato piemontese, perchè poco si fidava di lui, sapendolo uomo di scarsa prudenza ed ecclesiastico di tendenze sover-chiamente auliche. I segugi del Governo subodorarono il carteggio di Don Bosco con Pio IX e vi fantasticarono sopra.

Poi il Galantuomo del 1860 uscì con una umoristica prefazione di Don Bosco, che bonariamente, secondo il solito, vi discorreva della vittoria contro l'Austria e alla maniera degli autori d'almanacchi faceva i suoi pronostici per il nuovo anno, accennando in particolare alla non lontana scomparsa di " due cospicui personaggi dalla faccia del mondo politico " e all'imminenza di pubbliche sventure. Dalla scena politica scomparvero realmente due capi di Stato, come spiegò il Galantuomo del-l'anno seguente, cioè il Granduca di Toscana e il Duca di Modena, i cui dominii furono annessi al Piemonte nel marzo del 1860. Su tali profezie da lunario almanac-carono uomini del Governo, che, ravvisandovi intenzioni politiche, ne chiesero conto a Don Bosco.

Ma il tracollo ai sospetti lo diede l'accennato Breve pontificio, pubblicato nelle Letture Cattoliche ed anche diffuso in foglio a parte. Era la risposta del Papa a una lettera del 9 novembre del 1859, nella quale Don Bosco a nome suo e dei giovani deplorava gli avvenimenti in corso, tanto dolorosi al cuore del Pontefice, esponeva quanto venivano facendo i suoi aiutanti per arginare la piena dei mali irrompenti e prometteva larghe preghiere. Pio IX ne prese occasione per fare nella prima parte del documento una requisitoria sulle macchinazioni contro il domi-nio temporale, sui danni della cattiva stampa e sulle attività protestantiche. Questo forte linguaggio avvalorò il sospetto di una congiura, di cui fosse focolare anche l'Oratorio.

Il Governo, che faceva sorvegliare Don Bosco, aspettava solo un appiglio per agire; finalmente l'ebbe. Dal suo esilio lionese l'Arcivescovo di Torino aveva scritto a Don Bosco, pregandolo di diramare ai parroci una sua pastorale confidenziale, contenente norme da seguire di fronte alle lotte contro la Chiesa. La lettera fu ri-conosciuta alla posta, sequestrata per ordine del Ministero e aperta dalla polizia. Non ci volle altro per venire a ferri corti. Don Bosco viveva tranquillo in mezzo a' suoi giovani, quando un sogno lo mise in guardia. Nella notte sul 24 maggio gli parve di vedere una schiera di malandrini invadergli la camera, impadronirsi della sua persona e rovistare in ogni angolo, mestando e rimestando specialmente le carte. Durante quell'operazione uno gli disse con accento benevolo: - Perché non avete levato di qui il tale e tale scritto? - Raccontò quel mattino il sogno, ma senza at-, tribuirvi alcuna importanza; tuttavia, obbedendo a un segreto impulso, rivide la corrispondenza, ne sceverò lettere confidenziali, che, sebbene, come egli scrive, fossero " affatto estranee alla politica o a cure di Governo ", pure potevano essere interpretate a suo danno, e le celò altrove. Se avesse tardato due giorni, non sarebbe stato più in tempo.

Il 26 maggio, alle quattordici, un delegato di pubblica sicurezza e due avvocati fiscali, scortati da un plotone di guardie, entrarono pettoruti nell'Oratorio. Mentre il comandante della forza pubblica, posti alcuni uomini a sorvegliare l'ingresso esterno, distribuiva piantoni per le scale, pel cortile e alla porta di casa, i fieri triumviri affrontarono Don Bosco, che sotto il portico stava concertando l'accet-tazione di un povero fanciullo raccomandatogli con lettera d'ufficio dal Ministero dell'Interno, e gl'intimarono in nome della legge la perquisizione domiciliare. " Egli è sospetto, diceva la motivazione scritta, di relazioni compromettenti coi Gesuiti, coll'Arcivescovo Fransoni e colla Corte Pontificia ". Scoperto il corpo del delitto, l'ordine portava che si procedesse all'immediato arresto.

Entrati nella sua camera, cominciarono da lui. Sei mani poliziesche lo agguan-tarono e si diedero a frugarlo da capo a piedi in modo così grossolano, che egli, ripensando alla Passione del Signore, esclamò: Et cum sceleratis reputatus est. Passa-rono quindi a perquisire la camera. Aprirono armadi, bauli, cassetti, ripostigli di carta straccia e di altri rifiuti, mentr'egli, sedutosi allo scrittoio, sbrigava la corri-spondenza arretrata. Ogni lettera che finiva di scrivere, era acciuffata e letta da tutti e tre. Scompigliarono anche la vicina libreria. La calma di Don Bosco e alcuni fe-lici suoi motti e tratti di spirito smorzarono a poco a poco il furore professionale dei perquisitori, che, dopo quattro ore e più d'indagini infruttuose, non disdegna-rono di bere con lui una buona bottiglia alla salute delle perquisizioni. Era giorno di sabato, vigilia della Pentecoste; verso le sedici e mezzo dove-vano esserci le confessioni.dei giovani. Don Bosco prese motivo da questo per in-vitare quei signori a confessarsi anch'essi. A onor del vero, non si atteggiarono a spregiudicati; anzi, scrive Don Bosco, " promisero nel modo più formale di ve-nirsi a confessare nel sabato successivo ". Soggiunge il Santo: " Vennero difatti due superiori con tre guardie e sembra che siano venuti con buona volontà, per-ciocche vennero più altre volte ancora ".

Prima che se n'andassero, Don Bosco si fece rilasciare un verbale dell'operazione. Non si poteva mai sapere che cosa avrebbero altrimenti riferito ai loro superiori. Nella carta rimessagli dichiararono qualmente " a fronte delle più esatte ricer-che " nulla si era rinvenuto che potesse " interessare le viste fiscali ". Ciò fatto, partirono. Allora i giovani, liberati finalmente dall'incubo che li opprimeva, diedero sfogo alla loro gioia, correndo in folla da Don Bosco e facendolo oggetto delle loro filiali e calorose dimostrazioni.

Il Rattazzi, che non faceva più parte del Ministero, come riseppe la cosa, avrebbe desiderato presentare un'interpellanza al Capo del Governo, se Don Bosco non ne lo avesse seriamente dissuaso.

La camera di Don Bosco non era però tutto l'Oratorio; onde si pensò che ulteriori investigazioni potessero raggiungere la prova del reato. Uno dei sospetti era che nell'Oratorio si nascondessero fondi inviati a Don Bosco da Pio IX e dagli ex-sovrani, apparentemente per aiutare la sua Opera, in realtà per assoldare volon-tari e preparare la riscossa. Ora ecco al mattino del 10 giugno tre pezzi grossi del Ministero con un nuvolo di agenti mettere di nuovo la casa in stato d'assedio. Don Bosco era assente. Quelli piombarono nell'ufficio di Don Alasonatti, gl'imposero di consegnare tutti i registri della contabilità e lo tempestarono di domande per lui molto strane su immaginari depositi di denaro. Poi ingiuriandolo gli afferrarono le braccia e gli diedero scossoni e spintoni tali che il poverino svenne. Mentre lo adagiavano sopra una sedia, entrò Don Bosco. Addoloratissimo prese per mano il suo buon aiutante e lo chiamò per nome. Al suono di quella voce si riebbe e: - Don Bosco, mi aiuti! - esclamò; ma perdette nuovamente i sensi. Don Bosco lo rianimò; quindi redarguì con severità i giudici mutatisi in oppressori e li condusse nella stanza attigua. Comprendendo essi stessi d'aver agito male, chiesero scusa; ma dichiararono di essere là per visitare tutta la casa e interrogare i ricoverati. Don Ala-sonatti medesimo li accompagnò nelle scuole. Li seguivano stenografi, incaricati di scrivere domande e risposte.

Principiarono dal ginnasio superiore; poichè nell'anno scolastico 1859-60 Don Bosco aveva in casa anche la quarta e la quinta. In una sua particolareggiata relazione di tutti questi fatti egli reca per saggio parecchi interrogatorii, nei quali alla tenden-ziosa cavillosità degli inquisitori fa mirabile riscontro la serena assennatezza degli inquisiti: " Mille e mille domande di questo genere, conchiude Don Bosco, furono fatte ad altri giovani. Malgrado però tante maligne insinuazioni, non fu mai che alcuno abbia proferito parola che lo potesse compromettere. Scopo dei perquisi-tori era di far dire ai giovani, che tra noi s'insegnava una politica ostile al Governo, che era permesso ribellarsi al Re e alle Autorità costituite. Ma sembrava che un angelo del Signore guidasse la lingua degli allievi e limitasse le loro parole senza lasciare mai sfuggire sillaba inopportuna ".

Analoghe perquisizioni vennero operate nel Convitto Ecclesiastico. La bruta-lità dei procedimenti accelerò lo spezzarsi dell'esile fibra di Don Cafasso. Il santo sacerdote ne ammalò gravemente l'11 giugno e il 23 si addormentava nel Signore. Don Bosco pianse il padre dell'anima sua con lacrime non meno amare di quelle versate già per la morte della madre. Vero tipo della donna forte esaltata dalla Bibbia, Mamma Margherita era salita nel dicembre del 1856 agli eterni riposi dalla sua stanzuccia dell'Oratorio, lasciando la famiglia adottiva immersa nel dolore. Quanti in quindici anni avevano goduto dei tesori della sua bontà materna, ne serbarono, finchè vissero, cara e venerata memoria. Il figlio che le aveva portato in vita un rispetto quasi religioso, ebbe poi sempre per la sua memoria una specie di culto.

Se grande fu il vuoto lasciato nel cuore di Don Bosco dalla perdita della madre, non meno grande fu quello causatogli dalla scomparsa di Don Cafasso. Era il Ca-fasso una di quelle anime modeste che sanno suscitare anime grandi. Due orazioni funebri lesse Don Bosco in sua lode, che, pubblicate in un volume, si può dire che siano la biografia di un Santo scritta da un altro Santo; certo è che quei discorsi costituirono nei processi canonici la testimonianza più autorevole sulla santità del-l'uomo di Dio.

Nonostante l'esito delle inchieste, l'ombra del dubbio avrebbe aduggiato irri-mediabilmente l'Opera di Don Bosco, se non si fossero chiarite bene le cose. Era suo principio che in casi simili, chi voglia aprire la via alla verità, debba cercar di parlare con le autorità più alte, non con i loro subalterni. Per prima cosa dunque indirizzò ai Ministri Farini dell'Interno e Mamiani dell'Istruzione un succinto rag-guaglio circa l'Opera degli oratorii, chiedendo in pari tempo al Capo del Gabinetto il favore di un colloquio. Il Farini glielo fissò; ma, venuto il momento, mancò alla data parola. Ciò indicava il perdurare dei sospetti. Allora domandò di conferire col suo segretario generale Silvio Spaventa. Questi, nicchiato alquanto, gli promise di riceverlo il 14 luglio alle undici. Don Bosco fu puntuale; l'altro invece gli mandò a dire che, essendo occupatissimo, non poteva assicurargli l'udienza entro la gior-nata. Il Santo rispose all'usciere: - Aspetterò qui, finché il signor Segretario mi possa ricevere. - E postosi a sedere nell'anticamera, non si mosse più fino alle diciotto.

Lo Spaventa, informato che quel prete dopo tante ore di attesa non accennava punto a perdere la pazienza, si decise a sentirlo. Uscì dunque, gli si avvicinò e gli chiese che cosa volesse. - Parlarle in confidenza, - rispose. Ma il Segretario: - Parli qui, ripigliò. I presenti sono tutte persone di confidenza. - A una simile scor-tesia Don Bosco senza menomamente alterarsi gli disse con voce chiara: - Signor Cavaliere, ho cinquecento poveri ragazzi da mantenere. Li rimetto da questo mo-mento nelle sue mani. La prego di provvedere al loro avvenire.

Gli astanti si fecero attenti. Il Segretario, cambiando tono, lo introdusse nel-l'ufficio. Dopo scuse che non scusavano, cercò di ottenergli subito un abboccamento col suo Ministro; ma, trovandosi questi impedito, gli promise che l'indomani l'avrebbe avvertito per iscritto, quando potrebbe ritornare. Alle venti Don Bosco rientrava nell'Oratorio, digiuno dalle prime ore del mattino.

Il dì appresso dal Conte Borromeo, segretario particolare del Farini, egli rice-vette l'avviso dell'udienza per le undici del giorno dopo. Il Ministro lo accolse cortesemente; poi attraverso un mellifluo preambolo venne a rimproverarlo che fosse sconsigliatamente uscito dal campo della carità, dove tutti lo ammiravano, per en-trare nel campo della politica. Tre argomenti egli addusse per provare il proprio asserto: articoli suoi sull'Armonia, convegni reazionari a Valdocco e corrispondenze coi nemici della patria. Don Bosco non penò molto a smantellare le tre accuse, non perdendo la dignitosa sua calma dinanzi alle ostinate denegazioni e alle minacce mini-steriali. Dopo lungo contestare disse: -Domando giustizia, non per me che non temo niente, ma per tanti poveri fanciulli costernati dalle ripetute perquisizioni: per quegli stessi fanciulli che mi furono inviati dal Governo e dalla medesima Signoria Vostra. Essi sono in casa mia; domandano pane, giustizia e riparazione d'onore. Il Ministro, che gli aveva sempre tenuto lo sguardo fisso in volto, a queste pa-role si mostrò impressionato, tanto che, alzatosi in piedi, si mise a passeggiare in silenzio per la sala. Mentre poi tornava a sedere, ecco entrare il Cavour. - Oh, che c'è? diss'egli fregandosi le mani. Si usi qualche riguardo a questo povero Don Bosco. Aggiustiamo le cose amichevolmente. Gli ho sempre voluto bene. Che c'è dunque? - ripetè stringendogli la mano e invitandolo a sedere.

Don Bosco riassunse le accuse altrui e le sue difese. Ma il Cavour opinava che taluni, abusando del buon cuore di Don Bosco, gli avessero fatto correre l'alea della politica antigovernativa. - Lo spirito che domina nella sua istituzione, sog-giunse, è incompatibile con la politica seguita dal Governo. Noi sappiamo di certo che lei è col Papa; dunque è contro il Governo.

Il tasto era troppo delicato, perché Don Bosco non rispondesse da pari suo. - Io sono col Papa, disse, come cattolico, e con lui intendo di essere fino alla morte; io sono col Papa in fatto di religione. In quanto alla politica, io non sono di nessuno e non me ne sono mai occupato. Vivo da vent'anni in Torino: ho sempre scritto, parlato, operato pubblicamente e non temo che mi si possa rinfacciare una parola meritevole di rimprovero presso le autorità governative. Se vi è qualche cosa sul mio conto, si dica: se sono trovato colpevole, mi si punisca; se innocente, mi la-scino attendere ai fatti miei.

Il Presidente dei Ministri divertì allora il discorso, tirando in ballo il Vangelo; ma Don Bosco, rispostogli a dovere, non si lasciò fuorviare. A un certo punto scattò in questa domanda: - Ella, signor Conte, crede che Don Bosco sia un rivoluzio-nario, quale il Governo lo vorrebbe qualificare?

- Non mai, non mai, rispose. Io ho sempre ravvisato in Don Bosco il tipo del galantuomo. Adesso intendo che ogni cosa sia finita.

- Sì, intervenne il Farini, ogni cosa sia finita. Don Bosco vada a casa e si occupi pure tranquillamente dei suoi fanciulli, il Governo gliene sarà ben grato. Ma prudenza, caro abate, prudenza! Siamo in tempi difficili; un moscherino sembra un cavallo. Prudenza! prudenza!

Era un insegnare ad Annibale a far la guerra. In ogni modo tutto è bene ciò che finisce bene. Il gran dibattito si chiuse con l'assicurazione di entrambi i Ministri che essi credevano alla sua onestà, con la promessa che nessuno più l'avrebbe mole-stato, e con la raccomandazione di guardarsi da certuni che gli stavano attorno come amici e intanto lo tradivano.

- Dunque, disse il Cavour, noi saremo amici per l'avvenire e lei preghi per noi.

- Sì, pregherò Dio perchè li aiuti in vita e in morte, - rispose egli mentre l'uno dopo l'altro congedandolo gli stringevano la mano.

Quello fu l'ultimo colloquio di Don Bosco col Conte di Cavour, morto re-pentinamente meno di un anno dopo, il 6 giugno del 1861.

 

CAPO XX

"L'ORATORIO CRESCIUTO SOTTO LE BASTONATE"

D fronte alle contrarietà come quelle narrate fin qui e da narrare in seguito, Don Bosco, se fosse stato un debole, o avrebbe imitato l'esempio di altri, liberaleggiando per ingraziarsi i potenti, o si sarebbe rincantucciato, prendendosela con la nequizia degli uomini e dei tempi. Ma non è questa la tempra di cui sono fatti i Santi. Egli disse nel 1872: - L'Oratorio nacque dalle bastonate, crebbe sotto le bastonate ed in mezzo alle bastonate continua a vivere. - Difatti l'Oratorio nel dì della sua nascita era un giovane solo, scampato dalle bastonate di un sagrestano in collera. Tempeste di bastonate accompagnarono poi le fasi della sua prima età, nè durante gli anni successivi potè mai fare a meno di questo concorso poco desi-derabile, ma divenuto, si direbbe, inevitabile.

Il triennio 1860-62 segna per l'Oratorio il passaggio dall'adolescenza al principio della giovinezza, passaggio che si effettuò per via di incrementi conseguiti attra-verso alle bastonate descritte e ad altre nuove.

Fu già un bel guadagno che, grazie appunto alle ultime vessazioni, Don Bosco venisse a contatto con Autorità governative, che, non essendo Piemontesi, poco o nulla sapevano di lui. Ministri e funzionari arrivati a Torino da varie parti d'Ita-lia presero così conoscenza della sua persona e della sua Opera, il che doveva, dopo il trasporto della Capitale a Firenze e a Roma, arrecargli notevoli vantaggi.

Un altro guadagno fu che non ostante le bastonate del 1860 egli potè allargare l'Oratorio. La famiglia Filippi possedeva a brevissima distanza sul lato orientale una casa e un ampio terreno, che Don Bosco più volte aveva cercato indarno di com-prare. Orbene, il giorno dopo la prima perquisizione i proprietari gli fecero offerta di vendita; poi la sera stessa del 16 luglio, uscito dal risolutivo colloquio con i due Ministri, Don Bosco andò a stipulare il contratto per la somma di lire 65 mila.

Bisogna pure considerare come provvidenziale acquisto per l'Oratorio che nello stesso mese vi ricevesse l'ordinazione sacerdotale Don Michele Rua, destinato a essere braccio destro di Don Bosco e futuro erede di tutto il suo spirito. In quegli anni alla vita dell'Oratorio nulla era più indispensabile che un collaboratore di Don Bosco, il quale fosse intelligente, energico e santo come Don Michele Rua.

Un altro progresso che le recenti bastonate avrebbero potuto fortemente osta-colare, si ebbe nel numero degli alunni, salito nell'anno scolastico 1860-61 a ben 400. Col numero si comprende che crebbero anche le preoccupazioni di Don Bosco per il pane quotidiano. Quella Provvidenza che provvedeva al vicino Cottolengo senza che alcuno s'incomodasse mai a questuare, non provvedeva ordinariamente a Don Bosco, senza che egli andasse limosinando. E limosinare è il termine esatto a signifi-care incredibili sacrifici di tempo, di riposo e di salute durati quaranta e più anni per sollecitare la carità a pro del solo Oratorio prima, dell'Oratorio e delle sue mondiali espansioni poi. Talora nondimeno in casi estremi la Provvidenza si com-piaceva pure d'intervenire per vie non consuete. Un siffatto intervento si verificò agli ultimi di ottobre del 1860.

Mancava il pane per la colazione. Il prestinaio, irremovibile, non avrebbe più dato niente, se non si pagavano i debiti arretrati. Tre volte durante la Messa l'uomo incaricato della distribuzione si avvicinò a Don Bosco che confessava i giovani e lo avvertì che non c'era pane. Don Bosco la prima volta rispose: - Ci penseremo... provvederemo... - La seconda disse: - Lasciatemi confessare ora. Intanto cercate tutto quello che c'è nella dispensa e nei refettori. - E la terza: - Mettete nel ca-nestro le pagnotte rimaste. Verrò io a distribuire.

Le pagnottelle non erano più di venti. Don Bosco, ritto presso la porticina laterale della chiesa, dava un pane ad ogni giovane, che, uscendo, gli passava davanti. Si mostravano tutti sorpresi e contenti di riceverlo da lui e baciatagli la mano, sfi-lavano. Ve ne fu a sufficienza; in fondo alla cesta rimase la quantità che c'era prima. Il quindicenne Francesco Dalmazzo, alunno della quinta, aveva udito, mentre si apparecchiava alla confessione, il triplice avviso. -Al momento di uscire precedette gli altri, perché aveva premura, e stette dietro a Don Bosco in attesa. Entrato sol-tanto il 22 del mese all'Oratorio, ne sapendosi adattare al vitto, doveva quel mattino far ritorno a casa. Sua madre pure aspettava là per parlare con Don Bosco e poi ricondurre via il figlio. Ma questi, testimonio dell'accaduto, le disse che non voleva più partire. " Fu questa, depose nei processi, la sola cagione che m'indusse a restare nell'Oratorio e in seguito ad aggregarmi tra i figli di Don Bosco ".

Sempre nel famoso luglio del 1860 l'Oratorio fece un passo molto importante, fuori di Torino. Il piccolo Seminario di Giaveno, che da tre secoli col suo Ginnasio aveva coltivato innumerevoli vocazioni per il clero dell'archidiocesi, languiva a se-gno, che il Governo minacciava di disporne a suo talento. Monsignor Fransoni dall'esilio parò il colpo, invitando Don Bosco a farglielo rivivere. Don Bosco ri-chiese anzitutto che gli si desse carta bianca. Quindi nominò rettore un sacerdote, che, essendo vissuto sei mesi nell'Oratorio, ne conosceva abbastanza lo spirito, e gli assegnò come maestri e assistenti alcuni dei chierici della nascente Società. Un programma spedito a tutti i Parroci non ebbe l'onore di una sola risposta. Visto così, Don Bosco decise di scegliere nell'Oratorio i giovani di famiglie che potes-sero pagare la retta, e inviarli a Giaveno.

Qui la casa non aveva più altro che le muraglie; vi mancava ogni sorta di mas-serizie, nonchè di provviste. Don Bosco diede al Cav. Federico Oreglia di Santo Stefano l'incarico di allestirla nel più breve termine, il che fu eseguito a puntino.

Questo giovane signore, notissimo nell'aristocrazia torinese, aveva poc'anzi conosciuto Don Bosco agli esercizi spirituali di Sant'Ignazio sopra Lanzo e gli si era talmente affezionato, che venne a stare nell'Oratorio per istudiarvi la sua vo-cazione. Non si domandi se gli ci volle dell'abnegazione per cambiare così di botto gli agi d'una casa patrizia con la povertà della casa di Don Bosco! Ma umile e pa-ziente, si assoggettò esemplarmente alla vita comune. Ricco d'ingegno, sciolto di modi e fermo di carattere, prestò per vari anni a Don Bosco inestimabili servigi.

In novembre il seminario cominciò a popolarsi. Sul finire del mese Don Bosco vi mandò come visitatore ufficiale il chierico Cagliero, che, esaminato l'andamento didattico, disciplinare e morale, gli presentò una soddisfacente relazione. Don Bosco vi si recò parecchie volte, lasciando nelle menti dei giovani un'indelebile impres-sione, come essi diedero a divedere nel corso degli anni.

Gli ecclesiastici del luogo, rassegnati ormai alla scomparsa del glorioso Istituto, magnificavano i risultati del nuovo metodo, del quale non avevano mai avuto la menoma idea. Per loro sarebbe stato un mezzo prodigio, se gli alunni fossero giunti a una cinquantina; invece nel secondo anno erano già 240. Pago di aver ridonato al collegio arcivescovile l'antica floridezza, Don Bosco, non senza forti ragioni, ne rimise il governo alle autorità diocesane richiamando i suoi chierici. Il primo speri-mento del suo metodo fuori dell'Oratorio aveva dato buoni frutti. -

Le bastonate che si accompagnavano al crescere dell'Oratorio, non venivano tutte dai Governanti, anzi nemmeno sempre dagli uomini. Sembrava che Don Bosco obbedisse a una parola d'ordine: ampliare. Nel 1861 fece studiare il progetto di rad-doppiare in larghezza il braccio parallelo alla chiesa e di costruire un terzo piano sulla casa dei Filippi, coordinando in pari tempo fra loro i fabbricati. Il 15 maggio aveva ordinato che si cominciassero i lavori, quand'ecco nella notte un disastroso incidente. Sul primo sonno, essendosi scatenato un fiero temporale, il fulmine penetrò nella sua camera e in men che non si dice gliela mise tutta a soqquadro; perfino il letto metallico fu sollevato un buon metro dal pavimento e portato a ca-dere dalla parte opposta. Riavutosi dallo stordimento, egli corse subito col pensiero ai giovani. Il fulmine era entrato in una camerata degli artigiani, che conteneva circa settanta letti. Dopo il suo passaggio due giovani giacevano tramortiti, parecchi san-guinavano per i colpi delle macerie del soffitto crollato, tutti in preda a terrore met-tevano urli, gemiti e pianti: lo spuntare di Don Bosco dal fondo con un lumicino in mano, che, diradando un po' le tenebre, gli rischiarava la faccia, fu come l'appa-rizione di un angelo. Tosto calmò i sani, richiamò ai sensi gli svenuti e medicò fe-riti e contusi. A poco a poco gli si strinsero tutti d'attorno, finché, compiuta l'opera d'infermiere, li condusse in chiesa a ringraziare Dio che non vi fossero vittime.

Il fulmine sembrava che avesse una questione personale con Don Bosco. Era già la terza volta che lo molestava. Della prima a Chieri si è detto. La seconda fu a Sant'Ignazio nel 1856. Lo colse allora vicino alla porta vetrata di un poggiolo. Spalancatasi questa per l'impeto del vento, la spranga di ferro che la assicurava si staccò violentemente e lo percosse nel fianco, mentre la saetta, passandogli sotto. i piedi, portava via una lastra di pietra, senza però farlo cadere. Le conseguenze lo afflissero quella volta per parecchi mesi; ma l'ultima scossa nocque assai più alla sua salute, che ne risentì molto a lungo l'effetto.

Prima che si riaprissero le scuole i lavori erano al termine. Questo aumentava notevolmente le possibilità di bene. Tra l'altro, Don Bosco potè dare principio all'attuazione di un'idea ché ventilava da undici anni: avere una tipografia propria. Verso il cadere dell'anno acquistò di seconda mano e collocò in casa due vecchie macchine a ruota e un torchio; i giovani falegnami costrussero un banco e le cassette dei caratteri. All'inaugurazione del minuscolo laboratorio la sua mente, astraendo dal presente e spaziando in un vagheggiato avvenire, lo fece esclamare dinanzi ai suoi: - Vedrete, vedrete! Avremo una grande tipografia, due tipografie, dieci ti-pografie. - Per l'umile impianto ottenne dall'autorità prefettizia con la legale auto-rizzazione anche il riconoscimento ufficiale del promettente titolo: Tipografia dell'Ora-torio di S. Francesco di Sales. La dirigeva l'Oreglia, che entro l'aprile del 1863 potè già fare uscire nella quarta edizione la Storia d'Italia di Don Bosco.

Intanto il nemico del bene non dormiva. Nel febbraio del 1862 cominciò una lunga e fiera infestazione. diabolica. Gli assalti accadevano sempre di notte. Don Bosco, cedendo alle insistenze de' suoi preti e chierici, che non sapevano rendersi ragione del suo pallore insolito e di una prostrazione di forze quale si osserva in chi patisce d'insonnia prolungata, narrava tutto giorno per giorno, e il chierico Bonetti correva tosto a scrivere. Voci assordanti, rumori strani, buffi impetuosi di vento, scosse formidabili alla persona o al letto, fuochi improvvisi, tirare di coperte, dondolare di guanciali, apparizioni di mostri, di bestie, di serpenti aggirantisi per la camera, danze del tavolino con picchiettìi misteriosi, spostamenti d'oggetti gli rompevano il sonno, appena fosse per chiudere gli occhi. Un segno di croce, una preghiera, un o bone Jesu ristabiliva bensì la quiete; ma dopo brevi istanti la tregenda ricominciava. Una volta Don Savio, giovane prete ardimentoso, vegliò nell'anti-camera per sentire; ma verso la mezzanotte un fragore indiavolato lo riempì di tale spavento, che si diede alla fuga. Un'altra volta due chierici non meno coraggiosi rinnovarono insieme il tentativo, appostandosi nella vicina biblioteca; ma ad un dato punto, colti da violento tremore, se la svignarono. L'Oreglia un giorno do-mandò a Don Bosco, se avesse paura. - Ribrezzo sì, paura no - rispose. A Don Rua confidò: - Conto queste cose ridendo; ma t'assicuro che non rido di cuore.

Da un mese non dormiva più. Estenuato al sommo, andò due volte a Ivrea dal Vescovo Moreno, sperando sollievo. La prima volta riposò; ma la seconda ebbe solamente una notte tranquilla. A Valdocco il giuoco durò ancora; poi si venne ripetendo a intervalli sempre più lunghi, finché nel 1864 cessò del tutto.

Una sera del 1865, ricordando queste tribolazioni, Don Bosco disse d'aver tro-vato finalmente il mezzo per mettere in fuga lo spirito delle tenebre; non volle però mai palesare quale fosse, ma soggiunse: - Non auguro a nessuno momenti così ter-ribili. Bisogna pregare il Signore che non permetta mai al nostro nemico di farci simili scherzi. - Il Poulain, autorevole scrittore di teologia mistica, dice nel suo libro intitolato Grazie d'orazione: "Dalla vita dei Santi sembra risultare che, se pa-tiscono gravi molestie diaboliche, ciò accade per lo più, quando sono giunti al pe-riodo dell'estasi o anche solo delle rivelazioni e visioni divine, sia che tali grazie continuino, sia che vengano temporaneamente sospese. All'azione straordinaria di Dio fa allora da contraltare l'azione straordinaria dei demoni".

Durante l'infuriare di questa guerra Don Bosco, non che sgomentarsi, bandì una nuova lotteria. Nel giustificarla dinanzi al pubblico diffuse ognor più la notizia delle opere, in cui favore egli ricorreva a tale espediente. Ottenne dal novellamente Ministro Rattazzi un biglietto ferroviario gratuito per un viaggio di propaganda. Raccolse tremila premi, due dei quali erano di Pio IX. Furono emessi 140 mila bi-glietti al prezzo di 50 centesimi caduno. La loro spedizione importò un lavoro enorme. Ne presero molti il Re, la Casa Reale, i Ministri e i Prefetti. Fatta l'esposi-zione e terminato lo spaccio, si compie l'estrazione dei numeri il 30 settembre. Uomini politici, visto il progredire dell'Oratorio e l'esito della lotteria, volevano che. Don Bosco facesse riconoscere dal Governo la sua Opera; ma tutti i vantaggi da essi decantati non valevano per lui la sua libertà e indipendenza. Inoltre egli te-meva le sempre possibili manomissioni legali.

Una nuova minaccia verso la fine del 1862 partì dal Ministero della Pubblica Istruzione. Individui che avevano a noia il prete più che il fumo agli occhi, riuscito vano il tentativo politico, s'attaccarono alla legalità dell'insegnamento. I chierici Francesia, Cerruti, Durando e Anfossi, frequentando come uditori l'Università, insegnavano nel ginnasio dell'Oratorio senza i voluti titoli; era dunque facile pre-vedere che dinanzi a un'intimazione ministeriale Don Bosco non avrebbe avuto modo di sostituirli. Il massonico circolo di politicanti che faceva capo all'allora giacobina Gazzetta del Popolo, riprese sotto questa forma la campagna contro l'Ora-torio. Costoro, avendo da fare con persone venute da altre parti d'Italia, non du-ravano fatica a mettere presso di esse in mala luce Don Bosco.

Questi, intuìto il colpo mancino che gli si preparava, non istette inoperoso. Andò dal Capo Divisione, che, pur avendo già dato prova di ostilità nel 1860 durante le perquisizioni, lo rimandò con buone e rassicuranti parole; ma Don Bosco non cadde nel tranello. Affrontò allora il Regio Provveditore, un ultraliberale modenese. L'incontro non poteva essere più drammatico. Don Bosco si dovette buscare del gesuita, del gesuitante, dell'imbecille. Ma adagio adagio il suo fare pacato e franco lo venne disarmando a tal punto da strappargli la confessione che aveva preso abba-glio sul suo conto. Restava la solita accusa che egli avversasse il Governo e i suoi rappresentanti. Don Bosco all'udirla protestò chiamando in testimonio la sua vita, le sue parole, le sue prediche, i suoi libri e i suoi concittadini, ne tacque di certa gente che colpiva alle spalle i galantuomini, facendo menzognere delazioni per fini inte-ressati. Il tutto disse con termini improntati a così perfetta cortesia, che il Provve-ditore si arrese a discrezione. - Caro Don Bosco, esclamò alla fine, lei è un angelo della terra. - Rimasero dunque d'accordo che i suoi insegnanti avrebbero un'ap-provazione provvisoria fino a tutto l'anno scolastico in corso; del che emanò il de-creto in data 21 dicembre 1862.

L'Oratorio col chiudersi di quell'anno era ormai costituito ne' suoi elementi essenziali. Albergava circa 600 alunni interni e ne accoglieva altrettanti esterni; aveva casa, chiesa, cinque classi ginnasiali, sei laboratori, scuole domenicali diurne e serali; aveva la sua grande scuola di musica vocale di studenti e strumentale di artigiani;: aveva infine una società di trentanove membri, sicura garanzia per l'avvenire. Don Bosco vedeva da lungi appressarsi il giorno, in cui avrebbe potuto davvero volgere la prora alla conquista del mondo.

 

CAPO XXI

TRE BIOGRAFIE,TRE DOCUMENTI

Con tre biografie di suoi giovani allievi, Savio, Magone e Besucco, pubblicate suc-cessivamente nel 1859, '62 e '64, Don Bosco compose un trittico di gran pre-gio, in cui le tre figure giovanili dell'Oratorio non c'interessano solo per se stesse, ma anche per quello che rivelano dell'autore. Uno, che raggiunse l'apice della santità, trovò in Don Bosco l'illuminato direttore di spirito, atto a guidarlo nelle sue più alte ascensioni; l'altro, venuto a lui con precedenti opposti, fu dalla sua potenza educativa trasformato in modello di virtù; il terzo, già molto avanti nella via del bene, completò sotto la sua direzione il proprio perfezionamento morale. Si noti però che con tre soggetti così differenti egli non adoperò tre differenti metodi, ma applicò a ognuno di essi, secondo la loro condizione, i principi che furono i cardini della sua ascetica. Un'ascetica semplice, senza nulla di nuovo che si stacchi dalla pratica ordinaria della vita cristiana; un'ascetica che, se mai, si distingue in questo, che dei mezzi offerti dalla Chiesa alla comune dei fedeli, abitua a fare un uso co-sciente e costante, traendone pienezza di effetti salutari.

Qui potrebbe nascere in taluno il dubbio che Don Bosco abbia idealizzato i suoi tre alunni per farne dei tipi. A tale sospetto stanno di contro le sue esplicite dichiarazioni sulla verità delle cose narrate; ora alla parola di un galantuomo, mas-sime poi se è un santo, non si suole negar fede. Inoltre quegli scritti dovevano andare per le mani di molti, che avrebbero potuto facilmente scoprirvi il falso, il che impo-neva all'autore somma cautela per non incorrere in errori. Del Savio, parlandone a' suoi giovani nella prefazione, Don Bosco afferma che il suo 'tenor di vita fu no-toriamente meraviglioso ". Della biografia di Magone dice che egli vi ha raccolto quello che " è avvenuto sotto gli occhi di una moltitudine di viventi, che ad ogni momento possono essere interrogati su quanto viene ivi esposto ". Riguardo al Besucco rende conto delle fonti anteriori, che erano relazioni di autorevoli persone allora in vita, e per il tempo da lui passato nell'Oratorio nota che si tratta di " cose avvenute in presenza di mille testimoni oculari ". Che poi Don Bosco mirasse con tali pubbli-cazioni a fare del bene fra la gioventù, questo entrava nel suo programma generale di apostolato, cosa non punto incompatibile con la veracità storica.

Dicono che la prima impressione soglia essere la vera. Sarà o non sarà sempre così: così fu certamente nel già narrato primo incontro di Don Bosco con Domenico Savio. Parve subito al sagace osservatore di scorgere nel giovanetto dodicenne un'anima tutta secondo lo spirito del Signore e che la grazia avesse operato in sì tenera età cose straordinarie; né egli s'ingannò, come ben tosto i fatti dimostrarono. Nei primi giorni dopo il suo ingresso nell'Oratorio il fanciullo udì da Don Bosco in una predica le tre norme ch'ei ripeteva a' suoi giovani, se volevano cre-scere virtuosi, vivere contenti e salvarsi; cioè confessarsi spesso, frequentare la co-munione é scegliersi un confessore stabile.

Domenico prese tutta per sè la triplice raccomandazione.

Si scelse per confessore Don Bosco, che non lasciò più durante il tempo della sua dimora nell'Oratorio, dall'autunno del 1854 alla primavera del 1857. Da prima si confessava ogni quindici giorni, poi ogni otto, comunicandosi con la medesima frequenza. Don Bosco, vedendone il gran profitto spirituale, gli consigliò di comu-nicarsi tre volte per settimana; ma al termine del 1854 gli permise la comunione quotidiana.

Le anime ferventi sperimentano da principio desideri così accesi di purificazione interiore, che vorrebbero confessarsi tutti i giorni, correndo pericolo di dare negli scrupoli. Don Bosco arrestò in tempo Domenico su questa china, tenendolo all'ob-bedienza della confessione settimanale.

Un impulso prepotente spingeva il giovane verso. le vette della santità; ma egli ne aveva il concetto come di un'altezza, alla quale fosse per lui presunzione aspirare. Una domenica pertanto Don Bosco predicando mostrò essere volontà di Dio che tutti ci facciamo santi, tornar facile il riuscirvi e star preparato nel cielo un gran premio per chi si fa santo. Il Savio bevette avidamente quelle parole, rimanendone da ultimo quasi estasiato. Uscì di chiesa che non sembrava più lui. Non più gaio come prima fra i compagni, ma concentrato e taciturno, faceva temere che soffrisse di un qualche malessere fisico o di un patema morale. Don Bosco se n'accorse e, chiamatolo a sé, gli domandò se patisse qualche male. - Anzi, rispose, patisco qual-che bene. - Inconscio linguaggio mistico, che esprimeva l'interno travaglio di uno spirito già affinato nell'amore di Dio e anelante a un grado più alto di unione con l'oggetto del suo amore. Poi si spiegò continuando: - Sento un desiderio e un bisogno di farmi santo. Mi dica dunque in che modo debbo cominciare.

Don Bosco ne lodò il proposito, ma lo esortò a non inquietarsi, perchè nelle commozioni dell'animo non si conosce la volontà del Signore. Indi gl'impartì una prima lezione di santità: mantenere una costante e moderata allegria, perseverare nell'adempimento dei propri doveri di pietà e di studio e partecipare sempre alla ricreazione con i suoi compagni.

In seguito ebbe necessità di porgergli una seconda lezione. Avvedutosi che alla gran voglia di farsi santo si univa nel Savio la persuasione di non potervi riuscire senza rigide penitenze e lunghe ore di preghiera, pratiche non conciliabili con la sua condizione, gl'insegnò a studiarsi invece di guadagnare a Dio i suoi compagni. Da quel punto un tal pensiero seguì il giovanetto dovunque si trovasse, sicchè nell'ospizio e nell'oratorio festivo divenne un piccolo apostolo. Ricordando più tardi il suo zelo di apostolato, Don Bosco disse che Domenico gli tirava più pesci nella rete con i suoi trastulli che non i predicatori con le loro prediche.

Tuttavia il caro giovane non sapeva rinunziare a penitenze afflittive del corpo, che per altro Don Bosco d'ordinario gli vietava, finchè gl'ingiunse di non più intra-prenderne alcuna senza sua espressa licenza. Ed ecco una terza lezione. - La peni-tenza che il Signore vuole da te, gli disse, è l'ubbidienza. Ubbidisci, e a te basta. Le altre penitenze che ti permetto sono: sopportare pazientemente le ingiurie; tol-lerare con rassegnazione il caldo, il freddo, il vento, la pioggia, la stanchezza e tutti gl'incomodi di salute che a Dio piacerà di mandarti. Ciò che dovresti soffrire per necessità, offrilo a Dio, e diventa virtù e merito. - A questi consigli Domenico si piegò docile e tranquillo.

Don Bosco instillava nelle anime giovanili una divozione filiale verso la Madre di Dio. Nella prima novena dell'Immacolata, che il Savio fece nell'Oratorio, ogni sera la parola paterna del Direttore infervorava tutti a onorare la Santa Vergine. Erano i giorni in cui a Roma si preparava la dogmatica definizione di Maria con-cepita senza peccato. Domenico, pieno di entusiasmo, premise alla grande solennità una confessione generale; ma poi nel dì della festa ruminava l'idea di compiere qualche atto speciale in onore della sua celeste Madre. Don Bosco, secondando la sua pietà, gliene insegnò il modo. Savio, conforme al suo suggerimento, la sera del giorno memorando entrò tutto solo nella chiesa di S. Francesco, si portò dinanzi al-l'altare della Vergine e là nella penombra silenziosa dell'ora, proferì più volte, dice Don Bosco, queste precise parole: " Maria, vi dono il mio cuore; fate che sia sem-pre vostro. Gesù e Maria, siate voi sempre i miei amici; ma per pietà fatemi morire piuttosto che mi accada la disgrazia di commettere un solo peccato ". Già nella sua prima comunione aveva scritto fra i suoi proponimenti l'energico motto: La morte, ma non peccati. Dopo quell'8 dicembre la sua condotta morale apparve così edifi-cante e congiunta a tali atti di virtù, che Don Bosco incominciò a prenderne nota per non dimenticare nulla.

Il suo cuore tuttavia non era ancor pago: egli vagheggiava un omaggio alla Ma-donna, che fosse permanente e fecondo di bene. Sorse così in lui e maturò il pro-posito d'istituire fra i compagni quella benefica Compagnia dell'Immacolata Con-cezione, di cui egli fu l'angelo tutelare, come si è detto sopra.

Avvicinandosi il maggio del '57, che fu l'ultimo della sua vita, tutto infiammato di pietà, pregò Don Bosco di dirgli come avrebbe potuto meglio del solito santificare il mese mariano. Don Bosco, sempre eguale a se stesso, gli rispose che lo santificasse adempiendo con esattezza i suoi doveri, raccontando ogni giorno ai compagni un esempio di Maria e regolandosi in guisa da poter fare quotidianamente la comu-nione. Gli raccomandò inoltre di pregare la Madonna, che gli ottenesse da Dio la sanità e la grazia di farsi santo.

La raccomandazione di chiedere la sanità era quanto mai opportuna. - A questa perla di giovanetto, disse allora il medico, tre lime sorde rodono insensibil-mente le forze vitali: la gracilità della complessione, la precocità dell'intelligenza e la continua tensione di spirito.

La tensione di spirito gli veniva dall'intensa applicazione allo studio (frequen-tava già la quarta ginnasiale), dalla sollecitudine assidua in escogitare mezzi per fare del bene ai compagni e dal fervore della preghiera. " Il suo spirito, scrive Don Bosco, era così abituato a conversare con Dio, che in qualsiasi luogo, anche in mezzo ai più clamorosi trambusti, raccoglieva i suoi pensieri e con pii affetti sollevava il cuore a Dio ". Con tutto ciò egli appariva sempre ilare. Dice infatti, il suo santo biografo: " Il Savio godeva di se medesimo e traeva i suoi giorni veramente felici ". Così per-severò fino all'ultimo respiro.

Sorrisi di cielo allietarono l'animo dell'angelico giovane con rivelazioni ed estasi, che Don Bosco descrive e che testimoni degni di fede confermano. Il medesimo Don Bosco in un sogno del 1876, smagliante di bellezze spirituali e contenente ben quattro vaticini avverati, vide il suo discepolo nei fulgori della gloria celeste. A una vita così breve, eppure così santa, la Chiesa ha rivolto già la sua attenzione, prepa-rando all'alunno dell'Oratorio anche l'aureola della gloria terrena. Il Papa Pio XI, emanando il decreto sull'eroicità delle sue virtù, ne esaltò particolarmente tre: la liliale purezza, la profonda pietà e lo spirito di apostolato.

Per ogni dove l'affascinante biografia di Domenico Savio riscalda le anime, com-movendole ed elevandole. I suoi resti mortali riposano nella basilica di Maria Ausiliatrice non lungi dall'urna del Santo. Se Dio lo vorrà, come tutto fa sperare, la glorificazione del figlio verrà fra non molto ad accrescere la gloria del Padre. Nell'autunno dell'anno stesso, in cui il Savio era morto, venne all'Oratorio Michele Magone, il secondo dei giovani che meritarono di passare ai posteri per la penna di Don Bosco. Il Santo l'aveva colto casualmente presso la stazione di Car-magnola durante una fermata del treno che lo riconduceva a Torino. Ragazzo tre-dicenne, capitanava una turba di coetanei, che là attorno levavano alti schiamazzi. Don Bosco lo adocchiò in mezzo a quei folletti, lo avvicinò, gli parlò, ne moderò il fare petulante. In un rapido dialogo si formò di lui un'idea completa. Suo padre era morto, sua madre stava a servizio ed egli menava una vita da monello. Dalla franchezza però delle sue espressioni e dall'indole sua intraprendente Don Bosco intuì il pericolo dei lasciarlo così nell'abbandono e concepì la speranza che, ben diretto, avrebbe fatto buona riuscita. In breve fu concertato di ritirarlo nell'Ora-torio, perchè fosse applicato agli studi.

Si trovava qui da pochi giorni, quando a un'interrogazione di Don Bosco sopra le sue intenzioni rispose disinvolto: - Se un birbante potesse diventare abbastanza buono da potersi far prete, io mi farei volentieri prete. - E Don Bosco: - Vedremo che cosa saprà fare un birbante. Quanto al farti prete od altro, è cosa che dipenderà dal tuo progresso nello studio, dalla tua condotta morale, e dai segni che darai di essere chiamato allo stato ecclesiastico.

Secondochè si costumava coi nuovi arrivati, gli era stato posto a fianco, senza ch'ei se n'accorgesse, un compagno sicuro che gli facesse da angelo custode e non lo perdesse mai di vista. Ce ne volle della pazienza per isvezzarlo da certi discorsi, da certe parolacce, dall'attaccar brighe con tutti! Nelle ricreazioni sembrava il re del cortile. Il Direttore lo lasciava fare. La andò così per un mese o poco più. Quindi a un tratto mutò registro. Non giocava più; talora' si rincantucciava con aria triste e piangeva. L'ambiente l'aveva soggiogato. Don Bosco, che ne seguiva gli atteggia-menti, lo chiamò e : - Come! gli disse. Tu sei quel generale Magone Michele, capo di tutta la banda di Carmagnola ? Che generale tu sei! Non sei più capace di espri-mere con parole quello che ti duole nell'animo! - Dopo un breve scambio di do-mande e risposte: - Insomma, conchiuse risolutamente Michele, ho la coscienza imbrogliata.

Tanto bastò: Don Bosco aveva capito tutto. Gl'insegnò senz'altro a prepararsi per una buona confessione. Il giovane incoraggiato si confessò la sera stessa da lui. Da quel punto la grazia, mercé la frequenza dei Sacramenti, ne venne trasformando la natura. Gli costava frenare l'indole, che per nulla pigliava fuoco; ma riuscì a do-minare talmente se stesso da diventare pacificatore dei compagni. Di mano in mano che comprendeva la carità fattagli da Don Bosco, si sentiva traboccare dal cuore la riconoscenza verso l'insigne benefattore. Messa tutta l'anima nelle mani di lui, s'infervorava ogni giorno più nella divozione a Maria, nella frequenza dei Sacra-menti, nello zelo di rendere ad altri il bene che da altri aveva ricevuto. Tutto questo, scrive Don Bosco, " praticava con allegria, con disinvoltura e senza scrupoli, di modo che era amato e venerato da tutti; mentre per vivacità e belle maniere era l'idolo della ricreazione ".

Data la sua condotta anteriore, lo assalivano ricordi e impressioni del passato, che, eccitandone la vivace fantasia, cimentavano il suo buon volere. Ma la confi-denza in Don Bosco era nell'Oratorio l'àncora di salvezza. - Leggi e pratica - diss'egli un giorno a Michele, porgendogli un bigliettino, in cui aveva scritto: " Cin-que ricordi che S. Filippo Neri dava ai giovani per conservare la virtù della purità: Fuga delle cattive compagnie; non nutrire delicatamente il corpo; fuga dell'ozio; frequente orazione; frequenza dei Sacramenti, specialmente della confessione ". Era un piccolo promemoria d'insegnamenti, che Don Bosco gli veniva diffusamente esponendo secondo il bisogno e che Michele nel suo linguaggio chiamava i cara-binieri della purità.

Quanto a nutrire delicatamente il corpo, il giovanetto ne rifuggiva a tal punto, che avrebbe voluto fare continue penitenze. Così, per esempio, nel 1858 durante la novena dell'Immacolata avrebbe voluto privarsi ogni mattina della colazione; ma Don Bosco per riguardo alla sua salute gli assegnò invece una breve preghiera da recitare tutti i giorni.

La salute di Michele veramente sembrava buona; non era tuttavia prudenza: permettergli quella sottrazione di alimenti, tanto più che attendeva con ardore allo studio. Fece in un anno la prima e la seconda ginnasiale. Stette dunque bene fino al 19 gennaio 1859, quando un improvviso e violento malore in due giorni lo abbattè. Assistito da Don Bosco, si spense nella piena con-sapevolezza del suo stato e con una serenità di spirito più che umana. 1 compagni lo piansero amaramente, dicendosi l'uno all'altro: - Magone è già con Savio in paradiso. - Don Bosco scrive: " Io non saprei qual nome dare alla morte di Ma-gone se non dicendola un sonno di gioia che porta l'anima dalle pene della vita alla beata eternità ". Dalle pagine di tutta la biografia spira una soave semplicità, che incanta i giovani lettori, animandoli all'imitazione.

Francesco Besucco, il terzo fortunato che ebbe Don Bosco banditore delle sue virtù, possedeva minore ingegno dei due precederti, ma eguale amore allo studia e pari aspirazione al sacerdozio. La lettura delle loro biografie, procurategli dal-. l'arciprete di Argentera, suo paesello nativo a ridosso delle Alpi Marittime, lo invogliò a venire nel luogo, dov'essi avevano lasciato tanti e sì luminosi esempi. Ca-dendo in qualche difetto, si condannava financo a dure penitenze, per non demeri-tare la grazia di essere accolto nell'Oratorio. Entrò nel sospirato asilo il 2 agosto 1863.

Era fuori di sè dalla consolazione. Contava tredici anni e cinque mesi. Portava seco un meschino correduccio di abiti e biancheria, essendo povero povero; ma racchiudeva in se tesori di bontà e d'innocenza, acquistati e conservati merce le cure solerti del suo ottimo parroco.

Nella narrazione che abbraccia questa prima parte della vita di Francesco, i particolari messi da Don Bosco in rilievo documentano quali fossero sempre le sue idee maestre in ordine a una completa formazione cristiana dei giovani: pietà e pu-rezza, Sacramenti e divozione a Maria, adempimento dei propri doveri e avviamento all'apostolato. Nel complesso però si vede mancare fin qui quell'alone di gaia se-renità, che piaceva soprammodo al santo educatore. L'Oratorio supplì poi al difetto; anzi, Don Bosco stesso nel suo secondo colloquio con lui, prospettandogli in tre parole il nuovo programma di vita, gli raccomandò allegria, studio e pietà.

Francesco intese le tre parole alla lettera. Si abbandonò tosto all'onda di alle-gria, da cui vedeva trasportati i suoi compagni. Nello studio a forza di applicazione progredì talmente che alla riapertura delle scuole potè essere classificato nella se-conda ginnasiale. Quanto alla pietà, non aveva gran che da aggiungere; solo modificò le sue abitudini per conformarsi agli usi dell'Oratorio. Tuttavia il suo fervore ap-pariva quello di un'anima privilegiata. Don Bosco dopo aver scritto che " è una gran ventura per chi da giovinetto è ammaestrato nella preghiera e ci prende gusto ", dice di lui che il suo spirito di preghiera giungeva a tal segno da farlo esclamare che avrebbe desiderato poter separare l'anima dal corpo per meglio gustare che cosa volesse dire amar Dio.

In una cosa sola aveva bisogno di freno, nell'ardente desiderio di penitenze corporali. Vi era già abituato; ma nell'Oratorio quella brama gli crebbe a dismisura. " Quando l'amor di Dio, osserva il biografo, prende possesso di un cuore, niuna cosa del mondo, nessun patimento lo affligge, anzi ogni pena della vita gli riesce di consolazione ". Don Bosco però credette di dovernelo moderare, insegnando anche a lui la maniera di far diventare penitenza tutto ciò che si soffre per necessità e consigliandogli di mortificarsi con l'eseguire umili lavori nella casa e col rendere servigi anche penosi ai compagni.

Nonostante la sua docilità, Francesco si lagnava qualche volta che non gli si permettesse di digiunare ne di procurarsi altre sofferenze; ma Don Bosco gli andava ripetendo: - La vera penitenza non consiste nel fare quello che piace a noi, ma nel fare quello che piace al Signore e che serve a promuovere la sua gloria. Sii ubbidiente e diligente ne' tuoi doveri, usa molta bontà e carità verso i tuoi compagni, sopporta i loro difetti, da' loro buoni avvisi e consigli, e farai cosa che al Signore piacerà più d'ogni altro sacrificio. - $ evidente che il provvido educatore mirava a ottenere che i suoi educandi fossero informati ad abiti morali siffatti da potersi conservare poi nel corso della vita.

Tutto andava a gonfie vele; ma ecco che nel cuore dell'inverno un freddo not-turno, causatogli da una sua imprudenza, gli fu fatale. Otto giorni di malattia spez-zarono quella forte fibra di alpigiano, troncando bruscamente un'esistenza così ricca di belle promesse. Francesco spirò fra le braccia di Don Bosco, rammaricandosi di una cosa sola, di non aver amato Dio come si meritava. E chi mai su questa terra può amare Dio come si merita?

Fu un'apparizione la sua nell'Oratorio, essendovi egli vissuto appena sei mesi; ma lasciò dietro di se una lunga scia luminosa, che Don Bosco fissò come in una pellicola' ivente nella terza delle sue biografie giovanili.

Fra i circa settecento giovani dell'Oratorio ggesti tre, e non questi soli, erano il fior fiore. I sogni però e le parlate di Don Bosco ci svelano la presenza anche di altri assai dissomiglianti. Ora il mirabile sta qui, che la maggioranza dei buoni si trascinava dietro i pusillanimi, gl'incauti e i trasandati, riducendo all'isolamento i refrattari, i quali così venivano scoperti, messi nell'impossibilità di nuocere e richia-mati ad meliorem frugem o allontanati. La padronanza che Don Bosco aveva dei cuori comunicava alla sua parola un'efficacia tale sull'ambiente, che l'equilibrio non vi veniva mai scosso ne fortemente ne a lungo.

 

CAPO XXII

CONTINUANO LE "BASTONATE" E IL RESTO

Nel gennaio del 1863 il ginnasio dell'Oratorio aveva 341 alunni. Sopra vi pen-deva sempre la spada di Damocle, ossia la minaccia di chiusura, perma-nendo da una parte la mancanza dei titoli legali per l'insegnamento e perdurando dall'altra nella combutta massonica il proposito di soffocare quel nido di reazionari. Le Autorità ministeriali solevano essere sensibilissime alle pressioni che movevano da premesse patriottiche. Urgeva dunque scongiurare il pericolo di misure draco-niane irreparabili.

La regolare frequenza alle lezioni universitarie bastava, negli anni antecedenti, a conferire il diritto di essere ammessi agli esami per l'abilitazione all'insegnamento secondario. Di fatto però non se ne teneva più conto, allora, sebbene una legge che abolisse questo stato di cose non esistesse; quindi anche dopo la recente legislazione scolastica alcuni a titolo di favore avevano potuto godere di tale facoltà. Don Bosco sperò altrettanto per i chierici Francesia, Durando, Cerruti e Anfossi, che per quat-tro anni avevano frequentato l'Università come uditori. Ne fece istanza al Ministro, che non rispose; gli chiese un'udienza, che non ottenne. Tornò quindi dal Capo Divisione menzionato sopra; ma costui, che già aveva fatto parte del triumvirato nella seconda perquisizione ed era sempre ostilissimo all'Oratorio, gl'intimò una delle due: o procurarsi per quattro anni professori titolati e intanto far inscrivere all'Università i suoi insegnanti o rassegnarsi a chiudere il ginnasio.

Don Bosco lì per lì non trovò miglior risposta che questa: - Fino al termine dell'anno in corso siamo in regola; per l'anno seguente si penserà al da farsi.

Il funzionario gli contestò che fosse in regola neanche per un giorno. Don Bosco aveva in tasca il decreto del Provveditore, e glielo lesse. L'altro scattò come una molla, negando la validità del decreto e tacciando d'ignoranza della legge il Prov-veditore. L'affare non riguardava direttamente Don Bosco, che, venuto via di là e vista la mala parata, si recò difilato dal Provveditore. Questi, chiamato in causa con una patente d'ignoranza, prese cappello e ingaggiò una polemica col suo con-traddittore. La tenzone epistolare non finì tanto presto. Fra i due litiganti il terzo. che godeva era Don Bosco, il quale intanto tirava via indisturbato.

Ma questo non risolveva la questione dell'ammissione agli esami. Essendovi motivo di credere che l'opposizione, più che dal Ministro, venisse dal solito fun-zionario, Don Bosco rinnovò la supplica, spiegando anche perchè i suoi insegnanti avessero frequentato l'Università senza prendere l'iscrizione. " Tali iscrizioni, diceva egli (e lo riferisce nelle sue Memorie), non furono prese per l'unico motivo che questi maestri essendo poveri, e lavorando e vivendo in una casa che si sostiene di sola beneficenza, non si potevano pagare le tasse stabilite dalle leggi 13 novem-bre 1859 ". Nel frattempo fece Dio sa quante scale per visitare personaggi influenti, da cui avere autorevole appoggio; ma tutto fu invano.

Bloccatagli quella via, girò l'ostacolo, chiedendo l'iscrizione dei quattro chierici all'Università. Gli si rispose che dessero prima gli esami di licenza liceale. Sperò di farli esimere, richiamandosi a una disposizione antica. Essi avevano compiuto il corso filosofico nel seminario sotto professori laureati, il che era stato sufficiente in molti casi per l'ammissione alla Facoltà di Lettere. Ricorse dunque in tal senso al Rettore dell'Università, che era Ercole Ricotti. Fu cosa ardua espugnarlo; ma alla fine egli cedette e, udito il Consiglio accademico, propose al Ministro Amari la dispensa dei richiedenti dall'esame di licenza liceale. Il Ministro consentì, a patto però che sostenessero con buon esito l'esame di ammissione.

Per questa condiscendenza s'indispettì talmente il Capo Divisione, che provocò un'inchiesta ministeriale nel Ginnasio dell'Oratorio. Ne fu incaricato l'Ispettore delle scuole secondarie classiche per la parte scientifica.

Questi trattò con i guanti, ma non riuscì a dissimulare di essere venuto con secondi fini. Infatti più che altro, interrogando gli alunni, sindacava insidiosamente le idee politiche professate dai loro docenti. L'ispezione durò due giorni. L'I-spettore congedandosi manifestò la sua piena soddisfazione, sicchè pareva pro-prio che non vi fosse nulla da temere. Invece Don Bosco venne per via confi-denziale a conoscere che stava per essere presentata al Ministro una relazione, nella quale si denunziava la mancanza di ordine, di moralità e di patriottismo nell'O-ratorio.

Bisognava far presto a prevenire il colpo. Don Bosco secondo il suo costume andò direttamente dal Ministro. Anzitutto si lagnò di essere vessato da continue ispezioni senza che ne sapesse il motivo, essendo egli stato sempre suddito fedele. Il Ministro dopo alcune gentili espressioni osservò: - Si dice che il suo filantropico istituto abbia degenerato e si sia convertito in una congrega di reazionari e che lei ricusi persino di sottomettersi agli ordini delle Autorità scolastiche. Credo per altro che il signor Ispettore abbia usato i riguardi dovuti a lei e ai suoi allievi, come appunto io gli avevo ordinato.

Qui lo voleva Don Bosco: questo era il secondo punto, sul quale pensava di richiamare la sua attenzione, sui metodi cioè adoperati allora e tre anni prima. Il Ministro, altamente sorpreso, fece venire nell'ufficio l'Ispettore e il Capo Di-visione.

Era un giorno di giugno, nell'ora del crepuscolo. I due, entrati con gli occhi ri-volti al Ministro, si sedettero presso la scrivania. Il Ministro interrogò il primo sul-l'esito della recente visita. Costui prese a divagare; ma fu richiamato all'oggetto del-l'ispezione, che era di esaminare la legalità dell'insegnamento. Rispose sofisticando sul decreto carpito, diceva, al Provveditore. Il Ministro senza badare a questi suoi apprezzamenti, accennò alle lagnanze di Don Bosco: domande indiscrete e inoppor-tune indirizzate ai giovani. L'Ispettore protestò. Ma: - Abbiamo qui Don Bosco, gli disse. Sentiamolo, e guai agl'impostori!

Un fulmine a ciel sereno! Quei signori che nella penombra non avevano scorto Don Bosco, rimasero interdetti. Il Capo Divisione chiese licenza per pochi minuti, dovendo sbrigare una pratica urgente e si avviò per uscire; ma, benchè conoscesse molto bene la topografia dell'ambiente, invece dell'uscio aperse un armadio, tanto gli erano venute le traveggole. Don Bosco si difese magistralmente, non tacendo le lodi tributate dall'Ispettore all'Oratorio per l'ordine, la disciplina e lo studio. L'Ispet-tore balbettò qualche spiegazione, ma dovette ritirarsi confuso e mortificato. Allora Don Bosco a quattr'occhi vuotò il sacco. Il Ministro lo stava guardando e ascoltando. Finalmente con energia gli disse: - Mi piace questo schietto parlare; questa sua confidenza non sarà senza effetto. - Quindi lo interrogò sulla sua Storia d'Italia, osservando che conteneva principi e massime non più compatibili coi tempi. Anche su questo tema la discussione si chiuse amichevolmente. Da ultimo: - Vada tran-quillo, gli disse. Nessuno tornerà più a disturbarla. In altre difficoltà simili venga da me e non dubiti. Finchè sarò io a questo posto, lei avrà sempre tutta la mia pro-tezione. - Don Bosco lo ringraziò, gli promise di pregare e di far pregare per lui, e si separarono con segni di mutua benevolenza.

Ma verba volant e scripta manent. Per meglio cautelarsi da possibili sorprese, Don Bosco ribadì le sue buone ragioni in lettere al Ministro Peruzzi dell'Interno, col quale pure aveva avuto un colloquio, all'Amari, all'Ispettore stesso e al Regio Provveditore. Con varianti accidentali si difendeva da tre dicerie: che gli studi e lo spirito de' suoi chierici non fossero in armonia con le istituzioni; che nell'Ora-torio non si volesse il ritratto del Re; che la sua Storia d'Italia andasse contro il sentimento nazionale.

Per allora dunque da parte del Governo si mise una pietra sul passato; gli avver-sari scorbacchiati stettero cheti; gli amici dopo quella prova del fuoco raddop-piarono la loro stima per l'Opera di Don Bosco.

Se non che alla riapertura delle scuole sarebbe risorto automaticamente il pro-blema dell'insegnamento da legalizzare. I quattro chierici in luglio superarono molto bene gli esami di ammissione all'Università; ma questo non autorizzava a insegnare nel ginnasio. Il Provveditore, pregato di prorogare la concessione dell'anno avanti, non credette di poterlo fare. Ci pensò la Provvidenza. Molte cattedre di scuole secondarie in Piemonte e nelle province annesse mancavano di titolari. A colmare i vuoti il Ministro indisse una sessione straordinaria d'esami in settembre per co-loro che volessero conseguire il diploma d'abilitazione. Mancavano appena due mesi; tuttavia Don Bosco invitò cinque de' suoi, fra i quali Don Rua, a preparar-visi. Era una fatica improba in sì breve tempo e con altre occupazioni: ma alla scuola di Don Bosco quei primi imparavano a lavorare per fini superiori, sicchè la fatica o non la sentivano o la amavano.

Alla vigilia quasi degli esami spuntò una nuova difficoltà: nel decreto si esigeva la licenza liceale. Don Bosco in ansietà scriveva il 3 settembre alla Marchesa Fassati: "Signora Marchesa, se fu tempo in cui abbia avuto bisogno delle sue preghiere, certamente è questo. Il demonio ha dichiarato guerra aperta a questo Oratorio, e sono minacciato di chiusura, se non lo porto all'altezza dei tempi secondo lo spi-rito del Governo. La Santa Vergine ha assicurato che ciò non sarà; ma tuttavia Dio può trovarci degni di castigo e tra gli altri permettere questo. Sono alcune settimane che io vivo di speranza e di afflizioni". La Provvidenza mandò a vuoto ancora una volta il mal talento degli avversari. Bastò all'ultima ora il cambiamento del Rettore nell'Università, perchè fosse considerato titolo equipollente l'esame del seminario. I cinque candidati ottennero ammissione e approvazione.

Don Bosco respirò. Nondimeno comprese la necessità di entrare decisamente nelle vie legali. Onde dispose che dal 1864 in poi i chierici di miglior ingegno con-seguissero la licenza liceale e s'inscrivessero all'Università. Troppi indizi gli facevano prevedere che la vantata libertà d'insegnamento si sarebbe di coartazione in coarta-zione risolta in sempre maggiori difficoltà a mantenere scuole private. Il suo esempio e il suo consiglio apersero gli occhi a coloro, disgraziatamente pochi, che non pre-ferirono cullarsi nelle illusioni.

Anche questa volta, mentre lo bersagliavano tante contrarietà, Don Bosco ba-dava a ingrandire l'Oratorio. Lo ingrandì all'interno. Venne su in quei mesi un altro braccio di fabbricato a tre piani, che, staccandosi dalla casa già dei Filippi, si protendeva per la lunghezza di sessanta metri verso il sito dell'attuale casa capito-lare. Ingrandì l'Oratorio al di fuori. è pure di allora la fondazione di un Oratorio in miniatura lontano da Torino, a Mirabello nel Casalese.

A Mirabello e altrove nel Monferrato Don Bosco era conosciutissimo. Dal 1859, nel cuore dell'autunno, egli conduceva da quelle parti, a titolo di premio, un buon centinaio di giovani, coi quali, seguendo itinerari prestabiliti e ben prepa-rati, visitava annualmente parecchi comuni. In quel tempo dell'anno il Monferrato è uno dei luoghi più suggestivi del mondo. Le vigne che ne rivestono le colline, met-tono in mostra i loro tralci carichi di grappoli maturi. Le giornate serene, la tem-peratura mite, la gioia degli abitanti all'appressarsi della vendemmia creano un am-biente di allegrezza e di pace che incanta. I gitanti di Don Bosco pernottavano nelle canoniche di parroci amici e nei castelli di signori che vi stavano a villeggiare e vo-levano bene all'Oratorio. Era nell'insieme un apostolato di buon esempio. Esempio di pietà, perchè nelle chiese parrocchiali i giovani facevano la comunione e improv-visavano divote funzioni, a cui i buoni villici assistevano edificati. Apostolato di obbedienza e disciplina, perchè tutti vedevano con quanta docilità rispondessero quei frugoli ai cenni di Don Bosco e dei superiori subalterni. Apostolato anche di sana allegria. Dopo la preghiera e la parola di Dio, si cantava all'aria aperta, si so-nava, si davano su palcoscenici di fortuna rappresentazioni drammatiche. Giovava allora dimostrare col fatto che pietà e allegria non solo vanno d'accordo, ma si aiu-tano a vicenda in far bella e buona la vita.

Don Bosco dunque nei più agitati mesi del 1863 aveva condotto le pratiche per l'apertura di un collegio a Mirabello, il primo di una serie che non doveva ar-rivare mai all'ultimo. Quando . rimaneva da fare soltanto la scelta del personale, pellegrinò la terza volta al santuario d'Oropa per invocare dalla Madonna i lumi celesti. Ritornato che fu, elesse a Direttore Don Rua, dandogli per collaboratori sei chierici, fra i quali Bonetti, Cerruti e Albera, più tre giovanotti aspiranti allo stato ecclesiastico. Al Direttore consegnò un memoriale autografo contenente un complesso di norme, che formano tuttora la magna carta del Direttore Salesiano in ogni parte del mondo. Per tutti poi scrisse uno speciale Regolamento, ricalcato su quello dell'Oratorio e adatto alla sua prima filiale. D'intelligenza col Vescovo Nazari di Calabiana intitolò la casa Piccolo Seminario di San Carlo, sia perché voleva che vi si coltivassero le vocazioni sacerdotali, sia per sottrarla all'ingerenza delle Autorità scolastiche. Il collegio fu aperto il 20 ottobre.

Verrebbe quasi voglia di pensare che fossero in Don Bosco due personalità staccate e per se operanti, una che lottava per l'esistenza dell'Oratorio e l'altra che attendeva tranquillamente a ingrandirne il raggio di azione. Non era ancora aperto il collegio di Mirabello, che già egli avviava le trattative preliminari, che nel 1864 dovevano approdare all'apertura di un altro collegio sui monti di Lanzo Torinese. Ma tutti questi incrementi sono poca cosa in confronto di un'impresa destinata ad avere importanza mondiale. Proprio durante le " afflizioni " di quei mesi Don Bosco acquistò l'area, fece preparare il disegno e ordinò gli scavi per l'erezione del Santuario di Maria Ausiliatrice.

 

CAPO XXIII

DISPENSATORE DELLA PAROLA DI DIO

Prima che i pensieri delle sue fondazioni ne lo distrassero, Don Bosco attese come pochi al ministero della parola. è scritto che allora egli faceva non meno di tremila fra discorsi, prediche, conferenze, sermoncini e catechismi ogni anno. è un po' troppo, ma alla metà arrivava di certo. Una media da quattro a cinque parlate per giorno rappresenta già una somma di attività oratoria ben difficile a raggiungersi.

Chiamato a predicare, purche' potesse, non diceva mai di no, compiendo anche sforzi che non si crederebbero possibili. Un anno a Ivrea predicava una missione al popolo nella parrocchiale di S. Salvatore, facendo quotidianamente due medita-zioni e due istruzioni. Invitato a fare altre due prediche al giorno nel seminario, accettò. Venuto contemporaneamente a mancare il predicatore degli esercizi nel convitto civico, fu pregato di supplirlo, e lo supplì. Sicchè erano ogni giorno otto prediche, nonostante che i brevi intervalli e lunghe ore delle notti fossero da lui dedicati ad ascoltare le confessioni.

Le prediche propriamente dette e le predicazioni continuate, come anche i ca-techismi, divennero meno frequenti dopo il 1860, rare dopo il 1865, rarissime dopo il 1871, per effetto di una grave malattia. Non ismise però fino agli ultimi anni della sua vita le conferenze ai Salesiani e ai Cooperatori, ne i sermoncini serali.

Quando entrò nel Convitto Ecclesiastico, nulla sembrava segnalarlo come predicatore. Fu il suo parroco Don Cinzano a metterlo in vista presso Don Cafasso, al quale suggerì di provarlo assegnandogli un corso di predicazione senza preavviso. Don Cafasso una sera lo incaricò di cominciare subito l'indomani una novena nel-l'Ospizio di Carità. Egli obbedì e riuscì egregiamente. Compresa così la necessità di premunirsi contro simili sorprese, nel 1842 si diede a comporre vari corsi di predicazione per diverse categorie di uditori.

Anche Pio IX nel 1858 lo sottopose a un esperimento dello stesso genere, facendolo avvertire da mons. De Merode che senza indugio dettasse gli esercizi alle detenute nelle carceri presso Santa Maria degli Angeli. Stavano colà rinchiuse 224 condannate, più un certo numero di altre in attesa del giudizio o della sentenza. Non aveva con se i suoi quaderni; ma dovette sobbarcarvisi senz'altro. Il Papa vo-leva vedere se fosse realtà o esagerazione quanto sentiva dire di lui. Orbene il cap-pellano, che fu testimonio oculare, riferì effetti meravigliosi al Cardinale Presidente, il quale ne informò il Santo Padre. Quelle infelici, commosse, pentite e piangenti come tante Maddalene, si confessarono tutte e si comunicarono con un fervore da claustrali.

Improvvisazioni gli toccò farne non poche volte. Nel 1861 a Vercelli aveva celebrato le glorie della Madonna nella chiesa di Santa Maria Maggiore, consacrata allora allora. Vi era andato con la sua orazione dettata a Don Rua. Piacque tanto, che sorse nel pubblico un vivo desiderio di riudirlo ancora. Per contentare l'Arci-vescovo della diocesi e il Vescovo di Saluzzo, s'indusse a fare altre due prediche, delle quali i Prelati gli suggerirono l'argomento qualche minuto prima che montasse in pulpito. Tuttavia si fece ascoltare con meravigliosa attenzione.

Non si creda però che egli amasse questa maniera di annunziare la parola di Dio. Vi si piegava solo in casi eccezionali. D'ordinario si preparava seriamente. Quando non potè più scrivere i suoi discorsi, ne tracciava lo schema, sul quale me-ditava pregando. Diceva ai suoi figli: - La predica che produce i migliori effetti è quella meglio studiata e preparata.

Non possedeva doti oratorie. Parlava lento, gestiva poco o nulla, non sapeva che cosa fosse ricerca dell'effetto; eppure avvinceva gli uditori. A Roma nel 1867, avendo egli predicato al clero nella chiesa di Santa Maria della Pace, quei preti stu-pirono come mai con tanta semplicità si fosse cattivata sì fortemente la loro atten-zione. Ma una delle ragioni la espresse poco dopo il gesuita padre Angelini, ascol-tàto che ebbe un suo discorsetto nella cappella di S. Stanislao Kostka al Quirinale. - Quanta unzione! - esclamò egli. Ecco un gran segreto del predicatore per co-municare intimamente con l'uditorio; poichè chiamiamo unzione una maniera di predicare, nella quale domina l'interiore ispirazione soprannaturale, che va diritta al cuore, attirando gli animi a se e movendoli al bene. Questa unzione contribuiva pur molto a far sì che le sue prediche, anche lunghe, sembrassero brevi, e si ascol-tassero volentieri anche in condizioni disagiate. Fra il 1850 e il 1855 a Strambino d'Ivrea nel dì dell'Assunta la piena della gente lo costrinse a predicare in piazza da un palco improvvisato. Il sole dardeggiava. Pure lo ascoltarono per un'ora circa senza dar segno di fastidio. L'indomani disse il panegirico di S. Rocco, che si fe-steggiava in una cappella campestre. Benchè fosse giorno di lavoro, vi convennero un buon migliaio di persone, sicchè di nuovo bisognò predicare all'aperto. Sul più bello cadde un acquazzone; ma il predicatore non si mosse, perchè non accennarono mai a muoversi gli uditori.

Più singolare fu quello che gli accadde nel medesimo periodo di tempo ad Agnasco saluzzese. Doveva fare il panegirico dei santi Candido e Severo. Giunto in ritardo, predicò senz'aver avuto il tempo di pranzare; come ebbe parlato per un'ora del primo Santo, voleva sospendere, ma il popolo a una voce gridò che continuasse. Continuò dunque per un'altra buona ora ascoltatissimo.

Nel 1875 a Sannazzaro dei Burgundi in quel di Vigevano la popolazione diser-tava la chiesa per dissensi col Parroco. Don Bosco andò a farvi la predica del Ro-sario. I fedeli, che lo conoscevano per fama, accorsero in folla a udirlo. Quell'af-follamento insolito causò nel vasto tempio un brusio, che da prima sembrò impos-sibile dominare; ma l'aspetto di Don Bosco e la sua voce argentina s'imposero. La predica durò un'ora e tre quarti; eppure ancora del 1906 alcuni dei superstiti affermavano che, quando finì, la gente si lamentava che fosse troppo presto.

Questo dominio dell'uditorio, dovuto in gran parte alla sua soave unzione, diede luogo a un fatto che, se non fosse accertato, parrebbe una favola. Teneva egli una predicazione di dieci giorni a Saliceto di Mondovì. Non parlava mai meno di un'ora senza che i paesani si saziassero di ascoltarlo. Orbene una volta dalle dieci continuò fino a mezzodì; ma quei contadini vollero che continuasse. Dopo un'altra ora, non potendone più, discese per rifocillarsi; ma i buoni popolani, che secondo il loro costume avevano mangiato alle nove, stettero là ad aspettare, obbli-gando il parroco a ricondurlo sul pulpito. Don Bosco tranquillamente ripigliò il filo del discorso che protrasse per altre tre ore, rallegrando il suo dire con lepidi racconti, dai quali cavava applicazioni morali. è vero che fuori c'era la neve; ma un predicatore che, con un brevissimo intervallo nel mezzo, sappia farsi ascoltare per più di sei ore, è davvero rara avis in terris.

Ed ecco un secondo segreto dei successi di Don Bosco, la popolarità, ossia la forma popolare del suo linguaggio. Non diceva cose nuove, perchè trattava per lo più argomenti triti e ritriti; ma sapeva mirabilmente adattarli alla mentalità del suo pubblico. Diceva ai suoi: - Il popolo ha bisogno di capire e vuole capire ciò che dice il predicatore; se capisce, è contento: se non capisce, si annoia. - Sembra una verità lapalissiana; eppure sono più i casi in cui la si vede ricordata o dimen-ticata? Egli quindi esordiva da circostanze di attualità; definiva bene il suo tema; intercalava similitudini, parabole, esempi, colorendo certe particolarità che al po-polo ordinariamente piacciono, fermando così nelle menti i punti più essenziali. Questo sistema supponeva non solo un buon lavorìo di preparazione, ma anche un perfetto oblio di sè per predicare esclusivamente Gesù Cristo.

Del non predicare se stesso diede parecchi saggi notevoli. Certe religiose l'ave-vano invitato a dire le lodi della loro Santa Patrona. Egli trovò la chiesa dell'insigne monastero stipata di persone aristocratiche. Si aspettavano da lui grandi cose; ma la tentazione di far bella figura non gli sfiorò nemmeno l'epidermide. Infatti prese a dimostrare che le buone confessioni sono mezzo efficacissimo per tendere alla perfezione e per salvare l'anima. Come si vede, ce ne fu per l'una e per l'altra parte dell'uditorio.

Di qui veniva pure la sua libertà apostolica. Spesse volte a Roma e a Parigi dovette rivolgere la parola a elette udienze di nobili; ma egli, badando alle anime e non ai blasoni, esponeva verità fondamentali, senza il menomo pensiero di guada-gnarsi le simpatie degli ascoltanti. Così nel 1867 a Roma nella chiesa di Sant'Ago-stino, dove erano adunate per assistere alla sua Messa molte grandi Dame, egli parlò con calore, ma insieme anche, scrisse allora Don Francesia, " sferzò e per bene ". Eppure le uditrici invece di adombrarsi dicevano dopo: - è il Signore che parla per sua bocca.

Don Bosco non era mai tanto Don Bosco come quando parlava a' suoi giovani. Nel 1847 cominciò a raccontare loro ogni domenica la Storia Sacra, finita la quale, passò alla Storia Ecclesiastica, dilungandosi specialmente intorno alla vita dei primi Papi. Narrava con incantevole semplicità, frammettendo sobri commenti istruttivi e osservazioni morali, e per interessare maggiormente il suo volubile uditorio, inter-rogava alla fine dal pulpito alcuni sulle cose dette.

Questa simpatica abitudine diede luogo a uno storico incidente. Una domenica di aprile del 1854, raccontando la vita del Papa S. Clemente, descrisse le sofferenze del suo esilio nel Chersoneso Tracio, l'odierna Crimea, dove l'aveva relegato l'Im-peratore Traiano. Domandò quindi a un giovane, se avesse qualche cosa da osser-vare. Rispose l'interrogato: - Se l'Imperatore commise un'ingiustizia cacciando in esilio quel Papa, il nostro Governo non ha fatto male a esiliare il nostro Arcive-scovo Fransoni ? - Don Bosco a una domanda così insospettata disse senza scom-porsi: - Non è questo il luogo e il tempo di giudicare. Sempre i nemici della Chiesa presero di mira Papi, Vescovi e Sacerdoti, perchè speravano che, abbattute le co-lonne, I' dificio sarebbe crollato. Voi, udendo o leggendo la condanna di qualche Papa, Vescovo o Sacerdote, non credetelo subito colpevole, potendosi dare che sia vittima del suo dovere, come gli Apostoli, i Martiri e tanti altri; anche Pilato mise a morte Gesù come sovvertitore del popolo, mentre'egli invece aveva racco-mandato di star soggetti alle autorità costituite, dando a Cesare quello che era di Cesare, e a Dio quello che era di Dio.

Neanche a farlo.apposta, era entrato in quel momento il Ministro Rattazzi, che Don Bosco non conosceva ancora. Terminata la predica, s'incontrarono per la prima volta e dopo le presentazioni si parlò tosto dell'incidente. Il Ministro ri-conobbe senz'ambagi che Don Bosco se l'era cavata egregiamente.

Siffatta predicazione domenicale fu proseguita dal Santo fino al 1869, nel qual anno se la assunse Don Rua, rifacendosi egli pure dalla Storia Sacra. Eccelleva Don Bosco nel predicare esercizi e missioni. Quanti corsi di esercizi spirituali avesse egli dettati, non sarebbe riuscito nemmeno lui a farne il calcolo. Li dettò a comunità religiose maschili e femminili, a collegi e seminari, a maestri laici nella casa di Lanzo e a maestre con signore e signorine in quella delle Suore di Nizza Monferrato. Ai Salesiani li predicò dal 1866 al 1882. Sceglieva argomenti vitali per la fede e la pratica cristiana, ma con particolare insistenza batteva e ribat-teva sul peccato e sulla confessione. Parlava col cuore alla mano, diceva a se stesso le cose che predicava agli altri, sicchè talvolta egli medesimo veniva trasportato dalla commozione che voleva suscitare negli uditori, come avvenne durante gli accennati esercizi alle carcerate romane. Un mattino, rappresentando loro l'ingratitudine del-l'anima peccatrice verso Dio, interrogò oratoriamente: - E noi lo offenderemo ancora questo Dio così buono? - Ciò dicendo, era così commosso che singhiozzò. Le ascoltatrici si sentirono talmente rapite fuori di sè, che gli risposero all'unisono: - No, no.

Altre volte la cosa prese forme più drammatiche. Nel 1865, mentre nell'Ora-torio predicava ai giovani esterni gli esercizi per la Pasqua, venuto a dire della con-fessione sacrilega, proruppe in pianto nè potè più continuare; ma le sue lacrime furono più eloquenti che non sarebbero state le sue parole. Anche quattro anni prima, nel predicare ai seminaristi di Bergamo sull'inferno, era scoppiato in singhiozzi, che l'avevano obbligato a troncare e scendere, lasciando quei chierici in preda a vi-vissima emozione.

Del resto l'intensità della commozione lo faceva piangere anche in predicazioni ordinarie. Di questo appunto il Cardinale Caghero dice nei processi: " Mentre predicava sull'amor di Dio, sulla perdita delle anime, sulla Passione di Gesù Cristo nel venerdì Santo, sull'Eucaristia, sulla buona morte e sulla speranza del paradiso, lo vidi io più volte, e lo videro i miei compagni, versare lacrime ora di amore, ora di dolore, ora di gioia, e di santo trasporto quando parlava della Vergine Santissima, della sua bontà e della sua immacolata purità ".

Don Bosco non aveva un temperamento emotivo; solo nell'estrema vecchiaia, secondo che suol essere proprio di quell'età, s'inteneriva per cause naturali. Prima invece le lacrime descritte scaturivano da più alte sorgenti.

A predicare missioni gli fioccavano inviti da ogni parte del Piemonte e anche d'altronde, ne egli vi si rifiutava, a meno che si opponessero cause di vera impos-sibilità. Caratteristica è una sua predicazione milanese nel giubileo del 1850. La polizia austriaca, che pedinava i preti lombardi, spalancava cent'occhi sui predi-catori forestieri, massime se piemontesi. Don Bosco varcò la frontiera con un pas-saporto, nel quale si qualificava " maestro di scuola elementare ". Ve l'avevano invitato Don Allievi e Don Verri, il futuro apostolo delle morette. L'Arcivescovo Romilli, persona benevisa a Vienna, avrebbe voluto dissuaderlo dal predicare in una chiesa pubblica, qual era la parrocchiale di S. Simpliciano, preferendo che si contentasse d'un oratorio privato; tuttavia non si oppose, ingiungendogli nondimeno che predicasse sulla propria responsabilità senza che egli c'entrasse e raccomandan-dogli caldamente la prudenza.

A poco più di un anno e mezzo dalla battaglia di Novara i Milanesi trassero numerosi ad ascoltare il predicatore che veniva da Torino, sperando di sentir vibrare sotto sotto anche la nota patriottica. Accenni men cauti sarebbero bastati a provocare esplosioni. Ma Don Bosco misurava ben bene le sue parole. Con linguaggio franco e affettuoso, secondo lo stile di S. Alfonso, invitava i fedeli ad abbandonare la vita del peccato e a riconciliarsi con Dio mediante una sincera confessione. Recando paragoni ed esempi, si astenne da qualsiasi remota allusione politica, sicchè gli agenti segreti della polizia, che stavano là in orecchi, non poterono mai cogliere una frase censurabile. Durante poco più di due settimane portò la sua parola anche in più altri luoghi, facendo talora quattro o cinque prediche al giorno; perchè, visto il suo modo e il relativo frutto, vari Rettori di chiese andavano a gara nell'invitarlo. Cosi egli pre-dicò a S. Maria Nuova, a S. Carlo, a S. Luigi, a S. Eustorgio, a S. Rocco e più volte dai Barnabiti a Monza, fermandosi ogni volta in questa città solo il tempo strettamente necessario. A parecchi sacerdoti il suo metodo fu una rivelazione, sicchè se lo proposero a modello. L'Arcivescovo gli si professò più tardi riconoscente.

I Vescovi poi si servivano volentieri di lui, quando volevano estirpare la ziz-zania ereticale da qualche terra delle loro diocesi. Basta per questo citare un caso tipico. A Viarigi, nel circondario di Casale Monferrato, l'intera popolazione delirava dietro un tal Grignaschi, prete spretato e gran gabbamondo. Costui aveva sugge-stionato financo i preti del luogo. Pretendeva di essere Gesù Cristo novellamente incarnato e menava in giro una donnaccola, spacciandola per la Madonna. Strani prodigi di origine diabolica, ma creduti veri miracoli dagli ammiratori di lui, davano credito alle sue panzane. Si diceva mandato da Dio a fondare una nuova Chiesa. Ammaliava con lo sguardo chiunque lo avvicinasse. Esecrande profanazioni pas-savano per opere sante. Ma poichè a lungo andare vennero a galla turpitudini da codice penale, il Procuratore del Re nel 1850 fece arrestare lui, la donna e i prin-cipali della setta. Il Brofferio lo difese inutilmente nel tribunale, che gli inflisse sette anni di reclusione. La gente però, sempre infatuata, lo venerava come una vittima e commetteva disordini; onde si dovette stabilire nel paese un presidio militare. I Vescovi di Casale e di Asti sia in persona sia a mezzo di bravi predicatori si ado-perarono per cinque anni a disincantare quegli illusi. I preti si ravvidero; ma la popolazione si manteneva refrattaria. Finalmente nel 1856 ci si provò Don Bosco.

Prima di mettersi in viaggio pregò molto e fece pregare. Gli era compagno un canonico di Torino. Le accoglienze furono non fredde, ma ostili. La prima sera ebbe una dozzina di persone attirate dalla curiosità. Egli non si perdette d'animo. Ragionò della misericordia di Dio in chiamare gli uomini a penitenza e del pericolo d'incorrere ne' suoi castighi indurendo il cuore; aggiunse pure che il Signore avrebbe potuto anche punire gli ostinati con morti improvvise.

L'udienza crebbe un tantino nei due giorni seguenti; ma una rumorosa festa da ballo nei pressi della chiesa distraeva il popolo e disturbava i predicatori. La minaccia di Don Bosco si avverò alla lettera. Nella notte sul quarto giorno il padrone della casa dove si faceva baldoria, morì d'un colpo. Don Bosco il mattino appresso spiegò 1'estote parati senza punto accennare al tragico caso; ma dopo disse: - Ora facciamo una preghiera per raccomandare alla misericordia divina quel povero nostro amico che è morto stanotte. - Lo stesso invito ebbe occasione di ripetere più volte nei dì seguenti per altri del paese o dei dintorni, che erano morti o agonizzanti.

I missionari che euntes ibant et flebant, se ne ritornarono cum exultatione. L'in-cantesimo era svanito. Per raggiungere il pulpito, scriveva Don Alasonatti il 20 gen-naio, essi negli ultimi giorni erano dovuti " salire per buche e passare dalla volta della chiesa " a cagione della moltitudine. Tutti i tremila abitanti adulti di Viarigi avevano abiurato e ricevuto i Sacramenti. La stampa buona ne diffuse la notizia, come si fa degli avvenimenti più straordinari.

Ma perchè Don Bosco nella sua prima predica erasi azzardato a lanciare quella minaccia? Forse ce ne offre la spiegazione un fatto analogo accaduto a Montemagno nel 1864. Questo borgo del Monferrato vedeva da tre mesi le sue campagne ardere dalla siccità. Per l'Assunta si pensò di fare un solenne triduo predicato da Don Bosco, allo scopo d'implorare soccorso dalla Vergine Santissima. Egli nella prima predica promise in nome della Madonna un'abbondante pioggia, se tutti ascoltassero la parola di Dio, si confessassero e si accostassero alla sacra Mensa. Il popolo gli credette. Molti confessori, fra cui Don Rua e Don Cagliero, sedettero dì e notte nei confessionali. Nel giorno della festa la comunione fu universale; ma il cielo sembrava di bronzo. Nel pomeriggio, allorché dopo i Vespri Don Bosco salì sul pulpito, la gente soffocata dal caldo cominciava a mormorare. Sul finire dell'esordio ecco un lontano colpo di tuono. L'uditorio trasalì; ma a metà della predica, quando si sentiva l'acqua venir giù a catinelle e flagellare le vetrate, non c'era più un ciglio asciutto. Si sussurrava: - Miracolo! Miracolo!

Torniamo ora a quella prima predica. Il parroco, mentre Don Bosco rientrava nella sacrestia, gli si fece incontro e con gli occhi fuori delle orbite lo interrogò come mai avesse avuto il coraggio di annunziare così asseverantemente la pioggia per il dì dell'Assunta. Don Bosco trasecolato protestava, che doveva esserci un ma-linteso e che egli non si ricordava affatto d'aver detto una cosa simile; ma troppi testimoni confermavano l'asserzione del parroco. Si ha dunque il diritto di conchiu-dere che in certe congiunture non è l'uomo apostolico che parla, ma parla per bocca di lui lo Spirito di Dio, senza che il parlante abbia coscienza di quello che dice.

Di Don Bosco predicatore si potrebbe scrivere un volume. Don Rua nei processi testifica che alla distanza di molti anni, passando per varie città e paesi, trovava ancor vivo il ricordo delle sue predicazioni. Egli che lo sentì tante volte, attribuisce ivi a tre cause il gran concorso e la somma attenzione del popolo nel-l'ascoltarlo : alla sua maniera facile e piana, allo studio di farsi capire da tutti e alla vivezza descrittiva de' suoi racconti. Per conseguire tutto questo, Don Bosco dovette rifare se stesso al principio del sacro ministero. La formazione letteraria del clero piemontese era allora così viziata, che anche Don Bosco ne risentì i tristi effetti, come lo dimostrano la gonfiezza dello stile, l'artificiosità dei costrutti e la ricer-catezza delle parole in alcune sue prediche più antiche; ma, avvedutosi presto della falsa via, si appigliò all'energico espediente di leggere per alcun tempo alla madre illetterata le sue prediche prima di pronunciarle, notando e cambiando quello che essa non intendeva bene. La santità poi venne facendo il resto. Certo è che l'efficacia della sua parola, chiesta umilmente a Dio nella prima Messa, fu un dono che po-chissimi possedettero al par di lui nella Chiesa.

 

CAPO XXIV

LA CHIESA DI MARIA AUSILIATRICE

D on Bosco fu un grande costruttore di chiese. Mentre per edifici destinati ad abi-tazione detestava ogni superfluità di ornati, per le case di Dio era splendido. Si ravvisò in questo un crescendo, dal quale possiamo arguire che, se fosse dipeso da lui, le decorazioni della chiesa di Maria Ausiliatrice, eseguite solo dopo la sua morte, sarebbero state di molto maggior bellezza e consistenza. Sotto questo punto di vista lo ritrasse bene l'architetto dell'altra sua chiesa di S. Giovanni Evangelista, Conte Arborio Mella, che nel 1870 scriveva alla figlia Contessa di Roasenda: "Che uomo unico! Dandomi l'idea del prezzo da spendere aggiungeva con una pace e confidenza invidiabile: = Però è meglio far le cose bene e se la stima eccedesse anche del doppio le somme stanziate, non fa niente, troveremo modo di soddisfarvi ".

Come egli sia venuto nella determinazione di dare quel titolo alla chiesa che pensava di erigere in onore della Madonna, è cosa che forse rimarrà sempre nella penombra. Egli fu che lo rese popolarissimo, benchè ai suoi tempi fosse tanto poco in voga, che agli edili del Municipio torinese parve persino stravagante. Ne' suoi studi sulla Storia Ecclesiastica tale titolo gli si era affacciato sempre al domani di avvenimenti gloriosi per la Chiesa Cattolica e per il Pontificato Romano: vittoria di Lepanto, liberazione di Vienna, affrancamento del Pontefice della cattività na-poleonica. Non basta; circostanze speciali concorrevano a metterglielo in simpatica luce. Inserì l'invocazione Auxilium Christianorum nelle Litanie lauretane un Papa, del quale nella sua Storia d'Italia con sentimento di affetto alla propria terra si com-piace di ricordare che era Piemontese: S. Pio V, il Papa di Lepanto. Il Papa di Vienna, Innocenzo XI, eresse a Monaco di Baviera una Confraternita di Maria Ausi-liatrice, che col favore di Casa Savoia ebbe una ramificazione a Torino nella Chiesa di S. Francesco da Paola. Il Papa già vittima di Napoleone istituì per gli Stati Pon-tifici la festa li Maria Ausiliatrice proprio nell'anno della nascita di Don Bosco. Dovette anche piacergli quel titolo perchè rispondente alle necessità dei tempi. I nemici di Dio si coalizzavano per una guerra mondiale contro la Chiesa e il Pa-pato; occorreva quindi invocare l'aiuto di Maria non per bisogni ristretti a certi luoghi o limitati a casi speciali, ma per la difesa dell'intera Cristianità minacciata. Ora tanto la storia che la portata di tale invocazione sembravano consigliare di adot-tarla con questo fine a preferenza d'ogni altra. Pio IX, inviando a Don Bosco un'offerta per il nuovo tempio, gli fece esprimere il suo gradimento riguardo al titolo prescelto. Quanto a se, Don Bosco sentì e professò sempre di essere debitore di tutto all'ausilio potente della Vergine, sicchè il titolo di Ausiliatrice era quello che più di tutti esprimeva i rapporti di Maria con la sua missione.

Siamo meglio informati sulla designazione del terreno. Don Bosco naturalmente mirava al campo del sogno narrato nel capo ottavo; ma quel campo egli l'aveva venduto nel 1854 ai Rosminiani, che divisavano di erigervi un Istituto. Senonchè, morto il Rosmini, quel divisamento fu abbandonato; quindi Don Bosco voleva ricomperare il pezzo di terra. Vi si oppose Don Savio, l'economo dell'Oratorio, che preferiva un altro sito, donde la Chiesa avrebbe prospettato il corso Valdocco e offerto maggior comodità di accesso. Don Bosco lo lasciò fare; ma quando le trattative di Don Savio per la compera erano vicine ad arrivare in porto, i proprietari le fecero naufragare. Onde non rimase miglior partito che intendersi coi Rosminiani.

I lavori, cominciati nel febbraio del '63, durarono cinque anni. Si può ben dire che vi posero mano e cielo e terra. Dopo collocata la prima pietra in fondo agli scavi, Don Bosco fece un gesto simbolico. Tratto di tasca il borsellino, lo aperse e a titolo di acconto versò nelle mani del capomastro il contenuto. N'uscirono quaranta centesimi. Volle dire con quell'atto che quattrini egli non ne aveva, ma che non per questo rinunciava a cominciare, aspettando fiduciosamente dalla Provvi-denza i mezzi.

Secondo il solito, mise in opera il suo ingegno per escogitare espedienti, coi quali stimolare la carità pubblica. Inondò Torino di circolari e di lettere, ne sparse per tutto il Piemonte, ne spedì in altre parti d'Italia, sempre unendovi schede di sottoscrizioni; scrisse pure alle Autorità ecclesiastiche e civili, su su fino al Re e al Papa. A Roma gran distributore di schede fu Don Manacorda, stabilitosi colà nel 1864 per consiglio di Don Bosco a fine d'intraprendervi la carriera prelatizia, nella quale doveva rendersi sommamente utile a lui e alla sua Opera. Per giustificare le sue domande di aiuti Don Bosco, nella città, metteva in rilievo il bisogno di una chiesa da potersi erigere in parrocchia a comodità della popolazione, che si addensava sempre più nelle parti di Valdocco ; fuori invece invitava a onorare la Madonna soccorrendo lui nell'innalzarle un grande tempio. Ai familiari diceva inoltre chia-ramente di voler preparare ivi il centro delle sue istituzioni; come per lui, così per i suoi figli Maria doveva essere in ogni tempo la celeste ispiratrice, la guida potente, la madre teneramente amata.

Le offerte affluivano, ma non sempre in misura sufficiente per accelerare l'impresa. Ecco perché nel gennaio del '65 pensò di bandire una lotteria. Dopo lettere su lettere, dopo molte visite e dopo non pochi rifiuti formò una Commissione di tren-tadue primari cittadini, che si dividessero gli uffici di maggiore e di minore respon-sabilità. Non fu facile far loro accettare certe incombenze; ma verso la fine di aprile la macchina entrava in azione.

Non erano ancora ultimate le fondamenta, che egli si occupava già del quadro. Lo voleva grande e popolato di figure. Dovevano corteggiare la Regina del Cielo Angeli, Apostoli, Martiri, Profeti, Vergini, Confessori, fra emblemi di segnalate vittorie mariane e con rappresentanze di tutte le nazioni. Ma persuaso dal pittore dell'impossibilità pratica di far luogo sopra una tela a tanta moltitudine, si appagò dei dodici Apostoli, dei quattro Evangelisti, di qualche Angelo e dell'Oratorio di-pinto in basso. Il Lorenzoni vi lavorò tre anni.

Venuto il tempo di collocare la pietra angolare, preparò una grandiosa cerimo-nia. Il ventenne Principe Amedeo, secondogenito di Vittorio Emanuele, accettò l'invito di mettervi la prima calce; venne per la benedizione il Vescovo di Susa. La funzione si celebrò il 27 aprile 1865. All'apparato egli provvide con larghezza di vedute. Il Principe al suo arrivo fu salutato dalla prima nobiltà torinese e non torinese e dalle maggiori Autorità cittadine, nonché da fitte schiere di giovani. Vi erano anche gli alunni del collegio di Mirabello. Don Bosco in ferraiolo stette sempre a lato del Principe, tenendo aperto il rituale e dando a Sua Altezza opportune spiegazioni. Il sacro rito si svolse con sommo decoro. Quindi il Principe, passate in rivista le schiere giovanili plaudenti, visitò l'Ospizio; poi nella sala di studio in-sieme col Vescovo e con gli altri signori ricevette gli omaggi della Casa. Fra versi, canti e suoni, un dialogo di ragazzi scritto da Don Bosco illustrò la festa. Quella sera Sua Altezza in un ricevimento parlò con soddisfazione di quanto aveva visto, concludendo con dire: - è una vera meraviglia il bene che fa questo povero prete! - In segno di gradimento mandò poi una graziosa offerta ed anche parecchi attrezzi ginnastici della propria palestra.

Don Bosco volle consacrare la memoria di sì lieto giorno in due modi. Diede alle stampe una piccola monografia intitolata Rimembranza e contenente il suo dia-logo insieme con una notizia della nuova chiesa e la descrizione della festa. Contemporaneamente pubblicò un suo opuscolo popolare dal titolo: La divozione di Maria Ausiliatrice in Torino, con un'appendice sulla chiesa di Valdocco.

Intanto la lotteria dava molto da fare a Don Bosco, e gliene diede per due anni. Raccolta di doni, pratiche burocratiche, stampe, esposizione dei premi, viaggi e corrispondenze per lo spaccio dei biglietti: quanti pensieri! La mostra degli oggetti fu inaugurata con solennità il 19 marzo 1866; anche allora Don Bosco fece recitare un suo dialogo, oltre declamazioni e un'operetta buffa di Don Cagliero. Gli oggetti donati superarono i duemilacinquecento ; campeggiavano quelli venuti da Pio IX, dai Principi Sabaudi e dal Ministro degli Interni. Furono autorizzati 167.928 bi-glietti a cinquanta centesimi caduno.

Alle persone benevole Don Bosco ne mandava opportune e importune pacchi interi, perché ne facessero vendita, mostrando loro in lettere a parte quale opera di carità esse compiessero in tal modo. Nell'estate del 1866 il colera e la terza guerra dell'indipendenza incagliarono lo smercio, sicché bisogno chiedere una proroga dell'estrazione fino al 1° aprile 1867; sul principio del quale anno tornò assai van-taggiosa l'andata di Don Bosco a Roma, dov'egli ne smaltì un numero rilevante. Ultime sue brighe furono il trasmettere l'elenco dei numeri vincitori, il ringraziare quanti l'avevano secondato e il rispondere a richieste per verifiche di biglietti e per consegna o spedizione di premi.

Durante tutto questo armeggio l'andamento dei lavori non si rallentò mai, sicchè col finire del 1865 Fedifizio era coperto. Nell'attesa di riprendere dopo la cattiva stagione, Don Bosco aveva sollecitato sussidi con reiterate domande a enti pubblici e ad amici personali. Ma la Madonna parve fare essa le maggiori questue, secondo una espressione del Santo. La persuasione diffusa in molti luoghi, che Maria Ausiliatrice largheggiasse in favori con quanti concorressero alla costruzione della sua chiesa, induceva ad aprire le borse. Fu appunto una grazia insigne quella che influì decisamente sull'erezione della cupola.

Don Bosco, per non dover andare troppo in lungo a causa dei pubblici avve-nimenti che riducevano sempre più le oblazioni, aveva deciso di sostituire la cù-pola con una volta a padiglione. Gli esecutori costernati temporeggiarono un mese. Nel frattempo il banchiere Cotta, che dissuadeva Don Bosco da quella decisione, cadde gravemente ammalato, giungendo agli estremi. All'età che aveva di ottantatrè anni più nessuno si faceva illusioni. Don Bosco lo trovò rassegnato al gran passo; ma gli suggerì di promettere alla Madonna che, qualora guarisse, l'avrebbe aiutato nella sua impresa. Egli promise duemila lire mensili per sei mesi. Non trascorsero tre giorni che in persona portò a Don Bosco la prima rata; poi dopo con la puntualità degli uomini della sua professione versò tutto il rimanente. Visse ancora tre anni, non cessando di aiutare il Santo, al quale amava ripetere: - Quanto più le porto denaro per le sue opere, tanto più i miei affari vanno bene.

Con questa spinta la cupola crebbe a vista d'occhio. Quando vi mancava solo il cupolino di legno che doveva servire di base alla statua della Madonna, Don Bo-sco invitò i benefattori a una graziosa festicciuola. Nel pomeriggio del 23 settem-bre 1866, dinanzi a un'eletta di signori e signore, a una moltitudine di giovani e a gran folla di popolo, egli, preso per mano il marchesino Emanuele Fassati, lo con-dusse fino a quell'altezza, gli consegnò una pietra appositamente preparata, e il giovinetto fra le ovazioni dei presenti la immise nell'apertura, che rimaneva per chiu-dere l'ultimo anello di mattoni.

Nel 1867 le offerte aumentarono. Da Firenze, da Roma e da altre città vicine e lontane comitati di dame ed anche ricchi privati concorrevano per l'erezione di cappelle e di altari, per le decorazioni più indispensabili, per l'allestimento di mo-bili e di arredi sacri.

Una grande statua doveva troneggiare sulla cupola; ne sostennero le spese due pii coniugi. Se ne festeggiò l'innalzamento il 21 settembre 1867 con la bene-dizione dell'Arcivescovo Riccardi di Netro, succeduto da pochi mesi al Fransoni, che dalla terra del suo esilio era salito alla patria celeste nel 1862. Anche allora Don Bosco fece le cose con solenne apparato. Quando cadde il velario, la banda musi-cale dell'Oratorio lanciò dal culmine della cupola le note della lode popolare Salve, o Vergine divina, che da basso centinaia di voci giovanili cantarono fino all'ultima strofa. Quella statua non raffigurava l'Ausiliatrice nella forma tradizionale, ma l'Immacolata con la sua corona di dodici stelle e in atto di levare la destra bene-dicente verso la città di Torino.

Per le feste della consacrazione Don Bosco fece coniare a Roma trentamila me-daglie da distribuire ai fedeli; poiché la fama delle grazie si prevedeva che avrebbe attirato divoti in grandissimo numero. L'11 febbraio 1868 egli scriveva al cavaliere Oreglia che trovavasi a Roma: " Ogni giorno cose una più strepitosa dell'altra di Maria Ausiliatrice per la chiesa. Ci vorrebbero volumi ". E al medesimo il 10 aprile: " Il caro del pane ci mette nella desolazione. Abbiamo spese enormi per la chiesa. Ma qui la Madonna continua a concedere colla massima abbondanza grazie agli oblatori e così possiamo continuare ".

Per il mese di maggio pubblicò nelle Letture Cattoliche un suo volumetto nel quale con la storia del tempio esponeva in qual modo prodigioso fosse stato in-nalzato; onde il libro recava in fronte il motto dei Proverbi: Aedi ficavit sibi domum. Maria si era veramente edificata quella casa. Mosso da tale convincimento, anche monsignor Gastaldi, Vescovo di Saluzzo, proclamò poi in un suo discorso durante l'ottavario della consacrazione, che ogni pietra, ogni mattone del sacro edificio ricordava una grazia di Maria Ausiliatrice.

Dai primi di maggio Don Bosco non aveva quasi un momento di requie; ep-pure per far piacere al Vescovo di Alba accettò il panegirico di S. Filippo Neri in quella città. Diceva: - Un solo luogo dove nessuno viene a disturbarmi è il pulpito e per me salire il pulpito è un riposo. - Aveva scritto di notte il suo discorso; poi, non soddisfatto, lo rifece, e Don Rua, che dopo i primi due anni di Mirabello era tornato all'Oratorio, glielo copiò. Ma tanto a Torino, che nel viaggio e all'arrivo fu sempre così assediato da chi gli voleva parlare, che non vi diede più un'occhiata. Montato in pergamo, improvvisò un esordio meraviglioso, di quelli che si dicono per insinuazione, toto caelo diverso dall'altro che leggiamo nell'originale; quanto al resto, ricordando la sostanza, procedette liberamente. Parlò con sì grande calore che produsse un effetto indescrivibile.

All'avvicinarsi della consacrazione facevano ancora difetto tutti gli oggetti ne-cessari al servizio religioso. Orbene sembrò che qualcuno andasse qua e là a dire quanto occorreva per la solennità; infatti ogni cosa venne senza che neppure vi fosse un duplicato. Questo si ammirò inoltre in un fatto ancor più singolare. L'eco-nomo già da un mese si lambiccava il cervello per fornire la dispensa di generi ali-mentari in sufficiente misura. Si sarebbero dovuti preparare con larghezza pranzi per il personale dell'Oratorio, per quello dei collegi di Mirabello e di Lanzo, per gran numero di sacerdoti forestieri, per musici esterni. Ebbene giunsero in tempo da vari paesi botti di vino e cassette di bottiglie; giunsero mortadelle da Bologna e zamboni da Parma; vennero dalla Lombardia formaggi e salumi, pollami e uova, carne e frutti, e poi caffè, cioccolatto, zucchero, biscotti, pane di più qualità; con-fettieri di Milano, di Genova e di Torino mandarono in copia paste, focacce e altri dolciumi. Fu insomma una provvidenza che bastò per tante bocche e per tutti gli otto giorni delle feste.

Regnava in tutta la città una vivissima aspettazione, che la realtà superò di molto. I festeggiamenti si svolsero dal 9 al 16 giugno con funzioni, delle quali la capitale del Piemonte. da gran tempo non aveva avuto esempio. Oltre all'Arcivescovo, cin-que Vescovi si alternarono nel celebrare i pontificali e nel dire le lodi della Vergine. La pubblicità di cinque anni sospinse a Torino forestieri da molte regioni d'Italia. Un ufficio apposito registrava grazie senza numero; prodigi furono operati anche nel periodo delle feste. Cominciarono allora quelle esecuzioni musicali che contrad-distinsero poi ogni anno il 24 maggio e che tanto entusiasmo religioso contribuirono a risvegliare nel popolo cristiano.

I frutti spirituali furono abbondantissimi, tanto più che Pio IX aveva in forma di Breve largito una speciale indulgenza plenaria. I confessori si davano il cambio dì e notte senza interruzione; le comunioni si distribuivano a migliaia. Questa fre-quenza ai Sacramenti apparve poi sempre la caratteristica delle feste religiose ispirate da Don Bosco e dai propagatori del suo spirito. Da mane a sera la gente faceva ressa intorno a lui.

Portato, come sempre, dal suo naturale istinto storico, scrisse con minutezza di particolari la cronaca dell'avvenimento in un fascicolo doppio delle Letture Cat-toliche per i mesi di novembre e dicembre, intitolandolo: Rimembranze di una solen-nità in onore di Maria Ausiliatrice. Pose nel frontispizio questa significativa preghiera: " O Gesù così mansueto e umile di cuore, rendete il mio simile al vostro ". Fece quindi precedere alla narrazione una lunga dedica a Pio IX, all'Arcivescovo di To-rino, ai Prelati intervenuti, agli Oblatori e alle Oblatrici. Nel 1884 riaffioravano in lui vivi i ricordi del gran fatto, allorchè, parlando ai Cooperatori torinesi, rievocate quelle lontane memorie, conchiudeva: " Già prossimo alla fine dei miei giorni, io godo immensamente nel vedere che invece di scemare i favori di Maria Ausiliatrice aumentano ogni giorno e per ogni parte ".

Dinanzi a tali celebrazioni che costituivano un vero trionfo della Fede e che tanto servirono ad accrescere la stima e a dilatare la rinomanza del loro autore, Don Bosco badava a dire secondo i casi: - Ringraziamo il Signore che ci sia ancora tanta fede nel popolo... Com'è ancora rispettata la dignità del sacerdote!... Se Don Bosco non fosse un prete, chi penserebbe a lui? - Ma con l'andare del tempo la coscienza popolare non seppe più disgiungere il culto di Maria Ausiliatrice dal nome di Don Bosco, il qual sentimento si tradusse nella sintetica espressione con cui il popolo saluta oggi in Maria Ausiliatrice la Madonna di Don Bosco.

 

CAPO XXV

LA GESTIONE DEI VESCOVI ITALIANI DOPO IL 1860

Don Bosco non conservò quasi nulla della lunga e molteplice corrispondenza da lui scambiata su questo affare; è tuttavia possibile tessere una narrazione soddisfacente e sicura. Molto si seppe da Don Albera, che, chierico, aveva con la sua bella scrittura messo in pulito la corrispondenza del Santo.

Tra il 1860 e il 1870 l'Italia completò la sua unificazione politica e ammini-strativa. Ai fatti compiuti Don Bosco guardò anzitutto con l'occhio dell'uomo po-sitivo, che, ponderando la forza degli avvenimenti, non piglia la norma del suo operare da pericolose illusioni. A questa visione oggettiva della realtà s'ispirò egli in momenti estremamente delicati.

Così fece in un suo incontro con l'ex-re di Napoli. Nel '67 Francesco II, ospite di Pio IX, sperava ancora il suo ritorno sul trono delle due Sicilie, lusingatovi da fedeli cortigiani e da partitanti bellicosi. Trovandosi Don Bosco a Roma, l'ex-so-vrano anelava sapere da lui che cosa ne pensasse. Una parola compiacente sarebbe passata per una profezia del Santo e avrebbe incitato vieppiù "i Borbonici alla resi-stenza. In un privato colloquio Don Bosco da prima si schermì; poi, messo alle strette, si espresse in modo da recidere fin l'ultimo filo di quelle speranze. Ripetè più tardi la stessa cosa dinanzi alla reale consorte, che se ne impermalì.

Della medesima sagace franchezza die' prova anche con Pio IX. Nel giugno del 1863 per mano del marchese Scarampi aveva fatto pervenire al Papa una lettera, nella quale gli diceva che si preparasse al sacrificio della sua Roma. Il Papa, leggendo quelle righe, erasi mostrato tanto più colpito, perchè nuove minacce non balenavano all'orizzonte, anzi Napoleone III sembrava decisfo a mantenere con ogni mezzo alla Santa Sede il possesso delle poche province rimastele. Invece Don Bosco, guar-dando ben addentro, scorgeva forti motivi per disporre fin d'allora all'ineluttabile l'animo del Pontefice. Per questo allorchè il 20 settembre del 1870 apprese l'ingresso delle truppe di Vittorio Emanuele nella città dei Papi, non manifestò la menoma sorpresa, ma stette impassibile, come quegli che da tempo sapeva dover accadere quello che era accaduto.

Il medesimo suo intùito realistico delle cose gli venne in aiuto per rendere alla Chiesa e allo Stato un servizio d'incalcolabile valore. Pio IX sulle prime era esitante fra il restare a Roma e l'andarsene fuori d'Italia. Influenti Prelati propendevano per il secondo partito, sicuri che, come nel 1848, così allora si trattasse di una burrasca passeggera. Il Papa, inclinando dalla stessa parte, volle conoscere il pensiero di Don Bosco. E il pensiero fu che restasse e glielo espresse in linguaggio biblico, dettando a Don Cagliero una risposta così concepita: " La sentinella, l'Angelo d'Israele si fermi al suo posto e stia a guardia della rocca di Dio e dell'arca santa ". Pio IX, lette queste parole, revocò le disposizioni già date per la partenza.

Ma queste non erano che manifestazioni occasionali; di proposito deliberato egli seguiva il corso delle pubbliche vicende con animo di sacerdote, inteso sopra tutto alla salvezza delle anime, nel che ebbe agio di spendere a vantaggio della Chiesa la fiducia e le simpatie largamente da lui godute nelle alte sfere governative. Poiché, trasportata la capitale da Torino a Firenze nel dicembre del 1864 e da Firenze a Roma nel luglio del 1871, vari Ministri si ricordarono ripetute volte di Don Bosco per valersi della sua cooperazione in difficili rapporti con la Santa Sede.

Le relazioni del nuovo Stato con la Sede Apostolica erano assai tese; per il che andavano di mezzo i più vitali interessi religiosi degli Italiani. Basti dire che vi fu un periodo in cui quarantasei Vescovadi vacavano per morte o per dimissioni dei titolari, ne si scorgeva possibilità di dar loro i successori; a diciassette Vescovi già eletti dal Papa s'interdiceva l'ingresso nelle proprie diocesi; ben quarantacinque stavano in esilio. Erano dunque cent'otto greggi senza pastori e in tempi nei quali urgeva più che mai il bisogno di assistenza spirituale. La necessità di trovare una via d'uscita s'imponeva.

Dinanzi a sì desolante spettacolo il cuore di Don Bosco sanguinava. Pregando e facendo pregare, nel 1865 si sentì ispirato a tentare qualche cosa. In primo luogo, chiesta l'approvazione del Papa, si diede a scandagliare le disposizioni di certi Mi-nistri. Lo aiutarono al bisogno uomini altolocati e di retta coscienza. Don Mana-corda fungeva da agente di fiducia fra lui e il Vaticano. Ed ecco un prezioso risultato. Quando tutti i ponti sembravano rotti, Pio IX il 6 marzo per vie confidenziali scrisse

cordialmente al Re sollecitandolo a intervenire. Lo chiamava " dilettissimo figlio ", e lasciando la questione politica alla decisione di Dio, si dichiarava desideroso d'in-tendersi subito con Sua Maestà sulla deplorevole condizione della Chiesa in Italia; poneva solo per condizione che mandasse a Roma un coscienzioso laico, non un ecclesiastico di dubbia fede.

A quell'atto paterno non fu insensibile il Re, al quale non erano mai piaciuti i dissidi col Papa. In una ossequiosa risposta da Firenze promise di mandare a Roma un inviato speciale per le trattative; indi comunicò la cosa ai Ministri. Più propenso degli altri a secondare i desideri del Papa era il Lanza, Ministro degli Interni e Pre-sidente del Gabinetto. Il 17 marzo egli chiamò Don Bosco a Firenze per giovarsi de' suoi consigli. Don Bosco partì immediatamente; ma che cosa passasse fra lui e il Ministro in parecchi abboccamenti, non lo seppe mai nessuno. Si videro però due effetti: una lodevole scelta della persona da inviare a Roma, che fu il deputato Vegezzi, non meno valente giureconsulto che eccellente cristiano, e le larghissime istruzioni orali a lui date, indice di buon volere dal lato del Governo Italiano.

Il Papa accolse con molta bontà il messo. I negoziati ne brevi nè facili si svol-gevano con speranza di felice esito, quando, trapelata la notizia della corrispondenza fra il Papa e il Re e della missione governativa a Roma, le logge massoniche aizza-no la stampa e per suo mezzo l'opinione pubblica e il Parlamento contro il Mini-stero. I tumulti settari diedero ansa ai Ministri anticlericali di accentuare la loro opposizione. Il Lanza indignato fu sul punto di dimettersi. In conclusione tutto restò come prima. Don Bosco ne rimase afflitto, ma non scoraggiato. Per buona parte del 1866 la guerra contro l'Austria assorbì le cure dei governanti. Allo scoppiare delle osti-lità i Vescovi espulsi poterono rientrare nelle loro sedi, sicchè la questione dei Ve-scovadi si semplificava, restringendosi alle nuove nomine. Dopo la pace di Vienna le pratiche per queste furono riprese. Dovette essere il Re a volerlo. Della prece-dente rottura potevano lavarsi le mani gli uomini del Governo; ma Vittorio Ema-nuele aveva un altro concetto della propria dignità.

Anche questa volta il negoziatore prescelto era un gran galantuomo, il pine-rolese Tonello, professore di diritto canonico e romano nell'Università di Torino. Ma poiché Pio IX, diffidando del Governo, non aveva manifestato alcun desiderio di ritentare la prova già fallita, si pensò di trovare chi facesse da mediatore ufficioso fra 'il Tonello e la Santa Sede, e, dovendo quegli essere persona grata ad ambe le parti, la scelta ricadde su Don Bosco, che dal nuovo Presidente dei Ministri Ricasoli fu chiamato d'urgenza alla capitale provvisoria.

Ciò avveniva ai primi di dicembre del 1866. Don Bosco aderì all'invito, ma viaggiò senza fretta, giungendo colà soltanto il 12. L'Arcivescovo Limberti, come già nell'anno innanzi, lo onorò della sua ospitalità. La voce della sua presenza vi si diffuse in un baleno, perchè negli ambienti ecclesiastici e aristocratici della città egli contava numerosi ammiratori, che allora molto si adoperavano per l'erezione della Chiesa di Maria Ausiliatrice. Il Ministro, udito il suo arrivo, gli fece dire che lo attendeva.

Don Bosco si recò al palazzo del Governo. Appena fu annunziato, il Ricasoli si mosse a incontrarlo. Mentre si dirigevano insieme al tavolo di lavoro, Don Bosco si fermò e disse: - Eccellenza, sappia che Don Bosco è prete all'altare, prete in con-fessionale, prete in mezzo ai suoi giovani; e come è prete in Torino, così è prete a Firenze; prete nella casa del povero, prete nella casa del Re e dei Ministri. - Chi non conobbe Don Bosco, non immagini che egli pronunciasse queste parole in tono semitragico o declamatorio o con gravità sostenuta. Pare invece di vederlo arrestarsi di botto, volgersi al Ministro e parlargli sorridendo e con aria di serena e cordiale confidenza. Il Ricasoli infatti con espressione della massima cortesia gli rispose che stesse tranquillo, perchè si sarebbero rispettate le sue convinzioni. Quindi si sedettero e affrontarono l'argomento.

Intorno al medesimo affare tenevano allora consiglio i Ministri sotto la presi-denza del Re. All'improvviso il Ricasoli fu chiamato all'adunanza, indugiandovi per più di un'ora. Al rientrare comunicò a Don Bosco in forma gentilissima che non c'erano difficoltà per l'elezione dei Vescovi, ma che avanti di trattare con la Santa Sede conveniva procedere a una nuova circoscrizione delle diocesi, abolendo i Vescovadi minori. Fare una proposta simile sarebbe stato per Don Bosco un voler dare consigli al Capo della Chiesa; egli consigliava piuttosto al Governo di non insistere su cose che non gli avrebbero fatto onore all'estero, donde tanti occhi stavano rivolti verso l'Italia. Se non si desistesse da tale premessa, egli disse che preferiva rinunciare all'onorevole incarico propostogli dalla fiducia del Governo. Il Ricasoli, pregatolo di attendere, tornò in Consiglio, donde rivenne con una ri-sposta soddisfacente. Don Bosco dunque a Roma si sarebbe dovuto mettere in relazione col Tonello, aiutandolo a levare di mezzo le difficoltà che sorgessero sul modo di provvedere alle diocesi vacanti. Con tale intesa si separarono.

S'inserisce a questo punto un episodio avvalorato da autorevoli testimonianze. Don Bosco visitava il Collegio dei Somaschi e circondato dai Padri faceva un giro per la casa, quando si vide corrergli incontro la contessa Uguccioni, che sembrava impazzita. In abito dimesso, senza nulla in capo, tutta scarmigliata gridava pian-gendo che le era morto il figlioccio e che egli andasse subito a richiamarglielo in vita. Si trattava di un bambino da lei svisceratamente amato. Don Bosco per cal mare la povera signora usci in sua compagnia. Trovò il piccino irrigidito; tutti ri-tenevano che fosse spirato. Il Santo invitò i presenti ad inginocchiarsi e a fare con lui una preghiera alla Vergine Ausiliatrice; poi benedisse il corpicino. Al suono della sua voce la creaturina, quasi destandosi da profondo sopore, dischiuse la boc-cuccia abbozzando uno sbadiglio, mosse le palpebre su gli occhi vitrei che si ria-nimarono, trasse un lungo respiro e tutto si riscosse: vedeva, udiva, sorrise alla madre e interamente si riebbe. Don Bosco medesimo, ancora nei suoi ultimi anni, interrogato da intimi, descrisse con tutta semplicità il fatto, conchiudendo però dopo breve pausa: *--- Forse non era morto. - La Contessa divenne sua grande benefattrice.

Durante quel soggiorno fiorentino sbrigò un mondo d'affari, passando da un Ministero all'altro per sussidi ai ricoverati, per riduzioni di tariffe ferroviarie, per contributo alle spese di culto ne' suoi oratori festivi, per esonero di tasse, per ono-rificenze a benefattori. Conforta veramente il vedere con che premura entro il mese di gennaio gli giungessero per il tramite del Prefetto di Torino sovvenzioni dai vari dicasteri, indizio della considerazione in cui vi era tenuto. S'industriò poi in favore della sua lotteria e per la diffusione delle Letture Cattoliche, avviò una sot-toscrizione fra nobili dame per l'offerta di sei colossali candelieri a Maria Ausilia-trice e costitui un Comitato di madri cristiane per l'erezione di una cappella a S. Anna nella nuova chiesa.

Da Firenze non proseguì subito alla volta di Roma, ma per Bologna e Gua-stalla fece ritorno a Torino. Era Vescovo di Guastalla monsignor Rota, al quale, espulso dalla diocesi, egli aveva dato per sei mesi cordiale ospitalità nell'Oratorio; allora andava da lui per agevolargli l'appianamento di alcune divergenze con le Auto-rità locali.

Non facciano meraviglia le lentezze di Don Bosco in eseguire il mandato. Egli si teneva fin da principio in continua corrispondenza con Roma, donde volta per volta aspettava approvazione, istruzioni e da ultimo l'ordine di recarsi là; tutte cose che naturalmente volevano tempo.

Frattanto a Roma il Tonello aveva iniziato le sue pratiche. Dalla prima udienza, ottenuta per la mediazione del Cardinale De Silvestri, era uscito con il cuore riboc-cante di consolazione a motivo della bontà paterna dimostratagli dal Pontefice. Il Governo aveva ridotto di molto le sue pretese, rinunziando al regio exequatur e al giuramento dei nuovi Vescovi; ma esigeva che gli venisse riconosciuto il diritto di presentazione dei nominandi e che questi fossero obbligati a presentare le Bolle.

I negoziati s'intavolarono presso la Segreteria di Stato. Il Segretario di Stato, Cardinale Antonelli, impostò la questione su queste basi: nessun ostacolo alla presentazione dei Vescovi del Piemonte e del Lombardo-Veneto, nessuna possibilità d'accordo su questo punto per le altre province e tanto meno per i territori pon-tifici, nessuna presentazione di Bolle. Don Bosco, informato di tutto, si doleva della piega che prendevano le trattative e ne pronosticava male, quando Pio IX lo fece chiamare. Egli partì il 7 gennaio 1867. Al buon esito importava molto la se-gretezza; ora a nascondere quello scopo del suo viaggio gli servirono altri affari suoi importantissimi, come presto vedremo.

Fu curiosa l'interrogazione rivoltagli a bruciapelo dal Papa nella prima udienza. Gli domandò con quale politica si sarebbe cavato lui da tante difficoltà. - " Con la politica della Santità Vostra, che è la politica del Pater noster, rispose egli pron-tamente. Ciò che più importa è la dilatazione del regno di Dio sulla terra, come chiediamo appunto nell'orazione domenicale. - Piacque al Papa la risposta. Don Bosco passò quindi ad esporre il suo modo di vedere: nessuna distinzione fra province e province; il Governo formasse una lista di persone gradite, un'altra ne formasse la Santa Sede; il Papa eleggesse poi senza indugio coloro che sarebbero notati in entrambe, destinandoli alle diocesi vacanti, per le quali non sussistessero difficoltà. Non era tutto, anzi non era molto; ma tanto bastava per cominciare. Pio IX giudicò buo il suggerimento e lo autorizzò a trattarne.

Per alcuni giorni Don Bosco non fece che andare dal Cardinale Antonelli al Papa, dal Papa al Tonello e dal Tonello di nuovo al Vaticano. Col Segretario di Stato non finiva di ripetere che bisognava dare il primo posto al lato religioso della questione e non a quello politico. Nel Tonello incontrava grande arrendevolezza, secondata dal suo Governo, che non insistette sulla presentazione delle Bolle. Fi-nalmente si venne all'accordo nel senso proposto dal Santo. Allora Pio IX ordinò di compilare un elenco di degni sacerdoti, a qualunque regione d'Italia apparte-nessero, incaricando pure Don Bosco di preparagli una nota di quelli che gli sem-brassero i migliori per le diocesi piemontesi. Altrettanto eseguì per conto proprio il Governo Italiano. Il Re manifestò il desiderio che a Torino fosse trasferito da Savona Monsignor Riccardi dei Conti di Netro, e il Papa si disse disposto ad appa-garlo, come poi fece.

La nota governativa conteneva sessanta nomi, dei quali alcuni già noti furono senz'altro respinti e per altri ignoti il Papa volle che Don Bosco assumesse infor-mazioni. Anche il Governo escluse a priori alcuni della lista pontificia, mentre per altri mosse opposizioni solo riguardo alla sede. Dapprima il Santo Padre sollevò qualche osservazione; ma in seguito accolse il parere di Don Bosco, accettando vari candidati benevisi al Governo: anzi, sapendo di far cosa gradita a Vittorio Emanuele, dispose che Monsignor Nazari dei Conti di Calabiana venisse promosso da Casale a Milano. Gradì la nota dei sacerdoti piemontesi presentatagli da Don Bosco, che in capo a tutti aveva segnato il nome del canonico Lorenzo Gastaldi per la diocesi di Saluzzo. In tutta questa faccenda il Tonello si diportò con cristiana lealtà, vincendo resistenze governative e tenendo sempre in gran conto i suggerimenti di Don Bosco. Infine nei Concistori del 22 febbraio e 27 marzo furono preconizzati trentaquattro Vescovi, che presero possesso canonico delle loro diocesi. Il Governo si contentò che gli si notificasse la preconizzazione.

Il giumero degli eletti si sarebbe ancora accresciuto, se al 4 aprile il Ricasoli non avesse dato le dimissioni, il che pose termine alla missione Tonello. Il segreto aveva fortunatamente reso possibile le trattative; ma il risultato di queste, pur così incompleto, allarmò tutte le massonerie, che allarmarono il mondo liberale, e l'al-larme fece starnazzare le oche del Campidoglio con le conseguenze facili a indo-vinarsi.

A Don Bosco piangeva il cuore in vedere una sessantina di diocesi ancora senza Vescovi; studiava quindi la maniera di far valere nuovamente la sua opera media-trice. Ma gli anni passavano ed egli non veniva a capo di nulla, finchè la legge delle guarentige, sancita il 13 maggio del '71, parve schiudergli la via. Infatti per l'articolo 15 di essa il Governo rinunziava " in tutto il Regno al diritto di nomina o proposta nella collazione pei dei benefizi maggiori ". Era inoltre tornato al Ministero degli Interni e alla Presioza del Consiglio l'onorevole Lanza. A lui Don Bosco offerse la pro-pria mediazione confidenziale presso la Santa Sede, perchè si potesse addivenire alle nomine. Il Lanza per mezzo del Prefetto di Torino gli fece immediatamente pervenire un laconico dispaccio segreto, con cui lo pregava di trovarsi entro due giorni a Firenze.

Don Bosco partì in giornata, che fu il 22 giugno 1871. Presentatosi al Ministro, stimò opportuno premettere di nuovo la dichiarazione seguente: - Io desidero il bene della Chiesa e dello Stato; ma credo che Vostra Eccellenza conosca chi è Don Bosco, e perciò saprà che prima di tutto io sono cattolico. - Il Ministro con ogni miglior cortesia lo rassicurò. Nello stesso giorno e con lo stesso treno l'uno e l'altro partirono per Roma. Questa volta egli si presentava al Papa senza essere chiamato. Da tutto il mondo cattolico si accorreva in quell'estate a Roma, perchè Pio IX compiva il venticinque-simo anno di Pontificato e, caso unico, raggiungeva gli anni del Pontificato Romano di S. Pietro; con tanti pellegrinaggi non poteva dare nell'occhio la sua presenza. Il Papa, udendolo descrivere la desolazione delle diocesi senza Pastori, si com-mosse fino alle lacrime e gli lasciò carta bianca per trattare con i Ministri; quando poi vide che le cose parevano bene incamminate, gli commise l'incarico di preparargli una lista, ch'egli avrebbe senz'altro approvata. Questo atto di fiducia costò molto a Don Bosco, bisognandogli procurarsi informazioni da tante parti e con-ferire con tanti sacerdoti. A questo fine si appartò per qualche tempo a Nizza Mon-ferrato nella villa della contessa Corsi. Arrivò così a combinare un buon elenco di soggetti eleggibili, il quale da Torino spedì al Papa.

Sul principio di settembre una seconda urgente chiamata del Ministro gli ri-mise le. ali ai piedi. Sebbene dirigesse un corso di esercizi spirituali dei Salesiani a Lanzo, partì all'istante, raccomandando ai Superiori del suo Capitolo che, se fos-sero interrogati sulla sua improvvisa partenza, rispondessero che era stato chiamato per un infermo grave. Vi sono infatti malattie e malattie.

Subito dopo l'arrivo egli entrò in azione. Il Governo eccepiva su certe nomine e interpellava Don Bosco, di cui apprezzava grandemente il pensiero. Allora fu che, essendo venuta a vacare nell'ottobre del 1870 la sede arcivescovile di Torino, egli manifestò al Papa il desiderio che vi fosse promosso monsignor Gastaldi, suo amico. Pio IX la pensava diversamente; tuttavia per compiacerlo: - Voi lo volete, gli disse, e io ve lo dò. - Il Vescovo di Saluzzo ne ricevette da Don Bosco, come fra amici si suole, la prima notizia.

Nel Concilio del 27 ottobre il Santo Padre provvide a quaranta diocesi, dichiarando nell'allocuzione che le sue premure s'ispiravano unicamente alla salute spirituale delle anime. Tutto induceva a sperare che i preconizzati potessero entrare liberamente nelle loro sedi; ma non avvenne così. Gli eletti, giusta le istruzioni pontificie, avevano notificato le proprie nomine al Ministero, ma presentando per la presa di possesso le Bolle ai rispettivi Capitoli; invece il nuovo Ministro di Gra-zia e Giustizia e Culti per concedere le temporalità esigeva la presentazione delle Bolle. Ciò posto, i Vescovi non ebbero ne palazzo nè mensa, sicchè dovettero chi stabilirsi nel seminario diocesano, chi abitare in casa propria, chi mettersi a pen-sione o a pigione. Don Bosco, uscito da una grave malattia, scrisse su di questo l' l1 febbraio 1872 una bellissima lettera al Lanza, terminando così: " Io scrivo con confidenza, e l'assicuro che mentre mi professo sacerdote cattolico ed affezionato al capo della Cattolica Religione, mi sono pur sempre mostrato affezionatissimo al Governo, per i sudditi del quale ho costantemente dedicate le deboli mie sostanze e le forze e la vita. Se Ella crede che io la possa servire in qualche cosa vantaggiosa al Governo ed alla Religione, non ha che da accennarmene il modo ". Inviò pari-mente un memoriale di carattere giuridico al Ministro dei Culti, mostrando desti-tuita di fondamento legale l'esigenza suddetta. Il Papa con affettuosa lettera del lo maggio lo lodava di quanto aveva fatto ultimamente per ottenere ai Vescovi le temporalità, benchè le cose non promettessero ancora risultati consolanti.

Il Santo continuò a lavorare con zelo, prudenza e segretezza, perché, questa condizione di cose migliorasse; ma se n'ebbe sentore dove più conveniva che non si sapesse nulla, e l'idra massonica levò le sue teste, diffamandolo sui giornali e ri-correndo financo a vili attentati. Pigliò le sue difese il nobile abate Bardessono dei Conti di Rigras con la pubblicazione di un vibrato opuscolo che diffuse a migliaia di copie, facendolo anche gridare per le vie di Torino da strilloni dei giornali. Purtroppo si rese necessario lasciare che l'effervescenza settaria sbollisse del tutto. Nel febbraio del 1873, andando a Roma per interessi della Società Salesiana, si prefisse di rimettere sul tappeto l'affare delle temporalità. Seguirono lunghi col-loqui col Cardinale Antonelli, lunghe udienze papali, lunghe discussioni col Mi-nistro Lanza, che, appena intesa la sua venuta, l'aveva sollecitato a passare da lui. In quel primo incontro il Lanza, allo stringere del discorso, aveva fatto venire i Mi-nistri della Guerra e dei Culti con i loro segretari. Si accese allora un vivo dibattito con un fuoco di fila, che obbligava Don Bosco a stare bene in guardia per cogliere sempre il punto giusto di difesa. Uscì ridendo, ma barcollando: non ne poteva più, non vedeva nemmeno più dove andasse. Al segretario Don Berto disse: - Ne avevo sei d'intorno, tut per cercare d'imbrogliarmi a forza di raziocinio. Povero Lanza! E loro piacque il parlare di Don Bosco, perché io, invece di fare ragionamenti, mostro le pratiche conseguenze che deriverebbero dal porre questo o quel prin-cipio.

Due anni innanzi nelle sue conversazioni del mese di giugno aveva scongiurato il Ministro che, estendendosi a Roma e alla sua provincia la legge di soppressione degli Ordini Religiosi, fossero risparmiate le Case generalizie, la Comunità Religiosa di Tor de' Specchi, le suore della Carità a Bocca della Verità e quelle della Trinità dei Monti. La legge fu estesa appunto nel 1873. In quel febbraio lo stesso Ministro ci tenne a fargli sapere che per queste tre case aveva dovuto lottare molto e che per le Case Generalizie, se non potesse salvarle, darebbe le dimissioni. Le potè salvare tutte, meno quella dei Gesuiti.

Cadde in luglio il Ministero Lanza, a cui succedette il Minghetti. Don Bosco, avuta facoltà dal Cardinale Antonelli di proseguire le pratiche, spedì al nuovo Pre-sidente del Consiglio una relazione su gli antecedenti dell'affare. Quegli accusò tosto ricevuta, promettendo una sollecita e categorica risposta, che a ottobre non era ancor giunta. Perciò Don Bosco scrisse direttamente al Guardasigilli Vigliani, mettendolo al corrente di tutto e premettendo questa dichiarazione: " Come prete io amo la Religione, come cittadino desidero di fare quanto posso pel Governo ". Il Ministro gli rispose a volta di corriere. Spiegandogli il perché del ritardo a dargli 1a promessa risposta, diceva: " Nessuno è animato da miglior volontà della mia e di quella del Presidente del Consiglio per trovare un modo accettevole di far ces-sare od almeno attenuare le cattive condizioni, in cui versa l'Episcopato Italiano. A lei, che è ottimo sacerdote e buon cittadino, mi sia permesso di rivolgere una calda preghiera, perchè voglia adoperare i suoi più efficaci offici e persuadere la Santa Sede a fornire al Governo i mezzi che sono indispensabili a conciliare l'osservanza della legge, superiore alla volontà di tutti i Ministri, con tutte le agevolezze possibili per la concessione del Regio Exeduatur [...] Perchè tutti i nuovi Vescovi non trove-ranno modo di far pervenire un trasunto almeno delle loro Bolle col mezzo dei loro Capitoli o dei Sindaci locali, o di altra persona di loro fiducia, senza assumere le vesti di postulanti? Io non so davvero vedere in siffatta condotta nulla, proprio nulla, che offenda la santa nostra Religione. A V. S. confido questi miei sentimenti, e confido nella sua alleanza per fare del bene ".

Ecco un elemento prezioso, che Don Bosco non indugiò a mettere in valore presso chi di ragione. Poi negli ultimi giorni dell'anno credette utile portarsi a Roma, avanti che si riaprissero le Camere dopo le vacanze natalizie. V'intraprese subito le visite al Cardinale Antonelli e al Ministro Vigliani. Dal Papa fu ricevuto il 5 gen-naio 1874. " Per molti giorni, scrive il segretario, non fece altro che correre su e dal Papa ai Ministri ". Il 15 gennaio, parlando con i piissimi coniugi Sismondi che gli davano generosa ospitalità, disse sull'oggetto di tante visite: - La cosa è conchiusa. Lunedì si comincia a spedire le Bolle ai Vescovi, se il demonio non viene a mettervi impedimento. Pareva che lo presentisse! Proprio allora rientrava in scena l'avversario d'ogni bene. Per mezzo di un ex-prete, che, tornato in seguito all'ovile, visse gli ultimi suoi anni presso la tomba di Don Bosco a Valsalice, la loggia massonica lo teneva d'occhio, cercando di scoprire che cosa significasse quell'andare dal Vaticano ai Ministeri e viceversa. Finalmente, a una parola d'ordine, scoppiò una gazzarra gene-rale nella solita stampa. Il tono era sempre lo stesso: lodi alla persona di Don Bosco e botte da orbi al Governo, che si serviva di lui per promuovere la conciliazione dello Stato con la Chiesa. Invece, altri organi, che certo non pigliavano l'ispirazione dalla loggia, come la Voce della verità e l'Osservatorio Cattolico, due portavoce degli, in-transigenti, si scagliarono con virulenza inaudita contro il povero Don Bosco, gra-tificandolo dei titoli di " fariseo " e di " beota piemontese ". Don Bosco con il gior-nale in mano andò a lagnarsi dal Papa e a pregarlo, che, se egli doveva continuare le pratiche, fosse richiamato all'ordine il corrispondente romano. Pio - IX ne provò, forte dispiacere; ma, come Don Bosco stesso narrò al salesiano Don Cerruti: -- Che volete? gli disse, certi cattolici non obbediscono neppure a me.

Un giorno, durante quel chiasso, egli aspettava dal Vigliani l'ultima parola

in una sala attigua all'aula parlamentare. Parecchi Deputati, fra cui il Crispi, sentito che egli era là, lo avvicinarono curiosi, come disse il Santo, di " conoscere che razza di bestia fosse Don Bosco ". Mentre s'intratteneva amabilmente con loro, soprag-giunse il Vigliani, al quale tosto un usciere rimise un dispaccio urgentissimo. Il Ministro, uscito un istante, tornò dicendo che le pratiche per le temporalità anda-vano a monte. Il Bismark, meravigliato che si trattasse misteriosamente con un prete, minaccxva lo sdegno imperiale, se si continuasse a fare passi verso la conciliazione. Infierivano allora nella Germania il Kulturkampf e la guerra a oltranza contro il Papa.

Così ebbe termine la parte sostenuta da Don Bosco nella questione dei Vescovi italiani. Due anni appresso; passato il potere nelle mani della sinistra democratica, le condizioni dei Vescovi si facevano ognor più critiche. Essi perciò umiliarono al Papa una supplica, affinchè fosse rimosso l'impedimento alla regolare ammini-strazione delle loro diocesi mediante la facoltà di presentare al Governo le Bolle, previa una formula che salvaguardasse i diritti della Chiesa. Orbene il 29 novem-bre 1876 la Sacra Congregazione dell'Inquisizione rispose che questo poteva " essere tollerato in vista delle specialissime circostanze ". Don Bosco ne ringraziò il Signore.

 

CAPO XXVI

DURANTE IL CONCILIO VATICANO

Uno dei fatti più grandiosi che contrassegnarono il Pontificato di Pio IX, fu il Concilio Vaticano, aperto 1'8 dicembre 1869 e sospeso il 18 luglio 1870 per lo scoppio della guerra franco-prussiana. Dei diciannove Concili Ecumenici precedenti due soli lo superarono per numero di Padri, nessuno per numero di Vescovi. Un tema specialmente fece convergere sulla straordinaria assemblea l'attenzione del mondo, quello dell'infallibilità pontificia. Qualche intempestiva pubblicazione cat-tolica anteriore al Concilio, con voti che quel punto fosse definito come verità di fede, scosse in vario senso gli animi di molti. Si vennero cosi ad accendere appas-sionate discussioni fra teologi, storici e polemisti, per le quali nacque il dubbio che scopo vero della convocazione conciliare fosse la definizione dogmatica dell'infal-libilità personale del Papa in materia di fede e di costumi. In realtà il Papa non aveva nemmeno fatto inserire questo tema negli schemi riferentisi alla costituzione della Chiesa. Si chiamavano schemi gli argomenti proposti all'esame e alle deliberazioni dei Padri. Circa l'eventualità della definizione suddetta si formarono tosto dentro e fuori del Concilio due partiti, uno pro e l'altro contro l'opportunità di essa. Gli antinfallibilisti a forza di dire inopportuna la definizione la resero necessaria, se-condo il motto dell'Arcivescovo di Malines: Quod inopportunum dixerunt, necessa-rium fecerunt.

Gran corifeo dell'opposizione era monsignor Dupanloup, Vescovo di Orléans. Recandosi al Concilio, si fermò egli in Piemonte per visitare alcuni Vescovi e guada-gnarli alla propria tesi. Lo secondarono i Vescovi di Biella, Ivrea, Pinerolo e l'Arcive-scovo di Torino. Il Vescovo Gastaldi di Saluzzo non si volle pronunciare; prima però di partire per Roma scese all'Oratorio, dove ebbe sulla questione un lungo collo-quio con Don Bosco.

Il Santo teneva dietro allo sviluppo della controversia, tanto più che nella stampa torinese la si agitava fortemente. Dal 24 ottobre 1869 vi vedeva la luce un periodico intitolato Concilio Ecumenico, organo degli antiopportunisti ed anche dei negatori dell'infallibilità medesima. L'Unità Cattolica dall'altro lato batteva quotidia-namente in breccia gli avversari, ignorando però sempre di proposito il foglio an-tagonista, che anelava di attaccar briga col Margotti, strenuo direttore del giornale. Nell'Oratorio prima e dopo l'apertura del Concilio s'innalzavano al Cielo continue preghiere per la santa Chiesa, secondo le insistenti raccomandazioni di Don Bosco.

A Roma sopra 774 Padri la definizione era avversata dalla minoranza di un cen-tinaio, che brigavano per far proseliti e fautori. I Gallicani di Francia temevano che per la definizione scapitasse il diritto divino dei Vescovi; altri che ne derivasse un soverchio accentramento del governo ecclesiastico; altri, che se ne venissero a irritare i fratelli separati d'Oriente e d'Occidente, allontanandoli sempre più dalla via del ritorno; altri infine, che si avesse l'aria di lanciare una sfida al secolo XIX, con il risultato di sollevare contro la Chiesa reazioni disastrose da parte dei Go-verni e dei grandi centri di cultura. Alcuni, forse non più di cinque fra i Padri, non solo non volevano la definizione, ma non ammettevano neppure l'infallibilità. Uomini di questa tendenza estranei al Concilio, come il tedesco Doellinger, l'in-glese Lord Acton, il francese Gratry con libri, libelli e articoli sollevavano l'opinione pubblica mondiale.

Tale era lo stato delle cose, quando si doveva tenere il 6 gennaio 1870 la prima seduta pubblica dopo quella di apertura; in essa i singoli Padri avrebbero fatto di-nanzi al Pontefice la loro professione di fede. Orbene, alla vigilia Don Bosco ebbe dall'alto una triplice comunicazione riguardante la Francia, l'Italia e il Concilio. Solenne è l'esordio della relazione scrittane dal Santo. Suona così: " Dio solo può tutto, conosce tutto, vede tutto. Dio non ha ne passato né futuro; ma a Lui ogni cosa è presente come in un punto solo. Davanti a Dio non v'è cosa nascosta, ne presso di lui havvi distanza di luogo o di persona. Egli solo nella sua infinita mise-ricordia e per la sua gloria può manifestare le cose future agli uomini ". Venendo poi a dire della presente rivelazione, continua: " La vigilia dell'Epifania dell'anno corrente 1870 scomparvero tutti gli oggetti materiali della camera e mi trovai alla considerazione di cose soprannaturali. Fu cosa di brevi istanti, ma si vide molto. Sebbene di forma, di apparenze sensibili, tuttavia non si possono se non con grande difficoltà comunicare ad altri con segni esterni e sensibili. Se ne ha un'idea da quanto segue. Ivi è la parola di Dio accomodata alla parola dell'uomo ".

Nel punto centrale, fra le predizioni sull'avvenire di Parigi e di Roma, s'in-terpone la parte concernente il Concilio. è un avviso e un incoraggiamento al Papa in questi termini: " Ora la voce del Cielo è al Pastore dei pastori. Tu sei nella grande conferenza coi tuoi assessori; ma il nemico del bene non istà un istante in quiete; egli studia e pratica tutte le arti contro di t'e. Seminerà discordia tra i tuoi assessori, susciterà nemici tra i figli miei. Le potenze del secolo vomiteranno fuoco, e vorreb-bero che le parole fossero soffocate nella gola ai custodi della mia legge. Ciò non sarà. Faranno male, male a se stessi. Tu accelera; se non si sciolgono le difficoltà, siano troncate. Se sarai nelle angustie, non arrestarti, ma continua finché non sia troncato il capo all'idra dell'errore. Questo colpo farà tremare la terra e l'inferno, ma il mondo sarà assicurato e tutti i buoni esulteranno. Raccogli adunque intorno a te ance solo due assessori, ma ovunque tu vada,' continua e termina l'opera che ti fu a£~ ata. I giorni corrono veloci, gli anni tuoi si avanzano al numero stabilito; ma la gran Regina sarà sempre il tuo aiuto, e come nei tempi passati così per l'avvenire sarà sempre magnum et singulctre in Ecclesia praesid ium ".

Quindici giorni dopo questa visione Don Bosco partì per Roma. è una delle poche volte che non vi condusse nessuno con se. Prese alloggio presso Don Mana-corda. Che vi fosse andato di propria volóntà, non sembra verosimile, non es-sendo allora tempo propizio per trattar affari. è piuttosto da credere che sia stato sollecitato da chi, ben conoscendo i suoi sentimenti, la sua prudenza e la sua abilità, ne sperava giovamento per la buona causa; difatti se ne occupò come se non avesse altro da fare. Testifica nei processi il canonico Anfossi: " Ho udito da monsignor Losana, Vescovo di Biella, che in quei giorni Don Bosco non aveva requie per ottenere questo trionfo del Pontificato Romano ". E Don Rua: " Egli ebbe la con-solazione di togliere colle sue ragioni parecchi Vescovi dalle titubanze loro su tale controversia e di dissuaderli dall'opposizione che si preparavano a fare. Citerò tra gli altri i monsignori Galletti di Alba e Gastaldi di Saluzzo, che da quel punto divennero difensori dell'infallibilità pontificia ".

Il Vescovo di Saluzzo, temperamento impressionabile, aveva finito con abbrac-ciare il partito del Dupanloup. L'avevano colpito e conquiso le considerazioni del-l'eloquente Prelato francese sui rovinosi effetti religiosi, e politici che la definizione avrebbe inevitabilmente prodotto; anzi correva voce che egli si accingesse a sostenere in una delle prossime Congregazioni generali la tesi della inopportunità. Questa voce era giunta all'orecchio del Papa, che ne aveva manifestato al Manacorda il suo vivo dispiacere. Don Bosco, affrettatosi a visitare il Vescovo amico, trovò che la notizia rispondeva al vero. Allora egli tanto disse, che non solamente lo smosse dal già fermo proposito, ma lo indusse ad applicare l'ingegno e la parola in difesa della definzione. Il Gastaldi infatti, venuto il momento opportuno, pronunziò un discorso di tanta forza, che egli fu, salutato come uno dei più efficaci propugnatori dell'av-versata sentenza.

Un altro piemontese, non però membro del Concilio, parteggiava accanita-mente per la minoranza: quel monsignor Audisio, che incontrammo a Superga Preside della Reale Accademia ecclesiastica. Soppressa tale istituzione, se ne viveva a Roma, canonico di S. Pietro. Com'ebbe inteso che Don Bosco gli contendeva vittoriosamente il terreno, risolse di affrontarlo. Una prima e seconda volta non lo potè avvicinare, perchè lo trovò occupato in colloqui sull'argomento del giorno, con ragguardevoli persone; ma la terza si piantò là, pronto ad aspettare finchè fosse necessario, e l'attesa non fu breve. Conversarono per più di due ore. Entrati frat-tanto altri dotti ecclesiastici, fra cui il teologo Perrone gesuita e un Vescovo, 1'Au-disio dinanzi a loro assalì con più energia Don Bosco, sfoderando la sua erudizione storica e teologica. Don Bosco lo lasciò dire e dire; poi, provocato a rispondere e accennato che gli astanti avrebbero potuto farlo con assai maggior competenza di lui, chiese con aria indifferente di poter solo addurre l'autorità di uno scrittore dottissimo, del quale condivideva l'opinione. - Ne leggerò una pagina, disse, e son sicuro che Monsignore non potrà essere di avviso contrario.

Alle proteste del focoso interlocutore, Don Bosco con la sua flemma delle grandi occasioni prese in mano un volume, lo aperse in modo che non se ne vedesse il frontispizio e si mise a leggere. Era l'eloquente commento del noto passo di San Leone Magno sull'assistenza divina promessa dal Vangelo a Pietro e a' suoi succes-sori nel loro apostolico magistero. L'Audisio da prima ascoltò con indifferenza, poi si fece attento, indi balzò da sedere e tentò di strappargli il libro. Don Bosco, avvertita in tempo la mossa, si schermì, finchè, arrivato dove voleva, lesse in fretta: Storia religiosa e civile dei Papi per Guglielmo Audisio. L'opera portava la data di Roma 1865. - Me l'ha fatta grossa! - esclamò il canonico, aggiungendo però di aver cambiato idea. - Ma le ragioni sono sempre quelle, - replicò il Santo. Gioirono della graziosa burla i presenti. Monsignore invece, troncata ogni disputa, si accom-miatò poco dopo con mal celata stizza.

Fra gli altri visitò Don Bosco anche un sacerdote comasco per pregarlo di dare uno sguardo a un suo scritto sull'infallibilità pontificia e di dirgliene il proprio pa-rere. Don Bosco lesse, approvò, ne consigliò la stampa e si ricordò poi dell'autore nel compilare la nota degli episcopabili. Fu il grande Vescovo di Piacenza, mon-signor Scalabrini.

Da principio Don Bosco frequentava i privati circoli dei Vescovi, ascoltando molto e facendo opera di persuasione, dovunque occorresse; più tardi la sua dimora divenne centro di attrazione per quanti specialmente sentissero il bisogno d'illu-minati consigli. A farlo ricercare contribuiva il convincimento comune che egli fosse a Roma per tutt'altro che per il Concilio. D'interessi suoi si occupava bensì, ma unicamente cogliendo a volo propizie occasioni. Con geniale e prudente linguag-gio, parlando a Salesiani, si espresse così sulla sua attività romana di quei giorni: " Mentre agli occhi altrui ero come a diporto, io faceva come quegli uccelli che svolazzano qua e là, e intanto, se vedono saltare qualche grillo, se lo beccano ".

Potè allora compiere un atto importante del suo ministero sacerdotale. Ver-sava in fine di vita l'ex-granduca di Toscana Leopoldo II. L'infermo nel 1867 era entrato in sì cordiale relazione con lui, che allora, sapendolo a Roma, lo volle ac-canto a sè nelle sue ultime ore. Don Bosco nella notte sul 28 gennaio lo assistette dalle 22 alle 24 e mezzo, confortandolo fino all'estremo respiro.

Chiedere al Santo Padre un'udienza egli non ardiva; due terzi dei Vescovi non avevano ancora potuto averla. Ma Pio IX gli fece dire che voleva vederlo al mat-tino dell'8 febbraio. Don Bosco andò; poi il Papa, avendo ancora molte cose da dirgli, lo invitò a tornare verso sera. Riferendo per iscritto e a voce delle due udienze, ripetè che non gli era possibile raccontare tutto, e questo si comprende; ma dal poco che narrò, emerse soprattutto la grande benevolenza dimostratagli dal Vicario di Gesù Cristo.

Tornò dal Papa il 12. Allora, richiesto da lui se avesse qualche cosa di speciale da comunicargli riguardo alla Chiesa e al Concilio, giudicò venuto il momento di parlare del 5 gennaio e umilmente gli rimise un foglio, nel quale aveva scritto ciò che diceva " la voce del Cielo al Pastore dei Pastori ". Il Santo Padre lesse e rilesse e scorse ivi l'espressione del volere divino che si troncassero difficoltà e indugi opponentisi alla dogmatica definizione. Le scissure e gli osteggiamenti ivi annun-ziati si avveravano già sotto i suoi occhi; il promesso aiuto della " grande Regina " apparve poi evidente nell'insieme delle circostanze che trattennero in vari modi i Governi di Francia, Baviera, Prussia, Austria, Spagna e Portogallo dal compiere atti di politica sopraffazione.

In una quarta udienza del 21, udienza di congedo, il Papa lo intrattenne lunga-mente sulle cose del Concilio. Quindi il Santo, chiesta licenza di esporre alcun che d'altro e avutone un comando, manifestò quanto sapeva dei gravi avvenimenti che minacciavano fra breve Parigi e Roma. Il Papa ne restò così impressionato, che il giorno dopo lo mandò nuovamente a chiamare; ma egli era già partito. Questa partenza avvenne a precipizio, quasi per fuga, ed eccone il perché e il come. In città oscure manovre avevano armeggiato contro di lui. Esaminando bene le circostanze, sembra che da due cose siasi colto il pretesto a preparargli qualche ingrata sorpresa: da certe sue affermazioni sulla possibilità che Roma fosse per es-sere presto occupata dalle milizie piemontesi, alla quale eventualità non si voleva da molti prestar credito, e dalla riputazione di taumaturgo, che tornava a circolare come nel 1867, per gli effetti attribuiti alle sue benedizioni. Certo è inoltre che anche alcuni Prelati di Curia non lo vedevano di buon occhio. Orbene un curiale, persona a lui benevola, andò due volte per incarico superiore a dirgli con blande maniere che si desiderava la sua presenza al Santo Ufficio. Egli l'una e l'altra volta rispose che ben volentieri si sarebbe presentato, qualora ne ricevesse invito scritto e moti-vato. Niente parve più ragionevole all'innocente messaggero. Ma la seconda volta, appena congedato l'amico, Don Bosco (e questo particolare udì dalle labbra stesse di lui il salesiano Don Fascie), s'informò del primo treno per Firenze e fece imme-diatamente le valige. Checchè fosse per succedere, il solo dover comparire dinanzi al Santo Ufficio era un fatto che avrebbe dato la stura a chi sa quante e quali di-cerie sul conto suo. Fu un quid simile della vecchia faccenda del manicomio. Il po-tersi dire semplicemente che egli era stato rinchiuso là entro, ne avrebbe pregiudi-cato assai la riputazione. In entrambi i casi la sua prontezza di spirito salvò il suo buon nome.

Festeggiarono il ritorno di lui i giovani dell'Oratorio in sua presenza, e quelli dei collegi di Mirabello, Lanzo e Cherasco in ispirito, ma non meno allegramente. A tutti l'avevano reso ognora presente le sue lettere scritte a Don Rua e ai tre Di-rettori, ma destinate a leggersi in pubblico. Vi si contenevano notizie interessanti, espressioni di benevolenza e amorevoli esortazioni, che servivano a tener vivo il pensiero della sua bontà paterna. Leggendo quel che avveniva durante le sue assenze, si tocca con mano, quanto giustamente. Don Rua lo abbia definito nei processi " uomo nel quale Dio elevò la paternità spirituale al più alto grado ".

 

CAPO XXVII

LA FONDAZIONE DELLA SOCIETA' SALESIANA

E' tempo che ritorniamo all'argomento che fra le tante vicende narrate in questi ultimi capi formava pur sempre il pensiero dominante di Don Bosco: la fon-dazione della Società Salesiana. Società la volle chiamata, non Congregazione, come disse ispettori i provinciali, direttori i superiori delle case, soci i religiosi, ascritti i novizi. Vino vecchio in otri nuovi.

Don Bosco non ebbe fretta. Abbiamo visto quale lungo periodo egli impiegasse nella preparazione remota dei candidati alla Società; a quello ne fece seguire un se-condo non breve di preparazione prossima. In una specie di catecumenato, durante il quale il numero dei catecumeni andò mano a mano crescendo, egli, ché cono-sceva i suoi... pulcini, levava di mezzo alla gran massa dei giovani or l'uno or l'altro dei predestinati e l'aggregava ai precedenti. Per significare questo trasferimento aveva coniato la frase convenzionale tagliare la testa. In una cronachetta dell'Ora-torio, verso gli ultimi di marzo del 1861 si legge: " Don Bosco tagliò la testa a Co-stamagna e a quattro altri ". Esclusa la violenza, è una vera deminutio capitis il ri-durre l'altrui volontà nelle proprie mani. Ma in forma ufficiale si diceva dei nuovi prescelti che erano stati ammessi alla pratica delle Regole della Società. In sostanza questa pratica si riduceva, secondo un'altra espressione del Santo, all'esercizio del lasciare sua, suos et se, al distacco cioè dalle cose e dalle persone del mondo e dal proprio io, che è il punto di partenza per l'avviamento alla vita religiosa. C'erano però anche Regole tassative, che a poco a poco Don Bosco portava a conoscenza dei futuri soci. Queste Regole, rimesse, come dicevamo, da Pio IX al Cardinale Gaude nel 1858, aspettarono invano l'esame e il giudizio del Porporato, che dopo lunga serie d'indisposizioni cessò di vivere nel dicembre del 1860 senz'aver potuto fare nulla. Una tal morte fu causa che l'approvazione almeno sommaria ne paresse rinviata alle calende greche.

Ciò non impedì tuttavia che la Socìetà, embrionalmente preparata, pigliasse forma organizzandosi. 1 suoi componenti costituivano un gruppo sconosciuto ai più della casa. Don Bosco li veniva lavorando con la sua carità industriosa e paziente. Non tutti però i chiamati a farne parte avevano il dono della perseveranza. Ogni anno alcuni cedevano alle lusinghe dei parenti, alle sollecitazioni dei parroci, agli inviti dei Vescovi ed entravano nei seminari delle loro diocesi. Con sua gran pena Don Bosco, dopo tanti sacrifizi fatti per essi, se li vedeva strappare dai fianchi, pro-prio quando gli sembravano legati a lui per sempre. Non li privava però della sua benevolenza; il che fece sì che col tempo, memori e grati, divenissero buoni coope-ratori salesiani. Ma intanto le sue fatiche rimanevano frustrate. Quando, per esempio, si emise la prima professione religiosa, sarebbero dovuti essere in qua-ranta; invece se ne contarono solo ventidue, dei quali sette preti, tredici chierici, due coadiutori. E fossero poi almeno rimasti tutti!

Questa storica data fu il 14 maggio 1862. Vi si fecero le cose con semplicità francescana. Verso sera i candidati si riunirono in un'angusta cameretta, dove man-cavano scanni per sedersi. Da un tavolino stendeva loro le braccia un Crocifisso fra due ceri accesi. Don Bosco vi s'inginocchiò accanto. Gli altri pure inginocchiati recitarono con lui alcune preci; indi ripeterono tutti insieme parola per parola la formula dei voti di povertà, castità e ubbidienza, che Don Rua veniva leggendo. Quei voti obbligavano per tre anni. Don Bosco pure li fece, ma per tutta la vita. Poi egli, alzatosi in piedi, rivolse a quei cari figli un discorsetto di paterno inco-raggiamento. Nota la citata cronaca che Don Bosco dopo la cerimonia mostrava una contentezza inesprimibile e che non sapeva staccarsi dall'eletta schiera.

Ma alla Società Salesiana troppo mancava ancora per essere veramente tale quale sonava la sua denominazione. Mentre in faccia allo Stato conservava tutti i diritti civili nei singoli suoi membri, doveva in faccia alla Chiesa costituire un corpo morale, al quale effetto richiedevasi il riconoscimento e l'approvazione della Sede Apostolica. Ora la Santa Sede procede in, questo per tre graduali decreti: il primo è di semplice lode, il secondo di approvazione formale, il terzo di sanzione delle Regole. Nel caso nostro all'emanazione di questi decreti precedettero pratiche lunghe e laboriose, che misero a dura prova la costanza di Don Bosco.

Per ottenere il collaudo occorrevano anzitutto commendatizìe di Vescovi e l'ap-provazione dell'Autorità diocesana. 1 Vescovi di Casale, Mondovì, Susa, Cuneo e Acqui risposero prontamente alla preghiera di una loro raccomandazione; ma il Vicario Capitolare di Torino (la sede era vacante per la morte di Monsignor Fransoni) fece sospirare alquanto la sua. Finalmente Don Bosco il 12 febbraio 1864 potè mandare a Roma il necessario incartamento. Quel plico fu consegnato da persona di fiducia al Cardinale Antonelli, che si diede premura di deporlo nelle mani del Santo Padre. Il Papa trasmise subito i documenti al Cardinale Quaglia, Prefetto della Sacra Congregazione dei Vescovi e Regolari, perchè fosse dato regolare corso all'affare. Passati poco più di cinque mesi, la Sacra Congregazione il 26 luglio emanò il de-cretum laudis, col quale si approvava l'esistenza e lo spirito della nuova Società e e-ne costituiva Don Bosco Superiore Generale a vita. Questo primo atto conferiva alla Società un grado di consistenza assai notevole; onde il Santo nel novembre del 1865, dopo regolare noviziato, cominciò ad ammet-tere soci alla professione perpetua, scegliendoli fra coloro che prima di ogni pub-blica approvazione ecclesiastica si erano volonterosamente dedicati alla sua Opera. Ciò fatto, rivolse il pensiero a ottenere l'approvazione effettiva, che desse giu-ridicamente corpo alla Società. L'occasione propizia gli si presentò nel gennaio del 1867, quando si recò a Roma per cooperare col Tonello a risolvere la questione dei Vescovi. Potè parlarne comodamente col Papa, che gli era favorevolissimo, ma voleva che le cose seguissero il loro tramite ordinario, passando attraverso alle Sacre Congregazioni. E qui ora stava il duro. Le novità introdotte da Don Bosco non nella concezione, ma nella forma della vita religiosa sapevano male alla circospetta prudenza dei Prelati romani. Nè i suoi chiarimenti valsero a dissipare i dubbi. Tor-nato a Torino, riprese le istanze; se non che, movendosi difficoltà dalla Curia locale, bisognò aspettare la venuta del nuovo Arcivescovo. Dette difficoltà erano ispirate dal segreto timore che l'Opera di Don Bosco, una volta sottratta alla giurisdizione vescovile, fosse per nuocere a vitali interessi dell'archidiocesi.

Partendo da Roma, Don Bosco aveva avuto sentore che si tramava qualche cosa contro di lui; giunto a Torino ne ebbe la certezza. Narriamo anche questo doloroso episodio. Nel 1867 si celebrava il diciottesimo centenario del martirio di S. Pietro. A preparare la solenne celebrazione egli aveva pubblicato un volume dal titolo Il Centenario di S. Pietro, contenente fra l'altro una vita del Principe degli Apostoli. Il libro incontrava largo favore a Roma. La Civiltà. Cattolica disse quella vita scritta " con molta chiarezza e devozione ". Eppure l'operetta fu deferita alla Sacra Congregazione dell'Indice specialmente per un periodo sulla venuta di San Pietro a Roma, periodo che, come scrisse un valente teologo della Compagnia di Gesù, richiedeva non una rettifica, ma una semplice spiegazione. La tendenziosa denuncia era partita da una combriccola di politicanti dell'Italia meridionale e cen-trale residenti in Roma, ai quali Don Bosco non andava a genio. Si ricordino i suoi incontri d'allora con sovrani scoronati. Il consultore incaricato dell'esame conchiuse proponendo la condanna fino a nuova correzione. La Sacra Congregazione non fu dello stesso parere, ma volle soltanto che si facessero conoscere a Don Bosco le osservazioni del Consultore per mezzo della Curia torinese con l'ordine di te-nerne conto in una eventuale ristampa. Era stato Pio IX a voler così. A chi gli parlava di proibizione, aveva detto: - Oh questo poi no, povero Don Bosco! Se c'è da correggere, si corregga nella seconda edizione.

La comunicazione, redatta in forma ammonitoria, ferì Don Bosco nella parte più sensibile del cuore. Si fece violenza, ma ne sofferse assai. Sospese subito la già avviata ristampa. Poi, seguendo il consiglio del canonico Gastaldi, Vescovo eletto di Saluzzo, stese un'ampia e rispettosa risposta agli appunti del Consultore. Nulla più gli cuoceva che il sospetto di sentimenti non fermamente cattolici verso il Vicario di Gesù Cristo. Validi amici spiegarono molto zelo in sua difesa e a poco a poco le nubi si diradarono. Sarebbe stato grave disdoro per lui, se la notizia del fatto fosse caduta in pubblico dominio; ma così non fu. Il grave contrattempo avrebbe potuto anche intralciare seriamente le sue trattative per la Società. Ma tutto si ri-dusse a sopprimere un periodo e a emendare l'applicazione di un testo dell'Epistola di S. Giacomo, senza obbligo di farne cenno nella prefazione, come in un primo tempo gli si era richiesto.

Il novello Arcivescovo, monsignor Riccardi dei Conti di Netro, aveva mostrato sempre vera affezione per Don Bosco; ma, entrato in sede e inteso da lui che voleva fondare una Società religiosa, cascò dalle nuvole, nè seppe mai acconciarsi all'idea che la sua istituzione dovesse varcare i confini dell'archidiocesi; onde una crescente freddezza gli penetrò nel cuore verso il Santo, nè ci fu mai verso di strappargli una commendatizia per l'approvazione della Società. Anzi, non essendo ancora questa definitivamente riconosciuta, riteneva per suoi tutti i chierici di Don Bosco nati nell'archidiocesi, avessero o no professato.

Don Bosco prevedeva le possibili conseguenze di tale atteggiamento; tuttavia metteva in opera ogni mezzo per arrivare alla sospirata approvazione. Interessava della cosa benevoli Prelati romani. Molto si giovò del Vescovo di Mondovì du-rante un suo soggiorno a Roma. Si procurava altre raccomandazioni di Vescovi da aggiungere alle precedenti. Verso la fine di giugno mandò a Roma Don Savio e Don Cagliero, perchè rappresentassero la Società nei festeggiamenti petriani. Essi consegnarono al Papa una sua lettera, che terminava con la seguente preghiera " Se mai in questa singolare e straordinaria solennità fosse permesso di domandare a Vostra Santità un favore di cosa sommamente desiderata, come si fa ad un Sovrano, io mi farei ardito &rinnovare col più grande rispetto la domanda, che Vostra San-tità si degni di dare la sua sanzione alle Costituzioni della Congregazione di S. Francesco di Sales, con tutte quelle correzioni, variazioni, aggiunte che Vostra Santità giudicasse tornare a maggior gloria di Dio e a vantaggio delle anime ".

Nel 1868 le feste per la consacrazione della chiesa di Maria Ausiliatrice assor-birono gran parte della sua attività in prepararle' e dirigerle. Subito dopo riunì e presentò al Santo Padre le commendatizie dei tre Cardinali Arcivescovi di Fermo, di Ancona e di Pisa; dell'Arcivescovo di Lucca; dei dieci Vescovi di Casale, Asti, Parma, Novara, Reggio Emilia, Mondovì, Alessandria, Guastalla, Albenga, Saluzzo e dei due Vicari Capitolari di Acqui e di Susa. L'affare fu trattato il 22 settembre in piena Congregazione. In base alla relazione del Segretario monsignor Svegliati e al voto del Consultore carmelitano, si rispose con un negative.

Il Santo non si sgomentò, ma con calma imperturbabile e riverente non desi-stette dal dare spiegazioni e dall'intensificare pratiche. Essendo stati convocati dal-l'Arcivescovo i suoi suffraganei per trattare delle proposte da farsi nel Concilio Vaticano, presentò all'assemblea un'umilissima supplica, che fu letta in un'adu-nanza. Sorta discussione, il Vescovo d'Ivrea, che per un malinteso sulla proprietà delle Letture Cattoliche aveva rotto le relazioni con Don Bosco, propose di rimet-tere la decisione al Metropolita, e questi mise la domanda in un cantone. - Pa-zienza!esclamò Don Bosco. Sia tutto per amor di Dio e della Santa Vergine. Ve-dremo di aggiustare le cose a Roma.

Partì difatti per Roma nei primi giorni del 1869, passando per Firenze. Che cosa lo chiamasse nella capitale provvisoria, non si seppe mai. Un suo amico, il padre Verda domenicano, scrisse il 10 gennaio al cavaliere Oreglia: " Egli sta bene ed è allegro e gira per i Ministeri ". Si sa soltanto che viaggiò con un biglietto gra-tuito per se e per un compagno (da Firenze a Roma gli fu compagno il detto reli-gioso) e che il Menabrea, Presidente dei Ministri, lo aspettava con impazienza ed ebbe con lui diversi colloqui. L'Italia passava un brutto quarto d'ora. Gravi processi politici romani offrivano ai democratici il pretesto per aizzare il popolo contro la Monarchia, minacciando di gettarsi tumultuariamente su Roma e piantarvi la re-pubblica. Può darsi che Don Bosco fosse invitato ad accettare qualche pratica offi-ciosa presso il Governo pontificio. Egli intanto colse il destro per tener viva a Fi-renze la questione dei Vescovi, troncata così bruscamente nel 1867; vi perorò pure la causa dei chierici, che si stava per sottoporre alla legge comune della leva militare.

A Roma gl'incarichi ricevuti da Firenze non gli tolsero di adoprarsi a tutt'uomo per l'approvazione della Società. Trovò duro più di prima il terreno. Lettere dal Piemonte lodavano lui e le sue intenzioni, lodavano l'Oratorio e il bene che vi si faceva, ma combattevano l'approvazione della Società, perchè non fossero sottratti alla giurisdizione vescovile i chierici. Inoltre vari punti delle Regole venivano riguardati come inammissibili. Umanamente parlando, non c'era nulla da sperare. " Io però, scrisse Don Bosco in una sua Memoria, confidando nella Madonna e nelle preghiere che si facevano all'Oratorio, aveva speranza che tutto sarebbe su-perato ". Ma vedeva che solo un miracolo avrebbe potuto cambiare i cuori.

E pare che di miracoli ve ne siano stati più d'uno. Il primo fu in un nipotino del Cardinale Berardi. Lo consumava lentamente una febbre tifoidea ribelle a ogni cura. Unico rampollo di nobile e ricca famiglia, avrebbe, morendo, portato con sè nella tomba le speranze della prosapia. Il Cardinale rinnovò per più giorni i ten-tativi di far venire Don Bosco a benedirlo; ma Don Bosco aveva troppe altre fac-cende per le mani. Finalmente andò. Appena mise piede nel palazzo, tutti lo attor-niarono supplicandolo di guarire il loro infermo. Egli, come se fosse sordo, si volse al Cardinale e gli disse che veniva per pregarlo che lo aiutasse a ottenere l'approva-zione della Società Salesiana. Che cosa non avrebbe promesso in quel momento Sua Eminenza? Introdotto nella stanza del fanciullo, Don Bosco raccomandò ai parenti di aver fede e di cominciare una novena a Maria Ausiliatrice, e ripetè al Porporato la raccomandazione di occuparsi della sua Società. Benedisse quindi il malato. All'Amen la febbre sparì. Col terminare della novena il fanciullo era tutto rifiorito. Il Cardinale, pronto a qualsiasi cosa per Don Bosco, narrò al Papa l'ac-caduto e gli fece vivissima istanza in favore della Società Salesiana.

Il Santo, obbligato dagli affari di Firenze a trattare col Cardinale Antonelli, Segretario di Stato, e conoscendo quanta fosse la sua influenza, pensava di acca-parrarsene il patrocinio. Nella prima visita lo trovò adagiato immobile sopra una poltrona a sdraio. Mal represse convulsioni del volto rivelavano di tratto in tratto acute sofferenze. Lo travagliava da alcuni giorni la podagra. Accolse tuttavia bene-volmente il visitatore, il quale, come udì che il Papa era costretto di andare dal Segretario per la trattazione degli affari: - Ebbene, gli disse, abbia fede in Maria Ausiliatrice, mi aiuti a ottenere l'approvazione della Società Salesiana, e domani andrà Vostra Eminenza dal Papa. - L'Antonelli, fissandolo con sorpresa, gli pro-mise che in tal caso avrebbe fatto tutto il possibile per la sua Società. Il mattino appresso, cessati gli spasimi, l'Eminentissimo andò all'udienza e narrò al Santo Padre l'incontro del giorno avanti. Quando poi vi fu ammesso pure Don Bosco, il Papa, tocco dal racconto dei due Cardinali, lo trattenne un'ora e mezzo, dan-dogli le migliori assicurazioni, che gli riconfermò poi in altre due lunghe udienze.

Ma restava pur sempre da espugnare il baluardo massimo della resistenza. è vero che nella Chiesa il diritto lo fa il Papa; ma il Papa non suole prescindere dagli organi del suo governo. Chi nella Sacra Congregazione dei Vescovi e Regolari in-fluiva più di tutti era il Segretario monsignor Svegliati, che delle novità di Don Bosco aveva una specie di orrore. Il Santo si recò a fargli visita. Monsignore lo ricevette da letto: sentiva i prodromi di una seria polmonite. Don Bosco anche allora, come se nulla fosse, lo pregò di recarsi la dimane dal Santo Padre per interporsi a suo favore. Monsignore, che forse non ignorava i due fatti narrati e i relativi commenti, lo guardava attonito. - Abbia fede in Maria Ausiliatrice, - insistette Don Bosco accomiatandosi. L'indomani Monsignore si alzò guarito e... convertito.

La notizia dei tre fatti produsse grande impressione nell'alta Prelatura. Fu fis-sato al 19 febbraio l'esame definitivo della questione. Don Bosco scrisse all'Ora-torio che in quel giorno gruppi di artigiani e di studenti si alternassero davanti al Santissimo Sacramento. Dio esaudì le loro preghiere. La Sacra Congregazione dei Vescovi e Regolari chiuse la seduta approvando definitivamente la Società. Pio IX con vera gioia ratificò quell'atto. Il decreto uscì il 1° marzo.

Stanco, stanchissimo, ma col cuore inondato di consolazione, Don Bosco nella notte sul 2 marzo, per la linea di Firenze, dove sostò un giorno, fece ritorno a To-rino. Al suo ingresso nell'Oratorio lo accolsero dimostrazioni entusiastiche di alle-grezza. In quell'ora di esultanza accadde una scena, che ci rimette in presenza di un antico e caro collaboratore del Santo. Erano le otto di sera. Il teologo Borel, che giaceva a letto infermo, udendo dal vicino istituto Barolo i clamori dei giovani, ne in-dovinò la causa. Dimentico del suo stato, si alza, si veste alla meglio e adagio adagio, appoggiandosi al bastoncello, percorre il tratto di via Cottolengo ed entra nell'Ora-torio. Don Bosco in mezzo alla turba giovanile stava per raggiungere la scala che por-tava alla sua camera. Il buon prete si avanzò barcollando. I ragazzi gli facevano largo. Vicino al porticato, con tutto lo sforzo della sua voce chiamò ripetutamente Don Bosco. Don Bosco lo udì e gli mosse incontro. - La Società è approvata? - do-mandò trepidante il vecchio e fedele amico. Alla risposta affermativa: - Sia ringraziato Dio! esclamò. Ora muoio contento. - E senz'aggiungere parola, si volse e tornan-dosene com'era venuto, rientrò nella sua casa e si rimise a letto. Tale fu verso Don Bosco l'animo di coloro che non solamente lo conobbero, ma anche lo compresero.

L'approvazione del 1869 conferì alla Società Salesiana il saldo fondamento della sua esistenza. Fino allora gl'individui si legavano alla persona di Don Bosco, morto il quale, poteva morire anche la Società. Mà anche senza questo la vita della Società durava precaria, perchè ogni Vescovo poteva sempre richiamare i chierici della propria diocesi, come soggetti alla sua giurisdizione. D'allora in poi al contrario, divenuta la Società di diritto pontificio, quel pericolo e questa possibilità scomparvero.

Ma alla nuova condizione della Società mancava ancora una cosa essenziale bisognava che a tale condizione fosse adeguato il valore delle Regole, elevandole a codice recante il suggello dell'Autorità pontificia.

Le si dovettero dunque sottoporre articolo per articolo all'esame di una Com-missione composta dei quattro Cardinali Bizzarri, Patrizi, De Luca e Martinelli con Monsignor Vitelleschi segretario. Le obbiezioni si accumulavano senza posa per due cause. Il successore dell'Arcivescovo Riccardi svalutava presso la Commissione le Regole esistenti, come disadatte a formare buoni soggetti; poi le Regole stesse ur-tavano qua e là le passate consuetudini. Don Bosco per fare la luce stampò un opu-scolo storico-illustrativo, che spedì ai membri più influenti delle Sacre Congregazioni romane; due scritti inviò ai Cardinali della Commissione, uno in risposta alle obbie-zioni e l'altro sui motivi che consigliavano di approvare le Regole così com'erano.

Non è qui il luogo di esporre per filo e per segno il lavorio, a cui questa lunga pratica assoggettò Don Bosco. Quanti memoriali! quante lettere! quante visite e discussioni! La deliberazione maturò solo nel marzo del 1874. Allora Don Bosco che si trovava a Roma, ordinò ai Salesiani tre giorni di digiuno e di speciali preghiere. La Commissione Cardinalizia si radunò due volte, il 24 e il 31 marzo. Tre ore e mezzo durò la seconda adunanza. Tra l'una e l'altra Don Bosco ebbe giorni di este-nuanti fatiche. La conclusione fu che tutti quattro i Cardinali erano d'accordo sul-l'approvazione temporanea ad experimentum e tre soli per quella definitiva. La rela-zione venne presentata dal Segretario al Santo Padre la sera del 3 aprile, venerdì santo. Pio IX, scartata l'approvazione temporanea, disse: - Per la definitiva, il voto che manca ce lo metto io. - E in questo senso fece stendere il decreto. Quella sera Don Bosco si recò dai Marchesi Vitelleschi, che nutrivano per lui una venerazione profonda. Monsignor Segretario, rientrato da poco, venne a co-municargli la lieta notizia. La commozione di Don Bosco dovette essere al colmo, se egli sentì il bisogno di distrarsi con un mezzo sui generis. Per tutta risposta trasse di tasca un confetto e, come avrebbe fatto per premiare uno de' suoi giovanetti, lo porse al Prelato dicendo: - Monsignore, prenda questa caramella!

Tornò dal Papa cinque giorni dopo. Pio IX, accogliendolo con sovrana bontà: - Questa volta si è finito, gli disse.

- Sì, Santo Padre, rispose egli, e ne sono contentissimo. - Anch'io, soggiunse il Pontefice.

Fu quello come il varo di una nave. Genio nell'idearla, perizia nel costrurla, maestria nell'attrezzarla creano lo spettacolo del colosso che, caduti i puntelli e sal-tate le trinche, scende sicuro nei flutti e si appresta a solcare le onde oceaniche in servizio dell'umanità.

 

CAPO XXVIII

MINISTRO DEL PERDONO

Nella Chiesa vi sono martiri che confessano Dio davanti agli uomini, e martiri che confessano gli uomini davanti a Dio. è questa una geniale piacevolezza di San Francesco di Sales che, applicata nella seconda parte a Don Bosco, significa quanto egli si sia sacrificato nell'amministrare il sacramento della penitenza. Per lunghi anni vi attese non lesinando tempo nè fatica.

Nei processi vi ha chi lo chiama apostolo della confessione. Con approssima-zione evangelica diciamo apostoli coloro che si adoperano a diffondere una dot-trina o un'istituzione; apostolo della confessione merita di essere salutato Don Bosco, perchè con la parola e con l'opera si dedicò per più di nove lustri a promuo-verve la buona pratica e la frequenza. Tanto zelo gli veniva da impulso di coscienza sacerdotale, che gli dettava essere cómpito precipuo del ministro di Dio condurre le anime alla salvezza e quindi al sacramento del perdono.

Ci colpisce di primo acchito l'osservare in che circostanze inverosimili egli sa-pesse disporre certe persone al pentimento e all'accusa delle loro colpe. Avvicinato ostilmente un giorno in fondo a una foresta presso i Becchi e di notte in una piazza solitaria di Torino, penetra così addentro con la sua parola nell'anima degli aggres-sori, che si confessano nel luogo medesimo dell'attentato, inginocchiandosi uno sul margine di un fosso e l'altro presso il muricciolo che cingeva un lato del Pa-lazzo Madama. Viaggiando spesso in carrozze a cavalli, amava sedere a cassetta accanto al conduttore e là di discorso in discorso conduceva il suo uomo all'argo-mento della Pasqua o a riflettere sulla brutta abitudine della bestemmia, finchè que-gli, se era isolato o solo, cedeva a lui le briglie o diversamente in una fermata si appartava dovunque si fosse, e si confessava; non potendo fare così, i vetturini promettevano di andarsi a confessare nell'Oratorio e mantenevano la parola. Un mattino, tornando dalla parrocchia della Crocetta, s'imbattè in quattro giovinastri che, fingendo di volerlo arbitro in un loro litigio, si apprestavano a dargli briga con inaudita libertà di linguaggio e di tratto. Di rado s'incontrava allora anima viva in quei paraggi. Che fare? Li invitò ad accompagnarlo entro la città, dove, pren-dendo insieme una tazza di caffè, si sarebbe risolta comodamente la questione. Ivi tra un sorso e l'altro intavolò una conversazione assai piacevole. Tenendoli così a bada, se li guadagnò talmente, che gli fecero compagnia fino a Valdocco, dove tre di essi prima di lasciarlo vollero confessarsi. Viaggiando in treno da Torino a Mon-temagno, si mise a ragionare con un negoziante, il quale si sentì così preso di bene-volenza verso il prete sconosciuto, che lì per lì gli manifestò il desiderio di confes-sarsi e si confessò difatti nell'albergo della stazione di Asti. Ma, essendo la con-fessione durata alquanto, Don Bosco perdette la corsa. Alcuni giovanotti, accortisi del contrattempo, lo compassionavano, lungi mille miglia dal pensare che cosa stesse per accadere. Come se cercasse di ammazzare il tempo, prese a raccontare storielle; poi, fattiseli amici, li interessò con discorsi religiosi e li conquise a segno, che, pre-gato da essi, li introdusse in una vicina locanda, dove, dispostili convenientemente, ne ascoltò le confessioni come se si fosse in chiesa.

Di confessioni così estemporanee egli ne ricevette molte, specialmente ne' suoi viaggi. Sono fatti che insieme con una gran fede nella virtù soprannaturale del sa-cramento rivelano in lui una sete insaziabile di riportare anime a Dio.

Le stesse disposizioni di spirito manifestava nella costanza, con cui in privato e in pubblico ritornava su gyel tema. Che ciò facesse in prediche o conferenze spirituali, non causerebbe gran meraviglia, quantunque l'immancabile accenno coz-zasse sovente col senso dell'opportunità oratoria; ma anche trattando a quattr'oc-chi con chicchessia, si sarebbe detto che non di rado il punto focale de' suoi col-loqui dovesse essere per lui il richiamo a mettere in sesto le cose dell'anima. Un pensiero che soleva esprimere parlando a' suoi Salesiani, rivela molto bene quale fosse il movente di questo suo atteggiamento. - Un prete, diceva, e sempre prete, e tale deve manifestarsi in ogni congiuntura. Essere prete significa avere continua-mente di mira il grande interesse di Dio, che è la salute delle anime. Un prete non deve mai permettere che chiunque si avvicini a lui, se ne diparta senz'aver udita una parola che manifesti il desiderio della salute eterna della sua anima. - Orbene la maniera a Don Bosco più familiare di agire così da prete era appunto l'insinuare buone disposizioni a regolare i propri rapporti con Dio mediante il sacramento della riconciliazione.

Il sapersi poi quanto la sua carità fosse industriosa nel trovare le vie dei cuori, faceva sì che in casi di moribondi mal disposti si ricorresse a lui per ottenerne il ravvedimento finale. Chiamato, accorreva a qualunque ora e in qualunque luogo, senza timore di sorta. Le conversioni in extremis furono molte e talora straordinarie. Vecchi settari, che ne ammettevano la visita amichevole, finivano confessandosi; altri che pur vicini a morire detestavano il prete, se si riusciva a introdurre Don Bosco, a poco a poco cambiavano sentimento, riaprendo l'anima alla fede e facendo ammenda del loro passato.

Teatro abituale del suo zelo di confessore furono i luoghi di pena. Per una ven-tina d'anni ne frequentò tre: le prigioni dette del Senato, la casa dei corrigendi detta la Generala e le carceri correzionali. Vi si recava per lo più nei giovedì, promettendo di tornare nel sabato successivo per confessare chi ne avesse volontà. A questo disponeva i reclusi con ingegnose trovate, studiandosi di cattivarsene la benevo-lenza con regali di loro gusto. I testi ricordano nei processi che tanti di questi di-sgraziati, ricuperata la libertà, o tosto o tardi gli si facevano nuovamente vedere per aggiustare la coscienza.

Dimoravano a Torino cattolici di lingua tedesca; ne capitavano pure negli ospe-dali della città. Nessun prete era allora in grado di confessare queste persone. Nel 1855 Don Bosco, fattesi dare da un professore sedici lezioni di tedesco, che retri-buì, si compilò un prontuario di vocaboli e di frasi che gli servissero per interrogare, rispondere, ammonire, eccitare al dolore; così potè prestare largamente in seguito a quegli stranieri l'opera sua nel tribunale della penitenza.

Finchè ne ebbe la possibilità, accorreva a confessare nelle Scuole Cristiane dei Fratelli, in ritiri di fanciulle, in monasteri, in case di beneficenza, in ospedali. Dalle infermerie del Cottolengo non si allontanò fino al 1874; eppure di là verso il 1845 aveva riportato un'infezione petecchiale con effetti dolorosi, che lo tormen-tarono per tutto il resto della sua vita, come depose Don Rua che seppe la cosa da lui, e come l'economo salesiano Don Sala riscontrò sul suo corpo dopo la morte.

Dal 1844 al 1865 nelle innumerevoli prediche e predicazioni a Torino e fuori sembrava che predicando non si prefiggesse altro scopo che di potei- tirare gli udi-tori a confessarsi. Le moltitudini, vinte dalla sua evangelica bontà, ne assediavano il confessionale, dove egli sedeva dalle prime ore del mattino e poi fino a notte inol-trata. In questo modo la sua fama di confessore diffondendosi sempre più condu-ceva all'Oratorio uomini d'ogni classe sociale, bisognosi di ritrovare a' suoi piedi la pace dell'anima.

Se tanto faceva occasionalmente per i fedeli non affidati alle sue cure, si com-

prende che doveva fare assai più per i giovani che da lui dipendevano. Il suo pen-siero fondamentale al riguardo lo espresse nel Giovane Provveduto scrivendo: " Cari figliuoli, se voi non imparate da giovani a confessarvi bene, correte pericolo di non apprenderlo in vita vostra e per conseguenza di non confessarvi mai a dovere in vostro danno e a rischio della vostra eterna salvezza ". Ma la confessione doveva, secondo lui, essere come integrata dalla comunione. Onde nella Vita di Francesco Besucco scrive: " Dicasi pure quanto si vuole intorno ai vari sistemi di educazione, ma io non trovo alcuna base sicura, se non nella frequenza della confessione e comunione; e credo di non dir troppo asserendo che, omessi questi due elementi, la moralità resta bandita ". Tutto compreso di questa estrema necessità, fece cYella confessione e comunione frequente una consuetudine, per dir così, connaturata con la vita dell'Oratorio esterno e interno.

Parlando in pubblico, aveva mille modi di scuotere chi si trovasse in dis ia di Dio e d'insinuargli il desiderio dei Sacramenti. Durante il corso della settimana ri-chiamava i più alla pratica della confessione e comunione almeno domenicale; per le feste maggiori eccitava i meno propensi; per il mensile Esercizio della buona morte dava una scossa generale alle coscienze. Ma chi non conobbe quanta fosse la deli-catezza di Don Bosco, non immagina con che naturale e spontanea libertà i giovani ne secondassero gli inviti. è quello del resto che si può tuttora osservare dovunque regni davvero lo spirito del santo fondatore.

Oltre a tutto ciò Don Bosco offriva in se stesso a' suoi giovani un confessore instancabile e impareggiabile.

Certo il solo vederlo ogni giorno e per non breve tempo fermo e tranquillo ad ascoltare i suoi piccoli penitenti, come se al mondo non avesse altro da fare, era già di per se un tacito incitamento a confessarsi. Questo ministero quotidiano assumeva proporzioni favolose in occasione di solennità e di esercizi spirituali; allora egli v'impiegava fino a dodici o quattordici ore al giorno, come testifica Don Rua, nonostante il gran freddo o il gran caldo, secondo la stagione. Nè in quelle ore vi poteva essere cosa di tale importanza, che ai suoi occhi la vincesse su quello che stava facendo. Sotto questo aspetto è ben significativo il caso del marchese Patrizi. Il nobile signore, col quale egli aveva stretto relazione ne' suoi viaggi a Roma, arrivò una domenica all'Oratorio per visitare il santo sacerdote. Don Bosco allora confessava gli esterni. Al visitatore fece per primo gli onori di casa Don Cagliero, che rese subito avvisato Don Bosco della sua presenza. - Bene, bene! rispose egli con calma. Gli si dica che io sono contento della sua venuta e che aspetti un mo-mento. - Altro che un momento! Era passata un'ora e mezzo quando uscì. Allora tutto lieto e sorridente mosse incontro al Marchese, colmandolo di gentilezze e dicendo semplicemente di non aver potuto sbrigare prima quei poverini, che dove-vano fare la santa comunione. L'ospite, uomo di antica fede e capace di compren-dere, non che formalizzarsi per questo, ne trasse nuovo argomento per esaltare la santità di Don Bosco. Durante l'ultimo decennio della sua vita, benché sopraffatto da occupazioni e preoccupazioni, non abbandonò il confessionale, ma continuò a confessare solo i giovani e il personale dell'Oratorio interno; quando poi nell'ultimo biennio i gravi incomodi fisici lo costrinsero a nuove limitazioni, confessava presso la sua cameretta chiunque giornalmente si presentasse e ogni sabato sera ascoltava gli studenti della classe superiore. L'ultimo sabato che compie tale ufficio fu il 17 di-cembre 1887. Verso le diciotto una trentina di giovani salirono secondo il solito e aspettavano fuori dell'uscio l'avviso del segretario. Don Bosco stava molto male quella sera; aveva la febbre e stentava a respirare. Era cominciato il progressivo ab-bandono totale delle forze. A tutta prima disse che non si sentiva di sostenere quella fatica; ma poi dopo un istante di silenzio ripigliò: - Eppure è l'ultima volta che potrò confessarli. - E diede ordine che fossero introdotti. Entrarono essi in punta di piedi, s'inginocchiarono intorno a lui sul pavimento e si confessarono. Due giorni dopo Don Bosco si poneva in letto per non più rialzarsi.

Nessuno supponga che egli tenesse nell'Oratorio il monopolio delle confessioni vari sacerdoti della casa e della città gli venivano in aiuto. Ma che valeva? La quasi totalità preferiva andare da lui; nelle sue assenze poi o quando il tempo stringeva, si ricorreva con rincrescimento ad altri. Confessando egli era l'amabilità di Gesù in persona. Dipinge se stesso, allorchè scrive nelle sue Memorie: " Il confessore a ciascuno si mostri con aria ilare e non mai usi sgarbatezza, ne mai si faccia cono-scere impaziente. Prenda i fanciulli con modi dolci e con grande affabilità. Nè mai strapazzi, o faccia meraviglia, per ignoranza o per le cose deposte in confessione ". Piace leggere la testimonianza del Cardinale Cagliero che, confessatosi da Don Bosco per più di trent'anni, così ce lo ritrae: " Nel ministero delle confessioni fu eccezio-nale, costante e ammirabile la sua bontà coi giovanetti e con gli adulti; quasi tutti si confessavano da lui perché guadagnati dalla sua dolcezza e dalla sua carità sempre benigna e paziente. Era breve senza fretta. Benigno al sommo e non mai severo, c'imponeva una breve penitenza sacramentale, adatta alla nostra età e sempre sa-lutare. Sapeva farsi piccolo coi piccoli, darci gli avvisi opportuni, e le stesse ripren-sioni sapeva condirle con tale sapore, che c'infondeva sempre amore alla virtù e orrore al peccato ".

Nell'atto di confessare il suo stesso contegno esteriore ispirava venerazione e confidenza. Il medesimo autorevole testimonio aggiunge: "Al confessionale egli sedeva compostissimo. Presa la solita modesta posizione con le ginocchia unite e coi piedi sullo sgabelletto, così rimaneva sino alla fine, durassero le confessioni due, tre ed anche quattro ore. Il suo volgersi della persona da diritta a sinistra verso i due inginocchiatoi laterali era sempre con un movimento grave e mode-stissimo, sicchè anche in ciò faceva manifesto come fosse veramente assorto nel sacro ministero e penetrato dallo spirito di Dio. Confessore poi e penitente, nella più intima manifestazione 'della carità e purezza e castità, apparivano quale imma-gine vivente del discepolo amato inchinato verso l'adorabile persona del Divino Maestro ".

Ma la storia, perchè sia storia, bisogna che sia completa. Oltre allo zelo infati-cabile e alla bontà inesauribile, un terzo elemento conferiva forza di attrazione verso Don Bosco nella direzione delle anime. La Chiesa non re ò mai priva dei doni ca-rismatici profusi già dallo Spirito Santo nelle Cristianità pr1 itive. S. Paolo chiamò carismi certi doni gratuiti, straordinari e passeggeri, conferiti direttamente a van-taggio altrui. Egli ne enumera nove; settimo, il discernimento degli spiriti o dono di leggere nel segreto dei cuori. Una cronaca dell'Oratorio sotto il 13 aprile 1864 registra queste parole di Don Bosco ai giovani dopo gli esercizi spirituali: " Io in questi giorni passati vedeva chiaramente i peccati di ciascuno di voi, come se li avessi avuti tutti lì scritti davanti agli occhi, di modo che alcuni, i quali, facendo la con-fessione generale, volevano dire essi stessi i peccati, non badando alle mie inter-rogazioni, m'imbrogliavano le cose. è una grazia singolare che il Signore mi ha fatto in questi giorni per il vostro bene. Adesso alcuni renitenti al mio consiglio mi domanderanno, se non vedo più come prima il loro interno. Eh no! debbo loro rispondere: non sono venuti allora, e adesso non sono più a tempo per godere di questo beneficio ".

Vivono tuttora alcuni di quelli che si sentirono sciorinare da Don Bosco nella confessione tutte le loro marachelle di un passato anche remoto. Vi fu un tempo, in cui certi giovani, volendo fare la confessione generale o avendo la coscienza im-brogliata, o non avendo avuto tempo di prepararsi bene, s'inginocchiavano dicen-dogli: Dica lei. E Don Bosco diceva. Ma a questo modo non la poteva durare. Una sera nel sermoncino dopo le preghiere parlò così: " Finora confessandovi voi mi dicevate: Dica lei, e io dicevo. Ma in buona sostanza tocca al penitente e non al confessore. Io non reggo più a parlare per ore e ore; ne soffre il mio povero sto-maco. Da qui innanzi dite voi e se sarete imbrogliati, allora vi aiuterò ". Queste parole vennero udite allora, scritte subito e poi lette nei processi dal salesiano Don Lemoyne.

Nessuno nell'Oratorio pose mai in dubbio questo dono di Don Bosco, poichè a centinaia si contarono quei che ne fecero l'esperienza. Dinanzi ai giudici ecclesiastici vari testi deposero con giuramento su fatti da essi medesimi accertati. Di tali fatti ve n'è uno meglio documentato, avendolo esposto per lettera a Don Rua il 5 aprile 1909 colui che n'era parte interessata, Monsignor Angelo Cattaneo, Vicario Apo-stolico nell'Honan meridionale e residente a Nau Jang-Fou. Nel 1861 era chierico nel seminario di Bergamo, quando Don Bosco vi andò a predicare gli esercizi. Pre-sentatosi a lui per fargli la sua confessione, tirò fuori uno scartafaccio, nel quale aveva scritto i suoi peccati, e cominciò a leggere. Ma Don Bosco glielo tolse di mano, lo gettò sul fuoco nella stufa e gli disse: - Te li conterò io i tuoi peccati. - Infatti glieli sfilò uno dopo l'altro, proprio come stavano scritti. " Si può immaginare, scrive Monsignore, quale fu la mia sgrpresa e commozione. Scoppiai in pianto di vero dolore e consolazione ".

Questo dono serviva a Don Bosco per richiamare alla memoria dei >giovani colpe dimenticate o volontariamente taciute. " Sono cose, depone Don Rua, che avvenivano con tanta frequenza, che mi riesce difficile a ricordare i nomi di tali giovani ". Ne menziona solo due con tutte le particolarità. Ma Don Bosco non faceva così soltanto coi giovani. Nel 1882 a Nizza Mare un signore cinquantenne uscì trasognato dalla camera di lui, nè seppe trattenersi dal narrare al Direttore Don Ronchail il caso occorsogli. Confessandosi dal Santo, si credeva di aver detto tutto; ma quegli al termine dell'accusa gli disse: - Scusi, signore. Di quel peccato com-messo a diciotto anni nelle tali e tali circostanze, si è forse dimenticato. - Il pec-cato era stato realmente commesso e non mai confessato.

Il grande confessore in un dato giorno della settimana si faceva alla sua volta umile penitente. Finché visse Don Cafasso, tutti potevano vederlo prostrarsi al suo confessionale nella chiesa di S. Francesco d'Assisi. Morto Don Cafasso, ogni mar-tedì mattino, dove Don Bosco confessava, compariva Don Giacomelli, già suo compagno di seminario e, aspettato che terminasse, ne prendeva il posto e alla pre-senza di alunni e superiori ne ascoltava la confessione. Fuori dell'Oratorio, venuto il suo giorno, si confessava, potendo, da qualche salesiano oppure .da altro sacer-dote. Ed era puntualissimo. Nel marzo del 1886 a Nizza Marittima la Regina del Wurtemberg, desiderosa di vederlo, ottenne la promessa di una sua visita, della quale gli fissò l'ora. Don Bosco, sbrigatosi dalle udienze, benché già in ritardo, avendo nell'uscire dalla sua stanza scorto D. Cerutti, membro del Consiglio supe-riore salesiano, lo chiamò dentro e, sapendo che avrebbe voluto confessarsi, gli disse: - Oh, la Regina del Wurtemberg può ancora aspettare un poco e intanto k, noi possiamo terminare le cose nostre. - Uditane quindi la confessione, lo pregò di ricevere la propria.

Dunque anche la forza dell'esempio contribuiva a tener vivo, fra quanti lo cir-condavano, l'amore al sacramento della penitenza e infondeva maggior confidenza verso il confessore che si confessava così sotto i loro occhi.

Fondata che fu la Società Salesiana, il fondatore le assegnò, secondo il costume, lo stemma e un motto. Il motto dice: Da mihi animas, cetera tolle. Queste parole vogliono significare che per guadagnare anime a Dio i soci debbono essere sempre disposti a sacrificare ogni altro interesse. Di ciò tutta la sua vita fu mirabile esempio. Ben poteva egli appropriarsi la dichiarazione di S. Paolo che, scrivendo ai Cristiani di Corinto, protestava di sentirsi pronto a dare p~ e anime non solo quanto aveva, ma anche tutto se stesso: impendam et superimpendar.

 

CAPO XXIX

LE FIGLIE DI MARIA AUSILIATRICE

Don Bosco, se avesse voluto dar retta alla sua inclinazione, non si sarebbe mai accinto all'apostolato delle fanciulle. Ve lo sospinsero da prima i reiterati consigli di uomini, il cui giudizio aveva gran peso per lui, e da ultimo lo confermò in quel divisamento la parola di Pio IX; poichè nel 1871 il Papa lo incoraggiò a fare per l'istruzione e l'educazione delle fanciulle quanto faceva a pro dei giova-netti. Tutto questo veniva a dire che egli doveva creare un'altra famiglia religiosa. Persuaso essere tale il volere di Dio, si mise risolutamente all'opera.

Le cose si svolsero in una maniera così impensata, da sembrare che una mano invisibile reggesse le fila degli avvenimenti. Viveva in un angolo del Monferrato, a Momese, comunello agricolo nel circondario di Acqui, un pio e ricco sacerdote, Don Antonio Pestarino, intento solo a fare del bene entro la cerchia ristretta de' suoi umili compaesani. E un bene che desiderava far loro si era di fondare un'isti-tuzione che gli sopravvivesse. Avendo avuto la sorte di conoscere Don Bosco du-rante un viaggio e di rivederlo nell'Oratorio, aspettava una sua visita per consigliarsi e decidere. Don Bosco capitò a Mornese nel corso dell'ultima delle sue gite autun-nali con i giovani, il 7 ottobre 1864. Stette là quattro giorni, ammirato per il suo zelo da tutta la popolazione, la quale ebbe sentore ch'egli fosse un santo. Fu dun-que concertato che si erigerebbe a Mornese un capace edificio da destinarsi a col-legio per fanciulli con scuole esterne.

Don Pestarino gli presentò allora un gruppo di otto zitelle, che, denominate Figlie di Maria Immacolata, conducevano vita esemplare sotto la sua direzione spi-rituale, formando con altre del paese una pia Unione detta delle Figlie di Maria Immacolata. Il Vescovo diocesano monsignor Contratto l'aveva approvata nel 1857. Quelle otto buone figliuole, non legate da voti si proponevano di attendere alla pratica della perfezione cristiana, osservando cas a perfetta, prestando ubbidienza al loro direttore spirituale e serbando povertà mediante il distacco dalle cose ter-rene. Si esercitavano pure in opere di carità, massime occupandosi di fanciulle trascurate dai genitori e coltivando nello spirito le grandicelle.' Oltre a questo, in una tranquilla casetta, dove si radunavano mattino e sera, avevano messo su una piccola sartoria, alla quale accorrevano per imparare il cucito ragazzine del paese; il che era un mezzo per curarne la formazione cristiana. Tenevano financo un rudimentale ospizio per bambine bisognose e una specie di oratorio festivo femminile. Spiccava fra tutte una contadinotta per nome Maria Mazzarello, che esercitava sulle compagne una superiorità morale, a cui esse s'inchinavano e di cui si valeva il direttore specialmente per il governo dell'Associazione. Contava allora ventisette anni. L'innocenza de' suoi costumi era nota a quanti la conoscevano. Nel tempo del colera l'avevano senz'altro battezzata suora di carità. Dimostrava mente aperta, spirito sereno, volontà ferma. Imparò tardi a leggere, più tardi a scrivere; non esi-stevano allora scuole pubbliche per giovinette. Nelle cose di Dio vedeva netto e pro-fondo. La sua vita interiore si nutriva di sacramenti, di orazione e di parola divina. Umile, mortificata e casta dava alle proprie azioni e relazioni un'impronta sopran-naturale di creatura privilegiata. Vedere e udire Don Bosco fu per lei nel 1864 un avvenimento, che le stampò nell'anima un'impressione indelebile.

Don Pestarino era quasi impaziente di dar principio alla costruzione del col-legio. Don Bosco gli mandò il salesiano Don Ghivarello, perché ne facesse il disegno e dirigesse i lavori. Nel giugno del 1865 se ne potè già collocare solennemente la prima pietra. La popolazione concorreva gratuitamente all'impresa con trasporto di materiali e con ore di lavoro. Il Vescovo aveva per questo dispensato dal riposo festivo. Nel dicembre del 1867 era ultimata la cappella, che Don Bosco andò a be-nedire. Egli tornò a Mornese nel 1869 e nel 1870. Ogni volta rivedeva le Figlie del-l'Immacolata, ascoltava tutto il bene che diceva di esse il loro direttore, ma non accennò mai a particolari sue intenzioni, sebbene pensasse già al modo di contentare coloro che lo sollecitavano alla fondazione di un collegio femminile; anzi non man-cano neppure indizi che sperasse di avere all'occorrenza dalla pia Unione il primo nucleo delle future sue religiose.

Intanto una circostanza provvidenziale accelerò gli eventi. Nel 1871, quando l'apertura del collegio si annunciava prossima, la Curia di Acqui, durando la va-canza della sede per la morte dell'Ordinario, si preoccupò dell'eventualità che il collegio di Don Bosco fosse per danneggiare il piccolo seminario diocesano; quindi, richiesta dell'approvazione canonica, non l'accordò.

Che fare dunque? Don Bosco non istette un momento in forse: decise di col-locare nell'edificio le Figlie dell'Immacolata, perchè vi facessero vita comune. Sa-rebbe stato questo un dar principio alla nuova istituzione, per la quale abbozzò un Regolamento, ricalcandolo sulle Regole dei Salesiani.

La sua decisione, manifestata confidenzialmente, turbò forte Don Pestarino, perchè questi temeva una reazione in paese. Non fu difficile tranquillare il pio sa-cerdote, che entrò tosto nelle vedute di Don Bosco; quanto al resto, fu stabilito di dar tempo al tempo senza propalare la notizia.

Nell'attesa una grave malattia colpì il Santo, che in mezzo alla èosternazione generale ondeggiò parecchio fra la vita e la morte. Erasi egli recato a visitare il col-legio aperto recentemente a Varazze ; ma il 7 dicembre lo assalse ivi una violenta eruzione migliarica, che fra letto e tettuccio lo costrinse a circa due mesi di ozio dagli affari.

Durante le alternative del male, sul principio di gennaio del 1872, Don Pe-starino con alcuni compaesani si recò a visitarlo, ed 'egli profittò della sua venuta per intendersi e cominciare. Quattro sole Figlie dell'Immacolata continuavano nel descritto tenore di vita, pronte all'ubbidienza e a qualunque sacrificio per il bene delle loro anime e per aiutare i loro simili. Don Bosco disse a Don Pestarino di radunarle con tutte le consorelle del paese e di invitarle a dare ognuna il proprio voto per costituire un capitolo, eleggendo Superiora e assistenti, secondo il Rego-lamento da lui preparato. Le sue istruzioni vennero eseguite: il 29 gennaio venti-sette di quelle giovani, riunitesi sotto la presidenza del Direttore e invocati i lumi dello Spirito Santo, dissero ognuna il nome di quelle che giudicavano atte ai vari uffici. Maria Mazzarello risultò eletta Superiora con voti ventuno. Riluttante alla carica e con la speranza di esserne esonerata, ottenne che la decisione fosse rimessa a Don Bosco; ma le altre consentirono solo a. patto che nel frattempo ella esercitasse l'ufficio di prima assistente col titolo di vicaria.

Finita la convalescenza, Don Bosco fece ritorno all'Oratorio. Era il tempo in cui dal 1865, dopo la festa di San Francesco di Sales, egli chiamava a raccolta i Di-rettori de' suoi collegi per udirli e per dar loro le sue direttive. Ognuno di essi gli riferiva sull'andamento della propria casa, sui frutti raccolti e sulle difficoltà incontrate. I singoli facevano tesoro dell'esperienza dei colleghi; tutti alla fine confortava la parola illuminata e incoraggiante del buon Padre. Orbene nel febbraio del 1872 partecipò all'annuale conferenza anche il Direttore delle Figlie dell'Im-macolata per esporre, d'intesa con Don Bosco, quanto era avvenuto a Mornese. I presenti intravvidero con meraviglia e con gioia che alcun che di nuovo e di grande si veniva maturando.- Era scoccata l'ora, perchè le cose prendessero il loro corso.

A Mornese, nella casetta fino allora abitata, la comunità, cresciuta di numero, stava molto a disagio. Il parroco, ignaro del disegno rimasto in sospeso, insinuò che la si sarebbe potuta provvisoriamente trasferire nel locale del collegio, di cui il divieto superiore impediva l'apertura. Don Pestarino respirò, sentendosi alleg-gerita la propria responsabilità di fronte al paese, e fece come chi afferra a volo una buona ispirazione; quindi nella vigilia del Coris Domini effettuò chetis-simamente il trasloco. I paesani non si arresero al fatto compiuto, ne nascosero il loro malumore; anzi minacciavano rappresaglie. Non si poteva certo esporre a odiosità l'autorità diocesana, dando in pascolo al grosso pubblico il vero mo-tivo del provvedimento. In ultimo però l'autorità del parroco, il prestigio di Don Pestarino e l'opinione di santità in cui si aveva Don Bosco, calmarono a poco a poco i bollenti spiriti, cosicchè il 5 agosto monsignor Sciandra, novello Vescovo di Acqui, assistito da Don Bosco, vi compie la cerimonia della prima vestizione religiosa. Quindici furono le vestite, undici delle quali emisero nel giorno stesso i voti triennali. In seguito non si chiamarono più Figlie dell'Immacolata; Don Bosco ne aveva cambiata la denominazione, chiamandole Figlie di Maria Ausi-liatrice.

Dall'Oratorio egli accudiva ai bisogni della neonata Congregazione con le at-tenzioni che una madre ha per la sua creatura. Si teneva in relazione assidua con Don Pestarino. Ogni tanto, interrompendo le molte sue faccende, si recava a Mor-nese per rendersi conto personalmente di tutto. Nel 1874, perchè vi fosse chi avesse maggior libertà di attendervi, nominò Don Cagliero suo vicario nella direzione ge-nerale delle religiose. Mancato ai vivi in maggio Don Pestarmo, mandò un Salesiano a prenderne il posto quale direttore particolare. Il 25 giugno scriveva ad una sua benefattrice: " Sono impegnato in questa opera e con l'aiuto del Signore ho fiducia di poterla portare ad uno stato regolare ".

Per avviarla a regolarità cominciò con indire l'elezione della Superiora. Tutti i voti si raccolsero sul nome di Maria Mazzarello. Morto poi nell'anno medesimo il direttore particolare, volle che Don Cagliero vi fissasse la sua residenza sino alla nomina del successore. Per tale ufficio si privò dell'aiuto di un giovane e valoroso sacerdote, Don Costamagna, che rispose pienamente alla sua aspettazione, impri-mendo alla casa il preciso carattere voluto dal Santo. Altri due passi verso la rego-larità furono nel 1876 la redazione definitiva delle Regole e l'approvazione vescovile dell'Istituto.

Nessuno al mondo immaginava allora quale grandiosa istituzione Don Bosco venisse silenziosamente organizzando là nell'ombra di un recinto segregato quasi dal consorzio civile; poiche a rimuoverne l'occhio indiscreto dei profani contri-buivano le difficoltà delle comunicazioni, essendo il luogo privo dei mezzi più indi-spensabili all'ordinario trasporto dei viandanti. Fra quelle mura benedette uno stuolo crescente di anime belle menava una vita di povertà, di pietà e di lavoro che non aveva nulla da invidiare ai chiostri della più rigida osservanza. La Madre Maz-zarello con l'efficacia dell'esempio infervorava educande, probandei e professe nella pratica di tutte le virtù cristiane e religiose, fedelissima sempre in eseguire ogni minimo cenno del santo fondatore. Il regime interno per altro si svolgeva sotto l'immediata autorità della Superiora.

Una prova tangibile che la Provvidenza divina vegliava su quel nido di colombe, si aveva nel fatto che sebbene mancassero cespiti d'entrata, pure non mancava mai il necessario. In altri Istituti vi erano almeno le doti delle postulanti; là invece le postulanti giungevano quasi sempre sprovviste di beni patrimoniali. Le si accetta-vano tuttavia e si tirava innanzi. Altre prove della divina assistenza erano il numero delle vocazioni e i progressi reali nel buono spirito. La bontà dello spirito appariva anche da un indizio eloquente. Entrandovi donzelle di famiglie agiate o nobili, que-ste, applicate agli studi, non si distinguevano in nulla dalle altre. Allorchè, e fu presto, le Suore cominciarono a sciamare in direzioni vicine, lontane e lontanissime, la parola d'ordine era di mantenere intatto dappertutto lo spirito di Mornese, ri-guardato allora e poi come l'ideale perenne dello spirito di tutta la Congregazione. Per questo poteva Don Bosco scrivere con paterna compiacenza a Don Cagliero nell'America il 13 ottobre 1876: " Le Figlie di Maria Ausiliatrice fanno assai bene dove vanno ".

Ma la casa di Mornese si faceva ognor più angusta e disagiata; perciò Don Bosco ne acquistò e riattò un'altra a Nizza Monferrato, dove trasferì le-Suore nel febbraio del 1879. Qui Maria Mazzarello, tutta chiusa nella sua umiltà, continuò a essere l'intima forza motrice in quel periodo di lento lavoro preparatorio, che doveva dare all'Opera la più solida delle basi. Venne tuttavia il momento, in cui le cose richiedevano, in colei che stava alla testa, anche non comuni attitudini naturali, e allora la missione della Mazzarpllo volgeva al termine. Dio infatti la chiamò al premio il 14 maggio 1881. Nei nove anni del suo governo le sue figlie erano salite a trecento e avevano case nell'Italia superiore, nella Francia e nella Repubblica Argentina. Oggi sono trenta volte di più.

Colse bene nel segno il Papa Pio XI, quando nel discorso sull'eroicità delle virtù di lei, die' lode a Don Bosco d'aver saputo scorgere nella sua figlia sotto il velo dell'umiltà che ne occultava i pregi, il " talento del governo ". Di natura piuttosto irritabile, si dominò fino a divenire la pazienza personificata; sfornita d'istruzione, godette la stima sincera anche delle Suore che avevano fatto o facevano studi; mo-destissima sempre, possedette in grado sovreminente l'arte di correggere, il segreto di conoscere le vocazioni e il dono di tranquillare gli spiriti. La chiave del suo straor-dinario successo la potremmo indicare applicando a lei quel parole, con cui la Scrittura riassume l'elogio del Re Giosafat: " Camminò per la via tracciatale dal padre senza mai piegare ne a destra ne a sinistra, facendo in tal modo ciò che tor-nava accetto al Signore ".

 

CAPO XRX

I COOPERATORI SALESIANI

Opera di Don Bosco è un grande albero con tre robusti rami. Due li cono-sciamo: la Società Salesiana e l'Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice. Il terzo apparve dopo sul tronco, ma durava già da lungo tempo il lavorio segreto dell'innesto: la pia Unione dei Cooperatori Salesiani. Di cooperazione Don Bosco non poteva non sentire continuo il bisogno fin da quando faticava a fondare e a dirigere l'Opera degli oratorii. Era solo. Per il di-simpegno degli svariati uffici si associò parecchi ecclesiastici e laici, che con l'azione personale o con la beneficenza lo sostenevano nell'impresa. Non esistette da prima una denominazione comprensiva per designarli, ma ognuno prendeva il nome del-l'ufficio esercitato; in seguito presero a chiamarsi tutti insieme promotori ed anche benefattori. S'andò avanti così per circa sedici anni. Nel 1858 i collaboratori di Don Bosco si divisero in due categorie. Gli uni, quelli che erano liberi di se e ne avevano la vocazione, si raccolsero con lui in vita comune, dimorando nell'Ora-torio; gli altri continuavano ad aiutare l'Opera, vivendo nelle proprie famiglie. I primi diedero poi origine alla Società Salesiana; i secondi, approvata che fu la So-cietà, cominciarono a distinguersi col titolo di Cooperatori Salesiani.

L'idea di stringere i vincoli che correvano fra i Cooperatori, in modo da for-mare un vero sodalizio laicale canonicamente riconosciuto e intimamente legato alla Società, prese corpo nel 1874, si concretò meglio nel 1875 e assunse forma definitiva nel 1876; ma, per quanto laicale, l'Unione non escludeva sacerdoti e religiosi.

Nel 1876 ne furono delineati per sempre lo scopo e la natura in un Regolamento qintitolato: Cooperatori Salesiani, ossia modo pratico per giovare al buon costume ed alla civile società.. Il " modo pratico "- doveva consistere nell` esercizio della carità verso il prossimo e specialmente verso la gioventù pericolante ". I mezzi proposti erano quattro:: promuovere la pietà cristiana nel popolo, favorire le vocazioni ecclesia-stiche, opporre la buona alla cattiva stampa, interessarsi in ogni guisa dei fanciulli pericolanti, e tutto questo in maniera conforme allo spirito della Società Salesiana. Nello svolgere tali attività i Còoperatori avevano il dovere di conservare una di-pendenza assoluta dai Superiori ecclesiastici.

Nel Regolamento non c'è parola di donne. Forsechè Don Bosco pensava di prescindere dalla cooperazione femminile? In un primo tempo aveva ben divisato di creare un'analoga associazione di donne, aggregandola alle Figlie di Maria Ausi-liatrice; ma quando presentò a Pio IX il programma dei Cooperatori, il Papa, visto che non si faceva motto di Cooperatrici, ne disapprovò l'esclusione. - Escludendo le donne, disse, vi priverete del più grande degli aiuti. - Don Bosco, docile alla voce del Vicario di Gesù Cristo, non appena ebbe assicurata l'esistenza dei Coope-ratori, aperse le porte anche alle Cooperatrici.

La pia Unione aveva ricevuto dal Sommo Pontefice la benedizione in un'udienza accordata a Don Bosco il 22 febbraio 1875. Questo atto lo incoraggiò a sollecitare l'approvazione dei Vescovi più vicini. Risposero i Vescovi di Albenga, Vigevano, Acqui, Alessandria, Tortona, Casale e l'Arcivescovo di Genova, non quello di Torino. Le sette commendatizie gli servirono quindi per ottenere dalla Santa Sede a pro dei Cooperatori alcune facoltà e alcuni favori spirituali. Il Breve del 30 luglio 1875, che largiva siffatte concessioni, equivalse a un primo riconoscimento generale. Ma Don Bosco non si arrestò a mezzo cammino; egli mirava all'approvazione for-male da parte della Santa Sede. Con questo scopo il 4 maggio 1876 umiliò al Santo Padre una seconda supplica, nella quale, prospettata l'indole dell'Associazione, lo pregava di concedere ai Salesiani e ai loro Cooperatori parecchie indulgenze. Subito in un secondo Breve del 9 maggio Pio IX concedette le chieste grazie, non più per il tramite del Superiore Generale, come la volta precedente, ma alla stessa " Società o Unione dei Cooperatori Salesiani ". Ecco dunque riconosciuta in forma non equivoca l'Associazione. Del resto già nel primo Breve si leggeva che i benefattori della Società Salesiana potevano essere considerati " non altrimenti che se fossero Terziari ". Allora Don Bosco aveva tanto in mano da poter intraprendere una propaganda su vasta scala, il che fece diffondendo un suo opuscoletto intitolato Cooperatori Salesiani. Dava in esso notizia dell'Associazione, della benedizione pontificia, delle facoltà e dei favori anzidetti, pubblicandone i relativi documenti. Ne curò anche la. traduzione in francese. L'Associazione si dilatò così in Italia e fuori.

Conviene qui dissipare un equivoco. Credettero non pochi che i Cooperatori Salesiani, fiancheggiando la Società Salesiana, a questa dovessero esclusivamente collegare l'attività loro. Niente di più falso, secondo la mente di Don Bosco. è loro cómpito invece coadiuvare la Chiesa, cioè i Vescovi e i parroci, con opere di bene-ficenza, catechismi, educazione di fanciulli poveri e cose simili, attenendosi allo spirito proprio della Società Salesiana; di modo che, sempre secondo il concetto di Don Bosco, soccorrere i Salesiani è spalleggiare una delle tante Istituzioni appar-tenenti alla Chiesa. D'altro lato è ben naturale che i Salesiani nelle loro necessità si rivolgano di preferenza ai Cooperatori. Don Bosco alludeva scherzevolmente all'ampia missione di questi, allorchè a un prevosto lombardo disse nel 1876 che i Cooperatori Salesiani sarebbero la massoneria cattolica per la loro propria santifi-cazione e per la propaganda d'ogni sorta di bene nelle famiglie e nella società. Oggi egli direbbe che essi rappresentano la collaborazione del laicato con la gerarchia ecclesiastica, nel senso inteso da Pio XI.

Don Bosco dedicò i due anni seguenti 1877 e '78 a consolidare internamente e a propagare per ogni dove l'Associazione.

Perno della solidità di un'istituzione è l'unità di spirito e di azione fra i suoi membri. Orbene un periodico mensile, il Bollettino Salesiano, fatto da lui uscire nell'agosto del.1877, mirava appunto a questo, a mantenere la massima identità di pensiero e la massima armonia' di opere nell'intento di raggiungere il fine comune. Lo spediva gratuitamente, come organo ufficiale, a tutti i Cooperatori. Redatto con semplicità e in tono quasi confidenziale, creò fra Cooperatori e Cooperatori e fra Salesiani e Cooperatori un'atmosfera di famiglia, che favorì grandemente l'accordo delle vedute.

Altro coefficente di stabilità doveva essere la buona intelligenza con l'autorità ecclesiastica. Senza di ciò nella Chiesa si fabbrica sull'arena. Ora per incuneare nelle varie diocesi un'organizzazione religiosa avente, come vedremo, una gerarchia pro-pria e per fissarvela in modo durevole, occorreva presentarvela in guisa che non solo la sua utilità, ma anche la sua legittimità fosse ben manifesta; tanto più che, nonostante l'ultimo Breve, sorsero gravi contrarietà nel luogo d'origine. Vi prov-vide il novello Pontefice Leone XIII, che il 16 marzo 1878 autorizzò Don Bosco ad annunziare che i Cooperatori Salesiani avevano avuto con la sua benedizione il suo encomio e il suo incoraggiamento e che egli permetteva di porre in capo al loro elenco il suo nome augusto.

Elemento efficace di consistenza era pure la coesione del sodalizio alla Società Salesiana. Questa saldatura Don Bosco l'aveva mandata ad effetto nel primo capi-tolo generale del 1877, quando l'assemblea legislativa da lui presieduta e inspirata incorporò lo statuto fondamentale dell'Associazione nel codice della Società, sic-chè quella divenne non solo di fatto, ma anche di diritto un'appartenenza di questa. A rafforzare il legame dovevano contribuire i vincoli morali. Ve ne furono di vario genere. Vincolo morale era l'osservanza della prescrizione regolamentare che dice: " Sul fine di ogni anno ai soci saran comunicate le opere che nel corso del-l'anno successivo sembrano doversi di preferenza promuovere ". Di qui ebbero origine le circolari che in gennaio il Rettor Maggiore indirizza ai Cooperatori. La prima è del 1879 e contiene anche uno sguardo retrospettivo all'operato dell'anno antecedente. Essa servì di norma per tutte le altre fino ai giorni nostri. Queste rela-zioni che d'anno in anno mettevano i Cooperatori al corrente delle cose salesiane, guadagnarono sempre maggiori simpatie a Don Bosco e alla sua Società.

Un'altra bella usanza valse ad accrescere tali simpatie, e fu il sapersi dai Coo-peratori che nella Società si facevano preghiere abbondanti per i consoci defunti. La pietà verso i trapassati veniva eccitata dal Bollettino sia con notizie biografie dei più ragguardevoli, sia con il necrologio di tutti gli altri. In terzo luogo, fra persone pie quali erano i Cooperatori, aveva gran forza di attrazione la ricchezza di favori spirituali, di cui essi potevano godere per partecipazione con i Salesiani. A mante-nerne vivo il ricordo, l'ultima pagina del Bollettino metteva loro sott'occhio la nota cronologica delle indulgenze speciali che essi potevano lucrare nel mese in corso.

Di non poco effetto sulla compagine tornavano infine le attenzioni, che Don Bosco sapeva usare a tempo opportuno. Di passaggio in un luogo, non mancava di visitare i Cooperatori più ragguardevoli e, potendo, radunava tutti quelli dei dintorni e conferiva con loro. Nelle ricorrenze di feste e di onomastici e in occasione di lieti eventi, mandava lettere di augurio o di congratulazione, che si ricevevano con grato animo. Pervenendogli offerte, ringraziava sempre cordialmente per iscritto. In molte circostanze, sapendo di fare cosa accetta, dimostrava la propria riconoscenza ado-perandosi per ottenere distinzioni onorifiche dal Governo o dalla Santa Sede. In una specie di testamento spirituale a' suoi Salesiani, scritto nel settembre del 1884, inserì una serie di letterine italiane e francesi per Cooperatori e Cooperatrici fra i più insigni, con ordine al suo successore di spedirle dopo la sua morte ai destina-tari. In esse li ringraziava con termini di devota tenerezza. Avvenuta poi la sua di-partita, si trovò fra le sue carte una lunga e affettuosissima lettera per tutti i Coope-ratori, ai quali rendeva grazie e raccomandava il suo successore, terminando così: " Sebbene stanco e sfinito di forze io non lascerei di parlarvi e raccomandarvi i miei fanciulli che sto per abbandonare, ma pur debbo far punto e deporre la penna. Addio, miei cari Benefattori, Cooperatori Salesiani e Cooperatrici, addio. Molti di voi non ho potuto conoscere di persona in questa vita, ma non importa: nell'altro mondo ci conosceremo tutti, e in eterno ci rallegreremo insieme del bene che colla grazia di Dio abbiamo fatto in questa terra, specialmente a vantaggio della povera gioventù ".

Mentre attendeva all'assodamento, non perdeva di vista la diffusione. Per acqui-stare nuovi adepti il più delle volte non aspettava che se ne facessero le domande; ma, sol che non temesse ripulse da parte di bravi laici o di ecclesiastici, noti a lui anche semplicemente di nome, spediva loro senz'altro il diploma di aggregazione insieme con il programma. Tale diploma, recante la sua firma autografa, era così formulato: " Il sottoscritto offre rispettosamente il diploma di Cooperatore Sale-siano al... e lo prega a volerlo gradire. Se persone di sua conoscenza desiderassero di partecipare agli stessi favori spirituali, non ha che a notificarle, e loro verrà tosto spedito ".

Per questo sapeva profittare di qualsiasi occasione. Era sua amabile consuetu-dine, vendemmiando l'uva dalle viti che stendevano i loro pampini sulle finestre delle sue camerette, mandare in omaggio i grappoli migliori a personalità torinesi, con loro sommo gradimento. Orbene nel 1876, inviando da Roma a Don Rua una nota di ventitrè signori e signore a cui portare il solito dono autunnale, gl'in-giunse di accompagnarlo con il " libretto dei Cooperatori ". Ne' suoi viaggi poi per l'Italia e per la Francia, a quanti gli apparivano ben disposti, porgeva infallantemente l'invito a lasciarsi inscrivere.

Un altro mezzo di diffusione efficacissimo furono le due conferenze annue pre-scritte dal Regolamento per S. Francesco di Sales e per Maria Ausiliatrice. Tali convegni si prestavano da sé alla propaganda, sia perchè ne era libero l'ingresso a quanti volessero assistervi, sia perché dopo ne dava particolareggiate notizie la stampa, sia ancora perchè talvolta offrivano occasione a distribuire pubblicazioncelle che poi andavano per le mani di molti, diffondendo la conoscenza dell'opera. Di siffatte conferenze Don Bosco diede nel 1878 l'esempio e l'intonazione a Roma e a To-rino. Chiarita l'idea del Cooperatore salesiano, egli passò a fare comunicazioni di cose attuate e di cose da attuare, con qualche speciale riguardo alle peculiarità del luogo dove parlava.

Essendo quella di Roma la prima di tali conferenze, egli vi premise un'ade-guata preparazione. Scelse anzitutto una chiesa carissima all'aristocrazia romana, presso le nobili Oblate di Tor de' Specchi. Si assicurò l'intervento di signori e si-gnore, di prelati e di altri ecclesiastici in buon numero. Ottenne che vi andasse a presiedere il Cardinale Vicario Monaco La Valletta, al quale si unì l'eminentissimo Sbarretti; diramò un invito a stampa con alcune note illustrative. La presenza del Vicario del Papa conferì all'adunanza non solo un lustro notevole, ma anche un'autorità di cui si aveva bisogno per vincere ostacoli torinesi e quindi poter tenere a Valdocco una seconda riunione simile. Dopo il 1878 convocazioni dello stesso ge-nere si moltiplicarono sempre più; dovunque vi fosse un nucleo di Cooperatori intorno a un capo, questi venivano chiamati così periodicamente' a raccolta.

C'erano infatti dei capi nell'Associazione. Da buon organizzatore, Don Bosco, accrescendo nel numero i Cooperatori, pensò pure a ordinarne le schiere, raggrup-pandoli intorno a dirigenti locali, che assistessero gli associati e fossero come i fidu-ciari del Rettor Maggiore, dal quale tutti dipendevano. Perciò nei paesi e nelle città, dove non esistevano Case salesiane, non appena i membri giungessero alla decina, Don Bosco volle che avessero un soprastante col titolo di decurione e questi fosse un ecclesiastico o eccezionalmente anche un laico esemplare; la nomina si doveva fare d'accordo col parroco. Ove poi abbondassero le decurie, che naturalmente pote-vano essere formate da più di dieci membri, egli vi preponeva un direttore dioce-sano, che fosse di preferenza un canonico delegato dal Vescovo. Tali perdurano tuttora i quadri della mondiale organizzazione.

Sta bene che torniamo un istante alle origini. Prima che i Cooperatori fossero legioni, pochi e scelti furono coloro che ne costituirono quasi lo stato maggiore. Appartenevano essi alla nobiltà e alla borghesia torinese. Come riuscì Don Bosco a cattivarsi tanta benevolenza nell'alta società? Allorchè venne alla capitale, egli era homo novus in tutto il senso della parola; eppure dopo brevissimo tempo aveva le porte aperte nella maggior parte delle primarie famiglie. Da principio buone re-lazioni gli furono procurate da Don Cafasso, il consigliere preferito negli ambienti più elevati, dove la fede era domestica tradizione. Ma soprattutto Don Bosco si acquistò preziose amicizie a S. Ignazio.

S. Ignazio è un santuario sopra Lanzo, adibito in estate all'opera degli esercizi spirituali chiusi. Ogni anno un corso speciale era per laici, non solamente di Torino, ma anche di altre città piemontesi. Don Cafasso vi si trovava sempre. Vedendo come per simile gente ci volesse un po' di vita, nell'estate del 1842 vi condusse Don Bo-sco e ve lo ricondusse poi ogni altra volta, facendogli affidare la direzione degli esercitandi. Morto il maestro, il discepolo continuò a recarvisi fino' al 1870, sem-prechè non ne fosse impedito dalle circostanze. Non vi predicò mai. Presiedeva nel refettorio comune e nella chiesa. Durante le ricreazioni rallegrava tutti con le sue geniali trovate, gettando intanto le reti: i pesci più grossi ordinariamente erano suoi. Col crescere della sua riputazione egli diventò il confessore di gran parte dei convenuti. Un tal signore Spinardi, testimonio oculare, scrisse: " Don Bosco era il nostro Lumen Christi ".

E Dio gli dava realmente lumi eccezionali. Nel 1858, per esempio, la sera del-

l'ultimo giorno, guidando le preghiere comuni, incespicò a mezzo del De profundis e per qualche istante non seppe proseguire. Vedeva spiccarsi dall'altare maggiore due fiammelle, muoversi entrambe verso il fondo e fermarsi sopra due dei pre-senti. Nella luce di una si leggeva morte, in quella dell'altra apostasia. Al riverbero egli distinse chiaramente le fisionomie dei due individui. Non finì l'anno che il primo dei designati, un nobile barone, morì, e il secondo, ricco negoziante, passò al pro-testantesimo. Nel ritorno Don Bosco aveva confidato il fatto e i nomi al salesiano Don Francesia, punto, come altri degli esercitandi, dalla curiosità di conoscere il perchè di quella sua misteriosa amnesia nel recitare il salmo dei defunti.

Testimonianze concordi esaltano il bene da lui operato in quei sacri ritiri, non-ehè l'ammirazione devota e affettuosa che ve lo circondava. Intanto ogni volta vi faceva nuove conoscenze, che non si esaurivano nella convivenza di dieci giorni, ma lasciavano durevoli ricordi in tutti, sicchè, quando lanciò il programma dei Cooperatori, aveva già pronta una bella clientela.

Nell'esercito dei Cooperatori emergevano sulla massa persone molto distinte, che si segnalavano per la loro generosità nell'aiutarlo. Quanti e quante largheggia-vano con lui in modo da sembrare che stimassero di esserne i beneficati e non i benefattori i Se lo spazio lo permettesse, meriterebbero qui ognuna il proprio me-daglione quelle ammirabili Cooperatrici, nobili e facoltose dame d'Italia, di Francia e di Spagna, che egli amava salutare col nome di mamme e che mostravano di gradire tale appellazione usando con lui tratti veramente materni.

Nell'ultimo scorcio della sua 'vita uno dei pensieri dominanti di Don Bosco era di attirare alla pia Unione il maggior numero possibile di autorevoli personaggi. Ancora nel maggio del 1886 fece spedire a tutti i Vescovi d'Italia, che già non l'aves-sero, il diploma di Cooperatori, accompagnandolo con la collezione intera del Bol-lettino Salesiano. Parve quasi l'estremo suo saluto all'Episcopato italiano, per il quale in momenti critici erasi cotanto adoperato e al quale voleva che la Società stesse indissolubilmente unita. I sacri Pastori ringraziavano, si raccomandavano alle sue preghiere e spesso facevano voti che i suoi figli andassero a lavorare nelle loro diocesi.

Quand'egli salì a ricevere il premio delle sue fatiche, lasciò in eredità al suc-cessore numerosa e compatta la provvidenziale organizzazione. Questa compattezza si rivelò allora nel plebiscito universale di devozione verso il nuovo Rettor Mag-giore. Le parole usate nella luttuosa circostanza da uno dei più cospicui Coope-ratori, il Conte Carlo De Maistre, a nome suo e della famiglia, rispecchiano il sen-timento d'infiniti altri. " Io ripongo in Lei, scriveva a Don Rua, tutto il riverente affetto che noi portavamo al suo Padre. Noi lo riguardavamo volentieri anche come padre nostro! Nella nostra vita non c'era gioia, preoccupazione o tristezza che non la comunicassimo a lui. Faremo lo stesso con Lei ".

Don Rua, che aveva visto con i propri occhi il sorgere e il progredire dell'isti-tuzione, espose con molta competenza nei processi quali fossero stati gli intendi-menti del fondatore nel crearla, crescerla e inquadrarla. Tre cose disse aver egli avute di mira: soddisfare a un dovere di riconoscenza verso i benefattori delle sue opere, procurando loro la partecipazione a tutti i vantaggi spirituali della Società Salesiana; animare tutti alla perseveranza nel beneficare le sue opere e procurare sempre nuovi benefattori; unire i suoi benefattori e le sue benefattrici, costituendoli come tanti ausiliari del proprio parroco e per mezzo di lui ausiliari del proprio Vescovo e quindi altrettanti figli devoti al Capo supremo della Chiesa. Il triplice scopo fu raggiunto, come il fatto luminosamente lo dimostra. è davvero un grosso esercito che spiana in ogni plaga le vie alla Società Salesiana, ne sostiene l'azione, ne piglia le difese affermandosi in pari tempo dovunque come un valido propulsore di opere buone.

 

CAPO XXXI

L'OPERA DELLE VOCAZIONI TARDIVE

Zelo sacerdotale e superne illustrazioni determinarono Don Bosco nel 1875 a imprendere la creazione e l'organizzazione di un'Opera avente per iscopo di colmare i vuoti prodotti nelle file del clero dalle condizioni dei tempi: l'Opera di Maria Ausiliatrice per le vocazioni ecclesiastiche degli adulti.

Dare preti alla Chiesa era stato sempre uno de' suoi ideali. Semplice studente di ginnasio, non aveva avviato al sacerdozio il sagrestano chierese? Un cumulo di cause congiurava da trent'anni a diradare il numero degli aspiranti alla vita sacer-dotale: aberrazioni politiche, laicismo scolastico, sfrenatezza di stampa, vilipendio della Chiesa e de' suoi ministri, disagio economico del clero, leva militare dei chie-rici erano le principali. Per giunta la soppressione dei conventi aveva tolto di mezzo l'ausilio dei sacerdoti regolari, e la chiusura dei seminari metteva tanti Vescovi nell'impossibilità di reclutare alunni del santuario. Nessuna meraviglia dunque se le vocazioni ecclesiastiche diminuivano in misura allarmante.

Per ovviare a sì funesta iattura Don Bosco non la perdonava a sacrifici. Dalle sue escursioni apostoliche tornava ordinariamente conducendo all'Oratorio qualche povero giovanetto di belle speranze per la Chiesa; si raccomandava parimente ad amici che gli mandassero buoni fanciulli, i quali dessero segno di essere chiamati allo stato ecclesiastico. Così avvenne che, al riaprirsi dei seminari, i suoi alunni ne ripopolarono parecchi. Nel 1865 il seminario maggiore di Torino su quarantasei chierici ne contava trentotto venuti da Valdocco e nel 1873 centoventi su cento-cinquanta. In quello di Casale Monferrato nel 1870 su quaranta chierici trentottó erano usciti da collegi salesiani, donde provenivano pure nella diocesi di Asti due terzi dei parroci. Non pochi chierici Don Bosco diede anche ad altre diocesi su-balpine e liguri, non che a Milano. Tutto questo però, molto in se, era troppo infe-riore al bisogno. Egli vedeva che la scarsità dei preti avrebbe portato la desolazione nella vigna del Signore; perciò andava escogitando qualche mezzo insolito per ri-mediare al male.

Or ecco che un'esperienza fatta parve schiudergli un nuovo orizzonte. Avendo ammesso a frequentare le classi del ginnasio alcuni individui già avanzati in età, constatava in essi seria applicazione, fervida pietà e buoni indizi di perseveranza. Gli balenò allora l'idea di raccogliere giovani adulti ben dotati, dar loro un regime speciale e prepararli ad ascendere prestamente l'altare; solo gli rimaneva da studiare in che modo pratico attuare il suo disegno.

Mentre ruminava fra se e sè questi pensieri, gli accadde cosa che lo spronò al-l'impresa. Sul principio di gennaio del 1875, un sabato sera, stando a confessare nell'antisagrestia della chiesa di Maria Ausiliatrice, alla vista di quei buoni giovani pensava quanto urgesse` che molti di essi divenissero preti. - Ma, si domandava, chi sa quanti non riusciranno e chi sa quanto tempo ancora ci vorrà perchè i perse-veranti riescano? Eppure il bisogno della Chiesa è pressante. - Allora, pur conti-nuando ad ascoltare le confessioni, gli parve di essere nella sua camera a consultare il registro di tutti i giovani presenti nell'Oratorio e che alle spalle una voce improv-visamente gli dicesse: - Osserva bene nei registri e vedrai il da farsi. - Prese a scorrere i nomi, ma non vedeva nulla di speciale. Domandandosi se sognasse o fosse desto, balzò in piedi per iscoprire chi gli avesse parlato. 1 giovani, credendo che gli venisse male, si levarono anch'essi in piedi per sorreggerlo; ma egli rassicu-ratili si rimise a confessare.

Salito poi in camera, trovò realmente il registro sul tavolino. Vi cercò in lungo e in largo, e se ne fece portare altri degli anni antecedenti, ma senza cavarne alcun costrutto. Però un'osservazione gli venne fuori da quell'indagine: degli aspiranti al sacerdozio, se giovani, appena quindici su cento, cioè neppure due su dodici, arrivavano a vestire l'abito chiericale, e se adulti, vi arrivavano otto su dieci e in più breve tempo. Questa constatazione gli aperse gli occhi. - L'e-sito di costoro, disse, è dunque assai più sicuro e più sollecito. Bisogna che me ne occupi.

Da quell'istante il disegno di fondare case, nelle quali giovanotti già maturi e chiamati al sacerdozio avessero un corso di studi accelerato e adatto a loro,, non lo abbandonò più. Ecco donde germogliò in lui il proposito d'istituire l'Opera di Maria Ausiliatrice o dei Figli di Maria. Opera la chiamò, non collegio o istituto, per-che, prevedendo che il massimo contingente gli sarebbe venuto da famiglie disagiate, occorreva assicurare l'istituzione con l'appoggiarla a un'associazione, i cui membri si obbligassero a contribuire per il mantenimento e per le altre spese. Recatosi quindi nel mese di febbraio a Roma, espose al Papa il suo piano. Pio IX, parlatone a lungo, gli manifestò infine il suo desiderio di commendare ufficialmente l'Opera; solo gli disse di farla prima conoscere ad alcuni Vescovi per ottenerne l'approvazione; di qui poi egli avrebbe preso motivo a encomiarla.

Il Papa desiderò anche sapere in che modo gli fosse venuto in mente quel pensiero. Don Bosco tutto gli espose, compresa la narrata distrazione, come egli la chiamava. Pio IX gl'impose di ripetere lo stesso racconto ai Superiori della So-cietà, ed egli, tornato a Torino, obbedì. Poi stese senza indugio un Regolamento, che spedì manoscritto ad un certo' numero di Vescovi. Ne ricevette dodici com-mendatizie.

Prima nondimeno che tutte le commendatizie giungessero, Don Bosco, per accreditare l'Opera, interessò il Cardinale Berardi e Monsignor Vitelleschi, Segre-tario della Congregazione dei Vescovi e Regolari, perchè gli ottenessero su di essa una benedizione speciale dal Santo Padre. La benedizione fu concessa " col massimo piacere e di tutto cuore ", del che ebbe comunicazione pure cordiale da entrambi i Prelati. Fu tale anticipazione un atto di avvedutezza. Egli aveva subodorato serie contrarietà; se non avesse fatto così, nella commozione degli animi seguìtane a Corino poco dopo, Roma non avrebbe più potuto dare tanto presto quel prezioso attestato.

Col passaporto firmato dai dodici Vescovi egli si credette autorizzato a far stam-pare il Regolamento con tutti gli annessi e connessi. Mandato dunque l'originale alla Curia torinese per la revisione e per il nullaosta, gli si ordinò di sospendere. Intanto ai Vescovi delle province ecclesiastiche di Torino, di Vercelli e di Genova fu diramata una circolare, con cui erano pregati di sottoscrivere una protesta da inviare alla Santa Sede contro l'Opera. Si temeva da taluno che ne dovesse derivare la rovina dei piccoli seminari. Le principali ragioni addotte erano due, che cioè Don Bosco, pur fissando la pensione a lire ventiquattro mensili, avrebbe ricevuto allievi anche con minore retta e forse gratuitamente, e che pur dicendo di accettare soltanto individui dai sedici ai trent'anni, ne avrebbe poi accettati anche più gio-vani; donde una concorrenza, alla quale i seminari non avrebbero potuto far fronte. Da Torino e da Ivrea partirono inoltre per Roma energiche rimostranze, indirizzate al Cardinale Bizzarri, Prefetto della Congregazione dei Vescovi e Regolari, a fine di scongiurare il paventato pericolo. Dopo Bosco seppe tutto, anzi conobbe il tenore preciso tanto di quella protesta che di queste rimostranze; ma senza perdere la sua calma fece seguire le proprie difese, formulate con molta dignità e moderazione. Poi, forte dell'incoraggiamento pontificio e volendo che per l'imminente anno scolastico il Regolamento fosse stampato e vista l'impossibilità di farlo stampare a Torino, se la intese con mon. signor Manacorda, Vescovo di Fossano. Un analogo divieto gli aveva già con. sigliato il medesimo espediente per l'opuscolo sui Cooperatori Salesiani; que-sto infatti uscì da una tipografia di Albenga col beneplacito di quell'autorità ec-clesiastica.

Il primo esperimento regolare si sarebbe dovuto compiere all'Oratorio in un locale adiacente alla chiesa di Maria Ausiliatrice dal lato sinistro; ma Don Bosco, per non suscitare un vespaio, accordatosi con l'Arcivescovo di Genova, inaugurò l'Opera a Sampierdarena, dov'era già il suo ospizio di San Vincenzo de' Paoli. Sem-pre amico della pace, egli agì in questo alla luce del sole; poichè comunicò rispetto-samente al suo Ordinario la presa decisione scrivendogli il 29 settembre: " Affine di non cagionare ne dispiaceri ne disturbi a Vostra Ecc.za Rev.ma ho cominciato in altra diocesi l'Opera di Maria Ausiliatrice ". Poi gli chiedeva licenza di diffonderne i programmi nell'Archidiocesi, protestando che non l'avrebbe fatto, se non quando ne avesse avuto il debito permesso; onde lo pregava di volergli concedere tale favore. Ma il permesso non venne.

Sull'aprirsi dell'anno scolastico 1875-76, benchè la sede ufficiale dell'Opera fosse a Sampierdarena, tuttavia Don Bosco ritenne ancora alcuni di quei giovanotti nel-l'Oratorio mescolati, come prima, coi ragazzi delle tre prime classi. Ma nel mese di marzo, scelti i più attempati della seconda e della terza, ne formò una sezione a parte con un programma speciale a base di italiano e di latino, e questo nell'intento di accelerare per essi la fine del corso e prepararli alla vestizione chiericale del prossimo novembre. Quella classe straordinaria fu denominata scuola di fuoco per l'ardore e la celerità con cui vi si divorava la via.

Le novità generano diffidenze. Nell'Oratorio stesso non tutti la pensavano come Don Bosco sul conto dei Figli di Maria. Scarsa fiducia nutrivano taluni circa la buona riuscita di soggetti, che venivano dalla caserma od erano spesso rozzi operai e con-tadini. Don Bosco non soleva dire tutto a tutti, ne tutto a un tratto, ma a seconda delle convenienze e in quanto sperava di essere bene inteso. Chi aveva l'abitudine di rimettersi a lui, badava a fare com'egli voleva nella sicura certezza che fosse per il meglio; altri invece trovavano a ridire. Ma egli tirava innanzi. Certo era difficile allora prevedere quanti e quali figliuoli di Abramo il suo zelo avrebbe saputo cavare fino da selci, secondo la frase evangelica.

Intanto, affinchè quegli eccezionali studenti fossero meglio aiutati e governati, Don Bosco ne affidò la direzione a un'anima santa. Era venuto nell'Oratorio Don Guanella per apprendere da lui la maniera di dar vita a un'opera, che vagamente si proponeva di fondare a Cremona, sua patria, e che poi fondò e propagò larga-mente, denominandola dei Servi della Carità. Rimase egli quattro anni all'obbe-dienza del Santo. Accettò dunque di buon grado l'oneroso incarico, disimpegnandolo con diligenza e con frutto.

Don Bosco aveva sempre l'occhio a Roma. Volendo animare le caritatevoli persone che a tenore del programma cooperavano con lui nell'impresa, umiliò al Papa una supplica, nella quale chiedeva per loro alcune speciali indulgenze. Da Roma gli venne un Breve amplissimo, che avrebbe dovuto seppellire per sempre qualsiasi opposizione esterna; ma purtroppo non fu così. Don Bosco però si sgomen-tava così poco, che il 13 ottobre scriveva a Don Cagliero : " A Nizza Marittima abbiamo comperato uno stupendo edifizio, dove potremo accogliere cento artigiani con altrettanti Figli di Maria ".

E veramente i risultati del 1876 non potevano essere più incoraggianti. Cento erano in tutto gli allievi, dei quali trentacinque avevano compiuto il corso gin-nasiale accelerato, cioè di tre anni. Dati gli esami, otto aspiravano allo stato reli-gioso e sei alle Missioni estere, mentre ventuno passarono ai rispettivi seminari diocesani.

Il sogno di Don Bosco era di poter destinare ai Figli di Maria una casa esclu-sivamente per loro, situata non lungi dall'Oratorio; ma il suo desiderio non fu tra-dotto in realtà se non nel 1883, quando venne preconizzato Arcivescovo di Torino il Cardinale Alimonda. Nell'ottobre di quell'anno acquistò a Mathi Torinese un'edi-ficio, nel quale concentrò i Figli di Maria sotto la direzione di Don Filippo Rinaldi già Figlio di Maria lui stesso a Sampierdarena e nei disegni della Provvidenza desti-nato a essere terzo successore del Santo. Quivi però il locale si manifestò subito troppo ristretto per il gran numero delle domande. Perciò nel novembre del 1884, essendo pronto il grandioso fabbricato eretto accanto alla nuova chiesa di S. Gio-vanni Evangelista in Torino, Don Bosco volle che là fosse stabilita la sede centrale dell'Opera; con il che si avvantaggiarono la chiesa per il servizio del culto e l'ora-torio festivo per l'assistenza dei ragazzi e per i catechismi.

Don Bosco godeva finalmente di avere vicina a sè un'Opera, che tanto gli era costata e da cui tanto si riprometteva; quindi nel primo anno scolastico vi si recava con certa frequenza, osservando come s'incamminassero le cose e scendendo talora anche a visitare la cucina; quando poi non gli fu possibile andarvi, chiamava all'Oratorio il Direttore sia per essere da lui informato di tutto sia per impartirgli norme opportune. Di queste norme una fu che per le accettazioni la retta non con-tava nulla, quando si avessero buone informazioni.

A S. Giovanni l'Opera visse la sua età dell'oro; ne uscirono infatti sacerdoti numerosi ed eletti, i quali nel clero tanto secolare che regolare fecero onore all'isti-tuzione. Nel 1915 l'insigne storico gesuita padre Grisar, trattando delle Missioni dei Salesiani in una rivista missionaria tedesca, fece un rilievo assai notevole, che, mentre torna a gran lode dell'Opera, reca una splendida conferma circa l'avvera-mento delle speranze da Don Bosco in quella riposte. " I Figli di Maria, scriveva egli, sono per le Missioni Salesiane apprezzabili operai, perchè di solito dànno ad esse giovani robusti, indurati alla fatica, i quali per seguire la loro vocazione do-vettero già sostenere, la maggior parte, gravi sacrifici ". In seguito tali vivai di vo-cazioni tardive sorsero anche fuori degli ambienti salesiani tanto in Italia che all'estero.

 

CAPO XXXII

MISSIONI ESTERE SALESIANE

Missioni Salesiane, vivente Don Bosco, vogliono dire Patagonia e Terra del Fuoco. Chi pensava allora ai miseri abitatori di quelle estreme plaghe dell'America meridionale? I geografi ne avevano una nozione superficialissima. I Governi argen-tino e cileno si curavano tanto poco degli Indi, che li escludevano dai loro censi-menti, come se non esistessero. Perfino a Roma eminenti Prelati giudicavano utopie i disegni di Don Bosco, e taluno disse che egli voleva mandar a evangelizzare le erbe della Pampa. Don Bosco invece, assiduo lettore degli Annali della Propagazione della Fede, sapeva da gran tempo, forse fino dal 1848, che colà vivevano popolazioni sel-vagge, a cui non risplendeva ancora la luce del Vangelo. Nelle sue grandi aspira-zioni missionarie affrettava col cuore il giorno, in cui avrebbe potuto inviarvi ban-ditori della divina parola, quando ebbe un sogno che molto lo impressionò. Fra il '71 e il '72 gli parve di vedere turbe di esseri umani che percorrevano senza posa un'immensa regione incolta e sconosciuta, chiusa a grandissima distanza da una catena di scabrose montagne; vide pure Missionari salesiani che si avvicinavano loro e n'erano bene accolti. Di quei selvaggi gli uni apparivano quasi nudi, d'alta statura, d'aspetto feroce, dai volti abbronzati o nerognoli, con ispide chiome e armati di lunghe lance; altri indossavano larghi mantelli e stringevano nel pugno fionde. I primi erano indi della Patagonia e i secondi gauchos con i loro ponchos e i loro lazos. Ma lì per lì Don Bosco ignorò chi fossero; onde almanaccava per sa-perlo, moltiplicando senza pro le ricerche.

Finalmente alcuni anni dopo la Provvidenza per vie inopinate gli svelò l'arcano. Nel 1874 il signor Gazzolo, console argentino a Savona, che aveva interessi a Buenos Aires e s'interessava degl'Italiani emigrati in quella capitale, fece conoscere Don Bosco e la sua Opera al suo amico Don Ceccarelli, parroco di S. Nicolàs de los Arroyos, ed all'Arcivescovo Monsignor Aneyros, mostrando loro la convenienza di trapiantare laggiù l'istituzione del prete torinese. L'effetto fu immediato. Per-vennero al Santo due lettere, in una delle quali l'Arcivescovo lo pregava di man-dargli alcuni de' suoi a prendersi cura dei figli d'Italiani assai numerosi nella me-tropoli, e nell'altra il parroco a nome delle autorità locali lo invitava ad assumere la direzione di un collegio testè edificato. Egli rispose subito che in massima accet-tava, previa naturalmente l'approvazione della Santa Sede.

Aderendo alle proposte così come gli erano fatte, Don Bosco non intese di circoscrivere l'azione dei Salesiani fra le genti civili, ma considerava quelle fon-dazioni come due teste di ponte per arrivare ai selvaggi. Intanto s'accinse a studiare la geografia del paese in pubblicazioni francesi. Benchè queste fossero ancora assai deficienti, pure scoperse che la regione e la popolazione del sogno erano proprio là nella Patagonia. Tale scoperta lo riempì di consolazione.

Come dunque fu assicurato che in America non si movevano difficoltà alle condizioni da lui poste, volle dare con grande apparato la notizia del prossimo avvenimento. Fatti radunare nella grande sala di studio tutti quelli della casa, vi si presentò circondato dai primari Superiori della Società e avendo alla sua destra il console argentino. Regnava là entro la più intensa curiosità e aspettazione. Con il suo dire calmo, colorito e a volte quasi ispirato, espose quanto era corso fra lui e l'Argentina e quali fossero le sue intenzioni presenti e future. Chi non ne raccolse l'eco lontana dalle labbra di vecchi testimoni, stenta oggi a farsi un'idea dell'esplo-sione di entusiasmo sprigionatosi dai petti all'udire che fra breve dall'Oratorio sarebbero partiti Missionari per la Patagonia. I Salesiani anelavano di essere del bel numero; nell'animo dei giovani grandeggiò oltre ogni dire il concetto che già avevano di Don Bosco e della sua Opera e in moltissimi di loro si svilupparono germi di vocazione.

Don Bosco il 14 febbraio 1875 partì per Roma. Gli toccò far prova di de-strezza per vincere diffidenze non solo quanto alla possibilità dell'impresa in se, ma anche riguardo alla capacità sua di affrontarla. Da ultimo ebbe vittoria completa, coronata dal beneplacito pontificio. Di là, pieno di gioia, scriveva al Direttore del collegio di Valsalice: " Mio caro D. Dalmazzo, messis multa, messis multa! Di' ai tuoi allievi che si facciano tutti santi e valenti Missionari, ma tali che uno valga per cento ".

Cominciò quindi per Don Bosco un lavorìo nuovo, aggiunto a tutto il rima-nente: predisporre a Buenos Aires le cose in modo che i suoi figli non vi capitassero come stranieri fra stranieri, ma vi giungessero come amici fra amici; prevedere e provvedere quanto potrebbe loro occorrere, allorchè si trovassero isolati e così lungi dalla casa patema; ottenere da Roma grazie e privilegi indispensabili nella nuova condizione di vita; interessare il Governo italiano; muovere alla ricerca dei mezzi pecuniari, battendo a tutte le porte; scegliere, preparare e sostituire i soggetti da inviare. A capitanare la spedizione destinò Don Cagliero con il mandato di col-locare convenientemente i Confratelli, fermarsi il tempo necessario per l'avviamento delle opere e poi fare ritorno a Torino. Le opere erano due: l'Assistenza degli Ita-liani in Buenos Aires con l'amministrazione della loro chiesa nazionale di Maria Mater Misericordiae, titolo derivatole dal Santuario omonimo di Savona, e il già accennato Collegio a San Nicolàs de los Arroyos, grosso comune poco distante dalla capitale. Don Cagliero avrebbe posto la sua residenza nella città e Don Fagnano avrebbe assunto la direzione del collegio. Si preparavano a partire con loro altri quattro preti e altrettanti coadiutori.

Avvicinandosi la data della partenza, Don Bosco li mandò a ricevere la bene-dizione dal Vicario di Gesù Cristo. Di quella visita è memoria in un Breve pontificio del 17 novembre, nel quale si leggono queste parole: " Negli ultimi giorni del mese di ottobre abbiamo ricevuto con piacere le tue lettere ed abbiamo abbracciato con benevolenza paterna i Missionari, che ci raccomandavi e che ci furono presentati col diletto Figlio G. B. Gazzolo. Dalla loro presenza e dalle loro parole si accrebbe in Noi la fiducia che già avevamo, che le loro fatiche in quei lontani paesi, ove sono avviati, saranno fruttuose e salutari ai fedeli ".

L'11 novembre tutto l'Oratorio era in fermento. Oggi vi si è avvezzi a vedere partenze e arrivi di ogni fatta, senza che quasi ci si badi; ma nel 1875 si era appena ai primi albori della grande storia. Una spedizione di Missionari in fondo all'Ame-rica aveva allora qualche cosa di epico agli occhi degli abitatori di Valdocco.

Nel pomeriggio di quel giorno i Torinesi furono spettatori di una novità senza precedente. La chiesa di Maria Ausiliatrice era gremita di fedeli. Al Magnificat del vespro i Missionari fecero a due a due l'ingresso nel presbiterio, occupando i posti per loro preparati; i Sacerdoti vestivano alla spagnuola, i laici erano in abito nero; tutt'attorno assistevano in cotta i preti dell'Oratorio e i Direttori delle case sale-ciane. Don Bosco parlò dal pulpito commovendo vivamente l'uditorio.

Impartita la benedizione col Santissimo, i cantori intonarono il Veni Creator; quindi Don Bosco recitò dall'altare le preci dei pellegrinanti e diede ai Missionari la sua paterna benedizione. Ciò fatto, mentre un coro giovanile eseguiva dall'or-chestra un mottetto, nel presbiterio fra l'emozione generale il buon Padre e tutti i sacerdoti davano l'estremo abbraccio ai partenti. La commozione si accrebbe, quando i dieci Missionari per la chiesa sfilavano verso l'uscita fra i giovani e il popolo, che facevano ressa per baciar loro le mani e le vesti. Il Santo li seguì fin sulla soglia della porta, donde girò lo sguardo sulla folla che riempiva la piazza e poi lo posò sulle carrozze che portavano via i suoi figli. Cominciava l'avveramento dell'inde gloria mea.

I Missionari salparono da Genova, benedetti ancora una volta da Don Bosco a bordo. Subito dopo una brutta sorpresa attendeva il Santo. Un attacco miliarico lo obbligò a, fermarsi nel collegio di Varazze, come nel 1872. Dopo quell'anno di quando in quando per gravi fatiche o per mal tempo gli rispuntavano le pustolette, accompagnate da accessi febbrili con forte dolore di capo e insonnia. Quasi sempre gli si cambiava la pelle su gran parte della persona; ma poichè egli sopportava l'in-comodo lavorando, ben pochi solevano accorgersi del suo stato di sofferenza. Allora n'ebbe solo per pochi giorni. Tornò all'Oratorio la sera del 6 dicembre. Dice la cronaca: " è sempre caro l'avere Don Bosco con noi; ma quando sta via oltre quin-dici giorni, il suo ritorno ci sembra più che carissimo ". Dopo la cena ascoltò se-condo il solito quanto gli si venne a dire ed espresse il suo avviso su negozi lasciati in sospeso. Infine, fatti radunare tutti quei della casa nel luogo delle preghiere se-rali, al termine di queste raccontò le ultime vicende dei Missionari e comunicò le notizie pervenutegli del loro viaggio da Genova per Marsiglia a Gibilterra. La cro-naca avverte che le sue parole destarono un incendio nei cuori.

I trentamila Italiani di Buenos Aires accolsero i connazionali con dimostrazioni straordinarie di allegrezza. Don Cagliero, resosi presto padrone della lingua, si dedicò tutto a loro. Elementi massonici, che tentavano di dominare la colonia, non poterono nulla contro il Sacerdote eloquente, ardimentoso e fornito di risorse a dovizia. Anche a San Nicolàs lavoravano molti Italiani. Il Direttore e i suoi aiutanti vi si affermarono egregiamente, guadagnandosi la fiducia universale.

Don Cagliero fu richiamato nell'agosto del 1877. Merce il contingente di una seconda spedizione guidata da Don Lasagna egli aveva potuto sviluppare le due, prime opere e aggiungerne due nuove, cioè un collegio.a Villa Colón presso Monte-video nell'Uruguay e una casa di arti e mestieri a Buenos Aires, destinati l'uno e l'altra a glorioso avvenire. Due mesi dopo il suo ritorno, partì una terza spedizione condotta da Don Costamagna, che accompagnò pure nell'Argentina le prime sei Figlie di Maria Ausiliatrice. Un altro rinforzo di Salesiani e di Suore Don Bosco spedì nel 1878. Ogni volta la funzione dell'addio faceva affluire alla chiesa di Val-docco moltitudini di Torinesi. Nell'Italia superiore nulla ebbe mai l'efficacia di tali cerimonie per popolarizzare l'idea missionaria.

Quante brighe costava a Don Bosco l'allestire siffatte spedizioni! Quello che aveva scritto a Don Cagliero mentre preparava la seconda, lo poteva ripetere per tutte le altre: " I són mes ciuc [sono mezzo ubriaco]. Ma niente importa. Dio ci aiuta e ogni cosa procede in modo che i profani direbbero che ha del favoloso, e noi diciamo che ha del prodigioso. Dio ci continui la sua grazia, perchè ci conserviamo sempre più degni dei suoi favori. ".

Tutto il personale teste menzionato veniva assorbito dalle comunità preesistenti, le cui attività prendevano proporzioni sempre più vaste in scuole, oratori festivi, opere del sacro ministero e ufficiature di pubbliche chiese. Ma le vere Missioni non cominciavano ancora. Don Bosco non cessava d'insistere che s'andasse presto agli Indi. Si lamentava con santa impazienza con i suoi di laggiù, che non lo com-prendessero; incalzava dicendo essere quello il volere del Papa. Volerlo Iddio. Si movessero dunque; si presentassero al Governo argentino e parlassero, parlassero, finchè si aprisse loro la via alle Missioni.

Per secondarne i desideri l'Arcivescovo bonariense, nella cui giurisdizione erano le immensità della Pampa e della Patagonia, stabilì nel 1878 che il suo segretario monsignor Espinoza e due Salesiani tentassero un primo approccio. Don Bodratto, succeduto a Don Cagliero, vi designò Don Costamagna e Don Rabagliati. S'imbar-carono il 17 marzo sul Rio Paranà e proseguirono sul Rio della Plata; ma quando la nave era entrata nell'Oceano Atlantico, il vento pampero scatenò una burrasca orribile, che ne schiantò le vele, ne divelse i parapetti e ne infranse il timone. Fu un miracolo che non si andasse a sfracellare contro uno scoglio o non si sfasciasse. Come Dio volle, tornata la calma, il povero legno, con una navigazione di fortuna durata tre giorni, arrivò al lido. Don Bosco dopo tale notizia.scrisse a Don Costa-magna: " Benediciamo il Signore che ci ha salvati. è uno sperimento terribile, ma questo è un segno che dovrai riuscire ".

Vi riuscì difatti nel 1879. Mentre Monsignor Espinoza e Don Costamagna con un chierico studiavano un itinerario per le vie di terra, ecco una felice con-giuntura. Il Governo stava per intraprendere una spedizione militare con lo scopo di domare gli Indi nella zona compresa fra il Rio Negro e le Ande, cioè tutta la Pampa e parte della Patagonia settentrionale, e aprire il territorio alla colonizzazione pacifica. L'esercito era comandato dal Generale Roca, Ministro della Guerra. Sa-putosi che nella stessa direzione si volevano inviare Missionari, il Ministero offerse all'Arcivescovo di nominare cappellani militari i suddetti. Opportunità migliore non si poteva desiderare.

Le forze armate avevano per punto di concentramento il Carhué, località si-tuata nel cuore della Pampa e segnante il limite occidentale della frontiera argen-tina col territorio degli Indi. Due tribù pacificate abitavano alla periferia. I Mis-sionari si portarono colà, ricevuti molto bene dai due cacichi, i quali permisero loro di radunare i ragazzi per catechizzarli. Dopo un termine conveniente fu ammi-nistrato il battesimo a Indietti e a figli di cristiani dimoranti nelle vicinanze.

Di là i nostri seguirono un battaglione diretto al Rio Negro, linea di confine della Patagonia set settentrionale Fu una marcia di trenta giorni, a schiena di cavallo e fra gravissimi disagi. Don Costamagna, il più ardente dei tre, precedette i com-pagni alla riva del fiume, mettendosi a contatto con gruppi di Indi adulti. Si fece una tappa a Choèl-Choèl. Ivi il 1° giugno, sacro alla Pentecoste, in una bellissima pianura e sotto la distesa d'un cielo opalino fu celebrato per la prima volta il divin sacrificio, ai margini della Patagonia, dinanzi al Generale con il suo stato maggiore e le milizie. Dopo la Messa, il canto del Te Deum echeggiò per quelle lande sconfi-nate, e ricevettero il battesimo sessanta Indi. Il dì appresso Don Costamagna bat-tezzò ventidue Indietti e quattordici Indie adulte e altri nove Indi il giorno 4. Quella tappa venne considerata come la presa di possesso della Patagonia da parte dei Missionari Salesiani.

Levate le tende, si ripigliò la marcia alla volta di Patagónes, dove fu ordinato l'alt finale. Qui doveva essere il punto di partenza per le future Missioni.

Patagónes aveva circa un secolo di vita, con una popolazione di quattromila anime. La città era divisa in due dal Rio Negro e distava una cinquantina di chi-lometri dall'Atlantico. La parte sulla sinistra del fiume si denominava Carmen de Patagónes o semplicemente Patagónes e l'altra sulla destra Mercedes de Patagonia, o semplicemente Mercedes, ma chiamata dal 1879 in poi Viedma.

Chi avrebbe detto che in quell'angolo remoto del globo terracqueo vivesse un ex-allievo salesiano? Si chiamava Antonio Calamaro, nativo di Voltri e già con-vittore a Lanzo. Essendo il 23 giugno, vigilia dell'onomastico di Don Bosco, egli si mise a cantare un inno di occasione imparato quattordici anni prima.

I Missionari non istettero oziosi; ma per allora avevano fatto abbastanza. Ri-tornati sui loro passi, rientrarono in Buenos Aires alla fine di luglio. Il racconto di quanto erasi operato in tre mesi e mezzo di peregrinazioni, infiammò talmente l'Arcivescovo che il 5 agosto ne scrisse una diffusa relazione a Don Bosco esordendo così: " è finalmente giunta l'ora in cui Le posso offrire la missione della Patagonia che le stava tanto a cuore, come anche la parrocchia di Patagónes che alla missione può servire di centro ". Don Bosco che non aspettava altro, diede ordine di prov-vedere quanto prima allo stabilimento di una residenza centrale per Salesiani e Suore nel luogo indicato dall'Arcivescovo. " Tutti insieme ci occuperemo dei mezzi ma-teriali ", aggiungeva scrivendo a Don Costamagna il 31 agosto. E a tutti i Soci fece scrivere da Don Rua: " Le porte della Patagonia sono aperte ai Salesiani ".

Nella circolare poi del capo d'anno partecipò ai Cooperatori la lieta notizia

dicendo: " Il campo più glorioso che in questi momenti la divina Provvidenza pre-senta alla vostra carità è la Patagonia. In quelle ultime regioni del globo finora non poterono penetrare gli operai del Vangelo per annunciare la fede di Gesù Cristo. Ora par che sia giunto il tempo di misericordia per quei selvaggi. Monsignor Aney-ros, Arcivescovo di Buenos Aires, d'accordo col Governo Argentino ci invita for-malmente a prendere cura dei Patagoni e io pieno di fiducia in Dio e nella vostra carità ho accettato l'ardua impresa ".

La Patagonia di oggi non è la Patagonia di sessant'anni fa. Guai a chi si avven-turava in quelle plaghe, dove i bianchi erano ritenuti e trattati quali prepotenti invasori! Nè stavano al sicuro gli abitanti delle zone limitrofe incivilite, essendo continuamente esposte alle indiadas o scorrerie di quei barbari, le cui orde, piom-bando sulle opime mandre dei coloni argentini, rubavano il bestiame per andare a venderlo ai Cileni, privi di carne da macello. Non parliamo poi degli assalti ai piccoli centri disseminati a grandissime distanze per la campagna: erano rapine, incendi e massacri da far inorridire.

Il terrore delle carabine, ricacciando gl'indigeni nelle gole della Cordigliera e in rifugi lungo le rive dei grandi fiumi meridionali, dischiuse alla colonizzazione regioni sconfinate, che d'allora in poi si vennero popolando e trasformando. In quest'opera di civiltà ebbero una parte di prim'ordine i Salesiani, che dopo il pas-saggio delle truppe si fissarono in luoghi opportuni, donde organizzare l'assistenza religiosa e civile dei coloni e agire sulle tribù superstiti. Queste, serrate sempre intorno ai loro cacichi, s'avvezzarono a ravvisare nei Missionari i loro migliori amici, che, mentre portavano ad essi la vera fede., si studiavano d'accostare amichevol-mente i vinti ai vincitori con loro reciproco vantaggio.

Il numero degli Indi non era così infinito com'essi pretendevano di dare a in-tendere, quando, armati e stretti in selvaggia confederazione, minacciavano il Go-verno della Repubblica Argentina, quasi fossero in grado d'imporsi anche a' suoi eserciti. In realtà superavano gli ottantamila.

Padroni assoluti delle loro misteriose solitudini, scorgevano un pericolo di asservimento anche nella religione dei bianchi; perciò nessun Missionario ne aveva attraversato incolume le tolderie o villaggi di capanne, sicchè l'inutilità del sacrificio ratteneva i banditori del Vangelo dall'inoltrarsi su d'un terreno tanto infido.

Per tal modo l'orgoglio degli Indi, cresciuto sino alla follia, li inebriava al punto che si credevano padroni intangibili dei loro deserti, immaginando che nessuno mai avrebbe osato inoltrarvisi senza cadere sotto i loro colpi. A rompere l'incanto e a levare di mezzo quell'incubo continuo era ordinata la campagna del 1879, che si protrasse fino al 1881.

Fiaccata la baldanza degli Indi, rimaneva la natura del paese a opporre bar-riere pressochè insormontabili. Nella zona litorale un arenoso deserto, battuto da venti turbinosi che v'innalzano monti di sabbia detti médanos; nella zona centrale una serie di altipiani e terrazze, poverissimi di vegetazione, rotti da lagune salmastre e digradanti in sterminate lande sabbiose, le così dette traversias, prive d'acqua e con miseri rudimenti vegetali: a passarci d'estate, l'afa soffoca; la polvere acceca e mozza il respiro, la sete fa basire uomini e cavalli. Vi sarebbe la zona andina, che, chiusa fra le precordigliere argentine e la Cordigliera Reale del Cile, si abbella di boschi e prati ed è rallegrata da torrenti e laghi e presenta panorami di una grandiosità fantastica: ma al tempo delle prime Missioni non esistevano vie d'accesso. Orbene in terre siffatte i Salesiani assistettero al formarsi del nuovo popolo patagonico, potentemente contribuendo al suo progressivo sviluppo con le loro chiese, alla cui ombra benefica si adagiavano o accorrevano i coloni, con le loro scuole professio-nali e agrarie per figli di bianchi e di Indi, con le loro iniziative agricole, con i primi ospedali e perfino con i primi giornali. La vera storia delle Missioni patagoniche principiò con le due fondazioni sa-lesiane di Patagónes e di Viedma. Per nove anni queste rimasero le sole: non ci volle minor tempo per preparare un piano ben regolato di attività missionaria. Da quei punti strategici i Salesiani con sacrifici eroici, seguendo il corso dei grandi fiumi, s'inoltrarono per vallate, colline e montagne a visitare i toldos degli Indi e le fazendas dei civilizzati, nonchè le colonie che si venivano organizzando in ogni parte. Esplo-rato il paese, sceglievano le località più adatte per stazioni missionarie, stendendo una rete di residenze che permisero loro di correre in lungo e in largo la Patagonia settentrionale e centrale e la Pampa, sicchè tutti gli Indi furono rigenerati nelle acque battesimali, come si dirà più innanzi, dove parleremo pure della Patagonia meridionale e della Terra del Fuoco. Don Bosco seguì, fino all'estremo_ della vita, con l'incoraggiamento, col consiglio, con l'aiuto di danaro e di personale e con la preghiera i passi de' suoi figli che in ultimis finibus terae promovevano indefessa-mente così importanti opere di fede e di civiltà.

 

CAPO XXXIII

DAL TRAMONTO DI UN PONTIFICATO AGLI ALBORI DELL'ALTRO

Don Bosco si recava sempre volentieri a Roma; tuttavia nel dicembre del 1877 vi andò con l'animo attristato dal motivo del viaggio e da funeste appren-` rioni. Per consiglio di personaggi benevoli e altolocati si era deciso a prendere ivi personalmente le proprie difese da continue e gravi imputazioni. Nulla gli ripugnava più che l'entrare in controversie; ma allora il lasciar correre avrebbe pregiudicato ol-tremodo e forse irreparabilmente le sorti della Società Salesiana in quel delicato periodo del suo definitivo organizzarsi. Oltre a questo, prima di partire, aveva pro-ferito in pubblico parole di colore oscuro, dalle quali parve lecito arguire che egli prevedesse la morte non lontana dei supremi rappresentanti della Chiesa e dello Stato, come difatti avvenne durante il tempo della sua dimora a Roma: due cata-strofi sopraggiunte nella loro rapidità improvvise.

Si trovava là da una quindicina di giorni, quando 1'8 gennaio fulminea partì dal Quirinale la notizia che Vittorio Emanuele II versava in gravi condizioni, e il 9, che il Re non era più. Quel lutto così inopinato sembrò spiegare il perchè di una disposizione data da Don Bosco verso la fine del 1877. Dal 1862 non si udivano quasi più nelle chiese del Piemonte le preci liturgiche per il Sovrano; nell'of ciatura del venerdì e sabato santo e in altre sacre funzioni il nome del Re non veniva più pronunziato pubblicamente. Sulle prime alcuni avevano denunziato il fatto al Go-verno; ma nel 1863 ai 24 di marzo il Ministro Pisanelli dichiarò che quella omis-sione non costituiva reato passibile di pena. Anche nell'Oratorio si facevà così; ma Don Bosco, alcuni giorni prima di andare a Roma, senza dirne la ragione,

aveva ordinato di ripigliare l'Oremus pro Rege nella benedizione della sera. Si cre-dette dunque di scorgére in quell'atto un presagio dei bisogni spirituali, a cui sa-rebbe andata prossimamente incontro l'anima del Re. Da Roma Don Bosco, scri-vendo dell'augusto defunto al Conte Cays, diceva: "Avvi grave motivo di be-nedire il Signore. Col ricevere i santi sacramenti assicurò, speriamo, la salvezza dell'anima sua" (1) (1). Una relazione circostanziata sulla fine del Re fu allora dal Santo consegnata al Cardinale Segretario di Stato. Le notizie gli erano state comunicate da un suo amico castelnovese, addetto alla persona di Sua Maestà anche durante la malattia. Il documento esiste negli archivi della Segreteria di Stato, ma non è ancora trascorso il tempo ivi richiesto per rendere di pubblica ragione corrispondenze confidenziali.

Frattanto sentiva purtroppo che in Vaticano egli non godeva più il favore di prima presso alcuni Prelati, nell'animo dei quali avevano fatto breccia le accuse contro di lui. Arrivato il 22 dicembre, alla fine di gennaio non aveva ancora ottenuto di vedere il Papa. Scrisse allora laconicamente a Don Rua: " Pasticci, disturbi lunghi, ma molto utili. Silenzio, preghiera, niun timore ".

Presagendo che anche i giorni di Pio IX erano contati, gli premeva oltre ogni dire di portarsi ancora una volta alla presenza del suo più grande benefattore. E il Papa a sua volta aspettava lui; infatti, come si seppe di poi, egli si era lamentato dicendo: - So che Don Bosco si trova a Roma e non viene neppure a vedermi; e io ho cose importanti da dirgli. Io non l'ho trattato cosi Don Bosco. Oh, l'ho trattato meglio io! - Ma tutte le istanze per avere l'udienza si perdevano per via, lasciandolo senza risposta.

Pio IX il 2 febbraio, ricevendo i parroci di Roma e i rappresentanti dei Capitoli e degli Ordini Religiosi per la consueta offerta dei ceri, pronunciò con voce lim-pida un discorso, che chiuse col raccomandare caldamente l'istruzione religiosa dei fanciulli. In quella festa della Madonna, che segnava il settantacinquesimo anni-versario della sua prima Comunione, a Roma e fuori fu un accorrere di fedeli e specialmente di giovanetti alla sacra mensa, con l'intenzione di pregare per il Papa. Quelle preghiere di tante anime buone e di tanti fanciulli innocenti lo dovevano accompagnare all'eternità.

Nella notte del 7 seguente il male che da tempo lo travagliava, si acui d'improv-viso. La mattina gli furono amministrati gli ultimi sacramenti e nel pomeriggio l'An-gelico Pontefice si addormentò nel Signore. Il 7 febbraio dell'anno antecedente era parso a Don Bosco in sogno di assistere nella stessa ora alla scomparsa del Papa dalla scena della vita, come aveva narrato il dì appresso ai Direttori convenuti per le annuali conferenze. La sera stessa della morte scrisse a Monsignor Rosaz, Vescovo eletto di Susa: " Oggi alle tre e mezzo si estingueva il sommo ed incomparabile astro della Chiesa Pio IX. I giornali ne daranno i particolari. Roma e' tutta in costerna-zione e credo lo stesso in tutto il mondo. Entro brevissimo tempo sarà certamente sugli altari ".

Il Papa che non potè rivedere vivo, egli lo contemplò estinto. La venerata salma stette esposta quattro giorni in San Pietro. L'onda del popolo fu immensa ed inin-terrotta. Don Bosco la visitò il 12. Dinanzi a quella spoglia mortale pregò, baciò con somma riverenza il sacro piede e venne via con uno stringimento al cuore. Quanti ricordi gli si affollavano alla mente! Delle molte e svariate sue relazioni col lacrimato Pontefice è relativamente poco quello che si sa, e di questo poco una pic-cola parte soltanto ha potuto trovare luogo nel presente libro; ma tanto basta a far intendere quanto egli sentisse la grave perdita. Ora la sua alta protezione gli veniva a mancare proprio in un momento dei più critici.

Rientrato nella sua abitazione presso le nobili Oblate di Tor de' Specchi, lo intenerì un estremo tratto di bontà usat2 li dal defunto Pontefice. Il 27 gennaio, disperando di poter essere ricevuto, gli aveva indirizzato una supplica per una ono-rificenza ad un benefattore. Ed ecco là sullo scrittoio il Breve firmato dal Papa il 29, rinvenuto fra le sue carte e rimessogli da un segretario. Si concedeva con esso la Commenda di San Otegorio Magno al conte Prospero Balbo.

La presenza di Don Bosco a Roma in quella congiuntura storica fu provviden-ziale. Durante i novendiali massima preoccupazione del Sacro Collegio erano i pre-parativi per il Conclave. Gli Eminentissimi Elettori si sarebbero potuti riunire a Roma? E l'elezione si sarebbe svolta libera e tranquilla, cioè senza tumulti di piazza e senza mene o pressioni o ingerenze di qualsiasi genere da parte dei Governanti? Nella stampa e in comizi si stimolava il Governo italiano ad immischiarvisi, in onta alla legge delle guarentigie, che glielo vietava; si succedevano pure qua e là clamorose dimostrazioni settarie al grido di "Abbasso le guarentigie!". Per questi ed altri mo-tivi il Governo non era scevro d'inquietudine. In giorni di sì trepida incertezza l'opera di Don Bosco tornò assai preziosa. è certo che egli ricevette l'incarico di esplorare quali fossero le reali intenzioni go-vernative. La missione si svolse in forma tutta confidenziale e puramente orale, senza la menoma ombra di ufficialità. La ebbe probabilmente dal Cardinale Di Pietro, che, quale Decano del Sacro Collegio, si occupò subito della questione circa il luogo del prossimo Conclave. A lui il Guardasigilli Mancini erasi affrettato, è vero, a in-dirizzare una lettera riservatissima, e resa di pubblica ragione recentemente dal Soderini nella sua Vita di Leone XIII, per assicurarlo che il Governo Italiano non avrebbe ostacolato in Roma la libertà del Sacro Collegio; ma questa comunicazione non rendeva inutile l'azione di Don Bosco. Infatti il Cardinale non ignorava come il Crispi, allora Ministro degli Interni, avesse durante la discussione sulla legge delle guarentigie sostenuto in pieno parlamento la necessità per le autorità italiane d'invi-gilare i Conclavi; sentiva quindi la convenienza di esplorarne l'animo per accertarsi se il pensiero del governo rispondesse effettivamente alle assicurazioni date per iscritto. Ora a conseguire l'intento non d'era persona più adatta di Don Bosco. Il Cardinale, che ne conosceva l'abilità e la prudenza da quando, Vescovo di Al-bano, aveva trattato con lui per le scuole al medesimo affidate nella sua diocesi, ne condivideva pure le idee conciliative circa i rapporti desiderabili fra la Santa Sede e lo Stato italiano per il bene delle anime.

Don Bosco si presentò dunque in primo luogo al Ministro Mancini; ma questi, sebbene lo conoscesse, lo ricevette in modo così scortese da non degnarsi neppure di volgere verso di lui la faccia. Alle rispettose domande di Don Bosco dava risposte secche, talora ironiche e sprezzanti, sicche' quegli nel tirarsi credette doveroso dirgli con tutta calma che, se non altro, rispettasse almeno coloro che l'avevano mandato.

Si trattava di affrontare un'esperienza nuova e grave di conseguenze. I partiti, tutti più o meno anticlericali, tenevano gli occhi sulle autorità responsabili. Il ti-more di compromettersi turbava la serenità degli animi.

Ma Don Bosco aveva incarico di avvicinare specialmente il Ministro degli Interni. L'accoglienza avuta fu ben poco incoraggiante. Il Crispi, fingendo di non sa-pere chi fosse, gli parlava burbero e diffidente. Allo stringere dei conti però, intuì che c'era sotto qualche cosa di serio e gli domandò chi l'avesse mandato. Don Bosco, secondochè egli stesso narrava, gli rispose pacatamente: - Non cerchi di questo. Io ho bisogno di una pronta risposta. Se il Governo non intende di garantire al Conclave piena ed assoluta libertà, è necessario che io lo sappia subito. I Cardinali vogliono senza indugio prendere una decisione. Per ogni evento fu stabilita già ogni cosa; perchè il Conclave si radunerà subito e infallantemente a Venezia o a Vienna o altrove, secondo le circostanze. Mi permetto però di far osservare a Vostra Eccel-lenza che è loro interesse che il Papa venga eletto a Roma. Non dimentichino però loro Signori la legge delle guarentigie, e che le Potenze europee stanno osservando lo svolgimento di un fatto che interessa tutto il mondo.

Il Crispi, uomo superiore, stette alquanto in atto di chi riflette; poi, alzatosi, porse la mano a Don Bosco dicendo: - Assicuri pure da parte mia i Cardinali, che il Governo rispetterà e farà rispettare il Conclave, e che l'ordine pubblico non sarà menomamente turbato. - Ciò detto, si rimise a sedere e, invitato Don Bosco a fare il medesimo, prese a discorrere familiarmente di Torino e dell'antico Oratorio di Valdocco. Egli aveva conosciuto l'Oratorio nel 1852, quando, esule po-litico, abitava in un modesto alloggio sulla via delle Orfane presso la Consolata. Mostrò di ricordare quegli anni lontani, in cui soleva parlare con Don Bosco, ri-ceverne conforti e caritatevoli soccorsi ed anche da lui confessarsi. Il colloquio. non poteva terminare con maggiore cordialità. Don Bosco si affrettò a rendè e conto della sua missione. La risposta del Ministro fu trovata soddisfacente. Il Crispi aveva polso fermo. Infatti, come disse, così fece. Grazie alla sua energia, i cominciati turbamenti dell'ordine pubblico ces-sarono in un batter d'occhio.

Nel Vaticano Don Bosco ebbe in quei giorni un incontro singolare. Lo racconta egli stesso in un libro, di cui si dirà fra breve; non vi fa però il suo nome, ma accenna semplicemente a un prete piemontese. Gli premeva di conferire col Car-dinale Simeoni, Prefetto di Propaganda, ne sapendo come o dove trovarlo, si ag-girava per sale e gallerie, parendogli di estere in un cantiere. Muratori e falegnami in quei sontuosi ambienti costruivano file di cellette come per seminaristi. Dapper-tutto operai intenti a lavorare dì e notte per preparare alloggi a parecchie centinaia di persone. Tutto era da improvvisare in angustia di tempo e di spazio. Ai lavori soprintendeva il Cardinale Pecci, Camerlengo di Santa Romana Chiesa. In lui s'imbattè Don Bosco, che, avvicinatosi, gli disse con accento filiale: - Vostra Eminenza mi permetterà che le baci la mano, pregando con ferma . speranza che entro a pochi giorni io possa baciarle il sacro piede.

- Badate a quello che fate, gli rispose il Cardinale. Vi proibisco di pregare per quel che dite.

- Ella non può impedirmi di chiedere a Dio quello che a Lui piace.

- Se voi pregate in questo senso, vi minaccio le censure.

- Ella finora non ha l'autorità d'infliggere censure. Quando l'abbia, saprò rispettarla.

- è tempo di lavorare e non di burlare. Così dicendo, Sua Eminenza passò oltre.

I Cardinali cominciarono lo scrutinio il 19 febbraio e la mattina del 20 il Car-dinale Gioachino Pecci era già eletto Papa. Prese il nome di Leone XIII in memoria di Leone XII, del quale serbava grata memoria. Don Bosco non lasciò passare venti-quattr'ore senza esprimere per lettera i suoi devoti sentimenti al novello Vicario di Cristo. Porgendo i voti della Società Salesiana, diceva: " Questa Congregazione è stata consigliata, diretta, approvata dalla veneranda memoria di Pio IX, ma ha tuttora bisogno della protezione di Vostra Santità, affinchè possa conseguire la sta-bilità necessaria a promuovere la maggior gloria di Dio ".

La prima udienza pubblica fu accordata il 23 a uno stuolo di pellegrini francesi. Per assistere al passaggio del Santo Padre, mentre si sarebbe recato da loro, mol-tissime persone erano state aemmesse a schierarsi lungo le anticamere; nel numero trovavasi pure Don Bosco col suo segretario. Il Papa gli rivolse alcune benevole espressioni. Ciò nonostante è fuor di dubbio che nei primi giorni del suo Pontificato egli era mal prevenuto verso di lui, tanto che non lo voleva ricevere in udienza pri-vata. Monsignor Manacorda, Vescovo di Fossano, tastò più volte il terreno; ma, appena apriva la bocca per nominare Don Bosco, il Papa mutava discorso. Ci volle insomma un po' di tempo per togliergli dall'animo i preconcetti insinuati da altri.

Don Bosco non intendeva di partire da Roma senza il conforto di un'udienza particolare. Stanco di aspettare ur à risposta che non veniva mai, ne mosse lamento col Cardinale Oreglia di S. Stefano! zio di quel cavaliere Oreglia, a noi già noto é resosi poi gesuita. Il Cardinale gli promise di occuparsene, ne senza difficoltà con-seguì l'intento. Infatti il 14 marzo Monsignor Maestro di Camera mandò a Sua Emi-nenza il biglietto di udienza privata per Don Bosco. L'udienza era fissata per le di-ciotto e mezzo del giorno 16. Il colloquio, durato un'ora, lasciò Don Bosco assai soddisfatto.

Nei giorni seguenti, invitato dal Cardinale Manning a un appuntamento, ebbe con Sua Eminenza una lunga conversazione, in cui l'Arcivescovo di Westminster volle sentire il suo parere intorno a cose riguardanti i rapporti fra la Santa Sede e il Regno d'Italia. Essendosi trattato di tali argomenti in vari congressi di Cardinali, il Papa aveva detto al lvlanning d'interrogare su tutto Don Bosco per vedere com'egli la pensasse. In quei primordi del Pontificato leoniano si discuteva appassionatamente di conciliazione. Quale fosse il sentimento di Don Bosco intorno all'arduo pro-blema, non era stato un mistero ne per Pio IX ne per alcuni maggiori uomini del Governo Italiano. La conciliazione fra Chiesa e Stato in Italia " stava veramente in cima ai pensieri e agli affetti" di lui, ma " come poteva esserlo in un servo vera-mente sensato e fedele; non col desiderio di una conciliazione come che fosse, così come molti erano andati per molto tempo almanaccando, arruffando e confondendo le cose; ma in modo tale che innanzi tutto si assicurasse l'onore di Dio, l'onore della Chiesa, il bene delle anime ". Così si esprimeva Pio XI nell'allocuzione del 19 mar-zo 1929 per il decreto sui miracoli, attestando d'aver ciò udito dalle labbra del Servo di Dio quarantasei anni prima; ne diversamente dovette il Santo aver parlato col Prelato inglese.

Ripartì da Roma il 26 marzo, dopo tre mesi e tre giorni di permanenza. Nelle ultime settimane aveva ideato una pubblicazione di grande opportunità: un volumetto delle Letture Cattoliche, il quale, istruendo in forma popolare i lettori intorno all'elezione di un Romano Pontefice e facendo ben conoscere il Pontefice novello, servisse a perpetuare il ricordo del fausto avvenimento, la cui risonanza era stata grandissima in tutt il mondo. Concepire un disegno e cercare di attuarlo formavano per Don Bosco una cosa sola: ci si mise dunque subito attorno. Diede al libro un titolo felicissimo: Il più bel fiore del Collegio apostolico. Lo divise in tre parti. Nella prima espose le nozioni storiche, canoniche e liturgiche utili a far com-prendere che cosa fosse e in che modo si svolgesse un Conclave; narrava poi la fine di Pio IX, descrivendone i funerali; dava per ultimo un succinto ragguaglio dell'ele-zione di Leone XIII e delle solenni cerimonie che l'avevano seguita. Nella seconda parte tracciava con la massima semplicità un profilo di Leone XIII, prendendolo dalla fanciullezza e accompa andolo su su fino alla recente esaltazione. Nella terza riuniva brevi cenni biografici degli elettori del nuovo Papa. Sono in tutto sessantatrè.

Le biografie cardinalizie erano tolte dall'Unità Cattolica, che le aveva pubblicate a intervalli fra il 14 febbraio e il 29 giugno. Don Bosco però non le riprodusse tali quali: esistono ancora dodici numeri del giornale torinese, in cui la sua mano intro-dusse modificazioni, depennando le superfluità ed espungendo checchè avesse acre sapore politico. Sia nelle biografie che nel relativo proemio, dove, facendo una ra-pida rassegna di tutti i Cardinali, coglie e ritrae di ciascuno la nota caratteristica, si rileva lo studio suo in dar risalto alle qualità, diciamo così, ecclesiastiche dei sin-goli, quali sono specialmente la pietà, la carità e lo zelo.

Dell'operetta inviò copia elegantemente legata a tutti i Cardinali ed a vari Pre-lati della Corte pontificia; ma anzitutto ne fece umile omaggio al Santo Padre, pre-sentandoglielo con una devota lettera, che cominciava così: " La divina Provvidenza, o Beatissimo Padre, dispose che mi trovassi a Roma mentre si compievano i grandi avvenimenti della morte del compianto Pio IX e della gloriosa elevazione della San-tità Vostra al trono pontificale. In quella solenne occasione, mi sono dato premura di raccogliere le principali notizie che potessero interessare il cristiano con animo di pubblicarle a vantaggio spirituale dei nostri giovanetti studenti ed artigiani ed anche degli altri semplici fedeli che ne volessero approfittare ". Naturalmente pren-deva occasione per rinnovare al Papa la protesta di ossequio e di obbedienza dei Salesiani.

Si seppe in seguito da buona fonte che il Papa si era fatto mettere l'opuscolo sullo scrittoio, dicendo di volerlo leggere. Da una cronaca dell'Oratorio si apprende uno scopo suo speciale nel mandare il libro al Papa. Desiderava, com'egli dichiarò, che Sua Santità vedesse con quale alacrità i Salesiani lavorassero e quanto fosse il loro attaccamento alla Cattedra di Pietro e che sforzi facessero per instillare negli animi l'amore al Vicario di Gesù Cristo. Parendogli di avere ottenuto l'intento, santamente se ne compiaceva.

Il fascicolo, uscito nei due numeri di settembre, si chiudeva con una rapida rassegna degli atti di Leone XIII dal febbraio all'agosto; dopo di che l'autore, indi-rizzando la sua parola ai " Cattolici " diceva loro: " Questi atti ed altri molti che per brevità tralascio, ci fanno con *atta ragione riguardare Leone XIII come una bella aurora foriera di più splendido trionfo per la Chiesa Cattolica. Tocca a noi il facilitarlo. E come? Colla preghiera, colla docilità alla voce dei nostri Pastori, con una condotta veramente cristiana. Mettiamoci all'opera, e ciascuno nella pro-pria sfera promuova o riconduca nelle famiglie' il buon costume e le pratiche di religione: ciascuno allontani il peccato da sè e dai suoi, ed il giorno del Signore non tarderà a spuntare ".

 

CAPO XXXIV

LA CHIESA DI SAN GIOVANNI EVANGELISTA

A Torino, sul viale del Re, ci valeva una chiesa, e una bella chiesa. All'ombra dei platani si venivano allineando da una parte e dall'altra sontuosi edifici che facevano prevedere la prossima formazione d'un quartiere dei più eleganti. Era intui-tiva non solo la necessità, ma anche l'urgenza di un edificio sacro che fosse ben intonato con le opere edilizie circostanti, prima che il suolo fabbricabile fosse tutto vincolato. I Valdesi avevano già avuto la massima premura di erigervi un loro tempio abbastanza vistoso, e li presso scuole per fanciulle di famiglie agiate, altre per giovani poveri d'ambo i sessi, un asilo d'infanzia, un ospedale, una diaconia per distribuire sussidi ai bisognosi e poco più in là un collegio di artigianelli loro correligionari, sicchè minacciavano di diventare essi i padroni della situazione, Anche oggi gli emis-sari dell'eresia sono pronti a piantare le loro tende nelle parti nuove delle grandi città, occupandole prima che le autorità ecclesiastiche abbiano potuto provvedere con opere stabili all'assistenza dei fedeli.

Da quella località non poteva Don Bosco distogliere la sua attenzione, giacchè da tanto tempo vi teneva il fiorente oratorio festivo di S. Luigi. L'idea di contrap-porre al tempio protestante una chiesa, cattolica la concepì nel 1869; ma troppi impedimenti ne incepparono e ritardarono l'attuazione. Non c'era modo di acquistare un'indispensabile striscia di terreno appartenente a un protestante. Fu accampata la ragione di pubblica utilità; ma il Municipio e la Prefettura rifiutarono di ri-conoscerla. Anche il Ministro dei Lavori Pubblici per intrighi torinesi fu dello stesso avviso. Don Bosco allora si rivolse al Consiglio di Stato. Di qui, dopo lungaggini burocratiche senza fine, venne a sapere che il suo memoriale non era arrivato a de-stinazione. Recatosi a Roma per altri affari nel 1876,. cercò di scoprire dove fossero andati a terminare i suoi documenti. Gli si disse che erano stati smarriti; ma egli capì che si brigava per mandare a monte la pratica, stancando la sua pazienza. Aveva però ancora da nascere colui che avrebbe stancato Don Bosco, quando voleva rag-giungere un suo intento. Infatti quelle benedette carte furono scovate e prima che egli lasciasse Roma. Saputo che la discussione si sarebbe tenuta il dì appresso e in-formatosi quali sarebbero i membri della Commissione, li andò a visitare uno per uno. Si vede che perorò bene la sua causa, perchè il parere fu favorevole: il Go-verno stimava di utilità pubblica la costruzione della chiesa e dichiarava potersi procedere ad espropriazione forzata. Ma intanto quanti anni perduti! Solo nel mag-gio del 1877 Don Bosco potè compiere le ultime formalità, presentando all'Arci-vescovo i disegni per la necessaria approvazione ecclesiastica. C'era il terreno, c'erano i disegni; ma non c'erano i mezzi. Il denaro non si fermava mai nelle mani di Don Bosco. Un'idea geniale gli balenò alla mente. Volato al cielo l'angelico Pio IX, la devota riconoscenza che Don Bosco nutriva per il grande Pontefice, come gli aveva suggerito di dedicare la chiesa all'Apostolo, di cui il Papa portava il nome, così allora gl'ispirò il pensiero di innalzarla come monumento alla sua memoria. Pio IX aveva lasciato nel mondo cattolico sì larga eredità di affetti, che i molteplici inviti di Don Bosco a contribuire per rendergli quell'onore incon-travano generalmente buone accoglienze.

Ma la cosa non passò senza dispiaceri. Non molto lontano dal viale del Re si veniva fabbricando un'altra chiesa dedicata a S. Secondo. L'aveva incominciata Don Bosco durante le interminabili pratiche per l'acquisto del terreno. Dopo avervi consumata una somma di denaro assai rilevante, ebbe dall'Arcivescovo l'ordine di ritirarsi, volendo subentrare egli stesso nella costruzione. Don Bosco cedette le armi, poichè si trattava del suo superiore ecclesiastico. Orbene anche a quella chiesa, essendosi ridotte pressochè a zero le offerte dei fedeli, fu attribuito il carattere di monumento a Pio IX; la notizia comparve il 27 febbraio in una lettera pastorale dell'Ordinario. Si fece pertanto divieto al Bollettino Salesiano di toccare per suo conto il tema del monumento. Non bastò: vennero pure inoltrati ricorsi alla Santa Sede, perchè si obbligasse Don Bosco a desistere dal suo divisamento. I Cardinali Franchi, nuovo Segretario di Stato, e Ferrieri, Prefetto della Congregazione dei Vescovi e Regolari, gl'inviarono tosto osservazioni, che equivalevano a veri ordini di troncare la cominciata propaganda.

Non conveniva certo a Don Bosco, anche per la sua posizione, soggiacere al-l'accusa di avere intralciato un'iniziativa dell'Ordinario. Si difese dunque con tre argomenti: la chiesa di San Giovanni Evangelista essere monumento destinato fin da principio alla gloria di Pio IX, molti anni prima dell'appello arcivescovile; il Bollettino, per evitare gl'incagli della revisione ecclesiastica torinese, non stamparsi a Torino, ma a Sampierdarena con l'approvazione dell'autorità ecclesiastica locale; l'appello del Bollettino indirizzarsi ai Cooperatori Salesiani, l'immensa maggioranza dei quali si trovava in altre diocesi, anche di Francia e d'America. Tuttavia pro bono pacis, fornite queste spiegazioni, dispose che per 1'archidiocesi torinese si facesse del Bollettino una tiratura a parte, in cui non fosse parola dell'argomento.

Progredivano da due anni i lavori della chiesa e i muri erano all'altezza del cor-nicione, quando Don Bosco diede principio a un alto e ampio edificio, la cui testa, staccandosi dal lato sinistro di quella, dava sul corso, mentre il corpo si stendeva lungo una via adiacente e sboccante nel medesimo. Il Santo da prima aveva intenzione di farne un ospizio per giovani poveri e abbandonati; invece più tardi lo assegnò, come abbiamo veduto, ai Figli di Maria. Un cospicuo Cooperatore salesiano fran-cese, il Conte Luigi Colle di Tolone, che già aveva somministrato il danaro per la compera della casa di Mathi, sembra che abbia largheggiato anche per l'erezione di quest'altra, se Don Bosco, scrivendogli il 22 ottobre 1884, gli diceva: " Ho la grande consolazione di parteciparle che la casa fabbricata dalla sua carità a vantaggio dei Figli di Maria è finita ".

Erano finiti nel 1882 i lavori della chiesa. Esternamente, a chi dal corso vol-geva a quella parte lo sguardo, si presentava maestosa la facciata, dal cui mezzo si slanciava verso il cielo la cuspide dell'elegante campanile; nell'interno, architettura, affreschi, quadri, ornati, pavimento, altari, tutto produceva l'impressione di entrare in una bella casa del Signore.

Merita distinta menzione la porta grande, perchè disegnata dal professor Boidi su indicazioni di Don Bosco. è in legno di noce con bassorilievi in bronzo. Don Bosco volle che i Torinesi, varcando la soglia del tempio, sapessero essere quello monumento a Pio IX. Vi spiccano perciò due quadri raffiguranti due solennissimi atti compiuti dall'immortale Pontefice: la definizione dogmatica dell'Immacolato Concepimento di Maria Santissima e la proclamazione di S. Giuseppe come Patrono universale della Chiesa. Nel primo il Prelato che, vestito di dalmatica, sta in mo-desto atteggiamento dinanzi al Papa reggendo un libro aperto, ha i lineamenti pre-cisi dell'intrepido Monsignor Fransoni, che nell'anno della definizione era Arci-vescovo di Torino. Di tutto il lavoro si addossò la spesa l'ex allievo Don Anfossi, che, rimasto orfano a tredici anni e accolto da Don Bosco nell'Oratorio, volle attestare così la sua imperitura riconoscenza verso il suo secondo padre.

La benedizione delle campane, la collaudazione dell'organo, la consacrazione del tempio furono tre fatti, la cui solennità attrasse in numero sempre maggiore i cittadini. Il giulivo tintinnio dei cinque sacri bronzi, venuto come per incanto a rallegrare la popolazione del quartiere, rompeva finalmente il cupo silenzio che da anni gravava tutto attorno al vicino tempio valdese. Il collaudo dell'organo assunse il carattere di una vera festa dell'arte. Tutta la migliore società torinese vi si diede per tre giorni convegno. Questi due riti non erano che il preludio della solennità maggiore, la consacrazione, la quale per forza maggiore bisognò ritardare di alcuni mesi. L'11 aprile era stata consacrata la chiesa di S. Secondo. Sul frontone vi cam-peggiava un busto di Pio IX, sotto il quale un'iscrizione ricordava alla posterità chi si fosse inteso di onorare con quel sacro edificio. Sulla setta massonica ogni mani-festazione papale faceva a quei tempi l'effetto del drappo rosso sulla retina del toro. La loggia inferocita provocò tumulti, nei quali si commisero indegnità da disgra-darne i popoli barbari. Furono rimossi busto e iscrizione in mezzo a lazzi invere-condi e sotto una tempesta di proiettili. La furia degli energumeni imperversò fin-che volle, senza che i rappresentanti dell'ordine si facessero vivi. Dopo simili pre-cedenti la prudenza consigliava di andar cauti.

Nella chiesa di S. Giovanni Evangelista non un semplice busto di Pio IX, ma una statua marmorea si doveva innalzare sull'alto di un piedestallo, a mano diritta di chi entra. Il primo atto di prudenza fu di trasportare e collocare la statua senza rumore di sorta, e ci si riuscì. Ma poi alla collaudazione dell'organo gl'intervenuti sarebbero passati dinanzi al Papa, che ritto sull'alta base e *in abiti pontificali leva la destra nell'atto che precede la benedizione, mentre con la sinistra porge il de-creto di approvazione della Società Salesiana. Era impossibile non fermarsi a osser-vare il capolavoro del Confalonieri. Inoltre dopo il fattaccio di S. Secondo i soci della Gioventù Cattolica avevano scagliato una sfida avventata, dicendo agli avver-sari che li aspetterebbero a S. Giovanni Evangelista, e quelli avevano risposto accet-tando. Il pericolo era serio; ma un altro atto di prudenza lo scongiurò. Don Bosco anzitutto dispose che all'audizione s'entrasse con biglietto personale; poi mandò l'invito anche a tutti i giornali d'ogni colore. I direttori, tocchi da quella inaspettata cortesia, intervennero, videro la statua di Pio IX e, nulla incontrando che avesse l'aria di provocazione, misero le cose in tacere. Anzi la Gazzetta di Torino nel nu-mero del 6 luglio non si tenne paga di serbare il silenzio, ma uscì con un articolo che cominciava a questo modo: " Sono tre giorni che la nuova chiesa costrutta anch'essa come tante altre per opera di quell'uomo straordinario ch'è il reverendo sacerdote Bosco, non si vuota se non negli intervalli, in cui il suo magnifico or-gano tace ". Per un terzo atto di prudenza Don Bosco, dicevo, non si affrettò a far fare la con-sacrazione, che rinviò al 28 ottobre. I festeggiamenti si svolsero con un programma analogo a quello eseguito nella consacrazione della chiesa di Maria Ausiliatrice.

Neanche qui egli guardò a spese, ne risparmiò sollecitudini pur di dare alla mani-festazione religiosa la più imponente grandiosità, in vista però sempre dei corrispon-denti vantaggi spirituali. Di questi soprattutto si compiaceva, scrivendo il 2 novem-bre a una generosa Cooperatrice francese, Clara Louvet, di Air presso Lilla: " Si e visto uno spettacolo veramente miracoloso. A mille a mille gli uomini venivano a fare la loro confessione e comunione con una divozione specialissima ".

A glorificare la nuova casa di Dio furono chiamate da Don Bosco anche le let-tere. Egli aveva in Don Lemoyne uno scrittore, che non era alle sue prime armi; a lui ordinò d'illustrare con tutta l'ampiezza possibile la figura del Sarito titolare. Ne venne così un'opera in due. volumi assai originale e attraente, accessibile al popolo, ma di gradita lettura anche alle persone colte. L'agilità dello stile concorre a far si che questo libro non invecchi.

Dopo il titolare, la chiesa a lui dedicata. Di questa scrisse un'elegante tuono-grafia l'ingegnere Buffa, la quale, come il lavoro del Lemoyne, era già stampata e pronta nelle feste della consacrazione. Descritto ivi l'edificio sacro, l'autore arriva a questa sintesi finale: " In tutto l'insieme la chiesa di S.. Giovanni ha un'unione armonica nelle parti, un equilibrio generale nelle masse, una larghezza, una pre-cisione, una nobile semplicità, che la rendono tale da poter reggere vittoriosamente ad una critica anche severa. L'arte svelta e graziosa in essa trionfa e levando l'anima del fedele al disopra delle terrene tristezze, la guida nell'aere vivificante e puro dei pensieri soavi, delle idee immortali. All'eleganza del pensiero ed alla purezza del-l'arte rispose anche in modo lodevolissimo la esecuzione di ogni sua parte. Non fu menomamente sacrificata ai gretti pensieri dell'economia la convenienza artistica ". Lo stile è il romanico-lombardo del 1200; architetto ne fu il Conte Edoardo Arbo-rio Mella, vercellese.

Il coronamento di dure fatiche e di assillanti sollecitudini durate tanti anni, lo splendore dei sacri riti, il gran concorso del popolo, il bene già fatto e quello assai maggiore sperato consolarono grandemente il cuore di Don Bosco, temperandogli l'amaro di certi bocconi, che egli, secondo il solito, si trangugiò in silenzio e con lieto sembiante. Fu uno di tanti dolorosi episodi innestati nella storia di una tri-bolazione che per la sua natura, per la sua durata e per i suoi effetti fu certamente la più grave sofferta dal Santo. Ma considerazioni di ordine superiore consigliano di rimettere a tempo e a luogo più opportuno la narrazione di quelle vicende.

 

CAPO XXXV

I SOGNI DI DON BOSCO

Scrivere la vita di S. Giovanni Bosco e non parlare de' suoi sogni sarebbe come narrare la vita di Gesù senza far menzione delle sue parabole. è naturale che fuori degli ambienti salesiani, dove ci s'è fatto l'orecchio, taluni aggrottino le ciglia a sentir discorrere di sogni come di cose serie e che altri si stupiscano leggendo che un uomo positivo come Don Bosco annettesse a' suoi sogni tanta importanza. Eppure ogni uomo al par di lui positivo ha l'elementare dovere di studiare il fenomeno prima di relegarlo nel mondo delle ingenuità; tanto più che il materiale di studio abbonda e sovrabbonda. Dal nono al settantunesimo anno della sua età Don Bosco raccontò un numero stragrande di questi sogni. Alcuni pochi furono scritti di suo pugno e se ne conservano gli autografi; i rimanenti venivano messi in carta o durante la narrazione pubblica o subito dopo da chierici e preti, che poi ne fissavano il testo con l'aiuto dei testimoni auricolari più attendibili. Di qui derivarono le raccolte manoscritte, che si custodiscono negli archivi salesiani. Durante gli anni della fanciullezza e dell'adolescenza teatro dei sogni di Don Bosco erano i luoghi della sua terra nativa e avevano per contenuto indicazioni su futuri avvenimenti che lo attendevano. I sogni si moltiplicarono dopo che egli fu prete, succedendosi con una grande varietà di soggetti. Combattimenti e vittorie della Chiesa; punizioni divine ai persecutori di lei; stati di coscienza de' suoi figli; il campo mistico dov'essi avrebbero lavorato e le varie mansioni che ciascuno vi avrebbe occupato; il crescere della sua famiglia e lo sfilare di giovani d'ogni regione, d'ogni colore, d'ogni lingua; il comparire della Madonna nel cortile dell'Oratorio, stendendo in mezzo a gran bufera il suo manto per accogliere tutti i giovani che vi si rifugiavano, mentre brutti mostri lanciavano pietre, fango, immondezze, che però cadevano sul manto della Madre celeste e scivolavano a terra senza far male alcuno a quanti vi stavano riparati sotto; personaggi sconosciuti, che entravano in casa a portare l'annunzio di disgrazie o di morti; il futuro prossimo e remoto delle Mis-sioni salesiane nel mondo. Ecco alcuni principali argomenti, che formavano la trama di queste rappresentazioni notturne.

A siffatti sogni s'accompagnano due caratteri inconfondibili, che li differen-ziano toto caelo dai sogni comuni. Il primo è l'andamento di essi, nel quale si rav-visa uno sviluppo logicamente ordinato ad uno scopo; il che non si verifica nei sogni consueti. Qui infatti è un inseguirsi più o meno confuso di ricordi, come di note musicali incalzantisi all'impazzata sulla tastiera del nostro cervello assopito. Quanta assurdità in quella ridda d'immagini! Per questo fu scritto che affannarsi a scoprire in tale accozzo un nesso e un senso è come voler scoprire un motivo mu-sicale in una scorribanda notturna di topi lungo un pianoforte. Invece nei sogni di Don Bosco si riscontra costantemente un fondo serio che costituisce come la base di tutta l'azione onirica; simile azione poi, ora semplice ora molteplice, pro-cede a gradi senza dar luogo alle incongruenze o alle banalità che in generale non si dissociano mai dalle fantasmagorie risvegliantisi e rigirantisi nell'immaginazione di chi dorme. Che se a volte compaiono fenomeni che abbiano dello strano, Don Bosco li avverte e ne riceve spiegazioni sotto ogni riguardo soddisfacenti. Siamo dunque ben lungi dal regno dei sogni propriamente detti.

Il secondo carattere consiste nella visione di cose occulte e nella previsione di cose future. Per cose occulte s'intendono qui i segreti delle coscienze, i fatti che avvengono in parti remote, ed anche luoghi, di cui il sognante non ebbe mai di-stinta notizia. L'esemplificare ci porterebbe chi sa dove; tuttavia un esempio non sarà mai di troppo. Nel 1883 Don Bosco sognò un fulmineo viaggio da Cartagena a Puntarenas, cioè dal nord al sud del continente meridionale dell'America. Egli lo raccontò il 4 settembre nella seduta antimeridiana del terzo Capitolo Generale, che stava radunato nel collegio di Valsalice. Quattro particolarità sono ivi degne di nota.

Anzitutto la descrizione delle Cordigliere. Da tutti si pensava che fossero come un muro divisorio o una catena omogenea, la quale si estendesse da nord a sud per più di trenta gradi di latitudine, un cordone unico insomma per elevazione e corso. Invece Don Bosco le descrive sezionate da numerose e profonde depressioni in forma di seni, valli e conche lacustri e suddivise in gruppi o nodi di catene, le quali si svolgono in opposte direzioni e si presentano affatto differenti fra loro per caratteri geologici e orografici: tutte particolarità che i geografi del tempo ignoravano. Orbene, l'esploratore salesiano Don De Agostini, competente nella storia della geografia sudamericana e informatissimo di ciò che si sapeva allora del conti-nente visitato da Don Bosco in sogno, ammirò di presenza quanto esattamente la sua descrizione rispondesse ai risultati di esplorazioni e di studi molto posteriori. Neppure il più autorevole cultore di geografia avrebbe potuto nel 1883 lanciare le recise e minuziose affermazioni di Don Bosco. In secondo luogo Don Bosco descrive ferrovie fantastiche, dove allora re-gravano deserto e solitudine. Oggidì le reti ferroviarie nelle repubbliche dell'A-merica centrale e meridionale hanno raggiunto uno sviluppo prodigioso, attraversando già in alcuni punti la Cordigliera andina, ne appare lontano il giorno, in cui, avverandosi a pieno il sogno, le linee già costruite lungo la catena delle Ande uni-ranno il nord dell'America allo Stretto di Magellano, attraversando l'intera Pa-tagonia.

In terzo luogo Don Bosco asserisce che straricche miniere di carbon fossile, di petrolio, di piombo ed anche di metalli preziosi stanno nascoste nelle viscere di quelle montagne. Ed ecco di anno in anno affiorare sempre nuovi depositi di mi-nerali in tutta la zona cordiglierana e lungo la costa dell'Atlantico. Particolare im-portanza ebbe la scoperta del petrolio a Comodoro Rivadavia nel Chubut, avvenuta il 16 dicembre 1907, mentre la Direzione generale delle miniere procedeva ad una perforazione in cerca di acqua potabile. Esiste al presente da quelle parti un mi-gliaio di pozzi petroliferi. Altre sorgenti furono poi scoperte presso i contrafforti andini di Salta e Jujuy e lungo le rive del Neuquen, per citare soltanto l'Argentina. Importanti giacimenti di carbon fossile si sono trovati sotto la Cordigliera presso Espuyen nel Chubut e a Puntarenas. Anche il piombo forma òggi nell'Argentina la produzione metallica più rilevante con una estrazione di diecimila tonnellate all'anno.

Finalmente dell'arcipelago fueghino Don Bosco dice: " Alcune di queste isole erano abitate da indigeni abbastanza numerosi; altre sterili, nude, rocciose, disa-bitate; altre tutte coperte di neve e di ghiaccio. Ad occidente, gruppi numerosi di isole, abitate da molti selvaggi ". Chi legge il magnifico volume del De Agostini sopra i suoi viaggi nella Terra del Fuoco e dà un'occhiata alla sua splendida carta geografica, ammira quanta verità brilli in sì specificata descrizione di terre fino al-lora inesplorate. Sono proprio quelli i tre aspetti del paesaggio fueghino: la zona pianeggiante e stepposa abitata dagli indigeni Ona ; poi la zona cordiglierana in-sulare coperta di nevi perpetue e di ghiacciai immensi; quindi i gruppi nume-rosi di isole verso occidente, sterili, nude, rocciose, dove vivono gli Indi Alcaluf e Vagan. Tanta precisione non era umanamente possibile se non a chi avesse veduto con i propri occhi località così caratteristiche e di così arduo accesso. I libri ne erano muti.

Di sogni come questo d'argomento missionario ve ne sono quattro, e tutti ridondano di previsioni che parzialmente il nostro tempo già ci mostra in atto. Anche negli altri sogni il contenuto profetico, se non è tutto, è parte rilevante. Quante morti, per esempio, gli furono per tal modo preannunciate! Parlandone egli non proferiva nomi, ma indicava date; del nome a volte svelava in pubblico la lettera iniziale, a volte dava comunicazione confidenziale a qualcuno, perchè preparasse al gran passo l'interessato; l'avveramento finiva poi di chiarire il mistero.

Torna ora opportuno vedere in che modo raccontasse Don Bosco i suoi sogni. Li esponeva " con semplicità, gravità e affetto ", dice l'ex allievo canonico Ballesio in un suo discorso sulla vita intima dell'Oratorio. Narrando, intercalava frasi argute o digressioncelle giocose, come per distrarre l'attenzione degli uditori dai punti di maggiore singolarità. Sempre col fine di affievolire l'impressione dello straordinario, dava talora nomi insignificanti al personaggio che soleva accompagnarlo, chiaman-dolo guida, interprete o, più vagamente ancora, sconosciuto; solo discorrendo a tu per tu con taluno ne dava indicazioni più concrete. Aveva poi una cura signifi-cativa di mettere in rilievo quanto ridondasse a sua umiliazione. Così, nel 1861, narrando un sogno nel quale egli si corrucciava che giovani dell'Oratorio facessero i sordi a' suoi consigli e mal corrispondessero a' suoi benefici, proseguiva: " Al-lora il mio interprete prese a rimproverarmi: - Oh il superbo! vedete il superbo! E chi sei tu che pretendi di convertire, perchè lavori? Perchè tu ami i tuoi giovani, pretendi di vederli tutti corrispondere alle tue intenzioni? Credi tu forse di essere da più del nostro Divin Salvatore nell'amare le anime, faticare e patire per esse? ". E così di seguito per buon tratto sullo stesso metro.

Con tutto ciò esortava a guardarsi dal mettere in burla le cose udite, ma rac-comandava che ognuno facesse a se le opportune applicazioni. Per altro anche questi ammonimenti erano conditi di evangelica umiltà. Quando ebbe finito di raccon-tare il sogno anzidetto, continuò così: " Adesso che vi ho raccontato tutte queste cose, voi penserete forse: - Don Bosco è un uomo straordinario, qualche cosa di grande, un santo sicuramente. - Miei cari giovani, per impedire stolti giudizi intorno a me vi lascio tutti in piena libertà di credere o non credere. Stimo però bene di dirvi che il Signore ha molti mezzi per manifestare la sua volontà. Alcune volte si serve degli strumenti più inetti e indegni, come si servì dell'asina di Balaam, facendola parlare, o di Balaam stesso, falso profeta, facendogli annunciare cose vere agli Israeliti. Perciò lo stesso può accadere di me. Io vi dico dunque che non guardiate le mie opere per regolare le vostre. Quello che voi dovete unicamente fare si è di badare a ciò che dico, perchè questo, almeno lo spero, sarà sempre la volontà di Dio e ridonderà a bene delle anime ".

Non tutte diceva in pubblico le cose manifestategli nei sogni, ma alcune co-municava in privato a chi vi aveva personale interesse; altre palesava a chi, go-dendone maggiormente la familiarità, ne lo interrogasse a quattr'occhi; altre infine serbava per sè come a lui esclusivamente destinate. Per il racconto pubblico sce-glieva le parti che fossero per riuscire di reale vantaggio all'insieme degli ascolta-tori. E gli effetti si toccavano con mano. Cresceva l'orrore del peccato; quindi un confessarsi con maggior dolore, un moltiplicarsi di confessioni generali, una mag-gior frequenza alla santa comunione; era insomma, per dirla con una frase di Don Bosco stesso, la bancarotta del demonio.

Si è accennato due volte qui sopra a un sogno del 1861; un riassunto di esso può offrire un saggio del genere, tanto più che quel sogno riguardava l'avvenire della Società Salesiana, quando non era stata ancora nemmeno commendata dalla Santa Sede. Lo espone anche il Cardinale Cagliero nei processi.

In una valletta presso i Becchi, sulla strada che va a Capriglio, parvegli d'incon-trare un personaggio venerando, che lo salutò amichevolmente e dopo un lungo conversare gli chiese se volesse vedere qualche cosa di singolare. Alla risposta af-fermativa gli presentò una grossa macchina con dentro una ruota, la piantò in terra e gli disse d'impugnarne il manubrio e dare un giro. Don Bosco obbedì. - Ora guarda dentro, - ripigliò l'altro. Guardò e vide un vetro a mo' di lente, che misurava un metro e più di diametro. Vi si leggeva scritto: Hic est oculus, qui humilia respicit in caelo et in terra. Attraverso la lente vide tutti i giovani del-l'Oratorio.

A un secondo giro, avvenne una separazione dei buoni dai cattivi. Ne conobbe quattro avvinti da grosse catene, sette con un lucchetto alla bocca, tre dei quali anche con le mani alle orecchie, e tre altri con un brutto scimmione sulle spalle. Addolorato, domandò la spiegazione. Erano quelli che non davano ascolto alle sue raccomandazioni. I primi quattro, se non cambiavano condotta, sarebbero finiti in carcere; gli altri sette tacevano in confessione e tre di essi non volevano sentire avvisi a questo riguardo; gli ultimi tre dopo gli esercizi spirituali erano caduti in peccato mortale d'impurità.

Dopo un terzo giro, ecco un altro stuolo grandissimo di giovani a lui scono-sciuti. Erano quelli che il Signore gli avrebbe dati in compenso di quei quattordici: per ognuno, cento.

àncora un quarto giro, e tutti quei giovani comparvero divisi in due schiere sopra un gran campo: erano i chiamati allo stato ecclesiastico e i non chiamati.

Questi secondi zappavano la terra; dei primi invece chi mieteva, chi faceva covoni, chi formava biche, chi spigolava, chi conduceva il carrò, chi affilava le falci, chi le distribuiva e chi trebbiava. Di molti egli sapeva chi erano e disse poi loro l'ufficio che avevano nel campo. Don Ruà, per esempio, prete da un anno, conduceva il carro; il chierico Cagliero raccoglieva e distribuiva fiori e trebbiava; Cerruti Fran-cesco martellava le falci; un chierico Molino tagliava il grano con la falce a rovescio, e di lui Don Bosco rivelò che non avrebbe perseverato, benché avesse terminato gli studi teologici, come difatti avvenne.

A questo punto lo sconosciuto gli ordinò di dare dieci giri. Rivide i medesimi giovani, ma fatti adulti. Erano passati dieci anni. Gli si paravano davanti case nuove, panorami non mai veduti e molti giovani alunni sotto la direzione dei figli dell'Ora-torio, già preti, maestri e direttori. Eseguito poi il comando di dare altri dieci giri, metà appena de' suoi giovani gli si fecero vedere, con i capelli grigi e alcuni un po' curvi. I mancanti erano passati all'eternità. Insieme scorgeva paesi nuovi, regioni nuove, nuova moltitudine di ragazzi sotto nuovi maestri, ma dipendenti ancora da parecchi di quelli anziani.

Rinnovò allora i dieci giri. Gli antichi facevano pietà: ridòtti di numero, incur-vati, macilenti e circondati da fanciulli che avevano un colore diverso dal nostro. Dopo altri dieci giri, alcuni pochi della prima generazione mostravano di essere al tramonto della loro vita; ma la moltitudine dei giovani era ingrossata, le case au-mentate, cresciuto il personale. Ripetuta la solita manovra dei dieci giri, tutto tutto gli parve nuovo. Fra direttori e maestri con abiti e costumi vari, uno solo dei tempi remoti, vecchio cadente, raccontava a una bella corona di giovani i prin-cipii dell'Oratorio e ricordava loro le cose imparate da Don Bosco, di cui mo-strava il ritratto appeso alla parete. Anche lui, dopo altri dieci giri, più non si ri-vide. Per ogni dieci giri erano passati dieci anni. A quel punto la ruota si mise a fare tanti giri e con tanta rapidità, che egli si svegliò e si trovò nel suo letto, stanco morto.

Don Bosco impiegò tre sere consecutive a raccontare questo sogno dopo le preghiere. Il sogno della ruota fu per molto tempo oggetto di conversazione in casa; Don Bosco si prestava volentieri a precisare, a interpretare, a commentare. Erano tutti persuasi che egli vi avesse avuto chiare notizie intorno all'avvenire dell'Ora-torio; i pochi iniziati ai segreti della Società intravvidero pure'quello che il tempo riserbava a chi fosse rimasto con Don Bosco.

Personalmente che cosa pensava Don Bosco de' suoi sogni? Sulle prime andò a rilento nel prestarvi fede, attribuendoli a scherzi di fantasia; onde nel raccontarli, se vi entrassero previsioni del futuro, temeva sempre o di aver preso lucciole per lanterne o di dir cose da non doversi pigliare sul serio. Discorrendone familiar-mente con intimi, ripetè più volte che da principio se n'era confessato a Don Ca-fasso come di un azzardato parlare e che il santo prete dopo matura riflessione gli aveva detto che, poichè quanto vedeva si avverava, poteva stare tranquillo e conti-nuar a raccontare.

Tuttavia non credette opportuno abbandonare subito le cautele. In una cronaca dell'Oratorio, sotto il 13 gennaio, a proposito di un altro sogno del 1861 svoltosi in tre notti consecutive, si leggono queste sue parole: " Nel primo giorno io non voleva darvi retta, perchè il Signore ce lo proibisce nella Sacra Scrittura. Ma in questi giorni scorsi dopo aver fatte parecchie esperienze, dopo aver presi diversi giovani a parte e aver detto le cose tali e quali le avevo viste nel sogno e dopo che essi mi assicurarono essere proprio così, io allora non potei più dubitare che questa sia una grazia straordinaria che il Signore concede a tutti i figli dell'Oratorio. Io perciò mi trovo in obbligo di dirvi che il Signore vi chiama e vi fa sentire la sua voce, e guai a coloro che vi resistono! ".

Eppure, umilmente diffidando di se, volle abbondare in precauzione; infatti sotto il 15 gennaio torniamo a leggere: " Dirò quello che ho già detto: io feci quel sogno, ma per una parte non voleva darvi retta, per l'altra parte lo vedevo troppo importante e perciò esaminai ben bene la cosa ". Consistette di nuovo l'esame nel-l'interrogare tre dei `giovani di cui nel sogno aveva conosciuto il misero stato e che trovò esattamente nelle condizioni a lui note. Sette anni dopo, il 30 aprile 1868, riparlava nel modo seguente: " Miei cari giovani, ieri sera vi ho detto che io avevo qualche cosa di brutto da raccontarvi. Ho fatto un sogno, ed ero deciso di non farne parola a voi, sia perchè dubitavo che fosse un sogno come tutti gli altri che si pre-sentano alla fantasia nel sonno, sia perchè tutte le volte che ne ho raccontato qual-cheduno ci fu sempre qualche osservazione e qualche reclamo. Ma un altro sogno mi obbliga a parlarvi del primo ". In quest'altro sogno la voce del personaggio gli aveva chiesto con accento di rimprovero: - Perchè non parli?

Il salesiano Don Lemoyne, discorrendo con Don Bosco il 5 gennaio 1886 di un sogno riguardante la guarigione prodigiosa del chierico francese Olive, allora novizio a Foglizzo e divenuto poi zelante Missionario in Cina, chiamò senz'altro; visioni i sogni di lui, ed egli fe' cenno che erano tali. Don Rua che più d'ogni altro era in grado di portare giudizio sulla natura dei sogni di Don Bosco, depose nei Processi: " Io sono portato a giudicare vere visioni quelli che egli chiamava sogni, dal vedere come siano andate e si vadano verificando esattamente le cose nei me-desimi simboleggiate ". Dichiarava di sentirsi portato a credere che Don Bosco riguardasse come un dovere da parte sua il rendere note per vantaggio spirituale delle anime le cose mostrategli in sogno e che a questo lo movesse un impulso soprannaturale.

San Tommaso, citando Isidoro e parlando dei modi con cui dall'alto vengono impresse immagini nella fantasia per fare agli uomini comunicazioni soprannaturali, mette con la visione e l'estasi anche il sogno. Tre motivi adduce il Cardinale Bona nel De discretione spirituum per mostrare come la quiete notturna si presti meglio a a ricevere certe impressioni del cielo con quella forma di visioni che si dicono im-maginarie. Nel sonno l'anima è meno distratta da molteplicità di pensieri; poi, es-sendo più passiva, è anche disposta più ad accettare e meno a discutere; finalmente in quel silenzio dei sensi le immagini si stampano meglio nella fantasia.

 

CAPO XXXVI

LA CONCESSIONE DEI PRIVILEGI

Un edificio completo in ogni sua parte, ma privo di tetto, non offre sufficiente riparo a' suoi inquilini. Così la Società Salesiana, organizzata e approvata, non avrebbe potuto assicurare piena libertà ed efficacia dilazione a' suoi membri senza la salvaguardia dei privilegi.

Sotto il nome di privilegi s'intende qui un complesso di facoltà, indulti e grazie che là Santa Sede suole concedere alle famiglie religiose. Un Istituto religioso, i cui membri siano sparsi in diverse diocesi anche lontanissime dal centro o in diversi Stati o in remote Missioni, per l'uniformità dello spirito, per il pronto disbrigo de-gli affari e per l'efficace esplicazione della sua attività ha bisogno di speciali esen-zioni dal diritto comune e dell'autorizzazione a far uso di certi mezzi propri, conformi alla sua indole. Per questo la Santa Sede, già nei primordi del Monachismo e poi in seguito secondo le mutate esigenze dei tempi, largheggiò sempre con i religiosi sodalizi in concessioni, che agevolassero loro il raggiungimento dei fini a ciascuno prefissi.

Venne la volta anche della Società Salesiana. Don Bosco, approvate che furono le Regole nel 1874, intavolò personalmente a Roma nel febbraio dell'anno succes-sivo le pratiche per ottenere i privilegi. Allora le vie erano due: compilare -un elenco dei privilegi stimati necessari e chiederli al Papa o domandare che venissero comu-nicati ai Salesiani i privilegi accordati già a qualche altro Istituto religioso. Egli scelse la seconda via, portando le sue preferenze sui privilegi goduti dai Redentoristi o Liguorini. Pio IX, conosciuto il suo desiderio, si mostrò favorevole e gli disse di preparare la domanda. Stese dunque una supplica in tal senso. Un privilegio però di somma importanza, specialmente per lui a motivo dei dissensi torinesi, la facoltà cioè di rilasciare le lettere dimissoriali a' suoi chierici, perché potessero ri-cevere gli Ordini sacri da qualunque Vescovo, non si soleva mai comprendere nella massa dei privilegi concessi per comunicazione, ma richiedeva sempre una conces-sione specifica e diretta. Aggiunse quindi alla prima un'altra supplica per questa grazia.

Le due suppliche ebbero per effetto immediato la nomina di una straordinaria Commissione cardinalizia pro voto, cioè per dare parere in merito. La componevano i medesimi quattro Porporati e il medesimo Segretario, che avevano condotto l'esame delle Regole. Ad essi Don Bosco indirizzò una elaborata memoria sul duplice oggetto dei privilegi e delle dimissorie. Ciò fatto, partì da Roma, lasciando sul posto un suo agente ufficiale e un suo fiduciario, che assistessero la pratica. Seguirono scambi di note, che trascinarono le cose in lungo. La discussione finale avvenne il 16 set-tembre. Il voto fu negativo su tutta la linea. Dall'esame dei documenti è lecito in-ferire, che sulla decisione influì grandemente il timore di una scissura fra l'Ordina-rio torinese e la Santa Sede, se Don Bosco fosse stato favorito. Il Santo sofferse l'amara disdetta con ammirabile rassegnazione e pacatezza d'animo. Ma rassegnarsi non significa darsi per vinto.

Andatogli a vuoto il primo tentativo, prese a escogitare la maniera di rimettere l'affare sul tappeto. L'imminente spedizione dei Missionari gliene porse l'occasione. Essi nell'America avrebbero avuto presto bisogno di particolari facoltà, dispense e fa-vori spirituali; perciò egli ai primi di novembre, limitata la domanda precedente, chiese solo un piccolo numero di concessioni, tredici in tutto, inserendovi anche quella riguardante gli ordinandi. La prossima partenza dei Missionari legittimava la nuova petizione e la preghiera di sollecito esaudimento ; ma la forma della richiesta era così elastica da non escludere una prospettiva più larga. Il Cardinale Berardi presentò la supplica al Santo Padre, che la passò alla Congregazione dei Vescovi e Regolari. Alcuni contrattempi rallentarono il negozio; tuttavia la domanda fu ripro-posta all'esame dei quattro Cardinali della Commissione antecedente. Sorsero quindi altre contrarietà per certi maneggi che tanto poterono da far arenare la pratica. Spesso la prudenza suggerisce a chi governa temperamenti e temporeggiamenti atti alla conservazione della pace; intanto gli uomini passano, le circostanze mutano e le cose si fanno.

Don Bosco li per lì non insistette, riserbandosi di tornare alla carica in un viag-gio che doveva fare a Roma nel prossimo anno. Egli era dal 1874 socio dell'Arcadia col nome accademico di Clistene Cassiopeo. Costumavano gli Arcadi la sera del venerdì santo tenere una solenne adunanza per commemorare la Passione del Si-gnore'. Orbene il Custode generale o Presidente aveva profferto a lui di leggere una prosa introduttiva nella tornata del venerdì santo del 1876, che cadeva ai 14 di aprile. Questo invito piacque a Don Bosco sia perchè gli giovava a penetrare sempre più negli ambienti romani, sia perchè lo metteva nella possibilità di riattaccare il filo dei privilegi senza aver l'aria di esservi andato a bella posta.

Giunto a Roma il 6 aprile, s'immerse tosto nel lavoro, intraprendendo peregri-nazioni per il disbrigo di affari ecclesiastici - e civili o per visite di convenienza e at-tendendo a preparare la sua lettura arcadica. L'aspettazione di questa era grande. Un prete piemontese dopo cinque anni appena dalla breccia di Porta Pia, un prete dedito all'apostolato della gioventù povera ed estraneo al mondo letterario, un prete in fama di Santo, che cosa avrebbe detto in quell'antico centro romano di cultura, solito ad ascoltare in simili circostanze letterati di professione e di grido? Anche là Don Bosco si mostrò prete. Rinunziando a qualsiasi velleità letteraria, scelse un tema non affacciatosi mai alla, mente di nessuno in quel luogo, ma adatto alla reli-giosità dell'ora: le " Sette parole di Gesù in Croce ". Il suo ragionamento, sacro da capo a fondo, a nient'altro mirò che al bene spirituale degli ascoltatori. Chiuse con una nota di papalità tanto più efficace quanto meno aspettata. Se si eccettuano i dilettanti di mera letteratura e taluni andati a udirlo ut caperent eum in sermone, il discorso produsse buonissimo effetto.

Il giorno dopo fu ricevuto dal Papa, che lo intrattenne per circa un'ora. La bontà di Pio IX lo riempì di consolazione. Il Papa giunse a domandargli che cosa potesse fare per lui, che l'avrebbe fatto volentieri. Ma purtroppo Don Bosco spe-rimentò che le conseguenze di certe recriminazioni erano ben più gravi di quello che egli si aspettava. Lo conobbe dalla fatica dovuta impiegare per abbattere osta-coli sollevati appunto contro la concessione 'dei privilegi. " Il lavoro mi fa andar matto ", scrisse a Don Rua. Non venne via però a mani vuote; in una seconda udienza il Papa gli concesse a viva voce e quasi di soppiatto alcune importanti facoltà, sebbene solo temporanee, cioè per un decennio, circa la presentazione dei candidati agli Ordini sacri.

Un affare di nuovo genere lo richiamò a Roma meno di un anno dopo. Pio IX voleva affidare ai Salesiani la riforma e la direzione dell'Istituto laicale dei Concet-tini o Concezionisti, aventi per iscopo l'assistenza degli infermi negli ospedali. Ave-vano essi la loro sede centrale presso lo storico ospedale di Santo Spirito, vicino al Vaticano. Le trattative si tirarono in lungo dal novembre del 1876 al novembre del 1877, finchè da ultimo la forza delle opposizioni prevalse sul suo buon volere e tante brighe tornarono in nulla.

A gettare tempo e fatica per questa faccenda Don Bosco era dovuto tornare a Roma nel gennaio del 1877. Non pare che siasi allora occupato direttamente dei privilegi; solo sappiamo che presentò alla Sacra Congregazione dei Vescovi e Regolari una relazione sullo stato della Società Salesiana. Anche quel documento giovava allo scopo, in quanto che, prospettando la vitalità dell'Istituto, lo mostrava non immeri-tevole di particolare favore. Con la medesima penna scrisse il 14 a Don Cagliero.

Farai noto a tutti i Salesiani che la Congregazione in Europa acquista nome, si accresce di numero, di domande per case, e credo poter anche dire, di fervore indi-viduale ".

Ed eccoci alla dimora romana del 1878, descritta sopra. Prima della morte di Pio IX egli spese le sue sollecitudini quasi unicamente a smantellare il castello di accuse eretto contro di lui dinanzi alle Congregazioni romane; morto poi il Papa, non si poteva certo pensare a ritentar la prova dei privilegi. Tuttavia nella prima sua let-tera a Leone XIII accennò, come si è visto, al bisogno che la Società Salesiana aveva della protezione pontificia per poter " conseguire la stabilità necessaria a promuo-vere la maggior gloria di Dio ". L'allusione era trasparente. Partì però con un'acuta spina nel cuore. Il Cardinale Ferrieri, succeduto al Bizzarri come Prefetto della Con-gregazione dei Vescovi e Regolari, gli si fece vedere contrarissimo alla concessione dei privilegi e molto mal prevenuto contro di lui.

Tornato a Roma nel marzo del 1879, risollevò la questione attraverso la do-manda di alcuni favori. Qualche cosa ottenne; ma egli con simili istanze voleva soprattutto produrre la sensazione, che di privilegi aveva reale necessità. Onde in tali scritture soleva far entrare come incidentalmente ragguagli sulle sue opere. Al-lora fu che il Papa conferì al Cardinale Nina, suo Segretario di Stato, l'ufficio di Protettore della Società Salesiana, come l'hanno tutti gli Ordini e tutte le Congre-gazioni Religiose. La scelta non poteva cadere su Prelato più benevolo. Avendo conosciuto Don Bosco prima della sua elevazione alla Porpora, lo stimava e amava moltissimo. Della sua affettuosa protezione il Santo avrà giovamento anche nel-l'affare dei privilegi.

Con Leone XIII Don Bosco gettò la prima parola sui privilegi durante un'udienza privata nell'aprile del 1881. Il Papa si dichiarò contrario ai privilegi dei religiosi. Al che Don Bosco in tono festevole: - Ma allora i religiosi non possono esistere. E poi i privilegi sono segni di benevolenza che la Chiesa può concedere o non con-cedere od anche ritirare quando crede.

- Voi che cosa domandate? lo interrogò il Papa.

- Domando due o tre privilegi, che godono tutti gli altri Istituti religiosi e ne domando solo la rinnovazione o la conferma.

- Basta, riprese il Papa, se è solo per queste cose, intendetevi col Cardinale Alimonda, e aggiusteremo tutto.

Ma questo tutto si ridusse alla concessione di alcune speciali indulgenze; non-dimeno Don Bosco fu pago di ottenere che la questione non fosse posta a dormire. Egli avrà pensato più volte in questa faccenda alla gocciola che a forza di cadere scava la pietra.

Nel novembre del medesimo anno indusse Monsignor Guarino, Arcivescovo di Messina e suo grande amico, a farsi patrocinatore della sua causa. Monsignore in un'udienza avviò bel bello il discorso su quel tema. A' suoi elogi sulle beneme-renze dei Salesiani, il Santo Padre rispose con elogi; udita però la menzione dei privilegi, osservò che gli altri religiosi li avevano ottenuti dopo secoli di meritorii lavori e che i Salesiani, recenti com'erano, dovevano lavorare ancora per ottenerne la partecipazione. Veramente gli Oblati di Maria Vergine li avevano ottenuti da Leone XII e i Rosminiani da Gregorio XVI, viventi ancora i loro fondatori; ma replicare non si poteva. Ma difficoltà d'altra natura, che qui non è opportuno esporre, intralciavano l'affare.

Nel 1882 il Santo perorò risolutamente da per se la propria causa a voce e per iscritto dinanzi a Leone XIII. Nell'udienza non lo trovò più contrario come prima alla comunicazione per partecipazione. Incòraggiato da ciò, stese una supplica, nella quale, rappresentato lo sviluppo della Società Salesiana nei nove anni dopo la sua definitiva approvazione, ne deduceva l'urgente - necessità di quella comu-nicazione.

Il Papa segretamente (e Don Bosco lo seppe in via confidenziale dall'Eminen-tissimo Protettore) nominò una Commissione composta dei Cardinali Sbarretti, Martinelli e Zigliara per lo studio relativo. Egli aspettava a Torino il risultato, quando in giugno gli arrivò la notizia che la comunicazione dei privilegi non si concedeva; spedisse perciò una nota distinta di quelli desiderati, documentandola a dovere. Egli fece un estratto di novantaquattro privilegi tra i goduti dai Liguorini, dai Pas-sionisti e dai Lazzaristi e lo mandò a Roma. La Sacra Congregazione rispose con un dilata, che era quanto dire: la cosa si rimanda a miglior tempo. E a dire l'ultima parola fu proprio il tempo, ne questo tempo si fece sover-chiamente aspettare. Nel 1883 la nomina del Cardinale Alimonda ad Arcivescovo di Torino doveva segnare un immediato viramento di bordo in tante cose e primie-ramente in questa. Il Papa, come disse poi egli stesso al Santo nel 1884, aveva di proposito scelto quel Porporato, perchè notoriamente amico di Don Bosco. Co-minciava così ad avverarsi anche per lui la parola detta da Gesù agli Apostoli: Voi sarete in tristezza; ma la vostra tristezza si cambierà in gaudio.

Intanto più Don Bosco sentiva avvicinarsi la fine della sua mortale carriera, o più aveva premura di dare l'ultima mano alla Società Salesiana, mettendola a pari con le altre Congregazioni religiose e somministrandole uguali mezzi per fare il bene nel mondo. Dopo tanti anni di studi e di trattative possedeva ormai più che sufficiente conoscenza della partita; eppure in questa ultima fase dovette ripi-gliare da capo tutto il lavoro e persistere nell'opera anche di fronte a sorprese, che avrebbero abbattuto la costanza di chi non fosse stato della sua tempra. Non fa d'uopo narrare qui per disteso le vicende che accompagnarono il periodo decisivo; sarà sufficiente toccare i punti più essenziali.

Si accinse dunque con grande fermezza all'impresa nel gennaio del 1884. Messi in carta i motivi per cui chiedeva i privilegi e delineatane bene la portata, mandò copia dello scritto al Cardinale Protettore e al Cardinale Arcivescovo, pregandoli di esaminare e di dirgli il loro avviso. I due Porporati si pronunziarono favorevol-mente. Allora inviò la sua supplica al Santo Padre. Il Cardinale Alimonda " con vera soddisfazione dell'animo " confermò con sua lettera al Papa la verità dei mo-tivi esposti, lodando la Società Salesiana per l'esemplarità della disciplina e per il gran bene operato. Una calda raccomandazione fece contemporaneamente al Cardinale Protettore, che gli promise di " tenerne seriamente proposito con Sua Santità ".

Una prima notizia che tutto andava bene, raggiunse Don Bosco in Francia. Lietissimo si sfogò allora col suo grande confidente Don Barberis, che gli era com-pagno nel viaggio e che secondo il suo costume ne raccolse in iscritto le parole. Disse così: " Speriamo di ottenere questa volta ciò che da tanti anni forma l'oggetto dei miei pensieri. Per riuscire a ottenere questi privilegi ho perseverato, tentato, ritentato ogni strada, ho subito umiliazioni e ripulse; ma nulla al mondo ci deve sgomentare. Si poteva desistere, ma non volli. Era per la Chiesa e non per me; era per il bene delle anime; era per lasciare alla mia morte consolidata la nostra Con-gregazione, la quale in buona sostanza appartiene alla Chiesa. Quando sembrava perduta ogni speranza di riuscita, avrei potuto dire: - Lasciamo un po' stare, ci pensino essi. - Ma no, bisogna che fino all'ultimo facciamo tutte le nostre parti, niente lasciando d'intentato Per cogliere le rose, si sa, s'incontrano le spine; ma con le spine vi e sempre la rosa ". Quegli Il essi " erano i Superiori ecclesiastici.

Le spine non erano ancora finite. Rimosso il vecchio ostacolo, ecco sorgerne uno nuovo. L'opinione che la Società Salesiana non potesse in verun modo so-pravvivere al suo fondatore s'impadronì talmente del Cardinale Ferrieri, che ne stornò l'animo da qualsiasi altra considerazione. Concederle i privilegi dovette sem-brargli come imporre una cupola monumentale ad un edificio fabbricato sull'a-rena. Ma il Papa lo volle, ne vi furono ostruzionismi che valessero contro il sud volere.

rose. Nelle varie fasi del sognato fenomeno non sarebbe difficile trovare riscontri con le fasi successive dell'ultimo decennio; ma per questo troppe più cose bisogne-rebbe dire, che romperebbero l'armonia del presente lavoro. Basti ricordare che durante le decennali peripezie qui e più sopra descritte un giorno Don Bosco esclamò con alcuni intimi: - Se avessi saputo prima che costava tanti dolori, fatiche, oppo-sizioni e contraddizioni il fondare una Società religiosa, forse non avrei avuto il coraggio di accingermi all'opera.

Dal 9 luglio 1884 cominciò per lui un periodo di quiete che nulla più turbò fino al non lontano termine de' suoi giorni. Egli sentì allora talmente di poter into-nare il suo Nunc dimittis, che disse: - Ora non ho più altro da desiderare, e prego il Signore che mi pigli con se. - Campò ancora tre anni e mezzo, anni di gravi sof-ferenze fisiche, ma rallegrati da straordinarie consolazioni.

 

CAPO XXXVII

APOSTOLATO DELLA STAMPA

Don Bosco, che sul principio della sua missione aveva per amore delle sue Letture Cattoliche rischiato più volte la vita, perseverò tenacemente sino alla fine nell'apostolato della stampa. Quello che non ostante le difficoltà dei tempi, la scarsezza dei mezzi e la ressa degli affari egli operò in questo campo, sorpassa dav-vero ogni immaginazione.

Prima ancora di fondare le Letture Cattoliche egli aveva già organizzato qualche cosa per la buona stampa. è infatti del 1850 una Pia Unione provvisoria di laici, detti promotori, chiamati da lui a raccolta per intraprendere, come si legge nello statuto, - una benefica attività " istruttiva, morale e materiale " contro gli " abusi della libera stampa". Le Letture Cattoliche sorsero più tardi, dopo tre anni di laboriosa prepa-razione, per offrire un mezzo diretto e continuo di reazione contro i lamentati abusi; e questo fu certamente un gran passo.

In seguito non quietò, finchè non riuscì ad avere, come vedemmo, una tipo-grafia a sua disposizione nell'interno dell'Oratorio. Era minuscola cosa, ma era un cominciamento. Don Bosco, che per cominciare un'opera non aspettava di poter fare le cose a perfezione, una volta cominciato, andò sempre avanti, finchè non ebbe una tipografia di prim'ordine. Di progresso in progresso, la tipografia dell'Ora-torio nel 1875 contava sei macchine con fonderia di caratteri, stereotipia e calco-grafia. Nel 1881 per l'arte del libro Don Bosco eresse un grande edificio apposito, inaugurato nel 1883, e alle macchine di prima, divenute insufficienti, ne aggiunse altre di nuovo modello, sicchè a Torino allora non c'era tipografia così bene attrez-zata da poter reggere al confronto con quella di Valdocco. Don Achille Ratti che nel 1883 venne da Milano per visitare Don Bosco e l'Oratorio, la trovò che funzionava in pieno e si rallegrò della felice impresa, nella quale aveva ammirato come andassero di conserto l'officina e la scuola. Nè egli perdette più di vista l'attività editoriale salesiana, tanto che, elevato al soglio pontificio, volle i figli di Don Bosco a dirigere la tipografia vaticana.

Quando con la tipografia dell'Oratorio prese a lavorare anche quella di Sam-pierdarena, Don Bosco sentì l'opportunità di rendersi indipendente nel riforni-mento della carta; anzi a questa prima idea ne associò un'altra, quella di giovare alla buona stampa somministrando alle pubblicazioni periodiche dei cattolici la carta a modico prezzo. Mosso da tali considerazioni, acquistò nel 1877 a Mathi Torinese una cartiera, alla cui direzione pose Salesiani esperti o capaci di acquistarvi la necessaria esperienza.

Accanto alle due tipografie, due librerie attivissime attendevano a smaltirne i prodotti. Perchè vicini e lontani si formassero un giusto concetto di questa attività libraria, Don Bosco ordinò nel 1881 la stampa di un catalogo generale, che in no-vantasei pagine metteva sott'occhio l'elenco delle edizioni fino allora uscite. Del fascicolo furono diffuse in tutta l'Italia quarantamila copie. Don Bosco mostrò sempre di comprendere il moderno valore della pubblicità, non in quanto è anima del commercio, ma come propaganda di bene. Egli diceva: - Siamo in tempi, in cui bisogna operare. Il mondo è divenuto materiale, perciò bisogna lavorare e far conoscere il bene che si fa. Se uno fa anche miracoli pregando giorno e notte e stando nella sua cella, il mondo non ci bada e non ci crede più. Il mondo ha bisogno di vedere e toccare.

Fra le edizioni salesiane, che dovettero la loro esistenza a Don Bosco, tengono il posto d'onore le collezioni. Prima per ordine di tempo, la collezione delle Let-ture Cattoliche fu sempre la prediletta del Santo. Egli non la diresse solamente, ma vi collaborò a lungo e in misura che ha del favoloso; poichè, senza tenere conto del Galantuomo, sempre anonimo e spesso compilato da lui, fra il 1853 e il 1878 ben cinquanta pubblicazioni vi portano il suo nome, e alcune di esse riempiono parecchi fascicoli, da due a sei. Il programma, finché dominò la volontà del fondatore, si mantenne entro l'àmbito apologetico, ascetico, morale e agiografico, alla portata del popolo.

Ma esisteva una classe di lettori che a Don Bosco era cara come la pupilla de' suoi occhi: gli studenti delle Scuole secondarie. In Italia il maxima debetur puero re-verentia di Giovenale sembrava purtroppo diventato un anacronistico aforisma, con tanto poco riguardo nelle mani dei giovani si mettevano testi classici contenenti pagine o anche solo versi o frasi, che nei loro cuori non potevano non avere riso-nanze pericolose. Bisognava provvedervi.

Nella vita , di Don Bosco è notevole l'orrore che egli provava per tutto quello che potesse menomamente offendere la modestia. Per il lungo esercizio di questa ch'egli amava chiamare la bella virtù, s'irradiava dalla sua persona un candore ver-ginale, che rapiva i buoni e colpiva anche i traviati. Nel suo metodo educativo poi trovavano indulgenza molte mancanze, ma il farsi ad altri pietra d'inciampo in ma-teria di purezza lo rendeva inesorabile. Un giorno, sentendo parlare di qualcuno che aveva dato scandalo, proruppe in questa esclamazione: - Se non fosse pec-cato, gli scandalosi io li strangolerei con le mie mani. - Date queste disposizioni d'animo, è naturale ch'egli pensasse con raccapriccio alla contaminazione delle anime giovanili per la lettura di certi passi ricorrenti in libri usati nell'insegna-mento scolastico.

Di qui ebbero origine i suoi Selecta ex Latinis scriptoribus, che a poco a poco diedero alle Scuole in edizioni purgate una raccolta completa di quelle opere o parti di opere latine, che i programmi governativi prescrivevano per i ginnasi e i licei. Questo lavoro d'epurazione cominciò quasi subito dopo l'impianto della tipografia. Professori salesiani e non salesiani, sotto la direzione di Don Francesia, discepolo carissimo al latinista Tommaso Vallauri, toglievano inesorabilmente di mezzo ogni turpitudine e ai testi aggiungevano anche sobri commenti. Dalle coAnue ristampe si vede che quelle edizioni incontravano favore.

Poi venne la volta dei classici italiani. La collezione intitolata Biblioteca della gioventù Italiana e diretta da Don Durando, mise in circolazione dal 1869 al 1885 duecentoquattro opere, più che sufficienti ai bisogni della Scuola secondaria e della cultura giovanile. I volumetti in trentaduesimo uscivano normalmente uno al mese e si davano anche per associazione annua. Nel loro formato non avevano pretese di eleganza, ma erano comodissimi e costavano pochi soldi. La diffusione fu più larga che comunemente non si creda; i soli associati arrivarono a circa tremila. L'essere mondi e tersi fece sì che entrassero nei seminari e in altri istituti ecclesia-stici autori che diversamente ne sarebbero stati proscritti. Benedetto XV, che in gioventù vi era associato, disse a un autorevole Salesiano che di questa impresa bisognava essere grati a Don Bosco, perchè egli aveva così reso possibile agli alunni del santuario letture vietate dalla coscienza o dall'Indice dei libri proibiti. Bofon-chiarono certi insegnanti contro le mutilazioni; critici spregiudicati derisero gli scrupoli degli uomini di Chiesa; ma Don Bosco fece il sordo e gli assennati educa-tori gli diedero e gli dànno ragione. Alla stampa di testi greci egli pose mano più tardi, nel 1872, con sei Dialoghì di Platone in tre volumi, il primo libro della Ciropedia e il primo dell'Anabasi di Se-. nofonte. Curava le edizioni il torinese Don Pechenino, buon grecista; in seguito sottentrò il salesiano Don Garino; autodidatta di gran valore. Don Bosco l'aveva allevato da ragazzo nell'Oratorio e vedendo la sua attitudine allo studio delle lingue classiche, ve l'aveva applicato per tempo. Fu Don Bosco a suggerirgli l'idea e i criteri di quella grammatica che agevolò l'apprendimento del greco a tante genera-zioni di studenti, quando nelle Scuole dominava il Curtius, la cui grammatica, scien-tificamente buona, sembrava fatta apposta per mettere in uggia lo studio dei primi elementi.

Nel 1875 Don Bosco alle tre collezioni precedenti ne aggiunse una quarta. Da trent'anni si battagliava in Francia contro l'uso esclusivo dei classici pagani nelle scuole cristiane. Pio IX nel 1853 con la Lettera apostolica Inter multos aveva risolto la questione raccomandando ai Vescovi francesi di associare allo studio degli antichi scrittori gentili quello dei Padri greci e latini. Riaccesasi poi la controversia al tempo dell'abate Gaume col suo Ver rongeur, il Papa ribadì lo stesso !indirizzo in un Breve del 1874 al focoso polemista; sul quale argomento ritornò l'anno dopo in un altro Breve a Monsignor d'Avanzo, allora Vescovo di Calvi e Teano. Don Bosco, che teneva dietro al dibattito, lasciando che i letterati discutessero, scese al pratico e iniziò i Selecta ex Christianis scriptoribus con un primo volume di S. Girolamo. Ne affidò la cura al salesiano Don Tamietti, altro discepolo del Vallauri. Contempo-raneamente impose che nelle scuole salesiane si facesse su autori cristiani una le-zione di latino ogni settimana. Dieci anni dopo, temendo che si abbandonasse tale usanza, disse ai superiori del Capitolo: " Il latino degli scrittori cristiani, come alcuni pretendono, non sarà classico; ma chi legge S. Agostino e S. Bernardo resta sor-preso dalla bellezza della lingua, benché non sia ciceroniana ". Allora sotto l'impero del laicismo si ostentava dispregio per la letteratura patristica; oggi invece il Regime fascista le ha aperto le porte non solo del ginnasio e del liceo, ma anche dell'istituto tecnico e delle magistrali, essendovisi introdotto lo studio del latino. Come Don Bosco, la pensava pure il Tommaseo che in un suo Diario del 1833 sotto il 30 mag. gio aveva scritto: " I primi scrittori cristiani sono giganti appetto ai pagani ultimi. Anche questo è vestigio divino ".

Un'altra categoria di libri scolastici vi era da espurgare per renderli inoffensivi alla gioventù: i dizionari. Certe parole, certi esempi, cadendo sotto gli occhi dei giovani, ne feriscono l'anima e sono incentivo al peccato. Don Bosco volle liberare le Scuole da tale sconcio. Diede perciò a Don Durando l'incarico di preparare i vo-cabolari della lingua latina, a Don Pechenino quei della lingua greca e a Don Cerruti l'italiano. Questi vi faticò dal 1868 al 1879, mentre i due primi offrirono più presto il frutto delle loro fatiche; poichè nel 1876 i due volumi grandi del Durando e uno del Pechenino correvano già per le Scuole. Stimolato da Don Bosco, il Durando compiè l'opera, compilando il Nuovo Mandosio per le due prime classi ginnasiali. Anche queste pubblicazioni furono accolte con plauso dalle persone serie.

Don Bosco era già vicino al tramonto della sua vita, quando nel 1885 principiò ancora una collezione di tutt'altro genere. è risaputo quanta importanza egli annet-tesse al teatro giovanile, in cui vedeva un mezzo eccellente per rallegrare, istruire, educare il piccolo mondo de' suoi collegi. Le rappresentazioni furono da lui co-minciate nel 1847 per gli esterni- e nel 1849 per gli interni. Egli stesso compose in quegli esordi tre lavoretti drammatici, di cui uno a scopo didattico sul sistema me-trico decimale recentemente introdotto negli Stati Sardi, un altro d'argomento apo-logetico con protagonisti un avvocato e un ministro protestante, e il terzo a sfondo morale intitolato La casa della fortuna. A poco a poco l'arte drammatica degli imberbi attori vi progredì a segno che dal 1861 in poi si vennero eseguendo parecchie com-medie latine fra lo stupore e il diletto del pubblico intelligente. Il Santo nel 1858 aveva dettato sul teatro collegiale una serie di norme, che, ritoccate da lui in seguito, inserì nel Regolamento per le case salesiane. Orbene, scarseggiando le produzioni che rispondessero al suo ideale, intraprese nel 1885 una Piccola Collana di letture drammatiche per istituti d'educazione e famiglie. Ne usciva un fascicolo ogni due mesi. Don Lemoyne contribuì ad arricchirla con numerosi lavori, che affascinavano i gio-vani e producevano i buoni effetti voluti dal Santo.

A Don Bosco è dovuta inoltre una collezione, che comparve dopo la sua morte: la collezione di Letture amene. La propose nel 1885, quando decise di chiudere quella dei classici italiani. Fattala annunziare l'anno appresso dalla libreria dell'Oratorio, ne vide un debole inizio nel 1887; ma solo più tardi questa sua ultima iniziativa editoriale prese slancio.

Persuaso com'era che la musica fosse strumento efficace di educazione, pochis-sime opere musicali trovava che accoppiassero ad altre qualità una facile piacevo-lezza. Eccitò pertanto Don Cagliero a fare svariate composizioni sacre e profane, che avessero i requisiti da lui desiderati. Don Cagliero, dotato da natura di facile vena, ne secondò a meraviglia gl'intendimenti, sicchè per lui l'Oratorio non solo si acquistò fama con grandiose esecuzioni, ma gareggiò pure in edizioni musicali con altre case editrici d'allora.

Qui più d'un lettore domanderà come mai intorno a Don Bosco spuntassero come funghi gli scrittori. La risposta è molto semplice. Il grande educatore, come si formava direttori, predicatori, confessori, insegnanti, assistenti, così seppe for-marsi anche i suoi scrittori. Guardando alle attitudini e ai gusti dei singoli, sco-priva coloro che avessero il talento di saper maneggiare la penna e bel bello li av-viava alla forma di lavoro letterario a loro più confacente. Li chiamava a collaborare con sè in pubblicazioni che stava preparando, li probvedeva di libri, li metteva a contatto con uomini di lettere o di date competenze, assegnava loro argomenti da trattare, li assisteva nei primi tentativi, largiva ad essi norme pratiche, suscitando così ne' suoi giovani sacerdoti la coscienza di poter fare qualche cosa e insieme la voglia, come si diceva a quei tempi, di far gemere i torchi. Con questo non si pensi che egli allevasse letterati di professione; le occupazioni letterarie de' suoi Salesiani erano intercalate a ordinarie occupazioni di ben differente natura.

All'apostolato della stampa, secondo che egli lo intendeva, occorrevano due cose: modicità di prezzi e larga diffusione. Non potè dire la sua ragione sui prezzi finchè non possedette una tipografia nella propria casa; allora soltanto aveva agio d'intervenire per moderare a piacer suo il costo dei libri. E come era esigente in questo! Una volta, quando dirigeva la tipografia il Cavaliere Oreglia, lo riprese amorevolmente, ma energicamente, perchè avesse assegnato un prezzo un po' alto alla biografia di Francesco Besucco, e alle sue spiegazioni rispose: - Io non guardo a nessun prezzo, io guardo solo che si diffondano buoni libri. Noi due non c'in-tendiamo ancora. Ella sa che Don Bosco ha bisogno di danaro, e perciò gliene vuol dare; io so esserci bisogno che i buoni libri si diffondano, e perciò non guardo a danari.

Riguardo alla diffusione, pochi sanno oggi di un'industria usata dal Santo. In moltissimi centri grandi e piccoli egli guadagnava alla causa della buona stampa qualche suo confidente, ecclesiastico o laico, ottenendo che e per zelo di bene e per far piacere a lui si sobbarcasse alla non lieve molestia di procacciargli associati, ritirare i pacchi delle pubblicazioni e distribuirle ai destinatari. Nè questo solamente in Piemonte o nell'alta Italia, ma anche più giù. Così a Faenza aveva Don Taroni, Direttore spirituale di quel seminario, propagatore instancabile delle Letture Cat-toliche; a Firenze la contessa Uguccioni, che teneva nel palazzo una piccola libreria di opere inviatele da Torino, e il domenicano Padre Verda, che con le Letture Cattoliche diffondeva anche la Biblioteca della gioventù italiana; a Roma la Madre Galeffi, supe-riora delle Nobili Oblate di Tor De' Specchi, la quale nel parlatorio della casa reli-giosa teneva esposti per la vendita tutti i libri speditile regolarmente dall'Oratorio. In questo modo si spiega come, per esempio, gli associati alle Letture Cattoliche oscillassero fra i dodici e i quattordicimila.

Un'occasione di straordinaria importanza seppe Don Bosco far servire a' suoi fini. Nel 1884 si doveva inaugurare a Torino un'Esposizione nazionale dell'industria, della scienza e dell'arte. Orbene egli concepì l'ardito disegno di esporre e mettere in azione l'intero macchinismo necessario alla produzione del libro. Approvata la sua proposta, fu costruita per lui una galleria speciale, sul cui ingresso si leggeva a caratteri cubitali la scritta: DON BOSCO. Fabbrica di carta, tipografia, legatoria e libreria salesiana. Per quei tempi, un prete espositore in una Esposizione nazio-nale e nella sezione del lavoro sembrava a molti visitatori il non plus ultra della stra-vaganza. Infatti non erano pochi coloro che, passando dinanzi e leggendo l'iscri-zione, sorridevano nella certezza che vi fosse là entro un bazar di roba da sagrestia. Invece, chi entrava, rimaneva subito impressionato da due novità, dal lavoro cioè e dai lavoratori. Questi, tutti giovani di varia età, si attiravano le simpatie dei ri-guardanti per l'applicazione, la compostezza e la serenità, con cui attendevano ognuno a fare bene la parte sua. Il lavoro poi incatenava dal principio alla fine l'attenzione. Probabilmente non era mai avvenuto a nessuno di assistere così al graduale processo, per cui da un mucchio di sudici cenci si arrivava a veder uscire un superbo volume, illustrato con un centinaio d'incisioni e ben legato, la Fabiola, romanzo storico del Cardinale Wiseman sulla Chiesa delle Catacombe. Cosicché quel reparto costituì per il pubblico uno dei richiami più interessanti nella grande mostra. Un giornale di Reggio Emilia, il Reggianello, nel numero del 4 ottobre riportava le impressioni di un reduce da Torino, il quale diceva che la galleria di Don Bosco era una delle poche, dove si affollassero i visitatori e che in quel continuo andirivieni si notavano sui volti i segni evidenti della soddisfazione e della meraviglia.

A fabbricare la carta vi lavorava da mane a sera una macchina novissima, acqui-stata allora allora da Don Bosco nella Svizzera e destinata a sostituire quella vecchia di Mathi. Nella parte libraria figuravano mille volumi, tutti usciti dalla tipografia salesiana. Ve n'erano d'ogni sesto e d'ogni qualità: scientifici, letterari, storici, didattici, religiosi, illustrati. Faceva pure bella mostra di sè la collezione intera del Bollettino Salesiano in tre lingue: italiana, francese e spagnola. Vi si vedevano.an-che saggi di disegno professionale. Il tutto stava bene disposto in scansie di ele-gante struttura, lavoro dell'Oratorio, e dalle vetrine traspariva una grande varietà di legature.

Concorrendo in forma così imponente all'Esposizione torinese, Don Bosco si riprometteva parecchi vantaggi. Si sarebbe visto alla prova non essere il clero quel retrogrado e nemico del progresso, quale una certa stampa si ostinava a rappresen-tarlo. Vi si sarebbe dato anche un buon esempio con la santificazione dei giorni festivi. Su questa obbedienza alla legge della Chiesa i giornali di parte avversa avreb-bero voluto fare dello spirito o schizzare veleno; ma una più o meno tacita intesa a fine di non danneggiare l'Esposizione li trattenne dal menarne scalpore. Non fu ,agevole far accettare tale condizione; Don Bosco però non cedette e il Comitato esecutivo per interesse si arrese. Un terzo vantaggio consistè nell'immensa pubbli-cità che egli procurò alla sua attività in favore della buona stampa. Tutta l'Italia cattolica venne a conoscere non senza orgoglio un'opera grandiosa che sommamente la onorava e che meritava di essere sostenuta con ogni mezzo per il bene della Chiesa e della società.

Don Bosco prima di lasciare la terra potè consolarsi d'aver attuato il suo pro-gramma iniziale; prima una tipografia, poi una grande tipografia, infine molte ti-pografie. Oltre alla grande tipografia dell'Oratorio, sette altre ne aveva impiantate, di cui due in Italia, a Sampierdarena e a S. Benigno Canavese; tre in Francia, a Nizza, a Marsiglia e a Lilla; una nella Spagna, a Sarrià presso Barcellona; una nella Repubblica Argentina, a Buenos Aires. Dopo tali precedenti non c'è da meravigliarsi, che i figli di Don Bosco, dovunque siano chiamati a portare l'o-pera loro, si dedichino con ardore di predilezione a suscitare e organizzare potenti scuole tipografiche. L'apostolato della stampa è parte integrale dell'eredità lasciata loro dal Padre.

 

CAPO XXXVIII

DON BOSCO NELL'ORATORIO DAL 1868 IN POI

Con l'erezione della chiesa di Maria Ausiliatrice l'Oratorio prese la sua fisio-nomia definitiva e fissò le sue consuetudini di vita. Il Santuario, meta di pel-legrinaggi lontani, era per gl'interni centro del culto e della preghiera, oggetto delle comuni sollecitudini, sorgente di grazia e di gioia ed anche motivo di santo orgoglio, com'è per i cittadini il loro duomo o per gli abitanti di villaggio la loro parrocchiale. Della Madre celeste vi si sentiva in ogni parte quasi l'immediata vicinanza e verso di lei Don Bosco faceva convergere i cuori dei figli. Sino al 1878 tenne egli le redini della casa; dopo quell'anno il governo della crescente Società, i frequenti e lunghi viaggi e il declinare della salute lo costrinsero a tirarsi gradatamente indietro, pur non perdendone mai il contatto. Valgono per il primo di questi due periodi molte cose dette precedentemente, che però si debbono qui integrare.

La presenza di Don Bosco nell'Oratorio era come l'aria, che si respira in ogni luogo e ad ogni istante, senza che vi si ponga mente; investiva tutto e tutti come effusione di paterna bontà. I nuovi venuti non tardavano a sperimentarne l'influsso. Di Don Bosco avevano già forse udito parlare, ma tosto lo udivano menzionare da superiori e da compagni; quel nome veniva pronunciato come quello di un pa-dre amoroso e santo. Poi lo vedevano la prima volta e rimanevano incantati a ri-mirarlo. Alla fine lo incontravano: l'amabilità del tratto, le interrogazioni sulle loro famiglie e sulle cose loro più care o più note, qualche piacevolezza sul loro cognome, qualche uscita inattesa che li colpiva, ne guadagnavano la confidenza.

Due volte al giorno si mostrava regolarmente in pubblico: al mattino durante la Messa della comunità andando a confessare e alla sera dopo le orazioni. Confes-sando, non si chiudeva nel confessionale, sicchè tutti potevano contemplarlo a loro agio ed essere edificati dalla santità del suo contegno. I penitenti gli si affollavano attorno in gran numero, aspettando il proprio turno inginocchiati sul pavimento e in una singolare mescolanza di alunni, chierici, preti, coadiutori. Ma di questo argomento basti il già detto nel capo ventottesimo.

Magnifica poi era la scena che si svolgeva al chiudersi della giornata. Si chia-mava l'ora della " buona notte ". Gli animi, preparati dalla preghiera, lo aspettavano con desiderio. Venuto il momento, tutti gli occhi fissavano il pulpitino, sul quale egli montava aiutato filialmente dai più vicini. Di là sopra abbracciava con uno sguardo sereno e sorridente lo svariato uditorio; poichè nessuno vi mancava dei componenti la casa, da Don Rua all'ultimo dei famigli, come cristianamente voleva che si chiamassero gli uomini addetti agli umili servizi domestici. Anzitutto, chi avesse trovato oggetti'smarriti, si faceva avanti e glieli porgeva, ed egli, mostrandoli, invi-tava i padroni a ritirarli, accompagnando non di rado il gesto con un motto che destava l'ilarità. Nel suo concetto la " buona notte " doveva essere una parlatina di cinque minuti al massimo, nella quale si esprime una sola idea importante, ma in modo da fare impressione e mandare i giovani a dormire con un buon pensiero o un buon sentimento. I suoi argomenti variavano all'infinito, secondo il bisogno e l'opportunità: ordini per l'indomani, atti di pietà raccomandati, commemora-zioni di benefattori defunti, richiami di catechismo, spiegazioni di cerimonie reli-giose o di paramenti sacri o di parole liturgiche, fatti della Bibbia e della storia eccle-siastica o civile, esempi di Santi, sentenze, apologhi, invenzioni moderne, cose della giornata lodevoli o biasimevoli avvenute nella casa, annunzi di novene e feste, errori correnti. Proponeva quesiti da risolvere, moveva domande sul significato di certe parole, non esigendo sempre risposta immediata, ma dando un giorno o due di tempo e permettendo anche di rispondere per iscritto; il che offriva poi materia d'altri sermoncini. Dopo le spedizioni missionarie aveva una miniera inesauribile di notizie e di aneddoti, che porgevano occasione a fantasticare e a riflettere. Qua-lunque fosse il tema, egli sapeva con destrezza trarne motivo per ispirare odio al peccato e per esortare a far buone confessioni e sante comunioni. Per una ragione speciale attribuiva grande importanza a queste parole dette amorevolmente ogni sera dopo le orazioni. - Lì, diceva, si taglia la radice ai disordini, prima ancora che nascano.

Talvolta saltavano fuori dialoghi non impreparati. Un prete, domandata la parola, chiedeva spiegazioni su cose dette da Don Bosco la sera innanzi o proponeva di concedere ai giovani un determinato spasso o esponeva dubbi suggeriti da circo-stanze speciali. Per esempio, 1'11 marzo 1873, com'egli ebbe ripigliato un argo-mento delle sere precedenti sulle vocazioni ecclesiastiche e sul disinteresse che devono avere gli aspiranti allo stato sacerdotale, Don Barberis domandò di parlare. - Sentiamo che cosa vuoi dire - gli rispose Don Bosco. E quegli: - Ogni fatica deve avere il suo premio; quindi è ben giusto che il prete lavorando guadagni. - Don Bosco approvò, ma spiegando che, provveduto al necessario sostentamento, il prete non deve far danari ne per se ne per la famiglia; suo guadagno essere le anime. L'interpellante replicò tirando in ballo il quarto comandamento: Onora, il padre e la madre. La risposta fu che, se i genitori sono in bisogno, il figlio non pensi a farsi prete per mantenerli, ma si dedichi a qualche arte o mestiere. - Eppure persone autorevoli la pensano diversamente - osservò Don Barberis. Il Santo, scusata la buona fede di cotestoro, ne confutò l'opinione. L'uditorio partecipava con interesse e e con profitto a simili botte e risposte.

Nella brevità Don Bosco faceva eccezione quando aveva sogni da raccontare. Per lo più ne dava l'annuncio qualche giorno prima. L'aspettazione era vivissima. Durante la narrazione si sarebbe sentito il volo delle mosche. I commenti duravano poi a lungo; ma effetti salutari si producevano immediatamente. Anche di questo si è detto abbastanza nel capo trentacinquesimo.

Bello era vedere ciò che succedeva dopo terminato il discorsetto. Augurata da lui la buona notte e rispostogli da tutti con un grazie cordiale, egli discendeva e lento lento si avanzava. Tostamente, quanti volevano, gli si stringevano attorno, gli ba-ciavano la mano e gli accostavano l'orecchio per udire una sua parolina. Attesta di sè Don Anfossi nei processi: " A me ragazzo avvenne più volte d'intendere un amo-revole rimprovero 'o avviso dal solo suo sguardo, accompagnato da una stretta di mano; ed essendo io afflitto, senza bisogno di far parola, era da lui inteso e conso-lato. E quello che faceva con me, faceva con tutti, sicchè i ragazzi si dipartivano da lui per recarsi al dormitorio in silenzio, raccolti e soddisfatti ".

Parecchi scrivevano le " buone notti " di Don Bosco, riempiendone quaderni. Un manipolo prezioso di tali manoscritti non perì, sicché è stato possibile pub-blicare nelle Memorie Biografiche alcune centinaia di quei sermoncini serali, che, an-che più o meno riassunti, si leggono tuttora con diletto, lasciando arguire l'effi-cacia che dovevano avere nella loro integrità e avvivati dall'unzione del parlare di Don Bosco.

Anche nel corso della giornata Don Bosco si faceva vedere. Ciò era nel cortile e nel refettorio. Nel cortile lo vedevano tutti, nel refettorio solamente i Salesiani. Durante le ricreazioni, appena spuntasse da qualche lato, quelli che giocavano, pren-devano la corsa verso di lui, gli baciavano la mano, ne ricevevano un sorriso o una . parola e tornavano ai loro trastulli; altri gli facevano corona, godendo della sua conversazione. Erano momenti di vero godimento spirituale. Don Bosco ne profittava per sussurrare certe parole all'orecchio, che suscitavano nelle anime giovanili sorprendenti emozioni.

Durante le refezioni sedeva in mezzo alla numerosa comunità, allietandola con l'abituale serenità del suo aspetto. Dal 1869 avevano l'ambito onore di assidersi ivi periodicamente alla mensa dei superiori gli alunni della quinta ginnasiale, che si fossero segnalati per studio e condotta. Un tempo vi andavano per turno ogni do-menica i migliori delle singole classi e dei singoli laboratori. Don Bosco mostrava di vederli volentieri, il loro posto non era però vicino a lui. Soltanto la sera Iel giovedì santò si disponevano a' suoi fianchi durante la cena i tredici giovani eletti dai compagni a rappresentare gli Apostoli nella lavanda dei piedi, cerimonia com-piuta sempre da Don Bosco. I premiati suddetti, finito il pranzo, passavano a rive-rirlo, ne ricevevano un frutto o un dolce e udivano una sua paroletta, non proferita certo a caso.

Le occupazioni non gl'impedivano di visitare i suoi infermi. Diceva Don An-fossi: - Io provai le sue cure materne quando fui colpito dal tifo. - Una volta un febbricitante assetato gli manifestò una voglia bizzarra: bere dell'acqua entro la cazza dei muratori. Don Bosco, poco dopo essere uscito, rientra reggendo con garbo su ambe le palme il rozzo recipiente pieno fino all'orlo e con soavità incompa-rabile porge all'infermo il desiderato refrigerio. Questo semplice aneddoto ci dà la misura delle sue attenzioni per gli ammalati. Economo in tutto, non voleva con essi economie.

Di vedere Don Bosco c'era poi sempre una possibilità più unica che rara. Nel cuore dell'Oratorio la sua cameretta si apriva indistintamente a quanti della casa desiderassero parlargli. La bontà del suo accogliere incoraggiava e moltiplicava tali visite. Seduto allo scrittoio, smetteva qualsiasi occupazione, faceva sedere sul vi-cino sofà i visitatori, fossero salesiani o giovanetti, e li stava ascoltando come se di-cessero le cose più importanti del mondo e come se egli non avesse proprio nien-t'altro da fare. Da quella stanzetta, comunque vi si fosse entrati, si veniva sempre via contenti.

Dal fin qui narrato si può comprendere la giustezza della tesi presa a illustrare in un suo solenne discorso dal Vescovo argentino Aliberti: Don Bosco educatore aver avuto del pedagogo il puro necessario, del carabiniere nulla, del padre tutto.

Fino al 1879 egli ritenne il titolo di Direttore dell'Oratorio; ne questo era ti-tulus sine re. Tutto l'andamento dipendeva dal suo comando e dal suo consiglio. I superiori subalterni avevano, è vero, la loro libertà di azione, ma sempre nell'àmbito delle regole da lui poste e nel senso delle direttive da lui impartite. Questa sua personale ingerenza nel gran mare dell'Oratorio era quello che è il timone alla nave. Lo coadiuvava bensì nella direzione un vice direttore, Don Michele Rua, ma in cima ai pensieri di questo stava ognora la preoccupazione d'interpretare e d'ese-guire a puntino la mente di Don Bosco.

La più grande semplicità accompagnava gli atti di governo, su per giù come si suol fare in una famiglia ben ordinata per risolvere casi giornalieri. Non esistevano ore d'ufficio; molto si sbrigava ordinariamente nella mezz'ora fra il termine. della cena e il principio delle orazioni. Seduto o passeggiando nel refettorio, Don Bosco sentiva l'uno, chiamava l'altro, dava ordini e istruzioni a questo o a quello. Fortuna volle che una pagina di cronaca ce lo ritraesse al vivo in tale operazione. Era 1'8 di luglio 1875. Sfollato il refettorio, Don Bosco fa cenno al catechista degli artigiani di fermarsi e con lui s'intende circa la stampa di alcuni fascicoli delle Letture Catto-liche. Subito dopo il prefetto della casa viene a parlargli di provvedimenti da pren-dere per il buon ordine fra gli artigiani. Non ha ancora questi finito, che il maestro dei novizi gli riferisce sulla necessità di procurare ai chierici vacanze ristoratrici. Sopraggiunge Don Durando a discutere la proposta di un professore che brame-rebbe far stampare nella tipografia dell'Oratorio un suo libro scolastico. Poi ecco Don Guanella esporgli certa sua idea di un libro sulla propagazione della fede per le Letture Cattoliche. Infine, non appena Don Bosco si muove per uscire, gli si mette a fianco il Direttore dell'Oratorio festivo e delle scuole esterne (poichè nell'Oratorio vi furono per molti anni scuole elementari frequentate da esterni) e lo accompagna pregandolo di approvare l'apertura di una nuova scuola serale. A tutti egli risponde con brevi parole, chiare e sicure. Nella continuità di siffatti indirizzi le molteplici attività dell'Oratorio si svolgevano senza complicazioni, mentre intanto si venivano formando gli uomini dell'avvenire.

Come di presenza a viva voce, così faceva per corrispondenza, quand'era lon-tano. Un rispettabile epistolario documenta la sempre vigile sua attenzione sulla vita dell'Oratorio. Talora, meglio che lettere, sono elenchi di prescrizioni, di norme, di suggerimenti. Una ve n'è, in cui egli tocca di ben trenta oggetti disparatissimi. Da lui partiva dunque e a lui metteva capo tutto quello che concerneva la direzione e l'amministrazione della casa. Resta così provata l'attendibilità di ciò che si legge nell'accennata cronaca, nella quale Don Barberis sotto il 7 giugno 1875 scrive: " L'Oratorio è così organizzato, che quasi nessuno si accorge dell'assenza di Don Bosco da Torino ".

Bisognava poi vedere quando ritornava da queste, assenze più prolungate! Era un delirio di gioia in tutta la casa. L'intera popolazione dell'Oratorio lo aspettava nel cortile messo a festa con bandierine e iscrizioni. Al suo apparire, applausi ed evviva si confondevano con le note della banda musicale. Intanto superiori e giovani, anch'essi in rumorosa e simpatica confusione, gli si serravano intorno per baciargli la mano. Un suo sorriso, una sua parola, un suo cenno dava un momento di felicità a chi n'era l'oggetto. Nè, quantunque bisognoso di quiete, aveva fretta di liberarsi da quell'accerchiamento. Nella " buona notte " poi sapeva dire cose che mandavano in visibilio. Il di appresso nel refettorio gli si leggevano affettuose feli-citazioni 'in prosa e in verso. Per alcuni giorni la sua cameretta era in stato d'assedio. Insomma Don Bosco nell'Oratorio non era il superiore, cioè colui che sta sopra, ma il padre in mezzo ai figli.

Il dilatarsi delle opere portò per conseguenza che Don Bosco si dovesse ritrarre a poco a poco dal regime interno, assumendo il titolo di Rettore e creando un Di-rettore responsabile; pur tuttavia non rinunciò all'alta direzione. Il Direttore infatti aveva obbligo di comunicargli le faccende di maggior rilievo e divieto d'intro-durre innovazioni senza previa intelligenza con lui. Varie cose però egli mai non dismise nel secondo dei periodi sopra indicati. Anzitutto il ministero delle confessioni, su di che non occorre aggiungere altro. Si riserbò pure di parlare lui in due occasioni solenni, cioè nell'ultimo giorno del-l'anno civile e nell'ultimo dell'anno scolastico. La sera del 31 dicembre convocava tutta la casa nella chiesa di Maria Ausiliatrice, dove dal pulpito proponeva e illustrava una strenna per l'anno nuovo. La costumanza datava dai primissimi tempi dell'Ora-torio. Consistevano le strenne in consigli pratici per passare bene gli anni vicini a cominciare. Regalava pure in bigliettini strenne personali, adatte ai bisogni indivi-duali di certuni. Di queste esortazioni, come anche di quelle che rivolgeva pure nella chiesa ai giovani partenti per le vacanze, buon numero si è conservato e si leg-gono tuttora nelle Memorie Biografiche con commozione e con utilità. Per i partenti il suo cuore paterno gli dettava delicate espressioni e i suoi timori di pericoli spiri-tuali gli suggerivano consigli opportuni, che imprimeva nelle menti con formule sintetiche e scultorie.

Anche la festa dell'onomastico fu sempre a lui solo riserbata. Dal 1849 al 1887 costituiva questa ogni anno un vero avvenimento con un crescendo di solennità che da ultimo ebbe del grandioso, ma rivestendo sempre un carattere pedagogico e morale di valore incalcolabile. Una storia degli onomastici di Don Bosco offrirebbe una lettura piacevole, edificante ed istruttiva. Dimostrazioni di tal fatta furono per molto tempo una novità, imitata poi largamente, fino ad arrivare nei tempi nostri, servatis servandis, alla festa del Papa.

Queste annuali onoranze i figli riserbavano al padre solo; ma il padre riserbò sempre a sè l'onere di provvedere ai bisogni finanziari della grande famiglia. Entrate fisse non c'era. Le pensioni dei giovani, fattone un calcolo complessivo, frutta-.

vano sì e no venti centesimi per testa al giorno. Per un quarto dei ragazzi gravavano sul bilancio anche le spese personali. Non parliamo della restante popolazione, che consumava di più e rendeva meno. Dei laboratori soltanto la tipografia e la scuola dei falegnami erano attive; ma i loro introiti non bastavano a coprire le passività degli altri. La libreria dava pure qualche profitto, ma in scarsa misura, giacche Don Bosco voleva prezzi minimi. I collegi gli rimettevano bensì i loro risparmi, ma questi non raggiungevano cifre elevate, essendo le rette assai modeste. Infatti Don Bosco in una lettera del 1875 a Don Rua, che aspettava un po' di manna per l'Oratorio, scriveva da Alassio: " Ad Alassio, Varazze, Sampierdarena le finanze segnano zero ".

Quante e quali fossero le strettezze dell'Oratorio, colui che presiedeva all'am-ministrazione se n'avvedeva specialmente quando Don Bosco era assente. Finchè stava in casa, o i benefattori venivano a cercare lui o andava lui in cerca di be-nefattori; ma durante le sue assenze Don Rua si trovava nelle peste. Riserve per casi imprevisti Don Bosco non ne voleva. Una volta Don Rua teneva da parte per questo scopo un gruppo di cartelle; ma Don Bosco lo obbligò a ven-derle per soddisfare ai debiti più pressanti e gli disse, come riferisce nella sua cronaca Don Barberis, testimonio auricolare: " è un chiudere la via alla divina Prov-videnza il voler mettere in serbo danaro per i bisogni futuri. Io desidero un economo che sappia confidare illimitatamente nella divina Provvidenza e non cerchi di am-massare qualche cosa per provvedere al futuro. Io temo che se ci troviamo così allo stretto di finanze, sia perché si vogliono fare troppi calcoli. Quando in queste cose entra l'uomo, Dio si ritira ".

Interventi straordinari della Provvidenza Don Bosco ne sperimentò spesso; aver bisogno di tanto, e proprio quel tanto arrivare, fu un fatto non rare volte accadu-togli. Ma infinite più volte egli dovette. stendere la mano. Chiedeva a voce e per iscritto; chiedeva a uomini pubblici e a privati; chiedeva loro perchè lo aiutassero a fare del bene, perchè si acquistassero meriti dinanzi a Dio, perchè adempissero il precetto evangelico di dare il superfluo ai poveri. Questo è un punto generalmente poco inteso anche dai buoni; Don Bosco invece mirava con ciò a beneficare i suoi benefattori, conducendoli al meritorio distacco dalle cose della terra. A persone di fede viva egli svelava il suo pensiero. Infatti dissuadendo la fervente cooperatrice francese Clara Louvet dal tener danaro in serbo, le scriveva il 17 giugno 1882: " è stato sempre mio intendimento di fare tutto il possibile per distaccare il cuore de' miei amici dalle cose miserabili di questo mondo e innalzarli a Dio, bene eterno ".

Nell'ultimo decennio della sua vita intraprendeva lunghi viaggi, benchè trava-gliato da gravi incomodi fisici, per limosinare a favore de' suoi giovanetti nel nome di Mia Ausiliatrice. In conclusione l'ordinaria vera risorsa dell'Oratorio era l'instancabile costanza di Don Bosco nell'implorare la carità. Faceva pena il vederlo uscire, così pieno di acciacchi, dall'Oratorio e avviarsi per il mondo in cerca di questa carità. Non valevano a rimuoverlo nè le energiche proteste dei medici nè le amorevoli rimostranze dei figli. Erano per lui riposante pensiero le preghiere che quotidianamente nell'Oratorio i suoi giovani innalzavano all'Ausiliatrice e le loro numerose comunioni. Egli sentiva di possedere in ciò un ricchissimo tesoro spi-rituale, su cui contare fiduciosamente sia per ottenere dal Cielo grazie abbondanti sia per soddisfare ai debiti di riconoscenza verso i benefattori.

Tornando a colui che fu suo braccio destro nell'Oratorio, giustizia vuole che ci soffermiamo alquanto: poichè Don Rua ha diritto a ben più che a un cenno fugace. Uomo che possedeva un'immensa capacità di lavoro, tutta la mise a servizio di Don Bosco per l'Oratorio e per la Società Salesiana. Propostosi fin da fanciullo di starsene con Don Bosco e accintosi a imitarlo aiutandolo, si abbandonò alla sua direzione e null'altro cercò che di ben conoscere e di ben attuare voleri, desideri, intenzioni di lui. Rarissime s'incontrano nella storia coppie così elette di anime e di cuori, che abbiano formato letteralmente come Don Rua e Don Bosco, un cuor solo e un'anima sola. Legge costante di Don Rua nella sua condotta fu tutto fare e nulla apparire: Don Bosco solo doveva sempre figurare agli occhi dei dipendenti, fuorchè nei provvedimenti odiosi, nei quali l'alter ego del Santo agiva in nome pro-prio e di propria autorità. Ecco l'uomo che la Provvidenza fece incontrare a Don Bosco, e che Don Bosco plasmò a sua immagine e somiglianza, conducendolo alla più alta perfezione. Senza invadere il campo soprannaturale della grazia, si può, umanamente parlando, definire Don Rua il capolavoro di Don Bosco.

L'Oratorio, destinato a essere la casa madre di tante altre case, abbisognava di cure eccezionali da parte di Don Bosco, perchè fosse incarnazione vivente, visibile ed esemplare dello spirito di lui. Ecco il vero motivo per cui amò sempre l'Ora-torio come la pupilla de' suoi occhi ed all'Oratorio dedicò incessantemente il meglio delle sue cure.

 

CAPO XXXIX

FONDAZIONI IN ITALIA

I fiumi profondi, dice un proverbio greco, scorrono lenti. Don Bosco si pre-sentava con un esteriore che gli dava l'aria della calma personificata. Nulla mai lo faceva apparire agitato. Incesso, gesto, voce, parola, tutto in lui era composto a pacata e soave imperturbabilità. Eppure sotto una superficie così placida e uguale si svolgeva una vigorosa e continua intensità di vita. Fare molto senz'affannarsi per nulla è privilegio di chi vive profonda vita interiore con quel perfetto dominio di sè, che imprime ordine e misura nella piena dei pensieri sgorganti senza posa da un'anima feconda.

Abbiamo veduto fin qui come la mente di Don Bosco dovesse essere sempre in moto, sospinta in opposte direzioni dalle cause più disparate; passeremo ora a vedere altre cure, altre sollecitudini che ne occuparono lo spirito negli ultimi ven-t'anni della sua esistenza: i maneggi per fondazioni in Italia, in Francia, nella Spagna e nell'America.

Cresceva la fama di Don Bosco e aumentavano' le domande di oratorii festivi, di scuole, di collegi. Il 6 giugno 1870 scriveva a Don Bonetti: " Al giorno d'oggi abbiamo quaranta richieste per aprire case con buone proposte. Che messe copiosa! " Egli esaminava e discuteva: poi o mostrava il buon volere pregando gl'interessati di attendere che le circostanze gli permettessero di contentarli, o elaborava con-venzioni nelle quali nulla sfuggiva alla sua previdente sagacia.

L'Italia alla morte di Don Bosco aveva case salesiane disseminate quasi in ogni parte. La più antica dopo il collegio di Mirabello era quella di Lanzo Torinese, aperta nel 1864. Un collegio municipale aveva cessato ivi di esistere; il santo par-roco Albert, del gî.iale è in corso la causa di beatificazione, indusse Don Bosco ad accettare di ripristinarlo e persuase il Municipio a far suo il progetto. Si protrassero a lungo le trattative. L'apertura fu fatta nell'ottobre di quell'anno. Il personale si componeva di un solo prete, e di sei chierici, abilitati all'insegnamento elementare e ginnasiale. Tutti questi chierici si segnalarono poi in vario modo; massime il Pre-fetto Apostolico Fagnano e il Vicario Apostolico Costamagna. I principii non pote-vano essere più duri. Dentro, per tutto il primo anno scolastico si visse in povertà più che francescana. Fuori, la gioventù del paese, aizzata da gente cattiva, prendeva a sassate i Salesiani e ne disturbava con atti di violenza le funzioni domenicali. L'am-ministrazione municipale era peggio che incurante; si aveva gran paura allora di sembrare clericali. In primavera cadde gravemente ammalato il Direttore, che dovette scendere all'Oratorio, dove in luglio morì; cosicchè il collegio rimase per sei mesi affidato ai soli chierici. Con lettere, con visite, con cercate protezioni Don Bosco li incoraggiava e li aiutava. Grazie al loro spirito di sacrificio, l'anno scolastico finì bene. Poi nuove costruzioni intraprese da Don Bosco permisero di portare in pochi anni a più di duecento il numero dei convittori. Il Santo amò sempre assai quel col-legio. Bisogna pure aggiungere che il collegio S. Filippo Neri di Lanzo si mostrò sempre degno di tanta predilezione.

Nel 1869 accadde ivi un fatto clamoroso. Sette alunni giacevano infermi di vaiuolo. Don Bosco, recatosi colà per la festa del titolare, li visitò in compagnia del Direttore Don Lemoyne. - Ci benedica e ci guarisca - gli gridarono parecchi di essi. Egli li esortò ad aver fede nella Madonna, recitò con loro un'Ave Maria e li benedisse. - Possiamo alzarci? - gli domandarono di scatto, seduti sul letto. Riflettuto un istante: - Alzatevi - rispose egli, e col Direttore si ritirò. Tosto il Direttore rientrò nella camera di isolamento per vedere che cosa vi si faceva. Sei non c'erano più: uno solo, un tal Baravalle, se ne stava tuttora aggomitolato sotto le coltri. I suoi compagni si divertivano nel cortile. La giornata umida e fredda (Lanzo e sulle prealpi a 520 metri), la qualità del male, gli ordini tassativi del medico di non esporsi all'aria misero in apprensione il Superiore, che scese in fretta a cercali. Esaminatili ben bene uno per uno nella faccia e nelle mani, non vide più segni di pustole nè di macchie.

La sera della festa venne il bello. Si premiavano pubblicamente sei alunni de-signati come i migliori per votazione segreta dei compagni. Fu chiamato per primo un De Magistris. - Infermo - disse il medico presente. Fu chiamato per secondo un Passerini. - Infermo - ripetè il medico. Invece entrambi si avanzarono a ri-cevere dalle mani di Don Bosco il premio. Il Dottore rimase interdetto; gridò all'im-prudenza, dichiarò fatale il rientramento delle pustole e chiamò responsabili delle conseguenze i superiori. Poi, salito nell'infermeria e trovato il solo Baravalle, se n'andò dispettosamente dal collegio. Per i sei non vi furono complicazioni; quello di poca fede covò il male ancora per venti giorni; i due premiati, divenuti profes-sori governativi e vissuti fino alla più tarda vecchiaia, narrarono le mille volte a voce e per iscritto la singolare guarigione. Don Lemoyne nei processi dice di averla ritenuta sempre per miracolosa.

Sette anni dopo nel collegio di Lanzo Don Bosco offerse un ricevimento storico, nel quale mostrò fin dove arrivasse il suo saper vivere. Inaugurandosi la ferrovia, vi si volle inscenare una dimostrazione politica. Da poco il Governo era passato nelle mani della sinistra democratica e anticlericale. V'intervennero Deputati, Se-natori e i tre Ministri: Depretis, Nicòtera e Zanardelli. In paese nessun locale si pre-stava meglio del collegio per servire il rinfresco a più centinaia di persone. Don Bosco non mosse difficoltà, anzi ci si volle trovare egli stesso a fare gli onori di casa. Ricevette alla porta i personaggi principali, li accompagnò al luogo preparato e dopo h condusse nel giardino in riva-alla Stura. Quei Signori non lo lasciarono più fino all'ora della partenza, godendo assai della sua piacevole conversazione. I Ministri gli sedevano intorno alla meglio. Si parlò delle cose più diverse: del Papa, di politica, di educazione e perfino di verità eterne. Molti ospiti illustri si avvicinarono, ascol-tando curiosamente quei discorsi, nei quali anche dagli scherzi Don Bosco pigliava occasione per toccare argomenti seri. Il dialogo proseguì mentre si ritornava in casa, ma con una confidenza reciproca così espansiva, che metteva stupore negli astanti. Congedandosi i Ministri non finivano più di esprimergli la loro soddisfazione.

A quei tempi era oggetto di meraviglia nei due campi opposti il vedere un prete a familiarizzare con uomini del Governo; Don Bosco spiegò nel giorno stesso il suo pensiero ai Salesiani che lo circondavano durante la ricreazione. Disse: " Da molto tempo, credo, quei Ministri e Deputati non ascoltavano più tante prediche come oggi a Lanzo. Povera gente! Non sentono mai una parola detta col cuore o una verità espressa in modo da non inasprirli. Io li ho ricevuti cordialmente e ho detto loro col cuore alla mano quanto l'occasione mi suggeriva; anche certe verità che potevo dire senza offenderli, le ho dette nel modo più schietto. Non avranno mai fatto esercizi spirituali; ma questa volta, anche senz'andare a S. Ignazio, li han fatti. D'altra parte abbiamo quel detto evangelico: Date a Cesare quel che è d i Cesare. Anche questo va osservato. E poi avremo il vantaggio che coloro forse non saran più troppo nemici dei preti. Essendosi visti trattati col cuore, si persuaderanno che tanti preti desiderano solamente il bene di tutti, e chi sa che in punto di morte non desiderino di avere un prete accanto al loro letto!".

Dopo il 1864, in quattro anni, Don Bosco non aperse se non un collegetto a Cherasco nel circondario di Mondovì. Il personale gli bastava a stento per le opere già fondate. Ma nel 1870 due case fondò, che si acquistarono in breve grande re-putazione: i collegi di Borgo S. Martino e di Alassio.

Veramente a Borgo non fece una fondazione nuova, ma un semplice trasferi-mento; vi trasferì il piccolo collegio di Mirabello e con maggiori proporzioni. I motivi di questa disposizione balzano fuori dalle seguenti righe del 16 giugno 1870 alla Contessa Callori: " In Mirabello freddezza glaciale nel paese; edificio quasi senza sito di ricreazione perciò non molto salubre; 'lontananza dalla ferrovia ". Il provvedimento si rivelò ottimo; infatti l'istituto prese subito a prosperare, mante-nendosi poi sempre fiorente.

Aveva trasformato ivi in collegio una villa del Marchese Scarampi di Villanova. Questi non si era mai sognato di venderla, quando un giorno Don Bosco gli disse a bruciapelo: - Io so, signor Marchese, che ella vuol cedermi la sua villa. - Pos-siamo bene immaginare la risposta. Tuttavia Don Bosco non si scoraggiò, ma ritornò tante volte alla carica, che il Marchese nella speranza di farlo desistere chiese un prezzo piuttosto alto. Invece Don Bosco accettò, e l'altro da gentiluomo non ritirò la parola. Piovevano ogni anno in sì gran copia le domande, che Don Bosco nel 1880 creò a quella casa una succursale in Penango, comune poco distante, dove s'in-viassero i giovanetti che chiedevano di frequentare a Borgo le scuole elementari.

Conchiudendo l'affare di Borgo, venne pure alla conclusione per Alassio. La prima idea era stata di fondare colà un ospizio per artigianelli poveri; così eransi cominciate le trattative col Municipio per il tramite del Prevosto. In seguito Don Bosco preferi aprire l'ospizio presso Genova e dotare Alassio di un collegio con un corso completo di scuole, dalle elementari alle liceali. Per non allarmare le auto-rità scolastiche parlò da principio soltanto delle classi elementari e di una prima ginnasiale. Con licenza della Santa Sede acquistò all'asta pubblica un convento già dei Minori Osservanti, che si sarebbe voluto ridurre a usi profani.

Ormai si ripeteranno con frequenza tali acquisti di edifici monastici indema-niati. Egli un tempo vi era stato contrario, parendogli un offrire pretesti a maldi-cenze, quasi che religiosi scacciassero altri religiosi; ma in seguito, guardando la cosa sotto diverso aspetto, mutò pensiero. Nel febbraio del 1877 dinanzi all'annuale as-semblea dei direttori proferì queste precise parole: " Il Papa stesso non solo mi diede licenza, ma mi raccomandò di comperare edifici appartenenti ai frati per farne case nostre, e ciò per restituire alla Chiesa quello che le fu tolto, per conservare queste case nello scopo primiero della gloria di Dio e per non lasciarle cadere in mani profane ". Ogni volta però compieva i passi necessari presso le autorità ecclesiastiche. La cittadinanza di Alassio assisteva con simpatia alla trasformazione del convēìito; perciò, quando in ottobre, inaugurandosi le scuole, giunsero i primi Salesiani, fu una festa generale. D'allora a oggi il collegio municipale di Alassio viene considerato come la più bella gloria cittadina. Il suo liceo godette ognora rinomanza e favore in tutta la Liguria. Del suo splendore andò il merito a un luminare maius della So-cietà Salesiana, a Don Francesco Cerruti, uno degli aiutanti che Don Bosco si preparò nell'Oratorio, accogliendovelo povero fanciullo, orfano di padre.

Nel 1872 due altri trasferimenti diedero origine a due case destinate a un grande avvenire. Don Bosco, secondo l'anzidetto divisamento, aveva aperto nel 1871 un ospizio a Marassi presso Genova: ma l'anno dopo lo fece passare a Sampierdarena nei locali più adatti d'un convento già dei Teatini, riaprendovi pure al culto una bella chiesa dedicata a S. Gaetano Thiene. N'ebbe la direzione un altro genuino figlio dell'Oratorio, Don Paolo Albera, che doveva succedere a Don Rua nel go-verno della Società e che allora seppe attirare sull'opera non solo le simpatie, ma anche le liberalità dei Genovesi.

Nel medesimo anno 1872 fu trapiantato a Varazze il collegio di Cherasco. Era il terzo sulla riviera ligure. Del collegio cheraschese ragioni igieniche imponevano la chiusura. Come già il collegio di Cherasco, così quelli di Alassio e di Varazze presero il nome di municipali, per la parte avuta dai Municipi nella loro fondazione. In un momento di roseo ottimismo Don Bosco aveva scritto il 29 agosto 1870 a Monsignor Svegliati: " Al giorno d'oggi abbiamo quaranta domande di Municipii, che vorrebbero apertura di scuole sotto la direzione libera della nostra Congrega-zione. Veda che ritorno alle idee antiche! ".

Il 1872 addossò a Don Bosco anche l'onere di un collegio, che egli non avrebbe mai voluto: il collegio dei nobili a Valsalice con ginnasio e liceo, fondato nove anni prima da una società di ecclesiastici. Ma si trattava di salvare l'onore del clero tori-nese: poichè l'ente che amministrava l'istituto correva pericolo di dover fare falli-mento. Inoltre l'Arcivescovo Gastaldi ne pregava Don Bosco, anzi gliene faceva quasi un obbligo di coscienza. Per questi motivi piegò il capo, benchè questo gli costasse pure gravi sacrifici pecuniari. Nonostante le prime ripugnanze, accettato che l'ebbe, nulla risparmiò per riordinarlo a dovere e secondo il suo spirito. Ne furono liete le famiglie patrizie, che desideravano impartita ai loro figli un'educazione cristiana e che per sottrarli ai maligni influssi del laicismo scolastico li mandavano spesso in collegi religiosi della Francia. Don Bosco estese così le sue relazioni con l'aristocrazia, pro-curandosi nuovi benefattori. Tenne quel collegio per quindici anni. Nel 1887, quasi gli ripugnasse lasciarlo in eredità a' suoi figli, lo sciolse, sostituendo ai convittori i suoi chierici, che dopo il noviziato intraprendevano gli studi liceali. Nel frattempo per la gioventù aristocratica erano sorti in Italia buoni istituti educativi.

La Liguria richiamò nuovamente a se lo zelo di Don Bosco nel 1876 e '77. Si dovette questo ai protestanti. Vallecrosia, fra Ventimiglia e Bordighera, un paese che cresceva a vista d'occhio, non aveva ne chiesa ne scuole. Pronti come sempre vi s'installarono vecchie conoscenze di Don Bosco, i Valdesi. Il vigile Pastore della diocesi, costernato e tentati invano 'altri mezzi, si rivolse a Don Bosco. Il Santo, conosciuta la gravità del pericolo, corse ai ripari. Per la gioventù maschile e fem-minile mandò sollecitamente Salesiani e Figlie di Maria Ausiliatrice;. poi si accinse alla costruzione di una chiesa pubblica e di edifici scolastici. Dio solo sa i sacrifici che si dovettero affrontare da lui e da' suoi figli per quella fondazione. Ma erano di gran conforto i visibili effetti: l'invasione dei protestanti arrestata, pressochè diser-tati il loro tempio e le loro scuole, i portatori dell'eresia costretti a costatare fre-mendo il crollo delle loro mal concepite speranze.

Nella parte opposta della Liguria, verso il confine meridionale, non un villaggio, una grande città, la futura Spezia, si veniva rapidamente formando, senza che si vedesse modo di provvedere abbastanza ai bisogni spirituali della crescente popo-lazione. Fra quella gente avventizia si cacciarono tosto gli evangelici, spiegandovi un'operosità proporzionata ai mezzi che ricevevano in copia dell'estero.

Il Vescovo di Sarzana, da cui La Spezia dipendeva, supplicava a mani giunte Don Bosco di accorrere in suo aiuto. Don Bosco, persuaso della grave necessità, non fu sordo a tali istanze, ma nel dicembre del 1877 mise a disposizione del Ve-scovo alcuni Salesiani. Pochi giorni dopo, recandosi a Roma, li volle visitare. Li trovò disorientati, incerti sul da fare, che era molto, e quasi paurosi dei potenti avversari. Poi tutto era incomodo nella casa e nelle aule scolastiche; di beneficenza, nessun indizio. Egli li confortò col ricordo dei tempi eroici dell'Oratorio. Così rianimati si lanciarono al lavoro. I protestanti e i loro giornali sbraitavano contro di essi, come a Vallecrosia. Si lottò per circa dieci anni, finchè, sempre come a Val-lecrosia, ampliati i locali e accresciuto il personale, spuntarono i frutti di tanti sa-crifici. Ogni forma di attività salesiana era entrata in azione. Appresso venne un grande ospizio, venne pure una grande chiesa, e l'opera fu forte baluardo contro l'irrompere dell'eresia.

Ormai ogni anno voleva qualche fondazione. Il 1878 portò il collegio di Este, conservatosi anche questo costantemente in fiore. Là, come altrove, i promotori mirarono a preservare la gioventù dal contagio del laicismo. Uomo provvidenziale fu il ricco signor Benedetto Pelà che dischiuse a Don Bosco il suo scrigno. Astro minore si levò quattro anni dopo nel Veneto il collegio di Mogliano, la cui discreta luce non ha cessato di brillare. Prima intenzione di Don Bosco sarebbe stata di stabi-lirvi una scuola d'agricoltura; ma visto che il luogo mal si prestava, cambiò disegno.

Fatto assai notevole del 1878 «fu il trasporto della casa madre delle Suore da Momese a Nizza Monferrato, come si accennò precedentemente. Ai bisogni finan-ziari delle Figlie di Maria Ausiliatrice provvedevano Don Bosco e il suo Consiglio; quindi egli sostenne tutte le ingenti spese per la nuova residenza. Spese per l'acquisto del locale, un vecchio convento appartenente ai Cappuccini e allora proprietà del Municipio; spese per l'adattamento, non essendovi che le nude muraglie e in stato deplorevole; spese per l'arredamento. Le prime Suore vi s'insediarono nel mese di settembre. La casa di Nizza diventò non soltanto luogo di formazione religiosa, ma anche palestra di studi e di cultura. Da quella scuola normale uscirono centinaia di maestre cristiane. Là Don Bosco ogni anno durante le vacanze estive invitava maestre e signore a fare un corso di esercizi spirituali, come a Lanzo faceva per gl'insegnanti.

Nel 1879 gli estremi si toccano: Piemonte e Sicilia. A S. Benigno Canavese la prima casa di Noviziato, a Ranc azzo il primo dei numerosi collegi che oggi fio-riscono nell'isola del sole.

Il noviziato salesiano compie la sua evoluzione passando per tre fasi. Nei pri-mordi i novizi crescevaìno come in famiglia, partecipando alla vita comune e così esercitandosi nella pietà e nelle attività proprie della esordiente Società; quindi chi assisteva i giovani, chi insegnava, chi faceva il catechismo, chi si occupava negli oratori festivi, chi aiutava negli uffici, sempre sotto la dipendenza diretta dei supe-riori della casa. Avevano da Don Bosco particolari conferenze e per gli studi filosofici e teologici andavano nel seminario arcivescovile. In un secondo tempo ebbero scuole a sè ed anche un superiore immediato in Don Giulio Barberis; ma continuarono per qualche anno a prestarsi nelle assistenze dei giovani. Durante questo periodo con progressivo isolamento vennero segregati dal resto della casa, formando nell'Ora-torio un'oasi distinta. Se Don Bosco fosse dovuto sottostare a tutte le leggi canoniche, non avrebbe mai fondato la Società Salesiana. Ricordino i lettori le cose dette in principio. Pio IX, buon conoscitore dei tempi e degli uomini, gli aveva concesso per il noviziato facoltà amplissime, autorizzandolo a farne uso, finché non potesse entrare nella regolarità. Questa possibilità si affacciò nel 1879. Fu allora il cominciamento del terzo .periodo. Don Bosco assegnò ai novizi una casa per loro, la casa di S. Benigno Canavese. Li allogò nella storica abazia di Fruttuaria, cedutagli dal Municipio. Per non destare sospetti e sollevare ostilità credette bene sulle prime di dissimulare lo scopo, dichia-rando ufficialmente che i Salesiani avrebbero assunto l'istruzione elementare del paese, fatto scuole serali per adulti, tenuto un ricreatorio festivo e aperto un ospizio per poveri artigianelli. Quindi proseguiva: " Se il locale lo comporterà, fare eziandio uno studentato di preparazione pet nostri assistenti nel tempo che fanno il loro tirocinio per imparare le regole pratiche, con cui tenere la disciplina nei dormitorii, nei laboratorii, nei catechismi e nelle classi d'insegnamento ". Così in una lettera del 10 marzo 1879 al Prefetto della provincia. Ecco perchè accanto ai chierici pre-sero stanza nel medesimo edificio, ma senza che tale coabitazione disturbasse il no-viziato, un centinaio di artigiani, distribuiti in cinque laboratori. Nel mese di otto-bre Don Bosco vestì i novelli chierici, dando l'abito fra gli altri a Michele Unia, l'eroico apostolo dei lebbrosi in Colombia, ed a Filippo Rinaldi, terzo successore del Santo.

Una delle fondazioni che più onorarono e onorano il nome di Don Bosco è il collegio municipale di Randazzo, nel rprovincia di Catania; in più di mezzo secolo ha educato un gran numero di figli delle migliori famiglie siciliane. Per parecchio tempo fu l'unico istituto non solo salesiano, ma religioso in Sicilia. Nell'isola il clero comprese presto Don Bosco e le finalità della sua Opera; Vescovi e sacerdoti riceve-vano con entusiasmo il diploma di Cooperatori. La lontananza della Sicilia dal Pie-monte si sentiva allora cento volte più che al presente. A procacciarle i primi Sale-siani contribuì più di tutti un influentissimo cittadino randazzese, Giuseppe Vaglia-sindi Romeo, e se il collegio vi piantò salde radici, il merito va attribuito a un degno rappresentante di Don Bosco, a Don Pietro Guidazio, il cui nome risuona tuttodì ammirato in molti ambienti isolani.

Don Bosco fondò poi a Catania nel 1885 l'oratorio così detto dei Filippini, che divenne presto la più fiorente istituzione giovanile della città. Egli volle risolutamente quella fondazione ostacolata da varie difficoltà, per il desiderio che aveva di ottem-perare alle istanze del santo Arcivescovo Dusmet. Diede pure alla Sicilia ben cinque case di Suore in Bronte, Catania, Trecastagni, Ma scali e Cesarò con asili e collegi, e a Bronte anche con l'ospedale.

Nella storia della Società Salesiana il 1880 va segnalato per la chiamata a Roma, del che si dirà nel capo seguente. L'anno appresso fu la volta di Firenze e di Faenza. A Firenze Don Bosco aveva molte e alte amicizie. Quattro anni durarono le pratiche per concretare qualche cosa con chi v'invitava i Salesiani. L'Arcivescovo Cecconi scrisse il 1° agosto del 1880 a Don Bosco: "Quattrini ce ne sono pochi; ma Ella è abituata a cominciare dal poco". Il lavorio dei protestanti in mezzo al popolo fiorentino indusse il Santo a fare l'impossibile, come dicono i Piemontesi. I primi Salesiani vi si recarono nel marzo del 1881. Quante peripezie resero loro dura la vita per parecchi anni, ostacolandone l'assetto definitivo! Come già il Vescovo di Casale per Borgo S. Martino, così l'Ordinario di Firenze, affinchè il ginnasio non urtasse in un probabile diniego dell'autorizzazione governativa, eresse con suo decreto il collegio a piccolo seminario. Anche le scuole professionali, a cui il ginnasio era annesso, servirono da paravento. Sicuro, benché lento, fu il cammino.

Poche case urtarono da principio in tante contrarietà come questa di Firenze; si sarebbe detto che Don Bosco fosse venuto meno alla sua abituale circospezione durante le pratiche preparatorie. Ma egli aveva ascoltato più che mai la voce del suo zelo. Un doloroso ricordo dell'aprile 1874 gli stava fitto nel cuore. Ritornando per di là da Roma a Torino, nell'attraversare una via si era imbattuto in una lunga fila di ragazzi. Domandato chi fossero, intese essere figli di cattolici guidati alle scuole «'e al tempio dei protestanti, e altre squadre o averli preceduti o doverli seguire. Quella vista lo riempì di angoscia. Scrivendo poi al Cardinale Nina, Segretario di Stato, \ gli narrò l'accaduto; al che Sua Eminenza rispose il 5 maggio, esprimendogli col proprio anche il rammarico del Santo Padre e incoraggiandolo ne' suoi sforzi per far argine all'eresia. Ecco perché nel fondare la casa di Firenze egli chiuse, diciamo così, un occhio e mezzo.

I precedenti della fondazione faentina richiederebbero molte pagine a raccontarli. I kmagnoli non scherzano. Parlano chiaro e agiscono come parlano. Il partito repubblicano, locale denominazione generica degli anticlericali d'ogni tinta, avevano in pugno la città; ma gli altri non dormivano e lotte scoppiavano per dei nonnulla. I primi Salesiani giunti là ebbero grandemente a soffrire. Vi fu perfino un attentato con arma da fuoco. Don Paolo Taroni, il santo amico di Don Bosco, mise a loro ser-vizio tutta la sua influenza. Nel 1882 Don Bosco, visitandoli, volle fare una confe-renza in una grande chiesa contro il parere dei prudenti, che paventavano il fini-mondo. - Vogliamo, diss'egli, che si sappia da tutti di che si tratta e che noi non congiuriamo con chicchessia, ne siamo venuti qui con cattive intenzioni. - La co-raggiosa franchezza suol essere rispettata dagli uomini animosi. Non accadde nulla; ma il fiorire dell'oratorio festivo mise il diavolo in corpo agli avversari. I buoni temettero che Don Bosco per prudenza richiamasse i suoi a Torino; egli invece scrisse il 17 settembre 1883 al canonico Gavina: " Ho con gran pena intese le cose che ren-dono difficile l'opera diretta al bene della povera e pericolante gioventù. Dovremo abbandonare il campo nelle mani del nemico? Non mai. Nei grandi pericoli bisogna raddoppiare gli sforzi ed i sacrifici ". Dal poco s'arrivò al molto: dall'oratorio festivo e da alcune scolette professionali, si passò pure a un ginnasio, al quale affluirono allievi da tutte le parti della Romagna e dell'Emilia propriamente detta.

Dell'Ospizio di S. Giovanni Evangelista a Torino, inaugurato nel 1882, non c'è bisogno di aggiungere altro al già detto. Fra il 1882 e il 1886 s'inserirono alcune iniziative precarie; assetto duraturo ebbe invece nel 1886 l'ordinamento definitivo del noviziato secondo le prescrizioni canoniche. è legge che i novizi vivano interamente separati dai professi. A Roma, quando si esaminavano le Regole per l'ap-provazione, era stata intimata l'osservanza di questo punto; ma Don Bosco aveva rappresentato al Papa l'impossibilità di farlo per allora. - Andate e fate come po-tete - gli rispose Pio IX. Andò dunque e fece come meglio potè; ma non inten-deva di partire da questo mondo senz'aver regolato anche tale faccenda. A S. Beni-gno dopo il primo anno di noviziato si erano venuti a trovare insieme novizi e pro-fessi. Per separare gli uni dagli altri acquistò nel non lontano comune di Foglizzo dal Conte Ceresa di Bonvillaret un edificio che mediante opportune modificazioni potesse contenere, pur senza tante comodità, un centinaio di persone, e là furono diretti gli ascritti del 1886. Don Bosco il 4 novembre vi procedette personalmente all'inaugurazione e benedisse l'abito chiericale a una ottantina di giovani, fra i quali il Servo di Dio Andrea Beltrami.

Due fatti parvero forieri delle benedizioni divine riservate a quella casa. Poco dopo l'apertura urgeva al Direttore la somma di lire 1960 per saldare un debito. Non avendola, pensò di andare a Valdocco per chiederla a Don Bosco; ma il Santo aveva un momento prima consegnato tutto il danaro a Don Durando, che fungeva da Prefetto generale. Tuttavia disse di voler guardare ancora. Accostatosi al tavolino, tirò a sè il cassetto e vide che qualche cosa c'era dentro. Contarono: erano esatta-mente lire 1960, né una più né una meno.

Straordinario anche l'altro fatto accaduto poco dopo. Si trovava fra i novizi il giovane marsigliese Lodovico Olive, figlio di genitori molto agiati e amicissimi di Don Bosco. Assalito dal tifo e trasportato all'Oratorio, versava in estremo pericolo; cinque medici lo davano per spedito. Orbene nella notte sul 4 gennaio Don Bosco fece un sogno, del quale scrisse egli stesso una breve relazione. Fra l'altro la Ma-donna gli annunciò che l'ora di Olive era sonata, ma che nondimeno sarebbe gua-rito. Guarì infatti nel corso di otto giorni, e la sua salute si mantenne così buona, che nel 1906 egli potè prendere parte alla prima spedizione di Missionari salesiani partiti per la Cina, dove nel 1921 con una santa morte coronò una vita di apostolato.

Il glorioso collegio di Parma richiese ben sette anni di trattative; ma dopo tante brighe Don Bosco non ne vide l'apertura. Sullo scorcio della vita gli riuscì di aprire una casa a Trento, che però gli sopravvisse solo fino al 1894. Ma dalla città del Con-cilio l'Opera di Don Bosco non scomparve: quella primitiva, troppo impastoiata per ingerenze estranee, cambiò ivi stesso sede e forma. Altre due fondazioni cessate dopo la sua morte, ebbero vita più lunga di questa: il seminario di Magliano Sabino e un collegio a Lucca. Assunta la direzione di quel seminario nel 1877 per com-piacere ad alti Prelati, Don Bosco ricevette in cambio molti dispiaceri; fu abbando-nato nel 1889 insieme col prosperoso convitto che il Santo vi aveva unito. La casa di Lucca dal 1878 avrebbe raggiunto una notevole floridezza, se angustia di spazio non fosse stata causa di grave disagio, impedendone anche il conveniente sviluppo. Don Bosco ci teneva a non abbandonare questa città, dove contava molti amici; egli avrebbe anzi voluto che quella casa diventasse una copia in piccolo dell'Oratorio di Valdocco. Perciò nel 1884 deliberò di alienare lo stabile urbano per far acquisto di una Villa del Collegio Reale fuori dell'abitato. Ma sopraggiunse dopo il com-promesso con impedimento governativo, che gli sbarrò la strada. Le condizioni divenute sempre più intollerabili consigliarono nel 1893 a chiudere e venir via. Aperse e chiuse Don Bosco stesso le case di Albano Laziale e dell'Ariccia dal 1877 al 1879. Ad Albano i Salesiani insegnavano nel seminario e all'Ariccia avevano scuole ele-mentari: di qui urgeva anche snidare i protestanti, il quale intento fu presto con-seguito. In questi due vicini castelli romani Don Bosco aveva mandato i suoi per fare cosa grata ad alcuni Cardinali e insieme con l'intenzione di fondarvi un collegio re così secondare il desiderio di molti Piemontesi trasferitisi a Roma con le loro fa-miglie; ma quando vide inattuabile il disegno e intanto cominciavano a profilarsi certe opposizioni, si ritirò del tutto. Aperse e chiuse la casa di Trinità presso Mon-dovì dal 1877 al 1881 e quella di Cremona dal 1880 al 1882. La forzata partenza dei Salesiani da questa città amareggiò il grande Vescovo Bonomelli, che ancora molti anni dopo se ne rammaricava, facendo voti per il ritorno. Vita effimera toccò a una casa di Brindisi nel 1880; diffidenze e ostilità locali ne soffocarono gl'inizi. Il buon seme tuttavia rimase, tanto che germogliò rigoglioso cinquant'anni appresso. Vi sarebbero poi da passare in rassegna numerose pratiche, alcune delle quali importanti, per proposte rimaste senza effetto; ma non, est hic locus.

Tutte le enumerate fondazioni o principiavano con l'oratorio festivo o non continuavano senza di esso. Dappertutto l'oratorio festivo, fatto secondo lo spirito di Don Bosco, si rivelava mezzo irresistibile di penetrazione religiosa negli strati popolari.

Senza una fiducia illimitata nella Provvidenza, Don Bosco non avrebbe fatto la millesima parte di ciò che fece. Questo per altro non lo dispensava dall'aguzzare - l'ingegno per la ricerca dei mezzi materiali. Confidare nella Provvidenza non è ten-tarla. Pochi al mondo possedettero come lui l'arte o il dono di sapersi procacciare gl'indispensabili soccorsi per compiere tante e sì grandi opere di bene. Ogni opera nuova gli portava una nuova serie di brighe, e le opere nuove negli ultimi vent'anni, come si è visto e come si vedrà ancora, non si succedevano, ma si sovrapponevano le une alle altre.

 

CAPO XL

CHIESA E OSPIZIO DEL SACRO CUORE DI GESU' A ROMA

Due chiese Don Bosco veniva costruendo nel 1880, quella di S. Giovanni Evan-gelista a Torino e un'altra di Maria Ausiliatrice a Vallecrosia, quando una terza vi si aggiunse, che in importanza e suntuosità doveva superare di gran lunga le due prime prese insieme. Ci vuole qui un poco di preistoria. Nel 1871 i Vescovi d'Italia consacrarono le loro diocesi al Sacro Cuore di Gesù. Parve allora un vuoto deplo-revole la mancanza in Roma di una bella chiesa dedicata al divin Cuore del Reden-tore; onde la stampa religiosa bandì l'idea di colmare quel vuoto. Pio IX approvò; anzi offerse un terreno da lui acquistato per altro scopo sull'Esquilino. La località aveva veramente bisogno di una chiesa. Il piano edilizio dell'Urbe steso dal De Me-Lode, ministro di Pio IX, prevedeva lo sviluppo della città nei quartieri alti, spe-cialmente nelle vicinanze del Castro Pretorio, poco lungi dalla stazione ferroviaria. Il 20 settembre 1870, non che arrestare tale espansione, l'accelerò; ma con l'allar-garsi dell'abitato nessuno pensava all'assistenza spirituale della popolazione adden-santesi ognor più nella saluberrima zona. Le tre parrocchie limitrofe non bastavano alla cura di tante anime. Se non che per la progettata chiesa le cose andarono così a rilento, che alla morte del Papa tutto restava da fare.

Leone XIII, conosciuta l'intenzione del suo predecessore, ne fece propria l'idea. Infatti il 1° agosto 1878 per mezzo del Cardinale Vicario Monaco La Valletta invitò l'Episcopato cattolico a concorrervi mediante collette diocesane. La raccolta delle of-ferte fu affidata alla Federazione Piana delle Società Cattoliche; una Commissione di ari-stocratici presieduta dal Marchese Merighi invigilava sull'andamento dei lavori. Il di-segno era stato preparato dal Conte Francesco Vespignani, architetto dei Sacri Palazzi.

Ma purtroppo, l'iniziativa, benchè lanciata così dall'alto e raccomandata da nomi di principesca risonanza, dopo le prime mosse si arenò del tutto. Mancava il danaro. Il Papa addolorato non sapeva rassegnarsi a simile insuccesso: ne andava di mezzo con l'onore della Santa Sede il bene delle anime. Ed ecco entrare in scena Don Bosco. Era il marzo del 1880. Per suggerimento del Cardinale Alimonda il Pontefice fermò il suo pensiero sopra di lui. Inteso che egli trovavasi a Roma, gliene fece par-lare indirettamente; Don Bosco intuì di netto le difficoltà dell'impresa e non rispose ne sì ne no. Difficoltà di ordine finanziario. Dai Romani si aspettava ben poco; non molto sperava dai Francesi, obbligati a spendere per le scuole libere e impegnati già per l'erezione della chiesa del Sacro Cuore a Montmartre; nemmeno sull'Italia si poteva fare grande assegnamento, nè lo incoraggiava la freddezza con cui il progetto era stato accolto nel mondo. Ed egli oltre alle due chiese suddette fabbricava a Mar-siglia, a Nizza Marittima, a Nizza Monferrato e a La Spezia. Difficoltà di ordine ammi-nistrativo. Avrebbe dovuto ratificare contratti già stipulati dalla precedente ammi-nistrazione, che inoltre aveva diritto d'ingerirsi nell'opera; ora quei contratti egli sa-peva come si solevano fare, e quell'ingerenza gli sembrava oltremodo imbarazzante. Ma la parola del Papa troncò le sue esitazioni. Leone XIII in un'udienza del 5 aprile gli palesò il suo desiderio. - Il desiderio del Papa, rispose Don Bosco, è per me un comando. - Il Papa soggiunse che non avrebbe potuto dargli denari. Don Bosco disse che neppure lui gliene chiedeva; domandò anzi il permesso di edifi-care accanto alla chiesa un grande ospizio per giovani bisognosi.

Dopo l'udienza Don Bosco non perdette tempo. Abbozzò tosto un promemo-ria che rimise al Cardinale Vicario, condensandovi gli elementi essenziali da servire di base per una convenzione definitiva. Oltre a questo, avanti di partire, ordinò l'acquisto di un'area confinante col terreno primitivo e di una casetta che sorgeva in fondo a quella. Prese così non due, ma quattro colombi con una fava. Si assicurò lo spazio per l'erezione dell'ospizio; provvide una dimora per i Salesiani durante il periodo dei lavori; sventò senza saperlo gli intrighi dei protestanti, che propria là macchinavano d'innalzare un loro tempio. Non basta. La chiesa secondo il di-segno gli pareva troppo piccola; quindi senza modificare la larghezza volle che ai trentacinque metri di lunghezza se ne aggiungessero ventinove, di cui undici in fronte per due altre arcate e diciotto a tergo per un ampio spazio absidale. L'ampliata superficie del suolo rendeva possibile siffatto prolungamento.

Per questi e altri affari egli aveva a Roma il suo uomo. Ogni Ordine e Congregazione tiene ivi un Procuratore generale che li rappresenti ufficialmente presso la Santa Sede. Dal mese di gennaio rivestiva per lui tale ufficio Don Francesco Dalmazzo, dimorando allora in un appartamento posto a disposizione di Don Bosco dalle nobili Oblate di Tor de' Specchi e più tardi nella casina suddetta, soprelevata di due piani. Per la chiesa il Santo lo imbarcò subito in un mare di faccende. "Per tua norma, gli scrisse il 9 luglio, se facciamo bancarotta, andremo a rifugiarci nella Patagonia. Dunque avanti con tranquillità ". E il 18: " Fede, preghiera e avanti ".

Al pagamento del terreno, della casa e dei materiali da costruzione provvide con un mutuo presso la Banca Tiberina, che poco dopo gli aperse un conto corrente. Questo istituto di credito gli accordava tutte le agevolezze senza ipoteche, perché, come disse una volta il suo Direttore, Don Bosco aveva ai suoi cenni la Provvidenza. Le modalità per la costituzione dell'ente parrocchiale e per la sistemazione della proprietà richiese tempo e scambi di lettere. Finalmente la convenzione fu sotto-scritta 1'11 dicembre da Don Bosco e il 18 dal Cardinale Vicario. In ottobre adagio adagio erano stati ripresi i lavori. Già l'Economo generale Don Sala andava in cerca delle colonne di granito volute dall'architetto. Insomma, Don Bosco faceva.

Ma intanto l'impresa inghiottiva danaro, ne si potevano lasciar languire le altre opere. Don Bosco incominciò a imitare quei pescatori che per buscarsi abbondante preda gettano in acqua lunghissime le reti. Nel gennaio del 1881 lanciò ai quattro venti migliaia di circolari in italiano, francese, spagnolo, tedesco e inglese. Orga-nizzò insieme un esercito di collettori. Più: diramò circolari speciali ai Vescovi e ai giornalisti italiani, e in latino a quelli stranieri. Indirizzava pure suppliche indivi-duali a persone facoltose. Nei collegi salesiani raccomandava economie per man-dare a lui i risparmi. Interessò il Municipio di Roma, vari Ministeri e l'Economato dei benefici vacanti. Ricorse all'esca delle onorificenze equestri. Inviò suoi sacer-doti a collettare dove ci fosse speranza d'incontrare buone accoglienze. Le offerte affluivano discretamente. Il 14 settembre scrisse da Sampierdarena al Cardinale Vi-cario: " Io lavoro incessantemente per trovar danari, e Dio ci favorisce e se ne trova, ma D. Dalmazzo me li spende tutti e non dice mai basta ".

Era necessario che Sua Eminenza sapesse questo, perchè lo aiutasse sul serio a sbarazzarsi delle vecchie camarille. Infinite noie intralciavano il proseguimento del-l'impresa per causa dell'accennata Commissione. Bisognava sciogliere i contratti anteriori che ne recavano la firma, e liquidare il passato; ma gli interessati accam-pavano diritti e pretese esorbitanti. Il presidente stesso considerava i Salesiani come intrusi. Fu per una quindicina d'anni costume dei Romani de Roma gratificare i venuti dopo il '70 col nomignolo di buzzurri, specialmente i Piemontesi, scansandoli volentieri o accostandoli con diffidenza. Intorno al presidente si era formata contro i nostri una coalizione di scalpellini e marmisti, pronti a tutti gli eccessi. Più acca-nitamente infieriva l'impresario, che esigeva un compenso esagerato dell'opera sua, minacciando di adire le vie giudiziarie. Don Bosco, recatosi a Roma nella primavera del 1882, si studiò di chiarire esistenti malintesi e d'impedire che ne nascessero di nuovi. Tuttavia in giugno fu forza chiudere il cantiere. II 5 luglio Don Bosco scrisse al Cardinale Vicario: " Io desidero che i lavori progrediscano, fo degli sforzi incre-dibili per trovare danaro ; ma se le cose vanno così, quando si vedrà la chiesa finita?".

Il mal d'occhi non gli permise di spiegarsi più diffusamente nella sua lettera. Nonostante il vivo desiderio che aveva di far ripigliare presto i lavori, passò l'estate, s'inoltrava l'autunno e si era sempre al sicut erat. Don Dalmazzo, venuto in ottobre a Torino per gli esercizi spirituali, trovò al ritorno la matassa più intri-cata che mai. La si dipanò finalmente sul principio del nuovo anno. II primo gran passo fu quando il Conte Vespignani presentò la liquidazione di tutto il lavoro dell'impresario in lire quarantamila. Don Bosco autorizzò al pagamento immediato, sia per agevolare il ritiro di quell'uomo, sia perchè non la si sarebbe finita più. Que-st'atto spianò la via all'annullamento del vecchio contratto; quindi il rappresen-tante di Don Bosco comprò attrezzi, legnami, steccati, materiali esistenti e s'entrò in libero possesso di tutto. Così fu facile rompere le varie camorre ordite quando, anzichè vigilare, si lasciava che ognuno, come dicono a Roma, facesse il comodaccio suo. Allora, cessato il gelo di quel crudo inverno, gli operai rimisero mano ai lavori. Sorvoliamo qui su impicci d'altra natura. Per rimediare agli indugi frappostigli, Don Bosco risolse di dare a questi lavori un impulso vigoroso; ma occorrevano altri denari e molti. Per raccoglierne decise di fare un giro in Francia, spingendosi fino a Parigi. Il buon Padre sentiva bene che le forze gli s'illanguidivano, ma l'amore al Papa lo stimolava ad agire con tutta la sua energia. Ne informò così il Cardinale Vicario in una lettera del 30 gennaio 1883: " Dimani mattina, a Dio piacendo, parto per Genova e quindi farò una visita alle case della Liguria. Vado di casa in casa fino a Marsiglia e di là, se la sanità e i pubblici avvenimenti lo permetteranno, farò una gita fino a Lione ed a Parigi questuando pel Sacro Cuore e raccomandando il denaro di S. Pietro. Ma mi raccomando quanto so e posso alla E. V. perchè si adoperi per togliere di mezzo gli imbarazzi che impediscono il nostro lavoro. Io lo desidero tanto e sono pronto anche a sacrifici poco ragionevoli, purchè si possano continuare i lavori purtroppo sospesi ". I " sacrifici poco ragionevoli " erano le migliaia di lire da buttar via, se si voleva finir di fare una buona volta piazza pulita.

I Francesi furono con lui molto generosi. La loro generosità, sebbene in minor misura, si ripetè l'anno seguente. Questo aiutò a portare innanzi i lavori della chiesa in modo che nella primavera del 1884 presbiterio e abside erano già in condizione da potersi adibire al culto.

Ma la carità francese era stata di mano in mano assorbita. Con Roma ne avevano usufruito le Missioni, l'Oratorio e altri luoghi nella Francia stessa e fuori. Poi presso la chiesa si era dato cominciamento ai lavori per l'ospizio. Don Bosco dunque sentì imperiosa la necessità di appigliarsi anche al mezzo sperimentato già da lui tante volte efficace: a una lotteria. Ci aveva pensato da tempo; qualche cosa si era già fatto. Quand'egli nell'aprile del 1884 dalla Francia proseguì direttamente per Roma, trovò un migliaio e mezzo di oggetti raccolti. Buoni signori, non romani e impiegati in Ministeri, prestavano l'opera loro nei preparativi. Un gruppo di gentildonne con a capo la Contessa della Somaglia, dama di Corte della Regina Margherita, s'inge-gnavano a cercare la via per istrappare l'approvazione prefettizia. Forti opposizioni aperte e palesi bisognò vincere per riuscirvi.

Intanto il numero dei doni cresceva. Dall'elenco stampato ne risultano 5700; ma dopo la stampa se ne aggiunsero altri 2600. Don Bosco mise in movimento un mondo di persone italiane e straniere per la vendita dei biglietti, che durò fino al dicembre del 1885. L'esposizione occupò cinque sale, attirando folle di visitatori: non erasi mai vista una mostra simile a Roma. Papa e Re vi figuravano l'uno presso l'altro. L'estrazione fu indetta per il 31 dicembre. Nel febbraio seguente un supple-mento del Bollettino ne pubblicò l'esito. La vendita dei premi non ritirati fruttò ancora un utile discreto. Alla fine Don Bosco parve soddisfatto, poichè nella sua circolare del gennaio 1886 ai Cooperatori diceva: " In tutto l'anno i biglietti smer-ciati furono la più grande risorsa per la continuazione dei lavori ".

Esaurita quella risorsa, bisognava escogitarne un'altra. Nemmeno qui Don Bosco aveva aspettato l'ultima ora. Già nell'udienza pontificia del 1884 aveva pro-posto alla munificenza del Santo Padre che si degnasse assumersi la spesa della fac-ciata, nel che egli vedeva segretamente un nuovo mezzo a stimolare vieppiù la ge-nerosità dei fedeli. Ottenuto il sovrano gradimento, ne comunicò la notizia ai Coope-ratori torinesi nella conferenza del 23 maggio, e quindi ai Cooperatori tutti con uria circolare del 31 successivo. L'Unità Cattolica del 20 giugno con due articoli da lui ispirati esortava i cattolici italiani a inviare offerte per alleviare al Papa l'onere assunto. Ma il pensiero di Don Bosco non era ancora tutto colorito. Sempre per sua ispirazione il Conte Balbo propose e il Cardinale Arcivescovo ottenne che l'ere-zione della facciata venisse presentata agli Italiani come voto nazionale al Sacro Cuore di Gesù in Roma con invito a contribuirvi. Un appello dell'Alimonda all'Episco-pato nel 1885 e una pubblica sottoscrizione aperta sul giornale cattolico divulgarono in tutta la penisola il progetto. Solo con questo espediente si raccolsero 172 mila lire. Si sarebbe raccolto di più, se, celebrandosi nel 1886 il giubileo sacerdotale d'oro del Santo Padre, non si fosse creduto prudente arrestare nel luglio di quell'anno la questua, per non paralizzare le offerte dell'obolo.

Neppure questo sarebbe stato sufficiente alla prosecuzione dei lavori; ma Don Bosco aveva trovato altre fonti di soccorsi, fra le quali la carità del Conte Colle e un viaggio in Francia e nella Spagna durante la primavera del 1886. Anche l'opera di Roma andò debitrice di molto al generoso Conte tolonese, vero strumento della Provvidenza per Don Bosco in momenti critici; le tre maggiori campane del Sacro Cuore, ultima sua larghezza, ne cantano a gran voce la cristiana liberalità. Riguardo al viaggio, appena se ne sparse la notizia, Salesiani e amici trasalirono, temendo che egli avesse a soccombere per via, tanto pietose apparivano le condizioni della sua salute; ma nessuno lo potè distogliere dall'avventurarvisi. Disse tutto Don Cerruti nei processi. Avendolo accompagnato più volte per l'Italia e per la Francia in cerca dei mezzi indispensabili alla costruzione di quella chiesa, egli era stato testimonio de' suoi strapazzi e delle sue sofferenze fisiche e morali per eseguire il desiderio del Papa; quindi si dichiarò persuaso che quegli strapazzi e quelle sofferenze avevano abbre-viato la vita di lui, già cadente e logoro dal lavoro.

Se stava così male nel 1886, doveva stare peggio l'anno dopo, quando si espose ai disagi dell'andata a Roma per assistere alla consacrazione. La partenza avvenne il 20 aprile. " Partì da casa, scrisse Don Lazzero a Monsignor Cagliero, che pareva non potesse resistere al viaggio nemmeno sino a Moncalieri ". Fece varie tappe lungo il percorso, giungendo a Roma il 30. Il suo stato era ivi migliore che a Torino; in-fatti ricevette fin dai primi giorni molti illustri visitatori, compresi sette Cardinali. Tuttavia egli non s'illudeva, ma sentiva ognor più che i suoi giorni si avvicina-vano al termine. Ecco perchè aveva voluto la consacrazione in maggio, sebbene dieci altri mesi non bastassero a ultimare i lavori. A chi gli proponeva un rinvio a dicembre, fece chiaramente comprendere che, se s'indugiava oltre il maggio, egli non ci si sarebbe più potuto trovare. Aveva quindi mandato a Roma Don Sala, aìfinchè sollecitasse, raddoppiando anche, se occorresse, gli operai; quello che non si poteva fare subito, si sarebbe fatto in seguito.

La chiesa fu consacrata il 14 maggio. Anche allora, come per S. Giovanni Evan-gelista, servì di norma il programma svolto da lui nel 1868 alla consacrazione di Maria Ausiliatrice. Vi andarono dall'Oratorio i cantori sotto la direzione del Do-gliani; anzi Don Bosco fece un atto che non deve passare inavvertito. Da pochi anni si affacciava qua e là un movimento di riforma della musica sacra e di restaurazione delle melodie gregoriane. Orbene il Santo chiamò da Marsiglia il salesiano Don Grosso, profondo conoscitore ed esperto maestro di canto gregoriano, che con cantori dell'Oratorio ne desse saggio specialmente durante le cerimonie della consacrazione, nelle quali nulla si cantò in polifonia. Fu questa una sorpresa che gl'intelligenti ap-prezzarono assai. Alle feste poi dell'ottavario Don Bosco impresse un carattere inter-nazionale, disponendo che si predicasse anche in francese, spagnolo, tedesco e inglese. Con ciò volle far intendere due cose, che la sua Società doveva abbracciare tutto il mondo e che tutto il mondo aveva concorso all'erezione della chiesa.

Egli celebrò nella nuova chiesa la mattina del 15 all'altare di Maria Ausiliatrice. Celebrazione indimenticabile! I fedeli ne videro con profonda emozione i frequenti scoppi di pianto. Non meno di quindici volte si arrestò per dare sfogo alle lacrime. Come disse dopo, gli attraversavano la mente i ricordi del primo sogno e gli riso-navano quasi all'orecchio le parole dettegli allora dalla Madonna: - A suo tempo tutto comprenderai. - Abbracciando con lo sguardo sessantadue anni di fatiche, di stenti e di lotte, scorgeva nel santuario da lui eretto a Roma il coronamento dell'ardua sua missione e non dubitava essere scoccata per lui l'ora del Nunc dimittis.

Intanto la bella chiesa era consacrata; progredivano i lavori dell'ospizio; il Papa l'aveva ricevuto e benedetto con effusione di cuore. Dunque l'essenziale era fatto; cedendo quindi agl'incomodi che lo travagliavano, egli volle ritornarsene all'Ora-torio senza partecipare allo svolgersi delle feste. - Arrivederci in paradiso, - ri-peteva salutando coloro che venivano a presentargli le loro congratulazioni. Partì la mattina del 18. Era il ventesimo e ultimo suo viaggio di ritorno dall'eterna città.

Partì, ma il pensiero della chiesa e dell'ospizio non lo abbandonò mai fino agli estremi-della vita. Aveva già speso circa tre milioni. Le decorazioni più importanti mancavano ancora. Egli non cessò di picchiare, di cercare, di domandare. Diciotto giorni prima di abbandonare la terra, durante un breve periodo di relativo miglio-ramento, inviò una lettera al Duca di Norfolk, per il quale aveva dettato dal letto queste parole: " Una cosa mi turba molto in questo momento, le passività della chiesa del Sacro Cuore a Roma. Da dieci anni indirizziamo lì i nostri sforzi, eppure rimangono ancora da pagare 250 mila franchi e io sono in questi giorni medesimi sollecitato al pagamento. Ecco uno de' miei più grandi fastidi. Se Vostra Altezza mi può venire in aiuto nella misura che la sua carità e le circostanze le possono suggerire, sarebbe per me un gran sollievo ed Ella farebbe un'opera vantaggiosis-sima alla nostra povera Società Salesiana e a tutta la Chiesa universale e al suo Vi-cario in terra il Santissimo Padre, che ci ha affidato direttamente questa opera del Sacro Cuore a Roma ". Morto Don Bosco, quando uomini di poca fede non solo temevano, ma quasi ritenevano sicura una fine catastrofica delle sue istituzioni, la Provvidenza premiò lo zelo del suo servo buono e fedele, non lasciando mancare nulla al suo successore, perché potesse in breve tempo compiere degnamente e mettere in tutta efficienza la grandiosa opera romana di S. Giovanni Bosco.

 

CAPO XLI

FONDAZIONI IN FRANCIA

Il 1875 è l'anno, nel quale Dio diede Don Bosco alla Francia. Cosi fu detto pub-blicamente venticinque anni dopo nella casa salesiana di Nizza Marittima dinanzi all'immediato successore del Santo. Questa città ne accolse allora perla prima in Francia l'opera, del che il merito va ai membri della Conferenza di S. Vincenzo, particolarmente all'avvocato Michel e al barone Héraud. Pur abbondandovi pie istituzioni, mancava a Nizza un ospizio, che ricevesse giovanetti poveri e abbando-nati. Il Vescovo Sola, venerando vegliardo, non voleva chiudere la sua vita pastorale senz'avervi provveduto. Venne a parlare con Don Bosco; ci vennero poco dopo quei due signori, il primo dei quali, avendo compiuto i suoi studi universitari a Torino, conosceva l'apostolo della gioventù. Si giunse così facilmente agli accordi, che già in novembre i Salesiani erano a Nizza. Nessuna casa salesiana cominciò più mode-stamente: una vecchia filanda presa in affitto, poche masserizie indispensabili, tre-cento metri quadrati di cortile per i giovani nel giardino del Vescovo e lo strettissimo necessario per vivere. Il Direttore, italiano della frontiera, portava un cognome francese, Don Ronchail, e parlava speditamente la lingua, appresa dalle labbra ma-terne. Don Bosco vi mandò pure alcuni giovanetti nizzardi che stavano nell'Oratorio, perchè fossero buon lievito fra i compagni, e insieme un gruppetto di algerini invia-tigli da Monsignor Lavigerie. Il buon Padre non lasciò finire il mese, che andò a visitarli. Fu il primo di quattordici suoi viaggi in Francia. Di là scrisse a Don Rua: " Molta benevolenza, molto trasporto per noi e per il novello ospizio, che è sulle basi di quello di Torino. Preghiamo Dio che ci benedica in questa nuova impresa ". A ispirare simpatia e fiducia contribuì il disinteresse da lui dimostrato. I pro-motori proponevano di assegnare come corrispettivo ai maestri ottocento franchi; ma egli non volle, dicendo che era troppo e che bastava la metà. Fu convenuto per quattrocentocinquantà. Quel rifiutare sì gran parte dello stipendio, saputosi nella città, vi sollevò un coro di lodi al suo indirizzo. - Di danaro ho molto bisogno, spiegò egli; ma trattandosi del mantenimento, basta quel tanto e non più.

Il Patronage Saint-Pierre, come fu denominato, non poteva vivere a lungo ran-nicchiato nel pianterreno e nel sotterra di una filanda abbandonata. Trovavasi in vendita un capace edificio con terreno attiguo nei pressi della piazza d'armi. L'acqui-sto importava la spesa di centomila franchi. Don Bosco, quando vedeva la necessità di una cosa che servisse a promuovere la maggior gloria di Dio, fidava nella Prov-videnza e non faceva tanti ragionamenti. Stipulò dunque egli stesso sul luogo il contratto. Ritornato a Torino, disse, come riferisce Don Barberis nella sua Cro-naca: " Passi ne feci, non istetti inoperoso, ma ho potuto portare le cose a un punto che oramai possono andare avanti da sè. In Francia capiscono quello che veramente può fare del bene e quando vedono che un'istituzione è buona, largheggiano in elemosine ".

Lé cose, sì, potevano andare avanti da sè, ma pian piano e non senza la sua valida cooperazione. Ond'egli scriveva sovente al giovane Direttore, sì da sem-brare che lo conducesse per mano dai benefattori e attraverso le pratiche intricate che precedettero la legale presa di possesso. Le elemosine raggiunsero le somme necessarie per effettuare i pagamenti al termine fissato. Nella nuova sede l'ospizio prosperò rapidamente. Infatti subito nei primi anni bisognò ingrandire i locali e co-struire una vasta cappella. Era un Oratorio di Valdocco in minori proporzioni con artigiani e studenti, con scuole esterne diurne e serali e con due oratori festivi. Nel-l'autunno del 1877 Don Bosco potè mandare anche le Figlie di Maria Ausiliatrice ad aprirvi una loro casa. I giornali dicevano un gran bene dei Salesiani, il che pro-vocava domande da altre città della Francia. Il 19 febbraio 1877 Don Bosco aveva parlato di ventiquattro città francesi, che volevano la sua Opera.

Fra tante domande Marsiglia ebbe la preferenza. L'avvocato Michel nel 1876 vi aveva tenuto una conferenza sulle Opere di Don Bosco a vantaggio della bisognosa gioventù. Uno de' suoi uditori, l'abate Guiol, curato di S. Giuseppe, si mise tosta in relazione col Santo, il quale l'anno dopo, visitata la casa di Nizza, proseguì fina a Marsiglia. Che cosa precisamente siasi fra loro concertato, non si sa; certo perà le relazioni strette da Don Bosco con i Marsigliesi e le sue conversazioni con l'abate segnarono il punto di partenza per la casa aperta l'anno dopo in quella città.

Egli albergava dai Fratelli delle Scuole Cristiane. Messosi a confessare i giovani del collegio, corse la voce che scoprisse i peccati occulti. La voce attraverso il parla-torio si sparse fuori, insieme con le lodi della sua bontà; se ne parlava come d'un santo. Cominciò quindi un viavai di visitatori. Ma egli dovette sospendere le udienze, perchè uno sbocco di sangue lo costrinse ad assoluto riposo. Stette a Marsiglia una settimana. " Vado scoprendo terreno, scrisse a Don Rua, e darò la zappata dove il terreno sarà più conveniente ".

L'abate Guiol non soffriva indugi; quindi per intendersi venne in maggio a visitare Don Bosco e l'Oratorio. Si rividero a Marsiglia verso la metà di luglio. Don Bosco vi accompagnava Monsignor Aneyros, Arcivescovo di Buenos Aires, che da quel porto doveva risalpare per l'America. Il Prelato argentino, recandosi a Roma, era stato incontrato à Sampierdarena da Don Bosco, che non gli si spiccò più dal fianco fino alla sua partenza. L'Oratorio lo ebbe ospite alcuni giorni. è indescrivibile l'entusiasmo da lui suscitato nella casa. Egli non dimenticò mai più le amabilità di Don Bosco, l'allegria e la pietà dei giovani, il buono spirito dei Salesiani e l'im-ponenza delle loro opere. A Marsiglia il Santo, datogli l'estremo saluto a bordo della nave, non potè combinare nulla con l'abate, perché assalito da gravi incomodi; poi aveva premura di fare ritorno. Ma nell'aprile del 1878 egli era nuovamente là.

Nel frattempo l'idea di una fondazione salesiana vi aveva fatto del buon cam-mino; si voleva un'opera come quella di Valdocco, e furono studiati i procedimenti da seguire per gettarne le basi. Esisteva a Marsiglia una Società Beaujour, costituita da ottimi cattolici e avente per iscopo di favorire istituzioni benefiche a vantaggio della gioventù pericolante; essa avrebbe assunto la proprietà degli stabili, disponendo del loro uso in conformità delle leggi. Era suo un vasto caseggiato nella via, da cui prendeva il nome. Il consiglio di amministrazione deliberò di farlo passare nelle mani di Don Bosco mediante un atto di locazione per la durata di cinquant'anni. Approvato il progetto, Don Bosco si riservò di fissarne da Torino gli articoli.

Nel viaggio di ritorno la stanchezza, i disagi e il mal tempo lo spossarono al-l'eccesso, costringendolo a due settimane di letto nell'ospizio di Sampierdarena. -Il formulare i termini della convenzione non fu cosa breve. Quando poi tutto era concluso, Don Bosco ribadì un suo concetto, scrivendo al curato: " è necessario che si pensi a rendere stabile il nostro istituto, e sarà stabile se la Congregazione sarà indipendente ". L'istituto col nome di Patronage Saint-Léon aperse le porte ai Salesiani il 1° luglio. Il Direttore Don Bologna valeva più che non mostrasse nel suo esteriore. Parlava il francese ottimamente. Venuto orfanello all'Oratorio, vi aveva trascorsi vent'anni in varie mansioni. Don Bosco gl'indirizzò a Nizza una paterna lettera, nella quale gli diceva: " Va pure in nomine Domini. Dove puoi, ri-sparmia; se hai bisogno, chiedi e papà farà in modo da provvederti. Va come padre dei confratelli, come rappresentante della Congregazione, come caro amico di Don Bosco. Scrivi spesso bianco e nero. Amami in Gesù Cristo ".

Anche il Patronage di Marsiglia fu modellato sull'Oratorio di Torino. Nel primo anno dodici Salesiani formavano la comunità. Don Bosco li visitò in gennaio. Questa volta egli incontrava dappertutto indifferenza o gelida officiosità; anche il curato di S. Giuseppe non sembrava più quello d'una volta. Un grosso malinteso aveva ope-rato negli animi un sì strano mutamento. Che fare? Ci pensò la Provvidenza. Una donna condusse a Don Bosco un figlio che faceva pietà. Piccolo, rachitico, quasi raggomitolato in se stesso, moveva a stento le povere gambe, sorretto da due stam-pelle. Gli si potevano dare otto anni. Passando in mezzo a uno stuolo di ragazzi esterni che frequentavano le scuole dei Salesiani, fanciullo e madre si presentarono a Don Bosco. Il Santo rivolse a entrambi alcune parole; poi benedisse lo storpio e . gl'ingiunse di buttare le grucce. Succedette allora una metamorfosi istantanea: il ragazzo si raddrizza, getta via i miseri sostegni e se la dà a gambe. La madre, quasi demente, afferra quei legni, gli si slancia dietro gridando al miracolo, e ne l'uno ne l'altra si fecero più vedere.

Il fatto fin dall'inizio ebbe abbastanza pubblicità da essere in breve divulgato; il che risvegliò nella cittadinanza l'interessamento per la persona del taumaturgo. La fiumana dei visitatori aumentava di giorno in giorno e con le visite le elemosine. Don Bosco prima di partire preparò con un architetto un disegno d'ingrandimenti. Quattro mesi dopo già si costruiva a tutto andare. Per alimentare i fondi necessari a proseguire i lavori, Don Bosco vendette una delle varie cascine lasciategli in eredità dal torinese Barone Bianco di Barbanìa. Due benefattrici insigni, le signore Jaques e Prat, che egli poi chiamò abitualmente mamme sue e de' suoi giovani, recavano un contributo continuo. Una pubblica sottoscrizione benedetta dal Vescovo inca-nalò al Patronage un rigagnoletto di offerte.

Nel gennaio del 1880, poichè le risorse accennavano a mancare, ritornò a Mar-siglia. Guarigioni prodigiose confermarono l'opinione di santità che già correva intorno alla sua persona. Il giorno 30 nel monastero della Visitazione una signorina che vi era ospite, affetta da cancro all'ultimo stadio, dopo la sua benedizione guarì istantaneamente. Aveva nome Périer. Resasi figlia di Maria Ausiliatrice, morì a Nizza Monferrato sei anni dopo.

Altre benedizioni produssero altre meraviglie, che causarono un grande accor-rere di gente all'ospizio. Marseflle est bouleversée, scrisse di là Don Cagliero a Don Rua. Ne si andava a lui con le mani vuote. Dopo la partenza di Don Bosco il Di-rettore, saldati vecchi debiti, potè comperare un terreno circostante, che gli permise di triplicare il fabbricato e di allestire una casa per le Figlie di Maria Ausiliatrice. Da principio l'abate Guiol nella vivacità del suo temperamento avrebbe voluto vedere subito mirabilia, e s'impazientiva. Ma Don Bosco l'aveva rassicurato scrivendogli il 20 luglio 1879: " Studierò la maniera di condurre avanti i nostri affari e non restare a metà strada. La Congregazione Salesiana è bambina, e perciò più bambini sono tuttora i suoi figli. Ma coll'aiuto di Dio cresceranno e a suo tempo potranno riportare senno e frutto da scomodi fatti: pazienza, costanza e preghiera ". Tout vient a qui sait attendre. La casa di Marsiglia fra le sorelle francesi assurse al posto d'onore.

Mentre si occupava della fondazione marsigliese, Don Bosco veniva conducendo le pratiche per un'altra assai diversa. Egli non amava le colonie agricole, sembran-dogli queste poco atte a favorire la moralità dei giovani. Ma nell'agosto del 1875 un sogno gli fece cambiare pensiero. Vide una casa rustica in mezzo a vasta cam-pagna. Un giovane si avanzava verso di lui cantando in francese; poi sopraggiunsero molti altri giovani, portando mazzi di fiori e cantando. I canti erano inviti a pren-dersi cura di loro. Una donna misteriosa gli disse: - Questi fanciulli sono miei figli e io li affido a te. - Indi si fece innanzi una seconda schiera, sulla quale la donna stese un amplissimo velo; quando poi lo ritrasse, erano tutti chierici e preti. La mattina dopo ecco una lettera del Vescovo di Fréjus, che offriva a Don Bosco una doppia colonia agricola per fanciulli e per fanciulle nella sua diocesi.

Trattavasi di due orfanotrofi situati, uno, il femminile, a Sannt-Cyr e l'altro, maschile, alla Crau, in una località detta la Navarre. Chi li dirigeva, non si sentiva più di tirare avanti. Don Bosco accettò. Ultimati i preliminari, i Salesiani entrarono alla Navarre nel 1878, seguiti l'anno dopo dalle Figlie di Maria Ausiliatrice, che si stabilirono pure a Saint-Cyr nel 1880 sotto la direzione spirituale e tecnica di un Salesiano. Le due opere agonizzanti ripresero vita, grazie agli eroici sacrifizi dei primi figli di Don Bosco. Per la Navarre specialmente si dischiuse un periodo di rigo-gliosa vitalità.

Don Bosco visitò le due case nel 1879, nella quale occasione provvide a farne l'apporto alla Beaujour. Potè allora vedere con i suoi occhi che il casolare della Na-varre, rispondeva in ogni più minuto particolare a quello mostratogli nel sogno. Una sorpresa più impressionante gli toccò nella seconda visita del 1880. La casa ingrandita era popolata di giovani. Venendo egli innanzi attraverso al tenimento, gli uscirono tutti incontro preceduti da un compagno che gli porgeva un mazzo di fiori. Quando furono a pochi passi di distanza, il Santo, fissatolo, cambiò colore. I vicini lo notarono, ma egli non disse nulla. Verso sera durante un'accademiola, mentre nell'esecuzione di un inno composto per la circostanza il medesimo ragazzo faceva una parte a solo, Don Bosco disse al Direttore: - è tutto tutto un gio-vane che ho visto in sogno. - Era 1'orfanello Michelino Blain, morto recente-mente a Nizza sacerdote salesiano. Pare che anche l'ultima parte del sogno si sia

col tempo avverata, allorchè vi s'istituì una sezione di Figli di Maria e insieme un noviziato di chierici.

Con le vicende delle case francesi è collegato pure un altro sogno. Un decreto del 29 marzo 1880 metteva fuori della legge i Gesuiti di Francia e imponeva alle Congregazioni non autorizzate di chiedere al Governo l'autorizzazione; ma questa era subordinata a condizioni impossibili. Il 30 giugno manu militari i Padri della Corri-pagnia vennero espulsi dalle loro case, sulle quali furono apposti i suggelli della Repubblica. Don Bosco in ripetute lettere impartì ai Direttori istruzioni precise e ispirate alla più alta prudenza, prospettando loro tutte le eventualità. Dal 16 ottobre all'8 novembre la forza pubblica mosse all'assalto anche delle altre case religiose. Il giorno dei morti si temette seriamente per il Patronage di Marsiglia. Il Direttore, nella certezza di non poterlo salvare, telegrafò ad Alassio, pregando che si preparas-sero nel collegio una quarantina di letti per Salesiani e loro orfani. Don Cerruti ne informò Don Rua, il quale, ritenendo che all'arrivo della lettera i profughi fossero già ad Alassio, ne diede in questo senso comunicazione a Don Bosco. Don Bosco gli rispose con tutta calma che non era possibile, e scrisse per aver notizie non ad Alassio, ma a Marsiglia. Infatti nessuno si era mosso. La spiegazione di tutto la diede egli stesso il 1° dicembre ai Superiori del Capitolo. Tre mesi avanti, nella festa della Natività di Maria, la Vergine Ausiliatrice eragli apparsa in sogno, ricoprendo con un manto immenso tutte le case salesiane di Francia. Scoppiò un temporalone, nel quale ai fulmini e alla grandine si univa il fragore di fucilate e di cannonate.. Saette, chicchi, palle, cadendo sul manto, scivolavano e rotolavano a terra. Du-rante il pericolo egli non ne aveva mai parlato, limitandosi invece a raccomandane che si confidasse nella protezione, di Maria Ausiliatrice. - Non se ne tenne conto, osservò raccontando il sogno. Poi soggiunse: - Vedere sbandite tutte le Con-gregazioni francesi che da tanto tempo facevano del bene in Francia e poi vedere la nostra straniera che vive del pane raccolto in mezzo ai Francesi, con il giornalismo che grida sfegatato contro il Governo perchè non ci manda via, e noi tranquilli, è cosa proprio straordinaria. Questo ci serva d'incoraggiamento a porre sempre la nostra fiducia in Maria Vergine. Ma non insuperbiamocene; basterebbe un atto di vanagloria, perchè la Madonna non si mostri più contenta di noi o lasci che vin-cano i cattivi.

è del 1879 l'apertura di una casa a Challonces nella diocesi di Annecy con Ora-torio festivo e scuole esterne. Un benefattore di Trinità presso Mondovì, oriundo della Savoia, fece le spese. A Don Bosco arrideva il pensiero di mettere piede nella terra del Salesio. Ma le cose presero subito una pessima piega. Sorsero fiere oppo-sizioni da parte delle autorità scolastiche, spalleggiate da certa stampa. Dopo appena un anno, col vento che spirava contro le Congregazioni religiose, la prudenza consi-gliò di non mettersi troppo in vista; quindi i Salesiani in buon ordine si ritirarono. Alla fondazione di Challonces è legato uri gran nome. Ne fu Direttore il torinese Conte Cays di Giletta e Casellette, discendente da antichissima famiglia niz-zarda. Era stato deputato al Parlamento Subalpino dal 1850 al 1860. Vedovo, con un figlio, si ritirò poscia a vita privata, facendosi padre dei poveri. Don Bosco l'aveva avuto fra i primissimi suoi benefattori e catechisti. Un antico desiderio di appartarsi dal mondo gli si ravvivò in cuore verso il 1877, e ruminava di farsi Salesiano. Il 23 maggio di quell'anno, mentre attendeva il suo turno per essere ricevuto da Don Bosco, entrò nell'anticamera una signora di Torino, che portava quasi di peso una figlia undicenne priva di favella e mezzo paralitica. Essendo la vigilia di Maria Ausi-batrice, l'afflitta madre sperava un beneficio dalla Vergine per la benedizione di Don Bosco. Su proposta del Conte gli astanti consentirono di cederle la precedenza; egli intanto pensava fra se e se che, avvenendo la guarigione, l'avrebbe considerata come indizio essere volontà di Dio che stesse con Don Bosco. Infatti la giovinetta uscì che era un'altra, e narrava con disinvoltura ai presenti quello che era accaduto. Allora il. Conte ruppe gl'indugi. Colui che nel suo castello durante il colera del 1854 aveva dato per tre mesi conveniente ospitalità alla famiglia reale, si ridusse nel 1877 a vivere la povera vita dell'Oratorio. Essendo già molto istruito anche in materie religiose, ricevette l'ordinazione sacerdotale nell'autunno del 1878. Pio, umile, obbe-diente, caritatevolissimo edificò per soli cinque anni i suoi Confratelli, avendolo _ l'angelo della morte rapito loro il 4 ottobre 1882. Nelle crescenti e talora delicate relazioni con la Francia Don Bosco trovò in lui un ausiliare di gran tatto, e se ne valse anche in affari, che andavano trattati personalmente sul posto.

Le quattro case scampate dall'uragano dell'80 dovevano superare anche la burrasca del 1902. Non così altre due fondate posteriormente dal Santo, una a Lilla e l'altra a Parigi, nel 1884. Dopo un fecondo lavoro di più che tre lustri, quei Salesiani se-guirono la sorte comune e i loro immobili, costituiti dalla parità pubblica e adibiti per molteplice beneficenza, andarono a finire negli artigli degli Ebrei. A Parigi l'opera risorse nel quartiere di prima, a Ménilmontant, nome caro a tutti i Salesiani. A Lilla invece quanti rimpiangono tuttora la scomparsa dei figli di Don Bosco!

Nel 1883 Don Bosco aperse presso Marsiglia un'altra casa per i novizi francesi. è curiosa la storia ili questa fondazione. Egli la preannunciò più di tre anni prima all'abate Guiol e al salesiano vivente Don Cartier. - Io, diceva, ho a mia disposi-zione uno spazioso edifizio in sito ameno e con larga pineta; vi si accede per ma-gnifici viali di platani; un abbondante corso d'acqua attraversa tutto il podere. In realtà non aveva niente, ma aveva visto così in sogno. Respinse l'offerta di una villa presso Aubagne, perchè diversa da quella descritta. Stette incerto per un'altra appartenente a una signora Pastré, ricca vedova parigina, a cui egli aveva guarita la figlia. Sorgeva questa seconda a S. Margherita, poco lungi da Marsiglia. Facen-doglisi vive insistenze perchè accettasse, rispose che se vi erano i pini e i platani e il corso d'acqua, bene; se no, no. Il Direttore del S. Leone, visitato il luogo, gli riferì d'aver veduto centinaia di pini, viali di platani e acqua corrente per il fondo. Allora accettò. Motivi speciali obbligarono la proprietaria a non fargliene dona-zione, ma a cedergliene l'usufrutto per quindici anni. Don Bosco vi pose il novi-ziato francese, detto della Provvidenza. Trasferito questo altrove dopo la morte del Santo, vi sottentrarono le Figlie di Maria Ausiliatrice, che non ricevettero nocumento dal ciclone del 1902.

La stima, l'affetto e la venerazione dei Francesi per Don Bosco si manifestarono in vita e in morte di lui con testimonianze eloquenti ed universali. Una briosa monografia del dottore d'Espiney, edita a Nizza nel 1881 e intitolata Don Bosco, incontrò largo favore: in dieci anni ebbe undici edizioni. Nel 1884 il magistrato Alberto Du Boys diede alle stampe un interessante volume su Don Bosco e la Pia Società Salesiana. Ma il viaggio del 1883 a Parigi fu quello che nel cuore dei Fran-cesi impresse il più indelebile ricordo dell'Uomo di Dio.

 

CAPO XLII

DON BOSCO A PARIGI

Don Bosco giunse a Parigi la sera del 18 aprile 1883. Lo accompagnava Don De Barruel, salesiano francese di Valenza. Una carrozza lo attendeva per con-durlo al palazzo De Combaud sul corso Messina. La signora De Combaud l'aveva conosciuto personalmente a La Navarre, nelle cui vicinanze possedeva una villa; ma era già in relazione con lui per via del giovanotto Malan, suo impiegato, che poi fu salesiano e Vescovo. Ella mise a disposizione di Don Bosco un appartamento comodo e isolato, nel quale egli potesse starsene a suo bell'agio. Il Santo veniva a Parigi per domandare la carità.

Non vi arrivò sconosciuto ne inatteso. Recenti pratiche protrattesi a lungo con l'abate Roussel, che avrebbe voluto i Salesiani al suo grande orfanotrofio, ne ave-vano fatto circolare il nome nelle sfere ecclesiastiche e fra i laici che si occupavano d'istituzioni benefiche. La sua attività a pro della gioventù abbandonata era citata spesso a stimolo e a modello nei sermons de charité e nella stampa cattolica. Inoltre ogni, anno, prima che finisse l'inverno, egli aveva avuto contatti con la colonia pa-rigina, che passava la stagione a Nizza e lungo la Costa Azzurra, specialmente a Cannes. Visitando quei signori per raccomandar loro le sue opere, svegliava in essi con l'ammirazione anche il desiderio di vederlo nella capitale. Per loro mezzo pe-netrò a Parigi e si sparse nelle famiglie aristocratithe il mentovato libro del d'Espiney. Alla notizia della sua probabile venuta parecchi gentiluomini gli avevano offerto ospitalità nei propri palazzi.

Una città come Parigi non si commuove per poco; eppure per la presenza di Don Bosco si commosse. Dal giorno dopo il suo arrivo comincia un movimento incessante verso di lui. Dovunque si sappia che egli si trova, è un accorrere per vederlo e ascoltarlo. I giornali cercheranno poi il perchè di tanto interessamento, non mancando di mettere in rilievo, come l'esteriore dell'uomo non avesse speciali attrattive. Statura mediocre, andare barcollante, vista stentata, tono di voce fievole, parlare lento, accento straniero e fraseggiare più straniero ancora, estrema sempli-cità di tratto. La causa del fenomeno sarà ravvisata nella bontà squisita, nella dol-cezza inalterabile, nella pazienza eroica, nella modestia non tocca dalla fama di tau-maturgo. Gli intendenti scopriranno il vero segreto nella santità, che nulla valeva a nascondere.

La crescente affluenza di persone che assediavano il palazzo De Combaud fece sentire la necessità di cercare un'altra dimora, nella quale egli potesse dare le udienze durante le ore più affollate del pomeriggio. La si trovò presso una comunità religiosa in via Ville 1'Evéque. Or ecco l'orario delle sue giornate parigine. Si levava alle cinque e, pregato alquanto, spogliava la corrispondenza recatagli dall'ultima posta della sera innanzi; era sempre un monte di lettere. Recavasi quindi a celebrare, dove l'avessero invitato; poi dava udienze ivi stesso o al palazzo De Combaud fino al tempo di recarsi alla refezione di mezzogiorno da alcuno di coloro, che quotidiana-mente lo tempestavano d'inviti. Alle quattordici passava in via Ville 1'Evéque per le udienze serali, durandola Inon meno di sei ore, senza poter mai contentare tutti gli accorsi. Di ritorno all'ospitale dimora, esaminava coi segretari la corrispondenza della giornata, osservando se le lettere erano state classificate bene per le risposte. Infine, dette le preghiere, si coricava verso la mezzanotte. L'affare della corrispon-denza divenne presto così serio, che sul finire di aprile chiamò a Parigi Don Rua. Non bastando neppure lui, vi si aggiunse spontaneamente un buon religioso. " Non tre, ma sei o sette segretari sarebbero necessari ", scrisse Don Rua il 2 maggio all'Oratorio.

Gli si dava la caccia per averlo a celebrare o a mensa o a benedire infermi. Si volevano suoi autografi. Un signore, fattegli firmare cinquanta immagini sacre, tornò dopo due giorni a portargli duemila franchi, somma di offerte da parte di quelli a cui le aveva distribuite. Non pochi presentavano al segretario penne da scrivere con preghiera di porgerle a lui, affinché le usasse anche una sola volta, e poi di restituirle per essere conservate come reliquie. Anche le vesti gli si tagliuzzavano per portarne via qualche brandello. Gli furono ripetutamente cambiati pastrano e cappello. E che dire delle migliaia di medaglie che distribuì, ricevute come doni preziosi? La Baronessa Reille, esibitasi a provvedergliele e lieta di mantenere la promessa, diceva alla fine che non avrebbe mai creduto di dover spendere tanto.

Tutti sapevano lo scopo del suo viaggio, perciò lo compensavano generosamente di ogni cosa. Non c'era, si può dire, visitatore, e furono migliaia, che non gli offrisse il suo obolo. Anche nelle moltitudini che spesso lo circondavano, molte mani si allungavano a deporre nelle sue biglietti di banca o monete. Le prime famiglie, grate dell'onore di averlo a mensa, dopo essersi edificate della sua conversazione, lo pre-gavano di accettare vistose elemosine. Cinque anni dopo, in occasione della sua morte, numerose lettere di condoglianza ricorderanno con commosse espressioni la fortuna di coloro che l'avevano avuto anche per breve ora in casa.

Diciamo qualche cosa in particolare delle udienze. Furono dette regali. Ore di regalità si poterono considerare quelle, in cui i rappresentanti dell'aristocrazia pa-rigina, quasi dimentichi dell'etichetta, riempivano la grande sala d'aspetto in via Ville 1'Evéque. Ma col passare dei giorni le classi vi si mescolarono senza distinzione. La sala non si vuotava mai, perchè, quanti sgombravano, altrettanti ne prendevano il posto. Dame di primo grado aiutavano le religiose a regolare il servizio di anti-camera. La folla si addensava anche per le scale e nel cortile, aspettando impaziente, ma ferma per ore e gre. Sul tardi Don Bosco si affacciava e impartiva una benedi-zione generale. Allora la nervosità troppo compressa scattava e si levavano grida d'invocazione; chi implorava per se, chi per il figlio o la figlia, chi per il padre o la madre. Malati autentici attendevano che la sua mano si levasse benedicente su di loro; parenti di malati giungevano con carrozze per prenderlo e condurlo dai loro cari. Il diario di una delle religiose che montavano la guardia, registra scene tra-giche e comiche, frequenti in quei parapiglia. Fatti prodigiosi accaddero anche sotto gli occhi del pubblico. Un idropico, entrato mostruosamente gonfio, uscì che pa-reva un otre svuotato. Ma il più delle volte gli effetti delle sante benedizioni si ve-rificarono dopo. Egli pregava appunto che le grazie clamorose non avvenissero subito, ma fossero differite. Del resto, come disse il Signore alla Beata Taigi, tali prodigi sono soltanto un mezzo per guarire le anime.

Coloro che non volevano sottostare al supplicio delle lunghe attese, chiedevano per iscritto luogo e tempo per un'udienza. Anche Vescovi scrivevano raccoman-dando persone, che avevano necessità di parlargli. Più fortunati di tutti erano i pochi che ricevevano l'appuntamento nel palazzo De Combaud o che potevano accompa-gnarlo nel recarsi in qualche luogo. Moltissimi non ricorrevano all'operatore di miracoli, ma andavano in cerca dell'uomo di Dio, ricco di lumi celesti. Avvisi op-portuni, specialmente in affari di coscienza, egli ne dispensava a tutti senz'essere richiesto. Innumerevoli confessioni ascoltò in quelle udienze infinite. Disse una volta che in quei giorni per il bene delle anime si era dovuto occupare di cento e più casi, per ognuno dei quali valeva la pena di fare un viaggio a Parigi.

Un'udienza restò memorabile, quella di Victor Hugo. Vive tuttora a Parigi l'avvocato Boullay, che vide il celebre poeta e romanziere uscire dalla casa dell'abate riferiscono pure episodi graziosi e altri prodigiosi. Nella cronaca delle religiose del Sacro Cuore di Comflans, sotto il 2 maggio, viene così ritratto: " Quello che ci ha maggiormente colpite in Don Bosco è la sua semplicità. Sembra non accorgersi dell'interessamento che suscita intorno a se, poichè si mostra sempre calmo, facendo ogni cosa adagio, come se non avesse altro a cui attendere. Ha un aspetto sempli-cissimo senza nulla che possa destare entusiasmo, tranne la santità. Da tutta la sua persona spira umiltà ".

Negli oratorii domestici gli si faceva trovare il fior fiore della nobiltà. Dopo ia Messa rivolgeva ai presenti alcune parole sul tema della carità; quindi, intrattenutosi coi signori del luogo e ascoltato privatamente chi desiderava conferire con lui, be-nediceva tutti e si allontanava, lasciando dietro di sè un profumo di celestiali impres-sioni. Per il 18 maggio la Principessa Margherita d'Orléans, sorella del Conte di Parigi Luigi Filippo Alberto e seconda moglie del Principe Ladislao Czartoryski, lo invitò a celebrare nel suo palazzo Lambert. Sette Principi ve lo attendevano, che tutti, compreso il Conte di Parigi, si comunicarono. Servirono all'altare i Principi Czartoryski padre e figlio. Risale a quel tempo il destarsi della vocazione religiosa in quest'ultimo. Egli non sapeva più staccarsi dal Santo. Nulla si disse allora di vo-cazione; ma il giovane Principe rimase conquiso dalle maniere di Don Bosco. Tre anni dopo otteneva, come per somma grazia, di essere ammesso al noviziato salesiano.

Portò la benedizione di Maria Ausiliatrice in molte case private, nel cui segreto si operarono veri miracoli di conversioni e di guarigioni. Don Rua nei processi te-stifica di un portento, che più degli altri impressionò i Parigini. Chiamato una sera a benedire un giovanetto infermo, rispose che vi sarebbe andato a condizione che questi la mattina seguente venisse a servirgli la Messa. S'immagini lo stupore dei parenti! Eppure bisognò che consentissero. All'infermo poi egli ripetè la stessa cosa. Visto lo stato del poverino, i presenti, se non si fosse trattato di Don Bosco, avreb-bero preso la sua esigenza come uno scherzo di pessimo gusto. Orbene la mattina appresso, quando il Santo arrivò alla chiesa indicata, il fanciullo stava già là ad aspettarlo. La sera innanzi erasi trovata nella casa una signora Ortega, colombiana di Bogotà, figlia d'un medico, la quale, tornata in patria, con la narrazione del prodi-gioso avvenimento eccitò ne' suoi concittadini un vivo desiderio di avere fra loro i figli di Don Bosco, desiderio appagato nel 1890.

Fu per un paio d'ore dagli Assunzionisti, che redigevano il settimanale Pèlerin e che allora ventilavano il disegno della quotidiana Croix; la sua parola incitatrice sommerse qualche superstite indecisione. Fu dai chierici di S. Sulpizio, uno dei più gloriosi seminari cattolici, lasciando in tutti un'impressione profondissima, come attestava pochi anni fa uno dei testimoni, il Cardinale Bourne, Arcivescovo di Westminster. Fu due volte a Auteuil nell'istituto dell'abate Roussel, che, quantun-que non appagato nella sua brama di ottenere da Don Bosco i Salesiani per i suoi giovani, gli continuava la più cordiale benevolenza. Fu pure all'Istituto Cattolico. Ebbe l'incarico d'impadronirsi di lui a ogni costo e di portarvelo il futuro Cardi-nale Gasparri, allora professore di Diritto Canonico in quell'Ateneo. Prima il Ret-tore Monsignor d'Hulst diede un banchetto in suo onore; poi lo condusse a un ricevimento nell'aula magna, dove lo accolsero tutti i professori e quasi tutti gli studenti.

Da parecchi pulpiti parigini Don Bosco parlò a numerosi uditorii. Erano discorsi come le conferenze che soleva tenere ai Cooperatori in Italia. Salì a questo modo il pergamo alla Madonna delle Vittorie, alla Maddalena, a S. Sulpizio, a S. Clotilde, a S. Agostino, a S. Pietro del Gros-Caillou. La trama dei sermoni consisteva inva-riabilmente in esporre l'origine delle sue opere e rappresentare la necessità di prov-vedere alla gioventù abbandonata. Seguiva una colletta, raccolta da un comitato di dame, che egli chiamava le quéteuses a servizio della sua grande Quéteuse Maria Ausi-liatrice. I giornali pubblicavano poi i riassunti delle conferenze, descrivevano i pie-noni di uditori e gli effetti della sua singolare eloquenza. Infatti non omettevano di rilevare la sproporzione fra l'efficacia delle allocuzioni . e la povertà oratoria del di-citore. I più non potevano afferrare le sue parole; eppure non si movevano. Tutti, come nota 1'Aubineau in un suo opuscolo di quell'anno su Don Bosco e il suo viaggio a Parigi, " contemplavano l'uomo di Dio, la cui persona aveva un'eloquenza fatta di semplicità, di modestia, di umiltà, di abbandono in Dio e di proprio oblio, tutte luci che s'irradiavano da lui, aureolandone le modeste sembianze ".

La chiesa della Maddalena fu sempre la più aristocratica di Parigi. Predicatori di cartello sogliono montarvi in pergamo. Don Bosco non avrebbe forse ardito di parlare da sì alto luogo, se non ve l'avesse indotto l'Arcivescovo Cardinale Guibert. - Parigi crederà più a voi, che ad altri, - gli aveva detto questi nell'udienza conces-sagli all'arrivo. Gli fece anche una confidenza. Un noto Prelato italiano, saputo del viaggio di Don Bosco, aveva scritto a Sua Eminenza cose atte a indisporlo verso il Santo; ma Sua Eminenza dichiarò di non averne tenuto conto. Invece il Cardinale di Lione, ricevuta una comunicazione identica, vi aveva dato qualche peso, non permettendogli di parlare entro la città.

La conferenza era fissata per le quindici; ma la chiesa cominciò a riempirsi due ore prima, sicchè quelli dell'ultima ora rimasero fuor della porta. Al cospetto dell'immenso uditorio, con quelle forze così logore e con quell'esperienza così scarsa della lingua, uno straniero, un Italiano, che non fosse Don Bosco, si sarebbe sentito mancare l'animo e messe insieme quattro frasi per raccomandare l'elemosina, avrebbe

cercato di liberarsi al più presto da una situazione tanto imbarazzante. Egli invece, senza perdere la sua calma abituale, tenne un discorso relativamente lungo e, quel che è di più, ascoltatissimo.

Dopo, mentre si avviava alla sagrestia, fu un vero spettacolo di fede: tutti di mano in mano inchinarsi per riceverne la benedizione, le madri presentargli i figli perchè li benedicesse, molti fargli benedire o toccare oggetti religiosi. Personaggi ragguardevoli lo aspettavano nella sagrestia, sperando di ottenere qualche minuto di udienza, ed egli si fermò a riceverli in una stanzetta attigua.

Il giorno seguente ritornò, come aveva promesso, a celebrare per le collettrici e per tutti i benefattori. Dopo la Messa l'abate De Bonnefoy, più tardi vescovo di La Rochelle, lo condusse da un'etica sedicenne, che aveva poc'anzi ricevuto gli ultimi sacramenti, sembrando prossima alla fine. Don Bosco, esortatala ad aver fede, le prescrisse, con meraviglia di tutti e con delusione di alcuni, certe preghiere da recitarsi fino alla festa dell'Assunta. Chi poteva credere che la moribonda cam-passe ancora tre mesi e mezzo? Ebbene il mattino della solennità, la giovane, risusci-tata quasi da morte, si alzò da se, si vestì e fra lo stupore di quanti la conoscevano si recò alla chiesa. Nel 1898, come riferiva Monsignor De Bonnefoy, essa era madre di tre bambini sani e robusti.

Quante cose bisogna che restino nella penna! Dal 5 al 16 maggio Don Bosco stette a Lilla, ospite dei signori di Montigny, promotori della fondazione, a cui si è accennato nel capo antecedente. Anche là udienze, visite, conferenze, inviti, mol-titudini e fatti straordinari. Cose notevoli sarebbero pur dà dire di una gita a Ver-sailles il 24 maggio; ma i limiti di questo lavoro non lo consentono.

Partì da Parigi il 26 maggio. Aveva tenuto nascosta l'ora della partenza; tuttavia nell'interno della stazione il suo nome corse di bocca in bocca ed egli fu oggetto di attenzione fino a che non si mosse il treno. Allora saluti calorosi gli augurarono il buon viaggio; egli con la sua bonarietà e grazia si affacciò a ringraziare nei presenti anche tutti i loro concittadini.

Per buon tratto di via si tenne in silenzioso raccoglimento. Anche Don Rua e Don De Barruel tacevano. Finalmente Don Bosco esclamò: - Ricordi, Don Rua, la strada che mena da Buttigliera a Murialdo? Là a destra vi è una collina e sulla collina una casetta e attorno un prato. Quella casetta fu l'abitazione mia e di mia madre; in quel prato io pascolava due vacche. Se tutti quei signori di Parigi sapes-sero che hanno portato così in trionfo un povero contadino dei Becchi, eh?!... Scherzi della Provvidenza! - In questi umili e santi parlari facevano ritorno a To-rino, ma dopo una riposante sosta di tre giorni a Digione, ospiti della Marchesa De Saint-Seine.

Nella storia della Società Salesiana il soggiorno di Don Bosco a Parigi segna un momento di sommo rilievo. Don Bosco e la sua Opera vi fecero la loro presen-tazione al mondo. Da quel punto cominciò intorno al fondatore dei Salesiani il fiorire di una multiforme letteratura che ne diffuse la conoscenza presso gli uomini della dottrina, dell'autorità e della ricchezza, aprendo a' suoi figli le vie del bene in tutte le parti della terra.

Tentare di tirar il conto delle somme raccolte a Parigi sarebbe fatica sprecata. Neppure Don Bosco avrà saputo quanto denaro fosse passato per le sue mani. Quasi ogni sera il fratello della De Combaud, banchiere, spediva in varie direzioni i frutti della carità parigina. I santi della carità, veri canali straordinari della beneficenza cristiana, distribuiscono senza interruzione le loro acque, lasciando a Dio la cura di misurarne il quanto. Parimenti nelle mani di Dio rimettono la cura di rimune-rare quelli che fanno loro la carità. Un giorno Don Bosco al suo futuro successore Don Albera, che trovava duro l'insistere nel limosinare per il suo ospizio di Sam-pierdarena, disse: - Molti in paradiso ci saranno riconoscenti, perchè li avremo costretti a farci la carità.

 

CAPO XLIII

VICARIATO APOSTOLICO E PREFETTURA APOSTOLICA

Nel suo discorso del 1875 per la prima spedizione americana Don Bosco aveva detto: " Noi diamo principio a una grande opera ". La Provvidenza dispose che egli non lasciasse la terra senza vedere della grande opera gli splendidi comincia-menti, i quali, come ora vedremo, egli non aveva indugiato a porre su salde basi.

Quanto più i Missionari salesiana guadagnavano terreno nell'evangelizzazione della Patagonia, tanto più evidente appariva a Don Bosco la necessità d'imprimere alla loro azione un carattere normale e duraturo. Per questo occorreva istituirvi l'autonomia giurisdizionale, sicché i Missionari non dipendessero più dagli Ordinari bonariensi, ma da Propaganda; solo così era possibile ottenere omogenea e organica compattezza di personale, libertà di movimento nell'esercizio dell'apostolato e age-volezza di rapporti diretti, continuati e ufficiali col Governo, senza le cui buone di-sposizioni ben poco era da attendersi. L'articolo 67 della Costituzione argentina attribuiva al Congresso la cura di favorire insieme con l'incivilimento anche la con-versione degli Indi al cattolicismq ; tuttavia nel sud della Repubblica questa dispo-sizione legislativa rimaneva ancor sempre lettera morta. Don Bosco dunque, che porgeva una mano per l'attuazione di un tale programma, aveva bisogno di poter spiegare liberamente tutte le energie proprie di una vera Missione cattolica. Ecco perché dal 1880 in poi condusse risolutamente le pratiche per ottenere dalla Santa Sede l'erezione di un Vicariato Apostolico nella Patagonia settentrionale, estenden-tesi dal Rio Negro al Rio Santa Cruz, e un altro Vicariato per il territorio più meri-dionale e per la Terra del Fuoco.

Egli vi pensava già da un paio d'anni; ma solamente nell'aprile del 1880 fece il primo passo a Roma con l'esporre a Leone XIII il suo disegno. A studiare la cosa il Papa deputò ufficiosamente alcuni Prelati, fra i quali era il Cardinale Alimonda, membro della Congregazione di Propaganda. Dopo alcune conferenze con 'quei per-sonaggi Don Bosco stese un memoriale, in cui non mancava nulla: dati geografici ed etnografici, attività svolte dai Salesiani e dalle Figlie di Maria Ausiliatrice, pro-gramma da svolgersi, proposta di un Vicariato Apostolico. Il documento fu tosto umiliato al Santo Padre. A Roma però gli affari si trattano con somma ponderatezza e quindi senza risparmio di tempo.

Dum Romme consulitur, nella Patagonia si lavorava con ardore. Il capo della Missione Don Fagnano, uomo intraprendente e intrepido, si slanciava alla campa-gna, esplorando le zone più impervie e remote, ma intanto rafforzando la sua resi-denza di Patagónes con l'erezione di una chiesa e di due collegi, uno dei Salesiani, delle Suore l'altro. Anche Don Beauvoir e Don Milanesio, infaticabili operai evan-gelici, s'inoltravano dovunque sapessero essere colonie di civilizzati e famiglie o tribù indie. Di queste studiavano gl'idiomi, più difficili perchè privi di scrittura. Tuttavia il po' di spagnolo che nel volgere dei secoli vi era pur penetrato, agevolava loro la fatica. Bisognava correre giornate e giornate a cavallo con l'occhio alla bussola per non perdere la tramontana. Nessuna lode umana eguaglierà mai il merito di quegli zelanti figli dell'Oratorio. Orbene le relazioni di là inviate offrivano a Don Bosco sempre nuovi elementi in sostegno della sua tesi del Vicariato.

Quando i risultati ottenuti parvero sufficienti, Roma giudicò arrivato il momento di addivenire alla invocata sistemazione. Nel luglio del 1883 il Cardinale Simeoni, Prefetto di Propaganda, richiese Don Bosco del suo parere definitivo. Egli allora propose, non più uno, ma tre Vicariati. Invitato poi a indicare i nomi dei candidati che gli sembrassero più adatti, presentò Don Cagliero, Don Costamagna e Don Fagnano. I Cardinali di Propaganda il 27 agosto decisero la creazione di due sole circoscrizioni ecclesiastiche, le quali comprendessero la Patagonia settentrionale e centrale con Don Cagliero Provicario Apostolico, e la Patagonia meridionale, la Terra del Fuoco e le Isole Malvine con Prefetto Apostolico Don Fagnano. La qualità di Provicario escludeva il carattere vescovile, che sarebbe stato conferito più tardi. 1 Brevi pontifici di erezione e di nomina per, il Provicariato giunsero in novembre, come anche i decreti per la Prefettura emanati dal Prefetto di Propaganda.

Don Bosco preferiva rimandare Don Cagliero in America insignito della dignità episcopale. L'Arcivescovo Alimonda, che era del medesimo avviso, ne supplica nel 1884 il Santo Padre adducendo tre motivi: consolazione di Don Bosco, onore della Società Salesiana e maggiore facilità ed efficacia di ministero nell'eletto. La pratica, facendo il suo corso, intoppò nell'opposizione del Cardinale Ferrieri, Pre-fetto dei Vescovi e Regolari, sempre convinto che i Salesiani avessero esistenza precaria. Ma il 9 ottobre Monsignor Jacobin segretario di Propaganda, scrisse all'Ali-monda: "Il Santo Padre nell'udienza di domenica scorsa esaudì la preghiera di Don Bosco e consentì di dare il carattere vescovile a Don Cagliero, nuovo Provicario Apostolico in Patagonia. Credo che dopo ciò bisogherà togliere il Pro, ma per questo aspetto di parlarne al Card. Prefetto. Intanto La prego di avvisare il caro Don Bosco che ne sarà contentissimo. La prego, se non è ardire, di fare a Don Bosco i ral-legramenti da mia parte pel nuovo onore che ottiene l'Oratorio ". Il, Pro fu tolto; al novello Vescovo venne dato il titolo di Màgida.

Un Vescovo Salesiano era davvero un grande onore per l'Oratorio, ma insieme anche la più solenne valutazione del metodo educativo di Don Bosco. Soltanto un educatore di tal fatta, come si è già accennato, poteva da quella natura esuberante e insofferente di giogo e in quell'ambiente poverissimo di comodi materiali trarre un così invitto Pastore della Chiesa. Tutto l'Oratorio si mise in festa, in festa si mise tutta la Società Salesiana; ma più d'ogni altro gioiva Don Bosco vedendo coro-nato con sì glorioso avvenimento il primo decennio dalla pontificia approvazione delle Regole.

La consacrazione fu compiuta con grande gioia dal Cardinale Arcivescovo Ali-monda il 7 dicembre. Giunse in tempo per assistervi Monsignor De Macedo Costa, Vescovo di Belem del Parà nel Brasile, che, viaggiando da Parigi a Roma, si era sof-fermato a Torino per vedere Don Bosco e chiedergli i Salesiani. Curva sotto il peso de' suoi ottantotto anni si vedeva assorta in preghiera la veneranda madre del consa-crato, e nella penombra del presbiterio il gran Padre attirava su di se gli sguardi commossi di numerosi ammiratori e benefattori.

Durante la novena del Natale Monsignore partì per Roma, dove ebbe la conso-lazione di udire dalle labbra di Leone XIII che la salute di Don Bosco era preziosa non solo per la Società Salesiana, ma per tutta la Chiesa. E veramente la salute di Don Bosco declinava in modo impressionante; quando il Vicario Apostolico tolse da lui l'ultimo commiato, egli teneva il letto.

Monsignore, salpato da Marsiglia il 14 febbràio del 1885, arrivò a Buenos Aires in un brutto momento. Nei tempi ordinari egli sarebbe passato senza che quasi gli si badasse; ma da parecchi mesi nella capitale infieriva la lotta antireligiosa. La stampa attaccava anche i Salesiani, cercando di renderli odiosi agli Argentini. Inoltre un dissidio del Governo col Delegato Apostolico aveva prodotto la rottura delle rela-zioni con la Santa Sede e causato l'espulsione del suo rappresentante. Monsignore non fu risparmiato dai giornali settari. Tutto insomma faceva temere che il Governo non avrebbe approvato l'erezione di un Vicariato entro il territorio della Repubblica senza il suo beneplacito.

Pur di arrivare, a piantar le sue tende nella Patagonia, Monsignore si prote-stava disposto ad andarvi anche vestito da sagrestano. Tuttavia. sperò di ottenere qualche cosa, se gli riuscisse di abboccarsi col Presidente della Repubblica, che era quel generale Roca a noi già noto, e vi riuscì. Si recò da lui con Don Costamagna, che aveva seguito il Generale nella spedizione armata del 1879. Con militare ru-dezza quegli disse a Monsignore: - Non sa che il Papa non ha diritto di mandare Vescovi nella Repubblica senza intendersi col Governo? - Pronto e felice Mon-signore gli rispose che egli era Vescovo di una città dell'Asia e che quindi non aveva diocesi nell'Argentina; essersi egli recato colà per aiutare i Missionari sale-siani nella Patagonia. Bastò questo per disarmarlo e per dar luogo a una conversa-zione sempre più (pacifica e infine amichevole. Prima di accomiatarsi, Monsignore lo pregò d'un biglietto di presentazione per il Governatore del territorio patago-nico. Il Presidente glielo fece con termini assai benevoli. Governava quel paese un Generale Winter, persecutore di Don Fagnano e smanioso di scacciare i Sale-siani da Viedma e da Patagónes ; ma quando vide i buoni rapporti del Vicario col Generale Roca, abbassò la cresta, lo accolse onorevolmente e gli promise il suo appoggio.

Sotto il comando e dietro la guida e l'esempio dell'impavido apostolo, vecchi e nuovi Missionari attraversavano i deserti in cerca di Indi da guadagnare alla fede e alla civiltà; in pari tempo iniziavano un po' di vita parrocchiale nelle colonie miste che erano in via di sviluppo lungo le sponde del Rio Negro e del Rio Colorado. Due pionieri, Don Savio e Don Beauvoir, scesero fino a Santa Cruz, capitale in em-brione della governazione omonima, alla foce dell'omonimo fiume, che segnava il limite meridionale del Vicariato, e di là correvano ' in traccia dei poveri Indi. Frat-tanto, nel centro della Missione a Patagónes e a Viedma, sua residenza, Monsignor Cagliero si adoperava a svegliare la vita e la pietà cristiana, due cose di cui non si aveva più idea. Gli giovò molto per questo la cura della gioventù mediante gli ora-tori festivi e le scuole. I figliuoli scossero a poco à poco le madri e i padri. Le Suore di Maria Ausiliatrice dalle loro due case di Viedma e di Patagónes facevano miracoli e Dio ne benediva lo zelo e l'abnegazione. Anch'esse nella storia di quelle Missioni scrissero pagine d'oro. Un collaboratore del Vicario, Don Piccono, scriveva di lui a Don Lemoyne il 14 maggio 1886: "La sua persona diffonde intorno a se la soavità e la letizia, e nelle sue azioni vanno unite la semplicità e la prudenza, la dolcezza e l'energia di un vero primogenito di Don Bosco".

Le relazioni sue e dei Missionari, che narravano le loro peregrinazioni e descri-vevano i frutti del loro apostolato, furono le cose che maggiormente rallegrarono Don Bosco negli ultimi due anni della sua vita; quand'egli morì, la Missione patagonica, anelito del suo gran cuore, poteva dirsi organizzata in modo da far conce-pire le più fondate speranze di successo, come infatti l'avvenire dimostrò.

Egli intanto non cessava di spronare Monsignor Fagnano, perchè raggiungesse anche lui la sua Prefettura. Il motivo più impellente, per il quale lo sollecitava a far presto, era il sapere che nella Patagonia meridionale e più ancora nella Terra del Fuoco erano penetrati i ministri protestanti anglicani. Ma gravi difficoltà si oppone-vano a quell'andata. Finalmente la buona occasione venne. Il Governo argentino, risoluto di sistemare l'amministrazione civile e di arrestare l'invadenza inglese nella parte della Terra del Fuoco che gli apparteneva, ordinò un'esplorazione sulla costa orientale dell'Isola Grande. La spedizione armata partì nel novembre del 1886. Il Prefetto Apostolico ottenne di esservi aggregato come cappellano.

L'Isola Grande è la Terra del Fuoco propriamente detta. Essa campeggia in un arcipelago immenso d'infinite isole maggiori, minori e minime, sparpagliate oltre la punta meridionale del continente. La parte orientale di detta isola appartiene al-l'Argentina, il resto e quasi tutto l'arcipelago al Cile. La spedizione approdò il 21 novembre nella baia di S. Sebastiano, che si apre larga e profonda a nord-est e il 24 dicembre dopo molte e gravi peripezie arrivò alla baia Thetis nell'estremo sud. Si era costeggiata l'Isola Grande in tutta la sua lunghezza, facendovi sbarchi. Accam-patisi presso il lido,. gli esploratori vi rimasero tre settimane. Monsignore prese im-mediatamente a occuparsi di una tribù che ogni mattina veniva all'accampamento. Due volte al giorno riuniva ragazzi e ragazze per insegnar loro a pregare. Con sua grande pena il 16 gennaio 1887 dovette abbandonare quelle povere anime, perchè la spedizione riprendeva la via del ritorno. Egli si staccò dai compagni di viaggio a Patagónes, sua residenza, dove sbarcò il 25.

Tre vantaggi principali egli aveva ritratti dalla sua esplorazione: una discreta conoscenza dei luoghi, un'idea approssimativa sulle condizioni di quegli Indi e la consolazione importante che conveniva collocare la sede di tutta la Missione a Puntarenas, oggi Magallanes, essendo questo il punto più centrale di comunicazione con il Cile, la Terra del Fuoco e le Isole Malvine; poichè la sua Prefettura si esten-deva anche alla parte cilena dell'arcipelago fueghino e alle isole anzidette, oltreché alla Patagonia meridionale.

Da Patagónes verso la fine di febbraio si recò a Buenos Aires col proposito di muovere cielo e terra per procacciarsi protezione, sussidi e personale, con cui dare serio cominciamento all'impresa. Intanto consolava Don Bosco, scrivendogli il 1° di marzo: Il Si rallegri, Don Bosco, che uno de' suoi figli si è spinto sino al grado 55° di latitudine meridionale, e ha potuto vestire duecento selvaggi, predicare la religione cattolica e battezzarne già alcuni ".

A Viedma egli non aveva trovato Monsignor Cagliero; lo rivide alcuni mesi dopo,. ma dove e come non si sarebbe mai immaginato. Il Vicario stava guidando una missione lungo la valle del Rio Negro, fino alle Cordigliere, con il proposito di valicare questa catena e di arrivare a Concepción nel Cile: un percorso di 1500 chi-lometri. Per circa 1300 tutto andò bene; poi accadde l'imprevisto. Era il mattino del 3 marzo. Lasciato Malbarco, specie di villaggio isolato sulle rive del Neuquén, affluente del Rio Negro, si cavalcava su per i dirupi andini, quand'ecco il cavallo del Vescovo impennarsi, spiccar salti e sprangar calci, gettare la sella a traverso e, presa la mano al cavaliere, darsi a pazza fuga per uno stretto sentiero in pendio, con sporgenti macigni da un lato e dall'altro un precipizio senza fondo. Monsignore, senza perdere la sua presenza di spirito, adocchia un punto meno accidentato, libera i piedi dalle staffe e vi si getta giù. Se non avesse fatto quella mossa fulminea e ardita, sarebbe andato a sfracellarsi nell'abisso, dove un sordo tonfo indicò pochi istanti dopo essere piombata la bestia in furia.

I compagni atterriti gli apprestarono i primi soccorsi; poi, adagiatolo alla meglio sopra una cavalcatura, lo riportarono a Malbarco presso una famiglia di coloni cristiani. Quella discesa fu un martirio per il povero paziente. Gli si erano staccate due costole al lato sinistro con rotture muscolari e lesioni polmonari; aveva anche ammaccature al volto e alle braccia. Tuttavia dopo dieci giorni di letto potè al-zarsi e celebrare e dopo altri tre giorni volle ripigliare il suo cammino verso la mèta prefissa.

Alle prime confuse notizie Monsignor Fagnano, inforcato il cavallo, era volato sulle tracce dei Missionari, che raggiunse quando già si trovavano a Concepción. Quivi il caduto finì con ristabilirsi così bene, che per più d'un mese percorse il Cile, lavorando nel sacro ministero. Lo accompagnò quasi sempre Monsignor Fagnano, per altro aveva continuamente la testa a' suoi Fueghini. Fece una corsa ad An-cud e s'intese col Vescovo, dal quale dipendevano Puntarenas e la parte cilena della Terra del Fuoco. Ne ebbe commendatizie che gli giovarono poi molto ad amman sare il Governatore, uomo ostilissimo alla religione. I due nostri Monsignori, detto addio al Cile e imbarcatisi insieme, navigarono verso sud e attraverso lo stretto magellanico arrivarono alla baia di Puntarenas proprio il 24 maggio. In giorno per loro così fausto avrebbero desiderato scendere a terra, celebrare e vedere la futura residenza; ma lo stato del mare non permise di gettare le ancore, sicchè, benedetta da bordo la sede divisata della Missione, proseguirono per Buenos Aires.

Monsignor Fagnano stava sulle spine. Ansioso di tornare nel campo del suo apostolato, avuti dall'Ispettore bonariense tre confratelli, si rimise in mare. Presero terra a Puntarenas il 21 luglio di quell'anno 1887. Oggi Puntarenas conta i suoi trentamila abitanti. Gl'immigrati europei ne hanno fatto una città cosmopolita e trafficante. Due chiese salesiane e i collegi annessi, prime fabbriche a mattoni, sono fra i più notevoli edifici che vi siano sorti da poi. Ma allora si vedeva appena un me-schino mucchio di casupole con un migliaio e non più di persone. Monsignore scrisse il 7 agosto all'amico Don Lemoyne: " Ci troviamo a cinquantadue gradi e mezzo di latitudine sud; siamo i figli più lontani dal caro Don Bosco, ma forse i più vicini a lui per la tenerezza colla quale pensa a noi".

Difficoltà economiche, climatiche e politiche non ispaventarono il Missionario dalla tempra di acciaio, che aveva pure l'arte di entusiasmare gli altri all'arduo la-voro. Fissata come potè l'umile dimora, non pensò più che ai Fueghini. Lo, scrisse 1'8 ottobre a Don Lazzero, non posso star tranquillo finchè non abbia otte-nuto i mezzi per redimerli dalla schiavitù dell'ignoranza, della miseria e special-mente del demonio ". Mezzo indispensabile sarebbe stato un vaporino, col quale correre canali e isole in cerca di selvaggi. I protestanti disponevano di due ben attrezzati. Mancandogli allora la possibilità di farne acquisto, noleggiò una goletta Vittoria, capace di quaranta tonnellate. Con quella sul finire del 1887 visitò l'isola Dawson, punto centrale, dove approdavano continuamente Indi con le loro canoe; perlustrò quindi la parte cilena dell'Isola Grande. In entrambe le località incontrò gran numero d'indigeni; s'intrattenne con loro, li invitò a Puntarenas, li regalò di vestiari e di viveri. - Tu sei il capitano buono, - gli dicevano essi, memori di altri capitani che ne avevano fatto strage. E Capitano buono divenne poi il termine usuale, con cui i poveri perseguitati designavano il loro provvidenziale apostolo.

Pochi mesi avanti la sua dipartita da questo mondo, Don Bosco fu consolato dalla vista di un primo fiore di quelle lontane e barbare contrade. Monsignor Fa-gnano aIla prima esplorazione aveva raccolta un'orfanella india di circa otto anni e condottala a Patagónes, l'aveva consegnata alle Figlie di Maria Ausiliatrice, che la prepararono al battesimo. Orbene Monsignor Cagliero, venendo in Italia nel di-cembre del 1887, la menò a Torino con due suore per presentarla a Don Bosco. La fanciulla, convenientemente predisposta, sapeva abbastanza chi egli fosse. Era una primizia che, come si espresse Monsignore, gli mandavano i suoi figli Missionari ex ultimis finibus terrae. La piccola India, inginocchiata dinanzi a lui, gli rivolse in italiano e col suo accento semiselvatico alcune parole insegnatele dalle maestre. Don Bosco la ascoltò commosso, la benedisse e ringraziò il Signore.

La storia della Missione di Monsignor Fagnano è delle più fantastiche che si possano scrivere. Allorchè il Missionario, affranto dall'età, dalle fatiche e dalle sof-ferenze morali, scese nella tomba, tutta una rete di opere missionarie avvolgeva la sua sconfinata Prefettura. Un altro suo titolo alla riconoscenza dei posteri è d'aver promosso lo sviluppo industriale e commerciale, che mise la Terra del Fuoco sulla via del progresso. Non fu certamente questa l'idea, per cui tanto fece e patì; ma è nella natura delle cose che la fiaccola del Vangelo, dovunque arrivi a splendere, irradi intorno a se luce di vera civiltà.

A Santiago del Cile nella seduta del 10 agosto 1937 il Parlamento discuteva sulla partecipazione del Governo alle onoranze da tributarsi ai Salesiani, ricorrendo il cinquantesimo anniversario della fondazione delle loro Missioni nelle zone ma-gellaniche. Il capo dei Deputati socialisti, vincendo le proteste de' suoi amici, di-chiarò essere doveroso riconoscere quanto quelle lontane terre fossero state benefi-cate dai Salesiani. Non si deve dimenticare, disse, che 14.000 dei 30.000 abitanti di Magellano han ricevuto l'istruzione dai Salesiani, i quali con scuole e laboratori incivilirono contrade semibarbare ". Invitò quindi la Camera ad aderire alle ono-ranze ai figli di Don Bosco, come fu fatto.

Il magnanimo apostolo proveniva, come tanti altri valenti Salesiani d'allora, da quelle vocazioni tardive, che il Santo coltivò assai prima di farne un'istituzione, come si è narrato a suo luogo. Oggi i suoi resti mortali riposano nella chiesa del Sacro Cuore di Gesù a Puntarenas; ma il suo spirito aleggia da Santa Cruz a Ushuaya e la sua memoria vive e vivrà in benedizione nel cuore di tutti i Salesiani.

 

CAPO XLIV

ALTRE FONDAZIONI IN NELL'AMERICA

LeMissioni degl'infedeli furono il principale obiettivo di Don Bosco nell'inviare in America i Salesiani. Le prime fondazioni argentine ci si presentano nei do-cumenti ufficiali come punti di partenza, da cui si dovesse muovere all'evangelizza-zione della Patagonia. Organizzate poi le Missioni, tanto quelle case quanto le altre aperte successivamente da lui nella Repubblica non differirono più dalle Case Sale-siane d'Europa. In tutti per altro gli Stati dell'America latina, dove fondò istituti, se nel territorio vivevano ancora Indi, egli non voleva che i suoi figli si occupassero esclusivamente dei civili, ma intendeva che s'interessassero pure della sorte dei selvaggi. Ecco perchè i Salesiani che di anno in anno mandava da quelle parti, li considerava un po' tutti come Missionari. In realtà le case argentine preparavano e sostenevano personale missionario alla Patagonia e alla Terra del Fuoco, e nell'estensione dell'Opera salesiana sotto i successori del Santo presero a fare così anche le case aperte dove ci fosse bisogno di apostolato missionario. Continueremo a vedere in questo capo ciò che Don Bosco fece per l'America latina.

Nell'Argentina ripetono la loro origine da Don Bosco sei fondazioni tuttavia fiorenti dirette dai Salesiani e parecchie altre governate dalle Figlie di Maria Ausi-liatrice. Sono in ordine cronologico: la chiesa degli Italiani di Nostra Signora della Misericordia a Buenos Aires e l'annesso collegio; il collegio di S. Nicolàs de los Arroyos; la parrocchia di S. Giovanni Evangelista con collegio a Boca di Buenos Aires; il grande ospizio con chiesa pubblica ad Almagro, un vero Oratorio di Val, docco nella metropoli bonariense; chiesa e scuole esterne di S. Caterina a Buenos Aires, erette per arrestare la propaganda protestante; chiesa e collegio di La Plata. Vi si aggiunga la Nizza americana delle Figlie di Maria Ausiliatrice, come si può chiamare il loro istituto di Almagro, perchè fu vera casa madre per le loro opere nell'Argentina e nell'Uruguay. In quest'ultima Repubblica Don Bosco le mandò a lavorare accanto ai Salesiani a Villa Colón presso Montevideo, a Las Piedras, a Paysandù e a Montevideo. Ognuna di tutte le accennate fondazioni merite-rebbe, se fosse possibile, almeno una pagina. Limitiamoci invece a dire delle fonda-zioni posteriormente fatte da Don Bosco in altri Stati, dei quali non si è detto an-cora nulla.

Dall'Argentina e dall'Uruguay la rinomanza delle Opere di Don Bosco si andò propagando in ogni angolo dell'America latina, sicchè destava nei Vescovi ed anche nei Governi una gara per avere loro scuole professionali. Nell'Impero del Brasile Monsignor Lacerda, Vescovo di Rio de Janeiro, voleva a tutti i costi i figli di Don Bosco in quella capitale. Di lui scrive Don Albera nella sua Vita di Mons. Lasagna: "Non potrebbe dirsi, se vi sia stato altro Prelato che più intimamente abbia cono-sciuto Don Bosco, più l'abbia amato e più teneramente a lui si sia affezionato". Egli aveva fatto conoscenza personale con Don Bosco nel 1877, nel qual anno era venuto all'Oratorio per istrappargli alcuni Salesiani; ma se ne ripartì rassegnato di dover portare seco soltanto buone promesse a lunga scadenza. Don Bosco però non prometteva per promettere: infatti nel 1881 mandò a Rio de Janeiro Don Lasa-gna, Ispettore dei Salesiani nell'Uruguay, con l'incarico di concertare col Vescovo l'apertura di una casa. L'Imperatore Don Pedro II, ricevutolo in particolare udienza, volle essere informato di tutto quello che riguardava l'Opera salesiana. Altamente soddisfatto, manifestò vivo desiderio che la provvida istituzione fosse presto tra-piantata nell'Impero. Visitati parecchi Vescovi e osservate le condizioni delle loro diocesi, Don Lasagna perorò con infocata eloquenza presso Don Bosco la causa del Brasile.

Don Lasagna fu quello che si dice un uomo superiore. Prestante della persona, d'ingegno versatile e colto, buon parlatore, esperto negli affari, bastava vederlo per dire che era una personalità eccezionale. Infatti divenne Vescovo e iniziatore delle Missioni salesiane nelle foreste brasiliane, secondo il volere di Don Bosco. Il Santo educatore, raccoltolo piccolo sbarazzino a Montemagno nel Monferrato durante una delle descritte gite autunnali e condottolo all'Oratorio, ne aveva fatto uno strenuo campione dell'apostolato.

Due anni dopo quella visita il Vescovo di Rio De Janeiro potè finalmente venire esaudito. Lo stesso Don Lasagna gli condusse nel 1883 sette Salesiani, per stabilire una casa a Nictheroy nelle vicinanze della capitale. Influì sulla scelta del luogo la presenza dei protestanti, che in quel centro di novella formazione si erano minac-ciosamente acquartierati. Rallegrato da tale notizia, Don Bosco nella conferenza del gennaio 1884 ai Cooperatori torinesi, predisse che assai numerosi sarebbero sorti in quell'immenso paese gl'Istituti salesiani. Ancora uno egli ne fondò a San Paolo nel 1886, il Liceo del Sacro Cuore, 'che forse è nel Brasile il maggiore istituto di cristiana educazione. D'allora a oggi il numero delle case dirette ivi dai Salesiani e dalle Figlie di Maria Ausiliatrice ha superato il centinaio.

Il Cile, quando vi capitò Monsignor Cagliero, era già pieno del nome di Don Bosco. Nel 1886 il Vicario generale di Concepción aveva scritto una lunga e commo-vente lettera a Don Bosco, sollecitando l'invio di almeno sei preti. Non sei, ma cin-quanta gli rispose il Santo che ne avrebbe voluto mandare, se avesse saputo dove prenderli; anzi, benchè vecchio e infermo, avrebbe desiderato di volare lui stesso colà, dove si sentiva tanto bisogno di sacerdoti. Gli prometteva per altro che in set-tembre, tenendosi il Capitolo generale, avrebbe studiato il modo di esaudirlo. E mantenne la parola: infatti nel febbraio dell'anno appresso sei Salesiani sotto la scorta del giovane sacerdote Don Evasio Rabagliati partivano da Buenos Aires per Concepción e davano principio all'opera di Don Bosco nella Repubblica cilena. I passaggio di Monsignor Cagliero dopo la sua caduta determinò poi varie altre proposte da Linares, da Valparaiso, dà Los Angeles, da Talca e dalla capitale San-tiago: tutti luoghi dove col tempo s'andò; ma solo per Talca potè Don Bosco di-sporre di una fondazione, compiutasi nel 1888, quand'egli non era più.

Due settimane prima di allettarsi il Santo aveva ricevuto la visita di tre ragguar-devoli signori cileni, venuti in Italia con Monsignor Cagliero e desiderosi di studiare sul posto l'Opera salesiana. Con non piccola sorpresa essi incontrarono nell'Ora-torio connazionale, conosciutissimo nella Repubblica per le sue pubblica-zioni e l'importanza della sua famiglia e per il suo zelo sacerdotale: Don Ca-o Ortùzar di Santiago, che, allontanatosi segretamente dalla patria, perchè temeva di esservi fatto Vescovo, era da qualche mese novizio salesiano.

Anche la Repubblica dell'Equatore fece in tempo a ricevere da Don Bosco un manipolo di Salesiani. Nel 1885 il Signor Tobar, Sottosegretario alla Pubblica Istru-zione, aveva rappresentato alle due Camere la convenienza di chiamarveli per l'istitu-zione di buone scuole professionali. Essendo stata approvata la proposta, il Presidente della Repubblica d'accordo con l'Arcivescovo di Quito diede ordine al Console Generale dell'Equatore a Parigi di trattare con Don Bosco, il che egli eseguì il 7 agosto. La risposta consistette in chiedere la dilazione di alcuni anni. Non si re-plicò; ma, dovendosi l'Arcivescovo recare a Roma sul principio del 1887, parve bene al Presidente di aspettare per profittare di quell'occasione. Monsignore giunse a Torino il 5 gennaio. Il suo colloquio con Don Bosco durò a lungo; egli protestava di non voler partire finchè non gli si promettessero almeno quattro Salesiani. Don Bosco finì con dichiararsi pronto ad accordarglieli, se la Santa Sede non sollevasse difficoltà in vista del piccol numero.

Contento di questo risultato, Monsignore riprese il suo viaggio per Roma. Quivi fece presenti a Leone XIII le richieste del Governo e le intenzioni di Don Bosco. Il Papa non solo approvò, ma gli disse di scrivere a Don Bosco essere suo desiderio che mandasse Salesiani a Quito. Non c'era più da discutere. Ritornato l'Arcivescovo a Valdocco, vennero fissati gli articoli di una convenzione, sottoscritta da lui e dal Santo il 14 febbraio. è questo l'ultimo documento di tal genere, che rechi la firma di Don Bosco. Il 7 marzo egli volle scrivere al Presidente della Repub-blica, il quale con molta amabilità gli rispose.

Otto Salesiani si disponevano a partire, condotti dal valoroso Don Luigi Cal-cagno, reduce dall'Uruguay, dov'era approdato ancora semplice chierico nel 1878. Ma i preparativi per questa spedizione imponevano sacrifici aggiunti a sacrifici. La necessità di trovar danaro stringeva da ogni lato, massime da Roma per la chiesa del Sacro Cuore e dall'America per la Missione della Terra del Fuoco. Don Bosco, fatte stendere due circolari, una più comprensiva che abbracciasse tutte le Missioni, e l'altra più ristretta che limitasse l'appello a favore della Patagonia e della Terra del Fuoco, senza che vi si parlasse di Roma, ordinò di tradurle in francese, spagnolo, inglese e tedesco e di spedirle ai quattro venti. Erano gli ultimi documenti di tal fatta, che uscissero con la sua firma.

Nella chiesa di Maria Ausiliatrice si compie la cerimonia dell'addio il 6 dicem-bre. Benché stremato di forze, Don Bosco volle scendere. Entrò nel presbiterio sor-retto segretari.

Don Bonetti predicò, ma, come scrive Don Viglietti in un suo diario che sarà citato ancora, " la predica più bella e più efficace la fece il povero Don Bosco, così strascinantesi sulla sua persona ".

Ai partenti egli diede lettere per il Presidente e per l'Arcivescovo. A quest'ul-timo diceva fra l'altro: " Quando saranno in maggior numero, ben volentieri si consacreranno al bene spirituale e morale di quelle tribù che forse abbisognassero dell'opera loro per conoscere e battere la via del Cielo ". Ma gli occhi mortali del Santo non lessero più le risposte. I viaggiatori cinquantatré giorni dopo la partenza giunsero a Quito il 28 gennaio 1888. Don Calcagno telegrafò a Don Bosco il felice arrivo. Il telegramma gli fu letto la mattina del 30, vigilia del suo beato transito. Parve a taluno ch'egli capisse e benedicesse.

I suoi figli e le sue figlie, quando furono in numero bastevole, vi si dedicarono realmente, secondo il desiderio paterno, alle Missioni, occupandosi dei Kivari nel Vicariato Apostolico di Mendez e Gualaquiza. Primo Vicario fu Don Costamagna, terzo Vescovo salesiano, educato da Don Bosco nell'Oratorio.

Allorchè la morte venne a rapire l'Uomo di Dio, tre altre Repubbliche erano in trattative con lui per avere Salesiani: il Venezuela, il Perù e la Colombia. Diciamo qualche cosa di ciascuna.

Per il Venezuela, il Vescovo della capitale Caracas, trattò personalmente col Santo a Torino nel 1886, facendogli un quadro desolante della sua diocesi. Vi si potè andare solo nel 1895; ma nel frattempo si erano moltiplicati in numero stra-grande i Cooperatori venezuelani, il che ci dice la ragione del rapido incremento preso ivi dall'Opera salesiana. Anche nel Venezuela è stato fedelmente eseguito il desiderio di Don Bosco circa le Missioni: i Salesiani vi reggono la Missione diffici-lissima dell'Alto Orinoco.

Per il Perù, il 23 giugno 1886 Don Bosco aveva conferito con il Presidente della Repubblica, venuto a visitarlo con suo figlio. Si mostrava quegli abbastanza al cor-rente delle cose salesiane. Un libro del Vescovo spagnolo di Milo, intitolato Don, Bosco y su Obra, era stato molto letto a Lima e in altre città. L'aveva diffuso il Pro-vinciale dei Francescani, che se l'era portato con se durante un viaggio attraverso l'Oceano. Sollevatasi una tremenda burrasca, egli, dinanzi al pericolo d'imminente naufragio, invitò i passeggeri a pregare la Madonna che in riguardo al suo servo Don Bosco li salvasse, e promise con voto di spargere largamente quel libro fra i suoi compatrioti. Formulato quel voto, il mare si abbonì. Egli poi, fatta un'edizione eco-nomica, distribuì copie del volumetto in tutto il Perù a Vescovi e a preti, a ricchi e sicchè le vicende di Don Bosco formarono un tema generale di conver-sazione, suscitando in più luoghi il desiderio di avere i suoi figli. Uno degli effetti fu appunto l'incontro accennato sopra e la conseguente apertura delle scuole pro-fessionali di S. Rosa nella capitale, seguite poi da molte fondazioni in altre città. Due di queste fondazioni sono le scuole agricole e professionali di Pumo e di Yucay, destinate all'educazione dei ragazzi indi.

Per la Colombia, la signora che a Parigi nel 1883 aveva visto il miracolo del giovanetto moribondo invitato da Don Bosco a servirgli la Messa, non finiva più di scrivere a parenti e conoscenti colombiani, magnificando la santità del taumaturgo prete torinese e le sue benemerenze nell'educazione della gioventù povera e abban-donata. A poco a poco se ne interessò anche il Governo, conscio della necessità di scuole professionali per i figli del popolo. Il Ministro di Colombia presso la Santa Sede ricevette nel 1886 il mandato di trattare con Don Bosco. Poi nel gennaio del 1887 l'Arcivescovo di Bogotà aggiunse di suo la richiesta di Missionari per gli Indi. Poichè le risposte erano sempre dilatorie, il Governo invocò l'intervento della Santa Sede. L'effetto fu che il Cardinale Rampolla, Segretario di Stato, 1'11 novembre scrisse a Don Bosco essere desiderio del Papa che i Salesiani andassero in Colombia.

La morte del Santo cagionò una sospensione della pratica. Ma il 24 aprile 1888 ecco da Roma un secondo invito. Ottenuto il respiro di un anno e otto mesi, Don Rua potè aprire nel 1890 a Bogotà il collegio Leone XIII con scuole professionali, chiesa pubblica e assistenza degli emigrati italiani. In Colombia e fuori echeggiò ben presto il nome di Don Michele Unia, l'apostolo dei lebbrosi nel lazzaretto di Agua de Dios. Oggi sono tre i grandi lebbrosari, dove migliaia d'infelici godono l'as-sistenza dei Salesiani e delle Figlie di Maria Ausiliatrice.

L'accenno agli emigrati italiani richiede alcune parole di chiarimento. Nelle sue istruzioni ai Salesiani d'America Don Bosco assegnava loro anche il cómpito di assistere i connazionali. A torme sbarcavano allora nell'America meridionale gli operai d'Italia. Già mal disposti verso la patria riguardata da essi quale matrigna, umiliati poi dal generale dispregio a cui erano fatti segno, e sfruttati barbaramente da speculatori ingordi, non trovavano chi si levasse in loro difesa a nome del patrio Governo. Soltanto i preti di Don Bosco, parlanti la loro lingua e i loro dialetti, li comprendevano, li confortavano e si mostravano larghi con essi di aiutì spirituali e temporali, sebbene dovessero non di rado lottare con rappresentanti del lontano anticlericalismo massonico, che si arrovellavano per accaparrarsi quegli infelici. Sembrano favole queste cose oggi che il Fascismo arriva con lunghe braccia dovunque viva un Italiano all'estero; ma a quei tempi non era così e le nuove generazioni fa-ranno bene a non dimenticare i meriti di Don Bosco anche in questo campo.

 

CAPO XLV

IL CONTE DI CHAMBORD, IL DUCA DI NORFOLK E IL PRINCIPE CZARFORYSKI

L'umile popolano dei Becchi sapeva stare coi signori, come se fosse uno di essi. Dice di lui la Contessa di Viry, figlia dei Conti Callori di Vignale, in un suo scritto autobiografico inedito: " Veniva ogni anno a passare qualche giorno di vacanza, in campagna presso mia madre. Celebrava la Messa con una pietà angelica; ma poi si prestava gentilmente ai giuochi dei ragazzi e prendeva parte ai pasti di fa-miglia, sapendosi comportare tanto a tavola come nel salotto da persona fine e di-stinta. Bisogna avere un tatto speciale e una rara intelligenza per sapersi contenere in un mondo e in una società in cui non si è nati; la mediocrità ci arriva difficil-mente, e ha sempre l'aria di fare uno sforzo ". Per motivi speciali emergono fra innumerevoli altre le relazioni da lui avute con tre grandi case dell'aristocrazia francese, inglese e polacca.

E sia per primo un Principe ereditario francese, per quanto privato de' suoi diritti al trono. Nel 1883 l'idea monarchica in Francia era meno spenta che comu-nemente non si pensasse; bastò infatti che ammalasse il legittimo erede della corona, perchè l'opinione pubblica si commovesse. Ultimo rampollo del principale ramo borbonico e salutato dai legittimisti col nome di Enrico V, il Conte di Chambord se ne viveva esule a Frohsdorf nella Stiria. Ai primi di luglio un male, covato da pa-recchio tempo, lo ridusse agli estremi; tuttavia i familiari sperarono che Maria Ausi-liatrice, pregata da Don Bosco, avrebbe operato un miracolo.

Il Principe sapeva già di Don Bosco. Molto gli si era parlato di lui durante e dopo il viaggio parigino; ma più di tutti gliel'aveva fatto conoscere uno del suo seguito, il tolonese Conte Du Bourg, genero del Conte Carlo De Maistre, amicissimo del Santo, che ne frequentava il castello a Borgo Cornalese nel Monferrato. L'in-fermo espresse il desiderio di vederlo. A un telegramma del 4 luglio Don Bosco rispose con un telegramma, scusandosi di non poter intraprendere il lungo viaggio e promettendo preghiere. A una insistente lettera rispose con una lettera, spiegando i motivi, che erano la stanchezza della recente peregrinazione in Francia e la malferma salute. Ma ecco il 13 luglio piombare all'Oratorio il Conte Du Bourg per prenderlo e condurlo a Frohsdorf. All'invio di una persona egli rispose di persona. Partì con lui la sera medesima, accompagnato da Don Rua.

Un duro contrattempo incolse loro a Mestre: perdettero la coincidenza con l'espresso di Vienna, il che allungava di dodici ore il viaggio, obbligandoli a passare due notti e un giorno in ferrovia. - Pazienza! esclamò Don Bosco sorridendo. La Provvidenza vuole così. - Benché stanco, alleviava in treno la noia del Du Bourg con interessanti conversazioni, che il Conte, tuttora vivente, riferisce in un suo libro su gli avvenimenti di Frohsdorf.

I viaggiatori giunsero al castello fra le sei e le sette del 15. Don Bosco vi ce-lebrò la Messa. Il Principe era impaziente di vederlo. Durante il ringraziamento, avvertito che Sua Altezza lo attendeva, fe' cenno col capo d'aver inteso, ma con-tinuò a pregare. Si tornò poco dopo ad avvertirlo, e Du Bourg, mezzo scandolezzato, gli disse che non si poteva far aspettare così Monsignore. Nuovo cenno del capo, ma nessun segno di muoversi. Alla fine si alzò adagio adagio, accettò un po' di ri-storo, ed ecco un terzo messo a replicare l'avviso. Il Du Bourg si affanna a spiegare all'inviato il ritardo, perchè ne informi il Principe; Don Bosco invece è là quieto e sereno. " Egli aveva, nota il Du Bourg nel suo libro, la calma del cielo nell'anima, nel cuore, nello spirito e nelle abitudini ".

Introdotto presso l'infermo, Don Bosco rimase con lui a colloquio per lungo tempo. Quegli dopo era molto gaio e parlava con voce chiara e forte, come da due settimane non faceva più. - è un santo! disse al Du Bourg. Sono contento d'averlo veduto. Tutti quanti siamo qui non gli arriviamo alla caviglia. - Egli provava l'im-pressione di guarire.

Quel giorno era S. Enrico, suo onomastico. Sull'imbrunire vi fu pranzo di gala con diciotto coperti. Presiedeva alla mensa la consorte, Arciduchessa Maria Teresa d'Austria-Este, figlia del Duca di Parma Francesco IV e di Beatrice di Savoia, il cui padre era stato Vittorio Emanuele I. Don Bosco vi aveva il suo posto distinto. Re-gnava abbastanza l'allegria. Allo champagne, fra lo stupore e il tripudio di tutti, si affaccia alla sala il Principe, sospinto dai domestici sopra una poltrona a ruote. La Principessa, fuori di se dalla gioia, gli balzò accanto. La commozione non lasciò ciglio asciutto. Egli sembrava uno spettro; ma disse con voce vibrata: - Non volevo che si bevesse alla mia salute senza esserci anch'io. - Si fece portare una coppa e brindò alla consorte, ai presenti e a Don Bosco.

Le speranze si ravvivavano. La mattina del 16 Don Bosco celebrò alle quattro nella camera del malato, che insieme con la Contessa ricevette dalle sue mani la santa comunione. L'Uomo di Dio, ogni volta che fu al suo capezzale, e non vi andò mai senza essere chiamato, gli parlò sempre da sacerdote, alle buone speranze facendo seguire il pensiero che la vita e la morte sono nelle mani di Dio; doversi tutti, grandi e piccoli, conformare a' suoi voleri. E il Conte, uomo di viva fede e di soda reli-gione, assentiva pienamente. La sera del 16 Don Bosco, licenziandosi, vide che il miglioramento si accentuava.

Don Bosco e Don Rua partirono per Torino la mattina dopo, accompagnati dal Generale De Charette fino alla stazione, e rientrarono nell'Oratorio il 18 verso mezzogiorno. Il Principe aveva fatto rimettere loro un'elemosina di ventimila franchi.

I bollettini medici, comunicati quotidianamente alla stampa, davano luogo a un crescente ottimismo. A una lettera di Don Rua scritta in nome di Don Bosco la Contessa di Chambord rispose il 29: " Grazie a Dio, sebbene lentamente, pure si scorge ogni giorno un miglioramento progressivo [ .... ] . La memoria di quei due giorni che Don Bosco con Lei, ottimo Don Rua, passava qui tra noi, ci rimarrà sempre carissima ". E il segretario Huet du Pavillon l'ultimo di luglio al medesimo Don Rua : " Dopo la loro partenza le condizioni di Sua Altezza sono sensibilmente, ma lentamente migliorate, e i medici cominciano a esprimere qualche speranza ". La Croix del 25 nella rubrica Maladie du Conte de Chambord aveva a Maladie sosti-tuito Santé e dal 31 in poi Convalescence.

In agosto i medici sospesero il loro bollettino. Il Principe leggeva la corri-spondenza, scherzava sulle notizie che davano di lui i giornali, si faceva portare per più ore nel parco e assisteva a partite di caccia. Appassionato cacciatore, il 4 agosto chiese un fucile e dalla sua poltrona, appostatoselo al petto, prese di mira un cervo e lo colpì. I medici allarmati gli proibirono severamente di ripetere un si-mile sforzo. E avevano ragione: l'imprudenza riuscì fatale. Una lettera del suo gen-tiluomo De Monti a Don Bosco diceva che la caccia era durata cinque ore e che, mentre il Principe sparava, il calcio del fucile gli aveva dato un colpo allo stomaco. Quattro giorni dopo i bollettini ricomparvero con notizie di colore oscuro. Nè fu più possibile sostenere la debolezza dell'infermo, che la mattina del 24 rese l'a-nima a Dio.

Don Bosco fece pervenire le condoglianze alla vedova, che il 14 ottobre, scu-satasi della tardiva risposta, gli diceva del defunto: " Da che Ella lo lasciò, mai un lamento, mai un'impazienza, sempre offrendo a Dio i suoi dolori in unione della Passione di Gesù Cristo e ringraziandolo di farlo patire in questo mondo ancora ". I sentimenti di venerazione per Don Bosco si mantennero vivi in lei anche appresso, come ne fa fede una sua lettera del marzo 1885, che termina così: " La sua cara scrittura la decifro bénone e mi fa consolazione a vederla e non posso abbastanza ringraziarla delle preghiere che Ella e i suoi cari orfanelli fanno per me e che sento essermi così salutari! Pregandola di continuarmele, le resto unita nel Cuore di Gesù e di Maria e mi dico con effusione, sua riconoscentissima MARIA TERESA ".

Il male del defunto era stato un cancro allo stomaco. Quanto alla causa pros-sima della morte fu persuasione comune che fosse il colpo del fucile. Così ripete-rono nell'autunno del 1884 i Conti De Charette e De Maistre e tre o quattro altri signori francesi venuti a Valsalice per visitare Don Bosco.

Passiamo ora al primo Duca, primo Marchese, primo Conte e primo Barone d'Inghilterra, al quale compete nel Regno Unito il primo posto dopo i Principi del sangue. Egli è il Duca di Norfolk, la cui famiglia di antichissima nobiltà non si staccò mai dalla Chiesa Romana. L'ultimo discendente che portava quel titolo, aveva un unico figlio cieco dalla nascita e affetto da infermità incurabile. Se il bimbo fosse morto, il patrimonio ducale sarebbe stato devoluto, secondo la legge inglese, a un ramo protestante; perciò tutta l'Inghilterra cattolica pregava per la guarigione del ~-i,ccolo. Anche Don Bosco nel 1882 ordinò speciali preghiere a tale scopo. Il padre, /tenutone a conoscenza, gli scrisse in ottobre di suo pugno e ringraziandolo diceva: "Questa prova di bontà così grande ha cagionato tanto a me che a mia moglie la più grande soddisfazione ". Quindi lo pregava di gradire un'offerta di quaranta sterline.

Attratti dalla fama di santità che circondava il nome di Don Bosco, i pii geni-tori desideravano di fargli una visita portando seco il malatino,, nella fiduciosa spe-ranza che la sua benedizione fosse per impetrargli la vista e la salute. Di questa in-tenzione la madre gli aveva scritto nell'aprile del 1885. Della sua lettera gli archivi salesiani conservano soltanto la traduzione dall'inglese. Vi si legge fra l'altro: " Dob-biamo ringraziarla della promessa di tenere per noi un piccolo posticino nel suo cuore. Oh quante disgrazie, quanti dolori saranno già stati depositati in cotesto cuore così caritatevole, in confronto dei quali i nostri sono un nulla! Ed ora, Padre, le voglio dire una cosa in tutta confidenza ed è questa: io sono di famiglia prote-stante (ma ora convertita) e molti de' miei antenati hanno fatto male, e male molto. Ora quando divenni madre, e madre di un fanciullo, ho supplicato il Buon Dio, facendogli una quasi promessa, a mandargli qualunque male, anche la morte, piut-tosto che permettergli di fare un peccato. Questo voto io l'ho fatto quando stava male e senza renderne consapevole il mio marito, ed in causa di questo io talvolta mi sento angustiata e tormentata da dubbi ". Voleva dunque anche mettere in pace la sua coscienza. Gli notificava intanto la loro venuta per il 5 maggio. Arrivarono invece la sera del 6 a Torino, forse perchè avvertiti che solo quella sera Don Bosco sarebbe stato di ritorno dalla Francia. Il Duca fu a incontrarlo nel-l'Oratorio, proprio mentre egli entrava. La mattina dopo quattro carrozze vi con-dussero il padre, la madre e il figlio con tutta la comitiva.

Il piccino aveva allora cinque anni. I genitori lo portarono direttamente nella chiesa di Maria Ausiliatrice; poi, pregato a lungo, salirono dal Santo. Al sentir salu-tare Don Bosco, il bambino si mise ad agitare con vivacità verso di lui le manine quasi lo vedesse. La madre commossa diceva di non averlo mai visto fare così, nep-pure quando andava in braccio a suo padre. Il giorno 8 ascoltarono tutti la Messa di Don Bosco nella sua cappellina; quindi i signori presero con lui il caffè, incantati da' suoi modi e dalle sue parole. Mattina e sera venivano al santuario, edificando con la loro pietà gli astanti. Partirono il 20 per Firenze e per Roma. Ma partirono per ritornare, e questo fu il 23. La mattina seguente, giorno di Maria Ausiliatrice, Don Bosco scese a celebrare all'altare di S. Pietro. La festa quell'anno era riman-data al 2 giugno. I Duchi, preso posto entro la balaustra, si comunicarono con gran fervore.

Si rinnovò in quella circostanza il prodigio del 1848. Vive tuttora il chierichetto che serviva la Messa e che ne fu testimonio oculare e oculato, poichè frequentava già la quarta ginnasiale: il sacerdote Giuseppe Grossani, parroco a Moncucco di Vernate nel Milanese. Come si fa quando poche persone si debbono comunicare infra Missam a un altare dove il tabernacolo non racchiude il Santissimo Sacramento, fu posta là sulla mensa una piccola pisside con appena quante particole bastassero a comunicare i Duchi e il seguito, in tutto diciotto persone: non vi erano più di venti ostie. Il Santo le consacrò. Alla Comunione, divoti in gran numero, appena videro che Don Bosco comunicava anche la gente dei Duchi, fecero ressa per ve-nire essi pure comunicati. Il Salesiano Don Depert, prefetto di sagrestia, aiutato dal chierichetto si sforzava di persuadere gli accorrenti che le particole scarseg-giavano e che bisognava lasciare per gli inglesi quelle che c'erano. Ma tutto fu inutile: nessuno voleva dar retta. Don Bosco, notando quell'affannarsi per rimuo-vere gli estranei, disse al giovane: - Lascia fare. - Rispose questi che le par-ticole erano contate e gli domandò se dovesse farne portare dall'altar maggiore. - Lascia! - ripetè egli, continuando a distribuire. I comunicati non furono meno di duecento.

I pellegrini britannici lasciarono Torino il 25. Don Bosco il 26 scrisse al Conte Colle: " Sono stati tutti assai lieti del loro soggiorno fra noi e del miglioramento

riscontrato nel fanciullo infermo ". Invero la sera del 26 Don Bosco aveva ottenuto che egli facesse pure alcuni passi, cosa impossibile per l'addietro.

Dopo, fino al 1887 non si sa più nulla di relazioni fra Don Bosco e il Duca di Norfolk. Questi, recandosi allora a Roma, fece il 26 maggio una fermata a Torino per rivedere il Santo. Venuto nell'Oratorio, conferì con lui per buon tratto di tempo; anzi ebbe la bontà di rimanere a pranzo.

è del medesimo anno un fatto singolare. La Duchessa di Newcastle, molto amica dei Norfolk, andò a Lourdes per implorare la. guarigione del loro figliuolo. Ora, mentre pregava alla grotta, le parve di sentire distintamente una voce che le di-cesse: - Prega per la madre, non pregare per il figlio. - Intorno non c'era anima viva. La signora, che aveva un temperamento piuttosto freddo, non facile a emo-zioni o ad allucinazioni, accertatasi che nessuno poteva aver parlato, non vi fece caso e continuò la sua preghiera. Ma di lì a poco le risonarono nuovamente dietro le stesse parole. Da Lourdes venne a Torino da Don Bosco, portata dall'identico motivo. Qui ottenne subito udienza. Al suo entrare il Santo scriveva e tirò via a scrivere senza badare alla visitatrice, che non sapeva spiegarsi quel modo di fare in un sacerdote da lei tanto stimato. Infine Don Bosco, deposta con tutta calma la penna e voltosi alla Duchessa, le disse ex abrupto e in tono pacato: - Preghi per la madre, non preghi per il figlio. - Impensierita, la signora pregò nella chiesa di Maria Ausiliatrice come le era stato indicato. Ritornata poi a Londra, ecco che la Duchessa di Norfolk cessava di vivere quattro giorni dopo. La cosa è attestata dal venerando Padre Cirillo Martindale, gesuita vivente e imparentato con i Newcastle. Nella famiglia di Lord Martindale, benchè protestante (il gesuita è un convertito), perdura per questo fatto una grande simpatia alla memoria di Don Bosco.

Una terza visita fece il Duca di Norfolk a Don Bosco nel 1888. Guidando a Roma la missione inviata dalla Regina Vittoria a Leone XIII per il suo giubileo d'oro episcopale, tornò 1'8 gennaio all'Oratorio, si accostò con somma riverenza al Santo che giaceva sul letto del suo dolore e rimase per circa mezz'ora inginocchiato sul pavimento accanto al suo capezzale.

Il povero figliuolo, oggetto di tante sollecitudini, non guarì. Nel 1904 il padre contrasse un secondo matrimonio con la Baronessa di Herries, che nel 1908 gli die' l'attuale erede Bernardo di Norfolk. In una sua lettera al salesiano Don Eugenio Rabagliati, vissuto molti anni in Inghilterra, il cristianissimo signore, ringraziandolo di una copia dei Primi cinque lustri di storia dell'Oratorio da lui inviatagli, diceva che, se Don Bosco non gli aveva guarito il figlio, avevagli però detto cose di tale conforto da valere più che quella guarigione.

Diciamo infine del principe Augusto Czartoryski. Dopo aver parlato con Don Bosco a Parigi, egli non ebbe più altro pensiero dominante che quello di farsi Sa-lesiano. Ma dovette fare i conti col padre e con Don Bosco. Sì, anche con Don Bosco, che esitò molto a riceverlo. Il padre naturalmente non si poteva rassegnare a perdere il suo primogenito.

L'origine della famiglia Czartoryski si perde nella notte dei tempi. Lo splendore del casato si eclissò nel secolo XIX, quando favolo di Augusto, il Principe Adamo, espose fortune e vita per l'indipendenza della sua Polonia durante la disperata ri-scossa del 1830. Caduta Varsavia, i Russi lo condannarono a morte e ne confisca-rono i beni; ma egli potè scampare, esulando a Parigi, dove a poco a poco si rifece il patrimonio. Il suo secondogenito Ladislao, rimasto capo della famiglia, sposò la Principessa Maria Amparo, figlia di Maria Cristina, Regina di Spagna. Dalla loro unione nacque Augusto.

Egli dunque bramava ardentemente di visitare Don Bosco a Torino. L'occasione gli si presentò nel settembre del 1883, allorchè si recava a Roma, membro di una deputazione che portava a Leone XIII gli omaggi della Polonia nel secondo cente-nario della vittoria di Giovanni Sobieski sui Turchi sotto le mura a Vienna. Ma Don Bosco non c'era. Vide tuttavia tutto l'Oratorio, accompagnato da Don Rua, i consigliò di tornare per la prima festa di Maria Ausiliatrice. E così egli fece il 24 maggio 1884. Godeva tanto di trattenersi spesso con Don Bosco, che prolungò fino a S. Giovanni il suo soggiorno a Torino. Fu un mese dei più belli di tutta la sua vita, com'egli diceva in seguito.

Frattanto il padre, dovendo stabilire il maggiorasco che spettava a lui, voleva che si addestrasse nel maneggio degli affari e che frequentasse di più l'alta società. Per compiacere al genitore che desiderava distrarlo dai pensieri in cui lo vedeva immerso, fece un viaggio a Londra; ma, tornato a Parigi, sentiva il bisogno di con-ferire nuovamente con Don Bosco. Venne a Torino nella prima metà di giugno del 1885 per fare sotto la sua direzione un ritiro spirituale. Prese alloggio all'albergo, come l'altra volta; ma dopo qualche giorno pregò Don Bosco di dargli ospitalità nell'Oratorio. - Potrà Ella, gli chiese sorridendo il Santo, adattarsi alla nostra parca mensa? - Rispose che quello che bastava per Don Bosco, sarebbe bastato anche per lui. Così, stando al suo fianco, potè con tutta comodità manifestargli i propri sentimenti e osservare da vicino la santità di lui e la vita de' suoi figli. La maggior parte del tempo la passava nella meditazione, nella preghiera e in pie letture. Ma un sì dolce soggiorno gli fu troncato dal padre che, preoccupato sempre del suo avvenire, lo obbligò a rimpatriare. Giunto a Sieniawa, dov'erano i beni della famiglia, fece quanto gli aveva detto Don Bosco, applicandosi, per obbedire al padre, all'amministrazione de' suoi averi. Il suo cuore tuttavia era altrove. Di quando in quando per lettera dava conto della propria vita a Don Bosco, come si rileva dalle risposte, di cui si conservano copie negli archivi salesiani.

Padre e figlio, durante un loro viaggio in Italia, comparvero a Torino la sera del 5 luglio 1886. Annunciatisi subito all'Oratorio, si presentarono poco dopo e gradirono l'invito per le dodici del dì appresso. A onorare gli ospiti Don Bosco chiamò alcuni signori dell'aristocrazia torinese, fra gli altri il Conte Prospero Balbo, compagno d'armi del Principe Ladislao nel 1864 a Peschiera, dove avevano mili-tato col grado di tenenti d'artiglieria. La conversazione si mantenne animata fino alla fine. Dopo, Don Bosco e i due Principi si appartarono a intimo colloquio. Il padre gli espose i disegni della famiglia su Augusto e lo pregò del suo illuminato parere. Il Santo ripetè quanto aveva raccomandato per iscritto al figlio stesso; tut-tavia soggiunse: - Se però la volontà di Dio si mostrasse contraria al volere di Vostra Altezza, Ella non vi si dovrebbe opporre. - Il Principe rispose che con piacere avrebbe veduto uno de' suoi figli nello stato ecclesiastico.

Entrambi si separarono contenti da Don Bosco. Il padre si teneva sicuro che finalmente Augusto si sarebbe conformato ai disegni paterni, e il figlio godette che il p 'tore avesse di Don Bosco miglior concetto che non per l'addietro. A Sie-na poi, seguendo i consigli del Santo, si applicò agli affari, compiendo operazioni finanziarie di gran valore e mantenendo degnamente le tradizioni della prosapia. Il Principe Ladislao era al colmo della gioia. Ma quante volte, riguardo alla sorte dei figli, il padre propone e Dio dispone!

Le preoccupazioni sulle aspirazioni del figlio si ridestarono presto; ma, suppo-nendolo ancora indeciso, moltiplicava gli assalti per istornarlo, massime col met. tergli e rimettergli dinanzi l'affare del matrimonio. S'arrivò così all'aprile del 1887, quando ritroviamo Augusto nell'Oratorio, più che mai risoluto di raggiungere il suo ideale. Dovendo allora il Santo andare a Roma per la consacrazione della chiesa del Sacro Cuore, egli ve lo precedette di alcuni giorni. Fermo nel proposito di non lasciare questa volta l'Italia senz'aver conchiuso tutto, pensava di mettere la sua sorte nelle mani del Papa. Fu costretto di aspettare a lungo l'udienza, sicchè, quando l'ottenne, Don Bosco era già a Valdocco. Leone XIII, avuto riguardo alla sua con-dizione, gl'insinuò, come aveva già fatto anche Don Bosco, di rivolgersi piuttosto alla Compagnia di Gesù; ma, udito che solamente nella Società Salesiana trovava appagamento il suo spirito, benedì il suo disegno. Sentendo poi che Don Bosco esitava ad accettarlo, gli disse di presentarsi a lui e dirgli essere desiderio del Papa che lo accettasse fra i Salesiani. Avendo il Principe accennato pure a difficoltà pro-venienti dalla famiglia, il Papa tagliò corto dicendo: - Prima di tutto si faccia la volontà di Dio. - Confortato dalla parola del Vicario di Gesù Cristo, volò da Don Bosco, s'intese con lui e partì tostamente per Parigi.

Il padre, persuaso che l'opposizione sistematica non sarebbe giovata a nulla, prese a mostrarsi più arrendevole; esigeva però che espletasse le pratiche per la formazione del maggiorasco. Fino allora aveva intestato al figlio i proprii teni-menti e immobili; ma bisognava che vi aggiungesse anche nuovi capitali per poter ottenere la necessaria autorizzazione dall'Imperatore d'Austria. Il giovane signore intanto si riserbava un patrimonio personale da potersi rivendicare, quando, fa-cendosi religioso, rinunciasse al maggiorasco in favore del fratellastro.

Nel corso di questi maneggi però egli agiva in modo da lasciar intendere ogni dì più che non aveva in animo di adagiarsi nella condizione di vita voluta dalla famiglia; onde a un certo punto il padre, credendo di non doverlo contrariare oltre, lo lasciò libero di seguire il suo ideale. Strappato così il consenso paterno e partito per Torino il 20 giugno, divenne dall'8 luglio aspirante salesiano. I parenti s'illu-devano ancora che una velleità passeggera l'avesse spinto a quel passo e che i primi disagi della nuova vita l'avrebbero richiamato alla realtà. Perciò rimasero male quando ricevettero l'invito alla cerimonia della vestizione. Gli scrissero chi pro e chi contro. Il padre nondimeno decise di recarsi a Torino. Ve lo accompagnarono la seconda moglie con i due fratellastri di Augusto, una zia e il medico di famiglia. Perdurava in tutti la fiducia di ritrarlo dal suo divisamento; quindi per aver agio di mettere in opera qualche tentativo, arrivarono alcuni giorni prima della funzione, fissata al 24 novembre. Irritatissima si mostrava la zia a causa del sospetto che pressioni si fossero esercitate sul Principe per fini interessati. Egli, accortosi delle loro intenzioni, avrebbe voluto privarsi del piacere d'intrattenersi con essi; ma si rimise al consiglio dei Superiori, che gli dissero di trattare i suoi con ogni dimostrazione d'affetto. Quelli tirarono in campo motivi di cuore e ragioni d'inte-resse: vi furono momenti di vera tragicità. Augusto con dolcezza inalterabile, ma con pari energia seppe difendere strenuamente la propria vocazione, sicchè i con-giunti finirono con fare di necessità virtù assistendo alla cerimonia.

Si svolse questa nella chiesa di Maria Ausiliatrice alla presenza di numerosa folla. Un Francese, un Inglese e un Polacco ricevettero con Augusto l'abito chiericale. Dopo, i signori ascesero alle camere di Don Bosco, acclamati da tutti i giovani del-l'Oratorio. Quando si accomiatarono da Don Augusto, come da quel giorno venne chiamato fra i Salesiani il novello chierico, lo fecero con signorile correttezza. Le nubi tuttavia non erano dileguate. Il padre tornò in