SAN GIOVANNI BOSCO
NELLA VITA E NELLE OPERE
Sacerdote Eugenio Ceria - Torino 1937
Premessa
Questo studio biografico su S. Giovanni Bosco è destinato, nella mente dei Superiori Satesiani che lo vollero, a commemorare l’anno cinquantesimo, dacchè il glorioso Fondatore salì a ricevere da Dio il premio dette sue virtù. Il lavoro è stato condotto esclusivamente sulle fonti e sui processi canonici. Come tonfi si debbono considerare in molte toro parti anche i nove primi volumi delle Memorie biografiche di Don Bosco, nelle quali Don Lemoyne condusse la narrazione fino al 1870. Scegliere, coordinare e narrare cose sicure e narrarle in modo da cavar fuori un libro che si facesse leggere è stato il compito dell’autore. Ogni capo è un panorama a sè. La successione dei panorami sviluppa una visione d'insieme continua e progressiva, in cui si muove la figura centrale, presentandosi e ripresentandosi nella cangiante varietà de' suoi atteggiamenti. E tutti gli atteggiamenti non sono che i riflessi di un'unica luce, di quella fides quae per caritatem operatur (Gal., VI, 10). Come sacerdote, come educatore e come cittadino Don Bosco tutto operò nel campo della carità ispirandosi ai principi della fede e mostrò col suo esempio come anche in tempi difficili sia possibile stare attaccati alla Chiesa e fare un bene grande nella civile società.Torino, 21 agosto 1937-XV.
CAPO 1
L'UOMO E L’OPERA
Don Bosco è nome di un Uomo e di un'Opera. L'Uomo, venuto su dal nulla, riempì il mondo della sua fama; l'Opera principio umile granello di senapa, che germogliato crebbe in albero. Gli alberi, si sa, non vivono solo carezzati da brezzoline e vellicati da tepori primaverili, ma stanno esposti a tutte le ingiurie del tempo e dei mortali. Vampe e geli, turbini e grandini, diluvi e siccità, morsi di bestie e colpi di uomini ne travagliano e minacciano di continuo l'esistenza.
L'albero di Don Bosco tallì, profondò le radici nel suolo, spinse in alto e invigorì il tronco, ramò, come tutti gli alberi, vincitori delle forze avverse. Ma colui che lo trasse dal terreno ebbe sempre, dal cielo benigno, tanto sole, tanta pioggia, tanta protezione che né inclemenze di stagioni né assalti di esseri viventi arrivarono a schiantarlo o ad arrestarne lo sviluppo.
Fanciullo di nove anni, fece un misterioso sogno. Gli parve di essere in mezzo a una moltitudine di fanciulli, che si trastullavano in un grande cortile presso la sua casetta. Non pochi giocando bestemmiavano; le loro bestemmie lo accesero di santo sdegno, sicchè, slanciatosi in quella turba di monelli, voleva con pugni e invettive costringerli a tacere. Ed ecco apparirgli un uomo venerando, in età virile, nobilmente con una faccia così luminosa che gli occhi non potevano sostenerne la vista. Il personaggio lo chiamò, come lo chiamava la mamma, Giovannino; gli ordinò di mettersi alla testa di quella marmaglia e gli disse: - Non con le percosse, ma con la mansuetudine e la carità dovrai guadagnare questi tuoi amici. Fa' dunque loro subito un'istruzione su la bruttezza del peccato e la preziosità della virtù.
-- Ma io, rispose, sono un povero ragazzo, ignorante e incapace di fare questo! Risse, schiamazzi e bestemmie allora cessarono di botto e i giovanetti si raccolsero intorno a colui che parlava. Venivano forse perchè egli cominciasse la lezione? Sbigottito a questo pensiero e insieme animoso, domandò allo sconosciuto - Chi siete voi che mi comandate l'impossibile?
- Appunto perchè è cosa che ti sembra impossibile, devi renderla possibile con l'obbedienza e con l'acquisto della scienza.
- Dove, come acquisterò la scienza?
- Ti darò io la maestra. Sotto la sua disciplina potrai divenire sapiente; senza di essa, ogni sapienza diventa stoltezza.
- Ma chi siete voi che parlate così ?
- Io sono il figlio di Colei che tua madre ti ha insegnato a salutare tre volte al giorno.
- Mia madre mi dice di non mettermi, senza il suo permesso, con chi non conosco. Perciò ditemi il vostro nome.
- Il mio nome domandalo a mia madre.
Subito dopo, il fanciullo vide accanto al personaggio una maestosa Signora, ammantata di splendore e dall'aspetto incoraggiante. Essa gli fe' cenno di avvicinarsi e presolo con bontà per mano: - Guarda, - gli disse indicando con l'altra mano il luogo occupato dai fanciulli. Egli guardò, ma i fanciulli erano spariti e ne aveva preso il posto un'eterogenea mescolanza di capretti, cani, gatti, orsi e altri animali. - Ecco il tuo campo, ripigliò la Signora, ecco dove hai da lavorare. Renditi umile, forte e robusto, e quello che ora vedrai succedere di questi animali, tu dovrai farlo per i miei figli.
Che singolare mutamento di scena! Invece di bestie più o meno feroci, correvano saltellando intorno e belando tanti mansueti agnelli.
Il povero fanciullo, tutto confuso, ruppe in pianto. Quel vedere tante novità e non capirne nulla lo disanimava e gli stringeva il cuore. Pregò la Signora di spiegargli le cose che succedevano. Ella, posatagli maternamente la mano sul capo, gli disse in tono pacato e fermo: - A suo tempo capirai tutto.
In quell'istante un rumore lo svegliò; ma per le rimanenti ore della notte non potè più chiudere occhio, tanto aveva la mente occupata dalle cose viste e udite. Al mattino, candidamente, come l'antico Giuseppe il casto, raccontò il sogno in famiglia. Seguirono le interpretazioni. Il fratello Giuseppe, che aveva un paio d'anni più di lui, contadinotto semplice e buono, disse: - Diverrai pastore di greggi. - E sua madre: - Chi sa che tu non divenga prete. - Ma il fratellastro Antonio rudemente: - Sarai forse capo di briganti. - Ultima la nonna sentenziò - Non bisogna badare ai sogni.
Il fanciullo diede ragione alla nonna. Tuttavia non si potè mai più togliere quel sogno dal capo. L'impressione era stata troppo forte. Ma per trentaquattro anni non ne riparlò a nessuno. Soltanto nel 1858 lo raccontò a Pio IX, perchè il Papa volle sentire da lui tutte le cose occorsegli, le quali avessero pur semplice apparenza di comunicazioni superiori. Allora il Santo Padre gli comandò di scrivere tutto. Così fu che per obbedienza ci lasciò scritto il sogno dei nove anni e altro ancora. Dio, che è onnipotente, può ben suscitare nell'immaginazione di chi dorme ordinate successioni di fantasmi, i quali contengano velati prenunzi di eventi futuri.
Precocemente, già prima, si era svegliato nel fanciullo il senso del soprannaturale, che è l'elevazione della natura umana, mediante la grazia, alla partecipazione della natura divina. L'uomo, rimanendo uomo, vive propriamente della vita di Dio.
Il battesimo opera questa elevazione. Ma come i bambini vivono la vita fisica senza che ne abbiano coscienza, così vi è un'infanzia spirituale che dura più o meno a lungo, inconscia di quell'altra vita. Giovannino n'ebbe presto la percezione distinta.
Lo dimostrava il gusto che sentiva delle cose di Dio. Erano una manna per lui piccino i racconti sacri, che sua madre veniva facendo in famiglia. La sua animuccia si volgeva quasi sitibonda alle verità della fede, man mano che le udiva dalle labbra materne. Sembrava che scorgesse ognora Dio presente, tanta compostezza serbava negli atti usuali della vita, financo nel modo di ridere. Appena imparò a leggere, non sapeva staccarsi dal libretto della dottrina cristiana, dove apprendeva a conoscere Dio. Anzi non aveva che cinque anni, com'egli scrive, e della dottrina sacra possedeva solo le elementari nozioni orali comunicategli dalla sua genitrice; eppure ardeva già del desiderio di radunare i fanciulli per insegnar loro chi è Dio.. "Ciò, scrive, sembravami l'unica cosa che dovessi fare sulla terra ".
Era soprattutto rivelatore il suo spirito di preghiera. Pregava volentieri, pregava spesso, pregava bene. La preghiera egli la assaporava. Venuta l'ora di pregare in comune, se non ci si badava, la voce di lui, il più piccolo di tutti, ne dava l'avviso. Gli era cara la solitudine del praticello, perchè ivi, guidando la mucca al pascolo, si sentiva più libero di elevare la mente a Dio, e nel pensiero di Dio s'immergeva a segno, che a taluno sembrò d'avervelo sorpreso qualche volta in estasi.
Dalla madre imparò pure senza sforzo a far le cose per piacere puramente al Signore. Progredì tanto in questo esercizio, che a dieci anni parve già superare la maestra. Ne diede prova in una puerile circostanza. Aveva allevato e ammaestrato nel canto un bellissimo merlo, che formava la sua delizia. Un giorno, mentr'egli rientrava, il canoro uccello non rispose al suo solito richiamo. Le unghie e i denti del gatto attraverso le gretole della gabbia ne avevano fatto scempio. Pianse inconsolabile il ragazzo, e il pianto si rinnovò più volte nei dì seguenti, finché, riflettendo, prese la risoluzione di non attaccare mai più il suo cuore a cosa terrena.
Sentiva gran brama di fare la prima comunione; ma per la rigida disciplina del tempo si stimava profanazione l'accostarvisi senz'aver toccati i dodici o quattordici anni. Egli ne contava solo dieci, quando fu presentato al suo parroco, perchè lo ammettesse al catechismo dei comunicandi durante la prossima quaresima. Il buon pastore, colpito dal suo contegno e dalle nette e luminose risposte alle proprie interrogazioni, non si mostrò alieno dal fare uno strappo alla consuetudine. Nella classe il giovanetto si segnalava fra tutti, sicchè il parroco, volendo stimolare gli altri, soleva ripetere: - Vedete come sa Bosco il catechismo! Non lo sa solamente, ma lo canta! - Alla fine dunque non esitò a concedergli la inaudita eccezione, autorizzandolo a comunicarsi nella Pasqua del 1826, che cadeva il 26 marzo. "Mi pare che da quel giorno, scrive Don Bosco, vi sia stato qualche miglioramento nella mia vita". Dove intervenne il miglioramento? Non certo in quelle cose che purtroppo appannano così spesso l'anima dei giovanetti. Pieno di Dio, non solo rifuggiva quasi per istinto da ogni alito impuro, ma paventava financo la dimestichezza di creature innocenti. Per questo gli stette bene il nome del più giovane Apostolo, prediletto da Gesù fra i Dodici a motivo del suo liliale candore.
Tuttavia anche i Santi ereditano da natura la loro parte di quel d'Adamo. Giovanni Bosco portava in sè impulsività di temperamento sanguigno, monferrina tenacità di idee e orgoglio di superiorità intellettuale. Il sogno stesso ne l'aveva in certo modo ammonito e premunito.
Quel sogno fu più che sogno, poiché gli squarciò realmente il velo del futuro. Ma rivelazione è dir poco; bisogna dire missione. Al tenero fanciullo è affidata ivi un'opera, sono indicati i mezzi, si fa promessa di alta assistenza.
L'educazione cristiana della gioventù più bisognosa e più numerosa per mezzo di oratori festivi, di laboratori, di scuole, e questo non solo in Piemonte o in Italia, ma nel vecchio e nel nuovo mondo, tanto nei paesi civili che in terre barbare, ecco l'impresa capitale, a cui dovrà accingersi per eseguire il mandato; due istituti religiosi maschile uno e l'altro femminile, specializzati in novità di metodi, fiancheggiati da falangi di ausiliari d'ambo i sessi, ecco gli strumenti ch'ei dovette creare e mettere in azione al raggiungimento dello scopo. Oggi, dopo un secolo, davanti all'eloquenza delle statistiche, chi crede, dice che e' stata la mano di Dio, e chi non crede, ammira il genio dell'uomo. La realtà è che il genio sorretto dalla Provvidenza e la Provvidenza secondata umilmente dal genio coordinarono uomini e cose per l'attuazione di sì vaste finalità.
Un mònito dovette sonare oscuro al piccolo veggente. Perché rendersi forte? L'esperienza glielo chiarì. Molto soffrire attende quaggiù gli eroi del bene.
CAPO II
L'OPERA E I TEMPI
L’Opera di Don Bosco giunse provvidenziale, ma i tempi non volgevano propizi per accoglierla. Nel 1815, quand'egli nacque, il suo Piemonte, libero dalla tirannide di trilustre dominazione straniera, ricercava il suo assetto politico, economico e religioso sulla vecchia base, sotto la vecchia dinastia, secondo il vecchio spirito; nulla però valeva più a risuscitare il vecchio ambiente, quell'ambiente quasi casalingo del vecchio Piemonte: troppe cose i Francesi avevano innovate nell'amministrazione pubblica e nel vivere privato. In fondo il popolo continuava a essere buono e affezionato a' suoi Principi sabaudi; ma il liberalismo, maschera del razionalismo, scatenato dalla rivoluzione francese nel mondo, si era fatto larga strada, dopo quindici anni di governo napoleonico, nella parte più intraprendente delle classi superiori, salendo fin presso ai gradini del trono e scendendo a poco a poco nelle sfere inferiori della società.
Per buona sorte la famiglia si manteneva sana; tuttavia pendeva su di essa la minaccia di una scuola, che si andava allontanando gradatamente da Dio. In un regime avviato a sempre più effrenata libertà e a sempre più accentuata separazione dalla Chiesa, erano da aspettarsi sempre maggiori sconvolgimenti. Allorchè nel 1841 Don Bosco prese a muoversi fuori dei sacri recinti, le cose erano già arrivate a tal punto, che gli sorgevano ostacoli a ogni passo, rendendogli oltremodo malagevole l'incamminarsi per la sua strada.
Cominciato il movimento nazionale per l'indipendenza e l'unità d'Italia, ben diversi ne sarebbero stati gli sviluppi, se la setta massonica non se ne fosse tolte in mano le redini, sbalzando lungi gli antesignani, che per fare l'Italia non avevano giudicato necessario buttar a mare il loro credo religioso. Una volta afferrato il timone, quella gente nefasta manovrò per conto suo. In nome della ragione e della libertà inoculò il veleno dell'avversione al dogma e dell'odio alla Chiesa negli impiegati dello Stato per mezzo delle congreghe, nelle menti giovanili per mezzo della scuola e nel pubblico in genere per mezzo della stampa. È miracolo che il pervertimento non sia stato così profondo da diventare irrimediabile.
A produrre questo miracolo contribuì in misura eccezionale Don Bosco. Egli col fatto e con l'esempio suscitò da un capo all'altro della penisola una reazione crescente che, contrapponendo associazione ad associazione, scuola a scuola, stampa a stampa, preservò dal contagio migliaia di giovani e alimentò la fede in genti innumerevoli del popolo. Ma la sua carità inesausta e la sua rettitudine a tutta prova non salvarono lui da ripetuti attentati, che, fortunatamente falliti, ci fanno però vedere quanto l'efficacia della sua attività sconcertasse i piani degli avversari. Infatti il suo lavorìo direttamente e indirettamente sortì l'effetto di préparare una riserva di elementi preziosi, che, scoccata l'ora della Provvidenza, si trovarono pronti alle esigenze dei tempi nuovi. Osserviamo di volo in quali condizioni e con quali modi egli conducesse innanzi la sua Opera.
Contro le Congregazioni religiose infieriva vento di distruzione. Soppresse da Napoleone nel 1802, si erano venute ricostituendo nel periodo così detto della restaurazione; ma dal '48 al '70, con l'estendersi delle annessioni degli Stati italiani al Piemonte, furono da capo successivamente spazzate via. Durante e dopo quel tempo l'abito e il nome di religioso erano oggetto di ludibrio a gazzettieri, a scrittori drammatici e a scombiccheratori di novelle e di romanzi. Lo sprezzo ne divenne così forte e generale, che Don Bosco, quando si tirava su coloro, i quali dovevano essere le pietre fondamentali della vagheggiata sua Congregazione, doveva nascondere bene i propri intendimenti, se non voleva che i suoi designati gli scappassero. Anche uomini a lui affezionatissimi fin da ragazzi, come il Cagliero, confessarono più tardi che, se ne avessero conosciuto gli scopi, gli avrebbero volte le spalle. Stare con Don Bosco, sì, dicevano essi; ma frati, no, neanche a parlarne.
Il clero secolare risentì a lungo le disastrose conseguenze dell'occupazione francese. Poi aveva avuto appena il tempo di rifarsi dei detrimenti patiti, che i nuovi trambusti lo rimisero a duro cimento. Scemato di numero, inceppato nella giurisdizione, stremato di mezzi, sospettato, vessato in mille guise, vedeva spopolarsi e in più luoghi anche vuotarsi del tutto i seminari. Da una parte era il fanatismo della politica che montava le teste agli alunni del santuario, dall'altra erano la povertà e il discredito che alienavano la gioventù dallo stato ecclesiastico. Santi Vescovi che con petto apostolico difendevano i diritti della Chiesa, strappati ai loro greggi, gemevano in esilio. S'arrivò al punto che a una metà delle diocesi italiane, o per morte o per altri motivi prive di pastori, il Papa non aveva mezzo di provvedere. Durante il Conclave di Leone XIII nubi minacciose parvero doversi addensare sul Vaticano.
Orbene nel corso di tante peripezie noi troveremo Don Bosco che, divorato dallo zelo per la Casa di Dio, si farà gran cultore di vocazioni sacerdotali, generoso e provvido confortatore di Presuli perseguitati, mediatore fortunato fra due poteri, che erano costretti a ignorarsi.
Intanto la nuova legislazione italiana, orientata ognor più in senso ostile alle libertà ecclesiastiche, raggiunta che fu l'unità statale, pigliava di mira con metodica continuità la scuola di ogni grado. Qui il liberalismo settario, specialmente dal '76 in poi, dall'anno cioè in cui il governo passò nelle mani della sinistra democratica, spiegò un programma di secolarizzazione prima e poi di laicizzazione, che avvolse l'insegnamento primario, medio e superiore in un'atmosfera d'indifferentismo religioso sboccante nel disprezzo della Chiesa, del Papa e di tutto l'ordine soprannaturale. Unica arca di salvezza era la scuola privata, ma costretta per vivere a lottare contro la forza formidabile dello Stato. Dio sa, e lo sappiamo tutti un poco, che assalti dovette sostenere Don Bosco su questo terreno, che sacrifici fare, che incomprensioni anche sormontare.
Dietro la questione politica si avanzava lenta in Italia, ma irresistibile la questione sociale. Don Bosco ne presentì intera la gravità, mentre il liberalismo non mostrava di rendersene conto, e corse in aiuto ai figli del popolo per sottrarli a ree seduzioni e prepararli cristianamente alle nuove esigenze. Fuori d'Italia il lato sociale della sua Opera fu quello che la fece riguardare con simpatia, tanto in paesi dove la questione aveva già fatto grandi progressi e si sapeva quindi apprezzare il suo contributo, quanto in altre parti dove la medesima questione non dava ancora segno di svegliarsi, ma menti illuminate ne intuivano il fatale andare e perciò salutavano in Don Bosco un pioniere, a cui bisognava spalancare le porte.
Sopra un mondo così in fermento la libertà di stampa dischiuse le cateratte a una colluvie di libri e giornali perniciosi, che a getto continuo presero a inondare città e villaggi. Col crescere della marea andò pure crescendo lo sforzo di Don Bosco per porvi argine. Le sue scuole tipografiche aumentavano di numero e di efficienza sia in Italia che all'estero. Il futuro Pio XI nel 1883 non si stupì, e tanto meno si scandalizzò, sentendo da Don Bosco stesso che nell'arte della stampa egli voleva essere sempre all'avanguardia del progresso. Nessuno stupore, perchè vedeva in lui associato all'ingegno uno spirito d'iniziativa che sapeva volgere a suo profitto ogni conquista della tecnica tipografica; nessuno scandalo, perchè intravvide la santità autentica, che spirava dalla sua persona.
Per valutare adeguatamente quello che costò a Don Bosco la sua Opera, bisogna tenere ben presente che nello svolgerla egli attraversò due periodi, in cui dovette affrontare specialissime difficoltà.
Negli ultimi vent'anni di Torino capitale, la città, divenuta gran focolare delle aspirazioni nazionali, era spesso in sobbollimento; la politica arroventava l'aria, accendendo anche i cervelli di ecclesiastici: le guerre che contraddistinsero quel periodo di storia piemontese, creavano fra sacerdozio e governo situazioni delicatissime, nelle quali, date le male arti dei settari, i casi di conflitti non erano infrequenti, nati da cause le meno legittime e le più impensate. In quel clima pericoloso Don Bosco gettò le basi della sua Opera. Un errore di tattica poteva riuscirgli irreparabilmente fatale; ma egli con la sua leale franchezza disarmò avversari potenti e con la sua sovrumana prudenza passò incolume anche per ignes subiectos cineri doloso.
Quando poi i rivolgimenti, che mutarono l'aspetto politico dell'Italia, misero capo nell'occupazione di Roma, ecco delinearsi all'orizzonte un nuovo ordine di difficoltà. La questione romana scavò un abisso fra Italiani e Italiani. Nel nome abusato di Roma italiana l'anticlericalismo trionfante informava di sé la vita della scuola, il cui obiettivo divenne quello di plasmare le crescenti generazioni fuori d'ogni influsso cattolico. Naturalmente la guerra contro gli istituti privati fu spinta fino all'inverosimile. Ingrossava ogni anno più siffatta corrente, allorchè Don Bosco si accinse a estendere la sua Opera in tutta l'Italia. Allora gli bisognò scansare i due estremi, di essere cioè confuso con gli intransigenti e di lasciarsi rimorchiare dai liberali, impresa ben ardua fra tanto accanirsi di partiti. Medio tutissimus ibis, si può dire che fosse la sua divisa. Senza nulla nascondere del suo attaccamento alla Chiesa e senza inimicarsi le autorità costituite, delle quali approvava il buono e moderava con pazienza il male, pur fra contrasti di varia natura, riuscì a piantare felicemente le sue tende nel nord, nel centro e nel sud del paese. E venuto che fu a morte, i suoi figli e le sue figlie non ebbero a far altro che camminare con fedeltà sulle orme paterne.
Nelle ore pomeridiane del 23 dicembre 1887 Don Bosco giaceva infermo del male che lentamente lo conduceva alla fine. Gli fu annunziata un'alta visita. Il Cardinale Alimonda, Arcivescovo di Torino, veniva a portargli, in quella antivigilia del suo ultimo Natale, il conforto della sua dolce parola di padre e di amico. Durante l'intimo colloquio, nel quale le due grandi anime effondevano la piena dei loro sen timenti, Don Bosco a un tratto si arresta pensoso e nel breve silenzio lanciando il pensiero su nove lustri di sudori e di stenti, esclama: - Tempi difficili, Eminenza, ho passato tempi difficili! - Nelle parole affiorava il ricordo d'infinite vicende; ma vibrava nell'accento la commozione del forte che, combattuta la buona battaglia, si apprestava fidente a ricevere la meritata corona.
CAPO III
MADRE E FIGLIO
Ogni madre dovrebbe essere la prima educatrice della sua prole; certo, Margherita Occhiena, vedova Bosco, fu per il suo secondogenito una educatrice eccellente. Poco conta che fosse povera contadina analfabeta; fra cristiani, l'umiltà della condizione e l'ignoranza dell'alfabeto non hanno mai impedito che semplici persone pie fossero dotate di spirito profondamente penetrativo, di retto giudizio e di volontà più forte della fortuna.
Dal nativo Caprigliō, comunello dell'Astigiano; Margherita andò sposa al vedovo Francesco Bosco, agricoltore che viveva del proprio lavorando alcuni poderetti suoi nel poco distante territorio di Castelnuovo Don Bosco.
Questo capoluogo di mandamento si chiama oggi così, non perché Don Bosco abbia avuto i natali entro il perimetro del suo abitato, ma perché il suo municipio ne registrò gli atti di stato civile. I natali egli li sortì in una remota frazioncella, che tolse il nome da una famiglia Bechis, come scrivono i documenti, diventato poi Becchi attraverso la deformazione orale del vernacolo.
Era un piccolo agglomeramento di casette coloniche, le une ammassate e le altre isolate, sopra uno di quegli al tipiani che coronano le amene colline, da cui sono ondulate le terre ubertose del Monferrato. Parecchie generazioni vi si erano inerpicate per un sentiero sghembo, staccantesi dalla strada carrozzabile a sinistra di chi va da Castelnuovo a Capriglio. I Bosco abitavano, là sopra, un'umile casuccia, custodita al presente come una reliquia, ma che sarebbe da gran tempo un mucchietto di rovine coperte da una vegetazione di rovi e di ortiche, se non si fosse provveduto a rafforzarne le deboli pareti. La compongono due vani angusti a pian terreno e due meschine camerette superiori, alle quali si accede per una rozza scaletta di legno addossata al muro della facciata. Più in là è il prolungamento per la legnaia e il fienile.
I due coniugi vivevano d'amore e d'accordo, degni veramente l'uno dell'altro. Cristiani per tradizione e per convinzione e amanti del lavoro, si vedevano crescere attorno la famigliola, quando, trascorsi appena cinque anni di matrimonio, una tremenda sciagura piombò fulminea a spezzare i loro sogni dorati: morì il padre. A Giovannino, secondo e ultimo nato, mancavano ancora tre mesi per compiere due anni. In sì tenera età, non è possibile comprendere che grande infortunio sia la perdita del padre; questo fu tuttavia il primo fatto, che al futuro orphanorum pater, come lo disse la lapide sepolcrale, s'imprimesse nella memoria.
L'impressione provenne da una parola proferita allora dalla mamma. L'afflitta donna voleva menare il bimbo fuori della stanza del morto; ma egli, puntando i piedini, rifiutava di uscire, se non venisse anche il babbo. - Tu non hai più padre!, - gli disse ella tirandoselo dietro e lacrimando.
Giorni duri cominciarono a succedersi per Margherita. Oltre ai due figlioletti, doveva mantenere la vecchia suocera, un figliastro Antonio e due servitori di campagna, che non le bastò l'animo di congedare. Per di più un'ostinata siccità aveva finito con mandar a male i frutti dell'annata, unico suo mezzo di sussistenza. Il lavoro indefesso, una costante e minuta economia e qualche soccorso provvidenziale le permisero di attendere fra privazioni inenarrabili il termine della crisi.
Cessata la grave penuria, le si presentò un ottimo partito per passare a seconde nozze; ma essa, risoluta di dedicarsi tutta all'educazione dei figli, vi oppose un diniego.
Bisogna notare subito che Mamma Margherita non faceva distinzione di sorta fra i suoi due e l'altro. Ma che differenza da questo a quelli! Il figliastro, che in morte del padre aveva già quattordici anni, cresceva robusto di corpo, ma rustico di modi e strafottente. Giuseppe, il maggiore dei figli di Margherita, non manifestava aspirazioni superiori alla sua condizione; ma, d'indole pacifica, non tardò a rivelarsi ricco del senno pratico, che distingue l'agricoltore monferratese. Visse legato sempre da cordiale affetto al suo grande fratello minore.
E che dire delle prime manifestazioni di questo fratello minore? Le mamme sogliono prediligere la loro ultima creatura. Che Mamma Margherita avesse un debole per il beniamino delle mamme, sembra doversi escludere; donna però non meno sagace che virtuosa, scorgendo nel suo Giovannino sotto la naturale vivacità una precoce apertura di mente e un gusto spiccato per le cose di pietà, non poteva non riguardarlo con particolare compiacenza. Il giorno innanzi ch'ei nascesse, festa dell'Assunta, l'aveva preconsacrato alla Madre di Dio; orbene in quelle eccezionali disposizioni di lui ravvisava un chiaro indizio di assistenza speciale da parte della Vergine.
Con questo tuttavia non chiudeva gli occhi sopra i suoi difetti. Senz'alzare mai la voce, correggeva lui al pari degli altri con amore, fortezza e costanza, esercitando sui loro animi un'autorità ferma e dolce. Occorrendo, non avrebbe esitato a usare anche il castigo; anzi, perché i figli non si facessero illusioni, teneva sempre pronta in un angolo della cucina una simbolica verga, che nessuno ardiva toccare. Che l'adoperasse, non sembra, tanti erano gli espedienti a cui sapeva e preferiva ricorrere invece di porre mano alla frusta.
Un giorno d'estate, i due fratellini tornarono a casa arsi dalla sete. La mamma, andata ad attingere acqua, ne porse prima a Giuseppe. Giovannino, sebbene non avesse che quattro anni, impermalito al vedersi posposto, si abbuiò in volto, ostentando di non voler più bere. Margherita, come se nulla fosse, si voltò e ripose l'acqua, riprendendo le sue faccende. Eu cosa di un momento, perché egli, rasserenato, la pregò di darne anche a lui.
- Credevo che non avessi più sete - gli rispose ella con aria un po' sostenuta.
- Mamma, perdono! - fece il piccolo, ravveduto.
- Ah, così va bene! - esclamò la madre. Quindi, ripigliata l'acqua, glie l'accostò alle labbra.
Un'altra volta Giovanni, un po' più grandicello, aveva dato in uno scatto d'impazienza. Mamma Margherita: - Vieni qui, gli disse, vieni qui! - Il fanciullo corre. - Vedi quella verga? - continuò la madre.
- Sì, la vedo, - le rispose egli, guardando lei con intelligenza e adagio adagio scostandosi.
- Ebbene, prendila e portamela. - A che farne ?
- Portamela e vedrai. - È per le mie spalle? - E perché no? quando tu me ne fai di queste! - Mamma, non farò più così!
Un sorriso da ambe le parti chiuse l'incidente. In materia di correzioni era sua massima indurre i figli a fare le cose per amore e per piacere a Dio.
Un giorno, ritornando da un paese vicino, si vide venire incontro Giovanni, che tutto premuroso le chiedeva se stesse bene e se avesse fatto buon viaggio.
- Sì, tutto bene, rispose. Ma tu che cosa nascondi dietro le spalle?
- Ecco, mamma, - disse pronto il figlio, porgendole, con fare furbetto, un ramoscello ben ripulito, scortecciato qua e là con cert'arte e adorno di fregi. La mamma capì che egli ne aveva fatta qualcuna e ne lo interrogò.
- Sì, rispose, questa volta me le merito proprio. - Che cosa è successo?
- Per disgrazia ho rotto il vaso dell'olio.
Venutagli la fantasia di prendere un oggetto posto in alto, era montato sopra una sedia e stendendo il braccio, aveva urtato col gomito l'orcio, che cadde al suolo e andò in frantumi, chiazzando il pavimento di una tondeggiante macchia d'olio che si allargava, si allargava... Egli cercò bene di rimediarvi, dando di piglio alla granata; ma ci voleva altro a fare scomparire le tracce del disastro! Era dunque corso ai ripari con quell'accorgimento.
La mamma, udito il racconto e dato in silenzio uno sguardo al compunto narratore e un altro alla verga così acconciata, sorrise dell'astuzietta infantile e senza scomporsi gli disse: - Mi rincresce della disgrazia, ma non c'è stata colpa e quindi ti perdono. Bada però che prima di fare qualunque cosa, bisogna pensare alle conseguenze. - Poi, rimettendosi in cammino, sviluppò la lezione. - Vedi, proseguì, se tu avessi posto più attenzione, ti saresti accorto che c'era pericolo di rompere qualche cosa, avresti fatto più adagio e non ti sarebbe accaduto nulla. Chi è sventato da giovane, sarà poi uomo senza riflessione, e si procurerà dispiaceri, e arriverà anche a offendere il Signore... Abbi dunque giudizio.
Questo senno educativo che guarda le cose per il loro giusto verso, si diede pure a divedere in una circostanza d'altro genere e assai più rilevante. Mamma Margherita vigilava i figli e non li lasciava in ozio; tuttavia, sapendo che avevano necessità di ricrearsi, permetteva che si andassero a divertire con i loro coetanei del vicinato: solo esigeva di conoscere ogni volta chi essi fossero. Giovanni giocava con ardore, tanto che non di rado ritornava a casa malconcio in qualche parte della persona. Una buona volta finalmente la madre gli disse di non mescolarsi più con quei monelli.
- Io vado con loro a bella posta, osservò egli, perchè sono birichini. Se mi ci trovo io, stanno più buoni e non dicono certe parole.
- Ma intanto vieni a casa con la testa rotta. - Oh, sono disgrazie!
- Comunque sia, non ci andrai più.
- Per ubbidire non ci andrò più; ma quando ci sto io in mezzo a loro, fanno come voglio io e non rissano più.
Le sue osservazioni colpirono la madre, che, ripensandoci e vedendolo immobile ad aspettare l'ultima parola, ritirò il divieto. Un ragazzetto che parla così, non è del comune stampo. Già fin d'allora faceva capolino in lui la santa passione per la gioventù.
Ai Becchi non esisteva chiesa; la più vicina era la cappellania di Morialdo, borgata dipendente da Castelnuovo e distante un paio di chilometri. Là per lo più s'andavano a fare le divozioni. Mamma Margherita vi conduceva i figli alla Messa e alla predica; ma ai catechismi non ve li poteva mandare, finché erano piccoli. Vi suppliva dunque da se.
A quei tempi per le famiglie rurali del Piemonte correvano la Storia Sacra e il Leggendario dei Santi, che nelle lunghe serate d'inverno qualche vecchio più istruito leggeva ad alta voce, e gli altri, intenti chi a dicanapulare canapa o a intrecciare vimini, chi a filare, ascoltavano con diletto. Tra prediche e simili letture, Margherita venne via da Capriglio con un buon corredo di notizie agiografiche, sicchè in certe ore del giorno poteva intrattenere i figli narrando fatti dell'antico e del nuovo testamento ed esempi dei Santi; prima però faceva loro imparare e ripetere alcune risposte del catechismo, che ella sapeva bene a memoria. Così preparò Giovanni anche alla prima confessione. Per la prima comunione lo mandò, come dicevamo, alla parrocchia durante la quaresima del 1836.
Una particolarità pertanto sorprendeva grandemente in lui, ed era l'impulso irresistibile che lo portava a comunicare agli altri le cose apprese; più ancora, l'ingegnosità sua per mettersi in grado di esercitare quell'apostolato; che con diverso nome non si potrebbe chiamare tanto ardore di propaganda.
Nell'accompagnare la madre ai mercati e alle fiere dei villaggi, aveva notato come folle di gente stessero estatiche a osservare acrobati e giocolieri. Egli s'era già provato a raccogliere gruppi di ragazzi per ripetere loro i racconti uditi dalla madre in casa e dai sacerdoti nelle prediche e nei catechismi; ma pensava: - Se fossi anch'io capace di fare come quei tali, tutti gli abitanti dei Becchi mi verrebbero attorno e io potrei dire loro quanto mi paresse. - Concepire un buon pensiero e tradurlo in atto sarà la vita di Don Bosco; era già intanto una tendenza di lui decenne.
Gli toccò prima espugnare la madre. Quali argomenti mettesse in campo, non si sa; questo si sa, che la madre dopo matura riflessione si arrese e gli diede licenza di recarsi in certe occasioni con persone fidate a Castelnuovo ed a borgate vicine per assistere a quegli spettacoli. Là egli ora studiava le mosse dei saltimbanchi, ora cercava di scoprire le trappolerie dei prestigiatori. Carpì financo il segreto di quei ciarlatani che, cacciando in bocca ai pazienti la chiave inglese, cavavano loro i denti coram populo. A casa poi s'ingegnava di imitare quanto aveva potuto comprendere bene. Faceva e rifaceva senza mai stancarsi, finchè non gli riuscisse di ottenere un'esecuzione perfetta.
Gli occorrevano, com'è facile supporre, vari amminicoli e quindi ci volevano spesucce per provvedersi l'indispensabile. Quelli se li fabbricava con le sue mani; a queste pensava da sè, perchè la mamma nell'accordargli il permesso gli aveva detto di non chiederle danaro. Vexatio dat intellectum. Vendeva uccelli presi nel nido o cacciando col vischio, coi lacci e altrimenti; faceva e portava al mercato cappelli di paglia, gabbie per uccellare con richiami da lui ammaestrati e calze a maglia; raccoglieva e metteva in vendita funghi e piante tintorie; si buscava regalucci insegnando filature diverse, in cui si era reso molto esperto; financo le serpi gli procuravano qualche guadagno, vendendole a farmacisti. In seguito anche i suoi spettatori gli davano volentieri con che procacciarsi il necessario per quei graditi passatempi.
Ed eccolo all'opera. Quando si sentì sicuro del fatto suo, fece correre la voce che la tal domenica, alla tal ora della sera, presso la casa dei Bosco, vi sarebbero state belle cose da vedere. Fra i conterranei egli godeva già di una popolarità discreta sia per le sue belle qualità sia perchè nelle operose veglie invernali le famiglie se lo disputavano, bramose di ascoltare i racconti edificanti che imparava a casa e in chiesa e che sapeva infiorare ripetendoli. I terrazzani quindi, grandi e piccoli, più i piccoli che i grandi, la prima domenica arrivavano a poco a poco, curiosi di quella novità. Sul posto Giovanni aveva tutto preparato per creare l'aspettazione. Una fune tesa fra due alberi nel prato; un tavolino sull'orlo della riva con l'immancabile bisaccia; più in qua nel cortile una sedia e poi un tappeto steso in terra. Quella volta si limitò ad alcuni saggi di ginnastica sulla corda, di agilità al salto e di destrezza nella prestidigitazione. La sedia servì per arringare il pubblico.
La soddisfazione generale lascio prevedere che nella domenica seguente il numero degli intervenuti sarebbe stato maggiore; ma allora il programma subì una notevole variante. Al divertimento precedette una parte seria. Il piccolo giocoliere, montato sulla sedia, disse: - Ora sentite la predica fatta stamattina dal cappellano di Morialdo. - E senza lasciare tempo a manifestazioni, incantò tutti con una parlantina facile, franca e d'una efficacia sorprendente. Oltre a questo, nel volto, negli occhi, nei riccioli del capo, nel gestire aveva un misto simpatico di grazia, di brio e di energia, che conquise i buoni villici. Terminata la predica, recito una breve preghiera, indi die' principio ai giochi. Sembrava un giocoliere di professione. Finì con la comica sorpresa dell'uccisione e della risurrezione di un pollo.
Ormai quel pubblico di rustici era suo. Per tutta la durata della buona stagione il concorso non diminuì. Egli sapeva variare l'ordine del trattenimento, sostituendoanche numeri nuovi ai già ripetuti; ma talora sul più bello sospendeva all'improvviso e con disinvoltura intonava le litanie della Madonna o cominciava la recita del Rosario. Se avesse aspettato a fare questo dopo il termine dei giochi, sarebbe facilmente rimasto solo.
La madre, per la quale Giovanni non aveva segreti, osservava, interrogava e lasciava fare. Non lo inuzzoliva certamente con vane lodi; era troppo illuminata per non comprendere che l'orgoglio va rintuzzato prima che prenda piede in un'anima. Dopo la prima comunione vide quel portento di ragazzo ancor più infervorato nel suo, chiamiamolo così, oratorio festivo dei Becchi. Il fervore di lui cresceva col crescere della sua istruzione religiosa; anzi più volte egli si fece sentire anche fuori dell'angolo ristretto, che era il teatro delle sue prime prove. Gli episodi che si narrano in proposito palesano la sua deliberata volontà d'impedire a ogni costo l'offesa di Dio. Basti riferirne uno.
Recatosi a Morialdo nel pomeriggio di una festa e giunto sulla piazza del paese, si trovò in mezzo al bailamme di un ballonzolo rusticano, mentre a quattro passi nella chiesa si cantavano i Vespri dinanzi a pochi fedeli. Le popolazioni dell'Astigiano andarono sempre matte per i loro balli al suono della monferrina. La folla si componeva in buona parte di suoi conoscenti. Addolorato di quello scandalo, si spinse avanti, aggirandosi qua e là ed esortando a smettere per andare alle funzioni; ma non riceveva che male parole. Chi aveva mai visto, dicevano, un garzoncello tant'alto predicare ai grandi? Si levasse di tra i piedi e tornasse dalla mamma!
Non si diede per vinto. Aveva voce angelica e orecchio musicale. Il signor Filippello che da ragazzo menava al pascolo nel prato vicino al suo, attestò che spesse volte Giovanni, trasportato dalla sua pietà, faceva echeggiare i colli del canto di laudi sacre, destando l'ammirazione degli agricoltori sparsi all'intorno. Prese dunque a cantare una popolarissima canzone religiosa, ma con sì soave melodia che a poco a poco i più lo circondarono e lo ascoltavano a bocca aperta. Poi, sempre cantando, si mosse verso la chiesa, salì la gradinata ed entrò, seguìto dalla gente.
Sull'imbrunire il ballo fu riattaccato con frenesia, ed egli tornò all'assalto. Adocchiando le persone che gli sembravano meno dissennate, si stringeva loro ai panni, sforzandosi di persuaderle della sconvenienza e del pericolo di prolungare in quell'ora il divertimento. Ma poichè nessuno gli badava, si rimise a cantare. Bisogna dire che dalle sue corde vocali si sprigionassero magiche note, poichè si rinnovò I'affascinamento di prima.
Finito che ebbe, gli si offersero doni, afinchè continuasse. Ripigliò, ma senz'accettare. I caporioni della baldoria, seccati quanto mai, gli intimarono delle due l'una: o prendere dei soldi e andarsene fuor dei piedi o buscarne di sonore. Non ci voleva di meglio, perché Giovanni di scatto diventasse eloquente. Investì coloro con tanta forza, che molti degli astanti gli diedero ragione e si avviarono alle loro case. I più fanatici, rimasti in pochi, finirono anch'essi con andarsene.
Mamma Margherita da tutto questo e da altro ancora capiva che la Provvidenza non destinava il suo Giovanni alla vita dei campi. A volte nell'andare e venire con lui per lo stradone di Castelnuovo, accadeva che s'imbattessero in qualche prete, specialmente nel parroco. Egli, vinto da una specie di attrattiva, gli si faceva da presso passandogli rasente e gli rivolgeva tutto festoso un bel saluto; ma in risposta ne riceveva appena un segno d'attenzione distratta e sostenuta. Più tardi, quando studiava a Castelnuovo, gli era una spina nel cuore il non poter godere la familiarità dei preti locali. Era il costume degli ecclesiastici d'allora; essi concepivano generalmente così il decoro del proprio stato. Giovanni invece ne rimaneva male e se ne rammaricava con la madre. Questa metteva innanzi ragioni per giustificare la condotta dei ministri di Dio; ma egli rispondeva: - Oh, io, se sarò prete, farò diversamente. Non starò serio con i fanciulli; anzi li trarrò a me parlando loro per il primo e darò loro buoni consigli.
Era presto detto essere prete! Bisognava andare a scuola, e Margherita pensava già nel 1823 a mandarvelo; se non che parecchie difficoltà si opponevano. Castelnuovo distava cinque chilometri dai Becchi: troppa strada per un fanciullo di otto anni. Il lasciarlo ivi a pensione importava spese, e i quattrini mancavano. Poi c'era Antonio. Costui non guardava di buon occhio i due figli della matrigna, come si ostinava a chiamarla, sebbene fosse da lei trattato con tutte le tenerezze materne. Appena sentì parlare di scuola, si mise sulle furie. Mamma Margherita amava la pace in famiglia; quindi risolse di aspettare, pregando Iddio che l'aiutasse e non omettendo di aiutarsi anche da sé.
CAPO IV
PRIMI STUDI E PRIMI DOLORI
Il primo periodo degli studi fu per Giovanni Bosco una via crucis di guai. Dicevo che Mamma Margherita già nel 1823 aveva avuto l'idea di mandarlo a scuola e che Castelnuovo era il luogo più indicato, ma troppo lontano. Pensò dunque a Capriglio, assai più vicino. Vi faceva la scoletta pubblica il cappellano. Antonio, temperando la sua ostinazione, erasi piegato a un compromesso: Giovanni avrebbe frequentato la scuola di Capriglio solo nei mesi invernali, quando cessano i lavori agricoli. La madre, contenta come una pasqua, volò a parlarne col prete; ma questi, non volendo, col ricevere uno scolaro d'altro Comune, stabilire un precedente, le diede una negativa. La povera donna non se la sarebbe mai aspettata. Mentre penava in silenzio per quella contrarietà, ecco un buon contadino offrirsi per insegnare a suo figlio un po' di lettura. Così nell'inverno fra il '23 e il '24 Giovanni cominciò a compitare, e il suo primo maestro si acquistò una benemerenza, della quale si gloriò poi finchè visse.
Ma quante volte l'uomo propone e Dio dispone! Il cappellano di Capriglio, perduta la sua fantesca, assunse nel 1824 una sorella di Margherita, che, amando molto i nipotini, intervenne subito, e con buon esito, presso il padrone in favore di Giovanni. Le scuole stavano aperte solo da Ognissanti all'Annunziata. Il rigore della stagione non ispaventò il ragazzo, che cinque giorni alla settimana faceva e rifaceva quattro volte la strada. Tutto sommato, erano circa otto chilometri di cammino, ora per pioggia e fango, ora per freddo e neve.
Don Lacqua, il cappellano maestro, prese a volergli così bene, che oltre all'insegnamento scolastico gli impartiva anche un'utile direzione spirituale, indicandogli soprattutto i mezzi per conservarsi in grazia di Dio e istruendolo sul modo di ben confessarsi. Lo invogliò pure alla pratica della mortificazione e lo venne addestrando a esaminarsi la coscienza sulle intenzioni per escludere ogni superbia dall'operare. Da quanto Don Bosco scrive nelle sue Memorie, sembra che datasse da allora il suo gusto d'imitare i Santi con segrete penitenze.
Del resto era già per lui una ben dura penitenza il sopportare le molestie dei suoi compagni di scuola. Per i loro pregiudizi contro quelli dei Becchi lo credevano uno stupidetto, e gliene facevano d'ogni colore. Ma egli prendeva le cose con tanta pazienza, che un vecchio condiscepolo d'allora per nome Occhiena, divenuto tanti anni dopo sindaco del paese, ricordava ancora con ammirazione la compostezza inalterabile del novenne Bosco di fronte alle villane provocazioni.
Saper leggere e diventare appassionato lettore fu tutt'uno per lui. Leggeva nel prato al pascolo, leggeva in cucina durante i pasti, leggeva anche di notte al lume della lucerna. Il librino che portava sempre con sè, era il catechismo.
Al ritorno dell'inverno egli sperava di ritornare a scuola; ma bisognò fare i conti con Antonio. La madre, pro bono pacis, non credette bene d'imporsi; solo cercava frequenti motivi o pretesti per mandarlo dalla zia o dal nonno a Capriglio, affinchè potesse intrattenersi con Don Lacqua, che lo esercitava nello scrivere, gli prestava libri da leggere e gli largiva buoni consigli.
La fiamma della vocazione avvampava tanto più, quanto più imparava e quanti maggiori ostacoli sorgevano a sbarrargli la via. - Voglio studiare e farmi prete, - diceva d'averlo sentito allora ripetere un certo Matta, altro suo compagno di pastorizia. Il fratello Giuseppe narrava, come in quegli anni il timore dei giudizi divini e l'orrore del peccato fossero due sentimenti a lui abituali.
Da pochi giorni aveva fatto la prima comunione, quando un felice incontro parve dischiudergli finalmente un più lieto avvenire. Il nuovo Papa Leone XII aveva nel 1826 esteso per sei mesi a tutto l'orbe il giubileo romano della sua elevazione. Per l'archidiocesi torinese l'arcivescovo Chiaverotti ne fissò i limiti dai primi di marzo ai primi di settembre. Predicazioni straordinarie eccitavano i fedeli nelle città e nelle campagne all'acquisto della grande indulgenza. Una di queste missioni fu predicata a Buttigliera, distante tre quarti d'ora dai Becchi. La gente vi traeva numerosa dai paesi circostanti. Anche Giovanni si univa a' suoi conterranei, che mattino e sera andavano a udire i predicatori forestieri.
Se ne tornava egli una di quelle sere, solo soletto, dietro gli altri, a casa sua, quando un vecchio prete che li seguiva a più lenti passi, raggiunto da lui e colpito dal suo aspetto e contegno, desiderò conoscerlo. Don Calosso di nome e chierese di patria, viveva da pochi mesi a Morialdo, facendovi da cappellano. Udito che anche Giovanni era stato alla predica, lo provocò a mostrargli quanto ne avesse capito. Il giovanetto cominciò da quella del mattino. e così camminando tutta gliela cantò. Trasecolato Don Calosso gli disse di ripetergli, dell'altra di pocanzi, il tratto che più fortemente l'aveva impressionato. Giovanni scelse la descrizione del momento, in cui l'anima del dannato al suono della tromba angelica starà per ricongiungersi al proprio corpo per andare al giudizio. Il predicatore aveva immaginato fra l'una e l'altro un prolisso dialogo, che egli recitò alla lettera.
Nella sua lunga vita il venerando sacerdote non era stato mai testimonio di una memoria così fenomenale. La curiosità di sapere chi fosse il ragazzo, che cosa facesse e che intendesse di fare, gli mise sulle labbra una fila d'interrogazioni, alle quali egli dava risposte calme, giudiziose e interessanti. Due cose ne fermarono l'attenzione. Giovanni Bosco voleva farsi prete per avvicinare e istruire nella religione tanti suoi compagni, che diventavano cattivi, solo perchè nessuno si prendeva cura di loro; ma suo fratello Antonio non voleva lasciarlo studiare. Don Calosso non avrebbe mai cessato di ascoltarlo; arrivati però dove bisognava separarsi, lo invitò a recarsi da lui il giorno appresso, perchè aveva qualche cosa da dirgli.
All'alba dell'indomani Giovanni si rimise in cammino per Morialdo, ascoltò la prima predica e servì la Messa a Don Calosso, come aveva imparato dal cappellano di Capriglio. Quindi il vegliardo, condottolo nel suo studio, gl'ingiunse di dettargli quella predica. Nella predicazione popolare si usava comunemente il dialetto; perciò egli si scusò di non sapere le parole italiane. - All'italiano penserò io, rispose il prete; tu detta come sai. - Dettò dall'esordio alla perorazione, come se leggesse in un libro. Don Calosso, sempre più ammirato, gli disse di tornare la domenica seguente con la madre.
Margherita, piena di contentezza, fu puntuale. Si convenne che il degno sacerdote avrebbe fatto a Giovanni un'ora quotidiana di lezione; questi poi durante il rimanente della giornata lavorasse in campagna per contentare il fratello. Saputo di tale accordo, Antonio diede in escandescenze, calmandosi solo quando intese che la scuola sarebbe cominciata all'appressarsi dell'inverno. Ma l'autunno volgeva al termine e il fratellastro s'impuntava a non volerlo lasciar andare, finché un bel giorno Don Calosso, facendo atto di autorità, impose a Giovanni di prendere i libri e cominciare.
Il nuovo maestro gl'ispirava la massima confidenza, a tal segno che Giovannino gli apriva intero l'animo suo, manifestandogli, come scrisse nelle Memorie, "ogni parola, ogni pensiero, ogni azione"; quegli così lo poteva amorevolmente dirigere nella vita spirituale. Del bene ricevuto da siffatta direzione Don Bosco ci rivela cose degne d'essere qui testualmente riferite. "Conobbi allora, scrive, che voglia dire avere la guida stabile di un fedele amico dell'anima, di cui fino a quel tempo era stato privo. Fra le altre cose mi proibì tosto una? penitenza, che io ero solito fare, non adattata alla mia età e condizione, mi incoraggiò a frequentare la Confessione e la Comunione, e mi ammaestrò intorno al modo di fare ogni giorno una breve medi tazione, o meglio un po' di lettura spirituale. Nei giorni festivi tutto il tempo che poteva lo passava con lui. Nei giorni feriali, per quanto mi era possibile, andava a servigli la santa Messa. Da quell'epoca ho incominciato a gustare che cosa sia vita spirituale, giacche prima agiva piuttosto materialmente e come macchina, che fa una cosa senza saperne la ragione."
Nella scuola si andava a vapore. Premesso un po' di avviamento, si mise mano al Donato. Il Donato! Oggi, chi lo conosce più? Per molte generazioni, Donato, il celebre grammatico del quarto secolo, maestro del grande S. Gerolamo, fu sinonimo d'un tipo di grammatica latina, che insegnava i primi elementi della lingua con metodo veramente piano ed efficace. Sulle prime Giovanni vi durò fatica, e si comprende perchè. Il suo cervello non era stato ancora iniziato al lavoro mentale propriamente detto. Ma, una volta preso l'abbrivo, navigò a gonfie vele. Per lui, com'egli scrive, leggere era quanto ritenere; quindi gli bastò un mese per avere il Donato sulle punte delle dita. A Pasqua già traduceva.
Ma Antonio bofonchiava. Che egli dovesse logorarsi a lavorare e l'altro starsene a fare il signorino, era cosa per lui da andare in bestia. Per qualche settimana Giovanni si recò. a scuola per tempissimo, applicandosi poi ai lavori campestri. Ciò nonostante accadevano scene disgustose. Una è narrata così da Don Bosco: “Un giorno Antonio con mia madre e poi con mio fratello Giuseppe in tono imperativo disse: - È abbastanza fatto; voglio finirla con questa grammatica. Io sono venuto grande e grosso e non ho mai veduto questi libri. -lo, dominato in quel momento e dall'afflizione e dallo sdegno, risposi quello che non avrei dovuto. - Tu parli male, gli dissi; non sai che il nostro asino è più grosso di te e non andò mai a scuola? Vuoi tu venire simile a lui? - A quelle parole Antonio saltò sulle furie ed io soltanto colle gambe, che mi servivano assai bene, potei fuggire e scapparmene da una pioggia di busse e di scappellotti”.
Nell'estate la scuola cessò, ma non cessarono motteggi, sarcasmi e sfuriate. Al sopravvenire dell'inverno Giovanni corse nuovamente dal suo Don Calosso, che lo aspettava a braccia aperte; ma fu cosa di breve durata. In famiglia la vita diventava ogni dì più impossibile. Temendo che da un giorno all'altro scoppiasse qualche tragedia, Mamma Margherita con lo strazio nel cuore prese la risoluzione di allontanare temporaneamente il figlio.
Ecco dunque nel febbraio del 1828 il povero fanciullo andar ramingo in cerca di un tetto ospitale. Secondo le indicazioni materne, si presentò prima da certi conoscenti presso Buttigliera, ricevendone buona accoglienza; ma, accortosi che era loro di peso, tornò ai Becchi. Poco dopo si recò da altri conoscenti a Moriondo. Essi lo compatirono cordialmente, ma senza potergli dare ricovero. Allora si avventurò fino nel territorio di Moncucco da certi Moglia, proprietari benestanti, noti a Margherita come persone di spirito molto cristiano.
Giunse ivi sul cadere del giorno, portando sotto il braccio un involto contenente alcune camicie e qualche libro datogli da Don Calosso. Senz'altra raccomandazione che il nome di sua madre, chiese di essere preso a servizio. Il padrone che con tutta la famiglia stava nell'aia a preparare vimini per le viti, gli rispose che in quella stagione chi aveva servitù, la licenziava, essendovi poco o nulla da fare. - Accettatemi per carità, supplicava Giovanni. Non domando paga; tenetemi solamente con voi. - Ma il Moglia, credendolo buono a nulla, insisteva nel consigliargli di tornare a casa. Giovanni si mise a piangere e con aria umile e supplichevole disse: Prendetemi, di grazia, prendetemi!... Ecco io mi seggo qui in terra e non mi muovo più. - E sedutosi là, cominciò a fare il lavoro che facevano gli altri della famiglia.
Allora la giovane sorella del padrone, alla quale pesava il governo delle bestie, propose di affidare a lui quell'incarico, preferendo essa lavorare nei campi. Fu esaudita. Cosi Giovanni ebbe la cura della stalla.
Or ecco Giovanni Bosco servitorello di campagna, il che vuol dire vivere in casa d'altri, esservi l'ultimo di tutti e non poter disporre liberamente di sè. Un giovane intelligente e sensibile che si vegga da forza brutale infranti a questo modo i suoi ideali, se non è molto virtuoso, si abbandona alla tristezza e alla disperazione. Egli al contrario fece di necessità virtù.
La sua vita si restrinse a tre cose: obbedire, studiare e pregare.
All'obbedienza parve sottrarsi una volta sola. Incaricato di custodire un piccino, lo conduceva sempre seco, non istancandosi mai di badargli affettuosamente; è il Giorgio Moglia che depose poi nei processi. Ma invitato a fare il medesimo con una bambina di cinque anni, rispettosamente rispose: - Datemi ragazzi, e ne governo quanti volete; ma bambine, no.
La sete dello studio non lo abbandonava. Portava sempre con se qualche libro di religione o la grammatica, profittando di ogni possibilità per aprire e leggere. Il padrone un giorno gli domandò perchè ammattisse sui libri. - Perchè devo essere prete - rispose.
In quel suo esilio qualche raggio di speranza venne a confortargli l'animo. Nel settembre del 1828 Don Moglia, zio del padrone e insegnante, ospite nella masseria, gli dava lezioni; ma, trascorso il breve periodo delle vacanze, ripartì. Anche il parroco di Moncucco, che aveva notato l'ingegno, la memoria e il senno del giovane, nel settembre del '29 gli ottenne il permesso di recarsi da lui ogni tanto e gl'insegnava un po' di latino; rare però essendo quelle andate, il profitto fu scarso.
Per la sua assiduità alla preghiera i Moglia, dai quali provengono tutte le notizie sulla dimora di Giovanni Bosco in casa loro, gli fecero da principio qualche osservazione. Rimase indimenticabile nella famiglia una sua risposta. Invocata la loro stessa testimonianza sulla propria inappuntabile diligenza nel lavoro, proseguì: - Del resto, io ho più guadagnato a pregare che voi a lavorare. Se pregate, da due grani nasceranno quattro spighe; se non pregate, da quattro ne raccoglierete due.
Questa sua pietà aveva saldo fondamento. La fattoria si trovava in aperta campagna e la chiesa più vicina era quella di Moncucco, distante un'ora di cammino per oscuri sentieri. Giovanni ogni sabato sera chiedeva licenza di andare là il mattino seguente per ascoltare la prima Messa, che si celebrava molto presto. Ma siccome poi interveniva pure con gli altri alla Messa parrocchiale, la padrona insospettita volle spiarlo.
Una domenica dunque ve lo precedette, collocandosi in un punto della chiesa, donde potesse vedere senz'essere vista. Ed ecco entrare il servitorello, segnarsi divotamente con l'acqua santa, porsi alcuni minuti in orazione, quindi confessarsi dal parroco e durante la Messa fare la comunione. La donna allora se ne partì. Come lo rivide, lo interrogò se alla prima Messa andasse per confessarsi e comunicarsi. Egli, accortosi di essere stato scoperto, arrossì; ma l'altra, senza più importunarlo, nè dandogli tempo a rispondere, gli disse che il permesso s'intendeva accordato una volta per sempre.
A poco a poco dalle case coloniche dei dintorni i ragazzi gli divennero amici; perciò, quando non si lavorava, se li tirava sul fienile, dove, seduto più in alto, insegnava loro le preghiere, il canto di laudi sacre e la dottrina, terminando col racconto di esempi edificanti. D'estate la riunione si faceva all'ombra di un gelso assai frondoso.
Anche a Moncucco si era fatto conoscere. Lassù i fanciulli, guadagnati dalle sue belle maniere, lo aspettavano nei giorni festivi e gli tenevano compagnia. Per radunarli con maggior vantaggio, tanto fece, che ottenne l'aula delle scuole comunali. Insegnata loro la via crucis con i relativi canti, compiva con essi il pio esercizio dopo la Messa grande, attirando anche molti fedeli. Il parroco Don Cottino, suo confessore, lo secondava, piangendo di consolazione; anzi, partito lui, continuò poi egli stesso quelle adunate, dandovi forma di oratorio festivo.
L'ora della liberazione, come a Dio piacque, scoccò. Un zio materno per nome Michele negli ultimi giorni del 1829, recandosi al mercato di Chieri, s'imbattè nel nipote, che spingeva l'armento al pascolo. - Sei contento Giovannino ? - gli chiese. È facile immaginare la risposta. Il bravo uomo intenerito gli disse: - Lascia fare a me. Torna a casa. Dopo il mercato io verrò là e combineremo tutto.
Il zio godeva di una certa autorità, che a Giovanni ispirava fiducia. Senz'altro dunque se ne partì. I padroni sentirono il distacco; ma senza opporsi gli augurarono di rivederlo prete. Molti anni dopo i superstiti attestavano aver egli menato sempre in mezzo a loro una vita da angelo e da apostolo.
Ma intanto che pensare dei due anni perduti? Furono poi essi veramente perduti? Guardando le cose dai tetti in giù, si dovrebbe affermare di sì; non però considerandole con l'occhio della fede. A Giovanni era stato solennemente detto che si rendesse umile per divenire atto a compiere la sua missione. Ora, se l'umiliazione cristianamente sofferta è via all'umiltà, il biennio di vita servile fu per lui il miglior tirocinio nella pratica di questa virtù.
Quanti bei castelli andava egli facendo nella sua immaginazione durante il tragitto dai Moglia ai Becchi! Ma tutto minacciò di crollare col metter piede sulla soglia di casa. Sua madre, spaventata, gli ordinò di tornare subito d'onde era venuto. Confuso in prima e perplesso, tosto poi persuaso ch'ella parlasse così per non sembrare ad Antonio l'ispiratrice del fatto, si ritirò senza dir parola, si diresse verso un luogo a lui noto e si nascose in un fosso dietro una siepe per aspettare l'arrivo dello zio.
Michele mantenne la promessa. Appena giunto, visitò la sorella e nei giorni seguenti bussarono insieme a parecchie porte per trovare a Giovanni un maestro, ma sempre indarno. Nell'attesa, Giovanni lavorava da mane a sera per non irritare troppo il fratello. L'attesa durò fino al termine dell'estate.
A Don Calosso, vecchio e acciaccoso, non si era osato ricorrere. Egli invece, che ricordava sempre il suo discepolo, saputo del ritorno, lo mandò a chiamare e si fece narrare la storia delle sue vicende. Commosso e udito che Antonio non lo lasciava in pace: - Ebbene, gli disse, vieni a stare con me. - Detto fatto: in autunno Giovanni faceva vita col cappellano, andando a casa soltanto sul tardi per dormire. " Niuno, scrive Don Bosco, può immaginarsi la grande mia contentezza. Don Calosso era per me l'Angelo del Signore. L'amava più che padre, pregava per lui, lo serviva volentieri in tutte le cose. Era poi sommo mio piacere di faticare per lui, e, direi, dare la vita in cosa di suo gradimento. Io faceva tanto progresso in un giorno col cappellano, quanto non avrei fatto a casa in una settimana. E quell'uomo di Dio mi portava tale affezione, che più volte ebbe a dirmi: - Non darti pena del tuo avvenire. Ti aiuterò ad ogni costo, e finchè vivrò, non ti lascerò mancare nulla; se muoio, ti provvederò ugualmente ".
A Giovanni sembrava proprio d'aver toccato il cielo col dito. Ma, ahimè, la via crucis non aveva raggiunto ancora l'ultima stazione. Un mattino di novembre del 1830 Giovanni, mandato dal suo precettore a casa per una commissione, vi era arrivato da poco, quando udì una voce che gridava il suo nome. Affacciatosi, vide un giovanotto di Murialdo che trafelato gli diceva affannosamente: - Don Calosso ha male... Ti chiama... Ti vuole assolutamente parlare. - Si precipitò fuori e volò dal suo benefattore. Lo trovò sul letto e senza parola; un insulto apoplettico l'aveva mezz'ora prima steso a terra. L'infermo lo riconobbe, lo fissò con uno sguardo che gli trapassò l'anima, e faceva sforzi per significargli qualche cosa. Finalmente riuscì a prendere di sotto al capezzale una chiave e gliela diede, indicandogli che la tenesse lui e che non la consegnasse a nessuno e che la roba chiusa nel cassetto di quella chiave era sua. Giovanni, messala in tasca, non badò più ad altro che a prestargli le filiali sue cure. Il caro sacerdote di lì a due giorni rese l'anima a Dio.
Composta la salma, sorse una questiofie fra i testirabni della chiave, che si sapeva essere la chiave dello scrigno. Chi diceva che il defunto aveva dichiarato abbastanza quale fosse il suo volere: chi sosteneva che, mancando le formalità legali, egli non poteva fare nulla. Giovanni troncò la controversia dicendo: - Ma no, non voglio niente. Ho più caro il paradiso che tutti i danari del mondo. - Nelle Memorie Don Bosco condensa tutto quello che seguì, in queste semplicissime parole: " Vennero gli eredi di Don Calosso e loro consegnai la chiave ed ogni altra cosa ". Il forzierino racchiudeva la somma di seimila lire.
Pochi minuti dopo, mesto e col pianto nell'anima, riprese con passo vacillante la strada dei Becchi, percorsa e ripercorsa nei dì innanzi con tanta gioia. Il cielo plumbeo, le piante brulle, la terra squallida sembravano riflettere i pensieri dolorosi della sua mente. Ruppero a un tratto il silenzio di quelle solitudini i lenti rintocchi della campana, che annunziavano ai vicini e ai lontani il recente trapasso e a lui spezzavano il cuore. Il colpo era stato troppo crudele. Passò il rimanente della giornata nel raccoglimento e nella preghiera. Per più giorni il ricordo dell'estinto gli strappava continue lacrime. Ne pativa anche nella salute; onde per distrarlo la madre lo mandò a Capriglio dal nonno. Scrisse poi: " Ho sempre pregato, e finchè avrò vita, non mancherò ogni mattina di fare preghiere per questo mio insigne benefattore ".
Ed ora che sarà di lui già più che quindicenne? Una sistemazione familiare conchiusa da poco aveva, col rendere Antonio indipendente, posto fine alla sua spietata guerra. A Castelnuovo erasi aperto ultimamente un ginnasio comunale. Il zio Michele, molto conosciuto nel paese, ottenne per il nipote che ad anno inoltrato, cioè verso il Natale, vi fosse in via d'eccezione ammesso. L'orizzonte si schiariva.
In principio Giovanni faceva la strada quattro volte al giorno, il che importava la bellezza di venti chilometri. Poi per evitare perdita di tempo e diminuire i disagi causati dalla stagione, rimaneva là a mezzodì. Per il pranzo si portava da casa nella racchetta dei libri il necessario, che deponeva presso un buon sarto di cognome Roberto, dal quale tornava per rifocillarsi. Certe sere però, quando il mal tempo imperversava, dormiva in un sottoscala, concessogli da una povera famiglia.
Più tardi la prudenza consigliò a trovargli un alloggio permanente. Si combinò dunque che il mentovato Roberto lo tenesse a pensione, ricevendo da Margherita il pagamento in generi alimentari, come cereali e vino. Il pane glielo portava essa una volta per settimana. Il desiderio d'imparare e la pietà sostenevano il povero studente. - Vigeva allora una legge scolastica promulgata nel 1823 da Carlo Felice, la quale imprimeva alle scuole dello Stato Sardo un carattere strettamente religioso, sicchè per questo lato Giovanni si trovò a suo agio. Per gli studi sulle prime fu un affare serio; la sua preparazione fatta a sbalzi e alla meglio obbligò a ricominciare da capo con la grammatica italiana. L'insegnante, che riuniva sei classi in una (1) (1) Il ginnasio si componeva allora di sei classi, che si numeravano in ordine inverso: sesta o preparatoria; quinta, quarta, terza corrispondenti alle nostre prima, seconda, terza; umanità e retorica, le nostre quarta e quinta. Qui e nel capo seguente si indicheranno le classi con l'odierno numero d'ordine.
ed era per buona sorte molto abile, lo comprese, lo aiutò e lo amava assai: ma nell'aprile del 1831, nominato parroco, abbandonò la cattedra. Gli succedette il Don Moglia che già abbiamo conosciuto, ma che ora stenteremo a riconoscere. Date le idee dei tempi, forse non la poteva mandare giù, che il Bosco, misero servitorello di campagna, ardisse aspirare all'ordine chiericale; per altro, il motivo diplomatico del suo atteggiamento era la fisima entratagli nella testa che dai Becchi non potesse venire niente, proprio niente di buono. Anche l'età avanzata di Giovanni ne confermava, secondo lui, 1'inettezza ereditaria. Noncuranza quindi e dileggi erano all'ordine del giorno. Giovanni, rispettoso e paziente, sopportava.
Maestro e scolaro non istettero mai di fronte meglio di una volta che l'uno assegnò un còmpito in classe e l'altro lo pregò di lasciargli fare quello della seconda. La risposta fu una risata e un sacco di parole canzonatorie. Bosco non si offese, ma insistè; il Moglia rincarò la dose. A nuove insistenze gli disse sarcasticamente che s'accomodasse pure, ma che egli non avrebbe letto le sue bestialità.
Il tema era una versione dall'italiano in latino. Sollecito Bosco la fece e pronto la consegnò. Il professore la prese e la posò là con un sorriso di compassione. L'alunno, fermo presso la cattedra, lo pregava e ripregava di darvi un'occhiata, e
colui a prenderlo in giro. Tutta la scuola s'incuriosì. Alcuni alzatisi lo tentavano che leggesse forte, perchè volevano ridere anche loro. Il buon uomo, avvezzo a lasciarsi rimorchiare dalla scolaresca, cedette. Man mano che leggeva, si faceva più serio. Alla fine gli lanciò in faccia un: - Ha copiato! - e buttò il foglio. Un vicino di banco ebbe il coraggio di rendergli testimonianza che aveva - fatto tutto da se. Nondimeno Don Moglia restò sulla sua: ma anche il testimonio tenne duro e fuori ai compagni descrisse quanto aveva veduto con i propri occhi. Ingegno e virtù brillarono uniti quel giorno all'ammirazione giovanile.
C'era ben poco da aspettarsi sotto una guida simile. In compenso egli imparò varie altre cose. Infatti imparò la musica. Il sarto che lo alloggiava sapeva di canto fermo e di musica vocale, come capo dei cantori nella chiesa parrocchiale, e volentieri gl'insegnava per averlo a cantare nelle funzioni. Ma egli non si arrestò lì. Avute le nozioni fondamentali dell'arte musicale, imparò il violino e il pianoforte, facendosi abile anche ad accompagnare sull'organo. Imparò dal sarto a lavorare di ago, pagandosi in ultimo la pensione con l'aiuto che gli prestava. Imparò a lavorare ferramenta, frequentando la bottega di un fabbro. Tutte attitudini, che un giorno gli dovevano tornare di somma utilità.
Altra sua cura fu quella di amicarsi la gioventù della scuola e del paese. Il fatto di Don Moglia contribuì non poco ad accrescere l'influenza che già esercitava su di essa. I genitori avevano piacere che i figli stessero in sua compagnia, perchè li vedevano diventare migliori. Il Cardinale Cagliero da piccolo sentiva ancora decantare in casa i buoni esempi dati da lui durante il suo breve soggiorno castelnovese. Nella quaresima il prevosto gli affidò l'assistenza in una classe di catechismo.
La fama delle sue prodezze acrobatiche l'aveva preceduto a Castelnuovo ; dove pure ebbe occasione di confermarla, e questo giovò alla sua popolarità in quel mondo giovanile. Nel villaggio di Montafia, celebrandosi una gran festa, si era innalzato altissimo l'albero della cuccagna. A tale spettacolo i popolani del tempo si appassionavano grandemente. Venuta l'ora dell'assalto, una folla straordinaria gremiva la piazza. Vi si trovava anche Giovanni con alcuni amici. Muscoluti giovanottoni si stringevano uno dopo l'altro al palo insaponato, si aiutavano di mani e di piedi per spingersi in alto, ma, chi prima, chi poi, tutti inesorabilmente scivolavano a terra con loro grave scorno. L'occhio di Giovanni scorse la cagione di tanti insuccessi: tutti si avventavano con troppa furia e perdevano presto la lena. Si presentò anche lui per tentare la prova. S'arrampicava lento lento; ogni tanto incrociava le gambe per sedersi sulle calcagna e riposare, e gli spettatori a ridere, aspettandosi ogni volta di vederlo piombare giù come i precedenti. Invece egli guadagnò sempre fino a raggiungere la cima. L'antenna paurosamente dondolava, il pubblico urlava frenetico ed egli staccava tranquillamente le parti migliori della legittima preda. Ghermì fra l'altro una borsetta contenente un gruzzolo di venti lire, che gli facevano molto comodo. Poi scese a precipizio, profittò della confusione e sparì.
Terminato quel povero anno scolastico, ritornò in famiglia per le vacanze. Colà divideva il tempo fra lo studio e il lavoro, mettendo anche a partito l'appreso nei suddetti mestieri. Si lesse allora le opere ascetiche di S. Alfonso de' Liguori e alcuni catechismi ragionati. Alla domenica tornava dalle funzioni seguito da un codazzo di fanciulli, che divertiva con un cane di suo fratello Giuseppe. Quella bestia, ammaestrata da lui, gli obbediva docilmente, eseguendo una grande varietà di gesti e di mosse, che destavano l'ilarità degli astanti. La bestia gli si era così affezionata, che negli anni seguenti, quando Mamma Margherita la conduceva con sè a Chieri, appena vedeva lui, gli faceva un mondo di feste e ci voleva del bello e del buono per rimenarla via.
L'incertezza del suo avvenire lo angustiava. Sfogava talvolta la sua afflizione con i coniugi Turco, proprietari di un podere situato nelle vicinanze dei Becchi. Essi lo animavano a sperare in Dio, che non l'avrebbe abbandonato; del che egli non dubitava. Finalmente un giorno lo videro nella loro vigna spiccare salti di allegrezza e vollero saperne la ragione. In sogno una grande Signora gli aveva fatto intendere che avrebbe continuato gli studi, che sarebbe divenuto prete e che si sarebbe trovato per tutta la vita a capo di molti giovanetti da educare. Udirono il racconto in casa i figli dei Turco, che a suo tempo ne resero testimonianza. Coincide con questa testimonianza la seguente nuda linea delle Memorie: "A 16 anni ho fatto un altro sogno".
CAPO V
SCUOLA REGOLARE E VARIO APOSTOLATO
La santa passione per la gioventù, che dominerà la vita di Don Bosco, prende nel secondo periodo degli studi una forma più definita e più prossima alla definitiva. È ben vero che egli va tuttora per una strada seminata di spine; ma nondimeno vi cammina e pur di avanzare non lo sgomentano le trafitte che riceve. L'abnegazione di se e l'abbandono in Dio, purificandolo e sostenendolo, maturano in lui lo spirito dell'apostolato giovanile.
Chi da quelle parti desiderava avviarsi agli studi secondari, non aveva luogo più comodo di Chieri. Questa cittadina, principal centro industriale e agricolo di tutta la regione, era da secoli assai ricca di vita religiosa. Il suo ginnasio pubblico fioriva per numero di alunni e per bravura d'insegnanti. Margherita, dolente del troppo tempo già perduto, prese l'energica risoluzione di farvi inscrivere il figlio.
Chi vuole il fine bisogna che cerchi i mezzi, e qui i mezzi erano di natura finanziaria. Abituati a contentarsi di poco, madre e figlio non si stillarono tanto il cervello. Giovanni con due sacchi sulle spalle andò attorno chiedendo carità di granaglie da convertire in moneta. Il prevosto di Castelnuovo, conosciuto il suo divisamento, raggranellò in paese una sommetta, che rimise a Margherita per le spese più urgenti. I sacrifici dell mamma aggiunsero qualcosuccia alla beneficenza altrui. I fondi furono così bell'e pronti.
Per collocare il figlio a Chieri la madre s'intese con una Lucia Matta, sua compaesana e vedova con un figlio pure studente. Convennero per lire ventuna mensili, che la poveretta avrebbe facoltà di pagare solo in parte, perchè Giovanni avrebbe compensato il resto con il disimpegno dei servizi domestici.
Il giorno 3 novembre del 1831 Giovanni Bosco partì a piedi per Chieri, da solo fino a Castelnuovo e di là accompagnato da un giovane Filippello, a cui era stato dalla madre raccomandato.
Un amico di casa il dì innanzi gli aveva trasportato gratuitamente il baule del piccolo corredo, più mezzo ettolitro di grano e dodici litri di miglio, che dovevano servire come anticipo della pensione. Egli camminava curvo sotto una bisaccia di farina e di meliga da vendersi sul posto per comperare col danaro ricavato libri, carta e penne. Mamma Margherita non potè raggiungerlo se non alcuni giorni dopo per finire di accomodare le cose e per vedere come vi stesse.
Ora incipit vita nova. Non più paesano, ma cittadino: cittadino di una piccola città, ma pur città con belle vie, belle chiese, bei palazzi e con qualche eleganza di vita. Vi piovve sconosciuto fra sconosciuti. Sulle prime lo trasse d'imbarazzo un buon prete, che lo notò subito, se lo avvicinò e s'interessò di lui, conducendolo dal prefetto delle scuole, un padre domenicano, e presentandolo ai professori. Gli fu veramente angelo custode.
Si trattava di classificarlo. Il corredo delle sue cognizioni risultò male assortito. Scrive egli stesso: " Gli studi fatti fino allora erano un po' di tutto, che riuscivano quasi a niente, avendo bensì molte utili cognizioni, ma disordinate e imperfette ". Venne assegnato perciò alla classe preparatoria.
In mezzo a quegli scolaretti faceva la figura di un gigante. Buon per lui che la bontà del maestro non poteva essergli più generosa. Anelando però di togliersi da quella condizione, ottenne dopo due mesi di dare un esame straordinario per l'ammissione alla prima ginnasiale. Fu promosso molto bene. Trascorsi altri due mesi e superato un secondo esame straordinario, passò alla seconda. Il nuovo professore, vedendoselo comparire davanti così in ritardo e alto come lui, disse in piena scuola: - Costui è o una grossa talpa o un gran talento. Che ne dite? - Bosco, a tutta prima sbalordito per un tale linguaggio: - Qualche cosa di mezzo, rispose con calma. È un giovane che ha buona volontà di fare il suo dovere e di progredire negli studi. - La risposta piacque al professore, che con insolita affabilità rispose: - Se avete buona volontà, siete in buone mani. Io non vi lascerò inoperoso. Fatevi animo; se incontrerete difficoltà, ditemelo, chè io ve le appianerò. - Confortato da queste parole, lo ringraziò di cuore e si andò a sedere nel posto indicatogli.
Non passò gran tempo, che un bel casetto fece parlare di lui. Il professore spiegava in Cornelio la vita di Agesilao. Bosco, che aveva dimenticato a casa il testo, stava attento alle spiegazioni, voltando le pagine del Donato quando gli altri voltavano quelle dell'autore. I vicini di banco se n'accorsero e sbirciavano; qualcuno rideva. Il professore, uomo severo, volle sapere il perchè. Nessuno fiatava. Allora, rivolto a Bosco, che credeva disattento e causa di disattenzione, gl'ingiunse di fare la costruzione e poi di ripetere traduzione e commento. Egli, alzatosi in piedi e con gli occhi sulla grammatica, costruì, tradusse e spiegò a meraviglia. Com'ebbe finito, i compagni istintivamente proruppero in un oh! di ammirazione e gli batterono le mani. Il professore sdegnato per tale indisciplinatezza non mai avvenuta nella sua classe, scese e gli misurò uno scappellotto, scansato da lui col piegare a tempo il capo. Gli scolari gridarono all'insegnante come stava la cosa. Quegli lo fece proseguire per due periodi, tenendo la mano sul Donato; Bosco tirò diritto come se avesse sott'occhio il brano. Allo sdegno sottentrò tosto lo stupore; quindi un pacato e salutare consiglio sul buon uso dell'ingegno chiuse l'incidente.
La scuola non assorbì mai ne allora ne poi tutta la sua attività. In casa, obbediente alla padrona in umili prestazioni d'opera, faceva da ripetitore al figlio di lei, sebbene questi fosse della classe superiore alla sua. Il ragazzo cresceva dissipatello; ma egli a poco a poco lo trasformò, rendendolo studioso, docile e pio. La madre, quando vide sì buoni effetti, ne provò tale contento, che condonò a Giovanni la pensione. Merce le sue assidue cure il giovane compie egregiamente il ginnasio, serbandoglisi sempre grato. Nel 1869 collocò all'Oratorio un suo figlio, che per tre anni Don Bosco in riconoscenza tenne abitualmente a mensa con se.
Si esercitava pure in lavori manuali. Nella bottega di certi legnaiuoli vicini imparò a lavorare di legname. L'anno seguente in una calzoleria si addestrò, se non a fare, a risolare e a rattoppare scarpe. Del sarto e del fabbro, come abbiamo veduto, sapeva già l'essenziale. Si direbbe che la Provvidenza lo guidasse attraverso a tutte le esperienze, che gli sarebbero poi state utili un giorno.
Ma più d'ogni altra cosa gli stavano a cuore gl'interessi dell'anima. Perciò si scelse presto un confessore che fu il canonico Maloria. Era questo ecclesiastico una rara avis, perchè non solo accoglieva sempre con grande bontà il suo giovane penitente, come avrebbe potuto fare qualunque altro, ma lo animava a comunicarsi con frequenza, come altri non si sarebbe sentito in animo di fare. Perfino la comunione mensile si stava allora un privilegio da concedersi con grande moderazione. Don Bosco si professa a lui debitore, se non fu dai compagni trascinato a certi disordini non rari purtroppo, dove convengono numerosi gli studenti.
Giovanni portava scolpito nella memoria l'ammonimento datogli dalla mamma, allorchè l'aveva lasciato a Castelnuovo. - Sii divoto della Madonna, - gli aveva detto a mo' di saluto. Memore della pia raccomandazione, frequentava di preferenza a Chieri la splendida chiesa di Santa Maria della Scala. Due volte al giorno, mattino e sera, vi si recava a salutare e a pregare la sua Madre celeste.
L'anno scolastico 1831-32 terminò con poca sua soddisfazione. L'aver fatto tre classi in un anno era stato un guadagno di tempo, ma un'abborracciatura per gli studi. Egli ne aveva coscienza, tanto che per rimediarvi risolse di applicarsi seriamente nelle vacanze. Non dormiva più nella troppo angusta casa paterna, ma in una piccola cascina là presso, abitata dal fratello Giuseppe e situata in una proprietà, che Margherita aveva preso a mezzadria da un Febbraro. Il luogo appartato favoriva il raccoglimento dello studioso.
Oltre a questo, grazie ai buoni uffici del parroco di Castelnuovo, andava ogni mattino a prendere lezione dal viceparroco, giovane prete fornito di una discreta cultura letteraria e ben provvisto di autori classici. In compenso, Giovanni dedicava qualche ora a governare il cavallo e la stalla del parroco. Quando il parroco non metteva l'animale alla carrozza ed egli doveva fargli fare moto, si spassava saltandogli in groppa mentre galoppava, e standogli in piedi sul dorso durante la corsa.
Merce lo studio di quei mesi entrò nella terza così ben preparato, che vi primeggiò tutto l'anno. Gli fioccavano richieste di ripetizioni anche per alunni della quarta e della quinta. Egli ne accettava quante poteva. Le non laute retribuzioni erano per il povero figliolo una vera provvidenza.
Alla fine visitò le scuole un commissario governativo, incaricato anche di presiedere agli esami. Benché per la sua proverbiale inesorabilità fosse lo spauracchio degli studenti, promosse tutti gli alunni della terza, che erano quarantacinque. Giovanni però corse un serio pericolo. Aveva passato copia di una sua versione ad altri e il presidente lo voleva rimandare. Lo salvò la benevolenza del suo professore, che riuscì a ottenergli la grazia di un secondo esperimento.
Nel settembre le sue vacanze furono allietate da una cara festa, a cui non aveva mai assistito: una Messa novella a Castelnuovo. Neolevita era il castelnovese Don Cafasso, che egli già conosceva adorno di segnalate virtù e che tanta parte doveva avere agli inizi della sua vita sacerdotale. Vi partecipò con tutta l'anima.
Il terzo anno di Chieri l’obligò al cambiamento di pigione. Dalla casa di prima si dovette ritirare, perché non poteva più godervi il beneficio della pensione gratuita, avendo il figlio della padrona terminato il ginnasio. Mamma Margherita lo allogò presso un caffettiere e liquorista per nome Pianta, suo cugino, il quale gli dava l'alloggio gratuito e la minestra, mentre a Giovanni per compenso toccava fare da garzone di bottega.
Ma quale alloggio! Sopra il forno delle paste si apriva un vano, tutto apertura e poco sfondo. Là gli fu accomodata la cuccetta per dormire. Venuta l'ora, lo studente di umanità appoggiava alla parete una scala a piuoli, si spingeva dentro carponi e s'adagiava in modo da non allungarvisi del tutto, affinché le estremità inferiori non isporgessero dall'orlo. Poi c'era l'appetito da saziare, appetito di un adolescente provvisto di buono stomaco. Le ripetizioni gli fruttavano qualche cosa, qualche cosa gli portava la madre; ma l'occorrente per la scuola e per vestirsi gli lasciava poco margine per la bucolica. I compagni che lo amavano e avevano sentore delle sue privazioni, cercavano modo di soccorrerlo. Degno di particolare menzione è Giuseppe Blanchard, suo coetaneo, il quale s'ingegnava di procurargli sovente pane e frutta; del che Don Bosco gli professò riconoscenza fino all'estremo della vita.
Il tenue beneficio poi del caffettiere gli costava ben caro. Doveva perfino stare inchiodato nella sala del biliardo per notare le puntate. Portava sempre un libro; ma parole blasfeme o lascive gli ferivano spesso l'orecchio e ne disturbavano la lettura assai più che i colpi secchi delle palle d'avorio e il vociare dei giocatori. A volte richiamava i colpevoli, che non sempre erano disposti ad ascoltarlo in pace e talora fecero istanza che quel ragazzo venisse allontanato, perchè dava soggezione.
Anche nella nuova dimora si ricordò del proverbio che dice: Impara l'arte e mettila da parte. Quando venne via da quella casa, egli sapeva non solo far cucina, ma confezionare i liquori e i dolci di pasta che si spacciavano nella bottega, a segno che il padrone lo circuì con lusinghiere profferte, perchè si associasse a lui nel condurre il suo esercizio.
L'anno della quarta fu coronato da splendida promozione. Il commissario governativo lo interrogò in greco sopra un periodo di Tucidide, scrittore che presenta non lievi difficoltà di lingua e di stile; ma egli se la cavò con onore. Poi gli aperse a caso i Paradossi di Cicerone, invitandolo a tradurre. Bosco, visto il punto, cominciò dal titolo greco e recitò tranquillamente a memoria tutto quel paragrafo. L'esaminatore ascoltava stupito e quando il candidato passava al paragrafo seguente: - Basta, esclamò, dammi la mano. Voglio che siamo amici. - Quindi si mise a conversare familiarmente con lui di cose estranee all'esame. Le loro relazioni continuarono parecchi anni dopo.
Giovanni trascorse l'ultimo anno di ginnasio nella casa di un tal Cumino sarto, dal quale era stato già a dozzina il giovane Cafasso. Il novello vicario di Castelnuovo, Don Cinzano, amante delle belle lettere, lo soccorreva, parte da se, parte per mezzo di signori del paese. Il nostro studente dovette per alcuni mesi adattarsi a stare al piano terreno in una rimessa, che aveva fatto anche da stalla. Don Cafasso, che si conservava in buoni rapporti col padrone, quando lo seppe, gli ottenne un appartamento meno disagiato e più decente.
Nelle prime settimane dell'anno scolastico gli accadde un fatto clamoroso. Aveva per compagno di scuola, non di classe, un giovane quindicenne, per nome Luigi Comollo, che solo a vederlo sembrava un angelo, tanta era la sua compostezza, modestia e affabilità. apparteneva alla quarta, ma una medesima aula riudente in modo che fossero dai soci spontaneamente accettati. Tutti i giorni festivi anelavano in gruppo alla chiesa dei Gesuiti, dove si faceva un catechismo con esempi attraentissimo. Lungo la settimana si adunavano nella casa d'uno della Società per discorrere di cose belle e buone, ammettendovisi anche estranei che lo desiderassero. Scrive Don Bosco: " Ci trattenevamo alquanto in amena ricreazione, in pie conferenze, letture religiose, in preghiere, nel darci buoni consigli e nel notarci a vicenda quei difetti personali, che ciascuno avesse osservato o dei quali avesse da altri udito parlare ". Inoltre andavano spesso e insieme ai Sacramenti e a prediche, delle quali vi era dovizia in una città così popolata di comunità religiose. L'anima di tutto, ben si capisce, era Giovanni Bosco.
Ne egli limitava la sua azione alla Società dell'Allegria, ma in certe circostanze gradiva che vi si unissero pure altri compagni. Così faceva quando eseguiva giochi di prestigio, dei quali erano tutti molto curiosi, e quando, formate discrete carovane, le conduceva a qualche divota chiesa della Madonna, o all'assalto di colline circostanti, a cogliere funghi per i boschi di Superga o a visitare il santuario della Consolata in Torino. Nel mese di maggio dava la caccia ai più discoli, attirandoli con le sue ingegnose trovate a Santa Maria della Scala per farli confessare.
Nelle ferie estive introdusse la Società dell'Allegria fra i suoi amici di Morialdo, che ogni anno, saputo del suo ritorno da Chieri, gli movevano incontro a gran distanza dal paese e lo accompagnavano in trionfo alla casa paterna. Durante quei mesi nei dì festivi radunava ragazzi quanti più poteva, insegnava loro il catechismo, li ammaestrava nel leggere e scrivere; ma non prodigava loro gratuitamente quest'ultimo beneficio. La retribuzione da lui richiesta consisteva nel confessarsi e comunicarsi una volta al mese. Nelle vacanze dopo la quinta ginnasiale aveva ormai una specie di oratorio festivo con una cinquantina di fanciulli, dei quali scrive: " Mi amavano e mi obbedivano come, se fossi stato loro padre ".
Nell'aiutare i condiscepoli in cose scolastiche non era accettatore di persone: la carità non guarda in faccia a nessuno. Perciò egli non trascurava neppure gli israeliti. Ne conosceva alcuni di altre classi. Quando al sabato il professore assegnava un cómpito per la sera, Giovanni notava che essi, facendolo, vano contro coscienza per il divieto della propria legge, e non facendolo venivano berteggiati dai compagni, giacchè a quei tempi erano comunissime fra ragazzi le gazzarre contro i figli del ghetto. Per evitare ciò, egli, avuto il tema, lo dava loro bell'e fatto.
La carità opera miracoli. Giovanni, stando dal Pianta, si era amicato un giovane ebreo di nome Giona, che andava spesso al gioco del bigliardo. Vago di aspetto, aveva una voce incantevole e gustava assai d'intrattenersi ivi con Giovanni a cantare, a sonare il piano, a leggere, a chiacchierare. Così sensim sine sensu il non meno simpatico guardiano della sala gli s'insinuò nell'animo, catechizzandolo a poco a poco e così bene, che gli fece nascere il desiderio di essere cristiano. Un giorno la madre di Giona, rifacendogli il letto, scoperse il catechismo, che egli leggeva di notte e poi nascondeva in un angolo fra il materasso e il pagliericcio: Quella donna diventò una furia. Corse dal rabbino, mise sossopra il parentado, minacciò a Giovanni il finimondo. Ma Giona stette saldo, ne ci fu violenza che valesse a smuoverlo, tanto che ricevette con grande solennità il battesimo e il suo esempio guadagnò alla Chiesa parecchi correligionari. La sua riconoscenza per Don Bosco durò imperitura, nè lasciò mai di visitarlo di quando in quando nell'Oratorio.
La generosità nel mettere il suo sapere a disposizione del prossimo procurò all'apostolo delle vocazioni tardive una nuova esperienza. Nel duomo egli aveva frequenti incontri col sagrestano maggiore, certo Palazzolo, che nonostante i suoi trentacinque anni, il corto ingegno, la mancanza di mezzi e le non poche occupazioni, smaniava di farsi prete. Un giorno dunque pregò Giovanni che gli facesse scuola. Per due anni questi spese quotidianamente il tempo necessario per dargli lezione, finché l'ebbe preparato all'esame della vestizione chiericale. Ebbene, diede l'esame e fu promosso. Entrato poi Giovanni nel seminario, il Palazzolo andava a prendere da lui lezioni di filosofia e di teologia, presentandosi regolarmente agli esami. Celebrò la prima Messa nello stesso giorno che Don Bosco, il quale lo aiutò ancora con ripetizioni di morale. Fu buon prete, buon confessore e buon rettore del santuario di S. Pancrazio a Pianezza.
Neppure perdeva di vista i giovanetti popolani. Li cercava per piazze e strade e bel bello li spingeva al catechismo. Dove accorrevano in molti a giocare, egli compariva in mezzo a loro, giocava con essi e s'ingegnava di avviarli alla chiesa o d'interessarli con piacevoli e utili racconti.
A Chieri finalmente il ginnasta e giocoliere dei Becchi affinò la sua arte e arricchì il suo repertorio. Scrive: " Carte, tarocchi, pallottole, piastrelle, stampelle, salti, corse, erano divertimenti di sommo mio gusto, in cui, se non era celebre, non era certamente mediocre. Se nei prati di Morialdo ero piccolo allievo, in quell'anno ero divenuto un compatibile maestro ". Perciò egli dava spesso rivati e pubblici spettacoli. In quei trattenimenti cantava anche, sonava e improvvisava versi. Favorito dalla memoria, aveva familiarissimi Dante, Petrarca, Tasso, Parini, Monti e tanti altri poeti, sicchè se ne valeva come di roba sua e gli riusciva facilissimo trattare estemporaneamente qualunque argomento. In tempi di così poche distrazioni i suoi giochi sembravano cose dell'altro mondo.
Nel 1834 un suo saggio di abilità ginnastica riempì Chieri della sua fama. Da alcune domeniche un saltimbanco gli portava via buona parte dei ragazzi nelle ore delle sacre funzioni. Egli tentò bene di fargli adottare un orario più ragionevole; ma l'altro gli rise in faccia, anzi ne prese occasione per ischernire gli studenti chieresi, dicendo che, se non erano marmotte, venissero a misurarsi con lui. La provocazione li ferì, sicchè ne fecero una questione di corpo. Si volle forzarlo a rimangiarsi la parola, nè c'era altri che Bosco capace di farsi loro paladino. Troppi motivi gli consigliavano di contentare i suoi amici; quindi si dichiarò pronto a scendere in lizza con qualunque esercizio ginnastico. Quel tale, più che sicuro di poterlo prendere di sottogamba, non esitò ad accettare la controsfida.
La notizia dell'imminente incontro destò una grande curiosità nella cittadinanza. Si fecero le cose a modo: specificazione della gara, scelta del terreno, designazione dei giudici, premio del vincitore. Dovevano fare alla corsa; la posta era di venti lire. Per Giovanni, in caso di perdita, la Società dell'Allegria avrebbe raccolto la somma. Accorse mezza città. Giovanni si segnò, pregò un istante e fu dato il segno. Nel primo tratto il rivale, scagliatosi come una saetta, aveva il vantaggio; ma poi, rallentatosi per istanchezza, venne sorpassato dal giovane competitore, che avanzò sempre con passo eguale, finchè gli arrise la vittoria.
L'avversario allora lo sfidò al salto con la scommessa di quaranta lire. Bisognava slanciarsi da un margine all'altro di un fosso largo e pieno di acqua corrente, il quale aveva dalla parte opposta un parapetto. Il ciarlatano colle punte dei piedi toccò di balzo il muricello; più in là non restava un centimetro di spazio. Come cavarsela? Gli spettatori stavano sospesi. Giovanni fa il salto della gora e senza toccare terra pianta le mani sul muro e con rapida mossa vi si rizza sopra fra un subisso di applausi.
Insofferente dello smacco, il vinto propose un gioco di destrezza. Scelsero il bilico della bacchetta; scommettendo ottanta lire. Giovanni prende la bacchetta, vi sovrappone il cappello e la fa scorrere dalla palma sinistra nella destra, poi sulle punte delle dita dal mignolo al pollice, dalle nocche al gomito e alla spalla; indi sul mento, sulle labbra, sul naso, sulla fronte; infine per ritroso calle la ritorna sulla palma di prima: naturalmente senza mai rimetterla dritta con qualunque delle mani. Gli spettatori tenevano il fiato. Un grido di soddisfatta ammirazione salutò la mossa finale. Don Bosco settantenne il 25 luglio 1885 a Mathi Torinese, raccontate piacevolmente ad alcuni intimi queste e altre sue prodezze giovanili, fece roteare per alcuni minuti il bastone poggiato soltanto sulla punta del pollice destro.
L'emulo aveva accettato di buon grado quella prova, perchè diceva essere il suo forte; ma per la terza volta non ebbe fortuna, poichè, spiegata mirabile destrezza fino alle labbra, si urtò nel naso e addio! L'umiliazione di dover soccombere a uno studentucolo l'indusse allora a un estremo tentativo. Senza tanto riflettere: - Cento lire, disse, chi giungerà a posare i piedi più vicino alla vetta di quest'olmo! - Giovanni accettò. Salì colui per primo: uno scoiattolo non sarebbe più rapidamente arrivato fin dove sembrava possibile arrivare. Quella volta gli amici di Giovanni videro perduto il loro campione.
Ma se con arte e con ingegno s'acquista mezzo regno, dice il proverbio, con ingegno e con arte s'acquista l'altra parte. S'arrampicò fin dove potè; quindi, afferratosi al tronco, lanciò in alto il corpo, sicchè i piedi gli andarono un bel po' più su del punto dove l'altro aveva posato i suoi.
Il pover'uomo restò là col danno e con le beffe. Gli era toccato sborsare 240 lire. Ma Bosco giovane aveva il cuore di Don Bosco uomo fatto. Propose al malcapitato la restituzione del danaro a patto che pagasse un pranzo a' suoi amici. La proposta venne accettata senza discussione. Giovanni e ventidue suoi fautori parteciparono all'allegro banchetto, che costò quarantacinque lire. Il ciarlatano ne rintascò 195 e la sera stessa portò altrove le sue carabattole.
Il campanaro del duomo, amico di Giovanni che incontrava sovente nella chiesa, sonò per tutta la vita a campane doppie sui fatti di quell'epica giornata.
In un caso speciale faceva capolino fin d'allora una caratteristica disposizione pedagogica di Don Bosco. Scorgendo crocchi di condiscepoli o di conoscenti, dove gli paresse che il conversare varcasse i limiti della decenza, vi s'introduceva abilmente e per distrarre gli animi proponeva giochi curiosi, come prendere da terra un soldo con l'indice e il mignolo della stessa mano, piegarsi all'indietro fino a toccare col capo il suolo, congiungere bene i piedi e chinarsi a baciare la terra senz'appoggiarvi le mani. Dopo una serie di simili sforzi gli tornava facile volgere, come piacesse a lui, la conversazione.
Per avere un'idea di quanto fosse desiderato nei ritrovi giovanili a motivo della sua valentia di prestigiatore, basti sapere le sorprese che procurava al padrone di casa, uomo di colombina semplicità. Questi nel suo onomastico aveva preparato per i dozzinanti un pollo in gelatina; ma, posato sulla mensa il vassoio coperto, lo scoperchiò e ne saltò fuori, starnazzando le ali, un gallo. Più volte, riempita di vino una bottiglia, la trovava nell'atto di mescere piena d'acqua. Talora bei confetti si convertivano in fette di pane, le monete della borsa in pezzi di latta, il cappello in cuffia, noci e nocciole in lapilli. I suoi occhiali gli sparivano e poi se li trovava in tasca, dove pure aveva frugato e rifrugato; il portafoglio e altri oggetti a un cenno di Giovanni divenivano irreperibili. Una volta ripose una chiave in parte che credeva nota a se solo; ma Giovanni scommise che l'avrebbe fatta comparire sulla tavola, ed eccola, finito di scodellare la minestra, in fondo alla zuppiera.
Il dabben uomo per un poco rise; ma poi s'impensierì e sospettò che c'entrasse il diavolo. Confidò il suo timore a un prete vicino di casa e questi ne parlò all'arciprete del Duomo, che era anche delegato delle scuole. Un giorno pertanto il rispettabile ecclesiastico mandò a chiamare Bosco. Questi mangiò la foglia, e fece i suoi piani. L'arciprete, ricevutolo mentre diceva vespro e pregatolo di lasciarlo finire, menò prima un po' il cane per l'aia, finchè affrontò lo scabroso argomento. Giovanni ascoltava senza scomporsi. Interrogato categoricamente, finse di restare qualche minuto sopra pensiero; quindi gli chiese l'ora precisa. Non trovò più l'orologio! Gli chiese una moneta da venticinque centesimi. Non trovò più il borsellino! - Servo del diavolo! - gli gridò in faccia, balzando dal seggiolone. Poco mancò che non desse di piglio a un randello. Minacciò per altro di denunziarlo. Se non che la calma sorridente del giovane lo richiamò a più miti consigli. Rimessosi a sedere, venne alle buone e gli chiese spiegazioni.
Fu presto spiegato. Di parola in parola egli si ricordò che poc'anzi rincasando aveva estratto il borsellino per fare limosina e poi l'aveva posato sopra un inginocchiatoio; si ricordò pure, che aveva lasciato l'orologio sopra un tavolino. A quel punto: - Ecco l'uno e l'altro, - disse Giovanni, sollevando dal tavolo un paralume. Il buon ecclesiastico rise di cuore, volle vedere alcuni giochi, gli fece un regaluccio e lo accommiatò dicendo: - Va', va', di' a tutti che ignorantia est admirationis magistra.
Da tutto il narrato fin qui si rileva come l'ascendente goduto dal Bosco sulla gioventù chierese fosse quello di un vero dominatore. Tuttavia il lato più interessante di questo suo dominio morale stette nella sagacia, con cui escogitava, e nello zelo, con cui metteva in opera i mezzi più adatti a fare del bene fra i giovani.
È di quel tempo un fatto che non può non colpire l'attenzione di un osservatore. Giovanni Bosco nella quinta ginnasiale ebbe venticinque compagni. Orbene di essi ventuno entrarono nella carriera ecclesiastica. La lunga e familiare consuetudine con lui non sarà valsa a nulla per mantenere vivo in loro il fuoco sacro della vocazione
CAPO VI
SCIENZE SACRE E PRESBITERATO
Giovanni Bosco, quando finì il ginnasio, aveva vent'anni sonati. Era venuto il momento di muovere i primi passi nella carriera sacerdotale; ma la vocazione, che sembrava additargli con precisione la strada, lo mise improvvisamente a un bivio. L'idea di farsi prete che lo accompagnava dallo sbocciare della ragione, restava immutata; sul modo per altro di tradurla in atto gli si era affacciata una seria incertezza. Doveva essere prete secolare o prete regolare?
Nelle vacanze della terza ginnasiale la prima Messa di Don Cafasso lo richiamò per la prima volta a riflettere positivamente sulla scelta dello stato, che fino allora aveva vagheggiato piuttosto in astratto. Dal pensiero vago del sacerdozio scendendo al concreto, si sentì assalire da forti dubbi. Lo sbigottivano la sublimità dell'ufficio e della missione, l'umile sentimento della propria miseria e la gravità degli obblighi. Il peggio è che non aveva a chi ricorrere per consiglio. Il confessore badava a fare di lui un buon cristiano senza volersi punto impicciare di vocazione. C'erano i sogni; ma Giovanni non vi prestava fede. Venne dunque, com'egli scrive, alla conclusione di dire a se stesso: " Se io rimango chierico nel secolo, la mia vocazione corre gran pericolo di naufragio. Abbraccerò lo stato ecclesiastico, rinuncerò al mondo, andrò in un chiostro, mi darò allo studio, alla meditazione, e così nella solitudine potrò combattere le passioni, specialmente la superbia, che nel mio cuore aveva messo profonde radici ". Decise pertanto di farsi francescano.
Lo seppero il parroco e la madre. Mamma Margherita gli dichiarò senza ambagi: " In queste cose io non c'entro, perchè Dio è prima di tutto. Non prenderti fastidi per me. Io da te non voglio niente: niente aspetto da te. Ritieni bene: se ti risolvessi allo stato di prete secolare e per tua sventura diventassi ricco, io non verrò a farti neppure una sola visita. Ricordalo bene! ". Il parroco al contrario si adoprò energicamente per distornarlo.
Giovanni non gli diede retta, ma nelle vacanze pasquali del 1834 presentò formale domanda di entrare nei Frati Minori, detti allora Riformati. Subì infatti l'esame a Torino nel loro convento di Santa Maria degli Angeli, fu ammesso e doveva andare per il noviziato nel convento chierese della Pace. Mancavano pochi giorni a entrarvi, quando in uno stranissimo sogno s'intese dire: - Altro luogo, altra messe Dio ti prepara. - Ma non vi fece caso. Senonchè, recatosi ai Becchi per ricevere la benedizione materna prima d'indossare il saio, una circostanza da nulla gli attraversò la via. Quel tal fabbro castelnovese, che lo amava e ammirava e aveva intúito più fino che non portasse la sua arte, tanto insistette che lo indusse a sospendere ogni cosa e a consigliarsi prima con Don Cafasso. Il santo prete, come l'ebbe ascoltato, lo dissuase dal farsi frate e quasi divinamente ispirato gli disse: - Andate avanti tranquillo. Entrate in seminario e secondate ciò che la Divina Provvidenza vi sta preparando. - Proprio allora per la terza volta risognò quello che aveva sognato a nove anni; leggiamo infatti nelle memorie: " Il sogno di Morialdo si ripetè nel mio diciannovesimo anno di età e altre volte in seguito ". Senza tuttavia rinunziare alla vita religiosa, soprassedette e riprese con lena gli studi.
Angustie di spirito lo riassalirono verso la fine della quinta ginnasiale. In quell'anno aveva stretto intima amicizia col santo giovane Luigi Comollo; a lui quindi confidò la sua perplessità sulla scelta del seminario o del chiostro. Pregarono fervorosamente insieme. Parve che il volere del cielo si manifestasse in tre consigli indipendenti fra loro, ma tutti concordi. Venivano essi da Don Comollo, zio di Luigi, dal suo nuovo parroco Don Cinzano e da Don Cafasso, a cui si era di bel nuovo rivolto. A una conformità di sentimenti così impressionante, deposta l'idea del convento, diede l'esame di quinta e poi quello della vestizione chiericale; indi si applicò in cose che potessero giovargli a prepararsi per ricevere l'abito sacro. Prepararsi spiritualmente, s'intende; chè della preparazione materiale si occupò il parroco Don Cinzano. Espose questi le necessità del suo parrocchiano a Don Cafasso, il quale pensò senz'altro al teologo Guala. Don Guala dirigeva il Convitto Ecclesiastico di S. Francesco d'Assisi in Torino, scuola di perfezionamento per i novelli sacerdoti nello studio della teologia morale. Quanto ricco altrettanto caritatevole, egli godeva tutta la fiducia dell'arcivescovo Fransoni, da cui ottenne per il Bosco un anno almeno di trattamento gratuito nel seminario archidiocesano di Chieri. L'ingresso nel sacro luogo giungeva proprio a tempo per l'esenzione dal servizio militare, da cui le leggi d'allora dispensavano gli alunni del santuario.
Fatto il più, gli restava da fare il meno, che però, date le sue condizioni, non era poco; voglio dire il provvedersi degli abiti chiericali. Una parola di Don Cinzano ad alcuni della parrocchia fu sufficiente, perchè gli procurassero chi la talare, chi il cappello, chi il colletto e la berretta, chi scarpe, calze e altro. Il parroco gli donò il proprio soprabito. Per la prima volta Don Bosco sperimentò una cosa che in seguito sarebbe divenuta per lui ordinaria, avere egli cioè bisogno di tutti.
Lo vestì Don Cinzano nella chiesa parrocchiale di Castelnuovo la domenica 25 ottobre 1835. Dalle terre intorno sciami di giovani accorsero con gioia alla cerimonia. Dopo, quand'egli uscì sul sacrato, essi, vedendolo avanzarsi sorridente, ma dignitoso sotto le nuove spoglie, si appressavano a lui peritosamente e sgranando gli occhi; ma tosto compresero che potevano trattarlo con la solita confidenza. Nel pomeriggio lo aspettava una lezione inattesa. Il parroco per festeggiare la vestizione lo condusse alla sagra di Bardella, borgata di Castelnuovo. Il chierico presentì che vi si sarebbe trovato fuori di posto, facendovi la figura, dice egli, " d'un burattino vestito di nuovo che si presenta al pubblico per essere veduto ". Inoltre dopo più settimane di pia preparazione all'atto di quel giorno, gli ripugnava doversi trovare fra gente in gozzoviglia. Tuttavia per non causar dispiacere vi si lasciò trascinare. Ne tornarono a tarda ora. Egli appariva pieno di malinconia. Il parroco, al vederlo taciturno, gli domandò perchè si fosse mostrato tanto ritenuto e pensieroso. Sinceramente rispose che la funzione del mattino gli era parsa discordare in genere, numero e caso, con la baldoria della sera; anzi, scrive d'aver soggiunto: " L'aver veduto coloro che meno avrei creduto, fare i buffoni in mezzo ai convitati, pressochè brilli di vino, mi ha quasi fatto venire in avversione la mia vocazione. Se mai sapessi, di venire un prete come quelli, amerei meglio deporre quest'abito e vivere da povero secolare, ma da buon cristiano, ovvero ritirarmi dal mondo e farmi Certosino o Trappista. Formò allora in cuor suo il fermo proposito di non prendere parte mai più a simili festini.
Nei dì seguenti mise in carta un programma di vita ruminato già da parecchio. " Negli anni addietro, dice riportandolo nelle Memorie, non era stato uno scellerato ma dissipato, vanaglorioso, occupato in partite, giochi, salti, trastulli ed altre cose simili, che rallegravano momentaneamente, ma che non appagavano il cuore ". Quindi non più giochi, non più violino, non più caccia, ma ritiratezza, temperanza, pie letture, vigile custodia della castità e ogni giorno qualche racconto edificante o qualche massima utile alle anime altrui. " Ciò farò, scrisse, coi compagni, cogli amici, coi parenti e quando non posso con altri, lo farò con mia madre ". Le cose deliberate andò a leggerle dinanzi a un'immagine di Maria, promettendo formalmente alla Madonna di osservarle a costo di qualunque sacrificio.
Al mattino del 30 ottobre si chiusero dietro di lui le porte del seminario. Che da uccello di bosco diventare a un tratto uccello di gabbia, massime nell'età e col temperamento di Giovanni, non fosse allegro trapasso, dovette essere là entro una delle sue prime impressioni. Infatti, ispezionando con un amico e condiscepolo il massiccio e severo edificio, s'arrestò dinanzi a una meridiana recante questo esametro: Afflictis lentae, celeres gaudentibus horae. L'applicazione fattane da lui rispondeva forse a una sua interna preoccupazione. " Ecco, disse, il nostro programma stiamo sempre allegri e passerà presto il tempo ". Ma una cosa che gli rese piacevolissimi, com'egli ci assicura, i sei anni di seminario, fu la costante esattezza nell'adempimento di tutti i suoi doveri.
Pene non gli mancarono; una ce la descrive così a vivi colori: " Io amava molto i miei superiori ed essi mi hanno sempre usato molta bontà; ma il mio cuore non era soddisfatto, perché essi difficilmente si rendevano accessibili ai chierici. Il rettore e gli altri superiori solevano visitarsi all'arrivo dalle vacanze e quando si partiva per le medesime. Niuno andava a parlare con loro, se non nei casi di ricevere qualche strillata. Uno dei superiori veniva per turno a prestare assistenza ogni settimana in refettorio e nelle passeggiate, e poi tutto era finito. Fu questa l'unica pena che ebbi a provare in seminario. Quante volte avrei voluto parlare e chiedere loro consiglio o scioglimento di dubbi e non poteva! Anzi, accadendo che qualche superiore passasse in mezzo ai seminaristi, senza saperne la cagione ognuno fuggiva precipitoso a destra e a sinistra, come da una bestia nera. Ciò accendeva sempre più il mio cuore del desiderio di essere presto prete per trattenermi in mezzo ai giovanetti, per assisterli, venire a conoscerli bene, sorvegliarli sempre, metterli nell'impossibilità di fare il male ed appagarli in ogni occorrenza ".
Gli rincresceva poi grandemente che la comunione fosse concessa solo nei dì festivi. Per frequentarla nei giorni feriali bisognava con un'infrazione del regolamento andare di soppiatto durante la mezz'ora della colazione nell'annessa chiesa pubblica, fare la comunione e poi raggiungere digiuno i compagni tornanti allo studio e alla scuola. Su tale irregolarità però i superiori chiudevano un occhio. " Con questo mezzo, leggiamo nelle Memorie, ho potuto frequentare assai più la Santa Comunione, che posso chiamare con ragione il più efficace alimento della mia vocazione ".
Trovò di suo gusto l'ordinamento degli studi. Non costandogli fatica seguire e ritenere le lezioni dei professori, utilizzava fuori della scuola ogni briciolo di tempo. In ricreazioni più lunghe i volonterosi, raccogliendosi intorno a lui nel refettorio, facevano un circolo, che equivaleva a una ripetizione scolastica. Nelle loro discussioni usavano la lingua latina. Bosco vi era considerato come presidente e giudice inappellabile.
Quanti ritagli di tempo uno studioso di buona volontà può mettere a profitto nel corso della giornata! Egli nel primo anno di filosofia si lesse cosi le voluminose opere del Bartoli e del Cesari. Nel secondo conobbe per caso il De imitatione Christi, di cui ignorava l'esistenza. Gli cadde sotto gli occhi un capo del quarto libro sull'Eucarestia. Ne rimase così rapito e invaghito, che si disamorò delle letture profane e si diede a leggere le Antichità giudaiche e la Guerra giudaica di Flavio Giuseppe, i Ragionamenti sulla religione del Marchetti, le Conferenze del Frayssinous, il Balmes, le Storie Ecclesiastiche dell'Henrion, del Fleury e del Bercastel, il Cavalca, il Passavanti, il Segneri. Negli anni di teologia maneggiava S. Agostino, S. Girolamo e specialmente S. Tommaso, del quale mandò a memoria lunghi tratti su gli argomenti di maggiore importanza; lesse tutta la Bibbia nei commenti dell'Alapide e del Tirino, e la Storia del Vecchio e del Nuovo Testamento del Calmet; studiò la geografia dei Luoghi Santi e prese larga conoscenza dei Bollandisti. Erano le opere che poteva somministrargli la biblioteca del seminario.
Tante letture non costituivano per lui un ingombrante sovraccarico intellettuale? No. " La mia memoria, scrive, continuava a favorirmi, e la lettura e spiegazione dei trattati fatte nella scuola mi bastavano per soddisfare ai miei doveri. Quindi tutte le ore stabilite per lo studio io le potevo occupare in letture diverse. I superiori sapevano tutto e mi lasciavano libertà di farlo ". Infatti primeggiò sempre nelle varie classi. All'esame semestrale si soleva assegnare un premio di sessanta lire a chi superava i compagni nei voti di studio e di condotta. Orbene in tutti i sei anni di seminario fu sempre Bosco il favorito. Nel secondo anno di filosofia un competitore di grandissimo ingegno gli si agguagliò. I superiori proposero loro di fare a metà del premio. Giovanni acconsentì; ma l'altro, benchè di famiglia molto ricca, nicchiava, volendo forse tutto per sè, più che il denaro, l'onore. Furono quindi sottoposti a una seconda prova, nella quale Giovanni riportò la palma.
Le vacanze, che duravano quattro mesi e mezzo, gli offrivano tutto l'agio d'immergersi in studi prediletti. In quelle del 1836 ebbe una buona ventura. Gli stava molto a cuore approfondirsi nel greco, appreso discretamente nel ginnasio superiore, e non gli si poteva porgere occasione migliore di farlo. Il colera minacciava Torino. I Gesuiti anticiparono per questo la partenza dei loro convittori dal Collegio del Carmine, conducendoli alla villeggiatura di Montaldo Torinese; ma il personale insegnante non potè allontanarsi dalla città, dovendo continuare l'insegnamento agli esterni, sicchè bisognò andare in cerca d'insegnanti per gli altri. Don Cafasso, consultato, propose lui per una classe di greco. Tale congiuntura lo obbligò a occuparsi seriamente di questa lingua, aiutato dalla preziosa compagnia di un Padre che era profondo grecista e sotto la cui direzione tradusse quasi tutto il Nuovo Testamento, due libri di Omero e parecchie odi di Pindaro. Il medesimo Padre per altri quattro anni si tenne in corrispondenza con lui, rivedendogli ogni settimana e rimandandogli corretta qualche sua versione o composizione greca. Il 10 febbraio 1886 a Torino Don Bosco fu udito recitare lunghi brani di S. Paolo in greco, che molto probabilmente non aveva più riletti dopo d'allora.
A Montaldo, essendo pure assistente di una camerata, avvicinò giovani di ragguardevoli famiglie, la conoscenza dei quali gli tornò molto utile in seguito. Appressandosi il tempo di rientrare in seminario, egli non aveva ancora potuto studiare una parte della metafisica non spiegata in classe e obbligatoria per l'esame di novembre. Ci si mise negli ultimi giorni, superando poi felicemente la prova, il che gli procurò il condono di mezza pensione, solito a concedersi ai più studiosi e più poveri.
A due altri studi che gli erano cari, si dedicò nelle diverse ferie, ad apprendere cioè gli elementi delle lingue ebraica e francese. Della seconda imparò quanto gli bastava per intendere e farsi intendere. Della prima acquistò le nozioni sufficienti per una buona esegesi scritturale. Nel 1884 a Roma, presente Don Lemoyne, discusse con un professore d'ebraico sul valore di certe frasi bibliche, confrontando a memoria luoghi paralleli nel testo originario.
Avaro del tempo per sè, n'era prodigo per gli altri, vale a dire per i compagni seminaristi e per i giovani esterni.
I compagni, ed egli non ne fa mistero, non erano tutti farina da far ostie; non pochi anzi avevano la testa piena di mondanità, sicchè qual prima qual poi se n'andavano. Nel 1874 uscì a Torino una specie di romanzucolo, che pigliava di mira Don Bosco chierico e giovane sacerdote: una vera canagliata, il cui autore sotto lo pseudonimo malamente celava vecchi livori di seminarista fallito. Da tale genia dunque gli era forza tenersi bene in guardia. Nondimeno, richiesto di servizi, non faceva distinzioni. L'aspetto ilare, le maniere piacevoli, la condiscendenza cordiale invogliavano chicchessia a incomodarlo. Quindi fare berrette, radere barbe, tosare capelli, rammendare abiti, rattoppare scarpe, assistere e medicare infermi, cavare denti, sciogliere difficoltà scolastiche, ripetere lezioni, sunteggiare trattati, imprestare libri, rasserenare volti rannuvolati, tutto faceva con animo generoso in ogni occasione. Non avendo approvato Don Cafasso il suo proponimento di astenersi affatto dai giochi di prestigio, rallegrava talora con essi le ricreazioni. Non ci fa meraviglia pertanto che egli scriva: " In seminario ho sempre goduto l'affezione de' miei compagni ".
Familiarizzava però solo con una piccola cerchia composta degli ottimi. Con questi si strinse in lega per promuovere l'osservanza delle regole e l'adempimento dei doveri di pietà e di studio. Di tre in particolare, Garigliano, Giacomelli e Comollo, scrive che furono per lui " un tesoro ".
Anche i giovani esterni si disputavano un po' del suo tempo. Gli amici del ginnasio riempivano nei giovedì il parlatorio, portandogli a rivedere quaderni e cómpiti. Nel primo anno era dei più assidui Comollo. Si stimava poi fortunato quando i superiori lo mandavano al Duomo per il catechismo dei fanciulli. Ad alcuni Salesiani raccontò un giorno che nel primo anno di filosofia si vide in sogno già prete, vestito di cotta e stola e intento a lavorare in una sartoria, non già cucendo cose nuove, ma rattoppando roba logora e accozzando insieme svariati pezzi di panno. In quel sogno, rimastogli fisso nella memoria, intravvide più tardi la sua speciale missione a vantaggio dei giovanetti sviati per effetto delle condizioni sociali.
Durante le vacanze nei giorni festivi, lasciati da parte i libri, radunava ragazzi quanti più poteva per il catechismo. La smania d'imparare, che cominciava a diffondersi anche nelle campagne, ne spingeva a lui anche di grandicelli, ai quali insegnava a leggere e scrivere, ponendo per condizione soltanto assiduità, attenzione e confessione mensile.
Due episodi accaduti in tempo di vacanze dimostrano qual concetto egli si fosse formato del decoro chiericale.
Una volta andò a Croveglia di Buttigliera, invitato a servire e a cantare nellafesta di San Bartolomeo. Tutto procedette bene, tanto in chiesa che al pranzo, servito da un suo zio, priore della solennità, e onorato dalla presenza del parroco. Levate le mense, fu pregato di fare una violinata, ma vi si ricusò. Insistettero; rispose che non aveva portato il violino. Era questo il suo strumento prediletto, al quale però aveva rinunziato. In un lampo gliene procurarono uno. Si scusò ancora, finchè un musicante gli propose che facesse a lui l'accompagnamento. " Miserabile! esclama contro di se nelle Memorie. Non seppi rifiutarmi ". Mentre sonava, udì un bisbiglio e un calpestio. Fattosi alla finestra, vide nel cortile una folla di gente che a quel suono danzava. Invaso dallo sdegno: " Come! disse agli astanti. Io che grido sempre contro ai pubblici spettacoli, io ne sono divenuto promotore? Ciò non sarà mai più ". Restituito il violino altrui, tornò a casa, prese il suo, se lo mise sotto i piedi e lo fece in cento pezzi. D'allora in poi insegnò bensì il modo di sonare quello strumento, ma senza mai più toccarlo con le proprie mani.
Un'altra volta, vista scappare una lepre, afferrò il fucile e la inseguì per campi, vigne e valli. Finalmente giunse a tiro e la colpì. " La povera bestia, scrive egli, cadde, lasciandomi in sommo abbattimento al vederla estinta ". Allo sparo accorsero i compagni congratulandosi del bel colpo. Ma il chierico, dando uno sguardo alla sua persona, s'avvide di essere senza sottana, in maniche di camicia, con un cappello di paglia in testa, lontano assai da casa sua. Gli parve allora di fare la figura del contrabbandiere e si sentì mortificatissimo. Chiesto scusa ai compagni del malo esempio e andatosene a casa, rinnovò la già fatta rinuncia a ogni sorta di caccia. " Con l'aiuto del Signore, dice, questa volta mantenni la promessa. Dio mi perdoni quello scandalo ".
Da questi incidenti cavò una lezione sulla necessità di maggiore ritiratezza. Osserva infatti: " Chi vuole dedicarsi schiettamente al servizio del Signore bisogna che lasci del tutto i divertimenti mondani. È vero che spesso questi non sono peccaminosi; ma è certo che pei discorsi che si fanno, per la foggia di vestire, di parlare, di operare, contengono sempre qualche rischio di rovina per la virtù, specialmente per quella delicatissima della castità ".
I suoi studi teologici cominciarono nell'autunno del 1837. La dogmatica, la morale e la storia ecclesiastica furono le tre discipline, in cui maggiormente s'ingolfò: il consueto circolo divenne, per dir così, il macinatoio che tritava le lezioni in modo da renderne la materia digeribile a tutti gli stomachi.
Accanto a questo circolo, affinchè non fossero trascurati gli studi letterari, creò un'accademia di dodici o quattordici seminaristi, che si adunavano in giorni di vacanza a ragionare di letteratura e anche di galateo. I soci leggevano composizioni proprie in prosa e in verso. Si facevano pure esercizi di sacra eloquenza. Libertà a ognuno di esprimere il suo giudizio. L'ultima parola spettava sempre a Giovanni. Un vecchio condiscepolo ricordò che egli non transigeva su cose di natura delicata. Una volta in un lavoro ben condotto biasimò garbatamente qualche frase che sapeva di galanteria nei riguardi delle donne, giudicando un tale linguaggio sconvenevole in bocca a un chierico. Il censurato, divenuto prete, incappò nell'eresia.
Nelle vacanze del primo anno di teologia, benchè semplice chierico, inaugurò la sua predicazione. Cinque volte montò in pulpito. La prima predica sul Rosario e la seconda sull'Assunzione, fatte ad Alfiano per invito di quel parroco, furono ben preparate; ma le due seguenti a Cinzano e a Pecetto le fece all'improvviso, perchè, mancato per caso il predicatore, nessuno dei preti là presenti s'arrischiava di sostituirlo così su due piedi.
Dopo la quinta a Capriglio ebbe un disinganno salutare. Dappertutto dov'era stato, si levava a cielo la sua abilità oratoria, " sicche', scrive egli, la vanagloria m'andò guidando ". Un giorno dunque volle interrogare sull'ultima uno de' suoi più intelligenti lodatori e cascò dalle nuvole al sentirlo magnificare quella stupenda predica sulle anime del Purgatorio, mentr'egli aveva parlato della Natività di Maria. Sconcertato e desideroso di vederci chiaro, interrogò pure il parroco di Alfiano. Questi francamente gli rispose che pochissimi avevano capito le sue prediche e lo esortò a rendersi popolare tanto per la forma quanto per il contenuto. " Questo paterno consiglio, scrive nelle Memorie, mi servì di norma in tutta la vita. Conservo ancora a mio disdoro quei discorsi, in cui presentemente non iscorgo più altro che vanagloria e ricercatezza ". lustus Prior est accusator sui, dice la Scrittura.
La questione finanziaria, risolta fino allora in vari modi, se la trovò bell'e sciolta sul principio del secondo anno di teologia, perchè fu fatto sagrestano della cappella, ufficio che lo liberava dal pagamento di metà della pensione, mentre alle rimanenti spese provvedeva la carità di Don Cafasso.
Nell'aprile del 1839 un grave dolore lo afflisse in morte di Luigi Comollo. Questo angelico giovane da circa tre anni viveva in cordiale intimità con lui. Erano in un certo senso due caratteri opposti, ma avevano due anime fatte per intendersi. Comollo, per esempio, nella pietà si abbandonava dolcemente a trasporti, che davano nell'occhio, Bosco invece sapeva contenere in se il fervore dello spirito evitando quanto avesse apparenza di singolarità e destasse ammirazione; uno tutto quiete e dedito ad austere penitenze, l'altro calmo, sì, e mortificato, ma insieme di buona compagnia e misurato anche nelle astinenze. Orbene " questo meraviglioso compagno fu la mia fortuna ", ci fa sapere Don Bosco, e ce ne spiega il come. " A suo tempo sapeva avvisarmi, correggermi, consolarmi con bel garbo e con tanta carità, che in certo modo era contento di dargliene motivo per gustare il piacere di esserne corretto. Trattava famigliarmente con lui, mi sentiva naturalmente portato a imitarlo; e sebbene fossi mille miglia da lui indietro nella virtù, tuttavia se non sono stato rovinato dai dissipati, e se potei progredire nella mia vocazione, ne sono veramente a lui debitore ".
Gracile di complessione, un chierico di sì belle speranze soccombette in età di 22 anni alle fatiche dello studio e all'intenso lavorio interiore. Un fatto strepitoso accadde in seminario la notte dopo il dì della sepoltura. Nella reciproca loro confidenza i due amici si erano vincolati a una promessa: il primo che morisse avrebbe portato all'altro notizie del suo stato. " Confesso, dichiara Don Bosco nella sua biografia del Comollo, che ci fu molta leggerezza ne mai sarei per consigliare altri a fare tale promessa; ma tuttavia tra di noi si ritenne sempre sul serio come sacra e da mantenersi ". E fu mantenuta. Sullo scoccare della mezzanotte, mentre egli stava in letto sveglio fra venti compagni che dormivano, rombò in fondo al corridoio un fragore come di cannone, che però si prolungava, avvicinandosi come se venisse una locomotiva, e scotendo pareti, volta e pavimento. I seminaristi svegliati tremavano come foglie. " Io era impietrito ", dice Don Bosco di se. Poi la porta si spalancò. Un misto di rumori secchi e violenti intronava gli orecchi, ma non si vedeva nulla fuorché una luce languida, che sembrava variare col vibrare delle detonazioni. Lo strepito tacque all'improvviso, la luce brillò più viva e risonò distinta la voce del Comollo che disse: - Bosco! Bosco! Bosco! io sono salvo. - Seguì un bagliore accecante, poi uno schianto formidabile, indi silenzio e buio.
I chierici, scappati di letto, e corsi chi qua e chi là all'impazzata, si erano appollaiati in un angolo intorno all'assistente. Più nessuno dormì, ma tutti aspettarono l'alba liberatrice. Bosco, seduto sul suo letticciuolo si sforzava di tranquillarli. Il suo spavento era stato tale che lì per lì avrebbe preferito morire. " Fu la prima volta, scrive, che a mia ricordanza abbia avuto paura ". Uno spiritello di chierichetto lo faceva a volte trasalire, avvicinandoglisi dalle spalle e gridandogli improvvisamente all'orecchio: - Bosco, sono salvo! - Ebbe principio da quel punto un malessere che lo condusse all'orlo della tomba, ne si riebbe del tutto se non parecchi anni dopo.
Ognuno immagina il gran parlare che se ne fece. Forse la bontà di Dio aveva voluto con quel mezzo scuotere da mortifero torpore coscienze indurite. Don Giuseppe Fiorito, che era quel tale assistente, e altri testimoni oculari narrarono poi più volte nell'Oratorio il fatto, di cui Don Bosco inserì una particolareggiata descrizione solo nell'edizione seconda della biografia comolliana, uscita nel 1884, quando alcuni di quelli vivevano ancora.
Dopo le successive vacanze l'aria nativa non lo restituì sano al seminario. Cominciò infermiccio l'anno scolastico 1839-40 e languì più o meno fino al termine. Ebbe anzi un periodo di crisi che lo costrinse ad andare nell'infermeria. Inappetenza e insonnia ostinate facevano fare ai medici sinistri pronostici. Giaceva a letto da un mese, quando la madre, ignara del suo stato, venne a visitarlo, portandogli una bottiglia di quello buono e un pane di miglio. Nel partire voleva ripigliarsi il pane, ma Giovanni la pregò di lasciarglielo. Come fu solo, provò tale una smania di mangiare quel pane e di bere quel vino, che tutto mangiò e bevve e poi si addormentò. Sembrava un assopimento, dal quale non si dovesse più destare. Ma dopo aver dormito due giorni interi e la notte intermedia si svegliò quasi perfettamente sano.
I guai si dice che non vengono mai soli. Dopo la scossa descritta un'altra ne subì. L'ultimo giorno dell'anno scolastico, mentre affacciato alla finestra stava osservando il cielo minaccioso, un fulmine cadde sul davanzale, ne svelse alcuni mattoni e glieli scagliò contro il petto, gettando lui a terra fuori dei sensi. Soccorso prontamente e rinvenuto, risentì a lungo gli effetti di quella scarica. Nonostante tutto, nelle vacanze gli balenò un'idea: L'intero corso teologico aveva la durata di un quinquennio. Non avrebbe egli potuto fare in quei mesi il quarto anno? Era cosa che rarissime volte si concedeva; nondimeno volle tentare.
Andò direttamente dall'Arcivescovo Fransoni, che gli passò buona la ragione dell'età (aveva ormai ventiquattro anni) e informatosi degli esami precedenti, gli accordò il favore, con l'obbligo di portare in novembre tutti i trattati del quarto anno. II parroco Don Cinzano ricevette speciale mandato per l'esecuzione. Questo dotto ecclesiastico ne diresse lo studio e alla fine gli diede l'esame, chiamando ad assistervi i giovani chierici del paese, fors'anche perchè fossero testimoni della serietà e dell'esito.
Fatto ritorno al seminario, venne preposto ai seminaristi come prefetto, responsabile cioè della loro condotta; tale incarico gli conferiva il diritto alla pensione gratuita. Nell'esame semestrale lo attendeva un'umiliazioncella: invece del solito optime conseguì un fere optime. La ragione del non pieno voto fu che, interrogato da Don Lorenzo Gastaldi sopra un canone del Concilio Tridentino, di cui non ricordava il tenore, improvvisò un testo, diremmo così, di fortuna. L'esaminatore gli chiese se dicesse proprio a quel modo il Concilio. Egli rise e fece ridere anche lui, che però non rise più al momento della votazione. Giovanni per altro si prese la rivincita nell'esame finale, riportando un plus quam optime.
Partì definitivamente dal seminario nel maggio del 1841 per andarsi a preparare con un ritiro spirituale al presbiterato. Con quali sentimenti compagni e superiori gli dessero l'addio, si arguisce anche da loro testimonianze pervenuteci attraverso i processi. Otto dei compagni ne lodano l'assennatezza e morigeratezza, la pietà e l'obbedienza, la studiosità e il sapere, l'esemplarità in tutto, la compostezza e regolarità, l'abilità in fare da paciere, la santità della vita. Di due professori superstiti uno ne ricorda la bonarietà che sotto ordinarie apparenze nascondeva grandi avanzamenti nella perfezione, l'altro ne encomia il dignitoso contegno e l'esattezza nell'adempimento de' suoi doveri scolastici e religiosi. Nello scrutinio finale del 1841 i superiori, soliti a formulare un giudizio sommario sopra ognuno degli uscenti, avevano sotto il nome di Giovanni Bosco fissato questa nota: " Zelante e di buona riuscita ". Nelle Memorie egli fa menzione così di quella partenza: " I superiori mi amavano e mi diedero continui segni di benevolenza. I compagni mi erano affezionatissimi. Si può dire che io viveva per loro, essi vivevano per me. Perciò mi tornò dolorosissima quella separazione da un luogo dove ero vissuto per sei anni, dove ebbi educazione, scienza, spirito ecclesiastico e tutti i segni di bontà e di affetto che si possono desiderare ".
Doveva essere ordinato prete il 5 giugno. Il 26 maggio entrò negli esercizi a Torino presso i Signori della Missione. Terminato il ritiro scrisse nove proponimenti, in capo ai quali pose una sentenza ripetuta in seguito da lui ogni volta che parlò a chierici o a sacerdoti riuniti: Il prete non va solo al cielo, né va solo all'inferno".
I proponimenti racchiudono un programma di genuina vita sacerdotale: " 1 ° Non mai far passeggiate, se non per grave necessità, visite a malati, ecc. - 2° Occupar rigorosamente bene il tempo. - 3° Patire, fare, umiliarsi in tutto e sempre, quando trattasi di salvar anime. - 4° La carità e la dolcezza di S. Francesco di Sales mi guidino in ogni cosa. - 5° Mi mostrerò sempre contento del cibo, che sarà apprestato, purché non sia cosa nocevole alla sanità. - 6° leverò vino adacquato e soltanto come rimedio: vale a dire solamente quando e quanto sarà richiesto dalla sanità. - 7° Il lavoro è un'arma potente contro i nemici dell'anima; perciò non darò al corpo più di cinque ore di sonno ogni giorno. Lungo il giorno specialmente dopo il pranzo, non prenderò alcun riposo. Farò qualche eccezione in caso di malattia. - 8° Ogni giorno darò qualche tempo alla meditazione ed alla lettura spirituale. Nel corso della giornata farò breve visita, o almeno una preghiera al SS. Sacramento. Farò almeno un quarto d'ora di preparazione ed altro quarto d'ora di ringraziamento alla S. Messa. - 9° Non farò mai conversazioni con donne, fuori del caso di ascoltarle in confessione o di qualche altra necessità spirituale ".
Ricevette l'ordinazione dalle mani di Monsignor Fransoni e celebrò la prima Messa a S. Francesco d'Assisi nella festa della SS. Trinità sull'altare dell'Angelo Custode. Scelse quella Chiesa, perchè vi risiedeva il suo benefattore Don Cafasso; ne fu senza intenzione la scelta di quell'altare secondario. Lo aspettavano ansiosamente in patria a celebrare la prima volta; ma preferì celebrare a Torino " senza rumore ", dice, soggiungendo poi semplicemente: " Quello posso chiamarlo il più bel giorno della mia vita ".
Una peculiare domanda si sentì egli mosso a fare nel divino sacrificio. Condividendo la pia credenza che Dio conceda indubbiamente la grazia domandata dal nuovo sacerdote nel celebrare la prima Messa, chiese con fervore " l'efficacia della parola per poter fare del bene alle anime ". A quarantatrè anni di distanza confessava candidamente: " Mi pare che il Signore abbia ascoltata la mia umile preghiera ". Non ebbe fretta di recarsi al paese, volendo prima soddisfare a doveri di pietà e di gratitudine. Il lunedì celebrò alla Consolata " per ringraziare la Gran Vergine Maria degli innumerevoli favori che gli aveva ottenuti dal suo Divin Figliuolo Gesù ". Il martedì andò a Chieri per celebrare nella chiesa di S. Domenico, presso la quale viveva ancora il suo vecchio e amato professore di terza ginnasiale, Padre Giusiana, che lo attendeva con paterno affetto e che pianse durante la celebrazione. Passò con lui tutto quel giorno, che non esita a chiamare " giorno di paradiso ". Il mercoledì lo destinò al Duomo, a quella chiesa di S. Maria della Scala, dove quotidianamente si era recato per quattro anni a pregare dinanzi alla immagine di Nostra Signora delle Grazie.
Finalmente il giovedì, solennità del Corpus Domini, appagò il desiderio della madre, dei parenti e dei paesani. Scrive: " Tutti presero parte a quella allegrezza, perciocchè io era molto amato da' miei concittadini e ognuno godeva di tutto quello che aveva potuto tornare a mio bene ". La sera da Castelnuovo si restituì in famiglia. Vicino a casa, mirando il luogo del primo sogno, non potè frenare il pianto e dice d'aver pensato fra sè: " Quanto mai sono meravigliosi i disegni della divina Provvidenza! Dio ha veramente tolto dalla terra un povero fanciullo per collocarlo coi primari del suo popolo ".
La madre che non aveva potuto durante il giorno intrattenersi da sola con lui, gli diede nella quiete delle pareti domestiche la buona notte con parole destinate a illuminargli tutta la vita. Egli non le dimenticò mai più, e le consacrò nelle sue Memorie. Mamma Margherita gli parlò così: " Sei prete: dici la Messa: da qui avanti sei dunque più vicino a Gesù Cristo. Ricordati però che incominciare a dire Messa vuol dire cominciare a patire. Non te ne accorgerai subito, ma a poco a poco vedrai che tua madre ti ha detto la verità. Sono sicura che tutti i giorni pregherai per me, sia ancora io viva o sia già morta; ciò mi basta. Tu da qui innanzi pensa solamente alla salute delle anime e non prenderti nessun pensiero di me ". Tanta madre era degna di tanto figlio.
CAPO VII
TEOLOGIA PASTORALE E SACRO MINISTERO
Don Bosco, fatto prete, cominciò immediatamente a fare il prete. Mancando a Castelnuovo il viceparroco, esercitò egli per cinque mesi quell'ufficio. Vi era in lui con l'ardore del neofito una carità che non conosceva limite, quando i bisogni spirituali o materiali del prossimo potevano avvantaggiarsi dell'opera sua. " Provai il più gran piacere a lavorare ", scrive di quel tempo. Ma la sua predilezione lo inclinava di preferenza verso i fanciulli. Da Morialdo ne andavano spesso a visitarlo; portandosi ai Becchi, ne aveva sempre d'attorno uno stuolo. Quelli di Castelnuovo non tardarono a farglisi amici, sicchè non usciva mai dalla canonica senza che una schiera di ragazzi lo accompagnasse. " Dovunque mi recassi, scrive, era sempre attorniato dai miei piccoli amici che mi festeggiavano ".
Ma la precaria occupazione castelnovese finì; per novembre egli doveva fissarsi in qualche luogo. Tre lucrosi impieghi gli vennero proposti. L'esca del lucro significava la grande stima, non la giusta comprensione che avevano di lui i proponenti. Chi decise la questione, fu, come altra volta, Don Cafasso, dal quale andò per consiglio. Il santo prete, udite le varie esibizioni, senza nemmeno prenderle in esame gli disse in tono autorevole e reciso: - Voi avete bisogno di studiare la morale e la predicazione. Rinunciate per ora a tutto il resto e venite al Convitto.
Poche istituzioni furono così indovinate come il Convitto Ecclesiastico di Torino. Sotto la dominazione napoleonica lo spirito papale nel clero piemontese aveva avuto i suoi eroi, ma anche i suoi obliatori. Inoltre un rigorismo dottrinale e pratico, residuo delle importazioni giansenistiche d'oltr'alpe, serpeggiava ancora in scuole teologiche e fra i pastori di anime con danno incalcolabile della vita cristiana; poiché assiderava la pietà specialmente col rimuovere i fedeli dalla frequenza dei Sacramenti. Se si voleva apprestare un rimedio efficace al doppio male, non giovava nulla il tentar di reagire contro la mentalità dei vecchi, ma conveniva appigliarsi ai giovani.
Animato da tale intendimento, un ricco, dotto e santo prete, Don Luigi Guala, Rettore della Chiesa di S. Francesco d'Assisi in Torino dacché il governo francese ne aveva espulsi i Minori Conventuali, cominciò nel 1808 a radunare in casa sua novelli sacerdoti per instillare in essi sani princìpi di teologia morale mediante apposite conferenze. L'iniziativa, apprezzata in alto, attecchì. Infatti, dieci anni dopo, essendo stato sgombrato il convento dalla soldatesca straniera, vi istituì un Convitto avente per iscopo di formare alla vita pastorale giovani preti usciti appena dal seminario, e formarli con un programma ispirato ai criteri che egli già privatamente cercava di attuare. Il re Carlo Felice nel 1822 eresse la fondazione in ente morale; l'Arcivescovo Chiaverotti nel 1823 ne nominò Rettore il Guala, di cui approvò il regolamento, e nel 1824 assegnò a protettori dell'istituto S. Francesco di Sales e S. Carlo Borromeo.
I sacerdoti convittori avevano mattino e sera una conferenza di morale e nella settimana lezioni di predicazione; inoltre la biblioteca assai ben fornita somministrava loro opere di consultazione e di lettura.
Imperava nelle scuole di morale 1'Alasia, tendente più o meno al rigorismo gianseniano. Combatterlo a viso aperto o anche solo escluderlo sarebbe stato un tirarsi addosso le ire di coloro che ufficialmente reggevano nell'archidiocesi le sorti dell'istruzione e quindi provocare odiose misure a danno del Convitto. Perciò la prudenza di Don Guala si attenne a una via di mezzo, conservando il testo alasiano, ma nello spiegarlo abbondando in riferimenti a S. Alfonso, le cui opinioni penetravano così alla chetichella nelle menti degli uditori; ognuno poi le approfondiva per conto proprio con ricerche personali.
Braccio destro di Don Guala era Don Cafasso, prima suo supplente, poi, quando l'età e la salute non permisero più al fondatore di continuare, suo degnissimo successore nelle conferenze. Questi due uomini non insegnavano solo sui libri, ma edificavano con la santità della vita i futuri direttori di coscienze. Don Bosco entrò nel Convitto il giorno dopo i Morti. Non si era limitato Don Cafasso a dargli il consiglio di venirvi, ma gli aveva anche ottenuto dal Rettore la gratuita permanenza.
Il tempo passato da Don Bosco nel Convitto esercitò un influsso decisivo nel suo orientamento posteriore. Perfino le pratiche di pietà da lui introdotte nella sua Congregazione corrispondono a quelle del regolamento di Don Guala, che con molta saggezza le aveva regolate in modo da potersi poi continuare comodamente anche dopo cessata la vita comune. Poterono moltissimo sul nostro Santo la direzione spirituale di Don Cafasso, il suo insegnamento e l'esercizio del sacro ministero sotto la sua guida.
Don Cafasso fu il confessore di Don Bosco fino al 1860, anno della sua morte. In lui Don Bosco trovò il maestro di spirito, del quale abbisognava. Nella Chiesa anche gli uomini ricchi di carismi eccezionali aprono la loro coscienza al ministro di Dio, mettono la loro anima nelle sue mani e si sottopongono alla sua autorità. L'individualismo è ben protestantico, ma punto evangelico. In tre momenti particolari il savio direttore intervenne a troncare aspirazioni di Don Bosco, che, se vi si fosse abbandonato, avrebbe frustrato la sua missione. Aspirò egli a ritirarsi alcun tempo in un convento solitario per ispecializzarsi nella conoscenza della Storia Ecclesiastica e dedicarsi intensamente a questo ramo della cultura sacra. Vagheggiando ancora la vita religiosa, aspirò a farsi degli Oblati di Maria Vergine, istituiti dall'abate Lanteri. Aspirò infine più che mai ad andare nelle Missioni tra gl'infedeli. Ogni volta consultò Don Cafasso, al quale nulla teneva celato. Questi nel primo caso semplicemente sorrise come a pura fantasia; nel secondo rispose con un - No! - secco; nel terzo gli disse risoluto: - Voi non dovete andare nelle Missioni.
Quanto agli studi, non si trattava più tanto di teoria quanto di pratica applicazione. In questo Don Cafasso possedeva il dono della chiarezza, unita alla precisione e all'arte di rendere gradevoli le materie più ardue. Spirava poi dal suo contegno e dal suo linguaggio un misto di pietà, scienza e prudenza, che eccitava non solo a conoscere la morale, ma anche a praticarla. Mirando soprattutto a formare buoni confessori, che sono a loro volta i veri formatori della coscienza cristiana, si adoperava a radicare nei giovani sacerdoti un alto concetto della confidenza che si ha da avere nella bontà di Dio.
Impartiva pure lezioni di sacra eloquenza, assegnando ogni quindici giorni un tema di predica da svolgere per iscritto. Egli leggeva e annotava gli elaborati, scegliendone in iscuola qualcuno, la cui lettura potesse giovare a tutti. Voleva che si attingesse a fonti sacre, che si usasse uno stile accessibile agli uditori e che non si entrasse in polemiche. Una predica, che non fosse animata da afflato apostolico, per lui non era predica.
Tutto l'insegnamento del Cafasso quadrava a capello con il pensiero dominante di Don Bosco e glielo illuminava. Scrivendo di lui, il Santo rileva una cosa che si direbbe nota come la betonica e quindi non meritevole che se ne faccia gran caso; ma l'averla sottolineata significa che egli vi attribuiva special valore. L'osservazione è che dei giovani sacerdoti Don Cafasso formava " ministri capaci di dare a Cesare quello che è di Cesare, a Dio quello che è di Dio ". Nei tempi grossi che si avanzavano e che egli visse, ecco la bussola con la quale Don Bosco si orizzontò senza mai smarrirsi.
Il corso era di due anni. Soltanto alla fine del secondo i convittori davano l'esame di confessione: ma per Don Bosco l'Arcivescovo fece un'eccezione affatto insolita, autorizzandolo a dare un esame provvisorio dopo il primo anno. Dedicatosi allora anche al ministero della confessione, prese e scrisse questo proponimento " Quando sarò richiesto ad ascoltare le confessioni dei fedeli, se vi è premura, interromperò il santo ufficio e farò anche più breve la preparazione ed il ringraziamento della Messa a fine di prestarmi ad esercitare questo sacro ministero ". Spirato il biennio regolamentare, un privilegio più unico che raro venne concesso a Don Bosco. Il Rettore Don Guala gli accordò un terzo anno, costituendolo ripetitore straordinario per alcuni convittori tardigradi.
I preti del Convitto non affogavano in mezzo ai libri, ne menavano vita cenobitica, ma erano pure avviati ad esercitare le varie funzioni dell'ufficio sacerdotale fuori di casa. Oltrechè a ministeri occasionali di predicazioni e simili, Don Bosco venne particolarmente designato alle carceri, agli ospedali e ai catechismi.
Dalla sua prima visita alle carceri tornò col cuore sanguinante. Troppi, troppi giovani dai dodici ai diciotto anni aveva trovato in quel luogo di pena! D'onde mai una sì precoce depravazione? Appresso vide che tanti, usciti col proposito d i vita migliore, vi erano poco dopo ricondotti. Gli parve che la causa dell'uno e dell'altro male stesse nell'essere eglino abbandonati a se stessi, e si domandava: Se fuori incontrassero un amico che si prendesse cura di loro, che li assistesse, che nei giorni festivi li istruisse nella religione, non potrebbero essere preservati dal cadere o dal ricadere o non si diminuirebbe almeno il numero dei caduti e dei recidivi? Ogni volta che vi si recava, ne usciva confermato vieppiù nella sua idea. Ne fece parola al Cafasso, con i lumi del quale si diede a studiare il modo di portar rimedio a sì grave calamità sociale.
Il primo ospedale visitato dopo che entrò nel Convitto, fu la Piccola Casa della Divina Provvidenza. Aveva già conosciuto da chierico il canonico Cottolengo nell'accompagnargli un prete, che gli doveva parlare. Quegli, finito il colloquio, si era volto a lui e sorridendo gli aveva detto: - Oh! Tu sei giovane! Ma io sono vecchio... Vedi, figlio mio (e in così dire gli prese l'orlo della manica tastandolo colle dita), questo panno è troppo fine. Quando sarai prete dovrai cangiarlo con uno più consistente, perchè ti tireranno da tutte le parti. Se la sottana non sarà forte, si straccerà. - Poi l'aveva riveduto nei primi mesi del Convitto. Il Cottolengo, squadrandolo e chiestogli come si chiamasse, gli aveva detto: - Avete faccia da galantuomo. Venite a lavorare nella Piccola Casa; lavoro non ve ne mancherà. - Mandato dai Superiori vi andava di frequente.
Chi non conosce questa immensa città del dolore? Nel 1841 ricoverava già poco meno di duemila infelici, che erano fra i più derelitti. Il Padre stesso guidò nella visita Don Bosco. Ogni angolo gli presentava la carità accanto al dolore; ma le corsìe dei giovani che sui visi emaciati portavano lo stigma del vizio, lo lasciarono costernato. Il bisogno che tanta povera gioventù aveva di chi la premunisse e salvasse, gli si rivelava sempre più grave e stringente.
Aggirandosi per le vie della città, altre scene gli ribadivano nella mente lo stesso pensiero. Da botteghe e officine lo colpivano parolacce e canzonacce di fanciulli, che lavoravano con uomini sboccati; per le strade e per le piazze vedeva torme di ragazzi smunti, laceri e sguaiati; alla periferia osservava gruppi di giovinastri oziosi e petulanti. Ecco, diceva fra sè, quante scuole di malfare!
Mosso da questi sentimenti, profittava di tutte le occasioni per avvicinare gio, vani e giovanetti, nè andò molto che schiere di fanciulli lo seguivano per città e fin nella sagrestia del Convitto. Da parecchi anni Don Cafasso nel tempo estivo aveva fatto ogni domenica il catechismo a garzoni muratori in una stanzetta presso quella sagrestia; ma al riaprirsi del Convitto non poteva più continuare. Nel novembre del 1841 vi sottentrò Don Bosco.
Da cosa nasce cosa. Che era mai quella scoletta di fronte alla moltitudine di fanciulli bisognosi di assistenza? Una goccia d'acqua dolce nel gran mare. Ci voleva un'opera di maggior portata; ci volevano, in una parola, oratori festivi ben organizzati. Pregò Iddio, chiese consiglio e decise di lanciarsi. Raccomandato da Don Guala e da Don Cafasso, espose il suo disegno all'Arcivescovo. Il buon Pastore, tocco dal suo linguaggio caldo a un tempo e misurato, gli largì la più ampia benedizione. Data da quel punto il favore, anzi la familiarità di quel Prelato con il suo zelante sacerdote.
Ma lo zelo di Don Bosco era illuminato. L'approvazione del Superiore lo assicurava che, così facendo, non andava contro la volontà di Dio; ma conveniva prima di tutto studiare il modo di ben cominciare. Mentre invocava i lumi celesti, una circostanza apparentemente insignificante gli aperse la via.
Il fatterello accadde 1'8 dicembre del 1841. Sebbene non ci fosse ancora definizione dogmatica, anche nel Piemonte si festeggiava con solennità in quel giorno la Concezione Immacolata di Maria. Quel mattino, mentre Don Bosco si stava preparando per celebrare, un giovanetto entrò nella sagrestia e s'andò a rincantucciare in un angolo. Il sagrestano, vedutolo, gli fe' cenno di prendere il messale e servire la Messa. Il ragazzo rispose che non sapeva. Allora l'uomo, incollerito, gli si scagliò contro brandendo una canna e a furia di botte e di male parole lo scacciò. La rapidità dell'assalto e della fuga non tolse a Don Bosco la possibilità del suo tempestivo intervento. Ingiunse tosto al sagrestano di richiamare il giovane, perchè era un suo amico. Fu obbedito. Il poverino gli si accostò pieno di paura. Don Bosco gli domandò con tutta la sua amorevolezza, se avesse già ascoltato la Messa. Udito che no, gli disse di ascoltare la sua e poi di aspettarlo. - Ho da parlarti, conchiuse, di una cosa che ti farà piacere.
Dopo la Messa e il ringraziamento lo condusse in un coretto e gli mosse una serie di domande. L'importanza dell'interrogatorio si può giudicare anche dalla cura che ebbe Don Bosco di trascriverlo nelle sue Memorie.
- Mio buon amico, come ti chiami? - Bartolomeo Garelli.
- Di che paese sei? - Di Asti.
- Vive tuo padre?
- No, mio padre è morto. - E tua madre?'
- Mia madre è anche morta. - Quanti anni hai?
- Ne ho sedici.
- Sai leggere e scrivere? - Non so niente.
- Sei già promosso alla santa comunione? - Non ancora.
- Ti sei già confessato?
- Sì, ma quand'era piccolo. - Ora vai al catechismo? - Non oso.
- Perchè ?
- Perchè i miei compagni più piccoli di me sanno il catechismo e io non so niente. Ho vergogna a stare nelle classi.
- Se ti facessi io un catechismo a parte, ci verresti? - Ci verrei molto volentieri.
- Verresti volentieri qui, in questa cameretta ?
- Verrò molto volentieri, purchè non mi diano bastonate.
- Sta' tranquillo, caro Garelli, nessuno ti maltratterà: tu sarai mio amico e avrai da fare con me e con nessun altro. Quando vuoi che cominciamo?
- Quando piace a lei. - Stasera ?
- Sì.
- Anche adesso?
- Sì, anche adesso e con molto piacere.
Don Bosco, inginocchiatosi, disse di cuore un'Ave Maria, affinchè la Madonna lo aiutasse a salvare quell'anima; poi, cominciando dal segno della Croce, gl'insegnò le primissime verità della fede. Mezz'ora passò presto. Gli diede una medaglia, si fece promettere che sarebbe tornato la domenica seguente con dei compagni e lo condusse fuori, lasciandolo imparadisato dalle sue belle maniere. Egli, narrando ripetute volte l'episodio dell'8 dicembre 1841, chiamava storica quella data, perchè inizio degli oratori festivi. Anche in documenti solenni moveva da quel giorno per narrare le origini della sua istituzione.
Il Garelli fu di parola. La domenica 12 gli condusse una mezza dozzina di poveri ragazzi, ai quali se ne aggiunsero due raccomandati da Don Cafasso. Ogni domenica Don Bosco diceva agl'intervenuti che non tornassero soli; così di settimana in settimana il numero cresceva.
Cresceva ancor più il numero per un altro motivo. Dal Biellese e dal Milanese accorrevano numerosi a Torino i ragazzi, che vi facevano da manovali ai muratori. Lontani dalle loro famiglie, nelle feste girovagavano per la città, non pensando nemmeno ai doveri religiosi e dimenticando il poco che sapevano di catechismo. Di questi tali specialmente andava Don Bosco in cerca per attirarli a S. Francesco d'Assisi. Non meno premuroso era di raccogliervi gli usciti dal carcere.
A siffatte adunanze il nome di oratorio venne da s'è. Allorchè Don Bosco ne concepì l'idea, pensava alle istituzioni di S. Filippo Neri e di S. Carlo Borromeo, così appunto denominate; egli vi aggiunse poi l'appellativo indicante che le riunioni non si limitavano a una piccola parte della giornata, ma riempivano tutto il dì festivo.
Con l'aumentare del numero Don Bosco previde che egli non sarebbe più bastato a tutto. Quindi si affezionò alcuni studenti di scuole medie, che addestrò a mantenere la disciplina, a fare lettura in pubblico, a cantare laudi sacre e col tempo anche a insegnare i primi elementi della dottrina cristiana. Nelle Memorie li chiama “maestrini”. Quasi a titolo di compenso ricevevano da lui durante la settimana utili ripetizioni nelle loro materie scolastiche.
Questi " maestrini " gli furono di aiuto anche in un'altra cosa. Egli non tardò a sperimentare quanto l'analfabetismo rendesse più difficile l'insegnamento della dottrina e della storia sacra. Quindi per le sere delle domeniche e nel tempo invernale anche per quelle dei giorni feriali mise su una specie di scuola, in cui, coadiuvato da quei giovanotti, insegnava il leggere e lo scrivere a chi avesse la buona volontà d'imparare.
Amante com'era e intenditore di musica, adocchiò i giovani che avevano voce migliore, li istruì nel canto e con l'appoggio di essi suscitò cori che eseguivano arie popolari in chiesa e fu dando alle adunanze gaiezza di vita. Per il Natale del 1842 aveva composto, musicato e insegnato un dimetro di quattro quartine in versi ottonari e decasillabi, che incominciava così: " Ah! si canti in suon di giubilo - Ah! si canti in suon d'amor ". La patetica composizioncella piaceva ai ragazzi, che nel periodo natalizio la cantavano a perdifiato, e commoveva fino alle lacrime i pii fedeli.
Ho detto fuori, intendendo dire non fuori di chiesa, ma fuori di casa. Don Guala e Don Cafasso erano di manica larga con lui in questo; ma i superiori più immediati non tolleravano disturbi nel recinto del Convitto. Quindi, per insegnare la sua canzoncina a otto o dieci dei più intonati, doveva menarseli in giro per istrade men popolose e così a voce bassa e camminando provare e riprovare. Condusse poi quelli a cantarla le due prime volte a S. Domenico e alla Consolata, dirigendo egli e accompagnando con l'organo. Non essendosi mai udito nelle chiese risonare voci bianche, i torinesi ne andavano in visibilio.
All'aperto fece con la sua musica piccina la prima comparsa in forma ben curiosa. Un giorno regalò a' suoi ragazzi una gita fino alla Madonna del Pilone. Bisognando tragittare il Po, noleggiò tre barconi. Verso il bel mezzo del maestoso fiume intonò una lode, che quelli sapevano ottimamente. Caso volle che lungo la riva opposta si trovassero a passare alcuni sonatori di banda, i quali, afferrato il motivo, diedero fiato alle trombe, facendo l'accompagnamento. A quell'insolito richiamo sbucò gente da ogni parte, sicché all'approdo un migliaio di persone videro il non meno insolito spettacolo del giovane prete in mezzo all'allegra turba dei ragazzi, e seppero che egli si chiamava Don Bosco.
Queste giterelle erano una vera necessità. Tanti giovani non sarebbero potuti stare volentieri on Don Bosco senza correre e ricrearsi. Il cortile del Convitto, concesso qualche rara volta da Don Guala, era troppo stretto. Si riversavano ben sul piazzale della Chiesa; ma davan noia ai passanti e disturbavano i fedeli. Onde per divertirli bisognava procurar loro passeggiatine.
Tuttavia per i ragazzi l'attrattiva delle attrattive era Don Bosco stesso. A memoria d'uomo nessuno dei contemporanei aveva mai visto un prete farsi, come lui, piccolo con i piccoli. Quanta affabilità ne' suoi modi! Quanto affetto nel chiamarli a se per le vie e le piazze e invitarli all'oratorio! Quanta sollecitudine per trovare ad essi lavoro presso buone persone! Visitava poi quelli di sua conoscenza nei cantieri, nelle officine, nelle fabbriche, interessandosi paternamente delle loro condizioni. Tali visite facevano bene anche ai padroni.
L'effetto del su fascino si rivela mirabilmente in questo tratto delle Memorie: " In poco tempo mi trovai circondato da giovanetti, tutti ossequenti alle mie ammonizioni, tutti avviati al lavoro, la cui condotta, tanto nei giorni feriali quanto nei festivi, io poteva in certa maniera garantire. Dava loro uno sguardo, e vedeva l'uno ricondotto ai genitori, da cui era fuggito; l'altro, dato prima all'ozio e al vagabondaggio, collocato a padrone e laborioso; questi, uscito dal carcere, divenire modello dei compagni; quello, prima ignòrantissimo delle cose riguardanti la fede, ora tutto in via di istruirsi nella Religione ". Sono cose che ci spiegano come, ottenuta che ebbe la facoltà di confessare, i giovani andassero da lui assai più che da qualsiasi altro confessore.
Ma là entro, compressa com'era, l'Opera sarebbe inevitabilmente venuta a languire. Don Bosco sentiva imperiosa la necessità di una chiesa propria, di locali autonomi e di uno spazio all'aperto che fosse ampio e indipendente.
CAPO VIII
LA LOTTA PER L’ESISTENZA
La ricerca di una sede, ove l'oratorio festivo avesse la sua chiesa, i suoi locali, il suo cortile fu una vera lotta per l'esistenza: lotta dura e lunga, che avrebbe stancato e vinto la pazienza di ogni uomo anche dotato di ferrea tempra, ma non sorretto da eroica fede.
Premeva a Don Cafasso fermare a Torino il suo discepolo. Dal Convitto egli stava ormai per uscire, il che poneva le sue sorti nelle mani dell'Arcivescovo, potendo essere da lui confinato chi sa dove. Don Cafasso fece due cose. Prima scandagliò l'animo di Don Bosco e poi gli cercò una nicchia almeno temporanea. Vide che egli, pur manifestando la sua propensione a occuparsi della gioventù, si rimetteva interamente al suo consiglio, nel quale avrebbe riconosciuto la volontà di Dio. Accertatosi bene su questo punto, si die' d'attorno per trovargli un posticino.
Viveva nella metropoli piemontese una gran dama venuta di Francia, Giulia Colbert, vedova del marchese Tancredi Falletti di Barolo e donna veramente plena operibús bonis et eleemosynis, quas faciebat, come è detto della vedova ioppese Tàbita negli Atti apostolici. Fra le sue opere benefiche primeggiava un gruppo di quattro istituzioni, di cui tre minori mettevano capo a una principale. Era questa un ricovero capace di duetto zitelle, cadute e pentite; si chiamava Rifugio, perchè posto sotto il patrocinio di Maria Refugium peccatorum. Vi sorgeva accanto un monastero per una settantina di quelle fra le ricoverate che desiderassero consacrarsi a Dio per tutto il rimanente dei loro giorni. Ivi presso una terza casa accoglieva le infelici creature pervertite in età inferiore ai quattordici anni. Dalla loro celeste protettrice la Marchesa denominò le prime Maddalene, le seconde Maddalenine. Finalmente nel 1844, l'anno a cui siamo giunti, la munificenza della Signora conduceva a termine, sempre nelle stesse adiacenze, un Ospedaletto dedicato a Santa Filomena per bambine storpie e inferme. In mezzo a questa oasi della carità, che ingemmava la squallida regione di Valdocco a nord di Torino, sostò alquanto Don Bosco, finchè non prese possesso del luogo assegnatogli dalla Provvidenza.
La direzione del Rifugio era affidata a Don Borel, zelante sacerdote, che conosceva già Don Bosco specialmente per averlo adoperato in vari ministeri; con lui trattò Don Cafasso, suo amicissimo, perchè lo volesse associare provvisoriamente a sè. Quegli acconsentì; anzi fece di più. Non avendo ancora la Marchesa un cappellano per l'Ospedaletto in preparazione, le propose senz'altro il raccomandato di Don Cafasso.
La Signora, come lo vide, gradì talmente la proposta, che, quantunque ci volessero ancora sei mesi a mettere in punto 1'Ospedaletto, gli assegnò subito l'annuo stipendio di lire seicento. Per alloggio Don Borel gli cedette una delle sue stanze al Rifugio. Quivi la Barolo gli accordò pure la licenza di radunare i suoi giovani. Di tutto aveva dato l'Arcivescovo il proprio benestare. È vero che sì delicati uffici esigono sacerdoti maturi d'anni e d'esperienza; ma egli conosceva Don Bosco.
Una pena per altro angustiava quest'ultimo. Il Rifugio sorgeva nella malfamata regione di Valdocco, poco lungi dalla riva destra della Dora, fuori della cinta daziaria e in aperta campagna; inoltre la sua abitazione bastava appena per lui, e sotto non c'era un'area disponibile. In località così fuor di mano, fra quattro pareti ristrette, non sapeva proprio come avrebbe potuto continuare l'oratorio festivo. Assalito da tale incertezza, nella notte sulla seconda domenica di ottobre, nel qual giorno avrebbe dovuto annunziare ai giovani il trasferimento da S. Francesco d'Assisi, fece un sogno, che nelle Memorie egli considera come " appendice di quello fatto la prima volta ai Becchi, quando aveva circa nove anni ". Invero è la stessa apparizione di svariati e furiosi animali; la stessa comparsa di una incoraggiante Signora, vestita questa volta da nobile pastorella; la stessa repentina metamorfosi di bestie feroci in mansueti agnelli.
Vi si mescolarono tuttavia anche elementi nuovi. Prima si vagò per tre stazioni fermate, finchè si se in un prato, dove quegli animali, il cui numero si era venuto ingrossando da una stazione all'altra, trasformati o no, saltellavano o brucavano pacificamente insieme. Di là ripreso il cammino, s'arrivò in un vasto cortile cinto di porticato, alla cui estremità s'innalzava una chiesa. Degli animali, moltiplicatisi favolosamente, i quattro quinti s'eran cambiati in agnelli. Ecco allora uno, due, tre, molti pastorelli aiutare Don Bosco a prendersene cura, poi dividersi, andare altrove, raccogliere altri strani animali e menarli in altri ovili. - Guarda a mezzodì, - gli disse la pastorella. Guardò e vide un campo messo a granturco e a ortaglie. - Guarda un'altra volta, - gli ordinò la guida. Tornò a guardare e vide là un'altra chiesa assai più grande, nella quale i musici sull'orchestra aspettavano lui a cantare Messa. Una fascia bianca all'ingiro portava la scritta: Hic domus mea, inde gloria mea. Chiese spiegazioni; ma gli fu risposto come la prima volta, che a suo tempo avrebbe compreso tutto.
Diffidando di se, poca o niuna fede prestò al sogno; ma lo svolgersi degli avvenimenti gli diede poi la chiave per la interpretazione.
Quella domenica dunque avvertì i suoi oratoriani che per la prossima volta li aspettava al Rifugio e indicò dov'era il luogo così denominato. Nel pomeriggio della domenica seguente un'onda, per non dire un'orda di ragazzi irruppe con grande schiamazzo in quei dintorni, cercando dove fosse l'oratorio, dicevano essi, dove fosse Don Bosco; queste due parole dominavano il loro vociare, senza che nessuno di quanti le udivano, potesse immaginare che fra non molto quelle parole avrebbero riempito Valdocco e Torino.
Don Bosco, intese le grida, mosse incontro ai venienti. I ragazzi, appena lo videro, si slanciarono verso di lui, che se li condusse in casa. In quel bugigattolo ogni cosa misero a soqquadro; i più gremirono i vani di passaggio. Tuttavia un po' di dottrina, un esempio edificante e il canto di una lode mariana ci furono. La domenica dopo, essendosi aggiunti altri dal vicinato, il problema della sera divenne più grave. Camera, corridoio, scala n'erano stipati. Don Borel condivise la fatica.
Per la Messa e la benedizione la cosa tornava spiccia, perche' Don Bosco al mattino, confessati quanti si presentavano, guidava il battaglione alla Consolata o al monte dei Cappuccini o a Sassi o alla Crocetta; nel pomeriggio dopo il catechismo s'andava alla cappella delle scuole di Santa Barbara, diretta dai Fratelli delle Scuole Cristiane. Ma così non si poteva durarla a lungo. L'Arcivescovo, informato della difficoltà, scrisse alla Marchesa, pregandola di procurare un locale più ampio. Essa concedette di ridurre a cappella due spaziosi ambienti nell'Ospedaletto, ma solo fino all'agosto del 1845, nel qual mese la nuova opera verrebbe inaugurata. L'8 dicembre Don Borel benedisse la cappella, dedicandola a S. Francesco di Sales, del quale la Marchesa aveva fatto dipingere l'immagine sulla porta dell'edificio. Quella fu dunque la prima chiesa dell'oratorio. Degno di nota è che questa denominazione di oratorio ricorre già fin d'allora nei documenti ufficiali della Curia, che vi si riferiscono.
Oltre al vantaggio della chiesa, c'era colà anche un tratto di terreno per la ricreazione; ma per le classi del catechismo e per le scuole serali bisognava acconciarsi come si poteva nel quartierino occupato da Don Borel. e da Don Bosco. I ragazzi, affezionati a Don Bosco, non facevano alcun conto del disagio. " Ciò che più di tutto attrae i giovanetti, scrive egli, sono le buone accoglienze ".
Non ho detto nulla dei mezzi materiali; non si creda che non ne occorressero o che piovessero dal cielo. Don Cafasso e Don Borel davano a Don Bosco; ma disponevano di poco. Avevano tuttavia, massime il primo preziose conoscenze in città; gli fecero quindi come da battistrada presso agiate famiglie, disponendo gli animi in suo favore, quando si presentasse per elemosinare. Dura parola questa per Don Bosco! Nulla gli ripugnava più del picchiare alle porte dei ricchi. A Torino poi non si vedevano preti girare per le case chiedendo; redditi fissi e beneficenze alimentavano le Opere pie. Nondimeno vi si piegò, non prevedendo certo quanta parte della sua vita avrebbe dovuto impiegare a stendere la mano.
Nel corso della settimana spendeva molto del suo tempo a confessare le ricoverate del Rifugio e i fedeli in S. Francesco d'Assisi, a predicare in varie chiese o istituti della città, a studiare per allestire le sue prime pubblicazioni. Faceva anche scuola di canto a un coro di Maddalene e dava lezioni di aritmetica ad alcune delle suore che le dirigevano, perchè si preparassero a divenire maestre.
Non dismise le visite settimanali alle carceri; qui anzi sperimentò fruttuosamente una tattica tutta sua. Si guadagnava alcuni più influenti, che poi d'accordo con lui durante le istruzioni o le conversazioni sollevavano difficoltà e rivolgevano domande su cose opportune, e riflettenti idee storte dei loro compagni, dando luogo a dialoghi conditi di piacevolezze e ascoltati con interesse. Tanti di quei disgraziati, rimessi in libertà, cambiavano vita, serbandogli schietta gratitudine. Assisteva anche i condannati a morte; non li accompagnava però al patibolo, perchè il cuore non gli reggeva: anzi la vigilia dell'impiccagione rimaneva presso di loro nel confortatorio solamente fino a mezzanotte, cedendo allora il posto a Don Cafasso, che in questa forma di sacro ministero fu non insuperabile, ma inarrivabile. Una volta nondimeno s'indusse a montare sul carro di un giustiziando, ma perchè si trattava di un giovane, e quel giovane voleva lui, e Don Cafasso gli disse di contentarlo. Col giovane andavano alla forca anche suo padre e un terzo disgraziato. La sentenza dovette eseguire ad Alessandria. Quivi ogni carro ne portava uno col suo confortatore accanto. Durante il ferale tragitto le ruote giravano lente per la gran ressa lungo la strada. Don Cafasso che si trovava sull'ultimo carro col padre, vide nel carro anteriore Don Bosco bianco come un cencio lavato. A gran voce lo chiamò e gli ingiunse di cambiare con lui. Fu fatto. Sulla piazza delle tre forche un movimento della folla separò il terzo carro dagli altri due, sicchè Don Bosco raggiunse il luogo del supplicio, quando il primo e il secondo pendevano già dal capestro. Fino sul palco ci arrivò; ma li perdette il lume degli occhi e si pose a sedere. Come si riebbe, venivano già trasportati alla Misericordia i tre cadaveri, che egli seguì, ascoltando anche la Messa funebre. Dopo d'allora Don Cafasso non lo invitò mai più alle esecuzioni capitali.
Fra la primavera e l'estate del 1845 l'oratorio fece parlare di se in basso e in alto, lungi dal recinto che prima occupava. La Marchesa non vedeva di buon occhio il tumultuare di tanta ragazzaglia sotto le finestre de' suoi istituti. Don Bosco lo comprese e per l'apertura dell'Ospedaletto si aspettava l'ordine di sgombrare. Pensò dunque a premunirsi. Vicino alla Dora, in una zona solitaria, sorgeva la chiesa di S. Pietro in Vincoli, già cappella cimiteriale. Il cappellano aveva solamente, si può dire, la cura di guardare le tombe dei morti più o meno illustri; chè di vivi ben pochi amavano bazzicarvi. Don Bosco, intesosi con lui, nel pomeriggio della domenica 25 maggio condusse ivi tutta la sua numerosa brigata.
Molto probabilmente il buon prete non supponeva che fosse così grossa la turba dei monelli; quindi egli e la sua perpetua ne furono atterriti, e questa adirato, quello autoritativamente vietarono a Don Bosco di farvi ritorno. Per timore tuttavia che le parole non bastassero, il cappellano fece ricorso al braccio secolare, inoltrando una denuncia motivata alla Ragioneria, che era su per giù la nostra Giunta Municipale, ma con maggiori poteri.
Intanto una tragedia inaspettata funestò la tranquilla dimora. Nella notte del 28 morì improvvisamente il cappellano e due giorni dopo la fantesca lo seguì nella tomba. Ho detto inaspettata la tragica fine, ma forse non per tutti. Un tal Melanotti di Lanzo, giovane giudizioso che stava a fianco di Don Bosco, mentre gli si facevano le due intimazioni, non potè mai dimenticare che egli la prima e la seconda volta aveva chiaramente espresso i suoi dubbi, se per la domenica seguente la donna e il suo padrone fossero per essere ancora in vita. La notizia della doppia fulminea scomparsa terrificò il popolino.
Don Cafasso credette buono il momento per tentare un colpo. Mancato ai vivi cappellano, fece subito qualche passo per ottenere dalla Ragioneria, da cui dipendeva la chiesa, che vi si nominasse Don Bosco. Ma la Ragioneria, dando maggior peso alla denuncia in extremis che alla sua raccomandazione, emanò un'ordinanza, con cui comminava a Don Bosco l'arresto immediato, se avesse ricondotto i ragazzi in quei paraggi.
Don Bosco, messosi nelle mani della Provvidenza, attese l'immancabile ordine di sfratto dall'Ospedaletto, il quale ordine venne in luglio. Mentre angosciato studiava il modo di rimediarvi, ecco un sogno analogo ai precedenti. In un prato centinaia di giovani battagliavano fra loro bestemmiando. Una Signora lo mandò in mezzo ad essi; ma senza un locale e senza aiutanti non conchiudeva nulla, e lo disse alla Signora. - Mio Figlio e gli Apostoli, rispose essa, non avevano un palmo di terra. - Si rimise all'opera; ma senza un edificio, dove ricoverare i più derelitti, era fatica buttata. Poi la Signora gli fece vedere una chiesa piccola e bassa; poi una chiesa più grande con una casa vicina; poi, indicandogli dinanzi a questa un campo coltivato, gli disse che là erano stati martirizzati Avventore e Ottavio (1) (1) Il terzo Martire torinese della Legione Tebea, ferito e fuggito, era motto a Eporedia (Ivrea).
e posò il piede nel punto preciso del martirio. Tosto crebbe il numero dei giovani, crebbero i mezzi, e sul terreno dei Martiri sorse di botto una grandissima chiesa. Contemporaneamente chierici e preti si univano a lui, gli davano un po' d'aiuto, ma un dopo l'altro lo abbandonavano. La Signora gl'insegnò un segreto per trattenerli: legar loro la fronte con un nastro che portava scritto Obbedienza. L'effetto fu mirabile: un crescente drappello di aiutanti si stringeva intorno a lui, mantenendoglisi fedele.
Incoraggiato dal sogno, mosse in cerca di un nuovo rifugio. Presso i Molini Dora, che chiudevano allora da quella parte la piazza Emanuele Filiberto, più nota sotto la denomiriazioine popolare di Porta Palazzo, scovò in un vicolo una chiesetta dedicata a S. Martino, che gli parve facesse proprio per lui. Pregò l'Arcivescovo di ottenergliela dal Municipio. Monsignore acconsentì di scriverne a chi di ragione. La sua lettera venne recapitata con un memoriale di Don Borel, che, come cittadino assai conosciuto, rappresentava in quegli anni Don Bosco dinanzi alle autorità. Questa volta la Ragioneria, che, appurate le cose, aveva rilevato l'infondatezza della passata denuncia, non si oppose.
Don Bosco respirò. Nelle ore pomeridiane della domenica 13 luglio si diede l'addio all'Ospedaletto. I giovani sbucarono fuori in massa, portando sulle spalle mobili, paramenti e attrezzi di gioco.
La loro gazzarra servì di pubblicità all'oratorio. Come si raggiunse la mèta e ognuno depose il suo carico dove fu indicato, si fece l'ingresso nella chiesa. Cantata una lode, Don Borel prese la parola. " Quel degno ministro del santuario, scrive Von Bosco nelle Memorie, con una popolarità più unica che rara espresse questi pensieri: - I cavoli, o amati giovani, se non sono trapiantati, non fanno bella e grossa testa. Così possiamo dire del nostro oratorio - ". Dalla quale similitudine pigliò le mosse per un felicissimo discòrsetto. La teoria dei cavoli piacque tanto a Don Bosco, che non la dimenticò più; infatti dopo lunghi anni la volle ricordare espressamente nel suo scritto, e certo l'avrà commentata allora qualche volta anche lui ai giovani. Dopo la funzione, si terminò la giornata con un umoristico dialogo, composto da Don Bosco e recitato da alcuni ragazzi dinanzi ai loro compagni nel cortile dei Molini.
Purtroppo però, trascorsi appena due mesi, i cavoli si dovettero nuovamente trapiantare. Spiaceva che mancassero stanze per le scuole del leggere e scrivere e per lezioni di musica vocale; ma il peggio fu la levata di scudi contro quei poveri ragazzi. E la cosa è spiegabile. La piazza Emanuele Filiberto era ed è un immenso mercato generale e perpetuo, e si sa bene che in luoghi simili i monelli sono trattati come i cani in chiesa. Bisognava sentire le invettive delle rivendugliole! Anche il personale dei Molini scagliava fulmini contro quella canaglia, come dicevano. Ma poichè gli attacchi verbali lasciavano il tempo che trovavano, fu presentato al Municipio un memoriale collettivo, in cui Don Bosco era dipinto come un arrolatore di giovinastri, capace da un giorno all'altro di diventare una minaccia per lo Stato. Le Autorità si commossero. Don Bosco, chiamato a rispondere, invocò un'inchiesta. Il perito che ne ebbe l'incarico, non trovò traccia dei vandalismi denunziati. Forse per questo la denuncia fu messa a dormire.
Intanto la salute di Don Bosco deperiva, destando inquietudini; fatiche e dispiaceri ne avevano talmente estenuate le forze, che fu necessario costringerlo al riposo. Quindi nei primi giorni d'ottobre, scelti sette giovani dei migliori, se li condusse a Castelnuovo e ai Becchi, dove sperava che l'aria nativa l'avrebbe presto rinfrancato. Stava così male, che, giunto a Chieri, dovette sospendere momentaneamente il viaggio e coricarsi. Nove giorni dopo, scrivendo dal paese a Don Borel, che faceva le sue veci nell'oratorio, non potè per la debolezza terminare la lettera; anzi poco appresso non si reggeva in piedi nemmeno per dire la Messa. Tuttavia accudiva da lontano alla stampa di una sua Storia Ecclesiastica, che uscì verso la fine del mese, quand'egli rientrava a Torino.
Qui nuove croci lo attendevano. Il segretario della Società dei Molini Dora aveva steso e inviato al Municipio un secondo memoriale assai più grave del precedente. Don Bosco non ebbe modo di parare il colpo. Il 18 novembre un ordine cortese, ma tassativo della Ragioneria imponeva a Don Bosco di lasciare libero il luogo di piazza Emanuele Filiberto col primo dell'anno. Don Bosco si rimise un'altra volta alla Provvidenza, che parve ben severa col maggior responsabile. " Il segretario, leggiamo nelle Memorie, di nome *** (non mai da pubblicarsi) autore della famosa lettera, scrisse l'ultima volta, giacche fu colpito da un tremolio violento alla destra, dietro a cui, passati tre anni, andò alla tomba. Dio dispose che il figlio di lui fosse abbandonato in mezzo ad una strada e costretto a venire a chiedere pane e ricetto nell'Ospizio che si aprì poi in Valdocco ".
I giovani toccavano i trecento. Di abbandonarli non cadde in mente a Don Bosco neanche la menoma idea. Nelle domeniche ancora concessegli dava loro convegno sulla piazzetta della chiesa e, messosi alla testa della schiera, la guidava a una delle chiese dei dintorni, dove, ottenuti i debiti permessi e procuratosi qualche sacerdote per le confessioni, celebrava la Messa e spiegava il Vangelo. A S. Martino gli assidui mal tolleravano la presenza di tanti ragazzi alla loro Messa; inoltre occupavano gran parte dello spazio, ne chi disponeva della chiesa permetteva che vi si celebrasse una seconda volta.
Nel dopo mezzodì, fatto il catechismo a S. Martino, si passava la Dora e fin verso al tramonto i campi incolti lungo il fiume offrivano ogni comodità alle ricreazioni, che Don Bosco sorvegliava da un rialto. Ma faceva freddo ed egli non si sentiva bene; perciò l'ultima domenica dell'Avvento avvertì che a S. Martino non si sarebbe più tornati e che intanto avrebbe cercato un altro luogo.
Fra quella domenica e la seguente ricorreva il Natale. I giovani si riversarono dov'erano sicuri d'incontrarlo, cioè all'Ospedaletto, di cui dall'agosto aveva la direzione spirituale. Che fare? Li condusse ad ascoltare le tre Messe in una chiesa vicina, e punto fermo. Che differenza dal Natale dell'anno avanti i Gli piangeva il cuore, pensando che i giovani finissero con stancarsi di seguirlo. Perciò con aria di mistero - Vedrete, vedrete, disse loro. Avremo una bella chiesa, una grande casa e un cortilone. Quante belle cose faremo! - Descriveva queste mirabilia con tanto calore, che i giovani lo ascoltarono a bocca aperta e gli credettero a occhi chiusi.
Dal Rifugio le sue ricerche un giorno lo portarono giù per un sentiero campestre, che poi divenne la via Cottolengo. Andando, scorse a sinistra una casa isolata nel sito dove sorge oggi la chiesa succursale della parrocchia di Maria Ausiliatrice. Avanzatosi per la stradicciuola che vi conduceva, osservò che la casa non sembrava interamente occupata. N'era proprietario un tal prete Moretta, al quale tanto disse, che ne ottenne in affitto tre ambienti. Li arredò subito in modo da trasformarli in tre aule per le scuole serali, sospese da circa sei mesi. Vi potevano capire un duecento ragazzi. A buon conto un riparo dalla neve e dalla nebbia era trovato. Mancandovi la cappella, si andava per la Messa alla Consolata o a S. Agostino. L'incleménza della stagione non permetteva le ricreazioni all'aperto; quindi egli divertiva i giovani con il gioco dei bussolotti. Validamente lo aiutava allora Don Càrpano, giovanissimo sacerdote, ricco e amico dei fanciulli; gliel'aveva mandato Don Cafasso. Non si creda che Don Bosco limitasse a' suoi monelli il proprio apostolato giovanile. Avendo amici fra gli insegnanti delle scuole pubbliche, ve li sostituiva con frequenza per l'insegnamento religioso. Ogni sabato andava in due scuole private assai note in Torino. Erano un ginnasio inferiore e un ginnasio superiore, tenuti da due professori, dei quali faremo più avanti la conoscenza. I loro allievi, che appartenevano a famiglie distinte, facevano festa al suo apparire. Confessava pure sovente gli alunni dei Fratelli delle Scuole Cristiane, con i quali religiosi coltivava amichevoli rapporti. Don Rua, loro allievo, dice nei processi che, quando egli entrava in cappella per predicare, i giovanetti scattavano dal loro posto, come se una corrente elettrica li scotesse, gli si stringevano intorno e gli afferravano le mani per baciarle. Quando i superiori annunziavano che tra i confessori c'era Don Bosco, volevano confessarsi tutti da lui.
Michelino Rua aveva allora otto anni. Ai Molini Dora l'incontro di quel ragazzino, tutto lindo e ben còmposto, fu per Don Bosco una fortuna che lo compensò largamente di tanti sacrifici. Il piccolo rimase preso per sempre dalle sue belle maniere; neanche Don Bosco lo perdette più di vista.
Ma per Torino si mormorava di Don Bosco. Certi conservatori subalpini, com'erano allarmati per le ferrovie, così si adombravano per quella novità di scuole serali e domenicali. Poc'anzi nel 1844 la venuta dell'abate Aporti col suo nuovo metodo d'insegnamento li aveva messi in apprensione. Nell'opera e negli atteggiamenti di Don Bosco essi fiutavano un che di rivoluzionario e financo di ereticale; il fatto è che subornarono ecclesiastici influenti, perché lo tenessero d'occhio. Dominati da simili timori, anche sacerdoti gravi si dicevano fra i denti: - Guai a noi e alla Chiesa, se Don Bosco non è un prete come si deve! - Alcuni tentarono di riempire le orecchie anche a Don Cafasso ; ma egli invariabilmente rispondeva: - Lasciatelo fare.
Un primo ribollire di questi umori scoppiò in una delle consuete conferenze sacerdotali. Venutosi ivi a parlare del catechismo dei fanciulli, il curato del Carmine ruppe il ghiaccio. Don Bosco disturbava la vita parrocchiale! Quando mai si era visto sottrarre così i giovani ai propri parroci? Don Borel presente non durò fatica a dimostrare che i giovani raccolti da Don Bosco né conoscevano né avrebbero mai conosciuto alcun parroco a Torino, essendo i più forestieri e gli altri ignorantissimi e senza freno. La maggioranza gli diede ragione.
Tuttavia la questione fu rimessa con maggior solennità sul tappeto in un'adunanza generale dei parroci urbani. La discussione per altro fini bene, cioè con un voto d'incoraggiamento a Don Bosco, perché, mentr'era sentito il bisogno di simili oratorii, non poteva ogni parroco aprirne uno per conto suo.
Scongiurato un pericolo, ecco sorgerne un secondo, e questo non più scongiurabile. Gl'inquilini di Don Moretta ebbero pazienza per due mesi, ma poi non ne poterono più. Quei diavoletti di ragazzi erano troppo numerosi e troppo rumorosi; le scuole serali specialmente non lasciavano dormire. Perciò, aut aut: o Don Moretta licenziava Don Bosco o essi disdicevano l'affitto. Il buon prete tutto mortificato fece presente a Don Bosco la propria situazione; ma Don Bosco non aveva aspettato tanto a prevedere e a provvedere.
A quattro passi dalla casa di Don Moretta, dove oggi domina sui tetti un alto fumaiolo rossigno che porta a disperdersi nell'aria le esalazioni della sottostante fonderia, stendeva il suo I verde un prato appartenente a certi fratelli Filippi. Lo cingeva una siepe; verso il centro un casotto sembrava messo là a montare la guardia. Don Bosco, già prima del licenziamento, aveva stipulato con i proprietari un contratto di affitto, sicchè allora non fece altro che trasportare in quella specie di baita i poveri penati del suo oratorio e avvertire i giovani del mutamento.
Che quei quattrocento giovani potessero sentir gusto a passare le domeniche in un prato, quando per giunta assidera il freddo dell'inverno torinese, sembrerà inverosimile al lettore odierno; ma contro il fatto ragion non vale. Del resto non guardiamo a novant'anni fa con gli occhi di oggi. Al presente il tenore della vita è più elevato nel popolo; allora invece i figli del popolo crescevano in gran parte analfabeti, nè esistevano le molteplici istituzioni nostre di assistenza giovanile, sicche non solo ai margini della città, ma anche nell'interno il divertimento domenicale di moltissimi consisteva in far monellerie d'ogni sorta. Non per nulla i ragazzi dell'oratorio festivo furono battezzati i birichini di Don Bosco. Con regalucci, merenduole, passeggiatine e belle maniere Don Bosco se li tirava dietro dovunque volesse.
L'oratorio dunque nel prato si svolgeva così. Don Bosco di buon mattino vi precedeva la sua turba, che arrivava a stormi. In un dato momento egli, seduto sopra una scranna in mezzo a qualche decina d'inginocchiati sull'erba, ne ascoltava le confessioni, mentre in altre parti sotto la sorveglianza di aiutanti si cantarellava, si giocava, si ascoltava una lettura o un racconto. A un dato momento il rullo di un tamburo chiamava a raccolta, uno squillo di tromba imponeva silenzio, e Don Bosco diceva in quale chiesa si sarebbe andati per la Messa e la comunione. Quindi, ora a squadre, ora a mo' di processione e ordinariamente cantando, l'esercito si metteva in marcia. Fatte le divozioni, i ragazzi si disperdevano verso le loro case.
Dopo il pranzo, nuova adunata nel prato e animati divertimenti. Don Bosco da un capo e Don Borel dall'altro con l'aiuto di alcuni grandicelli stavano in vigile sorveglianza, finché mediante i soliti segnali cessavano i giochi e i chiassi, i giovani si dividevano secondo l'età e l'istruzione e ascoltavano il catechismo; dopo di che o Don Bosco o Don Borel, montato su d'una sedia, teneva un sermoncino. Il canto delle Litanie suppliva alla benedizione. Poi si ripigliavano i trastulli fin verso l'imbrunire. Naturalmente, quando pioveva, si lasciava piovere e veniva modificato il programma della giornata.
In quei primi mesi del 1846 Don Bosco organizzò una prima scampagnata a Superga, la quale fu poi seguita da tante altre fino al 1864. Nel modo come si svolse, vediamo darsi la mano lo zelo dell'apostolo e l'istinto dell'educatore. Sentiva egli che per rallegrare la marcia ci voleva il suono della banda o almeno di una fanfara, che non c'era; vi supplì con il portentoso strepito di un tamburo, di una tromba, di un violino e di una chitarra. Ai piedi della salita lo attendeva un cavallo fantasticamente bardato. Glielo mandava, secondo l'intesa, Don Borel, da lui spedito innanzi a fare i preparativi; un biglietto del medesimo sacerdote gli diceva di salire tranquillamente con i cari giovani, perchè era pronto per tutti il pranzo. Don Bosco, montato in sella e creato un momento di generale aspettazione, lesse ad alta voce il messaggio fra il giubilo della già allegra carovana.
A Superga il re Carlo Alberto aveva nel 1833 eretta un'Accademia ecclesiastica per la formazione di un'eletta del clero agli alti studi religiosi. La presiedeva allora il dotto Don Audisio. Questi e il parroco, si prestarono volentieri a quanto potesse occorrere per rifocillare e far stare allegra la brigata.
Finito il pranzo, Don Bosco chiamò attorno a se i giovani e sulla spianata della Basilica narrò loro in modo piacevolissimo la storia del monumento; poi li condusse a visitare la sala dei Papi, la chiesa e le tombe sabaude; li fece salire da ultimo sulla cupola, donde si gode la vista di un panorama dei più incantevoli che vi siano al mondo. Segui la benedizione, nella quale un coro di voci bianche, da lui accompagnate sull'organo, cantò il Tantum ergo con grande sorpresa degli accademisti e del popolo accorso, avvezzi a udire soltanto voci virili.
Dopo la funzione vennero innalzati alcuni palloni aerostatici. Infine Don Bosco, a titolo di ringraziamento da parte dei suoi birichini, ebbe il coraggio di piantare sotto le finestre del Preside i suoi quattro sonatori e fargli lacerare gli orecchi con una serenata in suo onore! Uomo di spirito, quegli avrà ripetuto senza dubbio il sit voluisse satis, o il suo equivalente laudanda voluntas.
A Torino quella sera con la descrizione della giornata il nome di Don Bosco riempì le famiglie popolane; Don Bosco incominciava a divenire sinonimo di quella novità che i ragazzi avevano imparato a chiamare oratorio.
Povero, bersagliato oratorio! Vi sono momenti storici, nei quali il dar colore politico a un'istituzione anche ottima suol essere il mezzo più efficace per gettarla a terra. S'entrava allora in un periodo di grandi rivolgimenti, in cui non tutto era puro. Tre aspirazioni incontravano il favore popolare: svecchiare sistemi di governo troppo ligi al passato, fiaccare la prepotenza dell'Austria sulle cose italiane e far trionfare il principio di nazionalità. Anche cattolici d'un sol pezzo potevano in coscienza partecipare a moti di tal natura. Ma capi occulti miravano anche, se non soprattutto, a ben altro. Miravano a colpire le libertà ecclesiastiche, l'opera della Chiesa nell'istruzione, l'influenza del clero e l'esistenza degli Ordini religiosi. I settari, impotenti a fare da soli, trassero nella propria orbita i liberali, molti dei quali si lasciarono rimorchiare nella speranza di potere a tempo e luogo infrenare i violenti. Il cittadino onesto, che non disponesse di aderenze e non amasse spingersi tant'oltre, doveva navigare fra scogli assai pericolosi.
Don Bosco lo conobbe per prova nella primavera del 1846. Tutti vedevano, com'egli riuscisse a farsi ubbidire da giovani d'ogni risma. Gli uni lo ammiravano, ma altri in tanta popolarità credettero di ravvisare un'arma sospetta. La pensava così anche il marchese Michele Benso di Cavour, padre di Gustavo e di Camillo e vicario di Torino, capo cioè del potere urbano, qualcosa più del nostro podestà. Egli stesso un giorno, scorgendo un prete seduto sull'erba nei prati della Cittadella fra un gruppo di giovani e sentendo che si chiamava Don Bosco, aveva esclamato - Costui o è pazzo o è uomo pericoloso. - Quando pertanto le male voci arrivarono fino a lui, lo chiamò issofatto ad audiendum verbum.
Il colloquio, se non fosse stata la calma di Don Bosco, sarebbe finito tempestosamente. Egli tentava di spiegare, di ragionare, di mostrare che i suoi assembramenti non avevano ne potevano avere scopi politici; ma il Marchese non permetteva discussioni e badava a ripetergli: - Lasciate in libertà quei mascalzoni! - Infine gliela cantò chiara: - Io sono assicurato che le vostre radunanze sono pericolose, e perciò non le posso più tollerare.
Rientrato in casa, Don Bosco trovò la giunta alla derrata. Una lettera dei fratelli Filippi lo diffidava a ridare libero il prato entro quindici giorni. Essi non avrebbero mai immaginato che i suoi ragazzi dovessero pestare il terreno in modo da farne addirittura una soda e sterile aia. Tutto congiurava contro l'oratorio.
Della sua chiamata al Vicariato Don Bosco informò subito l'Arcivescovo, che lo incoraggiò e gli promise protezione. Visitò pure il senatore conte Provana di Collegno per raccomandargli i suoi giovani; questi, essendo Ministro al Controllo generale, noi diremmo delle Finanze, godeva gran credito anche a Corte. Quando potè ritenere che uno scambio d'idee ci fosse stato fra il Conte e il Marchese, pregò quest'ultimo di accordargli un'udienza. Ivi con parola pacata s'ingegnò di levargli dall'animo i suoi preconcetti. Era un pestar l'acqua nel mortaio.
- Ma che cosa importa a lei di questi mascalzoni? conchiuse irritato il Vicario. Non si prenda di queste responsabilità!
Meno male che non insistette sull'ordine di scioglimento. Il Marchese, buon cattolico, non si sarebbe mai messo in conflitto con l'Arcivescovo. La Questura però dai primi di marzo aveva avuto l'ordine di sorvegliare Don Bosco; quindi ogni domenica guardie di città e carabinieri facevano la ronda intorno al prato e seguivano a distanza i birichini, quando erano condotti alla Messa o a qualche gita.
Ora scendono in campo gli amici. Quel non sapersi staccare dai ragazzi, quel cercarne sempre di nuovi, quel visitarli sul lavoro parvero sintomi di monomania acuta. Amici sinceri ne aveva Don Bosco nel clero cittadino. Egli che da loro avrebbe preferito un aiuto a cinquanta consigli, doveva ascoltare da questo e da quello raccomandazioni di non compromettersi facendo cose tanto contrarie alla tradizionale gravità del clero torinese, di attendere prudentemente tempi migliori, insomma di non voler tentare l'impossibile. Don Bosco lasciava che dicessero, ma nelle sue risposte affermava costantemente la certezza che avrebbe avuto un giorno chiesa, casa, scuole, officine, maestri d'arte, chierici, preti... A poco a poco s'ingenerò la persuasione che egli perdesse ogni dì più la testa. I veri amici n'erano addolorati; gli indifferenti crollavano il capo; gli emuli ridevano. Intorno a lui si faceva il vuoto.
Le dicerie sull'impazzimento di Don Bosco si diffusero a segno, che la Curia Arcivescovile, temendo l'avverarsi di fatti lesivi della dignità sacerdotale, deputò un prudente ecclesiastico a esaminarne le condizioni psichiche. Quegli agì con estrema delicatezza; ma anche a lui la fidanza di Don Bosco parve indizio certo di allucinazione mentale.
Il caso fu presentato e discusso in una delle periodiche conferenze di morale per il clero. Tutti convennero su due punti: che bisogna impedire in tempo una dolorosa catastrofe e che la cura sollecita di un alieni vrebbe forse potuto scongiurare ogni pericolo. Così s'arrivò alla conclusione e era necessario internare Don Bosco nel manicomio e si avvisò ai mezzi pportuni Don Ponzati, parroco di S. Agostino, e il giovane Don Nasi, amici entrambi di Don Bosco, accettarono l'incarico di eseguire la caritatevole missione Vennero presto sbrigate le pratiche preliminari. Un pomeriggio pertanto i due messi, portatisi all'Ospedaletto e ricevuti da Don Bosco, si profusero da prima in convenevoli; poi, venuti a dire delle sue fatiche er l'oratorio, deplorarono che si rovinasse la salute. Intanto una boccata d'aria gli avrebbe fatto bene e, se gradiva, si offrivano di accompagnarlo fuori con la carrozza.
Chi troppo s'assottiglia, si scavezza. Per fortuna la follia di Don Bosco era ancora abbastanza ragionante da argomentare che cosa covasse sotto i complimenti degl'improvvisati diplomatici. Facendo l'ingenuo, aderì all'invito e discese con essi. La carrozza c'era veramente, e carrozza chiusa. Uno dei due aprì nervosamente lo sportello e accennò a Don Bosco di accomodarsi. - Mai! rispose. Prima loro! - Deferenti, montarono. Mentre con la schiena rivolta a lui concertavano dove lasciargli il posto, egli, un colpo allo sportello e: - Di trotto, al manicomio - disse al cocchiere, guardandolo con intelligenza. L'uomo sferzò, sferzò, sferzò; dopo non più di due minuti la carrozza infilava rumorosamente il portone già spaancato, che in fretta e furia si richiuse dietro. I custodi che aspettavano un prete solo, vedendone due che si agitavano per uscire e non sapendo quale fosse il designato, non vollero sentir ragioni, ma li spinsero entrambi in una cella, serrarono e andarono per istruzioni. Dopo circa un quarto d'ora, comparve il Direttore spirituale a metterli in libertà. Della pazzia di Don Bosco da quel giorno più nessuno fece motto.
Tutto è bene quello che finisce bene; ma qui il proverbio si applica soltanto all'episodio narrato, poichè bene non finirono allora per Don Bosco le maldicenze. "Tutti i miei collaboratori, scrive egli, mi lasciarono solo in mezzo a circa quattrocento ragazzi "f Anche Don Cafasso ? Don Cafasso " consigliava di temporeggiare ". Anche Don Borel ? Don Borel " taceva ". E l'Arcivescovo " lasciava fare ". Triste spuntò per lui il 5 aprile 1846, domenica delle Palme, ultima del prato. Confessati i ragazzi, s'incamminò con loro alla Madonna di Campagna, romita chiesetta dei Cappuccini al di là della Dora. Aveva avvertito i giovani che vi si recherebbero in pellegrinaggio per ottenere la grazia di trovare presto un altro luogo. La recita del Rosario e il canto delle Litanie lauretane occuparono tutto il tempo. Come dalla strada maestra s'imboccò il vialetto che mette al convento, le campane sonarono a distesa. Mai in passato i giovani vi avevano incontrato si festosa accoglienza. E il bello si fu che il Guardiano, uomo tanto serio che era confessore del Re, per quanto indagasse, non venne mai a capo di scoprire chi avesse ordinato o fatto quello scampanìo. Per questo si sparse la voce che le campane avessero sonato prodigiosamente da sè.
Alla sera, tutto come le altre volte; ma non come le altre volte appariva Don Bosco. Qui egli solo può dirci che cosa gli passasse dentro. "In sulla sera di quel giorno rimirai la moltitudine dei fanciulli che si trastullavano; considerava la copiosa messe che si andava preparando pel sacro ministero; mi sentii vivamente commosso. Era senza aiutanti, sfinito di forze, e di sanità male andata, senza sapere dove avrei in avvenire potuto radunare i miei ragazzi. Pertanto, ritirandomi in disparte, mi posi a passeggiare da solo, e forse per la prima voltà mi sentii commosso fino alle lacrime. Passeggiando e alzando gli occhi al cielo: - Mio Dio, esclamai, perchè non mi fate palese il luogo in cui volete che io raccolga questi fanciulli? O fatemelo conoscere o ditemi quello che debbo fare ".
La preghiera che, nata dal dolore, si levava a Dio sulle ali della speranza, non fu vana.
CAPO IX
LA TERRA PROMESSA
Nel Communio della Messa di S. Giovanni Bosco il celebrante legge queste parole, che S. Paolo nella lettera ai Romani scrive del patriarca Abramo: Contra spem in spem credidit, ut fieret poter multarum gentium. Anche Don Bosco il 5 aprile 1846, contro le umane speranze, credette e sperò di dover essere padre a molti e molti figli. Egli pregava ancora piangendo in un angolo del prato e già dalla parte opposta moveva verso di lui chi era mandato a tergergli il pianto. Il Rifugio, i Molini, la casa col prato limitrofo non erano state se non le tre stazioni indicategli come le tappe verso la sua terra promessa. Il messaggero della Provvidenza, povero orecchiante, aveva proprio preso Roma per toma: veniva a offrirgli un luogo per laboratorio. - Oratorio, non laboratorio - corresse Don Bosco. Ma per colui era tutt'uno. Del resto anche a Don Bosco non importava il nome, ma la cosa.
E la cosa, a dir vero, aveva nome tettoia e distava appena duecento metri dal prato delle lacrime. Un tal Pinardi proprietario gliela cedeva in uso per lire trecento all'anno. - Ve ne sborso trecentoventi, rispose Don Bosco, se mi date anche quella striscia di terreno per far giocare i miei ragazzi e se per la prossima domenica mi mettete tutto in ordine. - Si addivenne tosto al contratto. L'istrumento reca la data retrocessa del 1° aprile e la firma di Don Borel; la locazione durava fino al 30 aprile del 1849.
Dopo il primo incontro col Pinardi, Don Bosco affrettò giubilante il passo verso il prato per comunicare la lieta novella ai giovani, che, consci poc'anzi della sua trepidazione, improvvisarono allora una dimostrazione di pazza gioia, prova manifesta dell'attaccamento che ormai avevano alla sua persona.
Mettere tutto in ordine in una settimana voleva dire fare per lo meno un mezzo miracolo. Bisognava abbassare di cinquanta centimetri lo sterrato della tettoia perchè questa avesse internamente maggiore altezza, fare l'assito del pavimento, riattare i cannicci del soffitto e i muri. Il padrone ci s'era impegnato e il miracolo fu fatto. L'Arcivescovo dal canto suo aveva accordato a Don Borel la facoltà di benedire la cappella, dedicata a S. Francesco di Sales. Questa predilezione di Don Bosco per il Vescovo di Ginevra aveva il suo gran perchè; lo rivelerà egli stesso fra breve nel regolamento degli oratori, dove dirà che, se da questo genere di occupazione si vogliono cogliere buoni frutti, è necessario proporsi a modello il Salesio nella carità e nelle buone maniere. La domenica 12 aprile dunque, solennità di Pasqua, non mancava nulla a prendere possesso della cappella. " Una vera meschinità ", scrive Don Bosco; eppure quella meschinità servì per sei anni.
Il senso di sicurezza che ne derivò, fece crescere presto fino ai settecento il numero dei giovani; la bontà poi inesauribile di Don Bosco a escogitare continue novità ne incatenava i cuori. I sacerdoti già suoi aiutanti ritornavano, altri se ne aggiungevano: segnalato fra tutti l’intrepido " Don Borel. È Don Bosco che onora di questa qualifica il pretino dalle umili sembianze, ma tutto fuoco di zelo sacerdotale. Di siffatto lavorio si toccavano con mano i frutti. Scrive Don Bosco: " I giovani da quel punto furono più assidui e meglio custoditi. Era meraviglioso il modo col quale si comandava una moltitudine poco prima a me sconosciuta, della quale in gran parte poteva dirsi con verità che era sicut equus et mulus, quibus non est intellectus ".
I Sacramenti, la Messa e il catechismo furono i tre capisaldi, su cui si reggeva l'ingranaggio dell'oratorio di S. Francesco di Sales. Aperta di buon mattino la chiesa, chiamiamola così, Don Bosco sedeva al confessionale fin verso le nove, quando saliva all'altare. A quelle ore preti non ne potevano venire in suo aiuto, perchè tutti occupati nei loro ministeri domenicali; quindi guidavano le orazioni e preparavano i compagni alla comunione i più giudiziosi fra i grandi, che continuavano l'assistenza anche nel cortile. Dopo la Messa Don Bosco in un primo tempo spiegò il Vangelo; appresso vi sostituì la narrazione della Storia Sacra e della Storia Ecclesiastica, che gli porgeva il destro alle più svariate applicazioni. La sperimentò di tanta utilità, che seguitò così per vent'anni. Il catechismo si faceva alle quattordici e mezzo. Vi precedeva un'ora e più di ricreazione e vi tenevano dietro un sermoncino e la benedizione. A poco a poco s'introdusse pure il vespro della Madonna. Il rimanente della giornata veniva impiegato in vario modo: insegnamento delle preghiere a chi non le sapeva, lezioni di catechismo a più adulti che non avevano ancora fatta la prima comunione, scuola di canto a quelli che possedessero una bella voce, esercizio di lettura per gli analfabeti. La gran massa si abbandonava ai divertimenti, mentre Don Bosco si aggirava in qua e in là sedando risse, dicendo buone parole, sorvegliando e studiando tutto il suo piccolo mondo.
L'ora della separazione dava luogo ogni volta a scene senza precedenti negli annali dell'educazione popolare. Cadeva la notte e bisognava ritirarsi. I giovani salutavano e risalutavano Don Bosco; poi tornavano indietro a gridargli la buona sera e gli scorrazzavano avanti e indietro, come fa lo sciame dei moscerini svolazzanti intorno alla fiammella. Ma il bello veniva alla fine, quando la massima parte se n'era andata. I più robusti, strettisi alla persona di Don Bosco, improvvisavano con le braccia uno scanno, sul quale lo forzavano ad assidersi e fra il gaio vocìo degli altri lo portavano in trionfo fino al rondò vicino, dove egli scendeva e intonava le prime strofe di alcune lodi sacre. Il canto della giaculatoria " Lodato sempre sia - il nome di Gesù e di Maria " era il segnale del termine. Allora si faceva silenzio generale. Egli augurava la buona sera e una buona settimana e con un affettuoso " arrivederci domenica " prendeva congedo.
Che un prete si accaparrasse la benevolenza di tanta gioventù, dava nei nervi a certa gente, che montò di nuovo la testa al Marchese di Cavour. Il Vicario, chiamato Don Bosco un'altra volta nel suo ufficio, gli fece un'intemerata che mai la più solenne. Don Bosco tentò ogni via per ispiegare la propria condotta; ma l'altro gli chiudeva sempre la bocca e non ci fu verso di placarlo.
Fallitagli già la speranza di avere l'Arcivescovo dalla sua, il Marchese risolvette di spuntarla per mezzo della Ragioneria. La convocò pertanto in seduta straordinaria, alla quale ottenne che intervenisse pure l'Arcivescovo. Se ne dissero di cotte e di crude contro quei poveri ragazzi di Don Bosco. La votazione stava per essere un disastro; ma sul più bello scoppiò una bomba.
Era presente il summentovato Conte di Collegno, che ripetute volte aveva parlato dell'oratorio al Re Carlo Alberto, del quale Don Bosco scrive: " Mi ha più volte fatto dire che egli molto stimava questa parte di ecclesiastico ministero, paragonandola al lavoro delle Missioni straniere ed esprimendo vivo desiderio che in tutte le città e paesi del suo Regno fossero attivate simili istituzioni ". Anzi per strenna del capo d'anno gli aveva mandato un sussidio di trecento lire con la dedica: " Ai monelli di Don Bosco ".
Orbene il Conte, rimasto fino all'ultimo silenzioso, quando la discussione s'avvicinava alla chiusura, domandò la parola. Avutala, disse che aveva l'onorevole incarico di comunicare all'assemblea un augusto volere. Sua Maestà gliel'aveva espresso in questi termini: " È mia intenzione che queste adunanze festive siano promosse e protette; se vi è pericolo di disordini, si studi la maniera di prevenirli e d'impedirli ". Più nessuno interloquì, e l'adunanza fu sciolta.
Il Marchese s'allontanò corrucciato. Volle rivedere Don Bosco, al quale, pur non mettendone in dubbio le buone intenzioni, ripetè i suoi timori, il proposito di farlo sorvegliare e la minaccia dei rigori della legge al primo atto compromettente. Ma da quel giorno parecchi Ragionieri si fecero di Don Bosco amici e benefattori.
Le guardie pedinavano realmente le persone dell'oratorio e spiavano ogni cosa; nè facevano per burla, perchè volta per volta dovevano presentare i loro bravi rapporti. Uomini ordinariamente ben poco di chiesa e costretti a piantonare anche le funzioni, ascoltavano certe prediche!... Don Bosco il 27 dicembre 1877 disse che allora predicando batteva forte sui novissimi, apposta per far breccia in loro, e con quali effetti! Or l'uno or l'altro gli si accostava dopo, pregandolo di confessarlo. S'immagini quali fossero poi le loro relazioni sull'andamento dell'oratorio.
Don Bosco non ignorava essere cosa che fa ruminar fiele il restar sotto l'impressione di una sconfitta; quindi volle ad ogni costo rabbonire il Marchese. Grazie ai buoni uffici di una persona accetta, impetrò di poterglisi ripresentare. La conversazione si svolse serena, sicchè quegli finì con dichiararsi pienamente soddisfatto. Rimaneva nondimeno un punto per lui alquanto oscuro, dove cioè trovasse Don Bosco i fondi per sostenere tante spese. Rispose che egli confidava unicamente nella Divina Provvidenza; ma la risposta dovette essere data con sì avvincente amabilità, che il Marchese si commosse e gli donò duecento lire. In seguito Don Bosco non cessò di visitarlo, accolto sempre da lui con vera cordialità, massime nel lungo e doloroso periodo dell'ultima sua malattia.
Nelle autorità costituite Don Bosco distingueva fin d'allora le persone dai loro atti. Alle persone portava rispetto né tollerava che i suoi dipendenti, secondo il malvezzo comune, le denigrassero; degli atti giudicava alla stregua delle leggi divine ed ecclesiastiche. Se era necessario, vi si opponeva; ma necessario non giudicò mai il venir meno per questo alle esigenze della carità e della moderazione cristiana. Aveva vinto il Marchese di Cavour, ma non potè vincere la Marchesa di Barolo. Era stata essa otto mesi a Roma per far approvare da Gregorio XVI le Regole de' suoi istituti. Al ritorno parecchie cose le dispiacquero. Le dispiacque che il suo cappellano avesse dato a ridire nelle sfere municipali e che ciò nonostante si ostinasse a distrarre la propria attività dalle opere del Rifugio per correre dietro ai giovani; le dispiacque non meno che egli avesse causato, secondo lei, dicerie sulle condizioni del suo cervello. A tutto questo ella non vedeva che un rimedio, distaccarlo da quei benedetti ragazzi.
E il momento le parve propizio. La salute di Don Bosco declinava a vista d'occhio. Un riposo di alcuni mesi lontano da Torino, rimettendolo in forze, gli avrebbe fatto dimenticare la sua ragazzaglia. Gliene parlò seriamente alla presenza di Don Borel e gli offerse cinquemila lire, perché andasse fuori e si sottoponesse a una certa cura. Don Bosco la ringraziò di cuore, ma francamente le disse che egli non si era fatto prete per curare la sua salute.
Caritatevole in sommo grado, ma autoritaria, l'aristocratica signora si sentì ferita da simile risposta; tuttavia volle rinnovare il tentativo. Irremovibili entrambi nelle loro decisioni, non si sarebbero mai potuti intendere. sull'oggetto in contrasto. Finalmente la dama gli annunziò che egli era congedato; ben comprendendo peraltro che il licenziare un prete così su due piedi avrebbe fatto nascere cattivi sospetti, gli concesse ancora tre mesi di tempo.
Nell'attesa tornò varie volte all'assalto. Un giorno gli mandò Silvio Pellico, suo segretario, perché si adoperasse a smuoverlo dal proposito. Poi un abboccamento con Don Cafasso la indusse a spiegarsi meglio per iscritto. Ai pensieri di lei il Pellico diede forma squisita in una lunga lettera a Don Borel, nella quale la più luminosa espressione è là dove la Marchesa afferma che nel suo primo incontro con Don Bosco trovò in lui " quell'aria di raccoglimento e di semplicità, propria delle anime sante ". Non accennava però a recedere dalla sua deliberazione; ma neanche Don Bosco si lasciò espugnare. Tutto ciò avveniva nella prima metà di maggio del 1846; in tre mesi Don Bosco aveva tempo di fare tante cose.
Una di queste, anzi la più urgente, era di procurarsi un tetto. La cappella dell'oratorio s'incorporava a una casa del Pinardi, appigionata nelle sue varie parti a gente di fama molto equivoca. Don Bosco decise di conquistarsi a poco a poco l'intero edificio. Perciò, divenute vacanti tre stanze, le affittò pagando subito, ma limitandosi a prenderne le chiavi per evitare contatti coi pessimi inquilini.
Certi uomini grandi si direbbe che hanno il cervello a scompartimenti o a settori isolabili, sicchè possano metterne in azione parecchi nel medesimo tempo, senza che si producano collisioni o interferenze. Occupazioni e preoccupazioni della natura di quelle descritte fin qui non distrassero punto Don Bosco da lavori di pensiero e in cui si vede com'egli intendesse di non camminare a ritroso dei tempi. Correvano gli anni dei congressi agrari. È vero che tali riunioni facevano da paravento a segrete intelligenze politiche; pure determinarono in Italia una buona corrente di idee e di opere, che davano impulso al progresso agricolo della penisola. Don Bosco volle recarvi il suo contributo. Figlio di una fra le più vinicole regioni d'Italia, compose e pubblicò un manuale intitolato L'Enologo Italiano, in cui trattava ampiamente della produzione, della conservazione e del commercio dei vini. Un altro argomento di pubblica utilità richiamò la sua attenzione. Col 1850 doveva andar in vigore un regio editto del 1845 sull'uniformità dei pesi e delle misure, fondata sul metro. Il provvedimento imposto da esigenze economiche e sociali sconvolgeva le vecchie abitudini del popolo piemontese, esponendo anche gl'ignari a pericoli d'inganno da parte di malvagi speculatori. Per illuminare le menti, popolarizzare la novità e rendere più difficili le frodi, egli compilò un trattatello sul Sistema metrico decimale, diffondendolo a migliaia di copie per soli dieci centesimi la copia. Gliene piovvero encomi dalla stampa e dalle autorità.
Don Bosco ebbe anche una genialissima trovata. Compose otto dialoghi, che fece recitare a mo' di dramma, nel quale otto coppie di attori esponevano successivamente i principi fondamentali del sistema e tutte le relative applicazioni. Sul palco l'apparato scenico variava secondo l'impostazione dei singoli dialoghi. Il preparare i giovani ad eseguire tale rappresentazione gli dovette costare chi sa quante fatiche; ma i signori che vi assistettero, la gustarono assai. Il celebre pedagogista Aporti disse: - Don Bosco non poteva immaginare un mezzo più efficace per rendere popolare il sistema metrico decimale; qui lo s'impara ridendo.
Ma chi troppo tira, l'arco si spezza. In luglio l'instancabile lavoratore fu a un pelo di cadere sulla breccia. La sera di una domenica, tornato a casa dalle solite fatiche, ebbe uno svenimento. Riavutosi, dovette mettersi a letto. Si manifestò in breve una fiera bronchite. Il male prese rapidamente una forma di gravità così allarmante, che di lì a poco gli furono amministrati gli ultimi Sacramenti. Le speranze di salvarlo si attenuavano di giorno in giorno.
Lo spettacolo dei giovani si fece allora commovente. Ne assediavano dì e notte la dimora. Sì, anche di notte, perchè gli uni, smaniosi di vederlo e respinti inesorabilmente dall'infermiere, pazientavano là fin molto tardi nella speranza di poter entrare, e altri si prestavano a gara per l'assistenza notturna. Quante preghiere e quante comunioni facevano per il caro infermo! Taluni vi aggiunsero voti sconsiderati, come di digiunare per parecchi anni. Don Bosco attendeva tranquillo la sua ultima ora, che sembrava ormai prossima a scoccare.
L'inconsolabile Don Borel riteneva per fermo che, se Don Bosco pregasse anche lui per la propria guarigione, Dio l'avrebbe esaudito. Una notte, vedendolo agli estremi, cercò d'indurvelo. Egli tacque. L'altro insistette. Gli rispose con un fil di voce: - Lasciamo che si compia la volontà di Dio. - Finalmente, per fargli piacere, mormorò queste parole: - Sì, o Signore, se vi piace, fatemi guarire. - Don Borel si sentì allargare il cuore, come narrò tante volte negli anni seguenti. Infatti non restò deluso; il dì appresso i medici, che temevano di trovarlo morto, lo dichiararono fuori di pericolo.
A sì lieta novella i giovani nell'oratorio spiccavano salti e mettevano grida di gioia. Una domenica sera eccolo avanzarsi appòggiato al bastoncello. Che delirio nel cortile! Alcuni più aitanti, afferrato un seggiolone, gli corsero incontro, ve lo fecero adagiare e lo portarono in mezzo alla turba festante. In cappella Don Borel parlò della grazia ottenuta; poi intonò il Te Deum. Prima di andar via, Don Bosco, informato di quei tali voti, ne fece la commutazione; distribuì inoltre piccoli regali e promise che avrebbe comperato nuovi giochi. Dopo parti per la convalescenza. Era la seconda settimana di agosto. Ben crollato da un somarello, com'egli scrisse a Don Borel, accompagnato da un giovane studente oratoriano, giunse a Castel nuovo. La filiale affezione dei ragazzi per la sua persona giovò grandemente a Don Borel per tenere in vita l'oratorio, durante la sua assenza.
Quest'assenza si protrasse per tre mesi. Egli scriveva di tratto in tratto al suo rappresentante, da cui riceveva pronte risposte. Col tempo i giovani, riunendosi in squadre, andavano a trovarlo. Abbreviavano bensì il cammino, prendendo scorciatoie; ma fra andata e ritorno era sempre una bella passeggiata.
Lo dice anche il Vangelo che, dov'è il cuore, ivi è il nostro tesoro. Si aveva un bel raccomandare a Don Bosco di vivere tranquillo ai Becchi per qualche anno! Il cuore di Don Bosco era a Valdocco ed egli aspettava Ognissanti per farvi ritorno.
Una sola cosa lo impensieriva, l'affare dell'alloggio. Appena partito lui da Torino, la Marchesa aveva dato ordine di sgomberarne l'appartamento per installarvi il nuovo cappellano. Allora Don Borel fece trasportare i pochi oggetti di Don Bosco nelle camere affittate, arredandone due molto economicamente con mobili acquistati per incarico di lui sul mercato delle robe usate. Ma abitavano ancora nella casa pigionali, che era indecoroso per un prete e pericoloso per altri avere vicini. Dico per altri, giacchè Don Bosco, non avendo più come prima chi lo servisse, doveva necessariamente prendere con sè qualche persona che accudisse alla cucina, alla pulizia e a tutto il resto. Ora mentr'egli studiava una soluzione, Don Cinzano un giorno gl'insinuò che avrebbe potuto condurre con se la madre.
Fu proprio l'uovo di Colombo. Ma come rimuoverla a quell'età dal suo piccolo regno dei Becchi? E per condurla dove? In un mondo tutt' affatto diverso e fra sacrifici d'ogni sorta. Pensando e ripensando, si rappresentò pure la santità di quella donna e le fece la proposta. Ella misurò di primo tratto il certo che lasciava e l'incerto a cui andava incontro; poi conchiuse dicendo: - Se ti pare che questa cosa possa piacere al Signore, io sono pronta a seguirti. - Don Bosco benedisse Iddio, ringraziò la madre e si accinse ai preparativi della partenza.
Che strappo al cuore di mamma Margherita nel dire addio a quella casuccia, che era per lei una reggia e un nido di memorie! Il mattino del 3 novembre scese per l'ultima volta la scaletta di legno che le scricchiolava quasi gemendo sotto i piedi, si voltò indietro per impartire ancora qualche ordine, e fra le lacrime dei figli, dei nipotini e dei conoscenti volse il passo giù verso il noto sentiero. Don Giovanni si unì a lei, e uno dietro l'altra si misero per il viottolo. Ogni pianta, ogni pietra, la fontana sembravano aver occhi e dare a Margherita un ultimo sguardo di muta tenerezza. Eccoli sulla strada maestra. Un'occhiata ancora al colle vestito dei primi raggi del sole, un'altra occhiata alla biancheggiante via da percorrere, e avanti. La madre portava infilato al braccio un canestro di biancheria con altri effetti più indispensabili e camminava un po' inclinata sul fianco opposto; il figlio le andava a sinistra, reggendo con la mano un involto che conteneva alcuni quaderni, un messale e il breviario. Viaggiarono così a piedi fino a Torino.
Al rondò di Valdocco s'imbatterono in un prete, Don Vola, il più giovane dello stesso nome. Egli trasalì al vedere com'erano stanchi e impolverati; sgranò gli occhi, quando seppe che la donna era la madre di Don Bosco. Dopo la presentazione, la prima domanda fu perchè avessero fatta tanta strada a piedi. Capì che venivano alla merce della Provvidenza. Commosso fino alle lacrime, si frugò nelle tasche; ma, non trovando altro, si staccò l'orologio e lo mise nelle mani dell'amico. Don Bosco disse alla madre: - Ecco che la Provvidenza pensa a noi.
Pochi minuti dopo erano dinanzi alla nuova dimora. La povertà vi regnava sovrana. " Al vederci in quelle camere, scrive Don Bosco, sprovvisti di tutto, mia madre disse scherzando: - A casa aveva tanti pensieri per amministrare e comandare; qui posso stare più tranquilla, perchè non ho nulla da maneggiare e nessuno da comandare ". Alcuni ragazzi dell'oratorio, accortisi che c'era Don Bosco e venuti sotto la finestra, li udirono cantarellare la lode all'Angelo Custode, che comincia col verso: " Angioletto del mio Dio ". Don Bosco se l'era fatta comporre da Silvio Pellico e applicatavi l'aria di una canzonetta popolare, l'aveva insegnata ai giovani. Chi sa quante volte nel passato ottobre, dedicato agli Angeli Custodi, mamma Margherita l'aveva sentita dai ragazzi di Morialdo attorno a suo figlio!
Corsa la voce del suo arrivo, una fiumana di giovani la domenica seguente inondò l'oratorio, essendosi ai vecchi uniti dei nuovi, attratti dalla curiosità di vedere quel Don Bosco, del quale avevano udito tanto parlare. Per la sera Don Cafasso aveva preparato una festicciuola in suo onore. Don Bosco, seduto sopra un'umile sedia presso la cappella e mirando dinanzi a sé la folla dei giovani, ascoltò qualche canto religioso. Poi Don Carpano gli lesse alcuni suoi versi, che vennero cantati da un coro su musica di Don Nasi. Un giovane che da tempo seguiva Don Bosco quasi come l'ombra il corpo, Giuseppe Buzzetti, conservò la poesia. Non è un capolavoro; ma ha una finale che proclama Don Bosco: L'uomo saggio, l'uomo pio, L'uomo adorno di virtù.
Il concetto è ingenuamente espresso; ma rispondeva senza dubbio all'opinione che si formava di Don Bosco chi allora lo conosceva e lo comprendeva. Quanto a se, egli scrive: " Ritornando all'Oratorio, ho continuato a lavorare come prima ".
CAPO X
L’OPERA DEGLI ORATORI
Volere o no, c'era stato sempre fin qui un po' di caotico nell'ammassamento di tanti giovani. Instabilità di sede e quindi vita errante, sempre angustie di spazio e difetto di locali, scarsezza di aiutanti e in quel certo caso diserzione generale, due assenze di Don Bosco, una lunghetta e l'altra assai più lunga, avevano impedito il coordinamento dei mezzi e la continuità metodica, due coefficienti essenziali per una buona disciplina. Certo, la disciplina di un oratorio festivo, che agglomera solo periodicamente giovani d'ogni fatta, non è la disciplina di un collegio; ma anche là un ordine ci vuole. Una mente creatrice suol essere pure una mente organizzatrice ossia ordinatrice. Don Bosco, messo piede in terra ferma, stimò giunto il momento di dare assetto all'Oratorio così com'egli lo concepiva.
E lo concepiva in una forma differente dal passato. Oratorio aperto non già poche ore della domenica, ma gl'interi giorni festivi; giovani accettati sempre, purchè non troppo piccoli, e non licenziati mai, purchè non fisicamente o moralmente i pericolosi; sacerdoti familiarizzanti con loro, occupandosi in farli divertire, istruirli nella dottrina cristiana e assuefarli alle pratiche religiose; autorità paterna del Direttore su di essi e paterno interessamento per il loro bene spirituale e materiale durante la settimana. Egli intendeva per tal modo di reagire contro l'avversione al prete, che si andava inoculando nel popolo, di ovviare alla crescente trascuratezza Selle famiglie nell'allevare cristianamente i figli e soprattutto di mettere al sicuro a gioventù abbandonata, esposta al vizio e al disonore.
Per dare corpo all'idea, la prima cosa fu reclutare e agguerrire un personale. altre a Don Borel, suo braccio destro, altri preti gli si offrivano per aiutanti; ma gli contava assai sopra quelli che oggi chiameremmo giovani di Azione Cattolica.
Li pescava, come ho già accennato, nelle scuole secondarie, cosa allora relativamente facile, non essendo laicizzato il pubblico insegnamento. Questi suoi catechisti ricevevano dà lui direttive pratiche e opportuni incitamenti in conferenze, a cui li convocava nei giorni di vacanza. I più intelligenti e abili lo aiutavano pure nelle scuole serali. In queste riserbava a se una classe di baffuti, che divenne sempre più numerosa e gli procurò vere consolazioni.
Seconda cosa, formulare un regolamento. Non lo estrasse da libri, non se lo stillò dal cervello, ma lo scrisse sotto dettato, il dettato dell'esperienza. E’ un documento insigne di pedagogia popolare cristiana, che racchiude in germe gli elementi primi della Società Salesiana e dello spirito che la doveva informare.
Terza cosa, essere in casa sua. Stare a pigione è stare in modo precario e non poter fare tutto ciò che si vuole. Ci pensava egli, ma aspettò l'ora della Provvidenza. Scoccata quella, comperò dal Pinardi casa e terreno adiacente. Chi oggi ammira il grandioso prospetto iconografico annesso da Don Giraudi al suo Oratorio di Don Bosco, se ignora la storia, non sogna certo che all'irradiazione di tanti imponenti fabbricati fu punto di partenza il rustico casolare di un predio suburbano. D'allora in poi Don Bosco non si arrestò più, finché non ebbe lentamente, ma progressivamente assicurato il suolo necessario per il centro della sua futura Opera mondiale.
Provvide anche a libri per la scuola e per la chiesa. Due testi scolastici erano la sua Aritmetica, di cui ho già parlato, e una sua Storia Sacra, la prima che meritasse davvero l'appellativo di popolare. Mancava un manuale di pietà, che fosse adatto alla gioventù e ai tempi. Colmò anche questa lacuna, pubblicando nel 1847 il notissimo e fortunatissimo Giovane Provveduto, così rispondente al bisogno, che in quell'anno stesso se ne fecero due ristampe con un totale di ventimila copie.
La musica vocale, destinata a mantenere l'allegria nell'Oratorio e a rendere piacenti le funzioni, richiamò pure la sua solerte attenzione. Da prima ne fu egli stesso il maestro. Il suo metodo d'insegnamento levò rumore nel mondo musicale della città, dove non si conosceva il metodo simultaneo. Ogni allievo di canto riceveva lezioni individuali; poi allievi così istruiti si facevano scritturare nei cori. Don Bosco invece insegnava a decine di allievi contemporaneamente. Quindi maestri di cartello per più settimane assistettero quasi ogni sera alle sue lezioni. " Io non sapeva un milionesimo di quanto sapevano quelle celebrità, scrive egli; tuttavia la faceva da maestro in mezzo a loro ".
Allorché in seguito dalle esercitazioni scolastiche passò alle esecuzioni, non sapeva dove mettere le mani per trovare composizioni facili e acconce alla qualità de' suoi cantori; ed eccolo improvvisarsi compositore. Compose Messe, compose Tantum ergo e altro. Intrecciando con qualche raro motivo suo arie di laudi sacre conosciute e tratti di canto gregoriano talora un po' variati, e facendo egli da direttore d'orchestra, otteneva effetti utili al suo scopo. Nel 1887 a Lanzo, in riva alla Stura, ricordò una sera e canticchiò con commozione sua e di chi l'udiva un proprio Tantum ergo di quei tempi eroici.
Così le feste religiose, parte importante nell'Oratorio di Don Bosco, riuscivano più belle. A rallegrarle contribuivano pure colazioni, giochi speciali, piccole lotterie, luminarie, palloni aerostatici e per S. Luigi processione e fuochi pirotecnici. Dopo il Gesuita Moderno del Gioberti, edito nel 1847, era di moda dileggiare San Luigi. Don Bosco, senza perdere tempo in polemiche, con la pompa e l'allegria dell'annua festa ne imprimeva nelle menti giovanili un'idea simpatica. Affinché servisse di preparazione, scrisse e diffuse largamente un opuscolo con un cenno biografico del Santo, più sei letture per la pratica delle sei domeniche in suo onore e le preghiere per la novena. Inoltre istitui la Compagnia di S. Luigi approvata nel '47 dall'Arcivescovo, il quale consentì di essere iscritto in capo alla lista dei soci. Vi si inscrisse pure il marchese Gustavo di Cavour, fratello maggiore di Camillo. Pare a taluno cosa incredibile, ma è invece cosa attestatissima che i due fratelli parteciparono alla processione, incedendo ai lati della statua e tenendo un cero acceso. Camillo, studioso di fenomeni sociali, era come pochi in grado di apprezzare la bersagliata Opera di Don Bosco.
Le feste manifestavano e insieme infervoravano la pietà degli oratoriani. Tutta una sapiente coordinazione di mezzi disponeva in tali circostanze i giovani a confessarsi e a fare la comunione. Fra le spossanti fatiche sostenute per preparare e dirigere quelle celebrazioni (e chi ha pratica di oratori festivi salesiani sa ciò che io dico) Don Bosco gustava una gioia di paradiso, vedendo i suoi giovani accostarsi compatti al tribunale di penitenza e alla mensa eucaristica.
Nè si creda che egli badasse soltanto al grosso del suo esercito. No; nella massa distingueva i soggetti che mostravano migliori attitudini e li curava a parte in tre modi: aggregandoli alla Compagnia di S. Luigi, abituandoli a farsi apostoli in mezzo ai compagni, e procurando loro la comodità degli esercizi spirituali. Quanto a questi esercizi, dopo tre esperimenti anteriori, nel 1850, scelti 109 giovani di cui si conservano i nomi, li condusse a una settimana di ritiro nel piccolo seminario di Giaveno, regalandoli dopo di una deliziosa gita alla Sagra di San Michele. Erano le buone occasioni, nelle quali gettava le reti per pescare vocazioni ecclesiastiche.
Il fiorire dell'Oratorio risollevò il problema parrocchiale. I parroci viciniori tornarono a domandarsi se fosse proprio un bene sottrarre tanta gioventù alle cure dei loro legittimi pastori. Quello del Carmine presentò nuovamente la questione ai colleghi; ma poi accettò da Don Bosco l'invito di fare un sopraluogo e sul suo esempio vi si recarono altri. Tutti dovettero convenire sulla giustezza di un'espressione dell'Arcivescovo che aveva definito l'Oratorio, la Parrocchia dei fanciulli abbandonati.
L'Arcivescovo guardava realmente con favore l'Oratorio. Il giorno di San Pietro del 1847 lo onorò della sua presenza. Don Bosco si fece in quattro per accoglierlo come si conveniva. Al suo ingresso gli rivolse alla presenza di tutti un saluto, leggendo un suo indirizzo riboccante di affetto. La povera cappella era vestita a festa. Monsignore disse la Messa, distribuì la comunione e amministrò la cresima. All'uscita i giovani ricevevano pane e companatico, procurato loro dal caritatevole Pastore. Infine assistette nel cortile a un trattenimento diviso in due parti. La prima era a mo' di accademia, la seconda di teatrino: accademia e teatrino, che aprirono la serie a un'infinità di simili saggi, passati in uso presso gl'Istituti salesiani. Monsignore non vi ricercò pregi formali, ma ben ne afferrò tutto il valore ideale. Le acclamazioni che lo salutarono al partire finirono col fargli toccare con mano una speciale opportunità dell'Oratorio di Don Bosco, quella di affezionare la gioventù alla persona del Vescovo, in momenti nei quali l'autorità vescovile veniva qua e là fatta segno a odiose misure.
A pubblici saggi i giovani non erano nuovi. Sul principio dell'anno ne avevano dato uno sopra il catechismo, la Storia Sacra e la geografia palestiniana; cosa modesta in se, ma rilevante per gli spettatori, fra cui il celebre pedagogista abate Aporti e il professor Rayneri, ordinario di pedagogia nella Regia Università. Quest'ultimo disse agli studenti del suo corso che, se volevano vedere della buona pedagogia in pratica, andassero a osservare ciò che faceva Don Bosco nell'Oratorio. Poco dopo venne la volta delle scuole serali, che sostennero la loro prova dinanzi a una Commissione municipale. Vi fu senza dubbio del merito, se la relazione dei commissari fruttò a Don Bosco lo stanziamento di lire trecento annue sul civico bilancio come sussidio in favore della sua Opera.
Le api di un alveare, quando si moltiplicano troppo, sciamano. Così fecero nel 1847 i giovani dell'Oratorio di Valdocco. Erano arrivati a circa settecento, piuttosto più che meno, e non si sapeva come farveli stare tutti. Un'indagine sulla loro provenienza diede per risultato che molti abitavano nella metà opposta di Torino. Di qui rampollò in Don Bosco l'idea di aprire un secondo oratorio da quelle parti. L'Arcivescovo approvò il divisamento.
Detto fatto: Don Bosco cercando scoprì il luogo opportuno sul viale del Re, oggi corso Vittorio Emanuele II, tra la stazione ferroviaria di Porta Nuova e il parco pubblico del Valentino. La regione somigliava allora a Valdocco: una vasta campagna con poche casupole sparse. Egli pose gli occhi sopra una di queste, che aveva accanto una tettoia e davanti un cortile. La proprietaria nel contrattare per la pigione stava sul tirchio e le trattative minacciavano di arenarsi, quando una formidabile scarica elettrica la riempì di terrore. Infuriava uno di quegli uragani che paiono il finimondo. Se Dio la scampava dal fulmine, si disse pronta a diminuire le sue pretese. Ed ecco tosto cessare lampi e tuoni e venir giù una pioggia torrenziale. Il contratto fu stipulato a Lire 450 annue. Licenziati sul tamburo gl'inquilini, i muratori prepararono rapidamente la cappella, che venne benedetta verso la fine dell'anno e dedicata a S. Luigi Gonzaga. L'oratorio però, del quale Don Bosco aveva affidata la direzione a Don Carpano, vi si era inaugurato nella festa dell'Immacolata. Don Rua, che giovanetto e chierico vi fece il catechismo, dice nei processi che i giovani vi superavano i cinquecento.
Due anni dopo si aggiunse un altro oratorio. Veramente preesisteva già, sebbene piuttosto sotto forma di ricreatorio. Nel 1840 Don Cocchi, il futuro fondatore dell'Istituto degli Artigianelli, l'aveva aperto nella parrocchia dell'Annunziata, in un sobborgo detto di Vanchiglia, presso il Po; ma nel 1849 lo dovette chiudere. Eppure se c'era quartiere che avesse bisogno di un'opera consimile, era proprio quello. L'infestava una masnada di giovinastri denominata Cocca di Vanchiglia, terrore non solo della gente pacifica, ma anche della forza pubblica. A Torino si chiamavano Cocche certe perverse associazioni giovanili, distinte fra loro dal nome dei borghi, dove compievano le loro prodezze; quella di Vanchiglia passava per la più famigerata di tutte. Conscio del gran bisogno, Don Bosco riaperse a sue spese quel porto di salute nell'ottobre del medesimo anno; ma lo trasformò, applicandovi il suo regolamento. Lo pose sotto il patrocinio dell'Angelo Custode e fino al 1866 vi mandò da Valdocco ogni domenica il personale occorrente.
Poco prima che avvenisse quella chiusura del ricreatorio a Vanchiglia, la prudenza di Don Bosco aveva scansato un pericolo. A certi suoi amici molto autorevoli era parso che gli oratori esistenti e futuri si dovessero confederare sotto il governo di una Commissione, che ne tutelasse gl'interessi e facesse da giudice nelle eventuali controversie. Il disegno mirava ad assicurare la stabilità degli oratori. Il canonico Lorenzo Gastaldi a nome dei suddetti signori non omise tentativo di sorta per guadagnare Don Bosco alla loro causa; gli prospettava anche il miraggio di buoni sussidi. Ma Don Bosco non si sarebbe mai costretto in quella cappa di piombo, che gli avrebbe tolta ogni libertà di iniziativa, riducendolo a essere semplice direttore dell'Oratorio di Valdocco. E poi che stabilità assicurare, dove non sarebbe stata possibile l'unità di spirito? Gli uni, per esempio, vagheggiavano di mischiarsi in politica, ed egli mai e poi mai. Se essi avevano il loro piano, egli pure teneva il suo, dichiarò francamente: ognuno andasse per la propria strada. Essere a lui necessaria l'autonomia per avere intorno a se molti giovani, ed anche preti e chierici interamente sotto la sua dipendenza. Il signor Durando, superiore della Missione, ciò udendo da lui in un'adunanza, gli domandò trasecolato se mirasse a fondare una Congregazione; e arguendo dalla sua risposta essere tale il suo pensiero, disse che non era più il caso di ragionare, e se ne andò. Così cadde un progetto buono nell'intenzione, ma in sé non bene ponderato.
Altri ecclesiastici, nonchè parecchi laici del patriziato torinese, seguivano da vicino e con interesse lo svolgersi della sua attività a pro dei giovani. Partecipavano essi volentieri a riunioni settimanali da lui tenute per iscambiare consigli e pareri sui mezzi più efficaci a far progredire l'azione giovanile.
Inoltre, attirati dalla fama, personaggi di prim'ordine si recavano a Valdocco per osservare con gli occhi propri quello che vi si faceva. Una domenica vi capitarono due venerandi sacerdoti, che apparivano forestieri. Don Bosco, essendo a corto di catechisti, li pregò con tutta semplicità di accettare uno la classe dei più grandi, e l'altro quella dei più sbarazzini. Con pari semplicità essi aderirono all'invito. Ispezionando poi le classi, egli s'accorse che facevano un catechismo coi fiocchi, quello dei grandi specialmente. Dopo invitò quest'ultimo a dire due parole dal pulpitino e il suo compagno a dare la benedizione. Obbedirono come due novizi. Infine seppe che quegli era l'abate Rosmini e questi il canonico Degaudenzi, vercellese, poi Vescovo di Vigevano.
A non lungo andare si occupò dell'Oratorio anche il Senato del Regno. L'occasione fu insignificante: una domanda di sussidio che un influente amico di Don Bosco senza dirgli nulla inoltrò al Ministero per mezzo dell'Alta Camera. Questa, prima di raccomandare la cosa al Governo, deliberò di nominare una Commissione investigatrice, che sul posto raccogliesse informazioni. La componevano i senatori Conte Sclopis; Marchese Pallavicino e Conte di Collegno. In un pomeriggio del gennaio 1850 i tre gentiluomini scesero a Valdocco, dove vollero vedere tutto, tutto vollero sapere e presero conoscenza anche degli altri due oratori. Nella seduta senatoriale del 1° marzo il Pallavicino fece la sua relazione favorevole. Il senatore Giulio si levò a combatterne le conclusioni. Il relatore ribattè due volte; altri due senatori lo appoggiarono. Chiusa la discussione, il Senato approvò. Il fatto non sortì altro effetto, ma giovò grandemente a mettere in buona vista agli occhi di tutta la cittadinanza l'Opera degli oratori di Don Bosco.
Il quale Don Bosco nelle sue fatiche e tribolazioni riceveva conforti non solo dagli uomini, ma anche da Dio, nè più semplicemente per via di sogni, ma con autentici prodigi. Le testimonianze rese da chi vide e così passate nella domestica tradizione ebbero da Don Bosco stesso negli ultimi anni della sua vita conferme inequivocabili.
Nel 1848 si festeggiava la Natività di Maria. Alla Messa di Don Bosco circa 650 giovani si disponevano a fare la comunione. Giunto il momento, la pisside del tabernacolo fu trovata quasi vuota; Giuseppe Buzzetti, che aveva l'incarico di prepararne una piena e porla sull'altare, se n'era scordato. Fu un istante di angoscia indescrivibile per Don Bosco. Pure con la solita calma cominciò a distribuire le poche particole rimaste e la distribuzione continuò, continuò fino a che vi fu un ragazzo da comunicare. Un giorno, interpellato da Salesiani sull'avvenimento, rispose che il Signore aveva voluto dimostrare con quel miracolo quanto gradisse le comunioni frequenti.
L'anno seguente per la domenica fra l'ottava di Ognissanti Don Bosco aveva promesso ai giovani le castagne dopo una visita al camposanto. Mamma Margherita, pensandosi che egli intendesse unicamente premiare alcuni dei giovani, ne mise a bollire solo una parte di tre sacchi comperati. Il Buzzetti che aveva nel ritorno preceduto i compagni per far trovare tutto pronto al loro arrivo, cadde dalle nuvole quando vide che le castagne erano un terzo del bisogno; tuttavia versò le lesse in un cesto, che pose dinanzi alla porta della cappella. Don Bosco, arrivato con la moltitudine, prese senz'altro a distribuire e ignaro dell'accaduto, riempiva a ognuno il berretto, benchè il Buzzetti gli ripetesse che ne dava troppe. Soltanto quando era per toccare il fondo, conobbe come stessero le cose. Fu un altro istante critico come quello delle ostie. Allora senza scomporsi dà di piglio a una mestola bucherellata, la cala e ricala nel cesto e traendola ogni volta ricolma, la versa nei berretti protesi. Così circa quattrocento giovani ebbero ancora la loro porzione, anzi ne restò una mestolata per lui. La voce della moltiplicazione pigliò l'aire. Tentò bene egli di arrestarla; ma sarebbe stato più facile fermare il vento. Il concetto che egli fosse un Santo cominciava a penetrare nell'animo degli oratoriani.
In quel medesimo anno accadde alcun che di ben più strepitoso. Era morto il figlio quindicenne del trattore del Gelso Bianco in via del Carmine 11. Prima di morire non faceva che chiamare Don Bosco, suo confessore, che però si trovava fuori di Torino. Confessatosi dal suo viceparroco, non cessò fino all'ultimo di dire che gli chiamassero Don Bosco. Don Bosco, appena fu di ritorno, volò a quella casa. Tutti piangevano, perché il giovane era morto. Egli invece: - No, diceva, dorme.
Lo condussero nella stanza, dove tutto vide pronto per la sepoltura; ma egli pensava alla sorte di quell'anima. A un tratto, sempre ripetendo che dormiva, pregò che lo lasciassero solo. Fatta orazione, lo benedisse e lo chiamò forte: - Carlo, Carlo, alzati.
Secondo la consuetudine del tempo, un lenzuolo cucito a sacco avvolgeva il corpo; un pannolino velava la faccia; ardeva accanto al letto una lucerna. Alla chiamata rispose un movimento del capo e delle braccia. Don Bosco, rimosso il lume, lacerò l'involucro. Come chi si desta dal sonno, Carlo si stropicciò gli occhi, girò intorno lo sguardo smarrito, si tirò su un poco e: - Oh Don Bosco! esclamò riconoscendolo. L'ho cercato tanto! Ho proprio bisogno di lei. È il Signore che lo manda. Ha fatto bene a svegliarmi. - Il poverino chiese di confessarsi. Dopo disse alla madre che Don Bosco lo salvava dall'inferno.
La durò un paio d'ore in quello stato. Però, sebbene egli agisse come vivo, le sue membra conservavano una freddezza cadaverica. Don Bosco gli domandò se, trovandosi allora in grazia di Dio, avesse più caro di andare in paradiso o di rimanere con i suoi. Rispose che desiderava andare in paradiso. - Dunque a rivederci lassù, - gli disse Don Bosco. In quella Carlo chiuse gli occhi, cadde riverso sul guanciale e non diede più segno di vita.
Questi ed altri particolari provengono da Don Bosco, il quale con frequenza trattando della sincerità in confessione, portò questo esempio, ma accennando a un sacerdote che non nominava. Se non che, già vecchio, in tre circostanze distinte, durante la narrazione, si tradì, passando inavvertentemente dalla terza alla prima persona: - Io gli domandai... Egli mi rispose...
Allora però qualche cosa era trapelata. Infatti Don Rua nei processi depose che fino da' suoi teneri anni ne aveva sentito parlare e soggiunse che era cosa nota ai più anziani dell'Oratorio.
Nel 1851 l'Opera degli oratori compie il primo decennio della sua fondazione. Quante traversie, parte narrate sopra e parte da narrare nel capo seguente! Celebrandosi in quell'anno una festicciuola, i giovani, al solito, trasportati dall'entusiasmo, presero Don Bosco e lo alzarono in trionfo. Allora uno studente vicino a essere chierico gli augurò che potesse abbracciare con una sola occhiata tutte le parti del mondo e vedere in ciascuna di esse tanti oratori. Un professor Raineri, che frequentò l'Oratorio dal 1846 al 1853, scrisse: " Don Bosco (parmi vederlo) volse intorno lo sguardo maestoso, soave, e rispose: - Chi sa che non debba venire il giorno, in cui i figli dell'Oratorio siano sparsi per tutto il mondo! ".
CAPO XI
IL QUARANTOTTO
Le Regole della Società Salesiana nella loro (forma primitiva, mandata nel 1864 a Roma per ottenere il decreto così detto di collaudo della Società stessa, contenevano un comma formulato così: " È principio adottato e che sarà inalterabilmente praticato, che tutti i membri di questa Società si terranno rigorosamente estranei ad ogni cosa che riguarda la politica. Onde ne colla voce, ne cogli scritti o con libri o colla stampa non prenderanno mai parte a questioni che anche solo indirettamente possano compromettere in fatto di politica ". Roma osservò essere più prudente sopprimere queste parole. Don Bosco spiegò lo scopo di quel paragrafo scrivendo che con esso si mirava a prevenire vessazioni da parte di certi laici, che si adombrassero alla vista delle Regole; tuttavia lo soppresse. Ma poi nel 1870, trattandosi di ottenere l'approvazione definitiva della Società e dovendosi perciò riprendere in esame le Regole, egli, come se nulla fosse stato, inserì nuovamente l'articolo, che a Roma fu senz'altro nuovamente cancellato. Egli nondimeno, persuaso sempre della sua importanza, allorché nel 1874 si procedette all'approvazione delle Regole e quindi le si riesaminarono parte per parte, introdusse da capo il divieto di fare della politica, che ancora gli venne cassato e quella volta con la motivazione che, sebbene tale proibizione fosse ammissibile, pure ai nostri tempi l'entrare in politica poteva essere un obbligo di coscienza, essendo spesso le cose pubbliche inseparabili dalla religione; non esserne perciò approvabile l'esclusione fra i buoni cattolici. Finalmente nel 1877 al primo Capitolo generale Don Bosco dichiarò che fuori dei casi di vera convenienza bisognava attenersi al principio di non intrigarsi in cose politiche e che questo sarebbe oltremodo giovevole. L'esperienza del '48 gli era stata maestra.
Quando si dice il Quarantotto, s'intende il punto culminante di un periodo cominciato prima di quell'anno e terminato dopo. Le idee di riforme, di progresso, di libertà e di indipendenza, che erano fermentate in Italia durante il pontificato di Gregorio XVI, esplosero nel giugno del 1846 subito dopo l'elezione di Pio IX. La sua generosa amnistia per i condannati politici e talune riforme amministrative, a cui contemporaneamente pose mano, diedero per tutta l'Italia occasione a dimostrazioni generali, clamorose, incessanti, in suo onore; a lui inneggiavano perfino uomini poc'anzi ostilissimi alla Chiesa e al Papa. Il grido di Viva Pio IX risonava non solo fra cattolici, ma anche fra protestanti ed Ebrei. Carlo Alberto, come se non aspettasse altro che l'avvento di un Papa così fatto, rotti gli indugi, entrò risoluto nella via delle innovazioni. Roma e Torino furono le due città italiane che vedevano rinnovarsi più insistenti e deliranti le manifestazioni di gioia popolare. Era insomma un'ebbrezza universale, accompagnata da frenetica smania di cose nuove. Non pochi del clero o insofferenti di disciplina o scaldati dalla lettura degli scritti giobertiani o ingenui e illusi, si abbandonavano all'onda del comune entusiasmo.
Anche nell'Oratorio si gridavano assordanti gli evviva a Pio IX. I giovani più assidui avevano udito tante volte Don Bosco magnificare il Vicario di Gesù Cristo, che non sembrava loro vero di assistere ad un plebiscito così impressionante in favore del Romano Pontefice. Una domenica però Don Bosco insegnò a non gridare più Viva Pio IX, ma viva il Papa e ne fece capire la ragione. Certa gente in Pio IX scindeva l'uomo dalla sua dignità sovrumana, osannando bensì alla persona, ma lasciando da parte o peggio detestando l'ufficio dalla persona rappresentato; ossia, come si esprimeva l'Arcivescovo, quei tali plaudivano a Pio IX non per quello che egli era, ma per quello che avrebbero voluto che fosse. I giovani impararono così bene la lezione, che in un'altra domenica avvenne questo bel caso. Alcuni pezzi grossi, presentatisi all'Oratorio per una visita di cortesia e manifestata pubblicamente la loro soddisfazione, conchiusero eccitando con enfatiche parole i ragazzi a gridare tutti insieme Viva Pio IX; i ragazzi invece risposero gridando a una voce Viva il Papa. Quei signori si guardarono in faccia come per domandarsi: - Ohe! in che mondo siamo? - Erano nel mondo di Don Bosco, e se fossero tornati la domenica appresso, avrebbero veduti appesi qua e là cartelli stampati a grossi caratteri con motti evangelici e patristici sull'autorità di S. Pietro e de' suoi successori nella Chiesa.
Più d'una volta verso la fine del 1847 Don Bosco si schermì da autorevoli e pressanti inviti a simili manifestazioni di carattere politico.
Il primo fu per la così detta emancipazione degli Ebrei e dei Valdesi. Gli eretici valdesi sono in Italia una specialità del Piemonte. Abitano le valli di Pinerolo.
Ad essi, come agli Ebrei, le leggi circoscrivevano il luogo di dimora e limitavano l'esercizio dei diritti civili. Orbene, in nome della libertà, il marchese Roberto d'Azeglio, fratello di Massimo, mandava in giro una supplica per raccogliere firme da presentarsi al Sovrano onde ottenere che quelle leggi d'eccezione fossero abolite. La domanda implicava il riconoscimento di un principio non ammesso dalla legislazione piemontese, il principio della tolleranza religiosa. Un centinaio di membri del clero, che il più delle volte non avevano ponderato abbastanza i termini della petizione, la sottoscrissero. Don Bosco pure venne sollecitato a farlo da persone altolocate; ma egli se la cavò, dicendo che avrebbe firmato non appena vedesse ivi il nome dell'Arcivescovo.
Gli si ripetevano inoltre gli inviti a dimostrazioni collettive. Vedendo che disponeva di tanta gioventù, sarebbe parso ai politicanti un bel guadagno averlo con loro ad ingrossare le file nelle pubbliche manifestazioni che per ogni nonnulla rumoreggiavano nelle vie e sulle piazze; quindi lo blandivano in vari modi, perché vi prendesse parte. Ma egli non si lasciava smuovere. Un giorno il Brofferio lo avvertì che a piazza Castello era fissato il posto per lui e per i suoi giovani in un'ovazione al Re. Rispose che egli non aveva alcuna posizione ufficiale; essere sue occupazioni predicare, confessare e fare il catechismo; la sua autorità sui giovani restringersi tutta fra le quattro pareti di una povera cappella, come, chiunque volesse, poteva facilmente andare a vedere.
Il suo atteggiamento destò ammirazione maggiore, dopoché Carlo Alberto 1'8 febbraio del 1848 promise e il 4 marzo successivo largì la Costituzione; tanto più che un'irrequietezza febbrile si era appigliata pure a non pochi del ceto ecclesiastico. Non parlo dei seminaristi, che, ridendosi dei divieti e delle minacce dei loro superiori, uscivano a passeggiare per la città con coccarde tricolori al petto e in certe occasioni facevano le chiassate alla maniera degli studenti universitari. Ma le agitazioni politiche penetrarono anche in parecchie case religiose, dove il rumore di tante feste con musiche, sbandieramenti, acclamazioni stuzzicava la curiosità ed esaltava le fantasie, specialmente nei più giovani.
Un forte assalto dovette Don Bosco sostenere dal marchese Roberto d'Azeglio, che si sforzava, come tanti altri, di conciliare il suo cattolicismo con le teorie liberali. Egli scese all'Oratorio apposta per vincere quelle resistenze del Direttore. Mise a tal uopo in campo l'interesse del sapersi elevare all'altezza dei tempi e il pericolo del volersi appartare; Don Bosco invece ripeteva sempre il suo ritornello, che egli badava a fare il prete.
Anche le autorità municipali premevano su di lui; ma, vedendolo irremovibilmente legato all'Arcivescovo e temendolo fautore di qualche moto reazionario, fecero il tentativo d'indurlo a un atto che significasse adesione al partito liberale. Con una parola men ponderata si sarebbe potuto assai compromettere. Un no categorico l'avrebbe fatto dichiarare nemico d'Italia con tutte le relative conseguenze; un sì esplicito l'avrebbe coinvolto in una rete di compromessi, trascinandolo chi sa dove. Perciò nelle sue risposte batteva la campagna. All'intimidazione fattagli col dire che stesse bene all'erta, perchè la sua esistenza era nelle loro mani, finse di non capire. Di scarso comprendimento dava indizio anche il suo esteriore; poiché era comparso là mal calzato e mal vestito e usava maniere così da bonomo, che coloro, conoscendolo solo di nome, lo presero per uno scagnozzo qualunque e lo lasciarono andare per i fatti suoi.
Il prete ordinariamente non deve impicciarsi di politica La politica divide i cittadini in partiti, che si avversano fra loro, mentre il prete è senza distinzione debitore a tutti del suo ministero. Che se un prete ha una missione religiosa e sociale di gran portata, crescono per lui gli obblighi di tenersi assolutamente au-dessus de la mélée. Si sarebbe potuto osservare che nel caso c'era di mezzo una caterva di giovani, che non bisognava straniare dalla vita del paese. Don Bosco amava sinceramente la sua patria. Ma per le sue relazioni e soprattutto per le conferenze che aveva frequentissime con l'Arcivescovo, vedeva quello che altri non vedevano, quali armi cioè sotto l'egida del patriottismo si affilassero contro la Chiesa; il suo riserbo dunque s'ispirava a ragioni profonde. Del resto gli sembrava di fare abbastanza, raccogliendo giovani abbandonati per renderli alla patria buoni cittadini.
I fatti non tardarono a giustificare la sua condotta. La cacciata tumultuosa dei Gesuiti e delle Dame del Sacro Cuore da Cagliari, da Genova e da Torino e le prime avvisaglie contro l'Arcivescovo Fransoni e contro altri Prelati piemontesi aprivano gli occhi ai ben pensanti. Per Don Bosco poi ci fu in più un attentato alla vita. Una domenica sera durante l'ora del catechismo egli stava con i più grandi nel coro della cappella, quando una detonazione improvvisa e vicina scosse i suoi uditori. Una palla di fucile aveva forato il vetro della finestra accanto. Il colpo era stato ben diretto, poichè per poco il proiettile non gli trapassava il cuore. Gli rasentò invece il fianco e per disotto all'ascella sinistra andò a scalcinare la parete opposta, sollevando un'ondata di polvere; a lui aveva appena bucata la sottana. Una sua piacevolezza ne rivelò la calma e calmò i giovani; quindi proseguì nella spiegazione della dottrina cristiana e compiiè tutto il resto come al solito. Dopo la benedizione tutti nel cortile aspettarono che uscisse, guardandolo esterrefatti; ma con il suo sorriso e con qualche barzelletta rasserenò gli animi.
L'effervescenza pubblica non conobbe più limiti dopo il 23 marzo, nel qual giorno Carlo Alberto bandì la guerra contro l'Austria. Nessuna guerra al monda fu giammai più popolare. Era una guerra di liberazione e d'indipendenza. Quest'idea elettrizzò l'Italia. Il Piemonte, stretto intorno al suo Re, si accingeva ai più ardui sacrifici. A Torino il fuoco avvampava; tutto qui fremeva guerra. Le case, i teatri, le vie risonavano di canti marziali. I giovani sulle piazze manovravano a schiere e fuori dell'abitato organizzavano finte battaglie. Le notizie dei primi fatti d'armi diedero alla città momenti di parossismo. Dalle chiese si levavano al cielo solenni supplicazioni. - Chi non vide e non visse il Quarantotto, dicevano i nostri vecchi, non saprà mai che cosa fu quell'anno.
Anche Don Bosco, se non volle restar solo, dovette mettere l'Oratorio in assetto di guerra. Nulla di cambiato nella parte religiosa: anzi introdusse la Via Crucis nei venerdì della quaresima. Nel cortile però furoreggiavano Piemontesi contro Austriaci. Egli stesso armò i belligeranti di fucili avuti dai depositi militari; ma alle canne vi sostituì bastoni.
Attraversò per altro un brutto quarto d'ora. La discordia penetrò anche nelle file del clero. Vi erano preti che liberaleggiavano senza scrupolo, e questi portavano antipatia a Don Bosco. Egli non aveva più l'Arcivescovo che lo sostenesse. Mons. Fransoni, costretto dal Governo a volontario esilio, erasi allontanato dalla Diocesi e dimorava nella Svizzera. La sua colpa era stata di opporre un petto apostolico a certi arbitrii contro la libertà della Chiesa.
Il disordine cominciò a sconvolgere l'Oratorio di S. Luigi; cosa tanto più lacrimevole, perche' quei giovani avevano sgominato i Valdesi. Costoro dopo l'emancipazione si erano piantati come in quartiere generale presso il viale del Re, e li avevano indarno circuiti per tirarseli dietro. La responsabilità ricadde tutta su alcuni preti, che vi prestavano l'opera loro sotto la dipendenza di Don Bosco. Lettori assidui della Gazzetta del Popolo e dell'Opinione, due giornali che, sorti allora, propinavano sotto l'etichetta del patriottismo l'odio anticlericale, quei coadiutori di Don Bosco spoliticavano essi e riempivano di politica le teste dei giovani.
Tanto tonò che piovve. Un sabato chiesero licenza a Don Bosco di condurre il dì appresso con bandiera e coccarde gli oratoriani a una rumorosa dimostrazione. Egli, studiatosi inutilmente di dissuaderli, ne fece loro formale divieto; ma essi disobbedirono. Allora Don Bosco nel pomeriggio, lasciato Don Borel a Valdocco, andò a Portanuova, dispensò` il direttore e gli altri dalla loro collaborazione e fece la predica, parlando delle verità eterne senza lontanamente alludere all'accaduto.
Accadde però di peggio la domenica dopo. Ricomparve Don Bosco nell'ora dell'altra volta. Quelli tentarono d'impegnare con lui una viva discussione. Egli si studiò di eluderla, finche fu troncata dal campanello del catechismo. Don Bosco pensava che per il momento fosse tutto finito; invece il più scalmanato arringò in cappella i giovani con una sua declamazione tribunizia e con i soliti paroloni da comizio. Dopo le funzioni Don Bosco addolorato avrebbe voluto fargli intendere la ragione; ma colui, appena tutti furono fuori, lanciò una voce e sventolando il tricolore si mosse a passo di carica, seguito da un centinaio fra dirigenti e diretti, che cantavano a squarciagola l'inno di Mameli. Scorrazzato alquanto, prima di separarsi decisero di fare scisma, se non venissero riammessi nell'Oratorio con onore. Nella settimana Don Bosco scrisse ai più fanatici che li ringraziava della loro cooperazione, ma che li dispensava.dal continuarla.
Essi invece, spingendosi oltre nella ribellione, s'accordarono per allontanare i giovani da entrambi gli oratori. Perciò, recatisi prima a case o a botteghe e poi la domenica appostatisi nei punti di passaggio, attrassero quasi tutti i più grandi. Anche i catechisti e i maestri di Valdocco abbandonarono Don Bosco, chi chiamato alle armi, chi portato via dai mettimale, chi trattenuto da rispetto umano. Dal seminario nessun aiuto poteva venire,-perchè chiuso; dal Convitto nemmeno, perchè occupato dalla truppa. Nella diserzione generale non gli rimasero per alcune domeniche se non tre decine di piccoli; gli altri si raccozzavano or qua or là a sbizzarrírsi con i loro caporioni.
Ma un bel gioco dura poco; peggio poi, quando il gioco non è punto bello. Molti cominciarono a disgustarsi di quei gonfianuvoli, i quali dal canto loro, non gustando nel puntiglio una soddisfazione che li compensasse delle noie e delle spese, si presentavano sempre più di mala voglia nei luoghi di ritrovo. Anche i disastri della guerra smorzavano gli ardori suscitati dai primi successi; onde alle pubbliche dimostrazioni succedevano il raccoglimento e la preghiera. L'Oratorio dunque tornava a popolarsi. Don Bosco per altro non riammetteva oves et boves, ma esigeva che i reduci si presentassero a lui uno per uno; così ne scandagliava l'animo, diceva ai singoli la sua buona parola e teneva lontani i riottosi. I più compromessi non si fecero più vivi.
Per parecchio tempo egli si trovò a dover cantare, come si dice, e a portare la croce. Solo Don Borel non l'aveva mai abbandonato. Degli altri coadiutori, alcuni più non si rividero; altri, tornati all'ovile, rioccuparono le male abbandonate mansioni.
I migliori elementi furono destinati all'Oratorio di S. Luigi, che era proprio a terra. A Valdocco la vita ripigliava. Dai primi di giugno in poi, le cose s'erano venute rimettendo tanto bene, che si potè celebrare solennemente la festa di S. Luigi e all'Assunta vi fu la distribuzione dei premi, accompagnata dal pubblico saggio sulla Storia Sacra, del quale ho detto sopra. Aggiungo qui che Don Bosco v'intercalò opportunamente il canto di due inni, uno a Carlo Alberto e l'altro a Pio IX. I premi consistettero in semplici proclamazioni di lode al merito, perchè i premiandi rinunziarono volentieri a più tangibili guiderdoni, affinchè il danaro in tal guisa risparmiato fosse devoluto a beneficio delle famiglie dei militari bisognose. Durante l'armistizio conchiuso il 9 agosto Don Bosco riebbe un aiutante provvidenziale. Tornava dal campo e veniva all'Oratorio in divisa militare un tal Giuseppe Brosio, che i giovani presero a chiamare il Bersagliere, perchè aveva militato in quel corpo. Don Bosco gli permise di formare un battaglione dei più arditi, che, militarmente addestrati, eseguivano evoluzioni, prestavano servizi d'ordine e divisi in due campi si davano battaglia. Questi divertimenti d'attualità e l'introduzione della ginnastica militare rianimarono talmente le adunanze festive da far dimenticare la passata crisi.
Durante tali trambusti Don Bosco trovò in se tanta calma da attendere a due lavori letterari. Scrisse anzitutto in compendio una Vita di S. Vincenzo de' Paoli, dove si leggono con particolare interesse alcune pagine sulla dolcezza. Ci si sente che l'autore attinge alla propria esperienza; si sa infatti che, come S. Vincenzo e come il Salesio, egli non aveva sortito da natura un temperamento al lattemiele. Il libro poi gli serviva per un suo scopo. Egli caldeggiava la fondazione delle Conferenze di S. Vincenzo a Torino, quali fiorivano dal 1846 a Genova. Con quello scritto aperse loro la via; furono difatti inaugurate col suo intervento nel 1850 presso la chiesa parrocchiale dei Santi Martiri. Contemporaneamente rimaneggiò la sua Storia Ecclesiastica per una seconda edizione, nella quale senz'aver l'aria di farlo apposta insinuò talune verità difficili a dirsi intorno a scottanti questioni di quel momento storico.
Il Quarantotto purtroppo finì male. La rivoluzione romana costrinse Pio IX a battere la via dell'esilio. La capitale piemontese rigurgitava di fuorusciti politici, fomentatori di lotte contro la Chiesa. Licenza di giornali, insulti al clero, violenze contro i Vescovi erano all'ordine del giorno. L'Armonia, nuovo quotidiano cattolico, lottava con ardore; ma voleva lettori non privi di cultura. Mancava un antidoto per la classe meno istruita. Don Bosco ideò allora un bisettimanale " politicoreligioso " intitolato l'Amico della gioventù. Presentarlo solo come " religioso " sarebbe stato condannarlo a morire prima che nascesse. Quanti sacrifici costò a Don Bosco tale pubblicazione! Ma i cattolici non ne compresero l'utilità e quindi non la sostennero. Dopo il 61° numero il periodichetto si fuse con l'Istruttore del popolo, sorto nel febbraio del 1849. Avvenuta la fusione, Don Bosco lo sorvegliò non solo perchè non tralignasse, ma anche perchè durante l'esilio del Papa ne sostenesse l'autorità. Ritornato Pio IX il 12 aprile 1850, egli si ritirò dalla redazione e il foglio cadde in mano a liberali.
A cominciare dall'inverno fra il '48 e il '49 l'Oratorio di Valdocco vide una novità: un rudimento di seminario. Il seminario diocesano si era dovuto chiudere. L'Arcivescovo nell'istante che montava in carrozza per esulare nella Svizzera, aveva raccomandato a Don Bosco i chierici, che non si erano lasciati frastornare dalla politica. Egli dapprima li invitò a prendere da lui stesso lezioni di teologia; ma in seguito osservò che ci voleva ben altro a preservarli. Quindi nella rinnovazione dell'affitto indusse il Pinardi a stanare dalla casa gli ultimi inquilini, che continuavano a tenervi un covo di malavita e lo obbligavano a stare sempre con tanto d'occhi per rimuovere pericoli di scandalo. A tacitare simile genia dovette buttare somme non indifferenti; ma alla fine rimase padrone del campo. Allora nei locali sgombri aperse un asilo per quanti più chierici vi potè accogliere. Li teneva alla sua mensa. Dai poveri non esigeva nulla; i benestanti pagavano una retta. Li mandava a scuola in casa di professori del seminario; non di rado, anche per conoscerli meglio, dava loro accurate lezioni di geografia biblica.
Nel tempo che la situazione di Pio IX esule commoveva il mondo cattolico, l'Oratorio di Don Bosco fece una cosa, per cui passò alla storia. Urgeva soccorrere l'augusta povertà del Pontefice. L'episcopato francese con i suoi appelli ai fedeli diede origine a un'istituzione permanente, che è il così detto Obolo di S. Pietro. In quasi tutte le nazioni si costituirono comitati per questa colletta mondiale. Anche il Piemonte si segnalò per lo zelo dei Cattolici a contribuirvi. I giovani dell'Oratorio conoscevano benissimo la sorte del Vicario di Gesù Cristo, perché Don Bosco ne li aveva informati; perciò, poveretti com'erano, s'imposero sacrifici per mettere insieme anch'essi qualche somma. Furono raggranellate trentatrè lire. Don Bosco volle che la consegna rivestisse un istruttivo carattere di solennità. Pregò quindi il Comitato torinese che delegasse alcuno de' suoi membri a riceverla. Venne il Marchese Gustavo di Cavour con un canonico.
Don Bosco aveva fatto trovare radunati tutti i giovani, uno dei quali lesse un discorsetto composto da lui; quindi un coro cantò un inno a Pio IX. I due delegati presero in consegna il denaro, dissero alcune parole e portarono con sè il testo del discorso e della poesia; anzi il Marchese pubblicò nell'Armonia un lungo articolo sull'Oratorio di Don Bosco e sulla cerimonia. Il Rohrbacher registrò poi il fatto nel volume quindicesimo della sua voluminosa Storia Ecclesiastica.
Il Nunzio Apostolico, che trasmetteva le offerte a Gaeta, segnalò a parte l'omaggio filiale dell'Oratorio. Il Santo Padre commosso ne tenne parola con vari personaggi e diede ordine di mandare per tutti i giovani tante corone del Rosario. Ne giunsero sessanta dozzine, che non bastarono, sicchè se ne dovettero acquistare altre. Per la distribuzione venne preparata una festa detta delle corone. Don Bosco ne perpetuò il ricordo in una piccola monografia.
Anche le condizioni dell'Arcivescovo stavano per aggravarsi oltremodo. Il suo esilio si protrasse per due anni, poichè ritornò a Torino il 15 marzo 1850; ma vi fu ricevuto molto male. I suoi avversari decisero di stancarlo tanto da costringerlo a dimettersi. Fischi, urla e minacce lo assalivano dovunque andasse. Don Bosco mandò più volte i suoi giovani ad aumentare il numero dei buoni che lo applaudivano; ma i turbolenti li sopraffacevano, sempre indisturbati.
Dopo l'infausta giornata di Novara e la conseguente abdicazione di Carlo Alberto in favore di suo figlio Vittorio Emanuele, il Parlamento Subalpino, senza tener conto del Concordato che aveva con la Santa Sede, legiferava da sè in materie che toccavano la giurisdizione della Chiesa. La soppressione del foro e dell'immunità ecclesiastica mise i Vescovi in gravissimi impicci, l'Arcivescovo Fransoni più di tutti. La sua fermezza adamantina nell'impartire le direttive al clero di fronte alla nuova legislazione gli procurò l'onore di essere tradotto in cittadella. Don Bosco fu dei primi a portargli conforto nel carcere; poi dispose che i suoi giovani, divisi in gruppi, andassero per turno a visitarlo. Apertasi una pubblica sottoscrizione per l'omaggio di un bastone pastorale, il nome di Don Bosco figurò subito nella prima lista.
Il coraggioso Pastore, liberato il 2 giugno, venne di bel nuovo arrestato il 7 agosto e manu militari scortato al forte di Fenestrelle. Finalmente una sentenza di tribunale, sull'imputazione di abuso nell'esercizio del suo ministero, lo condannò al bando perpetuo dagli Stati Sardi; onde il 28 settembre andò a stabilirsi in Lione, governando di là, come poteva, 1'archidiocesi fino al 1862, anno della sua morte. Gli occulti istigatori di queste e di altre violenze non dimenticarono Don Bosco. Era loro troppo noto com'egli fosse unito di mente e di cuore con il suo Arcivescovo. Sobillarono dunque la solita plebaglia contro di lui, dipingendolo come un pericoloso nemico della patria. Nella vigilia dell'Assunta un branco di facinorosi doveva dar l'assalto all'Oratorio, distruggere la casa e scacciare il Direttore. Ma lo impedì un visibile intervento della Provvidenza. Gli aggressori, dopo aver fatto il diavolo a quattro contro gli Oblati di Maria alla Consolata, si dirigevano a Valdocco, quando per istrada uno e poi un altro del bel numero, montati sopra un paracarro, dimostrarono che Don Bosco non era un prete come gli altri e che meritava un trattamento ben diverso. Parlarono con tanta foga che la ciurmaglia diede lor ragione e tornata su' suoi passi, andò a fare il baccano sotto le finestre dei Domenicani e dei Barnabiti.
Se tali avvocati incontrava in basso, Don Bosco aveva pure in alto i suoi buoni protettori, in primis Camillo di Cavour. Il grande uomo di Stato, che entrò appunto nel 1850 a far parte del Ministero per l'Agricoltura, Industria e Commercio, volle sempre bene a Don Bosco. Gli piacevano le sue doti di uomo superiore, ma anche la sua semplicità e schiettezza. È probabile che egli, se la morte non gliel'avesse impedito, disegnasse di valersene a suo tempo, come seppero fare suoi successori, nei delicati e difficili rapporti con Roma. Gli uomini di Stato valutano le loro relazioni alla stregua dell'utilità; è quindi del tutto inverosimile che le cortesie del Cavour per Don Bosco fossero ispirate da puro sentimento. E quali cortesie gli usava! L'avrebbe voluto spesso a mensa; anzi arrivò a dirgli che non gli avrebbe più dato udienza se non nell'ora della colazione e del pranzo. Don Bosco seguiva la norma data dall'Ecclesiastico per le relazioni col potente: "Non farti vicino per non essere allontanato e non andar lontano per non essere dimenticato ". Andava da lui solamente quando aveva bisogno. Così diceva egli stesso molti anni dopo, senza però mai lasciare intendere quali affari suoi o altrui lo conducessero presso il potente Ministro.
L'esperienza di quell'agitatissimo periodo lo confermò nella persuasione che, se voleva fare del bene, gli bisognava mettere da banda la politica. Sembrerebbe che questo suo astensionismo gli dovesse nuocere più che giovare presso coloro che facevano la pioggia e il bel tempo; egli invece, come confidò a Monsignor Bonomelli, trovò aiuti anche là dove meno se l'aspettava. Per essere e mostrarsi buon cittadino il prete ha dal fedele esercizio del suo ministero quanto gli occorre, senza bisogno di abbandonarsi a quarantottate.
CAPO XII
OSPIZIO E CHIESA
Gioventù povera e abbandonata era un'espressione che tornava con frequenza alle labbra e alla penna di Don Bosco. Chi la volesse usare oggi, dovrebbe applicarvi una variazione di significato. Giovani poveri se ne incontrano anche presentemente: pauperes semper habetis vobiscum senza distinzione di età. Ma nell'abbandono ve n'erano assai più in passato. Ai nostri tempi nei paesi civili esistono tante forme di assistenza giovanile privata e pubblica, che la gioventù abbandonata non costituisce più, come allora, una piaga sociale. Quanti poveri giovani, avessero o non avessero i genitori, menavano, specialmente nelle grandi città, vita randagia, o si univano in combriccole, finchè, acciuffati dalla polizia, venivano rinchiusi in carcere o in case di corrigendi, donde uscivano peggiori di prima! Fu per Don Bosco una straziante rivelazione quello che vide con i propri occhi nelle prigioni di Torino dove constatò quanto fosse necessaria un'opera di preservazione anteriore e di posteriore ausilio. Stabilitosi poi a Valdocco, gli si presentavano casi che esigevano provvedimenti immediati. Dinanzi a bisogni così impellenti la sua carità gli fece allargare le braccia, procurando ai più derelitti ricovero, pane e lavoro.
Per il ricovero, se il cuore era grande, la casa era piccola. Nel 1847 egli aveva sette ricoverati, nel '48 quindici, nel '50 una quarantina. Il loro numero cresceva a misura che si prendevano in affitto nuovi appartamenti, dove collocare i lettucci; chè, provveduto al dormire, il resto della vita si svolgeva senza gran difficoltà.
Di réfettorio per parecchi anni non si parlò. Quando faceva bel tempo, ognuno andava a consumare il suo pasto qua e là per il cortile; altrimenti si sedevano sui gradini della scala o presso la cucina. Il vitto era semplice. Al mattino Don Bosco distribuiva venticinque centesimi a testa, perchè ognuno si comprasse il pane; a mezzogiorno Mamma Margherita, aiutata dal figlio, preparava la polenta con qualche intingolo e alla sera cuoceva la minestra; per bere, la pompa gettava acqua fresca in abbondanza. Condiva quelle frugali vivande l'allegria di Don Bosco, che assisteva alle refezioni, affaccendandosi con la madre ad apparecchiare e a servire.
Per il lavoro andavano fuori presso padroni di botteghe o di officine, dai quali imparavano il mestiere più confacente ai loro gusti e alle loro attitudini. Don Bosco, oculato nella scelta dei luoghi, non lasciava i giovani in balìa di se stessi, ma li seguiva passo passo, visitandoli ogni tanto e informandosi dei loro andamenti. Nemmeno li abbandonava all'arbitrio dei principali; poichè stringeva con questi precise convenzioni scritte e firmate, di cui rimangono esemplari. Al loro ritorno poi dal lavoro sapeva farli cantare, di modo che, se riportavano sinistre impressioni, egli ne veniva a conoscenza e vi poneva rimedio. Col tirocinio professionale essi accoppiavano l'istruzione elementare, frequentando con gli esterni le scuole serali.
Ma qui non era tutto, anzi era il meno. In cima ai pensieri di Don Bosco stava l'educazione cristiana de' suoi ricoverati. Per prima cosa, appena entrati, insegnava loro a pregare e a confessarsi. Come degli esterni, così degli interni egli era il confessore ordinario. Ogni sabato sera stava a disposizione di tutti, talora fin verso le dieci o le undici; ogni mattino dava in particolare comodità agl'interni prima di celebrare la Messa, durante la quale, come tuttora si costuma, si dicevano le orazioni, si recitava la terza parte del Rosario e chi volesse, poteva fare la comunione. Dopo le preghiere della sera c'erano sempre due parole paterne di buona notte.
Per stimolare a tener buona condotta introdusse un'usanza durata a lungo nell'Oratorio, cioè la premiazione dei migliori, designati come tali dal voto dei compagni. Nella settimana precedente alla festa di S. Francesco di Sales, distribuiti foglietti bianchi, diceva che vi scrivessero segretamente i nomi di sei, otto, dieci o più, reputati meritevoli del premio; nel giorno poi della festa, fatto lo spoglio, premiava coloro che avevano riportato maggior numero di suffragi.
Del resto, la vita di famiglia che si conduceva nella casa, favoriva assai la formazione religiosa e morale dei giovani. Don Bosco li trattava da papà ed essi lo amavano da figlioli, usando con lui la più schietta confidenza e la più grande apertura di cuore, sicchè egli, conoscendoli bene ed essendo oltremodo sagace, trovava con facilità le vie per arrivare ai loro animi. Sua madre pure, chiamata da tutti mamma, vi sosteneva una parte non indifferente; giacchè, esercitando sui ragazzi un'autorità indiscussa, che le derivava sia dalla sua abituale prudenza nell'operare sia dalle sue cure materne verso ognuno, li poteva agevolmente ed efficacemente riprendere, correggere, consigliare.
Da quei primissimi alunni Don Bosco ebbe tosto la possibilità di presceglierne quattro più intelligenti e più pii, che tolse al lavoro manuale per insegnar loro il latino, e nel febbraio del 1851 con pubblica solennità, previa licenza dell'Arcivescovo, li fece vestire chierici. Si chiamavano Bellia, Buzzetti, Gastini e Reviglio, nomi che furono sempre cari agli anziani dell'Oratorio.
Ma se il denaro è il nerbo della guerra, non è meno strumento indispensabile nelle opere di pace. I tre oratorii e più ancora l'ospizio esigevano continue spese, che gravavano tutte su Don Bosco. Egli confidava nella Provvidenza, ma non la tentava; infatti, vinta l'innata ripugnanza a chiedere l'elemosina, tendeva la mano a chiunque sperasse di poter muovere in suo aiuto. Dio solo ne contò i passi fatti, le lettere scritte, le umiliazioni subite per tale scopo.
Aveva poi, in questo, come vedremo, espedienti inesauribili. Così dopo le accennate vestizioni volle che i quattro chierici scrivessero ciascuno la sua supplica al Re Vittorio Emanuele per ottenere un sussidio, che venne accordato.
Era disagiata l'abitazione dei giovani; ma stava a disagio anche il Signore in quella " vera meschinità " di cappella, che non poteva nascondere la sua sagoma originaria di capannone. Un tratto della Provvidenza infuse a Don Bosco il coraggio di metter mano a costruire una chiesa. Aveva dato al Pinardi la sua parola per la compera immediata della casa e con immediato pagamento. Un prestito di ventimila lire fattogli dall'abate Rosmini gli forniva i due terzi del prezzo pattuito; ma per il resto non sapeva a quale Santo raccomandarsi. Ci pensò la Provvidenza. Mentr'egli faceva castelli in aria, ecco giungere all'Oratorio Don Cafasso, che, ignaro del bisogno, si affrettava a recargli diecimila lire per incarico della contessa Casazza-Riccardi. Per 1'istrumento occorrevano ancora tremilacinquecento e più lire, che gli donò il senatore Cotta, quando nella sua banca fu stipulato il contratto. Orbene, conchiuso tanto felicemente questo affare, cominciò a dire che voleva innalzare una chiesa in onore di S. Francesco di Sales. Gli penetrava sempre più nell'anima la persuasione che in opere destinate sicuramente alla maggior gloria di Dio non sarebbe venuto meno giammai l'aiuto del Cielo. Era questa, com'egli scriveva al Rosmini, la prima chiesa che in Piemonte s'innalzasse a favore della gioventù abbandonata. Per implorare l'assistenza della Santa Vergine pellegrinò verso la fine di maggio al celebre santuario di Oropa sui monti biellesi.
Nel giugno dunque del 1851 si diede principio ai lavori. Mentre da una parte i muratori attendevano a gettare le fondamenta, Don Bosco operava in altra parte e in altro senso, metteva cioè in opera il suo ingegno per la ricerca dei mezzi. Anzitutto scrisse ad amici, a ricchi e caritatevoli signori, ad autorità cittadine; scrisse ai Vescovi del Piemonte; scrisse financo al Re. Dalla Reggia ricevette in due volte undicimila lire con l'assicurazione che Sua Maestà guardava con favore la sua attivita a bene della gioventù. I Vescovi gli fecero belle risposte; parecchi lo conobbero soltanto allora, altri lo conobbero meglio; ma poco o nulla, date le strettezze dei tempi, gli poterono inviare: però da Biella il vescovo Losana, tenuto conto dei duecento garzoni muratori biellesi assidui all'Oratorio, gli mandò mille lire.
Grande pubblicità egli procacciò all'impresa, quando si fece la posa della pietra angolare. Non si era mai vista in quei paraggi una folla così numerosa e varia. Un rappresentante dell'esule Arcivescovo compie la parte sacra della cerimonia; il senatore Cotta, caritatevolissimo uomo, collocò la pietra; il sindaco vi distese la prima calce. Sacerdoti, patrizi e dame torinesi facevano corona. In un'accademiola finale sei giovanetti con un brevissimo dialogo di Don Bosco distribuirono i ringraziamenti. Quindi i ginnasti del Bersagliere, che avevano mantenuto il buon ordine, eseguirono dinanzi alla gran massa dei loro compagni e sotto gli occhi dei forestieri alcune evoluzioni. Gl'intervenuti partirono con l'impressione che Don Bosco andava aiutato, mentre gli alunni interni cominciavano a provare un po' di quella ingenua fierezza che s'impadronisce delle anime semplici nel sentirsi parte di un'opera grandeggiante. Il chierico Reviglio non si tenne dal manifestare a Don Bosco il proprio entusiasmo. - Oh questo non è ancora nulla! - gli rispose il Santo.
Don Bosco domandava e riceveva, ma non abbastanza; la crisi economica, effetto della recente guerra, riduceva di molto le possibilità. A prevenire pertanto il caso di dover sospendere i lavori per mancanza di danaro, escogitò un esperimento nuovo e ardito: bandire una lotteria. Ci aveva studiato su a lungo, prima di comunicare al pubblico l'idea; quindi rapidamente la organizzò in forma grandiosa e perfetta. Una commissione di 46 promotori e 86 promotrici si obbligava a occuparsene; per questo gli uni e le altre furono scelti da diverse classi sociali. Un Comitato di diciotto membri, oltre a Don Bosco e a Don Borel, attendeva a dirigere l'azione comune; ne facevano parte anche sei consiglieri comunali e vi fungeva da tesoriere il banchiere Cotta, senatore del Regno. Tutti questi signori sottoscrissero la domanda per ottenere la legale approvazione governativa, che fu concessa il 9 dicembre del '51. Don Bosco stese un appello ai cittadini, nel quale esponeva l'origine, la natura e lo scopo dell'Oratorio di S. Francesco di Sales, dava notizia della ideata lotteria e invitava a donare oggetti per la sua effettuazione. Nel documento parlavano i promotori e le promotrici, che vi apposero tutti la loro firma; migliaia di copie ne furono spedite in ogni dove. La Corte reale e la nobiltà torinese risposero in modo confortante, a segno che la somma dei doni arrivò alla cifra di 3521. Don Bosco in un fascicolo di 158 pagine, messo in vendita a beneficio dell'Oratorio, ne stampò l'elenco coi nomi degli oblatori, premettendovi il piano della lotteria e il suo appello, unitamente alla lista della Commissione promotrice e del Comitato ordinatore. Il Conte Camillo di Cavour a sua richiesta aveva fatto esentare dalle spese di posta l'invio di circolari, di doni e di biglietti.
Per fissare il numero di questi ultimi bisognava che risultasse il valore complessivo dei doni. L'estimatore ufficiale, uomo del commercio, presentò una perizia inaccettabile per gli oggetti d'arte; ma Don Bosco ottenne un secondo perito di maggior competenza. Ebbe così l'autorizzazione a emettere centomila biglietti di una lira. La distribuzione fu affidata principalmente ai promotori e alle promotrici. Don Bosco pure ne smaltì una gran parte; nel che lo favorirono anche i Vescovi piemontesi, a ciascuno dei quali ne spedì duecento.
Altra esigenza legale era la pubblica esposizione degli oggetti. A tale effetto il Municipio concesse l'uso di una sala molto vasta dietro la chiesa di S. Domenico. Vi affluirono i visitatori; ci venne pure il Cavour, ricevuto e accompagnato molto rispettosamente da Don Bosco.
L'estrazione dei biglietti fu con le formalità prescritte eseguita nel Palazzo di Città il 12 luglio 1852. A conti fatti, Don Bosco incassò settantaquattromila lire. Le pratiche legali ed estralegali per tutti gli atti di una lotteria importano una somma tale di brighe, che qui non è possibile descrivere; Don Bosco vi si sottopose con calma e solerzia dal principio alla fine e senza che ne lo disanimasse una croce assai penosa. Fra i preti suoi aiutanti ve n'era uno, che si rivelò seminatore di zizzanie. Quanti fastidi non gli arrecò! Finalmente una favilla fu bastante a destare un incendio. Nel citato appello si parlava dell'Oratorio come di un'opera destinata ad allontanare dalla cattiva strada tanti " giovani oziosi e malconsigliati " che " vivendo di accatto o di frode sul trivio e sulle piazze " erano " di peso alla società e spesso strumento d'ogni misfare ". Ora il sopra innominato ricamò su questo passo un'esegesi incredibile. A sentire lui, Don Bosco vi alludeva ai giovani catechisti dell'Oratorio, quasi fossero dei convertiti da una vita di disonore; bisognava dunque esigere una solenne riparazione. Più incredibile dell'interpretazione fu la balordaggine di coloro che se la bevvero. Ne nacque un putiferio dell'altro mondo, una vera ira di Dio. Quei giovani, ritenendo intaccato anche l'onore delle loro famiglie, si ammutinarono e accadde allora a Valdocco su per giù lo stesso che nel 1849 a Portanuova. I sediziosi si trascinarono dietro i giovani più grandi, dando loro tumultuosi convegni domenicali a S. Martino dei Molini Dora e conducendoli poi per la maggior parte della giornata a spassarsela fuori di città. Si spendeva a profusione in vino, in merende e in banchetti. L'innominato disponeva di molto danaro anche perchè, sparlando con finto zelo di Don Bosco e spacciando che era necessario fondare oratorii con altri indirizzi e metodi, guadagnava alla sua causa i benefattori di lui. Un giorno Don Bosco disse al Servo di Dio
Don Leonardo Murialdo che per colpa di quel tale aveva dovuto cercarsi altri benefattori.
Il pericolo che incombeva sull'Oratorio di Valdocco, minacciava la quiete dei due di Portanuova e di Vanchiglia, quando comparve in buon punto un atto autorevole, che fece aprire gli occhi a chi era in buona fede. L'Arcivescovo, informato di tante indegnità, dopo avere scritto dal luogo del suo esilio a Don Bosco incoraggiandolo a continuare, emanò il 31 marzo 1852 un decreto, col quale ufficialmente lo costituiva Direttore e Capo dei tre Oratorii. Ecco perché nella sua corrispondenza epistolare, anche scrivendo a illustri personaggi, Don Bosco amò poi qualificarsi scherzevolmente dopo la firma " capo dei birichini ".
Il prestigio di lui ne uscì salvo non solamente, ma ingrandito. I promotori dello scisma, essendo preti, dovettero abbassare la cresta e, vedendo crollata la loro ambizione di supremazia, si dileguarono. Non però ammutolirono; le loro denigrazioni sparsero germi, che col tempo produssero per Don Bosco amari frutti. E i catechisti? I catechisti non ritornarono più a fare quello che facevano prima; compresero tuttavia in seguito da che parte stesse la ragione e da che parte il torto, e si mantennero amici di Don Bosco, che, dimenticando il passato, li colmava in ogni occasione di gentilezze. Ma intanto egli dovette fare come il ragno, che, laceratagli una tela, ne fila subito un'altra. Il Bersagliere, rimastogli fedele, moltiplicava se stesso per far divertire i ragazzi con le sue manovre militari, spingendosi anche lungi dall'Oratorio per attirarne altri. I quattro chierici menzionati, alcuni seminaristi, parecchi alunni interni più capaci subentrarono nei posti lasciati vacanti dai disertori. Don Bosco aveva detto a Gastini: - Tutti mi abbandonano, ma Dio è con me. - Infatti le cose si ricomposero meglio di prima.
Dopoché la tristizia degli uomini aveva tentato invano di minare la vita dell'Oratorio, una forza cieca mise improvvisamente a repentaglio l'esistenza dell'Ospizio e la persona stessa di Don Bosco. La mattina del 26 aprile si trovava egli nella sala della sua esposizione, quando un cupo rombo intronò gli orecchi, e tutto l'edificio tremò come per una scossa di terremoto. Disceso nella via per iscoprirne la causa, lo assordò un secondo fragore e nell'attimo stesso ecco dall'alto cadergli vicino un pesante sacco di avena e con tanto impeto che per pochi centimetri soltanto non lo aveva schiacciato al suolo. Erano saltati in aria due magazzini assai grandi in una fabbrica di polvere da mine e da caccia, situata presso S. Pietro in Vincoli, a mezzo chilometro dall'Oratorio.
Egli volò immediatamente a Valdocco, dove trovò la casa con fresche screpolature, ma vuota, perché tutti erano fuggiti all'aperta campagna. Accorse quindi sul luogo del disastro, passando fra mucchi di rovine. Là, in mezzo alla polvere e al fumo, vide l'eroico sergente Sacchi, vogherese, che dà tuttora il nome a una via di Torino, rischiare la vita, lavorando di mani e di piedi per soffocare il fuoco già presso a lambire un terzo magazzino maggiore degli altri due e contenente ottocento barili di esplosivo. Perché il milite ardimentoso potesse attingere acqua da gettare nelle fiamme, gli lanciò il suo cappello. Gli sforzi del Sacchi permisero ai pompieri di arrivare in tempo per arrestare l'incendio.
Nel calamitoso frangente brillarono tratti di misericordia divina. La prossima Piccola Casa del Cottolengo patì rilevanti danni materiali, ma fra i suoi milletrecento abitatori non deplorò vittime. Lo stesso dicasi dei non lontani Istituti della Barolo, che pure soffersero assai dal formidabile spostamento d'aria e dagli enormi proiettili. Vicinissimo all'Ospizio di Valdocco piombò un trave infocato della lunghezza di circa sette metri, che, se avesse raggiunto la mal costrutta casetta, vi avrebbe aperto una larga breccia e appiccato il fuoco. Alla nuova chiesa, già coperta e disarmata, ma ancora senza porte e finestre, l'urto non cagionò danno.
Si comprese allora una minaccia misteriosa proferita l'anno innanzi da un ricoverato sedicenne dell'Oratorio, per nome Gabriele Fassio, fabbro ferraio, gravemente infermo al Cottolengo. Dopo gli ultimi Sacramenti era stato udito esclamare: - Guai a Torino, guai a Torino il 26 aprile!... Pregate S. Luigi che protegga l'Oratorio e quelli che vi abitano. - Morì poco dopo. I suoi guai avevano prodotto in tutti grande impressione. Allora fu che Don Bosco alle orazioni del mattino aggiunse una preghiera a S. Luigi con l'invocazione che si continua a ripetere nelle Case salesiane: Ab omni malo libera nos Domine. Avvenuta poi la catastrofe, egli fece stampare in cinquemila copie una pittoresca immagine con questa scritta: I figli dell'Oratorio di S. Francesco di Sales a Maria Consolatrice.
Bastarono dodici mesi, perchè la chiesa fosse condotta al punto da potervi convenevolmente officiare. " Giorno di grande consolazione " disse Don Bosco il 20 giugno nella sua lettera di invito ai benefattori per la benedizione rituale da darsi in quella domenica. Alla cerimonia egli volle che andasse accompagnata la maggiore esteriòrità possibile. Colpiva i numerosi cittadini accorsi il tripudio giovanile, di cui per largo spazio risonava l'aria all'intorno. Nonostante i mille impicci di quei giorni, Don Bosco aveva buttato giù, dato alle stampe in migliaia di esemplari e distribuito ai giovani una filza di quartine musicate per ordine suo da un prete amico. Quel mattino dunque i settecento oratoriani, sparsi a gruppi per l'ampia distesa dei prati e dei campi circostanti, cantavano quali una strofa, quali un'altra, riempiendo l'aria di note gaie e festive.
La festa si riprese nel pomeriggio con maggior numero di intervenuti e con maggior entusiasmo dei giovani. I militi del Bersagliere gareggiavano con una schiera della Guardia Nazionale per mantenere l'ordine e crescere decoro alla celebrazione. Dopo le funzioni, promotori e promotrici della lotteria, membri del clero e del patriziato e quanti avevano preso parte attiva alla costruzione della chiesa furono invitati nella vecchia cappella, trasformata in salone, dove nobili benefattori avevano apparecchiato un signorile rinfresco. Qui Don Bosco parlò, toccando le corde più delicate e rivelandosi sempre meglio per quello che era. Seguì un canto, nel quale un giovanetto spiegò una voce angelica, che commosse i cuori. A notte il popolare divertimento dei fuochi d'artificio chiuse la faustissima giornata, di cui la stampa diffuse l'eco fuori di Torino.
Due idee per tal modo si facevano strada: essere una necessità sociale il provvedere all'educazione religiosa e civile della gioventù povera e abbandonata, e albergare in Don Bosco una volontà fattiva di attendere a tale apostolato. Questa duplice comprensione andò tosto producendo i suoi effetti. Da un lato disponeva favorevolmente verso del prete il popolo beneficato, i signori benefattori e le autorità responsabili; dall'altro animava Don Bosco a fare sempre più e sempre meglio. La nuova chiesa veniva a risolvere il problema dell'Oratorio festivo; infatti non solo era sufficiente a contenere il gran numero dei giovani e si prestava degnamente al culto, ma permetteva anche di adoperare la primitiva cappella per le scuole diurne e serali. Insoluto restava però il problema dell'ospizio. La casa, piccola al bisogno, scomoda all'uso e danneggiata allora dallo scoppio della polveriera, esigeva provvedimenti. Allestita dunque una dimora per il Signore, rivolse il pensiero a prepararne un'altra per i suoi figli.
Ne ordinò subito il disegno. Portava questo un edificio a tre piani con portico e sotterraneo, lungo quaranta metri, largo undici e mezzo, alto sedici. Il fabbricato, movendo dalla chiesa, avrebbe occupato lo spazio della casa demolienda, si sarebbe quindi proteso per circa egual tratto più oltre e sarebbe terminato con un braccio di metri dodici e mezzo per sei, parallelo alla chiesa.
Naturalmente non si poteva abbattere senz'altro la casa vecchia, unico ricetto dei ricoverati. Pochi giorni dopo la descritta benedizione i muratori lavoravano già a costrurre su terreno sgombro la seconda metà della fabbrica progettata. Si vedevano crescere rapidamente i muri; ma purtroppo le vicende di questi lavori non furono sempre liete. Un primo incidente accadde il 20 novembre. La rottura di un ponte causò la rovina di un muro dall'altezza del terzo piano. Avvenne ben di peggio nella notte del 1° dicembre. La costruzione era giunta al comignolo e già si stava per collocare le tegole; ma una pioggia strabondevole, incessante e talora violenta obbligò a sospendere i lavori, mentre l'acqua agiva negli interstizi della muratura. Se la goccia scava la pietra, quella doccia faceva tanto più facilmente il vuoto fra pietra e pietra, finché le muraglie a tre riprese si sfasciarono e si ridussero in cumuli di rovine. Don Bosco che al crollo parziale si era rassegnato come Giobbe, dopo quello totale disse come Giobbe avrebbe potuto dire: - Il demonio ha voluto darci un calcio; ma Dio è più forte di lui. - In una sua lettera del 6 dicembre al prevosto di Capriglio si leggono le seguenti parole: " Ho avuto una disgrazia: la casa posta in costruzione rovinò quasi interamente, mentre era già quasi tutta coperta. Tre soli furono lesi gravemente, niuno morto, ma uno spavento, una costernazione da far andare il povero Don Bosco all'altro mondo. Sic Domino placuit ". Andò tanto poco all'altro mondo, che scriveva quella lettera per pregare il prevosto di mandar a prendere in casa sua alcuni testi greci e di spedirglieli al più presto, avendone bisogno per una scuola che faceva.
Frattanto, à la guerre Gomme à la guerre. La vecchia casa per questa nuova scossa in alcuni punti appariva malsicura; perciò Don Bosco ridusse a dormitorio la cappella abbandonata. Poi trasferì le scuole diurne e serali nella chiesa nuova che, mentre nella prima ora d'ogni mattino e negl'interi giorni festivi serviva alle pratiche religiose, nel resto del tempo diventava palestra scolastica, dove le varie classi occupavano il coro, il presbiterio, le due cappelle laterali e diversi punti del corpo centrale. Al disagio inevitabile si aggiungeva il rigore dell'inverno; ma regis ad exemplum totus componitur orbis. La serenità di Don Bosco che conduceva la vita in mezzo a' suoi giovani, rasserenava l'ambiente, e lo scaldava la sua carità.
Queste condizioni durarono fino all'ottobre del 1853, quando la fabbrica crollata risorse dalle rovine. Tale risurrezione fu rapidamente possibile, grazie alla generosità d'insigni benefattori, che non si mostrarono sordi all'implorare di Don Bosco. Gli fruttò discretamente anche una piccola lotteria messa su in un batter d'occhio. Il premio era uno solo, consistente in una " cassa di ferro con vari segreti "; gliel'avevano regalata a questo scopo. Già nell'autunno, scuole, dormitori, refettorio e cucina passavano nel nuovo edifizio. I ricoverati erano settantacinque.
Un doppio progresso provenne dalla recente sistemazione. Primo progresso, due laboratori interni. Nonostante tutte le cautele, il lavorare lontano dall'Oratorio non era per i giovani senza inconvenienti; perciò Don Bosco inaugurò l'insegnamento professionale nell'ospizio. Egli non aspettò a fare, quando avesse a sua disposizione tutto il necessario, perché l'opera riuscisse compiuta; ma, pur di cominciare, si contentò d'inizi rudimentali. E cominciò da laboratorietti, che più facilmente potevano aver lavoro. In un corridoino allineò alcuni bischetti forniti degli attrezzi più indispensabili per lavori di calzoleria, e cambiò in sartoria la vecchia cucina. Nei primordi egli stesso fu il maestro dei sarti,- ne disdegnava di sedersi accanto agli allievi calzolai per addestrarli nel maneggio dei loro strumenti; ma non indugiò a scegliere due capi d'arte esterni, che dei giovani fossero anche vigili custodi. Non basta. Presentò loro un regolamento di nove articoli, che essi dovevano tenere esposto nei due laboratori, leggendovelo ogni quindici giorni " a chiara voce ", come ivi è detto. Ecco dunque le cellule primordiali delle sue scuole d'arti e mestieri e della relativa sapiente. regolamentazione.
Secondo progresso: classi ginnasiali. L'occhio di Don Bosco sapeva discernere fra ricoverati e ricoverati. Ve n'erano di famiglie un tempo agiate, ma poi decadute, quindi non fatti per lavori manuali; altri apparivano dotati di sì bell'ingegno, che sembrava disdicevole condannarli a rudi mestieri. Egli quindi coltivava a parte questi tali, applicandoli allo studio. Nel 1850 ne aveva dodici, più del doppio nel 1853; poi andarono sempre aumentando di anno in anno.
Fino all'anno scolastico 1851-1852 era stato egli stesso il loro insegnante; ma dopo, non potendo più continuare, ricorse alla benevolenza di due bravi professori privati, che godevano grande credito in città. Erano il cavaliere Giuseppe Bonzanino e il sacerdote Matteo Picco, il primo dei quali reggeva le tre classi del ginnasio inferiore e il secondo le due del superiore, frequentate le une e le altre da figli di ragguardevoli famiglie. Essi non solo accettarono volentieri gli alunni di Don Bosco, ma li dispensarono anche da ogni minervale, come allora si diceva l'onorario.
Parecchie e notevoli furono le benemerenze da loro acquistatesi con tanta generosità. Aiutarono anzitutto efficacemente Don Bosco in cosa di somma importanza, quale quella di avviare alle professioni liberali o allo stato ecclesiastico una bella schiera di suoi ricoverati, che altrimenti sarebbero stati costretti a seppellire i loro talenti o ad abbandonare la loro vocazione. Inoltre misero i poveri giovani dell'Oratorio in contatto con signorini che poi fecero carriera o fortuna e che mantennero con quelli divenuti Salesiani i cordiali rapporti degli anni giovanili, prestandosi a favorirli comunque potessero. Nomineremo qui i Conti Cravosio, Roasenda, Bosco di Ruffino, Ceresa di Bonvillaret, Marchetti e con questi i figli del Broferio e di Sineo che fu poi ministro, i due figli del ministro Santorre di Santarosa, i fratelli Cesare e Coriolano Ponza di San Martino, poi generali e il secondo anche ministro. Don Bosco a sua volta non tralasciava di dar prove di riconoscenza per sì segnalati benefizi. Infatti sapeva a tempo e luogo far gradire ai professori qualche ricompensa pecuniaria e impartiva con assidua cura nelle loro scuole l'insegnamento settimanale della religione, gustato moltissimo dagli allievi, che ne divenivano visibilmente migliori e più studiosi.
Sono fin qui, se si vuole, cose piccole in complesso; ma è la travagliosa e promettente piccolezza delle cose grandi, quando nascono.
CAPO XIII
LE “LETTURE CATTOLICHE”
Quando una diga si rompe, la piena delle acque ha insita la forza che la porta a dilagare, a travolgere, a menar guasti dovunque arriva; la subitaneità del caso coglie alla sprovvista, di modo che non è possibile sul momento porvi riparo. Così fu in Piemonte per la legge sulla libertà di stampa. Caduti i vecchi argini, la libertà, per opera di uomini già da lunga pezza preparati, degenerò in una licenza che non conobbe più ritegno; i buoni invece, repentinamente sorpresi, non avevano nulla di pronto per una efficace e sollecita reazione. Pullularono ben tosto giornali di partito, seminatori di avversione alle cose e alle persone ecclesiastiche, fossero essi recisamente settari o semplicemente liberali dalle varie tinte; predominava la diffusissima Gazzetta del Popolo. I protestanti dal canto loro non indugiarono a profittare della legge di emancipazione, ma presero subito a imperversare, conducendo una nefasta propaganda contro la Chiesa e il clero mediante giornalucoli e libercoli, che diffondevano a larga mano, facendoli penetrare in seno alle famiglie e serpeggiare in mezzo alla gioventù. A sostenere l'idea cattolica sorse bensì il 1° luglio 1848 l'Armonia, della quale fu poi anima il Margotti; ma la fazione avversa teneva il campo, come più agguerrita, più audace e inoltre sostenuta da governanti; l'Armonia inoltre non era fatta per il popolino. Gli assalti ora violenti ora subdoli si ripetevano quotidianamente; dogma, culto, autorità ecclesiastiche, Ordini religiosi, nulla si risparmiava. S'andò poi di male in peggio, allorchè dopo la guerra contro l'Austria ci fu maggior libertà d'ingaggiare la lotta contro il Papato.
Don Bosco vedeva e faceva. Nel 1849, come abbiamo detto, il suo bimensile Amico della Gioventù, che gli costò danari e sacrifici, ebbe vita non lunga, ma onorata. Nel 1851, quando i Valdesi divenivano invadenti, diede alle stampe un opuscolo opportunissimo, che intitolò Avvisi ai Cattolici. Fissati alcuni punti fermi sui doveri dei Cattolici verso i loro Pastori e verso il Pastore dei Pastori, illustrava in sei paragrafi con grande semplicità e chiarezza i " Fondamenti della Cattolica Religione ", cioè le dottrine dai protestanti più combattute. Di questa pubblicazioncella in due anni si smerciarono duecentomila copie. La soverchia prudenza di taluni avrebbe voluto distoglierlo dal cimentarsi così a visiera alzata con l'eresia, esponendosi a manifesti pericoli. Infatti l'idra si contorse e schizzava veleno, segno evidente che il libriccino, " sebbene visibile appena ", come l'autore lo qualifica in una lettera, le assestava colpi micidiali. Ma ai timidi consiglieri egli dichiarò che non paventava le ire dei nemici della fede e che per la fede sarebbe stato ben lieto di dare anche la vita.
Mosso da questo zelo, Don Bosco meditava da tempo intorno a una pubblicazione periodica popolare, che incalzasse l'errore nelle sue più riposte latebre. Ne ragionò col Vescovo d'Ivrea, che con quello di Mondovì i Presuli subalpini nel 1849 avevano deputato a preparare un disegno di associazione per la diffusione della buona stampa. Com'ebbe abbozzato un programma, lo sottopose all'approvazione dell'Arcivescovo Fransoni, ottenuta la quale, ne informò l'Episcopato piemontese per averne il consenso. Egli annetteva tanta importanza a questa iniziativa, che, come per la fondazione dell'ospizio, così per la vagheggiata impresa andò nel luglio del 1852 a implorare l'aiuto della Madonna presso il suo Santuario di Oropa.
Dopo pratiche molte e laboriose, finalmente nel gennaio del 1853 erano terminati i preparativi; si poteva dunque lanciare l'annunzio col piano di associazione, il che egli fece nel mese di febbraio. La pubblicazione avrebbe portato il titolo generale di Letture Cattoliche. I libri sarebbero " di stile semplice e dicitura popolare " e avrebbero contenuto materia che riguardasse " esclusivamente " la religione cattolica. In origine i fascicoli dovevano essere mensili; ma Don Bosco per compiacere al Vescovo d'Ivrea consentì che se ne dessero due al mese, senza però aumentare il numero complessivo delle pagine. Si continuò a questo modo per tre annate; dopo le quali si rivenne all'idea primitiva. Il prezzo di associazione era di lire due e ottanta centesimi all'anno. L'editore torinese De Agostini rispondeva della stampa; l'Oratorio provvedeva alla spedizione.
L'annata cominciò in marzo. Per sei mesi consecutivi figurava primo fascicolo parte di un'opera intitolata: Il cattolico istruito nella sua religione. Trattenimenti di un padre di famiglia coi suoi figlioli, secondo i bisogni del tempo. Don Bosco aveva preparato da un anno questo suo lavoro e l'aveva fatto esaminare al Vescovo d'Ivrea che gliene die' lode. È un vero trattarello De vera religione in forma accessibile a chi sia non solo digiuno di teologia, ma anche fornito di scarse lettere. Da capo a fondo l'autore mirava a raddrizzare le idee storte, che i protestanti spargevano ai quattro venti.
Nel mese di maggio anche il secondo fascicolo apparteneva a Don Bosco. Ricorrendo in quell'anno il quarto centenario del miracolo del Santissimo Sacramento, accaduto in Torino il 6 giugno 1453, egli raccolse nel volumetto le notizie storiche intorno al prodigio. L'apologia antivaldese compariva negli accenni alla presenza reale di Gesù nell'Eucaristia e in un dialogo di appendice sui miracoli.
Tutti questi scritti spaventavano ogni volta più i revisori ecclesiastici. Invero né egli ne altri intingevano la penna propriamente in acqua di rose, ma scrivevano di buon inchiostro, scevro tuttavia di qualsiasi acredine. Nella Curia però sì conoscevano troppo gli umori di certa gente, che si sapeva come fosse capace di tutto contro tutti. Perciò gl'incaricati della revisione da prima evitarono di scoprirsi, non apponendo la loro firma sotto la consueta formula: Con approvazione della Revisione arcivescovile. Si tirò avanti così fino al sesto fascicolo; ma dopo non vi fu più nessuno che volesse saperne di pigliarsi quella gatta a pelare, essendo persuasione comune che ne andasse la vita. E avevano ragione, come vedremo. Del resto, vi sono circostanze in cui l'eroismo non si può imporre.
Don Bosco certamente non aveva di queste paure. Desiderando rispettare le leggi della Chiesa, espose il caso all'Arcivescovo, che da Lione pregò il suo suffraganeo eporediese di provvedere. Mons. Moreno delegò il Vicario Generale, autorizzandolo tuttavia a non mettere sotto l'approvazione il proprio nome.
Quei fascicoli mitragliavano addirittura il campo nemico. I protestanti con giornali e specialmente con le loro Letture evangeliche movevano al contrattacco; ma con ciò in ultima analisi facevano la pubblicità alle Letture Cattoliche. Quindi cambiarono tattica. Di quando in quando alcuni dei più istruiti, recandosi da Don Bosco nell'Oratorio, cercavano di tirarlo in discussioni, nelle quali ritenevano di poterlo confondere per poi cantare vittoria e colmarlo di discredito. Ma ignoravano con chi avessero da fare. Don Bosco vide subito che il loro forte consisteva nell'alzare la voce e nel saltare di palo in frasca; onde con opposto metodo dava le sue risposte sempre calmo e li inchiodava inesorabile all'argomento.
Un giorno accadde un comico incidente. Si presentò a lui il Ministro Meille, molto noto in Torino; lo accompagnavano due capi valdesi. Fu accolto con la massima cortesia. La disputa durò sette ore filate. Uno degli accoliti, dibattendosi la questione del purgatorio, appellò da un testo latino all'originale greco. Don Bosco trasse dalla sua libreria la Bibbia greca e gliela porse. Colui la sfogliava adagio e con sussiego, come per cercare il passo voluto. - Ma che fa? l'interruppe Don Bosco. Volti così il volume. - E glielo capovolse, poichè lo teneva a rovescio. L'altro confuso buttò il libro sul tavolo e le controversie ebbero termine. Anche personaggi autorevoli insistettero per far desistere Don Bosco da pubblicazioni che mettevano sossopra il mondo protestante, con pericolo di gravi conseguenze. Ma egli crollava il capo, e i fascicoli si succedevano puntuali ogni primo e ogni sedici del mese. Anzi, perchè i giovani dell'Oratorio e altri con loro capissero meglio, inscenò una commediola in due atti dal titolo: Una disputa tra un avvocato ed un ministro protestante. Fattala rappresentare più volte, la diede poi alle stampe. Finora non si era che alle prime avvisaglie. Vinti sul terreno della discussione, gli avversari, anzichè deporre le armi, ingaggiarono una lotta più accanita e con mezzi più sbrigativi. Una domenica d'agosto del 1853 Don Bosco, uscendo da fare la predica, si trovò a faccia a faccia con due signori, che cercavano di lui. Li invitò a salire nella sua camera. Qui spiegarono il motivo della loro visita. Posto che dicessero il vero, li portava l'ammirazione per l'abilità sorprendente di cui egli dava prova nello scrivere popolare. Peccato, soggiungevano, che non rivolgesse una sì preziosa dote a comporre buoni libri scolastici, invece di sciuparla nelle Letture Cattoliche! Quelle essere cose fritte e rifritte, che non gli procuravano nessun vantaggio. Desse retta a loro, scrivesse per le scuole: ne ricaverebbe anche utilità materiale per l'Istituto affidatogli dalla Provvidenza. Gradisse intanto una loro offerta che non sarebbe l'ultima né la maggiore; gli servirebbe per cominciare. Così dicendo, gli porgevano quattro biglietti da mille.
Il Santo li pregò di tenersi quel danaro, scusandosi di non poter seguire il loro consiglio. Allora i due sconosciuti gli fecero osservare che le sue Letture non solamente erano inutili, ma potevano anche tornargli nocive e magari esporre la sua persona a pericoli molto seri. Qui il diavolo scopriva la coda; ma Don Bosco aveva già capito dove andassero a parare e: - Per amore della verità, disse, io non temo nessuno. - Coloro, alzandosi da sedere, non seppero dissimulare quanto si sentissero contrariati dalle sue parole, e con mal piglio lo avvertirono di stare in guardia, perchè, uscendo di casa, non sarebbe sicuro di rientrarvi.
Dal di fuori uno scalpitio, seguito da una spinta all'uscio, rivelò la presenza di gente. Don Bosco, accortosi al par di loro che non si era soli, prese animo e parlò alto: - Se loro conoscessero i preti cattolici, non scenderebbero a simili minacce. I preti cattolici, finchè sono in vita, lavorano volentieri per Dio; se poi nel compimento del proprio dovere avessero da soccombere, riguarderebbero la morte come la più grande fortuna e la massima gloria.
Il suo coraggioso linguaggio irritò quei signori, che gli si avvicinarono con atteggiamento ostile. Ma egli, afferrata la sedia: - Se volessi, disse, far uso della forza, vedrebbero quanto costi cara la violazione del domicilio di un libero cittadino. Ma la forza del sacerdote sta nella pazienza... Oh, finiamola, e partano di qua! - Nell'intimar loro di andarsene, fece un mezzo giro intorno alla sedia e servendosene come di scudo, si accostò all'uscio, lo aprì e, veduto Buzzetti, gli disse di condurre quei signori al cancello, perchè non erano pratici della scala. I due si guardarono e uno brontolò: - Ci rivedremo in momento più opportuno.
Il Buzzetti non era là per caso. Avendo notato prima nel fare dei visitatori alcun che di sospetto, aveva preso con se alcuni giovani interni e montava la guardia. Ascoltando il dialogo e udendo le parole minacciose, si era fatto sentire. Devo aggiungere che egli ed altri, accortisi già che il lunario segnava tempesta, vigilavano da qualche tempo intorno a Don Bosco.
La sua attività in difesa della fede insidiata, non che restringersi, s'allargava. I protestanti da due anni inondavano il Piemonte di un loro almanacco intitolato L'Amico di casa, pieno zeppo di errori, manipolati però con arte sopraffina. Egli preparò l'antidoto. Compilò anche lui il suo almanacco, che intitolò Il Galantuomo, arricchendolo di nozioni pratiche e di notizie utili e rendendolo attraente con curiosità di vario genere. Il sottotitolo Almanacco Nazionale era pur esso significativo tanto per il momento storico quanto per il confronto col rivale, d'ispirazione esotica. Uscito nel gennaio del 1854, fu mandato come strenna agli associati delle Letture Cattoliche. Piacque tanto che non se ne smise più l'annuale pubblicazione.
Sul conto delle Letture Cattoliche anche i critici vollero dire la loro. Nell'ottobre del 1853 una quarantina di ecclesiastici torinesi, radunatisi sotto la presidenza dell'abate Peyron, professore di lingue orientali nella Regia Università, studiavano le questioni del giorno riferentisi più da vicino all'esercizio del sacro ministero. C'erano pure Don Bosco e il Teologo Leonardo Murialdo. Si venne a ragionare anche della necessità di pubblicazioni educative per il popolo. Che bella occasione per Don Bosco di raccomandare le sue Letture Cattoliche! E non si fece pregare; male però gliene incolse. Il presidente con parole caustiche stigmatizzò la cattiva lingua con cui erano redatte quelle scritture. Al fondatore dei Giuseppini rincrebbe assai la brutta figura fatta fare a Don Bosco dinanzi all'assemblea, tanto più che alcuni degli astanti non lo riguardavano con simpatia. Egli per altro, benchè punto nel vivo, rispose umile e calmo che pregava i presenti di volerlo aiutare e consigliare e che faceva invito a chi ne avesse il modo, di rivedere le bozze dei fascicoli per migliorarne la forma letteraria. Il Murialdo respirò. Non ignorando la suscettività degli scrittori verso chi si attenta a menomarne il merito, aveva temuto qualche scatto di fierezza; invece, come confessò nel 1890, da quell'atto eroico di Don Bosco arguì che egli certamente era un Santo.
Quella tal minaccia di agosto non fu mero sfogo di collera; poichè ben tosto seguirono fatti che non si possono non mettere in relazione con la descritta visita. Una sera, mentre Don Bosco faceva dopo cena la solita scuola serale, vennero a chiamarlo in fretta per confessare un moribondo. Andò subito, ma accompagnato da alcuni giovani più grandi, fra cui Buzzetti, che, essendosi dovuto far amputare l'indice della mano destra, aveva deposto l'abito chiericale. Venne condotto a una casa detta Cuor d'Oro, poco distante dall'Oratorio. I giovani rimasero fuori. Egli entrò in una stanza al pian terreno, dove sei o sette buontemponi avevano consumato, a quel che si vedeva, un'abbondante cena e stavano masticando castagne secche. Gli fecero un'accoglienza chiassosa, offrendogli castagne e vino, mentre s'andrebbe ad avvisare l'infermo. Don Bosco ringraziò e non volle niente.
Allora uno riempì i bicchieri, ma per Don Bosco in segno d'onore mescé da una bottiglia speciale. Egli, preso il bicchiere, brindò alla salute di tutti e poi lo ripose. Si levarono forti proteste, quasi fosse un insulto per loro il suo modo di agire; due quindi lo afferrarono e tentavano di farlo bere per forza. Resistere sarebbe stato causa di peggio. Disse dunque che, se volevano che bevesse, lo lasciassero in libertà, perchè, tenendolo essi così, la mano gli tremava e il vino si sarebbe versato. Gridarono tutti che aveva ragione. Lasciato libero, con una mossa fulminea indietreggiò fino alla porta, la tirò a se e fece entrare i suoi giovanotti. La loro comparsa annientò i forsennati.
Don Bosco chiese allora dove fosse l'ammalato. Lo menarono al piano superiore. Qui un cotale, coricato, gli mugolò di sotto alle coperte che si sarebbe confessato un'altra volta; ma non riuscì a nascondere il vero essere suo: Don Bosco ravvisò in lui uno dei due venuti a chiamarlo nell'Oratorio. Tuttavia, come suggerì la prudenza, non se ne dette per inteso, ma gli rivolse qualche parola, quindi scese e uscì. In seguito, alcuni giovani, indagando, scopersero che un ignoto aveva pagato a quei figuri una succulenta cena, a condizione che facessero bere a Don Bosco di un certo vino. Il Santo sullo scorcio della vita, uscendo talvolta a passeggio e passando vicino a quella casa, soleva indicarla a chi lo accompagnava e dire: - Ecco la casa delle castagne.
Un'altra sera di agosto, verso le diciotto, Don Bosco presso il cancelletto che chiudeva l'Oratorio, discorreva familiarmente con un gruppetto di ragazzi, quando uno gridò: - Un assassino, un assassino! - Infatti un tale Andreis veniva di corsa brandendo un coltellaccio e urlando: - Voglio Don Bosco, voglio Don Bosco! - I giovani atterriti fuggirono. Era fra essi il chierico Reviglio. L'assassino, credendolo Don Bosco, lo inseguì, finchè, avvedutosi dell'errore, ritornò su' suoi passi; ma Don Bosco stava già barricato nella sua camera, dopo aver chiuso il cancello di ferro à pie' della scala. Quell'omaccione, non riuscendo a forzarne la serratura, sl aggirò là sotto per tre ore. Sembrava o meglio si fingeva pazzo e ogni tanto a mo' di sfida chiamava fuori Don Bosco. I giovani, perduta la pazienza, si armarono di tutto ciò che cadde loro sotto le mani e stavano per irrompere uniti contro di lui, quando dal ballatoio Don Bosco ingiunse loro di tornare indietro. La questura, benchè subito avvertita, mandò soltanto alle ventuna e mezzo due guardie, che menarono via legato quell'energumeno.
Il curioso venne poi. Con procedimento insolito, l'indomani il questore fece interrogare Don Bosco, se perdonava. Come cristiano e come sacerdote egli perdonò; ma come cittadino e capo d'istituto richiese guarentigie. Ebbene, quel giorno stesso il malandrino fu rimesso in libertà e prima di notte si fece vedere nuovamente in atto minaccioso attorno all'Oratorio. Due altre volte nella primavera del 1854 ritentò il colpo, sventato l'una e l'altra volta dal giovanetto Cagliero, che diede in tempo l'allarme. Si ripetè la denuncia. Don Bosco in questura disse e ridisse che non intendeva sporgere querela, ma che invocava il suo diritto a essere tutelato. Tanto, l'istruire un processo contro il malfattore sarebbe stato peggio che inutile; data la probabile acquiescenza delle autorità, sarebbe ricaduta sul prete tutta l'odiosità dell'azione giudiziaria.
Fu così che quel cattivo soggetto riebbe la sua piena libertà. Allora il commendatore Dupré, consigliere comunale e amico di Don Bosco, volle scoprire il movente di sì ostinato furore, e vi riuscì. Potè infatti sentire direttamente dal furfante, che l'avevano pagato e che se gli si desse quanto altri gli davano, avrebbe levato l'incomodo. Ciò saputo, Don Bosco fece saldare certi debiti che colui aveva, disponendo per l'anticipo di una somma in suo favore. Quell'offerta valse finalmente ad acquetarlo.
Una perfida trama gli fu ordita, sempre nel 1853. Una domenica sul far della notte un individuo corse a pregarlo di andar a confessare un'ammalata dinanzi al Rifugio. Don Bosco, chiamati due giovani, fra cui l'immancabile Buzzetti, si mise in cammino. - Basto io ad accompagnarla, disse l'uomo, non disturbi i giovani. - Egli, facendo orecchie di mercante, ne chiamò altri due, un Arnaud e un Cerruti, segnalati nell'Oratorio per forza e coraggio. Come fu al luogo accennato, i due primi stettero in vedetta a pie' della scala, gli altri due salirono con lui al primo piano, appostandosi fuori dell'uscio.
Don Bosco, entrato nella camera, trovò una donna che ansava forte. A tal vista invitò quattro giovinastri ivi seduti ad allontanarsi. - Prima di confessarmi, disse la donna, voglio che quel mascalzone là ritiri le sue calunnie contro di me. -
Fra lei e l'interpellato sorse prima un battibecco, poi uno scambio di villanie, che diede luogo a un alterco generale con diluviare di imprecazioni e di bestemmie; pareva di essere nell'anticamera dell'inferno.
A un tratto, spento improvvisamente il lume, cominciò nel buio una tempesta di legnate dirette verso il punto dove stava ritto Don Bosco. Indovinata la trista manovra, egli dà di piglio a una scranna, se la pone sulla testa, perchè gli faccia da paracolpi, e d'un balzo guadagna l'uscio. Ma lo trova chiuso a chiave. In quella i giovani con una spallata lo sfondarono e Arnaud, slanciatosi dentro e afferrato per un braccio Don Bosco, lo trascinò fuori. Circondato dalla sua guardia del corpo, Don Bosco si allontanò da quella casa di perdizione. Il suo capo era incolume; solo gli doleva il pollice della mano sinistra. Una botta gli aveva portata via l'unghia e ammaccata la falange. Gliene rimase la cicatrice per tutta la vita. Ai giovani raccomandò che non dicessero nulla a nessuno, ma che pregassero per il ravvedimento di quei disgraziati.
Fu sempre convincimento di Don Bosco che tante violenze avessero una causa sola, le Letture Cattoliche. Ogni numero sciorinava al pubblico verità sacrosante, che disturbavano gli affari ai corifei dell'eresia. La forma era costantemente pacata e cortese; anche dei fascicoli non suoi Don Bosco rivedeva le bozze, sopprimendo ogni frase troppo vivace; ma si sa bene che veritas odium parti.
Del resto nel gennaio del 1854 una prova palmare gli confermò che non prendeva abbaglio sulla causa delle aggressioni. In un pomeriggio domenicale, mentre i giovani stavano ancora in chiesa, due signori piuttosto eleganti picchiarono alla sua porta e furono introdotti con la massima cortesia. Un giovane intelligente e pieno di vita, Giovanni Cagliero, che aveva letto loro in volto un'aria poco rassicurante, si era andato a nascondere nella stanza attigua, origliando all'uscio interno. Non potè afferrare la prima parte del colloquio; poi, al tono di certe botte e risposte gli parve che coloro volessero per forza alcunchè da Don Bosco e che egli opponesse rifiuti. Da ultimo i due si scaldarono e Cagliero udì che dicevano: - In fin dei conti, che importa a lei che noi predichiamo una cosa o l'altra? Che interesse lei ha di darci contro? - Don Bosco rispose con pari energia essere suo dovere difendere con tutte le sue forze la verità e la religione. - Dunque non desisterà di scrivere le Letture Cattoliche? - gli domandarono arrogantemente. Un No risoluto fu la risposta. Il giovane intese allora come un fremito di minaccia, ma non colse distintamente le parole; onde sferrò all'uscio un gran pugno e volò a chiamare Buzzetti. Di lì a un istante erano entrambi alla porta di Don Bosco e facevano per entrare, quando uscirono i due forestieri con faccia tetra e moti convulsi. Don Bosco li seguiva col berretto in mano, salutandoli tranquillo e cortese.
Nessuno avrebbe mai immaginato che cosa fosse accaduto nel momento del pugno, se molti anni dopo Don Bosco stesso non l'avesse raccontato. Uno di quei tali, estratte due pistole, minacciava di sparare, se Don Bosco non si piegasse. - Tiri pure - aveva egli risposto, piantando a lui negli occhi il suo sguardo fermo e penetrante. II rimbombo improvviso consigliò di riporre in fretta le armi; il quasi immediato rumore dei passi fece il resto. Forse la loro intenzione era stata solo d'intimidire.
L'isolamento della casa di Don Bosco si prestava troppo bene agli agguati; egli tuttavia non portò mai armi. Quando per ragioni di ministero rincasava tardi, alcuni giovani più grandi andavano ad aspettarlo dove cominciava allora la solitudine pericolosa di Valdocco; a volte anche lo accompagnavano buoni cittadini; talora egli stesso richiedeva un milite al comandante del picchetto di Porta Palazzo. In altri casi lo soccorse la Provvidenza con un mezzo sui generis.
Questo mezzo fu un cane. Nessuno potè mai sapere donde venisse o dove andasse, ma arrivava sempre a tempo. Molti lo videro, molto se ne parlò, molte volte Don Bosco ne raccontò le prodezze. La cosa ha della leggenda; ma vi sono impegnate l'autorità di testimoni fededegni e la veracità di un Santo.
Il misterioso animale fece da se la sua presentazione l'anno prima delle Letture Cattoliche. Don Bosco sul tardi ritornava tutto solo a casa. Un cane gli si accostò all'improvviso. Era un bel cagnone grigio, come raramente se ne vedono. Al primo vederlo Don Bosco si spaventò; ma tosto notò che si comportava con .lui da vecchio amico. Procedettero in festevole compagnia fino all'ingresso dell'Oratorio, dove si separarono. Il gran da fare cominciò per il caro bestione nel 1853. Allora Don Bosco, tutte le sere che percorreva da solo il tratto deserto dal Manicomio in giù, se lo rivedeva a fianco; se poi era accompagnato e chi andava con lui prendeva commiato prima che si fosse al termine della zona malfamata, il Grigio (è il nome datogli da Don Bosco) subito ne pigliava il posto. Una sera invece gl'impedì l'uscita, sdraiandosi presso il cancello. Non ci fu verso di farlo muovere; anzi, se Don Bosco tentava di passare rasente gli stipiti, il cane lo arrestava, cacciandoglisi fra i piedi. La madre a tal vista lo scongiurava di non uscire. Egli per non lasciarla in pena rientrò. Ma non trascorse un quarto d'ora che un vicino corse a dirgli di non andare fuori, perché sapeva di sicuro esservi gente in agguato per lui.
Un'altra sera se la vide brutta. A mezza via fra Porta Palazzo e il rondò di Valdocco un tale gli correva dietro con un randello in mano. Prese anche lui la corsa per non essere raggiunto; ma nella discesa, dove ora mette capo la via Cigna, ecco parecchie facce proibite che si avanzavano con l'evidente intenzione di prenderlo fra due fuochi. Urgeva liberarsi dal primo, che era già a pochi passi. Don Bosco si ferma, lo attende, gli punta il gomito nel petto e lo manda supino e senza fiato in terra. Messo quello fuori di combattimento, si volta, e già gli sono addosso gli altri coi bastoni alzati. Si sente perduto, ma eccogli accanto il Grigio che latra e ringhia e si avventa con tanto furore contro i malandrini, che sarebbero morti di spavento, se Don Bosco non avesse chiamato la bestia. Lasciati liberi, se la batterono, e il cane scortò lui fino alla porta della cucina, dove mamma Margherita ebbe appena tempo di fargli una carezza, che quello se n'andò.
Gli attentati si succedevano sotto varie forme. Non molto dopo, per il medesimo viale, uno scherano, appostato dietro un vecchio olmo, gli sparò contro due colpi di pistola, che andarono falliti. Allora gli si slanciò addosso per ferirlo di coltello; ma sbucò non si sa donde il Grigio, che lo assalì, lo mise in fuga e poi accompagnò Don Bosco secondo il consueto.
Nel novembre di quel tragico anno, scendendo dalla Consolata verso la Piccola Casa, Don Bosco avvertì fra il buio e la nebbia il rumore dei passi di due uomini che lo precedevano. Non c'era dubbio che fossero due male intenzionati, perchè misuravano sul suo il loro andare. Fece per ritornare indietro e riparare in qualche casa; ma quelli, agili come leopardi, gli balzano addosso e lo imbavagliano con un mantello. Egli si dibatte, essi maggiormente lo stringono; egli fa per gridare, uno gli tura la bocca. Ma un improvviso e violento abbaiare lo fa avvisato che c'è il Grigio. Ritornato padrone dei suoi movimenti, gitta il mantello e vede il cane che addenta l'uno e lo atterra, mentre l'altro alza i tacchi; ma non va molto lontano che la bestia lui pure rovescia nel fango, e poi si avventava or contro l'uno or contro l'altro, finche alle loro disperate implorazioni Don Bosco fe' cenno al suo fido difensore, che all'istante ristette, e i ribaldi se la diedero a gambe. Al povero Don Bosco quella volta dallo spavento sofferto venivano meno le forze; onde entrò al Cottolengo e chiese una bibita ristoratrice. Il Grigio, aspettatolo fuori, lo ricondusse fieramente a casa.
Non posso descrivere qui le piacevoli scene, quando il Grigio scherzava coi giovani nel cortile o mostrava le sue tenerezze per Don Bosco nel refettorio, senza però mai accettare pane o altro. Fino al 1855 fu il suo provvidenziale, dirò così, canis ex machina. Appresso si fece ancora vedere in momenti critici; ma allora lo spauracchio delle Letture Cattoliche non armava più il braccio dei sicari.
Terminato col febbraio del '54 il primo anno delle Letture, Don Bosco si sentiva così poco scoraggiato per tante persecuzioni, che, quasi nulla fosse, indirizzò agli associati una lunga circolare, nella quale, dopo aver reso conto del gran bene già ottenuto con quelle pubblicazioni e del sempre maggior male operato dai protestanti, non che della benedizione particolare inviatagli da Pio IX, conchiudeva dicendo: " Intanto annunciamo che l'associazione continua ". Aggiungeva anzi che di tutti i fascicoli pubblicati era in corso di stampa la traduzione francese per la Savoia, unita ancora al Piemonte, e per la valle d'Aosta.
Ma continuare sarebbe stata una vana parola, se fosse mancata la sua tenacia invitta e la sua sapiente e laboriosa direzione. Procurare collaboratori ecclesiastici e laici, crescere il numero degli associati, scovare in ogni città e villaggio chi si facesse centro per la diffusione, scrivere infinite lettere e circolari, regolare l'amministrazione, trattare con l'editore e sorvegliare la stampa furono, in mezzo a mille altre occupazioni, cure sue assidue. Certe volte in tipografia si aspettava d'urgenza l'originale da comporre ed egli, che non aveva ancora nulla di pronto, preparava da un giorno all'altro il fascicolo, impiegandovi anche la notte intera. Nei primi quindici anni o per i numeri usciti dalla sua penna o per l'attento esame degli altrui lavori che completava e correggeva, si può asserire che la collana fu opera sua.
Così nacquero le Letture Cattoliche di Don Bosco. I profani avrebbero giurato che, nate sotto cattiva stella, non sarebbero vissute a lungo; Don Bosco invece dal vedersi per quelle accanitamente preso di mira, argomentava che la Provvidenza le voleva, essendo cosa ordinaria che un'impresa quanto più ridonda a gloria di Dio e a bene delle anime, tanto più vada soggetta a dure prove. Per questa sua creazione egli si appassionò fino all'estremo della vita. Se l'umile periodico non ha cessato ancora di esistere, ciò si deve attribuire in gran parte a un delicato senso di rispetto per la memoria di tanto suo amore.
CAPO XIV
PAGINA D’ORO NELLA STORIA DELL’ORATORIO
E' una pagina di storia, che ad altri forse piacerà meglio chiamare canto di poema; chè realmente un gran poema stava Don Bosco elaborando, divino poema della carità.
Nell'estate del 1854 un grave flagello era alle porte. Il colera, scoppiato a Genova in luglio e diffusosi rapidamente nella Liguria, minacciava sul cadere del mese la città di Torino. Le notizie che giungevano dai luoghi infetti, impaurivano la gente, e durante simili morie non c'è la peggior cosa che star con paura. Don Bosco non volle che questa avanguardia del contagio gli portasse la perturbazione in casa; perciò diede egli stesso ai giovani dell'ospizio l'annunzio che il tristo malanno si approssimava. Suo scopo era di mantenerli tranquilli, e vi si adoperò con argomenti di fede. Parlò dunque loro in questo senso. - Sapete voi qual è la cagione di tali calamità? Una sola, il peccato. Se voi tutti non commetterete neppure un peccato mortale, non temete, il colera non vi toccherà. Porterete pure al collo una medaglia di Maria Santissima, che io benedirò e vi distribuirò: direte inoltre ogni giorno un Pater, Ave e Gloria con l'Oremus di S. Luigi, aggiungendo la giaculatoria: Ab omni malo libera nos, Domine.
Stabilita la calma negli animi, prese le precauzioni imposte dall'igiene: dare il bianco alle muraglie, diminuire il numero dei letti nei dormitori e quindi riattare altre camere per quest'uso, provvedere biancheria, migliorare il vitto. Erano spese che lo dissanguavano. L'aveva bensì rifornito alquanto di denaro una terza lotteria, fatta con gli oggetti rimasti dalla prima, i quali non dovettero essere pochi, se si estrassero 214 premi; ma fu come neve al sole. E la carità pubblica, oltrechè per l'avanzarsi dell'epidemia, diminuiva sempre più per il rincaro dei viveri causato dagli scarsi raccolti e dalla guerra russo-turca. Nondimeno l'Armonia del 10 agosto, quando si denunciavano già parecchi casi al giorno in Torino, stampò un caloroso appello alla cittadinanza, perchè si venisse in aiuto a Don Bosco nelle sue strettezze.
Un aiuto d'altro genere gli giunse allora, imperiosamente richiesto dalle circostanze. Dice un proverbio che Dio manda il freddo secondo i panni; ma talvolta bisognerebbe dire che Dio manda i panni secondo il freddo. Per governare da solo e bene un'ottantina di ragazzi interni Don Bosco faceva una vita sacrificatissima; nelle imminenti difficoltà poi, volendo arrivare a tutto, gli sarebbe stato necessario il dono abituale della bilocazione. Ed ecco proprio allora inviarglisi dalla Provvidenza un valoroso collaboratore nella persona di un umile sacerdote, Don Vittorio Alasonatti, maestro elementare ad Avigliana, sua terra natale. Don Bosco l'aveva incontrato a S. Ignazio sopra Lanzo durante un corso di Esercizi spirituali; quindi a poco a poco se l'era guadagnato talmente, che gli rese accetto l'invito a dividere con lui le fatiche dell'Oratorio interno. 1 patti furono chiari: da parte di Don Ala, sonatti, molto lavoro e poco riposo, e da parte di Don Bosco, vitto, vestito e paradiso. A sì inaudite condizioni il 14 agosto quel buon prete venne a stabilirsi nell'Oratorio, assumendovi sotto l'obbedienza di Don Bosco l'incarico della disciplina e dell'amministrazione.
Il colera cominciava a infierire. Nella parrocchia di Borgo Dora il Municipio impiantò due lazzaretti, di uno dei quali affidò a Don Bosco l'assistenza spirituale. Egli per altro, non meno che Don Alasonatti, accorreva dovunque fosse richiesto.
I giovani di fronte alla terribile apparizione, col relativo incalzarsi di lugubri notizie, sarebbe stato già molto se non si fossero dati in preda a panico timore. Invece la loro grande preoccupazione era di vivere in grazia di Dio; onde ogni sera dopo le,preghiere assediavano Don Bosco per averne consigli e soluzioni di dubbi, ed egli, benchè affaticato, li ascoltava a lungo senza dar segno di tedio. Ma questo non è nulla a petto di quello che si dirà.
Costava poco al Municipio aprire lazzaretti; ma il busillis stava nel trovare infermieri. Non c'era paga che valesse ad accaparrarne un numero sufficiente. Preti., religiosi e suore si dedicavano al caritatevole ufficio, ma al bisogno bastavano solo in parte. Quanti infelici languivano e morivano nell'abbandono! Don Bosco, descrisse ai giovani le infinite miserie, di cui era quotidianamente spettatore, e rappresentò loro l'urgenza di avere chi fosse disposto a sacrificarsi per amore del prossimo. Non predicò al deserto. Alla sua promessa d'incolumità credevano; là condizione imposta veniva adempiuta. Orbene. quattordici dei più robusti diedero subito il nome alla Commissione sanitaria, mettendosì a sua disposizione per il servizio dei colerosi; pochi giorni dopo trenta altri ne seguirono l'esempio. Erano poveri giovani dai quindici ai sedici anni; erano consci del terrore che metteva in fuga dal letto degli appestati anche gli stretti parenti; erano testimoni dello squallore che regnava in città; eppure non esitarono a entrare in azione.
Andavano ordinariamente dove giorno per giorno Don Bosco li destinava, o in pubblici lazzaretti o in case private. Qui, attenendosi per sè alle norme profilattiche dal medesimo insegnate, apprestavano ai colpiti le cure che da lui pure avevano apprese. Le prime impressioni erano state, a dir vero, poco incoraggianti. Il contorcersi delle vittime, il cadaverico lividore delle loro facce, gli occhi infossati, lo spirare fra spasimi atroci causarono da principio -anche qualche svenimento; si pensi che spesso per cacciar via dagli infermieri prezzolati la paura, occorreva inebriarli di liquori. Tuttavia non uno si ritrasse dall'opera santa. L'esempio e la parola di Don Bosco influirono su di essi più che qualsiasi stimolante sicchè riempiva dí ammírazíone íl vedere con quali premure servissero ognuno il pro prio infermo.
All'Oratorio tornavano solo per pigliare un boccone. Ne arrivavano a ogni ora, secondochè potevano sospendere il servizio. Mamma Margherita li sfamava e li ascoltava. Udendo di necessità estreme, cavava biancheria dalla guardaroba, finchè giunse a vuotarla. Un giovane le disse del suo malato, che non aveva più un cencio per coprirsi; essa, non avendo più che prendere, gli diede una tovaglia da tavola. Un altro le riferì di parecchi sofferenti che si trovavano nelle stesse condizioni; essa ottenne dal figlio licenza di dare una tovaglia d'altare, un amitto e un camice.
Divulgatasi in Torino la fama dell'abnegazione di quei giovani, piovevano a Don Bosco domande per averne come infermieri; anche il Municipio ricorreva a lui, perchè ne mandasse in luoghi indicati. L'Armonia del 16 settembre ne scrisse alti elogi. " Questi giovani, diceva, animati dallo spirito del loro padre più che superiore, si accostano coraggiosamente ai colerosi, inspirando loro coraggio e fiducia, non solo colle parole, ma con fatti, pigliandoli per le mani, facendo le fregagioni, senza dar vista del menomo orrore o paura. Anzi, entrati in casa di un coleroso, sì volgono tosto alle persone esterrefatte, confortandole a ritirarsi se hanno paura, mentre essi adempiono a tutto l'occorrente, eccettuato che si tratti di persone del sesso minore, che in tal caso pregano che alcuno di-casa resti, se non vicino al letto, almeno in luogo conveniente. Spirato il coleroso, se non è donna, compiono intorno al cadavere l'estremo ufficio ". Anche il Tommaseo, stabilitosi a Torino in maggio, conobbe, ammirò ed encomiò tanto eroismo. In una sua lettera del 3 ottobre con la quale pregava Don Bosco di prestargli due volumi del Rosmini, non si potè trattenere dallo scrivere: " So della generosa carità esercitata da Lei e dai suoi nella malattia che minacciava specialmente i poveri della città; e anche di ciò le debbo ringraziamenti vivissimi come cristiano ".
Nessuno seppe mai, se non molto tempo dopo, che il morbo fatale era penetrato nella camera di Don Bosco. Una notte, quando già ferveva l'opera di assistenza, egli si svegliò artigliato dal male. Aveva piedi e gambe assiderati e aggranchiati; impeti di vomito gli squassavano le viscere. Per non mettere in agitazione la casa, decise di liberarsene da sè solo. Fece anzitutto una preghiera alla Madonna. Quindi intraprese una veementissima ginnastica degli arti superiori e inferiori, la quale gli immerse tutto il corpo in un profluvio di sudore. Spossato, s'addormentò, svegliandosi al mattino in condizioni normali.
Verso il medesimo tempo un altro episodio di natura ben differente afflisse dapprima e poi consolò il cuore di Don Bosco. Uno de' suoi più animosi giovani infermieri era il sedicenne Giovanni Cagliero. Egli l'aveva menato all'Oratorio da Castelnuovo nell'autunno del 1851. Nell'esercizio della grande carità Cagliero contrasse un'infezione tifoidea, che sul finire di settembre lo ridusse agli estremi. I medici dichiararono il caso disperato. L'amico Buzzetti lo avvertì del pericolo e Don Bosco si recò da lui per disporlo a ben morire. Ma quale sorpresa ve lo attendeva! Appena messo piede sulla soglia della camera, vide una colomba luminosa, che, recando nel becco un rametto d'olivo, fece un volo tondo e posatasi sul capezzale sfiorò con la frondicella le labbra dell'infermo, lasciandogliela poi cadere sul capo; infine folgorò d'un lampo abbagliante e sparì. Don Bosco s'avanza; ma ecco una seconda visione. Scomparse le pareti, figure strane di selvaggi si accostano al letto, fissano lo sguardo nel morente e sembrano invocare soccorso. Spiccano sul gruppo due individui curvi sul giovane, uno deforme e nerastro, l'altro di statura e membra atletiche e dal colore di rame. Poi tutto si dileguò. Entrambe le scene si svolsero rapidamente come le proiezioni sullo schermo cinematografico, nè alcuno dei presenti si accorse di nulla. Per allora Don Bosco credette di comprendere chiaramente che la morte non sarebbe venuta, e confusamente argomentò che la vita del suo alunno sarebbe stata una vita di apostolato. Quindi, avvicinatosi al giovane, gli domandò se preferisse andare subito in paradiso o guarire e aspettare. - Quello che è meglio per me - fu la risposta. E Don Bosco: - Per te sarebbe meglio andare in paradiso ora che sei giovane. Ma il Signore ha disposto diversamente. Ci sono molte cose da fare. Guarirai, diverrai prete e col tuo breviario sotto il braccio ne avrai da fare dei giri!
Cagliero, che si sentiva la coscienza tranquilla, disse che dunque si sarebbe confessato quando fosse fuori di letto, ne si parlò più di Sacramenti. Stava per entrare nella convalescenza, quando un grappolo d'uva recatogli da parenti lo ripiombò nel male con sintomi peggiori di prima. Di nuovo però contro ogni speranza si riebbe. La guarigione volle il suo tempo, ma fu perfetta. Di qui innanzi avremo più volte occasione .d'incontrarlo.
Al cessare dell'epidemia, l'ospizio dell'Oratorio albergava trentasei ricoverati di più senza dover piangere neppure un decesso.
L'aumento era effetto del colera. Fanciulli poveri in buon numero, resi improvvisamente orfani, movevano a pietà. Don Bosco in un giorno solo ne raccolse ben sedici, che condusse con se e allogò nella sua casa. Il Municipio, che aveva dovuto improvvisare un orfanotrofio presso la Chiesa di S. Domenico, cercava chi volesse curare l'istruzione degli orfanelli. Don Bosco vi si profferse e ne fu con gratitudine incaricato, sicché in seguito divideva il suo tempo fra l'Oratorio, i colerosi e l'orfanotrofio municipale. Chiuso poi questo in dicembre e distribuiti i fanciulli in vari istituti di beneficenza, venti dei più piccoli toccarono a Don Bosco, che ne formò una classe a parte.
Non si può dire certamente che fosse benignità del colera la preservazione dell'Oratorio. Torino, secondo il censimento del 1847, contava appena 125.268 abitanti; il numero dei morti di colera, se pure la cifra non riuscì alquanto addomesticata, sommò a 2456. Uno dei quartieri più flagellati fu proprio quello di Valdocco; basti osservare che nelle sole quattro case situate più da presso dell'Oratorio, perirono quaranta persone. E abbiamo visto con che santa imprudenza i giovani si slanciassero nel pericolo. Se dunque alla promessa di Don Bosco rispose la realtà, era da saperne grado a una causa superiore.
La condotta dei giovani di Don Bosco impressionò vivamente la cittadinanza, formando oggetto di prolungati e simpatici commenti, massime fra le persone che erano in grado di apprezzarne il merito. Il fatto poi che nell'invasione generale del morbo una casa come l'Oratorio fosse rimasta quasi un'oasi privilegiata, non parve a tutti spiegabile con un semplice e comodo ricorrere al caso. Ne conseguì naturalmente una più estesa conoscenza dell'Opera e un progressivo moltiplicarsi di benefattori.
In ottobre la mortalità ebbe termine. Don Bosco per la festa del Rosario condusse ai Becchi i giovani maggiormente bisognosi di svago e di aria pura. Dio lo aspettava là per fargli un magnifico regalo. A Mondonio, villaggio confinante con Castelnuovo, viveva una giovanetto, il quale mostrava in sé più dell'angelico che dell'umano. Don Bosco appena lo vide intuì i tesori di grazia che si nascondevano in quell'anima, e lo accettò fra i suoi alunni. Così al principio del nuovo anno scolastico entrò nell'Oratorio Domenico Savio, che sotto la direzione del Santo doveva fare mirabili ascensioni e rallegrare la casa con l'olezzo delle sue virtù, ne già di virtù ordinarie e comuni, ma di virtù portate al grado eroico, siccome la Chiesa ha autorevolmente dichiarato.
Rimaneva un dovere a compiere, perchè il fortunoso periodo si potesse considerare definitivamente chiuso: bisognava ancora rendere grazie a Dio per l'immunità dal contagio. Venne scelto per questo un giorno solennissimo fra i solenni: l'otto dicembre, quello storico otto dicembre 1854, nel quale Pio IX dal Vaticano proclamava Urbi et Orbi dogma di fede l'Immacolato Concepimento della Madre Santissima di Dio.
CAPO XV
“PER IL BENE DEL RE E DELLA CHIESA”
Come ogni buon Piemontese, Don Bosco amava cordialmente i suoi Sovrani.
Anche motivi di gratitudine lo animavano verso di essi, giacche non ricorreva mai invano alla loro munificenza. Per altro il suo attaccamento non aveva nulla della cortigianeria interessata; la sua era un'affezione, dirò così, sacerdotale, che gli faceva voler bene alle anime, fossero queste di re o di sudditi, di ricchi o di poveri, di grandi o di piccoli. Ciò gli conferiva una evangelica libertà, con la quale sapeva dire a ognuno caritatevolmente il vero, e siffatta carità del vero egli rendeva a tutti in cambio della carità materiale ricevuta.
Dal 1850 i partiti anticlericali con diatrìbe parlamentari, con attacchi giornalistici e con voti di consigli provinciali e comunali venivano creando la cosiddetta pubblica opinione in favore di due leggi: legge di soppressione degli Ordini religiosi e legge d'incameramento dei beni ecclesiastici. Il colera fece sospendere la campagna; cessato il flagello, la lotta si riaccese. Il 28 novembre 1854 Urbano Rattazzi, guardasigilli, presentò ai Deputati un suo disegno di legge per la soppressione dei conventi.
Poco prima della presentazione era entrato in scena Don Bosco. In novembre, quando sull'argomento già ardevano le polemiche, egli non potè esimersi dal chiarire le idee ai giovani, che, stando a contatto continuo e vivo con l'esterno, conoscevano la grossa controversia. Lo fece in un sermoncino dopo le orazioni della sera, ricavando la morale non da una favola, ma da un curioso documento storico, che riguarda lTabbazia di Altacomba.
Questo celebre monastero cistercense, proprietà di Casa Savoia, sorge sulla riva savoiarda del lago Bourget. Lo fondò il Duca Amedeo III nella prima metà del secolo XII. Usurpato durante l'occupazione francese, lo ricuperò il Re Carlo Felice nel 1824; ma, essendo stato ridotto a un ammasso di rovine, ci vollero anni molti per la sua ricostruzione. Le opere di abbellimento durarono fin oltre il 1860. Quindi il nome di Altacomba correva allora nel Piemonte.
Orbene nelle carte di fondazione si leggono scritte, non si sa da qual Duca Sabaudo, bibliche maledizioni sul capo di chiunque dei discendenti avesse mai l'ardire di sopprimere l'abbazia o di usurparne i beni, come appunto sarebbe avvenuto in forza della nuova legge. Eccone la traduzione: " Se mai alcuno dei nostri eredi o qualsiasi altra persona attenterà a questa nostra donazione e in qualsivoglia modo la violerà, resti maledetto e come Adamo, facendo contro la volontà del Signore, fu sbandito dal Paradiso, così anche colui venga segregato dal consorzio di tutti i fedeli e gli rimanga chiuso in perpetuo l'ingresso al Regno celeste e gli si aprano invece le porte dell'inferno, dove sia dal diavolo tormentato senza fine, e appresso questa donazione duri stabile in eterno ".
Don Bosco nel rievocare questo documento ebbe il doppio scopo di mostrare come la pensassero gli avi dei regnanti in materia di Ordini religiosi e a quali pericoli si esponessero i violatori di questi.
Uno degli ascoltanti, il chierico Angelo Savio, giovane pieno di ardore, ne riportò sì forte impressione, che divisò di scrivere al Re. Don Bosco non trovò nulla a ridire. Avuto dunque il testo del documento, lo trascrisse, si firmò debitamente e spedì. Vigevano ancora fra Casa Reale e popolo torinese i legami quasi patriarcali di un tempo, sicchè scrivere al' Sovrano non significava per se agire con soverchia confidenza. A Vittorio Emanuele II la lettera spiacque. Per iscoprirne l'autore interrogò il Marchese Fassati, che godeva intera la sua fiducia. Questi, essendo nell'Oratorio come di casa, perchè vi faceva anche il catechismo, indovinò subito la provenienza del foglio, ma prudentemente tacque. Venne però a lagnarsene con Don Bosco, incitandolo a riprendere con sevetità il Savio. Don Bosco al contrario ne giustificò l'operato, dimostrando che l'atto di lui rendeva testimonianza della sua devozione verso la reale famiglia.
Di lì a poco egli fece un sogno misterioso. Vide entrare nell'Oratorio uno staffiere di Corte. Ne riconobbe subito la qualità dalla caratteristica livrea rossa, com'è tuttora. - Grande notizia! gridò quegli a Don Bosco, ritto presso la fontana fra un gruppo di giovani. Annunzia: gran funerale in Corte. - Ciò detto, si allontanò, prima che Don Bosco avesse tempo di chiedergli spiegazioni.
Questo sogno lo riempì di tristezza; vi ravvisava un mònito dall'alto. Quindi stese la minuta di una lettera al Re, narrandogli semplicemente la cosa e scongiurandolo di non permettere la presentazione del progetto di legge; poi incaricò Savio di copiare e spedire. Egli seppe in seguito da persone ben informate che il Re aveva letto, ma senza punto curarsene.
Cinque giorni appresso Don Bosco fece un altro sogno. Gli parve che, mentre sedeva al tavolino scrivendo, risonasse improvviso nel cortile lo scalpitare di un cavallo e che un minuto dopo gli entrasse in camera il medesimo staffiere gridando - Annunzia: non gran funerale in Corte, ma grandi funerali in Corte. - Poi lo vide con la rapidità del fulmine uscire, scendere, montare in sella e via. Allo spuntare dell'alba scrisse tutto al Re. Nessuno dei Reali era infermo: Don Bosco però ritenne che nei due sogni si minacciasse la morte per più d'uno. Lo disse ai chierici, raccontando loro ogni cosa, affinchè nella casa si pregasse molto per il Re e per la famiglia reale.
Vittorio Emanuele prima si turbò, poi s'incollerì e rimise entrambe le lettere al marchese Fassati. Il Marchese tornò a rimproverare gravemente Don Bosco; ma Don Bosco, manifestandogli il suo vivo rincrescimento per il dispiacere cagionato al suo Re, soggiunse che l'aveva fatto, che l'aveva dovuto fare per il bene del Re e della Chiesa.
Intanto il disegno Rattazzi fu presentato al Parlamento. Iniziatasene la discussione, il Ministero nella seduta del 9 gennaio 1855 presentò ai Deputati anche il secondo disegno sull'incameramento dei beni ecclesiastici. Il paese si divise in due campi fieramente avversi, scavandosi sempre più l'abisso di quel fatale dissidio religioso, che doveva disunire gli Italiani e tenerli disuniti fino alla venuta dell' "Uomo provvidenziale " che l'avrebbe rotta con un passato di settantacinque anni.
Si combatteva nel Parlamento, si battagliava nel paese. Alla lotta impose tregua un lutto repentino. Il 12 gennaio dopo breve malattia cessava di vivere la Regina Madre Maria Teresa, universalmente venerata e amata per le sue grandi virtù. Prima che la salma della defunta si avviasse a Superga, il Re ricevette una lettera senza indicazione di sorta. Vi si diceva: " Persona illuminata ab Alto ha detto: Apri l'occhio; è già morto uno; se la legge passa, accadranno gravi disgrazie nella tua famiglia. Questo non è che il preludio dei mali. Erunt mala super mala in domo tua ". Il Re ne fu tanto più scosso, perchè, come riferisce il Tavallini nel suo La Vita e i tempi di Giovanni Lanza, aveva già detto al generale Alfonso La Marmora: - Mia madre e mia moglie non fanno che ripetermi che esse muoiono di dispiacere per causa mia.
Suggellata appena la tomba di Maria Teresa, nel giorno stesso 16 gennaio venne portato il Viatico alla Regina Maria Adelaide. Questa notizia addolorò tutto il Piemonte, non solo perchè in Piemonte le sventure del Re erano sventure del popolo, ma anche per l'affetto che ogni ordine di cittadini portava all'augusta Sovrana. Quattro giorni dopo, alla sera del 20, essa rendeva la sua bell'anima a Dio.
Terminati i giorni del lutto ufficiale e riapertasi il 3 febbraio la Camera, la discussione della legge fu nuovamente sospesa per dar luogo all'esame del trattato di alleanza sottoscritto dal Cavour il 10 gennaio con la Francia e l'Inghilterra contro la Russia; in forza di esso il regno sardo avrebbe partecipato alla guerra con l'invio di 15.000 uomini in Crimea. Si giunse all'approvazione il 10 febbraio con procedimento accelerato, perchè si potesse riprendere tosto la sospesa discussione precedente. Ma ecco sopraggiungere una terza inaspettata sospensione: nella notte del 10 sull' 11 morì Ferdinando Duca di Genova, unico fratello del Re.
La ragion politica più forte di qualsiasi altra considerazione, trascorso il periodo di lutto, fece riattaccare la discussione del progetto Rattazzi, che la Camera dei Deputati approvò il 2 marzo. Il Ministro lo presentò subito al Senato, che lo mise all'ordine del giorno per il 23 aprile. Fra queste due date Don Bosco diede fuori in due fascicoli delle Letture Cattoliche un lavoro del barone Nilinse intitolato: 1 beni della Chiesa, come si rubino e quali siano le conseguenze; con breve appendice sulle vicende del Piemonte. Nel bollore delle polemiche il libro fece dello scalpore. La polizia ne avrebbe voluto il sequestro; il deputato Brofferio gridava fra colleghi non potersi tollerare una simile provocazione e doversi cercare e severamente punire l'autore. Il chiasso finì nella decisione che fosse miglior consiglio da parte dell'autorità affettare indifferenza.
La Chiesa in quella congiuntura si mostrò tutt'altro che intransigente. L'Episcopato Subalpino col beneplacito della Santa Sede e per bocca del suo rappresentante senatore Calabiana, Vescovo di Casale, avvertì il Re che avrebbe proposto un compromesso onorevole sotto ogni riguardo e lo presentò al Senato. Allora per impedire che la mossa producesse il suo effetto, gli uni sollevarono la piazza contro l'invadenza pretina, altri premettero sul Sovrano, quasi ne andasse l'onore del suo nome e la sicurezza della monarchia. Durante quei trambusti il 17 maggio l'ultimo figliolino di Vittorio Emanuele, nato dodici giorni prima che morisse la madre, benchè godesse ottima salute, quasi improvvisamente si spense. Così in quattro mesi il Re aveva perduto madre, moglie, fratello e figlio: quattro ferite nei quattro più intimi affetti domestici.
In Senato la legge passò con la maggioranza di nove voti su novantacinque votanti. Mancava soltanto la firma reale, perchè si procedesse alla distruzione dei conventi e al sequestro delle loro proprietà: Don Bosco volle fare un estremo tentativo. Dettò al Savio una lettera al Re così concepita: " Sacra Real Maestà! Ieri mi sono trovato in una conversazione, e tra le persone presenti vi era Don Bosco. Si parlava delle cose del giorno e della legge Rattazzi passata al Senato. Don Bosco disse: - Se io potessi parlare al Re, gli direi: Maestà, non sottoscrivete la legge soppressiva dei conventi, altrimenti sottoscrivereste molte disgrazie su voi e sulla vostra famiglia. Di ciò vi avverto come suddito fedele, affezionato ed ossequente - ". Il chierico si firmò Savio Angelo di Castelnuovo d'Asti.
Don Bosco non si sentiva ancora pago: gli sembrava di non dover lasciare nulla d'intentato, finchè rimanesse un filo di speranza. Scrisse egli stesso al Re una lettera in latino e gliela fece recapitare per mezzo di un valletto castelnovese, suo lontano parente. Questa volta il Re prese la cosa molto sul serio, tanto che, venuto il momento della firma, disse di sospendere, perchè desiderava prendere tempo e pensarci su. La sua coscienza era evidentemente turbata. Ciò vedendo, i Ministri gli proposero di chiamare alcuni teologi, perchè giudicassero i suoi dubbi. Il Re annuì. Convennero al palazzo quattro preti dottori in diritto canonico. Il Re stesso espose laconicamente lo stato della questione, comunicò loro le lettere di Don Bosco e si ritirò. I consultori se la sbrigarono molto in fretta. Il Re avvertito rientrò nella sala. Quanto alle lettere, si sentenziò che il tempo delle rivelazioni era finito da un pezzo. Quanto alla legge, il relatore si addentrò in una disquisizione sui diritti dello Stato di fronte alla Chiesa, finchè il Re, che poco o nulla gli teneva dietro: - Insomma, lo interruppe, posso in coscienza firmare questa legge? - I canonisti risposero che certamente sì. E quel giorno medesimo, 29 maggio, la firmò.
Gli ecclesiastici consultori erano stati oculatamente scelti dai Ministri fra i . discepoli di Nepomuceno Nuytz, che aveva insegnato diritto canonico nella Regia Università di Torino fino al 1851. Il laico professore, nell'aria di regalismo che allora spirava là entro, ebbe nel clero non pochi seguaci, frequentanti la facoltà teologica universitaria. Una delle tesi da lui propugnate era che nel conflitto della potestà civile con l'ecclesiastica la prima dovesse prevalere.
Uno dei quattro consiglieri, imbattutosi poco dopo in Don Bosco, lo rimproverò acerbamente per le lettere insolenti, diceva, scritte al Re; tentò poi di giustificare con ragioni il proprio operato, impartendogli una lezione di diritto canonico, com'egli lo intendeva. Ma il Santo ribattè i suoi argomenti, dicendogli infine con apostolica franchezza che provvedesse alla sua coscienza. L'altro, offeso più da questo richiamo che dalla confutazione, gli volse indispettito le spalle. Tuttavia non andò molto che gli divenne amico, ne cessò, finchè visse, di beneficarlo e con vera generosità.
Personalmente il Re non inclinava a invadere la giurisdizione ecclesiastica; quindi avrebbe preferito che si prendesse in considerazione la proposta dei Vescovi. Nel dì della firma disse visibilmente infastidito a un generale che partiva per la Crimea: - Fortunato lei che va a combattere i Russi i Io invece devo restare a conibattere frati e monache. - In altra occasione rivelò il suo sentimento dicendo - Questa legge mi procurerà i lamenti di tutti i religiosi. Risponderò che mi fanno pena le loro sofferenze, ma che innanzi tutto sono re costituzionale.
Quante cose si sarebbero accomodate allora, prima e poi, se i governanti non fossero stati sotto l'influsso di poteri occulti, nemici acerrimi del Papato e della Chiesa! Nel 1850, stando per entrare in porto la legge Siccardi contro il foro ecclesiastico, la piissima Regina Madre aveva fatto di tutto per ritrarre l'augusto suo figlio dal sanzionarla senza intendersi col Papa, come già egli le aveva promesso e come sarebbe stato possibile. Esiste una commovente sua lettera del 9 agosto 1850 a Vittorio Emanuele, nella quale è notevole questa coincidenza di pensiero con le minacce di Don Bosco. " Chi sa quanti castighi, quanti flagelli di Dio ci attirerà per te, per la famiglia e per il paese se approvi e sanzioni. Pensa qual sarebbe il tuo dolore se il Signore facesse ammalare gravemente od anche se si prendesse la tua cara Adelaide [Maria Adelaide] che tu con santa ragione tanto ami o la tua Chichina [Clotilde] o il tuo Betto [Umberto]; e se potessi vedere dentro il mio cuore, quanto sono addolorata, angustiata, spaventata dal timore che tu sanzioni subito questa legge per Tè tante disgrazie, che son certa che ci porterà, se sarà fatta senza il consentimento del Santo Padre, forse il tuo cuore che è proprio buono e sensibile e e phe ha sempre tanto amato la sua povera mammina, si lascerebbe intenerire ".
Don Bosco, finché non ogni possibilità fu preclusa di scongiurare l'irrimediabile, non aveva cessato di scrivere al Re, il quale un giorno gli fece dire che le sue lettere gli toglievano la pace. Agitato dai timori dopo i primi lutti, due volte scese a Valdocco per vedere dove stava Don Bosco e per conoscerlo. La prima volta era un lunedì mattina di buon'ora; egli venne a cavallo con un aiutante di campo, girò intorno all'Oratorio e, visto il chierico Cagliero, gli accennò di avvicinarsi. Chiestegli notizie di Don Bosco e udito che non istava guarì bene per le gravi fatiche della domenica, si allontanò. La seconda volta venne in carrozza con il generale Conte d'Angrona ; ma neanche allora lo potè vedere. Il chierico Francesia ne fu testimonio.
Alcuni giorni dopo accadde una mezza tragedia. Il suddetto Conte, infilata senza tanti complimenti la porta della camera di Don Bosco, gli domandò, alla militare, soddisfazione della sua pretesa di voler imporre al Re il modo di reggere lo Stato. Quanto più Don Bosco si sforzava di placarlo, tanto più quegli inveiva, usando anche termini poco parlamentari. Infine gli intimò di scrivere una lettera sotto suo dettato. - Purché non sia una ritrattazione! - rispose Don Bosco, accingendosi a scrivere. Ma poiché l'altro dettava espressioni con cui si disdicevano le cose scritte al Re, Don Bosco rifiutò di continuare. Il Generale adiratissimo portò la mano all'elsa della spada. - Io di lei non ho paura - gli disse allora con tutto candore Don Bosco. Di fronte a un atteggiamento simile, il Generale lo guardò stupito e con espressione interrogativa. - Non ho paura, ripigliò Don Bosco, perche lei è un gentiluomo e un soldato e quindi non vorrà certo fare violenza a un povero prete senz'armi. - E continuò a spiegare la propria condotta con parole improntate a tanta evidenza, cortesia ed anche arguzia, che l'avversario alla fine non era più lui. Don Bosco giunse a dirgli con tutta semplicità che sarebbe andato a restituirgli la visita. Il Conte gli rispose che si sarebbe tenuto onorato di riceverlo. Questa visita diede poi luogo a una conversazione di un'ora, ma in forma così compita e cordiale, che il Conte lo voleva fermare a pranzo. Poichè per altro Don Bosco aveva già pranzato, gli fece gustare almeno il vino squisito delle sue vigne. Da quel punto furono poi sempre buoni amici.
Nemmeno, Vittorio Emanuele serbò rancore a Don Bosco. Infatti ancora due volte, a Torino e a Firenze, cercò di vederlo; ma a Torino Don Bosco non si trovava in casa e a Firenze il Re seppe della sua presenza quand'egli era già partito. Vi ha di più. Nel 1867, all'Arcivescovo di Genova Mons. Charvaz, già suo precettore dal 1825 al 1834, disse testualmente: - Don Bosco è davvero un Santo.
CAPO XVI
INIZI DELLA SOCIETA’ SALESIANA
ella discussione parlamentare del 5 maggio 1855 sulla legge Rattazzi il Cavour non nascose a sè e al Senato il presagio che con quella legge si sarebbe aperta la porta a un numero di Congregazioni religiose maggiore delle sopprimende. I fatti confermarono la previsione, per fare la quale del resto naia occorreva essere profeta. L'insopprimibile aspirazione alla pratica dei consigli evangelici avrebbe cercato nella stessa legislazione liberale Pubi consistam per far risorgere sotto nuove forme il vecchio istituto della vita religiosa.
Quello che il Cavour divinava, venne due anni dopo dal Rattazzi stesso consigliato, anzi raccomandato. Il Ministro alessandrino entrato in relazione con Don Bosco dal 1854, nutriva per lui grande stima, ne cessò mai più di dargliene significative dimostrazioni. Una di queste appartiene al 1857. Un giorno conversando con lui, gli si mostrò preoccupato della sorte che sarebbe toccata alla filantropica sua Opera degli oratorii, quand'egli venisse a mancare. Don Bosco lo pregò di esporgli a pieno il suo pensiero. Allora il Ministro gli suggerì di scegliersi e formarsi alcuni laici ed ecclesiastici, che potessero un giorno diventare suoi continuatori, ma legandoli in una Società che avesse norme ben determinate e desse affidamento di stabilità. A un'uscita così inattesa Don Bosco inarcò le ciglia. Non aveva egli dinanzi a se l'autore della famosa legge di bando e di spogliamento contro le comunità religiose? Il Ministro imperturbabile riconobbe la necessità di un vincolo religioso che unisse i membri della costituenda Società, purchè la Società si componesse d'individui che conservassero i diritti civili, obbedissero alle leggi dello Stato, pagassero le imposte, formassero insomma un'associazione di liberi cittadini viventi insieme per uno scopo di beneficenza. Il Governo metterebbe tale Società alla pari con tante altre di commercio, d'industria, di cambio, di mutuo soccorso e simili. Don Bosco lo ringraziò del suggerimento, riserbandosi di riflettere e di rivolgersi in appresso all'autorità di lui per consiglio e appoggio.
Parrà strano questo linguaggio in un Rattazzi. Anche Don Cerruti, come depose nei processi, cadde dalle nuvole, quando udì da Don Bosco il racconto del fatto e quasi indignato qualificò d'ipocrisia quel parlare. - Adagio, mio caro, gli rispose Don Bosco. Rattazzi, opportunista in Parlamento, era sincero quando parlava con me. Con me diceva quel che sentiva e pensava internamente. - Inoltre dalle labbra di Don Bosco uscì il 1° maggio 1876 questa affermazione: - Rattazzi volle con me combinare vari articoli delle nostre Regole riguardanti il modo di comportarci rispetto al Codice civile e allo Stato. Certe previdenze per evitare di essere molestati dalla potestà civile furono tutte sue.
Non bisogna dunque fraintendere una frase che corre per le biografie di Don Bosco, essere state cioè per lui uno "sprazzo di luce" le parole del Ministro. Quelle parole non gli fecero già concepire allora l'idea della Società Salesiana, né egli finse per cortesia o per politica d'intenderle in tal senso; ma esse lo illuminarono realmente sul modo di costituire la Società. Il problema era di creare una Società religiosa che di fronte allo Stato apparisse Società civile. Società di tal fatta non ne aveva mai vedute il Piemonte. A Don Bosco premette subito di accertarsi se fosse possibile un Istituto, civile in faccia al Governo e religioso in faccia alla Chiesa; un Istituto insomma, i cui membri fossero ad un tempo liberi cittadini e legati da voti. Consultò in proposito vari Vescovi, interpellò uomini dotti e pii e le risposte gli giunsero da ogni parte favorevoli.
Quanto al disegno di associarsi persone atte a coadiuvarlo e a succedergli, non aveva bisogno di aspettare l'ispirazione dal Guardasigilli piemontese. Certo, certissimo della sua missione a pro della gioventù, egli durò incerto per alcun tempo sulla maniera di metterla in atto. Da solo naturalmente non avrebbe potuto fare gran che. Col progredire dell'Opera si procurava aiutanti avventizi e senza vincolo vincolo di dipendenza; ma vedeva bene che quello era un fabbricare sull'arena. Pensò di ascriversi a un Istituto religioso già esistente, il quale gli potesse lasciare libertà di azione e fornire soggetti che facessero all'uopo; ma non ne trovò alcuno. Arrivò così al 1847, nel qual anno finì di comprendere che per esplicare l'attività indicatagli nei sogni, una creazione ex novo s'imponeva, e che per questo gli bisognava cercarsi da sè i compagni di lavoro e plasmarli a modo suo.
Plasmarli stava bene, ma e poi? La preparazione andava condotta in guisa che a un dato momento gl'individui fossero disposti a vivere con lui, uniti da un qualche vincolo di coscienza. Ci voleva insomma una Congregazione religiosa. Ma tre ostacoli vi si opponevano: l'ostilità governativa, il pregiudizio popolare ed anche una certa avversione del clero. Il primo e il terzo ostacolo per buona pezza li avrebbe potuti eludere, ma non in tutto escludere al momento opportuno; il secondo ostacolo invece era immanente. La denigrazione sistematica aveva messo in discredito tutto ciò che sapesse di frate, come con sommaria e sprezzante denominazione si designava chiunque professasse i voti religiosi. I ragazzi stessi venivano su imbevuti di tali sentimenti. Ora qui si parrà in tutta la sua finezza il tatto di Don Bosco, nel condurre cioè i suoi prescelti dov'egli intendeva, senza svelare intempestivamente la sua mira. Ma lungo il cammino un quarto ostacolo si levava ad arrestargli il passo l'ostacolo delle delusioni. Quante fatiche, quante spese, ad esempio, per tirare su i primi quattro chierici summentovati! Presili com'erano, poveri ragazzì, e fattili bonini, li aveva portati avanti negli studi fino all'esame di vestizione e li aveva vestiti. Poi con ogni mezzo li aveva legati a se, invogliandoli a farsi suoi aiutanti nel l'Opera degli oratorii. Insinuava pur loro che per la buona riuscita dovevano essere nelle sue mani come il suo fazzoletto; e in così dire lo traeva di tasca, lo piegava e ripiegava, lo stringeva nel pugno e lo spiegava al vento, lo sfilacciava e lo carezzava. Erano i primi rudimenti della vita religiosa. Ma le belle speranze svanirono pressochè per intero. Gastini depose l'abito e poi uscì dall'Oratorio; Bellìa entrò nella sua diocesi biellese; Reviglio aiutò Don Bosco fino al 1857, quando fu ordinato prete, e quindi passò nel clero diocesano; solo Buzzetti, deposto l'abito, non si staccò più da Don Bosco. E questa è la storia di tanti altri che, allevati da Don Bosco, sul più bello, quando finivano i loro studi, gli dicevano addio.
Ad allettare i giovani contribuiva molto il racconto dei sogni sull'andamento e sull'avvenìre dell'Oratorio, sullo stato morale dei singoli, su prossimi casi di morte; tali cose impressionavano crescevano autorità alla sua parola e affezionavano alla casa. Contribuiva il metodo educativo da lui usato, come vedremo. Contribuivano soprattutto le sue prediche e conferenze, nelle quali, senz'aver l'aria di farlo con intenzione, dipingeva a smaglianti colori le bellezze di una vita interamente consacrata a Dio e dedita all'apostolato della gioventù. Non si lasciava però mai sfuggire espressione che significasse incitamento ad abbracciare lo stato religioso. A quelli che scorgeva più inclinati alla pietà, ripeteva soltanto che li avrebbe voluti sempre con sè in terra per istare poi sempre insieme nel cielo.
Inoltre a questi soli teneva speciali conferenze. In una cartolina del giovane Michele Rua si legge di una siffatta conferenza tenuta il 5 giugno 1852, alla quale rteciparono fra gli altri con lui parecchi divenuti appresso insigni Salesiani, come gelo Savio, Francesia e Cagliero. Di un'altra conferenza della stessa natura, ma giovanì chierici, serbò memoria scritta il medesimo Rua con la data del 26 gennaio 1854. È un documento di somma importanza, poichè ci tramanda questa notizia: " Ci venne proposto di fare coll'aiuto del Signore e di S. Francesco di Sales, una prova di esercizio pratico della carità verso il prossimo, per venire poi ad una promessa; e quindi, se sarà possibile e conveniente, di farne un voto al Signore. Da tale sera fu posto il nome di Salesiani a coloro che si proposero e si proporranno tale esercizio ".
Rua era chierico dal 3 ottobre 1852. Le vestizioni chiericali si moltiplicavano di anno in anno. Don Bosco vi premetteva sempre un'accuratà preparazione. Tanti però dopo qualche tempo lo lasciavano in asso. Tuttavia rimaneva sempre di chierici un certo numero, che dava nell'occhio a ecclesiastici estranei. Questi non si sapevano render conto del perchè Don Bosco se li tenesse in ca sa. Che cosa ne avrebbe fatto? chi mai glieli avrebbe ordinati? e anche divenuti preti, come avrebbe impedito agli ordinanti di prenderli per sè? Don Bosco rispondeva a tutti evasivamente e continuava.
Di voti religiosi ancora non si faceva motto: anzi Don Bosco, secondo la testimonianza di Don Rua nei processi, aveva qualche difficoltà a introdurli, ma si contentava piuttosto della promessa di perseveranza nell'aiutarlo e della pratica di virtù rispondenti ai voti: al qual effetto consigliava voti ad breve tempus. Il chierico Rua fu il primo che nel secondo anno di filosofia, all'Assunzione del 1855, emise i voti ad annum.
Don Cafasso, suo confessore, lo sollecitava a gettare le basi di una Congregazione con voti regolari; ve lo stimolavano pure il fedelissimo Don Borel e altri, che, ansiosi di veder assicurata l'Opera degli oratorii, conoscevano in confuso le sue intenzioni. A lui invece stava più a cuore che i predestinati acquistassero lo spirito di sommessione, praticata non coacte ma ex animo. Questo non si poteva ottenere se non a costo di grande longanimità; un'imposizione qualsiasi non avrebbe presentato una ragione plausibile alla mente dei giovani, che ignoravano l'abbicì della vita religiosa, ne sentivano il bisogno d'impararlo, e quindi sarebbero stati tentati di scuotere il giogo e andarsene: tanto più che le famiglie non sognavano altro che di tirarli a casa, non appena fossero preti. - Bisognava armarsi di prudenti riguardi, - disse Don Bosco nel 1875, rievocando quei tempi lontani. E proseguiva: - Io vedeva che quei chierici, benchè divagati, lavoravano volentieri, erano di buon, cuore, di moralità a tutta prova, e, passato quel fervore di gioventù, mi avrebbero poi aiutato molto e molto. E debbo dire che allora erano in quel numero i vari preti della Congregazione che adesso sono fra quelli che faticano di più, che hanno il migliore spirito ecclesiastico e di Congregazione; ma allora certamente si sarebbero ritirati da me, piuttostochè assoggettarsi a certe regole restrittive.
Questo lavorìo proseguito con costanza fra innumerevoli sacrifici e disdette per ben dieci anni, gli procurò finalmente nel 1857 la consolazione di vedersi attorno un gruppetto d'individui, sui quali poteva contare. Allora gli parve tempo di proporre una Regola, che veniva elaborando dal 1855. Pregava dunque fervidamente il Signore che lo illuminasse, faceva pregare tutta la casa per una grazia importante, ma non specificata, e intanto vi meditava sopra. Poichè vari Ordini e Congregazioni, a cui ne aveva fatto richiesta, si erano rifiutati di favorirgli il testo delle loro Regole, erasi ingegnato di trarre lume dalla storia ecclesiastica, dalle cose manifestategli nei sogni, da scambi d'idee e da corrispondenze epistolari con persone eminenti e dalla propria esperienza. Nella sua Congregazione egli voleva infondere il perenne spirito religioso sotto forme del tutto nuove, atte a ispirare non solo fiducia, ma anche simpatia. Ecco perche' non pensò mai a seguire l'uso antico di chiamare i suoi religiosi dal suo proprio nome.
Nel 1857. il codice basilare della nuova Congregazione era compilato; ma com'ebbe terminato di scrivere la protesta finale Ad maiorem Dei gloriam, un'infestazione diabolica, con urli strani e terrificanti, gli sollevò nella camera un turbinio d'inferno, dopo di che egli raccolse in un angolo il manoscritto così imbrattato d'inchiostro che era illeggibile e lo dovette rifare a memoria. Fortuna che la memoria lo serviva! Altri brutti scherzi della medesima provenienza l'avevano molestato nei giorni antecedenti, come anche nel primo anno della sua dimora stabile a Valdocco, e come torneranno a molestarlo assai peggio dal 1862 in poi.
Ai chierici ben predisposti fece dunque nel 1857 le prime comunicazioni confidenziali sull'ideata Società, leggendo loro e commentando certi punti delle Regole, senza tuttavia prospettare nettamente il suo scopo definitivo. La cosa non rimase tanto segreta che non se n'avesse qualche sentore fuori dell'Oratorio, col sospetto che si trattasse di Congregazione, ed ecco di nuovo consigli gratuiti dell'umana prudenza. Come mai fondare una Congregazione in tempi così tristi? come trovare i soggetti? come sottrarli agli artigli del Governo? Orbene proprio allora avvenne il provvidenziale abboccamento col grande soppiantatore dei conventi. L'ora di agire gli parve giunta.
Confortato dal parere favorevole di persone serie, scrisse all'Arcivescovo Fransoni, mettendolo a parte del suo disegno e pregandolo di dirgli che cosa ne pensasse. L'Arcivescovo non solo approvò, ma per camminare sul sicuro gli raccomandò di recarsi a Roma e di esporre tutto a Pio IX. Il viaggio a Roma fu fissato per il febbraio del 1858. Anzitutto egli si munì d'una buona raccomandazione dell'esule Pastore. Fatto quindi il suo bravo testamento, partì il 18 di quel mese, prendendosi a segretario il chierico Rua. Portava in sè una certa preparazione spirituale; poichè per il prossimo marzo, inizio dell'anno sesto delle Letture Cattoliche, aveva allestito un fascicolo contenente le biografie di cinque Papi vissuti fra la fine del secondo e il principio del terzo secolo, per comporre la quale operetta gli era stato necessario approfondire le ricerche intorno alla primitiva vita cristiana di Roma.
Navigò da Genova a Civitavecchia, soffrendo assai per il mal di mare. A Pale il locandiere, presso cui sostò per rifocillarsi, basiva dalla febbre malarica e teneva proprio l'anima coi denti. Nel partire gli prescrisse alcune orazioni e divozioni; quando ripassò nel ritorno, lo rivide in perfetta salute e seppe che la guarigione era stata istantanea. A Roma fu ospite dell'amico conte Rodolfo De Maistre, figlio del celebre Giuseppe.
Nella lunga attesa dell'udienza pontificia, impiegò le giornate in visite a personaggi, a istituti di beneficenza e a monumenti sacri. La sua fede s'infiammava alla vista di tante venerande memorie. Entrando in S. Pietro, la prima cosa che lo colpì, come si legge in una memoria compilata a Roma dal suo segretario, furono le marmoree statue dei fondatori di Ordini religiosi.
Tre volte venne ricevuto da Pio IX. Nella prima udienza del 9 marzo gli fece omaggio delle Letture Cattoliche e rispose alle molte sue domande sull'Opera degli oratorii. - Quando penso a quei giovani, gli disse il Papa, rimango intenerito per quelle trentatrè lire inviatemi a Gaeta. - Allorchè Don Bosco stava per affrontare l'argomento che formava lo scopo del viaggio e prima che aprisse bocca in proposito, il Santo Padre uscì in questa domanda: - Mio caro abate, voi avete messo molte cose in movimento; ma se voi veniste a morire, che cosa ne sarebbe dell'opera vostra? - L'interrogazione parve ispirata dal cielo. Don Bosco, presentando la commendatizia dell'Arcivescovo, rispose: - Supplico Vostra Santità a volermi dare le basi di una Istituzione che sia compatibile con i tempi e i luoghi, in cui viviamo. - Il Papa, letta la lettera, esclamò: - Si vede che andiamo tutti e tre d'accordo. - Quindi gli disse di redigere le Regole di una Società organizzata in modo che non potesse venire inceppata dal Governo e che legasse i membri coi veri voti religiosi, non con semplici promesse.
Dalla prima alla seconda udienza trascorsero dodici giorni, nei quali Don Bosco riprese le visite alla città dei Papi. La sera del 21 Pio IX, che aveva ponderato bene il progetto di Don Bosco e si era convinto maggiormente della sua bontà, spiegò meglio il concetto già accennatogli, dicendo fra l'altro: - Mi sembra necessaria una nuova Congregazione religiosa in questi luttuosi tempi. Essa deve fondarsi sopra queste basi. Sia una Società con voti, perchè senza voti non si manterrebbe l'unità di spirito e di opera; ma questi voti devono essere semplici e da potersi facilmente sciogliere, affinchè il malvolere di alcuno dei soci non turbi la pace e l'unione degli altri. Le Regole siano miti e di facile osservanza. La foggia di vestire, le pratiche di pietà non la facciano segnalare in mezzo al secolo. Forse a questo fine sarebbe meglio chiamarla Società, anzichè Congregazione. Insomma studiatevi di fare in modo che ogni membro di essa in faccia alla Chiesa sia un religioso e nella civile società sia un libero cittadino. - Allora Don Bosco gli umiliò il manoscritto delle Costituzioni, che il Papa sfogliò alquanto e pose sullo .scrittoio. Quindi si fece raccontare minutamente come fosse nata e come si fosse sviluppata l'Opera degli oratorii, ascoltando con vivo interesse.
Ebbe l'ultima udienza la sera del 6 aprile. Ormai aveva finito di visitare tutto il visitabile, tesoreggiando un ricco materiale per le Letture Cattoliche, per la cui diffusione negli Stati Pontifici ottenne speciali agevolazioni da quel Governo. Il Papa aveva letto da capo a fondo l 'abbozzo delle Costituzioni; anzi vi aveva fatto di suo pugno modificazioni e note. Restituendolo disse a Don Bosco di consegnarlo al Cardinale Gaude, perchè lo esaminasse. Questo dotto porporato era domenicano e piemontese; Don Bosco nei giorni antecedenti aveva conferito parecchie volte con lui sull'affare. Pio IX avrebbe voluto che dopo la relazione del Cardinale quelle Regole fossero senz'altro rimesse all'esame di una Congregazione cardinalizia; ma Don Bosco lo pregò che gli permettesse di farne prima un esperimento di qualche durata, e fu esaudito. Nell'accomiatarlo, l'amabile Pontefice, aperto lo scrigno, ne trasse tante monete d'oro quante ne potè stringere fra le due mani e gliele porse dicendo: - Prendete e date poi una buona merenda ai vostri figlioli.
Il cardinale Gaude eseguì prontamente il mandato. Egli conosceva l'Oratorio, avendolo visitato il 26 giugno del 1857. In parecchie conferenze con Don Bosco gli suggerì alcuni ritocchi, ma fu d'accordo con lui, che le Regole così modificate si cominciassero a praticare alquanto per poi rinviarle a lui, che le avrebbe sottoposte all'approvazione della Santa Sede.
Don Bosco lasciò Roma il 14 aprile. Due giorni dopo rimetteva piede nell'Oratorio, tutto in festa per riceverlo. Ritornava carico di favori spirituali per se, per i suoi e per gli amici, e con un mondo di notizie, che per lungo tempo rallegrarono e talora entusiasmarono tutta la casa.
Per un anno e mezzo con quelli che egli preparava tacitamente alla Congregazione, non vi fu altra novità che una maggiore frequenza delle conferenze formative, condotte in modo da orientare e avvicinare sempre più gli animi al vagheggiato ideale. Il velo. dell'arcano cadde il 9 dicembre 1859, dopo che si era celebrata con particolare fervore la solennità dell'Immacolata. Radunati gli ammessi alle segrete cose e rappresentato loro tutto il bello e il buono di una Congregazione religiosa, annunziò essere giunto il momento di dare questa forma alla loro unione: vi sarebbero ascritti solo quelli dei presenti che dopo matura riflessione si sentissero disposti a fare col tempo i voti di povertà, castità e obbedienza. Ognuno perciò si apparecchiasse a dichiarare la propria intenzione; il non presentarsi più alle conferenze sarebbe per sè indizio di non voler aderire. Sciolta l'adunanza, più d'uno andava mormorando: - Don Bosco ci vuole frati! - Lo stesso Cagliero, agitato da opposti pensieri, ondeggiava fra il sì e il no; finalmente disse a un amico: - O frate o no, tant'è, io voglio restare con Don Bosco.
Il giorno 18, alla conferenza di adesione, due soli non si fecero vivi; gli aderenti erano 17, compreso Don Alasonatti. Vi figuravano i nomi più cari ai Salesiani: il diacono Savio, il suddiacono Rua, i chierici Cagliero, Francesia, Provera, Ghivarello, Lazzero, Bonetti, Cerruti, Durando. Nel verbale dell'adunanza è detto " Piacque ai congregati di erigersi in Società o Congregazione, che avendo di mira il vicendevole aiuto per la santificazione propria, si proponesse di promuovere la gloria di Dio e la salute delle anime, specialmente delle più bisognose d'istruzione e di educazione ". Seduta stante, si procedette all'elezione dei membri che dovevano costituire il Consiglio direttivo. Tutti unanimi pregarono Don Bosco " iniziatore e promotore " che volesse gradire la carica di Superior Maggiore. Egli accettò con la riserva della facoltà di nominare il Prefetto. Non opponendosi nessuno, designò a tale ufficio Don Alasonatti, che già lo copriva. Quindi con votazione segreta vennero eletti direttore spirituale il suddiacono Rua, economo il diacono Savio, consiglieri i chierici Cagliero, Bonetti e Ghivarello. Nei fasti della Chiesa non si era mai visto un piccolo nucleo di giovincelli dar principio a una Congregazione destinata a divenire mondiale. Tempi nuovi, vita nuova. Questo Consiglio, denominato poi Capitolo Superiore, esercitò per la prima volta le sue funzioni il 2 febbraio 1860, procedendo all'accettatione del giovane coadiutore Giuseppe Rossi, fatto in seguito provveditore generale della Società per le cose materiali e divenuto uno di quegli uomini che per l'importanza dei loro servizi si sogliono dire, entro una data sfera di azione, indispensabili.
Qui si può far punto con la storia delle origini. Origini umili e laboriose, ma ben singolari. Nessun fondatore d'Ordine o di Congregazione aveva tentato mai nulla di simile. Don Bosco infatti gettò le fondamenta del suo Istituto con elementi non venutigli d'altronde, ma sorti, per così dire, e cresciuti sotto i suoi occhi e pazientemente elaborati dalle sue mani. Perciò le basi della costruzione riuscirono talmente salde, che finora l'edificio non ha sofferto incrinatura di sorta.
CAPO XVII
L'OPERA PEDAGOGICA
Se e quanto Don Bosco abbia derivato da scritti altrui nello svolgimento e nell'applicazione del suo pensiero pedagogico, non incoraggiano a indagarlo i lavori pubblicati fin qui sull'argomento, perchè ai diligenti e acuti studiosi che vi attesero, si possono adattare le parole del Profeta: Seminastis multum et intulistis pamm. Gran profusione di erudizione con risultati magri anzichè no.
Con certezza si sa unicamente che Don Bosco frequentò le lezioni di pedagogia impartite dall'abate Aporti nell'Università di Torino durante il settembre del 1844; ma vi andò per un incarico speciale dell'Arcivescovo. Il re Carlo Alberto, che da poco aveva istituito le scuole di metodo, dette poi normali e oggi magistrali, chiamò allora da Cremona l'introduttore in Italia degli asili infantili, perché esponesse i nuovi princìpi da seguire nell'insegnamento elementare. Essendo egli noto nel campo politico per la sua larghezza d'idee, il suo nome diventò subito segnacolo in vessillo: i liberali lo levavano alle stelle, e lo fecero fare senatore, benchè più tardi, quando nella discussione della legge Rattazzi votò contro un emendamento settario, lo coprissero di vituperi e lo condannassero all'oblìo. Agli osservatori non isfuggì fin dall'inizio quanto il suo sistema risentisse delle teorie del protestante scozzese Owen, capo di una setta sansimoniana. I Cattolici si allarmarono. L'Arcivescovo che n'era impensierito, pregò Don Bosco di tener dietro a quel corso. Don Bosco fece di più: con le sue belle maniere entrò in relazione col maestro e con lui discusse certi suoi procedimenti; ma dovette convincersi che egli era il corifeo di coloro, i quali insegnando riducevano la religione a puro sentimento.
Don Bosco però discernette anche il buono del suo metodo, basato sull'oggettività nella didattica elementare; ma questa non fu per lui una rivelazione: fu al più al più un'esplicazione, poichè egli già lo praticava. Per mostrargli quanto apprezzasse il nuovo indirizzo, invitò tre volte l'Aporti a diversi saggi dati dai giovani dell'Oratorio nel 1847, nel 1849 e nel 1852, ricevendone approvazione e lode. Inoltre lo citò per lo stesso motivo nella prefazione alle due prime edizioni della sua Storia Sacra. L'Aporti dal canto suo stimò sempre la lealtà di Don Bosco, del quale protesse le scuole, impedendo che intromettenze burocratiche le sopprimessero per la mancanza di talune formalità volute dai programmi.
Che egli insomma avesse bisogno del verbo aportiano per adottare il metodo oggettivo nella scuola primaria, non si potrà mai dimostrare. Il suo spirito eminentemente pratico ve lo portava da se, allo stesso modo che le sue naturali attitudini l'avevano avvicinato per tempo ai fanciulli con l'intento di educarli e istruirli. Come infatti altri nasce per far versi, altri per far viaggi, Don Bosco era nato per far il prete e prete educatore. Lo dimostrò fin da ragazzo. Aggiungendosi poi alle disposizioni innate l'affinarsi dell'intuizione psicologica e della carità, la figura di Don Bosco educatore s'impose e mentre spesso chi più scrive di pedagogia non cava in pratica un ragno dal buco, egli senza tanto scrivere educò parecchie generazioni di fanciulli, incarnando nell'opera viva lo spirito della sua dottrina pedagogica. La qual dottrina si fonda sul metodo preventivo, così chiamato perchè ha per oggetto precipuo di prevenire nei giovani il male, anzichè badare poco utilmente a reprimerlo. Egli non pretese con questo di dar vita a un metodo nuovo, ben sapendo quanto fosse già conosciuto; lo esplicò invece in modo novissimo.
È pure necessario non mai dimenticare che egli, come fu prete in tutte le altre attività della multiforme sua vita, così fu prete nella pedagogia; perciò i criteri fondamentali della sua opera pedagogica vanno ricercati nelle pagine del Vangelo e nell'insegnamento della Chiesa. Interrogato nel 1886 sul suo metodo, dopo aver detto che non aveva inventato nessun metodo, soggiunse: - Sono sempre andato avanti come il Signore m'ispirava e le circostanze esigevano. - Ecco qui affermati i due elementi sostanziali della sua pedagogia: i documenti divini e l'osservazione personale. Chiunque conobbe Don Bosco, non esita ad asserire che egli ne mendicò da altri un metodo nè alla maniera di altri ne elucubrò uno tutto suo. I punti di contatto coi predecessori si riducono a mere coincidenze.
Il colera gli aveva ingrossato la famiglia e questo aumento importava la necessità di una disciplina, che, senza sopraffare la vita di famiglia, desse alla casa un ritmo più regolare. Da due anni Don Bosco gettava in carta gli articoli di un Regolamento organico, che nel novembre del 1854 condusse a termine e mise in vigore, dopo averne data pubblica e solenne lettura. Un particolare dei più notevoli è che non vi fa menzione di castighi.. Tutto si basa sul timore di Dio e sulla confidenza.
Perciò l'intonazione generale non ha nulla di autoritario, ma da un capo all'altro spira paternità.
In questo caso certamente lo stile è l'uomo. Ai suoi ricoverati Don Bosco si porgeva in ogni occasione qual padre amoroso. Padre coi buoni, di cui riconosceva e rimunerava i meriti; padre coi discoli, che circondava di cure assidue per renderli buoni; padre coi malati, ai quali, benchè povero, non lasciava mancare niente. Il suo fare paterno influiva sopra i suoi aiutanti, che a poco a poco si assuefacevano a riguardare e a trattare i giovani con bontà. Solo questo ci spiega come la vita dell'Oratorio potesse trascorrere così lieta, secondo che ne fanno unanimemente fede coloro che la vissero. Per molti anni neppure per ombra vi si conobbero le comodità introdotte posteriormente. Il freddo invernale non era mitigato da fuoco di stufe. Le vivande non avevano d'ordinario altro condimento che l'appetito. La campanella sonava la levata non mai più tardi delle cinque e mezzo. S'andava dentro e fuori infagottati in dismessi cappotti militari, che Don Bosco sapeva farsi regalare dai Comandi. Eppure nella casa era nota dominante l'allegria. Una frase del Canonico Ballesio, che ne fece per parecchi anni l'esperienza, spiega l'arcano. " Vivevano di affetto ", scrisse egli.
Nè l'ascendente di Don Bosco sui giovani si restringeva alle turbe degli oratorii festivi e al centinaio de' suoi ricoverati; infatti è del 1855 un suo trionfo inaudito nella storia della pedagogia. Visitatore assiduo dei luoghi di pena, frequentava di preferenza una casa correzionale per minorenni aperta dal Governo nel 1845 e conosciuta a Torino sotto il nome di Generala. Si può comprendere quali fossero gli umori di coloro che la popolavano; naturalmente v'imperava la forza. Don Bosco, mosso a pietà di tanti infelici, vi si recava il più sovente che potesse per insegnare il catechismo, predicare e confessare, trattenendosi a volte familiarmente con i poveri corrigendi, com'era solito fare con i suoi figli dell'Oratorio. Ora avvenne che dopo la Pasqua predicò loro anche gli esercizi spirituali. Il suo zelo sagace e discreto gli ridusse come in pugno quella massa di scapestrati, sicché nell'ultimo giorno ebbe quasi per incanto un saggio notevole delle trasformazioni di bestie selvatiche in agnelli, vedute nei sogni: tutti, meno uno, si accostarono con edificante pietà ai Sacramenti.
Intenerito a tale spettacolo, non volle lasciare senza premio tanta docilità, nonche l'affetto sincero da quelli dimostrato verso la sua persona. Concepì dunque un arditissimo disegno, che a prima vista fu giudicato estremamente temerario procurare a tutti una giornata di libertà in sua compagnia.
Il Direttore dello stabilimento, quando gli manifestò la sua intenzione, per poco non gli diede del pazzo. Il Prefetto della provincia, a cui sarebbe spettato di accordare il permesso, appena l'udì, fece un balzo sulla sedia e gli rispose un no assoluto. Il ministro Rattazzi, che era quel che era, ma aveva ingegno, saputa la cosa dal Direttore, volle vedere Don Bosco. Ragionarono a lungo, finchè si venne alla desiderata licenza; senonchè sull'ultimo tutto minacciava di andare a monte. Il Guardasigilli riteneva di dover mettere a disposizione di Don Bosco un nerbo di agenti in borghese, mentre Don Bosco sosteneva di bastare da solo. Il Ministro da prima stupefatto e poi curioso di vedere una prova simile, confortato dalla fiducia che gl'ispirava il linguaggio sereno e sicuro del suo interlocutore, gli concesse i pieni poteri.
Allora Don Bosco si recò al penitenziario e parlamentò coi giovani, che, freschi degli esercizi, soggiogati dalla sua bontà e tocchi dalle sue considerazioni, si misero ciecamente ai suoi ordini; anzi i caporioni si dissero pronti a menare le mani, se alcuno avesse osato tentare la fuga.
Quanti erano? La cifra corrente sarebbe di circa trecento. È ancora possibile però fare un calcolo sul luogo. La vecchia prigione, mutata nel Regio Riformatorio Ferrante Aporti, presenta nel corpo di fabbrica primitivo le tracce visibilissime delle celle, in cui durante la notte venivano isolati i singoli inquilini. Orbene, se ne contano esattamente dugentododici, che è pur sempre un bel numero.
I poveri giovani passarono la notte fantasticando e sognando. Al mattino di buon'ora Don Bosco era là a prendere in consegna i reclusi. Stretti intorno a lui, varcarono l'odiata soglia e al suo cenno volsero a sinistra per la strada che mena a Stupinigi. L'aria libera e la compagnia di Don Bosco li misero tosto in allegria. Il loro buon volere si manifestò quando a mezzo cammino, parendo che il condottiere fosse stanco, fermarono il cavallo onusto di vettovaglie, ne lo alleggerirono togliendosele essi sulle spalle e vi fecero montare lui, che così dall'alto più facilmente li divertiva con l'intonare canti popolari e lanciare all'intorno motti arguti.
Alla meta li aspettava il parroco, suo grande amico. Don Bosco li introdusse nella chiesa, dove celebrò la Messa. Quindi ai margini dell'amenissimo parco reale, il pranzo, i giochi e la merenda li occuparono e ricrearono finchè venne l'ora della partenza. Nel ritorno, quando i loro clamori giunsero al correzionale, tutti gli addetti alla casa corsero giù al cancello, smaniosi di vedere come la fosse andata a finire. Tanti erano usciti al mattino, tanti risposero all'appello serale.
Il Ministro, benché si fidasse di Don Bosco, era stato tutto il giorno sulle spine, non vedendo il momento di avere notizie tranquillanti. Don Bosco non era meno impaziente di portargliele. L'uomo di Stato, ascoltate le osservazioni del prete, riconobbe francamente che con la gioventù altro è comandare e punire, altro parlare al cuore la parola della religione. Alcuni anni dopo, avendo un nipote assai discolo, che senza quel precedente avrebbe internato alla Generala, lo mandò all'Oratorio, dove Don Bosco, attesta Don Rua nei processi, " ne formò un buon operaio e un buon cristiano".
Nel fatto narrato possiamo ravvisare una luminosa conferma del principio pedagogico tanto caro a Don Bosco, che non basta amare i giovani per averli docili ai nostri voleri, ma bisogna amarli in modo che essi conoscano di essere amati, la qual cosa si ottiene amando le cose da essi amate; allora, vedendoci amare ciò che piace a loro, ameranno anch'essi ciò che piace a noi. Un classico esempio domestico, fu la sua condotta verso il Cagliero. Questi era un ragazzo che aveva addosso l'argento vivo. Durante gli anni del ginnasio, che terminò in quel 1855, avrebbe stancato la pazienza anche del chierico Rua, suo assistente, se Rua non fosse già stato fin d'allora un candidato alla santità. Non mancarono proposte di restituire alla sua famiglia un giovane così insofferente della disciplina. Ma Don Bosco, vista la sua felice attitudine alla musica, gliene impartì le prime lezioni e poi incaricò il chierico Bellia di continuare l'opera. Secondato in quella sua inclinazione, Cagliero si affezionò alla casa e a poco a poco s'indocilì, finchè i progressi nell'arte lo rivelarono a se stesso e l'Oratorio ebbe il suo maestro di cappella, la Patagonia il suo Vicario Apostolico e la Congregazione Salesiana il suo primo Cardinale.
Nel suddetto Regolamento l'ospizio e' considerato da Don Bosco quale sua opera secondaria di fronte all'Opera degli oratorii; ve lo presenta infatti come " Casa annessa all'Oratorio festivo di S. Francesco di Sales " e mette fra le condizioni di accettazione che il postulante " frequenti qualcuno degli oratorii della città ", perchè la Casa " è destinata a sollevare i figli degli oratorii ". Ma la rinomanza dell'ospizio e del suo fondatore fecero sì che autorità, parroci e privati raccomandassero sovente poveri fanciulli, ne fosse possibile il più delle volte rispondere negativamente; donde la necessità di passare sopra all'accennata restrizione.
Lo spesseggiare poi di casi dolorosi, a cui mancava il mezzo di provvedere per l'insufficienza dei locali, indusse a continui ampliamenti, cosicchè si invertirono le parti, passando la funzione principale all'ospizio, che trasse a se anche la denominazione di Oratorio.
Un ampliamento che non si poteva più procrastinare per dar ricetto a maggior numero di derelitti, era il completamento dell'edifizio restato a metà. Don Bosco dunque nel marzo del 1856 stabilì che si diroccasse la vecchia casa del Pinardi e sull'area sgombra si costruisse l'altra metà della fabbrica fino a raggiungere la chiesa di S. Francesco. Ma nè egli possedeva fondi per le prime spese, ne l'impresario da lui prescelto disponeva di capitali per anticiparle; tuttavia gli ordinò di por mano ai lavori, sicuro che il denaro sarebbe venuto. Don Bosco guardò poi sempre come indizio della volontà divina la necessità di una costruzione richiesta dalle esigenze dell'Opera affidatagli; quindi, avesse o no in pronto l'occorrente, vi dava principio, non dubitando che la Provvidenza gliene avrebbe somministrato i mezzi.
Con questa fiducia nel cuore, scrisse in ogni direzione per avere soccorsi. Anche il Ministro Rattazzi gli assegnò una volta lire mille e un'altra duemila. Nulla arrestò i lavori, che ai primi di ottobre erano già bell'e terminati. Per rendere presto abitabili i nuovi locali, distribuì nei vari ambienti larghi bracieri, che, ardendo dì e notte, asciugarono in breve tempo le pareti.
Vi furono subito tre vantaggi. Gli alunni salirono a centosettanta; si ritirarono da officine esterne due classi di artigiani, legatori e falegnami, che ebbero in casa i propri laboratori; vennero egualmente ritirate le tre classi del ginnasio inferiore. Ma così debiti si aggiungevano a debiti. Per saldare le partite Don Bosco mise su una lotteria. Quattrocento persone si iscrissero nel Comitato promotore. Presiedevano la Commissione organizzatrice il conte Cays e il barone Bianco di Bar, bania, e ne facevano parte i più illustri rappresentanti del patriziato torinese. Gli oggetti raccolti riempirono sei grandi saloni. Il ministro di Grazia e Giustizia, Rattazzi, quel della Guerra, La Marmora, e della Pubblica Istruzione, Lanza, vi accordarono il loro favore e non di sole parole. Lo stesso Vittorio Emanuele incaricò il conte d'Angrona di pagare per mille biglietti. L'estrazione si eseguì il 6 luglio 1857. Se il provento levò Don Bosco da ogni imbarazzo, le relative operazioni lo fecero conoscere e apprezzare in più vaste e in più alte sfere.
Di una sua ispirazione eminentemente pedagogica ammiriamo tuttodì l'effetto nel vecchio fabbricato. Spesse volte al giorno gl'interni sarebbero passati o si sarebbero fermati sotto il portico, che misura tutta la lunghezza dell'edificio; ond'egli stimò opportuno porre loro dinanzi agli occhi qualche cosa che ne attirasse utilmente la curiosità. A tal fine fece dipingere a grossi caratteri tanti testi scritturali in latino e nella traduzione italiana. Come l'idea in se, così la scelta dei versetti gli fu suggerita da un criterio fondamentale della sua pedagogia. La salvezza dell'anima egli cercava prima d'ogni altra cosa ne' suoi educandi; per questo nulla gli stava più a cuore che di tenerli lontani dal male. Quindi, collocata in testa al portico dalla parte della chiesa la statua di Colei che fu senza macchia, vi mise di contro in fondo sulla parete opposta la sentenza di Tobia: Qui faciunt peccatum et iniquitatem, hostes sunt animae suae. Lateralmente poi si allineano due serie d'iscrizioni, una delle quali sui pilastri riproduce i precetti della legge divina, e l'altra sotto gli archi presenta i capisaldi della dottrina cattolica intorno alla confessione. Prevenire le colpe e porgere prontamente la mano ai caduti, ecco due cardini su cui si reggeva il metodo educativo di Don Bosco nell'Oratorio.
Per impedire il male egli attuò nella casa tutto un complesso efficacissimo di mezzi precauzionali, a cui addestrava con la parola e con l'esempio i suoi aiutanti: vigilanza assidua e non opprimente, ricreazioni libere e animate, distrazioni di feste e di gite, un'amorevolezza dei superiori che valesse ad attirare la confidenza degli alunni. Con questo governo i giovani consideravano l'Oratorio non come un collegio, ma come la propria casa, dove la vita di famiglia faceva di essi tanti figli, appellativo questo che Don Bosco abitualmente usava parlando di loro o a loro; faceva pure dei maestri e assistenti tanti fratelli maggiori, ed egli, direttore, era il padre di tutti.
Ma un elemento soprannaturale, come si è detto, cementava siffatta unione, il santo timor di Dio, un timore però sostanziato di amore. I giovani, arrivati a comprendere che cosa volesse dire offendere il Signore, si aiutavano vicendevolmente a evitare le trasgressioni della sua legge e dopo aver trascorso qualche mese nell'Oratorio prendevano ad amare il lavacro della penitenza. Don Bosco aveva l'arte di far amare la confessione attraverso la Comunione; intendo dire che, invogliando i giovani alla frequenza dell'Eucaristia, li moveva con questo solo a frequentare volentieri il Sacramento della riconciliazione. Ma qui era sua massima di non mai obbligare, sì soltanto di esortare e porgere ogni comodità. Tutto per amore, niente per forza.
Dove autorità e dipendenza si. compenetravano in tal guisa sotto l'azione della carità soprannaturale, non ci sorprende un fatto che parrebbe inverosimile: la convivenza pacifica di veri santi con autentici birichini. Alle cause già dette si aggiunga che dal padre attraverso i migliori dei figli si dipartiva una virtus, quae sanabat omnes. Valga l'esempio del giovanetto Domenico Savio, che, vissuto nell'Oratorio dal 1854 al 1857, raggiunse l'apice della perfezione cristiana possibile alla sua età. Attorno a questo astro luminoso rotava una corona di satelliti, uniti con lui nell'irradiare la casa di luce benefica; e di tanto erano potenti, perchè Don Bosco aveva trasfuso in essi il suo ardore di apostolato. Il Savio, sotto la sua guida, si associò un bel gruppo di volonterosi, formandone una così detta Compagnia dell'Immacolata, secondo un regolamento da lui stesso compilato, da Don Bosco riveduto e tutto soffuso di pietà eucaristica e mariana. Oltre alla pietà individuale, i soci si obbligavano a occuparsi dei compagni. Perciò nelle loro conferenze, presiedute dal chierico Rua, si assegnavano fra loro i giovani più bisognosi di morale assistenza, facendosi ognuno angelo custode e talora anche avvocato del suo cliente; nelle adunanze poi rendevano conto dei risultati ottenuti. I medesimi circondavano pure di fraterne attenzioni i nuovi venuti, che d'ordinario vi si sentivano da prima spaesati, ma poi insensibilmente si acclimatavano.
Anche sotto altra forma Don Bosco educava i suoi giovani mediante l'esercizio della carità verso il prossimo. Tutti sanno che cosa siano le Conferenze di San Vincenzo, fondate nel 1833 dall'Ozanam a Parigi. Diffusesi anche in Italia, ne fiorivano parecchie a Torino. Si componevano esse di uomini maturi, ne mai ad alcuno era venuto in mente di formarne con giovani. Don Bosco per il primo nel 1856 ne istituì una di giovani. Erano trenta dei più grandicelli, parte interni e parte esterni. I dirigenti delle Conferenze vincenziane non potevano capacitarsi, come mai elementi di tal fatta rispondessero allo spirito e allo scopo dell'Istituzione; ma quei nobili signori, invitati da Don Bosco alle adunanze, dovettero abbandonare i loro preconcetti, tanto che aggregarono alle loro la Conferenza giovanile dell'Oratorio, e la designarono ufficialmente col titolo di Conferenza annessa; anzi a Roma servì questa di modello per crearne di simili.
I Soci di Valdocco svolgevano la loro azione a vantaggio dei ragazzi più poveri che frequentavano l'Oratorio festivo, e alle famiglie dei medesimi facevano le visite regolamentari. È incredibile il bene morale che da quella santa esperienza ridondava ai membri.
Tre altre Compagnie di carattere puramente formativo fiorivano nell'Oratorio, due fra gli studenti, dette di San Luigi e del Santissimo Sacramento, e la terza di S. Giuseppe fra gli artigiani. Avevano regole dettate da Don Bosco, con regolarità di pratiche e libertà d'iniziative. Chierici maturi o preti le assistevano con amore. Don Bosco interveniva talvolta alle loro adunanze e vi parlava. Queste Compagnie adempievano funzioni come di generatori elettrici, sviluppando correnti di buon esempio in tutta la casa.
Nel 1877 Don Bosco diede alle stampe un trattatello dal titolo Il Sistema preventivo nell'Educazione della gioventù, esponendovi in poche pagine le direttive teoriche e le applicazioni pratiche della pedagogia da lui instaurata. Orbene, chi voglia conoscere a pieno come fece Don Bosco a dirigere il suo ospizio, non ha che da applicare a lui quanto egli quivi insegna; poiché nel compendioso scritto si rispecchia fedelmente quale fu cogitatione, verbo et opere Don Bosco educatore.
Fermiamoci a un punto solo. Dice egli: " Il Direttore deve essere tutto consacrato ai suoi educandi ". Ora Don Bosco, finche tenne la direzione attiva dell'Oratorio, viveva per i suoi giovani e con i suoi giovani. Al mattino li aspettava nella chiesa per udirne le confessioni. Assiso fra due inginocchiatoi, riceveva i penitenti volgendosi alternativamente a destra e sinistra, fin tanto che se ne presentavano. Al chiudersi della giornata dopo le preghiere serali si affacciava loro per porgere l'ultimo saluto, accompagnato da una parola paterna, ispiratrice di buoni pensieri. La brevissima allocuzione, preludio di tranquillo riposo, prese e mantiene la denominazione di " buona notte ", perche' la si terminava e la si termina con tale augurio. Nel corso del giorno compariva in cortile durante le ricreazioni. Al vederlo i
giovani traevano a lui come i pesci nello stagno verso chi vi getti una manata di briciole o come i pulcini attorno alla chioccia. Ivi la sua presenza diffondeva allegria, e la sua parola o rivolta a tutti o sussurrata all'orecchio e acconcia al momento psicologico di ciascuno andava diritta all'anima. In altre ore nessuno aveva paura di salire da lui nella sua camera, dalla quale si usciva sempre contenti. Questo tenersi in abituale contatto con gli educandi ha formato poi la nota caratteristica e la molla segreta della pedagogia salesiana.
Dove molti convivono, c'è sempre da temere che si avveri il detto: Uno fa male a cento. Nell'Oratorio, se c'era del marcio, non s'allargava ne faceva cancrena, perché la vigilanza lo scopriva e, o la carità vi apprestava in tempo il rimedio, o un atto di provvida energia rimoveva il pericolo d'infezione.
Quanti giovani sviati trovarono così la via della salvezza! Nel 1887 Don Bosco, facendo il suo ultimo viaggio a Roma, si fermò per un giorno ad Arezzo. Quel Capostazione, appena lo vide scendere dal treno e lo riconobbe, si affrettò a baciargli la mano e preso da forte commozione disse ai circostanti: - Io ero un ragazzaccio di strada a Torino senza babbo e senza mamma, e questo prete mi raccolse e mi mise all'onore del mondo. - È un episodio che assurge a valore di simbolo.
Un momento di crisi travagliò l'Oratorio, dopo che a Don Bosco non bastarono più le forze non solo per governarlo personalmente, ma nemmeno per seguirne con continuità gli andamenti. Correva il 1884. Egli, avvertita la cosa, intervenne, dettando da Roma una lunghissima lettera, nella quale metteva il dito sulla piaga. Da un drammatico raffronto tra la vita dell'Oratorio prima del 1870 e quella d'allora emergono i principi pedagogici, a cui fu informata tutta la sua opera educativa e che debbono far legge per i suoi discepoli.
Il Regolamento del 1854 riveduto da lui sopra i dati di lunga esperienza e pubblicato solo nel 1877, il trattatello sul sistema preventivo, e la lettera romana costituiscono la genuina trilogia pedagogica di Don Bosco: pedagogia umile ed alta, che, dovunque sia bene intesa e fedelmente attuata, può fare degli istituti di educazione soggiorni di letizia, asili d'innocenza, palestre di studio e di virtù, vivai insomma di bravi cittadini e di ottimi cristiani. Veramente, come si vede, Don Bosco non scrisse gran che sulla sua dottrina pedagogica; è anche vero per altro che molta luce s'irradia da sue conferenze, da sue lettere, da suoi consigli e soprattutto da' suoi esempi. Per una dottrina l'essenziale non è che riempia molte pagine di un libro, bensì che stia alla base e costituisca il fondo di tutta un'attività.
CAPO XVIII
LA “STORIA D’ITALIA”
Molto scrisse Don Bosco; ma, se si tiene conto delle molteplici faccende che si disputavano quotidianamente la sua attività, bisogna dire che scrisse moltissimo. Se tanto ci dà tanto, egli senza dubbio, dedicandosi alla precipua fatica della penna, sarebbe riuscito uno dei più fecondi scrittori. La versatilità dell'ingegno ne avrebbe fatto anche un poligrafò; ma le naturali attitudini lo inclinavano di preferenza alla storiografia. Lo dimostra la sua produzione, che per nove decimi o è storia o attinge alla storia; lo conferma ancora il suo miglior lavoro, che è appunto una storia, la Storia d'Italia.
Nello scrivere esulava dalla mente di Don Bosco qualsiasi intendimento letterario; per questo anche nelle sue pagine più belle non sorprendiamo mai ombra di preziosità o di voluta eleganza, sia nella scelta dèi vocaboli che nella forma dei costrutti. Esatto nell'espressione e corretto nella sintassi, ha uno stile immediato, dove non c'è luogo per quella che si direbbe voglia di comparire. Ciò non impedisce che i suoi scritti abbiano rilievo ed efficacia; così avviene ogni volta che dietro lo scrittore mediocre stia una forte personalità.
La circostanza che lo determinò a scrivere una Storia d'Italia farà sorridere lo storico di professione, la cui finalità è puramente scientifica, non però chi sappia che movente di Bosco a scriverla fu il bene della gioventù, non il contributo alla cultura. Un giorno, presentatosi a Don Cafasso, gli disse di essere in dubbio se dovesse comporre una Storia d'Italia ovvero un Metodo per confessare la gioventù. Vedeva la opportunità dell'uno e dell'altro lavoro; ma era incerto quale dei due fosse più urgente. Gran danno vedeva provenire ai giovani dal non volerli o dal non saperli confessare; gran danno pure vedeva causato loro dai testi di storia patria che minacciavano di inondare tutte le scuole. Don Cafasso, ponderato il pro e il contro, categoricamente gli rispose che scrivesse la Storia d'Italia. Ed egli la scrisse.
Il moto dell'indipendenza e dell'unità nazionale portava con sè il bisogno di far conoscere agli Italiani l'Italia nella sua lunga storia, rappresentando loro il bel paese non più soltanto come espressione geografica, ma come sede di un popolo spiritualmente uno, se pure ancora politicamente diviso. Tre atteggiamenti si determinarono di fronte a questo problema. Per gli uni, conservatori a oltranza, Italiano e Italia erano due parole che putivano di rivoluzione e non le usavano senza le debite riserve. Altri, inclini alle aspirazioni nazionali, ma affacciando le loro riserve soltanto sul modo di attuarle, inquadravano la storia d'Italia nelle sue tradizioni civili e religiose. La fazione invece più influente e rumorosa tendeva a fare tabula rasa del passato. Erano costoro gli esponenti delle passioni politiche e irreligiose che agitavano soprattutto il Piemonte dal 1848 in poi.
Queste passioni rivoluzionavano anche la storia, che dalle serene regioni del vero scendeva e trascendeva ai più deplorevoli eccessi. Sembrava che vi fosse una congiura organizzata per travisare i fattori religiosi, additando nella Chiesa l'avversaria giurata della civiltà, nel Papa il nemico d'Italia, nel Clero l'accanito osteggia, tore di ogni libertà civile, nei dogmi cattolici tanti oltraggi alla dignità della ragione. Tutto questo il liberalismo più o meno radicale stimava necessario rendere ben noto agli Italiani, se si voleva arrivare a far l'Italia.
Scrittori d'occasione e redattori di quotidiani e di periodici si sbracciavano a divulgare tali pregiudizi, ispirandosi a opere che facevano autorità in materia. Di limitata importanza, ma largamente diffusa era la Storia d'Europa con speciale riguardo all'Italia, di Ercole Ricotti, che, ortodossa nella prima edizione, dopo il 1848 uscì truccata alla moda del giorno. Venivano letti e consultati i due volumi della Storia d'Italia, scritti da Carlo Farini in continuazione a quella del Botta, saturi di odio anticattolico, sebbene dissimulato sotto affettata moderazione. Pontificava la ponderosa Storia d'Italia di Giuseppe La Farina, nella quale proprio non era di casa l'imparzialità. Ad Asti imperversava un Compendio storico dell'Italia di un cotal Zini, compilazione piena d'invettive contro il potere temporale. Rivelavano su per giù le stesse tendenze anticlericali anche altre compilazioni che correvano per le mani della gioventù.
Alla vista dell'esiziale veleno che si andava per questa via inoculando nelle anime giovanili, Don Bosco giudicò essere debito della sua missione apprestarvi un antidoto. Non lo scoraggiò la difficoltà intrinseca ed estrinseca dell'impresa: quando aveva detto voglio, nulla al mondo lo faceva più disvolere. Vi lavorò con un'intensità che ha dell'incredibile, se si pensi che in confronto di altri suoi impegni questa si poteva considerare opera supererogatoria. Per lo più veniva radunando il materiale nella biblioteca del Convitto Ecclesiastico, assai ben fornita di libri; poi di mano in mano vi ruminava sopra, finchè, maturato un punto, dettava al chierico Rua. Ma, come avviene in tal genere di lavori, pentimenti o novelle vedute lo costringevano a tempestare di modificazioni e aggiunte quella prima stesura, sicchè da ultimo gli fu forza farne un'altra copia. Per attendervi con la necessaria tranquillità (poiché non si trattava di semplice copiatura, ma anche di revisione) si appartava durante certe ore pomeridiane nel palazzo dei Conti di Roasenda in via della Consolata, dove gli faceva da amanuense il distinto giovanetto Melchiorre Voli, divenuto poi Sindaco di Torino e Senatore del Regno.
Queste fatiche non erano ancora ultimate, quando presso l'editore Paravia si pose mano alla composizione tipografica. Prima tuttavia di licenziare per la stampa, egli mandava ancora le bozze a uomini competenti, giovandosi dei loro lumi. Il libro uscì nell'ottobre del 1856. Era il suo ventitreesimo scritto dato alle stampe. Nelle edizioni successive lo venne poi aggiornando, sicchè nella definitiva del 1873 i capitoli sono 156, da 133 ch'erano nella prima redazione.
Il titolo dice che questa Storia d'Italia è " raccontata alla gioventù ". Il racconto procede non alla solita maniera di chi scrive per chi legge, ma di chi parla a chi ascolta; è infatti da capo a fondo un colloquio come quelli che Don Bosco aveva la consuetudine di tenere con i suoi giovani nell'Oratorio. Egli infatti non mirava a fanciulli di scuole primarie, ma agli adolescenti delle secondarie, sui quali appunto cominciava il lavorìo d'intossicazione. Il narratore vi si rende loro presente con quel tono e con quell'aria di familiarità che avvinceva i suoi ordinari ascoltatori. Familiari quanto mai sono la lingua e lo stile. Egli si è fatto una legge di evitare ogni vocabolo o frase, di cui le menti giovinette non afferrino alla prima il significato (1). (1) L'edizione definitiva del 1873, condotta sotto la sua sorveglianza quanto al contenuto, ha subíto purtroppo nella forma le pazzesche modificazioni di revisori malconsigliati e maldestri. È quella che si continuò a ristampare. Riguardo al testo per altro deriva dalla quinta del 1866; perciò a questa Don Caviglia ha dato giustamente la preferenza in Opere e Scritti di Don Bosco, vol. III, La Storia d'Italia (Torino, Soc. Ed. Internaz.).
Ma vi è di più. La narrazione non si distende per pagine e pagine alla maniera dei manuali. Don Bosco, guidato da fine intuizione psicologica e pedagogica, va avanti per capitoli ne prolissi ne succinti, ma di proporzioni giuste, perché il giovane li possa leggere d'un fiato senza tedio, anzi con soddisfazione. Più ancora: la sua comprensione dell'anima giovanile gli ha suggerito di presentare ogni capitolo come un quadro, nel quale intorno a un'idea centrale si sviluppino i singoli particolari, formando una lettura organica di gradevole effetto e di facilitazione mnemonica, senza che queste divisioni facciano perdere il filo del racconto.
Passando ora dal titolo alla prefazione, la troviamo notevole per qualche cosa che dice e per qualche altra che tace.
Tace assolutamente di qualsiasi intenzione apologetica o polemica. Taluni forse si aspetterebbero per 1o meno una parola di deplorazione sulla cattiva piega che da un decennio a quella parte avevano preso le pubblicazioni di storia italiana nel suo Piemonte; invece, niente di niente. Don Bosco non amava battagliare; ma, dove poteva, agiva senza inutili discorsi, e dove le circostanze gli precludevano l'azione, aspettava in silenzio. Qui inoltre non si permette neanche l'innocente soddisfazione di dirci che ha colmato una lacuna: e sì che c'era e grande nel campo della letteratura popolare di storia nazionale, non foss'altro dal lato didattico. Ma egli, contento di aver compiuta un'opera buona, non sente il bisogno di sonare la tromba. La prefazione dice poi in primo luogo che " intendimento finale di ogni pagina " è di " esporre la verità storica ". Per raggiungere questa verità ci si accerta che non fu scritto periodo senza consultare i più accreditati autori, ne fu risparmiata fatica nel leggere i contemporanei scrittori delle cose d'Italia, ricavando da ciascuno quanto paresse convenire al voluto intento. Orbene il Caviglia, che sulle fonti dell'intera compilazione ha spinto le indagini fino agli estremi limiti del possibile, è giunto ai risultati più tranquillanti per la coscienza degli studiosi.
Elemento di verità dobbiamo considerare anche la giustizia nell'approvare e nel condannare; il che insomma equivale a mettere nella loro vera luce le azioni degli uomini e la portata degli avvenimenti. Da questo lato va soggetto a peccare contro la verità chi non sappia narrare le cose sine ira et studio. Ne odio ne partigianeria di nessuna specie in Don Bosco. La prova provata è nel silenzio di coloro, che non avrebbero mancato di coglierlo in fallo, se ci fosse caduto: eccezione fatta, s'intende, dei settari e degli eretici, che, come dice Dante, sono stati sempre esperti In render torti li diritti volti.
Neppure lo scottante argomento del potere temporale diede appiglio a critiche serie. Don Bosco si trovò a scriverne in mezzo a tre correnti. I seguaci della così a detta intransigenza pretendevano che il principato civile del Papa rimanesse in eterno intangibilmente tal quale era; i concilianti studiavano la formula che consentisse di servire gli interessi della nazione senza inceppare la libertà del Pontefice; i settari non facevano mistero che l'abbattimento del potere temporale era l'ultimo passo per colpire a morte il potere spirituale e così liberare dal Papato l'Italia e il mondo. Ora Don Bosco nel corso della sua Storia pone la massima cura nell'illustrare il carattere sacro del Pontificato Romano, e su questo punto i suoi convincimenti, ispirati dalla Fede, non conoscono concessioni o reticenze. Riguardo al potere civile espone le sue idee in un capitolo intitolato: Dei beni temporali della Chiesa e del dominio del Sommo Pontefice. Qui, ponendosi sul terreno rigorosamente storico, ne racconta l'origine, da cui rampolla naturalmente la legittimità, e ne fa vedere la necessità di fatto per " l'esercizio dei doveri spirituali dei Pontefici ". Questa necessità dunque interessa non la sola Italia, ma tutta la Cattolicità, in quanto è interesse di tutti i Cattolici del mondo che il Capo supremo della Chiesa sia nelle condizioni indispensabili per il disimpegno dell'altissimo suo ufficio. Messo in sodo pertanto che il Papa dev'essere indipendente e che l'indipendenza non si può concepire senza sovranità territoriale, egli non entra a definire i limiti del territorio. Da queste premesse s'inferiva logicamente, senza bisogno di affermarlo, che non la violenza avrebbe mai detto l'ultima parola sulla questione, ma l'autorità di Colui che solo aveva veste per giudicare in sede di diritto. Fra gli stessi liberali non pochi propendevano a cercare la soluzione del problema non con i mezzi violenti, ma con i mezzi morali. Del resto non era detto che la provvidenziale funzione del potere temporale dovesse in perpetuo durare tale, che non fosse mai possibile con l'andare del tempo sostituire un altro mezzo di non minore efficacia. Dopo il trattato del Laterano, il capitolo citato non ha una riga che si possa rigettare come anacronistica o men vera. Se Don Bosco fosse stato ancora in vita, avrebbe detto senza esitare: - Così la intendeva io i - Ma lo disse per lui e in nome di lui il Papa della Conciliazione (1). (1) Discorsi del 19 marzo 1929 per il decreto sui miracoli della beatificazione e del 21 aprile per il decreto del Tuto; Enciclica Quinquagesimo ante anno (23 dicembre 1929).
La prefazione dice inoltre che con l'intendimento della verità storica si associa quello di " insinuare l'amore alla virtù, la fuga del vizio, il rispetto all'autorità e alla Religione ". Abbiamo dunque da fare con una storia a tesi? È questione d'intendersi. Don Bosco è mille miglia lontano dal voler manipolare i fatti in modo che si prestino a trarne una data morale. Egli non è creatore di apologhi ne inventore di favole, da cui far scaturire l'ammaestramento etico. Ci vuol dire semplicemente che dai fatti narrati nella loro genuina oggettività pensa di cavare quegli insegnamenti, in grazia dei quali la storia è maestra della vita. Risponde a questo pensiero anche una serie. di profili biografici, nella quale sfilano dinanzi al lettore uomini dell'età vicina all'autore, insigni per meriti letterari e scientifici e insieme per il rispetto da loro professato verso la Religione dei padri.
Il libro incontrò subito grande favore. Fu adottato in scuole anche pubbliche, perchè l'autore aveva cura di armonizzarlo coi programmi di Patente e Magistero, ossia delle scuole magistrali e liceali, dove allora si esigeva assai meno di oggi. Veniva pure dato in premio nei solenni saggi finali, secondo l'uso generale del tempo. Come libro di lettura poi era largamente consigliato alla gioventù. Quindi le edizioni si succedettero con relativa frequenza fino ai tre ultimi decenni. Il libro merita di essere rimesso in circolazione. Non ha infatti perduto alcun che delle qualità lodate dal Tommaseo, il quale scrisse: " " In tanta moltitudine di cose da dire, l'abate Bosco serba l'ordine e la chiarezza, che, diffondendosi da una mente serena, insinuano negli animi giovanili gradita serenità ".
CAPO XIX
VESSAZIONI POLITICHE
Don Bosco aveva un bel fare a scansar la politica! La politica venne rudemente a urtarlo nel 1860. Parve presagirglielo Pio IX. In un Breve del 7 gennaio gli aveva detto: " Continua, Diletto Figlio, la carriera che hai intrapreso a gloria di Dio, e a utilità della Chiesa sopporta, se ti avverrà, qualche tribolazione, e sostieni con grandezza d'animo le tribolazioni del tempo presente ".
I tempi correvano per davvero difficili. Nel 1859 la seconda guerra dell'indipendenza non era solo causa di agitazione in Piemonte, ma agitava l'intera penisola. La fuga del Granduca da Firenze, la rivoluzione nei Ducati, l'insurrezione delle legazioni, seguite dall'annessione della Toscana, di Modena, Bologna, Parma al Piemonte, esaltavano gli spiriti, mostrando prossimo l'avvento dell'unità nazionale. Ma il pomo della discordia era sempre il potere temporale, che si mirava ad abbattere non con mezzi morali, come pur si diceva, ma con la violenza. Bastava una platonica manifestazione di sentimenti contrari, perchè un cittadino fosse denunziato quale nemico della patria. In periodi turbolenti i sospetti sorgono per dei nonnulla, quando pure non sono sollevati ad arte da chi cova biechi disegni. Don Bosco lo sperimentò a suo danno.
Tre fatti diedero pretesto a sospettare che egli avesse intelligenze segrete con cospiratori politici. Nell'ottobre del 1859 un corriere pontificio recò a lui una lettera di Pio IX, perchè in modo sicuro la recapitasse a Vittorio Emanuele. Il Re la ebbe e da Courmayeur per mano di Don Roberto Murialdo, cappellano di Corte, mandò al medesimo Don Bosco la risposta da rimettersi al Papa. Quella prima era la lunga lettera autografa che gli storici conoscono, in data 29 settembre 1859; con essa il Santo Padre rispondeva ad altra del Re portatagli a Roma dall'abate Stellardi.
Non aveva voluto consegnare la sua risposta all'inviato piemontese, perchè poco si fidava di lui, sapendolo uomo di scarsa prudenza ed ecclesiastico di tendenze soverchiamente auliche. I segugi del Governo subodorarono il carteggio di Don Bosco con Pio IX e vi fantasticarono sopra.
Poi il Galantuomo del 1860 uscì con una umoristica prefazione di Don Bosco, che bonariamente, secondo il solito, vi discorreva della vittoria contro l'Austria e alla maniera degli autori d'almanacchi faceva i suoi pronostici per il nuovo anno, accennando in particolare alla non lontana scomparsa di " due cospicui personaggi dalla faccia del mondo politico " e all'imminenza di pubbliche sventure. Dalla scena politica scomparvero realmente due capi di Stato, come spiegò il Galantuomo dell'anno seguente, cioè il Granduca di Toscana e il Duca di Modena, i cui dominii furono annessi al Piemonte nel marzo del 1860. Su tali profezie da lunario almanaccarono uomini del Governo, che, ravvisandovi intenzioni politiche, ne chiesero conto a Don Bosco.
Ma il tracollo ai sospetti lo diede l'accennato Breve pontificio, pubblicato nelle Letture Cattoliche ed anche diffuso in foglio a parte. Era la risposta del Papa a una lettera del 9 novembre del 1859, nella quale Don Bosco a nome suo e dei giovani deplorava gli avvenimenti in corso, tanto dolorosi al cuore del Pontefice, esponeva quanto venivano facendo i suoi aiutanti per arginare la piena dei mali irrompenti e prometteva larghe preghiere. Pio IX ne prese occasione per fare nella prima parte del documento una requisitoria sulle macchinazioni contro il dominio temporale, sui danni della cattiva stampa e sulle attività protestantiche. Questo forte linguaggio avvalorò il sospetto di una congiura, di cui fosse focolare anche l'Oratorio.
Il Governo, che faceva sorvegliare Don Bosco, aspettava solo un appiglio per agire; finalmente l'ebbe. Dal suo esilio lionese l'Arcivescovo di Torino aveva scritto a Don Bosco, pregandolo di diramare ai parroci una sua pastorale confidenziale, contenente norme da seguire di fronte alle lotte contro la Chiesa. La lettera fu riconosciuta alla posta, sequestrata per ordine del Ministero e aperta dalla polizia. Non ci volle altro per venire a ferri corti. Don Bosco viveva tranquillo in mezzo a' suoi giovani, quando un sogno lo mise in guardia. Nella notte sul 24 maggio gli parve di vedere una schiera di malandrini invadergli la camera, impadronirsi della sua persona e rovistare in ogni angolo, mestando e rimestando specialmente le carte. Durante quell'operazione uno gli disse con accento benevolo: - Perché non avete levato di qui il tale e tale scritto? - Raccontò quel mattino il sogno, ma senza at-, tribuirvi alcuna importanza; tuttavia, obbedendo a un segreto impulso, rivide la corrispondenza, ne sceverò lettere confidenziali, che, sebbene, come egli scrive, fossero " affatto estranee alla politica o a cure di Governo ", pure potevano essere interpretate a suo danno, e le celò altrove. Se avesse tardato due giorni, non sarebbe stato più in tempo.
Il 26 maggio, alle quattordici, un delegato di pubblica sicurezza e due avvocati fiscali, scortati da un plotone di guardie, entrarono pettoruti nell'Oratorio. Mentre il comandante della forza pubblica, posti alcuni uomini a sorvegliare l'ingresso esterno, distribuiva piantoni per le scale, pel cortile e alla porta di casa, i fieri triumviri affrontarono Don Bosco, che sotto il portico stava concertando l'accettazione di un povero fanciullo raccomandatogli con lettera d'ufficio dal Ministero dell'Interno, e gl'intimarono in nome della legge la perquisizione domiciliare. " Egli è sospetto, diceva la motivazione scritta, di relazioni compromettenti coi Gesuiti, coll'Arcivescovo Fransoni e colla Corte Pontificia ". Scoperto il corpo del delitto, l'ordine portava che si procedesse all'immediato arresto.
Entrati nella sua camera, cominciarono da lui. Sei mani poliziesche lo agguantarono e si diedero a frugarlo da capo a piedi in modo così grossolano, che egli, ripensando alla Passione del Signore, esclamò: Et cum sceleratis reputatus est. Passarono quindi a perquisire la camera. Aprirono armadi, bauli, cassetti, ripostigli di carta straccia e di altri rifiuti, mentr'egli, sedutosi allo scrittoio, sbrigava la corrispondenza arretrata. Ogni lettera che finiva di scrivere, era acciuffata e letta da tutti e tre. Scompigliarono anche la vicina libreria. La calma di Don Bosco e alcuni felici suoi motti e tratti di spirito smorzarono a poco a poco il furore professionale dei perquisitori, che, dopo quattro ore e più d'indagini infruttuose, non disdegnarono di bere con lui una buona bottiglia alla salute delle perquisizioni. Era giorno di sabato, vigilia della Pentecoste; verso le sedici e mezzo dovevano esserci le confessioni.dei giovani. Don Bosco prese motivo da questo per invitare quei signori a confessarsi anch'essi. A onor del vero, non si atteggiarono a spregiudicati; anzi, scrive Don Bosco, " promisero nel modo più formale di venirsi a confessare nel sabato successivo ". Soggiunge il Santo: " Vennero difatti due superiori con tre guardie e sembra che siano venuti con buona volontà, perciocche vennero più altre volte ancora ".
Prima che se n'andassero, Don Bosco si fece rilasciare un verbale dell'operazione. Non si poteva mai sapere che cosa avrebbero altrimenti riferito ai loro superiori. Nella carta rimessagli dichiararono qualmente " a fronte delle più esatte ricerche " nulla si era rinvenuto che potesse " interessare le viste fiscali ". Ciò fatto, partirono. Allora i giovani, liberati finalmente dall'incubo che li opprimeva, diedero sfogo alla loro gioia, correndo in folla da Don Bosco e facendolo oggetto delle loro filiali e calorose dimostrazioni.
Il Rattazzi, che non faceva più parte del Ministero, come riseppe la cosa, avrebbe desiderato presentare un'interpellanza al Capo del Governo, se Don Bosco non ne lo avesse seriamente dissuaso.
La camera di Don Bosco non era però tutto l'Oratorio; onde si pensò che ulteriori investigazioni potessero raggiungere la prova del reato. Uno dei sospetti era che nell'Oratorio si nascondessero fondi inviati a Don Bosco da Pio IX e dagli ex-sovrani, apparentemente per aiutare la sua Opera, in realtà per assoldare volontari e preparare la riscossa. Ora ecco al mattino del 10 giugno tre pezzi grossi del Ministero con un nuvolo di agenti mettere di nuovo la casa in stato d'assedio. Don Bosco era assente. Quelli piombarono nell'ufficio di Don Alasonatti, gl'imposero di consegnare tutti i registri della contabilità e lo tempestarono di domande per lui molto strane su immaginari depositi di denaro. Poi ingiuriandolo gli afferrarono le braccia e gli diedero scossoni e spintoni tali che il poverino svenne. Mentre lo adagiavano sopra una sedia, entrò Don Bosco. Addoloratissimo prese per mano il suo buon aiutante e lo chiamò per nome. Al suono di quella voce si riebbe e: - Don Bosco, mi aiuti! - esclamò; ma perdette nuovamente i sensi. Don Bosco lo rianimò; quindi redarguì con severità i giudici mutatisi in oppressori e li condusse nella stanza attigua. Comprendendo essi stessi d'aver agito male, chiesero scusa; ma dichiararono di essere là per visitare tutta la casa e interrogare i ricoverati. Don Alasonatti medesimo li accompagnò nelle scuole. Li seguivano stenografi, incaricati di scrivere domande e risposte.
Principiarono dal ginnasio superiore; poichè nell'anno scolastico 1859-60 Don Bosco aveva in casa anche la quarta e la quinta. In una sua particolareggiata relazione di tutti questi fatti egli reca per saggio parecchi interrogatorii, nei quali alla tendenziosa cavillosità degli inquisitori fa mirabile riscontro la serena assennatezza degli inquisiti: " Mille e mille domande di questo genere, conchiude Don Bosco, furono fatte ad altri giovani. Malgrado però tante maligne insinuazioni, non fu mai che alcuno abbia proferito parola che lo potesse compromettere. Scopo dei perquisitori era di far dire ai giovani, che tra noi s'insegnava una politica ostile al Governo, che era permesso ribellarsi al Re e alle Autorità costituite. Ma sembrava che un angelo del Signore guidasse la lingua degli allievi e limitasse le loro parole senza lasciare mai sfuggire sillaba inopportuna ".
Analoghe perquisizioni vennero operate nel Convitto Ecclesiastico. La brutalità dei procedimenti accelerò lo spezzarsi dell'esile fibra di Don Cafasso. Il santo sacerdote ne ammalò gravemente l’11 giugno e il 23 si addormentava nel Signore. Don Bosco pianse il padre dell'anima sua con lacrime non meno amare di quelle versate già per la morte della madre. Vero tipo della donna forte esaltata dalla Bibbia, Mamma Margherita era salita nel dicembre del 1856 agli eterni riposi dalla sua stanzuccia dell'Oratorio, lasciando la famiglia adottiva immersa nel dolore. Quanti in quindici anni avevano goduto dei tesori della sua bontà materna, ne serbarono, finchè vissero, cara e venerata memoria. Il figlio che le aveva portato in vita un rispetto quasi religioso, ebbe poi sempre per la sua memoria una specie di culto.
Se grande fu il vuoto lasciato nel cuore di Don Bosco dalla perdita della madre, non meno grande fu quello causatogli dalla scomparsa di Don Cafasso. Era il Cafasso una di quelle anime modeste che sanno suscitare anime grandi. Due orazioni funebri lesse Don Bosco in sua lode, che, pubblicate in un volume, si può dire che siano la biografia di un Santo scritta da un altro Santo; certo è che quei discorsi costituirono nei processi canonici la testimonianza più autorevole sulla santità dell'uomo di Dio.
Nonostante l'esito delle inchieste, l'ombra del dubbio avrebbe aduggiato irrimediabilmente l'Opera di Don Bosco, se non si fossero chiarite bene le cose. Era suo principio che in casi simili, chi voglia aprire la via alla verità, debba cercar di parlare con le autorità più alte, non con i loro subalterni. Per prima cosa dunque indirizzò ai Ministri Farini dell'Interno e Mamiani dell'Istruzione un succinto ragguaglio circa l'Opera degli oratorii, chiedendo in pari tempo al Capo del Gabinetto il favore di un colloquio. Il Farini glielo fissò; ma, venuto il momento, mancò alla data parola. Ciò indicava il perdurare dei sospetti. Allora domandò di conferire col suo segretario generale Silvio Spaventa. Questi, nicchiato alquanto, gli promise di riceverlo il 14 luglio alle undici. Don Bosco fu puntuale; l'altro invece gli mandò a dire che, essendo occupatissimo, non poteva assicurargli l'udienza entro la giornata. Il Santo rispose all'usciere: - Aspetterò qui, finché il signor Segretario mi possa ricevere. - E postosi a sedere nell'anticamera, non si mosse più fino alle diciotto.
Lo Spaventa, informato che quel prete dopo tante ore di attesa non accennava punto a perdere la pazienza, si decise a sentirlo. Uscì dunque, gli si avvicinò e gli chiese che cosa volesse. - Parlarle in confidenza, - rispose. Ma il Segretario: - Parli qui, ripigliò. I presenti sono tutte persone di confidenza. - A una simile scortesia Don Bosco senza menomamente alterarsi gli disse con voce chiara: - Signor Cavaliere, ho cinquecento poveri ragazzi da mantenere. Li rimetto da questo momento nelle sue mani. La prego di provvedere al loro avvenire.
Gli astanti si fecero attenti. Il Segretario, cambiando tono, lo introdusse nell'ufficio. Dopo scuse che non scusavano, cercò di ottenergli subito un abboccamento col suo Ministro; ma, trovandosi questi impedito, gli promise che l'indomani l'avrebbe avvertito per iscritto, quando potrebbe ritornare. Alle venti Don Bosco rientrava nell'Oratorio, digiuno dalle prime ore del mattino.
Il dì appresso dal Conte Borromeo, segretario particolare del Farini, egli ricevette l'avviso dell'udienza per le undici del giorno dopo. Il Ministro lo accolse cortesemente; poi attraverso un mellifluo preambolo venne a rimproverarlo che fosse sconsigliatamente uscito dal campo della carità, dove tutti lo ammiravano, per entrare nel campo della politica. Tre argomenti egli addusse per provare il proprio asserto: articoli suoi sull'Armonia, convegni reazionari a Valdocco e corrispondenze coi nemici della patria. Don Bosco non penò molto a smantellare le tre accuse, non perdendo la dignitosa sua calma dinanzi alle ostinate denegazioni e alle minacce ministeriali. Dopo lungo contestare disse: -Domando giustizia, non per me che non temo niente, ma per tanti poveri fanciulli costernati dalle ripetute perquisizioni: per quegli stessi fanciulli che mi furono inviati dal Governo e dalla medesima Signoria Vostra. Essi sono in casa mia; domandano pane, giustizia e riparazione d'onore. Il Ministro, che gli aveva sempre tenuto lo sguardo fisso in volto, a queste parole si mostrò impressionato, tanto che, alzatosi in piedi, si mise a passeggiare in silenzio per la sala. Mentre poi tornava a sedere, ecco entrare il Cavour. - Oh, che c'è? diss'egli fregandosi le mani. Si usi qualche riguardo a questo povero Don Bosco. Aggiustiamo le cose amichevolmente. Gli ho sempre voluto bene. Che c'è dunque? - ripetè stringendogli la mano e invitandolo a sedere.
Don Bosco riassunse le accuse altrui e le sue difese. Ma il Cavour opinava che taluni, abusando del buon cuore di Don Bosco, gli avessero fatto correre l'alea della politica antigovernativa. - Lo spirito che domina nella sua istituzione, soggiunse, è incompatibile con la politica seguita dal Governo. Noi sappiamo di certo che lei è col Papa; dunque è contro il Governo.
Il tasto era troppo delicato, perché Don Bosco non rispondesse da pari suo. - Io sono col Papa, disse, come cattolico, e con lui intendo di essere fino alla morte; io sono col Papa in fatto di religione. In quanto alla politica, io non sono di nessuno e non me ne sono mai occupato. Vivo da vent'anni in Torino: ho sempre scritto, parlato, operato pubblicamente e non temo che mi si possa rinfacciare una parola meritevole di rimprovero presso le autorità governative. Se vi è qualche cosa sul mio conto, si dica: se sono trovato colpevole, mi si punisca; se innocente, mi lascino attendere ai fatti miei.
Il Presidente dei Ministri divertì allora il discorso, tirando in ballo il Vangelo; ma Don Bosco, rispostogli a dovere, non si lasciò fuorviare. A un certo punto scattò in questa domanda: - Ella, signor Conte, crede che Don Bosco sia un rivoluzionario, quale il Governo lo vorrebbe qualificare?
- Non mai, non mai, rispose. Io ho sempre ravvisato in Don Bosco il tipo del galantuomo. Adesso intendo che ogni cosa sia finita.
- Sì, intervenne il Farini, ogni cosa sia finita. Don Bosco vada a casa e si occupi pure tranquillamente dei suoi fanciulli, il Governo gliene sarà ben grato. Ma prudenza, caro abate, prudenza! Siamo in tempi difficili; un moscherino sembra un cavallo. Prudenza! prudenza!
Era un insegnare ad Annibale a far la guerra. In ogni modo tutto è bene ciò che finisce bene. Il gran dibattito si chiuse con l'assicurazione di entrambi i Ministri che essi credevano alla sua onestà, con la promessa che nessuno più l'avrebbe molestato, e con la raccomandazione di guardarsi da certuni che gli stavano attorno come amici e intanto lo tradivano.
- Dunque, disse il Cavour, noi saremo amici per l'avvenire e lei preghi per noi.
- Sì, pregherò Dio perchè li aiuti in vita e in morte, - rispose egli mentre l'uno dopo l'altro congedandolo gli stringevano la mano.
Quello fu l'ultimo colloquio di Don Bosco col Conte di Cavour, morto repentinamente meno di un anno dopo, il 6 giugno del 1861.
CAPO XX
“L'ORATORIO CRESCIUTO SOTTO LE BASTONATE”
D fronte alle contrarietà come quelle narrate fin qui e da narrare in seguito, Don Bosco, se fosse stato un debole, o avrebbe imitato l'esempio di altri, liberaleggiando per ingraziarsi i potenti, o si sarebbe rincantucciato, prendendosela con la nequizia degli uomini e dei tempi. Ma non è questa la tempra di cui sono fatti i Santi. Egli disse nel 1872: - L'Oratorio nacque dalle bastonate, crebbe sotto le bastonate ed in mezzo alle bastonate continua a vivere. - Difatti l'Oratorio nel dì della sua nascita era un giovane solo, scampato dalle bastonate di un sagrestano in collera. Tempeste di bastonate accompagnarono poi le fasi della sua prima età, nè durante gli anni successivi potè mai fare a meno di questo concorso poco desiderabile, ma divenuto, si direbbe, inevitabile.
Il triennio 1860-62 segna per l'Oratorio il passaggio dall'adolescenza al principio della giovinezza, passaggio che si effettuò per via di incrementi conseguiti attraverso alle bastonate descritte e ad altre nuove.
Fu già un bel guadagno che, grazie appunto alle ultime vessazioni, Don Bosco venisse a contatto con Autorità governative, che, non essendo Piemontesi, poco o nulla sapevano di lui. Ministri e funzionari arrivati a Torino da varie parti d'Italia presero così conoscenza della sua persona e della sua Opera, il che doveva, dopo il trasporto della Capitale a Firenze e a Roma, arrecargli notevoli vantaggi.
Un altro guadagno fu che non ostante le bastonate del 1860 egli potè allargare l'Oratorio. La famiglia Filippi possedeva a brevissima distanza sul lato orientale una casa e un ampio terreno, che Don Bosco più volte aveva cercato indarno di comprare. Orbene, il giorno dopo la prima perquisizione i proprietari gli fecero offerta di vendita; poi la sera stessa del 16 luglio, uscito dal risolutivo colloquio con i due Ministri, Don Bosco andò a stipulare il contratto per la somma di lire 65 mila.
Bisogna pure considerare come provvidenziale acquisto per l'Oratorio che nello stesso mese vi ricevesse l'ordinazione sacerdotale Don Michele Rua, destinato a essere braccio destro di Don Bosco e futuro erede di tutto il suo spirito. In quegli anni alla vita dell'Oratorio nulla era più indispensabile che un collaboratore di Don Bosco, il quale fosse intelligente, energico e santo come Don Michele Rua.
Un altro progresso che le recenti bastonate avrebbero potuto fortemente ostacolare, si ebbe nel numero degli alunni, salito nell'anno scolastico 1860-61 a ben 400. Col numero si comprende che crebbero anche le preoccupazioni di Don Bosco per il pane quotidiano. Quella Provvidenza che provvedeva al vicino Cottolengo senza che alcuno s'incomodasse mai a questuare, non provvedeva ordinariamente a Don Bosco, senza che egli andasse limosinando. E limosinare è il termine esatto a significare incredibili sacrifici di tempo, di riposo e di salute durati quaranta e più anni per sollecitare la carità a pro del solo Oratorio prima, dell'Oratorio e delle sue mondiali espansioni poi. Talora nondimeno in casi estremi la Provvidenza si compiaceva pure d'intervenire per vie non consuete. Un siffatto intervento si verificò agli ultimi di ottobre del 1860.
Mancava il pane per la colazione. Il prestinaio, irremovibile, non avrebbe più dato niente, se non si pagavano i debiti arretrati. Tre volte durante la Messa l'uomo incaricato della distribuzione si avvicinò a Don Bosco che confessava i giovani e lo avvertì che non c'era pane. Don Bosco la prima volta rispose: - Ci penseremo... provvederemo... - La seconda disse: - Lasciatemi confessare ora. Intanto cercate tutto quello che c'è nella dispensa e nei refettori. - E la terza: - Mettete nel canestro le pagnotte rimaste. Verrò io a distribuire.
Le pagnottelle non erano più di venti. Don Bosco, ritto presso la porticina laterale della chiesa, dava un pane ad ogni giovane, che, uscendo, gli passava davanti. Si mostravano tutti sorpresi e contenti di riceverlo da lui e baciatagli la mano, sfilavano. Ve ne fu a sufficienza; in fondo alla cesta rimase la quantità che c'era prima. Il quindicenne Francesco Dalmazzo, alunno della quinta, aveva udito, mentre si apparecchiava alla confessione, il triplice avviso. -Al momento di uscire precedette gli altri, perché aveva premura, e stette dietro a Don Bosco in attesa. Entrato soltanto il 22 del mese all'Oratorio, ne sapendosi adattare al vitto, doveva quel mattino far ritorno a casa. Sua madre pure aspettava là per parlare con Don Bosco e poi ricondurre via il figlio. Ma questi, testimonio dell'accaduto, le disse che non voleva più partire. " Fu questa, depose nei processi, la sola cagione che m'indusse a restare nell'Oratorio e in seguito ad aggregarmi tra i figli di Don Bosco ".
Sempre nel famoso luglio del 1860 l'Oratorio fece un passo molto importante, fuori di Torino. Il piccolo Seminario di Giaveno, che da tre secoli col suo Ginnasio aveva coltivato innumerevoli vocazioni per il clero dell'archidiocesi, languiva a segno, che il Governo minacciava di disporne a suo talento. Monsignor Fransoni dall'esilio parò il colpo, invitando Don Bosco a farglielo rivivere. Don Bosco richiese anzitutto che gli si desse carta bianca. Quindi nominò rettore un sacerdote, che, essendo vissuto sei mesi nell'Oratorio, ne conosceva abbastanza lo spirito, e gli assegnò come maestri e assistenti alcuni dei chierici della nascente Società. Un programma spedito a tutti i Parroci non ebbe l'onore di una sola risposta. Visto così, Don Bosco decise di scegliere nell'Oratorio i giovani di famiglie che potessero pagare la retta, e inviarli a Giaveno.
Qui la casa non aveva più altro che le muraglie; vi mancava ogni sorta di masserizie, nonchè di provviste. Don Bosco diede al Cav. Federico Oreglia di Santo Stefano l'incarico di allestirla nel più breve termine, il che fu eseguito a puntino.
Questo giovane signore, notissimo nell'aristocrazia torinese, aveva poc'anzi conosciuto Don Bosco agli esercizi spirituali di Sant'Ignazio sopra Lanzo e gli si era talmente affezionato, che venne a stare nell'Oratorio per istudiarvi la sua vocazione. Non si domandi se gli ci volle dell'abnegazione per cambiare così di botto gli agi d'una casa patrizia con la povertà della casa di Don Bosco! Ma umile e paziente, si assoggettò esemplarmente alla vita comune. Ricco d'ingegno, sciolto di modi e fermo di carattere, prestò per vari anni a Don Bosco inestimabili servigi.
In novembre il seminario cominciò a popolarsi. Sul finire del mese Don Bosco vi mandò come visitatore ufficiale il chierico Cagliero, che, esaminato l'andamento didattico, disciplinare e morale, gli presentò una soddisfacente relazione. Don Bosco vi si recò parecchie volte, lasciando nelle menti dei giovani un'indelebile impressione, come essi diedero a divedere nel corso degli anni.
Gli ecclesiastici del luogo, rassegnati ormai alla scomparsa del glorioso Istituto, magnificavano i risultati del nuovo metodo, del quale non avevano mai avuto la menoma idea. Per loro sarebbe stato un mezzo prodigio, se gli alunni fossero giunti a una cinquantina; invece nel secondo anno erano già 240. Pago di aver ridonato al collegio arcivescovile l'antica floridezza, Don Bosco, non senza forti ragioni, ne rimise il governo alle autorità diocesane richiamando i suoi chierici. Il primo sperimento del suo metodo fuori dell'Oratorio aveva dato buoni frutti. -
Le bastonate che si accompagnavano al crescere dell'Oratorio, non venivano tutte dai Governanti, anzi nemmeno sempre dagli uomini. Sembrava che Don Bosco obbedisse a una parola d'ordine: ampliare. Nel 1861 fece studiare il progetto di raddoppiare in larghezza il braccio parallelo alla chiesa e di costruire un terzo piano sulla casa dei Filippi, coordinando in pari tempo fra loro i fabbricati. Il 15 maggio aveva ordinato che si cominciassero i lavori, quand'ecco nella notte un disastroso incidente. Sul primo sonno, essendosi scatenato un fiero temporale, il fulmine penetrò nella sua camera e in men che non si dice gliela mise tutta a soqquadro; perfino il letto metallico fu sollevato un buon metro dal pavimento e portato a cadere dalla parte opposta. Riavutosi dallo stordimento, egli corse subito col pensiero ai giovani. Il fulmine era entrato in una camerata degli artigiani, che conteneva circa settanta letti. Dopo il suo passaggio due giovani giacevano tramortiti, parecchi sanguinavano per i colpi delle macerie del soffitto crollato, tutti in preda a terrore mettevano urli, gemiti e pianti: lo spuntare di Don Bosco dal fondo con un lumicino in mano, che, diradando un po' le tenebre, gli rischiarava la faccia, fu come l'apparizione di un angelo. Tosto calmò i sani, richiamò ai sensi gli svenuti e medicò feriti e contusi. A poco a poco gli si strinsero tutti d'attorno, finché, compiuta l'opera d'infermiere, li condusse in chiesa a ringraziare Dio che non vi fossero vittime.
Il fulmine sembrava che avesse una questione personale con Don Bosco. Era già la terza volta che lo molestava. Della prima a Chieri si è detto. La seconda fu a Sant'Ignazio nel 1856. Lo colse allora vicino alla porta vetrata di un poggiolo. Spalancatasi questa per l'impeto del vento, la spranga di ferro che la assicurava si staccò violentemente e lo percosse nel fianco, mentre la saetta, passandogli sotto. i piedi, portava via una lastra di pietra, senza però farlo cadere. Le conseguenze lo afflissero quella volta per parecchi mesi; ma l'ultima scossa nocque assai più alla sua salute, che ne risentì molto a lungo l'effetto.
Prima che si riaprissero le scuole i lavori erano al termine. Questo aumentava notevolmente le possibilità di bene. Tra l'altro, Don Bosco potè dare principio all'attuazione di un'idea ché ventilava da undici anni: avere una tipografia propria. Verso il cadere dell'anno acquistò di seconda mano e collocò in casa due vecchie macchine a ruota e un torchio; i giovani falegnami costrussero un banco e le cassette dei caratteri. All'inaugurazione del minuscolo laboratorio la sua mente, astraendo dal presente e spaziando in un vagheggiato avvenire, lo fece esclamare dinanzi ai suoi: - Vedrete, vedrete! Avremo una grande tipografia, due tipografie, dieci tipografie. - Per l'umile impianto ottenne dall'autorità prefettizia con la legale autorizzazione anche il riconoscimento ufficiale del promettente titolo: Tipografia dell'Oratorio di S. Francesco di Sales. La dirigeva l'Oreglia, che entro l'aprile del 1863 potè già fare uscire nella quarta edizione la Storia d'Italia di Don Bosco.
Intanto il nemico del bene non dormiva. Nel febbraio del 1862 cominciò una lunga e fiera infestazione. diabolica. Gli assalti accadevano sempre di notte. Don Bosco, cedendo alle insistenze de' suoi preti e chierici, che non sapevano rendersi ragione del suo pallore insolito e di una prostrazione di forze quale si osserva in chi patisce d'insonnia prolungata, narrava tutto giorno per giorno, e il chierico Bonetti correva tosto a scrivere. Voci assordanti, rumori strani, buffi impetuosi di vento, scosse formidabili alla persona o al letto, fuochi improvvisi, tirare di coperte, dondolare di guanciali, apparizioni di mostri, di bestie, di serpenti aggirantisi per la camera, danze del tavolino con picchiettìi misteriosi, spostamenti d'oggetti gli rompevano il sonno, appena fosse per chiudere gli occhi. Un segno di croce, una preghiera, un o bone Jesu ristabiliva bensì la quiete; ma dopo brevi istanti la tregenda ricominciava. Una volta Don Savio, giovane prete ardimentoso, vegliò nell'anticamera per sentire; ma verso la mezzanotte un fragore indiavolato lo riempì di tale spavento, che si diede alla fuga. Un'altra volta due chierici non meno coraggiosi rinnovarono insieme il tentativo, appostandosi nella vicina biblioteca; ma ad un dato punto, colti da violento tremore, se la svignarono. L'Oreglia un giorno domandò a Don Bosco, se avesse paura. - Ribrezzo sì, paura no - rispose. A Don Rua confidò: - Conto queste cose ridendo; ma t'assicuro che non rido di cuore.
Da un mese non dormiva più. Estenuato al sommo, andò due volte a Ivrea dal Vescovo Moreno, sperando sollievo. La prima volta riposò; ma la seconda ebbe solamente una notte tranquilla. A Valdocco il giuoco durò ancora; poi si venne ripetendo a intervalli sempre più lunghi, finché nel 1864 cessò del tutto.
Una sera del 1865, ricordando queste tribolazioni, Don Bosco disse d'aver trovato finalmente il mezzo per mettere in fuga lo spirito delle tenebre; non volle però mai palesare quale fosse, ma soggiunse: - Non auguro a nessuno momenti così terribili. Bisogna pregare il Signore che non permetta mai al nostro nemico di farci simili scherzi. - Il Poulain, autorevole scrittore di teologia mistica, dice nel suo libro intitolato Grazie d'orazione: "Dalla vita dei Santi sembra risultare che, se patiscono gravi molestie diaboliche, ciò accade per lo più, quando sono giunti al periodo dell'estasi o anche solo delle rivelazioni e visioni divine, sia che tali grazie continuino, sia che vengano temporaneamente sospese. All'azione straordinaria di Dio fa allora da contraltare l'azione straordinaria dei demoni".
Durante l'infuriare di questa guerra Don Bosco, non che sgomentarsi, bandì una nuova lotteria. Nel giustificarla dinanzi al pubblico diffuse ognor più la notizia delle opere, in cui favore egli ricorreva a tale espediente. Ottenne dal novellamente Ministro Rattazzi un biglietto ferroviario gratuito per un viaggio di propaganda. Raccolse tremila premi, due dei quali erano di Pio IX. Furono emessi 140 mila biglietti al prezzo di 50 centesimi caduno. La loro spedizione importò un lavoro enorme. Ne presero molti il Re, la Casa Reale, i Ministri e i Prefetti. Fatta l'esposizione e terminato lo spaccio, si compie l'estrazione dei numeri il 30 settembre. Uomini politici, visto il progredire dell'Oratorio e l'esito della lotteria, volevano che. Don Bosco facesse riconoscere dal Governo la sua Opera; ma tutti i vantaggi da essi decantati non valevano per lui la sua libertà e indipendenza. Inoltre egli temeva le sempre possibili manomissioni legali.
Una nuova minaccia verso la fine del 1862 partì dal Ministero della Pubblica Istruzione. Individui che avevano a noia il prete più che il fumo agli occhi, riuscito vano il tentativo politico, s'attaccarono alla legalità dell'insegnamento. I chierici Francesia, Cerruti, Durando e Anfossi, frequentando come uditori l'Università, insegnavano nel ginnasio dell'Oratorio senza i voluti titoli; era dunque facile prevedere che dinanzi a un'intimazione ministeriale Don Bosco non avrebbe avuto modo di sostituirli. Il massonico circolo di politicanti che faceva capo all'allora giacobina Gazzetta del Popolo, riprese sotto questa forma la campagna contro l'Oratorio. Costoro, avendo da fare con persone venute da altre parti d'Italia, non duravano fatica a mettere presso di esse in mala luce Don Bosco.
Questi, intuíto il colpo mancino che gli si preparava, non istette inoperoso. Andò dal Capo Divisione, che, pur avendo già dato prova di ostilità nel 1860 durante le perquisizioni, lo rimandò con buone e rassicuranti parole; ma Don Bosco non cadde nel tranello. Affrontò allora il Regio Provveditore, un ultraliberale modenese. L'incontro non poteva essere più drammatico. Don Bosco si dovette buscare del gesuita, del gesuitante, dell'imbecille. Ma adagio adagio il suo fare pacato e franco lo venne disarmando a tal punto da strappargli la confessione che aveva preso abbaglio sul suo conto. Restava la solita accusa che egli avversasse il Governo e i suoi rappresentanti. Don Bosco all'udirla protestò chiamando in testimonio la sua vita, le sue parole, le sue prediche, i suoi libri e i suoi concittadini, ne tacque di certa gente che colpiva alle spalle i galantuomini, facendo menzognere delazioni per fini interessati. Il tutto disse con termini improntati a così perfetta cortesia, che il Provveditore si arrese a discrezione. - Caro Don Bosco, esclamò alla fine, lei è un angelo della terra. - Rimasero dunque d'accordo che i suoi insegnanti avrebbero un'approvazione provvisoria fino a tutto l'anno scolastico in corso; del che emanò il decreto in data 21 dicembre 1862.
L'Oratorio col chiudersi di quell'anno era ormai costituito ne' suoi elementi essenziali. Albergava circa 600 alunni interni e ne accoglieva altrettanti esterni; aveva casa, chiesa, cinque classi ginnasiali, sei laboratori, scuole domenicali diurne e serali; aveva la sua grande scuola di musica vocale di studenti e strumentale di artigiani;: aveva infine una società di trentanove membri, sicura garanzia per l'avvenire. Don Bosco vedeva da lungi appressarsi il giorno, in cui avrebbe potuto davvero volgere la prora alla conquista del mondo.
CAPO XXI
TRE BIOGRAFIE,TRE DOCUMENTI
Con tre biografie di suoi giovani allievi, Savio, Magone e Besucco, pubblicate successivamente nel 1859, '62 e '64, Don Bosco compose un trittico di gran pregio, in cui le tre figure giovanili dell'Oratorio non c'interessano solo per se stesse, ma anche per quello che rivelano dell'autore. Uno, che raggiunse l'apice della santità, trovò in Don Bosco l'illuminato direttore di spirito, atto a guidarlo nelle sue più alte ascensioni; l'altro, venuto a lui con precedenti opposti, fu dalla sua potenza educativa trasformato in modello di virtù; il terzo, già molto avanti nella via del bene, completò sotto la sua direzione il proprio perfezionamento morale. Si noti però che con tre soggetti così differenti egli non adoperò tre differenti metodi, ma applicò a ognuno di essi, secondo la loro condizione, i principi che furono i cardini della sua ascetica. Un'ascetica semplice, senza nulla di nuovo che si stacchi dalla pratica ordinaria della vita cristiana; un'ascetica che, se mai, si distingue in questo, che dei mezzi offerti dalla Chiesa alla comune dei fedeli, abitua a fare un uso cosciente e costante, traendone pienezza di effetti salutari.
Qui potrebbe nascere in taluno il dubbio che Don Bosco abbia idealizzato i suoi tre alunni per farne dei tipi. A tale sospetto stanno di contro le sue esplicite dichiarazioni sulla verità delle cose narrate; ora alla parola di un galantuomo, massime poi se è un santo, non si suole negar fede. Inoltre quegli scritti dovevano andare per le mani di molti, che avrebbero potuto facilmente scoprirvi il falso, il che imponeva all'autore somma cautela per non incorrere in errori. Del Savio, parlandone a' suoi giovani nella prefazione, Don Bosco afferma che il suo 'tenor di vita fu notoriamente meraviglioso ". Della biografia di Magone dice che egli vi ha raccolto quello che " è avvenuto sotto gli occhi di una moltitudine di viventi, che ad ogni momento possono essere interrogati su quanto viene ivi esposto ". Riguardo al Besucco rende conto delle fonti anteriori, che erano relazioni di autorevoli persone allora in vita, e per il tempo da lui passato nell'Oratorio nota che si tratta di " cose avvenute in presenza di mille testimoni oculari ". Che poi Don Bosco mirasse con tali pubblicazioni a fare del bene fra la gioventù, questo entrava nel suo programma generale di apostolato, cosa non punto incompatibile con la veracità storica.
Dicono che la prima impressione soglia essere la vera. Sarà o non sarà sempre così: così fu certamente nel già narrato primo incontro di Don Bosco con Domenico Savio. Parve subito al sagace osservatore di scorgere nel giovanetto dodicenne un'anima tutta secondo lo spirito del Signore e che la grazia avesse operato in sì tenera età cose straordinarie; né egli s'ingannò, come ben tosto i fatti dimostrarono. Nei primi giorni dopo il suo ingresso nell'Oratorio il fanciullo udì da Don Bosco in una predica le tre norme ch'ei ripeteva a' suoi giovani, se volevano crescere virtuosi, vivere contenti e salvarsi; cioè confessarsi spesso, frequentare la comunione é scegliersi un confessore stabile.
Domenico prese tutta per sè la triplice raccomandazione.
Si scelse per confessore Don Bosco, che non lasciò più durante il tempo della sua dimora nell'Oratorio, dall'autunno del 1854 alla primavera del 1857. Da prima si confessava ogni quindici giorni, poi ogni otto, comunicandosi con la medesima frequenza. Don Bosco, vedendone il gran profitto spirituale, gli consigliò di comunicarsi tre volte per settimana; ma al termine del 1854 gli permise la comunione quotidiana.
Le anime ferventi sperimentano da principio desideri così accesi di purificazione interiore, che vorrebbero confessarsi tutti i giorni, correndo pericolo di dare negli scrupoli. Don Bosco arrestò in tempo Domenico su questa china, tenendolo all'obbedienza della confessione settimanale.
Un impulso prepotente spingeva il giovane verso. le vette della santità; ma egli ne aveva il concetto come di un'altezza, alla quale fosse per lui presunzione aspirare. Una domenica pertanto Don Bosco predicando mostrò essere volontà di Dio che tutti ci facciamo santi, tornar facile il riuscirvi e star preparato nel cielo un gran premio per chi si fa santo. Il Savio bevette avidamente quelle parole, rimanendone da ultimo quasi estasiato. Uscì di chiesa che non sembrava più lui. Non più gaio come prima fra i compagni, ma concentrato e taciturno, faceva temere che soffrisse di un qualche malessere fisico o di un patema morale. Don Bosco se n'accorse e, chiamatolo a sé, gli domandò se patisse qualche male. - Anzi, rispose, patisco qualche bene. - Inconscio linguaggio mistico, che esprimeva l'interno travaglio di uno spirito già affinato nell'amore di Dio e anelante a un grado più alto di unione con l'oggetto del suo amore. Poi si spiegò continuando: - Sento un desiderio e un bisogno di farmi santo. Mi dica dunque in che modo debbo cominciare.
Don Bosco ne lodò il proposito, ma lo esortò a non inquietarsi, perchè nelle commozioni dell'animo non si conosce la volontà del Signore. Indi gl'impartì una prima lezione di santità: mantenere una costante e moderata allegria, perseverare nell'adempimento dei propri doveri di pietà e di studio e partecipare sempre alla ricreazione con i suoi compagni.
In seguito ebbe necessità di porgergli una seconda lezione. Avvedutosi che alla gran voglia di farsi santo si univa nel Savio la persuasione di non potervi riuscire senza rigide penitenze e lunghe ore di preghiera, pratiche non conciliabili con la sua condizione, gl'insegnò a studiarsi invece di guadagnare a Dio i suoi compagni. Da quel punto un tal pensiero seguì il giovanetto dovunque si trovasse, sicchè nell'ospizio e nell'oratorio festivo divenne un piccolo apostolo. Ricordando più tardi il suo zelo di apostolato, Don Bosco disse che Domenico gli tirava più pesci nella rete con i suoi trastulli che non i predicatori con le loro prediche.
Tuttavia il caro giovane non sapeva rinunziare a penitenze afflittive del corpo, che per altro Don Bosco d'ordinario gli vietava, finchè gl'ingiunse di non più intraprenderne alcuna senza sua espressa licenza. Ed ecco una terza lezione. - La penitenza che il Signore vuole da te, gli disse, è l'ubbidienza. Ubbidisci, e a te basta. Le altre penitenze che ti permetto sono: sopportare pazientemente le ingiurie; tollerare con rassegnazione il caldo, il freddo, il vento, la pioggia, la stanchezza e tutti gl'incomodi di salute che a Dio piacerà di mandarti. Ciò che dovresti soffrire per necessità, offrilo a Dio, e diventa virtù e merito. - A questi consigli Domenico si piegò docile e tranquillo.
Don Bosco instillava nelle anime giovanili una divozione filiale verso la Madre di Dio. Nella prima novena dell'Immacolata, che il Savio fece nell'Oratorio, ogni sera la parola paterna del Direttore infervorava tutti a onorare la Santa Vergine. Erano i giorni in cui a Roma si preparava la dogmatica definizione di Maria concepita senza peccato. Domenico, pieno di entusiasmo, premise alla grande solennità una confessione generale; ma poi nel dì della festa ruminava l'idea di compiere qualche atto speciale in onore della sua celeste Madre. Don Bosco, secondando la sua pietà, gliene insegnò il modo. Savio, conforme al suo suggerimento, la sera del giorno memorando entrò tutto solo nella chiesa di S. Francesco, si portò dinanzi all'altare della Vergine e là nella penombra silenziosa dell'ora, proferì più volte, dice Don Bosco, queste precise parole: " Maria, vi dono il mio cuore; fate che sia sempre vostro. Gesù e Maria, siate voi sempre i miei amici; ma per pietà fatemi morire piuttosto che mi accada la disgrazia di commettere un solo peccato ". Già nella sua prima comunione aveva scritto fra i suoi proponimenti l'energico motto: La morte, ma non peccati. Dopo quell'8 dicembre la sua condotta morale apparve così edificante e congiunta a tali atti di virtù, che Don Bosco incominciò a prenderne nota per non dimenticare nulla.
Il suo cuore tuttavia non era ancor pago: egli vagheggiava un omaggio alla Madonna, che fosse permanente e fecondo di bene. Sorse così in lui e maturò il proposito d'istituire fra i compagni quella benefica Compagnia dell'Immacolata Concezione, di cui egli fu l'angelo tutelare, come si è detto sopra.
Avvicinandosi il maggio del '57, che fu l'ultimo della sua vita, tutto infiammato di pietà, pregò Don Bosco di dirgli come avrebbe potuto meglio del solito santificare il mese mariano. Don Bosco, sempre eguale a se stesso, gli rispose che lo santificasse adempiendo con esattezza i suoi doveri, raccontando ogni giorno ai compagni un esempio di Maria e regolandosi in guisa da poter fare quotidianamente la comunione. Gli raccomandò inoltre di pregare la Madonna, che gli ottenesse da Dio la sanità e la grazia di farsi santo.
La raccomandazione di chiedere la sanità era quanto mai opportuna. - A questa perla di giovanetto, disse allora il medico, tre lime sorde rodono insensibilmente le forze vitali: la gracilità della complessione, la precocità dell'intelligenza e la continua tensione di spirito.
La tensione di spirito gli veniva dall'intensa applicazione allo studio (frequentava già la quarta ginnasiale), dalla sollecitudine assidua in escogitare mezzi per fare del bene ai compagni e dal fervore della preghiera. " Il suo spirito, scrive Don Bosco, era così abituato a conversare con Dio, che in qualsiasi luogo, anche in mezzo ai più clamorosi trambusti, raccoglieva i suoi pensieri e con pii affetti sollevava il cuore a Dio ". Con tutto ciò egli appariva sempre ilare. Dice infatti, il suo santo biografo: " Il Savio godeva di se medesimo e traeva i suoi giorni veramente felici ". Così perseverò fino all'ultimo respiro.
Sorrisi di cielo allietarono l'animo dell'angelico giovane con rivelazioni ed estasi, che Don Bosco descrive e che testimoni degni di fede confermano. Il medesimo Don Bosco in un sogno del 1876, smagliante di bellezze spirituali e contenente ben quattro vaticini avverati, vide il suo discepolo nei fulgori della gloria celeste. A una vita così breve, eppure così santa, la Chiesa ha rivolto già la sua attenzione, preparando all'alunno dell'Oratorio anche l'aureola della gloria terrena. Il Papa Pio XI, emanando il decreto sull'eroicità delle sue virtù, ne esaltò particolarmente tre: la liliale purezza, la profonda pietà e lo spirito di apostolato.
Per ogni dove l'affascinante biografia di Domenico Savio riscalda le anime, commovendole ed elevandole. I suoi resti mortali riposano nella basilica di Maria Ausiliatrice non lungi dall'urna del Santo. Se Dio lo vorrà, come tutto fa sperare, la glorificazione del figlio verrà fra non molto ad accrescere la gloria del Padre. Nell'autunno dell'anno stesso, in cui il Savio era morto, venne all'Oratorio Michele Magone, il secondo dei giovani che meritarono di passare ai posteri per la penna di Don Bosco. Il Santo l'aveva colto casualmente presso la stazione di Carmagnola durante una fermata del treno che lo riconduceva a Torino. Ragazzo tredicenne, capitanava una turba di coetanei, che là attorno levavano alti schiamazzi. Don Bosco lo adocchiò in mezzo a quei folletti, lo avvicinò, gli parlò, ne moderò il fare petulante. In un rapido dialogo si formò di lui un'idea completa. Suo padre era morto, sua madre stava a servizio ed egli menava una vita da monello. Dalla franchezza però delle sue espressioni e dall'indole sua intraprendente Don Bosco intuì il pericolo dei lasciarlo così nell'abbandono e concepì la speranza che, ben diretto, avrebbe fatto buona riuscita. In breve fu concertato di ritirarlo nell'Oratorio, perchè fosse applicato agli studi.
Si trovava qui da pochi giorni, quando a un'interrogazione di Don Bosco sopra le sue intenzioni rispose disinvolto: - Se un birbante potesse diventare abbastanza buono da potersi far prete, io mi farei volentieri prete. - E Don Bosco: - Vedremo che cosa saprà fare un birbante. Quanto al farti prete od altro, è cosa che dipenderà dal tuo progresso nello studio, dalla tua condotta morale, e dai segni che darai di essere chiamato allo stato ecclesiastico.
Secondochè si costumava coi nuovi arrivati, gli era stato posto a fianco, senza ch'ei se n'accorgesse, un compagno sicuro che gli facesse da angelo custode e non lo perdesse mai di vista. Ce ne volle della pazienza per isvezzarlo da certi discorsi, da certe parolacce, dall'attaccar brighe con tutti! Nelle ricreazioni sembrava il re del cortile. Il Direttore lo lasciava fare. La andò così per un mese o poco più. Quindi a un tratto mutò registro. Non giocava più; talora' si rincantucciava con aria triste e piangeva. L'ambiente l'aveva soggiogato. Don Bosco, che ne seguiva gli atteggiamenti, lo chiamò e : - Come! gli disse. Tu sei quel generale Magone Michele, capo di tutta la banda di Carmagnola ? Che generale tu sei! Non sei più capace di esprimere con parole quello che ti duole nell'animo! - Dopo un breve scambio di domande e risposte: - Insomma, conchiuse risolutamente Michele, ho la coscienza imbrogliata.
Tanto bastò: Don Bosco aveva capito tutto. Gl'insegnò senz'altro a prepararsi per una buona confessione. Il giovane incoraggiato si confessò la sera stessa da lui. Da quel punto la grazia, mercé la frequenza dei Sacramenti, ne venne trasformando la natura. Gli costava frenare l'indole, che per nulla pigliava fuoco; ma riuscì a dominare talmente se stesso da diventare pacificatore dei compagni. Di mano in mano che comprendeva la carità fattagli da Don Bosco, si sentiva traboccare dal cuore la riconoscenza verso l'insigne benefattore. Messa tutta l'anima nelle mani di lui, s'infervorava ogni giorno più nella divozione a Maria, nella frequenza dei Sacramenti, nello zelo di rendere ad altri il bene che da altri aveva ricevuto. Tutto questo, scrive Don Bosco, " praticava con allegria, con disinvoltura e senza scrupoli, di modo che era amato e venerato da tutti; mentre per vivacità e belle maniere era l'idolo della ricreazione ".
Data la sua condotta anteriore, lo assalivano ricordi e impressioni del passato, che, eccitandone la vivace fantasia, cimentavano il suo buon volere. Ma la confidenza in Don Bosco era nell'Oratorio l'àncora di salvezza. - Leggi e pratica - diss'egli un giorno a Michele, porgendogli un bigliettino, in cui aveva scritto: " Cinque ricordi che S. Filippo Neri dava ai giovani per conservare la virtù della purità: Fuga delle cattive compagnie; non nutrire delicatamente il corpo; fuga dell'ozio; frequente orazione; frequenza dei Sacramenti, specialmente della confessione ". Era un piccolo promemoria d'insegnamenti, che Don Bosco gli veniva diffusamente esponendo secondo il bisogno e che Michele nel suo linguaggio chiamava i carabinieri della purità.
Quanto a nutrire delicatamente il corpo, il giovanetto ne rifuggiva a tal punto, che avrebbe voluto fare continue penitenze. Così, per esempio, nel 1858 durante la novena dell'Immacolata avrebbe voluto privarsi ogni mattina della colazione; ma Don Bosco per riguardo alla sua salute gli assegnò invece una breve preghiera da recitare tutti i giorni.
La salute di Michele veramente sembrava buona; non era tuttavia prudenza: permettergli quella sottrazione di alimenti, tanto più che attendeva con ardore allo studio. Fece in un anno la prima e la seconda ginnasiale. Stette dunque bene fino al 19 gennaio 1859, quando un improvviso e violento malore in due giorni lo abbattè. Assistito da Don Bosco, si spense nella piena consapevolezza del suo stato e con una serenità di spirito più che umana. 1 compagni lo piansero amaramente, dicendosi l'uno all'altro: - Magone è già con Savio in paradiso. - Don Bosco scrive: " Io non saprei qual nome dare alla morte di Magone se non dicendola un sonno di gioia che porta l'anima dalle pene della vita alla beata eternità ". Dalle pagine di tutta la biografia spira una soave semplicità, che incanta i giovani lettori, animandoli all'imitazione.
Francesco Besucco, il terzo fortunato che ebbe Don Bosco banditore delle sue virtù, possedeva minore ingegno dei due precederti, ma eguale amore allo studia e pari aspirazione al sacerdozio. La lettura delle loro biografie, procurategli dal-. l'arciprete di Argentera, suo paesello nativo a ridosso delle Alpi Marittime, lo invogliò a venire nel luogo, dov'essi avevano lasciato tanti e sì luminosi esempi. Cadendo in qualche difetto, si condannava financo a dure penitenze, per non demeritare la grazia di essere accolto nell'Oratorio. Entrò nel sospirato asilo il 2 agosto 1863.
Era fuori di sè dalla consolazione. Contava tredici anni e cinque mesi. Portava seco un meschino correduccio di abiti e biancheria, essendo povero povero; ma racchiudeva in se tesori di bontà e d'innocenza, acquistati e conservati merce le cure solerti del suo ottimo parroco.
Nella narrazione che abbraccia questa prima parte della vita di Francesco, i particolari messi da Don Bosco in rilievo documentano quali fossero sempre le sue idee maestre in ordine a una completa formazione cristiana dei giovani: pietà e purezza, Sacramenti e divozione a Maria, adempimento dei propri doveri e avviamento all'apostolato. Nel complesso però si vede mancare fin qui quell'alone di gaia serenità, che piaceva soprammodo al santo educatore. L'Oratorio supplì poi al difetto; anzi, Don Bosco stesso nel suo secondo colloquio con lui, prospettandogli in tre parole il nuovo programma di vita, gli raccomandò allegria, studio e pietà.
Francesco intese le tre parole alla lettera. Si abbandonò tosto all'onda di allegria, da cui vedeva trasportati i suoi compagni. Nello studio a forza di applicazione progredì talmente che alla riapertura delle scuole potè essere classificato nella seconda ginnasiale. Quanto alla pietà, non aveva gran che da aggiungere; solo modificò le sue abitudini per conformarsi agli usi dell'Oratorio. Tuttavia il suo fervore appariva quello di un'anima privilegiata. Don Bosco dopo aver scritto che " è una gran ventura per chi da giovinetto è ammaestrato nella preghiera e ci prende gusto ", dice di lui che il suo spirito di preghiera giungeva a tal segno da farlo esclamare che avrebbe desiderato poter separare l'anima dal corpo per meglio gustare che cosa volesse dire amar Dio.
In una cosa sola aveva bisogno di freno, nell'ardente desiderio di penitenze corporali. Vi era già abituato; ma nell'Oratorio quella brama gli crebbe a dismisura. " Quando l'amor di Dio, osserva il biografo, prende possesso di un cuore, niuna cosa del mondo, nessun patimento lo affligge, anzi ogni pena della vita gli riesce di consolazione ". Don Bosco però credette di dovernelo moderare, insegnando anche a lui la maniera di far diventare penitenza tutto ciò che si soffre per necessità e consigliandogli di mortificarsi con l'eseguire umili lavori nella casa e col rendere servigi anche penosi ai compagni.
Nonostante la sua docilità, Francesco si lagnava qualche volta che non gli si permettesse di digiunare ne di procurarsi altre sofferenze; ma Don Bosco gli andava ripetendo: - La vera penitenza non consiste nel fare quello che piace a noi, ma nel fare quello che piace al Signore e che serve a promuovere la sua gloria. Sii ubbidiente e diligente ne' tuoi doveri, usa molta bontà e carità verso i tuoi compagni, sopporta i loro difetti, da' loro buoni avvisi e consigli, e farai cosa che al Signore piacerà più d'ogni altro sacrificio. - $ evidente che il provvido educatore mirava a ottenere che i suoi educandi fossero informati ad abiti morali siffatti da potersi conservare poi nel corso della vita.
Tutto andava a gonfie vele; ma ecco che nel cuore dell'inverno un freddo notturno, causatogli da una sua imprudenza, gli fu fatale. Otto giorni di malattia spezzarono quella forte fibra di alpigiano, troncando bruscamente un'esistenza così ricca di belle promesse. Francesco spirò fra le braccia di Don Bosco, rammaricandosi di una cosa sola, di non aver amato Dio come si meritava. E chi mai su questa terra può amare Dio come si merita?
Fu un'apparizione la sua nell'Oratorio, essendovi egli vissuto appena sei mesi; ma lasciò dietro di se una lunga scia luminosa, che Don Bosco fissò come in una pellicola' ivente nella terza delle sue biografie giovanili.
Fra i circa settecento giovani dell'Oratorio ggesti tre, e non questi soli, erano il fior fiore. I sogni però e le parlate di Don Bosco ci svelano la presenza anche di altri assai dissomiglianti. Ora il mirabile sta qui, che la maggioranza dei buoni si trascinava dietro i pusillanimi, gl'incauti e i trasandati, riducendo all'isolamento i refrattari, i quali così venivano scoperti, messi nell'impossibilità di nuocere e richiamati ad meliorem frugem o allontanati. La padronanza che Don Bosco aveva dei cuori comunicava alla sua parola un'efficacia tale sull'ambiente, che l'equilibrio non vi veniva mai scosso ne fortemente ne a lungo.
CAPO XXII
CONTINUANO LE “BASTONATE” E IL RESTO
Nel gennaio del 1863 il ginnasio dell'Oratorio aveva 341 alunni. Sopra vi pendeva sempre la spada di Damocle, ossia la minaccia di chiusura, permanendo da una parte la mancanza dei titoli legali per l'insegnamento e perdurando dall'altra nella combutta massonica il proposito di soffocare quel nido di reazionari. Le Autorità ministeriali solevano essere sensibilissime alle pressioni che movevano da premesse patriottiche. Urgeva dunque scongiurare il pericolo di misure draconiane irreparabili.
La regolare frequenza alle lezioni universitarie bastava, negli anni antecedenti, a conferire il diritto di essere ammessi agli esami per l'abilitazione all'insegnamento secondario. Di fatto però non se ne teneva più conto, allora, sebbene una legge che abolisse questo stato di cose non esistesse; quindi anche dopo la recente legislazione scolastica alcuni a titolo di favore avevano potuto godere di tale facoltà. Don Bosco sperò altrettanto per i chierici Francesia, Durando, Cerruti e Anfossi, che per quattro anni avevano frequentato l'Università come uditori. Ne fece istanza al Ministro, che non rispose; gli chiese un'udienza, che non ottenne. Tornò quindi dal Capo Divisione menzionato sopra; ma costui, che già aveva fatto parte del triumvirato nella seconda perquisizione ed era sempre ostilissimo all'Oratorio, gl'intimò una delle due: o procurarsi per quattro anni professori titolati e intanto far inscrivere all'Università i suoi insegnanti o rassegnarsi a chiudere il ginnasio.
Don Bosco lì per lì non trovò miglior risposta che questa: - Fino al termine dell'anno in corso siamo in regola; per l'anno seguente si penserà al da farsi.
Il funzionario gli contestò che fosse in regola neanche per un giorno. Don Bosco aveva in tasca il decreto del Provveditore, e glielo lesse. L'altro scattò come una molla, negando la validità del decreto e tacciando d'ignoranza della legge il Provveditore. L'affare non riguardava direttamente Don Bosco, che, venuto via di là e vista la mala parata, si recò difilato dal Provveditore. Questi, chiamato in causa con una patente d'ignoranza, prese cappello e ingaggiò una polemica col suo contraddittore. La tenzone epistolare non finì tanto presto. Fra i due litiganti il terzo. che godeva era Don Bosco, il quale intanto tirava via indisturbato.
Ma questo non risolveva la questione dell'ammissione agli esami. Essendovi motivo di credere che l'opposizione, più che dal Ministro, venisse dal solito funzionario, Don Bosco rinnovò la supplica, spiegando anche perchè i suoi insegnanti avessero frequentato l'Università senza prendere l'iscrizione. " Tali iscrizioni, diceva egli (e lo riferisce nelle sue Memorie), non furono prese per l'unico motivo che questi maestri essendo poveri, e lavorando e vivendo in una casa che si sostiene di sola beneficenza, non si potevano pagare le tasse stabilite dalle leggi 13 novembre 1859 ". Nel frattempo fece Dio sa quante scale per visitare personaggi influenti, da cui avere autorevole appoggio; ma tutto fu invano.
Bloccatagli quella via, girò l'ostacolo, chiedendo l'iscrizione dei quattro chierici all'Università. Gli si rispose che dessero prima gli esami di licenza liceale. Sperò di farli esimere, richiamandosi a una disposizione antica. Essi avevano compiuto il corso filosofico nel seminario sotto professori laureati, il che era stato sufficiente in molti casi per l'ammissione alla Facoltà di Lettere. Ricorse dunque in tal senso al Rettore dell'Università, che era Ercole Ricotti. Fu cosa ardua espugnarlo; ma alla fine egli cedette e, udito il Consiglio accademico, propose al Ministro Amari la dispensa dei richiedenti dall'esame di licenza liceale. Il Ministro consentì, a patto però che sostenessero con buon esito l'esame di ammissione.
Per questa condiscendenza s'indispettì talmente il Capo Divisione, che provocò un'inchiesta ministeriale nel Ginnasio dell'Oratorio. Ne fu incaricato l'Ispettore delle scuole secondarie classiche per la parte scientifica.
Questi trattò con i guanti, ma non riuscì a dissimulare di essere venuto con secondi fini. Infatti più che altro, interrogando gli alunni, sindacava insidiosamente le idee politiche professate dai loro docenti. L'ispezione durò due giorni. L'Ispettore congedandosi manifestò la sua piena soddisfazione, sicchè pareva proprio che non vi fosse nulla da temere. Invece Don Bosco venne per via confidenziale a conoscere che stava per essere presentata al Ministro una relazione, nella quale si denunziava la mancanza di ordine, di moralità e di patriottismo nell'Oratorio.
Bisognava far presto a prevenire il colpo. Don Bosco secondo il suo costume andò direttamente dal Ministro. Anzitutto si lagnò di essere vessato da continue ispezioni senza che ne sapesse il motivo, essendo egli stato sempre suddito fedele. Il Ministro dopo alcune gentili espressioni osservò: - Si dice che il suo filantropico istituto abbia degenerato e si sia convertito in una congrega di reazionari e che lei ricusi persino di sottomettersi agli ordini delle Autorità scolastiche. Credo per altro che il signor Ispettore abbia usato i riguardi dovuti a lei e ai suoi allievi, come appunto io gli avevo ordinato.
Qui lo voleva Don Bosco: questo era il secondo punto, sul quale pensava di richiamare la sua attenzione, sui metodi cioè adoperati allora e tre anni prima. Il Ministro, altamente sorpreso, fece venire nell'ufficio l'Ispettore e il Capo Divisione.
Era un giorno di giugno, nell'ora del crepuscolo. I due, entrati con gli occhi rivolti al Ministro, si sedettero presso la scrivania. Il Ministro interrogò il primo sull'esito della recente visita. Costui prese a divagare; ma fu richiamato all'oggetto dell'ispezione, che era di esaminare la legalità dell'insegnamento. Rispose sofisticando sul decreto carpito, diceva, al Provveditore. Il Ministro senza badare a questi suoi apprezzamenti, accennò alle lagnanze di Don Bosco: domande indiscrete e inopportune indirizzate ai giovani. L'Ispettore protestò. Ma: - Abbiamo qui Don Bosco, gli disse. Sentiamolo, e guai agl'impostori!
Un fulmine a ciel sereno! Quei signori che nella penombra non avevano scorto Don Bosco, rimasero interdetti. Il Capo Divisione chiese licenza per pochi minuti, dovendo sbrigare una pratica urgente e si avviò per uscire; ma, benchè conoscesse molto bene la topografia dell'ambiente, invece dell'uscio aperse un armadio, tanto gli erano venute le traveggole. Don Bosco si difese magistralmente, non tacendo le lodi tributate dall'Ispettore all'Oratorio per l'ordine, la disciplina e lo studio. L'Ispettore balbettò qualche spiegazione, ma dovette ritirarsi confuso e mortificato. Allora Don Bosco a quattr'occhi vuotò il sacco. Il Ministro lo stava guardando e ascoltando. Finalmente con energia gli disse: - Mi piace questo schietto parlare; questa sua confidenza non sarà senza effetto. - Quindi lo interrogò sulla sua Storia d'Italia, osservando che conteneva principi e massime non più compatibili coi tempi. Anche su questo tema la discussione si chiuse amichevolmente. Da ultimo: - Vada tranquillo, gli disse. Nessuno tornerà più a disturbarla. In altre difficoltà simili venga da me e non dubiti. Finchè sarò io a questo posto, lei avrà sempre tutta la mia protezione. - Don Bosco lo ringraziò, gli promise di pregare e di far pregare per lui, e si separarono con segni di mutua benevolenza.
Ma verba volant e scripta manent. Per meglio cautelarsi da possibili sorprese, Don Bosco ribadì le sue buone ragioni in lettere al Ministro Peruzzi dell'Interno, col quale pure aveva avuto un colloquio, all'Amari, all'Ispettore stesso e al Regio Provveditore. Con varianti accidentali si difendeva da tre dicerie: che gli studi e lo spirito de' suoi chierici non fossero in armonia con le istituzioni; che nell'Oratorio non si volesse il ritratto del Re; che la sua Storia d'Italia andasse contro il sentimento nazionale.
Per allora dunque da parte del Governo si mise una pietra sul passato; gli avversari scorbacchiati stettero cheti; gli amici dopo quella prova del fuoco raddoppiarono la loro stima per l'Opera di Don Bosco.
Se non che alla riapertura delle scuole sarebbe risorto automaticamente il problema dell'insegnamento da legalizzare. I quattro chierici in luglio superarono molto bene gli esami di ammissione all'Università; ma questo non autorizzava a insegnare nel ginnasio. Il Provveditore, pregato di prorogare la concessione dell'anno avanti, non credette di poterlo fare. Ci pensò la Provvidenza. Molte cattedre di scuole secondarie in Piemonte e nelle province annesse mancavano di titolari. A colmare i vuoti il Ministro indisse una sessione straordinaria d'esami in settembre per coloro che volessero conseguire il diploma d'abilitazione. Mancavano appena due mesi; tuttavia Don Bosco invitò cinque de' suoi, fra i quali Don Rua, a prepararvisi. Era una fatica improba in sì breve tempo e con altre occupazioni: ma alla scuola di Don Bosco quei primi imparavano a lavorare per fini superiori, sicchè la fatica o non la sentivano o la amavano.
Alla vigilia quasi degli esami spuntò una nuova difficoltà: nel decreto si esigeva la licenza liceale. Don Bosco in ansietà scriveva il 3 settembre alla Marchesa Fassati: "Signora Marchesa, se fu tempo in cui abbia avuto bisogno delle sue preghiere, certamente è questo. Il demonio ha dichiarato guerra aperta a questo Oratorio, e sono minacciato di chiusura, se non lo porto all'altezza dei tempi secondo lo spirito del Governo. La Santa Vergine ha assicurato che ciò non sarà; ma tuttavia Dio può trovarci degni di castigo e tra gli altri permettere questo. Sono alcune settimane che io vivo di speranza e di afflizioni". La Provvidenza mandò a vuoto ancora una volta il mal talento degli avversari. Bastò all'ultima ora il cambiamento del Rettore nell'Università, perchè fosse considerato titolo equipollente l'esame del seminario. I cinque candidati ottennero ammissione e approvazione.
Don Bosco respirò. Nondimeno comprese la necessità di entrare decisamente nelle vie legali. Onde dispose che dal 1864 in poi i chierici di miglior ingegno conseguissero la licenza liceale e s'inscrivessero all'Università. Troppi indizi gli facevano prevedere che la vantata libertà d'insegnamento si sarebbe di coartazione in coartazione risolta in sempre maggiori difficoltà a mantenere scuole private. Il suo esempio e il suo consiglio apersero gli occhi a coloro, disgraziatamente pochi, che non preferirono cullarsi nelle illusioni.
Anche questa volta, mentre lo bersagliavano tante contrarietà, Don Bosco badava a ingrandire l'Oratorio. Lo ingrandì all'interno. Venne su in quei mesi un altro braccio di fabbricato a tre piani, che, staccandosi dalla casa già dei Filippi, si protendeva per la lunghezza di sessanta metri verso il sito dell'attuale casa capitolare. Ingrandì l'Oratorio al di fuori. È pure di allora la fondazione di un Oratorio in miniatura lontano da Torino, a Mirabello nel Casalese.
A Mirabello e altrove nel Monferrato Don Bosco era conosciutissimo. Dal 1859, nel cuore dell'autunno, egli conduceva da quelle parti, a titolo di premio, un buon centinaio di giovani, coi quali, seguendo itinerari prestabiliti e ben preparati, visitava annualmente parecchi comuni. In quel tempo dell'anno il Monferrato è uno dei luoghi più suggestivi del mondo. Le vigne che ne rivestono le colline, mettono in mostra i loro tralci carichi di grappoli maturi. Le giornate serene, la temperatura mite, la gioia degli abitanti all'appressarsi della vendemmia creano un ambiente di allegrezza e di pace che incanta. I gitanti di Don Bosco pernottavano nelle canoniche di parroci amici e nei castelli di signori che vi stavano a villeggiare e volevano bene all'Oratorio. Era nell'insieme un apostolato di buon esempio. Esempio di pietà, perchè nelle chiese parrocchiali i giovani facevano la comunione e improvvisavano divote funzioni, a cui i buoni villici assistevano edificati. Apostolato di obbedienza e disciplina, perchè tutti vedevano con quanta docilità rispondessero quei frugoli ai cenni di Don Bosco e dei superiori subalterni. Apostolato anche di sana allegria. Dopo la preghiera e la parola di Dio, si cantava all'aria aperta, si sonava, si davano su palcoscenici di fortuna rappresentazioni drammatiche. Giovava allora dimostrare col fatto che pietà e allegria non solo vanno d'accordo, ma si aiutano a vicenda in far bella e buona la vita.
Don Bosco dunque nei più agitati mesi del 1863 aveva condotto le pratiche per l'apertura di un collegio a Mirabello, il primo di una serie che non doveva arrivare mai all'ultimo. Quando . rimaneva da fare soltanto la scelta del personale, pellegrinò la terza volta al santuario d'Oropa per invocare dalla Madonna i lumi celesti. Ritornato che fu, elesse a Direttore Don Rua, dandogli per collaboratori sei chierici, fra i quali Bonetti, Cerruti e Albera, più tre giovanotti aspiranti allo stato ecclesiastico. Al Direttore consegnò un memoriale autografo contenente un complesso di norme, che formano tuttora la magna carta del Direttore Salesiano in ogni parte del mondo. Per tutti poi scrisse uno speciale Regolamento, ricalcato su quello dell'Oratorio e adatto alla sua prima filiale. D'intelligenza col Vescovo Nazari di Calabiana intitolò la casa Piccolo Seminario di San Carlo, sia perché voleva che vi si coltivassero le vocazioni sacerdotali, sia per sottrarla all'ingerenza delle Autorità scolastiche. Il collegio fu aperto il 20 ottobre.
Verrebbe quasi voglia di pensare che fossero in Don Bosco due personalità staccate e per se operanti, una che lottava per l'esistenza dell'Oratorio e l'altra che attendeva tranquillamente a ingrandirne il raggio di azione. Non era ancora aperto il collegio di Mirabello, che già egli avviava le trattative preliminari, che nel 1864 dovevano approdare all'apertura di un altro collegio sui monti di Lanzo Torinese. Ma tutti questi incrementi sono poca cosa in confronto di un'impresa destinata ad avere importanza mondiale. Proprio durante le " afflizioni " di quei mesi Don Bosco acquistò l'area, fece preparare il disegno e ordinò gli scavi per l'erezione del Santuario di Maria Ausiliatrice.
CAPO XXIII
DISPENSATORE DELLA PAROLA DI DIO
Prima che i pensieri delle sue fondazioni ne lo distrassero, Don Bosco attese come pochi al ministero della parola. È scritto che allora egli faceva non meno di tremila fra discorsi, prediche, conferenze, sermoncini e catechismi ogni anno. È un po' troppo, ma alla metà arrivava di certo. Una media da quattro a cinque parlate per giorno rappresenta già una somma di attività oratoria ben difficile a raggiungersi.
Chiamato a predicare, purche' potesse, non diceva mai di no, compiendo anche sforzi che non si crederebbero possibili. Un anno a Ivrea predicava una missione al popolo nella parrocchiale di S. Salvatore, facendo quotidianamente due meditazioni e due istruzioni. Invitato a fare altre due prediche al giorno nel seminario, accettò. Venuto contemporaneamente a mancare il predicatore degli esercizi nel convitto civico, fu pregato di supplirlo, e lo supplì. Sicchè erano ogni giorno otto prediche, nonostante che i brevi intervalli e lunghe ore delle notti fossero da lui dedicati ad ascoltare le confessioni.
Le prediche propriamente dette e le predicazioni continuate, come anche i catechismi, divennero meno frequenti dopo il 1860, rare dopo il 1865, rarissime dopo il 1871, per effetto di una grave malattia. Non ismise però fino agli ultimi anni della sua vita le conferenze ai Salesiani e ai Cooperatori, ne i sermoncini serali.
Quando entrò nel Convitto Ecclesiastico, nulla sembrava segnalarlo come predicatore. Fu il suo parroco Don Cinzano a metterlo in vista presso Don Cafasso, al quale suggerì di provarlo assegnandogli un corso di predicazione senza preavviso. Don Cafasso una sera lo incaricò di cominciare subito l'indomani una novena nell'Ospizio di Carità. Egli obbedì e riuscì egregiamente. Compresa così la necessità di premunirsi contro simili sorprese, nel 1842 si diede a comporre vari corsi di predicazione per diverse categorie di uditori.
Anche Pio IX nel 1858 lo sottopose a un esperimento dello stesso genere, facendolo avvertire da mons. De Merode che senza indugio dettasse gli esercizi alle detenute nelle carceri presso Santa Maria degli Angeli. Stavano colà rinchiuse 224 condannate, più un certo numero di altre in attesa del giudizio o della sentenza. Non aveva con se i suoi quaderni; ma dovette sobbarcarvisi senz'altro. Il Papa voleva vedere se fosse realtà o esagerazione quanto sentiva dire di lui. Orbene il cappellano, che fu testimonio oculare, riferì effetti meravigliosi al Cardinale Presidente, il quale ne informò il Santo Padre. Quelle infelici, commosse, pentite e piangenti come tante Maddalene, si confessarono tutte e si comunicarono con un fervore da claustrali.
Improvvisazioni gli toccò farne non poche volte. Nel 1861 a Vercelli aveva celebrato le glorie della Madonna nella chiesa di Santa Maria Maggiore, consacrata allora allora. Vi era andato con la sua orazione dettata a Don Rua. Piacque tanto, che sorse nel pubblico un vivo desiderio di riudirlo ancora. Per contentare l'Arcivescovo della diocesi e il Vescovo di Saluzzo, s'indusse a fare altre due prediche, delle quali i Prelati gli suggerirono l'argomento qualche minuto prima che montasse in pulpito. Tuttavia si fece ascoltare con meravigliosa attenzione.
Non si creda però che egli amasse questa maniera di annunziare la parola di Dio. Vi si piegava solo in casi eccezionali. D'ordinario si preparava seriamente. Quando non potè più scrivere i suoi discorsi, ne tracciava lo schema, sul quale meditava pregando. Diceva ai suoi figli: - La predica che produce i migliori effetti è quella meglio studiata e preparata.
Non possedeva doti oratorie. Parlava lento, gestiva poco o nulla, non sapeva che cosa fosse ricerca dell'effetto; eppure avvinceva gli uditori. A Roma nel 1867, avendo egli predicato al clero nella chiesa di Santa Maria della Pace, quei preti stupirono come mai con tanta semplicità si fosse cattivata sì fortemente la loro attenzione. Ma una delle ragioni la espresse poco dopo il gesuita padre Angelini, ascoltàto che ebbe un suo discorsetto nella cappella di S. Stanislao Kostka al Quirinale. - Quanta unzione! - esclamò egli. Ecco un gran segreto del predicatore per comunicare intimamente con l'uditorio; poichè chiamiamo unzione una maniera di predicare, nella quale domina l'interiore ispirazione soprannaturale, che va diritta al cuore, attirando gli animi a se e movendoli al bene. Questa unzione contribuiva pur molto a far sì che le sue prediche, anche lunghe, sembrassero brevi, e si ascoltassero volentieri anche in condizioni disagiate. Fra il 1850 e il 1855 a Strambino d'Ivrea nel dì dell'Assunta la piena della gente lo costrinse a predicare in piazza da un palco improvvisato. Il sole dardeggiava. Pure lo ascoltarono per un'ora circa senza dar segno di fastidio. L'indomani disse il panegirico di S. Rocco, che si festeggiava in una cappella campestre. Benchè fosse giorno di lavoro, vi convennero un buon migliaio di persone, sicchè di nuovo bisognò predicare all'aperto. Sul più bello cadde un acquazzone; ma il predicatore non si mosse, perchè non accennarono mai a muoversi gli uditori.
Più singolare fu quello che gli accadde nel medesimo periodo di tempo ad Agnasco saluzzese. Doveva fare il panegirico dei santi Candido e Severo. Giunto in ritardo, predicò senz'aver avuto il tempo di pranzare; come ebbe parlato per un'ora del primo Santo, voleva sospendere, ma il popolo a una voce gridò che continuasse. Continuò dunque per un'altra buona ora ascoltatissimo.
Nel 1875 a Sannazzaro dei Burgundi in quel di Vigevano la popolazione disertava la chiesa per dissensi col Parroco. Don Bosco andò a farvi la predica del Rosario. I fedeli, che lo conoscevano per fama, accorsero in folla a udirlo. Quell'affollamento insolito causò nel vasto tempio un brusio, che da prima sembrò impossibile dominare; ma l'aspetto di Don Bosco e la sua voce argentina s'imposero. La predica durò un'ora e tre quarti; eppure ancora del 1906 alcuni dei superstiti affermavano che, quando finì, la gente si lamentava che fosse troppo presto.
Questo dominio dell'uditorio, dovuto in gran parte alla sua soave unzione, diede luogo a un fatto che, se non fosse accertato, parrebbe una favola. Teneva egli una predicazione di dieci giorni a Saliceto di Mondovì. Non parlava mai meno di un'ora senza che i paesani si saziassero di ascoltarlo. Orbene una volta dalle dieci continuò fino a mezzodì; ma quei contadini vollero che continuasse. Dopo un'altra ora, non potendone più, discese per rifocillarsi; ma i buoni popolani, che secondo il loro costume avevano mangiato alle nove, stettero là ad aspettare, obbligando il parroco a ricondurlo