DON BOSCO: STORIA DI UN PRETE

 

1. Se non viene papa

 

Il giovane massaro dei Biglione

 

Il primo ricordo di Giovanni Bosco è una giornata nera.

Essa si aprì all'improvviso nella sua vita quando aveva solo due anni. Una giornata incorniciata di facce tristi e rigata dalle lacrime di sua madre. La ricorda così nelle sue Memorie:

«Tutti uscivano dalla camera dove mio papà era mancato, ma io non volevo seguirli. Mia mamma mi diceva:

- Vieni, Giovanni, vieni con me.

- Se non viene papà, non vengo - risposi.

- Povero figlio, non hai più papà.

Così dicendo mia mamma scoppiò a piangere, mi prese per ma­no e mi portò fuori» (Memorie, 12).

Suo papà, Francesco Bosco, era stato per 12 anni il giovane massaro dei signori Biglione, nella loro cascina dei Becchi.

Aveva cominciato a 21 anni, prendendo il posto del fratello maggiore Paolo, che se n'era andato a lavorare in altre terre di Castelnuovo. Francesco abitava nella casa rustica, coltivava le vi­gne e i campi, «faceva andare» i prati, allevava e usava per i lavo­ri agricoli le bestie della stalla.

Alla scadenza di ogni annata consegnava ai Biglione (che abi­tavano a Chieri e a Torino) una quota fissa sul raccolto, corrispon­dente più o meno ai due terzi. Nel 1817, testimonia un documen­to, avrebbe consegnato ai padroni, oltre al prodotto della vigna, «otto tese di fieno, otto sacchi e tre emine di frumento, quattro sacchi di barbariato» (CAS 100). Una tesa era un ballotto di fie­no lungo m 1,714, un'emma corrispondeva a 23 litri, il barbariato era una mescolanza di frumento e di segala che crescevano nello stesso campo, un sacco andava sui cento chili.

A 21 anni, appena diventato massaro, Francesco aveva sposa­to Margherita Cagliero, sua coetanea. Essa gli aveva dato il pri­mo figlio, Antonio, e la prima figlia, Teresa. Ma da questo secon­do parto, Margherita non si era più ripresa. Nello spazio di un so­lo anno, mamma e figlioletta se ne erano andate a Dio.

Francesco si era risposato. Aveva condotto all'altare la più bra­va ragazza di Serra di Capriglio, Margherita Occhiena, di 4 anni più giovane di lui.

 

«Una crotta e stalla»

 

Mentre Margherita gli dava altri due figli, Giovanni e Giusep­pe, egli raddoppiava il suo lavoro. Non voleva passare tutta la vi­ta a lavorare sulla terra degli altri. Con i risparmi comprò un po' di campo e un po' di vigna, per un totale di 1900 metri quadri. Comprò anche, facendo un debito, «una crotta e stalla accanto, coperta a coppi in cattivo stato» (CAS 97). Usò questa casupola come stalla e vi collocò alcuni animali agricoli, comprati pure questi a credito.

I debiti non lo spaventavano. Era sicuro di saldarli presto con il suo lavoro.

Era un contadino allegro e gagliardo. Tornava al tramonto dai campi, riportava i buoi nella stalla, si tergeva il sudore, poi pren­deva in braccio i suoi bambini.

Ma la salute, in quel tempo e su quelle colline, era precaria. Era appena arrivata una malattia nuova che spaventava la gente:

la pellagra. Colpiva chi si nutriva quasi solo di granturco.

La primavera del 1817 portò il tifo petecchiale, che devastò paesi e cittadine intorno a Torino. Francesco Bosco, nel fiore degli an­ni, fu invece colpito da una malattia antica, la polmonite.

Una sera di maggio di quel 1817, tornato dal lavoro molto su­dato, dovette scendere nella cantina fredda. Tornò su che trema­va e batteva i denti per la febbre. Il freddo umido gli aveva gelato il sudore addosso.

Fu chiamato il medico, lo speziale di Castelnuovo inviò medi­cine. Ma non ci fu più niente da fare. Venne il parroco. Lo con­fessò e gli diede la Comunione come viatico, poi l'Unzione degli infermi. Nell'ultima giornata Francesco parlò con solida fede cri­stiana alla sua sposa:

- E’ la volontà di Dio, Margherita. Dobbiamo rassegnarci...

Abbi fiducia nel Signore... Ti raccomando i figli, specialmente Gio­vanni, così piccolo... (MB 1 ,34s).

Nel testamento, dettato al notaio e firmato con la croce degli analfabeti, Francesco nominò tutori dei suoi figli la moglie Mar­gherita e il cugino Giovanni Zucca, e chiese la celebrazione di qua­ranta sante Messe per la pace dell'anima sua.

Prima che la mamma lo portasse via a forza da quella stanza, Giovannino fissava la faccia pallida di papà. Gli sembrava tutto una cosa strana. Gli sembrava che adesso papà doveva smetterla di stare sul letto. Doveva alzarsi, tornare a ridere e a prenderlo in braccio. Tutto come prima, insomma. Ma la mamma gli disse:

«Non hai più papà». «Quelle parole mi si fissarono nella mente

- dirà tante volte don Bosco -. Non le ho mai dimenticate».

 

2. Un'estate senza sole

 

 

«Sei nato nel giorno della Madonna»

 

Sua mamma gli aveva detto tante volte: «Tu sei nato nel gior­no della Madonna», e don Bosco ripeté per tutta la sua vita che era nato il 15 agosto 1815, festa dell'Assunta. Non andò mai a con­sultare il registro parrocchiale dove è scritto che nacque il 16 ago-sto. Un errore della madre? Una distrazione del parroco? Proba­bilmente né l'uno né l'altra. A quei tempi i parroci esigevano dai loro cristiani che portassero i neonati al battesimo nelle prime ven­tiquattr'ore. Molti papà, per non rischiare la vita del bimbo, glie­lo portavano qualche giorno dopo, e per non provocare la sfuria­ta del parroco posticipavano il giorno della nascita. Così capitò a Giuseppe Verdi, contemporaneo di don Bosco, e a tanti altri. E i figli credevano più alle madri che ai registri.

Del resto, giorno più giorno meno, la data di nascita non era molto importante per i contadini. Importante era sopravvivere al primo anno che si portava via il venticinque per cento dei bambi­ni, e ai quattro anni che seguivano, che si portavano via un altro venti per cento.

Mamma Margherita aveva ventinove anni quando suo marito morì. Una donna molto giovane con un grosso peso da portare.

Doveva allevare e educare tre bambini: Giovanni (2 anni), Giu­seppe (4 anni), Antonio (9 anni). Antonio, dopo la morte della mamma (avvenuta quando aveva tre anni) aveva assistito impie­trito anche alla morte del papà. Questi due avvenimenti lo scon­volsero profondamente. Lo trasformarono in un ragazzo irritabi­le e scontroso, che cominciò a rendere difficile la vita di quelli che gli vivevano accanto.

In famiglia c'era anche la nonna, Margherita Zucca. Era la mamma di Francesco, aveva 65 anni ed era travagliata da vari ac­ciacchi.

Da maggio a novembre Margherita (facendosi aiutare da due lavoranti) riuscì a portare a termine la stagione e a salvare i magri raccolti. Dall'11 novembre 1817 il rapporto di mezzadria tra i Bi­glione e la famiglia Bosco cessò. La famiglia si sistemò alla me­glio nella casupola comprata dal papà ad uso stalla. Gli zii diede­ro una mano ad adattarla, ma quella «crotta» (= cantina) rimase la casetta più povera di tutta la località dei Becchi.

 

Un vulcano lontanissimo

 

Quello stesso anno che aveva portato la morte del babbo, por­tò miseria e fame. Dopo una stagione in cui pioveva sempre, ven­ne un'estate senza sole. I raccolti furono scarsissimi. Fu la carestia.

Carestia è parola un po' vaga. Diventa più concreta quando sulle statistiche agrarie del tempo leggiamo che nei tempi di otti­ma stagione un chicco di grano seminato rendeva da 4 a 6 chicchi. Negli anni di carestia, un chicco seminato ne rendeva al massimo due. Sui documenti, Torino nel 1817 è descritta come una città invasa da file di gente miserabile che ha abbandonato la terra ed è venuta ad accamparsi davanti alle chiese e ai palazzi dei signori.

La causa di quella terribile carestia l'avrebbero scoperta tanti anni dopo gli scienziati. Un lontanissimo vulcano dell'Indonesia, il Tambòra, aveva scagliato nell'aria la più grande eruzione mai avvenuta negli ultimi duemila anni: ottanta chilometri cubi di fu­liggine. I venti avevano portato lentamente le immense nubi nere su tutto il mondo. Quegli anni furono chiamati «anni senza esta­te». Nella Lombardia, per lo scarso fogliame dei gelsi, crollò la coltura dei bachi da seta, magro sostentamento di tante famiglie contadine. Il governatore di Genova scriveva al re: «La fame va distruggendo le intiere famiglie» (PINTO, 243).

Anche nella casetta dei Becchi ci fu fame e paura. «Un giorno - racconterà don Bosco - non avevamo mangiato quasi niente. Mia madre provò a bussare alle case vicine per avere in prestito qualcosa, ma nessuno fu in grado di aiutarci». Allora la mamma, con l'aiuto di un vicino, uccise il vitellino che allevavano nella stalla (e a cui i bambini erano affezionati), fece cuocere un po' di carne «e ci diede da cena. Eravamo affamati fino allo sfinimento. Nei giorni che seguirono riuscì a far arrivare del grano da paesi lonta­ni, a carissimo prezzo» (Memorie, 13). (Questa fu la «versione» contata da mamma Margherita ai figli. La verità era un po' più squallida: il grano non fu fatto arrivare da paesi lontani, ma com­prato da un prete vicino, don Vittorio Amedei. Lo vendette a quella vedova a un prezzo da mezzo strozzino: quattro emine a lire 9,17 l'una, mentre il prezzo ufficiale sul mercato di Torino era di lire 7,43) (CAS, 103).

«In quella durissima annata - continua don Bosco - mia ma­dre soffrì e faticò moltissimo. Solo con un lavoro instancabile, un risparmio spinto fino al centesimo, riuscimmo a superare la crisi» (Memorie, 13). Soltanto un anno dopo mamma Margherita fu in grado di saldare il conto con lo speziale Gianella di Castelnuovo «per medicinali spediti al fu suo marito». Gli versò lire 6,15 (die­ci camicie da uomo costavano 6 lire). E solo a rate, negli anni se­guenti, poté saldare il conto con il notaio Montalenti che era sali­to ai Becchi per il testamento e l'inventano dei beni di Francesco Bosco: lire 32 (CAS, 104).

 

3. La mamma

 

 

«Cantava con dolcezza»

 

«Avevo solo quattro anni. Un giorno, tornando dalla campa­gna col fratello Giuseppe, eravamo tutti e due arsi dalla sete, per­ché l'estate era molto calda. La mamma andò ad attingere acqua e diede da bere prima a Giuseppe. Io, vedendo quella specie di pre­ferenza, quando la mamma porse l'acqua a me, un po' permalo­setto, feci segno di non voler bere. La mamma, senza dire una pa­rola, portò via l'acqua. Io stetti un momento così, e poi timida­mente dissi:

- Mamma, date dell'acqua anche a me?

- Credevo che non avessi sete.

- Mamma, perdono.

- Così va bene.

Andò a prendere l'acqua e me la porse sorridendo».

Questo fatto non c'è nelle Memorie di don Bosco. Lo raccon­ta Giovanni B. Francesia, che afferma: «Noi l'abbiamo appreso così dal labbro stesso di don Bosco, molte volte» (VBP, 19).

Margherita aveva tante e pesanti cose da fare: governare la ca­sa, far andare i campi, zappare la vigna. Ma non dimenticò mai di essere, prima di tutto, la mamma dei suoi bambini. Lo rivela la parola che chiude il raccontino: sorridendo. Una mamma sem­pre tesa dalla fatica, dalle responsabilità, avrebbe fatto di Giovanni un ansioso. L'amore della mamma fu (fortunatamente per lui) non solo di «fatti», ma anche di «atteggiamenti»: sereno, gioioso. Lo conferma un altro particolare. Tanti anni dopo, don Bosco ricor­derà che sua mamma «cantava con dolcezza» (MB 5,568).

 

Un lusso che faceva borbottare gli anziani

 

Dai pochissimi documenti contabili di quegli anni, sappiamo che Margherita comprò una vacca vecchia e malaticcia, pagando­la lire 24,10, e affittò un pezzo di prato (CAS, 103-5). Giovanni condusse la vaccherella a pascolare (vecchia e malaticcia poteva essere affidata senza pericolo anche alle mani di un bambino di otto anni). Divenne, come tanti suoi coetanei, un fanciullo-pastore.

Ogni pomeriggio slegava la vacca, prendeva la cavezza e scen­deva per il sentiero fino alla valle. Portava con sé una pagnotta di pane di frumento per la merenda. Laggiù lo aspettava un altro fanciullo, Secondo Matta. Anche lui con la sinistra teneva la ca­vezza della mucca e con la destra una pagnotta di pane. Pane di­verso, però. «Matta Secondo disse che per due primavere di se­guito cambiava il pane con Bosco, dando a lui il nero, e ricevendo il suo che era bianco: questo faceva dicendo che gli piaceva di più». (È una testimonianza sulla fanciullezza di Giovànni Bosco, regi­strata a Chieri nel 1888) (DESR 421).

Questa faccenda del pane è incomprensibile per noi; perché il pane è «uno» dei nostri cibi, mentre allora era praticamente «il solo» nutrimento. E poi per un altro fatto. Normalmente si ma­sticava lo scuro e aspro pane di segala e di meliga (il pane dei po­veri). Solo d'estate ci si rassegnava a impastare il pane con farina bianca di frumento (il pane dei signori), perché quello scuro seccava e si guastava rapidamente (ST 3,19). In qualche famiglia, tuttavia, per i vecchi e i bambini si cuoceva sempre il pane bianco, più digeribile e nutriente: un lusso che faceva borbottare gli anziani.

Quando raccontò questo fatto ai suoi nipoti, Secondo Matta era già un uomo anziano. E aveva capito che Giovanni gli aveva fatto la carità per due primavere, con tanta gentilezza che lui non se n'era accorto.

 

Il mercato del giovedì

 

Ogni giovedì Margherita andava al mercato. Scendeva dalla collina dei Becchi (piccola località della frazione di Morialdo), e camminando per cinque chilometri arrivava sulla piazza di Castel­nuovo d'Asti, capoluogo comunale. In una cesta o in un paio di fagotti portava formaggi, uova e qualche gallina da vendere. Com­prava olio e sale. Vendendo e comprando (e pagando la tassa di entrata sul mercato), Margherita doveva fare rapidi calcoli con mo­nete e soldini di ogni conio. Dopo la sconfitta dei Francesi e il ri­torno del re, dal mercato erano spariti i franchi e i centesimi, ed erano tornati a far confusione le parpaiole, i bigattini, i sesini, i quartini, le mutte e le cinquine. Occorreva manovrare leste le dita per calcolare doppi e tripli, e per non rimanere imbrogliati nelle somme e nei cambi.

Oltre al sale e all'olio, Margherita comprava, come le altre mas­saie, pesce in salamoia. Il cibo quotidiano dei contadini era pove­rissimo. A tavola si mangiava il pane, l'insalata e l'aglio che cre­scevano nell'orto e i frutti quando maturavano sugli alberi (per tutto l'inverno c'erano le castagne). Il pesce conservato, insieme al formaggio, aveva il compito di «accompagnare il pane», cioè di rendere il lungo masticare meno insipido. Ma a questo tante volte si provvedeva in modo più spiccio: si sfregava uno spicchio d'a­glio sulla crosta del pane e si aggiungeva uno spolvero di sale (per i bambini anche una goccia d'olio). La carne era il cibo della fe­sta, ed era quella di un galletto o di qualche uccello preso nelle trappole.

Un giovedì, mentre la mamma era al mercato, Giovanni volle frugare sull'armadio. Cercava qualcosa. Era piccolo e doveva stare sulla punta dei piedi. Lassù, tra le tante cose, era collocato il vaso di terracotta che conteneva l'olio («tenere fuori della portata dei bambini»). A un tratto, senza volerlo, Giovanni diede uno spin­tone al vaso, che cadde con un tonfo. L'olio cominciò a spandersi sul pavimento. Giovanni tirò su in fretta i cocci, ma non riuscì a salvare più niente. Tornò fuori mortificato a cercare Giuseppe:

- Ho rotto il vaso dell'olio, ma non l'ho fatto apposta. Pre­stami il coltello.

Andò a sedersi vicino a una siepe, tagliò una verga robusta, la ripulì ben bene. Poi andò ad aspettare la mamma sul sentiero. Appena la vide le corse incontro e le porse la verga:

- Mamma, oggi le merito. Senza volerlo, ho rotto il vaso dell'olio.

La mamma guardò quel suo bambino così schietto e rispose:

- Sono contenta che non sei venuto a contarmi bugie. Però stai attento un'altra volta, perché l'olio costa caro (MB 1 ,73s).

 

 

4. Giovanni cresce e la storia cammina

 

Sport e incidenti

 

Nella casetta dei Becchi che è il suo nido, Giovanni cresce. E un fanciullo piccolo e sodo, dai ricci neri e dalla risata squillante. Come ogni piccolo contadino corre tra l'erba, insegue le galline schiamazzanti, si ferma incantato a guardare i pulcini color mie­le, si arrampica sugli alberi, non piange per le sbucciature ai gi­nocchi.

Vuole un bene da morire a sua mamma e (anche se gli costa) fa i piccoli lavori che lei gli assegna: rompere la ramaglia secca per il focolare, andare a prendere l'acqua alla sorgente, sorveglia­re il forno dove cuoce il pane.

Ma quando i piccoli lavori sono finiti, via a giocare. Al bordo dei prati infiniti lo aspettano gli amici: ragazzetti forti, vivaci, a volte rozzi e sboccati. Lo sport «che va forte» è la lippa. Gli stru­menti per giocarlo sono due e ognuno se li fabbrica col coltellino. Innanzi tutto la «lippa», un pezzo di ramo lungo dieci centimetri, appuntito alle estremità. E poi un bastone, lungo e robusto. Si col­loca la lippa su una spanna di terreno che si è spianato ben bene con le mani. Con il bastone si picchia su un'estremità della lippa facendola balzare in aria. In quell'attimo, mentre è librata nell'a­ria, la si colpisce con un fortissimo colpo di bastone, facendola volare il più lontano possibile. Si tira a pari e dispari chi deve fare il primo colpo, chi il secondo, chi il terzo e così via. Vince chi (con dieci colpi) ha fatto fare alla sua lippa il percorso più lungo.

Capitano incidenti. Quando il bastone la colpisce male, la lip­pa invece di volare verso i prati può volare in faccia a uno dei gio­catori. Anche Giovanni, più di una volta, si prese in faccia la lip­pa e corse grondante sangue a farsi medicare da mamma Marghe­rita.

- Un giorno o l'altro mi torni con un occhio rovinato - dis­se una volta la mamma -. Perché vai con quei ragazzi? Lo sai che qualcuno è un poco di buono.

- Se è per farvi piacere, non ci andrò più. Ma quando ci so­no io stanno più buoni. Certe parole non le dicono.

La mamma lo lasciò tornare. Sapeva che non le contava storie e che non era uno sventato (MB 1 ,48s).

 

La sorpresa nei cespugli

 

Quando la primavera si apriva all'estate, i piccoli contadini tro­vavano le sorprese. Non nelle uova di Pasqua, ma nei cespugli e sugli alberi: i nidi degli uccelli.

In un cespuglio, mentre giocava con gli amici, Giovanni sco­prì una nidiata di cardellini, ben nascosta tra rami e foglie. Con ampi gesti, ma in assoluto silenzio, chiamò gli altri. Si misero tut­ti intorno. Sorridevano felici come a osservare un miracolo. I pic­coli cardellini avevano gli occhi chiusi, si stringevano per scaldar­si, pigolavano piano piano, e allargavano il becco scuro attenden­do il cibo della madre.

I ragazzini si distesero a terra tra i cespugli, in silenzio. Ed ec­co la cardellina arrivare a volo radente, svolazzare sospettosa a destra e a sinistra per non segnalare a nessuno il luogo del suo ni­do. Poi si posò in perfetto silenzio sull'orlo. Il pigolio dei piccoli salì un poco mentre il becco della madre depositava nelle bocche spalancate le larve d'insetto e i bruchi che aveva cacciato tra gli alberi (MB 1,113).

 

Le piume insanguinate del merlo

 

Su quelle colline non si vendevano canarini in gabbia. Chi vo­leva allevare un uccello doveva andarselo a prendere nel nido. Gio­vanni fece così. Prese dal nido un merlo piccolo piccolo e lo alle­vò. Nella gabbia che aveva costruito con rami di salice, gli inse­gnò a zufolare. L'uccello imparò. Quando vedeva Giovanni, lo sa­lutava con il fischio modulato, saltava allegro tra le sbarre, lo fis­sava con l'occhietto nero e brillante. Ragazzo e merlotto divennero amici. (Don Bosco narrava volentieri questo episodio. Domenico Ruffino lo sentì raccontare da lui e ne prese nota).

Ma una mattina il merlo non mandò il suo fischio. Un gatto aveva sfondato la gabbia e l'aveva divorato. Rimanevano poche piume insanguinate. Giovanni si mise a piangere. Un pianto di­sperato a cui seguì una tristezza profonda. Sua madre a un certo punto lo rimproverò. Gli disse che di merli, nei nidi intorno, ce n'erano ancora tanti. Bastava andarne a prendere un altro. Ma per la prima volta Giovanni non riuscì a capire le ragioni di sua mamma. Certo, di uccelli ce n'erano tanti. Ma «quello lì», il suo piccolo amico, era stato ucciso, non l'avrebbe mai più visto salta­re allegro. E tutti i voli degli altri uccelli non potevano cancellare questo fatto sconvolgente: il suo amico era stato ucciso, non l'a­vrebbe visto più (MB 1,118).

È’ questa la prima manifestazione dell'amore «personalizzato» di Giovanni. È’rivolto a un uccellino, ma non per questo è banale. Giovanni Bosco non si affezionerà mai a nessuno «genericamen­te». Tutti i ragazzi che l'accosteranno, si sentiranno amati perso­nalmente da lui, non come componenti di un numero o di una co­munità, ma come persone. E la sofferenza di ognuno diventerà la sua sofferenza personale. Dio gli aveva dato un cuore così.

 

La storia a passi da gigante

 

Mentre Giovannino, ragazzetto ignaro, cresceva nel suo nido dei Becchi, la storia umana si era messa a camminare con passi da gigante.

La Rivoluzione francese, cominciata nel 1789, aveva gridato all'Europa tre parole affascinanti: libertà, uguaglianza, fraterni­tà. Ma aveva anche rizzato la ghigliottina sulle piazze, aveva ster­minato migliaia di persone scatenando il tempo del «terrore».

Le armate francesi, comandate dal giovanissimo generale Bo­naparte, avevano invaso l'Europa e portato ovunque le magiche parole della Rivoluzione. I giovani ne erano rimasti ipnotizzati. Avevano alzato alberi della libertà, vi avevano danzato intorno te­nendosi per mano. In ogni città erano state scritte leggi nuove, più umane e giuste. Le vecchie disuguaglianze, gli insopportabili pri­vilegi dei nobili venivano spazzati via.

Ma Napoleone aveva anche decimato i giovani in gigantesche battaglie. L'Europa era coperta di cadaveri. Il più grande esercito della storia umana (500 mila europei) era stato inghiottito dalle gelide steppe russe.

Sfinita e spopolata, l'Europa del 1814 non ripeteva più «liber­tà, uguaglianza, fraternità», ma un'altra parola, «pace». Si ras­segnava al ritorno delle vecchie disuguaglianze e dei privilegi in­giusti, purché il cannone cessasse di rombare e i giovani avessero speranza di sopravvivere.

Napoleone fu esiliato in un isola dell'Atlantico e tramontò come il sole. Nelle capitali tornarono i re e i nobili, con le vecchie par­rucche incipriate. Anche a Torino, capitale del Piemonte, tornò il re Vittorio Emanuele I. Era il 21 maggio 1814. Iniziava il perio­do chiamato «Restaurazione».

 

Su un cavallino sardo, il re

 

«Io mi trovavo in rango in piazza Castello - scriverà Massi­mo d'Azeglio - e ho presente benissimo il gruppo del Re col suo stato maggiore. Vestiti all'uso antico colla cipria, il codino e certi cappelli..., tutt'insieme erano figure abbastanza buffe». Il re era su un cavallino sardo, con la sua vecchia uniforme turchina a lar­ghi risvolti rossi, il lungo panciotto, i calzoni bianchi, gli stivaloni fino alle ginocchia, il cappello alla prussiana e la parrucca col co­dino che gli batteva sulle spalle. «Il buon re, con quella sua faccia - via, diciamolo - un po' di babbeo ma altrettanto di galantuo­mo, girò fino al tocco dopo mezzanotte passo passo le vie di Tori­no, fra gli evviva della folla».

Ma alle spalle del re era la rigida figura del generale austriaco Bubna. A Vienna, nel Congresso delle nazioni, si era deciso che l'Austria sarebbe stata il carabiniere dell'Italia. Il suo esercito sa­rebbe intervenuto in ognuno dei sette Stati in cui era divisa la pe­nisola, ogni volta che «disordini» avessero minacciato una nuova rivoluzione. I sette Stati erano «satelliti dell'Austria a sovranità limitata». Lo sarebbero stati fino al 1848.

Il re abolì le leggi di Napoleone, tolse i diritti ai Valdesi e ri­cacciò nel ghetto gli Ebrei. La popolazione tornò a dividersi in due classi: quelli che vivevano di rendita (e passavano la giornata nel­la caccia, nel gioco dei dadi, degli amori e della politica) e quelli che vivevano del proprio sudato lavoro. L'iniziativa privata dei commercianti, che avevano fatto la propria fortuna e dato inizio al benessere dello Stato viaggiando sulle solide strade napoleoni­che, fu strozzata. Tornò in vigore la fitta rete di dazi, barriere, pedaggi, che impediva ogni commercio. Gli amministratori dello Stato che avevano servito sotto Napoleone furono allontanati. Li sostituirono vecchi amici del re, per lo più ignoranti. Durando gri­derà un giorno: «Voi, re, avete fatto di un imbecille un economi­sta, di un bacchettone un uomo di guerra, di un ignorante un ma­gistrato, di uno stupido un amministratore» (PINTO, 158).

Chi soffrì di più questo ritorno alla «ignoranza fedele» furo­no i giovani intellettuali. Il 7 agosto 1816 Ludovico di Breme scri­veva con rabbia: «Un gran ghetto di ebrei tutti falliti, ecco Tori­no. L'ignoranza, la spilorceria, la viltà, la caparbietà, l'ozio, l'a­stio vicendevole, la presunzione e tutte le ridicolezze portate in trion­fo, mi circondano, mi stanno innanzi agli occhi. Essere piemontese... è vergognosissimo».

 

5. Dio portato per mano

 

 

«È stato lui!»

 

«Quand'ero ancora molto piccolo - racconta don Bosco - mia madre mi insegnò le prime preghiere. Appena fui capace di unirmi ai miei fratelli, mi faceva inginocchiare con loro mattino e sera: recitavamo insieme le preghiere» (Memorie, 14).

Le preghiere del mattino, in quel tempo di cristiani seri, non erano uno sbrigativo Padre nostro e un'altrettanto sbrigativa Ave Maria. Erano il Vi adoro, mio Dio, il Padre nostro, l'Ave Maria (che cominciava: «Dio ti salvi, Maria»), il Credo, la Salve Regi­na, la preghiera all'Angelo custode, i Comandamenti di Dio, i Co­mandamenti della Chiesa, i Sacramenti, gli Atti di fede, di spe­ranza, di carità e di dolore.

«Ricordo - continua don Bosco - che fu lei a prepararmi al­la prima confessione. Mi accompagnò in chiesa, si confessò per prima, mi raccomandò al confessore, e dopo mi aiutò a fare il rin­graziamento. Continuò ad aiutarmi fin quando mi credette capa­ce di fare da solo una degna confessione» (ivi).

La confessione fu il primo sacramento che, dopo il Battesimo, Giovanni ricevette. Sui sei-sette anni, come si usava a quei tempi. Il bambino non aveva paura del prete, perché prima aveva visto sua madre inginocchiarsi con fiducia a domandare perdono al rap­presentante di Dio.

Dio entrò così, portato per mano da sua madre, nella vita di Giovanni.

Quando lui e Giuseppe partivano per i prati verdi dove li at­tendevano gli amici per mille giochi, mamma diceva: «Ricordate­vi che Dio vi vede».

A volte tornavano imbronciati. Avevano bisticciato. Col mu­so lungo discutevano fittamente. Davanti alla mamma che doman­dava cos 'era capitato, alzavano la mano accusatrice dicendo le eter­ne parole dei bambini:

- È’ stato lui!

Margherita non stava a sentire le lunghe accuse e controaccu­se. Diceva soltanto:

- Io non vi ho visti. Ma Dio sì. E sa chi sta dicendo una bu­gia (MB 1,44).

Ma non era un «Dio carabiniere» quello che lei rivelava ai suoi piccoli. Anche quando il lavoro era noioso e pesante (sorvegliare il forno era una cosa lunga, dava un caldo fastidioso) e nessuno era lì a dire bravo, a battere le mani, mamma diceva: «Coraggio, Dio ci vede. Conta tutti i nostri sacrifici e ci prepara un bel premio».

 

Dio sta qui

 

In estate, le albe, i meriggi, i tramonti si succedono nello splen­dore del cielo profondo, inquadrato dalle colline verdi e dalle nu­vole bianche.

Alla sera tardi, dopo la stanchezza del lavoro, delle lunghe corse sui sentieri, e dopo la cena consumata a lume di candela, mamma porta fuori i suoi piccoli. Si siedono a respirare l'aria fresca, a guar­dare il cielo, quel «video» silenzioso e bellissimo che Dio ha acce­so da milioni di anni sopra le nostre teste. E dice:

- Quante cose belle il Signore ha fatto per noi!

Giovanni guarda queste cose tranquille e bellissime. E accanto alla mamma, ai fratelli, ai vicini impara a vedere un'altra perso­na: Dio. Una persona grande, invisibile. Una persona in cui sua madre ha una confidenza illimitata, indiscutibile. Una persona così vicina che può pensare: «Dio sta qui».

 

I maledetti chicchi di ghiaccio

 

In agosto, nel cielo carico di caldo opprimente, a volte si ad­densano cumuli di nuvoloni neri, densi come il piombo. Scintilla­no i primi fulmini, rotolano tuoni cupi. Uno spettacolo che mette paura. I bambini corrono verso casa, si stringono alla mamma. Ed essa:

- Il Signore è potente. È’ lui il padrone del cielo e della terra.

Quelle nuvolette bianche, che durante il temporale veleggiano insidiose sotto i nuvoloni neri, sono guardate con rabbia dai con­tadini. Sono le gelide nuvole della grandine, che a volte si abbatte a devastare le vigne. I chicchi di ghiaccio fischiano nell'aria, mor­dono e triturano le foglie verdi, portano via in pochi minuti il rac­colto di tutto un anno di lavoro. La faccia dei contadini si fa scu­ra come la terra, qualcuno bestemmia tra i denti. Guai ai bambini che scherzano in quei momenti. Volano sberle, rabbiose.

Anche Margherita ha la faccia triste. Dopo la grandinata, passa con i figli lungo i filari, prende con delicatezza in mano i pampini recisi, i grappoli ancora verdi triturati dai chicchi di ghiaccio, dice con calma:

- Il Signore ce li aveva dati, il Signore ce li ha tolti. Lui sa il perché. Per i cattivi però questi sono castighi. Con Dio non si scherza.

Ma nei giorni di raccolto abbondante, quando il grano si am­mucchia sull'aia tra la polvere della pula e la gioia rumorosa dei contadini, dice:

- Ringraziamo il Signore. È’ stato buono con noi. Ci ha dato il pane quotidiano (MB 1,45).

 

Quando bussavano di notte

 

Ma per Margherita, Dio non abita solo in cielo. È’ presente nei poveri, nei malati, nelle persone che hanno bisogno di aiuto.

Nelle sere d'inverno, mentre la campagna era coperta di neve, veniva a bussare alla porta della casetta qualche mendicante. Don Bosco, raccontando ai suoi ragazzi quelle sere lontane, ricostrui­va sul filo della memoria i dialoghi sentiti (nella maniera di rac­contare dei piemontesi: «Lui mi ha detto... e io gli ho risposto...»):

- Margherita, non ce la faccio più a camminare. Volevo arri­vare fino a Morialdo, ma i piedi sono come due pezzi di ghiaccio. Lasciatemi stare qualche minuto accanto al fuoco, per amor di Dio.

Margherita lo faceva venire avanti, poi diceva a Giovanni:

- Fai scaldare una scodella di brodo.

Guardava le scarpe del mendicante:

- Sono proprio a pezzi, e io non so aggiustarle. Vi avvolgerò i piedi in due stracci di lana. Poi andrete a dormire nel fienile. Do­mani starete meglio (MB 1,154).

Le famiglie dove c'erano anziani malati che di notte si dispe­ravano, qualche volta andavano a chiamare Margherita. Bussa­vano in piena notte. Sapevano che non diceva mai di no.

Non era comodo alzarsi alle due o alle tre, dopo una giornata di lavoro pesante. Margherita conosceva però le parole di Gesù:

«Ciò che farete a uno di questi poveretti, lo farete a me». Si alza­va senza brontolare e andava a destare uno dei suoi figli.

Dormivano il sonno profondo dei ragazzi e sembrava un pec­cato svegliarli. Margherita però credeva che per aiutare un povero malato occorreva anche interrompere una bella dormita. I suoi ra­gazzi dovevano crescere uomini robusti, ma anche cristiani seri.

E se non ci si sacrifica per gli altri, che cristiani si è? Si avvicinava a uno dei pagliericci:

- Alzati e vieni con me.

- Adesso? Ma ho tanto sonno, mamma.

- Ho sonno anch'io. Ma c'è da fare un'opera di bene. Alzati adagio, per non svegliare gli altri.

Entravano nella povera casa. Margherita s'informava, faceva lunghi massaggi (quante schiene curvate dalle artriti in quelle case fredde e umide), e il figlio faceva bollire acqua sul fuoco per pre­parare una tisana. Seduto accanto al focolare, magari si riaddor­mentava, pensando che essere cristiani come voleva la mamma era una cosa seria (MB 1,157).

 

Il Dio di sua madre

 

È’ forse interessante notare come si costruisce nella mente di Giovanni, in questi anni fondamentali della vita, l'immagine di Dio.

Un suo contemporaneo, il santo Leonardo Murialdo, abita in Torino in via Dora Grossa (ora via Garibaldi). Vede all'alba il so­le giocare sui quadri sacri della sua stanza. Dice le preghiere sull'inginocchiatoio. Nella mattinata arriverà l'abate Pullini a fargli lezione di catechismo. Dalla via sente venire il grido dei piccoli spaz­zacamini, e Leonardo chiede alla mamma di farli salire. Li aiuta a pulirsi dal nerofumo con acqua calda e sapone, dà loro la sua colazione (fette di pane imburrate) e i vestiti superflui che stanno nel guardaroba di famiglia. Il piccolo Leonardo si forma così in­sensibilmente un'immagine di Dio «colta, raffinata». È’ il Dio dei santi che contempla nei bei quadri, il Dio che parla attraverso persone colte e autorevoli come l'abate Pullini, il Dio sovrano che ci invita a chinarci sui fratelli che non hanno la fortuna del nostro benessere.

Quando si desta, Giovanni Bosco vede il sole giocare sulle pan­nocchie appese a maturare, sui rami verdi degli alberi che sfiora­no i vetri della finestra, o il buio che grava sulle distese bianche di neve. Dalla cucina lo chiama la mamma, che si inginocchia sul pavimento e invita i figli a pregare così. Dalla campagna giungo­no le voci degli altri ragazzi. Nel pomeriggio Giovanni scenderà con loro al pascolo, scalzo come loro, con la faccetta sporca come la loro. Non penserà mai di donare loro vestiti e scarpe, perché il guardaroba di famiglia non c’è. Scambia con uno di loro il suo unico pane, dà ai vecchietti un po' del suo sonno. Pregare è per lui parlare con Dio sul pavimento della cucina, sull'erba, fissando il cielo o rincorrendo una mucca sbandata.

Nel piccolo Giovanni si forma così insensibilmente un 'imma­gine di Dio «popolana», filtrata dalla natura e dall'esempio di sua madre. Il suo Dio è il Dio del cielo, delle stelle, del sole, della ne­ve, degli alberi, degli uccelli; è il Dio di sua madre che si inginoc­chia in chiesa o sul pavimento di casa, e poi incoraggia a rimboc­carsi le maniche, a lavorare per far crescere nei solchi il pane quo­tidiano. Per Giovanni Bosco non occorrerà un inginocchiatoio per pregare, né lavarsi la faccia per diventare cristiani. Insegnerà ai suoi ragazzi che si può incontrare Dio lanciando il grido dello spaz­zacamino o reggendo la cavezza di una mucca, con la faccia bian­ca di calcina o nera di olio da macchina. Se non si può dare agli altri (in cui c'è Dio) una fetta di pane imburrato, si può regalare un po' di sacrificio, di lavoro, di allegria, di sonno.

È’ questa una delle tante rivoluzioni silenziose che don Bosco porterà tra i cristiani del suo tempo.

 

6. Il grande sogno

 

 

Dio parla

 

Quando Giovanni compie nove anni, avviene qualcosa di straor­dinario.

A questo ragazzino avvolto da una calda e genuina atmosfera cristiana, Dio parla. Comunica con lui attraverso un linguaggio misterioso, fatto di immagini e di parole: il sogno.

Questo contatto diretto con Dio lo accompagnerà, ammonirà, orienterà per tutta la vita. Lo lascerà prima incredulo, poi sbalor­dito, a volte tremante.

«A 9 anni - racconta - ho fatto un sogno. Mi pareva di es­sere vicino a casa, in un cortile molto vasto, dove si divertiva una gran quantità di ragazzi. Alcuni ridevano, altri giocavano, non po­chi bestemmiavano. Al sentire le bestemmie, mi slanciai in mezzo a loro. Cercai di farli tacere usando pugni e parole.

In quel momento apparve un uomo maestoso, vestito nobil­mente. Un manto bianco gli copriva tutta la persona. La sua fac­cia era così luminosa che non riuscivo a fissarla. Egli mi chiamò per nome e mi ordinò di mettermi a capo di quei ragazzi. Aggiunse:

- Dovrai farteli amici con bontà e carità, non picchiandoli. Su, parla, spiegagli che il peccato è una cosa cattiva e che l'amici­zia con il Signore è un bene prezioso.

Confuso e spaventato risposi che io ero un ragazzo povero e ignorante, che non ero capace di parlare di religione a quei monelli.

In quel momento i ragazzi cessarono le risse, gli schiamazzi e le bestemmie, e si raccolsero tutti intorno a colui che parlava. Quasi senza sapere cosa facessi gli domandai:

- Chi siete voi, che mi comandate cose impossibili?

- Proprio perché queste cose ti sembrano impossibili – rispose - dovrai renderle possibili con l'obbedienza e acquistando la scienza.

- Come potrò acquistare la scienza?

- Io ti darò la maestra. Sotto la sua guida si diventa sapienti, ma senza di lei anche chi è sapiente diventa un povero ignorante.

- Ma chi siete voi?

- Io sono il figlio di colei che tua madre ti insegnò a salutare tre volte al giorno.

- La mamma mi dice sempre di non stare con quelli che non conosco, senza il suo permesso. Perciò ditemi il vostro nome.

- Il mio nome domandalo a mia madre.

In quel momento ho visto vicino a lui una donna maestosa, vestita di un manto che risplendeva da tutte le parti, come se in ogni punto ci fosse una stella luminosissima. Vedendomi sempre più confuso, mi fece cenno di andarle vicino, mi prese con bontà per mano e mi disse:

- Guarda.

 

Ecco il tuo campo

 

« Guardai e mi accorsi che quei ragazzi erano tutti scomparsi. Al loro posto c'era una moltitudine di capretti, cani, gatti, orsi e parecchi altri animali. La donna maestosa mi disse:

- Ecco il tuo campo, ecco dove devi lavorare. Cresci umile, forte e robusto, e ciò che adesso vedrai succedere a questi animali, tu lo dovrai fare per i miei figli.

Guardai ancora, ed ecco che al posto di animali feroci com­parvero altrettanti agnelli mansueti, che saltellavano, correvano, belavano, facevano festa attorno a quell'uomo e a quella signora.

A quel punto nel sogno mi misi a piangere. Dissi a quella si­gnora che non capivo tutte quelle cose. Allora mi pose una mano sul capo e mi disse:

- A suo tempo, tutto comprenderai.

Aveva appena detto queste parole che un rumore mi svegliò. Ogni cosa era scomparsa.

Io rimasi sbalordito. Mi sembrava di avere le mani che faceva­no male per i pugni che avevo dato, che la faccia mi bruciasse per gli schiaffi ricevuti.

Al mattino ho subito raccontato il sogno, prima ai fratelli che si misero a ridere, poi alla mamma e alla nonna. Ognuno diede la sua interpretazione. Giuseppe disse: "Diventerai un pecoraio". Mia madre: "Chissà che non abbia a diventare prete". Antonio malignò: "Sarai un capo di briganti". L'ultima parola la disse la nonna, che non sapeva né leggere né scrivere: "Non bisogna cre­dere ai sogni".

Io ero del parere della nonna. Tuttavia quel sogno non riuscii più a togliermelo dalla mente» (Memorie, 14-16).

 

Nella festa di San Pietro

 

Lo storico Pietro Stella cerca di indagare sulle «circostanze che fornirono al sogno le suggestioni fantastiche». Dio, infatti, per parlarci si serve delle immagini e delle parole che ognuno di noi porta nella mente. Avanza come ipotesi che il sogno sia avvenuto «nel periodo della festa patronale di san Pietro» quando nella chie­setta risuonava durante le prediche la frase di Gesù: «Abbi cura dei miei agnelli e delle mie pecorelle». Comunque sia – conclude - «il sogno dei 9 anni condizionò il modo di vivere e di pensare di don Bosco, e condizionò la condotta di mamma Margherita nei mesi e negli anni che seguirono» (ST 1,29-31).

Sembrava a tutti e due che Dio chiamasse Giovanni a diventa­re sacerdote.

E Giovanni pensò da quel momento che il «suo campo», il luogo dove «doveva lavorare» erano i ragazzi sbandati, senza af­fetto, avviati per una cattiva strada.

Ma lui era ancora tanto piccolo, 9 anni. Quella meta gli sem­brava tanto lontana. E invece...

 

7. A scuola perché nipote della serva

 

La testimonianza di Vanin

 

Per diventare prete, per aiutare i ragazzi del sogno, occorreva studiare. Era la strada obbligata per tanti che volevano spezzare il piccolo orizzonte della vita contadina, raggiungere la città, che allora significava «fortuna», « avvenire», «vita diversa».

Giovanni aveva voglia di studiare e la legge gliene dava il dirit­to: le scuole elementari gratuite (ma non obbligatorie) erano state imposte a tutti i comuni il 23 luglio 1822. Ma per Giovanni non bastava. Era nato in un cantone sperduto tra le colline. Castel­nuovo d'Asti, il suo comune, era distante cinque chilometri. Ca­priglio era un po' più vicino, ma sempre irraggiungibile a piedi per un fanciullo. L'insegnante, inoltre, non aveva l'obbligo di ac­cettare ragazzetti di altri comuni.

Come tanti bambini intelligenti e curiosi, Giovanni finì per im­parare a sillabare da un contadino che sapeva leggere. «Il giovane Bosco - è testimonianza di Michele Rua - ebbe suo primo mae­stro nel leggere un buon contadino che anni fa si gloriava con me d'aver avuto la fortuna di essere stato di lui maestro».

Poi arrivò un piccolo colpo di fortuna. «A Capriglio era cap­pellano un certo don Bevilacqua che faceva pure scuole elementa­ri - raccontava il vecchio contadino Giovanni Becchis detto Va­nin. - Bosco aveva sette anni, e la madre non volendolo manda­re a Castelnuovo perché troppo piccolo, pregò don Bevilacqua di volergli far scuola. (Margherita aveva a Capriglio suo padre e sua madre, i nonni di Giovanni). Esso non voleva perché non obbli­gato. Gli morì la serva. Il Signore dispose che vi andasse al suo posto una zia di Bosco (Marianna, sorella di Margherita). Questa pregò subito il cappellano di voler far scuola al nipote: il cappel­lano per riguardo alla serva acconsente, e Bosco Giovanni frequentò la sua scuola» (DESR, 421).

Vanin fa confusione col nome del prete che si chiamava Lac­qua. Ma anche don Bosco sbaglierà chiamandolo Dallacqua. Il mo­tivo è che, in quei tempi, i cognomi erano fluidi. Il bisnonno degli Agnelli si firmava Agnel. Il cappellano della marchesa di Barolo, don Borel, era chiamato anche Borrelli, Borello. Al posto di «don Cafasso», don Bosco scriverà sempre «don Caffasso».

 

Preti, mercanti falliti, studenti spiantati

 

Giovanni andò dunque ad abitare dai nonni, e per tre ore al mattino (tre ore e mezza con la Messa) e tre al pomeriggio impa­rava «lettura, religione, aritmetica». La durata dei corsi era esi­gua, coincideva con la stagione morta dei campi: dal 3 novembre (dopo la festa dei Santi e il giorno dei Morti) al 20 marzo (la vigi­lia dell'Annunziata).

Appena imposte per legge le scuole, nel Regno di Sardegna ci si era accorti che mancavano testi scolastici, sussidi, insegnanti. Cominciarono a insegnare i preti, che per molti anni furono la stra­grande maggioranza dei maestri. Accanto a loro facevano scuola mercanti falliti e studenti spiantati.

La scuola elementare inferiore durava due anni. Antonio, il fratello più grande di Giovanni, dovette frequentarla almeno per qualche mese. Sapeva infatti fare la firma. Eppure si oppose coc­ciutamente alla scuola del fratellino. «I desideri di Giovanni di av­viarsi agli studi per riuscire prete erano ardenti. Ma gravi difficol­tà si opponevano per le strettezze della famiglia e anche per l'op­posizione che faceva il fratellastro Antonio, il quale avrebbe vo­luto che egli pure andasse ai lavori di campagna» (RUA, ib., p. 4037).

Giuseppe, forse per la stessa opposizione, non andò mal a scuo­la; e per tutta la vita firmò con l'umiliante croce degli analfabeti.

Nella scuola di Capriglio, Giovanni provò le prime amarezze. Veniva da un altro paese e questo ai rozzi contadinotti era suffi­ciente per prenderlo in giro e tormentarlo. «Lo maltrattavano te­nendolo per uno sciocco, senza che egli osasse difendersi». Lo rac­contò Antonio Occhiena, già sindaco di Capriglio, che confessava di «aver preso parte egli stesso ai fatti che raccontava».

 

Le bacchettate di don Lacqua

 

Don Lacqua, che pure non aveva voluto prenderlo in classe, lo difese. Menò bacchettate (secondo l'uso del tempo) sulle mani e sulle spalle dei rumorosi e maleducati campagnoli. Nelle sue Me­morie don Bosco scriverà con riconoscenza: «Mio maestro fu un sacerdote molto pio, don Giuseppe Dallacqua. Mi trattò con mol­ta gentilezza, si prese a cuore la mia istruzione e più ancora la mia istruzione cristiana» (p. 14).

Luigi Deambrogio, frugando negli archivi, ritrovò qualche pa­gina di don Lacqua. Scrive con commozione: «Quella bella scrit­tura, ancora con andatura settecentesca, dalla forma armoniosa, composta e chiara. La scrittura di colui che ha insegnato a scrive­re a Giovannino Bosco e che gli ha tenuto la mano nelle prime pro­ve!». Ma quella amorosa scuola di calligrafia non dovette esse­re molto efficace, se don Bosco ebbe poi una grafia pessima, che metteva a dura prova chi doveva ricopiarla o semplicemente in­terpretarla. (Ne ho fatto la prova anch'io, cavandomi gli occhi su lunghi brani delle Memorie, scritti in maniera veramente impossi­bile).

Quando, vicino alla festa dell'Annunciazione, don Lacqua ri­mise in libertà i suoi diavolotti, prestò a Giovanni (che aveva più voglia di leggere di tutti gli altri messi insieme) tre libri: I Reali di Francia, Il Guerin Meschino e Bertoldo e Bertoldino. Credeva di rendergli più divertente qualche serata. Invece lo incamminava per una strada di sorprese e di successi.

 

8. Sopra una panca e sopra una corda

 

Gli spiriti in soffitta

 

Giovanni Bosco era un narratore nato. Gli piaceva raccontare (e questo capita a molti) e agli altri piaceva ascoltarlo (e questo capita a pochi).

Fin dai primissimi anni, ricorda nelle sue Memorie, ciò che at­tirava i suoi giovani amici «e li divertiva moltissimo erano i miei racconti» (p. 19).

Nelle giornate di pioggia i ragazzi si annoiavano. Finivano col ritrovarsi sulla paglia del fienile, e lui raccontava. Che cosa? I fat­ti più curiosi che gli erano capitati.

Un «pezzo forte», raccontato chissà quante volte e chissà con quante variazioni di sceneggiatura, era l'episodio degli spiriti in soffitta, avvenuto durante una vendemmia a Capriglio. Attorno alla tavola, a notte ormai inoltrata, il nonno narrava sornione di streghe e di spiriti che a volte si lamentavano in soffitta. Voleva mettere un po' di paura a donne e bambini, e invece «patapunf!», un colpo sul soffitto fece balzare tutti col cuore in gola, anche il vecchietto preso in contropiede. E dopo il colpo uno strascichio, rumori strani sulla volta che metteva in comunicazione con la sof­fitta. Una donna che strilla c'è sempre in questi casi, e qualcuna gridò: «Maria Vergine, i morti!». La paura si toccava. Giovanni invece (e lo raccontava spargendo abbondanti pizzichi di mode­stia) nemmeno un'ombra di paura. Si alzò, impugnò un bastone e disse al nonno: «Quello che striscia non è un morto, ma una fai­na che andrà a mangiarti le galline. Vado a cacciarla via». Scena delle donne, mamma Margherita che ha paura anche lei ma fini­sce per dar ragione a Giovanni, salita sulla scala di legno con due lumi. Nella soffitta, le fiammelle fanno intravedere un cesto di vi­mini capovolto che viene avanti. Altra scena delle donne, finché Giovanni afferra il cesto e... dà via libera a una gallina spaventa­ta. La povera bestia si era tirata addosso il cesto beccando i grani di frumento imprigionati tra i vimini, e lo spingeva qua e là rab­biosa e spaventata, cercando di liberarsi. Finì tutto in matte risate e con la povera gallina in pentola (MB 1 ,85ss).

 

Il best-seller delle veglie contadine

 

Giovanni era un ragazzino e non aveva ancora molti fatti suoi da raccontare. Quindi dopo l'avventura della gallina finita in pen­tola, e quella del ladro che gli voleva rubare i tacchini, «racconta­vo i fatti che avevo ascoltato nelle prediche». Ma sovente i fatti erano finiti e la pioggia continuava. E un giorno gli venne la gran­de idea: «Aspettate, vado a prendere un libro che mi ha prestato don Lacqua». Tornò con I Reali di Francia.

Da quel giorno le avventure meravigliose dell'imperatore Car­lo Magno e dei suoi paladini, le stragi della spada magica Durlin­dana, i tradimenti di Gano ebbero un successo folgorante.

Nell'inverno, le famiglie passavano le sere al caldo delle stalle. La voce che Giovanni Bosco leggeva storie meravigliose si sparse velocemente. «Mi invitavano tutti.(...) Erano contenti di passare una serata ascoltando immobili la lettura dei Reali di Francia. Il piccolo e povero lettore stava ritto su una panca perché tutti po­tessero vederlo» (Memorie, 20).

 

«A undici anni facevo i giochi di prestigio»

 

Nel «sogno dei 9 anni» aveva visto una turba di ragazzi, e gli era stato ordinato di fare loro del bene. Quasi senza accorgersene aveva cominciato così: con i racconti nel fienile, nelle stalle. «E curioso il fatto - ricorda - che in giro si diceva: "Andiamo ad ascoltare la predica", perché prima e dopo i miei racconti faceva­mo tutti il segno della croce e recitavamo un'Ave Maria» (Memo­ne, 20).

Perché non continuare a far del bene a quei ragazzi nella bella stagione che sbocciava ormai nella campagna, con i petali bianchi dei mandorli e quelli rosa dei peschi?

Ed ecco cosa fece.

«Nei giorni di mercato e di fiera andavo a vedere i ciarlatani e i saltimbanchi. Osservavo attentamente i giochi di prestigio, gli esercizi di destrezza. Tornato a casa, provavo e riprovavo finché riuscivo a realizzarli anch'io. Sono immaginabili le cadute, i ruz­zoloni, i capitomboli che dovetti rischiare. Eppure, anche se è dif­ficile credermi, a undici anni io facevo i giochi di prestigio, il salto mortale, camminavo sulle mani, saltavo e danzavo sulla corda co­me un saltimbanco professionista.

Nei giorni di festa i ragazzi delle case vicine e anche delle bor­gate lontane venivano a cercarmi. Davo spettacolo eseguendo al­cuni giochi che avevo imparato.

Ai Becchi c'è un prato in cui crescevano diverse piante. Una di esse era un pero autunnale, molto robusto. A quell'albero lega­vo una fune, che tiravo fino ad annodarla ad un'altra pianta. Ac­canto collocavo un tavolino con la borsa del prestigiatore. In ter­ra stendevo un tappeto per gli esercizi a corpo libero.

Quando tutto era pronto e molti spettatori attendevano ansio­si l'inizio, invitavo tutti a recitare il Rosario e a cantare un canto sacro. Poi salivo sopra una sedia e facevo la predica. Ripetevo, cioè, quella ascoltata al mattino durante la Messa, o raccontavo qualche fatto interessante che avevo ascoltato o letto in un libro. Finita la predica, ancora una breve preghiera e poi davo inizio al­lo spettacolo. Il predicatore si trasformava in saltimbanco profes­sionista».

 

Antonio, 18 anni, guardava da lontano

 

«Eseguivo salti mortali, camminavo sulle mani, facevo evolu­zioni ardite. Poi attaccavo i giochi di prestigio. Mangiavo monete e andavo a ripescarle sulla punta del naso degli spettatori. Molti­plicavo le pallottole colorate, le uova, cambiavo l'acqua in vino, uccidevo e facevo a pezzi un galletto per farlo subito dopo risusci­tare e cantare con allegria.

Finalmente balzavo sulla corda e vi camminavo sicuro come sopra un sentiero: saltavo, danzavo, mi appoggiavo con le mani gettando i piedi in aria, o volavo a testa in giù tenendomi appeso per i piedi.

Dopo alcune ore ero stanchissimo. Chiudevo lo spettacolo, re­citavamo una breve preghiera e ognuno se ne tornava a casa. Dai miei spettacoli escludevo quelli che avevano bestemmiato, fatto cattivi discorsi, e chi si rifiutava di pregare con noi.

(...) Mia madre mi voleva molto bene. Io le raccontavo tutto: i miei progetti, le mie piccole imprese. Senza la sua approvazione non facevo niente. Lei sapeva tutto, osservava tutto e mi lasciava fare» (Memorie, 20 s).

Ma c'era anche un altro che osservava tutto, il fratello Anto­nio che ora aveva 18 anni ed era forte e ombroso come un torello. Lo guardava da lontano e masticava rabbia. A tavola qualche volta sbottava: «Io mi rompo le ossa nei campi, e questo qui fa il ciar­latano! Crescerai pieno di vizi». Giovanni soffriva.

 

9. La prima Comunione

 

 

Un libro che accompagnerà la vita

 

Nel febbraio 1826 morì la nonna. Per Giovanni fu un dolore profondo. (Il nipote più piccolo, si sa, è il cocco della nonna). Ma fu una perdita rilevante anche per la famiglia: la vecchietta era au­toritaria, teneva gli occhi sui ragazzi, e sapeva alzare la voce quando occorreva.

Fu probabilmente in occasione della sepoltura che mamma Mar­gherita si sfogò con il parroco don Sismondo. Giovanni cresceva a vista d'occhio, e si manifestava (a differenza di Giuseppe) viva­ce, appassionato, a volte ribelle. Lei faceva tutto quanto poteva per aiutarlo a crescere bene. Ma alla lunga la mancanza del papà non si sarebbe fatta sentire? Chiese che il suo bambino, pur non avendo ancora undici anni (a quel tempo occorreva averne com­piuti almeno dodici), potesse fare la prima Comunione. Marghe­rita era una cristiana vera, e credeva che l'Eucaristia avrebbe dato a Giovanni la forza di crescere bene, in una vita ancora tutta spa­lancata sull'incertezza. «Forse la particolare condizione affettiva sua (di Giovanni) e della mamma influirono sulla decisione del par­roco - scrive Pietro Stella - che gli concesse la Comunione a quasi undici anni» (ST 1,31).

Per essere ammessi alla Comunione occorreva imparare il Breve Catechismo per i fanciulli e poi dare un esame. Giovanni leggeva ormai bene e Margherita conosceva a memoria lunghi brani di quel libretto.

Veniva chiamato Breve, ma per un ragazzo era lungo: 14 le­zioni, ognuna formata da una ventina di domande e risposte, so­vente minuziose e astratte. Evidentemente un bambino di 10 anni e mezzo non poteva imparare a memoria tutta quella roba. Con l'aiuto della mamma, Giovanni imparò le cose principali, scartando quelle difficili e noiose.

 

Il «condensato» di don Bosco

 

Che cosa prese e che cosa scartò Giovanni? Difficile dirlo. Ma quando sarà prete e dovrà preparare altri ragazzetti alla prima Co­munione, don Bosco farà un «condensato» del Breve Catechismo. Lo ridurrà da 14 a 9 lezioni, e in ognuna dimezzerà e semplifiche­rà le risposte. Ripeterà a distanza di anni - possiamo pensare -quello che aveva fatto sulle colline dei Becchi con l'aiuto di sua madre.

Commuove un po' pensare che quelle domande e risposte fu­rono le prime che Margherita aiutò a stampare nella mente del suo Giovanni, orientandolo per sempre sui grandi problemi della vita e della morte. «Chi vuole esplorare le "fonti" della maniera di pen­sare e di educare di don Bosco, difficilmente potrà esagerare l'in­flusso esercitato dal Breve Catechismo che egli apprese dalla ma­dre» (P. Braido).

Dal «condensato» che don Bosco ne fece, riporto la prima e la quinta lezione (le esigenze di spazio non permettono di fare di più). Quelle parole semplicissime don Bosco le portò sempre nella mente, le spiegò a infiniti ragazzi, e le impastò instancabilmente nei suoi libri e nelle sue conversazioni. Ci spiegano la sua mentalità.

 

Lezione prima

 

Domanda: Chi vi ha creato?

Risposta: Mi ha creato Dio.

D. Per quale fine Dio vi ha creato?

R. Dio mi ha creato per conoscerlo, amarlo, servirlo in que­sta vita, e per questo mezzo andarlo a godere per sempre nella celeste patria.

D. Chi è Dio?

R. Dio è uno spirito perfettissimo creatore e Signore del cielo e della terra.

D. Chi ha fatto Dio?

R. Dio non è stato fatto da alcuno.

D. Dov'è Dio?

R. Dio è in cielo, in terra e in ogni luogo.

D. Dio vede tutte le cose?

R. Dio vede tutto anche i nostri pensieri.

D. Quanto tempo è che vi è Dio?

R. Dio è sempre stato e sempre sarà.

D. Quali sono i misteri principali della nostra santa fede?

R. I misteri principali della nostra santa fede sono quelli del­l'unità e trinità di Dio, e quello della nostra redenzione.

D. Che cosa vuol dire unità?

R. Unità vuol dire che vi è un solo Dio.

 

Lezione quinta

 

D. Gesù Cristo non ritornerà più visibilmente su questa terra?

R. Sì; egli ritornerà alla fine del mondo.

D. Che cosa verrà a fare alla fine del mondo?

R. Verrà a giudicare i vivi e i morti, cioè i buoni e i cattivi.

D. Di che cosa ci giudicherà?

R. Di tutto il bene e di tutto il male che avremo fatto.

D. Quando l'uomo muore, dov'è portato il corpo?

R. Quando l'uomo muore, il suo corpo è portato al Sepolcro.

D. E l'anima sua dove andrà?

R. L'anima sua che è immortale dovrà presentarsi dinanzi a Dio per essere giudicata.

D. Quante sorta di giudizi vi sono?

R. Vi sono due giudizi: uno particolare, l'altro universale.

D. Qual è il giudizio particolare?

R. È quello che Gesù Cristo fa dell'anima di ciascuno subito dopo la morte.

D. Qual è il giudizio universale?

R. Il giudizio universale è quello che Dio farà di tutti gli uo­mini alla fine del mondo.

D. Dove vanno quelli che muojono in grazia di Dio?

R. Quelli che muojono in grazia di Dio vanno al paradiso.

D. Che cosa godono i buoni in paradiso?

R. I buoni in paradiso godono la vista di Dio, ogni bene, sen­za alcuna sorta di male.

D. Quanto tempo staranno i buoni in paradiso?

R. Vi staranno per tutta l'eternità.

D. Dove andranno quelli che muoiono in peccato mortale?

R. Quelli che muoiono in peccato mortale andranno all'in­ferno.

D. Che cosa patiranno i dannati nell'inferno?

R. La privazione della vista di Dio, il fuoco eterno, ogni ma­le senza alcuna sorta di bene.

D. Per quanti peccati si può andare all'inferno?

R. Basta un solo peccato mortale.

 

Migliore, almeno un poco

 

Tra una domanda e l'altra, Margherita raccontava a Giovanni i fatti più belli della vita di Gesù: la risurrezione di Lazzaro, la guarigione dei lebbrosi e del cieco nato, la moltiplicazione dei pa­ni, la tempesta calmata dalle sue parole, l'ultima cena, la passio­ne, la morte, la risurrezione. Come tante mamme che hanno tra­smesso ai figli il gusto di immaginare e di raccontare, Margherita doveva essere una grande narratrice. Giovanni, incantato, impa­rava da lei a conoscere e ad amare Gesù.

Nella quaresima cercò di andare sovente al catechismo. Se pio­veva, apriva il parapioggia, e calzava gli zoccoli. Secondo Matta, il piccolo pastore suo compagno, che lo vedeva partire con quel tempaccio, lo racconterà tanti anni dopo.

La Pasqua del 1826 cadeva il 26 marzo. Nella chiesa di Castel­nuovo si stipavano tanti ragazzi, tanti papà e mamme, tanti fiori e tanti amici. Don Sismondo non riusciva a tenere tutti zitti. In quell'assemblea chiassosa e un po' confusa, era difficile pensare al «centro» di tutto: all'incontro con Gesù. Margherita, però, era accanto a suo figlio.

«Non mi lasciò parlare con nessuno. Mi accompagnò alla sa­cra mensa. Fece con me la preparazione e il ringraziamento. Quel giorno mi ripeté più volte:

- Figlio mio, sono sicura che Dio è diventato padrone del tuo cuore. Promettigli che ti impegnerai a conservarti buono per tutta la vita.

Ho sempre ricordato le parole di mia madre. Prima non avevo nessuna voglia di obbedire. Rispondevo sempre a chi mi dava un comando o un consiglio. Da quel giorno mi pare di essere diven­tato migliore, almeno un poco» (Memorie, 23).

 

10. A 12 anni in cerca di lavoro

 

 

Il libro accanto alla zappa

 

Presso don Lacqua, Giovanni in due inverni aveva compiuto le scuole elementari inferiori. Per Antonio (che aveva già tollera­to di malavoglia questa novità) la faccenda era finita. Ora Gio­vanni doveva prendere la zappa come tutti e sudare nelle vigne.

Giovanni aveva invece la speranza di continuare gli studi: a Ca­stelnuovo, dove il comune aveva aperto accanto alle elementari un corso di latinità articolato in cinque classi; o addirittura a Chieri.

In rapide puntate a Capriglio si faceva prestare nuovi libri dal suo maestro, e usava ogni margine di tempo per imparare qualco­sa in più. «Con una mano prendevo la zappa, con l'altra la gram­matica».

Insieme con gli altri zappava, sarchiava, raccoglieva l'erba. Ma arrivata l'ora del desinare si metteva in disparte. Mentre addenta­va il pane, riapriva le pagine. Anche durante la cena, alla sera tar­di, un libro era costantemente aperto accanto al suo piatto.

«Nonostante tanto lavoro e tanta buona volontà - scrive don Bosco - Antonio non era soddisfatto. Un giorno, con tono deci­so, disse a mia madre e a mio fratello Giuseppe:

- È’ ora di farla finita con questa grammatica. Io sono diven­tato grande e grosso e non ho mai avuto bisogno di libri.

In uno scatto di dolore e di rabbia risposi:

- Anche il nostro asino non è mai andato a scuola, ed è più grosso di te.

A quelle parole andò sulle furie e a stento potei evitare, scap­pando, una pioggia di pugni e di schiaffi. Mia mamma era coster­nata, io piangevo» (Memorie, 27s).

 

Il freddo nel cuore

 

Questo scontro (l'ultimo di una lunga serie) avvenne nel gen­naio 1827. Ogni anno, alla festa dell'Annunziata (25 marzo), dalle famiglie povere partivano i papà con i figli più grandi. Andava­no al mercato. Lì si davano convegno i padroni delle fattorie, che venivano ad «affittare» i ragazzi per un'annata di lavoro. Per ot­to mesi di lavoro (aprile-novembre) come garzone di stalla o con­tadino nei campi, il ragazzo riceveva in cambio il cibo e un angolo per dormire. Suo padre riceveva da 5 a 20 lire secondo la robu­stezza e l'abilità del ragazzo-lavoratore. Anche Giovanni, se non fosse riuscito a diventare uno studente, tra un anno e pochi mesi sarebbe andato al mercato a «offrirsi» a un padrone.

Margherita, però, nella notte dopo la sfuriata di Antonio, prese la decisione più amara della sua vita. Al mattino chiamò Giovan­ni. Gli disse che Antonio, coi suoi 19 anni, un giorno o l'altro gli avrebbe potuto far del male sul serio. Lei non riusciva più a fer­marlo né a ragionarlo. Era meglio che Giovanni andasse via da casa subito, a cercare un posto di garzone. Gli indicò alcune ca­scine nella zona di Morialdo e di Moncucco. Gli parlò specialmente di una famiglia che conosceva, i Moglia. Abitavano un cascinale a qualche chilometro da Moncucco. La padrona di casa, Dorotea Filippello, era di Castelnuovo.

Giovanni ubbidì a sua madre. Partì da solo, con un fagottino sotto il braccio: qualche fazzoletto, due camicie, due libri impre­statigli da don Lacqua (l'ultimo filo che lo legava a un avvenire diverso). Mamma aveva messo nel fagotto anche una pagnotta di pane, per calmare la fame lungo il cammino. Per la strada lunga, quando più nessuno l'avrebbe visto, Giovanni l'avrebbe ammor­bidita di lacrime. C'erano ghiaccio e neve sulle strade e sulle colline.

Scese fino a Castelnuovo, poi svoltò a sinistra per Moriondo, e quindi a destra per Moncucco. Otto chilometri. Tentò alle casci­ne indicate dalla madre. Lavoro per un ragazzino non ne aveva­no. Nel pomeriggio, col freddo che gli era sceso anche nel cuore, giunse davanti alla fattoria dei Moglia. Era la sua ultima speranza.

 

La famiglia sull'aia

 

Nel 1888, a pochi mesi dalla morte di don Bosco, i Salesiani mandarono ai Becchi, a Castelnuovo e alla Moglia, don Secondo Marchisio, perché raccogliesse ogni testimonianza che sopravvi­veva sulla fanciullezza di don Bosco.

Nella cascina Moglia, don Marchisio trovò, molto vecchia ma molto lucida, la signora Dorotea Moglia, di anni 86. Accanto a lei i figli Anna (nata nel 1822) e Giorgio (nato nel 1825). I figli ricordavano specialmente episodi raccontati dal papà Luigi, man­cato 6 anni prima, e ripetuti tante volte quando don Bosco veniva a trovarli. (L'amicizia con i Moglia durò sempre: nel 1840 fu pa­drino di Battesimo per l'ultimo figlio di Luigi e Dorotea, Luigi Giovanni Battista). Dorotea ricordava invece di memoria sua quel primo, lontano pomeriggio in cui Giovanni era venuto a bussare alla loro porta. Lei aveva allora 25 anni. Traducendo dal piemon­tese le parole della vecchietta, don Secondo Marchisio poté rico­struire il dialogo che si svolse sull'aia. Ecco la testimonianza nelle precise parole scritte da lui in quel 1888.

«Relazione avuta in casa Moglia ove Bosco Giovanni stette vac­caro dalla metà di Gennaio dell'anno 1827 fino al Natale del 1829.

Si era alla metà di Gennaio del 1827. La famiglia Moglia si tro­vava nell'aia a preparare i vimini necessari per le vigne, quand'ec­co che si presenta un giovanetto con un involto sotto il braccio:

Moglia. Chi cerchi, ragazzo?

Bosco. Cerco Luigi Moglia.

M. Sono io, e che desideri?

B. Mia madre mi disse che venissi a fare il vostro vaccaro.

M. Chi è tua madre? e perché ti manda via piccolo come sei?

B. Mia madre si chiama Margherita Bosco: vedendo essa che mio fratello Antonio mi maltratta e batte sempre, ieri mi disse:

"Prendi queste due camicie e due moccichini (=fazzoletti), va al Bausone e chiama qualche posto da servo: e se non trovi vai alla cascina Moglia posta fra Mombello e Moncucco: là chiamerai del padrone, digli che sono io tua madre che ti mando e spero che ti prenderà".

M. Povero ragazzo, io non posso prenderti adesso siamo d'in­verno e i vaccari chi li ha li licenzia: non siamo soliti prenderne fin dopo l'Annunziata. Abbi pazienza e va' a casa.

B. Prendetemi un po'! Datemi anche niente per paga.

M. Non ti voglio, sarai capace a far nulla.

B. (piangendo) Prendetemi: io mi seggo qui per terra e non mi muoverò più.

E così dicendo Bosco si mise a raccogliere cogli altri i vimini sparsi per terra. Moglia Dorotea persuase il marito a prendere al­meno per qualche giorno quel povero giovanetto come si fece. Dopo qualche giorno Luigi Moglia mandò Bosco a casa per dire alla ma­dre che si trovasse a Castelnuovo pel prossimo giovedì e che avreb­be con lei combinato il salario da darsi al figlio. Si convenne di dare per paga a Giovanni Bosco L.15 annue. (Si noti che in quel tempo L.15 annue era una paga piuttosto generosa per un vacca­ro di 12 anni)» (DESR, 422). Corrispondevano, più o meno, a 60.000 lire del 1986.

Nelle righe seguenti, don Marchisio prese note di sette fatti che Dorotea e i suoi figli raccontavano sulla permanenza di Giovanni alla loro cascina.

Quando si aprì il «processo diocesano torinese» per far santo don Bosco era il 1893. La signora Dorotea aveva chiuso gli occhi nel 1890. Il figlio Giorgio fu chiamato a testimoniare sui ricordi «uditi dai genitori e dagli altri familiari».

È sul filo di questa sua testimonianza giurata e sui sette fatti annotati da don Marchisio cinque anni prima, che si può ricostruire un'esile trama sui tre anni passati da Giovanni coi Moglia.

 

11. Piccolo vaccaro

 

I grani e le spighe

 

Luigi Moglia affidò Giovanni al vaccaro della fattoria, il vec­chio Giuseppe che tutti chiamavano «zio». Al mattino presto, Gio­vanni si presentava a lui e gli dava una mano nel lavoro di stalla. Mungevano le mucche riempiendo grossi secchi di latte. Poi por­tavano via, con il tridente e la carriola, il letame e lo sostituivano con un «letto asciutto di paglia», perché le mucche potessero sdraiarsi tranquille.

Era quindi tempo di dar loro la «colazione». Giovanni saliva sul fienile e gettava nelle mangiatoie il fieno. Quindi zio Giuseppe portava gli animali all'abbeverata. Rimaneva l'ultimo lavoro: stri­gliare energicamente la pelle dura delle mucche perché fossero ben pulite, e mosche e tafani non le tormentassero.

Allora arrivava il tempo della «loro» colazione. Si sedevano su un mucchio di paglia e addentavano adagio il pane.

Prima di colazione, prima del pranzo e della cena, Margherita aveva insegnato a suo figlio a mettersi in ginocchio e a recitare la preghiera dell'Angelus. Giovanni rimase fedele a quella preghiera anche alla cascina Moglia, e Giuseppe sovente lo prendeva in gi­ro. Un giorno egli tornava sudato dalla campagna e vide Giovan­ni inginocchiato che pregava. Gettò là tra il serio e l'allegro: «Ec­co come va il mondo. I padroni sudano e i garzoni pregano». Gio­vanni si era già affezionato a quel vecchio ruvido e bonario, e gli rispose: «Mia madre mi ha insegnato che se si prega, da due grani nascono quattro spighe, se non si prega da quattro grani nascono due spighe sole. Dovreste quindi pregare anche voi». Il vecchio rise e borbottò: «Abbiamo anche il maestro».

Al sabato sera, Giovanni si avvicinava alla signora Dorotea e le chiedeva di andare il mattino dopo a Moncucco a sentire la pri­ma Messa. Dorotea non capiva il motivo di quella camminata di un'ora fatta quasi al buio e qualche volta fra la neve. Tanto più che, alle undici di ogni domenica, la famiglia andava alla Messa grande, guidata dal signor Luigi, e ci andava anche Giovanni. Volle vederci chiaro e una domenica mattina, non vista, lo segui. Vide che, entrato in chiesa, Giovanni andava a confessarsi dal parroco don Cottino, sentiva la Messa e faceva la Comunione. Allora ca­pì: nella «Messa grande» che si diceva prima di mezzogiorno, in quei tempi, non si distribuiva la Comunione ai fedeli. Per poter ricevere l'Eucaristia, Giovanni faceva ogni domenica mattina quella camminata.

 

Tornano i racconti sul fienile

 

Nel pomeriggio della domenica i ragazzi si annoiavano un po'. Non sapevano come giocare con la neve o la pioggia sui prati. Gio­vanni chiese di salire con loro sul fienile. Fece qualche gioco di prestigio strappando applausi. E poi si mise a raccontare. Non aveva con sé I Reali di Francia, ma a forza di averlo letto lo ricordava quasi a memoria. E raccontava i fatti più belli della vita di Gesù, come glieli aveva raccontati sua madre. I ragazzi e le ragazzine ascoltavano incantati.

La voce si diffuse: il garzone dei Moglia faceva dei bellissimi racconti. Il fienile divenne un affollato luogo di incontro. Nel po­meriggio di ogni domenica arrivavano di corsa «tutti i ragazzi e tutte le ragazze delle famiglie vicine: salivano tutti sul fienile» (Te­stimonianza di Dorotea).

Con la bella stagione, il lavoro di Giovanni cambiò. Zio Giu­seppe al mattino lo mandava a guidare i buoi che tiravano l'ara­tro, impugnato dalle mani salde del padrone. Nel pomeriggio gli diceva: «Prendi le mucche e portale al pascolo».

Ed ecco due ricordi di Dorotea trascritti da don Secondo Mar­chisio: «Andando a guidare i buoi attaccati all'aratro, aveva sem­pre il libro in mano, tirando così con la destra i buoi e colla sini­stra tenendo il libro. Non fu visto una volta andare al pascolo senza libro, ma sempre si metteva all'ombra di qualche pianta studian­do o leggendo».

Luigi Moglia non si lamentava: il lavoro era fatto bene. Ma scuoteva la testa come davanti a una stranezza. Un giorno gli do­mandò perché leggesse tanto e si senti rispondere: «Perché voglio diventare prete». Luigi ci pensò su, e scosse ancora la testa: per pagarsi gli studi fino a diventare prete o medico o avvocato, in quel tempo ci volevano da 6 a 10 mila lire (una trentina di milioni del 1986). Dove li avrebbe presi quel ragazzo?

 

Attesa da Dio e dagli uomini

 

Fu raccontato a don Marchisio anche un episodio strano. «Un giorno pascolava le sue vacche in un prato poco distante dalla ca­scina: ad un tratto la padrona Moglia Dorotea col cognato Gio­vanni Moglia vedono che Bosco è inginocchiato quasi vicino ad una vacca. Credono che dorma al sole e lo chiamano ad alta voce, ma non vedendolo muoversi Giovanni Moglia si muove per an­dargli vicino chiamandolo sempre ad alta voce. Arrivato a breve distanza conobbe che Bosco era inginocchiato e che teneva un li­bro fra le mani penzoloni, la faccia però era rivolta graziosamen­te al cielo e gli occhi li aveva chiusi. Moglia toccandolo leggermente gli dice: "Perché dormi così al sole?". "No, no, rispose Bosco, io non dormivo"; e così dicendo si alzò tutto confuso per essere stato scoperto nella sua meditazione» (DESR, 421-22).

Dorotea e Giovanni non si erano mossi verso Giovanni preoc­cupati soltanto che dormisse al sole. In quel tempo i garzoni sot­tonutriti avevano l'abitudine di mungere di nascosto le vacche e di berne il latte mentre erano al pascolo. Erano quindi sorvegliati. Vedendo Giovanni inginocchiato «quasi vicino a una vacca», i pa­droni s'insospettirono anche di lui. Ma lo trovarono assorto in pre­ghiera. Pietro Stella, in uno dei rari momenti in cui cede alla com­mozione, commenta: «Furono dunque anni non inutili, non di pa­rentesi, nei quali si radicò più profondo in lui il senso di Dio e della contemplazione, a cui poté introdursi nella solitudine o nel colloquio con Dio durante il lavoro dei campi. Anni che si posso­no definire di attesa assorta e supplichevole: di attesa da Dio e da­gli uomini» (1,36).

 

La bambinetta indispettita

 

A volte nel prato scendeva a giocare Anna, la bambinetta dei Moglia. Era stanca di star sola, voleva giocare con qualcuno. Ma Giovanni sovente non si accorgeva di lei, continuava a leggere. Anna metteva il broncio: «Perché non giochi con me?». Gio­vanni le sorrideva: «Devo diventare prete, devo studiare». Anna, indispettita, scuoteva la testa: «Non è vero. Tu diventerai un vac­caro come zio Giuseppe». «Ascoltami bene - le disse un giorno Giovanni -. Io diventerò prete davvero, e tu un giorno verrai a confessarti da me».

Fu veramente così. Anna si sposò a Moriondo con Giuseppe Zucca, divenne mamma, e sovente veniva all'Oratorio di Valdoc­co con i figli. Nella piccola chiesa di S. Francesco di Sales si con­fessava da don Bosco e ascoltava la Messa. Don Bosco l'accoglie­va con gioia, come una sorella.

Un giorno del 1828, il padrone condusse Giovanni a piantare un nuovo filare di viti. Quel lavoro stancò molto Giovanni. Al ter­mine disse: «Mi sono costate molto, ma dureranno più delle al­tre». Dorotea, sessant'anni dopo, raccontava: «Le viti piantate da altri in tanti altri filari sono già state cambiate per due volte perché non davano più frutto; quel filare piantato da don Bosco produce tuttora il doppio di frutto; e di quel filare don Bosco con­servava sempre cara ricordanza, informandosi sovente e deside­rando di assaggiarne l'uva» (DESR, 422s; MB 1, cap. 22).

 

12. Un vecchio prete e quattro soldi

 

 

Addio sull'aia

 

Uno zio di Giovanni, Michele Occhiena, arrivò sull'aia della cascina Moglia nei primi giorni del novembre 1829. Giovanni sta­va facendo uscire le mucche dalla stalla. Ebbero una conversazio­ne franca, «tra uomini». A San Martino (11 novembre) scadeva­no i contratti agricoli. Molti garzoni facevano fagotto e tornava­no a casa. Giovanni disse allo zio che non se la sentiva di rimanere lì per un altro anno. Lo trattavano bene, ma lui voleva studiare. A mesi avrebbe compiuto 15 anni. Rimanere un altro anno signi­ficava dire addio per sempre alle sue ultime possibilità.

Michele Occhiena aveva relazioni di affari con il Seminario di Chieri (era il fornitore di vino). Poteva avvicinare i preti della zo­na e trovare qualcuno disposto a far scuola al nipote. Se proprio non ci fosse riuscito, c'era sempre la scuola di Castelnuovo.

La conclusione fu che Giovanni chiudesse la partita coi Mo­glia e tornasse ai Becchi.

Luigi, Dorotea, «zio» Giuseppe, Anna strinsero la mano a Gio­vanni. L'avrebbero volentieri tenuto con loro, ma avevano capito che la sua strada era un'altra. Anche Anna, ora, pensava che quel ragazzo serio e intelligente poteva diventare qualcosa più di un «vaccaro».

A casa ci fu una seconda discussione franca, questa volta con Antonio. Aveva 21 anni e si preparava a sposarsi. Ricevuta ga­ranzia che il mantenimento e gli studi di Giovanni non sarebbero gravati su di lui, accettò che facesse ciò che voleva.

Zio Michele cominciò a darsi da fare. Avvicinò alcuni preti. Ma la soluzione arrivò da un'altra parte.

 

Don Calosso

 

In quel novembre, a Buttigliera, ci fu una predicazione straor­dinaria. Molta gente ci andò e anche Giovanni. Alla sera tornava a casa mescolato con altra gente venuta da Morialdo e dai Becchi. C'era anche un prete molto anziano, da alcuni mesi appena cap­pellano a Morialdo. Camminava tutto curvo, aveva voluto accom­pagnare alla «missione» i suoi parrocchiani.

Si chiamava Giovanni Melchiorre Calosso (portava gli stessi nomi del ragazzo che stava per incontrare!). Si era laureato in teo­logia all'Università di Torino nel lontano 1782, e nove anni dopo era diventato parroco di Bruino. Dopo 22 anni di parrocchia si era ritirato per curarsi la salute malferma. Era stato ospite di suo fratello, parroco a Berzano, e nell'estate di quell'anno, 1829, ave­va accettato la cappellania di Morialdo. Aveva ormai 70 anni.

Camminando, don Calosso vide quel ragazzo piccolotto, dai capelli ricciuti, che non aveva mai visto tra i suoi (Giovanni era appena tornato dalla cascina Moglia). Per farselo amico lo avvici­nò con bontà. Nelle sue Memorie don Bosco racconta questo in­contro e ricostruisce il dialogo tra lui e il vecchio prete.

« - Di dove sei, figlio mio? Sei venuto anche tu alla missione?

- Sì, sono stato alla predica dei missionari.

- Chissà cos'hai capito! Forse tua mamma ti avrebbe potuto fare una predica più opportuna, non è vero?

- È’ vero, mia mamma mi fa sovente delle buone prediche. Ma mi pare di aver capito anche i missionari.

- Su, se mi dici quattro parole della predica di oggi, ti do quat­tro soldi. (...)

Senza difficoltà esposi l'introduzione, poi i tre punti dello svol­gimento (...). Don Calosso mi lasciò esporre per oltre mezz'ora mentre camminavamo tra la gente. Poi mi domandò:

- Come ti chiami? Chi sono i tuoi genitori? Hai frequentato molte scuole?

- Mi chiamo Giovanni Bosco. Mio padre è morto quando ero ancora bambino. Mia madre è vedova con tre figli da mantenere. Ho imparato a leggere e a scrivere.

- Non hai studiato la grammatica latina?

- Non so cosa sia.

- Ti piacerebbe studiare?

- Moltissimo.

- Che cosa te lo impedisce?

- Mio fratello Antonio. Dice che andare a scuola vuol dire perdere tempo. Ma se potessi andare a scuola, io il tempo non lo perderei. Studierei molto.

- E perché vorresti studiare?

- Per diventare prete. (...)

Queste mie parole schiette e franche fecero molta impressione su don Calosso, che continuava a guardarmi. Giungemmo così a un incrocio dove le nostre strade si separavano. Mi disse queste ultime parole:

- Non scoraggiarti. Penserò io a te e ai tuoi studi. Domenica vieni a trovarmi con tua madre, e vedrai che aggiusteremo tutto.

La domenica seguente entrai nella sua casa insieme a mia mam­ma» (Memorie, 24s).

Si misero d'accordo che Giovanni sarebbe andato a studiare e a vivere con il vecchio prete. Sarebbe tornato a casa solo per dor­mire.

Per Giovanni cominciarono giorni felici.

«Provai per la prima volta la sicurezza di avere una guida, un amico dell'anima. Per prima cosa mi proibì una penitenza che fa­cevo, non adatta alla mia età. Mi incoraggiò invece ad andare con frequenza alla confessione e alla Comunione. Mi insegnò pure a fare ogni giorno una piccola meditazione, o meglio una lettura spi­rituale.(...) Studiai tutta la grammatica e mi esercitai nei compo­nimenti. A Natale presi in mano la grammatica latina. (...) Ero felice» (Memorie, 22s).

 

Quando morì la speranza

 

Ma la felicità di Giovanni fu purtroppo breve. Era tornato ai Becchi per fare una commissione, quando una persona arrivò ad avvertirlo che don Calosso era stato colpito da apoplessia e chie­deva di vederlo. Era il novembre 1830, un anno esatto dal primo incontro con il vecchio prete.

«Non corsi, volai. Il mio carissimo don Calosso era a letto, non poteva più parlare. Ma mi riconobbe, mi diede la chiave del cassetto dov'era il denaro, e mi fece cenno di non darla a nessu­no. Dopo due ore di agonia se ne andò con Dio. Con lui moriva ogni speranza» (Memorie, 29).

Veramente una speranza c'era ancora: nel cassetto che la chia­ve apriva c'erano seimila lire, i risparmi di tutta la sua vita. Affi­dandogli quella chiave, don Calosso aveva indicato chiaramente che quei soldi dovevano servire per i suoi studi, per entrare in se­minario e diventare prete.

Ma i gesti di un moribondo, davanti alla legge, non hanno va­lore. O c'è un testamento o i beni passano ai legittimi eredi. I ni­poti di don Calosso, quando giunsero, furono molto gentili con Giovanni. Gli dissero: «Pare che lo zio volesse lasciare a te questo denaro. Prendi tutto quello che vuoi». Giovanni ci pensò un poco sopra, poi disse: «Non voglio niente» (MB 1 ,217s). Consegnò la chiave. Era di nuovo e soltanto nelle mani di Dio.

 

13. Gli zoccoli che puzzano di capra

 

 

La famiglia Bosco si divide

 

La morte di don Calosso ha scosso profondamente Giovanni. Si è sentito sommergere dalla tristezza e piange inconsolabile. Sua madre ne è preoccupata e per distrarlo lo manda dai nonni a Ca­priglio.

Ma, nella forma che diventerà consueta nella sua vita, anche Dio si mostra preoccupato. «In quel tempo feci un altro sogno. Vidi una persona che mi sgridò severamente, perché avevo messo la mia speranza più negli uomini che in Dio» (Memorie, p. 31).

Don Calosso era mancato il 21 novembre 1830. Alcuni giorni prima la famiglia Bosco si era divisa. Antonio rimase solo ai Bec­chi e si preparò a mettere su famiglia: il 21 marzo 1831 avrebbe condotto all'altare la castelnovese Anna Rosso. Giuseppe, gagliardo nei suoi 18 anni, prese a mezzadria insieme a Giuseppe Febbraro la vasta fattoria chiamata «Sussambrino», e vi si trasferì con mam­ma Margherita.

Giovanni, quando si trasferì anche lui al Sussambrino, vide che le scuole di Castelnuovo si erano assai avvicinate: dalla cascina di­stavano solo due chilometri. Alla fattoria Moglia aveva cammi­nato per prati e vigne. Ora avrebbe camminato per andare a scuola.

 

La grande camminata dei contadini-studenti

 

Negli anni in cui Giovanni Bosco cammina tra le colline per raggiungere la scuola di Castelnuovo, tanti altri ragazzi intelligen­ti e di buona volontà camminano con i libri sotto il braccio in ogni parte d'Italia. La popolazione è frastagliata in nuclei di case spar­se per la campagna, le scuole esistono soltanto nei centri comuna­li, mezzi di trasporto sono i carri agricoli e rare carrozze postali. Tra Roncole e Busseto, negli anni '20, ha camminato Giuseppe Verdi. Tra Riese e Castelfranco, negli anni '40, camminerà Giu­seppe Sarto che diverrà Papa Pio X. La grande camminata dei contadini-studenti si prolungherà per tutto il 1800. Ancora nei primi anni del 1900, Angelino Roncalli camminerà tra Sotto il Monte, Caderizzi e Cesana, ritmando i passi con frasi latine e formule di matematica, per non perdere tempo. Angelino diverrà Papa Gio­vanni XXIII. Dobbiamo a quella grande camminata se tanti ra­gazzi d'ingegno e buona volontà non finirono dimenticati tra i solchi della campagna, ma divennero la generazione nuova che spinse avanti l'Italia.

 

Si turavano il naso

 

A Castelnuovo, in una stessa aula, erano riunite le cinque classi di latino. Per Giovanni Bosco fu un anno di transizione.

All'inizio si rinnovò la situazione di Capriglio. I paesani undi­cenni guardavano ridendo quello spilungone quindicenne arriva­to dalle colline con un paio di grossi zoccoli ai piedi. «Puzza di capra», sibilavano turandosi il naso. Ma il professore, don Ema­nuele Virano, era una persona gentile e forte. Rimbeccò seccamente i piccoli maleducati, prese da parte Giovanni e in poco tempo lo portò alla pari con gli altri. Quando egli svolse un tema veramen­te bene, gli fece leggere lo svolgimento in classe e al termine com­mentò: «Chi fa svolgimenti così, può anche portare zoccoli da pe­coraio. Perché nella vita ciò che conta non sono le scarpe, ma la testa».

 

Il sostituto di 75 anni

 

Ad aprile Giovanni era tra i primi della classe, ma sopravven­ne un contrattempo. Don Virano fu nominato parroco di Mondo­nio e dovette abbandonare la scuola. Mancavano ancora quattro mesi alla fine dell'anno scolastico (terminava il 14 agosto). Come sostituto venne mandato un prete molto vecchio, don Nicola Mo­glia, 75 anni. Era un prete un po' svanito che non riuscì a domi­nare la scolaresca. Ogni giorno tra i banchi si scatenava la baraonda. Don Nicola tollerava, poi all'improvviso perdeva la pazienza e me­nava bacchettate rabbiose a chi gli capitava a tiro. Don Bosco ri­cordava: «Non riusciva assolutamente a ottenere attenzione e si­lenzio nella classe. In quel disordine, finii per perdere anche ciò che nei mesi precedenti avevo imparato» (Memorie, 33).

Giovanni non si scoraggiò. Si guardò intorno e cercò di occu­pare il tempo guadagnando qualche soldo per pagarsi il minervale (= tassa scolastica) e la pensione. Nei mesi più freddi aveva smes­so di tornare a sera al Sussambrino, ed era andato a pensione dal sarto Giovanni Roberto. Dopo averlo osservato attentamente, pro­vò ad attaccare i bottoni. Roberto trovò che aveva la mano legge­ra, e gli insegnò a cucire orli e asole. Finì per diventare l'aiutante del sarto, che gli scontava le ore di lavoro sulla pensione.

Poi entrò nella fucina di Evasio Savio, un fabbro suo amico. Imparò a maneggiare il martello pesante, a lavorare alla forgia. Anche Evasio Savio era un uomo onesto, e gli pagava le ore di lavoro.

Giovanni, mentre lavorava per vivere, non sapeva di lavorare anche per il suo avvenire. Quando a Valdocco fonderà i primi la­boratori per ragazzi poverissimi, sarà il loro primo maestro nel ma­neggiare l'ago e il martello.

 

14. Il nuovo re si chiama Carlo Alberto

 

 

Si cambia la cifra: da CF a CA

 

Nell'aprile del 1831, mentre a Castelnuovo Giovanni Bosco vi­veva il suo primo infortunio scolastico, nel Palazzo Reale di Tori­no avveniva un drammatico cambio di guardia.

Re Carlo Felice, dopo dieci anni di regno, era in agonia. Non avendo figli, nella notte tra il 19 e il 20 marzo aveva fatto venire innanzi a sé il principe di Carignano, Carlo Alberto. Dopo lunghe esitazioni e mortificanti ripensamenti, lo aveva designato succes­sore al trono. Ma la situazione non era limpida. Mentre il re era in agonia, si diffusero incontrollabili voci di un colpo di Stato. Scriverà lo stesso Carlo Alberto: «Il console di Francia a Genova si vantava di aver ricevuto dal suo governo l'ordine di fare insor­gere quella città (...); il segretario dell'ambasciata francese a To­rino, signor Seigmaison, agiva in maniera analoga. Ogni giorno venivano diffuse le notizie più imprevedibili, più gravi. Il duca di Mantova... era sostenuto da una fazione per impadronirsi della corona alla morte del re; era prevista un'insurrezione liberale... per rovesciare il governo; altri avevano progettato, alla morte del re, di prendermi come ostaggio, nel momento in cui mi sarei reca­to al Palazzo, allo scopo di ottenere una Costituzione; infine, la confusione, l'apprensione erano generali» (PINTO, 159).

Carlo Alberto non perde tempo. Mentre il re sta morendo, fa divulgare la voce che sua maestà si è ripreso ed è fuori pericolo. Si fa giurare fedeltà dalle massime autorità dell'esercito e dello Sta­to. Sulle insegne militari fa sostituire rapidamente la cifra CF (Carlo Felice) con CA (Carlo Alberto). Quando il re muore (27 aprile) ha ormai le mani saldamente sul trono.

 

Un principe da rieducare

 

La storia di questo principe, che tanta influenza avrà sull'ope­ra di don Bosco, è stata e sarà contorta, a tratti addirittura incom­prensibile per noi lontanissimi dal romanticismo. Dal momento che né Vittorio Emanuele I né suo fratello Carlo Felice hanno fi­gli maschi, fin da bambino Carlo Alberto (principe cadetto del ra­mo Savoia-Carignano) è visto come l'erede alla Corona. Ma da ragazzo ha dovuto andare con la sua famiglia in esilio in Francia, ed ha respirato l'aria della Rivoluzione. Per questo, quando rien­tra a corte, i Savoia lo vogliono «rieducare». Ha 16 anni, ma lo trattano come un bambino di 7. Gli mettono accanto un prete co­dino che lo costringe a pratiche religiose continue e interminabili. Il suo istitutore, cavaliere Silvano Costa, scrive desolato di lui: «Ha sul suo tavolo molti buoni libri, disgraziatamente sempre aperti alla stessa pagina» (PINTO, 26 s). L'etichetta di corte, rigida e stucchevole come quella di una caserma, lo annoia e lo esaspera.

Nel 1817 (ha appena 19 anni) gli fanno sposare Maria Teresa, figlia del Granduca di Toscana e nipote dell'imperatore d'Austria. Questa principessa diciassettenne un giorno sarà regina a Torino, ammirata per la sua bontà (Don Bosco avrà da lei comprensione e aiuti continui).

Ora è una bambina spaurita nella triste solitudine del Palazzo. Appena può, va a giocare a nascondino con le figlie minori di Vit­torio Emanuele I. Non sarà mai una donna felice. Le lettere d'a­more che il suo Carlo Alberto riceverà da tante spasimanti e che lui nasconderà disinvoltamente nelle tasche interne della palandrana o nel libro da Messa, la faranno sanguinare.

Nel 1820 a corte si celebrano due avvenimenti: la nascita del primogenito di Carlo Alberto, battezzato con i nomi del re, Vitto­rio Emanuele, e il matrimonio della sorella di Carlo Alberto, Eli­sabetta, chiesta in sposa dall'arciduca austriaco Ranieri, governa­tore del Lombardo-Veneto. Vittorio Emanuele I, che «quando non è a cavallo si addormenta», accetta questo nuovo legame con l'Au­stria.

In quello stesso anno, il 1° gennaio, scoppia la rivoluzione di Cadice, in Spagna. Ufficiali «democratici» obbligano il re asso­luto Ferdinando VII a concedere la Costituzione: una legge fon­damentale che limita i poteri del re e concede ai cittadini i diritti civili e politici, compreso quello di votare per eleggere le principa­li autorità della nazione.

 

Il tragico 1821

 

Anche in Piemonte i malumori e le inquietudini si diffondo­no. Sono il frutto della Restaurazione ottusa. Gli uomini della Re­staurazione, arretrati e senza idee, non sono riusciti a prendere at­to dei cambiamenti irreversibili portati dalla Rivoluzione France­se. Le secolari gerarchie, gli ingiusti privilegi dei nobili sono or­mai insopportabili. È’ assurdo nominare ministro delle Finanze un incapace solo perché è di famiglia nobile fedelissima al re. È’ sciocco e criminale demolire strade utilissime ai commerci solo perché le ha fatte costruire Napoleone.

3 marzo 1821. A Torino si diffonde la notizia che sono state intercettate lettere di «carbonari» piemontesi dov'è indicato un piano di rivoluzione. Carlo Felice, fratello del re, non dà peso alle notizie e parte per Modena, a far visita al duca suo suocero. E una mossa che peserà gravemente sull'avvenire di Carlo Alberto.

Nessuno a Corte lo sa, ma numerose persone tra gli amici di Carlo Alberto hanno aderito a società segrete (Adelfia, Carbone­ria, Sublimi Maestri Perfetti...). Hanno due scopi: indipendenza dell'Italia dall'Austria e Costituzione. Nei primi mesi dell'anno, anche il principe ha avuto intense relazioni con gli associati pie­montesi e lombardi. Una relazione della spia Carlo Castiglia per­mette di ricostruire i colloqui segreti di Carlo Alberto con il nobi­le Giuseppe Pecchio, rivoluzionario lombardo. Il principe non è e non sarà mai un «liberale», ma per salvare il trono ascolta le critiche dei rivoluzionari, e promette graduali riforme nella politi­ca e nell'amministrazione. Gli ha dato l'imbeccata il conte de Mai­stre, fedelissimo al passato: «L'arte del principe è di regnare sulla rivoluzione e di soffocarla dolcemente abbracciandola». Ci vor­rebbe però una mente fredda e lucida, e Carlo Alberto non ce l'ha. Saprà solo tentennare, esitare, dare mezza parola e rimangiarsela.

8 marzo. Carlo Alberto incontra Santorre di Santarosa, capo della congiura. Gli viene chiesto un appoggio esplicito. Il principe non si schiera né con loro né contro di loro.

10 marzo. In mattinata giunge notizia che Alessandria ha da­to inizio alla rivolta. Carlo Alberto consiglia a Vittorio Emanuele I di concedere la Costituzione. Il re s'infuria con lui.

11 marzo. Una folla percorre le vie di Torino. Grida: «Viva la rivoluzione! Guerra all'Austria!». Ci sono anche dame dell'aristocrazia. Il re riunisce il consiglio della Corona. «Alcuni sono morti di paura», scrive la regina. Carlo Alberto rinnova l'invito a dare la Costituzione, il re sta per cedere. Ma arriva il Conte di S. Marzano con un messaggio dei sovrani di Austria, Prussia e Rus­sia. Non tollereranno nessuna Costituzione. Un esercito di 60.000 uomini è pronto in Lombardia per intervenire in caso di cedimenti.

12 marzo. Tre colpi di cannone annunciano che la Cittadella è passata agli insorti. Tumulti davanti a Palazzo Reale. È’ la guer­ra civile? In serata il re annuncia che abdica in favore del fratello Carlo Felice (e si assegna un milione di lire annue - quattro mi­liardi del 1986 - come appannaggio per consolarsi nell'esilio). Du­rante l'assenza del nuovo re, Carlo Alberto avrà la reggenza. Il giovane principe non ne vuol sapere, ma a mezzanotte il re fa leg­gere l'atto di abdicazione. Mentre Vittorio Emanuele I si ritira con la famiglia a Nizza, Carlo Alberto (23 anni) si trova a dipanare la più intricata matassa che gli potesse capitare. Il giorno dopo due rivoluzionari si incontrano con lui e gli impongono di sceglie­re: o la Costituzione di Cadice o il bombardamento di Palazzo Rea­le. Dopo consultazioni febbrili, ansia, tentennamenti, il giorno 15 concede la Costituzione, giura di osservarla, ma aggiunge: «Giu­ro fedeltà al re Carlo Felice».

Due giorni dopo torna il cavaliere Costa, che il principe ha man­dato a Modena a informare il re e a chiederne istruzioni. È’ avvili­to. Carlo Felice, con occhi fiammeggianti, dopo aver letto la let­tera di Carlo Alberto, gliel'ha gettata in faccia. E ha gridato: «Usci­te!». Qualche ora dopo è stato riammesso alla sua presenza. Ha dovuto aspettare in piedi che il re, il duca e la duchessa di Modena e il cardinale Albani finissero una partita al tavolo da gioco. Poi Carlo Felice gli ha consegnato un proclama e gli ha gridato: «Dite al principe di Carignano che, se gli rimane ancora nelle vene una goccia del nostro sangue reale, deve partire per Novara e li atten­dere i nostri ordini». Il proclama annulla ogni atto del principe reggente (PINTO, cap. 11).

 

L'eroe del Trocadero

 

Carlo Alberto fa partire la moglie per Marsiglia, poi se ne va. I rivoluzionari tentano di fermarlo, lo chiamano traditore, ma lui se ne va. Prima a Novara, poi a Firenze, dove Carlo Felice gli ha fissato la sua sede dell'esilio. Un esercito austriaco, intanto, è pe­netrato in Italia e a Novara, l'8 aprile, ha sbaragliato le esigue schie­re rivoluzionarie.

Nel 1821 Carlo Alberto, da perfetto romantico, aveva creduto fosse arrivata «la sua stella». Invece s'era inguaiato per sempre. Carlo Felice aveva deciso di escluderlo dalla successione. Ma l'Au­stria, consultata, aveva risposto che se il principe di Carignano era infido, più pericoloso era rinunciare al principio di legittimità.

Il re, allora, ne pensò una delle sue: invitò Carlo Alberto a im­barcarsi per la Spagna e a combattere contro i rivoluzionari che avevano ottenuto la Costituzione dal re. «Così o si farà rompere la testa, e allora tutto sarà finito a suo riguardo, o si potrà mette­re nelle condizioni di riparare in parte i suoi torti; poiché non v'è niente al mondo che m'imbarazzi più di quest'uomo» (PINTO, 127).

2 maggio 1823. Il principe di Carignano (facendosi coprire dagli insulti di tutti i liberali d'Europa) s'imbarca a Livorno per la Spa­gna, dove l'esercito rivoluzionario tiene prigionieri re e regina a Cadice.

Per liberare i monarchi, l'esercito legittimista deve dare l'as­salto alle fortificazioni del Trocadero, che dominano la città. L'as­salto avviene all'alba del 31 agosto. Racconta il fedele Silvano Co­sta: «Bisogna attraversare di corsa e allo scoperto un lungo trat­to. Carlo Alberto è in testa, accanto all'alfiere. (...) È’ alla baio­netta che massacriamo quei poveri spagnoli. (...) Infine conqui­stiamo la posizione» (PINTO, 133).

Quella battaglia, conclusa vittoriosamente, pose fine alla guerra di Spagna. Carlo Alberto fu insignito della croce di San Luigi. I granatieri gli offrirono le spalline di uno di loro, caduto nell'as­salto. Episodio che fece entrare il principe nella leggenda dei sa­lotti di Madrid e Parigi. La stampa francese lo ribattezzò «l'eroe del Trocadero». Ma la Gazzetta di Torino soppresse ogni accen­no al principe di Carignano. L'antipatia di Carlo Felice continua­va. Quella dei liberali di tutta l'Europa, invece, raggiunse il punto più alto. Da allora fu chiamato con disprezzo «il traditore del Tro­cadero».

Maggio 1824. Carlo Alberto rientra a Torino. Carlo Felice gli fa giurare solennemente di non apportare innovazioni alle leggi fon­damentali della monarchia. Solo dopo quest'atto gli concede il ti­tolo di «principe ereditario».

Nel biennio 1825-26 divampano fiammate rivoluzionarie in Por­togallo, Polonia, Russia. La repressione è dovunque spietata. Carlo Alberto approva: «La giustizia dev' essere inflessibile», afferma. Nel 1826 licenzia un paggio di 14 anni perché «fa il giacobino».

Quel paggio si chiama Camillo Cavour.

Quando nel 1831 può mettere saldamente le mani sul trono, come primo atto respinge la richiesta di amnistia ai condannati del 1821: i liberali che aveva incontrato in colloqui segreti, con cui si era accordato. Rifiuta ormai ogni violenza dei rivoluzionari, le loro congiure. E convinto che un governo monarchico assoluto ma «il­luminato e temperato», con la sua stabilità può conciliare gli spi­riti e garantire il massimo di benessere e di felicità. Ma cambierà ancora parere.

 

15. Anni fiorenti a Chieri

 

 

«Ho sempre avuto bisogno di tutti»

 

Al termine del mortificante anno scolastico di Castelnuovo, Gio­vanni Bosco decise, d'accordo con sua madre, di trasferirsi a Chieri. In questa cittadina, a dodici chilometri da Castelnuovo e a dieci da Torino, le scuole pubbliche erano molto serie. Erano addirit­tura un «distaccamento dell'Università di Torino».

La decisione era coraggiosa, anche perché a Chieri sarebbe co­minciato il problema economico: Giovanni doveva pagare il mi­nervale di lire dodici (= tassa scolastica), i libri e la pensione che si aggirava sulle venti lire mensili.

Scrivendo i ricordi raccolti a Castelnuovo «da vani testimoni oculari», nel 1888 don Marchisio scriverà: «Preparando il neces­sario corredo colle altre cose indispensabili in quel tempo per man­dare un figlio agli studi, Bosco si accorse che la sua madre era non poco imbrogliata perché si trovava nelle strettezze. Onde un gior­no le disse: se siete contenta io mi prendo due tasche e vado da ogni famiglia della borgata a fare una colletta. Margherita Bosco acconsentì e Giovanni andava di porta in porta chiamando per ca­rità qualche cosa per poter andare a Chieri a studiare. Raccolse pane, frutta, melica, formaggi ed undici emine di grano (un'emina =23 litri): da vani poi ricevette anche qualche soldo. Certo Becchis Giovanni non potendogli dare altro gli condusse gratuita­mente il corredo a Chieri» (DESR 424).

Era la prima volta che Giovanni Bosco tendeva la mano per chiedere la carità. Il suo amor proprio si ribellava a quell'umilia­zione, ma lo vinse allora e sempre. Al termine della vita colui che fu definito «il più grande mendicante del 19° secolo», dirà: «Ho sempre avuto bisogno di tutti» (MB 1,367).

Subito dopo accettò l'aiuto della vedova Lucia Matta. Andò in pensione da lei. In cambio le prestava i piccoli servizi di casa e aiutava suo figlio negli studi. Mamma Margherita integrava il dovuto con granturco e frumento.

Nei primi mesi provò l'umiliazione più dura per un ragazzo sano e forte: la fame. Giuseppe Blanchard, un giovanottino come lui, se ne accorse e lo aiutò. Lo racconterà cinquant'anni dopo, quasi con vergogna: «Blanchard dice che sovente, avendo pane e frutta, gliene dava dicendo: Giovanin, prendi, che ti farà bene» (DESR 426).

 

La Società dell'Allegria

 

A Chieri Giovanni Bosco passò dieci anni della sua vita, dai 16 ai 26. Anni fiorenti, gagliardi, in cui esplose tutta la ricchezza della sua personalità. In un anno riuscì a frequentare tre classi. Nel secondo anno frequentò altri due anni di latinità, con vota­zioni brillanti. Diventò uno studente di prestigio, ricercato da molti. Ricorda: «Spiegavo ciò che non avevano capito, li mettevo in grado di superare le difficoltà più grosse. Mi procurai in questa maniera la riconoscenza e l'affetto dei miei compagni. Cominciarono a ve­nire a cercarmi durante il tempo libero per il compito, poi ad ascol­tare i miei racconti, e poi anche senza nessun motivo, come i ra­gazzi di Morialdo e di Castelnuovo» (Memorie, 38).

Per la prima volta (e lo farà per tutta la vita) appena si trova circondato da tanti giovani, Giovanni Bosco sceglie i migliori e fon­da un gruppo, una società che non si apparti dagli altri, ma diven­ti l'anima buona, il lievito dell'ambiente in cui vivono. Ricorda:

«Formammo una specie di gruppo e lo battezzammo Società dell'Allegria. Il nome fu indovinato perché ognuno aveva l'impe­gno di organizzare giochi, tenere conversazioni, leggere libri che contribuissero all'allegria di tutti. Era vietato tutto ciò che produ­ceva malinconia, specialmente la disubbidienza alla legge del Si­gnore.(...) Mi trovai così alla testa di un gran numero di giovani» (Memorie, 38).

 

Quattro sfide al saltimbanco

 

Il «momento magico», la Società dell'Allegria lo visse mentre Giovanni frequentava l'ultimo anno di latinità. Gli capitò (quasi senza volerlo) di trovarsi ingolfato in una gara che a Chieri fece epoca. Vi assistette molta gente, tra cui il campanaro del duomo, Domenico Pogliano, che la narrava ancora tanti anni dopo. Ma chi la narrò più di tutti fu il protagonista, don Bosco, che ne fece uno dei «pezzi forti» dei suoi racconti ai ragazzi. Ecco come la racconta nelle sue Memorie:

«Arrivò a Chieri un saltimbanco che iniziò i suoi spettacoli con una poderosa corsa a piedi: percorse la città dà un'estremità al­l'altra in due minuti e mezzo, cioè alla velocità di un treno. Alcu­ni miei amici me ne parlarono con occhi dilatati, come di un feno­meno.

Senza badare alle conseguenze delle mie parole, dissi che avrei dato chissà che cosa per provare a batterlo. Un compagno impu­dente riferì la cosa al saltimbanco, che accettò immediatamente la sfida. Per Chieri si sparse in un lampo la notizia: Uno studente sfida un campione professionista.

Il luogo scelto per la prova fu il viale di Porta Torinese. La scommessa era di venti lire. Io non avevo una somma simile, ma molti amici della Società dell'Allegria la misero insieme.

Una moltitudine di gente venne ad assistere alla sfida.

Al via, il saltimbanco mi prese alcuni metri di vantaggio ma presto riguadagnai il terreno perduto, e lo staccai in modo clamo­roso. A metà corsa si fermò e mi diede partita vinta.

- Chiedo la rivincita al salto. Ma voglio scommettere 40 lire, e anche più se vuoi.

Accettammo. Scelse lui il luogo. Bisognava balzare al di là di un fosso contro un parapetto che si ergeva vicino a un piccolo pon­te. Saltò per primo, e mise il piede così vicino al parapetto, che più in là non si poteva saltare. Potevo perdere, non certo vincere. Tuttavia studiai un espediente. Feci un salto identico al suo, ma appoggiando le mani sul parapetto, prolungai il salto al di là del muro (un rudimentale "salto con l'asta"). Fui sommerso dagli ap­plausi.

- Voglio lanciarti ancora una sfida. Scegli qualunque gioco di destrezza.

Accettai. Scelsi il gioco della bacchetta magica, con la scom­messa che saliva a lire 80. Presi una bacchetta, a una estremità misi un cappello, poi appoggiai l'altra estremità sulla palma della ma­no. Senza toccarla con l'altra, la feci saltare sulla punta del dito mignolo, dell'anulare, del pollice. Quindi la feci saltare sul dorso della mano, sul gomito, sulla spalla, sul mento, sulle labbra, sul naso, sulla fronte. Rifacendo lo stesso cammino, la bacchetta tor­nò sulla palma della mia mano.

- Stavolta non perderò - disse con sicurezza -. E ‘il mio gio­co preferito.

Prese la medesima bacchetta, e con meravigliosa destrezza la fece camminare fin sulle labbra. Ma aveva il naso troppo lungo, la bacchetta vacillò, perse l'equilibrio e dovette prenderla con la mano per non lasciarla cadere.

Quel poveretto vedeva andare in fumo tutti i suoi risparmi, e quasi furioso esclamò:

- Accetto qualunque umiliazione, ma non quella di essere bat­tuto da uno studente. Ho ancora cento lire e le scommetto tutte su un'arrampicata. Vincerà chi riesce a mettere i piedi più vicini alla punta di quell'albero.

Così dicendo indicò un olmo vicino al viale. Accettammo an­che questa volta; e in un certo modo eravamo contenti di perdere, perché avevamo compassione di lui. Non volevamo rovinarlo.

Salì per primo, e portò i piedi tanto in alto che, se fosse salito una spanna di più, l'albero si sarebbe piegato e lui sarebbe preci­pitato. Tutti dicevano che più in su era impossibile.

Toccò a me. Salii fin dove era possibile senza far piegare la pianta. Allora, tenendomi con le mani all'albero, alzai il corpo in verticale, e posi i piedi circa un metro oltre l'altezza raggiunta dal mio rivale. Giù in basso scoppiarono gli applausi.

I miei amici si abbracciavano di gioia, il saltimbanco era nero di rabbia, e io ero orgoglioso di aver vinto non contro ragazzi co­me me, ma contro un campione professionista.

Quell'atleta però era triste fino a piangere. Abbiamo avuto com­passione di lui, e gli abbiamo restituito il denaro a una condizio­ne: che venisse a pagarci un pranzo all'albergo del Muletto.

Si sentì rivivere e accettò immediatamente. Andammo al pranzo in 22: tutti i componenti della Società dell'Allegria. Il pranzo gli costò 25 lire. Le lire che invece poté rimettersi in tasca furono 215.

Quello fu veramente un giovedì di grande allegria. Io mi ero coperto di gloria battendo quattro volte un saltimbanco. I miei com­pagni avevano condiviso il mio trionfo con vivissima gioia, e ave­vano avuto un ottimo pranzo. Anche il saltimbanco era contento,

perché aveva riavuto tutto il suo denaro. Allontanandosi da noi ci ringraziò dicendo:

- Ridandomi questo denaro, avete impedito la mia rovina. Vi ringrazio di cuore. Vi ricorderò con piacere, ma non farò mai più scommesse con gli studenti» (Memorie, 58-60).

 

16. La domanda decisiva

 

«Alla Pace non troverai la pace»

 

Il diciottenne Giovanni Bosco si è fatto un esercito di amici e sta riportando voti splendidi. Ma ora deve dare una risposta alla domanda decisiva: «Che cosa farò della mia vita?». Il sogno dei 9 anni gli ha indicato un traguardo: diventare sacerdote. Ma per diventarlo occorre ancora un anno di scuola pubblica, poi entrare in seminario e compiere altri 6 anni di studi ad alto livello. Studi impegnativi e costosi. E lui non se la sente di dire a sua madre, che risparmia sull'unghia per far quadrare il bilancio: «Mantieni-mi ancora per sette anni».

Dopo aver pensato a lungo, domanda di essere accettato tra i Francescani di Chieri. Viene accettato il 28 aprile 1834. Mentre prepara i documenti per entrare al convento di S. Maria della Pa­ce, in Chieri, fa un sogno strano. Si sente dire: «Alla Pace non troverai la pace» (VBP, 57). Giovanni ha ormai capito che per lui i sogni non sono un elemento trascurabile, e rimane perplesso. Alla prima occasione va a Torino, e chiede consiglio a don Ca­fasso. Ha solo 23 anni, questo pretino casteinovese mezzo gobbo, ma è già considerato uno dei migliori «consiglieri spirituali» della capitale. Ascolta Giovanni che gli parla appassionatamente del suo problema, poi con calma gli traccia la strada da seguire: frequen­terà l'ultimo anno di scuola pubblica, entrerà in seminario e non dovrà più tormentarsi per il denaro. D'ora innanzi ci penserà la Provvidenza. Non si tratta solo di «pie esortazioni»: dalla picco­la stanza dove prega come un angelo, dal confessionale dov'è ri­cercato come un sapiente «direttore d'anime», don Cafasso sta tessendo una rete di benefattori che in silenzio fanno il bene che quel pretino indica loro.

Giovanni obbedisce e ritrova la calma. La ritroverà tante vol­te dopo aver parlato con quel piccolo prete.

Nell'estate del 1835, mentre Giovanni si prepara a entrare in seminario, infuria il colera. L'epidemia minaccia ogni centro abi­tato. Si è sviluppata con violenza a Genova, a Saluzzo e a Cuneo, dove ha colpito un sesto della popolazione. Il figlio del governa­tore di quest'ultima città, con involontario e tragico umorismo, scrive: «Qui non si fa altra vita che morire» (PINTO, 231).

Giovanni Bosco entrò nel seminario di Chieri il 30 ottobre. In «tempo massimo». Appena sei giorni dopo, a Castelnuovo la sua «leva» sorteggiava i numeri per il servizio militare. Chi sorteggia­va un numero basso doveva prestare un lungo servizio militare. Giovanni Bosco sorteggiò il numero 41. Andò alla visita militare ad Asti. Ma per chi era entrato in seminario a questo punto scat­tava l'esenzione. Nel comune di Castelnuovo una cartella certifi­ca ancora oggi: «Bosco Gio. Melchior esentato dalla formazione al contingente, come chierico richiamato da monsignor vescovo».

 

Cinque giorni per martellare un'idea

 

Giovanni aveva camminato a lungo per le colline della sua ter­ra, s'era arrampicato sugli alberi, aveva respirato a pieni polmoni l'aria libera per vent'anni. Sentì una stretta al cuore quando si vi­de chiuso tra le quattro mura del seminario: un quadrato severo, come una fortezza dai muri incombenti, in cui avrebbe dovuto vi­vere per sei anni.

Quella sera stessa, allineati nei banchi massicci della cappella, i seminaristi cantarono l'antica invocazione allo Spirito Santo, Veni, creator Spiritus, e. iniziarono cinque giorni di Esercizi spirituali: silenzio rigoroso spezzato dalla Messa e da quattro prediche quo­tidiane. In esse fu detto, ripetuto, quasi martellato lo scopo per cui quei giovanotti cominciavano il seminario: avrebbero speso la vita non per una carriera comoda e tranquilla, ma per essere Gesù tra la gente. Gesù aveva portato alla gente la Parola di Dio, aveva invitato tutti a pensare meno alla terra e più al cielo. Era passato di paese in paese per convincere tutti a guarire dal peccato, dall'e­goismo, dalla prepotenza, dalla sensualità: i grandi mali che cre­scono nel cuore e portano alla rovina. Aveva dimostrato un amo­re di predilezione per i piccoli, i malati, i poveri. Aveva dato la vita in croce per aprire le porte del Paradiso. Diventare prete vo­leva dire assumere questo stesso programma. Un prete, qualun­que prete, doveva far rivivere Gesù tra la gente.

Immerso nel silenzio, Giovanni pregò di poter essere Gesù tra i giovani.

 

«Gli intimò di tornare tra i monelli»

 

La meta dell'apostolato tra i ragazzi abbandonati fu sempre «chiara e radiosa» per Giovanni Bosco durante gli anni di Chieri?

Forse no. Forse alla sua mente il sogno fatto da bambino co­minciò a scolorire. Fu tentato di considerarlo un episodio senza troppo significato, di fronte alle possibilità concrete che la vita gli spalancava davanti.

C'è un indizio. È nella ripetizione variata del sogno che egli fece proprio in quegli anni. Lo testimoniò Giovanni Cagliero, uno dei primi ragazzi di don Bosco, che lo aveva ascoltato dalle sue labbra:

«Aveva visto la valle sottostante alla cascina del Sussambrino convertirsi in una grande città, nelle cui strade e piazze scorreva­no turbe di fanciulli schiamazzando, giocando e bestemmiando. (...)Di carattere pronto e vivace, si avvicinò a questi ragazzi, sgri­dandoli perché bestemmiavano e minacciandoli se non avessero cessato; ma non desistendo essi dal vociare terribili insulti contro Dio e la Madonna Santissima, Giovanni prese a percuoterli. Se non che gli altri reagirono e, correndogli sopra, lo tempestarono di pu­gni. Egli si diede alla fuga; ma in quella ecco venirgli incontro un Personaggio, che gli intimò di fermarsi e di ritornare a quei mo­nelli. (...)» (MB 1,424-5). Le sottolineature sono mie.

Anche i santi, come noi, hanno avuto momenti di smarrimen­to e tentazioni di viltà.

 

17. Luigi Comollo: «Io sono salvo!»

 

«Deve arrivare uno studente santo».

 

Negli anni di Chieri (fuori e dentro il seminario) Giovanni fu segnato in maniera incancellabile dall'amicizia di Luigi Comollo. Fu la prima persona di cui sentì il bisogno di scrivere la vita.

Stava frequentando le scuole pubbliche ed era in pensione presso Giacomo Marchisio, quando sentì dire dal padrone: «Deve arri­vare uno studente santo». Giovanni si mise a ridere. «Invece è pro­prio così - ribatté seccato il signor Giacomo. - È il nipote del parroco di Cinzano. Vedrai».

Veramente Giovanni lo stava vedendo da alcuni giorni. Ma non ci aveva fatto caso. Ed ecco, nelle parole esatte di don Bosco, co­me venne a conoscerlo. (Incontrare la lingua di don Bosco, per me, è come trovare un fiore delicato tra le pagine di un libro antico).

«È consueto costume degli studenti di passare il tempo d'in­gresso in ischerzi, in giochi, e salti pericolosi (...). A ciò pure era invitato il modesto giovanetto; ma esso si scusava sempre con dire che non era pratico, non aveva destrezza. Nulla di meno un gior­no un suo compagno gli si avvicinò, e colle parole e con importu­ni scuotimenti voleva costringerlo a prender parte a quei salti smo­derati che nella scuola si facevano. "No, mio caro, dolcemente ri­spondeva, non sono esperto, mi espongo a far brutta figura". L'im-pertinente compagno, quando vide che non voleva arrendersi, con insolenza intollerabile gli diede un gagliardo schiaffo sul volto. Io raccapricciai a tal vista, e siccome l'oltraggiatore era di età e di forze inferiore all'oltraggiato, attendevo che gli fosse resa la pari­glia. Ma l'offeso aveva ben altro spirito: egli rivolto a chi l'aveva percosso, si contentò di dirgli: "Se tu sei pago di questo, vattene in pace che io ne sono contento". Questo mi fece ricordare di quan­to avevo udito, che doveva venire alle scuole un giovanetto santo, e chiestone la patria e il nome, conobbi essere appunto il giovane Luigi Comollo, di cui avevo sì lodevolmente inteso parlare alla pen­sione» (OP ED, 35,22s).

Giovanni fu impressionatissimo. Lui, quell'impertinente «ol­traggiatore» l'avrebbe sbranato. Ogni ingiustizia gli accendeva il sangue. Avvicinò Luigi, gli parlò, divennero amici. Nelle sue Me­morie scrive: «Posso dire che da lui ho cominciato a imparare a vivere da cristiano». Un'affermazione quasi incredibile per il fi­glio di Margherita.

 

«La tua forza mi spaventa»

 

Istintivamente divenne il protettore di Luigi contro i ragazzi grossolani e violenti. Un giorno, a scuola, volevano umiliare e pic­chiare Luigi e Antonio Candelo, un altro bravo ragazzo. Giovan­ni gridò di lasciarli in pace. Ma erano in tanti: mentre alcuni face­vano muro davanti a lui, altri cominciarono a menare schiaffi. Gio­vanni perse il lume degli occhi, si fece largo a suon di pugni, af­ferrò uno degli assalitori per le spalle e se ne servì come di un ba­stone per disperdere gli altri. In quel momento entrò il professore, e vedendo quel groviglio di braccia e di gambe cominciò a menare schiaffi anche lui «per riportare ordine».

Ad essere impressionatissimo, questa volta fu Luigi. Disse a Giovanni: «La tua forza mi spaventa. Dio vuole che perdoniamo, che facciamo del bene a quelli che ci fanno del male». Giovanni aveva letto queste parole nel Vangelo, e se le era sentite dire perfi­no in sogno. Ma gli sembravano un'esagerazione. Come gli sem­brava un'esagerazione la maniera di pregare di Luigi.

Anche lui, Giovanni, pregava. Andava tutte le mattine a ser­vire la Messa in Duomo, prima di recarsi a scuola. Ma Luigi era un'altra cosa.

«Alcune mie circostanze vollero che per più mesi mi recassi al Duomo appunto nell'ora in cui il nostro Luigi vi si recava a trat­tenersi col suo Gesù. (...) Ponevasi in qualche canto presso l'alta­re quando poteva, ginocchione, colle mani giunte; col capo me­diocremente inclinato; cogli occhi bassi, e tutto immobile nella per­sona; insensibile a qualsivoglia voce e rumore. Non di rado mi av­veniva che, compiuti i miei doveri, voleva invitarlo a venire meco per essere da lui accompagnato a casa. Pel che aveva un bel far cenno col capo, passandogli vicino, o tossire, perché egli si muo­vesse; era sempre lo stesso, finché io non mi accostava scuotendolo. Allora, come risvegliato dal sonno, si muoveva, e sebbene a malincuore aderiva al mio invito» (o. c., 32).

Questi atteggiamenti sbalordivano Giovanni, poi cominciaro­no a turbarlo. Capiva che non erano stranezze: sotto c'era una gran­de ricchezza spirituale. Luigi gli rivelava orizzonti nuovi, fin'allo­ra insospettati: il semplice abbandono in Dio, il rifugiarsi nei va­lori eterni dando importanza relativa alla vita terrena. Giovanni, che si è arrampicato sugli alberi della cuccagna, ha sfidato i sal­timbanchi, ha gustato gli applausi degli amici, si sente dire da Luigi le parole antiche (e a lui sembrano nuove in quel tono che le dice): «Che importa guadagnare anche tutto il mondo, se poi si perde l'anima?».

 

La mano del Signore

 

In seminario, Luigi Comollo entra nell'ottobre 1836. Giovan­ni se lo ritrova accanto. Si ricostruisce la coppia fissa, 1 amicizia inossidabile.

Ma mentre Giovanni pensa al suo avvenire di prete, al bene che farà alla gente e ai ragazzi, Luigi è in un'atmosfera diversa. Un giorno del 1838 sono usciti a passeggio, e guardano dall'alto di una collina i campi bruciati dalla siccità. Giovanni pensa alla pena dei contadini.

«- Vedi, Luigi, - presi a dirgli - che scarsezza di raccolti ab­biamo quest'anno! Poveri contadini! Tanto lavoro e quasi tutto invano!

- È la mano del Signore - egli rispose - che pesa sopra di noi» (o.c., 61).

Durante la meditazione del mattino, Giovanni lo vede leggere e rileggere lo stesso libro. Gli domanda che libro sia. Si sente ri­spondere:

«Quest'anno lessi sempre in cappella meditazioni sull'inferno, le ho già lette e le leggo di nuovo, e benché triste e spaventosa ne sia la materia, tuttavia vi voglio persistere, affinché considerando l'intensità di quelle pene, mentre vivo, non le abbia a sperimenta­re dopo morte» (o.c., 69).

Marzo 1839. La salute di Luigi crolla di colpo. La febbre è al­tissima. Non ci sono speranze. Giovanni è accanto a lui in infer­meria. Luigi gli dice:

«Eccoci, o caro amico, eccoci al momento, in cui abbiamo per alcun tempo a lasciarci. Noi pensavamo di confortarci nelle vicende della vita, aiutarci, conciliarci in tutto quello che ci avrebbe potu­to giovare alla nostra eterna salvezza. Non era scritto così nei san-ti e sempre adorabili voleri del Signore. (...) Ma prima di lasciarci ascolta alcuni ricordi di un tuo amico. (...) Non sai ancora se bre­vi o lunghi saranno i giorni di tua vita; ma checché ne sia sull'in­certezza dell'ora della morte, n'è certa la venuta; perciò fa' in ma­niera, che tutto il tuo vivere altro non sia che una preparazione alla morte, al giudizio. (...)Se poi sarai chiamato dal Signore a divenir guida delle anime altrui, inculca mai sempre il pensiero della morte, del giudizio» (o.c., 83s).

 

La notte indimenticabile

 

Luigi muore all'alba del 2 aprile. Non ha ancora compiuto 22 anni. Ed ecco, dalle parole di don Bosco, che cosa avviene nella notte sul 4 aprile.

«Nelle nostre amichevoli relazioni avevamo pattuito fra di noi (...) che colui, il quale per primo fosse chiamato all'eternità, avrebbe portato al superstite notizie dell'altro mondo. Più volte abbiamo la medesima promessa confermata. (...) Nel corso della malattia del Comollo si rinnovò più volte la medesima promessa, e quando egli venne a morire se ne attendeva l'adempimento, non solo da me, ma eziandio da alcuni compagni che ne erano informati.

Era la notte del 4 aprile, notte che seguiva il giorno della sua sepoltura, ed io riposava cogli alunni del corso Teologico (...). Ero a letto, ma non dormiva e stava pensando alla fatta promessa (...). Quando, sullo scoccare della mezzanotte, odesi un cupo rumore in fondo al corridoio. (...) Non saprei esprimermi se non col dire che formava un complesso di fragori così vibrati e in certo modo così violenti da recare spavento grandissimo. (...)

I Seminaristi di quel dormitorio si svegliano, ma niuno parla. (...)Si apre da sé violentemente la porta; continua più veemente il fragore senza che alcuna cosa si veda, eccetto una languida luce (...).Ad un certo momento si fa improvviso silenzio, splende più viva quella luce, e si ode distintamente risuonare la voce del Co­mollo che, chiamato per nome il compagno tre volte consecutive, dice:

- Io sono salvo!

(...) Il cessato rumore di bel nuovo si fa udire (...) ma tosto cessò ed ogni luce disparve. I compagni balzati dal letto fuggiro­no senza saper dove; si raccolsero alcuni in un angolo del corri­doio, si strinsero altri intorno al prefetto di camerata, che era D. Giuseppe Fiorito di Rivoli; tutti passarono la notte, aspettando il sollievo della luce del giorno.

Io ho sofferto assai e fu tale il mio spavento, che in quell'i­stante avrei preferito morire» (o.c., 105-7).

Quelle parole «Bosco, io sono salvo!», risuoneranno per tut­ta la vita nella mente di don Bosco. La teologia che il chierico Gio­vanni Bosco studiava in quegli anni metteva ogni cosa «sotto la luce del conto da rendere al giudice divino, nell'attesa della vita o della morte eterna» (ST 1,61). Ma io sono convinto che la fami­liarità con Luigi Comollo e quelle parole risuonate in una notte di aprile, furono per Giovanni Bosco un marchio indelebile più di ogni libro di studio. L'affermazione: «Da lui ho cominciato a imparare a vivere da cristiano» acquista un senso preciso. Signifi­ca: «Ho imparato da lui a mettere la salvezza eterna al di sopra di tutto, a considerarla come l'unica cosa veramente importante».

Don Bosco tornerà a fare i giochi di prestigio, a correre in al­legria per i prati con i suoi ragazzi. Ma dirà loro mille volte: «Se salvi l'anima salvi tutto. Se perdi l'anima perdi tutto». E indiche­rà nella tranquillità della coscienza, nell'essere sempre pronto a presentarsi davanti al Giudice divino la radice della contentezza, della vera e profonda allegria.

Ai giovani che nel giorno del suo onomastico avevano cantato e recitato in suo onore (era il 24 giugno 1868) rivolse parole d'af­fetto, domandò di aiutarlo a fare del bene e concluse dicendo che «l'unico scopo dell'Oratorio è di salvare anime» (MB 9,295).

All'ex re di Napoli Francesco Il, esule a Roma, che l'invitò a Palazzo Farnese e gli domandò se poteva sperare di tornare sul trono, rispose: «Maestà, pensiamo ad acquistare il regno di Dio! (...)Le cose di questo mondo se si perdono oggi, domani si posso­no riacquistare. Ma perduta una volta l'anima, tutto è perduto e per sempre».

 

18. Don Cocchi, il prete insultato

 

 

Un prete ogni 137 abitanti

 

Il 5 giugno 1841 Giovanni Bosco è ordinato prete dall'arcive­scovo di Torino, Luigi Fransoni. Diventa «don Bosco». Un gio­vane prete che cerca la sua strada.

Non è un modo di dire. Secondo una statistica del 1838, a To­rino, su 117.072 abitanti, ci sono 851 preti: uno ogni 137 persone. Troppi. Diventare prete, in quel tempo, significa rischiare la di­soccupazione. La preoccupazione di tanti giovani preti è quella di cercare un posto, di iniziare una carriera. Tanti di questi preti ("ren­do le notizie dalle prediche di don Cafasso) non chiedevano nem­meno il permesso di confessare e di predicare. Diventavano «pre­ti di famiglia» (una specie di decoro delle famiglie cristiane bene­stanti) o insegnanti, o impiegati comunali. Molti (ed era di questi che si lamentava don Cafasso) si davano alla politica e alla vita dei caffè, tra bicchierini e pettegolezzi.

Don Bosco, diventato prete, che farà? Vuol dedicarsi ai gio­vani poveri e abbandonati, ma essi non sono lì sulla porta ad aspet­tarlo. Come capita in quel tempo, alla sfornata di un prete bravo e povero, gli amici si danno da fare per trovargli «un buon po­sto». Una famiglia di nobili genovesi lo chiede come istitutore e offre uno stipendio di L.1000 annuali. A Morialdo lo vogliono cappellano: il signor Spirito Sartoris ha legato alla cappellania una rendita annua di L.800. (È forse interessante fare un confronto con gli stipendi correnti in quegli anni. A Carmagnola, grosso paese vicino a Torino, un professore di grammatica ha un reddito an­nuo di L.640. Nel 1845, a Torino, un filatore o un tessitore di cotone guadagna L.188 l'anno, un tintore raggiunge L.322, un muratore L.500. Nel 1850 gli impiegati «applicati» - i meno re­tribuiti - avranno a Torino uno stipendio oscillante tra le 500 e le 2400 lire).

Gli interventi a favore di don Bosco sono caratterizzati dalla preoccupazione di procurargli un dignitoso stipendio, che deve ri­compensare i disagi affrontati da lui e dalla famiglia. Solo mam­ma Margherita, la donna che ha sempre spaccato in due il centesi­mo per mettere insieme il pranzo con la cena, gli dice parole dure: «Se per sventura diventerai ricco, non metterò mai più piede a ca­sa tua» (MB 1,296). Questa vera cristiana capisce che se il suo Gio­vanni sfrutterà il posto di prete per diventare ricco, sarà un fallito.

Per troncare ogni tentennamento, don Bosco va a Torino da don Cafasso, e gli domanda: «Cosa devo fare?». Quel pretino che ha appena quattro anni più di lui gli risponde: «Lasciate tutto. Venite qui al Convitto a imparare a fare il prete».

Nemmeno questo è un modo di dire. Chi esce dal seminario difficilmente sa fare il prete per quel tempo nuovo e difficile che sta cominciando.

Torino è una città che sta scoppiando: quartieri nuovi, gente nuova, problemi nuovi.

È in arrivo il Risorgimento, con le guerre d'Indipendenza, ma soprattutto è in arrivo la «rivoluzione industriale», rotolata giù lentamente dall'Inghilterra e dalla Francia.

 

Il tempo del capitale e dei proletari

 

Occorre spendere qualche parola su questa rivoluzione, «uno dei più grandi e radicali cambiamenti che si sono verificati nella storia umana» (C. M. Cipolla).

Alla fine del 1700 cominciò ad esistere la fabbrica.

Prima la gente coltivava i campi, faceva il commerciante, eser­citava un mestiere artigiano (fabbricava scarpe, tesseva stoffe...). Nell'Inghilterra del 1700 la tessitura della lana era un'attività molto diffusa tra gli artigiani; molte famiglie avevano in casa un filatoio o una macchina per tessere, e vi lavorava tutta la famiglia.

Nel 1769, a Glasgow, James Watt brevetta la «macchina a va­pore». Un avvenimento che li per li sembra di scarsa importanza e che invece rivoluzionerà il mondo. Una sola macchina di Watt (potenza 100 cavalli vapore) sviluppa una forza pari a quella di 880 uomini. Una filanda, adottandola, può mettere in azione con­temporaneamente 50 mila fusi, e produrre tanto filo quanto ne avrebbero prodotto 200 mila uomini. Per badare a 50 mila fusi bastano 750 lavoratori.

La produzione così facilitata abbassa di colpo il prezzo dei fi­lati, e ne sviluppa enormemente il mercato.

Contemporaneamente c e un enorme incremento nella utiliz­zazione del ferro (per la fabbricazione delle macchine e il traspor­to delle merci su ferrovia) e nella estrazione del carbon fossile (che permette il funzionamento delle macchine a vapore e la lavorazio­ne del ferro).

Questo insieme di avvenimenti mette in crisi gli artigiani, che si trovano di colpo senza lavoro. Una valanga di gente si rovescia dalle campagne verso la città. Nascono le fabbriche, cioè grandi capannoni sotto cui sono piazzate le macchine che i lavoratori de­vono accudire. Non sono più i lavoratori ad avere nella loro casa la macchina da lavoro, sono le macchine a radunare nelle proprie «case» i lavoratori. E questi finiscono per portare le proprie fa­miglie attorno alla fabbrica, per essere vicini al posto di lavoro.

La nascita e lo sviluppo delle fabbriche viene chiamata «rivo­luzione industriale».

Essa portò alla gente, a lungo andare, un progresso materiale enorme: macchine, strade, viaggi, comodità... Ma nei primi 150 anni questo benessere fu pagato dai lavoratori ad un prezzo disu­mano, sanguinante.

Nelle città incominciò a formarsi una classe nuova, quella de­gli operai o dei proletari, così chiamati perché non possedevano più niente (né campi, né casa, né macchine) eccetto due cose: le proprie braccia e i propri figli (chiamati prole). Questi figli, anche piccolissimi, erano portati in fabbrica dal padre e dalla madre, e dovevano «rendere» lavorando come potevano, poiché la fami­glia non aveva altri mezzi per campare.

Sfruttati più delle bestie (la giornata lavorativa può arrivare a 18 ore), i proletari capiscono che devono unirsi, per trattare coi padroni da pari a pari. Ma i padroni (in base a una dottrina eco­nomica chiamata «liberismo») ottengono dai governi la proibi­zione delle «unioni operaie», e ottengono che venga considerato un delitto lo «sciopero». L'affermazione principale dei liberisti è questa: «Negli affari, lo Stato non deve entrarci». È un'ipocri­sia grande come una montagna, è la legge della giungla. Il padro­ne, ricchissimo, può permettersi di chiudere la fabbrica e di condannare così a morte i suoi lavoratori. I lavoratori, per non mori­re di fame, sono costretti ad accettare anche le paghe più avvilen­ti. Se poi si uniscono per difendere i loro diritti, o dichiarano lo sciopero, lo Stato (che non dovrebbe entrarci, secondo i liberisti) deve intervenire proibendo le unioni operaie e sparando sugli scio­peranti.

Il 16 agosto 1819, 60 mila lavoratori invadono le vie di Man­chester per protestare contro la vita impossibile. La polizia li di­sperde facendo fuoco sui dimostranti.

Nel novembre del 1831 i lavoratori della seta di Lione, in Fran­cia, si sollevano contro le 18 ore di lavoro giornaliere. Marciano per le strade gridando: «Vivere lavorando o morire combatten­do». Sono dispersi a cannonate: 800 uccisi.

Solo tra il 1866 e il 1906 i governi europei riconosceranno il diritto degli operai ad unirsi in «associazioni» (= sindacati). Ne­gli stessi anni, in molti Paesi, lo sciopero cesserà di essere conside­rato un delitto. A Milano, ancora nel 1898, uno sciopero generale verrà stroncato con i cannoni: 80 morti e 300 feriti.

 

Fabbriche di armi in riva alla Dora

 

A Torino la rivoluzione industriale arriva negli stessi anni in cui arriva don Bosco. Nascono le prime fabbriche, notevoli quelle di armi e di divise militari in riva alla Dora. Con lo sviluppo delle fabbriche (e dei cantieri edilizi) lo sviluppo della popolazione è ra­pidissimo.

Nei quartieri di periferia che si allargano a vista d'occhio, ven­gono ad abitare settemila nuove famiglie. Sono famiglie misere, venute dalla campagna e dalle valli montane a «cercare fortuna»; ragazzi e adulti malnutriti, sudici, malvestiti, in pessime condizio­ni igieniche. All'interno della città non sono graditi se non per la­vori provvisori. La «fortuna» cercata è sovente una vita di stenti e un'elevata mortalità.

La periferia nord (specialmente Borgo Dora, accanto a Val­docco e al Martinetto) intorno al 1850 raddoppia la popolazione e la miseria. Diventa la «cintura nera» dove scoppia regolarmen­te il colera ogni due o tre anni. Il 4OWo di questa gente è analfabe­ta. E questo non vuol dire che non è capace di leggere i Promessi

sposi, ma che non è in grado di leggere un contratto di lavoro, di controllare i conti del padrone e del panettiere, di capire i pro­pri diritti e difendersi da condizioni disumane.

 

La «fabbrica dei preti nuovi»

 

Il Convitto per giovani preti è stato fondato presso la chiesa di S. Francesco d'Assisi. Prepara sacerdoti degni e pronti ai tempi nuovi per la diocesi di Torino. Non pronti alle novità politiche, ma alla formazione cristiana della gente che sta piovendo in città.

Don Bosco arriva al Convitto nei primi giorni del novembre 1841.

In quei mesi la città, e specialmente i nuovi preti, parlano di don Giovanni Cocchi. È’ un prete popolano. Come capita a tutti quelli che tracciano strade nuove, è segno di contraddizione: di lui si dice tutto il bene e tutto il male possibile.

 

Il ragazzino di Druent

 

Nato due anni prima di don Bosco a Druent, un paesino della cintura torinese, Giovanni Cocchi aveva accompagnato da ragaz­zetto sua mamma che veniva a far la serva in città. Abitavano in una casa poverissima nella zona dell'Annunziata, vicino al Po.

Una sera che non avevano pane, Giovanni andò a domandare l'elemosina al parroco. Il prete fu così colpito dalla sua intelligen­za e bontà, che lo mise a studiare.

Giovanni Cocchi diventa prete nel 1836. Suo padre è già mor­to. Sua madre, consumata dalla fatica, muore l'anno dopo. Nes­suno riuscirà mai a cancellare dalla mente e dal cuore di don Coc­chi i poveri.

Comincia come viceparroco all'Annunziata e normalmente tor­na a casa tardi, senza calze e senza camicia, perché le ha date a gente miserabile. Anche l'orologio passa molte volte dalle sue mani a quelle dei bisognosi. Una sera il suo parroco, don Fantini, preoc­cupato della «dignità sacerdotale» del suo giovane viceparroco, gli domanda seccamente l'ora. Don Cocchi rimane mortificato a capo chino. «Anche questa volta l'hai dato via! Quando ti cor­reggerai di questa tua mania?». Forse chi deve correggersi è chi sta parlando, ma don Cocchi non osa certo dirlo.

Vedendo che molti vecchi muoiono soli nelle soffitte, don Coc­chi apre un ospedaletto in Borgo Vanchiglia. Èsubito affollato. Ma il prete di Druent (e sarà sempre così) non sa organizzare la beneficenza. È’ un impulsivo che davanti alla miseria dà tutto e crede che tutti debbano fare come lui. Non riesce a capire l'egoi­smo della gente, non lo capirà mai. Per questo comincerà molte opere di bene confidando nell'aiuto di tutti. Ma l'aiuto non verrà, e dovrà mestamente chiuderle.

Dopo poco tempo, l'ospedaletto chiude. Intanto però don Coc­chi ha scoperto un'altra miseria: le fanciulle orfane e abbandona­te, e cerca di radunarle. È’ facile dir male di un prete giovane che raduna fanciulle abbandonate, e le male lingue si mettono d'im­pegno. Don Cocchi ne è così irritato che decide di partire missio­nario per l'America. Ma a Roma, dove è arrivato nel 1839, cam­bia parere. Vede un oratorio per ragazzi presso la Bocca della Ve­rità, si domanda perché a Torino non ci sia niente di simile, e tor­na nella sua città.

Ci sono «poveri e derelitti fanciulli che gironzolano scioperati e senza istruzione alcuna per le vie e per le piazze». C'è special­mente la zona malfamata del Moschino. Le case del Moschino so­no umide, sporche, anguste, prive di ogni misura igienica. Ogni malattia contagiosa trova tra quelle case uno sviluppo spavento­so. «È difficile dire del Moschino tutto il male che si merita - scrive A. Viriglio -. Agglomerato più di covili di belve che di abi­tazioni umane, ricetto a banditi della peggiore specie, nido di una "coca" temuta, pericoloso di giorno e inaccessibile di notte persi­no alla polizia, che vi penetra di rado e solo con formidabili ar­mamenti» (cf ST 3,71).

Dentro il Moschino, nel 1840, presso un'osteria, don Cocchi fonda il primo oratorio torinese. Non osa chiamarlo «oratorio» (nome troppo clericale). Lo chiama in piemontese «i saut» (= i sal­ti). Messa e catechismo in parrocchia, poi, presso l'osteria, teatri­no, ginnastica e specialmente le gare di salto, che tanto entusia­smano i ragazzi.

L'anno dopo (1841, lo stesso in cui don Bosco è ordinato pre­te) don Cocchi trasporta l'oratorio in Borgo Vanchiglia, sotto una tettoia messagli a disposizione da un avvocato. Nel cortile rustico tira su una cappella che serve anche da teatrino. Lo chiama «Ora­torio dell'Angelo Custode», e durerà fino al 1849.

 

Il futuro di don Cocchi

 

Negli anni seguenti, continuando la sua attività vulcanica, don Cocchi ne indovinò molte, qualcuna la sbagliò. Lo sbaglio più gros­so lo fece conducendo i più grandi del suo oratorio a partecipare alla battaglia di Novara. Credeva così di schierarsi «col popolo». Ma il popolo vero (quello che non gridava nelle piazze e guardava la guerra come un castigo di Dio) vide con indignazione quel prete portare in battaglia ragazzi giovanissimi, e lo coprì di villanie quan­do tornò con le squadre alla rinfusa, affamate e impolverate (era­no arrivati a battaglia finita, e nessuno gli aveva dato da mangiare).

La indovinò quando, senza perdersi di coraggio, in quello stesso 1849 lanciò l'idea di un istituto per gli Artigianelli. I denari non arrivarono, ma arrivarono ragazzi orfani e abbandonati. I primi tre dormirono con lui nell'oratorio, poiché non aveva posto dove metterli.

Nel 1852 don Cocchi è tormentato da un'idea nuova. Non tut­ti i ragazzi sbandati sono adatti alla vita delle fabbriche e della cit­tà. Molti muoiono giovanissimi. Finisce per affidare l'istituto de­gli Artigianelli ad altri preti (don Tasca e don Berizzi). Lui va a fondare una colonia agricola a Moncucco, nella più isolata cam­pagna. In quella colonia non riceve solo ragazzi sbandati che gli mandano i suoi amici preti di Torino, ma anche quelli che gli man­dano dal correzionale «La Generala», o che gli porta la Questu­ra. Con quei ragazzi la vita è durissima. Don Cocchi fa per anni il contadino, il viticultore, il tracciatore di strade, il papà di quei ragazzi che a volte gli scappano via per la campagna. Lotterà con­tro l'ingratitudine, i debiti, le grandinate. La colonia comincerà a decadere nel 1868, chiuderà nel 1877 (don Bosco avrà già spedi­to i suoi missionari in America).

Don Cocchi finirà la sua lunga e cristianissima vita nell'istitu­to degli Artigianelli diretto da Leonardo Murialdo, considerato da tutti come «il nonno».

 

Uguale e diverso dal prete di Druent

 

Don Bosco, appena arrivato a Torino, ascoltò con interesse le vicende di don Cocchi. Erano della stessa razza. Anche per lui era intollerabile che centinaia di ragazzi vivessero allo sbando nelle piaz­ze e nelle soffitte. La «dignità sacerdotale» lo spingeva ad andarli a cercare. (Il Vangelo raccontava che il «buon samaritano» non aveva aspettato la vittima dei banditi in canonica). Ma don Bosco era un contadino. La campagna gli aveva insegnato a moderare gli slanci, a misurare il passo prima di farlo, ad agire con astuzia e prudenza. Conosceva la povertà della campagna, ma non sape­va ancora niente della miseria delle periferie. Voleva conoscere la situazione prima di buttarsi. Don Cafasso (contadino anche lui) gli disse: «Andate. Guardatevi intorno».

E lui andò.

 

19. L'agonia dei piccoli lavoratori

 

 

«Aspettiamo qualcuno che ci prenda a lavorare»

 

«Fin dalle prime domeniche (don Bosco) andò per la città, per farsi un'idea della condizione morale in cui si trovava la gioven­tù» - scrive Michele Rua, uno dei primi ragazzi di don Bosco -. Vide «un gran numero di giovani d'ogni età, che andavano va­gando per le vie e per le piazze, specialmente nei dintorni della città, giuocando, rissando, bestemmiando e facendo anche di peggio».

Un vero «mercato delle braccia giovani» lo trova sulla piazza del mercato generale di Porta Palazzo. Alla domenica il mercato è chiuso, e la piazza è affollata di commercianti, sensali, ragazzi in cerca di lavoro, che intanto si arrangiano facendo i merciaioli, venditori di zolfanelli, lustrascarpe. Dalle statistiche del Mellano possiamo farci un'idea del loro numero: «(...) senza professione poveri (maschi) 885; (...) lavoratori alla giornata senza mestiere determinato 1222» (ST 1,104). Un ragazzo che visse accanto a lo­ro ci descrive la loro condizione: «Scapigliati, senza scarpe, cen­ciosi, sporchi ».

«Che cosa aspettate?», domanda don Bosco. «Qualcuno che ci prenda a lavorare, in cantiere, a bottega o in officina». Alcuni sono in cerca del primo lavoro, altri hanno già provato, ma sono stati scartati perché non sufficientemente forti per sopportare i ritmi di produzione.

Sono come lui, quando andò a bussare alla cascina Moglia con un fagotto sotto il braccio. Ma non avranno mucche da strigliare o prati verdi da percorrere. Il lavoro di città darà loro mezza lira al giorno (circa 2000 lire del 1986) e li trasformerà in muratori sfi­niti nei cantieri o in piccoli sepolti vivi nelle manifatture o nelle officine.

 

I ragazzi dei cantieri

 

Rasentando le case in costruzione (ce ne sono moltissime in que­sto tempo) nei giorni di lavoro, don Bosco vede «fanciulli dagli 8 ai 12 anni servire i muratori, passare le loro giornate su e giù per i ponti malsicuri, al sole, al vento, alla pioggia; salire le ripide scale a piuoli carichi di calce, di mattoni e di altri pesi, senza altro aiuto educativo, fuorché villani rabbuffi o scapaccioni» (MB 2, 57-8).

La giornata lavorativa andava dalla primissima alba alla not­te. Il vitto «al mezzogiorno consisteva di polenta cucinata da qual­che muratore, il quale poteva assentarsi prima degli altri dal lavo­ro, per la sua occupazione speciale all'impasto o alla estinzione della calce. Il companatico era rappresentato abitualmente da un pezzo di formaggio o dalla ricotta. Alla sera mangiavano una mi­nestra di pasta, riso o verdura; talvolta prendevano qualche po' d'insalata. Il vino, riservato per i giorni festivi, lo si beveva di so­lito all'osteria» (ST 3,205).

Molti giovani muratori non avevano una famiglia o dei paren­ti che li aspettassero alla sera. Erano immigrati stagionali. «Convivevano a decine, e sui magri salari dividevano le spese dell'affit­to e della polenta in comune. Il primo che arrivava dal lavoro ac­cendeva il fuoco e appendeva il paiuolo con l'acqua. Il poco com­panatico arrivava da casa ogni quindici giorni, a mezzo del con­ducente che portava la sacca del pan nero e degli indumenti puliti e ritirava la sacca della biancheria sporca» (Buscaglia in ST 3,163).

 

I piccoli operai

 

Quelli che trovavano lavoro nelle officine e nelle manifatture iniziavano (secondo la tragica espressione di Bertrand Russeli) l'a­gonia dei ragazzi torturati.

In Piemonte «i padroni, per ridurre i salari, assumevano al po­sto dell'operaio adulto, la donna e il fanciullo. Si ebbe così una nuova figura nel campo del lavoro: il fanciullo operaio ad otto anni. Scandalosi erano i modi di reclutamento e inumani i metodi di lavoro. I fanciulli, i giovani operai, erano impiegati come degli adulti per 13 o 14 ore al giorno e per sette giorni alla settimana. La tenera età, i locali insalubri, antigienici, il lavoro sfibrante e monotono, l'orario estenuante, crescevano torme di fanciulli se­minutriti, anemici, quasi inebetiti di sonno e di stanchezza, ama­reggiati e ribelli ».

E non erano poche decine. Nel 1844, in Piemonte, «si conta­vano 7184 fanciulli impiegati nelle fabbriche di seta, di lana e di cotone, al di sotto dei 10 anni ».

Don Bosco, nel suo Oratorio, accoglierà piccoli muratori, spaz­zacamini, giovani artigiani e apprendisti. Vedrà pochi ragazzi ope­rai. Essi vivevano e morivano nell'officina o nella filanda, sepol­ti «per 13 o 14 ore al giorno e per sette giorni alla settimana». Erano gli infelici fratelli dei piccoli lavoratori sfruttati in quel tempo nel Lombardo-Veneto, in Francia, in Belgio, in Germania, in In­ghilterra. Il grande capitale che avrebbe donato benessere e cultu­ra all'Europa si stava costruendo con il sangue dei ragazzini.

Nell'Inghilterra (che aveva dato al resto del mondo i modelli della fabbrica, delle leggi, dell'organizzazione del lavoro) gli or­rori erano tali che per molti anni si cercò di non parlarne. Eppure per capire questo tempo, scrive Russel, «qualcosa ne va detto».

 

Il terrore con i bambini

 

«Molti fanciulli (in Inghilterra, nei primi decenni del 1800) fu­rono costretti a cominciare a guadagnarsi di che vivere all'età di sei o sette anni, e talvolta anche prima.

Entravano dai cancelli della filanda alle cinque o alle sei di mat­tina, e ne uscivano (al più presto) alle sette o alle otto di sera, com­preso il sabato. Tutto questo tempo restavano rinchiusi (...) L'u­nica sosta durante questa reclusione di 14 o 15 ore era costituita dalle ore dei pasti, al massimo mezz'ora per la colazione e una per il pranzo. Ma ore regolari per i pasti erano un privilegio degli adulti soltanto: per i ragazzi, per tre o quattro giorni alla settimana si­gnificavano unicamente un mutamento di lavoro: anziché badare a una macchina in azione, pulivano una macchina ferma, sboc­concellando e trangugiando il loro pasto come meglio potevano in mezzo alla polvere e alla lanugine. I bambini perdevano presto ogni gusto per i pasti mangiati nella fabbrica. La lanugine soffo­cava i loro polmoni.(...) Un fanciullo nel seguire la macchina per filare (1percorreva) almeno la distanza di venti miglia (=32 chilo­metri) in dodici ore. Vi erano, è vero, brevi intervalli di riposo, ma nessun sedile su cui sedersi, essendo questo contrario alle re­gole.(...) Nei momenti di gran lavoro, le ore erano elastiche e talvolta si allungavano a un punto quasi incredibile. Il lavoro dalle tre del mattino alle dieci di sera non era sconosciuto; nella filanda del signor Varley, per tutta l'estate, si lavorava dalle 3,30 di mat­tino alle 9,30 di sera. Nella filanda, chiamata a ragione «baia d'in­ferno», per due mesi alla volta, non solo lavoravano regolarmen­te dalle 5 del mattino alle 9 di sera, ma per due notti alla settima­na lavoravano ugualmente tutta la notte. I datori di lavoro più uma­ni si contentavano quando erano occupati per un periodo di sedici ore (dalle 5 antimeridiane alle 9 di sera).

Era materialmente impossibile mantenere intatto un tale siste­ma, eccetto che con la forza del terrore. (...) Le punizioni per il ritardo la mattina dovevano essere così crudeli da vincere la tenta­zione, nei fanciulli stanchi, di restare a letto più di tre o quattro ore. Un testimonio davanti alla Commissione Sadler aveva cono­sciuto un bambino il quale era giunto a casa, una notte, alle undi­ci, si era alzato la mattina dopo alle due terrorizzato ed era corso zoppicando al cancello della filanda. In alcune filande a malape­na un'ora in tutta la giornata passava senza rumore di battiture e grida di dolore. (...) Nel pomeriggio lo sforzo diventava così se­vero che il pesante bastone di ferro, conosciuto sotto il nome di billy-roller, era continuamente in attività e, anche allora, non era raro il caso che un fanciullo più piccolo, nell'assopirsi, rotolasse dentro la macchina accanto a lui, da rimanere storpiato per tutta la vita o, se era più fortunato, da trovare una quiete definitiva, più lunga del sonno mancato.(...) Coll'avanzare della sera il do­lore, la stanchezza e la tensione mentale diventavano insopporta­bili. I ragazzi imploravano chiunque andasse loro vicino di dire quante ore avevano ancora davanti a sé. Un testimonio disse alla Commissione di Sadler che suo figlio, un fanciullo di sei anni, gli diceva: "Babbo, che ora è?". "Gli ho detto che erano circa le set­te". "Oh! ancora due ore alle nove? Non ce la faccio più!" ».

 

La bambina che non cantava nel buio

 

«I ragazzi non soffrivano soltanto nelle filande del cotone; ma erano sottoposti a condizioni altrettanto orribili nelle miniere. Vi erano, per esempio, i trappers, generalmente dai cinque agli otto anni, i quali per dodici ore sedevano in una piccola buca, fatta di fianco alla porta, tenendo in mano una cordicella, di regola sta­vano al buio, ma qualche volta un minatore di buon cuore dava loro un pezzo di candela. Una bambina di otto anni - secondo la relazione della Commissione per l'assunzione dei fanciulli nel 1842 - disse: «Io devo stare alla trappola senza luce e ho paura. Entro alle quattro e qualche volta alle tre e mezzo la mattina, ed esco alle cinque e mezzo (del pomeriggio). Non vado mai a dormi­re. Qualche volta canto, quando c'è luce, ma non al buio: allora ho paura di cantare».

 

La risposta degli scienziati

 

Alcuni vescovi cattolici (insieme agli anarchici, ai socialisti «uto­pici» e presto ai marxisti) alzarono la voce contro questa situazio­ne tragica. Ketteler (1811-77), vescovo tedesco di Magonza, si bat­teva per le associazioni cattoliche degli operai, perché uniti potes­sero difendere i loro diritti. Proponeva leggi che limitassero il «fer­reo diritto alla proprietà privata», facessero uscire dalle fabbri­che donne e bambini. Rendu, vescovo di Annecy, dove sorgeva il più grande cotonificio dello Stato savoiardo-piemontese, in un memoriale a Carlo Alberto nel 1845 gli descriveva le condizioni disumane degli operai, e chiedeva «una legge che possa introdur­re la giustizia». Due anni dopo, nel 1847, il vescovo di Pinerolo, Charvaz (che era stato l'istitutore del principe ereditario Vittorio Emanuele) in una lettera pubblica denunciava «la nuova specie di schiavitù» instaurata dall'industria per la «sete di arricchirsi nel minor tempo, con ogni mezzo e minori spese», con la conseguen­za di «aver cambiato l'uomo in bestia ».

Ma gli industriali piemontesi, riuniti nel Congresso degli scien­ziati italiani (1844), avevano già risposto che il lavoro infantile nelle

officine e nelle fabbriche era necessario: solo così si poteva regge­re la concorrenza dei prodotti stranieri. Quegli uomini colti, che si definivano «umanitari, filantropi, scienziati», e che oggi sono considerati tra i benefattori della nostra patria, avevano rinfor­zato il loro ragionamento con una raffinata inimagine poetica:

«Non si può troncare l'albero e perderne il frutto per non avere l'ombra ».

La durata media della vita di un operaio, tra il 1830 e il 1840, era di 17-19 anni. L'ombra era pesante.

 

20. Muri neri e facce nere

 

 

Otto anni, professione spazzacamino

 

In piazza San Carlo, dove da tre anni dominava il monumen­to a Emanuele Filiberto (chiamato dai torinesi '1 caval 'd bruns), davanti al Duomo e in piazza Susina (ora Savoia), don Bosco in­contrò le facce nere dei piccoli spazzacamini. Avevano lì le loro tre «stazioni», e alla domenica si ritrovavano per scaldarsi al sole e per parlare dei loro paesi lontani.

Quelli di 7-8 anni (erano la maggioranza) si esprimevano solo in patois, il dialetto delle loro valli. Ma i ragazzotti, che tornava­no a Torino da alcuni anni, sapevano ormai parlare il piemontese.

Conversando con loro (gli spazzacamini avevano molto rispetto per i preti) venne a conoscere la loro storia. Disse: «Quanti buoni giovani ho trovato fra gli spazzacamini. Era nera la loro faccia, ma tante volte quanto bella era la loro anima» (MB 3,173).

Chiamavano il Piemonte gran-dzou, grande pane. Quando nelle valli d'Aosta, della Savoia, del Canton Ticino cominciava la brut­ta stagione, il pane si faceva scarso. Allora i genitori accompa­gnavano i figli dal couèitse, l'adulto capo-spazzacamini, scelto per la sua onestà e la sua esperienza. Egli li avrebbe accompagnati, su carri tirati da muli, in Francia, in Svizzera o in Piemonte. Nei paesi e nelle città i camini avrebbero presto cominciato a riscalda­re le case, e perché il tiraggio fosse buono occorreva liberarli dalla fuliggine accumulata nell'anno trascorso. In cambio di quel lavo­ro, gli spazzacamini avrebbero ricevuto un gran-dzou, un grande pane.

Dopo sei-sette mesi di lavoro il couèitse avrebbe ricondotto a casa i ragazzi consegnando per ognuno ai genitori lo stipendio di 25-30 lire (120 mila circa del 1986).

Durante il lavoro, il capo-spazzacamini si impegnava a procu­rare due libbre (780 grammi) di pane ogni giorno a ciascuno dei ragazzi. Minestra e carne dovevano elemosinarle nelle case dove raschiavano i camini.

La mamma consegnava a ogni figlio che partiva tre camicie di tela grossolana e un berretto (l'avrebbero calcato in testa salen­do nei camini, per ripararsi dalla fuliggine). E faceva tre racco­mandazioni al couèitse: di fargli dire una piccola preghiera al mat­tino e alla sera, di non lasciargli prendere il vizio di fumare, e di stare attento che non finisse sotto le carrozze (po se fée écrasé i bou).

Ogni capo-spazzacamini aveva la sua zona o «stazione», sud­divisa in quartieri. Ogni quartiere era servito da un cap-gaillo, un giovanotto di 15-18 anni, troppo sviluppato ormai per arrampi­carsi per la cappa dei camini. Egli sorvegliava una squadra di pic­coli spazzacamini (gaillo) di 7-10 anni. Durante il lavoro lucidava gli arnesi del focolare, raccoglieva la fuliggine (che avrebbero rivenduto come fertilizzante) e dopo il lavoro esigeva la paga pattuita.

 

Il grido ripetuto tre volte

 

Il gaillo, lo spazzacamino piccolo e esile, doveva compiere il lavoro più duro. S'arrampicava all'interno dei camini servendosi delle mani, dei gomiti, dei ginocchi e dei piedi. Nei camini più lar­ghi si appoggiava alle pietre sporgenti. Salendo, con una piccola raspa (la rhllia) scrostava la fuliggine raggrumata sulle pareti.

Quando il piccolo arrivava alla sommità del camino, gridava per tre volte «spaciafournel». Era la sua maniera di avvertire il cap-gaillo che aveva finito il lavoro. Allora poteva ridiscendere per la stessa via.

Durante una giornata di lavoro, un piccolo spazzacamino ar­rivava a pulire anche quindici camini.

Chiamavano la fuliggine che cadeva (e che impregnava gli abi­ti e la faccia) con la stessa parola con cui chiamavano la neve, beuil­burne.

Il capo-spazzacamini (che durante il lavoro delle squadre fa­ceva il venditore ambulante) affittava uno stanzone o una soffit­ta, dove gli spazzacamini dormivano sulla paglia e passavano i gior­ni quando veniva la febbre. Perché quel lavoro intasava i polmoni dei piccoli, e portava bronchiti, polmoniti, tubercolosi. Anche gli incidenti (quando un piccolino precipitava giù dalla cappa) pote­vano essere gravi. Ogni anno bisognava mettere in conto la morte di qualcuno. (Un gruppo di 24 spazzacamini valdostani, uno dei pochissimi su cui si può tentare una statistica, perse in pochi anni 9 componenti).

I piccoli spazzacamini si muovevano raramente da soli in cit­tà. Essendo giovanissimi e mingherlini, correvano il rischio di es­sere pestati e derubati dagli altri ragazzi lavoratori.

Dal giorno del suo primo incontro, don Bosco ebbe un'atten­zione speciale per loro. «Scendevano innocenti dalle loro monta­gne senza alcuna malizia del mondo. Perciò non solo avevano bi­sogno di istruzione religiosa, ma era necessario preservarli da scel­lerati compagni» (MB 3,173).

(Sulla figura dello spazzacamino don Bosco scriverà una com­media, e la farà recitare molte volte dai suoi ragazzi. La pubbli­cherà, ridotta a un atto unico, nel 1866. In essa insisterà sulla bontà degli spazzacamini, e sulla malvagità di chi ruba loro i sudati ri­sparmi).

 

Nelle carceri: adulti, ragazzi e pidocchi

 

A questo punto, don Bosco conosce i ragazzi che a Torino lot­tano per vivere: giovani muratori, piccoli operai e apprendisti, spaz­zacamini, ragazzi in cerca di lavoro. Non conosce ancora quelli che, in questa lotta per la vita, hanno già fallito: i ragazzi carcerati.

Sulle colline dov'è cresciuto, se un ragazzo rubava in una vi­gna, lo sgridavano, gli davano magari un paio di scapaccioni. In città lo portano in prigione, dove adulti e giovani saranno mesco­lati fino al 1845.

Carlo Alberto è cosciente che questo sistema è disastroso. A Cesare Balbo, incaricato di migliorarlo, scrive: «Le comunicazio­ni che essi (colpevoli e innocenti) hanno tra loro, accelerano i pro­gressi di corruzione. (...) Questa contagione morale è talmente ac­certata che generalmente si crede all'impossibilità di colui che en­tra innocente in prigione non ne sorta pervertito» (PINTO, 212).

Don Cafasso è uno dei cappellani delle carceri. Perché don Bo­sco capisca fino in fondo la realtà dei giovani, un giorno che parte per le prigioni lo invita ad accompagnarlo.

Entrano nelle carceri vicine al Senato. Don Bosco è turbato profondamente dai corridoi oscuri, le mura umide, l'aspetto tri­ste e squallido dei detenuti ammucchiati in stanzoni. Prova ribrezzo e anche la sensazione di soffocare. C'è un gran numero di «giova­netti dai 12 ai 18 anni, tutti sani, robusti, d'ingegno sveglio. Ve­derli là inoperosi, rosicchiati dagli insetti, stentare di pane spiri­tuale e materiale, fu cosa che mi fece inorridire» (Memorie, p. 102).

Torna altre volte con don Cafasso e anche da solo. Cerca di parlare con loro non solo facendo l'obbligatoria «scuola di cate­chismo» che viene vigilata dalle guardie, ma a tu per tu. All'inizio le reazioni sono aspre. Deve mandare giù insulti pesanti. Ma a po­co a poco qualcuno si mostra meno diffidente, parla da amico ad amico.

Don Bosco viene così a conoscere le loro povere storie, il loro avvilimento, la rabbia che a volte li rende feroci. Il «delitto» più comune è che hanno rubato. Per fame, per desiderio di qualcosa oltre il sostentamento scarso, e anche perché appartengono a «coc­che» manovrate da adulti e da giovanotti che li mandano a rubare e poi si appropriano della refurtiva.

Si informa delle loro condizioni. Sono nutriti a pane nero e acqua. Devono obbedire ai secondini che hanno paura, e perciò picchiano selvaggiamente al minimo pretesto. La cosa peggiore è che i carcerati adulti, a volte veri delinquenti, in quegli stanzoni diventano «maestri di vita».

Da quegli stanzoni, a volte, don Bosco non esce «solo». Il ba­rone Bianco di Barbania, che una sera l'ha invitato a cena, gli ve­de sulla spalla uno schifoso pidocchio. Si allontana di scatto: «Vo­glio dare da cena a lei, don Bosco, ma non ad altri! ».

Ma da quando ha visto quella situazione, nemmeno i pidocchi riescono più a preoccuparlo. Si fa amici uno ad uno quei ragazzi, e riesce a strappare loro una promessa: «Quando uscirete di qui, mi verrete a cercare alla chiesa di San Francesco. E io vi aiuterò a trovare un posto di lavoro onesto. Promesso?».

Aveva concluso che «molti erano arrestati perché si trovava­no abbandonati a se stessi». Pensava: «Questi ragazzi dovrebbe­ro trovare fuori un amico che si prende cura di loro, li assiste, li istruisce, li conduce in chiesa nei giorni di festa. Allora forse non tornerebbero a rovinarsi» (Memorie, 103).

Comunicò questo pensiero a don Cafasso, e chiese al Signore di indicargli come tradurlo in realtà, «perché sapevo che senza il suo aiuto ogni nostro sforzo è vano».

 

21. Il primo si chiama Bartolomeo

 

 

Le botte del sacrestano

 

Girando per le strade e le piazze, don Bosco si è fatto un grup­po di piccoli amici. È’ capitato e capiterà sempre così. Lo seguono dappertutto, quando va a far catechismo dai Fratelli delle Scuole Cristiane, quando raggiunge le carceri con le tasche piene di pa­gnotte e di nocciole. Stanno volentieri con iui, anche pochi minu­ti, perché sta ad ascoltarli, si interessa dei loro piccoli problemi, dice «bravo» e sorride quando gli raccontano i loro piccoli suc­cessi. È’ un amico.

Don Bosco vorrebbe radunarli in qualche luogo, rifare con lo­ro la «Società dell'Allegria», e magari qualcosa di più. Ma non ha ancora trovato questo «luogo».

Don Cafasso, durante le estati trascorse, faceva ogni domeni­ca catechismo ai garzoni muratori in una saletta vicino alla sacre­stia di S. Francesco d'Assisi. L'ultima estate non ce l'ha più fatta, per i molti impegni che riempivano le sue giornate. Don Bosco pensa che potrebbe riprendere lui quel catechismo, e radunare i ragazzi nella saletta. Ma aspettare l'estate è una faccenda lunga.

Ed ecco l'incidente che gli fa rompere gli indugi.

Mercoledì 8 dicembre è la festa della Madonna Immacolata (fe­sta di precetto). Don Bosco sta preparandosi a dire Messa quando sente tonfi e grida vicino alla porta della sacrestia. Guarda e vede il sacrestano Comotti che caccia fuori a bastonate un ragazzotto, un muratorino. Le botte che piovono su un ragazzo hanno sem­pre acceso il sangue di don Bosco. Anche se è vestito per la Messa si mette a gridare: «Comotti! Perché picchia quel ragazzo? Che male ha fatto?». Il sacrestano impreca contro tutti i ragazzi del­l'universo che vengono a disturbare la sua tranquillità, e magari a rubare. E finisce dicendo: «Ma a lei cosa importa?». E don Bo­sco indignato: «Mi importa perché è un mio amico. Lo chiami su­bito. Ho bisogno di parlargli».

Walter Nigg, con un pizzico di poesia, scrive: «Don Bosco con quelle parole che gli erano venute spontanee alle labbra, aveva in­tonato la melodia della sua vita. La nuova tonalità che egli avreb­be dato all'educazione si chiamava amicizia. Voleva riconquistare la gioventù attraverso l'amicizia».

Intanto Comotti sudava le sue camicie per far tornare il ragaz­zo. «Quell'altro non si lasciava avvicinare, temendo di essere bat­tuto e non credeva guarì alle sue promesse che non gli avrebbe fatto nulla» (VBP, 93).

Quando don Bosco l'ebbe vicino, lo vide mortificato e tremante. Cercò di calmarlo. «Vieni ad ascoltare la Messa. Devo dirti una cosa che ti farà piacere». Don Bosco ammette che non intendeva fare nulla di speciale, solo cancellare la pessima impressione che il ragazzo doveva essersi fatto sui preti di quella chiesa. Fu proba­bilmente durante la Messa che gli balenò l'idea che quello poteva essere l'inizio di un centro per ragazzi in difficoltà, dove anche gli spazzacamini e gli ex carcerati avrebbero potuto venire a cer­carlo, avere un punto di riferimento.

 

Orfano e analfabeta

 

Il dialogo che si svolse dopo la Messa nella saletta accanto alla sacrestia, don Bosco l'ha conservato nelle sue Memorie. «Con la faccia allegra gli assicurai che più nessuno l'avrebbe picchiato, e gli parlai:

- Mio caro amico, come ti chiami?

- Bartolomeo Garelli.

- Di che paese sei?

- Di Asti.

- È’ vivo tuo papà?

- No, è morto.

- E tua mamma?

- Anche lei è morta.

- Quanti anni hai?

- Sedici.

- Sai leggere e scrivere?

- Non so niente.

- Hai fatto la prima Comunione?

- Non ancora.

- E ti sei già confessato?

- Sì, ma quando ero piccolo.

- E vai al catechismo?

- Non oso.

- Perché?

- Perché i ragazzi più piccoli sanno rispondere alle doman­de, e io che sono tanto grande non so niente.

- Se ti facessi un catechismo a parte, verresti ad ascoltarlo?

- Molto volentieri.

- Anche in questo posto?

- Purché non mi prendano a bastonate.

- Stai tranquillo, nessuno ti maltratterà. Anzi, ora sei mio amico, e ti rispetteranno. Quando vuoi che cominciamo il nostro catechismo?

- Quando lei vuole.

- Stasera?

- Va bene.

- Anche subito?

- Con piacere.

Mi alzai e feci il segno della santa Croce per cominciare. Mi accorsi però che Bartolomeo non lo faceva, non ricordava come doveva farlo. In quella prima lezione di catechismo gli insegnai a fare il segno della Croce, gli parlai di Dio creatore e del perché Dio ci ha creati» (Memorie, lOSs).

 

Il nocciolo dell'Oratorio

 

Quel dialogo sembra banale. Invece è un esame della realtà, un test molto accurato. Don Bosco si informa sulle tre agenzie (co­me oggi vengono chiamate) che dovrebbero operare in quel mo­mento alla formazione di quel sedicenne: famiglia, scuola, Chie­sa. E viene a sapere che i genitori non ci sono più, alla scuola non è mai andato, non ha fatto la prima Comunione e non sa nulla di catechismo. Una situazione disastrosa, che può essere facilmente la premessa di un fallimento nella vita.

E don Bosco in maniera semplice, rudimentale, cerca di rico­struire immediatamente per quel ragazzo i tre elementi fondamen­tali: con la sua amicizia gli fa ritrovare un poco di calore familia­re; proponendogli un poco di scuola cerca di ridare fiducia alla sua intelligenza, di fargli riscoprire la sua dignità: non tutta la vi­ta è fatta di calce e di mattoni; mettendo in questa scuoletta se stesso, prete, come insegnante, e il catechismo come oggetto di in­segnamento, fa tornare Bartolomeo alla Chiesa, la quale aveva ri­schiato di cacciarlo con il bastone di un sacrestano. Questo incon­tro è il nòcciolo che contiene già tutta l'originalità dell'Oratorio di don Bosco: un' amicizia che fa sentire in famiglia, una scuola che dà il senso della dignità, una chiesa che fa incontrare Dio e fa sentire la pace profonda di essere suoi figli.

Don Bosco raccontò diecine di volte questo dialogo ai suoi ra­gazzi e ai suoi Salesiani. E aggiungeva due battute che divennero celebri: «Sai cantare?» e «Sai zufolare?». Bartolomeo avrebbe risposto con un «no» alla prima e con un sorriso alla seconda do­manda. Don Lemoyne le registrò in MB 2,73. Ma esse nel mano­scritto di don Bosco non esistono.

(Quando nella mia trascrizione delle «Memorie» di don Bo­sco qualcuno notò la mancanza di queste due battute, fui accusa­to frettolosamente di «manipolazione». Un'accusa che una più precisa documentazione avrebbe potuto evitare).

Don Bosco terminò il primo incontro con Bartolomeo rega­landogli una medaglia della Madonna e facendosi promettere che sarebbe tornato domenica (quattro giorni dopo), e soggiunse: «Non venire solo. Conduci anche i tuoi amici. Avrò un piccolo regalo per te e per loro» (MB, 2,75).

 

22. I fratelli Buzzetti

 

 

Tre muratorini addormentati

 

La sera di quello stesso 8 dicembre, durante la predica dei Ve­spri, don Bosco incontrò Carlo Buzzetti. (Così almeno attesta Gio­vanni B. Francesia, che fu compagno d'oratorio di Carlo per molti anni). Stava dormendo con altri due muratorini presso un altare della chiesa. Don Bosco lo destò e sottovoce:

- Chi sei? Come ti chiami?

- Io sono Carlo Buzzetti, di Caronno-Ghiringhello (ora Ca­ronno Varesino) in Lombardia. Questi sono mio fratello e mio cu­gino.

- È da molto che siete a Torino?

- È il primo anno. Lavoriamo da muratori.

- Perché non ascolti la predica?

- Ci sono stato attento per un poco, e poi non intendendo nul­la mi sono messo a dormire, aspettando che sia terminata.

- Venite con me: d'ora innanzi ve la farò io (VBP, 94; MB 2,76).

In sacrestia don Bosco chiede altre notizie. Viene a sapere che i fratelli Buzzetti sono in tutto sette. I due maggiori sono venuti a Torino in comitiva a piedi, nel mese di marzo. Hanno cammina­to con altri paesani pratici del percorso, portando in spalla il far­dello dei loro poveri indumenti e dormendo presso qualche casci­nale di fortuna. Hanno lavorato nei cantieri per nove mesi. Ora, poiché arriva la stagione morta per i muratori, stanno per ripren­dere la strada verso il loro paese. Ritorneranno a Torino in pri­mavera con il loro terzo fratello, Giuseppe.

Don Bosco dice loro buone parole, li invita a tornare domeni­ca mattina, regala loro una medaglia.

Quattro giorni dopo, nella sacrestia, arriva Bartolomeo accom­pagnato da sei amici, arrivano i fratelli Buzzetti alla testa di una squadra di cugini e compaesani. «Fin dal principio - testimoniò un Salesiano della prima generazione - fu numeroso il gruppo dei giovani lombardi, gruppo che si fece sempre notare per un certo affiatamento, per quel carattere aperto e sincero, per quell'alle­gria un po' chiassosa, soprattutto per quella bonarietà che è ca­ratteristica della gente ambrosiana ».

Dopo la Messa e la colazione, don Bosco li raduna nella salet­ta, e fa loro il catechismo seguito da un bel racconto.

 

A cercare i ragazzi che lavorano

 

Comincia così la vita del primo Oratorio. Se c'è il sole escono nel cortiletto. Non hanno voglia di correre. Sono stanchi della lunga settimana di lavoro. Si siedono al sole. Don Bosco si siede con lo­ro e parlano delle loro famiglie lontane, del lavoro. Qualcuno si lamenta del padrone, delle ore di fatica che non finiscono mai. Raccontano gli incidenti che capitano quando sono troppo stan­chi, della cattiveria di qualche compagno di lavoro adulto. «Ver­rò a trovarvi durante la settimana, promette don Bosco, e cerche­remo di aggiustare ciò che non va».

Da quel momento trovare alcune ore per andare a cercare i suoi ragazzi che lavorano diventa un impegno quotidiano per don Bo­sco. Scrive: «Durante la settimana andavo a visitarli sul luogo del loro lavoro, nelle officine, nelle fabbriche. Questi incontri procu­ravano grande gioia ai miei ragazzi, che vedevano un amico pren­dersi cura di loro. Faceva piacere anche ai padroni, che prendeva­no volentieri alle loro dipendenze giovani assistiti lungo la setti­mana e nei giorni festivi.

«Ogni sabato tornavo nelle prigioni con la borsa piena di frutti, pagnotte, tabacco. Il mio scopo era di mantenere il contatto con i ragazzi che per disgrazia erano finiti là dentro; aiutarli, farmeli amici e invitarli a venire all'Oratorio appena fossero usciti da quel luogo triste» (Memorie, p. 109).

 

La pentola degli spazzacamini

 

Nei mesi seguenti arrivano anche gli spazzacamini, a squadre intere: non si muovono da soli. Siccome non parlano piemontese, finiscono per far gruppo a sé. Per far loro catechismo, per diver­tirli, negli anni che seguono si affiancano a don Bosco preti più giovani: don Carpano, don Ponte, don Trivero. Un addetto alle pulizie del Convitto ricorda che nel 1844 «vedevamo dalle fine­stre molti spazzacamini ricrearsi e fare un po' di merenda, ogni domenica e festa di precetto, nel piccolo cortile dell'istituto (...) pane bianco accompagnato qualche volta anche da una fetta di salame ».

Nel dicembre del 1847, diventando direttore del secondo ora­tono aperto da don Bosco a Porta Nuova, don Carpano vi radu­nerà gli spazzacamini della zona di piazza Susina. Michele Rua, suo successore, diventerà amico e confidente di tanti piccoli val­dostani.

Don Ponte, quando diventerà cappellano della Marchesa di Ba­rolo, aprirà per la terza volta (dopo don Cocchi e don Bosco) l'o­ratorio San Martino presso i Mulini Dora, e vi accoglierà gli spaz­zacamini della zona del Duomo. «I piccoli spazzacamini valdo­stani, dopo la Messa e il catechismo, venivano radunati intorno a una gran pentola e ricevevano una distribuzione di minestra». Il vecchio spazzacamino Evariste Pariset ricordava con venerazione «l'abbé Pierre Ponte», che alla fine della stagione di lavoro «donava a ogni spazzacamino una camicia nuova».

All'oratorio di don Bosco, accanto ai muratorini e agli spaz­zacamini comincia ad arrivare qualche ragazzo della periferia nord, che si estende a 600 metri di distanza: Borgo Dora e Vanchiglia. Sono ragazzi miseri perché la zona è misera. Si respira un'aria cat­tiva e umida. Le fognature non esistono e gli scarichi privati e pub­blici corrono nel bel mezzo delle strade prima di gettarsi nella Dora.

L'affitto delle case costa poco e i poveri si rassegnano ad abi­tare nell'umidità che lima la salute. Per i ragazzi delle tremila fa­miglie che abitano a Borgo Dora non c’è una scuola pubblica né una chiesa. «Il giaciglio di molti consisteva in un lurido sacco ri­pieno di foglie o di paglia, in stamberghe in cui la fanghiglia, la sporcizia e l'umido non differivano da quelli delle stalle o dei pol­lai» (ST 3,162).

L'aggressività di questi ragazzi è molto più dirompente di quella dei muratorini e degli spazzacamini. Per questo don Bosco, «fin dai primi giorni, per assicurarne la disciplina e la moralità, ebbe la precauzione di invitare alcuni (giovani) di buona volontà e già istruiti. In generale egli li veniva a conoscere nelle scuole dette al­lora di Santa Barbara, tenute con grande amore e profitto, a no­me del Municipio, dai Fratelli delle Scuole Cristiane» (VBP, 97).

 

Cantavano a squarciagola sui sentieri

 

Quando il tempo era gelido, quando nevicava, non si poteva nemmeno uscire nel cortiletto. E allora don Bosco, nella saletta piena come una scatola di sardine, faceva i giochi di prestigio e insegnava a cantare. Appena il tempo lo permetteva, uscivano dalla città, e cantavano a squarciagola sui sentieri, tra una sfida e l'al­tra a palle di neve. Ma in chiesa sapevano cantare con delicatezza.

Il 2 febbraio 1842 è la festa della Purificazione di Maria (allo­ra «di precetto»). Durante la Messa, seguendo i cenni di don Bo­sco, quei ragazzi cantano la prima, semplicissima lode alla Ma­donna che hanno imparato:

Lodate Maria, o genti fedeli, risuoni nei cieli

la vostra armonia.

Lodate, lodate, lodate Maria.

Alla fine i ragazzi sono fieri come di un successo straordina­rio. E anche la gente, che fino allora ha guardato i monelli di quel prete «venuto dai campi» con una certa diffidenza, è meravigliata.

 

Arriva Giuseppe, 10 anni

 

Senza piani grandiosi, ma con gesti concreti, don Bosco co­mincia a salvare i giovani che riesce ad avvicinare. Qualcuno gli manifesta il bisogno di imparare a leggere e a scrivere, a fare le quattro operazioni. E lui trova le ore e le persone adatte per fargli scuola.

Nei momenti più difficili qualcuno gli confessa arrossendo che ha bisogno di denaro, e don Bosco rovescia il borsellino nelle sue mani. Non sempre c'è qualcosa di più di qualche soldino. Anche don Bosco è povero... Ma il suo affetto è grande. Una delle frasi che dice è:

- Ti voglio così bene, che se un giorno avessi solo più un pezzo di pane lo farei a metà con te.

Una delle sue preoccupazioni, perché abbiano un pezzo di fe­licità, è farli incontrare con Dio. Lungo la settimana, e special­mente nei giorni di festa, il suo confessionale è attorniato dai ra­gazzi che vogliono il perdono del Signore. Alla sua Messa molti fanno la Comunione.

Quando parlano nel cortiletto (o quando si sgranano per le pas­seggiate nei dintorni di Torino), don Bosco passa con facilità dal­le barzellette, dalle notizie curiose, a parlare di Dio. Guarda i suoi ragazzi e dice:

- Che bellezza quando saremo tutti in Paradiso! Che festa fa­remo!

Nella primavera del 1842 tornano dal loro paese i fratelli Buz­zetti, accompagnati da Giuseppe, il fratellino che ha appena com­piuto dieci anni. È un fanciullo pallido, tutto spaurito. Don Bo­sco lo guarda con tenerezza, gli parla da amico. Giuseppe gli si affeziona come un cucciolo. Non si staccherà più da lui. Anche quando i fratelli, finita una nuova stagione di lavoro, torneranno a Caronno, lui rimarrà con il «suo» don Bosco. E don Bosco lo vede con pena portare i mattoni nel cantiere. C'è tanta intelligen­za e tanta bontà in quegli occhi. Fra qualche anno lo chiamerà con sé, e gli proporrà di condividere la sua vita.

Michele Rua, colui che diventerà il secondo don Bosco nella Congregazione salesiana, è ancora un bimbetto di quattro anni. Ma colui che sarà il suo braccio forte nella costruzione dell'Ora­tono, è già arrivato. È’ Giuseppe Buzzetti.

 

23. A Palazzo Reale

 

 

Ferrovie e fucilazioni

 

Mentre l'Oratorio di don Bosco vive i suoi primi, incerti anni (dicembre 1841 - ottobre 1844), «avvenimenti nuovi, mutamenti e anche sofferenze si affacciavano all'orizzonte» (Memorie, 110).

I primi dieci anni del regno di Carlo Alberto (1831-41) hanno visto caute riforme. È’ stata abolita la tortura, le tasse sono state distribuite con maggiore giustizia, i provocanti privilegi doganali della corte e dei cortigiani sono stati cancellati (1832). Il dazio sul grano (che garantiva fame uguale per tutti) è stato ridotto (1834). L'esportazione della seta è stata dichiarata libera e Biella è diven­tata di colpo il centro del mercato europeo (1834).

Il conte Camillo Cavour (24 anni), che non è mai stato tenero verso Carlo Alberto, annota nel 1834: le finanze del regno sono «le più belle d'Europa» (PINTO, 216).

Peccato che queste belle finanze siano in buona parte sprecate in iniziative pazzesche di politica estera. Carlo Alberto sostiene con ingenti somme di denaro tutte le cause perse: i Borboni in Fran­cia, i Carlisti in Spagna, i Michelisti in Portogallo. Si crede inve­stito dalla Provvidenza, e invece è solo mal consigliato da Solaro della Margarita, un ministro degli Esteri fanatico e ignorante.

Fortunatamente altri capitali pubblici e privati imboccano strade diverse dal sostegno ai principi decaduti. Dal 1833 al 1843 è rad­doppiata la rete di canali (investiti 33 milioni, circa 140 miliardi di oggi). Sono costruite tre importanti linee ferroviarie ed è auto­rizzata la Genova-Novara. Il progetto più ambizioso è il traforo del Frejus, tra Bardonecchia e Modane, attraverso le Alpi. Quella galleria di km 13,5 entusiasma Cavour, che scrive: «La ferrovia da Torino a Chambery, attraverso le più alte montagne d'Euro­pa, sarà il capolavoro dell'industria moderna... sarà una delle me­raviglie del mondo... Questa linea farà di Torino una città euro­pea» (PINTO, 219).

Verso i mazziniani, Carlo Alberto ha continuato a fare la fac­cia feroce. Il 20 aprile 1833 è stata scoperta, per rivelazione di «pen­titi», una congiura a Genova. In una lettera, il re riassume così la repressione: «Quindici condanne a morte, delle quali dodici ese­guite, una in contumacia, due commutate alla galera a vita» (PIN­TO, 192). Nuove cospirazioni falliscono nel 1834, con altre due condanne a morte.

Finalmente, nel 1835, Carlo Alberto compie due atti di corag­gio. Si libera del ministro dell'Interno, Lascarena, che gli ha fatto firmare condanne che hanno infangato il suo nome. Ed espelle dal Regno Tiberio Pacca, comandante della polizia, che «fabbrica-va» le prove delle congiure.

 

Si balla per Radetzky

 

Il 1842 e il 1843 (mentre il primo Oratorio di don Bosco gioca nel cortiletto di S. Francesco d'Assisi) segnano un cambiamento profondo nella persona e nella politica del re.

11 aprile 1842. Il principe ereditario Vittorio Emanuele sposa Maria Adele, figlia di Ranieri, viceré austriaco della Lombardia. Nella sua prosa laccata, la Gazzetta Piemontese riferisce: «Le LL.AA.RR. e Il. il Viceré e la Vice regina del Regno Lombardo-Veneto, Augusti Genitori della Serenissima Fidanzata... sono ar­rivati al Real Castello di Stupinigi, ieri, verso le due pomeridiane. Il Re Carlo Alberto è andato incontro agli eccelsi Congiunti al se­guito dei quali era il Feldmaresciallo Radetzky, comandante in capo delle forze dell'imperatore in Italia» (AL GR, 10).

Questo Radetzky (che tra sei anni sarà la persona più odiata in Piemonte) è centro di inchini e di salamelecchi. Appena arriva­to è ricevuto e ossequiato dal re, e siccome deve tornarsene imme­diatamente a Milano e non potrà assistere al torneo in piazza or­ganizzato per gli augusti sposi, Carlo Alberto ordina che se ne faccia per lui un'anteprima nel giardino del palazzo reale.

Vittorio Emanuele (22 anni) è un giovanotto rude, sanguigno. Il suo volto gagliardo è sottolineato da larghi baffi e illuminato da occhi saettanti. Ha già dimostrato di essere assolutamente ina­datto alla riflessione e allo studio. Per tutta la vita dimostrerà la sua straordinaria vitalità più combattendo che governando.

Nel giorno delle nozze Carlo Alberto concede la sospirata amni­stia per i rivoluzionari del 1821. Sono sopravvissuti pochi a 21 an­ni di carcere o di esilio. Liso, Caraglio e il capitano Ferrero sono accolti con soddisfazione dalla società torinese.

 

Otto nomi e cento colpi di cannone per un bambino

 

Spente le luci della festa, la sposa di Vittorio Emanuele «è sta­ta presa da un'estrema curiosità di vedere le botteghe dei portici sul Po; s'è rivolta alla regina: questa le ha risposto che una cosa simile non s’era mai fatta e che ella non s’arrischiava a condurve­la. La duchessa provò a rivolgersi al re, il quale le rifiutò il per­messo. (...) Malgrado tutti i rifiuti, essa si è ben velata, ben incap­pucciata, con suo marito, ed eccoli fuori, chi dice alle otto del mat­tino, chi alle otto di sera. Poveretti! Quando rientrano il re man­dò Vittorio agli arresti» (Marchesa d'Azeglio, in PINTO, 236).

Il 1843 è l'anno di due libri famosi: Del primato morale e civi­le degli italiani di Vicenzo Gioberti e Le speranze d'Italia di Cesa­re Balbo. Segnano l'inizio del «neoguelfismo», il movimento che cercherà l'unità d'Italia consegnando «la spada a Carlo Alberto, la presidenza al Papa». Il re, in privato, se ne compiace; in pub­blico ignora tutto e si professa amico dell'Austria.

Nel marzo 1844 nasce il primogenito di Vittorio Emanuele. Ri­ceve il nome di Umberto Ranieri Carlo Emanuele Giovanni Maria Ferdinando Eugenio. L'artiglieria della Cittadella saluta con cen­to colpi il «sospirato evento». Il Vicario di Città, Michele Benso di Cavour (padre di Camillo) fa affiggere un manifesto: «Invitia­mo gli abitanti a concorrere tutti nel fare questa sera una generale illuminazione della città». Tra migliaia di lumini accesi sui balco­ni, Carlo Alberto, con la fierezza di un «nonno reale», percorre le vie della città tra la folla che applaude.

Il principino cresce - annota Alfassio Grimaldi - attaccato alle gonne della nonna più che a quelle della madre, sempre am­malata.

 

Sotto l'uniforme militare un re vecchio

 

I capi del movimento liberale italiano stanno spingendo a tut­ta forza in due direzioni: ottenere dai re assoluti la Costituzione, raggiungere la libertà e l'unità d'Italia con una guerra all'Austria. Massimo d'Azeglio, romanziere e pittore, durante il 1845 ha fatto il giro d'Italia riempiendo taccuini di schizzi, ma sotto quella co­pertura ha incontrato i leaders liberali. Tornato a Torino, è rice­vuto da Carlo Alberto alle 6 del mattino. Dopo la sua esposizione franca, si sente rispondere: «Faccia sapere a que' signori che stia­no in quiete e non si muovano, non essendovi per ora nulla da fa­re; ma che stiano certi, che, presentandosi l'occasione, la mia vi­ta, la vita de' miei figli, le mie armi, i miei tesori, il mio esercito tutto sarà speso per la causa italiana».

Il re non è liberale, ma crede nella necessità di fare ogni cosa possibile per evitare la rivoluzione e la fine della dinastia. Dirà l'an­no dopo all'ambasciatore austriaco Buol: «Il veleno rivoluziona­rio 5 e diffuso dappertutto, non ha risparmiato alcun paese; an­che da voi il popolo non la pensa più come vent'anni fa. Non èpossibile combattere il nemico di fronte» (PINTO, 260).

Carlo Alberto ha solo 47 anni, eppure è invecchiato in maniera impressionante. La lunga faccia è solcata da rughe profonde, il cor­po altissimo è incurvato, il passo barcollante. Indossa costantemente la divisa militare per darsi un tono marziale, ma non illude nessuno.

 

«Devo saldare i debiti con gli sfruttati»

 

Nella nobiltà torinese occupa un posto di primo piano, in que­sti anni, la marchesa Giulia Viturnia Francesca Colbert, vedova Falletti di Barolo. Ha come segretario uno dei più famosi scrittori italiani del tempo, Silvio Pellico, autore di Le mie prigioni (1832). È’ fuggita bambina insieme ai suoi dalla Francia in preda alla rivo­luzione. Ha sposato a Torino il marchese Carlo Tancredi Falletti di Barolo, che nel 1825 è stato sindaco della città. Carlo Tancredi, da tempo malato, è morto durante un viaggio in una poverissima locanda vicino a Chiari.

Quella morte la scuote profondamente. Il giorno dopo scrive: «La vita ha talvolta degli ammonimenti atroci. Bambina, ho sen­tito narrare le vicende paurose di quegli antenati miei di Francia, che hanno lasciato la testa sul patibolo. Ieri ho veduto spezzarsi la mia ragione di vita, e in un'ora cupa di silenzio, dinanzi al mistero augusto della morte, nella tragica veglia funebre (...) ho sen­tito l'anima mia trasformarsi. In nome di Colui che è finito come un pezzente, devo dedicarmi a tutti i miserabili. Devo scontare tutti i secolari privilegi degli avi, devo saldare i debiti che hanno con­tratto con i paria e gli sfruttati; devo pareggiare l'implacabile conto che ciascuno ha con la propria coscienza... Buon Dio, in Vostro nome, andrò a mutare le lacrime della disperazione in quelle della speranza» (dalle Memorie, cit. in PINTO, 223s).

Non sono solo parole. Da quel momento si dedica completa­mente alle donne e alle ragazze emarginate. Per vedere chiaramente quali sono le condizioni delle donne carcerate, passa per molti mesi tre ore al giorno chiusa anch'essa negli stanzoni con loro. È’ umi­liata, insultata, picchiata. Alla fine, la sua relazione alle autorità è così convincente che ottiene per le carcerate un edificio più salu­bre e condizioni di vita molto più umane.

Da quell'esperienza fatta sulla sua pelle (e dal suo immenso patrimonio) nascono le sue attività. Nel quartiere di Valdocco, ac­canto alle opere del Cottolengo, costruisce il «Rifugio», un isti­tuto che accoglie le donne di strada che vogliono rifarsi una vita. Accanto, apre la casa delle Maddalenine, per le ragazze perico­lanti che hanno meno di 14 anni. Va a raccoglierle lei stessa per le strade o gliele porta la polizia. Nel 1844 (ha ormai 59 anni) ini­zia una terza costruzione, l'Ospedaletto di Santa Filomena, per le bambine ammalate e storpie.

Don Bosco non lo sa ancora, ma fra pochi mesi diventerà cap­pellano di questo Ospedaletto, e nella Marchesa incontrerà una ca­rissima nemica del suo Oratorio.

 

24. Sette mesi presso la Marchesa

 

 

Il padre piccolo

 

Erano passati tre anni e don Bosco aveva «imparato a fare il prete».

Nell'autunno 1844, don Cafasso lo chiamò e gli disse:

«Faccia la valigia e vada da don Borel al Rifugio. Sarà diret­tore del piccolo Ospedale di Santa Filomena. Lavorerà anche nel­l'Opera del Rifugio. Intanto Dio le indicherà ciò che deve fare per la gioventù».

«A prima vista - commenta don Bosco - quella decisione era in contrasto con le mie inclinazioni. Dovevo assumere la direzio­ne di un ospedale, e inoltre predicare e confessare in un Istituto che ospitava quattrocento ragazze. Come avrei trovato il tempo necessario per l'Oratorio? Eppure, questa era la volontà di Dio. L'avvenire l'avrebbe dimostrato» (Memorie, 112).

Don Giovanni Borel, che in quell'anno era diventato direttore del Rifugio, era un personaggio di spicco nella città di Torino. Go­deva dei favori della corte reale da ben vent'anni. Nel 1824 era stato ammesso nella reggia come «chierico di camera e cappella del re». Nel 1831 era stato promosso «cappellano del re». Pro­prio in quel 1844 poté fregiarsi del titolo di «regio cappellano». Da vent'anni questo prete (chiamato per la sua statura «padre pic­colo») conosceva personalmente la più esclusiva nobiltà di Tori­no, e poteva facilmente avvicinare i principi, le potentissime regi­ne e lo stesso re.

Quando don Cafasso manda il giovane don Bosco da lui, vuo­le innanzitutto procurargli un lavoro e uno stipendio, garantiti dalla Marchesa di Barolo, perché sia più libero di dedicarsi ai giovani. Ma vuole anche mettere l'Oratorio sotto la protezione di don Bo­rel, perché sia lui a trainare l'operazione, a prendere sotto l'ala il giovane prete dei Becchi e a procurargli quegli aiuti e quegli ap­poggi di cui ha bisogno.

L'amicizia di don Bosco con il regio cappellano, d'altra parte, si è già cementata in questi anni. Scrive: «Nei tre anni che avevo trascorso al Convitto, mi aveva più volte invitato a predicare e a confessare al Rifugio, dove faceva il prete in maniera eccellente. (...)Mi sono consultato più volte con lui per migliorare il mio la­voro nelle carceri (dove faceva apostolato pure lui) e per fissare le norme essenziali per un lavoro efficace tra i ragazzi. Il proble­ma dei giovani abbandonati e in pericolo di rovinarsi richiamava sempre più l'attenzione» (Memorie, 112).

Negli anni seguenti, l'anima dell'Oratorio sarà don Bosco. I giovani si addenseranno intorno a lui. Invece di «andiamo all'O­ratorio» diranno «andiamo da don Bosco». Ma il direttore «uf­ficiale», quello che chiede i permessi alle autorità civili ed eccle­siastiche, quello a cui vengono intimati gli sfratti e concesse le fa­coltà, è don Borel. Per alcuni anni dopo il 1844, mi assicura il prof. Giuseppe Bracco, «per trovare don Bosco fra le carte degli archi­vi municipali, bisogna anche e soprattutto cercare don Borel».

 

Il sogno ritorna

 

Il 12 ottobre 1844 è sabato. Il giorno dopo don Bosco dovrà comunicare ai ragazzi che l'Oratorio si trasferisce nella periferia di Valdocco. Sono solo 600 metri di distanza, e molti ragazzi (quelli che abitano in Borgo Dora) si troveranno addirittura più vicini a casa. Eppure don Bosco ha il cuore inquieto: non sa dove li radu­nerà, come saranno accolti, chi l'avrebbe seguito e chi no.

«In quella notte - scrive - feci un nuovo sogno, che mi sem­brò la continuazione di quello fatto ai Becchi». Rivede il gregge sconfinato, la Signora vestita da pastorella che l'invita a mettersi alla testa del gregge «mentre essa lo precedeva». Vanno per luo­ghi diversi e si fermano tre volte. Mentre sostano in un prato, don Bosco si sente stanco, ma la Signora l'invita ad andare avanti.

«Percorso un ultimo, breve tratto, eccoci in un vasto cortile. Aveva tutto intorno un porticato, e all'estremità una chiesa. Il nu­mero degli agnelli divenne grandissimo. Sopraggiunsero parecchi pastori per custodirli. Ma si fermavano poco, presto se ne anda­vano. Allora successe una meraviglia: molti agnelli si mutavano in piccoli pastori, che crescendo si prendevano cura del gregge. (...)

La Signora mi invitò a guardare verso sud. Vidi un campo semi­nato a granturco e patate... "Guarda un'altra volta", mi disse. Guardai di nuovo e vidi una chiesa alta e stupenda. (...) All'inter­no della chiesa correva una fascia bianca su cui, a caratteri enor­mi, stava scritto: "Questa è la mia casa. Di qui uscirà la mia glo­ria». (...) Quel sogno era durato quasi tutta la notte. Vidi tanti particolari che qui non ho saputo descrivere. Allora credevo poco a ciò che avevo visto, e meno ancora capivo che cosa significasse. Ma capii tutto man mano che gli avvenimenti si verificarono. An­zi, questo sogno insieme a un altro, mi servì più tardi come pro­gramma delle mie decisioni» (Memorie, lì 3s).

 

San Francesco di Sales sulla porta

 

Nelle prime domeniche don Bosco e i ragazzi dovettero arran­giarsi. Locali non ce n'erano, escluse le stanze di don Bosco e di don Borei. Ma c'erano i prati intorno, e la Marchesa aveva pro­messo «due camere spaziose all'interno dell'edificio» in costru­zione.

8 dicembre 1844. E’ ancora la festa dell'Immacolata, come quando don Bosco incontrò Bartolomeo Garelli. Scrive: «Fa molto freddo e sta nevicando in maniera impressionante. Con il permes­so dell'Arcivescovo benediciamo la sospirata cappella (nelle due camere concesse dalla Marchesa). Celebro la Messa, piango di con­solazione perché l'Oratorio mi sembra cosa fatta. Potrò finalmente raccogliere i giovani più abbandonati e più in pericolo di incam­minarsi per una cattiva strada. Potrò dar loro la possibilità di di­ventare amici del Signore» (Memorie, 117).

L'Oratorio, che viene da S. Francesco d'Assisi, da questo mo­mento si chiama «di S. Francesco di Sales». Perché? Risponde don Bosco stesso nelle sue Memorie: perché l'immagine di questo santo savoiardo era stata fatta dipingere dalla Marchesa all'entra­ta del locale dove si radunavano i ragazzi, e perché Francesco di Sales era famoso per la sua bontà, e coi ragazzi bisognava essere come lui.

In quel tempo, in Piemonte, San Francesco di Sales era ciò che San Carlo era per la Lombardia: il santo di casa. Era stato per vent'anni vescovo ad Annecy, che faceva parte del regno dei Savoia.

 

Mesi di paradiso e di scuole serali

 

«Nella cappella vicino all'ospedaletto di Santa Filomena, l'O­ratorio funzionava molto bene. Nei primi giorni di festa i ragazzi arrivavano numerosissimi per fare la Confessione e la Comunio­ne. Dopo la Messa facevo una breve spiegazione del Vangelo. Nel pomeriggio c'era tempo per il catechismo, l'esecuzione di canti sacri, una breve predica sulla dottrina cristiana (...)

Alternati a questi impegni c'erano giochi e gare che divertivano i ragazzi. Si svolgevano nel viale che correva tra il monastero delle Maddalene e la strada pubblica.

Trascorremmo così sette mesi. Ci sembrava di essere in para­diso. Invece, anche di là, dovemmo partire per cercare un'altra sede» (Memorie, 118).

Giovanni B. Francesia, che fu amico di molti ragazzi di quel tempo, scrive: «Godendo di questa pace, (don Bosco) ebbe il pen­siero di far loro qualche ora di scuola alla sera. Molti (...) non sapevano leggere, e dovendo lavorare durante la giornata, non po­tevano frequentare le pubbliche scuole. (...) Era bello vedere que­sti cari fanciulli, spesso tutti coperti di fuliggine, venire verso se­ra, finiti i lavori, all'Ospedaletto, dove abitava don Bosco, a cer­care un poco d'istruzione» (VBP, 105).

 

25. In un cimitero e in un mulino

 

 

L'Oratorio tra le tombe

 

Man mano che la primavera avanza il numero dei giovani cre­sce. Nell'estate l'Ospedaletto sarà terminato e occorre abbando­nare le due «camere spaziose».

In maggio don Bosco e don Borel cominciano a cercare un'al­tra dimora. A poca distanza c'è il cimitero di S. Pietro in Vincoli:

una cappella cemeteriale di circa 100 metri quadrati, un vasto campo in cui da 15 anni non si seppellisce più nessuno e un ampio porti­cato a pianta rettangolare. Pensare di far giocare cento ragazzi in un cimitero non è un'idea brillante, ma a volte la necessità spinge in direzioni disperate.

Don Tesio, 68 anni, cappellano del cimitero, accetta.

Il 25 maggio 1845 i ragazzi affollano la Messa, poi afferrano al volo la pagnotta della colazione e si scatenano rumorosamente sotto i porticati. La donna di servizio del cappellano, che sotto quei porticati alleva un bel branco di galline, resta allibita, poi va sulle furie. Si mette a gridare, a rincorrere, a menare la ramazza, mentre le galline spaventatissime fuggono tra le tombe inseguite dai ragazzi. «Insieme con lei - annota sorridendo don Bosco - urlavano contro di noi una ragazzina, un cane, un gatto e tutto un branco di galline. Sembrava imminente lo scoppio di una guer­ra europea».

Don Bosco capisce che la cosa migliore è andarsene. Ferma la ricreazione e s’incammina con i ragazzi verso l'uscita. Un incidente banale. Ma mentre escono, due ragazzi, Buzzetti e Melanotte, sen­tono don Bosco dire tranquillamente che loro se ne vanno, ma che purtroppo in settimana «se ne andranno» anche la domestica e il cappellano.

Secondo la Memorie di don Bosco, il cappellano quella sera stessa scrisse al Municipio una lettera molto pesante contro l'Ora­tono, ma sia lui che la sua domestica morirono in pochi giorni (Me­morie, 123).

Lo storico Francesco Motto ha vagliato in 21 pagine a stampa questo episodio, per saggiarne il valore storico. Ecco, in sintesi, alcune conclusioni:

- Don Tesio morì effettivamente tre giorni dopo. Ne fanno fede due atti di morte (archivio di curia e archivio del comune).

- La domestica, Margherita Sussolino, chiese «la permissio­ne di fermarsi alcuni giorni nel detto alloggio finché abbia potuto dar sesto ai suoi affari». Nella domenica seguente, di questa don­na non c'è più traccia. (Non è stato però trovato l'atto di morte).

- Poiché con la morte di don Tesio il posto di cappellano è vacante, don Borel, don Pacchiotti e don Bosco lo chiedono e «fe­cero conoscere a voce che il loro desiderio sarebbe di veder nomi­nato di preferenza il sacerdote Bosco». Ma l'opera dell'Oratorio, «nobile e santa», viene giudicata dalla Ragioneria poco confor­me «col silenzio delle tombe». La richiesta è respinta.

 

I mulini e il terzo sfratto

 

La situazione per l'Oratorio si fa disperata: il 10 agosto l'O­spedaletto verrà inaugurato. È’ urgente sgombrare i locali. Poco lontano, nella cappella dei Mulini Dora, don Borel e don Bosco vedono una nuova opportunità.

Ancora una volta si fa appello alla Ragioneria (= ufficio di am­ministrazione civica della città). La risposta è finalmente positiva.

«La Rag.a concede al sacerdote Teologo Borel la facoltà di servirsi della Cappella de' Mulini per catechizzarvi i ragazzi, con­cede anche non sia lecito ad alcuno di inoltrarsi nel recinto delle case de' Mulini e non si apporti il menomo impedimento alla cele­brazione della messa nei giorni festivi a profitto degli impiegati tutti de' Mulini, fissando l'ora di detta catechizzazione dal mez­zodì alle tre» (la sottolineatura è mia).

La Ragioneria, come si vede, pensava all'Oratorio come ad un catechismo. Quindi tre ore pomeridane erano più che sufficienti.

Don Bosco, invece, pensava all'Oratorio in maniera diversa: cate­chismo, Messa e Comunione, ricreazione per i ragazzi. Tre ore po­meridiane (allora che la Messa si doveva dire al mattino) erano insufficienti. Tuttavia era meglio che niente: si sopravviveva. «E così una domenica del luglio 1845 siamo andati a prendere posses­so del nostro nuovo quartiere generale. Ognuno portava ciò che poteva, tra risate, tonfi, schiamazzi. Per il quartiere sfilavano bam­bini, ragazzi, panche, inginocchiatoi, candelieri, sedie, croci, quadri e quadretti. Una vera emigrazione fatta in allegria. In fondo al cuore, però, avevamo il rimpianto» (Memorie, 119).

Subito dopo, don Bosco scrive: «Ma c'erano delle difficoltà. Non ci era permesso celebrare la Messa... I ragazzi non potevano perciò fare la Comunione, che è l'elemento fondamentale del no­stro Oratorio. La stessa ricreazione era molto disturbata: i ragaz­zi dovevano giocare... mentre passavano carri e cavalli» (Memo­ne, 120).

Le difficoltà tuttavia non c'erano solo per don Bosco. Gli abi­tanti delle case annesse ai Mulini credevano si trattasse di un tran­quillo catechismo in chiesa. Si trovarono invece a fare i conti con una marea di ragazzi chiassosi e trasbordanti in riva ai canali che facevano girare le grandi pale dei mulini. Don Bosco scrive: «Co­minciarono a diffondersi voci inquietanti nei nostri riguardi. I ra­duni dell'Oratorio, si diceva, erano pericolosi». E otto righe più avanti: «Il segretario dei Mulini... arrivò ad affermare che il no­stro Oratorio era un centro di immoralità».

Il prof. Giuseppe Bracco, in un suo studio, pubblica la deci­sione della Ragioneria: «Il signor Direttore (dei Mulini) riferisce come i fanciulli sotto alla direzione del signor Teologo Borel abu­sino della facoltà che la Ragioneria ha fatto al medesimo di valer­si della Cappella dei molini nei giorni festivi per catechizzarli, inol­trandosi nei molini, recandovi incomodo e disturbo, facendo im­mondizie, ecc. [Dichiara che] la fattagli concessione debba cessa­re col primo del prossimo venturo mese di gennaio» (ACT Ragio­nerie 1845 vol. 62 p. 388). Il corsivo è mio.

Dieci bambini che fanno la pipì nei canali dei mulini, come si vede, da parte di chi accusa può essere chiamato «immondizie», e da parte di chi è accusato e sfrattato «immoralità». Questione di suscettibilità, o forse solo di stanchezza.

Don Bosco era veramente stanco (ne parlerò nelle pagine se­guenti). E doveva di nuovo cercare un posto per il suo Oratorio.

 

«Prendi, Michelino, prendi»

 

Ma negli stentati mesi di transizione che l'Oratorio passa ai Mu­lini, la Madonna manda a don Bosco un regalo prezioso. Mentre distribuisce medaglie ai suoi monelli, vede in disparte un ragaz­zetto pallido che lo sta a guardare in silenzio. Ha 8 anni, da due mesi gli è morto il papà, si chiama Michele Rua. Che cosa passò nella mente di don Bosco in quel momento? Non lo sappiamo. Sap­piamo solo che, finita la distribuzione delle medaglie, si avvicina al ragazzetto, gli tende la mano sinistra e facendo l'atto di tagliar­la a metà con la destra gli dice sorridendo:

- Prendi, Michelino, prendi.

Il ragazzo guarda e non capisce. Prendere che cosa? Quel pre­te non gli dà niente. Allora don Bosco gli dice calmo, marcando le parole:

- Noi due faremo tutto a metà (MB 8,195).

Quel ragazzetto, che corre subito a casa a raccontare tutto a sua madre, diventerà il primo successore di don Bosco alla testa dei Salesiani.

Michele incontrò nuovamente don Bosco dai Fratelli delle Scuo­le Cristiane. A quasi 50 anni di distanza ricordava: «Quando don Bosco veniva al nostro istituto... non aveva ancora aperta la por­ta della cappella e già un fremito passava per i banchi. Ci alzava­mo tutti, abbandonavamo i posti per accalcarci attorno a lui, feli­ci di potergli baciare la mano. I religiosi cercavano di frenare quel disordine: fatica sprecata».

 

26. Un prete impolverato e tanti ragazzi

 

 

«Più saremo e più faremo festa»

 

Per evitare incidenti sgradevoli con i vicini, don Bosco raduna i ragazzi ai Mulini, ma subito dopo li conduce a giocare nei prati incolti lungo la Dora: il fiume, tutto anse, si diramava allora in tre correnti, che formavano due isole e parecchie isolette.

Oppure li conduce a passeggio sulle colline. «Li conducevo fi­no a Sassi, alla Madonna del Pilone, a Madonna di Campagna, al Monte dei Cappuccini e fino a Superga. In queste chiese, al mat­tino celebravo per loro la Messa e spiegavo il Vangelo, al pome­riggio facevo un po' di catechismo, qualche racconto, cantavamo alcune lodi sacre. Quindi giri e passeggiate fino all'ora di far ri­torno in famiglia. Sembrava che questa posizione critica dovesse mandare in fumo ogni idea di oratorio, e invece aumentò in modo straordinario i ragazzi» (Memorie, 124).

Un ragazzo che partecipò a quelle passeggiate ricordava che alla sera, «mentre eravamo per separarci dall'Oratorio, ci dava l'annuncio» della futura passeggiata. «Ci tracciava la via, ci dava l'orario della raccolta. Soggiungeva: "Se avete qualche amico, in­vitatelo a venire. Più saremo e più faremo grande la festa"». Du­rante la settimana, i ragazzi ci fantasticavano su, ne facevano «ar­gomento di molti discorsi nelle nostre famiglie». E se ne parlava anche dopo. Quando ci si spingeva «a Superga qualche rarissima volta, od alla Madonna dei Laghi di Avigliana», lo si raccontava come un avvenimento favoloso. «Era un giorno che restava so­lenne nella nostra memoria, e che lasciava nell'anima un non so che di grande».

La gente vede passare la turba, il prete impolverato. Non è uno spettacolo consueto, in quel tempo in cui i preti tengono tanto al­la loro «dignità». Qualcuno scuote la testa, qualcun altro lo com­patisce. Comincia a diffondersi una voce che s'ingigantirà, e pe­serà dolorosamente su don Bosco: «Poveretto, è fissato per quei ragazzi. Con tutto quel chiasso finirà in manicomio».

 

Giochi di prestigio in casa Moretta

 

All'arrivo dell'inverno, don Bosco persuade un prete, don Moretta, ad affittargli tre stanze in una casa di sua proprietà, nel Borgo Valdocco.

Nelle tre stanze i ragazzi si pigiano come acciughe, festosi, al­legri. Appena il tempo lo permette, si esce a passeggio nel sole tie­pido. Ma quando il tempo è rigido, tutti dentro, e don Bosco fa i giochi di prestigio. Fa spalancare la bocca a un piccolo spettato­re e ne tira fuori decine di pallottole colorate. Fa scendere dal na­so imponente di un giovanotto una fontana di monete, tra scrosci di risa e di applausi.

Ogni tanto interrompe i giochi e parla col cuore in mano ai suoi ragazzi. Racconta i fatti più belli della vita di Gesù, la storia dei santi.

In quelle tre stanze, nel pomeriggio della domenica si gioca, ma alla sera dei giorni feriali si fa sul serio: i ragazzi riprendono a venire per la scuola serale. Rubando un paio d'ore al sonno, ar­rivano a gruppetti, con la mantellina sulle spalle per difendersi dal gran freddo. Qualcuno si addormenta durante le lezioni, ma ha pregato in anticipo don Bosco di svegliarlo, perché vuole assolu­tamente imparare a leggere e a scrivere.

La salùte di don Bosco, in quell'inverno 1845-46, ha un ab­bassamento preoccupante. È’ giovane, ma sta lavorando troppo. È’ cappellano dell'Ospedaletto dove sono ricoverate ragazze han­dicappate. È’ impegnato nelle carceri, nel Cottolengo, in istituti edu­cativi della città. Lavora nel suo Oratorio, va a trovare i ragazzi sul posto di lavoro, fa scuola serale. I ragazzi che vengono a scuo­la sono «sporchi e trasandati, dalle scarpacce e dagli zoccoli in­fangati, dai vestiti logori e maleodoranti, pericolosi... come vei­coli di malattie polmonari o della pelle, di pidocchi e di pulci» (ST 3,162). E proprio i polmoni di don Bosco, in quei mesi, dimostra­no una preoccupante fragilità.

Il teologo Borel gli raccomanda di diminuire gli impegni. La Marchesa lo chiama, gli dà cento lire per l'Oratorio (circa quat­trocentomila lire del 1986) e l'ordine di prendersi un periodo di riposo assoluto. Don Bosco si concede una vacanza dall'Ospeda­letto, disdice gli altri impegni, ma non se la sente di lasciare i ra­gazzi. Il vantaggio che ne ricava è poco, e presto dovrà rendersene conto.

 

L'Oratorio a cielo scoperto

 

Con il ritorno del bel tempo, nelle stanze di casa Moretta si scoppia (e i vicini hanno protestato violentemente con il proprie­tario per tutto quel chiasso). A cinquanta metri di distanza, don Bosco riesce ad affittare dai due fratelli Filippi un prato. Piazza una specie di capannone nel mezzo, per custodirvi gli attrezzi dei giochi. Attorno, ogni domenica, si rincorrono e si sbizzarriscono trecento ragazzi.

«Per le confessioni facevamo così. Di buon mattino, nei gior­ni di festa, mi recavo nel prato, dove già parecchi ragazzi mi aspet­tavano. Mi sedevo sulla riva di un fosso e ascoltavo chi voleva con­fessarsi. Gli altri facevano la preparazione o il ringraziamento» (Memorie, 128).

Verso le dieci rulla il tamburo militare, suonato fieramente da un ragazzone. I giovani si incolonnano. Squilla la tromba di Bro­sio, un bersagliere amico di don Bosco. E si parte: verso la Con­solata o il Monte dei Cappuccini. Là don Bosco dice la Messa, di­stribuisce la Comunione, poi la colazione.

Don Lemoyne, nel secondo volume delle Memorie Biografi­che, riporta la lunga testimonianza di Paolo C., che frequentò l'O­ratorio «nel prato Filippi», e seguì la turba al Monte dei Cappuc­cini. Riporto un brano.

«Venne celebrata la Messa, in cui parecchi giovani si accosta­rono alla santa Comunione. Dopo breve predica e sufficiente rin­graziamento, andarono tutti nel cortile del convento per fare la colazione... Io mi ritirai aspettando di unirmi ad essi nel ritorno, allorquando D. Bosco avvicinandomi mi parlò così:

- Tu come ti chiami?

- Paolino.

- Hai preso la colazione?

- No, signore.

- Perché?

- Perché non mi sono né confessato né comunicato.

- Non occorre né confessarsi né comunicarsi per avere la co­lazione.

- Che cosa si ricerca?

- Niente altro che l'appetito e la volontà di venirla a prende­re -. Ciò detto mi condusse al cesto e mi diede in abbondanza pane e frutta.

Disceso dal monte, andai a pranzo, e dopo il mezzodì ritornai a quel prato, ove con tutto il mio gusto presi parte alla ricreazione fino a notte. Da quel punto per più anni non abbandonai l'Orato­rio, e il caro don Bosco, che tanto bene fece all'anima mia... Quanti disagi sofferse, quanta pazienza lo vidi usare... per restituire a Dio certi cuori... pieni di cattive inclinazioni, rozzi e talora maligni. E quando riusciva a farli migliori dava segni di così grande con­tentezza, che stimava un nulla quanto aveva dovuto sopportare». (MB 2,387s).

 

27. Ospedale psichiatrico per don Bosco

 

 

I dubbi di don Borel

 

La salute malandata di don Bosco, gli sfratti continui al suo Oratorio, persuasero molti suoi amici che la sua era un'impresa disperata. Perché non chiudere e aspettare tempi migliori?

C'era poi un elemento che sconcertava anche quelli che aveva­no avuto sempre fiducia nel prete dei Becchi: raccontava come realtà i suoi sogni. Assicurava ai ragazzi che presto avrebbero avuto un oratorio grandioso, chiese e scuole, laboratori e cortili... Tutte cose difficili da credere mentre si trasbordava da un cimitero a un mu­lino, da una casupola a un prato. Don Bosco lo scrive senza girar­ci intorno: «Dicevano che ero impazzito». Ecco il suo racconto:

«Vedendomi preoccupato e sempre in mezzo ai ragazzi, comin­ciarono a insinuare che ero diventato matto.

Un giorno, mentre erano presenti don Sebastiano Pacchiotti e altri preti, don Borel in camera mia disse:

- Qui, se non salviamo qualcosa, corriamo il rischio di per­dere tutto. Sciogliamo l'Oratorio e teniamo con noi solo una ven­tina di ragazzi più piccoli... Intanto Dio ci indicherà la strada più opportuna per andare avanti.

- Non sciogliamo niente - risposi -. Abbiamo già una sede:

un cortile ampio e spazioso, una casa pronta per molti ragazzi, con chiesa e porticati. E ci sono preti e chierici pronti a lavorare per noi.

- Ma dove sono tutte queste cose? - mi interruppe don Borel.

- Non lo so. Ma so che esistono e sono a nostra disposizione.

Allora don Borel scoppiò a piangere. Esclamò:

- Povero don Bosco, è proprio andato.

Mi prese per mano, mi baciò e se ne andò con don Pacchiotti e gli altri. Rimasi solo nella mia stanza» (Memorie, 133).

Don Pacchiotti si espresse anche più vivacemente. Racconta G. B. Francesia: «Sentendo don Bosco dire che avrebbe fatto una chiesa, don Pacchiotti uscì in questa esclamazione: "Se lei sarà ca­pace di fare una chiesa, io mangerò un cane". Io che scrivo, ho veduto quel pietoso incredulo nel giorno in cui fu poi messa la pietra fondamentale (della chiesa) di S. Francesco di Sales, avvicinarsi a don Bosco e dirgli queste parole: "Prendo viva parte alla sua festa, ma spero che mi vorrà dispensare dalla scommessa che ho fatto".

- Da quale scommessa? - soggiunse don Bosco.

- Di mangiare un cane! - terminò ridendo quel caro Sacer­dote. Ed allontanandosi di là diceva: "Ora credo tutto"» (VBP, 113s).

 

Si muove la Marchesa

 

G. B. Francesia continua: «La stessa pia Marchesa di Barolo, che pure aveva aiutato in tante maniere don Bosco, vedendolo ora così fisso nell'idea dell'Oratorio, della Chiesa, dei Chierici e Sa­cerdoti, fece pregare nelle sue case, e tutta corrucciata diceva: "Pre­ghiamo per don Bosco, preghiamo per don Bosco! Poveretto, co­sì buono! Minaccia di venir pazzo!".

Questa pia signora nell'intento di prestargli un caritatevole ser­vizio, pregò due venerandi Sacerdoti torinesi che si incaricassero di condurlo in bella maniera all'ospedale, ov'ella si proponeva fosse curato, pagandone tutte le spese» (VBP, 114).

I due «venerandi Sacerdoti» erano don Vincenzo Ponzati, par­roco di S. Agostino, e don Luigi Nasi. L'ospedale era il manico­mio. «Arrivarono, - scrive don Bosco -, mi salutarono con cor­tesia, poi mi domandarono notizie sulla salute, sull'Oratorio, sul­la grande casa e la chiesa che io prevedevo come futura sede della mia opera. Alla fine sospirarono profondamente, e mormorarono:

- È’ proprio vero.

Mi indicarono la carrozza e mi invitarono a fare una passeg­giata con loro. Dissero:

- Un po' d'aria ti farà bene. Avremo tempo di chiacchierare un po' insieme.

Mi accorsi subito dello "scherzo" che mi volevano fare, e sen­za far finta di niente li accompagnai alla carrozza. Insistetti per­ché entrassero essi per primi. Quando furono dentro, invece di se­guirli, chiusi velocemente lo sportello e dissi al cocchiere:

- Al manicomio, presto! Questi due preti sono aspettati» (Me­morie, 136).

La carrozza arrivò veramente al manicomio, e i due preti «che volevano curare don Bosco» furono trattati loro come due pazzi. L'eco dello scherzo passò di bocca in bocca, fece ridere mezza To­rino. Eppure la voce che don Bosco era matto non si calmò. Mi­chelino Rua, che era diventato uno dei suoi ragazzi più affeziona­ti, lo raccontava tanti anni dopo a G. B. Francesia. Nella sua chiesa «aveva appena servito la Messa e si preparava ad uscire con visi­bile premura.

- Dove vai? - gli chiese il cappellano.

- Da don Bosco, è domenica.

- Non lo sai? È ammalato.

- Ma se l'ho visto da poco...

- Eppure è ammalato, e di una malattia che difficilmente gua­risce...

Mi raccontava Michele che la notizia avuta in quel modo e in quel momento, gli andò diritta al cuore procurandogli un'indici­bile pena. Mi diceva:

- Se avessi sentito che era ammalato mio padre, forse non avrei provato pena più grande.

Quale invece fu la sua meraviglia, quando giunse all'Oratorio e trovò don Bosco ridente come le altre volte. "Si è infatuato tan­to dei giovani che gli ha dato di volta il cervello!", era questa la malattia di cui con malignità si andava dicendo in quei giorni a Torino».'

 

Don Bosco licenziato

 

Non sappiamo se la Marchesa, dopo l'esito poco brillante del suo progetto, continuò a dubitare delle condizioni mentali di don Bosco. Certo, continuò ad essere preoccupata del suo stato di sa­lute. Tanto che, a fin di bene, arrivò ad un vero scontro. Don Bo­sco ci ha conservato il lungo dialogo conclusivo. Trascrivo i brani principali:

«- Sono contenta di ciò che sta facendo per le mie opere...

Sono addolorata perché l'enormità del suo lavoro sta rovinando la sua salute. Non è possibile che lei diriga le mie opere e contem­poraneamente si dedichi ai ragazzi abbandonati. Ora poi il nume­ro di questi ragazzi è cresciuto in maniera spropositata. Io le pro­pongo di fare soltanto ciò che è suo stretto dovere: dirigere l'O­spedaletto... Per un po' di tempo non pensi più ai suoi ragazzi. Cosa mi risponde?

- Non si preoccupi... Tra me, don Borel e don Pacchiotti fa­remo tutto.

- Ma io non posso permettere che lei si ammazzi... Lei deve scegliere: o l'Oratorio o il Rifugio. Ci pensi con calma poi mi ri­sponderà.

- La mia risposta è pronta da molto tempo. Lei ha denaro, e può trovare molti preti da mettere al mio posto. I miei ragazzi, invece, non hanno nessuno... Mi dedicherò a tempo pieno ai ra­gazzi abbandonati.

- Ma senza stipendio come farà a vivere?

- Dio mi ha sempre aiutato e mi aiuterà ancora.

- Accetti un consiglio che le do come se fossi sua madre. Io continuerò ad assegnarle il suo stipendio, l'aumenterò se vuole. Lei prende questo denaro e se ne va... in riposo assoluto.. Se ri­fiuta questo consiglio, per il suo bene, sarò costretta a licenziarla. Ci pensi bene.

- Le ripeto che ci ho già pensato, signora Marchesa... Non posso lasciare la strada che la divina Provvidenza mi ha tracciato.

- Va bene - concluse -. Fra tre mesi, se non avrà cambiato parere, le troverò un sostituto come direttore dell'Ospedaletto» (Memorie, 134s).

 

28. L'ultimo sfratto

 

«C'ero io solo, operaio sfinito»

 

All'inizio di marzo, don Bosco riceve dai fratelli Filippi una lettera che lo getta nello sconforto. «I suoi giovani stanno facen­do del nostro prato un deserto - scrivevano -. Anche le radici dell'erba sono consumate dal calpestio continuo. Le condoniamo volentieri il fitto scaduto, ma entro quindici giorni deve lasciar li­bero il prato. Non possiamo concedere dilazioni» (Memorie, 133).

Provò a ragionare con i fratelli, andò a parlare con la loro ma­dre. Niente da fare. Cercò di affittare un altro prato, ma chi affit­ta ad un pazzo?

«Arrivò l'ultima domenica in cui potevo radunare l'Oratorio sul prato... La sera di quel giorno fissai a lungo la moltitudine dei ragazzi che giocavano. Era la "messe abbondante" del Signore. Ma operai non ce n'erano. C'ero io solo, operaio sfinito, con la salute malandata. Avrei ancora potuto radunare i miei ragazzi? Dove?

Mi ritirai in disparte, cominciai a passeggiare da solo e mi misi a piangere.

- Mio Dio - esclamai -, perché non mi indicate il luogo dove portare l'Oratorio? Fatemi capire dov'è, oppure ditemi cosa devo fare.

Avevo appena detto queste parole, quando arrivò un certo Pan­crazio Soave, che balbettando mi disse:

- È’ vero che lei cerca un luogo per fare un laboratorio?

- Non un laboratorio, ma un oratorio.

- Non so che differenza ci sia. Ad ogni modo il posto c'è. Venga a vederlo. Èproprietà del signor Francesco Pinardi, perso­na onesta. Venga e farà un buon contratto» (Memorie, 137).

(Nelle Memorie, scritte in gran parte tra il 1873 e il 1875, don Bosco fa un po' di pasticcio con i numeri: date e cifre. L'ultimo giorno sul prato non fu il 15 marzo, come lui scrive, né il 15 apri­le, come corresse don Bonetti. Fu probabilmente l'8 marzo, pri-

ma domenica di quaresima. Lo si ricava da una lettera da lui scrit­ta al Municipio e ritrovata recentemente).

Accompagnato da Pancrazio Soave, arrivai davanti a una ca­supola a un solo piano, con scale e balcone di legno tarlato. At­torno c'erano orti, prati, campi. Stavo per salire su per la scala, quando il signor Pinardi mi disse:

- No. Il luogo per lei è qui dietro.

Era una lunga tettoia (15 metri per 6) che da un lato si appog­giava al muro della casa, dall'altro scendeva fino a un metro da terra. Poteva servire da magazzino o da legnaia, non per altro. Ci sono entrato a testa bassa, per non picchiare contro il tetto».

Francesco Pinardi, il proprietario della casa, era un immigra­to di Arcisate (Varese). Aveva acquistato la casa nemmeno un an­no prima, il 14 luglio 1845. Il 10 novembre aveva dato in affitto tutto il fabbricato (eccetto la tettoia in costruzione) a Pancrazio Soave, immigrato da Verolengo (Torino), che aveva tentato di im­piantarvi una fabbrica di amido.

 

L'ultimo Rosario sull'erba

 

«- Troppo bassa, non mi serve - dissi.

- La farò aggiustare come vuole - rispose cortesemente Pi­nardi -. Scaverò, farò gradini, cambierò pavimento. Ma ci ten­go che faccia qui il suo laboratorio.

- Non un laboratorio, ma un oratorio, una piccola chiesa per radunare dei ragazzi.

- Meglio ancora. (...)

Quel brav'uomo era veramente contento di avere una chiesa in casa sua.

- Mio caro amico - gli dissi - la ringrazio della sua buona volontà. Se mi garantisce che abbasserà il terreno di 50 centime­tri, posso accettare. Ma quanto vuole d'affitto?

- Trecento lire. (...)

- Gliene do trecentoventi, a patto che mi affitti anche la stri­scia di terra che corre intorno alla tettoia, per farvi giocare i ra­gazzi. (...)

- D'accordo. Contratto concluso. (...)

Tornai di corsa dai giovani, li raccolsi attorno a me e mi misi a gridare:

- Allegri, figli miei! Abbiamo l'oratorio dal quale più nessu­no ci manderà via. Avremo chiesa, scuola e cortile per saltare e giocare. (...) È là, in casa di Francesco Pinardi! - e con la mano indicai il luogo.

Le mie parole fuono accolte con entusiasmo indescrivibile.(...) Ci siamo inginocchiati sull'erba per l'ultima volta, e abbiamo re­citato il Rosario» (Memorie, 140).

Giovanni B. Francesia, compagno dei ragazzi che migrarono dal prato Filippi alla tettoia Pinardi, scrive che a trasformare la tettoia in cappella «posero mano don Bosco, i ragazzi e l'antico proprietario» (VBP, 118). Dopo una lunga giornata di lavoro, i piccoli muratori e i giovani meccanici vengono a dare una mano a don Bosco. Carriole, badili, secchie di calcina. Volti già stanchi eppure sereni, braccia giovani che lavorano per costruire la loro chiesa, il loro Oratorio. Quel battere, piantare, levigare è una mu­sica grande.

 

29. «Don Bosco muore!»

 

 

Prati verdi tra le officine

 

«Quando i lavori di adattamento furono terminati - scrive don Bosco - l'Arcivescovo ci permise di benedire e di usare co­me chiesa quel povero locale. Questo avvenne la domenica di Pa­squa, 12 aprile 1846.

La nuova chiesa era una costruzione poverissima. Tuttavia (...) le emigrazioni, a Dio piacendo, erano finite. A me questa chiesina sembrava il luogo dove in sogno avevo visto la scritta: "Questa è la mia casa, di qui uscirà la mia gloria". I disegni di Dio, invece, erano diversi.

La sede del nostro Oratorio, purtroppo, era vicina a una casa dove abitavano donne di vita equivoca, e dove era aperta fino a notte l'osteria della Giardiniera. Lì, specialmente nei giorni festi­vi, si davano convegno gli ubriachi della città. Nonostante questi vicini allarmanti, abbiamo cominciato regolarmente le nostre riu­nioni» (Memorie, 143).

Don Bosco confessa i giovani, predica per loro, procura la co­lazione, gioca con loro, fa scuola a chi la desidera, li riporta in chiesa alla sera per il catechismo, parla con ciascuno dei suoi pro­blemi.

Nella nuova sede i ragazzi aumentano sempre più, arrivano ad alcune centinaia ogni domenica. Questo è dovuto al fascino di don Bosco, ma anche alla sede che l'Oratorio, sballottato a destra e a sinistra, ha finito per trovare.

La regione di Valdocco, nella prima periferia della città, è or­mai l'unica zona di prati liberi e sconfinati. Borgo Dora (il rione che si estende a nord-est di Valdocco) sta diventando la sede di «tutte le officine dei fabbricanti di grosse macchine, de' calderai, de' bottai, e di altri siffatti mestieri, per liberare gli abitanti del­l'interno della città dal rumore insopportabile che per esse faceva­si». Nella zona del «Balòn» si contano nove concerie di pelli, molte manifatture della seta, i mulini pubblici. Nella grande piazza Ema­nuele Filiberto, che salda Borgo Dora con la città, c'è il mercato generale dove tanti ragazzi «si arrangiano» per sei giorni alla set­timana, attendendo che un padrone venga ad offrire loro un lavo­ro stabile (ST 3,72s).

Uscire da questo Borgo, dalle sue fabbriche allucinanti e dalle vie maleodoranti, e trovare tra i prati verdi don Bosco, era per tanti ragazzi la parentesi consolante della settimana. E lo era anche per tanti ragazzi del Martinetto, la zona a ovest di Valdocco, dov'era­no diverse filande di seta, una manifattura di cotone, due conce­ne di pelli, due fornaci di tegole e mattoni. Per questi ragazzi la­voratori don Bosco impegnava tutte le sue forze. Ma anche lui era soltanto un uomo, e in un pomeriggio caldissimo di luglio «fui preso da un grande sfinimento. Dovettero portarmi a letto».

 

«Morirò assistito da voi»

 

«Ero seriamente malato: bronchite, tosse, febbre violenta. In otto giorni giunsi al limite tra la vita e la morte. Mi diedero la co­munione come Viatico e l'Unzione degli infermi. Ero pronto a mo­rire. Mi rincresceva abbandonare i miei ragazzi».

Giovanni B. Francesia ricorda che in quei giorni «venne ad as­sisterlo la sua madre» (VBP, 123).

«Quando si sparse la notizia che la mia malattia era grave - continua don Bosco - tra i giovani si diffuse un dolore vivissi­mo... Ogni momento, alla porta della stanza dov’ero ricoverato, arrivavano gruppi di ragazzi. Piangevano e chiedevano mie noti­zie. Non se ne volevano andare» (Memorie, 157s).

I medici avevano proibito ogni visita, nessuno era lasciato en­trare. Ma Francesia ricorda: «Egli stesso ci diceva che quando i medici pronunziarono la sentenza che ormai la sua vita era termi­nata, soggiunse: "Ora potrò lasciar venire avanti i giovanetti?". "Faccia come vuole". Allora fece aprire la porta e permettere che venissero liberamente a visitarlo. "Almeno - loro diceva - così morirò assistito da voi. Ma nessuno dubiti, se io muoio il Signore manderà altri a prendere il mio posto"» (VBP, 124).

L'affetto a don Bosco spinse i ragazzi a pregare e a far sacrifi­ci eroici per strappare a Dio la grazia che non morisse. «Molti pro­misero alla Madonna di recitare il Rosario intero per mesi, altri per un anno, alcuni per tutta la vita... Sono certo che molti giova­ni muratori digiunarono a pane e acqua per settimane intere, con­tinuando il lavoro pesante dal mattino alla sera. Il breve interval­lo di tempo libero che veniva loro concesso andavano a passarlo davanti al Santissimo Sacramento.

Dio li ascoltò. Era un sabato sera, i medici fecero consulto e pronunciarono la sentenza: quella sarebbe stata la mia ultima notte. Ne ero convinto anch'io, perché non avevo più forze e avevo con­tinui sbocchi di sangue. A notte avanzata sentii una gran voglia di dormire, e mi assopii. Quando mi svegliai ero fuori pericolo. I medici Botta e Caffasso mi visitarono al mattino, e mi dissero di andare a ringraziare la Madonna per grazia ricevuta» (Memo­ne, 158).

 

I fiori di Porta Palazzo

 

La notizia gettò la gioia tra i ragazzi. Parecchi giorni dopo, don Bosco fece dire loro che sarebbe tornato all'Oratorio. Fran­cesia ricorda: «In quella mattinata furono comprati quanti più fiori si poterono, e si sparsero dalla casa del rifugio fino all'Oratorio. Le rivenditrici di Porta Palazzo, meravigliate di tanti giovanetti che venivano a comprar fiori, domandavano per qual santo, per quale festa.

- Che santi! Che santi! È per don Bosco - si diceva -, egli viene all'Oratorio. Fu ammalato a morte e oggi ritorna...

- Chi è don Bosco?

- È quel prete che raduna tanti ragazzi e li sa istruire così bene.

- È stato ammalato?

- Assai assai; ma oggi viene all'Oratorio e facciamo una bel­la festa» (VBP, 125).

«Appoggiandomi ad un bastone mi recai all'Oratorio. Mi ac­colsero cantando e piangendo - scrivè don Bosco -. Cantarono un inno di ringraziamento a Dio, mi avvolsero di acclamazioni e di entusiasmo» (Memorie, 158).

I più grandi lo obbligarono a sedere sopra un seggiolone, e lo portarono come un re sul trono, mentre i più piccoli gridavano intorno e agitavano verso di lui i loro poveri fiori. Entrarono ad affollare la cappellina, perché là, nel tabernacolo, c'era Colui che aveva loro restituito don Bosco. Giovanni Bonetti ricostruisce le parole che, tra le lacrime, don Bosco riuscì a dire ai suoi piccoli amici:

- Vi ringrazio... Sono persuaso che Dio ha concesso la mia vita alle vostre preghiere. La gratitudine vuole che io la spenda tutta per voi. Così prometto di fare finché il Signore mi lascerà su questa terra. E voi... aiutatemi (CL 113).

Subito dopo, don Bosco fece un gesto da grande educatore:

«Provvidi a una faccenda importante. Molti, quand'ero in peri­colo di vita, avevano fatto voti e promesse enormi, praticamente impossibili da mantenere, spinti dall'emozione e dall'affetto. Le cambiai in promesse più semplici e leggere» (Memorie, 159).

I medici gli prescrissero alcuni mesi di convalescenza, ed egli andò a trascorrerli con la sua famiglia, ai Becchi. Ma promise: «Pri­ma che cadano le foglie d'autunno, ritornerò».

 

30. Una mamma e una casa per chi non ce l'ha

 

 

Ritorno a Valdocco

 

Camminando per i prati e le vigne, dove i grappoli stavano ma­turando per la vendemmia, don Bosco progettò con calma il suo avvenire. Sarebbe tornato a Torino, anche se don Cafasso e don Borel lo consigliavano di prolungare la sua convalescenza in qual­che altro luogo. E a Torino sarebbe andato ad abitare nell'Oratorio, nelle tre stanze che aveva subaffittato dal Soave fin dal 5 giugno.

Avrebbe ripreso (con calma, per non rischiare nuovamente la salute) il progetto che la malattia aveva temporaneamente inter­rotto: dare ospitalità ai ragazzi più miseri e senza famiglia.

La zona di Valdocco, però, era segnata da quella «casa dove abitavano donne di vita equivoca». Non era il luogo adatto per un prete che viveva solo e teneva al suo buon nome.

Per questo motivo, un giorno don Bosco prese il coraggio a due mani e disse a sua madre:

«- Mamma, dovrei andare ad abitare a Valdocco. Dovrei prendere una persona di servizio. Ma in quella casa abita gente di cui un prete non può fidarsi. L'unica persona che mi può ga­rantire dai sospetti e dalle malignità siete voi.

Essa capì la serietà delle mie parole, e rispose:

- Se credi che questa sia la volontà del Signore, sono pronta a venire.

Mia madre faceva un grande sacrificio. Non era ricca, ma in famiglia era una regina. Piccoli e grandi le volevano bene e le ub­bidivano in tutto» (Memorie, 160).

Partirono dai Becchi la mattina del 3 novembre. Margherita fece un'ultima carezza ai quattro nipotini che lasciava con molto rincrescimento, guardò la sua casa, i suoi campi. Aveva visto gli uragani sradicare gli alberi. La vita sradicava anche lei. La porta­va, a 58 anni, nella città che non conosceva.

«Abbiamo fatto tappa a Chieri - scrive don Bosco -, e la sera del 3 novembre siamo arrivati a Valdocco. A vedere quelle came­re sprovviste di tutto, mia mamma sorrise e disse:

- Ai Becchi avevo tante preoccupazioni per far andare avan­ti la casa, per comandare ciò che ognuno doveva fare. Qui sarò molto più tranquilla» (Memorie, 161).

L'8 novembre era domenica, e per i ragazzi dell'Oratorio fu festa grande. Don Bosco e sua madre, seduti in mezzo al prato, ascoltarono canti e auguri da quell'esercito di giovani che si am­massava intorno.

La preoccupazione prima di don Bosco fu di riprendere e di allargare la scuola domenicale e quella serale. Il primo dicembre subaffittò dal Soave tutta la casa Pinardi per 710 lire annue. (L'atto notarile non porta la firma di don Borel, come i precedenti, ma quella di don Bosco). Con l'aiuto di don Carpano, don Nasi, don Trivero, don Pacchiotti si faceva scuola dappertutto: nelle stanze, nella cucina, nella chiesa. Più si dava possibilità di istruzione, ri­cordava don Bosco, più il numero dei ragazzi saliva.

«Nell'inverno 1846-47 le nostre scuole serali diedero ottimi ri­sultati. Avevamo in media 300 alunni ogni sera. Le materie che insegnavamo erano lingua e aritmetica, ma anche musica e canto, che tra noi furono sempre fiorenti. Ma fra gli alunni c'erano an­che fior di monelli, che guastavano o mettevano sottosopra tut­to» (Memorie, 162).

Era uno spettacolo vedere alla sera le stanze illuminate, piene di ragazzi e giovani: in piedi dinanzi ai cartelloni, con un libro in mano, nei banchi intenti a scrivere, seduti per terra a scaraboc­chiare sui quaderni le lettere grandi.

 

Un ragazzo portato dalla pioggia

 

Anche alla domenica il numero dei ragazzi saliva sempre più. Oscillava ormai tra i 400 e i 500. Nella chiesina ce ne stava una piccola parte. «D'inverno - ricorda Pietro Stella - il pavimento della cappella all'Oratorio era coperto di una poltiglia melmosa». Nell'estate che seguirà, la stessa cappella si trasformerà in «una nauseabonda accolta d'individui dal fiato pesante e dagli indumenti puzzolenti; ma l'odore non differiva da quello che la maggior parte dei giovani trovavano nelle strade e nelle proprie case. Confessare i giovani nella cappella era una penitenza per un prete, per poco che si fosse abituato a cambiare la biancheria con una certa perio­dicità» (ST 3,163).

Ma don Bosco non pensa soltanto a confessarli. Sa che tra essi ce ne sono di quelli che, a notte, non hanno nemmeno «un lurido sacco pieno di foglie o di paglia» in una soffitta. Il suo progetto è di dare, a questi sotto-poveri, ospitalità nella casa che ha subaf­fittato.

Il primo arriva nel maggio del 1847, portato dalla Provviden­za e da una pioggia infinita. Lo racconta don Bosco con molta semplicità:

«Una piovosa sera di maggio bussò alla nostra porta un ra­gazzo di 15 anni, tutto bagnato e intirizzito. Ci chiese pane e ospi­talità. Mia madre lo fece entrare in cucina, vicino al focolare. Men­tre si scaldava e si asciugava, gli diede pane e minestra. Intanto gli domandai se era andato a scuola, se aveva parenti, che mestie­re faceva. Mi rispose:

- Sono un povero orfano. Vengo dalla Valsesia a cercare la­voro. Avevo tre lire, ma le ho spese tutte e non ho trovato lavoro. Adesso non ho più niente e non sono più di nessuno.

- Hai già fatto la prima Comunione?

- No.

- E la Cresima?

- Nemmeno.

- Sei già andato a confessarti?

- Qualche volta.

- E adesso dove vuoi andare?

- Non lo so. Per carità, lasciatemi passare la notte in un an­golo.

Silenziosamente si mise a piangere. Anche mia madre piange­va, e io ero profondamente turbato.

- Se sapessi che non sei un ladro ti terrei. Ma degli altri ra­gazzi mi hanno portato via le coperte, e forse tu farai come loro.

- No, signore. Stia tranquillo. Io sono povero ma non ho mai rubato.

- Se sei d'accordo - disse mia madre - per questa notte lo faccio dormire qui. Domani Dio provvederà.

- Qui dove?

- In cucina.

- E se porta via le pentole?

- Farò in maniera che non succeda.

- Allora d'accordo.

Aiutata dal ragazzo, mia mamma uscì fuori e, raccolse dei mezzi mattoni, li portò dentro, fece quattro pilastrini, vi distese alcune assi, mise sopra un pagliericcio e preparò così il primo letto del­l'Oratorio. La mia buona mamma, a questo punto, fece a quel ragazzo un discorsetto sulla necessità del lavoro, dell'onestà e del­la religione. Poi lo invitò a recitare le preghiere.

- Non le so - rispose.

- Allora le reciterai con noi - gli disse. E pregammo insieme.

Per non correre pericoli, la cucina fu chiusa a chiave fino al mattino dopo. Questo fu il primo ragazzo ospitato nella nostra casa» (Memorie, 168s).

 

31. Giuseppe, Carlino: i ragazzi della speranza

 

 

Promemoria disparati

 

Dopo il ragazzo della Valsesia (che non rubò le pentole) arri­varono altri orfani rimasti soli da un giorno all'altro, immigrati in cerca del primo lavoro. Furono ospitati nella «casa annessa al­l'Oratorio» (che chiamerò «convitto») insieme a un paio di preti e a un chierico che alloggiavano da don Bosco, e contribuivano con la pensione regolare a mantenere in piedi la baracca.

La registrazione di chi entrava e di chi usciva (ci assicura Pie­tro Stella) non esiste. Ci sono appunti di don Bosco, promemoria disparati. Don Bosco faceva del bene come poteva, non prendeva appunti per la storia. Secondo Bonetti e Francesia, nel primo an­no (1847) furono ospitati sette ragazzi.

Per loro don Bosco trasformò due camere vicine in un piccolo dormitorio, piazzò i letti, appese alla parete un crocifisso, un'im­magine della Madonna, un cartello con sopra scritto «Dio ti vede».

Al mattino presto don Bosco dice Messa per loro, poi, adden­tando una pagnotta, vanno a lavorare in città, nella bottega di un falegname o di un fabbro, in un negozio o in un caffè dove pre­stano servizio come garzoni. Don Bosco va in città con loro: a cer­care elemosine per mantenerli e vestirli, a scrivere i suoi libri nella biblioteca del Convitto, a fare scuola di catechismo dai Fratelli e nelle carceri, a trovare i ragazzi dell'Oratorio sui luoghi di lavoro.

Quando tornano a notte, «trovano il vitto preparato, i letti più o meno in ordine, le stanze rassettate, la biancheria più o meno rattoppata dalla mamma di don Bosco» (ST 3,177).

Per gestire quella prima, microscopica comunità, don Bosco aveva bisogno di un giovane aiutante di cui fidarsi a occhi chiusi. Ma non solo questo: un ragazzo che rimanesse con lui per sem­pre, e fosse il primo «agnello che diventa pastore», il primo di quei chierici e preti che la Madonna gli aveva promesso tante vol­te in sogno.

 

Il quindicenne preso per mano

 

Da anni don Bosco seguiva Giuseppe Buzzetti, il ragazzo affe­zionato all'Oratorio come a casa sua, che manifestava indole dol­ce, carattere mansueto, e che ora aveva compiuto i 15 anni. Don Bosco aveva investito tante speranze in quel ragazzo.

Una sera del 1847 tentò. Lo racconta lo stesso Giuseppe: «Era una domenica sera, e me ne stavo a osservare la ricreazione dei miei compagni. La festa era per noi un vero giorno di riposo, e me lo godevo tutto dalla mattina alla sera. Quel giorno avevo fat­to la Comunione coi miei fratelli, quindi ero proprio contento. Don Bosco faceva ricreazione con noi, raccontandoci le più care cose del mondo. Intanto veniva la notte, e mi preparavo a tornare a casa. I miei fratelli mi avevano preceduto per preparare un po' di cena. Quando mi avvicinai a don Bosco per salutarlo, mentre parlava con quanti se ne andavano, mi fermò per la mano... La­sciai sfollare tutti. Rimasto solo con lui....

- Bravo - mi disse -, sono contento di poterti parlare. Dim­mi, verresti a stare con me?.

- A stare con lei? Si spieghi.

- Tu fai il muratore, è vero? Ebbene, io vorrei che mi aiutas­si a fare tante altre cose....

- Ma non capisco!.

- Ho bisogno di raccogliere dei giovanetti che mi vogliano se­guire nelle imprese dell'Oratorio. Tu saresti uno... Io comincerò a farti un po' di scuola... E se Dio lo vorrà, a suo tempo potresti essere sacerdote.

Io guardavo in faccia don Bosco... e mi pareva di sognare... Poi egli aggiunse:

- Parlerò con tuo fratello Carlo, e faremo quanto sarà me­glio nel Signore».

Carlo fu d'accordo, e Giuseppe venne ad abitare con don Bo­sco e mamma Margherita. Don Bosco gli affidò il denaro e l'eco­nomia della casa, con fiducia totale. E in due anni di studio lo pre­parò a vestire l'abito nero dei chierici. Era chiamato il «chierico Buzzetti», ed era considerato da tutti il vice-don Bosco. Fu lui a prendere da parte Michele Rua (cinque anni meno di lui) e a fargli una seria paternale perché non si impegnava nello studio.

Ma poi non se la sentì più. Approfittando di un incidente di salute svestì l'abito dei chierici. Con don Bosco sempre, ma prete no. Rimase il confidente e il braccio forte di don Bosco, il cireneo della casa, il primissimo salesiano, anche se si sentì di entrare nel­la congregazione religiosa solo a 45 anni, quando Michele Rua (il ragazzo a cui aveva fatto la paternale) era già Prefetto Generale dei Salesiani.

 

Una mancia e una casa per Gastini

 

Dopo Buzzetti arrivò Carlo Gastini. La sua storia (da lui rac­contata infinite volte) è scritta con particolari e dialoghi sia da Fran­cesia che da Bonetti.

Un giorno del 1843 (quando era ancora al Convitto) don Bo­sco era entrato in una barbieria. Si era avvicinato un piccolo gar­zone per insaponarlo.

- Come ti chiami? Quanti anni hai?

- Carlino. Ho undici anni.

- Bravo Carlino, fammi una bella insaponata. E tuo papà co­me sta?

- È’ morto. Ho soltanto la mamma.

- Oh, poverino, mi dispiace -. Il ragazzo aveva finito l'insa­ponata -. E ora su, da bravo, prendi il rasoio e radimi la barba.

Accorse il padrone allarmato:

- Reverendo, per carità! Il ragazzo non ci sa fare. Lui insa­pona soltanto.

- Mi sun don Bosc (Io sono don Bosco) e lui sa benissimo fa­re la barba a un c'a lé d'bosc (a uno che è di legno). Forza, Carlino.

Carlino tagliò quella barba tremando come una foglia. Suda­va. Qualche raschiatura energica la diede, ma arrivò alla fine.

- Bravo, Carlino! - sorrise don Bosco -. E ora che siamo amici, voglio che vieni a trovarmi qualche volta.

Gastini cominciò a frequentare l'Oratorio, e divenne amicissi­mo di don Bosco. E don Bosco continuò a frequentare il sabato la sua barbieria. Confidava poi a Francesia: «Don Bosco partiva più di una volta da sotto i miei ferri come San Bartolomeo (il san­to scorticato vivo). Ma in parte la colpa era anche sua. Don Bosco non voleva mai stare in silenzio. Ora mi diceva: "È da molto tem­po che ti sei confessato? Domani verrai all'Oratorio? Come sta tua madre?". Insomma non mi lasciava mai quieto. Io poi ero un garzone, e stavo là sotto l'occhio minaccioso del padrone, trema­vo come una foglia. E don Bosco? Sempre tranquillo. Pagava, met­teva una piccola mancia per me, e partiva, facendosi promettere che l'indomani sarei andato a trovarlo ».

Nell'estate del 1847, don Bosco lo trovò che piangeva vicino alla barbieria.

- Cosa ti è capitato?

- È’ morta mia mamma, e il padrone mi ha licenziato. Mio fratello più grande è soldato. E adesso dove vado?

- Vieni con me. Io sono un povero prete. Ma anche quando avrò soltanto più un pezzo di pane lo farò a metà con te. (È la frase che tanti ragazzi si sentirono dire da don Bosco, e che con­servarono nel cuore come un tesoro: don Bosco sarebbe sempre stato la loro sicurezza).

Anche Gastini è un ragazzo su cui don Bosco punta molte spe­ranze. Ma Carlino all'inizio è svagato come una farfalla, non sa impegnarsi sui libri. E non ne vuol sapere molto di chiesa e di con­fessione. E sotto il suo guanciale che don Bosco mette il famoso biglietto: «Carlo, se morissi questa notte, dove andrebbe l'anima tua?». È’ una scossa salutare. Quella sera stessa Gastini va a bus­sare alla porta di don Bosco e a confessarsi. Diventa più serio, più impegnato. Don Bosco lo fa studiare accanto a Buzzetti, gli fa indossare insieme con lui la veste nera dei chierici, nella festa della Purificazione di Maria, il 2 febbraio 1851.

Tre anni dopo, però, il chierico Gastini sente nuovamente la primavera come una farfalla. Le parole di san Filippo Neri, fatte proprie da don Bosco, «State allegri, basta che non facciate pec­cati», comportano una presenza amorevole ma continua degli as­sistenti tra i ragazzi che il convitto ospita giorno e notte. Ma a volte sono gli assistenti stessi che deludono don Bosco. Nella primavera del 1854 egli scrive sul registro di condotta: «Viale, Olivero, Lu­ciano, Gastini, la sera del 7 maggio uscirono senza licenza e giun­sero a casa che tutti erano già a letto, dovendo perciò attraversare il cancello già stato chiuso». Carlino, ventunenne, aveva fatto una scappatella con altri tre. Parteciperà coraggiosamente all'assistenza dei colerosi nell'estate successiva, ma nel 1855 poserà la veste da chierico e si ritirerà dall'Oratorio. Don Bosco scrive cinque, sten­tate parole accanto al suo nome: «Andò a dimorare da sé» (ST 3,255s).

Carlino rimarrà sempre amicissimo di don Bosco, di casa a Val­docco. Allegro, vivace, diventerà il presentatore brillante di ogni festa. Ma in quelle cinque parole di don Bosco c’è un grande so­gno infranto.

 

I poveri gioielli della mamma

 

Con l'arrivo dei primi ragazzi, cominciò per don Bosco e per sua madre il problema di mettere insieme il pranzo cori la cena. Le «entrate» dei piccoli lavoratori ospiti dell'Oratorio erano mo­destissime: un piccolo muratore guadagnava 40 centesimi a gior­nata, e il pane costava 37 centesimi al chilo...

«Come vivere, che cosa mangiare, come pagare l'affitto? - scrive don Bosco -. E questo non era tutto: molti ragazzi mi do­mandavano ogni momento pane, scarpe, camicie, abiti. Ne ave­vano assoluto bisogno per presentarsi al lavoro» (Memorie, 161).

Don Bosco cominciò ad andare a bussare alle case dei nobili e dei ricchi. La prima benefattrice dell'Oratorio, però, non fu una Contessa, ma sua madre.

Scrive: «Abbiamo fatto arrivare da casa un po' di vino, fru­mento, granturco, fagioli. Per far fronte alle prime spese abbia­mo venduto una vigna e alcuni campi. Mia madre si fece mandare il suo corredo da sposa che fino allora aveva custodito gelosamente. Alcune sue vesti servirono a fare pianete. Con la biancheria si fe­cero tovaglie d'altare... Mia mamma possedeva pure una piccola collana d'oro e alcuni anelli. Li vendette per comprare oggetti ne­cessari alla chiesa» (Memorie, 161).

Giovanni Bonetti ricorda: «Per quanto la buona donna fosse distaccata dalle cose del mondo, tuttavia lo spropriarsi di questi preziosi ricordi le costò non poca pena. Una volta che ne parlava la udii a dire: "Quando mi vidi quegli oggetti per l'ultima volta tra mano... mi sentii pel rincrescimento alquanto turbata; ma non appena me ne accorsi dissi: Andate là, che sorte migliore non vi potrebbe toccare, quanto si è quella di sfamare e vestire poveri fan­ciulli, e fare onore in chiesa"» (CL, 125).

Don Bosco ha riacquistato la salute, ha consolidato l'Orato­rio che conta cinquecento ragazzi alla domenica e alcune centinaia alle scuole serali, ha raccolto in casa sua i primi ragazzi che gli permettono di guardare con speranza all'avvenirè. Può appena ti­rare il fiato prima del durissimo impatto con la politica. Essa sta scoppiando a Torino e in tutta l'Italia come una scarlattina, viru­lenta e pericolosa malattia infantile.

 

32. Politica ad alta tensione

 

 

Quattro anni di guerra e poi la sconfitta

 

In Piemonte i preti facevano politica da mille anni. Una poli­tica che si può condensare in due parole: fedeltà e collaborazione. Al duca, al principe, al governo di turno. La formula «trono e altare» (cioè concordia tra Stato e Chiesa) era sinonimo di ordine e di pace. Se si andava d'accordo, se i sudditi erano fedeli, la pace era garantita, o, se c'era la guerra, c'era la speranza che la pace tornasse presto. E la pace, per i contadini piemontesi, era il bene supremo: nessuno portava via i figli, nessuno veniva a calpestare i campi. Si poteva lavorare per il pane quotidiano.

Ma poi qualcosa si guastò.

Nel settembre 1792 (tre anni dopo l'inizio della Rivoluzione Francese) un esercito della Francia si impadronì della Savoia e di Nizza, dando automaticamente inizio alla guerra contro il Piemon­te. Un esercito austriaco di 30 mila uomini venne ad appoggiare i Piemontesi. Durante i quattro anni di guerra, nelle chiese si fece­ro preghiere pubbliche perché Dio «protegga la patria dal nemico che calpesta ogni religione, oltraggia le chiese e i sacerdoti del Si­gnore». Ma nel 1796 la guerra è perduta. Il re se ne va. A Torino e nei paesi si piantano gli «alberi della libertà» dei rivoluzionari. Molti preti vanno a benedirli. Il Chiuso, nel secondo volume di La Chiesa in Piemonte da cui prendo queste notizie, scrive: «Una parte non piccola di ecclesiastici non dubitarono di schierarsi coi patrioti». L'arcivescovo di Torino, mons. Buronzo, scrive ai par­roci e ai fedeli (che fino allora erano stati invitati a pregare contro i rivoluzionari): «Eccoci dichiarati solennemente liberi, uguali, re­pubblicani. Siane le mille volte lodato l'Altissimo. La grande na­zione trionfatrice ne sia pur ringraziata, la quale... è amichevol­mente accorsa a unirsi al Piemonte» (p. 44).

Nelle chiese, al posto del Te Deum, l'inno di ringraziamento giudicato reazionario, si canta il Magnificat che con il suo «ha de­posto i potenti dai troni» viene giudicato più adatto ai rivoluzionari.

Tre anni dopo, nel 1799, mentre Napoleone è in Egitto, gli austro-russi invadono nuovamente l'Italia del nord. Torino è ri­conquistata al grido di «Viva il re, a morte i rivoluzionari». Nel Duomo si ringrazia Dio con il reazionario Te Deum. L'arcivesco­vo Buronzo scrive a parroci e fedeli: «Chi di voi avrebbe pensato, che dal polo settentrionale... avremmo noi con' somma sorpresa e letizia veduto venire, per liberarci dal tirannico giogo, due ar­mate potenti... che sarebbero volate a spezzare le nostre catene e a rivendicare i diritti dell'ottimo nostro sovrano?» (p. 120s).

 

Partiti e correnti in Seminario

 

L'anno dopo, 1800, Napoleone torna. Torino è ripresa dai fran­cesi. Monsignor Buronzo fugge. Il disorientamento di preti e cri­stiani è grande. Canonici di S. Giovanni e teologi del Corpus Do­mini mandano offerte all'amministrazione patriottica. Ancora Ma­gnificat nelle chiese. Monsignor Buronzo si umilia davanti a Na­poleone nel castello di Moncalieri, si dice disposto a giurargli fe­deltà. Anche per la Chiesa sono anni di profonde umiliazioni. Papa Pio VII tenta un Concordato, facendo a Napoleone concessioni enormi. Napoleone, non contento, aggiunge di propria iniziativa altri articoli al Concordato. Si arriva a inserire nei Catechismi do­mande e risposte sull'obbligo di obbedire al «grande imperatore Napoleone».

Quando nel 1809 Pio VII scomunica Napoleone, tensioni gra­vi si creano nelle diocesi e nei seminari. Nascono partiti e correnti contrapposte: favorevoli al Papa, favorevoli a Napoleone. I cri­stiani non possono non esserne scandalizzati.

1813, battaglia di Lipsia. 1815, battaglia di Waterloo. Napo­leone è definitivamente sconfitto. Ancora una volta le posizioni si rovesciano. Nelle chiese si ricanta il Te Deum. Nelle lettere pa­storali dei vescovi piemontesi si leggono frasi di questo tono: «La rete è stata spezzata, e noi siamo liberati!». La restaurazione dei troni è «opera solo delle mani di Dio».

 

Vescovi come girandole?

 

Con il ritorno del re, a Torino sembra definitivamente ristabi­lito il «vecchio regime». Ma a soli sei anni di distanza, nel marzo 1821, scoppiano i «moti» per la Costituzione. Portano Vittorio Emanuele I in esilio, Carlo Felice sul trono, il giovane reggente Carlo Alberto a concedere la Costituzione (…). Il primo segretario di Stato, Dal Pozzo, sollecita i vescovi «affinché racco­mandino preghiere, pubbliche azioni di grazie per Carlo Alberto». I vescovi hanno appena scritto in questo senso, che Carlo Felice (da Modena dove si trova) sconfessa Carlo Alberto e lo manda in esilio.

Ancora una volta nel clero c'è un forte sbandamento. Mentre Carlo Alberto se ne va, a capo del governo costituzionale è posto un canonico, don Marentini. Ma Carlo Felice, rientrando, scaglia le sue ire sul malcapitato canonico, e l'arcivescovo Chiaverotti scrive ai fedeli «non doversi attribuire ad altri che alla Provvidenza di­vina l'essere scomparsa, come polvere al vento, quella nuova spe­cie di governo che si voleva sostituire alla monarchia» (Chiuso, 3,73).

Questi vescovi che hanno cambiato tante volte le carte in tavo­la, hanno di certo scandalizzato molti cristiani. Sembrano giran­dole. Ma se si esamina con attenzione la loro azione, sono un'al­tra cosa: persone che hanno cercato disperatamente di rimanere fedeli al principio che da più di mille anni ha regolato le relazioni tra Chiesa e Stato: fedeltà e collaborazione; alleanza tra trono e altare.

La nascita dei figli, la loro educazione, i matrimoni, l'orga­nizzazione della vita collettiva, tutto si era sempre svolto nell'ar­monico intervento di Stato e Chiesa. Spezzare questo legame sem­brava una catastrofe, un disastro che avrebbe precipitato tutto nel disordine.

Per questo (non per viltà né per leggerezza) i vescovi hanno fatto salti mortali: allinearsi ogni volta con l'autorità costituita.

 

La politica del Padre nostro

 

Ma la politica è cambiata. Presto, con le Costituzioni e i Par­lamenti, i governi saranno equilibri instabili di tendenze contrap­poste. Se i preti e i vescovi continueranno a fare politica, ci saran­no conseguenze gravissime: metteranno Dio sui gagliardetti di una parte, non terranno unito ma divideranno il popolo cristiano.

Don Bosco in questi anni carichi di politica ad alta tensione, capisce che se la politica è questa, i preti devono stame fuori.

Avrà grossi guai per questo suo atteggiamento, ma ripeterà con risolutezza: «Il prete cattolico non ha altra politica che quella del Vangelo» (MB 6,679).

I preti, i religiosi, i suoi Salesiani dovranno attestare la loro azione su capisaldi ben più solidi dei partiti e delle correnti: le ani­me da salvare, i giovani poveri da nutrire ed educare, il regno di Dio da far venire nel mondo. Tutto questo lui lo chiamerà «la po­litica del Padre nostro».

Non fu un atteggiamento esclusivo di don Bosco. Già don Ca­fasso diceva ai preti suoi alunni: «Non prendetevi a cuore le cose politiche. La politica del prete è quella del Vangelo e della carità» (MB 6,222).

Mentre brontolano all'orizzonte i primi tuoni di quel gran tem­porale che sarà il 1848, parecchi vescovi piemontesi hanno lo stes­so atteggiamento. Purtroppo non è quello dominante, nemmeno tra gli alunni di don Cafasso. Sotto il temporale i preti si divide­ranno, i seminaristi si ubriacheranno di politica romantica. Persi­no il grande don Cocchi andrà ad «agitare la bandierina tricolo­re» per le strade, e tenterà di partecipare alla guerra con i suoi ragazzi.

Ma passata la grande esaltazione i vescovi piemontesi si riuni­ranno a Villanovetta di Saluzzo (luglio 1849) e decideranno di «vietare agli ecclesiastici di prendere parte a circoli e adunanze politi­che... di non schierarsi pro o contro nessun candidato politico» (Chiuso 3,293 ss).

È’ l'inizio timido e rassegnato di quella separazione tra Stato e Chiesa che, tra ripensamenti e travagli, progredirà sempre più. Don Bosco non ha quindi assunto una posizione originale e stra­na. Ha semplicemente seguito (e forse un po' anticipato) la posi­zione dei suoi vescovi.

Ma prima che i vescovi si pronuncino, scoppia il 1848.

 

33. 1848: la coccarda tricolore

 

 

Gli applausi di Carlo Alberto e di Garibaldi

 

Il 1848, come ogni albero, ha radici un po' lontane. Affonda­no nel giugno 1846, quando a sorpresa fu eletto Papa il giovane cardinale Mastai-Ferretti (54 anni), che prese il nome di Pio IX. In Italia si aspettava un liberatore. Lo si era cercato a Torino, a Napoli, a Modena. Invece spuntava (o meglio, tutti credevano che stesse spuntando) nella città meno pronosticata, Roma. «Tutto mi sarei aspettato, ma non un Papa liberale», mormora desolato il potente cancelliere austriaco Metternich, da 34 anni gendarme del­l'assolutismo.

Si ingannava anche lui. Ma Pio IX stava facendo tutto il ne­cessario perché si ingannasse lui e tanti altri. Non aveva idee libe­rali, ma non gli andava che l'Austria ficcasse il naso e i cannoni in ogni angolo d'Italia. E lo disse papale papale. Era persona uma­na, e perciò liberò quei prigionieri politici che erano stati incarce­rati per un po' di chiasso fatto sulle piazze. Gli parve giusto che gli amministrati di ogni comune eleggessero i loro amministratori (non eleggevano mica il Papa!), e che, salva la buona educazione e il rispetto alle autorità, sui giornali si potesse scrivere ciò che si pensava. Queste cose, ovvie per papa Mastai, fecero scoppiare il pandemonio. Tutti gridavano che era arrivato il Papa neoguelfo profetizzato da Gioberti, che Pio IX sarebbe diventato il primo presidente della federazione d'Italia.

Pio IX aveva anche lui le sue debolezze. Gli piacevano gli ap­plausi, e quindi li accettò dalla gente (che dovunque gli improvvi­sava cortei e luminarie), da Carlo Alberto (che gli offrì la sua spa­da), da Garibaldi (che gli mise a disposizione le sue «camicie ros­se»), un po' meno da Mazzini (che prese il tono dello Spirito San­to consigliere e protettore).

Non si rese subito conto che tutto ciò avrebbe portato inevita­bilmente alla guerra contro un'altra nazione cattolica, l'Austria, e prima o poi alla scomparsa dello Stato Pontificio.

Era un bravissimo prete, Pio IX, ma un politico ingenuo. Men­tre ingenui non erano i liberali, che decisero di balzare sul suo car­rozzone e di farne la bandiera della guerra all'Austria, salvo ab­bandonarlo e indicarlo al pubblico disprezzo appena si fosse ri­bellato al ruolo di utile strumento nelle loro mani.

Che il Papa fosse il primo a concedere le «libertà» soppresse da 34 anni, ebbe l'effetto di una miccia accesa in una polveriera. L'Europa scoppiò.

Le grandi città videro le barricate nelle strade, sentirono il cre­pitio della fucileria, si accesero di sacro furore davanti al sangue dei «primi martiri della libertà». La rivoluzione incendiò Parigi (23-24 febbraio), Vienna (13 marzo), Berlino (15 marzo), Buda­pest (15 marzo), Venezia (17 marzo), Milano (18 marzo).

Perché i liberali, i borghesi, i patrioti e gli operai si battevano sulle barricate?

Volevano innanzitutto che i re assoluti, padroni della vita e della morte dei loro sudditi, creatori di barriere doganali suicide per i commerci, difensori del divieto di sciopero e di sindacati (e quindi causa della vita disumana nelle fabbriche) smettessero di essere as­soluti. Ogni re doveva essere affiancato da un Parlamento che fa­cesse le leggi, doveva giurare fedeltà alla Costituzione (= legge fon­damentale che garantisce i diritti dei cittadini).

E poi si battevano perché l'Austria la smettesse di essere il cara­biniere delle monarchie assolute, imposte dal Congresso di Vienna.

Le rivoluzioni ebbero successo fulmineo: i re sbalzati, l'Au­stria travolta. A un certo punto Radetzky, il generalissimo capo della armata austriaca in Italia, si trovò a combattere per un im­peratore che con la corte era fuggito dalla capitale, per un cancel­liere che aveva dato le dimissioni ed era scappato in Inghilterra, contro una rivoluzione che aveva già trionfato nella capitale del suo impero, Vienna, e aveva impiccato ad un lampione il ministro della Guerra.

 

Ci si batte per il 2 per cento

 

In Italia gli operai non partecipano alle rivoluzioni (unica ec­cezione Milano). Le Costituzioni che i liberali vogliono imporre ai re assoluti sono scritte dai borghesi e difendono i diritti dei bor­ghesi. Si reclama il diritto di votare per il 2 per cento della popola­zione (i più ricchi), si chiede l'abbattimento delle barriere doganali che impediscono i commerci, ma non si dice nemmeno una pa­rola sul diritto di sciopero e sui sindacati. I proletari devono rima­nere proletari.

Per questo il 1848 italiano è dominato dai liberali, e passa at­traverso tre fasi: le Costituzioni, le insurrezioni contro l'Austria, la guerra contro l'Austria guidata da Carlo Alberto.

 

Don Bosco manca alla festa

 

Spinto dagli atteggiamenti del Papa (e da un insurrezione di Palermo), il re delle Due Sicilie è il primo a concedere la Costitu­zione (29 gennaio).

Il secondo è Leopoldo, granduca di Toscana (17 febbraio).

Poi fu la volta di Carlo Alberto. Indeciso come sempre, il re era angosciato di dover infrangere il solenne giuramento fatto 24 anni prima a Carlo Felice. Pare che abbia chiamato l'arcivescovo di Vercelli, d'Angennes, per sapere se con quel giuramento sulla coscienza poteva dare la Costituzione, o doveva abdicare. Certo, il 2 febbraio stava pensando seriamente all'abdicazione, e cinque giorni dopo promise solennemente la Costituzione. La firmò il 4 marzo.

Tra il 7 febbraio e il 4 marzo ci fu il primo scontro duro di don Bosco con la politica.

Per il 27 febbraio i liberali avevano preparato a Torino una grande «festa di ringraziamento» per la promessa della Costitu­zione (chiamata «Statuto»). La vastissima piazza Vittorio era af­follata di delegazioni fatte affluire da ogni parte del Piemonte, Li­guria, Sardegna, Savoia. Tutte le organizzazioni di Torino erano state invitate a intervenire in massa. Il corteo verso piazza Vitto­rio fu imponente: 50 mila persone sfilarono davanti al re a cavallo.

L'arcivescovo Fransoni (contrario alle idee liberali) si era ri­fiutato di celebrare la Messa e di cantare il Te Deum nella chiesa della Gran Madre che campeggia su piazza Vittorio. Permise solo che si desse la benedizione eucaristica. Aveva pure proibito ai chie­rici del Seminario di intervenire. Ma essi si ribellarono all'ordine, e sfilarono con la coccarda tricolore sul petto.

Anche l'Oratorio fu invitato a intervenire. Lo racconta don Bo­sco stesso, registrando nelle Memorie parole importanti per capi­re il suo pensiero:

«Il marchese Roberto d'Azeglio, principale promotore di quelle manifestazioni, ci fece un invito formale perché vi partecipassi­mo.(...) In piazza Vittorio era preparato un posto per noi accan­to a tutti gli istituti di Torino. Che fare? Rifiutare era come di­chiararsi nemico d'Italia. Acconsentire significava accettare certi principi che io consideravo pericolosi. (...)

- Signor marchese, è mio fermo sistema tenermi fuori da ogni cosa che si riferisce alla politica. Mai in favore, mai contro.

- Che cosa vuol fare allora?

- Fare tutto il bene possibile ai ragazzi abbandonati. Adope­rare tutte le forze perché diventino buoni cristiani di fronte alla religione e onesti cittadini in mezzo alla società civile.

- (...) Lei si sbaglia. Se persiste in questo principio sarà ab­bandonato da tutti, e la sua opera diverrà insostenibile. (...)

- La ringrazio della sua buona volontà e dei consigli che cer­ca di darmi. Mi inviti a qualche cosa dove il prete possa esercitare concretamente l'amore del prossimo, e mi vedrà pronto a sacrifi­care tutto ciò che possiedo, anche la vita. Ma io voglio essere ora e sempre estraneo alla politica.

(...) D'allora in poi non ebbe più relazioni con noi. Anche molti laici ed ecclesiastici, dopo di lui, mi abbandonarono... Rimasi pra­ticamente solo» (Memorie, 1 83s).

 

Caccia al prete

 

Dopo la firma della Costituzione (4 marzo) a Torino non ci furono feste e fiaccolate. Si scatenò invece la caccia ai nemici del­la Costituzione, che i liberali additarono nell'Arcivescovo, i Ge­suiti, il Convitto di don Guala e don Cafasso, le Dame del Sacro Cuore (suore insegnanti).

«In quei giorni - scrive don Bosco - una specie di frenesia si diffuse tra i giovani. Si radunavano in vari punti della città, nel­le vie e nelle piazze, prendevano d'assalto preti e chiese. Ogni of­fesa alla religione era considerata una bella impresa. Io fui assali­to più volte in casa e in strada.

Un giorno, mentre facevo catechismo, un colpo di archibugio (= fucile antiquato) entrò per una finestra, mi stracciò la veste tra il braccio e il torace, e andò a fare un largo squarcio nel muro.

Un'altra volta, mentre ero in mezzo a una folla di ragazzi, in pieno giorno, un tale che ben conoscevo mi assalì con un lungo coltello. Mi salvai per miracolo, fuggendo in camera mia e sbar­rando la porta.

Don Borel sfuggì per miracolo a un colpo di pistola. Sfuggì anche ad alcune coltellate assassine un giorno che fu scambiato per un'altra persona. Era difficile calmare e far cambiare idea a quei giovani scatenati. (...) Nell'anno 1848 ci fu un tale perverti­mento di idee e di azioni che non potevo più nemmeno fidarmi dei collaboratori domestici. Ogni lavoro casalingo doveva quindi essere fatto da me e da mia madre» (Memorie, 173ss).

 

Sbandamento anche tra i preti

 

Lo sbandamento dei preti «politici», in quel tempo di frene­sia, è grave. Il Chiuso narra i fatti principali in venti pagine del suo terzo volume. Accenno soltanto.

Il fenomeno più grave è la ribellione del Seminario maggiore. Già alla Messa di Natale celebrata dall'Arcivescovo in Duomo, i seminaristi si schierano in presbiterio con la coccarda tricolore sul petto. Ripetono l'esibizione (disobbedendo a un divieto formale) alla «festa di ringraziamento» del 7 febbraio. Nei giorni seguenti organizzano una «serata patriottica». Portano nel salone una statua della libertà, la imbandierano di tricolori, e declamano a turno ro­mantiche composizioni all'Italia e a Carlo Alberto, tra accensione di fiaccole e inni patriottici. Padre Marcantonio Durando, sentendo tutto quel rumoreggiare, socchiude la porta e sospirando ammo­nisce: «Dite il Rosario, figlioli, dite il Rosario». L'Arcivescovo ha idee reazionarie, e quindi ha i suoi torti anche lui. Non può comunque tollerare questa provocazione continua. Chiude il se­minario e manda tutti a casa.

I Padri di San Domenico, per festeggiare lo Statuto, la sera del 9 febbraio pongono sulla porta della chiesa queste parole illu­minate: «Iddio Ottimo Massimo Ti colmi di benedizioni, o re Carlo Alberto, benefattore sommo dei tuoi popoli». Dal Monte dei Cap­puccini un frate esaltato spedisce alla Camera dei deputati un «In­vito Sacro»: chiede che gli ordini religiosi vengano soppressi, non essendoci mezzi migliori per riformarli. Tra i Padri della Missio­ne, un gruppo di «spiriti leggeri e imprudenti, scossi dai rivolgi­menti dei tempi», vogliono instaurare un regime popolare, si ri­bellano ai superiori, organizzano trame segrete mediante corrispon­denza clandestina.

Il prete Perini compì forse l'atto più meschino di questo pe­riodo. Quando, il 29 marzo, mons. Fransoni partì per l'esilio in Svizzera, accettò l'incarico dell'Economato di Stato e andò di per­sona a sequestrare i beni del suo Arcivescovo.

In questo tempo di prima libertà, il popolo veniva spinto an­che con mezzi impensati a odiare i preti e i religiosi. Domenico Bongiovanni, fratello di uno dei primi preti di don Bosco, ricorda che in quei mesi «accorreva con avidità ai teatri popolari della Cit­tadella». E vedeva «grandiose scene di banditi mescolate a quelle paurose dell' Inquisizione... Frati e sacerdoti» erano raffigurati mentre «spiccavano la testa dal busto» della povera gente «e poi, orribile a dirsi, si servivano dei teschi per giocare alle bocce». E commenta: «Era un'arte perversa, ma purtroppo persuasiva... Io, con la mia agitata fantasia, mi riempiva di furore e provava un odio implacabile contro i Religiosi».

 

Il liberalismo - Nota

 

Nell 846 le radici della Rivoluzione Francese avevano ormai dato origine ad un nuovo sistema ideologico, il liberalismo. Sarebbe sciocco vedere nel 1800 il primo tentativo dell'umanità di raggiungere la libertà. Tutta la storia umana - cito da Pietro Scoppola - è storia di libertà, di progressiva conquista o alme­no di lotta per la libertà. Ma l'aspirazione alla libertà che si riscontra nel 1800, e che è stata ribattezzata liberalismo, ha una sua fisionomia particolare. Si rial­laccia direttamente alla Costituzione francese del 1791, che nel preambolo affer­ma: «Gli uomini sono nati e restano liberi e uguali nei loro diritti... Questi diritti sono la libertà, la proprietà, la sicurezza e la resistenza all'oppressione. La fonte di ogni sovranità sta essenzialmente nella nazione».

La radice storica di questo liberalismo - afferma Guido De Ruggero - èla negazione dell'autorità ecclesiastica operata dalla riforma protestante, che a sua volta si è evoluta, attraverso l'illuminismo di Voltaire, nella affermazione dell'assoluta autonomia dell'uomo, che non riconosce altra legge che quella del-la propria ragione. Queste libertà si accompagnano quindi con una totale indif­ferenza verso la religione e la rivelazione cristiana.

Un liberalismo così concepito non poteva non dichiararsi anticlericale, ed era combattuto dalla Chiesa, non tanto per le sue conclusioni ma per le sue pre­messe, le sue radici ideologiche.

Ma accanto al liberalismo anticlericale, in Italia è sorto anche un liberali­smo cattolico, che ha i suoi maggiori esponenti in Rosmini, Manzoni, Lambru­schini, Capponi. Per essi la libertà proclamata dalla Rivoluzione (nella quale so­no racchiuse le libertà civili e politiche, di coscienza e di stampa) è un valore cri­stiano, qualunque sia la sua radice storica contingente. La libertà umana ha la sua vera radice nella dignità interiore, religiosa, spirituale di ogni uomo.

Nel Piemonte del 1846 erano quindi presenti due forme di liberalismo: una anticlericale e una cattolica. Entrambe premevano su Carlo Alberto per ottenere due obiettivi: la costituzione che garantisse le libertà civili e politiche dei cittadi­ni, e la guerra all'Austria che desse l'avvio all'unità d'Italia.

Alla testa del movimento liberale, in questi anni, è Vincenzo Gioberti, che con il suo libro Il Primato civile e morale degli Italiani, ha tentato di dare a tutto il liberalismo un volto moderato e cattolico, contrassegnato con il nome «neo­guelfismo» (cf P. SCOPPOLA, «La Chiesa e il Liberalismo nel secolo XIX» in Studio e insegnamento della storia, AE-UCIIM, Roma 1963).

 

34. Guerra in Lombardia e nei prati

 

 

A Torino un silenzio che mette paura

 

18 marzo 1848. Milano inizia la rivolta contro le truppe au­striache di Radetzky. Il giorno dopo, inviato dai Milanesi, giunge a Torino il conte Arese. Chiede l'intervento delle truppe piemon­tesi prima che il feldmaresciallo austriaco passi al contrattacco.

Carlo Alberto è impreparato. Gran parte dell'esercito è stato inviato in Savoia, dove si teme un attacco della Francia nuova­mente rivoluzionaria. Il Consiglio dei Ministri non sa che decide­re, e quindi prende tempo. Ma la mattina del 21 giunge un mes­saggio urgente da Milano, «reca che le cose vanno male per i cit­tadini» (PINTO, 287).

23 marzo. Il re rompe gli indugi e dichiara la guerra. Una gran folla, a notte, è riunita davanti al Palazzo reale. Carlo Alberto si affaccia alla loggia «tra la luce ondeggiante dei doppieri portati dai valletti». Alle grida della gente risponde agitando il tricolore (che da questo momento sostituirà la bandiera azzurra dei Savoia).

Nella notte tra il 24 e il 25 il re e il principe ereditario partono per il confine del Ticino alla testa di 60 mila uomini. L'8 e il 9 aprile l'avanguardia piemontese entra in contatto con gli austriaci e si accende la prima battaglia.

I reggimenti, richiamati in gran fretta dalla Savoia, sostano qualche ora a Torino, e proseguono impolverati per il fronte. Ven­gono sequestrati tutti i cavalli per il trasporto dell'artiglieria e dei carriaggi. Torino si trova di colpo con tutte le carrozze ferme. Un silenzio che mette paura.

 

Oratoriani al fronte

 

Francesia ricorda quei giorni vissuti a Valdocco:

«Quando fu dichiarata la guerra del 1848, e il nostro re Carlo Alberto partì per mettersi alla testa dell'esercito, molti di quei gio­vanotti, che erano stati dei primi a frequentare l'Oratorio (sei-sette anni prima), dovettero partire per la guerra. Don Bosco, come pa­dre affettuoso, li raccolse insieme, e diede a tutti salutari consigli, assicurandoli che si sarebbe pregato per loro. Ed essi scrivevangli sovente, e facevano voto di tornar presto a Torino al loro caro Oratorio. (...)

Don Bosco intanto teneva loro dietro colla carta geografica, segnava i posti delle battaglie, puntando degli aghi qua e là, e poi ci spiegava le notizie dei compagni lontani. (...)I giovanetti spe­cialmente più adulti, infervorati da don Bosco, quasi tutte le do­meniche venivano a fare la santa Comunione per i compagni sol­dati. E con quanto affetto ne aspettavamo le notizie. Se don Bo­sco annunciava di aver ricevuto lettere, o direttamente o per mez­zo dei parenti, si faceva subito un gran silenzio d'attorno per in­tenderle tutte» (VBP, 146).

 

La tromba del bersagliere

 

Ma le notizie della guerra spingevano i ragazzi non soltanto a pregare. Le piazze di Torino, i prati di periferia si trasformavano per loro in campi di battaglia. Finita la scuola, o appena usciti dalla bottega o dalla fabbrica, si armavano di bastoni, si univano in bande, eleggevano un capo, si gettavano gli uni contro gli altri. Nascevano battaglie paurose, con giovani feriti seriamente. Spe­cialmente nei giorni di festa le piazze, i viali, le periferie sembra­vano diventati altrettanti campi di combattimento (CL 186).

Don Bosco, mentre tanta gente si lamentava di quella nuova piaga, sfruttò quel clima di guerra per inventare un nuovo gioco. Il suo amico Giuseppe Brosio era stato bersagliere, e di battaglie se ne intendeva. Don Bosco l'invitò a venire all'Oratorio con la tromba e la divisa, e a formare un piccolo reggimento con i giova­ni più vivaci e battaglieri. Contemporaneamente chiese al Gover­no duecento vecchi fucili da esercitazione, con la canna sostituita da bastoni.

«C'era una vita indescrivibile - ricorda Francesia - quando al dopopranzo si aprivano le camere dove si tenevano i vari arnesi per la ricreazione. Era una furia a gettarsi sopra i fucili di legno massiccio... E con che aria, con che aspetto, con che maestà si fa­cevano quei marziali esercizi» (VBP, 141).

La gente accorreva agli squilli della tromba e alle urla dei com­battenti. I due battaglioni si schieravano ai lati opposti del prato, al segnale di battaglia levavano il grido urrà, poi si puntavano con­tro i fucili per la scarica. Si partiva quindi per la carica alla baio­netta, si accendeva la mischia, ci si aggirava sui fianchi per sor­prendersi a vicenda. Alla fine il generalissimo «gettava nella bat­taglia» le ultime riserve. Ci voleva tutta l'autorità di Brosio e di don Bosco per dichiarare finita la battaglia, con la gente che bat­teva le mani e don Bosco che girava tra vinti e vincitori con un cartoccio di caramelle (CL 310). Il bersagliere riceveva le congra­tulazioni degli spettatori, e, ricorda sorridendo Francesia, «vole­va assolutamente ricontarci per la millesima volta le sue avventure».

 

In chiesa a ridere e a imparare

 

Portare in chiesa quei ragazzi dopo la battaglia era una fatica nera. Eppure don Borel e don Bosco ci riuscivano, perché aveva­no rispolverato per quei giorni una maniera di predicare che ai gio­vani piaceva moltissimo.

«Cominciarono a fare la predica domenicale sotto forma di dialogo». Don Bosco si mescolava ai ragazzi, e attaccava don Bo­rel (che stava sul pulpitino) con domande così comiche che faceva ridere tutti a crepapelle. Don Borel rispondeva sgridando il ragaz­zaccio, con il tono di un vecchio parroco infuriato. Poi, poco a poco, la conversazione scendeva al pratico: si discuteva sulla be­stemmia, sulla partecipazione alla Messa, sulla gioia di chi ha la coscienza in pace con il Signore. Ma sempre con battute allegre, frizzi vivaci. Quel metodo, adottato per i difficili giorni di guerra, non fu più abbandonato dall'Oratorio. Per i giovani «fu sempre cosa desideratissima. Bastava che si dicesse che la domenica vi sa­rebbe stato il dialogo, perché la Cappella si riempisse di piccoli uditori» (CL 191).

 

Il 29 aprile cambia tutto

 

La guerra del Piemonte contro l'Austria era diventata quasi spontaneamente la guerra dell'Italia contro l'Austria.

Pio IX aveva mandato, al comando del generale Durando, 17 mila uomini «ai confini dello Stato Pontificio». Dovevano «difendere» i confini o passarli per dar man forte a Carlo Alberto? Il Papa non aveva dato nessun ordine in questo senso, ma Duran­do i confini li passò, e schierò i pontifici a battaglia.

Dieci giorni dopo, sull'esempio del Papa, anche Ferdinando di Napoli manda 16 mila soldati, anche Leopoldo permette a vo­lontari toscani di partire.

All'inizio è un crescendo di vittorie (Radetzky è frastornato:

il suo Governo è quello del cancelliere Metternich che è fuggito all'estero o quello degli insorti che hanno occupato Vienna e han­no issato sul campanile più alto la bandiera nero-rosso-gialla? Gli Austriaci vogliono la sua vittoria o quella dei rivoluzionari?).

Ma giunge il 29 aprile. Pio IX, messo alle strette, deve chiarire se sta dalla parte della guerra o della pace. Il prezzo è alto: un possibile distacco (= scisma) della cattolica Austria dal Papa. In pubblico di­scorso, il Papa dichiara solennemente che, come padre di tutti i po­poli, non può farsi promotore di guerre contro nessuno dei suoi figli.

La delusione in Italia è enorme. La popolarità di Pio IX crol­la. La stampa (per chi sa leggere) e il teatro (per chi è analfabeta) sono gli strumenti con cui si incita la gente contro il Papa, chia­mato «traditore e nemico d'Italia». Le pesanti vignette dei gior­nali umoristici dipingono i preti come luridi topi di sacrestia che rodono e divorano l'Italia.

Anche don Bosco riceve le sue. Gruppi di giovinastri piantano il ballo nel prato davanti al portone dell'Oratorio. I ragazzi che entrano e che escono sono coperti di insolenze sporche. I canti della chiesetta sono sommersi dalle risatacce. A volte tetto e finestre sono bersaglio di rabbiose grandinate di sassi.

Le notizie che arrivano dalla zona di guerra sono un rotolare di sconfitte. Le truppe regolari del Papa, di Napoli e di Toscana se ne vanno. Rimangono solo i volontari. A Custoza, durante una battaglia durata tre giorni, Radetzky annienta i Piemontesi. An­che Milano è abbandonata (Milano che spara fucilate a Carlo Al­berto «traditore»). Il 9 agosto si firma l'armistizio Salasco con gli Austriaci ormai ai bordi del Piemonte.

Le grandi speranze che in primavera erano fiorite, l'estate le sta bruciando. Il re di Napoli ha ritirato la Costituzione. A Mila­no sono tornati gli Austriaci. Parigi e Praga hanno visto tornare l'ordine sulle bocche dei cannoni. L'Imperatore è tornato a Vien­na portato dalle truppe del dittatore militare principe Windischgràtz che in un giorno ha fatto impiccare tredici generali passati agli in­sorti. Pio IX è addirittura fuggito da Roma dopo l'assassinio del suo Primo Ministro, Pellegrino Rossi.

 

Esercizi Spirituali come una sorgente

 

Don Bosco è un prete semplice, alla mano. Ma sulle cose ci ragiona. Scrive: «In quell'anno (1848) uno spirito di vertigine si levò contro gli Ordini religiosi e contro le Congregazioni ecclesia­stiche, di poi in generale contro al Clero...». Non lo spaventa che ci sia gente a gridare contro i preti (ce n'è sempre stata). Cerca invece la causa per trovare qualche rimedio. Gli pare di capire che la causa stia qui: gran parte dei preti «non è del popolo». Provie­ne da famiglie nobili e signorili, o almeno benestanti.

Se si vuole che la gente torni a sentire i preti come «suoi», oc­correrà andarli a cercare non più «tra le famiglie agiate», ma tra «quelli che maneggiano la zappa o il martello».

Raggiunta questa convinzione, don Bosco passa immediatamen­te ai fatti. (Non sciuperà mai un minuto, nella sua vita, a piangere sui tempi tristi). «Con questo pensiero cominciai a invitare qualcuno (dei giovani) a tenermi compagnia a pranzo o alla sera. Venivano a leggere, a scrivere, a studiare, e intanto discutevamo le opinioni ve­lenose che circolavano in quei giorni contro la religione... Lo facevo avendo in mente (di) osservare, conoscere, scegliere alcuni individui adatti alla vita comune, e proporre loro di rimanere con me.

Puntando sempre in questa direzione, nel 1848 ho tentato un piccolo corso di Esercizi Spirituali. Raccolsi una cinquantina di ragazzi. Facevano pranzo e cena con me, ma poiché non c'erano letti per tutti, alcuni andavano a dormire a casa...

Riuscirono molto bene. Diversi ragazzi, attorno ai quali ave­vo lavorato inutilmente per tanto tempo, cominciarono una seria vita cristiana» (Memorie, 1 76s).

Don Bosco che, in mezzo ai terremoti politici e anticlericali del '48, chiama agli Esercizi Spirituali una cinquantina di piccoli la­voratori in una casupola in riva alla Dora, è uno spettacolo scon­certante. Esattamente come (dieci anni dopo) la ragazzina Bernadette che, nella Francia devastata dalla rivoluzione e dilaniata dalle leggi anticlericali, si metterà a scavare con le mani nell'angolo fan­goso di una grotta dei Pirenei.

Due gesti insignificanti, ridicoli per i professionisti della poli­tica e i programmatori scientifici della società.

Eppure da quella grotta fangosa scaturirà una vena di acqua misteriosa che ridonerà salute e speranza a folle di gente.

Da quella settimana di Esercizi Spirituali scaturirà una sorgente di sacerdoti nuovi, dalla veste impolverata e dal sorriso aperto, che la gente sentirà come «suoi» preti. Negli Oratori delle perife­rie li vedrà volentieri giocare e pregare con i suoi figli, e accetterà da loro il Vangelo condito di allegria e semplicità.

 

35. Il cucchiaio in tasca

 

 

La fatal Novara

 

L'armistizio con l'Austria durò sétte mesi, e a Torino ci fu il tempo di rovesciare quattro governi. Accuse, odio, tensione si respiravano. L'uomo più potente era Gioberti, capo dei democrati­ci, ubriaco di vanità. Trattava il re come uno scolaro dalla testa dura, martellava in Parlamento la sua parola d'ordine: riprendere la guerra. Nessuno osava ribellarsi. «Se vogliamo salvare la mo­narchia, dobbiamo riprendere la guerra», scriveva rassegnato il ministro Perrone, che come generale sapeva però come sarebbe an­data a finire.

Erano tutti d'accordo a non volere più Carlo Alberto alla te­sta dell'esercito. Il generale La Marmora andò a Parigi per ingag­giare un «generalissimo». I francesi Bugeaud, Lamoriciére, Be­deau, Chagarnier rifiutarono. Alla fine accettò il polacco Chrza­nowsky, contattato a Dresda. Il Piemonte sembrava una squadra di calcio in cerca di un centravanti.

La guerra riprese il 20 marzo 1849, e gli Austriaci passarono immediatamente il confine, minacciando Novara e Vercelli. Il gior­no dopo (21), Chrzanowsky ingaggiò la prima battaglia alla Sfor­zesca (frazione di Vigevano) e mise in fuga i reggimenti austriaci.

Il giorno 23 tutte le forze piemontesi erano concentrate a No­vara, e gli austriaci vennero all'attacco. Furono cacciati due vol­te, ma alla terza sfondarono. Mentre scendeva la sera, Chrzanow­sky mandò al contrattacco tutti i battaglioni, insieme a tutte le ri­serve. La battaglia infuriò ancora su un fronte di quattro chilo­metri. Solo concentrando rapidamente tutti i rinforzi possibili, il generalissimo austriaco riuscì a respingere l'assalto. In tre giorni Radetzky aveva vinto tutto: battaglia e guerra. Ma lealmente dis­se: «Quei diavoli di Piemontesi sono sempre gli stessi e, malgrado il minor numero loro e la stanchezza delle marce fatte, ho creduto più di una volta di dovermi ritirare» (PINTO, 309).

All'una di notte, nel palazzo Bellini di Novara, Carlo Alberto abdica. Consegna il trono e lo Stato al figlio Vittorio Emanuele. Su un carrozzino stretto e scomodo, costruito per girare per i sen­tieri dei giardini reali, compie un lunghissimp viaggio.

Nessuno sa dove va. Qualcuno parla di una trappa, dove il re intende farsi monaco. Giunse invece a Oporto, sfinito e distrutto, dopo 27 giorni. Prese alloggio in una locanda, poi in una casa pri­vata. Proibì alla famiglia di seguirlo. Sarebbe morto tre mesi do­po, mentre un prete bisbigliava accanto a lui le litanie della Ma­donna.

Il principino Umberto, 5 anni, conserverà sempre un barlume di ricordo di quei giorni: divise militari e cavalieri in subbuglio, l'angoscia della madre (figlia del viceré austriaco della Lombar­dia e sposa del nuovo re del Piemonte) e il gusto degli ultimi «gian­duiotti» di cioccolato che con la sorella Clotilde aveva ricevuto dal nonno.

 

Miseria per tutti

 

La guerra e la sconfitta hanno prostrato il piccolo regno del Piemonte. «Le finanze sono in rovina, i debiti di guerra superano i 70 milioni, le casse dello Stato sono vuote e non vi sono neppure i fondi necessari per pagare gli stipendi alla fine del mese. Il popo­lo è stremato dalla guerra e dalle tasse».

La prima guerra di Indipendenza è costata in cifra tonda 295 milioni di lire, cioè quanto lo Stato spendeva in due anni e mezzo di vita pacifica. In lire di oggi circa 1180 miliardi (Clough, p. 43).

La vita per i primi ragazzi ospitati da don Bosco è poverissi­ma, come per tutti. All'ora di pranzo si affollano, brandendo una scodella o un pentolino di terracotta, attorno al paiuolo di mam­ma Margherita. Ciascuno riceve un mestolone di riso e patate o, più sovente, di polenta fatta bollire con le castagne secche («for­mava come una poltiglia, manicaretto ghiottissimo per i giovani», ricorda Bonetti con ottimismo). Nelle feste solenni c'era anche il secondo: un pezzettino di salsiccia o di merluzzo. Ognuno, tenen­do il suo pentolino tra le mani, cercava un posto per sedersi: una trave accostata al muro, un sasso, i gradini della scala. Per bere, «una sorgente di acqua freschissima era la loro botte e la loro can­tina» (CL 180). Poi ognuno lavava coscienziosamente il pentoli­no, lo metteva in un luogo sicuro, e si ficcava in tasca il cucchiaio.

Questa del cucchiaio in tasca rimase per lungo tempo un'usanza sacrosanta per i ragazzi di don Bosco. Paolo Conti, un ragazzone che andava a scuola in città, cavando il fazzoletto di tasca, fece cadere rumorosamente il suo cucchiaio sul pavimento dell'aula. Sotto lo sguardo severo del professore, e per nulla turbato dalle risa che dilagavano tra i banchi, Paolo lo raccolse e disse: «È’ il mio cucchiaio. Volete mica che venga a scuola senza cucchiaio?» (CL 180).

 

Il pane quotidiano

 

Dopo aver riposto pentolino e cucchiaio, i ragazzi consuma­vano i minuti che rimanevano prima di rientrare a bottega o a scuo­la, sedendo attorno a don Bosco (che aveva sempre tante cose da raccontare, da domandare, da comunicare) e masticando il pane. Era il nutrimento base non solo per quei ragazzi, ma per tutti i lavoratori della città. Costava 0,37 lire il chilo (1480 lire del 1986). Il prezzo rimase più o meno invariato per vent'anni. I giovani ne consumavano suppergiù un chilo a testa.

Con il moltiplicarsi dei giovani, la spesa del pane rimase una delle più grosse e delle più urgenti per don Bosco. Scriverà la pri­ma lettera per avere aiuto a saldare la nota del panettiere il 5 gen­naio 1854, al conte Solaro della Margarita (ex ministro degli Este­ri di Carlo Alberto): doveva pagare 1600 lire per l'ultimo trime­stre del 1853. Un anno dopo confiderà al canonico Gastaldi: «So­no in gravissime difficoltà per saldare la nota del pane». Negli anni che seguono, le suppliche perché lo aiutino a pagare «le pagnotte distrutte dai miei ragazzi» non si conteranno più.

I ragazzi che andavano a lavorare in città, però, qualcosa gua­dagnavano. Il salario di un fanciullo andava dalle 0,40 alle 0,80 lire il giorno. Quello di un lavoratore stava tra le L.2 e le 2,50. (Tutto da moltiplicare per 4000 per avere un «certo» confronto con le lire di oggi). Dove finivano i soldini dei ragazzi? Pietro Stella risponde: «Antiche redazioni del regolamento della casa annota­vano: "Si usa presentemente di mettere in cassa a favore di ciascun figlio tutto ciò che eccede i sedici soldi (L. 0, 80) al giorno. A quelli che non guadagnano ancora tal somma sarà loro dato la metà del guadagno di un giorno alla settimana"» (ST 3,375). Si calcolava insomma come pensione giornaliera 80 centesimi. Tutto ciò che li superava era assegnato al giovane. Se poi il ragazzo non guadagnava nemmeno 80 centesimi (e ce n'erano tanti), la pensio­ne si considerava saldata ugualmente, e don Bosco gli dava una piccola somma (mezzo stipendio giornaliero) come «mancetta» set­timanale.

Come don Bosco riuscisse a tirare avanti con queste cifre, è il vero miracolo quotidiano dell'Oratorio. Negli stessi anni, fa no­tare Stella, i 76 allievi del Convitto nazionale pagavano una retta mensile di L.55. I 60 interni dell'Istituto paterno di educazione L.100 mensili (e l'Istituto si reggeva su un capitale sociale di 100 mila lire) (ST 3,376).

 

«Quello straccio di camicia»

 

Oltre al pane, uno dei problemi dei primi ragazzi ospitati da don Bosco era l'igiene personale. Mamma Margherita impiantò nell'Oratorio un lavatoio. Il ricambio della biancheria avveniva probabilmente ogni quindici giorni, almeno per chi aveva bianche­ria. Per gli altri Margherita (e poi altre brave signore della città) provvedevano come potevano. C'erano dei ragazzi, ricordava don Bosco, «i cui calzoni e la giubbetta erano in brandelli. Ve ne era­no di quelli che non potevano mai cambiarsi quello straccio di ca­micia che avevano indosso; erano così luridi che nessun padrone li voleva accogliere a lavorare nella propria officina». La mamma considerava suo compito, quando i ragazzi erano andati a letto, «prendere quelle giubbe, quei calzoni ributtanti, aggiustarli; pren­dere quelle camicie già tutte lacere, e forse mai passate nell'acqua, lavarle, rattopparle e consegnarle nuovamente ai poveri ragazzi» (MB 3,254s).

Come nei vestiti si annidavano frequentemente pulci e nei letti cimici, così nei capelli erano frequentemente annidati pidocchi (lo shampoo verrà di moda più di cent'anni dopo!). Provvedeva a ta­gliare i capelli (che secondo l'uso si portavano piuttosto lunghi) la stessa mamma Margherita. Il dottor Federico Cigna ricordava che il taglio fatto con le forbici gli aveva lasciato parecchi «scali­ni», e che se ne lamentò con la mamma. E lei gli rispose: «Va' là, che questi scalini ti faranno andare in paradiso». Davano una mano alla mamma Carlino Gastini, che il mestiere lo conosceva, e lo stesso don Bosco, che aveva fatto il parrucchiere in semina­rio. Egli esortava così i giovani: «Pettinate bene i vostri capelli. Viene la primavera, la quale fa moltiplicare certe bestioline».

 

La mamma dell'Oratorio

 

Margherita era chiamata «mamma» dai ragazzi, e lo era dav­vero. Mamma dell'Oratorio e di tutti quei ragazzi che cercavano da lei un supplemento di pane e di affetto.

A un ragazzetto che è venuto a sedersi accanto a lei su uno sga­bello, e piange per gli sgarbi che gli fanno i compagni di lavoro, porge un grappolino d'uva e aggiunge la sentenza: «In nessun paese si sta così male come in questo mondo».

Quando ha sgridato un ragazzo che ha trasformato un libro in una palla per giocare, e lo vede tutto mortificato, mormora: «Dopo la ferita ci vuole l'olio». E tira fuori dalla tasca del grem­biule una mela, porgendogliela.

A un ragazzo che non trova mai un prete di suo gradimento per confessarsi, dice il vecchio proverbio piemontese: «Na cativa lavandera treuva mai na bona pera»: «Una cattiva lavandaia non trova mai una pietra buona per farci sopra il bucato».

Un giovanottello, in cucina, cerca di «soffiare» un pezzo di formaggio per insaporire la merenda. Mamma sta pulendo la ver­dura per la minestra, ma con la coda dell'occhio ha visto tutto, e dice severa: «Ma bravo! La coscienza è come il solletico: chi lo sente e chi non lo sente».

Un ragazzo sta passando un momento difficile. È’ aggressivo, indisciplinato. Margherita lo chiama in cucina, dove quando non lavora ai fornelli, rammenda giacche, calzoni e camicie. Lo fa se­dere accanto a sé e senza alzare gli occhi mormora: «Ma perché sei cambiato così? Non ti accorgi che stai diventando cattivo? Io lo so perché: non preghi più. Se Dio non ti aiuta, che cosa vuoi combinare di buono? Te', mordi in questa mela e pensaci su» (MB 3,371ss).

 

L'orto invaso dai combattenti

 

La giornata più difficile per Margherita è la domenica, quan­do sul prato arrivano gli oratoriani, centinaia di giovani con una gran voglia di giocare alla guerra. «Margherita, da buona mas­saia, erasi formato in fondo al cortile un orticello, il quale da lei industriosamente coltivato e seminato, le somministrava insalata, aglio, cipolla, piselli, fagiuoli, carote, rape... Or bene, era un giorno di gran festa, e il Bersagliere, raccolta la sua schiera e divisala in due parti, volle divertire i numerosi spettatori con una finta batta­glia... A difesa del caro orticello, raccomandava ai vincitori che arrivati alla siepe vi si fermassero. Impartito il comando, si dà il segnale della mischia» (CL 310).

Ma gli squilli di tromba, gli applausi degli spettatori, l'ardore della battaglia fecero dimenticare ogni precauzione. La battaglia finì proprio nell'orto della mamma. «La siepe è rovesciata e di­velta; chi cade e chi sorge; in breve ogni cosa fu calpestata e gua­sta. Il Bersagliere gridava, suonava la tromba, ma...» (ib.). Il di­sastro fu completo e la mamma avvilita.

Forse fu quella notte che Margherita si sentì addosso tutto il peso dei suoi 61 anni. Come al solito, insieme a don Bosco, cuciva giacche e calzoni strappati, che i ragazzi andando a dormire le ave­vano lasciato in fondo al letto, per riaverli aggiustati al mattino (non avevano altro da indossare). A un tratto depose l'ago accan­to al lume ad olio.

- Giovanni, sono stanca. Lasciami tornare ai Becchi. I ragazzi mi gettano per terra la biancheria pulita stesa al sole, mi calpesta­no l'orto. Sono una povera vecchia. Non ce la faccio proprio più.

Don Bosco guardò il volto di sua madre e sentì un nodo alla gola. Non riuscì a dire nemmeno una parola. Alzò solo la mano, indicando il Crocifisso che pendeva dalla parete. E la vecchia mam­ma capì. «Tutto quello che avrete fatto a uno di questi piccoli l'a­vrete fatto a me», aveva detto il Signore.

Se esiste la santità delle estasi e delle visioni, esiste anche quel­la delle pentole da pulire e delle calze da rammendare. Mamma Margherita fu una santa così.

 

36. Il primo salesiano: Michele Rua

 

 

La cravatta

 

Michelino, quell'orfano di 8 anni che presso i Mulini aveva in­contrato don Bosco, e che sarebbe diventato il suo successore alla testa dei Salesiani, non era stato attirato da una voce misteriosa, ma da una cravatta.

Lo raccontò lui stesso all'amico Francesia, che narra:

«Un lunedì mattina Michelino aveva osservato un suo compa­gno far bella figura per una cravatta nuova. Esclamò:

- Chi te l'ha comprata?

- Me la sono guadagnata ieri alla lotteria nell'Oratorio di don Bosco.

- Chi è don Bosco?

- È’ un buon prete, che raccoglie alla domenica tanti ragazzi, li fa divertire, li istruisce, e per di più regala qualche oggetto. Ieri mi toccò questa cravatta.

- E se ci andassi anch'io, potrei guadagnare simili oggetti?

- Certamente! Basta che esca il tuo numero (...).

Che meraviglia se la domenica seguente, col permesso della mamma, Michelino prese la strada dell'Oratorio?

- Io pensavo - ci diceva poi sorridendo - sempre e solo alla cravatta (...).

Il giovane Michele aspettò invano la lotteria per guadagnarsi la cravatta; ma in compenso vide don Bosco».

Quel ragazzino era nato il 9 giugno 1837 in Borgo Dora, pres­so la Fucina delle canne. Lì, in riva alla Dora e a quattrocento metri dalla casa Pinardi, si fondevano le canne dei fucili e dei cannoni. Suo papà, Giovanni Battista, era controllore, il grado più alto che nella fabbrica potesse raggiungere un operaio. Gli era morta la prima moglie, dopo avergli dato tre figli, e per non lasciarli orfani si era sposato una seconda volta con Giovanna Ferrero. Anche da questo secondo matrimonio ebbe tre figli, Giovanni, Luigi e Mi­chelino.

 

«E ora, che pensi di fare?»

 

Nell'agosto 1850, Michelino terminò le scuole elementari presso i Fratelli delle Scuole Cristiane. Era già diventato amico di don Bosco, incontrandolo ogni domenica all'Oratorio e sovente nelle scuole. In quell'agosto, racconta Francesia, «don Bosco, che mi­steriosamente conosceva l'avvenire di questo suo diletto allievo, lo chiamò a sé e gli disse:

- Michelino, che pensi di fare adesso che hai finito le classi elementari?

- Prendere il posto del babbo, e così aiutare la mamma, che ora si sacrifica per noi.

- E non ti farebbe piacere continuare gli studi?

- Oh! molto! ma per ora ne ho abbastanza.

- Ma se si trattasse di studiare il latino, e il Signore ti chia­masse a farti anche sacerdote... non ti piacerebbe?

- Oh! mi piacerebbe. Ma chi sa, se mia madre ne sarà contenta...

- Prova a parlarne, e poi mi saprai dire se essa approva il no­stro progetto.

Giunto a casa..., la buona donna tutta intenerita gli rispose:

- Magari! desidererei tanto di vederti sacerdote! Se il Signo­re mi facesse questa grazia, non avrei parole a sufficienza per rin­graziarlo. Di' pure a don Bosco che volentieri ti lascio studiare an­cora per un anno per vedere se puoi riuscire» (ivi, 16s).

Quell'estate, insieme ad altre «reclute» che don Bosco fece al­le scuole dei Fratelli, Michele fece le vacanze nell'Oratorio, stu­diando. «Li avreste veduti raccogliersi ogni mattina - scrive Fran­cesia - e (...), dopo aver servita la S. Messa a don Bosco, ritirar­si per la scuola. (...) Don Bosco aveva fatto sentire, che dovevano tentare di far un corso intero nelle vacanze, ed i nuovi allievi cor­rispondevano alle sue cure senza darsi un momento di riposo» (ivi, 18).

Michele, nei primi giorni, sentì molto il caldo dell'agosto, e si scoraggiò un poco. Fu allora che il «chierico» Giuseppe Buz­zetti, la guida del gruppo, lo prese da parte e gli fece un po' di paternale. Michele l'ascoltò a testa bassa e si mise a studiare con più buona volontà (ivi, 18s).

 

Pulitini e aggraziati

 

La signora Giovanna Ferrero, con la piccola pensione che per­cepiva dopo la morte del marito, riusciva a tenere la sua casa in modesta dignità. Luigi e Michele si distinguevano all'Oratorio per­ché «pulitini e aggraziati... Andavano così ben vestiti, come di rado suol accadere anche adesso a chi umanamente ha maggior fortu­na» (ivi, 11).

Nel febbraio 1851 la morte tornò in casa Rua. Si portò via Luigi di 17 anni. «Io non vidi mai l'amico più afflitto di quella volta!... Pioveva, ed era una mestissima giornata. Ci eravamo fatto un po­co di scuola, ed accortomi della sua pena, non potei trattenermi dal dirgli:

- Che hai di così grave che ti rende tanto triste?

Egli disse sospirando:

- Mi è morto mio fratello! - Che potevo dirgli di consolan­te? Si era nella sacrestia dell'Oratorio festivo, si tralasciò la scuo­la, e si andò in chiesa a pregare, e fu un lungo pregare! Come ri­cordo quel giorno!» (ivi, 28s).

La sera don Bosco ricordò affettuosamente Luigi davanti ai giovani. Disse che era un ragazzo modello, che conosceva perso­nalmente la sua virtù. Pregarono tutti per l'affetto che avevano a Luigi e a Michele.

Don Bosco volle che Michele rimanesse in famiglia, a far com­pagnia alla mamma, ma all'inizio dell'anno scolastico 1851-52 lo mandò coi migliori alla scuola del professor Bonzanino, accanto alla chiesa di S. Francesco d'Assisi. Michele usciva di casa al mat­tino presto, e si metteva alla testa del piccolo drappello (qualcuno addentava ancora la pagnotta di colazione, altri si ripetevano a vicenda la lezione) e lo guidava alla scuola.

Alla fine dell'anno diedero l'esame da privatisti alla scuola che poi diventò Ginnasio e Liceo Cavour. Fu un piccolo trionfo, ri­corda Francesia, ma anche una delusione per don Bosco, perché «Michele Rua restò il solo di quelli dell'Oratorio. Gli altri lascia­rono».

 

Nell'umile cappellina e nella vigna

 

Don Bosco, tuttavia, non si scoraggiò. «Gli parlò di vestir l'a­bito clericale fin da quell'anno e di venire a stare con lui all'Ora­tono». Il fratello Giovanni e i tre fratelli del primo matrimonio di papà, non furono molto entusiasti. Dicevano alla mamma: «Chi è don Bosco? Che garanzia può dare? Il nostro fratellino non si sarà lasciato incantare? E se poi non riuscisse? Se un giorno ve lo vedeste comparire davanti senza titoli e senza impiego?» (ivi, 28).

La signora Giovanna, tuttavia, ebbe fiducia in don Bosco e nel suo Michelino. Gli permise di andare in autunno ai Becchi, a rice­vere la veste nera dei chierici.

Alla fine di settembre, don Bosco si portava alla casa di suo fratello Giuseppe i ragazzi migliori, perché si prendessero un po' di vacanza, un po' di aria buona e accelerassero gli studi. «Si aspet­tava con ansia il tramonto, ricorda Francesia, perché allora, dopo aver passato più ore nello studio, si usciva a passeggio con lui (Don Bosco) che ci conduceva in una piccola vigna vicina a casa a man­giar uva, e più ancora a godere la sua santa conversazione (...).

Fu là, nell'umile cappellina dei Becchi, che la domenica del Ro­sario, 3 ottobre 1852, prima della Messa solenne... il giovane Mi­chele Rua vestì... l'abito chiericale» (ivi, 31).

La sera stessa tutti tornarono a Torino. Il chierico Rua (così ormai lo chiamavano i suoi compagni) in un momento in cui fu solo vicino a don Bosco gli disse:

- Quando mi incontrò la prima volta, lei mi fece un gesto stra­no: fece come per tagliarsi la mano sinistra e per porgermela. Co­sa voleva dire?

- Non hai ancora capito? - sorrise don Bosco -. Nella vita noi due faremo sempre a metà. Dolori, responsabilità, gioie, tut­to sarà per noi in comune.

Cominciò a fare a metà con don Bosco come « scrittore». In quel tempo, don Bosco stava scrivendo la Storia d'Italia per la gio­ventù. «Don Bosco era incontentabile del suo lavoro. Comincia­va a scrivere, poi rileggeva e toglieva, e postillava, e la sua pagina riusciva spesso come un campo di battaglia. Quante cancellature! quanti richiami! quanti segni diversi e diffusi qua e là! Più d'una volta veniva in mezzo a noi con uno o due di quei fogli di carta protocollo, e ce li distendeva davanti agli occhi... Era bravo chi ci capiva! E il buon padre, tutto sorridente, si rivolgeva al chieri­co Rua e gli diceva: Ecco un po' di lavoro!...». Rua prendeva i fogli «senza scomporsi», se li portava al suo posto nello studio e con pazienza dipanava la matassa (FRANCESIA, 33).

 

Garanzia per 50 anni

 

Nel marzo 1853 la morte bussò ancora a casa Rua. Si portò via il fratello Giovanni, 23 anni. La desolazione della mamma e di Michele fu grande. Michele diceva: «La prossima volta tocca a me». Ma don Bosco gli disse con sicurezza: « Quest'anno festeg­giamo il quarto centenario del miracolo del SS. Sacramento a To­rino. Il libretto che ho scritto sta facendo del bene. Fra cinquan­t'anni si celebrerà il 450° anniversario di questo stesso miracolo. Io allora non ci sarò più da molto tempo. Tu invece ci sarai anco­ra. E farai ristampare il mio libretto». Nel 1903 don Rua era vivo e in salute, e lo fece ristampare (AUFFRAY, 15).

Dopo la morte di Giovanni la signora Rua si ritirò dall'allog­gio alla Fucina, e venne ad abitare vicino all'Oratorio, per stare vicina al suo Michele. Conobbe mamma Margherita, le diede so­vente una mano, e quando tre anni dopo la vecchia mamma di don Bosco morì , ne prese il posto lavorando dal mattino alla sera per i ragazzi più poveri.

Don Bosco considerava Michele «il suo primo chierico», la pie­tra fondamentale della Congregazione che intendeva fondare per la gioventù povera e abbandonata. Poco per volta lo istradava al­la vita religiosa, senza dare nell'occhio. Francesia, un curiosone che osservava tutto, ricorda: «Si vedeva con meraviglia che il chie­rico Rua, arrivato un tal momento, sospendeva ogni altra occu­pazione, prendeva un vecchio libro, e dopo un divoto segno di croce si metteva a leggere a occhi fissi qualche punto e poi vi si fermava sopra» (FRANCESIA, 36).

 

Dopo la consacrazione, ad assistere in refettorio

 

La camera del chierico Rua era un abbaino che si affacciava sul tetto, gelido d'inverno, infuocato d'estate. Sua mamma, sem­pre ansiosa per la sua salute, gli regalò un lettuccio di ferro, per­ché potesse almeno riposare come si deve. « Un giorno don Bosco condusse un signore fiorentino a visitare l'Oratorio e lo fece salire fino alla piccola soffitta di don Rua. La cameretta aveva un let­tuccio, un tavolo spoglio di tutto fuorché di un calamaio; e poi, quasi rasente al suolo, sopra un assicello posto su quattro matto­ni, una scansia di libretti e di quaderni. Quell'ordine in tanta po­vertà commosse quel signore... Ricordo che diceva: "Che bell'a­nima deve mai avere questo chierico, che sa conservare tanta net­tezza in tanta povertà!"» (ivi, 43).

Il 25 marzo 1855 Michele Rua divenne il primo salesiano. «Io ricordo quella sera, che sarà famosa nella nostra umile Società», scrive Francesia. E Auffray: «La sera dell'Annunciazione, il 25 marzo 1855, nella povera camera di don Bosco, il chierico Miche­le Rua, studente del secondo anno di filosofia, emetteva nelle sue mani i primi voti annuali. Cerimonia umile e dimessa: Don Bosco in piedi che ascolta, in ginocchio davanti al crocifisso un chierico che pronuncia una formula di consacrazione a Dio. Nessun testi­monio era presente fra quelle mura, dove quasi alla chetichella na­sceva uno dei grandi Istituti religiosi della storia cattolica dell'Ot­tocento» (o. c., 21).

Ci aspetteremmo almeno una piccola festa. Invece Francesia ricorda che, finita la consacrazione, Michele «andò ad assistere nel refettorio». Tempi veramente salesiani.

Don Bosco un giorno disse: «Se Dio mi avesse detto: "Imma­gina un giovane adorno di tutte le virtù ed abilità maggiori che potresti desiderare, chiedimelo ed io te lo darò, io non mi sarei mai immaginato un don Rua» (MB 4,488). Sembra una formula di canonizzazione.

 

37. «Ciao, don Bosco!»

 

 

Mentre cercava di scappare

 

Giovanni Battista Francesia non incontrò don Bosco. Si «scon­trò» letteralmente con lui mentre cercava di scappare perché era il momento della preghiera (una delle tradizioni degli oratori sale­siani meglio conservate). Gli andò dritto, di corsa, tra le braccia aperte.

Quell'incontro fortunato durò 38 anni, fino alla morte di don Bosco. Ragazzo, chierichetto, primo giovane professore «laurea­to» (ci teneva tanto a dirlo), prete salesiano, qualche volta anche confessore di don Bosco, Batistin stampava nella memoria ciò che vedeva, ciò che sentiva di lui, con un amore che nella vita aveva avuto solo per sua madre.

Scrisse decine di volte la storia dell'Oratorio, di don Bosco, dei primi salesiani. Ma lui la storia, da buon classico, la scriveva alla maniera di Plutarco, con i discorsi (che se non ci sono si rico­struiscono diligentemente), i dialoghi, i colpi di scena, i detti me­morabili. Non andava certo a consultare i registri per controllare una data. La storia di Plutarco non è forse storia e grande storia? E lui la scriveva così. Peggio per noi se oggi non la sappiamo più apprezzare.

La « sua» storia la scrisse tre volte: in una monumentale Au­tobiografia ancora medita, nel volumetto Don Bosco amico delle anime e nella Vita breve e popolare di Don Bosco. Saltando dal­l'uno all'altro e condensando molte pagine, cerco di scriverla con le sue stesse parole.

 

Fallimento e emigrazione

 

« Io nacqui a S. Giorgio Canavese il 3 ottobre 1838. Mio non­no faceva i chiodi e negoziava in ferro, ed era riuscito a fare una discreta fortuna. Ma venne a morire quando appena mio padre poteva conoscerlo... Quindi crebbe sotto la madre che purtroppo era debole e poco capace di accudire al negozio.

Mi dispiace parlare poco bene del mio povero padre, ma la sua educazione troppo libera gli fu funesta e portò anche noi alla mi­seria. Non aveva l'abitudine del lavoro e meno ancora quella del risparmio. Mia madre correva da un mercato all'altro smerciando cotone, lana e stoffa, ma il padre in casa spendeva senza misura.

Si era nel 1848, io avevo quasi dieci anni. Non si pensava che a fare l'Italia e a diventare militari. Un nostro compagno, che poi entrò nell'esercito e ne uscì capitano, divenne nostra guida, e noi ci raccoglievamo a fare gli esercizi dopo scuola e nei giorni di va­canza.

Nel 1850 gli affari andavano sempre peggio, si affittò quel po­co che rimaneva e si pensò di venire a Torino. Prima partirono i miei genitori. La povera mia mamma non sapeva distaccarsi da me, ricordo che andava e veniva e non faceva che piangere. Allo­ra l'unico mezzo di trasporto era il carro del conducente che due volte alla settimana andava e veniva da Torino.

Io stetti a S. Giorgio ancora per alcuni giorni, ma il cuore era sempre con i miei a Torino. Finalmente una mattina dissi: "Io va­do a trovare mia madre".

Passai la notte sul carrettone con una mia zia che veniva a far la serva a Torino. Ella mi seppe guidare a casa. Verso le sette ero sulla piazzetta della Consolata... Guardavo impaziente di qua e di là... ed ecco che usciva allora dalla porta laterale del Santuario la mia povera mamma. Oh, chi può dire l'affetto con cui mi ven­ne incontro a baciarmi e a farmi mille carezze? "Oh, bravo che sei venuto". Avrei voluto veder subito anche il padre, ma egli era andato al lavoro. Ricordo che questa parola mi strinse il cuore. Era la prima volta che la udivo, perché fino allora egli aveva lavo­rato in casa... Verso mezzogiorno, sapendo che egli doveva giun­gere, mi recai sulla porta. Quando lo vidi gli corsi incontro. Egli mi guardò, mi strinse forte la mano, e poi volse altrove la faccia. Piangeva. Chi sa cosa pensava? Che quell'esilio lo si era tirato ad­dosso?

 

«Oggi si danno le castagne»

 

Io stesso avevo trovato un lavoro presso uno dei più repu­tati fonditori d'allora, e fin dal primo o secondo mese portavo a casa due lire alla settimana. (33 centesimi al giorno, mentre il pa­ne costava 37 centesimi al chilo). Allora questa somma faceva stu­pire, perché i padroni non pagavano per insegnare, ma esigevano di essere pagati. Fin dai primi giorni avevo fatto amicizia con un vicino di casa che faceva il minusiere (=falegname) e che era, alla lontana, mio cugino.

Alla festa dei Santi (di quel 1850) mi trovavo solo a casa. Mia madre era andata al paesello, ed il padre era andato per conto suo non saprei dove. Questo mio cuginetto, mentre giocavamo alla trot­tola lungo il muro dell'ospedale dei Matti in via Giulio (allora via delle ghiacciaie), mi disse: Vuoi che andiamo da don Bosco?

- A che fare?

- Oggi si danno le castagne.

- Ma chi è don Bosco?

- È’ un bravo prete, che raccoglie molti giovani alle feste, e si divertono. Oggi danno le castagne, vieni.

Io ci andai.

Quel tramestio di giovani, quello slancio in tutti di divertirsi, quella spensieratezza di tutta quella gente, che non guardava me, ma che io guardavo con curiosità e meraviglia, mi fece tenere un momento il fiato. Poi, guadagnato dal desiderio di divertirmi, mi slanciai con entusiasmo al passo volante, e subito mi addestrai su­perando gli effetti del capogiro.

Sul più bello suona il campanello per la chiesa, e vedo un'altra novità. Si sospendono come per incanto i divertimenti, chi gioca­va con me si distacca dalle corde e cerca di fuggire. E non era so­lo, vedevo un fuggi fuggi generale... Cercai il cugino, e non lo vi­di più... e quindi non sapendo che cosa fare, fuggo anch'io, cre­dendo che bisognasse fare così. Mentre scappavo, caddi nelle brac­cia di un giovane prete, che si avanzava a fermare quell'onda di giovani che fuggiva. Sorridente mi disse:

- Come ti chiami?

- Batistin!

- E sai chi sono io?

-Veramente... Lei sarà don Bosco.

- Sono proprio io. E voglio già tanto bene all'anima tua!

È’ impossibile che quell'ora, quel giorno, quelle parole si can­cellino dalla mia memoria.

- Ora vieni con me.

Mi prese per mano e mi condusse in chiesa in mezzo a tanti altri compagni. Mi collocai sotto la finestra che era vicina al pic­colo pulpito e vi rimasi durante i vespri, la predica e la benedizio­ne, senza neppur pensare alle castagne, che più non vidi perché erano state distribuite alla mattina. Sentii per la prima volta pre­dicare il Teologo Borel, che mi fece piangere pensando alle pove­re anime del Purgatorio.

 

L'addio al Rondò

 

Era la prima volta che io assistevo tranquillo ad una funzione religiosa che durò molto a lungo. Si uscì dalla cappella che era notte. Vidi molti degli adulti, che diventarono poi miei amici, che stava­no in bel modo d'attorno a don Bosco. Li andai anch'io. Una for­za misteriosa mi attirava verso di lui, e senza sapermelo spiegare e capire ciò che si diceva, io stava li a guardare e a sentire.

Era già comparsa la luna in cielo e la notte si faceva scura. Don Bosco si mosse, e tutta quella turba si mosse con lui verso il can­cello d'uscita. Che potevo fare? Mi accompagnai a loro. Canta­vano i più bei cori che avevo sentito al paesello, e mi piacevano assai. Ma i miei occhi erano fissi in don Bosco, in don Bosco che mi aveva parlato con tanta bontà.

La piccola comitiva passò il piccolo sentiero d'allora e poi ascese per via Cigna, e sali fino al Rondò del Corso Valdocco. Colà si fece circolo. Il canto era finito e Don Bosco dava i saluti e gli av­visi a tutti... Io m'ero fatto coraggio, ed avanzandomi fino a lui, tutto confuso dissi con meraviglia universale:

- Ciao, don Bosco!

Tutti sorrisero della mia ingenuità, alcuni mi schernirono, ma don Bosco mi salutò con amorevolezza.

 

«Da don Bosco si fanno i soldati!»

 

Era il periodo più burrascoso della mia vita. Gli operai erano corrotti. Si andava manifestando l'odio contro ogni pratica di re­ligione. Durante l'anno 1851 ci fu poco lavoro, ed io dovevo so­stituire un uomo di fatica, solo in un ampio laboratorio. Mi aveva preso una malinconia che mi faceva piangere.

Aspettando l'ora di entrare nell'officina, subito dopo pranzo, andavo a Porta Palazzo dove quasi finiva la città e si ammucchia­va la ghiaia. Correndo salivamo sui mucchi per divertirci.

Alla domenica andavo alla Messa al Carmine. Ricordo che un sacerdote, forse il vice-parroco, insegnava il catechismo a suon di scoppole che regalava a destra e a sinistra. La pazienza non era la sua virtù principale. Si disturbava, e per non comparire dam­meno disturbavo anch'io. Dopo gironzolavo qua e là con noia. Il figlio della portinaia, mentre giocavamo vicino al monumento a Siccardi, mi dice:

- Andiamo da don Bosco. Si fanno i soldati!

Discesi di nuovo a Valdocco. Entrai in quella baraonda. Feci tanti giri e rigiri col mio fuciletto di legno, e corsi tanto per i prati di Valdocco, tutti ancora scoperti fino alla fabbrica delle armi, che alla sera mi trovai con le scarpe rotte. Presi parte al catechismo che mi fece il chierico Gastini. Alla sera andai a casa stanco che non ne potevo più, ma con una soddisfazione immensa, desidero­so che venisse presto un'altra domenica.

Ero tutto divertimenti ed esercizi militari, ma avevo già trova­to qualche amico, tra cui Michele Rua...

Ricordo che in officina, avendo raccontato al primo garzone le piccole meraviglie dell'oratorio e dei cartelli attaccati alle pareti sul Papa, egli mi disse: "Se sei capace di dargli fuoco, ti do una bella somma di denaro". Restai sbalordito. Dissi: "E perché vole­te che compia un simile misfatto?".

 

« Quand'è che vieni a studiare?»

 

Tra me e don Bosco si formava quella catena di amore dalla quale sarei rimasto legato per sempre. Appena seppe che avevo già studiato due anni di latino, mi disse:

- Non potremmo continuarli e finirli?

- Magari... - risposi.

Più volte in quel 1851 incontrai don Bosco per i viali. Mi chie­deva di accompagnarlo a casa, poi mi teneva a pranzo con sé. Con­tinuavo ad andare al lavoro ma la mia sorte era decisa, volevo ri­tirarmi all'Oratorio e studiare il latino.

Durante la novena di Natale andai a confessarmi da don Bo­sco. Dopo la confessione mi prese in disparte.

- Quand'è che vieni a studiare?

- Anche subito, ma abbiamo difficoltà in famiglia.

- Dì a tuo padre che ho bisogno di parlargli.

Glielo dissi.

- Devi averne combinata qualcuna - disse mio padre.

Invece la cosa riuscì bene, perché di lì a poco don Bosco mi disse con aria furba: "Tuo padre è contento che tu riprenda a stu­diare. Puoi venire quando vuoi".

Fu così che lasciai l'officina e la casa ed entrai nell'Oratorio». Batistin si alza presto al mattino e con la squadretta di Miche­le Rua raggiunge la scuola del professor Bonzanino. Ma prima c'è la Messa di don Bosco, tutte le mattine. « Facevamo la Comunio­ne prima della Messa, poi l'ascoltavamo con tranquillità, e alla fine uscivamo dalla chiesa col tempo appena di prendere la pa­gnotta, i libri, e andavamo a scuola. Chi conosceva i sacrifici che facevano quei poveretti che a passo affrettato, sbocconcellando per la strada il pane, davano una ripassata alla lezione? Ma tutto era compensato dall'idea che avevamo fatto la santa Comu­nione!».'

 

La veste da chierico per lo spazzacamino

 

Nell'ottobre 1853, per la festa del Rosario, i ragazzi di don Bo­sco tornano ai Becchi. Don Bosco ha detto a Batistin: «Quest'an­no la veste nera la indosserai anche tu». Si era stabilito di fare la funzione al mattino, ma il parroco di Castelnuovo, che doveva fargli indossare la veste, non poté venire. Si spostò al pomeriggio, dopo i vespri, ma anche allora il parroco non si fece vedere. Man­dò a dire: «Faccia venire Francesia domani mattina a Castel­nuovo».

Intanto, nel pomeriggio si fece un po' di teatrino per la tanta gente venuta alla festa. Su un palco tirato su alla meglio si recitò la commedia Lo spazzacamino, scritta da don Bosco. Batistin Fran­cesia era il protagonista con la faccia tinta di fuliggine. Fece ride­re e piangere, e alla fine ebbe un diluvio di applausi.

Dopo un boccone di cena, c'erano i fuochi artificiali. Batistin non ebbe nemmeno il tempo di lavarsi la faccia. «Ero andato a godermi i fuochi artificiali, che si facevano in un bello spianato, dove don Bosco una volta tirava le corde e dava spettacolo per trattenere la gente».

Ma ecco arrivare il parroco di Castelnuovo. Avvicina don Bo­sco e: «Quantunque tardi, voglio accontentarti e dare la veste a quel giovane». Ma cerca e cerca, Batistin non si trova. Intanto nella cappellina si canta il Veni Creator, il parroco è già all'altare, ma il giovane non c'è. Finalmente ecco Batistin che arriva... con la sua bella faccia nera da spazzacamino. «Don Bosco quando lo vide con quella faccia sorrise, sorrisero gli altri».

Quando, finita la funzione, Batistin tornò all'aperto per go­dersi i fuochi artificiali vestito da chierico, «fece meravigliare più d'uno...

- Oh! e quando fu così vestito?

- Or ora!

- Dove?

- In chiesa!

- E da chi?

- Dal signor prevosto! ».

Mancavano tante cose a quei tempi, ma non la semplictà e l'allegna.

 

 

38. Un ragazzo nel canestro dei grissini

 

 

Accanto al pulpito, vestito da chierichetto

 

Nel 1851 entra all'Oratorio un ragazzo che diventerà vescovo e cardinale, Giovanni Cagliero. Raccontò lui stesso il suo incon­tro con don Bosco.

«Lo vidi per la prima volta nel 1850 sulle colline di Morialdo, in quel di Castelnuovo d'Asti, mio paese: avevo dodici anni. Era circondato dal signor Prevosto, dal mio maestro e da altri sacerdoti dei dintorni, e mi accorsi che lo colmavano di atten­zioni.

La sua semplicità, il suo sorriso e la sua amabilità mi riusciro­no cosa nuova.

Il Prevosto, don Antonio Cinzano, che mi voleva bene, mi pre­sentò a don Bosco, il quale subito mi rivolse la parola dicendomi:

- Il signor Prevosto mi dice che tu vuoi studiare; è vero?

- Sì, signor don Bosco.

- E mi dice che vuoi farti medico.

- No, signor don Bosco. Io non voglio farmi medico.

- Si, si - replicò -, medico delle anime.

Nell'autunno dell'anno seguente tornò a Castelnuovo accom­pagnato da molti giovani, che aveva condotto da Torino per la festa del rosario. Mi avvicinai a lui, ed egli, sorridendo:

- Oh - mi disse -, tu sei il piccolo Cagliero, e desideri venire a Torino con me, e va bene. Continua ad essere buono e ci rivedremo; intanto io ti do un consiglio: preparati e vatti a confessare, affinché l'anima tua sia sempre più bella e amata dal Signore.

Il giorno di tutti i Santi era stato invitato a fare il discorso dei Morti, ed io lo accompagnai al pulpito, vestito da chierichetto. Do­po la predica, giunsi in sacrestia:

- Dunque - mi disse -, desideri proprio venire con me a To­rino?

- Si, signore.

- Molto bene; allora dì a tua mamma che stassera passi alla Parrocchia per intenderci sulla partenza».

Giovanni era orfano di padre, e sua mamma si chiamava Te­resa. Quando quella donna semplice arrivò, don Bosco scherzò:

- E’ vero, Teresa, che volete vendermi vostro figlio?

- Ah no! - rispose la donna -. Qui da noi si vendono i vi­tellini. I ragazzi si regalano.

- Meglio ancora. Preparategli un po' di biancheria, e doma­ni me lo porto con me (MB 17, 289).

 

Il fagottino e la carrozza

 

«L'indomani, col mio fagottino, montavo sulla modesta car­rozza di campagna, e mi sedevo a suo lato, avendo davanti a noi il vetturino.

Durante il viaggio la mia curiosità spaziava per le campagne, colline e stradali, e manifestavo la mia meraviglia nel vedere tante cose nuove per me; e quando, giunti alla salita di Pino, mi si pre­sentò la maestosa collina di Superga con la chiesa e il palazzo reale:

- Oh che bello! - esclamai - che monumento! che altezza!

Don Bosco mi lasciò fare e mi lasciò dire. Stando per cadere il giorno m'interruppe:

- Finora hai parlato tu; adesso, se sei contento, parlo io e di cose più importanti. Ti sei poi confessato dopo che ci siamo vedu­ti sul principio dell'autunno?

- No, signore, non mi sono confessato.

- Eppure sarebbe stato ben fatto, se in questa festa di tutti i Santi e in questo giorno dei Morti avessi regalato una Comunio­ne alle povere anime del Purgatorio.

- Mah! nessuno mi ha detto niente!... il maestro non me ne parlò; sono stato alla chiesa... si confessavano molti uomini, ma noi ragazzi ci fermammo nella sacrestia e non c'invitarono a con­fessarci.

- Vedi, don Bosco la pensa in altro modo riguardo a voi, po­veri giovanetti; e da questo punto ti aiuterà a curare le cose dell'a­nima tua bene. Intanto vediamo un po'... Ti sentiresti di raccon­tarmi tutte le tue imprese? e, s'intende, le più belle!

Io, che m'ero già formato un'idea grande della bontà di don Bosco e sentivo per lui una grande confidenza, gli raccontai le mie avventure di scolaro, di chierichetto di sacrestia, di caporione dei giochi e anche di piccolo cantore, di catechista dei più piccoli, di passeggiate... A don Bosco piacque la mia franchezza e mi disse:

- Sono contento. Ma giunti a Torino don Bosco ti insegnerà a dirgli non solo le cose di fuori, ma anche quelle di dentro» (BS1916, p. 70).

 

« Quanta povertà in quella casetta»

 

«Era la sera ed eravamo stanchi. Don Bosco mi presentò a Mamma Margherita:

- Mamma, ti ho portato un ragazzetto di Castelnuovo.

La mamma rispose:

- Oh, sì, tu non fai altro che cercare ragazzi, e io non so più dove metterli.

- Questo è così piccolo - scherzò don Bosco - che lo mette­remo a dormire nel canestro dei grissini. Con una corda lo tirere­mo su, sotto la trave, come una gabbia di canarini.

Mamma Margherita si mise a ridere e mi cercò un posto. Non c'era davvero un angolo libero, e per quella sera dovetti dormire ai piedi del letto di un mio compagno.

Il giorno dopo vidi quanta povertà c' era in quella casetta. Bassa e stretta la stanza di don Bosco. I nostri dormitori, a pian terreno, erano stretti, e avevano per pavimento un selciato di pietre da stra­da. In cucina c erano poche scodelle di stagno con i rispettivi cuc­chiai. Forchette, coltelli, tovaglioli li vedemmo molti anni dopo. Il refettorio era una tettoia. Don Bosco ci serviva a pranzo, ci aiu­tava a tenere in ordine il dormitorio, puliva e rappezzava i nostri abiti, e faceva tutti i più umili servizi.

Facevamo vita comune in tutto. Più che in un collegio, ci sen­tivamo in una famiglia, sotto la direzione di un padre che ci vole­va bene... Dei signori venivano a visitare don Bosco, e si meravi­gliavano di trovarlo seduto sopra un cavalletto di legno, o anche per terra, come nascosto da un gruppo numeroso di ragazzi, men­tre raccontava o giocava con noi» (MB 4,291ss).

«Arrivata domenica, vidi il cortile pieno d'altri giovani, ester­ni, più alti di me, che si confessavano da don Bosco nella cappel­la, poi tornavano in cortile aspettando che don Bosco avesse fini­to per ascoltare la Messa e fare la Comunione.

 

Un bacio sulla guancia

 

«Seguendo il loro esempio e tirati dalla benignità e dolcezza di don Bosco, anche noi nuovi andavamo a confessarci. Tornava­mo contenti e soddisfatti.

Negli anni seguenti, i giovani interni ed esterni erano aumen­tati di molti, e ogni domenica venivano altri bravi sacerdoti per confessare. Ma io non cambiavo mai confessore. Durante le sue assenze sentivamo enormemente la sua mancanza.

In una di quelle assenze mi andai a confessare alla Consolata. Trovai un buon Padre, m'inginocchiai alla grata e feci una con­fessione molto scomoda perché non ero abituato a confessarmi a quella maniera. Quel sacerdote mi fece delle riflessioni giuste ma secche.

Un'altra volta era festa grande e c'era una folla che voleva con­fessarsi da don Bosco. Finii per confessarmi da un altro buon pre­te che don Bosco aveva invitato di fuori. Tutto andò bene. Ma alla fine credette fare un'ottima cosa col darmi uno stretto abbraccio e scaldarmi la guancia con un bacio! Non ne feci caso, ma neppu­re mi piacque, perché dicevo tra me: "Don Bosco mi vuol bene, e molto bene; eppure non mi ha mai fatto questo!"» (BS 1916, p. 70).

Estroverso, entusiasta, Giovanni Cagliero visse la povera vita dell'Oratorio rendendola ricca con un amore totale a don Bosco e un'esuberante fantasia.

Al mattino, il gruppetto degli studenti a cui apparteneva, usci­va in città per raggiungere la scuola del professor Bonzanino. Mi­chele Rua era la guida diligente, riflessiva. Ma Giovanni non ci stava a fare la strada tranquillo tranquillo. Appena fuori si mette­va a correre, raggiungeva di volata piazza Castello (tre isolati più in là della scuola) e si fermava incantato a guardare. Poi, sempre di corsa, alla scuola, dove arrivava magari sudato, ma insieme ai suoi compagni. Michele Rua non era d'accordo, ma non poteva dir niente perché Giovanni era puntuale.

 

Le meraviglie di piazza Castello

 

Cosa vedeva Cagliero in piazza Castello?

Di fronte a Palazzo Madama (dove ora c'è la statua al fante piemontese) c'era l'uomo della scimmia. Suonava un concertino di campanelli e distribuiva il pianeta della fortuna e i numeri del lotto. Alla sua sinistra un elegante prestigiatore in marsina e tuba faceva trasecolare gli spettatori. Altrove un circolo di saltimban­chi coll'immancabile clown (chiamato Toni) attirava altra gente, mentre il burattinaio, dalla parte della basilica di S. Lorenzo, scam­panellando avvertiva che Gianduia stava per prodursi in un mira­bolante programma.

In altre ore della giornata (ma chissà se Cagliero riusciva ad essere presente), piazza Castello offriva altri spettacoli. Alle 15 in punto squillava la tromba del corpo di guardia, e subito usciva dal Palazzo Reale una staffetta a cavallo in abito rosso, e dietro il re, rigido e serio, pure a cavallo, con una piccola scorta attra­versava la piazza, tra i saluti rispettosi del popolo. Per via Navo­na (ora via Roma) andava verso Porta Nuova, e dopo un'ora pre­cisa di passeggiata rientrava a Palazzo.

Per la partenza e l'arrivo di truppe, in piazza Castello si face­vano dimostrazioni e sbandieramenti.

In giugno, alla vigilia della festa di S. Giovanni (patrono della città) si alzava davanti a Palazzo Madama un'alta catasta di le­gna. Al giungere della notte tutto il popolo si radunava nella piaz­za, i soldati si schieravano intorno, e a un dato segnale si appicca­va il fuoco alla pira, e le legne secche miste a paglia levavano un'al­tissima fiammata fra le grida di entusiasmo della folla e gli spari a salve del presidio e della guardia nazionale. Spento il fuoco, i monelli si impadronivano dei mozziconi ardenti, e roteandoli e schiamazzando, se li portavano a casa.

 

39. I «miracoli» di don Bosco

 

 

La « risurrezione» di Carlo

 

Uno dei fatti più clamorosi della vita di don Bosco è quello passato sotto il nome di «risurrezione di Carlo». Esso ha fatto discutere violentemente gli storici, fino a farlo annoverare da al­cuni fra le « pie leggende».

La più antica narrazione del fatto è dovuta al medico nizzardo Charles d'Espiney, che nel 1881 pubblicò un libretto, Don Bosco, con una serie di brevi episodi tendenti al meraviglioso. La «risur­rezione di Carlo» sarebbe avvenuta, secondo d'Espiney, a Roma, e don Bosco vi sarebbe accorso da Firenze.

Don Bosco protestò più di una volta per questa pubblicazio­ne, se ne lamentò con lo stesso autore. Il libro di d'Espiney non ebbe buona accoglienza a Valdocco.

Stendendo il terzo volume delle Memorie Biografiche (edito nel 1903), Giovanni B. Lemoyne riprese la narrazione del fatto, som­mando insieme molte testimonianze di diverso valore storico, e am­mucchiando particolari, alcuni dei quali di dubbio valore.

Lo storico Pietro Stella sottopose la narrazione a una serrata critica in 25 pagine del suo Don Bosco nella storia della Religiosi­tà Cattolica, Vol. I: Vita e Opere, edito nel 1968. A pagina 282 Stella conclude: «Per un ritorno al racconto di Don Bosco e al fatto oggettivo sarebbe auspicabile che si adottassero le relazioni Fassati e Documenti III anche se di quest'ultima non conosciamo esattamente i precedenti».

In conclusione Stella ci indica come totalmente e unicamente sicura la «relazione Fassati». È’ la testimonianza della marchesa Maria Fassati, scritta in francese. Mi sono fatto aiutare dallo stes­so Pietro Stella a tradurre meticolosamente in italiano la testimo­nianza. Eccola.

 

Dalla bocca stessa di don Bosco

 

«Ho sentito questo racconto dalla bocca stessa di don Bosco, e ho cercato di scriverlo con la massima fedeltà.

Un giorno qualcuno venne a cercare don Bosco per un giova­ne che frequentava l'Oratorio, e che pareva gravemente ammala­to. Don Bosco era assente, e non tornò a Torino che due giorni dopo. Poté recarsi dal malato solo il giorno seguente, verso le quat­tro del pomeriggio.

Arrivando alla casa dove abitava, vide il drappo nero alla por­ta, con il nome del giovane che veniva a trovare. Tuttavia salì, per vedere e consolare i poveri genitori. Li trovò in lacrime. Gli rac­contarono che il loro figlio era morto nella mattinata. Don Bosco domandò allora se poteva salire alla stanza ov'era il corpo del de­funto, per rivederlo ancora una volta. Uno della famiglia lo ac­compagnò.

- Entrando nella camera - ha affermato don Bosco -, mi venne il pensiero che non fosse morto, mi avvicinai al letto e lo chiamai per nome: "Carlo!". Allora egli aprì gli occhi e mi salutò con un sorriso stupito. "Oh, don Bosco - disse ad alta voce - mi avete svegliato da un brutto sogno!"

In quel momento alcune persone che erano nella stanza fuggi­rono spaventate, lanciando grida e rovesciando i candelieri. Don Bosco si affrettò a strappare il lenzuolo nel quale era avvolto il giovane, che continuò a parlare così: "Mi pareva di essere spinto in una caverna lunga, oscura, e così stretta che potevo appena re­spirare. Al fondo vedevo come uno spazio più largo e più chiaro, dove molte anime venivano giudicate. La mia angoscia e il mio terrore crescevano sempre più, perché vedevo un gran numero di condannati. Ed ecco che era arrivato il mio turno, e stavo per es­sere giudicato come loro, terrorizzato perché avevo fatto male la mia ultima confessione, quando voi mi avete svegliato!".

Frattanto il padre e la madre di Carlo erano accorsi alla noti­zia che il loro figlio era vivo. Il giovane li salutò cordialmente, ma disse loro di non sperare nella sua guarigione. Dopo averli abbrac­ciati, domandò di essere lasciato solo con don Bosco.

Gli raccontò che aveva avuto la disgrazia di cadere in un pec­cato che aveva creduto mortale, e che sentendosi molto male l'a­veva mandato a cercare con la ferma intenzione di confessarsi. Ma non l'avevano trovato. Avevano chiamato un altro prete che non conosceva e a lui non aveva avuto il coraggio di confessare quel peccato. Dio gli aveva appena fatto vedere che aveva meritato l'in­ferno con quella confessione sacrilega.

Si confessò con molto dolore, e dopo aver ricevuto la grazia dell'assoluzione, chiuse gli occhi e spirò dolcemente» (ST i ,289s).

 

Storia di un muratorino

 

I miracoli di don Bosco, normalmente, erano di altro genere. Ecco una testimonianza di Giovanni B. Francesia:

«Un giorno ci raccontava un nostro compagno, diventato pro­fessore e Direttore delle scuole Tecniche di Ivrea: "Io ero venuto a Torino per guadagnarmi il pane come garzone muratore. Avevo dieci anni! Mi era morto il padre, e la madre, poveretta, non ave­va di che mantenermi. Mi stampò piangendo un bacio in fronte e mi consegnò ad un padrone che mi doveva condurre a Torino per lavorare. Qui ebbi la ventura di trovare don Bosco, che mi in­vitò al suo Oratorio. In lui, nella sua carità, ravvisai mia madre. Egli non ci parlava che di Dio, di anima e di eternità, ma ci aiuta­va a guadagnarci meglio il pane della vita. Venni qui a scuola, ed imparai a leggere, a scrivere ed a fare i primi conti. Un dì però me la vidi brutta. Avevo portato una secchia di calcina su su al secondo piano. Non so come, inciampai, e ruzzolando giù dai ponti mi fermai a terra. Fui creduto morto. Al ritorno dei sensi mi ac­corsi che avevo un braccio rotto. Chi sa dirmi gli spasimi sofferti! Fui portato all'Ospedale e lasciato là quasi senza che alcuno pen­sasse ancora a me. Oh! C'era benissimo don Bosco! Egli venne a sapere della disgrazia, e verso sera me lo vidi sorridente ai piedi del letto. Mi fece coraggio, mi disse di non temere di nulla e che egli avrebbe provveduto a tutto.

Da quel giorno mi trovai quieto. Feci sapere alla mamma la mia disgrazia, che consolatasi della carità di don Bosco, risponde­vami: 'Figlio, ringraziamo il Signore che ti ha fatto trovare un pa­dre! '. Il braccio non tornò mai più robusto come era prima, e do­vetti lasciare il faticoso mestiere. Studiai alla sua scuola, prima, attendendo anche a qualche lavoro, e poi, quando lo credette con­veniente, mi tolse (=prese) con sé per avviarmi allo studio. Per lui credo di non aver perduto tempo. E ora nella scuola e coi libri, ripensando al bene ricevuto, ringrazio la divina Provvidenza d'a­vermi fatto trovare don Bosco"» (VBP 163 s).

 

Don Bosco: un enigma?

 

A questo punto, forse, occorre far notare che il d'Espiney, così disinvolto nel narrare la «risurrezione» di Carlo, è il primo responsabile di un'affermazio­ne che, messa in bocca a don Cafasso, è diventata uno dei «cavalli di battaglia» dei moderni denigratori di don Bosco: «Don Bosco è un mistero», trasformata disinvoltamente in «Don Bosco è un enigma».

Ecco che cosa avrebbe affermato don Cafasso secondo due di questi moder­ni «biografi»: «Se non fossi certo che lavora per la gloria di Dio, direi che èun uomo pericoloso, più per quel che non lascia trasparire, che per quel che ci dà a conoscere di sé. Don Bosco, insomma, è un enigma». E uno di essi com-menta: «Sento un brivido. Ci sono ancora altri aspetti nella vita di don Bosco che lasciano intuire abissi difficilmente esplorabili». Si rimane allibiti dal modo in cui due «scrittori sapienti» hanno tagliato e scorciato le parole (già di per sé di dubbio valore) riportate dal povero d'Espiney. «Ecco il testo esatto ed inte­grale - scrive lo storico Francesco Motto - della citazione del Cafasso (in una traduzione del 1890: Don Bosco pel dottore Carlo Despiney, prima versione ita­liana sull'undicesima edizione francese, p. 11): "Sapete voi bene chi è don Bo­sco? Per me, più lo studio e meno lo capisco: lo vedo semplice e straordinario; umile e grande; povero e occupato da disegni vastissimi, da progetti in apparen­za non attuabili; e tuttavia sempre attraversato nei suoi disegni e come incapace di far riuscire e bene le sue imprese. Per me don Bosco è un mistero. Se non fossi certo che egli lavora per la gloria di Dio, e che Dio solo lo guida, che Dio solo è lo scopo di tutti gli sforzi suoi, lo direi un uomo pericoloso più per quello che lascia intravedere, che per quello che manifesta. Ve lo ripeto: don Bosco per me è un mistero. Lasciatelo fare"» (Bollettino Salesiano, 1luglio 1987, p. 40). A questo punto, Motto espone il contesto in cui don Cafasso avrebbe fatto que­sta affermazione: «amici affezionatissimi» e personaggi influenti di Torino cri­ticavano presso di lui il «giovanissimo prete» don Bosco per lo zelo sproposita­to che dimostrava: lavoro eccessivo per folle di giovani vagabondi, ministeri sa­cerdotali nuovi, troppe attività. Le critiche terminavano con un interrogativo per­plesso: «Ma che uomo è questo vostro don Bosco?». L'affermazione del Cafas­so è la risposta a questo interrogativo.

Motto aggiunge domande che ogni biografo serio dovrebbe porsi: «Chi ci garantisce che don Cafasso ha veramente detto queste parole? E, posto che le abbia dette, quando le disse?». Certamente quando don Bosco era un «giova­nissimo prete», agli inizi della sua opera, e comunque prima del 1860, anno in cui don Cafasso morì. Ora da quell'anno don Bosco visse ancora 28 anni, e in quegli anni «egli ha operato alla luce del sole in Italia, Francia e Spagna, ha scritto migliaia di pagine, ha tenuto decine e decine di conferenze e discorsi. Non ha per caso offerto altri spunti che ad un occhio attento permette di meglio "com­prendere" il "mistero" della sua vita?» (ib.).

Anch'io sento un brivido. L'ignoranza (o la mala fede?) di certi biografi la­sciano intravedere «abissi difficilmente esplorabili».

 

40. Il vetturino al confessionale

 

 

Venti soldi e molte bestemmie

 

Don Bosco patì sempre la carrozza (allora chiamata diligen­za). Il dondolamento gli procurava nausea e mal di stomaco. Per questo, quando doveva viaggiare in carrozza pubblica (di ferrovie ce n'erano ancora poche), sovente chiedeva al vetturino la genti­lezza di farlo sedere all'aperto, accanto a lui.

Un giorno tornava in diligenza da Ivrea a Torino, e sentiva il cocchiere che, quando sferzava i cavalli, bestemmiava. La carroz­za gli dava fastidio, e le bestemmie ancora di più.

- Mi lascia salire accanto a lei? Qui al chiuso il mio stomaco non ce la fa più.

- Volentieri. Peccato che qui c'è vento forte.

- Vorrei da lei anche un altro piacere...

- Vuole arrivare presto a Torino? Bene! - E si mise a sferza­re i cavalli, e tra una sferzata e l'altra giù bestemmie.

- Non è questo. Voglio che non bestemmi più.

- Oh, se è solo per questo... Non bestemmierò più. Sono uo­mo di parola.

- Per questo piacere che mi fa, vorrei darle una piccola man­cia...

- Assolutamente no. A non bestemmiare sono obbligato.

Don Bosco insistette e alla fine il vetturino accettò venti soldi (= una lira, circa cinquemila lire del 1986).

Ma alla prima sferzata, giù una bestemmia. Il brav’uomo si morse quasi la lingua.

- Sono proprio un bestione, come vede non merito nessuna mancia.

Don Bosco rispose:

- Facciamo un gioco. Io le do venti soldi, ma ad ogni bestem­mia ne levo quattro.

- Ci sto. Stia tranquillo che la lira me la guadagnerò tutta.

«Dopo un bel tratto di strada - racconta don Bosco - i ca­valli rallentano, e il cocchiere sferza e bestemmia: - Sedici soldi, amico mio, gli dissi».

Il pover'uomo si vergognava, borbottava contro se stesso. «Do­po un altro pezzo di strada, sferzata e due bestemmie: - Otto, amico mio; siamo a otto soldi».

- Maledetto vizio che mi ha fatto perdere dodici soldi.

- Non dovete rattristarvi per così poco, ma piuttosto per il male che fate all'anima vostra.

- È’ vero. Ma sabato andrò a confessarmi. È’ di Torino lei?

- Sì, sono all'Oratorio di S. Francesco di Sales. Mi chiamo don Bosco.

- Va bene, ci rivedremo.

«Viaggiando fino a Torino, pronunciò ancora una bestemmia. Perciò io gli dovevo solo quattro soldi, ma gliene feci accettare venti, per lo sforzo che aveva fatto... Lo aspettai di sabato in sa­bato. Al quarto lo vidi venire e mescolarsi ai giovani. Quando venne il suo turno mi disse: - Non mi riconosce? Sono quel tal cocchie­re. Sappia... che non ho più bestemmiato. Mi sono prefisso di stare a pane ed acqua ogni volta che avessi detto una bestemmia; e ci sono stato una volta sola».

Giovanni B. Lemoyne scrive: «Don Bosco stesso ci raccontò questo fatto», e lo riferisce in MB 3,83.

 

Dopo dieci ore prese il lume

 

Ma don Bosco non confessava solo i vetturini. Giovanni B. Francesia ricorda: «Non si trovava mai stanco. Non l'abbiamo mai sentito dire: un'altra volta! un altro momento! Anche dopo dieci, dodici ore di confessionale, cosa ordinaria in tempo di Esercizi Spi­rituali, perché tutti volevano confessarsi da lui, se capitava che qual­cuno lo pregava di ascoltarlo in momento che sarebbe parsa cari­tà dire "Vieni domani", invece egli senz'altro diceva: "Vieni avan­ti!". Ricordo che una sera l'accompagnavamo in camera, dopo al­meno dieci ore di questa fatica, e si vedeva che aveva proprio bi­sogno di riposo... Allora comparve uno... che disse a don Bosco, che lo volesse ascoltare un momento. Noi ci guardammo in fron­te, ci pensammo di sentirci a dire: "Ma a quest'ora? Torna doma­ni!". Invece no. Prese il lume di mano a chi lo portava, e rivolto a chi l'aveva richiesto disse: "Vieni pure avanti ».

«Si andava a trovare in camera per fargli vedere un lavoro - continua lo stesso Francesia - per manifestargli un dubbio, per interrogarlo se si poteva o no fare qualcosa, egli lasciava dire e dire, e poi: - E come stai?

- Bene, caro don Bosco!

- E di anima?

E se qualcuno si mostrava un po' turbato, egli subito diceva:

- E chi ti impedisce di trovare la pace? -. Segnava un piccolo inginocchiatoio che c'era appoggiato al muro, e poi esortandolo a fermarsi un momento a fare l'esame (di coscienza), si disponeva subito a confessarlo» (ivi, 51).

Non interruppe mai questo santo ministero, al quale dedicava due o tre ore al giorno. Nelle occasioni straordinarie era pronto a confessare tutto il giorno e anche tutta la notte (MB 3,73).

 

Uomini scuri in volto, a sera tardi

 

Francesco Dalmazzo racconta di aver visto sovente, a sera tar­da, arrivare a Valdocco «uomini scuri in volto». Avevano sentito parlare della santità di don Bosco e venivano a confessarsi da lui. «Spesso si vedevano entrare sfiduciati, e poi uscire dalla stanza di don Bosco col volto raggiante di gioia» (MB 3,73).

Per molti che lo conoscevano, il nome di don Bosco si confon­deva con quello di confessione. Quando incontrava qualcuno, era normale che, dopo i saluti, gli domandasse: «E di anima come stai? Hai fatto Pasqua? Quanto tempo è che non ti confessi?».

Un antico allievo di don Bosco, entrato all'Oratorio già adul­to e rovinato da cattive abitudini, quando seppe che don Bosco era morto, scrisse con umiltà: «Quella calma sempre serena e tran­quilla di don Bosco, una certa qual indifferenza a qualunque cosa gli si dicesse; quel suo linguaggio di un amore santo, di una com­passione viva e soave, quel sentire, senza scomporsi mai, ripetuta­mente le stesse miserie, furono i mezzi con cui riuscì a mettermi nell'anima il coraggio, la fiducia che avrei vinto le mie passioni... Quante anime tornerebbero alla salvezza se nel confessore trovas­sero sempre quell'amabilità, quella lieta e consolante accoglienza che era propria di don Bosco» (MB 18,23).

 

41. Dopo le pietre vive, anche le pietre morte

 

 

Comprare la propria casa

 

Negli anni 1850-52 sono giunti all'Oratorio i giovani che sa­ranno, insieme a Giuseppe Buzzetti, le prime pietre vive dell'ope­ra salesiana: Michele Rua, Giovanni B. Francesia, Giovanni Ca­gliero.

Negli stessi anni don Bosco cerca di consolidare anche mate­rialmente la sede della sua opera: diventare proprietario della ca­sa Pinardi e costruire una chiesa degna di questo nome.

Nella zona di Valdocco non ci sono più soltanto sporadici ca­scinali semirustici, tra prati incolti e orti. Il paesaggio è ancora di campagna: a ridosso dell'Oratorio scorre un canale di irrigazione e nei prati intorno pascolano greggi e armenti (un margaro forni­sce a don Bosco ricotta e formaggio per la mensa dei ragazzi); ma case e opifici cominciano a delinearsi. Occorre consolidare la resi­denza dell'Oratorio, comprare campi e prati intorno per i futuri sviluppi, se non si vuole rimanere dall'oggi al domani imbottiglia­ti nello sviluppo urbano.

Per prima cosa, pensa di comprare la casa dove l'Oratorio abita. Ecco il suo racconto:

«Quelli che avevano perso l'alloggio (nella casa Pinardi) non riuscivano a rassegnarsi. Dicevano in giro:

- Era una casa di sollievo e di allegria. E adesso guarda! E finita nelle mani di un prete, per di più di un prete intollerante!

Al Pinardi fu offerto un affitto due volte maggiore di quanto gli davo io. Ma era un brav’uomo. non si sentiva di far denari dando la sua casa per usi equivoci. Più volte mi propose di comprare tut­to, per farla finita. Ma il prezzo che proponeva era esagerato. Chie­deva 80 mila lire per un edificio che ne valeva un terzo» (Memo­ne, 190).

Giunti alle strette (anche per un non meglio precisato «fatto di sangue» che persuase Pinardi a disfarsi della casa), don Bosco fece la sua offerta:

«- L'ho fatta stimare da un amico mio e suo... Nello stato attuale il suo valore è tra le 26 e le 28 mila lire. Io, per farla finita, gliene do 30 mila».

L'affare fu sancito con una vigorosa stretta di mano.

«Ma dove trovare 30 mila lire in quindici giorni? Ci pensò la Provvidenza. Quella sera stessa don Cafasso (cosa insolita nei giorni di festa) viene a farmi visita, e mi dice che una pia persona, la con­tessa Casazza-Riccardi, l'aveva incaricato di darmi diecimila lire da spendersi in quello che avrei giudicato meglio nel Signore. Il giorno dopo giunse un religioso rosminiano (P. Carlo Girardi) che veniva a Torino per impiegare ventimila lire. Mi domandò consi­glio su come spenderle. Gli proposi di imprestarle a me, ad inte­resse (del quattro per cento) per pagare la casa Pinardi. La som­ma era completa. Le tremila lire di spese accessorie furono aggiunte dal cavalier Cotta, nella cui banca venne stipulato l'atto, tanto so­spirato» (Memorie, 191).

L'atto pubblico fu steso dal notaio Turvano il 19 febbraio 1851. Il prezzo non fu di 30 mila lire (don Bosco con le cifre è sovente incerto) ma di L.28.500.

 

I ragazzi svenivano

 

«Ora bisognava pensare a una chiesa più decorosa per le cele­brazioni liturgiche e più adatta alla quantità sempre crescente di giovani.

La cappella-tettoia era stata ingrandita un poco, ma era sem­pre troppo piccola e troppo bassa. Chi vi entrava doveva scendere due gradini, e così, quando fuori pioveva, l'acqua vi entrava e ci allagava. D'estate eravamo invece soffocati dal caldo e dall'odore sgradevole. In ogni festa c'era qualche ragazzo che sveniva. Do­vevamo portarlo fuori a braccia, come un asfissiato» (Memorie, 193).

A Valdocco le lavandaie esponevano nei prati i lunghi festoni di biancheria lavata per conto dei cittadini, ma la lavanderia non doveva essere molto frequentata da quei giovani appartenenti alle classi più povere e abitanti in catapecchie e soffitte.

 

Il discorso di Barrera e il dialogo dei ragazzi

 

«Era quindi necessario - continua don Bosco - costruire un edificio arioso, salubre e proporzionato al numero dei giovani. Il disegno fu fatto dal cavalier Blachier... Furono scavate le fonda­menta. La prima pietra fu benedetta il 20 luglio 1851 dal canonico Moreno, economo generale della diocesi, e collocata dal cavalier Giuseppe Cotta». Intervenne anche il sindaco di Torino, avvoca­to Giorgio Bellono. «Il celebre padre Barrera, commosso dalla vista di un gran numero di gente venuta per quella circostanza, montò su un rialzo di terreno e improvvisò uno stupendo discorso» (Me­morie, 193s).

Oltre al discorso ci fu anche un dialogo scritto da don Bosco e recitato dai ragazzi. Francesia lo ricorda perché ne fu il protago­nista:

«Me ne ricordo come se fosse ieri. Don Bosco ci raccolse do­po Messa, nella piccola saletta del pian terreno, e ci disse che nella sera si sarebbe benedetta la pietra fondamentale (della nuova chie­sa), e che il Sindaco di Torino sarebbe intervenuto, con l'abate Moreno. "Ma bisogna pensare a ricevere bene questi personaggi. Chi di voi si sente di imparare a memoria un dialogo che andrò a finire?".

Noi ci guardammo in faccia, ed io che scrivo ebbi l'ardimento di offrirmi, senza sapere che avrei dovuto fare. Intanto don Bo­sco scomparve, e noi stemmo ad attenderlo, discorrendo in quel piccolo salotto, che tante volte fu visitato dal famoso grigio. Un momento dopo, ricomparve don Bosco, tenendo in mano alcuni foglietti da lui scritti, e tutti coperti di assai correzioni. Era la pri­ma volta che mi esponevo in pubblico; e venne a esercitarci il chie­rico Buzzetti, che, non fo per dire, ma si trovava anch'egli assai imbrogliato a leggere la scrittura di don Bosco.

Oltre a mille correzioni, c'erano postille di qua e postille di là, da mettere alla prova l'uomo più pacifico».

Andò tutto bene: il discorso, il dialogo, la festa.

«Quella festa allegra e rumorosa attirò giovani da tutte le par­ti. Molti venivano ormai all'Oratorio a ogni ora del giorno, altri mi pregavano di dare loro ospitalità come interni. Il loro numero, in quell'anno, superò i cinquanta» (Memorie, 194).

 

Tra le faccette chiare, un moretto

 

Quella folla di giovani, che si aggirava nei cortili e nei prati come un allegro formicaio, era una comunità molto composita. Figli di nullatenenti (attingo le notizie da Pietro Stella) stavano in­sieme a qualche spaesato giovane uscito dal correzionale o racco­mandato dal ministero dell'Interno. Figli di artigiani si trovavano con figli di contadini. Con cappotti militari scomodi e sdruciti, color tabacco, molti giovani potevano aggirarsi per la casa e stare in cor­tile o a studio accanto ad altri venuti dalla campagna che vestiva­no pantaloni e giacche smessi dai fratelli maggiori. Era una co­munità di «figli del popolo», per nulla attenti all'estetica.

Ogni tanto tra le faccette chiare spuntava un moretto. Nel 1849 c'era Alessandro Bachir, chiamato da tutti «il moro». Un anno dopo giunse il marocchino Moysa, e anni dopo l'algerino Atnes. Un folto gruppo di svizzeri cercava di imparare velocemente il pie­montese, la lingua madre dell'Oratorio, accanto a un altro nume­roso gruppo di figli di emigranti, nati a Richmond, Baltimora, l'Avana, Rosario in Argentina.

Quanto ai ragazzi usciti dalle carceri o portati dalla questura, don Bosco non li riceveva direttamente: non voleva che le male-lingue scambiassero l'Oratorio per un correzionale. Li accettava purché fossero presentati dalle loro famiglie o da pie persone che se ne rendevano «garanti».

«Tutto quel miscuglio di giovani di ogni età e condizione -scrive S. Biffi in quegli anni - con un perpetuo andirivieni di gente che entra liberamente nell'istituto, è curioso spettacolo». Questo «curioso spettacolo» aveva i suoi momenti di punta durante le ri­creazioni. Dopo il 1855, quando aumentò il numero dei preadole­scenti ospitati giorno e notte, don Bosco cercò di intensificare l'as­sistenza perché i ragazzi non corressero pericoli fisici né morali. Talora inviava qualche chierico (tutto preso dal gioco perché era un ragazzo anche lui) a snidare ragazzi che giocavano a soldi nei sotterranei o in angoli reconditi della casa (cf STELLA, 3,1 89ss).

 

La prima lotteria

 

I giovani non furono mai un problema per don Bosco. Lo fu­rono invece, sempre, i soldi. Scrive:

«La costruzione della chiesa era ormai a livello del terreno quan­do mi accorsi che non avevo più soldi. Con la vendita di case e terreni avevo messo insieme 35 mila lire, ma esse erano sparite co­me neve al sole. L'Economato (della città) ci assegnò un aiuto di 9 mila lire, ma ce le avrebbe versate quando l'opera fosse termi­nata. Il vescovo di Biella, poiché nell'Oratorio erano ospitati e aiu­tati molti giovani lavoratori biellesi, diramò una circolare ai par­roci, invitandoli a raccogliere offerte... La questua fruttò mille li­re. Ma furono gocce d'acqua su un terreno riarso. Quindi mi misi a pensare a una lotteria pubblica» (Memorie, 1 94s).

Davanti alla cinquantina di pagine dedicate da Lemoyne (MB 4) a questa lotteria, molti hanno storto il naso. Sembra che si vo­glia dare un'importanza eccessiva a un'impresa tutto sommato ba­nale. Invece non è così. Le lotterie a livello cittadino, in quel tem­po, hanno una risonanza straordinaria. Chi riesce ad avere tutti i permessi (e una vistosa lista di oggetti eccellenti) per organizzar­la, si mette in luce nella città. E l'opera aiutata dalla lotteria pub­blica acquista di colpo importanza cittadina. Stella annota: «Le lotterie erano un momento non del tutto secondario del compor­tamento collettivo torinese tra restaurazione e unificazione... Tra il 1830 e il 1840 alcune lotterie avevano fruttato somme "ragguar­devolissime": L.28.000 in favore dei sinistrati per un incendio a Sallanches in Alta Savoia, L.32.500 in favore dell'Ospedale Mag­giore di S. Giovanni Battista in Torino, L.41.000 in favore del manicomio» (ST 3,86). Nel 1852 e nel 1858 due grandiose lotterie in favore delle Missioni, organizzate dal canonico Ortalda, saran­no appoggiate da lettere pastorali dei vescovi, da comitati promo­tori dell'aristocrazia, dalla stampa e dallo stesso governo.

Anche don Bosco fece le cose in grande. Raccolse 3251 doni. «Il Papa, il Re, la Regina Madre, la Regina Consorte e tutta la Corte Sovrana si segnalarono mandando doni», scrisse con legit­timo compiacimento. Sia la Corte che il Municipio offrirono lo­cali adatti per l'esposizione dei doni.

Il regio decreto che autorizzò l'apertura della lotteria fu fir­mato il 9 dicembre 1851. Calcolato il valore dei doni, fu autoriz­zata l'emissione di 99.999 biglietti a centesimi 50 ciascuno. L'e­strazione fu fatta al Palazzo Municipale il 12 e il 13 luglio 1852. «Le spese furono ingenti - scrive don Bosco - ma la somma netta ricavata fu di lire 26 mila» (Memorie, 196).

 

Quattordici lotterie nella vita

 

Tra grandi e piccole, don Bosco organizzò nove lotterie tra il 1853 e il 1870, e 5 tra il 1873 e il 1887. Si può dire che in questi primi anni del suo Oratorio, don Bosco ha scoperto due mezzi che non abbandonerà più: gli Esercizi Spirituali per oratoriani e inter­ni, che gli dànno fior di vocazioni; e le lotterie che gli procurano fior di quattrini. Tutti e due gli costano fatiche pesantissime, ma don Bosco considera la fatica una tassa che comunque bisogna pa­gare. È’ forse interessante notare che, dopo la lotteria del 1865 che si trascinerà per tre anni, don Bosco si dedicherà alle lotterie con meno entusiasmo. Agli Esercizi Spirituali si dedicherà sempre con l'entusiasmo della prima volta.

 

42. Letture Cattoliche e attentati

 

 

«Io non metto la mia firma lì sotto»

 

Nei primi mesi del 1848, Carlo Alberto aveva concesso «pari­tà di diritti civili» agli ebrei e ai protestanti, fin'allora solo «tolle­rati».

«I protestanti - scrive don Bosco - erano forniti di molti mez­zi finanziari, ed erano preparati a una massiccia campagna di pro­paganda. I cattolici, invece, confidando nelle leggi civili che fino allora li avevano protetti e difesi, possedevano soltanto qualche giornale, qualche opera di cultura. Nessun periodico, nessun li­bro da mettere in mano alla gente semplice...

Era necessario mettere in mano alla gente, e specialmente ai giovani, qualche mezzo di difesa, inventare qualche mezzo popo­lare con cui diffondere la conoscenza delle verità fondamentali della religione cattolica. Feci quindi stampare un libretto dal titolo A v­visi ai Cattolici, che aveva lo scopo di mettere in guardia i cattoli­ci dalle insidie dei protestanti. La diffusione di quel librettino fu straordinaria: in due anni più di duecentomila copie. Questo suc­cesso fece piacere ai buoni, ma infuriò i protestanti...

Mi persuasi sempre più che era urgente preparare e stampare libri per il popolo, ed elaborai il progetto delle Letture Cattoli­che» (Memorie, 205s).

Il programma di quella collana era condensato in pochi punti:

libretti semplici, popolari, mensili, di cento pagine, ogni fascicolo al prezzo di centesimi 15 (L.600 del 1986).

Preparati i primi fascicoli volevo pubblicarli subito, ma sorse una difficoltà che non avevo previsto. Nessun vescovo voleva (...) mettere il suo nome (...) come "revisore ecclesiastico"(...). Il ca­nonico Giuseppe Zappata, Vicario Generale (l'Arcivescovo Fran­soni era in esilio a Lione) lesse e rivide metà del primo fascicolo. Poi mi restituì il manoscritto dicendomi:

- Si riprenda il suo lavoro. Io non metto la mia firma lì sot­to... Lei sfida i nemici; li attacca frontalmente».

Due giornalisti cattolici, a Roma, erano stati assassinati poco tempo prima. Avallare i libretti coraggiosi di don Bosco voleva dire rischiare la pelle, come lui stesso sperimenterà fra poco. Fi­nalmente, dice don Bosco, i libretti furono approvati e sottoscritti dal vescovo d'Ivrea, mons. Moreno.

«Le Letture Cattoliche furono accolte con consensi vastissi­mi. Il numero dei lettori fu straordinario. Ma questo suscitò le ire dei protestanti» (Memorie, 208). Nel 1861 ogni fascicolo tirava 10 mila copie. Dal 1870 la media per ogni fascicolo raggiunse le 15 mila (MB 4,534).

«Sembrava ci fosse una congiura segreta contro di me. (...) Sembrano favole gli attentati che racconto, ma purtroppo sono tristi verità, ed ebbero moltissimi testimoni» (Memorie, 21 lss).

 

Il cane misterioso

 

«A quel tempo, (da Torino) scendendo verso l'Oratorio c'era un lungo tratto di campagna ingombra di cespugli e di acacie.

Una sera oscura, piuttosto sul tardi, venivo a casa solo solet­to... quando mi vidi accanto un grosso cane che a prima vista mi spaventò. Ma non ringhiò contro di me, anzi mi fece le feste come se fossi il suo padrone. Abbiamo fatto amicizia e mi accompagno fino all'Oratorio. Ciò che avvenne quella sera si ripeté molte altre volte. Posso dire che il Grigio (così don Bosco chiamò quel cane) mi ha aiutato parecchie volte in maniera straordinaria. Esporrò alcuni fatti.

Sul finire del novembre 1854, una sera nebbiosa e piovosa, ve­nivo solo dalla città... A un tratto mi accorsi che due uomini cam­minavano a poca distanza da me. Acceleravano o rallentavano il passo ogni volta che io acceleravo o rallentavo... Provai a tornare indietro, ma era troppo tardi: con due balzi improvvisi, in silen­zio, mi gettarono un mantello sulla testa. Mi sforzai di non lasciarmi avviluppare dal mantello, ma non ci riuscii. Uno tentò di turarmi la bocca con un fazzoletto. Volevo gridare ma non ci riuscivo più. In quel momento apparve il Grigio. Urlando si lanciò con le zam­pe contro la faccia del primo, poi azzannò l'altro. Ora dovevano pensare al cane prima che a me.

- Chiami questo cane! - gridarono tremanti.

- Lo chiamo se mi lasciate andare in pace.

- Lo chiami subito! - implorarono.

Il Grigio continuava a urlare come un lupo arrabbiato. Anda­rono via lesti, e il Grigio, standomi al fianco, mi accompagnò».

 

«È il cane di don Bosco»

 

«Tutte le sere in cui non ero accompagnato, entrato tra gli al­beri, vedevo spuntare il Grigio da qualche punto della strada. I giovani dell'Oratorio lo videro molte volte. Una sera entrò nel cor­tile e fu il protagonista di una lunga scena. Qualcuno lo voleva allontanare con un bastone, altri con dei sassi. Giuseppe Buzzetti intervenne:

- Non fategli del male. È’ il cane di don Bosco.

Allora si misero ad accarezzarlo e a fargli festa. Lo accompa­gnarono da me. Ero in refettorio e facevo cena con alcuni preti e mia madre. Lo guardarono tutti sbigottiti:

- Non temete - dissi - è il mio Grigio. Lasciatelo venire.

Difatti, compiendo un largo giro intorno alla tavola, mi venne vicino tutto festoso. Gli feci una carezza e gli offrii minestra, pa­ne e companatico. Rifiutò tutto.

- Allora cosa vuoi? - mormorai. Egli mosse le orecchie e agi­tò la coda -. Se non vuoi mangiare, va' in pace - dissi.

Egli, sempre festoso, appoggiò la testa sulla mia tovaglia co­me volesse parlare e augurarmi buona sera. Poi si lasciò accom­pagnare dai ragazzi, allegri e meravigliati, fuori della porta. Mi ricordo che quella sera ero venuto a casa tardi, e un amico mi ave­va portato nella sua carrozza» (Memorie, 216-218 passim).

Batistin Francesia, che allora aveva 16 anni, lo vide più volte.

Scrive:

«Faceva un giro attorno alla tavola, si sdraiava un poco ai piedi di don Bosco, e poi via. Mi pare ancora di vederlo, quando con le zampe raspava alla porta perché gli si aprisse, e poi entrava nel piccolo salotto, dove don Bosco pranzava co' suoi. Una volta il portinaio, impaurito, alzando il bastone glielo diede sulla schie­na, l'animale ricevette il colpo, mandò un guaito, e poi via» (VBP 179).

Il pensiero di scoprire la provenienza di quel cane venne più volte a don Bosco. Ma non riuscì a trovare niente. Nel 1872 la ba­ronessa Azelia Ricci des Ferres nata Fassati gli domandò cosa pen­sasse di quel cane, e don Bosco sorridendo rispose: «Dire che sia un angelo farebbe ridere. Ma neppure si può dire che sia un cane ordinario» (MB 10,386).

 

Killer con coltello

 

Nelle sue Memorie don Bosco racconta molti attentati che su­bì in questi anni. Ne riporto uno dei tanti.

Una sera era in mezzo al cortile, circondato da tutti i giovani, quando si levò un grido:

- Un assassino! Un assassino!

Un giovanottone in maniche di camicia, di cognome Andreis, tenendo levato in aria un truce coltello da macellaio, si stava av­ventando contro il gruppo dei giovani, e gridava come un pazzo:

- Voglio don Bosco! Voglio don Bosco!

Tutti si misero a fuggire urlando. Nel parapiglia il killer vide il chierico Reviglio, che portava la veste nera come don Bosco, lo scambiò per lui e si mise ad inseguirlo. Quello fuggì con strilli al­tissimi. Accortosi dell'errore, il delinquente si fermò un attimo per vedere dov'era la sua vittima. Quell'istante di indecisione salvò don Bosco. Egli corse su per la scala della casa Pinardi, chiuse a chia­ve il cancello di ferro che faceva da porta e si trovò in salvo.

L'assassino giunse di corsa al cancello, lo scosse con le sue gros­se mani, e si mise a percuotere le sbarre robuste con il manico del coltello urlando come un pazzo. Rimase li più di un'ora, finché vide spuntare due carabinieri chiamati dai giovani.

«Sembra incredibile - scrive don Bosco - eppure il giorno dopo, alla stessa ora, quel delinquente mi aspettava di nuovo, a poca distanza dalla mia casa.

Un mio amico (il commendator Giuseppe Dupre), vedendo che le autorità non volevano difendermi, cercò di parlare a quel di­sgraziato. Rispose:

- Io sono pagato. Datemi ciò che mi dànno quelli che mi man­dano, e lascerò in pace don Bosco.

Gli furono pagate 80 lire di fitto scaduto e altre 80 di fitto an­ticipato, e quella triste commedia finì» (Memorie, 21 3s).

In lire di oggi all'Andreis furono versate circa 650 mila lire.

 

43. Salvare i piccoli lavoratori

 

 

Una montagna di ingiustizie

 

Ogni anno bussa alla porta di don Bosco un gruppo sempre più numeroso di piccoli lavoratori. Sono dieci nel 1853, saranno centoventidue nel 1866. Sono schiacciati da una montagna di in­giustizie. Fino al 1844 i rapporti tra apprendisti, garzoni di botte­ga e padroni, erano regolati in Piemonte da norme precise che di­fendevano il giovane e obbligavano il padrone a insegnargli bene il mestiere e a non sfruttarlo.

Un editto reale del 1844 (strappato al re dai «liberali» in no­me del progresso) ha abolito queste norme. Da quel momento i garzoni e i giovani operai sono rimasti soli e indifesi nelle mani del padrone. A otto-nove anni vengono gettati in un lavoro este­nuante di 12-15 ore al giorno, in mezzo ad abusi, scandali, sfrut­tamenti, negli ambienti malsani delle fabbriche e delle officine.

Camillo Cavour, che pure è per la libertà assoluta dell'indu­stria e del commercio, ha dichiarato nel 1850 in Parlamento: «Forse troppo poco ci curiamo di sapere che da noi, nei nostri opifici, le donne e i fanciulli lavorano quasi un terzo di più, se non il dop­pio di quello che si lavori in Inghilterra ».

Don Bosco (come don Cocchi, don Murialdo) difende fino al limite del possibile i ragazzi lavoratori. Esige dai padroni regolari contratti di lavoro su carta bollata. In essi riprende le vecchie nor­me abolite nel 1844. In nome dei «liberi contratti fra gente libe­ra» (come dicono i liberali) esige che quelle norme vengano osser­vate, adattate, perfezionate secondo le nuove condizioni di lavo­ro. In quei contratti (conservati negli archivi salesiani) è scritto che i piccoli lavoratori non devono essere usati come servitori e sguatteri, che deve venir loro insegnato sul serio il lavoro. È’ vietato che vengano picchiati, si chiedono garanzie per la loro salute, il riposo festivo, le ferie annuali, il tempo necessario per imparare a leggere e a scrivere. Nei primi tre anni i piccoli lavoratori non vengono pagati con la scusa che «imparano soltanto». A volte sono i parenti a pagare il padrone perché li tenga! Don Bosco reagisce a questa forma di sfruttamento: nel secondo e nel terzo anno i gio­vani lavorano veramente e procurano veri guadagni al padrone. Per il secondo e terzo anno esige quindi uno stipendio progressi­vo. Il primo contratto firmato da don Bosco con il vetraio Carlo Aimino, a favore del giovane Giuseppe Bordone, porta la data del novembre 1851.

 

Un deschetto e quattro ragazzi

 

Ma don Bosco non è ancora soddisfatto. Nelle officine e nelle botteghe i piccoli lavoratori sono fianco a fianco con adulti a vol­te disonesti, che parlano e agiscono male, che li invitano a bere «per tirarsi su e stare allegri». Finiscono così per rovinarsi nel corpo e nell'anima.

Un ragazzo che a quel tempo ha 14 anni, Pietro Enna, ricor­derà quella situazione con una prosa candida e sgrammaticata: «Al­la sera d. Bosco ci tratteneva sempre qualche minuto prima di an­dare a letto ci racomandava di stare in guardia dai cattivi compa­gni e dai perversi discorsi... a noi artigiani che eravamo più in pe­ricolo ci diceva non ascoltate mai quelli che fanno cattivi discorsi quando siete nella bottega che parlano male se potete usite... Mi ricordo io stesso quante volte o dovuto fuggire dal laboratorio per non sentire dei discorsi oseni io aveva solo 14 anni e garzoni erano già uomini fatti due poi erano veramente perfidi non avevano nes­sun pudure nel parlar male della religione e costumi erano poi due bestie» (ST 3,503s).

Nell'autunno del 1853 don Bosco (che ha le tasche vuote come sempre) compie un atto di audacia: fa costruire un nuovo edificio accanto alla casa Pinardi e dà inizio ai laboratori interni. Comin­cia con i calzolai e i sarti, perché quei mestieri sa insegnarli lui, senza bisogno di pagare istruttori esterni. Ma è deciso a non fer­marsi lì.

Il laboratorio dei calzolai lo colloca in un locale stretto, vicino alla chiesa di S. Francesco di Sales. Si siede davanti aJ deschetto, e sotto gli occhi di quattro stupiti ragazzini batte una suola a re­gola d'arte, maneggia la lesina attorno a una tomaia. Poi doman­da se hanno capito come si fa. Al si incerto dei ragazzini, capisce che hanno capito poco, e ricomincia da capo, con pazienza.

I sarti sono collocati nella stanza della cucina, mentre pentole e fornelli sono trasferiti nell'edificio nuovo. Il maestro è ancora lui, don Bosco, che Giovanni Roberto a Castelnuovo aveva invi­tato a «piantarla con i libri», visto che il sarto lo sapeva fare sul serio.

 

Dalla parte dei più poveri

 

Nel 1854 apre il terzo laboratorio, la legatoria dei libri.

Nel 1856 il quarto, la falegnameria.

Il quinto è il più desiderato, la tipografia. A quei tempi ci vo­gliono chili di documenti e sfilze di garanzie per ottenerlo. La li­cenza arriva firmata dal prefetto Pasolini il 31 dicembre 1862. Il laboratorio comincia a funzionare con due macchine a ruota e un torchio azionato a mano.

Il sesto inizia l'anno dopo: è l'officina dei fabbri ferrai, antenata dei laboratori di meccanica.

I ragazzi, ora, non escono più a lavorare in città. Lavorano in casa, sotto la guida amorevole di don Bosco e dei suoi aiutanti. L'Oratorio comincia a straripare di ragazzi che giungono da ogni parte: vogliono imparare un mestiere sotto la guida di don Bosco, non più andarsi a seppellire nelle officine della città. Arriveranno al numero di 300. Ma don Bosco seleziona i ragazzi: sceglie i più poveri, i più miseri, quelli che hanno assoluto bisogno di una ma­no per non fare naufragio nella vita. Nel regolamento di accetta­zione scrive: «Il giovane artigiano che viene accettato deve essere orfano di padre e di madre e totalmente povero e abbandonato. Se ha fratelli e zii che possono assumerne l'educazione, è fuori dello scopo di questa casa» (MB 4,736).

 

44. Colera!

 

 

Il terrore dell'« acquetta»

 

L'estate del 1854 portò una notizia paurosa: il colera. L'epi­demia che ogni pochi anni desolava paesi e città investi dapprima la Liguria, facendo 3000 vittime. Il 30-31 luglio si ebbero i primi casi a Torino.

Il batterio responsabile della malattia epidemica, il vibrio cho­lera, sarebbe stato scoperto da Robert Koch solo nel 1884. In man­canza di notizie scientifiche, come sempre accade, si diffusero in città le solite voci alimentate dall'ignoranza e dalla paura. Scrive Bonetti che fu testimone di quei giorni: «Il basso popolo... s'in­caponiva nell'idea, che i medici somministrassero ai malati una bi­bita avvelenata, cui a Torino davasi il nome d'acquetta, e ciò allo scopo di farli più presto morire e per tal modo scongiurare più fa­cilmente il pericolo per sé e per gli altri». La paura provocava «il chiudersi delle botteghe, il fuggire che tosto moltissimi facevano dal luogo invaso». (Un esempio non certo di nobile coraggio fu dato dalla famiglia reale, che fuggi in carrozze chiuse dalla città, e riparò nel castello di Caselette). «In certi luoghi, appena uno era assalito, i vicini e talora gli stessi parenti impaurivano..., lo abbandonavano... Fu talora persino mestieri che i becchini pas­sassero per le finestre o rompessero le porte, per entrare nelle case ed estrarne i cadaveri» (CL 420s).

Le manifestazioni della malattia erano classiche: vomito e diar­rea profusa, disidratazione, sete intensa, violenti crampi musco­lari. La morte si portava via il 50 per cento dei colpiti.

La zona di Torino più colpita, com'era facile prevedere, fu la zona più inquinata e sporca: Borgo Dora, confinante con Valdoc­co. In un mese 800 colpiti, 500 morti. Nelle case vicine all'Orato­rio, ricorda Bonetti, «alcune famiglie scomparvero in brevissimo tempo» (CL 422).

 

Quattordici più trenta

 

Don Bosco prese le misure del caso. «Si anticiparono gli esa­mi - ricorda Francesia - e prima che finisse luglio (cioè con un mese di anticipo) tutte le scuole furono chiuse» (VBP 183). I ra­gazzi che vollero, poterono partire per le loro case. Furono ripuli­te camere, locali, si diradarono i letti nei dormitori, migliorò il vitto.

All'igiene rudimentale del tempo, don Bosco aggiunse la sua fede: «Una sera, udendo come tutti parlavano del male, che face­va strage in Torino e qui d'attorno a noi, ci esortò a sperare nella Madonna, in questa maniera: "Se voi, o miei cari, mi promettete di non commettere volontariamente alcun peccato, credo di po­tervi assicurare, che nessuno di voi sarà colpito dal colera"» (VBP 184).

Due lazzaretti furono improvvisati in Borgo S. Donato, a ovest di Valdocco. Ma pochi erano i coraggiosi che si prestavano a cu­rare i malati. Allora don Bosco, dopo essersi impegnato insieme ad altri sacerdoti per molti giorni, si rivolse ai suoi giovani. Disse loro che il Sindaco faceva appello ai migliori della città perché si trasformassero in infermieri e assistenti dei colerosi. Se qualcuno voleva unirsi a lui in quell'opera di misericordia, lo ringraziava a nome di Dio. «Quattordici gli si presentarono bentosto, pronti a compiere i suoi desideri... e pochi giorni dopo altri trenta ne se­guirono l'esempio» (MB 5,87).

Furono giornate di caldo torrido, fatica, puzza nauseabonda, pericoli.

Francesia ricorda: «Quante volte io stesso giovanetto e picco­lo chierico, dovevo animare i vecchi a recarsi al lazzaretto -. Ma mi uccideranno! - Cosa dite mai? Anzi vi troverete meglio. E poi ci sarò io -. Sì? Ebbene portatemi dove volete». E aggiunge con una punta di ironia pesante: «I così detti liberali si ritirarono, e rimasero i sacerdoti...».

 

Una madre e venti orfani

 

Ma di ironia non ebbe tempo di farne molta, in quei giorni, il povero Batistin. Il colera, infatti, colpì con violenza anche sua madre. Avvisato, lasciò tutto e corse a casa. La trovò gravissima. Tornò in fretta all'Oratorio, e supplicò don Bosco che venisse a confessarla e benedirla. Abitava davanti alla chiesa della Conso­lata. Don Bosco, passando davanti alla colonna dell'Immacolata posta sulla piazza, l'additò a Batistin e gli disse: «Essa guarirà sen­z'altro tua mamma se le prometti di consacrare la tua vita, quan­do sarai prete, a farla conoscere e a farla amare». Francesia ac­cettò il patto. Salirono nella stanza dell'ammalata. Don Bosco la confessò e la confortò. Poi venne il medico, e come unica cura cavò sangue cinque o sei volte dalle vene di quella povera donna. «Nonostante la cura», la mamma di Batistin guarì e visse ancora per 21 anni.

Quando, con le piogge d'autunno, il colera finì, si poterono contare i morti: in Torino 1248, in Italia 320 mila. Nella capitale del Piemonte «i soci della S. Vincenzo si aggirarono per le cata­pecchie a raccogliere sull'erba secca e sui pagliericci sporchi bam­bini che il morbo aveva lasciato orfani e senza parenti prossimi» (ST 3,163). La fine dell'emergenza fu dichiarata il 21 novembre.

Tra i 44 volontari dell'Oratorio, nessuno fu toccato dal cole­ra. Un risultato ai limiti del prodigioso. Ma don Bosco non si fer­mò a contemplare le benemerenze. Un nuovo dramma colpiva la città: gli orfani. Ce n'era un centinaio, ammassati nel «deposito» di San Domenico. Con un atto di fede e di amore più grande delle sue possibilità andò a prelevarne 20, e li portò all'Oratorio.

 

45. La storia povera di Pietro Enria

 

 

Ventiquattro paginette sgrammaticate

 

Dei tristi giorni del colera abbiamo una testimonianza toccan­te. Pietro Enna, uno dei ragazzetti orfani che don Bosco incontrò con il fratellino nel «deposito», e che prese con sé insieme ad altri diciotto, ha lasciato 24 paginette sgrammaticate e bellissime, pie­ne di errori e di dolcezza. Ne riporto alcune parti rispettando gli errori, ma aggiungendo la punteggiatura, senza la quale il testo è quasi incomprensibile. Credo sia una delle più alte testimonian­ze sulla vita e sull'amore del prete di Valdocco per i figli poverissi­mi del popolo.

 

pagina 1

 

Enna Pietro Giuseppe, nato il 20 giugno 1841 nella parochia di S. Benigno Canavese, figlio di antonio e della fu cappirone pa­squalina ambidue nativi di montanaro... Alletà di 7 anni ricevutti il sacramento della cresima... Pochi mesi dopo la detta festa mo­riva la mia povera madre. Il giorno della asenzione di nostro si­gnore mio padre resto vedovo con tre figli. Io che era il primo aveva appena 7 anni. il padre pasò a seconde noze con un virtuosa don­na che ci trattò da vera madre.

 

pagina 2

 

Nel 1852 mio padre volle trasferirsi in Torino dove ava gia i suoi fratelli. A preso in afitto una casa nella fabrica di teralie det­ta la rivor sulla strada che conduce alla badia distura...

 

pagina 3

 

(...) Nel 1854 infierì il colera morbus in tutta italia, ma in mo­do particolare in quella regione, perche esendo quasi sulla riva della stura l'aria era malsana. Perciò il colera a fatto molte vittime, e la nostra famiglia fu colpita terribilmente. Morì il fratello magio­re di mio padre. Pochi giorni in apresso fu colpito la mia matri­gna. io aveva appena compiti i 12 anni. Dovetti asistere mio padre perché la matrigna in poco tempo morì. Non posso descrivere i dolori provati.

 

pagina 4

 

A quel epoca mio padre in letto noi eravamo 5 figli. E vero che veniva la nostra nonna ad aiutarci, ma anchessa poveretta era vechia e malaticcia. Che fare? Ci siamo racomandati di cuore al signore e alla sua SSa madre. Eravamo anche in procinto di cade­re nella estrema miseria...

 

pagina 5

 

Venne due... signori che non ricordo più il nome, ma erano mandati da un comitato di signori che avevano aperto un orfano­trofio provisorio in Torino per racogliere i figli dei colpiti del co­lera. Questi due signori parlarono con mio padre dicendogli se era contento avrebbero fatto ritirare tutti i suoi figli. Il padre chiamò a me se ero contento. Io gli risposi subito di si dicendo sia ringra­ziato il signore e la SSa vergine. Fu concerto il modo e pochi gior­ni dopo siamo stati condotti tutti 5 in quel ospizio che era situato nel convento dei domenicani in Torino.

 

pagina 6

 

Era se non sbaglio verso la fine del mese di agusto. Appena fumo la condotti ci trattarono con molta carità e amorevolezza. Eravamo più di 100 tra ragazzi e fanciulle senza contare i bambini latanti per cui vi era le balie apositamente per la cura di questi po­veri bimbi... Noi stavamo molto bene ben asistiti e ben nutriti, ma quella cosa non doveva durare a lungo. Si diceva fra i ragazi che era più di tempo che erano entrati: un diceva ora ci manderano o al cottolengo o da d. cochis o da d. Bosco. Uno disse a me dove ti piace di più. Io non conosceva ne Torino ne D. Bosco ne il cot­tolengo non conoseva nessuno...

 

pagina 7

 

D. Bosco nel 1854 quando inferiva il colera accettò più di 50 giovani (in realtà furono 20) nella sua casa, tutti orfani chi di padre e chi di madre: faceva di più andava lui stesso ad asistere i colerosi e mandò anche tanti dei suoi giovani più adulti e nella sua casa nessuno ebbe il male. Nei primi giorni della novena della natività di maria (natività = 8 settembre) d. Bosco venne a fare una visita a figli dei colpiti del fatale morbo nel orfanotrofio proviso­rio che era nel convento dei domenicani. Eravamo la racolti di piu di 100 ragazzi di ambo i sessi. Io Enna pietro giuseppe posso ate­starlo perche sono ancora uno di quei fortunati che fu aiutato da d. Bosco; era già da parecchi giorni che mi trovava con i miei qua­tro fratelli in quel ospizio provisorio aspettando la trista notizia della salute del nostro padre opure la morte

 

pagina 8

 

del nostro padre, quando la providenza venne in nostro socor­so. Mentre tutti i ragazzi erano radunati e messi in fila da un asi­stente, vediamo venire un prete accompagnato dal direttore del or­fanotrofio. Quel prete era soridente, aveva un'aria di bontà che si faceva amare senza parlarle insieme. Pasando vicino ai ragazzi a tutti faceva un sorriso e poi le domandava con paterno amore il nome cognome e patria e se sapevano le orazioni e catechismo e se erano già promossi alla comunione e se si erano confesati. Tutti rispondevano con confidenza e dicevano come si trovavano, pas­sò finalmente vicino a me. Io mi sentii battere fortemente il cuore non per timore ma per un afetto e amore che sentiva dentro di me stesso. Sentiva che avrei sempre amato quel sant

 

pagina 9

 

uomo. Mi domandò il nome e cognome patria. Io gli risposi con grande afetto mi chiamo Enna pietro Giu. Mi disse voi venire con me saremo sempre buoni amici finche saremo in paradiso sei contento? ho si signore risposi sono contentissimo. E questi che ai vicino e tuo fratello? si signore. Bene, verrà anche lui. Ci baciai la mano con confidenza e amore di figlio. Ci salutò con amore

di padre e passò a altri e a tutti faceva una carezza un saluto pieno di bontà. Io lo accompagnava con lo sguardo e sentiva nel mio cuore un non so che e diceva come e buono quel prete come si fa amare prima acora di conoserlo. io però non poteva capire chi fosse quel prete perche nesuno ci aveva detto il suo nome.

 

pagina 10

 

Però qualche giorno dopo la detta visita fummo condotti al oratorio di 5. francesco di sales era il 6 7bre settembre 1854, gior­no fortunato per me. (...) Parlando io qualche tempo dopo che era acettato in casa con alcuni dei compagni che stavano disco-rendo di una grande malatia che fece d. Bosco nel 1848 (in realtà nel 1846). Difatti andò in pericolo di vita e fu salvo per le preghie­re dei suoi giovani che otennero da dio la sospirata guari

 

pagina 11

 

ione, io mi sentii il cuore gonfio di lacrime. (...) Nel entrare nel oratorio siamo stati ben acolti d. Bosco e dalla sua amorosa madre (...)

 

pagina 12

 

D. Bosco mi disse ricordati Enna che siamo sempre amici ma per essere tale bisogna che sii sempre buono e virtuoso. La sua ma­dre poi ci voleva un grande bene come nostra vera madre, essa poi ci riguardava come suoi veri figli.. D. Bosco era per tutti noi un vero padre a lui intorno noi eravamo felici... Alle volte parlando confidenzialmente ci racontava dei sogni che faceva alla notte. Non erano

 

pagina 13

 

sogni quelli; erano vere visioni si vedeva che il signore premia­va la virtu di d. Bosco con farle vedere l'avenire della sua congra­gazione pel bene di tanti poveri giovani...

 

pagina 14

 

Mi ricordo che d. Bosco stesso mi colocò presso un buon padrone fabro ferraio di cui mi trovai molto contento. Stetti circa 3 anni poi dovetti smettere per motivi di salute...

 

pagina 16

 

Intanto d. Bosco continuava a lavorare per noi. Al mattino era sempre il primo a trovarsi in chiesa, e si che nel 1854 era un inverno rigidissimo, la chiesa era talmente fredda che alle volte men­tre diceva messa ... aveva le mani così gelate da non poter più te­nere il calice tra le mani. Pure d. bosco non si lagnò mai, era sem­pre allegro e contento, pensava piu per noi che per se stesso, quante fatiche doveva sostenere per noi e quante umigliazioni perche il piu delle volte andando a sonare il campanello alle case dei ricchi per ottenere un susidio pei suoi giovani veniva respinto con parole umiglia

 

pagina 17

 

-nti e ingiuriose. Pure lui non si sgomentò per queste umiglia­zioni... D. Bosco continuava ad acettare nuovi giovani nel orato­rio. Mi ricordo che sua madre alle volte gli gridava, ma tu acetti tanti

 

pagina 18

 

giovani dove li metti a dormire che non vi è posto? e poi non abiamo letti da metterli a dormire, stanno senza coperta, e poi co­me si fa a mantenerli e vestirli che non abiamo nulla? (difatti toc­co a me e mio fratello dormire per un bel tratto di tempo in una camera che serviva di maga(zz)ino di foglie abiamo dormito per terra sopra un poco di quelle foglie con una sola coperta per tutte e due e nulla altro. Eppure eravamo contenti come se si fosse dor­mito sul piu sofice letto. Poco per volta tutto si provide letti vesti-ti camere comode... Intanto alla sera quando tutti i giovani erano a dormire, d. Bosco e la sua virtuosa madre andavano

 

pagina 19

 

nelle camere, prendevano i vestiti di quelli che lungo la gior­nata li avevano rotti, si ritiravano in camera e lavoravano finche li avevano tutti agistati e rimessi nel proprio letto. (...) (Enna, au­togr., cit. in ST 3,494s).

 

Nelle paginette seguenti, Pietro Enna racconta come lavorò in un laboratorio e dovette più volte fuggire per i discorsi «bestiali» che sentiva attorno a sé (come ho riferito nel capitolo 43). E affer­ma che questo fu il motivo che spinse don Bosco ad impiantare laboratori interni all'Oratorio.

 

Il ringraziamento della città

 

Il quotidiano «L'Armonia», nel numero del 16 settembre 1854, scriveva: «Don Bosco poté presentare alla commissione sanitaria una nota di 14 dei suoi giovani, i quali volontariamente si offriro­no a rendere ogni sorta di servizio ai colerosi tanto nei lazzaretti, quanto nelle case private (...)ve ne ha ancora una trentina degli allievi del buon sacerdote parimenti istruiti ad aiutare l'anima e il corpo, pronti a correre in aiuto dei loro compagni» (ST 3,263).

Lo scrittore Nicolò Tommaseo, che abitava in quegli anni in via Dora Grossa (ora via Garibaldi) 22, gli scrisse il 3 ottobre: «So della generosa carità esercitata da lei e dai suoi nella malattia che minacciava specialmente i poveri della città... Le debbo ringrazia­menti vivissimi come Cristiano» (MB 5,118).

Anche il Sindaco ringraziò in data 7 dicembre per l'assistenza prestata ai colerosi e per l'ospitalità concessa agli orfani (CL 444).

 

46. Il ragazzo dei giganti

 

 

«E andrai lontano, lontano, lontano...»

 

Durante i convulsi giorni del colera, don Bosco ebbe una di quelle esperienze che ci lasciano pensosi. Giovanni Cagliero, di­ventato cardinale, nel 1916 parlò ai sacerdoti di Roma. E raccontò:

«Infieriva il colera a Torino nel 1854 ed io mi trovavo amma­lato nell'infermeria dell'Oratorio. Avevo allora 16 anni e i medici giuravano che mi trovavo in fin di vita. Nella casa si diceva che io ero così ridotto, perché avevo commesso l'imprudenza di ac­compagnare don Bosco nella visita al lazzaretto. Don Bosco fu sol­lecitato dai medici a visitarmi e ad amministrarmi gli ultimi sacra­menti. Venne al mio letto, e lo ricordo come se lo vedessi qui:

- Che è meglio per te - mi chiese -, guarire o andare in Pa­radiso?

- È’ meglio andare in Paradiso - gli risposi.

- Sta bene - aggiunse - ma questa volta la Madonna ti vuole salvo; tu guarirai, vestirai l'abito clericale, sarai sacerdote e pren­derai il tuo Breviario e andrai lontano, lontano, lontano...

Agli occhi del Padre si apriva allora una stupenda visione. Av­vicinandosi al mio lettuccio - doveva raccontarmelo solo trenta­cinque anni più tardi - egli l'aveva visto circondato da selvaggi di alta corporatura e fiero aspetto, dalla carnagione cuprea (= color rame) e dalla folta chioma nera, stretta da un legaccio sulla fron­te. Neanche sapeva allora, a che razza appartenessero quelle figu­re prodigiosamente intravviste e solo più tardi aveva sfogliato in segreto un manuale di geografia e aveva trovato che corrisponde­vano al tipo dei Patagoni e dei Fueghini. Si apriva dunque, allora, nell'animo del Padre la stupenda visione di quell'immensa regio­ne che egli profetò ricca di minerali e di industrie, di fabbriche e di ferrovie, benedetta dal dono della fede cristiana per le fatiche e il sangue della sua famiglia spirituale.

Certo io guarii in quel momento; la febbre passò per incanto e neanche ricevetti i Sacramenti, perché mi parve meglio, giacché dovevo guarire subito, di farlo quando fossi levato. Devo però ag­giungere che gli accennati particolari don Bosco li manifestò sol­tanto dopo che io avevo iniziato l'evangelizzazione della Patago­nia e ne ero già Vicario apostolico; poiché egli, precisamente per timore di essere guidato dalla sua impressione particolare, non volle mai prendere iniziative sue circa la mia persona e i miei uffici, ma lasciò disporre tutto alla divina Provvidenza, che diresse esatta­mente le cose come le aveva mostrate al, Padre in un baleno del futuro» (BS 1916, 138).

 

Studenti, bambini, artigiani

 

Con l'arrivo dei 20 orfanelli del colera, la popolazione quoti­diana dell'Oratorio aumentò in maniera sensibile.

Gli studenti delle «superiori» partivano al mattino presto per le scuole dei professori Bonzanino e Picco.

Gli alunni delle elementari erano radunati in aula dal maestro Rossi. I più piccoli erano affidati al maestro Miglietti, buono co­me il pane. «Lungo il giorno - scrive Lemoyne - presso la sala della portineria, Miglietti faceva loro scuola unitamente ad altri fanciulli che andava cogliendo qua e là nei dintorni. Alla sera poi accorreva a lui un gran numero di giovani popolani, per imparare a leggere, scrivere e fare i conti» (MB 7,54).

Gli artigiani che nel 1854-55 toccavano i settanta, erano affi­dati a don Alasonatti, un bravo e serio sacerdote che era appena venuto da Avigliana a dare una mano a don Bosco. «In quel prin­cipio - scrive Francesia - molti andavano ancora a lavorar fuo­ri. Egli perciò li assisteva, perché dicessero le orazioni, avessero la santa Messa, e poi potessero andare alle loro fabbriche... Nel­l'estate bisognava levarsi alle quattro, perché alle cinque molti do­vevano già essere in bottega. D. Alasonatti li assisteva nelle came­rate, li faceva levare... non li perdeva mai di vista. Questo suo al­zarsi per tempo lo obbligava a una vita stentata tutto il giorno. Sovente noi lo sorprendevamo addormentato sul suo tavolino con la penna in mano. Lo si chiamava e, destatosi, continuava tran­quillamente l'opera sua. Aveva il letto nella stessa camera d'uffi­cio, ché allora si era allo stretto, e non abbiamo mai veduto quel letto una volta disfatto».

 

«Tutto a carico della casa»

 

L'anno 1855 fu di miseria per il Piemonte. La guerra di Cri­mea e la spedizione di 5 mila soldati contro la Russia - ricorda Bonetti -, la crittogama che intisichì i migliori vigneti del Mon­ferrato e delle Langhe, la ricomparsa del colera in Sardegna por­tarono strettezze per tutti. L'Oratorio non fece eccezione, «ebbe a trovarsi in gravi bisogni e in dolorose necessità» (CL 471). Per mantenere i suoi 49 studenti e 70 artigiani don Bosco dovette ele­mosinare tra amici e conoscenti, fino all'umiliazione sua e all'esa­sperazione di qualche amico, nelle strettezze pure lui.

Da alcuni fogli su cui don Bosco prese rapidi appunti su entra­te e uscite di quest'anno, si viene a conoscere che su 70 artigiani solo 8 pagavano qualcosa, da 26 a 5 lire al mese. Gli altri erano «tutto a carico della casa». Su 49 studenti, solo 20 versavano una pensione da 35 a 8 lire al mese. Gli altri erano «a carico dell'Ora­tono». Fa commozione leggere i nomi dei grandi salesiani del fu­turo, e accanto parole di estrema povertà:

Bongiovanni. Gratuitamente. Sua zia Musso lo veste.

Cagliero. Pagherà qualche poco. I parenti lo vestono.

Francesia. A carico della casa. Un po' di vestito dai parenti.

Rua. Sua madre gli provvede un po' di vestimenta.

Savio Domenico. I parenti lo vestono.

Buzzetti. Tutto a carico della casa.

Enria. Tutto a carico della casa (ST 3,586ss).

 

47. Domenico Savio

 

 

«Venga con me»

 

Un giorno don Bosco stava lavorando in camera sua, quando un ragazzo entrò in fretta. (È lui stesso che lo racconta).

- Presto, venga con me.

- Dove vuoi condurmi?

- Faccia presto, faccia presto -. Se si fosse trattato di un ra­gazzo qualsiasi, don Bosco l'avrebbe creduto uno scherzo. Ma quel quattordicenne era Domenico Savio. E don Bosco lasciò il suo la­voro e lo seguì.

«Esce di casa, passa per una via, poi un'altra, ed un'altra an­cora, ma non si arresta, né fa parola; prende in fine un'altra via, io lo accompagno di porta in porta finché si ferma. Sale una sca­la, monta al terzo piano e suona una forte scampanellata -. È qua che deve entrare - egli dice, e tosto se ne parte» (OP ED 11,246).

La porta si apre. Una donna scarmigliata vede il prete e dice con sollievo: «Venga in fretta. Mio marito ha avuto la disgrazia di farsi protestante. Adesso sta morendo e chiede per pietà un prete che gli dia l'assoluzione».

Don Bosco si avvicina al letto del malato e gli ridà la pace di Dio. Appena in tempo, perché la morte è già lì, e se lo porta via rapidamente.

Don Bosco torna a casa pensieroso. Come ha saputo Domeni­co di quel povero malato? «Un giorno - scrive - ho voluto chie­dergli come avesse potuto sapere..., ed egli mi guardò con aria di dolore e poi si mise a piangere» (ib., 247).

Don Bosco non gli fece più domande del genere. Aveva capito che quel ragazzo parlava con Dio.

 

Incontro con Minot

 

Domenico Savio fu il secondo giovane da lui conosciuto di cui sentì il bisogno di scrivere la vita (il primo era stato Luigi Comol­lo). Era venuto in contatto con lui in maniera quasi casuale. Don Giuseppe Cugliero, suo amico, era insegnante a Mondonio, e si era trovato in classe quella perla di ragazzo. Di salute fragile, di intelligenza buona, di bontà eccezionale. Incontrando don Bosco durante l'anno del colera, gliene parlò:

- Si chiama Domenico, ma noi lo chiamiamo tutti Minòt. La famiglia è poverissima, il padre fa mille mestieri per tirare avanti. Ma Minòt è un vero san Luigi. Qui all'Oratorio puoi avere ragaz­zi uguali, ma difficilmente ne hai qualcuno che lo possa superare.

Rimasero intesi che don Bosco avrebbe incontrato il padre e Minòt ai Becchi, quando sarebbe andato lassù per la festa della Madonna del Rosario. (Durante il colera era pericoloso far scen­dere qualcuno in città).

Il primo incontro, don Bosco lo descrive nel capo 7° della sua breve biografia. Riporto l'essenziale:

«Era il primo lunedì d'ottobre (2 ottobre 1854) di buon matti­no, allorché vedo un fanciullo accompagnato da suo padre che si avvicina. L'aria ridente ma rispettosa, trasse verso di lui i miei sguardi.

- Chi sei - gli dissi -, donde vieni?

- Io sono Savio Domenico, di cui le ha parlato don Cugliero mio maestro, e veniamo da Mondonio.

Allora lo chiamai in disparte... Conobbi in quel giovane (12 anni) un animo tutto del Signore e rimasi non poco stupito. Pri­ma che chiamassi il padre mi disse:

- Mi condurrà a Torino per studiare?

- Eh! mi pare che ci sia buona stoffa.

- A che può servire questa stoffa?

- A fare un bell'abito da regalare al Signore.

- Dunque io sono la stoffa: lei ne sia il sarto; dunque mi pren­da con sé e farà un bell'abito pel Signore.

- Io temo che la tua gracilità non regga allo studio. (Don Cu­gliero doveva avergli detto che due fratellini di Domenico erano morti pochi giorni dopo la nascita, e che altri tre nati, Raimonda di 7 anni, Maria di 5 e Giovanni di 2 non erano fiori di salute).

- Non tema per questo. Il Signore mi aiuterà.

- Ma quando tu abbia terminato lo studio del latino che cosa vorrai diventare?

- Se il Signore mi concederà tanta grazia, desidero ardente­mente abbracciare lo stato ecclesiastico (=diventare prete).

- Bene, ora voglio provare se hai sufficiente capacità per lo studio; prendi questo libretto, oggi studia questa pagina, domani tornerai per recitarmela.

Mi posi a parlare col padre. Passarono non più di otto minuti, quando ridendo si avanza Domenico e mi dice: "Se vuole, recito adesso la mia pagina". Non solo aveva letteralmente studiato la pagina, ma comprendeva benissimo il senso delle cose in essa con­tenute.

- Bravo - gli dissi -; tu hai anticipato lo studio della tua le­zione ed io anticipo la risposta. Ti condurrò a Torino. Comincia fin d'ora a pregare Iddio, affinché aiuti me e te a fare la sua santa volontà» (OP ED 11,184 ss).

 

Ciò che Domenico portò all'Oratorio

 

Domenico entrò nell'Oratorio il 29 ottobre 1854. Don Bosco aveva 39 anni, era nel pieno delle sue forze e stava dando forma al suo massimo progetto: la Congregazione Salesiana. Domenico si trovò con Buzzetti, Rua, Cagliero, Francesia, un anno più tardi con Bonetti e Cerruti: i giovani che don Bosco preparava senza rumore ad essere le pietre fondamentali del futuro edificio.

I ragazzi interni erano più di un centinaio. I laboratori erano tre: calzolai, sarti, legatori. Alla domenica (e anche nei pomeriggi dei giorni feriali) i prati dell'Oratorio erano invasi da centinaia di ragazzi di ogni genere: venivano a giocare, a imparare qualcosa, a stare con don Bosco, pronti magari a scappare quando era l'ora di andare in chiesa. Tra questi ragazzi, sovente sporchi e maledu­cati, Domenico fu più che un amico: «Si prestava volentieri a fare il catechismo ai più piccoli nella chiesa dell'Oratorio», ricorda Bo­netti sottolineando che fu «mio condiscepolo» (CL 445ss).

Ciò che Domenico portò all'Oratorio fu una dolce e soda de­vozione alla Madonna.

Già alla prima Comunione aveva elencato tra i suoi propositi:

«I miei amici saranno Gesù e Maria».

A Valdocco, nella prima festa dell'Immacolata che trascorse, ci fu entusiasmo grande. Pio IX, a Roma, dichiarava verità di fede l’Immacolata Concezione di Maria (cioè che essa era nata sen­za peccato originale). Domenico, nel pomeriggio di quel giorno, andò all'altare della Madonna, nella chiesa di S. Francesco, e si consacrò a Lei con queste semplici parole: «Maria, vi dono il mio cuore; fate che sia sempre vostro. Gesù e Maria, siate voi sempre gli amici miei; ma per pietà fatemi morire piuttosto che mi accada la disgrazia di commettere un solo peccato».

 

La Compagnia dell'Immacolata

 

Nel 1856 Domenico ebbe l'idea di fondare la Compagnia del­l'Immacolata. C'è una certa discussione sul come ebbe origine que­sta associazione giovanile, che fu la prova generale della Congre­gazione Salesiana e finché sopravvisse fu nelle case salesiane un serbatoio inesauribile di vocazioni.

Senza pretendere di risolvere il problema, riporto semplicemente le parole di Giovanni B. Francesia, che ne fece parte (come risulta dai verbali) fin dalle prime riunioni. Egli scrisse una breve vita di Giuseppe Bongiovanni, prete salesiano, che prima di entrare nel­l'Oratorio ebbe vita avventurosa e scapigliata. Aveva una fanta­sia fervida, manifestava doti di commediografo e di poeta dialet­tale. All'Oratorio, dopo le prime difficoltà, divenne amico indivi­sibile di Domenico Savio. Con sei anni più di lui, seppe dare rea­lizzazione concreta alle idee entusiastiche che Domenico manife­stava.

«Fu grande fortuna per lui (Giuseppe Bongiovanni) il trovarsi al fianco il virtuoso Domenico Savio, e fare con lui le prime prove di scuola ginnasiale - scrive Francesia -. Con Savio Domenico, mi pare di poter dire, che se questi era la mente, Bongiovanni ne era la mano... Si pensò all'apostolato dei piccoli biricchini nell'O­ratorio. Veramente fu Savio Domenico che ne parlò con don Bo­sco, e che introdusse la Compagnia dell'Immacolata che fece tan­to bene tra noi. Bongiovanni ne fu l'estensore degli articoli orga­nici (il regolamento era composto di 21 articoli, più 7 postille di don Bosco) e ne fu il segretario nato e direi perpetuo».

Una delle attività principali della Compagnia fu quella di «cu­rare i clienti». I ragazzi indisciplinati, dallo schiaffo e dall'insulto facile, venivano assegnati ai singoli soci perché funzionassero nei loro riguardi come «angeli custodi». In quei primi tempi caratte­rizzati dalla scarsità di assistenza, quei ragazzi fecero in silenzio del bene grande all'Oratorio: non permisero che il disordine e la prepotenza s'impossessassero della situazione.

 

L'acqua fresca dei muratori

 

Ma la salute di Domenico (come don Bosco aveva temuto fin dal primo momento) deteriorò rapidamente. Don Bosco lo rimandò in famiglia una prima volta nel luglio del 1856, permettendogli di tornare in agosto per gli esami scolastici.

Domenico riprese l'anno scolastico regolare nell'ottobre 1856. Ma presto comparve una febbre ostinata, e uno sfinimento di for­ze che gli faceva passare frequenti giornate nel lettuccio dell'in­fermeria. Don Bosco andava sovente a trovarlo, e un giorno gli domandò: «C'è qualcosa che ti darebbe piacere adesso?». Dome­nico guardava i muratori che lavoravano sul tetto di fronte e, tut­to arso dalla febbre, rispose: «Mi piacerebbe bere l'acqua fresca nella mestola dei muratori». Don Bosco non si mise a ridere come davanti alla stranezza di un ragazzo. Scese, salì sul tetto a prende­re il secchio dei muratori, tornò nell'infermeria e con la mestola sgocciolante diede da bere a Domenico.

 

Dieci volte sgorgò il sangue

 

Nel febbraio del 1857 la tosse cominciò a tormentare Domeni­co, e don Bosco decise di mandarlo nuovamente dai suoi: «A ca­sa ti siederai vicino al focolare, accanto a tua mamma, e la tosse ti passerà. Anche questa brutta febbre se ne dovrà ben andare». Domenico lo fissò con quegli occhi grandi e scosse la testa: «Io me ne vado e non tornerò più. Don Bosco, è l'ultima volta che possiamo parlarci. Mi dica: cosa posso ancora fare per il Signo­re?». «Offrigli le tue sofferenze». «E cos'altro ancora?». «Of­frigli anche la tua vita». Il tono di don Bosco si era fatto grave:

sapeva che quell'offerta sarebbe stata accettata.

A Mondonio, dove mamma e papà lo avvolsero nel loro affet­to, il medico diagnosticò «infiammazione polmonare» (= polmo­nite). Ricorse al rimedio allora universale: cavar sangue dalle ve­ne. Per dieci volte, da quel fragile corpo, la lancetta del chirurgo fece sgorgare sangue. Fu letteralmente dissanguato.

Si spense quasi all'improvviso il 9 marzo 1857, mentre parlava col papà e tentava invano di ricordare ciò che il parroco gli aveva detto poche ore prima.

Don Bosco ristampò tante volte la vita di Domenico, e ogni volta che correggeva le bozze non riusciva a frenare le lacrime. Papa Pio XII lo dichiarò santo il 12 giugno 1954. Il primo santo di 15 anni.

 

48. Le memorie di un novantenne

 

 

Non era il posto migliore per un prete

 

Giovanni Roda non si trova tra le 4800 persone ricordate, ci­tate, raccontate nei 19 volumi delle Memorie Biografiche di don Bosco. Fu intervistato quando aveva 91 anni, ed era «dritto come un fuso, camminava spedito, gesticolava svelto, era lucido, comu­nicativo, simpatico». Era il 1933. In quell'anno Domenico Savio veniva dichiarato «Venerabile», e lui era stato compagno di Do­menico.

Marco Bongioanni ha tradotto la storia di Giovanni Roda, nar­rata in piemontese schietto, in tre pagine saporose, e l'ha colloca­ta nel suo bel libro Don Bosco tra storia e avventura (pp. 79-81).

Quelle tre pagine le riporto qui, perché sono splendide, e con­densarle sarebbe un peccato.

«Mi trovavo in una delle stradette attorno a Porta Palazzo in zona Molassi. Eravamo in parecchi, c'erano garzoni, ingaggiati dai barbieri, dai cappellieri, dai cuoiai, dai sellai, dalle mercantes­se, tutta gente che bisognava chiamare monsù e madama (signore e signora). Andavamo là ad aspettare lavoro perché sui 12-13 an­ni eravamo maggiorenni e bisognava guadagnarsi il pane. (...)

Be' non era il posto migliore per un prete con tutto il chiasso di bancarelle, di ambulanti, di saltimbanchi e di giocatori che si faceva. Ma don Bosco conosceva un po' tutti e quando era neces­sario non badava troppo alle convenienze. Io l'ho incontrato là, ed è stato così che ho incontrato mio padre.

(...) Quando mi ha visto mi è venuto incontro tenendo in ma­no una nosàla (nocciola) e fissandomi negli occhi. Aveva quel sor­riso furbo... e le tasche sempre piene di noccioline mandorle ara­chidi e altro. Andava a rifornirsi dai mercanti poi girava tra ban­chi e saltimbanchi in cerca di merlotti...

È venuto da me ed ha schiacciato la nosùla così, con due dita, poi mi ha messo in bocca il gheriglio.

- Cosa fai qui?

- Eh, aspetto chi mi dà lavoro.

- Cosa sai fare?

- Un po' di tutto. So imparare.

- Tuo padre e tua madre?

- Sono morti da tanto tempo.

Erano morti di colera subito dopo la mia nascita. Io ero nato nel 1842 il 27 ottobre. Quell'anno arrivò il colera e io sono rimasto solo. Mi aveva allevato una famiglia amica, un po' parente al­la lontana... Saputa la mia situazione don Bosco rimase un poco sopra pensiero masticando e masticando, poi mi agganciò come lo avevo visto fare con altri.

- Non ti piacerebbe venire da me?

- A fare?

- A stare. Imparare qualcosa, un mestiere.

- Eh già, che mi piacerebbe.

- Allora vieni, non è lontano.

Gli sono andato dietro come un cagnolino. Ricordo che face­va già abbastanza freddo, era a metà novembre 1854. Don Bosco abitava in un caseggiato, una specie di cascinale, con una chiesina bell'e nuova di fianco (la chiesa di san Francesco di Sales)».

 

«Poi ha chiamato Domenico»

 

«Arrivati al cancello, prima di attraversare un cortile, ha chia­mato forte;

- Mamma, venite un po' qui. Venite a vedere chi c'è.

Ha gridato proprio così, facendo festa come quando arriva un parente o un figlio. Poi ha chiamato Domenico. In quel preciso momento io ho conosciuto mamma Margherita e Domenico Sa­vio che aveva la mia stessa età e che era arrivato lì tre o quattro settimane prima di me.

Da quel momento l'Oratorio è diventato casa mia, e don Bo­sco è diventato mio padre.

La vita nell'Oratorio! Ah, quanta felicità! Impossibile dimen­ticarla. A me è andata molto bene, meglio che a tanti altri, e dico subito il perché.

Don Bosco aveva l'abitudine di mettere qualche buon ragazzo a fare da angelo custode a qualche altro ragazzo un po' più desbe­la, "vivace", e io dovevo essere proprio un desbela coi fiocchi se mi capitò la fortuna di avere Domenico a tenermi d'occhio.

Abbiamo fatto tanta amicizia che ero sempre io a cercarlo; an­davo dietro a lui, giocavo con lui, studiavo con lui... E lui mi aiu­tava, mi dava consigli, a patto che mi comportassi come si deve, che smettessi di fare il monello come a Porta Palazzo. Eravamo come due fratelli.

Domenico era abilissimo a giocare. Giocava bene, molto be­ne, e sapeva vincere. Le poche volte che perdeva non se la prende­va, ci rideva sopra, era un tipo abbastanza allegro. A ciri-mela (= il gioco della lippa) sembrava un Ercole scatenato. Con quel basto­ne che maneggiava così bene, e con quella linguetta un po' fuori dei denti, batteva il bastoncino "caviglia" con una forza che lo mandava a finire lontano, fiii, che era una bellezza...

Era piuttosto minuto di statura. Avevamo la stessa età, pochi mesi di differenza. Nemmeno io ero un gigante, ma lui era un po' più minutino di me. Mostrava meno degli anni che aveva, ma era della mia stessa classe 1842.

All'Oratorio c'erano anche dei garzoni più grandi e grossi di noi, erano destaca-salam (spilungoni) di 18-20 anni che poi parti­vano anche militari. Grandi, grossi e robusti che quanto a forza ci avrebbero vinto dieci volte. Lui però sapeva tenere testa, faceva valere le sue buone ragioni, sempre educato ma sempre molto de­ciso. Ah, non si lasciava mica mettere il piede sul collo.

Qualcuno, si sa, era un po' sboccatino, conservava il gergo di Porta Palazzo, aveva certi modi di fare che a don Bosco piaceva­no poco o niente. Domenico, con belle maniere: tu ti sei dimenti­cato dei patti, avevi promesso questo, ti eri impegnato per quello, perché non hai detto così, era meglio se facevi cosà...

Non era mai pesante, era convincente e simpatico, aveva un ascendente su tutti.

Otteneva quello che era giusto, sempre senza discussioni. Tut­ti gli dovevano qualcosa di bene, quindi nessuno trovava da ridire quando metteva le sue piccole condizioni; era anche furbo, ma vo­leva solo il giusto. Raro che qualcuno lo trattasse in malo modo. Se succedeva, quelle poche volte, lui filava zitto zitto e se ne anda­va in chiesa. Dava solo un'occhiata triste, e se ne andava...».

 

Verso i Becchi, avanguardia della truppa

 

«Una volta don Bosco ci ha mandati insieme tutt'e due ai Bec­chi. Da soli, si capisce, lui e io da soli. Quella è stata una gran bella sgambata attraverso le colline e i campi. Ne facevamo altre di sgambate, ne facevamo molte. Non solo ai Becchi, ma in altre parti. Ci mettevamo il tempo che ci voleva, ma passando per tra­verso, per le scorciatoie, neanche troppo, avevamo buona gamba.

Mamma Margherita quella volta era già là, era partita prima. (Don Bosco quando portava ai Becchi i ragazzi migliori per la fe­sta del Rosario, mandava avanti sua madre a preparare cucina e dormitorio).

Quel giorno dunque via. Abbiamo saltato, scherzato, riso co­me due merli. Ma non perché eravamo fuori: fuori andavamo sem­pre a volontà, non eravamo mica in collegio. Don Bosco era una famiglia, teneva sempre le porte aperte. Si andava in città dove si voleva. Glielo dicevamo, si capisce, ma quando faceva bisogno andavamo fuori come chiunque. Andavamo a scuola, andavamo a comprare, andavamo per commissioni... Andavamo perfino a vedere i saltimbanchi a Porta Palazzo, eravamo della masnà (bam­bini).

Be', quella volta con Domenico è stata una festa. Aveva quel modo gentile di fare, di parlare, di segnarsi e dire una preghiera insieme davanti ai piloni, alle chiese. Poi infilava subito la strada e via di corsa. Prendimi se riesci...

Siamo arrivati ai Becchi tutti sudati, rossi come d'pito (tacchi­ni). E mamma Margherita a farci lavare la faccia nel catino. Poi è andata nella stalla, ha preso una scodella di legno, ha munto la vacca, ci ha fatto bere quel latte appena munto. Buono, ma buo­no... Un po' di pane e burro con un pizzichino di zucchero... Ah, è stata una festa quella volta.

Il giorno dopo è arrivato don Bosco con il grosso della trup­pa. Noi eravamo solo l'avanguardia...».

 

49. Un quaderno per piangere

 

 

Alle 5 del pomeriggio

 

«Se dovessi indicare il più bravo tra Domenico Savio e Fran­cesco Cerruti, non saprei proprio chi scegliere. Sono due angeli». Don Bosco disse queste parole moltissime volte, attesta Giovanni Francesia. E aggiungeva: «Se Francesco dovesse morire prima di me, e potessi scrivere le cose bellissime che so di lui, ne verrebbe fuori una vita da mettersi in mano a tutti i giovani».

Francesco entrò nella casa di don Bosco a undici anni. Ricor­dava lui stesso quei giorni: «Quando l'11 novembre 1856 entrai nell'Oratorio come studente, mi trovai tra 169 interni. Dal mio pic­colo paese di Saluggia passavo alla capitale dell'antico Regno di Sardegna; dalle cure di una madre tenerissima che guidò per 30 anni i miei passi nel cammino della vita e ora mi sorregge dal Pa­radiso, la Divina Provvidenza mi conduceva tra le braccia di un secondo padre, don Bosco. Il primo, mio papà, lo perdetti prima di compiere 3 anni.

Mi trovai, nei primi giorni, come smarrito. Pur stando volen­tieri all'Oratorio, i miei pensieri e il mio cuore erano sempre con mia mamma, e ciò soprattutto alla sera, quando cominciava a im­brunire. Perciò alle 5 del pomeriggio, arrivato nella sala di studio coi miei compagni, per prima cosa parlavo un pochino con mia mamma dicendole tante cose per iscritto, sullo stesso quaderno dei compiti. Versavo in lei, come se fosse presente, tutto quanto il mio cuore. Poi, asciugatemi le lacrime, mi mettevo al lavoro sullo stesso quaderno, che serviva perciò agli sfoghi del cuore e ai compiti. E questa musica... durò parecchio.

Mi fece grande impressione la vista di don Bosco. Mi pareva di trovare in lui qualcosa di più che negli altri preti. La persuasio­ne mia fu quella di moltissimi miei compagni, cioè che don Bosco fosse una persona straordinaria e santa (...). Ammiravo la sua umil­tà nello scegliere come oggetto speciale delle sue cure, fra i fan­ciulli dell'Oratorio festivo, quelli più poveri, cenciosi, senza edu­cazione civile, spesso luridi e pieni d'insetti. La prima e più forte impressione la ricevetti quando andai a confessarmi, e lo vidi cir­condato da una quantità di questi ragazzi, uno dei quali puzzava orribilmente. E pareva che egli godesse a trovarsi in mezzo a loro.

Lo vidi tener da solo intorno a sé nei giorni festivi, e talora anche nei giorni feriali, centinaia di fanciulli, discoli e indiscipli­nati, facendoli poco per volta buoni e ferventi cristiani. Egli si com­piaceva di chiamarsi capo dei birichini di Torino. Li attirava al­l'Oratorio coi bei modi, dovunque si trovasse. E con le scuole se­rali, i divertimenti, la musica, i teatrini, il regalo di dolci, i giochi di prestigio e di destrezza che egli medesimo faceva, li guidava al­l'amicizia con il Signore, alla confessione e alla Comunione. Alle confessioni si prestava sempre. Non si mostrava mai stanco o an­noiato».

 

«Io mi chiamo Savio Domenico»

 

«Un giorno, durante la ricreazione, mentre me ne stavo tutto timido e pensoso, appoggiato a una delle colonne del porticato, mi si avvicina un compagno dal fare modesto, dalla fronte sere­na, dallo sguardo dolce.

- Chi sei? - mi dice - come ti chiami?

- Mi chiamo Cerruti Francesco.

- Che scuola fai?

- Seconda grammatica (corrispondeva più o meno alla nostra seconda media).

- Oh, bene - ripigliò -, dunque sai il latino. Sai da che cosa deriva Sonnambulo?

- Da somno ambulare. Ma tu chi sei che mi parli? - chiesi io guardandolo fisso in volto.

- Io mi chiamo Savio Domenico.

- Che scuola fai?

- Umanità (quarta ginnasiale) -. E senza attendere altre do­mande: - Saremo amici, non è vero? - mi disse.

- Volentieri - risposi io.

Ciò fatto, ci separammo, ma la sua fisionomia, l'atteggiamento suo, il luogo stesso in cui avvenne quel colloquio fortunato, tutto mi rimase così profondamente impresso che l'ho presente come se fosse cosa di ieri. Ebbi in seguito occasione frequente di avvici­narlo, di parlargli, di trattenermi con lui anche in circostanze inti­me della vita, durante quei tre mesi e mezzo che trascorsero da quel primo colloquio alla sua partenza del 1° marzo 1857.

Mi pare ancora di vederlo, una sera del gennaio 1857, racco­gliere durante la cena i frustoli di cacio (e che cacio!) e di pane, che certi compagni gettavano malamente a terra, pulirli dal sudi­ciume e mangiarseli tranquillamente, invece della sua porzione a cui rinunziava.

L'idea che me ne formai e che mi rimase sempre è che Savio Domenico fosse un santo giovane, un altro vero san Luigi» (BS 1917, pp. ìO2ss).

 

Don Bosco sbaglia pillole

 

Don Bosco stimò sempre moltissimo Francesco. Di lui chieri­co disse: «Di Francesco Cerruti, purtroppo, ne abbiamo uno so­lo». Ma a un certo punto sembrò che non ci tenesse proprio tanto ad averlo. Nove anni dopo la sua entrata all'Oratorio, appena ven­tenne, lo mandò come professore di quinta ginnasiale nel piccolo Seminario che don Bosco aveva aperto a Mirabello Monferrato. A metà anno, per l'eccessivo lavoro, Francesco cadde in uno sta­to di esaurimento. Il direttore, don Michele Rua, scongiurò don Bosco che gli togliesse quell'incarico troppo pesante. Don Bosco, stranamente, rispose solo con cinque parole: «Cerruti continui a far scuola».

Francesco Cerruti obbedì, ma ad aprile allo sfinimento si ag­giunse una grave malattia polmonare. Scrive:

«Alla grande stanchezza e prostrazione di forze si aggiunsero sputi sanguigni e frequenti; poi tosse persistente, catarrosa, feb­bre quasi continua, respirazione affannosa (...). In quel tempo don Bosco capitò a Mirabello, m'interrogò sulla malattia e mi suggerì alcune pillole che in verità mi fecero molto male. Poi, prima di partire, mi disse:

- Non è ancora la tua ora, sta' tranquillo. Hai ancora da la­vorare prima di guadagnarti il Paradiso.

Il male crebbe a tal segno che il medico giudicò disperata la guarigione. Ricordo sempre che, me presente, disse:

- Non ci sono più rimedi. Il male è troppo grave e le forze troppo deboli. Perciò riposo assoluto, silenzio rigoroso, e lascia­mo operare la natura».

Don Michele Rua, oltreché far pregare mattina e sera i ragazzi per Francesco, andò a Torino e ne parlò con don Bosco. Si sentì rispondere:

- Non è ancora la sua ora. Cerruti deve pensare a guarire.

«Il giorno in cui don Rua mi comunicò queste parole di don Bosco - continua Francesco - fui sorpreso da tale eccesso di tosse che, non potendo più resistere, mi gettai sul letto, e credevo di mo­rire da un momento all'altro. Tuttavia il giorno dopo ripresi la mia scuola di quinta ginnasiale, e alla sera stavo meglio. Il giorno seguente mi sentii quasi del tutto guarito, e continuai ad insegnare fino alla fine dell'anno» (BS 1917, p. 104).

E da quell'anno ne passarono ancora 52, prima che «si fosse guadagnato il Paradiso».

 

«Don Bosco non è stato abbastanza capito»

 

Francesco Cerruti divenne direttore generale delle scuole sale­siane, e come programma ebbe le parole di don Bosco che sentì (e registrò) nel 1885. Settantenne, don Bosco era ormai logoro. Nella casa salesiana di Marsiglia aveva appena cenato coi suoi e con l'avvocato Michel. Il discorso girava sul paganesimo che sta­va penetrando a fondo nelle nuove generazioni. Francesco Cerru­ti a un tratto sentì che il tono della voce di don Bosco si faceva vibrante. Lo sentì pronunciare con «energia e dolore» queste pre­cise parole:

«Ora qual è la causa principale, anzi l'unica vera causa di questo disastro? Essa sta tutta nell'educazione pagana che si dà general­mente nelle scuole. Questa educazione, formata tutta su classici pagani, imbevuta di massime e sentenze pagane, impartita con me­todo pagano, non formerà mai e poi mai, ai nostri giorni in cui la scuola è tutto, dei veri cristiani. Ho combattuto tutta la vita con­tro questa perversa educazione, che guasta la mente e il cuore del­la gioventù nei suoi anni più belli; fu sempre mio ideale riformar­la su basi sinceramente cristiane. (...) Questo è lo scopo a cui ho costantemente mirato. Ed ora vecchio e cadente me ne muoio con dolore, rassegnato sì, ma pur sempre con dolore, di non essere stato abbastanza compreso» (BS 1917, p. 105).

Comunicando ai Salesiani queste parole, Francesco Cerruti commentava: «Amare don Bosco vuol dire comprenderne i desi­deri, tradurne in pratica le intenzioni, le idee» (ivi).

 

50. Una giornata di libertà

 

 

La prigione dei ragazzi

 

Sulla strada Torino-Stupinigi c'era una casa che faceva venire la tristezza a don Bosco. Era la «prigione dei ragazzi», chiamata «Generala». Un ragazzo in prigione, per don Bosco, era un con­trosenso. Se aveva fatto del male non bisognava sbatterlo via, ma stringerlo talmente a sé, volergli un bene così speciale, che lui do­veva concludere: «Sono proprio stato uno sciocco».

Don Bosco andava sovente in quella prigione, era amico di tutti i ragazzi-prigionieri. Avrebbe dato la vita per tirarli fuori di lì.

Fino al 1845, a Torino, i ragazzi «delinquenti» finivano nelle prigioni comuni insieme con gli adulti. Là don Bosco li aveva tro­vati arrivando a Torino, ed era andato infinite volte a trovarli, a consolarli, a farsi promettere che appena usciti sarebbero andati a cercarlo per trovare insieme un onesto posto di lavoro.

Nel 1845, sulla stradale che portava a Stupinigi, fu riadattato e trasformato in «prigione dei ragazzi» un «caseggiato mal co­struito, vetusto, sdruscito e di cattiva e malsana distribuzione». In due bracci dell'edificio, al secondo piano, furono disposte 300 celle destinate alla segregazione notturna dei singoli giovani dete­nuti. A pianterreno e nei sotterranei furono disposti laboratori ca­paci di contenere 30 operai ciascuno. In quei laboratori i giovani potevano imparare i mestieri di falegname-ebanista, calzolaio, sar­to, tessitore, tagliatore di vetri.

C'era un refettorio comune. Al primo piano stavano 12 celle destinate all'isolamento notte e giorno dei nuovi arrivati e dei gio­vani ribelli. L'edificio era dominato da un osservatorio di vedetta.

C'erano anche una chiesa e aule destinate alle scuole elementari. Nelle terre attorno i giovani che sceglievano l'agricoltura po­tevano esercitarsi nella coltivazione dei campi e degli orti.

Dei 135 giovani prigionieri entrati nel primo anno, 55 avevano padre e madre, gli altri erano orfani o illegittimi. Solo 18 sapeva­no leggere e scrivere. Metà erano affetti da qualche malattia.

Nel 1854 superavano i 300, con un'età che andava dagli 8 ai 18 anni. In quell'anno le cause dell'imprigionamento erano le se­guenti: 270 per oziosità e vagabondaggio, 133 per furti, 12 per de­litti, lì messi li dal padre «per correzione».

A dirigere la «Generala» erano stati chiamati i religiosi della Società di S. Pietro in Vincoli. Ma negli anni precedenti il 1854 i religiosi erano stati licenziati, e la gestione era passata in mano a laici. Sotto la direzione laica da «istituto di rieducazione» la «Ge­nerala» si trasformava sempre più in «luogo di sorveglianza e la­voro forzato». Il motivo lo sottolineava il Biffi: «Alla "Generala" s'incontrano gli inconvenienti dell'aver guardiani i quali, più che altro, sono custodi di carcere». Non educatori, quindi, ma car­cerieri. (ST 3,164-171 passim)

 

«Quante guardie le occorrono?»

 

Nella quaresima del 1855 don Bosco aveva fatto con i piccoli prigionieri tre giorni di Esercizi Spirituali, cioè di riflessione sulle cose serie della vita terrena e della vita che viene dopo quella ter­rena. Fu così contento dell'impegno dei ragazzi, che alla fine an­dò dal direttore:

- Le chiedo di lasciare uscire tutti i ragazzi, per fare una pas­seggiata fino a Stupinigi.

- Ma lei parla sul serio, reverendo? - fece l'omino socchiu­dendo gli occhi e guardando preoccupato don Bosco -. Ma lo sa che se allarga solo la porta, quelli scappano tutti?

- Non scapperà nessuno.

- Guardi - tagliò corto - con me è tempo perso. Si rivolga al Ministro.

Ministro dell'Interno era Urbano Rattazzi, un po' amico e un po' ammiratore di don Bosco, anche se solenne mangiapreti. Don Bosco chiese udienza e fu ricevuto.

- Va bene - disse Rattazzi dopo averlo ascoltato -. Una buo­na passeggiata fa bene a tutti. Quante guardie le occorrono?

Don Bosco quasi si arrabbiò:

- Lei mi deve dare la parola d'onore che non ce ne sarà nes­suna. Non scapperanno, stia tranquillo. Se proprio uno scappa, metterà in prigione me.

Rattazzi scoppiò a ridere:

- E ci starebbe proprio bene un prete là dentro! Va bene, ac­cetto. Non che creda alle sue parole. Ma ho cinquecento guardie. Ci metteranno dieci minuti a riacciuffare quattro monelli.

Don Bosco tornò dai ragazzi:

- Usciremo di qui! Andremo per tutta una giornata a passeg­gio, a visitare il castello di Stupinigi e a giocare nel Sangone. Non ci sarà nessuna guardia: mi ha dato la sua parola il Ministro. Però adesso la parola dovete darmela voi: se uno scappa, io sarò diso­norato.

Discussero insieme, in cerchio. Poi uno a nome di tutti disse serio:

- Torneremo tutti. Le diamo la nostra parola.

Fu una giornata favolosa, con salti, corse, grida, spruzzi d'ac­qua, risate, pranzo, merenda, e Messa e Comunione (con don Bo­sco c'erano sempre!). Tornando, i ragazzi fecero salire don Bosco in groppa all'asino che aveva portato le provviste.

Al tramonto rientrarono. L'omino li contò preoccupato, co­me si contano le mucche che tornano dal pascolo: c'erano proprio tutti.

Rattazzi, quando lesse il rapporto, volle parlare ancora con don Bosco:

- Perché lei riesce a fare queste cose e noi no?

- Perché io gli voglio bene, e voi no. Perché io parlo di Dio e del Paradiso, e voi no (cf CL 489ss; MB 5,217ss).

 

Il sistema di don Bosco

 

Molte volte chiesero a don Bosco di spiegare la sua maniera di educare i ragazzi. Don Bosco si stringeva nelle spalle. Diceva:

«Gli voglio bene. Tutto qui». A una domanda esplicita del retto­re del seminario francese di Montpellier, mormorò: «Il mio siste­ma si vuole che io esponga! Ma se neppure io lo so! Sono sempre andato avanti senza sistemi, come il Signore mi ispirava e le circo­stanze esigevano!» (MB 18,127 e 6,381). Avrebbe potuto aggiun­gere: «Li tiro su come mia mamma ha tirato su me».

Ma chi gli viveva vicino, nelle svariatissime situazioni di una giornata, sentiva sulle sue labbra espressioni semplici, fol­goranti, che facevano capire di colpo la sua maniera di educare:

«Se noi vorremo umiliarli perché siamo superiori, ci rendere­mo ridicoli» (MB 14,847).

«Dolcezza in tutto, e chiesa sempre aperta» (MB 16,168).

«I giovani non solo devono essere amati, ma devono sentire di essere amati» (MB 17,111).

«Si prendono più mosche con un piatto di miele che con un barile di aceto» (MB 14,514).

«La nostra è una casa. Si vive in famiglia» (MB 16,168).

«Il mio sistema? La carità e il timor di Dio» (MB 6,381). E ai giovani chierici, impacciati perché non sapevano come fare:

«Passa coi giovani tutto il tempo possibile» (MB 10,1043). «Parlare, parlare! Avvertire, avvertire!» (MB 4,567).

«Abbi l'occhio sempre aperto, aperto e lungo» (MB 10,1022). «Con quelli permalosi siate ancora più benigni» (MB 9,357).

«I parenti ce li affidano per l'istruzione, ma il Signore ce li manda affinché noi ci interessiamo delle loro anime» (MB 6,68).

 

Nove paginette

 

Un giorno, però, vinto dalle insistenze, don Bosco tirò giù nella sua pessima grafia nove paginette. In esse chiama la sua maniera di educare «Sistema Preventivo». Non sono un «trattato scienti­fico», ma un insieme di consigli d'oro. Così semplici che ciascuno può dire: «Fin lì potevo arrivarci anch'io». La differenza è che don Bosco ci arrivò «per tutta la vita», con una costanza e pa­zienza infinite. Tanti altri educatori e genitori ci arrivano «qual­che volta», quando hanno i nervi calmi ed è 48 ore che si riposano.

Ecco le righe più belle di quelle paginette (che i Salesiani tro­vano in fondo alle loro Regole, per un confronto quotidiano con don Bosco):

«Questo sistema si appoggia tutto sopra la ragione, la religio­ne e sopra l'amorevolezza. Esclude ogni castigo violento, e cerca di tenere lontani gli stessi castighi leggeri...

Il direttore e gli assistenti (siano) come padri amorosi: parli­no, servano di guida, diano consigli e amorevolmente correggano...

Il sistema Preventivo rende amico l'allievo, che nell'assistente vede un benefattore che... vuol farlo buono, liberarlo dai dispiaceri, dai castighi, dal disonore. L'educatore, guadagnato il cuo­re del suo protetto... potrà avvisarlo, consigliarlo...

La pratica di questo sistema è tutta poggiata sopra le parole di san Paolo che dice: "La carità è benigna e paziente; soffre tut­to, ma spera tutto e sostiene qualunque disturbo". Perciò soltan­to il cristiano può con successo applicarlo. Ragione e religione so­no gli strumenti di cui deve costantemente far uso l'educatore...

Si dia ampia libertà di saltare, correre, schiamazzare a piaci­mento. La ginnastica, la musica, la declamazione, il teatrino, le passeggiate sono mezzi efficacissimi per ottenere la disciplina, gio­vare alla moralità e alla sanità...

La frequente Confessione, la frequente Comunione, la Messa quotidiana sono le colonne che devono reggere l'edificio educati­vo... Mai obbligare i giovanetti alla frequenza dei santi Sacramenti, ma soltanto incoraggiarli e porgere loro la comodità di approfit­tarne...

La lode quando una cosa è ben fatta, la disapprovazione quando vi è trascuratezza, sono già un premio e un castigo...

Si usi la massima pazienza perché l'allievo comprenda il suo torto con la ragione e la religione. Il percuotere in qualunque mo­do... si deve assolutamente evitare, perché... irrita i giovani e av­vilisce l'educatore» (Costituzioni della Società di S. Francesco di Sales, Roma 1984, pp. 236ss).

 

51. Tra Stato e Chiesa

il valletto rosso

 

L'Arcivescovo imprigionato

 

24 marzo 1848. L'Arcivescovo Fransoni nel Duomo di Tori­no ha pregato solennemente per il re Carlo Alberto e il principe ereditario Vittorio Emanuele, che nella notte partiranno per il fronte della prima guerra d'indipendenza. Re e principe hanno parteci­pato alla sua preghiera, nel Duomo gremitissimo. All'uscita, l'Ar­civescovo è fischiato sonoramente. I carabinieri si fanno largo a forza verso le squadre di studenti e di agitatori, ma essi si disper­dono lanciando pesanti insulti verso Fransoni.

Nelle ore seguenti, sotto le finestre dell'arcivescovado, si rin­novano chiassate e sassaiole. Il ministro dell'Interno fa avvisare cortesemente ma fermamente Fransoni che non può garantire del­la sua incolumità. Si sa che l'Arcivescovo è contrario alla guerra contro l'Austria, e le reazioni sono imprevedibili. È invitato a «fare un viaggio», in Svizzera.

29 marzo. Mons. Fransoni parte per Ginevra, dopo aver ma­nifestato la propria indignazione contro un governo che non sa garantire l'incolumità dei suoi cittadini.

È’ l'inizio dello scontro durissimo che, negli anni seguenti, con­trapporrà Stato e Chiesa.

Dicembre 1849. La prima guerra d'indipendenza è definitiva­mente perduta. Nuovo re è Vittorio Emanuele Il. Tante cose sono cambiate, ma il permesso all'Arcivescovo Fransoni di rientrare nella sua città non è stato ancora concesso. Mille preti e diecimila laici presentano una petizione al primo ministro d'Azeglio perché il ri­torno di Fransoni sia consentito. A denti stretti, d'Azeglio accet­ta. Nel febbraio 1850, senza clamori, l'Arcivescovo rientra in To­rino.

Nella primavera di quell'anno è discusso alla Camera il dise­gno di legge del ministro Siccardi. Propone di abolire la «conven­zione sulle immunità» concordate nel 1841 tra il Regno di Sarde­gna e la Santa Sede: il foro ecclesiastico, per il quale i preti macchiatisi di delitti comuni venivano giudicati da tribunali loro riser­vati; la possibilità di accrescere i beni della Chiesa mediante lasciti ed eredità; il diritto d'asilo, per il quale non si poteva arrestare nessuno in una chiesa o in un convento.

9 aprile. Il re firma la legge approvata dalla Camera e dal Senato.

Il Papa protesta vivacemente. Il Nunzio apostolico presso il Governo piemontese lascia Torino. Gli Arcivescovi di Torino (Fran­soni) e di Cagliari (Marongiu) dichiarano la legge ingiusta e vieta­no ai preti di osservarla. Entrambi sono arrestati e imprigionati. Fransoni è condannato a un mese di carcere da trascorrersi nella Cittadella di Torino. Viene internato il 4 maggio. Uscirà il 2 giugno.

 

Dodici anni di esilio a Lione

 

Agosto 1850. Il ministro dell'Agricoltura Pietro Derossi di San­tarosa è in fin di vita. Chiede il Viatico. L'Arcivescovo ordina al parroco di esigere pubblica ritrattazione per aver approvato la legge Siccardi. Il ministro rifiuta e muore senza Viatico.

Le bande anticlericali si scatenano contro l'Arcivescovo, i preti, i religiosi. La tensione in città è gravissima. Il ministro della Guerra, Alfonso La Marmora, manda i carabinieri ad arrestare Fransoni. È’ il 7 agosto. Viene portato nella fortezza di Fenestrelle, presso il confine francese. Di qui, il 29 settembre, è accompagnato al con­fine. L'Arcivescovo raggiunge Lione, dove vivrà esiliato fino alla morte, nel 1862.

1852. Il primo ministro d'Azeglio presenta in Parlamento un progetto legge per l'imposizione del matrimonio civile. I cattolici piemontesi (sono la grande maggioranza anche se al Parlamento, per il quale vota il 2 per cento della popolazione, non sono prati­camente rappresentati) reagiscono duramente. Il re dichiara che in coscienza non potrà mai firmare quella legge. D'Azeglio la ritira.

 

La «legge maledetta»

 

1854. Si comincia a discutere in Parlamento un disegno di legge presentato dal ministro Rattazzi. Viene chiamata spregiativamen­te «la legge dei frati». Il nuovo primo ministro Camillo Cavour ha dichiarato più volte che il principio che lo guida nella politica verso la Chiesa è «libera Chiesa in libero Stato». La legge che Rat­tazzi (membro del suo governo) presenta è una flagrante violazio­ne del principio. Essa propone di sopprimere gli ordini religiosi «non dediti all'istruzione, alla predicazione o all'assistenza ospe­daliera», cioè metà dei conventi del Piemonte. Lo Stato incame­rerà tutti i beni degli ordini soppressi.

«Era una intromissione dello Stato nella vita della Chiesa - scrive Francesco Traniello -, specialmente grave per il fatto che il governo si arrogava il diritto di decidere quali ordini religiosi potevano essere ancora utili alla società, secondo un criterio per così dire produttivistico. Anzi, Cavour giunse ad affermare che gli ordini disciolti non erano più utili neppure alla Chiesa».

La legge, per le violente proteste da cui fu investita, fu chia­mata da Cavour «maudite bi», «legge maledetta».

 

I sogni del valletto rosso

 

Don Bosco, suo malgrado, fu coinvolto in questa faccenda da un sogno «scomodo» che «mi ha fatto star male» e lo rese «ad­doloratissimo ». Da casa reale, specialmente dalla regina madre Maria Teresa, aveva ricevuto aiuti ingenti. L'ultimo gli era arri­vato il 14 novembre di quel 1854.

Ed ecco che, sul finire di quel mese, sogna di essere in cortile, accanto alla pompa murata contro la casa Pinardi, quando si avan­za «un valletto di Corte in rossa uniforme» che gli grida: «An­nunzia: gran funerale in Corte! gran funerale in Corte!». Don Bo­sco si sveglia «come fuori di sé». Dopo pranzo, mentre gli sono intorno Rua, Buzzetti, Francesia, Enria, Angelo Savio ed altri, rac­conta il sogno e conclude: «Mi ha fatto star male e mi ha affatica­to molto». Si sente in dovere di raccontare il sogno al re, ma non ne ha molto coraggio. Il chierico Savio si offre. Allora don Bosco gli porge un biglietto su cui ha tracciato la brutta copia, e gli dice:

«Copia e spedisci».

Cinque giorni dopo, il sogno si ripete. Ma il «valletto in rossa livrea» questa volta entra addirittura in camera sua, e gli grida:

«Annuncia: non gran funerale in Corte, ma grandi funerali in Cor­te!». Questa volta, impressionatissimo, all'alba don Bosco scrive personalmente al re. Gli racconta il sogno «e lo pregava di fare in modo di schivare i minacciati castighi, coll'impedire a qualun­que costo l'approvazione della legge... Al chierico Cagliero e ad altri il Santo disse apertamente trattarsi di vere minacce del Signore, e, addoloratissimo, ripeteva frequentemente: "Questa legge atti­rerà sulla casa del Sovrano gravi disgrazie!"» (ivi, pp. 499s).

 

La collera del re

 

Se anche il re non fosse religioso e superstizioso (ed è entram­be le cose) ce ne sarebbe abbastanza per impressionarlo. Fa chia­mare il marchese Fassati, e lo manda da don Bosco a manifestar­gli tutta la sua collera. Il marchese arriva buio buio all'Oratorio e «tira le orecchie» a don Bosco:

«- Ma le pare questa la maniera di mettere sossopra tutta la Corte? Il Re n'è rimasto più che impressionato e turbato... e mon­tato su tutte le furie.

- Ma ciò che è stato scritto è verità! - gli risponde don Bo­sco -. Mi rincresce di aver cagionato questo disturbo al Sovra­no; ma, insomma, si tratta del bene suo e di quello della Chiesa» (ivi, p. 500).

 

La morte delle due regine

 

Nonostante le furie del re e il rincrescimento di don Bosco, i sogni si avverano. Scrive Alfassio Grimaldi:

«Rigidissimo è l'inverno del 1855, in cui l'undicenne Umberto vede spopolarsi la casa. Vengono a mancare prima le donne: la nonna Maria Teresa (vedova di Carlo Alberto), calata da Monca­lieri a Torino per assistere la nuora che soffre per l'imminente ma­ternità, prende freddo in chiesa e muore di polmonite, all'età di 53 anni, il 12 gennaio, e il 16, per portarla a Superga, s'ammalano parecchi soldati di scorta... I funerali di Maria Teresa sono fatti in modo da non allarmare Maria Adelaide, senza campane e sen­za colpi di cannone, per vie inusitate».

Ma anche Maria Adelaide, la sposa di Vittorio Emanuele Il, è alla fine. Sfinita dalle gravidanze, offesa dalla vita disordinata del marito, tormentata dalla solitudine in cui la lascia per intere settimane, quando s'alza dal letto e dalla poltrona, dà l'impres­sione di essere sul punto di cadere per terra.

«Nel pomeriggio del 18 il re fa chiamare Clotilde: "Chichina, vuoi vedere la mamma?". Adelaide con un filo di voce le chiede degli studi e le fa dare un gelato di albicocca... Il 20 Maria Adelai­de rende finalmente l'anima a Dio dopo lunghe giornate di atroci dolori, di lamenti che si sentivano perfino in piazza». All'età di 33 anni lascia questa, veramente per lei, valle di lacrime. La pove­retta, che ha cominciato ad avere figli a 21 anni, smette solo con la morte le troppo frequenti gravidanze. Otto nati, dei quali gli ultimi tre sono morti prima di lei.

«La marchesa Costanza d'Azeglio scrive al figlio che questa fatalità che pesa sulla famiglia reale, diffonde un velo di tristezza, "io direi persino di terrore" nel pubblico... E l'ala della morte con­tinua implacabile a librarsi nelle stanze di palazzo reale. Il 10 feb­braio il re perde il fratello Ferdinando, duca di Genova, trenta­treenne, e il 16 maggio ritorna in cielo a soli quattro mesi l'ultimo nato: per la quarta volta i sotterranei di Superga si riaprono, "quasi per ingoiare tutta quanta la più antica stirpe d'Europa", scrive nel suo diario la contessa Savio... Nel giro di poche settimane (il re) è dimagrito di metà» (AL GR 20s).

 

Uno stupido luogo comune

 

Uno dei più stupidi luoghi comuni rappresenta il «profeta mi­naccioso», mentre annuncia il castigo di Dio, con il dito puntato e gli occhi fiammeggianti, e soddisfatto quando i fulmini divini minacciati arrivano. Per don Bosco non fu assolutamente così. Ave­va una grande venerazione, come tutta Torino, per le due regine. Le vedeva regolarmente al Santuario della Consolata confuse con le donne del popolo e da esse aveva ricevuto gesti di grande bon­tà. Anche solo dal punto di vista squallidamente materiale, la lo­ro morte metteva a dura prova le incerte entrate della beneficenza per l'Oratorio. Ma prima di tutto lui sapeva che cosa si prova quan­do la morte arriva in casa. L'aveva provato per la prima volta a due anni. L'avrebbe provato ancora, in maniera dolorosissima, un anno e mezzo più tardi, quando il 25 novembre 1856 mamma Margherita l'avrebbe lasciato. E i principini, anche se figli di re, erano bambini che rimanevano senza mamma, e nulla al mondo faceva compassione a don Bosco come i bambini orfani.

 

Sfrattati 5456 tra preti, frati e suore

 

Qualunque fosse lo stato d'animo del re, 13 giorni dopo la morte del suo ultimo nato egli firmò la «maudite bi». Furono soppressi 35 ordini religiosi, chiuse 334 case, sfrattati 5456 tra preti, frati e suore. Ad essi furono negati i diritti civili di contrarre matrimo­nio, di possedere, di ereditare e di fare testamento. Persero anche il diritto al voto politico e amministrativo, perché non costituisse­ro una milizia elettorale per il «partito reazionario». Fu una gra­ve violazione del diritto comune. A frati e suore fu assegnata una pensione o un assegno di lire 1,50 al giorno per gli uomini, e una lira per le donne, decurtati dell'imposta di ricchezza mobile. Lo Stato rivendicò pure la designazione dei vecovi. Tra Stato e Chie­sa era guerra aperta.

Voler fondare una nuova Congregazione religiosa in una si­tuazione simile, era come voler costruire case durante un terremo­to. Eppure don Bosco ci provò.

 

52. La Congregazione Salesiana

 

 

«È’ come cacciar via gli uccelli»

 

Un giorno, a Marsiglia, don Bosco disse sorridendo: «Soppri­mere le Congregazioni religiose è come battere le mani per cacciar via gli uccelli scesi a beccare il grano... Scappano subito, ma poi uno dopo l'altro ritornano» (MB 14,437).

Don Bosco era persuaso di portare in sé non solo il sogno, ma anche la volontà del Cielo di fondare una Congregazione religio­sa. Una volontà a cui non poteva ribellarsi. E questo, almeno da quando aveva 32 anni.

Nel 1847, infatti, aveva fatto il sogno del «pergolato»: in esso la Madonna lo aveva esortato a camminare sotto un pergolato di rose bellissime che nascondevano spine crudeli. Doveva farlo per aiutare una moltitudine di ragazzi che correvano rischio di per­dersi. Ma nessuno voleva mettersi a camminare con lui. Finché dei giovani cresciutigli accanto si misero con decisione ad accompa­gnarlo. Raccontando il sogno ai suoi primi chierichi, don Bosco aveva detto queste testuali (e per lui insolite) parole: «Ognuno abbia la sicurezza essere Maria Vergine che vuole la nostra Congrega­zione» (MB 3,32).

Nel 1848, mentre «uno spirito di vertigine» si leva «contro agli ordini religiosi, e contro le Congregazioni Ecclesiastiche», egli pensa e ripensa alla Congregazione che dovrà fondare. E scrive: «In quel tempo Dio fece in maniera chiara conoscere un nuovo genere di milizia, che egli voleva scegliere; non già tra le famiglie agiate... Quelli che maneggiavano la zappa o il martello dovevano essere scelti a prendere posto glorioso tra quelli da avviarsi allo stato sa­cerdotale».

Gli pare quindi che Dio stesso gli suggerisca il carattere fonda­mentale della futura Congregazione: figli del popolo a servizio dei figli del popolo.

 

Per la prima volta «Salesiani»

 

Nonostante i suoi progetti, nel 1850 don Bosco è un sacerdote diocesano di Torino come tutti gli altri. Si trova a capo di tre Ora­tori: di Valdocco, di Porta Nuova e di Vanchiglia. All'Oratorio di Valdocco ha aggiunto una casa per raccogliere ragazzi senza tetto. Ma egli governa queste opere sotto l'autorità dell'Arcivescovo, mons. Fransoni. I sacerdoti che l'aiutano (da don Borel a don Car­pano) costituiscono una società, dai vincoli abbastanza larghi, ma che si può chiamare «Società Diocesana degli Oratori» alle dipen­denze dell'Arcivescovo. Solo nel 1852 mons. Fransoni, dall'esilio di Lione, elegge don Bosco «Direttore degli Oratori».

Ma con tenacia e in silenzio, don Bosco conduce avanti il «suo» progetto.

26 gennaio 1854. Don Bosco, mentre fuori c’è un'aria gelida da tagliare la faccia, raduna in camera sua quattro giovani. Due hanno già indossato la veste da chierico, Rua e Rocchietti, un ter­zo la indosserà alla fine di quell'anno, Giovanni Cagliero. Dice loro, dal più al meno, queste parole: «Come vedete, io sono solo a lavorare tra i ragazzi abbandonati, e da solo non ce la faccio quasi più. Bisogna tirar via dalla strada gli sbandati moltiplican­do gli oratori, aprire scuole per dare la possibilità a chi è intelli­gente di farsi una cultura, iniziare altri laboratori per i ragazzi che vengono sfruttati nelle officine. E a tutti questi ragazzi dare catechismo e amicizia con Dio. E questo non solo in Torino, ma in tante città d'Italia e del mondo. Per far questo io ho bisogno del vostro aiuto, e tutti quanti abbiamo bisogno dell'aiuto del Signo­re. Se ve la sentite, vi propongo di fare una promessa: di dedicarvi come me ai giovani più poveri. Domani questa promessa potrà di­ventare un voto. Io vedo in voi i "don Bosco" di domani».

Michele Rua ci ha tramandato una relazione abbastanza bu­rocratica di quella riunione: «Ci venne proposto di fare coll'aiuto del Signore e di S. Francesco di Sales una prova di esercizio prati­co della carità verso il prossimo per venire poi ad una promessa; e quindi se sarà possibile e conveniente di farne un voto al Signo­re. Da tale sera fu posto il nome di Salesiani a coloro che si pro­posero e si proporranno tale esercizio» (MB 5,9).

 

Dar tempo al tempo

 

Anche don Cafasso, vedendo l'Oratorio crescere tumultuosa­mente senza i sacerdoti necessari all'assistenza e all'educazione cri­stiana dei giovani, diceva in quegli anni a don Bosco: «Per le vo­stre opere è indispensabile una Congregazione religiosa» (MB 5 685). Glielo suggerì addirittura un chierico, Ascanio Savio, che in quel tempo dava una mano a don Bosco, ma che pensava ormai di trasferirsi in seminario: «Io dissi a don Bosco: - Fondi un or­dine religioso -. Ed egli mi rispose: - Da' tempo al tempo» (ivi).

Dar tempo al tempo. Per don Bosco è la maniera normale di agire. In quel tempo la parola «religioso» fa rizzare le orecchie. Non è più di moda. Sembra una faccenda tramontata per sempre, insieme alle parole «frate» e «monaca». Bisogna procedere con lentezza e prudenza. D'altra parte, impegnarsi «per tutta la vita» non è una fischiatina. Ma don Bosco non ha fretta. Crede nei tempi lunghi. Sono gli unici che danno non solo frutti, ma alberi.

Intanto, senza clamori, nel marzo 1855 Michele Rua si consa­cra a Dio con i voti di povertà, castità e obbedienza. Si lega perso­nalmente a don Bosco e alla sua missione. Alcuni mesi dopo pro­nuncia la stessa consacrazione il prete don Alasonatti. Nel 1856 è la volta di Batistin Francesia. Ha 17 anni, il ragazzo che scap­pando andò a sbattere in don Bosco, ed è diventato un formidabi­le professore di latino. Dall'alto della sua cattedra, con voce ar­moniosa e sicura, tiene in ordine una classe di settanta allievi. So­no i primi tre «salesiani», anche se la Congregazione Salesiana non è ancora stata fondata.

 

Lo sprazzo di luce viene da Rattazzi

 

1857. Don Bosco è nell'ufficio del ministro Rattazzi, che lo ha pregato di accettare nell'Oratorio due ragazzi orfani. Ad un tratto si sente dire:

«Don Bosco, lei è mortale come ogni altro. E se venisse a man­care, che ne sarebbe dell'opera sua? Quale misura intende adotta­re per assicurare l'esistenza del suo Istituto?» (MB 5,696).

Don Bosco cade dalle nuvole. Trattiene a stento un sorriso. L'anticlericale Rattazzi, quello che due anni prima ha fatto ap­provare la «legge sui frati», che ha sbaraccato 334 case religiose, gli sta proponendo di fondare un nuovo Istituto religioso. Tra il serio e il faceto risponde: «Non ho intenzione di morire così pre­sto. Ad ogni modo, per continuare l'opera degli Oratori, cosa mi consiglierebbe?».

Rattazzi gli dà, stando a don Lemoyne, la risposta seguente:

«A mio avviso (...), lei dovrebbe scegliere alcuni tra laici ed ecclesiastici di sua confidenza, formarne una Società sotto certe norme, imbeverli del suo spirito, ammaestrarli nel suo sistema, af­finché fossero non solo aiutanti, ma continuatori dell'opera sua dopo la sua dipartita».

«Ma il Governo - obietta don Bosco - due anni fa soppres­se parecchie società religiose; e forse si sta preparando alla estin­zione delle rimanenti. Permetterà che se ne fondi un'altra?».

«La legge di soppressione io la conosco - ribatte Rattazzi - (...)Essa non le recherà nessun incaglio, purché istituisca una So­cietà... in cui ogni membro conservi i diritti civili, si assoggetti al­le leggi dello Stato, paghi le imposte e via dicendo. In una parola, la nuova Società in faccia al Governo non sarebbe altro che un'As­sociazione di liberi cittadini, i quali si uniscono e vivono insieme ad uno scopo di beneficenza. Nessun Governo... impedirà lo svi­luppo di tale Società, come non impedisce, anzi promuove le So­cietà di commercio, d'industria, di cambio... Qualsiasi Associa­zione di liberi cittadini è permessa».

«Le parole di Rattazzi - conclude don Lemoyne - furono uno sprazzo di luce» (MB 5,696 ss).

 

La parola del Papa e l'allenamento

 

Nel marzo 1858, accompagnato dal chierico Rua, don Bosco scende per la prima volta a Roma. Deve fare il viaggio per mare da Genova a Civitavecchia. (Ricorderà: «Che viaggio mi toccò fare per mare! D. Rua non soffrì nulla, ma io non me lo dimenticherò mai più». Durò tre giorni, e furono giorni di nausee e voltastomaco).

Il 9 marzo è ricevuto in udienza da Pio IX, che ha già sentito parlare molto bene di lui e lo tratta con molta bontà. Don Bosco gli parla delle sue opere, dei suoi ragazzi, della Congregazione che vorrebbe far nascere. Domanda la sua approvazione.

Pio IX prende tempo. Dice che vuol pensarci sopra. Riceven­dolo nuovamente il 21 marzo, gli dice: «Ho pensato al vostro pro­getto, e mi sono convinto che potrà procacciare assai del bene alla gioventù. Bisogna attuarlo... Studiate in modo che ogni membro di essa in faccia alla Chiesa sia un religioso e nella civile società sia un cittadino» (MB 5,880s).

Tornato a casa, don Bosco lascia trascorrere ancora otto me­si. Intanto, quelli che saranno le pietre fondamentali della Con­gregazione, li allena alla sua maniera. Li fa studiare regolarmente e regolarmente dare gli esami necessari per insegnare. Contempo­raneamente affida loro la scuola, l'assistenza nei refettori e nei cor­tili. Li vuole attivi, fantasiosi, allegri, instancabili. Ricorda don Francesia: «Ci insegnava col suo esempio ad aspettare e pazienta­re, a non disperare mai (di nessuno), ed anche a non pigliare certe cose di fronte, a non pretendere da un momento all'altro miracoli di conversione» (VBP, 7). Insegnava a giocare coi ragazzi vicini, ma ad avere l'occhio «lungo», che sa guardare anche i lontani.

Alla domenica, per chiudere la settimana, li manda negli Ora­tori di Torino. Fanno i «don Bosco» per centinaia di piccoli ope­rai, muratorini, spazzacamini, giovani studenti. Tornano alla se­ra stanchi morti. Ingoiano un boccone di cena lasciato al caldo per loro, e poi si arrampicano fino agli abbaini del sottotetto, do­ve sono i loro letti. Fa un caldo feroce d'estate, là dentro, e un freddo polare d'inverno. Ma non soffrono d'insonnia. Michele Rua ricordava che si addormentava di colpo, come folgorato. Giovan­ni Cagliero si svegliò un lunedì mattino sulla sedia, con una calza in mano. Non ce l'aveva fatta a raggiungere il letto. S'era addor­mentato lì.

 

«Voi siete stati scelti da me»

 

9 dicembre 1859. A don Bosco pare che i «tempi lunghi» sia­no durati abbastanza. È’ ora di fare la proposta chiara a tutti i mi­gliori. Ne chiama 19 nella sua stanza, e parla pressappoco così:

«Da molto tempo meditavo di istituire una Congregazione. Tale è stato da parecchi anni l'oggetto principale delle mie cure. Pio IX lodò il mio proposito. Veramente questa Congregazione non nasce adesso... Possiamo dire che voi vi appartenete già in spiri­to. Si tratta ora di costruirla formalmente, di darne il nome e di accettarne le regole. Vi saranno ascritti soltanto coloro che dopo matura riflessione vorranno emettere i voti di povertà, castità e obbedienza. Voi siete stati scelti da me, perché vi giudico atti a divenire un giorno membri effettivi della Pia Società che conser­verà il nome di Salesiana... Vi lascio una settimana di tempo per pensarci sopra.

Dopo quelle parole chiare, lunghi silenzi, riflessione. Giorni di esitazioni. Qualcuno butta là: «Rimanere con don Bosco mi è sempre piaciuto. Ma adesso ci chiede di diventare dei frati». An­cora silenzio, poi risponde ad alta voce Giovanni Cagliero, che per don Bosco si butterebbe nel fuoco: «Frate o non frate, io riman­go con don Bosco» (ivi, 31).

La sera del 18 dicembre, nella stanzetta di don Bosco rientra­no in diciassette. Il verbale, redatto da don Alasonatti, elenca pri­ma quelli che hanno accettato di diventare Salesiani: «Il sacerdo­te Alasonatti Vittorio, i chierici Savio Angelo diacono, Rua Mi­chele suddiacono, Cagliero Giovanni, Francesia G. Battista, Provera Francesco, Ghivarello Carlo, Lazzero Giuseppe, Bonetti Gio­vanni, Anfossi Giovanni, Marcellino Luigi, Cerruti Francesco, Durando Celestino, Pettiva Secondo, Rovetto Antonio, Bongio­vanni Cesare Giuseppe, il giovane Chianale Luigi». Poi elenca le prime cariche assegnate: Don Bosco superiore maggiore, don Ala­sonatti prefetto, Rua direttore spirituale, Angelo Savio economo, Cagliero, Bonetti e Ghivarello consiglieri.

 

I primi ventidue

 

14 maggio 1862. Riuniti a sera nella stessa stanzetta di don Bosco, davanti al Crocifisso, i «Confratelli della Società di S. Fran­cesco di Sales» fecero «voto di povertà, castità e obbedienza per tre anni». Erano 22. Tra loro, i primi due salesiani laici, Federico Oreglia di S. Stefano, cavaliere, e Giuseppe Gaj a, cuoco. Michele Rua, ordinato sacerdote da due anni, leggeva ad alta voce la for­mula dei voti, che tutti ripetevano frase per frase.

Pronunciate le ultime parole della professione, don Bosco ri­volse loro parole di fiducia nell'avvenire, parole che don Bonetti si è sforzato di ricostruire con fedeltà:

«Mentre voi facevate a me questi voti, io li facevo pure a que­sto Crocifisso per tutta la mia vita; offrendomi in sacrificio al Si­gnore, pronto ad ogni cosa... per la sua maggior gloria e la salvez­za delle anime, specialmente per il bene della gioventù... Miei ca­ri, viviamo in tempi torbidi. Ma non importa. (...) Chi sa che il Signore non voglia servirsi di questa nostra Società per fare molto bene alla sua Chiesa! Da qui a 25 o 30 anni, se il Signore continua ad aiutarci, come fece finora, la nostra Società sparsa per diverse parti del mondo potrà anche ascendere al numero di mille socii» (MB 7,163s). Si sbagliava, ma per difetto: nel 1887 (dopo 25 anni) i Salesiani sarebbero stati 972, e nel 1892 (dopo 30 anni) 1636. Nel 1967 avrebbero toccato il tetto di 22.810.

Subito dopo don Bosco, con parole semplicissime, tracciò il programma della Congregazione neonata:

- istruire con le prediche il basso popolo,

- educazione dei ragazzi abbandonati,

- far scuola,

- scrivere e diffondere buoni libri,

- tutti a sostenere... la dignità del Romano Pontefice e dei mi­nistri della Chiesa (MB 7,164).

 

Il segreto dei pani e dei pesci

 

Nelle parole scritte da don Bosco nel 1848 e in quelle dette in quel 14 maggio sta la spiegazione dello sviluppo rapidissimo, ad­dirittura sbalorditivo dei Salesiani, che faceva ricordare a mons. Fulton Sheen la moltiplicazione dei pani e dei pesci. Don Bosco aveva fondato una Congregazione che non «andava» verso il po­polo, ma che «era» del popolo.

Con i giovani emarginati della prima rivoluzione industriale, con i contadini cresciuti su una terra desolata dalle guerre e dalle carestie, con quei mezzi umani poverissimi costruì una Congrega­zione e tracciò un programma assolutamente adatti ai tempi di crisi che stavano cominciando, adatti per il «ceto popolare» che diven­tava il protagonista della nuova era, per le masse, per il Terzo Mondo.

Partendo da una stima grande, assoluta della gente comune, non cercò di fare dei figli di questa gente dei raffinati, degli stu­diosi aristocratici, ma valorizzò gli elementi evangelici di cui que­sta gente è portatrice: la semplicità, la solidarietà, la capacità di sacrificio, l'allegria anche rumorosa, la capacità di dividere il pa­ne con quelli ancora più poveri, la capacità di trovare la gioia nel­le piccole cose, di ascoltarsi e capirsi, di considerarsi piccole per­sone senza importanza, di sperare in un mondo più giusto da rea­lizzare con l'aiuto di Dio ma anche con il lavoro delle nostre mani e il sudore della nostra fronte.

 

I «cavallacci» di don Bosco

 

Don Bosco dimostrò che si può costruire una santità eroica an­che su elementi poverissimi di cultura; che si può parlare con Dio mentre si è ancora sudati e impolverati, dopo corse frenetiche in un cortile. Il cardinale Giovanni Cagliero depose sotto giuramen­to: «E ricordo bene come alcuni (cita l'abate Tortone, rappresen­tante della S. Sede a Torino, e poteva citare l'Arcivescovo Gastal­di), visitando il nostro Oratorio, e presenziando la ricreazione dei giovani, con giochi, corse e salti, abbiano detto che don Bosco edu­cava i suoi alla carlona: e ci fu persino chi ci disse «cavallacci, ii cavalass 'd dun Bosc». E questi cavalass erano i sacerdoti don Rua, don Francesia, don Cagliero, don Albera, don Lasagna apo­stolo del Brasile, don Fagnano apostolo della Terra del Fuoco... e mille altri che ora sono zelantissimi missionari, vescovi, arcive­scovi, parroci, sacerdoti ».

Don Bosco si senti della «razza» dei poveri, e volle i suoi Sa­lesiani «di questa razza». È qui la loro genuinità e la loro gran­dezza.

 

53. Cavour, Napoleone e la guerra

 

 

Il progetto di Napoleone e quello di Cavour

 

Il 26 aprile 1859 inizia la «seconda guerra d'indipendenza». Napoleone III, imperatore dei Francesi, ha promesso a Cavour di portare in Italia un grosso esercito, che sconfiggerà l'Austria e darà un volto nuovo all'Italia: regno Piemonte-Lombardia-Veneto a nord sotto i Savoia; regno dell'Italia centrale sotto la corona di un principe francese; regno dell'Italia meridionale sotto il co­mando di un discendente del generale napoleonico Murat. Gli Stati Pontifici verranno ridotti al Lazio. Il Papa dovrà accontentarsi, e sarà proclamato «presidente» della Confederazione degli Stati italiani. La Francia sarà ricompensata con il rimborso delle spese militari e la cessione di Nizza (città natale di Garibaldi) e della Sa­voia (terra patria dei re del Piemonte).

Cavour accetta il progetto di Napoleone, ma in testa ne tiene in serbo uno diverso: nelle regioni centrali e meridionali ci sono suoi emissari che in questo momento stanno mettendo le premes­se per tumulti e rivoluzioni in favore di Vittorio Emanuele Il. L'I­talia si unificherà non in una confederazione sotto il Papa, ma in un regno sotto Vittorio.

 

Offensiva-lampo di Gyulai

 

La guerra inizia con un'offensiva-lampo degli Austriaci. Il ge­neralissimo Gyulai, successore dell'« eterno» Radetzky morto l'an­no prima a 92 anni, cerca di conquistare Torino prima dell'arrivo dei Francesi. Lancia i suoi 160 mila uomini a marce forzate. Giunge a 25 chilometri dalla capitale. A Torino si preparano le barricate.

Ma Napoleone sbarca a Genova 150 mila uomini, e con l'aiu­to impagabile delle ferrovie (fatte costruire con preveggenza da Ca­vour) cerca di portare il suo esercito alle spalle del nemico, costretto a battere velocemente in ritirata.

La battaglia fu praticamente una sola, e si svolse sulle alture di Solferino e San Martino il 24 giugno. Vi parteciparono un re, Vittorio Emanuele, e due imperatori, Napoleone III e Francesco Giuseppe. La vittoria fu di Napoleone, ma sul terreno rimasero 30 mila uomini, mentre altre migliaia se le portava via il tifo, scop­piato in forma epidemica tra le truppe francesi.

Gli emissari del Governo piemontese, in quei mesi, lavoraro­no con molto successo. A Parma, a Modena e nelle Legazioni Pon­tificie (centro Bologna), ci furono insurrezioni popolari e la costi­tuzione di governi provvisori filo-piemontesi. Il Regno dell'Italia centrale, ipotizzato da Napoleone per un principe francese, franava.

Le preoccupazioni per la vastità del moto popolare (che travolgendo gli Stati Pontifici gli creava impopolarità in Francia), la forte perdita di uomini, e le minacce della Prussia di intervenire nella guerra a favore dell'Austria, spinsero Napoleone a offrire un armistizio all'Austria. Fu firmato, all'insaputa di Cavour, l'8 luglio a Villafranca.

 

Minaccia di morte per l'Oratorio

 

Al Piemonte veniva ceduta solo la Lombardia tranne Manto­va. Il gioco degli equivoci tra Cavour e Napoleone arrivava così alla resa dei conti.

Cavour ebbe un' arrabbiatura terribile. Avrebbe dovuto con­segnare a Napoleone la Savoia (e questo adombrava Vittorio Ema­nuele) e Nizza (e da questo momento Garibaldi sarebbe stato suo nemico violento e irriducibile). E la guerra era costata 400 milioni (circa 1500 miliardi del 1986): una somma che faceva traballare le finanze dello Stato.

Ma nei tumultuosi mesi che seguirono, Toscana, Parma, Mo­dena e le Legazioni Pontificie si dichiararono unite al Piemonte. Il 5 maggio 1860, Garibaldi (a capo dei leggendari «Mille» che erano 1150) partì dalla Liguria per abbattere il Regno delle Due Sicilie.

A questo punto don Bosco sente addensarsi la più seria mi­naccia di morte per il suo Oratorio.

 

54. Una «talpa» in Vaticano

 

 

18 poliziotti a picchettare i cortili