STORIA MERAVIGLIOSA DI SAN GERARDO

INTRODUZIONE

I santi, come santi, non hanno storia. La loro vita si riassume in un colloquio perenne con Dio al di là del tempo e dello spazio: quindi, della storia. A qualunque secolo appartengano, al trecento o al cinque­cento, al settecento o al novecento, essi sono i contemporanei di Cristo di cui ritessono l'itinerario spirituale.

Ma i santi furono uomini anch'essi ed ebbero quindi i loro im­pulsi, i loro contrasti, i loro ribollimenti interiori. Ebbero, cioè, una sto­ria che si identifica con la loro individualità terrestre; una individualità resa più spiccata dalla posizione di lotta che assunsero con gli uomini e con le cose, con le correnti di pensiero e di azione.

Sotto questo aspetto, niente di più forte e temprato della personalità propria dei santi: essi sovrastano sui contemporanei come scogli sul mare e rischiarano il cammino dei posteri come fari di luce.

Ogni santo ha la sua luce, come le stelle del firmamento. La sorgente è la stessa: Dio, ma la sua luce, passando attraverso il prisma delle differenti personalità, si scompone e ricompone, variando d'intensità e grandezzao o, se più vi piace, una è la voce di Dio che risuona nelle profondità delle anime, ma questa voce si condiziona alla temperie spi­rituale di ognuna, acquistando il tono e l'accento di un messaggio in­dividuale, inconfondibile con gli altri.

Solo chi può ricostruire quella temperie spirituale che forma la fi­sionomia morale del santo, è sicuro di cogliere qualche nota del suo messaggio individuale, maturato nei silenzi di Dio, e ritrasmetterla agli uomini per pungolarli a nobili imprese. Altrimenti quella voce diventa anonima e si perde nel deserto.

Ecco perché nel tracciare la presente biografia che vuole illustrare uno dei santi più singolari della Chiesa, ci siamo preoccupati di coglierne, prima di tutto, ogni inflessione personale che valesse a ca­ratterizzare la sua anima e la sua attività.

Ciò spiega l'importanza eccezionale da noi attribuita alle sue lettere e ai suoi scritti: preziosissime confessioni di un'anima cri­stallina che non ebbe mai una piega dietro cui nascondere qualche cosa di se stesso e parlò solo e sempre quando era saturo del fuoco candente di Dio. Anche se non tutti autografi, anche se ritoccati o rielaborati da correttori non troppo scrupolosi, tali scritti conservano sempre il sigillo del cuore che li dettò. Qualunque cosa essi esprimano, fosse pure una celia, sono sempre il riflesso autentico della storia di un'anima nella sua ascensione ininterrotta verso Dio.

Dopo l'auto-testimonianza del santo, abbiamo indagata la testi­monianza dei contemporanei i quali narrarono ciò che videro, senza pretendere d'inquadrare le loro impressioni soggettive dentro schemi preconcetti, o ampliarle nell'alone della leggenda.

Tra queste testimonianze abbiamo posto nel dovuto rilievo quella del padre Gaspare Caione, che ebbe la fortuna di guidare il santo negli ultimi quindici mesi di vita e, tra il 1755 e il 1764, ne raccolse le memorie per incarico dello stesso S. Alfonso. Il padre Caione, nel­l'assolvere il suo compito, ha avuto il merito di non sovrapporre mai le proprie vedute personali alla realtà concreta dei fatti di cui trattava. La stessa frammentarietà delle notizie raccolte e la lentezza nel racco­glierle ha facilitato quel suo distacco prospettico dall'argomento, neces­sario per non deformare la verità. Ebbe anche il merito di conservare, quasi nella loro veste primigenia, le testimonianze delle persone che furono in rapporto col santo: amici, direttori, conoscenti.

Ognuno comprende il valore della testimonianza di un padre Giovenale, confessore, consigliere, superiore di Gerardo nei periodi più critici della sua vita, come durante la calunnia o quella di un Nicola Santorelli, confidente dei suoi segreti o quella dei padri Ca­faro, Fiocchi e Margotta che gli furono direttori ed amici. Nessuno, dunque, potrà meravigliarsi di vedere tali memorie poste alla base della presente biografia.

Ma noi abbiamo tenuto presenti anche altri lavori, specialmente la Vita scritta dal padre Antonio Tannoia intorno all'anno 1805, sempre però subordinandola ai manoscritti precedenti in caso di di­vergenza e sempre distinguendo la nostra responsabilità dalla sua, quando ciò che narrava non ci sembrava sufficientemente suffragato da prece­denti indagini storiche.

A queste fonti scritte abbiamo aggiunto le testimonianze orali confluite nei processi apostolici iniziati nel 1843 nelle diocesi di Muro e di Conza e chiusi nel 1856, durante il primo centenario dalla morte del santo. Si comprende benissimo quale valore abbiamo potuto attri­buire a siffatte testimonianze, depositate dopo l'avvicendarsi di almeno tre generazioni, quando i ricordi autentici si erano affievoliti e dispersi o avevano subito l'influsso di elementi eterogenei di dubbia provenienza.

Maggiore importanza abbiamo accordato alle tradizioni di am­bienti chiusi, come i monasteri, dove gli anelli delle tradizioni si sal­dano più facilmente tra loro. Specialmente abbiamo valorizzato quelle tradizioni che trasmettono intatta la fisionomia del santo come uscì

dalla penna del padre Caione. È una fisionomia troppo caratteristica per non imprimere un sigillo inconfondibile di autenticità alla sua attività di apostolo e di taumaturgo.

Tra le numerose biografie non potevamo trascurare il lavoro di­ligente e paziente - forse non altrettanto intelligente - del padre Kuntz pubblicato in Roma nel 1893.

Abbiamo cercato anche di dare l'opportuno risalto all'ambiente che fu in comunione col santo, sia per la, città natale, sia per il regno di Napoli e sia per l'Istituto in cui visse e morì.

A tutti questi dati della storia e della cronaca contemporanea abbiamo aggiunto alcune leggende col preciso scopo di non trascurare l'apporto spontaneo del sentimento popolare che coglie, per istinto, gli aspetti caratteristici dei suoi eroi e li proietta nel mondo incantato della fantasia. Non sono fatti storici: perciò, di volta in volta, ne av­vertiamo - con discrezione - il lettore, ma non sono nemmeno inutili dal momento che ci permettono di penetrare, forse più delle investiga­zioni erudite, negli intimi recessi dei santi. E questo valga di risposta a quegli amici che ci avevano esternata una certa sorpresa nel vederci includere nel testo episodi e miracoli respinti poi in sede critica. Ma senza quei contorni leggendari, ci sembrava che il nostro santo perdesse qualche cosa della sua umanità. Di quell'umanità prestigiosa che si affaccia prepotente alla ribalta perfino in certi racconti che toc­cano i confini dello stravagante e dell'assurdo. Anche in questi casi, se guardiamo oltre l'elemento visivo necessariamente coreografico, av­vertiamo il soffio o segreto dello Spirito che afferma la sua presenza nel­l'inconfondibile stile gerardino.

Con tali criteri, frutto di esperienze nostre ed altrui, abbiamo tirato su queste pagine particolarmente laboriose col preciso scopo di costrin­gere il nostro santo a scendere dai suoi padiglioni rutilanti di luce per camminare ancora tra noi, passeggero tra i passeggeri, come nei giorni di Muro, di Deliceto e di Materdomini.

Perché noi abbiamo bisogno di sentirti ancora vicino, o nostro santo, vicino come sofferente e tentato, per apprendere la tua lezione di umiltà e di dolore. Oggi più che mai.

1

UN UOMO INUTILE

Le campane irruppero fragorose nel cielo quando i missionari si levarono a benedire la folla ammassata tra la cattedrale e il ca­stello, si adagiarono ai piedi dell'Addolorata, issata sul calesse come un trofeo, spronarono i cavalli e scomparvero in un nuvolo di polvere. Allora il popolo, fino a quel momento rimasto senza fiato, scoppiò in un lungo irrefrenabile applauso, rotto qua e là da urli e singhiozzi. Muro, tutta Muro, era lì a tributare il suo ringraziamento a quello stuolo di missionari che per tanti giorni si era prodigato per il suo vantaggio spirituale.

Mancava solo un giovane ventitreenne alto e pallido ed era colui che più degli altri aveva desiderato quel giorno: Gerardo Maiella. Era a casa sottochiave e la chiave si trovava nelle tasche della mamma, uscita di buon mattino. Quando se ne accorse, era troppo tardi: la porta era sbarrata e l'alta finestra dava a picco sulla roccia. Le campane intanto continuavano a rincorrersi per l'aria serena di maggio, acuendo il suo desiderio e il suo strazio.

Che fare? Coi gomiti puntati sul davanzale, pensò: poi ebbe un'idea, l'afferrò a volo, prese un lenzuolo dal letto e si calò penzo­loni nel vuoto. Aveva lasciato scritto, con la meta del viaggio, l'addio irrevocabile al mondo: “Non pensate più a me; vado a farmi santo”. Tra il monte Pierno che si profila a sinistra col suo bel santuario mariano e il monte Croce, a destra, sfumato nell'azzurro, su quella rocca donde si gode il più vasto panorama della Lucania, Gerardo raggiunse la carrozza dei missionari. Ed era il luogo più adatto: i cavalli procedevano lenti in salita, mentre il santuario mariano in­coraggiava il nostro fuggitivo che dall'infanzia aveva inseguita a perdifiato il solo ideale della Croce.

Appena scorse a distanza la macchia scura dei missionari, an­nidati ai piedi della Vergine che luccicava al sole con le sue sette spade, raccolse le ultime forze e si mise a gridare, correndo: « Padri, aspettatemi! ». Era così stanco, così trafelato che il padre Cafaro, vin­cendo la sorpresa, fece fermare la carrozza: « Torna a casa, figliuolo, te lo dico per il tuo bene: questa vita non è fatta per te».

E gli altri in coro: « Torna a casa, torna a casa ! ».

Ed egli: «Provatemi e, se non sono buono, mi rimanderete a casa».

Non sappiamo cosa avvenne. Forse rimase solo sulla strada de­serta, raggiungendo a piedi la meta; forse, ed è più probabile, trovò posto nella carrozza, perché il padre Cafaro giudicò più facile per­suaderlo appena arrivati a Rionero. Fatto sta che ricompare nella nuova missione in qualità di serviente. Lavava i piatti, spaccava la legna, rattoppava le vesti, sempre sereno, gioviale, tranquillo, pie­namente soddisfatto. Dava tutto e non chiedeva nulla, nemmeno un pezzo di pane, o una coperta: mangiava gli avanzi e dormiva per terra, nei sottoscala, confidando solo in Dio e confidando contro ogni speranza. Perché il padre Cafaro non tralasciava occasione per ri­petergli in tutti i toni: « Torna a casa. È meglio per te e per noi ». E lui tirava diritto per la sua strada, incrollabile come una montagna. Ma un giorno che il Padre gli aveva ricantato per 1 centesima volta lo stesso ritornello, gli si gettò ai piedi, aggiungendo alla solita do­manda, una specie di minaccia disperata: « Se non mi accettate, mi vedrete ogni giorno accattare coi poveri alla porta del vostro col­legio ».

Il padre Cafaro ne fu scosso, non convinto. Rifletté alquanto, poi decise d'inviarlo a Deliceto. Il collegio che era sinonimo di fa­tica, di stenti e di miseria, sarebbe stato il banco di prova della sua volontà. Avrebbe ceduto, ne era sicuro, liberando l'Istituto da un soggetto malato e quindi inutile e se stesso da un seccatore ostinato. E se avesse resistito? Ma questo non passava nemmeno per la testa all'austero padre Cafaro: tanto era convinto che quel povero giovane allampanato, che tirava l'anima coi denti, non avrebbe concluso nulla di buono nella vita.

Prese la penna e fece le commendatizie per il superiore. La tra­dizione vuole che abbia scritto: « Ti mando un soggetto inutile... ». Dopo sei anni, sul letto di morte, quel soggetto inutile verserà lagrime amare per le spese della sua malattia: « Ho rubato finora il pane della comunità; adesso le rubo anche il denaro ».

E supplicherà il medico di desistere da quei rimedi costosi. Non ne valeva la pena: la sua vita era stata inutile.

Ma alla sua morte, i diseredati dalla fortuna dissero: «Abbiamo perduto il nostro padre!».

I provati dal dolore dissero: « Abbiamo perduto il nostro con­solatore !».

I fanciulli, le vergini, le madri, gli operai dissero: « Abbiamo perduto il nostro benefattore!».

E tutti sfilarono, piangendo, davanti alla sua bara.

2

L'OSCURA RADICE

Il cognome di Gerardo non fu Maiella, come lo pronunziarono i Muresi, ma Machiella, come risuonò per secoli sulla bocca degli an­tenati, prima sui monti di Picerno e poi, verso la fine del secolo XVI, sui monti di Baragiano. Qui lo incontriamo la prima volta nel libro dei battezzati della parrocchia di Santa Maria Assunta il 14 settem­bre 1578, quando un certo Antonio Machiella presentò al fonte bat­tesimale la figlia Allegranza e poi, il 21 dicembre 1580, il figlio Ovi­dio. Tutte e due le volte il libro, accanto al nome di famiglia, annota il luogo d'origine: « della terra di Picerno ».

Il cognome è tutta la storia degli avi, umile progenie di pastori e di artigiani: Machiella, col suo sapore di bosco, ricorda appunto i luoghi delle loro trasmigrazioni attraverso una delle zone meno note e più romantiche d'Italia: case addossate ai burroni, sentieri ripidi e roc­ciosi, campi e prati a saliscendi coi torrenti che rumoreggiano a valle e il sole che sorge e muore tra le gole selvagge, cariche di fiere leggende.

Da questo ceppo di modesti braccianti nacque il padre del nostro santo, di cui abbiamo cercato invano negli archivi un dato personale qualunque che rendesse meno incerta la sua immagine. Tutte le notizie, racchiuse nelle fedi battesimali dei figli e in un paio di an­notazioni fugaci del catasto di Muro, si riducono a un nome: Do­menico; un cognome: Machiella; e un riferimento geografico: della terra di Baragiano.

Da Baragiano passò a Muro Lucano verso i primi del 1700, forse per motivi economici. Certo, non ebbe nulla dai suoi che, probabil­mente, non erano in grado di dargli altra cosa oltre al mestiere. Così, dovendo fin da giovane provvedere a se stesso e non avendo nulla da perdere andando altrove, un bel giorno, s'infilò al braccio tutto il suo corredo di sartore ambulante e discese, come gli avi, i monti della prima adolescenza, in cerca di fortuna. Gli si aprì davanti una pia­nura bislunga tutta valli e valloncelli e dune solitarie in fuga verso l'orizzonte; poi gli venne incontro un fiumicello con le acque fangose e ne risalì lentamente il corso, sfiorando una catena spolpata di monti. A un certo punto, il fiumicello - era il Platano - piegava decisa­mente a nord-est; doppiava una protuberanza scogliosa e nascon­deva le sorgenti negli squarci apocalittici del terreno. Ma, prima di addentrarsi in quelle forre paurose, veniva a lambire un mucchietto di case che scendevano in frotta verso il fiume, come pecorelle asse­tate. Era il Pianello, il quartiere più antico di Muro, quasi isolato dal resto della città.

Questa sorge più su, a mezzacosta, sfruttando ogni masso, ogni picco, ogni rigonfiatura del suolo, fino al nero castello medievale e al tozzo campanile della cattedrale. Ecco Muro: una bianca catasta di case, picchiettate di verde; la Muro tranquilla e sonnacchiosa, anche se posata sugli abissi, i quali anzi le conferiscono qualche cosa di fia­besco, come se la mano ingenua di un bambino avesse allineato così tutti quei balocchi di carta per un puro gioco di fantasia. Dai muri di cinta occhieggia la vite, il fico, il mandorlo e sui cortili assolati l'olivo getta a ogni sussurro di vento una nota di pace. Questa è la Muro di ieri e di oggi; la Muro che i secoli hanno appena sfiorata, lasciandola intatta nel suo anfiteatro di rocce. Si avvicendano le generazioni degli uomini; rimangono identici gli usi, i costumi e la patina del tempo.

Così la vede il turista moderno che sale rombando con la sua fuoriserie, così la vide il nostro oscuro viaggiatore che attraversò il grottone delle Ripe ed entrò in quelle viuzze scoscese.

L'ascesa fu lenta e difficile attraverso umiliazioni e fatiche, a con­tatto con persone sconosciute, con padroni esosi e sprezzanti, lavo­rando senza posa e dormendo per terra o sui banconi tarlati. Così raggranellò quei pochi carlini che gli permisero di prendere in affitto, nell'ambito della parrocchia di S. Andrea, uno stanzone tutto fare con l'impiantito di terra battuta. Lo popolò di qualche utensile di cucina, una madia, un cassettone, un vasto letto di legno. Quando questo fu pronto, era il giorno delle nozze.

Quella mattina Domenico si unse i lunghi capelli alla nazzarena, indossò il giubbone bianco, orlato di rosso, i calzoncini corti, le calze di lana, le scarpe con la fibbia d'ottone, si gettò in testa il lungo ber­retto e si avviò in chiesa con aria spavalda. Tornò verso mezzogiorno con la venticinquenne Benedetta Galella, una contadina di Muro che condivideva con lui il sentimento gagliardo della famiglia, la forza rassegnata al dolore e la fiducia illimitata nella Provvidenza, neces­saria per sorridere ai figli che si affacciano alla vita.

Nel 1712, nacque Brigida; nel '16, un maschietto di nome Ge­rardo, volato al cielo dopo appena otto giorni; nel '17 Anna-Elisa­betta; nel '23, ancora una femminuccia di nome Elisabetta. E il Si­gnore benediceva visibilmente la famigliola con la fusione perfetta di cuori e di volontà e forse anche con la fortuna esteriore. Sta a dimostrarlo il fatto che in quel tempo si trasferì a pochi passi dalla chiesa di San Marco, forse a Vico Celso, nel cuore pulsante della vita cittadina. Nel piazzale antistante si svolgeva il mercato; qui il mastro giurato, la prima autorità del paese, teneva le assemblee popolari per deliberare su affari di pubblico interesse. Il popolo si raccoglieva a suon di campana, o veniva chiamato dalla voce del banditore che si recava di porta in porta. Il governo sedeva all'aperto intorno a un desco di pietra, detta « la pietra del pesce »; qui ogni anno, d'estate, si proclamavano gli eletti del popolo, veri assessori comunali, e qui si vendevano all'asta i poveri utensili di cucina, sequestrati ai con­tribuenti morosi.

Ma Domenico rifuggiva dal chiasso. La tradizione lo vuole ta­citurno e appartato, tra la chiesa e il negozio. Passava le giornate agucchiando su stoffe nuove e panni vecchi, mentre la buona Bene­detta andava e veniva dalla campagna, o tornava dal bosco con una bracciata di legna che gettava accanto al focolare. A sera si racco­glievano assieme in preghiera, e dormivano assieme nell'immenso let­tone. Solo Elisabetta dormiva in disparte nella culla, ma la culla pendeva sul letto, raccomandata con corde alla trave. Bastava un soffio e scivolava silenziosa nella notte.

Qualche volta si faceva sull'uscio la barba fluente del padre Bo­naventura che rideva compiaciuto di tanta semplicità e, più, della perfetta letizia che avrebbe rallegrato il cuore di San Francesco. Allora Domenico si alzava a baciargli la mano, le piccole gli frulla­vano attorno e Benedetta cercava invano di trattenerlo più a lungo, - ah sempre di corsa quel suo fratello ! - ma egli già si allonta­nava con un rumore di tonaca sbattuta.

Stavano così le cose, quando una nuova vita si accese nel seno di Benedetta e una nuova gioia nel cuore del marito in un crescendo continuo di preghiere e di speranza. « Sarà un maschietto ? », si chiedevano ansiosi gli sposi, e ripensavano al loro angioletto vo­lato al cielo dieci anni prima, lasciando nella loro anima tanto rimpianto.

Finalmente la mattina del 6 aprile 1726, alle prime luci del­l'alba, con un piccolo, breve lamento, due occhi incantati di bimbo si aprirono alla terra, fissandosi sereni lassù, quasi a rimirare il posto da cui era venuto.

La cattedrale era già aperta; gli operai, intenti ai restauri, sali­vano e scendevano dalle impalcature traballanti, in un turbinio di calcinacci e di polvere. Ma i muratori avranno sospeso il loro cupo martellare quando l'arciprete don Felice Coccicone versò tre volte l'acqua lustrale sul capo del neonato, scandendo ad alta voce la formula rituale : « Gerardo, io ti battezzo nel nome del Padre, del Figliolo e dello Spirito Santo». Era il sabato di passione, la chiesa si velava a lutto e un'aria di tristezza si posava sugli uomini e sulle cose. Penetrava nell'anima stessa di Gerardo coi lenti rintocchi del­l'agonia del Redentore e la invitava a staccare la marcia sulla via della Croce. Subito, senza perder tempo, come avesse il presentimento della brevità della sua vita.

Una tradizione molto tardiva lo vuole asceta nella culla : è lì, sereno e beato, ad aspettare che mamma Benedetta se lo stringa al seno, orgogliosa e felice. Allora schiuderà leggermente la bocca, docile ai richiami della natura. Una volta al giorno e non più. Ma al venerdì si ricompone con le mani incrociate sul petto, incurante del cibo, indifferente alla vita che gli si svolge intorno. Allora è inutile che la sorella Brigida se lo prenda caldo tra le braccia, ballonzolandolo per la stanza; inutile che mamma Benedetta gli sprema qualche goccia di latte sulle labbra rosate: si contorce, volgendo altrove la testa quasi indispettito. E la madre intuisce il mistero della presenza di Dio in quell'anima e lo bacia a lungo, intensamente sul petto, escla­mando: « Figlio mio, sii benedetto ! ».

È un'ingenua fantasia popolare che anticipa fatti e prodigi del­l'età matura, eppure racchiude qualche cosa di vero: la precocità con cui Gerardo corrispose alla grazia. Se non nacque santo, lo di­venne ben presto con un movimento spontaneo, ma sempre più attivo e cosciente dell'anima, stimolata da forti sentimenti emotivi e da un'immaginazione vivace. Sentì nella chiesa, attraverso il culto li­turgico, come una comunicazione diretta del suo essere con Dio e tutto ebbe un linguaggio per lui : i ceri accesi e i paludamenti sa­cerdotali, la voce impetuosa dell'organo e lo squillo delle campane, i canti solenni delle feste e le lugubri lamentazioni della settimana santa. E tutto volle riprodurre nell'intimità delle pareti domestiche. Volle il suo altarino con le candele e le immagini di santi, schierate come in una parata. Al centro, l'arcangelo San Michele, con la spada sguainata, incalzava il demonio dentro un vortice di fiamme. E volle ancora - conviene notarlo perché c'è in germe il carattere specifico della sua spiritualità - volle ancora l'altare-sepolcro del giovedì santo. Lo costruiva con le sue mani, suggestionato dalla croce velata, dal verde pallido di grano e dai lumi che si consumavano in muto olocausto a Dio.

Poi passava e ripassava da una parte all'altra dell'altare, genu­flettendo e modulando la voce. Infine piegava a terra le ginocchia, alzava gli occhi al cielo e pregava. Intanto, fra i battenti socchiusi, gli occhi furbetti delle sorelle foravano il buio, trattenendo il respiro. Lo spiavano dappertutto le biricchine, e dappertutto lo scovavano, perfino negli angoli più remoti, tra la sedia e il tavolino, tra la pa­rete e la legna ammucchiata, dove, coperto da una nuvola di fumo, genufletteva a lungo, immobile come un angelo. Poi correvano a raccontarlo ai vicini, ai parenti, agli amici e anch'essi venivano a godersi lo spettacolo. Ci venne dal portone accanto la giovane signora Caterina Zaccardo, sposa del bracciante Vincenzo di Napoli; ci venne l'amico di casa l'orefice Alessandro Piccolo. Ci vennero spe­cialmente i coetanei con la lieta spensieratezza degli anni. Lo chia­mavano da fuori e, quando non sentiva, gli correvano vicino. Allora si riscuoteva, preparava in fretta l'altare e dava inizio alla messa, inentre la piccola assemblea, in piedi, era tutt'occhi a guardare. Poi genuflettevano e pregavano insieme.

Altre volte filavano cantando per le stradicciole deserte: Ge­rardo andava avanti portando una piccola croce. Più spesso, quando il tempo era bello, salivano sui pianori assolati lungo i margini occi­dentali della città, o penetravano nel giardino della famiglia De Cillis. Egli tirava fuori il suo armamentario di candele e di santi e prepa­rava proprio lì, sotto i vecchi alberi che gettavano le nuove gemme e sul prato che rinverdiva, il suo altare. Si arrampicava sui rami dei mandorli in fiore e vi collocava le candele ; affiggeva la croce alla scorza del tronco ; più in basso, sui sassi piazzava il coperchio coi santi.

Era l'ora particolarmente solenne in cui l'ombra, scendendo dai monti, si allungava sulla città e sulla pianura, tagliando l'una e l'altra con una linea di luce e d'ombra; poi la luce si spostava sempre più verso oriente; risaliva sui monti opposti, guizzava sulle vette e scom­pariva nell'aria. Allora Gerardo accendeva le candele e lo spettacolo diveniva più suggestivo : grappoli fioriti luccicavano, come stelline bianche, con le venette sanguigne e tutto l'albero sembrava un can­delabro d'argento, sospeso sotto la volta silenziosa del cielo. Dalle finestre vicine qualcuno si fermava a guardare; qualcuno, tornando dai campi, sostava un momento, mentre la cantilena dei fanciulli si perdeva nella valle già buia.

Saremo forse sorpresi di tutto l'elemento sensibile che avvolge questa come le scene precedenti. Sembra quasi che Gerardo non sappia pregare senza tradurre in forme spettacolari il suo mondo interiore, senza in qualche modo eccitarsi davanti alle architetture della sua fantasia. Donde l'origine di tale atteggiamento ? Alla base c'è, e in maniera determinante, la ricchezza naturale della sua anima, ma ad essa vanno aggiunti l'influsso del mondo esterno che gli parlava col frastaglio delle rocce e l'eco lontana delle acque e il colore locale delle tradizioni religiose, riboccanti di sentimenti istintivi. Ogni mistero riviveva attraverso il folclore popolare : specialmente il mistero del Pane Eucaristico, che parlava a quelle anime semplici col fascino dell'amor di Dio. Al giovedì, quando sbocciavano le prime stelle, come per incanto, i davanzali si accendevano di lumi. Così dal castello alle pendici del monte, di gradinata in gradinata, la città palpitava di mille fiammelle che cantavano l'umile ringraziamento di tutto un popolo al Signore. Questa tradizione, ora purtroppo scom­parsa, può fornire più di una spiegazione alla scena del giardino De Cillis.

Ma vi è in Gerardo qualche cosa che trascende gli elementi sen­sibili e lascia intravedere l'ispirazione dall'alto: l'affacciarsi dei sim­boli che parlano di sacrificio e di morte. La sua infanzia serena sembra già percorsa da brividi forieri di tempesta. Era la voce di Dio che lo addestrava alla prova ? Possiamo credere di sì, perchè questa venne quasi subito e lo trovò molto ben preparato.

Dopo anni di stenti e relativa tranquillità, la sua famigliola co­minciò a dibattersi prima nelle ristrettezze, poi nella miseria. Forse in conseguenza di questa, dovette sloggiare dalla casa di Vico Celso e prendere un'altra stanza alla Raia del Castello, N. 63, pagandone l'affitto annuo di venti carlini a un certo Giuseppe Galella, suo lon­tano parente. Ma le cose andarono in peggio. Si resero necessari nuovi sacrifici collettivi e nuove restrizioni nel vitto già scarso. Queste restrizioni e la tristezza del babbo dovettero produrre una forte im­pressione nel cuore del fanciullo che già toccava, coi sette, otto anni, l'uso di ragione. Lo dicevano certe sue occhiate silenziose, seguite da scoppi improvvisi di tenerezza verso i genitori e specialmente certe limitazioni insolite che s'imponeva nel cibo. Qualche volta lasciava intatto fino a sera il pezzetto di pane che la mamma gli aveva preparato al mattino, quando usciva per i campi; qualche volta ne cedeva una parte alle sorelle, dicendo di non aver più fame, di aver mangiato a sufficienza. Ma intanto la sua faccina diveniva color di cera e la testa sembrava emergere sproporzionata dal cor­picciolo sottile. Eppure, sempre allegro come prima; sempre dietro ai suoi altarini e alle sue processioni. Il babbo invece si abbuiava di giorno in giorno ; forse ricercava le cause che lo avevano ridotto a quello stato : ricerca vana perché le cause trascendevano il suo caso particolare ed investivano una cerchia di responsabilità più larga e profonda.

Infatti i Maiella rivivevano la tragedia della loro classe sociale di nullatenenti, sempre in cerca di un buco per ripararsi dal freddo e di un boccone per non morire di fame. Ma la tragedia di questa classe sociale, che costituiva da sola la grande maggioranza della popolazione, va inquadrata in una più vasta tragedia: la tragedia della Lu­cania, anche oggi la regione più depressa d'Italia. Proiettato su que­sto schermo, lo spettacolo assume proporzioni gigantesche con una folla anonima, ignorante, superstiziosa e spiantata, e un pugno di si­gnori, adusi a tutte le storture del sistema feudale, non ancora ab­battuto dalle leggi giustiziere di Napoleone. Da qui, il malumore latente tra padroni e sudditi, e la lotta, quasi sempre verbale, tra comuni e feudatari.

I feudatari, veri discendenti degli antichi predoni, non contenti di possedere gran parte dei beni immobili allora esistenti, stende­vano le mani rapaci anche sulle terre del demanio che costituivano l'unica risorsa dell'amministrazione comunale, chiamata università, quasi amministrazione dei beni di tutti. Tutti infatti potevano re­carsi nelle terre demaniali, in maggioranza boschive, a pascolarvi le greggi e a farvi la legna. L'amministrazione era presieduta dal sindaco e dai quattro eletti del popolo, con poteri strettamente eco­nomici, mentre l'esecutivo e il giudiziario erano demandati al gover­natore e al mastro giurato, tutti e due creature del conte. Questi poteva così manovrare a suo talento la cosa pubblica, allargando sempre più le sue pretese e vincendo le riluttanze con le armi della violenza. Le università, da parte loro, costrette a far fronte contem­poraneamente al fisco regio e alle imposizioni del signorotto locale, si rifacevano con balzelli sulle classi meno abbienti. E la miseria cresceva.

Le condizioni di Muro non erano migliori, nonostante la ric­chezza relativa del paese ; e ciò per colpa specialmente del conte Filippo Bernualdo I degli Orsini di Gravina. Questa famiglia era ormai da duecento anni padrona di Muro : religiosa per tradizione, non eccessivamente violenta per natura, oscurava ogni altro pregio per quella voracità insaziabile, già bollata a sangue dai noti versi di Dante. Unica eccezione Pierfrancesco, conte di Muro, che seppe uscire dall'orgoglio di casta per vestire il saio domenicano e percorse con rapidità fulminea tutta la scala della gerarchia ecclesiastica fino al supremo pontificato, dove prese il nome di Benedetto XIII. Egli, prima come arcivescovo di Benevento, poi come pontefice, volle largheggiare con la popolazione della sua antica contea, specialmente in occasione dei restauri della cattedrale : ma cosa poteva la gene­rosità di uno solo contro l'ingordigia secolare della razza ? E gli Or­sini figurano tra i tiranni di Muro.

Chi più soffriva di questo stato di cose era la massa, formata in gran parte di pecorai, vaccari, braccianti e cafoni, letteralmente schiacciati dalla tassa sul vino, carne, bestiame e macinati, unici loro proventi. Da ciò, i debiti coi proprietari da scontare con presta­zioni lavorative, o coi prodotti del lavoro al tempo del raccolto : se l'annata era cattiva, come spesso avveniva, la miseria dilagava come un contagio, livellando nel comune destino i contadini e gli arti­giani. La differenza tra le due categorie non era rilevante. Anche gli artigiani chiudevano di tanto in tanto i loro negozi e si davano alla campagna al tempo delle semine, della mietitura o della ven­demmia. Vivere solo del lavoro di categoria sarebbe stato difficile perfino agli artigiani rinomati. Figuratevi poi a un uomo nuovo e forestiero, come Domenico Maiella ! Nessuno quindi si meraviglierà della sua povertà : era nella logica delle cose. Si potrà meravigliare soltanto della forza d'animo con cui affrontava la vita, tirando avanti una discreta famigliola, mentre la sfortuna si abbatteva alle sue porte.

Ma gli abitanti di Muro, come quelli della Lucania, avevano la forza rassegnata dei secoli che scivolavano lentamente sulle loro bianche casette sdraiate al sole.

Per essi il lavoro non aveva un canto, una voce; l'officina, un ritmo, uno squillo. L'artigiano apriva al mattino in silenzio il suo negozio, mentre la folla dei braccianti si rovesciava sui campi, anch'essa in silenzio.

Durante il giorno, la città sembrava un paese abbandonato, abi­tato solo dalle vecchiette che filavano sui ballatoi esterni, accanto alla porta, e da frotte di ragazzi seminudi che ruzzavano nella pol­vere. Ma di tanto in tanto quell'aria sonnolenta veniva rotta dalle squadre di bravacci in livrea, dallo strepito dei corni e dai latrati dei cani. Allora i Muresi avevano il piacere di apprendere che era giunto dalla capitale il padrone con un gran codazzo di baroni e di cavalieri per le clamorose partite di caccia nei boschi dintorno. Al­lora le vecchiette si ritiravano dal ballatoio, gli artigiani socchiude­vano la porta e i contadini, che risalivano le valli con gli arnesi sulle spalle, curvavano maggiormente a terra il volto patito e assente.

3

IL FANCIULLO DELLA RAIA

C'era aria di tristezza quel giorno in casa Maiella, mentre la madre affettava, sospirando, la pagnottella di pane scuro e il babbo cuciva cupo e taciturno. Solo la Brigida andava e veniva disinvolta e leggiera, volando con la mente a un dolce nido di sposa, ma la sua gioia non era condivisa dalle sorelle, strette attorno alla mamma, come pulcini spauriti, chiedendo con gli occhi il becchime, e molto meno da Gerardo che sedeva calmo e silenzioso in un canto, tutto intento a rimirare la scena. Era grande e capiva : perciò a un certo punto se ne uscì di soppiatto e, quando lo cercarono, egli già cam­minava lentamente per la via, in preda a quella strana sonnolenza prodotta dalla fame. Un passo dopo l'altro, si trovò ai piedi del ca­stello e si abbandonò sul prato deserto, lasciandosi cullare dalla brezza che veniva dal bosco vicino e dal tiepido sole di primavera. Va­gava con gli occhi su un fiore, un insetto, una nuvola, quand'ecco farsi avanti un fanciullo sconosciuto che gli sorrise, gli posò nella mano un panino bianco e disparve dietro un albero, un cespuglio fiorito. Gerardo lo seguì un momento, poi fissò avidamente il panino e già sgranava due file di dentini afflati. Ma... e la mamma ? ... e il babbo ? ... e le sorelle ? ...

Con due salti fu a casa con la preda calda e profumata. « Chi te l'ha dato ? » gli chiese la mamma.

E lui : « Un fanciullo ».

Così per settimane, forse per mesi, senza che nessuno sospet­tasse di nulla.

Passarono molti anni e molti avvenimenti. Gerardo era ormai religioso nel collegio lontano di Deliceto e gli era vicino la sorella Brigida con le rughe sul volto e i ricordi sul labbro. Ricordava tante cose e ricordava ancora quel giorno quando il fratello uscì di casa proprio all'ora di pranzo, tornando col bianco panino. A questo punto Gerardo l'interruppe: la sua voce si fece velata e misteriosa : « Ora conosco», esclamò, « che quel fanciullo che mi dava il pane era lo stesso Gesù. Ed io lo credevo un fanciullo come gli altri! ».

E Brigida : « Andiamo a Muro: così potrai tornare nello stesso luogo e ritrovarlo ».

« Non occorre », rispose, « ora lo ritrovo in ogni luogo ».

La grandezza dell'episodio è tutta qui, in questa affermazione posteriore del santo che ravvisa Gesù nel fanciullo della Raia e lo rende il compagno indivisibile dei suoi giorni. Ora, egli dice, ora che sono religioso, ho scoperto chi era quel fanciullo solitario che mi dava il pane, perchè ora lo incontro - lo ritrovo - non più, come prima in un angoletto del paese nativo, ma dovunque io vada : in ogni luogo. Lo ritrovo : il presente, nella sua assolutezza indeterminata, denota appunto una presenza abituale e forse sensibile.

Ma come avrà fatto a conoscerlo ? Quali rapporti saranno inter­corsi tra le apparizioni della Raia e quelle posteriori se quest'ultima sono servite a svelare il mistero delle prime ? Avrà forse Gesù conti­nuato a prendere l'aspetto del fanciullo della Raia ? Avrà continuato a dargli il pane di una volta, con lo stesso gesto di una volta ? E come gli avrà palesata la sua vera identità ? A voce ? Per ispirazione in­teriore ? Sono interrogativi che non trovano risposta dalle brevi parole riferite da Brigida : lampo fugace che attraversa la vita del santo e la riempie di mistero.

Ma, anche limitato a un breve periodo dell'infanzia, l'episodio conserva il suo valore, perché segna una nuova tappa nell'itinerario spirituale di Gerardo. Solo dopo essersi nutrito di quel pane, egli co­nobbe il Pane dell'altare che finora aveva riguardato come oggetto di curiosità infantile. Narra, infatti, una certa tradizione che, durante la celebrazione della messa, egli fosse solito vedere, attraverso i bianchi veli dell'Ostia, lo stesso Bambino Gesù : posava i piedini sulla mensa, intrecciando con lui una muta conversazione. Poi veniva sollevato in alto in forma di croce e spariva tra le labbra del sacerdote. Il fanciullo ne riportava ogni volta un senso di ribellione e di raccapriccio che sfogava coi presenti. Anzi una mattina l'indignazione giunse a tanto da rincorrere il sacerdote che tornava in sagrestia, gridandogli ap­presso : « Bella cosa hai fatto a mangiarti il Bambino ! ». E minacciava di denunziarlo al vescovo.

Gerardo, dunque, non conosceva il Pane dell'altare; lo conobbe quando ebbe mangiato il pane avuto su quel prato deserto. Allora i suoi occhi si aprirono, adorò il Signore presente nel ciborio e comprese l'importanza di riceverlo nel proprio cuore. Ma allora lo desiderò con tanto ardore che, per appagarlo, ci volle un miracolo.

Fu, infatti, la brama di quel cibo che lo spinse una mattina verso la balaustra, con l'anima e la bocca dilatata. Ma il sacerdote lo re­spinse bruscamente, perché troppo piccolo, lasciandolo a piangere e a disperarsi da solo. Quante lacrime quel giorno e come amare! La­crime in chiesa davanti all'altare, e lacrime in casa davanti al suo San Michele che continuava a sfoderare la spada sul drago infernale. E le lacrime commossero il cielo. Mentre nella notte seguente i ge­nitori e le sorelle dormivano, una lama di luce tagliò le pareti fulig­ginose e la luce prese la forma del suo S. Michele. L'arcangelo gli venne vicino, tanto vicino da sfiorarlo con le ali luminose; estrasse dal ciborio un'ostia bianca, gliela posò sulla lingua e disparve nella luce.

« Hai visto ? », diceva Gerardo la mattina seguente alla signora Caterina Zaccardo, « ieri il prete non ha voluto darmi Gesù, ma me l'ha dato questa notte l'angelo San Michele».

Una bravata di ragazzo in castigo ? La supposizione dovette sfio­rare la mente dell'orefice Alessandro Piccolo, se, più tardi, quando il fanciullo sarà ormai un religioso, famoso per virtù e miracoli, osò interrogarlo su quel lontano avvenimento della sua infanzia : e Ge­rardo confermò pienamente la confidenza fatta allora alla signora Zaccardo. E la confermò, secondo il Tannoia, anche al suo direttore di spirito, poco prima di volarsene al cielo.

Quante volte si sarà ripetuto il miracolo ? È un segreto tra Ge­rardo e Gesù : però siamo certi che quando, a dieci anni, il fanciullo fu comunicato dal sacerdote, ormai il suo cuore era tutto una fiamma.

Così due comunioni, quella ricevuta dalle mani dell'angelo e quella ricevuta dalle mani del sacerdote, stanno alla base della santità di Gerardo e la sollecitano verso la vetta suprema del sacri­ficio. Cosa meravigliosa ! Questa santità dagli impeti folli si svolge costantemente tra due poli: l'Eucaristia e la Croce. Dal Cenacolo sale al Calvario e dal Calvario ridiscende nel Cenacolo ad adorarvi l'Amore svenato. E i due amori procedono di pari passo, in vicendevole armonia. Non era questo il significato dell'altare-sepolcro intravisto dai primissimi anni ? La sua vocazione col passare del tempo diviene esplicita, ma non cambia direttiva. La prima comunione lo trova all'imbocco della strada che deve percorrere ; l'ultima comunione, il viatico, lo troverà all'altro capo con la convinzione d'aver percorsa tutta intera la sua strada. Una tappa ad ogni comunione.

Ecco perché, dopo aver ricevuto Gesù la prima volta, egli con­centrò i suoi sforzi per riceverlo il più spesso possibile. L'ottenne a giorni alterni ed era il massimo che poteva ottenere dal confessore, data la rigida disciplina dei tempi. Ma ogni comunione era un avve­nimento per lui. Vi si preparava fin dalla sera precedente ; al mattino piangeva ogni ombra di colpa nella confessione sacramentale e pro­lungava per ore e ore il ringraziamento, genuflesso sul nudo pavi­mento della chiesa. In questo modo, col contatto divino, cresceva rapidamente il suo amore. Sentiva che Gesù era divenuto il suo Gesù; che Dio era divenuto il suo Dio, cioè suoi possessi individuali ed esclusivi.

Ma l'Eucaristia, memoriale della passione, gli parlava di sacri­ficio e di morte; gli parlava di Amore, e di Amore Crocifisso. E Ge­rardo s'incammina verso la vetta suprema del Calvario con la gioia di chi soddisfa alle attrattive profonde della sua esistenza, con la facilità di chi si sente investito da una forza sovrumana che lo sol­leva sugli ostacoli. Nessuna tensione in lui, nessuno sforzo atletico sembra che il dolore sia l'elemento naturale della sua vita. Anche quando esso raggiunge le punte più acute e raccapriccianti, conserva sempre una nota festosa che lo redime da ogni parvenza brutale. Pochi hanno crocifisso la propria carne come lui, ma pochi lo hanno fatto con tanta facilità e prontezza. Sappiamo dalle sorelle che, a dieci, dodici anni, già si flagellava più volte al giorno con funi rattorte ; già prolungava per giornate intere i suoi digiuni, sempre con la vi­sione di un Dio crocifisso davanti agli occhi.

E questo l'aspetto più caratteristico della sua santità, tutta volta, per forza di amore, intorno alla passione del Maestro fino a model­lare su di essa la propria carne, i propri affetti e i propri pensieri. Specialmente i pensieri i quali, percorrendo e ripercorrendo ininter­rottamente tutti gli stadi della passione, venivano quasi a colorarsi del sangue del Pretorio e del Calvario. Di giorno in giorno, di ora in ora, di momento in momento, egli moveva un passo sul rude cam­mino, sempre con la croce davanti agli occhi dove era stato croci­fisso il Maestro e dove voleva lasciarsi crocifiggere anche lui. Lasciarsi crocifiggere, soffrire: ecco il problema! E nessuno ha mai cercato con maggiore avidità un tesoro, un piacere, una fama, di quanto lui cercasse il dolore. Lo cercava con abilità industriosa, con tenacia indefessa e assidua. Chi glielo procurava, diveniva suo amico. Lo considerava come vicegerente di Dio, che, per salvarlo, gli por­geva i chiodi, le spine, la croce.

Come è sorta questa mentalità nel nostro santo ? Noi pensiamo allo sviluppo progressivo e spontaneo della prima intuizione infan­tile dell'altare-sepolcro, ma non escludiamo il conseguente influsso della spiritualità francescana, attinta attraverso i Padri Cappuccini di Muro e, forse, attraverso un libro allora tanto famoso quanto ora dimenticato: « l'Anno Doloroso » del missionario cappuccino Anto­nio da Olivadi, morto in concetto di santità il 22 gennaio 1720. Il libro, uscito in Napoli nel 1690, all'epoca della nostra storia aveva raggiunto la quinta edizione. Il successo era dovuto in gran parte allo stile concitato e spumeggiante che risente dell'oratoria del tempo. L'autore non è guidato da un pensiero, ma dal racconto della passione del Signore. Il racconto procede per quadri, dipinti con toni violenti, con immagini rozze e barocche. Il quadro prepara gli affetti, cioè l'unione di amore e di volontà alla volontà di Dio. Come conclusione generale del libro, viene esposta una « mostra di ore per meditare con facilità, del continuo, la santissima passione di N. S. Gesù Cristo, cominciando dalle ore 23 » cioè verso il tramonto. Le ore della notte andavano anticipate alla sera, prima di coricarsi, o po­sticipate al mattino appena alzati.

Sembra che questa pratica sia stata familiare al nostro santo, che può averla appresa dal libro dell'Anno Doloroso o dalle esor­tazioni orali dei Padri Cappuccini, innestandola sul tronco origi­nario della propria spiritualità. L'originalità dei santi non è nella novità delle loro teorie, ma nelle conseguenze che ne sanno dedurre per la loro purificazione interiore. Gerardo ha portato alle estreme conseguenze, con una logica spietata e terribile, la follia della Croce, predicata dall'Apostolo e praticata da Cristo.

Se, ciò nonostante, ha conservata intatta la sua serenità, alle­gra, schietta, vivace, questo si deve alla spontaneità con cui corri­spose alla propria vocazione e, soprattutto, alla dolce visione della Madre Divina che lo accompagnò, passo passo, per tutta la vita. Specialmente nei primissimi anni. Leggenda e tradizione ne narrano compiaciute i particolari spesso fantastici e altamente poetici, ren­dendo sensibile l'intervento della Madonna che fu certamente reale, anche se invisibile. Così una tradizione vuole che proprio in un san­tuario mariano il santo sia stato rapito la prima volta in estasi. Ri­portiamo il racconto, riferito nei processi apostolici da un ex-coa­diutore redentorista, molto eloquente, ma non altrettanto sicuro.

Gerardo aveva sette anni quando fece con la mamma il suo pel­legrinaggio alla chiesa di Materdomini, dedicata a Maria Bambina. Passò cantando di montagna in montagna con una schiera di pelle­grini, dietro alla guida che marciava solenne davanti a tutti con 1'ef­fige della Madonna issata sul bastone, seguito da una fila di donne coi doni votivi sulla testa. Entrò con gli altri nella chiesa, puntando le ginocchia sul pavimento fino all'altare maggiore; con gli altri gridò la sua fede sincera e violenta. Poi si ricompose in una preghiera sempre più silenziosa, fino a somigliare a un soffio e spegnersi nel nulla. Allora rimase immobile come una statua, come quell'immagine che troneggiava lassù tra i ceri accesi, in una nuvola d'incenso. E la gente sfollava, sfollava lentamente e si spargeva a gruppi sotto gli ulivi, in mezzo ai prati che digradavano rapidamente verso il fiume. Mamma Benedetta restò sola con Gerardo, lo prese per un braccio e gli disse: « Su, su, è ora di uscire».

Ma quegli occhi rimasero sbarrati, sempre inchiodati lassù, verso il piccolo simulacro, immobile tra i ceri e il fumo d'incenso. « Su, su, andiamo, è tardi!». E lo scosse a lungo e lo chiamò per nome. Allora sembrò svegliarsi da un sogno e si avviò, barcollando, dietro alla madre.

Checché ne sia dell'autenticità di questa prima estasi, una cosa rimane certa: il colloquio avviato con Dio il giorno della prima co­munione s'intensificò di giorno in giorno, spesso estraniandolo dal­l'urgenza della vita quotidiana. Sembrava allora un uccellino sper­duto nelle altezze, costretto di tanto in tanto a calarsi sulla terra, ma ansioso di tornare lassù. Era uno stato di contemplazione che lo faceva apparire ai contemporanei disattenti in veste di sognatore allampanato e invece egli volava sulle vette di Dio.

Pensate: ordinariamente, dopo un lento tirocinio, l'anima rie­sce a rimuovere ogni attacco alle cose del mondo e unirsi a Dio in un puro atto d'amore. Allora Egli, di quando in quando, inter­viene direttamente, innalzando le facoltà dell'anima al di sopra della loro natura, attirandole e immergendole nel proprio essere. E que­sto un dono gratuito che segna il pieno sviluppo delle potenze intel­lettive, libere ormai dalla tirannia dei sensi e rapite nell'assoluta semplicità della luce soprannaturale ed eterna. Nessuno sforzo uma-

no può meritarlo e molto meno ottenerlo. Solo Dio può chiamare 1'anima, consumata dalla carità, a questo stato di contemplazione che i mistici chiamano : « infusa ».

E Dio, liberale come non mai, vi chiamò Gerardo fin dalla prima adolescenza. Non comprenderemmo altrimenti quella preghiera di unione, quelle estasi e rapimenti di spirito che caratterizzarono fin d'allora la sua vita, dando motivo ai più disparati pareri. Perché l'azione prepotente della grazia, trasferendolo dalla terra al cielo, doveva distrarlo necessariamente dalle occupazioni ordinarie, impri­mendo alla sua fisionomia un'aria di sogno e lasciandolo facile bersaglio dei censori. Per gli uni - i malevoli - egli era uno stra­lunato che andava sottoposto a una dose periodica di schiaffi; per gli altri - i cosiddetti indulgenti - era un malato da curare. Solo pochi sapevano comprenderlo e magari sospendere un giudizio precipitoso.

Tra questi pochi vi fu il maestro di scuola. Perché Gerardo ebbe il privilegio, piuttosto raro tra i contemporanei, di procurarsi un'istru­zione elementare. Vi mise tutta la buona volontà, anche perché sen­tiva le prime avvisaglie della vocazione religiosa; eppure di tanto in tanto marinò le lezioni. Quale il motivo ? La solita irruenza della grazia che l'inchiodava in un angolo della casa o della chiesa. Ricer­cato da qualche compagno speditogli dietro dal maestro e ricondotto in classe, piangeva e prometteva l'emenda; tutti però erano con­vinti che sarebbe tornato da capo alla prima chiamata più gagliarda di Dio. Eppure, fornito com'era di fantasia spigliata, di facile me­moria e di vivace sentimento, aveva tale forza di recupero da non restare mai indietro. Sapeva anche farsi amare dai condiscepoli sui quali esercitava un vero ascendente dovuto in gran parte all'emoti­vità del suo carattere buono e generoso, facilmente portato all'otti­mismo, all'arguzia che gli fioriva spontanea sul labbro, e anche, perché no ? al gioco innocente di qualche sua biricchinata.

Una mattina, per esempio, che aveva accompagnato in catte­drale il maestro, penetrò di soppiatto nell'orto del seminario dove prosperavano grossi cavoli fronzuti. Ne colse alcuni steli e se ne tornò indietro, ripulendoli a morsi e unghiate. Già riguadagnava l'oscuro androne d'ingresso e svoltava per la chiesa, quando scorse i sagre­stani indaffarati in non so quali lavori. Vinto da un impeto di sim­patia, passò nelle loro mani i torsoli succulenti. Poi riprese il suo posto accanto al maestro, ne ascoltò in silenzio i rimproveri e forse pianse la sua scappatella che avrà fatto sorridere gli angeli.

Appena fu in grado di leggere, chiese la dottrina cristiana e altri libri religiosi. Li studiava con diligenza e passione, se ne nutriva avi­damente lo spirito e ne narrava il contenuto ai compagni. Sapeva destare il loro interesse con le sue trovate originali e i suoi racconti avventurosi sulle gesta dei santi.

Qualche volta li conduceva a visitare le chiesette suburbane, scegliendo di preferenza il santuario di Capodigiano, dedicato alla Madonna delle Grazie. Allora scendevano di corsa quei gironi scheg­giati che portavano in fondo a un cratere pauroso, scavato dalla furia degli elementi, passavano il Ponte dei Mulini, sospeso sulla cor­rente tumultuosa del Rescio e risalivano la sponda opposta, tutt'av­volta dal fumo e dagli spruzzi delle acque che balzavano a valle. Poi, scivolando tra le ombre fitte delle querce, raggiungevano il sa­grato ed entravano, cantando, nella chiesa.

Qualche sera, invece, in mezzo ai giuochi, udendo i lenti rintoc­chi della campana che invitava i fedeli alla benedizione eucaristica, radunava la garrula brigata, dicendo: « Andiamo a visitare il nostro Signore carcerato! » Tutti applaudivano, rincorrendosi nei vicoli bui, sbattendo i piedi sui gradoni di pietra viva, rimandandosi l'un l'altro la voce. Pareva che andassero a festa. Poi, a notte fonda, si racco­glieva nel suo angoluccio di casa, al tenue chiarore della lucerna che sfriggeva dalla trave annerita e leggeva e meditava. Meditava su ogni cosa che riguardasse il suo amato Signore, ma l'argomento pre­ferito era la passione di Lui.

Così passava le giornate: immerso in Dio. Lavorare ? Appli­carsi a qualche cosa di pratico ? Gerardo era troppo coerente per pensare a siffatte bagattelle. Se la vita è un sogno, se vale solo come conquista dell'aldilà, a che serve impiegare tante ore alle cose peri­ture ? Non è meglio pensare all'eterno e guardare, per il cibo e le vesti, agli uccelli dell'aria e ai gigli dei campi ?

« Ma e domani cosa farai ? ». Se qualcuno avesse avanzata la domanda, egli avrebbe guardato in alto verso il convento dei Cap­puccini che biancheggiava tra i cipressi, le querce e i faggi. Vi si era recato parecchie volte in compagnia dello zio, Bonaventura, pas­sando ore di spensierata letizia fra quei fraticelli scalzi che gli cor­revano incontro affrettando gli zoccoli sui lastroni del porticato e gli sfioravano il viso con le ispide barbe e lo invitavano a restare con loro, a restare per sempre! E Gerardo aveva sorriso di compia­cenza, vedendosi già cinto del cordiglio di San Francesco e pregu­stando la gioia di cantare a voce spiegata sotto le volte basse della chiesina, o flagellarsi nel bosco al cupo brusio del vento e al cinguet­tio degli uccelli canori !

E intanto continuava la sua strada con crescente entusiasmo, fin­ché una disgrazia familiare non venne a dare una svolta brusca e decisiva alla sua esistenza. Domenico, il padre buono e taciturno, colui che aveva conosciuto solo il lavoro e l'amarezza e non aveva avuto mai tanto pane per sfamarsi, ma sempre tanta forza per tirare avanti numerosi figliuoli, veniva rapito improvvisamente all'affetto dei suoi.

E allora Gerardo dovette affrontare la vita.

4

È DIO CHE MI BATTE

« Figlio mio», diceva mamma Benedetta a Gerardo appena pas­sati i primi giorni di prova, « figlio mio, lo vedi come siamo ridotti ? Ormai non c'è più nessuno che porti a casa qualche cosa. Brigida si è sposata e le altre due, se Dio vuole, si sposeranno tra poco. Io ho i miei anni e i miei acciacchi. Non ci resti che tu. È tempo ormai d'impararti il mestiere. Sei grande e devi guadagnarti da vivere ».

Egli chinò la testa e si lasciò condurre dal maestro sartore. Martino Pannuto era un uomo sulla quarantina, asciutto e col­lerico. Dal suo posto di comando, dietro al bancone affollato di stoffe e modelli, squadrò da capo a piedi il ragazzo e lo affidò a un suo dipendente con l'incarico d'istruirlo. Il giovanotto ebbe un lampo di dispetto negli occhi. Voleva dire: « Che ne faremo di questa gatta morta ? » ma si limitò a mostrargli sgarbatamente una sedia. Doveva guardare per apprendere. E Gerardo guardava attentamente, pro­tendendosi con tutto il corpo verso il maestro improvvisato che ma­novrava abilmente le forbici e l'ago, ma poi l'abitudine lo vinse e scivolò in ginocchio, tra lo stupore dei presenti. Forse solo Martino non se ne stupì, messo sull'avviso dalla mamma. Pensò che ben pre­sto la sua autorità e le sue mani massicce avrebbero avuto ragione di un ragazzo buono, ma svogliato. Perché Martino era un uomo re­ligioso e austero che non transigeva coi dipendenti ; facile ad irarsi e a placarsi, ma capace anche di far volare qualche scapaccione o di ricorrere a mezzi più efficaci. Col nuovo venuto ci sarebbe voluta comprensione e, qualche volta, condiscendenza. E queste doti man­cavano a Martino e, molto più, al suo subalterno.

Con tutto ciò, stiamo bene attenti a non giudicarli troppo se­veramente. Perché noi ragioniamo con la scienza del poi e non riflettiamo alla difficoltà di trattare con un ragazzo come il nostro, gui­dato da un programma tutto suo, tanto diverso da quello dei comuni mortali. Il suo lavoro sembrava alle volte macchinale: mani e testa andavano ognuna per conto suo. Spesso arrivava in ritardo e non tentava neppure di giustificarsi; spesso se ne sgattaiolava fuori a ogni cenno di campana; spesso si lasciava cadere in ginocchio sotto il bancone a leggere un libretto sgualcito, o se ne rimaneva a sognare con la gugliata in aria e gli occhi al soffitto. Poteva durare così ? E il Pannuto cominciò con le sgridate, poi passò agli schiaffi; qualche volta al bastone ; ma non trascese mai una certa misura. Non così il suo subalterno.

Costui, con l'orgoglio e l'autosufficienza propria degli anni, cre­dette di metterlo a posto con la violenza e lo strapazzo, senza accor­gersi che faceva il gioco dell'altro. Perciò, quale non fu la sua mera­viglia quando, dopo una delle sfuriate, lo vide nell'atteggiamento di chi dice: « Ancora, ancora ! ». Allora sì che perse la pazienza e gli scaricò addosso una furia di schiaffi. Tanto bastò. Gerardo, sve­gliato dalle sue contemplazioni, riprese tranquillamente il lavoro. « L'ha capita finalmente ! » mormorò il giovane, e tra le bianche pa­reti ricadde il silenzio. Ma fu per poco.

Dal campanile scese giù lentamente un'altra ora. Un'altra ora significava un nuovo quadro della passione, una nuova visione del Cristo sofferente. Gerardo per un impulso spontaneo si ritrovò sotto al bancone, immobile come prima, avendo davanti agli occhi il suo Gesù spogliato e flagellato, con le carni arrossate, gonfiate, squar­ciate. Già s'immedesimava nella dolorosa vicenda, genuflesso tra gli sgherri del Pretorio, lontano le mille miglia dall'ago e dal filo, quando un calcio lo stramazzò a terra. Sorrise... non aveva la fortuna di soffrire con Gesù ? Che poteva desiderare di meglio ? E si rialzava con la gioia sul volto, quando si vide ficcati addosso gli occhi dannati del giovane: « Ah ci ridi pure! », urlò costui correndo ad abbran­care una mezzacanna di ferro.

Con un poco di astuzia Gerardo poteva chiarire l'equivoco, ma dove trovare l'astuzia in un semplicione di quella fatta ? E poi per­ché ricorrere all'astuzia se le cose erano di suo gusto ? Da parte sua il giovane doveva pur chiedersi quale fosse il motivo di quel riso, anche se gli paresse da scemo. Possibile che non sentisse le botte che gli solcavano le spalle ? E una volta sbollita la collera, si fermò a guardare la vittima, sempre serena, sempre atteggiata al sorriso. Ebbe ancora uno scatto d'impazienza: « Ma si può sapere perché, ridi ? ».

E Gerardo : « Perché è Dio che mi batte».

Era una risposta dettata da un intuito felice che superava, di colpo, ogni logica umana. Può sembrare assurda alla nostra pic­cola ragione perché appartiene alla ferrea logica del Vangelo. Biso­gna esser santi per comprenderla.

Qualche cosa della realtà doveva pur trapelare al Pannuto, ma egli era indeciso sul da farsi. In fin dei conti, Gerardo non si com­portava a dovere: possibile che non poteva usar più diligenza nel lavoro ? Possibile che doveva perder la testa ogni momento ? Pos­sibile che doveva apparire così sventato, così goffo, così ridicolo, così scemo, da farsi ridere dietro i compagni apprendisti ? Possibile che doveva arrivar sempre in ritardo e uscire a ogni suon di campa­na ? Sarà per andar in chiesa, come sussurravano in giro, oppure c'era sotto qualche cosa di meno serio ?

E un giorno, secondo una tradizione, quando Gerardo lasciò il negozio, gli si mise alle costole, arrancandogli dietro fin nella chiesa di S. Marco. Lo trovò in ginocchio sul pavimento, a mani giunte. Poi lo vide curvare la fronte fino a terra e, baciando la polvere, tra­scinarsi fin sui gradini dell'altare maggiore dove si ricompose in pre­ghiera : torso eretto, mento all'aria, guance trasfigurate dal chia­rore assopito dei finestroni dell'abside.

« Altro che scemo! » esclamava tra sé Martino, riprendendo il suo posto dietro al bancone, « è un vero cristiano... Ma anche un po' curioso... Perché non dirmi nulla ? Sono o non sono suo supe­riore ? ». E quando se lo rivide mogio mogio davanti, con voce bur­bera, ma rotta dalla commozione, gli disse: « Potevi dirmelo che andavi in chiesa ed io non ti avrei negato il permesso!».

Potevi dirmelo! Sono di quelle considerazioni così facili, così ovvie, così elementari, che appunto per questo s'imprimono facil­mente nell'anima e vi restano. Perché le cose più facili più facilmente ci sfuggono e abbiamo bisogno che qualcuno ce le ricordi. E Gerardo - anche i santi hanno i loro difetti e sono perfettibili - non aveva pensato al suo dovere di dipendenza dal padrone: forse perché pen­sava che l'andare in chiesa era una cosa tanto naturale che ognuno l'avrebbe capita da sé, senza spiegazioni; forse perché, avvezzo fin da piccolo a considerare Dio come unico padrone e a lasciarsi ma­nipolare dalla sua azione irruente, non si era ancora proposto il pro­blema della propria dipendenza da altre creature. E l'illusione sarà stata agevolata dalla condiscendenza dei genitori.

Ma la riflessione di Martino gli fece capire che la voce di Dio andava accordata con la voce di chi parla in nome di Dio. E da al­lora le due voci si fusero armonicamente nella sua anima, la quale tra quelle pareti si addestrò non solo alla virtù del lento martirio, ma anche dell'ubbidienza cieca e volenterosa. Ascoltò ogni parola del padrone e ne scrutò le intenzioni più riposte con tanta fedeltà da renderlo pienamente soddisfatto. Martino era un uomo austero ed irascibile, ma dava volentieri onore al merito. Non tardò quindi a riconoscere nel discepolo, se non i progressi nel mestiere sempre piuttosto lenti, quell'insieme di doti morali che non si trovano fa­cilmente nei giovani: dirittura di coscienza, senso spiccato del do­vere, fervore religioso e generosità a tutta prova. Da quest'ammira­zione nacque il desiderio d'averlo spesso in casa e proporlo tacita­mente come modello dei suoi. Il desiderio non dovette dispiacere alla signora Galella che, perduto il marito, s'era dovuta adattare a tutti i mestieri, perfino a quello di serva per tirare avanti la fa­miglia; meno che meno dovette dispiacere a Gerardo che voleva solo rendersi utile ai padroni e in quella casa, con cinque figliuoli quasi tutti in tenera età e un sesto in arrivo, c'era sempre un gran da fare perciò aiutava in cucina, rassettava le stoviglie, soprattutto badava ai bambini, i quali bevevano avidamente le sue parole, sottolinean­dole con la serietà più compunta e le risa più convulse. Gli si affe­zionarono tutti, specialmente il piccolo Giuseppe, un frugolo di sette otto anni, che voleva stargli sempre vicino, perfino durante il giorno, costringendolo qualche volta con urla e strepito a sospen­dere il lavoro e condurlo a passeggio. Visitavano una chiesa dopo l'altra; passavano in rassegna tutti i santi delle pareti e degli altari; ne commentavano i gesti, le ferite, i segni di martirio. Poi, quando la luce s'attenuava, dopo la benedizione eucaristica, tornavano a casa, per ricongiungersi a tutta la nidiata che accerchiava il santo con una rosa di occhietti scintillanti. Lo stesso Martino si mesco­lava volentieri nel crocchio, partecipando ai giuochi e alla preghiera serale. Poi Gerardo dava la buona notte e tornava da mamma Bene­detta. Ma quando si faceva tardi - e avveniva molto spesso – se ne scendeva nel negozio dove la signora Maddalena gli aveva pre­parato, tra quattro assi, un lettuccio. Là terminava le sue orazioni. In ginocchio, immobile tra le tenebre, sembrava uno di quei mani­chini che vegliavano sui tavoli di lavoro. Alla fine si lasciava andare sul nudo pavimento per poche ore di riposo. Una notte Martino, entrato improvvisamente a ritirare non so quali stoffe, ebbe a urtarlo col piede « Che fai qui in terra come un cane ? ». « Qui riposo meglio».

All'indomani, con le prime luci dell'alba, correva in chiesa a pregare fino a quando, col riaprirsi della sartoria, poteva tornare al suo posto. Non sempre però, perché qualche volta il Maestro Divino lo chiamava tanto forte da fargli dimenticare ogni altra cosa. Allora arrivava in ritardo, meritandosi qualche rabbuffo, magari qualche scappellotto o bastonata, ma tutto finiva lì. Ed egli si ricomponeva nel lavoro, scorrendo con mano veloce sulle stoffe, mentre le labbra e il cuore si perdevano in Dio. Così ogni giorno.

Ma nelle stagioni morte, quando i contadini, assorbiti dai lavori agricoli, non pensavano a rinnovare i vestiti, anche Martino chiudeva il negozio e si affrettava nei campi. Aveva un castagneto in montagna e una vigna nella pianura, in un avvallamento di terreno chiamato «Alla Cupa, o Boccaporta ». Gerardo lo seguiva ed era felice. Al­l'aperto, la preghiera gli usciva più limpida dal cuore, tra le nuvole d'incenso che vaporavano verso il cielo e i primi raggi che scende­vano sulla terra. Erano i giorni umidi di settembre quando il sole ancora caldo ingrossa le uve e le prime piogge preparano le maggesi per le semine autunnali. Allora si riparano i tini e si apprestano i corbelli e le scale, mentre l'aria rintrona dei colpi pesanti dei maz­zuoli che stringono le doghe. Quando poi il mese declina e le nuvole si abbassano sui monti, allora si esce in fila indiana, scala in ispalla, corbelli alla mano e si va lungo i filari a recidere i grappoli maturi.

Gerardo in quei giorni era tutto in faccende dietro al padrone ; ne era l'ombra fedele. Usciva con lui di buon mattino, percorrevano insieme due miglia, aspirando le fresche esalazioni dei boschi e il sole li sorprendeva tra le viti. Tornavano a notte avanzata o non tor­navano affatto per giorni e giorni, coricandosi alla meglio su un mucchio di fieno del pagliaio. Nell'aria c'era odore di mosto ; le uve venivano via via calate nei tini, poi pigiate e lasciate a fermentare all'aperto, finché le donne, con le conche equilibrate sulla testa, non riuscissero a trasportarle in paese. Tanta ricchezza, messa lì a portata di mano, costituiva un'attrattiva molto ghiotta per i pro­fittatori notturni, che, spinti dal vizio o dal bisogno, si aggiravano tra le viti. Ma era gente pacifica che fuggiva al primo rumore: una parola, uno strepito, un lumino acceso, un segno qualunque di vita ed essi giravano al largo. Gerardo, di notte, teneva compagnia a Martino : era un buon pretesto per pregare di più. Di giorno invece faceva la spola tra la vigna e il paese per provvedere il neces­sario. Aveva l'occhio vigile ed il piede veloce: l'ubbidienza gli por­geva le ali.

Si raccontano in proposito vari episodi. Un giorno la signora aveva spedito la figlia col pranzo del marito, quando si accorse di aver dimenticato la forchetta e non sapeva darsene pace. Chi lo avrebbe voluto sentire quel brontolone! Per fortuna era lí Gerardo prese la posata, si precipitò per i campi, raggiungendo la ragazza all'imbocco della vigna. E dire che lei era partita mezz'ora prima, svelta come un fringuello!

Si racconta pure che una sera Martino, mentre rigovernava la lucerna, si accorse che non c'era più una goccia d'olio. Che fare ? Rimanere al buio tutta la notte ? Nemmeno a pensarlo; spedire il ragazzo in città ? A quell'ora ? Sarebbe stato prudente ? Mentre rifletteva, Gerardo uscì dal pagliaio tornando poco dopo con la prov­vista bell'e pronta. « L'ho presa in città», disse al padrone che sgra­nava tanto d'occhi per la meraviglia. E la meraviglia prende anche noi, non tanto per questi episodi già narrati, quanto per un altro, che ci accingiamo a narrare.

Una sera toccò a Gerardo montar di guardia alle uve. Uscì verso il tramonto, portando a cavalcioni il piccolo Giuseppe. Il bam­bino caracollava come se avesse imbrigliato un puledro indomito, emettendo grida di gioia. Ma, giunto sul posto, punto dal freddo umido della valle, si ritirò nel pagliaio, si fece una cuccetta in mezzo al fieno e si addormentò. Gerardo, rimasto solo, girò due o tre volte, cantando, per la vigna, poi entrò anche lui e si pose in ginocchio in un canto. Era pur bella la preghiera tra il gracidare delle rane e lo stridore dei grilli! Di tanto in tanto s'interrompeva, accendeva uno stoppino alla lucerna appesa a un travicello, lo innestava nella spaccatura della canna e via di corsa, intonando una preghiera, per spaventare eventuali aggressori. Fu verso mezzanotte: mentre usciva cantando il Miserere, nell'agitare la canna, per sbadataggine, appiccò il fuoco allo spiovente del pagliaio e le stoppie s'incendiarono, crepitando in un nugolo di fumo e di puzzo. Il bambino si destò di soprassalto, si vide investito dalle fiamme e si pose a gridare: « Ge­rardo, che hai fatta ? ».

E lui: « Non è niente, non è niente! ». Tracciò un segno di croce e tutto ripiombò nella notte. Come in una bella fiaba. E in­fatti ci troviamo di fronte a qualche cosa d'immaginoso, dovuto alla fantasia eccitata dell'unico testimone oculare che servì di base alla tradizione: un bambino. Il quale ha raccontato che fatti simili si sono ripetuti diverse volte, e anche per gioco.

Ma, se possiamo dubitare di questi fatti, non possiamo dubitare di un miracolo di pazienza di cui fu testimone lo stesso Giuseppe e un cacciatore bestiale.

Una sera Gerardo tornava dalla vigna col suo passo misurato e sonnolento, ma era il sonno della contemplazione e della preghiera. L'umidore saliva dalla valle e il cielo si tingeva di un morbido sole morente; c'era nell'aria la malinconia del trapasso. Ma egli non la sentiva, chiuso nella preghiera. Non intese neanche lo strepito delle acque che fuggivano dalla strozzatura delle rocce presso il grot­tone delle Ripe. Intese solo un urlo strozzato e stolzò il capo da quella parte: un uomo, seminascosto dalla siepe, drizzandosi sulle gambe, col fucile ancora puntato verso l'alto, gli gridava: « Vedi che hai fatto ? ». E gli mostrava un uccello spaurito che passava frullando per l'aria. Poi, senza dargli tempo di rispondere, gli sal­tava addosso, appioppandogli uno schiaffo. Gerardo sorrise e presentò l'altra guancia: non gli diceva di far così il Vangelo ? Ma il cac­ciatore perdette il lume degli occhi: « Ah, non te ne importa niente ? E allora prendi questo, prendi quest'altro... ». E continuò la sua sca­rica. La cosa non sarebbe finita così presto, se da lontano non fosse giunta l'eco di due passettini affrettati, poi lo strillo d'un bambino « Cosa fai ? Lo dirò a papà ». Era il piccolo Giuseppe. Allora il cac­ciatore si fermò a guardare la vittima: il volto era livido, un occhio ammaccato, ma sorrideva con l'occhio ancora sano. A quella vista, l'ira gli sbollì e si allontanò a testa bassa, dicendo tra sé: « Cosa ho fatto ! Cosa ho fatto ! », mentre Gerardo proseguiva il cammino con la gioia d'aver trovato un amico.

5

IL SEGNO DELLO SPIRITO

Il 5 giugno 1740, nella chiesa del Carmine, Gerardo ricevette il sacramento della cresima dalle mani del suo concittadino mons. Claudio Albini, vescovo di Lacedonia, mentre il coro delle Clarisse invocava sulla giovane recluta dell'esercito di Cristo i sette doni dello Spirito e l'altare sfavillava dei rossi colori della Pentecoste. Che cosa provò allora il nostro santo ? Pensò forse essere giunto il momento di trasformarsi in cavaliere dell'Amore, pronto ad affron­tare il martirio per divenire l'Ostia monda di Dio ? Certo uscì da quella chiesa, sotto il cielo squillante di giugno, deciso a combattere tutta intera la buona battaglia come gli apostoli dopo la grande rivelazione del Fuoco. Anch'egli portava in petto una fiamma e vo­leva la gioia di soffrire per il nome di Gesù.

Con questi ideali balenanti nell'anima, si dispose ad attuare il suo sogno infantile: uscir dal mondo per tornarvi come fiaccola accesa nella notte. La scelta non era difficile : il padre Bonaventura gli aveva ispirato una venerazione profonda per i Padri Cappuccini che dal loro romitorio, bianco tra gli olivi, continuavano a sugge­stionar la sua fantasia. Fasciati di silenzio, essi potevano contemplar giorno e notte la maestà del Creatore e presentarsi ai popoli con la testa rasa, i piedi scalzi, il cordiglio ai fianchi, umili, come i peni­tenti della Tebaide, ma divorati dal fuoco dell'amore, come gli apo­stoli della prima Pentecoste.

Ma come presentarsi ? La soluzione dovette affacciarsi da sola con l'autorità dello zio, che dalla solitudine di Santomenna, a mez­zogiorno della sella di Conza, faceva già sentire il suo prestigio per­sonale di uomo dotto e virtuoso sulla sua provincia religiosa.

Quando il p. Bonaventura si vide avanti il nipote, spossato da una marcia di otto o dieci chilometri, attraverso sentieri montani, provò un'impressione di dolorosa sorpresa e la sorpresa si mutò in meraviglia quando intese i motivi della venuta. Era davvero assurdo che quel povero mucchietto d'ossa pretendesse abbracciar la regola di S. Francesco ! No, la regola esigeva ben altre spalle e glielo diceva l'esperienza. Gli entusiasmi giovanili sono fuochi di paglia, ma, senza una salute di ferro, non si resiste nell'Ordine. Perciò, dopo avere alquanto tentennato la testa, gli rispose freddamente: « No, figlio mio, questa non è la tua strada!». E, siccome l'altro tornava alla carica, gli troncò la parola in bocca. Poi, spianando la faccia a un largo sorriso: « Ora riposati», conchiuse, « ne hai bisogno; ti dirò io quando devi ripartire ».

Così dicendo, lo condusse in guardaroba e gli fece indossare un soprabito quasi nuovo, chiamato con vocabolo settecentesco « giam­berga ». Quindi lo guardò con una certa soddisfazione: gli stava a pennello. Gerardo lo lasciò fare a malincuore e per qualche tempo fu costretto a sfoggiare una certa proprietà ed eleganza. Ma un giorno, mentre camminava rasente le alte mura del giardino, vide un povero che gli stendeva la mano. Senza pensarci due volte, si tolse il soprabito e glielo consegnò. Poi si ritirò in convento. Allora sì che il p. Bonaventura poco mancò non gli mollasse uno schiaffo, ma l'altro lo disarmò col sorriso : « Che volete, caro zio ? Ho in­contrato un povero che ne aveva più bisogno di me».

Fu l'unico avvenimento che distinse quei giorni di paradiso, volati, ahimé, troppo presto. Il luogo era una conca verdeggiante ricca di sorgenti, di alberi, di silenzio e, più di tutto, di preghiera e di semplicità francescana. Senza il frastuono degli affari, senza la voce stridente del padrone che lo chiamava al lavoro. E il nostro giovane si sentì rifatto. Chiese ancora di restare, di restar per sem­pre, ma lo zio fu irremovibile: al giorno stabilito, lo accompagnò alla porta.

Così Gerardo tornava in famiglia. Una speranza era caduta ai suoi piedi, ma rimaneva intatta, sorgente di ogni speranza, la croce tracciata dal vescovo sulla sua fronte nel mattino della Pentecoste. Era soldato di Cristo : e doveva marciare, lottare e soffrire per l'ideale della croce, seguendo lo Spirito che moveva i suoi passi, senza mai chiedergli dove lo conducesse e perché. E lo Spirito, che tiene in mano il cuore degli uomini e li muove a suo piacimento, lo volle condurre alla meta per una via davvero impensata. Era stato un vescovo, mors. Albini, ad arruolarlo nella sacra milizia, esor­tandolo a combattere fino in fondo la buona battaglia e doveva es­sere proprio lui ad allenarlo alla lotta. Il vescovo, ciò facendo, se­guiva inconsapevole la tirannia del suo carattere e invece svolgeva un ruolo sublime nelle mani della Provvidenza. Sembra uno scherzo ed è la storia di ognuno.

Mons. Claudio Albini, vescovo di Lacedonia, era uno di quegli strani impasti di qualità contrastanti che ordinariamente definiamo ingegnacci. Intelligente e sagace e, nei momenti migliori, cordiale ed espansivo, sciupava tutte queste doti con un cumulo repellente di difetti. Perciò fu accompagnato per tutta la vita da movimenti spontanei di simpatia e da strascichi prolungati di odio. Dottissimo nelle discipline ecclesiastiche, era stato ricercato dai vescovi per riordinare la loro curia, ma iracondo, orgoglioso e sprezzante, aveva dovuto vagare di diocesi in diocesi, sempre inseguito dalle ire e dalle proteste dei nemici che suscitava ad ogni passo. Dal 1712 al '14, era stato vicario generale della diocesi di Caserta ; dal '14 al '21, della diocesi di Salerno; dal '21 al '23, della diocesi di Urbino. Cac­ciato anche di qui e ridottosi in Muro, non tardò ad azzuffarsi col proprio vescovo, monsignor Manfredi. Invece di sottomettersi, corse a Roma, dove, per mezzo di amici potenti e di abili maneggi, riuscì a farsi preconizzare vescovo di Lacedonia il 25 maggio 1736 da Cle­mente XII. Monsignor Manfredi, da vero signore, seppe incassare il colpo e lo accolse con ogni riguardo, anzi lo invitò a pontificare in cattedrale, ma 1'Albini non disarmò. Racconta il Martuscelli, per tradizione dei vecchi canonici, che quando il coro intonò l'ora terza, giunto al versetto: « Bonum mihi Buia humiliasti me», dal trono dove sedeva ricoperto dagli abiti pontificali,, si volse sogghignando verso mons. Manfredi che gli sedeva al fianco, come per dirgli:« È il caso mio; se mi trovo a questo posto, lo debbo proprio a te, alla umiliazione che volevi impormi». (LUIGI MARTUSCELLI, ox., pag. 422).

Con un carattere simile, troviamo fin troppo naturale ciò che dice di lui e dei suoi otto anni di governo, l'Enciclopedia dell'Ec­clesiastico citata dallo stesso Martuscelli : « Fu in continue contro­versie col Capitolo e con le Università di Lacedonia e Rocchetta circa i diritti e le rendite delle cappelle e luoghi pii» (o.c. pag. 422). Né riservava trattamento migliore coi notabili della città e con chi, per un motivo o per un altro, fosse costretto a trattare con lui. Coi familiari poi era addirittura un uragano. Estroso, scontroso, volubile e manesco, aveva creato il vuoto perfino tra sé e i congiunti. I domestici ne raccontavano di cotte e di crude. Tutti avevano dovuto, presto o tardi, congedarsi, chi dopo una settimana, chi dopo un mese e chi - ma questi veniva additato come un portento - dopo un paio di mesi.

Mentre un giorno Monsignore, ritrovandosi in Muro, si lamen­tava della sua cattiva sorte in fatto di domestici, qualcuno esclamò « Provate con Gerardo. È l'unico che possa contentarvi».

E in quanto a pazienza e buona volontà, aveva ragioni da ven­dere, ma si sbagliava per il resto. Per contentare Monsignore, o al­meno prevenirne le sfuriate e pararne le conseguenze, ci sarebbe vo­luta un po' di abilità, magari un po' di diplomazia, ma dove trovar diplomazia in Gerardo ? Quella calma servizievole un po' lenta e distratta, poteva passar per flemma e la flemma finisce per irritare un carattere passionale e orgoglioso. La reazione inasprisce, è vero, ma ti lascia almeno sfogare; invece la calma imperturbabile, il sor­riso continuato, ferisce l'orgoglio e ristagna l'ira nel cuore. Ed era ciò che capitava a Monsignore. Lontano le mille miglia dal sospettare il motivo di quell'atteggiamento pacioso e soddisfatto, era tentato ogni volta d'attribuirlo a indifferenza o noncuranza e finiva con l'irritarsi maggiormente. Gli pareva di scapitarci; di farsi pren­dere sottogamba da un ragazzo o, per lo meno, d'avere a che fare con uno scimunito. Quando lo vedeva rispondere col silenzio e col sorriso alle sue intemperanze, allora la rabbia gli rendeva roca la voce e « Ce l'ho con te, capisci, ce l'ho con te! », urlava scagliandogli addosso quello che cadeva sotto mano. I familiari, gli ospiti, e quanti frequentavano il palazzo, costretti ad assistere ogni momento a simili sfuriate, compassionavano, magari cogli occhi, il povero ca­meriere e a tu per tu gli dicevano : « Ma che aspetti a lasciarlo ? Vuoi proprio che ti schiacci la testa sotto i piedi ? ».

Allora Gerardo reagiva con forza: « No, non è vero. Monsignore mi vuol bene. Sono io che non so far niente. Ma imparerò, imparerò ». A questo martirio morale aggiungeva il martirio dei digiuni. Ora che avrebbe potuto servirsi con una certa prodigalità, conti­nuava inflessibile col suo pezzetto di pane risecchito e i pochi spicchi d'aglio. Nei giorni di festa si permetteva il lusso di una minestra di legumi, condita di assenzio. E la sua pietanza la passava ai poveri e agli ammalati che visitava nelle loro stamberghe infette e puzzo­lenti. Con tale tenore di vita, si sviluppava come quelle pianticelle nate nell'ombra, che si protendono in altezza in cerca di luce. Solo due occhi enormi dominavano sul volto pallido e scavato, ma anch'essi si contraevano molto spesso sotto gli spasimi viscerali e le vio­lente emicranie. Eppure, come se tutto ciò non bastasse, si stra­ziava con una tecnica ingegnosa, studiata a freddo, con calcolata razionalità, perché ogni senso avesse il tormento adeguato. Un giorno, in Muro, s'imbatté col chirurgo La Morte, il quale, veden­dolo più sparuto del solito, gli domandò a bruciapelo: «Come stai ? ».

« Bene! ».

E l'altro: « Lo vuoi dire a me ? Con quella faccia ? Vieni qua». Gli tastò il polso. Era regolare. Allora, con mossa brusca, gli scoprì il petto. Chiuse gli occhi raccapricciato : le punte di un aspro cilizio mordevano come chiodi la carne.

« Lo porti solo di giorno ? ».

« No, anche di notte! », e il sangue gli salì sulla faccia.

In tal modo, si era attirato addosso gli occhi di mezzo paese lo vedevano semplice, rumoroso, faceto, accompagnare i fanciulli nei giochi e nei passeggi, istruirli nella Religione e condurli in chiesa, durante l'esposizione delle Quarantore. Allora lo spettacolo era bello davvero. Quel branco di monelli scamiciati si stringeva attorno alla giubba gallonata del santo e lo guardava sulle labbra, quasi a rac­coglierne la preghiera che gli usciva dall'anima. Anche gli adulti lo guardavano come si guardano gli angeli del cielo. Perché solo gli angeli pregano così.

Ma un giorno, lo racconta il Tannoia, un fatto straordinario venne ad accrescere la sua fama.

Gerardo aveva rassettato l'appartamento del vescovo e, chiusa la porta, era volato ad attinger l'acqua, giocherellando con la chiave. L'aveva poi posata sul parapetto del pozzo e s'era messo a mano­vrare la carrucola, ma, nella foga dell'azione, l'aveva urtata col gomito e fatta scivolare nell'acqua.

Allora si riscosse, portandosi la mano alla fronte. E gli passò davanti la visione di Monsignore come negli accessi di collera: con gli occhi iniettati di sangue; le labbra bavose e convulse; la bocca spalancata a gridare. Poi, sbollita la collera, si sarebbe afflosciato come un cencio, tremando da capo a piedi.

« Povero Monsignore », esclamò, « quanti dispiaceri per causa mia! ». E, alzando gli occhi al cielo: « Signore», pregò, « risparmia questa pena a Monsignore!».

Continuò la preghiera con tanto raccoglimento da non udire nemmeno il parlottare sommesso delle comari che commentavano l'accaduto. D'un tratto s'interruppe e sfrecciò via come un razzo. Rieccolo poco dopo con una statuetta di Gesù Bambino: la legò alla corda, dicendo: « Tu solo puoi levarmi d'impiccio! » e la calò nel pozzo. Poi cominciò a tirare a larghe bracciate, tra un semicerchio di occhi puntati sull'acqua. Ecco la testolina ricciuta, grondante acqua ; ecco le spalle, il petto, ecco le manine. È là che corsero gli sguardi : e l'aspettativa non fu delusa. Sulla destra era appesa la chiave.

Tutti gridarono al miracolo e, a ricordo del fatto, chiamarono il pozzo col nome di « Gerardíello ». Chi non se ne meravigliò affatto fu il nostro Gerardo che, semplice e sereno, si ritirò in cucina con la gioia d'avere evitato un dispiacere a Monsignore. Ma questi, se mai lo seppe, era troppo schiavo del proprio carattere per tentare di arginarne gli eccessi. Continuò quindi a imperversare con le sue vio­lenze finché non fu tolto di mezzo dalla mano provvidenziale di Dio. Era il 25 giugno del 1744. La notizia giunse fulminea da S. An­drea di Conza dove il vescovo si trovava da qualche giorno, chia­mato dal suo metropolita Giuseppe Nicolai. Aveva sessantacinque anni e fu sepolto nella chiesa dei Francescani Riformati.

Tutta Lacedonia tirò un sospiro di sollievo, perché l'Albini, in pochi anni, aveva avuto la bravura d'irritare un po' tutti, governo, nobiltà e popolo. Tutti se ne rallegrarono, meno uno: Gerardo. Questi fu udito esclamare : « Ho perduto l'amico migliore! ». E pianse. Furono le uniche lacrime versate sulla sua tomba.

6

RISATE IN PARADISO

Raia del Castello, ora ribattezzata nel nome di Francesco Sa­verio Nitti, è la via principale, anzi l'unica di Muro. Le altre sono un intrico di scale e scalette, sgrossate sulla roccia e affondate tra la fungaia di casette screpolate. Ma Raia del Castello è la via per eccellenza, l'arteria che squarcia trasversalmente la cittadina, con­giungendo la parte bassa, appiattata ai piedi della collina occidentale, e il quartiere alto, addossato al vecchio castello. Da qui la vista spazia su tutta la piana del Platano che si allunga tra due catene di montagne spolpate fin laggiù dove l'Alburno biancheggia all'oriz­zonte in un velario di nebbia. È dunque una specie di belvedere e questo ne spiega il nome locale. Raia significa infatti terrazza, bal­cone aereo aperto sul vasto panorama.

In questa via, al numero 63, se ne tornava, dopo la morte di Monsignore, una sera di fine giugno del 1744, il nostro Gerardo. Erano ad attenderlo la mamma, alquanto raggrinzita dagli anni, e la sorella Elisabetta, l'ultima. Anche l'Anna, oltre la Brigida, era assente, volata sposa a un certo Stefano Cerone, di professione vac­caro e nullatenente. Abitava in una catapecchia lì accanto. Ora era la volta di Elisabetta che aveva raggiunto i ventun'anni e riceveva dallo sposo il corredo per il gran giorno. Le vesti venivano bella­mente ordinate in un canestro di vimini, chiamato lo stizzo, ed erano tutte di prammatica: la gonna di panno nero, il corpetto scarlatto, il busto colorato coi lacci di seta, la gorgiera di merletto, il grem­biale nero, le calze rosse, le scarpe con la fibbia d'ottone, la mussola bianca per il capo e il grosso scialle a strisce multicolori. La giovane dava salti di gioia e non sapeva resistere alla tentazione di provare ogni cosa allo specchio, dondolandosi in tutte le direzioni. In tale atteggiamento la colse il fratello che fu lì lì per rovesciare lo stizzo nella polvere, ma si contenne e finì per gridarle: «Dà fuoco a co­deste tue vestimenta!». Ma la sorella, naturalmente, non fu dello stesso parere e, poco dopo, anche lei spiccava il volo dalla casa pa­terna.

Gerardo, rimasto solo con la mamma, cominciò a riflettere se­riamente sul da farsi. Il primo pensiero corse alla vocazione reli­giosa che, assopita durante i mesi di Lacedonia, ora risorgeva più forte. Perciò risalì la collina, rivide la lunga fila di cipressi e il bianco convento dei Cappuccini, ma fu respinto ancora una volta dal guar­diano padre Sisto da Muro e ancora per lo stesso motivo : la salute malferma. Ora più che mai. Infatti, a diciotto anni, dopo il rapido sviluppo dell'adolescenza, sembrava una pianta intristita sul na­scere : lungo, magro, ricurvo, la faccia sbiadita. Senza quelle due pozze chiare che scintillavano tra il maschio naso e la fronte spio­vente, si sarebbe detta la maschera della morte.

Ridiscese la collina e riprese il suo posto in famiglia, mentre i parenti discutevano del suo avvenire. Li lasciò dire senza interlo­quire, senza curarsi di nulla, fiducioso nella Provvidenza. Alla fine si lasciò condurre al numero 61 del portone accanto, dove il trenta­cinquenne Beniamino Mennonna aveva impiantato il suo negozio di sartoria. Vi riprese l'apprendistato in compagnia di un giovane della stessa famiglia Mennonna, di nome Vito. Costui, con la bontà generosa dei suoi sedici anni, seppe cogliere nell'aria apparente­mente distratta del condiscepolo un tesoro di buona volontà e spro­narlo e guidarlo. Soprattutto guidarlo, perché Gerardo aveva bisogno di guida. Lasciato a se stesso, non avrebbe saputo resistere alle at­trattive della contemplazione, all'evasione verso il cielo. Ci voleva la voce dell'ubbidienza per richiamarlo sulla terra e ci voleva un po' d'indulgenza per compatire le sue scappatelle. Qualche volta, per esempio, si eclissava per ore e per giorni, e forse proprio quando c'era più bisogno di lui, ma Vito sapeva che il compagno seguiva la voce di Dio e lo lasciava fare. Anzi ne subiva lentamente l'influsso, un influsso salutare che non potrà dimenticare con gli anni. Lo andrà a visitare a Caposele per vederlo rivestito dell'abito religioso e godersi la sua santa conversazione e fino alla morte non si stan­cherà di ripetere le cose meravigliose di cui era stato testimone nei giorni dell'artigianato della Raia. Ma egli morrà troppo presto per trasmettere al figlio Pasquale, il futuro testimone dei processi, il racconto di tali meraviglie che ci giungeranno sprovviste della necessaria garanzia di autenticità e inquinate da elementi fanta­stici e assurdi. Scegliamo, perciò, dalle deposizioni del figlio un solo racconto, se non altro come documento di vita vissuta nell'umile lavoro quotidiano in cui si affinano le virtù e si maturano i caratteri.

Un giorno una signora della famiglia Mennonna aveva pre­parato il bucato: la biancheria, intrisa d'acqua bollente e di cenere, attendeva di essere risciacquata nel fiume, strizzata e sciorinata al sole. Era il lavoro più pesante e chiese l'aiuto di Gerardo. Questi fu felice di darlo. Con la canestra sulla spalla, il fianco violentemente piegato dall'altra parte, s'incamminò per la Raia del Castello, poi scese per un viottolo campestre verso il fiume San Maffeo, sempre seguito dalla signora e da una bambina del vicinato, Angela Maria Pepe, la futura sposa di Vito.

Era una di quelle giornate primaverili d'una serenità così fra­gile che un alito di vento basta a turbare. Il cielo era sereno; intorno intorno le creste si disegnavano nette e precise e la brezza era carica di pollini e di odori. Discesero nell'acqua, subito avvolti dagli spruzzi e dalle schiume, ma, poco dopo, si avvidero che il sole appariva e spariva per il rotto delle nuvole. Poi le nuvole si fecero grosse e nere e cavalcarono verso di loro, gravide di minaccia. Ebbero appena tempo di rifugiarsi in un pagliaio vicino che già la pioggia scro­sciava con violenza. Sarà un piovasco primaverile, pensarono; ma la pioggia s'infittiva e il cielo si abbassava sulla terra. Era un po­meriggio inoltrato e la povera donna fu presa dallo spavento di dover passare la notte in quel luogo umido, o tornare a casa al buio, per sentieri impraticabili. Diceva dunque fra sé: « Ed ora come facciamo a tornare a casa ? », mentre la bambina, atterrita dalla tempesta, piangeva. I singulti riscossero Gerardo dalla preghiera e non seguì che il suo impulso. Precipitandosi sotto la pioggia a braccia aperte « Signore », gridò, « Signore, come facciamo a tornare a casa ? ». La pioggia cadeva portata dal vento e strideva sugli alberi, anch'essi agitati e sconvolti, ma appena l'ultima sillaba si sperse nell'aria, le nubi rotolarono in fretta lungo la corrente del fiume e un raggio di sole rigò da parte a parte la valle, seminando manciate di perle tra il verde delle brughiere.

Allora raccolsero i panni e risalirono la collina.

Il tirocinio si protrasse per molto tempo e forse non cessò mai del tutto. Gerardo dovette conservar sempre qualche dipendenza da Vito per consigli e direttive, anche quando, come si rivela dal ca­tasto del maggio 1746, egli gestiva un negozio in nome proprio. Lo esigeva la sua stessa abilità non davvero straordinaria nel mestiere. Ma egli compensava il difetto con due qualità non comuni: onestà e carità spinte agli estremi. Ce n'era a sufficienza per farsi una propria clientela tra gente di bassa condizione, tra quella che non aveva molto da spendere, che pagava magari in natura al tempo del rac­colto quando tutto andava bene, o non pagava affatto per man­canza di mezzi o di volontà. E Gerardo attendeva con invitta pa­zienza di essere soddisfatto dai debitori, rimettendosi alla loro di­screzione, contentandosi di margini irrisori o delle sole spese vive, e rinunziando anche a queste in caso di povertà assoluta. Era il servitore dei poveri e la sua carità non conosceva misura, tanto che mamma Benedetta gliene mosse lamento: « La carità va bene, ma bisogna pure pensare a noi che siamo più poveri degli altri».

E lui: « Mamma, per noi c'è Dio: Egli non ci farà mancare il necessario ».

E si raccontano i prodigi della sua carità: prodigi validi soltanto come trascrizione sensibile del suo buon cuore.

Una volta entrò un povero con la stoffa sotto il braccio. Ge­rardo la svolse, la misurò, poi gli disse: « Un vestito ? Ma la stoffa non basta». E gli spiegava: «Tanto per la giubba ; tanto per le faldine ; tanto per la camiciola e tanto per i calzoni».

Il contadino borbottò qualche cosa sotto l'ispida barba e Ge­rardo comprese la sua disdetta. Perciò soggiunse: « Aspetta, buon uomo, ora misuriamo meglio ».

Riavvolse la stoffa; la passò e ripassò rapidamente con la mezza­canna ; vi tracciò sopra lunghi segni col gesso e cominciò a tagliare con lena. Finita l'operazione, gli rimise in mano un involtino: « Te­nete : è la stoffa avanzata ». E lo rimandò confuso e sbalordito.

Un'altra volta un povero gli tese la mano. Gerardo, fruga e ri­fruga, trovò uno spicciolo e glielo diede. Non s'era ancora spenta l'eco dei suoi passi che un altro si affacciò col medesimo gesto e la medesima cantilena. Frugò ancora dappertutto: più nulla. Che fare? Da un lato la pentola gorgogliava sul fuoco: « Prendete, non ho altro ! » E continuò a lavorare tra un segno di croce e un atto di amore al suo Dio. A fine settimana, un buon repulisti nelle tasche e nel bancone: contato il denaro, ne faceva tre mucchietti : «Il primo è per i poveri: essi sono i padroni. Il secondo è per le anime purganti: sono povere anche loro. Farò celebrare delle messe da don Giuseppe Racano. Il terzo - ma era il più piccolo - è per la mamma ».

E per sé ? Per sé ce n'era sempre d'avanzo. Gli bastava un cen­cio per coprirsi e qualche cosa per non morir di fame : un frutto o un frusto di pane, avuto dai clienti quando lavorava a domicilio. Lo sgranocchiava allegramente tra una gugliata e l'altra e intanto si prendeva giuoco dei presenti con una abilità da prestigiatore. Faceva sparire capi di vestiario che riapparivano poco dopo davanti agli occhi attoniti delle donne ; approfittava delle loro distrazioni per fingere di tagliare qualche ciocca dai grappoli d'uva che pendevano dai soffitti per l'inverno.

E le donne a protestare: « Ma Gerardo, che fai ? ».

« Nulla, nulla, osservate!». E i grappoli apparivano intatti, come quando vi erano stati appesi dopo la vendemmia; ma intanto egli scoppiava a ridere e comunicava a tutti la sua ilarità.

Nessuno avrebbe allora immaginato che quel giovane dalla con­versazione facile e arguta fosse un solitario, come gli anacoreti del deserto.

Questa duplicità di carattere ha sorpreso molte volte i contem­poranei, i quali non hanno sempre saputo ricongiungere i diversi aspetti della sua personalità. Chi ha visto in lui solo il Crocifisso e i flagelli ha dimenticato la burla scanzonata e ingenua che fioriva spontanea sulla sua bocca sempre atteggiata al sorriso, o la foga estrosa dei suoi rapimenti che gli valse presso i malevoli la nomea di matto; chi ha calcato la mano sulla sua semplicità e non l'ha in­tesa nel senso nobile di schiettezza cristallina, senza infingimenti o malizia, ha dimenticato la felicità del suo intuito che sapeva cogliere, con battute originali, il lato comico delle cose. Gli ha nociuto nel rendimento pratico la carenza di una guida che sapesse inserire quella sete di evasione verso le zone soprannaturali nell'ingranaggio del lavoro quotidiano, rendendo armonici i moti divergenti della sua esi­stenza. La guida verrà più tardi nella religione e sarà, come lui la voleva, di ferro, ma intanto ha dovuto sperimentare tutte le fasi del­l'invadenza progressiva della grazia che lo sollecitava nelle forme più inconsuete, al di fuori di ogni logica umana e di ogni calcolo op­portunistico. Era una vita senza metodo apparente, senza orario, sempre tesa ad ascoltare l'impulso interiore dello Spirito, come se la terra fosse divenuta un'entità trascurabile e il corpo un involucro da gettarsi alla prima occasione. Entrava in contemplazione nei mo­menti più impensati, tirando la gugliata, o passando il filo nella cruna e se ne restava immobile come una statua ; s'intravedeva accanto al bancone in ginocchio, tra il fumo, o spariva del tutto, mentre forbici e ditali sbadigliavano alla rinfusa nel negozio aperto ai quattro venti.

Chi allora lo voleva, doveva cercarlo in chiesa a prolungare le sue preghiere, o a Capodigiano, in mezzo ai suoi fanciulli. Li aveva scovati uno per uno, nelle baite, nelle grotte, negli stazzi tra le zampe degli animali, sporchi di terra e di concime e li aveva condotti ai piedi della buona Madre, a pregare, a cantare, ad ascoltare la parola di Dio. L'ascoltavano in silenzio, senza batter ciglio, incantati dalla sua figura alta e pallida che sapeva passare dalle capriole all'aperto, alle istruzioni religiose, usare il loro vocabolario di piccoli pastori, le loro frasi, le loro immagini e travestirle di un sentimento tutto suo che portava l'uditorio ad amare quel Bambino lassù, tra le brac­cia della più buona delle mamme.

Qualche volta invece amava ritirarsi tre o quattro giorni in una chiesa delle vicinanze per vivere da solo a solo con Dio. Si por­tava appresso come equipaggiamento, un pezzo di pane e un fia­schetto di vino. Serviva una messa dopo l'altra, poi, quando l'ul­tima vecchietta era uscita, animava tutto l'edificio con le sue pre­ghíere e le sue penitenze.

A tarda sera era ancora in ginocchio sullo stesso gradino del­l'altare, incurante delle tenebre che salivano fra le navate deserte, incurante del freddo e della fame, incurante ancora del sonno che lo abbatteva di schianto sul nudo pavimento.

Quando aveva dato sfogo alla piena degli affetti, se ne tornava a casa, lentamente, riassaporando le dolcezze godute, senza badare se le vesti ciancicate e polverose gli si fossero appiccicate addosso, o se i capelli arruffati gli scendessero sulle guance terrigne. Ma i clienti che aspettavano da settimane la consegna di un abito e se lo vede­vano passare davanti con la testa all'aria, quasi cantando le nuvole, non potevano fare a meno di ripetergli: « Gerardo, a che ne stai col mio lavoro ? ».

E lui, voltandosi appena: « Fate voi, fate voi ».

Dopo un certo tempo, tutti lo chiamavano: « Fate voi ». Ed egli, come risposta, mostrando loro il dorso della mano, diceva « M'avete da baciar questa mano ! ».

Tutti scoppiavano a ridere.

Ma i ragazzi, additandoselo l'un l'altro, gli correvano incontro gridando : « Eccolo, eccolo, ora rientra il pazzo ! » e gli lanciavano addosso sassi, terra, bucce di patate, pomodori fradici, ogni cosa. Lo riguardavano come un essere strano, una specie di stregone che passava le notti in commercio con gli spiriti ; curiosavano nel suo ne­gozio ; sbertucciavano quel suo sistema di lavoro a scatti, quel suo atteggiamento nella preghiera e ne parlavano e sparlavano tra loro. E Gerardo rideva, rideva del suo riso beato e il riso aizzava l'istinto crudele della ragazzaglia.

Così, a poco a poco, divenne la favola del paese col risultato di perdere la maggior parte dei clienti più facoltosi. Rimasero fe­deli i poveri e i profittatori che agivano per loro esclusivo interesse. E le entrate si assottigliarono, si assottigliarono sempre più.

Le conseguenze di questo tenore di vita non si avvertirono su­bito, perché Gerardo tirava avanti alla giornata, come gli uccelli del­l'aria e le cose esterne filavano col ritmo ordinario. Ma quando av­vennero le prime scosse un po' brusche per l'aumento repentino dei balzelli, si vide costretto a fuggire per evitare il fallimento. Fu nel­l'autunno del 1746.

Da anni gli Orsini succhiavano il sangue dei poveri, ma da qual­che tempo erano divenuti d'una esosità senza pari. Prima strappa­rono a forza i mulini e i forni ai legittimi proprietari ; poi pretesero i monopoli sui diritti di caccia e di pesca ; poi tassarono l'esercizio dell'unico albergo cittadino ; infine, pur di spremere nuove entrate, dichiararono la città « Camera riserbata », cioè esente dai gravami per alloggio e rifornimento di truppe di passaggio, esigendone però, come compenso, un forte contributo in danaro. E, siccome l'univer­sità non era in grado di pagare nemmeno gli interessi dei diritti comi­tali, gli Orsini allungarono le mani sulle terre del demanio, decur­tando le rendite destinate al bilancio del comune. Intanto il fisco regio reclamava le sue entrate e, per adeguarle ai proventi familiari, nel maggio del 1746 iniziava il nuovo catasto, mentre l'università, posta tra l'incudine comitale e il martello regio, per fronteggiare i suoi guai, ricorreva all'unica soluzione possibile, cioè all'imposizione di nuove tasse.

Esse, com'era prevedibile, riuscirono dolorose per tutti, ma di­sastrose per il nostro santo. Colto di sorpresa da questa gragnuola di tasse, egli fu costretto a ricorrere a tutti gli accorgimenti suggeriti­gli dagli amici : accentuò la propria inesperienza nel mestiere ; re­galò qualche anno alla mamma ; disse di possedere solo quell'ago con cui cuciva; ma con quale risultato ? Riuscì a placare il fisco regio, ma non i giudici della Bagliva che dovevano sanare il bilancio del­l'università. E allora che fare ? Farsi sequestrare un pentolino di rame, o un paio di forbici per vederli esposti all'asta il giorno dopo sulla piazzetta di S. Marco ?

Era alle prese con questi pensieri, quando dal suo concittadino, Luca Malpiede, gli giunse l'invito di recarsi a San Fele, una citta­dina situata sulle propaggini nord-orientali del massiccio delle Cro­celle. Luca vi aveva aperto un collegio d'istruzione di cui era diret­tore e maestro. Ora gli occorreva un guardarobiere di fiducia. Ge­rardo non aveva libertà di scelta e senz'altro accettò.

Chi si reca tra i giovani, si espone al rischio di divenirne la vit­tima. Costretti a subire una disciplina più o meno dura da parte dei grandi, essi non bramano che di prendersi la rivincita sui loro pre­tesi carnefici accomunati nella condanna. Perciò sono portati alle os­servazioni e ai motteggi. Se riescono a cogliere il lato debole dei loro custodi, se lo pongono come bersaglio, senza curarsi dei dolori che arrecano. È la vendetta della natura indocile. E Gerardo ne fece l'esperienza.

La sua comparsa tra i giovani provocò uno scoppio di risa: sem­brava loro uno spiedo, tanto era lungo e magro, con le ossa spol­pate e la faccia giallastra, cosparsa di rari peli; quell'aria da « san­ ctificetur » completava il quadro. È il tipo che fa per noi, pensarono, mettendosi all'opera con qualche epiteto, ma egli rispose con una risata. « Hai visto ? », si dissero l'un l'altro, « abbiamo colto nel se­gno ! ». E si diedero a gara alla ricerca di diplomi a buon mercato da regalare al malcapitato, tenendosi però a rispettosa distanza, fuori della sfera d'azione di quelle mani che avrebbero potuto dipingersi sulla loro faccia. Invece Gerardo ci rideva di gusto. Pareva dicesse « Come avete fatto a conoscermi così presto?». Allora i più corag­giosi si fecero sotto, con una spinta, una gomitata, uno sgambetto. Egli si rialzava da terra, spolverandosi con una manata i calzoni rattoppati, e poi, ancora una risata. La ragazzaglia non credeva ai propri occhi: « Ma costui le va proprio cercando! ». E allora, inco­minciò il dàgli, dàgli : ogni giorno, una burla, un lazzo, uno scherzo, e poi a ridere e a raccontare in giro le loro prodezze. Un giorno, in assenza del maestro, lo staffilarono a sangue. Una sera penetrarono nella sua stanza mentre dormiva e lo destarono a colpi di pugni e di staffile, gettandogli all'aria le coperte. Gerardo quella volta non ne potè più. Voleva imporsi, ma la sua voce prese un suono dolce di stanchezza e di rimprovero, e fini per implorare un po' di tregua

« Finitela, mo' ! ».

Qualche cosa di tutto quel baccano doveva pure arrivare al­l'orecchio del maestro, ma costui, invece di prendere gli opportuni rimedi, volle gareggiare coi discepoli. E spesso, dopo scuola, per sca­ricare un po' la testa, scendeva in guardaroba a farsi quattro risate con Gerardo. Si portava il suo bravo staffile e fingendo nel nuovo discepolo negligenza o indisciplina, lo richiamava al dovere a suon di nerbo. Questi, curvo sulle vesti da rattoppare, rideva, e l'altro, incoraggiato, continuava la sua lezioncina : « Non hai studiato e ci ridi, eh? ». E giù una frustata che lasciava i solchi. I ragazzi sghi­gnazzavano dintorno e poi, rimasti soli, ritentavano la prova per conto loro.

La vittima intanto non era più a San Fele : era alla reggia di Erode dove il suo Gesù, velato di bianco, veniva esposto agli scherni della sbirraglia. Perciò, ci attesta il maestro nella lucidità del ravvedimento, egli « sofferentissimo, anzi allegro, sopportava le battiture ».

Dopo un mese o poco più di questa prova, esaurito il lavoro, tornò in Muro. Lasciava i piccoli carnefici di San Fele, ma il car­nefice principale lo portava con sé: l'amore al suo Dio, quell'amore che chiedeva sempre nuovi strazi e nuove umiliazioni per riprodurre la passione del Redentore, sfruttando abilmente tutte le circostanze di tempo e di luogo.

Correvano in quei giorni le allegrie del carnevale che assume­vano forme tanto solenni e impegnative nel Settecento italiano da divenire quasi un rito pubblico. A Napoli convenivano spettatori d'ogni parte d'Europa, ma nelle zone impervie, come Muro, il car­nevale giungeva alla sfuggita con mascherate, canti, balli e altri di­vertimenti popolari.

Gerardo credette giunta la sua ora: si mescolò con le allegre brigate e ne pagò le spese. Un giorno, era una fredda giornata di mezzo febbraio, con una schiera di amici si portò a Castelgrande. Si aggirava con un cappellaccio in testa per le vie della cittadina rivale, pizzicando una chitarra, mentre i compagni cantavano a squarciagola. Dirigeva il coro Piero Racaniello che belava come un capretto scannato; gli altri tenevano bordone. Sgusciarono tre o quattro volte tra vicoli e vicoletti, buscandosi qualche fischiata e qualche torsolo in testa; alla fine giunsero nella via chiamata « Le Porte» perché scendeva ripidamente verso l'entrata del paese. La via, tagliata a gradoni di pietra viva, terminava in una piazzetta con in mezzo la croce.

Gerardo si fermò di botto sul capo della scalinata, con l'aria di chi ha un'idea da lanciare : « Ed ora », disse, « vogliamo farci una bella risata ? »­

E Racaniello : « Che vuoi dire ? ».

L'inventore si stese sul terreno ghiacciato, springando per l'aria due pertiche di gambe

« Facciamo una scarrozzata fin laggiù, alla croce ! ».

I compagni restarono sorpresi: « Ma dici sul serio ? ». E lui: « Su, su, ci sarà tanto da ridere ! ».

Non ci volle altro : i compagni lo afferrarono per le caviglie e si diedero al galoppo, senza voltarsi indietro. Giunti ai piedi della croce, si voltarono per dirgli: « Beh, siamo andati bene ? », ma la voce si ruppe in un grido di spavento : Gerardo era irriconoscibile. Sangue, fango e strappi in tutto il corpo. « L'abbiamo ucciso ! », ge­mettero, ma egli si rialzò, barcollando, e sorrise: « Non è niente, non è niente ».

La voce di queste stravaganze arrivò anche in Muro, sollevando gli schiamazzi dei monelli. Lo rincorrevano, lo imbrattavano di fango, lo gettavano a terra, lo bastonavano ; anzi, di tanto in tanto; legatolo con una fune, lo trascinavano nella melma per lungo tratto di strada, mentre la vittima ripeteva in tono di dolce rimprovero « Oh Dio, che vi ho fatto io ? ».

Una volta vi fecero segno ad una scarica di neve, tanto da farlo stramazzare a terra e seppellirlo quasi completamente. Chissà che cosa avrebbero fatto, se non fosse accorsa mamma Benedetta, gri­dando con le mani all'aria : « Canaglia, me lo volete uccidere». E la voce si ruppe in un groppo di pianto, ma Gerardo la consolò di­cendo : « Ora sono proprio soddisfatto; tutto è poco per Gesù Cri­sto divenuto pazzo per me ».

Appena cessavano i monelli, attaccava lui stesso, flagellandosi aspramente. Quando le braccia cadevano inerti dalla stanchezza, ri­correva agli amici. Specialmente a Felice Farenga, un agiato pos­sidente, di un anno maggiore di lui, ma già padre di due figli. Abi­tava nella casa attigua alla sua, una palazzina di una dozzina di vani e seminterrato, con una facciata. sulla pubblica piazza, un'altra su un orticello con alberi da frutta. Proprio qui, secondo una tra­dizione, il santo si recava a pregare, ai piedi di un giovane mandorlo.

Felice, già suo compagno d'infanzia, lo lasciava entrare libera­mente, trattandolo sempre con la familiarità di una volta. Fu così che l'altro pensò di chiedergli uno di quei favori che chiedeva solo agli amici più fidati, e avanzò la proposta. L'amico, sulle prime, lo credette impazzito, ma dàgli oggi, dàgli domani, alla fine dovette cedere: nessuno gli aveva mai chiesto un favore a prezzo di tante lacrime. Strappato il consenso, Gerardo gli si presentò davanti con un pezzo di fune ritorta, inzuppata di acqua ; si fece legare a un palo e offrì le spalle nude alle percosse. Dopo i primi colpi, il carnefice per forza si arrestò, e l'altro a supplicarlo: « Ancora, ancora! ». I colpi si replicarono con lividure e spruzzi di sangue; Felice si fermò di nuovo e l'altro di nuovo a implorare con la parola e con gli occhi « Ancora, ancora!».

Bisognava nascondere il movente di tali carneficine, e, special­mente, vincere la ripugnanza istintiva degli altri e Gerardo era abi­lissimo nell'ottenere il doppio intento, presentando la richiesta come una trovata spiritosa e originale per tenere allegra la brigata. Una volta che in casa Farenga molti compagni raccontavano spavalda­mente le loro imprese, anch'egli volle dir la sua: « Io sono capace di stare con la testa all'ingiù, volete provare ? ».

I compagni lo guardarono con un certo scetticismo ; ed egli « Dico sul serio, sapete ! Ecco qui una corda, passatela alla trave e poi vedrete ».

Tra la comitiva, c'era un certo Malpiede che aveva fama di buf­fone e questi fu il primo a raccogliere la sfida. Gerardo si gettò sul pavimento ; il Malpiede gli legò strettamente le caviglie, poi pas­sato un capo della corda alla trave, cominciò a tirare a grossi strat­toni, tra lo schiamazzo dei presenti. Il povero corpo strisciava, sob­balzando, sul pavimento sudicio in una nuvola di polvere, poi si sollevò in aria con le gambe e il busto, mentre la testa scopava la terra, poi anche la testa si sollevò, e la faccia si congestionò di sangue.

« Bravo, bravo ! » gridarono i compagni, ricalandolo a terra, « sei stato di parola! ».

E Gerardo, appena riavuto: « Domani sarò ancora più bravo ! ». Il giorno dopo, fece trovare, oltre la solita corda, un mucchietto di stracci inumiditi. « Per che farne ? », chiesero i soliti compagnoni. « Questa volta», rispose, « quando mi avrete appeso, accendete questi stracci e mettetemeli sotto la testa; vedrete che magnifico spettacolo ! ».

La prima parte della scena non fu che la ripetizione della pre­cedente e non destò più sorpresa, ma quando da sotto i capelli pen­zoloni si sollevò un fumo puzzolente che faceva starnutire e strabuzzare gli occhi, allora tutti rimasero meravigliati della placida compostezza di quella faccia che dondolava dentro il cerchio vi­scido e denso.

Avranno capito gli allegri compagni che cosa si nascondesse dietro l'apparente sconsideratezza del giuoco ? Sarebbe esigere troppo dalla loro giovinezza. Anzi crediamo che perfino buona parte dei let­tori moderni troveranno il giuoco insulso e riprovevole. Che farci ? La divina follia della croce può essere compresa solo da anime pri­vilegiate.

Secondo tale follia, ogni senso doveva avere il suo martirio ; an­che l'olfatto. Da qui, il giuoco dei fumo. Ma il giuoco era perico­loso e non fu ripetuto molto spesso. In via ordinaria, Gerardo si con­tentò di altre mortificazioni, sempre a portata di mano nelle cucine basse e senza camino. Qui i contadini passavano le lunghe sere in­vernali, seduti sulle panche, allargando le mani screpolate verso un focherello infreddolito che scoppiettava sui sarmenti umidi, mentre il vento filtrava attraverso le fessure, ricacciando indietro il fumo, un fumo acre e denso che crepitava sugli occhi. Allora, quando tutti tiravano indietro la faccia e si facevano schermo con le mani, Ge­rardo si allungava come una giraffa sulle legna, con la bocca e le pupille dilatate. La scena non poteva sfuggire ai presenti e una volta la padrona di casa, una certa signora Stella, si credette in dovere di riprenderlo : « Ma che fai ? Non ti senti bruciare gli occhi ? ».

Ed egli con una risata: « Ai begli occhi si addice il fumo». Poteva sembrare uno scherzo, una sventatezza giovanile e c'era dietro una volontà eroica d'immolazione e di sacrificio. Solo con qualcuno più intimo e nei momenti di maggiore espansione, il santo si lasciava scappare una parola, una frase che tradiva le sue supreme idealità. « Dobbiamo soffrire», diceva allora, « se vogliamo dar gu­sto a Gesù Cristo che ha tanto sofferto per noi ».

Ma che ne capivano gli allegri compagnoni di queste idealità? Pigliavano nel senso più ovvio le sue parole, le sue uscite, le sue stra­nezze e le volgevano in burla.

Una sera alcuni amici gli dissero con una serietà caricata: « Ge­rardo, vogliamo farci una disciplina ? ».

A lui non parve vero e corse a prendere le sue funi nodose, mentre gli altri due, un ragazzotto sulla quindicina di nome Gio­vanni Cella e un giovane poco più che ventenne di nome Pasquale Manzi, si fecero dare, dal portone accanto, le chiavi della signora Palumbo. Le legarono con una cordicella e, quando tutto fu pronto, spensero i lumi e si misero all'erta. Appena sentirono rintronare le funi sulle spalle del compagno, gli si accostarono pian piano e giù, botte da orbi. Fortuna volle che le chiavi si sciogliessero, schizzando sulle pareti : così ebbero termine le beffe e le matte risate.

Ma le risate più belle le faceva Gerardo, quando, dopo una di queste carneficine, poteva presentarsi a Gesù col cuore dilatato dalla gioia e dirgli la sua riconoscenza di soffrire per Lui. Allora parlava, rideva e saltava, in preda a un impeto più forte della sua volontà. E fu appunto in uno di questi momenti di estro incontenibile, che Gesù, secondo una tradizione, gli fece udire la sua voce di dolce rim­provero : « Pazzerello, che fai ? ».

E si dice che Gerardo abbia risposto con la più allegra delle ri­sate : « Sei più pazzo tu che te ne stai carcerato per amor mio ! ». Oppure, secondo un'altra versione: « E che vuoi da me ? Non sei tu che mi hai ridotto in questo stato ? ».

Era uno stato di vera ebbrezza spirituale che trascinava il corpo e lo rendeva complice dei movimenti dell'anima, come una corda in mano all'artista. Allora correva e danzava e la preghiera diveniva canto. Specialmente nelle feste principali del Signore e della Ver­gine, quando aiutava il sagrestano ad addobbare la chiesa, a parare gli altari, a preparare il presepe. La sua soddisfazione era al colmò quando poteva introneggiare una bella Madonna sotto un magnifico baldacchino, tra mille ceri accesi. Voleva lo sfarzo della liturgia, i colori che colpiscono la fantasia, i canti che scuotono il sentimento collettivo. Amava l'impeto travolgente delle moltitudini, come quando la piccola Madonna di Capodigiano sfilava col Bambino in braccio tra i querceti del villaggio setto il cielo ardente di luglio indietro le folle rosso-scarlatte di Bella cantavano ; cantavano le folle variopinte di Muro e dei paesi circonvicini, mentre i pastori e i vaccari si disputavano l'onore di portare la statua per la valle; punteggiata di falò, o lungo sentieri alpestri, rasente gli stazzi.

O quando nel Corpus Domini, tra spari di mortaretti e di ar­chibugi, procedeva il baldacchino del Santissimo: in mezzo il ve­scovo sfolgorante di oro; indietro sorreggevano le aste il sindaco e il mastro giurato; avanti, i quattro eletti del popolo. Tutti con gli alti parrucconi bianchi sul capo, le giubbe gallonate, le trine sul petto e lo spadino al fianco. Dalle finestre, coltri e arazzi, fazzoletti e lenzuola, in una gamma molteplice. di colori. Allora, è sempre la tradizione, il santo sfiorava il terreno con la punta dei piedi, intrec­ciando danze, rosso in viso e sfavillante negli occhi.

È rimasta celebre una di queste manifestazioni collettive. L'Im­macolata era passata come una visione, per le vie del paese, sotto il più bel cielo di maggio ed ora brillava tra i ceri nella penombra del tempio. In prima fila, tra le facce bruciate degli agricoltori, spiccava il volto affilato di Gerardo. Pregò a lungo in silenzio, ma a un tratto il suo volto divenne di fiamma, balzò in piedi, e, sfilandosi l'anello, lo passò nel dito della Vergine. Nessuno capì il significato del gesto. Ma da allora, quando qualcuno gli diceva: « Perché non ti sposi ? », rispondeva immancabilmente: « Mi sono sposato con la Madonna! ».

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L'ORA DECISIVA

Noi misuriamo gli altri col nostro metro; noi, i piccoli, gli inetti, gli accomodanti, pretendiamo di essere la norma, cioè l'unità di mi­sura e chi se ne diparte diventa, per ciò stesso, un anormale. In altri termini, un pazzo. Come se si potessero mettere sullo stesso piano i reclusi nelle case di salute, capaci solo di nuocere a sé e agli altri, e quegli esseri superiori che passano come una benedizione sulla terra, asciugando lacrime, consolando dolori, e sopravvivono alla loro morte nella venerazione dei popoli. Eppure c'è qualche cosa che dovrebbe arrestare i nostri giudizi frettolosi: la gioia spirituale con cui queste anime si muovono verso i loro ideali di sofferenza e di martirio. Tale gioia è il frutto più squisito dello Spirito Santo che ha preso possesso di loro. E’ la storia di tutti i santi ed è la storia del nostro Gerardo.

Dopo le prove del carnevale, egli iniziò con nuovi propositi la quaresima del 1747, adattando la cornice esterna della vita alla severità della liturgia: meno chiasso, più concentrazione interiore. Raddoppiò le flagellazioni, ma nel silenzio della chiesa, o della cam­pagna boscosa ; il suo petto divenne tutto un aspro prurito di chio­di appuntiti; il cibo lo ridusse a un paio d'once di pane, condito con radiche amare, passando la sua razione ai fanciulli abbandonati, o ai poveri che incontrava per via. Alle volte protraeva il digiuno per giorni e giorni, rispondendo alle insistenze della mamma: « Non preoccuparti; non ho fame; son sazio fino alla gola ! » ed altre espres­sioni simili.

Una volta Benedetta si lamentò con Eugenia Pascale che suo figlio non toccava cibo da tre giorni. Costei, che godeva di un certo ascendente sul santo di cui era coetanea, per sincerarsene, lo invitò a casa e gli offrì da mangiare: «Non ho fame! », rispose, accovac­ciandosi sullo sgabello accanto al fuoco. La giovane lo squadrò da capo a piedi e « Che hai qui ? », gli disse toccando una tasca rigonfia. « Niente, niente; è la provvista».

Incuriosita, cacciò dentro quasi a forza la mano e ne cavò fuori un pugno di radici risecchite : « E queste a che servono ? ». .

« Queste ? ... si mangiano e levano l'appetito ».

La donna ne portò un frammento in bocca, ma dovette rispu­tarlo in fretta ; se no, vomitava.

Quando era costretto a cedere all'importunità degli amici, si faceva preparare un involtino che poi finiva regolarmente nelle mani dei poveri.

Eppure quel poco cibo doveva sostenere un giovane di venti anni, in piedi prima ancora dell'alba, quando usciva di casa, imboc­cando le ultime rampe della Raia del Castello.

Nelle tenebre, l'alta torre boreale prendeva l'aspetto di un fan­tasma che vegliava sul baratro del Ponte delle Ripe ; più avanti il secondo torreone torvo e massiccio pareva grondasse sangue. Si di­ceva infatti che dalle pietre uscissero i gemiti delle vittime truci­date in quegli oscuri recessi. Qualcuno giurava perfino di aver visto uscire dal triste maniero, nelle notti illuni, la regina Giovanna : a bisdosso di un mulo, il tronco inerte e la testa ciondolante, scendeva lentamente verso il baratro, al suono delle acque che rotolavano negli abissi.

A quei ricordi, Gerardo affrettava il passo, raggiungeva la piaz­zetta deserta, ed estratta la chiave avuta la sera precedente dal­l'abate Tirico, spariva nella cattedrale. Qui l'oscurità era rotta dal fiato di luce che vegliava sull'altare, dal quale si affacciavano i santi, mezzo sepolti nel buio. Tra i candelieri traballanti s'intuiva la grossa sagoma dei due angioloni di legno, genuflessi, a mani giunte. Ai loro piedi prendeva posto Gerardo: genufletteva anche lui e congiun­geva le mani, in adorazione. Si sarebbe detto un terzo angelo di­sceso dal cielo, senza quel respiro affannoso che tradiva l'irruenza del sentimento. Pregava a lungo, solo con Dio; poi si ritirava in un canto, si scopriva le spalle e cominciava la carneficina a colpi di corda. Quando era esausto, si riaccostava all'altare e procedeva a meditare le altre stazioni dell'orologio doloroso tralasciate nel sonno. Quando poi l'aurora saliva dalle vetrate sudice, apriva la porta, suonava le campane e cominciava a servire le prime messe per prepararsi alla santa comunione ; le altre, per ringraziare il Signore. Il ringraziamento lo prolungava fino a sera, nella santità del lavoro. Lo con­chiudeva con la benedizione eucaristica, seguita da lunghe preghiere, interrotte solo dal sacrista, che sbattendo la grossa chiave sulla porta, dava il segno di uscire. Allora rincasava lentamente bisbi­gliando l'ultima preghiera per il vicolo buio, al chiarore delle lucerne, per riprendere la stessa via prima dell'alba, al chiarore delle stelle.

Tale genere di vita non poteva piacere al maligno che ricorse a tutti i sistemi per stroncarlo definitivamente.

Una notte, appena Gerardo aprì la cattedrale, sentì venirsi ad­dosso, ringhiando, un ammasso di peli: davanti, due occhi accesi sulle grosse zanne biancicanti nel buio. Arretrò di un passo col cuore in gola ; poi : « Ah sei tu ! » gli gridò in tono di scherno e con un segno di croce lo ricacciò nelle tenebre. Ma il demonio tornò alla carica.

Gerardo si era appena accomodato al solito posto e cominciava a pregare, quando, all'improvviso, udì uno schianto, poi un angio­lone rotolò dall'altare, sfiorandogli il braccio. Sarà caduto per terra ? No, ecco riprende quota, sfreccia nell'aria come un bolide, traccia una curva e gli ripiomba addosso con tutto il corpo piegato sulle gi­nocchia e le ali confitte nel buio. Il santo balza da un lato, ma si vede ancora inseguito. Allora finalmente comprende: il cuore getta un grido, la mano traccia una croce e il maligno è sconfitto la se­conda volta.

Ma quale spavento! Se ne ricorderà per tutta la vita. Dieci mesi prima di morire, in una sera d'inverno, ne farà il racconto partico­lareggiato alla comunità raccolta intorno al fuoco, mentre il vento passava fischiando per la valle del Sele coperta di neve. Tutti lo guardavano tra l'attonito e il divertito e qualcuno tremava impau­rito, come se 1'angiolone volasse ancora sulle ali del vento e fosse lì fuori a forzare le imposte.

E venne la primavera e, con le prime gemme, una nuova idea scoppiò improvvisa nell'anima del santo: farsi eremita. Sfumata ormai la speranza di portare il cordone di San Francesco, non gli restava che darsi ai monti come gli antichi anacoreti, sotto gli al­beri, muti testimoni dell'Altissimo, cibandosi di frutta selvatiche come gli animali della terra e gli uccelli del cielo. Così niente l'avrebbe distratto dalla preghiera, né il sole nascente, né le stelle della notte. E tutta la natura avrebbe accompagnato le sue contemplazioni col sospiro della brezza e il turbine della tempesta. Ci pensò a lungo e si decise.

Allora la professione di eremita non era rara come adesso : se ne trovavano ai margini dei boschi che lambivano la città, come quell'Antonio Marolda, soprannominato l'abate Tonno, che fondò la chiesetta suburbana di San Giuseppe, nel casale di San Giuliano e vi ottenne il diritto di sepoltura da mons. Delfico nel 1734. L'idea dunque non era nuova, ma era nuovo il modo di attuarla. Un modo davvero originale che Gerardo espose a un compagno, animato dagli stessi propositi. Si trattava di un regolamento appena abbozzato, un semplice schema, suddiviso in distinti paragrafi: preghiera, pe­nitenza, lavoro, sonno. La maggiore importanza veniva data ai primi due punti; poi, in ordine decrescente, agli altri due. Un punto assolutamente trascurato era quello del cibo : sarebbe bastata la cicoria dei prati e l'acqua viva dei torrenti. Esclusa assolutamente la carne.

Erano sogni utopistici e i due giovani dovettero intuirlo se, prima di accingersi all'impresa, vollero saggiare le loro forze con otto o dieci giorni di prova per ogni singolo punto. Si diedero al raccoglimento continuo, alla preghiera assidua, alle carneficine spie­tate. E giunsero al punto relativo ai digiuni a base d'erbe crude, portandolo avanti bravamente fino al terzo o quarto giorno, quando si videro spiati dagli occhi curiosi e dalle domande indiscrete dei co­noscenti. Che è, che non è, si accorsero finalmente che, a forza di mangiare erba cruda come i buoi, le loro labbra avevano preso un colore verdognolo che acquistava maggior risalto sul pallore spento delle guance. Naturalmente il segreto fu scoperto e il progetto cadde sotto il peso dei sarcasmi e delle irrisioni.

Gerardo riaprì ancora una volta il negozio e riprese a servire la sua clientela, la quale, dobbiamo riconoscerlo, doveva volergli un gran bene se, nonostante tutto, continuava a restargli fedele. Perché il signor « Fate voi » faceva onore al proprio nome, procrastinando continuamente la consegna dei lavori senza preoccuparsi troppo dei reclami che gli si levavano contro da ogni parte. Anche dagli amici che avevano finito per giudicarlo un sognatore buono a nulla. Così, a ventidue anni, cominciò a sentirsi straniero tra i suoi concittadini, chiuso nelle proprie contemplazioni, completamente assente, anche tra lo strepito delle feste. Si racconta a questo proposito un episodio quanto mai significativo.

Un giorno fu invitato a partecipare alla fiera di San Quirico, la grande solennità cittadina che per dieci giorni metteva in subbuglio quella popolazione sonnacchiosa. La fiera si apriva dal mastro giu­rato che si re duto dalla bai seguito dal Sii persone di ogi pimento del giurato che si recava al mercato « con gran pompa e solennità, prece­duto dalla bandiera del Comune, da suonatori di pifferi e tamburi e seguito dal Sindaco, dagli eletti, dalle Guardie e da lungo codazzo di persone di ogni ceto e condizione sociale... Era il più grande avve­nimento del paese, il sospiro di tutti... ».

Gerardo si aggirava tra quelle piramidi di ceste, di fiaschi e ba­rili, di selle e ferri vecchi; tra quelle baracche di ninnoli e gioielli a buon mercato e giunse in uno spiazzo dove un santaro aveva esposto, su alcune tavole posticce, lunghe file di statue e statuette in gesso e cartapesta che spiccavano sotto il sole di luglio per la foga dei loro gesti e lo strazio dei loro colori. Il santaro gridava ai quattro venti le virtù taumaturgiche di ogni santo e Gerardo si fermò ad osservare attentamente quelle figure tanto care al suo cuore, quan­d'ecco i suoi occhi caddero su un San Michele che dominava in prima fila con le ali spiegate e la spada in pugno. Non ci volle altro. Di schianto si lasciò andare in ginocchio, tracciandosi segni di croce sulla fronte e picchiandosi con impeto il petto : poi si ricompose nella calma della preghiera silenziosa. D'intorno, nell'aria arroventata di luglio, si rimescolavano nitriti di cavalli, muggiti di buoi, rulli di tamburi, grida di venditori, ronzio di mosche e tanfo indescri­vibile, ma Gerardo non vedeva, non udiva più nulla. Era in Dio.

Lo stesso gli capitava tra le pareti del negozio, anche alla pre­senza degli avventori che attendevano la consegna del lavoro o una risposta. Ormai la contemplazione era diventata la forma abituale della sua preghiera e della sua vita e il lavoro, il mondo stesso, una appendice trascurabile della sua esigenza di cielo.

Con tali disposizioni anelava a farla finita col mondo. Spesso tra una gugliata e l'altra veniva rapito da forti nostalgie per il chiostro, da una sete ardente per le solitudini sconfinate, da un de­siderio d'immergersi completamente in Dio e di vivere solo per Lui. Erano sospiri che esplodevano in preghiere ardenti e in abbandoni fiduciosi nella Provvidenza. Solo la Provvidenza poteva ormai ope­rare il miracolo di piegare la volontà degli uomini in suo favore. Ma la grazia andava meritata con penitenze sempre nuove. Perciò intensificava il suo programma di vita spirituale, tutto proteso verso un bene, più che intravisto, presentito dalla sua anima. Attendeva e sentiva che l'attesa non sarebbe stata vana. E nell'agosto del 1748 il sogno parve prendere consistenza.

Era una di quelle giornate quando si respira come davanti alla bocca di un forno e la testa si piega dalla sonnolenza e dalla stan­chezza. Gerardo stava lavorando nel suo negozio, quando gli si fece avanti una strana figura vestita di nero. Si levò il cappellaccio dalle larghe falde rialzate e fece scivolare dal collo una sporta. « È per il santuario di Caposele, per costruire una casa ai nostri missionari che predicano ai poveri e agli abbandonati ». E conficcò il mento nel­l'apertura di un enorme collarino bianco.

Mentre egli parlava, Gerardo si sentiva muovere verso di lui da una segreta simpatia : chiese maggiori spiegazioni sull'Istituto cui apparteneva, lo trovò perfettamente corrispondente ai suoi ideali e, impetuoso come sempre, si offerse a seguirlo. Fratello Onofrio si fece grave: « La Congregazione non fa per te», rispose, « da noi si patisce molto ; si dorme sulla paglia, si vive con rigore ».

Ed egli con un salto di gioia: « Oh fratello mio! E questo ap­punto vado cercando ! ». Fratello Onofrio si strinse nelle spalle : che poteva far lui ? Doveva parlarne col padre Garzilli, quello che pre­dicava in cattedrale. Solo lui poteva dare una risposta. E si avviò verso la strada, chiuso nella sua fascia di lana, agitando il lungo ro­sario che gli pendeva al fianco.

Gerardo si recò più volte dal padre Garzilli ; lo interrogò sul­l'Istituto e sulla sua regola, gli parlò della propria vocazione. Ma tutto finì li : forse perché ne fu dissuaso, forse perché si frapposero ostacoli. Tornò quindi nella sua squallida bottega a moltiplicare le preghiere e le penitenze.

Gli sembrava che a ogni colpo di fune sul dorso nudo, il missio­nario alto e scarno fosse li a ripetergli: « Da noi si patisce molto ! » e ad incitarlo a raddoppiare i colpi per rendersi degno della nuova vita appena intravista. Quell'anno si preparò con più fervore alla nascita del Bambino e in quaresima rivisse più intensamente il suo programma di « Morire con Gesù », ripetendo spesso: « Gesù è morto per me ed io voglio morire con Lui». All'avvicinarsi della settimana santa, sembrava un cadavere, ravvivato solo da un desiderio in­finito di sofferenza che lo bruciava come una ferita. Quando quegli occhi dilatati si posavano sul Crocifisso, sembrava che le due imma­gini si fondessero in una sola immagine di dolore, irrigidita nella carne senza sangue.

Forse era in uno di questi momenti di dedizione perfetta al suo Esemplare, quando, secondo il racconto del Tannoia, fu scelto a rappresentare in cattedrale le ultime ore del Maestro morente: nes­suno meglio di lui poteva incarnare, senza finzione, unto mistero di umano dolore.

Il Settecento aveva ereditato dal secolo precedente il gusto delle scene violente, ispirate al verismo spietato perfino nella sacra li­turgia. Ancora adesso nelle regioni del Mezzogiorno i vecchi ricordano con rimpianto i calvari viventi, soliti a rappresentarsi nella setti­mana santa con gran concorso di fedeli.

E anche quel pomeriggio del 4 aprile del 1749, venerdì santo, la cattedrale mareggiava di una folla compunta nell'attesa del mi­stero. Lentamente caddero i veli e sullo sfondo dell'abside, legger­mente illuminato, si disegnarono tre corpi nudi confitti in croce ai piedi tumultuava la folla dei soldati e delle sante donne, tra cui la Vergine in gramaglie e la Maddalena genuflessa ai piedi di Gesù. Ma l'attenzione fu subito rapita dalla figura del crocifisso di mezzo con lo spasimo diffuso in tutto il corpo, specialmente nel volto affi­lato e contratto dall'agonia. Si sarebbe giurato che stesse lì lì per spirare, e l'impressione raccoglieva in un attimo di sospensione la, moltitudine. In quel silenzio, in quell'attesa, s'udì un grido, poi un tonfo. Tutti si volsero in un punto: una donna era a terra svenuta. Nel crocifisso di mezzo aveva riconosciuto il suo Gerardo. All'im­provviso si era sentita associata a un gran dolore ed era caduta sotto il peso, povera, umile donna, non eroina, non santa : solo madre. Ma la madre è sempre su ogni calvario e mamma Benedetta sarà ancora chiamata a partecipare col suo contributo di lacrime al sa­crificio totale del figlio. Perché l'ora dell'immolazione suprema è ormai suonata.

Il 13 aprile, domenica in Albis, giungeva a Muro una compagnia di missionari : apparteneva allo stesso Istituto dei due missionari visti da Gerardo nell'agosto precedente. La compagnia era guidata da un santo autentico, dal padre Paolo Cafaro, direttore spirituale di S. Alfonso e dei primi Redentoristi, tutti uomini eroici per virtù e dottrina. Piccolo e mingherlino, dalla testa enorme, dal volto a triangolo, il padre Cafaro era di quegli uomini che s'imponevano per lo zelo indomito. « Le sue parole - scrisse Sant'Alfonso - erano saette che ferivano. Quando parlava dell'eternità, faceva tremare ognuno che l'udiva». I compagni lo chiamavano: « L'ira di Dio ».

Sotto il suo comando, i Padri presero d'assalto le parrocchie e le chiese della città, secondo un piano prestabilito. Prima si terro­rizzavano i peccatori con le prediche di massima, poi si aprivano alla speranza con le figurazioni sempre nuove e patetiche del Buon Pastore e del Figliuol Prodigo ; in ultimo s'istituiva l'esercizio della vita devota per consolidare i frutti di penitenza. La missione durava così dai venti ai trenta giorni. Ed erano giorni di rivoluzione spiri­tuale. Quegli uomini rudi, dall'aspetto ispido e incolto, quando sa­livano sui palchi si travestivano di fuoco, sollevando l'uditorio a tale delirio collettivo da rasentare la follia. Chi si picchiava il petto, chi si strappava i capelli, chi dava la testa nel muro.

Tutto era preparato e tutto concorreva al grande effetto finale con una tecnica studiata nei minimi particolari. Si cominciava sul­l'imbrunire con la recita cantata del rosario. Tra una decade e l'altra, il predicatore proponeva il mistero : seguiva il canto lento e pausato del Pater e dell'Ave che disponeva al raccoglimento. Così i fedeli a mano a mano che entravano nel tempio, si trovavano immersi in una atmosfera satura di spiritualità. Seguivano altri canti più larghi e distesi, poi l'istruttore saliva sul palco e istituiva una specie di dia­logo col pubblico sul tema dei comandamenti di Dio e dei precetti della Chiesa e, specialmente, sulla confessione sacramentale. Erano scenette colte dal vero e il pubblico le seguiva senza sforzo, sorri­dente, quasi divertito. Appena taceva, s'intonavano canti raccolti, dolenti, che preparavano l'ambiente alla predica grande.

Allora, grave e compunto, il predicatore per eccellenza saliva a sua volta sul palco e già un brivido di freddo percorreva la chiesa. Poi, a voce bassa, profonda, iniziava a parlare, crescendo a mano a mano di tono e di forza, cadenzando le parti più importanti, can­tando le parole tematiche. La parola cedeva al canto, il canto alla mimica, al quadro plastico : giacché l'elemento visivo era ritenuto - giustamente - il più adatto alla rude intelligenza del popolo in gran parte analfabeta. Fiammate di stoppa ardente parlavano dell'inferno; immagini di persone divorate dal fuoco, uncinate dai demoni, appinzate da scorpioni e serpenti, parlavano dei dannati; teschi, scavati dall'ossario comune, della vanità d'ogni cosa. E l'Ad­dolorata in gramaglie piangeva a lato del palco; e un Crocifisso, stracciato in ogni vena, passava tra ceri accesi in mezzo alla molti­tudine costernata. Nelle perorazioni pareva il finimondo ; ogni sen­timento d'amore, di terrore, di pentimento veniva portato al paros­sismo e i gemiti, i singulti, gli urli divenivano assordanti, come se l'abisso si fosse spalancato sotto i piedi dei fedeli per ingoiarli in carne e ossa e tutta la loro salvezza rimanesse appesa a quell'uomo che si agitava sul palco, armato, di volta in volta, di un Crocifisso, di un teschio, o di due semplici candele incrociate che illuminavano il volto spettrale della Madonna. Poi, quando aveva esaurito tutte le risorse della sua eloquenza, il missionario si toglieva la corda dal collo e lì, alla presenza di tutti, cominciava a flagellarsi aspramente, rimescolando ed esasperando ad ogni colpo quella marea sconvolta di passioni in delirio. L'esercizio terminava in tronco perché l'impres­sione si prolungasse nella notte.

Allora un altro missionario saliva sul palco, invitava le donne a uscire, gli uomini a restare. Ristabilito il silenzio, ricapitolava bre­vemente la predica grande, esortando alla penitenza. A questo fine ognuno doveva portarsi da casa delle cordicelle intrecciate. La sera appresso tornava ad insistere : « Chi ha portato la disciplina, la levi in alto: la voglio benedire ». Alla terza o quarta sera, parecchi si presentavano armati di fruste e non attendevano che un cenno del missionario per picchiarsi.

Gerardo, naturalmente, era sempre in prima fila. Per quei giorni, addio negozio, addio clienti, addio casa propria! La sua casa era la chiesa e il castello dove i missionari alloggiavano : spazzava le stanze, rammendava la biancheria, aiutava il cuoco. La mattina e la sera correva ad ascoltare le prediche, a orecchie tese per non perdere una sillaba. Al secondo giorno, aveva con sé la sua brava fune, pronto a darsele sode. Era là, davanti a tutti, gongolante, come se lo invitassero a nozze. Al terzo giorno, il missionario esortò alla pe­nitenza e diede il via: allora da ogni parte cominciò un rumore come di gragnuola sui tetti. Nella penombra si scorgeva un violento in­crociarsi di braccia e un agitarsi irregolare di corde che ricadevano sulle casacche polverose. Il picchiettare canterino delle fruste era pausato dai colpi più cupi di una fune nodosa. Tutti ne capivano la provenienza e tutti pensavano a Gerardo, specialmente gli amici che decisero di combinarne una delle loro. All'indomani gli si posero alle costole e, quando il missionario diede il segnale, gli scaricarono addosso le loro frustate. In quel parapiglia, nessuno vi badò e non vi badò neppure lui, altrimenti li avrebbe ringraziati.

Intanto, col passare dei giorni, Gerardo si rafforzava nel suo proposito di entrare nell'Istituto. Ve lo spingeva l'esempio di quei Padri che incarnavano un ideale di santità tanto semplice e pratico e insieme tanto efficace per le anime. Perché la santità redentoristica è in questo binomio : zelo apostolico e amore alla Croce : tutto come voleva Gerardo. Perciò decise di parlarne col padre Cafaro. Questo missionario austero e zelante era anche un uomo coi piedi solida­mente piantati per terra, gran lavoratore dalle braccia robuste che stimava gli uomini per quello che sanno produrre sul campo dove Dio li mette : il missionario da missionario, il fratello coadiutore da fratello coadiutore. Il fratello coadiutore esercita il suo zelo apo­stolico in cucina, in sagrestia, in guardaroba, nell'orto. Umili mansioni agli occhi degli uomini, ma grandi al cospetto di Dio che, per mezzo degli umili, porta a salvamento le anime. Ma come esercitare tale missione senza una salute almeno discreta ? Sarebbe lo stesso che tentare Dio. Questo il problema che dovette porsi il padre Cafaro nel posar gli occhi su quel candidato che tirava l'anima coi denti, con la fama d'indolente e scansafatiche e, perché no ? anche di scemo. Sarebbe stato un soggetto inutile e quindi nocivo a se stesso e agli altri. La vocazione ? Se Dio chiama, dà anche l'attitudine a seguir la vocazione; in primo luogo, la salute. Se non la dà, è segno mani­festo che non c'è vocazione.

Fermo su tali principi, il p. Cafaro non esitò un momento a respingere il postulante : « No, la nostra vita non è fatta per te». « Provatemi! ».

« Che vuoi provare? È fin troppo evidente». E lo lasciò in asso.

Gerardo tornò a casa afflitto, ma non abbattuto, anzi più che mai deciso a rimettersi ciecamente nelle mani della Provvidenza. La vittoria sarà sua, pensava; non può esservi dubbio. Forte di questa speranza umanamente fondata sul nulla, distribuì ai poveri le sue ultime robe. A un fanciullo, Carmine Petrone, suo lontano parente, che gli era stato vicino in quei giorni, diede una camicia e due paia di calzonetti. Era tutto il suo capitale. Ora non aveva più nulla, proprio come gli uccelli dell'aria e i gigli dei campi chiamati a modello dal Salvatore. Ora, come S. Francesco, poteva con più ragione invocare Dio suo Padre; ora poteva riposare con più fi­ducia sulle sue braccia, sicuro di non essere abbandonato. Ora po­teva effondersi in una preghiera più tranquilla, come chi ha trovato finalmente la nave che dovrà condurlo in porto.

Quando ? diceva serenamente, ponendosi in ascolto se gli giun­gesse il cenno del Nocchiero Divino. Perfino nel sonno balzava in piedi e tendeva le orecchie nel vano della finestra, invasa dal più bel chiaro di luna. Poi prendeva un libro, leggeva alcuni passi e rimaneva come sospeso nel silenzio notturno, il viso piegato da una parte ; gli occhi fissi nel cielo tempestato di stelle.

Coi mezzi divini non trascurava gli umani. Continuò a frequen­tare i Padri, a raccomandarsi ora all'uno, ora all'altro con parole che strappavano lacrime. Trovava compassione, ma non convin­ceva nessuno, perché tutti erano convinti della stessa verità : che la salute è il capitale del missionario, capitale umano, beninteso, ma sempre capitale. Chi non può sopportare il peso della regola, non deve neanche abbracciarla: sarebbe peccato mortale. I principi sono chiari e perentori e non è facile cogliere l'opportunità del­l'eccezione.

Intanto, a forza di parlarne a questo e a quello, la cosa era arri­vata all'orecchio della mamma, la quale si mise all'erta. Cercò dap­prima d'espugnare il cuore del figlio con tutta l'eloquenza di cui era capace il suo amore disperato. Poi ricorse all'eloquenza delle lacrime e una sera gli cadde genuflessa ai piedi: « Non lasciarmi », diceva tra uno sbotto e l'altro di pianto, « non lasciarmi così sola e vecchia! Non lasciarmi, per quel dolore che hai sofferto in Croce e hai fatto soffrire anche a me, tua madre!».

Con quel corpetto nero e quello spasimo dipinto sul volto, seni­, brava proprio l'Addolorata ai piedi di Gesù. Anche Gerardo era an­cora in Croce e gli si porgeva, per la sua sete, una tazza di fiele. Come il Maestro, lo trangugiò fino all'ultima goccia, con gli occhi al cielo per non piangere. Lo ricorderà più tardi ai confratelli di religione, velando nella celia esterna, la commozione del cuore.

Svanito il tentativo, la madre si rivolse al p. Cafaro : gli fece presente la sua povertà, la sua vecchiaia e il bisogno estremo che aveva del figlio. Predicava a un convertito. Il Padre la rassicurò sulle proprie intenzioni, ma insieme le fece capire che bisognava tener d'occhio suo figlio, il quale sarebbe stato capace di tutto. Dopo di che, credette sistemata la faccenda e non vi pensò più. Infatti, scri­vendo, il primo maggio, da Muro a S. Alfonso, gli parlava, tra l'altro, di una preziosa conquista : nientemeno che del cuoco di monsignor Mojo ! Un cuoco eccellente che si sarebbe fatto onore con gli eserci­zianti di Ciorani. Non una parola per il nostro Gerardo, forse perché lo scrivente aveva fretta, essendo giorno di comunione generale. O meglio, perché lo credeva definitivamente liquidato.

Ma il giorno della partenza dei missionari scoccò l'ora di Ge­rardo ; l'ora delle decisioni risolutive che fanno dell'uomo un eroe o un vinto della vita.

Carcerato dalla mamma, trovò modo di evadere dalla prigione, saltando dalla finestra; respinto dai missionari durante il viaggio, trovò modo di portarsi con loro a Rionero del Vulture ; respinto ancora, trovò la forza di resistere «ostinatamente», come scrive il primo biografo, il padre Caione. Due volontà erano di fronte quella ferrea, immutabile del padre Paolo Cafaro, il santo e terribile padre Cafaro, definito « L'ira di Dio» e quella umile di Gerardo, sostenuta dalla grazia.

E Gerardo piegò « L'ira di Dio ».

8

SOTTO LA VERGA DI FERRO

A mezzogiorno di Deliceto, su una piccola spianata che scende a precipizio verso il Carapelle, un torrentaccio silenzioso la maggior parte dell'anno, sorge il collegio di Santa Maria della Consolazione un rude maniero di pietra squadrata, tra le montagne che incombono dall'alto, la pianura che s'apre dal basso e la boscaglia che lo lambisce da più lati. Di fronte, a un paio di chilometri in linea d'aria, quattro cinque per l'antico tratturo che va cresta cresta da una collina al­l'altra, si drizza il nero castello medievale che domina le casupole del paese, affastellate sui rigonfi del terreno. Sono case basse e sudicie, abitate in gran parte da contadini. « Vi sono poche case civili», scri­veva S. Alfonso il 19 dicembre 1744, (Lettere, I, 100) « quasi tutti sono campesi ».

Dal paese a Santa Maria della Consolazione si stende una terra arida e desolata con qualche spruzzo di verde e qualche cappella legata alla leggenda di monaci solitari e di briganti. Ma intorno al collegio, da levante a ponente, come una macchia cupa sul giallo delle argille spaccate dal sole, le querce svettano taciturne, allungando la loro ombra sui greppi solitari. Tra la luce sfacciata dei meriggi e le ombre incerte del mattino, fasciato da una larga barriera di si­lenzio, rotto solo dallo stormire delle piante e dai campani delle greggi, sorge il collegio, un tempo dei Padri Redentoristi. Era un eremitaggio per anime contemplative e un posto di ristoro ad uso dei missionari spossati dalle campagne apostoliche. Perciò Sant'Al­fonso lo aveva accettato verso la fine del 1744 e vi aveva passato due anni tra i più fecondi della sua vita, alternando una pagina di teologia morale con una elevazione mistica; un canto spiegato di gioia coi suoi sospiri di penitente. E i primi compagni avevano gareggiato con lui, flagellandosi aspramente dentro gli anfratti delle rocce e i covili delle fiere, nascosti tra i falaschi e le spine. Tra gli altri si era distinto il padre Cafaro, succeduto a S. Alfonso nel go­verno della casa. L'osservanza vi fioriva in tutto il suo splendore e guai a chi avesse sgarrato anche di un apice. Si sarebbe attirate le ire del padre Muscarelli, il censore inesorabile d'ogni mancanza da qualunque parte venisse, dai superiori o dai confratelli, tanto che il padre Mazzini avrebbe voluto dargli per stemma una grossa forbice, di quelle con cui si tosano le pecore.

In questa cornice di silenzio, i missionari redentoristi, fedeli al programma del loro fondatore che li voleva apostoli fuori e cer­tosini in casa, si davano ad una vita intensa di raccoglimento e di studio, mentre i fratelli coadiutori accudivano alle faccende do­mestiche e al lavoro dei campi: specialmente a quest'ultimo. Tale lavoro che, secondo il padre Cafaro, avrebbe richiesto le braccia di cento operai, veniva assolto da pochi coadiutori con l'aiuto di alcuni garzoni. Essi pensavano a dissodare la parte dei campi adia­centi al collegio, mentre la rimanente - ed era la maggior parte - veniva affittata, anno per anno, ai massari, dietro compenso in na­tura. Forse il compenso non era adeguato, forse i campi non rende­vano secondo i loro desideri, fatto sta che i massari non la duravano a lungo e ogni anno risorgeva lo stesso problema delle braccia da lavoro. Il problema naturalmente presentava soluzioni diverse, ognuna delle quali trovava favoreggiatori nella comunità. Il padre ministro Lorenzo D'Antonio avrebbe voluto eliminare i massari, generalmente indolenti e profittatori, prendendo direttamente nelle proprie mani la gestione di tutti i campi. Con tale sistema nel 1747 aveva ottenuto ottocento moggia di grano e quattrocento di avena. Ma il padre Cafaro giudicava tali lavori troppo distrattivi. Egli avrebbe preferito che i fratelli si fossero limitati ai lavori domestici e agli alle­vamenti di bestiame, lasciando i campi agli affittuari,. anche a scapito del loro rendimento. Perciò più di una volta si era lamentato con S. Alfonso del proprio ministro che aveva « messo la casa sottosopra, sempre con buona intenzione» e che « era troppo sopra i Fratelli». Ma S. Alfonso non dovette dare soverchia importanza a tali rilievi, se nel 1748 sceglieva proprio, padre D'Antonio a sostituire il padre Cafaro, mandato a presiedere la fondazione di Caposele. Il santo voleva dare un nuovo impulso alla fabbrica del collegio che proce­deva a rilento e trovò nel padre D'Antonio l'esecutore fedele dei suoi desideri. La costruzione crebbe a vista d'occhio, tanto che il 24 luglio 1749 il padre Muscarelli poteva scrivere al chierico stu­dente Bernardo Apice in Ciorani : « Qui si sta in fabbrica e la casa verrà assai bella, anzi, senza mentire, forse la più bella di quante ne abbiamo ».

Questo era il collegio dove Gerardo venne a trovarsi in quel lontano maggio del 1749, dopo due giorni di viaggio. Le coste all'intorno palpitavano di erbe e di grano; il Carapelle rumoreggiava per le nevi disciolte, cercando di masso in masso la pianura pugliese, tutta un mare di verde e le vette del Gargano brillavano d'una tinta viola. Ma il viaggiatore non partecipava allo spettacolo : stanco e la­cero, anelava di rinchiudersi tra quelle mura benedette. Quando varcò la soglia e gli si aprirono davanti quei lunghi corridoi fiancheg­giati di celle, li credette il vestibolo del paradiso. Perciò non si lasciò impressionare da qualche saluto poco cordiale, da qualche occhiata significativa, da qualche scrollatina di testa che voleva dire: « E di costui che ne facciamo ? », ma corse in chiesa a gettarsi ai piedi della buona Madonna della Consolazione che aveva esauditi i suoi desi­deri ; poi baciò e ribaciò le pareti della sua stanzetta e si mise a di­sposizione dei nuovi confratelli. Un Padre si prese cura della sua formazione religiosa, un fratello coadiutore dell'addestramento al lavoro.

Si cominciò col lavoro dei campi di cui era l'impresario e il factotum fratel Leonardo, un omone tarchiato e nerboruto. Questi guardò con un certo dispetto quella figura mingherlina e mezzo ad­dormentata che gli veniva affidata, borbottando tra i denti: « A che può servire ? Bell'aiuto mi si dà proprio adesso che si avvicina il raccolto ! ». Ma poi si consolò pensando d'aver qualcuno su cui eser­citar le funzioni del comando : ci penserebbe lui a svegliarlo e farlo filare. E lo condusse nei campi : gli mostrò con un certo orgoglio quello che considerava il suo regno : le erbe attendevano la falce, l'orzo si avvicinava alla maturazione, e il grano, un grano basso e rado di montagna, cominciava a spigare. Poi lo condusse nell'orto, davanti alla casa, ai margini del bosco. C'era acqua in abbondanza «Acqua di paradiso », scriveva S. Alfonso, «con fontana propria della Madonna e con peschiera, per cui si può adacquare in ogni tempo il giardino e si possono fare delle verdure » (Lettere, 1, 100).

Qui c'era da preparare il terreno per il trapianto degli ortaggi e afferrarono le zappe. Divisero il lavoro a metà ; Gerardo lasciò la scelta al compagno, si fece un largo segno di croce e si curvò fino a terra. Per un po' di tempo non si videro che le schiene ricurve e

il lampeggiare delle zappe che incidevano. le zolle cretose, mentre davanti a loro sfilavano i solchi, neri sulla terra bianca. Poi Leonardo si raddrizzò sulle reni spezzate per passarsi una manaccia sporca sulla fronte infuocata, mentre l'altro continuava implacabile a mordere la zolla, sempre curvo sulle esili gambe inarcate. A un certo punto, si raddrizzò anche lui e si guardarono : la faccia diafana del giovane spiccava di fronte alla faccia annerita dell'altro. Gerardo gli sorrise, gli si fece vicino, dicendogli: « Lascia fare a me che sono più gio­vane ». E di nuovo si curvò sulla zappa. Un altro giorno, impugnò la falce e recise le erbe del prato ; un altro giorno, armato di un lungo falcetto, prese posto tra i mietitori, strinse i mannelli, legò i covoni e li abbicò, sempre ilare, sempre sereno e disinvolto, come se avesse fatto sempre quel mestiere. Con la stessa disinvoltura passò dai campi alla cucina, dal bosco al forno, al refettorio, dovunque lo chiamasse il minimo cenno non solo del ministro, ma del fratello economo.

La sua festa preferita era quando si faceva il pane. Il giorno precedente si recava a far legna nel bosco. Segava i grossi rocchi di quercia, li spaccava a colpi di cuneo, se li caricava sulle spalle e si avviava traballando, per il viottolo scosceso, col viso frustato dai rami e lacerato dalle spine. Quando il fornaio accendeva il forno, egli preparava la farina. Era il lavoro più faticoso e lo voleva per sé. In quei momenti sembrava invasato dalla febbre dell'azione : di­menava le mani in giro come scacciamosche, gridando ai presenti: « Indietro, voialtri, indietro; lasciate fare a me!». Allora si rim­boccava le maniche, gramolava rapidamente la farina, la gettava nella madia, la spegneva nell'acqua e l'agitava di sotto e di sopra finché il fornaio non gli gridasse : «Basta! ». Allora imbracciava la pala e calava le pagnotte nel forno arroventato. Insomma: « la­vorava per cento ! », scrive con enfasi il Caione.

Nei tempi liberi demoliva il vecchio edificio degli eremiti ago­stiniani : scardinava le pietre col piccone, le ripuliva dal calcinaccio, allineandole una accanto all'altra. Poi se le caricava sulle spalle e, correndo sulle impalcature sotto un sole assassino, le depositava sui ponti, ai piedi dei muratori. Se il caldo si faceva insopportabile, trovava lavoro per la casa : spazzava i corridoi, aiutava in cucina, correva a rigovernar le bestie, e ilare, cantarellando, afferrava le stan­ghe della carriuola carica di letame fumante e, dondolando la testa, andava a depositarlo nella fossa comune. Non mancavano lavori più umili in una casa in costruzione, priva dei servizi igienici più elementari, ed egli li voleva per sé, come suo appannaggio regale. Insomma il signor « Fate voi», passando in Religione, era divenuto il signor « Lasciate , fare a me». In questo cambiamento c'è tale mi­racolo di volontà che sorpassa tutti gli altri miracoli messi insieme.

I confratelli, non sempre giudici disinteressati dei meriti altrui, questa volta si mossero unanimi in suo favore. Lo stesso padre D'An­tonio, il martello dei coadiutori, se ne dichiarò soddisfatto. Avrebbe voluto dimostrarglielo in maniera tangibile, ma non ne ebbe il tempo. Infatti, ai primi di ottobre del 1749, dopo il capitolo generale di Cio­rani, seguito all'approvazione pontificia della regola, dovette rasse­gnare la carica nelle mani più esperte del padre Cafaro. Così la Prov­videnza riportava l'austero missionario sulle vie del nostro santo, perché, completando l'opera iniziata a Rionero, gli aprisse defini­tivamente la porta dell'Istituto. E il padre Cafaro fu felice d'inter­porre i suoi buoni uffici presso il Rettore Maggiore e d'accoglierlo prima tra i postulanti - finora solo impropriamente si poteva chia­mare postulante, non essendoci il consenso del Rettore Maggiore -­ e poi, dopo breve tempo, tra i novizi.

Da parte sua, Gerardo che, fin dai giorni di Rionero aveva amato il padre Cafaro come il più grande benefattore, ora cominciò a venerarlo come uno splendido modello di perfezione. Da questi sentimenti di giorno in giorno più profondi, maturò in lui una deci­sione che avrà una portata incalcolabile per la sua formazione re­ligiosa. Giacché la regola gli prescriveva un direttore di spirito; a chi se non a lui avrebbe potuto affidare la propria anima ? Le stesse austerità, lo stesso polso di ferro che avevano un potere re­pellente per molti, esercitavano sull'umile postulante una speciale attrattiva. Lo seguirà, quindi, con fedeltà assoluta come la voce par­lante di Dio e ne subirà l'influsso, ma solo nella maniera consentita dal suo unico Maestro, Gesù : cioè, ricreando liberamente in se stesso quanto apprendeva dalla rude lezione del direttore. Tra i due non ci fu mani affinità o somiglianza: Gerardo sarà sempre il discepolo dalle folate carismatiche, mentre l'altro spicca appunto per una sua monumentalità, temprata da una volontà incoercibile.

Il p. Cafaro, infatti, era uno di quegli uomini eccezionali che sanno unire il fervore dell'ascesi allo zelo dell'apostolo e si fanno ammirare per la ferrea coerenza con cui trattano se stessi e gli altri. Hanno la stoffa dell'eroe e vogliono al loro fianco gli eroi, cioè co­loro che sanno imporsi una disciplina di ferro. Confessava egli stesso che sotto la sua direzione pochi la duravano... perché voleva per penitenti solo quelli che avevano intenzione di crepare per l'acquisto delle virtù. Crepare, ecco un verbo che ricorre spesso sotto là sua penna : « Bisogna crepare e schiattare per farci santi », così scriveva al padre De Robertis a Pagani il 17 ottobre 1752. (Epistolae, pag. 61).

Odiava l'educazione molle e sentimentale, le vie nuove della santità; aveva in sospetto certe manifestazioni superiori di fenomeni mistici. Preferiva i sentieri battuti, la classica via purgativa che scarnifica l'amor proprio e le passioni ; la voleva a fondamento di ogni santità, fosse pure la più consumata. L'inculcava ogni momento col suo stile asciutto e scabro, con le sue frasi taglienti e incisive.

Il 20 gennaio 1750 scriveva al De Robertis : « Bisogna crepare per dar gusto a Dio... Abbia uno spirito forte, forte, e non lo spirito tenero. Fortezza e non tenerezza vuole da noi Gesù Cristo ». (Ibid., pag. 36).

Ma la mortificazione esterna non doveva aver per fine se stessa, ma preparare il terreno alla mortificazione interna. L'8 agosto dello stesso anno scriveva al chierico Pasquale Amendolara : «Vorrei che tutto il desiderio della mortificazione esterna andasse a finire alle mortifi­cazioni interne le quali veramente fanno santo ». (Ibid., pag. 39). La mortificazione interna, a sua volta, doveva basarsi sull'umiltà, una umiltà senza attenuanti, senza abbellimenti, senza infingimenti, una umiltà sincera che è consapevolezza della propria miseria fisica e morale. « Mi piacerebbe », scriveva sempre lo stesso anno al chierico Bernardo Apice, « che si formasse una cella immaginaria dentro l'inferno, (se mai si ricorda di averlo meritato), anzi dentro 1'abbisso delle miserie dei suoi peccati (se mai ne ha commessi) » (Ibid. pag. 33). L'umiltà doveva preparare il terreno alla fiducia in Dio e la fiducia in Dio doveva avere per linguaggio la preghiera. Perciò nella stessa lettera aggiungeva : « Senza orazione e senza umiltà l'uomo non può mantenersi in piedi nello stato di grazia e di fervore. Umiltà, umiltà : preghiera, preghiera incessante. Chi prega, ottiene. Bisogna pregar sempre. Prego V.R. a pregar sempre e a far sempre il pez­zente alla porta della Divina Misericordia ».

E in un'altra lettera dello stesso anno, allo stesso destinatario « Ci vuole orazione... La prego a non cessar di pregare. Questo è il primo, il secondo, il terzo, il quarto, il centesimo, l'ultimo mezzo per vincere» (Ibid., pag. 35).

Ecco l'uomo chiamato dalla Provvidenza a dare gli ultimi ri­tocchi alla santità di Gerardo. E dobbiamo riconoscere che assolse il suo compito con mezzi elementari, ma efficaci. Il Caione li riassume in una frase biblica : « lo tenne sotto la verga di ferro, sub virga ferrea ». Non già perché continuasse a giudicarlo inutile e sognatore, come a Muro e Rionero, ma per un motivo opposto, perché si accorse di avere a che fare con un'anima grande che galoppava verso le vette supreme della santità. E se ne accorse molto presto : perciò lo ricevette, facilmente in quello scorcio di autunno del 1749, tra i novizi dell'Istituto.

Il noviziato durava sei mesi, durante i quali, il coadiutore con­tinuava a vestire il giustacuore di postulante - cioè una specie di talare, lunga fino al ginocchio, stretta ai fianchi dalla fascia e chiusa al petto da una fila di bottoni che scendevano verticalmente dal collarino bianco - ed era affidato alle cure speciali di un maestro che aveva l'incarico di addestrarlo alla vita religiosa e sperimentarne il carattere. Trascorso questo tempo, il novizio entrava a far parte della comunità, in una fase transitoria che poteva durare più anni, cioè fino a quando il rettore maggiore decideva di ammetterlo alla professione religiosa. Allora veniva rivestito della divisa dell'Istituto ed iniziava, dopo sei mesi, un secondo noviziato della stessa durata del primo. Tale noviziato si concludeva con l'emissione dei voti. Almeno così si legge nelle costituzioni del 1764 che hanno codifi­cato una prassi anteriore. Possiamo quindi supporre che tale prassi sia stata seguita anche per il nostro santo.

Questo periodo, che è un periodo di prova, sotto la ferrea di­sciplina del p. Cafaro, divenne un autentico crogiuolo che trasformò l'anima del fervoroso novizio nell'oro fino di Dio. È difficile imma­ginare a quanti e quali stratagemmi ricorresse il saggio e rude Di­rettore per abbassarlo e annichilirlo, perché non si accorgesse delle preferenze di cui era oggetto da parte di Dio e continuasse a stimarsi l'ultimo degli uomini e un peccatore inveterato. Alle volte ci sembra perfino spietato. Gerardo che ha dovuto passare per prove spi­rituali dolorosissime, alternando visioni abbacinanti di cielo e oscu­rità desolate, nei momenti di maggiore sconforto, si accostava a lui, mendicando un consiglio, un incoraggiamento, una parola qualun­que, come una zolla arida e screpolata che reclama la pioggia. Ma questi, appena lo vedeva, prendeva in prestito la maschera della stanchezza e della noia; il contegno di chi non ha tempo da perdere con visionari e con matti, o lo liquidava con poche parole asciutte e sprezzanti. Qualche volta lo scacciava addirittura. Una volta gli disse bruscamente che andasse a raccontar quelle storie a fratel tale, un laico che sapeva maneggiar molto bene scopa e badile e Gerardo, semplice e sorridente, s'introdusse nella stanza del confratello e gli espose per filo e per segno lo stato della propria coscienza, chiedendo consigli e aiuti, mentre l'altro lo guardava trasecolato.

Questa noncuranza, questo disprezzo apparente aumentava lo strazio del povero novizio che si persuadeva sempre più di essere scacciato, perché peccatore e incorreggibile. E allora piangeva e non sapeva darsi pace. Testimone di questi dubbi, di queste angosce, ci rimane una lettera che è stata ritoccata certamente con mano troppo pesante, ma non crediamo alterata nei concetti. Il santo, rivolgendosi al padre spirituale, gli confessa di non aver coraggio di presentar­glisi avanti « perché ho capito che vi dispiace di vedere la mia pre­senza ; ed io, per non disturbarvi, mi privo delle vostre sante bene­dizioni, mentre io ho bisogno di voi per la guida dell'anima mia. Padre mio, voi siete così caritatevole, pieno di bontà, benigno e amabile con tutti: solo di me vi siete annoiato. Non so perché: che cosa vi ho fatto che mi siete così contrario ? Forse sono i miei pec­cati ».

Sotto una tale direzione, Gerardo s'inserì nella vita dell'Istituto, senza perdere, anzi approfondendo la propria fisionomia interiore e disciplinò le sue energie spirituali esuberanti, secondo le norme vo­lute dalla regola. Ma l'uniformità esteriore non lo adeguò alla massa; lo aiutò solo a concentrare la propria individualità nel fondo dell'anima dove è il regno di Dio. In questo senso, la coartazione esterna lo potenziò all'infinito. Ecco perché Gerardo fece il propo­sito eroico di non tralasciare nessun atto comune. Quando ne fu im­pedito dal lavoro o dall'apostolato, supplì nelle ore notturne o nel tempo della siesta pomeridiana.

Eppure nessuna formalizzazione in lui che rimase sempre il santo dalle intuizioni rapide e scattanti, dalle folgorazioni impetuose e dalle esecuzioni immediate. Si è detto che sapesse a memoria le proprie regole e potrebbe esser vero, ma nessuno più di lui ha saputo su­perar la lettera con l'ardore dello spirito, bruciar l'involucro esterno per attingere il midollo che è fermento di vita. Così ha conciliato il massimo della libertà interiore con la cieca osservanza della let­tera. Perché la lettera in lui era divenuta spirito: la lettera scritta della regola e la lettera orale del superiore. L'una e l'altra, special­mente la seconda, lo metteva in contatto diretto con Dio : così vo­lava all'azione prima ancora che la riflessione avesse sottoposto al­l'analisi i termini del comando. E non di rado l'azione veniva auten­ticata dall'intervento diretto del cielo.

Con questo spirito, leggiamo quanto segue.

Un pomeriggio d'inverno, durante la ricreazione, il superiore disse a Gerardo di portare della neve in sagrestia: avrebbe voluto os­servarla da vicino. Egli corse subito in giardino, ne fece una bran­cata e la depositò sul bancone dei paramenti; poi si mise ad atten­dere la visita del superiore. Visto che non veniva, corse a chiamarlo «Fate presto, se volete vederla. Altrimenti si scioglie tutta ».

« Dove l'hai messa ? ».

« In sagrestia, sul bancone ».

Il superiore si diede una manata sulla fronte : « I miei poveri paramenti... come li avrai conciati ! ».

E si precipitò sul posto. La neve si scioglieva lentamente, sgoc­ciolava per terra in brevi rigagnoli. Spaventato, aprì il vecchio ban­cone tarlato, tirò fuori camici e pianete : asciutti più di prima.

9

IL TESORO DELL'UMILE

Meravigliosa la storia dei santi! Non tanto per i miracoli che segnano le tappe del loro cammino nel mondo, quanto per l'opera occulta della Provvidenza che li innalza, a loro insaputa, all'ammi­razione degli altri. Si concreta così, di secolo in secolo, quell'esalta­zione degli umili, già cantata dalla Vergine nel Magnificat. Il loro spirito, svuotato di se stesso, si dilata in Dio e si esalta in Lui. E Lui in loro.

Da una decina di mesi, Gerardo aveva imboccata la via dell'ub­bidienza cieca e operosa e dell'umile nascondimento. Appariva al­l'esterno nell'allegria schietta e scherzosa che sollevava, a proprie spese, i confratelli. Anche ora, come a Muro, c'era chi lo prendeva per fatuo e nessuno sospettava quali tesori di grazia portasse nel cuore, ma un fatto nuovo lo rivelò all'attenzione dei confratelli.

La sera del 10 marzo, il padre Cafaro, reduce da un lungo giro di predicazione, cominciò un corso di esercizi spirituali a sacerdoti e gentiluomini in preparazione della Pasqua. La comunità intera si mise a loro disposizione. I Padri li accompagnavano in coro, in giar­dino, in refettorio, sempre pronti a consolarli ed accogliere i loro segreti qualche volta dolorosi. I coadiutori prestavano i loro ser­vigi con umiltà cordiale e disinteressata.

Gerardo ebbe l'ufficio di refettoriere, ma egli, come al solito, non si limitò al proprio lavoro, volle dare una mano anche agli altri; fedele al nuovo programma del « Lasciate fare a me ». Così una mat­tina entrò in refettorio piuttosto tardi. Senza perdersi di coraggio, cominciò subito a spazzare, ordinare e lucidare ogni cosa, guizzando tra le tavole e lanciando occhiate furtive ai quadri appesi alle pareti, sotto la volta massiccia.

Qui una Madonna saliva sulle nubi in un cielo di rosa e di perla ; lì un santo, emaciato e consunto, si percuoteva tra ombre cupe e taglienti.

Gerardo continuava a tessere giri e a lanciare occhiate d'amore, finché, rifattosi sulla porta, non s'imbatté in un'immagine dell'Ecce Homo squarciato e contratto, la canna tra le mani annodate. Fu un attimo e si trovò in ginocchio, corpo rigido, pupille immobili: le braccia aperte reggevano ancora forchetta e tovagliolo.

Un fratello che entrava lo scosse, lo chiamò per nome una, due, tre volte : invano. Spaventato, corse a darne avviso al padre Cafaro che aveva terminato l'istruzione del mattino. Questi gli comandò mentalmente di tornare ai sensi ; poi, con un violento rabbuffo, lo rispedì al lavoro.

Qualche giorno dopo, il fenomeno si ripeté : Gerardo, uscito dal coro, aveva raggiunto il pianerottolo che divide le due rampe di scale, quando i suoi occhi s'incontrarono con quelli della Vergine Immacolata, circonfusa della luce mattinale che penetrava dalla fi­nestra aperta sul bosco vicino. Anche allora si trovò in ginocchio, immerso in un sonno tanto profondo da non sentire neanche il passo cadenzato degli esercizianti che scendevano in refettorio, e anche allora l'intervento del padre Cafaro fu decisivo.

A mano a mano che si avvicinava la settimana santa, cresceva il suo ardore di sofferenza e d'immedesimazione integrale con Cristo, fino a divenirne una copia viva e parlante. La sera del giovedi santo entrò in uno stato di agonia : fu costretto a mettersi a letto in una crisi di prostrazione e languore che gli tolse il colore, la serenità, la gioia. Non accusava dolori specifici, ma tutta una sequela di dolori acuti e lancinanti come se un carnefice interno lo flagellasse per tutto il corpo e un altro gli ricalcasse la corona di spine sulla testa. La sera del venerdì santo sembrò un cadavere; sentiva i chiodi trapas­sargli le mani e i piedi, la lancia aprirgli il costato ; poi, con gli squilli delle campane a gloria, un nuovo calore sembrò rifluire nel suo corpo disfatto. Si credette un episodio passeggiero, ma il prossimo giovedì si riprodusse con gli stessi fenomeni e così di seguito; con una regolarità cronometrica. Intanto si intensificavano le estasi : fu osservato estatico perfino mentre mangiava, con la forchetta a mez­z'aria.

Il padre Cafaro sul principio lasciò correre, limitandosi a mor­tificarlo di tanto in tanto ; poi lo sgridò in privato e in pubblico come di colpa contro il buon ordine esterno. In ultimo, gli ingiunse di farla finita con siffatti fenomeni. Gerardo ubbidì con la schiettezza di un bambino e andò ai piedi di Gesù a chiedere la grazia d'esser lasciato nell'oscurità della vita comune. Più volte nel lavoro, quando era interiormente chiamato, fu udito gridare, dimenando le mani davanti al viso : « Non ti voglio ! Non ti voglio ! ».

Solo in una cosa il padre Cafaro non gli metteva mai limiti nelle penitenze. L'irsuto crocifissore di se stesso non amava le mezze misure nemmeno coi penitenti. Bisognava letteralmente crepare. E Gerardo non era uomo da tirarsi indietro. Anzi arrivò a tali eccessi che saremmo tentati di non credervi se i testimoni non si chiamas­sero Petrella, De Robertis, Muscarelli, Giovenale, tutti gran servi di Dio e morti in concetto di santità. Aveva detto il suo direttore: « Per farsi santi bisogna agonizzare ed agonizzare sempre, atten­dendo a mortificarsi in tutto, nel cibarsi, nel bere, nel dormire, nel sedere ed ogni altra cosa». Gerardo era solito dire : « Una volta sola ho l'occasione di farmi santo ; se la perdo, la perdo per sempre». Quindi abbracciò alla lettera la via segnata dal suo maestro. Se do­veva sedersi, si accomodava sul taglio della sedia; se doveva ripo­sare, si gettava all'estremità del letto con la testa all'ingiù. Ottenne di mangiar solo una o due once di pane e di cospargere di assenzio la pietanza. Si preparò un infuso di erbe amarissime e lo sorseggiava anche durante le calure estive.

La sua camera fu per molto tempo un buco largo poche spanne, una feritoia per finestra, il soffitto tanto basso che doveva entrarvi quasi carponi per non dar la testa nelle travi. Dentro vi rizzò due cavalletti, li armò di tavole e vi stese sopra un saccone ripieno di pietre e cardi smozzicati. Per guanciale, vi pose due embrici. Tutto l'arredamento : una sedia, senza tavolino. Poi cavò dai sotterranei della chiesa quindici, venti teschi di morto e li dispose intorno alle pareti. A sera, quando accendeva il mozzicone di candela, sem­brava che i teschi si muovessero in una danza macabra. In tale com­pagnia passava le notti, spesso lasciandosi andare sopra una fascia di punte d'acciaio e premendosene un'altra sulla fronte.

Ben presto questa tana divenne famosa: i Padri più austeri an­davano a visitarla per edificarsi; personaggi illustri, come vescovi e prelati, di passaggio per Deliceto in occasione di esercizi spirituali, vi si recavano per curiosità e ne ripartivano inorriditi. Eppure egli la trovava tanto bella che non cessava di baciarla e chiamarla il suo paradiso.

Che più ? Raccontano Padri venerandi che il cantuccio dove si dava la disciplina, due volte la settimana, era cosparso di sangue ed egli stesso ha raccontato al padre Petrella che spesso si rifugiava in uno stanzino remoto senza luce e li si flagellava violentemente con punte di ferro per tutto il corpo, finché i piedi non nuotassero nel sangue.

Qualche volta la sua sete di martirio ha rasentato addirittura la follia. Un giorno dispose davanti alla bocca del forno una catasta di legna, vi diede fuoco, poi si cacciò dentro al forno stesso, per sentirsi soffocare dal fumo e dal calore. Accorse fratel Nicola, ac­corsero gli altri fratelli e gli gridarono di uscire. Invano. Final­mente gli giunse la voce tonante del padre Cafaro : allora sgusciò fuori a pecoroni e si fermò, mogio mogio, vicino al superiore che faceva ogni sforzo per controllare i propri nervi.

« Ma perché hai agito così ? Che ti è saltato in testa ? ». Ed egli a capo chino: « Volevo patire un poco per Dio ». Questa sete di penitenza andava di pari passo con la mortifi­cazione interiore. Cercava di abbassarsi, di umiliarsi sempre e do­vunque, con la gioia di assomigliare al suo Maestro, di non contare più nulla. Era felice quando poteva spropriarsi realmente di tutto; quando poteva rimanere senza stanza, senza cibo ; quando poteva stendersi al suolo e abbrancarsi e adeguarsi alla terra; quando po­teva gettarsi a dormire sull'impiantito dei luoghi comuni o in un sot­toscala. Perciò sorrideva riconoscente al padre Cafaro che non gli risparmiava sfuriate e strapazzi, e ai confratelli che lo pigliavano in giro per le sue stravaganze.

Così il noviziato procedeva allegramente, in un ritmo sempre più intenso di vita spirituale, quando un nuovo avvenimento venne a porre il sigillo alla dura prova d'ogni giorno. Il 12 aprile del 1750, seconda domenica dopo Pasqua, doveva iniziarsi la missione di Melfi. Era una missione particolarmente importante perché la città era la capitale del Vulture e perciò vi partecipava lo stesso fondatore.

Il giorno prima a Deliceto avvenne uno spettacolo solenne. Tutta la comunità si riversò in portineria a salutare i missionari in partenza. Salivano sui muli allineati lungo il muro, si aggiustavano

i Crocifissi sul petto, la zimarra sulle spalle e scendevano lentamente lungo la mulattiera del Carapelle verso la pianura, recitando l'iti­nerario dei chierici. Anche il padre Cafaro parti: egli chiudeva il piccolo corteo, sempre primo al lavoro, ultimo al riposo. Partì il padre Muscarelli, nonostante i suoi sputi di sangue; partì il padre Giovenale, il padre Petrella, il padre Scibelli, il padre Tortora, tutti divorati dallo stesso fuoco di conquista.

I pochi rimasti chiesero la benedizione al superiore e promisero preghiere sui loro lavori apostolici. Li seguirono per un piccolo tratto, agitando le mani, finché la nera comitiva non disparve alla svolta del torrente. Allora si rinchiusero in casa per continuare la vita co­mune. Il più anziano prendeva automaticamente la responsabilità del comando, purché il superiore non avesse disposto altrimenti. Ma allora non vi era possibilità di scelta, perché era rimasto un solo corista: il padre Criscuoli. Il resto della comunità era formato da uno studente di passaggio: il Tannoia ; un giovane sacerdote se­colare, venuto per sperimentare le proprie forze: il Rizzi ; e pochi fratelli laici tra cui Gerardo.

Il padre Criscuoli fu dunque superiore interino e si dette da fare per esercitare la sua carica. Aveva ingoiato tanti rospi negli anni precedenti che non gli parve vero di potersi rifare su qualcuno.

Questo qualcuno fu naturalmente il più debole, il più indifeso: Ge­rardo.

Finora il Criscuoli aveva coperto il suo carattere amaro, om­broso, irritabile, orgoglioso, dietro un velo di misantropia che lo appartava dagli altri e gli dava tempo di rimuginare i pretesi torti ricevuti. E si era talmente esaltato nelle sue elucubrazioni solitarie da credersi un perseguitato da tutti. Motivo per cui, dopo cinque anni di questa vita, vittima della sua fantasia e delle sue allucina­zioni, uscirà dall'Istituto con vantaggio dei confratelli e forse anche suo. Ma intanto, per un mese circa, divenne il martello del povero Gerardo.

Egli non poteva neanche respirare senza suscitare la sua ira e il suo dispetto. Trovava da ridire su ogni azione, su ogni atteggia­mento. Anche la serenità della vittima, quel riso che esplodeva dopo ogni mortificazione, lo mandava in bestia. Se poi vi avesse intrave­duto l'ombra di una negligenza, ed era possibile in un essere astratto come Gerardo, allora apriti cielo ! L'obbligava a strisciare con la lingua venti, trenta volte sulla polvere e sul fango fino a lasciarvi striature di sangue; l'obbligava a mangiare in ginocchio o seduto sul pavimento di calcestruzzo, quando non gli risparmiava in tutto o in parte, la fatica del mangiare, lasciandolo a pane e acqua o con, la sola minestra. In ultimo, non riuscendo a fargli perdere la calma abituale, giunse a privarlo della comunione. Ma anche in questo s'ingannò : Gerardo con la stessa tranquillità con cui si rialzava da terra con gli abiti sporchi e la lingua irriconoscibile, sapeva ri­manere, come il pubblicano del Vangelo, lontano dall'altare, percuo­tendosi il petto per la sua indegnità. Pensava: «Dio mi respinge per i miei peccati. Lui vuole così, sia fatta la sua volontà». E ta­ceva. Ma i confratelli non potevano tacere e mormoravano contro il superiore spietato. Anzi qualcuno se la pigliava perfino contro il povero perseguitato che non sapeva mostrare i denti. Lo stesso Tannoia si lasciò sfuggire questa riflessione : « O costui è un pazzo che non capisce le mortificazioni che gli si infliggono senza motivo, o è un santo, giunto a un grado eminente d'amor di Dio».

Finalmente verso la metà di maggio, col ritorno dei Padri dalla missione, il Criscuoli tornò a rimuginare nell'ombra sui suoi nemici e i suoi malanni, con soddisfazione di tutti, ma non di Gerardo. Questi avrà forse ripetuto ancora una volta ciò che disse per la morte di monsignor Albini : « Ho perduto l'amico migliore! ».

Intanto giungevano in casa due aspiranti della provincia di Lucera : Sebastiano Ricciardi e un certo Cappelletta. Il Ricciardi era già stato a Santa Maria della Consolazione qualche tempo prima, ma terrorizzato dalla vita che vi si menava, era fuggito a precipizio. Non pensava certo di ritentar la prova, quando una mat­tina era venuto a salutarlo l'amico Cappelletta : « Addio, vado a Deliceto a farmi missionario!». A quel nome si era sentito ridestar gli antichi spiriti apostolici e, impetuoso come sempre, aveva escla­mato : « Vengo anch'io ! ». Insieme si erano messi in viaggio.

Ma appena varcarono la soglia del collegio, ebbero l'impressione che si fosse chiusa alle loro spalle la porta di una prigione. Non fa­cevano che guardare sospirando la pianura di Puglia ed escogitare pretesti per giustificare il ritorno in famiglia. Perciò il padre Cafaro affrettò la loro partenza per Ciorani dove allora si trovava il no­viziato dei coristi : più lontani dalla patria, sarebbero stati meno tentati di nostalgia. Gerardo fu incaricato di accompagnarli.

I tre raggiunsero coi muli il ponte di Bovino dove passava la carreggiata per le Puglie, la Basilicata e la Campania. Li attendeva la diligenza coi postiglioni già pronti e presero posto sulle panche di legno, sotto il sole già alto. Giunsero a sera all'osteria della Pon­tarola, una delle stazioni fissate per passarvi la notte, essendo pe­ricoloso inoltrarsi a quell'ora per le campagne infestate dai briganti. Si accomodarono tutti insieme in uno stanzone basso e lurido, sui sedili allineati lungo le pareti, o accanto alle tavole nere, lastricate di mosche. I più fortunati si erano già provvisti di paglia per sten­dervi le membra spossate dal viaggio.

I due chierici, appena seduti, puntarono i gomiti sulla tavola, taciturni e indispettiti, col pensiero alle famiglie lontane; e Gerardo si mosse a servirli, ordinando la cena. Si fece avanti una ragazzona bruna con qualche cosa da mangiare. Gerardo l'aiutò con la solita grazia e giovialità, cercando di eccitare il buonumore nei due gio­vani sempre più ingrugniti. Aveva tanto brio, tanta freschezza di movimenti e di parole che la ragazza ne fu conquistata.

Da diversi anni ella aiutava il babbo e ne aveva visti di avven­tori ! Scaltri, volgari e brutali, con lazzi sguaiati sulla bocca e basse voglie negli occhi. Nessuno aveva mai, neppure lontanamente, asso­migliato a questo giovane semplice e buono, pallido e sognante. Anche la strana foggia di vestire lo rendeva straordinario. E lo guar­dava e lo spiava a distanza e lo sognò ad occhi aperti tutta la notte. Al mattino, quando già i cavalli scalpitavano sulla strada e Gerardo si faceva avanti per saldare i conti, la ragazza, fattasi di bracia, ebbe l'ardire di rivelargli il proprio amore e la propria decisione di sposarlo.

Gerardo le troncò la parola in bocca con un sorriso: «Oli» disse, « mi dispiace, ma io ho trovata una sposa più bella, molto più bella di te». E, scorgendo in lei un certo dispetto, soggiunse «Mi sono sposato con la Madonna».

Al terzo giorno, giunsero a Ciorani : ma i due chierici - lo con­fesserà candidamente il Ricciardi - credettero d'esser giunti nella valle di Giosafat. Tanto erano neri di rabbia! Dopo un breve ri­poso, proseguirono per la vicina città di Pagani dove Sant'Alfonso li avrebbe esaminati. Fu allora che il Ricciardi ebbe uno di quei colpi di fulmine che cambiano, di punto in bianco, il corso di una vita. Come se un velo gli fosse caduto dagli occhi, quella vita religiosa che finora gli era sembrata tetra e spaventosa, gli apparve all'improv­viso circonfusa di bellezza e di eroismo. Restò in Congregazione e divenne un apostolo. Il Cappelletta invece tornò in famiglia.

Mistero della grazia certamente, ma la grazia, è lecito supporlo, ebbe un intercessore potente presso Dio : Gerardo Maiella. Egli con la sua serenità, fomentatrice di gioia, era stato per i due chierici, l'angelo del conforto. Ma un angelo che si eclissa appena compiuta la sua missione. Giunto infatti a Ciorani, mentre si diede un gran da fare per preparare le stanze ai due novizi, seppe poi tirarsi in di­sparte e sfuggire all'attenzione di tutti. E se qualcuno gli badò, lui avrà avuto modo di rispondere che non aveva bisogno di nulla, che era ben provvisto e sistemato. Così rimase senza camera e senza letto.

Quando scese la notte e gli altri si furono ritirati nelle loro stanze, egli se ne andò nella stalla, si stese accanto alla mucca, sullo strame, tranquillo come sempre. E perché avrebbe dovuto offen­dersi ? Chi era lui ? Si meritava di meglio ?

E ringraziò il Signore.

10

LA LAMPADA ACCESA

Una sera d'estate, il padre Cafaro, gettando gli occhi attraverso la finestra della sua stanzetta, scorse il nostro Gerardo che zappet­tava le zolle aride dell'orto. Andava avanti a forza di volontà, rad­drizzandosi di tanto in tanto per lanciare un'aspirazione al cielo che si colorava di rosa. E allora la sua figura si stagliava più fragile e sofferente sotto la luce del sole al tramonto. Il Padre si commosse e lo chiamò: quando seppe il suo stato di salute, gli assegnò l'ufficio meno faticoso di sagrestano.

Così un testimone racconta nei processi apostolici il passaggio di Gerardo da una missione all'altra. Ma noi, senza ricorrere a un intervento diretto del superiore e senza drammatizzar la cosa, pos­siamo spiegare il cambiamento con la semplice rotazione degli uf­fici, praticata per i coadiutori fin dagli esordi dell'Istituto. Ogni sabato sera, a refettorio, il ministro assegnava gli uffici secondo le necessità del collegio e le attitudini dei soggetti. Solo i postulanti e i novizi venivano ordinariamente sottoposti a prove più laboriose. E ciò spiega il trattamento riservato al nostro santo nel primo pe­riodo della vita religiosa, anche se verso di lui fu usata maggiore severità, dati i preconcetti di cui era circondato. Ma, superata bril­lantemente la prova, dopo il primo noviziato, anche egli entrò nella solita rotazione degli uffici e non c'è da meravigliarsi se, data la sua costituzione infermiccia, la sua spiccata tendenza alla pietà e le sue capacità ai lavori di ago, fosse adibito, di preferenza, nella sagrestia e nel guardaroba. Ma egli fu anche portinaio, infermiere e cuoco e, nei periodi di emergenza, esercitò, se non l'ufficio, le incombenze dell'economo.

L'ufficio però che tenne più a lungo fu quello di sagrestano, e fu l'ufficio più consentaneo alle sue aspirazioni. Lavorare con Gesù e per Gesù, a contatto con Lui, gli sembrava una grazia degna dei beati comprensori.

Perciò ci si mise di gran lena. Spazzò con cura il pavimento, piccolo sì, ma soggetto al sudiciume degli scarponi che scendevano dagli stazzi, profumati di stallatico ; nettò le pareti, basse, ma in­farinate dal vento che si accaniva sullo scoglio solitario ; lucidò gli altari, modesti, ma non privi di decoro. Dopo qualche giorno, la chiesa brillava per ordine e pulizia. Lo ricorderanno fino alla morte gli antichi missionari e i contadini dei dintorni, fondendo in un sol quadro quella figura estatica di santo e quel breve sfondo di archi e di volte che si animava della sua presenza adoratrice. Fu questo il muto teatro delle attrattive di Dio e della corrispondenza della creatura; ma qualche volta all'azione magnetica del primo corri­spondevano le reazioni e le impennate della seconda che temeva, contro gli ordini dei superiori, di essere inceppata o paralizzata nel lavoro e gridava: « Lasciami, chè ho da fare», o si dava alla fuga. Non di rado però il santo veniva agguantato mentre fuggiva dalla mano possente della grazia e costretto a rimanere fuori del tempo e dello spazio nei luoghi e nelle ore più impensate. Una volta fu sco­vato dopo tre giorni di assidue ricerche dentro un tino, in un angolo buio della cantina, completamente assente dalla terra. Come vi era penetrato ? Cosa faceva ? Cosa avrebbe fatto se non si fossero ac­corti di lui ? Per quanto tempo vi sarebbe rimasto ? Erano i misteri della grazia che sfuggivano ai confratelli, soliti a disprezzare ciò che non comprendono, ma non all'occhio esercitato del prudente di­rettore. Questi sapeva quanto fosse difficile contenere dentro limiti precostituiti il flusso incandescente dello Spirito, ma ciò non gli im­pediva di riprendere aspramente l'umile Fratello per allontanare da lui ogni ombra di orgoglio. D'altra parte le riprensioni, se rallegra­vano il cuore del santo, non potevano non cagionargli agitazioni e timori: timori di uscire dai binari tracciati dai superiori, deside­rio sincero di adeguarsi alla vita comune. A questo miravano i suoi sforzi, ma il problema era un altro : come alleggerire la pres­sione della grazia, come allentare la stretta di Dio. La fuga non gio­vava ; ci voleva uno sfogo periodico e il santo scelse i tempi liberi per essere poi in grado di mettersi al ritmo degli altri. A questo fine ottenne dal Rettore Maggiore il permesso di servirsi del tempo del riposo pomeridiano che nei mesi estivi, dato il calore implacabile 0.della zona, raggiungeva le due ore. Egli le passava in chiesa, alter­nando la meditazione alla lettura, la lettura alla preghiera vocale. Pregava a voce alta, a voce bassa, secondando gli impulsi inte­riori. Qualche volta, gridava addirittura.

A sera, sprangata la chiesa, si raccoglieva ancora in qualche cantuccio deserto finché il corpo non si piegava sui talloni in una lotta disperata contro il sonno e la stanchezza. Non sempre poteva raggiungere la stanza e al mattino si trovava là, sul nudo pavimento, intirizzito di freddo.

Qualche volta, invece, sceglieva di proposito la chiesa per i riposi notturni. Era quando, avendo ceduta la stanza ad ospiti o confratelli di passaggio, si rifugiava dentro l'altare maggiore per formare col corpo dei martiri lo sgabello al trono di Gesù. Ma l'abi­tudine gli giocò un brutto tiro. Lo raccontava lui stesso facendovi sopra delle grasse risate. Egli non diceva, naturalmente, d'aver tra­scorsa la notte in preghiera. Diceva solo d'essersi lasciato vincere dal sonno sul far dell'alba dentro l'altare, finché, svegliato di sopras­salto dal campanello, s'era sentito martellare sul capo le parole della consacrazione. Che fare ? Venir fuori, avrebbe suscitato scompiglio nei fedeli. Fu giocoforza attendere la fine della messa. Ma quando stava per cacciar fuori la testa, ecco un'altra messa e poi una terza e poi una quarta. Fortuna che c'era vicino il Signore !

Così la chiesa divenne la sua casa e la sua abitazione ; anzi il suo guscio : qualche cosa che si moveva, respirava e s'integrava con la sua persona. Perciò l'adornava come si adorna la propria anima, con atti di fede e d'amore. Tutto era amore : anche smorzare una candela, spolverare una panca.

Ma questi sentimenti esplodevano più tumultuosi e gagliardi quando si avvicinavano le feste principali della Madonna. Con quale trasporto ne collocava l'immagine tra una pompa straordinaria di fiori e di luci e invitava col suono disteso delle campane i monti e le valli a lodare la più pura delle madri ! Allora si moveva con passi quasi di danza, riversando la sua gioia incontenibile nel lavoro, nella preghiera e nella penitenza. Allora ogni aspirazione del cuore, come ogni colpo di flagello, era un inno di ringraziamento al Signore per i privilegi concessi a Maria. Allora le giornate correvano troppo veloci incontro alla sera e l'aurora sorgeva troppo presto a spezzare i suoi colloqui con la Regina del cielo che spesso scendeva dal suo trono in un nimbo di luce, lasciando dilagare il paradiso nella pic­cola chiesa. Tali apparizioni cessarono dopo il precetto del p. Cafaro, ma non ne cessarono mai gli effetti nell'aníma del santo che al solo nome di Maria si accendeva di riflessi divini: il volto diveniva una fiamma e la lingua schioccava contro il palato, pregustando una dolcezza sensibile. La vedeva come una creatura essenziata di bel­lezza, una bellezza che scaturiva dalla sua Concezione Immacolata, da cui s'irraggiava, come da sorgente luminosa, su tutto il creato, per brillare di luce più viva sul volto di ogni donna.

Gerardo ha reso mariale ogni donna, in modo particolare le religiose consacrate a Dio. Dirà più tardi alla Madre Maria di Gesù « L'unica ragione che mi tocca al vivo del cuore è che tutte voi Spose, mi ricordate e rappresentate la Divina Madre ».

Questo carattere maríale gli infondeva una venatura di dol­cezza perfino quando impugnava i flagelli o si circondava di teschi ; qualche volta lo trasfigurava in una creatura infantile che, ignara del male, con la bocca di latte, sorride beata alla mamma, ardendo del sorriso di lei : più spesso lo trasfigurava in un serafino trasvola­tore degli spazi.

Un giorno, racconta il Tannoia, tornava da Deliceto con due ragazzotti, scherzando e saltellando con loro, quando, giunto in prossimità di una cappella campestre dedicata alla Madonna, prese a parlare delle sue grandezze con tale trasporto da accendersi in volto ; poi cominciò ad ansare come gli mancasse il respiro. D'un tratto si arrestò ; poi, entrando nella masseria accanto, con una penna tracciò alcune frasi su un foglio di carta e usci a precipizio. Giunto sul prato, spiccò un salto, gettando il foglio per l'aria. Poi, come avesse voluto rincorrerlo, si slanciò anche lui per l'aria, trasvo­lando in linea retta gli avvallamenti del terreno e andandosi a po­sare sul greppo di fronte, alla distanza di un miglio.

Un'altra volta, raggiunta nelle stesse vicinanze una donna che frequentava la chiesa del collegio, di scatto, le consegnò il sopra­bito e si diede a camminare rapidamente, quasi di corsa. Entrò nella solita cappella e n'uscì con la stessa lieta furia, sfiorando appena la terra con la punta dei piedi. A un certo momento, si levò in aria fino al collegio.

È da porsi in risalto quest'aria di giuoco che circondava la sua attività spirituale, un giuoco che non ha nulla di frivolo, ma è anzi significativo della facilità con cui si muove nei campi più rarefatti del soprannaturale. Alle volte il giuoco può sembrare follia, ma è la stessa follia dei grandi innamorati della Vergine, cantata da S. Al­fonso nelle Glorie di Maria (Cap. T, § III), la follia, per esempio, di un S. Francesco Solanes che « impazzito - ma di santa pazzia - si metteva alle volte con istrumenti di suono a cantare d'amore avanti una sua immagine, dicendo che, siccome fanno gli amanti del mondo, egli faceva la sua serenata alla sua diletta regina». Regina ! ecco un titolo che non sarebbe caduto dal labbro del nostro santo che aveva all'occorrenza parole più calde, più immediate, più umane « Mamma Maria Santissima, Mamma Immacolata» o più sempli­cemente « Mamma », ma pronunziata in modo che tutti capivano qual era l'amore che lo tirava.

Come si vede, la spiritualità gerardina, così ardita e complessa, raggiunge la sua maturità e quindi il suo equilibrio più profondo proprio qui, tra queste benedette mura di Santa Maria della Con­solazione, a contatto con quella Sapienza che scorre nel mondo con la leggerezza del giuoco e la potenza della folgore, rivivendo miste­riosamente nella carne tutte le fasi dell'agonia del Signore, e dila­tando ogni giorno il proprio cuore nell'incontro filiale con la Madre del cielo.

Coloro che si meravigliano della frattura troppo repentina tra la vita menata nel mondo e quella che s'imporrà alle moltitudini, dimenticano facilmente che tra la prima e la seconda intercorrono circa tre anni d'incubazione interiore. Sono gli anni più ricchi e fe­condi che coordinarono tutti gli elementi della vita anteriore e li proiettarono armonizzati e completi all'ammirazione dei popoli. Ma sono anche gli anni più nascosti che noi possiamo ricostruire solo approssimativamente attraverso i pochi episodi narrati dalla tradi­zione. Una tradizione piuttosto scarna e anonima, che trova la sua cornice nelle vicende stagionali del collegio di S. Maria della Conso­lazione con quella chiesina aperta alle esalazioni del bosco. Quella chiesina è la segreta ispiratrice del santo ; quindi, la muta prota­gonista degli avvenimenti che siamo per narrare.

La sua grande giornata cadeva l'otto settembre ed era prece­duta da una novena. Allora due uomini si mettevano all'opera: fra­tel Gerardo e il p. Cafaro. Il primo per allestire quegli addobbi macchinosi che strappavano la meraviglia, il secondo per infiammare quelle popolazioni semplici e religiose di cui S. Alfonso diceva « La gente qui è affezionatissima e docilissima, sono inclinati alla pietà e ci sono pochi peccati». E del predicatore : « Paolo ha pi­gliato un gran nome» (Lettere, I, 100).

Il giorno della festa si svolgeva la fiera. I pastori, prima di rag­giungere le pianure, amavano darsi convegno coi loro greggi e i loro prodotti ai margini del bosco. Si vedevano campionari di ca­valli, vacche, pecore e capre, con formaggi e ricotte; quelle ricotte famose che Sant'Alfonso confessava di « non averne mai provate di simili» (Lettere, I, 100). C'era la solita folla di compratori, sen­sali e curiosi che all'ora della messa gremiva la chiesa e poi si river­sava sui greppi antistanti a giudicare di bestie e foraggi, con la stessa semplicità con cui sentiva le prediche e confessava i propri peccati.

Cessato il trambusto, con lo scorciarsi dei giorni, mentre il vento umido portava la pioggia e la nebbia, si diradavano gli stazzi, e nei dintorni calava il silenzio, interrotto solo la domenica dai soliti grup­petti di cittadini e di pastori ritardatari.

Allora i missionari si chiudevano in dieci giorni di ritiro; ai 15 di ottobre celebravano la festa di Santa Teresa e all'indomani di­scendevano dai monti, assetati di anime. Si vedevano i loro visi accesi sotto i larghi cappelli e gli enormi collarini bianchi aperti sulla gola: « A larghe falde porto il cappello - antica forma del mio drap­pello - tutta scoperta porto la gola - perché sia libera la mia pa­rola» diceva un antico canto liguorino. Avanti sotto la pioggia, la neve o la tormenta, attraverso torrenti, fiumi e montagne per sei sette mesi dell'anno.

Ai primi di novembre, cessava anche l'afflusso degli esercizianti e sullo scoglio si faceva il deserto, mentre la chiesetta sbadigliava alle nebbie pungenti dell'inverno. Allora Gerardo aggiungeva all'uf­ficio di sacrista quello di guardarobiere e di aiuto-economo alle di­pendenze di fratel Leonardo. Costui, il soprintendente dei campi, aveva un cipiglio burbero di maresciallo a riposo, ma col nuovo sot­toposto non doveva davvero alzar la voce. Bastava un cenno, e lo vedeva partire a tutto vapore, senz'altro pensiero che di far presto e bene.

Un giorno fratel Leonardo gli disse di prendere il cavallo e di recarsi ad Accadia per alcune faccende. E Gerardo prese il cavallo e andò ad Accadia, col petto contro vento, gli occhi nella nebbia, i piedi negli acquitrini. Vi giunse nel pomeriggio avanzato, rotto dal digiuno e dalla stanchezza. Ebbe appena tempo d'entrare in chiesa e cadde svenuto.

Tornato a casa, il superiore era fuori dei gangheri: « Ma per­ché non ti sei messo a cavallo ? ».

« Non ne avevo il permesso».

« Perché non ti sei portato da mangiare ? ». « Non me l'hanno dato».

« Ebbene», concluse il superiore, « da oggi in poi devi servirti del cavallo, hai capito ? ».

Aveva capito, ma escogitò nuovi modi di mortificarsi. Se usciva con un confratello, lo costringeva a montare con mille pretesti che lui aveva bisogno di sgranchirsi le gambe; che il moto gli faceva bene e via discorrendo. Se andava solo, lo cedeva al primo povero che incontrava, scendendo di sella e invitandolo a salire. Si raccon­tano in proposito numerosi episodi.

Un giorno, raggiunse per l'erta di S. Agata di Puglia un'enorme caldaia che traballava sotto una catasta di cenci. Guardò bene una donna incinta risaliva col bucato dal fiume. Subito scese, e, strap­patole a forza il recipiente, se lo pose in testa, una mano all'ansa, una al cavallo. All'ingresso del paese, qualche curioso lo guardò divertito, qualche monello batté le mani, gridando: «Il monaco, il monaco ! ». Il sangue gli si rimescolò ; che fare ? « Tira avanti! », disse a se stesso, e proseguì a fronte alta per la straducola rocciosa ; infilò la via principale, sotto il fuoco di cento occhi beffardi : « Hai vergogna ? », ripeteva a se stesso. « Non sono i poveri i tuoi padro­ni ? Non è un onore servirli ? ». Proseguì fino all'uscio della pove­retta e la lasciò lì, a dimenarsi in ringraziamenti. Allora soltanto ritornò sulla sua strada con la coscienza d'aver compiuto il suo dovere e nulla più.

Un vecchio strascinava un grosso fascio di legna. Gerardo gli andò incontro, si rovesciò il peso sulle spalle e lo accompagnò a Deliceto. Un altro vecchio camminava a piedi nudi sui rovi della via. E Gerardo in un baleno gli passò scarpe e calze e continuò la strada per sentieri da capre. Si presentò come si trovava al superiore a chiedere il permesso anche per i casi futuri. L'ottenne.

Lo stesso praticava in casa. Come guardarobiere, aveva in cu­stodia la biancheria comune. Toccava a lui distribuirla ogni setti­mana dal deposito «senza parzialità o riguardo », come voleva la regola. Lui invece era parziale e come ! Ma solo con se stesso. Era l'ultimo e doveva essere trattato da ultimo, con la roba più logora, più ruvida. Se anche questa mancava, pazienza! Restava senza lenzuola o coperte, anche nel rigido inverno.

Come sarto, toccava a lui rattoppare le vesti e confezionarne di nuove. Ma i mezzi erano esigui, ed egli pensava con terrore ai confratelli che tremavano di freddo nella casa incompiuta, scrol­lata da tutti i venti che s'incrociavano rabbiosamente in quello spe­rone solitario. Allora si spogliava degli indumenti personali per rivestirne gli altri, meno bisognosi di lui. Fu visto, durante l'inverno mentre gli alberi si storcevano sotto la raffica dell'uragano e il peso della neve, rimanersene intirizzito dal freddo, con la sola veste get­tata sulla camicia. Fu visto ancora tornare sporco e bagnato dal lavoro e attendere tranquillamente in un canto che altri avvertisse la sua presenza. Un giorno tornò da Foggia con un grosso carico di legname da costruzione. Era irriconoscibile per un incidente occor­sogli a un miglio da casa: all'improvviso carro e cavalli erano spro­fondati in un pantano. Gerardo era corso ; era corso il carrettiere bestemmiando come un turco e insieme erano riusciti a raddrizzare la partita, ma a quale costo! Gerardo aveva perduto una scarpa nel fango e si era inzaccherato da capo a piedi. Giunti in collegio, i confratelli si erano preoccupati tutti quanti di scaricare il legname e di ammansire il carrettiere che faceva della disgrazia un'arma di ricatto per estorcere denaro. Nessuno invece pensò al principale sinistrato che stanco, sudato e bagnato, non reggendosi più in piedi, si lasciò andare su una pancaccia della portineria attendendo che qualche anima del purgatorio si ricordasse di lui.

Eppure, egli che era sempre pronto a nascondere le proprie necessità, si faceva in quattro per soccorrere tutti, specialmente i confratelli malati che non mancavano mai in quella casa. Perché Deliceto, per la sua aria sottile, era ritenuta la più adatta per i tuber­colotici, tanto frequenti in quei primordi, specialmente tra i giovani padri e i chierici studenti. Si aveva per loro tutta la carità, ma non mancava un certo timore di contagio. Da ciò l'isolamento : quella morte morale, più triste dell'altra morte che si attendeva con cer­tezza fatale.

Gerardo studiava negli altri l'effetto di questo isolamento, ne comprendeva l'umiliazione e l'agonia prolungata, finirà per chie­derlo al Signore, desiderando di morire abbandonato; ma intanto si faceva un dovere di visitare spesso questi malati, di abbattere tra sé e loro ogni diaframma di paura, di nascondere il suo eroismo sotto il velo della facezia o dell'uscita spiritosa. E, parlando, allungava gli occhi per scrutare eventuali necessità, per intuire eventuali desi­deri. Ne seppe qualche cosa il padre Muscarelli.

Tale carità si moltiplicava con gli ospiti. Voleva che si sentissero a loro agio, che respirassero aria di famiglia, che fossero prevenuti nelle sfumature dei loro desideri inespressi.

Lo raccontava molti anni dopo, con la commozione alla gola, il canonico don Antonio Sabbatelli.

Era venuto una sera d'inverno per qualche giorno di riposo, ma aveva dovuto mettersi a letto per improvviso malore. I buoni Padri gli furono attorno premurosi: « Signor canonico, ha bisogno di niente Faccia conto di stare a casa sua». Ma la sua casa era rimasta laggiù, a Melfi, ed egli si sforzava di nascondere il proprio disagio che a volte si trasformava in vera angustia : perché recare disturbo non piace alle persone dabbene. Ma come sfuggire a due occhioni investigatori, a due mani che si affaccendavano intorno al suo letto, ad un riso ampio, invitante, che gli apriva il cuore alla confidenza ? Gerardo era davvero l'angelo del conforto, sceso in quella stanza per assisterlo perfino nella notte. Infatti una notte, il canonico, svegliandosi di soprassalto, a uno spiraglio di luna, scorse i due occhi luminosi di Gerardo fissi sul suo letto. La veste e i capelli restavano assorbiti dalle tenebre, ma quegli occhi emergevano grossi e lucenti dal viso pallido, come una icone bizantina.

Più straordinario il caso raccontato dal Tannoia.

Cadde ammalato un romito che abitava ai margini del bosco, nelle immediate vicinanze della casa. Apparteneva al gruppo che, già da molti anni, aveva preso stanza nell'antico romitorio degli Agostiniani, vivendo del lavoro manuale e delle elemosine dei fedeli. Questi anacoreti, vestiti di sacco alla foggia di S. Antonio Abate o di altri solitari della Tebaide, osservavano alcuni regolamenti tradi­zionali, spesso infarciti di pratiche superstiziose e stravaganti. Al sopraggiungere dei missionari, i migliori si erano messi sotto la loro direzione, qualche altro aveva preferito restare uccel di bosco, con­tinuando a scroccare le elemosine della buona gente che gabbava con una certa tranquilla disinvoltura. L'infermo apparteneva a questi ultimi. Da principio volle rimanere nella sua tana, a dispetto della malattia: una putrefazione interna che gli rodeva le viscere e lo fa­ceva latrare come un cane. Impossibile accostarsi a quel giaciglio un fetore nauseante respingeva i più volenterosi. Ma non Gerardo. Lo vegliò assiduamente; quando lo vide aggravarsi, lo trasportò in collegio per moltiplicargli le cure. Era lì, sereno e gioioso, vicino a quel letto da cui gli altri fuggivano turandosi le narici per l'aria appestata.

Il misero spirò tra orribili spasimi, mentre Gerardo gli porgeva il Crocifisso e gli poneva sulle labbra il nome di Gesù e di Maria. Invano! Quei nomi santissimi non rischiararono la mente dell'in­felice che morì, come un riprovato.

Gerardo lo seguì con le preghiere, ma una sera fu riscosso da una voce lugubre. Alzò gli occhi: era il romito. Aveva l'aspetto de­forme e contratto, più che sull'orlo del sepolcro. Lo guardò a mez­z'aria, poi disse con voce cavernosa : « Non pregate per me, che, per giusto giudizio di Dio, sono dannato». E disparve.

Se vogliamo conoscere la sorgente perenne di tale carità, dob­biamo seguire il nostro santo dal guardaroba alla chiesa, dall'infer­meria all'altare. Qui si accendeva quell'estro gioioso che lo accom­pagnava nella dedizione di se stesso agli altri; qui si alimentava la fiamma del suo sacrificio e qui si rivestiva delle sfumature più delicate degli affetti umani e divini. L'umano, per una osmosi so­prannaturale, penetrava nel divino e il divino scendeva continuamente a permeare l'umano. Così egli intonava il poema integrale della sua esistenza, accordandolo col canto corale delle ricorrenze liturgiche.

Acquistava la grazia ingenua dei bambini preparando il presepe e scendendo coi zampognari a cantare la ninna nanna al Verbo Incar­nato; ma penetrava nelle arcane profondità del dolore, meditando sulla notte buia del Getsemani ed allestendo l'altare-sepolcro della settimana santa. Imparava ai piedi di Maria tutti i palpiti di cui è capace il cuore materno ed esaltava la gamma inesauribile dei suoi estri gioiosi quando con le campane annunziava di greppo in greppo la gloria del Risorto o la discesa del Fuoco sugli apostoli della buona novella.

Così il ciclo liturgico era divenuto parte integrante della sua esistenza; qualche cosa che lo assorbiva nel corpo e nell'anima e lo consumava come lampada accesa davanti all'altare.

11

IN AGGUATO

Può forse sorprendere che il collegio di Deliceto, con tutti i suoi terreni e il discreto raccolto, si sentisse di tanto in tanto soffo­care dai debiti e dalla miseria. Per rendersi conto di questo stato di cose, bisogna riflettere sulle finalità dell'Istituto che doveva vivere unicamente per l'apostolato missionario, senza ricavarne emolumenti di sorta, fosse pure il semplice vitto quotidiano. Il collegio, secondo il pensiero del fondatore, non era solo l'attendamento di soldati che sorgono all'alba per proseguire la marcia ; era la roccaforte dello spi­rito dove ognuno poteva bussare per ritrovare la pace con Dio. Più che una stazione di missionari, era l'asilo della fratellanza e dell'amore. Il fondatore lo voleva perciò nudo e severo, ma anche ampio e so­lenne, come una cattedrale, per accogliere le masse sempre più nu­merose di fedeli.

In questo senso, niente di più bello e suggestivo di Deliceto con le sue mura solide che nascono dagli abissi, con lo sfondo dei boschi e della campagna solitaria, proteso, come castello, sulla pianura ster­minata delle Puglie. Il padre Cafaro imprimeva anche sulle pietre la sua tenacia indomabile di combattente. Non si dava requie e non dava requie. Correva da una missione all'altra, e quando si ritirava in casa, era per predicare di seguito diversi corsi di esercizi spirituali e insegnare la teologia morale al chierico Bernardo Apice. Anche gli altri dovevano gettarsi con lui alla disperata, secondo l'espressione guerresca della regola.

Se c'era un sacrificio da fare doveva riservarsi ai religiosi, purché gli esercizianti avessero vitto abbondante e alloggio gratuito. E fossero numerosi. Ma il numero esigeva la molteplicità delle stanze ; perciò il padre Cafaro tirava avanti la fabbrica alla svelta, col desiderio ardente che rigurgitasse di pellegrini in cerca di pace. Questi poi non solo andavano accolti benignamente sulla porta, come gli ospiti inviati dalla Provvidenza: andavano cercati in ogni dove con l'ansia amorosa del pastore della parabola. E il p. Cafaro in questo era esemplare : spediva lettere e corrieri ai vescovi, ai parroci, alle università: pregava, invitava e scongiurava. Molti risposero all'ap­pello, specialmente in quell'anno di grazia del giubileo universale del 1751. Il 20 marzo iniziò gli esercizi ai sacerdoti ; il 28, un altro corso per sacerdoti e laici ; a metà aprile si portò a Rocchetta ; poi altrove. In estate, lo troviamo ancora in casa per altri corsi di eser­cizi. E così nell'autunno.

I frutti furono consolanti, ma non mancavano le eccezioni. Vi erano i tirannelli locali per i quali gli esercizi costituivano un mezzo come gli altri per richiamare su di loro il favore della gerarchia ecclesiastica ; vi erano i signorotti gaudenti che vi andavano a forza per far dimenticare uno scandalo; o per abitudine, perché lo voleva la tradizione di famiglia. Vi erano gli ostinati, i cavalieri delle pas­sioni, che non si lasciavano abbattere dalla gragnuola infuocata del Padre Cafaro il quale spalancava sotto i loro piedi l'inferno e schiu­deva sulle loro teste squarci abbacinanti di paradiso. Tutti costoro, già coperti in partenza dallo scudo dell'ipocrisia, conducevano fino in fondo la commedia d'una finta conversione, presentandosi per primi alla comunione generale, col volto più contrito degli altri.

Potevano ingannare chiunque, ma non Gerardo. Egli li seguiva passo passo per convertirli e salvarli. Sembrava lontano, ed era li, in­visibile e presente in un angolino del coro o della sagrestia. Ascol­tava senza fiatare la parola ispirata del padre Cafaro, tremava con lui al pensiero dell'eternità, ma si esaltava al racconto della misericordia di Dio che va in cerca del peccatore pentito e ne scrutava l'effetto nel cuore degli uditori. Vedeva quei parrucconi bianchi abbassarsi, quei menti all'aria appuntarsi sul petto, quei volti in sussiego uscire contratti dal tribunale di penitenza e acco Starsi alla balaustra. Ognuno gli sfilava davanti con la coscienza scoperta, con le piaghe risanate, o in via di guarigione, o ancora purulente e incancrenite. In questo caso, da buon chirurgo, usava il ferro e il fuoco fino alla guarigione definitiva.

Cosa davvero stupenda! L'uomo che si annichiliva davanti a tutti, in quei momenti si abbatteva sulla preda con l'impeto di un rapace o si ergeva sul nemico di Dio col piglio del conquistatore. Sembrava un profeta che tuonava e un taumaturgo che guariva. La sua parola, di solito leggiera come una facezia, diveniva sferzante come uno schiaffo. « 1 macigni addiventavano cera nelle sue mani dice il buon Tannoia, con un po' di secentismo di maniera. Ma che non esageri, ce lo dice la storia.

Una mattina al momento della comunione generale - fu visto calare a precipizio dal coretto e afferrare per il braccio un signore che stava per raggiungere la balaustra. Tiratolo in disparte, gli disse a bruciapelo : « Come ? Tu osi accostarti all'altare ? Con questi e questi peccati ? Perché non te li sei confessati ? Va, va, confessati; presto ! ».

Attonito, sbalordito, l'altro tornò in sagrestia, si confessò, ri­prese il suo posto, sempre inseguito da quella voce che ancora gli tonava all'orecchio i suoi peccati. Allora fuor di sé, cominciò a gri­dare : « Io ho avuto rossore di confessare i miei peccati. È stato fratel Gerardo che me li ha scoperti. Per mia confusione, voglio confessarli davanti a tutti ».

E l'avrebbe fatto se un missionario non fosse accorso a turargli la bocca.

Era la sorte di questi miracolati della grazia : la repentina pa­cificazione dei loro sentimenti li faceva trasalire di gioia e la gioia li spingeva a palesare agli altri, senza ritegno, la stoltezza di un tempo.

Ciò toccò anche a un sacerdote di Rocchetta, intervenuto agli esercizi, dietro comando espresso del vescovo. La pietà imposta con la forza non è mai un antidoto al male e il sacerdote decise di recitare fino in fondo la parte del finto convertito. Si confessò quasi subito e continuò a salir l'altare ostentando fervore. Ma Gerardo scoperse facilmente l'inganno. Un giorno, avvicinandolo, attaccò discorso sulle cose dell'anima. Parlava come un estatico sulla grazia che è la ric­chezza del giusto, la luce, il sorriso di Dio, il paradiso del cuore. E il povero sacerdote, trasportato con violenza in un cielo non suo, annuiva con la testa e le mani. Ma, a un certo momento, Gerardo s'interruppe e fissandolo con occhi di fuoco : « Se è così » disse, « perché la disprezzi tanto questa grazia ? Perché l'hai gettata nel fango con questi peccati ? ».

Non conosciamo la reazione del sacerdote, ma abbiamo ragione di credere che, come gli altri, sia caduto in ginocchio ai piedi del confessore, convertito davvero e per sempre.

Ma qualche volta Gerardo non trovava la stessa docilità, qualche volta s'imbatteva in cuori di pietra, sordi ai richiami della grazia. Allora, la sua voce tuonava e la sua volontà diveniva una morsa dalla presa infallibile : non lasciava la preda senza averla schiacciata. Perché la sua era la volontà stessa di Dio : comandava con la stessa autorità : « Così voglio ! ». E non perdeva questa fierezza neanche da­vanti alle alte gerarchie della Chiesa. Secondo la testimonianza del Tannoia, un gran prelato ebbe a dire : « R Dio che parla per suo mezzo ; bisogna assecondarlo, se non vogliamo dire, ubbidirlo ».

Lo dimostra il fatto seguente.

Un certo Francesco Antonio Rossi di Lacedonia, dopo aver la­sciato parlar tanto di sé per la vita scandalosa e scorretta, si accorse d'essere andato troppo avanti, attirandosi addosso opposizioni d'ogni genere. Finse perciò ravvedimento e, per dimostrarlo, si recò a De­liceto a un corso di esercizi. Ben si comprende quali fossero le sue disposizioni, e quale valore potesse avere la sua confessione. Ma, mentre si recava alla balaustra, Gerardo lo chiamò in disparte e gli snocciolò, uno dopo l'altro, tutti i suoi delitti. Intanto, il colpevole si arrovellava internamente contro un sacerdote di Lacedonia : « Qui c'è il suo zampino; ma è l'ultima birbonata che mi fa quell'infame! L'ucciderò, dovessi andarlo a scovare da un capo all'altro del mondo! ». Ma non aveva finito di formulare il suo disegno, che Gerardo, secco e risoluto, gli disse : « Levati codesto pensiero dalla mente! ».

E i suoi occhi lo frugavano fin nelle pieghe dell'anima. Fu il colpo di fulmine che atterra e risuscita. Il peccatore riparò pubbli­camente gli scandali e perseverò fino alla morte nel bene.

Qualche volta per schiantare le resistenze chiamava in aiuto il cielo e l'inferno, i demoni e Dio. Allora non restava al peccatore che cadere in ginocchio ed aggrapparsi a lui come un naufrago allo scoglio.

Un certo solennissimo peccatore, - l'esordio è del padre Caione - fu spedito dal vescovo di Lacedonia a un corso di esercizi in De­liceto. Tutti i mezzi erano riusciti vani e se ne volle tentare quest'ul­timo. Non oppose resistenza : sarebbe stato scabroso mettersi contro l'autorità ecclesiastica e passare per ribelle. È tanto più comodo fare il male di nascosto, magari sotto la protezione della legge. Perciò, fingendo contrizione e penitenza, in veste d'agnello, scese in chiesa per la comunione generale. Gerardo era in agguato. Gli si parò davanti e gli disse: « Dove vai ? ».

« A comunicarmi».

« A comunicarti ? E i tali e tali peccati perché non te li sei con­fessati ? Va, va, confessati subito e bene se non vuoi che la terra t'inghiotta ».

Il peccatore, atterrito, fece il suo dovere e se ne tornò mutato e deciso a perseverare. Ma l'occasione fa il ladro e lo sciagurato ri­cadde nelle antiche abitudini, anzi raddoppiò gli scandali. Finalmente, un po' per le ammonizioni del clero, un po' per i rimorsi, si decise a partecipare a un altro corso di esercizi. Gerardo che l'attendeva al varco, al primo vederlo, gli disse: « Beh, come andiamo ? ».

E l'altro con la migliore faccia tosta del mondo: « Non c'è ma­laccio; da allora non c'è stato più nulla».

Gerardo lo forò con lo sguardo e, senza dir nulla, andò difilato dal superiore per esporgli il suo progetto ; poi volò nella stanza del peccatore, armato di Crocifisso. Con rapida mossa, chiuse finestra e porta ; e gli si piazzò davanti con la mano puntata sul Crocifisso «Dunque, non c'è stato più nulla eh!... Ah ingrato e bugiardo, e queste piaghe a Gesù Cristo chi gliel'ha fatte ? E questo sangue chi gliel'ha cavato ? » ... Ed ecco le piaghe del Crocifisso gonfiarsi e sudar vivo sangue.

« E che male ti ha fatto questo Dio ? », proseguiva accalorandosi il santo, « Che male ? Per te ha voluto nascere da povero bambino, su un po' di paglia, in una stalla »... Ed ecco, in luogo del Crocifisso, palpitare nelle sue mani le carni vaporose di un bambino.

« E che ? » - incalzava il santo sempre più impetuoso -, « tu credi di burlare il Signore ? Te lo dico io, questo non si fa senza ca­stigo. Egli è buono e paziente, ma alla fine castiga. Se non la finisci, lo vedi che ti resta ? ». Ed ecco spuntar fuori, chissà da dove, un brutto diavolo che con ghigno selvaggio stese le braccia verso di lui per trascinarlo all'inferno.

Allora sì che il povero peccatore stramazzò a terra, afferrandosi alle ginocchia del santo, il quale con voce terribile gridò: « Sfratta di qua, brutta bestia! ».

E la bestia scomparve con una zaffata di puzzo e di fumo. Il peccatore atterrito, tremante, compunto, andò a gettarsi ai piedi del padre Petrella, bagnando di lacrime il racconto di ogni peccato. E questa volta perseverò fino alla morte.

La tessitura di questo discorso ricalcava da vicino la predica sulla misericordia di Dio, composta dal p. Cafaro. Se l'era copiata questa predica e imparata a memoria, ma vi aveva trasfuso di suo la foga del sentimento, la forza della persuasione, l'eloquenza degli occhi e del gesto, ma, soprattutto, il potere di attrarre la grazia, fulmine che scuote e ridesta le coscienze assopite. Fu questo potere sovrumano che lo fece un grande missionario, un cacciatore robusto di anime, rivale dei primi apostoli della Chiesa. « 0 mio Dio », si legge nel suo regolamento, « vi potessi convertire tanti peccatori quante sono le gocciole d'acqua del mare, i granelli d'arena, le fronde degli alberi, gli uomini della terra e tutte le creature ! ».

Chi può dire l'efficacia di tali desideri, fecondati dalla grazia Certo, Dio opera nelle profondità delle coscienze; al di fuori dei nostri sguardi indiscreti, ma pure gli episodi che abbiamo narrati e gli altri che narreremo ci dicono quale strumento meraviglioso sia stato Gerardo nelle mani dell'Onnipotente. Non per nulla la Prov­videnza aveva guidato i suoi passi in un Istituto missionario, perché tutta la sua attività fosse improntata del solo fine specifico dell'Isti­tuto: la redenzione delle anime, dentro e fuori il collegio. I supe­riori aggiunsero nuova esca ai suoi desideri, dandogli 1'ubbdienza di pregare continuamente per la conversione dei peccatori.

Mai ubbidienza gli riuscì più gradita. Le anime saranno da oggi in poi lo scopo principale della sua vita; per le anime affronterà ri­schi, dolori e fatiche, seminando di conquiste tutte le tappe del suo passaggio per i monti e le valli delle regioni adiacenti. « Non vi è paese in vicinanza d'Iliceto, di Caposele ed altrove che non racconti le sue portentose conversioni » ci dice il Tannoia, (o.c., pag. 68) riportando il giudizio dei padri Caione e Margotta, secondo i quali cento missionari non avrebbero ottenuto ciò che Gerardo conseguì col suo zelo e la sua penetrazione dei cuori.

Zelo e penetrazione : lo zelo lo moveva, ma era la penetrazione dei cuori che aggiustava il colpo decisivo. Pochi, come lui, hanno saputo cogliere il lato debole di ogni uomo, sfruttandolo abilmente secondo gli interessi di Dio. Una volta scoperto il principio motore delle singole azioni umane e quel complesso d'ideali e di sentimenti che si rimescolano di volta in volta nei cuori, egli aveva già com­piuto l'opera di penetrazione pacifica verso i peccatori: non si trat­tava ormai che di toccare con le sue dita prestigiose i tasti più deli­cati e l'intento era ottenuto con soddisfazione di tutti.

Un giorno se ne tornava verso Deliceto con gli occhi perduti nel cielo inerte e affocato lasciandosi dondolare dal passo son­nolento del cavallo. Giunse così sul ponte di Bovino, dove la strada, scavalcato il fiume Cervaro, saliva a destra verso la città ducale di Bovino, mentre a sinistra moriva in un sentiero alpestre che, tra burroni e cascate di rocce, scorciava il cammino verso Santa Maria della Consolazione. Era assente e le briglie gli si allenta­vano dalla mano abbandonata sull'arcione, quando fu riscosso da una scarica di bestemmie : veniva dal basso, da sotto le spallette del ponte. Ebbe un fremito e si accostò a guardare. Sull'arenaccia del torrente giaceva un carro con le ruote affondate fino al mozzo. L'uomo forzò i cavalli con urla e frustate; i cavalli puntarono gli zoccoli anteriori, curvarono le criniere e si spinsero avanti, ma il carro si scrollò di un passo e ricadde all'indietro, nel solco tracciato dalle ruote. Ne seguì una muova scarica di urla, di bestemmie e di legnate.

Gerardo impallidì come sempre quando si trattava dell'offesa di Dio e, sporgendosi in giù, gli gridò: « Finiscila, sciagurato! Fini­scila di bestemmiare ! ».

Il vetturale alzò due occhi infuocati, grondando sudore e schiuma dalla faccia: « Lo vedi come mi trovo ? Qui ci rimetto ca­valli e carretto ».

E Gerardo : « A tutto c'è rimedio ; basta che la smetti di be­stemmiare ». Così dicendo, sceso dal ponte, spiccò un salto sul carro e, impugnando il badile, calò giù una parte del carico. Poi, drizzan­dosi in piedi, tracciò sui cavalli la sua benedizione, dicendo : « Crea­ture di Dio, in nome della Santissima Trinità, io vi comando di uscire dal fiume ! ». A quella voce i cavalli puntarono contemporaneamente gli zoccoli sul breccime e si gettarono in avanti, mentre le ruote uscivano cigolando dal pantano. Un'ultima scossa e furono sulla strada.

Il vetturale li seguì, mormorando in fretta qualche parola di scusa, ma Gerardo gli troncò la parola: « Ringrazia il Signore e non bestemmiare più ».

A questo fatto tipicamente apostolico ne facciamo seguire uri altro d'indole carismatica, sebbene avvenuto dopo l'estate del 1752 quando il p. Rizzi fu assegnato di casa a Deliceto. Era costui quel sacerdote, già ospite di S. Maria della Consolazione nella primavera del '50 cioè all'epoca della missione di Melfi. Lo spettacolo edificante di fratel Gerardo alle prese con gli umori bizzarri del padre Cri­scuoli, lo aveva aiutato nella scelta della propria vocazione. Qualche mese dopo chiedeva a Sant'Alfonso di essere ricevuto nell'Istituto., ma a condizione di fare il noviziato da solo, non sembrandogli di­gnitoso menar vita comune cogli altri novizi ancora ragazzi. Il fon­datore accondiscese ; poi, passati alcuni mesi, con uno di quei gesti abilissimi di cui era maestro, col pretesto di volerlo conoscere per­sonalmente, lo chiamò a Pagani e di lì lo spedì nel noviziato di Ciorani. Il Rizzi ubbidì volentieri ; era ormai bene avviato nella virtù religiosa. Il 25 dicembre fu ammesso alla professione. Entrato da adulto, volle nascondere i suoi meriti eccezionali. Distrusse il diploma di laurea « in utroque » conseguito, a pieni voti, nell'ateneo di Roma e apparve ai confratelli nella veste di una di­screta mediocrità finché non fu rivelato da una discussione scien­tifica alla presenza del fondatore. Non ci volle altro : era già sul candelabro. Da allora fu l'apostolo dell'Istituto nascente. Il vescovo di Troia lo definiva: « Lo spavento dei preti » ; il vescovo di Trani « Il martello dei preti; il portento dei predicatori».

Ed avevano ragione perché alle sue prediche si vedevano preti, vescovi e gentiluomini piangere dirottamente, i chierici deporre il collarino e rinunziare alla carriera ecclesiastica. Eppure chi non lo conosceva, al vederlo comparire sul pulpito, non poteva fare a meno di sorridere davanti a questo uomo, piccolo, scarno e smilzo, dal viso rosso e lentigginoso, dalle labbra grosse e volgari. Ma bastava che aprisse la bocca, perché una tromba di voce sonora, profonda e ani­mata, scuotesse l'uditorio e lo trascinasse addirittura. Iniziava con una mezz'ora di meditazione in ginocchio ; poi attaccava a predicare per un'ora e mezzo, spesso interrotto dagli urli e dai pianti dell'udi­torio. Il quale una volta fu talmente scosso dagli atti preparatori di fede, di speranza e di presenza di Dio, che cominciò a schiaffeggiarsi e piangere dirottamente e pubblicare a voce alta, senza ritegno, le proprie colpe, l'uno chiedendo all'altro perdono. E quella volta, si capisce, non si poté non solo predicare, ma neanche condurre a ter­mine gli atti preparatori.

Questo celebre predicatore fu per molto tempo l'alleato natu­rale di Gerardo nella caccia alle anime. Si stimavano e si amavano a vicenda con la carità dei santi. Dal '52, quando venne a Deliceto, egli fu il testimone delle virtù e dei prodigi dell'umile fratello e ne fu talmente ammirato che quando Sant'Alfonso lo incaricò di trac­ciarne la biografia, se ne ritrasse spaventato, come davanti all'im­possibile.

Un giorno, dunque, era intervenuto a un corso di esercizi un gentiluomo carico di molti e gravi peccati, frutto, forse, più di esu­beranza che di malizia. Per cui appena ascoltò, la prima sera, la voce ciel p. Rizzi che tonava con terribile eloquenza sulla giustizia di Dio, la quale raggiunge infallibilmente il peccatore e gli chiede conto rigoroso di tutte le sue iniquità, fu scosso da un brivido. Scorse tutta la sua vita: iniquità e ingratitudini. Si vide a tu per tu con un Avversario più potente di lui che gli rimproverava, sdegnato, le sue scelleratezze e alzava la mano per schiacciarlo come un insetto. Spa­ventato, si ritirò nella propria stanza, in preda alla disperazione più nera: « Si vada pure all'inferno » gridò a se stesso, « non importa. Sono ancor giovane, posso ancora divertirmi e stordirmi. Poi chiu­derò gli occhi incontro al mio destino».

Mentre rivolgeva tra sé e sé tali pensieri, fu bussato alla porta e, senza attendere risposta, due passi frettolosi avanzarono verso di lui. Ebbe appena tempo di ricomporsi che Gerardo gli diceva: « Che ti passa per la testa ? Caccia via questa diffidenza infernale e ricor­dati che Dio e Maria Santissima sono in obbligo di aiutarti». E se ne uscì.

Dal suo nascondiglio, in agguato, come sempre, egli aveva se­guito le fasi alterne della lotta tra il paradiso e l'inferno nell'anima del gentiluomo; lo aveva visto ritirarsi in preda alla disperazione e gli aveva portato la certezza della vittoria.

12

L'AMICIZIA DEI SANTI

La vita religiosa, osservata dalle navate di una chiesa quando i monaci occupano i loro stalli nel coro e le loro voci si fondono nel canto liturgico, può sembrare di una maestà solenne ed omogenea. Ma basta penetrare in quei sacri recinti e vivere un giorno la loro stessa vita per vedere spuntare, tra la massa amorfa di tonache ambulanti, le individualità più spiccate e, con esse, le lotte e gli at­triti più dolorosi. Anche tra i santi. Questi conservano sempre, per­fino nei gradi più alti della perfezione, eccentricità e difetti, e sono portati dal loro stesso fuoco di carità a combattere con uguale in­transigenza gli errori propri e gli altrui. Vogliono dagli altri ciò che pretendono dalle proprie forze, senza accorgersi che il loro eroismo non può servire di norma alla maggioranza costituita da mediocri: e i mediocri sono il tessuto connettivo della vita religiosa e civile. Da qui, le incomprensioni e le discordie anche nei monasteri più esem­plari.

Lo dovette imparare a sue spese il padre Cafaro. A forza di esi­gere la scarnificazione del proprio essere, non si era reso conto delle necessità concrete dei sudditi, sottoposti a privazioni di ogni genere, rese ancora più dolorose dai suoi modi bruschi e scattanti. Perciò si diffuse un certo malumore che arrivò ben presto alle orecchie del fondatore. Egli non era uomo da transigere, quando ne andava di mezzo la salute dei congregati, e inviò, come visitatore straordi­nario, il padre Mazzini, suo consultore. Questi giunse a Deliceto la sera del 17 giugno del 1751, armato di pieni poteri: chiamò uno per uno i padri e i fratelli a un colloquio privato; ascoltò lamenti e proteste; percorse diligentemente i libri dei conti; perlustrò la can­tina, la dispensa, ogni cosa. Poi chiamò il padre Cafaro e gli disse con rude franchezza il proprio pensiero. Era un santo anche lui e i santi non conoscono gli infingimenti della falsa diplomazia.

Il padre Cafaro ascoltò umilmente, in silenzio, le osservazioni giuste o ingiuste che fossero. Si dichiarò prontissimo a rassegnare le dimissioni dalla carica e lo avrebbe fatto se non fosse stato sconsi­gliato dal proprio direttore di spirito. Sorrise anche, ma il suo cuore versava sangue. Lo rivelò in una lettera confidenziale al padre Mar­gotta, suo amico, lamentandosi d'essere stato processato come ret­tore aspro e senza carità, anzi addirittura d'essere stato sottoposto a una formale inquisizione. Insomma, soggiunse: « Mi sono imma­ginato di tenere in casa un commissario, il quale, dolcemente, per quattro giorni, mi ha tenuto angustiato». E più avanti, con una espressione ancora più forte, ma tanto umana, perché anche i santi conservano intatta la loro umanità: «Pensando d'averlo un'altra volta, mi viene il freddo e la febbre* (Epistolae Ven. S.D. Pauli Cafaro, pag. 44).

In questo coro di proteste mancò certamente una voce : quella di Gerardo. E come avrebbe potuto lamentarsi del suo padre spiri­tuale che da venti mesi lo guidava per le vie della santità ? Era austero ? Era brusco ? No, era stato anche troppo buono con lui che si sarebbe meritato di peggio. Sono supposizioni queste che si fondano su un fatto concreto : sulla santa amicizia che sorse in quei giorni tra il visitatore e l'umile fratello con reciproci vantaggi spi­rituali. All'indomani della professione religiosa, Gerardo gli scriverà: « Quanto io vi ami presso Gesù Cristo, (e spero che sia un puro affetto in Dio), non lo posso spiegare. Vi ringrazio sommamente della pietà e carità che mi avete usata nel disporre il nostro Padre a farmi fare la santa Professione».

Donde poteva sorgere tale amicizia in un uomo dell'austerità di padre Mazzini se non dal colloquio di quei giorni ? Egli dovette ri­manere profondamente sconcertato quando, dopo avere ascoltato dagli altri una lunga tiritera di lamenti, più o meno fondati, più o meno dettati da risentimento o da zelo indiscreto, finalmente ve­niva a trovarsi di fronte a questo fanciullone ingenuo che non si era accorto mai di nulla, al quale non era mancato mai nulla, che aveva trovato sempre il superiore troppo benevolo e non pensava che ad accusare se stesso e la propria incorrispondenza alla grazia. Il padre Mazzini lo avrà guardato a lungo; avrà affondato i suoi occhi in quella coscienza, ne avrà colti gli ideali di santità e di ma­cerazione e, tornando a Pagani, avrà perorata la sua causa presso il Rettore Maggiore ottenendogli l'anticipo della professione religiosa e, per conseguenza, l'anticipo della vestizione dell'abito. Questa avvenne probabilmente nel mese di luglio del 1751, forse nella festa titolare del Santissimo Redentore. Con quale entusiasmo Gerardo indossò la gloriosa divisa di missionario redentorista e si premette sul petto il Crocifisso, esclamando: « che io muoia, o Signore, per amor tuo, giacché tu ti sei degnato di morire per amor mio!».

Era la ripetizione più consapevole dell'offerta già fatta dall'in­fanzia e Gesù l'accettò immediatamente, sottoponendo l'eroico di­scepolo a una sequela di prove delle quali troveremo una documen­tazione sempre più abbondante nell'epistolario e nella tradizione. La prima prova, riferita appunto dalla tradizione, risale all'estate del 1751.

Il santo si trovò improvvisamente avvolto da una fitta cortina di tenebre interiori, con tutti i fenomeni che sogliono accompagnare la notte dell'anima: stanchezza, disgusto spirituale e timore osses­sivo del peccato. La preghiera, la contemplazione non lo mettevano più a contatto con Dio : lo facevano approdare in una oscurità, in una nuvola che, mentre gli toglieva Dio dagli occhi, eccitava la sua brama di vederlo e conoscerlo. Ed era questa brama, questo desi­derio insoddisfatto e impotente di Dio che gli generava nel cuore l'angoscia penosa, il terrore e la contraddizione interiore. Certo, per noi profani, è difficile comprendere l'amarezza della prova, ma i santi che l'hanno sperimentata, ci assicurano che è tra le più terri­bili : un vero purgatorio in terra.

Gerardo passò in questo stato la festa dell'Assunta, arido come la campagna dei dintorni, screpolata dalla canicola e cominciò la cara novena della Natività di Maria. Ma né la funzione serale, né i suoni e i canti, né le preghiere e le penitenze raddoppiate, riusci­rono a soffocare la voce che dall'interno sorgeva a rimproverargli le proprie colpe. Era una visione nuova, lucida e fredda: la sua anima gli appariva nuda e piena di brutture. Dio lo sentiva come giu­dice, anzi come giustiziere, e, tentato di disperazione, ripeteva a se stesso : « Anche l'inferno è poco per me ! ».

Ma la sera del 5 settembre, arrivò a Deliceto, con il chierico Bernardo Apice, un religioso appena diciannovenne: Domenico Blasucci. Ripiegava, dolcemente sul petto il volto pallido di adole­scente malato, con gli occhi sempre raccolti sotto il velo delle pal­pebre. Gerardo lo vide e ,vederlo e amarlo fu la stessa cosa : aveva avvertito il profumo della grazia che emanava da quel corpo verginale. Anche il giovane comprese subito la santità di quei laico, dall'apparenza trasandata e distratta, e lo amò come sanno amare i santi: in Dio. Perciò andarono insieme a pregare davanti all'altare della Madonna: due volti diafani, due espressioni diverse dello stesso ardore verso il cielo. Il primo, Domenico Blasucci, era un fuoco con­tenuto che arde nelle profondità dell'anima, immobile nell'apparenza ; Gerardo, invece, era una fiamma dai mille guizzi rapidi e brucianti, ma una fiamma che gemeva come sopraffatta dalla sua stessa po­tenza distruggitrice. Perciò emetteva, di tanto in tanto, certi so­spiri dolorosi che lo facevano trascolorare.

« Fratello, ti senti male ? » gli chiese il Blasucci qualche giorno più tardi incontrandolo nel corridoio.

« Oh sì, rispose, il mio cuore scoppia, non ne posso più! » e la voce finì in un gemito.

L'amico commosso gli tracciò una croce sul petto che si slargò in un profondo respiro. Il santo era libero, completamente libero e spiccò un salto di gioia. Subito corsero a ringraziare la Vergine e, ai suoi piedi, s'impegnarono solennemente fino alla morte alla recita reciproca di un'Ave Maria giornaliera. Fu questo l'anello della loro amicizia.

Eppure mai due caratteri furono così dissimili: il Blasucci, compassato e modesto, s'imponeva a prima vista all'attenzione degli altri; mentre ci voleva un po' di buona volontà per cogliere, sotto la superficie bizzarra, la santità di Gerardo, sempre folle, sempre estroso nell'amore. Ma questi due caratteri, umanamente inconci­liabili, si compresero e si armonizzarono perfettamente in una vi­sione superiore di carità, operando insieme un bene immenso con lo spettacolo delle loro virtù. Ciò avvenne specialmente nel seguente mese di ottobre, quando numerosi sacerdoti della diocesi di Lacedonia affollarono il collegio per gli esercizi spirituali. Li guidava il loro vescovo mons. Amato. Costui non poteva staccare lo sguardo da quell'adolescente con le braccia piegate costantemente sul petto. Lo voleva ogni mattina a servirgli la messa: vicino a quell'angèlo di cui nessuno conosceva il colore degli occhi, gli sembrava di potersi accostare meno indegnamente all'altare. Ma nei tempi liberi, andava ad osservare il giaciglio di Gerardo con quei teschi schierati sul pa­vimento e ne ripartiva edificato e atterrito.

Ma intanto grosse novità scuotevano il piccolo ambiente di Santa Maria della Consolazione. Dopo la visita canonica del giugno precedente, il padre Cafaro aveva continuato a portare serenamente la sua croce, sempre in attesa della decisione del Superiore Maggiore che non poteva tardare. Perché Sant'Alfonso comprendeva bene che la sua posizione era alquanto scossa e, se temporeggiava, era solo per non dare troppo aire a qualche spirito turbolento. Ma nel mese di ottobre, troncò ogni indugio, invitando il padre Cafaro a Ciorani, con l'intenzione di mandarlo a presiedere il collegio nascente di Ca­posele dove l'osservanza, sotto il governo del mite padre Margotta, gli sembrava alquanto decaduta.

La notizia per qualche giorno fornì materia ai discorsi e ai com­menti dei religiosi. Molti se ne rallegrarono e qualcuno esternò il suo disappunto. Gerardo rimase impassibile : solo nelle profondità dell'anima avrà sentito echeggiare una nota di rimpianto per l'austero direttore che Dio aveva posto sul suo cammino. Ora più che mai lo stimava e lo benediceva. E noi dobbiamo riconoscere l'efficacia provvidenziale di quella direzione. La stessa rigidità inflessibile era stata la solida diga alla carità travolgente di Gerardo ; come quella prudente noncuranza che confinava col disprezzo era servita di con­trappeso ai privilegi della sua anima. Ci sembrerà una direzione troppo prudente ? Ma solo chi conosce il valore inestimabile di un tesoro, può trepidare per esso. E il padre Cafaro conosceva troppo bene la bellezza regale di quell'anima e sapeva che un granello di orgoglio può abbattere una montagna di santità. Perciò lo tenne al chiodo, lontano dal chiasso. Ogni aura popolare lo metteva in sospetto e correva ai rimedi : segregazione e silenzio. Se doveva parlare di lui, ne parlava a mezza bocca, quando era lontano e con gli amici più fidati. Allora gli uscivano espressioni di ammirazione incondizionata, ma guardandosi bene intorno che non lo sentissero orecchie indiscrete e sempre pronto a rimettersi in contegno se lo vedeva comparire e a fustigarlo con le armi della mortificazione e del disprezzo.

E Gerardo che lo preferiva proprio per questo, lo supplicò di continuare a dirigerlo da lontano.

Lo vide partire in una fredda giornata di novembre tra i rim­pianti di ,quanti amavano quella scabra figura di asceta, quel cava­liere incorruttibile della regola, che aveva voluto sempre e dovunque il raccoglimento e la pietà, anche a scapito dell'interesse. Con lui partiva anche il Blasucci, quella figura mingherlina di adolescente malato, dal viso bianco e verginale e dal cuore innamorato di Dio.

Gerardo lo salutò l'ultima volta ai piedi della Vergine e lo sa­lutò mentalmente ogni giorno con la recita dell'Ave Maria.

Dopo appena dodici mesi, il Blasucci, consumato dalla tisi, ma molto più dall'amore di Dio, se ne volava al cielo, ricco di meriti. Era il 2 novembre 1752: aveva venti anni. Ma, poco prima di mo­rire, tramite un confratello di passaggio, ricordava all'amico la pro­messa e soggiungeva : « lo ho adempiuto fedelmente la mia ! L'Ave Maria di Gerardo, ne siamo sicuri, lo accompagnò nel grande trapasso.

È questa l'amicizia dei santi: qualche cosa che sfiora appena la natura e l'incatena a Dio per l'eternità.

13

IL CAVALIERE DELLA PALUDE

Dopo la partenza del padre Cafaro e il breve interinato del padre Giovenale, fu mandato come rettore il padre Salvatore Gallo, il quale riprese l'antico disegno della coltura diretta dei campi che sembrava il toccasana della miseria. Il nuovo indirizzo, forse troppo repentino, produsse un certo disagio nella comunità, dove si avver­tiva il vuoto immenso lasciato dal precedente rettore, uomo di somma autorità e d'indiscusso prestigio. Il padre Gallo era intelli­gente, attivo e virtuoso, ma coi suoi ventisette anni, forse mancava dell'esperienza necessaria per reggere le sorti di una comunità che si dibatteva in condizioni economiche quasi disperate. I suoi tenta­tivi andarono ad urtarsi contro gli osservanti ad oltranza che teme­vano il rilassamento dello spirito per le soverchie preoccupazioni materiali e contro . i progressisti che avevano sempre qualche nuovo progetto da presentare. Gli uni e gli altri si permisero osservazioni e critiche che furono riportate al fondatore dal padre Petrella, re­catosi appositamente a Pagani. Uomo scrupoloso, osservante mi­nuzioso di ogni tradizione, il Petrella avrà fatto un quadro piuttosto colorito della situazione, se Sant'Alfonso pensò subito di correre ai ripari, prima col richiamo brusco al rispetto dell'autorità e poi con la nomina di un nuovo rettore.

La lettera è del 5 gennaio del '52 ed è breve e sferzante. Entra subito in argomento, richiamando tutti al rispetto dell'autorità K bE è pervenuto all'orecchio che costi non si fa molta stima del nuovo Superiore, il Padre Gallo, perché forse è giovane. Fate sapere a tutti di codesta Comunità, Padri e Fratelli che vi sono e verranno appresso, che io voglio che si stimi ogni Superiore che mando, ancor­ché mandassi una mazza, come la persona mia, e voglio che si stimi e gli si ubbidisca come a me ». Poi, forse alludendo alle critiche degli zelanti, soggiunse: << Se il Superiore fa qualche cosa che non paresse buona, il soggetto lo scriva a me; frattanto ubbidisca e non mormori con altri» (Lettere, 1, 191-192).

Queste polemichette interne non interessarono né molto né poco il nostro Gerardo, avvezzo a considerare l'autorità come l'espres­sione vivente del volere di Dio. Chiuso nel silenzio, attese all'apo­stolato degli esercizianti che continuarono ad affluire fino ai primi di novembre. Poi, quando il monte Crispiniano si coperse di neve e l'arco delle colline intorno a Deliceto, di nebbia e di brume, riprese il lavoro ordinario. Tornava dal bosco e dai paesi vicini coi piedi zuppi d'acqua, con la veste sudicia di fango e se ne rimaneva tran­quillamente al suo posto, tremante di freddo, finché il ministro o l'economo non si accorgessero del fatto. Non c'era pericolo che toc­casse un pezzo di biancheria, nonostante che avesse, come sarto, la chiave del guardaroba. Eppure ci teneva, qualche volta, a passare da insubordinato per guadagnarei umiliazioni e rimproveri. Un giorno, si appese intorno al collo, a guisa di collana, un serto di pere, mele, fichi e formaggio, e, così conciato, andò ad inginocchiarsi in pubblico refettorio, davanti al padre Giovenale che fungeva da su­periore, accusandosi a voce alta: « Padre, tutto questo, senza permesso ».

Voleva dire che aveva mangiato di quella roba senza licenza dei superiori. Naturalmente il padre Giovenale finse di crederci ed egli, dopo un forte rimprovero, tornò soddisfatto al proprio posto.

Tra questi lavori e queste umiliazioni, passò il mese di no­vembre e si prostrò giubilando, ai primi di dicembre, davanti alla statua dell'Immacolata, patrona principale dell'Istituto. Poi at­tese all'ultimo corso di esercizi, riservato agli ordinandi della dio­cesi di Melfi. Terminato il corso, fu incaricato di accompagnare i chierici ad Atella dove li attendeva il loro vescovo, mons. Teo­doro Basta.

Il tempo era pessimo. Dopo giorni e giorni di pioggia i monti all'intorno apparvero incappucciati di bianco, tra il nero delle nu­vole che si abbassavano all'orizzonte, cariche di nuova pioggia. Pure, i nostri raggiunsero felicemente Rocchetta e Melfi ; poi, costeggiando le zolle cretose del Vulture, tra macchie di quercioli, ginestre e rovi spinosi, toccarono Rapolla e Barile, piegando verso Atella. Il cielo continuava a mantenersi minaccioso; dagli altipiani del Rendina le acque rotolavano a valle, torbide e rovinose, invadendo la carra­reccia e le poche piste deserte; qua e là, qualche bracciante, cacciato dalla fame fuori della sua catapecchia, andava avanti lentamente con la vanga sulla spalla, chiuso in un largo mantello, la testa infilata nel cappuccio. Doveva camminare ore e ore per sentieri impratica­bili prima di raggiungere il feudo o la masseria. Aveva l'aspetto cupo e rassegnato, come il cielo, come le serre spellacchiate, come i pendii annebbiati.

A mano a mano, il paesaggio diveniva lagunare. Le acque ca­late dagli altipiani giacevano immobili a valle, come immense poz­zanghere da cui emergevano pagliai e tronchi d'alberi, neri come forche. Era la storia di ogni anno : nella stagione delle piogge, i fiumi dalle grosse magre estive, senza dighe e senza letto, dilagavano paurosamente sotto l'impeto delle acque, spinte a valle dal terreno argilloso e impermeabile. Sorgevano cosa le fiumare, laghi bislunghi e paludosi, ma generalmente poco profondi.

A un tratto i nostri viaggiatori si trovarono bloccati dalla fiu­mara del Rendina, formata dal fiume omonimo che scende dalle forre di Ripacandida. Con loro si aggrumarono vari gruppi di brac­cianti soprapensiero. Un giorno senza lavoro, era un giorno senza pane per loro e la famiglia : vivevano infatti alla giornata. Gerardo si sentì vicino al loro dolore e alla loro miseria. Si fece avanti, alto sul suo cavallo, più pallido tra la nebbia della valle: « Buona gente, volete recarvi al lavoro ? Vi trasporto io col mio cavallo».

Curiosità, schiamazzi, ma nessuno si mosse. Allora fece salire un paio di seminaristi, si segnò e disse: « Andremo noi; poi tornerò a prendervi».

E spronò il cavallo. Qualcuno gridò: « Fermatevi, dove an­date ? ».

Ma il santo, incrollabile, rispose: « Carità del prossimo ! ». Poi rivolto al cavallo: «Cavallo mio, diamo gusto al nostro Dio!*. E allentò le redini.

La macchia scura scivolò sulle acque, si allontanò nella nebbia, e scomparve. Riapparve, poco dopo, la criniera del cavallo, dritta, tesa, e, indietro, sorridente sotto il cappellaccio, la figura bizzarra di Gerardo. La bestia tagliava la liquida superficie senza sforzo, come camminando sull'asciutto, poi emerse tutta intera dal fondo melmoso. Traghettati i chierici, fu la volta degli operai i quali or­mai avevano perso ogni diffidenza. Quando l'ultimo fu traghettato, Gerardo offerse la cavalcatura al più malato e proseguì a piedi, sguaz­zando nelle pozzanghere, sempre più frequenti della strada.

Nelle vicinanze di Atella, il terreno era tutto una palude flut­tuante che si ricongiungeva alla fiumara locale estremamente in­grossata, chiudendo ad anello il paese. Anche qui, gruppi di operai cercavano di aprirsi un varco tra la furia degli elementi sconvolti. Ormai i chierici avevano capito il giuoco e montarono, l'uno dopo l'altro, sul cavallo; poi furono ingroppati gli operai. « Il cavallo - aggiunge un testimone oculare - passava sulle acque con tal franchezza come se in terra asciutta avesse camminato... ogni peri­colo vedevasi svanito in vista di questo santo Fratello» (TANNOIA, ox., pag. 64).

Ad Atella, Gerardo si congedò dai chierici, e si ritirò in casa del gentiluomo Benedetto Graziola, agente generale del principe di Torella, Domenico Caracciolo. Il gentiluomo, insigne benefattore del­l'Istituto, abitava con la sposa Nunzia Di Palma e numerosi figliuoli in una palazzina attigua al monastero delle Benedettine. Uomo d'armi e d'affari, amministrava egregiamente le ricchezze proprie e del principe, largheggiando coi poveri e coi religiosi che trovavano sempre generosa ospitalità nella sua casa. Sant'Alfonso e il padre Margotta lo avevano avviato verso la perfezione e l'influsso benefico delle sue virtù si faceva sentire su tutta la famiglia. Il primogenito, di ventiquattro anni, Angelo Antonio, già suddiacono, sarebbe stato sacerdote due anni più tardi, poi missionario redentorista. Una figliuola era postulante nel monastero di S. Giuseppe in Ripacandida, mentre la seconda, entrata come educanda nello stesso monastero, manifestava già l'intenzione di seguirla. E gli altri cinque figli, sotto la guida della piissima signora Nunzia, si mostravano degni dello esempio paterno. Spiccava in don Benedetto quel misto di umiltà e di grandezza, di pietà e di schiettezza che rende amabile la virtù e l'impone all'ammirazione di tutti. E Gerardo ne fu entusiasta fin dal primo momento. Ma quella stima ebbe la reciprocità più schietta e duratura da parte del gentiluomo che fu tra i più grandi apologisti del santo e ne diffuse, dopo la morte, la devozione tra i fedeli.

Che cosa si dissero questi due nuovi amici nel loro primo in­contro ? La storia non lo riferisce. Possiamo però lecitamente sup­porre che don Benedetto abbia narrato al nostro santo gli avvenimenti meravigliosi che accompagnarono il sorgere e il maturare della vocazione religiosa nel cuore della figlia. Egli stesso l'aveva condotta come educanda nel monastero di Ripacandida. Un mona­stero veramente esemplare : tante suore, altrettante sante. Ma la figliuola non aveva nessuna voglia di restare tra quelle mura e gli diceva ogni volta che andava a trovarla: « Quando vieni a ripren­dermi ? Non vedo l'ora di tornare a casa ».

Così fino al maggio dell'anno precedente, quando vi era-andato a predicare gli esercizi spirituali don Alfonso dei Liguori. Le suore erano raccolte in cappella : due ceri ardevano davanti al Crocifisso di legno, sul tavolo del predicatore. Ed egli parlava dell'inferno dove conduce il peccato e del paradiso dove conduce la virtù. La bam­bina ascoltava, ascoltava, trattenendo il respiro. Le pareva ora di scottare coi dannati, ora di gioire coi santi. Finalmente, non poten­done più, si rivolse alle suore vicine, esclamando: « Questo Padre ci fa vedere ora nel paradiso, ora nell'inferno ! ».

Poi fissando il Crocifisso, lo vide farsi carne e grondar sangue dalle ferite. Da quel giorno divenne un'altra. Chiese di essere ri­cevuta tra le postulanti e l'ottenne. Sarà novizia, poi professa col nome di suor Maria Celeste dello Spirito Santo.

Erano ricordi che tutta la famiglia ascoltava con la commozione nel cuore: dalla signora donna Nunzia di Palma ai due figliuoli più grandi, studenti a Napoli, Gerardo di diciotto e Giuseppe di dodici anni, giù giù fino a Giacola, a Scolastica, fino al piccolo Antonio di appena tre anni che veniva portato in braccio da una delle quattro domestiche. Anche il nostro Fratello ascoltava ed ardeva dal desi­derio di conoscere quelle suore tutte raccolte in Dio: quel monastero dove Gesù si manifestava nella veste di sofferenza e di sangue ; quella figliuola, ancora adolescente, che pensava di consacrare a. Dio la propria verginità.

Da Atella si portò, dunque, a Ripacandida. Il monastero delle Carmelitane Scalze di Santa Teresa, consacrato a San Giuseppe, era stato fondato dall'arciprete Giovanni Battista Rossi, nato a Ri­pacandida il 1 marzo 1690 ed ivi morto in concetto di santità il 25 ott. 1746. L'opera già abbozzata fin dal 1735, era andata defi­nendosi solo dopo il 1738, non senza il concorso dei Teresiani di Na­poli. La clausura papale era stata applicata da mons. Teodoro Basta, vescovo di Melfi, il 16 gennaio 1747. Da allora il monastero aveva preso un vigoroso sviluppo. All'epoca della nostra storia era com­posto da venti suore, quasi tutte adolescenti, alcune ancora bambine la priora, Maria di Gesù, aveva ventisei anni ; Maria Michela ven­totto ; Maria Cherubina diciotto ; Maria Battista della SS. Tri­nità sedici; Maria Celeste quattordici; solo Maria Giuseppa aveva trentasette anni e Maria Oliviera ventisette; per limitarci alle suore che furono in corrispondenza col santo. La giovinezza degli anni nulla toglieva alla maturità della loro perfezione, anzi vi aggiungeva una fiamma di sacro entusiasmo per cui non solo non pensavano di mitigare la regola primitiva di Santa Teresa, ma vi aggiungevano mortificazioni spontanee e penitenze prolungate.

Sant'Alfonso, così esigente in fatto di santità religiosa e così misurato nelle parole, trovò per loro accenti di vera poesia: « Non avrei mai creduto » disse dopo la predicazione degli esercizi spirituali dell'anno avanti, « non avrei mai creduto trovare un garofano come questo, su questa rupe ».

E fino all'ultimo continuerà a dirigere il monastero da lontano con lettere da cui trapela la sua ammirazione. Anzi apparve, dopo la morte, a suor Maria Celeste in un globo abbagliante di luce e di splendore e le disse: «Figlia, conservatevi sempre più nella purità del cuore, e sia il vostro cuore posseduto solo da Dio. Abbandona­tevi tutta e sempre in Lui e patite per Lui quanto a Lui piace e state sulla terra come se non ci foste».

Ma chi più attirava l'attenzione e rapiva l'ammirazione era la nipote del fondatore, suor Maria di Gesù, anima privilegiata da tanti carismi che lo stesso Sant'Alfonso paragonava a Santa Teresa d'Avila. Delle sue contemplazioni ed estasi se ne occupavano già da tempo confessori e direttori di spirito; anzi lo stesso vescovo, mons. Teodoro Basta. Eppure ella passava allora nello stadio chia­mato dai mistici di purgazione passiva e sentiva il bisogno di essere rassicurata e consolata.

In questo giardino meraviglioso di virtù, in questo castello in­cantato dell'amore verso Dio, giungeva verso la metà di dicembre il nostro Gerardo, e subito lo riempì della sua carità. La stessa ca­rità che lo faceva tramortire al semplice pensiero di offesa di Dio, lo schiudeva impetuosamente alla gioia, quando scorgeva creature innamorate di Lui. Sembrava allora che la sua carità si moltiplicasse, come immagine ripercossa da migliaia di specchi. Erano i momenti in cui il suo piccolo cuore di carne premeva talmente sulle fragili pareti del petto da farle quasi spezzare.

L'incontro con la madre Maria di Gesù avvenne attraverso le grate del parlatorio. Erano quasi coetanei: Gerardo aveva venticinque anni, uno di meno della suora ed erano fatti per comprendersi, avendo in comune gli stessi ideali di perfezione.

« Tanto fu il conoscersi scrive il Tannoia, (o.c., pag. 92-93) « quanto comunicarsi i propri sentimenti. Incontrandosi, vedevansi due fuochi di riverbero che agivan l'un l'altro; e non sembravan che due Serafini ».

Da allora la Madre lo riguardò come santo e lo invitò, la sera stessa, a parlare alla comunità. Gerardo, preso alla sprovvista, si abbandonò al suo estro, trattando del gran merito che ha Dio di es­sere amato dalle creature. Ripercorreva la predica del padre Cafaro. ma l'impeto era suo. Era sua quella passione che gli colorava la faccia e gli toglieva il respiro. La voce diveniva sempre più forte. sempre più vibrata e lo spasimo cresceva e tutto il corpo era preso da un moto convulso che lo lanciava verso l'aria, lì, davanti alle suore letteralmente travolte da quel fiume irruente di carità. A un certo punto, sentì che la terra gli sfuggiva di sotto... Volerà ? Si afferrò con tutte e due le mani alla grata di ferro, munita di grossi spuntoni. L'arroventò, la contorse come fosse stata di cera. Poi, smorzato quell'impeto, le diede un'aggiustata con la mano. Solo tre spuntoni rimasero contorti e tali apparivano ai padri Caione e Tannoia, molti anni dopo il fatto.

Il discorso fu ripreso nella sera seguente. Allora il santo s'intro­dusse di botto nell'argomento dell'amore e, acceso in volto, con aria di danza nella voce e nel corpo, prese a dire : « Introdurre vi voglio nella cella vinaria ». Era il tema della Cantica che intona l'epitala­mio tra l'anima e Dio: Gerardo lo svolgeva a scatti, come sotto la pressione di un sentimento che esplode. Si accendeva nel volto, negli occhi, nelle vesti e il fuoco invadeva le grate e copriva la luce delle candele che finora avevano rischiarato la scena. Il chiarore diveniva forte, tanto forte che le suore erano costrette a sbattere le palpe­bre al di sotto dei veli.

Il ripetersi di questi fenomeni aveva circondato Gerardo di un alone di grandezza misteriosa. Le suore ne parlavano come di un miracolo vivente e col pensiero forse correvano a don Alfonso che aveva predicato l'anno avanti. E nel confronto ci avrà scapitato proprio quest'ultimo.

Qualche cosa di questi discorsi dovette giungere all'orecchio del santo che, geniale come sempre, pensò di prendersi una bella rivincita.

La mattina seguente, dopo aver lungamente pregato nella chiesa del monastero, corse alla ruota e la fece girare vorticosamente più volte. Gli rispose di dentro la voce argentina di suor Maria Battista della Trinità, una bambina ancora sedicenne, ma tanto avanti nella perfezione : « Fratello, che è questo ? Andate con Gesù Cristo ! ». E il santo: « Eh, eh, sorella, dimmi la verità: quanto vino hai bevuto questa mattina ? ».

E la bambina, quasi stizzita: « Com'è possibile se appena è fatto giorno ? ».

« Sì, sì, non me lo vuoi dire, ma io lo so». E Gerardo rideva beatamente, ripensando al vino della cella vinaria della sera prece­dente. Poi tornava a pregare, per riprendere poco dopo il solito ri­tornello alla ruota « Senti, senti, sorella, questa sera ti verrò a trovare! ».

E l'altra a pestare i piedi: «No, no, non venire: mi metto paura ».

Ma la sera, quando le suore si furono ritirate, ecco apparirle il viso pallido di Gerardo. Era una visione spirituale che impressionava le potenze superiori dell'anima in modo più vivo ed efficace di ogni presenza corporea. Suor Maria Battista lo guardò : era lui, proprio lui; il volto s'illuminava, come quando predicava, la bocca si apriva a un sorriso, ma tutto si svolgeva come in una zona rarefatta, come in un cerchio incantato di silenzio. Stette così un pezzo, immobile, sospeso tra cielo e terra, poi disparve.

All'indomani Gerardo mise ancora in moto la ruota e, quando sentì da dentro la solita voce di bambina, disse: « Hai visto se ho mantenuto la parola ? ».

« Eri tu veramente ? ».

« Sicura ! E pensa che per venire fino a te, ho dovuto passare sotto la trave della tua stanza ! ».

« Per carità, non tornare più ! Mi metto paura!».

Questo fatto e queste parole produssero una certa impressione sulla giovane suora e sulle consorelle che ne vennero a conoscenza. Quando Gerardo se ne accorse, fece quello che sanno fate solo i santi : riparare l'involontario errore, e prenderne occasione per un atto di edificazione fraterna. Infatti, con l'impeto di carità', che di­stingueva ogni sua azione, si gettò in ginocchio ai piedi della'tixnadre Priora e delle suore, supplicandole, con le lacrime agli occh% ad aver pietà della sua anima ed a pregare per lui. Le suore, commosse anche loro fino alle lacrime, insorsero in una gara sincera di umiltà

e chiesero e promisero preghiere. In questo clima surriscaldato di carità, stipularono di comune accordo un contratto solenne di pre­ghiere reciproche. Essi avrebbero dovuto incontrarsi e salutarsi ogni giorno, dopo la santa comunione « nell'aperto e spalancato costato di Gesù Cristo e nel cuore afflitto di Maria SS. dove ogni dolcezza e riposo si trova », con la recita di un Gloria Patri e di un'Ave Maria. E, a ricordo del patto, Gerardo chiese ed ottenne un frammento della statua di Santa Teresa.

Ma la mattina della partenza, egli si accorse di essere stato og­getto di altri commenti - non sappiamo di che natura ; forse di lode - e ne provò profondo cordoglio : era tanto confuso da non avvedersi che il cavallo, a un certo punto della strada per Melfi, aveva dirottato per Foggia, allungando il cammino di quattro miglia. Lo dirà nella lettera che scrisse da Melfi alla madre Priora, il 17 dicembre. La lettera, più che un atto di ringraziamento al Signore per avergli fatto conoscere tante anime sante: « 0 tu, Divino amore, sii sempre nel cuore di questa tua diletta e cara sposa », è un atto di amaro dolore per i suoi « ammirabili mancamenti», anzi per la sua pazzia: « Io vi scrivo in fretta, mia cara e benedetta Madre, con mettermi di bel nuovo ai vostri piedi e di tutte codeste mie care sorelle ... Son costretto d'accusarmi reo, con esclamare dappertutto misericordia, con chiedervi umilmente perdono per amore di Gesù Cristo ... ».

Ma mentre riconosce le sue mancanze e le esagera fino al punto di accusarsi di poca modestia e riverenza, ci tiene ad affermare ca­tegoricamente d'aver parlato ed agito con retta intenzione. Quale ? Far conoscere la propria miseria morale a tante anime sante, perché abbiano compassione di lui e lo' aiutino con le loro preghiere: « Da altro non è provenuto se non cha un giusto fine di dichiararmi quale sono, affinché V. R. si movesse a pietà di me con tutte codeste vostre figlie. Date le mie continue imperfezioni, domando l'aiuto delle Re­verende Madri, sperando, mediante le anzidette preghiere, di far rettamente la volontà del mio e comune Padre ».

La lettera è tutta qui : in una domanda continua di preghiere per lui povero peccatore, recidivo nella colpa, anzi una delle peco­relle smarrite, e in uno slancio di ringraziamento al Signore che ha ispirato le sue care spose a venirgli in aiuto. Dal ringraziamento fio­risce l'umiltà « pensando alla infinita bontà di Dio in avere impe­gnate le sue care spose per la salvezza di chi tante volte l'ha offeso ». E dall'umiltà spicca più vivo l'accento lirico dell'esaltazione e dell'amore: « O eccesso di carità, o stupendo prodigio, o amore di vero pastore in ricercare con tante industrie le smarrite pecorelle ! Io per me altro non posso dire che della carità usata verso di me, ve ne sia Renditore il sangue di Gesù Cristo, unito con i dolori di Maria».

In ultimo ogni movimento del cuore si placa nel ricordo del patto concluso con «tutte le sue care figlie. Tutte le abbraccia « dentro il sacro costato di Gesù Cristo ». (Lettere e Scritti, pagg. 13-15).

Consegnò la lettera al corriere e, come sgravato da un peso, riprese serenamente la via per Deliceto.

14

IN SOTT'ACQUA E SOTTO VENTO

Dopo il brusco richiamo al rispetto dell'autorità, Sant'Alfonso volle provvedere la sua cara comunità di Deliceto d'uno di quegli uomini eminenti che rendono amabile la virtù e bella l'ubbidienza. Il padre Carmine Fiocchi aveva appena trent'anni, ma già era stato rettore della casa di Pagani e consultore generale. Questo ci dice il prestigio che godeva presso tutti. Il fondatore lo considerava un santo autentico. Scrivendo, infatti, l'anno prima al padre Margotta, gli augurava di farsi santo, come i padri Cafaro, Villani, Mazzini, Fiocchi, Ferrara: uomini morti alla loro volontà (Lettere, I, 173).

I confratelli lo ammiravano indistintamente per la costanza in­crollabile nel seguire la propria vocazione, il trasporto istintivo verso la pietà, lo zelo indefesso per le anime e la carità inesauribile verso i sudditi. Compiuti gli studi a Napoli, aveva abbandonato le speranze di unà brillante carriera per chiudersi nel seminario di Salerno. Da qui, spinto dal desiderio del più perfetto, era volato al noviziato di Ciorani. I genitori, pur di riaverlo, si rivolsero al braccio secolare fu rinchiuso in un convento di Salerno, ma egli, forte dell'aiuto di Dio, vinse ogni ostacolo e ritornò nella solitudine di Ciorani, dove emise i voti nelle mani di Sant'Alfonso. Morì in concetto di santità dopo trent'anni di laborioso apostolato.

Questo era l'uomo destinato da Dio a divenire prima superiore diretto di Gerardo; poi, alla morte del padre Cafaro, suo direttore di spirito. E fu lui a dare una nuova svolta alla sua vita. Finora Ge­rardo era stato una fiaccola sotto il moggio ; il p. Fiocchi lo porrà sul candelabro. Ma sempre con la dovuta prudenza: lanciandolo a tempo e luogo opportuno e tirando i freni quando l'entusiasmo della folla minacciava di diventar travolgente. Fu lui ancora a mitigarne i rigori e a prescrivergli un vitto meno scarso e una stanza come gli altri. Così facendo, egli salvaguardava la salute del santo sempre più cagionevole e assecondava il proprio spirito di moderazione e di pru­denza verso tutti i confratelli. Egli capiva bene che l'osservanza non può attecchire in un clima di miseria: povertà, ma non miseria. Perciò voleva un tenore di vita più umano che tenesse conto delle esigenze legittime della natura.

Ma dove trovare i mezzi ? Il padre Fiocchi era uno di quegli uomini che hanno l'arte di farsi gli amici e di suscitare la loro ge­nerosità : saper chiedere è già un gran vantaggio. Inoltre aveva a portata di mano un ambasciatore straordinario che parlava con l'elo­quenza della santità e dei miracoli. E Gerardo fu il suo ambascia­tore, un ambasciatore singolare che marciava all'insegna dell'umiltà, del disprezzo. E specialmente dell'ubbidienza. Al primo cenno del Rettore, partiva come si trovava, senza cambiarsi d'abito, senza provvedersi di nulla, presentandosi agli altri con la diplomazia della semplicità e della fiducia in Dio.

Fu così che cominciò ad allargare la sua cerchia di lavoro e di apostolato. Rimonta a questo tempo la maggior parte delle opere meravigliose che compì nei dintorni di Deliceto : miracoli e con­versioni. Gli episodi si moltiplicano, ma tutti hanno alcuni punti in comune. Primo : l'occasione del viaggio, ed era la ricerca della ca­rità materiale dei fedeli. E Gerardo riceveva con una mano e donava con l'altra. Riceveva un'offerta materiale e donava l'offerta spiri­tuale della luce e del conforto. Secondo : il fiuto infallibile con cui avvertiva il peccato e leggeva i segreti delle coscienze. In ultimo la prontezza con cui spingeva l'anima a specchiarsi nella luce. Uno scossone formidabile e l'effetto era ottenuto.

Un giorno si aggirava nelle vicinanze di Sant'Agata. Andava, come al solito, a cavallo, con gli occhi socchiusi, immerso nella pre­ghiera. Giunto a un bivio, si fermò di scatto. Una voce, di dentro, gli aveva detto: « Fermati, tra poco arriverà un gran peccatore! ». Ecco infatti spuntare un uomo sulla quarantina, mascella stirata, cappello sugli occhi. Proseguiva diritto, a grandi passi, nero come la tempesta. Gerardo gli si fece incontro con un grazioso sorriso

« Fratello, dove vai ? ».

« E a te che importa ? », rispose l'altro e seguitava a camminare torvo e dispettoso.

« Ma pure, dimmi chi sei, dove vai: forse, ti potrei aiutare ».

«Vado per i fatti miei; lasciami andare, frat4ccio della ma­lora ! » e, chiuso come una lanterna, continuava la sua strada, più burbero, più arrabbiato che mai. Fu allora che Gerardo compi uno di quei gesti che atterrano : lo afferrò violentemente per un braccio e, ficcandogli addosso due occhi fulminanti, gli disse: « Io so chi tu sei : tu sei un disperato che stai per dar l'anima al diavolo. Ma coraggio ! Non è niente ! Dio mi ha mandato apposta per te. Abbi fiducia ! ».

« Sì, sì, è vero», borbottò il disgraziato e la faccia assunse un atteggiamento di smorfia dolorosa e la parola si sciolse in pianto. « Non temere! » riprese Gerardo, « va a Deliceto dal padre Fiocchi; digli che ti mando io. Fatti da lui una buona confessione e non aver paura di niente».

Dopo qualche ora, il disperato di Sant'Agata era ai piedi del padre Fiocchi, a piangere i suoi peccati e a ringraziare il Signore della grazia della propria conversione. Fu tanta la sua gioia che volle rimanere molti anni in collegio a prestar la sua opera gratuita di sarto, esempio a tutti di lavoro indefesso, di preghiera e di penitenza assidua. In ultimo, spinto dal desiderio dell'immolazione completa per i suoi fratelli, volle recarsi a Napoli come infermiere volontario all'ospedale degli Incurabili, dove morì, vittima eroica della sua carità. Si chiamava Francesco Teta.

Un altro giorno Gerardo s'imbatté, a poche miglia dal colle­gio, in un giovanotto stravagante : qualche cosa tra l'avventuriero e il sognatore squattrinato. Costui, vedendo aggirarsi per i dirupi della montagna quella strana figura di frate infagottato in una vecchia ta­lare, con due occhi fosforescenti sotto un cappellaccio a cencio, gli disse in tono di burla: « Fossi tu per caso un negromante ? ». Gerardo si fece una risata

« Altroché ; sono negromante, e come!».

Il giovane aveva sentito parlare di stregoni che vivono nelle grotte a custodia di tesori favolosi. Bastava superar delle prove e in un momento si diveniva ricchi sfondati. E subito la sua fantasia si accese: « Senti», disse correndogli vicino, « se vai a cavar qualche tesoro, son qui, ti accompagno, posso darti una mano ».

Gerardo colse a volo la circostanza favorevole e, con una certa sospensione nella voce, gli rispose: « Ma ... sei uomo di fegato tu ? ».

« Io ? ... Ah tu non mi conosci. Io ho fatto questo, io ho fatto quest'altro ... » E continuò per un bel pezzo a snocciolare tutte le

sue prodezze. Infine concluse: «Te nei sei convinto ora? No? E allora senti anche questa: sono sei anni che non mi confesso». «Bene, benone », soggiunse Gerardo, «proprio te andavo cer­cando, tu fai proprio per me. Fai come ti dico e il tesoro è bell'e trovato ».

Così dicendo, s'incamminarono per un boschetto, mentre il gio­vane si sbracciava sempre più a mettere in mostra le sué bravure. Penetrarono tra le piante umide, nel folto dei cespugli, e giunsero in una breve radura, sperduta nel silenzio dei tronchi e dei rami. « Orsù, a noi», esclamò Gerardo, « ecco il luogo*. E, steso a terra il mantello, comandò al giovane di entrarvi. Il giovane si sbiancò in volto e tremò, credendo di veder sbucare da un momento all'altro il diavolo in persona.

« Ed ora inginocchiati ! » tonò il santo a voce alta, « ti ho pro­messo un tesoro e voglio mantener la parola. Ma il tesoro di cui ti parlo, non è un tesoro di questo mondo. È il tesoro di tutti i tesori, è il tesoro del paradiso». E tirò fuori il Crocifisso dal petto: « Ecco quel tesoro che tu hai perduto da tanto tempo, quel tesoro che tu hai barattato per niente ... ». Seguitò con zelo infiammato per circa mezz'ora, finché non vide il giovane sferrare a piangere e urlare come un pazzo. Allora, abbracciandolo, lo sollevò da terra e lo condusse in collegio dove, con una bellissima confessione, gli ridiede serenità e pace.

A tante conversioni, si aggiungeva la fama di molti stupendi prodigi. Si diceva da ogni, parte che le sue mani avessero guarito molti infermi già disperati dai medici. E la voce richiamava malati d'ogni genere. Ma un giorno un fatto straordinario accadde proprio alla portineria del collegio. Gerardo rientrava da una delle solite escursioni, quando si tro­vò di fronte un giovanotto abbattuto lungo gli stipiti della porta. Vicino, un uomo attempato, taciturno come una statua.

« Chi volete ? », chiese loro. «Vogliamo fratel Gerardo ». « Sono io ».

Allora i due ruppero in gran pianto, chiedendo ad alte grida la grazia.

« Quale grazia ? », proseguì Gerardo che già si curvava beni­gramente verso il giovane. Questi, per tutta risposta, si portò la mano al piede fasciato, urlando : « Oh Dio ! È finita per me ! Mi taglieranno la gamba e dovrò morir di patimenti e di fame!

Gerardo, in ginocchio, già sfasciava le bende impregnate di pus e di sangue. Quando apparve una poltiglia di fetido marciume, ebbe un moto di ribrezzo, subito represso da un movimento più forte di carità di fronte al giovane che si dimenava per terra in preda agli spasimi: chiuse gli occhi; accostò la bocca e succhiò, succhiò, finché apparve l'osso spolpato e intorno una pellicola nuova, teneramente rosata. Allora rifasciò la ferita, poi disse all'infermo e all'accompagnatore: « Ora riposatevi, ripartirete domani di buon'ora ».

All'indomani il giovane si levò guarito, incamminandosi a piedi, benedicendo Dio e fratel Gerardo.

Tale miracolo, con le inevitabili ripercussioni, provocò un certo afflusso di pellegrini che minacciavano di turbar la pace della comu­nità, durante il raccoglimento quaresimale. Si corse perciò ai rimedi, e s'innalzò una barriera di silenzio tra il santo e gli estranei, chiun­que essi fossero, compresi gli eremiti che vivevano ai margini del collegio. Il provvedimento fu opportuno, perché, liberando il no­stro Fratello dagli impegni domestici, proiettò più lontano la sua attività altamente benefica. Cominciò da allora a frequentare i centri popolosi delle Puglie e del Vulture, sempre uniformato « ad mira­culum », secondo la felice espressione del p. Caione, alla volontà di Dio e sempre perseguendo, anche nelle città e nei palazzi, il suo ideale di perfezione evangelica.

Un giorno gli fu comandato di recarsi dalla duchessa d'Ascoli, Eleonora Sanfelice, della prima nobiltà del regno. Doveva recarsi nel suo castello dorato, passando tra maggiordomi gallonati, paggi e servitori in livrea, per essere ricevuto proprio da lei, la gran dama. Quale onore ! Il santo non si scompose : con la divisa dei seguaci di Cristo, potrà figurare anche davanti alle regine del mondo. Prende cappotto e cappello e fa per avviarsi, quando si accorge di dover pensare anche ai piedi, ai poveri piedi ravvolti in vecchie panto­fole scalcagnate. Come fare ? Dove trovare un paio di scarpe ? Le sue sono dal ciabattino che non sa più dove metter le mani per ag­giustarle. Ne chiederà di nuove ? Ah questo poi no, non lo vuole la povertà professata. E allora ? Parte come si trova; raggiunge Ascoli Satriano, penetra nella piazza dove viene salutato con una salve di sassi e torsoli e fischi e grida da parte di una frotta di monel­li; ma egli prosegue diritto e sereno, fiero della sua livrea di povero di Cristo. Inutile dire che la visita produsse un grande effetto sulla duchessa che divenne sincera ammiratrice del santo.

Da Ascoli, sul suo cocuzzolo pelato, a guardia del Tavoliere, raggiunse Foggia, capitale dello stesso Tavoliere, in quella quare­sima del '52 con l'indirizzo del monastero del SS. Salvatore e il sa­luto del padre Fiocchi per la madre Maria Celeste Crostarosa. Que­sta Madre nel 1731, nel monastero di Scala presso Amalfi, aveva avuto la prima rivelazione dell'Istituto dei Redentoristi. Poi, costretta da cir­costanze esterne a lasciare quell'asilo, aveva fondato in Foggia il con­servatorio del SS. Salvatore che dirigeva con mano esperta e sicura. Anima infiammata di Dio, ripiena di carismi eccezionali che la pongono tra le più grandi mistiche del Settecento, estrosa e volitiva, ingenua ed esperta della vita, sapeva passare con naturalezza da una con­templazione ardita sul mistero del Verbo Incarnato, a una disserta­zione sui gradi dell'orazione infusa, o alle canzoncine spirituali, vivaci nel sentimento e felici nelle immagini, anche se trasandate nella forma. Ricordiamo la « Tarantella al dolcissimo Nome di Gesù» e il « Dialogo tra Gesù e l'anima zingarella », se non altro, per quel senso di pastorale e di arcadico che spira dai titoli ed è testimone di una certa cultura umanistica.

Solo i santi sanno comprendersi e i due si compresero perfet­tamente ai piedi di Gesù che divenne il fulcro della loro amicizia. La Crostarosa che toccava ormai i cinquantacinque anni e portava sul volto le rughe scavate dalle incomprensioni e dalle invidie, do­vette avere una predilezione materna per quel giovane tanto sem­plice e tanto folle del suo Dio. Certo, sarà l'unica, come vedremo, a ricordarsi di lui, nel momento supremo della prova.

Da parte sua, Gerardo dovette sentire affetto e riverenza di figlio per quella suora austera e gioviale, dal manto azzurro sulla tunica rossa, perché l'Istituto da lei fondato doveva riprodurre per­fino nelle vesti la vita terrestre del Salvatore. Era nella tradizione della spiritualità teresiana la meditazione costante dei misteri del Verbo Incarnato: e la Crostarosa, come le Carmelitane di Ripacan­dida, come lo stesso Sant'Alfonso, si distinguevano per la fedeltà agli insegnamenti della grande maestra di Avila.

Sulla scia di questi santi, Gerardo, che finora non aveva visto che l'Eucarestia e la Croce cioè la passione e il memoriale della passione, allargò lo sguardo su tutta la sacra umanità di Gesù. È fa­cile notarlo nella corrispondenza di questo periodo alle suore di Ri­pacandida. Il 22 gennaio del '52, rispondendo alla Priora che gli aveva manifestato il desiderio di parlargli da solo a solo nel luogo più si­curo, cioè nel sacratissimo Costato di Gesù, Gerardo se ne dichiarava sommamente soddisfatto. Oh in quel rifugio egli vi penetrava frequentemente e sempre aveva la gioia di trovarvi e rimirarvi Maria di Gesù e di offrirsi al Sacro Cuore per lei. Nel sacro Costato la salutava e con lei tutte le suore.

Ma su tutta l'umanità del Signore, egli vedeva proiettarsi l'ombra della Croce: il Cuore di Gesù era sempre impiagato; il sacro Costato, sempre trapassato dalla lancia, ; il volto di Gesù, sempre velato di mestizia.

Così la visione dell'infanzia si allargava senza perdere la sua ori­ginalità che proprio in questo periodo acquista gli accenti più pro­fondi. Lo spettacolo di tante suore estatiche intorno al Verbo In­carnato, il loro corpo assiepato intorno al muto tabernacolo, gli sug­geriscono l'immagine suggestiva delle suore carceriere di Gesù; della Priora, prima carceriera del Signore appassionato. Ma il loro è un assedio d'amore; è la morsa materna sul corpo del figlio. Così l'im­magine rifluisce naturalmente dal carcere al focolare, alla mamma. La suora è appunto una madre ed ha un figlio: Gesù. Dunque, la suora è qui in terra l'immagine più perfetta della Madonna. « Non vi meravigliate - dirà alla stessa Priora - se io vi scrivo così af­fezionato. L'unica ragione ne è che voi siete stimate da me per vere dilette spose di Gesù Cristo, e perciò mi muove a divozione il con­versare continuamente con voi. Ma l'unica ragione che mi tocca al vivo del cuore è che voi tutte spose, mi ricordate e rappresen­tate la Divina Madre » (Lettere del 1o e del 16 aprile). Forse la so­miglianza gli sarà stata suggerita dalla tunica rossa e dal manto azzurro che trasformavano le suore del conservatorio in immagini viventi del Figlio della Vergine.

A Foggia, Gerardo rimase buona parte della settimana santa con sommo profitto del suo spirito, come dirà a una suora di Ripa­candida. La somiglianza della regola con quella del proprio Isti­tuto gli dava l'illusione perfetta di trovarsi in Deliceto, tra i con­fratelli, mentre la presenza serafica della madre Crostarosa gl'infon­deva un senso di calma nelle prove dello spirito. Prima di ripartire, volle mostrare alle suore il frammento della statua di Santa Teresa, avuto a Ripacandida, ed esortarle ad amare la gran santa. Non l'avesse mai fatto ! Le suore insorsero con la prepotenza delle anime buone, e lo vollero a ogni costo. « Mi fu tolto » scriverà poi il santo alla madre Maria di Gesù, chiedendone un secondo, « mi fu tolto da un Mona­stero desideroso di esso e, per non far loro perdere la devozione, mi fu forza darlo» (o. c., pag. 20).

Verso la fine di marzo, prese la via del ritorno.

Era una giornata tempestosa con grosse nuvole e lunghi ululati di vento. Quando comincíò la salita di Deliceto, la pioggia, traspor­tata dal vento che muggiva fra le gole selvagge, lo prese d'infilata.

Il cavallo, acciecato dalle raffiche, s'impennava a ogni passo, portan­dolo a casa a notte avanzata. Gli venne ad aprire, borbottando, il ' portiere con gli occhi tra i peli. Lo aiutò in fretta in fretta a sca­rìcare le provviste e si ritirò a continuare i suoi sogni. Anche Ge­rardo cercò di ritirarsi nella sua stanza, ma la trovò occupata da un confratello di passaggio. S'udiva di fuori il suo ronfare rumoroso. Allora andò tranquillamente nella crociera del corridoio, si raggo­mitolò per terra, fradicio di pioggia e morto di fame, e attese, sbattendo i denti, il mattino.

Tali incidenti, ci avvisa il padre Caione, non furono rari, perché la sua stanza era considerata la stanza di tutti ed egli non chiedeva mai nulla, né alloggio, né biancherìa per cambiarsi. D'altra parte non era facile accorgersi delle sue necessità: tanto era abile nello sfug­gire all'attenzione degli altri.

L'incidente della pioggia e del vento suggerisce al nostro santo una delle immagini più espressive per raffigurarci il suo stato inte­riore, sbattuto dalle prove. Non lo crederemmo, tanto siamo avvezzi a considerare la sua vita come il susseguirsi di fatti strepitosi, lo svol­gersi di un magnifico arazzo dipinto dalle mani di un grande artista. E invece ,non è così. Abbiamo in contrario le confessioni dolorose dello stesso Gerardo che crescono di angoscia col passare degli anni e col moltiplicarsi dei miracoli.

Era solito dire : « Quando si tratta di patire, Dio è sempre pronto ad esaudirci. Non c'è domanda che accoglie più volentieri. Le altre grazie, specialmente quella della salvezza eterna, egli le dona sì, ma con una certa lentezza, perchè siano stimate a dovere. Ma quando si tratta di patire, non si fa a tempo a chiedere e si è esauditi ». Il santo lo aveva imparato a sue spese e ne subiva le conseguenze.

Quanto più rifletteva sugli altri la luce abbacinante della pro­pria anima, tanto più si addensavano sul suo spirito le oscurità e le prove. L'intervento del Blasucci era stato una goccia di balsamo in una coppa di fiele. Poco dopo, il tormento lo riprese con un crescendo continuo, come le acque di un fiume che corre verso la foce. La sua anima si dibatteva nell'ímpotenza, nel vuoto assoluto. Era tentata di disperazione e, come un naufrago, si afferrava all'ultimo scoglio rimastole in mano: la volontà di Dio. Da lei, solo da lei riconosceva

l'origine della prova e solo nel cieco abbandono tra le sue braccia gli si apriva un fioco spiraglio di luce. Perciò scriverà alla Priora di Ripacandida in data 16 aprile: « Il Divino Volere vuole che io cammini in sott'acqua e sotto vento». È Dio, dunque, che vuole che egli vada avanti alla cieca, senza vedere dove metta i piedi, o quale efficacia possano avere le sue preghiere per il bene della propria anima. È Dio che lo vuole povero, come il pezzente della strada, coperto di piaghe e di cenci ; è Lui che vuole che egli bussi alla porta di tutte le case, e specialmente dei monasteri, in cerca di preghiere. Le vergini consacrate, le carceriere, le spose, le madri di Gesù, hanno dei titoli speciali per aiutarlo e Gerardo non si stanca di chiedere e d'importunare l'aiuto delle loro preghiere : « Per l'avvenire non vi scordate di raccomandarmi a questo Divino impiagato d'amore. Vi ripeto di nuovo che non vi scordiate di raccomandarmi spesso al Signore, perché ne ho un grandissimo bisogno e Dio sa le solite mie necessità ». (Lettera del primo aprile alla madre Priora di Ripacandida).

E in un'altra vorrebbe che la madre Priora desse alle sue figlie l'ubbidienza di pregare continuamente per lui. E quando viene assi­curato del compimento volontario di questo suo desiderio da parte delle suore, esplode in grida di gioia: « La grazia del Divino Amore sia eternamente nell'anima di V.R. Amen.

0 Dio, che somma contentezza ho avuto quest'oggi nell'interno per aver ricevuta la sua stimatissima da me tanto tempo bi amata! ». Ma l'assicurazione della Madre attizza maggiormente le fiamme dei suoi desideri. Non ha ancora finito di ringraziare per le preghiere già fatte, che torna a bussare con maggiore insistenza. Anzi questa volta si appella, come estremo argomento, alla stessa volontà di Dio «Vi discorro con verità innanzi a Dio: questo mio desiderio non è mio volere, ma è (volere) dell'Altissimo che mi fa sempre chiedere aiuto dagli altri, perché io non posso». E non può perché deve uni­formarsi alla divina volontà che lo vuole come un relitto schiaffeg­giato dalla tempesta: « Il Divino Volere vuole che io cammini in sott'acqua e sotto vento... Voglio che sia fatto sempre perfettamente il suo Divino Volere, purché Dio me ne faccia degno». Ma, ardire stupendo, mentre si sente impotente a pregare per se stesso e tre­mante ricorre alle preghiere degli altri, ha poi la balda certezza d'avere nelle proprie mani la forza infinita di Dio e di poterne disporre a beneficio di tutti: « Il mio unico padrone Gesù Cristo ha dato a me tutta la sua infinita mercé, la quale io l'ho offerta al suo Eterno Padre e voglio che, con la stessa mercé datami da suo Figlio, paghi a voi (cioè alla madre Maria di Gesù) duplicatamente e con l'infinita glo­ria per tutta l'eternità».

L'affermazione è davvero di una grandezza sovrumana: Gerardo che non si lascia abbattere dalle aridità e dalle desolazioni, Gerardo che si abbandona nelle mani di Dio perché lo conduca, attraverso il deserto, fino a Lui, si rende forte della stessa forza di Gesù e l'offre al Padre a beneficio del prossimo. Se vogliamo conoscere il segreto dei suoi miracoli e delle sue conversioni, dobbiamo ricercarlo pro­prio qui, in questa debolezza che si appoggia all'onnipotenza di Dio, anzi, per un'audacia inaudita, se l'appropria per la salvezza degli uomini.

15

CON TRE CHIODI

L'anno 1752 fu l'anno cruciale per il monastero di Ripacandida e per la priora Maria di Gesù, a causa di alcuni motivi di contrasto affiorati in quell'anno, ma forse già latenti nella mente stessa del fondatore. Il quale non si era mai proposto il problema sul carattere da dare all'opera sua: se di autonomia completa, o di aggregazione alla più ampia famiglia teresiana. Perché, se da una parte, egli aveva chiesto consigli ed aiuti ai Carmelitani Scalzi di Napoli, anzi ne aveva chiamato uno come istruttore delle suore, dall'altra, era andato avanti per conto proprio, contento d'introdurre la regola primitiva di S. Te­resa, resa ancora più rigida con altre prescrizioni, senza curarsi so­verchiamente delle costituzioni dell'Ordine, già fissate fin dal 1581, poi « corrette ed approvate, aggionte e mutate per Sisto V e in alcuna parte per Gregorio XIV ».

Il problema venne alla ribalta dopo la morte del fondatore quando il monastero fu canonicamente stabilito e cominciò a svi­lupparsi con una bella fioritura di santità. Allora le suore, consigliate dal vescovo diocesano, Teodoro Basta, loro protettore e direttore fin dalle origini, chiesero ai Padri Carmelitani di essere aggregate al loro Ordine per usufruirne i vantaggi spirituali. I Carmelitani accon­sentirono, ma a condizione che fossero abbracciate le costituzioni e il cerimoniale dell'Ordine senza di cui ogni aggregazione sarebbe riuscita per lo meno anacronistica. E così, senza che nessuno lo volesse, anzi adoperandosi tutti per il meglio, venne fuori il contrasto. Perché il vescovo, più che mai desideroso di porre il monastero ancor troppo giovane sotto la guida sperimentata dell'Ordine illustre di cui era ammiratore, trovò logica e naturale la condizione e l'impose di auto­rità, mentre le suore che avevano ancora nelle orecchie gli anatemi

del fondatore contro ogni forma d'innovazione, opposero resistenza. E dall'una parte e dall'altra si schierarono i patrocinatori: c'era infatti chi giudicava che avesse ragione il vescovo, e chi invece temeva nell'aggregazione ai Carmelitani la perdita di quel fervore che allora regnava nella comunità. E il doppio schieramento minacciava di creare dissidi e compromettere la stabilità stessa dell'opera.

(1) Il monastero di Ripacandida. Le notizie sul monastero di Ripacandida sono desunte dalla «Vita del gran Servo di Dio Giambattista Rossi, Arciprete di Ripa Candida. Napoli 1752 s. L'arciprete era entrato nel noviziato dei Carmelitani Scalzi di Chiaia nel 1707, ma per la forte miopia, ne era stato dimesso prima ancora della vestizione. Dalla delusione, lo confesserà lui stesso al superiore generale dell'Ordine, nacque il suo desiderio di fondare quel monastero di Teresiane che iniziò poi nel 1735. (Ivi, pag. 80). Ne ottenne il decreto di clausura papale nel 1737, ma questo fu applicato soltanto dopo la sua morte, quando finalmente si poté ottenere un giar­dino accanto al monastero. In quell'occasione si parlò, per la prima volta, di miti­gazione della regola primitiva di S. Teresa, rendendo durature alcune disposizioni transitorie già permesse dal fondatore, ma le suore « si misero a piangere dirotta­mente... e si protestarono di non voler Professare se non si obbligavano ad ogni stret­tissima Osservanza della Regola primitiva, né si quietarono se non furono assicurate che tosi appunto farebbesi come si fece n. (Ivi, pag. 191).

Il tentativo della mitigazione dovette partire direttamente o indirettamente da mons. Teodoro Basta da cui dipendevano le suore. Egli aveva scritto per loro un'istruzione sulla perfezione religiosa ed era tanto affezionato al monastero da tentare d'introdurvi anche una propria nipote, suora del monastero di Nardò. (Ivi, pag. 178).

La mitigazione era consigliata dalla prudenza, perché la regola sembrava dav­vero troppo rigida, ma il vescovo dovette desistere in attesa di un'occasione più propizia. E l'occasione si presentò da sola nel 1752 quando si trattò di aggregare il monastero all'Ordine carmelitano, compiendo così un desiderio del fondatore. Infatti, era stato lui a rivolgersi per aiuto ai suoi antichi confratelli. Nel maggio del 1738 aveva chiamato da Napoli il p. Carlo Felice di S. Teresa che aveva regolato per­sonalmente tutto l'andamento del monastero. Poi, quando questi mori « con grido di santità n, fu ancora il fondatore a sollecitare la venuta del p. Carlo di S. Giuseppe e a chiedere l'aiuto del p. Giuseppe Maria di S. Carlo, vivente ancora nel 1752. Questi potrebbe essere il Teresiano di cui parla S. Alfonso nella sua lettera del 23 febbraio del 1753 alla priora Maria di Gesù.

Ma i Carmelitani che, vivendo il fondatore, si erano mostrati alquanto restii ad intervenire, quando furono invitati dal vescovo e dalle suore per un atto ufficiale di aggregazione, vollero fare sul serio. Ed avevano tutti i motivi per farlo. Un'aggre­gazione senza l'applicazione delle costituzioni pontificie non avrebbe avuto senso. D'altra parte, il-fondatore, per un eccesso di zelo e di sua iniziativa, aveva aggiunto alla regola primitiva di S. Teresa altri esercizi spirituali. (Ivi, pag. 89).

Ma purtroppo, le suore non erano in grado di ascoltare le ragioni dettate dalla prudenza. Sarebbe stato per loro tradire lo spirito del fondatore che soleva ripetere che « quando trattavasi di regola... più presto avrebbe dismesso il luogo, contentan­dosi di perdere fatiche e spese così esorbitanti,... che permettere che una sol costu­manza di Scalze Teresiane andasse in disuso». (Ivi, pag. 89-90).

La meno qualificata a cedere alle pressioni dei Carmelitani era la priora Maria di Gesù che venerava il fondatore come zio e come padre spirituale. Ella, infatti, rimasta ancor bambina orfana del padre, il dottor Cesare Araneo di Pescopagano, era stata affidata dalla madre, sorella minore dell'arciprete, alle cure dello zio. Questi che già pensava alla fondazione, l'aveva educata all'ideale monastico segregandola completamente dal mondo. A 10 anni (era nata verso il 1725) l'aveva rinchiusa nel monastero, facendole da maestro, da direttore, da superiore e lasciandola infine a continuar l'opera sua. Si capisce perciò come costei avversasse ogni idea di miti­gazione anche a costo di veder sfumare la tanto sognata aggregazione all'Ordine. E i Carmelitani dovettero desistere e con loro anche il vescovo.

Ma la soluzione lasciò insoddisfatta madre Maria di Gesù che il 30 marzo del 1758 si rivolgerà direttamente al superiore generale dell'Ordine, chiedendo una specie di aggregazione sui generis, un'aggregazione, cioé, che, rispettando la completa autonomia del monastero, si limitasse a far partecipare le suore a tutte le opere buone dell'intero Istituto e a inserire il loro monastero nel catalogo generale. Ripor­tiamo la lettera «Maria di Gesù, attuale Priora delle Carmelitane Scalze di S. Giuseppe di Ri­paeandida, si umilia a' piedi di V. R. Padre Nostro e gli fa noto come, essendosi qui fondato un Monistero di Carmelitane Scalze di clausura dove si serva Dio dadovero, vorrebbe la consolazione di non essere questo totalmente disgregato dal corpo della Nostra Religione. Pertanto, io prego V. R. Padre Nostro, per amore della Nostra S. Madre, a volersi compiacere di accettarlo ed unirlo al catalogo di quelle altre nostre case di Scalze che sono ordinis, sì, sed non Jurisditionis : mentre di questa maniera vorebbero [verrebbero] le Scalze di questa ossa a godere di tutti i privilegi spirituali che godono l'altre Nostre Scalze; e non vorebbero [verrebbero] ad esser più membri estranei del mistico [mistico] corpo della nostra S. Religione. Mi consola [consoli], dunque, col suo benigno assenso, Padre nostro, dichiarandomi da questo punto per umilissima figlia e serva di V. R. Padre Nostro siccome, una per una, fanno tutte le Monache e tutte si umiliano a' piedi di V. R., Padre Nostro, gli domandiamo la S, benedizione, ed io, in nome di tutte, con piena stima, mi dedico.

Di V. R. Padre Nostro, Ripacandida alli 30 Marzo 1758 Umilissima figlia e serva Maria di Gesù Carmelitana Scalza Priora.

Purtroppo, la petizione rimase inascoltata e il monastero, tanto caro a S. Al­fonso e a S. Gerardo, non figurò mai in nessun catalogo dei Carmelitani Scalzi. La sua storia fu tutta racchiusa dentro le mura cittadine e si spense nel novembre del 1908 quando le ultime suore, cacciate dal loro asilo, trovarono rifugio nel monastero di Massa Lubrense, fondato nel 1673 dalla Ven. Serafina da Capri. Così le figlie delle Carmelitane Riformate si fondevano con quelle dell'antica osservanza. E vi spari­vano senza lasciar traccia. Forse nessuno le avrebbe più ricordate se, nel primo periodo della loro esistenza, non avessero avuto la fortuna d'incontrarsi coi due grandi santi redentoristi.

Perciò il vescovo prudentemente cominciò con l'isolare il mo­nastero, imponendo un direttore di sua fiducia e proibendo di diri­gersi da altri.

L'ordine produsse, com'era prevedibile, tale malumore che la madre Priora, non sapendo dove dar la testa, si rivolse a Sant'Al­fonso che rispose con la lettera del 27 gennaio, cercando di ripor­tare la calma tra le suore con l'unico argomento a sua disposizione la volontà di Dio: « Donde nasce questa inquietudine ? Perché non trovano il Direttore come lo desiderano ? Ma quando Dio così vuole, perché ha da dispiacere loro quello che piace a Dio ?... È certo che a Dio piace così, perché così comanda il Vescovo... Non abbiate né ora, né appresso, scrupolo di avermi scritto senza ubbidienza... Dite alle sorelle vostre che mi tengano segreto con tutti, col confessore ed anche col Vescovo ». (Lettere, 1, 193).

Questa lettera non poteva distruggere tutte le inquietudini della buona madre Priora, che si riteneva responsabile davanti a Dio di ogni eventuale decadenza del primitivo fervore. Mentre ella cercava di fare appello a tutta la sua virtù per resistere e lottare, Dio la colpì con una prova ancora più dolorosa di cui troviamo echi piuttosto vivaci nella sua corrispondenza con Sant'Alfonso. In una lettera ella si autodefinisce la « bruttezza infinita», incapace di pregare, di pen­sare e di agire liberamente; dice di sentirsi ripiombata nel profondo dell'inferno dalle sue « tante schifezze » e tuttavia talmente unita a Dio, da sembrarle d'idolatrare se stessa, quando, dopo la comunione, adorava Dio nella propria anima. Passava dunque in quello stadio chiamato da San Giovanni della Croce: seconda notte, o notte dello spirito. L'incontro del divino e dell'umano nella stessa anima pro­duce tale contrasto doloroso che l'anima teme, da un momento al­l'altro, di soccombere e morire.

La suora aveva bisogno della guida e Dio le mandò, oltre a Sant'Alfonso, il dottore che rischiara, anche San Gerardo, il serafino che conforta e solleva. Infatti quello che nel primo è affermazione e ragionamento, prudenza ed esperienza soprannaturale, diventa nel secondo partecipazione attiva e impeto lirico. Ecco con quanto af­fetto le scriveva in data 22 febbraio : « Dio sa l'affezione che mi ca­gionate, perché vi vedo così afflitta, ma la mia non è vera affezione naturale, ma invidia. Benedetto sia sempre il Signore che in tale stato vi ritiene per farvi gran santa! Su dunque allegramente e non temete! Statevi forte e con coraggio alle battaglie per vincere poi un più valoroso trionfo nel nostro regno del cielo ».

Dopo questo esordio così infuocato in cui la partecipazione al dolore è tanto viva da trasformarsi in sentimento d'invidia, Gerardo tocca l'argomento vero e proprio: l'oggetto della tentazione, ma non si ferma ad analizzarlo e confutarlo. Gli basta affermare che la ten­tazione è opera del demonio il quale vuole atterrirci e spaventarci per farsi credere vincitore. Individuato il nemico, bisogna imbrac­ciare l'arma sicura per abbatterlo e trionfare: l'aiuto di Dio. Dio permette che ci sentiamo confusi e deboli, ma lo permette perché noi possiamo congiungere la nostra debolezza,con la sua potenza e renderci più gagliardi col divino volere: « Non ci prendiamo spa­vento di quello che il maligno spirito semina nei nostri cuori, perché quello è l'ufficio suo, e l'ufficio nostro non è di dargliela vinta nelle sue opere. Non gli crediamo, perché noi non siamo quello che lui vuole e dice che siamo. Egli lo fa per atterrirci e spaventarci e farci credere in tal modo che lui è il vincitore con le sue cattive opere. È vero che talvolta ci vediamo confusi e deboli, ma non c'è con­fusione con Dio, non c'è debolezza colla divina potenza, perché è certo che nelle battaglie la divina maestà ci aiuta col suo divino braccio. Perciò possiamo stare allegramente ed ingrandirci più forte al divino volere, e noi benediciamo le sue santissime opere per tutta l'eternità». (o. c., pag. 16-17).

Alcune settimane più tardi, nella lettera del primo aprile, il santo dopo avere accennato, ancora una volta, ma velatamente, al motivo della prova, ricorda alla madre Priora che ogni giorno le viene incontro, pregando per lei nella santa comunione e nella visita al SS. Sacramento, e recitando « puntualissimamente » 1'Ave Maria promessa. Il fine di tali preghiere è uno solo : « perché il Signore la faccia gran santa ».

Era il sabato santo e Gerardo sperava di visitare, quanto prima, il monastero, per portarvi il conforto della sua parola. L'occasione si presentò dentro l'ottava di Pasqua, quando passò per Deliceto il padre Cafaro in viaggio per Melfi. Forse doveva trattare col ve­scovo; a nome di Sant'Alfonso, della fondazione di una casa a Rio­nero. Gerardo fu destinato ad accompagnarlo, con l'incarico di pro­seguire poi fino ad Atella e Ripacandida per il disbrigo di varie com­missioni.

La prima parte del viaggio si svolse secondo i piani prestabi­liti, non così la seconda. Perché quando Gerardo giunse ad Atella, fu sequestrato a viva forza da don Benedetto Graziola che voleva tenerlo con sé il più a lungo possibile : « Mi ha trattenuto a forza in sua casa; ha fatto in modo da non darmi tempo di venire costì », scriverà poi lo stesso santo alla Priora di Ripacandida. Infatti era ancora ad Atella, quando gli arrivò l'ordine del padre Cafaro di rag­giungerlo in Melfi. Ubbidì prontamente, ma non trovò il suo di­rettore che aveva anticipato il ritorno a Caposele.

Trovò invece una lettera molto gentile della madre Maria di Gesù col pezzetto della statua di Santa Teresa che aveva richiesto il primo aprile. La Madre prometteva preghiere da parte delle suore, sollecitava la sua visita e, in ultimo, mandava a salutare un eremita di Deliceto, un certo fratel Gaetano che, più di una volta, era stato spedito dal padre Fiocchi come corriere presso il monastero.

Nella risposta, il santo, dopo aver ringraziata la Madre col so­lito impeto gioioso per le preghiere promesse, passa a parlare delle disavventure del suo viaggio con una uniformità serena e riposante

nella divina volontà che tutto permette e dispone. La parola caso, incidente, non cade sotto la sua penna: dietro l'evento più fortuito, c'è sempre la volontà di Dio. Avrebbe dovuto andare a Ripacandida e l'andata sarebbe stata di gloria di Dio, perché voluta dai supe­riori, ma gli avvenimenti posteriori avevano dimostrato che Dio non voleva tale gloria; il padre Cafaro era partito per Caposele « per mia mortificazione e per volontà di Dio».

La stessa uniformità si manifesta per altri incidenti: non ha ri­cevuto due delle tre lettere inviate dalla Priora. Un disguido postale? No, anche questo « è segno giusto che il divino volere non l'ha vo­luto ». Non potrà salutare fratel Gaetano se non per segni « per volontà di Dio, poiché così mi hanno comandato i miei Superiori che io non parli con nessuno (di quelli che sono) fuori del `nostro Collegio, ciò mi è riserbato solo quando io sto fuori » ; cioè in viag­gio (o.c., pag. 20-21).

La lettera termina con una formula insolita: « Fiat voluntas sua, ut remaneamus in Corde Jesu et Beatae Mariae Virginia ».

Questa insistenza sulla volontà di Dio ci lascia supporre che il santo si sentisse scosso internamente da qualche violento dolore ; ma la supposizione diventa realtà, quando riflettiamo alla data della lettera : il 16 aprile. A quella data, Gerardo aveva già saputo la morte della mamma Benedetta Galella, avvenuta il lo dello stesso mese. Era un dolore personale e se lo portò nel cuore silenziosa­mente, ma l'appello costante alla volontà di Dio ci dice che la sua non era indifferenza, ma rassegnazione e virtù.

Tornò tra le mura di Deliceto a guardare il cielo tra un velo di lacrime, ripetendo il suo Fiat, nella solitudine completa dagli uomini e dalle cose. Un raggio di sole lo sperava ancora da laggiù, da Ripacandida. Quando il superiore gli consegnava quelle lettere, profumate di preghiere e di sacrificio, il suo cuore sussultava di gioia, come davanti al messaggio del cielo. Ma Dio voleva ancora questo distacco e fece maturare altri avvenimenti dolorosi.

Dopo i noti provvedimenti a carico della comunità di Ripa­candida, mons. Teodoro Basta credette giunto il tempo di procedere a un altro giro di vite, proibendo formalmente alle suore qualunque corrispondenza epistolare verso chiunque e per qualunque motivo, senza la previa licenza del direttore di spirito.

Costui, amicissimo del santo, sentì il dovere d'informarlo del­l'accaduto e forse di qualche rammarico che serpeggiava nel mona­stero. Fu allora che Gerardo prese la penna e inviò alla madre Priora quella lettera chiamata giustamente dal padre Caione K degna d'eterna memoria», e tale da darci la misura della sua virtù e della sua perfezione. È una lettera in cui la volontà di Dio è amata, assaporata con volontà di compiacenza; diventa la sostanza stessa della propria anima, la sua unica gioia in questa vita e nell'altra. Il vescovo è l'esecutore fedele dei voleri di Dio e quindi amato con lo stesso impeto di amore verso Dio. Non soltanto Dio è « il nostro caro Dio », ma anche il vescovo è « Monsignore mio caro illustris­simo ». Poi il vescovo, come esecutore, scompare dalla scena e vi campeggia, sola e bellissima attrice, la volontà di Dio, tutta intenta a cullarci tra le sue braccia materne. E, il santo la contempla e gode di ogni suo movimento amoroso: « Io assai godo che il Signore vi levi da tanti impicci, poiché tutti son segni che vi ama assai e vi vuole tutta ristretta a Lui e vuole che vi risparmiate da tante fa­tiche. Onde' state allegramente e di buon animo, perché non son cose da darci pena, ma più presto allegrezza. Quando si tratta di volontà di Dio, cede ogni cosa».

Amarezza ? Sconforto ? Come sono concepibili in un'anima con­sacrata a Dio ? « Io non mi sono ancora potuto far capace come un'anima spirituale, consacrata al suo Dio, possa mai ritrovare ama­rezza su questa terra col non piacergli in tutto e sempre la bella volontà di Dio, essendo questa l'unica sostanza delle anime nostre ». Solo l'amor proprio ci può impedire l'acquisto di un tesoro si immenso, un paradiso celeste e terrestre, un Dio. Solo la vile igno­ranza umana può immaginare di saper trovare, da sola, per raggiun­gere il cielo, una via migliore di quella tracciata dalla volontà di Dio. A questa considerazione, il sentimento trabocca nell'amarezza dell'invettiva: « Ahi! Maledetta proprietà che impedisce all'anima un sì immenso tesoro, un Paradiso terrestre, un Dio! Oh veramente gran cosa degna d'infinita considerazione ! Oh viltà dell'ignoranza umana, quanto fa trascurare un sì grand'acquisto... Forse non è quel Dio che tutto regge che ciò permette ? Forse non è sua sacrosanta volontà quella che ciò vuole ma non appare ? Vi è forse un'altra condotta maggiore per condurci alla nostra eterna salvazione ?... Oh Dio! E qual'altra cosa maggiore può trovarsi per dargli gusto, quanto il fare sempre in tutto la sua divina volontà e farla sempre perfettamente come vuole, dove vuole, e quando vuole, stando sempre pronti ad ogni suo minimo cenno ? Stiamo dunque indifferentis­simi in tutto, acciocché possiamo fare sempre in tutto la volontà di­vina, con quella somma purità d'intenzione che Iddio vuole da noi».

A questo punto Gerardo si arresta come rapito in una visione la visione della bellezza e della grandezza della volontà di Dio che s'identifica con lo stesso Dio e, dunque, può essere compresa sol­tanto da Lui: « Gran cosa è la volontà di Dio! O tesoro nascosto ed inapprezzabile, ah si ben ti compiendo: tu sei e tanto vali quanto lo stesso mio caro Dio; e chi può comprenderti se non il mio caro Dio? ».

Il dovere di ogni anima deve essere quello di « cibarsi solo della bella volontà del mio caro Dio... per essere sempre trasformata in una unione perfetta, in una stessa cosa nella bella volontà di Dio ».

E in un trasporto di gioia trasumanante, abbraccia tutto l'uni­verso raccolto sotto le ali della grande ed amabile volontà di Dio « E ciò che fanno gli angioli in cielo, vogliamo fare anche noi in terra. Volontà di Dio in cielo, volontà di Dio in terra. Dunque, Pa­radiso in cielo, Paradiso in terra».

La conclusione pratica non poteva non corrispondere alla su­blimità della premessa. Il santo raccomanda alla madre Priora di non affliggersi delle disposizioni del vescovo, perché « sarebbe lo stesso che lagnarsi di Dio » e si dichiara contentissimo di troncare qualunque corrispondenza con le suore. « Se anche nel mandarmi a salutare, conosceste una minima ombra contro l'ubbidienza, per carità e per amore di Dio, non lo fate, perché io mi contento di tutto. Basta che mi raccomandiate al Signore. Questo voglio perché io ben conosco il fine di questo santo Prelato che vi vuole tutte unite a Gesù. E se io verrò costi, mi asterrò dal chiedergli licenza di parlar con voi... E se il mio Superiore mi manda qualche volta costi, non serve vedervi, perché ci vedremo poi in Paradiso. Ma mentre siamo in terra ci vogliamo far santi con la volontà degli altri e non con la nostra».

È difficile trovare nelle biografie dei santi qualche cosa che si possa paragonare a questo inno alato alla volontà di Dio, divenuta ormai il paradiso della sua anima. Non solo ogni volontà del supe­riore era volontà di Dio, ma anche ogni suo cenno, ogni suo desi­derio. Non c'è quindi da meravigliarsi se Dio abbia voluto premiare tanta fedeltà con una sequela ininterrotta di miracoli.

Racconta il Tannoia che il padre Cafaro, per provarne la virtù, più volte lo avesse comandato mentalmente anche a distanza e sempre al comando fosse seguita l'ubbidienza immediata del santo.

Ma tali episodi diventano più frequenti proprio adesso, sotto il ret­torato del padre Fiocchi, con l'avvicinarsi della professione reli­giosa. Sceglieremo solo un episodio riferito dalla tradizione.

Un giorno il padre Fiocchi lo inviò con una lettera a Lace­donia. Egli prese il cavallo e parti, volentieri come sempre. Era già lontano, quando il Rettore, rimasto solo e ripensando alla lettera, si accorse d'aver tralasciato un particolare importante. « Ah se Ge­rardo fosse ancora qui! », esclamò con un sospiro.

Dopo un po' di tempo, Gerardo bussò alla porta: « Sia lodato Gesù e Maria! » ed entrò.

« Ah sei tu! ». La faccia pienotta del padre Fiocchi ebbe un movimento di sorpresa : « Beh, Gerardo, che t'è successo ? ».

« Nulla; lei mi voleva ed io son venuto ». E con una genufles­sione, gli porse la lettera. Poi la rimise in tasca e ripartì veloce. Questa miracolosa sintonia telepatica coi voleri inespressi dei su­periori era il premio più vistoso del cielo all'abdicazione integrale della propria volontà, al costante dominio delle proprie reazioni in­teriori. A questo dominio che è la vittoria continuata della grazia sulla fragilità della natura ricalcitrante, si volle obbligare con un voto, il voto del più perfetto di cui darà l'esatta portata nel Regola­mento: il voto del più perfetto è il voto di fare: « quello che a me pare il più perfetto avanti a Dio; esso s'estende a ogni opera, a ogni minuzia quale sarò in obbligo di fare con la maggiore mortificazione che a me pare innanzi a Dio, presupponendo averne sempre la li­cenza affinché proceda con sicurezza».

Il più perfetto dunque s'identifica con la massima mortificazione, la massima mortificazione coincide con la vittoria sulla massima ri­pugnanza della natura. Il più perfetto s'estende non solo alla so­stanza dell'azione, ma anche a ogni minuzia, cioè a quelle sfuma­ture che sono il segno caratteristico dell'amore.

Con tali propositi si raccolse nel ritiro che doveva precedere la professione religiosa. Era un evento troppo importante per lui che aveva cercato solo e sempre la croce, ora lasciarvisi inchiodare coi tre chiodi dei voti. Perciò prima che la sua anima si configurasse su quel patibolo di morte, volle salirvi ancora una volta e saggiare le sue forze.

Ai piedi del collegio, si vede anche oggi una grotta scavata nella roccia e contornata da una muriccia ricoperta di terra e di er­bacce, dove si annidano i ramarri e le serpi. Al tempo della nostra storia, l'accesso era meno impervio, e vi si poteva entrare con re­lativa facilità.

Ivi si rifugiò il nostro santo. Da quella grotta il mondo si per­deva di vista: appena un lembo di cielo entrava per un pertugio tondo, come una visione dell'aldilà. Infatti il terreno della grotta scende, sprofondandosi, fino alla pianura di Puglia. Ultimo lembo del mondo sfuggito, la vetta violacea del Gargano che si confonde col cielo. Seppellita tra quei sassi, l'anima di Gerardo si sprigionava dalla terra come quella vetta lontana che era terra e pareva cielo, e saliva, saliva oltre la trasparenza dell'aria, fino a Dio.

Eppure non era ancora soddisfatto. Da un lato della grotta una rozza croce di quercia lo invitava tra le sue braccia e ripeteva continuamente l'invito. E Gerardo ubbidì. Cominciò col cercarsi gli amici, cioè coloro che dovevano procurargli il tesoro più prezioso e invidiabile: la Croce. E si rivolse ai suoi figliuoli spirituali: Fran­cesco Teta, il disperato di Sant'Agata, divenuto ormai un penitente coraggioso ed eroico, e un giovanotto di Lacedonia, nerboruto come un querciolo, Andrea Longarelli che aveva trascinato alla vita re­ligiosa con l'esempio delle sue virtù.

Entrava dunque nella grotta, seguito da questi discepoli, e li supplicava di dargli il tesoro della Croce. Lo chiedeva con tali la­crime, da vincere ogni ripugnanza. Sicché i due carnefici per forza lo legavano alla grossa croce di quercia e cominciavano a batterlo e flagellarlo senza pietà con funi inzuppate di acqua. La pelle si gonfiava, le carni diventavano livide, si squarciavano e il sangue sprizzava in abbondanza. Allora essi s'intenerivano e cessavano di battere e Gerardo ancora a pregarli, a scongiurarli. Quando non riu­scivano le preghiere, ricorreva ai comandi. La sua volontà era tal­mente energica che spezzava le ripugnanze: e Non ci vuole altro battete per ubbidienza! ».

Una volta si fece flagellare più aspramente del solito; poi si fece calcare a forza sulla testa una corona di spine pungentissime, di quelle che producono gli asparagi, in ultimo si fece sospendere alla robusta croce, ma il peso del corpo gravitò talmente sulle mani e sui piedi che le ossa scricchiolarono con violenza e le costole gli si inarcarono. Il dolore fu così grande che credette di morirne. Lo confesserà egli stesso più tardi.

La prova era riuscita e poteva ormai salire sulla Croce della professione religiosa. Lo fece il 16 luglio, festa del SS. Redentore, titolare dell'Istituto. E lo fece con tale trasporto di gioia, di umiltà, di ardore, da sentirsene quasi sopraffatto. Cercherà, dodici giorni dopo, di manifestare questi sentimenti in una lettera al santo fon­datore, ma poche volte la sua parola si rivela così impotente ad espri­mere i movimenti del cuore. Il saluto iniziale è semplice e affettuoso : «La grazia del Divino Amore stia sempre nell'anima di V.R. e Mamma Immacolata ve la conservi. Amen».

Così pure il ringraziamento: « Padre mio, eccomi prostrato ai piedi di V.R. e sommamente vi ringrazio della bontà e carità usa­tami, contro i miei meriti, di avermi V. Paternità accettato e rice­vuto per uno dei vostri figli».

Ma quando dal superiore, con balzo subitaneo, si slancia fino a Dio, autore d'ogni grazia, allora dall'interno esplode l'amore, la riconoscenza e, specialmente, l'umiltà: « Benedetta sia per tutta l'eternità la bontà divina che mi ha usate tante misericordie e tante grazie, da me poco conosciute e, tra l'altre, questa che nel giorno sacrosanto del nostro SS. Redentore, io già feci la santa Professione e con essa mi consacrai a Dio. O Dio ! E chi fui io e chi sono che ardii di consacrarmi a un Dio ? ».

E il cuore, sospeso tra due immensità : quella della propria mi­seria e della grandezza divina, si smarrisce in un gorgo indecifrabile di parole e di opposti sentimenti.

Sempre così: quando Gerardo si trova di fronte al suo Dio, scorge troppo addentro la propria nullità per non lasciarsi andare all'impeto del sentimento, come una massa d'acqua che rompe gli argini, scrosciando a valle. Quale meraviglia se in quei momenti la. parola non può seguire le folate del cuore ed il cuore è costretto ad esprimersi al di fuori di ogni logica ? Più che il significato delle sin­gole parole, nella lettera surriferita ci interessa questo balbettio impotente di suoni, testimone eloquente della gioia sovrumana d'essersi consacrato al suo unico padrone Gesù Cristo, d'essergli con­sacrato con affetto di figlio e dedizione di schiavo e di ribadire ogni giorno le catene della sua schiavitù, i chiodi della sua Croce.

16

PER CITTA’ E PER CASTELLI

Il 19 giugno del 1752, Sant'Alfonso scriveva da Napoli al suo fedele collaboratore don Andrea Villani, ordinando preghiere per « la casa di Deliceto che passa dei guai. Gli Ilicetani si sono voltati contro, dicendo che vogliono farvi un Seminario». (Lettere, I, 200). Finché s'era trattato d'un romitorio cadente, nessuno lo aveva considerato, ma ora che Santa Maria della Consolazione s'innalzava superba come una fortezza, tutti pensavano che era un vero pec­cato lasciarla deserta per buona parte dell'anno, mentre i loro chie­rici non trovavano a Bovino una casa adatta alla loro formazione sacerdotale. E l'idea di avere un seminario, togliendolo alla città vi­cina, lusinga-a larghi strati della popolazione.

Forse sotto la pressione di tali avvenimenti, il fondatore de­cise di trasferire da Pagani a Deliceto gli undici studenti del corso teologico. Essi sarebbero giunti nell'autunno inoltrato sotto la guida del celebre padre Alessandro De Meo. Intanto, per preparare l'am­biente, vi furono inviati Padri eminenti che potessero svolgere il ruolo di professori : tra gli altri, i consultori Ferrara e Carbone, il dotto padre Rizzi e il modesto e pio padre Stefano Liguori.

Ma il problema principale era costituito dai rifornimenti : come sfamare tante bocche ora che il raccolto del grano era stato scadente e i pochi mezzi finanziari erano stati assorbiti dalla fabbrica ? Si pensò di ricorrere agli aiuti delle popolazioni che beneficiavano mag­giormente dei missionari: gli abitanti a cavaliere della regione Lu­cano-Pugliese.

L'uomo prescelto per quest'opera non poteva essere che Ge­rardo, ed egli vi si mise con vigore, animato, come sempre, dall'eroi­smo della sua virtù.

Così, appena consacrato a Dio con la professione religiosa, diede inizio ai viaggi in grande stile. Finora le sue azioni avevano avuto la rapidità di una scorreria ; ora invece, senza nulla perdere dell'im­petuosità del corsaro, acquistano una certa organicità tattica e geo­grafica. Si svolgono infatti di preferenza lungo l'arco nord-orientale del bacino del Vulture e lungo la cresta settentrionale dell'Appen­nino Irpino-Lucano.

Un fiume torna di frequente come spettatore e, qualche volta, come attore della nostra storia: 1'Ofanto. L'Ofanto impetuoso e strepitoso di Orazio, che, nato a occidente di Sant'Angelo dei Lom­bardi, nel mezzo dell'Irpinia, sbocca nella piana delle Puglie, ingros­sato dall'Osento e dalla fiumara di Atella, per ricordare solo due nomi gerardini. Il fiume, nella stagione estiva, ha l'aspetto di un torrentaccio addormentato in un ampio letto argilloso, avvolto da giunchi e canneti. Si sveglia tumultuoso alle prime piogge autun­nali per il rapido scolo delle acque, dovuto alla impermeabilità dei terreni dintorno. Allora il fiume merita davvero l'appellativo ora­ziano di « tauriforme » per la violenza con cui dilaga nelle valli adiacenti.

La zona che più c'interessa, si aggira lungo le sponde del medio Ofanto e, più precisamente, attorno alle falde della mole conica del Vulture, un vulcano spento chiamato volgarmente Monticchio. Scendendo infatti dal nord le colline che circondano il monte, s'in­contrano i centri popolosi di Rocchetta, Lacedonia, Carbonara - la presente Aquilonia -, Melfi, Rionero, Ripacandida, Atella e Ruvo del Monte: tutti nomi che entrano trionfalmente nella storia gerar­dina. Ogni sasso, ogni pianta, è testimone di un prodigio, di una conversione, di un'acclamazione, o, almeno, di un suo passaggio a cavallo o a piedi, ma sempre con gli occhi rivolti al cielo, in pre­ghiera. Andava per ricevere un'offerta, ed era lui che dava la sua carità che non conosceva mai limiti, perché era la carità stessa di Colui che è morto in Croce per tutti. Perciò, secondo la sua stessa confessione, le donne si sarebbero levato l'oro dalle orecchie e dal collo e gli uomini si sarebbero strappati gli occhi, se lui non li avesse trattenuti. Chiedeva con la voce dei miracoli e le offerte rappresen­tavano la riconoscenza spontanea delle moltitudini.

I viaggi ebbero inizio verso la fine di luglio, quando Gerardo parti alla volta di Muro, per la cerca dell'orzo e del grano. Le prime elemosine le ebbe così dalla città natale, donde era fuggito per la con­quista della santità, ma che portava sempre nel cuore. Avrà rivisto il suo negozio ? La stanza della sua prigionia ? Il davanzale donde si era sporto penzoloni nel vuoto ? Ne dubitiamo. Con la morte della mamma; e forse anche prima, la casa era tornata agli antichi pro­prietari. Le sorelle, ristrette nei loro buchi con le relative covate di figli, non potevano offrirgli nessuna ospitalità. Accettò quindi di buon grado, l'invito premuroso dell'orefice Alessandro Piccolo che lo accolse come un figlio e lo accompagnò nella cerca.

Con lui ripercorse le solite stradette, risali quelle scale semi­buie, tra una fila di occhi che lo spiavano dalle finestre socchiuse, dai pianerottoli, dalle vie affollate. E chi cercava di baciargli la mano, chi d'averne un'immagine, un ricordo e perfino di tagliuzzargli la veste come preziosa reliquia. Avranno ricordato i Muresi la profezia di Gerardo, quando essi lo deridevano chiamandolo: «Fate voi*, ed egli rispondeva: « M'avete da baciar questa mano ? ». Era sem­brato uno scherzo, ed ora diveniva realtà. Quella mano benedetta bisognava portarla sempre nascosta sotto il mantello : tanto era ricercata !

Una mattina i due amici uscirono insieme per la questua. Fa­ceva da battistrada il figlio dell'orefice, Pasquale, un frugolo di dieci anni che correva avanti, dando grossi pugni alle porte e saltando come un capriolo da uno scalino all'altro. La sua voce argentina squillava come un campanello d'allarme, invitando tutti ad essere generosi col loro compaesano. Indietro veniva Gerardo, discorrendo sommessamente con l'amico e aprendo sugli usci la sporta che gli pendeva dalla spalla.

A un certo punto s'udì un grido; poi altre grida soffocate, e un accorrere frettoloso di gente. Qualcuno si fece incontro ai due ; guardò l'orefice, esitò, non trovava parole : « Tuo figlio... una di­ sgrazia... è caduto... ha colpito con la testa contro un sasso. Pove­rino! che disgrazia!».

« Dov'è ? » chiese Gerardo. « È stato portato a casa ».

Gerardo prese per un braccio l'amico e s'incamminarono in fretta. Per i vicoli si sussurrava sotto voce : « Il ragazzo è morto ». Davanti alla casa, per il cortile e le scale, stazionava una folla di curiosi. Da dentro giungevano ondate di pianto, rumori e strida. Alessandro si accasciò sulla porta, con la faccia tra le mani ; Gerardo sali le scale ed entrò. Fece scansare i parenti che andavano e venivano all'impazzata, dicendo loro « Non è niente, non è niente ! ».

Si avvicinò al lettino : il fanciullo, cereo, non dava segni di vita. Si chinò su di lui, gli tracciò una croce sulla fronte gelida e corse a chiamare l'amico. Quando tornarono, il fanciullo era alzato e senza dolori, come ridesto dal sonno.

Il miracolo fu la migliore propaganda: dopo qualche giorno, Gerardo poté tornare a Deliceto con le sporte ricolme.

Ripartì per Muro poco dopo per c,intinuare l'impresa interrotta. Ultimò la città e si diede alla campagna, sempre preceduto dalla fama dei miracoli. Forse è da riferirsi a questo tempo il fatto narrato da una certa tradizione locale.

Egli si trovava a passare per la contrada. detta della « Madda­lena», quando fu attratto da un alterco violento. Dai ponti di una casa in costruzione, muratori e manovali si rimandavano parolacce e bestemmie.

Il santo tramortì per l'offesa di Dio e si fece avanti: « Di che si tratta, buona gente ? ».

Il fatto era davvero irreparabile : la trave maestra risultava troppo corta. Era là, a mezz'aria, con le funi abbandonate.

E Gerardo : « Vi siete sbagliati. Riprovate ! ».

« Abbiamo provato troppe volte. Non c'è più nulla da fare!». « Riprovate: che vi costa ? ».

Qualcuno sbuffò; qualcuno protestò ; poi si riportarono ai loro posti e ripresero a tirare. Una testa poggiò sul muro. Si tentò con la seconda : quadrava perfettamente. Gli operai si guardarono in viso, muti e sbalorditi ; poi si volsero verso Gerardo, ma costui aveva proseguito il cammino.

Le offerte venivano depositate nella casa dell'orefice, Alessandro, che più tardi, dopo la morte del santo, racconterà al Padre Caione i benefici ricevuti da quella ospitalità.

Il primo beneficio riguardava la salvezza eterna della prima mo­glie, Rosa Caruso, la quale non s'era mai confessata di un peccato commesso in gioventù. Gerardo le disse a bruciapelo: « Confessati il tal peccato e poi preparati alla buona morte, perché, tra breve, dovrai passare all'eternità. Ma, quando sarai a quel punto, invoca i santi nomi di Gesù e Maria e ti troverai bene ».

La signora ubbidì e non ebbe davvero a pentirsene. Infatti, dopo qualche tempo, si mise a letto con una malattia piuttosto grave, ma che non destava preoccupazioni. Lei stessa sembrava cullarsi nella speranza di una prossima guarigione. E con lei il marito. Ma una sera, mentre questi s'intratteneva presso il suo capezzale, sentì bussare alla porta. Si affacciò : nessuno. « Sarà stato il vento », pensò tornando al suo posto, ma il colpo si ripeté con più forza. Si riaffacciò : silenzio e deserto. Interrogò le vicine : nessuno aveva visto, udito nulla. Fece entrare un'infermiera esperta del mestiere ed ella sentenziò : « Nessun pericolo di morte ».

Intanto il vipvai aveva prodotto cicaleccio e strepito, e la donna si lamentò che non la lasciavano riposare, che le avevano guastato il sonno. Tutti perciò si ritirarono. Ma quando l'ultimo passo si spense nel buio, fu bussato alla porta con violenza maggiore. Ales­sandro si riaffacciò : come prima, silenzio e deserto.

Allora credette di capire e andò a chiamare il parroco. Ma il parroco era al capezzale di un infermo. Dove ? Si fecero vari nomi ed egli corse di porta in porta, finché poté rintracciarlo e condurlo a casa. Trovò la moglie in agonia. Allora si ricordò distintamente della profezia di Gerardo : lo aveva preavvisato, perché l'inferma non morisse senza sacramenti. Di ciò ne ebbe la certezza assoluta quando, incontratolo dopo qualche tempo, gli chiese : « Fosti tu a bussare quella sera ? ».

Non rispose se non queste parole : « Tua moglie è stata fortu­nata perché è morta bene, col nome di Gesù e di Maria sulle labbra. Io mi son fatta la comunione per l'anima sua».

Passato il periodo di lutto, l'orefice contrasse nuove nozze con donna Eugenia Pascale. Tutto lieto, recandosi a Caposele per gli esercizi spirituali, ne informò l'amico che nel frattempo era stato trasferito colà. Gli rispose « Stattene allegramente e di buon cuore. Avrete molti dolori, ma non mancheranno le gioie. Sei già padre da quaranta giorni. Avrai un bel maschietto».

Alessandro prestò fede alle sue parole e chiamò fin d'allora il nascituro col nome di Gerardo. E l'evento premiò la sua fede. Appena tornato a Deliceto, il santo si presentò al Ministro « Padre, debbo partire immediatamente; il Superiore mi vuole a Melfi ».

« Che ? Ti ha scritto ? ».

«No, ma poco fa mi ha comandato tre volte di partire*. Il Ministro doveva conoscere la sua virtù se lo lasciò andare senz'altre spiegazioni.

Quando il padre Fiocchi se lo vide in episcopio, finse di cadere dalle nuvole: « Perché sei venuto ? Chi ti ha chiamato ? ».

« Vostra Riverenza».

« Io ?... ma tu sogni... Io non ti ho mandato né lettere né cor­rieri ».

Sorrise alquanto : « Sì, mi avete chiamato ieri alla tale ora, da­vanti a Monsignore ».

La cosa, secondo il racconto del Tannoia, era andata così : il giorno prima, il padre Fiocchi aveva parlato con mons. Basta delle virtù di Gerardo e dei doni straordinari ricevuti da Dio. Monsignore aveva mostrato vivo desiderio di conoscerlo, proponendo di mandare d'urgenza un corriere a Deliceto.

« Non occorre». aveva risposto il padre Fiocchi, «basta che ia gli dia il precetto mentale ed egli sarà qui ».

Aveva formulato mentalmente il precetto e Gerardo si era messo in viaggio.

Un viaggio intrapreso all'insegna del miracolo, non poteva non produrre frutti consolanti nel cuore del Vescovo e del clero mel­fitano. Il Vescovo specialmente non si saziava di ascoltarlo. Egli che era un'anima contemplativa educata alla scuola di Santa Teresa e di San Giovanni della Croce, lo volle interrogare sulle più ardue que­stioni della mistica e ne ebbe risposte così chiare ed esaurienti, quali non poteva aspettarsi che da uno specialista in materia. Il santo ne parlava senza astruserie, senza sforzo, come di cose conosciute per esperienza personale; ne parlava con una parola calda che illuminava e persuadeva. Dalla mistica passarono alla teologia; toccarono il mistero dell'Incarnazione del Verbo e della Redenzione e su ogni argomento Gerardo affondava lo sguardo con tale sicurezza d'in­tuito, con tale precisione di termini, con tale vastità di panorami che vescovo, canonici, e quanti ebbero la fortuna di ascoltarlo, lo pa­ragonavano a un Sant'Agostino e a un San Girolamo.

Venuto il giorno del ritorno, il padre Fiocchi volle ancora da Gerardo un miracolo: la guarigione della signora Vittoria Buono Murante che giaceva a letto, in preda a dolorosa nevralgia.

Questa donna chiamata confidenzialmente in una lettera poste­riore, «Mamma Vittoria», era una benefattrice dell'Istituto di cui conosceva tutti i missionari e lo stesso fondatore. Ogni missionario le ricordava suo figlio Mauro che, durante la missione del '50, si era talmente affezionato a Sant'Alfonso da volerlo seguire a ogni costo. Aveva quindici anni ed era ardente e generoso, ma debole e incostante. Sant'Alfonso doveva volergli un gran bene se lo chia­mava il suo « Mauriccio » e apriva, unicamente per lui, una specie di scuola missionaria a Cioram, dandogli a maestro di umanità, il padre Ferrara. Ma il giovane aveva fatto i conti con l'esuberanza dei suoi sentimenti, non con le sue forze. Più volte aveva lasciato la casa religiosa e più volte aveva chiesto, con le lacrime della dispe­razione, di esservi riammesso. Finalmente, dopo la professione e ordinazione sacerdotale, col pretesto della salute, chiese la dispensa dai voti. Sant'Alfonso cercò in tutte le maniere di rimettere sulla retta strada questo figlio traviato : inutilmente. L'infelice, ritiratosi in famiglia, preso da rimorsi violenti, morì di crepacuore. Misteri del cuore umano!

Ma all'epoca della nostra storia, Mauro era ancora studente di umanità a Ciorani e mamma Vittoria, orgogliosa di lui, córr"a ad aiutare i missionari e complimentarli per le loro prediche. Le ascol­tava in prima fila, pettoruta e soddisfatta, come se ascoltasse suo figlio, qualunque fosse la chiesa e chiunque fosse il missionario, ma le sue preferenze andavano per il padre Fiocchi. Tutti erano bravi lui era fuori concorso. Questa volta però il padre Fiocchi, che pre­dicava in cattedrale, non aveva avuto il piacere di vederla tra i suoi uditori. « Deve essere malata», pensò, e non si sbagliava. Era a letto con una forte nevralgia che, gonfiandole la guancia, le aveva pro­dotto una stortura alla bocca. Quando lo seppe, inviò il santo a gua­rirla. Questi la trovò sul letto che si copriva, arrossendo, le labbra e sorrise di cuore, tra le proteste della donna che si credette burlata nei suoi dolori. Poi, con un balzo in Dio, la sollevò nella fiducia alla divina volontà. E, con un segno di croce, le raddrizzò la bocca.

Così un altro miracolo dell'ubbidienza conchiudeva questo viag­gio. All'indomani Gerardo lasciò le vie affollate di Melfi per la so­litudine di Deliceto. Ma ormai l'azione e il riposo, la città e il deserto avevano lo stesso valore per lui. Ormai aveva trovato l'equilibrio perfetto tra la preghiera e l'azione, perché la solitudine la portava nel cuore, e non gli era più necessario, come in gioventù, di appar­tarsi dal mondo per parlare con Dio. Ormai aveva raggiunto la calma degli spiriti grandi e il mondo lo guardava dall'alto, dove non giunge il breve trambusto degli uomini. Perciò, al primo cenno del superiore, partiva veloce, con l'occhio e il cuore dilatato. E con la stessa gioia si ritirava nel romitorio, solo a solo con Dio. I supe­riori non seppero ma; stabilire quale delle due tendenze prevalesse in lui: la contemplazione, o l'azione; la solitudine o i viaggi apo­stolici.

Quale il segreto di questo equilibrio ? Lo possiamo cogliere in una nota che risale al ritorno da Melfi. È l'unica volta che il santo ha fissato sulla carta una data: vi annetteva, dunque, una grande importanza. Doveva trattarsi di una illustrazione soprannaturale che s'incise come una lama nella sua anima : « Al 21 Settembre 1752 mi feci capace di questa massima : cioè che se fossi morto dieci anni addietro, non cercherei, né pretenderei cosa alcuna ». (o.c., pag. 87). Gerardo dunque si considerava come un essere morto a se stesso, a ogni propria inclinazione, a ogni propria volontà. Aveva raggiunto trionfalmente il « Perinde ac cadaver » di Sant'Ignazio di Lojola, cioè l'ubbidienza indifferente dei cadaveri, ed era divenuto uno stru­mento 'efficacissimo nelle mani dei superiori. Perciò la sua azione entrerà in un crescendo vertiginoso che lo porterà di peso fino al cielo.

17

IL CANTIERE DELLA CARITA’

Il riposo non poteva durare a lungo per un uomo ormai lan­ciato. Tanto più che la stagione autunnale già s'inoltrava a grandi passi, consigliandogli di uscire da quelle montagnole brulle dove il grano è alle dipendenze di un cielo troppo avaro di pioggia e le viti ingialliscono innanzi tempo sui tronchi annosi degli olmi.

E una mattina: mentre l'alba ancora indugiava tra le cime dei quercioli carichi di guazza, rimontò a cavallo, attraversò i boschi odorosi di funghi e di legno fradicio, in compagnia degli uccelli mi­gratori che passavano a stormi nell'aria umida e triste di ottobre, e raggiunse la pianura. All'indomani era in vista dei vigneti melfitani dove ferveva l'opera della vendemmia; poi risalì la collina aerea di Melfi e s'inoltrò nelle viuzze, affollate di carri ricolmi di uve. Dalle cantine spalancate giungevano ondate dolciastre di mosto, ronzii di vespe e di mosconi.

Tra quelle viuzze maleodoranti, davanti a quegli usci da cui s'intravedevano i pigiatori ballonzolare a piedi nudi sui tini, l'occi­pite contro le nere travi, e le donne rovesciare le conche traboccanti di rnosto nelle botti, si svolse per giorni e giorni l'opera umile e gran­de del santo. Non mancarono rapide puntate nelle campagne e nelle masserie lontane, ma l'opera principale si svolse proprio qui, sul vano degli usci dove si stagliava la sua figura alta e sorridente, con le mani sempre piene di immagini sacre e di cartelline dell'Immaco­lata cioè di rettangolini di carta velina che portavano impressi, ri­petuti in serie, il nome e la figura della Vergine. Ogni nome e ogni figura si ritagliava con le forbici e s'inghiottiva con acqua. Il santo se ne serviva per ottenere miracoli d'ogni genere.

Lo coadiuvavano nella questua i vari benefattori della città che pensavano a raccogliere e tenere in deposito il grano e il mosto nelle loro case.

Gerardo intanto correva da una parte all'altra, moltiplicando la sua presenza per far giungere a tutti il suo ringraziamento e il suo conforto. Era il grande sorvegliante del cantiere della carità, sempre atteso e disputato dai benefattori dell'Istituto che volevano il privilegio di fornirgli ospitalità e ristoro per averne in cambio le benedizioni del cielo. Egli accettava l'ospitalità anche dei poveri, sempre mirando all'opera spirituale da svolgere nelle loro anime per portarle a Cristo.

Una sera fu invitato da un certo De Martinis, cuoco del ve­scovo. Costui sarebbe stato il più brav'uomo del mondo, senza quel brutto vizio della bestemmia. Ma non lo faceva apposta il poverino, tanto che si morsicava le labbra dopo ogni moccolo che gli usciva di bocca.

Gerardo gradì l'invito e si adattò volentieri a mangiare in una cucina bassa e affumicata, con tovaglie non proprio di' bucato. Man­cò il lusso, la proprietà, la pulizia, ma non la solita allegria. Quella sera il De Martinis montò una guardia rigorosa alla lingua col me­raviglia della moglie e dei figli: era la prima volta che non gli scap­pava qualche sfarfallone. Poi, volendo completar l'opera, invitò il santo a riposarsi in casa sua.

Tanta semplicità, tanto buon volere meritavano il giusto com­penso e Gerardo accettò. Quella sera le donne e i figli dovettero accomodarsi sulle sedie e sulle scranne tarlate della cucina. I 'due uomini invece salirono nell'unica camera conversando di anima e di Dio. Conversarono a lungo, poi, nel dargli la buona notte, Gerardo gli posò una mano sul petto, dicendo: « Amiamo Dio, amiamo Dio! ».

Il De Martinis sobbalzò quasi spaventato: quella mano scottava come un ferro rovente. Da allora non fu più udito bestemmiare e come - chi gli domandava il motivo del repentino cambiamento, rispon­deva: « Come potrei ancora bestemmiare ? Ho dormito con un santo ». Ma tali ospitalità costituivano eccezioni. Ordinariamente erano i superiori che fissavano in partenza le famiglie presso cui doveva alloggiare. Queste venivano scelte tra i benefattori del collegio ed erano in genere famiglie benestanti che avevano la possibilità di aiutare i missionari, perché la Chiesa di Dio, per vivere, ha sempre avuto bisogno della carità dei fedeli. In questo caso anche la ric­chezza diventa mezzo di redenzione delle anime.

Gerardo accettava ogni cosa, col sorriso sul labbro, con umiltà schietta e sincera. Nell'abbondanza si sentiva più povero, più vicino ai poveri. Questi potevano sempre avvicinarlo e parlargli, come a fratello ed amico, sicuri di essere compresi e consolati. E i ricchi non si vedevano respinti a motivo delle loro ricchezze se ne fossero stati distaccati con l'affetto. Per lui che guardava le cose con l'oc­chio della fede, le distinzioni sociali perdevano il loro valore.

Tra le famiglie ospitali vi era in Melfi la signora Scoppa che fu testimone di un'estasi prodigiosa.

Un giorno, entrando in casa, egli posò gli occhi su un'immagine della Madonna che pendeva in alto, alla parete del salottd. Subito, tutto acceso, esclamò: O donna Anna, che bella cosa che hai!».

Così parlando, si alzò quasi otto palmi da terra fino a raggiun­gere la sacra effige e baciarla e ribaciarla. La buona signora non resse, gettò un grido di stupore e cadde svenuta. Da allora ogni volta che lo riceveva, era tentata di inginocchiarsi ai suoi piedi e venerarlo come un angelo del cielo. Da questa ammirazione nacque un diario che narrava le meraviglie operate dal santo tra le mura della sua casa. Tale diario, custodito gelosamente dalla famiglia, andò disperso nel 1818 e con esso il ricordo di quelle memorie. Ne sopravvive forse solo la seguente profezia d'incerto valore.

Un giorno Gerardo fu avvicinato in casa Scoppa da una povera donna con gli occhi rossi di pianto. Una tragedia in famiglia: il ma­rito infermo, anzi moribondo. Solo un miracolo lo avrebbe potuto salvare.

«Lo so, lo so», rispose con calma imperturbabile, «ma non aver paura. La malattia sarà lunga e dolorosa, ma l'infermo guarirà .; ti assicuro che guarirà».

E il futuro gli diede ragione.

Trovandosi in Melfi, non poteva mancare la visita a mamma Vittoria, se non altro, per ragione della questua. Il santo la trovò fuori della grazia di Dio, in uno di quei momenti in cui ci si vor­rebbe nascondere sotto terra, senza vedere nessuno. Si accorse su­bitq che tirava aria di tempesta, perché, appena la domestica gli aperse, senti venire dai bassifondi della casa i berci e le proteste di un uomo che sembrava irritatissimo : « No », diceva, « la botte è guasta; non la posso prendere ». La signora cercava di replicare, ma fiaccamente : sentiva d'aver torto.

Quando fu avvisata dell'arrivo di Gerardo, salì in fretta con un certo disappunto sul viso. Chiese scusa di doversi presentare così, ma non sempre si è padroni dei propri nervi. Aveva una botte di venti some ... del vino migliore di tutta Melfi. I compratori se l'erano disputato, rilasciandole la caparra. Quel giorno erano venuti per ritirarlo, ma il vino non era più quello: puzzava di aceto a mezzo miglio. E, si capisce, nessuno più lo voleva. Una bella perdita per una povera vedova!

E Gerardo: « Calma, calma! Non è niente. Prendi questa car­tellina dell'Immacolata e mettila nella botte. E poi ... poi vedrai ». La donna lo guardò sorpresa: una cartellina nel vino ? Egli aveva voglia di scherzare, e non era proprio quello il momento. Invece Gerardo non voleva scherzare ; perciò, serio e risoluto, disse: «Ma, insomma, chi è che deve fare il miracolo, tu o Dio ? Ubbidisci, ti dico! ». La donna ubbidì, poi richiamò i compratori per l'assaggio ; ne seguì una scena movimentata di fronti inarcate, di gesti e frasi di stupore tra lo schioccare rumoroso di lingue contro il palato. In conclusione il vino fu venduto agli stessi compratori che l'avevano disdetto e con soddisfazione generale.

Non terminarono qui i benefici largiti alla famiglia Murante col beneficio materiale andò congiunto quello spirituale.

Un giorno, mentre la signora Teresa Murante, comare di Vit­toria, si intratteneva col santo, il discorso cadde sulla direzione spi­rituale, necessaria per conseguire la perfezione. Lei si dichiarava soddisfatta del proprio direttore, un uomo tanto bravo, tanto buono e tanto gentile che aveva saputo comprenderla e consolarla, ma egli la redarguì bruscamente e le ingiunse di lasciare quella direzione, perché sentimentale ed umana e tale da compromettere direttore e diretta. Con essa non il cielo avrebbe raggiunto, ma l'inferno.

La donna, riconoscendo giuste tali osservazioni, secondo i suoi consigli, si rivolse al canonico Rossi: se ne trovò veramente con­tenta.

Il canonico, nipote del fondatore del monastero di Ripacan­dida e uomo di virtù eccezionali, era venerato dal santo, che, tro­vandosi in Melfi, non mancava mai di fargli visita per incitarsi a vi­cenda ad amare il Signore. Lo fece anche questa volta, ma, alle pri­me parole, prese subito fuoco : il respiro divenne affannoso ; il cuore pareva scoppiasse. Allora il canonico capì di che si trattava e gli versò sul petto acqua gelata. Gerardo rinvenne e, confuso, a capo chino, si allontanò senza parlare.

Da Melfi prosegui per Rionero, oggi popolosa cittadina, ricca di sorgenti minerali e d'industrie, ma allora un grosso borgo lungo le propaggini nord-orientali del Vulture. Fu accolto dai signori Giannattasio nel loro ampio palazzo, contornato di giardini e di piante e vi si trovò a suo agio, in un clima di perfetta familiarità. Forse tra quelle mura aveva alloggiato durante la missione del '49 ; certo, vi era conosciutissimo e con lui il p. Fiocchi e i padri di De­liceto. Così si spiega quella scherzosa giovialità, quella domestichezza di tratti e di parole che la tradizione gli attribuisce anche riguardo alle tre o quattro figliuole ancora nubili, tanto bene avviate verso la perfezione e tanto ammiratrici della sua santità. Erano scherzi e battute che si concludevano sempre in nuovi incentivi all'amore verso Dio. Una volta si conclusero addirittura con una profezia strepitosa.

Il santo aveva visto una di queste figliuole che tesseva al te­laio, tutta immersa nel suo lavoro: una mano al pettine, una alla spola, i piedi sulla calcola. Le sorrise, le fece un profondo inchino e le baciò la mano in perfetto stile cavalleresco. La ragazza reagì con un certo sgarbo guerriero, ma egli, fattosi subito serio, disse « Perché te la prendi ? Ho salutato la sposa di Cristo : perché tu do­vrai essere suora e morire da gran serva di Dio ».

Allora sì che la ragazza passò dallo sdegno al riso quasi sgua­iato : « Io monaca ! Ma non me lo son mai sognato ! ».

« Eppure è così ».

La ragazza prenderà il velo nel monastero benedettino di Atella col nome di suor Maria Cherubina.

Da Rionero scese fino ad Atella dai signori Graziola ; poi piegò a destra fino a Ruvo del Monte. Quali miracoli vi operò ? Quali con­versioni ? La storia tace; i processi apostolici ricordano solo una estasi avvenuta in casa Blasucci, ma gli avvenimenti dovettero essere davvero straordinari se Gerardo, nella prossima primavera, cercherà di evitare il passaggio tra quelle mura per timore che si avessero a ripetere le sollevazioni popolari dell'autunno precedente.

Di tali dimostrazioni egli si lamentava poi amorosamente col suo Dio: « Signore, - diceva - tu operi molte cose per mezzo di me peccatore ; e poi perché le fai sapere a tutti ? ». Se fosse dipeso da lui, egli avrebbe voluto la noncuranza e il disprezzo. Più la noncu­ranza, per passare sconosciuto nel mondo.

Con questi propositi, tornato a Deliceto, si prese una bella ri­vincita degli onori di Ruvo. Perché, rispedito a Lucera, importante capoluogo del Tavoliere, volle rimanervi sconosciuto tra la gente della strada. Eppure non gli mancavano ammiratori ed amici, come quel suo figlio spirituale, don Luigi Mercante, uditore del tribunale della città, anima già incamminata nelle vie contemplative. In una lettera a suor Maria di Gesù, Gerardo lo chiama: « Il nostro caro Don Luigi» ed afferma che « egli non può trovar riposo e smania per Gesù Cristo. Tutto si è visto immerso in Dio, né può separarsi da Gesù Cristo: mira il mondo come un niente e tutte le creature le mira in Dio, ama Dio e si trasforma in Dio» (Lettere e Scritti, pag. 55).

L'elogio, davvero lusinghiero, più che del discepolo, rivela il processo ascensionale del maestro, completamente trasformato in Dio. Ma anche il discepolo doveva essere bene avanti nel distacco dal mondo e molto affezionato al santo per mettergli a disposizione la propria abitazione. Questi però volle passare da sconosciuto in mezzo a una città straniera. Aveva dormito tante volte sul nudo pavimento in casa di amici, ora voleva sperimentare qualche cosa di più eroico: dormire addirittura all'addiaccio, come l'ultimo pez­zente della terra. Si ritirò dunque in un luogo solitario, forse tra i ruderi del vecchio castello di Federico II, felice di potere assapo­rare finalmente tutti gli effetti della povertà assoluta, onde ripetere col Maestro: « Non ho dove posar la testa ».

La notte era piuttosto fredda e umida e il vento di ottobre passava, discorrendo, tra i massi consunti dal tempo. Si ravvolse nel mantello e si distese per terra in comunione con la natura e con Dio.

Questa era la perfetta letizia !

18

ANIME INQUIETE

Verso la fine di ottobre del 1752, il padre Fiocchi predicò gli eser­cizi spirituali a 31 sacerdoti della diocesi di Lacedonia, guidati dal loro vescovo mons. Nicola De Amato; il 3 novembre, un secondo corso, ancora più numeroso, ai sacerdoti della diocesi di Melfi, anch'essi col loro vescovo, mons. Teodoro Basta; un terzo corso verso 1'8 o il 9 novembre, a un gruppo misto di sacerdoti e secolari delle diocesi limitrofe.

Dopo la partenza degli ospiti e gli impegni faticosi di quei giorni, sotto una pioggia insistente e noiosa, il santo raggiunse Lacedonia, la città cara ai suoi ricordi giovanili. Attraversò la piazza, visitò la chiesa - Gesù, come sempre, era il primo servito - e corse difilato al palazzo dei Cappucci con la lieta furia di rivedere gli amici.

Nel seminterrato, il cavallo bendato, bianco di farina, come gli uomini, come l'aria, come le cose, continuava a rigirare la macina del mulino con frastuono assordante; ma l'ampio portone di pietra viva, con lo stemma gentilizio, si apriva sul piano rialzato. Era la piccola reggia di don Costantino, un gentiluomo all'antica che riem­piva le sale con la sua figura solenne e bonaria e la sua risata cor­diale e rumorosa. Accanto a lui si moveva, semplice e disinvolto, il fratello don Antonio, arciprete della cattedrale, anima di apostolo, da sei anni figlio spirituale del padre Cafaro. L'austero religioso aveva alloggiato in palazzo insieme a Sant'Alfonso e a molti padri venerandi, durante la missione del 1746, e da allora esercitava il suo influsso benefico su tutta la famiglia, specialmente sull'arci­prete e sulla signora Emanuela Lerreca, donna saggia e laboriosa, dedita al culto della religione e dei figli. Ne aveva otto : quattro maschi e quattro femmine di cui tre interessano la nostra storia, Nicoletta, non ancora quindicenne, e le sorelle minori Maria-Antonia e Maria-Teresa, rispettivamente di dodici e dieci anni.

La famiglia Cappucci, per censo, nobiltà e virtù, era stimata, a ragione, la prima della città. Vi confluivano perciò le personalità più illustri dell'università e del clero che animavano quelle conver­sazioni di salotto, tanto care alle dame del Settecento e ai loro pette­golezzi. Ma questo non avveniva in casa Cappucci dove la nobiltà un po' rusticana della provincia si disposava volentieri con le norme della sincerità e del rispetto.

Soleva parteciparvi un magistrato della città, Candido Cag­giano, padre di numerosa prole che educava secondo le norme della più rigida disciplina religiosa. Le due figlie maggiori, Saveria e Ve­ronica, rispettivamente di ventisei e ventiquattro anni, erano mo­nache di casa: indossavano un corpetto nero in segno di distacco dal mondo e si dedicavano alle opere di carità. Il terzogenito, toc­cava col suddiaconato, le soglie del sacerdozio. Sarà in seguito istrut­tore del principe Doria a Roma; parroco di Melfi e Venosa; infine vicario capitolare della diocesi. Veniva poi, in ordine discendente, colei che avrebbe avuto un'importanza decisiva nel corso della nostra storia, la Nerea : una giovane ventenne che sembrava superare gli altri per pietà e religione. La prima in chiesa, la prima ai sacramenti ne sapeva qualcosa il cappellano, don Benigno Bonaventura, co­stretto ad ascoltare le sue frequenti lunghissime confessioni. Anche i suoi atteggiamenti sembravano improntati a pietà: forse qualche volta erano un po' molli e sensuali; forse qualche volta un po' irre­quieti. Quando, per esempio, i suoi occhi neri e ardenti si aprivano a spiare la vita con una grazia alquanto civettuola. Ma, si sa, a venti anni, non si può essere maturi. E la cosa passava inavvertita.

Questo era l'ambiente dove Gerardo veniva a trovarsi quando capitava a Lacedonia e vi capitava piuttosto spesso. Aveva così l'oc­casione di rivedere quei notabili già conosciuti otto anni prima come cameriere di mons. Albini. Essi lo ricordavano ancora per la sua ammirabile pazienza e le preghiere prolungate davanti al Santis­simo. Ora poi, con la veste religiosa, con la fama accresciuta delle virtù e dei miracoli, la loro stima era salita alle stelle. Ogni sua azione, ogni suo gesto, era seguito con curiosità e raccontato per edificazione. Era il santo della mortificazione che cospargeva i cibi di erbe amarissime ; che dormiva per terra, scompigliando il letto ogni mattina; che si caricava di cilizi e pregava min­terrottamente.

Ma un giorno, come si narra, un fatto nuovo finì per imporlo all'attenzione generale : erano tutti raccolti in salotto quando don Costantino entrò a parlare di un quadro della Madonna, acquistato per la sua galleria. I presenti manifestarono il desiderio di vederlo e Gerardo venne introdotto con gli altri. Egli lo guardò e riguardò poi, ad un tratto, acceso in volto, esclamò : « Com'è bella! Com'è bella!». E volò fino all'immagine che pendeva alta dalla parete, tempestandola di baci. Dopo di che, si ebbe l'impressione di trovarsi di fronte a un santo del paradiso. Tutti lo ascoltavano rapiti per ore e ore e uscivano migliorati dai suoi discorsi: specialmente le giovani Cappucci, che ne parlavano con entusiasmo alle loro coetanee.

Fu così che parenti e conoscenti affollarono la casa : tra cui la Nerea Caggiano. Gerardo parlava loro a lungo di altre coetanee che aveva incontrate nel conservatorio di Foggia e nel monastero di Ripacandida : anime vergini che celebravano perpetuamente le noz­ze con l'Agnello Immacolato. Quando toccava questo tasto, egli si trasfigurava in volto e si accendeva negli occhi come invasato dallo Spirito, strappando acclamazioni e consensi da quelle anime inno­centi. Ormai Maria-Antonia e Maria-Teresa Cappucci non sogna­vano che la veste rossa e il manto azzurro del conservatorio di Foggia e ne parlavano spesso col padre. Il pio gentiluomo ascoltava, sorri­dendo, le due piccine ; poi, rivolto alla più grandicella, alla Nico­letta, le diceva : « E tu, cara, cosa vuoi fare ? ».

La Nicoletta arrossiva e taceva, combattuta tra due opposte volontà.

Anche la Nerea era in lotta, una lotta di sentimenti tra quel piccolo mondo che amava : quell'angoletto di chiesa, quel confes­sionale, quel prete, quelle funzioni, quelle vie, quei ritrovi, e quel mondo eroico che intravedeva nei momenti di fervore, quando Ge­rardo era lì col fascino della parola e la fama dei miracoli. Poi egli si allontanava e sulla sua anima in tumulto si spianava la bonaccia della vita d'ogni giorno.

Erano così le cose, quando Gerardo giunse in casa Cappucci, in quelle giornate piovose di fine novembre del 1752. Veniva per la questua del vino e del grano, veniva a ripetere le gesta e l'organizza­zione capillare di Melfi. trasformando anche questa cittadina nel cantiere sonante della carità. Si vedeva avanzare di porta in porta dalla mattina fino a notte inoltrata, tra il fango della strada e la pioggia del cielo, lasciandosi dietro uno strascico prolungato di riconoscenza e di benedizioni spirituali, ma questa volta, più che con la parola, parlava con l'eco dei suoi miracoli.

Uno dei più strepitosi, riferito nei processi apostolici, avvenne in contrada « Cancello » presso la signora Migliola, vedova De Gre­gorio. La signora, ancora quarantenne, viveva col suocero e due bambine, in una relativa agiatezza campagnola, ma dava volentieri il superfluo ai poveri e ai religiosi di passaggio. Con Gerardo fu di una generosità senza pari, e ne ebbe una giusta ricompensa. Infatti un giorno, la signora fece cadere il discorso su una botte di vino andata a male. Parlava così, giusto per dire, perché era rassegnata e tranquilla: « Quando Dio manda le disgrazie, bisogna accettarle con pazienza ».

« Quale disgrazia ? », aggiunse Gerardo e sorrise come per dire « Non ci credo! ».

Allora la signora, alquanto piccata, rispose: « Ah, non ci credi ? Vieni, vieni, voglio che ci metta il dito come San Tommaso ». Scesero in cantina ; ma, mentre la donna si curvava a spillare il vino, egli tracciò un bel segno di croce sulla botte : poi attese, calmo calmo, che l'altra gli presentasse il bicchiere: - Vi accostò ap­pena le labbra e glielo restituì, dicendo : « Lo dicevo io ? Il vino è squisito ».

E la lasciò interdetta col bicchiere in mano.

Ma non finirono qui i suoi benefici, perché il santo, anche nel futuro, non dimenticherà i suoi benefattori.

Un domestico della stessa famiglia, testimone dei suoi prodigi, dopo qualche tempo, fu sorpreso da spasimi viscerali si acuti che emetteva grida laceranti. Una sera, nel più vivo dei suoi dolori, ri­pensando a quel fratello tanto buono e miracoloso, esclamò : « Ge­rardo, fratello mio, dove sei ? Perché non mi aiuti ? ». Aveva appena proferite queste parole, quando la porta si aperse davanti al passo leggiero di Gerardo che, raggiunta la sponda del letto, gli disse: « Tu mi chiami in aiuto ed io vengo ad aiutarti. Hai fede in Dio ? Credi e sei guarito ».

Lo sfiorò con un segno di croce e sparì. L'infermo si alzò dal letto guarito.

Così, tra un miracolo e l'altro, a dispetto del tempo avverso, la questua procedeva nel modo migliore, tra un coro sempre più nu­trito di ringraziamenti, quando una mattina Gerardo ricevette l'ordine del Padre Fiocchi di trovarsi in serata nel vescovado di Melfi. Lo avrebbe atteso lui stesso.

L'ordine troncava le più belle speranze in una zona ormai dis­sodata, ma gli ordini vengono dal cielo e il santo partì senza rim­pianto, scendendo verso la valle dell'Ofanto, ridotta ad una vasta palude per le piogge insistenti di quei giorni. Si era proposto di toc­care, andando verso Melfi, la città di Carbonara, per dare le neces­sarie disposizioni ai benefattori del luogo.

Lo ricevette con cordiale amicizia il dottore Antonino di Do­menico che aveva l'abitudine di accogliere religiosamente i missio­nari di passaggio : lo fece accomodare accanto al caminetto crepitan­te di fiamme, mentre le donne preparavano la mensa e se ne uscì con un pretesto qualsiasi. Rientrò poco dopo con un giovane eccle­siastico, figlio del governatore della città, colui che poi stenderà la relazione precisa dei fatti : « È il nostro amico don Matteo Serio », disse presentandolo a Gerardo, « come vedi, qui non ti mancherà una buona compagnia anche per questa sera, perchè... non vorrai mica partire con questo tempo da lupi ? Senti come piove a dirotto! Adesso ci facciamo quattro chiacchiere allegramente, poi mangere­mo un boccone in grazia di Dio e poi... poi Dio provvederà».

Ti ringrazio, don Antonino mio », rispose, « ti ringrazio pro­prio di cuore, ma vado di fretta, perché stasera debbo trovarmi a Melfi. Questo è l'ordine del superiore ».

« Caro fratel Gerardo », interloquì il sacerdote, « mi permetto di farvi osservare che l'ubbidienza va interpretata. Credete voi che se il superiore fosse qui presente, vi farebbe partire con questo tempo ? Ora pranziamo in santa pace. Poi vedremo che tempo farà e, secondo il tempo, ci regoleremo anche noi ».

« Speriamo che faccia buon tempo», soggiunse Gerardo, « per­ché debbo partire ad ogni costo ». In quel momento la domestica an­nunziò che il pranzo era servito e ognuno prese il suo posto. Così cadde il discorso della pioggia e si parlò d'altro. Don Matteo chiese notizie del padre Giovenale e del padre Cafaro ; da quest'ultimo si era confessato l'anno prima nel seminario di Conza : che uomo di Dio ! E, visto l'interesse che suscitava il discorso, lo continuò per un pezzo. Gerardo infatti rispondeva con molta giovialità e, tutto preso da questo argomento, sembrava non pensasse ad altro. Ma, a un certo punto, si alzò da tavola e annunziò risolutamente che doveva partire.

« Questo poi no », interruppero ad una voce il padrone e il sa­cerdote, « lasciarvi partire con questo tempo, sarebbe per noi imprudenza grande. E poi, come fareste a passare l'Osento e l'Ofanto Dovreste raggiungere il ponte sulla Pietra dell'Oglio, ma si allunghe­rebbe la strada e l'ora è già tarda ».

Gerardo, con tono fermo, ma calmo e quasi compunto, rispose « Compatitemi, per amor di Gesù Cristo. Mi aspetta questa sera nel vescovado di Melfi il padre Fiocchi e non posso restare. Per 1'Osento, non ho paura : ho un cavallo rosso e forte che sa camminare siearo dentro l'acqua ; per l'Ofanto, mi regolerò per via. Se continua a piovere così e il fiume è in piena, me n'andrò per il ponte, allungando un po' la strada. Se il tempo si rimette, prenderò la scorciatoia, perché come ho detto, il cavallo è forte e sa passare per l'acqua. Ma, per carità, non trattenetemi! Anzi vi dico che se non esco di casa il tempo non si aggiusta».

Così dicendo, si avviò verso la stalla per vedere se il cavallo avesse mangiato la biada. I due, rimasti soli, ancora sotto l'impres­sione di quelle ultime parole, mormorarono: « Costui crede d'aver in tasca la pioggia e il sereno. Con che sicurezza ha parlato : se non esco di casa, il tempo non si aggiusta! Vogliamo proprio vedere se è stato un buon profeta. Acceleriamo la sua partenza ora che piove a dirotto e vedremo ». E, raggiuntolo nella stalla, il padrone gli disse: « Senti, Gerardo, giacchè vuoi partire, parti subito, perché è tardi e chissà se arriverai a due tre ore di notte. Ti farò accompagnare da due garzoni fino a che passi l'Osento, ma son sicuro che dovrai tor­nare indietro. Vedi come piove e quant'acqua mena il vallone ! ».

Gerardo uscì dalla stalla, salutò calorosamente gli amici e s'in­camminò sotto la pioggia, seguito dai due uomini di compagnia, an­ch'essi a cavallo. Appena svoltata la strada, un sole lucido e bello irruppe da un ingorgo di nubi, sfolgorando sulla valle impantanata. Giunti sulle sponde dell'Osento, i due uomini si trassero indie­tro atterriti: l'acqua era torbida e violenta.

« Coraggio ! », gridò Gerardo, « non abbiate paura ! ».

E si gettò con tutto il cavallo nel forte della corrente. I due uomini lo seguirono non senza difficoltà, poi tutti e tre spronarono verso l'Ofanto.

Il fiume, travolte le sponde, aveva invaso le terre vicine, tra­scinando, nella sua furia devastatrice, tronchi d'alberi e rottatisi d'ogni genere. Gerardo si arrestò sull'orlo dell'acqua, misurando con lo sguardo quella massa livida che correva all'impazzata, mentre i due uomini gli gridavano alle spalle : « Non andare avanti ! È pericoloso! ».

Si fece un gran segno di croce e spronò il cavallo, lanciando su­gli elementi sconvolti il suo grido augurale : « Via, passiamo in nome della Santissima Trinità! ».

Allora vi furono momenti solenni : quel groviglio di rosso e di nero avanzava lottando furiosamente, sempre inghiottito e sempre ri­sorgente dai flutti. Si vedeva il cavallo fendere le acque col petto e la criniera rialzata e il santo incitarlo con la voce e gli sproni, solle­vando le briglie sulle creste spumose. Stavano già tagliando il filo della corrente, quando apparve un albero gigantesco, col tronco pun­tato sui fianchi della bestia. Ancora un momento e avrebbe travolto ogni cosa.

« Madonna, aiutalo! », gridarono i due uomini dalla sponda, con le braccia al cielo; poi, credendolo irrimediabilmente perduto, si por­tarono le mani ai capelli, urlando:

« Ahi, fratel Gerardo ! ».

Ma il santo, placidamente, rispose: «Non temete, ché mo' si scosta! », e tracciò in quella direzione un segno di croce. Miracolo ! In un baleno l'albero piegò bruscamente verso destra, lasciando in­coluini cavallo e cavaliere.

Dalla sponda finalmente raggiunta, Gerardo sollevò le braccia al saluto, gridando ai due accompagnatori : « Ora andate con Dio! Non c'è più pericolo! ».

E si allontanò sotto il sole morente.

19

IL DIAVOLO VALLETTO

La crisi temuta dal vescovo Teodoro Basta cominciò a travagliare davvero il monastero di Ripacandida in sul finire del 1752. E noi la possiamo seguire, almeno approssimativamente, attraverso le poche lettere di S Alfonso alla madre Maria di Gesù; ma queste lettere presuppongono naturalmente le precedenti informazioni ricevute dalla Priora, sulla quale ricade; quindi, la responsabilità della valutazione dei fatti suggerita da quei documenti. Sembra, dunque, che in un primo tempo i Carmelitani, sollecitati dal vescovo, abbiano imposto di autorità le costituzioni e "il cerimoniale dell'Ordine, poi, davanti alla resistenza unanime e tenace delle suore, abbiano fatto marcia indietro, disinteressandosi completamente del monastero che poté tornare alle proprie costumanze. Contemporaneamente, deve esserci stato un tentativo del confessore, anche questo d'ispirazione vescovile, di ridurre la frequenza della comunione. E anche qui la resistenza .delle suore fece cadere ben presto le nuove disposizioni.

Questa resistenza era impersonata dall'intrepida Priora verso cui si appuntarono gli strali dei riformatori e di chi parteggiava per loro. Ella fu giudicata una fanatica, vittima della sua fantasia e delle suggestioni diaboliche. Alla stessa stregua furono giudicati i carismi e le rivelazioni di cui era favorita da Dio. Tali giudizi non potevano non influire negativamente sul morale della Priora che, come tutte le anime buone, era portata a sottovalutare le proprie qualità e a temere soverchiamente di se stessa.

Per sua fortuna, il vescovo aveva già abrogate le precedenti disposizioni sulla corrispondenza epistolare e lei potette, ancora una volta, ricorrere ai consigli saggi e illuminati di S. Alfonso, strenuo difensore dell'osservanza pura e semplice, senza attenuanti di sorta.

Questi, il primo dicembre del '52, così le scriveva : « Lasciate venire Teresiani, Domenicani ecc... e quanti vogliono; non vi partite da quello che vi ho scritto (Lettere, 1, 200).

E il seguente febbraio, ancora più energicamente: « Arrocca­tevi e state forti e dite risolutamente a Monsignore, al Teresiano, e a tutti, che voi avete professata la Regola di Santa Teresa e quella puntualmente, ad litteram, volete osservare; e niuno può allargarvi. Il Teresiano parlerà forse, perché così si è allargata la Regola per le Monache loro; ma voi non volete fare la Regola delle Monache, ma di Santa Teresa. E state forti, ché Gesù Cristo e Maria vi aiu­teranno» (Lettere, 1, 211).

Col fervore dell'osservanza, egli voleva ristabilire anche l'uso della comunione frequente e intervenne presso il vescovo in que­sto senso : « Io ho fatto fracasso con Monsignore » (Lettere, I, 208), ma purtroppo senza risultato.

Di pari passo, rinsaldava lo spirito della madre Priora, sbattuto da tante prove : « Per quello che mi soggiungete che state con tanti timori e dubbi e che tanti Padri vi chiamano illusa e ingannata, mi consola più questo che se sentissi che aveste risuscitato dieci morti. Tutto ciò mi assicura che non siete illusa né ingannata... Questi Pa­dri l'hanno fatto con buon fine servendosi della regola generale che le anime favorite bisogna umiliarle e tenerle sotto terra, acciò non cadano in superbia. Ma questa regola non va per l'anima vostra... Che paura c'è che il demonio vi inganni ? Che demonio, che demonio ? È Dio, è Dio che vi assiste e vi sta attorno, perché vi vuole tutta sua». (Lettere, I, 212-13).

Mentre il fondatore sosteneva l'eroica religiosa con tanta umana partecipazione ai suoi dolori, un altro redentorista affiancava da vicino l'azione morale del santo, portando nella controversia il proprio senso equilibratore e il proprio ascendente personale : il padre Fiocchi. Il suo successo fu enorme : la Priora e le suore credettero d'aver trovato finalmente l'uomo provvidenziale che poteva sanare tutti i loro mali e ristabilire la primitiva osservanza. Ripiene di com­mossa ammirazione, ne scrissero a Sant'Alfonso, chiedendolo, a gran voce, come confessore straordinario e patrocinatore della loro causa presso il vescovo, ma la risposta fu assolutamente negativa: «In quanto alla richiesta di accordarvi il Padre Fiocchi per istraordmario due o tre volte l'anno, questo come lo posso accordare se espressa­mente è contro la Regola ?... Non mi è permesso far cosa contro la nostra Regola». (Lettere, I, 210).

Il richiamo ai principi era inequivocabile: ma il santo aveva un senso pratico troppo sviluppato per non trovare una soluzione con­tingente che, salvando la regola, lasciasse una porta aperta all'opera del padre Fiocchi: « Io permetto e godo», scriveva un mese dopo la precedente alla stessa Priora, « che il Padre Fiocchi vi risponda in tutti i vostri dubbi, e gli permetto ancora che qualche volta anche venga a trovarvi». (Lettere., I, 212).

Così, senza averne la veste ufficiale, il padre Fiocchi divenne il consigliere e il protettore delle suore.

La sua azione fu essenzialmente conciliativa, intesa, da una par­te, a strappare tutte le concessioni possibili all'autorità ecclesiastica, e, dall'altra a, riportare la calma nell'ambiente interno del monastero. E il duplice fine fu raggiunto, almeno parzialmente, fin dagli inizi dell'anno 1753. Infatti, il 23 febbraio Sant'Alfonso si congratulava con la madre Priora : « Mi consolo che state rimettendo l'osservanza. Fatelo e state forte». (Lettere, I, 210).

Ma, per arrivare a questo punto, c'era voluta la tenacia incrol­labile del padre Fiocchi, che aveva dovuto scalzare, l'uno dopo l'altro, tutti gli ostacoli: primo, il verdetto dei Carmelitani che gravava, come una condanna, sulla Priora. Questo verdetto aveva dovuto produrre una dolorosa sorpresa anche sul vescovo se questi, nono­stante la stima che nutriva per quei religiosi, s'indusse a riesaminare la faccenda insieme col padre Fiocchi di cui conosceva la prudenza e l'esperienza pastorale. Discussero a fondo la cosa, ma, quando erano sul punto di partire per Ripacandida, Monsignore ebbe un'idea che sconvolse tutti i piani precedenti. Pensò che, trattandosi di dare un giudizio su fenomeni che trascendevano l'esperienza e toccavano la sfera del soprannaturale, sarebbe stato meglio chiedere anche il pa­rere di Gerardo. Egli, godendo degli stessi privilegi mistici della madre Maria di Gesù, avrebbe potuto dire una parola forse decisiva.

Il padre Fiocchi diede il consenso e spedì, a tutta velocità, un corriere a Lacedonia : in serata, Gerardo era a Melfi.

Seppe mai il santo il motivo della chiamata ? Crediamo di no. Né i due avevano interesse a rivelarglielo, né lui era uomo da do­mandarlo. Sapeva che il suo ufficio era di servire, e non trovò affatto strano d'essere stato chiamato per questo. A Ripacandida avrà par­lato, come al solito, con la madre Priora, emulandone gli ardori verso Dio. Quando, dopo uno di questi colloqui, il superiore o il vescovo avranno fatto cadere, ad arte, in sua presenza, il discorso sulla re­ligiosa, per provocarne un giudizio, egli sarà stato felice di esprimere la sua ammirazione entusiasta per quell'anima grande, posseduta da Gesù. Poi avrà ripreso il suo posto di umile servitore, soddisfatto dei disprezzi. Si racconta, a tal proposito, che mentre un giorno il p. Fiocchi s'intratteneva con le suore alle grate, vedendo entrare fratel Gerardo, lo cacciò via, dicendogli: « E tu che vuoi ? Passa via, faccia da diavolo ! ».

Poi, mentre egli si allontanava col sorriso sulle labbra, rivolto alle suore, soggiunse : « Ha la faccia di Gesù Crocifisso ! ». Tornarono a Melfi, soddisfatti di quello che avevano veduto e udito: poi il padre Fiocchi proseguì per Deliceto. Avrebbe voluto condurre con sé anche Gerardo, ma dovette cedere alle insistenze del vescovo che lo scongiurava di lasciarglielo ancora per qualche giorno.

Furono giorni indimenticabili per Monsignore che avrebbe vo­luto prolungarli all'infinito, ma si trovò di fronte alla decisione fer­ma e irrevocabile del santo. Invano addusse il pretesto del tempo cattivo e delle strade impraticabili per la pioggia dei giorni prece­denti : ormai la data fissata dal padre Fiocchi era scaduta e bisognava ubbidire a ogni costo.

Pranzarono, poi il vescovo si ritirò nei privati appartamenti, confidando, come disse celiando ai domestici, nel buon senso di Ge­rardo. Ma Gerardo il buon senso lo aveva rimesso nelle mani dei superiori: perciò inforcò gli arcioni e si mise in cammino.

Un pigro solicello invernale si posava sulle colline, sui cocuz­zoli bianchi di case, sulle serre giallicce e sui vigneti. Faceva quasi. caldo. Ma dai monti vicini avanzava una nuvolaglia bassa che ra­deva la terra, zuppa d'acqua, e qua e là allagata. La nuvolaglia avan­zava, avanzava sempre, finché confuse cielo e terra con un colore aspro e pungente. Poi le prime gocce cominciarono a cadere.

Gerardo raggiunse un ponte sull'Ofanto, forse Ponte S. Venere e piegò a sinistra con l'intenzione di pernottare a Lacedonia. Lasciò la carrareccia, inoltrandosi per una pista fangosa, appena segnata tra le tamerici e gli arbusti. Camminò, camminò al buio, sotto la piog­gia che infittiva sempre più. Credeva di avvicinarsi alla città e in­vece si trovò smarrito in un burrato franoso, al limite di una bosca­glia di olmi e di salici, serrato alle spalle dal fiume che rumoreggiava paurosamente, come bestia ferita. I lampi squarciavano i lividi pan­tani e li rendevano più cupi. Che fare ? Dove andare ?

Mentre rifletteva, tra lampo e lampo, un'ombra minacciosa si drizzò davanti alla criniera del cavallo. Era un uomo e anche nella sua ammirazione entusiasta per quell'anima grande, posseduta da Gesù. Poi avrà ripreso il suo posto di umile servitore, soddisfatto dei disprezzi. Si racconta, a tal proposito, che mentre un giorno il p. Fiocchi s'intratteneva con le suore alle grate, vedendo entrare fratel Gerardo, lo cacciò via, dicendogli: « E tu che vuoi ? Passa via, faccia da diavolo ! ».

Poi, mentre egli si allontanava col sorriso sulle labbra, rivolto alle suore, soggiunse : « Ha la faccia di Gesù Crocifisso ! ». Tornarono a Melfi, soddisfatti di quello che avevano veduto e udito: poi il padre Fiocchi proseguì per Deliceto. Avrebbe voluto condurre con sé anche Gerardo, ma dovette cedere alle insistenze del vescovo che lo scongiurava di lasciarglielo ancora per qualche giorno.

Furono giorni indimenticabili per Monsignore che avrebbe vo­luto prolungarli all'infinito, ma si trovò di fronte alla decisione fer­ma e irrevocabile del santo. Invano addusse il pretesto del tempo cattivo e delle strade impraticabili per la pioggia dei giorni prece­denti: ormai la data fissata dal padre Fiocchi era scaduta e bisognava ubbidire a ogni costo.

Pranzarono, poi il vescovo si ritirò nei privati appartamenti, confidando, come disse celiando ai domestici, nel buon senso di Ge­rardo. Ma Gerardo il buon senso lo aveva rimesso nelle mani dei superiori: perciò inforcò gli arcioni e si mise in cammino.

Un pigro solicello invernale si posava sulle colline, sui cocuz­zoli bianchi di case, sulle serre giallicce e sui vigneti. Faceva quasi. caldo. Ma dai monti vicini avanzava una nuvolaglia bassa che ra­deva la terra, zuppa d'acqua, e qua e là allagata. La nuvolaglia avan­zava, avanzava sempre, finché confuse cielo e terra con un colore aspro e pungente. Poi le prime gocce cominciarono a cadere.

Gerardo raggiunse un ponte sull'Ofanto, forse Ponte S. Venere e piegò a sinistra con l'intenzione di pernottare a Lacedonia. Lasciò la carrareccia, inoltrandosi per una pista fangosa, appena segnata tra le tamerici e gli arbusti. Camminò, camminò al buio, sotto la piog­gia che infittiva sempre più. Credeva di avvicinarsi alla città e in­vece si trovò smarrito in un burrato franoso, al limite di una bosca­glia di olmi e di salici, serrato alle spalle dal fiume che rumoreggiava paurosamente, come bestia ferita. I lampi squarciavano i lividi pan­tani e li rendevano più cupi. Che fare ? Dove andare ?

Mentre rifletteva, tra lampo e lampo, un'ombra minacciosa si drizzò davanti alla criniera del cavallo. Era un uomo e anche nerboruto. S'intuiva dalla maschia voce che finì in una risata sardonica « Ecco cosa guadagni a far sempre di tua testa! Hai disubbidito al superiore e al vescovo. Sei in peccato e Dio non ti può perdonare ».

In un baleno, Gerardo corse col pensiero al padre Fiocchi, a mores. Basta: riudì le loro parole. Le soppesò davanti a Dio. Le aveva violate ? Era mai possibile ? La terra gli tremò sotto i piedi. Ma fu un momento; una luce soprannaturale lo illuminò ; vide e comprese: aveva di fronte il demonio.

Allora ravvolse il capezzone nel pugno e glielo gettò addosso, dicendogli: « Brutta bestia, io ti comando in nome della SS. Trinità e di Maria Santissima, di condurmi sano e salvo fino a Lacedonia ». Il demonio, a testa bassa, ubbidì.

Mentre cavalcava con quella strana compagnia, Gerardo ri­pensava forse a tutte le volte che si era azzuffato con lui. Dagli scontri nella cattedrale di Muro, a quelli più frequenti e recenti nel collegio di Deliceto. Una volta il demonio l'aveva abbracciato, stretto stretto, in mezzo al corridoio, come per soffocarlo; un'altra volta aveva minacciato di squartarlo ; un'altra volta, mentre faceva la cucina, gli si era buttato addosso in forma di mastino rabbioso, ar­rotando le zanne e sospingendolo verso il fuoco. Gerardo aveva ri­sposto con lo scherno alle minacce: « Voi potete abbaiare, ma non farmi alcun male, perché il mio Dio mi aiuta».

Anzi una volta - questa la racconta il Tannoia - vi era festa a Deliceto e si erano raccolti davanti alla chiesa capannelli di pastori e mercanti che parlottavano tra di loro con la giacca gettata sulla spalla e i berretti tirati sull'orecchio.

In disparte si notavano due zerbinotti eleganti, coi capelli ina­nellati e le lattughe bianche sul petto. Si movevano in silenzio come due sentinelle e nessuno sapeva che facessero e donde fossero venuti. Solo Gerardo lo seppe, perché, dalla porta della chiesa, gridò loro : « E voi che fate qui ? Andatevene per i fatti vostri! » E al­l'istante sprofondarono nell'inferno.

Sempre, dunque, più che vittorioso, il santo era stato un trion­fatore. Ma ora la sua vittoria era più completa: il diavolo diveniva suo valletto. Eccolo lì, marciare a testa bassa davanti al cavallo, docile, ubbidiente e timoroso.

A un certo punto Gerardo credette intravedere la sagoma della chiesa della SS. Trinità e le prime case di Lacedonia. Allora congedò la guida e spronò verso il portone dell'amico Cappucci : erano lo dieci di notte.

Don Costantino sedeva accanto al caminetto con la famiglia ; le ultime vampe si spegnevano ed, egli stava per andare a letto, quando udì un colpo al portone. « E il vento », pensò, continuando la sua conversazione. Ma il colpo si ripetette più forte.

« Chi sarà a quest'ora ? ». Aprì la finestra, investito dalla piog­gia e dal vento.

« Chi è ? ». Non si vedeva la mano davanti agli occhi. « Chi è ? », ripeté con la voce mozzata dal vento.

« Sono io, fratel Gerardo ».

« Figlio mio, con questo tempo! », e si precipitò con la lanterna, mentre il figlio maggiore, Francesco, prendeva in custodia il cavallo e la signora Emanuela gettava nuova legna sul fuoco.

Quando Gerardo si fu accomodato sulla scranna, don Costan­tino non poté fare a meno di squadrarlo da capo a piedi: era bagnato come un pulcino, con l'estremità della veste coperta di fango.

« Caro fratello, come mai a quest'ora, e con questo tempo ? Solo un diavolo poteva aiutarti a rintracciare la via, un diavolo o un angelo del cielo ».

« Questa volta è stato un diavolo ! », rispose ridendo.

« Bene, bene, sentiamo! », soggiunse don Costantino. Intanto il figlio maggiore era tornato e la famiglia si era raccolta attorno al focolare.

Gerardo cercò di stornare il discorso, ma don Costantino, tra il serio e il faceto, gli disse: « Caro Gerardo, in convento tu ubbidisci al superiore, ma qui faccio io da superiore. E devi ubbidire a me ».

Solenne sul suo seggiolone a bracciuoli, avvolto in una palan­drana, sembrava davvero l'abate di un monastero.

Tutti risero, non il santo. La parola ubbidienza, anche pronun­ziata per celia, conservava per lui tutta la sua efficacia.

Piegò, dunque, il capo e parlò.

20

COLOMBI E SPARVIERI

L'arrivo degli undici studenti di teologia, avvenuto nell'autunno del 1752, non era fatto per agevolare l'approvvigionamento di De­liceto, specialmente nei mesi invernali, quando il collegio, tagliato fuori dalle piogge e dalle nevi, sembrava una livida scogliera riemersa dal naufragio del mondo. Allora Gerardo scendeva dai monti e ri­vedeva, l'una dopo l'altra, le diverse centrali della carità che aveva disseminate lungo l'arco del Vulture e in mezzo alla pianura pu­gliese.

Ma, più che le colline del Vulture, in questa stagione amava percorrere la pianura pugliese, relativamente meno impervia, rag­giungendo, da Foggia, i borghi popolosi della zona. Foggia diveniva la base delle sue operazioni, il conservatorio della Crostarosa l'asilo prediletto della sua anima. Vi si portava con sacro entusiasmo, trasformandolo nel cenacolo dell'amore e nella cittadella del miracolo. Tanto che le suore, i sacerdoti, lo stesso vescovo di Troia, mon­signor De Simoni, travolti da quell'onda prepotente di divino che sublimava i suoi gesti e le sue parole, avevano finito per investirlo d'ogni privilegio e autorità. Lo lasciavano parlare alle educande e alle suore, penetrare nella clausura, assistere le inferme, consolare le moribonde. Eppure di questa libertà nessuna suora, nessuna alunna, ebbe mai a meravigliarsi, a giudicarla soverchia. Lo assi­curano unanimi le discepole della Crostarosa nei processi apostolici. Tanto era l'alone spirituale che lo circondava, tanti i miracoli operati dalla sua parola. Una parola delle più semplici, che trattava gli ar­gomenti più comuni, come il dolore dei peccati, l'obbligo di amare il Signore, ma una parola lievitata da tale forza di persuasione e da tale carità che produceva effetti immediati e duraturi. Qualche volta tali effetti erano davvero sconvolgenti, come quando educande e suore cadevano in ginocchio, supplicandolo d'ascoltare le loro con­fessioni e lui le scongiurava con le braccia al cielo : « Ma figliuole, cosa dite, cosa fate ? Io non sono un sacerdote ; sono un povero laico ignorante».

La stessa semplicità convincente e meravigliosa lo accompa­gnava al capezzale delle inferme. Sembrava lo stesso Gesù che con­fortava e sanava.

Un giorno fu introdotto presso una suora conversa: era stesa sul giaciglio, la faccia gialla, cadaverica; le occhiaie sprofondate. Respirava appena. « Poverina! », si sussurrava, « ne avrà per poco tempo ». Ma Gerardo le tracciò sulla fronte una croce e le ridonò la vita.

Un altro giorno fu la volta di un'educanda: spiccava appena sul lettino bianco il leggiero incarnato del viso : gli occhi ardevano dalla febbre. Smaniava, invocando la mamma che, purtroppo, era lontana e l'avrebbe riabbracciata cadavere.

Gerardo le diede uno schiaffetto sulla guancia e : « Via su, pol­trona », le disse, « cerca di star bene!». Subito gli occhi della fan­ciulla tornarono a sorridere sul visino smunto.

Con la stessa gioia, con la stessa tranquilla semplicità con cui faceva rifluire la vita nei corpi languenti, annunziava la presenza dell'angelo alato della morte, perché le suore riattivassero la loro lampada e uscissero incontro allo Sposo.

Un giorno, sul più bello d'un discorso, la parola gli morì sulla lingua e fissò una suora tozza e gagliarda che crepava di salute; una pausa di silenzio, poi: « Dimmi, sorella», le chiese, mentre la po­verina si faceva rossa, più della veste che portava, « dimmi: ti con­fessi spesso, non è vero ?... Sì, sì, così va bene. Stai sempre unita con Dio, perché si avvicina l'ora della resa dei conti».

La suora ne fu leggermente turbata; poi, accogliendo l'ammo­nizione, si ricompose nella preghiera : non passarono otto giorni ed era volata all'eternità.

Queste rapide battute, a base d'introspezioni, profezie e mi­racoli, non devono farci dimenticare il lato umano del santo, cioè quelle qualità naturali che egli metteva al servizio del sopranna­turale, quel suo modo d'insinuarsi nelle anime, di coglierne con occhio discreto le vaghe aspirazioni, di trarre profitto dalle loro inclina­zioni e magari dai loro difetti, pur di raggiungere la meta prefissa. Era una tattica che usava di preferenza con le alunne, le quali andavano gradatamente informate alla virtù e alla scelta del proprio stato. Erano generalmente rampolli di nobili famiglie che si educa­vano all'ombra del chiostro, in attesa di tornare nel mondo con le prospettive più lusinghiere. Da ciò, un certo dualismo nelle loro anime: innocenti, non potevano non sentire il fascino delle cose ce­lesti; sulle soglie dell'adolescenza, avvertivano già i brividi di se­grete aspirazioni verso la felicità e l'amore terreno. E procedevano nella vita con gli ondeggiamenti dell'età, oggi tutte di Dio, domani tutte del mondo, senza sapere quale delle due tendenze dovesse prevalere in loro.

Il santo le seguiva attentamente, sollecitando l'azione della grazia con un ardore, un'insistenza che alle volte possono apparire perfino esagerate. Quale meraviglia ? Gli sembrava assurdo che, una volta conosciute le vanità della terra e la bellezza del cielo, si potesse esitare un istante nella scelta.

Un giorno, osservò tra le educande una fanciulla bruna, dagli occhi ardenti e vivaci, tutta guizzi nella personcina leggiera, nei gesti, nella voce, e le rivolse la parola: « Come andiamo, piccina ? Sei contenta di star qui ? ».

La fanciulla arrossì e tacque ; poi, alle sue insistenze, si fece ardita e lo fissò con due occhietti lucidi e biricchini in cui si leggeva chiaramente una risposta negativa. Oh no, come poteva essere con­tenta tra quelle mura gelide e spoglie ? Aveva una mamma, una casa nella sua San Severo e le rivedeva tante volte al giorno...

Il santo sorrise: « Ma questa è la casa di Gesù, qui vi sono le sue spose... ».

Geltrude di Cecilia non riuscì a frenare una risatina e scappò via con un frullo d'ala. Ma Gerardo ormai l'aveva ghermita ; non la lascerà più.

Una mattina l'inseguì con lo sguardo, mentre dal confessionale si dirigeva a passi lenti verso la balaustra, maestosa come una ma­trona, e la fece chiamare. Venne un po' indispettita, fermandosi a una certa distanza, con aria interrogativa. Ma Gerardo, accostatosi a lei, con la voce smorzata come un soffio, le disse : « Figliuola, perché non ti confessi bene ? Perché hai taciuto questo peccato al confes­sore ? Và, va, confessati bene. Anzi, segui il mio consiglio: fai una confessione generale e mettiti in grazia di Dio ».

La fanciulla divenne di bracia e partì senza rispondere. Fu ri­chiamata dopo qualche giorno e questa volta ci mancò poco che non scoppiasse in lacrime. Avrebbe voluto dire: «Perché ce l'ha proprio con me ? », ma non disse nulla. Quale però non fu la sua sorpresa quando si senti dire col più buono dei sorrisi : « Figliuola, ora è troppo ! Ti sei confessata e confessata bene. Mettiti, dunque, l'anima in pace, perché sei in grazia di Dio».

Da quel giorno, quando il santo capitava a Foggia, non man­cava mai d'incoraggiare la brava Geltrude che cresceva ricca di belle speranze, ma con la fantasia che era un alveare di sogni. L'ultima parola è della grazia, egli pensava, e attendeva. Intanto le dimo­strava un affetto, una tenerezza, una stima, come già la vedesse sposa di Cristo. Una volta le chiese di cantargli una canzoncina spirituale, ma ella ammutoli aggrottando le sopracciglia nerissime, e nascon­dendosi dietro le compagne.

« Su, su, da brava, non fare la smorfiosa ! », le dicevano insieme le suore.

Finalmente si fece avanti, col volto coperto tra le palme gras­socce e intonò la nota arietta del Metastasio : « Se Dio veder tu vuoi... ».

Tutti furono intenti ai trilli movimentati della ragazza e nes­suno si accorse di nulla. Ma quando con l'ultima nota l'attenzione tornò a Gerardo, questi era come sospeso, gli occhi sbarrati, senza respiro, nell'estasi. E vi restò per molto tempo.

Si riebbe con un'idea : preparare un piccolo melodramma di carattere sacro che servisse a ricreare lo spirito e sollevarlo in Dio. L'idea fu accolta con entusiasmo ed egli si mise al lavoro. Scelse il soggetto, la passione del Signore, ed era il più conforme ai suoi ideali: anime innocenti abbracciavano la Croce e seguivano il Mae­stro per morire sulla stessa vetta con Lui. Distribuì le parti ; provò e riprovò finché la materia non divenne sentimento ; il gesto, parteci­pazione ; il canto, preghiera meditata e sofferta.

L'effetto fu lusinghiero : i presenti si commossero fino al pianto. Specialmente la nostra Geltrude che, più delle altre, aveva accompa­gnato il Maestro nell'azione drammatica, supplicandolo di renderla degna della stessa passione. Come se la preghiera musicale fosse stata accolta, da quel momento si produssero in lei nuovi sentimenti e nuove idee. Cessò, come per incanto, la ripugnanza per il chiostro ; poi affiorò una certa attrattiva, un certo desiderio sempre più deter­minato per la vita religiosa. E il santo accompagnava attentamente questa lenta evoluzione, senza affrettarne i tempi. Un'ammonizione, un incoraggiamento, una parolina di sfuggita, di quelle che s'im­primono come una freccia nell'anima, poi silenzio : « Sorella, facciamoci santi !». E il suo volto assumeva un'espressione estatica che la lasciava incantata. Finalmente il colpo decisivo : « Figlia mia, se tu abbandoni questo luogo, correrai pericolo evidente di dan­nazione : te lo dimostreranno le prime colpe ».

Il volto del santo era divenuto serio serio, tanto che la fanciulla ebbe un brivido e una nuvola passò sui begli occhi innocenti. Pregò, rifletté e si decise per il chiostro, portandovi la stessa vivacità di carattere, lo stesso ardore di sentimento. Era di quelle che credono di farsi sante in due giorni con le macerazioni e i digiuni e dovette scontare le conseguenze della sua precipitazione : una forma acuta di esaurimento che la costrinse a tornare in famiglia.

Partì con rimpianto: poi, condotta per svago da un luogo al­l'altro, cominciò le sue piccole avventure e gli occhi le si aprirono su un mondo sconosciuto. Allora addio, monastero ; addio, suore dai manti azzurri sulla tunica rossa! Geltrude s'incamminava su una nuova strada con l'ansia di percorrerla fino in fondo.

Ma una sera, tornata a casa col brivido di nuove sensazioni che l'avevano affascinata e sconvolta, attirata e respinta, sola, nel buio della sua cameretta, fu presa da improvviso terrore, come se si fosse affacciata sull'orlo di un abisso senza fondo : ancora una spinta e vi sarebbe precipitata. Allora riandò col pensiero agli anni sereni dell'innocenza, quando coi capelli inanellati si moveva per il chiostro muto e solenne, tra le suore che andavano e venivano, rigide e gravi. Ed ecco, a un tratto, un frate pallido, i grandi occhi scintillanti sul volto affilato : si curvava ancora su di lei e le sussurrava con la voce di una volta : « Se tu abbandoni questo luogo, correrai pericolo evi­dente di dannazione; te lo dimostreranno le prime colpe ».

Si riscosse spaventata : « È vero, è vero », gridò, « sono sulla via della perdizione ».

Il nuovo giorno la trovò mutata : gettò all'aria gioielli e vesti preziose e tornò di corsa all'antico monastero, dove perseverò fino alla morte, nell'esercizio delle virtù più eroiche.

Tale era l'apostolato che Gerardo svolgeva nel conservatorio di Foggia, tra quelle anime innocenti che indirizzava alla pietà. Ma la sua gioia era completa quando poteva ritrovarsi con la madre Cro­starosa e gareggiare con lei in atti d'amore verso Dio. Chissà quante volte la grata si sarà illuminata e riscaldata al riverbero delle loro anime ardenti ! Chissà quante volte Gerardo avrà dovuto sospendere quelle conversazioni con rapimenti e salti di gioia ! E chissà quante volte la Madre, matura di anni e di esperienza, avrà cercato di moderare, magari con un sorriso indulgente, i propositi eroici del santo che avrebbe voluto stringere il mondo nella morsa della sua carità! Usciva da quei colloqui trasumanato nelle sue aspirazioni e nella sua sete di sofferenza. Dio non mancò di esaudirlo.

Un giorno se ne tornava a cavallo verso Deliceto con le briglie quasi abbandonate e gli occhi perduti verso il cielo immacolato. Percorse, senza accorgersene, tutta la distesa del Tavoliere fino alle ultime ondulazioni argillose e giunse nelle vicinanze della Castel­luccia, dove muore la valle e sorge la collina. Il cavallo infilò, come al solito, la scorciatoia che tagliava un vasto campo di grano del duca di Bovino. La sapeva ormai a memoria quella strada e Gerardo lo lasciò fare, andando avanti per forza d'inerzia, col mento all'aria, gli occhi socchiusi, assorto in un pensiero profondo di meditazione e di preghiera. Ma a un certo punto si sentì salutare alle spalle da una stangata tremenda. Non vide più nulla e cadde tra i solchi. Quando rinvenne, si vide addosso due occhi infuocati e una bocca spalancata e bavosa che urlava: « Ah ci sei incappato! Da tanto tempo cercavo un monaco per farmene una scorpacciata e proprio tu ci dovevi capitare! ».

Le mani stringevano ancora le canne di un archibugio e col calcio continuava a infuriare sulla vittima abbattuta. La quale si rag­gomitolò in se stessa, puntò i gomiti a terra, si mise in ginocchio, congiungendo a stento le mani e disse con l'ultimo filo di voce

« Batti, fratello mio, batti, ché hai ragione! ».

E il guardiano continuava a imperversare, gridando e sbavando sul malcapitato : « Non ci vogliono scuse! ».

Poi, raddrizzata l'arma, si mise a punzecchiarlo con la punta della canna, tra un'irrisione e l'altra. Quando fu stanco del triste giuoco, puntò il calcio per terra, vi si appoggiò e si fermò a guardare quel povero monaco sempre sereno, sempre composto, sempre in ginocchio, con le mani giunte, che non faceva che ripetere: « Batti fratello mio, batti, ché ne hai ragione ! ». Questo non era un uomo, ma un santo del paradiso.

Allora un nuovo pensiero lo invase. Dalla furia all'irrisione al rimorso il passo fu breve. Gettò l'arma, si buttò anche lui in ginoc­chio tra le porche di grano, gridando con voce contraffatta dai sin­gulti : « Perdonami ! ». E si dava grandi schiaffi sulla faccia abbron­zata di galeotto, esclamando : « Che cosa ho fatto ! Ho ucciso un santo ! ». Gerardo fece ancora uno sforzo e l'abbracciò, dicendo « Perdonami, non l'ho fatto apposta a passare in mezzo al grano ».

E l'altro, rialzandolo da terra: «No, no, tocca a me chiedere perdono ! ».

Lo rimise in sella e lo accompagnò fino a Deliceto, sostenendolo con ambedue le mani. Gerardo, intanto, incurante delle trafitture che gli cagionavano le ferite, gli parlava di Dio e dell'anima e lo di­sponeva a una buona confessione. Giunto in collegio, lo affidò al superiore con queste parole: « Son caduto da cavallo e lui mi ha sorretto fin qui. Lo raccomando alla sua generosità ».

Poi lo chiamò in disparte e gli disse: « Quello che hai fatto a me, non farlo ad altri: te ne potresti pentire».

E se ne rimase tranquillo a letto con una costola rotta.

Il guardiano riacquistò la pace con una buona confessione e continuò a frequentare il collegio finché, ripreso dalle antiche abi­tudini, non ricominciò a maltrattare i passanti. Ma non tutti ave­vano la virtù di Gerardo.

Un giorno assalì un laico dei Minori Osservanti, il quale, visto il pericolo, si buttò da cavallo, chiedendo pietà per San Francesco e Sant'Antonio. Ma, arrivatogli vicino, con un salto felino, gli strappò di mano il fucile e, usandolo a guisa di bastone, gliene diede tante e poi tante da lasciarlo mezzo morto sul campo. Allora, spezzato lo schioppo, corse dal duca che villeggiava non troppo lontano e gli raccontò l'accaduto. Come prova, si scoperse le spalle, mostrando le percosse ricevute. Il duca, commosso, gli fece un'abbondante ele­mosina, e congedò il guardiano brutale che fu ucciso poco dopo in rissa con un colpo di fucile. Solo Gerardo lo pianse, Gerardo che por­tava ancora nella carne le conseguenze di quell'incontro e le porterà fino alla morte. Da quel giorno infatti la sua salute divenne più cagionevole e i disturbi più frequenti. Ma i santi si vendicano così.

21

LA GRANDE EPIFANIA

Le opere di Dio, anche le più meravigliose, stupiscono per l'umiltà delle loro origini: fiumi regali, scaturiti da minuscoli rivi, seppelliti nelle viscere della terra. È Dio che vuole così, perché nes­suna creatura possa insuperbirsi davanti a Lui.

Insuperbirsi ! Ecco una parola che non poteva comprendere il nostro Gerardo. « L'uomo», diceva, « non può nemmeno dire: io mi umilio, o io mi abbasso. È troppo umile per umiliarsi; troppa basso per abbassarsi».

Forte di questo principio, fatto carne e sangue suo, egli ha oc­cupato costantemente l'ultimo posto nella scala sociale, si è adeguato alla terra. Perciò il Signore lo ha imposto all'ammirazione dei po­poli. Prima, ai singoli individui, poi alle collettività intere, trasfor­mando la sua azione in apostolato vero e proprio, di quello che getta la rivoluzione nelle città e nelle campagne.

Il passaggio a questa nuova forma di apostolato, più esplicito e continuativo, avviene proprio adesso, nella primavera del 1753, in occasione d'uno dei soliti viaggi caritativi, compiuto questa volta nella città di Corato. Il viaggio, per un seguito di circostanze prov­videnziali, diventa una vera missione che cambia il volto di una città popolosa e lo addita ai superiori e ai vescovi come l'apostolo e il taumaturgo per eccellenza. Per questo, il Rettore di Deliceto gli affida un gruppo di studenti in partenza per un lungo pellegri­naggio ; il padre Cafaro lo manda come paciere a Castelgrande ; il vescovo di Melfi lo reclama nella sua diocesi, perché dice: « Ora conosco che Gerardo è veramente santo»; il vescovo di Lacedonia, durante un fiero contagio, lo vuole nella sua città, medico dei corpi e delle anime. Tutto in conseguenza del viaggio trionfale di Corato che è stato la grande rivelazione di Gerardo.

Quale lo scopo del viaggio ? Non lo sappiamo. « Fu a Corato », ci dice il padre Caione, « per non so quali affari, in casa dei signori Papaleo, e furono più le opere prodigiose che fece, che i passi che diede ». Così risalta anche meglio la sproporzione tra i fattori umani e l'intervento divino. Il quale cominciò a manifestarsi prima ancora che il santo raggiungesse la meta.

Infatti, dopo un lungo viaggio, si era già accostato alle ultime ondulazioni che cingono la città. Il paesaggio era monotono, ma, tra il biancheggiare delle ghiaie e il lividore delle frane, squillava l'az­zurro degli ulivi e l'arco cristallino del cielo.

Vi saliva il nostro santo sulle ali della preghiera, quando scorse al margine della strada un massaro che si torceva rabbiosamente le mani, mugolando parole di dolore e di disperazione. Arrestò il ca­vallo: « Che c'è, buon uomo ? ».

« Che c'è ?... Che c'è ?... Non mi far parlare, tanto è inutile, nessuno ci può far niente ».

« Come, buon uomo? Tu credi che Dio non ti possa aiutare?». Quegli allungò la mano verso il campo.

« Vedi ? I topi mi hanno rovinato il grano. Quest'anno morrò di fame con tutta la famiglia ».

Si scorgevano, infatti, tra solco e solco, in tutte le direzioni, strani rigonfiamenti a fior di terra: i roditori compivano nell'ombra la loro distruzione.

Gerardo non ci pensò due volte : strappò dalla siepe una per­tica, tracciò sui seminati una gran croce e si rimise tranquillamente in cammino.

Il massaro riprese la sua geremiade, gettando un passo dopo l'altro lungo i seminati con la svogliatezza di un condannato a morte. Aveva fatto appena qualche passo, quando vide una fila di topi con le zampe all'aria, morti o moribondi. Si spostò rapidamente a destra a sinistra, in lungo e in largo: dappertutto, topi morti, o moribondi. Allora saltò sulla strada e si diede a rincorrere l'uomo di Dio, urlando a perdifiato: «Il santo, il santo! Miracolo, miracolo! ».

« Che c'è, che c'è ? ». Qualcuno sbucò dai campi, qualcuno che veniva dalla città, si fermò : in un baleno una piccola folla circondò il contadino, il quale non faceva che ripetere il miracolo dei topi. Parlava e correva e tutti lo seguivano gridando : « Miracolo, mira­colo ! Il santo, il santo ! ».

Gerardo si vide perduto: alle sue spalle, la marea montante di grida : davanti, la strada sconosciuta ; in lontananza, le prime case della città. Dove andare ? Dove abitava questo Felice Papaleo ? Non c'era tempo da perdere. Abbandonò le briglie al collo del cavallo e lo mise al galoppo. La bestia divorò la strada ed entrò, scalpitando, tra le mura di Corato, infilando una via dopo l'altra : poi si fermò di botto davanti a un portone.

Ne usciva una donna: « Buona donna», Gerardo le chiese, « sapreste indicarmi dove abita il signor Felice Papaleo ? ».

« Papaleo ? I Papaleo siamo noi. Questa è la nostra casa». E lo fece entrare.

Intanto la folla aveva messo a rumore la città. Qualcuno era an­dato e tornato dal campo del miracolo con gli occhi sbarrati dalla sorpresa. Tutti cercavano il santo, tutti volevano il santo. Dov'è, dove non è, finalmente scovarono la famiglia ospitale e la presero d'as­salto. Gerardo dovette mostrarsi e parlare. Con poche parole li spinse all'entusiasmo e alle lacrime. Da allora, la casa, il cortile, la via anti­stante fu invasa da una moltitudine d'ogni età e condizione sociale che chiedeva di vederlo e parlargli ; si apriva al suo passaggio e lo accompagnava dovunque, i ricchi accanto ai poveri, le dame alle massaie, tutti affratellati, almeno per un giorno, dalla carità di Cristo.

Ma l'afflusso principale era di sera, quando sacerdoti, signori e gentildonne, operai e contadini si avvicendavano nella casa per aver la fortuna d'intrattenersi da solo a solo con lui. Lo trovavano in uno stanzone, con gli occhi posati su un grande Crocifisso appeso alla pa­rete di fronte. Attingeva da Lui i pensieri, le parole, quella lucidità di visione per cui penetrava in ogni coscienza e vi leggeva come in un libro aperto. Vi attingeva, specialmente, quel calore interno che, qual­che volta, lo faceva rimanere estatico con la parola spezzata in bocca.

Una sera, parlando con un gentiluomo, s'interruppe, restando immobile, le pupille dilatate, senza respiro, senza movimento. Così per una buona mezz'ora; poi, con un lungo sospiro, come uscendo da un sogno, riprese il colloquio.

Verso l'una o le due di notte, congedato l'ultimo ospite, si ri­tirava nella stanza, si disciplinava aspramente, poi si gettava sul nudo pavimento che già baluginava. Si alzava dopo qualche ora, scompi­gliava coperte e lenzuola e riprendeva il lavoro : un lavoro che cre­sceva d'intensità con l'avvicinarsi della settimana santa. Passava dalla chiesa al capezzale dei malati; dalla casa Papaleo ai monasteri delle suore.

Il monastero delle Domenicane aveva bisogno assoluto di ri­forma, perché, situato lungo la strada maestra, a pochi passi dalle mura della città, era più un osservatorio che una casa religiosa. In­fatti da un magnifico belvedere si poteva contemplare l'ampia vallata sottostante, mentre da un finestrone alquanto basso si potevano contare i passi di chi entrava e usciva da Corato. Così l'aria del mondo circolava liberamente in clausura, producendo i suoi tristi effetti. C'era anche chi faceva sfoggio di vesti ricercate e di anelli preziosi. Il silenzio e la disciplina erano decaduti; la rilassatezza era generale. La priora, sulle prime aveva cercato di arginare il male; poi la sua parola era caduta nel ridicolo.

Gerardo arse di zelo. Il tempo sacro della passione gli fornì ma­teria per le sue conversazioni : di proprio ci mise tutto il fuoco del­l'anima e l'ardore degli occhi.

Un giorno, mentre parlava dell'amore di Gesù nell'affrontare la morte per noi, la fiamma, divampando all'esterno con forza irresisti­bile, gli mozzò il respiro. Dovette fermarsi, muto e tremante come un fuscello. Si abbracciò all'inferriata, con gli occhi al cielo, sotto il peso di un dolce deliquio ; poi si riscosse e chiese dell'acqua. Ne tracannò una parte ; il resto se la gettò sul petto per temperarne l'ar­sura. Spesso i suoi discorsi finivano in soliloqui amorosi con Dio, come se l'uditorio fosse scomparso dai suoi occhi.

Il prodigio fu operato : si gettarono gli anelli e le vesti raffi­nate; l'osservanza tornò a fiorire. Specialmente l'ubbidienza. Ma il santo non era ancora contento. Sapeva che i propositi più eroici non sarebbero durati se l'aria del mondo avesse continuato a circolare liberamente nel sacro recinto. Perciò volle che le suore s'impegnas­sero solennemente a non mostrarsi più all'esterno. Lo promisero. Al­lora si levò dal petto il Crocifisso e lo fece appendere nel corridoio di accesso al belvedere perché rimanesse lì a ricordare le loro pro­messe e ad ammonire le incaute.

Restava il finestrone, l'osso più duro, e bisognava battere il ferro finché era caldo. Gerardo pregò a lungo ; poi raccolse ancora una volta le suore e le portò a tal clima di fervore, che lì, a tamburo bat­tente, se ne decise, con voto unanime, la chiusura. Chi prese i chiodi, chi il martello, chi la scala e fu un risonare di colpi, uno stridere d'im­poste. In poco tempo tutto fu a posto. Allora Gerardo ordinò che vi fosse inchiodato sopra un grande Crocifisso, dicendo « Le suore che vogliono salvarsi, guardano solo Gesù Crocifisso ».

E non fu fuoco di paglia.

Passarono sette anni, quando giunsero a Corato due padri re­dentoristi, tra cui il padre De Meo. Questi, osservando il belvedere sempre deserto a qualunque ora del giorno, esclamò: « Gesù ! E che è questo ? Son tutti morti qua dentro ? ».

Il sacerdote che lo accompagnava rispose: « Sono ormai sette anni che venne qui fratel Gerardo; da allora non si vede più una suora ».

Il ricordo di quegli avvenimenti grandiosi non si spense più tra quelle mura, perchè le religiose se li tramandarono l'una all'altra, anzi qualcuna attribuiva al santo l'origine della propria vocazione. Tra le altre, due suore venerande, morte in concetto di santità : suor Maria Iacobi e suor Vincenza Palmieri, le quali, all'epoca della no­stra storia, erano ancora educande.

« Mia madre », diceva suor Vincenza, « era molto ricca e, par­tendo per Napoli, mi affidò, come educanda, alle suore. Io ero an­cora piccina, ma già pensavo con invidia alla vita galante che la mamma avrebbe condotto nella capitale : spettacoli, festini, diverti­menti. Perciò sentivo più gelide le mura del monastero. Ma verrà la mamma, dicevo per confortarmi, e avrò anch'io la mia felicità. Ma un giorno venne fratel Gerardo e mi disse : - Che uscire, che uscire ! Voi dovete esser monaca in questo monastero. - Oh non è questa la mia vocazione, risposi freddamente. - Bene, bene, soggiunse, Dio è padrone dei cuori e saprà cambiare anche il tuo. Tu sarai suora proprio in questo monastero che ora detesti e vi morrai da serva di Dio. - Da allora, non so come, cominciai a sentirmi mutata e ad amare la vita austera del chiostro. Quando venne la mamma per portarmi via, ero un'altra e mi rifiutai di seguirla, nonostante le sue insistenze ».

Morì quasi centenaria, confortata visibilmente, come si narra, dal patriarca San Giuseppe.

Col monastero delle Domenicane, Gerardo visitò quello delle Benedettine.

Qui, grazie a Dio, le cose andavano molto meglio : non c'erano abusi ; l'osservanza era in fiore. Ma egli voleva il fervore, l'eroismo, la santità, insomma quella volontà risoluta che non dice mai basta al soffio rigeneratore dello Spirito. A questo mirò con le sue esorta­zioni alla preghiera assidua, alla comunione frequente, al distacco assoluto dal mondo. E ottenne l'intento.

Non si ricordano tra queste mura opere strepitose, ma solo una profezia alla badessa Azzariti.

Era un'anima umile e pia che voleva l'esonero dalla carica. « Prega Dio», disse. a Gerardo, « che mi liberi da questa croce». Egli la fissò un momento; poi cispose: « Si, ne sarai liberata, ma solo per caricarti di un'altra croce più pesante.

E così fu. Di lì a qualche tempo, tornata al rango di semplice suora, fu colpita da una piaga cancrenosa alla gamba che la portò alla tomba dopo anni di atroci sofferenze pazientemente sofferte.

Tanto zelo, tanto fervore di apostolato doveva finire in bellezza. La sera del 20 aprile, venerdì santo, il popolo sfilava muto dietro i simboli della passione, al chiarore delle torce a vento. Precedevano uomini incappucciati coi lanternoni inastati: in mezzo avanzava un Crocifisso dissanguato, con la bocca aperta e le pupille semispente. Lo spettrale corteo attraversò le vie del paese ; poi entrò nella chiesa delle Benedettine, disponendosi a semicerchio intorno alla balaustra, mentre il coro delle suore intonava un canto di dolore e di pentimento. Questo canto, queste luci riscossero il nostra santo che pregava chissà da quanto tempo, in un angolo buia del tempio. Aprì gli occhi e si trovò a faccia a faccia col Crocifisso alto e massiccio sul quale sbatteva sanguigna la luce dei ceri. Come una potente calamita, quella visione lo attirò, lo attirò fino a portarlo ai piedi del Crocifisso, fino a sollevarlo più palmi da terra per congiungere le sue labbra con le labbra divine tra il commosso entusiasmo della moltitudine.

Era l'epilogo trionfale del viaggio. Dopo qualche giorna, Gerardo ripartiva improvvisamente, invano trattenuto da sacerdoti e genti­luomini, contadini e artigiani ai quali non faceva che ripetere: « Il superiore mi vuole; non posso restare ».

Tutti stupirono, perchè non erano giunti né lettere, né corrieri da Deliceto. Il canonico Giovio ne domandò, in seguito, spiegazione al padre Fiocchi e costui svelò il mistero della partenza subitanea egli aveva comandato mentalmente al Fratello di tornare in collegio. Partì, dunque, seguito dalle benedizioni di tutta Corato. Il ca­nonico Scoppo di Melfi si rese interprete di tali sentimenti con una relazione particolareggiata allo stesso padre Fiocchi, ripiena di am­mirazione e di stupore.

« La Divina Provvidenza », egli scrive, « ha fatto che in Corato si portasse Fratel Gerardo, inaspettatamente, anzi, per divino vo­lere, miracolosamente, per provvedere alla salute delle sue dilette creature, mentre con la sua venuta e col suo buon esempio, ha ti­rato a divozione tutto il popolo, ed ha operato stupende conversioni. I signori, le gentildonne lo seguivano a folla e la compunzione e l'ammirazione è stata somma ... Padre mio, mi si confonde la mente e mancano le parole in bocca per potermi spiegare. Vostra Riverenza non si può immaginare il concorso e il seguito che aveva per la città ; mai lo lasciavano, anzi lo portavano in mezzo, come un santo ca­lato dal Paradiso... Era una cosa meravigliosa... Ogni parola che usciva di bocca a Gerardo feriva i cuori di tutti gli astanti... Al solo proferire qualche sentimento di Dio, si vedeva il silenzio e si udi­vano i profondi sospiri, mentre egli con poche parole ammolliva e atterriva ogni duro cuore... Infiammati dalla sua santità e dal suo buon esempio, i signori non solo vogliono la Missione in Corato, ma una ventina di essi e anche più, vogliono venire per il 15 o 20 del mese entrante a fare gli esercizi a Deliceto, e molti sono anima­ti a lasciare il mondo…».

E, dopo aver parlato della conversione del monastero delle Do­menicane e accennato al fervore che regnava nella città, conclude « Vorrei scrivere di più, ma mi manca la lena di scrivere quanto mi sta in mente. Spero nel Signore di venire di persona per parlarvi a viva voce di molte cose meravigliose ».

La lettera porta la data del 24 aprile 1753. Erano due o tre giorni che il santo aveva lasciato Corato e già le sue gesta avevano acquistato una risonanza epica.

Erano passate alla storia.

22

LA PICCOLA CAROVANA DELLA PROVVIDENZA

Una mattina di maggio del 1753, mentre gli undici chierici del collegio di Deliceto studiavano sotto le querce annose del bosco, tra il pigolio degli uccelli e il chiacchierio delle fonti, furono di­stratti da un coro di pellegrini che passavano cantando di monta­gna in montagna, diretti verso il monte Gargano a venerare l'arcan­gelo San Michele nella ricorrenza della sua apparizione. In quel­l'attimo di attesa che sospende in un punto le potenze dell'anima, cadde lì, per caso, l'idea d'un pellegrinaggio al santuario famoso. La si credette, da principio, una battuta spiritosa, invece l'idea fu raccolta e cominciò a far le spese di ogni conversazione.

Qualcuno s'incaricò di presentarla al padre Fiocchi, ma questi slargò la grossa faccia in una risata: « Un pellegrinaggio così lungo ... a questi chiari di luna ... ma voi siete matti! Lo sapete quanto mi trovo in cassa ? Non più di trenta carlini. (Cioè, un migliaio delle nostre lire). Non basterebbero per un giorno. Perciò, non parliamone più ». Invece i giovani continuarono a parlarne, guardando mesta­mente il celebre monte che si profilava laggiù, tra la nebbia d'oro dei tramonti. Così di giorno in giorno, finché all'inizio della seconda decade del mese, quando ormai tutto sembrava sfumato, tornò da uno dei soliti viaggi nella città di Foggia il nostro Gerardo che, dopo i fatti di Corato, resi noti dalla relazione del canonico Scoppo, go­deva in casa di un grande prestigio. Il suo ritorno riaccese una ven­tata di speranze. Si sentiva che accanto a lui cadeva ogni difficoltà, perché egli sapeva aprire, a tempo e luogo, i tesori della Provvi­denza. Anche il padre Fiocchi disarmò, rimettendosi alla decisione del santo Fratello. Questi, interpellato, aprì le braccia in un gesto di accettazione entusiasta che mandò in visibilio i nostri giovani.

« Ma come farai con trenta carlini ? » gli chiese il superiore.

« Dio provvederà ! ». E gli occhi si accesero di tutta la luce del­l'anima.

I preparativi furono brevi. Gerardo caricò le poche provviste su due somarelli, presi a nolo, affidandoli al pungolo di frate An­gelo di Gironimo e col bastone da viaggio si pose alla testa della piccola carovana, composta dei chierici e del loro professore, padre Alessandro De Meo.

Molta fede nel cuore e molta gioia nell'aria, perché il mese di maggio passa come una visione sulla terra assolata di Puglia. Ogni zolla ha il colore della speranza e la pianura è una distesa di mare che svaria i suoi toni col variare dei giorni. Quando il mese si scor­cia, diventa un mare di oro, come se tutti i raggi del sole si fossero fitti in piedi tra gli ulivi.

Arrivarono a Foggia a sera inoltrata, dopo una marcia di trenta e più chilometri, lungo strade polverose e scorciatoie campestri, al­legri, ma con un fiatone grosso così. Quest'allegria non poteva in­gannare l'occhio vigile di Gerardo che nella notte preparò la sua sorpresa. All'indomani, quando furono di partenza, i giovani si tro­varono davanti a un carro scoperto, coi sedili di legno allineati sulle spallette. Si guardarono in faccia, tra la meraviglia e la gioia, come per dire: « Tutto va bene, ma chi paga ? ». Qualcuno tacciò d'im­prudenza il nostro santo che, per tutta risposta, sollevò ancora una volta gli occhi al cielo, ripetendo quelle fatidiche parole : « Dio provvederà ! ».

Si accomodarono sul carro traballante e partirono verso Man­fredonia, lasciando appiedato il povero eremita coi due somarelli mezzo morti di fame. A metà strada si fermarono in una taverna, tra gli acquitrini paludosi del Gandelaro. Fecero colazione e si mi­sero ad attendere il loro compagno di viaggio. Quando arrivò, i gio­vani avevano avuto tempo di schiacciare un sonnellino all'ombra dei pioppi.

Gerardo gli mosse incontro, gioviale come sempre, ma l'ere­mita era fuori dei gangheri. Fece ancora qualche passo e si lasciò andare su una pancaccia, grondando sudore e rabbia. Scansò sgarba­tamente il cibo che gli venne offerto e ci volle del bello e del buono per fargli accettare qualche boccone che mandar giù, a forza, con lunghe sorsate di vino. Quando potè parlare, gettò come un mug­ghio strozzato : « Alla malora quelle bestiacce che non si reggono in piedi ! Vi giuro che non mi muovo di qui, se non si lasciano nella stalla fino al ritorno. Altrimenti creperanno per via ».

E Gerardo calmo calmo: « Nossignore ! Verranno con noi; ci penserò io a farle camminare ».

Si portarono sulla strada, vicino ai due somarelli spolpati che stavano lì come due condannati a morte, le orecchie e la coda pen­zoloni, incuranti perfino delle mosche che succhiavano i loro occhi.

« Tu», disse Gerardo all'eremita, « monterai su questo somaro; e tu», disse al figlio del carrettiere, «monterai su quest'altro ». « No, no », gridò il monello, « io non voglio restare indietro ; voglio andare con papà, io!».

« Non andrai indietro, ma avanti!», replicò energicamente il santo.

Tutti presero posto. I somari, coi rispettivi cavalieri, furono fatti passare davanti al carro. Verso di loro, Gerardo, salito a cas­setta, alzò la mano in un gesto pacifico di benedizione. Prodigio ! A quel segno, essi drizzarono le orecchie, dimenarono irrequieti la coda e, quando la mano del santo tornò a posarsi sul petto, si die­dero alla fuga. Continuarono così per lungo tratto di strada, poi, quando cominciavano a diminuir l'andatura, bastò una nuova be­nedizione per rimetterli in tono. Anzi, quando i cavalli si davano al galoppo essi «divenuti carne uccelli », annota candidamente il cronista, filavano pettoruti, a testa alta, con meraviglia di tutti, specialmente dell'eremita.

Giunsero a Manfredonia nel tardo pomeriggio e, licenziato il carrettiere, si fermarono a consumare le ultime provviste sul prato adiacente al castello di Manfredi, di fronte al mare che diveniva a mano a mano più violaceo; ai piedi del Gargano rosso di sole. Lo spettacolo era meraviglioso, specialmente per chi, come Gerardo, contemplava per la prima volta la grande distesa delle acque sempre vive, sempre animate da una forza interna che le sollevava e le spia­nava in un respiro possente di preghiera e di offerta al Creatore. Mai come allora egli aveva sentito incombente sul creato l'immensità sconfinata di Dio.

Se fosse stato solo, avrebbe prolungato chissà quanto quella muta contemplazione, ma. era già tardi e la sua famigliola aspettava da lui cibo e riposo per la notte. Contò il denaro rimasto : diciassette grane, un centinaio delle nostre lire. A che potevano bastare? Prima di tutto a fare un piccola presente al Signore che lo aveva accompa­gnato fino a quel punto. Con cinque tornesi - una ventina di lire - comprò un mazzetto di garofani, entrò nella chiesa del castello, lo depose davanti al tabernacolo e si fermò li, tranquillo, in preghiera, nell'atteggiamento di chi dice : « Signore, io ho pensato a Te, ora Tu pensa alla mia famigliola».

Che cosa è la preghiera di un santo ? Qualche cosa che s'im­pone agli angioli del cielo, i quali la portano fino al trono di Dio, calda ancora del cuore che l'ha dettata. Ma è anche qualche cosa che strappa l'ammirazione dei viandanti distratti della terra, i quali avvertono la presenza del divino.

La chiesa era semideserta : qua e là gruppetti di fedeli sonnec­chiavano sulle panche; in sagrestia, due reverendi parlottavano. Ma bastò quella preghiera perché un, soffio di soprannaturale inva­desse l'ambiente : i fedeli si riscossero dal loro torpore ; i sacerdoti tacquero ammirati e in quel silenzio si sentirono sfiorare dall'ala invisibile di un angelo.

I due sacerdoti restarono così qualche tempo, interrogandosi con gli occhi; poi si accostarono a Gerardo, lo trassero in disparte e gli chiesero i motivi del viaggio. La risposta fu schietta e sincera; era in pellegrinaggio al monte Sant'Angelo coi giovani del collegio di Deliceto : per loro aveva domandato al Signore la sua provvi­denza.

Tanta semplicità, tanta cieca fiducia conquise il loro cuore il cappellano gli offrì una buona somma di danaro e l'ospitalità per la notte nelle sale del castello ; l'altro, che conosceva la povertà della chiesa di Deliceto, promise un incensiere d'argento. Lo comprò in­fatti, poco dopo, il 24 maggio, alla fiera di Foggia e doveva essere davvero prezioso se lo pagò sessanta ducati, circa cinquantamila lire.

Al mattino seguente, ristorati e rinfrancati, i giovani ripresero il viaggio fino ai piedi del monte. Qui Gerardo fece noleggiare dei muli, ma lui volle procedere a piedi, nonostante i gravi sintomi di stanchezza che gli opprimevano il petto. Si arrampicò per un sen­tiero ciottoloso, all'ombra delle faggete che segnano l'ascensione verso la vetta scogliosa, tutto chiuso nella visione del suo arcangelo che dall'infanzia aveva guidato i suoi passi verso le vette supreme del Calvario.

Si riscosse quando fu sotto il bruno campanile ottagonale che addita ai pellegrini il luogo della famosa apparizione; entrò nell'at­tigua navata del tempio, penetrando sotto il masso ondeggiante della grotta. Allora non vide, non sentì più nulla, e si sprofondò nella preghiera: una preghiera al di fuori del tempo e dello spazio, in Dio. Quanto durò ? Lo seppero solo gli studenti che, a un certo punto, stanchi di attendere - e dire che erano pieni di fervore! - lo destarono a forza e lo condussero all'albergo.

Ripresero le loro preghiere all'indomani, di buon'ora, e le pro­trassero a lungo ; poi tornarono all'albergo per prepararsi a partire. Avrebbero dovuto affrontare lunghi chilometri di marcia e c'era bisogno d'immagazzinare energie. Ma, prima d'ordinare il pranzo, Gerardo volle saldare i conti aperti. Prevedeva un margine suffi­ciente per affrontare le nuove spese. Invece, raggirato dall'alberga­tore, si trovò in mano solo pochi centesimi di resto. Ed ora come fare ? Non si perse di coraggio : corse a comprare alcune fette di pane, le divise in una dozzina di ostie, le rimescolò nel suo cappel­laccio che fece passare in giro dall'eremita, tra le risate dei giovani. Poi scomparve, lasciandoli li a commentar l'accaduto, con l'appe­tito stuzzicato e lo stomaco inquieto. Ricomparve verso mezzogiorno; i poveri affamati erano ancora nella stessa sala ; alcuni dormic­chiavano sulle panche, alcuni facevano circolo intorno al padre De Meo, discutendo sul da farsi. Li guardò con aria biricchina, poi alzò allegramente la voce: « A tavola, a tavola!».

Nessuno si mosse : credevano che volesse ripetere lo scherzo del mattino. Allora rinnovò l'ordine con tono quasi alterato : « Così si fa l'ubbidienza ? A tavola, vi dico! ». Poi, con un cenno della mano, chiamato l'eremita, gli consegnò ventiquattro grane per la provvista del pane e del vino.

Quando frate Angelo tornò dallo spaccio a pianterreno coi fiaschi e le pagnotte sotto il braccio, trovò la mensa imbandita con pesci squisiti di varie qualità : poiché era di venerdì. Gerardo, col vassoio in una mano, la forchetta nell'altra, serviva porzioni abbon­danti di anguille fritte. Dato il digiuno forzato e l'aria fine di mon­tagna, tutti avevano una fame da lupi: eppure ce ne fu d'avanzo. Appena mangiato, tutti si guardarono in faccia stupiti: « Ma dove costui ha pescata tanta grazia di Dio ? ».

Il padre De Meo, più curioso degli altri, chiamato l'eremita, gli chiese a quattr'occhi: « Hai portato qualche cosa qui dentro, tu?».

« Io ? Neanche per sogno ! ».

« Eppure vi posso giurare », soggiunse il chierico Ricciardi, « che ieri sera fratel Gerardo non aveva più di quattro grane ».

« Ve lo spiego io il mistero», riprese l'eremita; « prima di an­dare a tavola, Gerardo, ridotto al verde, si è recato a pregare davanti all'altare di San Michele. Mentre pregava, una persona gli ha posto in mano una somma, raccomandandosi alle sue preghiere». Ora sì che potevano partire rifocillati nel corpo e nell'anima, con la gioia che cantava nelle loro vene. Tutti erano allegri, solo Gerardo andava avanti col volto atteggiato a uno sdegno represso. Era l'atteggiamento che assumeva quando qualcuno veniva meno alla legge della giustizia e della carità. Allora lui così semplice, umile e gioviale, prendeva un'aria di fierezza profetica che incuteva ter­rore. Tanto grave gli sembrava l'offesa fatta al prossimo.

Camminò alquanto senza dir nulla; finalmente, prima di uscir dal paese, si rivolse a certi muratori che lavoravano sulle impalca­ture di una casa: « Buona gente, vi prego di dire al padrone del­l'albergo tale, dove abbiamo passata la notte, che in capo a tanti giorni, gli morrà la mula migliore ».

I muratori, scandalizzati, risposero : « E voi sareste i servi di Dio ? ».

Intervennero il padre De Meo e il chierico Cimino, cercando di correggere l'espressione un po' cruda di Gerardo, ma egli replicò con energia: « Sì, sì, gli deve morir la mula migliore. Lo vuole Dio, perché si è fatto pagare due volte lo stallaggio ». E si allontanò con l'eco della minaccia nell'aria. Nessuno seppe se fosse stata raccolta dal cielo.

È questa la versione dell'eremita, il compagno inseparabile del santo in questo viaggio. Secondo altri, invece, il fatto, alquanto di­verso, sarebbe avvenuto in un'osteria, la prima sera del ritorno. L'oste pretendeva una somma esorbitante e non voleva sentir ragioni. Anzi con cipiglio beffardo si permise di dire a tutti i presenti: « Se non avete denaro, vi piglio talare e cappello».

Allora Gerardo, fattosi serio e minaccioso, gli gridò: « Tu suc­chi il sangue dei poveri e Dio ti castiga. Se non ti contenti del giusto, ti farà morir le due mule ».

Appena pronunziate queste parole, entrò trafelato il figlio del­l'oste: « Correte, ché le mule si voltano e si rivoltano con la pancia all'aria ».

La fulmineità tra la minaccia e l'esecuzione atterri l'oste che dall'altezzosità passò al tono umile e dimesso. Chiese perdono e si contentò del giusto.

Ridiscesi dal monte, prima d'inoltrarsi nella pianura, i nostri decisero di fermarsi nelle vicinanze di un'osteria a bere un po' d'acqua. Si scorgeva infatti ai margini della strada il parapetto di un pozzo e la carrucola in alto. Ma, giunti sull'orlo, dovettero con­tentarsi di guardar l'acqua a distanza, perché i secchi erano stati asportati dall'oste, forse per costringere i viandanti ad entrar nella sua taverna. Il che, in una zona così arsiccia, nei mesi torridi di estate, rappresentava una vera crudeltà. E la crudeltà verso il fra­tello che soffre faceva molta presa sul santo. Entrò a passi conci­tati nella taverna e all'oste che gli veniva incontro complimentoso e servizievole, tenne un discorso breve, ma duro e tutto balenante minacce, e conchiuse così: « Se tu neghi l'acqua al prossimo, il pozzo la negherà a te; per sempre! ».

Quel gesto, quella voce atterrirono l'oste : e il secchio tornò a stridere ai due capi della catena.

Le ultime tappe, secondo il racconto del Tannoia, furono per Gerardo un'estasi continua da un santuario all'altro.

La prima estasi avvenne nel santuario mariano dell'Incoronata, nascosto in un fitto boschetto di querce, nella solitudine della pia­nura, a sei, sette chilometri da Foggia. In quella cornice di silenzio, ai piedi di quell'immagine miracolosa, Gerardo fu sorpreso da un dolce deliquio amoroso: il suo volto divenne diafano, il corpo si accasciò al suolo, come spossato; l'anima sembrava, da un momento all'altro, dileguarsi nell'infinito.

« Ti senti male ? » gli chiesero gli studenti appena si riebbe. Ed egli: « Nulla, nulla, è un'infermità che patisco ».

Questa infermità si manifestava molto spesso quando pregava ai piedi della Vergine e in forme sempre nuove. Non era solo il de­liquio, era il ratto, la compiacenza, la gioia. Infatti lo stesso feno­meno si trasformò poco dopo in un'estasi gaudiosa davanti alla Madonna dei Sette Veli che si venera nella cattedrale di Foggia. Egli rinnovava così l'estasi del suo padre Sant'Alfonso, avvenuta qualche anno prima, nella stessa chiesa, mentre predicava : nel fervore della perorazione, il suo corpo, percosso da una colonna di luce staccatasi dalla Madonna, levitò nell'aria, stendendo le braccia verso la cara Immagine, alla presenza di una massa delirante di popolo che gri­dava al miracolo. Così i due santi, dalla spiritualità tanto diversa, si ricongiungevano nello stesso impeto d'amore per la Madre del cielo.

Da Foggia i nostri giovani proseguirono per Troia, la cittadina giustamente celebrata per l'antica cattedrale dal magnifico portale romanico e dal festoso rosone, tutto un ricamo concentrico, tramato nella luce. Ma non erano le meraviglie dell'arte che essi cercavano, bensì un nutrimento sostanzioso per la loro pietà. Corsero quindi a prostrarsi davanti al Crocifisso di legno, fatto scolpire, secondo i gusti del tempo, da monsignor Emilio Cavalieri, zio materno di Sant'Al­fonso. Anche questa visita si trasformò per Gerardo in un'estasi. « Pa­tenti » scrive il Tannoia, « furono gli slanciamenti del suo cuore e i trasporti del proprio spirito» (o.c., pag. 43).

Forse si riferisce a questa visita, la leggenda raccolta dal Landi. Il Crocifisso era coperto da un velo che ne impediva la vista. Ge­rardo vi lanciò sopra un soffio infuocato e il velo andò in fiamme. Da sotto al fuoco apparve intatta la sacra effige e tutti si gettarono in terra a venerarla.

Da Troia, la piccola carovana risalì la valle del Cervaro, poi la collina boscosa di Bovino. Di qui, attraverso i cocuzzoli montani, raggiunse Deliceto, dopo otto o nove giorni di pellegrinaggio. Il pel­legrinaggio aveva avuto un solo protagonista: Gerardo. Egli aveva pensato a tutto, provveduto a tutto. Si era prodigato perché i gio­vani avessero tutti quegli onesti divertimenti che valessero a ritem­prarli nel corpo e nello spirito, ed aveva piegato in loro favore gli uomini e le cose. Soprattutto, la Divina Provvidenza.

Solo a una persona non aveva badato : a se stesso. Si era fatto tutto a tutti, senza riserve, camminando sotto il sole, inerpicandosi sui monti, sempre vigile sui bisogni dei fratelli, sempre alacre nel porger loro aiuto, di giorno e di notte, nonostante le forze stremate. Aveva chiesto troppo al suo corpo macilento e ne subì le conseguenze. Di ritorno a Foggia, ritirandosi nell'alloggiamento, a un tratto, si sentì più stanco, più abbattuto del solito. Si appoggiò alla branda, si curvò, mise una mano sul petto e cominciò a tossire. La faccia si gonfiò, divenne paonazza, mentre qualche cosa di caldo gli saliva alla gola. Portò il fazzoletto alla bocca e lo ritrasse inzuppato di sangue, sangue vivo sgorgato dal petto. Alcuni studenti gli corsero vicino e lo aiutarono perché era divenuto pallido e cadaverico. Pure sorrise e pregò di non dirlo a nessuno.

Era l'inizio della fine.

23

DRAMMA IN DUE ATTI

Verso la fine di maggio, qualche settimana dopo il viaggio al Gargano, Gerardo dovette ripartire in tutta fretta alla volta di Ca­stelgrande, per sedare una grave discordia cittadina, nata da un fatto di sangue. Anni prima il notaio Martino Caruso aveva ucciso in rissa il cugino Francesco Caruso ancor ventenne. I genitori della vittima, Marco e Teresa, avevano giurato di vendicarlo e, a ricordo del giuramento, conservavano le vesti insanguinate del figlio, perché il sangue reprimesse ogni altro sentimento che non fosse di odio im­placabile ed eterno.

Da allora quell'odio si era propagato di famiglia in famiglia, dividendo la città in due fazioni irriducibili, che, se non venivano alle mani, si guardavano però in cagnesco. Per l'aria e tra le oscure stamberghe stagnava la diffidenza e la paura.

Questo stato di cose aveva spinto uomini influenti a tentare una composizione pacifica, ma senza risultato; anzi in quel mese di mag­gio le cose sembravano prendere una piega peggiore. Che fare ? Mentre si discutevano i vari progetti, giunsero gli echi dei fatti di Corato ad aprire i cuori ad un'ondata di speranza.

« Dunque », si chiedevano un po' tutti, « Gerardo non è solo un potente intercessore presso Dio : è anche un agitatore di anime e un conquistatore di folle ».

Dalla riflessione spuntò fuori la decisione : bisognava chiamarlo a ogni costo. Solo lui poteva riportare la pace nella città divisa. Fu così che una deputazione di notabili raggiunse sui monti dell'Irpinia il padre Cafaro che predicava la missione a Guardia dei Lombardi, per chiedergli d'inviar loro, come paciere, fratel Ge­rardo. In altre occasioni l'austero missionario avrebbe respinto la proposta : tanto era nemico delle chiassate. Ma ora, conoscendo egli stesso la gravità della situazione qualche settimana prima aveva predicato la missione a Pescopagano, a pochi chilometri da Castel­grande - promise il suo vivo interessamento. Scrisse, infatti, al padre Fiocchi, pregandolo di mandargli a Caposele fratel Gerardo per un'opera di grande gloria di Dio. Avrebbe pensato lui a fornirgli gli opportuni ragguagli perché riuscisse nella difficile impresa.

Gerardo partì per Caposele e, presi gli accordi col suo direttore, tornò a Deliceto ; poco dopo, si rimise in viaggio per Castelgrande, in compagnia di fratel Fiore. Toccò le falde occidentali del Vulture, seguendo il corso del medio Ofanto, poi piegò a sud, inoltrandosi in un andirivieni di vallette brevi, ombreggiate da querce e castagni, tra rocce fiorite di muschio, rinfrescate da sorgenti purissime.

Giunto su una piccola sella, trovò che la strada si biforcava: a destra saliva ansimando verso Rapone, un paesello addossato a folti pinnacoli di monti, bianchi come nuvole ; mentre a sinistra proce­deva lungo la dorsale di alcune collinette, verso Ruvo del Monte. Senza esitare, prese a destra. La via sarebbe stata più disagevole, ma gli avrebbe permesso di abbreviare il cammino e di evitare le dimo­strazioni di Ruvo che nell'autunno precedente avevano assunto pro­porzioni tanto solenni. Ma i ruvesi avevano previsto il colpo e lo attendevano al varco, nascosti tra le siepi e le piante. Appena sco­perta la sua intenzione, gli si precipitarono addosso e lo portarono in trionfo dentro il paese “come avrebbero portato un santo del Paradiso”, dice il padre Caione.

La fermata non fu lunga, sufficiente tuttavia per farlo giungere a destinazione qualche ora dopo il previsto, quando già le tenebre si stendevano sulla terra stanca da tutta l'afa di giugno. Eppure il concorso fu enorme : dai massi e dai ciglioni si scorgevano ombre umane aggrappolate, mentre i ragazzi correvano come folletti tra fuochi di gioia, rattizzando le fiamme con lunghe forcine e l'aria ri­sonava di grida e di spari d'archibugi. All'ingresso del paese gli si fece incontro il dottor Gaetano Federici, mastro giurato e luogo­tenente della città. C'erano tutti : autorità e popolo e Gerardo pas­sava come un Messia, tra due ali di persone acclamanti, più pallido ai riflessi lattiginosi della luna, con l'umiltà dipinta sul volto, come quel giorno, quando, adolescente, in tempo di carnevale, passava per quelle stesse vie, pizzicando la chitarra e veniva dai compagni stra­scinato nel fango. Era mutata la sua condizione esteriore, restava identica la sua umiltà, anzi si faceva col tempo più composta e profonda.

Il dottor Federici, come primo cittadino del paese, volle avere l'onore di ospitarlo in casa sua. Era pronta la cena e Gerardo prese posto tra i familiari con tale semplicità e cortesia da conquistarsi su­bito le simpatie di tutti. Parlò del più e del meno; poi fece scivolare il discorso su argomenti spirituali e vi s'immerse completamente, sol­levando gli occhi al cielo e accalorandosi gradatamente, come ferro gettato in una fornace. Le fiamme, ci dice il dottore, cronista fedele di quei giorni, le fiamme salivano sulle gote straordinariamente pal­lide come due rose arcuate, finché tutto il volto divenne di fuoco. Parlava ancora quando il dottore fu chiamato: si udirono i suoi passi frettolosi per le scale; poi più nulla. Tornò poco dopo nella sala: Gerardo era sempre allo stesso posto, con gli occhi in alto, sempre più accalorato, sempre più invasato da Dio. Allora, avendo fretta, gli troncò il discorso in bocca col tono autoritario di chi è avvezzo al comando : « Fratel Gerardo », disse, « questa sera, a maggior gloria di Dio, mercé le vostre orazioni, si ha da liberare una giovane ossessa ».

« Non conviene », rispose umilmente il santo, « non conviene mettere a rumore il paese, richiamando l'attenzione di tutti. Non mi lascerebbero più in pace ».

« Ma vi pare ? » riprese il dottore desideroso di rompere gli in­dugi, « la madre dell'ossessa attende qui da molte ore e noi vogliamo rimandarla a casa senza alcuna speranza ? ».

Alzò la voce e la chiamò: « Eccola », disse additando una donna che entrava urlando a graffiandosi la faccia, « anche lei vi supplica per la guarigione della figlia ».

La donna continuava a piangere e gridare, ma il dottore le im­pose silenzio : « Ora basta! Andate subito a prendere vostra figlia». Dopo qualche tempo, s'udì stridere l'uscio di casa e giunsero le grida forsennate di una giovane che tentava di svincolarsi dalle robuste braccia della madre. Messo il piede sulla soglia, diede ancora dei formidabili strattoni per gettarsi al di fuori, poi emise un grido straziante: «La bestia è vinta!».

E da sola, sfuggendo alla stretta materna, prese la rincorsa su per le scale, infilò la stanza dove era Gerardo e si gettò ai suoi piedi con la spuma in bocca.

Gerardo s'inginocchiò, intonando le litanie della Madonna, pro­seguendole alternativamente coi presenti, inginocchiati anch'essi. Terminate le litanie, si alzò, si sciolse la fascia di dosso, vi appose alcuni oggetti di devozione e, cingendone la giovane, si pose a sedere a un metro da lei. Ciò fatto, la fissò con gli occhi, pronunziando con le labbra parole impercettibili. Continuarono così per un pezzo; poi la giovane prese una sedia e gli si pose a sedere vicino. Allora il santo fece segno ai presenti di uscire e di chiudere la porta, ma il dottore si fermò a spiare tra i battenti.

La scena era davvero singolare: i due, seduti fronte a fronte, continuavano a guardarsi, movendo or l'uno or l'altro le labbra in un colloquio muto, colorito e punteggiato dall'espressione degli occhi e della faccia. Così per una ventina di minuti. Finalmente Gerardo, sorgendo in piedi, disse ad alta voce: « Va pure, sorella, non dubitare, conservati in Gesù Cristo e non avrai timore!».

La giovane uscì con la madre e il dottore, tutto raggiante, corse a congratularsi con Gerardo : « Dunque, come Dio ha voluto, anche questa è fatta ! ».

« Sí, era veramente ossessa», rispose tranquillamente, « ma Dio non la vuole del tutto libera. E ciò per suo bene».

Così fu. La giovane, dopo parecchi anni, poté tornare in chiesa, riprendere le pratiche di pietà e accudire alle faccende domestiche. Ma più tardi, fu ripresa saltuariamente dagli attacchi del male, in modo però tanto blando da non riceverne alcun pregiudizio né per la sua salute, né per la sua attività.

Intanto, secondo la predizione del santo, la guarigione della giovane aveva gettato lo scompiglio nel paese, richiamando la folla nella casa Federici. Questa, ci dicono i testimoni oculari, prese l'aspetto di un tribunale, per il viavai ininterotto di gente che, dalla mattina alla sera, si accalcava alla, porta: chi voleva un consiglio, chi una preghiera, chi una buona parola, e chi addirittura un mi­racolo. E Gerardo ascoltava tutti, consolava tutti senza concedersi un'ora di riposo, anche quando veniva meno per la stanchezza. Ap­pena a tardissima notte si ritirava nella stanza, in seguito all'inter­vento energico del dottore che licenziava in tronco i presenti.

Allora, solo finalmente con Dio, si gettava bocconi per terra. Lì, brancicando la polvere, sentiva meglio la sua miseria e la gran­dezza di Dio che aveva scelto a cose meravigliose proprio lui, perché s'era fatto più piccolo degli altri.

Con tale preparazione spirituale, decise di affrontare il demonio che s'era impiantato in un'intera famiglia per gettare i semi dell'odio nell'intera città. Si fece chiamare il padre della vittima, ma ordinò a fratel Fiore che, durante il colloquio, se ne rimanesse in ginocchio davanti all'altare. La sua fiducia era sempre e solo nella preghiera. Marco Caruso si presentò all'ora stabilita col mento all'aria e la fronte corrugata. L'aspetto non prometteva nulla di buono, ma il fatto d'essersi presentato era già un successo, perché altre volte aveva sdegnosamente rifiutato ogni approccio, sprangando la porta di casa per vietarne l'accesso a chicchessia. Ora invece non aveva saputo resistere alla voglia di conoscere l'uomo di cui tutti raccon­tavano meraviglie. Voleva solo conoscerlo, ma col proposito di non cedere di un apice in quello che considerava un affare privato della sua famiglia. Perciò andò ad affrontarlo a testa alta, ben ferrato del suo orgoglio e preparato a un duello oratorio all'ultimo sangue. Forse s'immaginava il santo come un potente della terra, col pugno chiuso e gli occhi roteanti, ma qual non fu il suo stupore quando, accostatosi a lui, si trovò avvolto in un clima di semplicità, di candore e di carità cristiana che, senza prenderla di punta, disar­mava tutta la sua albagia, scioglieva il gelo dell'odio e gli apriva il cuore al perdono fraterno ! Si trovò a terra, prima ancora di combat­tere e, non sapendo più come difendersi, ricorse alla tattica del gua­dagnar tempo : ci avrebbe pensato con calma e avrebbe deciso a mente fredda. Era quello che voleva evitare Gerardo, perciò lo strin­geva da ogni parte e non gli dava tregua. Oggi lo voleva il Signore, oggi e non domani.

Costretto a capitolare, Marco si appellò alla moglie, bisognava sentire anche lei, ci voleva una dilazione. Ma Gerardo che si vedeva in pugno la preda, non aveva voglia di allentarla: « Va bene» con­cluse, « parlatene pure con vostra moglie e domani ci ritroveremo tutti e tre».

All'indomani il santo dovette armarsi di santa pazienza per sop­portare gli umori irrequieti della donna che passava ininterrotta­mente dalle escandescenze furiose verso il nemico agli scoppi convulsi di pianto per il figlio ucciso. Seppe attendere, poi l'assalì a sua volta con l'irruenza della sua carità finché non vide quegli occhi gonfiarsi di pianto purificatore al pensiero del grande Ucciso del Calvario che moriva perdonando i suoi crocifissori. Allora fece chiamare il mastro giurato per la stipulazione dell'atto pubblico dell'avvenuta riconci­liazione e partì per Muro dove l'attendevano altri gravi impegni.

Questa volta i bravi Muresi, di solito indolenti, si proponevano di emulare gli abitanti di Corato e di Castelgrande per festeggiare il loro illustre concittadino, ma Gerardo, avutone sentore, preferì evitare la folla e si ridusse nel convento dei Padri Cappuccini. Là, tra i cipressi della montagna sassosa, voleva ritrovare quella quiete esterna che tanto bramava. Ma s'ingannò. La fiaccola ormai era ac­cesa e non poteva più nascondersi sotto il moggio. A mano a mano fu risucchiato dagli avvenimenti che trasformarono la sua andata in un fatto di pubblica importanza.

La prima visita fu un atto di cortesia verso il suo antico vescovo mons. Moio che, travagliato dalla podagra e in preda a spasimi di varia natura, passava la giornata a letto o inchiodato sul suo seg­giolone. Quando costui lo vide entrare con quel passo disinvolto e quella faccia gioviale: « O Gerardo mio », esclamò, « pregate per me, perché mi passino questi dolori».

Ed egli con tutta franchezza: « O Monsignore, se vi passano codesti dolori, V.S. Illustrissima non si salverà, perché non è di glo­ria di Dio, né della sua volontà che vi abbiano a passare».

E lo lasciò consolato con la promessa di tornare. Tornò infatti altre volte durante questo viaggio e tornò ancora ogni volta che si portava in Muro. Allora la prima visita era sempre per il vescovo che lo attendeva al solito posto, abbozzando al sorriso il volto rugoso. E Gerardo, slargando le braccia, prorompeva immancabilmente in queste parole: « O Monsignore, beata V.S. Illustrissima che patisce tante pene e dolori per Gesù Cristo! Ed io non patisco niente! ». E si allontanava lasciandosi dietro una scia di beatitudine.

Lo ricorderà otto anni più tardi il vecchio Monsignore a un coadiutore redentorista venuto a salutarlo: « Ogni volta che Ge­rardo veniva da me, mi consolava con quella faccia di paradiso ».

Come il vescovo, anche i sacerdoti vollero sottoporgli gli affari della propria coscienza e del proprio ministero; il Rettore del semi­nario, vari casi relativi alla vocazione dei suoi chierici; le Clarisse, i loro propositi di perfezione. Queste si rivolsero a Monsignore per averne il permesso : « Sì, sì, », rispose accompagnando la parola con lunghi assensi del capo, « non solo ve lo permetto, ma ve lo consiglio, ma ve lo raccomando. Vale più una chiacchierata con fratel Gerardo che un intero quaresimale ».

E non si sbagliò. In monastero vi erano abusi inveterati che ave­vano resistito a tutta l'eloquenza dei predicatori, a tutta la dialettica dei padri spirituali: essi caddero come castelli di carta alle prime parole del santo. Una suora si strappò dal collo un cuoricino d'oro che idolatrava. Guai a toccarglielo ! Avrebbe preferito deporre l'abito. Nessuno glielo toccò; fu lei stessa a gettarlo via senza rimpianto.

Un'altra, ancor più fortunata, poté strappare dal cuore un pec­cato che aveva resistito a molti anni di confessioni ordinarie e straor­dinarie.

La madre badessa, inferma di febbre terzana, fu guarita con un po' di polvere del sepolcro di S. Teresa e poté riprendere le sue mansioni in un ambiente saturo di fervore.

Diversi borghesi vollero aggiustare le partite della propria co­scienza e Gerardo fu ricercato dappertutto ; tutti si disputavano l'onore di baciargli la mano. Eppure, al dire del Tannoia, si man­teneva così umile che fu visto più volte, all'ora di pranzo, mendicar con gli accattoni una minestra alla porta del seminario. Ci volle l'intervento del vescovo per far cessare quell'atto di umiltà che a lui sembrava la cosa più naturale del mondo.

Intanto a Castelgrande le cose avevano preso una piega del tutto imprevista. Partito Gerardo e svanita quell'atmosfera incandescente da lui creata, donna Teresa, la madre dell'ucciso, si era rituffata nel suo clima di odio e di passione. Respinse con furia il mastro giurato che veniva per stipular l'accordo e scagliò sul marito una valanga d'ingiurie, dandogli mille volte del vigliacco e peggio; infine gli gettò tra i piedi le vesti insanguinate del figlio, gridandogli: « Questo è tuo figlio, morto ucciso. Guarda queste vesti e poi va, se hai cuore, a rappacificarti con chi l'ha ucciso. Questo sangue griderà vendetta eterna all'uccisore ! ».

E le figlie, scarmigliate come furie, davano man forte alla madre, imprecando anche loro contro il povero padre che si sentì perduto e si chiuse inorridito in un cieco mutismo.

Gerardo, informato dell'accaduto, corse a Castelgrande e andò difilato nella casa di Marco. Qui, raccolta la famiglia, calmo, quasi scandendo le sillabe, rinnovò a tutti l'invito alla conciliazione e al perdono. Don Marco, pallido, gli rispose una sola parola: « Impos­sibile ! ».

Le donne esplosero in urla e schiamazzi a non finire.

Allora il santo si drizzò sulla persona; il volto prese un'aria grave; gli occhi divennero fiamme e la voce uscì dalla gola con un tono di comando che incuteva terrore: « O per forza o per buona voglia, voi dovete perdonare. Sappiate che la prima volta io venni qua mandato da altri; ora è Dio che mi manda ».

Poi abbassò la voce: « Vostro figlio è in purgatorio e c'è appunto per la vostra ostinazione. Se lo volete liberare fate subito la riconci­liazione e poi fate celebrare cinque messe per lui. Ma se non vi riconciliate», e qui la voce si levò terribile come un tuono, « se non vi riconciliate, egli non uscirà dal purgatorio, e voi », aggiunse, ful­minandoli con l'indice e gli occhi, « e voi aspettatevi un giusto ca­stigo da Dio. Quale sia questo castigo, io non ve lo dico, ma state sicuri che verrà! ».

E, a passi concitati, si voltò per andarsene, ma quelli atterriti l'arrestarono gridando ad una voce: « Si faccia, si faccia!».

E in quel medesimo istante fu chiamata la parte avversa e lì, tra le lacrime, si scambiarono il bacio di pace.

La pace fu duratura.

Caldo ancora dall'emozione, il santo si portò in chiesa a ringra­ziare il Signore. Era genuflesso davanti all'altare, quando intese un grido lacerante, poi un tonfo di corpo morto, seguito da una scarica di bestemmie che fece tremar la volta. La voce era acuta, di donna, ma contraffatta e orribile. Accorse gente, accorse anche lui. Una giovane si rotolava per terra, gli occhi sbarrati e stravolti, la bocca aperta alle bestemmie più sozze. « Povera creatura! » si mormorava dintorno, « sono anni e anni che fa così ».

Gerardo le si fece più vicino, proprio mentre ella vomitava un'altra bestemmia ancor più sconcia e con voce tremante, ma auto­revole, le disse: « Chiudi la bocca! ».

Poi, rivolto allo spirito maligno, aggiunse: « Io ti comando, in nome della SS. Trinità, di lasciar questa giovane».

Allora s'udì uno strappo violento; il volto dell'infelice si gonfiò, divenne paonazzo, come se un malloppo le serrasse la gola; un ul­timo sforzo e tornò normale. Era guarita. Mentre prima, al sentir nominare le cose sacre, dava in bestemmie e nei momenti più solenni della messa usciva in atti sconci, ora riprese in pieno l'esercizio della vita spirituale: pregava a lungo e si accostava compostamente in chiesa con edificazione di tutti.

Gli ultimi giorni di Gerardo in Castelgrande si trasformarono in una missione vera e propria. Non si limitò più ad ascoltare chi veniva a visitarlo; lui stesso si mise alla ricerca dei bisognosi. Prima gli ammalati, i prediletti del suo cuore. Li visitò casa per casa, dando ad ognuno una speranza, spesso una guarigione. Così avvenne a un bambino di tre anni, di nome Antonio Pace, ammalato fin dalla nascita di rachitismo ribelle. A ogni tentativo di muoversi si afflo­sciava piangendo per terra.

Gerardo, andato da lui per invito del dottor Gaetano Cianci, si fermò a guardare quella mucillaggine appassita gettata su un seggiolino, quelle braccia, quelle gambucce rattrappite, quegli occhietti seminascosti dai capelli; poi lo segnò sulla fronte, dicendo alla mam­ma: « State di buon animo, perché in seguito non avrà più tali in­comodi». Il bambino, come avesse compreso, si mise a sbattere le gambucce contro i pioli del seggiolino e a dimenare le braccine, magre come due stecchi. Da allora cominciò a migliorare e a dare i primi passi annaspando, poi si drizzò con sicurezza. Visse sano e ro­busto fino alla tarda vecchiaia.

Con gli ammalati del corpo, cercò gli ammalati dell'anima: i peccatori. Li inseguì uno per uno nei loro nascondigli e li riportò a salvezza.

Tra gli altri si ricorda una banda di quindici giovinastri sfac­ciati e libertini che formavano lo scandalo del paese. Spavaldi e sguaiati, vollero affrontare il santo con l'arma del ridicolo, ma l'arma si rese inservibile. Cosa curiosa! Avevano riso dei migliori oratori ed erano costretti a piangere alle parole semplici, dialettali, dell'umile Fratello.

All'ora della partenza, la buona signora Federici, con un senso di timidezza quasi pudico, presentò a Gerardo la figliuola di tre anni, rimasta cieca per il vaiolo. Aveva operati tanti miracoli a beneficio degli altri, ne operasse uno per lei che si era prodigata tanti giorni per dargli un'ospitalità confortevole, per lei, sua concittadina, che egli chiamava confidenzialmente la paesana.

« Preghiamo insieme», rispose.

Dopo qualche istante, alzò gli occhi sulla donna che attendeva ansiosa e le disse con tono ispirato : « Se la vostra Giuditta riacqui­sterà la vista, farà cattiva riuscita ; perciò dovete rassegnarvi alla volontà di Dio. Ma fatevi coraggio : la figliuola sarà compensata della sua infermità, perché avrà più talento delle sorelle e riuscirà dove le altre non riusciranno».

La mamma tacque sospirando, ma più tardi potette toccare con mano la verità di quelle parole. Perché Giuditta crebbe laboriosa e saggia. Passava la sua giornata al telaio dove rivelava un'abilità eccezionale: conosceva con i polpastrelli delle dita il colore dei fili e ricamava alla perfezione. D'udito finissimo, distingueva al passo le persone e si moveva con sveltezza per ogni parte della casa. Era inoltre tanto saggia che divenne la seconda madre delle sorelle minori.

Questo avverrà più tardi; ma in quel momento il sospiro della signora Federici fu tanto accorato che il santo ne rimase profonda­mente colpito. Se ne ricorderà durante il ritorno, quando fu raggiunto da un corriere che gli riportava un fazzoletto dimenticato nella casa ospitale. « Se lo tenga la paesana!» esclamò con tono ispirato. Fu un segno di benedizioni celesti per lei e per le donne dei dintorni che lo usarono nei travagli della maternità.

Quando Gerardo si pose in viaggio, racconta il padre Caione, il paese « si scasò » : uomini e donne, giovani e vecchi, rovesciati nelle vie, salutavano freneticamente il loro grande benefattore. Giunti fuori le mura, più di trecento persone gli si incolonnarono dietro tra canti e benedizioni di gioia.

Era un chiaro mattino ; nelle campagne assolate i mietitori in fila brandivano le falci sulle larghe distese di grano e le donne le­gavano i covoni; ma al passaggio del santo, tutti si facevano sulla strada, acclamando e inginocchiandosi sulla polvere. Molti, però, non conoscendolo, s'inginocchiavano davanti al primo cavaliere che apriva il corteo, cercando di baciargli il lembo della veste e chiedendo la sua benedizione. Era fratel Fiore, il quale, spaventato da quella dimostrazione, non faceva che ripetere: « Non sono io il santo! Ec­colo là, viene appresso ! ».

E accennava a un fraticello pallido e sfinito che allungava le braccia in cerchio come avesse voluto stringere al cuore tutti quanti, sfavillando due lucidi occhioni da sotto il cappello a cencio. Cosi per oltre un miglio di strada ; poi lentamente la gente si disperse. Invece i quindici giovanotti, sempre stretti intorno al santo, prose­guirono imperterriti fino a Caposele, incuranti del viaggio e delle scarpinate in montagna. Si confessarono tutti e quindici dai missio­nari e rimasero così soddisfatti da tornare per molto tempo ogni sabato per ripetere la loro confessione, percorrendo dodici e più miglia di sentiero montano e passando la notte precedente la domenica sotto baracche di legno.

Questo episodio commosse talmente il padre Cafaro che esclamò con molta enfasi, in dialetto : « Dove arriva costui, arriva il terre­moto ! ».

24

IL CUORE DI UN SANTO

Intanto nuovi avvenimenti erano maturati nel monastero di Ripacandida, dove, verso la fine di aprile, madre Maria di Gesù, la veggente che aveva suscitato intorno a sé tanta disparità di giu­dizi, in seguito alle elezioni domestiche, dovette cedere l'ufficio di priora a madre Michela di San Francesco, già sua discepola nelle vie della perfezione. Lo cedette volentieri, ritirandosi nell'ombra a ringraziare il Signore; ma poi il suo piccolo cuore di carne sentì lo sconforto dei primi giorni, quando si trovò improvvisamente relegata nel silenzio, lei, nipote del fondatore e quasi confondatrice e maestra del monastero. Debolezze ? Sia pure; ma la santità non le toglie, anzi le presuppone come motivo perenne di elevazione purificatrice.

In uno di quei momenti di segreti tumulti in cui mente e cuore sono in lotta tra loro, la buona suora pensò di riversare la sua anima nell'anima dell'amico lontano che l'avrebbe saputa comprendere e consolare.

Gli scrisse come il cuore le dettava, senza frenar la foga delle parole e delle lacrime, felice di alleggerirsi di un peso e fiduciosa nell'indulgenza del santo. Gli parlava di amarezze, di dolori, di soli­tudine, e lo pregava di venir quanto prima a Ripacandida a con­fortarla con la sua presenza, seppure, aggiungeva con una punta di bonaria ironia, si ricordasse ancora di lei, giacché « ora che non sono priora, tutti si scorderanno di me».

Gerardo le rispose da Foggia ai primi di quel mese di maggio che fu tra i più movimentati della sua vita, ed è una risposta te­nera, umana e insieme soprannaturale. I due motivi s'intrecciano e si fondono con naturalezza di passaggi e armonia di toni: « Mi dite che io venga costì: sì, mia cara Madre, quando Dio vorrà, io verrò, con tutto il cuore, a consolarvi. Perciò state allegramente, non vi affliggete, perché affliggete me pure... Mi dite che adesso che non siete Priora, tutti si scorderanno di V. Riverenza. Dio mio! E come lo potete dire ? E se mai se ne scorderanno le creature, non si scor­derà di V. Riverenza il vostro divino Sposo Gesù Cristo. Se è per me, io mai mi sono scordato, né mi scordo di V. Riverenza. Vorrei che V. Riverenza non si scordasse di me, mai: poiché ben sapete che vuol dire Fede, Fede. Via su, animo grande in amare Dio e fatevi santa grande, perché adesso avete più tempo di prima » (o.c., pag. 28).

Ecco una di quelle lettere che diremmo scritta col cuore, tanto i sentimenti zampillano vivi e spontanei, freschi e immediati, come acqua di polla. Il santo accoglie i dolori della suora così come sono, senza giudicarli, condannarli, o rettificarli ; anzi li fa suoi. Siamo su un piano di umanità comune ; eppure avvertiamo che il divino la permea da ogni parte e la solleva gradatamente fino alla sfera del soprannaturale. Da questa altezza prorompe l'esortazione finale con quel grido tanto arioso di liberazione dalle pastoie della terra e con quello slancio poderoso verso le vette della santità. Così il divino non sopravviene dall'esterno : sboccia dal fondo stesso della natura dove si trova nascosto, come il lievito del Vangelo, per tra­sumanarla tutta intera alla luce della fede.

Ma non sarebbe completa l'umanità del santo, se, come sa pian­gere con chi piange, non sapesse ancora godere con chi gode. Da questo nuovo sentimento sboccia l'augurio sincero, alato, per la nuova superiora. Il trillo della gioia si avverte fin dalla giaculatoria iniziale: « La divina grazia riempia il cuore di V. Riverenza e Mamma Maria SS.ve la conservi. Amen.

Mia cara Sorella in Gesù Cristo,... mi consolo della vostra santa elezione... Prego il Signore che vi faccia davvero esercitare codesto vostro ufficio acciò possiate vigilare con somma attenzione su tante Spose di Gesù Cristo e di Maria Santissima, affinché con tale grazia e spirito possiate giungere a quella perfezione che si merita sua di­vina Maestà e tutte voi restiate tante serafine di amore di Dio » (o.c., pag. 29).

In poche parole è inquadrata la visione soprannaturale dell'uf­ficio di priora, voluto da Dio, mediante una santa elezione, al solo scopo di vigilare sulle spose di Gesù Cristo, onde trasformarle in serafine di amore. Il concetto, qui appena abbozzato, troverà pieno svolgimento in un'altra lettera alla stessa priora che gli aveva chiesto un regolamento spirituale per bene esercitare il suo ufficio. Questo regolamento, conservatoci in gran parte dal Tannoia, che però ha ritoccato con mano troppo forte lo stile originario, poggia intera­mente sul principio basilare della spiritualità gerardina : il volere di Dio. La priora è la vicaria di Dio; Egli l'ha prescelta « ab aeterno » per questo ufficio ed ella deve esercitarlo, uniformandosi per quanto le è possibile allo stesso volere di Dio, con rettitudine nell'intenzione; prudenza nell'azione; umiltà nello spirito; amore nel cuore.

« Primieramente la Madre Priora, che sta in luogo di Dio, ha da soddisfare il suo ufficio con somma rettitudine se vuol compia­cere il suo supremo Signore che la tiene in suo luogo.

Sia piena d'infinita prudenza; ed in tutte le sue cose si deve regolare con lo spirito di Gesù Cristo.

Chi è superiora deve mirare continuamente la sua bassezza, con­siderando che non può fare altro che male; che in quest'ufficio in cui sta, ve l'ha posta Dio per sua bontà, poiché vi sono tante altre che potrebbero farlo e dargli maggior gusto ; perciò deve avvilirsi, considerando le sue imperfezioni e compatire i difetti delle altre. Deve disimpegnare il suo ufficio tutta piena d'amore di Dio e non aborrirlo come cosa che non le fosse data da Dio e pensare che Dio glielo ha preparato ab aeterno».

Amore e volontà di Dio sono una cosa. Perciò nell'amore la priora assommerà tutta la grandezza della sua missione. Ella deve amare per riflettere amore sulle sue figlie: « Vi vorrei vedere » le dice in un'altra lettera « vi vorrei vedere una Serafina piena d'amore di Dio, acciò la vostra vista infocasse codeste vostre figlie. Si stia al puro amore di Dio» (o.c., pag. 32).

In questa maniera, ella comanderà prima di tutto con l'esempio, diventando, come dice S. Pietro, modello del gregge: la priora « deve essere un puro vaso ripieno di sante virtù, da cui escono tutte le virtù per comunicarle alle sue figlie, acciò crescano tutte con le medesime virtù della Madre... Deve soddisfare (il suo ufficio) con somma angelica perfezione e conformarsi in tutto al divino volere; e stare in questo impegno indiîferentissima, senza attaccarvisi».

Insomma, tutte le virtù della priora si riducono alla conformità al volere di Dio e la conformità si concreta nella rettitudine d'in­tenzione.

Ma come si dimostra praticamente la rettitudine d'intenzione ? Col cercare solo e sempre la gloria di Dio e non le proprie soddisfazioni. La gloria di Dio esige in primo luogo, fermezza nell'agire. Nei dubbi, la superiora chieda consiglio alle persone illuminate e appuri i vari elementi di giudizio, ma una volta presa una decisione, « deve mettersi avanti gli occhi la gloria di Dio... senza badare ad altro; e per Dio si deve mettere il sangue e la vita, perché è causa di Dio. Per amore del medesimo Dio deve disprezzare specialmente la propria stima; come non l'avesse. Solo deve mettersi in testa che è Supe­riora e dire : Dio mi vuole in questo stato, e perciò debbo fare in tutto la volontà sua».

La gloria di Dio esige, in secondo luogo, l'imparzialità: « Debbo vigilare sopra di tutte; debbo servire a tutte; debbo consigliare ed ammaestrare tutte; debbo dare sempre a tutte le cose migliori, e servirmi del peggio, acciò dia gusto a Dio; e finalmente debbo in tutto patire per godere la santa imitazione del mio caro divino Sposo Gesù Cristo».

La gloria di Dio esige, soprattutto, amore materno: « Il pensiero della Superiora ha da essere una continua ruota che si raggira a pen­sare sopra i bisogni delle sue figlie. Tutte le ha da amare puramente in Dio, senza veruna distinzione. Ha da pensare che le sue figlie non possono cercare ciò che loro bisogna, se non ce lo dà la santa ubbidienza, perciò non deve pensare niente sopra di sé, ma tutto il pensiero ha da essere sopra le sue care figlie. Quando viene dato il cibo, abito o altra cosa, non se li deve pigliare se prima non ha contentate le altre».

Ma l'amore materno si dimostra nel dare a tutte confidenza, specialmente alle più restie: «Deve dare confidenza a tutte, mag­giormente quando vede che alcuna non ha con essa tutta la confi­denza. Allora deve usare tutta la forza e tutta la prudenza per gua­dagnarsi il cuore, dimostrandole buona cera, ancorché non se la sen­tisse internamente; e deve farsi tutta la forza per vincere se stessa per amore di Dio. Se non fa così col dimostrarle familiarità di madre, accresce di certo il disturbo di sua figlia, e quella, vedendosi avvilita, si può dare alla disperazione, o almeno non avanza nell'amore di Dio, perché continuamente le sta nel cuore quella radice, e a questo vanno soggette le donne. Fortezza e dolcezza in essa si esige».

Anche la correzione deve partire dall'amore per non esasperar la colpevole ma umiliarla ed elevarla in Dio: « Stando la Superiora in luogo di Dio, deve farsi ubbidire e deve castigare le disubbidienti che non vogliono sentire la voce di Dio, ma castigarle con prudenza. La correzione si comincia con la dolcezza. Con questa vi resta una certa tranquillità che fa conoscere il proprio errore. Per esempio, la correzione si fa in questa maniera : tu sei un'indegna e la tua indegnità non si può da me sopportare e da tante anime buone che ti conoscono per tale. Dio mio, come voglio fare con quest'anima im­perfetta ? Figlia mia, non vedi che col tuo male esempio sei causa di scandalizzare tante anime sante ?... Ti dico questo, te lo debbo dire, perché ti sono madre. Dio sa quanto ti amo e ti voglio bene e quanto desidero la tua santità ! Figlia mia, risolviti di farti santa e prometti a Dio che ti vuoi levare codeste tue imperfezioni. Fa così e vedi in che ti posso aiutare e vieni a me con confidenza di figlia ».

La dolcezza, unita alla prudenza, ottiene sicuramente il suc­cesso : « Io sono di sentimento che quando la correzione si fa in questa maniera, la figlia ricorre alla madre e la madre, dimostrandole confidenza, può disingannarla e farla camminare per la vera strada della perfezione. Si fa più bene con la dolcezza, che con l'asprezza. L'asprezza porta con sé turbamenti, tentazioni, oscurità e pigrizia. La dolcezza porta pace e tranquillità ed anima la figlia ad amare Dio ».

Le conseguenze di un tal governo non tarderanno a manife­starsi : la superiora coopererà con Dio alla santificazione delle sue figlie : « Se tutte le Superiore facessero in questa maniera, tutte le suddite sarebbero sante. Perché si manca di prudenza, perciò vi sono tanti disturbi in alcune case religiose. Dove c'è il di­sturbo, vi sta il demonio e dove sta il demonio non c'è Dio... » (o.c., da pag. 74 a 77).

« Manca il dippiù della lettera, dice il Tannoia (o. c. pag. 102), perché disperso», ma la parte che ci rimane è già sufficiente a darci una misura adeguata dell'intuito psicologico e dell'esperienza perso­nale del santo, acquisita con l'osservazione esterna e, specialmente, con la riflessione sulle reazioni interiori, prodotte nella propria anima dai rimproveri ingiustificati e violenti, o dalla mancanza di carità e di tatto da parte di chi doveva rappresentare l'autorità del Signore. Tali reazioni, è vero, si placavano prima di risalire in super­ficie, in virtù di una volontà eroica che sapeva frenare i sussulti del cuore, ma tali sussulti non sparivano mai senza sedimentare in lui tesori di esperienze sofferte. Da tali esperienze è nato il regolamento spirituale che vuol fornire alcune norme pratiche di governo a una nuova priora. Sono norme vive, fluide, asistematiche ; spunti, più che norme, dipendenti dal principio rigoroso e immutabile che la superiora deve amare il suo ufficio come dato da Dio e agire in con­formità di tale amore: cioè con rettitudine d'intenzione.

Ma se rigoroso e immutabile è il principio, molteplici e varie ne sono poi le applicazioni, come molteplici»e vari sono i casi della vita e le risorse di natura e di grazia fornite da Dio. Niente è più alieno dal santo dell'inflessibilità, dell'uniformita, del meccanicismo. Imparzialità non è livellamento, ma carità estensiva verso tutti, uguale nel grado, ma differente nel modo. Qui entrano in giuoco un'infinità di sfumature, corrispondenti al carattere, all'intelligenza, alle incombenze, alla sensibilità di ognuno. E di ciò la priora dovrà ricordarsi nel trattare con le suddite. Ella deve tener conto di ognuna, specialmente della situazione di ognuna, per evitare crisi spiacevoli o almeno prove dolorose. Niente di più facile che calcare la mano sulla superiora di ieri, specialmente se è stata autoritaria o peggio. Ma niente di più ingiusto. E il santo, così assetato di umiliazioni, si adopera a risparmiarle agli altri. Da tale preoccupazione è dettata la raccomandazione in favore di suor Maria di Gesù: « Vi stia nel cuore Suor Maria di Gesù, poiché ben sapete che lei vi è stata madre da principio e vi ha allattata col latte dell'amore di Dio. » (o. c., pag. 30).

La raccomandazione non poteva essere più efficace nei motivi, più tenera nelle parole, più soave nell'immagine che sembra tolta di peso da una lettera di S. Caterina da Siena. Il magistero della formazione spirituale è visto con gli occhi della maternità natu­rale, colta nella funzione più sacra e umana: l'allattamento. Le due maternità, naturale e spirituale, hanno questo in comune, che creano un vincolo indissolubile di affetto che non può essere alte­rato o spezzato da nessun mutamento di sorte. E le immagini e i concetti s'inquadrano spontaneamente nella visione gerardina della suora come perfetta incarnazione in terra della divina Madre.

Eppure tanta ricchezza interiore veniva celata ordinariamente sotto i veli di una umanità più spicciola, più quotidiana, quasi scan­zonata, che sapeva punzecchiare e sorridere con grazia ingenua e biricchina : e Carissima Sorella », scriveva in data 11 luglio alla stessa Priora, e io vi scrivo da Foggia e vi scrivo in fretta. Dio mio! Vorrei proprio sapere che si fa costi. Io non ne so niente, perché a tutte le mie lettere non ho avuto nessuna risposta. Credo che non avete carta da scrivere. Per carità, se è così, mandatemelo a dire che ve ne mando un quaderno, acciò mi possiate scrivere appresso» (o. c., pag. 30-31).

Qualche volta sapeva perfino sgranare gli occhi e far la voce grossa come chi finge minacce per spaventare un bambino riottoso. Così nella lettera del 21 luglio ordina alla priora di mettere carce­rata madre Maria di Gesù perché impari a pregare per lui (o. c., pag. 32) ; e in un'altra, non datata, ma scritta certamente nello stesso tempo e diretta alla stessa priora, minaccia di segar la lingua a una postulante che si preparava ad entrare in convento, se si fosse la­sciata scappare una sola parola coi parenti (o. c., pag. 73).

Quando leggiamo siffatte espressioni, ci torna in mente il ri­tratto dei primi cristiani tracciato dal Pastore : « Costantemente semplici, felici, senza acredine gli uni contro gli altri, pieni di com­passione per tutti e ricolmi di candore infantile».

E questa sensibilità, questo candore, questa felicità, si mani­festavano a misura che procedeva negli anni e aumentavano le in­fermità fisiche e le angustie spirituali. I viaggi al Gargano, a Castel­grande, a Foggia, nonostante le ripetute emottisi, consumavano di giorno in giorno la sua fibra già tanto gracile e malferma. Doveva sentirsi molto stanco e abbattuto, se lui, così vigile nel nascondere le proprie sofferenze, poteva lasciarsi sfuggire l'11 luglio con la priora di Ripacandida, questo inciso rivelatore : « Io sto male » (o. c., pag. 31).

Coi dolori fisici aumentavano i travagli interni. Erano dolori d'una natura nuova, misteriosa, che il santo stesso vorrebbe espri­mere e non trova parole adeguate per farlo: « Dio sa come sto af­flitto e sconsolato assai», scriveva in data 7 maggio alla madre Maria di Gesù, « ... Dio sa che cosa vorrei dirvi» (o. c., pag. 28). E conclu­deva con un'esortazione rivelatrice del lavorio che si operava nella sua anima sempre più anelante all'unione trasformante in Dio «Restiamo uniti in uno, trasformati nell'essere di Dio. Amen » (o. c., pag. 28).

L'aspirazione è molto alta, raggiunge il vertice della mistica, quella che è la preparazione immediata alla visione beatifica di Dio.

In attesa di venir sollevato a queste vette supreme, si operava in lui una conoscenza sempre più profonda e sperimentale dell'infi­nita grandezza, bontà e beltà del Creatore, in constrasto con l'infi­nita piccolezza della creatura. La luce abbagliante della grazia che non lascia nulla nell'ombra, gli dava la sensazione minuta delle colpe commesse facendogli toccar con mano la putredine dei propri peccati che lo rendevano indegno d'ogni soccorso. Di conseguenza, si rendevano sempre più angosciose e imploranti le sue suppliche a tutte le anime buone, specialmente alla madre Maria di Gesù e alle suore di Ripacandida, che dovevano scongiurare l'Onnipotente per la salvezza della sua anima. Nella lettera dell'11 giugno giunse a pretendere che anche la nuova priora obbligasse in coscienza tutte le sue figlie a pregar sempre per lui (o. c., pag. 29).

Ma lo spettacolo della propria miseria, lungi dal deprimerlo gli porgeva le ali per sollevarsi fino al cielo ad inebriarsi della gran­dezza di Dio. Come San Giovanni della Croce, egli ne sentiva l'im­mensità sconfinata; come lui esultava nel cantico della gioia. Bastava pronunziare una sola parola che ricordasse qualcuno di questi attri­buti, per vederlo raggiare di una felicità incontenibile che dilatava tutto il suo essere nell'impeto folle dell'estasi. Le due estasi più fa­inose di questo periodo hanno per motivo ispiratore questo tema; tutte e due si manifestano con la stessa furia travolgente dell'anima che rapisce il corpo nei suoi movimenti e lo associa al suo estro in­teriore.

La prima estasi avvenne a Foggia nel pomeriggio del 16 giugno, vigilia della SS. Trinità. Il santo passava nel corridoio del monastero del SS. Salvatore, quando sentì dal coro il canto dell'antifona: «O altitudo divitiarum!», che grida la propria stupefatta ammirazione alla sapienza ineffabile della Santissima Trinità. Si fermò come so­speso ad ascoltare ; poi ripeté a voce alta : « O altitudo divitiarum ! », come assaporando l'eco di quel canto che gli riempiva il cuore. Rimase così, con gli occhi sbarrati verso l'alto, ripetendo tra un so­spiro e l'altro: « O altitudo divitiarum ! », alternando il silenzio a grida di giubilo. Ad un tratto sembrò che una forza interna lo agi­tasse come una foglia, mentre i sospiri divenivano più roventi. Allora, come trasportato da un impeto irresistibile, si mise a correre all'im­pazzata per i corridoi, ripetendo a braccia stese: « O altitudo ! O altitudo ! ».

Percorse, veloce come il vento, un corridoio, un altro ; entrò, uscì da un dormitorio, riprese la via del corridoio, sempre a braccia aperte, sempre di corsa, finché non venne a imbattersi nel gruppo di suore che usciva dal coro. Allora si arrestò tutto di fuoco, con gli occhi al cielo e, sollevandosi da terra, esclamò : « O sorelle, amiamo Dio; o sorelle, amiamo Dio ! ».

Poi cadde in dolce deliquio, pallido, sbattuto, cercando di trat­tenere una visione che già dileguava nell'aria.

La seconda estasi avvenne a Melfi tra il luglio e l'agosto, in casa di mamma Vittoria. In quel periodo i padri che ne avevano bisogno, solevano far la cura delle acque del Monticchio. Lo rica­viamo da una lettera di Sant'Alfonso dei primi di giugno, diretta al chierico Angelo Picone di stanza a Ciorani : « Ho ordinato che vi mandino alla nostra Casa di Caposele, donde (se neppure quell'aria vi giova) passerete alla Casa d'Iliceto ; e voglio, senza meno (ditelo poi colà), che verso Luglio-Agosto vi facciano pigliar l'acqua di Monticchio » (o. c., I, 217).

Non sappiamo se a Melfi vi sia andato il Picone : sappiamo, però, che vi andarono due o tre congregati di Deliceto, tra cui il padre Liguori e il fratel Gerardo come serviente. Ma il servizio si ridusse a nulla, data la presenza di mamma Vittoria, e il santo potè dedicarsi completamente alla preghiera e alla mortificazione. Era abilissimo nel cospargere il proprio cibo con una polverina color cenere, ma una volta il gesto fu notato dall'occhio attento della donna che, incuriosita, volle assaggiarne un boccone. Non l'avesse mai fatto! Dovette rigettarlo in fretta. E così i Padri che ritentarono la prova.

Dalla mortificazione trovava alimento la sua carità, sempre più librata verso la sovrana maestà del Creatore. Un giorno, si se­dette al clavicembalo e cominciò a cantare la nota arietta del Me­tastasio : « Se Dio veder tu vuoi... » Ma subito acceso da una foga sfrenata, scattò in piedi, continuando a modulare il canto secondo le suggestioni dello Spirito. Saliva trillando sugli acuti, si spegneva come un deliquio nello smorzato, per risalire, come colonna vibrante e sonora, verso Dio nella piena espansione del suo essere. E, accompa­gnando la voce con la testa, con le mani, coi piedi, col corpo, si moveva come in una danza velocissima e capricciosa, sfiorando ap­pena appena il terreno. Ma a un certo momento gli sembrò che il pavimento gli sfuggisse di sotto, continuando a muoversi vortico­samente come un carosello. Allora, per sostenersi, si abbrancò al primo che gli capitò a tiro. Era il padre Liguori. Il povero padre, un pacifico ex-curato di campagna, entrato da poco nell'Istituto, si vide trasportato qua e là come una pagliuzza rapinata dal vento, poi sollevato alcuni palmi da terra.

Stavolta mamma Vittoria rimase sbalordita. Quel benedetto uomo di Gerardo ne aveva combinate di cose strabilianti, ma questa le superava tutte.

25

IL SANTO DALL'ARMATURA DI FERRO

La sera del 19 luglio 1753, mons. Teodoro Basta riceveva nel suo palazzo episcopale di Melfi la coppia ormai inscindibile del pa­dre Fiocchi e di fratel Gerardo. Li riceveva cordialmente come sem­pre, ma questa volta all'affetto ordinario aggiungeva un'intima sod­disfazione che gli trapelava dal sorriso sottile delle labbra, strette sotto il gran naso aristocratico e dal lucido brillare degli occhi sul volto allungato e rugoso. Erano ormai sette anni che il quaranta­seienne Teodoro Pasquale Basta dei marchesi di Monteparano reg­geva la diocesi, lasciando dappertutto il segno della sua attività negli ampi saloni del palazzo, come nelle navate della cattedrale che da alcuni decenni veniva soffocando l'antica severità normanna sotto gli stucchi e gli orpelli settecenteschi. Restava ancora incontami­nato nella sua grandezza, segno dei tempi antichi e presagio dei nuovi, il campanile. Chi avrebbe osato toccarlo proprio allora che ricorreva il sesto centenario di quel lontano 1153, quando Noslo da Nemerio lo innalzava di fronte alle vette dentate del Vulture per­ché vegliasse sulle culle e sulle tombe, sui campi e sugli altari ?

Ma forse con tali restauri - per noi poco felici - il vescovo intendeva richiamare i suoi sudditi sul significato spirituale della storica ricorrenza e a questo fine l'abbinava a una nuova festività di cui aveva creato i presupposti.

Infatti, da nove mesi, all'ombra di questi monumenti, sotto le arcate dell'abside e a ridosso dell'altare maggiore, dormivano le ossa del patrono, S. Teodoro. Rinvenute a Roma nel cimitero di Priscilla, erano state ricomposte, secondo l'uso coreografico dei tempi, nella veste guerriera di un soldato romano e collocate dentro una urna di vetro, listata di legno dorato. Il trasporto aveva assunto le proporzioni di un trionfo.

In quei giorni brevi di novembre l'antica capitale normanna sembrò palpitare di tutta la gloria religiosa del passato, quando nel castello era stata bandita la prima crociata, o quando all'ombra delle torri vetuste, il grande Federico II aveva tenuto i consigli di guerra per respingere i saraceni dalle pianure pugliesi e aveva con­cesso ai cittadini le prime costituzioni melfitane. Erano glorie or­mai sepolte dall'ignavia dei tempi, ma bastava un avvenimento che uscisse dall'ordinario per ridestarle nell'anima popolare che nella fede vedeva espresse le migliori tradizioni cittadine. Perciò l'in­gresso del martire, in veste di vincitore, aveva suscitato, nove mesi prima, echi profondi di pietà e di fervore. Ora, per non far spegnere l'incendio di quei giorni, il vescovo aveva pensato di istituire una nuova festività che ogni anno, dal 20 al 29 luglio, avrebbe raccolto intorno al santo patrono il popolo ormai libero dal lavoro dei campi. Ma era necessario che la prima festa riuscisse davvero splendida se si voleva colpire il sentimento e la fantasia comune anche per gli anni avvenire. E Monsignore, già da vari mesi, si era assicurata la cooperazione del p. Fiocchi, missionario zelante e famoso. Poi, quando tutto era pronto e il programma ormai rifinito in ogni parte, giunsero gli echi dei fatti di Corato a destare le sue meraviglie e a strappargli dal petto quel grido enfatico : “ Ora cono­sco che Gerardo è veramente santo !”

Prima lo aveva considerato come un mistico, ricco di doni ec­cezionali, ma chiuso nella torre d'avorio delle sue contemplazioni ; ora lo vedeva nella veste fascinosa di pacifico conquistatore di popoli, strumento valido per l'attuazione dei suoi piani, degno collabora­tore del p. Fiocchi, suo superiore di religione. L'uno avrebbe pre­dicato con la parola, l'altro con la santità e insieme avrebbero pro­dotto frutti immensi di bene. Ne scrisse al Rettore di Deliceto il quale fu ben felice di mettersi al fianco un aiuto sì valido. E l'attesa non fu delusa.

Gerardo iniziò il suo apostolato, come al solito, in sordina: du­rante la predica del padre Fiocchi, raccolse i fanciulli in sagrestia, intrattenendoli con istruzioni pratiche sui loro doveri verso Dio e la famiglia. Erano conversazioni facili, animate da fatterelli e uscite spiritose, interrotte, di quando in quando, da botte e risposte. Ce n'è stata tramandata qualcuna da un vecchio quasi centenario, l'unico testimone oculare al processo ordinario di Muro, il quale, all'epoca della nostra storia, aveva sei o sette anni. Egli ricordava ancora quella lunga figura di asceta che moveva con difficoltà le braccia perché, lo sussurravano tutti, le portava incatenate da cilizi ; che regalava medagline e immaginette ai fanciulli più buoni; che si segnava molto spesso sul petto e sulla fronte. Ricordava ancora qualche sua battuta.

Una volta che li aveva esortato a dare se stessi a Gesù, inter­rompendosi, cominciò a interrogarli: « E voi, cosa date a Gesù ? ».

Risposero in coro: «Una preghiera...; un fioretto...; una elemosina...; una comunione...».

« No, no » riprese il santo scuotendo la testa, « non basta, dovete dar tutto, tutto, anima e corpo, e fin d'adesso che siete piccoli». Ma durante le lunghe giornate correva alla ricerca delle anime. Non trascurava i poveri, gli umili, gli abbandonati. Dava loro un sorriso, una parola buona, un'elemosina. Una volta fu visto condurre un povero fin sulle soglie del vescovado, ivi cavarsi le scarpe e con­segnargliele.

L'attività maggiore era però sempre la ricerca delle miserie mo­rali che nascono dal peccato. Le scopriva con intuito infallibile e la scoperta del male era il primo passo verso la salvezza del pecca­tore. Una volta convertito, lo indirizzava al canonico Rossi, o al padre Fiocchi.

Un giorno s'incontrò con un gentiluomo: se ne veniva avanti con la spada al fianco, i capelli arricciolati sulle tempie, pettoruto come un conquistatore. Era un miserabile e fingeva d'ignorarlo. Ma ci pensò Gerardo a strappargli la maschera dal volto in sussiego « Figlio mio, tu vivi in peccato e perché vuoi morir dannato ? Confessati il peccato che hai taciuto per tanto tempo al confessore». L'esordio era sempre quello : una parola affettiva in cui ricor­revano spesso gli appellativi sacri di figlio e di sorella, resi più dolci dal calore della sua anima; poi la rivelazione del peccato e l'esorta­zione alla penitenza. La quale appariva facile dopo la parola infuo­cata del santo, che spezzava tutti gli ostacoli. Perfino quello delle volontà inveterate nel male. Spesso erano i parroci, erano i confes­sori che gli inviavano questi peccatori induriti e caparbi ed egli glieli rimandava, a sua volta, dopo aver piegato con la grazia le loro volontà ribelli. Perfino alcuni gentiluomini, tronfi dei natali e chiu­si a ogni senso di carità e giustizia, furono tocchi da quelle parole e cambiarono completamente vita.

Ma il fatto più strepitoso avvenne nella persona di una donna che passava la sua giornata da una chiesa all'altra, sempre la prima a ogni predica, a ogni esercizio devoto. Gerardo l'incontrò mentre saliva le scale di una casa ed ella fu felice d'intavolare con lui una conversazione spirituale, ma venne bruscamente interrotta: « Come fai a far la devota tu che da molti anni ti confessi e ti comunichi sacrilegamente ? Questi e questi peccati perché non glieli dici mai al confessore ? Va, va, confessati bene, se non vuoi morir dannata ».

La povera donna ebbe appena la forza di correre nella chiesa degli Agostiniani e farsi chiamare maestro Martino, suo confessore « Padre, Padre, per carità, aiutatemi, son dannata! Voglio farmi una buona confessione generale perché mi trovo imbroglia­tissima di coscienza!».

« Ma sei pazza ? Sono tanti anni che ti confessi regolarmente ogni settimana e adesso che ti salta in testa ? Stai tranquilla, ti co­nosco molto bene ».

« No, non è vero, sono in peccato. Me lo ha detto fratel Ge­rardo ! Mi ha detto che, se non mi confesso, son dannata!».

Al nome di Gerardo, maestro Martino perse il lume degli occhi e la respinse sdegnato. Questo sì che era troppo ! Dove mai si era visto che un laico ignorante s'andasse a intromettere nelle cose di coscienza, turbando la pace delle anime timorate di Dio ? Costui era, per lo meno, un impertinente, un avventato, un pazzo da le­gare. L'autorità ecclesiastica non poteva, non doveva permetterlo. Assolutamente. Così diceva ai colleghi, sbuffando come un mantice, mentre la povera donna, sempre più sconvolta, sentendosi in di­sgrazia di Dio da almeno dieci anni, andava a gettarsi ai piedi del canonico Rossi, riacquistando la pace. La cosa non sarebbe finita così presto, se lo stesso canonico, col permesso della penitente, non avesse manifestata la verità, imponendo silenzio al religioso ago­stiniano.

Con le conversioni, andarono, come sempre, congiunti le pro­fezie e i miracoli. I seguenti sono narrati dal Tannoia.

Il chierico Michele di Michele era a letto divorato dalla febbre. Dopo il medico, fu chiamato Gerardo. Egli si fermò a guardare quella bianca figura di adolescente affondata nei guanciali col volto inerte, ombrato da una leggiera peluria ; poi alzò gli occhi al cielo e pregò. Infine tastandogli il polso: « Che febbre, che febbre », disse sorridendo, « voi state bene ! ».

E il medico, tornato poco dopo, lo trovò guarito.

Ma la guarigione non doveva essere fine a se stessa: mirava a conquistare quest'anima ardente, nata per l'apostolato missionario. Gerardo glielo rivelò esplicitamente

« Voi sarete dei nostri».

« Lo sarò », rispose, « quando toccherò il cielo con la mano ! ». Sacerdote sì, pensava; ma farmi missionario, abbandonare la famiglia e la Patria, questo proprio non mi va. Perciò la sua rispo­sta fu piena e precipitosa. Ma non aveva fatto i conti con la prepo­tenza della grazia. Da quel giorno, infatti, cominciò a notare in se stesso il sorgere di un nuovo desiderio sempre più esplicito, contro cui reagiva con stizza, quasi con furore. Cercò di distrarsi ma si vedeva sempre davanti i missionari redentoristi, mentre una voce interna lo invitava a seguirli. Si rivolse al vescovo, ma questi, spa­ventato dal pericolo di perdere un giovane di belle speranze, cercò di dissuaderlo. Si rivolse a sacerdoti e religiosi e i primi cercarono di rimuoverlo dal suo proposito, i secondi di attirarlo nel loro Istituto, ma tutto fu inutile. Quattro mesi dopo, il giorno dell'Immacolata, egli vestì la divisa dei Redentoristi che onorò fino alla morte con zelo indefesso e santità di vita.

Coi primi di agosto, Gerardo tornò a Deliceto, in tempo per ascoltare una triste notizia che gettò nello sgomento l'intero Istituto la sera del 5 agosto il padre Cafaro fu colto da un febbre epidemica talmente violenta che fin dall'inizio le sue condizioni apparvero disperate. Sant'Alfonso ordinò messe e preghiere a tutte le case; spedì corrieri a tutti i monasteri di sua conoscenza, raccomandando suppliche continuate a Dio per strappare dalla morte colui che consi­derava giustamente la colonna della congregazione nascente; ricorse anche a tutti i rimedi umani. Inutilmente. Il male progrediva ogni giorno tra la costernazione del fondatore che continuava a confi­dare contro ogni speranza. Il 9 agosto scriveva al padre Giovenale, ministro di Caposele : « Considerate come stiamo afflitti, e special­mente io che sto come stolido, ma non ho perduta ancora la spe­ranza che Mamma mia ce lo voglia lasciare a gloria di suo Figlio» (Lettere, 1, 226).

Invece i disegni di Dio furono differenti, perché il padre Ca­faro, il 13 agosto, all'una pomeridiana « con una pace di paradiso, tenendo gli occhi rivolti al Crocifisso, tra le lacrime dei suoi Con­fratelli, rende a Dio l'anima benedetta» (Sant'ALFONSO : Vita del Padre Cafaro. Roma, 1894: pag. 54). Aveva quarantasette anni.

All'udire il triste annunzio, Sant'Alfonso esclamò : « Sempre sia adorata ed abbracciata la divina volontà! » (Lettera al padre Giove­nale del 14 agosto, I, 227). E per consolarsi della perdita, compose la celebre canzoncina: « Il tuo gusto e non il mio - amo solo in te, mio Dio ».

Non sappiamo le reazioni di Gerardo. Secondo una certa tradi­zione, egli seppe il beato transito direttamente da Dio. Si dice in­fatti che in quel punto medesimo, mentre si trovava a ricreazione coi confratelli, parve come assopito : lo sguardo vagava nel vuoto, seguendo qualche cosa che saliva nel cielo, terribilmente infuocato. Gli dissero: « Che hai ? Ti senti male ? ».

Ed egli: « Contemplavo l'andata in cielo del padre Cafaro al quale è riserbato un posto vicino a San Paolo, perché predicando continuamente con zelo e caldo amore, seppe guadagnare molte anime a Gesù Cristo».

E, qualche giorno più tardi, parlandosi della dipartita del grande missionario, se ne usci col seguente elogio: « Don Paolo è un gran santo e gode Iddio poco discosto da San Paolo, perché ha sofferto i tormenti che soffrì San Paolo per gli stimoli della carne » (TANNOIA, o. c., pag. 138-139).

Tale pena era nota solo a Sant'Alfonso suo direttore di spirito che, quattordici anni più tardi, scriverà di lui: « Negli ultimi anni di sua vita ebbe una prova la più penosa che possa patire un'anima che conosce ed ama Dio. Il sigillo al quale mi obbligai, non mi per­mette di manifestarla; ma se potessi scriverla, farei muovere a com­passione, per così dire, anche le pietre» (o. c., pag. 26).

Gerardo l'aveva già vista in Dio al quale ogni segreto è manifesto.

26

LA MORTE VIENE DAL PIANO

Il morbo che in una settimana aveva spezzata la fibra robusta del padre Cafaro, teneva il suo epicentro nelle Puglie, donde dilagò nelle regioni limitrofe, seminando terrore e morte. Lo stesso San­t'Alfonso dovette rimanerne fortemente impressionato, se si astenne dal mandare a Caposele il nuovo rettore, padre Giovanni Mazzini. « Son tante le notizie spaventose che sento correre di codesti din­torni», scriveva in data 21 agosto al padre Giovenale, « che non mi fido di sopportare che questo soggetto pericoli per mia cagione » (Lettere, 1, 228).

E il 31 dello stesso mese scriveva al p. Margotta, suo procu­ratore in Napoli: « Sento che verso la Puglia la morte miete a tondo, onde non mi fido di mandare il Padre Don Lorenzo D'Antonio a Iliceto » (Ibid., 233).

E il 2 settembre gli annunziava addirittura che a Caposele: « Ora vi sta la peste » (Ibid., 233).

Non era la peste, ma qualcosa di simile. Erano le terribili feb­bri perniciose o malariche, che ogni anno spopolavano le contrade. La morte veniva dalle pianure di Puglia, possesso della Corona, risa­lendo le colline donde, qualche mese prima, erano scesi i mietitori, attirati dalla speranza di un misero guadagno. Erano scesi già fiac­cati dai cosiddetti « salassi di precauzione» che avrebbero dovuto impedire, secondo la scienza medica di allora, il coagulo del sangue, causa principale del male; erano vissuti, per decine e decine di giorni, in campi riarsi e polverosi, dormendo per terra, lungo i fos­sati paludosi, nidi di miasmi e di zanzare; poi erano risaliti nei loro tuguri col piccolo gruzzolo in mano e la morte nel sangue. In agosto, quando la terra avvampava sotto i dardi della canicola, si erano abbattuti accanto agli usci cadenti, gocciolando sudore gelido dalla pelle screpolata e nera. Si trascinavano così, tra la vita e la morte, fino all'autunno inoltrato, quando, col tornare del freddo e delle piogge, il male si ritirava nello stato latente, per scoppiare con più virulenza nell'estate successiva, sotto l'afa immobile e la polvere poveri mietitori, mietuti dalla morte!

Era la storia dolorosa d'ogni anno, che variava solo d'intensità. Perché qualche volta il male assumeva forme più aperte e ribelli e allora anche quei paeselli, che avevano cercato scampo sulle colline e tra gli alberi, cadevano in preda allo spavento e ai vari medici e ciarlatani che spacciavano rimedi più o meno miracolistici : come salassi, acqua fresa e olio di mandorle per debellare la sonnolenza e rimettere in circolazione il sangue; qualche volta si facevano in­goiare perfino insetti vivi, ravvolti in un poco d'ostia, perché stimo­lassero l'organismo intorpidito. E così si facilitava l'opera distrug­gitrice del male.

Tra le città più colpite in quella triste estate del '53 vi fu La­cedonia, nonostante i suoi settecento e più metri d'altezza. Era troppo vicina alle Puglie per non pagarne il tributo. Le prime morti colpi­rono l'immaginazione popolare per la rapidità con cui il morbo ful­minava le sue vittime e per l'inanità dei rimedi umani. Poi i casi si moltiplicarono, si acuì il disagio e la paura; si rilasciò in molti il senso morale. Perché, mentre i buoni si ravvedevano, gli scapestrati cercavano di stordirsi nell'ubriachezza e nel vizio.

Per fortuna, Lacedonia aveva un vescovo molto pio, chia­mato dal Tannoia : e Uomo savio e corona dei Vescovi» (o. e., pag. 90) e un arciprete virtuoso, don Antonio Domenico Cappucci, disce­polo prediletto del padre Cafaro. Costui, reduce da Caposele, dove aveva assistito alla morte del suo grande maestro, ardeva dal desi­derio di emularne lo zelo, specialmente in quel tempo di pubblica calamità. Pregò, lavorò, fece penitenze; si gettò a capofitto nel pe­ricolo, correndo da un capezzale all'altro, ma si avvide ben presto che le sue forze erano impari all'immane bisogno. Allora si rivolse al consiglio del vescovo e insieme decisero di ricorrere a un rimedio più efficace che valesse a risollevare il morale degli infermi e argi­nare l'ondata degli scandali. Il pensiero corse a Gerardo che, dopo i fatti di Corato e Melfi, era entrato nella leggenda.

Era l'autunno inoltrato quando egli, con l'ubbidienza del padre Fiocchi, giunse a Lacedonia e fu accolto come un trionfatore.

Cosa strana ! Si era aggirato tante volte tra quelle case sbran­cate sull'aerea collina, e pochi si erano accorti di lui, ma ora che ve­niva su richiesta delle autorità, la sua presenza assumeva l'importanza dei grandi avvenimenti. I buoni si consolavano che fosse venuto finalmente il tempo di fugare gli scandali che attiravano i castighi di Dio; gli ammalati aprivano il cuore alla speranza. Solo lo sparuto gruppo dei mestieranti del male fingevano indifferenza, ma, sotto sotto, anch'essi preferivano d'avere a che fare con un fraticello disarmato che con la tracotanza degli sbirri, usi a frenar gli scandali con me­todi più sbrigativi.

Tutti, dunque, si stringevano attorno a Gerardo, meno gli am­malati che salutavano con lenti gesti dagli usci e dalle finestre fu­ligginose, con un sorriso negli occhi spenti. Ed egli entrò in ogni tugurio come un raggio di sole, confortando le anime e risanando i corpi.

Un giorno si portò al capezzale del massaro Domenico Sapo­niero, fratello dell'arcidiacono don Ciriaco. Era a letto da vari giorni senza toccar cibo ; senza dar segni di vita, sempre con la stessa febbre, sempre con la stessa sonnolenza che poteva trasformarsi, ad ogni momento, nel sonno della morte. Dintorno c'era aria di fune­rale: la moglie Teresa baciava piangendo il figlio di un anno; il fra­tello Pietro e la cognata si movevano trattenendo il respiro.

Con Gerardo entrò la gioia. Si accostò al moribondo quasi as­sente dalla vita; sfiorò quelle guance infossate, quelle palpebre ormai calate sugli occhi e rimase in attesa di qualche cosa di nuovo.

E l'attesa non fu delusa. All'improvviso l'infermo aprì gli occhi, raccolse tutte le sue forze e, come delirando, esclamò: « Dio sia be­nedett