SAN GASPARE BERTONI - Esempio e patrono dei dei sofferenti  ed infermi

N. Da,lle Vedove

San Gaspare Bertoni fu canonizzato da Giovanni Paolo II, il 1° novembre 1989.

Dall'omelia che Paolo VI pronunciò durante il rito del­la beatificazione del Bertoni, il 1° novembre, 1975. "Gaspare Bertoni, sacerdote veronese, fondatore del­la Congregazione degli Stimmatini (1777-1853). Giovane sacerdote formato alla scuola ignaziana, egli si prodiga per il bene dei cittadini curando le piaghe lasciate dalla guerra franco-austriaca: e avendo avver­tito l'urgente necessità di curare la gioventù che ve­deva in balìa di se stessa, priva di formazione, egli nella povertà e nell'umiltà più assoluta raccoglie ra­gazzi e giovani nel suo primo oratorio, che sorge col nome di Coorte mariana.

L'istituzione si diffonde nel nome di Maria per dare ai giovani una formazione completa - culturale, umana e soprattutto spirituale - con gli insostituibili mezzi della direzione spirituale e della pietà eucaristica e mariana. Nasce così, nel 1816, presso la Chiesa delle Stimmate, la Congregazione dei Missionari Apostolici (detti appunto Stimmatini) che, in epoca non ben di­sposta verso gli ordini religiosi, doveva attendere al­l'opera di educazione giovanile mediante le scuole gratuite. Confessore esperto, dedica cure particolaris­sime alle vocazioni, sostiene con il suo incoraggia­mento opere nascenti, tra cui quelle della Marchesa di Canossa e della Naudet; e la sua vita è una conti­nua immolazione, fino all'estrema purificazione della malattia: "Ho bisogno di patire" furono le sue ultime parole. Vediamo in questa mite e preveggente figura l'apostolo dei giovani che anche oggi indica la via da seguire per un avvenire sicuro della società!".

 

San Gaspare Bertoni Fondatore degli Stimmatini

n. il 9 ottobre 1777 m. il 12 giugno 1853

 San Gaspare Bertoni ha modellato l'intera sua vita sull'esempio di Gesù mite e paziente. Per questo motivo l'immagine più propria che si poteva fare di lui era quella che lo raffigura nell'atto di donarsi completamente al suo Crocifisso Signore.

Il Divin Redentore gli dimostrò, con interventi anche straordinari, la sua particolare benevo­lenza. Ciò è raffigurato dall'atteggiamento di Gesù che, segnato dalle sue sacre Stimmate, si protende verso il suo fedele discepolo, mentre la sindone, che si scioglie dal suo divin Corpo, va quasi per un simbolico abbraccio avvilup­pando il Santo in un'unica immolazione, ma anche avvolgendolo come in un'unica aureola di gloria, perché come dice S. Paolo, «soffria­mo con Cristo per essere con Lui anche glorifi­cati» (Rm 8,17).

 

Il Santo Bertoni e la sofferenza Giovinezza provata

Pochi Santi ebbero una vita tanto travagliata quanto San Gaspare Bertoni. Sebbene nato da una famiglia benestante di notai (il 9 ottobre 1777), egli provò l'amarezza di discordie inte­stine causate da un padre rissoso e inetto al­l'amministrazione dei propri beni. Soprav­vennero molto presto anche malattie e lutti a segnare la sua giovinezza di dolore. Durante il suo primo anno di teologia si verificò a Verona la prima invasione francese con le conseguenti reazioni dell'Austria, che portarono a sanguino­se battaglie (Arcole, Rivoli, Caldiero) e alla in­surrezione delle «Pasque veronesi». Il chierico Bertoni si distinse nell'assistenza dei feriti e dei malati, chinandosi come angelo di carità su tan­te vite dilaniate dalla ferocia umana nel corpo e spesso anche nello spirito.

 

Apostolo perseguitato

Ordinato sacerdote nel 1800, si volse con zelo ardente al ricupero della gioventù traviata isti­tuendo dei caratteristici Oratori in forma di Coorte Mariana. Ma Napoleone che voleva i giovani disponibili solo per i suoi eserciti non tollerò antagonismi. Soppresse gli Oratori e sottopose a sorveglianza poliziesca i loro Direttori. Fu durante queste persecuzioni che San Gaspare si andò preparando ad una più perfetta immolazione, dietro le orme di Colui che disse: «Chi vuole seguirmi rinneghi se stes­so, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua» (Lc 9,23). «Se hanno perseguitato me, perse­guiteranno anche voi» (Gv 15,20). Da innamo­rato della croce egli divenne così, per sublime dono del cielo, beato della croce, come scrisse il 24 luglio 1808: «Ebbi dal Signore in dono una attuale continua offerta dell'opera mia al Sacrificio con molta soavità», fino al punto di sentire un « forte movimento a seguire da vici­no Nostro Signore a costo della vita » (15 set­tembre 1808), sicuro della divina parola: «chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la ritro­verà» (Mt 10,39).

 

Grave attacco di migliare

Padre della gioventù, compassionevole amico dei poveri, indefesso nei ministeri della predi­cazione e delle confessioni, instancabile nell'as­sistenza dei malati e carcerati, nella direzione spirituale dei chierici, nella guida di vari istituti religiosi nascenti, dedito alla preghiera e alla penitenza, San Gaspare giunse a 35 anni con un fisico irreparabilmente minato. Il 30 maggio 1812, in un'estasi davanti al Cuore di Gesù Crocifisso comprese che la sua vita non sarebbe stata ormai che un seguito di sofferenze. La sua risposta fu quella di S. Paolo: «Lungi da me il gloriarmi d'altro che della Croce di Nostro Signor Gesù Cristo» (Gal 6,14). Pochi mesi dopo fu all'orlo della tomba per una forma gravissima di migliare(Tipo di febbre). L'intera cittadinanza, che lo stimava un vero santo, fu colpita da sgomento come per l'imminenza di una calamità pubblica. Si in­dissero preghiere, si fecero voti a Dio, pellegri­naggi ai santuari per scongiurare il pericolo di una perdita così grave. E don Gaspare, come per miracolo, si riprese, ma nel ringraziare chi gli aveva ottenuto dal Signore che gli fosse prolungato «per sua misericordia lo spazio della penitenza», supplicava a voler continuare la stessa carità «per questo miserabile peccatore» perché avesse a corrispondere alla grazia otte­nuta col curarsi l'anima, come per le medicine e le preghiere era stato curato il corpo. La soffe­renza lo rendeva ancor più delicatamente sen­sibile alle divine attrattive per cui esclamava: «O ammirabili segreti del Divin Amore! O profondi abissi della sua Carità! Quando sarà che noi ci saremo così naufraghi e abbandonati in questo mare immenso, che non veggiamo più i lidi di questa misera nostra terra? Beato l'uomo che spera in Dio» (25 nov. 1812). Era ormai la nostalgia di quella patria beata, il cui possesso egli aveva sfiorato qualche giorno in­nanzi. Pur con una salute ridotta, egli non ral­lenterà il suo ritmo di lavoro apostolico. Medici e medicine gli saranno compagni indivisibili. Innumerevoli le ricadute, ma ogni volta che si riprende egli continua ad essere preoccupato della sua anima «inferma di tanti difetti più che non era il corpo». Perciò si raccomanda alle preghiere di tutti per poter riprendere a servire Dio e la Chiesa conforme al suo dovere. «Giacché - osserva - la presente vita all'infuori del servir Dio e del patire per Lui, si vede per esperienza non avere altri allettamenti che im­pegnino i nostri desideri» (24 agosto 1813).

 

La sofferenza scuola di Dio

Nessuna prova per quanto grave poteva scuo­tere o affievolire il senso di fiducia che il Santo aveva in Dio. Egli diceva: «Il Signore vuole che ci ricordiamo di Lui, e in Lui sia tutto il nostro pensiero e affetto perpetuamente fermo e raccol­to». Egli era convinto che la divina Provvidenza conduce le cose assai meglio di quello che non faremmo noi con tutto il nostro pensare e ope­rare. Perciò esclamava: «Beato colui che si per­de in questo abisso, che si getta animoso e naufrago in quest'Oceano. Non è mai più sicuro un Fgliuoletto che quando, addormentato in collo alla Madre, abbandona ogni pensiero e sollecitudine di sé. Egli non vede, egli non ode, egli non parla. Ma vede per lui e ode, parla e opera la Madre. E, quando ella vuole, sa e può svegliarlo, standogli sì vicino» (31 agosto 1813).

Di fronte a un nuovo rincrudirsi del suo male il Santo scriveva ad una sua figlia spirituale: «Preghi per carità, ch'io cavi frutto della scuola che si degna farmi il Signore sì che io mi di­sponga a servirlo» (1 giugno 1814). Il Santo sempre si considerava alla scuola di Dio, perché in tutto egli vedeva Dio e da per tutto ascoltava la voce di Dio. Ma le lezioni più subli­mi egli le apprendeva alla scuola della sofferen­za. Per questo chiedeva di essere aiutato con la preghiera per non rimanere al di sotto delle di­vine attese.

 

Il malore alla gamba destra

Pur con una salute cagionevole San Gaspare poté dedicarsi ad impegnativi ministeri, come la predicazione di Missioni al popolo, di Esercizi spirituali al clero e iniziare nel 1816 la congregazione dei Missionari Apostolici presso la chiesa delle Stimmate. Era già da vari anni in questo suo ritiro, dove sosteneva delle scuole gratuite per i figli del popolo, quando nel mag­gio 1821 venne colto da un nuovo malore che avrebbe impresso nelle sue carni le stimmate dolorose di ancor più strazianti sofferenze. Si verificò dapprima una enfiatura in tutta la gam­ba destra, e poi, all'altezza della tibia, apparve un piccolo tumore rossiccio, che andò sempre più dilatandosi fino a raggiungere il ginocchio. Il medico ricorse a degli emollienti, sperando nel beneficio di una suppurazione. Il tumore si dimostrò indomabile. Lasciati i rimedi clinici, fu necessario ricorrere agli interventi chirurgici. Si operò una prima incisione senza però poter raggiungere la radice del male. Si ritentò più in profondità senza risultato. Si moltiplicarono i tagli su quella povera gamba che venne scarni­ficata con i metodi di una chirurgia ancora rudi­mentale. Gli assistenti si sentivano venir meno solo alla vista di tanto supplizio. Il paziente in­vece sembrava estraneo a quanto si operava sulle sue povere carni, tanta era la calma che dimostrava. A ragione poteva ripetere con S. Paolo: «Porto nel mio corpo le stimmate di no­stro Signore Gesù Cristo» (Gal 6,17), e anche: «Compio nella mia carne ciò che manca alla passione di Cristo a vantaggio del corpo di lui, che è la Chiesa» (Col 1,24).

 

Fecondità del dolore

Nel 1825 il Santo scriveva: «Gesù Cristo con­vertì molti con la sua predicazione e con i suoi miracoli vivendo, ma quando ascese la sua Croce, e là mostrò le sue piaghe nelle mani e nei piedi, e nel costato ferito dalla lancia, allora fu ch'egli trasse a sé tutto il mondo». Anche le piaghe del Bertoni parvero diventare tanto più feconde di bene quanto più si fecero più dolo­rose. Innumerevoli erano le persone che lo ri­cercavano per consiglio e conforto. Nell'umile sua cella si fecero un vanto di salire Imperatori (Francesco I, Ferdinando I), Cardinali, Vescovi, personaggi eminenti per autorità e scienza, e umili esponenti delle classi più modeste.

A tutti il Santo seppe trasfondere dal suo giaci­glio di sofferenza tesori di grazia. A una cosa non sapeva rinunciare, per quanto gli era possi­bile: di partecipare alla pia pratica in onore del­la Passione di Gesù che si teneva ogni venerdì nella chiesa delle Stimmate. Più volte si fece portare di peso all'altare del Crocifisso per par­lare delle sofferenze del Divino Maestro con termini così toccanti, che, come dice un teste, «imbalsamavano il cuore».

 

Quasi 300 interventi chirurgici

La serie interminabile delle ricadute non lo pro­strava, non lo abbatteva. «Sono tornato fermo in letto, dove prima almeno sorgeva alcun po­co. Sia benedetto Iddio! Benedirò il Signore in ogni tempo» (maggio 1826).

A questo senso di sereno abbandono in Dio durante il male subentrava un sincero senti­mento di indegnità quando si verificava qual­che miglioramento.

Il Signore mi aiuta a tempo, contro i miei meri­ti, con le orazioni dei suoi servi fedeli. La cosa aveva cominciato molto poco bene; ma Egli mi vuol ferito, non morto. Così io possa servirlo e non abusarmi delle sue grazie, e fare quella pe­nitenza che mi è necessaria» (maggio 1826). L'anno seguente era ancora daccapo. «Il Signore mi trattiene in letto e sotto i ferri e i coltelli. Sia benedetto! Benedirò il Signore in ogni tempo. Tanto che sia egli servito, e ciò mi basta. Mi raccomando però alle sue orazioni - scrive a una sua figlia spirituale - perché Dio mi continui la pazienza che mi dona» (11 maggio 1827). La stessa cosa chiede alla sorella del Rosmini: «Non si dimentichi di pregare anche per me che mi doni la pazienza, senza la quale non possiamo conseguire le promesse» (4 lu­glio 1827). Passano gli anni ma il docile disce­polo della grazia rimane fedele alla scuola della sofferenza. Il 18 marzo 1828 scriveva: «Il Signore m'ha levato da capo Messa e Uffizio stamattina, perché s'è cominciato a rompere quel tumoretto al ginocchio. Vedremo che cosa Egli voglia, intanto non mi devo muovere». E l'indomani: «Anche l'anno scorso, il giorno di S. Giuseppe cominciò il male. Quest'anno la vigilia dovetti pormi a letto per un gonfiamento, che preceduto alla pianta, e quindi asceso al gi­nocchio, pare che abbia infarcito alcune filando­le, non senza dolore nel toccarmi. Grazie a Dio, non passa innanzi il male, come pareva minac­casse, ma il Signor chirurgo Gregori, prudente­mente, mi condanna rigorosamente a letto ed a certi fomenti». Purtroppo anche questa volta non poté essere evitata l'operazione e il Santo dovette scrivere: «M'hanno da capo fatto un buon taglio sul ginocchio» (primavera 1828). Stando ai computi del p. Giovanni Battista Lenotti, don Gaspare «nel decorso di questo male, che durò più di cinque anni, ebbe a so­stenere cure dolorosissime, terribili tagli (circa 300), alcuni dei quali più lunghi di una spanna». Si trattava di incisioni interne ed esterne, che talora giungevano fino all'osso, di corrosioni e di ustioni, eseguite secondo i metodi di una chirurgia che non conosceva anestetici. Gli spa­simi si prolungavano per tutto il periodo del drenaggio, che si effettuava con l'applicazione di batuffoli di filacce e garza sulle ferite per im­pedire che si chiudessero superficialmente, e per assorbire il pus che si andava formando nell'interno. Lo spasimo era dei più atroci e la­sciava sempre il paziente in preda alla febbre per due o tre giorni.

Nel Santo non apparve mai un segno di impa­zienza o inquietudine. Egli reagiva col semplice movimento delle labbra per la recita di qualche preghiera. Nei momenti in cui lo spasimo giun­geva all'estremo egli si limitava a pregare a vo­ce alta, ma subito chiedeva scusa ai medici co­me di cosa di scarsa edificazione. Solo quando gli fu forato l'osso del femore, gli fu visto il vol­to rigarsi di una lacrima silenziosa.

Il Card. Luigi di Canossa, vescovo di Verona, raccolse la testimonianza del chirurgo che di­chiarava: «Io non vidi mai un paziente tale, in tante operazioni da me fatte; io lo ritengo per un santo». E il primo biografo del Bertoni assi­cura che «non erano altre le sue voci, non altre le sue espressioni che di affetto a Gesù Cristo in croce».

 

Modello di santo abbandono

Nel lento martirio che lo andò consumando il Bertoni non fu un semplice rassegnato. La ras­segnazione suppone una volontà vinta, non già annientata. Solo l'abbandono effettua la dedi­zione completa in Colui che sa tutto, può tutto e ci ama infinitamente. Don Gaspare si sentì so­spinto a gettarsi fra le braccia di Dio nello spiri­to di umile e filiale abbandono.

In tutti gli avvenimenti, anche i più dolorosi della sua vita, egli aveva il coraggio di scorgere i disegni di Dio, anzi vedeva gli scherzi amorosi della divina Provvidenza che maggiormente mette alla prova coloro che sono oggetto di un più tenero amore. Egli scriveva a un suo figlio spirituale: «Beato l'uomo, la cui speranza è Dio (Sal 39,5). Oh come la parola di Dio consola le anime fedeli! La sua Bontà, la sua Sapienza, la sua Potenza, tutto il suo Dio si offre in aiuto all'uomo che confida in Lui. Come non sarà egli beato? Che cosa può mancare a colui che abita nell'aiuto dell'Altissimo? (Sal 90,1). (...). Chi sta a galla dei flutti, si rammenti che il Signore è con lui ancorché dorma nella nave, e si ram­menti pure di quel `vieni' detto a S. Pietro, con cui poté camminare sulle acque. O amorosissi­ma sebben occultissima Provvidenza di Dio! Chi potrà temere dimorando nelle sue mani e nella sua protezione?» (26 sett. 1841).

 

Ultimi anni di martirio

Il male alla gamba finì di esaurirsi entro cinque anni, ma non le sue conseguenze che resero praticamente il Santo un malato cronico. Usciva di casa pochissimo, perché non si fidava della sua gamba e della sua vista molto debole. A volte doveva rimettersi a letto per periodi ab­bastanza lunghi. Ma dal 1842 al 1853 rimase quasi completamente immobilizzato. La rico­gnizione della sua salma fatta in occasione della beatificazione ha consentito di determinare me­glio la causa delle sofferenze del Santo negli ultimi dodici anni di vita. Il Medico Perito scrive: «Un reperto interessante è costituito dalla fusio­ne pressoché completa delle vertebre toraciche i cui corpi mostrano spiccate alterazioni artrosi­che con formazione di voluminosi ed irregolari becchi osteofitici. Tale lesione, accompagnata dalla scomparsa dei dischi intervertebrali aveva provocato in vita la deviazione del normale profilo della colonna con esito in forte incurva­mento afotico a largo raggio. Si osserva inoltre la notevole stenosi dei fori intervertebrali che servono per il passaggio dei nervi spinali tanto che si può affermare come il soggetto fosse stato in vita colpito da una grave forma di ar­trosi con deformazione della colonna toracica sicuramente accompagnata da forti dolori che ne dovevano limitare grandemente la motilità», Ma nonostante la crudezza delle sue sofferenze inalterata rimaneva la soavità dei suoi modi, an­zi la stessa giocondità, tanto da trarre spesso in inganno sulla vera entità dei suoi mali. A due professori del Seminario che gli chiesero un giorno come stesse. «Eccomi qui alla scuola! », rispose, intendendo di considerarsi semplice alunno alla scuola di Dio, massimamente nelle difficili lezioni del dolore. Negli ultimi trenta mesi il martirio divenne ancor più straziante per l'assoluta immobilità in cui era costretto di sta­re. « Fa raccapriccio » - scrive un teste oculare - solo il pensare allo spasimo di un decubito così lungo, e quasi sempre nella medesima posizio­ne, cioè sul fianco sinistro senza mai muoversi». E un altro teste afferma poi che gli ultimi cin­que mesi furono di « squisito patire ». « Se sa­peste, figliuoli miei, se sapeste! - giunse a dire il Santo in tono inconsueto - . E' tale la mia pe­na, tale l'angoscia che provo da venire a dispe­razione, se il Signore non mi aiutasse con la sua grazia». Eppure dal suo labbro non usciva che un perenne bisbiglio: « Fiat voluntas tua. Sia be­nedetto Iddio! » Con tutto ciò, talvolta nel timo­re che il Signore avesse da allentare la sua ma­no, confidenzialmente Lo eccitava a gravarla an­cor più: « Battete Signore, che ne avete ragione, battete, che me lo merito, e merito anche di peggio ». Non pareva mai sazio di inebriarsi al calice della sofferenza. «Sono confitto con Cristo in croce» (Gal 2,19), voleva perpetuamente ri­petere con S. Paolo. E quando, agli estremi, un confratello si chinò per chiedergli premuroso: «Padre, dica, ha bisogno di qualche cosa?» «Ho bisogno di patire», fu la risposta degli ultimi ane­liti. Parole che riassumono tutto il programma di un'anima che ha inteso identificarsi perfettamen­te con Cristo fino a ripetere: «Per me vivere è Cristo e il morire un guadagno» (Fil 1,21 ).

Si spense serenamente il pomeriggio della do­menica 12 giugno 1853. La città di Verona fu tutta una voce: « È morto il santo: don Bertoni è un santo!» Il Papa Paolo VI confermò solenne­mente questo sentimento comune il I novembre 1975 elevando don Gaspare Bertoni all'onore degli altari e papa Giovanni Paolo II lo annoverò tra i Santi della Chiesa, il 1° Novembre 1989.