SAN FRANCESCO

 

Nel nome del Signore. Amen.

PROLOGO

1. Per ordine del glorioso signor papa Gregorio (IX), mi sono accinto a narrare diligentemente gli atti e la vita del beatissimo padre nostro Francesco. Ho cercato di farlo con ordine e devozione, scegliendo sempre come maestra e guida la verità. Ma poiché nessuno può ritenere a memoria tutte le opere e gli insegnamenti di lui, mi sono limitato a trascrivere con fedeltà almeno quelle cose che io stesso ho raccolto dalla sua viva voce o appreso dal racconto di testimoni provati e sinceri, stendendole nel miglior modo che mi è stato possibi­le, sebbene tanto inferiore al merito del soggetto. Potessi davvero essere degno discepolo di colui che evitò costante­mente il linguaggio difficile e gli ornamenti della retorica!

2. Ho diviso in tre parti e in vari capitoli il materiale raccolto, allo scopo di non creare confusione tra episodi di tempi diversi, né dubbio circa la loro verità.

La prima parte segue l'ordine cronologico, e tratta so­prattutto della purezza della sua vita, delle sue virtù esemplari e dei suoi salutari insegnamenti. Vi sono inseriti anche alcuni miracoli, tra i tanti che Dio si degnò compiere per mezzo di lui in vita.

La seconda narra gli avvenimenti dal penultimo anno della sua vita fino alla sua beata morte.

La terza infine raccoglie molti miracoli operati in terra dal Santo, ma molti più ne tace, da quando egli regna glorioso con Cristo in cielo.

Descrive pure il culto di venerazione, di onore e di lode che papa Gregorio, felicemente regnante, e tutti i cardinali di santa Chiesa romana gli tributarono, quando decisero di iscriverlo nel catalogo dei Santi.

Sia ringraziato Dio onnipotente, che nei suoi santi si mostra sempre ammirabile e amabile.

 

PARTE PRIMA

 

A lode e gloria di Dio onnipotente, Padre, Figlio e Spirito Santo. Amen.

Incomincia la vita

del beatissimo padre nostro Francesco

 

CAPITOLO PRIMO

 

COSTUMI MONDANI DELLA SUA GIOVINEZZA

 

1. Viveva ad Assisi, nella valle spoletana, un uomo di nome Francesco. Dai genitori ricevette fin dalla infanzia una cattiva educazione, ispirata alla vanità del mondo. Imitando i loro esempi, egli stesso divenne ancor più leggero e vanitoso

Questa pessima mentalità, infatti, si è diffusa tra coloro che si dicono cristiani: si è fatto strada il sistema funesto, quasi fosse una legge, di educare i propri figli fin dalla culla con eccessiva tolleranza e dissolutezza. Ancora fanciulli, appena cominciano a balbettare qualche sillaba, si insegnano loro con gesti e parole cose vegognose e deprecabili. Soprag­giunto il tempo dello svezzamento, sono spinti non solo a dire, ma anche a fare ciò che è indecente. Nessuno di loro, a quella età, osa comportarsi onestamente, per timore di essere seve­ramente castigato. Ben a ragione, pertanto, afferma un poeta pagano: «Essendo cresciuti tra i cattivi esempi dei nostri

genitori, tutti i mali ci accompagnano dalla fanciullezza». E si tratta di una testimonianza vera: quanto più i desideri dei parenti sono dannosi ai figli, tanto più essi li seguono volen­tieri!

Raggiunta un'età un po' più matura, istintivamente passa­no a misfatti peggiori, perché da una radice guasta cresce un albero difettoso, e ciò che una volta è degenerato, a stento si può ricondurre al suo giusto stato. E quando varcano la soglia dell'adolescenza, che cosa pensi che diventino? Allora rom­pono i freni di ogni norma: poiché è permesso fare tutto quello che piace, si abbandonano senza riguardo ad una vita depra­vata. Facendosi così volutamente schiavi del peccato, trasfor­mano le loro membra in strumenti di iniquità; cancellano in se stessi, nella condotta e nei costumi, ogni segno di fede cristiana. Di cristiano si vantano solo del nome. Spesso gli sventurati millantano colpe peggiori di quelle realmente commesse: hanno paura di essere tanto più derisi quanto più si conservano puri.

 

2. Ecco i tristi insegnamenti a cui fu iniziato quest'uomo, che noi oggi veneriamo come santo, e che veramente è santo!

Sciupò miseramente il tempo, dall'infanzia fin quasi al suo venticinquesimo anno. Anzi, precedendo in queste vanità tutti i suoi coetanei, si era fatto promotore di mali e di stoltezze. Oggetto di meraviglia per tutti, cercava di eccellere sugli altri ovunque e con smisurata ambizione: nei giuochi,

nelle raffinatezze, nei bei motti, nei canti, nelle vesti sfarzose e morbide. E veramente era molto ricco ma non avaro, anzi prodigo; non avido di denaro, ma dissipatore; mercante avveduto, ma munificentissimo per vanagloria, di più, era molto cortese, accondiscendente e affabile, sebbene a suo svantaggio. Appunto per questi motivi, molti, votati all'ini­quità e cattivi istigatori, si schieravano con lui. Così, circon­dato da facinorosi, avanzava altero e generoso per le piazze di Babilonia, fino a quando Dio, nella sua bontà, posando il suo sguardo su di lui, non allontanò da lui la sua ira e non mise in bocca al misero il freno della sua lode, perché non perisse del tutto.

La mano del Signore si posò su di lui e la destra dell'Al­tissimo lo trasformò, perché, per suo mezzo, i peccatori ritro­vassero la speranza di rivivere alla grazia, e restasse per tutti un esempio di conversione a Dio.

 

CAPITOLO SECONDO

 

DIO VISITA IL SUO SPIRITO CON UNA MALATTIA E UN SOGNO

 

3. Ecco dunque quest'uomo vivere nel peccato con passione giovanile! Trascinato dalla sua stessa età, dalle tendenze della gioventù e incapace di controllarsi, poteva

soccombere al veleno dell'antico serpente. Ma la vendetta, meglio la misericordia divina, all'improvviso richiama la sua

coscienza traviata mediante angustia spirituale e infermità

corporale, conforme al detto profetico: Assedierò la tua vita Os. 2,6 di spine, la circonderò con un muro.

Colpito da una lunga malattia, come è necessario per la caparbietà umana, che non si corregge se non col castigo, egli cominciò effettivamente a cambiare il suo mondo interiore. Riavutosi un po', per ricuperare le forze, si mise a passeggiare qua e là per la casa, appoggiato ad un bastone. Un giorno uscì, ammirando con più attenzione la campagna circostante; ma tutto ciò che è gradevole a vedersi: la bellezza dei campi, l'amenità dei vigneti, non gli dava più alcun diletto. Era attonito di questo repentino mutamento e riteneva stolti tutti quelli che hanno il cuore attaccato a beni di tal sorta.

 

4. Da quel giorno cominciò a far nessun conto di sé e a diprezzare ciò che prima aveva ammirato ed amato. Non tuttavia in modo perfetto e reale, perché non era ancora libero dai lacci della vanità, né aveva scosso a fondo il giogo della perversa schiavitù.

Abbandonare le consuetudini è infatti molto arduo: una volta impiantatesi nell'animo, non si lasciano sradicare facil­mente; lo spirito, anche dopo lunga lontananza, ritorna ai primitivi atteggiamenti, e il vizio finisce per diventare una seconda natura. Pertanto Francesco cerca ancora di sottrarsi alla mano divina; quasi immemore della correzione paterna, arridendogli la fortuna, accarezza pensieri terreni; ignaro del volere di Dio, sogna ancora grandi imprese per la gloria vana del mondo.

Un cavaliere di Assisi stava allora organizzando grandi preparativi militari: pieno di ambizioni, per accaparrarsi maggior ricchezza e onore, aveva deciso di condurre le sue truppe fin nelle Puglie. Saputo questo, Francesco, leggero d'animo e molto audace, trattò subito per arruolarsi con lui:

gli era inferiore per nobiltà di natali, ma superiore per gran­dezza d'animo; meno ricco, ma più generoso.

 

5. La sua mente era tutta consacrata al compimento di simile progetto, e aspettava ansioso l'ora di partire. Ma la notte precedente, Colui che l'aveva colpito con la verga della giustizia lo visitò in sogno con la dolcezza della grazia; e poiché era avido di gloria, lo conquise con lo stesso miraggio di una gloria più alta. Gli sembrò di vedere la casa tappezzata di armi; selle, scudi, lance e altri ordigni bellici e se ne rallegrava grandemente, domandandosi stupito che cosa fosse. Il suo sguardo infatti non era abituato alla visione di quegli strumenti in casa, ma piuttosto a cataste di panno da vende­re

E mentre era non poco sorpreso davanti all'avvenimento inaspettato, si sente dire: «Tutte queste armi sono per te e i tuoi soldati». La mattina dopo, destandosi, si alzò con il cuore inondato di gioia e, interpretando la visione come ottimo auspicio, non dubitava un istante del successo della sua spedizione nelle Puglie. Tuttavia non sapeva quello che diceva, ignorando ancora il compito che il Signore intende­va affidargli. Non gli mancava comunque la possibilità di intuire che aveva interpretato erroneamente la visione, il fatto non lo entusiasmava né allietava come al solito; a fatica anzi gli riusciva di mettere in atto quei suoi piani e realizzare il viaggio tanto desiderato.

In verità, molto a proposito si parla di armi subito all'inizio della missione di Francesco, ed è assai conveniente armare il soldato che si accinge a combattere contro il forte armato, Lc. 11,21 perché, come nuovo Davide, liberi Israele, nel nome del Dio 1 Sam. 17,45 degli eserciti, dall'antico oltraggio dei nemici.

 

CAPITOLO TERZO

NASCONDE SOTTO IL VELO DI ALLEGORIE

IL SEGRETO DELLA SUA TRASFORMAZIONE INTERIORE

6. Già cambiato spiritualmente, ma senza lasciar nulla trapelare all'esterno, Francesco rinuncia a recarsi nelle Puglie e si impegna a conformare la sua volontà a quella divina. Si apparta un poco dal tumulto del mondo e dalla mercatura e cerca di custodire Gesù Cristo nell'intimità del cuore. Come un mercante avveduto, sottrae allo sguardo degli scettici la perla trovata, e segretamente si adopra a comprarla con la vendita di tutto il resto.

Vi era ad Assisi un giovane, che egli amava più degli altri. Poiché era suo coetaneo e l'amicizia pienamente condivisa lo invitava a confidargli i suoi segreti, Francesco lo portava con sé in posti adatti al raccoglimento dello spirito, rivelandogli di aver scoperto un tesoro grande e prezioso. L'amico, esultante e incuriosito, accettava sempre volentieri l'invito di accompagnarlo.

Alla periferia della città c'era una grotta, in cui essi andavano sovente, parlando del «tesoro». L'uomo di Dio, già santo per desiderio di esserlo, vi entrava, lasciando fuori il compagno ad attendere, e, pieno di nuovo insolito fervore, pregava il Padre suo in segreto. Desiderava che nessuno sapesse quanto accadeva in lui là dentro; e, celando saggia­mente a fin di bene il meglio, solo a Dio affidava i suoi santi propositi. Supplicava devotamente Dio eterno e vero di manifestargli la sua vita e di insegnargli a realizzare il suo volere. Si svolgeva in lui una lotta tremenda, né poteva darsi pace, finché non avesse compiuto ciò che aveva deliberato. Mille pensieri l'assalivano senza tregua e la loro insistenza lo gettava nel turbamento e nella sofferenza.

Bruciava interiormente di fuoco divino, e non riusciva a dissimulare il fervore della sua anima. Deplorava i suoi gravi peccati, le offese fatte agli occhi della maestà divina. Le vanità del passato o del presente non avevano per lui più nessuna attrattiva, ma non si sentiva sicuro di saper resistere a quelle future. Si comprende perciò come, facendo ritorno al suo compagno, fosse tanto spossato da apparire irriconosci­bile.

 

7. Un giorno finalmente, dopo aver implorato con tutto il cuore la misericordia divina, gli fu rivelato dal Signore come doveva comportarsi. E fu ripieno di tanto gaudio da non poterlo contenere e da lasciare, pur non volendo, trasparire qualcosa agli uomini.

Il grande amore che gli invadeva l'anima non gli permet­teva ormai di tacere; tuttavia parlava in linguaggio enigmati­co: cercava di esprimersi con gli altri nello stesso modo figurato con cui l'abbiamo visto discorrere con l'amico preferito di un tesoro nascosto. Diceva di rinunciare a partire per le Puglie, ma allo scopo di compiere magnanime imprese nella sua patria. Gli amici pensavano che avesse deciso di maritarsi e gli domandavano: «Vuol forse prendere moglie, Francesco?». Egli rispondeva: «Prenderò la sposa più nobile e bella che abbiate mai vista, superiore a tutte le altre in bellezza e sapienza».

Gc. 1,27 E veramente sposa è la vera religione che egli abbracciò; Mt. 13,44 e il Regno dei Cieli è il tesoro nascosto che egli cercò così ardentemente. Bisognava davvero che si compisse piena­mente la vocazione evangelica in colui che doveva essere Ef. 3,7 ministro fedele e autentico del Vangelo!

 

CAPITOLO QUARTO

 

VENDUTA OGNI COSA, SI LIBERA ANCHE DEL DENARO RICAVATO

 

8. Così il beato servo dell'Altissimo, sospinto e prepa­rato dallo Spirito Santo, essendo scoccata l'ora stabilita, si abbandona all'impulso della sua anima: calpesta i beni di questo mondo con la conquista di beni migliori. D'altronde non gli era più permesso differire: una epidemia mortifera si era diffusa ovunque, paralizzando a molti le membra in modo tale che avrebbe tolto loro anche la vita, se il Medico avesse tardato anche solo per poco.

Francesco pertanto balza in piedi, fa il segno della croce, appronta un cavallo, monta in sella e, portando con sé panni di scarlatto, parte veloce per Foligno. Ivi, secondo la sua abitudine, vende tutta la merce, e, con un colpo di fortuna, perfino il cavallo!

Sul cammino del ritorno, libero da ogni peso, pensa all'opera cui destinare quel denaro. Convertito a Dio in maniera rapida e meravigliosa, sente tale somma troppo ingombrante, la portasse pure per un'ora sola. Così, tenendo­ne conto quanto l'arena, si affretta a disfarsene. Avvicinando­si ad Assisi, si imbatte in una chiesa molto antica, fabbricata sul bordo della strada e dedicata a San Damiano, allora in stato di rovina per vecchiaia.

 

9. Il nuovo cavaliere di Cristo si avvicina alla chiesa, e vedendola in quella miseranda condizione, si sente stringere

il cuore. Vi entra con timore riverenziale e, incontrandovi un povero sacerdote, con grande fede gli bacia le mani consacra­te, gli offre il denaro che reca con sé e gli manifesta i suoi proponimenti. Stupito per l'improvvisa conversione, il sacer­dote quasi non crede a quanto odono le sue orecchie e ricusa di prendere quei soldi, temendo una burla. Infatti lo avevano visto, per così dire, il giorno innanzi a far baldoria tra parenti e amici, superando tutti nella stoltezza. Ma Francesco insiste e lo supplica ripetutamente di credere alle sue parole, e lo prega di accoglierlo con lui a servire il Signore. E finalmente il sacerdote gli permette di rimanere con lui, pur persistendo nel rifiuto del denaro, per paura dei parenti. Allora Francesco, vero dispregiatore della ricchezza, lo getta sopra una finestel­la, incurante di esso, quanto della polvere.

16,16 Bramava, infatti, possedere la sapienza che è migliore dell'oro e ottenere la prudenza che è più preziosa dell'argen­to.

 

CAPITOLO QUINTO

 

IL PADRE LO PERSEGUITA E LO TIENE PRIGIONIERO

 

10. Mentre il servo dell'Altissimo viveva in quel luogo, suo padre andava cercando ovunque, come un diligente esploratore, notizie del figlio. Appena venne a conoscenza che Francesco dimorava in quel luogo e viveva in quella maniera, profondamente addolorato e colpito dal fatto matte­so, radunò vicini e amici e corse senza indugio dal servo di Dio. Ma questi, che era ancora novizio nelle battaglie di Cristo, presentendo la loro venuta e sentendo le grida dei persecutori, si sottrasse alla loro ira, nascondendosi in un rifugio sotterraneo che si era preparato proprio in previsione di simile pericolo.

In quella fossa, che era sotto la casa, ed era nota forse ad uno solo, rimase nascosto per un mese intero, non osando uscire che per stretta necessità. Mangiava nel buio del suo antro il cibo che di tanto in tanto gli veniva offerto, e ogni aiuto gli era dato nascostamente. Con calde lacrime implora­va Dio che lo liberasse dalle mani di chi perseguitava la sua anima e gli concedesse la grazia di compiere i suoi voti. Nel digiuno e nel pianto invocava la clemenza del Salvatore e, diffidando di se stesso, poneva tutta la sua fiducia in Dio.

Benché chiuso in quel rifugio tenebroso, si sentiva inon­dato da indicibile gioia, mai provata fino allora. Animato da questa fiamma interiore, decise di uscire dal suo nascondiglio ed esporsi indifeso alle ingiurie dei persecutori.

 

11. Si leva prontamente e di scatto, pieno di zelo e di letizia, si munisce dell'armatura necessaria per le battaglie del Signore; lo scudo della fede e un grande coraggio, e s'incammina verso la città, accusandosi, nel suo divino entu­siasmo, di essersi attardato troppo per viltà.

Tutti quelli che lo conoscevano, vedendolo riapparire e mettendo a confronto il suo stato attuale col passato, comin­ciarono a insultarlo, a chiamarlo mentecatto, a lanciargli contro pietre e fango. Quell'aspetto, macerato dalla peniten­za, e quell'atteggiamento tanto diverso dal solito, li induceva­no a pensare che tutti i suoi atti fossero frutto di fame patita e di follia. Ma poiché la pazienza vai più dell'arroganza, Francesco non si lasciava disanimare né sconfiggere da insulto alcuno e ringraziava Dio per quelle prove.

Invano l'iniquo perseguita l'uomo retto, perché quanto più questi è combattuto tanto maggiore è il trionfo della sua fortezza. L'umiliazione, disse qualcuno, rende più intrepi­do il cuore generoso.

 

12. Quel vociare rumoroso e canzonatorio attorno a lui si diffondeva sempre di più per le vie e le piazze della città e il clamore degli scherzi rimbalzava di qua e di là toccando le orecchie di molti, finché giunse anche a quelle di suo padre. Questi, udito gridare il nome del figlio e saputo che proprio contro di lui era diretto il dileggio dei cittadini, subito andò da Francesco, non per liberarlo, ma per rovinarlo. Come il lupo assale la pecora, senza più alcun ritegno, con sguardo truce e minaccioso, afferrandolo con le mani, lo trascinò a casa. E, inaccessibile ad ogni senso di pietà, lo tenne prigioniero per più giorni in un ambiente oscuro, cercando di piegarlo alla sua volontà, prima con parole, poi con percosse e catene.

Ma il giovane dalle stesse sofferenze traeva forza e risolu­tezza per realizzare il suo santo ideale. Né la debilitante reclusione né i martellanti rimbrotti gli fecero mai perdere la pazienza.

Il cristiano infatti ha il mandato di rallegrarsi nelle tribu­lazioni: neppure sotto i flagelli e le catene può abbandonare la sua linea di condotta e di spirito e lasciarsi sviare dal gregge di Cristo. Non lo intimorisce il diluviare di molte acque, lui, che in ogni angoscia ha per rifugio il Figlio di Dio, il quale perché non riteniamo troppo pesante il giogo delle nostre sofferenze, ci mostra quanto sono assai più grandi quelle che egli ha sopportato per noi.

 

CAPITOLO SESTO

 

LA MADRE LO LIBERA, ED EGLI SI SPOGLIA DAVANTI AL VESCOVO DI ASSISI

 

13. Affari urgenti costrinsero il padre ad assentarsi per un po' di tempo da casa, e il servo di Dio rimase legato nel suo sgabuzzino. Allora la madre, essendo rimasta sola con lui, disapprovando il metodo del marito, parlò con tenerezza al figlio; ma s'accorse che niente poteva dissuaderlo dalla sua scelta. E l'amore materno fu più forte di lei stessa: ne sciolse i legami, lasciandolo in libertà. Francesco, ringraziando Iddio onnipotente, senza perdere un istante, se ne tornò al luogo dove aveva dimorato prima. Reso più sicuro dall'esperienza delle lotte e tentazioni affrontate, appariva anche più sereno; le avversità gli avevano maggiormente temprato lo spirito, e se ne andava ovunque libero e con maggior fermezza.

Frattanto il padre rincasa e non trovandolo, accumulando peccati su peccati, tempesta di rimproveri la moglie. Poi furente e imprecante, corre da Francesco a San Damiano, nel tentativo di almeno allontanarlo dalla regione, se non gli riesce di piegarlo a ritornare alla sua vita precedente.

Questa volta però, poiché chi teme il Signore è sicuro di trovare in Lui ogni forza, il figlio della grazia, appena sente che il padre terreno sta per sopraggiungere, gli va incontro spontaneamente, gioioso, dichiarando di non aver più paura delle catene e delle percosse, e di essere pronto a sopportare lietamente ogni male nel nome di Cristo.

 

14. Allora il padre, visto vano ogni sforzo per distoglier­lo dal nuovo cammino, rivolge tutto il suo interesse a farsi restituire il denaro. L'uomo di Dio aveva deciso di usarlo per i poveri e per il restauro della cappella; ma, staccato com'era da esso, non si lasciò sedurre dal miraggio apparente di poterne trarre del bene e non gli dispiacque affatto privarsene.

Ritrovò la borsa del denaro che egli, gran disprezzatore dei beni terreni e assetato di quelli celesti, aveva scagliato in mezzo alla polvere della finestra. Il ricupero della somma placò in parte come un refrigerio l'ira e l'avidità del padre.

Tuttavia impose al figlio di seguirlo davanti al vescovo della città, perché facesse nelle mani del prelato la rinuncia e la restituzione completa di quanto possedeva.

Era ben lontano dal far resistenza, e aderì giubilante e sollecito a questa richiesta.

 

15. Comparso davanti al vescovo, Francesco non esita né indugia per nessun motivo: senza dire o aspettar parole, si toglie tutte le vesti e le getta tra le braccia di suo padre, restando nudo di fronte a tutti il vescovo, colpito da tanto coraggio e ammirandone il fervore e la risolutezza d'animo, immediatamente si alza, lo abbraccia e lo copre col suo stesso manto. Comprese chiaramente di essere testimone di un atto ispirato da Dio al suo servo, carico di un significato misterio­so. Perciò da quel momento egli si costituì suo aiuto, protettore e conforto, avvolgendolo con sentimento di grande amore.

Il nostro atleta ormai si lancia nudo nella lotta contro il nemico nudo; deposto tutto ciò che appartiene al mondo, eccolo occuparsi solo della giustizia divina! Si addentra così al disprezzo della propria vita, abbandonando ogni cura di se stesso, affinché sia compagna della sua povertà la pace nel cammino infestato da insidie e solo il velo della carne lo separi ormai dalla visione di Dio.

 

CAPITOLO SETTIMO

 

ASSALITO DAI BRIGANTI, È GETTATO NELLA NEVE, POI SI APPLICA A SERVIRE I LEBBROSI

 

16. Vestito di cenci, colui che un tempo si adornava di abiti purpurei, se ne va per una selva, cantando le lodi di Dio in francese. Ad un tratto, alcuni manigoldi si precipitano su di lui, domandandogli brutalmente chi sia. L'uomo di Dio risponde impavido e sicuro: «Sono l'araldo del gran Re; vi interessa questo?». Quelli lo percuotono e lo gettano in una fossa piena di neve, dicendo: «Stattene lì, zotico araldo di Dio!». Ma egli, guardandosi attorno e scossasi di dosso la neve, appena i briganti sono spariti, balza fuori dalla fossa e, tutto giulivo, riprende a cantare a gran voce, riempiendo il bosco con le lodi al Creatore di tutte le cose. Finalmente arriva ad un monastero, dove rimane parecchi giorni a far da sguattero di cucina. Per vestirsi ha un semplice camiciotto e chiede per cibarsi almeno un po' di brodo; ma non trovando pietà e neppure qualche vecchio abito, riparte, non per sdegno, ma per necessità, e si porta nella città di Gubbio. Qui da un vecchio amico riceve in dono una povera tonaca.

Qualche tempo dopo, divulgandosi ovunque la fama di Francesco, il priore di quel monastero, pentitosi del tratta­mento usatogli, venne a chiedergli perdono, in nome del Signore, per sé e i suoi confratelli.

 

17. Poi, come vero amante della umiltà perfetta, il Santo si reca tra i lebbrosi e vive con essi, per servirli in ogni necessità per amor di Dio. Lava i loro corpi in decomposizione e ne cura le piaghe virulente, come egli stesso dice nel suo Testamento: «Quando era ancora nei peccati, mi pareva troppo amaro vedere i lebbrosi, e il Signore mi condusse tra loro e con essi usai misericordia» La vista dei lebbrosi infatti, come egli attesta, gli era prima così insopportabile, che non appena scorgeva a due miglia di distanza i loro ricoveri, si turava il naso con le mani.

Ma ecco quanto avvenne: nel tempo in cui aveva già cominciato, per grazia e virtù dell'Altissimo, ad avere pensie­ri santi e salutari, mentre viveva ancora nel mondo, un giorno gli si parò innanzi un lebbroso: fece violenza a se stesso, gli si avvicinò e lo baciò.

Da quel momento decise di disprezzarsi sempre più, finché per la misericordia del Redentore ottenne piena vitto­ria.

Quand'era ancora nel mondo e viveva vita mondana, egli si occupava dei poveri, li soccorreva generosamente nella loro indigenza e aveva affetto di compassione per tutti gli afflitti. Una volta, che aveva respinto malamente, contro la sua abitudine, poiché era molto cortese, un povero che gli aveva chiesto l'elemosina, pentitosi subito, ritenne vergo­gnosa villania non esaudire le preghiere fatte in nome di un Re così grande. Prese allora la risoluzione di non negar mai ad alcuno, per quanto era in potere, qualunque cosa gli fosse domandata in nome di Dio.

E fu fedele a questo proposito, fino a donare tutto se stesso, mettendo in pratica anche prima di predicarlo il consiglio evangelico: Dà a chi ti domanda qualcosa e non voltar le spalle a chi ti chiede un prestito.

 

CAPITOLO OTTAVO

 

RESTAURA LA CHIESA DI SAN DAMIANO.

FORMA DI VITA DELLE RELIGIOSE CHE VI DIMORANO

 

18. La prima opera cui Francesco pose mano, appena libero dal giogo del padre terreno, fu di riedificare un tempio al Signore. Non pensa di costruirne uno nuovo, ma restaura una chiesa antica e diroccata; non scalza le fondamenta, ma edifica su di esse, lasciandone così, senza saperlo, il primato

a Cristo. Nessuno infatti potrebbe creare un altro fondamento all'infuori di quello che già è stato posto: Gesù Cristo.9

Tornato perciò nel luogo in cui, come si è detto, era stata costruita anticamente la chiesa di San Damiano, con la grazia dell'Altissimo, in poco tempo la riparò con ogni diligenza.

È questo il luogo beato e santo nel quale ebbe felice origine, per opera di Francesco stesso, l'Ordine glorioso delle «Povere Dame» e sante vergini, a quasi sei anni dalla sua conversione. E là che donna Chiara, pure nativa di Assisi, pietra preziosissima e fortissima, divenne la pietra basilare per tutte le altre pietre di questa famiglia religiosa.

L'Ordine minoritico era già felicemente sorto, quand'ella, conquistata a Dio dai moniti incoraggianti di Francesco,

divenne causa ed esempio di progresso spirituale per innume­revoli anime.

Nobile di nascita, più nobile per grazia; vergine nel corpo, purissima di spirito; giovane di età, matura per saggezza; costante nel proposito, ardente ed entusiasta nell'amore a Dio; piena di sapienza e di umiltà; Chiara di nome, più chiara per vita, chiarissima per virtù.

 

19. Su di lei sorse il nobile edificio di preziosissime perle, la cui lode non può essere fatta da uomini, ma solo da Dio, perché non basterebbe il povero pensiero e linguaggio umano a concepirla ed esprimerla.

Infatti domina tra loro, sopra ogni altra cosa, la virtù di una continua e mutua carità, che unisce così profondamente le loro volontà che, perfino in una fraternità di quaranta o cin­quanta persone, come sono in qualche luogo, l'identità del volere e del non volere fa di tante un'anima sola. In secondo luogo, brilla in ognuna la perla dell'umiltà, la quale conser­vando i doni e i benefici celesti, fa sì che esse meritino il dono di tutte le altre virtù. In terzo luogo, il giglio della verginità e della castità effonde su tutte loro il suo meraviglioso profu­mo, tanto che, dimentiche delle preoccupazioni terrene, desi­derano soltanto meditare le realtà celesti. Questa fragranza fa sorgere nei loro cuori tanto amore per il loro Sposo eterno, che l'integrità del loro amore esclude ogni attaccamento alla vita di un tempo. In quarto luogo, esse sono così fedeli al «tito­lo» della santissima povertà che a stento accondiscendono alle necessità più urgenti del vitto e delle vesti.

 

20. In un quinto luogo, hanno ottenuto la grazia partico­lare della mortificazione e del silenzio a tal punto, che non fanno praticamente alcuna fatica a dominare i sensi e a frenare la lingua.

Alcune di loro si sono così disabituate a parlare che, quando ne sono costrette per necessità, dimenticano quasi il modo corretto di pronunciare le parole. In sesto luogo, tutte queste virtù sono in loro adorne di una pazienza così meravi­gliosa che nessuna tribulazione o molestia può spezzarne o mutarne l'anima. In settimo luogo infine, hanno meritato di elevarsi alle altezze della contemplazione, ed è in questa che esse imparano ciò che devono fare ed evitare, e gustano la felicità di stare nell'intimità con Dio, perseverando il giorno e la notte nelle lodi e preghiere. L'eterno Iddio si degni coronare con la sua santa grazia un inizio così santo con una meta ancora più santa.

E bastino ora queste poche parole per le vergini consacrate a Dio e devotissime ancelle di Cristo. La loro mirabile vita e la loro Regola encomiabile ricevuta da Papa Gregorio, allora vescovo di Ostia richiedono uno studio particolare e un libro distinto.

 

CAPITOLO NONO

 

FRANCESCO

RIPARA LA CHIESA DI SANTA MARIA DELLA PORZIUNCOLA;

POI, SENTENDO LEGGERE UN BRANO EVANGELICO, LASCIA OGNI COSA E INVENTA L'ABITO DEI SUOI ERATI

 

21. Smesso l'abito secolare e restaurata la predetta chiesa, il servo di Dio, si portò in un altro luogo vicino alla città di Assisi e si mise a riparare una seconda chiesa in rovina, quasi distrutta, non interrompendo la buona opera iniziata, prima d'averla condotta completamente a termine.

Poi si trasferì nella località chiamata la Porziuncola, dove c'era un'antica chiesa in onore della Beata Vergine Madre di Dio, ormai abbandonata e negletta 38 Vedendola in quel misero stato, mosso a compassione, anche perché aveva grande devozione per la Madre di ogni bontà, il Santo vi stabili la sua dimora e terminò di ripararla nel terzo anno della sua conversione.

L'abito che egli allora portava era simile a quello degli eremiti, con una cintura di cuoio, un bastone in mano e sandali ai piedi.

 

22. Ma un giorno in cui in questa chiesa si leggeva il brano del Vangelo relativo al mandato affidato agli Apostoli di predicare, il Santo, che ne aveva intuito solo il senso generale, dopo la Messa, pregò il sacerdote di spiegargli il passo. Il sacerdote glielo commentò punto per punto, e Francesco, udendo che i discepoli di Cristo non devono Mc. 6,8-9; possedere né oro, né argento, né portare bisaccia, né pane, né bastone per via, né avere calzari, né due tonache, ma soltanto predicare il Regno di Dio e la penitenza ~ subito, esultante di Spirito Santo, esclamò: «Questo voglio, questo chiedo, questo bramo di fare con tutto il cuore!».

S'affretta allora il padre santo, tutto pieno di gioia, a realizzare il salutare ammonimento; non sopporta indugio alcuno a mettere in pratica fedelmente quanto ha sentito: si scioglie dai piedi i calzari, abbandona il suo bastone, si accontenta di una sola tunica, sostituisce la sua cintura con una corda. Da quell 'istante confeziona per sé una veste che riproduce l'immagine della croce, per tener lontane tutte le seduzioni del demonio; la fa ruvidissima, per crocifiggere la carne e tutti i suoi vizi e peccati, e talmente povera e grosso­lana da rendere impossibile al mondo invidiargliela!

Con altrettanta cura e devozione si impegna a compiere gli altri insegnamenti uditi.

Egli infatti non era mai stato un ascoltatore sordo del Vangelo, ma, affidando ad una encomiabile memoria tutto quello che ascoltava, cercava con ogni diligenza di eseguirlo alla lettera.

 

CAPITOLO DECIMO

 

FRANCESCO PREDICA IL VANGELO E ANNUNCIA LA PACE.

CONVERSIONE DEI PRIMI SEI FRATI

 

23. Da allora, con grande fervore ed esultanza, egli cominciò a predicare la penitenza, edificando tutti con la semplicità della sua parola e la magnificenza del suo cuore. La sua parola era come fuoco bruciante, penetrava nell'inti­mo dei cuori, riempiendo tutti di ammirazione. Sembrava totalmente diverso da come era prima: tutto intento al cielo, disdegnava guardare la terra. E, cosa curiosa, iniziò la sua predicazione proprio dove, fanciullo, aveva imparato a legge­re, e dove poi ebbe la prima gloriosa sepoltura, così che un felice inizio fu coronato da una fine ancor più lieta. Insegnò dove aveva imparato e terminò felicemente dove aveva incominciato.

In ogni suo sermone, prima di comunicare la parola di Dio

ai popolo, augurava la pace, dicendo: «Il Signore vi dia la pace!» Questa pace egli annunciava sempre sinceramente

a uomini e donne, a tutti quanti incontrava o venivano a lui. In questo modo otteneva spesso, con la grazia del Signore, di indurre i nemici della pace e della propria salvezza, a diven­tare essi stessi figli della pace e desiderosi della salvezza eterna.

 

24. Il primo tra quelli che seguirono l'uomo di Dio fu un abitante d'Assisi, devoto e semplice di spirito.

Dopo di lui frate Bernardo, raccogliendo questo messag­gio di pace, corse celermente al seguito del Santo di Dio per guadagnarsi il regno dei Cieli. Egli aveva già più volte ospitato Francesco nella sua casa; ne aveva osservato e sperimentato la vita e i costumi e, attratto dalla sua santità, cominciò a riflettere seriamente, finché si decise ad abbrac­ciare la via della salvezza. Lo vedeva passare le notti in preghiera, dormire pochissimo e lodare il Signore e la glorio­sa Vergine Madre sua, e, pieno di ammirazione pensava:

«Veramente quest'uomo è un uomo di Dio!». Si affretta perciò, a vendere tutti i suoi beni, distribuendo il ricavato ai poveri non ai parenti, e, trattenendo per sé solo il titolo 44 di una perfezione maggiore, mette in pratica il consiglio evangelico: Se vuoi essere perfetto, va', vendi quello che hai, dallo ai poveri, e avrai un tesoro in Cielo, poi vieni a seguirmi! Fatto questo, vesti l'abito e condivideva la vita di san France­sco, e stette sempre con lui, fino a quando, cresciuti di numero, con l'obbedienza del pio padre, fu invitato in altre regioni

La sua conversione a Dio servi di modello per tutti quelli che vennero dopo di lui: dovevano vendere i loro beni e distribuire il ricavato ai poveri. La venuta e la conversione di un uomo così pio, riempirono Francesco di una gioia straor­dinaria: gli parve che il Signore avesse cura di lui, donandogli il compagno di cui ognuno ha bisogno e un amico fedele.

 

25. Presto venne alla sua sequela un altro cittadino di Assisi, degno di ogni elogio per la sua vita, che chiuse poco dopo ancor più santamente di come l'aveva incominciata.

Ed ecco sopraggiungere frate Egidio, uomo semplice, retto e timorato di Dio, che, in tutta la sua lunga vita, praticò la santità, la giustizia, la pietà, lasciandoci esempi di obbe­dienza perfetta, lavoro manuale, amore al raccoglimento e alla contemplazione religiosa.

Dopo di lui arrivò un altro, e finalmente il loro numero divenne sette con frate Filippo, al quale il Signore aveva toccato e purificato le labbra con il carbone ardente

così che parlava di Dio con spirito mirabile. Interpretava la Scrit­tura, spiegando il significato più recondito, senza aver studia­to nelle scuole, simile a coloro che i principi dei Giudei disprezzavano come ignoranti e illetterati ~

 

CAPITOLO UNDICESIMO

SPIRITO DI PROFEZIA E PREDIZIONI DI SAN FRANCESCO

26. Il beato padre Francesco, ricolmo ogni giorno più della grazia dello Spirito Santo, si adoperava a formare con grande diligenza e amore i suoi nuovi figli, insegnando loro, con principi nuovi, a camminare rettamente e con passo fermo sulla via della santa povertà e della beata semplicità.

Un giorno, pieno di ammirazione per la misericordia del Signore in tutti i benefici a lui elargiti, desiderava conoscere dal Signore che cosa sarebbe stato della sua vita e di quella dei suoi frati. A questo scopo si ritirò, come spesso faceva, in un luogo adatto per la preghiera. Vi rimase a lungo invocando con timore e tremore il Dominatore di tutta la terra, ripensan­do con amarezza agli anni passati malamente e ripetendo: «O Dio, sii propizio a me peccatore!». A poco a poco si sentì inondare nell'intimo del cuore di ineffabile letizia e immensa dolcezza. Cominciò come a uscire da sé: l'angoscia e le tenebre, che gli si erano addensate nell'animo per timore del peccato, scomparvero, ed ebbe la certezza di essere perdonato di tutte le sue colpe e di vivere nello stato di grazia. Poi, come rapito fuori di sé e trasportato in una grande luce, che dilatava lo spazio della sua mente, poté contemplare liberamente il futuro. Quando quella luce e quella dolcezza dileguarono, egli aveva come uno spirito nuovo e pareva un altro.

 

27. Allora fece ritorno ai suoi frati e disse loro pieno di gioia: «Carissimi, confortatevi e rallegratevi nel Signore; non vi rattristi il fatto di essere pochi; non vi spaventi la mia e vostra semplicità, perché, come mi ha rivelato il Signore, Egli ci renderà una innumerevole moltitudine e ci propagherà fitio ai confini del mondo. Sono costretto a raccontarvi a vostro vantaggio quanto ho veduto; sarebbe più opportuno conser­vare il segreto, se la carità non mi costringesse a parlarne. Ho visto una gran quantità di uomini venire a noi, desiderosi di vivere con l'abito della santa Religione e secondo la Regola del nostro beato Ordine. Risuona ancora nelle mie orecchie il rumore del loro andare e venire conforme al comando della santa obbedienza! Ho visto le strade affollate da loro, prove­nienti da quasi tutte le nazioni: accorrono francesi, spagnoli, tedeschi, inglesi; sopraggiunge la folla di altre varie lingue». Ascoltando queste parole, una santa gioia si impadronì dei frati, per la grazia che Iddio concedeva al suo Santo, perché assetati come erano del bene del prossimo, desideravano che ogni giorno venissero nuove anime ad accrescere il loro numero per trovarvi insieme salvezza.

 

28. E Francesco riprese il suo discorso: «Per ringraziare con fedeltà e devozione il Signore Dio nostro per tutti i suoi doni, o fratelli, e perché conosciate come dobbiamo vivere ora e nel futuro, ascoltate la verità sugli avvenimenti futuri. All'inizio della vita del nostro Ordine troveremo frutti dolci e deliziosi; poi ne avremo altri meno gustosi; infine ne raccoglieremo di quelli tanto amari da non poterli mangiare, perché a motivo della loro asprezza saranno immangiabili per tutti, quantunque siano estremamente belli e profumati. Ef­fettivamente come vi dissi, il Signore ci farà crescere fino a diventare un popolo assai numeroso; poi avverrà come di un pescatore che, gettando le reti nel mare o in qualche lago, prende grande quantità di pesci, ma dopo averli messi tutti nella sua navicella, essendo troppi, sceglie i migliori e i più grossi da riporre nei vasi e portar via, e abbandona gli altri».

Di quanta verità e chiarezza rifulgano queste predizioni del Santo è manifesto a chiunque le consideri con spirito obiettivo e sincero. Ecco come lo spirito di profezia riposava su San Francesco!

 

CAPIOLO DODICESIMO

 

FRANCESCO MANDA I FRATI A DUE A DUE NEL MONDO; POCO TEMPO DOPO SI RITROVANO INSIEME

 

29. Nello stesso tempo entrò nell'Ordine una nuova e ottima recluta, così il loro numero fu portato a otto. Allora il beato Francesco li radunò tutti insieme, e dopo aver parlato loro a lungo del Regno di Dio, del disprezzo del mondo, del rinnegamento della propria volontà, del dominio che si deve esercitare sul proprio corpo, li divise in quattro gruppi, di due ciascuno e disse loro: «Andate, carissimi, a due a due per le varie parti del mondo e annunciate agli uomini la pace e la penitenza in remissione dei peccati; e siate pazienti nelle persecuzioni, sicuri che il Signore adempirà il suo disegno e manterrà le sue promesse. Rispondete con umiltà a chi vi interroga, benedite chi vi perseguita, ringraziate chi vi ingiu­ria e vi calunnia perché in cambio ci viene preparato il regno eterno».

Ed essi, ricevendo con gaudio e letizia grande il precetto della santa obbedienza, si prostravano davanti al beato padre, che abbracciandoli con tenerezza e devozione, diceva ad ognuno: «Riponi la tua fiducia nel Signore ed Egli avrà cura di te». Era la frase che ripeteva ogni volta che mandava

qualche frate ad eseguire l'obbedienza.

 

30. Allora frate Bernardo con frate Egidio, partì per Compostella, al santuario di San Giacomo, in Galizia; san Francesco con un altro compagno si scelse la valle di Rieti; gli altri quattro, a due a due, si incamminarono verso le altre due direzioni. Ma passato breve tempo, san Francesco, desiderando di rivederli tutti, pregò il Signore, il quale raccoglie i figli dispersi d'Israele, che si degnasse nella sua misericordia di riunirli presto. E tosto, secondo il suo desiderio e senza che alcuno li chiamasse, si ritrovarono insieme e resero grazie a Dio. Prendendo il cibo insieme manifestano calorosamente la loro gioia nel rivedere il pio pastore e la loro meraviglia per aver avuto il medesimo pensiero. Si raccontano poi i benefici ricevuti dal misericordioso Signore e chiedono e ottengono umilmente la correzione e la penitenza dal beato padre per le eventuali colpe di negligenza o di ingratitudine.

E così solevano fare sempre quando si recavano da lui; non gli nascondevano neppure il minimo pensiero e i moti involontari dell'anima, e dopo aver compiuto tutto ciò che era stato loro comandato, si ritenevano ancora servi inutili. E veramente la «purezza di cuore» riempiva a tal punto quel primo gruppo di discepoli del beato Francesco, che, pur sapendo operare cose utili, sante e rette, si mostrava del tutto incapace di trarne vana compiacenza. Allora il beato France­sco, stringendo a sé i figli con grande amore, comincio a manifestare a loro i suoi propositi e ciò che il Signore gli aveva rivelato.

 

31. Durante questo tempo si aggregarono a loro e si fecero discepoli di Francesco altri quattro uomini degni e virtuosi. Perciò l'interesse per il movimento e la fama dell'uomo di Dio cresceva sempre più tra il popolo. E veramente in quel tempo Francesco e i suoi compagni provavano una immensa allegrezza e una gioia inesplicabile quando qualcuno dei fedeli, chiunque e di qualunque condizione fosse, ricco, povero, nobile, popolano, spregevole, onorato, prudente, semplice, chierico, indotto, laico, guidato dallo spirito di Dio veniva a prender l'abito della loro santa religio­ne.

Riscuotevano tutti la sincera ammirazione degli uomini del mondo, e l'esempio della loro umiltà era per essi una provocazione a vivere meglio e far penitenza dei propri peccati.

Né l'umiltà della condizione, né la povertà che il mondo ritiene una infermità, potevano impedire che fossero incorpo­rati nella costruzione di Dio quelli che egli voleva inserirvi, poiché Dio trova la sua compiacenza nello stare con i semplici e con quelli che il mondo disprezza.

 

CAPITOLO TREDICESIMO

 

QUANDO EBBE UNDICI FRATI, SCRISSE LA PRIMA REGOLA, CHE FU APPROVATA DA INNOCENZO III

 

32. Vedendo che di giorno in giorno aumentava il numero dei suoi seguaci, Francesco scrisse per sé e per i frati presenti e futuri, con semplicità e brevità, una norma di vita o Regola, composta soprattutto di espressioni del Vangelo, alla cui osservanza perfetta continuamente aspirava. Ma vi aggiun­se poche altre direttive, indispensabili e urgenti per una santa vita in comune. Poi, con tutti i suddetti frati, si recò a Roma, desiderando grandemente che il signor papa Innocenzo III, confermasse quanto aveva scritto.

In quel tempo si mostrava a Roma il venerando vescovo d'Assisi, Guido, che aveva particolare affetto e stima per Francesco e per tutti i suoi fratelli. Quando li vide, non sapendo il motivo della loro venuta, si turbò molto, perché temeva che volessero lasciare la loro patria, nella quale il Signore per mezzo di quei servi operava già grandissimo bene. Era infatti profondamente lieto di avere nella propria diocesi tanti uomini di quel genere, perché dalla loro vita santa si attendeva grandi frutti. Come ebbe però udito il motivo del viaggio e il loro proposito, si rallegrò assai nel Signore e si offrì di consigliarli e aiutarli.

San Francesco si presentò anche al vescovo di Sabina, Giovanni di San Paolo 60, che tra i principi e prelati della Curia romana, aveva fama di disprezzare le cose terrene e amare le celesti. Egli l'accolse benevolmente e lodò il suo disegno.

 

33. Nondimeno, da uomo prudente, lo interrogava su molti punti e cercava di convincerlo a scegliere la vita monastica o l'eremitica 61 Ma san Francesco ricusava con quanta più umilità poteva quegli argomenti, non perché li disprezzasse, ma perché si sentiva trasportato da più alto desiderio seguendo con amore un altro ideale. Il vescovo ammirava il suo zelo, tuttavia temendo che non potesse perseverare in un ideale così alto, gli additava vie più piane. Infine, vinto dalla sua costanza, accondiscese alle sue pre­ghiere e si impegnò a promuovere la causa di lui davanti al Papa.

Era allora preposto alla Chiesa di Dio, il signor papa Innocenzo III, uomo che si era coperto di gloria, dotto, ricco di eloquenza, ardente cultore della giustizia nel difendere i diritti e gli interessi della fede cristiana. Questi, conosciuto il desiderio di quegli uomini di Dio, dopo matura riflessione, diede il suo assenso alla loro richiesta, e lo completò dandogli effetto; li incoraggiò con molti consigli e li benedisse, dicen­do: «Andate con Dio, fratelli, e come Egli si degnerà ispirarvi predicate a tutti la penitenza. Quando il Signore onnipoten­te vi farà crescere in numero e grazia, ritornerete lieti a dirmelo, ed io vi concederò con più sicurezza altri favori e uffici più importanti».

Veramente il Signore era con Francesco ovunque andasse, allietandolo con rivelazioni e animandolo con i suoi benefici. Una notte ebbe questa visione: sul ciglio della strada che stava percorrendo c'era un albero maestoso, robusto e bello, con un tronco enorme e altissimo. Avvicinatosi per osservarne la bellezza e grandezza, egli stesso all'improvviso crebbe tanto da poterne toccare la cima. Lo prese e con una sola mano lo piegò agevolmente fino a terra. Così era avvenuto veramente: papa Innocenzo, che è come l'albero più alto e potente del mondo, si era inchinato così benevolmente alla preghiera del beato Francesco.

 

CAPITOLO QUATTORDICESIMO

 

RITORNO DEL SANTO DA ROMA NELLA VALLE SPOLETANA E SUA SOSTA NEL VIAGGIO

 

34. Francesco con i compagni, pieno d'esultanza per il dono di un così grande padre e signore, ringraziò Iddio onnipotente, che innalza gli umili e conforta gli afflitti; fece subito visita alla basilica di San Pietro e, finita la sua preghie­ra, riprese con i fratelli il cammino di ritorno verso la valle di Spoleto. Cammin facendo, andavano ripensando agli innu­merevoli e grandi benefici ricevuti da Dio clementissimo; la cortesia con la quale erano stati accolti dal Vicario di Cristo, Pastore benevolo e universale della Cristianità; ricercavano insieme qual fosse il modo migliore di adempire i suoi consigli e comandi, come osservare e custodire con sincerità e fedeltà la Regola; come dovevano camminare santamente e religiosamente davanti all'Altissimo; infine come la loro vita e i loro costumi, mediante la crescita nelle sante virtù, avrebbe potuto essere d'esempio agli altri.

I nuovi discepoli di Cristo avevano già conversato a lungo in ispirito di umiltà di questi santi argomenti, e il giorno volgeva al tramonto.

Si trovavano, in quel momento, molto stanchi e affamati, inun luogo deserto, e non potevano trovare nulla da mangiare, poiché quel luogo era molto lontano dall'abitato. Ma all'im­provviso, per divina provvidenza, apparve un uomo recante del pane; lo diede loro e se ne andò. Nessuno di loro l'aveva mai conosciuto, e perciò, pieni di ammirazione, si esortavano devotamente l'un l'altro a confidare sempre di più nella divina misericordia. Dopo essersi ristorati con quel cibo, proseguirono fino ad un luogo vicino a Orte, e qui si ferma­rono per circa quindici giorni. Alcuni di loro si recavano in città a cercare il vitto necessario e riportavano agli altri quanto erano riusciti a racimolare chiedendo l'elemosina di porta in porta, e lo mangiavano insieme lieti e ringraziando il Signore. Se avanzava qualcosa, quando non potevano donarla ai poveri, la riponevano in una fossa, che un tempo era servita da sepolcro, per cibarsene il giorno seguente. Quel luogo era deserto e non vi passava quasi nessuno.

 

38. Erano felicissimi di non vedere e di non possedere alcuna cosa vana o dilettevole ai sensi. Cominciarono così a stringere un patto d'alleanza con la santa povertà, e si proponevano di vivere con essa per sempre e ovunque, come in quel momento tanta era la consolazione che provavano mentre erano privi di tutto ciò che il mondo ama. E poiché, liberi da ogni cura terrena, trovavano piacere solo nelle cose celesti, deliberano irrevocabilmente di non sciogliersi mai, per nessuna tribulazione o tentazione, dall'abbraccio della povertà. Ma, sebbene non ci fosse per loro pericolo di sorta nella amenità della regione, che pure può affievolire il vigore dello spirito, tuttavia, perché una lunga dimora non creasse una parvenza di possesso, lasciarono quel luogo e, seguendo il padre, che era pieno di felicità, entrarono nella valle Spoleta­na. Si domandavano ancora e seriamente, da persone che si erano impegnate a vivere sinceramente nella santità, se dove­vano svolgere la loro vita tra gli uomini o ritrarsi negli eremi. E Francesco, che, non fidandosi mai di se stesso, in ogni decisione cercava ispirazione da Dio nella preghiera, scelse di vivere per Colui che mori per tutti, ben consapevole di essere stato inviato da Dio a conquistare le anime che il diavolo tentava di rapire.

 

CAPITOLO QUINDICESIMO

 

FAMA DEL BEATO FRANCESCO.

 

CONVERSAZIONE DI MOLTI A DIO. COME LA SUA ISTITUZIONE FU CHIAMATA «ORDINE DEI FRATI MINORI». FORMAZIONE DI COLORO CHE VI ENTRAVANO

 

36. Il valorosissimo soldato di Cristo passava per città e castelli annunciando il Regno dei cieli, la pace, la via della salvezza, la penitenza in remissione dei peccati; non però con gli artifici della sapienza umana, ma con la virtù dello Spirito. Poiché ne aveva ricevuto l'autorizzazione dalla Sede Aposto­lica, operava fiducioso e sicuro, rifuggendo da adulazioni e lusinghe. Non era solito blandire i vizi, ma sferzarli con fermezza; non cercava scuse per la vita dei peccatori, ma li percuoteva con aspri rimproveri, dal momento che aveva piegato prima di tutto se stesso a fare ciò che inculcava agli altri. Non temendo quindi d'esser trovato incoerente, predi­cava la verità con franchezza, tanto che anche uomini dottis­simi e celebri accoglievano ammirati le sue ispirate parole, e alla sua presenza erano invasi da un salutare timore. Uomini e donne, chierici e religiosi accorrevano a gara a vedere e a sentire il Santo di Dio, che appariva a tutti come un uomo di un altro mondo. Persone di ogni età e sesso venivano sollecitate ad ammi­rare le meraviglie che il Signore di nuovo compiva nel mondo per mezzo del suo servo. La presenza o anche la sola fama di san Francesco sembrava davvero una nuova luce mandata in quel tempo dal cielo a dissipare le caliginose tenebre che avevano invaso la terra, così che quasi più nessuno sapeva scorgere la via della salvezza. Erano infatti quasi tutti preci­pitati in una così profonda dimenticanza del Signore e dei suo comandamenti, che appena sopportavano di smuoversi un poco dai loro vizi incalliti e inveterati.

 

37. Splendeva come fulgida stella nel buio della notte e come luce mattutina diffusa sulle tenebre; così in breve l'aspetto dell'intera regione si cambiò e, perdendo il suo orrore, divenne più ridente. È finita la lunga siccità, e nel campo già squallido cresce rigogliosa la messe. Anche la vigna incolta comincia a coprirsi di fiori profumati e a maturare, per grazia del Signore, i frutti soavi di bontà e di bene. Ovunque risuonano azioni di grazie e inni di lode, e non pochi, lasciate le cure mondane, seguendo l'esempio e l'inse­gnamento di san Francesco, impararono a conoscere, amare e rispettare il loro Creatore. Molti, nobili e plebei, chierici e laici, docili alla divina ispirazione, si recavano dal Santo, bramosi di schierarsi per sempre con lui e sotto la sua guida. E a tutti egli, come ricca sorgente di grazia celeste, dona le acque vivificanti che fanno sbocciare le virtù nel giardino del cuore. Artista e maestro di vita evangelica veramente glorio­so: mediante il suo esempio, la sua Regola e il suo insegna­mento si rinnova la Chiesa di Cristo nei suoi fedeli, uomini e donne, e trionfa la triplice milizia degli eletti.

A tutti dava una regola di vita, e indicava la via della salvezza a ciascuno secondo la propria condizione.

 

38. È ora il momento di concentrare l'attenzione soprat­tutto sull'Ordine che Francesco suscitò col suo amore e vivificò con la sua professione.

Proprio lui infatti fondò l'Ordine dei frati minori; ed ecco in quale occasione gli diede tale nome. Mentre si scrivevano nella Regola quelle parole: «Siano minori», appena l'ebbe udite esclamò: «Voglio che questa Fraternità sia chiamata Ordine dei frati minori». E realmente erano «minori»; «sotto­messi a tutti» e ricercavano l'ultimo posto e gli uffici cui fosse legata qualche umiliazione, per gettare così le solide fonda­menta della vera umiltà, sulla quale si potesse svolgere l'edi­ficio spirituale di tutte le virtù.

E davvero su questa solida base edificarono, splendida, la costruzione della carità. E come pietre vive, raccolte, per così dire, da ogni parte del mondo, crebbero in tempio dello Spirito Santo. Com'era ardente l'amore fraterno dei nuovi discepoli di Cristo! Quanto era forte in essi l'amore per la loro famiglia religiosa! Ogni volta che in qualche luogo o per strada, come poteva accadere, si incontravano, era una vera esplosione del loro affetto spirituale, il solo amore che sopra ogni altro amore è fonte di vera carità fraterna. Ed erano casti abbracci, delicati sentimenti, santi baci, dolci colloqui, sorrisi modesti, aspetto lieto, occhio semplice, animo umile, parlare cortese, risposte gentili, piena unanimità nel loro ideale, pronto osse­quio e instancabile reciproco servizio.

 

39. Avendo disprezzato tutte le cose terrene ed essendo immuni da qualsiasi amore egoistico, dal momento che river­savano tutto l'affetto del cuore in seno alla comunità, cerca­vano con tutto l'impegno di donare perfino se stessi per venire incontro alle necessità dei fratelli. Erano felici quando pote­vano riunirsi, più felici quando stavano insieme; ma era per tutti pesante il vivere separati, amaro il distacco, doloroso il momento dell'addio. Questi docilissimi soldati non antepo­nevano comunque nulla ai comandi della santa obbedienza;

vi si preparavano anzi in anticipo, e si precipitavano ad eseguire, senza discutere e rimuovere ogni ostacolo, qualun­que cosa veniva loro ordinata.

Da cultori fedeli della santissima povertà, poiché non possedevano nulla, non s'attaccavano a nessuna cosa, e niente temevano di perdere. Erano contenti di una sola tonaca, talvolta rammendata dentro e fuori, tanto povera e senza ricercatezze da apparire in quella veste dei veri crocifissi per il mondo, e la stringevano ai fianchi con una corda, e porta­vano rozzi calzoni. Il loro santo proposito era di restare in quello stato, senza avere altro. Erano perciò sempre sereni, liberi da ogni ansietà e pensiero, senza affanni per il futuro; non si angustiavano neppure di assicurarsi un ospizio per la notte, anche se pativano grandi disagi nel viaggio. Sovente, durante il freddo più intenso, non trovando ospitalità, si ran­nicchiavano in un forno, o pernottavano in qualche spelonca.

Di giorno, quelli che ne erano capaci si impegnavano in lavori manuali, o nei ricoveri dei lebbrosi o in altri luoghi, servendo tutti con umiltà e devozione. Non volevano eserci­tare nessun lavoro che potesse dar adito a scandalo, ma sempre si occupavano di cose sante e giuste, oneste e utili, dando esempio di umiltà e di pazienza a tutti coloro con i quali si trovavano.

 

40. Amavano talmente la pazienza, che preferivano stare dove c'era da soffrire che non dove, essendo nota la loro santità, potevano godere i favori del mondo. Spesso, ingiuria­ti, vilipesi, percossi, spogliati, legati, incarcerati, Sopportava­no tutto virilmente, senza cercare alcuna difesa; dalle loro labbra anzi non usciva che un cantico di lode e di ringrazia­mento.

Non cessavano quasi mai di pregare e lodare il Signore; esaminando ogni loro azione,, ringraziavano Dio per il bene fatto e piangevano amaramente per le colpe e negligenze commesse. Quando poi nella preghiera non avvertivano la usuale dolcezza, si credevano abbandonati da Dio. E per non lasciarsi sorprendere dal sonno durante la loro lunga preghie­ra, adoperavano diversi espedienti: alcuni si aggrappavano a

delle funi, altri si servivano di cilizi di ferro o di legno. Se talvolta pareva loro di essere stati meno sobri del solito, per aver preso cibo e bevanda a sufficienza,, oppure di aver oltrepassato sia pur per poco la misura della stretta necessità per la stanchezza del viaggio, si punivano aspramente con una astinenza di parecchi giorni. Si studiavano infine di domare gli istinti della carne con tal rigore, da non esitare spesso a tuffarsi nel ghiaccio e a martoriare il corpo tra i rovi acuminati rigandolo di sangue.

 

41. Avevano tanto disprezzo per i beni terreni, che a stento sopportavano di accettare le cose più necessarie per vivere e, disabituati ormai da lungo tempo a qualsiasi como­dità corporale, affrontavano senza paura alcuna le più dure privazioni.

Ma mentre erano così severi con se stessi, il loro contegno era sempre garbato e pacifico con tutti; e attendevano solo a opere di edificazione e di pace evitando con grande cura ogni motivo di mal esempio. Parlavano solamente quando era necessario, né mai dicevano parole scorrette o vane. In tutta la loro vita e attività non si poteva trovare nulla che non fosse onesto e retto. Dal loro atteggiamento traspariva sempre compostezza e modestia; e mortificavano talmente i propri sensi che non vedevano né sentivano se non quello che era essenziale e doveroso: sguardo rivolto a terra e mente fissa al cielo. Gelosia, malizia, rancore, diverbi, sospetto, amarezza non trovavano posto in loro, ma soltanto grande concordia, costante serenità, azioni di grazia e di lode.

Ecco i principi con i quali Francesco educava i suoi nuovi figli, e non semplicemente a parole, ma soprattutto con le opere e l'esempio della sua vita.

 

CAPITOLO SEDICESIMO

 

DIMORA A RIVOTORTO E OSSERVANZA DELLA POVERTÀ

 

42. Il beato Francesco era solito raccogliersi con i suoi compagni in un luogo presso Assisi, detto Rivotorto, ed erano felici, quegli arditi dispregiatori delle case grandi e belle, di un tugurio abbandonato ove potevano trovare riparo dalle bufere, perché, al dire di un santo c’è maggior speranza di salire più presto in cielo dalle baracche che dai palazzi.

Padre e figli se ne stavano così insieme, tra molti stenti e indigenze, non di raro privi anche del ristoro del pane, contenti di qualche rapa che andavano a mendicare per la pianura di Assisi. L'abitazione poi era tanto angusta, che a fatica vi potevano stare seduti o stesi a terra; tuttavia «non si udiva mormorazione né lamento; ognuno manteneva la sua giocondità di spirito e tutta la sua pazienza».

San Francesco ogni giorno, anzi di continuo, esaminava diligentemente se stesso e i suoi, perché non restasse in loro nulla di mondano efosse evitata qualsiasi negligenza. Con se stesso era particolarmente rigoroso e vigile, e se, come avviene a tutti, lo assaliva qualche tentazione della carne, si immergeva d'inverno nel ghiaccio, finché il pericolo spiritua­lé fosse scomparso. Gli altri, naturalmente, imitavano fervi­damente questo suo mirabile esempio di penitenza.

 

43. Insegnava loro non solo a combattere i vizi e a mortificare gli stimoli del corpo, ma anche a conservare puri i sensi esterni, per i quali la morte entra nell'anima.

Passando un giorno per quelle contrade con grande pompa

e clamore l'imperatore Ottone, che si recava a ricevere «la corona della terra» il santissimo padre non volle neppure uscire dal suo tugurio, che era vicino alla via di transito, né permise che i suoi vi andassero, eccetto uno il quale doveva annunciare con fermezza all'imperatore che quella sua gloria sarebbe durata ben poco.

Siccome il glorioso Santo aveva la sua dimora nell'intimo del cuore, dove preparava una degna abitazione a Dio, il mondo esteriore con il suo strepito non poteva mai distrarlo, né alcuna voce interrompere la grande opera a cui era intento. Si sentiva investito dall'autorità apostolica, e perciò ricusava fermamente di adulare re e principi.

 

44. Cercava costantemente la santa semplicità, né ammetteva che l'angustia del luogo impedisse le espansioni dello spirito. Scrisse perciò i nomi dei frati sui travicelli della capanna, perché ognuno potesse riconoscervi il proprio posto per la preghiera e il riposo, e la ristrettezza del luogo non turbasse il raccoglimento dell'animo.

Mentre erano nel tugurio, capitò un giorno che un conta­dino vi giungesse col suo asinello, e temendo di essere cacciato fuori, spinse l'asino dentro il tugurio, incitandolo con queste parole: «Entra, che faremo un buon servizio a questo ricovero!». Francesco nell'udire questo si rattristò, indovinando il pensiero di quell 'uomo: credeva infatti che i frati volessero fermarvisi e ingrandire la loro abitazione, unendo casa a casa. E subito san Francesco abbandonò quel luogo, per recarsi in un altro non distante, chiamato Porziun­cola, dove, come si disse, molto tempo prima egli stesso aveva riparato la chiesa di Santa Maria. Non voleva avere nulla di proprio, per poter possedere più pienamente tutto nel Signore.

 

CAPITOLO DICIASSETTESIMO

 

IL BEATO FRANCESCO INSEGNA AI FRATI A PREGARE. OBBEDIENZA E PUREZZA DEI MEDESIMI

 

45. In quel tempo i frati gli chiesero con insistenza che insegnasse loro a pregare, perché, comportandosi con sempli­cità di spirito, non conoscevano ancora l'ufficio liturgico. Ed egli rispose: «Quando pregate, dite, Padre nostro! e: Ti adoriamo, o Cristo, in tutte le tue chiese che sono nel mondo e Ti benediciamo, perché con la tua santa croce hai redento il mondo» E questo gli stessi discepoli del pio maestro si impegnavano ad osservare con ogni diligenza, perché si proponevano di eseguire perfettamente non solo i consigli fraterni e i comandi di lui, ma perfino i suoi segreti pensieri, se riuscivano in qualche modo a intuirli.

Infatti il beato padre insegnava loro che la vera obbedienza riguarda i pensieri non meno che le parole espresse, i desideri non meno che i comandi. E cioè: «Se un frate suddito, prima ancora di udire le parole del superiore, ne indovina l'intenzio­ne, subito deve disporsi all'obbedienza e fare ciò che al minimo segno gli sembrerà la volontà di lui». Fedeli alla esortazione di Francesco, essi, ogni volta che passavano vicino à una chiesa, oppure anche la scorgevano da lontano, si inchinavano in quella direzione e, proni col corpo e con lo spirito, adoravano l'Onnipotente, dicendo: «Ti adoriamo, o Cristo, qui e in tutte le chiese». E, cosa non meno ammirevole,

altrettanto facevano dovunque capitava loro di vedere una croce o una forma di croce, per terra, sulle pareti, tra gli alberi, nelle siepi.

 

46. Erano così pieni di santa semplicità, di innocenza, di purezza di cuore da ignorare ogni doppiezza. Come unica era la loro fede, così regnava in essi l'unità degli animi, la concordia degli intenti e dei costumi, la stessa carità, la pratica delle virtù, la pietà degli atti, l'armonia dei pensieri.

Avevano scelto come confessore un sacerdote secolare che era tristemente noto per le sue enormi colpe e degno del disprezzo di tutti a motivo della sua depravata condotta; ma essi non vollero credere al male che si diceva di lui e continuarono a confessargli i propri peccati, prestandogli la debita riverenza. Anzi, avvenne un giorno che quel sacerdote, o forse un altro, dicesse a uno di loro: «Bada, fratello, di non essere ipocrita»; quel frate si reputò davvero ipocrita e, per il profondo dolore che ne sentiva, non sapeva più darsi pace, giorno e notte. Agli altri che gli chiedevano il perché di tanto insolito lamento e mestizia, rispondeva: «Un sacerdote mi ha detto questo, e io ne sono così afflitto da non poter pensare ad altro!». Lo esortavano, per consolarlo, a non prestar fede a quelle parole; ma egli replicava: «Che dite mai, fratello? Può forse un sacerdote dire il falso? Se il sacerdote non può mentire, bisogna credere che quanto mi ha detto è vero». E perseverò a lungo in tale semplicità, finché Francesco stesso lo assicurò, spiegandogli le parole del sacerdote e scusandone con sapiente intuito l'intenzione. Non c'era turbamento, per grande che fosse, nell'animo dei confratelli che alla sua parola di fuoco non svanisse e tornasse il sereno!

 

CAPITOLO DICIOTTESIMO

 

IL CARRO DI FUOCO E COME IL BEATO FRANCESCO, ANCHE ASSENTE, VEDEVA I SUOI FRATI

 

47. Poiché camminavano con semplicità davanti a Dio e con coraggio davanti agli uomini, in quel tempo meritarono i santi frati la grazia di una rivelazione soprannaturale. Ani­mati dal fuoco dello Spirito Santo, pregavano cantando il «Pater noster» su una melodia religiosa, non solo nei mo­menti prescritti, ma ad ogni ora, perché non erano preoccupati dalle cure materiali.

Una volta che Francesco era assente, verso mezzanotte, mentre alcuni dormivano e altri pregavano fervorosamente in silenzio, entrò per la porticina della casa un carro di fuoco luminosissimo che fece due o tre giri per la stanza; su di esso poggiava un grande globo, che a guisa di sole rischiarò le tenebre notturne. I frati che vegliavano furono pieni di stupo­re, quelli che dormivano si destarono atterriti, sentendosi tutti quanti invasi da quella luce, non solo nel corpo, ma anche nello spirito. Riunitisi insieme, si domandavano il significato di quel misterioso fenomeno; ma ecco, per la virtù di tanto fulgore ognuno vedeva chiaramente nella coscienza dell'al­tro. Allora compresero e furono certi che si trattava dell'ani­ma del beato padre, raggiante di così grande splendore, e che essa si era meritato da Dio quel dono straordinario di benedi­zione e di grazia, soprattutto a motivo della sua purezza e per la sua sollecitudine paterna verso i suoi figli.

 

48. Spessissimo avevano avuto precisi e chiari indizi che Francesco, per la sua santità, poteva leggere i segreti della loro anima. Quante volte infatti, per rivelazione dello Spirito Santo, conobbe le vicende dei fratelli lontani, penetrò i cuori e le coscienze! Quanti avverti in sogno di quello che dovevano fare o evitare! A quanti, che sembravano retti esteriormen­te, predisse il pericolo della perdizione, mentre ad altri, conoscendo il termine delle loro opere malvagie, predisse la grazia della salvezza! Qualcuno anzi, particolarmente puro e semplice, ebbe il dono e il conforto speciale della apparizione del Santo in maniera davvero singolare. Tra tanti fatti del genere, eccone uno appreso da testimoni degni di fede. Frate Giovanni da Firenze, eletto da san Francesco ministro dei minori in Provenza, aveva raccolto i suoi frati a capitolo. Il Signore Iddio gli concesse, nella sua bontà, la grazia di parlare con tanto zelo da conquistare tutti ad un ascolto benevolo e attento. Era presente tra loro un frate sacerdote, di nome Monaldo, famoso specialmente per la vita virtuosa, fondata sull'umiltà, corroborata dalla pre­ghiera frequente e difesa dalla pazienza; ed anche frate Antonio al quale Iddio diede «l'intelligenza delle sacre Scritture» e il dono di predicare Cristo al mondo intero con parole più dolci del miele. Ora, mentre Antonio predicava ai

frati con fervore e devozione grandissima sul tema: «Gesù Gv. 19,19 Nazzareno, Re dei Giudei», il detto frate Monaldo, guardando verso la porta della sala capitolare, vide il beato Francesco sollevato in alto, con le braccia distese a forma di croce, in atto di benedire i presenti. E tutti i presenti, sentendosi essi stessi investiti dalla consolazione dello Spirito Santo, e ripieni di gaudio salutare, trovarono assai credibile il racconto dell'ap­parizione e della presenza del gloriosissimo Padre.

 

49. Quanto alla conoscenza che egli aveva dei segreti dei cuori, tra le molte prove che molti conobbero, ne riferirò una indubitabile sotto ogni aspetto. Un frate di nome Ricce­rio, nobile di famiglia e più ancora di costumi, vero amante di Dio e disprezzatore di se stesso, aveva il pio desiderio e la fortissima volontà di assicurarsi la piena benevolenza del

santo padre Francesco; ma d'altra parte lo tormentava il timore che san Francesco lo detestasse segretamente, privan­dolo del suo affetto. Era convinto questo frate, assai timorato, che chiunque era amato di particolare amore da san France­sco, fosse anche degno di meritarsi la divina grazia; e che viceversa fosse segno di condanna del Giudice divino, se non fosse accolto da lui con benevolenza e amicizia. Ma non rivelava a nessuno questo suo inquietante e persistente pen­siero.

 

50. Un giorno però il beato padre, mentre pregava nella cella, e quel fratello, angosciato dal solito dubbio, stava avvicinandosi a quel «luogo», ne avverti l'arrivo e il turba­mento che aveva nell'animo. Subito lo fece chiamare, e gli disse: «Non lasciarti turbare da nessuna tentazione, figliolo; nessun pensiero ti tormenti, perché tu mi sei carissimo, e sappi che sei tra quelli a me più cari, e ben degno del mio affetto e della mia amicizia. Vieni da me quando vuoi, liberamente come ad amico». Restò attonito frate Riccerio, e da allora in poi, pieno di più grande venerazione, quanto più vedeva crescere l'amore di san Francesco per lui, tanto più dilatava la sua fiducia nella divina misericordia.

Quanto penosa dev'essere, padre santo, la tua assenza per quelli che disperano di trovare sulla terra un altro simile a te! Aiuta con la tua intercessione, te ne preghiamo, coloro che vedi avvolti nella micidiale macchia del peccato, tu che, mentre eri già ripieno dello spirito dei giusti, e prevedevi l'avvenire e conoscevi le realtà presenti, malgrado ciò, per mettere in fuga ogni forma di ostentazione, ti ricoprivi con il manto della santa semplicità. Ma ritorniamo indietro, ripren­dendo l'ordine storico della narrazione.

 

CAPITOLO DICIANNOVESIMO

 

LA VIGILANZA SUI SUOI FRATI. IL DISPREZZO DI SE STESSO. LA VERA UMILTÀ

 

51. Il beatissimo uomo Francesco, ritornò corporalmen­te tra i suoi frati, dai quali, come si disse, non era mai stato assente con lo spirito. Santamente curioso di conoscere lo spirito dei suoi figli, sottoponeva a diligente esame la condot­ta di ognuno, non lasciando impunita nessuna colpa, se vi scopriva qualcosa, anche minima, di meno che retto. Badava prima ai difetti dell'animo, poi a quelli esterni, infine rimuo­veva tutte le occasioni che di solito conducono al peccato.

Alla santa povertà riservava una cura tutta particolare e voleva che dominasse sempre da signora, tanto da non tolle­rare neppure il più piccolo utensile, appena s'accorgeva che si poteva farne a meno, temendo che vi si introducesse l'abitudine di confondere il necessario col superfluo. Era solito dire che è impossibile sovvenire alla necessità senza servire alla comodità. Raramente si cibava di vivande cotte, oppure le rendeva insipide con acqua fredda, o le cospargeva di cenere! Quante volte, mentre era pellegrino nel mondo a predicare il Vangelo, invitato a pranzo da grandi signori che lo veneravano con grande affetto, mangiava appena un po' di carne in ossequio alla parola evangelica di Cristo, fingendo di mangiare, faceva scivolare il resto nel grembo, mettendosi una mano alla bocca perchè nessuno s'accorgesse di quello che faceva! Ci s'immagini poi se prendeva del vino, dato che rifiutava persino l'acqua, quand'era assetato!

52. Ovunque fosse ospitato di notte, non voleva mate­rassi o coperte sul suo giaciglio, ma la nuda terra raccoglieva il suo nudo corpo avvolto solo nella tonaca. Quando poi concedeva un po' di riposo al suo corpo fragile, spesso stava seduto e non disteso servendosi per guanciale di un legno odi una pietra. E quando lo prendeva desiderio di mangiare qualche cosa, come suole accadere a tutti, a stento si conce­deva poi di mangiarla. Avendo un giorno mangiato un po' di pollo, perché infermo, riacquistate le energie per camminare, si recò ad Assisi. Giunto alla porta della città, pregò un confratello che era con lui di legargli una fune attorno al collo e di trascinarlo per tutte le vie della città come un ladro, gridando: «Guardate questo ghiottone, che a vostra insaputa si è rimpinzato da gaudente di carne di gallina!». A tale spettacolo molti, tra lacrime e sospiri, esclamavano: «Guai a noi miserabili che abbiamo vissuto tutta la vita solo per la carne, nutrendo il cuore e il corpo di lussuria e di crapule! ». E tutti compunti, erano guidati a miglior condotta da quell'esempio straordina­rio

 

53. E tante altre cose simili a queste egli compiva per praticare l'umiltà nel modo più perfetto possibile, che insie­me gli attiravano però amore imperituro presso gli altri. Era libero da ogni sollecitudine per il corpo, trattandolo come un vaso derelitto ed esponendolo alle ingiurie, sempre preoccu­pato di non lasciarsi vincere dal desiderio di alcuna cosa materiale per amore di lui. Vero spregiatore di se stesso, egli con parole e con fatti ammaestrava utilmente gli altri al disprezzo di sé. Ma tutti lo magnificavano e ne cantavano giustamente le lodi; solo lui si riteneva vilissimo e si disprez­zava cordialmente.

Spesso, quand'era da tutti esaltato, sentendosi ferito come da troppo acerbo dolore, controbilanciava e scacciava l'onore degli uomini, incaricando qualcuno di maltrattarlo. Chiamava per lo più qualche confratello e gli diceva: «Ti scongiuro per obbedienza di coprirmi di ingiurie senza alcun riguardo e di dir la verità contro la falsità di costoro che, mi elogiano». E quando quel fratello,' ci si immagini quanto volentieri, lo chiamava villano, mercenario, buono a nulla, lui sorrideva e applaudendo diceva: «Ti benedica il Signore, perché dici cose verissime e, quali convengono al figlio di Pietro di Bernardone». Con queste parole intendeva rammentare l'umiltà delle sue origini.

 

54. Per farsi credere veramente degno di disprezzo e per dare agli altri esempio di una confessione sincera, se per caso commetteva qualche mancanza, non esitava a confessarla pubblicamente e sinceramente, mentre predicava a tutto il popolo. Anzi, se gli capitava di pensar male, sia pur minima­mente, di qualcuno, o gli sfuggiva qualche parola troppo forte, subito manifestava con tutta umiltà il suo peccato a colui che aveva osato giudicare, chiedendogli perdono. Pur non potendogli rimproverare proprio nulla, data la vigilanza che esercitava su di sé, la sua coscienza non gli dava pace, finché non avesse sanato con rimedio appropriato la ferita dell'anima. Bramava far progressi in qualsiasi specie di virtù, ma non voleva esser notato, per fuggire l'ammirazione e non cadere nella vanagloria.

Miseri noi, che ti abbiamo perduto, padre santo, esemplare di ogni bene e di umiltà! Per giusta condanna ti abbiamo perduto, perché trascurammo di conoscerti quando ti aveva­mo tra noi!

 

CAPITOLO VENTESIMO

 

DESIDEROSO DEL MARTIRIO FRANCESCO PRIMA CERCA DI ANDARE MISSIONARIO NELLA SPAGNA POI IN SIRIA. PER SUO MERITO, Dio MOLTIPLICA I VIVERI E SCAMPA I NAVIGANTI DAL NAUFRAGIO

 

 

55. Animato da ardente amore di Dio, il beatissimo padre Francesco desiderava sempre metter mano a grandi imprese, e, camminando con cuore generoso sulla via della volontà del Signore, anelava raggiungere la vetta della santità.

Nel sesto anno dalla sua conversione ardendo di un intrattenibile desiderio del martirio, decise di recarsi in Siria a predicare la fede e la penitenza ai Saraceni. Si imbarcò per quella regione, ma il vento avverso fece dirottare la nave verso la Schiavonia ~ Allora, deluso nel suo ardente deside­rio e non essendoci per quell'anno nessun'altra nave in partenza verso la Siria, pregò alcuni marinai diretti ad Ancona di prenderlo con loro. Ne ebbe un netto rifiuto perché i viveri erano insufficienti. Ma il Santo, fiducioso nella bontà di Dio, salì di nascosto sulla imbarcazione col suo compagno. Ed ecco sopraggiungere, mosso dalla divina Provvidenza, un tale, sconosciuto a tutti, che consegno ad uno dell'equipaggio che era timorato di Dio, delle vivande, dicendogli: «Prendi queste cose e dalle fedelmente a quei poveretti che sono nascosti nellà nave, quando ne avranno bisogno». E avvenne che, scoppiata una paurosa burrasca, i marinai, affaticandosi per molti giorni a remare, consumarono tutti i loro viveri; poterono salvarsi solo con i viveri del poverello Francesco, i quali, moltiplicandosi per grazia di Dio, bastarono abbondan­temente alla necessità di tutti finché giunsero al porto di Ancona. I naviganti compresero ch'erano stati scampati dai pericoli del mare per merito di Francesco, e ringraziarono l'onnipotente Iddio, che sempre si mostra mirabile e miseri­cordioso nei suoi servi.

 

56. Lasciato il mare, il servo dell'Altissimo Francesco si mise a percorrere la terra, e solcandola col vomere della parola di Dio, vi seminava il seme di vita, che produce frutti benedetti. E subito molti uomini, buoni e idonei, chierici e laici, fuggendo il mondo e sconfiggendo virilmente le insidie del demonio, toccati dalla volontà e grazia divina, abbracciarono la sua vita e il suo programma.

Ma sebbene, a similitudine dell'albero evangelico, produ­cesse abbondanti e squisiti frutti, ciò non bastava a spegnere in Francesco il sublime proposito e l'anelito ardente del martirio. E così poco tempo dopo intraprese un viaggio missionario verso il Marocco, per annunciare al Miramoli­no e ai suoi correligionari la Buona Novella. Era talmente vivo il suo desiderio apostolico, che gli capitava a volte di lasciare indietro il compagno di viaggio affrettandosi nell'eb­brezza dello spirito ad eseguire il suo proposito. Ma la bontà di Dio, che si compiacque benignamente di ricordarsi di me e di innumerevoli altri, fece andare le cose diversamente resistendogli in faccia. Infatti, Francesco, giunto in Spagna, fu colpito da malattia e costretto a interrompere il viaggio.

 

57. Ritornato a Santa Maria della Porziuncola, non molto tempo dopo gli si presentarono alcuni uomini letterati e alcuni nobili, ben felici di unirsi a lui. Da uomo nobile d'animo e prudente, egli li accolse con onore e dignità, dando paternamente a ciascuno ciò che doveva. E davvero, poiché era dotato di squisito e raro discernimento, teneva conto della condizione di ciascuno.

Ma non riesce ancora a darsi pace finché non attui, con tentativi ancor più audaci il suo bruciante sogno. E nel tredicesimo anno dalla sua conversione, partì per la Siria, e mentre infuriavano aspre battaglie tra cristiani e pagani, preso con sé un compagno ,non esitò a presentarsi al cospetto del Sultano. Chi potrebbe descrivere la sicurezza e il coraggio con cui gli stava davanti e gli parlava, e la decisione, e l'eloquenza con cui rispondeva a quelli che ingiuriavano la legge cristiana? Prima di giungere al Sultano, i suoi sicari l'afferrarono, l'insultarono, lo sferzarono, ed egli non temette nulla: né minacce, né torture, né morte; e sebbene investito dall'odio brutale di molti, eccolo accolto dal Sultano con grande onore! Questi lo circondava di favori regalmente e, offrendogli molti doni, tentava di convertirlo alle ricchezze del mondo; ma, vedendolo disprezzare tutto risolutamente come spazzatura, ne rimase profondamente stupito, e lo guardava come un uomo diverso da tutti gli altri. Era molto commosso dalle sue parole e lo ascoltava molto volentieri.

Ma in tutte queste cose il Signore non concedeva il compimento del desiderio del Santo, riservandogli il privile­gio di una grazia singolare.

 

CAPITOLO VENTUNESIMO

FRANCESCO PREDICA AGLI UCCELLI E TUTTE LE CREATURE GLI OBBEDISCONO

58. Mentre, come si è detto, il numero dei frati andava aumentando, Francesco percorreva la valle Spoletana. Giun­to presso Bevagna, vide raccolti insieme moltissimi uccelli d'ogni specie, colombe, cornacchie e «montachine». Il servo di Dio, Francesco, che era uomo pieno di ardente amore e nutriva grande pietà e tenero amore anche per le creature inferiori e irrazionali, corse da loro in fretta, lasciando sulla strada i compagni. Fattosi vicino, vedendo che lo attendeva­no, li salutò secondo il suo costume. Ma, notando con grande stupore che non volevano volare via, come erano soliti fare, tutto felice, li esortò a voler ascoltare la parola di Dio. E tra l'altro disse loro: «Fratelli miei uccelli, dovete lodare molto e sempre il vostro Creatore, perché vi diede piume per vestirvi, ali per volare e tutto quanto vi è necessario. Dio vi fece nobili tra le altre creature e vi concesse di spaziare nell'aria limpida: voi non seminate e non mietete, eppure Egli vi soccorre e guida, dispensandovi da ogni preoccupazione». A queste parole, come raccontava lui stesso e i frati che erano stati presenti, gli uccelli manifestarono il loro gaudio secondo la propria natura, con segni vari, allungando il collo, spiegan­do le ali, aprendo il becco e guardando a lui. Egli poi andava e veniva liberamente in mezzo a loro, sfiorando con la sua tonaca le testine e i corpi. Infine li benedisse col segno di croce dando loro licenza di riprendere il volo. Poi anch'egli assieme ai suoi compagni riprese il cammino, pieno di gioia e ringraziava il Signore, che è venerato da tutte le creature con sì devota confessione. Siccome poi era uomo semplice, non per natura ma per grazia divina, cominciò ad accusarsi di ne­gligenza, per non aver predicato prima di àllora agli uccelli, dato che questi ascoltavano così devotamente la parola di Dio; e da quel giorno cominciò ad invitare tutti i volatili, tutti gli animali, tutti i rettili ed anche le creature inanimate a lodare e ad amare il Creatore 9~, poiché ogni giorno, invocan­do il nome del Signore, si accorgeva per esperienza personale quanto gli fossero obbedienti.

 

59. Un giorno, recatosi ad Alviano 98 a predicare e salito su un rialzo per essere visto da tutti, chiese silenzio. Ma mentre tutti tacevano in riverente attesa, molte rondini garri­vano con grande strepito attorno a Francesco. Non riuscendo a farsi sentire dal popolo per quel rumore, rivolto agli uccelli, disse: «Sorelle mie rondini, ora tocca a me parlare, perché voi lo avete già fatto abbastanza; ascoltate la parola di Dio, zitte e quiete, finché il discorso sia finito». Ed ecco subito obbedi­rono: tacquero e non si mossero fino a predica terminata. Gli astanti, stupiti davanti a questo segno dicevano: «Veramente quest'uomo è un santo e un amico dell'Altissimo!». E face­vano a gara per toccargli le vesti con devozione, lodando e benedicendo Iddio. Era davvero cosa meravigliosa, poiché perfino le creature prive di ragione sapevano intendere l'af­fetto fraterno e il grande amore che Francesco nutriva per esse!

 

60. Una volta, presso Greccio, gli fu portato da un confratello un leprotto preso vivo al laccio, e il santo uomo, commosso, disse: «Fratello leprotto perché ti sei fatto ac­chiappare? Vieni da me». Subito la bestiola, lasciata libera dal frate, si rifugiò spontaneamente nel grembo di Francesco, come a un luogo assolutamente sicuro. Rimasto un poco in quella posizione, il padre santo, accarezzandolo con affetto materno, lo lasciò andare, perché tornasse libero nel bosco; ma quello, messo a terra più volte, rimbalzava in braccio a Francesco, finché questi non lo fece portare dai frati nella selva vicina. Lo stesso accadde con un coniglio, animale difficilmente addomesticabile, nell'isola del lago di Perugia.

 

61. Altrettanto affetto egli portava ai pesci, che, appena gli era possibile, rimetteva nell'acqua ancor vivi, raccoman­dando loro di non farsi pescare di nuovo. Un giorno, standosi egli in una barchetta nel porto del piccolo lago di Piediluco, un pescatore gli offrì con riverenza una tinca che aveva appena pescato; egli accolse lietamente e premurosamente quel pesce, chiamandolo fratello, poi lo ripose nell'acqua fuori della barca e cominciò a lodare il nome del Signore. E per un po' di tempo il pesce, giocando giulivo nell'acqua, non si allontanò finché il Santo, finita la preghiera, non gli diede il permesso di partirsene.

Ecco come il glorioso padre Francesco, camminando per la via dell'obbedienza e della perfetta sottomissione alla volontà divina, si meritò si grande potere da farsi obbedire dalle creature! Perfino l'acqua infatti si mutò in vino per lui, quando giaceva gravemente infermo nello Speco di Sant'Urbano (presso Stroncone). Appena ne bevve, guari e tutti capirono che si trattava davvero di un miracolo.

E veramente non può essere che un santo colui al quale le creature obbediscono in questo modo e se ad un suo cenno cambiano natura gli stessi elementi!

 

CAPITOLO VENTIDUESIMO

 

SAN FRANCESCO PREDICA IN ASCOLI E PER MEZZO DI OGGETTI TOCCATI DA LUI, GLI AMMALATI GUARISCONO

 

62. Nel tempo in cui, come si è detto, predicò agli uccelli, il venerabile padre Francesco, percorrendo città e villaggi per spargere ovunque la semente della benedizione, arrivò anche ad Ascoli Piceno. In questa città annunciò la parola di Dio con tanto fervore, che tutti, piendi di devozione, per grazia del Signore, accorrevano a lui, desiderosi di veder­lo e ascoltarlo. La ressa della folla era straordinaria, e ben trenta, tra chierici e laici, si fecero suoi discepoli, ricevendo dalle sue stesse mani l'abito religioso. Uomini e donne lo veneravano con tanta fede, che chiunque poteva toccargli la veste si considerava sommamente fortunato. Quand'egli entrava in una città, il clero gioiva, si suonavano le campane, gli uomini esultavano, si congratulavano le donne, i fanciulli applaudivano, e spesso gli andavano incontro con ramoscelli in mano e cantando dei salmi. L'eresia era coperta di confu­sione, la fede della Chiesa trionfava; mentre i fedeli erano pieni di giubilo, gli eretici si rendevano latitanti. I segni della sua santità erano così evidenti, che nessun eretico osava disputare con lui, mentre tutta la folla gli obbediva.

Egli riteneva sacrosanto dovere osservare, venerare e seguire in tutto e sopra ogni cosa gli insegnamenti della santa Chiesa romana, nella quale soltanto si trova la salvezza. Rispettava i sacerdoti e nutriva grandissimo amore per l'inte­ra gerarchia ecclesiastica.

 

63. I fedeli gli portavano pani da benedire e li conserva­vano a lungo, perché cibandosene guarivano dalle più diverse malattie. Sovente, spinti dalla grande fede, gli tagliuzzavano perfino la tonaca, per tenersene devotamente qualche parte, così che a volte il santo uomo restava quasi spoglio. E cosa più mirabile, qualche oggetto toccato dalla sua mano risanava gli infermi.

Così una donna incinta, abitante in un piccolo villaggio presso Arezzo, al momento del parto fu assalita da spasimi tremendi rimanendo per molti giorni sospesa tra la vita e la morte. I vicini e i parenti, avendo saputo che sarebbe passato di lì san Francesco per recarsi in un eremo, lo attendevano con ansia; ma mentre essi l'aspettavano, egli si era incamminato su un'altra strada a cavallo, perché era debole e ammalato. Giunto alla meta, fece ricondurre il cavallo a chi glielo aveva imprestato per carità, da frate Pietro; e frate Pietro passò proprio per la via dov'era la casa della donna sofferente. Gli abitanti, appena lo videro, gli corsero incontro, credendolo san Francesco. Quando s'accorsero che non era lui, rimasero grandemente delusi, ma poi presero a domandarsi a vicenda che si poteva trovare qualche oggetto che il Santo avesse toccato. Alla fine trovarono le redini che egli stesso aveva tenuto in mano cavalcando. Estrassero allora il morso dalla bocca del cavallo, ne applicarono la briglia sul corpo dell'in­ferma, la quale, scomparso d'incanto ogni pericolo, partorì felicemente.

 

64. Gualfreduccio, cittadino di Città della Pieve, uomo pio e timorato di Dio, come tutta la sua famiglia era in possesso di una corda, di cui una volta si era servito san Francesco per cingersi i fianchi. Capitò che parecchi abitanti di quella contrada, uomini e donne, fossero colpiti da varie infermità e febbri, e Gualfreduccio andava nelle loro case, e dava da bere agli ammalati dell'acqua in cui aveva immerso quella corda o qualche sfilacciatura di essa, e tutti recupera­vano la salute nel nome di Cristo.

Questi sono un saggio dei miracoli che accadevano in assenza del beato padre; ma ne avvenivano assai più numero­si, che non basterebbe neppure un lungo discorso a narrarli tutti. Di quelli poi che Dio operò con la sua presenza ne riferiremo qualcuno in quest'opera.

 

CAPITOLO VENTITREESIMO

 

FRANCESCO GUARISCE UNO ZOPPO A TOSCANELLA E UN PARALITICO A NARNI

 

65. Pellegrinando per diverse e vaste regioni ad annun­ciare il Regno dei Cieli, Francesco giunse un giorno nella città di Toscanella. Qui, mentre, secondo il solito, spargeva il seme della salvezza, un cavaliere del luogo gli offrì ospitalità nella sua casa. Il figlioletto di lui, l'unico che aveva, era zoppo e tanto gracile da dover restare ancora nella culla, pur avendo oltrepassato l'età dell'allattamento. Vedendo quell'uomo di Dio così ripieno di santità, il cavaliere si gettò ai piedi di lui e umilmente gli chiese che glielo guarisse. Il Santo si riteneva del tutto indegno e incapace di una simile grazia e a lungo si rifiutò; ma poi, vinto dalle insistenti implorazioni di quel poveretto, acconsentì. Dopo aver pregato, stese le mani sul fanciullo, lo benedisse e lo invitò a levarsi; quello immedia­tamente, tra la gioia dei presenti, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo, balzò dal suo giaciglio e cominciò a camminare perfettamente risanato.

 

66. Un analogo prodigio compì Francesco a Narni, dove rimase vari giorni. Ed ecco come. Un cittadino di nome Pietro stava a letto da cinque mesi completamente paralizzato; rimasto con i piedi, le mani e la testa completamente immo­bili, riusciva a muovere la lingua e ad aprire gli occhi. Avendo saputo che era giunto in città il servo dell'Altissimo, il povero infermo supplicò il vescovo del luogo che in nome della misericordia divina si degnasse mandarglielo, essendo con­vinto che alla sola vista del Santo sarebbe guarito. E così avvenne. Appena il beato Francesco gli fu vicino e tracciò su di lui dal capo ai piedi un segno di croce, il paralitico ricuperò piena salute.

 

CAPITOLO VENTIQUATTRESIMO

 

FRANCESCO RENDE LA VISTA A UNA CIECA E A GUBBIO RISANA UN'ALTRA RATTRAPPITA

 

67. Una donna, pure abitante di Narni colpita da cecità, riacquistò il dono della vista mediante il segno di croce che il beato Francesco tracciò sui suoi occhi.

Anche un'inferma di Gubbio ebbe la gioia di essere miracolata da Francesco. Aveva le mani rattrappite e non poteva far nulla. Quando seppe che il Santo era arrivato in città, gli corse incontro, gli mostrò affranta le mani contorte, supplicandolo che gliele toccasse. Egli, impietositosi, fece quanto gli si chiedeva e la povera donna guarì. Questa, tutta lieta, tornò a casa, impastò con le proprie mani una focaccia di farina con formaggio e l'offrì a Francesco, che per renderla felice ne gradì un poco, dicendo alla donna di mangiare il resto con la sua famiglia.

 

CAPITOLO VENTICINQUESIMO

 

FRANCESCO LIBERA UN FRATE DALL'EPILESSIA E A SANGEMINI GUARISCE UN 'INDEMONIATA

 

68. Non so come qualificare la malattia orrenda di cui soffriva un confratello; alcuni l'attribuivano alla presenza di un diavolo maligno. Il poveretto spesso si gettava a terra e, stralunando gli occhi in modo orribile, si ravvoltolava tutto con la schiuma alla bocca; le sue membra ora si contraevano, ora si distendevano, or rigide, or piegate e contorte. Altre volte, tutto teso e irrigidito con i piedi che gli toccavano la testa, veniva levato in alto, quanto la statura di un uomo e poi subito gettato a terra. Il santo padre Francesco ne ebbe compassione immensa, si recò da lui, lo benedisse, pregando umilmente Iddio, e il malato ottenne pronta e completa salute e non pafi mai più un male del genere!

 

69. Un giorno Francesco, attraversando la diocesi di Narni per predicare la parola di Dio, arrivò a Sangemini, dove fu ospitato con tre fratelli da un fedele, noto per la sua grande devozione e virtù. Ma la moglie era indemoniata, e tutti gli abitanti di quel territorio lo sapevano. L'uomo, confidando profondamente nei meriti del Santo, lo pregò di guarirgliela. Francesco, poiché preferiva nella sua semplicità fuggire gli onori del mondo e essere vilipeso, non voleva compiere il prodigio; ma poi, vedendo che si trattava della gloria di Dio e del bene di molti che invocavano il suo atto di carità, finì per aderirvi. Chiamati i tre frati che erano con lui, li invitò a mettersi ognuno in un angolo della stanza e disse: «Preghia­mo il Signore, fratelli per questa donna, affinché sia liberata dal giogo del demonio, a lode di Dio. Stiamo uno per ogni parte, perché il maligno non ci inganni e non ci scappi».

Dopo aver pregato, con la virtù dello Spirito Santo, si accostò all'ossessa, che era in preda a convulsioni e urla tremende, dicendo: «Nel nome del Signore nostro Gesù Cristo, per obbedienza ti ordino, o demonio, di lasciare questa creatura e di non osare più tormentarla! ». Aveva appena pronunciato quelle parole, che il diavolo se ne andò rapidis­simamente congran fracasso e furore, tanto che il santo padre, per l'improvvisa guarigione della donna e la pronta obbedien­za di Satana, credette di essersi illuso, e si affrettò ad allonta­narsene con rossore, ciò operando la divina Provvidenza, per impedirgli di cadere nell'orgoglio.

Per questo accadde che, passando Francesco un'altra volta per il medesimo luogo in compagnia di frate Elia, quella donna, saputolo, accorse in fretta sulla piazza, chiamandolo e pregandolo che si degnasse parlarle. Ma egli rifiutava tale richiesta, ben sapendo ch'era essa quella donna dalla quale per virtù divina aveva scacciato il demonio. Ma essa baciava le orme dei suoi piedi, ringraziando Dio e il suo servo Francesco, che l'aveva liberata dal potere della morte. Infine, per le preghiere di frate Elia, il Santo si persuase a parlarle, e da molti fu assicurato sia della suddetta infermità sia della guarigione.

 

CAPITOLO VENTISEIESIMO

 

ANCHE A CITTÀ DI CASTELLO FRANCESCO SCACCIA UN DEMONIO

 

70. C'era a Città di Castello una donna ossessa. Essen­dovi giunto il beato padre Francesco, venne condotta a lui nella casa ove dimorava. Questa, digrignando i denti e con lo sguardo bieco, emetteva grida orribili, come usano fare gli spiriti immondi. Parecchi cittadini, accorsi insieme, supplica­vano il Santo di liberarla poiché da tanto tempo il nemico infernale la possedeva e tormentava in quella maniera spa­ventosa con le sue urla. Francesco volle costatare se era opera del demonio o imbroglio della donna e le mandò innanzi un frate che stava con lui. Quella avverti subito lo scambio di persona e si mise a proferire scherni e insulti. Ma quando comparve il Santo, che era rimasto nel frattempo nascosto a pregare, l'indemoniata, non potendo resistere alla sua virtù, si gettò per terra tremando e contorcendosi pietosamente. Fran­cesco la chiamò a sé, dicendo: «Ti comando per obbedienza, spirito immondo, di uscire da costei!». E il diavolo l'abban­donò immediatamente, senza alcun male.

Sia ringraziato Iddio onnipotente, che opera tutto in tutti! Tuttavia, siccome ci siamo proposti di narrare non tanto 1 miracoli, che dimostrano la santità ma non costituiscono la santità, bensì piuttosto lo specchio della sua vita esemplare, riprendiamo il racconto delle opere che gli meritarono la salvezza eterna, tralasciando i miracoli, anche perché sarebbe troppo lungo recensirli tutti.

 

CAPITOLO VENTISETTESIMO

 

PUREZZA E COSTANZA DEL SUO SPIRITO. DISCORSO DAVANTI A PAPA ONORIO III. AFFIDA SE STESSO E I SUOI ALLA PROTEZIONE DEL CARDINALE UGOLINO VESCOVO DI OSTIA

71. L'uomo di Dio Francesco si era abituato a cercare non il proprio interesse, ma soprattutto quanto vedeva neces­sario alla salvezza del prossimo, e sopra ogni altra cosa desiderava di essere liberato dal corpo e stare con Cristo. Per questo il suo maggior impegno era di tenersi lontano dalle sollecitudini terrene, così che neppure per un istante la polve­re mondana potesse fare ombra e turbare la luce e la pace della sua anima. Si rendeva insensibile a tutti i clamori esterni e, raccogliendo tutti i suoi sensi esteriori e dominando ogni movimento dell'anima, viveva assorto nel solo Signore. Come è detto della sposa nel Cantico dei Cantici: Nelle fenditure della roccia e nei nascondigli dei dirupi era la sua abitazione.

Veramente con gioiosa devozione egli s'aggirava tra le dimore celesti, e in completo annientamento di sé, dimorava a lungo come nascosto nelle piaghe del Salvatore. Perciò cercava luoghi solitari per poter lanciare completamente la sua anima in Dio; tuttavia, quando c'era bisogno, non esitava un istante a passare all'azione per giovare alle anime e alla vita dei fratelli.

Suo porto sicuro era la preghiera non di qualche minuto, o vuota, o pretenziosa, ma profondamente devota, umile e prolungata il più possibile. Se la iniziava la sera, a stento riusciva a staccarsene il mattino. Era sempre intento alla preghiera, quando camminava e quando sedeva, quando mangiava e quando beveva. Di notte si recava, solo, nelle chiese abbandonate e sperdute a pregare; così, con la grazia del Signore, riusciva a trionfare di molti timori e di angustie spirituali.

 

72. In quei luoghi doveva lottare corpo a corpo col demonio, che l'affrontava per spaventarlo non solo con tentazioni interiori, ma anche esteriormente con strepiti e rovine. Ma Francesco, da fortissimo soldato di Cristo, ben sapendo che il suo Signore poteva tutto dovunque, non si lasciava per nulla intimorire, ma ripeteva in cuor suo: «Non puoi, o maligno, scatenare contro di me le armi della tua malizia, in questi luoghi più di quanto mi faresti se fossimo tra la folla».

Era veramente fermo e costante nel bene, e null'altro cercava se non di compiere la volontà di Dio. E infatti quando anche predicava la parola del Signore davanti a migliaia di persone, era tranquillo e sicuro, come se parlasse con il suo fratello e compagno. Ai suoi occhi un'immensa moltitudine di uditori era come un uomo solo, e con la stessa diligenza che usava per le folle predicava ad una sola persona. Dalla purezza del suo cuore attingeva la sicurezza della sua parola, e anche invitato all'improvviso, sapeva dire cose mirabili e mai udite prima.

Quando invece si preparava prima accuratamente il di­scorso, gli poteva accadere che al momento di pronunciarlo non ricordasse più una parola né altro poteva dire. Allora confessava a tutti candidamente e senza rossore che aveva preparato tante cose, ma le aveva dimenticate. Ed ecco, all'improvviso parlava con tanta eloquenza da incantare gli uditori. Altre volte gli capitava di non riuscire a parlare affatto; allora congedava l'uditorio con la benedizione, e questo valeva più che se avesse tenuto una lunga predica.

 

73. Recatosi una volta a Roma, per problemi dell'Ordi­ne, sentì grande desiderio di predicare davanti a papa Ono­rio e ai cardinali. Venuto a saperlo, Ugolino, il glorioso

vescovo di Ostia, che nutriva particolare affetto e ammirazio­ne per il Santo di Dio, ne provò insieme gioia e timore, perché se ammirava il fervore di quel sant'uomo, ne conosceva però anche la ingenua semplicità; ma, confidando nella bontà dell'Onnipotente, che paternamente non lascia mai mancare ai suoi fedeli quanto è necessario, lo condusse davanti al Papa e ai cardinali. E Francesco, ricevuta la benedizione, alla presenza di così grandi principi incominciò a parlare senza timore. E parlò con tanto fervore che, quasi fuori di sé per la gioia, mentre proferiva le parole muoveva anche i piedi quasi saltellando; ma quello suo strano comportamento, lungi dall'apparire un segno di leggerezza e dal suscitare riso, prove­nendo dall'ardore del suo cuore, induceva gli animi a intrat­tenibile pianto di compunzione. E molti di loro effettivamen­te, ripieni di ammirazione per la grazia del Signore e per l'intrepido coraggio di quell'uomo, furono presi da sincero dolore. Il cardinal Ugolino però, dal canto suo pregava fervorosamente Iddio perché non permettesse che la sempli­cità di quell'anima santa venisse disprezzata, anche perché l'eventuale disdoro, come la gloria di Francesco, sarebbero caduti pure su di lui, che era stato eletto «protettore» del nuovo Ordine religioso.

 

74. Francesco infatti si era legato a lui come un figlio al padre, come il figlio unico alla madre, dormendo e riposando sicuro sul seno della sua clemenza. Si può veramente dire che il cardinal Ugolino compiva l'ufficio di pastore della nuova Fraternità, pur lasciandone il nome a san Francesco. Il beato padre proponeva quanto era necessario, ma era Ugolino che provvedeva che venisse messo in esecuzione. Quanti minac­ciavano i primi passi dell'Ordine per rovinarlo! Quanti cerca­vano di soffocare l'eletta vigna che il Signore stava piantando nel mondo e di annientarne le promettenti primizie! Ma tutti costoro furono vinti e trafitti dalla spada di quel provvido signore e padre. Egli era infatti un fiume di eloquenza, un baluardo della Chiesa, un intrepido assertore della verità, ma ancora paterno sostegno degli umili. Memorando e benedet­to, quindi, il giorno in cui il servo di Dio si affidò a questo

Pastore di anime! Mentre si trovava in Toscana, come legato pontificio, un incarico che gli veniva affidato spesso, il beato Francesco, che aveva ancora pochi compagni, passò per Firenze dove allora soggiornava il cardinale, con l'intento di recarsi in Francia. Non erano ancora in quel tempo legati da una profonda amicizia, ma la fama della loro santità era bastata ad unirli in un vincolo reciproco di affetto e di benevolenza.

 

75. D'altra parte, era costume del beato Francesco, quando arrivava in qualche città o territorio, di presentarsi al vescovo o ai sacerdoti del luogo; così, venuto a sapere che là si trovava il suddetto prelato, si recò da lui con grande riverenza. Il cardinal Ugolino, come usava fare con i religiosi, soprattutto con quelli che professavano la beata povertà e la semplicità, lo accolse umilmente e devotamente. E poiché nutriva particolare sollecitudine per i poveri, per venire incontro alla loro povertà e sbrigare le loro cose, si interessò con diligenza sul motivo della sua venuta, ascoltandolo con grande bontà. Vedendolo così staccato da ogni cosa terrena, più di qualsiasi altro, e ripieno di quel fuoco divino che Gesù venne ad accendere sulla terra, sentì la propria anima fondersi con la sua, gli domandò la carità delle sue preghiere egli offrì con sincera gioia la sua protezione. Quindi lo dissuase dal continuare quel viaggio, raccomandandogli di attendere ai fratelli che Iddio gli aveva affidato. Dal canto suo, Francesco fu ripieno di immenso gaudio, per aver incontrato un signore così potente e, insieme così pieno di benevolenza, di affabilità e di senso pratico; si prostrò ai suoi piedi e con sincera devozione gli affidò se stesso e i suoi frati.

 

CAPITOLO VENTOTTESIMO

 

SPIRITO DI CARITA E AFFETTUOSA COMPASSIONE VERSO I POVERI. EPISODIO DELLA PECORA E DEGLI AGNELLINI

 

76. Padre dei poveri e povero lui stesso, Francesco, facendosi povero con i poveri non poteva sopportare senza dolore di vedere qualcuno più povero di lui, non per orgoglio, ma per intima compassione; e sebbene non vestisse che una sola tonaca misera e rozza, spesso bramava spartirla con qualche bisognoso. Ma perché era un povero ricchissimo, spinto dalla sua struggente compassione, per poter aiutare i poveri, quando il tempo era gelido, ricorreva ai ricchi chie­dendo a prestito un mantello o altri indumenti. Se questi glieli davano con maggior entusiasmo di quello con cui egli li domandava, dichiarava: «Accetto di riceverli, ma a condizio­ne che non vi aspettiate mai più di riaverli». E col cuore esultante ne rivestiva il primo indigente che gli capitasse di incontrare.

Qualunque parola offensiva pronunciata contro i poveri lo feriva al cuore, e non poteva soffrire che qualcuno insultasse o maledicesse qualunque creatura di Dio. Un giorno udì un frate fare una insinuazione ad un poveretto che supplicava l'elemosina: «Non vorrei che tu fossi ricco e ti fingessi bisognoso!». Come l'udì il padre dei poveri, san Francesco, rimproverò molto duramente il frate che aveva pronunciato quelle parole, e gli ordinò di spogliarsi davanti al mendicante e di chiedergli perdono, baciandogli i piedi. Era solito dire: «Chi tratta male un povero, fa ingiuria a Cristo, di cui quello porta la nobile divisa, e che per noi si fece povero in questo mondo». Spesso perciò, incontrando qualche povero con carichi di legna o altri pesi, prendeva sulle sue spalle quei pesi, sebbene fosse assai debole.

 

77. La sua carità si estendeva con cuore di fratello non solo agli uomini provati dal bisogno, ma anche agli animali senza favella, ai rettili, agli uccelli, a tutte le creature sensibili e insensibili. Aveva però una tenerezza particolare per gli agnelli, perché nella Scrittura Gesù Cristo è paragonato, spesso e a ragione, per la sua umiltà al mansueto agnello. Per lo stesso motivo il suo amore e la sua simpatia si volgevano in modo particolare a tutte quelle cose che potevano meglio raffigurare l'immagine del Figlio di Dio.

Attraversando una volta la Marca d'Ancona, dopo aver predicato nella stessa città, e dirigendosi verso Osimo, in compagnia di frate Paolo, che aveva eletto ministro di tutti i frati di quella provincia, incontrò nella campagna un pastore, che pascolava il suo gregge di montoni e di capre. In mezzo al branco c'era una sola pecorella, che tutta quieta e umile brucava l'erba. Appena la vide, Francesco si fermò, e quasi avesse avuto una stretta al cuore, pieno di compassione disse al fratello: «Vedi quella pecorella sola e mite tra i caproni? Il Signore nostro Gesù Cristo, circondato a braccato dai farisei e dai sinedriti, doveva proprio apparire come quell'umile creatura. Per questo ti prego, figlio mio, per amore di Lui, sii anche tu pieno di compassione, compriamola e portiamola via da queste capre e da questi caproni».

 

78. Frate Paolo si sentì trascinato dalla commovente pietà del beato padre; ma non possedendo altro che le due ruvide tonache di cui erano vestiti, non sapevano come effettuare l'acquisto; ed ecco sopraggiungere un mercante e offrir loro il prezzo necessario. Ed essi, ringraziandone Dio, proseguirono il viaggio verso Osimo prendendo con sé la pecorina. Arrivati a Osimo si recarono dal vescovo della città, che li accolse con grande riverenza. Non seppe però celare la sua sorpresa nel vedersi davanti quella pecorina che France­sco si tirava dietro con tanto affetto. Appena tuttavia il servo del Signore gli ebbe raccontato una lunga parabola circa la

pecora, tutto compunto il vescovo davanti alla purezza e semplicità di cuore del servo di Dio, ne ringraziò il Signore. Il giorno dopo, ripreso il cammino, Francesco pensava alla maniera migliore di sistemare la pecorella e per suggerimento del fratello che l'accompagnava, l'affidò alle claustrali di San Severino, che accettarono il dono della pecorina con grande gioia come un dono del cielo, ne ebbero amorosa cura per lungo tempo, e poi con la sua lana tesserono una tonaca che mandarono a Francesco mentre teneva un capitolo alla Porziuncola. Il Santo l'accolse con devozione e festosamente si stringeva la tonaca al cuore e la baciava, invitando tutti ad allietarsi con lui.

 

79. Un altro giorno, pellegrinando per la stessa Marca, con il medesimo frate Paolo, che era ben felice d'accompa­gnarlo, si imbatterono in un uomo che portava al mercato due agnelli da vendere, legati, belanti e penzolanti dalle spalle. All'udire quei belati, il servo di Dio, vivamente commosso, si accostò, accarezzandoli, come suol fare una madre con i figlioletti che piangono, con tanta compassione e disse al padrone: «Perché tormenti i miei fratelli agnelli, tenendoli così legati e penzolanti?». Rispose: «Li porto al mercato e li vendo: ho bisogno di denaro». E Francesco: «Che ne avver­rà?». E quello: «I compratori li uccideranno e li mangeran­no». Nell'udire questo il Santo esclamò: «Non sia mai! Prendi come compenso il mio mantello e dammi gli agnelli».

Quell'uomo fu ben felice di un simile baratto, perché il mantello, che Francesco aveva ricevuto a prestito da un uomo proprio quel giorno per ripararsi dal freddo, valeva molto di più delle due bestiole. Ma ricevuti gli agnellini, il Santo di nuovo si rese conto del problema imbarazzante: «Come provvedervi?» e, per consiglio di frate Paolo, li restituì al padrone, raccomandandogli di non venderli, di non recar loro danno alcuno, ma di mantenerli e custodirli con cura.

 

CAPITOLO VENTINOVESIMO

 

IL SUO GRANDE AMORE PER LE CREATURE A MOTIVO DEL CREATORE. SUO RITRATTO FISICO E MORALE

 

80. Sarebbe troppo lungo, o addirittura impossibile narrare tutto quello che il glorioso padre Francesco compì e insegnò mentre era in vita. Come descrivere il suo ineffabile amore per le creature di Dio e con quanta dolcezza contem­plava in esse la sapienza, la potenza e la bontà del Creatore? Proprio per questo motivo, quando mirava il sole, la luna, le stelle del firmamento, il suo animo si inondava di gaudio. O pietà semplice e semplicità pia! Perfino per i vermi sentiva grandissimo affetto, perché la Scrittura ha detto del Signore: Io sono verme e non uomo; perciò si preoccupava di toglierli Sai. 21,~ dalla strada, perché non fossero schiacciati dai passanti. E che dire delle altre creature inferiori, quando sappiamo che, durante l'inverno, si preoccupava addirittura di far preparare per le api miele e vino perché non morissero di freddo? Magnificava con splendida lode la laboriosità e la finezza d'istinto che Dio aveva loro elargito, gli accadeva di trascor­rere un giorno intero a lodarle, quelle e tutte le altre creature. Come un tempo i tre fanciulli gettati nella fornace ardente ~ invitavano tutti gli elementi a glorificare e benedire il Crea­tore dell'universo, così quest'uomo, ripieno dello spirito di Dio, non si stancava mai di glorificare, lodare e benedire, in tutti gli elementi e in tutte le creature, il Creatore e governa­tore di tutte le cose.

 

81. E quale estasi gli procurava la bellezza dei fiori, quando ammirava le loro forme o ne aspirava la delicata fragranza! Subito ricordava la bellezza di quell'altro Fiore il quale, spuntando luminoso nel cuore dell'inverno dalla radice di lesse, col suo profumo ritornò alla vita migliaia e migliaia di morti. Se vedeva distese di fiori, si fermava a predicare loro e li invitava a lodare e amare Iddio, come esseri dotati di ragione; allo stesso modo le messi e le vigne, le pietre e le selve e le belle campagne, le acque correnti e i giardini verdeggianti, la terra e il fuoco, l'aria e il vento con semplicità e purità di cuore invitava ad amare e a lodare il Signore. E finalmente chiamava tutte le creature col nome di fratello e sorella, intuendone i segreti in modo mirabile e noto a nessun altro, perché aveva conquistato la libertà della gloria riservata ai figli di Dio. Ed ora in cielo ti loda con gli angeli, o Signore, colui che sulla terra ti predicava degno di infinito amore a tutte le creature.

 

82. È impossibile comprendere umanamente la sua commozione, quando proferiva il tuo Nome, o Dio! Allora, travolto dalla gioia e traboccante di castissima allegrezza, sembrava veramente un uomo nuovo e di altro mondo. Per questo, ovunque trovava qualche scritto, di cose divine o umane, per strada, in casa o sul pavimento, lo raccoglieva con grande rispetto riponendolo in un luogo sacro o almeno decoroso, nel timore che vi si trovasse il nome del Signore, o qualcosa che lo riguardasse.

Avendogli una volta un confratello domandato perché raccogliesse con tanta premura perfino gli scritti dei pagani o quelli che certamente non contenevano il nome di Dio, rispose: «Figlio mio, perché tutte le lettere possono comporre quel nome santissimo; d'altronde, ogni bene che si trova negli uomini, pagano o no, va riferito a Dio, fonte di qualsiasi bene!». Cosa ancor più sorprendente, quando faceva scrivere messaggi di saluto o di esortazione, non permetteva che si cancellasse alcuna parola o sillaba, anche se superflua o errata.

 

83. Quanto era incantevole, stupendo e glorioso nella sua innocenza, nella semplicità della sua parola, nella purezza di cuore, nell'amore di Dio, nella carità fraterna, nella pron­tezza dell'obbedienza, nella cortesia, nel suo aspetto angeli­co! Di carattere mite, di indole calma, affabile nel parlare, cauto nell'ammonire, fedelissimo nell 'adempimento dei compiti affidatigli, accorto nel consigliare, efficace nell'ope­rare, amabile in tutto. Di mente serena, dolce di animo, di spirito sobrio, assorto nelle contemplazioni, costante nell'o­razione e in tutto pieno di entusiasmo. Tenace nei propositi, saldo nella virtù, perseverante nella grazia, sempre uguale a se stesso. Veloce nel perdonare, lento all'ira, fervido di ingegno, di buona memoria, fine nelle discussioni, prudente nelle decisioni e di grande semplicità. Severo con sé, indul­gente con gli altri.

Era uomo facondissimo, di aspetto gioviale, di sguardo buono, mai indolente e mai altezzoso. Di statura piuttosto piccola, testa regolare e rotonda, volto un po' ovale e proteso, fronte piana e piccola, occhi neri, di misura normale e tutto semplicità, capelli pure oscuri, sopracciglia diritte, naso giusto, sottile e diritto, orecchie dritte ma piccole, tempie piane, lingua mite, bruciante e penetrante, voce robusta, dolce e chiara e sonora, denti uniti, uguali e bianchi, labbra piccole e sottili, barba nera e rara, spalle dritte, mani scarne, dita lunghe, unghie sporgenti, gambe snelle, piedi piccoli, pelle delicata, magro, veste ruvida, sonno brevissimo, mano gene­rosissima. Nella sua incomparabile umiltà si mostrava buono e comprensivo con tutti, adattandosi in modo Opportuno e saggio ai costumi di ognuno. Veramente più santo tra i santi, e tra i peccatori come uno di loro. O Padre santissimo, pietoso e amante dei peccatori, vieni dunque loro in aiuto, e per i tuoi altissimi meriti degnati, te ne preghiamo, di sollevare coloro che vedi giacere miseramente nella colpa!

 

CAPITOLO TRENTESIMO

 

IL PRESEPIO DI GRECCIO

 

84. La sua aspirazione più alta, il suo desiderio domi­nante, la sua volontà più ferma era di osservare perfettamente e sempre il santo Vangelo e di imitare fedelmente con tutta la vigilanza, con tutto l'impegno, con tutto lo slancio dell'anima e del cuore la dottrina e gli esempi del Signore nostro Gesù Cristo. Meditava continuamente le parole del Signore e non perdeva mai di vista le sue opere. Ma soprattutto l'umiltà dell'Incarnazione e la carità della Passione aveva impresse così profondamente nella sua memoria, che difficilmente gli riusciva di pensare ad altro.

A questo proposito è degno di perenne memoria e di devota celebrazione quello che il Santo realizzò tre anni prima della sua gloriosa morte, a Greccio, il giorno del Natale del Signore.

C'era in quella contrada un uomo Giovanni, di buona fama e di vita anche migliore, ed era molto caro al beato Francesco perché, pur essendo nobile e molto onorato nella sua regione, stimava più la nobiltà dello spirito che quella della carne. Circa due settimane prima della festa della Natività, il beato Francesco, come spesso faceva, lo chiamò a sé e gli disse: «Se vuoi che celebriamo a Greccio il Natale di Gesù, precedimi e prepara quanto ti dico: vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l'asinello». Appena l'ebbe ascoltato, il fedele e pio amico se ne andò sollecito ad approntare nel luogo designato tutto l'occorrente, secondo il disegno esposto dal Santo.

 

85. E giunge il giorno della letizia, il tempo dell'esultan­za! Per l'occasione sono qui convocati molti frati da varie parti; uomini e donne arrivano festanti dai casolari della regione, portando ciascuno secondo le sue possibilità, ceri e fiaccole per illuminare quella notte, nella quale s'accese splendida nel cielo la Stella che illuminò tutti i giorni e i tempi. Arriva alla fine Francesco: vede che tutto è predisposto secondo il suo desiderio, ed è raggiante di letizia. Ora si accomoda la greppia, vi si pone il fieno e si introducono il bue e l'asinello. In quella scena commovente risplende la sempli­cità evangelica, si loda la povertà, si raccomanda l'umiltà. Greccio è divenuto come una nuova Betlemme.

Questa notte è chiara come pieno giorno e dolce agli uomini e agli animali! La gente accorre e si allieta di un gaudio mai assaporato prima, davanti al nuovo mistero. La selva risuona di voci e le rupi imponenti echeggiano i cori festosi. I frati cantano scelte lodi al Signore, e la notte sembra tutta un sussulto di gioia.

Il Santo è lì estatico di fronte al presepio, lo spirito vibrante di compunzione e di gaudio ineffabile. Poi il sacerdote celebra solennemente l'Eucarestia sul presepio e lui stesso assapora una consolazione mai gustata prima.

 

86. Francesco si è rivestito dei paramenti diaconali, perché era diacono, e canta con voce sonora il santo Vangelo:

quella voce forte e dolce, limpida e sonora rapisce tutti in desideri di cielo. Poi parla al popolo e con parole dolcissime rievoca il neonato Re povero e la piccola città di Betlemme. Spesso quando voleva nominare Cristo Gesù, infervorato di amore celeste lo chiamava «il Bambino di Betlemme», e quel nome «Betlemme» lo pronunciava riempiendosi la bocca di voce e ancor più di tenero affetto, producendo un suono come belato di pecora. E ogni volta che diceva «Bambino di Betlemme» o «Gesù», passava la lingua sulle labbra, quasi a gustare e trattenere tutta la dolcezza di quelle parole.

Vi si manifestano con abbondanza i doni dell'Onnipoten­te, e uno dei presenti, uomo virtuoso, ha una mirabile visione. Gli sembra che il Bambinello giaccia privo di vita nella mangiatoia, e Francesco gli si avvicina e lo desta da quella specie di sonno profondo. Né la visione prodigiosa discordava dai fatti, perché, per i meriti del Santo, il fanciullo Gesù veniva risuscitato nei cuori di molti, che l'avevano dimenticato, e il ricordo di lui rimaneva impresso profonda­mente nella loro memoria.

Terminata quella veglia solenne, ciascuno tornò a casa sua pieno di ineffabile gioia.

 

87. Il fieno che era stato collocato nella mangiatoia fu conservato, perché per mezzo di esso il Signore guarisse nella sua misericordia giumenti e altri animali. E davvero è avvenuto che in quella regione, giumenti e altri animali, colpiti da diverse malattie, mangiando di quel fieno furono da esse liberati. Anzi, anche alcune donne che, durante un parto faticoso e doloroso, si posero addosso un poco di quel fieno, hanno felicemente partorito. Alla stessa maniera numerosi uomini e donne hanno ritrovato la salute.

Oggi quel luogo è stato consacrato al Signore, e sopra il presepio è stato costruito un altare e dedicata una chiesa ad onore di san Francesco, affinché là dove un tempo gli animali hanno mangiato il fieno, ora gli uomini possono mangiare, come nutrimento dell'anima e santificazione del corpo, la carne dell'Agnello immacolato e incontaminato, Gesù Cristo nostro Signore, che con amore infinito ha donato se stesso per noi. Egli con il Padre e lo Spirito Santo vive e regna eterna­mente glorificato nei secoli dei secoli. Amen.

 

 

PARTE SECONDA

 

 

Incomincia la parte seconda. Ultimi due anni e felice transito del beato padre nostro Francesco

CAPITOLO PRIMO

CONTENUTO DI QUESTA PARTE. BEATO TRANSITO E MIRABILE ASCESA DEL SANTO

 

88. Nella prima parte del nostro lavoro, condotto a termine con l'aiuto di Dio, ci siamo soffermati sulla vita e sulle opere del beatissimo padre nostro Francesco fino al diciottesimo anno della sua conversione; ora aggiungiamo brevemente le altre notizie degne di fede, che abbiamo potuto raccogliere circa gli ultimi due anni della sua vita. E vogliamo riferirne qui solo i dati essenziali, lasciando ad altri la via aperta per una più ampia esposizione.

L'anno 1226, indizione XV, il 4 di ottobre, in giorno di domenica, in Assisi, sua città natale, presso Santa Maria della Porziuncola, dove egli aveva fondato l'Ordine dei frati minori, il beatissimo padre nostro Francesco, a vent'anni dalla sua piena adesione a Cristo, seguendo la vita e gli esempi degli apostoli, si libera dal carcere della carne, e portando a compimento la sua opera, se ne va felicemente nel soggiorno dei beati. Tra inni e lodi il suo sacro corpo viene collocato e riverentemente custodito in quella città, e a gloria di Dio rifulge per molti miracoli.

 

89. Poiché nella prima età era stato lasciato ignaro quasi del tutto delle realtà divine, Francesco aveva trascorso parec­chio tempo seguendo liberamente e vogliosamente le passio­ni naturali; ma poi, quando la destra del Signore si volse verso di lui, riuscì a districarsi dal peccato, e da allora, per grazia e virtù dell'Altissimo, fu ripieno di sapienza divina più di tutti i suoi contemporanei. Infatti, in mezzo all'avvilimento, non di pochi ma generale, in cui era caduta la dottrina evangelica, a motivo dei costumi di coloro che la insegnavano, la Prov­videnza di Dio mandò nel mondo questo uomo, perché, come gli apostoli, fosse testimone della verità davanti a tutti gli uomini. E realmente egli dimostrò con chiarezza, mediante la parola e l'esempio, quanto fosse stolta la sapienza terrena, e in breve, sotto la guida di Cristo, trascinò gli uomini, mediante la stoltezza della predicazione, alla autentica sapienza divina. Simile a un fiume del Paradiso, il nuovo evangelista di questo ultimo tempo, ha diffuso con amorosa cura le acque del Vangelo per il mondo intero, e con le opere ha additato la via e la vera dottrina del Figlio di Dio. Così in lui e per suo merito, il mondo ritrovò una nuova giovinezza e una inaspet­tata esultanza, e il virgulto dell'antica religione ha subito rinnovato rami, che erano ormai vecchi e decrepiti. Gli eletti furono riempiti di uno spirito nuovo e dell'abbondanza della grazia, quando questo santo servo di Cristo, come astro celeste, ha irradiato la luce della sua originale forma di vita e dei suoi prodigi. Tramite Francesco si sono rinnovati gli antichi miracoli, quando nel deserto di questo mondo è stata piantata una vite feconda, che produce, mediante un modo di vita nuovo, ma fedele agli antichi, fiori profumati di sante virtù e stende ovunque i tralci della santa religione.

 

90. La fragilità della condizione umana, che aveva in comune con noi, non lo trattenne nell'osservanza dei precetti comuni; ma, trascinato da un amore intenso, volle camminare la via della perfezione e raggiunse la vetta della più sublime santità e contemplò il termine di tutta la perfezione.

Perciò ogni persona, di qualsiasi condizione, sesso ed età, può trovare in lui limpide direttive di sana dottrina e splendidi esempi di opere virutose. Chi vuole, dunque, mettere mano a cose grandi e conquistare i doni più alti della via della perfezione, guardi nello specchio della sua vita e imparerà ogni perfezione. Chi invece preferisse un cammino meno arduo e esercizi più modesti, temendo di non farcela a scalare la cima del monte, guardi ancora a lui: vi troverà gli insegna­menti adatti anche a questo grado di vita spirituale. Chi infine va alla ricerca di rivelazioni prodigiose e di miracoli, badi alla santità di Francesco e sarà accontentato.

Proprio la sua vita gloriosa illumina la perfezione dei primi santi di luce più fulgida: lo provocano e lo manifestano in modo evidentissimo la Passione di Gesù Cristo e la croce di lui. E veramente il venerabile padre portava impressi nella carne i cinque segni della passione e della croce, come se fosse stato appeso alla croce con lo stesso Figlio di Dio. Questo sacramento è grande e manifesta la sublimità della prerogativa dell'amore; ma esso cela un arcano disegno e un sublime mistero, noto solo a Dio, crediamo, e rivelato in parte dallo stesso Santo ad una sola persona.

E perciò non conviene fermarsi più a lungo a lodare il Santo, dal momento che è stato esaltato da Colui che è di tutti lode, il Signore, sorgente e splendore inesauribile e che dà in premio l'eterna luce. Benedicendo, dunque, Iddio, santo, vero e glorioso, riprendiamo la semplice narrazione dei fatti.

 

CAPITOLO SECONDO

IL DESIDERIO PIÙ GRANDE DI FRANCESCO, E COME, APRENDO IL LIBRO DEL VANGELO,

CONOBBE IL VOLERE DI DIO NEI SUOI CONFRONTI

91. Desiderando il beato e venerabile padre Francesco, occuparsi solo di Dio e purificare il suo spirito dalla polvere del mondo che eventualmente l'avesse contaminato nel suo stare con gli uomini, un giorno si ritirò in un luogo di raccoglimento e di silenzio, abbandonando le folle che ogni giorno accorrevano devotamente a lui per ascoltarlo e vederlo. Egli era solito dividere e destinare il tempo che gli era concesso, per acquistar grazie, secondo che gli sembrava più opportuno, una parte per il bene del prossimo, l'altra riservata alla contemplazione solitaria. Prese pertanto con sé pochissi­mi compagni, tra i più intimi e partecipi della sua vita, perché lo salvaguardassero dalle visite e dal disturbo degli uomini e fossero custodi amorosi e fedeli della sua quiete. Rimase in quella solitudine per un certo periodo, e avendo con la preghiera intima e la frequente contemplazione raggiunta una straordinaria familiarità con Dio, bramava sapere che cosa di lui e in lui potesse essere più gradito all'eterno Re. Intanto studiava con tutta la sua mente e con tutto l'amore di conosce­re quale modo e quale via potevano essere più adatti per raggiungere una unione ancora più perfetta col Signore Dio, secondo il disegno e il decreto della Sua volontà. E questa fu sempre la sua unica filosofia, il suo supremo desiderio, nel quale bruciò finché visse; e chiedeva a tutti, ai semplici come ai sapienti, ai perfetti come agli imperfetti come poter rag­giungere la via della verità e pervenire a mete sempre più alte.

 

92. In realtà, pur essendo egli perfettissimo tra i perfetti, non ammettendolo, si stimava il più imperfetto di tutti. Aveva infatti gustato e provato personalmente quanto è dolce, soave e buono il Dio d'israele per i retti di cuore, che lo cercano sempre con semplicità pura e con purezza vera. La dolcezza e soavità, che egli sentiva infusa dall'alto nella sua anima, dono rarissimo concesso a pochissimi, lo spingeva a dimen­ticare totalmente se stesso, e allora, riboccante ditale gaudio, bramava con tutte le sue forze ascendere alla vita immortale degli spiriti eletti, dove uscendo da se stesso col desiderio in parte si era elevato. Ripieno dello spirito di Dio, era pronto ad affrontare qualsiasi angustia di spirito, qualsiasi tormento nel corpo, a patto che gli fosse concesso quanto bramava: che si compisse in lui totalmente la misericordiosa volontà del Padre celeste. A questo scopo, un giorno si accostò all'altare che era stato eretto in quell'eremitorio, e vi depose sopra devotamente il libro dei Vangeli. Poi, prostrato in preghiera non meno col cuore che col corpo, implorava umilmente Dio buono, padre della misericordia e Dio di ogni consolazione che si degnasse manifestargli il suo santissimo volere, e perché potesse condurre a compimento quello che un tempo aveva intrapreso con semplicità e devozione, lo pregava e supplicava di rivelargli alla pirma apertura del libro quanto gli conveniva fare. Si conformava così a quegli antichi grandi maestri di santità che avevano agito, ispirati da Dio, in modo analogo.

 

93. Terminata la preghiera, si alzò e con spirito di umiltà e contrizione di cuore, fatto il segno della santa croce, prese il libro dell'altare e lo aprì con riverenza e timore. Ora avvenne che alla apertura del libro, la prima cosa sulla quale si posarono i suoi occhi fu la passione di nostro Signore Gesù Cristo, ma solo nel tratto in cui viene predetta. Per timore che si trattasse di un caso fortuito, chiuse e riaperse il libro una seconda e una terza volta, e risultò sempre un passo uguale o somigliante. Il servo di Dio che era pieno dello Spirito di Dio, capì allora che sarebbe entrato nel Regno dei Cieli solo attraverso innumerevoli tribulazioni, angustie e lotte.

Ma non si turbò il fortissimo soldato di Cristo al pensiero delle lotte che l'attendevano, né si perse d'animo davanti alle battaglie del Signore che avrebbe dovuto combattere sulla terra. Non poteva temere di soccombere davanti all'avversa­rio lui che non cedeva neppure davanti a se stesso dopo le lunghe e sovrumane fatiche che aveva sostenuto. Era davvero di un fervore unico e se nei secoli passati si può trovare qualche suo emulo nei buoni propositi, tuttavia non si riscon­tra chi lo uguagli nel fervore del desiderio. Gli riusciva più facile compiere le cose più perfette che predicarle, poiché più che alle parole che rivelano la virtù ma non fanno l'uomo virutoso, impiegava tutte le sue forze in opere sante. Perciò, sicuro e lieto cantava a sé e a Dio canti di letizia nel suo cuore. Per questo, a lui che si è rallegrato tanto della rivelazione più piccola, ne viene elargita una ben maggiore, ed essendo stato fedele nel poco, gli è dato autorità su molto.

 

CAPITOLO TERZO

 

VISIONE DI UN UOMO IN FIGURA DI SERAFINO CROCIFISSO

 

94. Allorché dimorava nel romitorio che dal nome del luogo è chiamato «Verna», due anni prima della sua morte, ebbe da Dio una visione. Gli apparve un uomo, in forma di Serafino, con le ali, librato sopra di lui, con le mani distese ed i piedi uniti, confitto ad una croce. Due ali si prolungavano sopra il capo, che si dispiegavano per volare e due coprivano tutto il corpo.

A quell'apparizione il beato servo dell'Altissimo si sentì ripieno di una ammirazione infinita, ma non riusciva a capir­ne il significato. Era invaso anche da viva gioia e sovrabbon­dante allegrezza per lo sguardo bellissimo e dolce col quale il Serafino lo guardava, di una bellezza inimmaginabile; ma era contemporaneamente atterrito nel vederlo confitto in croce nell'acerbo dolore della passione. Si alzò, per così dire, triste e lieto, poiché gaudio e amarezza si alternavano nel suo spirito. Cercava con ardore di scoprire il senso della visione, e per questo il suo spirito era tutto agitato. Mentre era in questo stato di preoccupazione e di totale incertezza, ecco: nelle sue mani e nei piedi cominciarono a comparire gli stessi segni dei chiodi che aveva appena visto in quel misterioso uomo crocifisso.

 

95. Le sue mani e i piedi apparvero trafitti nel centro da chiodi, le cui teste erano visibili nel palmo delle mani e sul dorso dei piedi, mentre le punte sporgevano dalla parte opposta. Quei segni poi erano rotondi dalla parte interna delle mani, e allungati nell'esterna, e formavano quasi una escre­scenza carnosa, come fosse punta di chiodi ripiegata e ribat­tuta. Così pure nei piedi erano impressi i segni dei chiodi sporgenti sul resto della carne. Anche il lato destro era trafitto come da un colpo di lancia, con ampia cicatrice, e spesso sanguinava, bagnando di quel sacro sangue la tonaca e le mutande.

Ben pochi ebbero la fortuna di vedere la sacra ferita del costato del servo del Signore stimmatizzato mentre egli era in vita. Ma fortunato fu frate Elia che, ancor vivente il Santo, meritò di scorgerla almeno; e non meno fortunato frate Rufino che la poté toccare con le proprie mani. Mentre una volta gli praticava una frizione sul petto, la mano gli scivolò come spesso capita, sul lato destro e così toccò quella preziosa cicatrice. Francesco ne senfi grande dolore e allontanò la mano, gridando che Dio lo perdonasse. Infatti con ogni cura teneva nascosto il prodigio agli estranei, agli amici e ai confratelli, tanto che non ne seppero nulla per lungo tempo perfino i suoi seguaci più intimi e devoti. Questo fedelissimo discepolo del Signore, pur vedendosi ornato con tali meravi­gliosi segni, quasi perle preziosissime del Cielo e coperto di gloria e onore più d'ogni altro uomo, non se ne gonfiò mai in cuor suo, né mai cercò di vantarsene con alcuno per desiderio di gloria vana, al contrario, temendo sempre che la stima degli uomini gli potesse rubare la grazia divina, si industriava il più possibile di tenerla celata agli occhi di tutti.

 

96. Si era fatto un programma di non manifestare quasi a nessuno il suo straordinario segreto, nel timore che gli amici non resistessero alla tentazione di divulgarlo per amicizia, come suole accadere, e gliene venisse una diminuzione di grazia. Aveva pertanto continuamente sulle labbra il detto del salmista: Nel mio cuore ho riposto tutte le tue parole, per non peccare dinanzi a Te. Si era addirittura accordato con i suoi fratelli e figli di ripetere questo versetto come segno che intendeva troncare la conversazione coi borghesi che venivano da lui; a quel segnale essi dovevano cortesemente licenzia­re i visitatori. Aveva sperimentato quanto è nocivo all'anima comunicare tutto a tutti, sapeva che non può essere uomo spirituale colui che non possiede nel suo spirito segreti più numerosi e profondi di quelli che potevano essere letti sul viso e giudicati in ogni loro parte dagli uomini. Si era infatti imbattuto in persone che esteriormente mostravano d'essere d'accordo con lui, mentre la pensavano diversamente: in sua presenza lo apprezzavano, in sua assenza lo disprezzavano; e questi lo indussero a un giudizio di disapprovazione verso di loro, e qualche volta gli resero un poco sospette anche persone che venivano a lui con sentimenti retti.

Così purtroppo spesso avviene che la malignità cerca di screditare tutto ciò che è puro, e poiché la menzogna è vizio di molti, si finisce per non credere più alla sincerità dei pochi.

 

CAPITOLO QUARTO

 

FERVORE DI SAN FRANCESCO E SUA MALATTIA DI OCCHI

 

97. In quello stesso periodo, il suo corpo cominciò ad essere tormentato da mali fisici diversi e più violenti. Soffriva infatti parecchie malattie in conseguenza delle aspre peniten­ze cui già da anni sottoponeva il suo corpo. Esattamente per diciott'anni, quanti erano passati da quando aveva comincia­to le sue peregrinazioni per varie e vaste regioni, impegnato a diffondere la parola evangelica, animato da costante e ardente spirito di fede, quasi mai si era preoccupato di dare un po' di riposo alle sue membra affrante. Aveva riempito la terra del Vangelo di Cristo. Era capace di passare per quattro o cinque città in un sol giorno, annunciando a tutti il Regno di Dio. Edificava gli uditori non meno con l'esempio che con la parola, si potrebbe dire divenuto tutto lingua.

L'accordo tra lo spirito e la carne appariva in lui così perfetto, che quest'ultima, invece di costituire un ostacolo al primo, lo precedeva nella corsa verso la santità, come dice la Scrittura: Di Te ha sete la mia anima, e quanto anche la mia carne. L'obbedienza assidua aveva finito per rendere volon­taria questa sottomissione, e questa docilità di ogni giorno l'aveva reso luogo proprio di una grande virtù; infatti spesso la consuetudine si tramuta in natura.

 

98. Ma poiché è legge di natura ineluttabile che il corpo si consumi ogni giorno, mentre lo spirito si può ringiovanire, avvenne che quell'involucro preziosissimo che racchiudeva quel celeste tesoro, cominciò a cedere da tutte le parti e a indebolirsi notevolmente. Siccome però, come dice la Scrit­tura: Quando un uomo ha finito, allora comincia e quando sarà consumato opererà, si vede il suo spirito farsi più pronto nella carne inferma. Tanto vivo era il suo amore per la salvezza delle anime, che per conquistarle a Dio, non avendo più la forza di camminare, se ne andava per le contrade in groppa ad un asinello. Spesso i confratelli con dolce insisten­za lo invitavano a ristorare un poco il suo corpo infermo e troppo debole, con cure mediche, ma egli, che aveva lo spirito continuamente rivolto al cielo, declinava ogni volta l'invito, poiché desiderava soltanto sciogliersi dal corpo per essere con Cristo. Anzi, poiché non aveva ancora completato nella sua carne quanto mancava alla Passione di Cristo, sebbene ne portasse nel corpo le stimmate, incorse in una gravissima malattia d'occhi, come se Iddio mandasse a lui un nuovo segno della sua misericordia. E siccome quella malattia si aggravava di giorno in giorno e sembrava peggiore per la mancanza di ogni cura, frate Elia, che Francesco aveva scelto come madre per sé e costituito padre per gli altri frati, lo costrinse a non rifiutare i rimedi della medicina in nome del Figlio di Dio, che la creò, secondo la testimonianza della Scrittura: L'Altissimo ha creato in terra la medicina e il savio non la respingerà. A quelle parole Francesco obbedì.

 

CAPITOLO QUINTO

 

AL CARDINALE UGOLINO, VESCOVO DI OSTIA, CHE LO RICEVE BENEVOLMENTE A RIETI, IL SANTO PREDICE LA NOMINA A SOMMO PONTEFICE

 

99. Si provarono diversi medici con rimedi diversi, ma non se ne fece nulla; allora Francesco si recò a Rieti, dove si diceva dimorasse uno specialista molto esperto per la cura di quel male. Al suo arrivo fu accolto benevolmente e con amore da tutta la curia romana, che in quel periodo risiedeva in quella città; ma in modo tutto particolare lo ricevette con tanta devozione il cardinale Ugolino, vescovo di Ostia, famoso allora per rettitudine e santità di vita.

Il beato Francesco lo aveva scelto col consenso e benepla­cito del papa Onorio III, come signore e protettore del suo Ordine, proprio perché gli era cara la beata povertà e onorava assai la santa semplicità. Questo prelato imitava la vita dei frati e, desideroso di raggiungere la santità, era semplice con i semplici, umile con gli umili, povero con i poveri. Era un frate tra i frati, tra i minori il più piccolo e, per quanto gli era consentito, si ingegnava a diportarsi sempre come uno di loro nella sua vita e nei suoi costumi. Era sollecito di dilatare ovunque l'Ordine minoritico e, d'altra parte, la fama della sua vita santa contribuiva a diffonderlo maggiormente anche nelle regioni più lontane. Il Signore gli aveva donato sapienza ed eloquenza, ed egli se ne serviva per confutare e confondere i nemici della verità e della Croce di Cristo, ricondurre gli erranti sulla retta via, ricomporre le liti e rinsaldare il vincolo della carità tra i fratelli. Era nella Chiesa di Dio lampada che arde e illumina, saetta scelta, tenuta in serbo per il momento opportuno. Quante volte, deposte le ricche vesti e indossa­tene altre rozze, lo si vedeva andarsene a piedi scalzi come un frate minore, per portare la pace. Ogni volta che gli si presentava l'occasione, si adoperava con ardore, a ristabilire questa pace tra l'uomo e il prossimo e tra l'uomo e Dio. Per questo il Signore lo scelse poco tempo dopo come Pastore di tutta la sua santa Chiesa, conferendogli autorità e potenza su tutti i popoli.

 

100. Perché si riconoscesse che questo avvenne per divina ispirazione e volontà di Cristo, il beato padre France­sco lo profetizzò con le parole e lo significò con i fatti molto tempo prima. Quando infatti l'Ordine e religione dei frati incominciava, sostenuto dalla grazia di Dio, a dilatarsi, a innalzare nel cielo, come cedro del Signore, la cima dei suoi meriti, e ad estendere, come vigna eletta, i suoi santi tralci su tutta la terra, il beato Francesco si recò da papa Onorio Il, capo della Chiesa romana in quegli anni, supplicandolo umilmente di concedere a lui e ai suoi frati in qualità di padre e signore, Ugolino, vescovo di Ostia. Il Pontefice esaudì la richiesta del Santo, e ben volentieri delegò la sua giurisdizione sull'Ordine a Ugolino. Questi la ricevette con umile riverenza e, come il servo fedele e prudente costituito sopra la casa del Signore, si impegnò in tutti i modi ad assicurare il cibo della vita a tutti coloro che erano stati affidati alle sue cure. Perciò il beato padre, da parte sua, si studiava di essergli sempre docile e lo venerava con amore e devozione. Poiché si lasciava condurre dallo Spirito di Dio, di cui era ricolmo, il beato Francesco intuiva molto tempo prima ciò che poi si sarebbe realizzato agli occhi di tutti. Ecco perché quando gli scriveva per cose relative all'Ordine di cui condividevano la responsabilità, spesso per l'amore che gli portava in Cristo, nelle sue lettere non si limitava mai a chiamarlo Vescovo di Ostia e di Velletri, come usavano gli altri nei saluti di convenienza, ma, senza ragione, lo salutava: «Ugolino, vescovo di tutto il mondo!». Spesso poi lo salutava con le benedizioni mai udite prima e, benché gli fosse sottomesso come figlio deferente, talvolta, per ispirazione celeste, lo consolava con fare paterno, quasi a rafforzare su di lui le benediziàni dei padri; fino alla venuta di colui che è il desiderio dei colli eterni.

 

101. Il cardinale Ugolino, a sua volta, nutriva profondo affetto per il Santo; gradiva quindi ogni sua parola e atto, anzi spesso si rasserenava tutto al solo vederlo. Egli stesso afferma di non aver mai avuto turbamenti d'animo, per quanto grandi, che la vista e le parole di Francesco non bastassero ad eliminare, disperdendo le nubi dello Spirito ed ogni tristezza, e riportandovi la serenità e la gioia. Si diportava con France­sco come il servo rispetto al suo padrone; lo ossequiava come un apostolo di Cristo, e sovente, inchinandosi, lo riveriva, baciandogli le mani.

Con devozione e sollecitudine Si preoccupava di trovare un rimedio per far ricuperare al beato padre la sanità degli occhi, perché lo riteneva un uomo santo e giusto e necessario e molto utile alla Chiesa di Dio. Condivideva il timore e la preoccupazione di tutta la famiglia dei frati per lui, e nella persona del Padre aveva pietà dei figli. Perciò esortava il beato padre, a prendersi cura di sé e a non ricusare i mezzi necessari, ricordandogli che questa trascuratezza gli poteva essere imputata a peccato piuttosto che a merito.

In spirito di umile obbedienza a questi autorevoli ammo­nimenti, san Francesco decise di avere con meno scrupolo un po' di riguardo per il suo male. Ma era ormai troppo tardi. Il male si era tanto aggravato, che per ricavarne anche solo un piccolo beneficio si richiedevano somma perizia medica e strazianti rimedi. Difatti, gli si bruciarono con ferri roventi le parti del capo credute lese, si incisero delle vene, si applica­rono impiastri, si iniettarono collirii, ma senza alcun miglio­ramento; anzi, l'infermità parve peggiorare sempre più.

 

CAPITOLO SESTO

 

VIRTÙ DEI FRATI CHE SERVIVANO SAN FRANCESCO. QUAL ERA IL SUO PROGETTO DI VITA

 

102. Il Santo sopportò tutte queste infermità per quasi due anni, con ogni pazienza e umiltà, in tutto rendendo grazie a Dio. Ma per poter attendere con maggior libertà e devozione a Dio, e percorrere le celesti dimore nelle frequenti estasi e potersi finalmente collocare in cielo davanti al dolcissimo e serenissimo Signore dell'universo, ben provvisto di meriti, affidò la cura della sua persona ad alcuni frati, veramente degni della sua predilezione.

Erano uomini assai virtuosi, devoti a Dio, cari ai santi del cielo e amati dagli uomini sulla terra, e su di essi il beato Francesco si appoggiava come casa su quattro colonne 136 Ne ometto i nomi per riguardo alla loro modestia, virtù che, da veri religiosi; amano molto cordialmente. La modestia infatti è il decoro di tutte le età, testimone di innocenza, indizio d'un cuore puro, verga di disciplina, gloria particolare della co­scienza, garanzia della buona riputazione, pregio e corona­mento della perfetta rettitudine. Quésta virtù era loro comune e li rendeva graditi e amabili a tutti.

Ciascuno poi aveva una virtù propria: il primo era partico­larmente discreto, il secondo mirabilmente paziente, il terzo di encomiabile semplicità, l'ultimo era robusto di corpo e mite di animo. Essi con ogni diligenza, cura e buona volontà difendevano il raccoglimento spirituale del beato padre, curavano la sua malattia senza risparmiarsi pene e fatiche di dedicarsi totalmente al servizio di lui.

 

103. Francesco, sebbene già fosse arricchito di ogni grazia davanti a Dio e risplendesse per le sue sante opere davanti agli uomini, pensava di intraprendere un cammino di più alta perfezione, e suscitare nuove guerre affrontando direttamente da valorosissimo soldato il nemico. Si propone­va, sotto la guida di Cristo, di compiere opere ancora più grandi, e sperava proprio, mentre le sue energie fisiche andavano esaurendosi rapidamente di giorno in giorno, di riportare nel nuovo attacco un pieno trionfo. Il vero coraggio infatti non conosce limiti di tempo, dal momento che aspetta una ricompensa eterna. Perciò bramava ardentemente ritor­nare alle umili origini del suo itinerario di vita evangelica e, allietato di nuova speranza per la immensità dell'amore, progettava di ricondurre il suo corpo stremato di forze alla primitiva obbedienza dello spirito. Perciò allontanava da sé tutte le cure e lo strepito delle considerazioni umane che gli potevano essere di ostacolo, e pur dovendo, a causa della malattia, temperare necessariamente l'antico rigore, diceva:

«Cominciamo, fratelli, a servire il Signore Iddio, perché finora abbiamo fatto poco o nessun profitto!». Non lo sfiorava neppure il pensiero di aver conquistato il traguardo e, perse­verando instancabile nel proposito di un santo rinnovamento, sperava sempre di poter ricominciare daccapo. Voleva rimet­tersi al servizio dei lebbrosi ed essere vilipeso, come un tempo; si proponeva di evitare la compagnia degli uomini e rifugiarsi negli eremi più lontani, affinché, spogliato di ogni cura e deposta ogni sollecitudine per gli altri, non ci fosse tra lui e Dio che il solo schermo della carne.

 

104. Vedeva molti avidi di onori e di cariche, e detestan­done la temerità, cercava di ritrarli da questa peste con il suo esempio. Diceva infatti che è cosa buona e accetta a Dio assumersi il governo degli altri, ma sosteneva che dovevano addossarsi la cura delle anime solo quelli che in quell'ufficio non cercano nulla per sé, ma guardano sempre in tutto al volere divino; coloro cioè che niente antepongono alla pro­pria salute spirituale e non cercano l'applauso dei sudditi ma il loro profitto, non la stima degli uomini, ma unicamente la gloria di Dio; coloro che non aspirano alla prelatura, ma la temono, e se viene loro data non montano in superbia ma si sentono più umili e, quando viene loro revocata, non si avviliscono ma ne godono. Diceva ancora che soprattutto in un'epoca di malvagità e di iniquità come questa, c'è grave pericolo nella prelatura e maggior vantaggio nell'essere go­vernati. Provava grande amarezza nel vedere che alcuni, abbandonato quello che avevano così bene incominciato, dimenticavano la semplicità antica per seguire nuovi indiriz­zi. Perciò si lamentava di alcuni, che un tempo erano tutti intenti a mete più elevate ed ora si erano abbassati a cose vili e futili; abbandonati i veri gaudi dell'anima, si affannavano a rincorrere frivolezze e realtà prive d'ogni valore nel campo di una malintesa libertà. Per questo implorava la divina clemen­za per la liberazione dei suoi figli e la scongiurava con la devozione più grande perché li conservasse fedeli alla loro vocazione.

 

CAPITOLO SETTIMO

 

RITORNO DI FRANCESCO DA SIENA AD ASSISI. LA CHIESA DI SANTA MARIA DELLA PORZIUNCOLA E LA BENEDIZIONE AI FRATI

 

105. Sei mesi prima della sua morte, dimorando a Siena per la cura degli occhi, cominciò ad ammalarsi gravemente per tutto il corpo. A seguito di una rottura dei vasi sanguigni dello stomaco, a causa della disfunzione del fegato, ebbe abbondanti sbocchi di sangue, tanto da far temere imminente la fine. Frate Elia, a quella notizia, accorse in fretta da lontano e, al suo arrivo, Francesco migliorò al punto che poté lasciare Siena e recarsi con lui alle Celle presso Cortona. Ma dopo pochi giorni dall'arrivo, il male riprese il sopravvento: gli si gonfiò il ventre, si inturgidirono le gambe e piedi, e lo stomaco peggiorò talmente che gli riusciva quasi impossibile ritenere qualsiasi cibo. Chiese allora a frate Elia di farlo riportare ad Assisi. Da buon figliuolo questi esegui la richie­sta del caro padre prendendo tutte le precauzioni ~ecessarie, anzi ve lo accompagnò personalmente. L'intera città esultò alla venuta del Santo e tutti ne lodavano Iddio, poiché tutto il popolo sperava che il Santo finisse i suoi giorni tra le mura della sua città, e questo era il motivo ditale esultanza.

 

106. E, certamente per divino volere, avvenne che quel­l'anima santa, liberata dall'involucro corporale, volasse al cielo proprio nel luogo in cui, mentre era nel corpo, aveva ri­cevuto la prima rivelazione delle verità soprannaturali ed aveva capito la divina chiamata. Sapeva certamente che il Regno di Dio è in ogni parte della terra e credeva veramente che ovunque i fedeli possono ricevere i suoi doni; ma l'espe­rienza gli aveva insegnato che quel luogo che conteneva la chiesetta di Santa Maria della Porziuncola era favorito e onorato da grazie celesti più abbondanti e da frequenti visite di spiriti angelici. Pertanto diceva spesso ai frati: «Guardate­vi, figli miei, dal non abbandonare mai questo luogo. Se ne foste scacciati da una parte, rientratevi dall'altra, perché questo luogo è veramente santo e abitazione di Dio. Qui, quando eravamo pochi, l'Altissimo ci ha moltiplicati; qui ha illuminato con la sua sapienza i cuori dei suoi poverelli; qui ha acceso il fuoco del suo amore nelle nostre volontà. Qui, chi pregherà con devozione, otterrà ciò che avrà chiesto, e chi lo profanerà sarà maggiormente punito. Perciò, figli, stimate degno di ogni onore questo luogo, dimora di Dio, e con tutto il vostro cuore, con voce esultante qui inneggiate al Signore».

 

107. Intanto le sue condizioni si aggravavano sempre di più; tutte le forze lo abbandonavano, e Francesco fu costretto all'immobilità. Eppure, quando un frate gli domandò un giorno se preferisse sopportare quella sofferenza grave e incessante o il martirio del carnefice, rispose: «O figlio, èsempre stato ed è per me più caro e dolce e gradito ciò che al Signore mio Dio più piace avvenga in me, e alla sua volontà soltanto voglio costantemente e in tutto trovarmi concorde, obbediente e docile. Ma se dovessi fare un paragone, dovrei dire che sopportare anche solo per tre giorni questa malattia mi sarebbe più doloroso di qualsiasi martirio; non parlo, evidentemente, in riferimento al premio, ma solo alla mole­stia che questa forma di passione arreca». O uomo due volte martire, che amorosamente e sorridendo di gioia sopportava quello che per gli altri tutti era troppo spaventoso e doloroso a vedersi! Non c'era in lui ormai membro alcuno che non fosse straziato da un solo dolore, e il calore vitale l'abban­donava sempre più, preludio della fine imminente. Medici e frati non riuscivano a capacitarsi come potesse il suo Spirito continuare a vivere in una carne ormai morta e tanto consunta che non possedeva più se non la pelle aderente alle ossa.

 

108. Quando sentì che stava per giungere il momento della sua partenza da questa terra, - come gli era stato anche indicato da una rivelazione divina due anni prima, - convo­cati attorno a sé i suoi frati che desiderava rivedere, impartì a ciascuno la benedizione, conforme a quanto gli veniva indi­cato dal cielo, come un tempo il patriarca Giacobbe benedisse i suoi figli, o meglio ancora come un altro Mosé, che accingendosi a salire sul Sinai mostratogli da Dio, elargì copiose benedizioni al popolo d'Israele. Alla sua sinistra stava frate Elia e tutto attorno gli altri suoi figli. Egli allora incrociò le braccia per porre la destra sul capo del frate Elia ed, essendo cieco, domandò: «Su chi tengo la mia mano?». «Su frate Elia», gli risposero, «O figlio, in tutto e per tutto; e come l'Altissimo, sotto la tua direzione, rese numerosi i miei fratelli e figlioli, così su te e in te li benedico tutti. In cielo e in terra ti benedica Iddio, Re di tutte le cose. Ti benedico come posso e più di quanto è in mio potere, e quello che non posso fare io, lo faccia in te Colui che tutto può. Si ricordi Dio del tuo lavoro e della tua opera e ti riservi la tua mercede nel giorno della retribuzione dei giusti. Che tu possa trovare qualunque benedizione desideri e sia esaudita qualsiasi tua giusta domanda». «Addio figli miei tutti, vivete nel timore di Dio e rimanete in Lui sempre, perché sta per sopraggiungere sudi voi una prova e tribulazione assai grande e paurosa. Beati quelli che persevereranno nelle sante opere intraprese; non pochi purtroppo si separeranno da loro a causa degli scandali. Quanto a me mi affretto verso il Signore; ho fiducia di giungere al mio Dio che ho servito devotamente nel mio spirito».

Dimorava allora il Santo nel palazzo del vescovo di Assisi, e pregò i frati di trasportarlo in fretta a Santa Maria della Porziuncola, volendo rendere l'anima a Dio là dove, come abbiamo detto, per la prima volta aveva conosciuto chiaramente la via della verità.

 

CAPITOLO OTTAVO

 

ULTIME PAROLE E ATTI PRIMA DELLA MORTE

 

109. Erano ormai trascorsi vent'anni dalla sua conver­sione e, come gli era stato comunicato per divina rivelazione, la sua ultima ora stava per scadere. Era avvenuto così. Mentre il beato Francesco e frate Elia dimoravano insieme a Foligno, una notte apparve in sogno a frate Elia un sacerdote bianco-vestito, di aspetto grave e venerando, che gli disse: «Va, fratello, e avverti Francesco che, essendosi compiuti diciot­t'anni da quando rinunciò al mondo per seguire Cristo, gli rimangono solo due anni e poi il Signore lo chiamerà a sé nell'altra vita».

Così dunque stava per compiersi esattamente quanto la parola di bio aveva annunciato due anni prima. Da pochi giorni riposava in quel luogo tanto bramato, e sentendo che l'ora della morte era ormai imminente, chiamò a sé due suoi frati e figli prediletti, perché a piena voce cantassero le Lodi al Signore con animo gioioso per l'approssimarsi della morte, anzi della vera vita. Egli poi, come poté intonò il salmo di David: Con la mia voce al Signore grido aiuto, con la mia voce supplico il Signore. Uno dei frati che lo assistevano, molto caro al Santo e molto sollecito fra tutti i frati, vedendo questo e conoscendo che la fine era vicina, gli disse: «Padre amato, già i tuoi figli stanno per rimanere orfani e privi della luce dei loro occhi! Ricordati dei figli che lasci orfani, perdona tutte le loro colpe e dona ai presenti e agli assenti il conforto della tua benedizione». E Francesco: «Ecco, Dio mi chiama, figlio. Ai miei frati presenti e assenti, perdono tutte le offese e i peccati e tutti li assolvo, per quanto posso, e tu, annunciando questo, benedici da parte mia».

 

110. Poi si fece portar il libro dei Vangeli, pregando che gli fosse letto il brano del Vangelo secondo Giovanni, che, inizia con le parole: Sei giorni prima della Pasqua, sapendo Gesù ch'era giunta l'ora di passare da questo mondo al Padre... Questo stesso passo si era proposto di leggergli il ministro, ancora prima di averne l'ordine, e lo stesso si presentò alla prima apertura del libro, sebbene quel volume contenesse tutta intera la Bibbia. E dato che presto sarebbe diventato terra e cenere, volle che gli mettesse indosso il cilicio e venisse cosparso di cenere. E mentre molti frati,di cui era padre e guida, stavano ivi raccolti con riverenza e attendevano il beato «transito» e la benedetta fine, quell'ani­ma santissima si sciolse dalla carne, per salire nell'eterna luce, e il corpo s'addormentò nel Signore. Uno dei suoi frati e discepoli, molto celebre, del quale non dico il nome, perché essendo tuttora vivente non vuole trarre gloria di un si grande privilegio, vide l'anima del santissimo padre salire dritta al cielo al di sopra di molte acque; ed era come una stella, grande come la luna, splendente come il sole e trasportata da una candida nuvoletta.

 

111. Mi si lasci, dunque, esclamare così: «Quanto glo­rioso è questo Santo, di cui un discepolo contemplò l'anima ascendente in cielo, Bella come la luna, splendente come il sole, mentre ascendeva raggiava di gloria in mezzo ad una nube candida. O vera luce del mondo, che rifulgi più del sole nella Chiesa di Cristo, già ci hai nascosto i tuoi raggi e, ritirandoti nella splendida patria celeste, hai scambiato la nostra compagnia di miseri mortali con quella degli angeli e dei beati! O insigne specchio della nostra religione, non deporre con la tua carne mortale la cura dei tuoi figli. Tu sai bene in quali pericoli li hai lasciati, ora che nelle innumerevoli fatiche e nelle frequenti prove non ci sei più tu che con la tua benevola presenza in ogni momento li confortavi e li rianima­ vi. O padre santissimo, veramente misericordioso, sempre pronto alla compassione e al perdono per i tuoi figli erranti! Ti benediciamo, dunque, padre amoroso, unendo la nostra alla benedizione dell'Altissimo, il quale è sempre Dio benedetto su tutte le cose. Amen.

 

CAPITOLO NONO

 

PIANTO E GAUDIO DEI FRATI, CHE AMMIRANO IN LUI I SEGNI DELLA CROCIFISSIONE.

LE ALI DEL SERAFINO

 

112. Ed ecco, la gente accorre in massa, e glorifica Dio, dicendo: «Lodato e benedetto sii tu, Signore, nostro Dio, che a noi indegni hai affidato questo prezioso deposito. Lode e gloria a Te, Trinità ineffabile!». A frotte accorre tutto il popolo d'Assisi e dei dintorni, per vedere i prodigi divini, che il Signore di maestà aveva manifestato nel santo suo servo. Ciascuno innalzava un inno di giubilo, come il cuore gli dettava, tutti poi benedicevano l'onnipotenza del Salvatore, che aveva esaudito il loro desiderio ~ Ma i figli si dolevano d'essere stati privati di un tale padre e sfogavano il loro dolore con lacrime e sospiri.

Pure, una gioia misteriosa temperava la loro mestizia e la novità del miracolo riempiva le loro menti di straordinario stupore. Così il lutto si cambiò in cantico e il pianto in giubilo. Infatti mai avevano udito né letto quello che ora vedevano con i loro occhi, e a stento ci avrebbero creduto se non ne avessero avuto davanti una prova così evidente. Veramente in France­sco appariva l'immagine della croce e della Passione dell'A­gnello immacolato che lavò i peccati del mondo: sembrava appena deposto dal patibolo, con le mani e i piedi trafitti dai chiodi e il lato destro ferito dalla lancia. Vedevano ancora la sua carne, che prima era bruna, risplendere ora di un bel candore, una bellezza sovrumana, che comprovava in lui il premio della beata resurrezione. Ammiravano infine il suo volto simile a quello di un angelo, quasi fosse vivo e non morto, e_le altre sue membra divenute morbide e flessibili come quelle di un bimbo. Niente contrazione dei nervi, indurimento della pelle, irrigidimento del corpo, come suole accadere per chi è morto, ma la stessa mobilità di movimenti degli esseri viventi!

 

113. Mentre risplendeva davanti a tutti per si meravi­gliosa bellezza e la sua carne si faceva più diafana, era meraviglioso scorgere al centro delle mani e dei piedi, non i fori dei chiodi, ma i chiodi medesimi formati di carne dal color del ferro e il costato imporporato di sangue. E quelle stimmate di martirio non incutevano timore a nessuno, bensì conferivano decoro e ornamento, come pietruzze nere in un pavimento candido.

I suoi frati e figli accorrevano solleciti e piangendo bacia­vano le mani e i piedi del padre amoroso che li aveva lasciati, ed anche quel lato destro sanguinante, ricordo di Colui che versando sangue e acqua dal suo petto aveva riconciliato il mondo con il Padre. Ognuno dei fedeli stimava grandissimo privilegio se riusciva, non dico a baciare ma anche solo a vedere le sacre stimmate di Cristo che Francesco portava impresse nel suo corpo. Chi a tal vista non avrebbe gioito più che pianto, versato lacrime di gaudio piuttosto che di tristez­za? Qual cuore di ferro o di pietra avrebbe resistito all'emo­zione, non si sarebbe aperto all'amore di Dio, non si sarebbe munito di buona volontà? Chi poteva essere così insensibile o cieco da non comprendere in maniera lampante che quel Santo, che era insignito sulla terra di così eccezionale grazia divina, doveva essere pure in cielo contrassegnato da indici­bile gloria?

 

114. O dono davvero speciale e testimonianza di predi­lezione, che il soldato sia onorato con quelle stesse armi gloriose che si addicono al solo re! O prodigio degno di memoria eterna, o sacramento meraviglioso, degno di peren­ne e devoto rispetto, poiché esso rappresenta in maniera visibile alla nostra fede l'ineffabile mistero per il quale il sangue dell'Agnello immacolato, sgorgando a fiumi da cin­que ferite, lavò i peccati del mondo! O eccelso splendore di quella croce che è fonte di vita e dà la vita ai morti e il suo peso preme così soavemente e punge con tale dolcezza che in essa la carne morta rivive e lo spirito infermo si ristora! Quanto ti ha amato Francesco, se tu l'hai così mirabilmente decorato!

Sia benedetto e glorificato Dio, unico e sapiente, che rinnova i suoi miracoli per confortare i deboli e mediante le meraviglie visibili conquistare gli animi all'amore di quelle invisibili! O meravigliosa e amorosa disposizione divina, che per fugare ogni dubbio sulla novità del prodigio, ha compiuto prima con infinita misericordia in Colui che venne dal cielo quello che poi avrebbe realizzato nell'uomo della terra! E veramente il padre della misericordia ha voluto mostrare di qual premio sia degno colui che si sarà impegnato ad amarlo con tutto il cuore: essere cioè accolto tra le schiere più elette e vicine a Dio, quelle degli angeli. Quel premio anche noi, senza alcun dubbio, potremo raggiungerlo se, come il Serafino, terremo due ali diritte sopra il capo, se cioè, sull'esempio del beato Francesco, con­serveremo in ogni opera buona purezza d'intenzione e retti­tudine d'azione, così di rivolgerle a Dio, impegnandoci senza stanchezza a seguire in tutto il suo volere. E necessario che queste ali siano congiunte, coprendo il capo, poiché il Padre dei lumi non gradirebbe l'opera buona, se non fosse unita alla purezza d'intenzione. Ha detto infatti il Signore: Se il tuo occhio è sano, tutto il tuo corpo sarà illuminato; ma se il tuo occhio è torbido, il tuo corpo sarà nelle tenebre. Occhio semplice poi non è quello che non vede ciò che va visto, per mancanza di conoscenza della virtù, e neppure quello che vede ciò che non va veduto, perché non ha intenzione pura. E chiaro infatti che nel primo caso non sarebbe semplice, ma cieco, e nel secondo è malvagio. E le penne di queste ali indicano l'amore di Dio Padre misericordioso che salva e il timore di Cristo, giusto giudice; due disposizioni queste che devono staccare le anime degli eletti dalle cose terrene, reprimendo le cattive tendenze e suscitando casti sentimenti. Il secondo paio di ali simboleggia il duplice precetto della carità verso il prossimo: confortare l'anima con la parola di Dio e aiutare il corpo con i mezzi materiali. Difficilmente esse si congiungono, perché assai di rado un'unica persona puo attendere ai due compiti; le loro penne rappresentano le diverse opere per svolgere la funzione di consiglio e soccorso al prossimo. le ultime due ali devono coprire il corpo ogni volta che questo, denudato a causa del peccato, viene di nuovo rivestito dell'innocenza mediante il pentimento e la confes­sione. Le loro penne raffigurano tutti i buoni affetti e desideri suscitati nell'anima dalla detestazione delle colpe e dal desi­derio di giustizia.

 

115. Tutto questo realizzò a perfezione il beato padre Francesco, che ebbe figura e forma di Serafino e, perseveran­do a vivere crocifisso, meritò di volare all'altezza degli spiriti celesti. E veramente non si staccò mai dalla croce, perché non si sottrasse mai a nessuna fatica e sofferenza, pur di realizzare in sé e di sé la volontà del Signore.

I frati che vissero con lui, inoltre, sanno molto bene come ogni giorno, anzi ogni momento affiorasse sulle sue labbra il ricordo di Cristo; con quanta soavità e dolcezza gli parlava, con quale tenero amore discorreva con Lui. La bocca per l'abbondanza dei santi effetti del cuore, e quella sorgente di illuminato amore che lo riempiva dentro, traboccava anche di fuori. Era davvero molto occupato con Gesù. Gesù portava sempre nel cuore, Gesù sulle labbra, Gesù nelle orecchie, Gesù negli occhi, Gesù nelle mani, Gesù in tutte le altre membra. Quante volte, mentre sedeva a pranzo, sentendo o pronunciando lui il nome di Gesù, dimenticava il cibo tempo­rale e, come si legge di un santo152, «guardando, non vedeva e ascoltando non udiva». C'è di più, molte volte, trovandosi in viaggio e meditando o cantando Gesù, scordava di essere in viaggio e si fermava a invitare tutte le creature alla lode di Gesù. Proprio perché portava e conservava sempre nel cuore con mirabile amore Gesù Cristo, e questo crocifisso, perciò fu insignito gloriosamente più di ogni altro della immagine di Lui, che egli aveva la grazia di contemplare, durante l'estasi, nella gloria indicibile e incomprensibile, seduto alla «destra del Padre», con il quale l'egualmente altissimo Figlio dell'Al­tissimo, assieme con lo Spirito Santo vive e regna, vince e impera, Dio eternamente glorioso, per tutti i secoli. Amen!

 

CAPITOLO DECIMO

 

IL PIANTO DELLE POVERE DAME DI SAN DAMIANO E LA GLORIOSA SEPOLTURA DI FRANCESCO

 

116. I suoi frati e figli insieme alle folle accorsero dai paesi vicini per avere la gioia di partecipare ai solenni funerali, passarono l'intera notte in cui Francesco morì, pregando e salmodiando; ed era tale la dolcezza dei canti e lo splendore delle luci da far pensare ad una veglia di angeli.

All'indomani all'alba arrivarono i cittadini di Assisi con tutto il clero e, prelevando il sacro corpo, lo trasportarono onorevolmente in città tra inni e canti e squilli di trombe. Celebrando insieme la solennità di quelle esequie, tutti si erano muniti di rami d'ulivo e di altri alberi e procedevano cantando a piena voce preghiere e lodi al Signore nello splendore di innumerevoli ceri. I figli portavano il loro Padre, il gregge seguiva il suo pastore, che li aveva preceduti incontro al Pastore universale.

Quando giunsero al luogo dove egli aveva fondato l'Ordi­ne religioso delle sacre vergini e Donne Povere, deposero il sacro corpo nella chiesa di San Damiano, dove dimoravano quelle sue figlie dilette ch'egli aveva conquistate al Signore, e fu aperta la piccola grata attraverso la quale le ancelle di Cristo sogliono ricevere nei tempi stabiliti l'Eucarestia. Fu aperto anche il feretro, che conteneva quel tesoro di celesti virtù, portato ora da pochi, lui che era solito portare molti durante la sua vita. Ed ecco, donna Chiara, che era vera­mente chiara per ricchezze di meriti, prima madre di tutte le altre, perché era stata la prima pianticella di quella religiosa famiglia, viene con le figlie a vedere il Padre che più non parla con loro e non ritornerà più tra loro, perché se ne va altrove.

 

117. E guardandolo, piangendo e gemendo, con voce accorata, espressero così il loro cordoglio trepidante e devoto:

«O Padre, che cosa faremo ora noi, misere? Perché ci abban­doni desolate? A chi ci affidi, così desolate? Perché non ci hai dato la gioia di precederti nel Regno dei beati e invece ci lasci qui nel dolore? Come potremo vivere nel nostro mona­stero, ora che più non verrai, come un tempo a visitarci? Con te se ne va per noi, sepolte al mondo, ogni nostro conforto! Chi ci soccorrerà in questa povertà di beni spirituali e materiali? O padre dei poveri, amante della povertà, chi ci aiuterà nelle tentazioni? Tu lo potevi, perché ne avevi provate e superate tante! Chi ci sosterrà nel momento delle tribolazioni, o tu che sei stato il nostro aiuto nelle molte tribolazioni che già sperimentammo? O amarissimo distacco, tremenda par­tenza; o morte inesorabile che uccidi migliaia di figli e di figlie, privandoli del loro santissimo padre, mentre ti affretti a strapparci per sempre colui per merito del quale il nostro buon volere, se pure ne abbiamo, raggiunse la sua migliore fioritura!».

Ma il verginale pudore poneva un freno al pianto, né sembrava conveniente piangere a dirotto su colui, il cui transito aveva richiamato schiere di angeli e allietava tutti gli eletti del cielo! Così, sospese tra l'afflizione e la gioia insie­me, baciavano quelle splendide mani, ornate dalle stimmate raggianti come gemme preziose. E dopo che ebbero rimosso il sacro corpo, fu richiusa quella porta che non s'aprirà mai più a si grande ferita quanto più grande il dolore di tutti alla vista dell'accorato e filiale lamento di quelle vergini! Quanti, soprattutto, i gemiti dei figli in pianto! Tutti,partecipavano al dolore di ognuno di loro, così che non c'era nessuno che riuscisse a trattenere le lacrime, al vedere quegli angeli di pace piangere così desolatamente.

 

118. Giunti finalmente in città, con gioiosa esultanza tumularono il venerabile corpo in un luogo gia sacro, ma ora più sacro, perché santificato dalla presenza delle spoglie di Francesco. Qui egli, a gloria dell'onnipotente e sommo Iddio, continua a illuminare il mondo con i miracoli, come prima l'aveva illuminato con la sua santa predicazione. Siano rese grazie a Dio. Amen.

Ecco, o padre santissimo e benedetto: ho cercato di ac­compagnarti, come era doveroso, con lodi che fossero degne dite, benché in una maniera veramente insufficiente, ed ho scritto narrando qualcosa della tua vita.

Ricordati, o pietoso, dei tuoi poveri figli, ai quali non resta quasi più alcun conforto ora che sei scomparso tu, che eri l'unico loro sostegno. Poiché sebbene tu, che di loro sei la parte più nobile e principale, sei ammesso tra i cori angelici e collocato sul trono glorioso degli apostoli, essi invece giacciono ancora nel fango, come chiusi in un carcere oscuro; essi ti supplicano gementi: «Mostra, o padre, al divin Figlio nel sommo Padre le venerande stimmate di Lui che tu hai sul costato; mostra i segni della croce nelle tue mani e nei tuoi piedi, perché egli stesso, a sua volta, si degni misericordiosa­mente di mostrare le sue ferite al Padre, il Quale certamente a quella vista sarà sempre benigno con noi miseri! Amen! Fiat! Fiat!».

 

 

PARTE TERZA

 

 

119. Il gloriosissimo padre Francesco, dunque, nel ven­tesimo anno della sua conversione, concluse degnamente quella vita così felicemente cominciata, e rese beatamente la sua anima a Dio. Nel cielo, coronato di gloria e di onore e assiso tra i Cherubini, intercede con amorosa premura davanti al trono di Dio per coloro che ha lasciato quaggiù. E come potrebbe restare senza risposta la preghiera di questo eletto? Nelle sue stimmate è raffigurato Cristo che, uguale al Padre, siede alla destra della divina Maestà, ed è splendore della sua gloria e figura della sostanza di Dio, dopo aver espiati i nostri peccati. Non sarà esaudito colui che, reso simile a Cristo Gesù nella condivisione della sua passione e morte, porta nelle mani, nei piedi e nel costato le stesse ferite di Lui?

E veramente egli già allieta di nuovo gaudio il mondo e offre a tutti i mezzi della vera salvezza. Irradia la terra con la luce fulgidissima dei miracoli, la illumina come astro fulgen­te. Il mondo compiangeva se stesso quando fu privato della sua presenza e per la sua morte gli pareva d'essere precipitato in un abisso di tenebre. Ma ora, al sorgere di questa luce nuova, investito da raggi più fulgenti, come nel meriggio, il mondo sente che tutta la tenebra si è dileguata. Il pianto ècessato, rinasce la gioia, e le virtù tornano a fiorire per suo merito. Sia ringraziato Iddio! Dai quattro punti cardinali stanno arrivando coloro che beneficati dal suo patrocinio, testimonieranno la verità di questa affermazìone.

Proprio per questo, Francesco, singolare amatore delle realtà celesti, finché visse quaggiù non volle mai possedere nulla di proprio, per poter possedere totalmente e più gioio­samente il sommo Bene; ed ora è divenuto partecipe del tutto, lui che non volle attaccarsi ad alcuna parte, ed ha scambiato il tempo con l'eternità. Ovunque e a tutti viene in aiuto, e a tutti è presente, da vero amante dell'unità, ignora i danni della parzialità.

 

120. Quando viveva ancora tra i peccatori, percorreva predicando il mondo intero; ora che regna tra gli angeli in cielo, vola più rapidamente del pensiero, come araldo del­l'Altissimo, a portare benefici salutari ai popoli. Perciò l'u­manità intera lo onora, lo glorifica e lo loda, perché davvero tutti hanno parte a questo bene che è per tutti. Chi potrebbe narrare quanti e quali miracoli il Signore si è degnato operare per mezzo suo in ogni parte del mondo? Innumerevoli, per esempio, sono quelli compiuti nella sola Francia, dove il sovrano, la regina e tutti gli altri magnati accorrono a baciare con riverenza il guanciale usato da Francesco nella sua infermità. Là, anche i sapienti è i maggiori letterati del mondo, più numerosi in Parigi che altrove, venerano, ammì­rano e onorano con umiltà e devozione Francesco, l'illettera­to, l'amico della semplicità, dal cuore incomparabilmente sincero e nobile. E quanto gli si addice questo nome di «Francesco», a lui che ebbe cuore franco e nobile più di ogni altro!

E che dire delle altre parti del mondo, dove, in virtù dei suoi poveri indumenti, guariscono malattie e infermità, e moltitudini di uomini e di donne sono liberati dai loro malanni alla sola invocazione del suo nome?

 

121. Anche alla sua tomba è un continuo fiorire di nuovi miracoli e con la preghiera insistente si ottengono meravì­gliosi benefici spirituali e corporali: i ciechi ricuperano la vista, i sordi l'udito, i muti la favella, gli storpi riprendono a camminare speditamente, il gottoso ritorna agile, il lebbroso è mondato, l'idropico torna normale e altri sofferenti di vari acciacchi riacquistano la salute desiderata. Così quel corpo che è morto risana i corpi vivi, come da vivo risuscitava le anime morte!

Queste meraviglie giungono all'orecchio del romano Pontefice, primo di tutti i vescovi, guida dei cristiani, capo del mondo, pastore della Chiesa, Unto del Signore e Vicario di Cristo. Se ne rallegra sommamente; tripudia ed esulta perché vede la Chiesa di Dio rinnovarsi nel suo tempo mediante gli antichi miracoli in modi nuovi, e proprio per opera del figlio suo, che si era portato nel seno, riscaldato nel grembo, allattato con la sua parola, educato con il cibo della salvezza. Le odono anche gli altri prelati e pastori del gregge cristiano, difensori della fede, amici dello Sposo, suoi collaboratori, sostegni del mondo, e venerandi cardinali, e ne godono con la Chiesa e con il sommo Pontefice e ne lodano il Signore, che nella sua ineffabile provvidenza e divina grazia e bontà infinita, ha scelto proprio le cose stolte e vili secondo il mondo, per attirare i grandi. Ascolta e applaude tutta la terra e l'intera cristianità sovrabbonda di esultanza ed è pervasa di santa consolazione.

 

122. Ma all'improvviso l'orizzonte si oscura, esplodo­no nuove perturbazioni sociali e religiose. Violente discordie e gelosie lacerano la serenità e la pace e riaccendono la lotta all'interno della Chiesa. Il popolo romano, solitamente sedi­zioso e altero, infuria contro la gente confinante e osa pure profanare le cose sacre. Il magnanimo papa Gregorio si adopera con tutte le forze per arginare il male, frenare l'odio e la violenza e difendere la Chiesa, come una torre ben salda.

Ma i pericoli aumentano, le stragi si fanno più frequenti; anche nel resto del mondo i perversi insorgono superbamente contro Dio. Che fare? Il Pontefice, ponderate saggiamente le circostanze presenti e le possibilità future, decide di abbando­nare Roma ai rivoltosi, per liberare e difendere almeno le altre regioni.

Si reca, a Rieti, dove è accolto con grande onore, quindi a Spoleto, sempre riverito e onorato da tutti. Qui si trattiene alcuni giorni, e pur vigilando sempre sugli interessi della Chiesa, si reca, in compagnia dei venerandi cardinali, a far visita amichevole a certe ancelle di Cristo, sepolte per il mondo. La santa vita, l'altissima povertà e la gloriosa istituzione di quelle sante vergini suscitano in lui e nei suoi accompagnatori profonda commozione, li provocano al di­sprezzo del mondo e li stimolano ad una vita più coerente con le esigenze del loro stato.

O umiltà, amabile nutrice di ogni virtù! Il principe del mondo cattolico, successore di san Pietro apostolo, si degna far visita alle Donne Povere, si reca da quelle umili e nascoste prigioniere! Un gesto di degnazione papale indubbiamente conforme al carattere cristiano, ma senza precedenti nella stona.

 

123. Poi papa Gregorio si affretta a raggiungere Assisi, dove è custodito per lui l'inclito tesoro che spazzerà via la dolorosa tribolazione. Al suo arrivo tutta la regione è in un giubilo, la città è pervasa di gioia, una grande folla accorre

festante, e quel giorno luminoso si riempie di letizia sincera. Tutti vengono ad incontrare il Pastore supremo con solenne corteo. Anche il pio gruppo dei poveri frati gli si fa incontro, e ciascuno canta inni all'Unto del Signore.

Appena arrivato al convento, il Vicario di Cristo subito si porta a salutare e a rendere omaggio riverente al sepolcro di san Francesco. Sospira, si batte il petto, piange e, in atto di grande devozione, piega il venerando capo su quella tomba.

Quindi dà apertura al solenne processo per la canonizza­zione, convocando a tale scopo spesse volte i venerandi cardinali. Or ecco, da ogni parte accorrono molti che erano stati liberati dai loro mali per intercessione di Francesco. Si testimoniano i suoi miracoli, si verificano e si approvano! Per un breve intervallo il Papa deve correre a Perugia per impegni d'ufficio improrogabili; poi con maggiore e speciale benevo­lenza torna ad Assisi per continuare l'importantissima causa. Di nuovo a Perugia, finalmente, il Papa convoca il sacro collegio dei cardinali nelle sue camere e celebra il sacro concistoro. Sono tutti d'accordo e unanimi; leggono i miraco­li con venerazione e lodano con grandissimi elogi la vita e la santità del beato padre.

 

124. «La santità di questo uomo - essi affermano - non ha bisogno della verifica dei miracoli; noi stessi l'abbiamo vista con i nostri occhi e toccata con le nostre mani e vagliata alla luce della verità». Tutti tripudiano, gioiscono e piangono insieme, e quelle lacrime sono per loro pienezza di benedizio­ne. E senza più indugio si fissa il giorno di grazia che riempirà il mondo di gaudio salutare.

È già spuntato quel giorno solenne che rimarrà venerando in ogni tempo, e avvolse di allegrezza la terra e il cielo. Vescovi, abati, prelati accorrono e si riuniscono giungendo dalle regioni più lontane della terra; è presente anche un re e grande moltitudine di conti e magnati. Si forma allora un pomposo corteo, e tutti, al seguito del Signore del mondo, entrano solennemente nella città di Assisi. Arrivati nel luogo preparato per quella solenne celebra­zione, i cardinali, i vescovi e gli abati si dispongono accanto al Papa, e dietro a loro un folto stuolo di sacerdoti e di chierici, la sacra e gioiosa assemblea dei religiosi e la schiera delle religiose avvolte di umiltà, e poi la folla immensa dei fedeli. Accorrono da ogni parte persone di tutte le età, felici di essere presenti a così grande raduno; il bimbo vicino all' uomo fatto, il servo vicino al padrone.

 

125. Domina al centro il sommo Pontefice, lo sposo della Chiesa di Cristo, attorniato da tanta varietà di figli, con la corona sul capo in segno di gloria e di santità. Adorno delle infule papali e dei paramenti sacri allacciati con fibbie d'oro scintillanti di pietre preziose, l'Unto del Signore appare nello splendore della sua gloria, rilucente di oro e di gemme istoriate, e attira gli sguardi di tutti. Lo circondano cardinali e vescovi, similmente ornati di splendidi monili sulle vesti candide, tanto da presentare quasi lo spettacolo celestiale e gioioso degli eletti.

Tutto il popolo attende una parola di gioia e di letizia nuova, dolce e inneggiante, di perenne conforto e benedizio­ne. Parla per primo papa Gregorio, rivolto a tutta l'assemblea e annuncia con voce vibrante e affettuosa commozione le meraviglie di Dio. Poi tesse un nobilissimo elogio del padre Francesco, commovendosi fino alle lacrime mentre rievoca la purità della sua vita. Tema del suo discorso è il passo del Siracide: Come la stella del mattino tre le nubi e come splende la luna nel plenilunio, e come sole raggiante, così egli rifulse nel tempio di Dio. Terminato quell'elogio, fedele e degno di fede, uno dei suddiaconi del Pontefice di nome Ottaviano, dà lettura davan­ti a tutti i fedeli dei miracoli del Santo, e il cardinale diacono Ranieri, noto per ingegno e virtù, ne fa il commento con eloquenza e viva emozione. Il Papa esulta e, traendo dal petto profondi sospiri e singhiozzi, lascia libero corso alle lacrime; e così tutti i prelati presenti, tanto da bagnare di lacrime i sacri paramenti. E tutto il popolo piange, in amorosa e impaziente attesa del grande annuncio.

 

126. Ed ecco: le mani levate verso il cielo, il beato Pontefice con voce tonante grida e dice: «A lode e gloria dell'onnipotente Iddio e Figlio e Spirito Santo, e ad onore della Chiesa romana, mentre veneriamo sulla terra il beatis­simo padre Francesco, che il Signore ha glorificato nei cieli, dopo aver raccolto il parere dei nostri fratelli (i cardinali) e dégli altri prelati, decretiamo che il suo nome sia iscritto nel Catalogo dei Santi e se ne celebri la festa il giorno della sua morte».

Appena terminato il solenne annuncio, i cardinali insieme col papa intonano ad alta voce il «Te Deum». La folla risponde cantando in coro le lodi del Signore. La terra echeggia di voci immense, l'aria si riempie di inni di gioia, il suolo si bagna di lacrime. Si elevano cantici nuovi 170, e nella melodia dello spirito esultano tutti i servi di Dio. Si cantano con voci modulate inni spirituali, sostenuti dal dolce suono degli strumenti. L'atmosfera è pregna di soavi profumi e la melodia rimbalza più festosa, penètrando i cuori col suo incanto. Il giorno è radioso, illuminato da più splendidi colori. Ondeggiano verdeggianti rami d'ulivo misti a fresche chiome d'altri alberi; l'apparato di festa riverbera luminosità su tutti, e la benedizione di pace inonda di gioia tutti i cuori. Finalmente il beato papa Gregorio lascia il trono e attraverso gradini più umili discende nel santuario per offrire doni e sacrifici, e bacia con gioioso trasporto la tomba del Santo e consacrato a Dio; innalza molteplici preghiere e celebra i sacri misteri. Lo circondano i frati, lodando, adoran­do e benedicendo Iddio che ha fatto cose grandi sulla terra. Alle divine lodi si unisce il popolo che, in onore della altissima Trinità, canta il suo ringraziamento a san Francesco. Amen. Queste cose avvennero in Assisi, nel secondo anno del pontificato di Gregorio IX, il 16 luglio.

 

 

I MIRACOLI DI SAN FRANCESCO

 

127. Invocando umilmente la grazia del Signor nostro Gesù Cristo, nell'intento di eccitare la doverosa devozione dei contemporanei e corroborare la fede dei posteri, prendia­mo a narrare brevemente, ma secondo verità, i miracoli che, come abbiamo sopra ricordato, furono letti e annunziati al popolo, presente il Signor papa Gregorio.

 

 

I.

PARALITICI GUARITI

 

Il giorno medesimo in cui il santo corpo di Francesco, come un preziosissimo tesoro, fu sepolto cosparso di aromi celesti più che terrestri, venne condotta sulla sua tomba una fanciulla, che già da un anno aveva il collo orrbilmente piegato da una parte e il capo aderente alla spalla, così che non poteva guardare in alto se non di traverso e a gran fatica. Le misero per qualche istante il capo sotto l'urna in cui riposava il corpo del Santo; immediatamente, per i meriti di lui, la fanciulla eresse il collo e il capo riprese la sua posizione normale, tanto che essa, colta da spavento per l'improvvisa trasformazione, cominciò a fuggire e a piangere. Sulla spalla si vedeva come una fossa dovuta evidentemente alla posizio­ne innaturale del capo durante la lunga infermità.

 

128. Nel territorio di Narni viveva un fanciullo con una tibia talmente deformata che non poteva muoversi se non appoggiandosi su due stampelle. Era povero e viveva di elemosine, poiché era ammalato da molti anni e non conosce­va neppure suo padre e sua madre. Per i meriti del beatissimo padre nostro Francesco riacquistò piena salute, e camminava liberamente, senza bastone, lodando e benedicendo Iddio e il suo servo fedele.

 

129. Un abitante di Foligno, di nome Nicolò, era paraliz­zato alla gamba sinistra. Straziato dal dolore, aveva speso più di quanto potesse in medici, fino a indebitarsi, nella speranza di ricuperare la salute. Vedendo che tutte le cure non appro­davano a nulla e rincrudendosi il dolore al punto che con i suoi ripetuti urli nella notte impediva il sonno anche ai vicini, decise finalmente di votarsi a Dio e a san Francesco, e si fece condurre sul sepolcro di lui. Vi rimase una notte intera in preghiera. Ed ecco, poté tornare a casa con le proprie gambe, senza bastone, il cuore pieno di gioia.

 

130. Un altro fanciullo aveva una gamba contorta in maniera tale che il ginocchio aderiva al petto e il calcagno alla coscia. I genitori lo portarono al sepolcro del Santo, e intanto il padre si era rivestito di un aspro cilicio, mentre la madre si impegnava in una dolorosa penitenza per lui. Guarì così rapidamente e completamente, che poteva correre tutto sano e lieto per la piazza, rendendo grazie a Dio e al beato Francesco.

 

131. Nella città di Fano c'era un rattrappito, che aveva le tibie ulcerate, ripiegate all'indietro e appiccicate al corpo e talmente maleodoranti che nessuno si sentiva disposto ad accoglierlo in ospedale. Egli implorò la misericordia del beatissimo padre Francesco, e poco dopo ebbe la gioia di vedersi completamente ristabilito.

 

132. Una bambina di Gubbio dalle mani rattrappite, già a un anno aveva perduto l'uso di tutte le membra. La balia, fiduciosa di ottenere la guarigione, la porta alla tomba di san Francesco, recando con sé anche una figura di cera della misura della bimba. Dopo otto giorni di attesa, ecco avverarsi il miracolo: la piccola inferma ricupera l'uso delle sue membra, così da essere ritenuta idonea alle faccende di prima.

 

133. Un ragazzo di Montenero, incapace di cammi­nare e di star seduto perché paralizzato dalla cintola in giù, giaceva da più giorni privo di forze davanti alla chiesa che custodiva il corpo del Santo. Ma un giorno riuscì ad entrare in chiesa e si trascinò fino a toccare il sepolcro, e subito si sentì guarito e uscì fuori sano e salvo. Raccontava questo ragazzo che, mentre se ne stava presso la tomba del glorioso Santo, gli si parò innanzi, proprio sopra il sepolcro, un giovane vestito da frate, con delle pere in mano, il quale offrendogli una pera, lo incoraggiò ad alzarsi. Lui, prendendo la pera, aveva rispo­sto: «Come vedi, sono rattrappito e non posso alzarmi». Intanto mangiò la pera e stese la mano per prendere una seconda pera che il giovane gli offriva incoraggiandolo ancora una volta ad alzarsi. Ma l'infermo, ancora appesantito dal male non riusciva a mettersi in piedi. Mentre però stende­va la mano, il giovane frate gli lasciò prendere la pera, intanto gli prese la mano, lo condusse fuori e sparì. Ed egli, vedendosi sano e guarito aveva incominciato subito a gridare con tutta la voce, raccontando a tutti quello che gli era accaduto.

 

134. Una donna di Coccorano che era priva dell'uso di tutte le membra, ad eccezione della lingua, venne traspor­tata su una barella di stuoie al sepolcro del Santo. Dopo una breve sosta, si rialzò completamente guarita.

Anche un altro cittadino di Gubbio portò, dentro una cesta, un suo figlioletto davanti al sepolcro del Santo. Era talmente deformato, che aveva le tibie del tutto atrofizzate e ripiegate sui femori. Lo riebbe completamente guarito.

135. C'era a Narni un povero mendicante, di nome Bartolomeno. Una volta si era addormentato sotto un noce; al risveglio ebbe la dolorosa sorpresa di trovarsi paralizzato e di non poter più camminare. Crescendo il male di giorno in giorno, la gamba e il piede colpiti si assottigliarono, si piegarono e si inaridirono in modo tale, che il poveretto non avvertiva più né tagli né ustioni. Ma una notte gli appare in sogno il beato Francesco, vero amico dei poveri e padre dei miseri, invitandolo a recarsi a un bagno campestre, perché, commosso da tanta miseria, aveva deciso di guarirlo. L'infer­mo, destandosi, non sapendo cosa fare, racconta per filo e per segno la visione al vescovo della città, il quale lo consiglia di fare come gli era stato detto in sogno e lo benedice. Così, aiutandosi col suo bastone, si avvia barcollante, come meglio può verso il luogo indicato dal Santo. Mentre se ne va, triste e stremato per lo sforzo, ode una voce: «La pace del Signore sia con te! Coraggio, io sono colui al quale ti sei votato!». Il bagno è ormai vicino, ma è notte ed egli sbaglia strada; e la solita voce lo avverte e gli indica la direzione giusta. Ed ecco, appena arriva e si immerge nel bagno, una mano gli tocca il piede e un'altra mano la gamba riportandoli dolcemente alla posizione normale. Sentendosi guarito, balza fuori dall'acqua lodando e benedicendo l'onnipotenza del Creatore e il beatis­simo suo servo Francesco, che gli aveva fatto una grazia così grande. Infatti erano sei anni che viveva in quello stato miserando ed era molto anziano.

 

 

Il.

I CIECHI RICUPERANO LA VISTA

 

136. Una donna di nome Sibilla, da molti anni cieca, viene un giorno condotta, cieca e triste, sulla tomba del Santo. Ricupera istantaneamente la vista e se ne torna a casa lieta e giuliva.

Così anche un uomo di Spello ricupera la vista, da tempo perduta, davanti al sepolcro del Santo.

C'è a Camerino, una donna cieca all'occhio destro. I parenti le applicano sull'occhio leso un panno toccato dal beato Francesco, facendo un voto; subito esauditi, cantano a Dio e al Santo il loro gioioso ringraziamento.

Un caso analogo capita ad una donna di Gubbio, che non finisce di rallegrarsi per avere riavuta la vista in seguito a un voto fatto.

Un assisano cieco da cinque anni, che era stato amico di Francesco in vita, e continuava a pregarlo, ricordandogli la passata amicizia, si ritrovò guarito al solo contatto col sepol­cro di lui.

Un certo Albertino di Narni aveva perduto completamente la vista e le palpebre gli scendevano fino agli zigomi. Appena fece voto al beato Francesco, fu prontamente guarito; allora fece i suoi preparativi e venne a visitare il sepolcro di lui.

 

 

III.

GLI INDEMONIATI LIBERATI

 

137. Viveva a Foligno un uomo di nome Pietro. Postosi in cammino per visitare il santuario di San Michele arcange­lo, - non si sa se per adempiere un voto o per soddisfare una penitenza impostagli, - arrivato ad una fonte, stanco e asse­tato, prese a bere dell'acqua e gli sembrò d'avere ingoiato dei demoni. Ed effettivamente da quell'istante rimase ossesso per tre anni, dicendo e compiendo cose orrende. Si portò alla tomba del santissimo padre Francesco, e vi giunse ancora strapazzato dai demoni, più che mai furiosi contro di lui; appena toccò il sepolcro, fu, con evidente e chiaro miracolo liberato del tutto e per sempre.

 

138. Una volta il Santo apparve a una donna di Narni che era furiosa e talmente fuori di sé che faceva e diceva cose spaventose e sconce, e le disse: «Fatti un segno di croce». Quella rispose di essere impedita. Allora Francesco stesso glielo impresse sulla fronte; e all'istante fu liberata dalla pazzia e da ogni influsso demoniaco.

Innumerevoli sono stati gli infelici uomini e donne che tormentati in vari modi e con molteplici inganni dai demoni, furono liberati in virtù dei meriti del glorioso padre. Ma siccome tali persone possono essere sovente vittime piuttosto di illusione, ne abbiamo fattto soltanto un rapido accenno, per passare al racconto di fatti più importanti e mirabili.

 

 

IV.

MALATI STRAPPATI ALLA MORTE E ALTRI INFERMI GUARITI

 

139. Matteo, un bambino di Todi, da otto giorni giaceva in un letto più morto che vivo: bocca ermeticamente chiusa, occhi serrati, volto, mani e piedi anneriti come un paiolo al fuoco. Tutti pensavano che non c'era più nulla da sperare. Vomitava inoltre sangue marcio e con tali convulsioni che sembrava dovesse rovesciare gli intestini. Un giorno la madre si prostra in preghiera, invocando il nome e l'aiuto di san Francesco. Quando si alza, il bambino comincia ad aprire gli occhi, a vederci e a succhiare il latte. Poco dopo, caduta quella pelle nera, la carne ritorna al suo colorito normale e riprende vigore e sanità.

Appena lo vede fuori pericolo, la madre lo interroga: «Chi ti ha guarito, figlio mio?». Il fanciullo balbettando risponde:

«Ciccu, Ciccu». Di nuovo lo interrogano «A chi devi questa grazia?». E il bimbo replica «Ciccu, Ciccu» dimezzando in questo modo il nome di Francesco, poiché era ancora piccino e ìncapace di parlare bene;

 

140. Un giovane, precipitando al suolo da grande altez­za, perdette la favella e rimase totalmente paralizzato. Per tre giorni non mangiò né bevve, e poiché non dava più segni di vita, tutti lo credevano morto. Sua madre non ricorse ai medici, ma ne implorò la guarigione dal beato Francesco, facendo anche un voto. Riebbe il figlio guarito, e subito cominciò a innalzare lodi all'onnipotente e misericordioso Salvatore.

Mancino, un altro giovane, copito da malattia mortale e ritenuto inguaribile da tutti, invoca il nome di Francesco, così come può, e istantaneamente guarisce in modo perfetto.

Gualtiero, un fanciullo di Arezzo, sempre febbricitante e tormentato da due ascessi, dichiarato inguaribile dai medici, per un voto fatto a san Francesco dai genitori, ricupera l'auspicata salute.

Un altro giovane è moribondo. Si decide di fare una figura di cera in onore di san Francesco per impetrare la grazia della vita; non è ancora finito il lavoro, che quel giovanetto viene liberato da ogni male.

141. Una donna, inferma da molti anni e completamente immobilizzata nel suo letto, appena che ebbe fatto un voto a Dio e al beato Francesco, si rialzò guarita e in grado di attendere a tutte le sue occupazioni.

Nella città di Narni viveva una donna che da otto anni aveva una mano inaridita, del tutto inutilizzabile. Un giorno le apparve il beato e toccandole la mano malata, gliela rese al lavoro come l'altra.

Un giovane della stessa città infermo da circa dieci anni, s'era talmente gonfiato che era ormai inutile qualsiasi farma­co. La madre fece un voto al beato Francesco, e subito riacquistò piena salute.

Analogamente un idropico di Fano, corpo paurosamente tumefatto, fu guarito in maniera perfetta per i meriti del glorioso servo di Dio.

Un abitante di Todi soffriva di gotta artritica talmente brutta, che non poteva neppure sedersi né starsene disteso su di un letto. La veemenza della malattia lo gettavajn preda a continui brividi, così da sembrare prossimo alla morte. Chia­mò medici, moltiplicò bagni e farmaci; ma tutto era inutile. Un giorno però, alla presenza di un sacerdote, fece un voto a san Francesco implorando la grazia della guarigione. E subito si vide guarito.

 

142. A Gubbio, una donna paralitica ripete per tre volte il nome del beato Francesco, e subito è guarita.

Un certo Bonifacio, colpito alle mani e ai piedi da strazian­ti dolori, non può muoversi né camminare, e perde del tutto sonno e appetito. Viene un giorno da lui una donna e lo consiglia ed esorta a votarsi al beato Francesco, se vuole essere subito liberato. Quell'uomo, dapprima quasi impazzi­to a causa degli spasimi, si rifiuta dicendo: «Non lo credo un Santo». Poi cedendo all'insistenza della donna, formula un voto così: «Mi affido all'intercessione di Francesco e lo considero Santo, se entro tre gioni mi libererà dalla mia malattia». E viene subito esaudito, ricuperando la possibilità di camminare, l'appetito e il sonno, e rende gloria a Dio onnipotente.

 

143. I sanitari si dichiaravano impotenti davanti ad un uomo che era stato trafitto al capo da una freccia la cui punta di ferro era pentrata nel cranio attraverso la cavità dell'occhio. L'infelice con umile devozione si vota al santo di Dio, Francesco, con viva speranza d'essere liberato per sua inter­cessione. Mentre dorme per un poco, viene Francesco nel sonno e gli dice di farsi strappare quella punta di ferro dalla nuca. All'indomani, operando nella maniera indicata dal Santo, si riesce a liberarlo con facilità.

 

144. A Spello, un uomo, di nome Imperatore, è affetto da un'ernia così grande che gli escono gli intestini dal ventre e, nell'impossibilità di farli rientrare, l'infelice è costretto per molto tempo a sostenerli con un guanciale. Ricorre ai medici, ma di fronte al prezzo richiesto, lui che aveva denaro appena sufficiente per il vitto di un solo giorno, perde ogni fiducia nel loro aiuto. Finalmente ricorre all'aiuto celeste, e incomincia a supplicare per strada, in casa e ovunque il beato Francesco. In brevissimo tempo, per grazia di Dio e per i meriti del beato Francesco, guarisce pienamente.

 

145. Un frate del nostro Ordine, della Marca di Ancona, aveva una fistola al bacino e ai fianchi. Per la gravità della situazione non c'era più speranza che potesse guarire ad opera di nessun medico. Allora egli domandò il permesso di recarsi a visitare la tomba del beato padre, con filiale fiducia che, per i meriti di lui, avrebbe ottenuto la guarigione. Ma il ministro provinciale non gli permise di partire, temendo che lo strapaz­zo del viaggio, a causa della neve e della pioggia caduta abbondantemente in quella regione, gli portasse maggior danno. L'infermo ne rimase angosciato. Ma ecco che una notte gli apparve lo stesso santo padre Francesco, che gli disse: «Figliuolo, non rattristarti; togliti la pelliccia che indossi, butta via l'impiastro e le fasciature, osserva la tua Regola e sarai sanato!». Il frate, appena si levò al mattino, esegui tutto questo; e poté ringraziare Iddio per l'immediata guarigione ottenuta.

 

V.

LEBBROSI MONDATI

 

146. A San Severino, nella Marca d'Ancona, abitava un giovane di nome Atto. Era talmente coperto da ulcere che, per giudizio dei medici era ritenuto da tutti un vero lebbroso. Le membra erano tutte tumefatte e ingrossate, e a causa della dilatazione e del rigonfiamento delle vene, tutto gli appariva deformato. Camminare gli era impossibile, e doveva starsene sempre inchiodato nel giaciglio del suo dolore, con disperata afflizione dei genitori. Specialmente il padre suo, straziato da quel diuturno eccessivo dolore, non sapeva più che cosa fare. Ma finalmente gli venne in mente di raccomandarlo e votarlo al beato Francesco, e gli fece questa proposta: «Figlio mio, vuoi fare un voto al glorioso Francesco, che rifulge per molti miracoli, perché voglia liberarti dal tuo male?». Rispose: «Si, babbo!». Il padre si fece subito portare un foglio di papiro, prese le misure dell'altezza e grossezza del figlio, e poi gli disse: «Alzati, fai voto al beato Francesco che, se guarirai, ogni anno e per tutta la tua vita, andrai pellegrino alla sua tomba, recandogli un cero alto come te». Il giovane obbedì alla richiesta paterna; si alzò come poté, e a mani giunte incominciò a invocare la misericordia del beato Francesco. Presa la misura del papiro, si alzò appena finita la preghiera, ed era completamente guarito dalla lebbra. Cominciò a camminare, dando lode a Dio e al beato Francesco.

Nella città di Fano, un giovane di nome Bonomo, ritenuto da tutti i medici lebbroso e paralitico, appena viene offerto molto devotamente dai genitori al beato Francesco, è liberato dalla lebbra e dalla paralisi e riacquista piena salute.

 

VI.

MUTI E SORDI SANATI

 

147. A Città della Pieve c'è un fanciullo, povero e mendicante, sordomuto dalla nascita; ha la lingua tanto corta che tutti la ritengono addirittura mozza. Una sera si reca a casa di un concittadino, di nome Marco, e con gesti, come sogliono fare i muti, gli indica che vorrebbe essere suo ospite: piega il capo da una parte accostando la guancia alla mano, indicando chiaramente che vorrebbe dormire in casa di lui. Quell'uomo è felice di accoglierlo nella sua casa e volentieri lo prende con sé, perché lo sa abile al servizio, di buon carattere e, benché sordo e muto dalla nascita, in grado di comprendere gli ordini dai cenni. Una sera quell'uomo, alla presenza del fanciullo, dice alla moglie: «Questo si che sarebbe un grande miracolo, se il beato Francesco gli rendesse udito e favella!».

 

148. E aggiunge: «Prometto a Dio che se il beato Fran­cesco compirà questo miracolo, io, per amor suo, avrò caris­simo questo giovinetto e provvederò a mantenerlo per tutto il tempo della sua vita».

Cosa meravigliosa! Appena finita quella preghiera, il fanciullo si mette a parlare, esclamando: «Viva san France­sco!», e con lo sguardo elevato al cielo, soggiunge: «Vedo Francesco qui sopra, che è venuto a donarmi la guarigione?». E quell'uomo gli risponde: «Loderai Iddio e salverai molti». Allora si alza e corre pieno di esultanza a gridare a tutti il grande miracolo. Accorrono in massa quelli che avevano veduto prima il piccolo sordomuto e, pieni di ammirazione e di stupore, elevano lodi al Signore e al beato Francesco. Intanto la lingua del fanciullo si snoda e cresce, tornando alla misura normale, e comincia a parlare così speditamente e chiaramente come se avesse da sempre l'uso della parola.

 

149. Un altro fanciullo, chiamato Villa, è muto e incapa­ce di camminare. Sua madre ricorre all'aiuto divino, portando sul sepolcro di san Francesco una immagine votiva di cera. Al suo ritorno a casa, trova il figlioletto in perfetta salute, che cammina e parla.

Un uomo della diocesi di Perugia, muto e costretto a tenere la bocca sempre spalancata e spaventosamente ansimante, a causa della gola enormemente gonfiata, arriva un giorno alla tomba di san Francesco e, nell'atto di salire i gradini a toccarla, vomita sangue. Ed ecco, subito liberato completa­mente, comincia a parlare, ed apre e chiude la bocca in maniera normale: è guarito!

 

150. Anche una donna, colpita da gravissimo dolore alla gola, così da avere la lingua inaridita e attaccata al palato per l'arsura, non è in grado di parlare, né di bere, né di mangiare, e qualsiasi medicamento si rivela perfettamente inutile. Allo­ra, dall'intimo del suo cuore, poiché non può parlare, si vota fiduciosa a san Francesco. Immediatamente l'apparato pala­tale si spezza e le esce dalla gola un sasso rotondo, che mostra a tutti, ed è interamente liberata dal suo male.

A Greccio, un giovane, avendo perso l'udito, la memoria e la favella insieme, non può intendere né sentire nulla. I genitori, che hanno una grande fiducia in san Francesco, fanno voto a lui con suppliche sincere. Quasi subito il loro figlio, per grazia singolarissima del padre santo, ricupera l'uso di tutti i suoi sensi.

A lode, gloria e onore del Signor nostro Gesù Cristo, il cui regno e l'impero rimane stabile e imperituro nei secoli dei secoli. Amen.

EPILOGO

151. Abbiamo narrato qualcuno dei miracoli del beatis­simo padre nostro Francesco, e molti ne abbiamo omessi 178 Lasciamo ad altri che vorranno Seguire i suoi passi, di meri­tarsi con la loro ricerca la grazia di nuove benedizioni.

Egli, che ha mirabilmente rinnovato il mondo con la parola e l'esempio, con la vita e la dottrina, si degni di beneficare con altri carismi i cuori di coloro che amano sinceramente Iddio.

Ed io, per amore del Crocifisso povero e delle sue sacre stimmate, che il beato padre Francesco porto nel suo corpo, prego tutti quelli che leggeranno, vedranno e udranno la mia narrazione, di ricordarsi presso Dio di me peccatore. Amen.

Benedizione, onore e ogni lode al solo sapiente Iddio, che tutto compie con sapienza in tutti e sempre a sua gloria. Amen. Amen!