FRANCESCO DI PAOLA - UOMO FRA GLI UOMINI

REMESSA

Per conservare la sua libertà l'uomo deve conservare la propria anima. Al corpo che cresce occorre un supple­mento d'anima, ha scritto Bergson, nel termine della sua vita di pensatore. Sì, questo corpo carnale e materiale è cresciuto, si è allargato nello spazio e nel tempo. In questi ultimi decenni il genio umano ha compiuto prodigi, è riu­scito, come Prometeo, a strappare alcuni dei più straordi­nari segreti al mistero che ci avvolge. Ma se l'anima che abita in questo corpo non cresce a sua volta, per abbrac­ciare e purificare le conquiste della tecnica, a condurle al loro significato più alto, allora ci attende la sorte di Prometeo.

Wladimir d'Ormesson (Accademico di Francia - Discendente di S. F. di Paola) da «Il mondo attende la Chiesa»

 

Cap. I

IL SECOLO

«Perdemmo Roma, perdemmo il regno, per­demmo il potere; e non per colpa nostra ma a causa dei tempi. Eppure con questo più splendido dominio noi continuiamo a regnare in tanta parte del mondo. Nostra è l'Italia, nostra la Gallia, la Spagna, la Germania, la Polonia, la Dalmazia, l’Illirico e molte altre nazioni; poiché l'impero romano è dovunque impera la lingua di Roma». Lorenzo Valla (Introd. ai Sei libri delle eleganze)

Francesco di Paola è uomo del Quattrocento, è cala­brese, è santo. Un affresco che volesse metterlo in piena luce, dovrebbe prospettare uno sfondo cronologico e geó­grafico, con ombre e luci, da cui si staglia e viene in primo piano la sua figura di gigante: cronologia e geogra­fia sono infatti i due occhi della storia.

Tuttavia già fin dall'inizio dobbiamo ammettere che, anche a voler dare tutto il rilievo ai minimi particolari della sua vita, egli non appare, almeno secondo l'idea cor­rente, un protagonista per i suoi tempi. I santi, si sa, pur essendo un prodotto della propria terra e della propria epoca, sono sempre un po' atemporali, e però spesso suc­cede un fatto strano, che mentre sembrano perdersi dentro i giorni della loro storia, confusi nella folla anonima che storia non ha, poi col passare dei secoli appaiono in tutta la loro mirabile grandezza e si viene a scoprire che la loro presenza, compatta e silenziosa, e la loro efficacia è stata molto più notevole di quella delle più celebri personalità.

Il primo dei santi a nome Francesco si riteneva un povero idiota (ovviamente in senso medievale) e volle essere «minore»; tra i papi e gl'imperatori del Duecento sembra perdersi nelle nebbie dell'anonimato, quasi un poverello insignificante di cui poteva infastidirsi Inno­cenzo III e impunemente ridersi Federico II. Poi, otto secoli dopo, eccolo grandeggiare al di sopra di loro, men­tre i nomi dei «grandi» suoi contemporanei svaniscono nelle dissolvenze della memoria.

Questo secondo Francesco, che volle esser addirittura «minimo», dapprima oscuro eremita calabrese e poi ospite di una corte tra le più famose e temute d'Europa, non sfugge alla solita legge sia di una certa atemporalità sia di una fama posteriore che eclissa di gran lunga quella di tanti della sua epoca.

Il Quattrocento è un secolo di uomini famosi, come sappiamo; ma è sintomatico che la rinomanza e la gloria di cui oggi gode Francesco di Paola, oltre che di natura diversa, è certamente assai più universale di quella di Lorenzo il Magnifico o, poniamo, di Alfonso il Magna­nimo o, peggio, di Alessandro VI. Ciò è dovuto indub­biamente alla grandezza più genuina e autentica di lui, che poi è anche quella che più onora e benefica il mondo: la santità. Tuttavia egli appartiene per diritto a quel secolo e a quella Calabria che, pur nell'innegabile progresso attuale, può dirsi ancora sconosciuta.

Il secolo: Rinascimento. Questa prestigiosa parola, per la quale tanti volumi si sono scritti in Italia e all'estero (e indubbiamente costituisce col Cinquecento uno dei periodi di massimo splendore italico), suscita l'idea d'una novità assoluta, di una nuova nascita, di qualcosa d'assolu­tamente inedito prodottosi in quel secolo. Si ricordi intanto che quel secolo egli lo riempie tutto. Nasce il 1416, muore il 1507 e dunque si può dire che con la sua longevità addirittura lo sopravanzi.

Ma che cos'è dunque questo rinascimento? La linea di demarcazione tra un'epoca e l'altra, utile per esigenze didattiche nei manuali di storia, o non esiste affatto nella realtà o per lo meno non è così netta nel dinamismo della vita. Se per rinascimento si vuol intendere una nuova presa di coscienza della dignità dell'uomo e di più grande amore per la Natura, ricorderemo che queste virtù, se vogliamo chiamarle così, erano già ben presenti due secoli prima in Francesco d'Assisi. «Dopo di lui è più facile essere uomo» scrisse Chesterton, ed è ora anche patrono degli ecologisti.

Se per rinascimento si vuol intendere una certa laicità di concezione dello stato e della vita stessa, d'indipendenza della cultura dal «sacro», nessuno vorrà negare che Fede­rico II, anch'egli due secoli prima, le aveva fieramente propugnate, fino a lottare caparbiamente contro il papa, fondando anche a Napoli la propria università in opposi­zione a quella di Bologna.

Se per rinascimento intendiamo la riscoperta dei clas­sici antichi, ricercati con entusiasmo e approfonditi non solo con pedissequa imitazione ma con vivezza e origina­lità, va detto che anche nel Medio Evo, con tracce pro­fonde in Dante ma poi specialmente col Petrarca, definito appunto il primo uomo moderno, quest'ansia appariva fin troppo tenace. Non a caso il sommo poeta chiama Virgilio il suo maestro e il suo autore e forse non esagerava Save­rio Bettinelli quando osò parlare di rinascimento iniziato addirittura subito dopo il Mille. Lo stesso neoplatonismo del '400 affonda le radici nei maestri francescani della tanto diffamata Scolastica.

Scusatemi se insisto su queste riflessioni, giustificate da due motivi: il primo, perché esiste ancora da qualche parte il malvezzo d'accusare d'oscurantismo il Medio Evo; il secondo, perché il Rinascimento non spunta all'improv­viso come un fungo né è solo contestazione e rifiuto in blocco di tutto il passato. Umanisti del calibro di Marsilio Ficino, di Lorenzo Valla, di Pico della Mirandola, esaltati dal concetto altissimo dell'uomo («magnum miraculum est homo» esclamava Pico), erano uomini profondamente reli­giosi e addirittura, i primi due, sacerdoti, mentre Pico nutriva ammirazione sconfinata per Savonarola. Certo, uno spostamento di ottica ci fu: il teocentrismo delle cat­tedrali gotiche, che tendevano le braccia al cielo, diventa antropocentrismo nella nuova architettura e nell'arte in genere, che cerca l'armonia plastica come una musica di linee e si ricorderà che l'espressione è di Leon Battista Alberti; gli affreschi stilizzati e ieratici già vivacizzati da Giotto, tendono a rimpolparsi e a sorridere in una prima­vera di colori di fronte all'ammiratore che riscopre, insieme con l'artista, la superba bellezza del corpo. Ma essi non rinnegano la sacralità dell'uomo («mortalis deus» come lo chiamava Valla), e la prima statua nuda, dopo mille anni, è a soggetto biblico: il David di Donatello. Insomma l'evoluzione culturale si sviluppa con una gra­dualità che non conosce lacerazioni. Il buono e pio Gan­nozzo Manetti «il più virtuoso degli umanisti fiorentini», come lo definisce Bargellini, scriverà proprio nella corte di Napoli il suo trattato Sulla dignità e l'eccellenza del­l'uomo, in polemica con altri umanisti che parlavano della

miseria dell'uomo; e siamo già quasi agli antipodi del Disprezzo del mondo di Innocenzo III. Eppure nessuno si meraviglierà se vari decenni dopo il grande Erasmo, il grande elogiatore della follia, scriverà anche lui il suo Disprezzo del mondo. Come si vede, nel magma incande­scente dell'epoca, i contrasti agitano non solo la politica, ma la coscienza stessa di ciascuno.

Perciò, come si è parlato delle due anime del Magni­fico, così non si debbono escludere le due anime del Quattrocento, che conosce il travaglio della transizione da un'epoca all'altra. Certo, la mentalità è mutata e altri sono gli avvenimenti. (Forse il pericolo più grave, non avver­tito da alcuni storici era questo: che l'Europa cominciava a scricchiolare e a frantumarsi. Ciò avverrà nel secolo seguente, quando la lacerazione della Riforma e l'apostasia dell'Inghilterra, scompagineranno in maniera clamorosa quell'unità fondamentale che prima era stato l'impero e poi il cristianesimo.) In questo secolo il fermento delle nuove idee ribolle in tutti gli spiriti, anche all'interno dei chiostri e non è passata invano la confusione dello scisma d'Occidente con due o tre papi che si scomunicano tra loro, non possono lasciare indifferente nessuno i fatti poli­tici, le scoperte scientifiche, le conquiste transoceaniche (pensate alla bussola, alla stampa che comincerà a moltipli­care i testi, alla scoperta dell'America, alla fine della guerra dei cent'anni, alla caduta dell'impero d'Oriente e alle numerose immigrazioni seguitene), tutte vicende d'impor­tanza eccezionale che, d'altra parte, contribuirono ad allar­gare gli orizzonti culturali e psicologici anche dell'uomo medio, che comincia a sentirsi ancora una volta «misura di tutte le cose», mentre il conventuale Luca Pacioli si prepara a pubblicare La divina proporzione e Leonardo iscrive il suo nome nel canone del cerchio e del quadrato. In tutti questi fermenti, qui appena accennati, sarebbe inesatto vedere il crollo della vita religiosa; si direbbe anzi che essa fu ancora più viva e cosciente. Tre anni dopo la nascita del paolano era morto «l'angelo dell'Apocalisse» san Vincenzo Ferreri, che aveva percorso l'Europa come una fiamma vigile per comporre scismi e dissidi; il più grande predicatore popolare del Quattrocento, il france­scano Bernardino da Siena, nato l'anno della morte di Caterina (1380), fustigava argutamente i costumi toscani e del Nord Italia; percorreva animosamente l'Oriente l'al­tro francescano S. Giovanni da Capestrano e veniva a morire a Napoli in un'apoteosi di gloria tra nobili e popo­lani S. Giacomo della Marca; a Firenze governava la chiesa locale con affabile fermezza l'arcivescovo S. Anto­nino, che aveva per primo organizzato i «procuratori dei poveri vergognosi» e aveva tenuto a bada Cosimo dei Medici; urlava dal pulpito quel «predicatore dei disperati» che era Savonarola; in Francia la straordinaria Coletta di Corbie, una sorta di Teresa d'Avila ante litteram, rifor­mava energicamente i monasteri di clausura, porgendo la mano alla vergine guerriera Giovanna d'Arco; al Nord, nelle Fiandre, erano già fioriti i mistici dai nomi famosi Maestro Eckart, Enrico Susone, Ruysbroeck l'ammirabile ed era nata la cosiddetta Devotio moderna, con tutte le ramificazioni, producendo il suo frutto più splendido in quella Imitazione di Cristo che Carducci non esitò a defi­nire il libro più bello del Medio Evo e, secondo lui, uno dei più pericolosi del mondo.

Le popolazioni, pur disorientate da tanti scandali e guerre e soprusi e scismi, mantenevano salda la fede, magari un po' tinta di superstizione e di magìa. (Magìa e superstizione però trovano facile esca in tutti i secoli, non escluso il nostro tanto scettico e saputo). È di questo secolo l'infelice bolla Summis desiderantes d'Innocenzo VIII contro le streghe (1486), che però non rispecchiava la psicologia d'un papa, ma la mentalità e i costumi fin troppo diffusi nel mondo d'allora. Tuttavia non va dimen­ticato che il giubileo del 1450, indetto da Nicolò V, vide moltitudini ingenti di pellegrini, tra cui S. Rita, S. Cate­rina da Bologna, i citati S. Giovanni da Capestrano e Antonino da Firenze, anche se è strana la coincidenza che, mentre a Roma veniva canonizzato S. Bernardino, a Firenze sotto gli occhi asciutti dell'arcivescovo, veniva bruciato vivo il vecchio medico Giovanni de' Cani. Ango­sciosi contrasti di un'epoca.

Bisogna onestamente riconoscere che anche i papi del tempo ci misero del loro per ingarbugliare alquanto le idee. Nessuno ignora che essi cominciarono ad assumere caratteristiche secolaresche che li resero più simili a prin­cipi regnanti che a pastori zelanti, più mecenati dell'arte che amanti di Dio, più splendidi umanisti che vicari di Cristo.

In questo crogiuolo effervescente di cose belle e gran­diose, ma anche brutte e vituperose, chi ne faceva le spese era il popolo, l'anonimo popolo gravato da balzelli e ruberie, dissanguato da guerre e saccheggi, oppresso da angherie e soprusi di nobili, spesso a loro volta ribelli contro i tiranni. È sintomatico, per esempio, che uno Sforza cada sotto il pugnale dei nobili, che una congiura contro i Medici sia ordita dalla rivale famiglia dei Pazzi, che a Napoli siano i Baroni a congiurare contro il re, e così via: il disagio era avvertito perfino da quelli che potevano godersi la vita, anche se sotterranei motivi poli­tici spiegavano così tragici avvenimenti. A difendere gli umili e gli oppressi a voce spiegata non ci sono che loro, i santi, usciti per lo più da quelle che oggi chiamano le classi subalterne, e che per virtù o per nascita conoscono i morsi della fame e il pianto del dolore. I martiri di Otranto, per esempio - in quell'infelice e gloriosa pagina di storia del profondo Sud - erano nella stragrande mag­gioranza gente del popolo; ma il loro eccidio sta sulla coscienza di Acmet Pascià o di alcuni principi italiani?

Ritengo che l'errore più grave del Quattrocento, ma non solo di quel secolo, è il divorzio tra la politica e la morale, tanto deprecato dal Savonarola. Le teorie politi­che, quando si staccano dalla concezione religiosa del­l'uomo e della sua dignità, portano fatalmente alla tiran­nia. Sarebbe interessante uno studio comparato (e forse esiste, ma lo ignoro) che, partendo dal De regimine prin­cipum di san Tommaso e attraversando il Come reggere ottimamente la repubblica di Petrarca (altro sarebbe il discorso per la Monarchia di Dante), nonché il Trattato circa il reggimento e governo della città di Firenze del Savonarola arrivasse a II Principe di Machiavelli. Di que­sto passo si arriverà a «lo Stato sono io» di Luigi XIV e alle più recenti teorie liberticide dei nostri giorni.

Non è certo il caso di approfondire qui un tema del genere; e dunque concludiamo con un'osservazione di più accessibile rilevanza. Guardate un Cristo pantocratore dei vecchi mosaici, magari quello dei SS. Cosma e Damiano a Roma, e confrontatelo con la statua della cattedrale di Wurtzburg; la differenza è enorme: quello imperava con maestà e autorità, comunicando sicurezza, rispetto e ubbi­dienza, questo è diventato il nostro umile fratello salva­tore, che staccato dalla croce ma ancora coi chiodi nelle mani e nei piedi, vive tra noi per nostra consolazione. Invece osservate il Cristo del Giudizio universale, «mezzo Ercole e mezzo Apollo», come fu definito: lo splendore delle sue forme corporee appartiene al Rinascimento, ma quella destra minacciosa e quell'occhio sfavillante incutono terrore. Perfino la Madonna sembra stringersi nell'ombra piena di paura. Siamo già al terrore di Lutero, il quale nella tragedia della nostra vita (nostrae vitae tragoedia) e in polemica con Erasmo, scrive, e non certo per esercita­zione teologica, del «servo arbitrio» dell'uomo. L'uomo tanto esaltato dal Rinascimento finisce col subire un terri­bile scacco e il fondatore d'uno degli scismi più laceranti della storia si sente costretto a negargli il suo bene supremo: la libertà.

Questo, a grandi linee, il contesto storico in cui si muove, tranquillo e possente, Francesco di Paola: nasce un anno prima dell'elezione di Martino V, che conclude lo scisma dell'occidente e riporta la sede papale da Avi­gnone a Roma; si trasferisce al Nord, rimproverando re e principi con evangelica franchezza, l'anno stesso della nascita di Lutero; muore solo qualche anno dopo il tra­monto del regno di Napoli, che diventa una provincia spagnola.

 

Cap. II

IL PAESE

...I calabresi, tutte le volte che ne ho cono­sciuti, più che uomini di carne e d'ossa, mi sono apparsi come immagini proiettate sulla terra da sorgenti luminose extraterrene, pregni di una silente intelligenza, un poco amari, estremamente cortesi e sempre lievissimamente enigmatici, come appartenessero a un regno oltre la vita. Virgilio Lilli (da «Nato a Cosenza»)

Francesco di Paola è calabrese. Lo è nell'austerità della sua fisionomia, nella pratica del suo severo ascetismo, nell'ardenza della sua contemplazione, perfino nella sobrietà delle sue parole e nella schiettezza e semplicità dei rapporti umani. «La terra simili a sè gli abitator produce» come disse un poeta (Tasso).

Chi dice Calabria dice montagne e dice mare: due parole colme di silenzio e di stupefazione. La Calabria è appunto questo silenzio alto e stupefatto, nelle vaste soli­tudini che si levano verso l'azzurrità del cielo, quasi sempre sereno e terso, o si protendono verso l'azzurrità del mare, quasi sempre calmo e luminoso. «Terra mia bella di splendori anticu / Cristo chiù bella no ti potìa criari, / lu suli ti calia come 'nu ficu, / t'abbasano e t'abbrazzano du mari» (Pasquale Rombolà). Poche regioni d'Italia, che pure è tanto lunga, sono così abbracciate nel frastaglio d'una costa di ben settecento chilometri, e poche regioni possono mettere insieme vette poderose come il Pollino, le Serre, l'Aspromonte. Le montagne sorgono dalle acque con slancio improvviso e dalle loro altitudini si può vedere lo scintillio dei mari famosi: nostalgie di storia e di leggende e di sogni che si fondono in una struggente immensità incantata.

Gli antichi parlavano delle Calabrie: Calabria citra, quella del Pollino con capitale Cosenza; Calabrie ulteriori quelle di Catanzaro e Reggio; ma il territorio, la storia, la civiltà, quella della Magna Grecia e del Bruzio, dei bizantini e dei normanni, sono un magma ancora caldo di passioni e di unità etnica e culturale, dove i panorami e gli strapiombi rocciosi gareggiano nella fusione del dop­pio azzurro, e mare e cielo sembrano impigliarsi nell'ar­genteo tremolio degli ulivi abbandonati alla musica dei venti e al palpito delle stelle.

L'Italia possiede le dolomiti che svariano di colori alla cangiante luce del giorno, visioni incantevoli nei golfi d'una bellezza quasi sensuale in Campania e Liguria, vibrazioni d'intensa spiritualità nei declivi dell'Umbria mistica, splendori d'arte nelle molli ondulazioni dei colli toscani, ma possiede un unico smeraldo nello spettacolo superbo di questa Calabria che si sposa al cielo e al mare con un abbandono senza languidezze e mai privo di grazia e di solennità. Questa terra così bella e aspra, che potremmo definire «sfasciume geologico» con Giustino Fortunato, è forse la più consona alle due virtù cristiane fondamentali: la contemplazione e la povertà. Contempla­zione, ricchezza dello spirito; povertà, distacco dalla mate­ria: sembrano il destino del calabrese che, rapito dal silen­zio attonito della natura, è portato alla taciturnità riflessiva e, legato a una terra splendida ma avara, scossa anche da sismi frequenti, reca in fondo al cuore un'ansia di essen­zialità, di assoluto.

Il calabrese non è attratto dall'inezia, come quelli che vivono nell'opulenza. Simile ai guerrieri di Riace, egli ha una sorta di fissità che lo fa guardare sempre lontano, oltre i segni effimeri d'una vita provvisoria. Sente il fascino dell'essenziale, dell'eterno. Se c'è in Italia un popolo che si porta nel sangue il sentimento tragico della vita, questo è il calabrese. «Ha negli occhi la tristezza dei millenni» dice un suo poeta (F. Mastroianni); i sovrumani silenzi fanno parte di lui stesso, del destino di questa terra dura e selvaggia, in cui è radicato come i suoi ulivi cente­nari, ed egli l'ama, questa terra aspra e dolente, al disopra della quale vibrano echi mai spenti di civiltà remote.

Bisogna capirla la Calabria. «Ci sono tante Italie» diceva Baldini «e sono tutte belle», ma di queste Italie la meno compresa è forse proprio la Calabria. «Sono due­mila anni e mezzo che qui non è successo più niente», aggiungeva Baldini, ma esagerava. (Aveva tuttavia ragione se parlava d'immobilità politica e amministrativa. Nel 1940, quando attraversai la prima volta la zona di Meta­ponto, donde scriveva Baldini, fui anch'io oppresso da un senso di sgomento e di desolazione). Ma tante cose erano successe: Pitagora e Ibico tendevano la mano a S. Nicolò e a S. Bruno, a Gioacchino da Fiore e al francescano Tele­sforo di Cosenza, ed essi passeranno per Telesio e Campa­nella, Galluppi e Piro e arriveranno ai poeti e agli scrittori d'oggi, come Antonino Anile e Corrado Alvaro, Leonida Repaci e Saverio Strati e ai tantissimi che sarebbe lungo nominare soltanto. Ma nel frattempo occorre non dimen­ticare le grandi anime di Cassiodoro di Squillace e Nico­demo di Mammola, Nicola Greco e Filarete di Calabria, Luca di Melicuccà ed Elia Speleota, Bartolomeo e Nilo di Rossano, S. Fantino di Taureana e Giovanni Theristi, e tutte le fioriture bizantine che salvarono codici preziosi e costruirono gioielli di piccole chiese; occorre non dimenticare i francescani Daniele e compagni che salpa­rono da Belvedere Marittimo per andare a rendere testi­monianza cristiana a Ceuta; occorre soprattutto non dimenticare questo santo prettamente calabrese che, primo fra tutti, rinnova il nome e la spiritualità del grande di Assisi e con la sua persona esprime il carattere maschio e serio della gente di Calabria.

Il calabrese dal colorito scuro e dai lineamenti marcati è uomo leale. Reca negli occhi grandi e neri lo stupore e la rassegnazione a un destino di fatica e di povertà a cui non si ribella, ma chiede comprensione e amore con la stessa apertura d'animo con cui si offre. Dice una vec­chia nenia popolare: «Signuri chi di gròlia si' patruni, / Signuri chi lu celu tu cumandi, / Signuri chi a lu pòvari fa' duni / di la ricchizza e di la povertati, / Signuri chi li cori sai guardari, / dammi la forza pe' lu faticari». Il calabrese chiede al Signore la forza, l'energia per lavorare, lavorare duramente; per vivere, non per arricchire.

Ai tempi del santo di Paola, ma in parte anche oggi, la fatica era l'unico retàggio del popolo. I nobili vivevano nelle città e negli ozi, d'intrighi e di trame quasi sempre losche, «prepotenti nella capitale ed onnipotenti nelle cam­pagne» (A. Ghirelli), ma dalla capitale arrivavano gen­darmi per estorcere balzelli e tributi a gente, che nel lavoro stentato dei magri campicelli e nel raccolto di ulive e nelle vendemmie, mal riusciva a sopravvivere, man­giando pane duro e peperoncini ardenti.

Era una festa rara poter mettere insieme sul desco, nelle grandi occasioni, qualche piatto appena un po' fuori del consueto. Una leccornia chiamata la «barba di S. Giu­seppe», costituita da maccheroni conditi di ricotta salata, formaggio fresco e pepe nero, era uno dei lussi più straor­dinari che si potesse permettere una famiglia di contadini.

Invece Alfonso D'Aragona (il magnanimo!), per man­tenere il proprio lusso e quello della sua corte, aveva gra­vato di cinque specie di tasse il popolo del Sud: il testatico (per ogni singola persona) quello delle industrie (il lavoro cioè), dei beni (della proprietà, anche delle catapecchie), degli uffici (incarichi pubblici) e del focatico (imposta di famiglia). Per non morire di fame e non avendo mezzi e numero per organizzare la ribellione, finivano per riu­nirsi in gruppi di famiglie (risparmiavano almeno il foca­tico) in una promiscuità dove l'igiene e la morale erano costrette a fare le spese. La «patria» per gente in tali con­dizioni, era pur sempre quella che in un romanzo di Fran­cesco Jovine veniva aborrita con terrore: i gendarmi. Si aggiunga che le strade o non esistevano affatto o erano insufficienti e i sentieri attraverso la boscaglia erano mal­fidi, e frequenti dall'interno irruzioni di soldatesche per le continue guerre e dalle coste piraterie moresche, e si comprenderà come in tale stato di cose dovesse imperare l'analfabetismo (piaga non solo plebea) e costituisse unico conforto protettivo la religione sia pur tinta di super­stizione.

Vedremo folle intorno al nostro santo che, tradite dai governi, faranno appello alla sua carità, alle sue preghiere, considerandolo unico protettore in terra contro i soprusi dei grandi e le calamità naturali, come Dio era unico pro­tettore in cielo. La giornata, scandita dal suono delle cam­pane dall'alba al tramonto, era consacrata al lavoro muto e orante, ma anche la notte, oltre il canto del gallo, era possibile udire i richiami dei monasteri in preghiera corale. Si andava a letto al crepuscolo, per alzarsi presto al mat­tino e non sciupare l'olio della lucerna. «La terra popolata di fantasmi» (Enzo Siciliano) si stringeva su se stessa durante le notti tormentate, sognava tempi meno duri, ma se imperversava l'uragano e squittiva la civetta e le fiu­mare straripavano, si sfaceva nello strazio e nel lutto imprecando contro i diavoli e le streghe.

E fin troppo facile gridare la croce addosso a popola­zioni così tribolate. A quel signore che più d'un secolo fa, quasi anticipando all'inverso un titolo di Carlo Levi, osava scrivere che «l'Europa finisce a Napoli e purtroppo vi finisce assai male», fa eco ai nostri infelici giorni lo slogan denunziato da un quotidiano contro i meridionali: «Siete il cancro del Nord... Basta coi paesi-presepe, via la civiltà degli scialli neri». Voi capite? Siamo ancora a questo punto. I pregiudizi sono sempre duri a morire, si sa, e - come dice il proverbio meridionale - chi è sazio non crede a chi è digiuno. Non è il caso d'imbastire, in questa sede un'apologia del Meridione e della Calabria; ma sono tentato di rivoltare la frase e affermare perento­riamente che l'Europa comincia dalla Calabria.

A parte una cospicua letteratura meridionalistica che potremmo citare, ricorderemo che uno studioso del Nord, Arturo Scaltriti, in un saggio sul Quattrocento e alcune personalità del tempo, osava affermare, senza timore d'esagerazione, che la Calabria è la matrice dell'Europa e Giuseppe Galasso, in uno studio molto denso e docu­mentato (L'altra Europa) ha ampiamente dimostrato che la civiltà, aliena dai salti come la natura, è identica - almeno in quei secoli - in tutti i Paesi. Che poi lo svi­luppo sia stato più celere, e più rapida l'evoluzione altrove, bisogna riconoscere che ragioni storiche e geogra­fiche, ma anche politiche purtroppo, hanno giocato a sfavore del Sud. Carlo Alianello ne scrisse in un libro amaro: La conquista del Sud. Onestà culturale e politica impongono a ogni studioso serio analisi obiettive e pro­poste di soluzioni concrete a problemi che durano da troppi decenni. Tanto per fare un esempio, non occorre occhio molto esperto per vedere che il territorio della Calabria mal si presta a cristallizzazioni industriali: quel territorio andava curato con l'incremento dell'agricoltura e del turismo prima di tutto, se si voleva sul serio valoriz­zarne la stupenda bellezza. Autostrade e doppio binario sono cose utilissime indubbiamente, ma insufficienti per migliorare le condizioni di vita. Ho visto coi miei occhi foreste sterminate di ulivi rase al suolo, e questo mi sem­brò un crimine ecologico ed economico.

Ma riprendiamo il filo. Francesco di Paola è il tipico santo del Sud, come Giuseppe da Copertino e Padre Pio. È sintomatico che i loro paesi abbiano acquistato rino­manza mondiale solo per la loro presenza. Rassomiglianze, anche fisiche, tra loro li accumulano, oltre tutto, almeno in tre aspetti essenziali: la semplicità della vita e del lin­guaggio, la straordinarietà dei prodigi e il legame tenace e ardente con gli umili assieme alla ricerca di loro da parte dei potenti. La vita del paolano appare quasi leggendaria e i suoi movimenti conoscono la calma delle costellazioni, ma hanno come queste la stabilità (firmameritum) che sfida i millenni.

Se l'Italia non è più uno stivale, come scrisse Papini, ma «un potente fusto d'albero antico, divenuto terra e pie­tra in mezzo alla crudele fulgenza del mare», il ramo nodo­so di quest'albero che volge a occidente è davvero il segno d'un cammino glorioso, un anelito verso la civiltà, che, appunto durante gli ultimi anni della vita del santo, era destinato a raggiungere mondi nuovi per lo scambio di quella charitas che deve affratellare i continenti.

E allora, con la foga oratoria d'un celebre predicatore concludiamo: «Salve, Calabria, terra forte e illustre che una mano arcana con gentile capriccio delineò fra i tre mari più storici del mondo, terra classica della prisca civiltà ellenica, o terra degli spiriti indomiti come le querce delle tue secolari foreste, grandi come le montagne tue, sacre all'ispirazione dei poeti, alla meditazione dei santi».

 

Cap. III

L'INFANZIA

Che cosa sarà mai questo bambino? ... Sarai chiamato profeta dell'Altissimo e camminerai davanti al volto del Signore, per preparargli le vie, per dare la conoscenza della salvezza al suo popolo, nel perdono dei loro peccati. (Luca I, 66...)

Paola è una cittadina celeste. A mezz'aria s'adagia sul­l'azzurro del Tirreno e sotto l'azzurro del cielo quel tanto che è necessario per goderseli entrambi, senza subirne le furie. La beatitudine della contemplazione è il privilegio estatico e irrinunciabile di chi ha la fortuna di nascervi. Forse per questo i suoi abitanti hanno l'aspetto cordiale e l'occhio sereno. La mitezza del clima e la salubrità dell'a­ria, di fronte a quel mare di turchese, rendono gradito il soggiorno anche all'ospite di passaggio, che si sente avviluppato da un'onda di simpatia come da una corazza invisibile.

Il suo più grande figlio è Francesco, che vorrei chia­mare il secondo Francesco d'Italia. Il giorno ch'egli venne alla luce, la mattina di venerdì 27 marzo 1416, il paesino era solo un mucchietto di case aggrappato ai costoni della montagna, nell'ansia delle cose eterne. Fu giorno di gran festa.

Giacomo d'Alessio, soprannominato Martolilla e sua moglie Vienna, erano sposati da almeno quindici anni, ma non avevano ancora avuto un figlio, e se ne facevano un cruccio. Religiosissimi com'erano, si direbbe addirittura santi (lui frequentava le grotte flagellandosi come un ana­coreta, lei predisse la propria morte vent'anni prima, ed entrambi emisero di lì a poco voto di castità perpetua), avevano chiesto insistentemente al Signore la gioia d'un figlio con l'intercessione del Santo di Assisi. Amico di famiglia era il conventuale P. Antonio Paparico da Catan­zaro, molto stimato dal popolo per l'austerità della sua vita e la saggezza dei suoi consigli; e forse era stato lui a trasfondere nei buoni coniugi la devozione al Patriarca dei poveri. Non viveva a Paola lui, dove non c'era un convento francescano, ma nella vicina San Lucido, e tutta­via spesso faceva capolino da loro, come da altri fedeli nei paesi circostanti, per quel ministero della parola che ribadiva e prolungava quello donato in chiesa. A ogni incontro leggeva negli occhi dei coniugi l'ardente deside­rio di una «benedizione di Dio», come chiamavano i figli. Proprio quando la fiducia minacciava d'affievolirsi, eccoli premiati dall'arrivo di questo maschietto a cui, ovvia­mente, avrebbero dato nel battesimo il nome di Francesco.

Chi mai diventerà questo bambino? L'interrogativo, esploso nella gioia della piccola folla a casa del Battista ad Ain-karen si ripete su quella culla, si ripete con trepida gioia su ogni culla, come augurio spontaneo di parenti e amici alla puerpera; si ripete nei sogni che ogni madre ricama addosso al proprio neonato, specialmente se qual­cosa di straordinario ne ha preceduto o accompagnato l'ingresso al mondo. Per nostra fortuna Dio ci ama meglio di come sappiamo fare noi stessi e non deroga alla lode­vole abitudine di lasciarci nel buio dell'ignoto per il nostro futuro. Che cosa sarebbe d'un uomo che conoscesse tutto in anticipo, a cui venisse lacerato per sempre il velo del­l'avvenire, a cui venissero derubati i drammi e le sorprese dell'imprevedibile? La necessità d'una scelta, di molte scelte, la responsabilità d'essere arbitro del proprio domani fanno parte della sostanza dell'uomo. Ogni uomo è un progetto in mano a un artefice: se stesso. Essere dipende sempre da noi. Con ciò non si vogliono negare i condi­zionamenti del tempo e dell'ambiente, le remore e le spinte d'una retta pedagogia da un lato né gli aiuti e le sollecitazioni della Grazia dall'altro; ma anche il santo (o il reprobo) non lo fa Dio; si fa da sé.

Chi diventerà dunque questo bambino? I genitori l'avevano accolto come un dono; sapevano dunque di non poterne disporre a proprio capriccio, quasi come dei pro­prietari, ma di esserne custodi, un po' come Giuseppe lo fu di Cristo. È il segno della vera paternità. Tanto più dunque raddoppiarono le preghiere su questo desiderato rampollo, sia per ringraziare sia per chiedere ancora altri aiuti nella sua formazione. «Cresci santo» era l'augurio che sorridendo gli rivolgevano le buone amiche di Vienna, quando lo vedevano in braccio a sua madre. «Santo e vec­chio», dolcissime parole sussurate fino a non molti decenni fa, e così lo desideravano loro.

Purtroppo una terribile sopresa li addolorò all'im­provviso: s'accorsero che un occhio del bambino rimaneva ostinatamente chiuso, anzi una fistola, dapprima invisibile, andava gradatamente dilatandosi fino a impedirgli la vista. Ne provarono una stretta al cuore: un figlio guercio, se non addirittura cieco, come poteva succedere, non era un dono invidiabile. Si rassegnarono alla volontà di Dio, ma non trascurarono le cure empiriche del tempo e infine ricorsero ancora al grande patriarca dei poveri, facendo voto che, se lo avesse guarito, quel figliuolo, appena gran­dicello, avrebbe indossato per un anno, almeno per un anno, la sua tunica. Forse anche in questa occasione era stato utile il consiglio di P. Antonio. D'incanto la fistola sparì, lasciando un'impercettibile cicatrice quasi per ricordo. Lo ritennero donato una seconda volta.

Intanto ciò che li aveva sorpresi fin dai primi giorni fu che il bambino non frignava come tutti gli altri per chiedere d'essere allattato, anzi il venerdì si asteneva quasi del tutto dal poppare. Chi sarà mai questo bambino? Le rosee previsioni cominciavano già a prendere la giusta piega e la felicità di Vienna, che se lo vedeva crescere nelle braccia come una meravigliosa benedizione, toccava il culmine: santo e vecchio, santità e longevità per quel figlio che costituiva tutta la sua gioia. In chiesa spalancava gli occhioni profondi a fissare il tremolio delle candele e le immagini dei santi come uno che già capisce tutto, senza mai disturbare i fedeli con gli strilli capricciosi della sua età breve.

Cominciarono a provare per lui una sorta di rispetto, se non proprio di venerazione e a momenti sembrava che fosse lui a educarli. Anche dopo la nascita di Brigida, la secondogenita, di lì a qualche anno, non si lasciarono gui­dare dal proverbio calabrese che ammoniva: ai maschi col miele, alle femmine col fiele, cioè trattare i figli maschi con dolcezza e le femmine con severità. Non attingevano alla pedagogia popolaresca i principi dell'educazione cri­stiana, perché oscuramente sapevano che l'amore sostitui­sce, e ne avanza, ogni pedagogia. È noto che l'austera disciplina, di cui questo figlio diventerà insuperabile modello, faceva parte della cultura del tempo e più ancora del Mezzogiorno: rispetto assoluto e ubbidienza ai genitori erano i cardini della famiglia. «I figli si baciano di notte» si diceva. Del resto anche al Nord la severità pedagogica godeva, come si dice, buona stampa; basterebbe ricordare il trattato Della famiglia di L.B. Alberti e l'ascetismo rigido, quasi claustrale, della madre del Magnifico, Lucre­zia Tornabuoni. Lo stesso san Bernardino aveva sulla pedagogia le idee del suo tempo. Francesco dunque, gui­dato - mai costretto - dai genitori, farà le sue scelte molto presto e con incrollabile decisione. Essi ignoravano tuttavia che le preghiere sussurrate insieme, al caldo del focolare domestico, s'imprimevano nella coscienza di lui come sigillo indelebile, ch'egli andava scoprendo gradata­mente il significato delle cose e della vita alla scuola tacita ma efficace della loro condotta, che il nativo istinto soprannaturale, di lui come di tutti i bambini che ne hanno il segreto privilegio, portava a riferire a un mondo invisibile, più ampio assai delle pareti di casa, tutto ciò che lo circondava.

Si racconta che un giorno, stando a pregare in casa coi genitori, fu esortato dalla mamma a coprirsi la testa perché faceva troppo freddo. «Mamma, rispose serio lui, se parlassi con la regina di Napoli potrei tenere il capo coperto? Tanto meno posso farlo se sto parlando con la Madonna». È già un maestro: la regina di Napoli era lon­tana, la Madonna era vicina, e a lui sembrava addirittura vederla. Due note risaltano da questo episodio: prima, la serietà con cui il fanciullo trattava le cose spirituali; seconda, il rispetto di un'autorità anche lontana, di cui avvertiva la grandezza. Si ricorderà che in quegli anni regina, di Napoli era la famosa Giovanna II, «dominata dai baroni ma carissima alla plebe» (Ghirelli), ed è sinto­matico che questo ragazzo, che avrà modo di guardare tranquillamente in faccia re, cardinali e papi e a tutti dirà semplicemente la parola del Vangelo, sente comunque che l'autorità va rispettata. «I santi servono al potere» ha insi­nuato qualcuno. E vero il contrario: i santi servono all'e­quilibrio sociale, servono a tutti, e spesso sono proprio la cattiva coscienza del potere.

L'altro episodio tramandato dalla sua infanzia assume anch'esso un significato profetico: è l'esortazione della mamma a Francesco perché vada a giocare con gli altri ragazzi.

- Se volete che vada a giocare - rispose - lo farò per ubbidirvi, ma a me piace di più rimanere in casa a pregare -. Si direbbe che la seduzione del soprannatu­rale ha preso già pieno possesso di lui. Giocare per ubbi­dienza? Mi pare che qui le parole stesse trasaliscono: tra il gioco e la preghiera, in questo fanciullo straordinario, è la seconda ad avere le preferenze. Si sa che il cristiane­simo non è mai stato contro il gioco, specialmente quello dei bambini, e san Tommaso potette affermare che chi non gioca a sufficienza rischia il peccato mortale; ma qui il problema è diverso. Anzitutto le disposizioni interiori sono un fatto strettamente personale e un fanciullo cosciente di sé ha il diritto, anzi il dovere, di seguire la propria strada; ma qui siamo su un altro piano. Quando san Bernardino diceva d'andare a trovare la propria fidan­zata fuori porta, e andava invece a pregare la Madonna, e quando Luigi Gonzaga, a chi gli chiedeva cosa avrebbe fatto se gli avessero comunicato di dover morire tra poco, rispondeva che avrebbe continuato a giocare, manifesta­vano una logica interiore che sfugge a persone meno riflessive, ma è indicativa d'uno stato d'animo che ha superato le vane remore della natura e ha già preso lo slancio per le altezze fuori dell'ordinario. Ancora in tenera età Francesco intuisce, o forse inconsapevolmente segue, l'invito alla solitudine e alla preghiera che sarà il fonda­mento di tutta la sua vita; al di sopra dei millenni che passano, una voce risuona, ancora e sempre, nelle coscienze umane: «Lasciate che i piccoli vengano a me». «I piccoli!» cioè le anime pulite, aperte a tutti i richiami dell'invisibile e dell'eterno; il rischio di lasciare la preghiera per il diver­timento è sempre in agguato, e non è mai buon segno, specie per gli adulti.

Quali scuole frequentò Francesco e quando fece la prima comunione? Domande legittime a cui non si pos­sono dare risposte precise. I biografi hanno avanzato molte ipotesi e magari tutte plausibili; ma non esiste una documentazione che possa convincerci con certezza. Non è del resto il primo caso; di moltissimi santi siamo costretti a ignorare notizie d'estremo interesse, che si per­dono nelle nebbie di cronache inesistenti o irreparabil­mente perdute. Che Francesco non fosse un «letterato» è noto; ma che addirittura fosse analfabeta, è temerario affermarlo, soprattutto perché si conservano di lui varie lettere e le Regole e il Correttorio su cui avremo occa­sione di fermarci in seguito. Ritengo che non senza qual­che fondamento il Perrimezzi e il Misasi abbiano parlato della sua formazione culturale e forse qualcosa di defini­tivo disse in proposito il P. Antonio Castiglione in una sua conferenza a Milazzo il 28 aprile 1981, e che condivi­diamo pienamente. Se pensiamo che Caterina da Siena, quasi analfabeta, è oggi venerata «Dottore della Chiesa», è ovvio che il Signore si può tranquillamente ridere della cultura umana (che, sia ben chiaro, non è inutile ma nep­pure sufficiente) e che i Servi di Dio hanno quel Maestro interiore che è il solo autore della Sapienza, il Verbo. Comunque Francesco non fu un «chierico»; ma, quel che più conta, conobbe meglio d'ogni altro la via della vita spirituale per congiungersi a Dio e agli uomini nell'amore più perfetto.

Quello che va piuttosto sottolineato è il contatto frequente, si direbbe addirittura continuo, coi figli del Pove­rello e con lui stesso, come «un nuovo Francesco d'Assisi, ardentissimo imitatore del Redentore», come dirà Alessan­dro VI. Eccolo infatti, verso i dodici anni, a fare un sogno (o ebbe una visione?): gli parve di vedere un religioso che dolcemente gli suggeriva di ricordare il voto fatto di fargli indossare l'abito francescano. Né Vienna né Gia­como se ne erano dimenticati: solo volevano rimandare di qualche tempo, in attesa che il ragazzo fosse più maturo. Però, dopo quel richiamo, s'affrettarono a prov­vedere.

Nel frattempo il P. Antonio era stato trasferito al convento di S. Marco Argentano. Pensarono d'andare li invece che a San Lucido, più vicina, perché il P. Antonio, non solo godeva di tutta la loro stima, ma soprattutto conosceva bene il ragazzo e gli era affezionato: nessuno meglio di lui poteva guidarlo. I francescani erano popolari anche in Calabria, dove in quegli anni avevano quaranta conventi (ma non erano a Paola). È noto che anche li era iniziato il fermento dell'Osservanza e che lo stesso P. Antonio, conventuale, era stato discepolo di S. Giacomo della Marca ed era in ottimi rapporti con S. Bernardino da Siena. Una certa severità, dunque, oltre che a essere connaturata al suo spirito, godeva dell'appoggio autore­vole di tali amici e offriva garanzie d'indubbio valore.

Partirono dunque di buon mattino, mettendo, nella bisaccia un pane casalingo, un po' di companatico e alcuni indumenti per il ragazzo. Presero il sentiero verso il Nord, lasciandosi guidare da molte preghiere e dal sole che si levava sulla loro destra. Il mare era scomparso all'o­rizzonte.

S. Marco Argentano a confronto di Paola poteva dirsi una città, col suo castello e la cattedrale normanna, dove risiedeva il vescovo. La raggiunsero al crepuscolo e, come avevano previsto, furono accolti con gran festa. Pareva che il P. Antonio li stesse aspettando e, avvezzo com'era per lunga esperienza a leggere nelle anime, capì che in quel ragazzo, piuttosto alto per la sua età, dall'occhio tra­sognato e dall'aspetto molto serio, c'era una maturità insolita. Ne provò anche lui un senso di rispetto. «Passate qui la notte - disse ai genitori - e domani mattina, dopo la vestizione, tornerete a Paola». Poi soggiunse: «Se volete, potete anche trattenervi qualche giorno».

 

Cap. IV

LA SCUOLA DEL SERAFICO

«Il chiostro dei Conventuali di S. Marco fu la scuola esteriore, che la divina Provvidenza apriva al suo servo diletto, per apprendervi quella perfezione religiosa, che doveva essere tanta parte della sua vita e delle sue istituzioni».

P. Roberti (da «S. Francesco di Paola»)

La cerimonia della vestizione si svolgeva di solito all'altare maggiore, alla presenza dei parenti e dei fedeli, ed era molto suggestiva. Al fratino genuflesso il superiore toglieva la giacca, augurandogli che il Signore lo spo­gliasse dell'«uomo vecchio» e, facendogli indossare la tunica, lo rivestisse dell'«uomo nuovo»: antiche formule che echeggiavano celebri parole di san Paolo e stavano a significare la «novità» spirituale in cui il candidato con abito, non candido ma bigio in quel caso, doveva immet­tersi. Infine gli cingeva il cordone e il cappuccio con altre parole iniziatiche che producevano intensa commozione nei genitori e negli astanti. Il più commosso però era lui: sentiva nelle profondità della sua anima i fremiti di una primavera spirituale che ne pervadevano tutto l'essere e, nella serietà del suo impegno precoce, gli pareva di diven­tare veramente un altro. La tunica non era una «divisa» (era infatti tutta d'un colore) e tanto meno un'uniforme (parola ignota a quei tempi); era un segno di consacrazione a Dio, temporanea fino alla «professione», nella promessa d'osservare rigorosamente i tre voti di povertà, ubbidienza e castità. S. Bernardino, che allora aveva circa cinquan­t'anni, si gloriava pubblicamente nelle piazze d'Italia d'aver scelto il saio francescano per la sua forma di croce, e dunque il vero significato di quell'abito era un'aperta professione di penitenza in mezzo a un mondo avido di piaceri.

Ciò che caratterizzerà l'uomo e il santo di Paola sarà, più ancora del numero e strepitosità dei miracoli, appunto la penitenza, l'ardore di mortificarsi, di ridurre il cibo e il sonno al di sotto del necessario. Prostrato e compunto, ascoltava l'omelia del P. Antonio, rendendosi conto della grande responsabilità che stava assumendo di fronte a Dio e alla Chiesa. Non aveva intenzione di farsi frate, anzi ignorava ancora quale via dovesse scegliere, ma sia pure come semplice «oblato» e sia pure per un anno solo, egli impegnava tutto se stesso alla scuola del Serafico, in una dedizione che appariva una sfida temeraria superiore alla sua età.

Non era più un bambino, non era ancora un giovane. L'adolescenza sarà un periodo turbolento della vita, ma è forse anche il più bello. Il bambino assimila tutto passi­vamente e quello che riceve nell'infanzia se lo porta dentro per tutta la vita, ma non lo sa; il giovane ha una persona­lità già quasi matura e il senso critico sviluppato, che lo conducono ad accettare o rifiutare ciò che gli viene propo­sto. L'adolescente invece, con l'ansia delle incertezze e lo svariare dei sogni, con le esaltazioni e le depressioni inesplicabili, che a lui sembrano tragedie, con lo stupore insoddisfabile e irrequieto, sempre fluttuante tra fantasia e realtà, è indecifrabile anche a se stesso. Francesco aveva tredici anni. Era la sua, l'età evolutiva, l'età preziosa, com'è stata anche chiamata, in cui si decide forse per sem­pre il proprio destino. Per sua fortuna era capitato in buone mani. «Quello che ami quello diventi» andava ripe­tendo san Bernardino, e chi sa se non proprio tali parole gli stava ricordando il P. Antonio.

I genitori lagrimavano in silenzio, e non sapevano essi stessi se di tristezza o di consolazione. Il P. Antonio li accompagnò sul sagrato, dove si accomiatarono da lui e dal figlio reprimendo i singhiozzi.

Si stabili tra maestro e discepolo un rapporto di sim­patia spirituale altissima. Si compresero subito. Il reli­gioso, con affetto asciutto ma paterno, prese a studiarlo con discrezione. Quel ragazzo gli pareva troppo cresciuto per la sua età, non solo nella statura fisica ovviamente: docile era senz'altro, ma di una serietà quasi eccessiva. Leggeva nei suoi grandi occhi profondi, oltre allo splen­dore di un'innocenza limpida, il granire di sogni straordi­nari e, nella fermezza delle sue decisioni, un carattere d'ac­ciaio. Ebbe modo di controllare la solidità della sua fede e la severità della sua educazione: i genitori ne avevano dunque fatto un santo in pochissimi anni? Non era mai sfiorato dal minimo dubbio su tutto ciò che in casa e in chiesa aveva imparato, anzi era evidente che per lui il mondo soprannaturale aveva maggiore consistenza e con­cretezza di quello visibile; aveva una fede così salda e compatta che nessuno si sarebbe meravigliato se davvero avesse smosso le montagne. Fervoroso come un serafino, silenzioso come un romito, mortificato come un asceta, mangiava poco più d'un uccellino e mai di grasso, si con­tentava di dormire poche ore su un povero pagliericcio

come un mendicante, chiedeva umilmente di flagellarsi molto più spesso di quanto consentiva la regola conven­tuale. Il P. Antonio ne era trasecolato. Uomo di preghiera lui stesso ed esperta guida di anime, accoppiava allo studio della teologia, che per un francescano non è mai solo spe­culativo, l'esperienza di tante anime e di varie comunità. La lettura delle opere di san Bonaventura e l'amicizia con san Bernardino (il quale proprio in quegli anni trovava il tempo di redigere a sua volta opere ascetiche), lo ave­vano formato a quella pedagogia di spiritualità che, se risentivano alquanto della rigidezza medioevale, erano anche tanto soffuse di dolcissimo affetto all'umanità di Cristo. Egli non finiva di sorprendersi nel dover costatare che questo ragazzo, pur trovandosi per la prima volta in una comunità piuttosto eterogenea, composta di religiosi di varia età e cultura, sapeva rendersi quasi modello per gli anziani. Ciò che colpiva era la sua naturalezza, la spon­taneità dei suoi gesti. Di solito chi entra in un ambiente nuovo, specialmente a quell'età, si trova alquanto impac­ciato, almeno all'inizio, teme di sbagliare, di urtare qual­che suscettibilità. Francesco agiva con la più disinvolta semplicità, come fosse vissuto da decenni in una comunità religiosa: sempre primo allo squillo della campanella, sem­pre pronto a disimpegnare il proprio ufficio, sempre solle­cito a ubbidire e spesso a prevenire i confratelli nei loro desideri e sempre con quell'ingenuo sorriso splendente negli occhi da rapire le simpatie di tutti. Traspariva dal suo contegno l'intensità d'un colloquio mai interrotto con l'Ospite invisibile ch'egli si portava dentro. «Sta con noi ma non è tra noi» risposero un giorno i confratelli del Padre Pio a suo padre; lo stesso si poteva dire di lui; era sempre in assorto dolce raccoglimento. Chi avesse supposto che la sua era stata una ragazzata, un fuoco di paglia destinato a subito spegnersi, fu costretto a ricredersi: era lui a precedere tutti. E con quale attenzione assorbiva gli ammaestramenti del Paparico; quando quello parlava della Triplice via di san Bonaventura, cioè degl'in­cipienti, dei proficienti e dei perfetti, non solo apprendeva con celerità, ma pareva che quelle cose egli le sapesse da prima, avendo bruciato le tappe.

A quella scuola così singolare apprese naturalmente anche molte altre cose: curare gli ammalati, assistere gli anziani, sopportare gli umori dei confratelli, spaccare la legna, servire all'altare, rigovernare le stoviglie, spazzare le celle e i corridoi, tenere in ordine la sagrestia, uscire a chiedere le elemosine, finanche cucinare, tutto, e più di tutto amare. Quello era il fondamento del francescane­simo, anzi del cristianesimo stesso e in esso doveva radi­carsi la sua spiritualità. È probabile che abbia anche impa­rato, o almeno imparato meglio, a leggere e scrivere; non sarebbe stato un buon pedagogo il P. Antonio se, sco­prendo in lui tanti tesori d'intelligenza e di cuore, avesse trascurato proprio l'istruzione elementare, anche se quello che più importava a entrambi era l'essenziale: la santità. Il problema più urgente a quell'età era però quello del suo avvenire, conoscere la volontà di Dio a proprio riguardo, ed egli, nell'assidua preghiera, chiedeva sempre che cosa dovesse fare della propria vita. «Fare», come san Paolo. D'accordo che la santità non è nel «fare» ma nell'«essere», e ora che apprendeva come anche il Pove­rello aveva avuto le sue perplessità (consacrarsi cioè alla vita attiva o a quella contemplativa), gli pareva che per lui non ci fossero dubbi: contemplare era la sua vocazione, come nei numerosi monasteri bizantini calabresi che anda­vano scomparendo. Ma poteva esserne proprio sicuro?

S'immergeva nella preghiera giorno e notte, per conoscersi meglio. Talvolta lo sorprendevano assorto e trasognato di fronte al vasto panorama della piana di Sibari, ma più spesso lo trovavano rapito in preghiera estatica davanti al Santissimo Sacramento o all'immagine della Madonna o a quella di san Francesco. Lo scorsero perfino sollevato da terra in un momento che poteva costargli un rimprovero. Era capitato che il frate cuciniere, allontanatosi dal convento per qualche ora, gli aveva affi­dato il compito di sorvegliare. Aveva puntualmente pre­parato la pentola coi legumi, ma visto che c'era ancora del tempo, invece d'accendere il fuoco, se n'era andato in chiesa a pregare. All'ora del pranzo era ancora là, solle­vato da terra in estasi per quel fenomeno di levitazione tanto frequente nei santi. Richiamato dalla voce del supe­riore, si scosse tutto confuso e corse in cucina, dove il desinare fu miracolosamente pronto in pochissimi attimi.

Altro episodio significativo, che si ripeterà poi spesso nella sua vita, fu la dimestichezza col fuoco. Doveva svol­gersi una solenne funzione in chiesa e al momento dell'in­censazione i religiosi s'accorsero d'aver dimenticato di porre i carboni accesi nel turibolo. Francesco volò in cucina, afferrò con le mani i carboni ardenti, li depose con semplicità nel lembo della tonaca e li portò in sagre­stia. Né lui s'era scottato né l'abito bruciato.

Si parlò anche di bilocazione; lo videro infatti nello stesso momento al refettorio e in chiesa.

Che dire? A costo di prolungare più del giusto questo capitolo, farò una digressione di cui chiedo venia al let­tore. La quantità enorme di miracoli attribuiti al santo di Paola, che sembra aver superato anche quello di Padova, dà qualche fastidio ai moderni, e molti biografi per tale motivo li sorvolano: patìti come siamo di sociologia, accantoniamo volentieri il soprannaturale. È noto che la Chiesa, sempre molto cauta in materia, ha oggi raddop­piato la sua prudenza, anzi in certi casi dà addirittura l'im­pressione d'essere più scettica degli scienziati.

D'altra parte non sono i miracoli a fare i santi (né i santi a fare i miracoli); sono le virtù. Però, senza voler entrare in una polemica interminabile, dobbiamo ammet­tere che neanche è giustificato il sarcasmo sprezzante di certuni contro la cosiddetta credulità degli ingenui. A Lourdes e Fatima, prima ancora della polizia e dell'autorità civile, furono le autorità religiose a dubitare degli avveni­menti ch'erano sulla bocca di tutti. E sappiamo che cosa oggi sono Lourdes e Fatima. Personalmente rimasi molto colpito dal caso di J.K. Huysmans, che nel suo capolavoro su santa Ludovina (contemporanea del nostro santo, morta il 1433), non temette di cadere nel ridicolo raccontando episodi incredibili di questa santa. Eppure non era un cre­dulone lui, non veniva dalle file dei bigotti, viveva negli stessi anni di E. Zola (di cui è ben nota l'ostinazione con­tro i miracoli), ed era lui stesso famoso per ben altri scritti. Oggi si preferisce tacere certi episodi invece di addurne le prove schiaccianti, col pretesto che puzzano di miracolismo o che si spiegano con la parapsicologia o con la psicanalisi o con l'isterismo o con qualsiasi altra energia (o patologia) sconosciuta. Non è una favola che san Giovanni di Dio curò benissimo i malati di mente quattro secoli prima che apparisse Freud e certi ritorni dell'aldilà, raccontati da R.A. Moody junior, e accettati senza batter ciglio da tutta la stampa, si ritrovano pari pari da secoli nelle biografie dei santi.

Al di là di ogni polémica, e con tutta umiltà di fronte a questo enorme mistero dell'universo, direi di lasciarsi guidare dalla prudenza di santa Madre Chiesa, che è depo­sitaria del soprannaturale, senza dimenticare due cose fon­damentali: la prima, che il soprannaturale (attenti a dare a questa parola il significato teologico, e solo quello) esiste e i santi lo vivono, lo sperimentano, lo soffrono (patiens divina, diceva S. Gregorio parlando di s. Benedetto); e seconda, che onestà esige di non negare l'evidenza e l'esi­stenza di fatti attestati con giuramento da testimoni degni di fede. La maggior parte dei miracoli di Francesco di Paola reca il sigillo di questa autenticità. Franz Werfel affermava nel suo volume su Bernardetta: «Per chi crede nessuna spiegazione è necessaria, per chi non crede nes­suna spiegazione è possibile». Tuttavia non sarà superfluo rammentare che il cristianesimo, tutto il cristianesimo è fondato su un miracolo: la risurrezione di Cristo. Tolto quello, crolla la Chiesa, la teologia, la morale, tutto.

Chiudiamo la digressione, fatta una volta per sempre, e riprendiamo il filo.

Al vescovo di S. Marco Argentano, come a tanta altra gente, era arrivata la notizia di fatti straordinari attribuiti a quel piccolo «oblato» di san Francesco. Il primo pensiero a nascere nella mente d'un prelato che si rispetti in casi del genere, è il sospetto. In tempi di streghe e d'inquisi­zione ciò era quasi d'obbligo e gli episcòpi erano forniti allora, quasi tutti, della «sala della cholla», cioè la stanza della tortura, per estorcere ai malcapitati confessioni di stregoneria ogni volta che capitassero avvenimenti inespli­cabili o di sospetta natura. Monsignor Luigi Imbriaco non poteva permettersi il lusso di dubitare d'un ragazzo di tre­dici anni; però non si sa mai: il demonio è tradizional­mente molto astuto, sa ordire le trame con insuperabile furbizia, sa organizzare i suoi tranelli con inconsueta abi­lità, sa trarre in inganno anime anche elette, sa vestirsi da angelo di luce, eccetera, eccetera. Prese una decisione quanto mai saggia: invece di far condurre Francesco alla sua presenza per scrutarlo o intimorirlo o dargli impor­tanza, andò lui al convento, per una visita senza ufficialità. E quello fu uno dei giorni più memorabili della sua vita. Mai gli era capitato d'imbattersi in un ragazzo più sem­plice, più umile, più convinto della sua fede e della pre-

senza di Dio nel mondo. Gli parve che dal volto innocente s'irradiasse una luce superiore e che da tutto il suo conte­gno si sprigionasse una fragranza di paradiso, tale da distruggere non solo il proposito ma anche l'idea stessa della doppiezza e dell'ipocrisia. L'anima di Francesco era un libro aperto, nelle cui pagine si leggeva una sola parola: Dio. Ne fu talmente commosso che da allora cominciò a frequentarlo per propria edificazione.

Purtroppo un anno fa presto a passare. Il P. Antonio e confratelli s'erano ormai affezionati a quel giovanotto e accarezzavano in segreto la speranza che da un giorno all'altro si decidesse a chiedere di rimanere per sempre con loro; anzi talvolta addirittura lo sollecitavano. «No, non è questa la volontà di Dio», rispose lui con dolce fermezza. Chiese perdono delle mancanze com­messe, che secondo lui erano molte e gravi, ringraziò con immensa gratitudine per tutto il bene ricevuto, s'inginoc­chiò per ricevere la benedizione e riprese la strada per Paola.

 

Cap. V

ALLA RICERCA DI SÉ

A chi s'interroga per la prima volta sulla vita di qualcuno dei santi fondatori d'ordini, le voci che provengono da loro sembrano innumerevoli e contrastanti, fino a turbare lo spirito. Questa sorta di vertigine è destinata a crescere se ci si applica a seguire passo passo l'ordine dei fatti, perché la successione non insegna nulla o ben poco. I grandi destini sfuggono più di tutti gli altri a ogni determinismo; essi sfolgorano e risplendono di immensa libertà. G. Bernanos (su san Domenico)

«Assisi»? Giacomo e Vienna si guardarono negli occhi, sgomenti. Come mai questo figliuolo aveva matu­rato un'idea del genere? Assisi era in capo al mondo, fuori del regno, lontanissima da ogni loro previsione e prospet­tiva ed essi non avevano mai messo piede fuori della Calabria.

Lasciò passare qualche giorno e tornò alla carica, con quella tenacia che lo distingueva: dovevano andare ad Assisi, sia perché se lo meritava il loro protettore, sia per­ché quel viaggio sarebbe un atto di penitenza gradito a lui e di grande giovamento per loro. Parlare di penitenza a questi santi genitori era come invitarli a un banchetto, ma è probabile ch'egli non precisò il motivo profondo della sua aspirazione, che non era né smania di novità né desiderio di avventure né atto esclusivamente devozionale. L'anno trascorso in convento aveva inciso nella profondità del suo spirito e la ricerca della propria identità, della pro­pria vocazione, se aveva fissato in lui l'immagine gloriosa del Serafico, non gli aveva però fatto raggiungere l'asso­luta certezza sul proprio avvenire. Di dover consacrarsi a Dio era sicuro, ma quale strada percorrere? L'assisano aveva sperimentato, nella lotta titanica con se stesso, quale coraggiosa follia occorresse per la scalata alle mura del cielo: a lui dunque avrebbe chiesto come ciò fosse possi­bile a umana creatura.

Intrapresero il lunghissimo viaggio a piedi, affidando la custodia della casa a qualche benevolo vicino (è abitu­dine dei poveri di lasciare, accoste le porte, rilevava un biografo di santa Caterina), e in quanto a mangiare e dor­mire, per quel poco di cui si contentavano, pane e acqua cristallina e un convento o una capanna o una stalla per passarvi la notte l'avrebbero sempre trovato. Buon com­panatico, la continua preghiera e i discorsi edificanti che condivano i loro pasti frugali. Camminavano così, vestiti di sogni.

A Napoli non ebbero voglia di sostare a lungo, anche se la capitale esercitava su loro, come su tutti i regnicoli, un fascino irresistibile. Non amavano il chiasso, e, anzi, avvezzi agli incantati silenzi della loro Calabria, erano piuttosto infastiditi dalla baldoria e dalla spensieratezza dei partenopei: le allegre dicerie che correvano sulla condotta della regina Giovanna, a cui l'arcivescovo Nicola di Diano tentava di smorzare i bollenti spiriti, li sbigottivano e decisero di proseguire senza perdere altro tempo. È lecito supporre che siano stati ospitati almeno per qualche notte presso i Conventuali di san Lorenzo Maggiore, date le conoscenze che il P. Antonio Paparico aveva certamente tra i confratelli; cosa più che probabile, ma la storia non s'è incaricata di farcelo sapere e noi non intendiamo costringerla a indovinare, anche se c'è avezza.

A Roma invece si fermarono di proposito, come ave­vano progettato. Vollero visitare le basiliche, venerare le tombe degli apostoli, praticare devozioni più fervorose e magari anche riposarsi un poco dell'estenuante fatica del viaggio. Purtroppo la città appariva tutta una desolazione (sì e no contava cinquantamila abitanti). Già tutto il Lazio era un terreno paludoso, dove si poteva camminare un'in­tera giornata senza incontrare anima viva: maiali e capre pascolavano sulle illustri rovine ricoperte da cespugli d'er­bacce e di rovi, strade tutte buche e pozzanghere, caseg­giati vuoti e bruciacchiati, insomma una città diventata «terra di vaccai». Perfino in S. Pietro ruminavano le capre. L'assenza del papa per tanti decenni aveva fatto decadere furbe al rango di squallido villaggio, dove solo i nobili e i guerrieri potevano permettersi il lusso di vivere spen­sieratamente e in maniera alquanto ribalda. L'elezione di Martino V (1417) aveva concluso lo scisma d'Occidente e riportato la sede da Avignone e va detto che il nuovo papa, ormai da tutti riconosciuto, aveva anche messo energicamente mano alla ricostruzione morale e materiale; eppure lo stesso giubileo, da lui indetto il 1423, se aveva visto accorrere romei da ogni parte (veramente non in numero strepitoso, anche se vi furono S. Bernardino da Siena e S. Francesca Romana), non aveva riscosso i frutti spirituali che se ne era ripromesso. Nel popolo forse sì, ma il clero regolare e secolare l'aveva in gran parte, si direbbe oggi con bruttissima parola, snobbato.

La «poveraglia» poi era uno scandalo vivente, non solo a Roma del resto, ma in tutta l'Italia di quel tempo: campagne abbandonate, «locuste» (cioè soldati) che depre­davano tutto, accattonaggio, fame che davano un senso di pena e di squallore ai nostri pellegrini. Alla povertà c'erano piuttosto avezzi; in Calabria non si stava molto meglio, anche se loro godevano di qualche agiatezza; però quello spettacolo umiliante di miseria senza dignità faceva soffrire, tanto più che il contrasto era troppo stridente tra lo sfarzo dei prelati e i cenci dei poveri. Visitarono devo­tamente le principali chiese (a S. Pietro non c'era ancora né la solennità del cupolone né l'ampio abbraccio del colonnato) e provarono uno stringimento di cuore nel vedere quell'aggirarsi di spettri nella desolazione di mace­rie, dove i privati, anche i meglio vestiti, prendevano a man salva marmi e lapidi per farne soglie o lavatoi.

Camminavano in un silenzio triste, mormorando pre­ghiere e comunicandosi sottovoce le penose impressioni, quando videro sbucare da una stradetta un piccolo corteo rumoroso: era un cardinale in lettiga che, circondato da un nugolo di servitù in livrea, si faceva largo tra i cenciosi nell'alterigia della sua maestà principesca. Si scostarono anche loro per farlo passare e il piccolo calabrese non riu­scì a trattenere un'esclamazione che gli sali dal profondo: «Gli apostoli non andavano in giro per il mondo sfog­giando tanto lusso e ricchezza!». Aveva parlato ad alta voce, quasi senza accorgersene, nel suo dialetto, e il por­porato si girò di scatto, fece fermare il corteo, deciso a incenerire con lo sguardo l'insolente ragazzo; ma il rim­provero gli morì sulle labbra: nell'ingenuità di quegli occhi non c'era né disprezzo né odio ma dolore, non riprensione né arroganza ma pietà, non dileggio né sarcasmo ma sofferenza. Da celebre umanista qual era e da persona fine e intelligente, il cardinale Cesarim (poiché gli storici quasi tutti son d'accordo nell'affermare ch'era proprio lui) capì che il ragazzo aveva parlato con sempli­cità evangelica, senza la più lontana idea di offendere un autorevole prelato, e poiché era anche un tipo faceto e di squisità bontà, si contentò di rispondere con un bene­volo sorriso: «Figliolo, non vi scandalizzate di questo sfoggio che non è per me; se la Chiesa non si riveste dei solenni paludamenti della sua dignità, verrà disprezzata dal mondo». Era il solito scontro delle due mentalità: quella evangelica di Francesco e quella istituzionale del Cesarini. È notevole però che il cardinale capisce che il ragazzo s'era «scandalizzato».

Ripresero il cammino per la meta sospirata. La citta­dina umbra apparve ai loro occhi estatici nella foschìa luminescente dell'alba. Un tripudio di campane destava le case e i nidi con una musica che sembrava festeggiare la nascita del giorno. Provarono la sensazione di trovarsi fuori del mondo, in un paradiso ritrovato, dove il gor­gheggio degli uccelli, lo scroscio quieto delle acque, lo stormire delle fronde e la prima luce del giorno, fusi allo squillo delle campane, sembravano recitare coralmente le preghiere del mattino: tutta la natura pregava, in quel dif­fuso misticismo che costituiva l'atmosfera dei sogni più nobili dell'uomo. Commossi entrarono in Santa Maria degli Angeli. Non c'era ancora la cupola bella dell'Alessi, anzi neppure la grandiosa basilica, voluta da Pio V nel secolo successivo, ma era pur sempre il «luogo» france­scano tanto caro al Poverello, dove la Madonna gli aveva parlato, dove egli aveva gridato di voler portare tutti in Paradiso, dove aveva dettato l'ultima strofa del suo Can­tico e dove, incrociando all'agonia le braccia, aveva sorriso cantando a sorella Morte. Una pace profonda e un grandioso senso di mistero inondarono il cuore dei pellegrini e Francesco si rese conto che quel viaggio non era stato un capriccio dell'età: solo in quella mistica suggestione dell'Umbria si riusciva a comprendere la dolcezza dell'a­more struggente del Serafico.

Si diressero verso l'alto, verso la mole solenne e severa del Sacro Convento. Non c'era ancora il porticato (costruito poi nel 1467) ed entrarono in punta di piedi nella penombra della basilica inferiore - anch'essa, come l'abito francescano un inno alla croce -, s'inginocchia­rono e pregarono con fervore; poi si misero alla ricerca della gloriosa Tomba. Ad essa si accedeva attraverso uno stretto cunicolo in fondo al quale si ergeva un muro. Nient'altro. Rimasero alquanto muti e delusi. Secondo una leggenda, oltre quel muro il santo rimaneva in piedi, vivo, sanguinando ancora dalle cinque piaghe e benedicendo ancora i suoi figli e i suoi devoti. Eugenio IV farà chiu­dere anche il misterioso cunicolo e Nicolò V, quando andrà in Assisi, vedrà anche lui, in una trasognata visione, il santo ancora in piedi, sanguinante. La realtà era che di quel venerato corpo, abilmente murato da frate Elia due anni dopo la morte del santo, s'erano perdute le tracce, ed esso sarà ritrovato, dopo inquiete e alterne ricerche, solo nel 1818. Si guardarono con occhio alquanto sgomento e Francesco non riuscì a trattenere un fremito di commozione; quella nudità postuma, assoluta, dove il richiamo alla povertà non era più soltanto spoglia­mento dell'avere ma addirittura dell'essere, fu la lezione più eloquente per il suo spirito. Ora poteva capire in tutta la sua profondità il messaggio francescano.

Se il primo e il secondo Francesco si siano intesi in quell'incontro pieno di mistero è problema che né la storia né la psicologia saranno mai in grado di risolvere; solo l'intuizione e l'esperienza della mistica possono autorizzarci a supporre un colloquio interiore tra i due e magari anche una visione (non documentabile) da cui il calabrese abbia attinto vivezza di luce. Solo Dio conosce le profon­dità delle anime; e però un fervente discepolo, già sog­getto di prodigiose manifestazioni come lui, non poteva partire completamente deluso dal Maestro che, con tanti sacrifici, era andato a visitare. Una graziosa leggenda afferma che il santo Poverello, mentre era ancora in vita, nella perplessità di come dovesse chiamare i suoi frati, cioè «minori» o «minimi», avrebbe visto Gesù che gli presen­tava un ragazzo dicendogli: «il nome di «minimi» non è per te, ma per costui». E costui era adesso li, ai suoi piedi: la tenerezza paterna del primo Francesco non poteva rima­nere del tutto silenziosa alle suppliche di questo suo tenace figlio: di questo incontro, unico e definitivo col suo santo, non rimarrà alcuna documentazione, è certo però che l'in­tesa spirituale avvenne nella profondità della coscienza e sarà la vita seguente a documentarlo in maniera inne­gabile.

Partirono col cuore in festa e forse fu in quei giorni che Giacomo e Vienna, nel fervore della devozione rinno­vata a quei mistici contatti, decisero d'osservare d'ora in poi il voto di perpetua castità, mentre il loro figlio matu­rava a sua volta la decisione della perpetua quaresima. Viveva allora a Cascia santa Rita, che era nata nel 1381 e s'avvicinava dunque al suo cinquantesimo anno, ma forse la fama della sua santità non si era ancora tanto slargata e d'altra parte l'impraticabilità delle strade non consigliava avventurosi cammini suppletivi. Azzardarono invece a Monteluco, nei pressi di Spoleto, dove eremiti famosi, sulle orme del beato Isacco, monaco siriano di rigido ascetismo, si maceravano nella penitenza e nella preghiera. Era stato contemporaneo di san Benedetto ed era stato anche colui che, fin dal VI secolo, aveva attuato per sé e per gli altri eremiti, la povertà nel senso più assoluto, prevenendo san Francesco. Nei cenobi il monaco viveva in povertà, non possedendo nulla, ma l'istituto poteva possedere, e infatti possedeva, beni e terreni. Per sant'Isacco invece la povertà doveva essere totale, non solo per il singolo, ma anche per la stessa comunità. Ancora un linguaggio di spoliazione risuona dunque nel cuore di questo ragazzo che cerca la sua strada, ancora un ideale altissimo, alieno dalle mezze misure. La sua innata generosità è pronta a farne tesoro.

Non si sa se i tre pellegrini abbiano raggiunto anche Loreto, dove a tutt'oggi un altare dedicato al santo di Paola lo farebbe supporre. Certo è invece che salirono a Montecassino, la cui luce radiosa, levandosi dal centro d'Italia fin dall'alto Medio evo, s'era congiunta idealmente in arcobaleno con quella di Squillace, che invece andava verso il tramonto.

 

Cap. VI

IN ASCOLTO (1429-1435)

La contemplazione non è mai una «evasione», al contrario è il realismo più profondo. Mai una persona mette i piedi in terra tanto, come nell'atto contemplativo, anzi va sotto terra, dove sono le radici del proprio essere. Arriva dove arriva la psicanalisi, anzi più giù, a profondità maggiori.... A. Paoli (in Contemplazione)

Appena in vista di Paola, disse perentoriamente ai genitori: «Io resto qui».

Credettero di non aver capito e lo guardarono con occhio interrogativo. «Resto qui - replicò - al servizio di Dio».

Ancora una volta questo figlio li sbalordiva e an­cora una volta piegarono docilmente il capo di fronte alla sua ferrea volontà. Lo lasciarono ai margini del loro vigneto, fuori dell'abitato, dove in una capanna provviso­ria intraprese il nuovo tenore di vita. Ne erano convinti anche prima, ma ad Assisi avevano avuto la più splendida conferma che la sola realtà per cui si dovesse impegnare a fondo l'esistenza terrena era Dio; a Lui non avrebbero negato più nulla ormai e si rendevano conto che la gio­ventù, verso la quale il figlio andava a grandi passi, era il dono perfetto da offrire all'Onnipotente, come il frutto più splendido della primavera esistenziale. A chi doman­dava notizie di Francesco rispondevano laconicamente: «Vuol fare l'eremita».

La voce del silenzio aveva esercitato sempre un fascino irresistibile sul ragazzo, fin dagli anni più teneri, con quell'eloquenza del mistero e dell'infinito che ha sem­pre sedotto le anime grandi. Risonava all'orecchio di Vienna il vecchio proverbio calabrese: è ricco di parole il figlio di madre giovane. Ella non era giovane quando l'aveva generato, e dunque quel suo figlio doveva essere ricco non di parole ma di silenzio. Di silenzio e di fatti. Il silenzio è alla radice d'ogni grandezza: tutti i grandi misteri del mondo, e specialmente quello della vita, sono avvolti di silenzio: le querce poderose che sfidano gli ura­gani affondano le radici nel silenzio della terra generosa.

L'eremita di Paola svilupperà negli abissi delle medi­tazioni la propria grandezza umana, quella che sbalordirà i popoli. I contrasti tra la ricchezza e la povertà, tra il lusso smoderato e i morsi della fame, tra la virtù e la corruzione, a lui ben noti e poi toccati con mano nel lun­ghissimo viaggio, gli avevano appreso che la riforma dei costumi, da operarsi dall'interno, era urgente tra gli eccle­siastici. E allora, nel silenzio meditativo, questo precoce solitario, sorretto dalla preghiera, aveva deciso: non una fuga dal mondo doveva attuare né una riforma violenta protestatoria, che sarebbe stata malcompresa e sarebbe svanita come fuoco fatuo (non è mai assente l'orgoglio in proteste del genere): quello che occorreva era interiorizzare la vita cristiana, approfondire il mistero del silenzio di Dio nello sconquasso morale e sociale, ascoltarne la voce intima e profonda, conoscere la sua volontà per porla eroicamente in atto.

Conoscere la volontà di Dio era stata la sua ansia fin dall'anno precedente; ma non era facile in mezzo ai clamori d'una società continuamente in guerra e sempre alla ricerca di piaceri: non era facile nemmeno nel paesello, dove la vita grama scorreva tra la tensione delle difficoltà del pane quotidiano da mettere insieme e quella delle rapine, con parvenza di legalità o meno, che, sempre incombevano. Del cibo s'era abituato a farne quasi del tutto a meno, e comunque i genitori avrebbero provve­duto a non fargli mancare l'indispensabile: ma la quiete doveva conquistarsela lui. Per questo era necessaria un'im­mersione definitiva nel soprannaturale, un tuffo senza ritorno nella preghiera, estraniarsi completamente dal mondo degli uomini per «vivere» Dio.

Nella vita spirituale una decisione del genere veniva chiamata «conversione» e Francesco d'Assisi ne aveva avuto il prepotente impulso nel bacio al lebbroso. Altri santi avevano fatto esperienze diverse, secondo le circo­stanze della propria vita e le pulsioni interne della Grazia: Agostino aveva sentito un grido misterioso: «Prendi e leggi»; la sua contemporanea Giovanna d'Arco aveva udito «voci» arcane; ma Abramo, Mosè, Paolo sulla via di Damasco, tutti erano stati folgorati da un'intensa luce d'amore. A lui si rivelava ormai, tra il culmine dell'adole­scenza e sulla soglia della giovinezza, il senso della propria responsabilità e il dovere urgente di una risposta perso­nale, sua, a Colui che gli aveva fatto capire di volerlo tutto per Sé. Il deserto diventava condizione necessaria per guardarsi meglio dentro e per incontrare 1'Altro. Non si creda che attuare una decisione del genere fosse facile, nemmeno a quei tempi. Eremiti ne spunta­vano frequenti, in Calabria e altrove, ma non duravano quasi mai a lungo: alle prime durissime prove, si scorag­giavano e tornavano a quella mediocrità del mondo che s'erano illusi d'aver abbandonato. Il «mondo» è dentro di noi, a volte siamo noi, e riuscire a distaccarsene è impresa terribile. Tuttavia il cristianesimo, fin dalle origini, aveva visto fiorire il deserto e anticamente la Tebaide ne era stata stupenda conferma: anime sitibonde d'Assoluto ave­vano seguito con incomprensibile entusiasmo gli anacoreti ardenti di fiamma interiore. Anche la Magna Grecia, aveva avuto la sua Tebaide italiana, e ciò stava a confermare l'insoddisfabilità dell'uomo nel tumulto del secolo. Però è sempre difficile la perfetta solitudine. Lo stesso Antonio di Padova, solo qualche secolo prima, era stato costretto a chiedere il trasferimento da Lisbona a Coimbra per sfug­gire alle pressioni di amici e parenti che ne frastornavano lo studio e la preghiera. E’ strano come il mondo, così amante del chiasso, si lasci incantare e vada alla ricerca dei solitari. Ancora oggi sulle montagne spazzate dagli uragani e lavate dai venti, moltitudini salgono ansiose, come a Collevalenza e a San Giovanni Rotondo, ai richiami d'una spiritualità verticale, per una purificazione interiore di cui avvertono l'irreprimibile nostalgia. France­sco era stato subito scoperto dai curiosi e devoti nel suo nascondiglio e dovette decidere anche lui, di trovare un luogo ancora più remoto e occulto, più sulla vetta.

«Montagne, desiderio del Signore - ha cantato un poeta - troni dell'albe e culla dei tramonti, immobili davanti alle bufere, estatiche di fronte all'infinito». In una storia del Silenzio, se qualcuno si decidesse a scriverla, le montagne riempirebbero le pagine più belle, assieme a quelle del mare. «Desiderio del Signore» il Sinai, il Tabor, il Calvario, la Verna sotto vette dell'umanità, dove Dio scende volentieri a parlare con l'uomo nei fragorosi silenzi in cui ogni umana sillaba è morta, dove il colloquio con Lui diventa folgore, tuono, sangue. In questa storia del Silenzio, personaggi come Mosè, Cristo, Paolo, Fran­cesco d'Assisi si vedrebbero volentieri accanto, titanico come loro, Francesco da Paola. Alla ricerca della solitu­dine preziosa e impervia, riesce a trovare un antro minu­scolo in mezzo agli anfratti e alle forre, lontano da tutti gli sguardi indiscreti e fuso con la madre terra, dove lo scroscio del torrente Isba, l'esplosione dei lampi, l'ululato dei rapaci, il sibilo dei serpenti, il gemito perenne degli ulivi e lo sfolgorio del mare in lontananza formano la sinfonia che le mani esperte dell'Onnipotente non termi­nano mai di dirigere nell'orchestra del cosmo. Porsi in ascolto di quella sinfonia: ecco lo scopo della solitudine. Qualche libro di devozione, il breviario magari, la Bibbia sono suoi compagni inseparabili, ma è la contemplazione il suo pane quotidiano, la sua intensa vita. La conquista della più sconfinata libertà interiore - libertà dalle cose, libertà dalle esigenze fasulle, libertà dalle passioni, libertà soprattutto dal proprio io - è lo scopo altissimo da rag­giungere attraverso la solitudine. E ciò avviene nel mistero dell'intimità continua con Dio. Egli è l'Assoluto, è il Tutto; con Lui non occorre più nulla. Egli è la Parola eterna che parla dagli abissi dell'infinito e penetra tutti gli abissi delle coscienze. Un cristiano moderno, esperto di solitudine e di preghiera, ha potuto annotare: «Il punto d'Archimede fuori del mondo è una cella d'orazione, dove un orante prega con tutta la sincerità del cuore. Se esi­stesse al mondo un simile orante, è incredibile quel che potrebbe fare quando si ritira nella sua cella». È incredi­bile, diceva Kierkegaard; in realtà Gesù aveva detto che chi crede in Lui farà opere maggiori di quelle da Lui fatte (Gv. XIV, 12). L'agiografia lo conferma e la storia del paolano ne è la brillante testimonianza. Ma prima delle opere incredibili, c'è la macerazione del silenzio, l'estasi della preghiera, la crudeltà della penitenza. Soprattutto c'è l'ascolto.

Nessuno saprà mai quali colloqui misteriosi con l'In­visibile ebbe Mosè, quali arcane parole si siano scambiate Gesù e il Padre nel deserto della Giudea, quali ineffabili rivelazioni abbia fatto Gesù a Paolo nei tre anni d'Arabia, quali fremiti di struggente amore siano intercorsi tra i due crocifissi della Verna; e nessuno saprà mai i segreti mistici sperimentati da Francesco di Paola col suo Dio in quei cinque anni di solitudine beata. La parola di Dio fulgeva sugli spuntoni delle rocce assolate, stormiva nel fogliame degli alberi, sussurrava nell'organo dei venti, gorgheg­giava nel cinguettìo degli uccelli, si slargava nell'immen­sità turchina del mare, assumeva profondità insospettabili nei gremiti silenzi della grotta ed egli sentiva tutta la sua felicità interiore sostanziata di libertà, sentiva la sua uma­nità dilatarsi ai confini del mondo, gli pareva d'esser diventato figlio dell'aria, come un'aquila senza più limiti di spazio e di tempo. Le lunghe veglie notturne sotto il tremolìo delle stelle, gli ampi orizzonti meridiani contem­plati nell'estasi delle elevazioni sovrumane, le flagellazioni sanguinose, i digiuni interminabili, che spiritualizzavano sempre più il suo corpo innocente, lo rendevano docile alla Parola. La Parola lo possedeva tutto ormai: illuminava le pieghe dell'intelletto, sgorgava dalle cavità del cuore, diventava pura luce, si trasfigurava in Persona e lo trasfor­mava in Presenza che gli dava i brividi dell'infinito. Assa­porava così le ascensioni esaltanti dei mistici più consu­mati e sentiva che il suo piccolo io non esisteva più. Poteva sinceramente ripetere con san Paolo: non sono più io a vivere, è Cristo a vivere in me.

Cinque anni, i più splendidi della splendida gioventù, non passavano come qualcuno potrebbe supporre nell'o­zio: furono invece quelli che diedero il tono a tutta la sua lunga vita. Naturalmente anch'egli doveva fare i conti con la propria fragilità umana, con la prevedibile stan­chezza, col rischio della monotonia e l'occulto desiderio di sottrarsi alle spire d'un amore troppo possessivo e inva­dente. La lotta titanica del mistico è fatta di giganteschi assalti da parte delle passioni indomite e di altrettante vit­torie dello spirito. Il santo non è colui che non soffre le tentazioni; è colui che le supera. Nel deserto Gesù volle essere tentato di sensualità, di orgoglio, di avarizia, le tre fiere dantesche (oggi magari le chiamano complessi) decise ad azzannare ogni uomo; e nel Getsemani volle provare la noia, l'angoscia, la paura, per far capire che nessun uomo mai andrà esente da quel torbido miscuglio che sedimenta in fondo alle coscienze; tanto meno poteva sfuggirgli lui, l'ardente giovane calabrese dal maschio coraggio e dal sensibile cuore. Aveva imparato a cono­scere le vie dello spirito alla scuola del P. Antonio; adesso ne faceva diretta esperienza nel reprimere le suggestioni fascinose del male che sapeva offrirsi a lui con tutte le seduzioni d'un bene stoltamente negletto. Poteva tornare indietro, godersi la gioventù, la vita. Diciotto primavere pulsavano di caldo sangue nelle sue vene ardenti, ed egli ne avvertiva la fiamma vorace come ogni giovane sano e ardente. Le insinuazioni sataniche, nella loro subdola sottigliezza, sembravano a momenti aver ragione della sua indomabile costanza.

Ma era ovvio ch'egli non avrebbe ceduto: la serietà dell'impegno preso prima con Dio e poi con se stesso non poteva consentirgli la viltà del tradimento. E poi, un calabrese non viene meno alla parola data, e un cristiano sa bene che le difficoltà esistono per essere superate. Tutto è possibile a chi crede. Quella lotta consapevolmente ingaggiata era destinata a trasfigurarlo tutto, fin nell'a­spetto fisico. Quel non so che di acerbo che era nella sua fierezza tutta meridionale, quel suo incontrollato risen­tirsi di fronte all'ingiustizia, quella severità nativa contro il peccato e il peccatore dovevano essere incanalate nella visione della pazienza di Dio, diventare virtù. Questa era la «conversione» di cui aveva bisogno: raffinare le doti native, già preziose per sé, renderle soprannaturali. Fu l'operazione mirabile dello Spirito Santo, avvenuta gra­dualmente nel lavorìo lento, laborioso, miracoloso si direbbe, nel corso di quegli anni che a un osservatore superficiale appaiono «perduti», e che resero la sua anima trasparente fino a trasmettere Dio sul mondo circostante, senza il fastidioso ostacolo della pur minima vanità perso­nale. È il lavoro ignoto a qualsiasi biografo uso a fermarsi ai soli dati della storia esterna, è soprattutto la trasforma­zione radicale del cuore che, nella fiamma incandescente dell'amore, rende l'impossibile reale, essendo il reale non il transitorio ma l'eterno. Allora si potette vedere, nella semplicità evangelica da lui raggiunta, la divina infanzia dello spirito a cui Gesù invitava ogni uomo e che raggiava da tutto il suo portamento: solo così le vie dell'ascetica e della mistica diventarono aperte davanti a lui come le braccia spalancate del Crocifisso, in cui tutte le piaghe sanguinanti gridavano come altrettante bocche: Charitas, Amore. Sarà da questo momento, il suo programma defi­nitivo, la fatidica parola delle sue labbra, del suo cuore, della sua vita.

Frutto appariscente di tale trasformazione sarà poi il perfetto dominio di sé in ogni circostanza, la dolcezza ine­sprimibile del tratto che, pur nei momenti di necessaria severità, saprà tradursi in parole energiche ma non urtanti, pronunziate con amabile sorriso, la padronanza straordina­ria sugli elementi della natura e sugli animali, che sembre-

ranno riverire in lui, come nel primo Francesco, l'imma­gine esatta del creatore e ubbidirgli come ad autentico padrone, e infine la semplicità della condotta che lo farà passare tra gli umili e i potenti con l'uguaglianza d'umore del profeta che guarda e teme solo Dio. Nell'ascolto si è maturata per sempre la sua santità e le pagine del libro della sua vita, che si leggeranno in seguito, non saranno che il logico sviluppo delle essenziali premesse sopranna­turali. Non ha ancora vent'anni ed è già il vecchio saggio che blandisce con l'occhio sereno e distaccato gli uomini e le cose, senza avidità e senza disprezzo: c'è nel suo sguardo quella limpidezza e quella nobiltà che lo direb­bero signore di razza, se non si sapesse che la sua nobiltà ha tutt'altre scaturigini da quelle del sangue. Ha perduto quella tagliente fissità quasi spavalda della gioventù ed ha acquistato la tenerezza bonaria dell'uomo che tutto com­prende e perdona con indulgenza. Bulinato dai venti, come il Battista nel deserto, reso compatto e solido dai digiuni e dalle meditazioni, egli ora ha una personalità granitica ma dolce, ed è pronto, senza neppure deside­rarlo, a diventare un riformatore autentico della Chiesa, senza arzigogolanti sofemi, il più giovane dei fondatori di Ordine, cominciando con severità caritatevole da sé e da quella Calabria che già nel passato aveva spinto la sua linfa vitale verso il Nord. Eccolo: statuario nella sua com­postezza, tonaca e capelli al vento, dominatore della mon­tagna ch'egli sovrasta con umile imponenza; e Paola avverte, nell'interno delle casupole e nel mormorìo della piazza, che è finalmente maturo, per lei e per il mondo, il suo più grande figlio.

 

Cap. VII

L'ODORE DEL FUOCO

Davanti a lui camminerà il fuoco (Salmo 96) Un giorno santa Caterina (da Genova) udì queste parole rivoltele dallo Spirito Santo: «Ti sarebbe meno duro entrare in una fornace ardente, che subire la spoliazione completa alla quale voglio ridurre la tua anima»... Ed ella ammise: «Se una goccia sola di quel che il mio cuore sente cadesse nell'inferno, questo diventerebbe subito paradiso». E. Hello (Profili di santi)

La storia del misticismo cristiano è ricca di pagine fiammeggianti poco note: sono lampade sotto il moggio, che potrebbero illuminare eserciti sterminati di anime; e nessuno si prende la briga di porle in evidenza. La citata santa Caterina da Genova, ad esempio, anch'essa contem­poranea del Nostro, ha sprazzi ardenti e splendenti come quello qui su riferito, che suppongono tutta una teologia. Rileggiamolo testualmente: «Se cadesse nell'inferno una scintilla di quello che sente questo cuore, diventerìa tutto vita eterna, perché vi sarìa tanto amore et unione che li demoni diventerìano angeli».

«Li demoni diventerìano angeli» è l'affermazione para­dossale dell'anima mistica, che può indurre al sorriso gl'i­gnari, ma è teologicamente esatta, perché se in inferno ci fosse amore, non sarebbe più inferno. «Giudice, io sono il freddo stesso» sentiva Teresa di Gesù, ed era il demonio a parlare.

Del santo di Paola purtroppo siamo costretti a igno­rare quasi del tutto l'esperienza mistica, quello che il Fiot ha definito «il mistero della sua anima», almeno in quei sublimi particolari che splendono come roghi incande­scenti in tanti santi, e dobbiamo contentarci della «storia» cioè dei fatti, eloquentissimi senza dubbio, e delle testimo­nianze esterne di quei pochi che gli sopravvissero. Propor­rei un'analogia. Si dice che i tibetani avvertono l'«odore» del fuoco. Avvezzi all'aria estremamente rarefatta delle altitudini, avrebbero tanto sviluppato l'olfatto che, a distanza di chilometri, senza vederne il fumo di giorno e i bagliori di notte, riescono ad avvertire la sua presenza. A Paola avvenne qualcosa di simile. Dove il giovane Francesco aveva cercato di occultare la sua persona e i suoi segreti spirituali, era divampato un incendio senza che nessuno ne avvistasse le fiamme o il fumo; ma l'odore si diffondeva e anime vibratili cominciavano a percepirlo. È una legge psicologica costante: in ogni società e in tutti i tempi esistono anime inquiete, insoddisfatte di sé e della mediocrità diffusa, ricche di potenziale d'amore e in attesa d'una scintilla che appicchi l'incendio; se appare un santo, subito si polarizza intorno a lui una schiera. Come diceva Hello, dove si muove un santo, si muove un esercito.

Nella sua profonda umiltà, Francesco ignorava d'es­sere ormai pronto a diventare un capo e che lo Spirito Santo l'aveva formato per questo. Raggiunto il supremo equilibrio della fede, nell'ardenza al calor bianco della sua consacrazione a Dio, viveva la sua esperienza nella gloria ardente della solitudine, dove il soprannaturale aveva tal­mente sostanziata la sua natura di uomo, da farlo apparire come uno che non appartiene più a questo mondo: nulla infatti lo vincolava alla terra; era invece il mondo che lo aspettava. Chi ha il coraggio d'abbandonare il mondo e donarsi a Cristo, deve assumersi la conseguente responsa­bilità di perdere, oltre tutto, anche il quieto vivere ed essere irretito da uno stuolo di seguaci che non raggiunge­ranno quasi mai la sua altezza. I santi scoprono la solitu­dine e raramente riescono a godersela.

Vero o leggendario che sia l'episodio del capriolo sfuggito ai cacciatori e rifugiatosi nel suo antro, e quindi da loro l'uno e l'altro scoperti, resta il fatto che l'odore del fuoco cominciava a spargersi intorno. Prima fu uno, poi un altro; poi dieci, cento altri presero a frequentarlo. Uno stupore pieno di rispetto e di ammirazione serpeggiò nella contrada: egli sembrava a tutti un'apparizione irreale e la maestà che irraggiava dal suo volto, sereno e austero, quasi trasognato, costituiva per tutti un fascino sovru­mano. Li prendeva subito il disgusto della mediocrità e la sua presenza incandescente sembrava dileguare tutte le preoccupazioni gravi e inutili della vita quotidiana. Vivere il Vangelo era non solo possibile, ma diventava la felicità: era lui l'uomo più felice che avessero mai conosciuto. La morte della regina Giovanna (1435) aveva agitato ancor più le acque del regno che mai erano state tranquille, e la furia di quelle lotte tra potenti sommoveva anche la Calabria, percorsa da soldati di opposto segno ma di uguale brutalità; il concilio aperto, chiuso e riaperto a Basilea, Ferrara e Firenze, che si riprometteva come pri­missimo frutto la riforma della Chiesa in capite et in membris (1431-1445) non sembrava esistere, remoto com'era nello spazio e diluito nel tempo; il dilagare della corruzione, questa sì molto concreta, specialmente nei ceti più alti della società, e la precarietà del tragico quotidiano nelle borgate più umili, mentre da un lato acuiva il disgu­sto e il senso di fatalismo se non di acquiescenza e di sorda inutile ribellione nei più, accendeva anche in altri la nostalgia d'ancoraggi più solidi e il richiamo a valori non effimeri. Francesco l'aveva indovinata, e il suo esem­pio era destinato a diventare contagioso. «Chi sta vicino a me sta vicino al fuoco» diceva. Il fuoco! Era il suo para­digma, come il sangue lo era stato di Caterina da Siena. Egli non era il profeta furente che si scagliava contro la corruttela della società e della Chiesa; non era neppure il solitario sdegnoso e sprezzante che si collocava al di fuori della mischia a rampogna dei miseri mortali avviati a perdizione; era invece l'umile e fraterno cristiano che, divorato da un fuoco interiore, anelava con tutte le sue energie alla purezza assoluta dello spirito. La sua era una scelta strettamente personale, seria, decisa, fino all'estremo eroismo. Fu questo a convincere coloro che diventarono poi i suoi primi discepoli. L'ideale non va propugnato a parole; dev'essere vissuto. Non bisognava pretendere di cambiare il mondo; era già molto se si riusciva a riformare se stessi. Sorpreso dunque da questo andirivieni che andava infittendosi ogni giorno, capì che ormai era volontà di Dio che uscisse dall'anonimato e dalla solitu­dine per dedicarsi alla formazione d'un gruppo di anime decise a vivere di penitenza come lui. Come ai primi ana­coreti, a S. Benedetto e poi a S. Francesco, doveva acca­dere anche a lui: Dio prima prepara i suoi uomini nel nascondimento e nella preghiera e poi li lancia nel movi­mento per rinnovare la società dall'interno. Non è acca­duto ciò ai nostri giorni smarriti con la presenza del Padre Pio?

Intanto, arrivati a questo punto, raccontare cronologi­camente lo sviluppo della vita e dell'opera del santo diventa abbastanza ardua impresa: manca una documenta­zione puntuale organica, anche se sprazzi di luce sfolgo­rante lampeggiano a intermittenza, per farci intravedere l'agglutinarsi del nucleo originario del vasto movimento sorto nel piccolo centro calabrese. Come certi grandi fiumi che, dopo un percorso, spariscono ingoiati dal ter­reno per riaffiorare a distanza più ricchi di acque, così la vita di alcuni grandi pare occultarsi all'improvviso per esplodere poi in manifestazioni imponenti che hanno del miracoloso. Il più antico dei suoi biografi, conosciuto come l'Anonimo, e che scrisse di lui mentre egli era ancora vivente, non ha di solito preoccupazioni cronologi­che e tutto il suo lavoro è piuttosto una sintesi serrata, come di uno che voglia fissare rapidamente sulla carta avvenimenti già noti. Il che, per noi lontani nel tempo, è troppo poco, anche se molto prezioso. Dunque l'Ano­nimo, sulla fondazione del primo gruppo di eremiti, si restringe a queste laconiche affermazioni: «Molti, spronati dalla sua vita virtuosa, rinunziarono al mondo e menarono una vita solitaria, mettendosi al suo seguito... ecc.». Molti, ma quanti? Dodici, si disse, e certamente, rileva il Gior­dani, ci fu un momento in cui furono dodici. Ma in quanto tempo? Un periodo, quello dell'Anonimo che potrebbe abbracciare anche una ventina d'anni. Franca­mente è poco. Studiosi acuti e attenti, dell'Ordine dei Minimi e anche estranei, hanno cercato di riempire questa lacuna (solo cronologica, peraltro) rispolverando giacenze d'archivio, utilissime quando si riesce ad averle, che però nulla aggiungono alla conoscenza della fisionomia di lui.

Certo è che la fiamma gagliarda e diritta del suo spi­rito aveva raggiunto quei vertici altissimi, nei quali la fede è tale certezza da superare ogni umana esperienza e ottenere l'impossibile, lasciando nello smemoramento attonito ogni più acuta razionalità. Ciò spiega la sua irresistibile potenza d'attrazione sugli uomini e sulla natura: non solo la povera gente ma i potenti del mondo, com'è accaduto di solito ai grandi dello spirito, cadranno ai suoi piedi e la Natura stessa gli ubbidirà come ubbidisce al creatore stesso. Anzi, ed ecco la cosa più stupenda ancora, egli non ne sarà neanche sorpreso o peggio esaltato, ma la troverà un fatto naturalissimo e, con un delizioso anaco­luto, dirà: «Coloro i quali servono Dio con cuore perfetto, tutte le creature gli ubbidiscono».

Ovvio dunque che la gente accorresse a lui per questo fuoco di fede comunicativa e anche per altre ragioni, meno soprannaturali ma non meno commoventi: manife­stazioni prodigiose, guarigioni improvvise, scrutazione di cuori, lampeggianti profezie. (Non avveniva ciò anche per le multanimi folle del Vangelo?). Intanto per i primi che l'avevano pregato di trattenerli con sé (ed erano tutti gio­vani come lui) costruì tre cellette e una modesta cappellina sul terreno dei genitori (una volta tanto troviamo nella storia genitori che collaborano col proprio figlio per motivi spirituali!) e col passar degli anni fu costretto a nuove costruzioni e addirittura a una chiesa più ampia. Si racconta che per questa seconda chiesa (e siamo con ogni probabilità intorno al 1454), mentre lui e i suoi com­pagni con alcuni volenterosi ne gettavano le fondamenta apparve il suo immancabile patrono Francesco d'Assisi - anche lui in vita ricostruttore di chiese - e, quasi rimpro­verandolo di costringerla in limiti troppo angusti, lo esortò a prendere più spazio, anzi ne tracciò egli stesso il perimetro. La chiesetta neanche a dirlo, fu dedicata al Santo d'Assisi, e i primi eremiti vennero indicati col suo nome. Così il Francesco del cielo tiene d'occhio questo Francesco ancora della terra con affabile paternità e lo accompagnerà fino a quando la sua opera, appena inco­minciata, non varcherà i confini della Calabria e della stessa Italia.

Notevole è che la storia questa volta s'è incaricata di farci conoscere i nomi dei primi seguaci di lui e, ciò che è più sintomatico ancora, precisa ch'essi non erano chierici ma laici: frate Fiorentino da Paola, frate Angelo da Alipatti e frate Nicola da San Lucido, tutti e tre di vita austerissima, più angelica che umana. Anche il santo d'Assisi - si ricorderà - non era sacerdote né lo erano i suoi primissimi compagni, tanto per ricordare che il lai­cato, dalle origini del cristianesimo fino ai nostri giorni, ha saputo regalare alla Chiesa e al mondo uomini capaci di rinnovare in tutti lo spirito evangelico senza le arie di severi e arcigni riformatori. «Gli uomini si stipano attorno al fuoco d'olocausto di colui che ha vinto il mondo» concludeva il cardinale Newman. Gli uomini, i laici, si stipavano attorno a Francesco di Paola che, col suo fuoco d'olocausto, aveva vinto il mondo.

 

Cap. VIII

IL DITO DI DIO

La miracolosità in vita diventa non solo un'eccezione, ma un rischio da valutare attenta­mente in un mondo in cui scienza, tecnica e razio­nalismo propongono quotidianamente confronti sempre più difficili. La fede ingenua nel miracolo come possibilità quotidiana diventa un attributo, non del tutto positivo, di semplicità... Senza loro consapevolezza, per questo verso, nelle stesse vedute degli ecclesiastici si deposita una patina di spirito laico. G. Galasso (in L'altra Europa)

I fatti straordinari avvenuti in quegli anni compen­sano ampiamente la lacuna cronologica: narrati da storici e testimoni d'indiscussa fedeltà, introducono in un'atmo­sfera da Fioretti, e nel contempo, oltre a essere una miniera inesauribile di documentazione sicura, hanno anche un pregio letterario di cui avremo occasione di par­lare. La figura di Francesco ne esce più marcata e la sua umanità più concreta e simpatica, anche se la sua fisiono­mia corrisponde ugualmente all'idea che ne avevamo. Avviene per lui come per certi ritratti di grandi autori, sui quali la patina del tempo aveva depositato una sorta di velo che li sbiadiva senza alterarli; riportati alla loro origine, appaiono più vivi e parlanti, rimanendo in sostanza uguali a se stessi.

Francesco era diventato uno di quegli uomini indi­spensabili, che comunicano serenità e sicurezza nel trava­glio dei giorni, uno di quegli uomini «silenziosi e rag­gianti» coi quali si sta volentieri e che, anche lontani, comunicano alla nostra pavida umanità quel senso di pace di cui non possiamo fare a meno. Alle volte solo sapere che essi esistono costituisce per noi mediocri un aiuto e un conforto.

E aiuto e conforto cominciarono a trovare un po' tutti in lui: nobili e popolani, malati d'anima e di corpo, bisognosi di soccorso materiale e spirituale. Folle ingenti convennero da ogni parte, non solo dai più vicini villaggi, ma anche da tutta la Calabria, e la fama della sua santità mise le ali, valicando i confini della stessa Italia. Chi lo avvicinava con un patèma segreto nel cuore, chi per la coscienza che lo rimordeva, chi perché si riteneva vittima d'un sortilegio, chi per una malattia inesplicabile e ribelle, chi per un'ingiustizia subita, chi per fame e disoccupa­zione, chi per mali congeniti e talora immaginari, chi per una lite in corso che minacciava di risolversi col sangue, e chi per quella noia di vivere che, allora come oggi, indu­ceva a cattivi pensieri e alla ricerca di un senso della vita. Francesco rimaneva stupefatto e afflitto di fronte ai mali d'un mondo ch'egli aveva fuggito per amore e che adesso incontrava per amore, e per tutti aveva un sorriso, una preghiera, una parola di conforto che leniva gli spiriti e comunicava fiducia. Più un'anima sale verso Dio e più conosce, e compatisce, le miserie dell'uomo. Egli, che rite­neva d'essersi impegnato solo per «le cose di Dio» (felice espressione ancor viva nel nostro popolo fino a qualche decennio fa), imparò a interessarsi profondamente anche delle cose dell'uomo, dei suoi crucci, dei suoi affanni, delle sue miserie morali e temporali e a rendersi conto che nes­sun pessimismo è giustificato finché nella coscienza c'è un barlume di dignità e un piccolo desiderio di bene. Si ritrovò a vivere in una dimensione nuova, a contatto coi grandi mali del secolo e a scoprire il volto sofferente di Cristo nel dolore dei fratelli. Si maturò in lui la visione dell'uomo, non quella rinascimentale ma quella cristiana, che vede il volto di Cristo, magari deformato, in ogni anima immortale.

Nell'ampia apertura del suo cuore cominciarono a trovare rifugio tutte le angosce delle anime e, senza nep­pure avvedersene, diventò il giovane profeta della bontà, della mansuetudine, il depositario della misericordia, il consolatore dei pericolanti e il sostegno dei ravveduti, diventò l'erborista di Dio che donava sanità coi rimedi più semplici apprestati da madre Natura. «Homo herba­rius» cominciarono infatti a chiamarlo quasi per scherno, l'uomo delle erbe, perché, come si cibava sempre di vege­tali così con semplici vegetali operava miracoli, guarigioni impensate.

Si sviluppò attorno a lui una gara di generosità fra quanti lo avvicinavano: molti attratti e desiderosi d'imitare il suo tenore di vita, molti decisi a contribuire con le loro offerte e il loro lavoro nella costruzione di conventi. Il vento della speranza si levò sulle umili contrade oppresse e fece rinverdire i germogli che minacciavano d'inaridirsi nelle anime destinate alla generosità e all'amore: furono peccatori che tornarono al ravvedimento e alla conver­sione, baroni e signorotti che accettarono rimproveri senza

sentirsi pungere nell'orgoglio, fattucchiere che provarono l'orrore della propria coscienza torbida e malefica, tiepidi cristiani che rigustarono la gioia del fervore e della devo­zione, malati, soprattutto malati senza speranza, che riac­quistarono la sanità e la gioia di vivere. Così le sue costruzioni furono cementate da atti d'amore, da sospiri di preghiere, da meditazioni evangeliche, da miracoli stre­pitosi, più ancora che da pietre e mattoni e calce offerti dalla carità e compaginati dal lavoro gratuito. La solitu­dine di Paola aveva prodotto masse corali che riscopri­vano il valore del raccoglimento e della preghiera e, per merito d'un uomo solo, rifioriva il senso cristiano della vita, il cordiale partecipe sentimento alla sofferenza del prossimo, il desiderio e la nostalgia della bontà, che sem­brava aver abbandonato le montagne silenziose e i paeselli spauriti. Sembrava che la natura stessa si fosse rinnovata dall'interno, perché più limpidi erano diventati gli occhi che la contemplavano e più affettuosi i cuori che l'ama­vano. La semplicità di lui affascinava tutti e intorno a lui cresceva il rispetto e la venerazione. La sua schiettezza, anche quando colpiva duro, non offendeva: il peccatore, che vedeva svelati i segreti della propria coscienza, ne rimaneva compunto; il prepotente, che veniva redarguito e ammonito a maggior giustizia, restava scosso e si emen­dava; il libertino, che si vedeva scoperto nelle profondità del cuore, si correggeva: la riforma dei costumi avveniva così, senza turbolenza e senza recriminazioni, dall'interno.

Questo lungo periodo è caratterizzato dalle fondazioni di romitori e da eventi miracolosi, di cui daremo qualche cenno. Sono cinque le «fondazioni» da lui promosse: Paola, Paterno, Spezzano, Corigliano e Crotone. Quando si parla di fondazioni la mente corre subito a un'altra anima mistica del secolo successivo, Teresa di Gesù, la quale ebbe da Dio un dono assente in Francesco: una penna brillante e arguta che, oltre a manifestare la gran­dezza della sua santità, la rende simpaticissima come donna virile ed emula dei più grandi scrittori del «siglo de oro» della Spagna. Le «fondazioni», a leggerle, sono un capolavoro; ad attuarle invece sappiamo quanta fatica, quante difficoltà, quante sofferenze costarono. Quelle di Francesco non fanno eccezione e se le raffrontiamo con quelle di Teresa, le vediamo combaciare su due punti: lo zelo infuocato per la gloria di Dio unito all'austera disci­plina per l'osservanza regolare e le difficoltà insormonta­bili da parte degli uomini o degli eventi, che entrambi riuscirono a superare con incrollabile fede. Di arguzia non mancò neppure il nostro santo; in quanto a scrivere però dobbiamo dire che fu, per nostra sfortuna, avaro. In una cosa la superò di gran lunga, nei miracoli: si parla addirit­tura di trecento miracoli in un giorno solo. «In un anno fa il Sole aureo soggiorno / In dodici del Ciel segni stel­lanti: / Del nostro Eroe son più sublimi i vanti, / Ch'in trecento risplende in un sol giorno», come scrisse un poeta del '700 (L. Benetelh).

Le fondazioni, dicevamo, furono in ordine di tempo: Paola, dove alla seconda chiesa su tracciato della visione, fu affiancata in seguito una terza e si ebbe così quello che press'a poco è il santuario attuale; Paterno, dove su richiesta di alcuni devoti il santo si recò ben volentieri e, accolto in trionfo, intraprese la costruzione a suon di miracoli e di operosa carità da parte di tutti; Spezzano, dove col concorso delle autorità cittadine e del popolo festante sorse in breve tempo la chiesa e il convento (sin­golare, tra gli altri miracoli da lui operati, la conversione di due coppiette d'amanti che si ridevano di lui e il seque­stro di persona dei due maschi, che divennero poi tutti e due religiosi: il P. Giovanni Candurio e Bernardino Otranto; l'Otranto divenne addirittura confessore del santo, lo accompagnò in Francia e fu vicario generale del­l'Ordine); Corigliano, dove il conte Sanseverino e la con­sorte Eleonora Piccolomini (non vi sfugga l'autorevolezza dei cognomi) con altri signori, il clero e il popolo, gli mossero incontro e iniziarono subito i lavori (qui una ter­ribile profezia confermò la santità di lui: «Il giorno in cui verrà meno questa pietra - la fondazione - il vostro paese sarà vittima di flagelli: locuste e Turchi lo invade­ranno», cosa che avvenne parecchi decenni dopo, nel 1596) e finalmente Crotone, dove non si recò personal­mente, affidando l'incarico a un religioso di grande stima, Padre Paolo Rendacio.

Senza pretendere di seguire passo passo lo sviluppo di quest'Ordine, così meraviglioso per il suo spirito di aspra penitenza, concluderemo dicendo che le fondazioni del santo fino alla sua morte, superarono la trentina, dalla Calabria alla Campania, dalla Sicilia al Lazio, dalla Liguria alla Francia, alla Spagna. Lo straordinario di tale espan­sione non è tanto nel numero, già ragguardevole in sé, ma nello spirito di stretta penitenza che le popolazioni abbracciavano volentieri e con ardore. Il francescanesimo era stato un movimento di proporzioni gigantesche due secoli prima, ma ebbe tra gli altri vantaggi quello di non chiedere eccessivo rigore ai suoi seguaci: «Di tutti i cibi che vengono apprestati loro (ai frati) sia loro lecito man­giare» diceva nella sua regola Francesco d'Assisi. Invece per questo secondo Francesco il rigore era d'obbligo: «Tutti i frati di quest'Ordine si asterranno dai cibi di grasso e nel regime quaresimale faranno frutti degni di penitenza sì da evitare del tutto le carni e quanto da esse proviene (IV regola, cap. VI).

Della gran messe di miracoli operati da Francesco in questo periodo sarà utile riferirne qualcuno dei più signifi­cativi: si può «leggere» in esso il significato sociale o quello mistico, secondo l'interpretazione di chi legge; ma è superfluo ribadire che l'anima d'un santo non è fatta a compartimenti stagno, da un lato il sociale, dall'altro il mistico. Un santo, anche nella poliedricità del suo stare al mondo, è sempre unificato interiormente in Dio, dallo Spirito Santo che lo guida, e le sue opere esteriori non sono che manifestazioni del soprannaturale. Capire un santo prescindendo dal soprannaturale è impossibile. Tra il vangelo e i santi, affermava un altro Francesco, quello di Sales, non c'è altra differenza di quella che corre tra una musica scritta e una musica cantata: quella scritta l'in­tende chi la conosce, quella cantata possono intenderla tutti.

Dunque, uno dei miracoli riguarda un francescano dell'Osservanza, il P. Antonio Scozzetta. È noto che i santi dànno sempre fastidio a qualcuno, ai cattivi e talvolta anche ai buoni o presunti tali, e questo Padre Scozzetta era infastidito dalla fama di santità che si diffondeva ecces­sivamente intorno a Francesco. Lo vedeva come il fumo negli occhi e ogni volta che gli se ne presentava il destro, rimbeccava con incontrollata stizza gli elogiatori: «È un imbroglione, un esaltato. Fa tutto per utile proprio, non state a credergli». Nel suo spirito inquisitorio non si con­tentava di denigrarlo in conversazioni private, lo attaccava anche in pubblico. Può darsi che lo facesse in buona fede, perché non è da escludere un po' di fanatismo, piuttosto frequente in casi del genere; ed egli si riteneva magari paladino dell'ortodossia. Il fatto che lo attaccasse addirit­tura dal pulpito ci fa supporre appunto in lui la buona fede; se poi ci fosse sotto un po' di «gelosia di mestiere», un po' d'invidia insomma, non possiamo saperlo a distanza di oltre cinquecento anni, e ciò riguarda la sua coscienza. Eroe in qualche modo lo era, perché la gente gli aveva fatto capire che non gradiva le sue sfuriate e qualcuno aveva anche osato mostrargli i pugni; ma egli era deciso a compiere la sua ingrata missione e, visto che l'interessato non si dava le arie di prenderlo troppo sul serio, concepì l'audace idea di affrontarlo personalmente. Fu accolto col più amabile dei sorrisi e ciò parve disar­marlo, la parola gli moriva sul labbro; ma quando France­sco lo fece sedere accanto al fuoco e si dispose docilmente ad ascoltarlo, cominciò a scaldarsi, a rimproverarlo di quel comportamento che nuoceva alle anime e che quell'ipocri­sia da santone era un insulto al Signore, e che occorreva purificare la fede delle popolazioni ingenue eccetera ecce­tera. Francesco lo ascoltava sorridendo senza batter ciglio; a un certo momento, in una pausa per riprender fiato e nell'attesa della giustificazione, si curvò sul braciere: «Caro Padre Antonio, mi pare che abbiate un po' di freddo sta­mattina, riscaldatevi un poco», prese con le due mani i carboni ardenti e glieli porse con imperturbabile umori­smo. L'altro scattò in piedi atterrito, poi cadde pallidis­simo in ginocchio, chiese perdono di tutte le sue insinua­zioni e da quel giorno diventò uno dei suoi più entusiastici ammiratori.

L'incontro col Padre Scozzetta, avvenuto a Paterno, può fare il paio con un altro, accaduto a Corigliano, ma d'altra natura. Questa volta si trattò d'una donna. Era ben nota nell'ambiente: tutti la temevano e schivavano, non solo per la vita sregolata, la volgarità delle espressioni e la truculenza dei gesti, ma soprattutto perché godeva la trista fama di fattucchiera e si diceva che avesse sulla coscienza parecchi bambini, sempre disposta a farne fuori degli altri. Dicerie? La situazione dell'infanzia in quei tempi è stata ampiamente illustrata da Gabriele De Rosa nel volume Vescovi, popolo e magìa nel Sud, e sebbene egli abbia analizzato un periodo storico successivo al nostro, è lecito supporre che le cose non andassero diversamente neanche allora: i bambini abbandonati (esposti), o perché illegittimi o per mancanza di mezzi economici, erano piuttosto numerosi e forse la donna in parola, di cui non è fatto il nome, poteva trovarli agevolmente per usarne a suo capriccio, tanto più che le autorità o ignora­vano la cosa o non prendevano provvedimenti adeguati. Questa donna dunque, non sappiamo se per curiosità o per affrontare Francesco magari con un suo sberleffo o, non si sa mai, per una crisi di coscienza sconvolta, s'affac­ciò tra i muri in costruzione. Il santo l'adocchiò immedia­tamente e, prima che lei aprisse bocca, come la stesse aspettando e la conoscesse da tempo, la scrutò con quegli occhi, che a tutti facevano impressione da quanto erano profondi, e con improvvisi accorati rimproveri le mise a nudo la coscienza, le svelò i crimini commessi in tanti anni e aggiunse la minaccia dell'imminente castigo di Dio se non avesse subito mutato rotta. La donna allibì, passò dalla sorpresa allo sbigottimento, dal terrore al rimorso e, fulminata da quel ciclone di Grazia, cadde di schianto ai piedi di lui, mentre i singhiozzi le spaccavano il petto. Erano bastati pochi attimi perché una nuova Maddalena, un'altra Margherita da Cortona desse esempio di santità a Corigliano. La storia infatti assicura che lei visse il resto dei suoi giorni nella maniera più esemplare.

Un'altra volta si presentarono a lui, sempre a Paterno ma alcuni anni più tardi, due eremiti marchigiani (non sappiamo se appartenessero alla setta dei Fraticelli, che era stata sconfessata) e chiesero d'essere aggregati alla sua comunità. Col discernimento degli spiriti, in cui era diventato provetto, e forse lo era sempre stato, volle met­terli alla prova prima d'accettarli; alla fine disse di sì all'uno rifiutando il secondo. Costui perse il lume degli occhi ed estrasse un coltello per accopparlo. «Nel nome di Gesù; fermati» gridò il santo, e quello rimase di sasso, fulminato. Gli ridonò subito il moto e la vita, ma inutil­mente: l'ostinato non volle rinsavire e s'allontanò per sempre.

Sarebbe troppo lungo soffermarsi a raccontare tutti i prodigi di quegli anni. Ricordiamo sinteticamente l'acqua detta della cucchiarella vicino al santuario di Paola e i massi del miracolo, visibili ancora oggi; ricordiamo che furono ben tre i morti da lui risuscitati (tra cui suo nipote, il figlio di Brigida, e un operaio schiacciato da una trave); i malati guariti col solito stratagemma delle erbe; terreni spianati con la preghiera per favorire le costruzioni; for­naci di calce pericolanti e sorrette con le mani o col bastone; acqua fatta scaturire dal suolo o dalla roccia o guidata docilmente da lontano; pane e alimenti moltipli­cati, a volte anche per giorni di seguito, per sfamare i muratori; macigni resi leggeri come un fuscello e travi allungate come oggetti elastici; pesci già spiedati e rimessi in vita; agnello cotto e fatto uscire vivo dal forno; insomma una colluvie di fatti prodigiosi da rimanerne col fiato sospeso.

Emblematico mi sembra quest'episodio col quale intendo concludere. Siamo sempre a Paterno, dove Fran­cesco risiedette quasi abitualmente dopo Paola. Un gruppo di persone dovevano parlare con lui e lo cercarono in con­vento. Non c'era e lo trovarono nell'angolo più quieto del romitorio, ch'egli aveva prescelto per meglio pregare: una celletta, oggi trasformata in cappellina. Stava infatti assorto in profonda adorazione di fronte alla croce. Atte­sero un poco, poi, per non disturbarlo, pensarono d'an­dare in piazza e tornare più tardi. Quale sorpresa! Non credettero ai propri occhi: Francesco confabulava affabil­mente con altri amici, appunto in piazza. Tornarono di corsa alla cappellina, ed era ancora lì, sempre assorto in preghiera. Bilocazione, ovviamente. L'agiografia cristiana è piena di fatti del genere e si possono citare i nomi di Francesco d'Assisi, di sant'Antonio di Padova, di sant'Al­fonso, di san Giovanni Bosco, del P.. Pio da Pietrelcina ecc. Fenomeni paranormali, dicono altri, e magari citano I miei viaggi fuori del corpo di R. Monroe e il dott. Inardi e altri. Il fatto è emblematico soprattutto per motivi soprannaturali. Senza voler negare i fenomeni di studiosi degnissimi di rispetto, il santo è su un altro piano. Il santo vive perdutamente in Dio. Ciò ch'egli fa non lo distoglie dal raccoglimento (e sarebbe utile approfondire il signifi­cato di questa parola, raccogliere se stesso, concentrarsi); la contemplazione è la sua più profonda attività (quella che poi sarà il nostro paradiso) e perciò tutto il lavorìo esterno è solo il riflesso dell'attività interiore, di quella sublime attività di cui egli possiede il segreto. La santità è l'apice di tutto il lavoro umano, anche della cultura, anche dell'arte. Con grande saggezza Emilio Servadio tempo fa rivolgeva «un appello alla consapevolezza e all'u­miltà, ai parapsicologi e più in generale agli scienziati», concludendo che il loro studio può contribuire «al ricono­scimento della dimensione mistica quale specifico, altis­simo, irriducibile valore».

 

Cap. IX

Il NUOVO VIAGGIO

Non vi è assolutamente nulla che il giusto debba temere: ogni creatura infatti gli è soggetta... (Dio) stesso ti sarà guida per il tuo nuovo viaggio. Allora, memore di tante e così grandi meraviglie di Dio, capirai che per te si è diviso il mare e si arrestò l'acqua del fiume. Tertulliano (dalle «Omelie»)

Bernardo Caponi era un fuoruscito milazzese che tra­scinava a guinzaglio la propria malinconia per le strade di Paola. Timido e un po' sospettoso, come ogni esule che si rispetti, raramente rivolgeva la parola a qualcuno e gli stessi paesani sembravano schivarlo per un non so che d'aristocratico e scostante che traspariva dal suo con­tegno. La verità è che chi soffre è solo, purtroppo, e la tristezza rende scontrosi; ma un cristiano non può soste­nere a lungo la propria pena senza confidarla né il pros­simo può permettersi d'assistere sempre con indifferenza, o peggio con ostilità, al tacito tormento d'un uomo. Così ci fu chi gli suggerì di parlarne a Francesco. Questi gli ficcò addosso i suoi occhi scuri e ridenti: «Figliuolo, abbi fede; tra poco tornerai a casa tua». Il volto di Bernardo si spianò e difatti, di lì a qualche settimana, riebbe la licenza del rimpatrio. La Provvidenza è solita imbastire trame del genere: nessun dolore è mai sciupato nell'econo­mia del corpo mistico. Appena a Milazzo con la gioia esplosiva del ritorno, cominciò a magnificare le virtù di Francesco, la sua vita austera, i suoi miracoli strepitosi, e accese nei concittadini la brama di conoscerlo e di averlo tra loro per fondarvi una sua comunità.

Una delegazione di magistrati tra cui Angelo Camarda e Giovanni Villani, raggiunse Paterno, dove Francesco abitualmente ormai risiedeva, per invitarlo uffi­cialmente a Milazzo, e instaurarvi una «fondazione». Li ricevette col sorriso bonario solito, ma non parve molto allettato dalla proposta: prima di tutto non aveva mai pen­sato di metter piede nell'altra Sicilia, poi non intendeva lasciar a cuor leggero le sue comunità calabresi ancora in formazione, e infine, non avendo ancora ottenuto l'appro­vazione giuridica del suo movimento, temeva di fare il passo più lungo della gamba, di urtare qualche suscettibi­lità e forse di compromettere per sempre la sua opera. Lasciò ripartire i milazzesi con la vaga promessa che, pon­derata con calma l'idea, avrebbe deciso in seguito, proba­bilmente in senso affermativo. Ciò che non disse fu che desiderava conoscere anzitutto se quella era la volontà di Dio.

Era volontà di Dio. La Sicilia non versava in condi­zioni migliori della Calabria, sia spiritualmente sia econo­micamente: i signorotti vi spadroneggiavano come in tutto il regno e la vita religiosa era ridotta un po' a quel fanati­smo ignorante ma schietto, che si lamentava altrove. Emi­grati dopo la caduta dell'impero romano d'Oriente (1453), monaci ed eremiti s'erano sparsi un po' per l'isola, come per il resto d'Italia, cercando rifugio nelle solitudini con­templative e magari scismatiche, e il popolo, nella sua fede ingenua, venerava con ardore quasi morboso i santi e le Madonne nei santuari che cominciavano a diventare famosi, come la Madonna della lettera a Messina e quello della catena a Palermo, (la Madonna del «grande giubileo») e la «Madonna nera» di Tindari. A pagare le tasse poi era, come al solito, la povera gente: si diceva che il clero pagava con le preghiere, i nobili con la spada e il popolo col danaro. I «Vespri Siciliani» erano quasi ancora nell'aria e, aragonesi e D'Angiò padroni, erano sempre forestieri. (In seguito, quando subentreranno gli spagnoli, si dirà che essi a Milano mangiavano, a Napoli divoravano, e a Palermo rosicchiavano). Francesco era uomo che, a suo modo, raccoglieva la sfida dei tempi e, pur senza dramma­tizzare, non lesinava il suo generoso ed efficace contributo all'edificazione d'una società più cristiana. Non si agitava ma non perdeva di vista il dovere della propria presenza nel secolo. Capìto che la sua missione, nello scorcio di quegli anni, doveva essere la Sicilia, si mosse.

Primavera del 1464. Egli non è più il giovane sognante delle solitudini alpestri, anche se il suo cuore, per l'abitudine al raccoglimento, è una cattedrale col san­tissimo sacramento sempre esposto, anche se la sua sta­tura, resa più asciutta e fascinosa dalla salute florida e dai digiuni, è sempre imponente. Qualche filo d'argento, tra i peli della barba e i capelli del capo, ispira più fiducia ancora e il bastone inseparabile nella destra, per i frequenti viaggi a piedi, lo rende immagine di pellegrino di Dio. Vi si aggiungano l'esperienza degli anni, che gli ha segnato il volto di dolcezza nuova, più aperta e indulgente alle debolezze umane, mentre ha raddoppiato in lui la severità verso se stesso, e l'azione dello Spirito Santo, a cui s'è arreso con generosità irrevocabile e che l'ha reso duttile alla comprensione di quel guazzabuglio del cuore umano, guardato ora con intima partecipazione e fraterna pietà, e si avrà la figura ieratica e dolce, nota alla sua ricca iconografia. Si mise dunque in viaggio.

Da Paterno a Catona l'itinerario è lungo e tortuoso: si tratta d'attraversare quasi tutte le montagne della Cala­bria, i boschi, le fiumare, le foreste (a quei tempi molte e rigogliose), salire, ridiscendere, salire ancora, chiedendo ospitalità improvvisate o dormire talvolta anche al lume delle stelle; non è facile seguirlo nel lungo percorso, anche se molti paesi si contendono il vanto d'averlo ospitato. Contrade dai nomi famosi e dalle tradizioni antiche assicu­rano di conservare la scodella in cui egli mangiò, famiglie nobiliari giurano d'averlo avuto in casa almeno per una notte e di possedere sue reliquie: Tropea, Ionadi, Laureana di Borrello, sentieri impraticabili e troppo lontani dalla mentalità di noi avvezzi alle veloci autostrade. È certo però che le giogaie dei monti, col tremolare della marina in lontananza, furono da lui valicate col passo fermo e costante di chi non ha fretta ed ha il cuore in alto. E che il miracolo fiorisse lungo il cammino non è cosa da meravigliarsene, tanto c'erano avvezzi lui e i suoi due compagni (il padre Rendacio, che già conosciamo e fra Giovanni). Uno dei più memorabili fu la moltiplicazione del pane, avvenuta appunto nelle vicinanze di Laureana di Borrello: s'erano imbattuti in una comitiva avviata pro­babilmente alla stessa loro meta. A uno della compagnia Francesco, estenuato di stanchezza e di fame, chiese del pane per sè e i confratelli.

- Non ne ho più - rispose l'interpellato. - Guarda per carità nella tua bisaccia -.

- Ma no, è finito -.

- Dammi qua la bisaccia - chiese lui; vi affondò la mano e ne cavò fuori un grosso panne soffice e fumante, che bastò a tutta la comitiva per il resto del cammino.

Arrivati a Catona, scesero subito alla cala in cerca d'un battello. Messina si destava nella luminosità dell'alba e pareva quasi tangibile nella trasparenza cristallina; ma c'era di mezzo il mare. Per fortuna un battello stava per mollare gli ormeggi e alzare le vele; Francesco avvicinò cortesemente il barcaiuolo e gli chiese per carità di tra­ghettarli all'altra sponda, lui e i confratelli. Pietro Caloso (era il suo nome) lo squadrò con la gattozza in mano e: - Basta che mi paghiate - bofonchiò.

- Guarda, - aggiunse il santo - noi non abbiamo moneta per pagare; portaci per carità -.

Il barcaiuolo ebbe un fremito di sarcasmo:

- Se voi non avete moneta per pagare, nemmeno io ho barca per traghettare -.

- Per carità - insistette Francesco, ma Pietro non rispose più, scaraventò la gattozza sui paglioli e riprese a sciogliere le cime con ostentata indifferenza. Francesco non volle nemmeno lui aggiungere parole. Era la prima volta che un povero gli opponeva un rifiuto così netto e sgarbato e ciò poteva attribuirsi alla necessità del gua­dagno giornaliero ma anche all'avidità per la vile moneta. Si fosse trattato d'un potente del mondo avrebbe saputo ben lui trovare le parole per un rimprovero sferzante; con un barcaiolo gliene mancò il coraggio. Si lisciò la barba e, dopo uno sguardo d'intesa coi compagni, si ritirò sotto la roccia inginocchiandosi a pregare. Nel silenzio caduto tra loro si avvertiva solo il respiro del mare quieto e un presentimento di cose straordinarie. Il barcaiolo stesso aveva sospeso i preparativi per la partenza, sogguardando quello strano esemplare di umanità che pretendeva un pas­saggio gratuito e adesso s'era sprofondato nell'inutile preghiera. Avvenne una cosa inaudita. Francesco s'alzò, chiamò i due compagni, si tolse l'ampio mantello, lo stese sull'acqua, poi afferrò il bastone e lo infilò a un lembo del mantello, issandolo come una vela, vi montò sopra lui e i confratelli e, su questa nuova barca, si staccarono dalla riva. «Flessuosa la pianura d'acqua» s'aprì davanti a loro come il più placido cammino e quello straordinario vascello fantasma scivolò tranquillo sull'onda docile. La carezza del vento increspava appena la superficie del mare e, nel frangersi di scintille innumerabili, fu visto il nuovo prodigio di una strana vela scura che aveva preso il largo al segno di una benedizione: non una barca sembrava, ma un cigno nero che sfidasse con assoluta padronanza le leggi del mondo. Il barcaiolo, che aveva seguìto con cre­scente stupore tutti i movimenti, ebbe un tuffo nel sangue e rimase sulle prime atterrito, gli altri cominciarono a gri­dare e a piangere di fronte al miracolo stupendo, la natura stessa pareva sostare in ammirazione nel silenzio del mare violato.

- Vengo, vengo, - urlò Pietro fuori di sè - aspet­tami - ma il naviglio miracoloso s'allontanava nella fre­schezza del mattino «come un acrobata sull'acqua». Pietro si scosse, salpò l'ancora, arrancò, alzò tutte le vele al vento; partì subito nell'intento di raggiungere l'uomo di Dio e farlo montare nella sua più solida imbarcazione, ma fu inutile; l'altra sponda s'ingrandiva, s'avvicinava, sempre più nitida, mentre una folla curiosa e commossa applau­diva nell'attesa febbrile. All'improvviso Francesco virò lie­vamente di bordo e andò ad approdare in una piccola insenatura solitaria sulla destra, lontana da ogni clamore, mentre Pietro Caloso, in un profluvio di lagrime, balzava sulla spiaggia singhiozzando disperatamente e battendosi il petto da quel grande peccatore che cominciò da allora a ritenersi. Aver opposto il rifiuto a un santo fu il rimorso che gli durò tutta la vita, ma la lezione era stata di tale efficacia che mai più negò a nessuno in tutta la sua vita quanto gli veniva chiesto «per carità». La folla intanto rag­giunse di corsa i religiosi, fu spettatrice entusiasta d'altri improvvisi prodigi, tra cui la risurrezione d'un morto impiccato, e Milazzo poteva accogliere in trionfo l'umile e grande calabrese, venuto a far toccare con mano a tutti le misericordie del Signore.

Il passaggio dello stretto sul mantello non era una novità nell'agiografia: oltre a quello degli ebrei nel mar Rosso su ordine di Mosè, quello degli stessi sul Giordano per ordine di Giosuè e il cammino sul mare di Tiberiade da parte di Pietro su invito di Gesù, altri santi hanno potuto verificare la potenza di Dio a sostegno della loro bontà in occasioni consimili, e in quello stesso secolo san Bernardino aveva attraversato il Mincio sulla propria cappa. È certo che questo episodio tanto famoso nella vita del santo, e che ebbe testimoni innumerevoli, per cui sarebbe temerario metterlo in dubbio, è anche uno dei più noti e rappresentati nell'arte che di lui s'occupò. Per noi riveste un'importanza capitale, non tanto come avve­nimento storico d'indubbia incisività, ma più anche come emblema del nostro passaggio sull'oceano della vita sul quale a piedi asciutti può agevolmente navigare chi sappia vivere di pura fede, e come esempio dell'alta pedagogia di Francesco che, sorretto appunto da tale fede, ci tiene a far capire due cose: che è Dio a governare gli elementi e le creature e che nessuna moneta, nessun carico di moneta al mondo, può pagare un atto di carità. Ai ricchi il rimprovero, ai poveri la lezione: a tutti l'incorag­giamento.

Sappiamo dalla storia ch'egli sostò in Sicilia tre anni, e furono certo anni d'attività intensa, di conquiste spiri­tuali, di fondazione di gruppi d'anime ferventi, ma dalla storia non sappiamo altri particolari degni di rilievo, al di fuori della costruzione di Milazzo, accompagnata anch'essa da miracoli. Non è fuori luogo supporre ch'egli abbia camminato molto anche li, che si sia spinto all'in­terno dell'isola, abbia operato altri portenti, convertito altre innumerevoli persone; ma sembra che una peculiarità dei santi, e di questo santo specialmente, sia il disinteresse totale della documentazione delle proprie imprese: c'è lassù chi tiene sempre il conto aperto. Profeta tranquillo e possente, egli taceva molto e molto operava, ma soprat­tutto lasciava che Dio parlasse e operasse attraverso di lui: fu questo il segreto della sua come di ogni santità.

Tuttavia non è superfluo rammentare, sulla scorta della teologia della storia, che fu la sofferenza struggente dell'esule Caponi a fornire l'occasione d'oro per la visita

e la sosta in Sicilia di uno dei santi più fascinosi d'Italia. Di simili intrecci, imprevedibili, è tessuta la trama della vita umana e la storia delle anime.

 

Cap. X

IL PRIMO SIGILLO

Quando il tenebrore che abbiamo in noi crea la luce a quelli che ci circondano, allora lo spirito di Gesù ha preso possesso della nostra anima. Il contratto sociale, anche quando è il più benevolo, è sempre un poco irritante... Ma il patire è un mondo di portenti.

P. Faber (dalle Conferenze spirituali)

L'esperienza siciliana gli aveva giovato molto. Immerso sempre più nei problemi della povera gente, aveva capito meglio il cuore del popolo, che soffre con infinita pazienza, che s'abbandona con rassegnata fiducia alla volontà di Dio, nell'indifferenza e magari nel disprezzo delle classi privilegiate; aveva penetrato la bontà nativa di un popolo meno taciturno del calabrese, più vul­canico, ma fondamentalmente cristiano. Certo anche li esi­stevano soprusi e corruzione, anche li si mordeva il freno contro i potenti e s'insinuavano opinioni scismatiche e superstizioni varie, ma il senso religioso della vita, radi­cato nel fondo delle anime, riusciva a mitigare le pene e a dar valore all'umano soffrire. Ormai, dopo tre anni d'assenza lunghissimi per lui e per gli amici, urgeva tor­nare in patria: lo reclamava l'affetto dei primi discepoli. A Milazzo lasciava una chiesa costruita come al solito con la prepotenza entusiasmante dei miracoli, e una comunità ardente, sorretta dal fervore generoso dei buoni, lasciava una schiera di anime temprate allo spirito della penitenza e della preghiera, e lasciava purtroppo anche inevase molte suppliche pervenute dai paesi interni per chiedere una «fondazione». Non aveva aderito, non aveva potuto ade­rire alle troppe richieste, perché non disponeva di molti «eremiti» cui affidare compiti così delicati. Soprattutto motivi di prudenza gli consigliavano di soprassedere, di rimandare a un futuro magari non troppo lontano l'inse­diamento di nuove comunità nelle zone più impervie del­l'interno.

S'era visto crescere tra le mani una famiglia a cui non aveva mai pensato, moltiplicatasi come una benedizione biblica intorno alla sua preziosa solitudine. Sulle prime, come sappiamo, non s'era voluto rifiutare alle preghiere di alcuni seguaci desiderosi d'imitarlo; poi man mano aveva raggiunto altri piccoli centri e adesso era andato addirittura oltre il faro; ma questo suo movimento non aveva ancora un crisma ufficiale. «Laici» potevano sempre aggregarsi senza dar conto a nessuno, specialmente se si trattava di vivere in pratica il Vangelo; ma dopo i laici erano venuti i chierici, i sacerdoti; il movimento aveva assunto una forma organizzata che aveva tutta l'aria d'un'istituzione, e la Chiesa aveva il diritto di sapere, e poi di approvare o no tale movimento. Non era cosa facile. Un vecchio divieto medievale, dovuto al Concilio Lateranense IV (1215), ostacolava sul nascere nuove forme di vita religiosa associata, rinviando a Ordini preesistenti coloro che manifestavano la velleità di fondatori. Lo stesso serafico Padre, a cui era tanto legato, aveva dovuto superare varie difficoltà per la fondazione dei «frati minori» e aveva dovuto subire l'umiliazione di passare per pazzo ostinato, per utopista impenitente; eppure non s'era pro­posto altro che d'osservare il Vangelo «sine glossa», senza intepretazioni edulcoranti. La Chiesa alla fine l'aveva approvato. Poteva succedere così anche per lui. Spirito sovranamente libero com'era, forse una delle anime più veramente libere di tutto il Quattrocento, si sentiva però ed era figlio della Chiesa. Finché era stato solo a scegliere un sistema di vita solitaria e «quaresimale», era tenuto a dar conto solo a Dio; ma ora, con tanti seguaci attorno, e specialmente con tanti «chierici», come fare? Urgeva la necessità di dettare un regolamento, uno statuto che desse indirizzo uniforme alle varie comunità, urgeva che la Chiesa ufficialmente, giuridicamente riconoscesse l'esi­stenza di questa congregazione, ne accettasse il nome, ne approvasse la regola. Egli sapeva di poter contare sulla benevolenza dell'arcivescovo Pirro Caracciolo, che l'aveva seguìto con devota attenzione fin dal suo ingresso in dio­cesi di Cosenza il 1452; ma la benevolenza, se era un'ot­tima disposizione, non aveva valore giuridico.

Ci sono nella vita di tutti i grandi momenti di per­plessità, di angoscia, di timore di fallimento totale, una sorta di crolli interiori, che non sono manifestazioni comuni della comune insoddisfabilità umana ma veri e drammatici tonfi nell'abisso, fortunatamente effimeri, ma intensamente sofferti; e ci sono nella vita di tutti i mistici momenti - talvolta periodi interminabili - di buio inte­riore, il vuoto pauroso, come se Dio li avesse abbandonati e tutta la loro opera appare a loro come un'illusione desti­nata a svanire nel nulla. È l'ora delle tenebre, l'immanca­bile Getsemani da cui si esce temprati e pronti ad affron­tare prove più eroiche e sofferenze più raffinate. Francesco era un grande ed era un mistico: ebbe anche lui 1'inevitabile dolorosa prova della notte oscura, ignorata dai bio­grafi ma certa, essendo essa parte integrante del cammino ascensionale, dell'itinerario a Dio di cui i maestri di spirito hanno parlato con impressionante lucidità. Certo non pos­siamo precisare, per mancanza di dati biografici, se fu appunto in questo periodo della sua storia ch'egli attra­versò con indomito coraggio e con ardenza di fede l'ango­sciante tunnel di questa prova, che viene riconosciuta come la più dolorosa di tutte; ma possiamo mettere la mano sul fuoco ch'egli non potette evitarla, come nessun santo ha mai potuto evitarla. Non potevano accorgersene gli estranei, non potevano accorgersene neppure i confra­telli, perché hanno questo di particolare i santi, di comuni­care gioia e sicurezza anche quando il loro spirito e immerso nelle tenebre più fonde. La letteratura mistica conferma questo stato d'animo, stupendo e dolorosissimo, in tutte le anime avvolte dal fuoco divorante dell'amor di Dio. Un esemplare assai vivo del nostro tempo, il Padre Pio da Pietrelcina, lo manifesta con raccapricciante drammaticità nel suo Epistolario. Ora chi legge a distanza di secoli la biografia del paolano, come d'ogni santo di cui non abbiamo dirette testimonianze psicologiche, sup­pone che tutto fosse certezza in lui, tutto fosse agevole il suo cammino e anzi il miracolo facile, di cui il Signore l'aveva dotato, sembrerebbe confermare il paradosso d'un uomo senza problemi. Occorre disingannarsi. Tribolazioni non sono soltanto le malattie e gli scacchi o le incompren­sioni del prossimo; al contrario più acute e dolorose sono proprio le tribolazioni che vengono da Dio. Non si com­prenderebbe nulla della vita d'un santo, se si volesse pre­scindere da questi «giochi d'amore» a cui Dio sottopone i suoi amati per purificarli sempre più e renderli più cari.

In ogni modo è certo che urgeva l'approvazione giu­ridica da parte della Chiesa per il movimento creatosi attorno a lui, ed è certo che Francesco non era uomo capace di arzigogolature giuridiche e burocratiche nell'im­mensa semplicità del suo pensiero e della sua azione. Si rimetteva a Dio. Ed egli provvide in maniera insospettata.

Sedeva sul soglio di Pietro il veneziano Pietro Barbo col nome di Paolo II. Gli storici hanno qualche ragione per classificarlo «mediocre» e, a distanza di secoli, pos­siamo ammettere che il suo nome è giunto fino a noi quasi per il solo merito d'aver costruito Palazzo Venezia. Però «mediocre» non significa «cattivo», significa soltanto che la sua levatura non fu tale da farcelo collocare tra i grandi papi che l'avevano preceduto e tra quelli che l'avrebbero seguìto. E fu dunque proprio Paolo II ad inte­ressarsi del grande calabrese. Non oseremo meravigliarci che la fama della santità di lui fosse arrivata fino all'orec­chio del papa, che anzi sarebbe volata anche più lontano, né che un papa prendesse a cuore un uomo e un episodio così remoto dal centro della cristianità: è appunto questo a farci comprendere come, in tempi di così difficili comu­nicazioni fosse ben ampia e diffusa la stima da lui acqui­stata. Il papa mandò un suo inviato a Paola perché si ren­desse conto personalmente di come stavano le cose, quanto ci fosse di vero e di gonfiato in tutto quello che si raccontava del santo, se ci fosse pericoloso fanatismo e, peggio, odore di zolfo con conseguente spirito di ribel­lione alla sede apostolica e soprattutto se ci fosse autentica ortodossia. Nel pullulare di fraticelli, di pauperisti, di sette ribelli, che mal nascondevano nel severo ascetismo le acu­tezze dell'orgoglio spirituale, poteva ben darsi il caso che anche la Calabria diventasse teatro d'insubordinazione contro la Chiesa, e dovere d'un papa era di salvaguardare la purezza della fede e dei costumi. Chi fosse l'inviato del papa non è dato sapere con certezza. Fino a qualche anno fa s'era ritenuto pacificamente che fosse il genovese Girolamo Adorno, uomo degnissimo di rispetto, ma la critica storica, all'esame spassionato dei documenti dell'e­poca, si duole di non poter confermare tale identificazione. Per quello che ci riguarda, è fuori discussione che questo prelato, chiunque egli fosse, accettò in pieno la responsa­bilità dell'inchiesta e, con gran seguito d'accompagnatori e di valletti, raggiunse San Lucido dove risiedeva provvi­soriamente l'arcivescovo di Cosenza Pirro Caracciolo. Ignoriamo, ovviamente, le disposizioni psicologiche che lo guidarono, ma è lecito supporre che l'intransigenza più arcigna o almeno la severità più rigida fossero la norma, ovvia e forse doverosa in casi del genere. Assettàti nella maniera più conveniente quelli del seguito e i cavalli, i due prelati si ritirarono a confabulare a lungo.

- Possibile? - esclamò a un certo punto il prelato romano alzando un sopracciglio. Il Caracciolo, che reg­geva 1'archidiocesi di Cosenza da oltre un decennio, cono­sceva bene e nutriva altissima stima per l'uomo di Dio e aveva preso a riferire alcuni dei tanti prodigi di cui era stato testimone diretto e indiretto. L'inviato del papa, già sorpreso da questa benevolenza quasi eccessiva d'un vescovo per un povero eremita, semianalfabeta per giunta, veniva preso alla sprovvista da quel racconto, gli sem­brava tutto una pia esagerazione. Il Caracciolo decise di non insistere.

- Guardi, Paola è a due passi da qui; ci vada da solo e mi dispensi dall'accompagnarla. Farò venire con lei uno dei miei sacerdoti che le faccia da guida. Io ci andrò in seguito, essendo stato invitato a benedire e porre la prima pietra per la nuova chiesa -. (Era la terza, quella che possiamo dire la definitiva).

Era d'inverno. Il canonico Carlo De Pirro (che poi testimonierà al processo di canonizzazione del santo il 20 luglio 1512) accompagnò il prelato romano a Paola.

- E quello - disse indicando l'eremita in mezzo agli operai del cantiere. Il romano rimase colpito dallo sguardo dolcissimo e penetrante dell'eremita, dal sorriso celestiale che illuminava il suo volto raggiante di bonaria maestà. Gli si avvicinò e istintivamente si chinò a baciargli la mano.

- Per carità - esclamò Francesco - non sia mai detto che un sacerdote che celebra la messa da trent'anni baci la mano a me che sono un povero ignorante.

Toccato. Era la prima manifestazione dello straordina­rio di lui che colpiva in pieno petto il prelato. Come faceva a sapere, quel calabrese, ch'egli era sacerdote da trent'anni?

- Entriamo, - aggiunse sorridendo Francesco - qui fa freddo; mettiamoci al riparo un po' vicino al fuoco. Entrarono. Il prelato, ancora sbalordito dall'improvviso incontro rivelatore, studiava in silenzio il suo soggetto senza darsene troppo le arie. Gli veniva in mente che un eremita come quello somigliasse a una poderosa quercia trapiantata dalla foresta in una serra di fiori e piante troppo fragili e delicate. Quei piedi scalzi, quel corpo adu­sto e vigoroso, quella fierezza aperta e cordiale, tipica­mente calabrese, del suo portamento gliela dicevano lunga sulle possibilità delle sue aspre penitenze. Ebbe l'ingenuità di spiattellarglielo in faccia:

- Voi potete fare così aspre mortificazioni, perché siete villano e rustico, ma non potete pretendere dagli altri un regime di vita così austero -. Nel sorriso di Francesco vagolò un'ombra di divertita ironia che a lui sfuggì:

- È vero, monsignore, io sono villano e rustico, per­ché se non fosse così veramente non potrei vivere come vivo - e così dicendo si curvò a prendere dal braciere i carboni ardenti con tutte e due le mani a giumella e li tenne sotto il naso del prelato per lunghissimi minuti.

L'originale pedagogia del santo potette registrare al suo attivo un'altra vittoria clamorosa: esterrefatto il prelato cadde in ginocchio, deciso questa volta a baciargli i piedi. Non lo consentì Francesco e gli permise di baciar solo il mantello, quel mantello ch'era stato sua vela nello stretto di Messina.

Di ritorno a San Lucido fu lui a magnificarne la san­tità: - Veramente quello che lei mi aveva detto è di gran lunga inferiore alla realtà: voglio riferire al santo Padre che attualmente non esiste nella Chiesa un uomo più santo del vostro Francesco -.

Naturalmente anche il papa, informato con entusia­stica ammirazione dal suo inviato, aprì il cuore alla bene­volenza verso il nascente istituto di Francesco. Purtroppo il 26 luglio seguente (1471) morì e tutto sembrò fermarsi. Ma il Signore non fa le cose a metà. Era arrivato nel frattempo dalla lontana diocesi di Savona un prete assai colto, laureato in utroque jure, che apprezzava il Vangelo più della cultura e la santità più dell'erudizione. Si chiamava Baldassarre e veniva da Spigno (Spigno Mon­ferrato?). Alla ricerca d'un migliore se stesso, col tormento nel cuore per la confusione dei valori umani che minaccia­vano di sopraffare quelli divini, aveva cercato un porto tranquillo per una più matura riflessione sulla sua perso­nale presenza nel mondo. Insoddisfatto, inquieto, nauseato anche dalla corruzione dilagante in alto e in basso, s'era fermato anche a Roma, dove però il suo spirito non aveva trovato possibilità d'ancoraggio per un approfondimento delle proprie responsabilità e per la scelta definitiva della sua vita. Divenuto un problema angoscioso per se stesso, come il grande Agostino, e la sua anima un territorio d'inquietudini, braccato dal pungolo dello Spirito Santo, era arrivato a Paola. Il suo approdo. Sentì che quello era il luogo sognato nelle sue veglie di preghiera a svolgere la sua evangelica missione di concordia e di pace sociale. Aveva bussato timidamente alla portineria e si vide accolto da Francesco con l'ampio gesto delle braccia aperte. Nei colloqui delle anime non occorrono molte parole: Francesco aveva letto nell'inquietudine del suo occhio il tormento di quella grande nostalgia che è la san­tità ed egli aveva letto nell'occhio profondo di Francesco la sostanziale realtà, misteriosa ma concretissima, della presenza d'un Ospite ch'egli cercava da tempo. La loro intesa fu definitiva. Diventò il confidente, il segretario, il confessore, l'altro se stesso del santo. L'Ordine dei Minimi riconosce nella costituzione Decet nos dell'arcive­scovo Pirro Caracciolo, emessa in data 30 novembre 1471, non solo l'inizio ufficiale della propria fondazione, ma anche, e forse più ancora, la mano esperta del giurista Baldassarre da Spigno, che ha prestato la sua parola al grande di Paola. Questo santo sacerdote, quasi secondo fondatore dell'Ordine, confessore di Francesco prima e di papa Innocenzo VIII poi, rappresenterà l'Ordine a Roma e sarà utilizzato dai papi in missioni diplomatiche che mai un eremita avrebbe potuto supporre. Abbiamo così ancora un'altra conferma dei «giochi» della Provvidenza, che governa le agitazioni dell'uomo, rispettandone con delica­tezza estrema la libertà, e le conduce dolcemente alle solu­zioni più benefiche per il singolo e per la Chiesa.

È doveroso aggiungere, e concludere, che dopo quella diocesana del 1471, verrà l'approvazione pontificia ed era anche nei disegni della Provvidenza che a darla fosse un papa dell'Ordine dei Minori Conventuali: la bolla Sedes Apostolica del 1474, con la quale si conferma autorevol­mente quella di Pirro Caracciolo, reca infatti la firma di Sisto IV, Francesco della Rovere, anche lui - ed è sinto­matico - della diocesi di Savona.

 

Cap. XI

CHI AMA LA PATRIA?

La sete del potere s'associa quasi sempre all'i­pocrisia, che poi è la peggiore di tutte le schiavitù. L'ipocrita non è mai se stesso, anzi non vuole esserlo, e così non è una personalità. L'umiltà, distacco da ogni potere, è sempre verità; ne conse­gue che l'umile è sempre se stesso, ed è perciò sempre una grande personalità. (Anonimo)

Andava misurando a passi concitati l'ampia sala, avanti e indietro, con scatti nervosi. «Aria di temporale» avevano sussurrato tra loro gli ultimi due valletti; li aveva licenziati tutti, con un cipiglio da far paura, e adesso, solo col suo cruccio, imprecava sottovoce contro quello strac­cione di calabrese che osava venire a sfidarlo fin quasi nella reggia. Si fermava all'improvviso, gesticolava come stesse altercando con uno di fronte lui, rifletteva, ripren­deva i passi scattanti e l'enorme mandibola si stringeva quasi a stritolare il malcapitato tra le ganasce gagliarde. Le guance flaccide gli cascavano ai lati del mento, come quelle di certi mastini che incutono terrore al solo vederli. «Nori. c'era in tutto il regnò una faccia che avesse il potere di spandere intorno a sé tanto gelo quanto la faccia del re... Ricordava qualcosa di simile al fato, con tutto ciò che di agghiacciante comporta tale genere di correlazione». Non si rendeva conto della sua bruttezza, resa ancora più repellente dai lampi di crudeltà che l'attraversavano, dalla ferocia con cui maturava astutamente i suoi piani e le sue vendette, pur di tenere in pugno una situazione che diven­tava di giorno in giorno più difficile. Avesse dovuto destreggiarsi coi pari suoi, col papa a Roma, coi Medici a Firenze, con gli Sforza a Milano, con gli altri principi d'Italia e dell'estero, sapeva bene lui quali armi adoperare: ma con questo calabrese della malora, che non si sapeva bene se fosse un mago, un santo, un imbroglione o una specie di villano ribelle, era difficile trovare il metodo più efficace per tenerlo a bada e costringerlo a farsi i fatti suoi. Ciò che lo urtava soprattutto era che quell'uomo non aveva paura di nulla e di nessuno. Studiare il modo di farlo tacere o di sbarazzarsene del tutto gli sembrava più difficile d'un affare di stato.

Tommaso Guardati, che spesso compariva a corte negli anni scorsi prima di morire, lo aveva ben messo sull'avviso, ridendo sconciamente delle ribalderie delle «detestande operationi di certi religiosi», abilissimi nel gabbare il prossimo per empirsi le bisacce, e forse questo Francesco da Paola doveva essere appunto uno di quelli. Ma anche gli altri cortigiani, adulandolo con un servilismo senza ritegno, ne dicevano di tutti i colori. Uno raccon­tava che quel monaco aveva fatto scaturire l'acqua dalla roccia e la chiamavano «cucchiarella», un altro scherzava sull'agnello uscito vivo dal forno, un terzo asseriva che a Paola aveva fermato un grosso macigno in bilico sulla strada ed era rimasto così per sempre, un quarto sghignazzava addirittura che avesse risuscitato dei morti, uno infine si scompisciava delle visioni cervellotiche nelle quali un angelo gli avrebbe mostrato il blasone nobiliare su cui era scritto charitas.

E dove le mettevano tutte quelle guarigioni miraco­lose ottenute con le erbe? Non per nulla lo chiamavano l'erborista. Tutte storie! Ridevano sgangheratamente nel raccontarsi queste barzellette e ci rideva di gusto anche lui, Ferrante, che pur si dava arie di uomo religiosissimo e non passava giorno che non si facesse vedere dai napole­tani ora in una chiesa ora in un'altra. Sotto sotto però gli veniva un dubbio timoroso che quei fatti corrispondes­sero a verità, e allora non più la risata ma un oscuro pre­sentimento lo afferrava.

Quello poteva essere veramente un santo, e magari tirargli addosso anche i castighi di Dio. Poi scacciava la paura e tornava a ridere coi commensali scrocconi, affo­gando il tutto in un buon bicchiere di vino.

Dove però non riusciva più né a ridere né a dimenti­care era al racconto delle cospirazioni che si dicevano ordite da quel monaco. Senza permesso aveva aperto nel suo regno vari conventi ch'eran diventati covo di congiure contro la sua regale maestà; apertamente tuonava contro la corruzione dei potenti con a capo il re e la sua famiglia; pare che godesse della stima e della confidenza dei vari baroni, senza rendersi conto di quanto fossero infidi, e sobillava ogni sorta di gente contro le leggi dello stato; la gente, la gente ignorante poi, non faceva che accorrere da lui in file interminabili, come in processione. E tutto questo era ancora niente. Gli aveva mandato perfino un suo rappresentante per ammonirlo e imporgli un po' di rispetto per la sua autorità e quel testardo d'un calabrese aveva arrogantemente risposto ch'egli non s'era mai sognato di mettere in dubbio l'autorità del re, che anzi rispettava più di qualunque suddito devoto e leale, che i conventi egli li aveva aperti con l'autorizzazione dei rispettivi vescovi e che essi erano luoghi di preghiera, dove s'imparava ad amare Dio e il prossimo e a rispettare ogni autorità e che lui, il re, avrebbe fatto molto meglio a favorire altre fondazioni. Peggio ancora il ribaldo aveva approfittato dell'occasione per insistere che non bisogna smungere troppo i popoli oppressi e che «guai a chi governa e mal governa», perché l'inferno esiste anche per i re. La risposta, riferita in termini approssimativi, e con toni ribellistici, aveva indignato ancora di più Ferrante, il quale ci stava ora ripensando rabbiosamente e stava rimuginando appunto il modo di far tacere per sempre, senza scandalo, quel profeta di sciagura.

L'ultima notizia che gli aveva rimescolato il sangue era nientemeno che quel Calabrese aveva ardito di man­dare alcuni suoi frati a Castellammare. Adesso la misura era veramente colma: fino alle soglie di Napoli s'era per­messo di arrivare e ciò in barba a qualunque divieto. Quella mattina stessa aveva fatto chiamare suo figlio Gio­vanni, da poco creato cardinale da Sisto IV, e gli aveva urlato:

- Corri subito a Castellammare a vedere quello straccione di calabrese cosa vi sta facendo e con quale permesso.

Poi aveva convocato il capitano delle galee, ordinan­dogli di volare in Calabria con una cinquantina di armati e catturare immediatamente quel cafone ribelle, che gli stava rompendo un po' troppo l'anima. Giovanni era par­tito, il capitano era partito ed egli ora non poteva dor­mire. Spalancò una finestra che dava sul golfo: nella quiete della notte, nel silenzio del mare gli parve d'udire una voce dolcissima e perentoria: «Maestà, pensate al bene dei vostri sudditi e della vostra casa. Non vi lasciate ingannare dalla potenza: Dio solo è grande ed Egli può sostenervi o abbattervi. Pensateci». Provò un brivido, era la sua coscienza? Si stropicciò gli occhi, richiuse la finestra, spense le candele e si gettò spossato sul letto. Ma il sonno non veniva.

A molti chilometri di distanza, a Paterno calabro, c'era un altro uomo che vegliava, Francesco. Vegliava in preghiera. Vedeva addensarsi nubi minacciose sulla patria e, mentre i principi italiani si contendevano l'un altro palmi di terreno da sfruttare e ricchezze da accumulare, egli vedeva orde d'invasori precipitarsi a saccheggiare l'umile Italia tutta vermiglia di sangue. Pregava con fer­vore e una tristezza insolita, e non si sapeva mai quando dormisse o si alimentasse un poco, almeno per reggersi in piedi. Raccomandava a Dio tante anime che si rivolge­vano a lui, tanti bisognosi di conforto e di aiuto, racco­mandava anche il re, che forse aveva più necessità di tutti, specialmente perché inconsapevole.

Arrivarono trafelati alcuni amici:

- Padre, padre, fuggite, andate a nascondervi, ven­gono i soldati del re per portarvi in carcere.

Sollevò la testa e li guardò con occhio tranquillo: - Non temete nulla; quando la coscienza è pulita e si ha fiducia in Dio, nulla di male ci può accadere. I soldati arrivarono, irruppero fragorosamente nella chiesa, guardarono, scrutarono, rovistarono dappertutto, entrarono in tutte le celle, misero a soqquadro ogni cosa: Francesco non c'era. Il sole era alto ormai, i muratori e i contadini guardavano in silenzio ostile quegli energu­meni e rimanevano in attesa di qualcosa di terribile.

- Dove si è nascosto quel furfante? - urlò il capitano.

Timidamente Antonio, un muratore non meglio iden­tificato, accennò:

- Ma come non lo avete visto? Sta in chiesa. - In chiesa? Ma se non c'è nessuno.

Tornarono furibondi in chiesa e Francesco, che si alzava in piedi in quel momento, - li accolse con un amabile sorriso:

- Figliuoli, che volete?

Il capitano rimase impietrito. Alla vista di quell'uomo calmo e venerando, sfuggito agli sguardi di tutti, eppure era li vivo e vegeto, provò uno strano sgomento, un pro­fondo senso di colpa. Come aveva osato, lui a servizio di un re terreno, tentar d'accoppare un servo del re del cielo? Ecco che il vero Padrone di tutti lo aveva reso invi­sibile, per dare a tutti una lezione. Cadde in ginocchio, scoppiò a piangere. Fu lui, Francesco, a prendere in mano le redini della situazione e a invitare i soldati stanchi e affamati a rifocillarsi un poco. Vuole una delicata tradi­zione che il poco pane messo in tavola dal santo si sia moltiplicato fino a sfamarli tutti.

Di ritorno a Napoli seppe che il cardinale d'Aragona aveva sistemato ogni cosa a Castellammare, aveva rispediti in Calabria gli eremiti di Francesco e aveva dato ordine di costruire su quel suolo una villa per conto suo. Ferrante ebbe il buon senso di non scalmanarsi troppo per la mancata cattura del ribaldo, anzi sgranò tanto d'occhi al racconto sbalordito del capitano e in cuor suo pensò che forse era stato meglio così: poteva davvero essere un santo quel calabrese ed era buona politica non farselo del tutto nemico.

Intanto il 6 dicembre 1479 Lorenzo il Magnifico, il «figlio del sole» sfuggito l'anno prima alla morte nella congiura dei Pazzi, con una decisione segreta e folle, par­tiva per Napoli. Mai viaggio più temerario aveva fatto in vita sua: andava a mettersi da se stesso in bocca al lupo, col rischio niente affatto ipotetico di lasciarvi la pelle. In un tempo in cui i pugnali vibravano colpi prodi­tori nella penombra dei salotti (e delle chiese!) e le segrete occultavano nel loro umidore di muffa nemici veri e pre­sunti e il veleno veniva signorilmente versato nelle coppe perfino di quelli che sembravano più cordiali amici, deci­dersi ad andare alla corte di Ferrante poteva significare un salto nella voragine. Lorenzo lo faceva per la ragion di stato; non aveva altra scelta: questa era la più temeraria ma anche l'unica possibile. Le altre, più o meno diploma­tiche, non rispondevano allo scopo o richiedevano lunghe trattative ormai non più attuabili. C'era il fatto che il pri­mogenito di Ferrante, Alfonso il guercio, duca di Cala­bria, era con le sue truppe vittoriose fin quasi alle porte di Firenze, e i fiorentini erano stanchi di guerre e forse stanchi dei Medici. Abboccarsi direttamente col re di Napoli, far togliere intanto l'assedio, staccarlo dal papa e farsene un buon alleato era lo scopo difficile del suo viaggio. Pensava di riuscirvi; e se no, ci avrebbe rimesso la vita.

Ferrante dimostrò d'essere un gran signore, mandan­dogli due galee a Livorno per il viaggio e allestendo un ricevimento a Napoli, con festeggiamenti così grandiosi e dispendiosi, da ricordarsene per qualche generazione. Ovviamente neanche Lorenzo arrivava, come si dice, con le mani in mano.

In quello stesso gelido mese di quello stesso anno il nobile Francesco de Florio di Cosenza andava a Paterno Calabro per incontrare Francesco. Lo trovò in un bosco, a circa un miglio di distanza dalla costruzione ciel con­vento, presso una calcara (una delle calcare dei miracoli), che spiegava il vangelo a circa trecento persone sedute in terra a semicerchio. Erano uomini e donne, muratori, contadini, massaie, gente dal viso cotto dal sole e dalle mani callose, che lo aiutavano spontaneamente nelle costruzioni. Pendevano tutti dalle sue labbra e anch'egli, il de Florio, rimase incantato ad ascoltare quelle parole dette alla buona, col linguaggio più semplice del mondo ma con la più profonda convinzione. Terminato il discorso, gli altri diedero di piglio al pane, alle ulive e a qualche altra leccornia del genere ed egli si rivolse all'e­remita per chiedergli varie cose. A un certo punto gli domandò cosa prevedesse per la guerra in Toscana.

- Altro che Toscana! - rispose tristemente France­sco -. Gliel'ho fatto dire tante volte al re e gli ho scritto anche una lettera che non s'impicciasse delle terre altrui. Io vedo il turco arrivare nelle nostre contrade e spargere il sangue cristiano.

Non era la prima volta che Francesco metteva sull'av­viso il re di Napoli e altre autorità del pericolo grave che correvano le terre del Sud, e l'Italia intera, per le minacce dei turchi. Dopo la conquista di Costantinopoli e quella di Rodi, le orde mussulmane miravano addirittura a Roma. Francesco non s'intendeva di politica, ma la sua sensibilità di uomo di fede e il suo contatto perenne con Dio gli facevano prevedere conseguenze disastrose della discordia tra i cristiani. Ignorava il viaggio di Lorenzo nella capitale, viaggio infruttuoso, almeno in parte, perché il duca di Calabria, Alfonso, nonostante il richiamo, forse non troppo convinto del padre, non aveva alleggerito la morsa intorno a Firenze.

La Serenissima dal canto suo temeva l'espandersi del napoletano e studiò il modo più energico per allarmare e far desistere Alfonso. Francesco, ricevuta un'altra visita da don Giacomo Guerrieri, del duomo di Nicastro, nel­l'accomiatarlo gli aveva regalato tre mele, una per lui, una per la marchesa di Gerace, nuora anch'essa di Ferrante per averne sposato il figlio spurio Enrico, e un'altra per il vescovo, aggiungendo queste parole:

- Dite a monsignore che faccia recitare ogni giorno nella santa Messa la colletta contro i turchi, perché mai come oggi essi sono stati tanto vicini alle nostre contrade.

Come si vede, in quegli anni c'era un uomo solo in tutta l'Italia a preoccuparsi dell'invasione mussulmana, e quest'uomo non era un diplomatico né un ambizioso, non era uno che avesse interessi personali da tutelare o feudi da difendere e dilatare: era un santo che si preoccupava della fede e dell'incolumità anche fisica della povera gente, un eremita tale che, allontanatosi dal mondo, non s'era chiuso in quel «sacro egoismo» di cui parlavano, anche a quei tempi, ottusi politicanti, ma nell'amore a Dio aveva trovato tenerezza e dedizione per i fratelli.

Sappiamo come andò a finire. Mohammed Il, solleci­tato addirittura da principi italiani, strinse dal mare Otranto con un assedio formidabile. La città, abbandonata quasi esclusivamente alle proprie forze, resistette eroica­mente fino all'ultimo uomo, subendo poi le devastazioni, le violenze e le carneficine dell'invasore. Ancora oggi un fremito di commozione percorre il lettore di quella pagina gloriosa di storia, a cui di solito si dà nei manuali poca importanza. In quella torrida estate del 1480 Otranto, l'avamposto della civiltà cristiana, città d'arte che aveva visto partire i crociati e lo stesso Francesco d'Assisi (con­trario alle crociate), rovinava sotto i colpi dell'efferatezza turca, ma col suo martirio richiamava l'Italia e l'Europa a maggiore serietà e concordia.

L'impressione fu enorme sia in Italia che in Europa. Vespasiano da Bisticci scrisse il suo famoso Lamento d'Italia e Ferrante prima di tutti, ma anche il papa, Lorenzo dei Medici, lo stesso re di Francia capirono che il momento era giunto di riflettere con maggiore serietà sulla situazione e agire in conseguenza. Quello che va qui sottolineato è il fatto che Francesco di Paola, unico fra i cosiddetti grandi del suo tempo, trepidò, pianse, pregò prima, durante e dopo l'esecrando genocidio della città italiana, e la sua statura morale si elevò al di sopra delle beghe, dei raggiri di corte, degl'interessi di parte, per inculcare con tutte le sue energie l'amore a Dio e alla patria. Si sa infatti che l'anno seguente, dopo otto giorni d'assoluto digiuno e di assidue veglie di preghiera, mentre i turchi venivano ricacciati in mare dagli eserciti coalizzati, uscì raggiante dalla sua cella per gridare gioiosamente: - Sia benedetto il Signore, fratelli, che ci ha voluto usare misericordia: i turchi stanno per essere cacciati dal nostro regno.

Si noti l'aggettivo «nostro»: c'è tutto l'amor patrio, la fedeltà, l'entusiasmo, la radice stessa dell'umanità di questo santo, che non possedeva un palmo di terra e par­lava del «nostro» regno. L'affannosa e stupenda pagina d'un libro, scritto alcuni decenni dopo, dove fiammeggia il cuore d'un altro italiano che urla: «A ognuno puzza questo barbaro dominio», e che costituisce una gloria, immensa certo ma ambigua di lui, non evoca la figura d'un solitario calabrese che nell'ombra e con efficacia assai maggiore delle armi, sosteneva come Mosè gli eserciti della civiltà, e ben pochi ricordano ancora oggi che i suoi frati a Otranto furono chiamati dal popolo ricono­scente «i frati della vittoria». Solo Giovanni Paolo Il, il papa polacco, che trepida per la sua patria e per l'uomo di tutti i continenti, ha potuto ricordare, nel V centenario della strage di Otranto, che i «beati martiri (di Otranto) ci hanno lasciato... due consegne fondamentali: l'amore alla Patria terrena; l'autenticità della fede cristiana».

 

Cap. XII

L'OBBEDIENZA È ANCORA UNA VIRTÙ

L'obbedienza è il mezzo messo da Dio a disposizione dei subalterni, ogni volta che si tro­vano all'incrocio delle strade, per dire all'autorità quello che pensano e di pensare ciò che loro viene detto. J. Montaurier (da Comme à travers le feu)

V + v = S, è l'equazione che san Massimiliano Kolbe proponeva a confratelli e amici. Cosa intendeva dire? V maiuscola, volontà di dio, + v minuscola, volontà dell'uomo, è uguale a santità. Tutta la santità cristiana è riducibile a tale equazione; essa infatti fu definita «lo sguardo dell'anima perdutamente teso in Dio». Non è una tecnica: è amore.

Nella tensione vibrante dell'anima, Francesco fin da bambino, più che proporsi un problema, aveva trovato la soluzione, aveva cercato di conoscere la volontà di Dio e di attuarla con estrema decisione. Non ebbe altro studio. Nella concentrazione della solitudine era riuscito a scandagliare le più abissali profondità di se stesso e aveva deciso con una sorta di ostinazione, senza pentimenti o ripensa­menti, di tutto il suo tempo umano.

Adesso, superato il sessantaseiesimo anno e raggiunta la perfezione di quest'arduo equilibrio nella dedizione a Colui che l'aveva sedotto, come il profeta antico, non aveva più desideri, se mai ne avesse avuti. «Mi sono ridotto a desiderare poche cose e queste a desiderarle molto poco» dirà un altro Francesco, quello di Sales. Aveva cioè raggiunto la vetta di quella che i maestri di teologia spirituale chiamano «la perfezione della vita cri­stiana», quel dominio assoluto e perfetto che fa tanto somigliare un uomo all'Eterno.

Che fosse diventato un uomo pubblico, noto ormai in tutta la Calabria, che lo venerava come il suo santo vivente, e nell'intera Italia, non gl'importava affatto, anzi nemmeno ne era consapevole. La sua uguaglianza di umore e di carattere, nella dolce fermezza delle sue incrol­labili convinzioni, il controllo di sé e l'abituale raccogli­mento, che lo rendeva cittadino del cielo più che della terra, davano di lui, agli uomini che avevano la ventura di avvicinarlo, un'immagine straordinaria indimenticabile, come di una presenza imperturbata di Dio. Il peso delle moltitudini, con gli occhi fissi, anche critici, su di lui non turbava la sua serenità, anche se il suo amore s'era dilatato in maniera cosmica.

Un uomo pubblico è portato a studiare le proprie mosse, è tentato di mettersi qualche volta una maschera, non fosse altro per dare buon esempio. San Domenico parlava di «una certa santa ipocrisia» (sancta quaedam hypocrisis) che ciascuno deve talvolta usare per il bene dei fratelli. In Francesco la lealtà non era solo uno stile di vita, era soprattutto un'esigenza di natura, e una condi­zione irrecusabile dell'amore: amore a Dio, verità assoluta, amore al prossimo, specchio di Dio. Ciò spiega la sua franchezza, la linearità del suo carattere, la coerenza insu­perabile della sua condotta e delle sue parole. Dio era la sua realtà suprema, se non addirittura l'unica, e tutto e tutti venivano da lui guardati in questa luce d'eternità. Rimproverava con la stessa severità il ricco e il povero, redarguiva gli esattori esosi del re e il ladruncolo di ciliege, incoraggiava con uguale tenerezza il malato d'anima e quello di corpo, soccorreva con la stessa pietà i bisognosi d'aiuto spirituale e quelli di aiuto materiale. Sapeva che tacere sull'ingiustizia sociale o tacere sui pec­cati del prossimo non era carità ma connivenza, e dunque usava la stessa fermezza contro gli oppressori del popolo e contro gli offensori di Dio. Il peccato, qualunque pec­cato, nella sua base teologica, è sempre egoismo e nega­zione di Dio e del prossimo, ed egli lo combatteva in alto e in basso, occulto o manifesto. Non aveva due pesi e due misure; e tutto ciò sempre con quella carità, senza arroganza, ch'era il suo distintivo e il suo programma di vita.

Un'altra cosa egli sapeva da tempo: che il suo sog­giorno nella patria terrena stava per concludersi. L'aveva detto ai confratelli in varie occasioni: «Andremo in una terra dove si parla altra lingua, dove noi non intenderemo le parole degli altri ed essi non intenderanno le nostre»; ma non affrettava né ritardava col pensiero il giorno della partenza; come sempre si rimetteva a Dio, sicuro che egli avrebbe fatto conoscere la sua volontà. Insomma non era né impaziente, né curioso. La vita di tanti di noi, diceva un poeta, somiglia al racconto fatto da un idiota; la sua invece, nell'ottica magistrale dell'eternità, si sviluppava in altezza e in latitudine con una coerenza logica impareggia­bile. Si poteva dire un capolavoro, se la parola non avesse un suono quasi profano. Ma anche Dio sa fare i suoi capolavori. Non è questione di destino, di quel tale destino che molti evocano e accusano secondo i capricci della propria instabilità psicologica; in lui era la docilità e la prontezza di una risposta alla voce interiore dello Spi­rito che guida gli uomini e la storia. Doveva lasciare la Calabria? Sia fatta la volontà di Dio. Ma come? quando? Lui lo sa, mi basta.

Intanto sarebbe un errore supporre che in questa pace immensa egli s'adagiasse come in uno spazio di riposo e d'inerzia. Al contrario; continuava il suo lavoro e la sua attività come se null'altro avesse da fare al mondo. Provvedeva a difendere i diritti di Dio con lo stesso fuoco di zelo che lo aveva distinto da sempre e provvedeva a difendere i diritti dell'uomo contro ogni sopraffazione ammantata d'ipocrisia giuridica; badava all'andamento delle comunità fondate e a quelle da fondare (l'ultima era stata quella di Maida) con attenzione meticolosa e saggia, organizzava attorno alla chiesa la vita sacramentale e litur­gica comprendendone l'insostituibile pedagogia, esortava i fedeli a mantenere pulita la coscienza («scupa la tua casa» era solito ammonire per la pulizia interiore), che è il tesoro più inestimabile quaggiù, a sostanziare i rapporti umani nella concordia e nella pace (la quale è «una santa mercan­tia quale merita di essere comprata ben cara»), componeva le liti fraterne e familiari anche, se occorreva, con miracoli strepitosi, incoraggiava a pregare e a fare continua peni­tenza dei propri peccati, perché il peccato è, in senso negativo, il segno della propria grandezza e libertà, distri­buiva corone per la recita del rosario, invitando le famiglie a pregare unite per vivere unite, donava candele benedette che a volte ottenevano grazie segnalate, panini che talvolta conservavano per anni freschezza e fragranza sfamando varie persone, lavorava sempre instancabilmente mante­nendo vellutata e bianca la pelle perfino dei piedi sempre scalzi, soprattutto pregava, pregava sempre, insieme e da solo, illuminandosi tutto di quella luce superiore che tanto fascino esercitava in tutta la regione. Quel faro di luce, acceso in pieno Rinascimento nei boschi della Calabria, era destinato a proiettare i suoi raggi nei paesi più lontani, ma la sua fantasia non volava sull'ala di sogni impossibili: egli santificava il presente nella concretezza della vita austera e felice che dilatava benessere e serenità in quelle zone abbandonate. Poteva considerarsi, ed era, l'uomo più equilibrato e felice di quell'epoca irrequieta.

Lontanissimo da Napoli, anzi addirittura fuori d'Italia, c'era un uomo che soffriva e aveva bisogno di lui. Que­st'uomo era un re, il re più potente dell'epoca: Luigi XI. Terminata la famosa guerra dei cent'anni (1459) che aveva molto contribuito alla dissoluzione della società feudale, egli era salito al trono il 1461, riuscendo con la forza delle armi e dell'astuzia a debellare tutti i suoi nemici, perfino Carlo il Temerario, e aveva attuato in pratica la teoria dell'assolutismo regale. Sono note le sue beneme­renze politiche: l'organizzazione del regno, la «ferma» istruttiva per l'esercito, il perfezionamento dell'artiglieria, la fondazione del servizio postale, la stamperia ecc. Adesso questo potente monarca era ammalato. Colpito qualche anno prima da un'apoplessia, da cui si era anche riavuto, non era riuscito a riacquistare la florida salute che lo ren­deva tanto spavaldo. E quel re potente aveva paura della morte. Ne aveva una paura folle. La morte gl'incuteva terrore sia per il fatto biologico della lacerazione, dello strappo dalle cose amate e per l'ignoto a cui d'improvviso lo poneva di fronte, sia soprattutto per lo scandalo che un re come lui, del quale tutti tremavano, finisse nelle sue grinfie come un comune mortale. Ne era sconvolto. Quel pensiero gli era diventato un incubo, un'ossessione. Il rimorso dei misfatti compiuti giocava la sua parte in quel terrore da pusillanime, ma era soprattutto l'orgoglio ad arrovellarlo, il timore di quello che poteva succedere dopo, senza di lui, nel suo regno. Si direbbe che una sorta di grandigia degaulliana avant-lettre lo gonfiasse e lo atterrisse d'altra parte l'impotenza dell'astuzia, che sempre lo aveva guidato, contro un nemico inafferrabile. «Pregava come un santo - ha scritto uno storico - ma, prima ancora che nascesse Machiavelli, governava come se avesse letto Il principe».

Filippo de Commines, che in un certo modo lo idola­trava, nella sua obiettività di cronista (ma più che cronista, storico di classe, psicologo più che scrittore) ne ha lasciato un ritratto indimenticabile a tutti noto. Sospettoso era stato sempre, ma dopo la malattia era diventato insoppor­tabile. Temeva di tutto e di tutti: in ogni nobile vedeva un rivale, in ogni estraneo un nemico, in ogni valletto un sicario. Le guance gli si erano scavate in un pallore di morte, gli occhi spiritati, le gambe malferme, la mente stessa a momenti sembrava vacillare. Era diventato un infelice e rendeva infelici quelli che erano costretti a viver­gli accanto. Il Commines faceva questa strana considera­zione: «Se si computassero tutti i giorni della sua vita, calcolando quelli maggiormente colmi di gioia e di piaceri rispetto alle pene e alle sofferenze, se ne troverebbero così pochi da contarne venti tristi su uno piacevole». Venti tristi su uno piacevole, è una percentuale da fallimento! Egli viveva il dramma della sua regale solitudine nel castello di Plessy les Tours, circondato da gendarmi, con un'angoscia che non gli dava tregua. Aveva convocato tutti i guaritori del regno e dell'estero, i medici più famosi, i maghi capaci d'esorcizzare la sua malattia, un medico, il Coittier, che lautamente stipendiato viveva al suo fianco, s'era provvisto di dozzine di reliquie di santi, e anche Sisto IV gliene aveva mandate, aveva fatto indire crociate di preghiere in tutte le chiese, con promesse di offerte a tutti i santi del Paradiso. Invano.

C'era un mercante napoletano, amico d'un dignitario di corte, che un giorno fece il nome di Francesco di Paola. Francesco di Paola? Chi era costui? Il Coppola ne esaltò la santità, ne raccontò i prodigi, si mise a tesserne l'elogio più sperticato. Lui stesso, asseriva, aveva ottenuto una grazia; sua moglie, dopo tanti anni, gli aveva partorito un figlio appena s'era raccomandata al santo eremita. La cosa fu riferita al re. Volle vedere il Coppola e immediata­mente decise che il calabrese dovesse venire alla sua corte. Mobilitò la diplomazia, consegnò una lettera al maggior­domo Guynot de Boussière, il quale, in compagnia d'altri nobili e dello stesso Coppola, si mise in viaggio per Paterno Calabro.

Francesco li accolse benevolmente, ma rispose no. Si guardarono in faccia sbalorditi: un uomo così modesto che gli avresti fatto l'elemosina a incontrarlo, non solo non si sentiva onorato dalla richiesta del re più potente d'Europa, ma si rifiutava anche di andare a vederlo. Da Napoli fecero arrivare la risposta negativa a Luigi XI, chiedendogli ordini. Il re di Francia, supponendo d'avere sbagliato tattica, si rivolse questa volta a Ferrante d'Ara­gona, perché interponesse i suoi buoni uffici presso l'ere­mita convincendolo a partire. A Ferrante non sembrava vero di potere rendere un segnalato servizio al re di Fran­cia, aveva sperimentato quanto il potere, anche ai tempi di suo padre, si reggesse sui trampoli e tenersi amico quel re poteva essere discreta garanzia per la propria sicurezza. Ma anche a Ferrante Francesco rispose, con affabilità e fermezza, no. L'età, la lontananza, i disagi erano tutte remore da non trascurare.

Ferrante rimase interdetto: una sorta di rabbia scanda­lizzata per poco non gli fece sfuggir dalle labbra un'imprecazione. Come sono strani questi santi! Eppure, forse sono i più logici degli uomini. Chi vive al solo contatto delle cose materiali sembra maneggiare un binocolo per vedere meglio le cose vicine, col risultato di vederle ingi­gantite e impediscono la vista di cose più importanti. Chi vive nelle nuvole, come certi intellettuali, afferra il bino­colo dal rovescio, e vede lontanissime e piccole le cose che fanno tanto soffrire i comuni mortali. Il santo, proprio colui che sembra il più estraneo al mondo, è uomo che ponendosi nella giusta prospettiva e senza binocolo, vede tutte le cose nelle loro vere dimensioni, proprio come le vede Dio. Il potere? le donne? la salute? il danaro? Tutte cose effimere e periture.

Non dirò che questi pensieri passarono per la mente di Ferrante, tutt'altro; ma Francesco a queste meditazioni c'era avezzo. E poi un re di questa terra non ha diritto sulla coscienza di nessuno. Restava un atto di carità da compiere verso un malato, re o misero che fosse; però al di sopra d'ogm cosa restava la volontà di Dio. Oscura­mente Ferrante aveva capito, per la prima volta in vita sua, che quel piccolo eremita era uno degli uomini più liberi e potenti del mondo e che nel suo rifiuto c'era una lezione pedagogica che nessun trattato avrebbe potuto for­nirgli. Più ancora dell'episodio della mancata cattura, que­sta libertà interiore di lui era stata di un'eloquenza che gli faceva toccare con mano la limitatezza del potere regale.

La conclusione fu che bisognò rivolgersi al papa. Sisto IV aveva certamente a cuore la salute del «re cristia­nissimo» e, naturalmente, aveva anche interesse, come Ferrante, a mantenere buoni rapporti con lui; e dunque anche a lui non parve vero di poter gettare tutto il peso della sua autorità in quella faccenda e spedirgli in Francia l'uomo di Dio. Fu così che in virtù della «santa obbedienza» e «sotto pena di scomunica» (!) Francesco ricevette l'ingiunzione del papa di recarsi in Francia.

Questa volta era veramente la volontà di Dio a mani­festarsi in maniera esplicita e Francesco chinò il capo.

 

Cap. XIII

IL GRANDE DISTACCO

Esci dalla tua terra e va' dove ti mostrerò... Partire non è tutto, certamente c'è chi parte e non dà niente cerca solo libertà. Partire con la fede nel Signore con l'amore aperto a tutti può cambiar l'umanità. (G. Cocquio)

Sorprende nella biografia di Francesco l'assenza del dolore. Questo capitolo, che è sostanziale nella vita di Cristo e dei santi, essendo il Calvario il vertice del cristia­nesimo, costituisce per lui una lacuna vistosa. Può sem­brare strano, ma credo che si debba approfondire la lettura della sua anima per avvertire le vibrazioni drammatiche e i suoni dolenti della sua privilegiata coscienza, perchè il dolore non è solo la testimonianza più certa dell'amore autentico, ma anche la particolare carezza dell'Amante vicino. Perciò non è possibile che la croce sia stata igno­rata da un uomo di acuta sensibilità com'era lui. E un fatto però che i biografi non vi accennano.

Tanto per cominciare, non sappiamo se è stato mai malato. Può darsi che la sua fibra sana e robusta, che lo portò alla longevità, abbia davvero resistito agli attacchi delle infermità comuni a ogni mortale, o può darsi che i biografi tesi a porre in evidenza lo straordinario del suo passaggio sulla terra, abbiano trascurato d'informarci al riguardo: ipotesi possibili entrambe, ma non documenta­bili. Se si eccettua la fistola all'occhio nell'età infantile, miracolosamente superata, non abbiamo notizia di qualche altra sua infermità, breve o lunga che fosse. È passato sulla terra senza subire le solite miserie cui andiamo tutti più o meno soggetti? Si potrebbe osservare che neanche Gesù, a quanto risulta dal Vangelo, è stato mai malato, e potrebbe questa essere una buona comparazione; e pure non oseremo affermare ch'egli sia uscito affatto indenne dai piccoli e grossi malanni della nostra riverita specie. Una sola volta rimase immobile una quarantina di giorni per un infortunio, quando gli cascò addosso da un bur­rone una carriola di travi che lo ammaccò malamente in varie parti del corpo e, dopo la degenza, balzò in piedi come nulla fosse accaduto. Magari un altro al posto suo ci avrebbe rimesso la pelle o l'invalidità per il resto dei suoi giorni.

D'accordo che la malattia non è l'unica e nemmeno la più grave sofferenza della vita; ma più certo ancora è che un santo della sua statura non può essere stato risparmiato per sempre dalla croce. A parte i digiuni, le veglie, le flagellazioni che furono però volontarie, e quindi sofferenze cercate ed esercitate con lunga costanza, a parte anche le notti oscure dello spirito che abbiamo cercato d'indovinare, a parte anche le varie incomprensioni e persecuzioni da noi accennate, e da cui uscì sempre brillante­mente, occorrerebbe un'analisi psicologica, forse audace ma non inverosimile, del suo comportamento che ne illu­minasse meglio la fisionomia spirituale.

Per esempio, ad analizzare con una certa acribia il tra­sferimento avvenuto per ubbidienza al papa, si potrebbero cogliere certe sfumature del dolore ch'egli non confidò a nessuno, trincerandosi dietro «la volontà di Dio», ma non deve sfuggire a un osservatore attento il dramma intimo che un tale strappo comportò. Pensate: è già una sofferenza atroce doversi sradicare dalla propria terra e dalla propria opera dopo i sessantasei anni suonati. A quell'età un uomo avrebbe il diritto d'essere lasciato in pace, di non essere più frastornato da nessuno, di non sentirsi tagliare le radici della propria umanità, di non dover rinunziare per sempre agli affetti sereni della vec­chiaia. Il viale del tramonto coi cipressi in vista ha esi­genze di pace e di quiete, reclama rispetto e spesso, come nel suo caso, venerazione: un uomo che conclude la sua vita nella dolcezza malinconica dei giorni che non hanno più storia, anche se fu grande protagonista di storia igno­rata dagli altri, dovrebbe essere circondato di riposante serenità. E ovvio dunque che per lui quello fu uno strappo doloroso, che gli fece sanguinare il cuore. Ma non disse nulla. Si dirà che ne era consapevole da tempo, ed è vero. L'Anonimo ci fa sapere che più di vent'anni prima a un gruppo di confratelli tra i quali c'era anche lui, aveva pre­detto questa sua partenza. L'abbiamo accennato anche noi; ma tentiamo di capire più a fondo.

È vero che il Signore l'aveva preparato a questo passo con tanti anni d'anticipo, ed è anche vero che di storia egli dovrà ancora farne; è anche vero però che questa stessa predizione fu causa di sofferenze per lui: lo presero per un sognatore, un esaltato insomma, e i confratelli ne ridevano tra loro. Fratres hoc in risum verterent, afferma lo stesso Anonimo. Non crediamo che Francesco non se ne sia accorto, ma tacque. Come questa, chissà in quante altre occasioni avrà dovuto, con la sua delicata sensibilità di uomo e di santo, dissimulare le incomprensioni, i mot­teggi nell'ombra e sottovoce della gente e dei frati, con la sfumatura di quelle sofferenze «squisite» che formano i santi eroici. Nulla stanca presto l'uomo mediocre come l'ammirazione di colui che gli vive a fianco e, d'altronde, trovo più ammirevole questo suo silenzio che i suoi cla­morosi miracoli. Perchè non dobbiamo illuderci su due punti: primo, che i santi siano insensibili: al contrario hanno, come fu detto, il cuore liquido e una delicatezza di sensibilità superiore talvolta a quella dei poeti; secondo, che essi, presi da pensieri troppo grandi, non s'accorgono della mediocrità degli uomini che li circondano: al contra­rio, Francesco, avvezzo com'era a leggere nelle coscienze, fu costretto a dissimulare la meschinità delle loro interpre­tazioni, offrendo a Dio l'umiliazione che gli proveniva perfino da un carisma così prezioso. Essere deriso è soffe­renza atroce, essere deriso per il bene è eroismo, essere deriso per i doni di Dio, da quelli appunto che dovreb­bero apprezzarli meglio, è santità. Francesco è più santo per queste punture di spillo eroicamente taciute che per altre mirabili cose operate. '

Infine, la stessa riluttanza piuttosto ostinata con la quale aveva resistito all'invito del re di Francia e di quello di Napoli, possono sollevare qualche altro lembo sul segreto della sua coscienza: essa aveva scaturigini sopran­naturali senza dubbio, e ci sorprende tanto più in quanto egli già sapeva da tempo di dover partire. Un altro al suo posto avrebbe pensato ch'era finalmente giunta l'ora decisiva e avrebbe senz'altro accettato. Lui no. Chiedia­moci perché. Da un lato egli non si fidava nemmeno della premonizione avuta in anni lontani; nella sua umiltà, non si fidava delle rivelazioni cosiddette private che potessero trarlo in inganno e attendeva un segno più certo della volontà di Dio; dall'altro il suo cuore umano riluttava a un distacco doloroso, fosse pure per desiderio di due re, e accettava la lacerazione solo per volontà di Dio. Quando quella volontà fu veramente esplicita prese la sua decisione.

E quanto questa fosse drammatica risulta da tutto il suo comportamento. Convocò i suoi religiosi, ai quali rivolse le ultime raccomandazioni come dettasse un testa­mento, salutò con affetto paterno tutti gli amici e i vari benefattori e collaboratori ch'erano venuti a salutarlo, diede la benedizione alle anime devote che l'avevano seguìto nel difficile cammino dalla carità, pregò insieme con tutti loro per il bene della pace sulla nazione italiana dilacerata e su quella francese che doveva ospitarlo, esortò tutti a perseverare nel santo timore di Dio. Tutti soffri­vano per la sua partenza e piangevano: lui, che ne soffriva più di tutti, non piangeva. Offrì a tutti qualcosa: rosari, candeline, panini e alla sorella Brigida, che gli chiedeva un ricordo più personale, offrì con semplice disinvoltura un dente della sua bocca, staccandolo come un frutto dal­l'albero.

Quella fu la notte più lunga della sua vita. La passò in preghiera, mentre sullo scenario nostalgico del cuore rivedeva gli anni delle molte grazie ricevute, dei tanti pro­digi operati dal Signore con quello strumento inutile ch'era lui stesso, delle conversioni operate in tante anime. E si umiliava alla presenza dell'Altissimo, confuso e tribo­lato di fronte all'ignoto che l'attendeva in una terra stra­niera, intenerito per l'abbandono delle tombe dei genitori sepolti in quella chiesa, (vi si era avvicinato un momento in punta di piedi, quasi timoroso di destarli, e aveva sominessamente ringraziato Giacomo e Vienna per il dono immenso della vita e della straordinaria libertà che gli ave­vano concesso in tempi nei quali i genitori disponevano in maniera quasi assoluta del futuro dei figli), lacerato dal distacco di tante anime ferventi che lo seguivano sulla strada dell'eroismo; e nello stesso tempo adorava quella volontà dolce e terribile, che nella stessa intimità dell'a­more sapeva essere inesorabile. Fu la sua lotta con l'an­gelo, il corpo a corpo dal quale si levò con rinnovata energia, pronto a ricominciare da capo come un giovane atleta. L'alba del 2 febbraio 1483 spuntò con la gelida fulgenza degl'inverni calabresi, dove c'è sempre un vago anticipo di primavera. Era pronto. Rivolse le ultime affet­tuose raccomandazioni al P. Paolo Rendacio, che lasciava suo vicario per i conventi italiani, salutò ancora con ilare volto la comunità raccolta per il definitivo commiato e intraprese il placido cammino in compagnia del P. Bernar­dino Otranto e Giovanni Candurio. C'era anche suo nipote Nicola di Alessio, il figlio di Brigida ch'egli aveva risuscitato con un miracolo, e il ciuchino Martinello, che pazientemente li precedeva, e talvolta li seguiva, nei sen­tieri montani. Andavano lentamente, ognuno col suo bastone in mano, per appoggiarsi nei momenti di stan­chezza e di pericolo.

Francesco aveva cortesemente rifiutato la galea e la scorta offertegli da Ferrante; aveva preferito le giogaie interne della Calabria e della Basilicata, quasi per carezzare con gli occhi l'ultima volta quella terra benedetta che amava. Attraverso le gole e le forre il tratturo s'inerpicava o scendeva, rasentando burroni e scoprendo paesaggi impervi scabri e stupefatti nel silenzio incontaminato, dove l'occhio scandiva insieme con le labbra la solennità della preghiera sorvegliata dai voli del falco sul mormorio dei boschi. La piccola comitiva puntò su Castrovillari, sostò a Morano, risalì le propaggini del monte Pollino, raggiunse Campo Tenese. A quell'altezza Francesco represse un singulto, si voltò indietro a guardare l'ampia distesa della piana di Sibari e, come ispirato da un amore irreprimibile, alzò la destra per una larga benedizione alla terra della sua vita e dei suoi sogni, che non avrebbe accolto la sua morte. Il primo Francesco aveva benedetto Assisi, dove sulla nuda terra volle morire; questo secondo Francesco, stando a piena tradizione, non potendo morire nella sua terra, lasciò sulla roccia l'impronte dei suoi piedi, come a perpetuare una presenza che nessuno mai avrebbe potuto cancellare: l'antica civiltà d'un popolo, abbando­nato ora alla sua sorte, si trasferiva col suo più emblema­tico personaggio al nord di quella terra dove lasciava le sue radici.

Al rimpianto delle popolazioni che lo perdevano suc­cedeva ora l'entusiasmo di quelle che lo guadagnavano, fosse anche per un giorno. La Basilicata, terra vergine e dignitosa come la Calabria, viveva assorta nelle altitudini dei cieli sospesi sulle foreste con la purezza d'un velo azzurro denso di misteriosi richiami. Il tempo era fermo, e il passaggio d'un santo creava un'atmosfera di mobilità giuliva nell'ingenuo candore delle animé aperte alla cor­dialità. A Castelluccio, primo dei paesini incontrati in mezzo al verde e alle rocce scoscese, Francesco osò chie­dere un bicchiere di vino per sè e per la comitiva a un poveretto che sull'uscio di casa li guardava passare. Questi non riuscì a nascondere il sincero disappunto, perchè poteva giurare che la botte era ormai asciutta da vari giorni, ma alle sue insistenze volle farglielo toccare con mano: spillò e, con grande stupefazione, vide zampillare un vino tanto pretto e saporito da rinfrancarne lui e la comitiva e gli amici presenti.

A Lauria, accortosi che Martinello aveva consumato i ferri e soffriva nell'andare, sostò presso un maniscalco, al quale non sembrò vero di poter servire dei clienti fore­stieri. Fece un lavoro da artista: tagliò le unghie col rognapiedi, pulì col curasnetta e poi applicò a fuoco i quattro ferri, guardando soddisfatto il suo capolavoro. Francesco lo ringraziò e fece per muoversi.

- Un momento - urlò il maniscalco - mi dovete pagare - e disse il prezzo.

- Per carità, - rispose Francesco - noi non abbiamo danaro.

- Come non avete danaro! E io che ci sto a fare qui, a lavorare per nulla?

- Per carità - insistette Francesco.

- Che carità e carità, qui mi dovete pagare. - Fran­cesco capì l'antifona e rivolto al ciuco, ordinò:

- Martinello, restituisci i ferri al padrone. Il somaro, ubbidiente, scosse con eleganza le quattro zampe una alla volta e i ferri rimasero sul selciato. Sbalordimento, terrore, rimorso. L'uomo supplicò di rinferrare il somarello gratui­tamente, ma irremovibile questa volta fu il santo: con la pedagogia della carità, che aveva premiato le ottime disposizioni del poveretto di Castelluccio, volle punire il maniscalco di Lauria. «Non solo i ricchi mancano di carità, spesso anche i poveri: riducono il loro cristianesimo a poche pratiche di devozione» disse ai compagni lungo il cammino. A Lagonegro trovò un maniscalco più tratta­bile. Raggiunsero Polla, dove nella casa che lo ospitò Francesco s'improvvisò anche pittore: ai coniugi che gli chiedevano un ricordo personale non potette offrire altro che un disegno tracciato col carbone su una parete: era il suo autoritratto. Peccato che sia stato cancellato dal tempo. A Salerno era già in fervorosa attesa la delegazione di Ferrante e la cittadinanza quasi al completo: c'erano i nobili inviati da re, il francese de Boussière, Camillo Pandone, Cesare di Gennaro e altri col popolo festoso che gremiva le strade e, come videro sbucare da Fratte la stanca comitiva, le mossero incontro con una ressa incomposta e devota, desideroso ognuno di vederlo da vicino, toccarlo, averne una benedizione. Anche lì un miracolo di gratitudine per gli ospiti Capogrosso: erano morti in tenera età tutti i loro figli. «Al primo che nascerà imporrete il nome di Francesco Maria e state tranquilli», ingiunse. Sopravvisse infatti il nascituro e gli altri che nac­quero dopo di lui. «Aggiungete sempre Maria dopo il primo nome» aveva detto il santo.

La comitiva era diventata una piccola folla e il viaggio assumeva un'ufficialità gaia e rumorosa dalle caratteristi­che partenopee. Il popolo di Cava dei Tirreni volle addi­rittura che Francesco fosse lui a porre la prima pietra d'una chiesa destinata al nome di Gesù e anche lì vari prodigi confermarono la grandezza della sua santità. Erano ormai alle porte di Napoli.

Questo trionfale viaggio merita una sosta di rifles­sione. Motivo esplicito di tutto l'avventuroso cammino era la sperata guarigione di Luigi XI; però chi voglia riflettere un poco in profondità non può nascondersi par­ticolari che lasciano perplessi. Un santo di sessantasette anni che affronta un viaggio lunghissimo e disagevole per guarire un ammalato, come fosse il più alto luminare della medicina, esce ben fuori degli schemi dell'ordinaria ammi­nistrazione. Compito della santità non è la guarigione degli ammalati, anche se questa non va esclusa del tutto; e del resto non era necessario un viaggio di tante migliaia di chilometri: poteva ben guarirlo senza muoversi affatto dalla Calabria. E comunque non sembra questa una mis­sione sostanziale, di tale portata cioè, da giustificare ed esaurire la grandezza di Francesco.

Seconda riflessione: il re non guarirà affatto, anzi morrà piuttosto presto e dunque il viaggio risulterebbe assolutamente inutile.

Terzo: morto il re, Francesco non torna più in Cala­bria, e rimane in Francia per altri venticinque lunghissimi anni, fino alla sua morte, quasi naturalizzandosi col suo nome stesso a quella nazione. Perchè?

La logica umana troverebbe da ridire, se non da ridere, su tutta questa clamorosa messinscena, e forse ebbe ragione chi disse che il romanzo è più logico della vita. Può darsi (ma non nella letteratura attuale); in questo caso però la logica umana deve cedere il passo a quella divina. Convertire un'anima, fosse quella d'un re o d'un umile suddito, val bene un viaggio. San Carlo diceva che un'a­nima sola è una diocesi abbastanza vasta per un vescovo. Francesco non ignorava l'inutilità, dal punto di vista umano, della sua enorme fatica. Ubbidì ugualmente al papa. L'ubbidienza non sarà più una virtù, come si dice, ma Cristo si fece ubbidiente fino a morire in croce. Che ne sappiamo noi del lavorio profondo della Grazia all'in­terno della coscienza e della società? Il santo si pone al centro della famiglia umana come punta di diamante che brilla e intacca la cupola del cielo per ottenere piogge di misericordia; e si pone anche contro di essa per fustigarla a prendere coscienza delle possibilità di grandezza che essa neglige o deride. La rinunzia del santo non è passività o abbandono del campo: è lezione di virilità. Nei disegni della Provvidenza c'erano segreti, che, magari, a distanza di secoli ci sfuggono; è ben difficile, dopo cinquecento anni, decifrare il contesto psicologico e spirituale in cui s'agitavano uomini dai nomi famosi ed oscuri. È tuttavia fuori dubbio che quel suo clamoroso e faticoso cammino non fu inutile. Anzitutto l'Ordine dei suoi eremiti non aveva ancora né l'approvazione pontificia e neppure una Regola: le avrà in questi anni. Non fu inutile per la conversione, più importante della guarigione, di Luigi XI; non fu inutile per la stessa glorificazione dell'umile cala­brese che, appunto in quel formidabile annientamento di sé s'impose all'ammirazione dell'intera Europa; non fu inutile per le relazioni politiche e diplomatiche tra gli stati del Quattrocento; non fu inutile nemmeno per la dimenti­cata Calabria, il cui figlio più illustre veniva ospitato nella reggia del più illustre re dell'epoca.

Una lezione della storia è questa: che tutto ha un peso nelle vicende umane, anche le più trascurabili cose e che se ogni anima si lasciasse guidare, come Francesco, dal­l'impegno del sacro, darebbe man forte alla civiltà con la stessa efficacia, e forse maggiore, delle scoperte del genio e del progresso tecnico. Immaginate cosa sarebbe diventata l'Europa se Lutero, alcuni decenni dopo, si fosse comportato come Francesco.

Più ampiamente possiamo aggiungere che quando il «sacro» (di cui Francesco fu altissimo portatore) è stato ufficialmente bandìto dalla nostra cultura, l'unità dei popoli si è andata sempre più frantumando e non esistono Società delle Nazioni o Nazioni Unite che riescano a fre­nare la folle corsa agli armamenti che minaccia disintegra­zioni planetarie. Il discorso, lo so, può sembrare enfatico ed esorbitare dai limiti d'un capitolo della mia modesta biografia; ma gli uomini di questo secolo hanno il diritto d'essere richiamati, sia pure con sincerità, all'enorme responsabilità verso la loro storia, che sta rischiando di saltare. Io ritengo che i disagi, le fatiche di quel viaggio di Francesco, uniti alla grande sofferenza del distacco, gio­varono alla santità di lui e al bene dei popoli del suo tempo più ancora delle sue preghiere e dei suoi portenti. Quella che fu definita «la storia segreta» che mai nessuno scriverà, ha un valore incalcolabile nei piani della Provvi­denza avvezza a scrivere diritto su righe storte.

Forse molti cristiani sono dei santi falliti perchè non hanno avuto il coraggio di Abramo e di Francesco quando hanno udito la voce: «Esci dalla tua terra e va' ...».

Dove spesso la «terra» è un minuscolo e immenso territorio dal nome io.

 

Cap. XIV

TRA I GRANDI

Quando i potenti di quaggiù vi faranno domande insidiose su un mucchio di problemi pericolosi, come la guerra moderna, il rispetto dei trattati, P organizzazione capitalistica, non abbiate vergogna di confessare che siete troppo stupidi per rispondere, che in vece vostra risponderà il Vangelo. G. Bernanos (da «I grandi cimitef sotto la luna»)

Si sentiva afferrato da un'oscura inquietudine. Non conosceva di persona l'eremita calabrese, non l'aveva mai visto da vicino e non sapeva quale fosse il suo vero aspetto. Di lui sapeva ciò che si diceva in giro, che era cioè un taumaturgo, un uomo che aveva grande ascen­dente sulle masse popolari (il capitano, ch'era andato per catturarlo alcuni anni prima, ne aveva parlato con estrema ammirazione ma anche con un certo timore), che non aveva peli sulla lingua, che comandava agli animali e alla natura come un sostituto del Padreterno. Dai suoi informatori privati (che di quelle cose ridevano con ostentato scetticismo) era anche stato messo al corrente che intratte­neva stretta amicizia con certi baroni (come i Sanseverino, gli Spinelli, i Concubeth) ed era molto ben visto, se non addirittura intimo, dell'Alimena, de Paladinis e altre per­sonalità autorevoli, dalle quali lui, re di Napoli, aveva fondati motivi per stare in guardia. Il reame si reggeva su un equilibrio instabile, insidiato com'era all'interno appunto dai baroni scontenti e all'esterno dalle pretese mai sopìte della Francia. Egli dunque diffidava; e Francesco, nella sua carica di spiritualità, poteva essere anche senza volerlo il più insidioso dei suoi avversari.

A Firenze si scalmanava dal pulpito quel Savonarola che dava filo da torcere al Magnifico, ma pare che Lorenzo, con profonda amarezza, lo tollerasse. A Napoli non c'era Savonarola: il conventuale Roberto da Lecce, uomo di vasta cultura e predicatore d'alta classe, era stato cooptato nell'Accademia Pontaniana (il Pontano, nono­stante il suo anticlericalismo, lo teneva in grande rispetto) e poi era anche confessore del duca di Calabria, Alfonso, e dunque non poteva permettersi il lusso di dar fastidio; gli altri, tra cui il famosissimo Barletta, strillavano anche con veemenza maggiore dai pulpiti, ma è noto che cane che abbaia non morde. L'unico davvero temibile era que­sto calabrese che parlava poco e scriveva meno, ma dove toccava lasciava il segno. Adesso che stava per arrivare a Napoli, Ferrante doveva studiarselo bene, e comunque, dal momento ch'era diretto in Francia, farselo buon amico e usarlo come utile pedina sullo scacchiere politico.

Ordinò di allestire le carrozze per sé e i suoi tre figli, Alfonso duca di Calabria, Federico principe di Taranto e Francesco duca di Sant'Angelo, per i maggiordomi e i dignitari di corte, cui si unirono cavalieri, valletti e servi­torame vario, con la solennità e la magnificenza che l'occasione richiedeva. Non bisogna dimenticare, e i cronisti del tempo lo sottolineano, che non andava a incontrare un umile eremita calabrese, ma addirittura un «inviato del papa», un uomo necessario al potentissimo re di Francia. La descrizione dell'epoca assume i toni della grandiosità più spettacolare. A Porta Capuana, che allora era un po' più a occidente (Giuliano da Maiano, su ordine dello stesso Ferrante la rinnovò completamente due anni dopo, spostandola verso oriente) la folla rigurgitava come per l'arrivo dei più famosi principi della storia. Napoli contava in quel tempo suppergiù ottantamila abitanti e sembrava che tutti gli ottantamila e oltre si fossero riversati nelle piazze, per le strade, sui balconi. Lo stesso Ferrante ne rimase sorpreso e alquanto indispettito. Ricordava le venute di Sigismondo d'Este nel 1473, del duca di Borgo­gna nel '75, di Lorenzo dei Medici nel '79 e certamente erano state memorabili per l'ufficialità di manifestazioni e concorso di folle; quello che lo colpì in questa occasione era la spontaneità e l'allegria dell'accoglienza popolare, in una marea così ingente che non avrebbe mai sospettato. Lui stesso si sentiva travolto da quell'onda di entusiasmo irrefrenabile e, una volta tanto, era sinceramente commosso.

Tanto più lo fu all'incontro col paolano. Nel vedere brillare, in mezzo al candore della barba e dei capelli, quei due occhi di fanciullo dolci e penetranti e quel sorriso aperto e ingenuo, gli caddero dal cuore le riserve e i sospetti accumulati. S'aspettava d'imbattersi in un uomo autorevole e arcigno, tutto compreso dell'importaza della propria missione, dal giudizio tagliente sulla dilagante cor­ruzione e invece si trovò di fronte a un povero eremita, stanco e sorridente, dalla tonaca lisa, dai piedi scalzi, dal­l'aria umile e raccolta, non infastidito né gonfiato da quelle rumorose testimonianze di venerazione d'un popolo sterminato. Si abbracciarono, lo abbracciarono quelli del seguito e tutti avvertirono dentro di sé un'insolita gioia, un sentimento di pace e di bontà diffondersi quasi fisica­mente all'intorno. La folla voleva baciargli le mani, il cor­done, i lembi della tonaca, implorava, applaudiva, urlava e molti stranamente piangevano. Nessun cronista ci fa sapere se fosse presente l'arcivescovo di Napoli, che era in quegli anni Alessandro Carafa, fratello uterino del car­dinale Oliviero trasferito a Roma. Probabilmente non c'era. E non c'era nemmeno il figlio di Ferrante, il cardi­nale Giovanni. Quel 27 febbraio fu tuttavia uno dei più memorabili per la capitale delle Due Sicilie.

Arrivarono al Castello, dov'erano in attesa la regina Isabella e altre dame, e tutti rimasero colpiti dalla signorile semplicità di quel monaco che sembrava superare ogni categoria sociale per la nobiltà del tratto e la dolcezza del sorriso. Passarono sotto l'arco di trionfo di Alfonso che «vale un poema», ma egli non se ne accorse nemmeno: camminava con affabilità in mezzo a tutti quei nobili, ma la sua anima era in alto, molto più in alto degli effimeri trionfi.

Ferrante gli aveva fatto preparare un appartamento accanto al suo, dicono, col segreto proposito di spiarlo a dovere e avrebbe fatto praticare anche una fessura nella porta. Pare invece che il santo abbia preferito alloggiare fuori del Castello, nel monastero di Santa Croce che sor­geva nell'orto dei santi Luigi e Martino, dove attualmente sorge la grandiosa basilica dedicata a lui, Francesco di Paola, e dove poco dopo, nella località semideserta, sarebbe nata una sua comunità. Certo gl'incontri col re furono vari e frequenti, ma conoscendo noi le abitudini di Francesco, preferiamo col Pontieri supporre ch'egli abbia gentilmente richiesto di alloggiarsi nella solitudine anziché presso la corte, allo scopo d'avere maggiore spazio di preghiera e più libertà. Che Ferrante abbia studiato di sondarne la santità autentica e magari di corromperlo, è anche ovvio, come ovvio è che non vi sia riuscito. Che per esempio gli abbia mandato una pietanza di pesci preli­bati e che il santo l'abbia gentilmente respinta, restituendo loro la vita e ammonendo il sovrano a rimettere in libertà gli oppressi, come lui ridava la vita a quelle creature di Dio, è nello stile del santo. Che il re abbia tentato di fargli brillare sotto gli occhi un bel vassoio di monete d'oro e ch'egli a sua volta ne abbia spezzata una, facen­done sprizzare sangue e aggiungendo che quello era san­gue della povera gente, è anche possibile. Che abbia ope­rato altri miracoli più o meno clamorosi per tutti quelli che ricorrevano a lui, guarendo infermi e infondendo spe­ranza nei cuori sconsolati, nessuno oserebbe metterlo in dubbio. Che infine abbia severamente ammonito il sovrano a cambiare registro, perché «guai a chi governa e mal governa» e che «l'inferno esiste anche per i potenti del mondo» e che «la sua casata si sarebbe miseramente estinta se non si fosse convertito», anche ciò rientra nello stile dei due personaggi che si trovavano di fronte. Del resto il Pontano stesso non ne faceva un mistero: «L'Italia tutta è congiurata contro la potenza e stato vostro...» e il citato Barletta, come altri predicatori, tuonava: «Se le vostre vesti si mettessero sotto il pressaio, ne strizzerebbe il sangue dei poveri». Non era demagogia. Nessun dubbio perciò che il santo sia stato, non diciamo crudelmente aggressivo col re, ma sincero e coraggioso, com'era nel suo temperamento, è fuori discussione. Quello che ci sem­bra da precisare è l'atteggiamento. Il santo era ospite di riguardo e come tale veniva trattato. Ciò non lo disto­glieva certamente dall'ardenza dell'amore a Dio e al pros­simo, che ne costituiva l'essenza e l'insegna da vari decenni; egli però era anche persona educata, anima sensibile, e aveva l'abitudine, anche nel dire verità scottanti, di far capire all'interlocutore che parlava per carità, non per sdegno o disprezzo. Alla fantasia popolare piace immaginarlo col dito puntato contro il bastardo di Lucre­zia d'Alagno, con gli occhi fiammeggianti e sulle labbra le minacce terrifiche dell'inferno spalancato: è un gesto molto teatrale, che accende gli animi esasperati, ribelli contro l'oppressione antica e finalmente soddisfatti della vendetta di Dio. La realtà è un tantino diversa. Francesco non era solito assumere l'atteggiamento minaccioso del profeta che lancia invettive, che possono anche indisporre e sortire l'effetto contrario: era l'uomo di Dio sollecito del bene, soprattutto spirituale, del prossimo, per il quale dire la verità è doveroso, come è doveroso dirla in maniera efficace e non irritante. Ferrante, anche se non cambiò stile di governo - forse impossibile per lui e per i tempi in cui viveva, e la congiura dei baroni lo confer­merà -, modificò del tutto la sua stima verso il santo, e la lettera che gli mandò in Francia il 17 agosto seguente ne è fedele e documentata testimonianza. Il Pontieri la riprodusse e ne analizzò il contenuto in maniera assai giu­diziosa e noi ne condividiamo pienamente le conclusioni. A favore di questa interpretazione c'è anche il fatto che Ferrante pregò un buon pittore, non sappiamo quale, di ritrarre i lineamenti del santo con la fedeltà maggiore pos­sibile, cosa che non avrebbe mai fatto se non ne avesse concepito la più alta stima. Del resto, anche se egli non aveva fatto neppure una predica, che è una, la sua pre­senza in quei giorni a Napoli fu tale efficace testimonianza evangelica che non sarebbe esagerato supporre che poteva bastare da sola, se si fosse trattenuto più a lungo, a impri­mere altro corso alla corte e al popolo partenopeo. Ipotesi questa di cui non possono tener nessun conto la storia e la politica, disavvezze come sono a non mettere in bilancio certe ipotesi lontane dalla concretezza dei fatti.

Ma egli non poteva sostare di più: era atteso, oltre che dall'impazienza di Luigi XI, anche dal papa. Sisto IV voleva vederlo e parlargli prima che raggiungesse la Fran­cia: dovette dunque imbarcarsi a Napoli, salutato con lo stesso entusiasmo dell'arrivo dal re, dai dignitari, dal popolo, su una galea che l'avrebbe portato a Ostia (ostium = porta di Roma), e questa volta alla comitiva s'aggiun­sero il giovane poeta Francesco Galeota e il principe di Taranto.

Roma non era più quella città mezzo desolata da lui vista una cinquantina d'anni prima: i papi che s'erano suc­ceduti, e adesso specialmente Sisto IV l'avevano, se non proprio rifatta da capo, rinnovata parecchio nelle sue strade, chiese, ospedali, ponti sul Tevere (c'è ancora oggi ponte Sisto), anche se moralmente gareggiava con le altre capitali. La smania della modernità (l'aggettivo «moderno» ha sempre esercitato una strana suggestione sugli animi, anche se ha una radice la più labile di tutte: moda), il risveglio delle lettere e delle arti, l'umanesimo insomma - che non si vuol certo condannare in blocco - ferveva nei governanti e nei governati e s'insinuava di prepotenza anche nelle curie. Sisto IV aveva, come si suol dire, una mente aperta, pur se aveva qualche anno più di lui (era nato il '14); proveniva anagraficamente da modesta fami­glia genovese e religiosamente dai Conventuali, come abbiamo accennato, aveva grande esperienza di governo, per essere assurto alle massime cariche del suo Ordine, possedeva una vasta cultura, una grande devozione alla Madonna ed era soprattutto di costumi intemerati. Qual­cuno scherzava sulla quercia del suo stemma (robur, dal cognome), osservando che mal s'addiceva al suo carattere piuttosto debole; fu infatti accusato di nepotismo, sebbene quella fosse una malattia alla moda nelle curie. (Ma non era un'esigenza dei tempi?). Ebbe anch'egli i suoi pro­blemi, sia politici sia religiosi (non riuscì tra l'altro a unifi­care nemmeno i francescani) e dovette barcamenarsi coi potenti dell'epoca, come è costume fra i potenti di tutte le epoche. Perciò attendeva la visita di Francesco, di cui conosceva la spiritualità, come una boccata d'ossigeno, ripromettendosi vantaggi di varia natura.

Francesco fu alloggiato presso l'ambasciatore di Fran­cia, il signore di Baudricourt, e si recò presto in Vaticano. Sisto l'accolse con grande benignità, lo sollevò perché s'era prostrato a baciargli il piede, e lo fece sedere accanto a sé. Lo sfarzo della corte napoletana era superato da quella papale, pur avendo un'altra tonalità, un misto di sacro, di solenne e di mondano che non sfuggì all'esperto eremita. Gli venne in mente il lontano incontro col Cesa­rini e, guardando ora ogni cosa e ogni persona con l'oc­chio diverso e meno severo di allora, ringraziò il Pontefice della benevolenza dimostratagli col riconoscimento del suo istituto, rinnovò a nome proprio e dei seguaci i voti di povertà, castità e obbedienza e si disse lieto di poter essere a servizio della santa Chiesa in ogni momento della sua vita. Il papa ne rimase commosso, vide nei suoi occhi il fuoco divorante dello Spirito e gli chiese di tornare da lui in udienza privata, per parlargli a quattr'occhi di cose più particolari. Ci tornò infatti altre due o tre volte e possiamo immaginare quali fossero i problemi che volle discutere col santo. A nessuno farà meraviglia che un uomo di governo e di dottrina come quel papa non abbia disdegnato i consigli d'un semianalfabeta: il mistico è l'uomo pratico per eccellenza, e, nelle pastoie della politica e del potere, si muove con quella disinvoltura infallibile che è la caratteristica di chi guarda dall'alto. Il papa ne concepì così alta considerazione che gli propose di ordi­narlo sacerdote, ma Francesco, spaventato, si schermì, adducendo il motivo della propria indegnità, della scarsa preparazione teologica, dell'impossibilità d'esercitare un ministero così arduo proprio ora che, vecchio, si recava in terra straniera. Volle rimanere «laico». Ugualmente Sisto gli conferì il privilegio di benedire oggetti religiosi, corone, medaglie, candele e pare, anche di annettervi indulgenze. Forse fu l'unico tra i potenti del secolo a capire profondamente il santo e ad apprezzarne l'ansia di riforma che lo tormentava senza turbarlo. Del resto il santo d'Assisi, ch'egli ripeteva in sé col nome e con la vita, non era stato neppure lui sacerdote e la riforma da lui operata la pretese da sé, non dagli altri.

Incoraggiato da tanta benevolenza, Francesco osò chiedere l'approvazione per un'altra cosa che gli stava a cuore, l'approvazione per il quarto voto, quello della per­petua quaresima. Il vecchio pontefice corrugò la fronte e rimase alquanto in silenzio: troppo esigente per i suoi seguaci l'ardua richiesta. «Ci voglio pensare» rispose.

- Santità - intervenne alzandosi in piedi Francesco - ecco chi mi concederà quello che voi adesso mi negate - e indicò il nipote di Sisto il cardinale Giuliano della Rovere, presente al colloquio. Quel cardinale, anche lui dell'Ordine dei Conventuali, fu poi eletto papa il 1503 e fu veramente lui ad approvare la «quaresima perpetua» all'Ordine dei Minimi con due bolle, una del 1505 (Ex debito pastoralis ofcii) e una del 1516 (Inter ceteros).

A Roma intanto c'erano personaggi di spicco che desideravano vederlo. Primo fra tutti il P. Baldassarre da Spigno, che volò all'ambasciata per riabbracciare il fra­terno amico e padre. Si rividero con la più grande com­mozione e si scambiarono intime confidenze, ringraziando insieme il Signore che aveva disposto questo insperato incontro. Le confidenze dei santi sono colloqui simili a quelli che avvengono in Cielo, ed è un vero peccato che la storia ne registri così poche. Sappiamo che anche cardi­nali e personalità della politica si premurarono d'andare a visitarlo, e certo non per curiosità o a scopo politico. Indubbiamente l'essere assurto all'intimità col papa e dover recarsi in Francia in qualità di taumaturgo eccitò l'interessamento di tutti, anche del popolo romano; c'è tuttavia un segreto nella santità che ci lascia sempre senza parole: è come un'attrattiva misteriosa della nostalgia di bontà che è in fondo a ogni cuore umano e che richiama, in ogni tempo, folle di varie categorie sociali. Il nostro tempo, per sua fortuna, non ne va esente.

Lo stesso Lorenzo dei Medici, per esempio, trovan­dosi a Roma o forse recatovisi apposta, pacificato ormai col pontefice dopo l'infelice congiura dei Pazzi e altre for­tunose vicende, volle salire da lui. Non era più l'uomo allegro e spavaldo degli anni passati; ancora giovane (poco più che trentenne), era assai amareggiato dagli eventi ch'e­gli cercava di dominare con grande abilità (lo chiamavano l'ago della bilancia) ma abbastanza deluso del potere e della politica in genere, e soprattutto triste per la perdita di sua madre morta l'anno prima. Amico com'era del re di Francia, volle ossequiare in Francesco il «catalizzatore» (diremmo oggi) almeno spirituale di tanti nobili ignobili. Teneva per mano il figlioletto Giovanni, nato il 1475, e a un certo momento gli comandò:

- Bacia la mano al santo.

Francesco lo carezzò, gli mise la mano sulla testa e sorridendo soggiunse:

- Quando voi sarete papa io sarò santo. Quel ragazzo fu davvero papa: Leone X e canonizzò davvero il santo. Lo sguardo di quest'uomo straordinario, avvezzo a scrutare gli abissi dell'eternità, forava lo spessore del tempo e le tenebre delle coscienze con la facilità delle anime che partecipano alla semplicità di Dio.

 

Cap. XV

DUELLI MEMORABILI

O stanchezza di uomini che vi stornate da Dio. Per la grandezza della vostra mente e la gloria della vostra azione, Per le arti e le invenzioni e le imprese temerarie Per gli schemi della grandezza umana del tutto screditata; Sebbene abbiate dimenticata la via al Tempio V'è una che ricorda la via alla vostra porta: Potete eludere la Vita, ma non la Morte. Non rinnegate la Straniera. T. S. Eliot (da «La rocca»)

Quello spettro che s'aggirava nei corridoi e nelle sale del castello era proprio lui? Si guardava esterrefatto negli specchi e si ritraeva con orrore: quegli occhi infossati, quelle guance smunte, quel colorito terreo, quel passo incerto e, più ancora, quello smarrimento psichico non potevano essere lui. La spossatezza in cui affondava lo rendeva irritabile ogni giorno di più, lo colmava di cupo spavento. La Straniera s'avvicinava inesorabile ed egli, folle di terrore, aveva proibito a tutti di pronunziarne anche il nome: no, la morte non doveva avere il diritto d'accesso al suo castello, e neanche il suo nome. Quel castello lui l'aveva fatto erigere apposta nell'aprica campa­gna vicino alla capitale della Turenna, per vivere in pace e stare al sicuro da ogni nemico; ed ecco che ora l'Inesora­bile s'avvicinava senza ritegno, con un ghigno sinistro e beffardo contro la sua regale impotenza.

Almeno arrivasse quel calabrese. Da quanto tempo lo stava aspettando? Aveva diramato ordini in tutte le città del suo previsto passaggio, perché l'accogliessero coi cla­morosi onori dovuti, e continuamente s'informava se ci fossero notizie del suo sbarco. Niente. La potenza di que­sto taumaturgo avrebbe avuto certamente ragione della malattia e della morte, ma intanto perché tardava ad arrivare?

Morire? Era troppo presto per dare questa soddisfa­zione a tanti nemici: lui doveva vivere ancora, aveva ancora tante cose da fare. E suo figlio era ancora un ragazzo. Perché Dio non era più generoso con lui? Eppure aveva compiuto tante opere buone: elemosine, offerte per i monasteri e le chiese disseminate in Francia, quelle che i posteri avrebbero definito «il bianco mantello delle catte­drali» nel territorio della primogenita della Chiesa. Aveva perfino risparmiato la vita a chi forse non lo meritava, come per esempio, nel giorno della sua incoronazione, il 1461, a quel poeta criminale della ballata degl'impiccati, François Villon, e ai suoi compari. Possibile che Dio non tenesse conto di tante opere buone? È vero che nell'altro piatto della bilancia s'erano accumulati vari delitti, ma quale re o quale principe d'Europa poteva mantenersi in equilibrio sul trono senza macchiarsi, almeno una volta, di sangue? Suo padre forse? o Carlo il Temerario? Questo era l'incubo che agitava i suoi sonni inquieti e le sue veglie angosciose. Se è doveroso far credito agli storici, come il Commines, che hanno raccontato tutti i particolari, non è legittima cosa ignorare i poeti: sugli sto­rici essi hanno, oltre il vantaggio della documentazione, quello dell'intuito psicologico e il senso dell'arte, come J. F. Casimir Delavigne. Nel suo dramma Louis XI, uno dei suoi più riusciti e che ebbe interpreti famosi in Italia (ricordiamo E. Novelli, R. Ruggeri, E. Rossi), egli mette a fronte Francesco di Paola e Luigi XI: ebbene, tutti rimangono, o rimanevano, colpiti da quell'infelice re che si prostrava ai piedi dell'eremita per chiedere pietosa­mente, e ridicolmente, ancora dieci, ancora venti anni di vita, e pochi afferravano il significato tragico della situa­zione, in cui la figura del re, ridotta a un miserabile essere, non è solo quella d'un poveruomo atterrito dal pensiero della morte, ma il peccatore che si trova a tu per tu con la coscienza della propria malvagità. La sequenza è interes­santissima nel dramma, non solo dall'angolatura artistica, ma più ancora da quella spirituale. Francesco è, in quell'o­pera, il taumaturgo, impotente anche lui di fronte all'ine­luttabile, ma è soprattutto la coscienza dell'uomo che ormai, nella più completa desolazione, deve render conto a se stesso, prima ancora che a Dio, del suo tenebroso passato. Le armi e l'astuzia erano stati il feroce binomio che lo avevano guidato nella sua politica ambiziosa, e così era riuscito a far grande la nazione temuta dai nemici. La cosiddetta ragion di stato aveva soppiantato i dettami della morale e solo così era riuscito, anche con l'aiuto d'un po' di fortuna, a sopraffare gli avversari. La stessa Lega del bene pubblico, organizzata contro di lui, era finita, dopo un anno solo, in una bolla di sapone. Sulla coscienza s'erano però ammucchiati fardelli pesanti e ora, al cospetto del «buon uomo», sarebbero affiorati in tutta la loro tra­gica malvagità. Aveva voglia lui di difendere il suo ope­rato, per giustificare anche di fronte a se stesso la condotta quasi satanica degli anni poderosi: l'ora della verità arri­vava anche per lui. I cortigiani potevano adularlo nel loro servilismo ipocrita e fargli credere che tutto il mondo lo riveriva e ammirava per la grandezza della sua politica; sensibilissimo alle lodi, come tutti i tiranni e come gli uomini in genere, egli ignorava che sotto sotto qualcuno sussurrava che, se il suo predecessore Luigi IX era stato il re dei santi e il santo dei re, lui invece era la canaglia dei re e il re delle canaglie.

A questo era ridotto il più potente monarca dell'e­poca. Baciava con superstizione tutte le reliquie, si racco­mandava a tutti i ciarlatani in fama di guaritori, si teneva l'archiatra Giacomo Coittier sempre accanto, e sospettava di tutto e di tutti. Attorno al castello gli ampi fossati colmi d'acqua lo segregavano ancora di più dal mondo e nelle campagne erano stati praticati per suo ordine tra­bocchetti innumerevoli per ogni eventuale attacco nemico; e intanto spediva messaggi ai regnanti più lontani per chiedere le più strane cose: animali esotici, cavalli, cani grossi e belli; licenziava dipendenti, ne assumeva di nuovi, poi richiamava i licenziati, indossava gli abiti più sgar­gianti, appariva in pubblico sempre agghindato come un grande e fastoso dominatore, e suo figlio Carlo VIII, all'età di tredici anni, languiva nella solitudine del castello di Amboise. Aveva paura di lui. Tutti dovevano sapere ch'egli era vivo, era ben vivo, e dovevano temere la sua potenza e attendere i suoi comandi. Solo la Straniera, silenziosa e inesorabile, non lo temeva.

Intanto Francesco con la sua piccola comitiva, dopo un fortunoso viaggio e superata una tremenda burrasca e un'insidia piratesca, approdava finalmente a Bornes. La peste che infieriva nella Francia meridionale gli aveva impedito di metter piede a Marsiglia e a Fréjus, gli avrebbe impedito anche lo sbarco nell'altra cittadina, negato infatti al comandante e al resto dell'equipaggio: ma presentatosi lui ottenne per i confratelli e il poeta Galeota il permesso; gli altri, con lo stesso principe di Taranto furono costretti a rialzare le vele. Prima di porre piede sulla terraferma s'era confessato dal P. Bernardino, perché voleva che Dio non castigasse il suo popolo per i peccati di questo indegno suo servo. Iddio invece lo guarì, questo popolo, per i meriti del suo degno servo. Come si vede, abissi profondi dividevano il re e l'eremita, e pure avreb­bero dovuto convivere e raggiungere un livello comune: sarà la tenace e sofferta opera di Francesco a far salire Luigi su un altro piano.

A Plessis les Tours, appena giunta la notizia dell'im­minente arrivo di Francesco, si fecero le cose in grande: dalla stupenda cattedrale tutte le autorità religiose e civili, il clero secolare e regolare uscirono in processione, come se arrivasse il papa in persona; dal castello la corte al com­pleto, coi palafrenieri, i paggi, i cortigiani e, naturalmente tutto il popolo della zona e delle contrade vicine si posero in attesa. Arcivescovo di Tours era un conventuale, il car­dinale Elia de Bourdeilles, che aveva partecipato al conci­lio di Ferrara (dove aveva proposto che si esprimesse il voto per iscritto) e adesso aveva legato il suo nome a due grosse iniziative: far abolire la Prammatica Sanzione voluta da Carlo VII e riabilitare la fama della Pulcella d'Orléans, Giovanna d'Arco. Si riprometteva severa riforma della Chiesa ed era sicuro che in Francesco avrebbe trovato l'uomo disposto a collaborare. Non sap­piamo se fosse presente l'altro combattivo francescano, una sorta di Savonarola francese, Oliviero Maillard, anche lui severo riformatore. È comunque storico l'incontro commovente tra Luigi e Francesco, all'aperto. Vestito con lo sfarzo e il lusso morboso, accentuatosi in lui nel decorso della malattia, il re avanzò tra i dignitari e, alla vista del taumaturgo, fu preso da un'isterica gioia, e cadde ai piedi del santo in una venerazione così sincera e pro­fonda da commuovere tutti i presenti. Un silenzio attonito si diffuse nell'atmosfera irreale: tutti guardavano sgomenti ciò che stava per accadere, quasi sicuri del miracolo. In quel silenzio profondo la prima domanda che il re rivolse all'uomo di Dio fu: «Dunque, guarirò?».

Francesco, assicura il Commines, rispose come poteva rispondere un savio, ovviamente; non poteva infliggergli al primo incontro un colpo crudele. Tuttavia il re apparve ringiovanito, tanta era la fiducia ispiratagli dalla presenza del santo. Furono scortati, lui e i suoi compagni, in corteo fino al castello, dov'era già pronto l'appartamento asse­gnato da sua maestà, fu riverito da Anna di Beaujeu, pri­mogenita del re e gli fu presentato l'interprete, Ambrogio Rambault. (Il Commines era poliglotta, parlava corrente­mente oltre il francese e l'italiano, anche lo spagnolo, il tedesco e il fiammingo; date però le sue incombenze piut­tosto delicate a corte, non avrebbe potuto prestare la sua continua opera per i colloqui tra i due personaggi). La sera primaverile di quell'inizio di maggio stendeva un dolce velario su quei due mondi opposti alla ricerca l'uno dell'altro.

Questo primo periodo di permanenza del santo a Plessis les Tours è caratterizzato da alcuni fatti che illumi­nano ancora di più la complessa e tormentata psicologia del re: una fitta schermaglia di sondaggi e d'implorazioni da un lato e un intenso carteggio col papa dall'altro. La schermaglia cominciò subito. Alla speranza brillante del­l'immediata guarigione, visto che i giorni passavano invano, subentrò nel re dapprima un dubbio persistente, poi un'amara delusione e infine il torbido sospetto che Francesco o non fosse davvero quel taumaturgo che tanto acclamavano i popoli e fosse invece uno dei soliti dulca­mara di cui rigurgitava l'epoca o che addirittura non avesse alcuna intenzione di guarirlo. Allora cominciò a proporgli le offerte più vistose: tentò di convincerlo a più sostanziose leccornie, mentre egli e i suoi chiedevano «pastinache» e altri ortaggi (caratteristica questa parola dialettale arrivata, non credo sulla mensa ma nella lista delle spese di quel soggiorno); gli fece balenare l'idea di costruirgli le più sontuose basiliche in Francia e in Italia; ancora lo adescò con un tavolo di legno pregiato e fine­mente intarsiato; gli mandò a più riprese canestri di pesce prelibato; gli offrì una statuetta della Madonna d'oro mas­siccio artisticamente cesellata; infine, da solo a solo, senza alcun testimone, trasse un giorno di sotto il mantello una capace borsa di monete d'oro e gliela porse. È superfluo aggiungere che Francesco, con la stessa coraggiosa lealtà usata alla corte di Napoli, rifiutò tutte le volte puntual­mente qualunque donativo e approfittò dell'occasione per esortare il re a non maltrattare i sudditi, lo sollevò a pen­sieri più elevati dei troni, degli onori e delle ricchezze e soprattutto cercò di inculcargli l'idea che anche i sovrani vanno soggetti al comune destino dei mortali e che quindi si convertisse a quel cambiamento di mentalità che è con­dizione indispensabile per piacere a Dio. Luigi non abboc­cava. «Conosceva tutti gli uomini di valore d'Inghilterra, di Spagna, del Portogallo, d'Italia, degli stati del duca di Borgogna e di Bretagna così a fondo come i propri sud­diti», assicura il Commines, e costui non rassomigliava a nessuno di loro, non riusciva a classificarlo. Pregò un cortigiano di tenerlo d'occhio giorno e notte, spiarlo incessantemente, per vedere se fosse davvero quel sant'uomo che si diceva. Sappiamo così ch'egli passava la maggior parte delle ore notturne e anche diurne in pre­ghiera, andava nell'orto a zappettare, cercava sempre la solitudine più discreta per parlare col suo vero Signore e tentava di smaltire, senza darlo a vedere a nessuno, la struggente nostalgia della favolosa patria lontana. Tutti i giorni il re andava a visitarlo, sempre gettandosi ai suoi piedi implorando l'agognata guarigione, e tutti i giorni Francesco gli sussurrava parole di conforto e di speranza, senza illuderlo, anzi esplicitamente insistendo sul punto capitale: rassegnarsi alla volontà di Dio. Era un fatto pie­toso, una scena da strappare le lagrime (c'era nell'ombra anche qualche malcelata risaglia): quel re a terra ai suoi piedi, ossessionato da un'idea, e in alto quei «cieli inamo­vibili dove Dio scrive i suoi silenzi».

Nel frattempo era cominciato anche il carteggio. Già Francesco, alla partenza del Galeota, aveva mandato una sua lettera al re di Napoli, per ringraziarlo delle acco­glienze fattegli, per rassicurarlo che il re «cristianissimo» era ben disposto verso di lui «per procurare la pace del nostro regno» (sottinteso quindi il suo interessamento per quel nostro regno) ed esortandolo a mantenere salde «le due colonne del'Imperii e delle Monarchie» cioè «l'inte­grità della vostra vita e la giustizia verso li vostri sog­getti». La lettera reca la data del 16 maggio 1483 e, come si vede, anche da lontano Francesco non adula e non risparmia le buone esortazioni. Conosciamo la risposta di Ferrante di cui ci siamo già occupati.

Altra lettera scrisse il 6 giugno alla «Serenissima Eleo­nora Piccolomini», principessa di Bisignano, «acciò voi come la nostra persona possiate fare osservare le nostre costituzioni». Evidentemente un abbozzo di regola e di costituzioni era già in vigore nelle comunità italiane. Più importante è, al nostro scopo, il carteggio col papa. Luigi, preoccupato per il suo stato di salute sempre più declinante, aveva sospettato addirittura un vergognoso tranello: qualcuno aveva interesse a non farlo guarire e aveva subornato l'eremita. Ne scrisse al papa, sicuro che almeno a Sua Santità Francesco non avrebbe nascosta la faccenda incresciosa. Il papa, in data 11 giugno, inviò due lettere, una a lui e un'altra a Francesco; al primo, rassicu­randolo che la sua salute gli stava vivamente a cuore e pregava insistentemente Dio a tale scopo, aggiungendo che Francesco non doveva ascoltare altra voce al di fuori di quella dell'ubbidienza; al secondo un'altra in cui lo met­teva in guardia da qualunque intruso «nonostante ogni insinuazione contraria ti possa essere venuta da altre per­sone» e che usasse tutte le sue energie per la guarigione del re. Come si vede, neanche il papa escludeva la possibi­lità di macchinazioni avversarie, anzi pare che ci fosse di lui un'altra missiva, a noi non pervenuta, in cui si minac­ciava la censura al santo! Sarebbe stata assai ridicola cosa un ordine in tal senso: comandare al santo di fare un miracolo su ordinazione era veramente assurdo. Francesco, tra l'incudine di Luigi e il martello di Dio, si macerava nella penitenza e nella preghiera.

Il carteggio assume importanza anche politica nei mesi seguenti: vale la pena di accennarlo. Tra le esortazioni di Francesco al re ci dev'essere stata quella di compiere esat­tamente i doveri verso la santa Chiesa. All'epidermico esame di coscienza, Luigi si rese conto di non essere per­fettamente in regola e, pur di riacquistare la salute, prov­vide a pagare le decime. Non subentrata neanche allora la guarigione, scrisse di nuovo al papa, del quale si con­servano due lettere di risposta sull'argomento, una in data 24 giugno e un'altra il 6 luglio: il papa non ha mai avuto la più pallida idea d'emanare censure per queste decime e dunque stesse tranquillo e pensasse a guarire, e scrisse lo stesso giorno una terza lettera a Francesco perché rassi­curasse il «cristianissimo» sovrano.

Nel frattempo era avvenuto un fatto alquanto più grave. Il 24 maggio Sisto IV, col suffragio quasi unanime dei cardinali, aveva emanato una bolla d'interdetto contro la repubblica di Venezia in guerra con Ferrara e Napoli. La Serenissima ne fu, naturalmente, indignata e tentò d'in­validare il documento impedendone la pubblicazione nel suo stato e all'estero. Erano anche quelli i tempi dei giochi diplomatici: il papa poneva mano alle censure e i governi minacciavano d'indire concili contro di lui; tra guerre e patteggiamenti, c'erano poi censure e «veti». Oggi invece si fanno... le stesse cose. La Francia, che pure non avrebbe avuto motivi di dissapore con Venezia, pubblicò il docu­mento pontificio e, a seguito ancora una volta di alcune lettere del papa, rifiutò d'ospitare gli ambasciatori vene­ziani. Particolari storici sui quali possiamo abbozzare il nostro sorriso.

Per quanto ci riguarda; sappiamo che Luigi non guarì. Guarì nell'anima, che fu più vera guarigione. L'alternativa piuttosto monotona nell'aggrovigliata matassa di pro­messe, di lusinghe e d'implorazioni, ebbe una soluzione imprevedibile. Francesco sapeva di non doversi aspettare il miracolo; era l'unico a saperlo da molto tempo: il suo scopo era di convertire il re, ed era uno dei compiti più difficili che gli fossero capitati in vita sua. È il cuore umano la fortezza più inespugnabile, ed egli mirava appunto al cuore, a quel cuore. La cultura del nostro tempo si ride delle cosiddette cinque vie di san Tommaso per raggiungere Dio. A ragione o a torto, non è il caso di discutere qui. Ma essa ignora che un altro santo più antico, il Crisostomo, ne aveva indicate altre cinque: la condanna dei peccati, il perdono delle offese, la preghiera, l'elemosina, l'umiltà. Lui, Francesco, ne era convinto anche se con ogni probabilità ignorava le cinque vie di Tommaso e del Crisostomo: quelle cose lui le viveva, l'aveva sempre vissute. Chi non ne era convinto era il re: la sua anima si divincolava prometeicamente tra l'orgo­glio o la sua volontà e il terrore dell'ineluttabile. Condan­nare i propri peccati? Egli inclinava a giustificarli, invece. L'umiltà? Una debolezza psichica. Non a torto nel Van­gelo di Luca, definito da Dante «lo scrittore della mansue­tudine di Cristo», si affermava di far più festa in Cielo per un peccatore che si converte anziché per novantanove giusti non bisognosi di conversione.

Francesco era deciso a non mollare: non solo la preda era ghiotta, trattandosi di un re, ma era quella la sua mis­sione. Con la sua santa astuzia era riuscito a scovare nel parco reale un antro occultato da un folto cespuglio di rose, dove nessuno mai metteva piede. Ricordò il primo antro della sua lontana adolescenza e fu felicissimo di rica­varne anche qui un rifugio di solitudine. Appena poteva eludere la sorveglianza e la curiosità anche degli stessi confratelli, vi si ritirava a pregare, e dobbiamo supporre che pregasse appunto per il re. Un giorno Anna, la pri­mogenita di Luigi, o che l'avesse spiato o che le capitasse per caso, passando accanto al roseto ebbe voglia di rimuo­verlo e rimase stupefatta allo spettacolo meraviglioso: il «buon uomo» (ormai lo chiamavano tutti così) era solle­vato da terra in un nimbo di luce sfolgorante. La notizia si propagò subito, raggiunse il re, che a sua volta accorse per vedere. Rimase anche lui a bocca aperta e diede subito ordine che nessuno si permettesse di disturbare il santo: lui solo si sentì autorizzato a farlo, e fu la sua fortuna. Come se quella luce gli fosse penetrata dentro, sentì scio­gliersi quel gelido grumo d'egoismo che lo bloccava e la vita gli apparve in un'altra dimensione. Giorno dopo giorno cominciò a capire la nefandezza dei crimini commessi, a sentirsi finalmente bisognoso della misericordia di Dio e una compunzione sincera dello stato della sua povera anima lo intenerì. Quel capovolgimento totale riempì di stupore i cortigiani, i quali sussurrarono: «Ha vinto il santo». Gli ultimi sussulti del «vecchio uomo» precedettero la resa definitiva; rivolse al santo tre quesiti perentori: «Voglio sapere se guarirò da questa malattia, come regolarmi col re d'Aragona per le contee di Roussil­lon e di Cerdagna e quali disgrazie affliggeranno la Fran­cia dopo la mia morte».

La risposta equilibrata di Francesco non sarà magari testuale, vale tuttavia la pena di leggerla come l'hanno riportata autorevoli biografi: «Maestà, nessuno al mondo può presumere d'indagare i voleri divini; ma s'è il Signore medesimo a manifestarceli, è nostro dovere sottometterci prontamente e adorarli. Chiamato da voi, io mi rifiutai di venire per non abbandonare la mia solitudine; ma quando conobbi che Dio mi voleva presso di voi, non esitai a venire qui per farvi conoscere il suo santo volere. Ebbene, o re, io debbo dirvi che voi non guarirete e che è necessario mettere subito in ordine i vostri affari, perché ben poco tempo ormai vi resta. Riguardo alla contesa col re d'Aragona, io sento di dovervi esortare a cedergli ciò che gli spetta. Al terzo quesito rispondo con dolore che tra non molto il vostro regno sarà castigato col flagello dell'eresia».

Il re ammutolì, ma questa volta non più la ribellione proruppe dal cuore; un senso di pace e di distacco lo inondò come a colui che vede avvicinarsi l'approdo e sa che il viaggio, anche se è stato molto bello, è terminato. Sistemò i suoi «affari» secondo il consiglio di Francesco, e attese la Straniera con volto sereno e cuore pacificato. Il Commines, che di lui aveva scritto: «Fra tutti gli uomini da me conosciuti, il più abile a cavarsi dai guai in tempo di difficoltà era il re Luigi XI» potette anche aggiungere: «Io non ho mai visto morire un uomo così serenamente». Chiuse gli occhi invocando devotamente la Madonna il 30 agosto 1483. La missione di Francesco sembrava com­piuta. Nel mese di novembre nasceva Martin Lutero. Il medio evo era agli ultimi sussulti.

 

Cap. XVI

NELLE MAGLIE DELLA STORIA

Percorrete venti volte la stessa via terrena Per arrivare venti volte E venti volte arrivate, giungete Penosamente, laboriosamente, difficilmente Faticosamente. Alla stessa delusione Terrena... Per la saggezza di Dio. Nulla è mai nulla. Tutto è nuovo. C. Péguy (Opere poetiche complete pp. 287...)

Sta scritto che l'umiltà precede la gloria; la precede nel senso che le va innanzi, ma anche perché ne è il fonda­mento. L'orgoglio indispone; indispone Dio e gli uomini. La gloria, il riconoscimento pubblico o universale dei meriti d'un uomo, non si dà volentieri a chi, come l'orgo­glioso, ritiene d'averne il diritto. L'anima umile non solo non accampa diritti; pensa ai doveri e ignora perfino i propri meriti, come l'occhio non vede se stesso. L'umile eremita della Calabria è arrivato al vertice di tutte le gran­dezze umane, alle massime corti d'Europa e a quella del papa che, giova rammentarlo, era la prima, forse anche mondanamente parlando, senza sospettare d'averlo meri­tato ed essendone riverito come l'uomo più straordinario dell'epoca: la sua umiltà ne aveva sostanziato la gloria, ne aveva formato come il piedistallo. Riusciva simpatico a tutti per la scarsa importanza che dava a se stesso e la profonda adesione al proprio ideale. Il resto degli anni che seguono lo conferma.

La sua missione, vista in superficie, sembrava finita. Anzi fallita. Aveva affrontato un viaggio lunghissimo e penosissimo allo scopo d'ottenere la guarigione del re di Francia, e tale scopo non era stato raggiunto. Strano: que­st'uomo che aveva operato tanti miracoli, che aveva gua­rito tanti malati, che aveva risuscitato perfino alcuni morti, si dimostra impotente a guarire colui che avrebbe potuto compensarlo a peso d'oro, che a peso d'oro voleva comprarsi la vita. O la morte, che è lo stesso. Mi sembra che siamo ancora una volta in piena pedagogia - questa volta negativa - del miracolo: né al re, né al papa, né allo stesso santo Colui che opera i miracoli ha voluto pie­garsi per insegnare almeno due cose fondamentali; la prima, che i miracoli Egli li compie quando vuole e lo vuole quando sono necessari per il bene delle anime; la seconda, che la potenza più temibile di questo mondo di fronte a Lui è «eco di tromba che si perde a valle». Tutti i potenti sono prima o poi costretti a registrare smacchi di tal sorta.

Ma allora la missione di Francesco è veramente finita? o comincia adesso? Ecco, mi sembra che la prima fase, la più lunga della vita di Francesco, caratterizzata dall'u­miltà, è una gestazione, si consuma nel nascondimento della Calabria, anche se poi non era tanto oscura come può sembrare a noi a distanza di secoli. Abbiamo visto quante folle e quanti nobili lo frequentassero e come la sua presenza oltre che essere notata a Napoli, cominciò a dar fastidio perfino al re. Tuttavia essa prepara la seconda fase, che è un po' la sua gloria, ma soprattutto gloria di Dio e monito per l'uomo. Se non ci fosse questa seconda fase, potremmo supporre che il suo movimento, anche se non moriva sul nascere, non avrebbe raggiunto quel prodigioso sviluppo che ebbe dopo e soprattutto non comprenderemmo alcune lezioni della storia. Gli antichi parlavano della Nemesi; noi crediamo nella Provvidenza; essa guida la storia anche attraverso gli errori dell'uomo e le sue tribolazioni; le cronache dei popoli, i passaggi delle civiltà, i crolli delle dinastie ne sono conferma effi­cace. Degli Angiò, dei Valois, degli Aragonesi, come dei tiranni più vicini ai nostri tempi noi facciamo il catalogo un po' monotono, un po' triste: su tutto il lungo viaggio dell'uomo attraverso i tempi, per chi sappia leggere negli avvenimenti, brilla una stella che illumina gli errori, i pro­gressi umani con una solennità calma e ineluttabile, che molti magari rifiutano ma a cui non potranno sottrarsi.

Quale fu dunque la missione di Francesco? Conviene tornare al racconto dei fatti, per tentarne un'interpre­tazione.

Prima di morire, Luigi XI aveva mandato a chiamare da Amboise, il delfino Carlo che doveva succedergli al trono. Alla presenza di lui, della sorella Anna di Beaujeu, moglie di Pietro di Bourbon, e della regina madre, che era una Savoia (Carlotta di Savoia), il lucido moribondo diede le ultime disposizioni, nominando il ragazzo re, affi­dandolo alla reggenza non della madre né del cognato, ma - avveduto fino all'ultimo - della sorella Anna, esortando reggente e successore a seguire i consigli del «buon uomo» e pregando quest'ultimo di seguire con affetto i suoi figli. Francesco conosceva già Carlo, per averlo incontrato appunto ad Amboise prima di raggiun­gere Plessis, e quell'adolescente irrequieto lo aveva sor­preso. I due, il vecchio destinato a diventare santo e il ragazzo destinato a diventare re, si scambiarono uno sguardo; negli occhi mobili del ragazzo brillò un lampo di appena dissimulata ambizione, in quelli profondi del vecchio un'ombra di mestizia e di compatimento: da due distanze immensamente diverse i due sguardi focalizzarono poi lo stesso uomo che moriva, e quel tramonto sereno d'un re, fino a qualche settimana prima così tempestoso, racchiudeva tanti significati che solo Francesco intuiva. Non partecipò ai funerali, celebrati nella forma più solenne possibile, e preferì chiudersi nella sua cella per diverse ore a pregare: il dolore ipocrita delle condoglianze ufficiali gli dava fastidio; e adesso quelle raccomandazioni del defunto lo inchiodavano ancora in Francia.

Un particolare che può sembrare futile va qui anno­tato. Il Padre Candurio da quel momento abbandonò Plessis per tornarsene in patria. Si vuole ch'egli abbia disubbidito a Francesco che gli aveva ordinato strana­mente di porre sulla testa del cadavere il suo zucchetto allo scopo di risuscitarlo, e che il Candurio, per vergogna, abbia disubbidito: da ciò la punizione del rimpatrio. Sap­piamo quanto il santo, anzi tutti i santi in genere, diano importanza all'ubbidienza e non è da escludere che Fran­cesco abbia voluto mettere alla prova il suo compagno; ci permettiamo tuttavia di dubitare, non avendo documen­tazione sicura al riguardo, ch'egli in quell'ora solenne abbia pensato a una cosa del genere. Poteva benissimo, nei quattro mesi vissuti accanto al re, evitargli la morte, poteva lui stesso ora mettergli il proprio zucchetto sulla testa, poteva infine non far dipendere la risurrezione di lui - se proprio doveva avvenire - da un gesto piuttosto insignificante. Ci sembra più logico supporre che il Can­durio stesso abbia chiesto d'andarsene, una volta che la loro missione sembrava negativamente compiuta; o anche che ci sia stata qualche incomprensione tra maestro e discepolo e non troveremmo strana e da scartare un'ipo­tesi del genere. L'Anonimo, in un laconico passaggio del suo scritto, afferma che «il buon padre fu molto lottato non solo dagli estranei, ma anche dai suoi stessi religiosi», ciò che fa intravedere le difficolà incontrate dal Santo sia in patria sia nella Francia stessa. I santi sono sempre scomodi. Rimase dunque solo col P. Bernardino? Anche questo non è provato, e il fatto che nell'aprile seguente egli man­derà al papa una lettera a mano, portata dal P. Baldassarre da Spigno, induce a supporre che quest'ultimo o era già in Francia o vi arrivò poco dopo.

Intanto Anna di Beaujeu andava rivelandosi degna figlia di suo padre; energica, decisa, si sbarazzò in breve dei cortigiani più scaltri e «arrivati», trattandoli con un rigore sbrigativo sorprendente. Tra gli esclusi ci furono l'archiatra Giacomo Coittier, che s'era accumulata una discreta fortuna, Filippo de Commines, che finì addirittura in una gabbia di ferro con l'accusa d'alto tradimento, e vari altri del «palazzo». Il Commines era stato però, prima che con Luigi, al servizio di Carlo il Temerario, il più fiero nemico del re di Francia, e ciò può spiegare, almeno in parte, la condotta della reggente. Anche se alcuni anni dopo fu liberato e trattato con più umanità, specie da Carlo VIII, non ebbe più l'ascendenza d'un tempo, e que­sto gli giovò per chiudersi nella solitudine e mettere mano alle preziose Memorie che lo imposero ai posteri come uno storico di classe, «il primo autore di una storia filo­sofica».

Dopo la morte di Luigi s'erano adunati gli Stati gene

 

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rali, i quali, nonostante qualche remora dovuta all'ambi­zione del Duca d'Orleans, accettarono di fatto, la reggenza di Anna, che non sarebbe durata a lungo, ma non vollero ratificare alcune decisioni del defunto re: tra queste la restituzione dei territori consigliata da Francesco e altri particolari meno importanti. La lettera al Papa, che il santo invia con P. Baldassarre, fa comprendere molte cose, e specialmente in mezzo a quali intrighi fosse costretto a vivere senza volerlo. Eccola: «Beatissimo Pater; post humiles comendationes usque ad pedum oscula beatorum; più zorni passati scripsi ad vostra Sanctità de le occorrentie in queste parti de Franzia: al presente mando a li piedi de quella Frate Baldasare mio compagno, lo quale dirà a voce alcune cose le quale sono state tractate contro vostra Sanctità et la Sede Apostolica in questi tre stati tenuti qui a Turse, et la conclusione avuta da loro, et alcune altre cose secrete, secondo dirà ad vostra Sanctità lo dicto Baldasare, a lo quale se dignO vostra Sanctità darle piena fede in tutto quello - che dirà a bucha a vostra Sanctità: Quam Altissimus- feliciter et, longeve ad vota conservare dignetur, cujus Pedibus me iterum commendatum facio. Ex Monticulis, XX `aprilis 1484. Humilis servus et ad Deum Orator fr. Franciscus de Paula, pauper et minimus Heremita»:

Una missiva tanto eloquente non esige spiegazioni, facilmente intuibili, anche perché purtroppo Sisto IV morì pochi mesi dopo, il 12 -agosto, preceduto il 5 luglio dal­l'altro grande amico il cardinale Elia de Bourdeilles, che aveva preso a cuore lo sviluppo dei Minimi in Francia. Il comportamento della reggente Anna aveva esaspe­rato di più i nobili, i quali già indignati dal defunto re, avevano sperato di trovare più malleabile una donna. L'in­sofferenza arrivò fino al punto di far scatenare una guerra, - cosiddetta, civile. La guerra non è mai «civile» e quella fu chiamata «folle». In questa stessa circostanza Francesco aveva esercitato la sua azione benefica, perché consi­gliando il matrimonio tra Carlo e Anna di Bretagna, aveva tentato di tagliare, come si dice, la testa al toro; ma non gli diedero ascolto per motivi o pretesti di conve­nienza, in quanto Carlo era promesso sposo di Margherita di Borgogna e Anna di Bretagna promessa sposa di Mas­similiano d'Austria. La parola passò dunque alle armi, che furono sanguinosamente incrociate per ben tre anni, con la conclusione della battaglia di Saint-Aubin (1488) nella quale il giovanissimo Carlo, con coraggio leonino, riuscì ad avere la meglio, fece saccheggiare la Bretagna e portare prigioniero l'ambizioso duca d'Orleans. Francesco, chiuso nella sua cella per ventidue giorni di seguito, aveva soste­nuto con la preghiera le sorti del conflitto e sua consola­zione, a parte la vittoria, fu che un nobile napoletano, Gregorio di Vico, già raccomandatosi a lui prima della partenza, tornò pieno di gratitudine dalla guerra e chiese d'abbandonare l'esercito e farsi suo seguace tra i Minimi, perché sfuggito miracolosamente alla morte. L'inutilità di quella guerra - come di tutte le guerre - fu poi dimostra­ta dal matrimonio ugualmente celebrato, a pace conclusa, con la pacifica annessione della Bretagna alla corona di Carlo.

Siamo costretti a sorvolare su tanti altri particolari di questa storia; per esempio, sulla devozione della reg­gente Anna verso l'eremita, ormai non più eremita, sul­l'interessamento di lei per lo sviluppo della provvidenziale istituzione di Francesco, sulla prole ch'egli le impetrò con le sue preghiere, sulla guarigione ottenutale contro il parere dei medici con tre mele, sulle nuove fondazioni di conventi in altre zone della Francia, sulla petizione al papa di canonizzare il santo di Paola, al quale lei soprav­visse alcuni anni. Fermiamoci un momento sul fratello Carlo, l'erede al trono.

Nel 1485, prima della guerra dei baroni, egli aveva compiuto un viaggio, diciamo turistico, a Napoli e dob­biamo supporre che per l'occasione Francesco non abbia tralasciato di scrivere una lettera al re. Era stato accolto naturalmente con la magnificenza che Ferrante non lesi­nava mai ai visitatori illustri e si riempì gli occhi e la mente delle superbe bellezze del golfo e della città, su cui non riusciranno a spegnersi le rivendicazioni della sua dinastia. Dovette tornare in fretta per l'accennata guerra di Bretagna, ma nessuno potrà mai sapere se non fu avvi­cinato da qualcuno dei baroni francofili che tra poco avrebbero dato battaglia.

Intanto aveva cominciato a demolire il castello di Amboise, dove s'era intristita la sua fanciullezza, quasi per seppellire i ricordi opprimenti, e ne ideò la ricostruzione con più ampio progetto. (Vi si conserva ancora oggi il grandioso torrione chiamato la Torre dei Minimi). Sposò, come abbiamo detto, Anna di Bretagna il 6 dicembre 1491 e prese in mano le redini dello stato. Rispettosissimo del santo calabrese, si comportava però a modo suo, seguendo, un po' come tutti i giovani e un po' come tutti i re, i propri capricci, o diciamo i propri ideali. Spesso andava a visitare il santo nella sua cella, che nel frattempo era stata spostata fuori del recinto reale, come diremo fra poco; anzi un giorno gli capitò un fatto abbastanza curioso.

Il santo aveva fatto prendere a tutti l'abitudine di salutare e annunziarsi a lui con l'invocazione: Ave, Maria. Quel giorno il re si recò dal santo, forse per chiedere i soliti consigli da non praticare, e si fece annunziare dal confratello: «Ave, Maria. Padre, c'è qui il re che vuole parlarvi». Nessuna risposta. Bussarono di nuovo, alzando di più la voce: niente. S'impensierirono. Carlo volle ten­tare lui stesso e picchiò ancora più forte, tra spazientito e preoccupato, ma di dentro, niente. Si consigliarono sul da fare e, quando ebbero deciso di sfondare la porta, un colpo di tosse dall'interno li rassicurò che il santo era ancora vivo: immerso nella più profonda contemplazione, non aveva udito lo strepito che si faceva all'uscio.

I biografi che raccontano questo piccolo episodio, rilevano che il colloquio col Re del cielo aveva assorbito talmente il santo, da non fargli sentire il re della terra. D'accordo. Ma non era questa anche una lezione per Carlo? Egli non ascoltava i consigli del santo, il santo involontariamente non sentiva più nemmeno la sua voce.

A distanza di secoli ci si sta ancora interrogando quale influenza ebbe lui sulla spedizione di Carlo VIII in Italia. Nessuna, potremmo quasi giurarlo. Conoscendo il suo carattere, alieno dalla politica e amante della pace, è ovvio ch'egli fece di tutto per sconsigliare la spedizione napoleo­nica avant-lettre. Il santo è come la presenza di Dio nella società, propone il bene ma non costringe nessuno a farlo per forza. Il giovane sovrano s'era dato a sperperare alle­gramente le ricchezze paterne e le sue ambizioni ingiganti­vano col passare dei giorni: la brama d'avventure, la gioia della vittoria di Saint-Aubin, la sopravvalutazione del pro­prio valore e della propria potenza, gli alteri sogni di glo­ria e soprattutto le rivendicazioni, giuste o ingiuste, sul regno delle Due Sicilie gli si gonfiavano nel cuore come un tumore maligno, da estirpare a qualunque costo. Fece i suoi calcoli. In Italia, alcuni anni prima era scomparso l'equilibratore Lorenzo il Magnifico (1492), era morto (gennaio 1494) Ferrante d'Aragona (sine cruce, sine luce et sine Deo, annotava 1'Infessura), lasciando il regno nel disordine e nell'isolamento, e gli era successo il figlio Alfonso II (il guercio), malvisto dal popolo e dai potenti. Carlo amabilmente si assicurò la «non ingerenza» degli stati più pericolosi d'Europa, tacitò Venezia e Milano, poi col suo poderoso esercito degno di Annibale varcò i con­fini. L'unico ostacolo, morale più che militare, era costi­tuito dal regno pontificio ch'egli doveva attraversare necessariamente. Papa Borgia, Alessandro VI, avrà avuto tutti i difetti di questo mondo, ma almeno in questo caso si comportò in maniera degna del suo rango. Certo aveva anche i suoi interessi nel negare il passaggio alle truppe francesi; resta tuttavia il fatto che fu l'unico a tener fronte al conquistatore. A Firenze sappiamo tutti come andarono le cose e i nomi del Savonarola e di Pier Capponi, come l'epigramma di Machiavelli, li imparammo a memoria fin dalla scuola elementare. A Roma Carlo entrò da trionfa­tore, ma ebbe il buon senso di andare a riverire il papa, professandogli la stessa devozione degli antenati e chie­dendo l'investitura del regno di Napoli. Gli fu negata; ed egli proseguì la sua passeggiata militare. Alfonso II riparò in Sicilia, dove morì poco dopo, abdicando a favore di Ferrantino, meno compromesso e più amato dal popolo, ma le chiavi della città furono consegnate nelle mani di Carlo nientemeno che da Gioviano Pontano, da quel Pontano che pure era stato tra i personaggi più in vista e più beneficato dagli Aragonesi. La capitale acclamò al nuovo padrone ed ereditò dalle truppe quel «mal fran­zese» a cui cercò di mettere in qualche modo riparo, con l'ospedale degl'Incurabili, la venerabile Maria Lorenza Longo.

Sappiamo anche che l'effimero trionfo di Carlo VIII si trasformò in una ritirata, che fu quasi una precipitosa fuga, di fronte alla santa Lega degli stati che mal tollera­vano il dilagare della Francia, e che a Fornovo salvò for­tunosamente la vita, certo per la sua abilità e valore, ma anche perché lontano - come conferma ancora il Com­mines - in una cella di penitenza e di preghiera, c'era un santo che pregava e si flagellava per il suo giovane sovrano. A Napoli per le strade si riprese a gridare: «Ara­gona, Aragona!», tanto è vero che ogni tragedia ha anche il suo lato comico.

Dopo quest'esperienza Carlo sembrò rinsavire. Pro­mise al santo di cambiar vita, di voler imitare l'antenato san Luigi IX, di non voler più commettere un solo pec­cato mortale, di collaborare efficacemente alla diffusione del suo Ordine, di farsi paladino delle leggi del Re eterno e non di quelle di re effimeri. Non furono tutte promesse da marinaio, anche se non diventò proprio uno stinco di santo. Di cambiar vita pare che mantenesse il proposito, moderando le ambizioni e alleggerendo le imposte (come gli aveva anche detto il padre moribondo); di non com­mettere più nessun peccato mortale, questo è un segreto della sua coscienza su cui non è lecito indagare; di imitare san Luigi IX non potremmo giurarlo e comunque li divi­devano - come si dividevano tra loro - Medio Evo e Rinascimento, e forse la quercia di Vincennes era caduta; di collaborare alla diffusione dell'Ordine dei Minimi sì, questo lo fece, sia perché a Roma s'era anche interessato per il convento della Trinità dei Monti, sia perché in Francia avallò con la sua autorità varie fondazioni, scrisse favorevolmente al papa, ai principi di Francia, regalò fuori le mura del castello di Plessis un suolo edificatorio, vi fece erigere un grandioso convento ed ebbe altre beneme­renze. In quanto alle leggi forse non ebbe troppo tempo per legare il proprio nome a un Codice.

È certo che i rapporti tra il santo e i figli di Luigi XI non s'erano mai allentati, e chi sa quanti piccoli episodi di bontà saranno sfuggiti alle cronache, che non hanno tempo di occuparsi delle buone azioni quotidiane: la sto­ria, e la stampa, debbono occuparsi di cose grosse e truci, quando ci sono; e ci sono sempre. Nel battesimo del primo figlio di Carlo, per esempio, chiamato pomposamente Carlo Orlando - per poco non lo chiamavano Carlo Magno -, che fu amministrato con un fasto che ha lasciato tracce perfino nelle cronache reali, il particolare che ci colpisce di più è che il re, nel più sontuoso dei suoi abbigliameti, teneva per mano, durante la cerimonia, il più rozzamente vestito dei presenti, ed era - neanche a dirlo - il vecchio Francesco appoggiato con l'altra mano al suo bastone. Peccato che quel bambino alla corte di Francia preferì quella del Cielo, dove lo raggiunse in breve anche il secondogenito e poi la terza figlia. Il padre, Carlo VIII, provvide sollecitamente anche lui a bruciare le tappe in un banale incidente: ad Amboise, dove ferve­vano i lavori per la ricostruzione del castello, andò a sbat­tere con la testa contro una trave troppo bassa e cadde in una pozza di sangue. Non si riebbe più e il 7 aprile 1498, all'età di soli ventott'anni, chiuse anche lui gli occhi alla luce di questo mondo.

Il secolo volgeva ormai al tramonto e dei grandi attori su quella scena, sulla quale lentamente calava il sipa­rio, c'era rimasto quasi soltanto lui, il più umile, il più disinteressato, forse il più ignorato dei grandi. Sorgevano tuttavia nuovi attori all'alba del Cinquecento, decisi anche loro di fare il mondo da capo, per avviarsi fatalmente, chi prima e chi dopo, a quella dimora sulla quale Erasmo avrebbe scritto per sé e per gli altri tre singhiozzate parole: mors ultima linea.

 

Cap. XVII

TRA GLI UOMINI

Trema o papa, tremate o vescovi et voi pre­lati, tremate frati e preti, monache, imperatori, re e principi; tremate o mercadante e tu cittadino, trema o povero e trema o ricco! Sopra di noi lo iudice adirato; di sotto noi vederemo lo inferno aperto ardente di foco, gli demonii orribili, gli serpenti velenosi... fra Roberto da Lecce (v. Storia di Napoli, v. IV, p. 259)

Carlo VIII aveva un'altra sorella, Giovanna, che era moglie del duca d'Orléans, futuro Luigi XII. Giovanna era una di quelle anime che si possono dire privilegiate dal dolore, anime che la teologia spirituale non esita a definire «vittime». Appartengono alla schiera di quegli eroi mistici, rari purtroppo ma presenti in ogni secolo, che con la sublimità della loro immolazione sembrano sostenere, colonne di luce, un cielo deciso a piombarci addosso. Per­seguitate dall'amore di Dio, torturate da un fuoco divo­rante fino all'incandescenza, ignorate dagli uomini, percorrono l'aspra via della desolazione e delle sofferenze nel nascondimento e spesso nel disprezzo della gente; malattie, persecuzioni, calunnie, stranezze, antipatie inesplicabili, incomprensioni e derisioni anche da parte dei familiari più intimi sono il loro calvario giornaliero, prezioso per la società, tremendo per loro. Pensate a santa Liduina di Schiedam, vissuta in quel secolo; pensate a Padre Pio e a D. Dolindo Ruotolo, sottoposti a dura prova perfino dalla Chiesa.

Giovanna era nata il 23 aprile 1464 e a soli ventisei giorni di vita - ventisei giorni! - suo padre Luigi XI, che attendeva un maschio, la fidanzò col cugino il duca d'Orléans e guai a lui se avesse fiatato: il re aveva giurato di farlo gettare a mare e di lui non si sarebbe saputo più nulla, peggio che dell'ultimo dei suoi sudditi. La bambina era deforme, affetta da scoliosi, «contraffatta, utrimque gibbosa e sterile» come dirà Machiavelli, e fu tenuta dal padre in una segregazione ancora più tetra di quella del fratello Carlo, in un altro castello, in quello di Linières. Alla morte di Carlo che, come sappiano non aveva più eredi diretti, salì al trono di Francia il duca d'Orléans, marito di Giovanna. Lo sconfitto di Saint-Aubin, per uno strano scherno della storia, ereditava il trono di Francia senza colpo ferire. Non si esagera dicendo ch'egli aveva sempre detestato la moglie; la detestava perché sterile, perché gli era stata imposta e perché, secondo lui, era bigotta. Nel corpo malformato di Giovanna albergava invece un'anima straordinaria, favorita da carismi non comuni. Basti dire che all'età di sei anni aveva già un confessore che la guidava nelle vie della spiritualità, il francescano Giovanni de la Fontaine, e la Madonna le aveva rivelato che a suo tempo avrebbe fondato un Ordine religioso intitolato all'Annunciazione. Col paolano dunque doveva intendersi a meraviglia, quando le riusciva d'incontrarlo: il vecchio, consumato ormai nell'esperienza d'un cammino eroico verso le cime della perfezione cri­stiana, poteva ben suggerire a quell'anima giovane, fru­strata nel fisico ma ardente nello spirito, i consigli più adatti per una situazione così delicata. Quando il marito, dopo la celebre sconfitta rimase nello squallore della pri­gione, fu lei, lei sola ad andare spesso a confortarlo e a chiederne insistentemente alla sorella Anna e al fratello Carlo la liberazione, e nessuno può sapere quanta fu l'in­fluenza di Francesco in quei frangenti. Tuttavia, appena salito al trono, Luigi chiese il divorzio.

Nel frattempo Francesco aveva maturato l'idea di rimpatriare. Sebbene vegeta e sana, la vecchiezza di ottan­due anni gli pesava sulla schiena che andava incurvandosi e il rimpianto della patria lontana lo pungeva acutamente. Salivano dalle radici dell'anima i sogni azzurri dell'infan­zia; i cieli assorti e silenziosi della Calabria sembravano così remoti in questo esilio senza fine, in questo mondo così falso e perfino ripugnante. È vero che gli andirivieni di corte coi raggiri, il lusso, le ostentazioni farisaiche, le frizzatine spiritose, le allusioni ambigue, le frivolezze e la corruzione immancabile non lo toccavano, non avevano mai sfiorato neppure la superficie del suo spirito nobile, anche perché aveva ottenuto da Carlo VIII la costruzione conventuale fuori del castello, in luogo completamente separato ma attiguo, Montil, dove la solitudine, la pre­ghiera, la penitenza sempre ne sostanziavano la vita; ma è anche vero che l'estraneità del linguaggio e del paese lo tenevano un po' in bilico, nel segno d'una provvisorietà spiacevole e in un clima che non era il suo. D'altra parte la sua missione poteva dirsi ora veramente conclusa: morto Luigi XI, morto Carlo VIII, morti anche i suoi rampolli, la presenza di lui in corte poteva considerarsi inutile. Forse a qualcuno dava addirittura fastidio; anche se egli era l'eroe del silenzio e della discrezione, quel suo star lì diventava involontario rimprovero alla frivolezza dei cortigiani. Alle volte si tollera più volentieri una parola di rampogna anziché un silenzio eloquente.

Così inviò al nuovo re, che risiedeva a Blois, il P. Binet e un altro religioso per chiedergli il salvacondotto per il rimpatrio. Luigi XII non aveva mai avuto dimesti­chezza col santo; indubbiamente lo conosceva, l'aveva intravisto più d'una volta e non poteva certo ignorare le mirabili cose che si raccontavano di lui; forse scettica­mente ne rideva, forse lo riteneva strettamente legato ai due re deceduti, e forse ancora - ipotesi più semplice - non gli dava nessuna importanza: che cosa potevano avere in comune politica e santità? La richiesta del santo dunque non lo sorprese e nemmeno gli dispiacque; auto­rizzò la partenza. Dal canto suo la moglie Giovanna, tenuta sempre in disparte, non avrebbe avuto la minima voce in capitolo presso il marito se avesse chiesto di trat­tenerlo, anzi poteva essere questo un motivo di più per sbarazzarsene sollecitamente. Si vuole perciò che il santo, finalmente libero dalle pastoie burocratiche ed esotiche che lo avevano irretito per oltre tre lustri e a quell'età, abbia intrapreso il cammino per tornarsene in Italia. Gli torna­vano in mente gli anni favolosi e avrebbe voluto mettere le ali ai piedi: rivedere il suo cielo, il suo mare, le sue montagne, riascoltare il suono del linguaggio antico, affondare l'anima in quella semplicità limpida e silenziosa, tornare all'infanzia.

C'era però in corte un ministro, il celebre cardinale Giorgio Amboise, che non solo conosceva bene ma sti­mava altissimamente Francesco e, appena saputa la notizia, corse ai ripari, esortando il re a non privarsi d'un tesoro così prezioso, che attirava grazie dal Cielo con le sue pre­ghiere, che si era rivelato utilissimo ai suoi predecessori, che era amato e venerato da tanti francesi che accorrevano da lui ogni giorno. Pare che il re, sgranando gli occhi dalla meraviglia, abbia mandato subito a rilevare il santo che era già arrivato a Lione. Diciamo pare, non essendoci documentazioni precise del fatto.

Qualche tempo dopo, il nuovo re decise di recarsi anche lui personalmente a parlare col santo e ne riportò così profonda impressione, che i cortigiani lo videro uscire tre ore dopo dalla cella con le lagrime agli occhi, ammise di non aver mai conosciuto uomo più santo in vita sua, e che gli aveva persino svelato segreti di coscienza noti solo a Dio. Andate a capire questo guazzabuglio del cuore umano: il colloquio avuto con Francesco, che l'aveva tanto commosso, non fu sufficiente a farlo desistere dal progettato divorzio. E la cosa più strana, in questa losca faccenda, è che una delle ragioni dell'annullamento era la sterilità di Giovanna e un'altra che il matrimonio, in ven­tidue anni, non era mai stato consumato. Come abbiano fatto i giuristi del tempo a mettere d'accordo le due cose contrastanti è anche questo uno dei tanti segreti della sto­ria e occorrerebbe, chi avesse voglia di accertarsene, andare a rileggersi tutti gl'incartamenti. Ma forse ha ragione quello studioso che afferma: da Roma era già par­tito Cesare Borgia, il Valentino, recando nella valigia diplomatica il decreto di annullamento!

Dinanzi ai giudici nella chiesa di S. Gatien a Tours, il 10 agosto 1498 - quattro mesi dopo la morte di Carlo VIII - Giovanna giurò che il matrimonio era stato con­sumato, Luigi giurò il contrario, il pubblico presente pro­testò, si ribellò, tumultò, compiangendo l'infelice regina, il francescano Oliviero Maillard si scagliò col solito furore contro l'iniqua sentenza, applauditissimo, e Luigi XII, con olimplica freddezza prese con sé la vedova di Carlo VIII. Giovanna ridiventò sua cugina, ebbe il titolo di duchessa di Berry e, col valido ausilio d'un altro francescano fr. Gilberto Nicolas (che Leone X chiamerà poi Gabriele Maria), fondò l'Ordine dell'Annunziata. Dovevano passare vari secoli, perché, vagliata ogni possibile documenta­zione, il 28 maggio 1950, Pio XII, nella solennità della Pentecoste, la proclamasse santa: santa Giovanna di Valois.

Dopo tali premesse, ognuno s'aspetterebbe che Luigi XII passasse alla storia come uno dei più scellerati tiranni; invece essa lo ha generosamente consegnato ai posteri come il buon padre del popolo. Va bene che la storia ha le sue preferenze e le sue parzialità, come del resto ha i suoi manipolatori; tuttavia un simile encomio deve pur aver avuto qualche fondamento per non essere del tutto ridicolo; e forse non ebbe tutti i torti chi affermò che la permanenza di Francesco nella corte giovò assai a colui che il popolo aveva gridato novello Erode. Infatti i rapporti di Luigi col santo s'intensificarono e furono improntati al massimo rispetto e perfino alla cordialità. Durante il suo regno l'Ordine di Minimi conobbe un'e­spansione prodigiosa, dovuta indubbiamente alla fama del santo diffusa in Europa, ma anche alla protezione continua ed efficace del re. D'altra parte la crisi profonda della Chiesa in quell'epoca (e si ricorderà che siamo al pontifi­cato di Alessandro VI) esigeva un'urgente riforma inte­riore, un ritorno alla purezza del Vangelo, di cui non sem­bravano preoccuparsi troppo le alte gerarchie. Papa Borgia poteva ben indìre l'anno santo del secolo (1500) con la bolla «Consueverunt»: i pellegrini non affollarono Roma: il più illustre di essi forse fu Nicolò Copernico. I pensieri erano altrove e del papa si sussurrava che fosse addirittura ateo! In tale crogiuolo spirituale, oltre che politico, l'opera del santo calabrese si presentava dunque, nel fuoco divo­ratore della sua fede, nella rigidezza delle sue regole, nella genuinità della splendida innocenza, come la più attuale ed efficace per arginare lo smarrimento delle coscienze e per un ritorno alle fonti pure del cristianesimo. Fra pochi anni Lutero troverà un terreno fecondo per l'esplosione delle sue teorie. Il rinnovamento delle anime o avviene per intima convinzione o è destinato al fallimento, come ogni riforma imposta per legge.

Certo è strano che Luigi XII abbia modificato abba­stanza la sua condotta privata e abbia rimesso in sesto le sue finanze statali dilapidate dall'inesperta megalomania di Carlo VIII. Non che avesse moderato le proprie ambi­zioni; al contrario sappiamo con quanta astuzia organizzò anche lui la spedizione in Italia; però l'essere riconosciuto «sovrano fondatore, protettore e custode di detto Ordine, al quale, seguendo l'esempio dei nostri predecessori por­tiamo singolare amore e fervente devozione, avendo anche riguardo all'austerità della sua regola, alla buona vita del detto fratello Francesco e dei suoi religiosi» - sono le sue parole testuali -, è l'inizio di una penetrazione pro­fonda negli strati sociali del movimento del calabrese, e non soltanto in Francia.

Del resto il re aveva al suo fianco un consigliere abi­lissimo nella persona del cardinale Amboise, ministro di stato, che, secondo la testimonianza del Machiavelli, era uomo che sapeva tacere, sapeva ascoltare e sapeva anche parlare. Non disse proprio così, ma lo fece bene intendere il segretario fiorentino, quando nel luglio del 1500, man­dato dalla sua repubblica in missione, per chiarire alcune faccende che qui non interessano, scrisse che il cardinale li stette a sentire «pazientemente, e rispose la Maestà del re essere prudentissima e avere li orecchi lunghi e il creder corto». Il creder corto, e quindi l'astuzia, è stata sempre ritenuta una qualità positiva in politica; e di tal sorta di qualità erano forniti il re e il ministro. Per quello che può interessarci, sarebbe una bella notizia sapere che il Machiavelli s'incontrò anche col paolano: la cosa non sarebbe impossibile, ma è estremamente improbabile, per­ché la corte non risiedeva più a Tours.

Tuttavia a parte ogni considerazione politica resta il fatto della grande disponibilità del re e dei suoi ministri verso il santo. Esistono, per esempio, due lettere di lui (altre si saranno perdute) dalle quali è rilevabile questo contatto fiducioso tra la corte e i Minimi, e dalle quali emergono altre utili riflessioni: una è indirizzata al cardi­nale Amboise e l'altra all'intendente generale delle finanze Simone Robertet. Il santo chiede ad entrambi che sia com­pletata la muraglia di cinta al convento di Montil, fuori del castello, e possibilmente si dia un posto di lavoro a suo nipote Andrea d'Alessio, arrivato in Francia già alcuni anni prima. Nell'una e nell'altra lettera, che sono quasi due copie identiche, si notano da un lato il rispetto del­l'autorità insieme alla fiducia che il santo ripone nei desti­natari e dall'altro, molto più notevole per noi, un'affet­tuosa umanissima sollecitudine per il nipote che, emigrante solitario, era venuto in Francia in cerca di «sistemazione». Particolari questi che possono sfuggire a un lettore frettoloso, ma che vanno tenuti ben presenti per comprendere appieno la fisionomia spirituale del santo.

Altro particolare degno di nota - per la storia e la psicologica degli interessati - è la visita, probabilmente per interposta persona, al cardinale Ascanio Sforza, prigio­niero di Luigi XII nel castello di Bourges. (Il fratello Ludovico il Moro era stato rinchiuso invece nella fortezza di Loches, dopo la sconfitta subìta a Novara il 10 aprile 1500, e vi morì). Si può comprendere quanto soffrisse l'intrigante principe di santa romana Chiesa nelle muffe del castello, dorata prigione alla sua irrequietezza. Ebbene il santo, che probabilmente aveva ricevuto un messaggio di supplica per la sua liberazione, forse personalmente o per mezzo dell'inviato, lo esortò ad aver pazienza e fidu­cia, perché avrebbe riacquistato la libertà; cosa che avvenne. È sorprendente questo intreccio di personalità tanto in vista intorno all'umile nascosta figura del santo.

Intanto nel regno di Napoli gli eventi precipitavano. Il «cristianissimo» re di Francia e il «cattolico» per antono­masia, re di Spagna, nel novembre di quel 1500 s'erano messi d'accordo, col trattato di Granata, sul come divi­dersi tra loro l'Italia, che ha fatto sempre gola a tutti gli stranieri. L'anno seguente invasero la penisola e il destino degli Aragona, come predetto dal santo, era compiuto. Federico d'Aragona, preso alla sprovvista, capì troppo tardi che l'amico spagnolo era segretamente alleato del suo nemico francese; tradito, amareggiato, deluso, abdicò a favore del figlio Ferrando, e così tramontò la dinastia che pur sembrava la più italianata. Federico dovette scegliere l'esilio ed è sintomatico che abbia preferito quello fran­cese, presso Luigi, a quello spagnolo dei suoi parenti. Egli aveva ricevuto il santo a Napoli nel 1483, proteggendone l'incolumità in mezzo alla folla clamante. Lo aveva poi accompagnato a Roma e in Francia, dove non potette sbarcare a causa della peste: ora lo sapeva unico amico sincero dal quale ricevere qualche conforto.

Esiliato volontario con lui partiva un altro sincero, il Sannazaro. Il poeta napoletano ne aveva ricevuto in dono la villa di Mergellina, ma non gli era affezionato solo per questo: si stimavano reciprocamente, erano entrambi leali e affettuosi di carattere e l'amicizia che li legava aveva radici molto profonde. «Era l'anima de tutti», diceva Federico di Sannazaro; «è perduta la razza de li Re» diceva Sannazaro di Federico. Il poeta, in questa cata­strofe degli Aragonesi, scrisse la pagina più bella della sua vita, come annotò l'Altamura: vendette alcune proprietà per raggranellare i quindicimila ducati necessari per il viaggio e accompagnò, lui malandato in salute, il suo re in esilio in quel triste novembre del 1501. Luigi XII, il vincitore provvisorio, li accolse a Tours, dove l'altro grande regnicolo Francesco, nella sua splendente vecchiaia, teneva alta la bandiera della patria lacerata.

L'intimità di Federico con Francesco raggiunse pro­fondità insospettate; di quella del poeta col santo sappiamo piuttosto poco. Si riteneva, come scrisse nella sua Arcadia «da antichissima e generosa prosapia disceso» e asseriva, non senza compiaciuta e ingenuta vanità, che «lo avolo del mio padre della cisalpina Gallia» o forse «dalla estrema Ispagna» traesse origine. Comunque in Francia, oltre a tener fede e affettuosa compagnia a Federico e oltre a scri­vere versi e lettere struggenti di nostalgia per Napoli lon­tana, «sperduto tra i barbari di queste solitudini», riuscì a rintracciare anche il proprio cognome nel santo del giorno in cui era nato (28 luglio), Saint-Nazaire - che era ed è anche una città -, dal quale pretendeva discen­dere e al quale sciolse inni di devota ammirazione. È impossibile ch'egli non abbia avuto frequenti e appassio­nanti colloqui col calabrese (santità e poesia vanno assai più d'accordo che santità e politica) e non è frutto di fan­tasia supporre che un re buono e due sudditi, un poeta e un santo, non si siano trattenuti sulle vicende del loro regno e sulle delusioni della vita umana. La storia, che non può tutto registrare, ci fa sapere con precisione altri particolari interessanti e commoventi: all'estremo respiro di Federico assistette, insieme col Sannazaro, il santo di Paola con la sua paterna e affettuosa partecipazione e ci fa conoscere anche quali furono le ultime volontà dell'ul­timo aragonese. Furono rogati due documenti; nell'uno il re chiedeva d'essere tumulato li nella chiesa dei Minimi,

nell'attesa - purtroppo vana - che il suo corpo fosse riportato a Napoli in tempi migliori; nel secondo veni­vano elencati minuziosamente tutti gli oggetti, preziosi o importanti, che scendevano nel sepolcro insieme al cada­vere. Era spirato il 9 novembre 1504 (ancora un grigio novembre): Francesco si chiuse nel silenzio e nella pre­ghiera; Jacopo, annientato dal dolore, ripartì pochi giorni dopo.

Alla sua morte, avvenuta a Napoli nel 1530, risultò che aveva lasciato la sua Villa di Mergellina e altri beni ai Servi di Maria, con l'obbligo di celebrare quattro messe al giorno, di cui la prima in suffragio di Federico d'Ara­gona. Una messa al giorno più un funerale all'anno! Que­sta fedeltà post mortem è il più grande elogio che il poeta potesse lasciare ai posteri di se stesso ed è lecito supporre che l'ultimo aragonese non abbia ricevuto da parenti e amici tanti suffragi, e tanto sinceri, come dal cuore vera­mente napoletano di Jacopo Sannazaro e come dalle pre­ghiere veramente efficaci del santo di Paola.

Un'ultima riflessione: colui che scacciò definitiva­mente gli Aragonesi da Napoli, Consalvo di Cordova «il gran capitano» aveva tanto desiderato di conoscere Fran­cesco, il quale a sua volta gli aveva fatto sapere che sarebbe andato a visitarlo: sul letto di morte il 2 dicembre del 1515, quando il santo era da vari anni nel mondo della bellezza e della verità, gli apparve sorridendo per confortarlo nell'ultimo viaggio, dimostrando così che per i veri cristiani, come per il Padre celeste, non esistono amici o nemici, aragonesi o francesi o spagnoli, ma solo fratelli dall'anima immortale.

 

Cap. XVIII

ESPANSIONE E ANCORAGGIO

La Regola è libro di vita, speranza di salvezza, midollo del Vangelo, via della perfezione, chiave del paradiso, patto di eterna alleanza. S. Francesco d'Assisi (Celano - Vita II, 208)

Il 29 maggio 1493 Ferdinando il Cattolico scriveva una lettera all'ammiraglio Cristoforo Colombo, ingiun­gendogli d'imbarcare per il prossimo viaggio il P. Ber­nardo Boyl e alcuni altri frati dell'Ordine dei Minimi. Colombo rilesse attentamente; conosceva i Minori, era stato alloggiato varie volte nel convento della Rabida, era buon amico del confessore della regina Isabella, P. Juan Pérez, al quale s'era pure raccomandato per ottenere finan­ziamenti alla prima spedizione, era inoltre terziario france­scano (di san Francesco d'Assisi, per intenderci), con «l'umile capestro» avrebbe ottenuto il miracolo della libe­razione da una spaventosa tromba d'aria nel suo ultimo viaggio, ma poco aveva sentito parlare dei Minimi e non ricordava bene chi fosse questo P. Bernardo che stava tanto a cuore al re. Comunque, nel secondo viaggio, iniziato a Cadice il 25 settembre di quell'anno, stando agli ordini del sovrano, prese a bordo il minuscolo drappello di religiosi che, con la benedizione del papa, andavano a portare il verbo di Cristo nel nuovo mondo. Da Tours, immerso nella sua profonda contemplazione, il cuore di Francesco varcava gli oceani e raggiungeva, in un certo senso anche fisicamente coi suoi frati, quelle regioni che tanto peso storico avrebbero esercitato sui secoli succes­sivi. Il solitario della Calabria, diventato solitario di Mon­til, arrivava oltre i confini del mondo conosciuto.

Conviene rileggere con calma questa pagina di storia. Ferdinando il Cattolico, dopo il matrimonio con Isabella di Castiglia, che unificava gran parte della Spagna sotto il suo dominio, aveva tentato di scacciare, dopo otto secoli, i Mori dal continente. Nel 1487 era impegnato a espugnare Malaga, dove questi si erano asserragliati; ma dopo tre mesi d'assedio, stupito della loro eroica resistenza e disperando di poter riportare la sospirata vittoria, aveva deciso di abbandonare l'impresa. All'improvviso vide sbu­care dal fondo dell'accampamento due religiosi vestiti di nero, i Padri Bernardino da Cropalati e Giacomo Lesper­vier, che a nome di Francesco lo esortavano a insistere, a non scoraggiarsi perché - assicurava il santo - la vit­toria l'aveva in pugno. All'inattesa rivelazione rimase alquano perplesso; poi si consigliò rapidamente coi gene­rali e ritentò l'assalto. Evidentemente i Mori erano anch'essi stremati e si arresero consegnando le chiavi della città. Allora si cominciò a parlare dei «frati della vittoria» e il re volle approfondire i rapporti col Fondatore. Non era per lui uno sconosciuto. Già fin dal 1485, due anni prima, era capitato un altro fatto: c'era stato uno spa­gnolo, Fernando Panduro che, in qualità d'accompagna­tore del conte di Lucena alla corte di Carlo VIII, aveva non solo conosciuto il santo, ma ne era stato così magicamente preso da fermarsi a Tours, indossando l'abito dei Minimi. La notizia aveva fatto colpo e già fin d'allora s'era cominciato a parlare di lui. Inoltre c'era stato un altro diplomatico di Ferdinando, un benedettino del monastero di Montserrat, in Catalogna, di cui il re apprezzava la grande preparazione culturale e l'alta dignità di vita, e perciò se ne serviva frequentemente, specie nelle missioni diplomatiche con Carlo VIII, per le trattative circa le contee di Roussillon e di Cardagna; e questo bene­dettino era appunto Bernardo Boyl. Per compiacenza verso il re, ma sempre a malincuore, il Boyl aveva svolto le attività richiestegli a scopi pacifici, per ricucire i buoni rapporti tra i principi cristiani. A contatto col santo però fu preso anche lui nella rete miracolosa, abbandonò per sempre il monastero, si accomiatò da Ferdinando e indossò l'abito dei Minimi a Tours.

Nel frattempo rimaneva Granata in possesso dei Mori e il Cattolico era deciso ad averne ragione. Prima ancora che Colombo intraprendesse l'avventuroso viaggio per le Indie orientali, nel gennaio del 1492, entrò trionfante nella famosa città, issando il crocifisso di Sisto IV nell'Alambra. La gloria e le ricchezze del re salivano alle stelle, e fu appunto in quel fatidico 1492 ch'egli autorizzò i «frati della vittoria» - li chiamavano tutti così - ad aprire con­venti in tutto il territorio spagnolo. Il Boyl intanto, che era diventato autorevole collaboratore di Francesco, anzi ne era stato nominato vicario per la Spagna, veleggiò con Colombo. Purtroppo non rimase molto tempo nelle terre transoceaniche per sopraggiunte divergenze con l'ammira­glio, e tornato in Spagna s'interessò della diffusione del suo Ordine. Lo troviamo infatti a Roma nel 1494 presso Alessandro VI, con incarichi assai delicati da parte del Cattolico e dello stesso Francesco. La diffusione superò ogni aspettativa: se le statistiche da me consultate sono esatte, il confronto coi francescani fa balzare i Minimi al primo posto. I Minori (conventuali) - era in atto la Riforma interna dei francescani, come sappiamo - accu­divano in quegli stessi anni a 117 conventi, mentre i Minimi raggiunsero quota 123. Ciò sta a significare almeno due cose: la prima, che i Minori, ormai travagliati dalla crisi del secolo, rispondevano sempre meno alle esi­genze profonde d'autenticità e di purezza evangelica da parte del popolo, e seconda, che i Minimi, ancor vivo il Fondatore o appena dopo la morte di lui, formati all'au­sterità di una Regola quanto mai severa e ardenti di primi­genio fervore, conquistavano agevolmente le simpatie e l'ansia di spiritualità del popolo spagnolo, che è natural­mente portato ad estremismi di segno opposto (le famose due anime della Spagna).

Risalgono suppergiù agli stessi anni le fondazioni delle monache di clausura (il secondo Ordine) sempre in Spagna, altri conventi in Italia, come Genova, Messina, Napoli e soprattutto Germania e si direbbe che la storia d'Europa graviti intorno a un centro umile, nascosto, a nome Francesco di Paola. Massimiliano I imperatore aveva sconfitto in un primo tempo Luigi XI, poi aveva combat­tutto anche contro Carlo VIII (ricordiamo Fornovo, da cui si salvò il giovane Carlo), ma non era quello che si direbbe oggi un guerrafondaio, anzi desiderava mantenere i propri stati nell'ordine e nella pace. Appunto per questo, appreso che il santo era riuscito con le sue preghiere a liberare l'Italia e la Spagna dalla minaccia turca, gli chiese di mandare i suoi religiosi anche in Germania per consoli­dare la fede dei suoi popoli con gli esempi di vita peni­tente evangelica, convinto che soprattutto la condotta irre­prensibile è garanzia contro le aberrazioni dottrinali. I tre conventi fondati allora furono poi travolti dal ciclone della Riforma.

A questo punto è utile qualche riflessione. Queste personalità famose della storia cosiddetta profana, che gra­vitano direttamente o indirettamente nell'orbita del gran santo calabrese, potrebbero indurci a supporre ch'egli fosse una sorta d'antenna tesa a captare le onde del secolo. È vero il contrario: era proprio il mondo, il secolo che involontariamente percepiva le profondità del suo messag­gio, radicato nell'humus di una spiritualità penitenziale senza precedenti. Il mondo ha sete di purezza, di spiritua­lità. Ai nostri tempi abbiamo assistito a un fenomeno simile per Padre Pio: in cinquant'anni e oltre non si mosse da san Giovanni Rotondo, eppure da lui accorrevano car­dinali, principi, attori, prelati, giornalisti, ufficiali e gente d'ogni categoria e d'ogni paese. Come il deserto desidera l'acqua, così le anime, arse da fermenti di ribellione e di concupiscenza, alimentati questi anche dalla mediocrità d'istituti religiosi e dalla mentalità dissacrante d'un malin­teso umanesimo, oscuramente avvertivano l'urgenza della purificazione, del ritorno alle origini e trovavano nel santo e nei suoi religiosi quella dolcezza di pace che invano si cercava nel mondo. L'Elogio della pazzia, che fra qualche anno vedrà la luce e le 95 tesi di Lutero non saranno che l'esplosione esterna d'un disagio interiore a cui i responsabili non badavano. Francesco non era uomo di dottrina; aveva però coscienza del travaglio in cui si dibat­teva la società e, per conto proprio, a quella mediocrità dilagante aveva opposto la propria vita ardente. La sua familiarità col fuoco ne era bene un simbolo.

Occorreva però che anche per i suoi seguaci, ormai innumerevoli, esistesse una norma di vita ferma e sicura, da opporre come roccia ai prevedibili assalti dall'interno e dall'esterno. Occorreva insomma una Regola. La Regola è, per gl'istituti religiosi, una sorta d'istituzionalizzazione a cui è impossibile derogare anche perché un movimento spontaneo è soggetto ai capricci umorali degli uomini e delle situazioni, mentre una norma codificata diventa rotta d'obbligo da percorrere senza incertezze. Ogni fondatore vi è perciò costretto, pena l'evanescenza pratica del pro­prio ideale. Francesco d'Assisi aveva riscoperto il Vangelo e intendeva viverlo sine glossa, senza interpretazioni, osti­natamente, ma quando si trattò d'ottenere il riconosci­mento giuridico dell'Ordine, non potette esimersi dal det­tare norme pratiche per caratterizzare e ufficializzare la propria creazione. Il Vangelo non è un codice: è semmai un esplosivo che mina alle fondamenta tutte le concezioni errate di Dio e dell'uomo, è magari, da diversa angola­zione, un blocco da cui saper estrarre i capolavori miche­langioleschi. Francesco voleva prenderlo alla lettera da cima a fondo, e per lui solo magari andava bene, ma un Ordine religioso è anche un'istituzione giuridica che abbraccia un numero sterminato di seguaci, e bisogna fare i conti con la fragilità, le infedeltà, forse con i tradimenti che covano nelle coscienze, per cui sono necessarie norme precise. Sappiamo che l'assisano fu costretto a redigere ben tre volte il testo della sua Regola. A chi gli suggeriva d'accet­tarne una della preesistenti, oppose sempre un energico rifiuto e neppure volle far combaciare il suo Ordine con quello di San Domenico. Si dice che i santi sono cocciuti; è che essi vedono il proprio ideale, la propria dedizione a Cristo, in maniera diversa, così originale e diciamo pure geniale, che è difficile comprenderli pienamente.

Dunque Francesco di Paola aveva anche lui bisogno d'una Regola, e ci pensava da anni. Dai lontani tempi calabresi troppi decenni erano passati e, se pure laggiù esistevano tracce di regolamenti per dare uniformità di vita alle varie comunità fondate, e se pure l'arcivescovo di Cosenza Caracciolo e Sisto IV avevano approvato il suo movimento, non si poteva dire che questo avesse conseguito la forma e la consistenza necessaria per l'approva­zione pontificia definitiva. D'accordo che la vita spirituale non è codificabile e ogni anima, pure all'interno dell'isti­tuzione, resta singola e libera col suo dramma interiore, stupendo e a volte terribile; non si può imbrigliare lo Spi­rito Santo o, per esempio, proibire a Giuseppe da Coper­tino di volare. Un istituto però non può reggersi senza leggi. La faccenda incresciosa era che Francesco non solo non era un giurista, ma neanche un dotto, e molti dei suoi religiosi recalcitravano contro quella perpetua quare­sima che costituiva invece il suo chiodo fisso. Meno male che a Tours, chiamato da lui, compariva il P. Baldassarre da Spigno, che ben poteva assisterlo nella stesura del documento ufficiale; c'era anche il P. Bernardino da Cro­polati e infine se ne aggiunse fortunatamente un terzo, forse anche più esperto, il P. Binet, di cui dobbiamo dare qualche notizia.

Tra le molte persone che capitavano nella sua cella a Tours per chiedere preghiere o grazie o consigli, ci fu un giorno un benedettino della celebre badia di Marmou­tier, nei pressi di Tours, fondata da san Martino nel 372. Di nobile famiglia, il P. Francesco Binet s'era laureato a Parigi e poi s'era fatto benedettino, conservando però la mentalità di chierico aristocratico e di uomo di mondo. Succedeva, a quei tempi. Pensate a Erasmo o a Rabelais, per esempio. A un certo momento, per sua fortuna, la vita dissipata cominciò a disgustarlo, lasciandogli dentro il vuoto e la delusione. Sollecitato da un certo fra Ger­mano, approdò ai piedi del santo. In una pagina autobio­grafica di rara potenza descrittiva, arieggiante vagamente alle Confessioni, egli stesso racconta come fu accolto e convertito: lui riacquistò la pace interiore e i Minimi in lui acquistarono uno dei più efficaci collaboratori del santo. Si pensi che fu proprio lui a dare la prima formazione a quel P. Boyl di cui abbiamo già parlato. Si mise dunque mano alla stesura definitiva della Regola. Non indugiamo su tutte le peripezie e le prove e le riprove e i ripensamenti e le correzioni e le aggiunte e le espun­zioni che si rendevano man mano necessarie e va detto che i Pontefici si dimostrarono per lo più benevoli, salvo un po' il titubante Innocenzo VIII, verso il santo e il suo istituto, anche perché dalle corti d'Europa fioccavano gli elogi. Ciò che interessa al lettore è che se Francesco d'As­sisi dovette , scrivere tre volte la Regola, il Francesco di Calabria la scriveva la quarta volta e l'approvazione defi­nitiva la ottenne, come aveva predetto, dal nipote di Sisto IV, Giulio II. Forse la Provvidenza disponeva che que­st'uomo straordinario, iniziato alla vita spirituale dal P. Antonio da Catanzaro, ricevesse appunto da due papi con­ventuali il primo e l'ultimo sigillo «a sua religione». Tra la Decet nos del Caracciolo e la Inter ceteros di Giulio II corrono ben trentacinque anni e il fondatore ne contava allora (1506) novanta.

Le Regole e il Correttorio dei Minimi costituiscono un monumento severo, abbastanza ostico ai palati del giorno, avvezzi a cibi manipolati e reclamizzati da persua­sori occulti o anche spudoratamente manifesti. È certo che la rigidezza della perpetua quaresima, la più rigorosa di qualunque altra Regola d'istituti religiosi mai esistiti, e nella quale il santo calabrese fu ostinato a non deflettere, è di un eroismo che può sembrare eccessivo. I papi, anche lo stesso Leone X che lo canonizzò, misero bene in evi­denza questa caratteristica penitenziale della sua Regola, che, a pensarci bene, è una presa di coscienza ben ragio­nata contro la mediocrità d'un cristianesimo edulcorato fino allo svuotamento. È un pane per uomini forti e robu­sti, per caratteri austeri che non si lasciano smidollare dalla facilità accomodante e sdolcinata di animule fragili, sempre in bilico tra due abissi. La lezione di questa Regola è: il cristianesimo è difficile e l'eroismo allo stato abituale, propugnato dal santo di Paola, esige tale carica di altis­simo potenziale interiore, da formare eroi appunto allo stato abituale. Secondo Kierkegaard, per il mondo non c'è che una salvezza: il cristianesimo; per il cristianesimo non c'è che una salvezza: la severità. Francesco non ha scritto parole del genere; ha fatto di meglio: le ha vissute, perché è la testimonianza della propria vita, è il pagare di persona che fan crescere la credibilità della fede professata.

In questo mondo che vive di consumi, dove si deri­dono i «precetti» della Chiesa e dove la quaresima è ridi­colizzata, dove però c'è gente che muore di fame e gente che si sottopone alle privazioni più assurde per mantenere la «linea», dove al rigore della pedagogia si dà l'ostracismo per scatenare tutte le libertà istintuali, rileggere con serietà le lapidarie parole d'un solo capitolo della Regola può essere utile meditazione a meglio comprendere la vita: «Il digiuno corporale purifica la mente, sublima i sensi, sotto­mette la carne allo spirito, rende contrito e umiliato il cuore, disperde i focolai della concupiscenza, estingue gli ardori della libidine e accende la fiaccola della castità». Un uomo di novant'anni, vissuto sempre nel rigore che adesso codificava, aveva ben diritto di comunicare la sua alta esperienza a chi intendeva seguirlo nella gioia d'una santità vigorosa dello spirito e del corpo.

 

Cap. XIX

IL GLORIOSO TRAGUARDO

Il cristiano sa che nella risurrezione di Cristo è già deciso il destino del mondo. Per il fatto che esistiamo consciamente e inconsciamente come cristiani, cioè in Cristo, stiamo camminando deci­samente verso il Cielo. In tutte le provvisorietà del mondo è già all'opera il definitivo, la pienezza della promessa. L. Boros (da «Noi siamo futuro»)

Certi uomini non dovrebbero mai morire. I santi, per esempio. Sono i polmoni del corpo sociale, che senza di loro finirebbe asfissiato; respirando il soprannaturale e immettendolo nelle arterie del grande organismo, ne age­volano la vitalità tanto più efficacemente quanto meno appare la loro azione, come quella del sangue. Per nostra fortuna ce ne sono in ogni secolo e ci assicurano la conti­nuità per la sopravvivenza dell'uomo; Francesco è uno dei più eminenti. L'italiano più riverito del '400, vivendo nella povertà totale e nell'asprezza della penitenza, ha polarizzato intorno a sé la devozione delle corti europee, arginando l'orgoglio fastoso della sede del potere con l'an­ticamera dell'umiltà, in un contrasto ammonitore per tutti i tempi.

Altra mirabile cosa da lui compiuta fu il nome di Francesco che, dapprima importato in Italia e reso famoso dal santo d'Assisi, con lui valica di nuovo i confini e dalla lontana Calabria torna alle corti francesi a rinnovare il segno della spiritualità sul vertice del vivere civile. Questo semianalfabeta - diceva uno dei suoi più grandi ammira­tori - continua le dinastie dei nobili. Francesco I, nato per le sue preghiere nel 1494 e successo a Luigi XII nel 1515, ricevette questo nome nel battesimo dalla madre Luigia di Savoia in omaggio appunto a lui. «Il santo obbliga il mondo a rendere continua testimonianza allo spirito» e la realtà della presenza di Francesco presso i reali di Francia fu una continua sollecitazione a questa testimonianza, anche se a denti stretti per le solite impli­canze politiche. (Non dimentichiamo che Luigi XII, che pur gli era tanto devoto, tentò d'organizzare un concilio contro Giulio II, al quale stranamente partecipò anche il protettore dei Minimi, il cardinale Lopez di Carvajal).

Ma la presenza del santo aveva diritto a espandersi, a raggiungere l'universalità, perciò era necessario che morisse. Finché vive egli è, nell'umiltà dei suoi giorni oscuri localizzato, circoscritto, spesso anche mortificato dalle meschinità pullulanti intorno; appena morto, si tra­sfigura e universalizza, diventando l'espressione più alta del suo secolo. Anche per questo, oltre che per ovvi motivi biologici, deve lasciare questa terra, perché l'eco del suo messaggio possa raggiungere gli estremi confini del mondo. D'altra parte, nella sua splendida vecchiezza, visti crollare tanti troni vicini e lontani e avendo diffuso con la massima concretezza la sua opera di pace in varie nazioni, poteva guardare il mondo dalla vetta della sua serenità con quel distacco dolce e affabile che lo rendeva tanto simile all'Eterno.

Non era mai stato seriamente malato. Uno solo dei testimoni escussi al processo di Cosenza, il teste n. 9 Domenico di Virgopia, asserisce che una volta «havendo dicto frate Francisco visto star malo», il che può signifi­care che avesse qualche indisposizione, aggiunge immedia­tamente che gli offrì un po' di pane ed egli «incominzo ad magnare cum herba selvagia essendo stato bene». Non era dunque una vera malattia, ma debolezza dovuta a pro­lungato digiuno.

Raggiunto però il novantunesimo anno d'età, sazio di giorni e colmo di meriti, poteva e doveva prepararsi a ricevere nella povera cella la Visitatrice ineludibile; la Straniera tanto temuta dagli uomini, Sorella Morte per i cristiani autentici come lui. Accusò all'inizio della quare­sima del 1507 una febbricola insistente che non lo lasciò più, che anzi andò crescendo d'intensità giorno per giorno. Curvo e appoggiato all'inseparabile bastone, si trascinava alla preghiera comune, alla messa, e riceveva ancora visite di devoti con quell'assorta espressione che incuteva silenzio e rispetto. Anche i confratelli comincia­vano a rendersi conto che ormai il traguardo non poteva essere lontano e parlavano tra loro sottovoce, ammiran­done la resistenza fisica e insieme temendone con malce­lata tristezza la prossima fine. La debolezza lo estenuava sempre più e si reggeva in piedi solo per la forza della volontà e per la tenacia dell'amore alla Regola: l’organi­smo non reagiva più agli assalti della febbre e di vivo, nel corpo logorato dagli anni e dai digiuni, non erano rimasti che gli occhi, quegli occhi di fanciullo stupìto e ridente, che ancora parlavano con l'eloquenza della fiamma inconsumabile.

S'andava disponendo e disponeva i suoi al dolce tra­passo. Con anticipo di tre mesi, preannunziò il giorno della sua partenza e, con la calma meticolosa di chi non ha fretta, ordinò le cose che dipendevano da lui, nomi­nando prima di tutto suo successore, fino al prossimo capitolo generale, quel P. Bernardino che l'aveva accom­pagnato dalla Calabria in Francia. L'anima traluceva dal corpo diafano, diffondendo intorno a sé una sorta di gau­dio inesplicabile, in una luce blanda e quieta che rendeva l'atmosfera come irreale, quasi che le persone e le cose avessero acquistato una dimensione nuova, alle soglie del­l'eterno. La stessa inerzia, alla quale era costretto per l'ec­cessiva debolezza, diventava un vantaggio per la contem­plazione. Difatti lo trovavano sempre rapito, sul misero giaciglio di sarmenti, in un colloquio ininterrotto col Signore e chi andava a visitarlo entrava e usciva in punta di piedi.

Quando non parlava con Dio, parlava coi suoi reli­giosi, rinnovava con delicata fermezza le ammonizioni fra­terne per l'osservanza della Regola, esortando a quella carità che li distingueva anche nell'abito, con una convin­zione che strappava le lagrime. Un nuovo prodigio col fuoco confermò la sua ardenza incandescente. E probabile che il discorso fosse caduto sull'osservanza ancora tanto discussa del digiuno quaresimale: il braciere poggiato sul­l'impiantito di legno s'era arroventato e un acre fumo si sprigionava di sotto. Incendio. Corsero ai ripari; ma all'improvviso, con insospettata energia, il santo balzò in piedi, afferrò il braciere ardente e lo tenne alto finché non posero sul pavimento alcuni mattoni per poggiarvelo. Rimasero tutti atterriti e stupefatti: lui solo, sorridendo, aggiunse: «State sicuri, fratelli miei, che non è più difficile a chi ha promesso a Dio di osservare quanto gli ha pro­messo, di quanto lo sia per me tenere in mano questo fuoco». Nel mutismo generale ognuno rifletteva a quella fermezza di volontà che non era capriccio di santo osti­nato, ma evidente volontà di Dio. Del resto la prima caratteristica della carità è il rigore verso se stessi a cui la quaresima doveva educarli.

Tra le estasi e i ricordi si consumavano i giorni del suo glorioso patire: la panoramica di una lunga vita, vis­suta all'insegna dell'immolazione, si svolgeva nella sua mente in una visione retrospettiva e caleidoscopica, in cui nulla aveva da rinnegare, né le opere, né i gesti, né i pen­sieri. I decenni e gli attimi erano stati consacrati all'amore senza pentimenti e senza sottintesi, con la coerenza mira­bile dell'anima presa nel vortice dell'Assoluto, dove non c'è posto per le inezie che costituiscono il fascino della mediocrità. Raramente s'arriva al traguardo finale con la soddisfazione intera; tutti hanno qualche rimpianto, qual­che rimorso, qualche delusione, se non altro qualche neo da cancellare: nella sua anima candida invece non passava la più piccola nube che ne offuscasse la limpidezza: la bea­titudine dello smemoramento confondeva i contorni delle cose e delle persone, ma l'essenziale raggiava di cristallina purezza. Così si preparava all'incontro definitivo con la sorgente della Charitas, dando esempio di alto coraggio ai trepidi figli spirituali.

Arrivò la settimana santa. Se ogni giorno era stato scandito dalle preghiere in compagnia di qualcuno dei più affezionati discepoli, adesso ogni ora passava, spesso con la comunità al completo, per la gioia di stare insieme e insieme elevarsi, nella contemplazione colloquiale con l'In­visibile. Ordinò il capitolo della riconciliazione, che i Minori chiamano il capitolo delle colpe. In ginocchio lui al centro della stanza, si accusò dei suoi peccati ai confra­telli presenti, chiedendo a tutti perdono con tale profonda umiltà che molti piangevano. A loro volta i frati si chiesero perdono l'uno con l'altro e si scambiarono l'abbraccio fraterno che suggellava un amore soprannaturale di cui il mondo andava perdendo la memoria. Si recarono poi tutti in chiesa per la celebrazione della santa cena del gio­vedì santo. Anche nel pomeriggio chiese d'esservi ripor­tato per la lavanda dei piedi, ma non resse allo sforzo sovrumano e dovettero di peso trasportarlo in cella. Dove il Correttore (= il superiore) voleva lavarli a lui per primo. «Domani, - disse - domani mi laverai i piedi, il corpo e anche la testa». Domani sarebbe stato il venerdì santo.

Il 2 aprile 1507 chiese l'unzione degl'infermi, racco­mandò, con gli occhi più che con le labbra, ancora la pace, la concordia, pregò che gli leggessero la Passione secondo Giovanni, rinnovò al renitente Padre Bernardino l'incarico di successore e chiuse gli occhi al mormorio delle parole evangeliche. L'agonia di Cristo riviveva nella sua agonia. Tracciava ogni tanto su di sé un lento segno di croce senza più parlare e alle dieci del mattino sorri­dendo spirò.

Al silenzio sbigottito e ai singulti repressi seguì il tra­menìo che succede in casi del genere. La notizia si diffuse in un baleno nel castello, nei dintorni, raggiunse la corte, i paesi vicini. Stranamente un'insolita gioia traspariva dai volti accesi; tra la gente che accorreva da tutte le parti c'era chi desiderava contemplarne le sembianze per non dimenticarlo più, chi voleva ottenere ancora qualche gra­zia, chi pensava di strappare qualche reliquia, chi bramava toccarlo per una particolare benedizione, chi intendeva almeno baciarne l'abito e le mani in segno di gratitudine, che si riprometteva di chiedergli perdono per non avere messo in pratica i consigli. Si avvertiva che quella morte non era un lutto, ma quasi una festa, un trionfo nazionale di cui la Francia poteva andar fiera di fronte all'Europa: un nuovo santo aveva preso il volo nei cieli della sempre più gloriosa nazione. Il dolore della scomparsa svaniva di fronte al tripudio multanime della gara tra nobili e popo­lani, che testimoniavano quanto egli fosse entrato nel cuore dell'intero popolo francese e quanta storia avesse scritto con la sua umile vicenda terrena. Si rese necessario l'intervento di gendarmi per contenere e regolare il flusso crescente del popolo. La Pasqua si celebrava alla presenza d'un cadavere che era più vivo dei vivi. Il pittore Bourdi­chon fu incaricato di prenderne la maschera in gesso, si organizzarono preparativi per i funerali solenni a cui avrebbero partecipato i massimi dignitari di corte e folla ingente di popolo, si fissò la cerimonia al lunedì di Pasqua, fu sepolto dapprima in una bara di legno, poi, a distanza di tre gioni, 1'8 aprile, fu riesumata la salma splendente di freschezza, e collocata in un'urna di pietra per volere della regina madre, i miracoli accompagnarono con un crescendo continuo questo tramonto che fu la più splendida di tutte le aurore. Un mese prima nelle vici­nanze era morto Cesare Borgia, il Valentino, ed era già un dimenticato, se non peggio. Lui invece salirà di anno in anno nell'estimazione universale, sarà aperto il processo di beatificazione con Giulio II e non ci metterà molto tempo per raggiungere ufficialmente il trono della gloria che non conosce più tramonto. Leone X, quel Giovanni figlio di Lorenzo il Magnifico incontrato da lui ragazzo a Roma nel 1483, ne darà l'annunzio alla Chiesa e al mondo con la bolla Excelsus Dominus del 1 ° maggio 1519, dodici anni soltanto dopo la sua morte. Il giorno seguente moriva un altro grandissimo italiano nel castello di Cloux, presso Amboise, Leonardo. In pochi decenni l'Italia aveva esportato santità e genio nelle nazioni euro­pee, Colombo, Francesco e Leonardo, mentre nella Ger­mania si diffondevano le 95 tesi di Lutero e Carlo V, nel seguente giugno, veniva proclamato imperatore. Nel turbine degli avvenimenti il Commines poteva tranquillamente scrivere: «Io non ho mai visto un uomo di vita così santa in cui sembrava che lo Spirito divino parlasse con le sue labbra», sovrastando la storia che, nel suo inesorabile cammino, assisteva imperturbabile a quei corsi e ricorsi che sembrano ripetere alle generazioni l'amara parola del profeta: Vanità delle vanità. Che importa se irromperanno gli Ugonotti a profanare la tomba di lui e di Federico d'Aragona (1562)? Anche i nazisti bruceranno il corpo di Massimiliano Kolbe, come gl'inglesi aveva bruciato Giovanna d'Arco e Alessandro VI lo scomodo Savonarola; ma non ci sono Ugonotti né Rivoluzione francese né Rivoluzione d'ottobre né nazisti che riescano ad affossare l'anima degli eroi dello spirito che dominano i secoli appartenendo essi all'uomo di tutti i tempi e dunque all'eternità. L'umile figura di Francesco è oggi più viva di ieri, tanto che Pio XII nel 1943 lo nominò patrono dei lavoratori del mare e Giovanni XXIII nel 1962 patrono della sua Calabria, Magna Grecia, «matrice d'Europa». Da essa alla Tebaide italiana fino a questi ultimi giorni s'apre un arco gigantesco che abbrac­cia i secoli, e al centro c'è lui, il vegliardo sorridente che insegna a tutti il valore dell'umana avventura: Francesco di Paola.

 

Cap. XX

CHI È SAN FRANCESCO DA PAOLA?

Chi è per natura uomo di Dio, è per natura uomo di gemo... I santi non sempre sono genii, ma sempre equivalgono anzi sorpassano il genio perché pieni della sapienza divina.

V. Gioberti (citato da Arcari in Il genio, l'eroe, il santo)

Il mistero della santità ha sempre esercitato uno strano fascino sugli studiosi. Scrittori del calibro di Hello, Giuliotti, Roche, Lavelle, Fulop-Miller, quest'ultimo neanche cattolico, hanno affrontato l'argomento con quella freschezza ed effervescenza, spesso anche profondità, che li ha resi simpatici alla nostra umanità, e ce li hanno mostrati fraternamente consapevoli delle nostre miserie, delle quali sanno anche sorridere con fine umorismo, come l'inglese T. More e l'italiano Filippo Neri.

Più puntuali ancora i saggi dei cultori di teologia spi­rituale, ben noti a chi s'interessa di tale argomento, e alcuni Dizionari di spiritualità recentemente apparsi in Ita­lia (quello di Studium e l'altro delle Edizioni Paoline), dove l'analisi della santità è approfondita da ogni angola­zione. Forse la spinta a tal genere di studi è venuta dal Vaticano II, (ma già esistevano intere biblioteche sul tema e ricordiamo la fortuna avuta decenni fa da un volume di Mons. Olgiati su La pietà cristiana), il quale ha ram­mentato opportunamente il dovere della santità per tutti, anche per i laici; nonché l'ambiguo interesse per la cosid­detta religiosità popolare, che alcuni presero a studiare con non celato livore contro la Chiesa.

Comunque sia, l'interesse esiste e resiste anche oggi. Per quanto riguarda il santo di Paola è sufficiente ricordare l'ampia bibliografia in due volumi raccolta dal P. Francesco Russo, che desta sorpresa per il numero e la mole dei lavori segnalati, e vari altri se ne sono aggiunti anche dopo, e si direbbe che di lui nulla è stato lasciato in ombra: l'aspetto penitenziale sottolineato dai papi, par­ticolarmente Leone X, l'aspetto ascetico e mistico in cui l'hanno visto i vari biografi, specialmente il Roberti, l'aspetto sociale, unilateralmente evidenziato dal Misasi e con maggiore ortodossa ampiezza dal Militerni, l'aspetto evangelico dal Castiglione e dal Morosini, l'aspetto tau­maturgico specialmente dai biografi più antichi, l'aspetto ecologico dal Galuzzi, ecc. La sua poliedrica figura si è prestata a interpretazioni suggestive e tutte pertinenti e sarebbe non ardua impresa raccogliere qui una sintesi che illuminasse la straordinaria fisionomia d'un santo, di que­sto calabrese del '400 che, come ho detto all'inizio, domina tutto il secolo, lo sopravanza e anticipa in qualche modo i tempi nuovi.

Tanto più sorprendente è dunque questa mirabile congerie di lavori su di lui, in quanto è noto ch'egli visse nella massima semplicità e in una ferma unità psicologica, dovuta alla compattezza del suo carattere e alla carenza d'erudizione, che poteva essere per lui dispersiva ma conferirgli prestigio di uomo colto. In Francia lo chiamavano il buon uomo e in quest'epiteto non c'era allusiva man­canza di riguardo, anzi era un apprezzamento della sua semplicità di tratto, di linguaggio, d'azione che bastava da sola a smontare le doppiezze farisaiche e i risvolti segreti di uomini avezzi al sospetto, all'intrigo, alla cospi­razione. Nulla di bizzarro in lui, ma anche nulla di geniale né nelle parole né nelle opere. È dunque fuori discussione che il fascino esercitato da lui non fosse dovuto a qualità brillanti, a quella che pomposamente osiamo chiamare cul­tura. Non era colto, non era un erudito: era un semplice nel più genuino senso evangelico.

La Postulazione generale dei Minimi pubblicò un librettino ultratascabile, di poche minuscole paginette, intitolato: «Parola di San Francesco»: è un'antologia in miniatura, una raccoltina di pensieri e di parole del santo, ricavata dai suoi discorsi e dai suoi scritti. Ebbene, chi non conosce la sua biografia e legge per la prima volta questi pensieri, rischia la delusione. Sono indubbiamente massime edificanti, suggerimenti di vita spirituale, consigli e ammonimenti a ben vivere, utilissimi per ogni fedele, ma non contengono nulla di folgorante, di straordinario, di originale; nessun lampeggiamento che faccia intravve­dere il genio della santità. Sia ben chiaro che ciò, lungi dall'allontanarlo dalla nostra curiosità intellettuale, contri­buisce ancora di più ad accendere il desiderio di cono­scerlo meglio e di capirne il segreto. Perché se quest'uomo è riuscito a trattare con affabile superiorità paterna, ma anche rigida i re di Napoli, di Francia, di Spagna, i prin­cipi, i dignitari di corte, a entrare in confidenza con vari papi e trattare con franchezza più d'un cardinale, a essere richiesto di consigli da teologi dotti e da moltitudini numerosissime, anzi è riuscito a piegare ai suoi ordini lo stesso Onnipotente con tanti prodigi, doveva possedere davvero una potenza non comune, soprannaturale, per poter compiere tutto quello che la storia documenta a favore di lui.

Qui torna dunque il discorso sulla sua santità, sulla sua unità psicologica che, abituale nei santi, sembra in lui addirittura unica e perfetta. Qual è dunque il suo segreto? Francesco non è l'uomo d'azione, intraprendente, pronto a fiutare, come san Paolo per esempio, l'urgenza e la tem­pestività d'un suo intervento: è un mistico, un contempla­tivo. Dal lontano giorno che, tornato da Assisi, si ritirò nella solitudine fino al 2 aprile 1507, egli ha unificato la sua vita nell'Assoluto, nella contemplazione del suo Dio. Sperduti nella problematica angosciosa delle contingenze, noi duriamo fatica a comprendere certe scelte definitive, ci agitiamo nei problemi, mentre i santi vivono nelle solu­zioni, come diceva Lavelle. La realtà soprannaturale per Francesco, ma per il santo in genere, è così viva da supe­rare quella esterna e visibile, che per lui era solo appa­renza. Dominava le cose con distacco, senza mai lasciar­sene afferrare, e tanto meno travolgere. Ciò spiega il suo alto potere sulla natura, sulle malattie, sulle anime. La tra­sparenza di Dio dal cosmo era per lui un fatto ovvio.

Il mistico non è colui che non conosce la natura o la disprezza, è colui che va al di là della natura e dell'a­zione. S. Bonaventura parlava di una sursumactio, di una super-azione, cioè di quella elevata qualità dello spirito che, a contatto con Dio, trascende le cose materiali, le vede in una luce diversa dagli altri mortali, e nel rapi­mento estatico le valuta per quello che esse sono in realtà: scala per salire a Dio, «orme» di Dio. Ogni santo è mistico, naturalmente, ma sempre in una maniera perso­nale. Il misticismo di Francesco di Paola è, quasi esclusi­vamente, contemplativo. Però si badi bene, e ciò va notato per tutti i mistici, egli non diventa estraneo al mondo, come un letterato o un intellettuale nella sua torre d'avo­rio, ma partecipa intimamente al mondo con un amore e un'intensità che lo affratella a tutti, agli uomini e alle cose. In questo senso si verifica quel paradosso accennato da Hello: i mistici sono i veri «uomini pratici», quelli che realizzano di più e meglio degli altri uomini. Si pensi a Francesco d'Assisi, a Caterina da Siena, a Teresa d'Avila; nessuno più di loro è stato rapito nell'estasi con tanta fre­quenza da portare fin nel corpo i segni, le stimmate del soprannaturale, eppure nessuno più di loro ha inciso con­cretamente nella realtà del loro tempo con quella efficacia che dura da secoli. Lo stesso è avvenuto per Francesco di Paola: è stato il suo misticismo a farlo diventare asser­tore dei diritti dei poveri verso i potenti, tanto da farlo definire da qualche biografo il «santo del popolo», ma è stato ancora il suo misticismo a fargli muovere rimproveri ai poveri quando non facevano il loro dovere; è stato il suo misticismo a farlo divampare d'amor di Dio nelle soli­tudini boschive, ma è stato sempre il suo misticismo a farlo intervenire col miracolo nei bisogni dei poveri e dei ricchi. I miracoli, che occupano tanta parte nella sua mera­vigliosa storia e sui quali ho poco indugiato, non sono manifestazioni d'una potenza magica o parapsicologica, come può avvenire in altre religioni. È noto che anche in religioni estranee al cristianesimo avvengono «feno­meni» che dimostrano quale potenza possa esercitare sulla natura l'esercizio della concentrazione; ma per il santo la cosa è del tutto diversa. Il santo, il mistico - dal quale non si esclude e nel quale anzi si suppone il massimo della concentrazione e del raccoglimento - non opera uno sforzo personale per farsi ubbidire dalla natura; al contra­rio egli si rimette a Dio con tutto l'abbandono di se stesso e sa di essere non lui l'operatore del prodigio, ma solo Colui che tutto può. La differenza è enorme. Il paragnosta deve concentrarsi e agire con tutte le sue forze per otte­nere l'effetto voluto, ed esce estenuato dai suoi esperi­menti (quando non sono trucchi); il santo va fuori di sé, si lancia, si abbandona e lascia Dio arbitro di tutto e dopo... può anche disinvoltamente affrontare un viaggio sul mare usando il proprio mantello come veliero.

Giustamente Gabriel Marcel diceva che la preghiera è «l'arma degli inermi», o più esattamente è addirittura il contrario d'un'arma e in ciò consiste la sua misteriosa efficacia e il miracolo che essa ottiene non è tanto una deroga alle leggi del cosmo quanto un effetto eminente­mente religioso, come pedagogia di fede. Nessuna meravi­glia dunque, se ci poniamo da questa angolazione, che i miracoli si moltiplichino nelle mani di uomini lanciati verso Dio: sono conferma della promessa di Cristo.

Tuttavia questo non è ancora l'essenza della santità. La fede indubbiamente ne è la base e Cristo la richiede come condizione assoluta: però il mistero del taumaturgo è ancora più profondo. Forse la santità è più semplice di quanto osiamo supporre. Sappiamo che santo è solo Dio. Santo equivale a separato, totalmente Altro. Il pro­feta antico aveva percepito il canto dei Serafini nel trisa­gio: «Santo, santo, santo«: la santità appartiene a Lui per essenza, essendo Egli solo assolutamente perfetto, Lui solo il totalmente 'Altro. Ma san Paolo ci fa sapere che Dio ha pensato a noi prima della creazione del mondo, perché fossimo santi e potessimo rassomigliare all'immagine del suo Figlio. La nostra santità è dunque voluta da Dio, è a noi partecipata; anzi, per eliminare ogni equivoco, Egli ha mandato tra noi suo Figlio, in modo da farci specchiare in Lui e imparare da Lui come si fa a essere santi. La santità cristiana è dunque rassomiglianza con Cristo. Chi vuol essere santo, e tutti dovremmo esserlo, non ha diffi­coltà: basta che imiti Cristo. L'imitazione però non è pedissequa, non annulla la personalità, anzi la potenzia, in quanto ciascuno, chiamato a modellarsi su di Lui, lo fa con le proprie qualità umane, con le proprie caratteristi­che. Tanto è vero che i santi, come gli uomini, pur rasso­migliandosi tra loro, non sono mai eguali gli uni agli altri, e ciascuno ha la sua caratteristica originale.

Che Francesco di Paola abbia le sue caratteristiche inconfondibili lo dimostrano tutte le pagine precedenti: la sua vita è una sorta di romanzo inedito, che non ha prece­denti nell'agiografia e neppure epigoni, come del resto si può dire di ciascun santo. Noi possiamo meglio adden­trarci nella sua psicologia con l'analisi di una qualunque delle sue azioni. Scegliamo un episodio degli ultimi anni.

Il re, Carlo VIII prima e Luigi XII dopo, aveva auto­rizzato a costruire il convento a Montil, fuori del castello reale, donando anche il suolo. A un certo punto i muratori s'imbattono in un covo di vipere e decidono d'ucciderle. Il santo vi si oppone, assicurando che provvederà lui; di notte va a prenderle con le sue mani e va a depositarle altrove. Naturalmente si gridò al miracolo e possiamo indovinare quanto abbia fatto colpo un episodio del genere sia a corte sia nelle famiglie dei muratori; ma ana­lizziamo l'episodio stesso.

Il santo chiede un convento separato dal castello, per­ché? È ovvio, perché lui e i suoi compagni debbono avere più quiete, più silenzio, più tempo da dedicare a Dio. Come raggiungere questo scopo? Sollecitando il re a com­piere un'opera buona con l'offerta del suolo e di un po' di monete. I frati potranno così meglio attendere all'«opus Dei», all'opera di Dio, che è la preghiera e la contempla­zione. Intanto occorrono operai, muratori che dovranno essere regolarmente pagati: ecco l'aspetto sociale della sua azione; mentre offre al re il destro di privarsi di qualche cosa, ai lavoratori dà possibilità di guadagnare alcune settimane di lavoro. Nasce la difficoltà del nido di vipere; anche a loro provvede il santo, evitandone la distruzione, ed ecco l'aspetto ecologico della sua opera. La notizia si diffonde e sollecita la gente all'ammirazione e alla fede: ecco un altro aspetto socio-religioso. Tutti contenti: Dio, perché ha i suoi adoratori meno distratti, i frati per la quiete e il raccoglimento acquisiti, il re per l'opera buona compiuta, i lavoratori per il danaro guadagnato, le vipere per la morte evitata, la terra per l'ecologia rispettata e il popolo per il rincalzo della fede ricevuto in maniera prodigiosa. Voi vedete bene che, in una sola azione, riful­gono tante qualità strepitose di uomo e di santo eccezio­nale. In un episodio minimo, direi quasi trascurabile, si assommano in unità le caratteristiche di lui.

I superficiali parlano di «sacro egoismo» delle anime consacrate a Dio; non hanno capito che la carità che le urge verso il Signore torna sul mondo, cioè sugli uomini

e sulle cose, come pioggia benefica che feconda in maniera.' sorprendente le zolle del convivere umano. Mi sembra che la spiritualità di questo santo eccezionale è tutta qui, in questa condotta lineare, compatta, tenace e incrollabile, che lo eleva verso Dio trascinandosi dietro gli uomini e le cose in un amplesso di civiltà di cui nessun uomo poli­tico potrebbe vantarsi. Sappiamo per lunga esperienza da che parte si trova l'egoismo, di uomini o di partiti. Se decidessimo di far passare tutte, dico tutte, le azioni di lui attraverso questo filtro psicologico, vedremmo con sorpresa che realmente la carità, l'amore - il suo e quello dei santi - è la sola medicina efficace per guarire le pia­ghe della società: la dimestichezza col fuoco, con l'acqua, con le erbe, coi sassi cadenti, con le malattie, coi grandi, coi piccoli, coi potenti, coi poveri non è un fatto mirabo­lante che deve colpire l'immaginazione ma autentica peda­gogia di fede. La sua anima, compaginata in unità non da teorie filosofiche o da pensamenti culturali, ma da quella carità che è il suo distintivo, ottiene ciò che la scienza non spiega e lo scetticismo non crede.

Allora, qual è stata la caratteristica peculiare di questo gigante nel suo tempo e quale la sua attualità?

Certo, la santità è atemporale. Però, dato che i santi sono anche figli del loro tempo, direi che la sua caratteri­stica nel '400 fu la continua presenza del Sacro. Nel '200 Francesco d'Assisi con la sua vita fu richiamo ardente all'apertura verso il mondo che di Dio «porta significa­tione». Il Medio evo era ancora tutto impregnato di Sacro, fino al punto da detestare il mondo (pensate al Disprezzo del mondo di Innocenzo III) e ricercare la verticalità con le Somme, le cattedrali gotiche, la Divina Commedia. Non che non avesse difetti, e anche grossi, ma la fede ne sostanziava la vita e il Sacro era fuori discussione. Diceva Bernanos che il Medio evo «ha dato lo scandalo di molti vizi ma non è stato mai volgare». Francesco d'As­sisi lo sublima in sé con la straordinaria carica d'amore che s'apre a tutte le creature, che intanto rimangono crea­ture, non soppiantano il Creatore. Il Quattrocento è già diverso, l'abbiamo accennato all'inizio: qui il Sacro diventa evanescente e si può arrivare perfino a dubitare della fede di un papa. Figurarsi di certi umanisti! La presenza del paolano dunque in questo secolo è un potente richiamo, addirittura l'attualizzazione del Sacro, il ritorno serio e vigoroso al Vangelo, alla tremenda importanza della vita cristiana nella corruzione dilagante. La sua sarà anche una fede popolaresca, nel senso che non si pone inutili filoso­femi e non conosce i tormenti del dubbio, come appare da tutta la sua vita e anche dai processi di Tours e di Cosenza, documentati dai Codici, sui quali spenderemo qualche parola; ma essa è anche genuina, ortodossa, evan­gelica, come quella che Gesù esigeva dai seguaci e dagli estranei che lo seguivano. Chi studia la sua fisionomia rimane stupito da questa implosione del Sacro all'interno della sua anima, che poi esplode, a contatto con gli uomini del suo tempo, in manifestazioni che lasciano il segno. Le ammissioni di quelli che lo conobbero di persona con­cordano unanimemente su questa trasparenza del divino, del soprannaturale da ogni suo gesto e anche dalla sola sua persona.

In quanto all'attualità, sarebbe sufficiente un rapido parallelo tra il suo e il nostro tormentato secolo: pure con le differenze innegabili - oggi il mondo corre con assai maggiore celerità e la tecnologia invade tutti i campi - un fondo di somiglianza c'è, perché l'uomo è sempre uguale a se stesso. Nella lettera citata di Giovanni Paolo II, a un certo punto viene detto che «La Chiesa vede nel genere di vita austera e penitente dei Minimi un modello tuttora valido da presentare ad anime generose, nella ric­chezza delle forme di vita religiosa, e sa che l'uomo avverte in se stesso un forte desiderio di riconciliarsi con Dio...».

Possiamo parafrasare queste autorevoli parole, aggiungendo che l'uomo d'oggi può ammirare e imitare in lui il perfetto equilibrio, l'unità psicologica del savio cristiano, il quale in mezzo agli sconvolgimenti ideologici (la caduta delle ideologie), politici, sociali, morali che tanto atterriscono l'intero pianeta, sicché non sembra esagerata la definizione dell'uomo come «l'essere che ha paura», sa dove ancorare le proprie certezze e i suoi ideali. Il cosid­detto tramonto dei valori non lo impressiona. Guerre, ere­sie, traviamenti, tradimenti di chierici ce ne furono nel suo tempo forse anche più che nel nostro, ma egli si man­tenne fermo, ancorato alla Chiesa peccatrice, attraversando il mare tempestoso con sublime semplicità. Non poteva essere un Lutero lui, ma non volle essere nemmeno un

Savonarola. La Chiesa non era per lui quella di Alessandro VI, ma quella di Cristo.

Al grido, un po' blasfemo e un po' disperato, che si leva dal nostro tempo, egli risponde col sorriso saggio del vegliardo, che ha visto scorrere tanta storia, che tutto comprende e tutto compatisce, bonario e indulgente, felice nella sua fedeltà. Fedeltà, ecco la parola giusta per lui. Alcuni anni fa il rumeno Petru Dimitriu, in un libro che fece scalpore, scrisse queste urlate parole: «È impossi­bile essere cristiani. È impossibile non essere cristiani. È impossibile essere cristiani fuori della Chiesa, e la Chiesa è impossibile». Buon Dio, quanti impossibili! Si potrebbe rispondere con quel grand'uomo: è impossibile? Allora facciamolo! Tutti questi impossibili stanno a dimostrare lo scacco pauroso in cui è caduto l'uomo disintegrato del nostro tempo, per l'eccessività dei suoi sogni sbagliati e per l'indecisione e la fragilità delle sue certezze, della sua psiche schizofrenica, combattuta da mille velleità senza un forte volere.

Finché stiamo a crogiuolarci nella critica nevrotica della società e della Chiesa, senza afferrare con le mani le redini del nostro destino, anzi elevando i toni della nostra tragedia per sciorinarla di fronte al mondo ed ele­varla fino alle stelle, noi saremo sempre dei poveri malati di logorrea. Francesco poco parlò e meno scrisse, ma la sua alta lezione di responsabile serietà dura ancora ed esorta alla speranza.

Nessuno dubita che la storia avrebbe avuto altro corso se gli Aragonesi, se i D'Angiò, se i Valois avessero fatto tesoro dei suoi consigli, se Martin Lutero avesse imi­tato la sua condotta, se Alessandro Borgia non si fosse limitato ad avere di lui una stima epidermica e lo avesse scelto suo consigliere. Ma la storia del passato è passata, e non si fa con le supposizioni. A noi resta il presente e il futuro. Compaginare nell'unità il nostro spirito, come lui, significa essere veramente uomo. Si guarda con osti­lità, talvolta con disprezzo, peggio ancora con ironia alla Legge divina, come fosse parto di. colonizzatori di coscienze o capriccio d'un Dio inventato, e si deride l'anima ardente, come quella di Francesco, dedita all'attua­zione di quella Volontà. Il Sacro non è una superfetazione; è sostanza dell'uomo. Tanta parte della letteratura e, pur­troppo, vari tentativi di filosofia e di scienza, ostentano e propugnano la disintegrazione dell'uomo, che pericolo­samente potrebbe anticipare quella dell'intero pianeta: uomo-manipolato, uomo-oggetto, uomo-cosa son tutti prodromi di disintegrazione universale.

Disintegrazione è dissacrazione: e follemente ciò osiamo chiamare libertà. Liberi vogliamo essere e rifiu­tiamo qualunque Legge, anche quella con la maiuscola, che è Dio. Francesco ammonisce che la libertà non è poter fare quello che vuoi, ma la condizione per essere quello che sei: uomo. Per non far saltare la nostra storia e il mondo occorre possedere in pieno la libertà. Che ha un solo equivalente: la responsabilità.