SAN FILIPPO RIDE E GIOCA

GIUSEPPE DE LIBERO

GLI ANEDDOTI

DOTTRINA - INDIRIZZI - ESPERIENZE DI GIOIA SANA SOLUZIONI BRILLANTI GENIALI DELLE SITUAZIONI PIÙ VARIE E DIFFICILI NEL CORAGGIO E NELL'OTTIMISMO CRISTIANO UNA VIA FACILE DI SPIRITUALITÀ IN LETIZIA

UN CONVERSARE BRIOSO FASCINATORE DI EDIFICAZIONE

 

1962 COLETTI EDITORE ROMA

NIHIL OBSTAT

P. Gaetano ANGILELLA

Preposito della Congregazione dell'Oratorio.

Roma - 3 Maggio 1982

 

IMPRIMATUR

+ Aroisius Card. Traglia

Pro. Vic. Gen. S. S.

E Vic. Urbis, die 21 maji 1962

 

NIHIL OBSTAT

Aloisius M. Manzini barn.

Romae, 18 maji 1962

 

« Voglio qui ringraziare vivamente la dott. Donna Angela Can­tarelli delle Oblate di S. Francesca Romana, in Tor de' Specchi, in Roma, per la diligentissima collaborazione nelle varie correzioni del dattiloscritto, delle bozze di stampa e della redazione della presente opera ».

 

CAPO I

IL PRINCIPE DELLA GIOIA

I cultori della gioia.

Dacché mondo è mondo, la gioia in se stessa e nelle sue molteplici manifestazioni di riso, di gioco, di beffa, di spiritosità, di umorismo, di facezia, di arguzia, ha avuto, diciamo così, i suoi clienti.

Senza un po' di gioia non si potrebbe vivere e tutti ne cerchiamo, almeno una stilla.

In fondo la gioia è espressione di quella felicità alla quale tutti necessariamente tendiamo: essa è necessaria alla vita dello spirito come l'aria alla vita materiale.

La gioia, oltre i clienti ordinari, e cioè tutti gli uomini, ha avuto i suoi cultori e questi sono tutti coloro che si sono dedicati a meglio conoscerla, a coltivarla, a poten­ziarla, a diffonderla, come un autentico bene ed a difen­derla dai nemici che pur essa ha.

Un editore coraggioso e geniale A. F. Formiggini, per esempio, nel 1922 iniziò la pubblicazione dei «Classici del Ridere » molto oppurtunamente e con grande successo, per consenso generale.

Tutti questi cultori della gioia collaborarono più o me­no a questa nobile missione, secondo la loro capacità e molti ne fecero un'arte, una attività dell'intera loro esi­stenza.

S. Filippo ha superato tutti costoro di ogni tempo, di ogni luogo ed ha fatto una cosa nuova, quasi incredibile: ha vissuto la gioia per se stessa, ha sistemato, organizzato la su vita in funzione di gioia, anche nei suoi discepoli ed è divenuto perciò il maestro insuperabile, il principe di questa grande disciplina.

La gioia pervade tutte le sue attività, tutti i momenti dell'esistenza ed è come un lievito che agisce benefico in tutto il suo essere.

La sua gioia non sgorga a scatti o diversa in diversi momenti, ma fluisce a getto continuo come una fonte. Nessun avvenimento esterno, anche doloroso, come le perdite, le persecuzioni ed i dolori di ogni genere possono di­struggerla o solo attenuarla o turbarla.

La stessa morte perde il suo aspetto lugubre alla sua presenza o al suo contatto e si riveste di uno splendore come il sole.

Questo principato di gioia, per Filippo, è conosciuto da tutti e non è finito con la sua morte, come finiscono tutti i principati, ma si è cambiato in un principato spi­rituale, in un'eredità e permane anche oggi come una tra­dizione ferma, resistente ai secoli, alla maniera della gesta di antichi eroi, immortalata in canti popolari che tutti ripetono.

Cultori o maestri di gioia, nelle varie espressioni, fini­scono con la morte ed anche la loro gioia svanisce oppure ne rimane il ricordo in carte che pochissimi conoscono.

Chi oggi ha cognizione de “La Secchia Rapita” che pure costò tanta fatica all'autore Alessandro Tassoni? Chi conosce le poesie giocose di Guadagnoli e così le opere di comici, satirici?

I letterati, i critici le vanno a scovare nelle biblioteche per farvi noiosi studi di critica e anatomizzarle come i me­dici fanno dei cadaveri.

Gli studenti poi che debbono farne materia di esame, chi sa quante volte maledicono quella comicità elaborata e artificiale e mandano accidenti a chi l'ha inventata.

La gioia di S. Filippo non è studiata, elaborata, nasce e cresce da sè e viene fuori alla più piccola occasione, come un albero carico di frutti li lascia cadere al più lieve alito di vento.

Questa naturalezza della gioia in tutte le sue espres­sioni è anche quella che spiega, per la maggior parte al­meno, la gloria umana di S. Filippo.

S. Filippo è, certo, un grande santo ed ha fatto vera­mente opere straordinarie, ma sarebbero ben pochi quelli che lo conoscerebbero, come è avvenuto di altri grandi santi, se non ci fosse stata quella sua gioia e festività straordinaria.

Ci sono stati santi grandissimi come S. Bernardo, per esempio, ma chi lo conosce? Gli uomini di chiesa, religiosi e religiose, cristiani studiosi: ma tutti costoro sono una minoranza.

S. Filippo, entrando dappertutto col bagliore dei suoi giuochi, porta con sè tutto il resto.

La festosità per S. Filippo è come una nave che solca i secoli e ne perpetua la presenza nel mondo.

Così egli che non cercava la gloria con le sue facezie, come gli scrittori profani, ma il bene, ha avuto anche la gloria.

Coloro che han giocato e fatto ridere, per puri interessi umani, han visto finire gloria e interessi.

 

Un poeta, un giovane e due morenti...

Diamo una prima prova di quanto veniamo dicendo, con alcuni esempi.

Johan Wolfango Goethe, grandissimo poeta, nacque il 1749, ben due secoli dopo Filippo: era tedesco ed avrebbe dovuto essere di religione luterana, ma non sappiamo di preciso che cosa credesse e se avesse una credenza: sicu­ramente credeva in se stesso.

I tedeschi poi sono brava gente, quando vogliono, ma vogliano o non vogliano, hanno gli occhi della mente av­volti nelle tenebre nordiche, come dice lo stesso Goethe.

Or costui venne due volte in Italia e si fermò abba­stanza anche in Roma, dove ebbe luogo il suo incontro con Filippo: incontro ideale, spirituale ma intimo e vero.

La conoscenza della personalità di Filippo, del suo stile di vita contribuiscono grandemente a disgelare la mente del tedesco, idolatra di se stesso, ed accendere il suo cuore.

Egli lasciò ricordo, per i secoli futuri, di questo suo in­contro spirituale col santo fiorentino e romano, in un li­bro famoso.

In questo libro, egli tesse le lodi di Filippo con le più belle parole: dice che ha lasciato una grande fama di sé e ch'è un santo che edifica e rallegra e noi, potremmo dire, che cambia le persone...

Sapete come finisce il festoso e ammirato ricordo del santo? Il tedesco, il luterano, il grand'uomo che venera se stesso, festeggia Filippo, il 26 maggio 1787 e lo elegge co­me suo patrono.

Ora la testimonianza di un giovane, molto anteriore che, sotto un certa punto di vista, è anche più importante perché nel giovane parla la natura umana.

Quando S. Filippo era nel pieno della sua attività, un giorno, un chierico non edificante, che noi conosceremo meglio dopo, Marcello Ferro, entrò nella Chiesa della Mi­nerva e gironzolava curioso piuttosto che devoto.

Egli vede un altro giovinetto dal volto luminoso di bon­tà, gli si accosta e chiede

- Che fai qui? Aspetti qualcuno?

- Si, aspetto un certo P. Filippo da San Jeronimo: egli ci ha dato appuntamento qui ed io sono uno dei suoi: fra poco egli verrà con altri.

Il giovane anonimo dà alcune informazioni su Filippo, sulla sua attività, sul suo amore per i giovani e termina così: « Se tu lo conoscessi, gli parlassi, beato! » Le parole conclusive del fanciullo sono come di un innamorato.

Filippo poco dopo arrivò, Marcello gli parlò, ne fu preso e diventò un figliolo spirituale di Filippo, un suo seguace, un innamorato anche lui, per sempre.

Nel movimento suscitato da Filippo, c'entrava anche del canto, della musica, come vedremo meglio dopo, ed uno dei cantori di Castel Sant'Angelo, un certo Bastiano o Sebastiano, che cantava pure all'Oratorio di Filippo, si ammalò e moriva fra terribili paure.

E' chiamato il Santo al capezzale del morente e si pre­senta affabile sereno e dice, come spesso usava, entrando: « che c'è, che c'è? ».

Bastarono queste poche parole di famigliarità per cal­mare il morente.

L'ammalato guardando Filippo in viso cominciò a gri­dare: «Viva il Padre Filippo, viva l'Oratorio, benedetto il giorno che conobbi il P. Filippo... » «Oh! P. Filippo », in­vocava lentamente, continuamente, lieto, Bastiano, e rin­graziava. Preso poi come da un impeto di gioia intonò una di quelle laudi, che si cantavano nell'Oratorio, di cui i versi più belli dicono così

Gesù, Gesù, Gesù,

Ognun chiami Gesù.

Una vecchia piena di malanni, Caterina Corradina, se ne moriva anch'essa e come Filippo lo seppe andò a visi­tarla: condusse alcuni cantori che intonarono una dolce canzone.

La vecchia giubilava ed in quel giubilo, poco dopo, chiu­deva gli occhi e moriva.

Come la vecchia, come il musico ancor nel vigore degli anni, i figlioli spirituali di Filippo passavano da questa vita all'altra, nella serenità, nella gioia come se la morte avesse perduto il suo potere.

 

CAPO II

UN PICCOLO QUADRO

L'alba di un grande.

Prima di ascoltare Filippo nei suoi giochi e nelle sue facezie, bisogna che io vi dica qualche cosa di lui, della vita: sarà un piccolo quadro ma necessario. Perché le no­stre azioni, per vederle bene, si debbono guardare nella persona, nella fonte.

Molti fatti, staccati dalla persona, o non si compren­dono o si comprendono male: inoltre, certi episodi della vita hanno veramente un carattere comico, pur nell'appa­rente serietà, ma questa comicità non si scorgerebbe, se non si avesse notizia della vita.

Diremo subito dunque che Filippo nacque a Firenze il 21 Luglio 1515 da buona famiglia..

Facciamo notare ancora, cosa molto importante, che era un ragazzo come gli altri, che saltava, rideva, capace di fare quelle monellerie e di dire quelle impertinenze che ogni ragazzo normale deve saper fare e dire, se non è am­malato o un poco scemo.

Ricordiamo qualche episodio in proposito: una volta il ragazzo trova un asino momentaneamente incostudito, ci salta su, gli batte i piedi nei fianchi e lo mette in cam­mino, piuttosto rapidamente: l'asino imbocca una porta, che non era quella dell'uscita, ma della cantina.

La scalinata che metteva in giù era abbastanza lunga e l'asino e il piccolo Filippo precipitarono e fecero un gro­viglio solo nella cantina: il ragazzo sotto, l'asino sopra.

I ragazzi sono elastici come la gomma: mentre quelli di famiglia, accorsi al rumore, pensano che il buon mo­nello sia stato schiacciato, ecco che egli balza come una palla, sano e salvo.

Ecco un altro episodio di nuovo genere che mostra come nel piccolo ci fosse anche la capacità di fare le monellerie non del tutto innocenti.

Un giorno, mentre Filippo leggeva presso la finestra, con una sorella più piccola di lui, Lisabetta, ecco che una altra sorella, la maggiore, Caterina, che già faceva la mam­mina, venne a rimproverarli, non sappiamo per quale ra­gione giusta o ingiusta.

Filippo, seguendo la vivacità del suo carattere e il suo primo impulso, avrebbe dato, forse, a quella molesta più di un ceffone: l'educazione ricevuta però aveva avuto i suoi effetti ed egli non poté fare a meno di darle uno spin­tone poco piacevole. Qui finiscono gli episodi di qualche rilievo.

Andò a scuola Filippo e fu bravo, ma non del tutto per suo merito: Dio gli aveva dato un'intelligenza acuta, pronta, luminosa.

Stette in Firenze fino ai 17 - 18 anni, e poiché le cose familiari non andavano bene economicamente, partì per la cittadina che oggi chiamiamo Cassino e che allora si chiamava San Germano, dove c'era uno zio cugino, Ro­molo, che faceva il commerciante, aveva molti quattrini, era senza figli e senza nessuna speranza di averne.

Si era d'intesa che il giovane avrebbe fatto il commer­ciante come lo zio e ne sarebbe stato l'erede.

E qui dobbiamo richiamare un episodio di profonda comicità, benché... patetico nell'apparenza, e che ci mo­stra come il giovane avesse già un carattere, un'indipen­denza, uno spirito di fierezza.

Nel momento del commiato, sempre denso di commo­zione, Francesco, padre di Filippo, non seppe far di meglio che spiegare un foglio, preso per l'occasione, e darlo al figlio con un visibile senso di orgoglio: era l'albero genea­logico del casato Neri.

Molto probabilmente Francesco avrà ricordato al fi­gliolo il lontano antenato Giovanni che fu notaio di grido, decorato di nobiltà e con uno stemma ben vistoso: avrà ricordato altri antenati che, per le cariche occupate, otten­nero il titolo di venerabili e così, pensiamo, molte gloriuzze di famiglia.

Chi avesse fissato in viso il giovane, si sarebbe accorto che egli ascoltava le parole orgogliose del padre con molta indifferenza.

Ed era veramente ridicolo vedere l'uomo tutto sussiego dire in sostanza: sono cose grandi queste, figlio mio, e il figlio invece pensare: per me sono cose piccole e non me ne importa niente.

E che la situazione fosse questa, si rivela dal fatto che il giovane, non appena lo poté, senza irritare il padre, prese l'albero... che non era davvero robusto, lo fece in tan­ti pezzetti e lo consegnò al vento!

 

Una spedizione fallita.

L'avventura di S. Germano ebbe seguito, in un altro episodio, più comico ancora nella sostanza.

Il viaggio per S. Germano fu una piccola spedizione ed anche un'avventura, alla ricerca di una fortuna.

Arrivare a S. Germano, infatti, non fu piccola fatica, bisognando percorrere vie torte e malagevoli, per un com­plesso di circa settecento chilometri.

Qui ci possiamo domandare: ma Filippo andava con­dvinto alla conquista dì una fortuna? Pensiamo che andasse ma non convinto.

Il giovane che aveva riso della bagattella nobiliare, po­teva aver mai aspirazione a qualche cosa di più basso, co­me le ricchezze?

Comunque, poco dopo, il germe che egli aveva in cuore di un'aspirazione più grande, crebbe, si nauseò di fare l'a­spirante mercante e l'aspirante ricco, si presentò agli zii e disse

- Cari zii, mi dispiace, ma debbo dirvi che io vi lascio e vado via...

- Ma che sei pazzo? Vuoi rinunciare ad un avvenire? - Non m'importa! (Ma ciò era detto nel cuore).

- Guarda questa casa, tutta questa mercanzia e pensa ai danari che ho al banco: è tutta roba tua.

- Non m'importa! (Sempre nel cuore). - E dove vuoi andare? A fare che cosa? - Non v'importa! (Sempre nel cuore).

- Pensa, disse qui probabilmente, la zia, intervenuta molto opportunamente ad aiutare il marito, pensa che più in là, perché ora sei troppo giovane, ti cercheremo una bella e brava ragazza e ti sposerai e sarai felice!

- Risata (nel cuore).

- Avvisiamo, riprese qui lo zio, poiché il giovane non mostrava minimamente di persuadersi, i tuoi di Firenze, tuo padre, le tue sorelle.

- Non occorre! (ancora nel cuore).

Il dialogo finì male e, forse, zii e nipote non si saluta­rono neppure: egli partiva come un colpevole.

Quando Filippo fu sulla via, avrà detto probabilmente finalmente) Ero stufo.

Si mise così allegramente sulla via di Roma come uno che andasse a festa.

Quando quelli di Firenze, Francesco, le sorelle i pa­renti tutti seppero la notizia, non avranno mancato di dire, nello stupore e nello sdegno, secondo la logica comune che stupido quel Pippo! Non poteva fare una bestialità più grande.

 

Una carriera bellissima.

Completiamo i brevi cenni biografici, per i curiosi. Arrivato a Roma, Filippo si dette ad una vita austeris­sima ma non segregata dal mondo: impartiva lezioni ai due figlioli di un fiorentino, che l'aveva ospitato, un certo Galeotto Caccia, uomo nobile di cuore e di nascita, diret­tore delle imposte pontificie in Roma e personaggio molto in vista e ben provvisto di quattrini.

Nella città eterna il giovane compì cose meravigliose, nella lunga vita che vi condusse fino al 1595, quando morì all'età di ottanta anni ed acquistò una celebrità univer­sale.

Compì opere grandiose, ma di ciò s'informi chi vuole, in altri libri.

Fu la sua una carriera bellissima, per parlare al modo di dire del mondo.

Fin da principio però, egli non si limita ad impartire lezioni ai due figli del nobile Caccia con i quali, natural­mente, avrà riso e giocato, ma si mette subito tra i gio­vani più o meno sviati, o addirittura scapestrati ed eser­cita un apostolato meraviglioso tra loro.

Tale apostolato però ha già uno stile, che sarà quello di tutta la sua vita: rideva, giocava con i giovani, senza distinzione di persona o di luogo, per le botteghe e nelle vie, e faceva gara di botte e risposte, ma alla fine trovava sempre il modo di dare un avvertimento, un consiglio buono ai suoi compagni improvvisati, mettendoli sulla via di una gioia sempre più grande.

Ciò, tuttavia, senza darsi l'aria di missionario o di pa­dre spirituale ma in una maniera scanzonata, nel carat­tere dei giochi.

Divenne presto un capo tra questi compagni, costituì un centro di attività ed arrivò a creare un movimento. Studiò contemporaneamente teologia e filosofia ed ar­ricchì la sua mente di belle cognizioni: se non fu un dotto, fu un uomo che sapeva il fatto suo, meglio di certi dot­tori con tanto di laurea.

Il segreto del suo successo fu sempre quello della sua ricchezza di riso e di gioia, che gli ardeva nel cuore come una lampada inestinguibile.

A stare con lui, si godeva e questo fu il potere di tutta la sua vita.

 

Genialità.

Questa carriera bellissima però, avvolta sempre in un alone di gioia, raggiunse la genialità e pervenne ad oriz­zonti nuovi, nel progresso dello spirito.

La genialità di S. Filippo si palesò nell'organizzare tut­ta la vita in letizia, nel superamento del pessimismo, della paura, dello scoraggiamento, di ogni male e di ogni viltà.

Egli, pertanto, introdusse nel mondo un nuovo costume di perfezione, di santità: aprì una nuova via all'ascetica.

E qui osserviamo un fenomeno che si trova in tutte le grandi figure storiche: la maggiore qualità che essi pos­siedono non lascia vedere le altre, che pure ci sono, per­ché meno luminose, come il sole che, in pieno giorno, oscu­ra le stelle talmente come se non ci fossero.

Gli esempi sono innumerevoli: San Francesco, ricchis­simo di ogni virtù civile e cristiana, è conosciuto tuttavia solo come il santo poverello, perché la povertà superò in lui, di gran lunga, tutte le altre virtù.

Fuori la storia sacra, Tito, imperatore romano fu an­che uomo politico, guerriero, amministratore, ma tutti lo vedono nella luce della sua clemenza, che fu la sua dote principale.

La genialità di S. Filippo, nel vivere e nell'insegnare a vivere in letizia, a santificarsi in letizia, ha oscurato agli occhi degli uomini, tutte le altre sue eccelse virtù e così si conosce solo un S. Filippo che rideva e faceva ridere e, ridendo, operava e faceva operare il bene.

Tutto ciò è vero, ma è troppo poco, ma noi non possia­mo uscire dai nostri limiti e chi vuole s'informi, con l'aiu­to di libri di diverso genere del nostro.

 

L'inventore.

La genialità di S. Filippo fece di lui anche un inven­tore.

Qui noi dobbiamo fare un passo indietro nella storia, per comprendere questa affermazione e comprendere me­glio il nostro personaggio: il passo indietro però equivarrà, per lo scopo che ci proponiamo, ad averne fatti due innanzi. Premettiamo che qui il vocabolo inventare ha il signi­ficato originario classico e più vero, di trovare, e non il si­gnificato più moderno di fabbricare un oggetto un conge­gno nuovo, prima inesistente, come, per esempio, furono al loro tempo l'invenzione della bicicletta, della macchina da scrivere, e, più modestamente, la macchina per il caffè espresso o per affettare i salumi.

Ci possono essere invenzioni di vario genere; invenzioni scientifiche, invenzioni utilitarie, materiali, ed anche in­venzioni di carattere morale, intellettuale, spirituale: tro­vare una verità, prima sconosciuta, è un autentico inven­tare.

Trovare un nuovo costume di vita, pertanto, è un vero inventare e, la gloria dell'inventore per S. Filippo, è pro­prio in questo aver trovato un costume di vita anche asce­tico permeato di gioia, di riso prima sconosciuto.

Diremo un esempio, letto or sono molti anni addietro, in un libro di cui non ricordiamo l'autore, ma il fatto è verissimo, e ciò importa.

In una tribù di cannibali, un vecchio intelligente e pen­soso, con una certa finezza morale, quale poteva esserci in un cannibale, nella sua lunga esperienza di mangiatore della carne dei propri simili, venne alla conclusione che, dopo tutto, potendo mangiare carne di animali di ogni specie e magari cani, gatti, topi, era di cattivo gusto man­giare la carne dei propri simili, anche se nemici.

Questo bravo uomo aveva fatto una scoperta di ordine morale e sociale: aveva trovato una verità nascosta agli altri, come un navigatore scopre un'isola.

Voleva subito cominciare a diffondere la sua invenzio­ne, ma poi pensò che gli altri non l'avrebbero presto ac­cettata e che poteva finire lui stesso, per essere mangiato alla sua volta dai compagni di tribù e di fede come un eretico qualunque.

Si confidò con qualcuno e così, piano piano, fondò una società segreta per l'abolizione del cannibalismo.

Ed anche quella della società segreta fu, in certo modo, un'invenzione suggerita dalla necessità, che aguzza l'in­gegno, come dice il proverbio.

 

I collotorti.

Ecco come e perché quella di S. Filippo fu un'inven­zione.

Ogni professione umana influisce, non solo nell'interno, ma anche nell'atteggiamento esterno; quelli pertanto che fanno la carriera militare, siccome pensano e sentono par­lare di guerre, di colpi di forza, assumono un atteggia­mento, un portamento marziale, fiero, anche se, qualche volta, sono buoni come il pane e timidi come i conigli.

Questo atteggiamento marziale spesso viene esagerato e diventa una posa.

E' nota quella storiella, in proposito, di un sovrano, il quale ammoniva i suoi soldati ad un atteggiamento fiero, dicendo: fate la faccia feroce.

Un tempo, com'è ben noto, i militari non potevano ta­gliarsi i baffi, perché si pensava che i baffi conferissero fierezza e roba simile...

Un procedimento simile s'era introdotto nella classe di coloro che facevano vita divota, di perfezione, ed aspi­ravano alla santità.

Siccome i loro pensieri sono di distacco dalle cose del mondo, di raccoglimento, così essi andavano seri, gravi, occhi bassi e modesti, atteggiamento umile, compostezza in tutta la persona e poi nessuna leggerezza di parola o di altro.

Tutto ciò è bene, finché l'esterno corrisponde all'interno e si resta in quella moderazione naturale, senza esagera­zione.

Ne venne però una specie di stile esterno della santità, della vita devota e, come accade nelle cose umane, gli ine­sperti e gli ingenui potettero credere spesso, che tutta questa compostezza esteriore fosse qualche cosa di essen­ziale.

E cadde in questo errore, in un primo tempo, anche un uomo di genio, come S. Francesco di Sales.

Avendo conosciuto un santo ecclesiastico, che si com­portava in certe determinate maniere personali, credette che egli dovesse imitarlo anche in ciò per ricopiare le vir­tù dell'uomo.

Un tale stile esteriore... di santità fu esagerato da per­sone troppo zelanti o poco illuminate: qualche volta, anche, l'interno non corrispondeva all'esterno e così spuntò il tipo del bigotto.

Siccome poi tali soggetti portavano spesso il capo leg­germente reclinato da una parte, venne fuori il collotorto. I collotorti screditavano così la vera pietà e gettavano il ridicolo anche su i veri devoti.

Tutte le religioni hanno conosciuto questa forma di involuzione e questo scambiare o sostituire le apparenze con la sostanza.

Ne troviamo una documentazione nel fariseismo.

Al principio, il fariseismo fu un regime di vita austera, ma poi, col dare sempre maggiore importanza alle forme esteriori, diventò una menzogna, un'ipocrisia, senza om­bra di contenuto e che noi oggi conosciamo appunto con la parola fariseismo.

Ci entrò anche l'orgoglio ed i farisei cominciarono a di­sprezzare gli altri, che non avevano quel loro comporta­mento stilizzato e artificioso ed a ritenere se stessi i solo giusti, i santi...

Infagottati in vesti ampie e solenni, camminavano a passi brevissimi, fino ad urtare un piede contro l'altro, con gli occhi tanto bassi da arrivare facilmente ad un ca­pitombolo.

Si mettevano poi, a pregare negli angoli delle vie, dove potevano essere ben visti da tutti, perchè chi passava di­cesse poi: guarda, quello è un santo.

Ma la natura, birba indomabile, cacciata con la forca, ritornava sempre e si vendicava: i farisei facevano in se­greto ciò che affettavano di condannare in pubblico e si prendevano, non solo le libertà lecite, ma anche quelle il­lecite e perciò Gesù li ebbe a chiamare sepolcri imbiancati, candidi di fuori verminosi di dentro.

Naturalmente un simile genere di vita provocava la reazione, il biasimo degli uomini di buon senso e gli scher­ni e le beffe dei cattivi.

S. Filippo buttò per l'aria tutte le forme artificiose, for­zate, talvolta tradizionali e ridonò alla pietà tutta quella ricchezza di gioia, di sana libertà, di ricreazione, che noi abbiamo messa sotto il nome di gioco.

Egli apri così le porte della santità ad ogni persona ed in ogni luogo anche senza divise e cerimoniali prestabi­liti.

Andò anche oltre: non solo distrusse o rigettò ciò che non era vero bene, ma fece del gioco un ausiliario del be­ne, della santità.

Egli infatti praticò ed insegnò il bel gioco e per quella via portò innumerevoli anime a Dio.

Non fu questa un'invenzione genialissima?

Ma non si deve credere però che la faccenda sia andata liscia.

Il santo incontrò molte difficoltà che bisognò vincere faticosamente e dolorosamente e noi potremmo addurre parecchi esempi, ma ci limitiamo ad uno.

S. Carlo Borromeo, pur amico di S. Filippo, dubitò che il nuovo stile... ascetico non fosse buono ed incaricò un suo agente in Roma, quando egli era già a Milano, di av­vertire il Santo del danno che aveva fatto e che poteva fare con il suo comportamento libero, le sue facezie, i suoi giochi.

In un certo tempo, ci fu una vera guerra, perciò, contro S. Filippo ma egli tenne duro e vinse.

 

Il giocoliere di Dio.

La libertà dei figli di Dio, anche nella forma esteriore della pietà, come sentita da Filippo, sconfinò nel gioco e il Santo divenne il « giocoliere di Dio».

Diamo alla parola giocoliere il significato originario di uno che pratica il gioco, quello naturale e spontaneo, e non quello venuto dopo, professionale, pensato ed elabora­to, come il gioco del prestigiatore.

I giochi che praticò S. Filippo furono innumerevoli e di svariatissime forme ed ebbero la finalità lontana del bene ma spesso ebbero anche la finalità immediata, prossima, dell'insegnamento, della formazione, dell'educazione, spe­cialmente nei riguardi dei giovani.

I giochi sono come la pasta, con la quale si può fare il semplice pane o grissini o biscotti di vario genere.

Col gioco si possono fare anche i quattrini come fanno i giocolieri di circo e di fiere che, poveretti, non fanno male a nessuno: campano ed aiutano a campare con un po' di allegria, quando riescono a tenere allegri: quando non riescono non nuocciono a persona.

S. Filippo come giocoliere di Dio insegnò anche uno spi­rito di gioco e così fondò una scuola, in senso largo, aprì una tradizione e perciò veramente lo possiamo chiamare il giocoliere di Dio.

Riuniremo, in questa nostra trattazione, i giochi di San Filippo in diversi gruppi, secondo il loro carattere, lo sco­po immediato, per quanto è possibile una divisione in que­sta materia e perciò metteremo innanzi molti di quei gio­chi che vorremmo chiamare i giochi «puri» o giochi della sanità.

Questi ultimi sono un'esigenza dello spirito e della sa­nità e perciò noi li abbiamo chiamati giochi puri, cioè il gioco per il gioco.

Perché poi essi sono un'esigenza della sanità?

Lo spirito affaticato dal pensiero, dalle preoccupazioni, teso dolorosamente nella lotta della vita, ha bisogno di ri­storo, di distensione.

Tale distensione dello spirito teso e lo svagarlo, il di­strarlo dalle cure opprimenti di ogni giorno, noi chiamia­mo ricreazione, in quanto porta l'anima alla primitiva fre­schezza di energie.

La ricreazione, come si vede, è per riposare il corpo e per riposare lo spirito: è quindi un'esigenza naturale, san­ta, in funzione della nuova tensione, del nuovo logora­mento che riporterà l'attività ripresa, come il sonno è in funzione della nuova veglia faticosa.

Guardiamo questa legge di vita nel bambino. Se do­mandiamo ad un bambino: perché giochi? Ci risponderà gioco per giocare.

Se il bambino se ne potesse rendere conto rispondereb­be: gioco perché ne sento bisogno per vivere, per essere sano.

Ora occorre sapere che l'uomo, l'adulto è ancora un bambino, solamente un bambino grande, cresciuto: simil­mente il bambino è un uomo ma che deve ancora cre­scere.

L'adulto e il bambino hanno tutti e due le stesse esi­genze perché tutti e due uomini.

Pertanto come l'uomo mangia, il bambino mangia: così il bambino gioca e l'uomo gioca.

 

CAPO III

LE DUE FONTI LONTANE DELLA SUA GIOIA

Una vita sempre in festa.

In questo breve quadro della vita del Santo, non pos­siamo tacere di un elemento determinante della sua gioia e, senza il quale, S. Filippo non sarebbe più il personaggio che noi conosciamo.

Questo elemento è la sua purezza, la quale fu la prima fonte di ogni gioia.

L'intuizione umana, molte volte, vede più profonda­mente delle elocubrazioni filosofiche: questa intuizione, pertanto, per determinare la purezza di un'anima usa lo stesso termine che per la purezza di cose materiali, come l'acqua, per esempio, e diciamo pura un'acqua non conta­minata.

E così per il contrario: di un'acqua torbida o sporca diciamo ch'è impura e questo termine noi usiamo per una coscienza torbida di impudicizia.

E come può essere gioiosa un'anima travagliata da an­sietà, vergogna, rimorsi?

L'impurità poi fa insorgere la carne con tutte le sue bestiali esigenze ed allora la carne lotta contro lo spirito, contro la legge, contro Dio: la guerra è scatenata, dura ed implacabile in quell'anima, con i travagli dei pentimenti e delle ricadute.

Filippo non conobbe una simile situazione.

Egli è felice nella serenità del suo spirito, ch'è come un cielo senza nubi.

La saggezza dei parenti, la sua docilità, lo difesero da ogni contaminazione sozza e se ne trovano molte testimo­nianze nel processo.

Conosciuti i domenicani del convento di San Marco in Firenze, fu avviato presto ad una vita di pietà e messo al contatto con Dio: la sua purezza così fu maggiormen­te assicurata e custodita.

Egli ricevette in quella consuetudine con i buoni reli­giosi la fisionomia spirituale inconfondibile delle anime pure e pie.

Esiste dunque una fisionomia plasmata dalla purezza? Sì! E poiché sarebbe lungo dimostrarlo con il ragiona­mento, vediamolo con un esempio che vale per tutti. Pensiamo alla figura dell'apostolo S. Giovanni.

E' il S. Vangelo che dà rilievo alla sua castità: la sua figura si muove, opera in questa cornice.

Solo il suo purissimo occhio conosce il Maestro che si presenta in forme misteriose, nell'incorruttibilità della re­surrezione.

La sua anima è un cielo sempre sereno, anche nella sofferenza estrema della sensibilità: per questa serenità egli solo, tra gli apostoli, si presenta sempre uguale a se stesso, anche ai piedi della Croce, nel privilegio unico di essere accanto a Maria.

Vuol dire forse ciò che chi non è stato puro non può ac­cedere più alla gioia?

No! Vuol dire semplicemente che chi non è stato puro deve cominciare ad esserlo, ed allora comincerà ad essere lieto; posta così la prima causa della letizia.

Come dice un testo sacro, non v'è pace per gli empi.

Neppure bisogna pensare che per purezza s'intenda ce­libato, perché così la gioia sarebbe interdetta ai coniugati esiste una purezza coniugale che presenta, talvolta, lati più difficili e, umanamente parlando, più simpatici della continenza assoluta.

Per riguardo a Filippo, il suo corpo stesso era come un'immagine di tutta la sua vita in festa.

Fanciullo saggio, quanto può esserlo un fanciullo, lo chiamarono perciò ben presbo «Pippo Buono» e questa qualifica gli restò tutta la vita e divenne storica.

La tradizione iconografica e biografica, fondata, su te­stimonianze e documenti contemporanei, ce lo presenta giovinetto bellissimo, elegante, nella moda artistica dei figli di buona famiglia, affascinante specialmente per la luminosità del suo viso.

In un quadro attribuito al Bronzino, e che si trova nel­l'Oratorio di San Firenze ed in un altro che si vede nella galleria Doria in Roma, creduto del Baroccio, si ammira il fanciullo che quasi si compiace di essere così ben vestito e ne gode: s'indovina che se avesse seguito altra via, sa­rebbe stato un elegantone...

Infatti, sacerdote, sempre preso dal suo apostolato, po­verissimo, ci tenne sempre alla pulizia, alla proprietà, che sono le forme primitive basilari di quella bellezza anche fisica che concorre poi molto alla gioia: e ciò fino alla tar­da vecchiezza.

Sentiva il fascino della natura e godeva della visione dei cieli, dei campi sterminati, dei liberi orizzonti e preferì sempre pregare nei luoghi alti, allo scoperto, sotto la volta dei cieli.

Apprezzò sempre la bellezza umana, capolavoro di Dio, e ci sono frasi nelle lettere o espressioni riportate nel pro­cesso che parrebbero di un artista raffinato.

Vecchio, asceta, distaccato dal mondo, ritenne sempre integra la sensibilità del bene.

Avvertiva il palpito della vita e l'orma di Dio in tutte le creature.

 

Un astrologo astrologa di Pippo.

Cioè, interroga gli astri intorno a Filippo.

Una conferma di quanto veniamo dicendo la troviamo appunto nella sentenza... di un astrologo.

Al tempo del nostro Filippo, l'astrologia era in fiore come un scienza e tale era ritenuta da molti.

Uno degli astrologi più rinomati, preceduto da grande fama, arrivò a Firenze, proveniente da Roma: si chiamava Zoroastro.

Forse il padre, forse la matrigna o qualcuno degli altri parenti invitò Zoroastro a leggere negli astri il futuro del fanciullo, che, unico maschietto, era il cocco del padre e delle molte donne.

Non sappiamo quanto ciò precisamente avvenne, né che procedimento Zoroastro tenne, ma sappiamo una cosa molto più importante e cioè che egli dette questa sentenza « Se costui fosse religioso, sarebbe perfetto ».

La predizione fece impressione, perché se ne serbò me­moria e fu ricordata nel processo, dopo la morte del Santo. Che pensare di questo giudizio di Zoroastro?

Doveva essere costui uomo, evidentemente, di un certo ingegno, di una certa cultura, se si dette all'avventuroso mestiere di astrologo e si fece un nome e, come pare, an­che una fortuna.

Ad ogni modo, egli intuì, forse con la sua molta espe­rienza e perspicacia, nel giovinetto, una meravigliosa di­sposizione, vide un tipo, un temperamento, quale noi ab­biamo descritto di sopra, azzardò e colpì nel segna.

 

Non astrologia ma introspezione.

Persone ben più sagaci e veraci, videro Filippo con una luce naturale di intelligenza e sensibilità squisita, molto meglio dell'astrologo.

Giovenale Ancina, che diventerà poi figliolo spirituale di Filippo, così descrive il Santo, prima ancora di averlo conosciuto intimamente e da vicino, ad un suo fratello: « Il P. Maestro Messer Filippo è un vecchio bello, pulito, tutto bianco che pare un'armellino; quelle sue carni sono gentili e verginali e se, alzando la mano, occorre che la contraponga al sole traluce come un alabastro».

Come S. Filippo vedeva la bellezza umana nella sua interezza negli altri, così gli altri la vedevano in lui.

S. Caterina de' Ricci è così vista da Filippo non tanto in un ritratto, ma nella fisionomia che egli aveva impressa nel cuore: « S. Caterina era più bella ed aveva un viso al­legro e gioviale».

Così egli sentenziò dopo aver visto un'immagine della santa sua contemporanea.

Alla sua volta, una donna santa e per tale stimata dallo stesso Filippo, Marta da Spoleto, un giorno, trovandosi in­nanzi al Santo e guardandolo nell'alone di bellezza nel qua­le egli era avvolto, affascinata gli disse: « Molto sei bello Padre mio ».

Fabrizio Massimo, intimo di Filippo per molti anni, nota anche egli una particolare bellezza che, alla sua volta, fa intravedere una bellezza più grande, interiore: dice in particolare che Filippo aveva lo sguardo come di un gio­vinetto e di tale chiarezza che nessun pittore seppe ritrarre.

Germanico Fedeli, pur esso intimo di Filippo, osserva la stessa cosa e si duole che un pittore, il quale ha eseguito un ritratto del Santo, non abbia saputo presentare la sua espressione di dolcezza.

Molto più tardi, al Magalotti, come notano gli editori del processo di canonizzazione, Filippo appare quasi « la gentilezza della santità».

E vogliamo concludere questi brevi cenni con un ri­cordo personale e piuttosto recente.

Il 2 giugno 1951, si inaugurò in Roma una nuova chiesa dedicata a S. Eugenio, in onore del Pontefice allora regnan­te, Pio XII, (Eugenio Pacelli) e una folla straordinaria si avvicendava nel tempio e tutti commentavano.

Gruppi di visitatori sostavano anche dinanzi ad una statua di S. Filippo Neri, al quale 8 dedicata una cappella: noi ci indugevamo ad ascoltare le diverse opinioni.

Un signore ed una signora guardavano con particolare interesse, e il signore lodava la statua di S. Filippo, tra le meno discusse del nuovo tempio.

La signora osservò al compagno: « S. Filippo aveva uno sguardo più dolce! »

Dove aveva visto lei S. Filippo? Era un ricordo di altre immagini del Santo? No! Pensiamo che il San Filippo dal volto più dolce, la signora l'aveva visto, come tanti altri, nel suo cuore, dove la tradizione secolare e le impressioni suscitate dalla sua gesta, l'avevano ben fissato.

Mettendo di fronte il giovine Filippo di Firenze, anzi il Pippo Buono dei primi tempi e questo Filippo della ma­turità e della vecchiezza quale si palesò sempre in Roma, ci possiamo domandare che cosa fosse cambiato, col tempo, nel nostro Santo.

Nessun cambiamento, anzi un aumento di meravigliosa bellezza: una fiamma di maggior santità ardeva ora nel suo cuore e si irraggiava in tutta la sua persona.

È questo il segreto del suo fascino irrresistibile, gioioso. Dopo quanto abbiamo detto, qualcuno potrebbe osser­vare: dunque un predestinato?... Dunque nato cosa?... Quindi, nessun merito!

Egli certamente ebbe da natura un temperamento gioio­so ma ciò non bastava e tutto non è qui: egli lo coltivò, lo lavorò, l'affinò come un artefice fa di un opera abbozzata in un momento di genialità.

Ci sono stati tanti, certo, che hanno avuto un bel tem­peramento o anche un temperamento simile ma poi lo hanno trascurato e magari guastato, profanato con azioni non degne.

 

CAPO IV

MONETA FALSA E MONETA BUONA

Il diavolo.

È un valore il riso, che può essere largamente falsificato come la moneta: ora il riso autentico è unico, mentre le falsificazione sono molte, come la verità è una e le menzo­gne tante.

Perché il riso autentico è unico? Perché procede dal bene, ch'è sempre lo stesso.

Pensiamo un uomo, tranquillo nella sua coscienza, sano di corpo, provvisto di ogni bene, dall'amicizia ai danari. Quest'uomo non ha più nulla da desiderare: il suo godi­mento, il suo riso è completo.

Ora immaginiamo ancora che a questo felice vengano tolti lentamente, uno per uno, tutti i beni, come ad una gallina si tolgano tutte le penne: viene così piano piano al colmo dei suoi mali, ma gli resta una speranza, piccola sì, ma pur viva, che egli potrà rifarsi di tutto e riprendere la sua esistenza di prima.

Questa speranza, per quanto tenue, è ancora un bene ma ecco, ad un momento, anche questa speranza viene meno e arriva la morte.

Se l'attimo in cui viene la morte si potesse fissare, pro­lungare eternamente, in guisa che morte e vita restassero avvinti a quell'uomo, egli vivrebbe la morte e morirebbe continuamente.

Ciò non può avvenire per l'uomo, perché, all'atto della morte, il corpo si scioglie dall'anima e resta la sola morte. Ciò che non può avvenire per l'uomo è avvenuto per il demonio: essendo spirito e non avendo un corpo dal quale staccarsi, l'attimo in cui egli peccò e perdette Dio, e cioé ogni bene, l'attimo della sua morte restò fissato e perciò egli vive la sua morte.

Il diavolo non ride, non può ridere neanche di un ri­solino come quello abbozzato negli uomini, perché non c'è in lui ombra di bene.

Ciò ch'è avvenuto per l'angelo decaduto, avverrà per l'uomo dannato dopo la risurrezione dei corpi.

Si ristabilisce la vita allora, nella rinnovata riunione dell'anima e del corpo, ma questa vita, nella disperazione di ogni bene, è vita di morte.

La morte uccide così eternamente la vita: e la vita si alimenta della morte.

Pertanto solo il diavolo non ride e solo il dannato non riderà.

Fantasie! dirà qualcuno senza fede.

Intanto però, tutti hanno una certa paura di un oscuro avvenire e chi non crede rischia di fare un'esperienza che durerà tutta l'eternità.

Tanto abbiamo voluto premettere perché ognuno dei nostri lettori si guardi dall'essere ingannato con quella moneta falsa che poi porta al destino del diavolo.

 

Il riso autentico.

Il concetto e il nome di riso possono coprire una merce che non è riso davvero e, talvolta, è proprio il contrario.

Il riso dello scerno, del pazzo, dell'ubriaco, del buffone, del superbo, del crudele, sono degenerazioni, maschere di riso.

Il riso autentico, purissimo, si vede in tutta la sua lu­minosa spiritualità e purezza solamente nei Santi: essi so­no i più ricchi di riso perché più ricchi di bene: il loro riso è una luce tutta chiara, in cui non è ombra di oscurità.

È vero che anche nei santi la manifestazione fisiolo­gica di riso e le altre espressioni del riso interno spesso non appaiono, ma ciò avviene perché essi sanno contenersi, controllarsi, e non sciupano, per dire così, esternamente la ricchezza interiore.

Fissateli, un po' questi Santi: le linee del volto sono riposate, lo sguardo è dolce, l'atteggiamento calmo, la se­renità completa.

Questo è il riso, il vero riso, l'intima festa dell'anima. Questo riso dei Santi, custodito interiormente e tal­volta trasparente appena in tutta la persona e in tutte le attività, si può paragonare alla luce di certe potentissime lampade elettriche resa blanda, tenue, direi quasi umile, intima, da un globo di candida porcellana: se levate il glo­bo, la luce di quella lampada vi inonderà, vi accecherà.

Provatevi a conoscere un Santo, un Curato d'Ars, un S. Giovanni Bosco, per esempio, parlategli, toglietegli, nella confidenza e nella fiducia, quel globo di riservatezza, che esso ha, ed il Santo verserà nell'anima vostra un fiume di pace che voi non avete mai conosciuto.

I Santi, direte voi, sono pertanto sempre felici nel pos­sesso della pace, della gioia, anche in questo mondo? I Santi non conoscono il dolore, la sofferenza? Nessuno può sottrarsi alla legge della sofferenza e del dolore di ordine materiale o di altro ordine, e nemmeno i Santi, finché sono in questo mondo, ma essi sanno elaborare in bene tutti i mali dell'esistenza nel fuoco dell'amore e nella spe­ranza incrollabile.

L’'insegnamento di S. Paolo Apostolo in queste parole: « I patimenti del tempo presente non sono degni d'essere confrontati con la gloria che si manifesterà in noi ».

E perché? Perché le cose che si vedono sono temporanee, quelle, invece, che non si vedono sono eterne.

San Francesco d'Assisi, poeta, con due versi che valgo­no più di un lungo canto ci spiega il mistero del dolore gioioso:

Tanto è il bene che mi aspetto

Che ogni pena m'è diletto.

Pare che egli ci guazzasse, insomma, nella sofferenza fisica, pensando a quella realtà che dura sempre.

S. Filippo, secondo il suo stile, tradusse in un gesto lo stesso pensiero, quando di fronte alla proposta di un gran­de onore terreno, in una esplosione di gioia, prese il suo berretto, lo lanciò per l'aria, come fanno i ragazzi, gio­cando, e disse: «Paradiso, Paradiso!

Le spine pungono e non sono buone a farne oggetto alcuno, però messe nel fuoco producono calore e servono a cuocere le vivande, che sostengono la vita.

 

Il riso spurio.

Ma dobbiamo mettere il nostro lettore in guardia contro un fenomeno di illusione, che seduce la maggior parte de­gli uomini, per via di certe somiglianze esterne. La prima di queste somiglianze è che il riso vero e quello falso dànno tutti e due, in un certo momento, godimento: qui è il tra­nello.

Il riso falso, proveniente da un falso bene, è quello dei sensi, il quale è comune con le bestie, come abbiamo ac­cennato.

Noi pure siamo bestie, animali, benché ragionevoli, e l'animalità si fa sentire fortemente.

Tutti o quasi tutti, molte volte, ci comportiamo proprio come gli animali e ciò accade quando facciamo il male: ma ci sono moltissime persone che si dimenticano comple­tamente e presto di essere anche ragionevoli e lasciano stare la ragione nel cranio, inoperosa, come una cosa in­servibile, buttata nel solaio.

Sotto l'impulso dell'animalità imperante, perciò, questi uomini così imprudenti si mettono alla ricerca del riso solamente nei beni materiali e in quei piaceri puramente bestiali, dei quali abbiamo fatto cenno innanzi.

Essi, pessimi viaggiatori della vita, fanno come quei viaggiatori ordinari di ogni giorno che, nella fretta e nella furia, nella inconsideratezza più stolta, prendono un treno per un altro e quando s'accorgono che quello non è il loro treno, non sanno come rimediare.

Il treno della vita, una volta arrivato alla fine, non consente ritorno.

Eppure sarebbe tanto facile discernere il bene vero da quello falso e quindi il riso vero da quello falso, badando ad alcune differenze.

Il godimento, il piacere del falso bene, nasce, si svolge, si esaurisce nella materia, nell'animalità come una fiam­mata di un mucchio di paglia, che presto diventa cenere nera.

Il riso, la gioia, il godimento nato da un bene vero, nasce, si sviluppa nello spirito e dura sempre: esso si proietta anche nel corpo.

Oltre questa differenza di origine tra bene vero e bene falso, v'è una differenza di carattere assai rilevante.

Il riso dal bene falso è grossolano, inebria e finisce per nauseare, come certi dolci, che finiscono per procurare disgusto.

Il godimento dal bene vero poi è come la dolcezza fine e delicata che viene dal pane, che non reca mai disgusto, per tutta la vita e serve a facilitare l'alimentazione, ren­dendola gradita.

 

L'insegnamento di un cane.

Ma la fine dei due procedimenti svela il loro essere opposto, contrario.

E qui ci soccorre una favoletta di quel grande Esopo al quale nessuno ha mai pensato di erigere un monumento, mentre nelle piazze, nei giardini di ogni grande città, si vedono monumenti a ciarlatani e perfino a malfattori ed assassini, presentati come grandi uomini.

Ci racconta, dunque, questo grande pensatore, moraliz­zatore della società, come un cane s'era procurato un bel pezzo di carne, e, per mangiarlo indisturbato, lontano dal luogo del furto, doveva attraversare un fiume.

Ad un certo momento, l'ignorante, vide la sua imma­gine nello specchio dell'acqua e credette che fosse un altro cane vivo e vero come lui, con della carne autentica come quella che egli teneva tra i denti.

Spinto dall'avidità e abituato a fare il prepotente, volle prendere anche il pezzo di carne dell'altro cane e lasciò cadere la carne vera, che stringeva con i denti.

L'attimo in cui il cane vide la carne nello specchio di acqua e cercò di afferrarla, dovette essere di grande gioia, di grande piacere, seppure di piacere canino.

Ma quel piacere durò come un baleno, e nell'attimo immediatamente seguente, il cane sciocco ebbe una disil­lusione amarissima: né l'una né l'altra carne.

Quel cane, pensiamo, ci capitò una sola volta, ma gli uomini, nelle stesse circostanze, ci capitano infinite volte e non si correggono mai.

Essi, infatti, disgustati e disillusi di un falso piacere, si buttano su un altro similmente falso e poi su un altro ancora e così sempre per tutta la vita.

Inoltre, questi piaceri sensuali, materiali, come una merce qualsiasi si pagano cari, come i gioielli falsi venduti da un imbroglione.

Questi piaceri falsi logorano, per tenere loro dietro, e si vede che, ad un certo momento i cacciatori di piaceri, di riso falso finiscono nella miseria, per lo sperpero di danaro, o nelle cliniche, negli ospedali di malattie mentali, di ma­lattie veneree e simili luoghi.

Ci sono ancora altri che si credono più furbi, vogliono arrivare più presto al godimento dei falsi piaceri, e, nella mancanza di mezzi o nell'insofferenza dell'aspettativa, co­me chi si butta per vie scorciatoie, si dànno a tutte le male arti, come ruberie, imbrogli, inganni e, nella maggior par­te dei casi vanno a finire nelle carceri.

Altro esempio è quello dei contrabbandieri, i quali, per fare un guadagno più grande e più rapido, non seguono le vie ordinarie del commercio, ma poi un giorno o l'altro ca­dono nella trappola e il gioco finisce male.

Si vede allora e, se n'accorgono essi stessi, che, invece di essere i più furbi sono stati i più stupidi.

La più grande stupidità infatti è quella di fare il male per avere il bene come chi volesse cogliere i fichi dall'al­bero di sorbo.

Molti di questi stupidi cacciatori di falso bene e di falso piacere arrivano alla disperazione e si ammazzano: i suicidi sono, per lo più, i disillusi, i disperati dei piaceri sensuali.

Costoro sono poi gli stupidi in grado superlativo: fan­no come coloro che, per esempio, avendo un grosso mal di denti dal quale non sanno liberarsi o vogliono liberarsi presto, invece di cavarsi il dente, fracassano le mascelle con una martellata.

Tutto ciò solamente in questa vita, prima di arrivare al traguardo, ma poi tutti arrivano al traguardo dell'esi­stenza, anche coloro, se ci sono, che possono sfuggire alle conseguenze ordinarie dei falsi piaceri e passare tutta l'e­sistenza da gaudenti, da mondani fortunati.

Il traguardo della vita è la morte.

Allora il corpo, quello che elaborava il piacere, il falso riso, come un macinino che elabora e riduce in polvere le droghe inebrianti, si scioglie...

Allora il distacco tra il buono e il cattivo, tra il riso falso e quello vero, appare completo, sostanziale, definitivo. L'uomo buono arriva anche lui al traguardo, perché tutti muoiono.

E' da osservare intanto che il buono ha goduto, anche in questa vita più del cattivo, e, perché un po' di bene l'hanno tutti, e, perché quel tanto di male che egli ha do­vuto affrontare l'ha elaborato in bene, con la pazienza e con l'offerta al Signore delle sue sofferenze.

Ma per lui cominciano ora, dopo la morte, il bene e la felicità che durano sempre, mentre per il cattivo, ora, ven­gono i guai senza fine e il pianto eterno.

Dice un sapiente proverbio che « ride bene chi ride l'ultimo».

Il santo, il buono, ride ultimo e ride per sempre: ha riso bene.

 

L'uomo al di sotto delle bestie.

Ma dobbiamo rispondere a qualche domanda, che più di un lettore avrà formulata nelle pagine precedenti: le domande sono queste.

Da quanto s'è detto, si deve concludere forse che il piacere è un male?

Si deve concludere che il riso, il piacere, resta confinato nello spirito e che l'uomo completo, così come si presenta, spirito e corpo, deve rimanere estranea ad ogni anche le­gittimo piacere e godimento, che si afferra nel corpo?.

Si deve concludere infine che quest'uomo buono, per restare tale, deve rimanere lontano da ogni sorta di gioia e deve vivere come un piagnone?

Ritenere ciò sarebbe come arrivare a delle conclusioni, che non sono, in nessun modo, nelle premesse.

Il piacere, per se stesso, non è né buono né cattivo mo­ralmente.

Il piacere è una capacità propria della sensibilità e aiu­ta a compiere un'opera buona, un dovere, oppure spinge ad osservare una legge di natura.

Il piacere, anche nel bene è come un lubrificante che fa scorrere meglio le ruote e spieghiamo meglio la questio­ne con un esempio.

Chi farebbe quell'operazione, che noi diciamo mangiare e bere, cioè riempirsi lo stomaco come un sacco, di certe materie e di certe bevande, se non ci fosse il gusto? E ne abbiamo noi stessi l'esperienza.

Quando, a tavola, noi siamo sazi e magari, in certi gior­ni, abbiamo mangiato anche qualche dolce e bevuto un caffé e non sentiamo più stimolo di fame ed arriva un vi­cino che comincia a mangiare un piatto di pasta asciutta, ci disgusta.

Quel piacere, che si sviluppa col gusto, non ci fa ac­corgere della grossolanità dell'atto di mangiare e così noi compiamo il dovere di mangiare che diversamente non compiremmo: se non avessimo gusto tutti moriremmo di fame.

Quale animale mangerebbe, se non sentisse fame cioè non avesse gusto?

Il gusto lo spinge a compiere una legge naturale, che il bruto non conosce.

Il piacere, per tanto, per se stesso non ha nessun valore morale e cioè non è ne buono né cattivo e diventa buono o cattivo se l'intenzione è buona o cattiva.

Tra il piacere che prova uno scienziato, un mistico, un santo, nel mangiare un pezzo di agnello profumato di erbe odorose e che i romani chiamano abbacchio, ed il piacere che prova un gatto nel mangiare un topolino tenero, fra­grante di latte materno, non c'è nessuna differenza mo­ralmente.

Nell'uomo, il piacere resta moralizzato dalla moralità dell'atto che si compie: se uno mangia, per il dovere di mangiare, di vivere, quel piacere, che se ne prova, è santi­ficato dalla santità dell'intenzione di vivere per la gloria di Dio e per il bene del prossimo.

Ma gli uomini hanno una possibilità che le bestie non hanno.

Le bestie, quando sono soddisfatte, non mangiano più.

Si direbbe che il piacere, nelle bestie è sempre morale. Gli uomini possono separare il piacere dal dovere. Anche sazio, un goloso, può ricercare il piacere del gu­sto, senza più il bisogno del mangiare, anzi, quando il mangiare gli riesce nocivo.

Il piacere per il piacere fa cadere gli uomini al di sotto delle bestie.

Il santo fa servire il piacere al dovere, ma egli non serve il piacere: egli è un uomo libero che sottomette il piacere, lo modera, lo regge, lo mantiene nell'ordine mo­rale, come un buon cocchiere mantiene all'obbedienza il suo cavallo governandolo fortemente con la briglia.

 

CAPO V

ALCUNI GIOCHI DELLA SANITA'

La tintura per la barba.

Apriamo questa nuova sezione del nostro libro con un episodio della tarda vecchiezza che dimostra la perenne freschezza della sua anima lieta, pur in quell'età e tra i molti acciacchi di salute che non lo lasciarono mai.

Passava dinanzi alla Chiesa Nuova, fatta edificare dal Santo recentemente, in carrozza, il Cardinale Michele Bo­nelli, nipote di S. Pio V.

Il Cardinale aveva conosciuto Filippo, quando egli era ancora novizio tra i Domenicani della casa della Minerva, in Roma: aveva imparato a venerarlo come uomo di Dio e gli s'era affezionato.

Gli era riconoscente per l'affetto che Filippo gli aveva sempre dimostrato.

Il Bonelli, arrivato ora così in alto, per un'esigenza del suo cuore, sentiva il bisogno di rendere qualche favore a Filippo, ma questi non gli chiedeva mai niente e, forse, qualche volta, dovette rifiutare favori offerti, come era accaduto tante altre volte.

Quella volta che il Cardinale passava, in quella forma piuttosto pomposa, che le norme della prelatura impone­vano a quei tempi, specialmente ai Cardinali, ecco che Fi­lippo si fa avanti fino al margine della via, e con un cenno prega il prelato per dirgli qualche cosa.

- Vorrei un piacere, inizia il Santo, ma sono certo che Vostra Signoria Illustrissima - come si usava dire allora ai Cardinali - non me lo farà: ne sono certo.

Il Cardinale, che vide nella richiesta di Filippo l'occa­sione buona tante volte cercata invano, rispose subito, si profferse, senza neppure chiedere cenno di che cosa si trat­tasse.

- Perché non dovrei farle il piacere che mi chiede, P. Filippo?

- Eppure, no, questo piacere Vostra Signoria non me lo farà...

- Vostra Reverenza parli, dica subito perché io sono tanto contento di servirla.

Il Santo dopo che ebbe portato alla massima tensione, la curiosità del Cardinale, alla fine disse: Vorrei che Vostra Signoria Illustrissima mi trovasse un segreto per far di­ventare nera questa barba bianca.

Uno scoppio di risa si udì da parte di quelli che ac­compagnavano il Prelato in carrozza, del cocchiere e di qualche curioso che intanto s'era fermato vicino.

Il Bonelli, certo, non si offese, perché conosceva troppo Filippo e lo amava, ma dovette sentirsi un po' disilluso, e con un cenno dette ordine al cocchiere di proseguire svelto.

Il Santo, a sua volta rideva da sornione, perché s'era divertito.

 

Il finto disperato.

Un giorno, insolitamente solo per la via, Filippo scorse due frati Domenicani che camminavano innanzi a lui: subito un lampo gli passò per la mente ed ideò uno scherzo ai due religiosi. Perché? Per quella esigenza della sanità, come da noi descritta, che ha bisogno di esplodere in gesti e parole di gioia.

Colpì Filippo il momento in cui i due religiosi erano un pò discosti tra di loro, prese la rincorsa, passò in mezzo ad essi, dicendo a voce alta e concitata: Io sono dispe­rato!...

E passò oltre come una freccia, quasi avesse gran cosa da fare.

Nessuno più dei due Domenicani, i quali generalmente hanno la testa piena come una pentola ricolma, della teo­logia di S. Tommaso, poteva comprendere la gravità del grido angosciato « Io sono disperato ».

Non sperare più in Dio è già un grave peccato, ma poi è un principio di perdizione anche in questo mondo, oltre che nell'altro.

I due religiosi dunque, compresi della condizione del povero disperato, affrettarono il passo, lo trattennero, se lo misero in mezzo e seguitarono a camminare insieme ed a ragionare.

- Perché questa disperazione? diceva uno.

- Che ricavate disperando? Male in questo mondo e nell'altro.

- Con la disperazione si va all'inferno.

- Son disperato!...

- Ma diteci, di grazia per quale ragione siete dispe­rato!...

- A tutto c'è rimedio a questo mondo! Coraggio! Spie­gatevi!

- Se possiamo aiutarvi, lo faremo volentieri, ma di­teci in che modo.

- Sono disperato.

Il dialogo seguitò in questo modo per un pezzo, e Fi­lippo rispondeva sempre e solo: sono disperato!

Chi avesse guardato Filippo in faccia, avrebbe visto però che il suo viso non era congestionato, ma placido ed un leggero sorriso increspava di tanto in tanto le labbra un sorriso tra quello del sornione e dell'ingenuo.

I due domenicani, dopo parecchio, disperavano essi alla loro volta, di persuadere il disperato, quando Filippo disse, fermo, deciso:

- Si, sono disperato di me stesso, ma spero in Dio. Nella fonte da cui attingiamo, non è detto come resta­rono i due religiosi, in un primo momento, ma pensiamo che il Santo li conquistò subito, come sapeva fare lui e non si amareggiarono, né si offesero di essere stati beffati.

 

L'imprecatore impenitente.

L'imprecazione, ch'è della cattiveria umana e si trova dovunque, in Roma è tanto comune come la bestemmia in Toscana.

Sono due pessime costumanze, ma i Santi, talvolta, sanno capovolgere l'imprecazione, mettendola con i piedi all'insù e facendola diventare buona.

La forma di imprecazione, in Roma, più generale, è que­sta detta in dialetto romanesco: «che ti possino ammaz­zà!» E' sentita anche come offesa ed è origine talvolta di litigi e questioni anche gravissime.

Essa, però, nell'uso comune che se ne fa, ha perduto il suo significato cattivo ed è diventata un'esclamazione o qualche cosa di simile.

Non è raro perciò che vedendo una bella ragazza, uno dica: Ammazzala quanto è bella! Oppure mangiando un buon piatto di pasta asciutta, uno esclami: ammazzala quanto è buona!

La gente si confessa delle imprecazioni come di pec­cato.

S. Filippo fece delle imprecazioni, un'espressione di be­nevolenza, di augurio santo e, in certo modo, di catechesi. Ecco come si svolgevano le scenette: un amico arriva. - O Giambattista, come stai? Perché non ti sei fatto vedere prima? Che ti possano ammazzare!... ma per la fede sai, per Gesù Cristo, soggiungeva dopo con voce più debole e sorridente.

Gli auguri di questo genere cambiavano molto spesso e talvolta diceva: che ti possano bruciare vivo... col fuoco di S. Antonio... ma sai tu qual'è il fuoco di S. Antonio? è il fuoco dell'amore di Dio.

Una volta ne fece una grossa e tale che nessuno ne ha osato una simile.

Si trovava egli in Vaticano nell'anticamera del Ponte­fice Gregorio XIV in attesa di udienza particolare.

Ecco che, ad un momento, il Papa compare sulla porta ed in modo familiare gli dice: « O P. Filippo ben venuto». - O Santo Padre che possiate essere ammazzato... per Gesù Cristo.

Il Papa sorrise di compiacimento con l'ingenuità di un bambino che avesse ricevuto un dolce presto messo in bocca.

 

Vita e morte messa ai voti

Un moribondo che vuole il vino

Bartolomeo Fugini, nell'agosto 1590, fu colpito da for­tissima febbre pestilenziale e si ridusse in poco tempo agli estremi.

Moribondo, le donne lo segnavano con la candela be­nedetta nella festa della Purificazione, per difenderlo, secondo un'antica usanza, contro gli spiriti cattivi; il bar­biere fu chiamato di urgenza per il salasso alle gambe con le coppette, piccoli vasi di vetro che si usavano per tirare sangue.

Questi e altri rimedi tornarono vani.

Il P. Angelo Velli che l'assisteva, somministrati i Sa­cramenti, si ritirò e così pure il medico che disse: è finito. A casa Filippo domandò al P. Angelo Velli come stesse l'ammalato.

- Padre se ne va presto: appena, forse, arriverà a do­mani mattina come ha detto il medico.

C'erano presenti parecchie persone e Filippo disse lieto: voi volete che muoia o che non muoia?

- Padre vorremmo che non morisse!

- Orsù dite questa sera per lui cinque Pater, cinque Ave Maria.

Il far dipendere la vita o la morte di un uomo dalla volontà dei presenti era una cosa nuova ed abbastanza co­mica, e la richiesta dei cinque Pater Noster e delle cinque Avemaria dava appena una tinta di religiosità alla scena. In realtà, il Santo nascose, con la trovata stravagante della... votazione, la certezza del miracolo che stava per compiere.

I presenti poi si illusero che erano stati essi ad otte­nere la salute a Bartolomeo con le brevi preghiere.

Era ancora qualche cosa come il tranello e la beffa. Nella notte l'ammalato galoppa verso la salute.

Il medico curante, ch'era poi Angelo Vettori, una cele­brità, la mattina, sicuro che Bartolomeo fosse morto, man­dò a vedere, tanto per formalità.

Vettori sente che l'ammalato non è morto e, meravi­gliato, corre.

- Come stai? chiese.

- Bene.

- Che cosa ti senti?

- Niente.

- Che cosa vuoi?

- Un poco di vino.

- «Questa non è cosa naturale, borbottò Vettori; bi­sogna che ci sia qualche cosa qua». E se ne andò.

 

Un debole per le barbe.

Per le barbe degli altri e per quella sua ma di quest'ul­tima parleremo in altro posto, perchè in un altro ordine di idee.

L'ultimo dei Papi coi quali ebbe a fare S. Filippo fu Clemente VIII.

La loro amicizia, perchè si trattava di questo più che altro, rimontava a quando Clemente era ancora Ippolito Aldobrandini e frequentava la Vallicella.

Un quadretto fa comprendere, più di una descrizione, la natura dei rapporti tra i due.

È un giorno di udienza e Filippo va pure lui, ma mentre gli altri s'indugiano a fare genuflessioni e comportarsi secondo il cerimoniale, il Santo va difilato innanzi, senza genuflessione, si leva un momento il berretto, si inchina un poco, e dice con grande semplicità

- Buon giorno... Mi copro io, aggiunge e si rimette il berretto.

- Voi siete il padrone, risponde il Papa.

Quando non ci sono altri, ma solo qualche compagno di Filippo, egli seduto accanto a Clemente gli prende le mani, le accarezza, poi gli fa carezze sul viso, gli accarezza la barba.

Il Papa lascia fare soddisfatto.

Perché tutto ciò? Per quell'intima esigenza per cui una madre carezza il figlio: uno sfogo dell'amore. Quanto abbiamo detto è testimoniato nel processo da chi si trovò insieme.

Tutto ciò però, se con grande naturalezza, pur con tan­to rispetto che nessuno avrebbe potuto pensare ad atto poco rispettoso, irriverente, e meravigliarsi.

Che meraviglia poi, quando si sapeva che Clemente, talvolta, era lui a baciare la mano al Santo?

 

Un'altra barba maltrattata.

La Chiesa della Vallicella, fondata da Filippo stesso, come s'era avviata ad essere una delle più maestose di pro­porzioni, così si avviò presto ad essere una delle più ricche di opere di arte e di preziose reliquie.

Ottenne il Santo dal Cardinale Agostino Cusano il dono dei corpi di due martiri, Papia e Mauro, che si trovavano nella diaconia di S. Adriano.

Il giorno che se ne fece la traslazione dalla chiesa di S. Adriano, fu grande giorno e tutto il popolo partecipò al­l'avvenimento.

Ci fu un corteo quale mai o raramente visto, e Filippo aspettava sulla porta della chiesa: era il giorno 11 feb­braio 1590.

Man mano che il momento dell'arrivo delle reliquie si avvicinava, Filippo si sentiva sempre più in preda ad uno di quegli stati mistici contro i quali doveva lottare, come nella S. Messa, per restare padrone di se stesso, e per non perdere il contatto col mondo esteriore.

La guardia svizzera faceva servizio di onore e di ordine e proprio innanzi alla chiesa, un soldato, tutto rigido, co­me se fosse di pietra, offriva una bella barba al bisogno di Filippo di svagarsi, di distendersi.

Afferrò dunque la barba, certo non delicatamente, e la tirava.

Il soldato non poteva muoversi e subiva, non poco con­trariato, mentre i vicini ridevano: quel riso si propagò presto come un'ondata.

Quelli più distanti, che non avevano potuto vedere, do­mandavano: che baccano è questo? Perché questo ridere? - Ma come non hai visto? Il P. Filippo ha tirato la barba ad una guardia ed il poveretto non ha potuto rea­gire, anche perché il P. Filippo è il P. Filippo...

La breve notizia, comunicata sotto voce arrivò presto a tutti ed un fremito di riso agitò il corteo.

 

Baci, pizzicotti e ceffoni al demanio.

La Congregazione religiosa dei Barnabiti, di recente istituzione, non aveva ancora una casa in Roma e per tro­varne una, il superiore generale mandò a Roma un reli­gioso molto capace, P. Tito degli Alessi, ed un compagno.

S. Filippo ricevette i due che si diressero a lui per aiuto, con molta benevolenza e li accolse perfino in casa.

Il P. Tito nelle sue relazioni al Superiore non faceva che parlare di Filippo con grande elogio.

Il P. Generale alla sua volta, rispondendo, aveva espres­sione commovente di gratitudine, di affetto per il nostro Santo: una volta gli fu consegnata una di queste lettere. Il Santo, che ormai sapeva il contenuto, prese la lettera e la cominciò a carezzare come se fosse stata un bambino, a baciucchiarla, a mettersela sul cuore e stringerla come in un abbraccio.

I due barnabiti presenti ed altre persone di casa ve­dendo quella scena graziosa, abilmente commentata da espressioni del volto e parole opportune, pensavano ad un atto di umiltà del Santo od a qualche cosa di simile e si commovevano anch'essi, si edificavano.

Niente di questa filosofia: S. Filippo esprimeva sempli­cemente con un gioco ciò che altri avrebbe espresso con parole convenzionali o di rito.

Antonio Gallonio, uno dei prediletti del Santo, candido e semplice, un giorno passò accanto a Filippo, il quale lo guardò in una maniera tanto severa che il poveretto ne sentì un grandissimo dolore.

Egli si sentiva innocente e fu preso così all'improvviso che non pensò nemmeno lontanamente ad uno degli scher­zi abituali e delle finte bravate, e si sentì profondamente offeso.

Mentre cercava la ragione di questo trattamento del Padre tanto amato, ecco ché si sente chiamare

- Antonio, Antonio, vieni qua!

- Ma che volete Padre, rispose il poveretto, mentre si aspettava il resto della scena precedente?

- Vieni qui, presto che voglio darti un bacio. Appena arrivato quel bravo figliolo, Filippo lo prende per il capo e lo bacia teneramente, come una madre e chie­de di essere baciato!

Ma, alla fine, come in questo caso ed in tanti altri, quando la bizzarria era passata o quando aveva fatto ci­lecca, ed in un certo modo, egli voleva chiedere scusa, escla­mava, come uno che rimprovera se stesso: io sono ba­lordo, sai!

Talvolta mentre o si stava seduti vicino o si andava insieme per la casa e per la via, in grande tranquillità, ecco che il vicino gridava: ahi!... come per una trafittura improvvisa, e guardava in viso il Santo, come interro­gando.

Che cosa era successo? Era arrivato l'estro nel cer­vello di Filippo e subito aveva dato uno o due pizzicotti, nel luogo strategicamente più opportuno: in un fianco, sulle costole, nel collo.

Filippo allo sguardo interrogatore rispondeva similmen­te con uno sguardo di meraviglia, ma nello stesso tempo festoso, che diceva tante cose, ma tutte care come, per esempio, che quel pizzicotto era stato una dimostrazione di affetto.

Uguale al pizzicotto era il ceffone, deposto specialmente sulle guance o dietro al capo.

Talvolta gli veniva a portata di mano qualcuno che si trovava in una piccola crisi di malinconia, di preoccupa­zione, in una condizione di spirito non normale, non se­rena. Bisognava scuotere quel tale da quel malessere spiri­tuale.

- Si udiva improvviso un « paf » e nello stesso tempo un ceffone cadeva su una guancia o, come surrogato del ceffone, una percossa su la parte più disponibile del corpo!

Il maltrattato si volgeva a Filippo, sorpreso e sconvol­to nel viso, come per dire: perché questo? che cosa ho fat­to? ma questi non sono scherzi!...

Il Santo alla sua volta, con un'aria ingenua, come chi sentisse pienamente innocente, diceva:

- Perché ti lamenti? Non ti ho fatto niente.

- Come niente? Ho sentito io, ho sentito.

- Ma no, hai sentito male; io non ho dato a te ma al demonio.

Era un bel modo di giustificare un rimedio un po' co­stoso e di far ricadere sul demonio, come presunto autore di uno stato malinconico, la colpa di ogni cosa.

Talvolta invece di schiaffi o pizzicotti usava piccoli ca­polavori di destrezza e di genialità, che però pungevano come spillo.

Uno dei suoi giovani, richiamato talvolta per una mo­nelleria od altra piccola colpa giovanile, si scusava sem­pre, negava e mai confessava la sua colpa.

Un giorno Filippo lo vede arrivare e dice scherzoso - Ecco che arriva Eva!

- Come Eva? Quello è Luciano, rispondeva uno dei presenti.

- Non è vero: si chiama Eva, rispondeva Filippo, con convinzione.

- Se mai, Padre, si potrebbe chiamare... Evo, ma non Eva, perché è un uomo, rispondeva l'interlocutore.

- Si chiama Eva invece e sai perché? Perché quella sciocca di Eva, dopo aver fatto il grosso peccato di coglie­re, mangiare e poi offrire ad Adamo il frutto proibito, al rimprovero del Signore, invece di accusarsi e chiedere per­dono, cercò di scusarsi, di giustificarsi dicendo: il serpen­te mi ha ingannato.

Da una prima volta il nomignolo di Eva venne distri­buito con una certa profusione, ma sempre con successo.

 

I due ladroni.

Ed ora, a conclusione di questo capo, un episodio dei primi tempi di Filippo in S. Girolamo della Carità, in cui si vede che la pace profonda che regna nel cuore dei san­ti, anche nella sofferenza fisica, è capace di vincere ogni più grave malvagità.

Appunto nella casa detta s'erano intrufolati, tra il per­sonale che badava alla sagrestia, due apostati, due frati sfratati, scappati dai loro conventi.

Il capo del personale di tutta la casa e della chiesa un tal Vincenzo Teccosi, medico, si dette ad organizzare una persecuzione contro Filippo, per riuscire a ciò a cui non era riuscito da solo.

I due furfanti, messi su dal Teccosi, iniziarono col mettere in ridicolo il Santo: fingevano di piangere, di commuoversii, di sospirare come a Filippo avveniva durante la Messa.

Passarono al peggio: gli nascondevano le vesti sacre, prima di pararsi per la celebrazione e poi, alle ripetute ri­chieste, davano le più brutte e perfino indecenti: gli na­scondevano la chiave dei Tabernacolo per non fargli di­stribuire la santa Comunione, lo screditavano in mezzo al pubblico e cercavano di allontanare i penitenti dal suo confessionale.

Talvolta, passandogli accanto, come fanno i peggiori monelli, lo urtavano, cercando di farlo cadere.

Filippo pativa molto, ma non scattava e seguitava per la sua via.

Una tale condotta, ch'era una vittoria, esasperava sem­pre più il Teccosi e i suoi aguzzini.

Un giorno, sotto questa pressione di rabbia, uno dei due scomunicati incontra Filippo e lo investe in maniera del tutto insolita, come un selvaggio: dava l'impressione di voler ricorrere alle mani e ci sarebbe arrivato, forse, se non fosse capitata cosa del tutto inaspettata.

Arriva l'altro compare, l'altro scomunicato e vede la scena: lo sfratato suo collega si dimena come un energu­meno e pare un veno posseduto dal diavolo: Filippo è di fronte, sofferente sì ma dignitoso.

Quel tanto di pietà umana che restava ancora nello scomunicato arrivato dopo, si ribellò e comprese, come in un momento di luce, la vigliaccheria di cui anch'egli s'era reso colpevole, tante volte.

Crediamo che, forse, intervenne un raggio di grazia: Filippo gli appare com'è, un santo, un martire ed egli si scaglia contro il complice del giorno prima, lo afferra per il collo, lo butta per terra ed è per strozzarlo...

Ci sarebbe riuscito, ma Filippo interviene e, giovane com'era, riesce a strapparlo dalle unghie del suo improv­visato, ma ancor feroce difensore.

Questo fu il primo atto.

Poco tempo dopo, l'apostata difensore di Filippo, ri­tornato in sè, riprese l'abito religioso, ritornò al suo con­vento e fece penitenza.

Il medico Teccosi anche lui si ricredette, si pentì, e non potendo più resistere al rimorso, un bel giorno, mentre Filippo era con altri, irruppe in mezzo, si gettò ai piedi di lui, chiese perdono, gli prese la mano e la baciò e pianse. Divenne figliolo spirituale di Filippo e non passava gior­no che non lo vedesse per averne ordini, consigli, per con­fessarsi.

Arrivato a morte, Teccosi già cristiano edificante sotto la guida del Santo, volle lasciargli, come attestato di ri­conoscenza, un legato di cento scudi, somma non piccola per quei tempi, ed anche altra roba.

Il Santo, quando venne a conoscenza dell'atto generoso del suo figliolo spirituale, dette tutto alle nipoti di lui e non volle accettare.

 

CAPO VII

GIUOCHI PER LA LIBERTA'

Il fascetto di ginestre.

Un bel giorno, i romani poterono vedere, per i luoghi allora più frequentati nelle vicinanze di Castel S. Angelo, un prete vestito, come i preti di S. Girolamo della Carità con una zazzera che scendeva sulle spalle, la zimarra con le maniche lunghe ed ampie, il copricapo, oggi più cono­sciuto col nome di zucchetto e sopra di questo un auten­tico cappello dalle larghe falde, legato sotto il mento, co­me gli Uditori di Rota, cioè certi altissimi funzionari del­la S. Sede, quando accompagnavano il Papa, cavalcando.

L'acconciatura era solenne, ieratica e concorreva a con­ciliare riverenza, per altro meritata, ai preti di S. Girolamo. Ma la figura tanto austera di quel prete era resa ridi­cola dal fatto che egli aveva in mano un gran mazzo di ginestre, un vero fascio, e faceva con esso una commedia buffa, un chiasso incredibile.

Odorava le ginestre di tanto in tanto, con eccitata vo­luttà, le metteva sotto il naso di quelli che gli stavano vi­cino, ci giocherellava con le mani, scambiava qualche pa­rola di lode e di gradimento per quei fiori con chi gli stava di fianco e dimenava il capo a destra e sinistra, come per raccogliere consensi, pavoneggiarsi.

Un'autentica piagliacciata.

Badandoci, si sarebbero potute raccogliere frasi contra­stanti di questo genere: ma è un pazzo quel prete? come si permettono certe cose? mai in Roma s'è vista cosa si­mile! I più ridevano, beffavano, si divertivano...

Dei molti che facevano gruppo intorno a lui, chi stava silenzioso e con disagio, chi si sforzava di ridere per mo­strarsi superiore alle beffe del pubblico, ma i più accoglie­vano con evidente rincrescimento la parte di scherno che toccava ad essi come compagni del prete.

Di tanto in tanto, però, qualcuno che la sapeva lunga e mostrava di conoscere il prete diceva: è proprio un san­to! come la sa vendere! sempre lui!

Qualcuno ancora rifletteva e confidava al suo vicino è inesauribile quel padre Filippo: oggi gli è venuto l'estro delle ginestre: sempre una nuova!

Dopo questa prima volta, lo spettacolo si ripetè, ma con minor successo.

Si faceva sempre più strada l'opinione, la convinzione che, in fondo, non erano gli altri a canzonare Filippo, ma lui a canzonare gli altri, seppure in buona fede e senza cat­tive intenzioni, facendo credere quello che non era...

 

Le acconciature.

Un'altra delle specialità del Santo erano le acconcia­ture della sua persona ed ho l'impressione che nessuna donna si affatichi tanto e tanto lavori di fantasia per pa­rere bella, quanto Filippo si affaticò e ricercò per parere... brutto, nel senso di apparire goffo, scemo, stupido, pazzo e, forse, peggio!

Era, un anno, la festa della Natività di Maria Vergine, solennità delle prime per la Chiesa Nuova ed erano inter­venuti al Vespero, cardinali, prelati di ogni ordine ed an­che il Card. Pietro Aldobrandini, nipote del Pontefice Cle­mente VIII, ed una massa di popolo occupava anche gli angoletti del tempio.

La cerimonia si svolgeva nella commossa, silenziosa at­tenzione dei fedeli ed il canto liturgico dei salmi innalzava la preghiera di tutti.

Ad un momento, dal fondo della chiesa, si vede avan­zare una figura strana: un uomo con un giubbone di raso bianco molto lungo, abito che non era di ecclesiastico, né di laico per venire in chiesa.

Da un lembo di veste nera, verso i piedi, si compren­deva che chi veniva era un prete o magari un chierico. Un volgersi di teste, verso il nuovo venuto attrasse an­che i più devoti e parole sommesse corsero per tutta l'am­pia navata: si chiedevano: Chi è quell'uomo? Che vuole? Che disturbatore! Ma lo mandino via...

I più vicini lo riconobbero presto: era Filippo.

Egli andava fiero nella sua strana veste, come il più alto dignitario.

La gente gli faceva largo ed ora, chi rideva, chi faceva commenti di altro genere e tutti si chiedevano: ma dove va il P. Filippo così conciato?

Giunse al presbiterio, salì il gradino ed avanzò ancora tra le bianche cotte e i paramenti fastosi: si pensava che lo avrebbero fermato, ma non fu così.

Nel presbiterio tutti conobbero Filippo ed allora Pietro Aldobrandini si levò dal suo alto posto, gli andò incontro, lo salutò rispettoso, lo invitò a prendere il suo posto.

Filippo si scusa amabilmente, si mette a sedere tra i chierici minori, come un caudatario qualsiasi, dicendo - Sto bene qui.

Segui la cerimonia con la più grande devozione ed edi­ficazione.

Filippo pensava di trovare un'umiliazione ed invece tro­vò un'altra glorificazione.

 

La pelliccia di martora.

Un giorno vedono Filippo per i Banchi, quando il luogo era più affollato, con una ricca pelliccia di martora della quale egli fa ostentazione, come un vanitoso: la liscia con l'una e l'altra mano e pare godere al contatto col pelo fine e caldo.

Non sta mai fermo: se l'aggiusta e la rimuove ancora, la guarda e poi gira con gli occhi come per vedere se gli altri apprezzano la sua nuova e bella veste.

Si ride, si commenta, e si dicono delle spiritosità molto divertenti.

Sembra proprio un teatro.

Che storia è questa, chiede qualcuno con confidenza, ad uno dei complici di Filippo?

Apprende così la storia della pelliccia.

Il cardinal Alfonso Gesualdo amava molto Filippo e gli regalò quella pelliccia, perché la portasse per casa, nell'inverno, ma essa servi per altro.

La pelliccia, come un attore, recitò la sua parte nella vita complessa di Filippo per un mese circa e cioè finché gli altri ci risero, poi andò a finire dietro le quinte, vale a dire in un ripostiglio della casa.

Ma la pelliccia era diventata storica, in un certo senso, e dopo molte vicende è passata alla casa dei Filippini di Firenze, dove fa la parte di reliquia ma tutta spelata.

 

La veste alla rovescia ed altri abbigliamenti.

Un'altra volta, Filippo vuol dare spettacolo, ma non sa egli stesso come: pensa e ripensa e non trova: si mette allora a cercare per la casa.

Dopo un certo tempo, il suo occhio si posa sopra una veste vecchia, logora, con non pochi strappi nella stoffa e nella fodera.

Benissimo! esclama egli, mentre subito un pensiero gli sorride nella mente.

Afferra con gioia la vestaccia, se la mette alla rovescia, con le ampie tasche rovesciate all'infuori che parevano ve­sciche sgonfie.

Se l'aggiusta in modo da mettere in evidenza quanto vi era di peggio, ed esce con l'aria di chi va ad un ricevi­mento.

Passa con sussiego e cerca di attirare lo sguardo.

La solita scenata con concorso specialmente dei ragazzi, qualcuno dei quali vuol toccare la veste.

- P. Filippo, dice uno appena arrivato, da poco avete acquistato questa nuova veste?

- P. Filippo vi sta a pennello: siete più bello cosi!

- P. Filippo chi è il vostro sarto?

- Auguri, auguri P. Filippo per cento anni.

E' inutile dire che queste battute non avevano nulla di sprezzante: v'erano anche quelli che dicevano parole di ammirazione e di edificazione.

Nessuna manifestazione di disprezzo ed il Santo anche questa volta tornò deluso di 'non aver avuto quello che cercava.

Per casa, aveva una specie di vestaglia rossa, ben lunga e girava così con disinvoltura, ricevendo le persone che venivano abitualmente: era., diciamo così la divisa per ri­cevimenti confidenziali, come oggi per noi il pigiama. Abbigliamento più complesso era poi quello che impor­tava più cose insieme, come quando usava uno zucchetto rosso, scarpe bianche, berretto da prete ma alla brava, con una certa aria spavalda.

Talvolta usava indumenti oppure oggetti propri di per­sone costituite in prelatura e di grande autorità ed assu­meva pose convenienti.

Un giorno così si mise la berretta rossa da cardinale mandata da Gregorio XIV.

Le reazioni di quelli che venivano erano, spesso, non quelle di solito riso o di festosità burlona, ma assai più piacevoli.

Un giorno, egli si trovava truccato così da grande per­sonaggio, quando uno arrivò e si fermò su la porta, esi­tando.

- Avanti! perché non entri? disse egli.

- Non so Padre cosi come si trova, se doverle dare dell'illustrissimo o del reverendo o altro titolo.

Disilluso allora e fingendo una distrazione che voleva nascondere il suo giochetto non riuscito, diceva: che scioc­co sono io, che sbadato!

Un giorno si mette in testa un cuscino, uno di quelli che si usano, non già per il letto ma per poltrone e divani e poi ordina a coloro che sono con lui:

- Ora andiamo a fare quattro passi.

- E questo cuscino che ne facciamo? Lo mettiamo giù? Datelo a me che lo porto via io.

- No, questo è un copricapo e lo tengo per me e usci­remo così.

E uscirono infatti: il cuscino ad una certa distanza pareva uno di quei fagotti oblunghi, che le contadine por­tano equilibrandolo con movimenti del capo.

Egli procedeva solenne e non era un momento quieto con le mani, non perché ce ne fosse bisogno ma per reci­tare la commedia.

Anche questa volta ci fu festa, si, chiasso, risa e beffe amabili ma, disprezzo niente.

 

Crudeltà contro la sua barba e... raffinatezza per i suoi capelli.

Filippo aveva una bella barba, piuttosto tondeggiante che incorniciava bene il suo viso bello, ma un giorno gli venne in mente di incrudelire contro quella barba.

- Vieni fratel Giulio, egli dice a Giulio Savira, prendi le forbici e il resto per aggiustare la mia barba.

Quando il panno bianco che usano i barbieri fu intorno al collo, Giulio disse:

- Che facciamo, Padre?, Accorciamo la barba o solo l'aggiustiamo?

- Dobbiamo tagliarla e aggiustarla nello stesso tempo, come ti dirò io.

- Aggiustarla e tagliarla! Io non capisco Padre.

- Ecco devi tagliarla da una banda sola ed ora vedremo se dalla parte destra o sinistra: è cosa da studiare un poco!

- Come? Tagliare la barba da una parte sola? Ma ciò è impossibile e non si è fatto mai da che mondo è mondo!

- Ed ora si comincia a fare! Non parlare più Giulio ed ubbidisci!

Il buon fratello si oppose ancora un poco, ma poi, figlio dell'ubbidienza com'egli era, non disse parola e si mise al­l'opera: non poté fare altrimenti, perché Filippo, che scherzava di tutto, con l'obbedienza non scherzava mai. Una volta compiuta l'opera, Filippo si alza come trion­fante.

I commenti questa volta furono varii ed il Santo otten­ne, in certo modo, il suo scopo, perché molti deploravano quel suo gioco straordinario.

La commedia durò finché la barba non crebbe e fu essa a far tacere familiari e gente.

Il racconto fu raccolto dalle labbra del P. Pietro Con­solini e si trova nel Codice 13 «Fondo di S. Francesca Ro­mana» della Bibblioteca Nazionale.

Era un giorno di festa grande alla Chiesa Nuova ed al­l'altare si celebrava una solenne Messa cantata e tutto pa­reva tranquillo.

In fondo alla chiesa però, presso la porta, dalla parte interna, si notava un folto gruppo di persone, che ridevano sommessamente e facevano commenti animati.

- Che cos'è? Domandavano i nuovi venuti e intanto si facevano largo per arrivare al centro del gruppo ed ecco che vedevano.

Filippo era seduto su una sedia, col solito panno bianco intorno al collo e il fratel Giulio Savira gli tagliava i ca­pelli.

Ma questo era il meno: Filippo non stava tranquillo, come per solite si sta sotto le mani del barbiere, ma fa­ceva delle smorfie e diceva in modo che ognuno potesse sentire parole di compiacimento e consigli per Savira; ri­volto poi ai circostanti, come un invito ad osservare, escla­mava

Adesso mi acconcio bene!

L'effetto di queste azioni? Scandalo? Meraviglia? No! Il contrario.

Lo stesso Savira ci confida che il Santo aveva notato che alcuni raccoglievano i suoi capelli per devozione e ne domandavano allo stesso Giulio e perciò ordinò di buttarli dalla finestra: li andavano a raccogliere nella via e non solo persone del popolo, ma anche persone autorevoli per nascita e per cultura, come i Crescenzii.

Molte volte gli scherzi del Santo non si limitavano ad un atto, ma divenivano scenette, più o meno complesse, e, spesso, come vedremo in seguito, piccoli drammi di gioia che si svolgevano durante lunghi giorni.

In pubblico si metteva a leggere e declamare con l'aria di un dottore o di un artista, ma lo faceva in tal modo che lo avessero a credere un ignorante pretenzioso.

Quando glie ne veniva l'estro, si dava l'aria di ballare e faceva salti non solo in pubblico, tra la gentarella, ma anche in camera sua, presenti cardinali, personaggi del­l'aristocrazia.

Invece di scendere le scale, un gradino per volta, ne scavalcava due o tre, rapidissimo, quasi correndo e poi, arrivato giù, o si voltava a quelli che erano restati di so­pra o si volgeva a quelli intorno come per riscuotere ap­provazione e per significare: sono o non sono bravo io?

Una scenetta che si ripeté tante e tante volte ma con varianti che le circostanze richiedevano, era quella di ri­cevere gli :ospiti o leggendo o udendo leggere con profondo interessamento e con pause di commenti, con gesti più o meno strani e smorfie del viso di ogni genere, come chi è talmente compreso dalla lettura che non se ne può stare quieto.

Il libro che leggeva o faceva leggere era sempre un libro di facezie, principalmente quello de «Le Facezie del Pio­vano Arlotto ».

Questo Arlotto Mainardi, detto semplicemente il Pio­vano Arlotto, perché era parroco di una parrocchia pres­so Fiesole, era stato un personaggio strano, divenuto po­polarissimo in Toscana, per le sue trovate bizzarre, le sue facezie e le sue spiritosità.

L'umore di quest'uomo strano, non mancante di una certa genialità, non si arrestò nemmeno dinanzi al pen­siero di quella cosa tanto seria ch'è la morte e scrisse que­sto epitaffio per la sua sepoltura: « Questa sepoltura il Piovano Arlotto la fece fare per sé e per chi ci vuole en­trare ».

 

La curiosità delusa di una grande dama.

Un incontro avvenne, una volta, di Filippo con la mo­glie dell'Ambasciatore di Spagna, in casa della marchesa Giulia Orsini Rangona.

Verosimilmente fu questa nobilissima gentil donna ro­mana, penitente di Filippo, a preparare l'incontro, perché essa conosceva benissimo i doni soprannaturali del Santo

e ne avrà parlato molto alla sua amica spagnuola, la qua­le ardeva ora del desiderio di conoscere di persona un tanto uomo, di parlare con lui: parlare con uno giudicato santo è sempre una grande e nobile curiosità.

Altre dame probabilmente facevano corona alla padro­na di casa ed all'ospite.

Dopo le prime battute e qualche ragionamento piutto­sto generico, l'ambasciatrice venne al punto centrale della conversazione e domandò

- Da quanto tempo, Padre Filippo, avete lasciato il mondo?

Essa immaginava, forse, una drammatica crisi spiri­tuale, un combattimento interiore, una vittoria sudata, come si legge di tanti convertiti e già assaporava uno di quei colloqui di pietà dolciastra come piacciono alle donne. - Io non so d'aver mai lasciato il mondo, signora, ri­spose Filippo.

L'ambasciatrice cadde dalle nuvole, come si dice e, for­se, pensò tra sé: ma valeva la pena di parlare con un prete qualsiasi? E questo è. un santo? Una grande disillusione, come, per un ghiottone, di un piatto prelibato che poi trova disgustoso.

- Io, infatti, prosegui Filippo, mi diletto, di libri di facezie come quello del Piovano Arlotto, leggo le Rime di Petrarca, il poema di Ludovico Ariosto e tosi altri libri simili, specialmente di favole: e questi sono belli e buoni libri.

Il Santo, per accreditare meglio le sue parole, si volse al P. Antonio Gallonio, che si trovava con lui e soggiunse di, Antonio, non è così?

Egli serviva queste notizie tanto bene, che la signora dovette mostrarsi visibilmente sconcertata e... quasi scan­dalizzata. Gallonio avverti tutto ciò.

Invitato poi a fare una testimonianza, materialmente vera, ma falsa nella sostanza, mise le cose a posto e disse - Che meraviglia, Padre, che voi leggiate di questi libri, se non potete in altro modo temperare le fiamme dell'amore di Dio?

La situazione si ristabilì, ma Filippo ne restò scontento e, a casa, rimproverò il suo buon figliuolo spirituale e gli disse ironicamente: mi hai dato proprio una bella rispo­sta... Che t'8 mai passato per la mente a dire ciò che hai detto? Dio te lo perdoni!...

 

Un cattivo beffato in chiesa.

Della Messa del Santo si leggono nel processo di cano­nizzazione cose che, se non fossero state viste, osservate attentamente, moltissime volte, da innumerevoli spettatori, non si potrebbero assolutamente credere: era una vera a­zione scenica vissuta, goduta, patita, nello stesso tempo, e tuttavia sempre mantenuta su un piano di profonda ri­verenza.

Un impeto di fervore l'investiva, solo che si cominciasse a preparare, e, per non essere sommerso in uno stato mi­stico, che gli avrebbe impedito di celebrare, si faceva leg­gere dei brani di quei libri detti innanzi.

Era l'unico mezzo per restare padrone delle sue azioni. Durante la celebrazione, sempre tutto vibrante di com­mozione pia, per non essere completamente assorbito, prendeva un oggetto, lo rimuoveva, rivolgeva la parola a chi serviva per una cosa insignificante, avvertiva di non fare rumori, di mettere fuori un cane, che magari non c'era, e così di seguito.

Nel momento culminante dell'elevazione dell'Ostia o del Calice, era come agitato da una corrente elettrica, che si produceva in lui e ne riceveva uno slancio fisico, che spes­so si cambiava in estasi, dinanzi a molti spettatori gravi, attentissimi.

Le parole della Messa acquistavano un movimento in­teriore.

Quella Messa lo esauriva, lo fiaccava ed era poi obbli­gato a distendersi sul letto, per riprendere le forze con un riposo di abbandono assoluto.

La sua Messa divenne celebre ed ebbe fama di uno spet­tacolo carismatico: assisterci era desiderio, privilegio, go­dimento spirituale, ma non tutti potevano essere ammessi per tutta Roma se ne parlava come di fatto mai visto. Tutte queste meraviglie culminarono poi in una me­raviglia più grande, alla quale accenneremo poi, ma qui dobbiamo parlare della beffa a quel cattivo.

Godeva grande credito ed aveva grande influenza, al tempo di cui parliamo, un certo Attilio Serrano, un mo­naco che, fuggito dal suo convento, era venuto a Roma e con le finzioni, l'astuzia, era arrivato molto in alto nella prelatura: non bisogna meravigliarsi di questa cosa, per­ché nel mondo ed in tutte le classi ci saranno sempre lupi che si coprono con la pelle di agnello.

Costui vedeva male Filippo e fra le altre cose lo tac­ciava di ignoranza e fece molto male al nostro Santo e ne ostacolò l'opera.

A sentir parlare tanto della Messa di Filippo, gli venne la voglia di assisterci anche lui e, una volta, informatosi dell'ora, andò in chiesa e si mise in posto dove poteva u­dire, e vedere anche i più piccoli gesti.

Alla curiosità si accoppiava in lui una cattiva inten­zione, quella di avere la prova dell'ignoranza del Santo ed un nuovo argomento per nuocergli e giustificare la sua avversione.

Il Serrano rappresentava un personaggio e perciò ci fu chi avverti Filippo e gli disse: Guardi, P. Filippo, c'è in Chiesa, Monsignor Attilio...

Chi avverti il Santo aveva buone ragioni e, certo, sa­peva le disposizioni poco buone dell'uomo contro di lui. Filippo ebbe subito un lampo di genialità e, forse, pen­sò: ti servo io!

Andato all'altare cominciò a fare una strage delle pa­role latine: le corte le diceva lunghe, le lunghe corte, e tutte le maltrattava in un modo o nell'altro, come avrebbe fatto un contadino...

Serrano faceva lo scandalizzato, fremeva, dava segni di impazienza, di riprovazione: ma godeva anche: ormai aveva la prova che Filippo era un ignorante, un fanatico e tutt'altro che un santo.

Tutto ciò, anche riguardo alla Messa, non deve fare meraviglia, si spiega con il temperamento speciale del Santo e nello scopo santo che egli si proponeva. I contem­poranei, le autorità ecclesiastiche ed anche insigni uomini di spirito che assistettero alle Messe di Filippo non si scan­dalizzarono mai, anzi si edificarono.

Alla fine della Messa, rientrato il Santo in sacrestia, chiese con curiosità, come chi si appresta a bere un bic­chierino di liquore prelibato, che faccia aveva fatto il Ser­rano, mentre lui diceva Messa e, man mano che udiva, rideva, rideva e si divertiva un mondo.

Filippo si regolò in quel modo proprio per bullarsi del Serrano?

No! La burla venne dallo svolgimento dei fatti, ma Fi­lippo ebbe l'idea di umiliarsi: è lo stesso scopo che aveva nel fare le altre sue bizzarrie.

Uno scopo ben più nobile di quello di burlarsi di un nemico.

Fu anche un atto di coraggio, perchè non ebbe paura di dare altro pretesto di nuocere a chi gli aveva già nuo­ciuto.

La conferma di quanto diciamo viene non solo da tante altre circostanze, ma dalla conclusione della lotta e da un fatto straordinario.

Nel pieno della persecuzione di Serrano contro Filippo, un giorno, certo Vincenzo da Fabriano, devoto del Santo, incontra nella piazzetta di S. Girolamo della Carità, il P. Antonio Gallonio, il quale poi narrò l'episodio nella sua deposizione al processo, il giorno sette settembre del 1595. Vincenzo dice: Padre Antonio, mons. Attilio perseguita il Padre: vedrete che presto morrà.

In breve tempo, al Serrano fu tolta la pelle di agnello, venne fuori il lupo, furono cioè conosciuti i suoi cattivi precedenti e ne restò svergognato.

Ci si ammalò e morì quasi disperato.

Mentre stava male e tutti gli altri l'avevano abbando­nato, Filippo solo, dimenticando ogni ingiuria, lo visitò. Ed ora facciamo solo l'accenno agli ultimi sviluppi per­sonali di quella Messa di Filippo, quando il Serrano era già morto ed il consenso, la venerazione per Filippo erano senza contrasti.

Per consiglio di uomini dotti e pii e per licenza di Gre­gorio XIV, ottenne il Santo di poter celebrare in una cap­pelletta vicina alla sua camera.

La Messa iniziava come il solito, ma, arrivato all'« A­gnus Dei» tutti' i presenti uscivano, l'inserviente spegneva le candele ed accendeva una piccola lampada, chiudeva le finestre che erano a quattro doppi e le due porte a chia­ve, in modo che nessuno poteva entrare o udire anche sil­laba stando fuori.

Infine affiggeva una tavoletta con questa scritta: Si­lenzio che il Padre dice Messa.

II chierico poi andava per le sue cose e magari andava a pranzo.

Passavano non meno di due ore e, talvolta di più, e il chierico veniva e picchiava discretamente: se Filippo, di dentro, con la voce, dava segno di entrare, apriva porte e finestre, riaccendeva la candela e la Messa proseguiva. Se Filippo non rispondeva, il chierico andava ancora via e ritornava dopo qualche tempo e non entrava fino a che il celebrante desse licenza.

 

Ricevimento solenne di ambasciatori polacchi.

Erano venuti a Roma, per conferire con il Pontefice Clemente VIII alcuni ambasciatori polacchi ed il Papa consigliò loro, per gentile sentimento di ospitalità, le cose più belle di Roma, le maggiori e più importanti come il Colosseo, il Palatino, S. Paolo Fuori le Mura ed un certo Filippo Neri...

E' logico pensare che il Pontefice, per invogliare mag­giormente i nobili personaggi, avrà anticipato qualche no­tizia, qualche aneddoto.

Quando la visita fu annunziata, prima che arrivassero su, Filippo ordina al P. Pietro Consolini di prendere il li­bro del Piovano Arlotto, come ci racconta il card. Agostino Cusano, e gli comanda di leggere...

Filippo si volge ai nuovi venuti, appena arrivati sulla soglia della camera, e si scusa come chi è impegnato in una grande faccenda e dice: aspettate un poco che si fi­nisca di leggere questa favola.

Nell'attesa della fine dava segni di compiacimento, di ammirazione e, per accattare stima, commentava: vedete, signori, se ho dei buoni libri, se mi occupo di cose impor­tanti, e simili banalità.

I poveri polacchi si guardavano trasecolati e non sape­vano se pensare ad uno scherzo di cattivo genere, ad una beffa offensiva, ad un caso di pazzia, e tradivano visibil­mente il loro sdegno.

Si sbrigarono presto ed andarono via e sfogarono il loro malumore.

Il Santo, invece, si mostrò contento, come di un suc­cesso, e disse al lettore poco soddisfatto, certo: Abbiamo fatto quanto bisognava fare.

Non sappiamo se i nobili polacchi ebbero tempo e modo di ricredersi, ma dovettero pensare che un'avventura si­mile resterebbe unica nella loro vita e che un personaggio come Filippo non si sarebbe mai trovato.

 

Una visita ed uno schiaffo solenne.

Il nobile Lorenzo Altieri, come si ricava dalle circo­stanze, era tra i pochi nobili romani che non avevano an­cora avvicinato Filippo e, forse, ne aveva un poco di cu­riosità e si decise a fare una visita quando il medico fa­moso Angeli Vettori lo esortò e s'impegnò a preparare la visita stessa.

Filippo si mostrò col visitatore oltremodo allegro, fri­volo e parlò di tutti e di tutto, ma di anima, come l'Altieri s'aspettava, niente, niente!

Deluso, disgustato, preso commiato dal Santo, senza troppi complimenti, disse al Vettori che l'accompagnava: - La condotta del Padre Filippo è stata davvero poco edificante e non valeva la pena di incomodarsi per udire facezie e barzellette.

- Ma no, Lorenzo, non devi credere alle apparenze: il P. Filippo costuma fare così per nascondere la sua san­tità: se tu ci ritornerai ed avrai pazienza vedrai che uomo, che santo è il Padre Filippo.

E tanto disse, tanto fece il medico che persuase Loren­zo almeno a ritornare, seppure non del tutto convinto, per arrivare in fondo a quella faccenda.

Il buon Vettori, ch'era buono si, ma non fino al punto di sopportare in pace una puntura fatta all'amor proprio ed aveva trangugiato di malanimo la brutta figura, se­condo lui, con il principe romano, risentito com'era, disse al Santo:

- Padre Filippo, quando siamo andati via, Lorenzo Altieri mi ha confidato che, se non propriamente scanda­lizzato, era restato per nulla edificato della vostra condot­ta: sperava di udire qualche cosa per l'anima sua ed, in­vece, ha dovuto udire parole allegre e senza nessun inte­resse: io so le vostre sante intenzioni, ma gli altri non le sanno: vorrei dunque pregarvi che trattiate con più gra­vità quel nobile signore, se ritornerà: mi ha promesso, infatti, che ritornerà.

Il Santo, per nulla offeso della paternale, ma risentito, alla sua volta, per quello che egli stimava un cattivo con­siglio, rispose:

Che vuoi che io faccia? Vuoi, forse, che io mi metta sul grave? Che io sputi belle parole? Non vedi, bestia, che di­rebbero: ecco P. Filippo è un santo. Sappi che se ci torna, voglio far peggio. Uno schiaffo solenne volò sulle guance di Vettori.

Ma la battaglia... non seguitò, come sembrerebbe da queste premesse!

Altieri tornò e Filippo si comportò come le altre volte, ma il nobile era stato preparato e, sotto quelle forme leg­gere alla superficie, cominciò a vedere ben altra sostanza e fu anche egli tra i buoni figliuoli spirituali di Filippo.

 

Un terribile competitore.

Le competizioni ordinarie della vita sono per chi vuole essere superiore all'altro, accopparlo moralmente, social­mente: le competizioni tra persone perbene sono per voler essere uno inferiore all'altro.

E' in fondo, la situazione descritta dal Vangelo, nel paragone del banchetto: in un banchetto ordinario c'è una gara ad accaparrarsi i primi posti: nel banchetto di quelle persone perbene che sono i Santi, la gara è a mettersi al­l'ultimo posto.

Il competitore di Filippo nelle sue allegre imprese si chiamava Felice da Cantalice (Rieti) ed era un laico cap­puccino, nato pure lui nel 1515.

Dopo aver fatto il lavoratore dei campi fino a trenta anni, diventato cappuccino, fu mandato a Roma, tra il 1547-1548 e qui fece il frate questuante, per ben quaranta anni, con un grande spirito di umorismo, di gioia e di fervore.

Salutava tutti con le parole: « Deo Gratias» e così gli appiccicarono il nomignolo di « Fratedeograzias », ma egli non se ne aveva a male, anzi ci godeva.

Superava, con grande spirito evangelico, tutte le non lievi difficoltà del suo incarico di questuare: se v'erano di quelli che offrivano e, almeno, rispettavano, v'erano di quelli che lo ricevevano male e gli facevano anche beffe ed ingiurie: egli, per contrario, dava cose buone, diceva parole buone.

Svolgeva con umiltà un apostolato continuo: doman­dava se andavano a Messa, se facevano la Comunione, se pregavano e lo faceva con tanta grazia che nessuno se ne sentiva offeso o infastidito.

Ai giovanotti domandava se ubbidivano ai genitori, alle ragazze se erano modeste, ritirate.

Analfabeta, ma intelligente e di grande spirito interio­re, non parlava a casaccio, sapeva dove far cadere le sue parole.

Divenne, in breve, una figura popolare, una « macchiet­ta», nel senso migliore della parola, un «originale», un beniamino del popolo romano.

Tutti lo conoscevano e lui conosceva tutti e, si può dire che era, in un certo senso, un familiare per ogni casa. Anche le persone più in alto e più in vista, come S. Car­lo Borromeo, lo amavano ed ammiravano.

Era impossibile che due Santi, due Santi della via, non si incontrassero, non si amassero e non entrassero in gara per farsela a vicenda.

Se ne raccontano di belle in proposito, ma il lettore, dato l'umore di tutti e due, può immaginarsele; noi ne riportiamo solo alcune.

Passa il Cappuccino per il luogo detto oggi Banchi Vecchi, ma allora semplicemente Banchi ed ecco che spun­ta, dall'altra parte, Filippo, che si raggirava spesso in questo stesso luogo.

- Buon giorno Padre Filippo avete sete? dice il Cap­puccino, malizioso.

- Tanta, fra Felice.

- Ecco la fiaschetta: voglio vedere se siete bravo a bere qui nella via.

- Clo... clo... clo..., fu la risposta di Filippo, che su­bito aveva afferrato la fiasca, vi s'era attaccato con le lab­bra e fingeva di bere con quel caratteristico rumore del gargarozzo di chi beve in fretta ed avidamente.

La gente attorno rideva e quelli che non sapevano com­mentavano variamente e tutti si divertivano.

Alcuni che conoscevano e Filippo e fra Felice si edifi­cavano e qualche spiritoso avrà pensato su per giù: co­storo la vogliono dare a bere a noi.

Quando il Santo ebbe finito di bere, restituì la fiasca, ma nello stesso tempo, mise il suo gran cappello di prete sulla testa rasa del cappuccino, dicendo:

- Ora a te, Fra Felice, e va pure via...

- Sì, vado via, ma se il cappello mi sarà tolto, non é colpa mia.

Per un pezzo, il Frate camminò sempre tra le risa della gente e sarebbe arrivato molto oltre, quando Filippo pensò che lo scherzo ora poteva avere termine e, forse, temé, che il cappello non sarebbe ritornato: mandò qualcuno e la commedia ebbe termine.

Altre scenette simili, almeno in parte, si svolsero tra Filippo e Felice, senza nessuna intenzione di giuoco, ma lo svolgimento stesso delle scenette, il carattere dei due attori, e le circostanze portarono una nota di comicità.

Un giorno, a Montecavallo, sito pur esso molto frequen­tato, Fra Felice scorge di lontano Filippo, gli corre incon­tro, gli afferra le mani, gli si getta ai piedi, chiede la be­nedizione, senza dir parola.

Filippo abbraccia il frate e stanno per un pezzo tutti e due così in atteggiamento di riverenza l'uno verso l'altro. Si dice che i Santi sono quelli del chiodo cioè cocciuti, almeno quella volta fu così.

Nessuno cedette e, cessato quel primo impeto, si rial­zarono e senza dir parola, si separarono.

Un'altra volta, fu fra Felice ad andare a S. Girolamo della Carità a chiedere la benedizione a S. Filippo.

- Non te la voglio dare: sei tu che devi dare la bene dizione a me.

- Assolutamente, Padre Filippo, io non ve la darò io sono laico, voi prete.

- Neppure io te la darò, ripeto: tu, fra Felice, anche laico, puoi benedire.

Stettero cosi abbracciati lungamente e poi, in silenzio si separarono.

Fra Felice morì otto anni prima di Filippo e, certo, il Santo dovette soffrirne molto, nella sua sensibilità uma­na, ma anche goderne nello spirito, pensando che ora il Cappuccino si trovava in paradiso...

Filippo combinò a fra Felice un amabile inganno del quale avrà avuto notizia nell'altra vita, ma in questa cer­tamente no.

S. Filippo desiderava di avere e serbare un ritratto del suo santo amico, ma non formulò neppure la più lontana idea di arrivare al suo scopo per le vie ordinarie e... legali.

Se avesse detto una cosa simile al Cappuccino, lo avreb­be, anzi, messo in guardia e non ci sarebbe arrivato più nemmeno per le vie torte.

Andò dunque da un suo amico pittore, che si chiama­va Giuseppe De Cesari, ma ch'era più comunemente co­nosciuto col nome di Cavalier d'Arpino, gli espresse il suo desiderio e suggerì, molto probabilmente, il piano.

Un giorno, il frate questuante arrivò anche in casa del pittore per chiedere l'elmosina per amore di Dio...

Il Cavaliere tenne a bada il cappuccino, con qualche pretesto e, intanto, mentre fingeva di attendere ad altro, ne ritraeva le linee.

Collocato il ritratto, rifinito poi, lo mandò a S. Filippo, scrivendo la lettera dietro la tavoletta della pittura, con queste parole: « M.R.P. Venne fra Felice lo feci aspettare e sedere e intanto ordinai che le dessero il pane p. l'ele­mosina solita et io finsi disegnare altro e discorrevo con d. P poterlo ben considerare dove mi e riuscito di farlo senza che de si sia accorto e Pertanto lo mando a vostra Rev.za e mi benedica. Al Padre Filippo Neri umil.mo servitore Giuseppe De Cesari Darpino.

Abbiamo riportata la forma originale della lettera, per­ché aiuta, in qualche modo, a vedere l'episodio nella luce del tempo.

Filippo ebbe così il ritratto, che poi, chi sa per quali vicende, ora si trova in casa Gaetani.

Collocato in un'antica cornice di ebano è una delle cose. più belle della Galleria d'arte del Duca di Sermoneta. Tanto ricaviamo dal Capecelatro, che prese visione di ogni cosa.

Fra Felice che subì un inganno dal suo santo amico Filippo, subì anche un'affettuosa violenza dai suoi devoti. Restato per tre giorni esposto in chiesa, per soddisfa­zione della città tutta, poichè era già ritenuto santo, come la Chiesa poi lo proclamò il 22 maggio 1712, per averne re­liquie, i visitatori non gli lasciarono veste intera o pelo di barba...

 

CAPO VII

UNO STILE DI GIOIA

Non bisogna credere che oltre gli episodi riportati e che riporteremo, non vi siano altre manifestazioni di gioia nel­la vita del Santo.

V'è in lui uno stile di gioia, vorrei dire, al quale non si sottraggono le più varie circostanze della sua multiforme attività, come non vi è espressione che si sottragga allo stile di uno scrittore.

Molte volte, un sorriso, una carezza, un gesto, un sem­plice cenno, un atteggiamento del volto sprigionano una fiamma di gioia.

Raccogliamo in questo capo, alcuni di questi momenti, di queste fiamme, che non possono trovare posto in altre parti del volume.

 

Il giovane dal collare.

V'è un giovane che tiene troppo alla sua eleganza per poter restare tra le fila degli « spirituali» e si compiace di un collare tutto ricci, increspature, una bellissima gor­giera insomma.

Filippo lo vuol liberare da quella miseria e gli va vi­cino, gli passa una mano intorno al collo, comincia ad accarezzarlo e ciò fa varie volte.

Alla fine gli dice: ti farei più spesso carezze, se questo tuo collare non mi raspassel

Il giovanotto capi e, l'indomani, tornò senza quel col­lare che raspava, non già le mani del Santo, ma la serietà del giovane stesso.

 

Una pazzarella.

Non era una pazzarella Ersilia Bucca, una giovane spo­sa che portava una creatura nel seno.

Non si sa per quali manifestazioni, la poveretta era divenuta di umor nero, tutta affanno, perché temeva di dover morire nel prossimo parto e non trovava mezzo di liberarsi da questo incubo.

Un giorno la giovane sposa, tornando dalla chiesa a casa, incontra presso la pila dell'acqua santa Filippo, il quale era stato informato del travaglio.

Si volge a lei e dice paterno, scherzoso, beffando:

- Guarda questa pazzarella, guarda che s'è messa in testa.

Questa presa in giro, come un raggio di sole, spazzò via la nuvolaglia da quell'anima.

Pose poi la mano sulla testa della sofferente ed aggiunse

- Non dubitare.

Ersilia tornò a casa festante ed ebbe poi un parto fe­lice.

 

La balia di Dio.

Pietro Focile e Sulpizia Sirleti erano due coniugi, che avevano una figlioletta di tre anni, la quale si ammalò presto a morte.

La madre inconsolabile pregava il Santo di compiere il miracolo della sanità della piccola, ma egli sapeva che Dio la voleva in Paradiso e lo disse chiaramente alla madre.

E' difficilissimo trovare una frase, una parola di con­forto, in simili casi: le parole che si dicono comunemente sono frasi fatte, luoghi comuni inefficaci.

- Quietati, che Dio la vuole, disse Filippo e ti basti di essere stata la balia di Dio.

Parole e pensiero sublime! Certo il dolore sensibile re­stò nel cuore della donna, ma il pensiero suggerito dal san­to che in fondo, quella piccina, prima di essere figlia di lei e del padre, era figlia di Dio e che sarebbe andata in Paradiso e ch'era stato un grande onore per lei, Sulpizia, essere stata come la balia di Dio, questo pensiero illuminò il dolore della donna, lo santificò, lo superò.

La cosa passò diversamente con il padre, Pietro Focile la piccola era morta ormai e il povero padre era sempre in lacrime e si doleva con Filippo.

- Che hai, balordo, che sei tanto afflitto? gli chiede Filippo.

- M'è morta, la mia figliola ed io non ho altri figli.

- Quietati, balordo, e non ti affliggere più perché avrai un figlio che ti darà gran da fare.

Venne il figlio, a cui fu imposto il nome di Bartolo, ma vennero anche i dispiaceri che quel figlio, anche da gio­vane procurò alla famiglia, fino a che morì.

Lo stesso Focile depose ció nel processo quando il figlio era già morto.

Quel a balordo » lanciato così famigliarmente e quella predizione di guai fece pensare a Pietro ciò che i figli co­stano di cure e di dolore, e forse, suggerì la considerazione che anche la piccola Chiara poteva recare dispiaceri ai ge­nitori, se fosse vissuta.

La serenità nel cuore di Pietro fu completa.

 

Un « balordo» che non lo era.

Giovanni Battista Guerra era uno dei fratelli laici più bravi della congregazione e un capo mastro così bravo che faceva anche le parti di architetto: era lui che conduceva innanzi la grande fabbrica di quella che fu poi la Chiesa Nuova.

Un giorno, il poveretto, cadde da una scala altissima e giaceva moribondo, senza parola, senza conoscenza. Tutti quelli che erano accorsi e che si trovavano sul lavoro erano sgomenti, ma Filippo cercava di animarli in­citando a pregare.

Arriva il medico famoso Angelo Vettori, chiamato di urgenza, e dopo aver visto e tastato, si volge a Filippo e dice triste:

- Padre, nessuna speranza di vita!

Le parole del medico accrebbero lo sgomento, che, a sua volta, fece disperare i presenti.

Filippo voleva vincere quello sgomento, quella dispe­razione, che toglieva ogni fiducia in Dio, ogni capacità di pregare ed allora si volse al medico, trattandolo come un monello, che ne abbia detta una grossa e disse:

- Tu sei un balordo, Angelo! Io non voglio che costui muoia: voglio che si finisca questa chiesa.

L'energica risposta di Filippo infuse coraggio ed animò i presenti a fare ciò che bisognava fare in simili circostan­ze: Guerra guarì.

Colui che riferisce è lo stesso Angelo Vettori.

 

Uno che vuole ammazzare...

Antonio Fantini è un rigattiere, ma anche persona de­vota, discepolo di Filippo, ed ha una moglie giovine e bella. Un domestico di un gentiluomo del Gran Maestro del­l'Ordine dei Cavalieri di Malta, insidia la bella donna in­sistentemente e pericolosamente.

Fantini se n'accorge, decide di ammazzare quel cattivo, prepara lo spadone e dispone tutte le altre cose in una concitazione grande, in una grande tenebra interiore.

Prima di passare a sì terribile impresa, egli però vuol confidarsi con Filippo... come per aver consiglio e benedi­zione... e magari confessarsi!

Va, infatti, e trova il Santo in camera sua fra tre o quattro persone: egli non se ne cura, entra come se non vi fosse nessuno, si getta ai piedi di Filippo e dice di voler ammazzare...

E qui narrò la breve storia, come poteva, in quel mo­mento di eccitazione.

Filippo sorride e parla con gli occhi, con il volto: tutta una grande parola di pace, direi, emana dalla sua persona. Tutto l'atteggiamento di Filippo fa comprendere che la cosa non è da prendersi sul serio: egli fa scaricare a l'uomo la sua grande ira, come se fosse una massa di elet­tricità, poi dice calmo:

- Non è niente Antonio, non è niente!

Alla fine gli pone la mano sul capo e lo vede ripartire sereno.

Non ne fu niente: forse la gelosia aveva suggerito al povero Fantini paure o timori che non esistevano.

 

Una gentildonna vinta.

Lavinia de' Rustici, prima moglie del nobile romano Fabrizio Massimo, non vedeva bene che il marito le dicesse mirabilia di Filippo, che lo avvicinasse tanto e fosse uno dei discepoli più devoti.

Essa personalmente si riufiutava anche di vedere Filip­po e, in fondo, ne diceva male: lo riteneva un devoto qual­siasi, come ce ne sono tanti, se non addirittura un bigotto.

Alle preghiere del marito sempre ripetute di avvicinare il Santo e poi far come voleva lei, la donna rispondeva con rifiuti recisi, con parole non rispettose, ma finalmente la curiosità, potente per tutti ma più potente per i cuori fem­minili, promise a Fabrizio di veder Filippo, come se aves­se fatta una grazia ed andò.

Non sappiamo come la cosa passasse ma quel primo e non lungo incontro bastò per far cadere la donna spregiu­dicata nelle reti del mago.

Conquistata una volta per sempre, molto spesso prese a fare la Comunione, pratica rara in quel tempo, ed a visi­tare Filippo, lieta di seguire i suoi consigli: come attesta il marito Fabrizio, essa fece un gran profitto nella vita spirituale.

 

Un gesto, una parola...

Un giorno Filippo esce dal confessionale e vede quel buon figliolo Giulio Savira, che già conosciamo, immerso in un grande pianto.

- Ma che ti succede Giulio? Non ti ho visto mai pian­gere come un fanciullo.

II Santo comprende che la morte aveva rapito la madre e allora non cerca le parole per consolare quell'afflitto, come generalmente si usa, ma compie uno di quei gesti che sdrammatizzano le situazioni più complicate.

Egli ha in mano la sua lunga corona e subito la getta al collo di Giulio, si toglie la berretta da prete di capo e la pone in testa di lui e tutto ciò nel bel mezzo della chiesa, fra tante persone che vedevano.

- Non piangere più! Tua madre è andata in Paradiso e tu sei accettato subito in Congregazione: sta allegra­mente.

Giulio cessò di piangere e tornò subito sereno, come era sempre.

Ciò attesta lo stesso Savira.

 

Una zitella che non l'era.

La nobildonna Costanza, sposa di Virgilio Crescenzi, fece pregare il Santo di recarsi da lei perché il marito era ammalato.

Filippo andò e la donna in pianto gli andò incontro. Contrariamente a ciò che pensavano gli altri ed anche i medici, egli sapeva che il Signor Virgilio sarebbe morto. Non volle ingannare la moglie e neppure dire parole inutili: d'altra parte, sarebbe stato duro dirle che il marito sarebbe certamente morto.

- Zitella raia, fa il santo, bisogna contentarsi di quel­lo che piace a Dio.

Nel tornare a casa, in carrozza, accompagnato dal fi­glio di Virgilio stesso, Filippo gli disse che non trovava parole e modo di pregare perché l'ammalato guarisse.

Era un modo per fare intendere anche a lui, e più chia­ramente, che bisognava disporsi a fare la volontà di Dio per la morte del padre.

E' un bel modo di dare la gioia anche quello di dispor­re l'animo a fare la volontà del Signore.

 

I fiori di martiri.

Al tempo di Filippo, infieriva la persecuzione del go­verno inglese contro la Chiesa ed i cattolici.

I giovani chierici inglesi del collegio vicino a S. Giro­lamo della Carità, prima di partire per la loro patria, do­ve avrebbero trovato certamente dolori, sofferenze, e forse, la morte, venivano a chiedere la benedizione al Santo. Questa tradizione, molto attendibile, ha trovato espressio­ne anche nella iconografia filippina.

Il momento della partenza era di grande sofferenza in­teriore, ma Filippo illuminava e santificava quella soffe­renza dicendo ai partenti le parole dell'inno liturgico per i Santi Innocenti: « Salvete, flores Martjrum » vi saluto o Sori di martiri.

La visione del martirio per Cristo come quello dei Santi Innocenti, gittata improvvisa dinanzi alla mente dei gio­vani, dissipava ogni ombra in quell'ora di grande sof­ferenza.

 

Zia Rosa stizzosa.

Una povera donna era stata provata duramente e per lungo tempo: il marito dopo essere stato carcerato per debiti, come allora usava, ed aver avuto altri travagli, ora era morto e la Rosa era sola e bisognosa.

La donna, in una grande tristezza e poi in una irrita­zione incredibile, non poteva veder cosa o udir parlare ed era sempre come un cane arrabbiato.

Non poteva pregare: non poteva confessarsi, era quasi come in uno stato di disperazione: riuscì a confidarsi col P. Angelo Velli, uomo di santa vita e tra i più cari compa­gni di S. Filippo, ma non ebbe giovamento alcuno.

La Rosa, una mattina, era tanto fuori di se ed infuria­ta, che il povero Angelo Velli non trovò di meglio che mandarla subito a S. Filippo.

Il Santo, come la vide comparire, comprese subito, e senza tanti complimenti le disse: vien qui zia Rosa, per­ché sei tanto stizzosa e mettiti in ginocchio.

Parlò il Santo in una maniera imperiosa, senza tutte quelle forme che lasciavano tempo alla donna di sbizzar­rirsi, la costrinse ad inginocchiarsi, le mise la mano sul capo e poi parlò, parlò...

Zia Rosa ascoltava e Dio solo sa quello che fu detto questo è certo che la poveretta senti cadere la sua tristez­za come ci si libera da una camicia di forza, e cominciò ad avvertire un benessere, una allegrezza, una leggerezza di vita, un rinnovamento e una grande devozione.

Un mutamento radicale, insomma: tali cose deponeva la paziente stessa, nel processo, il 4 giugno 1610, quin­dici anni dopo la morte del Santo.

La cosa più importante a sapere è che questa nuova felice condizione durò fino alla morte.

 

Una matta di nuovo genere.

Non era una matta no, questa donna anzi madonna Bradamante come si diceva allora.

Ma era solo una grande sofferente.

Disperando di ogni mezzo naturale, al colmo del male, la poveretta mandò a chiamare P. Filippo come facevano tanti altri, per casi più o meno gravi o disperati.

Il Santo comprese che Bradamante era veramente mol­to malata e soffriva assai, ma volle nascondere come usa­va sempre, il suo potere carismatico, gittando il merito del prodigio su altre persone o cose.

Come egli dunque la vide con il capo fasciato, con volto lieto, come chi ride di una cosa buffa, le disse:

- Matta, che vuoi tu fare di tanti panni in testa? La donna si tolse quei panni, ma il toglierli e sentir sparire il dolore fu una cosa sola.

 

Titoli a buon mercato.

Giovanni Manzoli, penitente del Santo, era ammalato e fu mandato il sacerdote Mattia Maffei ad assisterlo nel difficile momento dell'agonia.

Quando il sacerdote vide che Manzoli aveva perduto la parola ed era alla fine, tornò da Filippo e riferì che il moribondo non sarebbe arrivato al mattino.

L'indomani, il Santo fa chiamare di nuovo Mattia e gli ordina di andare dal malato e vedere se era vivo o morto. - Penso che sia morto, Padre, e sarà inutile andare, ma tuttavia andrò.

- Comunque sia, va, prendi informazioni sicure: ti raccomando.

Il messaggero va e gli dicono che Giovanni è morto: egli non crede neppure necessario salire su: la notizia della morte è sicura e pacifica.

- Padre, riferì il Maffei, è come ho detto io, come si supponeva: Manzoli è morto.

- Ma tu l'hai visto con i tuoi occhi? - No! Ma è come se l'avessi visto io. - Bestiaccia, torna ancora ed assicurati: cerca di ve­dere se dorme o se è morto, ma vedi tu e non ti fidare di altri.

Mattia, questa seconda volta, trovò che Manzoli era a letto si, ma vivo, ben vivo.

Ritornato mortificato da Filippo, fece uno sforzo per riferire che il malato non era morto.

- Sei una bestiaccia che non sai fare i servizi, ringra­ziò Filippo.

 

Modi decisivi.

Una sera, si faceva l'Oratorio, ed ecco che entra un certo Stefano da Rimini calzolaio, non meglio conosciuto. Dà egli un'occhiata al locale e scorge delle persone per bene: faccie chiare, rassicuranti, vestiti decenti e tutta un'aria distinta.

Non osa entrare Stefano, vecchio soldato, uomo liti­gioso, con tanti nemici e con più di un peccatuccio sulla coscienza...

Se mi riconoscono, diceva egli fra se stesso, mi mette­ranno fuori, e cercava di non essere notato.

Filippo, che dominava però ed ispezionava la sala, col suo occhio sempre in giro, lo notò, comprese molte cose ed andò rapido verso di lui.

Senza dire parola, assolutamente niente, lo prese per il collo, lo tirò con decisione, lo condusse alle prime file. L'uomo fu tanto confortato, acquistò tanta fiducia, che divenne un assiduo frequentatore dell'Oratorio e riuscì ad essere persona di grande virtù, di grande carità: per­venne anzi ad una certa santità: poverissimo come era, del guadagno della settimana, tolto il necessario, dava il resto ai poveri.

 

Gioielli.

Sono veri gioielli certe espressioni, certi motti, che splendono da se stessi, pur senza la cornice di un episodio. Vecchio, malato, sempre nelle fatiche, nelle veglie, nelle astinenze, talvolta quelli che gli volevano bene ed erano premurosi della sua salute, lo esortavano ad aversi dei ri­guardi, moderarsi nel lavoro, mangiare in modo da nutrir­si sufficientemente e poi dormire un poco di più.

Come giustificare il suo proposito di voler sempre fare così? Sarebbe stato poi scortesia opporre un no nudo e crudo.

- Il Paradiso non è fatto per i poltroni, rispondeva egli. Giustizia era fatta.

Ci fu, tra i discepoli e penitenti del Santo, un certo Tur­chetti Pensabene uomo di grande valore, che poi venne in fama di santità e fondò opere di bene ad imitazione dell'O­ratorio.

Filippo vedendolo venire, gli diceva sorridente: Pensa­bene, facci sentire una pensabenata.

Era un saluto e un modo di far festa, più efficace di molte parole.

Nel colloquio stesso con Dio la sua vena di gioia rimane freschissima e prende forma di gioco quasi impertinente, eppure umilissimo.

Bisogna sapere che nelle sue tante malattie, leggere o gravi, il Santo pregava di guarire, per convertirsi, diven­tare un angelo, come disse una volta.

Guarito però, gli pareva di non essersi mai convertito... Perché? Per quello stesso fenomeno per cui un dotto, quan­to più diventa dotto, tanto più vede l'immensità della scienza e l'immensità, della sua ignoranza.

Il Santo pertanto, quanto più diventa santo ed appro­fondiste il mistero di Dio, tanto più si vede peccatore di fronte alla santità di Dio stesso.

Negli ultimi tempi, pertanto, non diceva più di voler guarire per convertirsi, ma pregava in questo modo: Si­gnore se io guarisco, per quanto riguarda me, farò sempre peggio... se tu non m'aiuti.

 

Filippo: in mano al boia.

Ogni uomo, in quanto tale, teoreticamente, è capace di ogni bene e di ogni male: ogni uomo può diventare o un grande santo, o un grande assassino.

Filippo nella sua grande umiltà e nella profonda co­noscenza del cuore umano, si direbbe che aveva quasi pau­ra di diventare un bandito degno di morte.

Ecco dunque come egli pensa in forma di dramma que­sta terribile possibilità.

Era con lui il medico Angelo Vettori ed egli dice: «che diresti, Angelo, se un giorno tu mi vedessi col boia di die­tro che mi frustasse e voi e gli altri diresti: è questo quel Padre Filippetto. Quanto pareva buono!

 

Signorilità e amore in gioia.

Documento bellissimo dello stile di gioia del Santo è una letterina, che egli indirizzò ad una giovane sposa, che si chiamava Fiora Ragni, ma era conosciuta più co-. munemente col nome di madonna (signora) Fiora.

Filippo imposta sul nome Fiora la sua letterina e, sem­pre giocando su quel nome, arriva a pensieri altissimi di spiritualità ed a sentimenti di un amore paterno ben gran­de. Ecco la lettera

« Ancorché io non scriva a nessuno, non posso mancare alla mia quasi figliola primogenita madonna Fiora, la qua­le desidero fiorisca: anzi che dopo il fiore produca buon frutto, frutto d'umiltà, frutto di pazienza, frutto di tutte le virtù, albergo e ricettacolo dello Spirito Santo: e così suol essere chi si comunica spesso. Il che quando non fosse, non vi vorrei per figliola; e se pur figliola, figliola ingrata, e di sorte che al giorno del giudizio vorrei essere contro di voi. Dio ciò non permetta; ma sì bene vi faccia flore frut­tuoso come di sopra ho detto e tutto fuoco, onde il pove­rello vostro padre, si possa riscaldare, che si muore dal freddo. Non altro. Tutto vostro.

Roma alli 27 di giugno 1572 Filippo Neri.

 

Il dono della volontà.

E' difficile consolare i malati e dare loro una linea si­cura di condotta nel travaglio della sofferenza, ma Filippo riusciva benissimo.

Qualche volta, egli per rassicurare il sofferente contro le tentazioni, specialmente nei momenti terribili dell'agonia, proponeva ad essi:

- Mi vuoi donare tu la tua volontà? - Ma sì, Padre, lo fo molto volentieri.

- Ebbene quando verrà il demonio per tentarti ed in­vitarti a qualche male, oppure vorrà spingerti a non spe­rare, tu gli dirai: io non ho più volontà ma l'ho donata a Padre Filippo.

Io poi la tua volontà l'offrirò a Dio.

 

Un consiglio a doppio effetto.

Una signora si trovava ad una specie di bivio tra la vita spirituale e la vita mondana e molte incertezze l'angustiavano e tra le altre questa, se conveniva ad una buo­na cristiana portare i tacchi alti delle scarpe, come allora usavano le mondane e come oggi usano mondane e non mondane...

Filippo, dopo aver ascoltato, quanto la donna diceva, con molta serietà, tra compunta ed agitata, rispose:

- Signora, guardi di non cadere.

 

Un'amabile e pungente verità.

Filippo soffrì molti mali ed anche gravi ed i medici di allora usavano rimedi dolorosi, come salassi, bottoni infuocati e cose simili.

Una volta, al colmo della crisi di una malattia, i me­dici, come estremo rimedio, usarono appunto il rimedio del bottone infuocato.

Essi pensavano che il Santo, nell'incoscienza in cui essi lo ritenevano, avesse trovato beneficio del rimedio, ma non avesse sentito dolore.

Quando al termine della crisi, uno dei medici gli do­mandò come si sentisse, che avesse... Egli rispose:

- Io non ho altro male se non quello che mi avete fat­to voi.

 

Una penitenza che fa male alla borsa.

Tra i seguaci di Filippo, s'era intruppato un signore anziano, certo Alessandro Boria il quale, lavorando, s'era fatta una bella fortuna ed ora voleva proseguire la sua vita badando un po' all'anima.

Anche lui fu preso dal gusto, in cui può entrare un po' di compiacimento umano, di fare delle penitenze, come portare il cilicio, fare delle veglie, dei digiuni e simili pra­tiche.

Anch'egli, come altri, un giorno disse al Santo, con aria compunta:

- Padre Filippo, indicatemi una penitenza buona per me, perché voglio farmi santo! Volentieri digiunerei, per esempio.

- Niente digiuni, caro, ma piuttosto elemosine.

Il Borla, per quanto buono, doveva essere un po' attac­cato al danaro e le parole del Santo colpivano direttamente la borsa, ma egli senti il colpo nel cuore.

Quella penitenza, per una persona come lui, era pà penosa di tre digiuni insieme.

 

CAPO VIII

I GIOCHI DRAMMATICI

Un pazzo che fa diventar pazzi gli altri.

Man mano che Filippo andava innanzi, i suoi giochi diventavano sempre più complessi, drammatici, e certe volte, audaci.

Molti suoi contemporanei, lo giudicarono male e qual­cuno dovette pensare che se egli non era pazzo del tutto, avesse almeno molte rotelle spostate.

Leggendo molti degli episodi detti innanzi, la domanda di un tempo potrebbe, forse, essere fatta anche oggi: per non essere poco rispettosi, si potrebbe supporre un origi­nale di nuovo genere.

Se uno oggi si facesse radere i capelli del capo, ma da una parte sola, come egli si fece tagliare la barba, non sa­rebbe internato in un manicomio?

Pensiamo che oggi neanche un pazzo dichiarato tale dai medici, avrebbe il coraggio di farsi radere in quella ma­niera.

Ma la cosa più paradossale è che, col passare del tempo e di fronte a giochi sempre più pericolosi... per la stima, la folla dei suoi seguaci cresceva e così cresceva l'opinione della sua santità, fino al punto che una moltitudine di centinaie di persone lo seguiva per le vie di Roma.

Molti di questi seguaci poi diventavano pazzi anch'es­si... a modo di Filippo.

 

Un principe serve il suo servo.

Tra i seguaci più in vista di Filippo, fu Giambattista Salviati, nipote di Leone S, parente piuttosto stretto di Caterina de' Medici, Regina di Francia, e fratello di un Cardinale.

Questo Giambattista non era uno stinco di santo: era un uomo rotto al vizio, che vestiva sempre lussuosamente, accompagnato per lo più da una turba di servi, pronti a venire anche alle mani per il loro signore.

Filippo lo ridusse ad essere un galantuomo e poi un perfetto cristiano.

Il Santo mandava, specialmente nei giorni festivi, tren­ta o quaranta dei suoi pazzi, divisi in varie categorie, a servire i malati negli ospedali e cioè a fare i letti, scopare, pulire scodelle, vuotare i vasi di ogni genere, pulire e la­vare gli ammalati stessi e, talvolta, ammazzare qualche animaletto che non era raro trovare.

In quel tempo, questi servizi erano i più schifati, come gli ospedali erano i luoghi tenuti in più grande orrore. L'ufficio di infermiere era considerato vilissimo e vi si adattavano solo alcuni che non trovavano altro mezzo da vivere.

Il Salviati come tutti gli altri, indistintamente, era uno dei mobilitati da Filippo, ed una volta gli toccò di andare all'ospedale della Consolazione.

Vi trovò un suo vecchio servitore, che s'era ridotto là perché a quei tempi non v'era a chi ricorrere quando un servo o per vecchiaia o per malattia doveva lasciare il ser­vizio.

Il Salviati, come lo scorse, si avvicinò al suo letto e gli disse:

- Fammi il favore, alzati, ché ti voglio rifare il letto.

Il vecchio servo che nulla sapeva della pazzia del suo borioso padrone di un tempo, si credette preso in giro e disse offeso:

- Oh! signor Giambattista, non è questo il tempo di burlarsi dei poveri servitori: lasciatemi in pace.

- Sai, dico davvero io, proprio ti voglio rifare il letto. - Ma via non insistete: vi conosco abbastanza.

- Ma sì ...

- Ma no ...

Era una scena gustosa e quelli che stavano attorno se la godevano: alla fine il vecchio servo, un po' perché abi­tuato ad obbedire, e perché seccato, si alzò.

Il vecchio malato intanto guardava con gli occhi sgra­nati il signore di un tempo, che faceva con grazia, con amore quello che fanno tutti gli infermieri: guardava co­me avrebbe guardato un orso diventato agnello.

 

Altri pazzi ed altre pazzie.

Una volta, venne al consueto convegno, uno di questi pazzi con un bel vestito nuovo, del quale evidentemente si pavoneggiava.

Il Santo, dopo che l'ebbe squadrato ben bene, con finto compiacimento, gli disse amabilmente, come uno che vuol fare un complimento:

- Senti, caro, tu devi andare a S. Maria Maggiore, devi metterti alla porta principale della Chiesa e devi chie­dere l'elemosina a quelli che entrano.

L'altro non fiatò e già si avviava come se fosse stato mandato ad una impresa onorevole o ad un pranzo di festa.

- Senti ancora, riprese il Santo, oggi tu non devi man­giare altro che quello che ti daranno per elemosina.

L'altro, zitto ed allegro, se ne andò e si piazzò al luogo detto, come un monumento.

Passarono alcuni minuti e Filippo chiamò due o tre altri pazzi e disse loro, come se avesse fatto un'invenzione importante

- Andate dove il nostro amico cerca l'elemosina e uno per volta, di tanto in tanto, accostatevi a lui e ditegli delle insolenze, su per giù:

- Come, con questo bel vestito non ti vergogni di chie­dere l'elemosina?

- Fannullone, così vuoi mangiare il pane a sbafo? - Questo è rubare il danaro alla povera gente!... Il paziente non rispondeva...

Stette parecchio, fino alla fine delle Messe, a casa man­giò quello che aveva accattano e, l'indomani tornò a Fi­lippo come un trionfatore.

 

Tutti manovali.

Fino al 1557, Filippo riuniva i suoi pazzi nella piccola camera da letto. Divenuta questa insufficiente, con il per­messo dei superiori della casa di S. Girolamo della Carità, dove era ospite, edificò un locale per le riunioni, sopra la piccola chiesa, e quel locale, dalle pratiche che vi si face­vano, fu chiamato Oratorio.

Mancavano i mezzi per pagare gente ed acquistare ma­teriale, e cosa ti fa Filippo?

Un bel giorno dice ai suoi pazzi: vedete questo mate­riale che ho acquistato con debito? Pietre, mattoni, calce, travi? Bisogna portarlo su per costruire la nostra sala.

Detto fatto, e quelle persone che, altra volta, avrebbero avuto vergogna di caricarsi di una cesta di fiori o di frutta sulle spalle, quando erano savi... cominciarono a caricarsi di pietre, di mattoni e tutta quell'altra roba detta innanzi, come tanti manovali abituati al mestiere.

Avresti veduto un medico famoso, Giambattista, Modio, scrittore elegante, benché poco corretto, libertino e gau­dente, come un garzone di muratore, andare su e giù a gara con gli altri, che lo guardavano stupefatti.

Avresti veduto un elegantone, uomo bellissimo, per al­tro, un certo Francesco Maria Tarugi, parente dei due Pa­pi Giulio III e Marcello II, con le sue vesti fiammanti e l'aspetto di gran signore, non farsi vincere dagli altri nel far presto.

Avresti visto un giovane piuttosto sconosciuto, Cesare Baronio, studente di legge, spiegare uno zelo straordinario in quel lavoro così poco delicato.

E tutti quanti, pezzi grossi e povera gente, fraternizza­vano, ridevano, scherzavano come se avessero servito il Papa in persona.

 

“Netturbini”.

Un giorno i pazzi, attorno al loro capo andarono, in una chiesa e Filippo osservò che dinanzi alla chiesa stessa era molta immondizia.

Egli disse allora a Marcello Vitelleschi, nobile romano - Marcello, subito, tu con qualche altro, pulisci qui innanzi alla porta e spazza tutto il piazzale.

- Ma non abbiamo scope.

- Procuratevele, balordi, dalle case vicine e poi le re­stituirete.

La cosa fu presto fatta e l'immondizia ammucchiata da una parte.

- Bel lavoro, davvero, osservò Filippo, quando vide ciò: i monelli spargeranno subito quella immondizia: rac­coglietela alla meglio e portatela via.

E quelli subito senza parlare s'affaticarono gioiosa­mente, magari con le mani, in mancanza di palette.

Ciò non accadde una sola volta.

 

Domande curiose ma assennate

- Perchè queste pazzie, potrebbe chiedere qualcuno? Non si può esser buoni, far bene, magari farsi santi, senza queste stranezze?

- Queste pazzie servono, nella tecnica della santità, per Filippo ad una cosa molto grande: la conquista della libertà!

- Di quale libertà? Sono in carcere quelli che fanno queste cose e perciò hanno bisogno di questo mezzo per uscire da galera?

- Essi, come quasi tutti, purtroppo hanno bisogno di conquistare la libertà dalla schiavitù della pubblica opi­nione.

Gli uomini scio, più o meno, quasi tutti schiavi della pubblica opinione.

Ci rattristiamo, se uno dice male di noi: ci rallegria­mo se ne dice bene, anche se non è vero!

Noi siamo sempre alla ricerca della lode dagli altri, fug­giamo ogni critica, ogni biasimo.

Più disgraziati dei mendicanti che chiedono pane, noi andiamo accattando il bene, bravo, evviva, e cioè, quella cosa inesistente che per usa e consumo di poeti ed altra gente simile, con un termine grosso, si chiama gloria, con termine più vero si chiama vana gloria e, con termine giu­sto, vanità.

Noi facciamo dipendere la nostra felicità o infelicità dall'opinione degli altri.

Questa opinione degli altri è il nostro padrone, il nostro idolo.

Noi ci vergogniamo, talvolta, anche di cose sante e belle come, per esempio, di apparire religiosi, pii, in un ambiente miscredentè, e rinneghiamo Dio.

Fingiamo invece di essere buoni con quelli che sono buoni e religiosi, facciamo anche i bigotti, quando dob­biamo attirarci la benevolenza di persone di chiesa, sem­pre per quella tirannia dell'opinione degli altri su di noi. Mentiamo per essere stimati, commettiamo tutte le viltà per accaparrarci l'opinione pubblica.

I poeti, i guerrieri, i politici, tutti quelli insomma che fanno a pugni per aprirsi una via, perchè si agitano tanto? Per il bene pubblico forse?

No! Per mettersi in mostra e far dire. quello è un gran­de uomo!

Molti si dànno da fare, similmente, con tutte le arti lecite o illecite per ammucchiare quattrini, ma anche i quattrini sono una scala per salire in alto ed emergere, nella fiera universale della vita.

Vi sono anche altri, i più crediamo, i quali commettono la vigliaccheria più grande, quella di uccidersi o per aver fatto una brutta figura, o per evitarla, o perchè credono che l'uccidersi possa essere quasi un atto di eroismo.

I casi di questo genere sono innumerevoli e noi ne ab­biamo una documentazione molto ampia: citiamo qualche episodio, tacendo, quando è necessario, il nome.

Una giovane tentò di suicidarsi per la morte di quel­l'attore tanto popolare Mario Riva.

Un giovane, avendo avuto una sospensione dalla scuola, si suicidò lasciando un biglietto in cui diceva di aver fatto ciò per non dare un dispiacere alla mamma ed intanto ne dava uno grandissimo.

Un altro che si vantava di essere il più grande nuota­tore del Tevere, vi si buttò da un ponte per provare la sua bravura e vi morì.

Una donna abbastanza conosciuta Eveline Mahyère vuol vivere ma non ci riesce e si ammazza.

La colpa di questa mentalità che fa ritenere il suici­dio un atto eroico è dovuta in gran parte ai giornali che dei suicidi più ingiustificati e sciocchi fanno un quadro o drammatico o sentimentale o, comunque, non quale do­vrebbe essere, col mettere i fatti nel giusto colore.

C'è qualche prova anche più esplicita: una poveretta napoletana che vivacchiava col vendere castagne arrostite, un giorno tentò di suicidarsi ma poté essere salvata: dopo dichiarò di volersi uccidere per far parlare di sé, ed essere messa sul giornale.

Che questa, mania di volere apparire più degli altri sia molte volte il motivo principale, si deduce anche da un'esagerazione che si crederebbe impossibile: si commet­tono o si suppongono perfino reati più grandi per appa­rire maggiori.

Sant'Agostino nelle sue « Confessioni » dice come si vantava di birbonate giovanili, che non aveva mai com­messo, per apparire più bravo.

Da tutto ciò si vede quanto fosse sapiente S. Filippo nel comprendere e valutare la forza quasi irresistibile della vanità e come quelle esercitazioni, apparentemente pazze­sche, erano un allenamento, a non tener nessun conto del giudizio umano e a disprezzare la gloriuzza della vanità ed ogni altra gloria.

Dopo un certo tempo, con quel trattamento, i pazzi di S. Filippo avevano tagliate tutte le funi che tenevano in­ catenata la libertà e non avevano più paura di giudizio umano.

Avevano imparato ad essere se stessi ed a non tenere conto che del giudizio di Dio.

Egli era convinto di avere scelto la via buona e teneva fermo che un giorno avrebbe avuto ragione di tutte le op­posizioni.

Mi pare, che tutto ciò si veda chiaro in quei versi ap­parentemente strani, inconcludenti, che dicono così:

Io sono un cane che rode un osso, perché della carne roder non posso se verrà tempo che posso baiare farò pentir chi non mi lascia stare.

Egli dice ironicamente, ed un po' velatamente: piglia­tevi pure gioco di me, ma vedrete che avrò ragione e voi resterete con un palmo di naso.

Ed il tempo gli dette ragione, ragione piena: i pazzi crebbero in tutta Roma ed allora ognuno si accorse che quei pazzi erano i veri savi ed il più gran pazzo, Filippo, era il più savio.

 

Musica di nuovo genere.

Ecco alcuni dei giochi più drammatici di Filippo.

Tra i suoi seguaci v'era un giovane, forse, un po' più vanitoso degli altri e il Santo gli fece iniziare la cura con­tro la vanità in questa maniera.

Un giorno, gli consegna un grosso campanello e gli co­manda di girare per Campo dei Fiori, per via dei Giubbo­nari e in tutti i luoghi molto popolati del quartiere, agi­tando fortemente il campanello, come per un allarme.

Il giovane partì imperterrito e quelli della strada si fer­mavano e qualcuno interrogava: che cos'è? Ma egli non rispondeva: le donne si affacciavano dalla finestra oppure si facevano sulla soglia e si interrogavano a vicenda e nes­suno sapeva niente di quel gran chiasso.

Quando fu manifesto che non c'era niente di straordi­nario, contro il suonatore improvvisato cominciarono a piovere torsoli, bucce di frutta e altre di queste cose che si trovavano abbondantemente nel mercato di Campo dei Fiori.

Gli accidenti, le male parole, e le beffe di tutti i generi, facevano concorrenza al lancio di quei proiettili.

Il giovane, corre se avesse eseguito un mandato di gran­de importanza, girò per tutti i luoghi che gli erano stati detti e tornò a Filippo trionfante.

 

Un penitente originale.

Tra gli altri pazzi di Filippo uno si chiamava Alberto Legnaiolo e aspirava, come ad una grande cosa, a portare il cilicio...

Gli pareva che il portare il cilicio lo consacrasse, in ma­niera speciale, seguace degli «spirituali», come erano an­che nominati i figlioli spirituali di Filippo.

Il Santo non volle mai contentarlo, ma quello sempre insisteva: Padre mi faccia mettere il cilicio.

Un giorno Filippo gli disse: Senti Alberto, io ti do il permesso di portare il cilicio ma a questa condizione che tu lo metta ben in evidenza sulle vesti.

Il bravuomo eseguisce subito l'ordine e va via, pavoneg­giandosi, come di una grande decorazione: nella via lo accolsero beffe, risate, deplorazioni e motti pungenti di ogni genere.

Alberto non né fece caso, così il giorno seguente, così tutti i giorni dell'anno: i romani si abituarono a vedere quell'originale e non ci fecero più caso.

Fu soprannominato Berto del Cilicio e godette la stima di tutti.

 

Un falso goloso.

Una volta, il volto di Filippo si illuminò come di un raggio di luce, sorrise compiaciuto, chiamò un suo peni­tente e gli disse: tu devi fare la piccola penitenza che ti ordino.

Chiamò poi un altro, si fece portare il coperchio di una grande scatola e vi fece scrivere queste parole a lettere ben grandi che si leggevano anche ad una certa distanza: « Per aver mangiato la copeta ».

La copeta poi è una specie di dolce popolare che si ven­de anche oggi nelle Sere, nei mercati, composto di nocciole, miele e pasta. Anche oggi si usa ed è chiamato con lo stesso nome in molte regioni dell'Italia meridionale.

Ognuno può immaginare le accoglienze che ebbe il falso goloso, perché non aveva mangiato davvero la copeta, quando girò per lungo e per largo tutti i luoghi intorno a S. Girolamo della Carità, portando dietro le spalle il vi­stoso cartellone.

 

Punizione ad un malpensante...

Certamente in uno di quei momenti nei quali Filippo fece o disse qualcuna delle sue stranezze più grandi ad un suo penitente presente, vennero dei pensieri che Filippo non meritasse davvero nessun credito, che non fosse una persona seria ed altre fantasticherie del genere.

E’ un fenomeno che si comprende di fronte a certi fatti e la cosa poteva accadere ad ognuno, ma il poveretto ri­pensando a tutto quello che gli era venuto in mente con­tro Filippo, con maggiore serenità, ritenne di aver commes­so una colpa, tanto più che la conclusione di quelle sue impressioni era che non stesse ad ascoltare il Santo nella confessione.

Egli però ebbe il coraggio e la forza di scoprire al Santo, fuori la confessione, tutto quello che aveva patito e tutti i pensieracci che aveva avuto contro di lui: S. Filippo non si turbò ma solo gli disse:

- Benissimo: ora quello. che tu hai detto a me, lo devi dire in pubblico refettorio, alla presenza di tutti, mi­nutamente, pensiero per pensiero.

L'uomo ubbidì e immaginate la filastrocca di cose in­giuriose che egli sciorinò.

Gli altri erano meravigliati e non sapevano cosa pen­sare, tanto il caso era strano: Filippo ascoltava beato, sor­ridente.

 

Il corteo delle pentole.

S. Filippo era stato sempre nella casa di S. Girolamo della Carità da quando s'era ordinato sacerdote, ma ora i suoi figli avevano una casa propria e grande ed erano co­stituiti in Congregazione: Filippo però era alieno dal rag­giungere la nuova dimora.

Egli oppose ogni resistenza, ma poi intervenne il Papa e fu obbligato a trasferirsi alla Chiesa Nuova, alla casa nuova.

Quel poco di amarezza che egli dovette avvertire nella sua sensibilità, pur nella volontà completa di ubbidire al Papa, egli la digerì e la convertì in gioia con una delle pen­sate più originali.

Il 22 novembre, pertanto, nel 1583, giorno della festa di S. Cecilia, egli convocò tutti i suoi e quando ogni cosa fu pronta, tra la meraviglia di tutti, ordinò che ognuno prendesse qualche cosa della casa, come padelle, palette, pentole, piatti ed altri simili oggetti.

Per quanto la casa di S. Girolamo fosse poveramente arredata e per poca gente, tuttavia le masserizie che vi si trovavano erano parecchie per i presenti e, forse, qualcu­no dovette anche prendere due o tre cose.

Così pronti, ordinati in corteo, uscirono fuori e sfila­rono in mezzo ad una folla, che presto s'era fatta, tra le risa, i motteggi e le facezie più piacevoli di questo mondo.

Il chiasso che si fece attirò anche i carcerati della pri­gione di Corte Savella che, come meglio poterono, si arram­picarono alle finestre e, dietro le grate di ferro, ridevano e dicevano motti piacevoli.

Uno tra gli altri, ben sapendo che l'autore di quella commedia era Filippo, gridò ad alta voce: Padre, fate buo­ne frittate.

 

Piccole farse.

Un giorno, mentre la chiesa era abbastanza popolata. di gente, ecco che Filippo compare dal fondo e si dirige verso l'abside.

Sulla veste nera, ha una casacca grossa, un giubbone come quelli dei militari, ma con la fodera all'infuori. Aveva in testa la berretta, il copricapo cioè che i preti usano nelle cerimonie, a tre spicchi, ma, alla brava, volta­ta verso un lato.

Dietro a lui, c'era un complice, od un condannato... a fare quella goffa figura, un suo figliolo spirituale, che ave­va una spazzola in mano e spazzolava Filippo dietro la schiena, ai fianchi, in alto, in fondo, senza posa, mentre egli di tanto in tanto si voltava, fingeva di dire qualche cosa, di richiamare e poi volgeva gli occhi intorno come per dire: sono un gran personaggio si o no?

Egli procedeva da elegantone con una posa di dignità ed atteggiamenti ben curati, avendo un paio di scarpe bian­che o di altra foggia strana e magari larghe come bar­chette.

Un'edizione diversa di queste comparse in pubblico, era la messa in scena di letterato, di dotto.

Aveva un libro in mano e leggeva in maniera molto mo­vimentata, a voce alta per essere ben inteso.

Buttava fuori errori enormi, ch'erano tanto più gran­di quanto più egli si vedeva ascoltato.

Storpiature di ogni genere, di parole e frasi, erano ac­colti con risate sonore del pubblico, e nel silenzio un po' penoso, da quelli dei suoi seguaci che dovevano dividere con lui anche le beffe.

Naturalmente egli non riusciva a dare un'impressione cattiva di sè e molti, più che scandalizzarsi, si edificavano, perché vedevano in queste scene una manovra per distrug­gere ogni buona opinione di se stesso.

Tuttavia, fra tanta gente, c'erano alcuni che non lo co­noscevano, non sapevano, e quindi lo giudicavano male. Una volta, pertanto, dinanzi alla chiesa di San Pietro in Vincoli, egli saltava, ballava, e diceva cose convenienti a quella sua ginnastica.

Uno degli spettatori dinanzi a quella scena, con atto di disgusto, di disprezzo disse ad alta voce: « guarda quel vecchio matto »

Egli intese, ne godette come del più bel complimento e si ritenne trionfatore.

 

Ordini crudeli.

Un giorno il Santo, che ormai si tratteneva la maggior parte del tempo in camera, fu chiamato in chiesa ed an­dò a conferire con la persona che lo aveva fatto chiamare, con una veste foderata di pelle.

Ritornando e passando per il cortile, incontra il nobile Marcello Vitelleschi, suo penitente, e lo ferma come un ladro che avesse la preda.

Si tolse di dosso la veste e la buttò, ma rovesciata, ad­dosso a quel nobile giovane: gli disse poi in tono di co­mando preciso:

- Marcello, tu devi andare, così come ti trovi, e dire questa tal cosa al P. Baroni, superiore.

Non sappiamo l'ambasciata che il mal capitato doveva fare, ma si trattava certamente di una scusa inventata là per là, per organizzare quel gioco...

Marcello, da una parte non poté disubbidire, ma da un'altra parte voleva evitare, per quanto era possibile, di fare quella brutta figura: andò dunque rasente il muro, si accostò al Baronio e parlò: ritornò nella stessa maniera. Filippo, appena giunto a lui, gli dice: ma bravo Mar­cello! I servizi non si fanno così: tu te ne sei andato ra­serete il muro come un cane.

Ora, riprese severo, fa la cosa a modo e ritorna. Talora mandava questo o quello con le vesti più o me­no stracciate, senza ferraiolo ed un giorno, capitò ad uno dei più cari discepoli di mandarlo a far qualche cosa con le maniche della veste molto stracciate.

Un signore, che aveva visto certamente più di una volta il poveretto con le maniche stracciate, si provvide di mani­che nuove e le offrì.

Ma colui che rappresentava quella commedia, sapen­do di non averne bisogno, ringraziò e rifiutò.

Il Santo venne a sapere di questo rifiuto, ed allora chia­mò il finto straccione e gli disse: ti par bello aver rifiu­tato un dono? Ritorna da quel signore e digli così: quando voi mi avete offerto le due maniche io non ne avevo biso­gno, ma ora ne ho bisogno e vi prego di darmele!

Il gentiluomo gliele dette ed il Santo disse a quell'ub­bidiente: ora mettitele e portale.

In momenti di estro diverso, metteva su la testa di uno un berrettino di tela bianca di quelli usati per notte e lo mandava fuori.

Ad un altro dava un cappello largo, con le falde ampie, come quelli che certi militari usavano per parata, con un cordone legato sotto al mento e via anche lui nella strada.

Talvolta consegnava una corona grossa da romito be­ne evidente al collo con un crocifisso pendente e ,ordinava di girare per la chiesa.

Una delle acconciature più geniali era questa: con del taffettà, cioè una stoffa fine, leggera, e frusciante, faceva o faceva fare una specie di barba, come, in certo modo, le barbe delle maschere che rappresentano, per esempio, l'an­no che tramonta in un vecchio barbuto.

Questa barba era poi contornata da una trina di oro e l'uomo così aggiustato doveva andare o per la chiesa o per la via, mentre ogni suo piccolo movimento impremeva al taffettà un fruscio di richiamo.

Un'altra volta, chiamò Giullano Maccaluffi, fratello lai­co, gli fece indossare una giacca da cacciatore, gli mise in spalla quell'arma che allora chiamavano archibugio con una lunga canna, un berrettino in testa e gli ordinò di an­dare a passeggiare per il refettorio, mentre gli altri man­giavano e gli lanciavano frizzi e occhiate di beffa.

Più crudele, benché meno apparente, era questo gioco. Tutti i figlioli spirituali di Filippo erano chiamati ap­punto col nome di spirituali, godevano fama di persone gravi, pie, purissime, distaccate dal mondo: erano ritenu­ti, insomma, come dei santoni, ma senza quello che di brut­to ha oggi questa parola.

Certe volte, egli ne chiamava uno, due, tre e diceva: voi dovete andare dal tale libraio, e se questi non ha il libro che io vi dico, dovete andare da un altro libraio: dovete insomma vedere chi ha questo libro!

Aggiungeva poi il nome di uno di quei libri che sole­vano leggere le persone mondane o poco ben famate come, per esempio, «L'Orlando Innamorato » di Matteo Boiardo.

Quando il libraio udiva quello spirituale fare tale ri­chiesta, non mancava di sgranare gli occhi e dire canzo­natoriamente: questi libri sono quelli che leggete voi spi­rituali?

I commenti dei presenti non erano certamente gra­devoli.

 

Il simposio mistico ed allegro.

Tra le istituzioni più belle e resistenti al tempo, del Santo, c'è la visita alle sette Chiese, cioè alle sette Basili­che principali di Roma: S. Pietro, S. Paolo fuori le Mura, S. Sebastiano, S. Giovanni in Laterano, Santa Croce in Gerusalemme, S. Lorenzo fuori le Mura e S. Maria Mag­giore.

Questa visita egli la praticò per tanti annì solo, dì notte.

Diventato sacerdote, incominciò a condurvi alcuni compagni.

Fin qui nessuna novità, perché, la visita alle Basiliche, una o più, fu un antico costume: erano visite di devozione o penitenziali.

Su questo piano della devozione o della penitenza, al­tri, forse, avrebbe potuto portare la pratica ad una vibra­zione altissima di spiritualità, ma nessuno, osiamo dire, avrebbe potuto compiere il mìracolo che compì Filippo quello di non togliere o diminuire la spiritualità, anzi di potenziarla e, nello stesso tempo, di comporla con un mo­vimento di gioia, di festa, e, diciamolo pure, di svago.

Il pellegrinaggio divenne così una scampagnata che du­rava un giorno intero, fuori le porte della città allora ug­giosa e triste, con le sue vie strette e sporche.

La via libera, il tempo primaverile, poiché la Visita ca­deva in una delle domeniche dopo Pasqua, la maestà della campagna romana, le rovine dei monumenti che parlava­no all'anima ed agli occhi, aprivano subito un vasto ori­zzonte materiale e spirituale.

Il lungo cammino si faceva in diverse tappe.

Ad una determinata Basilica, ci si confessava e Comu­nicava: un tempo, per esempio, a S. Sebastiano.

Non si andava od arrivava mogi mogi, ma decisi, per­ché c'era una fanfara, quella di Castel S. Angelo che suonava.

Il popolo cantava ed anche i cantori dello stesso Castel S. Angelo sostenevano la musica.

Le Laudi che si cantavano, delle quali abbiamo fatto cenno, erano vivaci e rappresentavano, più che parlare. Ripresa la via, ad un'altra tappa prestabilita, i pii gi­tanti rompevano le file, si accomodavano sul prato, sui mu­riccioli, in qualche luogo adatto e cominciavano una re­fezione, che non era da epuloni, ma neppure da eremiti, sebbene discreta: pane, un uovo, una mela o altra frutta, un po' di salame, un po' di vino.

A ciò provvedeva un provveditore...

Un anno, il provveditore fu S. Carlo Borromeo, che pa­gò per tutti.

Pensiamo però che ognuno portava qualche altra cosa e quindi si stava benino.

Anche durante il pranzo, la fanfara si faceva onore ed i bravi musici e cantari un po' suonavano con i denti... e un po' con gli strumenti.

Le spiritosità, le risa, la conversazione spensierata di simili occasioni, condivano ogni cosa.

Ad ogni ripresa c'era poi, per lo più, un oratore che dava ossigeno all'anima e coraggio al corpo che sentisse venir la stanchezza.

Ad un punto determinato, una sorpresa: un ragazzo si faceva innanzi, saliva su un muricciolo o su un rialzo e di­ceva un discorsino imparato a memoria ma insegnato an­che a recitare disinvoltamente, come se fosse farina del suo sacco.

Questo ragazzo, che divenne una figura storica nel mo­vimento Filippino, si chiamò Putto ed il suo discorso il di­scorso del Putto.

Tutti ci si divertivano e ci si edificavano.

Al tramonto, all'ultima sosta a S. Maria Maggiore, si cantava e si pregava in onore della Madonna.

Ora sì, si era un po' stanchi ma allegri: più che allegri soddisfatti.

Una giornata bella ma anche buona.

Alla visita partecipavano persone di ogni ceto: popo­lani, prelati, nobili, professionisti, artigiani, perfino car­dinali.

Quanti erano, ci si chiederà, i visitatori? Il numero va­riava sempre, ma si manteneva sempre alto: sotto il pon­tificato di Pio IV i gitanti arrivarono a un seimila.

Filippo, come un generale, correva qua e là e trascinava quella massa enorme.

Egli superò ciò che la fantasia, la favola aveva imma­ginato di Orfeo che attirava dietro a sé, col suo canto an­che le fiere.

Gli uomini che Filippo, come una calamita attirava a sé, erano ben difficili ad essere comandati.

Fuori i margini della Visita, nacque una leggenda ed anche un gioco di umorismo non sempre amichevole. Maggiormente nelle occasioni delle visite quelli che re­stavano fuori della sfera dell'azione del Santo, davano sfo­go a questo loro umorismo.

Riferiamo questo mormorio umoristico con le parole di Marcello Ferro quali troviamo nel processo il giorno 23 aprile 1610: «alcuni si ridevano e burlavano del beato Pa­dre e, tra questi, non solo erano persone basse, ma v'erano .anche molti Cardinali... e io lo so perché non era mai gior­no che io non mi trovassi con alcuno dei detti Cardinali e, quasi ogni giorno, dicevano qualche burla di detto beato Padre e mi domandavano spesso: quante minestre ha oggi mangiato il P. Filippo? quanti capponi ha avuto? quante minestre, signor Marcello sono toccate a voi? quanti pi­gnattini sono stati portati? »

E ogni giorno mi facevano simili interrogazioni e durò questo per molti e molti anni, e s'era divulgata questa cosa per Roma e se ne parlava pubblicamente in Banchi... e io andavo poi a riferire al detto beato Filippo quanto avevo sentito e mi stupivo nel vedere la pazienza e la mansuetu­dine del beato Padre e con quanta allegrezza sentiva di es­sere burlato e che si dicesse male di lui. E quando io gli dicevo le burle che si dicevano di lui vedevo che si ralle­grava tutto e aveva caro sentirle riferire con grandissimo gusto come se quei tali dicessero la verità.

E so di certo che il Cardinal Gambaro, dopo aver bur­lato per molto tempo il beato Padre, si riconobbe dell'errore suo e mi pregò che io conducessi il beato Filippo da lui. E subito che io dissi al beato Padre che il cardinal Gam­baro gli voleva parlare subito vi andò.

E so che il detto Cardinale restò molto edificato delle parole del beato Filippo, perché poi mai più dopo si burlò di lui e mi disse poi: mi piace, signor Marcello, il padre Filippo: è un santo uomo e voi fate che preghi per me. E mi diceva spesso queste parole. Così uno ad uno si ar­resero tutti e Filippo passò trionfatore nel popolo romano».

 

CAPO IX

POESIE ESTEMPORANEE

Poeta si e no.

Poeta S. Filippo? Poeta o di mestiere o di arte, nel senso comune, no.

La poesia, come acqua dalla fonte che si può raccogliere in tanti vasi diversi, si raccoglie nella parola, in versi o senza versi, e in mille altre forme.

La poesia si raccoglie e si condensa anche in un gesto, in una trovata.

S. Filippo infatti non scrisse poesie, con o senza versi, e di lui abbiamo solamente un sonetto: gli altri che gli si attribuiscono, probabilmente non sono di lui.

Avrà scritto, magari da giovane, quando si commettono questi peccati, dei versi poi perduti: niente male!

La vera e più grande poesia di Filippo è quella fresca che scorre nella sua vita e si esprime in gesti, fatti, parole. Poesia bellissima è per esempio la lettera che abbiamo riportato innanzi e che egli scrisse a Madonna Fiora...

Raccogliamo qui alcuni dei suoi giochi, scattati come scatta una poesia estemporanea, in un momento felice.

 

La gallina e la penitenza.

C'era una donna che con molta facilità mormorava, di­ceva male delle persone e, magari, calunniava, in buona fede.

Era una maldicente un po' incallita e S. Filippo non trovava mezzo per farla rinsavire: raccomandazioni, mi­nacce, gridate, niente valeva.

La donna non arrivava a comprendere la gravità della sua condotta, perché la malvagità di quello che faceva, poteva essere sì riconosciuta nella mente, ma non passava nella sua sensibilità.

Un giorno S. Filippo, in un lampo di genialità, afferrò come a volo un rimedio che doveva appunto trascrivere nella sensibilità della poveretta la realtà dei peccati, che essa non riconosceva bene.

Dopo averla ascoltata e aver sentito che ancora una volta essa aveva ecceduto in quel suo brutto vizio della mal­dicenza, le disse:

- Senti linguacciuta: io ti darò ora una penitenza più leggera delle altre volte per incoraggiarti a fare qual­che sforzo per emendarti, almeno un poco, ma questa pe­nitenza la devi fare con molta diligenza.

Andata a casa, prenderai una delle tue galline o la com­prerai...

- E la porterò a voi P. Filippo?

- Bestiaccia, balorda che sei! A me no! Senti, fammi parlare.

- Prenderai quella gallina, comunque sia, e poi verrai da me: per via però spennerai ben bene la gallina di modo che non deve restare neppure una di quelle piume che sem­brano lanuggine: ti raccomando.

Io poi la gallina te la renderò e ne farai l'uso che vorrai, per la penitenza però è necessario che tu la porti a me e veda se hai fatto il servizio bene.

- Farò proprio così P. Filippo!

Così disse con le labbra ma nel suo cuore andava do­mandandosi: che razza di penitenza è mai questa? Il P. Fi­lippo se non è stato pazzo sinora, l'è diventato ora. Venne il giorno della penitenza e la donna era soddi­sfatta e mise innanzi la gallina spennata per farla bene osservare al Santo.

Filippo, senza indugiarsi in altro, disse decisamente:

- Va benissimo, ma la penitenza non è ancora com­pleta: e tu farai così; ritornerai su i tuoi passi, rifarai la via di casa tua senza cambiare strada, raccoglierai tutte le penne dalla prima all'ultima, le metterai insieme e me le porterai qui.

- Mamma mia! E come farò, caro Padre, a raccogliere le penne?

- E come farò io, cara figliola, a darti l'assoluzione se tu non raccoglierai le penne? Ricordati che senza l'as­soluzione ti resta il peccato e, quando sarai morta, ti resta l'inferno: non c'è via di mezzo.

- Io sono disperata, io sono dannata! come farò?

- A tutto questo ci dovevi pensar prima, maldicente impertinente. Se non puoi raccogliere le penne di una gal­linella, come raccoglierai le maldicenze che fanno male a tanta gente, tanto più che le maldicenze che tu dici, le altre persone le portano lontano lontano, dove tu non pensi?

- (singhiozzi della donna)

- Va bene: per questa volta ti darò l'assoluzione, ma spero che avrai ben capito.

 

Il silenziatore della bocca.

Capita una donna a Filippo e comincia a parlare con­citata

- P. Filippo non ne posso più con quell'animale di mio marito, anzi di quel demonio!

- Cosa ti fa? Ti vuole ammazzare forse?

- Ammazzare no veramente, ma poco ci manca: im­maginate P. Filippo che mi insulta, mi minaccia, cerca pretesti di litigare e, qualche volta, mi percuote anche. Io naturalmente, mi debbo difendere e gliene dico tante, perchè se non facessi così, guai... E poi io ho ragione.

- Io pure, madonna, ti do ragione; ma voglio darti un'acqua miracolosa che ti darà vittoria su tuo marito. Detto questo, il Santo va a prendere una boccetta d'ac­qua da una brocca: era acqua da bere, ma la donna non vide questa operazione.

Il Santo tornato con la bottiglia piena d'acqua, con un certo senso di mistero, la dette alla poveretta e le disse, con un'aria ancora di mistero:

- Questa è un'acqua miracolosa: quando tuo marito comincia a litigare, tu sveltamente, magari senza farti ve­dere, metti un boccone d'acqua in bocca, però non inghiot­tirla, ma tienila quanto più puoi in bocca. Quando poi non puoi più tenere quell'acqua, un'altro boccone e così di se­guito se tuo marito seguita a litigare...

La donna, fiduciosa nel Santo, andò a casa e l'occasione di litigio sorse presto: essa poi esegui l'ordine del Santo e mentre il marito s'infuriava magari a gridare, essa fa­ceva la manovra con la bocca e con l'acqua.

Il marito, non sentendosi rispondere, o rabbonito o pen­sando di essere vittorioso o immaginandosi che la donna fosse pentita, si calmava o se ne andava e tutto era finito.

La donna ritenne quello stratagemma un miracolo e non finiva di ringraziare il Santo e di parlarne alle altre donne.

 

Il cappello inchiodato sul capo.

S. Filippo, per suo temperamento e anche per le finalità del suo ministero, cercava di avere rapporti cordiali con tutti e quando questi rapporti non erano cordiali, s'indu­striava in tutti i modi di renderli tali.

Capitò che un giovane, che lo aveva avvicinato in altri tempi, passando per la via, una volta, vide Filippo e, non solo non si fermò a scambiare qualche parola, come il so­lito, ma neppure volse lo sguardo e salutò.

Insomma, dall'insieme dell'attegiamento, si poteva pen­sare che il giovane fosse imbronciato contro Filippo: i giovani prendono di queste impuntature.

Il Santo non si offende, non si scoraggia e pensa: come un raggio di sole tra le nuvole gli balena un pensiero: si volge verso di lui con un volto simile a chi è preoccupato e dice:

- Oh, senti senti... come mai si vede un chiodo lungo sul tuo cappello?

L'altro si ferma sorpreso, si volge verso il Santo e, con­temporaneamente prende il cappello lo rigira su una ma­no, guarda tutto intorno e non vede chiodo...

Allora, ancora più sorpreso, dice al Santo:

- Come mai Padre mi dice che ho un chiodo lungo sul cappello? Scusi, ma Lei lo ha visto nella sua mente... Come mai un chiodo per dritto si può reggere sul cappello!

- Io non ti sto a spiegare la cosa, caro mio, ma poiché non sapevo persuadermi che tu potendo salutarmi non mi hai salutato, ho pensato, per tua scusa, sai, che avessi il cappello inchiodato in testa!

Una reciproca risata fu la spiegazione naturale: si com­presero e se una piccola nube c'era stata, essa era sparita immediatamente.

 

Un esame di coscienza fatto da Gesù in persona...

Un giovane era venuto da Filippo a confessarsi e si con­fessò infatti.

Ma la sua non fu una confessione sacramentale, come si dice: l'accusa di una persona che si sente colpevole. Diceva le sue colpe, il figliolo, come uno che racconti una sua passeggiata senza nessun cenno di pentimento, senza nessun segno di rammarico: i peccati erano poi gra­vucci e parecchi, e pareva anche che il giovane ne dicesse qualcuno come una bravura.

Filippo comprese che quel giovane non era pentito, non era compreso del male che aveva fatto, che non ci poteva essere vero proponimento ed allora ecco un rimedio effica­cissimo anch'esso scoccato nella mente come un lampo.

- Senti, mio caro, io ho una cosa urgentissima da fare e devi aspettarmi un po' : fermati qui, dinanzi a questo bel Crocifisso e stai a guardarlo.

Filippo andò via e passarono parecchi minuti e poi altri ancora e poi un bel pezzo: stava in camera a pregare. L'altro dinanzi al Crocifisso un po' stette a guardare pazientemente, un po’, con noia, ma poiché Filippo non ar­rivava cominciò a pensare.

Il Signore, rifletteva fra se stesso, fu ridotto così, per i nostri peccati, per i peccati miei... Sarà stato un gran brutto dolore, quella crocifissione di tre ore... E poi tutto il resto.

In breve, senza volerlo, l'uomo fece una grande medi­tazione sulla passione e alla fine fu commosso e baciava il Crocifisso e quasi piangeva.

Allora Filippo tornò, lo vide, comprese che ora il pec­catore era preparato.

Certo intervenne la grazia ed anche la preghiera di Fi­lippo, ma il procedimento per arrivarci non perde nulla della sua originalità giocosa.

 

La congiura di due santi a danno di un giovane...

Uno dei tanti giovani che frequentava Filippo, era un po' vanitosetto: se fosse stato semplicemente un po' ele­gante non guastava, per uno che voleva apprendere di fare la vita di perfezione, ma la vanità, quella non stava bene. Aveva un bel ciuffo, come si usava in quel tempo, ma troppo ben curato...

S. Filippo gli fece capire che quella cosa non andava bene e che bisognava mettersi in regola.

- Faremo così, disse il Santo, tu andrai da un buon religioso, un certo Fra Felice al tale convento dei Cappuc­cini, lo farai chiamare e gli dirai che ti ho mandato io: sempre a nome mio, lo pregherai di aggiustarti i capelli, ciò che lui farà gratis.

S. Filippo, che da parecchio aveva pensato al tranello, aveva anche detto a Fra Felice di tosare il giovane come una patata mondata.

Tutto avvenne così, e il povero giovane ritornò al Santo che dovette non poco ridere con quelli che si trovavano presenti, ma fu forte e portò la cosa pazientemente.

 

Scena muta fra un lupo ed un agnello.

Predicava in Roma nella Chiesa di Aracaeli un certo P. Alfonso cappuccino, oratore sacro famosissimo e che passava continuamente sui più grandi pulpiti d'Italia commoveva le folle e le riconduceva alla pratica della vita cristiana: estenuato dai digiuni, con la sua figura asce­tica, produceva un'impressione grandissima.

Forse per l'irruenza con cui il P. Alfonso si scagliava contro il peccato ed i peccatori, lo chiamarono col nome di P. Lupo: nessuno più conosceva il suo vero nome ma tutti lo sapevano come P. Lupo.

Il successo che egli stava ottenendo in Roma ad Ara­caeli non era minore degli altri ottenuti a Milano, Ge­nova ecc...

Al momento buono, S. Filippo lo andò a trovare e, as­sumendo un contegno autorevole e facendo il viso severo, gli si mise di fronte e, senza tanti altri complimenti, gli disse:

- Siete voi quel Fra Lupo, predicatore che dicono così famoso?

- Sì, Padre.

- Ebbene credete voi, per l'applauso che avete nel mondo, di essere quel gran predicatore che vi credete? Sap­piate che il pavoneggiarsi sui pulpiti, non significa essere un grande oratore!... Credete voi che in Italia non vi siano predicatori migliori di voi che sono nello stesso tempo dotti e santi come voi non siete?

Mentre Filippo parlava con impeto, una scena curiosa succedeva tra quelli che erano intorno: alcuni non sape­vano se quella fosse realtà o sogno :alcuni pensavano che Filippo fosse un pazzo: alcuni erano mortificati per le in­solenze dette ad un uomo che godeva grande stima uni­versale: solo qualche seguace di Filippo pensava che quella non era una tragedia e che tutto sarebbe finito allegra­mente.

P. Lupo sotto la pioggia delle parole di Filippo, stava col capo chino, commosso.

Quando il Santo ebbe finito di tempestarlo, Fra Lupo si buttò in ginocchio e con molte lagrime disse:

- O Padre Filippo, si veramente avete ragione: avete detto la verità...

Forse avrebbe seguitato, ma Filippo smessa la sua ma­schera di austerità e di risentimento, con allegrezza l'ab­bracciò, lo baciò e disse:

- Seguitate pure o Padre a predicare il Vangelo di Gesù come avete fatto finora e pregate Iddio per me. Senza dire altro si parti e tutto fini in una gioia ed in uno stupore di paradiso.

 

La mula e l'asino.

S. Filippo, con la sua disinvoltura, quando era il caso, andava anche in carrozza e si serviva di ogni mezzo, con la stessa semplicità con cui andava a piedi.

Una volta, poiché le vie erano impraticabili, ed egli doveva recarsi in un certo luogo, per la sua opera di bene, non esitò a servirsi di una mula.

Il cavaliere ad un certo punto ecco che incontra Fra Felice che veniva dalla parte opposta.

Filippo fermò la mula e ci fu uno scambio di parole, alla fine delle quali il Frate analfabeta ma spiritoso disse a Filippo:

- Si potrebbe dire che, una volta tanto, un'asino è a cavallo di una mula.

- Bravo Fra Felice, mai hai detto una verità così grande.

Come tutti i colloqui e gli incontri dei due Santi, anche questo fu rapidissimo, ma più efficace e divertente di un dramma.

 

Gli occhiali.

Una volta, Filippo si trovava per via accompagnato da un bel gruppo di discepoli, quando viene di contro un gio­vanetto, che fa per baciargli la mano.

Subito Filippo inventa una storia e dice al ragazzo:

- Senti, figliolo, tu devi andare a tal posto, dalla tale persona e dire questo e questo: e mentre nominava luoghi e persone, tirò di tasca un paio di occhiali di quelli che portavano i dottori e li mise sul nasino del ragazzo e poi gli disse con tono di comando: va!

Le risa dei presenti allo spettacolo del giovinetto oc­chialuto e i commenti di quelli che passavano, ognuno li può immaginare.

La persona, alla,quale poi si presentò, avrà forse cono­sciuto Filippo e si sarà divertita un mondo, alla vista di quell'insolito messaggero.

Ma quella non fu la sola volta; fu l'occasione di far trovare un mezzo strategico per tante operazioni. Filippo si forni di un bel numero di lenti e le portava sempre in tasca: quando era il caso o gliene veniva l'estro, le metteva sul naso di questo e di quello per uno scopo de­terminato, come per non essere stretto da vicino o per fare allontanare qualche persona o per mortificare, ma sempre a scopo santo.

Capitava talvolta che questa o quella buona cristiana incontrava Filippo e si gettava ai suoi piedi per avere la benedizione e baciare la mano.

Filippo tirava fuori le lenti e le aggiustava sul naso della devota.

Ciò fece passare a più di una la voglia della benedizione e del bacio della mano che non erano graditi troppo.

 

Un annunzio di morte in una scena allegra.

Il Santo, come abbiamo visto e come vedremo altre volte ancora, aveva la capacità di trattare col suo umo­rismo, pur senza, profanazione, cose sacre o solenni come la morte.

Figliolo spirituale tra i maggiori di Filippo era Co­stanzo Tassone, che il Santo aveva convertito, traendolo dalle vie del mondo.

Tornando questo bravo uomo a Roma da Milano, si fermò con la sua cavalcatura, dinanzi alla casa di S. Gi­rolamo della Carità per andare dal Santo prima che da ogni altro.

Qualcuno che stava alla finestra e che lo conosceva, subito si ritirò e disse al Santo: Padre Filippo, è arrivato Costanzo Tassone, è giù nella via ed ora scende dalla ca­valcatura.

Il Tassone era ammalato da parecchio e la sua malattia era inguaribile: può darsi che S. Filippo sapesse la cosa per via naturale o per lume divino, come noi pensiamo, e perciò sapeva ancora che sarebbe morto fra poco.

Il Santo pensò subito ad un modo di farglielo sapere, ma senza dirlo.

Comandò a due giovanetti che si trovavano con lui, Ottavio Paravicino e Germanico Fedeli: stendetevi dinanzi alla porta, in modo da sbarrare il passaggio, ma non vi movete, fate i morti.

I due giovanetti ubbidirono.

Passarono pochi minuti e arrivò Costanzo, il quale vide quella scena e si fermò.

In un primo momento restò sorpreso, ma poi la somi­glianza dei due giovinetti a due cadaveri stesi per terra, gli fece balenare l'idea della morte in genere: fu facile, riportare quell'idea di morte alla morte propria. Costanzo superò il momento di imbarazzo, scavalcò i corpi stesi per terra e si buttò commosso tra le braccia di Filippo commosso.

I loro occhi si spiegarono tutto: ora Costanzo era certo che sarebbe morto tra poco, come realmente avvenne. Quell'annunzio di morte, dato in una maniera appa­rentemente strana e apparentemente giocosa, tolse il di­sagio di un annunzio doloroso.

 

Un pauroso.

L'intraprendere la scuola dei giochi per la libertà del­l'anima richiedeva, almeno al principio, un certo coraggio, come quello di un malato che intraprende una cura dolo­rosa o di uno che dev'essere operato e deve sottomettersi ai ferri dei chirurgi.

S. Filippo con quella discrezione degli spiriti, che aveva così profonda, non sottometteva alla cura dolorosa o al­l'operazione anime timide, paurose, che non si potevano condurre alla conquista della libertà dai giudizi e pregiu­dizi umani.

Egli per tanto non provava neppure certi temperamen­ti: diamo qui il nome di due che furono lungamente suoi discepoli e seguaci, il P. Gianfrancesco Bordini e il P. An­tonio Talpa.

Qualche volta, provava o perchè realmente era incerto della capacità del paziente o per mettere in evidenza que­sta incapacità.

Un nobile giovane guardò per un certo tempo, con am­mirazione, il movimento degli « spirituali » o dei pazzi e gli pareva bello essere uno di loro, perché in fondo, quella loro austerità seduceva e poi essi erano circondati da un alone di simpatia, sebbene tra molte contraddizioni.

Si presentò dunque questo giovane di cui non sappiamo il nome, e pregò chiaramente S. Filippo di metterlo fra i suoi.

S. Fillippo, da poche domande, comprese anche che il giovane aveva ancora un'idea poco chiara dell'impresa che voleva intraprendere: traspariva inoltre un certo senso di orgoglio ed un attaccamento al mondo.

Tuttavia chiese permesso al giovane, andò in camera e prese una bella e lunga coda di volpe, e la mise in evi­denza dinanzi agli occhi del postulante e disse: Guarda come è bella questa coda di volpe! Tu devi cominciare la tua nuova vita in questa maniera: ti attaccherai dietro sulla veste questa coda proprio al posto dove l'aveva la volpe a cui apparteneva.

In questa maniera, percorrerai le vie del rione ed anche, se ti piace, uscirai fuori: vedi, sarà una bellissima cosa. Man mano che Filippo parlava, il volto del giovane si oscurava ed alla fine, quando il Santo ebbe finito, disse indignato: P. Filippo io sono un giovane onorato e serio! Io non fo simili pazzie!... Detto ciò voltò le spalle e andò via.

Ciò dette a Filippo ed agli altri la prova che il giovane, contrariamente a quello che sembrava, era un debole, un vile ed aveva paura di essere creduto pazzo o di fare una brutta figura, subiva la tirannia del rispetto umano e non aveva il coraggio di riscattare la sua libertà.

 

CAPO X

I GIOCHI DIDASCALICI

La suora verniciata da santa.

Tutti i giochi di S. Filippo possono essere considerati didascalici in quanto insegnano qualche cosa, ma questo insegnamento o è diretto, o si può ricavare dal lettore.

Un insegnamento si può ricavare anche da quei giochi che noi abbiamo chiamati della sanità e che scattano spon­tanei senza nessun fine prestabilito.

I giochi che raggruppiamo in questa sezione sono al­cuni di quelli che S. Filippo trovava con la finalità precisa di insegnare qualche cosa, una verità.

Il gioco, diciamolo pure così, di quel filosofo che si fa­ceva vedere in pieno giorno con una lanterna in mano, come cercando qualche cosa, e precisamente l'uomo, vo­leva insegnare che un uomo veramente tale, è tanto raro da cercarsi con la lanterna come un oggetto perduto e quasi introvabile.

C'era una volta, ma davvero, non come si dice a prin­cipio di certe storielle, una suora che passava per santa e se ne dicevano cose meravigliose in Roma ed anche fuo­ri: si raccontavano miracoli e predizioni del futuro, come se essa leggesse in un libro stampato.

Si presentava poi con una faccia, con un atteggiamento da parere una di quelle madonne, spiccicata da una tavola di altare, che fanno piangere e che innamorano. Parlava poi con tanta unzione da compungere il pec­catore più ostinato.

Qualcuno però, che aveva veramente lo spirito di Dio, sentiva al fiuto che quella suora non era una santa, ma­gari era una divota di quelle che si trovano dappertutto, ma non si poteva addurne prove.

La cosa fu riferita al Pontefice, che pregò Filippo di vedere che c'era di vero in quella faccenda.

Il Santo accettò e, un bel giorno, si presentò al con­vento della suora con le scarpe bagnate ed infangate, quali potevano essere in una Roma dove non esisteva ancora il servizio di nettezza urbana.

Dopo le prime parole convenzionali di presentazione, Filippo si sedette in parlatorio.

Alla suora, che domandava la ragione della visita e che, forse, si aspettava l'inizio di una di quelle conversa­zioni mistiche che fanno andare in sollucchero le divotelle sentimentali, disse, con affettata sgarbatezza:

- La prego di tirarmi dai piedi queste scarpe infan­gate e pulirmele per bene e poi passeremo al resto.

Che rispose la suora, il documento da noi consultato non lo dice e, forse, parole non ne disse, tanto restò male, ma il volto e tutto l'atteggiamento manifestavano una ri­bellione risentita, offesa.

Naturalmente non solo non levò le scarpe ma fece chia­ramente capire che Filippo se ne poteva andare.

Il Santo infatti andò via presto e riferì al Papa che quella suora era tutt'altro che una santa, perché le man­cava la base della santità cioè l'umiltà.

 

Una santa vera.

Una delle più frequenti tentazioni delle anime buone, e talvolta anche dei santi, è quella di dubitare di salvarsi è una tentazione che si sviluppa dalla virtù esasperata della umiltà.

Se la tentazione non si combatte potrebbe arrivare fino alla disperazione.

Queste anime buone si vedono tanto indegne e pecca­trici che non credono possibile salvarsi o per lo meno dif­ficilissimo: esse non considerano profondamente la mise­ricordia di Dio o non vi fanno caso, appunto sotto il fa-_ scino malefico della tentazione.

La suora di cui parliamo era una certa, Suor Scolastica Gazzi, del monastero di S. Marta in Roma.

Filippo, che conosceva l'intimo travaglio della santa religiosa, andò al monastero, la fece chiamare alla grata del parlatorio e dopo qualche complimento, le disse su­bito

- Tu sei quella Suór Scolastica che dubita di salvarsi, perché si vede affogata in un mare di peccati e di male?

- Disgraziatamente, Padre, sono io e così non fosse ed io non fossi mai nata!

- Ebbene Scolastica io sono venuto a bella posta a darti una bella notizia e cioè che tu devi stare allegra­mente, poiché il Paradiso è assicurato, come se tu avessi in mano un documento firmato da Nostro Signore.

- Il documento che io ho nella coscienza, reverendis­simo Padre, è che io sono a questo mondo, ma come se avessi già tutti e due i piedi sul pavimento dell'inferno.

- Io invece ti assicuro di nuovo che il Paradiso è tuo e solo tu devi rispondere a qualche mia domanda.

- Dite pure, Padre, risponderò ma sarò convinta sem­pre come sono.

- Dimmi, Scolastica, per chi è morto Gesù Crocifisso?

- Per i peccatori.

- E tu chi sei una santa o una peccatrice?

- Io santa? Io sono una delle peggiori peccatrici.

- Dunque sei a posto, Gesù è morto per te e il Pa­radiso da lui conquistato è tuo.

Un'onda di gioia invase l'anima di Suor Scolastica, che mai più fu tormentata dalla tentazione.

 

La trappola socratica.

Socrate, che abbiamo nominato altrove, aveva un suo metodo di ragionare, che pareva una trappola nella quale egli adagio adagio chiudeva i suoi contraddittori.

Egli faceva come un abile giocatore che ti fa fare un passo innanzi per calcolo ma poi te ne fa fare due indietro e proseguendo in questo modo nella polemica, ti riduceva con le spalle al muro: ecco il suo sistema.

Il contraddittore esponeva una sua idea e Socrate non ribatteva subito dicendo, non è vero, ma al contrario, con­cedeva: si è vero ma aggiungeva ancora, però...

E tosi di seguito ad ogni proposizione del contraddit­tore consentiva sempre, e faceva fare il passo innanzi ma poi aggiungeva: «si ma, però, tuttavia, sebbene, pure, non di meno,» e demoliva ad uno ad uno tutti gli argomenti dell'avversario come uno che spenna una gallina, una pen­na per volta, senza far vedere che vuol togliere tutte le penne, ma a questo arrivava.

Il ragionamento finiva sempre così che il contraddittore preso nella trappola come un topo, finiva sempre per ar­rendersi, faceva omaggio al filosofo ed aggiungeva: Avevi ben ragione tu, divino Socrate.

S. Filippo usava molto questo ragionamento e ne ab­biamo visto una prova nella pagina precedente a proposito di Suor Scolastica, ma ne abbiamo esempi più belli e svi­luppati, deliziosissimi. Eccone uno.

Francesco Zazzara, figlio di Monte Zazzara, apparte­neva ad una distinta famiglia, devota di S. Filippo. Francesco, giovinetto ancora, era stato molto vicino al Santo e poi s'era dato allo studio delle leggi, con grande fervore.

Il giovane, intelligente, ambizioso, capacissimo, sogna­va una carriera luminosa e si preparava a prendere d'as­salto le più ambite cariche sociali: era un mondo di sogni, che però sarebbe sfumato come un sogno.

Filippo, che voleva bene al giovane e, d'altra parte, ne conosceva la generosità, volle avviarlo ad una meta più bella ed ecco che un bel giorno, venuta l'occasione pro­pizia, non gli disse come avrebbe fatto altri, che egli so­gnava, ma preparò la trappola e la mise in azione.

Fu insolitamente affettuoso e cominciò a dire:

- Beato te, Francesco, che studi e poi un giorno sa­rai dottore e gran dottore...

L'altro, credendosi compreso ed ammirato, gongolava di gioia.

- Guadagnerai poi molto danaro e porterai innanzi la tua famiglia, anzi la innalzerai.

Francesco si gonfiava ancora.

- Poi comincerai ad avere cariche onorevoli e redditi­tizie... poi arriverai alle cariche più grandi... diverrai fa­moso e sarai conosciuto dappertutto.

Ad ognuna di queste proposizioni il giovane beveva be­veva...

Poi Filippo proseguì:

- Certo, potrai entrare in prelatura e avrai le più belle mansioni e non è difficile essere Cardinale, dal momento che tanti altri, meno preparati di te, ci sono arrivati.

A questo punto il giovane faceva qualche smorfia di falsa modestia, ma, in fondo, credeva di potere arrivare fin là e si compiaceva.

Filippo arrivò al colpo finale.

- E poi potresti essere Papa... perché no?

Il giovane qui fece cenno di no con la testa come per negare, ma un po' ci credeva e un po' non ci credeva.

- Certo, non si può essere mai sicuri, ma i cardinali non sono migliaia, sono pochi, ma da questi pochi deve poi uscire il Papa e tu ricordi bene come il Beatissimo Papa che oggi felicemente regna era cardinale, ed è stato eletto quando nè lui nè gli altri se lo aspettavano.

Il giovane sentì il bisogno, per non parere un sogna­tore, vanitoso, ambizioso, di mostrare che ciò non era pos­sibile e disse: no, questo no, Padre...

Tutto ciò però esternamente ma internamente lui ve­deva una possibilità... di arrivare anche così in alto, e lo si vedeva dal suo volto raggiante.

Filippo poi parlava in una maniera come se fosse con­vinto, anzi come se avesse un po' di santa invidia e gli dolesse di essere innanzi negli anni e non poter percorrere anche lui una sì bella carriera.

Ma a questo punto del dialogo, il suo volto si cambiò: si fece serio, quasi addolorato e, dopo aver cinto il collo del sognatore con un braccio, gli accostò le labbra all'orec­chio e disse:

- E poi, e poi, e poi?

Quella deviazione così rapida del discorso, fu come prendere per i capelli uno affondato nel sonno, e scuoterlo. Quel « e poi, e poi, e poi» fece passare dinanzi allo sguardo del giovane la fine della vita, la morte, la dimen­ticanza degli uomini e di ogni cosa!

Il giovane cambiò e invece di essere papa, diventò uno dei pazzi di Filippo.

 

Un «bravo» alla rovescia.

Un giovane, come quello del Crocifisso di cui abbiamo parlato innanzi, andò a confessarsi ma neppure lui aveva buone disposizioni ed anche con lui mise in movimento la trappola socratica.

Il giovane cominciò a dire i suoi peccati, ma per un senso di orgoglio, esaltava la bravura che aveva messa nel­le sue birbonate e metteva in mostra il suo ingegno.

L'orgoglio arriva anche a questo.di vantarsi dell'inge­gnosità del male ed i giornalisti moderni intendono, can nessun senso morale, di far vedere che ammirano una tale cosa quando parlano di «delitto perfetto», come se un delitto potesse essere un'opera d'arte.

Filippo, col suo intuito, colse subito il fenomeno psico­logico del disgraziato e dopo l'accusa dei peccati gli disse - Si vede che sei... bravo... Benissimo, hai ingegno nel­la zucca.

Il giovane si compiacque di quella ammirazione e dis­se qualche altra cosa con più lusso di particolari.

Dopo di ciò il Santo disse a quello stolto:

- Rallegramenti e buone imprese... Puoi andar via. - Ma, e l'assoluzione, Padre. me la da?

- Ma che ci serve l'assoluzione e adesso tu vorresti mutar vita? Vuoi smettere una così bella carriera? Non lo devi fare! Tu sei a buon punto per arrivare definitiva­mente e gloriosamente alla fine di una così bella vita e cioè sei a buon punto per arrivare alla galera, magari, al capestro qui, e poi all'inferno, nell'altro mondo, con mol­to onore, con molta gloria.

Allora finalmente quello sciocco comprese, poté vede­re la sua stupida vanteria e fare una discreta confessione.

 

Un aspersorio di nuovo genere.

Si presentò, un giorno, a P. Filippo un giovane accom­pagnato da una giovane, ch'era sua sorella.

Il giovane con volto addolorato disse:

- P. Filippo, questa mia sorella, da parecchio tem­po è posseduta dal demonio ed ha cambiato la casa in un inferno: la notte si alza e va gridando per tutte le stan­ze, ma ciò sarebbe minor male.

Rompe piatti, proseguì il giovane, fracassa tutto ciò che le viene a mano e non c'è cosa buona più in casa no­stra: creda pure, non ne possiamo più.

P. Filippo fece alcune domande, guardò la disgraziata e poi, chiamato il fratello in disparte gli disse:

- Qui il diavolo è innocente questa volta: vostra so­rella è in preda ad un brutto capriccio.

Se ciò si fosse avverato ai nostri tempi egli avrebbe detto che la giovane era un'isterica, una fintona, che ave­va qualche scopo per fare quella commedia, come, per esempio, quello di aver presto marito.

- Ogni volta che vostra sorella, disse il Santo, fa tali pazzie, staffilatela ben bene e vedrete che guarirà.

La medicina tu efficace e quell'impzudente nvn solo non fece più le solite pazzie, ma confessò anche la ragione per cui aveva agito così, ragione che prima non aveva vo­luto palesare.

A proposito di ossessi ed ossesse, un'altra volta simil­mente presentarono a S. Filippo una donna come pos­seduta dal demonio: Filippo riconobbe che era pazza.

 

Filippo compera un medico per pochi soldi.

S. Filippo tra i suoi detti faceti, spiritosi, diceva que­sto: non toccate le borse!... Non si possono guadagnare contemporaneamente l'anima e la borsa! Lasciate stare la borsa, se volete guadagnare le anime.

Egli mostrò, in tutti i lunghi anni, un disinteresse ve­ramente eroico e si narrano tanti episodi ma noi ne ri­feriremo qualcuno.

Ricordate che S. Filippo, per annunziare la morte pros­sima al buon Costanzo Tassone, aveva pensato quello stra­no espediente di far fingere ai due giovanetti di essere morti, distesi per terra?

Orbene quel Tassone amava tanto S. Filippo, che l'a­veva convertito e condotto a Dio dalle vie del mondo. Quando si accorse che doveva morire, fece testamento e poi sottoscrisse un documento con cui lasciava al San­to, come segno di riconoscenza una forte somma di danaro. Qualche tempo dopo la morte del brav'uomo, Filippo seppe la notizia e ricevette il documento.

Senza pensarci per nulla, invece di ringraziare ed an­dare a mettere il documento al sicuro, disse a chi era ve­nuto per quella commissione che rifiutava il danaro, non poteva accettarlo, non già per un falso sentimento ma perché non usava accettare nulla da nessuno.

Prese il documento e lo andò a mettere come coperchio sopra un vaso di marmellata per difendere la marmellata dalle mosche e da altri animali golosi.

Or sempre a proposito di questo eroico disinteresse, un giorno, venne a confessarsi dal santo un medico, certo Do­menico Saraceni di Colloscipoli presso Narni; fu, in se­guito, uno dei medici più famosi del suo tempo.

Fatta la confessione, il giovane si mise le mani in una tasca, frugò e non trovò niente e così in tutte le tasche. Restò male Domenico e si scusò dicendo al confessore: - Perdonatemi, Padre, io non ho portato danari! Dalle sue parti usava offrire qualche cosa al confes­sore dopo la confessione.

- Orsù, disse Filippo, di colpo, per quei danari che mi volevate dare, voglio che mi promettiate di tornare sa­bato a confessarvi da me.

Una vera trappola anche questa: egli dette a credere al giovane di accettare e di aver diritto al danaro.

Il giovane ritornò, si affezionò a Filippo, come se lo avesse... comperato.

Ci fu una lunga amicizia ed il Saraceni, per molto tem­po ammalato di depressione psichica e di malinconia, non trovò altro rimedio che venire da Filippo.

Il Santo lo guarì con quelle sue trovate allegre e con le sue dolci parole.

Quanta fosse la venerazione del Saraceni, diventato me­dico famoso e anche filosofo, come abbiamo detto, si rile­va da questo fatto.

Nel 1594, un anno prima della morte del Santo, come egli depone poi nel processo, avendo saputo che era am­malato si offrì di servirlo, anche di notte.

Il Padre accettò l'offerta e lui si fermò per un mese cir­ca a servirlo.

 

Una sorpresa piacevole.

Un insegnamento altissimo è nel gioco didascalico che qui riferiamo.

Il nobile Salviati grande peccatore, e poi penitente di Filippo, doveva andare all'Ospedale di Santo Spirito per quei soliti doveri di carità.

Egli talvolta, si fermava nella chiesa detta anch'essa di Santo Spirito, ed ora Parrocchia.

Gian Battista si tratteneva molto nelle sue visite al Santissimo Sacramento e, spesso, oltre il tempo stabilito, in modo da trascurare o ritardare il servizio agli ammalati.

Una volta egli era estatico dinanzi al Tabernacolo e non accennava per nulla a dover mettere termine alla sua visita.

S. Filippo gli combina uno scherzo.

Dice ad uno dei suoi che lo accompagnava: Guarda, va dietro a Gian Battista in punta di piedi, sciogli il man­tello che ha, e poi infilagli il grembiule.

L'altro fa, con grande abilità, la commissione.

Dopo molto tempo, Salviati ritorna in sé, fa per pren­dere il mantello dai lembi ma non li trova, gli viene in mano invece il grembiule.

Capisce tutto, ma finge di non essersi accorto di nulla. Fuori trova S. Filippo che gli sorride e gli dice: Gian Battista, Gian Battista, ricordati che lasciare Dio per la carità non è lasciarlo, ma trovarlo ancora.

 

“Fatebenpervoi”

C'era in Roma un personaggio divenuto famoso, popo­lare, ch'era designato con questo nomignolo e di cui nes­suno o quasi nessuno conosceva il nome vero.

Era un esaltato, un impulsivo, che poteva parere un en­tusiasta ed un uomo intelligente mentre non l'era.

Era, anzi, un ingenuo, che la maggior parte credevano un uomo di consiglio.

Voleva essere un pubblico moralizzatore, e perciò fa­ceva il predicatore ambulante e molto spesso aveva in boc­ca questa espressione: « Fatebenpervoi ».

Tutti ne parlavano in Roma e si arrivò a tal punto che non c'era chi dubitasse che Fatebenpervoi era pro­prio un santo autentico.

Tra le altre imprese che si proponeva c'era quella di convertire tutte le meretrici di Roma, le quali a quel tem­po, e proporzionatamente alla popolazione, erano assai più numerose di adesso: ed erano anche più potenti, perché avevano protettori palesi, senza che legge alcuna interve­nisse.

Fra le altre, c'erano quelle di classe, diciamo così, più alta e che erano chiamate le «onorate meretrici» tenute quasi come una specie di matrone.

Ora, una volta, mentre Fatebenpervoi illustrava il suo programma, in un pranzo a cui era stato invitato anche S. Filippo, avvenne un colpo di scena.

S. Filippo ascoltò per un pò di tempo, ma niente con­vinto, e un sorriso intelligente gli si agitava sulle labbra egli sapeva qualche cosa.

Ad un tratto, il Santo rivolse la parola al predicatore e disse:

- Q Tonino, se fosse vero quel che si dice, beato te. Tutti quelli che non sapevano il nome del moralizza­tore di meretrici lo seppero così quella sera.

S. Filippo non credeva, come si vede, alla santità del­l'uomo e a tutto il resto e, tanto meno, alla possibilità di convertire le meretrici di Roma, neppure con una missione di un anno intero.

Colei che ci ricorda questa scena è Cassandra Senese, la quale aiutava ad allestire il banchetto e a servire a ta­vola: essa depose nel processo.

Pochi giorni dopo si seppe che Fatebenpervoi, il mis­sionario delle meretrici, era scappato con una donna che poi sposò.

 

L'avvocato degli zingari.

Da quanto abbiamo detto finora, si potrebbe pensare che S. Filippo fosse un uomo solo bontà, brio, condiscen­denza, un uomo insomma latte e miele: no, era un uomo anche molto forte che non esitava a rischiare la libertà e la vita.

Ci sono molti episodi ma noi ne riferiamo due sola­mente molto movimentati e che non mancano di una cer­ta blanda luce di umorismo.

Attori di un episodio furono gli zingari e non c'è da meravigliarsi: nella vita del Santo entrarono individui di tutte le categorie, senza distinzione, ed anche gli ebrei e gli zingari.

Gli zingari, per un certo tempo, avevano anche fama di santoni, almeno per persone ingenue, e si fingevano pel­legrini che andavano al Santo Sepolcro in Gerusalemme a pregare per i loro benefattori: così coperti, alleggeriva­no le persone di quanto potevano; danari ed oggetti.

Al tempo però di cui parliamo, erano conosciuti più veramente come chiromanti, indovini, specialisti di polve­ri miracolose o misteriose contro mali di ogni specie, co­noscitori di scongiuri contro la iettatura, il malocchio ed altre cosuccie di questo genere.

Avevano anche dei mestieri... onesti, come quello, per esempio, dì calderari e aggiustatori di stoviglie: questi me­stieri però coprivano il mestiere principale, ch'era quello di rubare.

Stati e città, per tanto, cercavano di difendersi dalla venuta degli zingari.

Anche a Roma erano stati fatti decreti contro di loro, ed uno di questi decreti del 1566 comminava, tra le altre pene, anche quella della frusta, se essi non fossero andati via in un certo giro di giorni.

A Roma si facevano preparativi per la spedizione che condusse poi alla vittorìa di Lepanto nel 1571, e molti zingari erano arrivati in città.

I preparativi per la spedizione contro i Turchi aveva­no messo l'entusiasmo negli animi e, come nei prepara­tivi di tutte le guerre, i più dicevano: armiamoci... e andate.

Si reclutavano pertanto, con grande difficoltà, persone per le navi e gli equipaggi.

Nella penuria dunque di uomini per remare ed altri servizi di navigazione, si prendono quegli zingari, che era­no arrivati da un castello degli Orsini, sfrattati per le loro imprese e si chiudono in carcere a Tor di Nona per essere poi mandati sulle navi.

Mogli, figli, vecchi, malati di quegli zingari, che non potevano essere utilizzati e non furono arrestati, comin­ciarono allora a percorrere la città, a chiedere pietà e a commuovere il popolo.

Ci vuole poco a commuovere quel gran sentimentale che è i1 popolo, ma quella volta c'era un giusto e grande motivo, per cavare lacrime dagli occhi della gente.

La violazione di un diritto umano era palese, e gli zin­gari, almeno questa volta, avevano ragione.

Si organizzò, senza quasi volerlo, quella che oggi noi chiamiamo protesta e personaggi grandi e qualificati si adoperarono per la liberazione dei carcerati; sappiamo co­sì di un certo frate conventuale Francesco Visdomini, chia­mato « Franceschino » di un fra Paolino da Lucca dome­nicano, molto considerato dal popolo.

Filippo si pose anche egli tra i protestanti, che fece­ro pervenire le loro rimostranze alle autorità: la loro azio­ne ebbe successo e gli zingari furono liberati: le autorità dovettero ingoiare un boccone amaro, e qualche giorno dopo scoppiò la bomba.

In tutti i crocicchi, si diceva, un pò sottovoce: sapete ch'è successo? Hanno punito quelli che si sono adoperati per liberare gli zingari, hanno mandato fuori anche « Fran­ceschino ».

Toccare Franceschino allora, idolo del popolo, era come toccare oggi un campione dello sport... Ci si rimette sempre. I figlioli spirituali di Filippo, com'è naturale, temevano per lui e si dicevano: vedrete che manderanno via anche P. Filippo.

La paura era grande ma egli non aveva paura: quel­lo che ebbe paura fu il governo e Filippo non fu toccato e restò.

 

Mai paura.

Una minaccia più concreta e più grave ebbe a soffrire il Santo, ma egli l'affrontò impavidamente.

Una signora di altissimo casato e di grande ingegno e cultura, Lavinia Orsini della Rovere era vecchissima, am­malata e se ne aspettava la morte.

Filippo la visitava molto spesso e l'assisteva per pre­pararla al grande passo, tanto più che era stato proprio il Santo a riportarla alla fede dall'errore dei protestanti. Era ricca Lavinia e un suo nipote, Giulio Cesare Co­lonna, ne aspettava... piamente la morte e l'eredità.

Or vedendo questo signore che Filippo andava e ve­niva dalla casa di Lavinia, pensò che volesse carpire un testamento.

A principio sopportò, ma poi mostrò chiaramente di non gradire più la presenza del Santo, ma Filippo fece il sordo.

Arrivò a dare ordine di non far più passare Filippo quando veniva, ma l'autorità dell'uomo di Dio la vinceva sulla autorità del signorotto e passava sempre e sostava quanto voleva presso il letto dell'inferma.

Seguirono minacce più gravi e villanie di ogni gene­re, e la faccenda si seppe anche in casa.

I figlioli cominciarono a scongiurare Filippo, trepi­danti.

- Padre, non andate più dalla signora Lavinia: suc­cederà qualche cosa di grave, perché voi conoscete che ar­nese è quel tale.

- Succeda quel che vuole, mi dovesse pure ammazzare. E mette conto farsi ammazzare da un delinquente? - Beh, sappiate, disse un giorno, più seccato del so­lito Filippo: sappiate che la vecchia signora guarirà e vi­vrà ancora parecchio tempo e il giovane baldanzoso mo­rirà prima di lei.

Queste parole furono come una condanna a morte non passò molto tempo e Giulio Cesare mori e la vecchia signora rifiorì, non certo come una giovinetta, ma rifiorì.

Si fecero meraviglie in Roma, ma ci si rideva anche era intervenuta la morte questa volta a mettere un umo­rismo che Filippo non ci aveva messo.

 

CAPO XI

LE FONTI DELLA GIOIA

La clinica chirurgica per ringiovanire i vecchi.

Richiamiamo alla mente che la gioia è il frutto della sanità, come abbiamo dimostrato in altre pagine di que­sto lavoro.

La prima fonte della gioia è dunque la sanità e il fanciullo n'è l'esempio più bello: chi più gioioso di lui? Perché?

Perché il fanciullo è, generalmente, sano nel corpo, nel­la primavera della sua vita in pieno sviluppo, e sano si­milmente nello spirito perché innocente, senza i mali che attaccano l'anima, mali che noi designiamo complessiva­mente col nome di malizia.

Il Vangelo, con la sua infinita autorità, ci espone que­sta dottrina ire una maniera drammatica.

Gli apostoli, come la maggior parte dei Giudei, ritene­vano che Gesù, quale Messia, avrebbe fondato un regno di giusti, di persone perbene, che egli chiamava regno di Dio, ma in questa terra e perciò regno terreno con i suoi gerarchi, capi e sottocapi, generali e, come diciamo noi, marescialli...

Una gara pertanto era sorta tra gli Apostoli, per una certa gelosia per chi sarebbe stato il capo di questo re­gno di Dio, il primo ministro, per dire così, perché ve­devano Pietro e qualche altro Apostolo, troppo preferiti dal Signore e come candidati al comando supremo.

Per uscire da questo dubbio, gli Apostoli, con una fin­ta semplicità, perché un pò di malizia l'avevano anche essi, si avvicinarono a Gesù e gli domandarono chi sa­rebbe stato il fortunato, il più grande, il primo nel regno di Dio.

Gesù chiamò un fanciullo di quelli che stavano attor­no, lo pose in mezzo e disse: vedete questo fanciullo? Sap­piate, prima ancora di dire chi sarà o non sarà il primo nel regno di Dio, che non entrerete nel regno di Dio, se non diventerete piccoli come questo fanciullo: una volta poi diventati fanciulli, è chiaro che sarà il primo quello che è più piccolo.

Gesù ritornò su questa verità in un'occasione più gran­de e in una maniera più viva.

C'era un fariseo, un certo Nicodemo, buono; pio, ma un pò paurosetto.

Egli amava Gesù, però, per non essere sospettato suo amico dai nemici, una volta andò a trovarlo, di notte e si trattenne in un lungo discorso.

Egli mosse al Signore delle domande molto gravi e quando si venne all'argomento del regno di Dio, gli disse bello e chiaro, non come aveva detto agli Apostoli che bi­sognava ridiventare bambini, ma in una maniera più for­te, che bisognava nascere da capo...

Il povero uomo restò stordito... Rinascere? Che discor­so è questo? Come può mai un uomo già vecchio rientrare nel seno di sua madre ed essere di nuovo messo al mon­do, piccoletto, piccoletto?

Il fariseo aveva compreso in una maniera grossolana la parola di Gesù e una spiegazione come il fariseo aveva chiesto non si poteva dare: e pertanto gli disse indiretta­mente: caro Nicodemo, non capisci niente!...

Ma questa espressione sarebbe stata offensiva e poco bella in bocca a Gesù e perciò rispose, pur nella stessa so­stanza : tu sei un maestro in Israele, un dotto e ignori que­ste cose? Hai preso un qui pro quo, lucciole per lanter­ne, come diciamo oggi noi.

Il fariseo, con la testa ripiena di formule concrete e materiali, non aveva neppure sospettato che rinascere, ri­diventando fanciulli, voleva dire tornare ad essere, pur nel­l'età avanzata, semplici, veritieri, fiduciosi come i fanciulli. La prima fonte della gioia è questa, e neppure c'è pos­sibilità di compromesso: il profeta Isaia, parlando a nome del Signore, scrive: « Non v'è pace per gli empi».

La pace poi è il sommo della gioia, è la gioia diven­tata condizione, stato permanente di vita.

Or, dopo quanto abbiamo detto, si può vedere il segre­to della ricchezza di gioia di S. Filippo, ricchezza che egli possedeva in tanta abbondanza da poterla poi riversare nell'anima altrui.

Egli aveva accumulato questa ricchezza nell'innocenza straordinaria della sua vita senza contaminazione di pec­cati veniali, piuttosto importanti, e senza frattura di pec­cati mortali.

Egli, pertanto, dai primi giorni fino agli ottant'anni, ebbe i modi, i gesti, i pensieri, il cuore di fanciullo, pur nell'accrescimento di quella dottrina e di quella saggezza che lo rese il consigliere, il maestro, la guida del popolo romano.

Fu inoltre, per questa ragione, straordinariamente in­dicato, per riportare gli uomini ad una rinnovata fanciul­lezza, specialmente col ministero della confessione.

La confessione, o meglio il potere di perdonare i peccati in nome di Dio, è di tutti i sacerdoti, ma per Filippo fu un ministero così intenso, continuo, vario di accorgi­menti, che la confessione stessa può essere rassomigliata ad una fucina magica per svecchiare la gente e riportarla alla puerizia.

Lo si può rassomigliare ad un fabbro sempre pronto nella fucina ad accogliere i clienti che dovevano essere operati.

In chiesa, in casa, al letto, in piedi, di giorno, di not­te, il fabbro era sempre pronto: pensate che il giorno stes­so della sua morte, fino a qualche ora prima, nella notte tarda, confessò numerose persone.

Ma chiediamo scusa di aver rassomigliato Filippo ad un fabbro: vogliamo chiamarlo, come nel titolo di questo ca­pitolo, un chirurgo che rifà l'organismo, come non posso­no fare i chirurgi che conosciamo.

 

Conoscenza di alcuni operati.

Un giovane di famiglia molto buona e amica del San­to, andava da lui tosi per divozione, nella sua grande fa­miliarità.

Un giorno, come il Santo si vide innanzi il giovane, si mise a piangere dirottamente...

Perché? Filippo aveva conosciuto chiaramente, se per un intuito naturale o per un lume superiore, lasciamo an­dare, che il disgraziato aveva commesso peccati grossi e vergognosi.

Il suo volto era turbato, contratto, l'occhio come ve­lato, fuggente, e tutta un'inquietezza, distesa come ma­schera sul viso.

Ci fu un silenzio penoso che il giovane non sapeva spie­garsi,... cominciò a riflettere.

Un uomo in peccato grave è nella condizione di una persona che si ferisce gravemente con un grosso chiodo, per esempio, che gli penetra nella carne.

E' avvenuto un trauma, un corpo estraneo è penetrato, s'è conficcato nei tessuti: il peccato è come un chiodo che si conficca nell'anima.

Il giovane, nel riflettere, dando uno sguardo a se stes­so e prendendo coscienza del suo stato, comprese perché il Santo piangeva.

Come egli stesso poi ebbe a deporre nel processo, nar­rando in terza persona, taceva per vergogna al suo con­fessore, che non era Filippo, un peccato grave, e così com­metteva un altro peccato più grave e cioé quello di sa­crilegio.

Il giovane cominciò a piangere anche lui profondamen­te: la via per l'operazione era aperta: egli cadde ai piedi del Santo e si confessò.

Si rialzò e il suo volto era rasserenato, disteso, gli oc­chi brillavano senza più quel velo di tristezza, come l'a­spetto di uno che da uno stato di paura torna alla sicu­rezza.

Filippo fissò allora il giovane e gli osservò: hai mu­tato faccia)

Tutto il resto si svolse come una festa, una grande festa.

Del resto questo fenomeno che noi abbiamo descritto si può osservare sostando accanto ad un confessionale, mentre le persone attendono il loro turno ;per confessarsi si notano volti oscuri, preoccupati, sofferenti.

Guardate uno di costoro dopo la confessione: è sere­no, soddisfatto!

Pare un uomo veramente rinato.

Lettore, sii sincero, non è capitato qualche volta an­che a te?

Un certo Giovanbattista Magnani, che faceva servizio alla corte di Gregorio XIII, un giorno si mise a giuocare ma la fortuna gli fu contraria in maniera straordinaria come mai, e perdette parecchie centinaia di scudi, ch'era somma grossa per quei tempi.

L'uomo, mezzo disperato, che pareva un pazzo, pas­sava per Corte Savella, uno dei centri di Roma, quando Filippo, che veniva dalla parte opposta, l'incontrò.

II Santo non l'aveva mai conosciuto ma comprese che si trovava in una crisi gravissima, come diciamo noi. Senz'altro si fermò, lo prese per un braccio e gli disse: - Come vi chiamate? Perché siete così sconvolto? Vi sentite male? Avete bisogno di qualche cosa?

- E voi chi siete?

- Io sono Filippo Neri il prete di S. Girolamo della Carità! Non mi conoscete?

- Sì, qualche volta ho sentito nominarvi, ma non vi ho mai avvicinato.

- Neppure io conoscevo voi, ma vi si vede nel volto uno stato grave: voi avete bisogno di qualche cosa! In­tanto lo conduceva a S. Girolamo. Voi avete bisogno di confessarvi subito, bene.

L'uomo avrà pensato tra sé: che parlare è questo? Che c'entra la confessione con gli scudi perduti? Io ho bisogno di scudi adesso.

Ma tralasciamo il resto: egli era capitato in mano al fabbro che faceva diventare fanciulli i vecchi e, come tan­ti altri, non poté sfuggire.

Filippo indusse l'uomo a confessarsi, a vuotarsi di se stesso. Si rialzò lieto.

Il suo cuore si era allargato, il suo affanno era finito ed un'altra vita era cominciata.

Non si rese conto subito di questo prodigio, ma quan­do ci ritornò col pensiero comprese e disse: Filippo è un grande Santo.

Un certo Pietro Focile era un tipo strano: di fondo buono ma vivace, pronto agli scatti, alle decisioni rapide ma anche ai sinceri pentimenti.

Egli conobbe S. Filippo nella pratica dell'Oratoria e fu preso da ammirazione per lui e non cessava di tener­gli gli occhi addosso, dall'altra parte, Filippo guardava lui in una maniera insistente, quasi con patimento.

Pietro, come poi depose nel processo, aveva la sensa­zione che il Santo gli leggesse i suoi peccati, e sentiva una grande vergogna, tanto più ch'era vestito da giovane mon­dano, licenzioso.

Dopo parecchio tempo anche egli si trovò nella fucina del fabbro che faceva i fanciulli dalle persone adulte. Filippo ebbe a rimproverarlo per certe sue disobbedien­ze, una volta, ma quell'uomo focoso montò in furia e dis­se: ma che non ci sono più confessori in Roma? non c'è al­tro confessore che lui? e così a passo rapido andò via. Ma non si trovò bene: non era soddisfatto e cadde in una grande malinconia.

Non osava tornare però e rimaneva in quella sua tri­stezza, ma Filippo che conosceva la pecorella sotto la pel­le di uomo bizzarro, lo mandò a chiamare.

Pietro non aspettava altro: si senti allegro, corse, si get­tò ai piedi del Santo e pianse.

Quando si fu un pò rasserenato: Padre non voglio più disobbedire e prometto d'osservare infallibilmente coi fat­ti tutto quello che mi dite.

 

La trappola santa.

Un uomo era immerso in un peccato grave a tale se­gno che le cadute erano continue, quasi giornaliere. Molti altri peccati meno gravi facevano corona a quel peccato più grave ed erano una corona di spine.

Il disgraziato aveva messo a prova e la pazienza e l'e­sperienza di molti confessori e non aveva fatto alcun pro­gresso: finalmente capitò da Filippo.

Il Santo ascoltò la confessione con volto allegro, come se udisse delle belle notizie. Il Santo Sempre ascoltava con molta allegria le confessioni, e ciò dicono tutti i testimo­ni del processo, ma quella volta sarà stato addirittura fe­stivo.

Il penitente sapeva già per esperienza delle confessio­ni precedenti che dopo la confessione gli sarebbe stata im­posta una grave penitenza, come comportava l'uso.

Per dei peccati grossi, del genere di quelli in questio­ne, la penitenza poteva essere di portare il cilizio, per esem­pio: di digiunare per un mese come si digiuna in Quare­sima: di dormire su un tavolaccio: di andare a piedi scal­zi ad un santuario lontano chilometri: di ascoltare la Mes­sa quotidianamente per mesi: di non bere una foglietta di vino per mezzo anno.

Finita l'accusa, il povero uomo aspettava con un certo batticuore e si chiedeva che cosa avrebbe detto Filippo mi manderà scalzo?... mi farà digiunare per alcuni gior­ni? ecc.

Filippo mise flne a quell'intima ricerca e disse:

- La tua penitenza è questa: se ti accadesse di rica­dere nel peccato, vieni subito e confessati.

- Solo questa penitenza, P. Filippo? disse trasecolato, quasi incredulo.

- Solo questa, ma esigo che tu la compia rigorosa­mente.

Si alzò lieto, baciò la mano, ringraziò e andò via pen­sando: me la sono cavata benissimo... Mi aspettavo alme­no di portare il cilizio! Ma guarda che novità!... Si sa: chi ha peccato deve confessarsi e questo è un obbligo e non già una penitenza... ma lui è un santo e sa quello che fa... del resto poi io non avrò più bisogno di fare questa penitenza, perché non commetterò più quel peccato e quin­di tutto è finito, ho fatto un proposito fermissimo.

Ma non passò molto tempo da quel proposito... fermis­simo e ritornò a peccare come prima: al proposito successe lo sproposito abituale.

Quando la calma ritornò nel suo cuore, comprese il disagio di dover tornare, la sofferenza di fare quella pe­nitenza che gli era parsa così lieve: si sentì male, tuttavia fece uno sforzo, e si presentò a Filippo.

Questa volta s'aspettava, non solo una di quelle peni­tenze grosse ma anche una grande lavata di capo: era stato troppo cattivo, dopo tanta indulgenza del Padre.

Anche questa seconda volta Filippo sorrideva, come l'altra volta, e impose la stessa penitenza: tornare a con­fessarsi quando avesse peccato.

La strana cura di confessioni e penitenze di quel genere durò parecchio.

Ogni volta però che peccava il poveretto avvertiva sem­pre più la pena di dover tornare, l'umiliazione pesante ed un certo disgusto di se stesso per la sua vita.

Per tutte queste ragioni, cominciò a resistere alla ten­tazione con una forza sempre maggiore: finalmente con la perseveranza si liberò da quel peccato.

La penitenza aveva funzionato; il peccatore così pro­clive al male, certo, dopo un notevole tempo, arrivò a tale grado di bontà che Filippo ebbe a dichiararlo un angelo. Questa astuzia di Filippo, di far riconfessare subito in luogo della penitenza abituale, fu una delle più intel­ligenti, rapide ed efficaci.

Il ridicolo è che il peccatore credeva di essere capitato nelle mani di un uomo semplice e di un confessore di ma­nica larga, mentre era stato preso in un santo tranello, che nessun furbo avrebbe potuto trovare.

Quel peccatore indurito se fosse stato trattato al modo usuale, con le penitenze usuali, magari di farsi la disci­plina per una settimana, dopo la prima ricaduta, avrebbe rimandata la confessione, come succede ordinariamente. Sarebbe ricaduto ancora con più facilità, una seconda, una terza, una quarta volta, e magari avrebbe detto a se stesso: una volta di più una di meno... e sarebbe andato innanzi nella sua pessima abitudine.

Intanto la sensibilità spirituale sarebbe diminuita e a­vrebbe sentito meno rimorso, il vizio si sarebbe approfon­dito e il disgraziato sarebbe andato di male in peggio.

Filippo rese impossibile tutto ciò, col suo tranello di finta indulgenza.

E poi anche quel tornare diventò penitenza.

 

La gioia anche per un condannato a morte.

Un condannato a morte si mostrava di una vigliacche­ria straordinaria.

La morte, si sa, fa paura e molto e di più ancora ad un condannato che abbia dei grossi rospi sulla coscienza... An­dare con dei rospi sulla coscienza all'altro mondo non è il più bello dei viaggi: ciò è vero.

Tuttavia, si può avere del coraggio, almeno un poco, anche di fronte alla morte.

Alla morte si può andare sereni quando non ci sono ro­spi sulla coscienza, quando si muore per una causa giu­sta, come per la patria: maggiormente poi quando si va alla morte per Dio, come i martiri.

Ma quelli che sono più crudeli con gli altri e che mo­strano più coraggio nel fare il male, sono più vigliacchi nell'affrontare, essi, la morte.

Uno di costoro, dunque, doveva essere giustiziato, ma nell'aspettazione era diventato un energumeno.

I fratelli della Misericordia, un pia associazione del tempo che si preoccupava di assistere a ben morire, non sapevano più che fare per dare un po' di calma e per in­durre il condannato a pregare e confessarsi.

Grida, bestemmie, minacce, gesti folli, erano la risposta del meschino ad ogni invito, ad ogni parola buona: tutti gli esperimenti fallirono.

Così stavano le cose quando, un messaggero, appunto della Compagnia della Misericordia, viene dal P. Filippo e gli dice:

- Padre Filippo, c'è un condannato che deve essere giustiziato ma non vuol saperne né di Dio, né di Sacra­menti, né di sacerdoti: nessuno di noi è riuscito a smuo­verlo, a rabbonirlo! E' una belva: anzi, pare che abbia quattordici diavoli in. corpo.

- Avete provato a chiamare sacerdoti diversi dalla vo­stra Compagnia? Ce ne sono tanti a Roma.

- E come! Abbiamo chiamato sacerdoti di vari ordini religiosi, espertissimi del ministero, ma non hanno cavato un ragno dal buco.

- Ebbene verrò io, dice il Santo, dopo aver un poco pensato.

- Venga, ci fa proprio una grazia, benché, lo dico pri­ma, ci sia poco da sperare.

I due si avviano e arrivano presto al luogo: pareva uno spettacolo.

Il condannato proseguiva la sua reazione, come un paz­zo furioso: c'erano parecchie persone presenti, più o meno addolorate, ma tutte atterrite.

- Per favore, andate fuori, dice Filippo a costoro e poi si dirige, verso il condannato e, a qualche passo di distanza, intima:

- Non parlare più, taci, scellerato!

Nel dire ciò il Santo, con movimento inconsueto, non fa, diciamo, una delle sue, ma ne fa una ch'è nuova e non si ripeterà mai più.

Piomba addosso a quel furioso, lo prende per il collo, lo butta a terra e gli sta sopra con risolutezza e seguita a dire imperioso: taci, taci, non ti muovere!

Mentre le parole dicevano ciò, gli occhi, le linee del vol­to dicevano peggio.

Si fece un silenzio assoluto.

Il condannato, in quella pausa dal chiasso esteriore, che egli stesso faceva e dalla presenza, forse, eccitatrice, degli altri, è portato alla coscienza di se stesso e rimane stupito, stordito, come in attesa di una spiegazione.

Filippo cominciò a parlare: le sue parole cadevano co­me un getto di acqua continuata sopra grande fiamma: la fiamma di disperazione dell'uomo va diminuendo, poi si estingue lentamente.

Le parole intanto continuavano a scendere ancora, ma come olio che lenisce, confortatrici.

Quanto tempo durò la scena? Non sappiamo.

L'uomo si calmò completamente, cominciò a riflettere, poi si rasserenò, si confessò.

Nel nuovo stato di coscienza, sentendo, forse, ancora una volta il bisogno di purificare la sua anima per affron­tare la morte, si confessò di nuovo.

C'era stato, certo, in tutta questa vicenda, una forza, di­vina, la grazia, ma la grazia svolge la sua opera nelle leggi della vita, e Filippo, col suo gesto audace, fece il silenzio, e la tranquillità esterna fece il silenzio e la tranquillità interna; la grazia operò, venne la salvezza.

 

Filippo spara uno dei suoi più celebri mortaretti.

I mortaretti sono quei robusti cartocci, che i pirotec­nici o costruttori di fuochi d'artificio, riempiono di pol­vere pirica, stringono ben bene con fili robusti e poi fanno scoppiare, accendendo una miccia: nell'esplosione, faville vengono fuori, ed un gran botto si produce.

Filippo molto spesso usava un procedimento simile ed annunziava una grande verità con un motto di spirito, con un gesto comico, con una trovata spiritosa.

Era un uomo molto riflessivo, un meditativo: prima metteva la polvere nelle sue meditazioni e poi, a tempo opportuno, la faceva scoppiare come un mortaretto. Pa­reva un improvvisatore, ma era un uomo che aveva prepa­rato il mortaretto.

Egli non faceva pertanto come i filosofi che, quando hanno qualche cosa da dire, tirano a lungo, ragionano ra­gionano fino alla noia.

Una volta, pertanto, egli ragionava con uno dei suoi, il quale era abbastanza orgoglioso, non sapeva sopportare le mortificazioni, polemizzava, si atteggiava a saputo e di­scorreva di ogni cosa e tuttavia pretendeva di aspirare alla santità.

Ad un certo punto, Filippo, forse stanco delle chiac­chiere del suo interlocutore, si irrigidi nella sua persona e, persuaso come chi sa di avere causa vinta, porta tre dita distese alla fronte, ve le batte e dice reciso, nervoso:

- La santità dell'uomo sta in tre dita di spazio: sap­pilo!

Come, Padre Filippo? Che volete dire?

- Dico che la santità sta in mortificare la « razio­nale », la quale si trova appunto qui nello spazio di tre dita della fronte...

- E che cos'è questa razionale?

- La razionale è la ragione che cerca di farsi valere, anche- a torto: di mettersi in mostra: di vincere: di non far conto dell'umiltà: la razionale è la ragione che non ragiona bene e o zoppica o addirittura fa capitomboli come un ubriaco.

Da quella prima volta, la grande verità che bisogna mortificare la razionale, e cioè raddrizzare la ragione zop­picante, divenne uno slogan di Filippo e della sua scuola.

Egli portava fino alle ultime conseguenze questa sen­tenza e diceva « Che uno il quale non è capace di soppor­tare la perdita dell'onore, non può progredire in santità».

Il lettore comprenderà che questa scena non si trova così messa nei processi od in altri scritti, neppure una volta, però è riconosciuta da come avvenne quasi tutte le volte.

Il fatto è che il mortaretto, pur consegnato nei libri, seguita a sparare, non appena il libro si apre, e scoppierà nei secoli dei secoli.

 

CAPO XII

QUATTRO RICETTE PER LA GIOIA

L'ingrediente principale di queste ricette.

Sembra incredibile, ma è pur così che l'ingrediente di queste ricette per la gioia, è il disprezzo.

Generalmente il disprezzo è ritenuto un sentimento cat­tivo e che produce male, tristezza e quindi è contrario alla gioia.

Però del disprezzo, come di altre cose generalmente cat­tive, può avvenire come del veleno: il veleno uccide, ma in proporzione di medicina, con altri elementi, diventa sa­lutare.

Ma veniamo alla storia delle ricette.

Un santo monaco e vescovo irlandese, San Malachia, O Margair, scriveva tante belle cose in prosa ed in poesia, in latino, s'intende, e tra le altre cose scrisse questo elo­gio del disprezzo.

Spernere mundum

disprezzare il mondo

2

Spernere nullum

non disprezzar nessuno

3

Spernere se ipsum

disprezzar se stesso

4

Spernere se sperni

disprezzare di essere disprezzato.

Le ricette di felicità, sono state inventate in ogni tempo da uomini che avevano tutt'altro interesse che quello della felicità, come, per esempio, il Conte di Cagliostro, che in­ventò l'elisir di lunga vita.

Ma queste ricette erano truffe, mentre le ricette del santo Vescovo irlandese sono infallibili come quasi... le definizioni del Papa.

Ma spieghiamo l'uso di queste ricette e come si debba prendere il medicinale che esse prescrivono. Cominciamo dal riconoscere quel mondo che, chi vuole stare allegro, deve disprezzare; il mondo è definito da certe espressioni che tutti dicono 'e accettano e cioè «mondo infame - mondo pazzo - mondo cane - mondo tradi­tore - mondo ladro - mondo porco... ».

Queste definizioni sono tutte vere, ma la più pittoresca mi pare quella: mondo porco.

Immaginiamo un trogolone grande grande: il trogolone è quel recipiente in muratura o di altro genere, nel quale si pone il cibo ai porci.

I porci vi buttano il muso dentro a gara e lavorano di bocca: quando il trogolone è molto ampio i porci vi sal­tano dentro.

Questo immenso trogolone, che abbiamo immaginato, è il mondo, e quegli animali sono gli uomini che vi si but­tano per cercare i piaceri che il mondo offre, e si compor­tano come se essi dovessero stare sempre in questo mondo e litigano tra di loro e si azzannano, talvolta, nella gara di accaparrarsi una parte maggiore.

Ma la giostra finisce male: quel bene che questi emuli dei porci cercavano, non lo trovano, ma solo malanni, di­sgusti ed altre cose del genere.

Se uno non sa vincere il fascino, le attrattive del mon­do il quale ha una grande forza sui sensi, addio pace, addio gioia e, spesso anche, addio salute dell'anima.

Ma non basta questo disprezzo del mondo, per non es­sere preso, nelle sue reti: non bisogna disprezzare nessuno in particolare, come prescrive la seconda ricetta.

Nessuno ha il diritto di disprezzare un altro, sia anche costui un cattivo.

Se tu disprezzi questo, disprezzi quell'altro, per questa o quella ragione anche fondata, perché tutti abbiamo dei difetti, tu litighi, perdi tempo, ti procuri nemici ed inizi una guerra: in questo modo è finita la gioia, è finita la pace.

Se vuoi disprezzare qualcuno, puoi disprezzare te stes­so: anzi la terza ricetta dice appunto così.

Questo disprezzar se stesso è più facile, perché anche tu avrai i tuoi difetti ed avrai al tuo passivo certe cosette poco onorevoli, che gli altri non sanno, ma che tu conosci bene.

Noi generalmente crediamo di essere più di quello che siamo ed abbiamo delle pretese... Vogliamo essere calco­lati, stimati, e creduti impeccabili: siamo superbi e siamo soli a non conoscere i nostri difetti ed a non vedere certi punti oscuri ben vergognosi.

E qui giova richiamare l'insegnamento di quel grande uomo, di cui abbiamo fatto cenno a principìo e cioè il fa­volista Esopo : egli disse che noi abbiamo sulla spalla, due bisacce con innanzi i difetti degli altri, che vediamo, e indietro i difetti nostri che non possiamo vedere.

Naturalmente poiché gli altri non sono del nostro pa­rere, riguardo a noi e non hanno quel concetto grande che noi abbiamo di noi stessi e non vogliono dar soddi­sfazione alle nostre pretese, ecco che noi ci troviamo im­pigliati in una guerra.

La maggior parte dei nostri dispiaceri e guai avven­gono, infatti, per le credute manchevolezze degli altri ver­so di noi.

In questa maniera addio gioia, pace, se non si osserva questa terza ricetta.

Disprezzare di essere disprezzato è la quarta ricetta: è l'ultimo dei quattro gradi di disprezzo ed è il disprezzo grande, sublime, glorioso.

Noi inghiottiamo tutto, ma l'essere disprezzati, no! Ripetiamo, la maggior parte dei nostri guai proviene dal fatto che ci riteniamo in diritto di essere considerati e tenuti in qualche onore.

Anche un ladro, se lo si chiama ladro, benché ricono­sciuto da tutti per quello che è, guai!...

Se egli può, vi chiama innanzi al giudice per farvi ri­conoscere che egli è un galantuomo.

II nostro tormento è dunque di non essere considerati e noi facciamo dipendere la nostra pace e la nostra gioia dal concetto che gli altri hanno di noi.

Pertanto, è una vigliaccheria, una stupidità quella di mettere la nostra pace la nostra gioia nella considerazione degli altri: è una forma di schiavitù.

Se siamo dotti, forse, perché gli altri ci credono igno­ranti, perdiamo la nostra dottrina? Se siamo, invece, igno­ranti, diventiamo sapienti perché gli altri ci credono sa­pienti?

Se noi ci riscattiamo dalla servitù del giudizio degli altri, noi abbiamo finita la cura e, nella libertà dei figlioli di Dio, abbiamo trovata la gioia.

 

Un altro mortaretto.

S. Filippo da quel grande osservatorio, ch'è la confes­alone, aveva studiato specialmente due microbi micidiali della vita spirituale e si dette a trovare la penicellina... adatta per sterminarli.

Quando gli capitavano infatti ammalati assaliti da que­sti microbi e cioè la scrupolosità e la malinconia, metteva subito mano al medicinale, che era sempre proporzionato al malato e diamo qualche esempio.

Arriva un giorno a lui un ottimo sacerdote, un certo Giambattista Ligera e fa per aprire la bocca e cominciare a raccontare una delle sue paure ed angosce, tutto preso com'era negli scrupoli: aveva poi una faccia scura, spa­ventata.

Filippo comprese e senza fargli dire parola, gli ordinò via, stenditi lungo lungo per terra, davanti al mio confes­sionale e non ti muovere sai, non ti alzare finché non ti dico io.

I presenti che videro quella manovra e gli altri che ar­rivavano in seguito commentavano:

- Ma è matto quell'uomo là... La chiesa non è un teatro.

- Guardatelo: pare un salame affumicato!

- Che gli sia venuto un'accidente?

- Guarda che ti combina quel P. Filippo, diceva qual­cuno che la sapeva più lunga ed aveva capito chi era il regista di quella farsa, quando i registi non ancora esi­stevano.

Fu certamente al presentarsi di una di queste scene le quali non erano infrequenti, che Filippo fece sparare un altro suo mortaretto, preparato da molto tempo.

Ma questa volta lo sparo, per un improvviso colpo di estro, avvenne in poesia, un po' zoppo nel secondo verso, ma ugualmente efficace.

« Scrupoli e malinconia fuori di casa mia».

Da quel giorno, sono ormai secoli, il mortaretto spara ancora e, crediamo, sparerà per altri secoli ancora, tanto esso è sempre moderno: non c'è sacerdote, educatore, pa­dre o madre, che, di fronte ad una manifestazione di scru­polosità o di malinconia, non ripeta quei due versi.

 

Talpone.

In verità gran male è lo scrupolo: esso è come la ipersensibilità, cioè la sensibilità diventata malattia.

Lo scrupolo, come una grossa talpa, lavora sotto terra per vie complicate, tortuose e così fa inaridire le radici stesse della pietà, mentre vuol parere esso stesso pietà grande e raffinata.

Lo scrupoloso vede dappertutto male, peccato, e si tor­menta inutilmente girando su se stesso.

Gli scrupolosi arrivano talvolta ai margini della pazzia, per far troppo bene.

Lo scrupoloso se si distrae solo un poco nella preghiera, per uno di quei giochi insopprimibili della fantasia, dice a se stesso: questa preghiera non vale... Ricomincia... Ma poi si distrae ancora e ricomincia e finisce per non pregare più ma dire soltanto delle formule vuote.

Un prete, che io ho conosciuto, non finiva mai di dire il suo Breviario e cambiava ogni momento luogo, pensando che in un luogo diverso non troverebbe distrazione, non sentirebbe rumore!

- Ma questo luogo non lo trovava mai e così non finiva mai di girare: una volta lo vidi, dietro un bastione di Ca­stel Sant'Angelo in Roma con la faccia al muro, come un fanciullo castigato, con le spalle alla gente che passava e il suo Breviario in mano.

Questo fenomeno della scrupolosità, oggi, fa un gran male, specialmente fra persone anziane, a proposito della Comunione.

Abituati al tempo in cui bisognava star digiuni dalla mezzanotte, per poter fare la Comunione, credono che ri­cevere la Comunione secondo le leggi nuove della Chiesa e che cioè tre ore prima si può mangiare e fino ad un'ora prima si possono prendere liquidi, meno liquori, sia una Comunione meno perfetta.

Essi vogliono fare come si faceva anticamente: così di­cono! Però siccome non badano ad astenersi dal mangiare e dal bere, in così lungo spazio di tempo, oppure non sanno superare il disagio di non prendere qualche cosa, magari un caffè, dicono: beh! la Comunione la farò un'altra volta! Così, di volta in volta, la Comunione si rimanda magari fino a Pasqua.

Per fare la Comunione perfetta, non la fanno per nulla. Molto spesso questi poveri malati, disperati di poter uscire ad essere buoni, come vorrebbero, si abbandonano ad ogni eccesso.

S. Filippo li strapazzava, per toglierli all'incantesimo, li faceva cadere nel ridicolo, per aprire i loro occhi. Mentre il sofferente, certe volte, aspettava chi sa quali gravi parole, quali gesti misteriosi di liberazione, egli chia­mava qualcuno che aveva una bella voce, come il P. An­tonio Gallonio e gli faceva cantare una delle canzoni della Ciociaria, dove magari si dicevano tenerezze tra innamo­rati.

Il povero malato era come buttato all'aria libera. Talvolta, o dopo qualche parola oppure senza dir nien­te, prendeva per mano il paziente e lo tirava dicendo: Fac­ciamo a correre... Voglio vedere chi arriva più presto. Talvolta dopo aver sentito la filastrocca di peccati ine­sistenti, ma che lo scrupoloso credeva veri, Filippo gli dava questo ordine:

- Va benissimo... Ti libererai presto, ma devi fare quello che dico: a mezzogiorno, quando tutti saranno nel refettorio, tu verrai, ti metterai in mezzo e dirai tutti que­sti peccati a voce alta.

- Ieri, cominciava lo scrupoloso, ho visto due pezzi di legna, che erano disposti, mi pare, a forma di croce, ed io ci sono passato sopra ed ho calpestato quella croce empiamente.

- Nella predica dell'altro ieri ho sentito parlare della fede viva, della speranza incrollabile, della carità ardente ed io mi sono persuaso di non avere più né fede né spe­ranza nè carità: sono disperato.

- Un mio parente è morto e mi ha lasciato una certa somma in danaro: io non ho pianto: mi pare che io abbia avuto piacere della sua morte e penso che se fosse dipeso da me l'avrei fatto morire: io sono un assassino.

- Un altro giorno ho visto in faccia una donna che mi sembrava bella: ho sentito un piacere: ho fatto segno con la testa di non consentire, ho agitato anche le mani, ma sentivo piacere... Però non lo volevo: ho commesso a­dulterio perché quella donna era maritata.

- Non mi sono accusato bene nell'ultima confessione, perché quando il confessore mi ha domandato da quanti giorni non mi ero confessato, ho risposto: da sette giorni, invece erano otto giorni. Ho fatto una confessione sacri­lega, sebbene non mi ricordassi precisamente, in quel mo­mento.

- Ho visto un amico che aveva una bella veste e mi sarebbe piaciuta averla anch'io, ho desiderato la roba altrui.

Tutti quelli che udivano e conoscevano l'uomo incapace di commettere la più piccola azione deliberatamente o di prendere uno spillo, man mano che udivano quelle credute enormità, ridevano, beffavano, sghignazzavano.

Il poveretto si rialzava sudato per la vergogna ma mez­zo guarito, perché, con la mezza parte del cervello sano, cominciava a persuadersi che era pazzo per l'altra metà.

Ecco una cura che durò parecchio tempo ma fu effica­cissima.

Tra i fratelli laici della Congregazione c'era un certo Egidio Calvelli. da Cingoli nelle Marche: era un santo uomo, di vita purissima, ma scrupoloso per riguardo alla purezza specialmente ed egli ad ogni paura di peccato fa­ceva delle crocette, come gli avevano insegnato e domandò al Santo se ciò era bene.

Se il Santo avesse fatto un bel ragionamento, sarebbe riuscito a nulla con quell'uomo semplice e gli disse, senz'­altro: si, è cosi. Con le crocette si vincono le tentazioni ed è bene farne molte.

Avvenne che per ogni paura di peccato, Egidio faceva crocette dalla parte del cuore e ciò accadeva specialmente in presenza di donne.

Capitava che ci fossero dei Padri ed altre persone, e lui Egidio a far croci, si avvertiva tra i presenti un disagio grande: i Padri ricorsero al Santo.

- P. Filippo, Egidio ci fa diventare tutti ridicoli per­ché comincia crocette a serie non appena sente il fruscio di una gonna: ditegli che la smetta.

Cattivo rimedio! Il Santo, volendo guarire il malato e mortificare gli altri, anche per quel suo genio particolare,... venuta l'occasione, esortò Egidio a far sempre più crocette. II poveretto si ridusse a tale che la veste, dalla parte del cuore, dove faceva quelle crocette si consumò: Egidio finalmente comprese e la smise.

 

Una ragazzinaccia.

E' questa la malinconia! La malinconia, nella lingua e nell'estimazione generale della mentalità moderna, è ri­tenuta come una specie di tristezza sì, ma composta, de­licata, gentile, di creatura sensibile che geme dignitosa­mente: geme del male proprio e del male altrui e vede tutto appannato, perfino il sole.

La persona malinconica ama la luna patetica, le ombre discrete, i luoghi solitari...

Essa, la malinconia, è come certe ragazzine, pallide, con gli occhi languenti che sembrano delle madonnine, ma sono delle malate, anemiche e, molte volte, portano una origine equivoca.

La verità, infatti, è un'altra e quegli uomini di ingegno che sapevano la natura vera del male, la chiamarono con un nome composto di due parolette che vogliono dire bile nera.

Ecco dunque che cosa è la malinconia: produzione di un fenomeno lieve di avvelenamento.

Essa fa vedere tutto nero, fa ripiegare su se stessi, rinchiude l'uomo nel proprio egoismo.

La vita, il mondo, pensano essi, non è che un campo di morte, di dolore: vivono di paure, di apprensioni, di sospetti: il malinconico sostituisce al mondo vero, un im­menso funerale.

Il malinconico è senza coraggio e dappertutto vede pec­cati, insidie, morte latente.

Egli ritiene che non vi è ragione e diritto di vivere non è raro il caso che dei malinconici arrivino al suici­dio, senza nemmeno una ragione specifica.

Il malinconico è un uomo che contempla se stesso e gli altri e non saprebbe dire un perché preciso.

Ecco un esempio dell'abbaglio che si prende a propo­sito del fenomeno della malinconia.

Ippolito Pindemonte, vissuto nel bel mezzo del roman­ticismo, colpevole in gran parte di aver creato il mito di una malinconia benefica e decorosa, temperamento ma­linconico egli stesso, così cantò:

Melanconia Ninfa gentile La vita mia consegno - a te.

E se si fosse fermato qui, meno male! Va oltre il poeta e sentenzia

I tuoi piaceri Chi tiene a vile Ai piacer veri Nato non è.

Questo poeta scrisse un poema, incompiuto, e che per fortuna non è stato mai pubblicato: « I sepolcri ». L'insegnamento di Gesù tanto è decisamente contra­rio all'inquietudine della malinconia, che la condanna. Egli richiama le anime affannate a considerare i gi­gli luminosi del campo, gli uccelli cinguettanti del cielo, dei quali il Signore prende cura: invita ad abbandonarsi in Dio, nella gioia, nel coraggio.

San Paolo, nella lettera diretta ai fedeli di Corinto, insegna che «la tristezza del mondo opera la morte ». San Filippo, crediamo, solo fra tanti santi, almeno in una maniera così esplicita e forte, individua e riprova la malinconia o tristezza, fonte di infiniti mali: egli si rivela grande educatore e psicologo.

Solo dopo secoli, una scienza, nuova ha scoperto che i malinconici, i taciturni, i fanciulli chiusi, sono spesso can­didati alla delinquenza.

E perché? Perché il fanciullo malinconico, chiuso nel suo mondo interiore di fantasmi neri, imbocca vie false e nessuno può disingannarlo perché egli si chiude: verrà un giorno in cui, per quelle vie false, arriva al precipizio. S. Filippo reagisce in modo forte, violento, talvolta, perché questi malati morbosi hanno bisogno di essere pre­si per le spalle.

Un sacerdote di S. Girolamo, Giuliano Foscherio, con­dusse un giorno un povero uomo malamente torturato da uno scrupolo molto comune: quello di non sapersi spiega­re nelle confessioni.

Sono infatti numerosi gli scrupolosi che credono di fare una bella confessione, soltanto vuotando un sacco di pec­cati che non trovano perché non li hanno fatti, e così re­stano sempre insoddisfatti: credono di essere dei grandi peccatori e pensano di non saper trovare i peccati e di fare perciò confessioni non valide, incomplete.

Arrivato quel tale innanzi a Filippo, disse il suo caso e il Santo così gli rispose:

- Va bene quello che dici, quando tu ti confessi ad uno solo, ma saresti ora disposto a confessarti a tutti e due noi, a voce alta?

- Certamente, perché io non ho rispetti umani.

Ciò detto cominciò la sua confessione e quando ebbe finito, il Santo gli domandò

- Sei contento? Ti pare di aver fatto una buona con­fessione?

- Contentissimo P. Filippo.

- Bene, quello che hai fatto per due confessori, fallo per uno.

Il poveretto fece allora una esperienza, e dopo l'esperien­za una riflessione: mi sono espresso bene con due, mi pos­so esprimere bene con gli altri: che sciocco sono stato. E così guarì.

 

Procedimenti di poche battute e procedimenti drammatici.

Il Santo talvolta liberava dalla malinconia con poche battute ma fatte cosi abilmente da tirare il malato dalla sua nebbia: queste battute erano però ripetute e costitui­vano una cura tutta speciale.

Un canonico della bella Basilica di S. Marco in Roma, nell'allora omonima piazza S. Marco, un certo pellegrino Altobello, vedeva molto spesso Filippo e lo incontrava ma­gari per via: il Santo, non appena lo vedeva, atteggiava il viso ad un sorriso, come si fa per un ragazzo che deve es­sere incoraggiato, gli correva incontro e diceva, su per giù

- San Pellegrino... Che fai? Come stai? I tuoi di casa stanno bene?

Poi gli faceva delle carezze sul viso e tante altre moine per cui il poveretto doveva ridere anche lui e rispondere a quella festa: tutto era finito.

Ecco un procedimento, invece, che si trova una volta sola.

Due cappuccini vennero a far visita al Santo, del quale avevano sentito dire mirabilia e pensavano di trovare un uomo grave, che dicesse parole gravi, untuose.

Filippo invece li accolse come usava normalmente, ma con un volto più sereno.

Ad un certo momento uno dei due, quella giovane, spu­tò per terra...

- Maleducato, cominciò il Santo, fatto tutto buio! So­no azioni queste che si commettono in casa di altri e poi dinanzi a me?

L'altro zitto e, per di più, con una faccia allegra, e si sarebbe potuto dire, con una faccia tosta.

- E non avevi un fazzoletto? Non potevi trattenerti un poco? Non potevi sputare prima di venire qui? Sono libertà queste che nemmeno i villani più ineducati si per­mettono!

E l'altro zitto ancora, sempre con quella faccia imper­turbabile.

- E poi un religioso, per giunta! E' scandaloso. L'altro cappuccino, un anziano, s'era turbato, fremeva e si vedeva che era irato contro il Santo.

- Lévamiti dinanzi, proseguì il Santo, e, nel dire così, fece l'atto di levarsi una pantofola e di colpire in testa il giovane cappuccino sempre sereno e allegro come una Pa­squa. Levati quel mantello, aggiunse, perché non sei degno di portarlo!

- Vostra riverenza dice bene: è padrone di farmi le­vare il mantello, non solo perché non ne sono degno, ma perché oggi non fa freddo e poi ho mangiato molto bene!

Non era una rivincita quella del giovane cappuccino ma, era una ingenuità incantevole, mentre l'altro cappuc­cino si stizziva e faceva movimenti di sdegno.

Ci furono altri complimenti, tutti dello stesso stile, da parte di Filippo, ma sempre lo stesso atteggiamento dei due ospiti.

- Non ho da dire nulla di più, concluse Filippo: po­tete andare.

Il suo sguardo era severissimo ed il volto come quello di un uomo irato: il Santo sapeva recitare bene la com­media, quando voleva.

Erano arrivati i due alla fine delle scale, quando Fi­lippo li fece richiamare e non appena essi furono giunti, gittò le braccia al collo del giovane, gli disse le più belle parole di questo mondo e soggiunse:

- Persevera pure, caro, in questa allegrezza, in questa imperturbabilità, in tutte le circostanze, perché questa è la vera strada di far profitto nella via delle molte virtù religiose.

Il giovane fu confermato nel bene, il vecchio ebbe una dura lezione.

Il fatto sembra suggerito da un estro improvviso e in­giustificato; Filippo, invece, sapeva qualche cosa o aveva intuito una situazione da dover curare.

 

Fatti e non solo parole...

Ma ci sono casi, e tanti, nei quali la malinconia, la tristezza, lo scoraggiamento, non provengono dal tempera­mento o da cause interne, ma da cause esterne per le quali non possono bastare le parole e i procedimenti più belli. In queste altre situazioni, Filippo diventava un uomo che spendeva tutto quello che aveva, tutto quello che po­teva procurarsi, che spendeva se stesso per venire incon­tro ad un bisogno: liberò dalle mani della giustizia per­sone anche potenti, procurò posti ai disoccupati e patro­cinò la buona causa contro prepotenti anche collocati mol­to in alto.

Soccorreva, con larghe erogazioni, i carcerati ed otten­ne, direttamente dal Pontefice, la liberazione di un nobi­le, Tiberio Astalli, accusato innocentemente di omicidio.

Salvò dalla fame e per molto tempo un nobile decadu­to finché la sua situazione non cambiò.

Talvolta trovava delle soluzioni rapide per fatti che si presentavano improvvisi, come gli suggeriva l'estro, e dia­mo qui alcuni esempi.

Il cicoriaro. Allora, come anche oggi, venivano in città contadini e povere persone, che vendevano erbaggi raccol­ti o coltivati da loro.

Un giorno, un cicoriaro, avendo sentito parlare dell'O­ratorio, volle prenderne conoscenza e, come era capitato a tanti altri, restò incantato e si fermò.

Passò così parecchio tempo e poi venne una pioggia dirotta ed il cicoriaro non ebbe più tempo per collocare la sua povera merce e neppure poteva partire.

E poi che bella figura avrebbe fatto, riportando a casa la sua cicoria? E poi i soldi, che gli servivano?

C'erano tante piccole ragioni, che per lui erano gran­di, e però il povero uomo era desolato: Filippo si rese-con­to della situazione e subito decise.

- Cari amici, disse egli, questo povero fratello deve vendere la cicoria, ch'è una cicoria di prima qualità, da far gola... lo ne compero una parte. Chi di voi ancora ne compera?

- Io... io... io..., cominciarono a dire alcuni.

C'era tuttavia chi non rispondeva all'invito e Filippo diceva:

- Avanti anche tu: non te ne pentirai e poi farai una bella figura a casa tua, portando della roba così buona! La cicoria fu venduta tutta, il contadino ne ricavò un bel gruzzoletto e andò via, ringraziando, leggero come un cardellino, nutrito nello spirito, per quello che aveva udi­to, e contento per l'affare.

L'orologiaio. Due fratelli orologiai, molto esperti, bra­vi anzi, della loro arte, ora abbastanza vecchi, facevano pochissimi affari.

Avevano una numerosa famiglia, quasi tutta di ragaz­ze che, forse, per mancanza di mezzi non avevano trova­to modo di collocarsi in matrimonio.

Filippo decise di salvare i due bravi artefici e perciò ordinava loro di preparare degli orologi, che evidentemen­te non gli servivano.

Quando gli orologi erano pronti egli pensava... a delle persone che potessero essere vittime del suo stratagemma. Andava da une o l'incontrava e diceva

- Vedi, conosci tu quegli orologiai alla via tale? La­vorano benissimo! Hanno degli orologi belli e pronti e tu ne dovresti comperare uno.

- Ma io non ne ho bisogne!

- Bene, ti servirà per quando l'orologio che hai non sarà più buono!... Poi avere due orologi è sempre meglio che averne uno!... E poi un affare è sempre un affare!.. E inoltre fai due cose buone: un affare come ho detto e un'opera buona. Come vedi c'è convenienza e vantaggio per l'anima e per il corpo.

L'altro finiva per comperare.

Con questi santi raggiri, gli orologi si vendevano ed erano tutti contenti: Filippo, chi comprava, e chi vendeva.

 

Un grande capitombolo.

Le forme per dare la serenità e la gioia, attraverso il soccorso, erano talvolta eroiche: una volta soccorse per quattro anni continui una povera donna con quattro figli piccoli, provvedendo non solo del cibo quotidiano e dei vestiti, ma dando perfino diciotto o venti scudi per altri piccoli bisogni.

Una brava penitente sua, Gabriella da Cartona, rimasta vedova e con una figliola, si trovò in grande bisogno: Fi­lippo le maritò la figliola ed intervenne alle nozze con una piccola comitiva, organizzando così anche la festa. Non era raro vederlo uscir di notte con dei fagotti in cui erano vesti o cibarie, per soccorrere persone vergognose. Nell'anno 1550 capitò un caso straordinario: un nobi­le vergognoso aveva bisogno del pane e languiva misera­mente tenuto in casa dalla vergogna e dalla grave età. Filippo, su la mezzanotte, si mette in cammino e avan­za velocemente.

Ad un momento, di contro, una carrozza viene rapida­mente ed il Santo deve prendere una decisione immediata per non essere investito: si tirò da parte credendo di ac­costarsi al muro e non vide che tra il muro e dove lui stava, c'era una fossa altissima, forse per fondamenta di casa: vi cadde dentro.

Certo con un grande spavento ma pure nella limpida visione della situazione, si rese conto della sua condizio­ne: era impossibile uscire dal fosso.

Non aveva finito di pensare questo, che si vide preso per i capelli, tirato in alto, rimesso su la via: un angelo era intervenuto.

Questo fatto narrato da lui stesso è di un'evidenza so­lare: egli camminava ed era bene sveglio: nella fossa si trovava da sveglio e da sveglio si trovò di bel nuovo nella via: non ci fu dunque possibilità di errore alcuno.

 

CAPO XIII

IL RISO E IL GIOCO VANNO ALLA BATTAGLIA E VINCONO

L'esercito contrario al riso e al gioco.

- Questa è grossa davvero: il riso ed il gioco sono diventati ora dei personaggi, anzi dei guerrieri?...

- Il riso e il gioco non sono dei personaggi, ma sono valori, e valori più preziosi del valore della moneta, la quale tuttavia ha tanti nemici, come i ladri... dai quali deve essere difesa.

Ma chiarirò con un esempio queste proposizioni, che paiono così strane.

Immaginate un uomo, il più pacifico di questo mondo, che non farebbe male nemmeno alla famosa mosca, e che, non solo non ha nemici nella società ma, è ben voluto e crepa di buona salute.

Ora la salute, valore preziosissimo, ed il corpo stesso, tutto di questo pacioccone sono insidiati, attaccati da eser­citi, per dire così di milioni e milioni di nemici, i qua­li sono dappertutto e non danno tregua.

Questi soldati nemici della salute, del corpo e della vita in genere, che un tempo non si conoscevano, sono tan­to piccoli che non si possono vedere ad occhio nudo, so­no stati scoperti da poco e dagli scienziati sono chiamati microbi.

Come gli eserciti degli uomini si dividono e si suddi­vidono in tante categorie: fanteria, cavalleria, genieri, avieri ecc., secondo il compito che hanno nel combattere i nemici, così questi eserciti di microbi, nemici del corpo e della salute, hanno il compito di attaccare chi i polmo­ni e produrre la tisi; chi il sangue e produrre tosi la febbre terzana; chi i branchi e generare la bronchite; chi gli oc­chi, la bocca e produrre tanti malanni e perfino cancri.

Gli scienziati, che hanno scoperto alcune specie di que­sti nemici della salute e del corpo, si chiamano batterio­logi perché certi microbi, molto importanti, sono detti batteri.

La maggior parte di questi soldatini invisibili non si vedono ad occhio nudo, o con microscopi usuali, e alcuni non sono stati ancora scoperti ed essi se la ridono della caccia che gli uomini danno loro inutilmente.

Per conservare la salute e mantenere in efficienza il corpo, bisogna combattere contro questi nemici e non farli entrare nel corpo, o, una volta entrati, cercare di cacciarli e ucciderli usando l'arma, cioè il rimedio contro di loro.

Il chinino, per esempio, è un'arma potente per combat­tere il microbo della malaria.

I medici, che conoscono in parte questi nemici e la loro strategia, sono quasi come dei generali che dirigono la battaglia per distruggerli od espellerli dall'organismo.

I selvaggi, i contadini ignoranti, che non credono al­l'esistenza dei microbi, soldati nemici della salute, perché non li vedono, ne diventano vittime.

Certo, però che, anche chi esegue gli ordini, dei gene­rali... che sono i medici, gli igienisti, va soggetto all'attac­co dei microbi, una è questa come ogni altra guerra: se ne dànno e se ne ricevono.

Anche la gioia, il riso hanno i loro nemici, e la società che frequentava Filippo al suo tempo era la più attaccata da microbi contrari al riso e al gioco: questa società era composta, per lo più, di uomini, giovani attaccabrighe, gio­catori, oziosi, immorali e perfino sodomiti...

E perché, qualcuno domanderà, questo benedetto uomo di Filippo andava tra questa gentaglia?

Ci andava per curare e guarire questi malati, precisa­mente come i medici si inoltrano coraggiosamente dove si annidano i microbi del corpo e della salute materiale.

 

Un attacco che non fu il primo.

L'attacco, che presto diremo, non fu il primo perché Filippo, prima di essere San Filippo, era un uomo come tutti gli altri, esposto a tutti gli attacchi dei nemici.

Egli ebbe a combattere contro i nemici, specialmente del riso e del gioco, ma reagì e trionfò, sempre ubbidiente, docile alle istruzioni di quelli che lo guidavano spiritual­mente, come trionfa chi, in quell'altra guerra ubbidisce alle istruzioni dei medici e degli igienisti.

Noi ne abbiaarno la prova dal decorso sempre più vigo­roso della vitalità del suo ridere e del suo giocare, col cre­scere di tutti gli altri suoi valori morali.

Ci limitiamo pertanto alla rassegna di alcuni combat­timenti, dei quali egli stesso, in vario tempo confidò la storia.

Era probabilmente una sera già inoltrata ed egli, tutto assorto nella preghiera, si dirigeva verso un luogo di mag­gior raccoglimento, quando alcune figure di uomini gli si profilarono di contro ancora un pò lontano.

Essi guardarono, anzi fissarono il giovane: la sua sta­tura piuttosto alta, la forma slanciata, il suo andare di­gnitoso, il suo volto bello e di quel candore che nel chia­rore della sera acquista splendore, luminosità, li colpiro­no vivamente, ed essi si scambiarono tra loro qualche mot­to di compiacimento e di intesa: accelerarono il passo, gli arrivarono vicini, lo chiusero in mezzo.

Non c'era nulla di ostile in quel loro movimento, ma tuttavia c'era qualche cosa che dispiaceva: una decisione già presa ma nascosta.

Dopo uno scambio di battute incerte, quegli ignoti in­vitarono Filippo ad andare con loro.

- Perché cosa? Dove? chiedeva Filippo con lo sguar­do, più che altro, e quelli dicevano parole oscure, vaghe. La conversazione si svolse così per qualche tempo e poi, rivelandosi, i tristi formularono una proposta chiarissima andare a divertirsi con loro in un luogo appartato.

La natura del divertimento non fu subito specificata, ma Filippo sospettò che non fosse tanto pulita, benché egli, forse, non avesse un concetto di certi vizi turpi, dei quali si parla sempre con parole misteriose.

Il Santo, cresciuto in ambienti moralmente sani, chia­ri, conosceva le comuni forme di peccato, una non imma­ginava a quale abisso potesse arrivare la creatura umana per tante circostanze tuttavia s'accorse che non c'era da aspettarsi nulla di buono.

Il viso di quegli uomini ora si palesava come quello di sinistri figuri.

Sfacciati com'erano, tagliarono corto e proposero a chiare note un'orribile oscenità.

Filippo ebbe paura e avrebbe voluto fuggire, ma ve­deva che era impossibile e che c'era d'aspettarsi violen­ze o maltrattamenti.

Dovette soffrire terribilmente in quegli attimi. S'attaccò allora all'unico partito possibile di salvezza: come per uno sforzo disperato, per una subita luce in­terna, dopo aver certamente pregato, pensiamo, come po­trebbe pregare un moribondo, cominciò a reagire, parlando.

Non disse parole di diniego, di contrasto, di polemica, di disprezzo, e tanto meno, di minaccia, ma parole dolci, insinuanti, supplichevoli che invitavano ad ascoltare, a considerare.

Gli altri a quell'umile, amorevole iniziare si sentirono involontariamente presi, ebbero interesse ad udire e ascol­tarono.

Le parole dalla bocca di Filippo uscivano sempre più dolci, premurose, continue, avvincenti, e gli altri sempre più attenti!

Fu, forse, la prima volta che il suo temperamento di conquistatore si manifestò improvviso e completo; quel temperamento che poi si perfezionò e, per tutta la vita, gli consenti di affascinare i cuori, concquistarli definiti­vamente.

Ora egli aveva l'iniziativa e non mollò più: seguitò a parlare con calore, con impegno, che non dava agli altri tempo di pensare.

Quanto tempo? Non sappiamo, ma alla fine quei cat­tivi lo ammirarono, consentirono, persuasi, a quello che il giovane diceva, compresero di essere stati cattivi, si ver­gognarono e sentirono il bisogno di essere buoni: si se­pararono da buoni amici.

L'episodio finì, ma gli scapestrati di poco tempo pri­ma, passarono ad essere i discepoli di colui che doveva es­sere la loro vittima.

Essi si confusero, in seguito, in una moltitudine ano­nima, quella che poi seguirà Filippo, divenuto un capo, per le vie di Roma, a centinaia e centinaia di persone.

 

Una retata.

Un altro fatto, apparentemente impossibile, ma diverso di proporzioni e di circostanze interessanti, occorre co­noscere qui.

Esso accadde molto tempo dopo, forse nel 1548, ma presenta il giovane stratega in tutto lo splendore della sua genialità.

Filippo non era ancora sacerdote, ma già operaio ben conosciuto del Regno di Dio e, insieme con un sacerdote anziano, Persiano Rosa, ed altri dodici o tredici uomini, di buona volontà avevano fondato un'opera pia, che poi si chiamò: «Confraternita della SS. Trinità dei Pellegri­ni e Convalescenti », si occuparono poi di tante altre ope­re generose, ma nel primo periodo avevano solo delle pra­tiche di pietà, in una chiesetta detta « S. Salvatore in Campo» nei pressi della ben nota Piazza Farnese.

Tra queste opere di pietà, fu eminente l'Adorazione del­le Quarantore, introdotta, per primo, dal Santo in Roma. Filippo organizzava tutto ed era sempre presente di giorno e di notte, durante tutte le Quarantore: regolava anche i turni di adoratori.

Neppure qui il suo uhnore faceto restava indietro, ma trovava una via per sbottare fuori, in una maniera però geniale e non irriverente verso l'Eucaristia.

Egli si accostava, al momento opportuno, alle spalle de­gli adoratori di turno e diceva: « E' finita la vostra ora di adorazione, ma non è finito il tempo di far bene ».

Nella formula breve, c'è una esortazione ascetica, ma nel contenuto sottinteso, c'è una ricchezza di umorismo. La formula infatti conteneva questo pensiero: cari ami­ci, non fate come tanti altri che in chiesa sono santi e fuori sono diavoli: che in chiesa borbottano preghiere e fuori dicono bestemmie: come certi adoratori che, finita l'adorazione dinanzi al SS. Sacramento, vanno ad adorare il vino nelle bettole.

Ciò che noi volevamo dire in questo capo e che diremo, non ha che fare col fatto riportato, ma esso torna oppor­tuno per certi richiami che chiariscono la tattica del Santo.

Infatti, Filippo, in moltissime occasioni passando da un argomento ad un altro, introduceva subito un pensiero luminoso, che moralizzava la situazione.

Or proprio in occasione delle Quarantore, Filippo s'era improvvisato oratore sacro... proprio come un prete.

- Ma come? Predicava? Proprio come fanno i preti?

- Precisamente!

- Ma chi gli aveva dato la licenza?

- Se l'era presa per amore di Dio.

Molte volte dunque, quando Filippo predicava ai po­chi associati, andavano anche altre persone estranee o isolate o in compagnia o addirittura a gruppo: questi grup­pi erano specialmente di quei giovani oziosi, sfaccendati della Roma del tempo, i quali faticavano molto a cercare tutte le buone ragioni per non annoiarsi nell'ozio e, per questo motivo, andavano anche in chiesa.

- Sai, si dicevano l'un l'altro, andiamo a divertirci nel­la chiesa di S. Salvatore in Campo: c'è un vero teatro.

- Come un teatro? Di che si tratta? Chiedeva un no­vellino della compagnia.

- Come non ancora lo sai? C'è un giovane, un certo Filippo, che predica in chiesa!

- Come, con i pantaloni, con la giacca, dietro la ba­laustra?

- Precisamente: ti ho detto che è un teatro, perché si muove, fa gesti, qualche volta piange e gli altri stanno ad ascoltare come tanti allocchi.

Con questi sentimenti dunque, si aggiungevano auten­tici giovinastri.

Episodi di questo genere si verificarono varie volte, co­me dice lo storico, ma di uno principalmente egli fa me­moria.

Una sera, una trentina di giovani, irruppero nella pie­colla chiesa e presero un atteggiamento di scherno, con mezzi sorrisi, sguardi d'intelligenza e simili trovate.

Dopo pochi momenti però, man mano che le parole arrivavano alle loro orecchie, i giovani cominciavano a smettere le monellerie, poi si facevano attenti, poi s'in­teressavano: erano già caduti nella rete.

Dopo la funzione furono attorno a Filippo, fecero co­noscenza, s'intesero.

Il predicatore in calzoni dette loro delle istruzioni, dis­se dell'espressioni affettuose, dette degli appuntamenti: il Santo legava così una fune invisibile ma tenace ai loro piedi.

I trenta naturalmente, nei contatti con Filippo, cam­biarono ed entrarono a far parte della santa masnada... degli «spirituali » e della società dei matti.

 

Tre agguati a vuoto.

Un agguato a solo. Una sera piuttosto tardi, in via, con un amico, Filippo salutò il compagno e fece per av­viarsi a casa.

- No, resta con are stasera, dice l'altro: ho una ca­mera libera e ti accomoderai alla meglio: forse avremo anche qualche cosa da mettere in bocca.

- Beh! Vengo, rispose Filippo dopo una certa esita­zione.

S'era fatto ancora più tardi, perché i due amici s'indugiarono a parlare del più e del meno e finalmente Filip­po si ritirò nella camera assegnata.

Forse pregava, secondo il solito, prima di mettersi a letto, quando gli parve di sentire un passo lieve, un fru­scio, un movimento cauto: tese l'orecchio...

Non passò molto tempo ed egli s'accorse che il movi­mento si era arrestato dinanzi alla sua porta e perciò volse il capo indietro: la porta si apriva piano piano, come se si movesse da se stessa...

Nel vano della porta apparve una giovane bellissima, col sorriso carico, che sanno fare le donne specialmente in certe situazioni.

Non ci furono parole: lo sguardo, l'atteggiamento del­la persona, tutto diceva nella donna: vengo a.stare con te!...

No... no... no... via, via dovettero essere gli sguardi, gli atteggiamenti di Filippo.

L'atto di ribellione del giovane fu così energico che la disgraziata si ritirò.

Fu il tentativo di una poveretta in preda ad un im­pulso di lussuria? Fu un piano preparato in due? Riteniamo che la seconda ipotesi sia la più probabile ad ogni modo la cosa andò così.

Quattro o cinque contro uno. Un giorno fra tre o quat­tro amici di Filippo appartenenti a quei gruppi giovanili fra i quali egli svolgeva la sua azione santa, il discorso cad­de sul giovane assente.

- Veramente Filippo, disse uno, è quasi un santo...

- Non ce n'è un altro in tutta Roma, rispose un se­condo.

- Voi siete degli ingenui, disse un terzo: non è pos­sibile che un bel giovane come lui, che poi ha i suoi anni, non abbia amato o non sia stato amato e non abbia fat­to quello che fanno tutti i giovani.

Ne nacque una discussione animata: chi credeva e chi non credeva alla purezza straordinaria del compagno as­sente: si venne alla decisione di metterlo alla prova: se­condo un disegno ben preparato, trovarono un pretesto e parlarono di un'opera di bene alla quale Filippo non po­teva rinunciare e lo invitarono in casa.

Precedentemente essi s'erano accordati con due sciagu­rate ragazze, le quali, pertanto, erano state introdotte in casa a tempo opportuno.

Dalla narrazione del racconto, si ricava che la stanza dove il Santo restò solo aveva due porte.

Gli amici, quando uscirono con un pretesto, chiusero di fuori la porta, di modo che chi era dentro non poteva aprire da quella parte.

A questo momento, i due capi del laccio invisibile, get­tato intorno al collo di Filippo, dovevano essere tirati e stringere.

Chiusa la prima porta dal di fuori, dall'altra porta si avanzarono due donne procaci, decise...

Avvolsero con i loro sguardi concupiscenti il mal ca­pitato e lo fissarono: era un invito insistente, sollecitan­te, ed aspettarono la risposta dell'altro nel suo sguardo.

Trovarono invece negli occhi di lui, nel suo volto, in tutta la posa della sua persona, non solo resistenza, ma reazione, ostilità.

Perdettero l'iniziativa...

I particolari che il Gallonio riporta, fanno pensare ad una narrazione diretta e minuta del Santo.

Sia stato il timore di un castigo divino, sia stato per quel tanto di pudore che c'è sempre anche nelle anime per­vertite, le due donne si ritirarono in un angolo della stan­za e neppure osarono fissarlo più: parevano, ora, esse del­le aggredite in difesa.

 

Cesarea.

La più famosa delle sue prove Filippo la provò, non già da laico, come le precedenti, ma da sacerdote, per via di una donnaccia chiamata Cesarea, nome questo datole o per la sua straordinaria bellezza o perché amica di certi signorotti.

Il Gallonio, infatti, lasciò scritto che essa « era donna di alcuni signori particolari », merce riservata a chi aveva più danaro.

Donne di tal genere, a quel tempo ermo chiamate « onorate meretrici o cortigiane oneste ».

La posizione sociale di nobili, principi, marchesi, conti, che la frequentavano per turno, dava alla disgraziata, di­nanzi agli occhi del pubblico, una certa nobiltà...

Non è cosa nuova: anche oggi certe attrici, cantanti, ballerine, che passano da l'uno all'altro amante con o senza la finzione del matrimonio, per divorzi consecutivi, trovano una certa celebrità, con la complicità della stampa, ed han­no una certa fama.

La sola differenza tra le oneste meretrici di un tempo e quelle di oggi, è questa che le prime. passavano con più disinvoltura da un uomo all'altro e con più coraggio, men­tre quelle di oggi vi passano magari con la tintarella del divorzio.

Al tempo di cui parliamo, nella vita di Filippo, tra l'o­nesta meretrice Cesarea... e il nobile signore che allora la frequentava, sarà caduto il discorso sul Santo, già divenuto popolare e l'uomo di cui tutti parlavano.

Le sue virtù e specialmente la sua castità erano ammi­rate: c'erano però quelli che non ci . credevano.

Tra Cesarea e il suo amico, un giorno si aprì una di­scussione: io ci credo: non ci credo... alla castità di quel prete.

Ad un certo momento... l'imperiale meretrice, già fiera di tante conquiste, avrà detto: se mi venisse a tiro, vedre­sti che capitombolo farebbe il tuo Santo.

- Non ci riusciresti, avrà risposto l'altro.

Tutto ciò si ricava dalle varie deposizioni: ci fu insom­ma una scommessa: lo farò cadere: non lo farai cadere.. Fissati i termini della scommessa si pensò al tranello. Ad un giorno convenuto, ad un'ora determinata, qual­cuno si presentò a Filippo in casa sua e fece questa am­basciata, tutto compunto e fintamente addolorato.

- P. Filippo, in via Giulia, qui vicino, c'è una donna gravissimamente ammalata e vuole il sacerdote per con­fessarsi.

Tutto fa supporre che il nobile scapestrato fosse na­scosto in casa.

Filippo andò.

La meretrice intanto andò a prepararsi, a fare la to­letta e cioè a spogliarsi delle vesti che aveva e che già co­privano poco o niente.

Si mise sul corpo una specie di velo, che velava quasi niente.

Quando essa intese che il sacerdote saliva le scale, andò a piazzarsi a capo di esse come una statua...

Filippo alzò istintivamente gli occhi e vide quel masso di carname.

Tale essa dovette apparire ad un uomo come Filippo con la sua sensibilità umana e la sua spiritualità.

Ne senti naturalmente schifo e paura, si fece il segno della Croce, voltò le spalle, fuggì, infilò la porta a volo e fu nella via.

La disgraziata, confusa, svergognata, secondo lei pur nella sua svergognatezza, pensando, forse, in un baleno, alla scommessa perduta, alle beffe del nobile amico, afferrò con violenza uno sgabello che le venne a mano e lo lanciò contro il vittorioso fuggitivo.

Se l'avesse colpito, il meno che poteva accadere era di fracassargli la testa o rompergli parecchie costole.

Non pensava, la poveraccia, che v'è Dio.

Il riso, il gioco, nella persona di Filippo, uscivano vivi da questo fiero combattimento.

Immaginiamo che fosse successo a Filippo quello che accade purtroppo, a tanti giovani e cioè che egli si fosse buttato su quel carname per godere pochi istanti di ebbrez­za bestiale.

Finito l'incanto dell'ebrezza : il rimorso e la vergogna. Il riso e il gioco, le due grandi manifestazioni della gioia, della felicità, non sarebbero stati più due fuochi ac­cesi, ma due carboni spenti.

Da quel momento potevano venire tante cose: altre cadute e così via via fino ad una morte triste.

Poteva avvenire anche un ravvedimento, ma sarebbe restato nell'anima sempre una cicatrice deformante, un ri­cordo amaro!

Tutta la limpidezza di un tempo sarebbe finita: l'acqua si sarebbe intorbidata.

 

CAPO XIV

FILIPPO RIDE E GIOCA CON I NOSTRI FRATELLI MINORI.

Conoscenza dei fratelli minori.

- Chi sono questi nostri fratelli minori?

- Le bestie!

- E' una fratellanza, in verità, tanto lontana, che non si vede...

- E' una fratellanza, invece, vera e molto vicina. Come definiscono i filosofi l'uomo?

- Un animale ragionevole!

- Ebbene, noi possiamo fermarci alla prima metà della definizione e dire che l'uomo è un animale: la definizione resta vera... E si vede anche nella pratica della vita: ci sono tanti nei quali la ragione è come atrofizzata e non agisce più: vivono proprio come se fossero solamente ani­mali: mangiano, bevono, prolificano come gli uccelli e tutte le altre bestie.

Anzi gli animali-uomini sono, in certo senso, meno per­fetti che gli animali-bestie: le bestie, per esempio, sono sempre più moderate nel mangiare e nel bere e mangiano solo quanto basta e mettono al mondo i figli e li conducono fino a che non abbiano autonomia e possano vivere da sé, mentre gli animali-uomini mangiano e bevono fino al pun­to di procurarsi malattie e dolori, fino a doversi purgare e cioè andar di corpo artificialmente e, prolificando ad ogni stagione, spesso abbandonano i figli, per mettersi con un amante magari, con il paravento del divorzio.

- Tutto questo va bene, dirà qualcuno, ma ci sono tante bestie-umane con cui ridere e scherzare, e, andare a scherzare con le bestie-bestie è un po' troppo, una esage­razione.

- Anche con le bestie si può ridere e scherzare quando si sappia fare, ed i Santi trovavano il modo di saper ben regolarsi anche in questo caso: dico di più, i santi ama­vano le bestie...

Difatti si ride e si gioca con le persone alle quali si vuol bene: alle persone che non si amano si fa il muso e si scansano quanto più si può.

Non solo S. Filippo, ma tutti i Santi come ho detto, hanno amato le bestie e, oserei dire, le hanno amate tanto più, quanto più erano Santi.

Essi ci sono modelli anche in questo.

S. Francesco d'Assisi, per esempio, ch'è uno dei più grandi Santi, eccelle in questo comportamento e tutti san­no che chiamava fratello perfino il lupo, ch'è anche un fratello un po' discolo e addirittura cattivo con le pecore. Ma ci sono tanti modi di amare le bestie: le ama il con­tadino perché trova in esse un aiuto al lavoro, come i buoi, e una fonte di guadagno: le ama il macellaio... E le amia­mo anche noi tutti perché ci forniscono le bistecche gu­stose, gli spezzatini, le polpette, la salsiccia e il prosciutto. Senza le bestie, non potremmo vivere, forse!

Immaginate un mondo senza bestie : a parte che sareb­be più brutto, e pensiamo sotto questo aspetto, agli uc­celli, alle farfalle, noi dovremmo ridurci a vivere di erbe, come gli asini e in luogo degli asini.

Le bestie pertanto, oltre che l'amore, meritano il ri­spetto, la riconoscenza.

E', pertanto, segno di animo cattivo e di poco cervello quello di torturare le bestie, come fanno alcuni che le inchiodono vive sui muri e su le porte, perché le credono di cattivo augurio, come si pensa delle civette: i ragazzi poi, nei quali appare l'istinto umano non ancora corretto, cospargono di materie infiammabili i topi e gli altri ani­mali e si divertono a vederli morire fra orribili tormenti.

Ma c'è anche un eccesso contrario, di quelli che, ma­gari amando poco gli uomini, si consacrano all'amore delle bestie... Gli inglesi si distinguono in ciò e vi mettono uno zelo straordinario, ostentato.

Esiste, infatti, in Inghilterra una vasta associazione per la protezione degli animali e i tribunali puniscono chi li tortura, magari col carcere.

Gli industriali poi hanno messo in commercio dei pre­parati molto nutrienti, gustosi, perfino con vitamine, per la nutrizione degli animali come si usa fare con i bambini da tirare su forti.

Ci sono, dicono, « case del cane » per cani randagi, sper­duti, e, in qualche parte, ospedali, ambulatori per cani, gatti ecc.

Nelle grandi stazioni balneari ci sono poi alberghi e pensioni per cani e gatti dei signori bagnanti.

Non finiremo più se dovessimo elencare queste sempre più complicate provvidenze sociali, ma dobbiamo accen­nare a certi eccessi morbosi, specie da parte di zitelle molto stagionate, come quello di fare legati in beneficio di ani­mali, di organizzare onori funebri e perfino di imbalsamare le carogne.

Tutti i giornali italiani, il giorno 29 novembre 1959 se­gnalavano la morte di un mulo che ebbe il nome di «Va­loroso ». Questo valoroso appartenne ad un raggruppa­mento di artiglieria alpina, partecipò alla battaglia di Ni­colajewska in Russia nel 1943, ed ebbe la medaglia d'oro per aver assolto il compito di traversare pericolosamente e con testardaggine mulesca l'accerchiamento nemico.

Episodi di questo genere, tolgono ogni valore alle de­corazioni umane.

Un altro eccesso: i giornali riportarono, un tempo ad­dietro, che una ragazza di dodici anni amava molto un cagnolino: quando la madre glielo tolse, per buone ragioni, la bimba si buttò da una finestra e mori sul colpo.

 

Con l'occhio di Dio.

Ma torniamo ai Santi e specialmente a S. Filippo: essi vedono gli animali con l'occhio di Dio cioè con intelligenza, nella verità.

Dio che creò gli animali, dopo, come di tutte le altre cose, se ne compiacque.

Dio creò gli animali cooperatori degli uomini e per usarne: essi hanno una vita e perciò non bisogna abu­sarne.

Tutte le bestie hanno un diritto a che non se ne abusi perché tutti hanno una funzione, anche topi, rospi e per­fino bestie feroci: e tutte le bestie sono belle, viste nel quadro delle loro funzioni, come è bello il negro dal naso camuso, anche se noi non apprezziamo e comprendiamo quella bellezza.

Se è così, dirà qualcuno, noi non dovremmo uccidere le bestie neppure per cibarcene.

Non è così: se noi ci cibiamo delle bestie, le portiamo, per dire così nell'ordine del loro scopo come creature, ch'è quello di dar gloria a Dio.

Noi mangiando le bestie viviamo e, vivendo ed operando, diamo gloria a Dio direttamente, e le bestie, delle cui carni ci siamo cibati, danno indirettamente questa gloria attra­verso la persona umana.

- Noi non dovremmo uccidere così, secondo questo ra­gionamento neppure le bestie feroci e certe bestie come le pulci e i pidocchi ed i medici non dovrebbero neppure uccidere i microbi che procurano le malattie...

- Qui interviene un'altra ragione: certe bestie, pur a­vendo una funzione nel creato, che noi ignoriamo, ci dan­neggiano e noi ci difendiamo e poiché, in certi casi non possiamo difenderci senza distruggerli, così arriviamo an­che a questo.

In fondo è la stessa logica della guerra: quando non ci si .può difendere da un nemico se non uccidendolo, lo uccidiamo: noi non intenderemmo ucciderlo ma difenderci e l'uccisione resta l'estremo mezzo di difesa.

S. Filippo aveva, pertanto, una sensibilità che lo gui­dava in tanti casi della vita, e gli dava un comportamento, che per noi è un esempio.

Un giorno passava davanti ad una macelleria e il ma­cellaio badava al suo mestiere: passò un cane, il quale se ne andava per conto suo: il macellaio afferrò un grosso coltello e ferì gravemente la bestia che si era avvicinata. Il Santo ne fu talmente turbato, che si domandava che gusto avesse potuto avere quel macellaio a far del male ad una povera bestia che non nuoceva.

Aveva talvolta delle delicatezze per gli animali.

Un suo penitente gli portò a far vedere un uccelletto che a mala pena volava.

Filippo ne sentì visibilmente compassione e gli disse: - Non gli far del male, apri la finestra e lascialo an­dare.

Poco dopo, però, lo chiamò e gli disse

- Che hai fatto dell'uccellino?

- Ma l'ho lasciato volare, come voi avete comandato.

- Forse, replicò alquanto pensoso il Santo, sarebbe stato meglio ritenerlo e curarlo: era troppo piccolo e può darsi che non saprà trovare da mangiare e morrà.

Avvertiva quasi uno scrupolo di non aver protetta la bestiolina.

Se riceveva in dono degli animali, non permetteva che si ammazzassero, ma, alla sua volta, li donava, pregando o di governarli o di donarli ad altri che ne potessero aver cura.

Andando in vettura aveva una preoccupazione e, ogni volta, dava su per giù queste istruzioni al cocchiere che guidava:

- Non aver fretta, Paolo, e non investire nessuno, spe­cialmente ragazzi, zoppi, malati: facciamo sempre a tempo ad arrivare...

- Va bene P. Filippo.

- Guarda ancora, Paolo, diceva dopo un poco, bada di non metter sotto polli, cani, gatti ed altre bestie.

- Scusa Paolo, se ti infastidisco: anche se vedessi lu­certole, cerca di scansarle e non ucciderle...

- Va bene anche questo, Padre, ma come regolarmi con dei moscerini che volano e non debbo colpire con la frusta?... Così forse, più di una volta avranno scherzato i vetturini, con quell'umorismo tutto romano.

 

Le bestie collaborano con Filippo.

Un suo penitente francese, Luigi Amés, regalò al Santo due uccelletti che cantavano tanto bene.

- Le ho portato, P. Filippo, due uccelletti, perché so che lei ama le bestie e poi sono due uccelletti bravi, can­tano ch'è una meraviglia.

- Grazie Luigi! Sei sempre tanto buono con me. Pren­do gli uccelletti però con questo patto che tu stesso devi venire ogni giorno a governarli.

Fu un'astuzia santa per guadagnare anche il donatore e per assicurare agli uccelli quella cura che egli non po­teva averne.

Un giorno 1'Amés venne dal santo e lo trovò ammalato, a letto: entrato in camera, vide che la porticina della gab­bia era aperta e uno dei due uccelletti roteava intorno al viso di Filippo cantava e scherzava festosamente.

- Luigi, gli dice il Santo, hai tu insegnato a questo uccellino a giocare cosi?

- No! Non ne avrei avuto il tempo.

Il Santo intanto con la mano cerca di allontanare l'uc­celletto e quello si spostava intorno a lui di qua e di là e non andava mai via.

- Prendi la gabbia, Luigi, accostala all'uccelletto e ve­di se rientra.

L'animaletto come se avesse compreso, entrò senza esi­tare...

Chi sa, se anche gli animali per una facoltà di istinto, non abbiano simpatia ed antipatia e distinguano chi li ama e non li ama? E la storia seguente sembra confermare positivamente questa interrogazione.

Costanzo Tassone, penitente di S. Filippo, era un per­sonaggio di qualche importanza come maggiordomo di Guido Ascanio Colonna di S. Fiora, signore fastoso che aveva una vera e propria corte.

S. Filippo lo converti e Costanzo prese a frequentare l'Oratorio, cioè quegli esercizi di pietà che si tenevano in S. Girolamo della Carità.

Tassone portava con sè un cane del Cardinale, chiamato « Capriccio » : una volta conosciuto Filippo e visto il luogo, non ci fu più verso di far tornare Capriccio al suo padrone, il Cardinale, o a seguire il maggiordomo.

Santa Fiora, benché brontolasse contro Filippo, sapeva essere anche comprensivo e, da signore, prendere in buona parte qualche dispiacere che non poteva evitare.

Egli disse pertanto, per consolarsi, che Filippo non si contentava di prendergli le persone, convertendole, ma gli tirava perfino gli animali.

A questa conclusione, più o meno accettata, egli venne molto dopo, ma Francesco Zazzara, testimone oculare, ci racconta minutamente come la cosa seguì e fu così.

S. Filippo che sapeva gli umori del Cardinale Guido Ascanio fece riportare a casa sua il cane che però sempre ritornava.

Questo cane era grande come una grossa lepre, di pelo bianco con alcune macchie rosse: il suo padrone lo faceva cibare delicatamente e per bere faceva usare una tazza di pregio.

Dopo le prime volte che il cane fuggi a S. Filippo, il Cardinale cominciò a fargli carezze più del solito, ma non giovava.

Dopo le maniere dolci, il suo padrone usò le maniere forti e fece legare il cane per alcuni giorni, ma non ap­pena l'animale era lasciato un po' libero, correva al suo nuovo padrone di elezione, S. Filippo, benché questi non gli desse altro che qualche tozzo di pane o avanzi di minestra oppure ossa spolpate, quando c'erano, invece dei buoni pezzi di carne che dava il Cardinale.

Restato finalmente indisturbato a S. Girolamo, Capric­cio... collaborò alla grande missione di Filippo per ben quattordici anni.

Il Santo, per mortificare o esercitare la pazienza o far praticare l'umiltà ai suoi discepoli, ordinava ora all'uno ora all'altro di lavarlo, pettinarlo e condurlo a spasso per Roma traverso i luoghi più frequentati: spesso era portato in braccio come un bambino.

Talvolta Capriccio era condotto con una catenella, ma esso andava innanzi e tirava in modo che quelli che lo menavano parevano ciechi tirati da un cane.

Un altro personaggio strano aveva Filippo in S. Giro­lamo, senza un nome preciso, come il cane, ma tenuto in maggiore considerazione e cioè una gatta.

La gatta era curata come il cane ed anche meglio, sotto gli occhi del Santo, finché egli stette in S. Girolamo, ma quando di là si trasferì alla Chiesa Nuova, il 22 novembre 1583, come abbiamo visto, dispose un accurato trattamento per l'animale lasciato padrone in S. Girolamo.

Ogni giorno, infatti, qualcuno della Chiesa Nuova, o due o più insieme, doveva portare da mangiare alla gatta e se non c'era niente in casa, doveva girare per le macel­lerie, procurare qualche cosa e poi assistere al pasto della gatta, come se fosse una reginetta...

Al ritorno, il Santo interrogava, con finto interesse, il governatore della gatta, di quel giorno, e voleva sapere se stava bene, se aveva mangiato di buon appetito e tante altre notiziole del genere.

Ma venne il tempo che il primo personaggio animale­sco, Capriccio, mori e proprio nella stanza che un tempo era stata di Filippo.

Uno allora dei più tormentati per via del cane, quello che più spesso doveva portarlo in braccio per le vie della città e che aveva dato ad esso il nome di « crudel flagello delle menti umane » sfogò il suo malumore con questi ver­si, tra gli altri

Non ci darai più, spero, tentazioni e tormenti come hai fatto! Quel ch'è avvenuto a te avvenga al gatto.

Anche questa imprecazione, come tutte le imprecazio­ni, fece cilecca.

La gatta visse fino al 1588.

Non sappiamo se ci furono necrologi o poesie, come per il cane, ma ci fu una partecipazione funebre dell'avveni­mento ai Padri della Congregazione di Napoli, e questa partecipazione fu redatta e spedita da Germanico Fedeli, il quale invitava i Confratelli di Napoli a far le condo­glianze al P. Gallonio, come colui che più degli altri era incaricato di accudire alla gatta e portare il mangiare mat­tina e sera.

 

CAPO XV

LE DONNE SUL PALCOSCENICO

Guerra senza tregua: Pace senza fine.

- Di chi è questa specie di guerra e questa specie di pace? Di due nazioni, di due bestie? Di due mostri o di due pazzi?

- NOI E' la guerra dell'uomo e della donna! L'uomo e la donna sono sempre in guerra: di ogni male che av­viene, essi si accusano a vicenda e litigano, fanno a bot­te e, talvolta, si ammazzano...

Questa guerra, supponiamo, cominciò subito dopo aver mangiato il pomo fatale nell'Eden.

Chi sa quante volte, Adamo, ricordando la felicità per­duta, disse.

- Stupida di una donna, per colpa tua abbiamo per­duto ogni bene: chi ti autorizzava a cogliere il frutto proi­bito dal Signore?

- Più stupido tu, che ora fai il sapiente! Io non ti ho costretto a mangiarlo! Anzi, ricordo che l'hai messo in bocca appena afferrato e lo hai mangiato come un ghiot­tone.

- Ma se tu non me lo davi, come potevo prenderlo e mangiarlo?

- Lo potevi rifiutare e non l'hai fatto... Colpa tua! Chi ripensa ad uno dei tanti battibecchi che avven­gono tra marito e moglie, non troverà improbabile quanto noi abbiamo supposto tra Adamo ed Eva all'alba stessa dell'umanità.

Questa guerra di sempre tra singolo uomo e singola donna, nei tempi moderni s'è organizzata quasi militar­mente...

Le più coraggiose tra le donne hanno formato un eser­cito di così dette « femministe» che ogni giorno strap­pano concessioni all'esercito degli uomini.

Queste femministe ora combattono per ottenere che quando una donna si sposa non debba più assumere il cognome del marito ma serbare il cognome proprio e che essa non sia obbligata ad obbedire al marito, perché, di­cono esse, uomo e donna hanno una propria dignità e la donna non è una schiava, ma una persona libera.

Pertanto se il marito vuole stabilire il suo domicilio in un certo posto, ci bisogna un accordo con la moglie, la quale, se non consente, può non seguire il marito.

Similmente quando un uomo dice alla donna: oggi mi preparerai a pranzo due fettuccine all'uovo, la donna è libera di fargli trovare i ceci o i fagioli... o niente addi­rittura.

Questa guerra tra uomo e donna è così universale che quando un uomo ed una donna sono riusciti a non far guerra, l'hanno scritto su la tomba, dove pur si scrivono tutte le menzogne.

Ricordiamo due sole iscrizioni tombali nelle quali è detto che un marito e una moglie non litigarono mai. Una di queste iscrizioni si trova nella catacomba di S. Callisto in Roma e un'altra nella «Chiesa Nuova » di Roma.

In questa seconda è detto come Camilla Raggi e Vir­gilio Crescenzi vissero nel matrimonio per ben trent'anni senza litigio. Tanto la cosa parve rara.

Eppure durante questa guerra permanente, l'uno e l'al­tra cercano la pace, si sforzano di stare insieme e gli uo­mini vanno sempre appresso alle donne e le donne cer­cano addirittura di accalappiare gli uomini: infatti come gli animali selvaggi si prendono col calappio o laccio, esse li prendono con i loro ornamenti, con le truccature e si­mili industrie.

Non possono fare diversamente: un uomo che non riu­scisse ad afferrare una donna, sarebbe infelice per tutta la vita ed una donna che non riuscisse ad accalappiare un uomo e restasse zitella, finirebbe zitellona e sarebbe più infelice ancora.

E sapete perché questo cercarsi a vicenda, pur com­battendosi?

Perché l'uomo e la donna, benché sembrino completi, autonomi materialmente, sono incompleti moralmente e spiritualmente e non possono vivere senza compagnia.

Immaginate un mondo di solo uomini! Che disgra­ziati...

Immaginate un mondo di sole donne : si caverebbero gli occhi tra di loro: tutto ciò per via della loro incom­pletezza.

Con un mondo di solo uomini o di sole donne, non ci sarebbe l'umanità: con un uomo ed una donna soli, c'è tutta l'umanità.

Adamo ed Eva erano già l'umanità: dopo il diluvio, pochi uomini e poche donne erano similmente tutta l'u­manità.

Un proverbio orientale rappresentava questa situazio­ne mettendo in bocca ad un uomo che litigava con la sua donna queste parole: non posso vivere con te, non posso vivere senza di te.

I contatti tra uomo e donna, pertanto, nella pace e nella guerra di sempre tra loro, sono difficili e pericolosi. E non diciamo solo i contatti familiari e matrimoniali ma anche i contatti sociali.

I santi ci sono maestri anche in questo.

Essi, per esempio, con le donne sono più comprensivi, più indulgenti del più tenero tra i mariti, che troppo spes­so non riescono ad essere teneri e comprensivi.

Noi abbiamo riportato molti episodi come quello della donna con le scarpe dai tacchi alti e la gustosa risposta del Santo.

Ebbene S. Filippo si comportava con esse sempre così quando venivano a consultarlo sull'uso di certi ornamenti, sull'acconciatura dei capelli, sui belletti.

Ammoniva inoltre gli altri confessori a non esagerare con le donne ed egli stesso dissimulava, chiudeva un oc­chio e spesso tutti e due, su le loro debolezze: a bisogna sopportare, diceva, questi difetti naturali in altri come sopportiamo, contro il nostro volere, i difetti naturali in noi».

Nella pace come nella guerra tra uomo e donna, tal­volta i mali possono venire da una condizione di pace... troppo pacifica, che poi, per eccesso, sfocia nella guerra!

Pace e guerra vanno dunque affrontate con prapara­zione.

Troviamo pertanto nella vita di Filippo due momenti di diverso comportamento verso le donne.

In un primo momento, egli era piuttosto severo, rapi­do, contegnoso, distaccato nel trattare con le donne. Sapete perché? Perché le donne, nella troppo confiden­za, gettano quei lacci o calappi dai quali uno non sa come sia stato avvolto.

Una volta preso al laccio, la donna fa cattivo governo dell'uomo.

In un secondo momento, quando Filippo si senti pa­drone di evitare o, di spezzare eventualmente i lacci, egli fu di una grande dolcezza con loro, che entravano così spesso nel suo amabile gioco.

Abbiamo accennato già ad alcuni episodi e qui ne ri­porteremo pochi altri, perché essi sono innumerevoli.

 

Una papessa tra i frati.

Una volta, nell'anno 1578, nella casa dei sacerdoti ac­canto alla chiesa di S. Giovanni dei Fiorentini, mentre un bel numero di preti, tutti con tanto di barba come allora usava, stavano a tavola, ecco che appare Filippo sorri­dente, seguito da una vecchietta piuttosto curva, impac­ciata, vestita alla ciociara.

Una donna in quel luogo, a quell'ora, per il pranzo? Nessuna scena simile si trova narrata nelle vite dei santi.

Veramente quei sacerdoti che si trovavano a tavola non erano frati, giuridicamente, ma la loro vita, nelle forme esteriori e nella austerità era più severa di quella dei frati.

Non appena Filippo comparve con la donna, ci fu un momento di meraviglia, un mormorio, ma il Santo andò innanzi imperterrito e fece sedere la donna in mezzo a tutti...

Un uomo di spirito avrebbe detto: ecco una papessa tra i frati.

Abituati ai colpi più originali del loro maestro, i pre­senti stanno al gioco, che questa volta è un gioco vero.

- Bongiorno, Madonna Porzia (come si diceva allora in luogo di signora...) Buonappetito, madonna Porzia... Avete fatto buon viaggio madonna Porzia?... Vi piace Ro­ma, madonna Porzia?

Questi e tanti altri complimenti affettuosi ed allegri nello stesso tempo arrivarono alla vecchietta, la quale guardava timida qua e là e tuttavia molto compiaciuta.

Il pranzo si svolse allegro e la donna fu il centro delle attenzioni, degli sguardi e delle interrogazioni dei pre­senti.

Un documento del tempo esprime tutto ciò, con lo stile allora usato, dicendo che da ogni banda e da ogni persona le si facevano carezze, e s'intende che tutti usavano con la donna premure affettuose.

La vecchietta spilluzzicava le vivande e, sì e no pog­giava le sue labbra al bicchiere di vino, ma i suoi occhi bevevano e divoravano uno dei presenti, un prete dalla sagoma di montanaro, la barba incolta, i capelli disordi­nati, ma con gli occhi profondi e limpidi: l'uomo si chia­mava Cesare Baronio, già ben noto in Roma, che sareb­be stato presto famoso in tutto il mondo ed era figlio di quella vecchietta.

Aveva bramato molto essa dì vederlo, prima di mori­re, ed era venuta a Roma con quanto disagio, ognuno lo può pensare.

Questo stare con lui, sedere a tavola con lui non lo pensava lei, perché non lo credeva neppure possibile. Filippo, col suo gran cuore, con la sua sensibilità pe­netrante, superando una tradizione severa ed universale, comprese il cuore della donna, della madre, e la condusse a tavola insieme ai compagni del figlio.

Egli le riempì il cuore di gioia.

 

Una cieca che vede dal di dentro.

Si chiamava questa cieca Suor Antonia, o come dice­vano sor Antonia, benché non fosse propriamente suora, ma per la sua vita devota, santa.

Era sempre a letto, soffriva molto, era cieca di tutti e due gli occhi, e tuttavia era pazientissima, sempre immer­sa in un mare di pace, di gioia.

Si dicevano di lei tante cose straordinarie, ma il Santo, forse, non ci credeva, perché generalmente diffidava di fenomeni mistici.

Un giorno, dunque, decise di farne esperimento e mise in atto il suo pensiero in una maniera straordinaria, fa­cendo una specie di spedizione.

Un bel momento chiamò tutti i conviventi della casa di S. Giovanni dei Fiorentini, una ventina circa, e si av­viò alla dimora di Sor Antonia.

Prima che arrivassero, tra la curiosità della gente, che si chiedeva perché Filippo facesse una spedizione di quel genere, uno della comitiva, ch'è poi colui che racconta, un certo Salvatore da S. Severino, cappuccino, credette ben fatto andare innanzi e preavvisare l'ammalata di una tan­ta visita e disporla.

Il cappuccino, come se avesse messo in pratica un di­segno geniale, tornò indietro soddisfatto per unirsi alla comitiva che avanzava.

Filippo però, che l'aveva visto andare ed aveva compre­so, gli disse contrariato

- Voi siete andato a dire alla donna che io vado a casa sua?

- Sì, Padre: mi pare di aver fatto cosa buona.

- Avete fatto male, invece, come sempre: non dove­vate avvisarla: ora tornate indietro e dite: il P. Filippo non viene più!

L'altro ubbidì e Filippo allora rivolto ai compagni disse:

- Non andiamo più: ritorniamo indietro!

Tutti allora fecero per andare a casa e percorsero un bel pezzo.

Ma, ad un certo momento, Filippo disse:

- Fermatevi l Ritorniamo: si va da Sor Antonia.

Gli altri, chi borbottava, chi rideva, chi non sapeva cosa pensare, ma Filippo non se ne curava e così, dopo un poco, tutti tacquero.

La casa molto piccola di Sor Antonia si riempì: mai c'erano state tante persone.

Filippo iniziò con l'ammalata una serie di prove: rim­proveri che parevano seri, contumelie apparenti, maltrat­tamenti per vedere la reazione dell'inferma.

Essa non si turbò: mostrò anzi, un coraggio, un otti­mismo, una gioia sempre crescenti: lo spirito di Dio si manifestava in lei.

Tutti seguirono il fatto che si svolgeva come se si trat­tasse di un dibattimento tra due nemici e, nell'insieme, tutti si divertivano, come ad un teatro.

C'era tra i presenti un prete di Firenze, detto «il Pio­vano », forse, ospite di Filippo e buon sacerdote, che si trovava ora vicino a lui.

Il Santo, alla conclusione del dialogo con la donna, lo prese per un orecchio come un monello e gli disse

- Signor Piovano, inginocchiatevi davanti a questa donna, accanto al letto.

Il Piovano ubbidì subito e Filippo prese a dire alla cieca:

- Sor Antonia, qui c'è uno spiritato, un posseduto dal demonio e bisogna assolutamente guarirlo.

La donna con movimento deciso, come se vedesse be­nissimo, prese tra le due sue mani una mano del sacerdote, la portò alle labbra, la baciò e disse:

- P. Filippo, questo non è davvero uno spiritato, per­ché stamattina ha celebrato la S. Messa... E voi, Padre, disse rivolto al Piovano, pregate per me.

Un'ondata di meraviglia percorse i presenti.

Prima Filippo, poi gli altri tutti salutarono l'allegra cieca e uscirono chiassosi e disordinati, commentando l'ac­caduto a voce alta come un gruppo di buoni monelli.

 

Anche lui Filippo è creduto spiritato.

Sappiamo già, e si rileva dal processo di canonizzazio­ne, che non tutti prendevano in buona parte le trovate, i gesti del Santo: ci sono sempre, nel mondo, troppi con­formisti, i quali pensano in una maniera prestabilita, al­l'antica.

In una simile atmosfera si potevano fare i giudizi più disparati del Santo anche in buona fede, per ignoranza, come mostra il fatto seguente.

C'era una donna, Sulpizia Sirleta, penitente di Filippo ed anima veramente pia.

Più di una volta essa assistette alla Messa di lui e si trovò presente anche a delle estasi, fenomeni che la stu­pivano e la turbavano: che sapeva la poveretta delle estasi?

Il suo cervello lavorava a darsi una spiegazione e, non trovandone altra, trovò questa, o meglio le venne in mente questa: « questo Padre è spiritato».

Ripensandoci su e rendendosi conto che spiritato vo­leva dire posseduto dal demonio, entrò in angustia e ri­fletteva fra se stessa: e se il Padre non fosse spiritato? E se io mi fossi ingannata? Può darsi che mi sia ingan­nata perché il P. Filippo è tanto buono... Avrò fatto un giudizio temerario... Avrò fatto un peccato...

In questa sofferenza, capi che bisognava confessarsi, ma qui il problema si complicava.

Andare a confessarsi e dire al Padre che essa aveva pensato di lui che fosse uno spiritato, non era davvero fargli un complimento.

Nella sua semplicità, essa era ben lontano dal sapere che poteva andare da un altro confessore.

Credendo dunque che dovesse andare dal suo confes­sore ordinario, proprio Filippo, e sembrando a lei che non poteva tacere quel peccato, senza fare un sacrilegio, si av­viò al confessionale, come ad un tormento.

Accostandosi alla grata cominciò a dire, a denti stretti - Padre, ho detto... Ho detto! Si fermò, non ce la fa­ceva a proseguire!

- Balorda, che hai detto? Hai mormorato forse di me, non è vero?

Il Santo aveva intuito, esperto conoscitore di anime com'era.

si...

- Sì, ma che cosa hai detto? Specifica!

- Vi ho visto alto da terra, mentre dicevate Messa. A questo punto la paura della donna ormai era finita, perché aveva cominciato e avrebbe proseguito. Cominciò Filippo ora ad aver paura e perché?

Perché la buona donna era stata presente ad un'estasi, ch'è cosa da santi, e quindi essa avrebbe pensato che Fi­lippo fosse un santo e non ci poteva essere per Filippo cosa che gli dispiacesse maggiormente nella sua umiltà, per cui si credeva grande peccatore.

Il Santo allora rimproverò la poveretta, le impose si­lenzio, fu duro con lei.

La donna però non aveva pensato così e la deduzione di Filippo, era sbagliata, per riguardo al concetto di san­tità intorno a lui.

Dopo una pausa imbarazzante per tutti e due, la don­na prese coraggio e disse:

- Padre, vedendovi dunque così levato da terra ho det­to tra di me: questo padre deve essere uno spiritato.

- Si, si, è vero sono uno spiritato.

E lui cominciò a ridere e prese a ridere anche lei ora rassicurata, contenta.

 

Una minaccia di morte.

La capacità di vita spirituale di Filippo e la potenza di avvincere a sè le anime per portarle a Dio è documenta­ta, tra gli altri, da un episodio singolarissimo.

Anna Borromeo, comunemente conosciuta allora con la semplice parola di Borromea, era sorella di S. Carlo, che partendo da Roma, per Milano, l'aveva affidata alla dire­zione spirituale del nostro Santo.

La donna, di una interiorità tormentata, trovò in Fi­lippo la via, che le dava pace, serenità.

Or, quando i rapporti spirituali tra Filippo ed Anna erano così placidi, accadde cosa assai spiacevole.

Il Santo voleva che la nuova chiesa, detta ancor oggi, « Chiesa Nuova», edificata da lui in Roma, fosse indipen­dente dalla vicina basilica di « S. Lorenzo in Damaso », per maggiore libertà di ministero.

Il Cardinale Alessandro Farnese, abate della Basilica, non voleva dare l'indipendenza e resisteva ad ogni pres­sione.

Filippo, per riuscire, fece quello che fanno tutti gli uo­mini in simili occasioni, ricorse alle raccomandazioni. Anna, sorella di S. Carlo, sposa del figliolo di Marcan­tonio Colonna, il vittorioso della battaglia di Lepanto, par­ve a Filippo la persona più adatta a spuntarla in quella brutta situazione.

Egli le scrisse una prima volta, ma non ne fu niente scrisse una seconda volta, pensando che Anna non si fos­se curata della sua preghiera.

Che rispose la donna? Lo sapremo dal brano di una lettera della poveretta, che riportiamo, nella forma mo­derna: Il Padre Filippo ha dichiarato che se io non trovo mezzo di riconciliare lui con voi, si vuole dimenticare di me, non mi vuole più scrivere e, come io ritorno in Roma, non mi vuole più confessare. Signor mio illustrissimo, met­tetevi nei miei panni e vedete quanto per me è dura e pungente questa minaccia. Io non ho, posso dire così, co­nosciuto amore nè di padre nè di madre più tenero e sin­cero verso di me e della salute dell'anima mia, di quello che, per onore di Dio, mi ha portato P. Filippo: dai suoi ricordi e dalle sue preghiere riconosco tutte le grazie e i benefici che Dio mi ha fatto e se sopporto gravemente la lontananza da lui, pur avendone qualche volta lettere e sapendo che si ricorda di me e non mi abbandona con le sue orazioni, se ora mi cancellasse dalla sua memoria e, ritornata a Roma, non mi ricevesse come prima, non sa­rebbe questo per me peggio della morte?

Che Filippo proprio avesse in animo di abbandonare la direzione di Anna, se essa non riuscisse, davvero non lo crediamo!

Mai egli avrebbe trascurata la salute spirituale di una persona, per qualsiasi ragione al mondo e ce ne sono tante prove.

Il suo fu un gesto di quelli che spesso usava, una mi­naccia in cui entrava la spavalderia finta e cioè ancora il gioco!

 

Filippo, giudice terribile, minaccia morte.

Una giovine in fama di santità, Orsola Benincasa, nata in Napoli il 20 ottobre 1547 ed ivi morta il 16 gennaio 1618, venne in Roma, dopo molti contrasti, dicendo che il Si­gnore l'aveva incaricata di recarsi dal Pontefice per sol­lecitarla ad una rapida riforma della Chiesa, pena gra­vissimi castighi.

Venuta a Roma ed ottenuta udienza, parlò al Papa con una franchezza straordinaria ed il Pontefice, pur dubbio­so della affermazioni della donna, la licenziò umilmente dicendo: «Pregate Iddio, buona figliola, e che Dio ci per­doni a tutti».

Permanevano nonostante la verità dei fatti e la purez­za di vita di Orsola, grandi incertezze su la natura delle rivelazioni messe in campo.

E' una visionaria? E' una spiritata, ingannata dal de­monio? E' una fanatica? E' un'eretica?

Tutte queste interrogazioni indussero il Pontefice a no­minare una commissione, per arrivare alla verità, e della commissione fece parte Filippo, che poi ne diventò il capo

e l'arbitro: la donna si trovò, ad essere sotto il completo dominio del Santo ed egli, nella prima riunione, così ac­colse la donna:

- Possibile che Iddio non abbia trovato una persona più degna di te, per un'ambasceria al Papa? Tu sei una bugiarda, una stupida, una spiritata e ti fingi santa...

Così altri complimenti del genere si seguirono e la don­na ascoltò paziente e poi soggiunse

- Io sono, Padre mio, quella che voi dite, degna di ogni castigo. Per carità, soccorretemi, Padre, in questi miei mali: io una sola cosa bramo ed è di essere guarita da ogni male; non voglio altro che Gesù Cristo: se lo spirito che mi muove a parlare è cattivo, voi, Padre, aiutate ad allon­tanarlo da me.

Dopo questo primo interrogatorio, la donna umile e for­te andava a casa ed ecco che Filippo va ad incontrarla nella via e, postosi di fronte a lei le dice, con vigore di co­mando: «ciò che io ho detto a te, tu dillo a me».

Perché questo strano comando? Per provare la giovane? Forse! Noi crediamo piuttosto che abbia voluto mortifica­re se stesso; ciò era, del resto, nel suo stile.

Ad accompagnare la santa donna a Roma era venuto qualche altro suo parente ed anche un suo nipote, che fu convocato dinanzi alla commissione come un complice.

S. Filippo sospettò che tutta la santità di Orsola fosse un trucco per far quattrini e perciò investì il giovane e... facendo la faccia feroce, disse:

- Fatti avanti, perché voglio che ti conoscano tutti questi signori! Dimmi la verità, quanti danari hai gua­dagnato?

- Danari? Niente, niente! La zia ci ha proibito di ac­cettare qualsiasi cosa per riguardo a lei, e noi non abbia­mo mai disobbedito: non abbiamo accettato né danaro né regali.

- La sai lunga tu, giovinotto! Noi conosciamo tutto! Il Santo Padre si trova ora lontano da Roma a prendere un po' d'aria, ma quando egli verrà da Frascati, vedremo che genere di morte dovete fare tu e la zia e qualche al­tro colpevole se c'è: sarà la forca, sarà il rogo, il taglio della testa.

Il giovanotto restò impassibile, sereno, non meno forte della zia.

Con tutto ciò, Filippo, non smise le sue prove severe, che durano mesi e mesi.

Orsola riuscì vittoriosa da ogni esame e da ogni nuova sofferenza, ritornò a Napoli e vi rifulse come una stella nella Chiesa di Dio, senza nessun rancore per Filippo ed i suoi, ch'essa, in seguito, aiutò generosamente.

La Chiesa ha riconosciuto poi la santità della donna approvandone e benedicendone le istituzioni.

Anche Filippo si persuase alla fine del lungo processo e così i giudici tutti.

Dopo l'ultimo colloquio, il Santo mise fine alla dolorosa vicenda con uno dei suoi gesti strani ma significativi. Egli si tolse di capo la berretta che aveva in testa, la pose con le mani sue sul capo di lei e le disse: «quando ti levi la tovaglia (velo) dal capo ti porrai questa berretta acciocché non ti faccia male ».

La mandò così parata.

Fu un attestato di affetto? Un modo di chiedere scusa della lunga tortura? Pensiamo che fu l'uno e l'altro, ma anche un gesto di gioia, un invito alla gioia.

 

Una donna che sfida Filippo.

Marta da Spoleto era una piissima, umilissima cri­stiana, e benché compaia poche volte e rapidamente nella vita del Santo, si rivela tuttavia una figura originale, forte, che pareva sfidasse Filippo nelle sue bravure.

Ogni volta che veniva a Roma, essa faceva capo a Fi­lippo, con il quale trattava rispettosamente ma familiar­mente e ricorderete che una volta fece un complimento a Filippo, come abbiamo già scritto: di questi complimenti, anzi, ne faceva spesso, nella sua ammirazione.

Più di una volta, come risulta da un manoscritto da poco ritrovato, disse a Filippo

- Padre voi siete un santo!

- E tu sei una stupida, matta! -- E' verissimo, Padre!

- Non dici mai una parola giusta, opportuna: sei pet­tegola, bugiarda!

- Solo questo, Padre? Seguitate pure, Padre, perché io ci trovo molto gusto.

Essa se la godeva un mondo e rideva: Filippo si vedeva vinto e disarmato e ci rideva anche lui.

Qualche ceffone dovette toccare certamente anche alla donna, uno di quelli che Filippo dava così facilmente a chi lo diceva santo, come Marta.

Del resto, egli stimava molto Marta, perché tutti quelli che parlano di lei la dicono santa donna e Filippo le ac­cordò una licenza veramente straordinaria e cioè quella di entrare, lei donna, in casa, di girare per essa e di vi­sitare singolarmente i Padri.

Emulando l'umorismo di Filippo, quando passava per i corridoi, diceva ad alta voce come chi chiede aiuto:

- Portate l'acqua santa!... Subito l'acqua santal - Perché? Che volete fare?

- Passa il demonio. - Dove sta?

- Come non lo vedete?

Era un dirsi demonio, cattiva e peccatrice, ma alla ma­niera di S. Filippo.

Il Santo non solo le voleva bene, ma l'ammirava per la sua semplicità e quelli che circondavano il Santo se ne meravigliavano.

Qualcuno, e ciò dovette accadere più di una volta, gli chiese la ragione di una amicizia così particolare per Marta. Perché volete sapere questo? egli disse. Perché... Mar­ta fila.

Chi interrogava restava con un palmo di naso, non si persuadeva che Filippo stimasse quella donna perché fila­va e la risposta poteva parere o insignificante o evasiva. Era una risposta certamente « alla S. Filippo» ma sa­pientissima e profonda: egli stimava Marta perché resta­va donna nell'umiltà delle sue mansioni, nella sua sem­plicità e non usciva fuori da quelle che sono le attribu­zioni della donna.

San Filippo oggi non approverebbe le donne femmini­ste, le donne politicanti, le donne, comunque impiegate, perché le donne hanno già un impiego ed un lavoro ben serio, quello della famiglia.

Conchiudiamo questa breve rievocazione della donna, passata alla storia per merito di Filippo con uno dei tanti singolari episodi della sua vita.

Un giorno, un giovane si raccomandò alle preghiere di lei perché il Signore gli tenesse le mani in testa, cioè lo mantenesse nel bene.

Marta lo assicurò e tutto parve finito: avrebbe pregato per lui.

Pochi giorni dopo il giovane dovendo andar via, salutò Marta e questa gli disse

- Ho pregato per voi affinché il Signore vi mantenga le mani in testa, ma voi guardate di tener ben ferma la testa.

 

Una santa beffa, per molti anni, a tutta Roma.

Un altro lato, del tutto nuovo, unico, anzi, nella vita del nostro Santo è che egli fu il taumaturgo delle gestanti e delle partorienti.

Non si trova nulla di simile a quanto diremo, in tutta l'agiografia cattolica.

Teniamo ad affermare che questa è una gloria singo­lare, grandissima di Filippo, che mostra la sua originalità e genialità, che lo han fatto superare pregiudizi, super­stizioni.

Esisteva, infatti, ed esiste anche oggi, una persuasione per cui gestazione, parto vanno guardati di lontano, con diffidenza, come cosa pericolosa, meno buona, e da tenere nascosta, senza parlarne.

Prove di questo brutto pregiudizio se ne trovano dap­pertutto, ma una è meravigliosa e si legge nel libro di Burger Lisbeth: «Le Memorie di una ostetrica», oggi « Fiocco Bianco».

Ancora giovane, di illibati costumi, essa fu invitata da un parroco intelligente e pio, a fornirsi di diploma ed eser­citare la professione di ostetrica in paese, essendo morta la vecchia ostetrica.

Quando il parroco inviò la madre a dare il suo con­senso, sapete che successe? Si ribellò e disse che « questo non è un affare per una ragazza ammodo ».

Il parroco fece luce nella mente della poveretta, e le fece capire che gestazione e parto sono leggi sante stabilite da Dio, traverso le quali arrivano al mondo nuovi figli di Dio, nuovi cristiani e cittadini ed eredi del paradiso!

La Lisbeth esercitò un vero apostolato per quaranta anni e le sue Memorie scritte in tedesco sono tradotte in tutte le lingue, con innumerevoli edizioni.

Ma e la Vergine Santa non andò nelle montagne della Giudea, per assistere la sua parente S. Elisabetta, che portava nel seno S. Giovanni Battista, il Precursore, e vi si trattenne per tre mesi, e fin dopo il parto, come dicono ragionevolmente i più?

Gesù trovò nel fatto del parto uno degli esempi più toc­canti quando disse: u La donna allorché partorisce è in tristezza... quando poi ha dato alla luce il bimbo non si ricorda più dell'affanno, per l'allegrezza, perché è nato al mondo un uomo ».

S. Filippo vedeva con gli occhi di Dio. Ricordo io stesso una grande esperienza.

Fui per alcuni anni, qui in Roma, assistente religioso di un gruppo di ostetriche e posso dire che nelle nostre pra­tiche religiose dell'associazione ci fu da guadagnare per tutti nello spirito.

Tanto abbiamo voluto premettere per chiarire situa­zioni, esitazioni e dissipare pregiudizi.

Il parto è e resterà, forse, sempre un pericolo, e per la vita della madre e per quella del figlio, ma ai tempi del Santo la faccenda non andava come oggi: medicina e chi­rurgia, progredite di molto, possono assicurare una per­centuale altissima di successi: i casi di morte, a quei tempi erano numerosi e quindi anche di parti difficilissimi.

Quando la fama dei poteri carismatici del Santo si fu molto affermata, con innumerevoli guarigioni di ogni ge­nere, si cominciò ad invocare il suo aiuto anche per parti che si presentavano male: il Santo accorreva.

Non si può leggerne la relazione negli atti del « Pro­cesso di canonizzazione» senza commuoversi.

Spesso, un intervento di Filippo acquistava il movimen­to di un rapido dramma sacro.

E il risultato era quasi sempre la liberazione dal peri­colo della madre, spesso la salvezza del figlio, sempre l'e­dificazione, il miglioramento spirituale di tutti.

Ma le nascite allora erano molte e il Santo non poteva correre a tutte le invocazioni di aiuti e poi, col passare de­gli anni, con gli acciacchi sempre più frequenti, il proble­ma diventava serio.

Un bel giorno, dopo aver molto pensato, si chiuse in camera, prese una di quelle borse che il sacerdote mette sopra il calice, quando va all'altare per dire Messa, vi mi­se dentro qualche cosa e poi cucì in modo che non era fa­cile aprire.

Quella borsa la portava personalmente nei primi tempi e la gente credeva che fossero gli oggetti sacri, rinchiusi in essa, che operavano il prodigio.

Quello della borsa fu uno dei tanti espedienti che egli cercava per allontanare dalla sua persona la credenza ch'era egli ad operare miracoli.

S. Filippo aveva il terrore di essere creduto santo e santo da prodigi!

Cominciò dunque a mandare la borsa, dopo averne esal­tate le virtù e fatte tante e tante raccomandazioni di te­nerla con rispetto, di non darla a nessuno, e tanto meno di pensare solo ad aprirla!

I casi di successo si moltiplicarono, perché Filippo pre­gava: la borsa così acquistò fama di grande personaggio. I testi del processo ne parlano molte volte ed è bello ascoltare la narrazione di Francesco Zazzara, che poi fu Oratoriano ed uomo, di santissima vita e si esprime così

“E questo l'ho visto più volte in nostra madre, la quale, nei parti che ha fatti di dodici figli, ha adoperato sempre questa borsa in tutti i parti ed essa aveva grandissimi fa­stidi e tutti sono riusciti bene”.

Dopo la morte del Santo, furono riguardate tutte le sue cose e venne anche la volta della borsa.

Erano riunite alcune signore e tutte insieme presero ad aprire la borsa, con una curiosità straordinaria, ed un grande batticuore!

Finalmente; pensavano esse, dopo tanti anni, scopri­remo il mistero.

Con una trepidazione arrivata all'estremo, quasi fosse una profanazione scucirono la borsa e venne fuori un in­voltino, ma niente ancora di interessante, fu necessario togliere sette o otto pannolini, e finalmente il mistero fini, perché non c'era stato mai!

Trovarono solamente un purificatoio, cioé quella specie di fazzolettino, con una crocetta in mezzo, che il sacerdote usa, per asciugare il calice nella Messa, più una meda­glietta di S. Elena di quelle che si mettono in collo ai bam­bini e niente altro.

Si guardarono tutte in faccia e quello sguardo diceva Tutto qui?

La notizia si diffuse nella città ed ognuno faceva i suoi commenti o ricordava fatti passati riguardanti la borsa. Più di uno osservò: i miracoli, S. Filippo, li faceva lui e la borsa é servita a farci credere diversamente.

E' stata una beffa, seppure santa! Una delle tante!

 

CAPO XVI

MONELLO TRA I MONELLI

Elogio del monello.

Anche monello Filippo?

Anche, anzi principalmente monello, ma non era colpa sua!

Come abbiamo detto innanzi, ed anche ampiamente, egli era restato fanciullo per innocenza della sua vita e la fre­schezza della sua anima: ora restando fanciullo, si resta anche monello, perché, più o meno, tutti i fanciulli sono monelli.

Forse è colpa dei pedagoghi meticolosi e delle mamme rabbiose, se noi alla parola monello diamo il significato di ragazzo impertinente, ribelle, maleducato, e ciò è tanto vero che quasi sempre, nella realtà della vita, si dà del monello al ragazzo col sorriso sulle labbra: dunque la parola ma nello, più veramente è un complimento affettuoso, una ca­rezza!

Forse il vocabolo birichino è più vicino alla realtà, per­ché il birichino è un fanciullo intelligente, un po' furbo, che si diverte a molestare gli altri, per divertirsi e diver­tire.

Che male c'è in tutto ciò?

Questo è un primo aspetto buono del monello: un ra­gazzo poco intelligente, poco pronto, poco vivo, poco ra­gazzo insomma, non può essere un monello.

Quale ragazzo sano può non essere monello?

Che il Santo intendesse così la cosa, si può rilevare dalle parole che egli rivolgeva ai fanciulli in tante occa­sioni: burlate, burlate!

A creare la figura del monello, ragazzo cattivo, ha con­tribuito la figura del ragazzo «bene educato», cioè il ra­gazzo istruito a muoversi secondo certe regole, come uno che recita sul palcoscenico, un piccolo uomo complimen­toso e tutto contegno, che non sa dare un pizzicotto ad un compagno e fa gli inchini e i movimenti in perfetto stile: un ragazzo falsificato.

Tanti dei giochi, che faceva Filippo e dei quali abbiamo già fatto discorso innanzi, come protrebbero chiamarli i pe­dagoghi stilizzati che non monellerie?

Ma diamo ancora qualche saggio di giochi perfetta­mente monelleschi.

Egli aveva intorno un gruppo di medici valenti, alcuni dei quali, come Andrea Cesalpino, che lo curavano, non solo con assiduità, ma anche con devozione: essi però o non riuscivano a capire il suo male o non trovavano i ri­medi adatti ed egli li maltrattava... affettuosamente, per nascondere l'origine vera dei suoi mali.

Una volta pareva morente ed i medici erano intorno preoccupati, ma ecco che egli si risveglia, si riprende, si mostra guarito in una maniera prodigiosa e dice sorri­dente:

- Balordi l Volevate guarirmi? Io ho altri rimedi più efficaci dei vostri!

I medici accettavano la cosa come un complimento. Un'altra volta, dopo una crisi similmente gravissima, nella quale i medici hanno usato i rimedi che l'arte sug­geriva ad essi, si nota una ripresa grande, e quei medici sono soddisfatti: Filippo nota la loro soddisfazione e rivol­to ad essi dice:

- Ma credete che siate stati voi a guarirmi? Ma non è vero! Ecco qui questo reliquiario! Esso mi ha guarito! Un'altra volta li canzonava in una maniera più viva e diceva:

- Prego Iddio di illuminarvi, per farvi capire il mio male.

Si direbbe che quei medici gli si affezionavano in mi­sura che egli li maltrattava.

Un'altra monelleria di stile perfetto fu quella, non scat­tata improvvisa, ma fatta con premeditazione, ad un Papa che gli voleva tanto bene ed era Clemente VIII.

Questo Pontefice si trovava a letto ed il Santo andò a visitarlo: il Papa era in preda ad un'assalto violento di chi­ragra.

Entrato in camera, come il solito, senza etichetta al­cuna, egli avanza, ma il Papa che ne conosce i modi, dice allarmato

- P. Filippo, non vi accostate, non vi accostate... Filippo sorride e seguita ad avanzare.

- Vi ho detto fermatevi, P. Filippo: non posso essere toccato.

- Beatissimo Padre non dubitate! E intanto avanzava.

- Per carità, prosegue il Papa, sempre più preoccu­pato, non toccate neppure il letto: ogni piccolo urto rende più acuto il mio dolore.

Ma quest'ultime parole cadevano nel silenzio di Filippo che, fatto un balzo deciso, come uno che si lancia sulla preda, afferra la mano del sofferente e la stringe, prima che possa essere ritirata.

Non è questa una monelleria?

Comunque non ne fu niente di male: il Papa si senti guarito e per molto tempo ed a molte persone narrò l'epi­sodio, con grande dimostrazione di affetto per Filippo.

 

La commedia dell'impiccagione.

C'erano in Ponte, come si diceva allora, e cioè presso ponte sant'Angelo, una volta, delle forche preparate, forse per qualche esecuzione capitale.

Il Santo passa per di là con un gruppo di ragazzi e dice a uno:

- Va su quella forca e sali fino alla punta.

- Tu, dice ad un altro, stringiti a quel legno. - Tu, ad un terzo, passa per tre volte di sotto. L'estensore del ricordo, forse Francesco Zazzara, come rileviamo dalla grafla, chiama «solenne» l'episodio: si comprende che fece grande impressione a lui ed agli altri. Non c'è altro nel documento, ma ciò che non è detto, s'indovina: Filippo voleva simulare un'impiccagione.

E' facile immaginare il chiasso attorno, l'emozione di chi non sapeva ed immaginava un'impiccato autentico e le risa, le beffe di quelli che sapevano.

Ma tutto finì, come una rappresentazione a lieto fine, nel divertimento generale.

Passiamo ad alcuni episodi che dànno subito la com­prensione piena del comportamento di Filippo con i ra­gazzi: comportamento di amicizia, come tra pari.

Il campo preferito era il colle Gianicolo, che si leva su­bito dopo la riva destra del Tevere.

Filippo dà l'appuntamento ad un gruppo di ragazzi:

- Figlioli, domani andremo al Gianicolo: avvisate i compagni: venite qui, andremo insieme.

- A che ora Padre?

- E' d'estate, lo vedete e fa molto caldo: venite quando l'aria rinfresca.

- Padre Filippo, Padre Filippo, gridavano i fanciulli sotto la finestra, l'indomani.

Filippo si butta il mantello addosso e scende frettoloso. Altri ragazzi arrivano, altri s'incontrano per via ed è un grande chiasso, un vociare confuso.

La gente si volge a guardare lo spettacolo, vede Filippo in mezzo e gode.

Andando, chi afferra il Santo per una mano, chi per l'altra, chi gli va innanzi, chi gli si accosta quanto più può ai fianchi, chi lo prende per un lembo del mantello e tutti, a gara, cercano di dirgli qualche cosa e di attirare la sua attenzione.

Egli trova il modo di dar soddisfazione a tutti, magari con un sorriso, con un cenno, con uno sguardo.

Si arriva su al Gianicolo molto presto e cominciano le proposte.

- Padre Filippo, giochiamo alle piastrelle? dicono al­cuni.

- No, a pallamaglio, dicono altri. - No, a correre...

- A nasconderci...

Pare impossibile dominare quel disordine, ma Filippo in breve lo incanala, lo domina.

- Questa volta, dice egli, giochiamo alle piastrelle: più tardi o domani, giocheremo a pallamaglio.

- Io sto con voi, Padre Filippo come compagno di gioco, dice Marcellino.

- No, oggi, perché sei stato con me l'altro giorno oggi sta con me Franceschino.

Il gioco procede animato e Filippo, qualche volta, finge di tirare male, di sbagliare, per perdere, ma gli altri non se ne accorgono.

- Padre Filippo, dice uno soddisfatto, ho vinto io. Egli gode come se avesse vinto lui due volte.

S. Filippo mentre gioca, domina con l'occhio il campo... di battaglia e vede Pierino un po' lontano dagli altri, si­lenzioso: va presso il giovinetto e gli dice:

- Beh, Pierino, che ti senti? A che pensi? Vieni con me, gioca anche tu.

- Date anche una piastrella a Pierino e mettete un altro dall'altra parte.

Egli s'allontana con uno scappellotto al ragazzo dicen­dogli: allegramente!

Egli va dietro un -cespuglio, dietro un albero, un mu­ricciolo. Prega!

I ragazzi, presi dal gioco, non avvertono la sua assenza, ma dopo un certo tempo, per un incidente qualsiasi, s'ac­corgono che P. Filippo non c'è.

- Padre Filippo, padre Filippo, chiamano quasi a coro ed a vicenda si chiedono

- Dov'è Padre Filippo? E' andato via?

- Son qui, son qui, grida egli e sbuca subito sorri­dendo.

Il gioco segue ancora, poi si canta, poi si prega e ci si riposa sull'erba fresca, mentre P. Filippo dice parole belle. perché essi siano fanciulli buoni.

Al ritorno in città s'è un po' stanchi, ma festosi.

 

I monelli sono accusati: Filippo fa l'avvocato.

E' vecchio ornnai Filippo... ma è come se fosse giovane e resta sempre il grande amico dei fanciulli.

Essi vengono, talvolta, e si fermano nel cortile, ma il Santo non compare.

Chiamiamolo, chiamiamolo, si cominciano a dire i ra­gazzi.

- P. Filippooooo... P. Filippooooo... P. Filippooooo! E' un coro di chiasso.

- Che volete?, dice Filippo sporgendosi dalla finestra. - Venite con noi, stiamo qui, vogliamo giocare insieme. Il vecchio scende e si rimette a fare il monello. Talvolta i fanciulli invadono la casa e si mettono a gio­care innanzi alla sua stanza: è un pandemonio. Compare un Padre della Comunità e comanda ai ra­gazzi di andar via, minaccia, dice che andrà a prendere il bastone, ma essi non se ne curano.

Arriva un fratello laico seccatissimo e li apostrofa: Maleducati: voi non fate riposare il Padre; vi do una buona lezione, ma essi proseguono come se non aves­sero udito.

Talvolta qualcuno di questi protestanti entra in camera e dice la sua protesta concitata, vibrata, esprimendo anche meraviglia che il Padre permetta tanto disordine.

Quando la scenetta è finita, Filippo esce fuori, si ri­volge ai ragazzi e dice

- Lasciateli dire, burlate pure, saltate, state allegra­mente: io non voglio altro da voi se non che non facciate peccati.

Un'altra volta, arriva un gran signore, tutto serio, com­punto, come chi sa di dover comparire davanti ad un uomo venerato da tutta Roma.

Non appena egli avverte quel chiasso, che davvero non s'aspettava, nel corridoio, dinanzi alla camera del Santo, è preso da un movimento di sdegno.

- Padre Filippo, dice, arrivato alla presenza di lui, ma come non sentite questo diavolerio? Come fate a sop­portarlo? Io impazzirei!

- Io no, invece! Ci godo e mi pare di diventare gio­vane e più saggio. Sopporterei che mi tagliassero le legna addosso purché non facciano peccato.

La gesta meravigliosa di Filippo, con i ragazzi, fu ri­cordata da una lapide posta sul Gianicolo, luogo più frequentato dal Santo, accanto ad una quercia famosa alla cui ombra Filippo spesso riposava, e Torquato Tasso so­stava pensoso meditando la morte che egli sentiva non lon­tana.

L'epigrafe, redatta da un uomo di genio e di cuore, dice così

All'ombra di questa quercia Torquato Tasso vicino ai sospirati allori e alla morte ripensava silenzioso le miserie sue tutte e Filippo Neri tra liete grida si faceva co' fanciulli fanciullo sapientemente.

 

Tra i fiori di serra, all'aria libera.

Questi fiori di serra, riparati e difesi da ogni minimo contatto nocivo, sono i novizi degli istituti religiosi.

E' difficile, per un laico, raffigurarsi bene la vita di un novizio: uscito dal mondo ed entrato in religione, il no­vizio è sottoposto ad una vera segregazione, dolce, affettuo­sa segregazione, ma sempre segregazione.

II novizio deve uscire dal noviziato un altro: non solo un uomo che ha lasciato il mondo, ma che dev'essere 1'a postolo del mondo.

Per questa ragione, seguendo le istruzioni del Diritto Canonico, i Superiori sono estremamente gelosi dei novizi. Gli stessi religiosi dell'istituto non possono avere molti contatti con i novizi: il loro maestro è colui col quale essi comunicano.

Immaginate poi se si permettono avvicinamenti con lai­ci o con religiosi di altri istituti!

Solo i parenti strettissimi, come quelli di famiglia e in determinati giorni, e col contagocce, possono comunicare col novizio.

Per Filippo non c'era, invece, porta chiusa per nessun noviziato.

Sappiamo anzi che i superiori dei Domenicani della Mi­nerva in Roma, affidavano talvolta a Filippo i loro novizi per delle scampagnate.

Quelle figure di giovani che raramente si vedevano nelle vie e solo per motivi religiosi, come processioni, andavano ad occhi bassi, composte nella persona, irrigidite, silen­ziose.

Ora, intorno a Filippo, essi ripigliavano i loro movi­menti di buoni monelli, attorno al buon monello maggiore. Si andava, si andava e poi, all'ora del pranzo ci si fer­mava in un posto prestabilito.

I fagottini, contenenti una buona colazione, si aprivano e si appoggiavano sulla buona mensa dell'erbetta e Filippo dirigeva, come un buon maestro, il suo complesso musi­cale: egli era tutto occhi.

Un novizio là, in fondo, non sa smettere il suo compor­tamento rigido, di convento e forse è un poco scrupoloso mangia lentamente, come un ammalato che soffre di inap­petenza.

- Fra Gabriele, gli grida Filippo: coraggio! Sappi che io mi ingrasso a vederti mangiare: se tu seguiti a man­giare come fai, mi fai dimagrire!

- Perché non bevi? Dice ad un altro che ha il bicchiere ancora pieno; sappi che la Santa Scrittura ci insegna che il vino e la musica rallegrano il cuore.

- E tu, parla, Fra Paolino, dice ad un altro tutto si­lezioso! Sappi che in campagna sono permesse anche le parole allegre e le sciocchezze... moderate.

Ad ogni intervento del Santo, gli altri rumoreggiano ma discretamente e tutti sono incoraggiati a dire delle spirito­sità.

- Padre, Fra Gabriele, vuol essere ammirato come pe­nitente, dice uno.

- Fra Giovanni, beve per due se nessuno lo vede: non lo guardiamo, dice un altro.

Così, nell'animazione crescente, il gioco diventa fitto e le beccate fraterne si scambiano numerose.

Filippo pure fa onore al suo grado di buon capo mo­nello, ma sa dosare le sue parole e variare la conversazione, passando opportunamente dalla facezia alla edificazione.

- Fra Pio, chiede ad un suo vicino, quando sarai sa­cerdote, che ministeri preferiresti: la predicazione, l'inse­gnamento, le confessioni, la missione?

- Quello che vuole l'obbedienza, Padre!

- Va bene ciò: è fuori questione, ma io domando come tuo gustol

- Io vorrei fare il predicatore.

- Ottima scelta, ma molto difficile... Il predicatore de­ve prima saper praticare le cose che dice, perché diversa­mente faresti come un tale padre Zappata, che predicava bene ma razzolava male!

- Io vorrei andare missionario, salta a dire Fra Giulio. - Il missionario lo volevo fare anch'io, volevo andare in India, ma Dio mi ha voluto in Roma. Il missionario si può fare dappertutto.

- Fra Giulio, osserva un compagno spiritoso, dovrebbe andare missionario fra i cannibali.

- Anche quelli sono uomini, conclude Filippo.

In questa guisa, tra una battuta e l'altra, egli esce in un'interrogazione che fa pensare

- Vorrei sapere ora da tutti voi: siete contenti di es­servi fatti religiosi?

- Contentissimiii... Siii...

- Avete ragione: la vocazione è una grazia grande, un privilegio, ma da sola non basta.

- Perché non basta? chiedono due o tre nello stesso tempo.

- Perché bisogna perseverare.

E' impossibile, pur sulla traccia dei documenti e dei processi, ricostruire una gita di questo genere, in tutta la sua varietà.

Basti dire che avvengono le cose più impensate: ad un certo momento, sulla via del ritorno, ci si ferma davanti ad un monumento sacro e Filippo spiega, commenta, di­cendo delle bellissime cose.

- Vedete questa chiesa quasi completamente distrutta? dice passando innanzi a certe rovine al lato delle terme di Caracalla. Era dedicata ai Santi Nereo ed Achilleo...

E qui, giù la breve storia dei martiri gloriosi. Dopo una certa tappa, Filippo propone: cantiamo... - Va bene, cantiamo, dicono a coro!

Cantiamo, dice qui Fra Anselmo:

«Io dico spesso al mio cuore,

solo amando Dio l'alma non muore ».

Si prosegue sulla via del ritorno: un po' si chiacchiera, un po' si dice il Rosario, o ci si riposa.

Presso qualche fonte, chi beve, chi guazza con le mani nell'acqua, e chi fa una piccola doccia non richiesta, ad un compagno.

La sera, al ritorno i novizi si mostrano più allegri e più buoni.

- Grazie Padre Filippo: buona notte! A quando una altra passeggiata?

- Avete troppo fretta figlioli: parlatene al vostro Pa­dre Maestro.

Passò del tempo, nella notte del 26 maggio 1595, Fi­lippo morì e la mattina il popolo romano cominciò a river­sarsi nella chiesa.

Ad un certo momento si vide farsi innanzi una schiera di vesti bianche e nere: si aprirono per forza la strada e si buttarono in ginocchio attorno al catafalco dove Filippo riposava e piansero dirottamente.

Era il noviziato dei Domenicani della Minerva.

 

Il miglior compagno.

In tutte le occasioni dell'attività di Filippo, special­mente in mezzo ai giovani, entrano diversi fattori a creare l'atmosfera di gioia, ma l'anima era sempre lui.

Rivediamo una scena, che ci descrive Francesco Zaz­zara, ancora giovanetto, ma che in seguito diventerà sa­cerdote e Padre dell'Oratorio.

Egli ed altri compagni stavano quasi sempre attorno a Filippo, il quale, di tanto in tanto diceva ad essi

- Ed ora andate un po' fuori a prendere un po' d'aria fate una. passeggiata, ma da bravi, mi raccomando.

- Io non voglio andare, voglio stare qui con voi, Pa­dre, dice Francesco.

- Beh, restate tutti: o tutti a passeggio o tutti qui. Gli altri restano scontenti.

La scena si ripeteva, e si rinnovava la situazione incre­sciosa, ed allora i compagni dicevano al Santo, per un certo spirito... dispettoso:

- Padre, comandate però che venga anche France­sco: per forza!

Francesco, che non aveva voglia di uscire, cercava di prendere da solo il Padre e supplicava:

- Padre, non mi date licenza di andare: trattenetemi qui: preferisco stare con voi.

Talvolta Filippo lo contentava ed il giovanetto restava, talvolta gli comandava di andare con gli altri.

Che un giovanotto di buona salute, esuberante, prefe­risse una stanza ai liberi campi, che preferisse la compa­gnia di un vecchio a quella di compagni chiassosi, pare un miracolo.

Ma non è un miracolo, è solamente un fatto bellissimo e che cioè Filippo, ancor vecchio, era sempre il compagno migliore dei giovani.

 

In un lampeggiare di genialità il Santo esplode in una delle più grandi verità.

Le grandi scoperte, molto spesso, più che frutto di stu­dio, sono irruzioni, lampi di verità che scattano come fol­gore dalle occulte capacità dello spirito.

Ne abbiamo numerosissimi esempi, ma qui ci limitiamo a qualcuno.

Archimede, il grande matematico e fisico di Siracusa, che mori 212 anni avanti Cristo, stava esaminando, un giorno, un oggetto, per vedere se fosse oro vero o falso, quando pensando al peso di quell'oggetto, in un baleno, con gli occhi dello spirito, comprese, intuì che tutti i corpi hanno un peso specifico.

Ebbe tanta gioia, che dette un grido e disse: « ho tro­vato »! come avrebbe gridato un ragazzo che avesse tro­vato una grossa somma di danaro.

Si narra che un altro scienziato avrebbe scoperto quella grande verità che tutti gli oggetti tendono verso la terra e cioè la legge della gravità, sapete come e perché? Perché un frutto, sarà stata una pera, una mela, gli cadde sul viso, mentre riposava sotto un albero.

Un altro, forse, avrebbe detto facetamente: guardate! Questa pera si è voluta gentilmente offrire, perché io la mangiassi.

Quello scienziato, invece, nel folgorare del suo genio, intuì la grande verità detta legge di gravità.

Filippo, una volta, si sarà trovato in una situazione un po' diversa dal solito: possiamo supporre che fosse meno ben disposto di altre volte, e che si fosse seccato che i gio­vanetti sotto la sua camera facessero il solito chiasso: ave­va anch'egli i suoi nervetti, che non sempre reggevano pa­zienti!

Si alzò dunque, corse alla finestra e disse energico - Eh... ragazzi, statevi...

Ma ecco, mentre diceva queste parole la sua mente si aprì, si accese, brillò, ed un altro pensiero successe subito: ma come faranno questi poveri ragazzi a starsene, come io pretendo ora? Non possono! E' un bisogno che essi hanno: quel loro chiasso non dipende dalla loro volontà. Se fos­sero quieti, se stessero fermi, essi ne soffrirebbero nella salute. Ebbe subito un senso di pena, si penti del richiamo, volle correggersi e disse a mezza voce

- Sì, sì, statevi, se potete.

Rise placato, soddisfatto: non era stato cattivo con i fanciulli, come sarebbe stato imponendo duramente di star fermi.

Rientrato in camera, con la mente ancora accesa di quel bagliore interno, ed ora, con la guida della ragione... ra­gionante comprese che il movimento dei giovani è un'esi­genza vitale, una condizione di crescenza, di salute, di vita. Era arrivato a scoprire ciò che la scienza pedagogica formulò faticosamente solo parecchio tempo dopo.

La sua formula di verità intuita era piena.

Anche i ragazzi eccedono e talvolta possono muoversi troppo ed allora il movimento diventerebbe nocivo e perciò l'intervento dell'autorità è necessario, per moderare.

La paroletta: « statevi », indica la prima parte della formula ed essa è giustificata.

La seconda parte però: «se potete» modera e tiene la prima parte nei giusti limiti.

La bellissima formula di S. Filippo invita genitori, edu­catori ad essere comprensivi con i ragazzi, ad essere pa­zienti, a non sacrificare la salute pur nel dovere di vigilare e moderare.

Ancora una volta Filippo fu l'avvocato dei ragazzi, con­tro educatori troppo esigenti.

Statevi se potete ... diceva S. Filippo, è la riflessione che mette in pace la coscienza delle mamme arrabbiate contro i figli chiassosi.

 

CAPO XVII

FILIPPO VUOL DIVENTARE EBREO E FARE PEGGIO

Filippo incontra l'ebreo errante.

E' una favola vera che tutti o quasi tutti conoscono, ma c'è sempre qualcuno che non la sa, ed io perciò l'accen­nerò per questo qualcuno, affinché egli non resti disilluso, in modo tuttavia da non seccare chi conosce e contentare chi non conosce.

Dice dunque la favola, che Gesù, portando la Croce nel salire al Calvario, ad un certo punto, sfinito, chiese, di ri­posarsi, ma il portiere della casa di Pilato, od un certo Assuero, dicono altri, non lo permise: avrebbe dato anzi un pugno al Divino Maestro, il quale gli avrebbe detto: io proseguo la mia via, ma tu andrai errando sulla terra fino al giorno del giudizio.

Da allora, senza posa, quell'ebreo cammina, cammina fin qui la favola.

Comincia ora la verità della favola stessa ed è che il popolo ebreo, fin dalla cacciata dalla loro terra, l'attuale terra Santa come si dice oggi, e dalla dispersione nel mon­do, « Diaspora», mai possono trovare un centro di uni­tà, una patria.

il un fenomeno unico nella storia umana: tutti i grup­pi umani, nelle varie trasmigrazioni, sono stati sempre as­sorbiti dal luogo in cui si sono fermati.

Un esempio grande e recente: i grandi gruppi di emi­grati in America sono stati tutti assorbiti nell'unità della regione, e mentre prima, erano italiani, irlandesi, polac­chi, tedeschi, ora costoro non ci sono più e n'e venuto fuori di tipo americano.

Gli ebrei no: francesi in Francia; italiani in Italia; te­deschi in Germania affondano le loro radici nella razza e restano, per dire così, solo alla superficie geografica del luogo.

Questa situazione ha creato agli ebrei una condizione dolorosa: nei vari posti in cui si trovano, sono considerati o come nemici o come stranieri e sono, spesso, perseguitati da uomini che non vedono in loro dei fratelli.

Le persecuzioni nono state numerosissime e dolorosis­sime: qualcuna, quella nell'ultima guerra mondiale, fu una vera carneficina.

Una belva straordinaria che si chiamava Hitler, ne fece un macello in tutta l'Europa.

Poiché gli ebrei sono diffusi in tutto il mondo, non v'è uomo di altra razza o religione che non ne incontri.

 

L'incontro in Roma.

Anche in Roma, come in quasi tutte le città, c'era ai tempi di Filippo ed anche prima, un forte gruppo di ebrei. Essi abitavano ed abitano ancora in un quartiere che si chiama il Ghetto: così in tutti i paesi.

Il Ghetto è una specie di prigione senza porte, più o meno diviso dal resto della città: è anche una specie di rifugio per la difesa e la sicurezza.

Nel Ghetto c'è la Sinagoga o « tempio» come dicono a Roma.

Al tempo di cui parliamo, tra il 1566 e il 1572, gli ebrei passavano un brutto quarto d'ora e nessuno di loro si sen­tiva sicuro.

Erano poi obbligati a portare in testa, come segno di distinzione vergognosa, una specie di berretto giallo che li additava all'odio, ed anche al peggio, dei cattivi: il ber­retto era come il rosso per il toro allo sguardo degli altri. Un ebreo, forse piuttosto di alto grado, non sentendosi sicuro in casa sua, chiese ad un buon uomo, Prospero Cri­velli, discepolo di Filippo, di dargli ospitalità: crediamo che il Crivelli ne abbia chiesto licenza al Padre che l'ac­cordò: generalmente i figlioli spirituali di Filippo, in cose abbastanza rilevanti, come era questa, chiedevano sempre consiglio e licenza dal Santo.

Un giorno, andando Prospero col P. Filippo a San Gio­vanni in Laterano, avrà detto a quell'ebreo:

- Esci fuori da questo nascondiglio: vieni a prendere un po' di aria con me e col padre Filippo: noi andiamo a S. Giovanni in Laterano: vieni anche tu: sarà un bella passeggiata:

- Con tanto piacere, avrà detto l'ebreo, sento proprio il bisogno di sgranchirmi le gambe, perché non ne posso più di stare nascosto.

Arrivati là, Filippo e Prospero, ginocchia a terra, si vol­gono verso il Tabernacolo, dove si conserva Gesù Sacramen­tato, e pregano.

L'ebreo avrebbe potuto benissimo starsene in piedi e non fare atto di culto, ma essendo un fanatico, un igno­rante, come pare, seppure non cattivo, volse le spalle al Sacramento.

Era un atto offensivo per Filippo ed il suo discepolo ed un altro si sarebbe adirato e avrebbe redarguito il cattivo modo dell'ebreo: Filippo invece gli disse, amabile:

- Uomo dabbene, prega così: « Se sei il vero Dio, ispi­rami a farmi cristiano!

- Questo non lo posso fare, disse quell'uomo pio, per­ché sarebbe un dubitare della mia fede ed io non posso dubitare di questa fede.

- Preghiamo, disse Filippo a Prospero ed ai presenti: vedrete che si farà cristiano.

 

Non polemizzare: amare. Due angeli.

Si avverta come Filippo non polemizza: ama e vince sempre: pensate un altro cristiano, anche zelante, nella situazione di Filippo con l'ebreo.

Avrebbe polemizzato, avrebbe rimproverato lo scortese e forse avrebbe detto: ma voi ebrei siete sempre così te­stardi dopo tanti secoli e tanti miracoli e non vi convertite, anche dinanzi all'evidenza, e cose del genere...

L'ebreo naturalmente avrebbe risposto e ne sarebbe ve­nuta fuori una polemica incresciosa: con quale risultato? L'ebreo non solo non si sarebbe convertito, ma offeso, irritato, si sarebbe sempre più allontanato.

Con la polemica, anche se si vince la lite, si perde il cuore dell'avversario: ora vincere la lite e perdere il cuore non è vincere.

Inoltre chi perde la lite, anche se ha torto, resta umi­liato e non si arrende.

Ecco un grazioso episodio, nel quale figurano due ebrei che poi diventano due angeli.

La vigilia della festa dei santi Pietro e Paolo, il giovane Marcello Ferro indugiandosi sotto i portici della basilica, vede due giovanetti ebrei, che probabilmente conosceva prima, ed attacca conversazione con essi.

Marcello con bell'accorgimento dice ai due compagni Vedete, è la festa dei santi Pietro e Paolo, che sono tanto gloriosi, ma sappiate che essi erano ebrei come voi: oggi è anche un pò la vostra festa: era un invito toccante. Alla fine della conversazione, Marcello invitò i due gio­vanetti ebrei ad andare a San Girolamo della Carità e fare conoscenza col Padre Filippo.

I due piccoli ebrei furono presi dalla maniera irresisti­bile del Santo e tornarono per parecchio tempo, ma poi non si videro più.

Filippo preoccupato di quell'assenza ingiustificata, chia­mò Marcello e lo pregò di indagare e vedere che n'era dei due bravi giovanetti.

Marcello andò alla loro casa e seppe che uno dei due era ammalato gravemente: la madre poi si lamentò con Marcello che quel caro figliolo non voleva prendere cibo e lo pregò di fare anche lui qualche insistenza perché il malato mangiasse un poco.

Il poverino accettò e prese un poco di cibo.

Mentre Marcello badava a compiere questo buon ser­vizio, nell'assenza momentanea della madre, trovò modo di dire al suo piccolo amico malato

- Il P. Filippo vi si raccomanda!

L'infermo ebbe una grande gioia per l'interessamento e l'affetto del Santo.

Marcello nel partire, gli disse all'orecchio, discreto:

- Ricordatevi che avete promesso a Filippo di farvi cristiano.

- Me ne ricordo, e voglio farlo, se Dio mi dà vita. Quando Marcello fece la relazione al Santo della sua pietosa missione, Filippo disse: Non dubitare, l'aiuteremo con la preghiera e si convertirà.

Il giovanetto guarì, ritornò col fratello e tutti e due si fecero cristiani.

 

La promessa di farsi ebreo.

L'episodio che narriamo è solo piccola parte di una grande vicenda.

Una grande e ricca famiglia ebrea, quella dei Corcos, che contava banchieri, rabbini, e gerarchi di ogni genere nel mondo israelita, ben ventiquattro persone, si conver­tirono via via e si fecero cristiani: non possiamo narrare tutta questa storia, ma non possiamo omettere un punto che illumina il resto.

Di tutti questi ebrei convertiti, due deposero poi al pro­cesso: Agostino ed Ippolito i quali avevano assunto il co­gnome Boncompagni, che era del Papa Gregorio XIII.

Sia Agostino che Ippolito raccontano dunque come di fronte alle loro difficoltà di farsi cristiani, Filippo disse ad essi:

- Pregate il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe! I due pensarono che ciò essi potevano farlo perché il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe era il vero Dio, quel­lo che essi avevano sempre adorato, mentre secondo essi i cristiani adoravano Gesù... che non era Dio.

Non potevano diffidare e rifiutarsi di pregare e così pre­gavano, senza sospettarlo, anche il Dio di Filippo, ch'era l'unico Dico.

Filippo, prudentemente, non nominò né Gesù, né la Ver­gine: essi non li avrebbero invocati: aggiungeva ancora Filippo:

- Voi dubitate o credete che la religione vostra sia la vera e la nostra sia la falsa, ma si può vedere facilmente quale delle due religioni è la vera: ne convenite?

- Ma certo, risposero essi sicuri di poter affermare che la religione ebraica è sempre la vera e che essi avreb­bero avuto ragione.

- Ora facciamo questo patto, riprese Filippo: se la religione nostra è la vera, voi vi farete cristiani, perché la verità non si può rifiutare: se poi è vera la religione vostra, ve lo prometto, io mi farò ebreo. Con questa intenzione pregate pure il Dio di Abramo e dei padri vostri.

La vicenda andò a finire, iniziando da questo abile pro­cedimento, che i due giovani si fecero cristiani ed amarono Filippo di un amore sconfinato.

Agostino si fece prete e prete dell'Oratorio. Nella sua deposizione del 26 agosto 1595, egli concluse con parole che sanno di lacrime, ricordando l'ultima visita al Santo mo­ribondo, il quale lo abbracciò e gli disse di tenere bene a mente che egli era prete per far del bene.

Quella sera stessa Filippo dette l'ultima benedizione anche ad Agostino, con gli occhi rivolti al cielo, in atto di preghiera.

« La mattina, termina Agostino, andai da lui ed era morto».

 

Altre malefatte di Filippo...

A quella di farsi ebreo, altre malefatte aggiunse Filip­po, come quella di impicciarsi a far trovare moglie... ad un ragazzo che frequentava la sua camerata.

Questo ragazzo, Marcello, della nobile famiglia Vitel­leschi, arrivato all'età della pubertà, sui sedici anni, come sempre succede, scopri che esistevano le donne: come con­seguenza, gli piacquero e ne voleva avere una per moglie.

Non sappiamo come Filippo abbia conosciuto ciò, ma pensiamo che il ragazzo stesso si sia confidato, semplice e buono com'era.

Saputa la cosa, ad ogni modo, il Santo chiamò il prin­cipe romano Fabrizio Massimo suo penitente, e gli disse, su per giù:

- Caro Fabrizio, tuo nipote Marcello, vuol prendere moglie: ora tu devi dargli ad intendere di volergliela tro­vare...

Questo il cenno molto rapido di una delle tante depo­sizioni del teste, che troppe cose più interessanti aveva da dire.

Ad ogni modo la commedia dovette aver seguito e svi­luppo, per un bel pezzo, come si può dedurre facilmente dal testo della deposizione.

La vita spirituale però, che il Santo andava coltivan­do nell'adolescente, come acqua ben versata, spense la pic­cola fiamma di concupiscenza, più che di amore, e Mar­cello non prese mai più moglie, fu prete ed ottimo prete.

 

Peggio di peggio.

La vena di Filippo non si arrestava alla proposta di farsi ebreo ed all'impresa di trovar moglie ad un ragaz­zetto imberbe, ma andò oltre.

Sempre, nelle sue malattie, Filippo pregava e faceva pregare di riavere la salute per diventare buono, anzi un angelo, come troviamo scritto una volta.

Nell'ultimo periodo della sua vita, però, cominciò a di­re il contrario, nella sua preghiera al Signore, ch'era que­sta, nella sostanza: tante volte, per l'addietro ho promesso di voler mutar vita e mai ho mantenuto la promessa ed ora dispero di me stesso...

Sotto questa apparente disperazione, c'è la visione di un'umiltà sconfinata, perché egli diceva ancora: «Signore io mi protesto che non sono buono a far altro che del male ».

Drammatico è questo episodio che si ripete spesso: egli ha il Sacramenti in mano ed a voce che tutti possono udire, con gli occhi fissi su l'Ostia Santa, con l'anima pro­tesa verso quel Gesù che vi si nasconde, ma che egli av­verte presente, così parla

- «Signore, guardatevi da me che vi tradirò e farò tutto il male del mondo ».

Nella preparazione alla Messa, e ciò lo confidò lui stes­so, diceva:

- «Io nono pronto, per parte mia, a fare ogni male», se Dio non mi aiuta però, egli sottintendeva.

Non si trova scritto in nessun testo, ma è ripetuto in una tradizione costante, questo suo modo di parlare col Signore:

- Signore, mantieni le mani in testa a Filippo, se no Filippo si farà turco!

Quest'altra maniera è ancora più tragica: « La piaga del costato di Cristo è grande, ma se Dio non mi tenesse la mano in testa io la farei maggiore».

Queste formule, viste alla superficie, possono apparire di un andamento troppo confidenziale e, direi quasi, biri­chino, ma nella realtà sono di una umiltà sconfinata per­ché Filippo si crede capace di tutti i delitti: sono di un abbandono senza limiti e quindi di un amore senza riser­va per Dio.

Un giorno, con l'aria di chi fa una confidenza straordi­naria, un'esperienza nuova di un atto di audacia, di una novità, insomma, si volge ad una persona vicina e dice al­l'orecchio: «Sai io mi fido di Dio ».

Pare che egli voglia dire: ho scoperto che Dio è un ga­lantuomo ed io mi fido.

Un'altra volta, con un gesto di dramma, esprime così una sua preghiera a Dio: « Io prego Dio che faccia con la testa così! (e levava la testa in alto) e non: così (e abbassa­va fortemente il viso al suolo).

Intendeva dire che egli pregava Dio che la. sua testa fosse sempre levata alle cose del cielo e mai inclinata alle cose passeggere di questo mondo.

 

CAPO XVIII

CON I PROFESSORI DI SANTITA' ...

Beghe sante...

Al tempo di Clemente VIII, i quattro cardinali Bellar­mino, Baronio, Tarugi, e Borromeo Federico, che rifulge­vano per una vita più bella, erano chiamati, un po' per spi­ritosità, un po' per affettuosa malignità: « professori di timorata coscienza ».

Questo titolo c'è parso bello, fuori però da ogni gioco, per indicare quei personaggi che hanno messo tutto il loro impegno ad acquistare la santità, come altri a professare altre professioni umane.

Ed ora giustifichiamo l'espressione: sante beghe.

I santi, prima di essere santi, sono uomini e l'umanità, si modifica, si purifica ed anche si fa spesso sentire.

La santità inoltre non è una cosa come il vestito che si confeziona e si indossa bello e completo.

La santità è un vestito che si cuce addosso, punto per punto, ed in questa operazione la sensibilità non resta e­stranea.

Prima dunque che si sia arrivati a buon punto, ci sono, ci possono essere, delle... sante beghe, tra quelli poi che saranno santi perfetti.

Beghe però in buona fede, con buone intenzioni, errori di visuale, attriti di temperamento.

Vedere dunque come se la siano cavata in tante questio­ni, certi santi e specialmente S. Filippo, è cosa che diverte utilmente ed istruisce, perché anche in queste circostanze essi hanno saputo trovare una bella soluzione finale.

 

Con l'uomo dalla forza di leone.

L'episodio più grave di tanti litigi fu quello con S. Carlo Borromeo, che poi era un lottatore nato.

Erano amici S. Filippo e S. Carlo, anzi ammiratori l'uno dell'altro, e proprio per questa vìa dell'ammirazione, S. Car­lo cercò, per anni, di attirare Filippo ed i suoi a Milano, per servirsene nel ministero.

Cominciò tosi una schermaglia, una manovra reciproca che si può riassumere in queste brevi espressioni.

- Venite, P. Filippo, a Milano: starete bene. Tanto pensava e scriveva S. Carlo.

- Vengo, rispondeva Filippo, ma non ora: attende­temi.

- Venite almeno per qualche mese P. Filippo e poi tor­nerete a Roma.

- Benissimo! Grazie! Ma ora sono troppo preso. Un giochetto così riassunto durò moltissimo tempo.

Si trovò, in fine, una via di compromesso: Filippo mandò alcuni dei suoi ma col pensiero preciso, che pure a Milano, restassero suoi, mentre il Cardinale pensava di­versamente.

Il nodo venne finalmente al pettine e S. Carlo s'accorse che i compagni di Filippo volevano ancora dipendere dal Santo e perciò l'Arcivescovo di Milano, risentito, fa dire a Filippo: «Vengo che assai differenti sono le intenzioni mie da quelle di codesti Padri. Essi vogliono dipendere da loro stessi ed io desidero che tutto stia nella mia volontà, non altro volendo io fare che un sodalizio di uomini pronti ad ogni mio cenno, però di preti dell'Oratorio.

Questa presa di posizione senza equivoci, fece compiere a Filippo un atto risoluto: senza informare nessuno, nep­pure il Cardinale, ordinò ai Padri di Milano, che, appena ricevuta la lettera, tornassero a Roma.

S. Carlo chiamò Filippo in quell'occasione «uomo sen­za misericordia, senza cuore». Ciò accadde nel 1576. Restarono tosi i due per sempre? Macché! Erano due santi che avevano litigato...

Nel 1579, S. Carlo venne a Roma e fu una festa per tutti e due, tanto è vero che il 4 ottobre, l'Arcivescovo di Milano celebrò la Messa nella Chiesa di S. Filippo e poi restò a pranzo in comunità, trattenendosi una giornata intera.

Non mancò il solito gioco alla S. Filippo: il Santo fece improvvisare un discorsivo al più timido dei suoi compa­gni, Giulio Saviolo che, naturalmente, avrà avuto un gran tremore di gambe.

Ma le nuvole si addensarono presto, nel 1581, per un caso nuovo in cui vennero a giocare due fattori: una certa condotta diplomatica di S. Carlo ed un equivoco.

Guglielmo V, duca di Baviera, chiese a S. Carlo due bra­vi preti, esperti di liturgia, per tener fronte ai protestanti nel suo ducato.

Chi meglio dei preti del P. Filippo, può lavorare in que­sto bel ministero? pensava S. Carlo.

Sapendo però gli umori di Filippo, dette ordine al suo fiduciario in Roma di cercare due preti per quel santo bi­sogno.

Il fiduciario invece di cercare lui e, come appare da tan­te circostanze, per suggerimento del Cardinale, fece desi­gnare dal Papa due preti di S. Filippo senza che questi ne sapesse niente.

Al Pontefice, pensava il Cardinale, Filippo non potrà dir di no, come ha fatto a me.

Il fiduciario si mosse, ottenne tutto e, felice, scrisse a S, Carlo che la commissione era conclusa bene ed il Papa aveva accolto il suo desiderio ed i due preti dell'Oratorio sarebbero presto partiti.

Gregorio XIII, ch'era allora Papa, fece sapere a Filippo che i due preti designati dell'Oratorio andassero a Milano, per poi proseguire per la Baviera.

Il Santo, ch'era restato all'oscuro di tutto, ricevette la notizia come un colpo in testa: in quei momenti poi la Congregazione dell'Oratorio, da poco nata, avrebbe subìto una grande perdita con i due preti designati, ch'erano tra i migliori.

Filippo corre dal Papa ed espone con tanta forza la si­tuazione, che il Papa aderisce alla sua proposta: invece dei due sacerdoti oratoriani, andranno due sacerdoti liberi, ospiti però della Congregazione in S. Girolamo della Ca­rità.

I due soggetti designati, interpellati, accettano, ma poi si pentono e dicono: noi in Baviera? Mai più!

Il fiduciario di S. Carlo, quando vide l'affare andato a male, non sapendo dell'intervento di Filippo presso il Papa, del cambiamento di persone e tutto il resto, montò su tutte le furie, e scrisse all'Arcivescovo di Milano, presentando Filippo ed i suoi come dei disobbedienti, come dei ribelli ad un ordine del Papa!

S. Carlo, credendo ora, di avere il coltello per il manico, scrisse al fiduciario formulando un atto di accusa contro Filippo ed i suoi compagni, dicendo, che erano di molto de­licato spirito... cioè scrupolosi!

Ma era un fiera ironia e voleva dire che il Santo era di poco spirito religioso.

Il fiduciario avuta la lettera, la portò al Papa, il quale la mandò poi per conoscenza, come diremmo noi oggi, al Santo, in S. Girolamo della Carità.

Essere accusati di disobbedienza al Papa e da un Car­dinale era un colpo grave.

Il Santo però aveva buon gioco, in quanto non si sapeva come le cose erano andate e come il rifiuto era avvenuto da parte dei due preti liberi, i quali per altro, potevano avere anche buone ragioni.

S. Filippo, quindi, si giustificò col fiduciario e con San Carlo, che, forse, non fu del tutto persuaso ed accusò Fi­lippo ed i suoi di «sensualità ».

La parola, nel contesto e nel frasario ascetico, voleva dire attaccamento alle cose sensibili, ai beni di questo mon­do ed ai propri comodi.

Il Santo però senza reticenze non si giustifica, perché non ce n'è bisogno ma ribatte l'accusa con un'altra accusa al Cardinale e dice: «quanto alla sensualità che dice di noi, mi perdoni S. Signoria Illustrissima, perché ha nome di essere non solo sensuale, ma ladra e questo lo diceva il vescovo di Rimini e di Vercelli, e molti altri perché quando può avere un soggetto, non si cura di scoprire un altare per coprirne un altro: amicus Socrates, amicus Plato, sed ma­gis amica veritas».

 

Un bel tiro di Filippo ed un altro... del Cardinale.

S. Carlo, perduta ogni speranza di aiuto da Filippo per la sua Milano, fece da sé e fondò un nuovo istituto dioce­sano: gli «Oblati di S. Ambrogio », che poi, dopo la morte del fondatore si chiamarono: «Oblati dei Ss. Ambrogio e Carlo ». Il nuovo istituto era sulle misure, per dire così, di quello dei preti dell'Oratorio, ma da servire solo per la dio­cesi di Milano e ciò fu nel 1578.

L'Arcivescovo scrisse le regole per i suoi Oblati e le por­tò a Roma: egli voleva udire il parere di uomini esperti ed ottenerne l'approvazione.

S. Carlo portò le regole prima di tutto a S. Filippo, che egli non aveva mai cessato di stimare come uomo di spi­rito, uomo di Dio.

Il Santo però tante ne disse che poté scusarsi, la sua umiltà fu più forte della sua rinnovata amicizia per il Car­dinale.

- Allora, disse tuttavia il Cardinale, Padre, venite al­meno con me in carrozza: faremo una passeggiata e par­leremo delle regole per via.

- Sì, Monsignore Illustrissimo, disse il Santo, ma a patto che la carrozza deve portarci dove voglio io.

Una delle sue, avrà pensato il Cardinale, ma acconsenti. Si arrivò tosi, dietro le indicazioni date da S. Filippo al cocchiere, ad un convento di Cappuccini detto: «San Bonaventura».

S. Filippo fece chiamare un religioso che oggi noi co­nosciamo sotto il nome di S. Felice da Cantalice, ma che allora era un povero laico che sapeva fare due cose sola­mente: questuare e curare un poco l'orto: era un tipo a­meno anche lui, vero figlio di S. Francesco, ma intanto era ignorantissimo.

S. Filippo che lo conosceva bene e lo amava, fece chia­mare Fra Felice e gli disse come qualmente il Signor Car­dinale di Milano aveva scritto una regola per persone re­ligiose e, che lui, Fra Felice; doveva leggerla e dire il suo parere.

- Leggerla? Ma io non so leggere...

- Te la fai leggere e ti farai segnare qualche appunto. Durante tutte le fasi precedenti di questa gita ed il di­scorso seguito, l'uomo Carlo Borromeo, che poi non cono­sceva Fra Felice, avrà avuto voglia di dirne quattro a S. Filippo, ma il S. Carlo fece tacere l'uomo Carlo ed il Cardinale acconsenti.

Alla conclusione della cosa ed alla partenza di S. Carlo per Milano, si poté vedere che Filippo s'era diretto bene e l'umiltà e la virtù di S. Carlo furono premiate: Felice, il laico analfabeta, suggerì delle osservazioni, che un lette­rato non avrebbe fatto.

 

Teo da Siena.

Questo nuovo personaggio, oggi così poco conosciuto ma al suo tempo famosissimo, ebbe dei contatti curiosi con S. Filippo.

Si chiamava Matteo Guerra e quel cognome gli stava bene, perché ebbe a combattere e fece `bizzarrie di ogni genere.

Iniziò la sua carriera come domestico presso certe suo­re, per governare gli animali, poi fece il cuoiaio.

Volle farsi cappuccino ma non fu accettato e, dopo tan­te vicende, fu preso come infermiere.

In seguito cadde da una scala, si ruppe una gamba e restò sciancato per tutta la vita.

Si dette alla vita spirituale e, lui laico, analfabeta, fon­dò un istituto religioso di sacerdoti detto del Sacro Chiodo di Gesù Crocifisso: fondò ancora una Congregazione della Dottrina Cristiana, un seminario di giovanetti di condi­zione civile.

Dotò moltissime ragazze povere e le maritò, togliendole al pericolo della prostituzione.

Godette l'amicizia dei più grandi del suo tempo. Fin da giovinetto si rivelò un originale.

Come fattorino e apprendista cuoiaio, mandato dal pa­drone a comperare della frutta, per una certa somma, com­però la peggiore che trovò, da un contadinello che gli fa­ceva compassione.

A tavola, quando l'uomo vide quella frutta, montò su tutte le furie, ma il piccolo Teo non si perdette d'animo e disse: Maestro, se aveste visto com'era povero quel giovi­netto, con le vesti stracciate, le guance patite! Faceva penai

Io poi immaginai il dolore dei suoi, se non avesse ven­duto quella brutta merce.

Teo proseguì su questo tono con tanta abilità, che il cuoiaio si placò, gli volle maggiormente bene.

Andato in casa d'un certo Tantucci, usciva di notte e perché ciò non avvenisse più, il padrone prese a chiudere la porta di casa.

Teo saltava dalla finestra ed andava via: il padrone ebbe dei sospetti gravi e lo spiò: scoprì così che andava all'Oratorio di S. Bernardino, dove si faceva la disciplina e si recitavano i sette salmi penitenziali.

Ecco una delle sue trovate di quando era infermiere nell'ospedale.

Un malato, evidentemente fissato o addirittura pazzo, si era messo in testa di essere morto e quando gli portava­no da mangiare rifiutava e diceva: « i morti non man­giano ».

Se gli facevano osservare che però i morti non parlano, mentre lui parlava, rispondeva che egli era un morto spe­ciale che parlava per fare intendere ai vivi che era un mor­to davvero.

Chiedeva inoltre, il poveretto, di essere sepolto.

I medici disperavano di farlo rinsavire ed ecco che a questo punto interviene l'infermiere Teo.

Fa mettere egli in una bara il malato e lo fa portare in chiesa: in un'altra bara, molto ampia dove c'erano delle provviste da mangiare, a tarda sera si corica lui Teso, ac­canto all'altro.

Ad un certo momento della notte, Teo dice al malato oh, quando mi vogliono seppellire costoro? Io già puzzo di morto e tu che fai?

Il malato alza la testa e dice a Teo:

- Chi sei tu e come ti trovi qui?

- Io sono un morbo ed aspetto che mi seppelliscano. Intanto aveva cominciato a mangiare.

- Come sei morto e mangi?

- Vedi che sono morto davvero, perché sono nella ba­ra: mangio e così mi seppelliranno più presto: se tu non mangi, non ti seppelliranno mai: ad ogni modo, io sarò seppellito prima di te perché mangio: mangia ancor tu per l'ultima volta.

Il pazzo abboccò all'amo, si ristorò, poi si riposò, fu portato al piano di sopra e -poi guarì.

 

Teo insegna agli spirituali e predica al Papa.

Due volte Teo venne a Roma per difendersi innanzi al Pontefice, perché nemici e molti, come chiunque fa il bene, ne aveva anche lui.

Teo fece capo a Filippo, l'oracolo di Roma, e ne fu ospi­te una volta.

Ebbe una sorpresa una sera durante il famoso esercizio dell'Oratorio.

Parlava S. Filippo e tutti erano intenti ad ascoltarlo, ma, inaspettatamente il Santo si levò, chiamò l'ospite e gli disse

- Teo tocca a voi!

- In che cosa?

- Dovete parlare voi e proseguire il discorso che ho iniziato io.

- Ma Padre, tosi di sorpresa! Non so che dire.

- Su via senza tanti complimenti! Non vedete che tutti attendono?

Teo parlò, e noi pensiamo che ne avesse anche voglia, perché, in quanto a parlantina, era molto esperto. Dovette aver successo, come argomentiamo dal fatto che ne lasciarono memoria scritta, dalla quale attingiamo. Un'altra parlata Teo dovette fare dinanzi a Grego­rio XIII, in Vaticano, nel 1585.

Preceduto da grande fama di santità e di fondatore, Teo fu ricevuto dal Pontefice con una certa solennità: il biografo dice che il Papa era circondato da cardinali.

Gregorio molto umilmente, ad un certo punto dice a Teo:

- Teo, diteci qualche parola di edificazione.

- Grazie, Padre santo, ma io sono un povero igno­rante.

- Fa niente! Parlate lo stesso: diteci ciò che Dio v'i­spira.

Teo si fece in mezzo e, prima di tutto, chiese ad uno che gli era vicino

- Datemi il libro.

- Quale libro?

- Come quale libro? il libro dico.

- La Santa Bibbia ?

- Datemi il libro che si legge di dentro e di fuori e dal quale traggo tutti i miei discorsi.

Capirono, voleva un Crocifisso e lo portarono.

Teco lo prese, lo fissò profondamente, specialmente nelle piaghe e poi incominciò a ragionare con tanta profondità del valore del Sangue di Cristo, che si poté vedere come egli fosse profondamente studioso di quel libro.

Facendo poi cadere a proposito le sue parole, mostrò come tutto ciò che la Chiesa possedeva era frutto del San­gue di Cristo e come spendendo male il danaro della Chiesa stessa, destinato ad uso sacro e per i poveri, si profanava quel Sangue prezioso.

Parve un rimprovero, un ammonimento e ci fu chi si offese.

Il Papa, umile, disse: « Questo servo di Dio ha toccato il punto ».

 

Un incidente con Filippo.

Una sera, dunque, come sempre, forse più del solito, Filippo per far credere all'ospite che egli non era quel santo che credevano o dicevano, si mostrò particolarmente allegro: rideva e faceva ridere e parlava con la sua solita libertà.

Teo che s'aspettava chi sa quale colloquio di vita inte­riore, prima restò disilluso, poi quasi si scandalizzò e co­minciò a pensare: ma questo non è un santo! Sarà, tutto al più, un buon sacerdote, ma un santo no! E poi anche un buon sacerdote non ride così come ride lui, non dice favole, non prende in giro la gente, e giù in questa maniera.

Andò turbato a letto Teo, ma Filippo così esperto nel leggere in volto, si accorse, forse, dalla faccia dell'ospite, del suo cambiamento interno.

Il mattino seguente, Teo si volle confessare, prima della Comunione, come facevano generalmente tutti gli « spiri­tuali» e si confessò, ma tacque di quei pensieracci che gli erano balenati alla mente: ma più che pensieri, riteniamo, erano impressioni e non peccati gravi: non c'era dunque obbligo di confessarli, ma sarebbe stato bene anche accu­sarsene.

Alla fine della confessione, Filippo chiese all'insolito penitente

- Teo avete detto tutto?

- Tutto, P. Filippo; non ho più nulla da aggiungere.

- No, Teo, non avete detto tutto: completo io la con­fessione: voi avete fatto cattivi pensieri sul mio conto. Sciorinò cosi dinanzi al povero Teo, come se ne avesse preso appunti, tutti quei molesti pensieri e poi concluse tieni a mente Teo: nelle tue confessioni, devi essere sempre sincero_ senza alcun rispetto umano.

Teo comprese allora che Filippo non solo era un santo ma un grande santo e la loro amicizia ne fu rinsaldata. Filippo poi compose una... poesia di un solo verso, per tenere allegro Teo e gli altri, e come incitamento a far meglio.

C'era stata in Siena una santa donna, fondatrice delle suore Cappuccine, e questa suora si chiamava Passitea. Filippo per mantenere umile Teo gli disse... in poesia ascolta Teo perché suor Passitea è migliore di te.

Ma ecco la poesia - bisticcio

Odi Tea: Passitea passa Teo!

Tutta la lunga consuetudine di amicizia tra Filippo e Teo si concluse, su questa terra, in modo meraviglioso. Sulle ore sei del giorno 26 Maggio 1595, secondo il com­puto antico, Teo dormiva in Siena, quando ad un momento vide arrivare Filippo, il cui volto gli era familiare, sostare nella sua camera, lieto, paterno, secondo il solito, come chi arriva per un commiato.

Il Santo disse semplicemente: la pace sia con te o fra­tello! Addio. Io me ne vado in luogo migliore, addio.

Teo, nato il 1538, mori all'età di 63 anni ed andò anche lui in luogo migliore.

 

Con Federico Borromeo.

Federico, nel 1586, nella sua venuta a Roma, fu preso da una grande malinconia: egli non era ancora cardinale. La dimora nella città eterna e la vita che si faceva in curia lo annoiavano a morte e perciò bramava di ritirarsi nella solitudine del lago Maggiore, dov'era il ben noto ca­stello dei Borromeo e là dedicarsi allo studio ed alla pietà. Tra quello che egli sentiva e quello che gli dicevano le persone attorno a lui, si trovò in una grande perplessità, in una tenebra interiore.

Nel suo incontro con Filippo,egli versò nel cuore del Santo la sua amarezza.

Filippo comprese che se il giovane si andava a rinchiu­dere nella solitudine, ad immergersi negli studi, era per­duto: restando invece a Roma, avrebbe potuto realizzare una vita di studio e di pietà, ma anche di attività benefica. Il Santo parlò dolcemente: Federico comprese, si ac­quietò al consiglio e riprese la sua gioia: fu una prima vittoria.

Federico fu fatto poi cardinale e siccome era l'ora di mandare un altro arcivescovo a Milano, la scelta cadde sul cugino di S. Carlo.

Federico ne fu terrorizzato: di andare arcivescovo a Milano, di prendere una così grande responsabilità, non se la sentiva.

Anche questa volta, il giovane cardinale chiese aiuto e conforto a Filippo ed il Santo gli suggerì di fare l'obbe­dienza.

Per dargli sicurezza e conforto ancora, gli consigliò che quella mattina, celebrando la Messa, giunto alla consuma­zione, si fermasse alquanto e facesse al Signore questa ­protesta: «Tu vedi, o Signore, che io non vorrei questo ca­rico sulle mie spalle: Tu lo vedi. Se me lo dai, io Ti chia­merò nel giorno del giudizio e Tu mi dovrai rispondere, mi scuserò di tutto ciò di cui Tu mi accuserai e tu, non io sarai obbligato a rispondere».

Cosi pregò Federico e, confessa egli stesso, ne ebbe con­forto e consolazione.

Filippo ebbe tosi il merito di dare a Milano un altro grande e santo arcivescovo, emulo di S. Carlo.

Nella sua nuova condizione poi, e con la larghezza di mezzi che aveva Federico, poté dare sfogo alla sua passione per gli studi e fondare e condurre a buon punto la grande Bibblioteca Ambrosiana, che lo onora più che se avesse scritto molti libri.

 

CAPO XIX

SAN FILIPPO RIDE GIOCA CON PERSONAGGI D'ALTA STATURA

La sputacchiera.

S. Filippo ebbe contatti, e non fuggevoli, con persone di ogni classe e condizione: artigiani, operai, servi, e con tutti se la cavò magnificamente, riuscendo a renderli più buoni.

Con i grandi egli trattò con dignità, senza mai adulare e seppe anche più di una volta essere fiero e coraggioso. Diamo solamente alcuni di questi incontri con grandi. Ottavio Paravicino, di nobilissima famiglia, era stato presso Filippo da giovanetto e fu alunno di Baronio.

Fatto adulto e diventato cardinale, viaggiò, stette in missione nella Spagna e trattò con le più grandi persona­lità del tempo.

Tornato a Roma, suo primo pensiero fu di visitare il Santo, ora molto vecchio ed ammalato.

Non appena Filippo lo vide, dopo i primi complimenti, gli disse

- Ottavio, desidero conferire con voi, ma quando tosso ho bisogno di sputare. Vorrei dunque che mi pigliaste la sputacchiera.

- Padre mio, ciò è per me sommo favore e vostra ri­verenza mi fa troppa grazia.

 

Le lenticchie e una ciambella.

Un altro grande prelato, Michele Bonelli, nipote di San Pio V, detto più comunemente il Cardinale Alessandrino, offrì un pranzo ed invitò anche Filippo.

C'erano molti prelati e dignitari di riguardo, che ave­vano portato i loro servi, perché allora questi grandi per­sonaggi avevano tutti una piccola corte.

Filippo aveva fatto preparare una pignatta di lentic­chie dal cuoco e, venuto il momento di andare al ban­chetto, la fece avvolgere in un panno e l'affidò ad uno che l'accompagnava.

Quando Filippo giunse, la sala era piena, ed egli, dopo aver salutato col cenno del capo, si accostò disinvoltamente alla tavola e mise il fagotto nel bel mezzo tra le argenterie ed i vasi scintillanti: poi svolse la pignatta, che apparve nera, panciuta, brutta in mezzo allo splendore della tavola.

Molti dettero segno di disgusto, e, forse, qualcuno disse parole di deplorazione, mentre quelli che conoscevano Fi­lippo se la godevano un mondo e ridevano.

Il cardinale si portò da gran signore ed uomo di spirito, mise il cucchiaio nella pentola portò le lenticchie alla boc­ca e disse:

- Squisite, squisite l Non ho mai mangiato in vita mia un piatto come questo.

Anche gli altri, per non parere da meno, si servirono le lenticchie ebbero un momento di gloria ma Filippo fu deluso nel suo pensiero di essere disprezzato.

Un'altra volta pure, Filippo andò con un bel numero dei suoi spirituali, alla casa dello stesso Alessandrino. Alla fine della visita, come fanno certi accattoni, che conducono due o più fanciulli per muovere a compassione, disse al Cardinale:

- Monsignore illustrissimo, vorrei da voi qualche cosa per dare a questi figlioli... Non vedete voi come sono sfiniti? Pare che vengano meno.

- Certo, certo, P. Filippo! C'è anzi in quella dispensa una torta abbastanza grande e pare mandata apposta dal­la Provvidenza.

- Evviva, evviva monsignore illustrissimo, gridarono parecchi che sapevano come tener bordone al Santo in questi giochi.

- Grazie, disse Filippo e, col fare dei bimbi capricciosi, quando sono finalmente contentati, aggiunse: questa, que­sta volevo io.

Fatte le parti, qualcuno cominciava a mangiare con la fame finta di tre giorni, ma il P. Filippo intimò:

- Non qui, non qui, ma fuori.

Uscirono e così tutti ben disposti dietro l'esempio del capo, cominciarono ad addentellare la loro porzione, men­tre ognuno diceva la sua.

- Che bellezza! ...Squisita!... Ce ne vorrebbe un'altra. Quelli che passavano, si fermavano a guardare e ognu­no diceva la sua.

- Guarda quel P. Filippo: ne inventa ogni giorno una nuova... Hanno buon tempo questi spirituali... Se avessero a che pensare! Sembrano pazzi autentici.

Qualcuno che non sapeva ed era nuovo a quelli spetta­coli domandava al vicino

- Sono zingari? Sono pezzenti? Di dove sono sbucati? Non sappiamo fino a che punto quella torta rifocillò lo stomaco degli spirituali, ma, certo, rifocillò lo spirito di quel buon umore che, spesso fa più bene del cibo materiale e di cui v'è bisogno.

 

Ordina ad uno di farsi beffare.

Intorno al 1590-91, quando il Santo era già molto vec­chio, ma la vena del suo umorismo era sempre fresca, un giorno, si trovavano con lui alcuni giovani, tra i quali l'a­bate Crescenzi, Marcello Vitelleschi e Pietro Aldobrandini. Ora Filippo sapeva, per intuito o per lume superiore, non ci importa, che lo zio di Pietro, Ippolito Aldobrandini, sarebbe stato papa e che quindi il nipote Pietro sarebbe stato presto cardinale, come era uso a quei tempi.

Ora Filippo chiamò Pietro e gli disse:

- Senti, Pietro, tu devi andare dai tuoi compagni là dentro e dire con una certa aria di sostenutezza e di supe­riorità: il P. Filippo mi ha detto che io vi dica che fra poco voi tutti mi avrete a dare dell'Illustrissima e riterrete un grande favore parlare con me.

- Ma Padre, questo non va! Non lo posso... risparmia­temi... Mi canzoneranno e crederanno che io dica ciò di iniziativa mia e che io sia un ambizioso.

- Va, te lo comando. Per obbedienza sai...

Andò, ma di malumore, proprio per venerazione a Fi­lippo.

Ripetette parola per parola quanto il Santo gli aveva comandato.

- Oh! oh! oh! Quando l'hai sognato? o Borse hai be­vuto?

- Sciocco, stupido.

- Presuntuoso, imbecille.

- Fanatico.

- Me l'ha comandato Filippo, vi ripeto: domandatelo a lui, diceva Pietro sconfortato.

- Il giorno che tu dici, non verrà mai: consolati: noi ti tratteremo peggio di ora, sempre.

E la commedia finì allo sciogliersi della brigata e Filip­po rise più di tutti. Forse, quei giovani ripeterono a casa il bel gioco ed ancora là si rise, ma il fatto ebbe un seguito non molto tempo dopo.

Alcuni giorni dopo questa gazzarra, innanzi a Pietro, il P. Filippo parlando come a se stesso, per rammaricarsi di un'umiliazione, di una brutta figura, borbottava

- Guarda a che san costretto io, nella mia vecchiaia dovrò dare dell'illustrissimo a costui!... Io vecchio ad un ragazzaccio... Mi poteva capitare di peggio?

Pietro comprese: era la stessa beffa ordinata alcuni giorni prima e inghiottiva amaro, torcendo la bocca.

Era tempo di Sede vacante e di conclave per eleggere il nuovo papa.

Passarono alcuni giorni e fu eletto il cardinale Ippolito Aldobrandini che prese il nome di Clemente VIII.

In breve spazio, come usava generalmente in simili cir­costanze, Pietro fu creato cardinale ed, in quello stesso momento, fu cominciato a chiamare illustrissimo signor cardinale Pietro Aldobrandini.

 

Un personaggio un po' pericoloso.

S'era al tempo di Paolo IV, Caraffa, nell'anno 1559. La guerra con la Spagna aveva messo divisioni, rancori anche in Roma, mentre proseguiva accanita la lotta del protestantesimo, per penetrare sempre più profondamente nel cuore della Chiesa.

Il Pontefice, sempre in allarme, pensava a come argi­nare la corrente protestante: si inasprirono le misure di ogni ordine, furono severamente vietati gli assembramenti. Poiché era prossimo il tempo della visita alle Sette

Chiese col suo gran movimento di popolo, ci furono dei nemici che formularono accuse e fecero insinuazioni e dis­sero anche calunnie.

- Che sta a fare quel Filippo di San Girolamo col suo Oratorio? Con le sue conventicole? Con le sue visite alle sette Chiese? E poi quelle prediche di laici, quei finti con­vertiti, che fino a ieri hanno fatto una vitaccia... Tutto ciò non è chiaro! Gatta ci cova.

Queste ed altre voci fatte circolare abilmente, arriva­rono all'orecchio di Virgilio Rosario, cardinale di Spoleto, al quale Paolo IV aveva dato ogni autorità.

Virgilio Rosario era, per dire così, come un gran fuoco acceso: soffiandoci dentro produceva un incendio e così avvenne per Filippo.

Circolarono altre voci sinistre: Filippo è stato chiamato dal giudice... La visita alle Sette Chiese si farà o non si farà?... Pare che i Superiori abbiano scoperto cose gravi dell'Oratorio.. Si parla anche di false dottrine!... Qualcuno aggiungeva: Filippo è stato arrestato e non si sa dove l'ab­biano cacciato.

C'era del vero e del falso in queste voci ed il vero era che Filippo ora si trovava sospettato, vigilato, come un cattivo.

Ad un bel momento, il Santo fu chiamato dal cardinale Rosario, il quale, abilmente ingannato, gli contestò le ac­cuse come se fossero fatti provati.

- Voi adunate gente, disse egli in sostanza, per acqui­starvi favore popolare, procacciarvi prelature, e tutto ciò sotto apparenza di santità... Voi siete un ambizioso e fate setta.

Il Santo, dinanzi a quell'uomo al sommo dell'irrita­zione, e che aveva anche il potere di vita e di morte sopra di lui, si volse ad un Crocifisso e, con grande coraggio, co­me se vedesse Gesù in persona, nella sua fede, disse: «Si­gnore tu sai se quello che io fo, lo fo per far setta».

Era l'appello ad un giudice superiore.

Il Cardinale, per niente placato, dette una sentenza preliminare: niente più Visita alle Sette Chiese: niente adunanze nell'Oratorio: niente assembramenti per via, ed essere sospeso per quindici giorni dalle confessioni.

Anche a queste pene egli dette una risposta degna di un sacerdote che, pur innocente, mette l'ubbidienza ai su­periori prima di ogni cosa, e disse: «Per gloria di Dio ho cominciato a fare questi esercizi e pure per gloria di Dio sono pronto a lasciarli».

Rosario però non si dette per vinto ed avrebbe prose­guito nella sua linea di severità cruda, come risulta da varie circostanze della narrazione, se non si fosse verifi­cata cosa che parrebbe incredibile e che è riportata da testimoni autorevolissimi.

Mentre i più coraggiosi seguaci di Filippo si trovavano all'Oratorio, ben chiuso come i primi cristiani nelle cata­combe, appare in mezzo ad essi, non si sa come entrato, un prete mai conosciuto prima, mai visto, e strano nelle vesti e nel volto.

«Aveva una cintura di corda, osserva Domenico Gior­dani, di statura ordinaria, con la barba nera, magro, bru­no»: una figura di asceta.

Egli, senz'altri complimenti, disse che la persecuzione sarebbe presto cessata e che Rosario sarebbe morto fra quindici giorni.

Il terribile Segretario di stato, il 22 maggio 1559, con un fascio di carte sott4o il braccio, si recava a riferire al Pontefice: si piegò su se stesso repentinamente, vomitando sangue nell'anticamera di Paolo IV e perdette immediata­mente i sensi.

Fu preso, portato nel suo appartamento, ed allora si vide che non si trattava di perdita di sensi, ma di morte. Dopo la morte di Rosario tutto cambiò: il Papa rico­nobbe l'innocenza di Filippo, gli fece sapere che poteva andare alla Visita delle Sette Chiese, poteva confessare, riprendere la sua missione e si raccomandava alle preghie­re di lui. Gli mandò due candele della candelora, di quelle riccamente dipinte dell'anno 1558, dolente di non poter partecipare alla Visita delle Sette Chiese.

Marcello Ferro, uno dei presenti alla scena, riferì an­che le parole del Papa e portò il dono.

Era un modo di chiedere umilmente scusa a Filippo da parte del Pontefice.

 

Filippo in prigione...

Un giorno corse, per il rione, la notizia sussurrata all'o­recchio, tanto essa pareva impossibile e tanta era la vene­razione per l'infaticabile prete, che Filippo era stato im­prigionato.

- Sai, confida uno ad un altro che gli veniva di contro, che Filippo è stato arrestato e messo in prigione?

- Quale Filippo?

- Filippo dico, il P. Filippo, Filippo di Santo Jeronimo.

- Impossibile.

- Eppure lo dicono quelli che hanno visto: così mi è stato riferito.

- E perché quest'arresto?

- Perché? E' incredibile, ma così han detto: perché preso in casa di una donna.

- Va! Ciò non solo è incredibile, è impossibile. - Andiamo a Santo Jeronimo.

Andarono, andarono anche altri e trovarono nel confes­sionale Filippo sereno, col volto luminoso di un angelo.

Com'era nata la storiella? Un aiuto sagrestano, un sot­to sagrestano, come dice il teste Antonio Gallonio, che fa­ceva appunto servizio nella Chiesa di S. Girolamo, e si chia­mava anche lui Filippo, fu trovato in una di quelle case....

 

Filippo... spretato e apostata.

Nei brutti tempi dei quali trattiamo, c'erano molti re­ligiosi che, entrati o messi in religione dai parenti senza vocazione, senza disposizione alcuna, per intenti umani, finivano poi quasi sempre malamente, per vie diverse.

Questi disgraziati, nella condizione in cui si trovò la così detta Monaca di Monza, ad un bel momento, taglia­vano la corda, calpestando i voti ed ogni altra virtù e di­venivano apostati.

Si abbandonavano poi ad ogni eccesso.

Talvolta, quando potevano, cercavano di entrare nel clero secolare o seguivano altre avventure.

Ci fu un provvedimento contro di essi nel 1558, e cioè che dovevano essere ricercati e incarcerati.

Un bel giorno, un certo numero di sbirri, al comando di un bargello, come allora si diceva, cioé un ufficiale, tro­vandosi in perlustrazione alla ricerca di cattivi soggetti, irruppero nella Chiesa di S. Girolamo.

Non c'erano altri preti in quel momento, ma solo Filip­po che sedeva al confessionale.

Il bargello ed i suoi, forse per insinuazione precedente, lo fissarono e pensarono che quel prete potesse essere uno dei ricercati.

Filippo, vistosi preso di mira, si levò e disse semplice - Che volete, che cercate?

Il bargello, esperto conoscitore di cattivi soggetti, sa­peva bene come costoro si tradiscono, si agitano quando sono solo interpellati, scorgendo un viso luminoso di bontà, comprese di aver preso un granchio, rispose semplice­mente

- Niente, signore. Ed andò via.

 

Incontro con un galantuomo.

Il cardinale Morone, uno dei migliori del Sacro Collegio, un giorno tutto pensoso incontra Filippo circondato da un bel gruppo di devoti che si recavano in qualche sacro luogo.

Nell'atmosfera di quei tempi agitati, carichi di sospetti, il buon Cardinale ritenne che quel gruppo potesse essere di persone poco raccomandabili.

Un prete, fra tanti laici, non faceva buona impressione, per i pregiudizi appunto di quei momenti storici.

Egli fermò Filippo e lo trattò da ambizioso, da traffi­cante e disse su per giù: invece di andare in giro con delle persone, per fini egoistici, fareste meglio a starvene in casa, in chiesa, a studiare...

Filippo che si sentiva sicuro, nella sua innocenza, dette ogni spiegazione al prelato, che restò soddisfatto e tutto finì là.

Se Filippo avesse parlato ancora un poco, il cardinal Morone che era un galantuomo, si sarebbe unito anche lui al piccolo gruppo, e questa non sarebbe stata la prima volta...

 

Un vigilato speciale che conquista chi va a vigilarlo.

Filippo ebbe grande venerazione per S. Pio V, prima e dopo la morte di questo grande Pontefice, e ne serbava due reliquie: una pantofola ed una berretta.

Pio V, che non poteva seguire da vicino il Santo, ascol­tava quello che dicevano di lui e naturalmente gli capitò di ascoltare persone che si spacciavano per gente da bene

il Papa perciò era obbligato ad indagare.

- Santo Padre, dicevano fra le altre cose al Papa, quel Filippo Neri va sempre con un codazzo di persone per Roma...

- L'avete visto voi?

- Lo vedono tutti, e tutti i santi giorni dell'anno, e fosse solo questo.

- In quelle riunioni dell'Oratorio, un po' segrete, un po' pubbliche, si dicono errori, sciocchezze senza fine. L'oratore un giorno disse che S. Apollonia, per sete di martirio, s'era gettata volontariamente nel rogo. Quindi era una suicida.

- Bene, bene, disse il Santo Padre, provvederò io, e provvederò subito.

Fece chiamare il P. Paolino Bernardini e gli disse: Sen­tite, fra Paolino, voi dovete andare ad ascoltare all'Ora­torio di quel tale Filippo Neri quei poveri uomini, che ne dicono ogni giorno di più grosse, e poi dovete riferire a me non fate parola di questa commissione: serbate il silenzio più assoluto.

Ubbidirò, Beatissimo Padre, da domani sera stessa co­mincerò a frequentare l'Oratorio, in modo che nessuno noti la mia presenza.

Fece chiamare poi il Pontefice un altro domenicano, Fra Alessandro Franceschi, forte anche lui in teologia e scienze ecclesiastiche, e gli dette lo stesso incarico, come all'altro.

I due però non sapevano l'uno dell'altro ed, inoltre, andavano prevenuti.

Si trovarono là senza essere sospettati, comparve l'ora­tore del giorno, il quale fu brevissimo, egli ripeté la storia di S. Apollonia, storia ch'era servita di pretesto, per dare un esempio dell'ignoranza degli oratori.

L'oratore si riferì al discorso precedente e precisò come S. Apollonia si gettò nel rogo senza aspettare di esservi gettata, per impulso dello Spirito Santo.

I due già conoscevano Filippo e furono stupiti della precisione di dottrina e riferirono al Pontefice quanto ave­vano visto: aggiunsero anzi che mai nell'Oratorio si era detta o fatta cosa men che lodevole.

I domenicani divennero propagandisti dell'Oratorio e gli apologisti di Filippo e Fra Paolino volle anzi ricopiare l'istituzione di Filippo e fondare in Lucca, sua città natale, un movimento come quello di Roma e si servì perciò di un santo sacerdote che fu in seguito S. Giovanni Leonardi, del quale avremo a dire altro, pur brevemente, in seguito.

 

Filippo armato di pugnale.

S'era al tempo del Pontefice Gregorio XIV, e, brigan­taggio e carestia aumentavano.

Filippo soffriva e pensava che ci fosse bisogno di più rigore contro i cattivi, specialmente contro i briganti ed i cattivi amministratori e che si facessero arrivare, ad ogni modo, viveri almeno sufficienti, se non abbondanti.

Per dare una dimostrazione più efficace sulla sensibi­lità del Pontefice, egli prese uria pagnotta di pane ed un pugnale, li nascose sotto la tonaca e via a Palazzo.

Quando fu innanzi al Pontefice, mise fuori il pane e fu grande meraviglia perché il Papa non ne aveva bisogno né per pranzo né per la cena: Gregorio non si stupì nep­pure troppo, conoscendo le altre imprese di Filippo.

Un attimo dopo aver messo fuori il pane, Filippo mise fuori il pugnale... Chi dà la breve notizia non aggiunge altro, ma il Papa, quando vide quel gesto, si dovette do­mandare se il suo santo amico non fosse impazzito e forse, chi sa, ebbe un po' di paura.

Ma bastava guardare la faccia del Santo per rassicu­rarsi e ridere.

Ad ogni modo, Filippo fece comprendere, col suo piccolo dramma, con molta più efficacia delle parole, che c'era bi­sogno di viveri e di giustizia.

 

L'uomo dal perfetto equilibrio.

Pur fra tante stranezze, Filippo fu un uomo di perfetto equilibrio e questo equilibrio concorreva alla sua festività. La mancanza di equilibrio nella vita, più o meno, fa sbattere la persona di qua e di là come certi sugheri nel­l'acqua agitata.

L'equilibrio perfetto del Santo si può vedere in tutte le sue cose, ed anche nelle sue grandi opere, ma riluce di più nelle piccole cose, come quelle che dimostrano la sua cura nel tener conto anche di piccolezze spesso trascura­bili.

Egli, per esempio, mostrava questo suo equilibrio anche nel vestire: non gli piaceva la sudiceria di certi penitenti antichi, colpa, per altro, dei tempi ed aborriva, inoltre, ogni ricercatezza ed aveva questa norma di S. Bernardo

« Paupertas mihi semper placuit, sordes numquam » - sempre mi è piaciuta la povertà, mai la sorditezza -. C'era tra i seguaci del Santo, un giovane intelligente e buono, un tale Luigi de Torres, che fece poi lunga via ed arrivò ad essere cardinale.

Egli, un po' per costume del tempo, un po' per la sua età giovanile; vestiva molto bene e riteneva che la veste semplice di Filippo, di saia di Gubbio, col suo mantello di buratto di Bergamo fosse poco conveniente ad un tanto Uomo.

'Allora anche gli ecclesiastici eleganti e ritenuti distinti, oltre le vesti più o meno costose, imitavano i laici in certe ricercatezze e così avevano la camicia con i polsini, non sappiamo se con o senza gemelli...

Il biografo di S. Filippo, più ricco di particolari, nota che il Santo era ben lontano da questa forma di ricerca­tezza e la camicia non appariva mai intorno ai polsi.

Or il buon Luigi pensò di fare una bella veste al suo caro P. Filippo. Chi sa, pensava egli, come il buon vec­chio sarà contento.

Un giorno, prese un gruzzoletto di danaro e andò al­l'Oratorio, col proposito di uscire poi a comperare la stoffa e portarla a Filippo alla fine delle pratiche serotine.

Egli pregustava e masticava la sorpresa del Santo, la sua gioia e godeva in anticipo della piccola festa che Fi­lippo gli avrebbe fatto.

Ma sia che altre volte Luigi avesse fatto osservazione al Santo per il suo modo di vestire, sia per un fenomeno di telepatia, sia per quella intuizione degli uomini di ge­nio, Filippo conobbe il gesto che voleva fare il suo figlio­lo spirituale, ma disse niente.

Lasciò che andasse all'Oratorio tranquillamente, ma do­po lo chiamò e gli disse:

- Luigi, vieni con me un momento in camera mia. - Subito Padre.

Filippo andò innanzi, si diresse all'armadio che fun­geva da guardaroba e puntando il dito nell'interno dell'ar­madio disse:

- Vedi che non mi mancano le vesti.

L'altro restò di stucco, anzi male come quando si sba­glia un colpo.

Il Santo però mise dello zucchero in questo suo rifiuto ed aggiunse:

- Non voglio che tu faccia spesa per me, sai perché? Perché non ti voglio essere di gravame.

Da una e dall'altra parte, dunque, uno . stesso motivo di amore nell'agire.

La festa del dono ci fu lo stesso, anche senza il dono.

 

CAPO XX

I PIU' AMATI E MEGLIO MALTRATTATI

Da cortigiano... a ben altro.

Non tutti quelli che avvicinavano Filippo erano trat­tati indiscriminatamente: essi erano curati uno per uno, come il medico fa con i malati, con un disegno prestabilito ed una finalità precisa.

Tratteremo, in questo capo, di quei suoi seguaci più vi­cini a lui e più amati e che i biografi chiamano suoi « com­pagni ».

Il primo, per ordine di tempo, e più in vista, fu Fran­cesco Maria Tarugi nato a Montepulciano nel 1525.

Era nobile, parente dei due pontefici Giulio III e Mar­cello II, ed aveva qualità personali meravigliose. Bellissimo di persona, era elegante ed un parlatore af­fascinante: indossava quasi sempre un mantello di vellu­to: aveva grandi aspirazioni, ma umane: Filippo, non ap­pena lo conobbe, gli mise nel cuore un ideale ben più gran­de, perché comprese quali tesori aveva quell'uomo sotto quelle esteriorità di mondano.

Generoso com'era, Francesco Maria avrebbe subito vo­luto seguire Filippo, ma glielo impediva un laccio, un le­game sentimentale.

- Sta tranquillo, gli disse un giorno Filippo, se tu non puoi incamminarti per la via che ti indico, per questo tuo legame, non passerà un mese e tu sarai libero.

Entro il mese la donna mori.

Pazzo prima per una donna, s'intruppò in una nuova specie di pazzi: Filippo cominciò presto la cura di lui per una guarigione completa.

Prima di tutto, contrariamente a quello che si credeva o che lo stesso Tarugi si aspettasse, Filippo volle che egli seguitasse a portare la sua veste di elegantone, pur ora spirituale ben noto.

Ricordate la gloriosa... storia del cane « Capriccio »? Filippo ordinò a Francesco Maria, come il più robusto, di portarlo in braccio per Roma, più spesso degli altri, e fu Francesco Maria che maledisse il cane in versi, ed augurò alla gatta di crepare presto.

Gli antichi compagni del nuovo spirituale, conoscenti ed amici, cortigiani, vedendolo per le Per le vie della città vicino a Filippo, in quella guisa, dicevano:

- Vedi Francesco Maria che fa il bigotto e porta in braccio quel grosso cane? Io lo ricordo quando era milita­re nelle Marche, tutto fiero nella sua veste, bello e mae­stoso come marte... A che s'è ridotto!

-- Io ne so una più bella, diceva un altro. Un tempo era innamorato cotto di una dama... e passava continua­mente sotto le sue finestre e non aveva pace e fu preso da una malinconia che pareva voler morire tisico.

- Ma questo non è tutto, aggiungeva un terzo, quel matto di Filippo non solo l'ha cambiato in governatore del cane, ma lo manda a spazzare negli ospedali, a lavare le scodelle dei malati ed a fare altri mestieri simili.

Qualche altro diceva ancora:

- Quella che vi dico è fresca fresca: in quella stanza che chiamano l'Oratorio, Francesco Maria aveva avuto un giorno l'ordine di fare un discorsetto in cui dimostrare l'utilità e nobiltà della sofferenza. Voi sapete che France­sco parla benissimo e fece un discorso che si poteva scri­vere. Sul più bello, mentre gli ascoltatori erano rapiti, esta­tici, si sentì un rumore come di sedia smossa, poi si senti­rono colpi di tosse ed altri disturbi che si seguivano. L'ora­tore cercò di superare il disturbo, non badandoci, e cer­cando di tener ferma l'attenzione. Macchél Si udirono dei ciaf, ciaf, ciaf, come rumori di grossi schiaffi. Che succe­deva? Filippo, in fondo alla sala, con la palma della mano, percuoteva un pilastro e faceva quel chiasso e ciò durò fino alla fine e, forse, Francesco Maria abbreviò il suo discorso a bella posta. Non appena l'oratore si mosse dal luogo di chi parla, andò lui, quel Filippo, e disse su per giù: nes­suno della nostra Congregazione ha ragione di gloriarsi come se avesse sofferto qualche cosa: dopo tutto, proseguì, non c'è nessuno qui che abbia sparso una goccia di sangue per amore di Cristo; anzi seguendo lui noi abbiamo ripor­tato onore e riverenza. Filippo insomma fece fare una fi­guraccia a quel povero Francesco Maria. Vi par modo que­sto di trattare quell'uomo?

- E Francesco Maria non si offese?

- No, stava tutto compunto come per dire: sono un colpevole, un peccatore.

- Se fossi stato io, intervenne a dire un altro, non mi sarei tenuta l'offesa: avrei reagito, non so che avrei fatto, ma non avrei subito quella brutta figura!

- Se fossi stato tu, merlo, riprese il primo che, evi­dentemente la sapeva più lunga di tutti, se fossi stato tu al posto di Francesco Maria, ti saresti messo a piangere e avresti ringraziato P. Filippo. Tu non lo conosci quell'uo­mo! Egli fa diventare agnelli i leoni. Ti basti sapere che ha fatto diventare un medico libertino e prepotente, un divotello umile come un sagrestano.

 

Uno che perde la nave e trova la vita.

La vittima principale, il bersaglio preferito di Filippo, fu un uomo grandissimo la cui gloria da limiti ristretti della Congregazione dell'Oratorio e della città di Roma, sconfinò nel mondo della cultura universale.

La gravità dei giochi di Filippo non si potrebbe misu­rare se non si conoscessero alcune linee ed alcuni episodi di questo uomo - bersaglio - Cesare Baronio, da Sora, nato nel 1538 e morto il 1607.

Era andato a Napoli, giovane diciasettenne, per stu­diare legge ma, timoroso di torbidi di guerra, decise di tra­sferirsi a Roma, noleggiò un posto in una imbarcazione.

Il giorno fissato della partenza, con una grossa vali­gia sdrucita, il giovine arrivò al molo e chiese

- Dov'è la nave che doveva partire a quest'ora per Roma?

- La nave diretta a Roma, giovinotto, è partita che saranno dieci minuti. La vedete là sulle acque un pò di­stante? Voi siete in ritardo.

- Accidenti, disse lo studentello! Sono in ritardo, ho perduto così il mio danaro..., e dire che ne ho tanto poco! Ci voleva anche questa!

- Guardate, c'è un altra imbarcazione che parte tra poco: potrete approfittare di quella.

- Se non c'è altro da fare, pazienza.

- Passarono alcuni giorni e si seppe che la prima im­barcazione aveva fatto naufragio e tutti gli uomini erano annegati.

Fu questo il primo episodio di un grande destino: ave­va perduto il prezzo del nolo, ma aveva guadagnata la vita.

 

Futuro grande ingegno ma gid grande cuore.

A Roma, prestissimo, Cesare cadde nella rete di P. Fi­lippo ed intraprese la nuova vita spirituale con tanto en­tusiasmo che non pensò più ai famosi studi di legge che avevano montato la sua testa ed esaltata la sua speranza. Un giorno, il giovane ascoltava una predica nella Chie­sa di S. Giacomo degli spagnoli ed il predicatore raccoman­dava alla pietà dei fedeli una famiglia poverissima: por­tate, diceva egli, danari, scarpe vecchie, vestiti usati, bian­cheria... hanno bisogno di tutto quei poveretti.

Cesare va a casa, prende le sole tre camicie che ha, le involge e le consegna in sagrestia al predicatore.

Il predicatore, ch'era quel frate Lupo dal cuore di agnello, si commosse quando Cesare gli disse che non ave­va altro e che tutta la sua biancheria erano quelle tre ca­micie.

Il Lupo, dissimulando la sua ammirazione, chiese tan­te notizie al giovanotto e, piano piano, con finto disinte­resse, gli cavò di bocca tutte le notizie che credette ne­cessarie.

L'indomani, frate Lupo, nella predica narrò al popolo l'episodio e l'offerta delle tre camicie, descrivendo la figu­ra del donatore, tozzo, alto, bruno, con i capelli arruf­fati e ne fece l'elogio.

Cesare anche quel giorno era al suo posto di uditore e quando udì le parole di frate Lupo per poco non gli scop­piò il cuore, si fece rosso rosso e fuggi via come un ladro.

 

Il predicatore delle pene infernali.

Diventato assiduo frequentatore dell'Oratorio, Cesare ci si sentiva tanto bene come un pesce nell'acqua: era fe­lice, tutto inteso ad udire le prediche e tener gli occhi fis­si sull'oratore.

Una sera l'oratore non si vede e il posto è vuoto: Filip­po s'accosta a Cesare e gli dice imperioso

- Cesare vai innanzi e parla tu, questa sera. Era l'an­no 1558 e Cesare stava in Roma da meno di un anno.

- Ma, Padre, io?... lo non so parlare. Non seppe dire altro mentre le fiamme salivano al viso e le gambe tre­mavano.

- Va ti dico! E non più parole.

Come per un miracolo, appena arrivato al posto dell'o­ratore e dette le prime parole o meglio balbettate le prime parole, trovò la via e, pur rozzamente, espresse bellissi­mi pensieri.

Una volta rotto il ghiaccio, ottenne facilmente di farsi ascoltare con interesse ma diceva sempre cose orribili e parlava di morte, giudizio, inferno, eternità.

Siccome egli sentiva quelle verità, riuscì sempre effi­cacissimo: la sua fantasia giovanile poi aiutava ciò che egli aveva raccolto dai libri.

Parlando una volta, per esempio, dell'eternità delle pe­ne, disse così: se ad un dannato fosse detto che doveva restare nell'inferno, finché una formica passando e ri­passando per un ponte di ferro non avesse consumato quel ponte, e poi sarebbe andato in Paradiso: quel dan­nato sarebbe stato subito felice pur dovendo aspettare mi­liardi di anni. Neppure allora però, concludeva Cesare, l'inferno sarebbe finito!

Pur in queste nere immaginazioni, Filippo che studia­va il giovane intensamente, comprese che egli aveva un cervello straordinario, ed era un uomo eccezionale.

Fu questa grande scoperta di Filippo un avvenimento grande nella storia della cultura umana.

 

Spunta lo storico.

Non era passato molto tempo da quando Cesare aveva iniziato la sua nera predicazione, che Filippo lo chiamò e gli disse reciso:

- Cesare, da domani sera in poi, nell'Oratorio tu co­mincerai a parlare di storia della Chiesa e parlerai ogni sera: è ora di finirla con le tue prediche: ci fai morire tutti di spavento.

Per una illuminazione grande, soprannaturale, Filippo aveva compreso che, in quel periodo, era necessaria una grande storia della Chiesa da opporre alla colossale falsi­ficazione storica protestante, sotto il nome di Centurie di Magdeburgo.

Filippo era sicuro che Cesare sarebbe diventato il grande storico della verità, ma egli non lo disse a Cesare quel cervellaccio aveva bisogno di essere affinato, prepa­rato lentamente.

Anche per questo nuovo compito Cesare si oppose, ma le sue opposizioni s'infransero contro la volontà di Filippo. Anticipiamo qui ciò che avvenne dopo quasi un mezzo secolo, per non tornare più sull'argomento.

Cesare scrisse in dodici grossi volumi in folio la grande storia della Chiesa.

 

Il successo inizia con una penitenza.

Durante questa immane fatica, man mano che i vo­lumi erano stampati, Baronio ne offriva la prima copia in omaggio a S. Filippo.

Il primo volume comparve nel 1581 e Cesare, giubi­lando, si recò da Filippo ed, in cuor suo, pregustava la gioia del Santo, le belle parole che gli avrebbe detto e tante altre cose simili.

Arrivato innanzi al Santo, guardandolo negli occhi, gli mise quel bel grosso volume tra le mani ed aspettava. - Bene, Cesare! Ora per compenso, per penitenza, ser­virai trenta Messe in chiesa e non ne devi omettere nes­suna.

Non sappiamo come restasse il Baronio, era un uomo dopo tutto, e nella sua sensibilità dovette avvertire una grande ferita, ma egli era già un uomo di preghiera, di vita interiore, e potè anche non badare alla ferita.

Un altro avrebbe avuto un accidente!

Servire le Messe allora poi, benchè opera santa in se stessa, non era tenuta in considerazione e chi serviva le Messe era o un sagrestano o un chierichetto.

 

Il grande storico in uniforme.

In S. Giovanni dei Fiorentini, i preti conviventi, tra i quali il Baronio, dovevano spazzare chiesa e casa, fare tut­te le pulizie e, non scolo servire a tavola, ma preparare la cucina per turno.

Lo storico Baronio, la cui faina ormai, anche per altri scritti, s'era diffusa nel mondo, compiva seriamente, scru­polosamente, la sua parte, ma c'era un altro servizio che ricadeva sulle sue spalle sole, data la sua condiscendenza e benignità.

- Cesare, gli diceva uno dei conviventi, -mi faresti do­mani il favore di preparare il cibo in luogo mio?

- Volentieri, volentieri.

Questo modo di fare divenne presto la furberia di tutti, che spessissimo, con dolci parole, dicevano: Cesare mi fa il favore ecc.

Ora quell'uomo dottissimo, grave, che non sapeva ri­dere, una volta, considerando questa sua situazione agli occhi del mondo, senti come un'ondata di umorismo, rise di se stesso, prese un pezzo di carbone dal focolare e scrisse sul caminetto: « Caesar Baronius Coquus perpetuus ». Non immaginava quell'uomo semplice e grande che quel suo gesto sarebbe diventato storico e così quella sua scrit­ta: nei secoli seguenti infatti, i visitatori della casa di S. Giovanni dei Fiorentini leggevano, con riverenza il motto tracciato in nero.

Restauri piuttosto recenti fecero sparire la scritta in­cautamente e irriverentemente: ma essa è restata nel ri­cordo col nome del suo autore, ed una lapide ne fa la storia.

Durante la dimora del Baronio, nel detto luogo, perso­naggi importanti, non solo dell'Italia ma di tutta l'Europa, venivano per conoscere un uomo le cui opere ormai erano diffuse in tutto il mondo.

Riportiamo uno dei tanti episodi: arriva un grande pre. lato e dice, per esempio: io sono l'arcivescovo di Lisbona... Io sono il definitore generale dei Cappuccini... Io sono il teologo dell'università di Bologna e vorrei parlare con il reverendissimo P. Cesare Baronio.

- Mi dispiace, diceva il portiere, ma sta in cucina ap­parecchiando il pranzo.

- In cucina? Ma voi scherzate fratello mio! Baronio in cucina?

- Dico davvero.

- Io voglio lo storico non il cuoco... Hanno forse lo stesso nome?

- Ma no! Qui c'è solo il P. Cesare che si chiama Ba­ronio e so che ora si trova in cucina.

Ad ogni modo, conchiudeva il visitatore, pensando ad un gioco, chiamatemi lo storico Cesare Baronio, dovunque si trovi.

Il portiere, seccato, finiva per obbedire ed ecco compa­rire Cesare con grembiule, più o meno bianco, col viso ar­rossato, i capelli disordinati.

- Ma siete voi, faceva il visitatore, Cesare Baronio, lo storico? Non è uno scherzo?

- Sono io, carne ed ossa... Abbiate pazienza: stavo pre­parando la minestra...

La situazione si chiariva alla superficie ma il visitatore poteva pensare: non saranno costoro dei pazzi?

Ed aveva ragione secondo la logica del mondo.

Un altro volume degli Annali e un'altra edizione di gioco.

Veniva fuori un altro volume degli Annali, e come se nulla fosse stato delle ricompense precedenti, Baronio si presentava a Filippo, per fare omaggio di una copia.

In una di tali occasioni capitò un funerale solenne in Chiesa e grande folla di amici del defunto, parenti, popolo si addensava.

S'era formato il corteo ed un fratello laico reggeva la grande Croce che lo apriva.

Filippo fa un cenno a Cesare, che gli stava vicino e gli dice

- Cesare, prendi di mano la Croce a quel fratello e portala tu.

- Dammi la croce, chiede Cesare arrivato di fronte al fratello.

- Ma non la do! Voi siete un sacerdote e poi!... non conviene.

- La debbo portare io. - Non la cedo dico...

- Me l'ha detto il P. Filippo! Lo comprendi tu? Allora il fratello cede.

Tutti del corteo, a quello spettacolo, guardano, sorri­dono, commentano sotto voce.

La processione si snoda per le vie, e si colgono frasi di questo genere: Vedi quello là che porta la Croce? Quello è uno degli uomini più dotti del mondo. Che figuraccia!

- Ne avrà fatto una grossa, se P. Filippo l'ha punito così. Certe cose P. Filippo non le dovrebbe permettere.

- Forse la porta per devozione sua.

Qualcuno passa vicino al paziente e lo canzona ama­bilmente: pesa neh? Coraggio, dopo avrai venti giulivi! (mo­neta del tempo).

Episodi del genere furono ripetuti parecchie volte an­che per altri.

 

Il destino di un diploma di laurea.

Una disciplina così severa alla quale Filippo formava i suoi, pure apparentemente strana, raggiungeva uno sco­po sublime, quello di distaccare il cuore dalle cose del mondo.

Cesare arrivò all'eroismo, come si potrebbe vedere in molti fatti, ma noi ne riportiamo uno solo.

Quando Cesare si mise a seguire Filippo, abbandonò gli studi di legge, ma il padre di lui, che sognava un figlio dottorone sopportò male la cosa e non mandò più quat­trini al figlio, per farlo rinsavire.

Era disperato quel padre deluso per la sorte del figlio, ma Cesare, dopo parecchio tempo, volle placare l'ira del genitore, medicare la ferita, e alla svelta, intelligente come era, prese la laurea di dottore e n'ebbe il diploma in bella e decorata carta pecora.

Generalmente quelli che ottengono un diploma lo met­tono in una bella cornice e lo collocano, in casa, in luogo molto evidente, perché chi entra ascolti l'ammonimento: badate, il padrone di questa casa è un :dottore!...

Cesare, evidentemente, non si curò di collocare quel diploma come tutti gli altri, ma forse lo mise in cassetto, buttato là.

Un bel giorno, però, Cesare aveva bisogno di pezzetti di carta per segni nel libro che leggeva: cercò con gli occhi una carta inutile e non, la trovò: gli occhi gli caddero alla fine sul diploma: non ci pensò due volte, lo prese, lo ta­gliò in tante striscie e ne fece quei segnali occorrenti. Del diploma di dottore non gli restò più traccia... Se lo avesse saputo il padre l

 

Le prove più grandi.

Una medicina pericolosa. Baronio per la sua vita se­dentaria, s'era rovinato lo stomaco e l'intestino e, una vol­ta, si ridusse in condizioni così gravi che non poteva quasi più prendere cibo.

Il P. Filippo lo fece chiamare e venire in camera sua e gli additò una pagnotta, che sarà stata ben rafferma ed un grosso limone e gli disse

- Cesare tu devi mangiare questa pagnotta e questo limone: subito e tutto.

- Ma io muoio! Mangiare quella roba è impossibile.

- Avanti, Cesare, ti ho detto.

Il Baronio stesso, che confidò il fatto a chi poi ne la­sciò memoria, dice che ebbe una grossa paura di morire. La sua fede in Filippo però fu più forte della sua paura: mangiò tutto alla meglio, non ebbe nessun disturbo, anzi si sentì guarito.

 

Insegnante ed accattone.

Come altri, Filippo mandava Baronio ad insegnare ca­techismo alla gente rozza ed ignorante dei castelli romani vi restava normalmente due o tre giorni.

Questi catechisti però non dovevano avere provviste e dovevano chiedere elemosina per mangiare: era ben duro davvero chiedere elemosina a gente povera e presso la qua­le poi uno aveva compiuto il nobile ufficio d'insegnante. Non solo gli alimenti bisognava talvolta mendicare, ma qualche altra cosa.

Un giorno Filippo fissa un po' Baronio, come se lo ve­desse per la prima volta, e gli fa questa paterna osserva­zione:

- Cesare, questa tua veste è troppo vecchia, rovinata ed ha anche qualche toppa e perciò bisogna smetterla asso­lutamente.

- Lo vedo anch'io, Padre, ed è necessario comprarne una nuova al più presto possibile.

- Questo lo so anch'io, ma comprarla sarebbe troppo facile.

- Però non la possiamo rubare: occorre trovare una altra via.

- L'altra via è che tu la chiedi in elemosina!

E Cesare si metteva in giro, e, a furia di canzonature, di beffe, di figuracce, riusciva finalmente a trovare.

Certo, le persone richieste capivano che sotto quel gioco c'era lo zampino di Filippo.

 

Filippo comanda a Cesare di comandare.

Era ammalato grave il cuoco di casa, di cui avremo a fare cenno in seguito, e Filippo incaricò Baronio, lo stu­dioso tosi incapace di fare le piccole cose pratiche della vita... di assisterlo, come se fosse un infermiere di profes­sione.

Quell'uomo obbediente compi come meglio poté quel suo nuovo dovere ma contrasse anche lui la stessa malattia con febbre altissima.

Qualcuno riferì la cosa a Filippo, con una certa preoc­cupazione, in un momento di crisi più acuta del male.

- Padre, Cesare ha una febbre da cavallo che mette paura!

- Bene, dice Filippo, ritorna da Cesare e digli che co­mandi alla febbre in nome mio di andare via.

Questo è un bel rimedio, dice tra sè il messaggero an­dando via... Il povero Cesare se la prenderà con me come se lo volessi beffare. Ad ogni modo, «messaggero non porta pena»: farò così.

Cesare a differenza di quello che pensava chi riferiva, accolse l'ordine, con la stessa naturalezza come se Filippo gli avesse comandato di bere un bicchiere di vino.

L'ammalato, richiamando al suo cuore tutta la fede di cui aveva bisogno, prese l'atteggiamento di chi parla ad una persona viva, sordastra e poco docile e disse con impe­rio, ad alta voce:

- Febbre, in nome di P. Filippo, ti comando di an­dare via.

Come se avesse visto una persona voltar le spalle ed uscire, l'ammalato si vesti e andò con passo di persona sa­na alla basilica di S. Pietro, distante un mezzo miglio.

Il fatto è riferito dal Bernabei ed è di evidente prove­nienza diretta del Baronio, come indicano le circostanze.

 

Un gioco da monelli.

Baronio confessò che, per studiare, non s'era mai po­tuto cavare di dosso completamente ii sonno con una buo­na dormita.

Per rimediare, in qualche modo, e resistere poi a pro­trarre lo studio fino ad ora tarda, dopo pranzo, faceva un pisolino.

Ma quel pisolino diventava nel nostro personaggio così stanco e grosso, un pisolone, un sonno profondo.

Filippo, un giorno, vede quel suo buon figliolo così af­fondato nel sonno e pensa un gioco simile a quello dei ra­gazzi, che pigliano gusto a molestare il cane che dorme.

Chiama egli un giovinetto, come ci racconta autore­volmente Aringhi, Agostino Boncompagni, e gli dice:

- Agostino, prendi in camera mia quel cappellone da cardinale, che io ho tirato or ora da una cassa, e mettilo in testa a Cesare che dorme.

- E se si sveglia? Non si offende? E potrebbe anche sgridarmi e darmi tubo scopaccione.

- Fa come ti dico, con modo, piano piano e poi, quan­do Cesare dorme non lo svegliano neppure i tuoni.

La commissione fu eseguita con compiacimento dei ra­gazzo, come se fosse stata di sua invenzione.

Cesare seguitò a dormire per tal pezzo ancora, ma quando si svegliò sentì qualche cosa sul capo e portò la mano in alto: guardando il cappello, forse poté pensare istintivamente: che gusto! Mi hanno interrotto quel poco di sonno! Pazienza... Ci sono dei matti al mondo.

Ma forse egli respinse questi pensieri come una tenta­zione, poiché aveva troppa venerazione per Filippo. E così rise anche lui.

Quando Cesare, più tardi, fu creato cardinale, forse si ricordò di quel gioco e poté riflettere che non era stato un gioco da matto, ma quasi tal gesto profetico.

 

Una beffa atroce.

La beffa più dura fu quella di far credere a Baronia che qualcuno si accingeva a scrivere contro di lui, già famoso, attaccando i suoi applauditi Annali.

Filippo mette in giro la diceria che il contraddittore era Antonio Gallonio, pure lui di Congregazione e più giovane del Baronio di diciasette diciott'anni, allora alle prime armi come storico e quindi per niente capace di far la cri­tica agli Annali.

Baronio cadde nella trappola come un ingenuo conta­dinello, perdette la pazienza e reagì: vogliono dirmi ora che ho sbagliato? Dovevano dirlo prima che io stampassi.

Pensiamo che il giovane Gallonio fosse complice con­sapevole, perché egli recitò una parte troppo lunga e trop­po ben fatta.

Cesare si va sfogando a destra e sinistra e scrive per­fino a Napoli al P. Talpa, una lettera che si conserva tut­tora e ch'è tutto un pianto amaro.

In casa e fuori se la ridevano sotto i baffi, ma Cesare non dubitava.

La diceria va fuori, arriva al Vaticano, alle stesse orec­chie del Papa e anche la è un bel ridere.

Sopravvennero gli scrupoli: Cesare, ch'era uomo di Dio, cominciò a temere di offendere la carità, polemizzando. Piuttosto che offendere la carità, si propose egli, avven­ga quel che si vuole, io voglio tacere, soffrire e « far da cristiano, come scrive egli stesso, e perdere per vincere ».

Cesare enunziò così, senza averla troppo cercata, una massima di altissimo valore ascetico e cioè perdere la lite per vincere nella virtù.

Piano piano la diceria si esaurì per via e, dopo parec­chio tempo, seppure per ultimo, Cesare poté ridere di se stesso.

 

Un puntiglio finto che minaccia di diventar vero.

Il pontefice concesse a Cesare Baronio una grossa pen­sione, quando si trovava in difficoltà, per via dei quattrini, a proseguire la stampa degli Annali.

Il pensiero che egli potrà ora lavorare serenamente bene, e compiere la grande impresa iniziata, lo esalta e lui, così grave, ci scherza come un bambino e scrive al Cardi­nale Federico Borromeo: «Io non sono più un furfante. Sua Santità mi ha dato quattrocento scudi di pensione, saprò anch'io far del grande e spacciare il quamquam » e cioè darmi importanza.

Baronio era allora un semplice prete e seguitando nel suo gioco, poté aggiungere al suo amico Cardinale: « Avrà a grazia a potermi scrivere fratello carissimo ».

Ma su tanto sole, ecco una grande nuvolaglia.

Tutti i preti della Congregazione, allora, crome anche oggi, contribuiscono con una certa somma, come possono, alla vita comune.

Se non possono, danno niente e Baronio, fino allora, non aveva contribuito.

Filippo allora, non per gioco, ma per una di quelle manovre sapienti che portavano alla perfezione, fa dire a Cesare:

- Ora che hai i quattrini del Papa, devi pagare anche tu la pensione.

- Questo no, dice quell'uomo scrupoloso: i quattrini del Papa sono per la stampa degli Annali ed io non posso distorglierli in altro uso.

- Comunque tu li abbia, non importa: li hai e devi pagare la pensione.

- Io non la pago in nessun modo.

Così si svolse, su per giù il dialogo, che s'inasprì per via.

Filippo, che voleva salvare un principio di vita comune nella Congregazione e la virtù dell'obbedienza nel Baronio, sentenziò severo: o pagare o uscire di Congregazione.

A questo punto interviene il P. Tommaso Bozzio il quale fa capire al Baronio che quello suo è uno scrupolo perché, contribuendo alla vita comune, quella quota parte della pensione serviva per lui Cesare che si sacrificava per gli Annali. e quindi, indirettamente anche per gli Annali. Gli scrupolosi sono fatti così: anche quando sono gran­di in altre cose, nello scrupolo diventano piccini.

Baronie comprese finalmente, si fece accompagnare dallo stesso Bozzio, si gettò ai piedi di Filippo, pianse e chiese perdono.

Filippo, grande come sempre, rispose: Ora questo appunto io volevo da te: tieni pure i tuoi danari, che non mi curo che tu dia cosa alcuna alla Congregazione, mi basta l'obbedienza.

 

La «foglietta » di vino.

Gli osti non sono sempre di buon umore e scattano subito: costretti a badare a tanta gente, i loro nervi vi­brano presto.

Un giorno venne in mente a Filippo di lanciare Cesare in pasto ai nervi di un oste.

Egli gli fece prendere un « boccione » cioè un recipiente capace di contenere un dodici litri di liquido, e poi gli disse:

- Devi fare un buon servizio, andare da quell'oste che tu sai, con questo boccione che vedi e comperare del vino, una mezza foglietta. Bada però che prima lavi il boccione, poi vai in cantina a vedere dove ti da il vino, affinché sia buono: dopo poi darai all'oste uno scudo d'oro e ti devi far rendere il resto.

L'oste, come vide arrivare il cliente con quel boccione, si rallegrò pensando: è un buon affare.

Cesare poi chiese di saggiare le varie specie di vino e l'oste seguitò a rallegrarsi.

Quando poi Cesare pretese che il recipiente fosse ri­sciacquato e disse finalmente: ora versatemi qua dentro mezza foglietta di vino (un quarto...) l'oste montò su tutte quante le furie e per poco non mise le mani addosso a Ce­sare quando si vide richiedere il resto di uno scudo.

Se Cesare scansò le botte fu un miracolo.

 

Una Cantata fuori posto.

Tra le donne più brave e più beneficate da Filippo v'era una certa Gabriella da Cortona, la cui storia graziosa s'in­treccia più volte meravigliesamente con la vita di Filippo, e noi abbiamo riportato di lei un dolce episodio.

Tra gli altri beni che Filippo fece a questa donna, fu di farle maritare una figliola: cosa rara poi, Filippo andò al banchetto di nozze con tre persone già autorevoli tra i suoi seguaci: Francesco Maria Tarugi, Francesco Bordini ed il nostro Cesare.

Il gruppo dava molto onore e grande solennità alla pic­cola festa; mentre tutti chiacchieravano allegri dopo i di­screti bicchieri di vino, Filippo dice a Cesare:

- Cesare, ora tu ci devi rallegrare con un bel canto. - Io non so nessuna canzone allegra, Padre.

- Ti dico io la canzone più allegra: canta il « Mise­rere» (salmo di penitenza che per lo più si canta nei fu­nerali).

- No, Padre, no: questa gentarella è superstiziosa e crederanno il canto del Miserere come un cattivo augurio. - Canta il Miserere ti dico e molto bene!

Non sappiamo cosa successe di preciso, ma la conversa­zione dovette certamente languire, mentre tutti si guarda­vano stupiti e gettavano occhiate ostili sul cantore im­provvisato, che neppure se ne accorgeva.

- Smetti, smetti, diceva più di uno a Cesare, non sa­pendo l'ordine di Filippo, ma il poveretto guardava il San­to per sapere se smettere o seguire e dovette continuare fino alla fine.

Le azioni di Cesare salgono.

Per quante astuzie trovasse Filippo, per mantenere Ce­sare in umiltà, le sue azioni salivano, salivano nell'opi­nione pubblica ed un bel giorno scoppiò come una bomba questa notizia: Cesare è stato nominato confessore del papa Clemente VIII.

Era vero l Quando Filippo gli comunicò la nomina, Ce­sare si buttò ai piedi del Santo e disse

- Padre Filippo, ciò non è possibile i Cercate di met­tere ogni impedimento e dite pure al Santo Padre che io sono uno sciocco, un inetto: ditegli insomma ogni male di me. Io non solo ve ne do licenza, ma ve ne prego.

Cesare cominciò le sue lamentele con tutti quelli che erano in casa, e nel 1594 scrisse una lunghissima lettera al confratello Talpa il cui contenuto è questo: ho cinquan­tasei anni, ho i capelli bianchi, sano consumato dalle fati­che, e per giunta mi capita questo grande guaio.

Il Papa ebbe ad accorgersi presto che quel confessore non era una pecorella paurosa e docile.

Dovete sapere che allora c'era una grande controversia e cioè se il Papa dovesse ammettere o non ammettere nella chiesa Enrico IV di Navarra, già precedentemente caduto nell'eresia ed ora pentito.

Baronio era del pensiero che bisognava assolvere Enrico ed ammetterlo nella Chiesa.

La questione andava per le lunghe, intervenne anche Filippo e sapete che fece? Ordinò al Baronio di portare que­sto messaggio al Papa: il P. Filippo si prende lui la respon­sabilità di questa ribenedizione di Enrico e si obbliga a renderne lui conto a Dio.

Peggio ancora: dette al Baronio questo ordine peren­torio: se il Papa non vuole, come si dice, riconciliare il Re di Navarra e riammetterlo nella Chiesa, tu rifiuta di ascol­tare le sue confessioni.

Era come dare l'ordine al Baronio, per quanto dipen­deva da lui, di non assolvere il Papa...

 

Un grande dramma in tre atti.

Primo atto: il Papa scappa per ridere.

La carriera ecclesiastica del Baronio è questo dramma del quale non si trova altro simile nella storia ecclesia­stica.

Esso è il frutto dell'educazione ascetica, che Filippo aveva data al Baronio, con tutte quelle beffe e quei giochi detti innanzi.

Qui bisogna premettere che Cesare aveva tanto profit­tato di questa educazione che, per lunghissimi anni, anche quando era vegeto come una quercia, faceva ogni giorno l'apparecchio alla morte, come se l'indomani dovesse mo­rire.

Ora il Papa Clemente VIII, un bel giorno del 1595 pen­sò: il P. Cesare, mio confessore, scrittore degli Annali e di altre .grandi opere, bisogna promuoverlo per ora, almeno al protonotariato apo:ti.lico.

Il protonotariato apostolico è una grossa onorificenza, ecclesiastica.

Riassumiamo qui il racconto autentico da una lunghis­sima lettera del Baronio stesso.

Il 20 novembre, il papa si confessò e, invece di andare via, come il solito, si mette a sedere, « come se avesse a fare un'azione pontificia » e dice

-- P. Cesare, desideriamo da voi una grazia...

- Vostra Santità mi mette paura con l'esordio di chie­dere una grazia.

- E' conveniente che lo scrittore degli Annali abbia il titolo dì protonotario.

- Gli Annali si sono diffusi senza questo titolo, e se Vostra Santità proprio lo vuole, si può mettere sotto il mio nome il titolo di protonotario, senza darmi la dignità. Es­sere fatto protonotario e portarne, le vesti sarebbe un scan­dalo per quei visitatori esteri che mi hanno sempre visto con una veste spelata ed unta.

- Per santa obbedienza, dovete accettare.

- Vostra Santità mi dia qualche giorno da pensare.

- Per santa obbedienza, vi comando di accettare. Baronia, spaventato dalla minaccia, tremava con la vo­ce, balbettava e non riusciva a concludere una frase.

Il Papa si mise a ridere, ripeté la minaccia e poiché Ba­ronio insisteva sempre più spaventato, dette di mano al campanello e suonò.

S'apri una porta e comparvero il Maestro di Camera del Papa ed un altro monsignore con un fascio di vesti paonazze.

- Spogliate P. Cesare delle sue vesti, mettetegli que­ste altre vesti paonazze e poi, così vestito, conducetelo da me, nell'altra stanza, dove io gli imporrò il rocchetto (altra insegna dei grado).

Cominciò una lotta: i due gli volevano strappare il fer­raiolo, ma Cesare se lo teneva stretto: la lotta durò un pezzo, ma non potendo resistere a due, Cesare si buttò per terra.

Era tutto sudato e la camicia era inzuppata.

- Son partito da casa, piagnucolava egli, con la sem­plice veste di prete e non sarà nrai che io torni con la veste prelatizia.

Così buttato per terra gemeva

- Monsignore, per carità, pregate Sua Santità che mi dia almeno un celo giorno di teinpo, uno solo, prometto di non fuggire: domani tornerò e sarò quello che il Papa vuole l

Urlo dei due ebbe compassione ed andò dal Papa a por­gere la preghiera.

Il Papa comparve, ma questa volta turbato, e disse:

- Non son contento di voi, Baronio, proprio non sono contento. Vi concedo un giorno di tempo, ma a malincuore. Il Papa stesso però ebbe compassione e aggiunse qual­che parola, per rendere dolce la pillola.

- Non voglio che voi lasciate la casa della Congrega­zione, non voglio farvi mutare metodo di vita, ma voi do­vete obbedire.

Ritornato a casa, Cesare andò difilato alla tomba di S. Filippo e pianse copiosamente, per quello che lui stima­va un guaio ed altri avrebbero ritenuto grande fortuna.

Furono adoperati tutti i mezzi dai Padri della Congre­gazione, perfino l'intervento di cardinali, ma il Pontefice restò fermo.

Come risposta a queste manovre l'indomani arrivarono, nella sagrestia della Chiesa Nuova, Monsignor Diego e qual­che altro con le vesti prelatizie.

In sagrestia Mons. Panfili, l'Abate Maffa ed altre per­sone circondarono Baronia e con violenza gli strapparono le vesti e gli misero te vesti prelatizie.

Poiché il Baronio evitava di mostrarsi con le vesti pre­latizie, il Papa, :ton appena lo vide, lo rimproverò e gli disse:

- Guardate che posso adottare altre misure più gravi per voi.

- Piuttosto che obbligarmi ad andare con le vesti pre­latizie, Vostra Santità mi mandi o in Inghilterra (allora tutta eretica) o nelle Indie o in una prigione a Tor di Nona.

Secondo atto: la minaccia di scomunica.

A breve scadenza da questa tempesta, cominciò ad ap­parecchiarsene un'altra: nel 1596, si sparge per la città una voce: Baronio sarà creato cardinale.

Tutti ci credono ma lui, per la sua umiltà, non ci crede, tanto si pensava indegno. -

Un bel giorno il Pontefice ben conoscendo l'uomo, man­dò alla Vallicella Mons. Offredo degli Offredi ad intimare domani Baronio non si muova di casa, perché deve essere condotto a Palazzo per prendere l'abito cardinalizio. Cesare, per risposta fece sapere che sarebbe andato a Palazzo, ma non per prendere l'abito cardinalizio, sebbene per esporre al Pontefice le ragioni per cui non poteva ac­cettare.

Il Papa non andò a letto quella sera alla solita ora, non sicuro di ciò che Baronio avrebbe tentato e comandò al cardinale Aldobrandini: impedite al Baronio che venga da me: non voglio riceverlo: sorvegliate che non fugga. Cesare infatti, aveva pensato di darsi alla fuga.

La mattina appresso, andò a tante porte per uscire fuo­ri ma trovò sbarrate tutte le vie d'uscita.

Il Pontefice troncò le ultime resistenze e sentenziò: Se Cesare non accetta io lo scomunico.

Il poveretto che aveva una fede non minore della sua umiltà, crollò.

Terzo Atto: è buttato verso il papato e lo respinge. Baronio, nel corso della narrazione della storia eccle­siastica, attaccò certe pretese della Spagna in materia reli­giosa: Spagna e satelliti attaccarono, alla loro volta, il Baronio.

In questa situazione, mori papa Clemente VIII, e si riu­nì la grande assemblea di cardinali che, con termine ec­clesiastico, si chiama Conclave, per eleggere un successore al pontefice morto.

In quelle movimentate elezioni, Baronio arrivò ad avere trentadue voti: mancava solo un voto per essere eletto. Egli però non lavorava per se stesso, ma per il cardinale Alessandro Medici che prese il nome di Leone XI. Questo nuovo pontefice era stato amico e penitente di S. Filippo, il quale una volta gli disse: Signor Alessandro, voi sarete papa, ma durerete poco.

Lo stesso pontefice Leone XI ci credette e quando i car­dinali, in atto di obbedienza andavano a baciargli i piedi, subito dopo l'elezione disse: Daremo poco fastidio, perché dureremo poco. Regnò ventisette giorni.

Si apri l'altro conclave, più movimentato, e dopo molte vicende, i votanti si accordarono sul nome di un lombardo, per eleggerlo papa, il cardinale Tosco.

Era un uomo senza un pelo su la lingua, e coraggioso. acuto.

C'è di lui questo episodio che, quando venne a morire, vecchissimo, qualcheduno, come usava allora, nell'immi­nenza della morte, gli disse di prepararsi a comparire in­nanzi a Dio.

Anche in quel momento Tosco non perdette il suo umo­rismo e disse ad un familiare: Dà la mancia a questo mes­saggero.

Un tale uomo, dunque, era già portato verso il luogo dell'elezioni da tutti i cardinali, meno Baronio e Tarugi che passeggiavano in disparte, addolorati.

Il Baronio infatti riteneva meno opportuna l'elezione del Tosco. Egli si fece incontro alla massa dei cardinali, l'apostrofò e bollò a sangue il candidato Tosco.

L'effetto fu immediato, terribile: la massa si disgregò. Non sapendosi più che fare, il cardinal di Montaltc disse ad altissima voce indicando con la mano il Baronio Perché non facciamo papa questo santo uomo? Facciamo lui, facciamo lui!

Il cardinal Giustiniani si mise a gridare: Baronio, Ba­ronio!

- Baronio, Baronio, gridarono molti altri.

-- Tosco, Tosco, risposero quelli che restarono fedeli al primo candidato.

La massa si divise in due ed una parte si diresse col Tosco.

Quelli però che portavano il Baronio lo spingevano con la forza di un'ondata furiosa verso la cappella Paolina, per fare l'adorazione, come si diceva allora, e cioè l'elezione.

Quando Cesare si accorse e capi che ormai i più lo spingevano per crearlo papa, cominciò a resistere, supplicò, gridò, ma nulla valeva perché la spinta diventava sempre più forte.

Egli allora cominciò ad attaccarsi alle porte, alle co­lonne che trovava sul passaggio e gridava: «io non voglio essere papa, fate uno più degno di me».

La lotta non poteva durare così furiosa e si esaurì nella confusione, generale, per il rifiuto sempre più energico del Baronio.

Messo da parte il cardinal Tosco, gli elettori si ferma­rono sul nome del cardinal Borghese, che si chiamò Paolo V.

Ad elezione avvenuta Baronio disse: costui è migliore di me.

Si senti libero come se avesse superato un pericolo di morte.

 

Un barbaro.

Il BaronIo non fu papa e, perché non volte e, per le cir­costanze dette, ma anche per un'altra ragione appena af­Sorata.

Era rigido, austero, montanaro impetuoso nel parlare e nell'agire, e S. Filippo lo bollò col nome di « barbaro ». Il Santo anzi gli predisse: « tu sarai cardinale ma non sarai mai papa per la tua natura fiera e rigida».

Il Santo giocava su questo rame di barbaro. Talvolta, in presenza di uomini dotti, nobili diceva vedete questo omone? E' dotto, è profondo e scrive grandi libri, mentre io sono un povero ignorante, però è un bar­baro.

Ci teneva a mettere in mostra praticamente una cosa simile.

Ecco una scena inventata per dar risalto alle sue pa­role, e ripetuta parecchie volte, e con diverse persone. S'era in molti, un giorno, in camera del Santo e Filippo ordinò al Baronio:

- Cesare, mettiti a sedere su quel piccolo sgabello e ascolta tranquillo.

- Voi, Abate Mafia, dovete farmi la cortesia di dire a voce alta a Cesare tutti i suoi difetti, parlare della sua città natale e di quanto si trova da riprovare.

Maffa, con un gusto speciale, cominciò allora una filza di questo genere:

- Vedete Cesare là, tozzo come un montanaro, con i capelli disordinati come un selvaggio: egli è-da tanti anni a Roma e pare che abbia lasciato solo ieri la Ciociaria. Non sa dire mai una parola gentile, non sa mai sorridere: si comporta come se tutti gli altri fossero dei peccatori e lui un santo... Non ha discrezione, non ha buon senso ecc.

Agostino Manni che era presente dice che l'Abate Maffa parlava copiosamente, Cesare era fermo, serio come se u­disse un panegirico.

Gli altri ridevano e sghignazzavano e, alle battute più forti, facevano baccano.

Quando l'abate ebbe finito, Filippo gli disse gentilmen­te ma fermamente:

-- Signore Abate, ora fatemi il piacere di dire tutto il contrario di ciò che avete detto finora e mettete in luce la scienza, la cultura, la bontà e tutte le grandi virtù di Cesare.

 

CAPO XXI

I SATELLITI MINORI

Un astro che si eclissa presto.

Un astro dell'Oratorio fu Giovenale Ancina, umanista, musicista, poeta, e uomo di tale virt~ che dopo morto fu proclamato Beato.

Il Santo chiama il suo comporre poesie «sonettare » e cioè comporre sonetti che è una specie di poesia. Pertanto, molte volte, quando lo vedeva passare, gli diceva col bel sorriso

- Giovenale, sei stato a sonettare o vai a sonettare? Ti raccomando di sonettare bene.

Una personalità così grande non poté sfuggire agli oc­chi del Papa che pensò di farlo vescovo.

Quando Giovenale lo seppe, come se avesse saputo di un mandato di cattura, scappò via e vagò per cinque mesi, chiedendo ospitalità a case religiose.

La paura però di una «scomunica» contro di lui e i Padri della Chiesa Nuova, ritenuti complici della sua lati­tanza, lo fece tornare e costituirsi, come si dice dei banditi che si arrendono.

Gli fu data la diocesi di Saluzzo, dove l'astro ritornò a risplendere ma per poco.

S. Francesco di Sales che lo stimava e l'amava molto venne a visitarlo nella sua diocesi.

In occasione di questa visita, Giovenale invitò S. Fran­cesco a predicare e diopo la predica, giocando sulla parola «Sales» gli disse: «Tu vere es sal ». (Tu veramente sei sale cioè sapienza).

S. Francesco, rispondendo a Giovenale e giocando, alla sua volta, sul nome della città di Saluzzo e specialmente su le due sillabe: « sa e lu », rispose: « Imo tu sal et lux » (tu piuttosto sei il sale e la luce).

 

Un semplicione... però profondo

Giovenale aveva un fratello che si chiamava Giovan Matteo e che entrò in Congregazione con lui, il primo ot­tobre 1578.

Anche Gian Matteo entrò in gara con gli altri e seppe giocare ed accogliere il gioco e santificarsi, in questa ma­niera, secondo lo stile di S. Filippo.

Comandato di andare in S. Giovanni in Laterano, per una pratica di pietà, ancor che fosse vecchio e non uscisse quasi mai, si mise subito in cammino e, colto da una gros­sa pioggia, non volle attendere che finisse, per non ritar­dare l'obbedienza.

Era austero con sè, ma tutt'altro che severo con gli altri.

Talvolta si lasciava vedere in refettorio con una cuffia bianca in testa o andare per Roma senza ferratolo, cosa allora ritenuta disdicevole alla gravità di un sacerdote.

Non era raro trovarlo in camera, senza tonaca, con dei pantaloni grossolani di stoffa e di fattura: quelli che en­travano non gli risparmiavano motti spiritosi.

Anche lui sapeva essere spiritoso ed ogni anno, nella festa di S. Matteo, suo giorno onomastico, distribuiva in casa e fuori immagini del Santo con questa dicitura:

« Matteo, prega il Signore che perdoni a Matteo pecca­tore ».

Quando il P. Giulio Saviolo era confessore di casa, e si presentava Matteo per essere confessato, si rifiutava e lo mandava dal cuoco, imponendogli di dire a costui tutte le sue colpe e imperfezioni.

Il cuoco da principio si rifiutava ma poi doveva anche lui obbedire, e Matteo ascoltava con grande compunzione i consigli ed i rimproveri del cuoco.

Aveva dei detti sublimi, che lasciavano trasparire la sua genialità e gettavano come un lampo di bagliore rapido nella nascosta vita interiore: « Chi non dà a Dio quel che vuole, non ha da Dio quel che vuole» - «L'impresa (lo stemma) di Cristo è una croce rossa in campo bianco, cioè la croce con l'innocenza».

Quando operai ed artigiani chiedevano la loro mercede per il lavoro fatto, egli dava senza contestare: alcuni lo rimproverarono per questa cosa come di una prodigalità, ma egli diceva: « è meglio che l'artigiano abbia qualche cosa di mio che io di suo ».

 

Una botta sbagliata e una risposta azzeccata.

Il P. Angelo Velli, carattere dolce e chiaro, trovandosi ad avere un'immagine della Vergine, un bassorilievo di pie­tra, pensò di donarlo al P. Filippo, ben conoscendo il suo amore appassionato per la Madonna.

Angelo pregustava già la gioia del gradimento del pa­dre, il suo ringraziamento commosso, quando vide arrivare la persona incaricata a riportare indietro l'immagine.

- Ebbene? Forse il P. Filippo non era in camera?

- Come che c'era ed io ho fatto atto di dargli l'imma­gine, mentre dicevo che la mandavate voi. Il Padre, dopo che ha ascoltato, ha risposto seccato, ed un poco infasti­dito: riportate l'immagine al P. Angelo e ditegli che io non ho bisogno né di lui né delle sue cose.

- Ora voi, rispose P. Angelo, fatemi il piacere di ritor­nare di nuovo dal Padre e di dirgli, a nome mio, che se lui non ha bisogno di me e delle cose mie, io ho bisogno di lui. Questa volta l'alunno aveva vinto il maestro.

Un'altra volta Filippo chiama Pietro Consolini e gli ordina:

- Va da Angelo e parlagli così: Filippo dice: che ti credi di essere tu? Io sono più santo di te!

Non sappiamo che rispose il Velli, ma pensiamo che anche questa volta se la sarà cavata bene, magari ralle­grandosi col Consolini...

Ma questi mistici matti sapevano anche essere fieri. II cardinale Aldobrandini, nipote di Clemente VIII, vol­le per suo confessore un uomo così santo come Angelo e, una volta, pensò di condurlo con lui in un certo viaggio a Ferrara.

Angelo da prima si rifiutò, ma poi condiscese per l'au­torità del Papa, ch'era intervenuto.

Egli però non volle stare mai alla corte e chiese ospita­lità ad un amico per poter vivere piuttosto ritirato e com­piere meglio gli esercizi di comunità.

Egli si teneva tanto lontano dalla corte, che il Papa, che gli voleva molto bene, se ne dolse, ma Angelo rispose: Beatissimo Padre, e chi sono io, contadinello, che abbia a comparire innanzi alla Santità Vostra?

Tornato a Roma, il Pontefice volle ricompensare, in qualche modo, il P. Angelo e perciò dette ordine a Monsi­gnor Paolino, Datario e penitente di Angelo stesso, che proponesse qualche beneficio ecclesiastico.

Il P. Angelo rispose, risentito, offeso, a Mons. Datario

Mi meraviglio bene di voi, che, sapendo lo stato mio, (di persona di Congregazione) parliate di questa maniera. Io non ho, per grazia di Dio, bisogno di niente, né voglio nien­te: se volete, per l'avvenire, confessarvi da me, non parlate più di questa cosa.

 

Una scenetta da... teatro.

Anche i tipi più austeri e controllati non erano immuni dal contagio di fare qualche cosa che sapesse di originalità e di pazzia.

Uno di questi tipi era Alessandro Fedeli.

Tra le altre pratiche di Comunità, v'era e v'è tuttavia quella della «Congregazione delle Colpe ». Tutti i convi­venti della casa, in un dato giorno ed in una data ora, si riuniscono in cappella e, prima di iniziare la pratica di pietà, un Padre anziano fa un breve discorso.

Quella volta toccava ad Alessandro ma ecco che suc­cede.

Egli va al posto assegnato a chi parla e tutti attendono che cominci.

Contrariamente al solito, Alessandro si alzò e, in si­lenzio, si chinò profondamente e poi toccò la terra con tut­te e due le mani: si rialzò e, sempre in silenzio, si acco­stò le mani al petto in forma di croce.

Mentre l'oratore muto faceva questa mimica, gli altri si chiedevano con gli occhi e con le parole bisbigliate: ma ch'è questo mai? Che vuol dire? E' pazzo il P. Alessandro?

L'oratore... dopo breve attesa, commentò: Padri miei, non ho altro da dire, tanto basta: siamo umili e amiamoci di cuore. E detto ciò scomparve.

Allora tutti compresero, e supposero: il primo atto, quello di toccare la terra con le mani voleva inculcare l'u­miltà, il secondo, quello delle mani incrociate al petto l'a­more fraterno.In servizio dell'umiltà, esigeva cose che ripugnavano al senso comune degli altri: una volta, per esempio, ritor­nando dalla campagna con un confratello, propose a costui di portare come appoggio una canna lunga con le foglie verdi.

Egli andava accanto, per dividere gli applausi, che non mancavano e cioè gesti e parole di scherno.

Filippo ruba un figlio: il padre gliene regala due altri.

Venne a Roma, per far carriera, un certo Tommaso Bozzio da Gubbio.

Era già un dottorone e lavorava molto e bene per farsi innanzi all'assalto dei primi posti.

Pensate che era stimato dai due dottissimi Sirleto e Paleotto.

Conosciuto Filippo, questo idolatra dei libri, vendette i libri e ne distribuì il ricavato ai poveri.

Quando il padre seppe della... triste fine del figlio, lo qualificò di pazzo, di ingrato, non gli scrisse più e non gli mandò danaro.

Il Santo, perché un uomo così dotto ed esposto alla su­perbia potesse vivere ed imparare la scienza nuova, per lui, dell'umiltà, lo mise ad insegnare l'alfabeto a certi fan­ciulli mocciosi.

Una persona, che conosceva Tommaso, si sdegnò di questo trattamento di Filippo e disse

- Padre Filippo non doveva darti una occupazione così avvilente! Te ne offro io una decorosa e più remunerativa. Ad un uomo come te, fare insegnare l'alfabeto!

- No, rispose Tommaso, preferisco fare quello che sto facendo.

Cadde l'anno del giubileo 1575, sotto Gregorio XIII, ed il padre di Tommaso, con la scusa e l'occasione del giu­bileo, venne a Roma.

Spinto dall'addolorato cuore di padre, disse tra sé: vo­glio vedere quel disgraziato di Tommaso: voglio tentare di farlo rinsavire: voglio strapparlo al fascino di quel fa­natico P. Filippo, al quale farò anche la sua parte.

Cercando e domandando qua e là, il bravo uomo arriva all'Oratorio di San Giovanni dei Fiorentini e tra padre e figlio corrono parole appassionate.

Ad un momento, compare nella sala il mago, l'affasci­natore di Tommaso, Filippo.

Le prime battute del discorso sono concitate, benché rispettose.

Piano piano, Filippo che a principio parlava calmo e moderato, prende l'iniziativa della conversazione e la do­mina.

Quanto tempo durò il colloquio? Non lo sappiamo, ma data l'abilità del mago, non dovette essere lungo.

- P. Filippo, disse alla fine l'uomo di Gubbio, volete prendere anche questi altri due miei figlioli? Dal momento che Tommaso è felice e le cose stanno così, io sarei con­tento di lasciarveli. E voi, disse poi rivolto ai figlioli: reste­reste volentieri qui col vostro fratello Tommaso o volete tornare a Gubbio con me?

- Lasciaci qui, dissero i due fratelli.

- Tommaso, riprese P. Filippo, prendi cura di Fran­cesco, formalo per la Congregazione e trattienilo in casa fin da ora.

Anche Tommaso però senti presto la mano di Filippo che si abbassava sopra di lui con i suoi giochi.

In un anniversario della morte del Pontefice, si faceva un grande funerale di lusso e, secondo le costumanze del tempo, attorno al catafalco erano schierati molti mendi­canti con una vestaglia lugubre.

- Tommaso, dice Filippo ad un momento, procurati una di quelle vesti lugubri e mettiti insieme con quei men­dicanti.

Tra le personalità presenti, c'erano amici ed ammira­tori del grande giurista i quali, quando videro quella sce­na, si sdegnarono.

Ridurre quell'uomo così, bisbigliavano tra di loro, non è ben fatto.

Tommaso però, da parte sua, era contento e si godeva la brutta veste nera come se fosse stata un abito prela­tizio.

Tommaso, pur tra le vicende della Congregazione, se­guitò a lavorare e pubblicò oltre venti libri tutti di argo­menti scientifici.

Molti dei tanti ammiratori stranieri e lettori delle sue opere, quando venivano a Roma, facevano di tutto per ren­dergli omaggio.

Uno di costoro, fantasticando dagli scritti di Tommaso, lo immaginava austero, alto, solenne, ma quando si trovò dinanzi un uomo piccolo, modesto, umile, non poté tratte­nersi dall'esclamare: - Tantillus homo?... come a dire: questo cosetto di uomo ha potuto scrivere tante cose grandi?

 

Francesco Bozzio.

II più grande dei due fratelli nominati, Francesco, en­trato in Congregazione fu poi sacerdote.

Non era della statura intellettuale di Tommaso, ma sa­peva bene il fatto suo: coltissimo in teologia sapeva dire, per esempio, della Somma di S. Tommaso in quante parti essa si dividesse, quante fossero le questioni in ogni parte, quanti gli articoli in ogni questione ed il dubbio relativo di ogni articolo, col numero delle opposizioni e le risposte e le soluzioni diverse.

Sembra facile tutto ciò, per chi non conosce quella grande selva di dottrina, ch'è la Somma Teologica di San Tommaso.

E' ben difficile sapere dove si trovi un verso della Di­vina Commedia, ma è ben più difficile sapere e ricordare tutto ciò che Francesco sapeva e ricordava dell'opera ci­tata.

La morte di questi due fratelli fu grande come la loro vita.

Tommaso, nell'imminenza della fine, fu richiesto se av­vertisse il bisogno di fare un'ultima confessione di qualche colpa passata.

Chi, di fronte all'ignoto della morte non cerca di to­gliere magari uno scrupolo?

- Per grazia di Dio, rispose Tommaso, non sento cosa che mi aggravi. Mori come uno che si addormenta. Francesco, preso da occlusione intestinale, certo della sua fine imminente, ai Padri e Fratelli convenuti intorno al letto di morte, raccontava facetamente gli episodi della sua vita con S. Filippo.

- Sapete, disse tra l'altre cose, quando io ero piccolo, il P. Filippo mi chiamava Franceschino e mi voleva sem­pre dalla sua parte nel gioco delle piastrelle...

In dire queste ultime parole rese l'anima a Dio.

 

Il maestro di un Papa.

Capitò a Roma nel 1571 un pellegrino francese, senza un soldo in tasca.

Filippo lo accolse, lo fece suo, lo ricevette in comunità e poi lo fece ordinare sacerdote: si chiamava Niccolò Gigli. Filippo, per fargli guadagnare da vivere, gli affidò l'in­segnamento dei fratelli della famiglia Borghese, uno dei quali poi fu in seguito papa col nome di Paolo V.

Con lui S. Filippo, nelle sue prove, fu più spietato che con tutti gli altri ed, una volta, il povero Niccolò confidò al P. Gallonio che S. Filippo, con le sue figuracce, gli aveva tolto ogni onore.

- Tu sei un ignorante, gli diceva Filippo (ma ciò non era vero).

- Che ci volete fare, diceva Gigli, no sono nato in Troia (Troyes) nella Champagne e Troyes non si trova in To­scana.

Questo martire straordinario dei giochi di Filippo era però anche amato straordinariamente dal Santo.

Uno dei segreti della perenne gioia di Niccolò era il distacco dagli uomini e dalle cose.

Quando riceveva delle lettere dalla Francia, le gettava nel fuoco senza leggerle.

Un giorno, stando a celebrare in Tor de' Specchi, ecco che sentì che sarebbe morto in un dato giorno ed in una data ora.

Tornato a casa, riferì tutto al Santo, e forse anche agli altri, precisando che sarebbe morto dì a quattordici gior­ni: ci fu chi credette e chi non credette ed intanto egli seguitò a godere ottima salute.

Ma ecco che, dopo un certo tempo, fu assalito da febbre violenta e morì il quattordici giugno 1591 come precisamente aveva detto, dopo venti anni di Congregazione.

S. Filippo, come abbiamo detto, aveva una tenerezza particolare per lui e volle servirlo egli stesso nella sua malattia: un giorno, anzi, condusse il cardinale Federico presso il letto dell'ammalato ed alla fine comandò di im­partire la benedizione al grande Prelato.

Nicola vuoi guarire? gli disse il Santo accostandosi al suo viso.

- Perché, Padre mio, perché? Che starei a fare in que­sto mondo? Ne ho tedio.

S. Filippo, tutto quel giorno fu immerso come in un oceano di gioia: era sicurissimo che un nuovo santo era entrato in Paradiso: come di santo autentico, infatti, egli si prese per reliquie, e li conservò, alcuni oggetti che eran stati di Niccolò.

Ma più espressivo è il seguente episodio.

Il cadavere del Gigli era stato portato in chiesa e Fi­lippo aspettò che, all'ora solita, tutte le porte fossero chiu­se, quelle dell'esterno e quelle dell'interno.

Ben convinto di essere solo e che nessuno potesse vedere o udire, il Santo si accostò al corpo benedetto e cominciò a fargli mille carezze affettuose, come se Niccolò fosse vivo ancora.

Ma Filippo era, spiato ed egli non lo sapeva.

 

Giulio Saviolo: un dotto « infinocchiato ».

Era un nobile padovano, ben noto per la sua cultura in quella università.

Non voleva essere sacerdote, per umiltà, ma restare fratello laico, però Baronio lo persuase a farsi ordinare sacerdote per mettere a profitto la sua cultura.

In seguito, Giulio si penti di essersi fatto ordinare sa­cerdote e, con una certa rabbietta che faceva ridere, di­ceva: quel Baronio m'infinocchiò.

Voleva quasi cancellare la sua nobiltà e a chi non era ben noto il suo cognome diceva di essere «un prete del contado di Padova ».

Andato una volta alla sua città, non volle prendere al­loggio nello splendido palazzo paterno, benché suo fratello se ne offendesse.

Quando riceveva posta e leggeva il suo cognome Sa­violo sulla busta, diceva: «che Saviolo, che Saviolo? paz­zarello e non saviolo ».

Sulla via del disprezzo di se stesso sapeva trovarne sempre una nuova: mandato a subire l'esame, per essere abilitato ad ascoltare le confessioni, ad ogni nuova do­manda rispondeva: non so, non so!

Gli esaminatori però conoscevano, per altra via, l'uomo e non ottenne il suo scopo.

Nelle riunioni dei Padri di Congregazione, non diceva mai il suo parere per nascondersi, ma se era costretto, parlava con tanto senno che bisognava ammirarlo.

Lo urtava soprattutto la vanità così comune di voler comparire persona che sa, ed un giorno, in ricreazione. gli capitò di domandare la soluzione di un dubbio ad uno dei presenti, il quale rispose che non sapeva.

Ne gioì, si levò di capo il berretto, alzò gli occhi al cielo e disse soddisfatto: «sia ringraziato Iddiol ho pur tro­vato uno, una volta tanto, che ha; detto che non sapeva ».

Nascondeva le sue aspre penitenze agli altri Padri, che però sapevano e lo esortavano a smettere specialmente di disciplinarsi, per ragione di salute.

- Che discipline e discipline! ... Mi meraviglio ben di voi... Andate a cercare in camera mia e non troverete nes­suna cosa simile.

Parlava con sicurezza, quasi con aria di sfida, sapendo che i suoi strumenti di penitenza erano accuratamente nascosti.

Parecchie volte i Padri andarono a frugare in camera sua e trovarono niente, ma un bel giorno, quando già di­ speravano, per caso, sotto un mattone, trovarono una di­sciplina intrisa di sangue e la mostrarono in pubblico come un trofeo.

Il povero Saviolo ne avvertì un colpo come di un ladro sorpreso a rubare.

 

Un « romanaccio ».

Questo romanaccio, nel senso in cui si dice « ingegnac­cio » cioè ingegno straordinario, si chiamava Antonio Gal­lonio e non era un romanizzato, ma tipicamente romano.

La sua figura ricorre qua e là, nelle pagine precedenti, ma qui ricordiamo solo qualche cosa in questa rassegna speciale.

Era giovanissimo ed un giorno incontrò Filippo per via i loro occhi si incrociarono e si fissarono profondamente. Da quel momento, Antonio non lasciò più il Santo. L'episodio mostra il potere irresistibile del Santo e la sensibilità di Gallonio ad afferrare ed accogliere gli intimi sentimenti altrui.

Ecco uno dei giochi che il Santo gli faceva fare. Diceva: va al tale monastero di suore, fa chiamare la superiora e dille: io sono venuto qui per predicare e voi dovete chiamare le suore e farle venire tutte. Tu poi non ti preparare su ciò che devi dire, ma parla così come ti viene in mente.

La superiora poi magari diceva - Padre ma chi vi ha mandato?

- Ma questo non vi importa: vi importa sapere che io debbo predicare a voi e voi dovete ascoltare.

La superiora pensava al principio che quel prete fosse un pazzo ma poi finiva per contentarlo e Gallonio predi­cava.

Le suore, la sera, commentavano la piccola avventura ma poi venivano a sapere che il predicatore era uno della combriccola di Filippo.

 

Un « goliardo ».

Agostino Mannì era stato un goliardo, anzi un capo di goliardi, nel senso di studente chiassoso e un po' spregiu­dicato che si dà a questa parola.

Per far carriera venne a Roma, ma nel 1577 capitò tra le mani di Filippo e non poté più liberarsi.

Entrando in Congregazione, pensava ad una vita, anche esteriormente, tutta compunta, un po' col collo torto, ma quando udi, le prime volte, le burle di Filippo disse: oimé dove son capitato! Costoro so sono pazzi o sono ipocriti.

Ma poi comprese e per il suo carattere e un po' anche per celia lo chiamavano il « Padre manna dolce ».

A principio, messo a parlare in pubblico, ancora infetto di arte rettorica, fece un discorso tutto fiorito, uno di quei discorsi che disgustavano Filippo.

Il Santo, alla fine, senza per nulla tradirsi, lo chiamò e gli disse:

- Agostino, il tuo discorso è stato veramente meravi­glioso, incantevole: vogliamo udirlo un'altra volta, non ti pare? Ma non devi mutare virgola, perché verrebbe meno l'effetto.

- Sono contento Padre, che il mio discorso sia piaciu­to e cercherò di fare alla meglio.

La seconda volta, il pubblico ascoltò paziente ancora, ma con minore gusto.

- Sei stato più bravo ancora questa volta: vogliamo sentire una terza volta, però siamo sempre bene intesi, sen­za mutare virgola.

Agostino cominciò a capire, benché un po' vagamente, ma dovette obbedire.

I commenti del pubblico furono abbastanza chiari e così pure i segni di noia, ma alla quarta, quinta, sesta vol­ta, ci fu una reazione.

Beffe, riso sotto i baffi, bene e bravo canzonatori, ed anche peggio, si avvertivano chiaramente e udiva lo stesso oratore quando passava per andare al posto rialzato dove parlava.

- Ma che viene a dire, bisbigliavano? Sappiamo a me­moria i tuoi sermoni! Scemo!

Quelli di cuore più buono e più comprensivi, al solo comparire di Agostino, dicevano: ecco quel Padre che sa un sermone solo e ce lo farà sentire dal principio alla fine dell'anno.

La cura fu efficacissima ed Agostino non mise più nei suoi discorsi la «dolce manna » delle frasi.

Forse questo trattamento lo aiutò a comprendere la vanità di predicare per gloria umana e perciò diceva che il predicatore che predica per vanità « è simile ad un cas­siere di un ricco mercante, il quale contando ogni giorno a diverse genti grandissima quantità di danaro, e passan­do tra le dita grande copia di monete d'oro e d'argento, la sera non si trovava altro che i sacchetti vuoti e le mani im­brattate ».

Ecco una preghiera, che indica la sua spiritualità ed è di una... monelleria quasi filiale, monelleria che nulla to­glie alla pietà profonda, anzi aggiunge qualche cosa di bello.

Egli si presenta a Dio come un creditore al suo debito­re ed esige che il debito sia subito pagato.

Quando c'era qualche ammalato non pregava la Ma­donna di aiutare l'ammalato ma di fare l'infermiera essa.

Pregava poi Iddio così: « Padre Eterno, il Vostro Unige­nito Figliolo tanto a Voi caro, nel quale io spero, mi manda a Voi e vi prega che mi facciate questa grazia. Io vengo in nome di Lui e vi porto una polizza (foglio) sottoscritta col Suo Nome con lettere del Suo Sangue: Vedetela e leg­getela e Vi troverete che mi fa donazione di tutti i suoi me­riti, che sono infiniti, ed io li ho accettati, talché Voi siete debitore, per giustizia, di darmi quello che io domando».

 

Un dottore che poi fa professione d'ignoranza.

Flaminio Ricci, nobile di Fermo, venuto a Roma per la solita carriera, aveva già un bel posto. Un giorno passava cavalcando ed incontrò il Santo, il quale lo fissò e gli disse - Seguimi.

- Ecco vengo subito, rispose Flaminio: E voleva se­guirlo immediatamente.

E vuoi venire anche con il cavallo? . Va a casa. Ti aspetto a S. Girolamo della Carità.

Da quella sera Flaminio fu sempre di Filippo.

Fatto prete, quando era domandato chi fosse, diceva io sono un prete via là... un prete di contado.

Quando stava in confessionale, per attirare penitenti, ad alta voce diceva: venite, venite, ché vi confessate da un prete peccatore.

- Ecco il confessore che fa per noi, si dicevano i pre­senti, e correvano da lui incoraggiati ad essere sinceri sen­za rispetto umano.

Voleva che i preti dell'Oratorio non bazzicassero con i potenti e suggeriva: «bisogna questi tali, quando porta il bisogno, aiutarli da lontano, come si fa con le anime del purgatorio e cioè raccomandarli a Dio con le orazioni, ma non da vicino con insinuarsi tra di loro ».

Una volta, in viaggio, fu catturato dai banditi che lo condussero nel bel mezzo di una selva, dove, in 'attesa di peggio, cominciò a recitare il breviario.

Ecco che arriva il capoccia e gli chiede con autorità e disprezzo:

- Che fai qua, prete?

- Non vedi che fio? Sto pregando per voi.

Queste parole dignitose, certo non senza intervento del­la grazia però, compunsero i cuori duri di quegli uomini che lo rimisero a cavallo e lo mandarono via.

 

Procedimenti senza precedenti.

L'ultimo dei tosi detti compagni di S. Filippo, Pietro Consolini, entrò tardi in Congregazione nel 1590 e perciò stette solo cinque anni col santo Padre, ma ne divenne l'erede spirituale.

La vicenda di costui è strana, come quella di tanti al­tri, ma il modo è diverso.

S. Filippo, come lo vede, gli dice senza tanti compli­menti:

- Orsù, figliolo, siete dei nostri. Ma l'altro non vi bada, non capisce e tira innanzi per il fatto suo.

Passato qualche tempo, senza che Pietro ne sapesse cosa, lo fa accettare in Congregazione, ma le vicende si svolgono così che Pietro entra liberamente e chiede una licenza di pochi giorni per andare alla sua città e provve­dersi di denaro ed altro.

- No, gli dice Filippo: sarai provveduto di tutto: da­nari, mobili per la camera, vesti ed ogni altra cosa. Essendo assente provvisoriamente il suo confessore, Pie­tro, per poco, si confessa da Filippo: ritornato il confes­sore, Consolini disse a Filippo: Padre, io ritorno al mio confessore.

- No, gli dice Filippo e così restò sotto la direzione del Santo.

È meraviglioso però che tutti questi arbitrii contribui­rono alla perfezione di Pietro.

Ecco alcune bravure mortificanti che il P. Filippo gli impose.

Aveva Pietro ottenuto un beneficio ecclesiastico, per essere ordinato suddiacono, e ciò per opera del cardinale di Montalto: S. Filippo gli proibì assolutamente di rin­graziare il benefattore.

Venuta poi l'occasione, quando il cardinale incontrò Pietro, si congratulò dell'ordinazione e del beneficio avuto e Consolini, sempre per ordine del Santo, si capisce, rispo­se con una certa alterigia

- Signor Cardinale, io merito altro che questo! Un'altra volta, Pietro doveva essere esaminato dal Pon­tefice per un provvedimento di carattere generale che ob­bligava tutti i chierici beneficiati.

Venuto Consolini dinanzi al Pontefice disse prima d'o­gni altra cosa: «Beatissimo Padre, io sono un letterato ed i miei pari non hanno bisogno di essere interrogati».

Il Pontefice comprese subito la fonte di quelle parole, sorrise, esentò il giovane dall'esame, lo benedisse e lo li­cenziò.

Un altro giorno, Pietro si preparava a fare un discorso nell'Oratorio, la sera stessa, quando il Santo lo chiama e gli impone di smettere quella preparazione e di preparare invece di un discorso, un gioco comico, buffo, da leggere la sera dinanzi agli invitati, come usava a quei tempi. Venne l'ora di fare il discorso e il P. Agostino Manni, che già conosciamo e che disponeva l'ordine dei discorsi, non vedendo arrivare l'oratore designato, lo rintraccia e lo prega di venire.

Pietro risponde angustiato: il P. Filippo mi ha dato a fare un'altra cosa.

Disgustato il Manni, corre da Filippo e gli fa le sue la­gnanze ma il Santo gli dice seccato, fintamente irritato, scrollando la testa: che ragionare all'Oratorio, che ragio­nare! Mi meraviglio ben di te che vuoi disturbare quel buon uomo applicato a cose di grande importanza: lascia­lo pure stare in pace: ciò che egli fa importa molto più che i ragionamenti che tu dici.

Il Consolini, da parte sua, ottenne un successone nel convegno facendo crepare dalle risa e di quel suo lavoro si parlò in tutta Roma.

Umilissimo, pure essendo dotto in letteratura, medici­na, teologia, sacra scrittura,, storia e lingua greca ed e­braica, occultava, quando poteva, questo straordinario sa­pere.

Devotissimo della Madonna, dopo aver ottenuto la libe­razione quasi istantanea da un gravissimo male alle ginoc­chia, scrisse una specie di salmo devoto in lode di Lei e spesso lo cantava egli stesso.

Quando i Padri dovevano uscire, dovevano chiedere la benedizione al Santo, ma Filippo ordinò al Consolini di chiederla in ginocchio ad un Fratello laico.

 

CAPO XXII

I GIOCHI CON I PIU' SEMPLICI

Un patrono in cielo, ma ancora sulla terra.

Bernardino Corona, ch'era stato gentiluomo del cardi­nal Sirleto, entrò in Congregazione come laico.

Era di tanta virtù che S. Filippo, mettendolo in grande imbarazzo, quando lo incontrava, invocandolo come un san­to, gli diceva: S. Bernardino, prega per me.

Appena entrato in Congregazione, fu messo ai servizi più svariati e più umili e principalmente a quello di cuoco. Talvolta, mentre Bernardino si trovava in fondo alla chiesa, Filippo chiamava l'uno o l'altro, come gli suggeriva l'estro, e comandava.

- Vedi là Bernardino che sta seduto in fondo alla chie­sa? Va e baciagli i piedi.

- Ma lascia stare, diceva io sono un povero uomo.

- Me l'ha detto Filippo ed io debbo ubbidire, devo baciarti i piedi.

- Ma no, non lo permetto, insisteva Bernardino e rotirava i piedi indietro.

- Metti qua fuori i piedi, diceva l'altro e tentava di tirargli la gamba innanzi per forza.

Abituato a chiedere la benedizione del Santo prima di andare a letto, morto Filippo, Bernardino la chiedeva ad ad un oggetto ch'era stato del Santo e che egli ora riteneva come reliquia.

Vecchissimo, uno dopo l'altro, gli cadevano i denti; egli li infilava via via in un teschio di morto che aveva in camera.

 

Un democratico innanzi tempo...

Battista Flores, di Como, era sempre silenzioso e per­ciò fu soprannominato il taciturno.

Anche di lui avremmo parecchio da dire ma ci limitia­mo a questo tratto specifico.

Non aveva nessun riguardo per i grandi di questo mon­do e quando qualcuno gli diceva, forse per correggerlo: vedi Battista, tu devi usare modi più convenienti, più ri­spettosi per i grandi personaggi come, conti, marchesi, principi.

Per me, rispondeva Battista, ciò non vale niente: io stimo ugualmente il principe come il facchino e mi basta che uno sia immagine di Dio, tempio dello Spirito Santo.

 

Uno che se la prende con le donne.

Giuliano Maccaluffi era un altro Fratello laico che en­trò in Congregazione in una maniera curiosa.

Aveva fatto egli tutte le pratiche per entrare nei Cap­puccini ed aveva in mano il documento del P. Provinciale di questi frati, per mostrarlo poi alla casa del noviziato per essere ammesso.

Prima di partire, andò a baciare la mano a P. Filippo per consiglio del P. Angelo Velli suo confessore.

Arrivato innanzi al Santo disse la ragione della sua venuta e spiegò anche che aveva la lettera bella e pronta del Provinciale

- Fammi vedere questa lettera dice S. Filippo. Lo guar­da poi fisso fisso, gli leva la lettera di mano, gli comanda di togliersi il mantello e di mettersi a lavorare.

Giuliano non disse parola, ubbidì e dopo confidò agli altri di Congregazione che, alle parole del Santo, s'era tut­to cambiato come se non avesse mai conosciuto i Cap­puccini.

Filippo spesso vedendolo così posato e raccolto, alieno da ogni gioco, gli comandava di ballare anche dinanzi a grandi personaggi quando venivano.

La sua paura, per questa cosa, arrivò a tale punto che quando si accorgeva del pericolo, per la presenza di pezzi grossi, si andava a nascondere.

Filippo che conosceva l'ingenua astuzia di Giuliano, trovava sempre modo di farlo scovare, di farlo venire in­nanzi come un reo ed ordinargli di ballare.

Talvolta quando vedeva che due parlavano in chiesa, magari due giovani innamorati, egli, che stava recitando l'ufficio della Madonna, si andava a mettere vicino a loro... Quelli si spostavano seccati e lui si spostava ancora.

I due malcapitati finivano per doversene andare a par­lare fuori di chiesa.

 

Uno che pensa sempre bene.

Egidio Calvelli di Cingoli, nelle Marche, ci racconta un episodio di San Filippo ed è questo.

Venne al Santo, un giorno, un frate Certosino, il quale ammirato del gran bene fatto dalla giovanissima Congre­gazione dell'Oratorio, volle sapere le regole, attraverso le quali si compiva questo miracolo e le chiese a Filippo.

- Ma noi non abbiamo regole!

- Impossibile! Vostra Paternità non me le vuol mo­strare, ma è chiaro che senza una regola non si può andare innanzi.

- Eppure è così: noi non abbiamo una regola, ma una norma di vita: la carità.

Egidio fu così compreso di questa santa regola della carità che mai neppur pensava male degli altri.

Anche quando uno fosse stato un ladro di fama pub­blica, egli diceva: ma chi può mai sapere se è proprio vero e se il poveretto non è stato calunniato o condannato in­giustamente?

Quando non poteva negare il fatto, scusava le inten­zioni, per lui non c'erano altre persone cattive che i dia­voli dell'inferno.

Ne nacque uno slogan in Congregazione: «La buona intenzione di Egidio».

Quando qualcuno avesse fatto una cosa del tutto in­giustificabile, si diceva: «non si potrebbe scusare nem­meno con la buona intenzione di Egidio».

Era tanto allegro tuttavia che il Pontefice Innocenzo R Lo mandava a chiamare e si tratteneva con lui. Incontrandolo per le vie, lo trattava come un vecchio amico, confidenzialmente.

Aveva un gruzzoletto di danaro, tutta la sua fortuna, raggranellata in molti anni, e gli fu rubata.

Egli cercava di non parlarne, ma quando qualcuno in­sisteva, egli se ne sbrigava prontamente: «chi ha rubato quei danari doveva avere certo più bisogno di me: sono quindi ben collocati».

Si occupava anche della farmacia di casa ed Egidio mentre manipolava pillole e faceva intrugli, salmeggiava e pregava.

Perciò in casa e fuori dicevano che le pillole ed i medi­cinali, che Egidio preparava, avevano maggiore virtù di sa­nare per l'accompagnamento delle orazioni che per gli ingredienti che contenevano.

Amava molto visitare chiese e luoghi santi in genere e, con qualsiasi pretesto, andava fuori e perciò Filippo gli diceva:

- Egidio tu hai lo spirito (la devozione) nelle calcagna. Una volta egli non voleva dire al Santo dove era andato e perciò Filippo lo chiamò: « capitano degli zingari». Intendeva dire che Egidio faceva come gli zingari che vanno da un luogo all'altro vagabondando.

Era divotissimo della Madonna e tra le altre divozione in onore di Lei, recitava una corona formata da S. Filippo con le parole: «Vergine Maria, Madre di Dio - Prega per noi ».

Ecco poi un'altra canzonetta che pure cantava spesso insegnatagli da S. Felice da Cantalice.

Oggi in questa terra - E' nata una rosella Maria Verginella - Che è Madre di Dio.

Se tu non sai la via - D'andare in Paradiso Vattene a Maria - Con pietoso viso,

Che è clemente e pia - T'insegnerà la via.

Mori per imprudenza o l'occasione di fare lo zingaro: d'estate, andò a S. Pietro, giunse tutto sudato e, in quelle condizioni, volle andare nel sotterraneo della Confessione.

Con il freddo e l'umido del luogo, prese una pleurite e morì.

Aveva 87 anni e passò da questa vita il 14 luglio 1653.

 

Uno che lavora più di tutti e parla meno di tutti.

Era costui Taddeo Landi, fiorentino, laboriosissimo e di poche parole.

Sentiva tanto bassamente di sé che si considerava come una bestia, come un niente.

Nacque presto nella Congregazione una specie di pro­verbio: è difficile trovare un uomo che lavori di più e parli meno di Taddeo.

Non bisogna credere che fosse uomo grossolano: non solo era un artigiano valentissimo, ma arrivò ad essere un vero artista.

Egli fece tutti quei lavori in noce della Sagrestia e delle camere dei Padri, che anche oggi si vedono e sono ammirevoli e degni dell'artigiano più progredito.

Sistemò l'altare marmoreo della Sagrestia stessa e, fu tanto ben stimato, che hanno scritto di lui 1'Aringhi e il Ricci.

Nella sua semplicità tuttavia, consapevole della fine imminente e sicura, parlava del Paradiso come di cosa della Gongregazione, e accettava dai circostanti, come un fattorino postale, ambasciate, messaggi, per i Santi e Beati del cielo, per i Padri e Fratelli già morti.

Il cardinal Baronio, già passato all'altra vita prima di lui, aveva avuto un affetto particolare per questo Taddeo, per la di lui grande semplicità e perciò quel dotto uomo gli chiese talvolta consiglio in cose gravi ed eseguì il con­siglio.

Taddeo, consapevole pertanto di questo affetto singo­lare del grande cardinale per lui, si compiaceva a pensare alla sorpresa che egli avrebbe fatto al Baronio in Paradiso

e perciò, a chi lo assisteva in punto di morte disse: u che credete voi, Padre, che sia per dire il nostro cardinale Ba­ronio, quando mi vedrà comparire dove è lui? Quante ca­rezze, credo, mi farà! ».

Mori il 2 gennaio 1643 in età di 83 anni dei quali 52 di Congregazione e quattro sotto la direzione del Santo.

 

Uno che comanda alla gatta.

Quale era lo spirito di quei primi Fratelli e, in genere, di quei primi figli di S. Filippo e di altri dei quali non pos­siamo parlare, si può dedurre da ciò che il Consolini rac­conta di un fratello anonimo.

Messo in cucina a lavorare, amantissimo com'era della Madonna, passava i giorni interi in pensieri divoti verso di Lei.

Per poter dire corone ed altre devozioni, senza inter­rompere le sue occupazioni, aveva sulla tavola, accanto al fuoco, sessantatre stecche e, con ognuna di quelle stecche, segnava un'Ave Maria già detta.

Una sua devozione speciale era quella di servir Messa, ma come andare la mattina in chiesa, indugiarsi e lasciar nessuno in cucina?

Un giorno ebbe l'ispirazione di servirsi della gatta... La chiamò dunque e, con eccezionale confidenza in Dio, le comandò che salisse sopra la tavola e avesse cura della cu­cina finché lui avesse udita la Messa.

Comunque sia avvenuto, la gatta ubbidì e non si mosse da dove egli l'aveva messa.

Aveva trovato un metodo: così fece per molto tempo.

 

CAPO XXIII

FILIPPO RIDE E GIOCA CON I PAPI

Una protesta vivace dinanzi al Papa.

Crediamo che nessun personaggio laico od ecclesiastico abbia avuto rapporti così cordiali e liberi coi papi ma, nello stesso tempo, così rispettosi, devoti, come S. Filippo: è un fatto unico, almeno nel genere suo, nella storia dei pon­tefici, e ne abbiamo documenti solenni, qualcuno dei quali autografo.

Tralasciamo qui la narrazione di avvenimenti di grande importanza, in questi rapporti con i papi, e ci limitiamo ad episodi, giochi, spiritosità, per restare nei limiti del nostro tema.

Il primo dei papi dei quali Filippo godette la familiarità fu Gregorio XIII, già Ugo Boncompagni, che conobbe Fi­lippo molto presto.

Questo Pontefice, per il decoro della santità del Sacra­mento della Penitenza o Confessione, prescrisse che i sa­cerdoti, nell'amministrazione sacramentale, portassero so­pra le vesti ordinarie la cotta, e cioè una specie di camice sacro, bianco che scende fino a metà della persona.

S. Filippo pativa di una violenta palpitazione di cuore e di un calore insopportabile, d'inverno e d'estate, per via della dilatazione del cuore, quando ricevette lo Spirito Santo.

Quando egli ebbe cognizione della disposizione del Pa­pa, disse: povero me! Come farò io ad indossare la cotta, quando mal sopporto le vesti di ogni giorno? Come farò? Scriverò una supplica? Incaricherò qualcuno di far pre­sente al Pontefice la mia condizione?

Ma questa incertezza durò poco, perché egli non era uomo di indugi e, forse, mentre pensava a come regolarsi, si avviò verso Palazzo, cioè la dimora del Papa.

Per rendere più evidente il suo disagio, si presentò di­nanzi a Gregorio con la veste e il soprabito sbottonati, quasi come se fosse stato in camera sua, in tutta libertà.

- P. Filippo, avrà detto il Papa, ben meravigliato, come mai così sbottonato? Forse i bottoni sono caduti? Non avete avuto tempo di abbottonarvi o ve ne siete di­menticato?

- Padre Santo, niente di tutto ciò, ma una cosa ben più grande: io non posso sopportare vesti abbottonate e voi, per giunta, volete che io porti un'altra veste, confes­sando per lunghe ore? Non posso, non posso, Padre Santo! - P. Filippo non vi agitate: voglio che l'ordine non sia fatto per voi e andate come vi piace.

 

Visite con ogni precedenza.

Le visite di Filippo al Papa erano frequenti e quasi sempre avvenivano così: il Santo andava, senza aver chie­sto udienza o farsi annunziare prima.

Giunto alla residenza pontificia, si dirigeva all'appar­tamento del Pontefice, come se fosse stato a casa sua. Quasi sempre, nell'anticamera, v'erano grandi perso­nalità, principi, diplomatici e, molto spesso, nipoti ed altri congiunti stretti del Papa e tutti attendevano il segno per essere ricevuti.

Filippo passava senza guardare nessuno, andava dritto alla porta dello studio e trovava un domestico sulla soglia. Il domestico salutava con rispetto, apriva la porta, che si chiudeva dietro al Santo.

Tra la meraviglia generale qualcuno chiedeva:

- Ma chi è quel vecchio prete audace che osa tanto? - Come non lo sapete? si sentiva rispondere, quello è il P. Filippo.

- Chiunque sia, noi siamo qui da tanto tempo ad. aspettare e lui...

- Informatevi chi sia P. Filippo e vi spiegherete tutto e avrete pazienza.

Gregorio voleva far vescovo Filippo, come confidò egli stesso al Cardinal Federico, ma il Santo se la sarà cavata. con una delle sue barzellette! Con una barzelletta infatti se la cavò quando il Papa gli propose di farlo canonico di S. Pietro.

- P. Filippo, per l'affetto che vi porto vorrei nomi­narvi canonico di S. Pietro.

- Padre Santo, io accetterei ben volentieri, ma non so proprio portare la veste canonicale.

Era una di quelle risposte che tolgono il coraggio di ri­proporre.

 

Il più grande si fa più piccolo col più piccolo.

Il Pontefice di cui parliamo qui è Gregorio XIV. Quando egli si chiamava ancora Nicolò Sfondrato era un ammiratore dell'Oratorio ed un devoto di Filippo.

Un suo nipote, Paolo Camillo, che poi fu nominato car­dinale, era stato per parecchi anni sotto la direzione di Filippo.

Un anno prima della morte di Sisto V, Nicolò Sfon­drato, allora solo cardinale di Cremona, come spesso gli accadeva, si trovava alla Vallicella con Filippo.

Ad un certo momento il Santo disse al nobile Mar­cello Vitelleschi, ch'era tra i presenti

- Marcello, nell'armadio dell'altra stanza, c'è un ber­rettino bianco: portamelo qui.

Avuto che l'ebbe, s'accostò al cardinale di Cremona e gli disse

- Monsignore illustrissimo, penso che questo berret­tino bianco vi starebbe bene! Volete provarlo per cortesia? - P. Filippo, questo è un berrettino da pontefice, ma dal momento che volete giocare per dare il buon umore ai presenti, vi accontento.

- A pennello! Va benissimo! Pare fatto proprio per voi!

Gli altri ridevano, rideva Filippo e rise pure il cardi­nale, che seppe prendere la cosa in pace, benché avesse tutta la forma di una canzonatura.

Passò, su per giù, un anno da questo scherzo e tutti l'avevano dimenticato, quando Sisto V morì.

Fu eletto Urbano VII ma, poveretto, regnò solo tredici giorni ed il conclave per eleggere il successore non si de­cideva.

In uno di questi giorni, nell'atmosfera di incertezza e di attesa, ecco che arrivò alla Vallicella il Cardinal Sfon­drato e fece chiedere al P. Filippo se poteva salire.

- Dite a Monsignore Illustrissimo che vengo io giù, che non si muova, e vado a vederlo in sala, dove si com­piaccia di aspettare.

Filippo scende e lo seguono tutte quelle persone che si trovavano con lui, tra i quali i documenti del tempo, nominano Paolo Crescenzi e Marcello Vitelleschi.

Il discorso volgeva sulle generali, quando Filippo ordi­nò ai presenti di baciare i piedi al Cardinale uno dopo l'altro, in ordine.

In tempo di aspettativa di elezione questa era una bur­la solenne, fatta ad un cardinale: è l'episodio che fa il paio con l'altro del berrettino bianco.

Non mancarono commenti salaci come questo: che bi­sogno c'è ora più che il conclave prosegua? P. Filippo ha eletto lui il Papa e noi abbiamo fatto l'adorazione.

Ci fu forse qualcuno che riprovò in cuor suo perché ciò era mettere in burla non solo il Cardinale, ma anche il segno ,di omaggio che si usava all'elezione del nuovo Papa.

Quasi tutti però non approfondirono la cosa e credet= tero che quanto era avvenuto, era stato un capriccio del P. Filippo.

Non s'era ancora spento il ricordo di questo scherzo, quando, sempre in quella lunga vacanza, si vede in chie­sa il Cardinal Sfondrato, che pareva non potesse restare a lungo lontano da Filippo.

- In chiesa, viene ad annunziare qualcuno, c'è il cardi­nale Sfondrato.

- Chi? Quel papa? Risponde Filippo.

Il messaggero che non sa i giochi precedenti del Santo, alla sua risposta, resta di stucco e pensa che Filippo o sia impazzito o abbia scherzato e ripete: dico che è venuto il cardinale Sfondrato, che non è papa ancora...

Non passò molto tempo e quello che pareva un papa da burla, creato da Filippo, fu eletto Papa dal Conclave. Prese il nome di Gregorio XIV.

Pensiamo che Gregorio si ricordò in quel momento de­gli episodi da noi descritti e comprese che il Santo era stato illuminato da una luce celeste e che quegli scherzi non erano stati scherzi ma gesti profetici.

Il nuovo Papa, pertanto, quando vide Filippo, che andò a rendergli omaggio, gli disse: «P. Filippo, vi facciamo cardinale ».

Gregorio si volse poi a Monsignor Vestri e gli comandò di redigere il documento di nomina o il «Breve», come si dice in gergo curiale.

Filippo si accostò confidenzialmente al Papa e gli disse all'orecchio qualche parola: tagliò netto, - almeno per il momento, all'offerta del Papa, con abilità e forse con qual­che scherzo che noi non sappiamo.

Il Papa tuttavia gli dette la sua berretta rossa da car­dinale e Filippo la serbò come se avesse accettato.

In realtà, però, l'offerta del Papa cadde per una di quel­le manovrette che tante volte il Santo faceva.

Quando poi di cardinalato non si parlava più, il San­to passò all'offensiva ed ogni volta che vedeva Monsignor Vestri, faceva il viso scuro, seccatissimo, come uno che bru­ciava di essere cardinale, e gli diceva: « Monsignore voi non mi avete fatto ancora il Breve, fatemelo ».

Anzi della stessa offerta del cardinalato si divertiva anche in questo modo: diceva di avere accettato di essere cardinale, ma con la condizione di fissare lui il giorno... Era un ripetere la favola di Bertoldo, che, condannato a morte, chiese in grazia di essere impiccato ad un albero di sua scelta.

Ogni visita di Filippo era una festa per il Papa, che prendeva subito un'aria serena al suo arrivo, lo abbrac­ciava affettuosamente, lo faceva sedere, lo faceva coprire e poi gli parlava di tante cose.

Come ad un vecchio amico, il Pontefice gli chiedeva consigli e Filippo confidò questa cosa a Germanico Fedeli.

Il Papa, un certo giorno, espresse al Santo questa con­fessione di grande umiltà: « Padre miao, maggiore di noi in santità, sebbene noi maggiore di Voi in dignità».

Il primo biografo del Santo, Gallonio, era presente ed udì le parole del Papa, il quale era poi felice, nel vero sen­so della parola, di concedere tutto ciò che Filippo gli do­mandava o gli altri domandavano per lui o per la Congre­gazione.

Gli chiesero così il privilegio che il Santo potesse dir Messa in un Oratorio privato, per ragioni della sua età e delle sue malattie e la commutazione della recita del Breviario in una corona del rosario. Filippo non fece uso di questa commutazione.

Il Pontefice arrivò a questa sollecitudine affettuosa proibì al Santo di confessare in chiesa, per evitargli di affaticarsi troppo e di dover salire e scendere le scale.

 

Il Papa che polemizza... con Filippo.

Questo Papa fu Clemente VIII, che ebbe con Filippo rapporti non meno cordiali di quelli di Gregorio XIV, ma lo stile, diremo così, era diverso, come diverso era il carat­tere dei due Papi.

Clemente, da quando era Ippolito Aldobrandini, fre­quentò molto la Vallicella: egli si confessava da Filippo come attesta una chiara deposizione del processo.

Il Papa avrebbe voluto ancora Filippo per confessore, ma non potendo il Santo, per la sua grave età, scelse il figlio prediletto di lui Cesare Baronio e noi ne abbiamo data notizia innanzi.

Anche Clemente, quando riceveva Filippo, non solo lo faceva subito sedere e lo obbligava a stare coperto, ma veniva ad abbracci e baci.

Il Papa aveva una fiducia assoluta delle preghiere di Filippo e quando le cose non gli andavano bene o non an­davano come avrebbe desiderato, con dolce rimprovero, di­ceva: « Il P. Filippo non prega per noi».

Anche questo Papa fece l'offerta a Filippo di farlo car­dinale, ma essa fini come le altre offerte: Filippo ne fece anzi un gioco.

Abbiamo parlato innanzi di quel Bernardino Corona, laico di Congregazione.

Ora S. Filippo a questo laico, con l'aria misteriosa di chi fa una confidenza, dopo una nuova offerta del Papa, tornò a casa e disse a Bernardino:

- Sai Bernardino: Il Papa mi vuol fare cardinale: che te ne pare? Debbo o non debbo accettare?

- Certo: sarebbe bello accettare almeno per il van­taggio della Congregazione, rispose Bernardino, che si sen­tì onorato di una consultazione del Santo.

Filippo però non lo lasciò molto pensare, si bolse la berretta di testa, la levò in alto col gesto di un monello e disse in un impeto di esaltazione mistica: «Paradiso, Pa­radiso ».

Ma ecco la cosa più incredibile tra tante cose incredi­bili.

Gregorio XIV, come abbiamo detto, aveva proibito a Filippo di scendere in chiesa a confessare, per via della salute, ma probabilmente il Santo aveva continuato a scendere: il nuovo Pontefice Clemente dovette rinnovare la proibizione.

Nel rispondere al Pontefice, Filippo finge che si fosse pensato e creduto che egli, scendendo ancora in chiesa, vo­lesse far concorrenza al Pontefice.

Ecco il testo che S. Filippo fece recapitare a Clemen­te VIII, di un memoriale in cui era detto «che si meravi­gliava oltre modo che fosse stato pensato e creduto che egli avesse voluto togliere il papato a Sua Santità. Se era andato in chiesa e s'era lasciato baciare i piedi e le mani da quelli che venivano a lui, non per questo si doveva fare giudizio che egli volesse io ambisse il papato. Volendo esser lui (Filippo) papa non potendosi essere due papi, sarebbe stato necessario desiderare la morte a chi tanto amava come Sua Santità. Pregava che lo volesse riabilitare a con­fessare in chiesa quattro donnucce o uomini di poco conto, perché Messer Cesare (il Baronio succeduto a Filippo come Superiore) gli aveva tolto con la superioranza Monsignor Panfili e l'Abate Maffa. I cardinali li avrebbe confessati a ietto, se non gli fossero stati rubati dal medesimo». (Ba­ronio).

Genialità, devozione, rifulgono in questo brano con un umorismo finissimo.

Ma più bella e più gustosa è la lettera seguente che Filippo manda allo stesso Pontefice.

Una figliola di Claudio Neri, non parente però del San­to, Innocenza, doveva entrare tra le oblate di Tor de' Spec­chi, ma v'erano difficoltà.

Si vede che Claudio aveva interessato Filippo, perché intervenisse presso il Pontefice che, solo, poteva eliminare ogni difficoltà in quelle circostanze.

Filippo scrisse il memoriale, che noi riportiamo nella trascrizione moderna, con qualche parola dichiarativa, tra parentesi, e la risposta del Papa, che si conserva ancora.

In questa lettera, fra le tante apparenti audacie, Filip­po dice al Papa che il bene che ha detto di lui un cardinale, è inferiore alla realtà che, insomma, il Papa non è così buono come si dice.

Poi rimprovera il Papa di non essere andato a visitarlo, ma invece è andato a visitarlo uno maggiore di lui nella santa Comunione, Gesù.

Sarebbero, queste, delle offese atroci e noi abbiamo vo­luto riassumere, perché il lettore veda meglio come, sotto l'apparenza di simili proposizioni, Filippo trova il modo di confessare al Pontefice un amore sconfinato e una devo­zione totale.

Ora ecco il testo che il lettore può gustare da sè. «Beatissimo Padre, e che persona son io che cardinali abbiano da venire a visitarmi? specialmente ieri sera il cardinal di Firenze (Alessandro dei Medici) e Cusano; e perché avevo bisogno di un poco di manna di foglie, (un leggero purgante) detto signor Cardinale di Firenze, me ne fece avere due once da Santo Spirito (l'ospedale) perché esso Signor Cardinale ne aveva mandato gran quantità a quel luogo l'istesso giorno. Si fermò sino a due ore di notte e disse tanto bene di Vostra Santità, più di quello che mi pareva, atteso ché, essendo ella Papa, dovrebbe essere l'i­stessa umiltà, Cristo, a sette ore di notte, si venne ad incor­porare con me (nella S. Comunione); e Vostra Santità guarda che la venisse pur una volta nella nostra chiesa. Cristo è uomo ed è Dio e mi viene, ogni volta che io voglio a visitare; e Vostra Santità è uomo puro, nato da un uomo santo e da bene; esso (Cristo) nato da Dio Padre. Vostra Santità nato dalla signora Agnesina, santissima donna; ma Esso nato dalla Vergine delle Vergini. Avrei da dire se volessi secondare la collera che ho. Comando a Vostra San­tità che faccia la mia volontà, circa una Zitella, quale io desidero mettere in Ztor dé Specchi, figliola di Claudio Ne­rio al quale Vostra Santità ha promesso di avere prote­zione dei suoi figlioli, ricordandogli esser cosa da Papa l'os­servare le promesse: però, detto negozio la Santità Vostra lo rimetta a me, acciocché bisognando mi possa servire della Sua parola; tanto più sapendo io la volontà della zi­tella, quale so certo muoversi meramente per divina ispi­razione; e con maggiore umiltà che devo li bacio i san­tissimi piedi ».

Clemente VIII che comprese bene tutta l'ondata di de­vozione religiosa e di amore filiale nascosto in quelle pa­role materialmente aggressive, rispose nella finzione di una terza persona, che esegue la commissione del Pontefice.

«Dice il Papa che la polizza (foglio) nella prima parte, contiene un poco di spirito di ambizione, volendo che egli sappia che i cardinali la visitano tanto frequentemente se già non fosse per insinuargli che quei tali signori sono spirituali, il che si sa molto, bene. Del non esser venuto a vederla, dice che vostra reverenza, non lo merita, perché non ha voluto accettare il cardinalato tante volte offertole. Quanto al comandamento, si contenta che Ella con il suo solito imperio, faccia un rabbuffo a quelle buone Madri, se non fanno a suo modo. E torna a comandare a Lei che si riguardi, né torni al confessionale, senza sua licenza. E quando Nostro Signore la viene a vedere, lo preghi per lui e per i bisogni urgenti della cristianità ».

 

CAPO XXIV

LA VITTORIA DI FILIPPO SULLA VECCHIAIA

GLI ULTIMI SPRAZZI

Filippo proclamato vittorioso del dolore nel mondo intero.

Non c'è, credo, nel mondo intero, persona alcuna che non ceda alla tristezza, alla malinconia, all'abbattimento, nelle difficoltà e nelle angustie di una tarda vecchiezza, specialmente se gravata di malattie.

Filippo, in questo lungo periodo, non cede di un pollice a qualsiasi forma di scoraggiamento: malattie più o meno gravi si susseguirono dal 1592, ma la sua vena di gioia e di gioco, rimane ferma come nella gioventù.

Che? Egli delle malattie stesse faceva occasione di gioco.

Il suo stesso organismo si rendeva complice di questa sua vena di umorismo, di guisa che offriva sorprese, che poi diventavano beffe.

La mattina pareva morto e non parlava e la sera rice­veva persone e celiava.

In una crisi lunga e penosa, la febbre fu altissima e la tosse insistente per quaranta giorni.

Una sera, il medico Gerolamo Cordella l'ha lasciato boccheggiante, disperando ormai della vita.

L'indomani il medico arriva, calmo, sicuro di trovarlo morto, ma non appena lo guarda in viso, si meraviglia, e anche Filippo si rende conto di questa meraviglia e gli dice

- Sta pur sicuro, Cordella, che io non morirò di que­sta malattia.

Alla fine di novembre, è di nuovo moribondo e vede che i suoi penitenti si sbandano e cercano altri confessori. Egli, con la sicurezza di chi da un appuntamento, par­la così

- Abbiate pazienza, figlioli. Per Natale udrò le vostre confessioni.

A Natale udì le confessioni di tutti, ch'erano ben molti. In un'altra crisi, lettere partono dalla Vallicella a quei di Napoli e ad altre persone e dicono che Filippo è mori­bondo, ma dopo qualche giorno debbono scrivere invece che sta bene.

Il controllo di se stesso tuttavia era rigoroso e non si illudeva quando gli altri, invece, s'illudevano.

Poco meno di due mesi prima della morte, egli si pre­senta in tali condizioni fisiche che' promette di vivere an­cora alcuni anni: al contrario, proprio in quelle condizioni, vede la sua fine vicinissima.

In tali circostanze, un giorno, l'abate Maffa gli dice sicuro: Padre, non dubitate che Dio vi farà vivere lungo tempo ancora.

Come noi, quando non accettiamo un parere degli altri, diciamo scherzando: vuoi scommettere che non è così? egli risponde all'abate:

- Se ti basta l'animo di farmi passare quest'anno, ti voglio dare una bella cosa.

Nella terza decade del mese di aprile è gravissimo: neppure gli altri s'illudono: non può neppure celebrare la santa Messa.

Egli dice ai suoi sconfortati:

- Il primo maggio (mese in cui morì) io mi alzerò e celebrerò, perché quel giorno è la festa dei santi Filippo e Giacomo, mio onomastico.

Puntualmente il primo maggio celebrò e voleva segui­tare a celebrare ininterrottamente, ma i medici gli impo­sero tre giorni di riposo, non celebrando, ed egli obbedì.

Il giorno 5 però, fatta l'obbedienza, riprese a celebrare e celebrò per alcuni giorni.

Nuova crisi però con manifestazioni nuove: grandi e frequenti sbocchi di sangue.

- Ora se ne muore il nostro Padre, dice il Baronio e bisogna dargli l'Estrema Unzione.

Il cardinale Federico Borromeo, quando il malato mo­stra un po' più di energia, gli amministra il Viatico.

Gli sbocchi di sangue però riprendono, ed uno che gli sta vicino, probabilmente quello che gli teneva la catinella per raccogliere il sangue, è sgomento e lo mostra nel viso.

Filippo lo guarda in faccia, si accorge di quello sgo­mento e dice allegro:

- Hai paura eh? Non ho paura io.

Il giorno 13 maggio, dodici giorni prima della morte, di mattina, i medici che lo assistono arrivano prestissimo e lo trovano lieto, faceto ed egli dice loro stuzzicandoli:

- Guardatemil Non è vero che io sono sano? E li de­rideva.

Quel giorno 13, riprese a dire la Messa e sapete fino a quando la disse? Fino al giorno della sua morte.

Solo la Messa disse? Macché! Quel giorno confessa, con­versa, disposto a ricevere ogni nuovo venuto, fino all'ul­timo.

C'è un particolare di quell'ultima Messa: ad un certo momento, egli cominciò a cantare, cosa davvero non solita.

Tutti si guardavano in faccia e pensavano: ma che succede, è impazzito P. Filippo?

No, egli era in un'estasi, in un mare di gioia.

Ma l'incredibile delle sorprese in questo ultimo giorno è la dichiarazione fatta a Filippo stesso dal medico Cor­delia, presente Gallonio

- Il P. Filippo da dieci anni in qua non è stato mai così bene come ora.

Filippo non credette a questa dichiarazione, come si rileva da circostanze che sarebbe lungo riportare.

La sera di questo ultimo giorno si conchiude con un atto di spavalderia burlona.

Verso le diciotto, Filippo recitò quella parte dell'Ufficio divino chiamata Mattutino, anticipandola dal giorno se­guente: accompagnavano in quella recitazione il cardinal Cusano, Gerolamo Panfili, Spinello Benci.

Alla fine si levarono tutti e, rientrando dalla loggia in camera, il cardinal Cusano gli dette il braccio per aiutarlo a salire uno scalino, ma egli, con gesto deciso, ricusò l'aiuto e disse come risentito, ma rîdendo

- Credete che io non sia gagliardo?

Alcune ore dopo, nella seconda parte della notte sui giorni 25-26, egli moriva placidamente.

In quello stesso anno 1595, prima ancora che Filippo morisse, uno degli uomini più dotti del tempo, Gabriele Paleotto, pubblicò un libro intitolato così in italiano «Della beatitudine della vecchiezza». Egli leva in alto, innanzi al mondo intero, la figura di Filippo, come quella del vegliardo saggio che attraversa vittorioso l'ultimo, a­borrito tratto del percorso umano, della deprecata vec­chiezza.

 

CAPO XXV

IL PAZZO E' PROCLAMATO MAESTRO FILOSOFO ED EROE

Maestro.

Il riso e il gioco, nella nuova formulazione di Filippo Neri, nati piccoli e cresciuti nell'ostilità e nel disprezzo, nei primi tempi, come tutte le cose belle e sante, guadagna­rono terreno, poi vinsero, poi stravinsero e poi dal piccolo presepe di S. Girolamo della Carità strariparono nel mon­do intero.

La pazzia di S. Filippo contagiò, per dire così, il mondo benignamente e Filippo apparve il maestro di un nuovo costume di vita spirituale.

In breve tempo, le Congregazioni dell'Oratorio, a somi­glianza di quella di Roma, sorsero in molti luoghi e diven­tarono centri della spiritualità gioiosa di Filippo.

Queste nuove Congregazioni crebbero a centinaia, ed anche oggi molte restano, non solo, ma riprendono, dopo l'ondata della rivoluzione francese e tutto il male che ven­ne in seguito.

Dove non fu possibile la nascita di Congregazioni, si stabilirono Oratori e cioè gruppi di uomini di buona vo­lontà, non conviventi, che praticavano la vita spirituale come l'aveva insegnata il Santo.

Ci limitiamo a segnalare alcuni esempi di soli Oratorii ed alcune di queste personalità che si misera nella scia di Filippo.

Giovanni Leonardi, poi canonizzato anche lui (1541­1609) ch'ebbe la ventura di avvicinare Filippo e conoscere l'opera sua in Roma, fu anche ospite del Santo.

Gli voleva bene S. Filippo, lo trattava molto familiar­mente e scherzosamente e una volta gli disse:

- Tu sei un santo, ma cerca di mantenerti come sei. Leonardi organizzò presto una convivenza di giovani, che egli dirigeva e formava e poi sarebbe diventata la Con­gregazione dei Chierici Regolari della Madre di Dio.

Ecco come egli a principio esercitava i suoi confratelli. Li mandava spesso con le vesti logore e rattoppate per la città, a chiedere elemosine alle porte degli artigiani e di altri, dai quali venivano spesso burlati e anche maltrat­tati, con parole e gesti ingiuriosi.

Oomandò un giorno a Giovanbattista Cioni di andare a casa di Giovanni Fornaini, di pregarlo di dargli per amor di Dio un fascio di legna e portarlo così a spalla per mezzo alla città.

Un'altra volta gli impose che, spogliatosi fino alla cin­tura, con le mani legate dietro, andasse per le pubbliche strade insieme con un fratello, il quale con una scopa gli battesse le spalle.

Obbedì egli prontamente, ma aveva appena posto il pie­de fuori di casa che lo fece subito tornare indietro. Spesso chiamava uno, mentre stava a mensa, in mezzo al refettorio, affinché dicesse tutte le sue colpe: lo lasciava poi così ginocchioni, fino a tanto che fosse terminato il mangiare e anche oltre e, alla fine, voleva sapere da lui ciò che gli era passato in mente in quel tempo. Talvolta avrebbe comandato ad uno che andasse nel mezzo della pubblica piazza, quando vi era maggior fre­quenza di popolo e qui in ginocchio s'accusasse ad alta voce di tutti i suoi peccati: ma poi l'avrebbe fatto richia­mare dicendo che non voleva che scandalizzasse tutto il popolo, ma facesse, quella stessa azione alla presenza dei fratelli dell'Oratorio.

Abbiamo già ricordato un certo Turchetti Pensabene, tipo curioso e amabilissimo, di una semplicità angelica. Costui esordi nella via della santità come mulattiere dei Romiti Camaldolesi, i quali avevano una terribile mula, la quale menava calci e mordeva che era una bellezza.

Quei romiti comandarono a Pensabene di condurre la mula alla fiera, che si teneva in un paese vicino e ven­derla.

Pensabene andò, ma a tutti quelli che s'accostavano per comprare la mula egli diceva tutte le virtù che essa aveva, tra le quali quelle di tirar calci e mordere.

Pensate bene se vendette la mula...

Egli era un tipo fatto apposta per imitare i giochi più audaci di Filippo.

Venuto a Roma, conobbe S. Filippo, partecipò alle pra­tiche dell'Oratorio e, dopo molte altre peripezie, si unì al P. Enrico Pietra nell'opera della Dottrina Cristiana e vi compì un apostolato meraviglioso.

In Fermo, dove egli stette un certo tempo, introdusse gli esercizi spirituali praticati da S. Filippo, imitando an­che i modi più brucianti di mortificazione: per esempio, imponeva ai suoi compagni che uscissero per la città e andassero in piazza chi con una testa di morto in mano, chi con un cappellaccio alla foggia antica e in altre ma­niere, per attirare lo scherno.

Più tardi, un altro grande, S. Giuseppe Cottolengo 11786-1842) è tanto preso dall'esempio di S. Filippo che vuol ricopiarlo in tutto, e il suo maggior biografo in un lungo capitolo di oltre venti pagine della vita intitolato: - Il Cottolengo e la perfetta letizia - ci presenta il Santo piemontese in una documentata rassomiglianza col Santo fiorentino.

Il Cottolengo si definiva un «orso » pur lui che aveva trovato il modo di elaborare la gioia in poveri minorati di corpo e di mente.

Se gli dicevano che era un santo, rispondeva: «santo delle coma»!

Un tale aveva scritto sulla busta di una lettera a lui diretta il suo cognome sbagliato e cioè: « Canonico Cota­nengo » invece di Cottolengo.

Egli lesse ad alta voce l'indirizzo e si divertì un mondo a dire allegramente: «ecco una che mi conosce 1 Sono uno che Contaniente!

Un giorno uscì perfino fuori la casa e fece un largo giro, sopra un asino, goffamente con la berretta in testa, mentre un altro prete, pur lui con la berretta da chiesa, guidava l'asino come staffiere, come se si trattasse di un cavallo di lusso.

Come S. Filippo, giocava con i fanciulli nella « Piccola casa» e il suo motto era: « Poverelli ma allegri».

Un altra- ancor più tardi (1815-1888) Giovanni Bosco si assimilò in tutto lo spirito di S. Filippo.

Non possiamo raccogliere episodi particolari, tanti essi sono e ci limitiamo ad una scena avvenuta in chiesa. Una volta, Don Bosco nella piccola città di Alba, in Piemonte, tesseva il panegirico di S. Filippo e s'inoltrava .a descriverlo drammaticamente, al suo ingresso in Roma, tacendo il nome, per creare la sorpresa nell'uditorio, come portava il modo letterario del tempo.

Quando Don Bosco ebbe finito la descrizione e disse il nome del giovane: Filippo Neri, più di uno commentò sot­tovoce: Giovanni Bosco, Giovanni Bosco!

Venendo più vicino a noi, Don Luigi Guanella (1842-­1915) ha rivissuto S. Filippo in una maniera più dramma­tica e si resta incerto a scegliere questo o quell'episodio.

Il 26 maggio 1903, Don Guanella si trovava a Roma e scrisse ai suoi figlioli di lassù: «Cari amici, oggi S. Filippo, anniversario della mia ordinazione (sacerdotale) vi augu­ro e vi benedico tutti, col patto di essere savii, santi, sani... In Domino state allegri, asinelli tutti, che lo sto bene pater asellorum » (padre degli asinelli).

Non c'era discorso in cui non entrasse il nome di S. Fi­lippo.

Il sacerdote Leonardo Mazzucchi, superiore generale dei « Servi della Carità » cioè la Congregazione fondata dal Guanella, così si esprime: « Il serafico e letiziante San Filippo Neri gli veniva immancabilmente sulla bocca e nella penna per invitare se ed i suoi a giubilare ancora». Di poco posteriore a questo Don Luigi, un altro Don Luigi, conosciuto più comunemente col cognome di Don Orione (1872-1940) ebbe in S. Filippo il maestro e il genio ispiratore.

Lesse e rilesse la vita di S. Filippo Neri scritta dal Ca­pecelatro, e in Tortona si vede la copia che egli usò, tutta segnata a matita.

Tutti quei segni, scrive Don Luigi Orlandi, dicono quanto Don Orione abbia fatta sua la spiritualità gioiosa filippina.

Se avessi tempo, egli aggiunse, potrei sviluppare uno studio dal titolo: «La spiritualità Filippina nel servo di Dio Don Luigi Orione ».

Quando si Grattò di fondare in Roma un Istituto edu­cativo e prendere possesso, per dire così, della città eterna, egli non ci pensò due volte e chiamò quell'istituto S. Fi­lippo Neri.

La nuova opera ebbe presto a sostenere grandi lotte e dovette chiudere i battenti.

In quei momenti dolorosi, il Servo di Dio, scrisse all'in­gegnere Leonori, tra le altre cose: « sono andato a ringra­ziare S. Filippo... L'Istituto S. Filippo Neri ci metterà nulla a risorgere. La SS. Vergine e il suo caro Compatrono di Roma sorrideranno di coloro che l'hanno creduto finito ». Fu una profezia: oggi l'Istituto è un grande Istituto, uno dei primi della città, col suo vecchio nome: «Istituto San Filippo Neri ».

Chi non ha sentito parlare di Don Giovanni Calabria, partito ieri, si può dire, per il Paradiso, fondatore in Ve­rona dell'opera: « Buoni Fanciulli »?

Egli, per rendere S. Filippo vivo, presente, tra. i suoi « Buoni Fanciulli », tra le altre cose, fece scrivere sulle mura del refettorio le massime di S. Filippo Neri ai gio­vani.

Nei suoi continui trattenimenti con i piccoli, rievocava episodi di S. Filippo: dove infatti ne avrebbe potuto tro­vare più opportuni per quell'età?

Nei primi tempi dell'Opera, quando il numero ancora lo consentiva, egli conduceva i giovanetti in massa a parte­cipare ad una delle più caratteristiche manifestazioni fi­lippine, la meravigliosa pratica della « Visita alle Sette Chiese ».

Non possiamo emettere il ricordo di una donna inglese, Eugénie Strong, che visse lungamente in Italia, dama di grande capacità intellettuale e artistica, conosciuta in tut­ta l'Europa e che, per un certo tempo, dominò in Roma, con un suo salotto di intellettuali, morta nel 1943. Innamorata dell'Italia, di Roma e di S. Filippo, scrisse una magistrale guida della «Chiesa Nuova», il tempio edificato dal nostro Santo.

Nella sua dimora in Roma, aveva una testa di S. Fi­lippo, in cera, una copia, forse, dello stampo preso su­bito dopo la morte del Santo, collocata in una custodia e messa in bella mostra, per testimoniare il suo affetto, la sua venerazione per S. Filippo.

Un uomo di grande fede cattolica e di grande slancio nell'attività sociale, Giovanni Grosoli Piroci, ebbe ad af­frontare terribili lotte e incontrò delusioni, insuccessi, e perdette quasi tutto il suo patrimonio.

Egli trovò ancora coraggio e serenità nel suo amore a S. Filippo e fece porre nella Chiesa Nuova, proprio dinan­zi alla tomba del Santo questa testimonianza: « A S. Fi­lippo - Potentissimo a rendere gioconde - Pur nelle av­versità terrene - Le vie del Signore - Giovanni Grosoli Piroci - Con animo grato - Pose – XXVI maggio MCMXXI».

Non passa anno, che, sotto un titolo o un altro, non venga fuori un libro, un opuscolo, che ci presenta Filippo come il patrono, l'ispiratore, il santo della gioia.

Don Giovanni Minozzi, apostolo infaticabile di giovani, ha pubblicato nel 1959 un volumetto rapido, lirico, bio­grafico di S. Filippo, che egli presenta alla gioventù .come l'uomo dalla « giovialità più fascinosa e più dolce ».

Joyous Heart presenta S. Filippo ai giovani americani come il maestro più grande di gioia in una lussuosa edi­zione uscita nel 1957.

Perfino una rivista per fanciulli «Vita vera», che si pubblica in Napoli, ha svolto in vari! numeri la vita del Santo illustrata graziosamente.

 

Il pazzo è proclamato filosofo.

L'umanista Agostino Valier, autore di un centinaio di opere tra edite e inedite, come il Paleotto, di cui è fatta parola innanzi, ammiratore e devoto di S. Filippo, scrisse in latino un'opera che poi ebbe anche due edizioni italiane, dal titolo: «Filippo ossia dialogo della letizia cristiana».

E' un libro di grande valore: un dialogo ad imitazione­di quelli di Platone.

Gli interlocutori del dialogo sono tutti grandi persona­lità come Federico Borromeo, Agostino Cusano, Silvio An­toniano, ed altri.

Essi sono presentati in solenne seduta, intorno a Fi­lippo, e discutono su quale sia la vera letizia cristiana.

In quest'opera, Filippo viene chiamato: Socrate - No­stro Socrate - Socrate cristiano.

Ognuno sa che il Socrate greco fu veramente il più sag­gio degli uomini antichi, direi il santo del mondo pagano. Egli fu pure il più grande maestro.

Non si poteva esaltare Filippo di più, che chiamarlo, come fa il Valier, Socrate, con l'aggiunta di una grandezza soprannaturale.

Ecco dove giunse colui che esordi come un pazzo e co­me pazzo, secondo il giudizio del mondo, visse e operò. Ora anche il mondo riconosce che Filippo era Socrate.

 

Il Pazzo è proclamato eroe.

Era il 12 marzo 1622 e un folla incessante, come una marea, si dirigeva verso S. Pietro, dove il pontefice Grego­rio XV, circondato da un grande stuolo di cardinali, vesco­vi, generali di Ordini religiosi ed altri prelati, era impe­gnato in una grande cerimonia.

Ad un momento, fu letto un documento solenne, e poi, alla fine della lettura, un velo cadde da un quadro ed ap­parve l'effigie di S. Filippo, morto ben ventisette anni in­nanzi.

Al cadere del velo ed all'apparire della dolce immagine così familiare ai romani, un applauso risuonò nella vasta piazza: Viva S. Filippo!

Che cosa c'era stato? Forse una commemorazione? No! Una cosa ben più grande! Il Pontefice, nella sua autorità di Vicario di Cristo, aveva canonizzato Filippo Neri, come si dice con parola liturgica, cioè lo aveva riconosciuto, di­chiarato santo... E che significa dichiarar santo? Signi­fica riconoscere un uomo dalle virtù eroiche: un eroe.

Il Santo è veramente l'eroe più completo, più grande.