SAN FELICE DA NICOSIA

Frate Cappuccino

 

«Sia per l'amor di Dio!»

Sembra vederlo ancora - lui, San Felice - andare in giro per le vie di Nicosia e per i sentieri della nostra campagna, con la sua bisac­cia sulle spalle, non tanto a chiedere la carità per i Frati del con­vento, quanto per dire a tutti, ripetendo con appassionata certezza, che l'amor di Dio è la ragione della nostra vita.

Ne aveva fatto esperienza lui fin dalla fanciullezza, quando da sua madre aveva appreso le prime espressioni di una vita religiosamente vissuta nella fiducia e nell'abbandono alla santa volontà del Signore. Per l'amor di Dio desiderò ardentemente entrare nella famiglia dei Cappuccini e, da «fratello laico», vivere nell'umiltà e nella semplici­tà francescana la sua totale dedizione a Dio, provata poi con veglie, digiuni e con atti di eroica obbedienza. Egli istillava l'amor di Dio nell'animo dei benefattori e dei tanti poveri con i quali condivideva i frutti della carità.

«Sia per l'amor di Dio!» è il suo messaggio. A lode e gloria della Santissima Trinità!

+ Salvatore Pappalardo Vescovo di Nicosia

 

Introduzione

La canonizzazione del Beato Felice, maturata nel disegno provviden­ziale di Dio a duecentodiciotto anni dal suo transito da questa terra al Cielo, propone questa figura di uomo evangelico in un tempo - il nostro - in cui forti sono le paure e le incertezze a causa del terro­rismo, delle guerre, dello smarrimento di senso per quel mondo che fa affidamento solo su un sistema di vita in cui domina l'aspetto eco­nomico e il relativismo.

Papa Benedetto XVI in Fra Felice ha l'occasione di presentare alla Chiesa e al mondo un uomo che ha interpretato la sua vita solo alla luce dell'amore evangelico che si fa dono, in questo anno 2005, dedicato alla centralità del Mistero Eucaristico, indetto dal Servo di Dio Giovanni Paolo II.

La fama della Sicilia spesso e purtroppo è legata al fenomeno della mafia, ma la visita che il Signore fa a questa terra, crocevia del Mediterraneo, con il dono della sua santità partecipata agli uomini come Fra Felice, offre a tutti una opportunità di riscatto spirituale e morale, di realizzazione piena della nostra umanità.

Davanti alla vita di questo umile «frate ignorante», di quel secolo che verrà poi chiamato « il secolo dei lumi», ci rendiamo conto che egli è testimone non dell'amore della sapienza ma della sapienza dell'a­more, la sola capace di dare pace e far fruttificare il bene nel cuore dell'uomo di ogni tempo.

Questo semplice frate cappuccino anche oggi ci ripropone l'attuali­tà della radicalità evangelica nella forma della vita consacrata come nostalgia dell'atteso Regno futuro di cui egli è primizia.

 

DISCEPOLO DI FRANCESCO

Felice e la sua epoca

Filippo Giacomo Amoroso da Nicosia

Nicosia è una cittadina al centro della Sicilia, in provincia di Enna. Le sue origini sono ancora incerte. Alcuni storici la identificano con l'antica Imacara, altri con Engio, altri ancora con Herbita. Il nome con la quale è conosciuta potrebbe avere una radice ellenistica (da Nike, Vittoria), ma molto probabilmente è legato alla presenza bizantina (VI-1X secolo) e al culto di San Nicolò, il santo vescovo di Mira, suo patrono principale.

Grande impulso la Città ebbe con Federico il (XIII secolo). Ulteriore sviluppo conobbe dal XV a tutto il XVIII secolo, passando attraverso i regni Aragonese, Spagnolo, Sabaudo, Austriaco e Borbone.

Il contesto in cui è nato e vissuto San Felice da Nicosia (1715-1787) è quello in cui si contano ventiquattro baroni, numerosi professio­nisti (avvocati, medici, chirurghi, notai e farmacisti) e una popola­zione di circa 15.000 abitanti, di cui molti pativano la povertà, soprattutto per la concentrazione della proprietà terriera, per le ricorrenti carestie, guerre ed epidemie.

Negli anni in cui è vissuto San Felice si sono succeduti otto papi. Clemente XI (1700-1721) che intervenne nelle vicende della guerra di successione spagnola, dapprima appoggiando Filippo V, poi, sotto la minaccia delle truppe imperiali, appoggiando Carlo III. Con i trat­tati di Utrecht e di Rastatt la Sicilia, di cui il papa era feudatario, venne ceduta ai Savoia. Gli altri papi sono: Innocenzo XIII, Benedetto XIII, Clemente XII, Benedetto XIV, Clemente XIII, Clemente X1V e Pio VI.

La vita religiosa era sostenuta da un clero numeroso. In città esiste­vano sei conventi maschili e quattro monasteri femminili.

Già dal XIV secolo Nicosia ha visto la presenza francescana (Con­ventuali prima e Riformati dopo). Il primo convento dei Cappuccini risale al 1546, come risulta da un atto di concessione di tre sorgen­ti fatta dai signori Giurati della Città, ad opera di Fr. Arcangelo da Catania. Il 7 dicembre del 1603 fu piantata la croce sulla cima del colle, che prese il nome dai Cappuccini, ove è stato costruito un nuovo convento. Questo divenne il centro in cui San Felice visse la sua sequela di Cristo sull'esempio di San Francesco d'Assisi e di tanti altri santi.

 

La nascita

Filippo Giacomo, ultimo di tre figli, nacque a Nicosia il 5 novembre 1715 da Filippo Amoroso e da Arcangela La Nocera. Fu battezzato lo stesso giorno della nascita al Fonte della Chiesa Madre di San Nicolò, che il 17 marzo 1816, da Pio VII, creata la Diocesi di Nicosia (primo vescovo fu Mons. Gaetano Maria Avarna), diverrà Cattedrale. La madre, in memoria del marito, morto il 12 ottobre dello stesso anno, volle chiamarlo anche Filippo.

 

L'infanzia

Fin dai primi anni di vita, dalla madre fu educato alle virtù cristiane: la carità, la fiducia nella provvidenza di Dio e la preghiera.

La madre lo accompagnava nella vicina Chiesa di San Nicolò e con semplici parole iniziava il suo bambino ai misteri della fede.

Una educazione cristiana intessuta d'amore e sostenuta dall'esem­pio, ha preparato in Filippo Giacomo il fertile terreno nel quale il Signore ha seminato abbondantemente la sua grazia, poi fiorita e accresciuta nei frutti della santità.

Nonostante la povertà della famiglia, la madre educava il piccolo Filippo Giacomo e i suoi fratelli a condividere il pane con i bambini più poveri del quartiere.

 

La giovinezza e il lavoro

Appena fu in grado di apprendere un mestiere, imparò l'arte del cal­zolaio nella bottega di mastro Giovanni Ciavirella e poi di mastro Ambrogio Mirabella, distinguendosi per l'impegno nel lavoro, nella preghiera e nel buon esempio. Questa fu la sua scuola e la fonte del­l'onesto guadagno per contribuire alle necessità della famiglia.

 

L'ingresso in convento

Avendo sperimentato per tanti anni la spiritualità francescana nella Confraternita del Terz'ordine Francescano detta dei «Cappuccinel­li», che aveva sede nella Chiesa dei Miracoli, e avendo frequentato il convento, all'età di 28 anni fu accolto tra i Frati Minori Cappuccini e vestì l'abito religioso nel convento di Mistretta, dopo sette o otto anni di rifiuti (per probabili disposizioni restrittive del Governo del tempo e anche per verificare la solidità della sua vocazione) e di fi­duciosa attesa.

Il 10 ottobre 1743 iniziò l'anno del noviziato col nuovo nome di Fr. Felice da Nicosia. Tale nome gli fu dato in onore di San Felice da Cantalice (Rieti), primo santo cappuccino, vissuto dal 1515 a1 1587, esattamente due secoli prima. Molti momenti della vita di Fr. Felice si presentano in perfetto parallelismo con quelli della vita di San Felice.

 

Con Francesco d'Assisi sulle orme di Cristo povero, casto e obbediente

Gli elementi essenziali della vita consacrata

La sequela di Cristo nella vita consacrata si configura come unione a Lui con il cuore che la grazia ha reso libero, in una vita casta, povera e obbediente. Fr. Felice ha realizzato questa unione nel solco tracciato da Francesco d'Assisi e interpretato dai Cappuccini.

È la Chiesa, di cui la vita consacrata esprime in modo eloquente la sua intima essenza «sponsale», che la promuove e la custodisce co­me elemento decisivo per la sua missione.

 

La povertà

Risulta evidente il passaggio dalla ricchezza alla povertà vissuto da Francesco d'Assisi, e qualcuno, a proposito di Fr. Felice, si potreb­be chiedere come un povero calzolaio abbia potuto scegliere la po­vertà francescana. Può darsi che a quel tempo i calzolai non fosse­ro tra gli artigiani più poveri, considerando la molteplicità di botte­ghe e di lavoratori e apprendisti. Certo non erano tra gli artigiani più ricchi.

Indubbiamente la povertà evangelica non ha un presupposto neces­sario nella ricchezza economica: anche un povero può scegliere la povertà evangelica. È per questo che Fr. Felice, come Francesco d'Assisi, imposta la sua vita sulla stretta osservanza della povertà evangelica, vivendo in una fraternità in cui si è tutti uguali e fratelli a servizio dei più bisognosi.

 

La castità

Abbraccia la castità celibataria scegliendo di non avere una sua fa­miglia per amore di Cristo e per potersi dedicare a tempo pieno ad accudire una famiglia ben più grande: quella dei suoi frati e delle persone che cercano il suo aiuto.

 

L'obbedienza

Sceglie l'obbedienza perché riconosce Dio come unico Signore, il quale manifesta il suo volere anche per mezzo degli uomini, e la spe­rimenta come perfezione della povertà e della libertà capace di un sì senza pentimenti.

 

Il frate

Linee di un volto tra la storia e la fede

La bisaccia e il cilicio, l'orto e l'altare, la fraternità e la libertà dell'autoironia, la Chiesa e la Città furono le coordinate della vita di Fr. Felice.

Servizio e penitenza, lavoro e preghiera, comunione fraterna e per­fetta letizia, fede e incontro con gli uomini tessono la sua esistenza. Terminato l'anno di noviziato, fu destinato al convento di Nicosia

(trasformato in carcere in seguito alle leggi eversive del 1866), dove fu ortolano, cuoco, calzolaio, infermiere, portinaio e soprattutto questuante.

In convento accettò con pazienza le umiliazioni che il Guardiano, padre Macario, credette di dovergli imporre sistematicamente per provare la sua umiltà.

Si sottopose volontariamente a digiuni, veglie e rigorose penitenze oltre a quelle previste dalla Regola e dalle Costituzioni del tempo.

Nei suoi quotidiani contatti con il popolo fu generoso nel dare buoni consigli, pane e prodigi che gli meritarono grande fama a Nicosia e nei paesi vicini.

Il legame con la città e il popolo caratterizza la santità di Fr. Felice. La sua bisaccia, quasi espansione del suo cuore, raccoglieva e dif­fondeva l'amore di Dio: «Sia per l'amor di Dio!».

Nutrì un amore ardentissimo verso la Vergine Addolorata e l'Eucaristia, nella cui adorazione soleva trascorrere gran parte della notte.

 

La morte

«Prima della fine non chiamare nessuno beato; un uomo si conosce veramente alla fine» (Sir 11,28).

Queste parole del Siracide ci offrono il punto di osservazione più adatto per conoscere la vita di un uomo: la morte di un uomo e tutto quello che intorno ad essa si muove diventano chiave di lettura di un'intera esistenza.

Il 31 maggio 1787, si sparse la notizia che Fr. Felice era prossimo alla fine.

Gente di ogni condizione sociale accorse al colle dei Cappuccini per vedere ancora una volta un volto familiare, un volto amico. Il con­vento si riempì di un respiro di ansia e di speranza, di dolore e di desiderio di vedere spegnersi la candela di una vita che si è consu­mata nell'amore e cogliere l'accendersi di una nuova luce tra i santi di Dio.

La campana segnava 1'Ave Maria quando Fr. Felice, obbediente fino alla morte, chiese a padre Macario, guardiano del convento, il per­messo di fare, dopo tante partenze per la questua, l'ultimo viaggio del pellegrino cercatore di Dio.

Rifiutato più volte il «permesso» per saggiare ancora una volta la tempra di Fr. Felice, intorno alle ore venti padre Macario si sentì annunciare dal medico, il dottore Nicolò De Luca, che lo visitò: «Padre, io trovo che Fr. Felice ha cessato di vivere almeno da tre ore. E intanto parla; ma chi parla non può che essere il suo spirito: il san­gue ha cessato di circolare da tempo».

Allora, dando libero sfogo alla commozione, padre Macario, che l'a­veva chiamato sempre «Fr. Scontento», disse: «Fr. Felice, è volontà di Dio che partiate da questo mondo: io vi do la benedizione». Ricevuta la benedizione, mormorò con un fil di voce: «Sia per l'a­mor di Dio!» e chinò il capo.

Nel disporre la salma, furono tolti i cilici; uno di essi portò via bran­delli di carne, tanto era penetrato dentro! Quelli che per noi sono incomprensibili strumenti di tortura, per Fr. Felice, secondo i modi espressivi della vita penitente del suo tempo, erano strumenti di più intima partecipazione alla passione di Cristo.

Composta la salma, più volte fu rivestita perché il saio e il cingolo venivano tagliati dalla gente per averne reliquie. Fu necessario di­sporla su un alto catafalco e protetta da alcuni alabardieri della città. Da Nicosia e dalle sue campagne, e dai paesi vicini e lontani, Sper­linga, Cerami, Cesarò, Mistretta, Geraci, Gangi, San Mauro Castel­verde, Capizzi, Troina, si mosse una gran folla di devoti che vollero visitare le spoglie mortali di colui che per tutta la vita aveva recato la pace e il bene di Dio.

Tre giorni dopo la morte, oltre al funerale celebrato dai frati Cappuccini, ve ne fu un altro celebrato dai canonici delle colleggia­te di San Nicolò e Santa Maria, presente tutto il clero, i religiosi, le confraternite e le autorità cittadine.

Per i tre giorni le campane, anche quelle «riservate» per la morte dei papi, coi loro rintocchi segnarono il dolente silenzio che era sceso nelle strade tante volte percorse da Fr. Felice.

Al momento della sepoltura, nelle catacombe della chiesa dei Cappuccini, Fr. Onofrio da Castelbuono, presente Fr. Serafino da San Mauro Castelverde, volendo verificare ancora una volta la famosa obbedienza di Fr. Felice, «strappò» un prodigio dicendo: «Fr. Felice, come foste con noi obbediente in vita, siatelo anche da morto», e recisa una vena ne vide sgorgare abbondante sangue vivo, che venne prontamente raccolto con fazzoletti e con teli.

Ma già prima di questo prodigio, nei tre giorni in cui la salma era stata esposta, tre bambini, uno zoppo in seguito a una caduta, uno paralizzato agli arti inferiori e uno storpio in tutti gli arti, in momen­ti diversi, vennero completamente guariti e resi capaci di camminre.

 

LA DEVOZIONE

I miracoli

La straordinaria ordinarietà

I miracoli, dono che Dio talvolta si compiace realizzare anche attra­verso alcuni suoi figli (i «santi»), si collocano in un contesto di fede o suscitano la fede.

Anche San Felice, come attestano numerose testimonianze, è stato scelto da Dio per beneficare gli uomini.

Al di là di episodici casi straordinari (bilocazione, levitazione), i mi­racoli che egli ottiene da Dio sono la risposta ai bisogni che incon­tra quotidianamente, sono interventi divini che permeano la vita di ogni giorno nella modestia e quasi nell'irrilevanza dei suoi fatti ordi­nari, quasi a far risaltare più la sua esperienza di unione con Dio condotta nella semplicità e nell'ordinarietà della vita di ogni giorno. Tra i tanti ne ricordiamo alcuni: l'acqua presa col paniere, su co­mando di padre Macario, per offrirla al Viceré di Sicilia, Duca Eustachio di Viefuille; la colomba restituita alla vita, che l'eremita di San Michele, suo amico, gli aveva offerto già uccisa affinché la mangiasse e potesse riprendere energie, perché debilitato a causa di una lunga malattia; la botte risanata e il vino recuperato nella casa di una benefattrice del convento, il cui marito, alla vista del prodigio, cam­biò vita; la liberazione della fattoria di un certo Carmelo Falco dalla presenza del maligno presentatosi sotto le sembianze di un giovane e robusto operaio.

Diffusasi la fama della sua santità e dei miracoli compiuti in vita, cominciarono i pellegrinaggi alla sua tomba.

Il primo miracolo, accertato dopo la morte, riguarda il palermitano Vincenzo Abate, scaricatore di porto, affetto al braccio destro da artrite cronica fungosa, tumore bianco.

Il signor Abate, dopo aver pregato dinanzi all'immagine di Fr. Felice esposta nel convento dei Frati Cappuccini di Palermo e avendo tenu­to per un'intera notte un'immaginetta di Fr. Felice sul braccio mala­to, l'indomani si alzò dal letto perfettamente guarito e poté ritorna­re al suo consueto lavoro.

Il secondo miracolo avvenne ad Adrano.

Il frate Cappuccino, sacerdote Giuseppe Antonio da Adrano, affetto da un tumore, dopo aver subito diversi interventi chirurgici senza esito risolutivo, sembrava ormai prossimo alla fine, ma un confra­tello, offrendogli una reliquia di Fr. Felice, disse: «Eccole, padre, la medicina vera. Se la metta addosso e invochi con fede questo nostro confratello». L'indomani il medico curante constatò che la fistola era scomparsa senza lasciare traccia.

Le due guarigioni vennero esaminate da una commissione scientifi­ca e furono dichiarate miracolose.

Il 12 febbraio del 1888, papa Leone XIII lo proclamava «beato».

 

I luoghi

Nicosia

La città natale custodisce la casa che la tradizione ci consegna come la modestissima casa natale di San Felice, che nel 1954 divenne luogo di preghiera (il 5 di ogni mese, giorno della nascita, vi viene celebrata l'Eucaristia).

La Cattedrale conserva il Fonte Battesimale, i registri che contengo­no l'atto di matrimonio dei genitori, l'atto di morte del padre e l'at­to di battesimo del nostro Santo, e presenta alcune reliquie ex ossi­bus accompagnate da una sua immagine dipinta e la lapide che ricorda il luogo della deposizione delle reliquie, dopo la soppres­sione del convento.

Nel convento trasformato in carcere si conserva l'area della cella in cui è vissuto San Felice e si indica anche il luogo in cui sorgeva il pozzo da cui attinse l'acqua col paniere.

Nella nuova chiesa di Santa Maria degli Angeli si custodiscono parte delle reliquie, gli strumenti di penitenza e gli oggetti appartenuti a San Felice.

Qui se ne cura il culto e la devozione: la veglia di preghiera il 31 maggio di ogni anno per ricordarne il transito; la memoria liturgica il 2 giugno; la festa cittadina la prima domenica di settembre, che dal 2000 vede impegnata l'associazione «Fraternitas San Felice», fondata dal vicepostulatore Fr. Luigi Saladdino, che ha come finalità la formazione cristiana dei membri e la diffusione della devozione al Santo.

 

Mistretta (Messina)

Nella chiesa di San Francesco già dei Cappuccini (persa con la sop­pressione e ora della Diocesi di Patti), ove San Felice visse il suo noviziato, se ne cura la devota memoria. Per diversi anni si è fatta la festa cittadina l'ultima domenica di luglio.

La memoria è inserita anche nel calendario liturgico della Chiesa di Patti.

 

Cerami (Enna)

In occasione di una epidemia (marzo 1777) anche Cerami speri­mentò la miracolosa intercessione di San Felice e da allora ne con­serva il ricordo.

 

Giarre (Catania)

Dimorando per qualche tempo nel convento di Acireale, San Felice si trovò a passare per la centralissima Via Gallipoli di Giarre, nella qua­le abitava una donna in grave pericolo per un parto difficile, e, inte­ressato al caso, si recò da lei, e invocando l'aiuto dell'Immacolata, la donna subito partorì senza complicazioni. Questo fatto spiega la devozione a San Felice anche a Giarre.

 

Gangi (Palermo) e Sperlinga (Enna)

La devozione a San Felice si è espressa per tanti anni con un pelle­grinaggio notturno a piedi da Gangi e da Sperlinga, e ancora adesso molti mantengono tale tradizione.

 

Rocca di Caprileone (Messina)

Da quarantasei anni, l'ultima domenica di agosto si celebra la festa cittadina voluta dall'arciprete Filippo Caputo, dal sindaco Giuseppe Grasso e dal vicepostulatore Fr. Gregorio Centamore da Troina.

 

Il culto e l'iconografia

La beatificazione

Centun'anni dopo, svoltosi il processo canonico, il 12 febbraio del 1888 papa Leone XIII lo proclama «beato». In quel giorno tutte le campane di Nicosia proclamavano la gloria del suo figlio illustre e la gioia del suo popolo fedele.

Se ne diffuse il culto nella Diocesi di Nicosia e nelle nazioni dove erano presenti i Frati Cappuccini.

La memoria liturgica è il 2 giugno. La festa cittadina ricorre la prima domenica di settembre il transito si celebra il 31 maggio.

 

Il decreto di Compatrono di Nicosia

Dopo tanti anni, la comunità ecclesiale di Nicosia vede realizzato il suo ardente desiderio: 9 18 luglio 2001 1a Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti ha confermato il decreto emesso, il 31 maggio 2001, da S. E. Mons. Salvatore Pappalardo che dichiara il nostro Santo «Patronum secondarium apud Deum civita­tis Nicosiensis».

Detto decreto viene proclamato il 2 settembre dello stesso anno.

 

La canonizzazione

Nel 1997 sono stati ritrovati gli atti del Processo diocesano su un mi­racolo (la guarigione del sacerdote Giuseppe Turdo dal tumore vil­loso alla vescica, di prognosi infausta) avvenuto a Tusa, diocesi di Patti (Messina), nel settembre del 1900, il quale ha offerto l'occa­sione a Fr. Luigi Saladdino da Troina, vicepostulatore, e a Fr. Florio Tessari, postulatore dell'Ordine Cappuccino, di presentare alla con­gregazione per la causa dei santi la Posino super miraculo.

Il 19 aprile 2004, alla presenza di Sua Santità Giovanni Paolo II, dalla Congregazione per le cause dei Santi è stato promulgato il Decreto riguardante detto miracolo attribuito all'intercessione del Beato Felice da Nicosia. Il 24 febbraio 2005 il Concistoro stabili la data della canonizzazione.

Il 23 ottobre, essendo Ministro Generale dell'Ordine Fr. John Cor­riveau e Ministro Provinciale di Messina Fr. Fiorenzo Fiore, Sua Santità Benedetto XVI lo propone alla Chiesa universale come modello di Santità.

 

Le immagini

L'iconografia di San Felice lo presenta sia sotto l'arte scultorea che pittorica.

Si può trovare l'effigie scolpita in vari luoghi, e tutte lo rappresenta­no con la bisaccia sulle spalle e la corona del Rosario. Tra queste ri­cordiamo quelle lignee della chiesa di San Francesco di Mistretta e di Santa Maria degli Angeli (Cappuccini) di Nicosia realizzate dallo scul­tore Noè Palumbo (1897), e quella bronzea di Michele Guerrisi, che la Città ha eretto lungo la centrale Via Roma il 20 maggio 1956. L'iconografia pittorica ci consegna un probabile ritratto eseguito du­rante la vita del Santo (autore sconosciuto). Qui è raffigurato con la classica bisaccia. Molti altri dipinti lo raffigurano, oltre che con la bisaccia, con alcuni strumenti di penitenza, la corona del Rosario, l'immagine della Madonna.

Sono parecchi i dipinti che raffigurano la scena del miracolo del­l'acqua presa col paniere, e quella del miracolo che ha visto la fat­toria di Carmelo Falco liberata dalla presenza del maligno.

Nel 1997, in concomitanza del Convegno di studi storici, si è tenuto un concorso di pittura che ha interpretato l'immagine del nostro Santo con varie tecniche e caratteristiche. Il primo prenuo è stato assegnato alla signora Susana Valenzuela con la seguente motivazio­ne: «L'opera si è distinta per l'originalità tecnica e per il tentativo di mediare un messaggio che nella sua semplicità coordina il Crocifisso di San Damiano che ha parlato a San Francesco, con il poverello di Assisi che parla a Fra Felice affinché quest'ultimo possa venire "tra­sformato in quella medesima immagine di gloria in gloria..."».

 

BIBLIOGRAFIA

Le fonti

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