SAN DOMENICO
SAVIO
«Presto,
venga con me»
Dicembre 1856. L'aria è fredda perché
è già scesa la notte. Don Bosco, nel suo ufficio, sta rispondendo alle lettere
arrivate in giornata, di benefattori, di gente che chiede preghiere, di ragazzi
che sono stati suoi amici all'Oratorio e vogliono continuare a parlare con lui.
Qualcuno bussa alla porta.
-
Avanti, chi è? - Sono io - dice Domenico Savio entrando rapido. Ha il volto
serio e pensieroso -. Presto, venga con me. C'è una cosa importante da fare.
-
Adesso, di notte? Dove vuoi condurmi?
-
Faccia presto, Don Bosco, faccia presto.
Don Bosco esita. Ma guardando Domenico
vede che il suo volto, di solito così sereno, è molto serio. Anche le sue
parole sono decise come un comando. Don Bosco («avendo già provato altre
volte l'importanza di questi inviti», scrive) si alza, prende il cappello e
lo segue.
Domenico scende velocemente le scale.
Scrive Don Bosco: «Lo seguo. Esce di casa, passa per una via, poi un'altra,
ed un'altra ancora, non si arresta né fa parola; prende infine un'altra via, io
l'accompagno di porta in porta, finché si ferma. Sale una scala, raggiunge il
terzo piano e suona una forte scampanellata.
-
E qua che deve entrare - mi dice. E subito se ne va».
La porta si apre. Si affaccia una donna
scarmigliata. Vede Don Bosco e alza le braccia al cielo:
- È’ il Signore che la manda. Presto,
presto, altrimenti non fa più in tempo. Mio marito ha avuto la disgrazia tanti
anni fa di abbandonare la fede e di iscriversi a una setta anti-cristiana.
Adesso sta morendo, e chiede per pietà di potersi confessare, perché ha
paura di presentarsi al tribunale di Dio.
Don Bosco si reca al letto
dell'ammalato, e trova un pover 'uomo spaventato e sull'orlo della
disperazione. Lo confessa. Gli dà l'assoluzione a nome di Dio. Poche ore dopo
quell'uomo muore.
Il giorno dopo, Don Bosco è
impressionato di ciò che è accaduto. Come ha potuto quel ragazzo di 14 anni
sapere di quel malato e della sua urgenza di mettersi in pace con Dio? Avvicina
Domenico in un momento in cui nessuno li ascolta.
- Ieri sera, quando sei venuto a
chiamarmi, chi ti aveva parlato di quella povera persona?
Allora succede una cosa che Don Bosco
non si aspettava. Domenico lo guarda con aria mesta e si mette a piangere.
«Non ho più osato fargli altre domande» scrive. Ma capisce che nel suo
Oratorio c'è un ragazzo al quale Dio parla.
La sorella di Domenico Savio, Teresa,
testimoniò sotto giuramento: «Don Bosco, quando mi narrava questo fatto,
soggiungeva che non era mai riuscito a comprendere come Domenico avesse saputo
guidarlo a notte oscura, attraverso le vie di Torino che certamente gli dovevano
essere ignote, e concludeva dicendo: - Si vede proprio che Savio era un
giovanetto santo, e che conosceva tante e tante cose!».
La
stufa di don Cugliero
L'incontro di
Don Bosco con Domenico Savio era stato provocato (oltreché dal Signore) da una
grossa stufa: una di quelle stufe di campagna che ingoiano legna e in cambio
diffondono un calore onesto e buono.
Don Giuseppe Cugliero era l'insegnante
della scuola elementare di Mondonio. Domenico, da Morialdo, era arrivato in quel
paese con la sua famiglia nel febbraio 1853, e si era subito iscritto alla
scuola per finire le elementari.
All'inizio dell'inverno 1853-54, don
Cugliero aveva intimato ai suoi trenta scolaretti:
- Venire a scuola al freddo è
impossibile. Quindi d'ora innanzi ogni mattina, insieme ai libri, porterete un
pezzo di legno. Li metteremo nella stufa, e così staremo al caldo fino a
mezzogiorno.
Anche Domenico, da quel giorno, portò
ogni mattina, insieme con i libri e i quaderni, un tronchetto o uno scheggione
di legno. La stufa tirava a dovere, e la scuola era scaldata proprio bene.
Una mattina del febbraio 1854 nevicava
forte. Due alunni (grossi e maleducati) arrivarono senza il pezzo di legno. Don
Cugliero non c'era ancora, e uno osò dire:
- E voi, perché non avete portato la
legna? Quei due ridacchiarono, parlottarono tra loro, e uscirono. Pigiarono
della neve fino a farne due pallottolone, poi rientrarono portandole sulle
braccia. Dissero:
- Ecco la
nostra legna! Aprirono il coperchio della stufa e buttarono dentro la neve.
Ridevano male, mentre quasi tutti gli altri guardavano in silenzio. Solo quattro
scemetti (quattro scemetti si trovano in tutte le scuole del mondo!) si misero
a ridere con loro, come se fosse stato un grande scherzo. La stufa fumò, lasciò
filtrare un po' d'acqua e si spense. Quando arrivò don Cugliero era bell'e
spenta. Don Cugliero era un insegnante severo, che castigava battendo la
bacchetta sulle dita degli alunni, metteva in ginocchio e cacciava dalla scuola.
(Allora tutti gli insegnanti facevano così). Quando vide quella stupidata, domandò
inviperito:
- Chi è stato?
Nessuno fiatò, perché i due colpevoli
avrebbero picchiato chi parlava. Alla ripetizione della domanda, si alzarono
proprio quei due (che si erano messi d'accordo) e insieme indicarono Domenico:
- E’ stato lui.
Domenico si alzò stupito. Si guardò
intorno come per dire: «Ditegli che non è vero». Ma nessuno alzò gli occhi
dai libri. Tanti piccoli vigliacchi. Don Cugliero disse stupito a Domenico:
- Proprio tu, che sembri un pezzo di
santino! Non me lo sarei mai aspettato. Meno male che è la prima che mi
combini, altrimenti ti avrei cacciato da scuola. E adesso prendi il libro e
vieni a inginocchiarti in mezzo alla classe, vicino alla stufa. Sentirai come si
sta bene accanto a una stufa spenta!
Domenico s'inginocchiò dove diceva il
maestro. La lezione fu chiusa prima del solito, perché faceva troppo freddo
nella scuola.
(Carlo Savio nel 1912 era consigliere
comunale a Mondonio, e testimoniò sotto giuramento: «A questo fatto io fui
presente. Il maestro lo pose per castigo in ginocchio in mezzo alla scuola». PS.
313).
Uscendo dalla scuola, però, qualcuno fu
preso dal rimorso, e sussurrò a don Cugliero:
- Guardi che non è stato Domenico. Sono
stati quei due là.
Don Cugliero cadde dalle nuvole. Richiamò
a gran voce Domenico, che era appena partito con i suoi libri.
- Ma perché sei stato zitto? Così ho
compiuto un'ingiustizia davanti a tutta la classe. Bastava che mi dicessi:
«Non
sono stato io!».
Domenico rispose tranquillo:
- Anche il Signore è stato calunniato
ingiustamente. E non si è mica ribellato.
Don Cugliero rimase così colpito da
quelle parole, che pensò tra sé: «Questo è un ragazzo buono sul serio. Gli
farò un grosso regalo».
Alcuni mesi dopo prese la carrozza, e si
recò a Torino, dove abitava il suo compagno di seminario don Giovanni Bosco. Lo
trovò in un cortile affollato da centinaia di ragazzi. Quando lo vide, Don
Bosco gli andò incontro a braccia aperte:
- Caro vecchio Cugliero! Che piacere
rivederti! Scommetto che ti sei stancato di stare tra quelle colline tra le
volpi. Perché non vieni anche tu a lavorare tra questo esercito di ragazzi?
Saresti un maestro coi fiocchi!
- Tu di ragazzi ne hai davvero più di
me - sorrise don Cugliero guardando quella splendida baraonda.
Ma
io ne ho uno che vale tutti i tuoi messi in fila. E sono venuto per regalarlo al
tuo Oratorio. Si chiama Domenico Savio, e noi lo chiamiamo «Minot». Se sai
tirarlo su come si deve, ne verrà fuori un sacerdote di Dio di prim' ordine!
- Sei sempre stato esagerato, tu -
scherzò Don Bosco Anche tra questi che vedi correre e giocare come diavolotti
scatenati, ci sono dei veri angeli, sai? Comunque, per me va bene. Io verrò ai
Becchi per la festa del Rosario. Fammi incontrare questo tuo piccolo campione
con suo padre.
Il
figlio della sarta
2 ottobre 1854. Nel cortile, davanti
alla sua casetta dei Becchi, Don Bosco vide arrivare Minot con suo papà. Quell'incontro
(uno dei più importanti della sua vita) Don Bosco lo narrò come se l'avesse
filmato con una cinepresa.
«Era... di buon mattino, allorché vedo
un fanciullo accompagnato da suo padre che si avvicina per parlarmi. Il volto
era ridente, l'aria rispettosa:
- Chi sei, gli dissi, donde vieni?
- Io sono, rispose, Savio Domenico, di
cui le ha parlato Don Cugliero mio maestro, e veniamo da Mondonio.
Allora lo chiamai da parte, e messici a
ragionare dello studio fatto, del tenor di vita fino allora praticato, siamo
tosto entrati in piena confidenza egli con me, io con lui. Conobbi in quel
giovane un animo tutto secondo lo spirito del Signore, e rimasi non poco
stupito... Dopo un ragionamento alquanto prolungato, prima che io chiamassi il
padre, mi disse queste precise parole:
- Ebbene, che gliene pare? Mi condurrà
a Torino per studiare?
(Don
Bosco aveva saputo da don Cugliero che la mamma di Domenico era la sarta di
Mondonio, cuciva i vestiti per gli abitanti del piccolo paese. E rispose:)
- Mi pare che in te ci sia della buona stoffa.
- A che può servire questa stoffa?
- A fare un bell'abito da regalare al
Signore.
- Dunque io sono la stoffa, ella ne sia
il sarto; dunque mi prenda con lei e farà un belì' abito pel Signore.
- Io temo che la tua gracilità non
regga allo studio. (Don Cugliero doveva avergli pure detto che due fratellini
di Domenico erano morti pochi giorni dopo la nascita, e che altri tre nati,
Raimonda di 7 anni, Maria di 5 e Giovanni di 2, non erano fiori di salute).
- Non
tema per questo. Quel Signore che mi ha dato finora sanità e grazia, mi
aiuterà anche per l'avvenire.
- Ma
quando abbia terminato lo studio, che cosa vuoi fare?
- Se
il Signore mi concederà tanta grazia, desidero... diventare sacerdote.
- Bene,
ora voglio provare la tua capacità di studio. Prendi questo libretto. Ouest'
oggi studia questa pagina, domani tornerai a recitarmela.
Ciò detto, lo lasciai in libertà di
andare a giocare, e mi misi a parlare con il padre. Passarono non più di otto
minuti, quando ridendo si avanza Domenico:
- Se
vuole, recito adesso la pagina.
Presi il libro, e con mia sorpresa vidi
che non solo sapeva a memoria la pagina, ma che comprendeva benissimo il senso
delle cose in essa contenute.
-
Bravo, gli dissi, tu hai anticipato lo studio della tua lezione ed io anticipo
la risposta. Ti condurrò a Torino, e fin d'ora sei iscritto tra i miei cari
figlioli. Comincia anche tu a pregare Iddio, affinché aiuti me e te a fare la
sua santa volontà».
Mentre Domenico tornava a Mondonio con
suo papà, Don Bosco pensò che don Cugliero non aveva proprio esagerato.
Minot era davvero un piccolo campione.
5
parole misteriose
Nell' estate di quell'anno (1854) una
violenta epidemia di colera aveva colpito Torino. Erano morte 1.248 persone.
L'epidemia finì con le piogge d'autunno. Alla fine di ottobre le autorità
sanitarie permisero che si riprendesse la «libera circolazione» per chi dal
di fuori voleva entrare in città. Solo allora Domenico e suo padre poterono
partire da Mondonio per Torino in velocifero (così venivano chiamate
le carrozze pubbliche tirate dai cavalli).
Arrivarono il 29 ottobre. La capitale
del Piemonte li accolse con lo strepito di cento carrozze, le insegne colorate
dei negozi, il frastuono continuo ed eccitato del mercato di Porta Palazzo.
Scesero all' Oratorio attraversando il
quartiere di Borgo Dora (la zona più inquinata e sporca di Torino, e anche la
più colpita dal colera). Entrarono in un cortile dove giocavano molti
ragazzi, e salirono all'ufficio di Don Bosco. Domenico notò subito un grosso
cartello alla parete, con cinque parole misteriose: Da mihi animas, coetera
tolle.
Quando suo padre ripartì, superata la
prima esitazione, Domenico domandò a Don Bosco cosa significassero quelle
parole. E Don Bosco, sorridendo, lo aiutò a fare la sua prima traduzione dal
latino: «Dammi le anime e prenditi tutto il resto». Era la parola d'ordine che
Don Bosco aveva preso diventando sacerdote.
«Quand' ebbe
capito, Domenico - è Don Bosco che lo racconta - si fece per un istante
pensieroso. Poi disse: "Ho compreso. Qui non si cerca denaro. Qui si
cercano anime per il Signore. Spero che anche la mia anima sarà del Signore"».
Un
biglietto per la Madonna
Quando Domenico entrò all'Oratorio, Don
Bosco aveva 39 anni. Era nel pieno delle sue forze e pensava al suo massimo
progetto: la fondazione dei Salesiani, gente in gamba consacrata a Dio per i
ragazzi più poveri. Domenico si trovò con Giuseppe Buzzetti, Michele Rua,
Giovanni Cagliero, Giovanni B. Francesia; un anno più tardi con Giovanni
Bonetti e Francesco Cerruti: giovani che Don Bosco preparava, senza rumore, ad
essere i primi Salesiani.
I ragazzi che vivevano all'Oratorio
giorno e notte erano un centinaio. Tra essi Domenico vide un gruppo di piccolissimi,
che gli altri chiamavano sorridendo «classe bassignana»: erano gli orfani
del colera, i bambini rimasti senza più nessuno ai mondo. Don Bosco li aveva
accettati in casa sua con un atto di amore più grande delle sue possibilità.
Alla domenica (e nel pomeriggio dei
giorni feriali) i prati dell' Oratorio erano invasi da centinaia di ragazzi di
ogni genere: venivano a giocare, a imparare qualcosa, a stare con Don Bosco,
pronti a divorare la pagnotta della merenda e magari a scappare quando era l'ora
di andare in chiesa. Tra quei ragazzi, sovente sporchi e maleducati, Domenico
fu subito un amico. Ricordava Giovanni Bonetti:
«Faceva
il catechismo ai più piccoli nella chiesa dell'Oratorio, e tutti lo
ascoltavano volentieri».
La prima festa di Maria Immacolata che
Domenico trascorse all'Oratorio (8 dicembre 1854) fu una giornata di
entusiasmo grande. Papa Pio IX a Roma dichiarava verità di fede che la Madonna
era nata senza peccato originale (= Immacolata Concezione). Domenico, nel
pomeriggio di quel giorno, andò nella chiesa, si inginocchiò all'altare della
Madonna e si consacrò a Lei con queste parole che ave-
va
scritto sopra un biglietto: «Maria, vi dono il mio cuore, fate che sia sempre
vostro. Gesù e Maria, siate voi sempre gli amici miei; ma per pietà fatemi
morire piuttosto che mi accada la disgrazia la di commettere un solo peccato».
L'inverno 1854-55 fu rigidissimo per
tutti.
Alla Camera dei Deputati e al Senato
(che si riunivano a Palazzo Carignano e a Palazzo Madama) fu presentata una
legge che ordinava la chiusura di 334 case di Religiosi e sfrattava 5.456 tra
preti, frati e suore. Erano considerati «persone inutili» per lo Stato. I
cattolici protestarono violentemente, ma dopo aspri dibattiti la legge fu
approvata. Per diventare esecutiva mancava una cosa sola: la firma del re
Vittorio Emanuele Il.
Don Bosco, nelle notti di quell'inverno,
fece due volte un sogno che lo turbò profondamente. Vedeva entrare a cavallo
nel cortile dell'Oratorio un valletto vestito di rosso, che gli gridava: «Annuncia!
Grandi funerali a Corte!».
La prima volta, Don Bosco emozionato
raccontò il sogno ai suoi giovani più grandi e fidati (Michele Rua ricorda
che, mentre raccontava, aveva le mani coperte da guanti vecchi e sdrusciti, e
stringeva tra le dita un mazzetto di lettere). La seconda volta,
impressionatissimo, Don Bosco scrisse al Re. Gli raccontò il sogno e lo scongiurò
di schivare i castighi minacciati respingendo la legge.
Vittorio Emanuele Il non gli rispose, ma
i «grandi funerali» cominciarono. 12 gennaio 1855: muore la madre del
Re, Maria Teresa (54 anni). 20 gennaio: muore la sposa del Re, Maria Adeiaide
(33 anni). 10 febbraio: muore il fratello del Re, Ferdinando (33 anni). La
marchesa Costanza d'Azeglio scrive al figlio: «La fatalità che pesa sulla famiglia
reale diffonde un velo di tristezza e di terrore sulla città». (Nonostante i
gravi lutti il Re ha deciso di approvare la legge, e la firmerà il 29
maggio).
Domenico insieme a un gruppetto di amici
va ogni mattina a scuola in città, dal prof. Bonzanino. La scuola è a cento
metri da Palazzo Madama dove si discute la «legge maledetta» (come la chiama
Cavour), e da Palazzo Reale dove muoiono le regine. Stringendosi nelle
mantelline per difendersi dal freddo, gli studenti dell' Oratorio sentono i
rintocchi delle campane, vedono le file dei soldati che, tra lo sfarfallio della
neve, fanno scorta ai «grandi funerali». Domenico pensa che la morte non entra
soltanto nelle povere case del suo paese, ma anche nelle regge. Solo Dio è il
padrone della vita e della morte.
Bestemmie
e bersaglieri
Il 24 giugno
all'Oratorio si faceva festa: era l'onomastico di Don Bosco. Ognuno cercava di
manifestargli il suo affetto, e Don Bosco ricambiava con cuore grande. La sera
del 23 giugno 1855 disse sorridendo ai suoi ragazzi: «Domani volete farmi la
festa, e io vi ringrazio. Da parte mia, voglio farvi il regalo che più
desiderate. Perciò ognuno prenda un biglietto e vi scriva sopra il regalo che
desidera. Non sono ricco, ma se non mi chiederete il Palazzo Reale, farò di
tutto per accontentarvi».
Quando lesse i biglietti, trovò domande
serie e domande bizzarre. Un piccolino gli chiedeya «cento chili di torrone
per averne per tutto l'anno».
Un ragazzo che era appena arrivato dal
suo paese gli chiedeva un cucciolo «al posto di quello che ho lasciato a casa e
a cui ero tanto affezionato».
Giovanni Roda (un amico di Domenico) gli
chiese «una tromba come quella dei bersaglieri, perché voglio entrare nella
banda musicale». Sul biglietto di Domenico trovò 5 parole: «Mi aiuti a farmi
santo».
Don Bosco prese sul serio tutte le
domande, ma specialmente quella di Domenico. Lo chiamò e gli disse:
«Quando tua mamma fa una torta, usa una
ricetta che indica i vari ingredienti da mescolare: lo zucchero, la farina, le
uova, il lievito... Anche per farsi santi ci vuole una ricetta, e io te la
voglio regalare. E formata da tre ingredienti che bisogna mescolare insieme.
PRIMO: ALLEGRIA. Ciò che ti turba e ti
toglie la pace non piace al Signore. Caccialo via.
SECONDO: I TUOI DOVERI DI STUDIO E DI
PREGHIERA. Attenzione a scuola, impegno nello studio, pregare volentieri
quando sei invitato a farlo.
TERZO: FAR DEL BENE AGLI ALTRI. Aiuta i
tuoi compagni quando ne hanno bisogno, anche se ti costa un po' di disturbo e di
fatica. La ricetta della santità è tutta qui».
Domenico ci pensò su. I primi due «ingredienti»,
gli pareva di averli. Nel far del bene agli altri, invece, qualcosa di più
poteva fare, pensare, inventare. E da quel giorno ci provò.
Le
coperte di traverso e il giornale strappato
Al mattino, in camerata, non c'era la
mamma a rifare il letto. Ognuno doveva aggiustarsi da solo. Per i piccolini era
un'impresa disperata. Sudavano a tirare le lenzuola a destra e a sinistra, a
mettere ordine tra le coperte. Tiravano, spianavano, pigiavano, ma si, c'era
sempre qualcosa fuori posto. I più grandi guardavano e ridevano. Domenico da
quel giorno non rise più. Si avvicinava: «Vuoi che ti dia una mano?». In due,
le cose erano meno tragiche. Le lenzuola si spianavano, le coperte non
pendevano più di traverso. E alla sera era bello infilarsi «in un letto» e
non «in una tana».
Le classi, in quel tempo, non erano
composte da 25 scolari, ma da 70. Era facile, per i più timidi, smarrirsi,
non riuscire a seguire la lezione. Il professore ripeteva, ma non poteva
ripetere dieci volte mentre gli altri si agitavano, sbuffavano. Finiva per dire:
«Voi due dopo studierete con Domenico». Domenico gli aveva detto: «Se posso
aiutare qualcuno, conti su di me».
Poco per volta Domenico si accorse che
per fare del bene, bisogna anche impedire il male, e che questo era meno
simpatico e più pericoloso. Ma ci provò lo stesso.
Un ragazzo aveva portato all' Oratorio
un giornale con figure poco pulite, che non avrebbe guardato alla presenza di
sua madre. Gli si radunarono intorno tre o quattro. Guardavano, ridacchiavano.
Domenico si avvicinò anche lui, vide il giornale e divenne triste. Lo prese di
scatto dalle mani del proprietario e lo strappò. Il ragazzo si mise a protestare,
ma protestò anche Domenico, a voce più alta: «Ma bravo! Don Bosco ti tiene in
casa sua, e tu gli porti in casa questa roba! I giornali che offendono il
Signore non devono entrare qui dentro».
Le
litanie del carrettiere
Nel maggio del 1855 Torino formicolava
di gente e di eccitazione. Il Primo Ministro Cavour aveva deciso che il Piemonte
mandasse un «corpo di spedizione militare» contro la Russia, a fianco dei
Francesi e degli Inglesi. Si radunavano in Piazza Castello e sfilavano per via
Dora Grossa i battaglioni in partenza per la Crimea.
Anche i ragazzi dell'Oratorio andarono a
vedere la sfilata. Domenico vide passare di corsa i bersaglieri con le piume
al vento, tra il grandinare degli applausi. Vide rotolare sul selciato i cannoni
affiancati dagli artiglieri in uniforme campale. Ma vide anche altro. Il
traffico da via Dora Grossa era stato deviato nelle strette vie laterali. Un
cavallo che tirava un grosso carro con cestoni di mele, era scivolato sulle
pietre, e cadendo aveva rovesciato il carro. Le mele rosse e gialle rotolavano
tra i piedi dei passanti. Il carrettiere, imbestialito, percuoteva il cavallo
con il manico della frusta, e bestemmiava. Il cavallo si tirò su, le ceste di
mele furono rimesse in ordine, ma il carrettiere continuava la sua litania di
bestemmie. Allora Domenico gli andò vicino: «Scusi, mi potrebbe dire dov'è
l'Oratorio di Don Bosco?». Davanti a quella faccetta pulita, l'omone smise di
bestemmiare, e rispose: «Non conosco nessun Oratorio». A Domenico il cuore
batteva forte mentre disse: «Allora, potreste farmi un altro favore?». «Sicuro.
Vuoi due mele?». «No. Vorrei che quando siete arrabbiato non diceste bestemmie».
L'omone lo guardò sorpreso, poi scoppiò a ridere: «Bravo! Hai ragione.
Quando mi arrabbio sono più bestia del mio cavallo. Devo mordermi la lingua».
Venti
passi e le pietre
Un giorno due compagni di scuola di
Domenico si scambiarono titoli pesanti, si pestarono. Poi uno gridò: «Ti sfido
a duello!».
In quel tempo, il duello era una triste
abitudine tra i militari. Una grave offesa veniva «lavata» con la sciabola,
o con la pistola a venti passi. I ragazzi, affascinati come sempre dalla
violenza, li imitavano con il «duello delle pierre». Anche quella volta fu così.
In un prato vicino alla scuola, due amici misurarono venti passi, tracciarono
due cerchi, collocarono 5 pietre in ognuno dei cerchi. I duellantisi prepararono
al lancio. Domenico passava di li per tornare all'Oratorio, vide una piccola
folla di spettatori e capì. Si trattava di una faccenda pericolosa: una pietra
ben mirata poteva spaccare una testa. L'Oratorio era lontano. Non sapeva cosa
fare. Quei due erano suoi amici, ma come farli smettere quella sfida stupida e
pericolosa? Entrò nello spazio lasciato libero per i duellanti, si tolse dal
collo il piccolo Crocifisso che portava sempre, si avvicinò ai due sfidanti. «Guardate
il Crocifisso! - ordinò con fermezza -. E adesso ripetete queste parole: "Gesù
è morto perdonando i suoi crocifissori. Io invece non voglio perdonare, voglio
fare una tremenda vendetta!"».
Erano due bravi ragazzi, e rimasero
senza fiato. Allora Domenico con voce triste continuò: «Perché volere farvi
del male? Perché volete dare un dispiacere al Signore e alle vostre famiglie?
Gesù ha perdonato chi lo uccideva, e voi non siete capaci di perdonarvi un
insulto, uno schiaffo dato in un momento di rabbia».
Il duello non si fece.
Uno di quei due, diventato adulto,
ricordava e diceva:
«Mi
sentii pieno di vergogna. Domenico era un caro amico, e la nostra era una
triste avventura».
Al «processo di beatificazione»,
cinque testimoni hanno giurato di aver assistito a quella scena drammatica.
Il
capolavoro di Domenico
Domenico era
diventato molto amico di Michele Rua, Giovanni Cagliero e Giuseppe Bongiovanni,
anche se avevano rispettivamente cinque, quattro e sei anni più di lui. Altri
suoi amici erano degli ottimi ragazzi: Durando, Cerruti, Gavio, Massaglia.
All'inizio del 1856 i ragazzi che vivevano giorno e notte all'Oratorio erano
153: 63 studenti e 90 giovani lavoratori.
Nella
primavera di quell'anno, Domenico ebbe un'idea. Perché non unirsi, tutti i
giovani più volenterosi, in una «società segreta» per diventare un gruppo
compatto di piccoli apostoli nella massa degli altri? Ne parlò con alcuni.
L'idea piacque. Si decise di chiamare la società «Compagnia dell'Immacolata».
Don Bosco l'approvò, ma suggerì di non
precipitare le cose. Provassero, stendessero un piccolo regolamento. Poi se ne
sarebbe riparlato.
Provarono. Nella prima «adunanza» si
decise chi invitare a iscriversi: pochi, fidati, capaci di tenere il segreto.
I soci si impegnavano a diventare migliori con l'aiuto della Madonna e di Gesù
Eucaristia; ad aiutare Don Bosco diventando con prudenza e delicatezza dei
piccoli apostoli tra i compagni; a diffondere la gioia e la serenità attorno a
sé.
La Compagnia fu inaugurata l'8 giugno
1856, davanti all'altare della Madonna nella chiesa di San Francesco. Ognuno
promise di essere fedele all'impegno.
Don Bosco ricorda che l'entrata in
azione della Compagnia migliorò decisamente la vita dell'Oratorio. La sua
attività principale, infatti, fu quella di «curare i clienti». I ragazzi
indisciplinati, dallo schiaffo e dall'insulto facile, venivano assegnati ai
singoli soci perché funzionassero nei loro riguardi come «angeli custodi». In
quei primi tempi in cui Don Bosco era solo a badare a quella folla di ragazzi,
la Compagnia, in silenzio, fece del bene grande: non permise che il disordine e
la prepotenza s'impossessassero della situazione.
Una seconda categoria di «clienti» che
la Compagnia adottò furono i nuovi arrivati. Venivano aiutati a trascorrere in
allegria i primi giorni, quando non conoscevano nessuno, non sapevano giocare,
parlavano solo il dialetto del loro paese, e avevano tanta nostalgia.
Con la «Compagnia
dell'Immacolata», Domenico aveva realizzato il suo capolavoro. Gli rimanevano
da vivere soltanto 9 mesi, ma la sua «Compagnia» sarebbe durata più di cent'
anni. In tutte le opere fondate dai Salesiani sarebbe diventata un manipolo di
ragazzi impegnati e di vocazioni salesiane.
L'acqua
nella mestola dei muratori
La salute di Domenico (come Don Bosco
aveva temuto fin dal primo momento) deteriorò rapidamente. Don Bosco lo rimandò
in famiglia una prima volta nel luglio del 1856, permettendogli di tornare
all'Oratorio in agosto, per gli esami scolastici.
Domenico riprese l'anno scolastico
regolare nell'ottobre 1856. Ma presto comparve una febbre ostinata, e uno
sfinimento di forze che gli faceva passare frequenti giornate nel lettuccio
dell'infermeria. Don Bosco andava sovente a trovarlo, e un giorno gli domandò:
- C'è qualcosa che ti farebbe piacere
adesso?
Domenico guardava i muratori che
lavoravano sul tetto di fronte e, tutto arso dalla febbre, rispose:
- Mi piacerebbe bere l'acqua fresca
nella mestola dei muratori.
Don Bosco non si mise a ridere come se
fosse una stranezza. Scese, salì sul tetto a prendere l'acqua dei muratori,
tornò nell'infermeria e con la mestola sgocciolante diede da bere a Domenico.
Nel febbraio del 1857 la tosse cominciò
a tormentare Domenico, e Don Bosco decise di mandarlo nuovamente dai suoi.
- A casa ti siederai vicino al focolare,
accanto a tua mamma, e la tosse ti passerà. Anche questa brutta febbre se ne
dovrà ben andare.
Domenico lo fissò con quegli occhi
grandi e scosse la testa:
- Io me ne vado e non tornerò più. Don
Bosco, è l'ultima volta che possiamo parlarci. Mi dica: cosa posso fare per
il Signore?
- Offrigli le tue sofferenze.
- E cos'altro ancora?
- Offrigli anche la tua vita -. Il tono
di Don Bosco si era fatto grave: sapeva che quell'offerta sarebbe stata accettata.
Il saluto più accorato, Domenico lo
diede agli amici della «Compagnia». Poi arrivò papà, e insieme si avviarono
verso Porta Palazzo, dove partiva la carrozza per Mondonio. All'angolo della
via agitò ancora la mano a salutare il suo Oratorio, gli amici. Don Bosco
rimase a guardare, con un dolore profondo, quel ragazzo che partiva. Era stato
il suo alunno migliore, il santino che la Madonna aveva regalato all'Oratorio
per tre anni.
Il
sangue dieci volte
A Mondonio, dove mamma e papà lo
avvolsero nel loro affetto, il medico diagnosticò «infiammazione polmonare»
(= polmonite). Ricorse al rimedio allora universale: levare sangue dalle vene.
Per dieci volte, da quel corpo fragile, la lancetta del chirurgo fece sgorgare
sangue. Domenico fu letteralmente dissanguato.
Si spense quasi all'improvviso il 9
marzo 1857.
Come furono
gli ultimi istanti della vita di Domenico? È’ difficile ricostruire parole
mormorate, frasi spezzate, gesti di un ragazzo che muore. Ognuno che l'ha
visto ricorda specialmente ciò che l'ha impressionato, e raccontando tralascia
fatalmente il resto. Così don Alessandro Allora (suo insegnante a Castelnuovo)
raccontando la morte di Domenico ricorda che negli ultimi istanti invocò i
nomi di Gesù, Giuseppe e Maria. Michele Rua attesta che Domenico cercava di
ricordare le buone parole che gli aveva detto poco prima il parroco. Don Bosco
scrive che morì dicendo:
«Che
bella cosa io vedo». Ma ognuno racconta cose viste da altri, e a lui riferite.
L'unica persona che era presente agli ultimi istanti di vita di Domenico, e che
li raccontò dopo aver giurato di dire la verità, è la signora Anastasia
Molino, vicina di casa dei Savio. La sua è forse la testimonianza più
semplice e più fedele. Eccola:
«Ho veduto sovente il giovanetto
durante la sua ultima malattia. Negli ultimi giorni, aggravandosi il male e vedendo
sua madre afflitta, egli le faceva coraggio dicendole: "Mamma, non
piangere, io vado in Paradiso". Diceva ancora di vedere la Madonna e i
Santi. Io fui presente agli ultimi momenti, e ricordo che mentre un buon vecchio
gli raccomandava l'anima, egli lo fissava e accompagnava col cuore le sue
preghiere. Erano pure presenti suo padre e sua madre. Spirò placidamente» (PS.
344).
Don Bosco scrisse e ristampò tante
volte la vita di Domenico, e ogni volta che rileggeva quelle pagine non riusciva
a frenare le lacrime.
Papa Pio XII lo dichiarò «Santo» il
12 giugno 1954. Il primo santo di 15 anni.