SAN
BRUNO
La
storia e la vita
UNA MATTINA DI GIUGNO DEL 1084...
Una
mattina di giugno del 1084, in prossimità della festa di san Giovanni Battista,
un piccolo drappello di viandanti dal viso grave, poveramente vestiti, lasciava
la residenza episcopale di Grenoble sotto la guida del giovane vescovo Ugo:
essi si diressero verso il Nord prendendo la strada del Sappey. Oltrepassate le
ultime case del villaggio, penetrarono nell'immensa foresta, valicarono il
colle di Palaquit e giunsero al colle di Portes, a 1.325 metri di altitudine.
Dal colle ridiscesero verso il villaggio di Saint-Pierre-de-Chartreuse per una
via che già fiancheggiava press'a poco il tracciato della strada odierna; ma un
po' prima di Saint-Pierre piegarono a sinistra e s'inoltrarono nella valle del
Guiers-Mort. Detta valle, molto stretta, andava ancor restringendosi a poco a
poco fino a chiudersi tra due alte rupi scoscese: solo il torrente ed il
sentiero si aprivano un varco verso l'Ovest. Codesta « porta », che allora
chiamavasi la Cluse, era il solo passaggio ordinario per chi veniva dal Sud. Un
po' più lungi, a destra, estendevasi per quasi 5 chilometri in direzione Nord
- Nord-Est una valle bislunga, detta il Désert de Chartreuse, il cui punto
più basso trovasi a 780 metri di altitudine ed il più elevato a 1.150 metri.
Valle praticamente chiusa da ogni parte, su cui strapiomba un caos di montagne
che si elevano, col Grand Som, oltre i 2.000 metri per penetrarvi, oltre alla
porta di la Cluse, v'era solo un altro accesso, sito a Nord-Ovest, il Colle di
la Ruchère (1.418 metri) - ma il villaggio di la Ruchère non era accessibile
che attraverso il pericoloso valico del Frou - e due malagevoli sentieri,
lunghi, difficili ed assai rischiosi, di cui uno veniva da Saint-Laurent-du-Désert
ad Ovest (oggidì SaintLaurent-du-Pont), e l'altro da Saint-Pierre-d'Entremont
a Nord, traversava la foresta di les Eparres, popolata di bestie selvagge, e
valicava il Colle di Bovinant a 1.646 metri. In codesto deserto i nostri viandanti
arditamente s'addentrarono per la porta di la Cluse; e poiché in detto luogo
selvaggio cercavano il punto più selvaggio, risalirono fino alla sua punta
estrema a Nord, là dove il deserto termina in una gola stretta tra montagne sì
alte che il sole per la maggior parte dell'anno vi penetra appena: ancora oggi
gli alberi tra i dirupi delle rocce vi si protendono verso il cielo in fusti
fantastici, per raggiungere, almeno mediante la chioma, l'aria aperta, la luce,
il calore. Allora il piccolo drappello s'arrestò: si era arrivati. Il vescovo
Ugo assicurò i compagni che lì precisamente dovevano costruire le loro capanne
ed attuare l'ideale eremitico abbracciato. Accomiatatosi quindi da essi,
ridiscese verso Grenoble con la sua scorta personale. Rimanevano nel Désert
sette uomini: maestro Bruno, già cancelliere e canonico della Chiesa di Reims,
maestro Landuino di Lucca, teologo rinomato, Stefano di Bourg e Stefano di Die,
ambedue canonici di San Rufo, Ugo, « che chiamavano "il cappellano",
perché solo tra essi adempiva le funzioni sacerdotali », ed inoltre due
« laici », Andrea e Guerrino, che avrebbero adempito l'ufficio di Conversi.
Questi sette uomini si erano risolti a condurre insieme vita eremitica e da un
po' di tempo cercavano un luogo adatto per mettere in atto il loro progetto.
Bruno, mosso dallo Spirito, e sapendo con sicurezza quanto propizie alla
solitudine fossero le foreste del Delfinato, era venuto a chiedere asilo e
consiglio ad Ugo, vescovo di Grenoble. E questi, per ispirazione avuta in un
sogno meraviglioso, aveva scelto per lui ed i suoi compagni il Désert di Chartreuse.
Secondo l'umana sapienza tale scelta era una folha. Tutto sconsigliava di porre
un agglomerato umano permanente nel Deserto di Certosa, e specialmente nella
estremità settentrionale di esso: il clima rigido, dalle assai abbondanti
cadute di neve, il suolo molto povero, che avrebbe richiesto non poco lavoro per
produrre a stento il necessario al sostentamento degli abitatori, l'asprezza
dei rilievi montani che rendeva difficile la silvicoltura, l'inaccessibilità
del luogo per gran parte dell'anno, che in caso di necessità o d'incendio o di
epidemia praticamente toglieva ogni speranza di pronto soccorso... La
fondatezza di detti timori sarà difatti più volte confermata: il sabato 30
gennaio 1132 un'enorme valanga inghiottirà tutte le celle, salvo una, e sei
eremiti ed un novizio vi periranno; bisognerà allora ritirarsi a due
chilometri a Sud della punta del Deserto fino all'odierno sito della Gran
Certosa. Bruno ha ormai superato la cinquantina... E più d'uno dei suoi
compagni, specialmente Landuino, han varcato le soglie della giovinezza. Quale
segreto desiderio li spinge ad affrontare quella solitudine, di cui Guigo nelle
sue Costumanze due volte ricorderà l'austerità? Qual ritrovamento - e
di quale perla preziosa - può farsi col dimorare « a lungo tra tanta neve e
l'orrore di sì grandi freddi »? Mistero della chiamata, che Dio fa udire a
certe anime, alla vita di pura contemplazione e d'amore assoluto. Mistero
di quelle vite nascoste,
umanamente annientate con Cristo esinanito. Mistero della preghiera di Cristo
nel deserto, durante le notti della vita pubblica e nel Getsemani; della
preghiera di Cristo che ad ogni tappa della storia della Chiesa prolungasi in
alcune anime privilegiate. Mistero di solitudine e di presenza al mondo, di
silenzio e di irradiamento evangelico, di semplicità e di gloria di Dio.
Detto mistero cercheremo di cogliere nell'anima di Bruno...
(statua di San Bruno davanti alla Certosa)
1.
I PRIMI ANNI DI BRUNO
I
sei compagni lo chiamavano « maestro Bruno»... Non solo perché era maggiore
di essi ed aveva un tempo insegnato a Reims, ma altresì per deferenza, per
rispetto. Egli esercitava su di loro un'autorità morale che il suo solo passato
non spiegava e che di fatto s'irradiava ad ogni istante da tutta la sua persona.
Se essi eran venuti fino al Deserto di Certosa, se si slanciavano in quella
audace impresa, era perché egli li aveva guidati, tratti al suo seguito,
perché aveva chiarito per ognuno di essi la chiamata di Dio ed ispirava loro
fiducia. Tanta bontà, tanto equilibrio, tal desiderio di cercar Dio con un
amore assoluto e totale li avevano conquisi, li conquidevano ancora. Da lui
poi era stato fatto ed attuato il progetto. Chi era, dunque, quest'uomo da
esercitare sui suoi compagni un tale influsso? Delle sue origini non si sa quasi
nulla. Solo tre fatti sono certi. Nacque a Colonia - era pertanto di stirpe
germanica - ed i suoi genitori non erano senza nobiltà od almeno senza una
certa notorietà nella città. Verso la metà del XVI secolo si affermò che apparteneva
alla famiglia von Hartenfaust, si giunse perfino a precisare che discendeva
dalla « gens Aemilia »; ma l'affermazione sembra gratuita: a stento poggia
su una tradizione orale che trasmettevasi a Colonia. In una Carta, la cui
autenticità è sfortunatamente contestata (Carta del 2 agosto 1099), Bruno
vien presentato nell'atto di rifiutare un'importante donazione di Ruggero, conte
di Sicilia e di Calabria. « Egli rifiutò, dichiara il testo, dicendomi di aver
abbandonato la casa paterna e la mia, in cui aveva occupato uno dei primi
posti, al fine di poter, libero dalle cose di questo mondo, servire il suo Dio
». Sovente i documenti apocrifi camuffano la loro non autenticità sotto
particolari veri: sarebbe questo il caso? Quando nacque Bruno? Non lo sappiamo,
ma stando alla data - certa - della sua morte (6 ottobre 1101) ed agli
avvenimenti della sua vita possiamo supporre, senza gran rischio di errare,
ch'egli nacque tra il 1024 ed il 1031. Da parte nostra volentieri opteremmo
per l'anno 1030; il che meglio s'armonizza con i fatti che contrassegnarono la
vita di lui. A Colonia stessa Bruno visse i suoi primi anni; e di tale periodo
non ci è pervenuto alcun documento. Colonia! L'antica Colonia Claudia Ara
Agrippinensis, che i Romani avevano creato tra il Reno e la Mosa, dal tempo di
Ottone il Grande era indipendente dall'organizzazione comitale: Ottone aveva
fatto ascendere al seggio arcivescovile il proprio fratello Bruno (953-965) e
gli aveva trasmesso la suprema giustizia ed i diritti comitali per lui e gli
arcivescovi, suoi successori. Quando nacque Bruno (futuro fondatore della
Certosa) l'arcivescovo di Colonia chiamavasi Piligrim: nel 1028 egli incoronò
Enrico III in Aix-la-Chapelle ed acquisì in tal modo per gli arcivescovi di
Colonia il diritto di incoronare l'Imperatore. Tra la storia di Colonia e
quella di Reims al tempo di Bruno v'è una coincidenza che forse non è senza
interesse far notare: verso lo stesso tempo in cui l'arcivescovo Manasse con la
sua elezione simoniaca ed il proprio comportamento provocava a Reims i gravi
disordini nei quali Bruno si trovò tragicamente impigliato, la Chiesa di
Colonia versava in un'analoga condizione: l'arcivescovo Ildulfo (1076-1078) si
affiancava all'imperatore di Germania Enrico IV contro il papa Gregorio VII
nella lotta delle Investiture; ed i successori di Ildulfo, Sigewin (1078-1089) e
Herimann III (1089-1099) continuarono la sua politica. Orbene, è poco
verosimile che almeno nell'intervallo di tempo tra il 1072 ed il 1082 Bruno non
abbia mantenuto relazioni con i suoi di Colonia; sarebbe stato quindi
informato di ciò che avveniva nella sua città natale... Se tale ipotesi è
ammissibile, la grande prova di coscienza che lo indusse a lasciar Reims ed a
contrapporsi all'arcivescovo Manasse gli sarebbe venuta dalle due Chiese a lui
più care. Ma ritorniamo ai primi anni di Bruno. L'arcivescovo Bruno I col suo
genio organizzatore aveva fatto di Colonia non solo la prima città della
Germania, ma altresì una città d'importanza mondiale. Codesto statista era al
tempo stesso assai portato alle cose spirituali; favorì l'eremitismo ed il
monachesimo, edificò chiese e fondò Capitoli di canonici, sicché la città
venne chiamata « Santa Colonia » o « Roma germanica ». Quando Bruno, il
futuro Certosino, era bambino, Colonia viveva ancora di detto incremento
religioso datole dall'arcivescovo Bruno I: essa non contava meno di 9
collegiate, 4 abbazie, 19 chiese parrocchiali. In quel tempo solo i monasteri e
le chiese avevano scuole in cui i giovani potessero avviarsi allo studio delle
lettere. A quale di tali scuole Bruno venne affidato? Probabilmente non lo si
saprà mai con certezza. Ma poiché un giorno fu nominato canonico della
collegiata di San Cuniberto, legittimamente si può dedurne che con detta
collegiata avesse avuto un particolare legame: e tale legame non sarebbe forse
stato d'ordine familiare - oggidì diremmo parrocchiale - e, per conseguenza,
scolastico? Un fatto, per altro, sembra incontestabile: fin dai primi studi
Bruno manifestò doni intellettuali abbastanza rari dato che ancor giovane - tenerum
alumnum, diranno più tardi i canonici di Reims - da Colonia fu inviato
alla celebre scuola della cattedrale di Reims. Lì vivrà ormai: i suoi
soggiorni a Parigi, a Tours od a Chartres sono creazioni della leggenda. Reims
contrassegnerà veramente Bruno a tal punto che, trascurando le sue origini
germaniche, più in là lo si soprannominerà « Bruno Gallicus », Bruno il
Francese. Le scuole remesi, e soprattutto quella della cattedrale che Bruno
frequentò, da più secoli godevano gran fama. Gerberto, che un giorno sarebbe
dive nuto papa Silvestro Il, ne era stato rettore dal 970 al 990 circa, e dal
suo genio erano state come illuminate. Verso la metà dell'XI secolo
l'arcivescovo Guido di Chastillon diede agli studi un nuovo impulso. Quando
Bruno andò a studiarvi, le scuole remesi erano giunte ad un certo qual
apogeo: gli allievi affluivano dalla Germania, dall'Italia, da tutta l'Europa.
Tra quella gioventù la personalità di Bruno s’impose all'attenzione dei suoi
maestri. In quel tempo il sapere era enciclopedico, e le scienze profane
servivano, per così dire, di preambolo alla teologia. Dopo aver appreso la
grammatica, la retorica e la filosofia, - vale a dire dopo esser passato per
il trivium - lo studente dedicavasi all'aritmetica, musica, geometria e
astronomia, che costituivano il quadrivium. Allora solamente ci si applicava
allo studio della teologia, considerata come il coronamento di tutto il sapere
umano. Ma se un medesimo maestro, come sovente avveniva, doveva percorrere con
gli stessi alunni l'intero corso degli studi, - fu questo segnatamente il caso
di Gerberto, che eccelleva nelle matematiche come nelle lettere e la teologia, -
gli era consentito di prendersi una certa libertà nella ripartizione delle
discipline. Il metodo d'insegnamento era la lectio, la lettura commentata
di autori antichi che facevano autorità in materia. La teologia stessa seguiva
detto metodo: esso consisteva principalmente nella lettura della Bibbia che il
maestro commentava poggiandosi sui Padri della Chiesa. Tali furono gli studi di
Bruno. In quel tempo l'« écolàtre » di
Reims chiamavasi Hérimann o Hermann. Se non era dotato della vastità di genio
d'un Gerberto, aveva almeno fama di teologo di gran merito. Se si presta fede ai
Titoli Funebri, Bruno si distinse in filosofia e teologia. Ma le lettere
che abbiamo conservato di lui provano che non ignorava nulla della
retorica... La cronaca Magister d'altronde dichiara che: « Bruno... fu
bene istruito tanto nelle belle lettere, quanto nelle scienze divine ». A tale
periodo di studi risale, se si presta fede ad una tradizione che sembra
fondata, una breve elegia Sul Disprezzo del Mondo, che per la prima
volta ci manifesterebbe in lui un'assai preziosa tendenza degna di nota. Detto
componimento è scritto in eleganti e sobri distici, ben ritmati; esso è sul
tipo degli esercizi poetici che allora si facevano nelle scuole umanistiche. Ma
qui ci interessa il pensiero più che la forma. Ecco l'elegia:
Il Signore ha creato tutti i mortali nella luce, affinché mediante i
loro meriti conseguiscano le [supreme gioie del Cielo. Felice di certo colui che
incessantemente tiene la [mente rivolta lassù, e, vigilante, si guarda da olmi
male! Ma felice altresì chi si pente del peccato commesso, e chi sovente suol
piangere la propria colpa. Purtroppo gli uomini vivono come se la morte non
[seguisse la vita, e come se l'inferno fosse una favola vana, Mentre
l'esperienza insegna che ogni vita si dissolve [con la morte, e la divina
Scrittura attesta le pene dell'Erebo! Vive del tutto infelice e da insensato chi
tali pene [non teme; morto, ne patirà l'ardente rogo. I mortali tutti cerchino
pertanto di vivere ì da non temere la palude dell'inferno». Essendo Bruno
quasi ventenne ed ancora studente alla scuola della cattedrale accadde un avvenimento
che dovette avere una profonda ripercussione sulla sua sensibilità religiosa:
il papa Leone IX si recò a Reims e vi convocò un Concilio. (Notiamo di
passaggio che lo stesso anno Leone IX visitò Colonia). Il 30 settembre 1049 il
Vicario di Cristo giungeva a Reims. Il primo ottobre fece la traslazione delle
reliquie di san Remigio, che durante le incursioni normanne Hincmar aveva
fatto trasportare a Epernay e che venivano così riportate alla celebre abbazia
remese omonima del santo; il di seguente Sua Santità consacrava la nuova chiesa
della stessa abbazia di san Remigio. Quale devozione ebbe per lui Bruno! Lo
sappiamo per puro caso dalla lettera a Rodolfo Le Vcrd: quando scrisse tale
lettera Bruno trovavasi in Calabria ed era al termine dei suoi giorni; egli
aveva lasciato la Francia e l'eremo di Certosa da una decina di anni. « Ti
prego, così termina la lettera all'amico, di farmi recapitare la Vita di
san Remigio, dato che dalle nostre parti è impossibile trovarla ».
Appena terminate le feste di san Remigio, il 3 ottobre Leone IX aprì il
Concilio. Numerosi arcivescovi, vescovi ed abati vi partecipavano; in esso si
trattò soprattutto della simonia che in quel tempo insidiava la Chiesa e che
con urgenza occorreva estirpare. Ci comparirono in giudizio parecchi vescovi
che, rei convinti di aver acquistato il vescovato, dal Papa e dal Concilio
vennero deposti e scomunicati. Quindi furono prese risoluzioni disciplinari
per arginare il male... Bruno assistè alle predette feste ed ebbe conoscenza
dei provvedimenti e delle risoluzioni conciliari, alle quali la presenza del
Vicario di Cristo conferiva una straordinaria autorità e solennità. Così
all'alba della sua vita d'azione i grandi problemi della Chiesa eran posti
dinanzi alla coscienza di Bruno. Profondamente religioso e retto, nutrito della
Parola di Dio e convinto dei grandi principi della fede, era indotto a
riflettere sulla condizione della Chiesa, sulle necessarie riforme, e sulle
orientazioni che bisognava ch'egli desse alla propria vita per ché giungesse
alla sua pienezza di valore e di fedeltà. In quel momento sembravagli che il
Signore lo facesse propendere verso gli studi sacri lì, a Reims. Nulla ci
autorizza a pensare che fin d'allora egli vagheggiasse l'eremo. Al contrario
partecipa da presso alla vita della diocesi, dedicandosi al tempo stesso al
sacro insegnamento. Egli non sospettava che per una trentina d'anni gli
avvenimenti lo avrebbero fatto entrare in una crisi drammatica in cui quanto
aveva veduto compiere da Leone IX e dal Concilio gli sarebbe stato di luce ed
avrebbe orientato le sue opzioni.
2.
MAESTRO BRUNO
Al
termine degli studi fece forse Bruno un breve soggiorno a Parigi? Ritornò a
(Entrata
e Chiesetta esterna della Certosa di Sarra San Bruno)
Colonia
per qualche tempo? Ricevè gli Ordini sacri? Predicò? In quali regioni?...
Tanti punti oscuri, riguardo ai quali siamo privi di documenti attendibili,
salvo l'indicazione di un Titolo Funebre da cui sarebbe rischioso
trarre conclusioni troppo precise: « Multos faciebat sermones per regiones ».
Un semplice chierico che aveva studiato ed era fornito di titoli della Scuola di
Reims poteva esser chiamato a predicare davanti al popolo. Allo storico di Bruno
certamente farebbe luce il sapere quando ed in quali circostanze egli fu promosso
canonico della collegiata di San Cuniberto di Colonia. Purtroppo non conosciamo
che il fatto stesso, trasmessoci da Manasse, arcivescovo simoniaco di Reims:
« Questo Bruno, egli dice nell'Apologia che indirizzò a Ugo di Die ed
al Concilio di Lione nel febbraio del 1080, questo Bruno non appartiene al mio
clero; non è neppur nato né è stato battezzato nella mia diocesi: è canonico
della collegiata di San Cuniberto a Colonia nel regno teutonico ». Riguardo al
tempo ed alle circostanze di detta nomina si possono solo formulare delle
ipotesi. La prima consiste nel riallacciarla alla riorganizzazione della
collegiata di San Cuniberto, fatta dall'arcivescovo di Colonia Herimann Il;
detta collegiata fu di nuovo dotata di 24 canonici. Forseché Herimann volle
allora onorare la famiglia di Bruno e creare per Bruno stesso, le cui doti già
si affermavano, un vincolo personale con la Chiesa di Colonia? In tale ipotesi
Bruno sarebbe stato nominato canonico fin dalla prima giovinezza. Ovvero
bisogna attendere il tempo in cui la bontà dell'insegnamento impartito lo
renderà celebre? Colonia in tal caso avrebbe voluto partecipare all'omaggio
che veniva reso ad uno dei suoi figli; da parte nostra propendiamo per detta
opinione. Un'altra ipotesi sovente è stata avanzata: nel 1077 o poco dopo, al
tempo della sua lotta contro Manasse, Bruno si sarebbe orientato verso Colonia;
ma tale ipotesi non sembra verosimile: oltre che i documenti sembrano indicare
ch'egli rimase dal conte Ebal di Roucy col gruppo di canonici che opponevasi
all'arcivescovo simoniaco, come si sarebbe potuto rifugiare a Colonia ove
avrebbe trovato una condizione di cose ancor più grave di quella di Reims?
Dal marzo del 1076 l'imperatore Enrico IV aveva imposto a Colonia un intruso,
Ildulfo, contro cui clero e popolo, fedeli a Gregorio VII, insorgevano invano...
Allo stato presente delle ricerche bisogna che ci contentiamo del semplice
fatto innegabile: Bruno era canonico della collegiata di San Cuniberto. Checché
ne sia - se almeno Bruno è nato verso il 1030, come già si è detto - ci si
pone un problema: tra la fine dei suoi studi e la nomina alla carica di gran
maestro e direttore delle scuole di Reims, verso il 1056, che cosa fece Bruno?
Quale fu la sua vita? Come occupava il tempo? Sembra che una risposta sia
necessaria. Non è concepibile che a Reims, meno che in qualsiasi altra città,
la gravosa carica di « summus didascalus », di responsabile degli studi, sia
stata conferita ad un professore che non avesse dato prova della sua capacità.
Se Bruno soggiornò a Parigi od a Colonia, di breve durata furono i suoi
soggiorni. Tanto più che Bruno, ancor prima d'essere nominato maestro e
direttore degli studi, od almeno verso lo stesso tempo, fu elevato ad un'altra
dignità, cioè promosso canonico della cattedrale di Reims. Non era un onore
dappoco l'appartenere a quell'illustre capitolo metropolitano. « Bruno,
Ecclesiae Remensis, quae nulli inter Gallicanas secunda est, canonicus... », la
Chiesa di Reims in quel tempo non era superata da alcun'altra Chiesa di Francia,
dice la cronaca Magister... Tale gloria non è usurpata. Reims figurava
allora come metropoli; celebre e potente era il suo capitolo cattedrale che
contava 72 canonici ed era retto dalla Regola che nell'816, per suggerimento
di Ludovico il Pio, il Concilio di Aix-la-Chapelle aveva elaborato per i
canonici. Regola abbastanza equilibrata, a mezza strada tra la Regola
monastica e la libertà del chierico: il canonico sottomesso alla Regola d'Aix
rimaneva secolare, conservava i suoi beni, aveva casa propria e godeva di
redditi; le prescrizioni concernenti il digiuno erano precise, ma abbastanza
moderate; una certa vita in comune era imposta, senza essere assoluta né
troppo rigorosa. Tale moderazione poteva forse in certi capitoli cattedrali far
cadere nella mediocrità; ma sembra che non fosse questo il caso di Reims.
Verso il 980 il capitolo metropolitano remese era addotto quale esempio di
perfezione « in castitate, scientia, disciplina, in correptione et
exhibitione bonorum operum »; ed al tempo di Bruno meritava ancora tale elogio.
Quando l'arcivescovo Gervasio introdusse in due delle collegiate della sua
diocesi (in quella di San Timoteo nel 1064 ed in quella di San Dionisio nel
1067) i canonici regolari, che vivevano sotto più stretta osservanza,
specialmente riguardo alla vita comune ed alla povertà, il capitolo della
cattedrale non accolse tale riforma. Bruno pertanto fu canonico del clero
secolare, e mai canonico regolare. Nel corso dei secoli gli arcivescovi di Reims
ed altri benefattori avevano riccamente dotato il capitolo della loro
cattedrale. Lo stesso san Remigio (morto verso il 533) per primo ne aveva dato
l'esempio: ai chierici della cattedrale - quando il canonicato non era
ancora istituito - aveva lasciato in eredità copiosi beni, interi villaggi,
chiese, tenute con coloni; detto lascito aveva lo scopo di favorire tra i
membri del clero una certa forma di vita comune. In seguito altri arcivescovi
e benefattori imitarono san Remigio. Di guisa che il capitolo metropolitano
remese si trovò provvisto di grandi beni; il suo dominio era molto esteso;
aveva proprietà a sud della Loira ed in Germania fino alla Turingia. Ogni
vescovo poi in occasione della sua intronizzazione s'impegnava di rispettare
detto patrimonio. I redditi di tali proprietà ogni anno venivano divisi tra i
canonici; Bruno pertanto, al pari di tutti gli altri membri capitolari, dovette
ricevere la parte che gli spettava di tali ricchezze... Detti redditi venivano
ad accrescere il suo patrimonio che molto verosimilmente non era trascurabile.
Due Titoli funebri della cattedrale di Reims (52 e 53) ci fan sapere che
al momento della partenza da codesta città egli godeva di abbondanti proventi
ed era « divitiis potens ». Pertanto, se si giudica da quel che ci è dato di
conoscere della vita dei canonici di Reims in quel tempo, ecco come viveva
Bruno, canonico della suddetta città: abitava fuori del chiostro della
cattedrale, in una casa di sua proprietà; godeva di proventi che gli
consentivano di condurre una vita confortevole ed agiata, aveva dei domestici e
poteva facilmente ricevere in casa gli amici, tanto più che per i canonici
non vigeva più l'uso di prendere tutti i pasti in comune. Il loro obbligo
principale era di partecipare regolarmente all'Ufficio canonico della
cattedrale; e si può credere che Bruno non mancasse di adempiere puntualmente
tale dovere. Frequentò forse i monaci delle vicine abbazie? Quella di
Saint-Thierry distava solo alcuni chilometri dalla città, quella di Saint-Remi
era vicinissima alle mura cittadine. In ogni caso, certamente li conobbe, e via
via che in lui prendeva consistenza il progetto di vita monastica dovette
informarsi del loro genere di vita. Quando lascerà Reims per Sèche-Fontaine di
due cose non potrà dubitare: della sua grande stima ed amicizia per i monaci
neri di san Benedetto e della convinzione di non essere dal Signore chiamato a
quel genere di vita. E’ ovvio che ciascun membro capitolare fuori delle Ore
canoniche era libero di disporre come meglio credeva del suo tempo. Ma, se fin
d'allora Bruno fosse stato tentato di dedicarsi ad una lunga contemplazione e
di far della sua dimora una solitudine, non avrebbe potuto adempiere
gl'incarichi affidatigli dall'arcivescovo, poiché nel 1056 fu maestro e direttore
delle scuole della città di Reims. Ci sarebbe di grande utilità il conoscere
con esattezza quando Herimann, gran maestro delle scuole remesi, si dimise
dalla carica, poiché Bruno gli successe immediatamente. Tali dimissioni
verosimilmente vennero date poco dopo l'elevazione di Gervasio di Chàteau-du-Loir
alla sede arcivescovile di Reims nell'ottobre del 1055, e senza gran rischio di
sbagliare possono esser fissate alla fine del 1055 od al principio del 1056. La
promozione di Bruno alla dignità di maestro e direttore degli studi sarebbe
dunque avvenuta nel corso dell'anno 1056. La scelta tornava a grande onore per
Bruno. L'esser chiamato in sì giovine età ad assumere un ufficio tanto
delicato significava che Herimann aveva scoperto in lui non solo singolari
capacità per l'insegnamento, ma altresì doti di abilità e persino di
governo. Bruno invero non aveva che ventisei o ventotto anni; ed Herimann non
avrebbe così di proposito rivolto i suoi sguardi su un uomo di quell'età, se
nel proporre la nomina di lui all'arcivescovo Gervasio non fosse stato certo
di aver il consenso implicito del corpo insegnante e degli stessi studenti
delle scuole remesi. Inoltre sapeva meglio d'ogni altro quale fosse la fama di
dette scuole in tutto il mondo cristiano: in quel tempo Reims era uno dei centri
intellettuali più celebri dell'Europa e doveva ad un giudizioso reclutamento
dei docenti il mantenimento di quell'alta reputazione. Bisognava che Bruno
avesse dato prova delle proprie attitudini nelle secondarie incombenze
affidategli per essere preposto, nonostante l'età giovanile, alle scuole di
Reims quale « summus didascalus ». La scelta dell'arcivescovo Gervasio era
indovinata. Per circa vent'anni Bruno brillò a capo dell'insegnamento
remese, sì da ricevere un giorno da Ugo di Die, Legato di Gregorio VII, il
titolo molto onorifico di « Remensis Ecclesiae magistrum ». Nel chiostro della
cattedrale ove il maestro insegnava affluirono i discepoli, parecchi dei quali
vennero elevati alle più alte dignità ecclesiastiche: Eudes di Chàtillon che,
al pari di Bruno, fu canonico di Reims, entrò quindi nell'abbazia di Cluny e vi
divenne priore, fu poi creato cardinale-arcivescovo di Ostia ed infine eletto
Papa col nome di Urbano Il; citiamo altresì tra i numerosi prelati ed abati:
Rangerio, che sarà vescovo di Lucca; Roberto, vescovo di Langres; Lamberto,
abate di Pouthières; Maynard, abate di Corméry; Pietro, abate dei canonici
regolari di Saint-Jean-des-Vignes... Tutti codesti personaggi più tardi nei Titoli
funebri riconosceranno di esser debitori a maestro Bruno del meglio della
propria formazione. Leggiamo qualcuno dei loro attestati: « Io, Rangerio, un
tempo discepolo del venerabile Bruno, desidero offrire le mie suppliche a Dio onnipotente,
affinché egli, che lo adornò di tanta grazia e di sì grande pietà, gli
conferisca altresì la corona secondo il merito della sua fede. Inoltre per un
particolare obbligo e per speciale predilezione ne celebrerò l'anniversario...
» Io, Lamberto, abate del monastero di Pouthières, sono stato discepolo di
codesto esimio maestro Bruno nell'apprendimento delle lettere fin dai primi anni
della mia vocazione religiosa; non cesserò di serbar memoria di un padre sì
buono, cui devo la mia formazione » « Nel venire a conoscenza del sereno
transito del vostro santo padre e mio maestro Bruno, dal cui labbro ho appreso
l'insegnamento d'una sana dottrina, dice Pietro, abate del monastero di
Saint-Jeandes-Vignes a Soissons,... mi son rattristato, ma ho altresì gioito
perché egli ha trovato il riposo e vive con Dio, come mi vien dato di arguirlo dalla
purezza e perfezione della sua vita passata, a me abbastanza nota ».
L'attestato di Maynard, priore del monastero di Corméry, è tanto più
commovente in quanto allorché gli venne comunicata la notizia della morte di
Bruno si accingeva a partire per la Calabria: desiderava n veder Bruno ed «
aprirgli il proprio animo ». Tale proposito ci mostra quanto profondo fosse
l'influsso di Bruno fin dal tempo della sua dimora a Reims. « L'anno 1102
dall'Incarnazione del Signore, alle calende di novembre ho ricevuto questo
rotolo e vi ho letto come l'anima, spero beata, del mio carissimo maestro
Bruno, perseverando nella vera carità, abbia abbandonato la vita transitoria di
questo secolo e raggiunto sulle ali delle sue virtù il regno dei Cieli. Certo
ho gioito della fine gloriosa d'un uomo sì grande; ma, dato che era mia ferma
intenzione di recarmi quanto prima da lui per vederlo ed udirlo, per
confidargli tutti i moti della mia anima e consacrarmi insieme con voi alla
Santissima Trinità sotto la sua guida, mi son turbato oltre ogni dire alla
nuova del suo inatteso transito, e non sono riuscito a trattenere le lacrime.
Io, ripeto, Maynard, assai indegno priore di numerosi monaci nel monastero
di Corméry, sono oriundo della città di Reims, ho seguito per alcuni anni i
corsi di Bruno e con la grazia di Dio ne ho tratto gran profitto. Son grato a
Bruno dei progressi fatti; e se in questa vita non ho potuto manifestargli la
mia riconoscenza, almeno al presente desiderio di farlo per la sua anima.
Finché avrò vita serberò, dunque, memoria di lui e di tutti coloro che lo
hanno amato in Cristo... » A codesti meravigliosi attestati di riconoscenza e
di fedeltà bisognerebbe aggiungere certi atti o gesti di suoi antichi allievi
che da sé e senza bisogno di parole o di scritti manifestano l'influsso profondamente
spirituale di maestro Bruno: tale la designazione di lui alla sede
arcivescovile di Reims dopo la deposizione del vescovo simoniaco Manasse; tale
altresì la chiamata di lui a Roma da parte del papa Urbano Il ... Riferiremo
codesti fatti importanti a suo tempo. Contentiamoci ora di spigolare nei Titoli
Funebri qualche elogio tributato a Bruno da coloro che lo hanno
conosciuto: « Superava i dottori ed era loro maestro »... « Filosofo
incomparabile, luminare in ogni scienza » ... « Ebbe, questo dottore, la forza
del cuore e quella della parola sì da superare tutti i maestri; la sapienza
risiedé tutta in lui; quanto affermo è noto a me e, con me, a tutta la
Francia » « Maestro dal fine intuito, luce e guida nella via che conduce alle
vette della sapienza » ... « Il suo insegnamento rifulse nel mondo..... «
Onore e gloria del nostro tempo ». Anche tenendo conto delle amplificazioni
letterarie, abituali in tal genere di elogi, Bruno ci vien presentato come un
uomo che innegabilmente ha contrassegnato la cristianità del suo tempo. I Titoli
insistono sul valore della sua dottrina: « Dottore dei dottori », « Fonte
di dottrina », « Profonda sorgente di filosofia », - sull'irradiazione del
suo pensiero spirituale, della sua « sapienza »: « Perla di sapienza », «
Esempio dei buoni », « Modello di vera giustizia, di scienza e di filosofia »,
- sulla conoscenza che aveva della Sacra Scrittura ed in modo specialissimo
del Salterio: « Dotto esegeta del Salterio e filosofo chiarissimo », « Egli
ebbe la scienza del Salterio e, dottore, istrui non pochi discepoli », « In
passato sommo maestro nelle scuole della Chiesa di Reims, perito
autorevolissimo in ciò che riguarda il Salterio e nelle altre scienze, fu per
lungo tempo una colonna di tutta quella metropoli ». Oltre ai tre testi di
capitale importanza e certamente autentici di cui parleremo più in là: la Lettera
a Rodolfo Le Verd, la Lettera alla Comunità di Certosa e la Professione
di fede, due opere ci sono pervenute sotto il nome di Bruno: il Commento
delle Lettere di san Paolo ed il Commento dei Salmi. Se esse sono
autentiche, come ci sembra certo, probabilmente appartengono al periodo della
vita di Bruno docente. Ma sia l'una come l'altra opera, soprattutto Commento
dei Salmi, potrebbero non esser state altro che le note delle lezioni di
Bruno professore di teologia. E forse osar troppo se pensiamo che anche se
dette note non fecero parte delle poche cose personali che Bruno conservò e
di poi portò con sé nel lasciar Reims, almeno si ricordava dell'insegnamento
impartito, - ne abbia vissuto ancora in Certosa e parimenti in Calabria, - e che
senza dubbio non abbia cessato di migliorare le sue cognizioni e di
perfezionarle per uso proprio e degli eremiti, suoi confratelli? E anche questa
un'ipotesi? Siamo certi che fin dal tempo della docenza a Reims Bruno dinanzi ai
discepoli eccelleva nella conoscenza dei sacri testi ed in modo specialissimo
del Salterio; e siamo non meno certi che sia in Certosa, sia in Calabria abbia
gioito d'aver dei confratelli « dotti » ed abbia orientato i suoi eremiti
verso lo studio della Bibbia. Ai Conversi di Certosa al termine della sua vita
scriverà queste mirabili parole: « Mi rallegro per il fatto che, sebbene non
abbiate la scienza delle lettere, l'onnipotente Iddio scrive col suo dito nei
vostri cuori non solo l'amore, ma anche la conoscenza della sua santa legge...»;
anch'essi mediante l'obbedienza, l'umiltà, la pazienza, il « puro amore del
Signore » e « l'autentica carità » raccolgono « saggiamente il frutto
soavissimo e vivificante delle divine Scritture ». Nulla poteva farci meglio
comprendere a qual punto Bruno facesse dipendere tutta la sua spiritualità
e la santificazione dell'anima dalla conoscenza della Scrittura. Senza dubbio in
Certosa come nell'eremo di Calabria tale conoscenza era più nettamente
orientata verso la contemplazione; ma poteva non continuare, prolungare, approfondire
l'insegnamento di Reims? In tale prospettiva si risolverebbe un certo numero
di difficoltà che, dopo otto secoli di unanime consenso, tale o tal altro
critico ha creduto di dover opporre all'autenticità dei due Commenti. Così,
per non addurre che questo esempio, nel confrontare le due opere bisognerebbe
tener conto del fatto che Bruno aveva meditato, ruminato quei testi per una
cinquantina d'anni; che ha potuto introdurre qua e là nelle sue cognizioni
qualche allusione molto chiaramente determinata quanto al tempo, senza che
detta determinazione risolva la questione del tempo in cui venne redatto
l'insieme del Commento: tale l'allusione a san Nicola nel Commento
del Salterio... In ogni modo i due Commenti al presente sono oggetto
d'uno studio critico molto severo da parte del V. P. Don Anselmo Stoelen; basta
attendere i risultati di detto studio. Nella peggior ipotesi, vale a dire
anche se l'esame concludesse contro l'autenticità dei due Commenti, il
profilo spirituale che cerchiamo di tracciare non ne discapiterebbe molto:
rimarrebbe vero che, secondo l'espressione di un Titolo funebre, Bruno
fu: « In Psalterio et coeteris scientiis luculentissimus... Un valente
commentatore del Salterio ed un dotto ». Per un lettore moderno l'interesse del
Commento dei Salmi è discutibile e, di fatto, è discusso. Se don
Rivet nella Histoire Littéraire de la France affermava nel XVIII
secolo: « Chiunque si prenda pena di leggere con un po' d'attenzione detto
Commento converrà che sarebbe assai difficile trovare uno scritto di tal
genere che sia ad un tempo più solido e più luminoso, più conciso e più
chiaro » l'autore di Atix sources de la vie cartusienne mostrasi più riservato:
« Il Commento... dei Salmi è scritto in uno stile molto secco; la sua aridità
ne rende difficile la lettura; inoltre è appesantito da interpretazioni che non
sono più conformi ai gusti del nostro tempo... » Forse è prudente starsene
a mezza strada tra l'elogio e la riserva surriferiti. Non si può negare che
oggidì nessun lettore cercherà nel Commento dei Salmi un godimento da
letterato od anche un appagamento di devozione. Ma a chi avesse il coraggio di
superare detta aridità il Commento di Bruno potrebbe ancora offrire
dei « pensieri » atti a stimolare la sua contemplazione ed il suo amore per
Iddio. Eccone alcuni esempi: « Beati qui scrutantur testimonia eius: in
toto corde exquirunt eum: cercano Dio dedicandosi alla contemplazione, e
ciò con tutto il proprio cuore, coloro che, avendo messo da parte ogni
sollecitudine per i beni di questo mondo, aspirano a Dio solo mediante la
contemplazione, cercano e desiderano lui solo con tutto l'affetto del proprio
cuore; cercano con tutto il loro amore i più reconditi segreti della sua
Divinità » « Et benedicam Nomini tuo in saeculuni et in saeculum saeculi:
Ti loderò contemplando il tuo nome che è il Signore; ti benedirò con una
benedizione che durerà nei secoli dei secoli, cioè ti loderò mediante la
lode della vita contemplativa, vita che durerà in questo secolo ed in quello
futuro, conforme al detto evangelico: - Maria ha scelto la parte migliore, che
non le sarà tolta -. La vita attiva durerà solo quanto questo secolo » «
In meditatione mea exarescet ignis: Nella mia meditazione, l'amore che già
possedevo ha cominciato a crescere sempre più, a somiglianza di fuoco che
divampa » Commenti simili, esaltanti la vita contemplati-e la sua profonda
gioia non mancano. Eccone va altri: « O giusti, esultate nella gioia; e per
questo cantate a Dio, vale a dire lodatelo nella contemplazione. Applicatevi
alla vita contemplativa la quale consiste nell'attendere alla preghiera ed alla
meditazione dei divini misteri, lasciando da parte tutto ciò che è terreno » «
Jubilate Deo... Lodate Dio nell'intimo gaudio dello spirito, gaudio che né
a parole né per iscritto può compiutamente esprimersi, vale a dire lodatelo
con intensa devozione » La predilezione di Bruno per il Salterio - non
dimentichiamo che alcuni dei testi surriferiti possono risalire ai giorni
della sua dimora in Delfinato ed in Calabria, ma che la sua preferenza per il
Salterio risale al tempo trascorso a Reims si da essere considerato dai suoi
allievi uno « specialista » per quel che riguarda i Salmi - poggia, se si sta
a quanto èdetto nello stesso prologo del Commento, sul fatto che il
Salterio è il libro per eccellenza della lode divina: «Il Salterio risuona
tutt'intero delle cose superne, cioè della lode di Dio. Molteplice è
l'intenzione ditale opera... ma in ogni argomento toccato vien presa in
considerazione la lode di Dio... A ragione detto libro dagli Ebrei vien chiamato
Libro degli Inni, cioè delle lodi di Dio » Orbene, secondo il parere di
Bruno, il grande artefice della lode di Dio èCristo: l'Incarnazione, la Vita,
la Morte e la Risurrezione di Cristo: « Il titolo del Salmo LIV: In finem,
in carminibus, intellectus ipsi David lo si può così esporre: il senso di
codesto salmo può essere applicato allo stesso Davide, vale a dire a Cristo
perseverante in carminibus, cioè nella lode. Cristo loda Dio
intenzionalmente, a voce e con l'azione; non desistendo dalla lode neppure
nella sua Passione, nella quale in particolar modo Dio va lodato. In
carminibus: Egli perse-vera nella lode fino alla perfetta eternità; vi
persevera sia nella prosperità che nell'avversità fino a che Dio lo adduca
all'immortalità del tutto perfetta » Detta lode essenziale di Cristo è
prolungata quaggiù dalla Chiesa: essa ne ha la responsabilità ed il compito,
ed adempie tale missione principalmente mediante le anime contemplative.
Commentando il salmo CXLVII, Lauda Jerusalem Dominum, Bruno scrive: «Tu,
o Chiesa, loda il Signore, il Padre, con quello sguardo che Lo considera come
Signore; loda sì da esser veramente Gerusalemme, vale a dire pacificata...;
detta pace è per il Signore una grandissima lode. LodaLo inoltre considerandolo
come tuo Dio e Creatore; loda sì da esser veramente Sion, vale a dire
contemplante le cose celesti, la quale contemplazione è per Iddio una lode in
cui grandemente egli si diletta. Ripeto, loda il Signore, tuo Dio » Cristo, il
Cristo storico, il Cristo mistico, la Chiesa: questo è il cuore di detto Commento
dei Salmi. Già da lungo tempo codesta citazione di capitale importanza è
stata notata dai conoscitori dell'opera di Bruno. Nel 1749 don Rivet scriveva:
« San Bruno da per tutto nella sua opera mostra Gesù Cristo ed i suoi membri,
Gesù Crsto e la sua Chiesa » Qualora, come ne siamo convinti, i lavori critici
in corso concludano in favore dell'autenticità del Conzniento dei Salmi, l'apporto,
sebbene non essenziale, come si è detto, sarebbe nondimeno di grande
interesse per l'esatta conoscenza dell'anima di Bruno. Se i citati testi
risalgono al tempo della dimora di Bruno a Reims, essi mostrano nell'anima di
lui professore, gran maestro delle scuole una tendenza favorevole alla
contemplazione, se non alla vita contemplativa. Se invece bisogna riservarli
per il penodo di tempo trascorso nel Delfinato od in Calabria, essi aggiungono
alle due lettere di Bruno una nota cristologica ed ecclesiale preziosissima;
pongono in modo assai chiaro la vita contemplativa nell'esistenza stessa e
l'azione della Chiesa. Il 4 luglio 1067 l'arcivescovo Gervasio moriva lasciando
fama di virtù, e Manasse di Gournay gli succedeva col titolo di Manasse I.
Questi venne consacrato nell'ottobre del 1068 ovvero 1069. Benché avesse
ottenuto la sede arcivescovile di Reims per simonia, con la complicità del Re
di Francia Filippo I, Manasse I da principio amministrò la diocesi in un modo
che lasciava sperare da lui un governo corretto e pacifico. Ma ben presto il
suo vero carattere si manifestò: « Era un uomo nobile, scriverà venticinque
anni dopo il cronista Guiberto di Nogent, ma gli mancava del tutto quella
serenità che per prima cosa conviene all'onestà; l'elezione all'episcopato
aveva destato in lui dei gusti talmente grandi da sembrare che volesse imitare
la maestà dei re, anzi la ferocia dei principi barbari... Dato che amava le
armi e trascurava il clero, si dice che un giorno abbia esclamato:
"L'arcivescovato di Reims sarebbe buona cosa, se non vi fosse più da
cantar messa!" Era un uomo sleale e faceva il doppio giuoco: per soddisfare
la sua brama di ricchezze senza perdere tuttavia il seggio episcopale, univa in
un abile alternarsi i gesti di prudente e caritatevole amministratore alle più
audaci rapine. Le difficoltà sorsero nel dicembre del 1071 in occasione della
successione di Hérimar, abate della celebre abbazia di San Remigio. Dapprima
Manasse impedì ai monaci di eleggersi un nuovo abate nel termine previsto dalla
Regola; di poi cercò ad ogni occasione di venire a contesa con essi, li
molestò e s'impadronì di non pochi beni della ricca abbazia. Sicché nel corso
dell'anno 1072 i monaci presentarono querela contro l'arcivescovo al Papa
Alessandro Il. Nei primi mesi del 1073 Alessandro Il moriva. In aprile gli
succedeva Gregorio VII, il quale il 30 giugno 1073 inviava a Manasse una
lettera severa: « Fratello amatissimo, se diligentemente considerassi la
dignità del tuo stato, gli obblighi dell'ufficio, le prescrizioni delle leggi
divine, infine la riverenza e l'amore cui sei tenuto verso la santa Romana
Chiesa, certamente non lasceresti tante volte senza effetto le richieste ed i
moniti della Sede Apostolica, tanto più che è già una grave colpa l'averli
provocati... Quante volte il nostro predecessore di venerata memoria e noi
stessi ti abbiamo supplicato di non far giungere al nostro orecchio tante
pro-teste da parte dei frati costretti a farle! Dal rapporto di molti sappiamo
che tratti di giorno in giorno sempre più aspramente quel venerabile monastero.
Quale dispiacere per noi che l'intervento dell'autorità della Sede Apostolica
non sia ancor riuscito ad ottenere la pace e la tranquillità a coloro cui già
da tempo sarebbe stato conveniente che tu avessi provveduto con paterno affetto!
Nondimeno proviamo ancora una volta a piegare con dolcezza la tua ostinazione,
pregandoti da parte dei beati Apostoli Pietro e Paolo e nostra, se ti è caro
di poter in avvenire contare sulla nostra fraternità e benevolenza, di...
tutto riparare, di guisa che non ci giungano più lagnanze sul tuo conto. Che se
di nuovo disprezzerai l'autorità di san Pietro e la nostra amicizia, per
quanto modesta essa sia, provocherai, lo diciamo a malincuore, la severità e
lo sdegno della Sede Apostolica » Da codesta lettera del Papa si
intuisce il giuoco sfrontato di Manasse: gesti d'obbedienza, promesse di
sottomissione, proroghe, indugi si susseguono, al riparo dei quali astutamente
egli opera... I messi dei monaci dell'abbazia di S. Remigio ripartendo da Roma
per Reims portavano con la memorata lettera a Manasse un'altra, anche del Papa,
destinata ad Ugo, abate di Cluny: Ugo veniva incaricato da Gregorio VII di
consegnare a Manasse la surriferita lettera di biasimo e gli era comandato di
render conto a Roma dell'andamento della faccenda. Manasse aveva preveduto il
colpo ed anticipatamente lo aveva parato. Ancor prima che gli giungesse
l'ordine del Papa aveva imposto ai monaci dell'abbazia di S. Remigio un abate
di buona riputazione: Guglielmo, già abate del monastero di Sant'Arnulfo di
Metz. In se stessa la scelta era eccellente; ma dall'estate del 1073 Guglielmo,
sentendosi impotente a contenere le nuove estorsioni di Manasse, chiedeva a
Gregorio VII le dimissioni da] la carica: Manasse, com'egli diceva nella
lettera, era « una bestia feroce dai denti aguzzi ». Il Papa temporeggiò.
Al principio del 1074 Guglielmo rinnovava la supplica; e questa volta
gli venne concesso di assumere di nuovo il governo della sua antica abbazia. Il
14 marzo Gregorio VII ingiungeva a Manasse di procedere alla regolare elezione
di un nuovo abate: venne nominato Enrico, già abate, del monastero d'Humblières,
il quale rimarrà in carica fino al 1095 ed assisterà impotente ai dolorosi
avvenimenti che contrassegneranno gli anni successivi del governo di Manasse.
Nondimeno l'arcivescovo rimase press'a poco tranquillo fino al 1076. Riuscì
persino a riguadagnar la fiducia di Gregorio VII; favorì ufficialmente la vita
monastica in diocesi: per questo diede la propria adesione all'erezione ad
abbazia del monastero di Moiremont fondato dai canonici di Reims (21 ottobre
1074), prese parte nella fondazione dell'abbazia di canonici di
Saint-Jean-des-Vignes (1076), e fece donazioni a diversi monasteri. Senza dubbio
in quel tempo egli nominò Bruno cancelliere della sua Chiesa in sostituzione di
Uldeneo morto da poco. Bisogna vedere in tale scelta un segno di stima
personale, ovvero trattavasi solo d'un gesto diplomatico? Promuovere Bruno era
secondare l'opinione pubblica e soprattutto quella universitaria, dar segni di
buon volere, tanto era viva e diffusa la stima che godeva Bruno... Tre documenti
permettono di determinare il breve periodo durante il quale Bruno esercitò la
carica di cancelliere: nell'ottobre del 1074 Ulderico firma ancora gli atti di
cancelleria; una Carta dell'abbazia di Saint Basle dell'anno 1076 è al
contrario firmata da Bruno; ma nell'aprile del 1078 il nome di Goffredo trovasi
in luogo di quello di Bruno sui documenti ufficiali dell'arcivescovado. Si
possono fissare al 1077 le dimissioni di Bruno, poiché precisamente al principio
di detto anno ebbe inizio la dura lotta che per parecchi anni avrebbe sconvolto
la diocesi di Reims: lotta tra Gregorio VII, il suo Legato in Francia Ugo di Die
e parecchi canonici della cattedrale da una parte, e dall'altra l'arcivescovo
Manasse I, le cui prevaricazioni erano finalmente svelate. Prima di trattare
di codesto triste periodo diamo uno sguardo alla persona di Bruno. Egli era
allora sulla cinquantina. Dalle incertezze della storia alcuni tratti del suo
carattere emergono ed assumono tanto maggior risalto quanto più l'insieme della
persona rimane immersa in più densa ombra. Bruno, docente e direttore delle
scuole remesi, ci si rivela anzitutto come un'anima tutta orientata verso gli
studi sacri, di poi come un « Maestro » e un perfetto amico, infine come un
uomo la cui autorità morale s'impone a tutti. Anche se i due Commenti, quello
delle Lettere di san Paolo e quello dei Salmi, un giorno non gli
dovessero esser attribuiti dalla critica storica, rimarrebbe innegabile che
Bruno apparve ai suoi contemporanei come un teologo di prima classe ed uno
specialista riguardo ai Salmi: lo attesta la maggior parte dei Titoli
Funebri. Orbene, detta propensione, la quale ovviamente può non esser altro
che una curiosità dello spirito, detta propensione alle scienze sacre,
segnatamente la predilezione per il pensiero paolino e l'interpretazione dei
Salmi, sovente coincide con una orientazione dell'anima verso i più profondi
misteri della Salvezza. Codesta anima èportata con tutto il peso d'un intimo
amore a concentrare la sua attenzione, le facoltà intellettive, lo sforzo
della ricerca sulla Persona sì vicina, e ad un tempo sì misteriosa, di Gesù
Cristo. Quando i Padri Certosini del XX secolo vollero compendiare ~! senso
della propria vocazione in una breve formula da porre al centro del Museo della
Correrie presero il tesì:o dalla Lettera ai Colossesi: « Vita vestra abscondita
est cum Christo in Deo... Ormai la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio ».
Ma atteniamoci ai dati storici; nella loro semplicità essi ci bastano:
Bruno si era risolto a consacrare la propria vita allo studio ed
all'insegnamento delle verità della fede; le cose di Dio avevano soggiogato il
suo cuore e bastavano a colmare la sua vita. In tale insegnamento egli
eccelleva; non solo come un eminente dottore, ma altresì come un maestro
nel senso pienamente umano che sant'Agostino dà al termine. La sua scienza non
era solo erudizione: Bruno non avrebbe esercitato l'influsso spirituale che
i Titoli ci manifestano, se il suo insegnamento non fosse stato animato
da un profondo interesse per l'uomo e non avesse colto i suoi uditori nel vivo
della loro sensibilità religiosa, della loro inquietudine essenziale. Dei
propri allievi egli faceva dei discepoli; sovente degli amici: in non pochi Titoli
Funebri vi è un accento 'iel rimpianto, una commozione nel ricordo che
supera l'ordine letterario e muove dal cuore: Bruno destava più che
ammirazione, egli offriva e suscitava l'amicizia. Il seguito della presente
biografia lo proverà ancor meglio: erano tre amici nel giardinetto di Adamo il
giorno in cui risolsero di darsi interamente a Dio... tre amici che univa un
medesimo desiderio delle cose eterne. Bruno infine appare in questa prima e
lunga parte della sua vita come un uomo d'una rettitudine ed elevatezza morale
incontestate. Il santo vescovo Gervasio ed il maestro Herimann non avrebbero ceduto
a maneggi per conferire ad un giovane non ancora trentenne la carica di gran
maestro e direttore delle scuole di Reims! E fu necessario che nei venti anni di
esercizio della carica Bruno avesse acquistato una reputazione d'integrità ed
un'autorità incontestabili perché Manasse I, agli estremi, lo scegliesse
quale cancelliere allo scopo di rassicurare Gregorio VII riguardo alle proprie
intenzioni... La rapidità con cui Bruno si dimise dall'ufficio di cancelliere
non è forse una nuova prova della sua onestà? Bruno era un giusto nel senso
biblico del termine: come Guglielmo, abate del monastero di Sant'Arnulfo, egli
avrebbe fatto presto a valutare l'arcivescovo concussionario, e sembra che non
avrebbe avuto pace fintantoché non si fosse sottratto ad ogni rischio di
compromesso e non avesse ripreso la libertà di giudicare e, qualora fosse stato
necessario, di lottare. In ogni società, soprattutto quando lo stato di cose si
altera, il culto della Parola di Dio, l'amore della più elevata amicizia,
l'integrità votano l'anima umana ad una certa solitudine. Un essere puro èsempre,
sotto un certo aspetto, un essere solo. Bruno, siamone certi, un « Maestro »
lo è già non solo nel senso che ha piena padronanza della materia
d'insegnamento e si guadagna l'animo dei discepoli, ma ancor più nel senso che
domina gli avvenimenti e gli uomini: egli sta al di sopra di essi, è più
grande, li discerne dalla sua elevatezza, li vede e li giudica. E codesta
potenza di personalità si affermerà nei gravi avvenimenti che sconvolgeranno
la Chiesa di Reims, e dei quali dovremo ora trattare.
3.
BRUNO DI FRONTE ALL'ARCIVESCOVO MANASSE
1075:
il potere spirituale del Papa e quello temporale dei Principi dan principio a
quella
(Davanti
la Certosa di Serra San Bruno)
lunga
contesa che nella storia porta il nome di Lotta delle Investiture. Poco dopo
la sua elezione (1073), nel marzo del 1074 Gregorio VII riprende energicamente
la riforma della Chiesa iniziata dal suo predecessore e conferma le condanne
da questi inflitte contro la simonia. Nel 1075 rinnova i decreti di lui e li
rafforza condannando l'investitura dei vescovi fatta da Principi temporali. In
Francia il Legato incaricato di applicare il decreto pontificio è un uomo
inflessibile e persino spietato: chiamasi Ugo di Die. Il suo compito è
ingrato; nondimeno lo assume risolutamente. Un giorno si scriverà di lui che fu
« l'uomo più detestato del XI secolo » e lo si soprannominerà « l'ascia
della Chiesa » in Francia... Per ordine del Papa, Ugo deve convocare una serie
di Concili regionali in cui ai vescovi sospetti di simonia sarà intimato di comparire
in giudizio e coloro che saranno giudicati colpevoli verranno deposti dalla
carica e sostituiti con vescovi onesti. Il primo di tali Concili si tenne ad
Anse presso Lione nel 1075. Da detto anno nel nome del Papa la lotta contro il
terribile flagello della simonia era iniziata, ed ognuno prendeva posizione di
fronte alla riforma voluta dal Sommo Pontefice. Nell'estate del 1076 tenevasi il
Concilio di Clermont. Il prevosto del Capitolo metropolitano di Reims, che
chiamavasi Manasse come il suo arcivescovo, andava spontaneamente a
presentarsi a Ugo di Die e, accusatosi di aver comperato la carica al principio
del 1075 dopo la morte del prevosto Ulderico, umilmente chiedeva perdono.
Certamente in occasione di tale incontro il prevosto Manasse informò Ugo di
Die della drammatica condizione in cui l'arcivescovo Manasse con le sue rapine
e violenze aveva ridotto la diocesi remese: dilapidazione dei beni
ecclesiastici, arbitrarie estorsioni a discapito del clero sia secolare che regolare,
traffico di cariche e di benefici, scomuniche fulminate contro gli
oppositori... Un intervento dell'autorità s'imponeva. Si deve forse a tale
protesta e per evitare l'ira dell'arcivescovo il fatto che negli ultimi mesi del
1076 parecchi ragguardevoli personaggi volontariamente esularono da Reims a
rischio di perdere cariche e beni? Ebal, conte di Roucy-sur-l'Aisne, offrì ad
essi asilo. Son noti i nomi di alcuni di codesti protestatori: Manasse il
prevosto, Bruno, Rodolfo Le Verd e Fulcoio il Monocolo; e certamente non erano
gli unici. Ben presto la tensione tra l'arcivescovo e gli esuli giungeva ad un
punto critico. Gregorio VII, informato dello stato di cose, risolse
d'intervenire, e lo fece con prudenza e moderazione. Se il 25 marzo 1077
incaricava il vescovo di Parigi di far la raccolta dei documenti aventi per
oggetto parecchie scomuniche, apparentemente ingiuste, fulminate da Manasse,
egli tuttavia continuava a considerare l'arcivescovo quale legittimo Pastore
della Chiesa di Reims: il 12 maggio dello stesso anno 1077 lo sceglieva
ancora, insieme con Ugo, abate di Cluny, per presiedere, a fianco di Ugo di Die,
al Concilio che stava per radunarsi a Langres. Ma improvvisamente lo stato di
cose si capovolse. La proposta di un Concilio a Langres venne annullata: lo
si sarebbe tenuto ad Autun il 10 settembre 1077, ed il vescovo Manasse, invece
di presiedervi quale giudice, vi era citato come accusato. Egli ricusò di
comparire in giudizio. Ma gli esuli di Roucy, tra i quali trovavansi il
prevosto Manasse e Bruno, vi si presentarono: essi accusarono il proprio
arcivescovo d'aver usurpato per simonia la sede arcivescovile di Reims e
d'aver consacrato, nonostante il formale divieto del Papa, il vescovo di
Senlis che aveva ottenuto la sede vescovile per investitura laica dalle mani del
Re di Francia. Il vescovo Manasse venne « sospeso» dall'ufficio dai Padri
conciliari, « quia vocatus ad Concilium ut se purgaret, non venit... perché,
citato al Concilio per giustificarsi, non venne ». Manasse rispose prontamente
con severe rappresaglie nei riguardi dei membri del clero remese che si erano
recati ad Autun. Ugo di Flavigny nella sua Chronique riferisce che «
durante il loro viaggio di ritorno l'arcivescovo tese non pochi agguati ai canonici
di Reims che lo avevano accusato al Concilio, di poi ne saccheggiò le
abitazioni, vendè le loro prebende e s'impadronì dei loro beni ».
Nonostante la sospensione fulminata dai Padri del Concilio d'Autun, la
controversia tra il ve-scovo Manasse ed i suoi canonici non era pienamente
risolta: tutto si svolse come se il Capitolo metropolitano di Reims ed il
Legato Ugo di Die avessero sentito l'urgenza di illuminare Gregorio VII. Se si
accetta quanto dice Marlot nella sua Histoire de l'Eglise de Reims, il
Capitolo della cattedrale avrebbe allora mandato Bruno stesso (e forse anche
Manasse) a Roma per testimoniare direttamente dinanzi al Papa degli eccessi
dell'arcivescovo... Checché ne sia, un resoconto (o due lettere secondo certi
autori) di Ugo di Die ci mostrano la posizione del prevosto e di Bruno nella
resistenza al vescovo. « Raccomandiamo alla benevolenza di Vostra Santità,
scrive il Legato a Gregorio VII, Manasse, amico nostro in Cristo, il quale nel
Concilio di Clermont rassegnò a noi la carica di prevosto della Chiesa di
Reims, da lui mal acquistata; lo raccomandiamo quale sincero difensore della
fede cattolica. Parimenti raccomandiamo il signor Bruno, maestro onestissimo
della Chiesa di Reims. Ambedue meritano di essere dalla vostra autorità
confermati nelle cose di Dio, poiché sono stati fatti degni di patir contumelie
per il nome di Gesù. Vogliate pertanto servirvene come di consiglieri che
potranno in avvenire giovare alla causa di Dio, e di cooperatori per quel che
riguarda la nazione francese...». In tale documento possediamo un valido e preziosissimo
attestato della stima di cui godeva Bruno presso il Legato e presso tutti
(tranne l'arcivescovo simoniaco) a Reims. Perché Ugo di Die tributasse a
qualcuno un elogio si formale: « La sua vita èirreprensibile » o « maestro
onestissimo della Chiesa di Reims » occorreva che nessun'ombra avesse mai
offuscato la sua condotta. La fede e la virtù, come altresì l'integrità di
Bruno erano dunque incontestabili... Al disopra di quel fosco tempo della Chiesa
remese egli si aderge come un essere puro, non intaccato da alcun compromesso...
In realtà Gregorio VII non confermò immediatamente il giudizio del Concilio
d'Autun: la Chiesa romana, egli scriverà poco dopo, suole agire secondo « la
giusta misura della discrezione piuttosto che secondo il rigore dei canoni ».
Inoltre al Papa è nota la tendenza del suo Legato alla severità. Non ha
forse questi giudicato con troppa rapidità, spento il lucignolo di cui si
avrebbe ancor potuto ravvivare la fiamma? Gregorio VII risolse pertanto di
prender personalmente in esame la causa di Manasse come anche quelle di altri
sei vescovi condannati da Ugo di Die. A tal fine li convocò a Roma e li invitò
a giustificarsi. Il conte Ebal di Roucy e Ponzio, uno dei canonici di Reims,
vi si recarono anch'essi, al fine d'informare direttamente il Vicario di Cristo
di quel che avveniva a Reims. Difficile fu a Roma la discussione. Il
principale argomento che Manasse osò addurre in propria difesa fu che la sua
condanna rischiava di causare uno scisma nello stesso regno!... In fine
Manasse prevalse sui suoi accusatori. A costo d'un giuramentQ prestato « sul
corpo di san Pietro », egli ottenne perdono da Gregorio VII, il quale il 9
marzo 1078 inviava al Legato la lettera seguente: « Poiché è consuetudine
della santa romana Chiesa, cui, sebbene indegni, per mandato divino prestiamo la
nostra opera, di tollerare certe cose e dissimularne altre, usando moderazione
piuttosto che attenerci al rigore dei canoni, abbiamo trattato non senza
grande fatica le cause dei vescovi di Francia e Borgogna sospesi o condannati
dal nostro Legato Ugo di Die. Di conseguenza restituiamo nel suo grado ed
ufficio Manasse arcivescovo di Reims - imputato di molte cose e che aveva ricusato
di presentarsi al Concilio cui era stato citato dal vescovo Ugo di Die, non
essendoci la sentenza pronunziata contro di lui sembrata conforme alla gravità
ed alla consueta clemenza della Chiesa romana - dopo che egli ha prestato sul
corpo di san Pietro il seguente giuramento: - Io Manasse, arcivescovo di Reìms,
non per orgoglio ho ricusato di venire al Concilio d'Autun al quale mi aveva
citato il vescovo di Die. Se sarò chiamato per il tramite di un messo o
mediante lettera della Sede Apostolica, non farò ricorso ad alcun ripiego o
frode per esimermi dal presentarmi, ma verrò e lealmente mi sottometterò alla
decisione ed al giudizio della Chiesa. Che se papa Gregorio od il suo
successore vorrà che risponda dinanzi al suo Legato delle accuse mossemi, lo
farò con la medesima sottomissione. Lealmente inoltre adopererò i tesori, le
risorse ed i beni della Chiesa di Reims, a me affidata, ad onore di codesta
stessa Chiesa e non li alienerò affinché non mi si possa accusare di
mancare alla giustizia ». In tal modo Manasse venne incluso nella sentenza
d'indulgenza e di misericordia che chiuse l'inchiesta ed il processo dei
vescovi. Codesta clemenza del Vicario di Cristo non andava a genio al Legato
Ugo di Die; non ne avrebbe avuto forse discapito la sua autorità? Egli
quindi, non senza una certa amarezza, scrisse al Papa, lasciando trapelare il
suo dissapore: « Vostra Santità provveda a che non ci si faccia ingiuria più
a lungo ed in un modo così obbrobrioso: simoniaci o colpevoli da noi sospesi o
deposti od anche condannati corrono facilmente a Roma; e da detta città, ove
avrebbero dovuto provare un maggior rigore di giustizia, ritornano quasi
pienamente riconciliati; e coloro che prima non osavano peccare neppur
lievemente, di poi si abbandonano ad un traffico molto redditizio, tiranneggiando
le Chiese ad essi affidate. Santissimo Padre, pregate per me, inutile servo di
Vostra Santità ». Di certo detta lagnanza del Legato non si limitava al
solo caso dell'arcivescovo di Reims, in ogni modo lo riguardava. Di ritorno in
diocesi, Manasse si atteggiò a pentito, al fine di estendere e consolidare la
sua vittoria. Tentò di riconciliarsi col prevosto, con Bruno e gli altri
canonici rifugiatisi presso il conte Ebal; ed al tempo stesso, di ottenere una
condanna papale nella debita forma contro il conte. Per essere più libero nei
suoi intrighi, sollecitò dal Papa persino di non più dipendere dalla
giurisdizione di Ugo di Die, ma dalla sola autorità del Sommo Pontefice, o da
Legati venuti da Roma. Scrisse allora a Gregorio VII una lunga lettera in cui
la sfrontatezza diviene cortigianeria. In essa moltiplica le proteste di
fedeltà e di sudditanza, accusa, adduce argomenti, ricorda i privilegi concessi
ai suoi predecessori, e giunge infine agli esuli ed al loro protettore. « A
proposito del conte Ebal, che tentava di accusarmi in vostra presenza, e con
parole menzognere raccomandava a voi se stesso e la propria fedeltà, vi è
abbastanza facile riconoscere da qual parte sembri che stia la sincerità
della fedeltà verso di voi: dalla mia, che son pronto ad obbedire in tutto a
Dio ed a voi, ovvero dalla sua, che da voi attaccava di persona la Chiesa del
beato Pietro e da noi perseguita la Chiesa di Reims mediante il prevosto Manasse
ed i suoi seguaci, accolti nel proprio castello. Infatti Manasse poc'anzi
ricordato ed al quale per vostro ordine abbiamo perdonato le mancanze commesse
nei nostri riguardi, a condizione che facesse ritorno alla Chiesa, sua madre,
abbattuto dalla coscienza del suo fallo, non vuole né far ritorno a noi né
cooperare alla pace della Chiesa; anzi, insieme ai suddetti suoi seguaci, non
cessa di oltraggiare con parole ed invettive, non potendolo con atti, la
Chiesa e me. Pertanto, per non parlare del conte Ebai che, credo, non sfuggirà
alla vostra giusta ed apostolica sentenza; riguardo a Manasse istante-mente
prego la santità vostra o di ordinargli di ricredersi e non più attaccare la
Chiesa, ovvero di infliggere a lui ed ai suoi partigiani e cooperatori una
severa punizione. Degnatevi altresì di scrivere ai loro ricettatori di non
dar più asilo ad essi contro i diritti della Chiesa o, se renitenti, di
ritenersi condannati per analoga sentenza ». La tattica è maligna:
l'espressione « per non parlare del conte Ebal » la quale insinua che la sentenza
di condanna è una conseguenza ovvia, il mettere al primo e, per così dire,
unico posto Manasse che non è senza colpa, il silenzio quanto alla persona di
Bruno che, l'arcivescovo lo sa bene, il Papa considera come un uomo puro ed
integro... tutto questo dimostra destrezza, ed anche troppa. Il Vicario di
Cristo non si lasciò di nuovo sorprendere, sventò tutte le insidie. Il 22
agosto 1078 rispondeva alla lettera di Manasse. Lettera mirabile, quella del
Papa, in cui si sforza ancora di non attaccar di fronte l'arcivescovo, di
procurargli uno scampo onorato per poco che consenta ad esser sincero e leale:
lo assicura della sua fedeltà, gli conserverà tutti i diritti di vescovo e
di metropolita. Ma rinunzi ad ogni eccezione: non si ponga al di sopra della
legislazione comune, riconosca l'autorità dei Legati pontifici, anche se non
vengono da Roma, vale a dire in concreto l'autorità di Ugo di Die al quale,
premuroso di rimediare ad ogni eccesso di severità, il Papa associava l'abate
di Cluny, noto per l'equità dei suoi giudizi. Quanto al prevosto Manasse,
venga anch'egli sottoposto ad una giusta e precisa inchiesta da parte di ambo i
Legati. « Per quel che concerne il prevosto Manasse che non cessa, come voi
dite, di molestarvi con la parola, non potendolo con atti, e per tutte le altre
reclamazioni che avete voluto fare, abbiamo dato le istruzioni ai nostri
confratelli, il vescovo di Die e l'abate di Cluny, affinché cerchino di fare
una diligente inchiesta su quanto è accaduto, di esaminare accuratamente
tutto e quindi di giudicare secondo giustizia e conforme alle leggi canoniche
le cose esaminate ed appurate » Da parte del Vicario di Cristo codeste non
erano parole vane: lo stesso giorno, infatti, per iscritto dava istruzioni a
Ugo di Die e ad Ugo di Cluny. Norme equilibrate nelle quali rifulgono la
saggezza di Gregorio VII e la sua perfetta conoscenza di ciascuno dei
contendenti. « Adoperatevi, ordina ai Legati, affinché il prevosto Manasse,
del quale l'arcivescovo si lamenta, si rappacifichi: rifugiatosi presso il conte
Ebal ed aiutato da questi, egli non cessa di importunare il proprio
arcivescovo e la sua Chiesa. Desista dall'affliggere la Chiesa e dal
perseguitare il prelato. Che se per caso persistendo nella sua ostinazione
ricuserà di obbedire, fate quel che vi sembra più giusto ». Tali ordini
sembrano duri per il prevosto, ed in realtà lo sono; essi manifestano la gravità
del conflitto che ancora tiene in contrasto l'arcivescovo ed i canonici esuli.
Ma il Papa aggiunge un breve inciso che dimostra com'egli sia esattamente
informato riguardo allo stato di cose: la resistenza del prevosto non potrebbe
essere una resistenza legittima? « Eccetto che non riconosciate ch'egli abbia
una giusta ragione per agire in quel modo ». Tutto deve svolgersi nell'ordine
e nella giustizia: i Legati mettano tutta la loro energia al servizio dell'ordine
e della giustizia, nella carità; la carità deve infine prevalere in codesto
penoso conflitto: « Quanto alle altre sue necessità, aiutate come conviene lo
stesso arcivescovo, se tuttavia avrà a voi obbedito, e difendete per autorità
apostolica la Chiesa affidatagli. Egli poi, come ci è noto dalle sue lettere
che a voi abbiamo rimesso, chiede tregua per operare di sotterfugio. Gli
indichiamo per lettera in qual senso abbiamo scritto a voi. E voi, miei
carissimi fratelli, agite virilmente e saggiamente, e fate ogni cosa nella
carità, affinché gli oppressi trovino in voi dei prudenti difensori e gli
oppressori vi riconoscano quali amanti della giustizia. Il Dio onnipotente
infonda il suo Spirito nei vostri cuori! » Che cosa avvenne alla fine del 1078
e nei primi mesi dell'anno successivo? Non lo si sa con precisione. Fatto
sta che a mezzo l'estate del 1079 il Legato Ugo di Die, d'accordo con l'abate
di Cluny, giudicò opportuno di radunare un Concilio a Troyes e di citarvi
l'arcivescovo Manasse. Questi vi andò con numerosa scorta di partigiani, il
fasto e la forza dei quali dovevano far pressione sul Concilio. E ciò, forse
perché presentiva che il Concilio in tali condizioni non avrebbe potuto
deliberare né giudicare con tutta libertà? All'ultimo momento il Legato
disdisse il Concilio. Allora Gregorio VII risolse d'intervenire e di sottoporre
a nuovo> esame l'operato dell arcivescovo: « Dato che non avete potutò
fruttuosamente tenere un Concilio nella regione prestabilita, - scrisse egli a
Ugo di Die - giudichiamo che sia di vostra competenza il trovare con diligenza
un luogo adatto ove radunare un sinodo per discutere accuratamente la causa
dell'arcivescovo di Reims. E se si troveranno accusatori e testimoni in grado di
provare canonicamente quanto gli si addebita, vogliamo che senza alcuna
esitazione sentenziate conforme a quanto vi detterà la giustizia. Altrimenti,
se i testimoni saran tali da non potersi ragionevolmente accettare, dato che la
cattiva riputazione di detto arcivescovo ha invaso non solo la Francia, ma anche
quasi tutta l'italia, assuma egli (come testimoni) sei vescovi di integra
riputazione e, se può, si discolpi. Una volta messa in chiaro la sua innocenza,
potra rimanere in pace nella Chiesa affidatagli e nella propria dignità ».
Consideriamo il caso equamente. Il conflitto nel quale il prevosto Manasse,
Bruno ed i canonici di Reims si trovano impegnati non è una lite circoscritta
ad una diocesi, una comune « contesa di sagrestia ». Per la posizione di
Reims in Francia, e di certo a motivo del carattere vistoso degli eccessi dell'arcivescovo,
il caso supera i limiti della diocesi re-mese: lo scandalo suscita disgusto in
tutta la Francia e nella maggior parte d'Italia. Di qui la procedura
eccezionale che Gregorio VII impone ai suoi Legati: se per un'accusa chiara ed
incontestabile mancano i testi a carico, l'arcivescovo non sarà per questo
dichiarato innocente; spetterà a lui provare positivamente la rettitudine
della sua condotta e delle sue intenzioni; sei vescovi « di integra riputazione
» dovranno farsi garanti della moralità della sua condotta e della sua
attitudine a rimanere a capo della Chiesa di Reims... Codesto provvedimento fa
severamente luce sulla potenza di Manasse nell'ordire trame! Ugo di Die,
conforme agli ordini del Papa, convoco dunque un nuovo Concilio. Quale sede
dell'assise venne scelta Lione e l'apertura fu fissata ai primi di febbraio
del 1080. Manasse di nuovo si appellò al Papa al di sopra del Legato: egli
adduceva ancora un antico privilegio della Chiesa di Reims, secondo il quale
l'arcivescovo era soggetto solo alla giurisdizione della Santa Sede. Il 5
gennaio 1080 Gregorio VII gli rispose negandogli il diritto di ricusare la
giurisdizione del Legato Ugo di Die, che d'altronde sarebbe stato assistito dal
vescovo di Albano, il cardinale Pietro Igneo, e da Ugo di Cluny. « Ci reca
maraviglia - diceva il Vicario di Cristo - che una persona giudiziosa come voi
cerchi tanti pretesti per rimanere sì a lungo insieme con la sua Chiesa in
istato d'accusa infamante e lasciare alla pubblica opinione la libertà di
sentenziare in merito, quando avrebbe ogni interesse ad allontanare da sé e
dalla sua Chiesa il sospetto di tanto reato... Se per caso non vi presenterete
al Concilio di Lione, se non obbedirete alla Chiesa romana che da tanto tempo vi
sopporta, non solo non cambieremo la sentenza proferita contro di voi dal
vescovo di Die, ma altresì la confermeremo con la nostra apostolica autorità.
La minaccia era chiara. Manasse, perduta la speranza di trarre in inganno
Gregorio VII, tentò di corrompere Ugo, abate di Cluny: gli inviò alcuni
messi segreti che gli offrirono trecento once d'oro puro, incaricati altresì di
presentare alcuni doni ai suoi familiari. Doni ancor più grandi gli prometteva,
qualora gli si fosse permesso di giustificarsi da solo... L'abate di Cluny
rimase insensibile a tali profferte! Il Concilio, com'era stato stabilito, si
riunì a Lione i primi di febbraio del 1080. Nonostante la minaccia del
Papa, Manasse non si presentò personalmente, ma inviò un'Apologia in
cui, senza confutare le accuse formulate contro di lui, impugnava le forme
procedurali e le condizioni che gli erano imposte. Ancora una volta egli
adduceva un argomento di cui già si era valso nel rivolgersi a Gregorio VII: vi
ha per lui un reale pericolo nel recarsi a Lione. E come trovare sei vescovi
che testimonino in suo favore? Come trovarli nei venti giorni di cui dispone? E
chi giudicherà della riputazione di codesti sei vescovi? Di detta orgogliosa Apologia
conviene citar due brani che riguardano Bruno: « Mi avete detto di venire
al Concilio per rispondere ai miei accusaton, vale a dire al prevosto Manasse ed
ai suoi soci. Ed io dico a voi che mi sono rappacificato con Manasse, il quale
trattava in nome di tutti i suoi aderenti, eccetto due, di cui uno, cioè Bruno
non appartiene al mio clero né è nato nella mia diocesi e neppure vi è stato
battezzato, bensì è un canonico della collegiata di san Cuniberto di Colonia
nel regno teutonico. Non son tanto desideroso di cattivarmi la sua amicizia,
essendo del tutto ignaro della sua vita e delle sue origini; ed anche perché,
dopo averlo colmato di benefici durante la sua permanenza nella mia diocesi,
in contraccambio da lui non ho ricevuto che cattivi ed indegni trattamenti.
L'altro poi, vale a dire Ponzio, ha mentito in mia presenza nel Concilio romano:
e pertanto non voglio né debbo rispondere né all'uno flé all'altro in un
giudizio ecclesiastico». Un po' più oltre l'arcivescovo ritorna sul medesimo
argomento: «Come ho già detLo, penso che il prevosto Manasse ed i suoi
compagni non intenteranno alcuna accusa contro di me per il fatto che essi,
salvo che non ricadano nei loro errore in occasione di detto Concilio, si sono
riconciliati con me, tranne, ripeto, due, cioè Bruno e Ponzio, ai quali per la
preindicata ragione non voglio né debbo rispondere. E qualora alcuni di
coloro coi quali mi sono rappacificato per la mediazione del prevosto Manasse si
recassero al Concilio violando la pace fatta e volessero dire qualcosa contro di
me, il loro attestato non dovrebbe essere accettato, poiché al momento della
nostra riconciliazione non erano miei familiari né miei canonici, sì da poter
attestare qualcosa riguardo alla mia vita». Tali testi sono per noi molto
preziosi. Essi ci dimostrano che il prevosto Manasse aveva ceduto alle istanze
ed alle proposte dell'arcivescovo, e che al contrario Bruno e Ponzio non avevano
accondisceso a seguirlo nella sua capitolazione: se tale rifiuto in se stesso può
essere ambiguo (ostinazione od al contrario chiaroveggenza e disinteresse?),
il seguito degli avvenimenti toglierà detta ambiguità e giustificherà il
comportamento di Bruno e di Ponzio. Altra indicazione non meno preziosa: Bruno
non figura in primo piano se non dopo la riconciliazione del prevosto con
l'arcivescovo; fino a tale momento il prevosto figura quale capofila degli
esuli: l'arcivescovo, avendolo riconquistato alla propria causa, èdel parere
che la resistenza (« i suoi accusatori ») sia cessata. In detta diatriba,
piuttosto che la propria apologia, l'arcivescovo senza volerlo fa l'apologia di
Bruno: egli ci svela in lui un aspetto tipico che ritroveremo lungo tutto il
corso della sua vita, cioè una mirabile forza di carattere nel perseguire sino
in fondo e qualunque cosa avvenga ciò che giudica esser volontà di Dio su di
lui: nè difficoltà nè minacce, nè promesse nè abbandoni riescono a
stornarlo da un proposito una volta convinto che tale proposito sia conforme
alla volontà di Dio. L'Apologia non poteva salvare l'arcivescovo Manasse:
i Padri conciliari lo deposero dall'episcopato. Nel marzo del 1080 Ugo di Die
venne a Roma per informare a voce Gregorio VII di quel che era accaduto.
1117 aprile dello stesso anno il Vicario di Cristo scriveva a Manasse facendogli
sapere che, durante il sinodo tenuto a Roma in primavera, aveva confermato la
sentenza del Concilio di Lione. Nondimeno il Papa, anche in codesto severo
provvedimento, « nimia, ut ita dixerim, misericordia ductus - mosso da un
sentimento di misericordia che direi eccessiva », offriva ancora a Manasse la
possibilità di rifare la sua riputazione, se non la sua posizione: l'arcivescovo
« prima della festa di san Michele » poteva chiedere a sei vescovi che
godevano la fiducia del Papa (cioè a quelli di Soissons, Laon, Cambrai, Chàlonssur-Marne
e ad altri due) di deporre in suo favore. A tale gesto di clemenza Gregorio VII
poneva solo alcune condizioni molto ragionevoli cui l'arcivescovo avrebbe
dovuto sottostare: di restituire integralmente « a Manasse, a Bruno ed agli
altri canonici, che sembrano aver parlato contro (di lui) in difesa della
giustizia », tutti i beni che aveva loro tolti; di non opporsi al ritorno di
quelli che si a lungo han sofferto l'esilio per la giustizia e di consentir loro
di servire Dio nella Chiesa di Reims con piena sicurezza; di lasciare prima
dell'Ascensione dell'anno successivo la Chiesa di Reims e di ritirarsi a
piacimento nell'abbazia di Cluny ovvero in quella di La ChaiseDieu, al fine
di vivervi a proprie spese religiosamente insieme con un chierico e due laici,
giurando dinanzi al Legato di non asportare alcunché dei beni di Reims,
eccetto quanto sarebbe stato necessario al ~ostentamento proprio e dei predetti
tre compagni. Nel caso che avesse ricusato di obbedire, Gregorio VII avrebbe
confermato in modo definitivo la sentenza del Concilio e non gli avrebbe
lasciato alcuna speranza d'appello per l'avvenire". Lungi dal profittare
di codesto supremo atto di clemenza del Vicario di Cristo, Manasse moltiplicò
le prevaricazioni, e pretese di rimanere, nonostante tutto, a capo della Chiesa
remese. Il 27 dicembre 1080 Gregorio VII, esaurite tutte le risorse di pazienza
e di bontà, scrisse quattro lettere con cui poneva terinine a codesta dolorosa
contesa. In modo definitivo deponeva Manasse e questa volta senza speranza
di riabilitazione. Al clero ed al popolo remese il Papa ordinava di opporre
resistenza all'arcivescovo, di scacciarlo e di procedere a nuove elezioni col
consenso del Legato. Al conte Ebal il Vicario di Cristo chiedeva di sostenere
coloro che resistevano a Manasse e di appoggiare il nuovo arcivescovo che
sarebbe stato eletto. Quanto ai vescovi suffraganei di Reims, il Papa li
scioglieva da ogni obbedienza nei riguardi del metropolita scomunicato e prescriveva
loro di favorire l'elezione: d'un arcivescovo degno della sede remese. Infine
Sua Santità inviava al re di Francia Filippo I una lettera paterna e molto
ferma: « Da parte del beato Pietro le ordiniamo e dalla nostra la preghiamo di
non dar più alcun appoggio a Manasse, definitivamente deposto a motivo di
reati a lei non ignoti, bensì di rompere l'amicizia con lui e di non più
sopportarne la presenza in corte, di guisa che, respingendo i nemici della
santa Chiesa... appaia che ella ama il Signore e che, agendo conforme agli
ordini della Sede Apostolica, sinceramente desidera di ottenere le grazie del
beato Pietro. Inoltre vogliamo e per apostolica autorità le comandiamo di non
frapporre alcun impedimento alla canonica elezione che il clero ed il popolo
della Chiesa remese sta per fare del nuovo arcivescovo, e di opporsi a chiunque
tentasse in qualche modo di impediria, come altresì di aiutare colui che verrà
eletto dalla parte sottomessa e religiosa del clero e del popolo... Ecco per lei
- osa aggiungere il santo Padre - l'occasione di provare che non indarno abbiamo
usato pazienza per le colpe della sua giovinezza ed atteso la sua conversione
». Filippo I, più sollecito dei suoi piaceri che della religione del regno,
non prese alcun provvedimento contro Manasse. L'arcivescovo rimase ancora un po
di tempo in sede; ma i suoi scandali e le sue depredazioni finirono col
sollevare il popolo contro di lui, di guisa che venne scacciato da Reims.
Secondo Guiberto di Nogent, Manasse trovò rifugio presso Enrico IV,
imperatore di Germania scomunicato; si affiancava così ad uno dei più grandi
nemici della Chiesa e del Papato... In seguito non si senti più parlar di
lui. Manasse espatriato, gli esuli poterono far ritorno a Reims: essi vennero
accolti con entusiasmo dal clero e dal popolo. Bruno soprattutto era oggetto
della pubblica venerazione: suo malgrado, gli avvenimenti avevano richiamato
l'attenzione su di lui. Benché non avesse ripreso nè la cattedra nè il titolo
di maestro e direttore degli studi nè la carica di cancelliere, sulla sua
persona conversero le preferenze di tutta la Chiesa remese quando si trattò di
eleggere un nuovo arcivescovo. Un Titolo Funebre ci fa conoscere i
sentimenti della cittadinanza remese in detta circostanza: « Bruno godeva
grandissima stima nella nostra città; era l'onore e la consolazione dei suoi;
favorito in ogni cosa, già lo preferivamo a qualsiasi altro, e meritatamente:
poiché era buono, versato in ogni scienza, eloquente e facoltoso. Nondimeno
per Cristo abbandonò tutto e si mise al seguito di lui povero; lo accolse
quindi l'eremo con numerosi discepoli » Così, a cinquant'anni Bruno si vedeva
dischiudere dinanzi uno splendido avvenire. La prima sede episcopale di
Francia, la diocesi che veniva chiamata « il diadema del regno » gli era
proposta. Tutto indicava lui per quell'alta carica: la sua specchiata onestà,
la scienza, la chiaroveggenza di fronte a delicati stati di cose ed il
coraggio nelle sofferenze, la fedeltà alla Sede Apostolica, la profonda pietà,
il fine senso dell'amicizia, il distacco dalle ricchezze e la carità. Gregorio
VII e Ugo di Die; suo Legato, avevano potuto apprezzare la sua integrità in
quel tempo di simonia ed avevano pubblicamente manifestato quanto lo
stimassero. Chi avrebbe potuto opporsi a tale elezione così desiderata da tutti
e così desiderabile non solo per il bene della Chiesa di Reims, ma altresì per
quello della Chiesa di Francia? Chi? Nessuno, a dir il vero, eccetto Dio, che
aveva già fatto sentire al cuore di Bruno la chiamata ad una vita più
perfetta... Non nella Chiesa di Reims nè in quella di Francia, bensì e più
profondamente nel cuore stesso della Chiesa Bruno avrebbe portato
testimonianza d'un puro amor di Dio.
4.
DAL GIARDINO DELLA CASA D'ADAMO A SECHE-FONTAINE
Scrivendo
tra il 1096 ed il 1101 - pertanto una ventina di anni dopo il periodo di tempo
di cui trattiamo - all'amico Rodolfo Le Verd, prevosto del capitolo
metropolitano di Reims, Bruno ci dà indicazioni assai preziose sulla propria
vocazione: «Ben ti rammenti, mio caro,
(Processione
di San Bruno)
che
un giorno trovandoci insieme io, tu e Fulcoio il Monocolo nel giardino
adiacente alla casa di Adamo ove ero allora ospitato, abbiamo per un po' di
tempo parlato, mi pare, dei falsi piaceri e delle caduche ricchezze di questo
mondo, come altresì dei gaudi dell'eterna gloria. Per cui, accesi di divino
amore, promettemmo, facemmo voto e disponemmo di abbandonare quanto prima i
fugaci beni del secolo per conseguire quelli eterni, e di ricevere l'abito
monastico. Avremmo presto messo in atto il nostro proposito, se non si fosse
differito al ritorno di Fulcoio, che allora si era recato a Roma. Indugiando
questi a tornare ed essendo sopravvenuti altri motivi, venne meno il coraggio
ed il fervore svanì ». Tale relazione è tanto più mirabile quanto più rari
sono i documenti certi concernenti la vita di san Bruno. Ecco un irrefutabile
attestato su uno dei momenti più determinanti della orientazione spirituale
di Bruno. Sovente avremo da riconoscere l'importanza di quanto ci rivela tale
confidenza e, in generale, la Lettera a Rodolfo Le Verd; per altro
occorre che dapprima ci rendiamo conto di ciò che essa non ci manifesta. Ed
anzitutto Bruno non dice nulla che ci consenta di determinare il tempo in cui
avvenne quella conversazione. « Il giardinetto adiacente alla casa di Adamo
» senza dubbio ricorda la disposizione delle abitazioni dei canonici di Reims.
La conversazione, dunque, si sarebbe svolta o prima dell'esilio dei canonici
presso il conte Ebal, ovvero al loro ritorno. Prima dell'esilio? E poco
probabile: che cosa avrebbe impedito a Bruno di attuare fin da quel momento il
proprio disegno? Al ritorno dall'esilio? Nulla di probativo scarta tale ipotesi.
Nondimeno il testo contiene una piccola frase che rimane ad un tempo
significativa e misteriosa. Al momento dell'incontro Bruno è « ospite » di
Adamo: « ubi tunc hospitabar »; ed ospite un po' stabile, non venuto per una
semplice visita: Adamo infatti non assiste alla conversazione e Bruno riceve
liberamente i due amici, di cui uno, Fulcoio, potrebbe d'altro canto esser il
fratello stesso di Adamo. Tutte codeste circostanze sembrano indicare che la
conversazione non si svolse a Reims, bensì in un luogo ove, per una ragione
che ignoriamo - semplice riposo, viaggio od esilio? - Bruno in quel tempo era
ospitato. Pertanto non è prudente determinare con troppa precisione il tempo in
cui avvenne codesto elevato colloquio spirituale tra Bruno, Rodolfo Le Verd e
Fulcoio il Monocolo. Tutto quel che si può affermare è che le circostanze
erano tali che, se non fosse stato per il viaggio di Fulcoio a Roma, i tre amici
avrebbero rinunziato al mondo « in vicino », vale a dire poco dopo il loro
incontro da Adamo. L'incertezza riguardo al tempo dell'incontro, se non infirma
per nulla l'intrinseco valore del documento, presenta tuttavia alcuni
inconvenienti per il biografo che vorrebbe cogliere in detta risoluzione la
profonda psicologia di Bruno, conoscere l'insieme dei suoi motivi e come
registrare l'azione della Grazia in lui. La conversazione dei tre amici e
segnatamente di Bruno sui « falsi piaceri e le caduche ricchezze di questo
mondo, ed i gaudi della gloria eterna », sui « fugaci beni del secolo e su
quelli eterni », la loro promessa, il voto, la risoluzione presa: tutto codesto
insieme evidentemente non ha la stessa risonanza per noi che siamo portati a
scorgere differenti stati d'animo sotto quelle espressioni, a seconda che:
a) i tre amici godono ancora tranquillamente a Reims dei propri beni e delle
prebende canonicali, b) ovvero si trovano in esilio privi di cariche e di beni,
e) o, infine, hanno ricuperato tutti gli onori e tutti i loro beni dopo la
caduta del vescovo Manasse... Quanto a Bruno ci domandiamo più precisamente:
era egli in quel tempo cancelliere e direttore degli studi a Reims, ovvero
insieme col prevosto ed alcuni canonici si opponeva all'arcivescovo
prevaricatore? - gli si opponeva senza il prevosto e col solo Ponzio? - ovvero
era alla vigilia d'esser eletto arcivescovo di Reims? Secondo la risposta
data, qualora si potesse, a tali interrogativi è ovvio che la conrsazione
nel giardinetto di Adamo assumerebbe toni abbastanza differenti. E non solo la
conversama altresì la storia della grazia nell'anima di Bruno. Bisogna che ci
contentiamo di quanto oggettivamente offre il testo e che nnunzianio a datare il
Per quanto istantanea ci venga presentata tale triplice vocazione: « Accesi di
divino amore, promettemmo, facemmo voto e disponemmo di abbandonare quanto
prima...», sembra escluso, se trattasi almeno di Bruno, il cui equilibrio,
saggezza e ponderatezza ci sono ben noti, ch'egli abbia preso una sì grave
risoluzione - e l'abbia confermata con un voto - senza averla prima ponderata
e maturata dinanzi a Dio. Diversamente sarebbe stato necessario ch'egli - come
altresì i suoi due amici - avesse ricevuto un impulso veramente straordinario
della Grazia: cosa che certo non è impossibile; ma se tale fosse stato il caso,
la narrazione verosimilmente ne avrebbe portato traccia. Checché ne sia, la
conversazione riferita da Bruno è una vetta nella storia della sua vocazione,
uno di quei momenti sublimi e pieni, uno di quei tempi forti a cominciare dai
quali si può contemplare l'interiorità di un'anima e rilevarne le diverse
modalità. Per Bruno ed i suoi due compagni detto momento è un momento « di
fuoco »: « accesi di divino amore » - « divino amore ferventes » - i tre
uomini s’impegnano di abbandonar ogni cosa per « aeterna captare », per
« cercar di conseguire l'eterno ». Ma a tale fervore Bruno non giunge senza
che la sua anima vi si sia disposta sotto l'azione della Grazia di Dio... A
voler supporre - cosa che ci stupirebbe non poco - che la conversazione nel
giardino di Adamo siasi svolta prima che i canonici « oppositori » si
fossero rifugiati dal conte Ebal, non si potrebbe ragionevolmente farla
risalire oltre l'anno 1076. Orbene, in detto tempo nella vita di Bruno tutto
manifestava e confermava l'orientazione della sua anima verso un'assoluta ricerca
di Dio. Di fronte a parecchie e gravi opzioni della sua esistenza egli aveva
deliberatamente scelto Dio con una intransigenza ed un'integrità
significativa: aveva consacrato gli anni della giovinezza e della maturità allo
studio, e poi all'insegnamento della Sacra Scrittura; non solo aveva abbracciato
lo stato clericale, ma aveva altresì accettato il canonicato nella forma allora
in uso nella cattedrale di Reims, ed in tale carica aveva dato prova di virtù
di cui ci è pervenuto l'attestato attraverso i Titoli Funebri. Molti di
tali Titoli provengono infatti da persone o gruppi di persone che non
hanno conosciuto Bruno se non prima della sua partenza per Sèche-Fontaine; e
dai loro elogi si può ricomporre un profilo donde, anche tenendo conto della
esagerazione agiografica, spicca una personalità pura e forte. Codesta sua
personalità sta tutta in un contrasto: Bruno era un « dottore » eminente, e
nondimeno era molto buono, prudente, semplice, retto. Abbiamo già parlato
di lui « maestro »; quasi tutti i Titoli lo celebrano: « doctor
doctorum », l'espressione ricorre più volte; egli è la gloria di coloro che
insegnano: « decus magistrorum »; talvolta l'elogio assume una forma
abbastanza ardita: egli è il dotto esegeta dei Salmi ed un filosofo
chiarissimo: « Doctus psalmista, clarissimus atque sophista »; la gloria di
Platone rimane offuscata dalle lodi meritate dal-l'insegnamento di Bruno; questi
non solo superava tutti i dottori, ma « formava eccellenti dottori, e non
dottori dappoco; fu il dottore tra i dottori, e non tra i semplici docenti »,
« faciebat summos doctores, non instituendo minores; doctor doctorum fuit, non
clericulorum ». Talune espressioni sono quasi intraducibili: « lumen et ordo
viae ducentis ad alta sophiae », « exemplar quoque veri »; l'idea di « verità
»ricorre più volte: Bruno era la « norma veri dogmatis »: con lui ci si
sentiva di procedere con sicurezza di dottrina e di esser nella verità del
domma; la sua parola toccava il cuore ancor più che lo spirito: egli fu lo
splendore dell'eloquio « splendor sermonis » e, di conseguenza, la « luce
della religione » « lux religionis »; « per suo merito, afferma uno degli
autori dei Titoli, son divenute dotte tante persone che la mia mente non
riesce a ricordare nè la mia penna ad esprimere ». Ma a tanta scienza, a tanti
prosperi successi, a sì grande gloria faceva contrasto il carattere di Bruno.
Anzitutto la sua straordinaria bontà, « bonus », il termine ricorre come un
ritornello in detti componimenti poetici dedicati alla sua memoria; « bonus
» per lui è quasi un soprannome « dictus Bruno bonus »; la sua gioia sta
nell'amicizia, egli desidera di esser amato « se cupiebat amatum »; abbiamo altrove
citato il magnifico attestato di fedeltà di Maynard di Corméry. Alla bontà
Bruno univa la prudenza: « prudens », « prudentia » son questi altresì
dei termini che veramente lo qualificano; prudenza nelle parole, il che
conferiva ad esse un accento incantevole: « floruit in mundo vir prudens ore
profundo »; prudenza nei consigli, prudenza nel modo di condursi, che creava
attorno a lui come un clima morale elevatissimo: « informatio morum », « decus
et prudentia mundi », « integritas morum », e gli conferiva un tal quale
primato nella città di Reims: « maior in urbe ». E tutto questo in una
grandissima semplicità: « vir simplex », « simplex ut agnus », si
potrebbero spigolar tante espressioni del genere nei Titoli Funebri. Detta
semplicità d'animo si manifesta in tutta la sua vita ed in particolar modo al
momento della partenza da Reims: egli dimostra allora il suo distacco, la sua
rinunzia: « calcaior opum », per quelli che lo hanno conosciuto, Bruno rimane
colui che calpestò tante ricchezze, tanti onori; anche qui l'ammirazione crea
espressioni poetiche intraducibili: « Pauper Bruno factus iter, quorum fuit
ante magister ». L'ultima dote che sembra aver colpito coloro che lo han
visto vivere a Reims e dal conte Ebal è la « probità »: egli è « vir
egregiae probitatis », l'uomo d'una singolare probità; mai si coglie in fallo
tale probità ed essa confèrisce a Bruno una reputazione d'integrità, di
rettitudine, d'equilibrio, di fedeltà, d'onestà che nessuna prova, neppure la
sua contesa con Manasse, riesce a compromettere; « il suo spirito era
inaccessibile allo scoraggiamento nelle prove come alla presunzione nella
prosperità ». Egli era veramente il « giusto di Dio ». Codesto equilibrio
tra la sua celebrità di Dottore e la propria vita morale va cercato, senza tema
di sbagliare, nella sua fede, una fede viva che lo riempie di amor di Dio, una
pietà nel puro senso del termine « purae pietatis amator »: « Ipse pius,
simplex, plenus Deitatis amore, impiger et mundus fuit, offini dignus honore
». Egli domina il suo tempo; èl'Uomo secondo Dio, perché, al di sopra delle
cose del mondo, aderisce a Colui che ha creato il mondo: Exit ex mundo Vir,
mundi spretor, ad Illum qui mundum fecit ». Una sola espressione sintetizza tutta
codesta ammirazione: egli fu l'onore del clero tutto, « totius cleri decus ».
Ancora una volta, in tali elogi va tenuto conto del genere letterario e
dell'amplificazione poetica. Ma se si rileggono i 178 Titoli funebri, non
si può non notare una tonalità e soprattutto delle dominanti che
s'impongono; tanto più che i più commossi e più commoventi di detti Titoli
sono precisamente quelli mediante i quali gli autori, senza usar la forma
poetica, han detto in semplice prosa quanto volevano esprimere. Dì fronte a
tali attestati si comprende quale spirituale irradiazione Bruno esercitasse
sui propri discepoli. Non solo la sua erudizione o la profondità del pensiero
attiravano attorno alla sua cattedra la gioventù studiosa remese o lo univano
in amicizia con tanti contemporanei, ma altresì la sua vita, la sua persona. Da
lui attendevasi quella « scienza che si volge in amore ». Con una espressione
semplicissima, ma quanto mai ricca e significativa allorché si conoscono gli
atti di severità di Ugo di Die, il Legato manifestava le doti, si potrebbe
dire il carità, la grazia particolare di Bruno: « Dominum Brunonem... in omni
honestate magistrum ». La si potrebbe tradurre: « Il signor Bruno è maestro
in tutto ciò che onora "l'uomo nell'uomo" »; od anche: « Il
signor Bruno è maestro in tutto ciò a cui gli uomini rendono omaggio in un
uomo ». Dette doti di Bruno, già manifestatesi in tutto il suo modo di
condursi durante l'episcopato di Gervasio assunsero ovviamente maggior risalto
- a così dire, per contrasto - dopo l'occupazione della sede episcopale di
Reims da parte di Manasse. Bruno « in omni honestate magistrum » faceva
tanto più contrasto al prelato simoniaco e prevaricatore in quanto lo stesso
prevosto dei canonici, Manasse, non era indenne da simonia e se n'era
pubblicamente accusato. Dello stato di cose in cui, suo malgrado, si trovava
preso, Bruno non poteva non aver coscienza. Nè poteva non soffrirne
profondamente, anzitutto nel suo amore per la povertà, la carità, la
giustizia, l'onestà, ed altresì nel suo amore per la Chiesa: la miseria morale
d'un Manasse I, quel decadimento dello spirito evangelico in un arcivescovo
responsabile di una delle Chiese più importanti della Francia non poteva
provocare nell'illibato, intransigente Bruno che una delle due reazioni: la
resistenza o l'evasione verso una, vita più pura. Sulle prime scelse la
lotta, ma, una volta che questa avesse ristabilito press'a poco l'ordine,
quell'esperienza dell'umana mediocrità non lo avrebbe forse spinto a cercare
nella solitudine, tra pochi amici scelti, la purezza del cristianesimo? Se ci si
pone nelle condizioni concrete della Chiesa nel XI secolo, la risposta non
può esser dubbia: in quel tempo la solitudine costituiva un'attrattiva per le
anime più esigenti; la solitudine, dico, senza che venga necessariamente
precisata la forma secondo cui essa sarebbe vissuta. La necessità in cui egli
si trovò di dover lasciare Reims per le terre del conte Ebal, le nuove audacie
dell'arcivescovo Manasse, le astuzie mediante le qua-li questi riusciva a
ritardare la punizione che lo minacciava, tutto quell'insieme d'intrighi
dovette singolarmente confermare Bruno nei suoi sentimenti. iPiù lo stato di
cose si aggravava, più egli si sentiva iad un tempo obbligato a condurre la
lotta e attirato dalla solitudine. Tale intima tortura giunse di certo al
parossismo verso la fine del 1079, tempo in cui il prevosto Manasse accettò di
riconciliarsi con l'arcivescovo, traendo con sé tutti i canonici esuli,
tranne Bruno e Ponzio, come ci è reso noto dall' Apologia. Restar solo
con Ponzio in esilio, nella resistenza all'arcivescovo, quando questi sembrava
novamente riconciliato con Roma e quindi vittorioso di tutti i suoi
oppositori!... quale caso di coscienza! Ma Bruno è troppo avveduto da poter
cadere nelle insidie dell'arcivescovo, troppo onesto da poter accettare checché
abbia parvenza di compromesso, meno ancora di atto compromettente... Egli
ricusa; si ricusa a rischio di perdere definitivamente i propri beni, gli amici,
i discepoli, i vincoli che lo univano alla Chiesa remese e forse la stima del
Vicario di Cristo. Scelta radicale, assoluta, che va ben ponderata se si vuol
conoscere la grandezza del cuore di Bruno. Osare affrontar da solo un prelato
che è riuscito a giustificarsi dinanzi alle autorità della Chiesa romana,
dinanzi al Papa, e che, con una mano che sembra sincera, vi offre la possibilità
d'una riconciliazione è dar prova d'un singolare amore della verità, della
giustizia, dell'onestà. Chi così agisce è un uomo che sa già contentarsi di
Dio: per lui la solitudine non è più un esilio, bensì la pienezza della fede
viva e della carità: « Il Signore renderà il suo deserto ameno come un Eden
e la sua solitudine come un giardino di Dio. Vi si troverà la gioia e
l'allegrezza, l'inno di ringraziamento e voci di lode » Conoscendo il
carattere e la grazia di Bruno, non è cosa certa che un giorno gli sia costato
di più il rifiuto della sede arcivescovile di Reims che il troncar le
relazioni con l'arcivescovo trionfante. In ogni modo, alla sua coscienza il
problema si poneva in altri termini. Egli aveva lottato per la giustizia e la
verità. Manasse scacciato da Reims, per Bruno la lotta era terminata; ora che
le circostanze erano favorevoli bisognava che sciogliesse il voto fatto nel
giardinetto di Adamo e partisse per una nuova solitudine, la solitudine
monastica, più precisamente la solitudine del deserto 4. Come avvenne la sua
partenza da Reims? Tace al riguardo la storia. Alcuni biografi dicono che per
sottrarsi all'episcopato dovette, nascostamente « fuggire » dalla città.
Altri (la cui affermazione purtroppo sembra gratuita) lo mostrano che
distribuisce tutti i suoi averi ai poveri prima della partenza, e gli fan
prender commiato dal clero e dal popolo remese con un magnifico sermone. « Egli
commentò la massima che aveva fatto sua: "Ho volto in mente gli anni
eterni, son fuggito lontano e mi son fermato nella solitudine". Parlò con
tanta forza, unzione ed autorità, l'impressione che produsse fu sì viva e
profonda che alcuni degli uditori si mostrarono ipronti a seguirlo. Tra gli
altri la storia fa il nome di Pietro di Béthune e Lamberto di Borgogna che sostituirono
così Fulcius (Fulcoio) e Rodolfo Le Verd ». Certo è che rinunziando alla sede
arcivescovile remese offertagli e scegliendo la solitudine e « le cose eterne
» Bruno agiva con piena cognizione di causa. Egli aveva esperienza di quanto
lasciava, e quale esperienza! E’ fuor di dubbio che la tremenda crisi di Reims
si profilerà nello sfondo delle esortazioni, in apparenza troppo severe, che
farà a Rodolfo Le Verd: « Non ti trattengano le fallaci ricchezze che non
riescono a sopprimere la nostra indigenza, nè la dignità di prevosto che non
può essere esercitata senza gran pericolo per l'anima. Poiché convertire
in proprio uso beni altrui, di cui sei solo amministratore e non proprietario,
è - sia detto con tua pace - un atto tanto odioso quanto ingiusto. Che se sarai
desideroso di splendore e di gloria e vorrai avere servitù numerosa, quando
verranno a mancare i tuoi beni legittimi non sarà forse necessario che in un
modo o nell'altro debba sottrarre agli uni quel che darai agli altri? ». In
tali consigli riecheggia ancora tutta la storia dell'episcopato di Manasse
I.... ed in certo senso la storia d'una gran parte della Chiesa di quel tempo.
Quale precisamente era l'intenzione di Bruno nel far voto coi due compagni nel
giardinetto di Adamo, o alcun tempo dopo nell'allontanarsi da Reims? Qual forma
di vita si era risolto di abbracciare? Il suo disegno era già preciso? Per
farci luce su codesti delicati quesiti non abbiamo che le parole della Lettera
a Rodolfo Le Verd (scritta più di dieci anni dopo la fondazione della
Certosa): « Disposuimus... fugitiva saeculi relinquere et aeterna captare,
necnon monochicum habitum recipere ». Se ci si ricorda che quest'ultima
espressione in quel tempo non significava che « abbracciare la vita monastica
», senza alcuna determinazione della sua forma cenobitica od eremitica, la Lettera
a Rodolfo Le Verd ci indica solo due punti certi dell'intenzione di Bruno
e dei suoi compagni: a1 proposito di « abbandonare le vanità del mondo per
conseguire i beni eterni », vale a dire la volontà di lasciar da parte ogni
occupazione e relazione secolare per consacrarsi unicamente alla vita divina
della Grazia. Certo avremmo desiderato di sapere se Bruno fin dalla partenza da
Reims o, meglio ancora, fin dalla conversazione nel giardinetto di Adamo
avesse determinato lo stile di vita che doveva esser il suo in Certosa: tale
certezza farebbe luce in modo singolare sulla tappa « Sèche-Fontaine » del
suo itinerario verso la Certosa, di cui fra breve tratteremo; ma conviene che
ci contentiamo di quel che abbiamo, cioè dei documenti riguardanti Sèche-Fontaine:
essi ci illumineranno al contrario sul suo disegno. Nondimeno, già siamo certi
di un fatto: Bruno non sceglierà una forma di vita monastica che lo avrebbe
lasciato in contatto con i fugaci beni del secolo - « fugitiva saeculi » - ed
i cui obblighi avrebbero potuto distoglierlo dall'« aeterna captare », dal conseguire
quelli eterni. Nella sobrietà stessa di codeste due espressioni vi è
un'intransigenza, un desiderio di assoluto che rimuove dal suo disegno tutto ciò
che potrebbe compromettere la purezza della vita monastica. Un giorno con
esattezza non precisabile, ma che va posto tra il 1081 ed il 1083, Bruno con due
compagni, Pietro e Lamberto, lasciava Reims avviandosi verso il Sud in
direzione di Troyes. Li, alla distanza di circa 150 chilometri da Reims - 40
chilometri a sud-est di Troyes - a Molesmes dalla fine del 1075 v'era un'abbazia
il cui abate, Roberto, godeva gran reputazione di saggezza e di santità. Egli
aveva raggruppato attorno a sé alcuni eremiti della foresta di Collan (presso
Tonnerre) formandoli alla vita benedettina. L'abbazia era povera: nel 1083 il
vescovo-signore di Langres doveva rivolgersi ai suoi vassalli per salvare il
monastero dalla misera condizione in cui era caduto. E nondimeno detta povertà
favoriva il fervore dei monaci... Quando Bruno, Pietro e Lamberto giungevano da
Roberto era da poco stata donata all'abbazia una località chiamata Sèche-Fontaine,
e non era utilizzata. Trovavasi a circa 8 chilometri dal monastero: abbastanza
lontana da poter i suoi abitatori sentirsi ben distinti dai Benedettini di
Molesmes e abbastanza vicina da facilitare le relazioni con l'abbazia e
soprattutto col suo santo abate. La foresta poi di Fiel che circondava Sèche-Fontaine
non offriva forse grande possibilità di condurvi vita eremitica? Eremiti o
gruppi di eremiti già si erano rifugiati in più punti di essa. A Sèche-Fontaine
quindi, col consenso di Roberto, Bruno prendeva dimora coi compagni,
conducendovi vita eremitica: Quanto tempo durò detta fase della vita di Bruno?
Al massimo tre anni, al minimo un anno, secondo quando avvenne la partenza da
Reims. In ogni ipotesi un tempo abbastanza lungo da permettere ad altri
discepoli di raggiungerli ed anche alle relazioni spirituali e temporali con
l'abbazia di Molesmes di presentarsi ad essi in un modo nuovo. Difatti, Moìesmes
si sviluppa sia che l'abbazia, così ben governata da Roberto, attragga gli
eremiti che han preso dimora nelle foreste circostanti e ne provochi
l'aggregazione a se stessa, sia che per accogliere le numerose vocazioni fondi
nuovi priorati nelle vicinanze. Inevitabilmente sarebbe giunto il giorno in
cui Molesmes con lo stesso suo moto di crescenza avrebbe posto agli eremiti di Sèche-Fontaine
la scelta tra la vita cenobitica, mediante il loro congiungimento con
l'abbazia, e la vita eremitica. Difatti, l'opzione non tardò ad esser posta,
e gli eremiti, ai quali si erano uniti alcuni discepoli, non si trovarono
d'accordo sulla risoluzione da prendere. Pietro e Lamberto scelsero Molesmes;
essi rimasero nel territorio di Sèche-Fontaine ove costruirono, sul modello
del priorato benedettino, una chiesa, che sarà solennemente consacrata dal
vescovo di Langres nel 1086, ed altri edifici per la vita di comunità.
Risoluzione libera, saggia, presa seguendo gl'impulsi dello Spirito santo, e
conforme a tante evoluzioni di quel tempo. Il passaggio dall'eremitismo al
cenobitismo, come del resto il movimento inverso, non era cosa rara in detto
tempo. Ma Bruno ha in sé un altro ideale di vita religiosa: lo Spirito di Dio
lo spinge verso il « deserto »; sceglie quindi l'eremo. Ed eccolo che,
certamente con alcuni compagni, lascia Sèche-Fontaine e va in cerca d'un luogo
adatto all'attuazione del suo disegno. Detta separazione si fece nella verità
e nella carità. Roberto e Bruno non cessarono di serbare l'uno per l'altro
una profonda stima . Dopo la morte di Bruno in Calabria il rollifero passerà
per l'abbazia di Molesmes che tributerà al già eremita di Sèche-Fontaine un
caloroso elogio; nel Titolo funebre che stenderanno per lui (n. 40) i
monaci neri chiameranno Bruno: « familiarissimus noster », « nostro
grandissimo amico ». E forse non è vietato di scorgere dietro quel superlativo
la mano stessa di Roberto: difatti questi, che nel 1098 aveva lasciato
Molesmes e fondato Citeaux, nel 1099 aveva fatto ritorno a Molesmes, ove doveva
rimanere fino alla morte che avvenne nel 1110 o 1111. Nel 1101, anno della
morte di Bruno, trovavasi dunque lì allorché veniva affidato al rotolo
funebre l'attestato della grandissima amicizia dell'abbazia di Molesmes per
Bruno... Checché ne sia, la nuova partenza di Bruno, la partenza da Sèche-Fontaine,
illumina in modo singolare per noi la sua vocazione: monaco, egli non è fatto
per la vita cenobitica, vuole la solitudine, il « Mònos sun Monò », la
solitudine con Dio: ecco qual è il vero appello dello Spirito santo che si fa
udire nella sua anima e nella sua vita. Egli riprese quindi il cammino verso il
sud, dirigendosi alla volta di Grenoble e delle Alpi, a più di 300 chilometri
da Molesmes. Si ignorano le ragioni di tale scelta. L'unica cosa che
verosimilmente possa affermarsi è che Ugo, vescovo di Grenoble, e Bruno senza
essersi mai incontrati si conoscevano e si stimavano. Ugo era stato a fianco di
Ugo di Die, Legato del Papa al Concilio di Lione, ove venne giudicato e
deposto Manasse, arcivescovo di Reims, al principio del 1080; ed il nome di
Bruno dové esser assai sovente pronunziato in presenza del giovane vescovo di
Grenoble. D'altro canto Bruno, che attentamente seguiva tutto ciò che
concerneva l'azione del Legato Ugo di Die, doveva aver sentito parlare di Ugo di
Grenoble, della lotta coraggiosa dal giovane vescovo ingaggiata in diocesi per
riformarla secondo gli intenti di Gregorio VII e del suo Legato. Con la sua
abituale concisione Guigo ci dà la vera ragione che spinse Bruno a cercare un
luogo eremitico nelle foreste del Delfinato: « suavi sanctae conversationis
eius odore trahente, ad virum sanctum (Hugonem) venerunt (Bruno et socii eius)...
Attratti dalla sua fama di santità, Bruno ed i suoi compagni si recarono dal
pussimo vescovo Ugo di Grenoble ». Ai primi di giugno del 1084 Bruno ed i suoi
sei compagni giungevano a Grenoble. Una meravigliosa e misteriosa avventura
cominciava per essi...
5.
IL DESERTO DI CERTOSA
«
Maestro Bruno ed i suoi confratelli cominciarono ad abitare
(San
Bruno portato in processione)
l'eremo
di cui abbiamo fissato i limiti e ad innalzarne gli edifici l'anno 1084
dall'Incarnazione del Signore e quarto dell'episcopato di Mons. Ugo di
Grenoble ». Lo studio critico dei documenti pone detta presa di possesso
verso la festività di san Giovanni Battista, vale a dire nella seconda metà
del mese di giugno: d'altronde, per stabilirvisi era quello il tempo più
opportuno, imposto dalle condizioni climatiche. Guigo nella sua Vita di sant'Ugo
di Grenoble con una relazione troppo sobria per i nostri gusti, ma molto
precisa, così narra l'arrivo di Bruno e dei suoi compagni: « ... Ecco arrivare
maestro Bruno, celebre per il suo religioso fervore e la sua scienza, quasi
una personificazione dell'onestà, della gravità e della piena maturità. Aveva
come compagni maestro Landuino (che dopo di lui fu priore di Certosa), Stefano
di Bourg e Stefano di Die (i quali erano stati canonici dell'Ordine di San Rufo
e, desiderosi di vita solitaria, si erano a lui uniti col consenso del proprio
abate); inoltre Ugo, da essi soprannominato il cappellano, perché nel gruppo
egli solo adempiva le funzioni sacerdotali; due laici, che chiamiamo conversi,
Andrea e Guerrino. Essi cercavano un luogo adatto alla vita eremitica e non
erano riusciti ancora a trovano. Con la speranza di riuscirci ed attratti altresì
dalla fama di santità di lui, erano venuti dal virtuosissimo pastore (Ugo).
Egli li ricevè non solo con gioia, ma anche con sentimenti di deferenza; si
interessò di essi ed appagò il loro desiderio. Infatti col consiglio,
l'aiuto e la guida di lui entrarono nella solitudine di Certosa e vi si
stabilirono. Verso quel tempo invero il vescovo aveva visto in sogno Dio erigere
a sua gloria una dimora in detta solitudine ed altresì sette stelle
indicargliene il cammino. Sette: tale precisamente era il numero dei componenti
il drappello formato da Bruno e dai suoi compagni. Pertanto di buon grado egli
accolse i progetti non solo di codesto primo gruppo, ma altresì di coloro che
successero ad essi; e fino alla morte coi suoi consigli e benefici favorì gli
eremiti di Certosa ». Il testo riferito, conviene riconoscerlo, non soddisfa
pienamente la nostra curiosità; ci lascia nell'incertezza riguardo a parecchi
punti per noi interessanti. In particolare, non ci dice se i compagni di Bruno
erano venuti con lui da Sèche-Fontaine: la qual cosa ci sembra più probabile,
tanto l'idea di eremo strettamente solitario era estranea all'ideale religioso
di Bruno. Nondimeno può darsi che l'uno o l'altro si sia unito al gruppo
durante il viaggio. Non è escluso, ad esempio, che i due canonici dell'Ordine
di San Rufo abbiano conosciuto Bruno soltanto il giorno in cui sostò nel
priorato di detto Ordine a la Cote Saint-André, lungo la strada che da Sèche-Fontaine
conduce a Grenoble. Ma, nonostante le cose omesse, il testo di Guigo rimane
per noi estremamente prezioso. Esso ci conferma che Bruno nel giungere a Grenoble
non aveva alcuna idea della regione in cui avrebbe fondato il suo eremo;
cercava solo « un luogo adatto alla vita eremitica ». Egli cerca, l'idea che
ha della vita eremitica è chiara, ma non sa dove la attuerà. « Spera » di
trovar detto luogo nella diocesi di Ugo, ricca di montagne e di foreste, ma
non ne è certo. Per altro è convinto che troverà in Ugo un autentico uomo di
Dio, il quale comprenderà il suo disegno, il cui contatto e le conversazioni,
al pari di quelle di Roberto di Molesmes stimoleranno il suo fervore. Bruno ed i
suoi compagni prendono infine dimora nel deserto di Certosa non per aver essi
medesimi scelto quel luogo, bensì perché Dio stesso glielo determina
mediante il vescovo Ugo. Il sogno pro fetico di questi resiste infatti alle più
esigenti analisi critiche. Guigo è a tal riguardo un testimone autorevolissimo,
poiché per ventisei anni fu l'amico ed il confidente di Ugo di Grenoble: egli
ha appreso tale particolare dal vescovo stesso, senza intermediario. D'altro
canto Guigo appare allo storico come il tipo perfetto del testimone critico e
sincero; la sua sincerità è incontestabile: egli si mostra sempre ponderato,
prudente. Riguardo poi ai miracoli è estremamente riservato: la Vita di
sant'Ugo, che redige per espressa richiesta del papa Innocenzo Il, la
scrive precisamente come una vita santa priva di miracoli. Se riferisce il sogno
delle sette stelle, lo fa perché non ha potuto non crederci lui stesso. Possono,
dunque, non ammettere detto sogno solo coloro che a priori dichiarano
impossibile ogni fenomeno mistico straordinario. Il seguito degli avvenimenti,
tutta la storia spirituale dell'Ordine certosino attestano d'altronde
l'importanza del compito che ha avuto il paesaggio di Certosa sullo stile stesso
di vita certosina. Profonde e determinanti relazioni si stabilirono tra quel
paesaggio e detta vita. Abbiamo già seguito il piccolo drappello che un mattino
di giugno del 1084 lasciò la residenza episcopale di Grenoble dirigendosi per
la strada del Sappey e del Colle di Portes verso Saint-Pierre de Chartreuse. Lo
abbiamo visto oltrepassare la Cluse all'ingresso del deserto e spingersi fino
alla punta estrema della stretta valle di Certosa 4. Fu la presenza d'una o più
sorgenti a indurre Bruno ed i suoi compagni a risalire fino a quell'angusto
fondovalle? Fece forse Bruno, come han detto alcuni, scaturire la sorgente là
dove antecedentemente aveva risolto di stabilirsi? Probabilmente né l'una né
l'altra cosa. Sorgenti poteva trovarne altre e più abbondanti nella valle, ad
esempio quella bella e ricca di Mauvernay che determinò la scelta da parte di
Guigo del sito dell'odierna Certosa. Quanto al miracolo della sorgente, esso
fa parte del folclore della santità; nessun documento lo attesta. Al contrario
ha non poca importanza l'aver Bruno accettato, ricercato quell'ambiente, il
cjima, l'atmosfera, quel succedersi di stagioni e temperature di cui si è
fatto parola: ciò manifesta in modo singolare la sua intenzione. La sua
intenzione? Nel deserto di Certosa la si legge, con un'evidenza che stupisce,
sul suolo stesso, in tutto lo scenario, nella foresta e nelle nevi. Quel
fondovalle nel cuore del Massiccio di Certosa, dagli accessi difficili anche per
i villaggi più vicini, dai lunghi inverni con frequenti ed abbondanti cadute
di neve, dai terreni poco fertili, non poteva offrire che un vantaggio: una
quasi totale separazione dal mondo, una solitudine spinta all'estremo limite.
Era dunque quello l'eremo in senso stretto che Bruno cercava. Ma un eremo a più
eremiti: un uomo assolutamente solo non avrebbe potuto durare in simili
condizioni di vita. Per accettar poi di porre in detto luogo la sua « terrena
dimora » occorreva che dal canto suo Bruno avesse un piano in cui gli scambi
spirituali ed umani di un gruppo servissero di contrappeso ai rischi non
trascurabili della solitudine... Ora in Certosa egli non giungeva solo; vi
conduceva sei compagni, coi quali già componeva un gruppo d'una assai rilevante
omogeneità ed intima armonia: due «maestri », Bruno stesso e Landuino, avrebbero
assicurato allo spirito di quegli uomini votati alla vita contemplativa un
nutrimento dottrinale solido, forte, sostanziale, attinto direttamente dalla
Sacra Scrittura; due laici, Andrea e Guerrino, pur conducendo una vita di
solitudine simile più che possibile a quella degli eremiti, avrebbero alleggerito
questi delle innumerevoli servitù della vita materiale ed umana e consentito
loro di attendere alla preghiera pura, partecipandovi anch'essi a misura del
possibile; infine, almeno uno degli eremiti era sacerdote ed incaricato nel
gruppo delle funzioni sacerdotali; egli veniva chiamato con un nome che di per
sé ha un senso comunitario: « il cappellano ». Rigore dell'eremo da una
parte, e dall'altra armonia intima, pienezza del piccolo gruppo di eremiti: v'è
in questo un contrasto che c'introduce profondamente nel disegno di Bruno. Se
egli avesse riconosciuto di non poter attuare detto tipo di eremo nel deserto
di Certosa, di certo non vi si sarebbe stabilito. Ma quel luogo corrispondeva
troppo bene alla sua unica intenzione da, poter egli esitare: lui stesso ed i
suoi sei compagni potevano sperare di vivervi insieme la vita eremitica in
tutta la sua esigenza e tutta la sua ricchezza, almeno nella misura consentita
dalle forze umane. A sua volta il deserto di Certosa avrebbe contrassegnato
con forte e durevole impronta la concreta attuazione del disegno di Bruno. II
limiti del territorio
dai donatori
concesso agli eremiti
ci son noti dall'atto di donazione del 1086. « I limiti del luogo solitario che
abbiamo donato passano al di sotto della località chiamata la Cluse, continuano
lungo la rupe che chiude la valle ad oriente seguendo la cresta che chiude e
divide CombeChaude e che si estende fino a mezzo la rupe che sovrasta il
Bachais; sussegue un'altra arida cresta che va discendendo fino alla rupe di
Bovinant; di un'altra cresta che lungo il limitare del bosco discende da
Bovinant verso la rupe che sovrasta la Follie; quindi la rupe che va da la
Follie alla montagna d'Alliénard e che da l'Alliénard scende verso la Morte,
dal lato occidentale, fino alla rupe di Cordes che prolungasi verso Perthuis. I
limiti seguono quindi una cresta di rocce fino al fiume chiamato Guiers-Mort, il
quale serve di limite fino a la Cluse ». Tale descrizione, da sola, ci fa
intendere che cos'era la proprietà di Certosa: una terra circondata da montagne,
con un punto di passaggio obbligato, la Cluse... Il suolo è costituito di
roccia calcarea ricoperta qua e là, soprattutto nel fondovalle, da un sottile
strato di terra; ed in codesto terreno sì poco profondo si abbarbicano alberi
che formano delle zone boscose. Rari prati tra quelle masse rocciose offrono
possibilità di pascolo per poco bestiame. Coltivare a vigna detto terreno,
piantarvi grano, alberi fruttiferi non conviene neppur pensarci: l'altitudine
ed il clima l'interdicono. Dissodandolo con perseveranza si riuscirebbe ad
ottenere una scarsa raccolta di legumi. Porre quindi in un simile deserto dei
contemplativi era votarli all'austerità: avrebbero vissuto frugalmente.
Sfruttare razionalmente Je selve? Impossibile: come portar via il legname? per
quali vie? Solo nel XVII secolo i Certosini potranno attendere alla silvicultura
in modo redditizio. Per poter vivere rimanevano dunque la coltivazione dei campi
nel modo limitato che si è detto e l'allevamento di poche greggi... Più in là
si scopriranno giacimenti di ferro in quelle montagne. Ma per lunghissimi anni
si considerò cosa illusoria far vivere in quel deserto più di trenta persone;
inoltre conveniva che i « Fratelli » fossero più numerosi dei « Padri »;
gli operai, più numerosi dei contemplativi. Nel tempo in cui stendeva le Consuetudines,
Guigo fissava il numero dei componenti la Comunità a tredici padri e sedici
fratelli. Quando poi si volle accrescere il numero dei « Certosini » di
Certosa fu necessario acquistare delle terre più giù, verso la pianura. Ecco
dunque un primo, importante aspetto della primitiva Certosa. La sua fondazione
non aveva nulla in comune con quella forma di eremo sostenuto da qualche cenobio
abbastanza saldamente costituito, quale in quel tempo diffondevasi sotto
l'impulso dell'Ordine Camaldolese. Bruno voleva l'eremo puro, vale a dire la
Solitudine in senso stretto, attenuata solo da un po' di vita comune: inoltre
la comunità sarebbe stata poco numerosa, ed anche negli esercizi comuni gli
eremiti avrebbero serbato il sentimento d'esser il « parvus numerus ». Il
clima, soprattutto la neve particolarmente abbondante in Certosa, ed il freddo
rigido imporranno a Bruno una risoluzione riguardo ad un punto importante
dell'abitazione. Per armonizzare le esigenze della solitudine con la regolarità
della vita comune, due soluzioni gli si presentavano: distanziare il più
possibile una cella dall'altra, al fine di favorire la solitudine; oppure
raggrupparle per facilitare la vita comune. Il clima indusse Bruno a prendere
una via di mezzo: le celle sarebbero state nettamente separate, ma vicine le
une alle altre e collegate tra loro e coi luoghi destinati agli atti
conventuali da un chiostro coperto, al fine di poter circolare al riparo dalla
pioggia e dalla neve. Ciò dimostra che nel pensiero di Bruno gli eremiti
avrebbero dovuto esser chiamati a radunarsi abbastanza spesso, più volte al
giorno, per qualche Ufficio o capitolo od anche per un pasto in comune. Se detta
disposizione della casa non avesse corrisposto al suo disegno di vita
contemplativa, Bruno avrebbe potuto modificare il sito delle celle senza
abbandonare il deserto di Certosa: egli, ad esempio, non temerà di far
prender dimora ai conversi a più di tre chilometri dalle celle degli eremiti,
ad un'altitudine di 300 metri più bassa, maggiormente soleggiata ed ove più
presto fonde la neve. Così tutto manifesta che tra il progetto di Bruno e la
costruzione della prima Certosa vi fu, se non una perfetta corrispondenza nei
particolari, almeno una felice coincidenza, una grandissima conformità. Almeno
in due punti delle Consuetudines Guigo farà allusione all'arditezza
dell'erezione del primo eremo. E chiederà che « nessuno critichi (l'organizzazione
esterna dei Certosini) prima di aver egli stesso vissuto in cella per un tempo
abbastanza lungo, tra nevi sì abbondanti e con si rigidi freddi ». Pertanto,
ai suoi occhi, unicamente l'esperienza della vita contemplativa poteva spiegare
e giustificare l'ardimentosa fondazione di Bruno e dei primi Certosini. Per
comprendere e gustare l'eremo tal quale lo ha concepito ed attuato Bruno occorre
la grazia d'una vocazione... La lettera a Rodolfo Le Verd ci farà comprendere
qualcosa dei motivi che hanno indotto Bruno a stabilirsi in Certosa. Ma non
anticipiamo. Consideriamo Bruno ed i suoi compagni nell'atto di costruire ed
organizzare la loro prima dimora. Una tradizione locale riferisce che nei primi
giorni della loro presenza in Certosa gli eremiti trovarono ospitalità dagli
abitanti di Saint-Pierre de Chartreuse. Bruno stesso venne accolto dalla
famiglia Bruno, che volle altresì fornire il legname necessario per la
costruzione della sua cella. Non era codesto un atto isolato di generosità.
Dopo novecento anni si ricordano ancor oggi i nomi di due abitanti di La Ruchère,
Molard e Savignon, che si presero l'incarico di cuocere il pane dei primi
Certosini e - ciò che non era servizio dappoco - di portarglielo. Checché ne
sia, i lavori cominciarono fin dall'arrivo degli eremiti e proseguirono speditamente;
era necessario che la parte essenziale della costruzione fosse terminata avanti
le prime nevicate ed il freddo: si aveva tre mesi di tempo utile. Mentre si
dissodava qualche tratto di terra venivano costruite attorno alla sorgente le
celle per gli eremiti; di certo esse somigliavano alle capanne di boscaiuoli o
di pastori, dalla forma di piccole bàite, come ancor oggi se ne vedono nei
luoghi di pascolo alpestre: costruzioni rustiche ma consistenti, fatte di
tondelli accostati, e coperte di tavole spesse, fornite altresì del
necessario per resistere, possibilmente da un anno all'altro, al peso della
neve. Da principio, per risparmio di tempo e, forse, anche di denaro, dette
abitazioni ospitarono due religiosi; in seguito ogni eremita ebbe la sua propria
cella. In ogni cella l'acqua della sorgente giungeva attraverso incanalature
che all'inizio consistevano in tronchi o rami di alberi incavati a canale. Solo
la chiesa venne costruita di pietra; essa fu consacrata da Ugo, vescovo di
Grenoble, il 2 settembre 1085 e dedicata alla santa Vergine ed a san Giovanni
Battista. Alcuni affermano che codesto insieme di costruzioni si trovava nei
pressi dell'odierna cappella di san Bruno. Le celle davano in un corridoio
coperto, lungo circa 35 metri, che « giungeva quasi a piè della rupe » e
consentiva di accedere riparati alla sala capitolare, al refettorio e
soprattutto alla chiesa. In chiesa gli eremiti celebravano la messa conventuale
ed i giorni ordinari recitavano in comune Mattutino e Vespri; la domenica ed i
giorni festivi, l'intero Ufficio. In cella i giorni ordinari recitavano il
resto dell'Ufficio, si dedicavano all'orazione, alla lettura ed al lavoro
manuale che in quel tempo consisteva soprattutto nel collazionare o
trascrivere manoscritti, specialmente della Bibbia e dei Padri della Chiesa.
Ogni eremita faceva i pasti da solo; unicamente la domenica ed i giorni di
grandi feste si recava al refettorio ove, mentre la comunità si rifocillava,
uno degli eremiti leggeva qualche brano della Bibbia o dei Padri. I conversi
dimoravano parimenti entro i limiti del deserto, ma le loro abitazioni si
trovavano più in basso dei romitaggi. Spettavano ad essi i lavori esterni,
soprattutto quelli rustici, necessari al sostentamento della comunità.
Attendevano inoltre alla coltivazione dei campi, alla pastorizia, al taglio
della legna, all'esecuzione degli svariati lavoretti artigiani che la
difficile conservazione degli edifici esigeva. In una parola, proteggevano la
preghiera e la solitudine degli eremiti, pur conducendo anch'essi, a misura del
possibile, vita contemplativa. Mirabile solidarietà spirituale d'un gruppo d'uomini,
ugualmente accesi d'amor di Dio ed organizzantisi tra loro affinché dalle
loro vite associate derivasse la pura contemplazione. Sulla vita dei primi
Certosini ci sono giunti due preziosissimi attestati: uno proveniente da Guiberto
di Nogent; l'altro, da Pietro il Venerabile, abate di Cluny. Guiberto di Nogent
non ha mai visitato la Gran Certosa, ma ha appreso le notizie che trasmette da
testimoni diretti, ed il suo attestato è veridico. La Certosa ch'egli descrive
è quella del 1114; essa ha trent'anni di vita. Pietro il Venerabile invece scrive
verso il 1150, ma conosce la Certosa dal 1120: egli era allora Priore del
priorato benedettino di Domène, non lungi da Grenoble. In seguito è rimasto
in relazione epistolare molto amichevole coi Priori di Certosa; anche dopo la
sua partenza da Domène visitò più volte i suoi amici del deserto, dei quali
ammirava la vita. La sua testimonianza quindi è di poco posteriore a quella
di Guiberto di Nogent, ma è diretta e più personale. Ascoltiamo codesti
testimoni, uno dopo l'altro. Guiberto di Nogent descrive anzitutto li luogo
scelto da Bruno per suo romitaggio come « un ardua ed oltremodo orrida
prominenza, alla quale dava accesso una strada difficilissima e ben diversa
dalle altre ». Quindi prosegue: « La chiesa dell'eremo trovasi non lungi dalle
falde del monte; essa si prolunga in un insieme di costruzioni con pendio
leggermente sinuoso, in cui vivono tredici monaci, i quali hanno un chiostro
abbastanza confacente agli esercizi della vita cenobitica, ma non coabitano in
chiostro come gli altri monaci. Lungo il circuito del chiostro ognuno ha una
propria cella in cui lavora, dorme e fa i pasti. La domenica riceve dall'economo
il pane ed i legumi necessari per la settimana... Ricevono l'acqua potabile e
quella necessaria per altri usi dalla fonte mediante una conduttura che fa
il giro delle celle e per determinate aperture si riversa in ciascuna. Le
domeniche ed i giorni di festa solenne fanno uso di formaggio e di pesce; di
quest'ultimo, quando ne ricevono in dono da buone persone, dato che essi non ne
comprano... Quando bevono del vino lo tagliano con acqua di guisa che non dà
loro alcuna forza... a mala pena è migliore dell'acqua... I loro abiti sono
molto poveri... Si radunano nella chiesa a determinate ore, e non alle solite
come facciamo noi...». .... Essi sono governati da un Priore; il vescovo di
Grenoble, persona molto religiosa, fa loro le veci di abate... Coltivano poco
terreno a frumento, ma hanno numeroso gregge la cui vendita assicura il loro
sostentamento... Il luogo da essi abitato chiamasi Certosa... Un po' più
sotto di quella montagna vi sono alcune abitazioni per una buona ventina di
laici fedelissimi, che lavorano sotto la loro responsabilità. Ebbene detti
eremiti sono animati da tanto fervore per la vita di contemplazione abbracciata
da non desistere minimamente dalle osservanze proprie della loro istituzione,
né divenir tiepidi col pro-trarsi di quell'arduo genere di vita... Benché
siano poveri, possiedono nondimeno una ricca biblioteca: si direbbe che cerchino
di procurarsi con tanto maggior impegno il nutrimento che non perisce ma dura
per la vita eterna, quanto meno fanno uso di quello terreno ». La testimonianza
di Pietro il Venerabile conferma, quanto all'essenziale, quella di Guiberto di
Nogent: « In una regione della Borgogna, tra tutte le forme di osservanza
monastica della nostra Europa se ne pratica una che in santità e valore
spirituale supera molte altre; essa è stata istituita nel nostro tempo da
alcuni Padri, uomini eminenti, dotti e santi: maestro Bruno di Colonia, maestro
Landuino d'Italia ed alcuni altri veramente eminenti, come ho detto, e pieni di
timor di Dio... I loro digiuni sono quasi continui... Secondo l'antica usanza
dei monaci di Egitto, abitano sempre in celle separate, ove nell'osservanza
del silenzio non cessano di dedicarsi alla lettura, all'orazione, come altresì
al lavoro manuale, soprattutto alla trascrizione di libri. Al segnale dato
mediante la campana della chiesa recitano nelle proprie celle una parte della
preghiera canonica cioè: Prima, Terza, Sesta, Nona e Compieta. Per i Vespri e
Mattutino si radunano tutti in chiesa... Qualche differenza si ha in
determinati giorni festivi, nei quali fanno due pasti e, come i monaci che non
vivono da eremiti, ma da cenobiti, non solo cantano in chiesa tutte le Ore
canoniche ma anche fanno insieme, nessuno eccettuato, i pasti in refettorio:
uno dopo Sesta e l'altro dopo i Vespri... Essi sono molto raccolti, recitano
l'Ufficio con gli occhi volti a terra, il cuore fisso in Cielo, mostrando con la
gravità del contegno, il tono della voce, l'espressione del volto che tutto
in loro, sia l'interiore che l'esteriore, è assorto in Dio... I Certosini
praticano un grande disinteresse; né vogliono possedere qualcosa oltre i
limiti che si sono imposti » Una tradizione messa in luce da Mabillon riferisec
che Bruno amava di ritirarsi in un angolo solitario della vicina foresta e
meditare dinanzi ad un masso su cui ancor oggi si distingue una croce incisa
nella pietra... Da tutti codesti dati si ha la vivissima sensazione che vi fosse
una mirabile coincidenza tra il genere di vita monastica da Dio ispirato a Bruno
ed il sito di Certosa da questi scelto per mettere in atto tale disegno. Per chi
crede al valore dell'ispirazione detta coincidenza è veramente
provvidenziale. Se la sua esperienza di canonico di Reims si ritrova in certi
usi, se il suo soggiorno a Sèche-Fontaine e l'influsso di Ugo, vescovo di
Grenoble, lo hanno indotto ad adottare certe usanze benedettine, ed alcune particolarità
dell'osservanza o della liturgia provengono dall'Ordine di San Rufo ovvero da
altre Regole, il progetto di Bruno, tal quale appare fin dai primi tempi della
fondazione della Certosa, non ne risulta meno originale, nuovo, unico. Nella Mystica
theologia, composta al principio del XIII secolo da Ugo Certosino, detto
progetto trovasi nettamente tracciato; eccone le grandi linee - Bruno ed i
suoi compagni vogliono l'eremo. Un eremo i cui pericoli e gl'inconvenienti saranno
attenuati da elementi di vita cenobitica. E codesta parte di vita comune non è
una semplice concessione fatta alla fragilità della natura umana, bensì
costituisce un vero scambio spirituale ed umano. Una santa amicizia unisce tra
loro i membri del gruppo; amicizia che si allaccia tra forti personalità «
magnis, doctis, sanctis », di cui Bruno èin modo eminente il modello. Codeste
tre note distintive sembrano caratterizzare il Certosino tal quale Bruno lo
desidera: la contemplazione deve trovar alimento nella Sacra Scrittura e
nella Patrologia; la conoscenza della Scrittura e dei Padri dev'essere
stimolata dalla contemplazione. Conoscenza piena d'amore; amore che vuol esser
conoscenza. Il Certosino vive con lo spirito e col cuore il mistero di Dio. E ciò
in « grandezza »: nulla di meschino in tale vocazione, tutto è organizzato
affinché essa abbia quel carattere di assolutezza, di esigenza, di totalità,
di pienezza che dà vera statura morale all'homo Dei. Di qui l'importanza
del luogo, dato che una tal vita non può esser vissuta dove che sia; occorre
che la dimora stessa vi si presti. Il deserto è richiesto, come altresì la
separazione dal mondo, il ristretto numero degli eremiti, una ragionevole
proporzione tra « Padri » e « Conversi ».... Nel Delfinato l'ambiente di
Certosa offriva una possibilità rara, forse unica, di attuare senza alcun
compromesso detto ideale. In questa visione si avrebbe difficoltà ad ammettere
che Bruno ed i suoi compagni abbiano avuto una qualsiasi idea di fondare un
Ordine. No, essi fondavano un eremo, un eremo limitato, dalle esigenze
precise, dalle condizioni uniche e di cui potevano sperare che avrebbe durato
a lungo dopo la loro morte. Avevano una troppo viva coscienza dell'originalità
della propria istituzione (e soprattutto troppo risoluta era la loro volontà di
silenzio, d'umiltà, d'oblio e d'abnegazione) da pensar di propagarla
altrove e con altri uomini: del tutto estranea dalle loro menti era l'idea di
iterare nello spazio e soprattutto nel tempo l'esperimento da essi fatto. E non
era forse conveniente che la prima generazione di Certosini, e Bruno stesso,
vivessero e morissero senza alcun'altra intenzione che di vivere essi medesimi
da perfetti eremiti contemplativi, affinché il loro ideale fosse contrassegnato
da un'assoluta purezza? Alla loro morte, Dio, ma Dio, avrebbe fatto prendere
alle cose una piega diversa dalle loro previsioni... « Essi, affermano gli
storici recenti delle origirii dell'Ordine Certosino, erano andati a cercar
Dio solo nel deserto di Certosa. Non conoscevano l'opera che attraverso e
mediante essi preparava il Signore; a loro insaputa le persone, gli avvenimenti
e le cose modellavano l'organizzazione del loro genere di vita di guisa che
l'Ordine Certosino di poi nascesse da quel primo germe con la sua specifica fisionomia
». « Non pensavano, scriverà un giorno Don Le Masson, che il loro umile
genere di vita -vile suum pro positum, secondo l'espressione di Guigo -
era il ruscelletto destinato a divenire un gran fiume, o piuttosto non si
proponevano neppur la cosa, - imo nec de hac re cogitabant ». Si
vincolarono inoltre essi mediante « professione » formale, mediante voti?
Per quel che riguarda i primi tempi dell'Ordine la cosa non è chiara. Guigo I
nelle Consuetudines tratterà in modo definitivo nel capitolo XXIII della
professione del novizio. La formula dei voti, come altresì la cerimonia
stessa, sono d'una sobrietà e semplicità che colpiscono. Ecco anzitutto la
formula dei voti: « Io, fra N...., prometto stabilità, obbedienza e
conversione dei miei costumi, dinanzi a Dio ed ai suoi Santi e alle Reliquie di
questo eremo, costruito ad onore di Dio e della Beata sempre Vergine Maria e
del Beato Giovanni Battista: in presenza di Don N...., Priore ». Si riconosce
in essa la formula di professione monastica in quel tempo in uso da per tutto:
solo è stata soppressa la menzione della Regola di San Benedetto, ed il termine
« eremo » sostituisce quello di « monastero ». Un po' più oltre nel corso
della cerimonia il Priore benedice il neoprofesso prostrato ai suoi piedi; la
formula della benedizione risale a parecchi secoli avanti i primi Certosini ed
era usata da tutti i monaci. Per altro di grande interesse è la scelta di essa:
vi erano quattro o cinque formule di benedizione del neoprofesso; tra tutte, i
primi Certosini hanno adottato la sottoriferita che era la più ricca di testi
scritturistici, la più spirituale: in questo altresì si manifesta il loro
gusto fondamentale per la Bibbia, da noi già messo in risalto. Eccola codesta
formula di mirabile tonalità evangelica: « O Signore Gesù Cristo, che sei
la via per la quale sola si può giungere al Padre, noi supplichiamo la tua
benignissima clemenza di condurre per il sentiero della regolare osservanza
questo tuo servo che ha rinunziato ai desideri terreni. E poiché ti sei
degnato di chiamare (a Te) i peccatori dicendo: - Venite a Me, voi tutti che
siete gravati di oneri, ed Io vi consolerò -, fa' che egli presti ascolto a codesto
tuo invito sì che, deponendo il fardello dei propri peccati e gustando la tua
soavità, meriti il sostegno della tua consolazione. E come ti sei degnato di
affermarlo delle tue pecorelle, riconoscilo nel novero di esse, affinché
anch'egli ti riconosca in modo da non correr dietro ad altri né da prestare
ascolto alla loro voce, bensì alla tua che dice: - Chi mi vuol servire, mi
segua -. Tu che vivi e regni... ». Se al tempo di Bruno detta liturgia non
v'era ancora, da tutto quel che sappiamo da parte di Guigo e dalle Consuetudines
possiamo almeno esser sicuri che essa riflette fedelmente lo spirito di lui
e dei primi Certosini. Forse nella formula dei voti sarà stato di sfuggita
rilevato il titolo dell'eremo di Certosa: esso e stato « costruito ad onore di
Dio e della beata sempre Vergine Maria e del beato Giovanni Battista ».
Codeste semplici parole dicono molto riguardo alle profonde orientazioni della
spiritualità certosina: Dio... Maria sempre Vergine, perfetto modello dell'anima
unita a Dio... Giovanni Battista, il precursore, l'uomo del deserto per
eccellenza... Tali orientazioni provenivano direttamete dall'anima di Bruno. I
testi biblici e soprattutto il Vangelo di Nostro Signore si vedono d'altronde
affiorare in tutte le Anche
se non vengono citati alla lettera, s'intuisce dappertutto il loro spirito, la
loro ispirazione. E dato che Guigo nella sua opera intende « far conoscere »
unicamente « le costumanze » dell'eremo di Certosa, abbiamo in queste, come
sembra, un segno tangibile dell'attrattiva che la Sacra Scrittura esercitava
fin dall'origine dell'Ordine su Bruno ed i primi Certosini... Ricordiamo il Commento
dei Salmi e le sue frequenti allusioni alla vita contemplativa... Nelle Consuetudini
si ha il fenomeno inverso: la vita contemplativa viene incessantemente
messa in relazione coi sacri testi; ma in fondo il moto è lo stesso: il primo
Certosino vive, respira, agisce, si dona in un clima biblico: è l'ambiente
della sua anima. Abbiamo in precedenza avanzato l'ipotesi che ci sembrava più
verosimile riguardo al Commento dei salmi: se non è stato redatto in
Certosa, di certo vi è stato ripreso, corretto completato da Bruno. Osservando
lui ed i suoi primi compagni prender dimora e vivere nell'eremo di Certosa è
impossibile non ricordare certi passi di detto Commento, come ad esempio
la parafrasi, sobria nella sua lunghezza, del Salmo 118. La descrizione dei «
perfetti fedeli », di quegli « uomini che con tutto il cuore cercano Dio »,
« che purificano la loro via osservando le sue parole », le ardenti
invocazioni a Colui che « solo fa vivere », l'intenso sentimento di non essere
« che ospiti sulla terra », la gioia « d'aver scelto la via della verità »,
il desiderio di « correre per la via dei comandamenti », « di custodirli
sino alla fine », le fervide preghiere per « ottenere la grazia di Jahvè »,
per « approfondire le parole di Jahvè », la pienezza di appartenenza a Dio
solo, e tanti altri sentimenti: « Quanto amo la tua Legge! Essa è la mia
meditazione d'ogni istante»: tutto questo non è forse l'atmosfera della
primitiva Certosa? Il 9 dicembre 1086 fu giorno di gran soddisfazione per
Bruno ed i suoi confratelli. Detto giorno, in un sinodo tenuto a Grenoble, il
vescovo Ugo ufficialmente ratificava le donazioni fatte due anni prima dai
signori proprietari delle terre di Certosa: il documento non solo attestava che
i Certosini divenivano definitivamente padroni di quella proprietà, ma altresì
riaffermava, non senza solennità, lo scopo, la ragion d'essere dell'eremo: «
Per grazia della santa ed indivisibile Trinità misericordiosamente esortati
riguardo alla nostra salvezza, ci siamo ricordati dello stato dell'umana condizione
e degli inevitabili peccati di questa fragile vita...; abbiamo quindi
giudicato bene di liberarci dalle mani della morte, di scambiare i beni
terreni con quelli celesti, di procacciarci l'eterna eredità a costo di
periture possessioni, al fine di non esporci al duplice dispiacere di dover
subire e le miserie di questa vita e le tormentose pene dell'altra. « Per la
qual cosa abbiamo ceduto per sempre un vasto deserto a maestro Bruno ed ai
confratelli venuti insieme con lui in cerca di un luogo solitario per abitarvi
e consacrarsi a Dio: io, Umberto di Miribel col mio fratello Oddone e quanti
altri avevano qualche diritto sul predetto luogo, cioè: Ugo di Tolvon,
Anselmo Garcin; poi Lucia ed i suoi figli Rostagno, Guigo, Anselmo, Ponzio e
Boso, indotti a farlo per suggerimento e a istanza della loro madre; come
altresì Bernardo Lombard ed i figli; parimenti il signor abate del monastero di
La Chaise-Dieu, Seguino, con la sua comunità hanno ceduto ai predetti eremiti
ogni diritto che potevano avere su quelle terre ». Dopo aver descritto con
precisione tutta notarile i limiti della proprietà ceduta, il documento così
prosegue: « Se poi qualche persona potente o no cercherà di annullare in
qualche modo tale donazione, quale rea di sacrilegio sia separata dalla
comunione dei fedeli... per essere bruciata tra le fiamme dei fuoco eterno,
qualora non abbia degnamente riparato il danno causato. « Il predetto luogo
cominciò ad essere abitato... da maestro Bruno e dai suoi confratelli l'anno
1084 dall'Incarnazione del Signore e quarto dell'episcopato del Signor Ugo di
Grenoble, che insieme con tutto il suo clero approva e conferma la donazione
fatta dalle sunnominate persone, e, per quel che riguarda sé stesso, cede
del tutto ogni diritto che potrebbe avere su quella proprietà ». Dopo aver
enumerato i « testimoni » dell'atto, il documento termina con l'indicazione
del tempo in cui venne steso: « La presente Carta è stata letta a Grenoble
nella chiesa della beata e gloriosa sempre Vergine Maria, la feria quarta
della seconda settimana di Avvento, in presenza del predetto Signor Ugo,
vescovo di Grenoble; dei suoi canonici e di molte altre persone, sia sacerdoti
che semplici menbri del clero, celebranti il santo sinodo, il quinto giorno
precedente le idi di dicembre » Detta Carta di donazione del 1086 manifesta la
benevolenza e la generosità del vescovo Ugo nei riguardi dei primi Certosini.
Tale amicizia non venne mai meno; e l'influsso di lui non solo sullo stabilirsi
degli eremiti in Certosa, ma anche sui primi quarantotto anni dell'Ordine fu
considerevole. Influsso eminentemente umano, a base di ammirazione e d'affetto,
ancor più che di autorità canonica... Egli aveva 32 anni di età e 4 di
episcopato allorché Bruno coi suoi compagni giungeva a Grenoble. Aveva fatto
tutto il possibile per sfuggire alla dignità episcopale, per la quale il
Legato Ugo di Die lo aveva segnalato e designato; ma infine aveva dovuto sottomettersi:
lo stesso Ugo di Die gli aveva conferito tutti gli Ordini, salvo l'episcopato.
Il giovane vescovo di Grenoble veniva consacrato a Roma dal Papa Gregorio VII
nell'aprile o nel maggio del 1080... Subito dopo aver preso possesso della sede,
egli, conforme alle dirittive del Legato Ugo di Die, intraprendeva la lotta
contro gli abusi che rovinavano la diocesi ed il clero di Grenoble. Lotta
severa, spossante, che ridesta nel suo cuore il desiderio avuto in precedenza
di abbracciare la vita monastica. Sicché un bel giorno si ritira nell'abbazia
di La Chaise-Dieu, donde solo un ordine formale di Gregorio VII potrà trarlo
fuori... Ma dopo il suo ritorno a Grenoble il gusto della vita monastica non
lo abbandonerà: e benché avesse sperimentato unicamente il cenobitismo
benedettino dell'abbazia di La Chaise-Dieu, di primo acchito riconobbe in Bruno
un fervore, un ideale, un amore di Dio, una grazia che attirarono la sua anima
e lo fecero saldamente aderire alla sua intrapresa. Venti anni di età separavano
Ugo da Bruno: nondimeno tra i due uomini si strinse quella profonda amicizia che
solo è nota ai cuori dei veri uomini di Dio. Nella Vita di sant'Ugo
Guigo scriverà: « Ipso (Hugone) consulente, juvante, comitante, Carthusiae
solitudinem (Bruno et socii eius) intraverunt atque exstruxerunt... ». Bisogna
considerare attentamente ognuna di tali parole: nei riguardi dei primi
Certosini Ugo adempì l'ufficio di consigliere, di aiuto (che soccorre e cerca
di soddisfare), di compagno (che unisce la sua alla sorte di colui o di coloro
che accompagna). Ed adempi tale ufficio non solo al momento del loro arrivo
nell'eremo di Certosa, ma anche per tutta la durata della presa di possesso,
dell'organizzazione, dell'ordinamento delle costumanze e delle regole: «
exstruxerunt ». Ugo prendeva piacere nel recarsi da Bruno in Certosa, nel
conversare con lui, lasciarsi da lui formare e rimanere in sua compagnia. Né
capitava di rado, a, detta di Guigo, che Bruno stesso dovesse in certo qual
modo « mandarlo via » (compelleret exire) dal deserto: «Andate, dicevagli,
andate alle vostre pecorelle e soddisfate ai vostri obblighi nei loro riguardi
». Durante i quasi cinquant'anni d'episcopato Ugo fu dunque fedele ai
Certosini. In seguito alle sue istanze tra il 1121 ed il 128 Guigo, quinto
priore di Certosa, redasse le Consuetudines: e nel corso del lavoro la
presenza di lui, che aveva conosciuto Bruno, Landuino, Pietro di Béthune e
Giovanni di Toscana, creo come un flesso di continuità estremamente prezioso;
essa a così dire garantiva la fedeltà dell'Ordine al pensiero primigenio di
Bruno. « Fino alla morte, scriverà Guigo, Ugo non cessò di favorire coi suoi
consigli e benefici gli eremiti di Certosa ». Un manoscritto anonimo della
Certosa di Mont-Dieu, che rispecchia la tradizione del secolo successivo alla
morte di Ugo (+1132), presenterà questi così: « Vere dici potest et domus
et Ordinis Cartusiensis patronus atque fundator, et quamvis non primus,
tamen quodammodo institutor... Si può veramente affermare ch'egli fu il patrono
ed il fondatore sia dell'eremo di Certosa che dell'Ordine Certosino, e, sebbene
non ne abbia avuto l'iniziativa, tuttavia ne fu in certo qual modo l'istitutore
». Guiberto di Nogent (+1124) aveva persino usato un'espressione più
ambigua: « Vices autem abbatis ac provisoris Gratianopolitanus episcopus...
exsequitur ». Detto « ufficio di abate » non va preso in senso giuridico
o canonico; avendo i Certosini solo priori e non abati, l'immagine è stata
suggerita a Guiberto dall'estrema dedizione di Ugo nei riguardi dei Certosini.
Per ben rendere il suo pensiero bisognerebbe tradurre: « fece loro le veci di
abate, di provveditore e protettore ». Tutti codesti termini sono eccessivi
unicamente perché vogliono esprimere una realtà per la quale il linguaggio
ordinario manca di parole esatte: nei riguardi della Certosa Ugo ha agito come
se ne fosse il patrono, il fondatore, l'istitutore, l'abate, il
provveditore... Ciò dimostra in qual clima spirituale ed umano Bruno ed i suoi
compagni vissero i primi anni di Certosa. La loro era innegabilmente una felice
riuscita nel senso provvidenziale del termine: l'intenzione di Bruno, le
vocazioni personali e fin l'intimo desiderio di Ugo di Grenoble, tutto ciò
sembrava attuarsi in una perfetta convergenza. Bruno poteva credere di esser
finalmente giunto al porto al quale tendeva la sua anima. Per sei anni condusse
quella vita, apparsagli come la più pura, la più santa, la più votata a Dio
ed altresì la più efficace in un mondo in cui la stessa Chiesa
istituzionale, troppo impegnata in interessi politici e temporali, andava corro
pendosi. Egli pensava di aver definitivamente tro~ato in Certosa quella
solitudine con Dio, da lui con iderata quale preludio dell'eterna visione
beatiLa gente del Delfinato non s'ingannò riguardo alla spirituale importanza
di quanto avveniva in Certosa. « In detti primordi, scrive uno storico del
XVII secolo, quei santi forestieri vennero chiamati eremi-ti; ed il loro capo,
l'eremita per eccellenza. Il suo arrivo nella suddetta regione vi ha anzi
inaugurato una nuova epoca; alcuni atti di quell'anno non recano altra data
che la seguente: l'anno in cui è giunto l'eremita ». Dio stava
per insegnare a lui, ed avrebbe insegnato a noi attraverso gli avvenimenti
della sua vita, che vi è una solitudine ancor più profonda di quella del
deserto...: la solitudine dell'obbedienza e del dono di sè a persone che non
abbiamo scelto, ma che Dio ha scelto per noi... « Un altro ti cingerà e ti condurrà
dove non vorrai »: la parola di Gesù a san Pietro si sarebbe avverata per
Bruno.
6.
SOLITUDINE ALLA CORTE PONTIFICIA DI URBANO Il
Il
25 maggio 1085 il papa Gregorio VII si spegneva. Nonostante tutte
(San
Bruno che dorme: Serra San Bruno: Santa Maria)
le
fatiche e le lotte sostenute, egli lasciava la Chiesa in uno stato doloroso ed
assai angoscioso. Guiberto, arcivescovo deposto di Ravenna, era stato elevato
in modo illegittimo al seggio di Pietro sotto il nome di Clemente III
dall'imperatore di Germania Enrico IV; contro il Papa legittimo egli disponeva
della potenza militare dell'impero. Prima di morire Gregorio VII aveva radunato
i cardinali ed un certo numero di vescovi rimastigli fedeli e li aveva
supplicati di scegliere, quale suo successore, un uomo che per carattere e
virtù fosse in grado di continuare la necessaria riforma interna della Chiesa e
di resistere alle pressioni dell'antipapa. Egli persino suggeri loro tre nomi:
Desiderio, abate del monastero di Montecassino, Ottone, vescovo di Ostia, ed
Ugo, arcivescovo di Lione. Venne eletto Desiderio, abate di Montecassino, il 24
maggio 1086. Dopo aver egli rifiutato per un anno la tiara, finalmente il 9
maggio 1087 fu consacrato e prese il nome di Vittore III. Ma il 16 settembre dello
stesso anno papa Vittore spegnevasi a Montecassino, ove i successi di Enrico
IV e di Guiberto lo ave vano costretto a rifugiarsi. A causa delle agitazioni
provocate dai partigiani dell'antipapa il sacro Collegio si riunì a Terracina,
che allora apparteneva alla Campania, e diede Eudes (o Oddone, o Ottone) di Chàtillon-sur-Marne
in Champagne, della famiglia dei Lagerii, quale successore a Vittore III: era
il 12 marzo 1088. Eudes prese il nome di Urbano Il. Tale elezione riguardava
Bruno personalmente. Urbano Il, nato verso il 1040, aveva fatto gli studi a
Reims, al termine dei quali erasi risolto a prendervi dimora. Nel 1064 venne nominato
arcidiacono della Chiesa remese e poco dopo canonico della cattedrale. Tra il
1073 ed il 1077 lasciò Reims per entrare nell'abbazia di Cluny; pertanto visse
in detta città una ventina di anni. Vent'anni, durante i quali fu dapprima
allievo di maestro Bruno, poi suo confratello nel capitolo metropolitano
avanti di consacrarsi a Dio, come lui, nella vita monastica... Tale incontro e
stretta affinità spirituale tra Eudes e Bruno avranno, come vedremo fra breve,
importantissime conseguenze sul destino di Bruno, se non della Certosa. Fin
dalla sua elezione Urbano Il risolse di circondarsi di persone sicure, di cui
conosceva la perfetta fedeltà alla Chiesa ed all'opera intrapresa da Gregorio
VII, e di associarle altresì al governo della Chiesa. Prima d'ogni altro
invitò l'abate stesso del monastero di Cluny, Ugo, a venire a visitarlo. La
lettera d'invito è commovente; e nessun documento ufficiale potrebbe farci
conoscere lo stato della Chiesa meglio di codesta confidenza di Urbano Il al
suo padre nella vita monastica: « Ho assentito, dice il Vicario di Cristo, alla
mia elezione non per ambizione né per desiderio di qualche dignità... ma perché,
qualora nelle presenti circostanze non avessi secondo le mie possibilità
prestato aiuto alla Chiesa in pericolo (periclitanti Ecclesiae), avrei temuto
di offender Dio... Prego te, che desidero tanto di rivedere, se hai per me un
po' di tenerezza, se serbi ricordo del tuo figlio e discepolo, di voler
consolarmi con la tua presenza ché molto lo desidero e, se mai fosse possibile,
di visitare la tua santa madre Chiesa romana con una tua venuta, per noi molto
desiderabile. Ma nel caso che non fosse possibile non ti rincresca di mandarci
alcuni dei tuoi figli e miei confratelli, nei quali possa vederti, riceverti,
riconoscere la tua voce che mi consoli tra le immense perturbazioni in cui mi
trovo; i quali mi rendano presente la tua carità e la vivezza del tuo
affetto, ed altresì mi facciano sapere come stai e come vanno le cose della
nostra Congregazione. Ti prego di ricordare a tutti i nostri confratelli
d'innalzar preghiere alla clemenza di Dio onnipotente finché si degni di
restaurare nel pristino stato noi e la sua santa Chiesa che vediamo soggiacere
a sì grandi pericoli ». Ugo, abate di Cluny, rispose all'invito del suo figlio;
per altro il Vicario di Cristo non lo sottrasse alle sue responsabilità
monastiche, bensì chiese poco dopo all'abbazia di Montecassino il monaco Giovanni
che nominerà cardinale-vescovo di Tusculo e cancelliere di santa romana
Chiesa. Così durante tutto il suo pontificato Urbano Il chiamerà presso di sé
una quindicina di monaci ai quali con la porpora cardinalizia conferirà altresì
l'autorità. Tra questi, nel 1096, Alberto, religioso del monastero di San
Savino di Piacenza; Milone, monaco del convento di Saint-Aubin d'Angers, ecc...
Nondimeno sembra che nelle sue scelte papa Urbano si abbia imposto una regola di
prudenza: d'ordinario non togliere agli Ordini religiosi l'abàte, il
superiore che li mantiene nel fervore e nell'osservanza della regola; così che
quando con una lettera spedita da Capua e recante la data del 1° agosto 1089
chiama presso di sé Anselmo, abate del monastero di Le Bec, lo prega di
condurre con sé « un religioso della sua abbazia, se ve ne sia qualcuno di cui
sia sicuro che possa esser utile al Sommo Pontefice »; inoltre gli rende noto
fin da quel momento che un allievo di Roma, fattosi monaco nell'abbazia di Le
Bec, dovrà esser rinviato a Roma « prima della Quaresima dell'anno seguente
». Anselmo quindi potrà far ritorno alla sua abbazia Tal modo di procedere
potrebbe forse spiegare, almeno in parte, l'operato di Urbano Il nei riguardi
di Bruno. In ogni modo, Bruno un giorno del tutto inaspettatamente venne a
sapere che anch'egli era chiamato a Roma dal Vicario di Cristo, e non solo per
starvi qualche tempo, ma per prendervi dimora. Nella sua sobrietà la Cronaca Magister
riferisce la cosa in modo ben chiaro: « Maestro Bruno... abbandonato il
mondo, fondò l'eremo di Certosa e lo governò per sei anni. Per ordine formale
di papa Urbano (cogente papa Urbano), di cui un tempo era stato maestro, si re
cò nella curia romana al fine di esser di sostegno allo stesso Papa e di
giovargli coi suoi consigli negli affari ecclesiastici » Quando e come giunse a
Bruno l'ordine del Vicario di Cristo? Per determinarne il tempo non abbiamo
che due punti di riferimento della Cronaca Magister: Bruno rimase « sei
anni nell'eremo di Certosa », e morì « circa undici anni dopo la partenza
da detto eremo ». Nonostante codesti due dati precisi, il tempo della
recezione dell'ordine del Papa, che desidereremmo conoscere, rimane un po vago:
senza determinare in quale degli ultimi mesi del 1089 o dei primi dell'anno
successivo, possiamo asserire che quell'ordine fu ricevuto « sei anni dopo
l'arrivo di Bruno nell'eremo di Certosa » e « undici anni prima della sua
morte ». Gli storici evidentemente han cercato di precisare; è stata
avanzata un'ipotesi assai interessante, dato che ben collima con un insieme
difatti certi, alla quale volentieri aderiremmo. Come abbiamo già visto,
Urbano Il più volte chiamò presso di sé grandi personaggi al fine di
valersi dei loro consigli. Così fu di Rinaldo du Bellay, arcivescovo di Reims,
che nel maggio del 1089 parti per Roma, invitato dal Vicario di Cristo. Orbene
Rinaldo era stato eletto alla Per qualche tempo egli rimase presso il Papa, nel
1089 assisté al Concilio di Melfi ed il 25 dicembre dello stesso anno ricevé
dal Sommo Pontefice importanti privilegi in virtù dei quali gli erano conferiti
il pallio, il primato della seconda provincia ecclesiastica belga, ed alla sède
arcivescovile di Reims veniva confermato il diritto di consacrare i Re di
Francia. Dopo le feste natalizie, Rinaldo ripartì per la sua diocesi. Non
sarebbe forse stato lui incaricato di trasmettere a Bruno l'ordine di recarsi
a Roma? Di Bruno non aveva potuto non parlare con Urbano Il. Nei colloqui
tra codesti due uomini che discutevano dello stato della Chiesa di Francia,
delle riforme da introdurre e soprattutto di persone sante e coraggiose da
trovare e porre a disposizione del Papa legittimo, potevano non esser ricordati
il nome di Bruno, la fondazione di Certosa, il compito di spirituale
elevazione che quell'eremo ogni giorno maggiormente assolveva? Tanto più che
l'uno e l'altro erano stati discepoli di Bruno e serbavano un vivissimo
ricordo degli avvenimenti di Reims... D'altro canto il Papa ed il vescovo ben
ponderavano la gravità della risoluzione: sottrarre Bruno a quell'esperimento
spirituale non era forse troncare per sempre l'iniziativa sorta da poco e sì
ricca di promesse? Finalmente sua santità erasi risolto di correre detto
rischio... Ma si può supporre che, invece di trasmettere l'ordine mediante un
messo anonimo, per deferenza verso il suo maestro d'un tempo abbia preferito
farglielo giungere per il tramite di un comune amico che inoltre assumeva nel
Regno - ed il Papa ve lo aveva confermato col memorato privilegio del 25
dicembre - una delle più alte cariche ecclesiastiche... Se tale ipotesi fosse
accettata, l'ordine degli avvenimenti verrebbe stabilito in modo abbastanza
probabile: dopo le feste natalizie, Rinaldo lascia Roma, latore dell'ordine,
ancora segreto, di Urbano Il a Bruno. Tale viaggio invernale, attraverso regioni
di cui talune infestate dai partigiani dell'antipapa Guiberto, doveva richiedere
circa quattro settimane. Verso la fine di gennaio del 1090 egli sarebbe giunto a
Grenoble ed avrebbe trasmesso a Bruno l'ordine di partire per l'Urbe. E’
questa una semplice ipotesi, resa, per altro, almeno verosimile dalla sua
connessione con gli avvenimenti. Stando alle scarne frasi della Cronaca Magister,
potrebbesi supporre che la partenza di Bruno sia avvenuta nel modo più
semplice. Ma, se da parte di lui l'obbedienza fu completa ed incondizionata una
volta venuto a conoscenza dell'ordine di Urbano Il, difatto la nuova provoco nel
gruppo degli eremiti che vivevano con lui un grandissimo sgomento. Come
concepire il deserto di Certosa senza la presenza di colui che ne era l'anima?
Essi quindi risolsero di porre termine al loro esperimento e di separarsi abbandonando
l'eremo. Alla fin fine, in un tempo in cui la vocazione eremitica era in auge,
non mancavano esempi di eremiti che mettevano termine alla loro vita solitaria
col ritornar ciascuno al proprio stato anteriore ovvero con l'associarsi del
gruppo a qualche vicina abbazia. Indarno Bruno si sforzò d'impedire quel
gesto di scoraggiamento; la risoluzione venne presa: gli eremiti si sarebbero
separati. Di tale dispersione abbiamo una prova incontestabile nella lettera
di Urbano Il e nell'atto giuridico di Seguino di cui fra poco parleremo; e
siamo non meno certi che giunse fino all'abbandono dell'eremo. Il tempo
stringeva. Dato che i suoi confratelli erano risoluti a non continuare senza di
lui l'esperimento di Certosa, a Bruno rimaneva da regolar prima della
partenza le questioni di proprietà. Col consenso di Ugo, vescovo di Grenoble,
che aveva giurisdizione sulle terre di Certosa, si risolse di rimettere la
proprietà all'abbazia di La Chaise-Dieu nella persona del suo abate Seguino. Il
nome di questi non si trovava forse tra quelli dei donatori sulla Carta del
1086, e non era forse lui il solo donatore « ecclesiastico »? Era naturale che
quelle terre monastiche facessero ritorno ad un monastero. Inoltre alle porte
del Massiccio di Certosa il priorato del Mont Cornillon dipendeva dall'abbazia
di La ChaiseDieu: ovviamente detto priorato si sarebbe annesso le terre
dell'eremo. Bruno stese dunque l'atto di cessione. Lasciando Grenoble,
Rinaldo, di cui si è detto, doveva recarsi all'abbazia di La Chaise-Dieu, sita
a una trentina di chilometri a nord di Le Puy, per chiedere al celebre e
fervente monastero che cedesse alcuni religiosi all'abbazia di San Nicasio di
Reims, molto bisognosa di riforma. Ugo di Grenoble accompagnò Rinaldo, al
fine di presiedere di persona alla commissione che avrebbe ratificato il dono
che Bruno faceva della Certosa a Seguino... Non è escluso d'altronde che
Bruno abbia partecipato al viaggio forse, anche Guglielmo, abate del monastero
di Saint-Chaffre. Codesto momento della vita di Bruno è forse quello in cui
maggiormente rifulge la sua spirituale grandezza. Poiché di che cosa alla fin
fine trattasi per lui se non di sacrificare ciò a cui aveva tutto sacrificato
e di ritrovare tutto ciò a cui aveva rinunziato? Quella dine di Certosa,
ottenuta a costo di tanta te~acia, di azienza, di consapevoli rinunzie, e nella
finalmente trovato ciò che costituiva 1 più profonda aspirazione della sua
anima: il cast amor di Dio; quello spirituale esperimento che se brava in ogni
maniera favorito da Dio e dar mira ili frutti di santità, ecco che da un ordine
del Papa repentinamente veniva ridotto a nulla. E bisognava ch'egli movesse
verso quella Corte romana ove avrebbe ritrovato - ed ancor più gravosi - tutte
quelle preoccupazioni, tutti quei pericoli, tutto quell'insieme d'intrighi che
aveva fuggito con l'allontanarsi da Reims. Avessero almeno i suoi amici, i
suoi confratelli accondisceso a continuare l'esperimento, o se non altro a
tentar di continuarlo! E invece, lui partito, essi volevano abbandonar
l'eremo: nel momento supremo del suo proprio sacrificio la brusca evidenza che
il piccolo gruppo, anche nel suo ammirevole sforzo di distacco dal mondo, aveva
serbato una punta di viva adesione ad esso fu certamente per Bruno
un'occasione di umiliarsi piuttosto che una consolazione. In tal modo egli
veniva a trovarsi di fronte al totale sacrificio del suo disegno iniziale, per
il quale aveva tanto lottato. Ormai egli aveva superato la sessantina...
L'eremo di Certosa - questo « frutto » del suo amore per Dio, questa realtà
da lui concepita, formata, costituita, organizzata per offrirla al Signore in
sacrificio di lode - per ordine della Chiesa, per ordine di uno dei suoi
discepoli d'un tempo divenuto Papa, era annientato! Nella vita di non pochi
santi, soprattutto in quella di santi che hanno istituito qualcosa per la
gloria di Dio, sovente scocca l'ora in cui Dio stesso chiede ad essi in un atto
di obbedienza o di fede - in fondo non è forse la medesima cosa, il medesimo
profondo moto del cuore? - di sacrificare la propria opera. Ora patetica e
dolorosa; ora nondimeno suprema, in cui l'anima, se consente, trovasi come costretta
ad accedere al più alto vertice della fede, della speranza e della carità: per
essa più non vi èche Dio solo, raggiunto nella sua trascendenza, nella sua
assoluta indipendenza, amato puramente perché è Dio. Di fronte a simili
immolazioni si è soliti ricordare Abramo nell'atto di sacrificare con le
proprie mani Isacco, figlio della Promessa. L’immagine corrisponde a realtà.
Nessun
dubbio che nell'atto di obbedire Bruno abbia avuto ad un tempo coscienza sia
di aver fatto qualcosa di grande
per Iddio, d'aver istituito un genere di vita ricco di promesse per la riforma
della Chiesa, dell'anninto della sua opera a causa della propria
partenza dall'eremo di Certosa. Or ecco che i compagni dispersi si
ravvedono e, riflettendo meglio sui consigli di Bruno, cominciano a dubitare
della sensatezza della propria risoluzione. Riprendono contatto dapprima tra
loro e poi tutti insieme con Bruno, o che questi abbia atteso nelle vicinanze
della Certosa che Ugo di Grenoble facesse ritorno dall'abbazia di La
Chaise-Dieu, o che lo abbia accompagnato fino a detta abbazia da Seguino.
Bruno ed i suoi figli riconsiderano quindi lo stato di cose. Egli non ha
cambiato idea: consiglia ai compagni di rimanere in Certosa, di continuare il
loro comune esperimento spirituale; da Roma resterà ad essi fedele, li aiuterà
coi propri consigli e la sua amicizia; e, dopo tutto, chi sa, può darsi che un
giorno le mutevoli circostanze gli consentiranno di far ritorno!... Lo stato
di cose si capovolge. Il consiglio di Bruno viene accettato, la comunità si
ricompone, egli le dà un nuovo Priore nella persona di Landuino. Si presenta
allora un problema assai grave: il gruppo di solitari non è più proprietario
dell'eremo di Certosa. Ora, detto diritto di proprietà che assicura il
sostentamento e l'indipendenza degli eremiti, è indispensabile perché essi
possano riprender il loro genere di vita. Bruno fa quindi premura a Segnino
per la retrocessione delle terre. Passo che per lui non andava esente da un po'
di umiliazione: se la sua fermezza nei propositi era indiscussa ed incontestata,
codesto tornare indietro poteva significare, per chi mal conosceva la vita
intima del gruppo, una certa incostanza negli eremiti e soprattutto una totale
incertezza riguardo all'avvenire della fondazione. Secondo l'ordine degli
avvenimenti da noi adottato per ipotesi, Bruno parti per Roma nel febbraio
del 1090 e di certo viaggiò in compagnia dell'amico Guglielmo, abate del
monastero di Saint-Chaffre, che anch'egli recavasi a Roma per affari della sua
abbazia. In detto viaggio l'anima di Bruno era dominata da non poche e gravi
apprensioni. Il gruppo, ncostituitosi per suo desiderio e col suo
incoraggiamento, avrebbe perseverato? Landuino sarebbe stato pari
all'ufficio di priore? Quale accoglienza avrebbe fatto l'abbazia di La
Chaise-Dieu alla richiesta di retrocessione? E, quanto a se stesso, l'incertezza
della propria sorte non era meno dolorosa: certo, egli era ben risoluto a
sollecitare da Urbano Il il permesso di far ritorno appena fosse possibile
all'eremo di Certosa od almeno alla solitudine. Ben risoluto altresì, qualunque
fosse il proprio destino, a ricostruirsi nella sua nuova esistenza una
solitudine ed a vivere da eremita a misura del possibile fin nella Corte
pontificia. Ma nel caso che il Vicario di Cristo gli avesse imposto, come aveva
imposto ad altri, un vescovato od anche lo avesse elevato al cardinalato, nelle
difficoltà in cui versava allora la Chiesa avrebbe egli avuto il diritto di
esimersi? In una parola, egli lasciava dietro di sé qualcosa di prezioso, ma
fragile; e a sé l'orizzonte era del tutto coperto. Tali incertezze, dopo i
sei anni di pace, di silenzio, d'amicizia in Certosa dovevano gravare pesantemente
sul cuore di Bruno... Senza dubbio egli giunse a Roma nel marzo del 1090. La
cosa è anzi certa se si ammette che viaggiò con Guglielmo, abate del
monastero di SaintChaffre, poiché il privilegio che questi veniva a sollecitare
gli fu concesso in data 1 aprile 1090; e - sorprendente coincidenza - un ampio
privilegio confermante tutti i diritti e privilegi della Chiesa di Grenoble
reca quella stessa data: Bruno e Guglielmo non sarebbero forse stati per tale
pratica i messi di Ugo di Grenoble? Ecco, dunque, verso la primavera del 1090
Bruno nella Corte papale. Prima di seguirlo in questi nuovi avvenimenti
diciamo qualcosa dell'accoglimento della richiesta di retrocessione delle terre
di Certosa da lui fatta a Seguino. Sembra che le cose si svolgessero con minor
sveltezza di quanto Bruno non sperasse: Seguino e può darsi anche Ugo di
Grenoble volevano forse prender tempo per porre un nuovo atto giuridico di
trapasso della proprietà di Certosa? Certo è che Bruno giudicò prudente far
intervenire Urbano Il in detta pratica. In data che sfortunatamente ignoriamo,
ma che va posta tra il marzo e l'agosto del 1090, sua santità scrisse a Seguino
la lettera seguente: « Urbano vescovo, Servo dei servi di Dio, al carissimo
figlio Seguino, abate del monastero di La Chaise-Dieu, ed a tutta la sua comunità
salute ed apostolica benedizione. « Coloro che per obbedienza alla Chiesa romana
si sobbarcano a fatiche conviene che vengano altresì risollevati con l'aiuto
della Chiesa romana. Avendo noi chiamato al servizio della Sede Apostolica
Bruno, nostro carissimo figlio, non possiamo permettere, perché non lo
dobbiamo, che per essere egli venuto da noi il suo eremo soffra qualche danno.
Pertanto vi preghiamo, carissimo, e pregandovi vi comandiamo di rimettere detto
eremo nella sua primiera immunità. Vogliate altresì per amor nostro restituire
l'atto di cessione dell'eremo che il predetto nostro figlio Bruno ha redatto
di propria mano in vostro favore al momento della dispersione dei suoi
confratelli, affinché il memorato eremo sia nstabilito nella libertà di
prima. Al presente i fratelli, che si erano dispersi, obbedendo alla divina
ispirazione sono infatti ritornati ed altro non desiderano che di
perseverare nella loro vocazione nel medesimo luogo. Pertanto, dopo il
recapito della presente non differite oltre trenta giorni la restituzione
dell'atto summenzionato per il rispetto dovuto ai nostri ordini ». La lettera
di Urbano Il superava in importanza il semplice trasferimento di un diritto di
proprietà: ess costituiva la prima approvazione pontificia dei Certosini e
ribadiva un punto che sempre era sembrato a Bruno essenziale al suo disegno:
la totale indipendeza dei suoi eremiti da qualsiasi patronato vescovo. abbazia
o Drincifle Che cosa fece Seguino? Un passo della Cronaca Laudemus attesta
la sua pronta e premurosa obbedienza: « L'abate Segnino, ricevuto l'ordine di
Roma, di buon grado e con gioia obbedì, restituendo a maestro Landuino ed ai
suoi compagni liberamente e libera da ogni impegno la proprietà di Certosa ».
L'originale dell'atto di retrocessione trovasi ancora nell'archivio dell'Isère
e reca la data del 17 settembre 1090. Eccolo nel suo tenore originale: Io, Fra
Seguino, abate del monastero di La Chaise-Dieu, desidero che sia noto ai
presenti ed ai posteri che Fra Bruno, quando da papa Urbano venne chiamato a
Roma, vedendo che l'eremo di Certosa veniva lasciato in abbandono con
l'allontanarsi dei confratelli a motivo della sua partenza, fece dono di detto
eremo a me ed alla Comunità affidatami. Tuttavia di poi a richiesta del nostro
Padre il papa Urbano e per le istanze del memorato Fra Bruno (a me fatte), dopo
aver egli, loro Priore, molto esortato i suoi confratelli a rimanere in quel
luogo, io, Fra Seguino, abate del suddetto monastero di La Chaise Dieu, col
consenso dei miei Religiosi, ho rimesso a Fra Landuino - preposto agli altri
eremiti da Maestro Bruno alla sua partenza - come altresì a tutti i Religiosi
suoi sudditi ed ai loro successori il dono fattomi nel Capitolo dell'abbazia da
Bruno dinanzi alla Comunità affidatami ed in presenza di Ugo, vescovo di
Grenoble. Per essi ed i loro successori ho affrancato da qualsiasi dominio la
proprietà di Certosa, affinché possano goderne come desiderano e l'ho
rimessa in loro pieno potere. L'atto da Bruno per noi redatto non è stato
restituito perché ricercato sotto pena d'interdetto dai miei confratelli in
Capitolo non si è riusciti a trovarlo. Ma qualora lo si trovasse, apparterrà
ad essi di diritto. Il presente documento è stato redatto nell'anno 1090
dall'Incarnazione del Signore, il quindicesimo giorno precedente le calende di
ottobre. Io, Seguino, abate del monastero di La Chaise-Dieu, ho sottoscritto
questa Carta e vi ho apposto il mio sigillo in presenza di Ugo, arcivescovo di
Lione ». Conveniva citare la lettera di Urbano Il e l'atto di Seguino, poiché,
tenuto conto dei modi di esprimersi ufficiali o giuridici stereotipati, non
manifestano forse un certo malessere? In altri termini, la cessione delle
terre di Certosa fatta da Bruno al tempo della dispersione dei suoi
confratelli non è stata forse giudicata troppo affrettata, troppo radicale ed
certo qual modo anche imprudente dai suoi amici? E Seguino non ha forse agito
con una certa lentezza - che non era necessariamente malumore di proprietario
deluso, ma semplice reazione di amministratore paziente - nel restituire
quanto gli era stato poco prima donato? Urbano Il per giustificare il suo
intervento adduce l'invito da lui fatto a Bruno ed in certo qual modo si addossa
la responsabilità dell'atto di cessione e ne scusa la fretta. Seguino insiste
con forza, e per ben due volte, sulla donazione fattagli in perfetta regola da
Bruno, come se volesse ipotecare il futuro, nel caso in cui l'eremo un giorno
venisse di nuovo a cessare. E l'atto di cessione, nondimeno recentissimo, che
nessun dei monaci radunati in capitolo riesce a rinvenire?... Tutto codesto
insieme di cose crea un clima d'incertezza, di riserva... E assai evidente che
Seguino obbedisce meno alla richiesta di Bruno che all'ordine formale di papa
Urbano; e, pur obbedendo si prepara l'avvenire: codesto gruppo di eremiti, se un
giorno il loro maestro non farà ritorno, non si estinguerà forse da sé,
ovvero non chiederà cqme tanti altri di associarsi alla potente abbazia
vicina?... Nel settembre del 1090 ecco dunque ripristinato l'eremo di Certosa.
Bruno è lontano, ma non assente... Fra una decipa di anni si potrà anzi
rilevare il fervore, l'unità del gruppo, la fedeltà di Landuino e l'intensità
dell'invisibile presenza di Bruno tra i suoi figli di Certosa. Che cosa era
avvenuto di Bruno nelle poche settimane trascorse dal suo arrivo nell'Urbe?
Egli aveva, trovato Urbano Il alle prese con una situazione politica non poco
ingarbugliata ed assai precaria. Il Santo Padre aveva fatto il suo solenne
ingresso a Roma il 30 giugno 1089, ma i partigiani dell'Imperatore di Germania
Enrico IV e dell'antipapa Guiberto nella primavera del 1090 avevano ripreso
l'offensiva contro Roma, e verso la fine di luglio dello stesso anno Urbano Il
aveva dovuto di nuovo allontanarsi dall'Urbe. Ove rifugiarsi? Il Papa
legittimo aveva in Italia due soli sostegni fedeli: in Toscana, la coraggiosa
contessa Matilde, « habitus quidem feminae, sed animi per cuncta virilis »;
e nel sud della Penisola, i principi normanni che vi avevano costituito un
regno. Il Vicario di Cristo preferì ritirarsi nel sud ove sarebbe poi rimasto
tre anni. Nel settembre del 1090 Bruno trovavasi dunque con la Corte
pontificia nel sud d'Italia, su territorio governato dai principi normanni.
Quali sono i suoi sentimenti? Con poche e, secondo lo stile del redattore,
assai laconiche parole la Cronaca Magister ci dà al riguardo
preziosissime indicazioni: « Bruno partì per la Corte romana... Ma non
potendo sopportare lo strepito (tumultus) ed il modo di vivere (mores) della
Corte, ardentemente desideroso della solitudine e della quiete godute in
addietro, abbandonata la Corte come altresì rifiutato l'arcivescovato di
Reggio, al quale per desiderio del Papa stesso era stato eletto, si ritirò in
un luogo solitario della Calabria chiamato la Torre ». La Cronaca Laudemus
precisa altresì che Bruno abbandonò la Corte « poco tempo dopo il suo
arrivo ». In tal modo lo sforzo di Bruno per mettersi al ritmo di vita della
Corte pontificia sembra esser stato leale. E’ vero che le circostanze non
erano molto favorevoli ad una tale riconversione: la difficile diplomazia del
tempo, la guerra, lo scisma, gli intrighi creavano un clima, un mondo nel quale
Bruno non riusciva ad inserirsi. E nel fondo del suo cuore rimaneva, tanto più
vivo quanto più contrastato dallo stato di cose, il desiderio della
solitudine e della quiete. Chi per sei anni aveva gustato la pace di Certosa,
la preghiera, l'amicizia, l'intimità divina dell'eremo come avrebbe potuto
adattarsi al tumulto della Corte papale in esilio in quell'autunno del Bruno
manifestò quindi al Vicario di Cristo il suo disagio e sollecitò
l'autorizzazione di lasciar la Corte per far ritorno all'eremo. Ora Urbano Il
doveva in quel tempo provvedere di Pastore una sede difficile: l'arcivescovato
di Reggio Calabria. In detta sede, come in parecchie altre della Penisola, la
politica concorde di Urbano Il e dei prfncipi normanni tendeva via via a
sostituire vescovi latini a quelli greci, al fine di scemare l'influsso dei
Greci sull'Italia. A Basilio, archimandrita greco che governava la sede di
Reggio, era stato sostituito un latino, Guglielmo. Orbene, Basilio viveva
ancora ed aspirava sempre a riprendere la propria sede quando sopravvenne la
morte di Guglielmo. La successione appariva molto delicata, poiché Basiho
godeva la fiducia del basileus di Costantinopoli, Alessio I Comneno, al quale
proprio in quel tempo Urbano Il cercava di avvicinarsi. Nel 1090 la sede era
sempre vacante. Nel caso che il Vicario di Cristo avesse voluto porre sulla sede
di Reggio un vescovo latino, bisognava che scegliesse un uomo la cui personalità
fosse tale che Basilio non potesse adombrarsene. E non era forse Bruno
quell'uomo incontestato? Negli affari difficili egli aveva dato prova di saper
unire la fermezza alla prudenza, lo zelo della verità alla modestia; e
d'altro canto, la sua reputazione era da lungo tempo estesa quanto la Chiesa:
si poteva, senza esserne umiliati, eclissarsi dinanzi a lui... Urbano Il risolse
di far eleggere Bruno alla sede di Reggio. Quando? Per determinare il tempo in
cui il Papa prese tale risoluzione disponiamo di un punto certo di
riferimento. Rangerio, il monaco benedettino dell'abbazia della Trinità della
Cava presso Cava de' Tirreni che poi venne eletto arcivescovo di Reggio, già
nel dicembre del 1091 firmava una Carta di conferma di donazione; pertanto la
proposta fatta a Bruno dell'arcivescovato di Reggio ed il suo rifiuto van
posti tra l'estate del 1090 (arrivo di Bruno alla Corte pontificia) ed il
novembre del 1091. Non desti meraviglia tanta rapidità. Più volte Urbano Il
nominò vescovi ed anche cardinali personaggi da pochissimo tempo chiamati
presso di sé, desideroso di associarli al diretto servizio della Santa Sede;
egli affrettava le procedure elettorali mamféstando il proprio desiderio; gli
elettori, che conoscevano appena il candidato, si fidavano della scelta del
Papa. Così avvenne certamente per Bruno: egli difatti venne eletto « ipso Papa
volente », per desiderio formalmente espresso del santo Padre. Il diritto
autorizzava l'eletto a rifiutare la sede alla quale fosse stato designato.
Risolutamente Bruno si valse di tale legittima facoltà. Virtuoso quale noi lo
conosciamo, per lui ciò dové costituire una grave crisi di coscienza. Tutta la
sua fede e la sua fedeltà alla Chiesa lo portavano a servire Urbano Il e ad
assumere la responsabilità della carica ch'egli avesse giudicato opportuno di
conferirgli. Ma accettare l'arcivescovato di Reggio era come impegnarsi
definitivamente in una esistenza di cui tutto - « lo strepito », « il modo di
vivere » - destava in lui una insormontabile ripugnanza ed opponevasi a quel gusto
della solitudine ed alla calma interiore che sapeva bene, dopo i sei anni
vissuti in Certosa, essere la sua profonda vocazione. Vescovo, e senza dubbio
ben presto cardinale, avrebbe accompagnato il Papa nei suoi cambiamenti di
residenza, sarebbe intervenuto alla trattazione degli affari ed alle grandi
assise della Chiesa, come altresì avrebbe avuto parte attiva nella
diplomazia pontificia... E tutto questo senza speranza di poter un giorno far
ritorno all'eremo. Quale gravità riveste simile momento nella vita di Bruno!
Disinvolte ed intime conversazioni dovettero aversi tra il Vicario di Cristo e
Bruno nel corso delle quali questi poté aprire il suo animo, manifestare i
propri desideri, le propensioni, la sua via a Colui che aveva missione e grazia
per orientare la sua vita. E Urbano Il, che poteva mantenere, confermare
l'ordine dato ed imporre a Bruno l'episcopato sotto pena di censure
ecclesiastiche, riconobbe infine nel suo maestro di un tempo una vocazione
straordinaria, una particolare chiamata... Alla sede di Reggio Calabria venne
eletto Rangerio. La risoluzione onora sia Urbano Il, sia Bruno. Entrambi si son
chinati dinanzi alla realtà misteriosa, ma precisa, concreta, imperiosa che
si chiama una vocazione di Dio: Bruno, per aver avuto il coraggio di
contrariare un desiderio del Papa; Urbano Il, per aver rinunziato ai servigi di
un uomo da lui giudicato capacissimo di secondarlo e consigliarlo nelle sue
difficoltà. All'altezza quindi d'una ispirazione divina, superiore all'umana
sapienza ed alla più santa amicizia, conviene, come sembra, porre la risoluzione
del Vicario di Cristo che lasciava libero Bruno. Non dimentichiamo che Urbano lì
era stato monaco ed altresì formato alla scuola di san Benedetto, iniziato a
quella mistica che rende l'anima sì attenta al mistero di Dio e dà un senso
profondamente ecclesiale ad una vita consacrata tutt'intera all'adorazione e
alla lode di Dio, in unione con Cristo morto e risuscitato. Or, ecco che egli
scopriva in Bruno detta vocazione contemplativa nella purezza, intransigenza ed
esigenze, e altresì nella sete di as soluto che la caratterizzano:
innegabilmente Dio era lì ad imporre i suoi disegni e le sue vie. Come il già
figlio di San Benedetto avrebbe potuto non comprendere che sul piano del vero
bene della Chiesa Bruno eremita, Bruno che riprende e porta a compimento la
sua opera contemplativa superava Bruno arcivescovo di Reggio e dignitario
della Corte pontificia? Alcuni mesi prima Bruno sacrificava la sua vocazione
eremitica alla chiamata del Vicario di Cristo; ora Urbano Il sacrifica la sua
chiamata ad una superiore chiamata in Bruno; ed attraverso tale sacrificio la
Chiesa rende autentico il valore eminente della pura vita contemplativa per la
propria opera redentrice. Ci troviamo in uno dei momenti più sublimi della vita
di Urbano Il come della vita di Bruno. Qui si pone una questione alla quale la
storia, allo stato presente delle nostre ricerche, è incapace di dare una
risposta definitiva. Dal momento che Urbano Il autorizzava Bruno a seguire la
via della pura contemplazione, perché non, gli consenù di far semplicemente
ritorno all'eremo di Certosa? Perché l'orientò verso una nuova fondazione in
Calabria? Che dal canto suo Bruno abbia spontaneamente desiderato di ritornare
in Delfinato non può quasi mettersi in dubbio: mai egli aveva avuto l'idea di
fondare un Ordine religioso; l'eremo di Certosa, che d'altronde le condizioni
geografiche e climatiche, come altresì l'intenzione di lui limitavano ad un
ristretto numero di soggetti, gli bastava; la sua anima era incline a
riprendere umilmente e semplicemente il posto in cui egli aveva gustato la
solitudine e la pace del deserto per sei anni... Tutto lo attirava verso i suoi
figli di Certosa: egli li amava e sapeva di esser da essi amato; già presentiva
la loro grande gioia all'annunzio del suo ritorno... D'altro canto non avevano
essi ancora gran bisogno di lui? Senza dubbio egli scriveva loro ed aveva ferma
intenzione di mantenere tale relazione epistolare; ma quale carteggio, foss'anche
il più assiduo, è mai equivalso alla presenza, all'ideale vissuto
insieme?... Ora, quanto al suo desiderio di far ritorno all'eremo di Certosa
Bruno venne a trovarsi contro un formale volere di Urbano Il: egli doveva
rimanere in Italia. Ci sia consentito avanzare un'ipotesi che, del resto, non si
discosta dalle ragioni mistiche da noi dianzi attribuite al Vicario di Cristo
nell'atto di accettare il rifiuto di Bruno riguardo all'arcivescovato di
Reggio. Nel momento in cui sentiva gravare su di sé il peso d'una Chiesa
minacciata internamente dallo scisma ed esternamente dalla guerra, Urbano Il
non avrebbe forse desiderato che quel luogo di alta spiritualità, qual era
l'eremo secondo Bruno, fosse per lui, per così dire, a portata di mano: luogo
di elevata preghiera e d'implorazione della protezione divina, come parimenti di
alta sapienza, di proforido raccoglimento e consiglio, a cui egli potesse aver
accesso senza troppa difficoltà? Urbano Il, pur chinandosi dinanzi alla
vocazione eremitica di Bruno, poteva nondimeno valersi di essa anche come di
preziosa pedina nella sua spinosa diplomazia coi principi normanni, dato che
i Normanni non erano degli amici compiacenti: non molto tempo prima - si era nel
1083 - pur appoggiando Gregorio VII, essi avevano infatti saccheggiato Roma. Un
totale cambiamento di politica da parte loro non era da escludersi. Lo
stabilirsi di Bruno in Calabria li avrebbe onorati, avrebbe secondato la loro
strategia di latinizzazione e li avrebbe più strettamente uniti alla Sede
Apostolica... Sono, codeste, unicamente delle ipotesi. Una sola cosa è certa,
cioè non nel deserto di Certosa, ma in Calabria, Bruno riprenderà la sua vita
d'eremita insieme con alcuni compagni. Per l'esperienza eremitica di Bruno ciò
ha un importanza considerevole. Anzitutto l'eremo stesso di Certosa darà
prova di esser sì profondamente imbevuto dello spirito di Bruno che il gruppo
degli eremiti può, nonostante l'assenza di lui, vivere nel fervore e
secondo l'ideale abbracciato. D'altro canto Bruno presto dimostrerà in Calabria
che l'esperimento di Certosa, per quanto favorito possa esser stato dalle
condizioni di cose e dalle circostanze, non è necessariamente vincolato al sito
di Certosa, e che di conseguenza può ripetersi altrove, rinnovarsi, purche un
gruppo di uomini, animati dal suo spirito, si dedichino totalmente alla vita
eremitica. Nulla è maggiormente alieno dal suo pensiero, come abbiamo già
detto, che l'idea di fondare un Ordine religioso; nondimeno per tutto il resto
della sua vita vi saranno due eremi che, sia l'uno come l'altro, attueranno in
condizioni abbastanza differenti lo stesso ed unico disegno di lui; non saranno
uniti da alcun vincolo giuridico, ma arderanno d'una medesima fiamma. Quando
andò Bruflo a stabilirsi in Calabria? Alcuni dicono nel 1090, altri nel 1091
ovvero 1092, certuni posticipano fino al 1095. Detta posticipazione sembra
poco verosimile; non si vede, infatti, per qual ragione, una volta dato il nuovo
Pastore alla sede arcivescovile di Reggio Calabria, Urbano Il avrebbe
imposto a Bruno di trattenersi ancora nella Corte pontificia. Per altro, è
probabile che occorse del tempo a Bruno per scegliere il sito del suo nuovo
eremo, regolare tutte le questioni inerenti alla presa di possesso per quanto
povera fosse, e radunare i pochi soggetti con cui avrebbe costituito la sua
piccola comunità. Fissare l'apertura del nuovo eremo alla fine del 1091 o ai
primi mesi dell'anno successivo sembra ragionevole. Quanto tempo passò tra la
partenza di Bruno dalla Corte papale e detta apertura sarebbe audacia il
determinarlo con troppa esattezza. Sembra che la permanenza di Bruno alla Corte
di Urbano Il sia durata circa un anno.
7.
LA CALABRIA O LA SOLITUDJNE RICONQUISTATA
Il
periodo calabrese della vita di Bruno è per lo storico un periodo oscuro, non
solo perché, come è avvenuto per tutti
(Chiesa
normanna a Santa Maria)
gli
altri periodi della sua vita, dagli agiografi vi sono state accumulate
leggende ed edificanti amplificazioni, ma altresì perché la storia stessa
della regione calabra e quella della fondazione di Bruno sono state in quel
tempo particolarmente agitate. Quando
si
sa quel che avvenne delle reliquie di Bruno durante i quattro secoli che
seguirono la sua morte - ne parleremo fra poco - quasi non ci si meraviglia se
i ricordi che potevano rimanere del suo soggiorno in Calabria siano praticamente
spariti. Mai senza qualche scapito un Ordine religioso cede per più di tre
secoli a monaci di altra osservanza uno dei suoi « luoghi santi ». Nondimeno
in simili rotture di tradizioni, in cui tutto un passato viene soppresso, di
solito un certo genere di documenti viene in particolar modo messo al sicuro,
cioè i titoli di proprietà con tutti i rispettivi attestati. Per quel che
riguarda la fondazione di Calabria codesti stessi documenti sono per la maggior
parte scomparsi: non pochi incendi, un terremoto (7 febbraio 1783), le
distruzioni ed i saccheggi delle guerre napoleoniche e tanti altri minori
eventi basterebbero a dar ragione di tale perdita... Quanto, nonostante tutto,
era stato preservato da dette distruzioni trovavasi raccolto e, come credevasi,
al sicuro nell'Archivio Grande di Napoli dal principio del XIX secolo; ma nel
corso degli avvenimenti bellici del 1943 tutto venne distrutto dal fuoco fino
all'ultimo documento... Ad ingarbugliare le cose contribuì non poco un altro
fatto: l'eremo di Calabria venne generosamente dotato dal conte Ruggero; tali
ricchezze, come suol succedere, diedero di poi luogo ad aspre contestazioni. In
modo speciale nella seconda metà del XVIII secolo una lunga opposizione sorse
tra i Certosini, che il 27 febbraio 1514 avevano ripreso possesso di quelle
terre, ed il fisco napoletano. Questo sforzavasi di provare la non autenticità
degli atti di donazione dei principi normanni, al fine di privare l'Ordine
certosino dei suoi beni; e le controversie non favoriscono molto l'obiettività
storica soprattutto quando una delle parti in contesa è appoggiata dallo
Stato. Nondimeno alcuni specialisti al presente hanno ripreso lo studio
imparziale delle Carte di donazione: pur non essendo ancora terminato il lavoro,
si è già certi che la maggior parte degli Atti contestati dal fisco di Napoli
è senz'altro autentica... Tra tutte codeste disdette lo storico di san Bruno
ha tuttavia qualcosa in suo favore. Allorché il 27 febbraio 1514 i Certosini
ripresero possesso del monastero di Calabria in luogo dei Cistercensi, che
l'occupavano dal 1193, don Costanzo De Rigetis, oriundo di Bologna e professo
della Certosa di Montello, venne inviato quale « Rettore» della Casa ricostituita.
Un anno dopo, la Certosa di Calabria essendo sufficientemente restaurata, le
veniva assegnato un Priore regolare, e don Costanzo poteva quindi dedicarsi
del tutto allo spoglio sistematico dei documenti della Casa. Con pietà filiale
egli ricercava e raggruppava tutto ciò che riguardava Bruno ed i primi anni
della fondazione. Via via che trovava qualcosa ricopiava con scrupolosa
esattezza i manoscritti, li descriveva con molta obiettività, ne distingueva le
differenti fonti, e, se bisognava interpretare certi passi, con grande lealtà
indicava le sue ipotesi e correzioni, chiaramente segnalando inoltre le sue
proprie chiose. Codesta opera di Costanzo ci è pervenuta sotto forma di due
trascrizioni: in una sembra che possiamo aver piena fiducia; essa risale al
1629 ed è dovuta a un Certosino di Napoli, don Severo di Trafaglione; parziale
ed assai più dubbia è l'altra, cioè la trascrizione fatta nel XVIII secolo
da Trombi e riprodotta nella sua Storia criticocronologica... Lo studio
critico di tale testo conferma quanto d'altra fonte si sa di don Costanzo: «
Vir fuit magnae prudentiae, et religionis, et litteris humanis mediocriter
eruditus, gravitate et pietate praecipuus », Costanzo era un lavoratore
onesto, sincero, preciso, diligente, d'un'esattezza scrupolosa. Per lo storico
è una fortuna grandissima l'aver lui fatto ricerche riguardo ai documenti del
Monastero di Calabria e l'esserci esse pervenute: « Senza l'apporto di
Costanzo, dicono gli Autori di Aux Sources de la vie cartusienne, la
figura di san Bruno e la storia della sua fondazione non sarebbero mai potute
uscire dalle brume della leggenda agiografica ». Era indispensabile esporre
le difficoltà che incontra lo storico nel trattare del periodo calabrese
della vita di Bruno, affinché assumano tutto il loro valore e risalto le
certezze che ormai possono considerarsi come acquisite. Tutti i predetti
documenti sono stati pazientemente ripresi, studiati, raffrontati da storici
recenti delle origini della Gran Certosa, e, nonostante le numerose oscurità
che tuttora rimangono, emerge un insieme difatti molto sicuri. Qual era, dunque,
lo stato di cose della regione calabra nella quale Bruno si accingeva a fondare
il nuovo eremo? Vi abbiamo già fatto allusione, nondimeno conviene
ricostituire l'atmosfera di quel tempo. Questa volta Bruno si trova alle prese
con difficoltà molto differenti da quelle incontrate in Certosa. In Delfinato
l'erezione dell'eremo gli era stata sommamente facilitata da Ugo di Grenoble che
comprendeva il suo disegno si da farne cosa di personale interesse,
appoggiandolo con tutta la propria autorità, prodigandogli consigli ed aiuti;
ivi, per così dire, dalla natura, dal clima, dal sito stesso erano causate le
sue preoccupazioni, sebbene molte di quelle difficoltà secondassero d'altra
parte il suo intento di assoluta solitudine. In Calabria, piuttosto che la
natura, gli uomini sono di ostacolo al suo progetto. Bruno è preso in un
contesto politico e religioso che condiziona non poco la sua fondazione e di
cui conviene prima trattare per ben comprendere la sua opera. Tra il 1057 ed
il 1060 due « principi normanni », Roberto il Guiscardo ed il suo giovane
fratello Ruggero, abbastanza rapidamente conquistarono, nonostante la
scarsezza di mezzi a loro disposizione, l'Apulia (l'odierna Puglia, ma più
estesa di questa) e la Calabria che in quel tempo era teoricamente un
possedimento dell'Impero greco. Nel 1060 Roberto e Ruggero intraprendevano la
conquista della Sicilia, sul cui territorio si scontravano Greci ed Arabi;
venti anni ci misero a condurre a termine l'impresa, e l'ultima battaglia
avvenne nel 1091. Roberto, che aveva assunto il titolo di duca di Apulia,
governava da feudatario l'insieme delle conquiste, e Ruggero col titolo di conte
governava la Sicilia e la Calabria sotto la signoria di suo fratello. Nel 1085
la conquista della Sicilia era abbastanza avanzata e consolidata da far
risolvere il duca Roberto a portar guerra alle isole elleniche; egli moriva a
Corfù, ed il 17 luglio 1085 suo figlio Ruggero Borsa veniva promosso duca di
Apulia: questi pertanto era feudatario di suo zio il conte Ruggero nel tempo in
cui Bruno fondava l'eremo in Calabria. Nel 1091 il conte Ruggero, terminata la
conquista della Sicilia, accingevasi ad organizzare la sua nuova contea. In
detto compito egli manifesterà straordinarie doti di governo. Per lui si
trattava in modo speciale di far pacificamente coesistere elementi etnici fino
a quel momento fra loro opposti: cattolici latini, cristiani greci e
musulmani. Nondimeno nella sua politica religiosa una tendenza si affermava in
modo particolare, quella cioè di favorire i latini a detrimento dei greci,
anche dei greci cattolici: pertanto alcuni vescovati greci o per deposizione
del titolare, come a Reggio, o per successione ordinaria vennero trasferiti a
Pastori latini. Quanto poi ai monaci greci, il conte Ruggero cercava di farli
emigrare dalla Calabria, ove li giudicava troppo potenti, in Sicilia, affinché
vi facessero di contrappeso alla presenza islamica. Sicché il momento in cui
Bruno cercava un luogo eremitico in Calabria era molto ed anche troppo
favorevole al monachismo latino: Ruggero privava i monaci greci di Calabria dei
loro beni e ne dotava quelli latini. Si è potuto affermare che i monaci latini
appaiono come « i liquidatori del passato monastico greco ». Di fronte a
quella che va pur chiamata l'invasione deJ mezzogiorno d'Italia per opera dei
principi normanni come reagirono i Sommi Pontefici? Certo non conviene
considerare i maneggi politici e guerreschi di quel tempo con le nostre vedute
odierne! In realtà le relazioni tra i Papi ed i nuovi sovrani del mezzogiorno
d'Italia non furono sempre facili. Ma è fuor di dubbio che all'inizio del
pontificato di Urbano Il, allorché l'imperatore Enrico IV minacciava di
spedizioni militari tutta la Penisola, i principi normanni erano fedeli al Papa.
Subito dopo la sua elezione, fin dalla primavera del 1088, Urbano Il giudicò
opportuno e prudente discendere verso il Sud, e quindi prese contatto coi
Normanni. Quando poi, nell'estate del 1090, fu costretto da Enrico IV a lasciar
Roma, cercò e trovò asilo nei domini di detti principi, e vi sarebbe rimasto
per tre anni (1090- 1093). Così la risoluzione di ricominciare la vita eremitica
veniva presa da Bruno in un momento in cui Urbano Il ed il conte Ruggero
cercavano di darsi innegabili, reciproci attestati di amicizia, e la politica
di latinizzazione della vita monastica inaugurata dal predetto conte in Calabria
era vista di buon occhio dalla Corte papale. Quanto a Bruno stesso, una sola
idea lo dominava: ritrovare in Calabria, poiché ivi doveva stabilirsi, per
quanto le circostanze glielo avrebbero consentito, la solitudine e la pace di
cui la sua anima aveva gioito in Certosa. Il sito di Certosa? Pensò veramente
Bruno che ne avrebbe mai trovato in Calabria uno si perfetto, sì conforme alla
sua idea di vita eremitica? I biografi si son dato non poco da fare per motivare
o semplicemente « dar risalto » alla scelta da lui fatta del territorio
della Torre. Bruno, dicono gli uni, sarebbe stato da Urbano Il incaricato di
un'importante missione presso i principi normanni; il duca Ruggero informato
del progetto di Bruno di fondare un eremo, avrebbe avuto la segreta speranza che
le sue terre potessero offrire agli eremiti il luogo ideale da essi cercato, ma
infine, non avendo Bruno trovato dal duca Ruggero quel che conveniva alla sua
fondazione, il conte Ruggero gli avrebbe offerto grandi beni allo scopo di
trattenerlo nei suoi domini... Altri hanno inventato la leggenda - graziosa e
del resto comune nel folclore eremitico - di un Bruno che durante una
battuta di caccia il conte Ruggero avrebbe sorpreso orante nella foresta...
Altri poi, e tra i più seri, hanno sostenuto che Bruno avrebbe vissuto per
qualche tempo alla Corte del conte Ruggero prima di risolversi riguardo alla
scelta... Cosa che del resto non è improbabile, qualora non si voglia prolungar
troppo detto soggiorno; almeno è certo che per far ricerche sulle sue terre e
poi, a scelta avvenuta, regolare tutte le questioni amministrative, Bruno dové
aver contatti col conte Ruggero e la sua Corte... Ma è probabile che le cose si
svolgessero nel modo più semplice, come suole avvenire ogniqualvolta un
fondatore cerca un luogo adatto alla sua fondazione: egli percorre la regione
nella quale pensa di trovare quanto desidera, considera attentamente tutte le
possibili soluzioni, quindi sceglie; e, una volta fatta la scelta, entra in
trattative al riguardo... Nel caso di Bruno il solo particolare che possa aggiungersi
a codesta irrilevante narrazione di fatti è che Urbano II incontrò il conte
Ruggero nella cittadina di Mileto i primi di giugno del 1091 e che di certo in
tale occasione lo informò del disegno di Bruno, raccomandandolo alle sue
sollecitudini: il deserto della Torre si trova a una cinquantina di chilometri
da Mileto. E invece certo, secondo il documento di conferma steso dal
vescovo di Squillace il 7 dicembre 1091, che la donazione del deserto della
Torre (e, pertanto, molto probabilmente la presa di possesso di Bruno e dei
suoi compagni) era già avvenuta prima del 7 dicembre 1091. Il posto ove Bruno
eresse il nuovo eremo si chiamava Santa Maria della Torre. Era un luogo
deserto, sito a 850 metri di altitudine e press a poco equidistante dal
Tirreno e dallo lonio, tra le cittadine di Stilo e Arena. L'atto di donazione
aggiugeva a detto dono quattro chilometri quadrati e più di terreno contiguo al
deserto con i boschi, i prati, i pascoli, le acque, i mulini e tutti i diritti
feudali. Guardando la carta della regione non si può non meravigliarsi che
Bruno abbia preferito quel luogo di relativa ed abbastanza minacciata solitudine
ad altri più « appartati » tra le montagne della Calabria. Motivo di
prudenza in una regione ancor mal pacificata? Motivo di sicurezza tra
popolazioni di cui una parte -l'elemento greco - era difatti lesa a vantaggio
dell'altra - l'elemento latino? - Non può anche darsi che nel deserto della
Torre vi fosse già qualche costruzione monastica tolta ai Greci? Conviene
altresì notare che Stilo era stata per l'appunto uno dei capisaldi della
resistenza greca ai Normanni al tempo della conquista dei 1060. In ogni modo
Santa Maria della Torre non presentava per la solitudine degli eremiti le
medesime « protezioni » naturali del deserto di Certosa: nella lettera a
Rodolfo Le Verd per qualificare la sua solitudine Bruno userà un epiteto di
significato piuttosto restrittivo: « Abito in un deserto situato in Calabria
e da ogni parte abbastanza discosto (satis remotam) dall'abitato ». Non avrebbe
egli forse rafforzato l'espressione, se si fosse trattato del sito di Certosa?
Alla volta di Santa Maria della Torre Bruno non mosse solo; aveva con sé alcuni
compagni come allorché salì al deserto di Certosa. Chi erano? Donde
venivano? Nella lettera a Rodolfo Le Verd egli dice che vive « con confratelli
religiosi, di cui alcuni molto eruditi », la qual cosa lascia intendere che
il gruppo era già costituito di un certo numero di eremiti; la lettera risale a
non prima del 1096, ed in detto tempo la piccola Comunità doveva esser composta
di quindici o venti membri. Alla morte di Bruno saranno trenta. Grazie a don
Costanzo, possediamo due liste dei compagni di Bruno in Calabria: un obituario
della fondazione (contenente altresì la professione di fede fatta da Bruno
prima di morire) e l'elenco dei trenta eremiti che prestarono giuramento al
beato Lanuino nel 1101. Non vi si trova nessuno dei nomi dei primi sei
compagni di Certosa; la qual cosa d'altronde non esclude in modo assoluto che
alcuni degli eremiti di Certosa abbiano accompagnato o raggiunto Bruno in
Italia. Sembra che Lanuino debba esser annoverato tra codesti primissimi
confratelli di Bruno in Calabria: Lanuino era un normanno.... e, come vedremo,
un normanno molto esperto negli affari. Ma quanto a lui siamo meglio informati
sul quesito che poc'anzi proponevamo? Faceva egli parte del séguito dei principi
normanni? Venne con Bruno dall'eremo di Certosa? Venne dalla Francia quando
seppe che Bruno si accingeva a fondare un nuovo eremo? Forse la realtà è più
semplice che non pensiamo: conoscendo quanto ci è noto dell'irradiazione
della personalità di Bruno e della propensione che in quel tempo molte anime
avvertivano per « l'eremo », non possiamo forse supporre con tutta
naturalezza che, quando il suo disegno venne conosciuto, alcuni dei Normanni
emigrati (tra cui Lanuino), attratti dalla vita eremitica, si siano fatti da lui
conoscere ed abbiano chiesto il favore di accompagnarlo? Sembra che tra essi vi
fossero dei laici e dei chierici come alla fondazione di Certosa. La Cronaca Magister,
che non spreca parole, riferisce così la fondazione della Casa di
Calabria: « Bruno... si ritirò in un luogo eremitico della Calabria che
chiamasi la Torre, e quivi, in compagnia di parecchi (quamplurimis) laici e
chierici, finché campò condusse vita solitaria secondo il proprio disegno
». Ritorniamo al fatto centrale che è ben provato: prima della fine del 1091
Bruno aveva eretto un nuovo eremo a Santa Maria della Torre, e vi viveva insieme
con parecchi confratelli, laici e chierici. Vi avrebbe vissuto dieci anni. Ciò
posto, sorge per lo storico una grave questione che interessa non solo
l'Ordine Certosino, ma altresì chiunque avrà seguito nell'anima di Bruno lo
sviluppo della sua sì pura, sì rara inclinazione alla solitudine con Dio. A
motivo delle incertezze riguardo all'autenticità delle Carte delle donazioni
fatte all'eremo di Calabria, si tratti di documenti pontifici o di atti
civili, si poteva sostenere fondandosi su due Carte, una del 1098 ovvero 99 (la
famosa Carta che sarebbe stata rilasciata dal conte Ruggero al ritorno
dall'assedio di Capua) e l'altra del 4 giugno 1102 (concernente i traditori del
predetto assedio), che Bruno stesso avesse costituito in Calabria un insieme
monastico abbastanza differente da quello di Certosa. Insomma vi sarebbero
state, distanti un chilometro e mezzo una dall'altra, due Case: una, l'eremo
vero e secondo lo stretto significato del termine, a Santa Maria della Torre,
e l'altra in luogo detto Santo Stefano, che sarebbe forse stata anch'essa un
eremo, ma che più probabilmente avrebbe preso forma di cenobio; in
quest'ultima si sarebbero ritirati i religiosi non atti alla vita eremitica,
ed i novizi vi avrebbero ricevuto una prima formazione. Se così fosse stato,
il disegno iniziale ed assolutamente puro di Bruno d'una vita contemplativa
integrale si sarebbe trovato profondamente modificato; Bruno sarebbe addivenuto
ad una forma più simile a certe forme miste di eremo e di cenobio allora in
voga nella Chiesa, come ad esempio quella dei Camaldolesi. Soprattutto, lui
stesso sarebbe responsabile della rapida evoluzione che subirà Santa Maria
della Torre, poiché il cenobio (che di fatto verrà fondato venti anni dopo
la morte di Bruno) si svilupperà a detrimento dell'eremo, tanto che nel 1193
Guglielmo da Messina chiederà l'annessione della Certosa di Calabria all'Ordine
cistercense... Le recenti ricerche dei Padri Certosini hanno assodato che le
predette due Carte sono apocrife e che al tempo di Bruno non v'era alcun cenobio
a Santa Maria della Torre. La Casa di Santo Stefano, come si è detto, non sarà
fondata che venti anni dopo il transito di Bruno. D'altronde nel frattempo,
l'anno 1114, verrà fondato il monastero di San Giacomo di Montauro: Montauro
era un casale in cui si trovava una chiesa dedicata a san Giacomo; fin dal 1094
in detto luogo un'ampia proprietà era stata donata dal conte Ruggero agli
eremiti di Santa Maria della Torre. A richiesta di Lanuino, secondo Maestro
dell'eremo, vi fu eretto dal Papa un monastero destinato ad accogliere quei
religiosi per i quali la regola dell'eremo strettamente osservata fosse
divenuta troppo rigorosa, i vecchi e gli infermi; parimenti era stabilito che
i candidati alla vita eremitica vi sarebbero passati per una prima «
probazione » avanti di esser ammessi all'eremo di Santa Maria. Come ben si
vede, anche codesta fondazione è posteriore di tredici anni alla morte di
Bruno. Ed in ogni modo non pone i medesimi problemi del monastero di Santo
Stefano: San Giacomo di Montauro si trovava non lungi dalla città di Squillace
sul mar lonio ad una quarantina di chilometri dall'eremo di Santa Maria della
Torre: non era possibile alcuna confusione tra l'eremo di Santa Maria ed il
cenobio di San Giacomo. Una cosa assai importante risulta ormai incontestàbile
da dette ricerche: al tempo di Bruno nel deserto della Torre si è avuto un
unica istituzione: Santa Maria, e tale istituzione era un eremo. Chiarito
codesto punto di storia, la via è di nuovo libera per ricostituire
l'atmosfera in cui Bruno visse e fece vivere i suoi compagni a Santa Maria della
Torre. Tutto converge nel farci intravedere un Bruno perfettamente fedele a se
stesso ed alla sua grazia di pura vita contemplativa. Attraverso le Carte, i
documenti pontifici o episcopali rileviamo la ammirazione e la stima che
circondano Bruno: la sua straordinaria, leggendaria bontà, le sue delicate e
solide amicizie, la grandissima pietà, l'amore della solitudine e della pace,
l'irradiamento umano e spirituale sui suoi confratelli e sui contemporanei, segnatamente
sulla Corte papale e sul conte Ruggero. Anche tenendo conto dell'inevitabile
ampollosità che comportano simili documenti, non è concepibile che l'uomo il
quale è oggetto di tanta venerazione, rispetto ed affetto non sia una
personalità religiosa straordinaria, e che il suo ideale di vita tutta consacrata
all'amore di Dio ed alla pura contemplazione non abbia destato profonda eco
nell'anima di coloro che lo hanno incontrato.
8.
LA VITA CONTEMPLATIVA DALLE LETTERE DI BRUNO
(Santa
Maria: San bruno inginocchioato nel lago)
Per
ricostituire l'atmosfera degli anni da Bruno trascorsi in Calabria disponiamo di
documenti infinitamente più preziosi e più sicuri che tutti gli attestati
dei suoi ammiratori: son le due lettere da lui scritte in quel tempo, una
all'amico Rodolfo Le Verd e l'altra ai Fratelli dell'eremo di Certosa. Notiamo
che ambedue appartengono agli ultimissimi anni di Bruno: la Lettera a Rodolfo
Le Verd fu scritta tra il 1096 ed il 1101, l'altra è del 1099 ovvero 1100.
Nell'una come nell'altra Bruno si esprime liberamente, con somma limpidezza;
con Rodolfo userà uno stile più letterario, più forbito, finanche con una
punta di convenzionale e di erudizione; rivolgendosi ai suoi Fratelli di
Certosa parlerà con la massima semplicità, usando un linguaggio cordiale e
diretto: ma entrambe sono d'una sincerità, d'una apertura d'animo
commoventi. Esse ci svelano in una luce moderata, blanda, ma meravigliosa
l'anima profonda di Bruno alla fine della vita e quasi al termine della sua
esperienza della pura vita contemplativa. Nel presente studio dell'anima di
Bruno converrebbe unire a codeste due lettere la professione di fede ch'egli
volle pronunziare prima di morire. Ne parleremo più in là. Con certe parole,
certe espressioni ivi usate, anch'essa, a suo modo, ci fa penetrare un po' più
profondamente nel segreto spirituale di Bruno. Ecco anzitutto la Lettera a
Rodolfo Le Verd. Come già sappiamo, Rodolfo era uno dei due amici coi
quali Bruno nel giardino di Adamo aveva fatto voto di abbandonare il mondo ed
abbracciare la vita monastica. Gli anni erano trascorsi... Bruno aveva adempiuto
il voto; Rodolfo era rientrato a Reims e vi era rimasto. Allorché nel 1096 il
prevosto Manasse divenne arcivescovo di Reims, Rodolfo fu nominato prevosto del
Capitolo metropolitano... L'amicizia tra Bruno e lui non si era raffreddata: a
detta dello stesso Bruno, Rodolfo gli aveva inviato delle lettere «
gentilissime » in cui gli confermava « in modo molto delicato la sua
amicizia », prodigava « benefici »a Bruno ed al Fratello Bernardo e dava «
ancor molti altri attestati » della « afflizione del suo animo ». E Bruno
non mancava di rispondergli... Di tale corrispondenza non ci resta che detta
lettera assai preziosa. L'amicizia, in Bruno, è radicata in Dio; egli si dà
pensiero del destino spirituale dell'amico: tempo addietro Rodolfo ha emesso un
voto preciso, formale, e non l'ha sciolto. Non è in regola con Dio. Che cosa
sarebbe eternamente di lui, se venisse a morire nel suo spergiuro? « Se ti
accadesse di lasciare questa vita - Dio voglia preservartene! - prima di aver
soddisfatto al voto emesso, mi lasceresti consumare di tristezza, senza alcuna
speranza di consolazione ». Allora, con tutta la sua forza, aspramente
talvolta, ma sempre con molto tatto, Bruno espone all'amico la gravità del suo
stato. Conviene che riportiamo codesta lettera nel suo insieme prima di
commentarla: « 1. Al venerabile signor Rodolfo, prevosto del capitolo
metropolitano di Reims, Bruno porge i suoi saluti in un purissimo sentimento di
carità. In te si scorge la fedeltà di una vecchia e provata amicizia, tanto più
eccellente e degna di maggior encomio, quanto più raramente la si rinviene
tra gli uomini. Sebbene, infatti, una grande distanza ed un troppo lungo spazio
di tempo abbiano separato le nostre persone, l'affetto del tuo animo non è
riuscito a staccarsi dall'amico. Ne fanno abbastanza fede le tue gentilissime
lettere, in cui mi confermi in modo sì delicato la tua amicizia, come altresì
i benefici generosamente prodigati non solo alla mia persona, ma anche al
fratello Bernardo a motivo di me, e non pochi altri attesati. Onde rispondo alla
tua benignità rendendo grazie, di certo impari ai tuoi meriti, ma che
nondimeno promanano dalla pura sorgente dell'amore. 2. Da lungo tempo ho
mandato a te con delle lettere un viaggiatore abbastanza fedele in altre
missioni; ma, dato che fino a questo momento non ha fatto ritorno, ho
giudicato opportuno d'inviarti uno dei nostri, affinché più compiutamente ti
renda noto a viva voce quanto mi riguarda, poiché meno bene riuscirei a farlo
per iscritto. 3. Pensando di farti cosa grata, ti fo dunque sapere che quanto
al fisico - volesse il Cielo che così fosse quanto allo spirito - sto bene e
che, per queI che riguarda le cose esteriori, tutto procede abbastanza
conforme al mio desiderio. Ma altresì attendo, supplicando, la divina
misericordia che risani tutte le mie interiori infermità e sazi di beni la mia
brama. 4. Abito in un deserto situato in Calabria e da ogni parte abbastanza
discosto dall'abitato; mi trovo in compagnia di confratelli religiosi, di cui
alcuni molto eruditi, i quali, perseverando in una santa vigilanza, attendono
il ritorno del Signore per aprirgli appena avrà picchiato. Come adeguatamente
parlare dell'amenità di detto luogo, della mitezza e salubrità del clima o
dell'ampia e bella pianura che si estende lontano tra i monti e racchiude
praterie verdeggianti e pascoli smaltati di fiori? Come descriverti
l'aspetto delle colline che dolcemente si elevano all'intorno ed il recesso
delle valli ombrose con l'incanto dei numerosi fiumi, dei ruscelli e delle fonti?
Né mancano orti irrigui e svariati alberi fruttiferi. 5. Ma perché
indugiarmi più a lungo su tali cose? Ben altri diletti vi hanno per l'uomo
saggio, molto più grati e più utili, perché divini. Nondimeno l'animo
troppo debole, affaticato da occupazioni spirituali, sotto il peso di una
Regola piuttosto austera, assai spesso in tali spettacoli della natura trova sollievo
e respiro. Infatti se l'arco è continuamente teso, s'allenta e diviene meno
atto all'uso. 6. Quanta utilità e gioia divina apportino la solitudine ed il
silenzio dell'eremo a coloro che li amano, lo sanno solo quelli che ne hanno
fatto l'esperienza. Qui infatti gli uomini generosi possono raccogliersi
quando vogliono, dimorare in se stessi, coltivare alacremente i germi delle
virtù e bearsi dei frutti del Paradiso. Qui si acquista quello sguardo pieno di
serenità che ferisce d'amore lo Sposo celeste, quell'occhio puro e luminoso
che vede Dio. Qui il riposo è unito al lavoro, l'attività è senza agitazione
e senza turbamento. Qui Dio, in ricompensa delle battaglie sostenute, dona ai
suoi atleti la desiderata mercede, cioè la pace che il mondo ignora e la gioia
nello Spirito santo. Questa è la leggiadra Rachele dal grazioso aspetto, che,
sebbene meno prolifica, da Giacobbe era preferita a Lia più feconda, ma
cisposa. I figli della contemplazione sono infatti meno numerosi dei figli
dell'azione; tuttavia Giuseppe e Beniamino erano dal padre più amati degli
altri fratelli. Questa è la parte migliore che Maria ha scelto e che non le sarà
tolta. 7. Questa, la bellissima sunamita vergine, che sola in tutto il
territorio d'Israele fu trovata degna di essere il sostegno e la consolazione
della vecchiaia di Davide. Piacesse al Cielo, fratello carissimo che tu la
amassi sopra ogni altra cosa e, attratto da essa, ardessi di divino amore! Se
un sola volta detto amore s'impossessasse del tuo animo, ben presto disprezzeresti
quella insidiosa ed allettante seduttrice che è la gloria del mondo;
facilmente rinunzieresti alle ricchezze, cagione di tante ansie e che sono di
non poco aggravio per l'anima, come altresì non proveresti che ripugnanza per i
piaceri, oltremodo nocivi tanto al corpo quanto all'anima. 8. Nella tua
saggezza invero sai bene chi è che dica: « Se uno ama il mondo e tutto ciò
che è nel mondo - la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi
e l'ambizione - l'amore del Padre non è in lui »; ed altresì: « Chi vuol
essere amico di questo mondo si fa nemico di Dio ». Si dà, dunque,
maggiore iniquità, peggior follia ed aberrazione, danno ed infelicità più
grande del voler mettersi in guerra contro Colui la cui potenza è irresistibile
ed alla cui giustizia vendicatrice non si può sfuggire? « Siamo forse più
forti di Lui? ». Se per il momento la sua paziente bontà ci spinge al
ravvedimento, forse che infine non punirà le ingiurie di coloro che Lo
disprezzano? Che cosa, infatti, vi è di più perverso, di più opposto alla
ragione, alla giustizia, alla natura stessa, del preferire la creatura al Creatore,
del ricercare i beni perituri più che gli eterni, quelli terreni più che i
celesti? 9. Che cosa, dunque, pensi di fare, carissimo amico? Che cosa, se non
credere ai divini consigli, credere alla verità che non può ingannare? Poiché
a tutti essa consiglia dicendo: « Venite a me, voi tutti che siete affaticati
ed oppressi, ed Io vi consolerò ». Non è una pena assai ingrata e sterile
l'essere tormentati dallà concupiscenza, incessantemente afflitti dalle
sollecitudini e dalle ansietà, dai timori e dai dolori che le cose agognate
generano? Qual peso più grave di quello che abbassa l'anima dalla sublime
altezza della sua dignità a brancolare sulla terra, ad onta di ogni giustizia?
Fuggi dunque, fratello mio, fuggi tutte codeste molestie e miserie, e da questo
mondo tempestoso trasportati nella sicura e tranquilla quiete del porto. 10.
Al tuo sapere altresì non sfugge che cosa ci dica la Sapienza stessa: «
Chiunque di voi non rinunzia a tutto quel che possiede, non può essere mio
discepolo ». Chi non vede quanto sia bello, utile e dolce il rimanere alla sua
scuola sotto la guida dello Spirito Santo, per apprendere la divina filosofia
che sola dà la vera beatitudine? 11. Pertanto mette conto di esaminare con
tutta diligenza il da farsi. E se l'amore di Dio non riesce a smuoverti, se non
ti stimola la grandezza e la convenienza del premio, almeno l'inevitabilità
ed il timore delle pene ti spingano alla determinazione salutare. 12. Sai
infatti con quale promessa ti sei obbligato e verso Chi. Onnipotente e
terribile è il Signore al quale ti sei consacrato come grata e benaccetta
oblazione, cui non è consentito né conviene mancar di parola, poiché non
sopporta di essere impunemente burlato. 13. Ben ti rammenti, mio caro, che un
giorno, trovandoci insieme io, tu e Fulcoio il Monocolo nel giardino adiacente
alla casa di Adamo ove ero allora ospitato, abbiamo per un po' di tempo parlato,
mi pare, dei falsi piaceri e delle caduche ricchezze di questo mondo, come
altresì dei gaudi dell'eterna gloria. Per cui, accesi di divino amore, promettemmo,
facemmo voto e disponemmo di abbandonare quanto prima i fugaci beni del secolo
per conseguire quelli eterni, e di ricevere t'abito monasti'co. Avremmo presto
messo in atto il nostro proposito, se nori si fosse differito al ritorno di
Fulcoio che allora si era recato a Roma. Indugiando questi a tornare ed
essendo sopravvenuti altri motivi, venne meno il coraggio ed il fervore svanì.
14. Che cosa, dunque, ti resta da fare, amico carissimo, se non scioglierti al
più presto da un obbligo sì stretto, al fine di non incorrere nello sdegno
dell'Onnipotente e quindi in immani tormenti per sì grave e diuturna colpa
d'infedeltà? Qual sovrano, infatti, lascerebbe impunito un suddito che lo defraudasse
di un dono promesso, soprattutto se fosse per lui cosa di grande stima e pregio?
Pertanto credi non a me, ma al Profeta, anzi allo Spirito santo che dice: «
Fate voti al Signore Iddio vostro ed adempiteli, voi tutti che Gli state
d'attorno e recate doni al Terribile, a Colui che toglie il respiro ai prfncipi,
che è tremendo per i re della terra ». Ascolta il Signore, ascolta il tuo Dio,
ascolta Colui che è terribile e toglie il respiro ai principi, ascolta Colui
che è tremendo per i re della terra. Perché lo Spirito di Dio inculca tutte
codeste cose, se non per spingere ad adempiere le promesse te che ti sei
obbligato con voto? Perché ti riesce oneroso sciogliere un voto che non sarà
cagione di alcuna perdita o diminuzione dei tuoi beni e che apporterà
maggiori vantaggi a te che a Colui al quale fai voto? 15. Pertanto non ti
trattengano le fallaci ricchezze che non riescono a sopprimere la nostra
indigenza, né la dignità di prevosto che non può essere esercitata senza
gran pericolo per l'anima. Poiché convertire in proprio uso beni altrui, di
cui sei solo amministratore e non proprietario, è - sia detto con tua pace -
un atto tanto odioso quanto ingiusto. Che se sarai desideroso di splendore e di
gloria e vorrai avere servitù numerosa, quando verranno a mancare i tuoi beni
legittimi non sarà forse necessario che in un modo o nell'altro debba
sottrarre agli uni quel che darai agli altri? Il che non è un atto di
beneficenza o di liberalità; non si dà, infatti, atto di vera liberalità, se
al tempo stesso non è giusto. 16. Ma desidererei, mio caro, persuaderti di una
cosa, e cioè che per il servizio del signor arcivescovo, il quale molto si
attiene e fa assegnamento sui tuoi consigli - non è sempre facile darne di
giusti od utili - tu non ti lasci stornare dalla divina carità, che quanto più
è giusta, tanto più è utile. Orbene, che cosa vi è di più giusto e di più
utile, di più in-sito nella natura umana e di più conveniente che amare il
bene? E vi può essere qualcosa di più buono che Dio? Anzi qual altro bene può
esservi fuori di Dio solo? Per la qual cosa l'anima santa che in parte comprende
l'incomparabile dignità, lo splendore, la bellezza di detto bene, accesa di
divino amore, esclama: « L'anima mia è assetata di Dio, del Dio vivente;
quando potrò andare e comparire al cospetto di Dio? ». 17 Piaccia a Dio,
fratello mio, che tu non disprezzi l'amico che ti avvisa, e che non faccia il
sordo alle parole dello Spirito santo. Voglia il Cielo, carissimo, che tu
corrisponda al mio desiderio ed alla mia lunga attesa di guisa che non faccia
soffrire di più il mio cuore che per te si dà pensiero, si affanna e teme.
Poiché se ti accadesse di lasciar questa vita - Dio voglia preservartene -
prima di aver sciolto il voto emesso, mi lasceresti consumar di tristezza, senza
alcuna speranza di consolazione. 18. Pertanto, te ne supplico e scongiuro,
vivamente desidererei che almeno per devozione ti degnassi di venire in
pellegrinaggio a San Nicola (di Bari) e di lì passar da me al fine di rivedere
colui che singolarmente ti ama, e di poter' insieme trattare a viva voce della
nostra presente condizione, dell'osservanza religiosa ed altresì di quelle
cose che concernono il nostro comune interesse. Ed ho ferma fiducia nel Signore
che non avrai a pentirti dell'aver affrontato la non lieve fatica del viaggio.
19. Ho superato i limiti d'una lettera ordinaria perché, non potendo gioire
della tua presenza fisica, almeno mi fosse concesso di trattenermi più a lungo
con te mediante codesta conversazione scritta. Ardentemente ti auguro, caro
fratello, di vivere a lungo in buona salute, senza dimenticare il mio
consiglio. Ti prego di farmi recapitare la biografia di san Remigio, dato che
dalle nostre parti è impossibile trovarla. Addio ». Tale è la lettera. Con
tutta evidenza essa in primo luogo mira a persuadere Rodolfo del dovere che ha
di sciogliere al più presto possibile il voto in passato emesso; ed i
commentatori non hanno fatto a meno di riconoscere nell'argomentazione di Bruno
un'abbastanza rara maestria: « Il ragionamento segue una costruzione
simmetrica "per involgimento". *1: Richiamo al motivo dell'amore [7].
- 2: Richiamo ad un interesse superiore [8, 9, 10]. - 3: Richiamo al timore
[11, 12, 14]. - 2: (Di nuovo) richiamo all'interesse [principio del n. 16]. - 1:
Richiamo finale all'amore [16] » Ma la lettera di Bruno trascende il caso di Rodolfo:
praticamente essa costituisce un « breve Trattato » di vita solitaria. Tale
aspetto noi considereremo qui: come Bruno concepiva, e soprattutto conosceva
per esperienza, la vita del deserto? Ciò ch'egli dirà lo ha vissuto, lo vive
ancora: « Quanta utilità e gioia divina apportino la solitudine ed il silenzio
dell'eremo a coloro che li amano, lo sanno solo quelli che ne hanno fatto
l'esperienza [6] ». cosa assai degna di nota come ciò che costituisce la
trama di codesta lettera sia l'amore di Dio: solo l'amore di Dio spiega e, per
così dire, giustifica l'impegno che si assume nell'abbracciare la vita
contemplativa; e non l'amore di Dio vissuto in modo comune, bensì l'amore di
Dio fervente, vivo. Un amore straordinario, simile a quello che solo lo
Spirito santo un giorno infuse nel cuore dei tre amici, riuniti nel
giardinetto di Adamo, « divino amore ferventes » : « accesi di divino amore,
promettemmo, facemmo voto... [13] ». Orbene, Bruno più volte nella sua
lettera ripete con qualche piccolo ritocco detta espressione: parlando della
« bella sunamita », simbolo della bellezza di Dio, scrive: « Piacesse al
Cielo, fratello carissimo, che tu la amassi sopra ogni altra cosa ed, attratto
da essa, ardessi di divino amore... » « divino caleres amore ». E, sul
punto di concludere la lettera, Bruno dando al cuore dell'amico l'assalto che
spera decisivo gli dice: « E vi può es ser qualcosa di più buono che Dio?
Anzi qual altro bene può esservi fuori di Dio solo? Per la qual cosa l'anima
santa che in parte comprende l'incomparable dignità, lo splendore, la
bellezza di detto bene, accesa di divino amore (amoris fiamma succensa),
esclama: - L'anima mia è assetata di Dio, del Dio vivente; quando potrò andare
e comparire al cospetto di Dio? - [16] ». All'origine della vocazione
eremitica, nel centro dell'esperienza contemplativa arde e brilla la fiamma
d'uno straordinario amor di Dio. Poniamo detto amore all'altezza in cui lo pone
Bruno. Ben trattasi di quell'amore di Dio, al quale ci danno accesso
l'Incarnazione e la Redenzione di Gesù Cristo, di quell'amore filiale che è
una partecipazione allo stesso amore reciproco delle tre Persone divine. Le
numerose allusioni allo Spirito santo, alla sua opera nell'intimo dell'anima,
ce ne sono garanti: « Qui (nella solitudine e nel silenzio dell'eremo) Dio,
in ricompensa delle battaglie sostenute, dona ai suoi atleti la desiderata
mercede: cioè la pace che il mondo ignora e la gioia nello Spirito santo [6] ».
« Chi non vede quanto sia bello, utile e dolce il rimanere alla scuola (della
Sapienza) sotto la guida dello Spirito santo, per apprendere la divina filosofia
che sola dà la vera beatitudine? [10] ». Lo Spirito santo pronunzia
nell'intimo del cuore di Rodolfo le parole « terribili » che devono incutergli
il timore di non adempiere il voto emesso [14]... « Piaccia a Dio che tu non
faccia il sordo alle parole dello Spirito santo [17] ». Scongiurando così
l'amico, Bruno ha la sensazione di non essere che l'interprete dello Spirito
santo che intimamente fa pressione a Rodolfo.
Di qui l'essenza, l'atteggiamento fondamentale della vocazione contemplativa:
secondo san Bruno il contemplativo è colui che anticipatamente vive dell'eterna
visione di Dio a faccia a faccia, almeno nell'attesa e nella speranza. Parlando
dei suoi compagni, Bruno li presenta così: « Perseverando in una santa
vigilanza, essi attendono il ritorno del Signore per aprirgli appena avrà
picchiato ». In genere la vita del deserto non lascia l'anima allo stadio della
vigilanza e della speranza. Conforme al desiderio dei tre amici nel momento
dell'emissione del voto, Dio permette che nella solitudine e nel silenzio
l'anima « capti » già quaggiù « l'eterno ». « Lì infatti gli uomini
generosi possono raccogliersi quando vogliono, dimorare in se stessi, coltivare
alacremente i germi delle virtù e bearsi dei frutti del Paradiso ». Attesa e
già possesso, desiderio e già godimento, lotta e già ricompensa, deserto ed
al tempo stesso giardino: tale è la vocazione contemplativa pura secondo Bruno.
Con un'espressione magnifica egli pone in risalto codesto paradosso dello
stato del contemplativo, il mistero di sofferenza e di gioia che costituisce il
fondo della sua vita: « Lì si acquista quello sguardo pieno di serenità che
ferisce d'amore lo Sposo celeste, quell'occhio puro e luminoso che' vede Dio
». Conviene citare detta espressione nella densità della frase latina: « Hic
oculus ille conquiritur, cuius sereno intuitu vulneratur sponsus amore, quo
mundo et puro conspicitur Deus ». Sant'Agostino parlando di colui che abita la
città degli Angeli diceva: « Est, videt, amat: in aeternitate Dei viget, in
ventate Dei lucet, in bonitate Dei gaudet... ». « Egli vive, vede, ama:
l'eternità di Dio è la sua vita; la verità di Dio, la sua luce; la bontà di
Dio, la sua gioia »: tale è il destino del contemplativo, ma fintantoché egli
dimora quaggiù detta vita non si conduce senza sforzo, né la verità è
senza oscurità, né la gioia va esente da pena. « Sereno intuitu »: abbiamo
tradotto con « sguardo pieno di serenità »; la quale espressione oltre all'idea
di luminosità, di limpidezza include altresì la sfumatura di pace, di calma,
di riposo. Ci riportiamo così ad un'idea assai cara a Bruno, l'idea di qtiies,
di riposo. Idea centrale nella concezione certosina della vita
contemplativa. Detto riposo è frutto della fede, della speranza e dell'amore;
esso comporta molta saggezza, equilibrio, bontà, pazienza, verginità
spirituale. Quietus sarà l'epiteto preferito per qualificare « il
porto della vita religiosa », sia nella lettera a Rodolfo Le Verd sia in
quella ai Fratelli di Certosa. Tale riposo non è la comodità, la sicurezza,
l'immobilità, la passività; esso è attivo, dinamico; èanticipazione di quel
divino riposo che nell'eternità la contemplazione di Dio darà all'anima. Le
prime generazioni di Certosini non hanno preso abbaglio al riguardo: nel
capitolo XV delle Consuetudines Guigo prescriverà al Priore di dare ai
propri monaci « buon esempio riguardo al riposo, alla stabilità ed agli
altri esercizi che concernono la loro vita ». A questo punto della nostra
analisi conviene ben notare che la vita contemplativa, soprattutto spinta al
grado di purezza auspicato da Bruno, è una vocazione particolare. « I figli
della contemplazione sono meno numerosi dei figli dell'azione [6] ». Un Titolo
funebre ricorda che un monaco, il quale « amava molto Bruno, soleva
affermare che egli era il solo del suo tempo che (veramente) avesse rinunziato
al mondo ». Per una grazia sua propria e per quella di fondatore, Bruno ebbe il
privilegio di « captare aeterna » ad un grado sommo. Egli si pone veramente,
e pone coloro che desiderano di seguirlo sino in fondo nella sua
intransigenza, sul limite di due universi: l'universo di Dio, della sua grazia,
del suo amore, e l'universo del mondo, ove tutto, anche le gerarchie e gli
uffici dei chierici, è, diremmo, fatalmente contaminato d'imperfezione o di
peccato. Visione che non può comprendersi se non nella prospettiva d'una
chiamata divina ad una perfetta pienezza di amore. Visione che Bruno, dopo
quanto aveva veduto, udito, sofferto a Reims, aveva diritto di esprimere in
tutto il suo rigore. Visione che aveva diritto - diritto di amico, di
confidente, di compagno di lotta -di rimettere sotto lo sguardo di Rodolfo. Ma
visione che non può esser quella dei chierici e dei laici che al contrario Dio
invita a rimanere « nel mondo, senza esser del mondo ». Nondimeno nel
determinare le bellezze e le esigenze della vita contemplativa pura Bruno al
tempo stesso rendeva un grandissimo servigio ad ogni anima cristiana, sia pure
impegnata nel mondo: già le indicava quali fossero, nel suo stato, le
condizioni e gli effetti di ogni preghiera contemplativa, sia pure balbettata,
sia pure iniziale, - i valori di raccoglimento, semplicità, intima purezza
che le proverrebbero da un sincero amor di Dio. Checché ne sia, Bruno, secondo
codesta idea essenziale della vita contemplativa alla quale il suo amico
Rodolfo, al par di lui stesso, un giorno s'è votato nel giardino di Adamo,
spiega ciò che potrebbesi chiamare l'atmosfera che un così assoluto amor di
Dio crea per l'anima. E un clima d'energia e di forza spirituale. « Nella
solitudine e nel silenzio dell'eremo infatti gli uomini generosi possono
raccogliersi quando vogliono, dimorare in se stessi, coltivare alacremente i
germi delle virtù ». Silenzio e solitudine sono così ad un tempo condizioni
della contemplazione e frutti di essa. Detta forza spirituale conduce l'anima
a sacrificare coraggiosamente le « fallaci ricchezze [15] » ed a rinunziare
agli onori e alle cariche di questo mondo: codesta « finezza » nella
rinunzia, codesta generosità, codesta magnanimità nel sacrificio che stupiscono
il mondo ed a volte l'anima stessa non sono che gli effetti della carità: « Se
una sola volta l'amore s'impossessasse del tuo animo, ben presto disprezzeresti
quella insidiosa ed allettante seduttrice che è la gloria del mondo; facilmente
rinunzieresti alle ricchezze, cagione di tante ansie e che sono di non poco
aggravio per l'anima, come altresì non proveresti che ripugnanza per i
piaceri oltremodo nocivi tanto al corpo quanto all'anima ». La mancanza di
Rodolfo, che lo espone alla collera divina, consiste precisamente in questo:
egli è stato oggetto d'una chiamata all'amore assoluto, reca in sé la grazia
di poter assoggettarsi a tutte quelle rinunzie, e nondimeno tarda a farlo...
« Che cosa, infatti, vi è di più perverso, di più opposto alla ragione, alla
giustizia, alla natura stessa, del preferire la creatura al Creatore, del
ricercare i beni perituri più che gli eterni, quelli terreni più che i
celesti? [8] ». Il distacco dalle ricchezze e dagli onori, la povertà e
l'umiltà sono indispensabili agli « uomini generosi ». La stessa grazia della
vocazione contemplativa comporta una misteriosa illuminazione sul nulla delle
creature ed il tutto del Creatore, - come altresì una forza per distaccarsi da
quelle al fine di aderire a Dio solo. Nondimeno nella visione' spirituale di
Bruno detta forza interiore non è tensione. L'immagine dell'arco che non
deve rimanere continuamente teso, col rischio di allentarsi o di rompersi, per
quanto sia tradizionale nella letteratura mistica, non rimane meno giusta. « In
tali spettacoli della natura - dice Bruno, dopo aver poeticamente descritto le
bellezze del~eremo di Santa Maria della Torre - l'animo troppo debole,
affaticato da occupazioni spirituali, sotto il peso d'una Regola piuttosto
austera, assai spesso trova sollievo e respiro. Infatti se l'arco ècontinuamente
teso, s'allenta e diviene meno atto all'uso ». L'equilibrio di Bruno era
pressoché leggendario; agli occhi di molti esso formava - con la bontà - la
sua caratteristica, la sua « specialità ». Ma il termine non dia luogo ad
equivoci! Secondo Bruno l'equilibrio non è l'immobilità della bilancia né
un non so qual fine alternarsi di contrari che si neutralizzano, bensì
l'armonioso accordo di due qualità positive o di due 'occupazioni libere ovvero
di due sentimenti antinomici, entrambi accetti a Dio... La forza, secondo Bruno,
si deve accordare con la dolcezza, la moderazione, l'umiltà... Lo sforzo
richiesto dalla contemplazione, la lotta spirituale devono trovar distensione
in un semplice, adorante contatto con la creazione... La solitudine dev'essere
ad un tempo esigenza e riposo: Bruno si compiace-va che i suoi eremiti, almeno
alcuni, fossero uomini « molto eruditi » - « bene eruditis »; non è per noi
senza interesse l'aver egli ammesso, favorito lo studio della sacra Scrittura,
l'aver voluto le biblioteche fornite delle migliori opere spirituali. «
Nell'eremo il riposo è unito al lavoro, e l'attività è senza agitazione e
senza turbamento [6] »: simili accostamenti di termini superano l'effetto
letterario, essi esprimono un ideale. E di certo codesta propensione di Bruno
all' equilibrio dà il vero senso al termine « utile »: termine un po'
inusitato, ma che con tanta frequenza ricorre nei suoi scritti da poterlo
considerare come uno dei termini-chiave del suo pensiero. Ne abbiamo un esempio
degno di nota in codesta lettera a Rodolfo: '« Non è sempre facile dar giusti
od utili consigli... la divina carità quanto più è giusta, tanto più è utile.
Orbene, che cosa vi ha di più giusto e di più utile, di più insito nella
natura umana e di più conveniente che amare il bene? [16] ». Con molta
intuizione l'Autore dell'opera Lettres des Premiers Chartreux nota: « Vi
ha in questo tutta una filosofia - meglio - tutta una teologia: Bruno fonda
l'ordine morale, e persino la soprannaturale relazione tra l'uomo e Dio, sulla
natura stessa delle cose. E « utile » ciò che permette alla natura di
conseguire il fine da Dio assegnatole; fine intrinseco, che dà alla natura la
sua ultima perfezione ». Se tale spiegazione teologica vien tradotta
in termini di psicologia spirituale, la nozione di « utilità » avvicina,
senza per altro confondersi con esso, all'equilibrio, di cui si è detto,
all'arte d'associare l'umano e la grazia, la Creazione e la Redenzione in una armoniosa
gerarchia di valori. Bruno pertanto conciha la solitudine e l'amicizia, la
scienza ed il silenzio, la severità e l'affetto, le lotte dell'« atleta » ed
il riposo... Ottima cosa l'aver egli descritto il sito ed il clima dall'eremo
di Calabria in termini poetici, quasi romantici: « Come adeguatamente parlare
dell'amenità di questo luogo, della mitezza e salubrità del clima? ecc....».
Ma, notiamo, quel « luogo », quell'« ampia e bella pianura », quelle «
verdeggianti praterie » e « prati smaltati di fiori », ecc.... gli piacciono
solo perché detto luogo è anzitutto una solitudine... Forse alcuni si
meraviglieranno che Bruno in codesta lettera a Rodolfo non parli neppure una sola
volta, almeno esplicitamente di mortificazioni, di digiuni, di sacrifici...
Unicamente la « Regola austera » ricorda l'aspetto penitenziale della vita
eremitica. Ciò si deve al fatto che ai suoi occhi tutto questo deve obbedire
ad un'altra legge ad esso superiore e regolarsi sulla medesima: lo slancio
spirituale, la gioia profonda, la pienezza di carità di un'anima stimolata
dalla Grazia a contemplare e ad imitare Gesù Cristo morto e risuscitato. A
dir tutto, non senza un certo piacere al termine di codesta lettera dallo stile
sostenuto leggiamo la richiesta: « Ti prego di farmi recapitare la Vita di
san Remigio, dato che dalle nostre parti è impossibile trovarla ». Ciò
dimostra che non tutti i ricordi di Reims sono svaniti in codesta anima
d'eremita, e che questo puro contemplativo lasciasi ancora commuovere dal
ricordo di un passato già molto amato; egli s'interessa ancora, come uno di
noi, d'una lettura che lasciò profonda traccia in lui... Senza alcun dubbio, vi
aveva scoperto una sorgente di carità vera. Per quanto avvincente sia codesta
lettera di Bruno a Rodolfo Le Verd per conoscere l'atmosfera in cui egli vive
e fa vivere il gruppo di eremiti che gli fan corona, non vanno trascurate le
interessanti informazioni da essa forniteci sulla condizione materiale
dell'eremo di Calabria ed anche sulla salute di Bruno. « Ti fo sapere che
quanto al fisico... sto bene (Bruno è presso alla settantina), e che, per quel
che riguarda le cose esteriori, tutto procede abbastanza conforme al mio
desiderio ». Quanto al sito di Santa Maria della Torre egli ci dà, come s'è
visto, un'entusiastica descrizione... e nel leggerla proviamo rincrescimento
che non ce ne abbia lasciato una analoga del sito di Certosa: il confronto tra
le due descrizioni non sarebbe stato privo di interesse. Occorre forse
rispondere ad un'obiezione che si può avanzare a proposito di codesta lettera?
Dato che essa fa ricordare la celebre Lettera di san Girolamo al
monaco Eliodoro, o quello spunto di san Giovanni Crisostomo nella sua Expositio
in Psalmum IX, si potrebbe credere che i concetti esposti da Bruno nella
medesima siano luoghi comuni più o meno convenzionali sulla solitudine, la
contemplazione ecc. Nulla di più erroneo: il dono di una vita, il fervore di
un'esistenza si cela dietro le parole. E innegabile che Bruno epistolografo si
conforma ai modi usati dalla rettorica del tempo, appoggiandosi a grandi
modelli. Ma l'antica arte di scrivere consisteva appunto nel trattare in
maniera personale concetti comuni; ed è fuor di dubbio che Bruno nella
lettera a Rodolfo Le Verd è riuscito ad animare tutto quel che dice col
fervore del suo amore per Iddio, con la propria gioia spirituale ed il suo
sentimento affettuoso per il destinatario. Tutto il suo cuore si trasfonde nelle
parole. Ogni cosa che dice, egli la pensa, la sente, la vive. Una sola prova
potrà bastarci: più di quaranta citazioni bibliche, esplicite od implicite,
reggono la sua argomentazione: lungi dal velare od attenuare il sentimento di
lui o di renderlo in certo qual modo anonimo, tali citazioni ci mostrano al
contrario da qual parte propendeva la sua anima, quali sacri testi « risonavano
» nel suo cuore, verso quali misteri l'orientavano il suo temperamento e la
sua grazia. No, la lettera a Rodolfo non è un esercizio
accademico; al contrario essa manifesta l'animo di Bruno. Nondimeno se
possedessimo solo tale lettera, non potremmo forse dubitare di conoscere il
pensiero autentico, totale di Bruno sulla vocazione contemplativa? Non sarebbe
stato egli forse incline a concepire il suo piano, a scegliere i concetti, a
presentarli in modo da persuadere l'amico Rodolfo piuttosto che ad esporre
la sua idea essenziale? In una parola, ci troviamo di fronte ad una
perorazione o ad una confidenza personale, sebbene egli non ignorasse che le
sue lettere, come in quel tempo avveniva di tutte le lettere di personaggi
celebri, sarebbero state lette da altri che non fossero i destinatari?...
Orbene, fortunatamente ci è pervenuta un'altra lettera di Bruno, da lui inviata
ai Fratelli di Certosa. Lettera che già in se stessa è molto ricca di contenuto,
profondamente s'armonizza con quella diretta a Rodolfo Le Verd, ed alla quale
per di più le circostanze in cui fu scritta, portata, trasmessa conferiscono
un commovente significato. Pertanto i primi Certosini l'hanno considerata come
l'ultimo testamento di Bruno ai suoi figli di Certosa; e, al tempo stesso, quale
supremo attestato, suggellato dalla morte di Landuino, dell'affetto della
Certosa per Bruno. Quale fu l'occasione di tale lettera? Nel 1099 ovvero 1100
Landuino, il Priore da Bruno preposto al gruppo di eremiti di Certosa prima
della sua partenza per Roma nel 1090, venne a visitare Bruno a Santa Maria
della Torre. Dal Delfinato in Calabria il tratto è lungo; inoltre in quel tempo
era pericoloso viaggiare - quanto avvenne lo proverà - poiché certe contrade
erano devastate dalla guerra ed infestate dalle soldatesche dell'imperatore
Enrico IV e dell'antipapa Guiberto di Ravenna. Perché, quindi, intraprendere un
simile viaggio? La lettera si astiene dal darcene la ragione: la Comunità di
Certosa èfervente; l'influsso dei monaci girovaghi su alcuni Fratelli conversi,
al quale Bruno fa allusione, sembra limitato, sebbene non trascurabile. Si può
verosimilmente pensare che la sola ragione che abbia indotto Landuino a
scendere in Calabria sia stato il desiderio di rivedere Bruno, da tutti
nell'eremo di Certosa considerato come loro « unico padre » e « Superiore
» e di esaminare insieme con lui, più a fondo che non mediante lettera o messaggio,
lo stato presente e l'avvenire della Certosa. Bruno invecchiava, lo stesso
Landuino sentivasi colto da diverse infermità... Un ultimo incontro tra loro
doveva esser desiderato da essi stessi e da tutti i Religiosi di Certosa...
Landuino si mise, dunque, in viaggio, e poté a lungo intrattenersi con Bruno.
Questi poi, notato il malfermo stato di salute dell'ospite, aveva intenzione
di trattenerlo almeno per qualche tempo presso di sé, ma Landuino insisté nel
voler far ritorno all'eremo di Certosa, ove i suoi confratelli lo attendevano
nella speranza di aver notizie dirette di Bruno. Senza dubbio egli non dovè
durar fatica a persuadere Bruno non dimentico di quanto avvenne in occasione
della sua partenza per Roma nel 1090... Landuino se ne tornava latore di una
lettera di Bruno per la Comunità, quand'ecco nell'Italia centrale cadde nelle
mani dei partigiani dell'antipapa, che lo costrinsero a riconoscere Guiberto
quale Capo legittimo della Chiesa. Ma né minacce né promesse, né astuzie né
violenze valsero a piegarlo: egli dichiarò fermamente la sua fedeltà a Urbano
Il. Lo si tenne quindi prigioniero per più mesi. L'8 settembre 1100 Guiberto
moriva, e Landuino veniva rimesso in libertà; ma, disfatto per le sofferenze
patite, non potè rimettersi in cammino. Rifugiatosi nel monastero di S. Andrea
« alle falde del Monte Soratte », quivi chiuse gli occhi in pace il 14
settembre di quello stesso anno, sette giorni dopo la sua liberazione. La
lettera scritta da Bruno ai suoi figli di Certosa venne nondimeno recapitata o
da uno dei compagni di viaggio di Landuino, sfuggito ai partigiani di Guiberto,
ovvero per averla Landuino prima di morire affidata a qualche messo. Ci si può
immaginare con quale devozione gli eremiti di Certosa ricevettero tale
messaggio, per essi prezioso a doppio motivo! Ecco il testo della lettera: «
1. Ai suoi Fratelli, singolarmente amati in Cristo, fra Bruno manda il suo
saluto nel Signore. Nel venire a conoscenza, dalla lunga e consolante
relazione del nostro carissimo fra Landuino, dell'inflessibile rigore che
caratterizza la vostra osservanza saggia e veramente degna di elogio, come altresì
del vostro santo amore e dell'infaticabile zelo per tutto ciò che concerne la
purità di cuore e la virtù, il mio spirito esulta nel Signore. Si, gioisco
veramente e mi sento portato a lodare e ringraziare il Signore, e nondimeno
amaramente sospiro. Gioisco certo, com'è giusto, per l'accrescersi dei frutti
delle vostre virtù, ma mi dolgo ed arrossisco di restare inerte e neghittoso
nella miseria dei miei peccati. 2. Rallegratevi dunque, fratelli miei
dilettissimi, della vostra felice sorte e dell'abbondanza di grazie che Dio vi
prodiga. Rallegratevi d'essere scampati ai molteplici pericoli e naufragi di
questo mondo agitato. Rallegratevi d'esser giunti al tranquillo e sicuro
riposo d'un porto ben riparato, al quale molti desiderano di arrivare, molti
altresì vi tendono con qualche sforzo, eppure non riescono a giungervi. Molti
poi di quelli che vi erano giunti ne furono respinti, perché a nessuno di essi
era stato concesso dall'alto. Perciò, fratelli miei, tenete per certo e provato
che chiunque abbia goduto di un sì desiderabile bene qualora in un modo o
nell'altro venga a perderlo ne proverà un continuo dispiacere, se pur avrà
avuto qualche riguardo o sollecitudine per la salvezza della sua anima. 3. Di
voi, miei dilettissimi Fratelli conversi, dico: l'anima mia magnifica il
Signore, perché mi è dato di contemplare la grandezza della sua misericordia
nei vostri riguardi, secondo la relazione fattami dal vostro Priore e Padre
amantissimo, che è molto contento e fiero di voi. Mi rallegro anch'io per il
fatto che, sebbene non abbiate la scienza delle lettere, l'Onnipotente Iddio
scrive col suo dito nei vostri cuori non solo l'amore, ma anche la conoscenza
della sua santa legge. Le vostre opere infatti dimostrano quel che amate e
conoscete. Poiché voi praticate con ogni prudenza e zelo la vera obbedienza,
che è l'adempimento dei precetti di Dio, la chiave ed il suggello di ogni
religiosa osservanza; la quale obbedienza non è mai disgiunta da una profonda
umiltà e da una grande pazienza, e sempre s'accompagna con un casto amor di Dio
ed una sincera carità. E’ evidente che in tal guisa voi saggiamente
raccogliete il frutto soavissimo e vivificante delle divine Scritture. 4.
Perseverate dunque, Fratelli miei, nello stato cui siete giunti, e fuggite come
peste quella banda malefica, formata da certi laici del tutto menzogneri che
van divulgando i loro scritti, suggerendo cose che essi stessi non comprendono né
amano e che a parole ed a fatti contraddicono. Oziosi e girovaghi, detrattori di
ogni persona buona e religiosa, credono di esser degni di lode nel diffamare
quanti andrebbero lodati; odiosa è per essi l'obbedienza e qualsiasi
regola. 5. Avrei poi voluto che rimanesse qui con noi il fratello Landuino a
causa delle sue gravi e frequenti infermità, ma poiché è d'avviso di non
poter trovare lontano da voi né salute né gioia né vita né alcun profitto,
non ha acconsentito al mio desiderio. L'abbondanza delle sue lacrime e dei
sospiri al pensiero di esser separato da voi mi ha dimostrato quanto egli vi
stimi e di quale perfetto amore ami voi tutti. Per la qual cosa non ho voluto
menomamente costringerlo al fine di non recar danno a lui od a voi che a
motivo delle vostre meritevoli virtù mi siete carissimi. Pertanto, fratelli
miei, premurosamente vi avverto ed umilmente ma con forza vi prego di metter
in atto la carità che avete in cuore per lui in quanto vostro Priore e Padre
carissimo, benignamente e previdentemente somministrandogli quanto gli è
necessario per le sue non poche infermità. Può anche darsi ch'egli non
voglia che gli rendiate detti cortesi servigi, preferendo mettere a
repentaglio la propria salute e la vita, anziché mancare in qualche punto al
rigore dell'osservanza esteriore: la qual cosa non può affatto approvarsi; e
credo che agirà in tal modo forse perché arrossisce, lui che è il primo
nella comunità, di trovarsi ultimo su tale punto, temendo che qualcuno di voi
divenga troppo rilassato e tiepido a motivo di lui, ciò che, a mio avviso,
non è punto da temersi. Ora, affinché non siate privati di tale grazia, vi
autorizzo, solo riguardo a questo, di far le mie veci, di guisa che vi sià
consentito di obbligarlo rispettosamente a prendere tutto ciò che gli darete
per la sua salute. 6. Quanto a me, fratelli miei, sappiate che 1 'unico mio
desiderio dopo Dio è di venire a rivedervi. Con l'aiuto del Signore lo metterò
in atto appena mi sarà dato. Addio ». Se si volesse fare un paradosso,
potrebbesi sostenere che la cosa più interessante di codesta lettera è
precisamente quel che essa passa sotto silenzio, cioè il fatto semplicissimo
che sia stata scritta - e rechi la data del 1099 ovvero 1100 - come altresì che
ne sia stato latore Landuino, Priore di Certosa. L'aver Landuino, dieci anni
dopo la partenza di Bruno dall'eremo di Certosa, sentito il bisogno di abboccarsi
con questi, l'aver egli intrapreso quel lungo e pericoloso viaggio, l'aver Bruno
al momento del ritorno di Landuino provato il desiderio di scrivere di proprio
pugno ai suoi figli di Certosa qualcosa oltre alle notizie che Landuino avrebbe
loro comunicato a voce, l'aver questi prigioniero o moribondo posto in salvo e
fatto pervenire tale messaggio alla sua Comunità di Certosa: vi ha in tutto ciò
un insieme di cose che dicono più di qualsivoglia discorso sulle relazioni di
Bruno con Landuino e la Certosa. A questo si aggiungano il tono della lettera,
il fervore d'amicizia, la virile tenerezza che anima il dire di Bruno, ed
inoltre l'autorità nel consigliare, come altresì - quando trattasi della
salute di Landuino - nel dar ordini. Evidentemente Bruno rimane per gli eremiti
di Certosa, nella veneratissima persona di Landuino, il « padre », il
fondatore, il maestro, il modello. Non è verosimile che un vincolo di tal
forza siasi, nonostante l'assenza, mantenuto tra Bruno ed i suoi figli
dell'eremo di Certosa senza esservi state reciproche relazioni o per lettera o
mediante messi ovvero mediante comuni amici in occasione di viaggi. Così, ad
esempio, un tempo in cui il Papa si trovava in Francia, verso il dicembre del
1095, Ugo di Grenoble, che dalla partenza di Bruno era divenuto, ammesso che ciò
sia stato possibile, ancor più attento allo sviluppo della Certosa, veniva in
Italia spingendosi fino all'Apulia nei possedimenti del duca Ruggero, ove a
causa d'infermità doveva rimanere per due anni: ora, è forse concepibile che
in detta occasione egli non siasi incontrato con Bruno, al quale lo univa una sì
grande amicizia? D'alla lettera a Rodolfo Le Verd si sa altresì che Bruno a
volte affidava lettere a messi diretti in Francia: è mai possibile che non
ve ne sia stata talvolta qualcuna destinata a quei figli che nella presente
egli chiama « unice dilectis in Christo », « suoi fratelli amati d'un amore
unico in Cristo »? Infine, è certo che a mezzo il XIII secolo si conservava
ancora nell'eremo di Certosa un volume (volumen) contenente il libro delle Costumanze
di Guigo, la Cronaca Magister ed un certo numero di lettere le
quali « chiaramente manifestavano che (Landuino) riconosceva Bruno quale capo (praelatum)
e super-priore (priorem majorem) di Certosa »: tra tali lettere, conservate
con tanto rispetto e venerazione da osar di unirle alle Costumanze di
Guigp, non erano forse da annoverarsi quelle scritte da Bruno dalla Calabria?
Sfortunatamente il « volume » non è stato mai ritrovato; sarà scomparso
tra le fiamme di uno dei primi incendi che devastarono l'eremo di Certosa,
causando irreparabili danni alla biblioteca dei solitari. Nella presente
lettera ai Fratelli di Certosa, più breve, più familiare altresì, più
confidenziale di quella a Rodolfo Le Verd, i soggetti trattati si riducono
sovente a brevi cenni, e conviene esser maggiormente attenti a coglierli. E,
questa, essenzialmente una lettera di gioia, di lode del Signore, di
ringraziamento. Bruno si rallegra ed invita a rallegrarsi i suoi Fratelli di
Certosa: « Gaudete... » Per manifestare poi la sua gioia usa le parole stesse
della Vergine nel Magnificat: « Il mio spirito esulta nel Signore »; a tutti,
ma in modo speciale ai conversi, egli dice: « L'anima mia glorifica il
Signore ! ». Perché tanta gioia nel cuore di Bruno? Essa era dovuta all'aver
egli riconosciuto dalla relazione di Landuino che Dio prodigava in Certosa una
« abbondanza di grazie » e vi manifestava « la grandezza della sua
misericordia »: codesta bontà di Dio nei riguardi dei suoi figli ridesta nel
cuore del Padre un entusiasmo tanto più vivo quanto più egli stesso « si
duole ed arrossisce di restare inerte e neghittoso nella miseria dei (suoi)
peccati ». Da che cosa Bruno riconosce quella meravigliosa azione di Dio
nell'anima dei suoi figli? Dal fatto che essi attuano con generosità, con
ardore la loro vocazione di eremiti, quale un tempo di comune accordo hanno
stabilita. In poche linee, in poche parole Bruno ci dà poi l'essenza del suo
ideale. Al centro di detta vocazione, come nella lettera a Rodolfo, sempre
l'amore purissimo, totale di Dio, il « casto amore del Signore », la «
sincera carità (vera caritas) »: questo precisamente secondo Bruno
caratterizza la vita contemplativa. In che modo si manifesta tale amore? Qui
troviamo alcuni elementi che non figuravano (ùon era quello il luogo) nella
lettera a Rodolfo. Anzitutto l'espressione pienissima e racchiudente tutto
l'equilibrio spirituale di Bruno: « (Son venuto) a conoscenza...
dell'inflessibile rigore che caratterizza la vostra osservanza saggia (rationabilis)
e veramente degna di elogio ». Stavo per dire: tutto lo spirito regolare di
Bruno sta qui: le prescrizioni dell'osservanza devono essere « umane », «
ragionevoli », « possibili »; la perfezione non consiste nell eccessiva
austerità delle osservanze, che le renderebbe impraticabili a molti, bensì
nell'inflessibile rigore di tutti e di ciascuno nel praticare osservanze moderate:
ciò dà il tono ad una Comunità. L'anima poi dell'osservanza è l'obbedienza.
Bruno si congratula coi conversi: « Voi praticate con ogni prudenza e zelo la
vera obbedienza, che è l'adempimento dei precetti di Dio, la chiave ed il suggello
di ogni religiosa osservanza ». E questa senza dubbio una delle più belle
norme lasciateci da maestro Bruno, il quale ce la dà, notiamolo bene, al termine
della sua lunga esperienza di vita contemplativa. Per codesta sola massima gli
dovremmo - ed i suoi figli per primi - unà illimitata riconoscenza! Proprio la
persona di Landuino gli consente di dare un magnifico esempio del modo com'egli
concepisce l'osservanza e l'obbedienza: Fra Landuino ècolpito da « gravi e
frequenti infermità »; Bruno non dubita che la carità dei Fratelli di Certosa
per il loro « Priore e Padre carissimo » si dia premura a « somministrargli
benignamente e previdentemente quanto gli è necessario per le sue non poche
infermità ». Nondimeno teme che Landuino non voglia alcuna cura, preferendo
« mettere a repentaglio la propria salute e la vita, anziché mancare in
qualche punto al rigore dell'osservanza esteriore ». Cosa che in sé non è
ammissibile, ma Bruno intuisce e comprende il caso di coscienza di Landuino:
« Egli, che è il primo della comunità, arrossisce di trovarsi ultimo su
tale punto (cioè dell'osservanza esteriore), temendo che qualcuno di voi
divenga troppo rilassato e tiepido a motivo di lui ». L'aver Bruno potuto
scrivere tali cose alla comunità di Certosa come ci fa luce sullo spirito che
animava gli eremiti! L'obbedienza comporrà il conflitto tra l'osservanza e la
carità. Bruno delega alla comunità di Certosa -« solo riguardo a questo »,
com'egli precisa - la sua propria autorità su Landuino: « Vi sia consentito di
obbligarlo rispettosamente a prendere tutto ciò che gli darete per la sua
salute ». E forse possibile addurre un attestato più diretto e più commovente
sullo spirito con cui Bruno sapeva animare un gruppo di eremiti, come altresì
sulla sua bontà e la sua dolce fermezza?... Riguardo all'obbedienza la lettera
ai Fratelli di Certosa ci illumina ancora, e non poco. In codesta lettera,
diretta a tutta la comunità, un brano concerne in modo particolare i
conversi. Orbene, ivi precisamente Bruno parla dell'obbedienza, ed in quel
contesto la sua idea su tale virtù risalta con forza e chiarezza straordinaria.
La vita contemplativa, quale egli la concepisce, si alimenta nella Sacra
Scrittura; ora il converso non si dedica allo studio; capita persino che sia
incolto, illetterato, incapace quindi di leggere i Sacri Testi. Ed ecco l'opera
meravigliosa dell'obbedienza: essa supplisce alla conoscenza; è conoscenza
e, al tempo stesso, amore. Essa consente al meno istruito dei conversi di «
raccogliere il frutto soavissimo e vivificante delle divine Scritture », lo
conduce senza difficoltà là dove si sforzano di giungere le « persone colte
» che nello studio dei Sacri Testi alimentano la loro contemplazione... « Mi
rallegro... per il fatto che, sebbene non abbiate la scienza delle lettere,
l'Onnipotente Iddio scrive col suo dito nei vostri cuori non solo l'amore, ma
anche la conoscenza della sua santa legge. Le vostre opere infatti dimostrano
quel che amate e conoscete ». Detta espressione, così densa, così bella, meriterebbe
un lungo commento... E, come nella lettera a Rodolfo, anche qui Bruno insiste
sul clima, l'atmosfera nella quale si svolge una vita contemplativa vissuta
così nel fervore. Una breve espressione sintetizza il suo pensiero: « Il
sicuro riposo di un porto ben riparato ». « Rallegratevi d'essere scampati
ai molteplici pericoli e naufragi di questo mondo agitato. Rallegratevi d'esser
giunti al tranquillo e sicuro riposo d'un porto ben riparato ». Certamente
trattasi qui di perseveranza, di coraggio: « Al quale porto molti desiderano
di arrivare, molti altresì vi tendono con qualche sforzo, eppure non riescono a
giungervi »; ma anzitutto trattasi di grazia, di vocazione: « Molti poi di
quelli che vi erano giunti ne furono respinti, perché a nessuno di essi era
stato concesso dall'alto ». E qui Bruno esce in un'affermazione che a prima
vista sembra alquanto ardita nella forma assoluta in cui è espressa, ma che di
certo si fonda sulla sua esperienza di una quindicina di anni di deserto: «
Chiunque abbia goduto di un sì desiderabile bene qualora in un modo o
nell'altro venga a perderlo ne proverà un continuo dispiacere, se
pur avrà avuto qualche riguardo o sollecitudine per la salvezza della sua anima
». Così, simili in profondità di contenuto, differenti nell'espressione e
nella tonalità, si presentano nelle loro peculiarità le due lettere che ci
rimangono di Bruno. L'una argomenta, cerca di convincere e di ottenere una
risoluzione; l'altra è un'effusione di gioia e di affetto paterno. Ambedue ci
mostrano un Bruno al tempo stesso saggio e sensibile, maggiormente premuroso
di giovare ai suoi con atti di generosità, di dolce e tenace perseveranza,
anziché con effimeri slanci di fervore; intento ad associare in un'intima
armonia cose che a prima vista sembrano se non escludersi, almeno non
conciliarsi spontaneamente, come lo sforzo ed il riposo, l'austerità e la
gioia di vivere nella creazione, la rigorosa osservanza e la misericordia
fraterna. Tutto questo, unito all'immensa bontà che s'irradia da tutta la
personalità di Bruno, crea attorno a lui un clima molto caratteristico, un
alone di posato entusiasmo per una vocazione tutta particolare qual è la
vocazione contemplativa: tale vocazione è la chiamata ad un purissimo, «
casto » (castus) amor di Dio, vissuto, gustato nella solitudine, il silenzio e
la semplicità; è un'anticipazione dell'eterna visione beatifica, e già un
po' della pace ardente del Cielo... Questo, agli antipodi di ogni egoismo, è il
senso spirituale che va dato all'espressione di Bruno: « Rallegratevi d'esser
giunti... al sicuro riposo d'un porto ben riparato ».
9.
L'EREMO DI CALABRIA E L'EREMO DI CERTOSA
La
vita contemplativa ideale e concreta, entusiasmante ed esistenziale,
descrittaci dalle due lettere inviate dalla Calabria, Bruno, siamone sicuri,
l'ha vissuta ed ha aiutato gli altri a viverla a Santa Maria della Torre. Nella
scarsità di documenti certi, talvolta ci domandiamo che cosa egli abbia fatto
durante gli anni trascorsi in Calabria, ed i biografi cercano d'inventare per
lui quelle che si potrebbero chiamare occasioni di marifestarsi e d'agire
nella Chiesa... Tutto induce a credere che nella differenza di luoghi e di
condizioni politiche i dieci anni vissuti in Calabria somigliarono moltissimo
per Bruno ai sei anni vissuti nell'eremo di Certosa: lo stesso silenzio esteriore,
lo stesso gusto per la solitudine, identico l'ardore di vita contemplativa e
l'irradiamento spirituale sulla Comunità, come altresì una bontà semplice
ed una carità non dissimili... Nei difficili sviluppi che dopo la morte di Bruno
conobbe la fondazione di Calabria un punto rimarrà saldo, stabile: un gruppo
di eremiti resterà sempre fedele l'ideale di Bruno; gruppo che andrà
assottigliandosi, ma che non verrà meno e conserverà lo spirito di lui. Così
un giorno, verso il 1170, dei solitari che vivevano nei pressi di Garessio in
Piemonte chiesero al « Maestro dell'eremo », vale a dire al Priore di Santa
Maria della Torre, che alcuni dei suoi religiosi andassero a formarli alla vita
eremitica. Il Priore accondiscese al loro desiderio ed inviò parecchi suoi
figli. Orbene, terminato questo, diciamo così, noviziato, i solitari chiesero
il favore di aggregarsi non all'eremo di Santa Maria della Torre, bensì a
quello di Certosa: è difficile non scorgere in detta preferenza un effetto
della fedeltà degli eremiti di Calabria al puro ideale di Bruno. Ed allorché
nel 1192 Guglielmo da Messina, ultimo Superiore di Santa Maria della Torre e di
Santo Stefano, chiese ed ottenne l'annessione del Monastero all'Ordine Cistercense,
i pochi eremiti che ancora rimanevano a Santa Maria della Torre protestarono;
quindi si ritirarono a un centinaio di chilometri nel Massiccio
dell'Aspromonte al disopra di Reggio: supremo attestato di fedeltà reso a
Bruno cento anni dopo la fondazione da alcuni suoi figli cosa di somma
importanza, lo si vede meglio al presente, l'aver la storia fermamente accertato
che nessun cenobio sia sorto, nessun genere di vita cenobitica si sia
avuto a Santa Maria della Torre o nelle immediate adiacenze durente la vita di
Bruno. Che cosa avrebbero significato la lettera a Rodolfo Le Verd e quella alla
comunità di Certosa, se fossero state scritte da un Bruno non fedele lui stesso
al suo primo disegno?... E’ innegabile (vi facevamo dianzi allusione) che il
sito e le condizioni politiche in cui trovavasi l'eremo di Calabria non erano
paragonabili al sito e alle condizioni di vita dell'eremo di Certosa. Tali
differenze peseranno non poco sul destino dell'eremo di S. Maria e già danno
una tinta abbastanza vivace all'esistenza del gruppo di eremiti al tempo di
Bruno. Conviene che ricordiamo, almeno sommariamente, detto stato di cose.
Nell'eremo di Certosa, fin dal momento in cui vi si stabilì, Bruno aveva
ottenuto una donazione esente da dominio, e si trovava al riparo da ogni
ingerenza e da ogni indiscrezione dei donatori; ivi, su quelle terre povere,
protette nel loro isolamento, si poco fertili da non eccitare la cupidigia di
alcun signore né di alcuna abbazia, egli aveva piena libertà di far quel che
voleva. Se Ugo di Grenoble rimase vicinissimo agli eremiti, se accadde che
intervenisse nei loro affari, era per aiutarli, e conforme al loro spirito:
egli comprendeva intimamente l'ideale di Bruno, lo aveva fatto suo. E detta
indipendenza si era dimostrata sì preziosa che nel 1090, subito dopo la ricostituzione
della comunità, Bruno e Landuino non si diedero tregua finché non ebbero
riacquistato piena autorità sulle terre dell'eremo. In Calabria la cosa era ben
diversa: oltre a trovarsi per natura l'eremo in posizione meno inaccessibile,
meno solitaria, meno orrida dell'eremo di Certosa, Bruno ed i suoi figli
erano, volenti o nolenti, obbligati verso il conte Ruggero e verso di lui solo.
La loro prima presa di possesso e le generose donazioni ad essi fatte in appresso
dal principe facevan parte, che Bruno lo volesse o no, di una politica: la
sostituzione nella regione del monachismo latino a quello greco; e nella
cerchia dei diplomatici di Urbano Il Bruno figurava da « intermediario », da
« mediatore », per non dire « ostaggio » tra il Papa ed il conte: non
avrebbe potuto resistere al conte senza rischiar di scontentare il Papa e
certamente di nuocergli. La qual cosa per altro era ben lungi dall'accadere,
poiché il conte aveva per Bruno una venerazione, un rispetto riconosciuti ed
ammirati da tutti; inoltre un affetto particolarmente cordiale univa i due
uomini ed un posto di privilegio godeva di certo Bruno nelle relazioni del
conte. A tal riguardo i biografi hanno persino parlato di « amicizia »; e
tutto un complesso di scritti, più o meno epici, ha celebrato detta intimità
del conte col Santo... Si è preso piacere nel citare un componimento poetico
che Maraldo, un religioso dell'eremo di Santa Maria della Torre, avrebbe scritto
in occasione del battesimo che Bruno stesso avrebbe amministrato a Ruggero Il,
figlio del conte, che doveva poi cingere la corona del Regno di Sicilia,
Calabria e Puglia. Difatto non è cosa sicura che codeste relazioni tra Bruno ed
il conte abbiano mai superato lo stadio di un'intesa molto cortese e rivestito
il carattere di un'autentica amicizia... Checché ne sia, tale perfetto accordo
tra Bruno ed il conte Ruggero darà origine a due ordini di avvenimenti che
apparentemente rimangono esteriori all'ideale eremitico di Bruno, ma che a lungo
andare rovineranno la sua opera: il conte colmerà l'eremo di donazioni, ed il
« Magister eremi - Maestro dell'eremo » diverrà a poco a poco uno dei primi
personaggi della Contea e poi del « Regno ». Senza pretendere di essere
esaurienti, seguiamo le principali tappe della costituzione della proprietà
dell'eremo al tempo di Bruno. Noteremo sin d'ora, al fine di trarne fra poco le
conclusioni che si impongono, che molti degli atti ufficiali di cui parleremo
sono intestati ai due nomi di Bruno e di Lanuino. La prima Carta di donazione
dell'eremo della Torre non è stata ritrovata.. - ma e certo che vi fu.
L'importanza del dono ci è poi nota dalle Carte di conferma: del vescovo di
Squillace, data il 7 dicembre 1091, del Papa Urbano Il, data il 14 ottobre
1092, e del conte Ruggero, redatta il 10 maggio 1093; tutto il terreno della
Torre era donato agli eremiti « fino a due miglia di distanza attorno alla
chiesa ». Sin dal principio la proprietà era dunque considerevole. Il 15
agosto (1094?) venne solennemente consacrata da Archerio, arcivescovo di
Palermo, la chiesa dell'eremo, dedicata alla Vergine Maria ed a san Giovanni
Battista. Il conte e la sua Corte onoravano con la loro presenza la cerimonia.
Quattro vescovi: Tristano, vescovo di Tropea, Angerio, vescovo di Catania,
Teodoro, vescovo di Squillace e Goffredo, vescovo di Mileto, facevano corona
ad Archerio. Per festeggiar poi l'avvenimento il conte Ruggero fece all'eremo
una nuova ed importante donazione: l'antico monastero di Arsafia con tutte le
dipedenze; tali proprietà estendevansi fino alla città di Squillace. 4
settembre (1094?) il conte Ruggero fece dono a Bruno ed a Lanuino di tredici
famiglie di coltivatori in assoluta sudditanza. Altri doni di « famiglie di
contadini », una volta cinquanta, in altra occasione sedici, verran fatti ora
dal conte ora dal duca. Nel 1096 il conte fa dono a Lanuino di un mulino; lo
stesso anno donà a Bruno ed a Lanuino il « frutteto di San Nicola » ed una
vasta proprietà il cui possessore « è morto senza prole ». Poco prima
della sua morte, il 16 giugno 1101 il conte dona ancora a Bruno ed a Lanuino un
villaggio, Arunco, in quel di Squillace, più un centinaio di «servi della
gleba », appartenenti a detto villaggio o a due altri di cui egli aveva già
fatto dono agli eremiti, Montauro e Oliviano. Vi aggiungeva altresì il mulino
di Alessi, sito nei pressi di Squillace. Come tutta codesta abbondanza
rassomigliava poco alla povertà dell'eremo di Certosa! Nel 1101 la proprietà
di Certosa non era gran che divenuta più estesa; i terreni rimanevano poveri e
difficili a sfruttarsi. Per poter vivere gli eremiti dovevano esser poco
numerosi; ed ancora non superavano il numero di dodici. Al contrario in Calabria
gli eremiti erano già una trentina; la loro proprietà, vasta e prospera. Come
il « Magister eremi » sarebbe potuto non divenire una potenza del Regno?...
Se gli archivi non han conservato alcun documento pontificio col quale venga
confidata a Bruno qualche « missione » apostolilica, non si può dir così
di Lanuino. A cominciar dal 1104 il Papa Pasquale Il lo incarica di occuparsi
dell'elezione del vescovo di Mileto e della correzione di due abati
prevaricatori. A più riprese, tra il 1104 ed il 1118, detto Pontefice gli
affiderà l'incarico di riformare certi monasteri: missioni particolarmente
delicate che dimostrano l'autorità di Lanuino e le doti che possedeva quanto
all'accomodar affari. Nel febbraio del 1113 il Papa gli concede un grande privilegio,
quello cioè di poter ricevere candidati al no-viziato ed alla professione senza
chiederne l'autorizzazione al loro vescovo... Si sente via via crescere
l'influsso temporale dei successori di Bruno, ma altresì, parallelamente, un
certo fermento nel gruppo degli eremiti: discostandosi dalla semplicità e dal
silenzio di Bruno ci si discosta altresì dalla sua pace, quella pace
indispensabile alla pura contemplazione... a inoltre notato come nella maggior
parte di codesti antichi documenti il nome di Lanuino appaia accanto a quello
di Bruno. Il computo è stato fatto dal Certosino che li ha studiati: « Su
quindici Carte di principi, due Bolle ed una lettera di Urbano Il, ed un
privilegio di Pasquale Il: quattordici di tali documenti sono diretti
congiuntamente a Bruno ed a Lanuino, sì da sembrar che vengan messi alla pari
come se entrambi fossero ad ugual titolo superiori della fondazione di
Calabria. Tre atti son diretti al solo Bruno e due al solo Lanuino. Su codesti
diciannove antichi diplomi se ne trovano quattro che attribuiscono a Lanuino
una parte attiva nell'amministrazione ». Che cosa vuol dir questo? Ciò dimostra
chiaramente che Lanuino aveva presso Bruno un compito che superava anche quello
di un Procuratore accanto al suo Priore; negli affari e le relazioni esterne
Lanuino era l'alter ego di Bruno. Che il maneggio degli affari non fosse
mai andato a genio a Bruno lo prova tutta la sua vita, e non è il caso
d'insistervi: nell'eremo di Certosa la carità e l'abilità di Ugo, vescovo di
Grenoble, attenuavano tale deficienza; la fretta poi dello stesso Bruno nel cedere
del tutto ed immediatamente all'abbazia di La Chaise-Dieu la proprietà di
Certosa aJ momento della crisi provocata nei suoi confratelli dalla chiamata
di Urbano Il ce lo mostra inesperto riguardo alle cautele ed agli accorgimenti
richiesti dagli affari di questo mondo. Nell'abbondanza e nella complessità
delle donazioni fatte alla fondazione di Calabria era indispensabile ch'egli
disponesse d'una specie di uomo d'affari, d'un compagno sul quale poter
confidare e sgravarsi da ogni preoccupazione amministrativa: orbene Lanuino era
la persona che faceva al caso, questo normanno che d'altronde sarà un giorno
suo successore quale « Maestro dell'eremo » e che sembra aver avuto un
temperamento attivo, dinamico, realista ed esser stato al tempo stesso
gratificato di innegabili doni di contemplazione (la Chiesa ne farà un
beato...). Detto sdoppiamento, imposto senza dubbio dalle circostanze, non
andava esente da gravi inconvenienti. Per quanto fedele e perfetto discepolo
lo si supponga, un uomo incaricato, come Lanuino, dell'amministrazione di
considerevoli beni non poteva aver la medesima visione delle cose che aveva Bruno
il contemplativo, il povero, il disponibile. E, a sua volta, questi con la sua
finezza spirituale non poteva non avvertire come tante ricchezze e sollecitudini
mal si conciliassero col suo ideale eremitico. Finché egli sarà presente con
la sua bontà, il suo equilibrio ed il purissimo concetto che ha della vita
contemplativa tali divergenze altro non saranno che screzi, presto sommersi
nell'irradiamento della sua personalità. Ma che cosa sarà il giorno ch'egli
verrà a mancare?... Le Carte ci lasciano intuire qualcosa di codesta differenza
di modi tra Bruno e Lanuino allorché trattavasi di accettare o di chiedere
qualche dono. Neppur una di esse ci presenta Bruno nell'atto di sollecitare
qualche dono. Al contrario, la famosa Carta dell'assedio di Capua, che
nonostante la sua non autenticità manifesta qualcosa dell'ammirazione popolare
per Bruno (essa venne redatta tra il 1122 ed il 1146), ce lo mostra nell'atto di
rifiutare le ricche donazioni che gli voleva fare il conte Ruggero: « Io
Ruggero... lo pregai, leggesi in detto documento, che per amore di Dio si
degnasse di accettare dei cospicui proventi sulla mia proprietà di Squillace;
nel rifiutarli egli mi diceva di aver abbandonato la casa paterna e la mia, in
cui aveva occupato uno dei primi posti, al fine di poter, libero dalle cose di
questo mondo, servire il suo Dio. Finalmente a stento riuscii a fargli accettare
un modesto presente. A lui ed ai suoi sucessori donai in perpetuo e senza
alcun censo il monastero di San Giacomo di Montauro con alcuni annessi e molti
altri beni, insieme a numerosi privilegi...». Dato che la Carta non è
autentica, tale particolare non ha importanza come altresì il resto della
narrazione; nondimeno i falsari sogliono ideare i loro falsi in un insieme di
circostanze che li rende verosimili. Il rifiuto da parte di Bruno delle
donazioni sarebbe stato « ammesso », se tale disinteresse non avesse fatto
parte della sua « leggendaria personalità »? Comunque sia, esso troppo ben
corrisponde a quanto sappiamo dell'amore per la povertà in Bruno, del suo
totale distacco, dell'impegno che metteva nel tener lontano dai suoi figli il
« male » delle ricchezze, da poter noi rigettarlo del tutto. Ed avrebbe
scritto quel che a tal riguardo ha scritto a Rodolfo Le Verd, se egli stesso
avesse deliberatamente accettato in Calabria tanti poderi e tanti proventi?...
Se così fosse, i consigli ch'egli dà rasenterebbero la simulazione.
Consideriamo l'altro portello del dittico: come si comporta Lanuino quando si
tratta di donazioni. Non solo egli riceve quelle che gli vengono offerte, ma
altresì le sollecita. Senza dubbio, la premura per quanto concerne il lato
economico giustifica e talvolta esige persino ch'egli si faccia mendico. Nondimeno
sembra esservi stata in lui una certa abilità naturale che non sfuggì al conte
Ruggero. Per caso possediamo una Carta autentica del 1096 in cui la finezza
normanna di « Fra Lanuino dell'eremo » si trova alle prese con la finezza non
meno normanna del conte Ruggero. Si trattava d'un mulino e d'una cascata
d'acqua; ma lasciamo la parola al « Placitum » di detto conte; d'esposizione
succinta non soddisfarebbe come la narrazione diretta: « Un giorno io, Ruggero,
per grazia di Dio conte di Calabria e di Sicilia, mentre dopo l'ora nona in
compagnia di N.N.... mi dirigevo a cavallo verso Sant'Angelo, ecco venirci
incontro Fra Lanuino dell'eremo che saliva verso la piazza presso la strada
proveniente da Gramatico. Lanuino, proseguendo a cavallo insieme con noi fin
oltre Sant'Angelo, pregò che mi fermassi un momento perché avrebbe dovuto,
come diceva, parlarmi di qualcosa che mi avrebbe interessato. Fermatici a
Monticino, che si trova al di là di Sant'Angelo di fronte alla cappella detta
del Santo Ladrone, parlando a nome di maestro Bruno, da buon persuasore qual
era mi pregò di dar loro per il sostentamento degli operai del monastero di
Montauro uno dei miei mulini di Squillace. Per deferenza verso maestro Bruno
gli risposi amichevolmente: - Fra Lanuino, grazie a Dio sei un buon lavoratore
ed un eccellente costruttore di monasteri, mettiti all'opera e presto
costruisciti un mulino nella proprietà di Arsafia che ti è stata assegnata
nei pressi di Soverato, ove si trova una buona e vera cascata d'acqua -. A
codeste mie parole Lanuino si ricordò del vecchio mulino che una volta era in
detto luogo e, rendendo grazie a Dio, chiese che della mia risoluzione e della
concessione di poter edificare il mulino ordinassi che si stendesse un
documento e fosse autenticato con sigillo. Il che feci prendendo a testimonio le
predette persone che erano con me e che mi pregavano a tal riguardo. Alcun tempo
dopo, la contessa Adelaide, mia consorte, diede il suo assenso in merito nel
palazzo di Mileto durante un banchetto nel quale Fra Lanuino e mio figlio
Malgerio ricevettero detto documento... I commensali come altresì i coppieri e
le persone di servizio esclamarono ad una voce: Amen, fiat, fiat ». Codesta
Carta meriterebbe di esser considerata punto per punto; essa riflette
un'atmosfera del tutto caratteristica, e meglio di qualsiasi spiegazione mette
in chiaro le relazioni del conte Ruggero con Bruno e Lanuino. In tale atto
giuridico si avverte una specie di sorriso divertito e garbatamente ironico:
il conte non si lascia prendere dalle monacali astuzie di Lanuino, ma cede per
deferenza verso Bruno... Lanuino, in ogni modo, vi si rivela tutt'intero sia
dalle parole del conte: « bonus laborator... egregius monasteriorum aedificator
», sia dalle sue proprie reazioni. Com'è differente lui da Bruno! Tale Carta
- certamente autentica - ci consente d'interpretare con maggior sicurezza
quanto vi ha di vero in quella - non autentica - detta dell'assedio di Capua,
della quale parlavamo poc'anzi: in quest'ultima Bruno appariva uomo
disinteressato, povero, riservato di fronte a troppo sontuose donazioni; al
contrario Lanuino volentieri accetta quanto il conte gli offre, insiste persin
due volte affinché i doni vengano migliorati, arrotondati... Codesto senso de
gli affari, detta arte del trattare dipendevano senza dubbio dal « Lanuino
della leggenda », come l'amore per la povertà contrassegnava il « Bruno della
eggenda »... Sia detto di passaggio e con tutte le riserve che la non
autenticità della Carta dell'assedio di Capua impone, è cosa curiosa e desta
maraviglia che ci vengano presentati così, a proposito d'una donazione
concernente la terra di Squillace, i differenti modi di procedere di Bruno e di
Lanuino, dato che tale terra, che Bruno avrebbe rifiutato il 2 agosto 1099, di
fatto è stata donata agli eremiti, parte il 15 agosto (1094?) e parte il 16
giugno 1101... E precisamente a Montauro, in quel di Squillace, Lanuino il 27
gennaio 1114 con l'autorizzazione del Papa erigeva un cenobio con
Regola benedettina; cominciava così quell'evoluzione che avrebbe condotto
l'eremo di Santa Maria della Torre ben lungi dall'ideale di Bruno e ne avrebbe
fatto un monastero cistercense. La predetta divergenza di modi di vedere e di
condursi tra Bruno e Lanuino non poteva sfuggire alla Comunità dell'eremo di
Calabria. Un disaccordo tra i religiosi era inevitabile, e di fatto sorgerà
subito dopo la morte di Bruno a proposito dell'elezione del suo successore.
Molti esitavano di nominare Lanuino Priore dell'eremo di S. Maria. La cosa fu
abbastanza grave e si protrasse tanto da richiedere un intervento papale.
Pasquale Il incaricò il cardinale di Albano, come Legato, di esaminare lo
stato di cose e ristabilire la pace. Infine Lanuino venne eletto « Maestro
dell'eremo » e tutti i religiosi gli prestarono obbedienza; nondimeno il
Vicario di Cristo nelle lettere che inviò agli eremiti per celebrare il ristabilimento
della pace giudicò opportuno d'invitar Lanuino ad imitare le virtù di Bruno,
in modo speciale la sua fedeltà all'eremo... Ma ciò appartiene già ad un
altro ordine difatti.
10.
LA MORTE DI BRUNO
Ecco
che la morte sta per colpire duramente Bruno nelle sue amicizie e le sue
relazioni. In meno di due anni egli vedrà spegnersi tre dei personaggi coi
quali aveva stretti legami d'amicizia. Urbano Il
(Santa
Maria: la Chiesa normanna)
morì
il 29 luglio 1099: Gerusalemme era stata liberata dai Crociati quattordici
giorni prima, ma i messi di Goffredo di Buglione giunsero a Roma troppo tardi
perché il Papa potesse apprenderne la nuova prima di spirare. Raniero, in
addietro monaco dell'abbazia di Cluny, cardinale-prete del titolo di san
Clemente, gli successe col nome di Pasquale Il (14 agosto 1099): era questi un
amico di Bruno ed aveva in grandissimo pregio la sua fondazione. Nel luglio
del 1101 detto Pontefice confermerà le donazioni fatte dal conte Ruggero agli
eremiti della Certosa di Calabria. Nel settembre del 1100 Bruno veniva
successivamente a conoscenza della prigionia, poi della liberazione ed
infine della morte di Landuino. La fedeltà di questi al Papa legittimo aveva
dovuto colmarlo di gioia e di fierezza) e certamente dolorosa fu per lui la sua
morte: Landuino era il compagno delle primissime ore, l'amico fedele, il
confidente delle sue pene e delle sue gioie, il discepolo al quale aveva potuto
con piena speranza commettere la fondazione di Certosa nel drammatico momento
della sua partenza per Roma. Ed inoltre, se egli si spegneva lontano dal suo
Padre, lontano dai figli, non era forse per aver intrapreso in un moto di
fedeltà tutta filiale quel lungo e pericoloso viaggio allo scopo di poter
rivedere lui, Bruno?... Ed ecco a sua volta il 21 giugno 1101 estinguersi il
conte Ruggero, guerriero fortunato e grande amministratore... Tutta la
fondazione di Calabria è legata al suo nome. Senza alcun dubbio egli fu per
Bruno un mecenate un po' troppo insistente, quasi troppo generoso; nondimeno
detta generosità era sincera e derivava da un vero desiderio di assicurare a
lungo in avvenire la presenza degli eremiti in Calabria. Ormai quale
probabilità di mutarsi in realtà poteva avere la speranza manifestata da
Bruno al termine della sua lettera ai Fratelli di Certosa: « Quanto a me,
fratelli miei, sappiate che l'unico mio desiderio dopo Dio è di venire a
rivedervi. Con l'aiuto del Signore lo metterò in atto appena mi sarà dato »?
Di certo non facevasi più illusione... In lui non rimaneva che il gran
desiderio, quel desiderio che, secondo la sua propria espressione, per sedici
anni lo aveva fatto perseverare « in una santa vigilanza »nella solitudine, il
desiderio cioè di Dio... Nulla sappiamo dell'infermità che ne causò la morte.
Dalla Lettera enciclica che i suoi figli di Calabria preposero al Rotolo
dei Morti ci è solo noto che il suo fu un transito serenissimo. Nella settimana
precedente la sua dipartita Bruno volle fare una professione di fede: era un
uso abbastanza frequente in quel tempo. « Sapendo, dice la Lettera
enciclica, che era giunta per lui l'ora di passare da questo mondo al Padre,
(Bruno), convocati i confratelli, riandò tutte le tappe della sua vita a
cominciare dall'infanzia, e si soffermò su tutte le cose del suo tempo degne di
essere conosciute e messe in risalto. Di poi professò la sua fede nella Trinità
con un lungo e profondo discorso, e così concluse: - Credo anche nei
Sacramenti nei quali crede e che venera la santa Chiesa, ed espressamente che il
pane ed il vino che vengono consacrati sull'altare sono dopo la consacrazione il
vero Corpo di nostro Signore Gesù Cristo, la vera Carne ed il vero Sangue di
Lui, che anche noi riceviamo per la remissione dei nostri peccati e nella
speranza dell'eterna salvezza. - La domenica successiva quell'anima santa si
separò dal corpo: era il giorno precedente le none di ottobre nell'anno del
Signore 1101 ». Una tale semplicità rifiuta ogni commento. Per lungo tempo il
testo integrale della professione di fede di Bruno è rimasto nell'oblio.
Venne ritrovato da don Costanzo de Rigetis nell'archivio di Santa Maria della
Torre. Sfortunatamente il manoscritto era molto deteriorato, roso e difficile
a decifrarsi in più punti. Don Costanzo ne trascrisse il testo e nel 1522 lo
inviò al Generale dei Certosini. Eccolo tradotto dall'edizione critica di Sources
clzrétiennes. A detto testo i Religiosi dell'eremo di Calabria premisero
un prologo commovente: « Abbiamo cercato di conservare per iscritto la
professione di fede di maestro Bruno, pronunziata dinanzi a tutti i suoi
confratelli radunati quando presentì che per lui si approssimava l'ora di
prender la via d'obbligo d'ogni vivente, dato che ci aveva molto premurosamente
pregato di esser testimoni della sua fede dinanzi a Dio ».
Segue la professione di fede:
« 1. Fermamente credo nel Padre e nel Figlio e nello Spirito
santo: nel Padre non generato, nel Figlio unigenito, nello Spirito santo
procedente da entrambi; e credo che codeste tre Persone sono un solo Dio. 2.
Credo che questo stesso Figlio di Dio sia stato concepito per opera dello
Spirito santo nel seno di Maria Vergine. Credo che la
Vergine sia stata castissima prima del parto, che è rimasta vergine nel
parto ed eternamente vergine dopo di esso. Credo che lo stesso Figlio di Dio
sia stato concepito tra gli uomini come un vero uomo senza peccato. Credo che
codesto stesso Figlio di Dio per invidia venne catturato dai perfidi Giudei,
ingiuriosamente trattato, ingiustamente legato, coperto di sputi, flagellato;
che morì e fu sepolto; discese agl'inferi, per liberarne i suoi che vi si
trovavano prigionieri. E disceso (dal Cielo) per la nostra redenzione, ed è
risorto; è asceso al Cielo, donde verrà a giudicare i vivi ed i morti. 3.
Credo nei Sacramenti nei quali crede e che venera la Chiesa cattolica, ed
espressamente che ciò che vien consacrato sull'altare è il vero Corpo, la vera
Carne ed il vero Sangue di nostro Signore Gesù Cristo, che anche noi riceviamo
per la remissione dei propri peccati e nella speranza dell'eterna salvezza.
Credo nella risurrezione della carne e nella vita eterna. Amen. 4. Confesso e
credo che la santa ed ineffabile Trinità, Padre, Figlio e Spirito santo, è
un solo Dio naturale, d'una sola sostanza, d'una sola natura, d'una sola maestà
e potenza. E professiamo che il Padre non è stato generato né creato, ma che
è non genito. Lo stesso Padre non trae origine da nessuno; da Lui è nato il
Figlio e procede lo Spirito santo. Egli è dunque sorgente ed origine di tutta
la Divinità. Il Padre inoltre, ineffabile per essenza, ha ineffabilmente
generato dalla propria sostanza il Figlio; tuttavia non ha generato altro se non
ciò che è Lui stesso: Dio ha generato Dio; la luce, la luce. Da lui quindi
deriva ogni Paternità in Cielo e sulla terra. Amen ».
Di fronte a tale documento due
osservazioni s'impongono. La prima concerne il piano della professione di
fede. Se confrontiamo detto testo con le indicazioni della Lettera
enciclica degli eremiti di Calabria citata precedentemente, notiamo che
quest'ultima termina con una dichiarazione sui Sacramenti, e quello, con una
dichiarazione sulla Paternità di Dio e la Trinità. Tale differenza sarebbe di
poca importanza, se d'altro canto codesta ultima dichiarazione non
riproducesse parola per parola un brano del Simbolo del XI Concilio di Toledo (7
nov.)... Di qui il dubbio: detto brano non potrebbe esser stato inserito nella
professione di fede di Bruno in tempo posteriore? Noi però non pensiamo così.
L'enciclica degli eremiti di Calabria non pretende di dare l'insieme della
professione di fede né nel suo testo né nel suo ordine; ed essa stessa fa
notare che Bruno « professò la sua fede nella Trinità con un lungo e profondo
discorso », come se tale fatto avesse colpito i testimoni della scena; ora
l'atto di fede nella Trinità col quale comincia la professione di Bruno, per
quanto ferme ne siano le formule, non sembra « un lungo e profondo discorso »,
come al contrario lo sembra il brano concernente la Paternità divina. Qual
meraviglia che per professare la propria fede Bruno siasi servito di un testo
conciliare, per altro ricco di contenuto? E cosa naturale l'aver egli voluto in
simili circostanze servirsi delle parole stesse della Chiesa cattolica. Ciò
posto, possiamo fare la seconda osservazione. Detta professione di fede non può
essere che di un grande contemplativo quale Bruno, e mirabilmente viene a
completare quanto sulla originale vocazione di lui ci manifestano la lettera a
Rodolfo Le Verd e quella ai Fratelli di Certosa. Abbiamo in essa, come sembra, i
più elevati pensieri che animavano la contemplazione di Bruno nella solitudine:
la sua anima portavasi con tutto il peso dell'ammirazione e dell'amore sui
quattro grandi e più profondi misteri della vita cristiana: la Paternità
divina, l'Eucaristia, l'Incarnazione e la Passione, e sul mistero di Maria,
Madre di Dio e sempre vergine. Tale è il clima in cui manifestamente Bruno si
è compiaciuto, ha vissuto, ha trovato la Gioia. In punto di morte il suo ultimo
sguardo spontaneamente si ferma, si fissa su codeste ricchezze della
Rivelazione; le sue labbra inneggiano a ciò di cui egli ha vissuto. Più che
una professione di fede, le sue parole sono una professione d'amore. Bruno v'uol
morire nella Luce da cui per tutta la vita è stato illuminato. Il suo transito
avvenne il 6 ottobre 1101. Egli era un po' più che settantenne ed eran
trascorsi diciassette anni dalla fondazione dell'eremo di Certosa. Appena
diffusasi la nuova della sua morte dalla Calabria e da altre regioni d'Italia fu
un accorrere a venerare la sua spoglia mortale. Si dice che i Certosini
dovettero lasciare il corpo esposto per tre giorni prima di tumularlo. In quel
tempo alla morte di qualche personaggio importante era uso inviare alle chiese e
monasteri, ove egli era conosciuto, un messo recante l'annunzio del suo
trapasso, con l'incarico di chieder preghiere o suffragi per il riposo della sua
anima. Il messo portava, ordinariamente al collo, lunghi rotoli di pergamena, Rotuli
3 - donde il nome di Rollifero - su cui coloro che personalmente o
per sentito dire avevano conosciuto il defunto apponevano a piacimento
l'elogio di lui e promettevano preghiere: tali testi sono pervenuti fino a noi
col nome di Titoli funebri, Tituli funebres. Così avvenne per Bruno.
Dopo il suo transito gli eremiti della Certosa di Calabria inviarono un
rollifero - di certo un converso - a tutte le Chiese, le abbazie, i conventi che
lo avevano conosciuto: tale messo era latore della Lettera enciclica mediante
la quale « davasi l'annunzio della morte di maestro Bruno e si chiedevano
suffragi per la sua anima ». Centosettantotto di detti Titoli funebri ci
sono pervenuti. Grazie a codesti documenti si può alla meglio ricostituire
l'itinerario del rollifero od almeno indicarne le tappe. Dalla Calabria egli
sale verso l'alta Italia; tocca Lucca e poi Piacenza. Devia quindi verso
l'ovest e tocca le Alpi a Susa. Attraverso quale passo le valicò? Lo ritroviamo
a Oulx nel Delfinato. Giunge poi a Grenoble e da Grenoble recasi alla Certosa.
Sul Rotolo dei Morti gli eremiti di Certosa appongono le seguenti accorate ed
affettuose righe: « Noi, Fratelli di Certosa, più di tutti sventuratamente
privati del conforto del pussimo Padre nostro Bruno, uomo grandemente celebre,
non possiamo fissare un limite a quanto faremo per la sua diletta e santa
anima. I benefici di cui, a dir il vero, gli siamo debitori superano tutto ciò
che potremo e saremo capaci di fare. Pertanto pregheremo ora e sempre per lui
come per l'unico padre e superiore nostro; e le Messe come anche le altre
pratiche pie che da noi è uso di applicare ai defunti non cesseremo di
applicarle per la sua anima com'è dovere di figli ». Il rollifero quindi
visita anche il priorato di Cornillon, dipendenza dell'abbazia di La
Chaise-Dieu, - il priorato maggiore dei Canonici di San Rufo a la Còte
Saint-André, il cui Titolo funebre è particolarmente affettuoso, -
Lione, Cluny, Citeaux, Molesmes ove, come abbiamo fatto notare, il Titolo sembra
vergato di propria mano da san Roberto, - Parigi, Chartres, Reims che gli
tributa cinque differenti elogi, - Troyes, Laon, Rouen, Soissons, Arras, Orléans,
Auxerre, Bayeux, Caen, ecc.... Dalla Francia il rollifero passò nel Belgio, e
poi percorse parte dell'Inghilterra. Fece egli ritorno per terra o per mare?
Perché non si recò a Colonia e nelle regioni limitrofe? Fatto sta che terminò
il viaggio a Tropea in Calabria... Due versi del Titolo che dalla
cattedrale di detta città venne redatto in onore di Bruno fan notare che il
Rotolo funebre era talmente voluminoso e pesante che il collo del Rollifero ne
era piagato e non poteva più sostenerne il peso: « Inde cutis colli teritur
prae pondere rolli, Rolligeri collum nequit ultra tollere rollum » Tenendo pur
conto, come conviene, del genere letterario, da quei testi risulta in sostanza
un'incontestabile testimonianza. A tutti i suoi contemporanei Bruno apparve
come un essere eccezionale, la « luce del clero », « l'interprete delle
Scritture », « la guida dei santi », il « dottor dei dottori »; e si potrebbero
spigolare nei Titoli funebri ancor altri elogi... Qualora poi l'autore
dell'elogio - si tratti d'un gruppo o d'una singola persona - abbia conosciuto
Bruno, abbia vissuto od almeno avuto qualche contatto con lui, l'ammirazione,
per quanto grande, cede all'affetto, alla riconoscenza, a una certa qual tenerezza.
I versi che gli consacrano gli eremiti della fondazione di Calabria compendiano
abbastanza bene, come ci sembra, i diversi elementi componenti
quell'impressione di straordinaria bontà che si irradiava da Bruno: « Bruno
fu degno di elogio sotto molti aspetti, ma particolarmente in questo che fu un
uomo di vita costantemente uguale: era questa la sua caratteristica. Era sempre
ilare in volto e di conversazione modesta. All'autorità del padre sapeva
congiungere la tenerezza di una madre. In lui non impressionava l'essere
superiore, bensì la dolcezza simile a quella dell'agnello. In tutto quaggiù fu
il vero israelita lodato dal Vangelo ». Alcun tempo dopo, Lamberto, terzo «
Maestro dell'eremo » di Calabria nel redigere le sue Costituzioni ricorderà
ancora detta bontà di Bruno... Non è forse significativo che lo stesso
aspetto sotto cui, come si dice, Bruno si compiaceva di contemplare e lodar
Dio - « O Bonitas! O Bontà! » sia stato proprio quello che i suoi
contemporanei abbiano ritenuto di lui? Mistero dell'orientazione oscura e ad un
tempo luminosa delle anime! Segrete attrazioni di tutto l'essere, mediante le
quali il Signore guida ciascun di noi verso il suo destino. « Maestro Bruno,
uomo dal cuore profondo...», definendo così Bruno, Guigo non indicava forse
con una sola espressione la pienezza di vocazione di lui: il primo dono della
sua natura, ma altresì la sua vocazione e la grazia, la sua radicale ed
essenziale esigenza?... Egli amò, ed allorché l'amore tocca una certa
profondità può forse soddisfarsi meglio che nella solitudine, il silenzio, il
dono totale di sé stesso fino al sacrificio, in una parola, in quella totale
semplicità dell'essere che quaggiù rimane il modo più sicuro d'accostarsi al
Dio Vivente? Dopo la morte Bruno, al pari degli altri eremiti, venne tumulato
nel cimitero di Santa Maria. Nel 1101 ovvero nel 1122 il corpo fu trasportato
dal cimitero alla chiesa dell'eremo; la tomba, di poi rimasta vuota, era
ancora intatta al ritorno dei Certosini nel 1514. Di certo verso il 1194,
allorché l'eremo venne abbandonato a vantaggio del cenobio di Santo
Stefano, il corpo di Bruno fu trasportato dalla chiesa di Santa Maria a quella
di Santo Stefano e posto al di sotto del santuario. Verso il 1502 ovvero 1508,
quando per i Cistercensi si trattò di retrocedere il loro monastero ai
Certosini, l'abate don Pandolfo De Sabinis esumò le reliquie di Bruno e le
collocò, non lontano dal posto dov'erano, su un altare che trovasi dietro e a
destra di quello maggiore nella stessa chiesa di Santo Stefano. Al loro ritorno,
il 27 febbraio 1514, i Certosini trasportarono le reliquie nella sagrestia; la
ricognizione ufficiale ne fu fatta il primo di novembre 1514. In codesto stesso
giorno vennero Poste in un nuovo reliquiario e ricollocate sul
medesimo altare ove si trovavano prima del febbraio del 1514. Nel frattempo il
papa Leone X aveva autorizzato mediante ciò che in linguaggio di cancelleria
chiamasi sentenza orale vivae vocis oraculum
il culto di san Bruno. La scena ci vien descritta in una lettera. del
cardinal di Pavia, protettore dell'Ordine Certosino, il quale presiedé a tale
pratica. « Sua Santità e signor nostro il papa Leone X, riferisce il cardinale,
dichiarando di aver già da tempo sentito celebrar le lodi e la santità del
beato confessore Bruno, giudicò giusto e ragionevole che colui che quaggiù
dall'Onnipotente era stato insignito di sì grandi doni e grazie, ed aveva
ricevuto un cuor docile per l'adempimento dei suoi precetti e l'osservanza della
legge di vita e di santità, fosse sulla terra venerato ed onorato con un culto
degno di lui, ora che gode per sempre della gloria divina ». L'autorizzazione
riguardava solo i Certosini; mediante una Bolla del 17 febbraio 1623 Gregorio
XV estese il culto di san Bruno alla Chiesa universale. Ormai il destino di
Bruno era fissato.
BRUNO DOPO BRUNO...
Un
delicato problema verso il 1120 si poneva a Guigo I, quinto Priore del deserto
di
(Interno
della Chiesa normanna a S: Maria)
Certosa.
Ai suoi figli Bruno aveva lasciato una realtà vivente, ma nessuna raccolta di
Costituzioni... Ugo, vescovo di Grenoble, che aveva assistito Bruno ed i suoi
primi compagni nella fondazione dell'eremo, si avvicinava alla settantina,
e, di certo mosso dal desiderio di dar durevoli strutture all'opera di Bruno,
della quale riconosceva l'utilità per la Chiesa, faceva premura a Guigo che
stendesse, a così dire, un codice della vita certosina. D'altra parte nel 1115
due monaci dell'abbazia benedettina di Ambronay, consigliati da alcuni
religiosi di Certosa, avevano inaugurato a Portes, nei pressi di Belley, un
nuovo eremo. Non lungi da Portes, a Saint-Sulpice-en-Bugey un altro gruppo di
eremiti cercava parimenti di vivere secondo l'ideale di Bruno. Verso il 1116
si erano così costituiti quattro nuovi gruppi: Les Ecouges, nella diocesi di
Grenoble; Durbon, nella diocesi di Gap; Sylve-Bénite in diocesi di Vienne nel
Delfinato; e infine a Meyriat un canonico di Lione, Ponzio di Balmey, aveva
a sua volta fondato un eremo, al quale Guigo aveva preposto come Priore uno dei
primi compagni di Bruno, Stefano di Bourg. Alla sua morte, avvenuta nel 1118,
detto Priore veniva subito sostituito dal ricordato Ponzio che nel frattempo
erasi formato alla vita eremitica in Certosa... Le fondazioni tendevano a
moltiplicarsi. Inoltre parecchi di tali eremi reclamavano un codice scritto
della vita eremitica secondo l'ideale di Bruno: Bernardo, Priore di Portes;
Umberto, Priore di Saint-Sulpice; Milon, Priore di Meyriat dall'avvenuta
elevazione di Ponzio alla sede episcopale di Belley, unanimemente pregavano
Guigo di dar loro una Regola. E tutte codeste istanze si addizionavano ai
consigli di Ugo di Grenoble... Per Guigo tali insistenze ponevano un vero problema
di coscienza. Bruno non aveva forse rinunziato a fondare un Ordine religioso?
Non aveva forse lasciato piena autonomia all'eremo di Calabria senza farlo mai
dipendere da quello di Certosa? Non era stato stabilito che ciascun eremo
sarebbe dipeso dalla giurisdizione del vescovo locale? D'altronde alcuni eremi
non chiedevano nulla: si sarebbe, dunque, fatto una distinzione tra eremi ed
eremi, mentre gli eremiti erano tutti figli di Bruno? E come avrebbe lui,
Guigo, osato legiferare, mentre Bruno non l'aveva mai fatto? Era vero che da
undici anni i suoi confratelli di Certosa lo avevano scelto quale Priore,
nondimeno egli era allora giovane ventiseenne, ed i tredici anni vissuti in
Certosa gli avrebbero consentito di scrivere una Regola per Religiosi dì cui
alcuni avevano della vita eremitica un'esperienza più lunga e provata della
sua? Infine, col suo temperamento sì differente da quello di Bruno era lui il
religioso del tutto indicato per l'interpretazione del pensiero del Fondatore?
Con sincerità scriverà, quindi, nel prologo delle Consuetudines: « Non
credevamo di essere colui che potesse o dovesse eseguire simile opera ».
D'altro canto, se un giorno doveva redigersi un codice della vita eremitica
secondo l'ideale di Bruno, sembrava quello il momento propizio: era tuttora
in vita il vescovo Ugo che avrebbe potuto testificare riguardo alle intenzioni
di Bruno ed autentica-re le interpretazioni che sarebbero state fatte; parimenti
vivevano ancora parecchi dei primi eremiti che avevano conosciuto Bruno e
l'avevano visto vivere: non conveniva forse profittare di dette presenze e
dei loro ricordi? Attuandosi in tali circostanze, l'opera avrebbe avuto ogni
probabilità di conformarsi al disegno di Bruno... Dopo lunghe esitazioni
Guigo intraprese il lavoro. Tuttavia egli non avrebbe legiferato, bensì codificato
quanto soleva praticarsi nell'eremo di Certo-sa; avrebbe messo in iscritto « le
usanze della Casa », né avrebbe imposto i suoi propri modi di vedere, ma
trasmesso una tradizione, un po' come quei « Fratelli » che talvolta il Priore
di Certosa inviava nelle nuove fondazioni per formare secondo l'esperienza
certosina i candidati alla vita eremitica. Il suo lavoro non avrebbe rivestito
forma di Regola, bensì, più modestamente, quella di « Costumanze », Consuetudines:
egli lo avrebbe redatto in forma di lettera e diretto unicamente ai Priori
che l'avevano sollecitato. Nondimeno, conscio delle proprie responsabilità,
avrebbe dato alle Costumanze basi solide più che possibile, fermamente
consolidando in tal modo l'opera di Bruno; le avrebbe inoltre collegate con le
Epistole di san Girolamo, con la Regola di san Benedetto e « con altri scritti
d'incontestata autorità ». Ed eccolo iniziare coraggiosamente l'opera che, lo
sa bene, richiederà non poco tempo e sarà irta di difficoltà. Egli vi apporta
la sua erudizione, la vasta cultura, le proprie doti di scrittore così
originale, il senso innato del governo, la fedeltà e l'ammirazione per Bruno,
l'amore della solitudine e della vita contemplativa. La genesi, la stesura di
dette Consuetudines durerà sei anni: terminerà solo verso il 1127.
Allora Guigo potrà offrire ai suoi confratelli di Certosa, di Portes, di
Saint-Sulpice, di Meyriat un codice della vita eremitica che tuttora regola ed
è la forza vitale dell'Ordine Certosino... Di esso qui non tratteremo... Per
noi, che altro non cerchiamo se non di conoscer meglio e più a fondo l'animo e
la grazia di Bruno, l'opera di Guigo presenta un notevole interesse: essa è il
proiettarsi in testi sobri, finanche austeri - ma di cui alcuni in quello stile
spoglio attingono una mirabile densità e , per comprendere fino a qual
punto collimano lo spirito di Bruno e quello di Guigo. pienezza - delle
ricchezze umane e spirituali da noi notate od almeno presentite in Bruno. Ora
detti testi di Guigo non sono frutto d'una riflessione astratta; per quanto
considerevole sia la documentazione su cui poggiano, essi sonQ anzitutto la
trascrizione d'una esperienza, e d'un'esperienza collettiva protrattasi per
quarant'anni, di cui solo sei sono stati animati, sostenuti dalla presenza
fisica di Bruno. Uno spirito, dunque, ha saputo trasfondere Bruno nei suoi figJi;
più che il fondatore dell'eremo di Certosa e l'iniziatore dell'Ordine
Certosino, egli è l'ispiratore della vita contemplativa pura. Qui trova pienezza
di significato l'affermazione di Pio XI nella Costituzione Umbratilem: «
Nella sua infinita bontà Dio, che in ogni tempo non ha mancato di provvedere ai
bisogni ed agli interessi della sua Chiesa, scelse Bruno, uomo di eminente
santità, perché restituisse alla vita contemplativa lo splendore della sua
primitiva purezza ». Terminando, ci sarebbe consentito di dire in brevi
parole che cos'è secondo Bruno e Guigo la « vita contemplativa nello splendore
della sua primitiva purezza »? Dire in breve... poiché dobbiamo risolutamente
rinunziare a trattarne ampiamente. La contemplazione è e resterà sempre un
paradosso per l'uomo mondano... un paradosso ed ancor più un « mistero ». Si
è parlato - e l'espressione è molto giusta - di « mistero monastico » a
proposito di ogni vocazione contemplativa. Sembra che vi sia un « mistero »
ancor più misterioso: il « mistero eremitico », vale a dire la vocazione a
vivere la vita contemplativa nella solitudine e nel silenzio d'una cella. La
storia di Bruno ed i suoi scritti, con cui concordano, nonostante le profonde
differenze personali di temperamento, la storia di Guigo, i suoi Pensieri e
le Consuetudines, ci consentono almeno di sollevare un lembo del velo
dietro cui celasi detto « mistero eremitico ». Un termine, usato sia da Bruno
che da Guigo, caratterizza tale « mistero »: Quies, il cui corrispondente
termine di « riposo » ne rende male la dimensione divina e la ricchezza. La quies
certosina è al tempo stesso uno stato d'animo ed una fedeltà ad osservanze
esteriori. Essa indica l'esperienza di quella spirituale pienezza del
cristiano che fin da quaggiù attraverso gli avvenimenti e le condizioni della
sua vita - quindi, per il Certosino, attraverso l'obbedienza e le osservanze -
si è stabilito in Dio, « dimora in Lui » secondo l'espressione di san
Giovanni. Un versetto delle Lamentazioni (III, 28), che a Guigo piace
commentare, ben significa, dallo stesso contrasto dei termini 3, la duplice
appartenenza del contemplativo alla condizione terrena ed alla vita soprannaturale:
« Sedebit solitarius et tacebit, et levabit se supra se. Il
solitario sederà, tacerà e s'eleverà al disopra di se stesso
». Detta quies include infatti tutto ciò che indica il termine «
riposo » - sedebit - vale a dire la calma, la pace, il silenzio, l'ordine
nei pensieri, il dominio delle passioni del cuore ecc....; ma lo supera e
l'oltrepassa infinitamente, poiché è intima operazione dello Spirito santo nell'anima.
Disposizione psicologica e al tempo stesso dono della Grazia. L'anima vi si
sforza, vi si dispone e la merita; ma solo Dio la concede. La quies non
può provenire all'anima se non da un amore che vuol essere totale, persino
esclusivo, del Dio vivente, del « Padre, sorgente ed origine di tutta la
Divinità, dal quale è nato il Figlio e procede lo Spirito santo »; non può
provenire se non da un amore che poggia su una fede radicale nella Parola e
nella Salvezza di Gesù Cristo. Chi possiede tale quies da Guigo vien
chiamato un « Christo quietus »: qualcosa della gioia e della pace di Cristo
risuscitato sta in lui e da lui s'irradia. Et
levabit se supra se. Con Cristo egli
accede a quella « libertà dei figli di Dio » di cui parla san Paolo. Vi
accede ed al tempo stesso non cessa di accostarvisi, poiché detta presenza di
Dio in lui lo invita alla solitudine ed al silenzio, Solitarius, tacebit; e
a loro volta il silenzio e la solitudine favoriscono in lui il progresso
nell'intimità divina. Se codesta analisi è esatta, la quies lumeggia
per noi un grande principio della spiritualità di Bruno e di Guigo: la verginità
spirituale. Vergine è l'anima che aderisce sì fortemente a Dio da distaccarsi
da tutto ciò che non è Lui. Al contrario infedele, idolatra, « meretrice »,
secondo l'energica figura biblica, è l'anima che aderisce a checchessia fuori
di Dio. Qui conviene non interpretare falsamente l'ascesi propostaci. Non si
tratta per l'anima di distaccarsi, come in una tappa preliminare, dal mondo e poi
aderire a Dio; bensì di preferire Dio e con codesto solo ed unico atto di
preferenza « cercare i beni eterni »abbandonando quelli « fugaci » di quaggiù.
Si riconosce in questo la mozione dello Spirito santo che fu all'origine della
vocazione di Bruno: nel giardinetto della casa di Adamo, egli, Rodolfo Le Verd
e Fulcoio il Monocolo « erano accesi di divino amore »e da tale amore provenne
la risoluzione radicale di cui essi fecero un voto: « abbandonare i fugaci beni
del secolo, per conseguire quelli eterni ». In fondo, tale elezione è forse
una grazia straordinaria? Lo èdi certo nell'intensità d'impulso avvertita da
Bruno. Ma possiamo altresì affermare che essa è l'opzione fondamentale da
farsi da ogni cristiano il giorno in cui si risolve a vivere integralmente il
proprio Battesimo: « L'anima umana, scrive Guigo, a ragione èsì a lungo
tormentata quanto può esserlo, vale a dire fintantoché ama qualcosa fuori di
Dio ». Dio non tollera divisioni: sotto forme diverse ognuno attuerà secondo
la sua propria vocazione codesta esigenza di distacco e d'adesione; ma
l'esigenza stessa s'impone, è ineluttabile. Nessun cristiano, anzi nessuna «
anima umana » può sfuggire ad essa. Optimam partem... Detta quies da
Bruno e da Guigo vien presentata come quella « parte migliore »scelta da Maria
il giorno in cui nell'imminenza della Passione Gesù si fermò a Betania in casa
di Lazzaro. Il contrasto tra la contemplazione di Maria e l'attività di Marta
è un argomento tradizionale negli scritti dei Padri della Chiesa. Guigo ci
ritorna su nelle Consuetudines, ma gli conferisce un senso ed un emozione
che lo rinnovano: fondandosi sulle parole stesse del Signore, egli rivendica al
Certosino il diritto di vivere d'una vita contemplativa sì intensa che lo
tenga se non in disparte, come Maria ai piedi di Gesù, almeno a distanza dalle
più legittime, più sante attività di Marta, quale l'ospitalità, l'elemosina
materiale, il servizio delle anime: « Maria ha scelto la parte migliore che
non le sarà tolta. Dicendo migliore, il Signore non ne ha fatto
solo l'elogio, ma altresì l'ha posta al disopra della premurosa attività
della sorella. Dicendo che non le sarà tolta, ha vietato a Maria e
l'ha dispensata dal partecipare alle ansie ed alle agitazioni di Marta, per
quanto legittime esse siano ». Fuga davanti alle fatiche, le angosce e le
tristezze del mondo? No. Detto rigore poggia su una profondissima visione di
fede: Guigo, al pari di Bruno, pensa esser indispensabile al benessere spi6
Codesto commento di Guigo alla promessa del Signore: « ...non auferetur...
» merita di esser segnalato. I Padri latini ed anche quelli greci avevano dato
a tale promessa un senso escatologico: detta parte migliore, affermavano essi,
non sarebbe tolta a Maria nella vita futura. Solo Guigo le diede con precisione
e forza un senso di attualità: presentemente Maria può e deve serbare la parte
migliore, vale a dire la contemplazione del Salvatore. rituale ed all'efficacia
apostolica della Chiesa che alcune anime si dedichino in un modo purissimo, «
nella limitata misura in cui è consentito quaggiù, di riflesso ed in enimma »
alla vita contemplativa. « Maria prega sia per se stessa, sia per quanti, come
Marta, attendono ad altri impegni ». Così avviene per coloro la cui vocazione
è d'associare nella pro pria vita Marta e Maria: da Maria riceve Marta la sua
più profonda efficacia spirituale. Per porre termine a codeste considerazioni
sulla quies certosina conviene riconoscervi due note caratteristiche
che vigorosamente incidono sulla fisionomia di Bruno quanto su quella di Guigo:
l'equilibrio e la semplicità. Quies ed equilibrio sono pressoché
sinonimi. Ma la purezza stessa dell'ideale contemplativo, quale è posto e
proposto da Bruno, la sua bellezza, la grandezza potrebbero far credere - e
temere - che detto equilibrio sia un equilibrio superiore, eccezionale.
Certo, la vocazione del Certosino èuna vocazione originale e rara: essa
richiede una precisa chiamata di Dio. Ma ciò non vuol dire che tale ideale sia
riservato ad anime straordinarie. L'equilibrio certosino non esige
straordinari doni di natura e neppure di grazia, bensì semplicità: la semplicità
del cuore; la semplicità dei « parvuli », dei « ptokoi », vale a dire
dell'umile gente del Vangelo; quella semplicità fatta d'onestà e di fede, di
distacco e di speranza, d'ingenuità e d'amore...; quella semplicità che
rifulge nella lettera di Bruno ai Fratelli di Certosa, e che Guigo richiede in
tutte le osservanze delle Consuetudines. In fondo, optando per la
solitudine, il silenzio, la separazione dal mondo, Bruno - per fare un paradosso
- ridiscendeva proprio in mezzo alle masse umane. Egli appagava in se stesso e
per l'ammaestra-mento di tutti il desiderio essenziale che muove ogni uomo
quaggiù: il desiderio di sottrarsi all'effimero per aderire a un punto stabile,
fermo, eterno: « Fugitiva relinquere... captare aeterna... ». Due amici,
Rodolfo Le Verd e Fulcoio il Monocolo, un lontano giorno avvertivano, al pari di
Bruno, il destarsi in essi di codesto medesimo desiderio... Solo Bruno lo tramutò
in realtà, e solo lui sperimentò la pienezza di gioia di cui fa parola: «
Quanta utilità e gioia divina apportino la solitudine ed il silenzio
dell'eremo a coloro che li amano, lo sanno solo quelli che ne hanno fatto
l'esperienza ». Nessuno sarà capace di esprimere in modo perfetto la quies certosina:
è un mistero che, in fin dei conti, solo l'esperienza svela... « a coloro che
l'amano ». « Quale sillaba in carme, dice Guigo 7, così ogni cosa nella
terrena vicenda sortisce la sua giusta parte di spazio e di tempo ». Chi
oserebbe assegnare a Bruno la « giusta parte di spazio » o « la giusta parte
di tempo » che gli compete nel poema della Redenzione? Non va forse egli
annoverato tra quegli uomini la cui spirituale esperienza trascende i luoghi
ed i tempi e che il Padre stesso pone con Gesù Cristo, suo Figlio, al centro
immobile ed eterno della storia del mondo? Stat Crux dum volvitur
orbis.
Come raggiungere Serra S. Bruno
La
salita sull'altopiano delle Serre avviene percorrendo le strade statali e
provinciali che dalle due coste si diramano fino a raggiungere la cittadina di Serra
San Bruno.
In
autostrada: Da Nord: lasciato alle spalle il casello di Pizzo si imbocca la SS.
110 in direzione San Nicola da Crissa. L'arrivo a Serra avviene dopo il
superamento del Monte Cucco e degli abitati di Simbario e Spadola. La stessa SS.
110 prosegue verso sud in direzione Stilo dopo aver attraversato il Monte
Pecoraro ed il Passo di Pietra Spada.
Da
sud: Imboccato lo svincolo autostradale delle «Serre», si prosegue lungo la
SS. ]82 che attraversa i centri di Soriano Calabro e Sorianello. Dopo aver
costeggiato il piccolo centro di Fago Savini, si giunge a Serra San Bruno. La
stessa strada prosegue fino a Chiaravalle Centrale e si innesta con la SS. J06
in direzione Soverato.
Strade
Provinciali: Da Santa Caterina dello lonio parte la provinciale che attraversa
il Monte Bobbio e il Monte San Nicola prima di arrivare a Brognaturo. Si
continua lungo la SS. 110 fino al centro di Serra San Bruno.
Da sud
parte la SS. 501 che collega Grotteria con Mongiana. Si arriva a Serra
proseguendo sulla SS. 110.
Da Dasà
parte la 536 che attraversa Arena, valica il Colle d'Arena e costeggia il bosco
di Santa Maria prima di innestarsi con la SS. 110.
Da
Laureana di Borrello si percorre la provinciale che supera il Monte Crocco ed
arriva fino a Mongiana. Facile l'innesto per Serra.