Pubblicazione per l'inizio della causa di beatificazione dei Servi di Dio Rosetta e Giovanni TRONZANO VERCELLI) - 18 FEBBRAIO 2006
PREGHIERA
PER CHIEDERE GRAZIE
e
per la glorificazione di Rosetta Franzi e Giovanni Gheddo Signore Gesù,
che
hai chiamato Rosetta Franzi e Giovanni Gheddo, sposi secondo il Tuo cuore, a
vivere il Vangelo nelle gioie e nelle sofferenze di una normale famiglia,
scalando insieme la vetta della santità nella carità, concedi che i loro
esempi siano conosciuti e possano illuminare e confortare i coniugi e le
famiglie del nostro tempo. Guarda con misericordia, Signore, alla decadenza
della nostra società che si esprime nella crisi della famiglia e concedi che i
giovani sposi, seguendo gli esempi di Rosetta e Giovanni, possano dare alla Tua
Chiesa famiglie autenticamente cristiane.
Per
la loro intercessione ti chiediamo la grazia di (si chieda la grazia) 3
Gloria.
INTRODUZIONE
Sabato
18 febbraio 2006, nella chiesa parrocchiale di Tronzano (Vercelli) mamma Rosetta
e papà Giovanni iniziano il loro cammino verso la beatificazione, così
preghiamo e speriamo, con la costituzione del tribunale per il "processo
informativo diocesano" che deve interrogare i testimoni ed esaminare i
documenti scritti della loro vita. La decisione l'ha presa l'arcivescovo di
Vercelli, mons. Enrico Masseroni, che ha scritto: "L'avventura umana e
cristiana dei coniugi Gheddo è un dono singolare di Dio per gli uomini e le
donne del nostro tempo; un esempio di vita evangelica possibile a tutti, una
testimonianza incoraggiante soprattutto per tanti genitori in affanno di fronte
alle tante violente aggressioni di una cultura attraversata dai venti contro
la famiglia.
"Pertanto,
continua l'arcivescovo, anche l'avvio della fase diocesana del processo di
beatificazione dei due genitori Gheddo non ha, innanzi tutto, lo scopo di
mettere sul candelabro delle persone, una comunità o un paese; ma semmai vuol
essere un'obbedienza all'invito di Gesù: "Così risplenda la vostra luce
davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano grazie al
vostro padre che è nei cieli" (Mt. 5,16). E forse i coniugi Gheddo, con la
luce della loro testimonianza, radicalmente fedeli ad un Vangelo preso alla
lettera, giorno dopo giorno, nel lavoro e nella prova, nella croce e nella
gioia, nella speranza e nell'amore, hanno un compito di
"rappresentanza", che è quella di dare voce a tante figure splendide
di genitori cristiani forgiati dalla grazia che hanno portato fino in fondo il
sigillo dello Spirito Santo.
"Nella
logica del Regno di Dio è necessario che alcuni testimoni vengano ricordati e
proposti come esempio, per dire che la santità non è privilegio di pochi: è
possibile per te, per noi: è una sfida meravigliosa per tutti. Rosetta e
Giovanni erano membri ferventi e impegnati dell'Azione cattolica, l'associazione
che ha creato in Italia una grande "scuola di santità" laicale e
molte vocazioni sacerdotali e religiose: oggi occorre ravvivare, far rifiorire
questa scuola di santità, nella ferma convinzione che la santità è l'unica
parola profetica che la Chiesa del nostro tempo ha da gridare, per
rievangelizzare in profondità il nostro popolo".
L'IDEA
della causa di canonizzazione dei miei genitori è nata dopo la stampa del
volume "Il testamento del capitano - Lettere di mio padre Giovanni disperso
in Russia nel 1942", un libro molto venduto e letto: tanti mi hanno scritto
dicendo che papà e mamma erano due santi, ho ricevuto inviti di conferenze per
presentare il libro e i miei genitori. Nell'ottobre 2003 ho predicato in Duomo a
Vercelli per la giornata missionaria mondiale e a pranzo l'arcivescovo mi
diceva di aver letto il libro e che mio papà e mia mamma erano due santi
genitori. Ma io non pensavo di proporre l'apertura della loro causa di
beatificazione. Con i miei fratelli abbiamo sempre saputo della santità dei
genitori, li abbiamo sempre pregati, ma scacciavo il pensiero di una
iniziativa di questo genere quasi come una tentazione. Intanto però continuavo
a ricevere lettere che chiedevano questo.
Nel
dicembre 2003 sono stato invitato con insistenza dalle Suore di clausura
Redentoriste di Magliano Sabina (Rieti) e le ho visitate per la prima volta l'11
gennaio 2004. Mi hanno detto di aver letto in comunità "Il testamento
del capitano", di aver pregato mamma Rosetta e papà Giovanni e ottenuto
delle grazie. Poi mi hanno presentato una pergamena per chiedere ufficialmente
di iniziare la loro causa di beatificazione: "Desideriamo ardentemente
vedere mamma Rosetta e papà Giovanni sugli altari, per cui ti imploriamo
all'unanimità... di iniziare la Causa di Beatificazione dei tuoi genitori,
luce per la famiglia di oggi e di domani! La Chiesa ha bisogno di testimoni come
i tuoi genitori!".
Ho
consultato a Roma la congregazione dei santi sull'opportunità di un tale
passo da parte mia e il sottosegretario mons. Michele Di Ruberto mi ha detto:
"La causa di suo papà e sua mamma piacerà molto al Papa, che continua a
dire a noi della Congregazione di presentargli beati e santi laici e soprattutto
persone sposate, coniugi".
Così,
il 19 gennaio 2004 ho scritto all'arcivescovo di Vercelli, mons. Enrico
Masseroni, presentandogli la richiesta delle suore di Magliano Sabina e altre
lettere ricevute in tal senso. Stavo partendo pochi giorni dopo per la Malesia e
il Borneo e gli ho detto che la decisione spettava solo a lui e ai suoi
consiglieri in diocesi. Mi ha telefonato dichiarandosi entusiasta dell'idea e
ne ho già esposto più sopra i motivi, con le parole dello stesso mons.
Masseroni.
1)
Il 14 marzo 2004 il parroco di Tronzano, don Piero Grasso, ha avvisato a tutte
le Messe della decisione dell'arcivescovo, suscitando interesse e commozione,
dato che il ricordo soprattutto di papà Giovanni è ancora vivo. Il 1° aprile
ho tenuto una conferenza nel salone del Comune sui miei 50 anni di Messa e su
mamma e papà, presenti il parroco, il sindaco e molta gente; poi sono ritornato
a Tronzano ad intervistare alcuni testimoni ancora viventi, facendo firmare le
loro testimonianze. Il 4 aprile ho intervistato a Bianzé (Vercelli) i miei
parenti, fra cui la sorella minore di mamma Rosetta, Emma (91 anni), molto
lucida; in seguito ho raccolto altre testimonianze.
2)
Nel giugno 2004 l'arcivescovo di Vercelli ha costituito l'Attore della Causa:
l'Ufficio Famiglia diocesano, con la collaborazione dell'Azione cattolica
diocesana e del Movimento per la vita; postulatrice la dott.ssa Francesca
Consolini di Milano, che ha già fatto numerose cause per la diocesi di Milano e
per il Pime.
3)
Nel febbraio 2005 ho pubblicato il libro "Questi santi genitori - I servi
di Dio Rosetta Franzi e Giovanni Gheddo" con le testimonianze in parte
riassunte in questo quaderno e illuminando meglio la biografia di Rosetta,
in ombra nel primo libro dedicato soprattutto a papà Giovanni.
4)
Dopo un lungo periodo di tempo per la preparazione dei documenti e la
richiesta alla Congregazione dei Santi di poter iniziare la causa (richiesta
approvata da tutti i vescovi del Piemonte), la dichiarazione di "nulla
osta", cioè nulla ostacola questa causa, è giunta all'arcivescovo di
Vercelli nell'ottobre 2005 (la morte di Giovanni Paolo II e l'elezione di
Benedetto XVI hanno rallentato la macchina vaticana).
5)
Nel dicembre 2005 e gennaio 2006 l'arcivescovo di Vercelli ha nominato i membri
del Tribunale diocesano: delegato vescovile e presidente è mons. Ennio
Apeciti, esperto direttore dell'Ufficio delle cause dei santi dell'arcidiocesi
di Milano; e fissato la data di costituzione del Tribunale a Tronzano e di
inizio dei suoi lavori, il sabato 18 febbraio 2006.
IL
CAMMINO verso la beatificazione di Rosetta e Giovanni è appena cominciato.
Perché la Chiesa si propone di beatificare (e poi, eventualmente,
santificare) alcune persone? Per due motivi soprattutto: primo, per proporre al
mondo intero, e in particolare ai battezzati, degli esempi molto concreti di
come si può vivere il Vangelo in modo eroico in tutte le situazioni e le
difficoltà della vita. La Chiesa quindi beatifica non solo vescovi, preti e
suore, ma oggi soprattutto laici e laici sposati, coppie di coniugi e di
genitori come Rosetta e Giovanni. Il primo impegno che la Chiesa ci chiede nel
cammino verso una beatificazione è l'imitazione dei "servi di Dio",
delle loro virtù e vita cristiana. La loro devozione deve condurre ad una
volontà di orientare la propria vita a quei valori ed esempi che li stanno
portando sugli altari. In sintesi, Rosetta e Giovanni ci richiamano una grande
verità: tutti siamo chiamati alla santità (che vuol dire unione con Dio,
vita secondo il Vangelo), specialmente gli sposi e genitori cristiani.
Il
secondo motivo per una beatificazione è di far pregare. La vita cristiana, se
vogliamo viverla secondo il Vangelo, non è facile per nessuno. Oggi soprattutto
pare stia diventando sempre più difficile. Ma se si leggono le poche pagine
di questo volumetto, si capirà che anche Rosetta e Giovanni hanno avuto prove e
sofferenze fortissime per rimanere fedeli al principio che Rosetta ha ripetuto
anche sul letto di morte: "Quel che conta è fare la volontà di Dio".
Come mai ci sono riusciti? Non perché fossero diversi da noi, ma perché
pregavano molto, sacrificando un po' del loro tempo alla Messa, ai sacramenti,
al Rosario quotidiano: hanno chiesto con sincerità l'aiuto di Dio e il
Signore li ha aiutati a "scalare insieme la vetta della santità nella
carità", come dice la preghiera che trovate nel retrocopertina. Come
facevano, Rosetta e Giovanni ad essere sempre così sereni, ottimisti, pieni
di gioia, equilibrati, generosi col prossimo? Semplicemente perché chiedevano
a Dio la grazia della santità e poi collaboravano alla sua grazia, alle sue
ispirazioni profonde "per fare sempre la sua volontà". Dobbiamo
ancora scoprire, cari amici lettori, e lo dico prima di tutti a me stesso, il
valore della preghiera che ci dà la forza di Dio!
TERMINO
con una richiesta. Pregate anche voi, cari amici lettori, affinché il Signore
vi conceda le grazie che voi chiedete per l'intercessione dei due "servi di
Dio"; e se ricevete delle grazie, comunicatele alla postulatrice della
causa: dott.ssa Francesca Consolini oppure al sottoscritto, vostro Padre Piero
Gheddo
•
Dott.ssa Francesca Consolini, Piazza Duomo 16, 20122 Milano (tel.
02.86.46.26.49).
•
P Piero Gheddo, PI.M.E. (Pontificio Istituto Missioni Estere), Via Monte Rosa
81, 20149 Milano (tel. 02.43.82.01). (anche per ottenere immagini e libri dei
servi di Dio rivolgersi a p. Gheddo)
•
L'Ufficio Famiglia Diocesano è l'Attore della causa di canonizzazione - Mons.
Tonino Guasco - Parroco di 13029 Sostegno (Vercelli) - Tel. 015.76.29.18.
•
Per inviare offerte per la causa di canonizzazione (specificando la causale del
versamento)
c.c.p.
11990132 intestato a: Amministrazione dell'Arcidiocesi, Piazza D'Angennes -
13100 Vercelli Tel. 0161.21.33.40
Il
più bel ricordo che ho di mamma Rosetta (morta che avevo cinque anni e mezzo),
è quando alla sera inginocchiati con lei davanti alla bella immagine di Maria
che c'era in camera da letto, noi bambini dicevamo le "preghiere della
buona notte"; se papà Giovanni era in casa, anche lui pregava con noi.
Noi tre fratelli Piero, Franco e Mario, siamo cresciuti in una famiglia che ci
ha trasmesso non solo la fede, ma l'amore alla preghiera e il senso profondo
della Provvidenza, come ripeteva spesso papà Giovanni: "Siamo sempre nelle
mani di Dio". Questo ci ha dato sicurezza, serenità e gioia di vivere pur
nelle prove e nelle sofferenze. Ricordo ancora (sono ricordi di un bambino di
cinque anni!) che la mamma ci educava ad essere generosi con gli altri. Quando i
parenti ci portavano dei regalini e ricevevamo i "doni di Gesù
Bambino" a Natale o della Befana all'Epifania, mamma Rosetta diceva:
"Metà la dividete fra voi e l'altra metà la portiamo ai bambini della
famiglia..." che era più povera di noi; poi salivamo la scala esterna
della loro abitazione ed eravamo accolti con gioia da quegli altri bambini
nostri amichetti. Un fatto che abbiamo spesso ricordato noi tre fratelli:
l'educazione pratica che si riceve nell'infanzia non si dimentica e orienta la
vita molto più di tanti discorsi e raccomandazioni. Ecco perché la famiglia
"è il pilastro fondamentale della società italiana" ha detto il
presidente Ciampi.
Celebrando
a Tronzano la mia prima Santa Messa il 28 giugno 1953, il vecchio parroco Don
Giovanni Ravetti mi ha detto: "Oggi il Signore ha esaudito la preghiera
che tuo papà e tua mamma hanno fatto quando si sono sposati nel 1928: che il
Signore concedesse loro la grazia di avere molti figli e almeno un figlio
sacerdote o una figlia suora". Dopo 52 anni di sacerdozio, posso dire che
fare il prete è bello e ancora ringrazio il Signore di aver avuto Rosetta e
Giovanni come genitori!
Rosetta
Franzi nasce il 3 dicembre 1902 in una famiglia profondamente religiosa. Il
padre Francesco era stato nel seminario diocesano e poi dai salesiani a Torino.
Voleva diventare sacerdote, ma durante gli anni di liceo, come unico figlio
maschio, dovette tornare a casa per l'improvvisa morte del padre e sposò a
Crova (Vercelli) Maria Roviera, anche lei donna religiosissima e dedicata ai
poveri, agli ammalati. Hanno quattro figlie: Fiorenza (1900), Rosetta (1902),
Piera (1907) ed Emma (1913), l'unica ancora viva che porta bene i suoi 93 anni a
Bianzè (Vercelli). Rosetta studia e diventa maestra elementare ma papà
Francesco, che guadagnava bene facendo il mediatore di terreni, di granaglie e
di animali, non le permette di insegnare: "A mia moglie e alle mie figlie
ci penso io, diceva, se tu lavori rubi il posto a un'altra". Ma Rosetta è
"un'insegnante nata" e a Crova riprende l'asilo infantile fondato
all'inizio del 1900 da una sua cugina ormai anziana: si impegna a "tirar su
i bambini, figli di contadini che non erano mai andati a scuola" e porta
a Crova novità che non avevano mai visto: teatrini e recite, danze, ginnastica,
sfilate al passo; educa i bambini a cantare ed è ancora ricordata perché al
pomeriggio insegnava a giovani e adulti analfabeti a scrivere e far di conto
come in prima elementare. Tutto in modo gratuito.
A
Crova c'erano le prime quattro classi elementari e Rosetta si prestava
volentieri a sostituire le insegnanti ammalate. Aveva una grande pazienza e
dolcezza: "Era dolce ma decisa, sapeva convincere anche i ragazzi più duri
e svogliati; in un paese povero e di gestione una trattoria e nel 1907 si
trasferisce a Tronzano dove già c'era una sua sorella.
La
famiglia Gheddo si sposta da Viancino a Tronzano per un motivo che oggi, dopo
meno di un secolo, può sembrare incredibile. Nel 1907 c'erano i primi traballanti
aerei e uno di questi atterra in un campo vicino a Viancino. I viancinesi
corrono a vedere. Il pilota sta bene ma ha bisogno del bagno e va in paese con
tutta la gente dietro. A Viancino gli dicono che nessuna delle case ha un
gabinetto, nemmeno l'unica trattoria. Allora il pilota scrive un rapporto al
Prefetto di Vercelli, lamentandosi dell'arretratezza di quel paesino e il
Prefetto firma un decreto col quale impone a Pietro Gheddo (mio nonno!) di
costruire un gabinetto nella trattoria, per dare un tono di modernità al paese.
Il nonno ha venduto la casa per 8.000 lire! Allora, avere il gabinetto in casa
era impensabile e il nonno diceva di non voler spendere soldi per un qualcosa
che non serviva a nessuno!
Pochi
anni dopo, il giovane conte Baudi di Selve capisce l'errore che ha fatto e
offre alla famiglia Gheddo di far studiare a sue spese due dei loro dieci figli.
I due in età giusta sono la zia Adelaide (nata nel 1897) che diventa maestra
elementare e incomincia a insegnare nel 1914 (a 17 anni), con il mensile di Lire
67,08 centesimi; e papà Giovanni che diventa geometra. Ma nell'ultimo anno
di studio, 1918, infuria la prima guerra mondiale e dopo la ritirata di
Caporetto (ottobre-novembre 1917) vengono richiamati alle armi anche i giovani
nati nel 1900. Papà riceve il diploma di geometra senza esami finali ed è
mandato a custodire una polveriera "in zona di guerra". Era un
sott'ufficiale di 18 anni, i soldati erano tutti più anziani di lui e
tornavano dalla prima linea stanchi, ammalati, depressi. Papà non aveva nulla
da fare, se non sorvegliare che si mantenesse ordine e disciplina. Di notte
faceva la ronda per controllare che tutto fosse a posto. Una notte si accorge
che due soldati di guardia dormono. Pensa: se li denunzio, questi poveri
diavoli vanno come minimo in prigione, ma possono anche essere condannati alla
fucilazione. Allora prende una manciata di ghiaia e la lancia contro la porta
dietro alla quale dormivano i due. Si svegliano, poi è arrivato lui e li ha
trovati svegli. Se capivano che non li aveva denunziati, era pericoloso per lui:
poteva finire in corte marziale.
Nel
novembre 1918, terminata la guerra, papà Giovanni entra nella Regia Accademia
Militare di Torino per frequentare il corso allievi ufficiali che finisce nell'aprile
1919: nominato sottotenente, è inviato in "zona armistizio" e
collocato in congedo illimitato il 31 agosto 1922. Ma a Tronzano non poteva
ancora aprire uno studio di geometra: gli mancava qualsiasi esperienza
professionale. Allora va dal geometra Felice Mezzano a Castellamonte (Ivrea) a
fare pratica: una quarantina di chilometri in bicicletta il lunedì e tornando
al sabato a Tronzano. Nel 1925 si dedica alla sua professione e apre un ufficio
nella casa della nonna Neta, di zia Gina e di zia Adelaide con le quali viveva.
Il lavoro scarseggiava e lui non era ancora conosciuto, ma il 30 maggio 1926 è
eletto segretario del "Distretto irriguo di Tronzano Vercellese", con
13 voti a favore, contro i 3 ottenuti da un altro geometra. L'8 marzo 1927 è
eletto anche cassiere, con 14 voti su 16 e nel settembre 1927 si fidanza con
Rosetta Franzi.
Non
è facile per noi immaginare come Rosetta e Giovanni si sono incontrati e
fidanzati, quando tra loro è scoccata la scintilla dell'attrazione e
dell'amore: come hanno coltivato questo amore prima del matrimonio? Allora i
fidanzati non potevano incontrarsi da soli, si parlavano alla presenza dei
genitori o di un famigliare adulto, si davano del lei, si scrivevano biglietti e
letterine, si salutavano da lontano con la mano. La severa educazione cattolica
ricevuta in famiglia, in parrocchia e nell'Azione cattolica, li portava a una
riservatezza e un intimo pudore che oggi ci sembrano persino esagerati. Ma siamo
in errore: fra Rosetta e Giovanni è nato un matrimonio d'amore esemplare,
meraviglioso. "Erano una coppia straordinaria" ricorda chi li ha
conosciuti.
Zia
Emma racconta come Giovanni ha conosciuto Rosetta: "Giovanni passava da
Crova in bicicletta per andare nelle cascine e vedeva questa maestrina che
andava a Messa e all'asilo, gli piaceva e si è informato su chi era. Avrebbe
voluto parlarle, ma non sapeva come fare. Allora è andato ad aspettare il papà
Francesco a San Germano, dove arrivava in treno da Vercelli e poi veniva a Crova
in bicicletta. Giovanni l'ha avvicinato e gli ha detto che avrebbe voluto parlare
con Rosetta. Papà Francesco l'ha invitato ad andare a trovarli a Crova e poi ha
parlato con Rosetta, chiedendole se Giovanni le piaceva. Rosetta non se
l'aspettava, si è messa a piangere e ha detto: "Ma io non ho mai pensato
di sposarmi". Il papà ha replicato che Giovanni era un bel partito, sia
come professionista che come uomo e come famiglia. E Rosetta ha detto:
"Mah, fammelo conoscere".
Così
Giovanni è andato e si è presentato a Rosetta, sempre alla presenza di papà
Francesco, perché allora non potevano stare da soli. Durante il fidanzamento,
Giovanni e Rosetta si parlavano seduti sul sofà alla presenza della nonna Maria.
Forse i due si incontravano anche fuori casa, di nascosto? Zia Emma è sicura
di no, "la nostra educazione religiosa e morale non lo permetteva"
dice convinta. Eppure, cara mamma Rosetta e caro papà Giovanni, vi siete
conosciuti e amati davvero, siete cresciuti volendovi bene fino a sposarvi
giurandovi fedeltà per tutta la vita, con piena intesa in tutto; avete fondato
una bella famiglia di cui noi figli abbiamo goduto l'atmosfera di amore, di
gioia, di serenità. Certo, oggi non si può concludere: torniamo a quei
tempi! Ma il vostro fidanzamento, come quello di tantissimi altri genitori di
quel tempo, è anche oggi esemplare, almeno nello spirito col quale avete
affrontato l'avventura del matrimonio: con l'amore sincero e unico (cioè per
tutta la vita), la preghiera e la fiducia in Dio, l'obbedienza alla sua legge,
prima e dopo il matrimonio!
Papà
ha affittato un appartamento di quattro stanze in via Roma a Tronzano, in cui
siamo nati e cresciuti noi tre fratelli. Però in paese si diceva che quella
casa, appartenuta ad un avvocato massone che si era ucciso poco tempo prima,
era invasa dagli spiriti e di notte si sentiva camminare sul pavimento delle
stanze, che era in "parquet" (palchetto) di legno. Non ci voleva
andare nessuno e alcuni che erano andati, ne erano scappati. All'inizio Rosetta
aveva paura, poi hanno chiamato il prete che ha benedetto la casa e non si sono
più sentiti rumori strani.
Nel
tempo del fidanzamento, Giovanni manda a Rosetta un dattiloscritto: "l.a
professione del perito agrimensore (geometra)", con una dedica:
"Alla mia carissima Rosa perché legga e poi bruci". Data: "16
settembre 1927", meno di un anno prima del matrimonio. Caro papà, ma
perché mai volevi che la tua cara Rosetta bruciasse questo testo così bello?
Meno male che la mamma ha avuto più buon senso di te e ci ha conservato questo
meraviglioso documento del suo fidanzato, che poi è giunto quasi miracolosamente
fino a noi!
E'
commovente pensare che papà Giovanni abbia pensato di presentare la sua
professione alla fidanzata, maestra elementare, con la quale sapeva di poter
condividere, oltre all'amore, la fede e pensava di poter fondare con lei una
famiglia cristiana, secondo il cuore di Dio. Ce la mette tutta, il caro papà
Giovanni, per esaltare la sua professione e naturalmente anche se stesso:
parlando del geometra in modo impersonale, parla dei suoi studi, delle sue prime
esperienze, sentimenti, prospettive di vita. Ecco perché dice a Rosetta:
"leggi e brucia"; anzi, "legga e bruci" perché allora i
fidanzati si davano del lei! Caro paparino innamorato, come sei simpatico in
questo tuo atteggiamento!
Il
testo è interessante per due motivi. Giovanni presenta la professione di
geometra come un servizio importante alla gente, che gli permetterà di mantenere
la famiglia, anche se al momento guadagna ancora poco. Rosetta è insegnante
elementare, la sua competenza e passione sono le lettere, la letteratura, la
poesia. Lui invece è un matematico, un "agrimensore", volgarmente
detto geometra. Ha "il bernoccolo della matematica" e sa che "con
l'esperienza personale acquisterà fiducia nel proprio valore e ciò gli guadagnerà
la stima e la fiducia dei clienti".
Secondo
motivo: Giovanni dice che anche facendo il geometra ha molte possibilità di
testimoniare la sua fede in Gesù Cristo e l'onestà che la fede gli ispira,
favorendo gli umili, i poveri; e racconta a Rosetta alcuni esempi della sua vita
da scapolo che dimostrano questo. Nella sua professione, scrive che pensava a
come "essere sempre gradito a Dio" e a "fare del bene" e
precisa che vuol salire "la faticosa scala della perfezione"! Papà,
sei straordinario, in poche pagine toccanti, riveli tutto te stesso, come
giovane d'Azione cattolica. Volevi affermare il tuo orientamento fondamentale,
spendere la vita per Dio e il bene del prossimo! A 27 anni avevi un
"progetto di vita" ben preciso e cercavi una donna che ti fosse
compagna nell'amore e nel cammino di fede. Come poteva Rosetta non volerti
bene?
Rosetta
e Giovanni si sposano a Crova il 16 giugno 1928 e chiedono a Dio la grazia di
avere molti figli, almeno uno dei quali diventasse sacerdote o suora; a parenti
e amici dicevano di volere 12 figli! Papà in quel momento guadagnava poco, la
mamma non aveva mai percepito uno stipendio. E allora? Non importa, il loro era
veramente un matrimonio di amore e volevano vivere secondo la legge di Dio; e
poi avevano un'assoluta fede nella Provvidenza: da qui veniva a mamma e papà
quella fiducia, serenità e coraggio che, umanamente parlando secondo la mentalità
del nostro tempo, non erano giustificati.
Il
viaggio di nozze lo fanno a Napoli, ma prima passano tre giorni nel Santuario
della Madonna d'Oropa, veneratissima a Tronzano e Crova. Papà diceva che io
"ero figlio della Madonna d'Oropa", mentre mamma Rosetta ha raccontato
a sua mamma Maria che, di comune accordo, la prima notte di nozze l'avevano
passata dormendo separati per offrire il loro amore a Dio e chiedere la sua
benedizione. La notizia, che mi ha raccontato zia Adelaide quand'ero già
sacerdote, mi è stata confermata dalla zia Emma, la quale aveva sentito da sua
mamma che già prima del matrimonio i due fidanzati avevano fatto questo
"voto", pregando assieme per avere la forza di adempierlo.
Solo
sei anni di matrimonio (1928-1934)
Rosetta
e Giovanni sono stati assieme a Tronzano poco più di sei anni: dal luglio 1928
al 26 ottobre 1936, quando Rosetta muore di polmonite e per il parto prematuro
di due gemelli. Come sono stati i sei anni di matrimonio? Erano una coppia del
tutto normale, una vita ordinaria con una grande fede e amore al prossimo, che
suscitava l'ammirazione di tutti. Molti i testimoni interrogati a Tronzano e
fra i parenti sul loro matrimonio (si veda il volume "Questi santi genitori",
San Paolo). Ricordano che si volevano veramente bene e non hanno mai avuto
notizia di bisticci o divisioni fra Rosetta e Giovanni.
Nonna
Neta ci ha detto più volte che papà ha sopportato con grande forza la croce
di rimanere vedovo a 34 anni con tre bambini piccoli e non ha voluto sposarsi di
nuovo, sebbene non gli mancassero le occasioni. "Ma, diceva, era talmente
innamorato di vostra madre, che le è rimasto fedele anche dopo la sua morte
prematura". Noi tre fratelli siamo stati allevati dalla nonna e dalla zia
Adelaide: la prima ci faceva da mamma, la seconda aveva un carattere forte e
spesso, specie dopo il 1940 quando il papà è andato in guerra, ha preso
idealmente il suo posto.
Mamma
Rosetta è ricordata a Tronzano da alcune testimoni, che hanno parlato della sua
generosità verso i poveri. La signora Vittoria Stellone (nata nel 1920)
frequentava la casa di mamma Rosetta e giocava con noi bambini in cortile. Mi
ha detto: "Ricordo che a volte, mentre ero con tua mamma in casa, battevano
alla porta e io andavo ad aprire. C'era un uomo anziano, povero, stracciato. Tua
mamma lo portava in casa e gli dava un aiuto o da mangiare, non andava mai via a
mani vuote. C'erano di quelli che venivano sempre. Ricordo uno di Crova, che
forse la conosceva di quando era ragazza e veniva spesso. Era buona con tutti.
Io so che faceva tanta elemosina, a volte era due o tre poveri di seguito e lei
riceveva e aiutava tutti". La signora Libera Bosco (nata nel 1917) mi ha
detto che "Rosetta è stata per me un modello di donna e di mamma che avrei
voluto essere anch'io. Tua mamma è stata l'inizio della mia vita spirituale.
C'erano anche le suore, i miei familiari, don Ravetti e altri; ma nessuno ha
avuto nella mia vita un influsso più grande di Rosetta Gheddo. Mi ha inculcato
la fiducia nel Sacro Cuore, diceva spesso: 'Affidati al Sacro Cuore'. Poi sono
diventata zelatrice dell'Apostolato della Preghiera... Tua mamma mi ha
orientata da adolescente e non l'ho mai dimenticata... Era bella, gentile,
serena e poi era buona, buona, buona, aveva una bontà fuori del normale e uno
spirito profondamente religioso che colpiva... Aiutava tutti quelli che le
chiedevano qualcosa. Nessuno andava da lei senza ricevere un aiuto. Io prego tua
mamma perché ripeto che è stata all'inizio della mia vita spirituale e
certamente dal cielo mi protegge".
Mamma
Rosetta era catechista in parrocchia, attiva nell'Azione cattolica, tutte le
mattine andava a Messa con papà Giovanni, per quanto le permettevano le
continue gravidanze e i figli piccoli. A Tronzano c'era a quel tempo una
"ragazza madre" convivente con un uomo che non era suo marito. La
signora Giulia Bolognini diceva al fratello Mario che "a Tronzano c'era un
po' di ostracismo nei suoi confronti, non tutti parlavano con questa ragazza...
Mamma Rosetta ha incominciato a frequentarla e a parlare con lei come con
qualsiasi altra persona, l'ha aiutata... Io ho imparato che l'amore al
prossimo va al di là delle questioni morali: io ti voglio bene, a prescindere
dalla situazione in cui ti trovi. Rosetta ha testimoniato a me e a tantissime
altre persone cosa vuol dire amare il nostro prossimo".
A
Tronzano papà Giovanni è ricordato come cristiano autentico, "geometra
dei poveri" e conciliatore (o "paciere") quando c'era una lite.
Martino Pasteris (classe 1930) testimonia che suo papà e suo zio hanno
fortemente bisticciato per dividersi i terreni lasciati dal padre. Hanno
chiamato papà Giovanni, il quale ha studiato la situazione, poi ha convocato le
due famiglie, presenti anche i figli, e è riuscito a sistemare le cose. Martino
ricorda: "Tuo papà non era uno che gridava o sbraitava. Era sempre calmo e
sereno, però aveva l'autorità morale e professionale per essere ascoltato e
seguito. Metteva sempre in risalto i valori morali e spirituali: l'unità della
famiglia, la fiducia nell'aiuto della Provvidenza. Partiva da quello e poi
scendeva ai problemi concreti. A noi ha detto: 'Matocc (ragazzi), ci sono dei
valori che non sono solo quelli materiali. Voi discutete di terre, di soldi, ma
c'è anche la famiglia e la pace in famiglia. Ricordatevi che qui avete due
belle famiglie, siete qui con le vostre mogli e i vostri figli. Cosa volete di
più? Dovete aver fiducia nella Provvidenza. Io ho perso la moglie e ho tre
figli piccoli, non ho nessuna proprietà ma solo il mio lavoro: eppure vado
bene, la Provvidenza mi aiuta. Voi bisticciate per pochi metri di terra quando
la cosa più importante è di volervi bene. Ricordatevi che sopra di noi c'è il
Padre che sta nei Cieli e che un giorno ci chiamerà tutti: è a Lui che
dobbiamo pensare e obbedire'. Mia mamma era molto religiosa e metteva immagini
sacre e crocifissi dappertutto e in sala ce n'era uno grande. Il geometra Gheddo
si è girato verso quel Crocifisso e ha detto: 'Guardate, Gesù è morto per
noi per portare la pace e perché ci vogliamo bene`.
Martino
aggiunge che papà Giovanni ha poi proposto una soluzione che i due fratelli
hanno accettato. "In seguito mio padre diceva in famiglia: 'Ma sapete che
il geometra Gheddo è proprio un santo?'. Io posso assicurarti che mio papà e
mio zio hanno smesso di litigare. Una cosa incredibile, perché ricordo che
prima litigavano per tutto, erano sempre l'uno contro l'altro. Da allora sono
andati d'accordo e nella mia famiglia abbiamo spesso ricordato quel giorno. Il
geometra Gheddo ha faticato molto prima di giungere ad una conclusione. Quando
gli hanno chiesto cosa voleva come compenso, ha detto una cifra molto bassa,
che ha stupito mio padre e mio zio, ma lui diceva che bastava così, perché
voleva essere onesto e giusto. Mio padre poi diceva, anche anni dopo: 'Ma pensa,
con tutto il lavoro che ha fatto, ha chiesto una stupidaggine'. E aggiungeva
che se avesse preso qualsiasi altro professionista, avrebbe chiesto molto di più'.
Morte
improvvisa di mamma Rosetta (1934)
Mamma
Rosetta muore a 31 anni. Soffriva molto ma aveva il volto sorridente. Le sue
ultime parole: "Non preoccupatevi, è la fine. Io vado in Paradiso. Sia
fatta la volontà di Dio". Una donna realizzata nonostante le sofferenze e
la tristezza di dover lasciare il marito e i figli piccoli. Cara mamma, sei
volata davvero in Paradiso. E' la bella immagine che abbiamo di te noi tuoi
figli, che ti ricordiamo così poco quando eri su questa terra. In quel momento
nessuno ti ha vista volare in Cielo, ma tutta la tua vita è una premessa che ha
quell'unica, logica conseguenza. "Ciascuno di noi raccoglie quello che ha
seminato. Chi semina nell'egoismo, raccoglie morte. Chi vive nello Spirito di
Dio, raccoglie vita eterna' (Lettera ai Galati, 6, 7-8).
Senza
la fede nella vita eterna, la morte è il fatto più crudele che si possa
immaginare, più incomprensibile, imbarazzante, assurdo. A tutto c'è rimedio,
ma la morte è l'atto finale inevitabile, a cui non si può rimediare. Ecco
perché il mondo rimuove il pensiero della morte e quando si partecipa ad un
funerale non si sa più come comportarsi, cosa dire, cosa fare: si aspetta solo
che tutto finisca. Gli antichi latini dicevano: "Talis vita finis ita":
"come uno ha vissuto, così muore", perché la morte rivela
chiaramente le profondità nascoste della persona, è, come dire, il bilancio,
l'espressione finale di un'esistenza. La fede in Dio e in Cristo rendono la
morte serena, anche se dolorosa: non è la fine di tutto, ma l'inizio di una
vita nuova, apre le porte del Cielo, della vita eterna; non un momento di
disperazione e di tristezza, ma anzi di gioia perché sappiamo che Dio Padre
misericordioso ci aspetta.
Il
26 ottobre 1934 Rosetta Franzi muore di polmonite e di parto con i due gemelli
di cinque mesi: le mancava poco più d'un mese per compiere i 32 anni e lasciava
papà Giovanni con noi tre orfani, Piero, Francesco e Mario, di 5, 4 e 3 anni.
La zia Emma ricorda che eravamo tutti e tre al funerale, tenendoci per mano e
facevamo tenerezza. Mario aveva solo tre anni e veniva dietro al feretro della
mamma trotterellando o portato in braccio dal papà e dalle zie. Papà
Giovanni era distrutto dal dolore: aveva avuto la gioia di vivere con Rosetta
poco più di sei anni e adesso si ritrovava, a 34 anni, solo con tre bambini
piccoli da allevare. I progetti comuni di vita maturati assieme nell'amore e
la speranza di avere dodici figli erano già sfumati!
Povero
papà, in quei giorni il Signore ha duramente provato la tua fede. Non
riusciremo mai a capire lo strazio del cuore e della mente che hai provato, potevi
perdere la fede o il ben dell'intelletto: i grandi dolori possono generare
l'alienazione mentale, la pazzia. Il Signore, Padre sempre amoroso, ti ha
sostenuto, non ha permesso che un dolore così struggente ti distruggesse. Anzi,
quando prendo in mano il ricordino che hai preparato per mamma Rosetta in
occasione della sua scomparsa, non riesco a trattenere le lacrime. Ecco il
breve saluto alla tua adorata moglie e compagna di gioie e dolori della vita:
"Alla
pia memoria di Rosetta Gheddo nata Franzi, passata dall'esilio alla patria
eterna in età di 31 anni - Tronzano vercellese, 26 novembre 1934.
"Riposa
in pace, Rosetta dilettissima, nella pace di quel Gesù che hai tanto amato e
servito fedelmente, tra dolori e afflizioni, nella tua breve vita terrena.
"Prega
per me, perché nell'adempimento di tutti i miei doveri, prima gravi, ora
gravissimi, mi conceda il buon Dio serenità, fortezza, costanza.
"Veglia
dal Cielo sui nostri bambini, "poveri orfanelli", perché la tua
mancanza corporale non abbia ad essere in nessun modo di danno alla loro
cristiana educazione.
"Noi
intanto - nell'attesa di quel sospirato giorno che ci ricongiungerà per sempre
a te nei gaudi eterni - ripetiamo con fede: "Sia fatta la santa Tua volontà,
o Signore, non la nostra".
E
poi la citazione molto bella da Giobbe (1, 21): "Il Signore ha dato, il
Signore ha tolto. Come è piaciuto a Lui, cosi è avvenuto. Sia benedetto il
nome del Signore".
Papà
Giovanni è rimasto con un grande vuoto nell'animo, ma con una forza nuova,
che veniva da Dio e gli permetteva di affrontare con serenità i suoi "gravissimi
doveri". Che grande cosa la fede, caro papà! E' un sentimento che non si
vede, non si tocca, non cambia le tragedie umane, ma dà una forza interna
sovrumana, invincibile, che fa ritrovare la calma e la gioia di vivere anche in
situazioni che sembrano, e a volte sono, incomprensibili, intollerabili,
umanamente insopportabili.
A
Tronzano c'è ancora chi ricorda con commozione il funerale di mamma Rosetta. La
signora Eleonora Bertecco nata nel 1921, ha partecipato al funerale con la nonna
ed è rimasta "colpita per l'immensità della gente, tutto il paese era
venuto. E mi impressionavano i pianti di quelli che l'avevano conosciuta e per
quello che dicevano, che tua mamma era veramente una santa, una persona da
ricordare, da pregare, un esempio per tutti. Sono stati funerali eccezionali,
una cosa incredibile. Oltre che per la bontà sua e della famiglia, anche la
perdita dei due gemellini commuoveva".
Zia
Emma dice che "a Tronzano un funerale così partecipato non s'era mai
visto" e aggiunge un fatto che testimonia la fama di santità di sua
sorella subito dopo la morte: "Il pievano (parroco) di Crova, uno o due
giorni dopo il funerale di Rosetta a Tronzano, ha celebrato la Messa di
suffragio e piangevano tutti, ma ce l'avevano su con tuo papà che voleva troppi
figli uno dietro l'altro. Don Giuseppe Oglietti si è presentato all'altare
con i paramenti bianchi e ha detto: 'Io sono stato il suo confessore prima e
dopo il matrimonio e l'ho confessata poco prima che morisse. Rosetta era un
angelo ed è già in Paradiso. Non celebro la Messa per i defunti, ma cantiamo
la Messa degli Angeli'. Che Rosetta fosse una santa lo dicevano tutti, sia a
Crova che a Tronzano: sempre serena, paziente, amorevole e caritatevole con
tutti, non parlava mai male di nessuno".
L'insegnante
Catterina Barberis è nata a Crova nel 1923. Ricorda anche lei la Messa in
suffragio di Rosetta: "Quando è morta nel 1934, a Crova il parroco, don
Oglietti, uomo severo, ha celebrato in bianco la Messa degli Angeli per il
suffragio della mamma, dicendo, a noi che eravamo in chiesa, che sua mamma era
in Paradiso perché era un angelo". Oggi siamo abituati a una
"liturgia creativa"; allora, per un prete all'antica come don Oglietti,
il fatto era straordinario. Come straordinaria, trent'anni dopo la morte (26
aprile 1964), la riesumazione della salma di Rosetta nel cimitero di Tronzano.
Erano presenti le zie Adelaide, Fiorenza e Piera con i suoi due figli, Carlo e
Anna. Quest'ultima testimonia: "Quando sono scesa nella tomba e ho visto il
volto e il corpo di Rosetta, mi sono emozionata. Era bella, serena, sembrava
dormisse o che fosse morta poco prima, ed erano passati trent'anni. Aveva il
vestito del suo matrimonio, di colore avorio, delle belle scarpe nere; i
capelli erano belli, neri, raccolti dietro come nelle sue foto. Il giorno prima,
il becchino aveva già aperto l'entrata sotterranea nella tomba e le casse da
riesumare, quelle del nonno Pietro morto nel 1924 e della zia Rosetta morta nel
1934: la cassa di Rosetta però era già aperta, sfondata, forse per l'umidità
e i gas che si erano creati, tant'è vero che il coperchio era finito sul naso
di tua mamma senza rovinarlo. Il becchino diceva che il volto di Rosetta, appena
aperto il loculo che era chiuso col cemento, aveva una luce sfolgorante. I resti
del nonno vennero messi in una cassettina, la cassa di Rosetta l'hanno chiusa e
spostata al centro della tomba, perchè in quel lato si dovevano fare delle
riparazioni per l'umidità".
Sulla
prematura scomparsa di mamma Rosetta c'è un'ombra che è bene rimuovere. Le
sorelle di Rosetta e altri hanno detto che "troppi figli di seguito l'hanno
indebolita". Papà e mamma, venivano da famiglie con numerosa prole e
quando sono nato io dicevano con orgoglio: "Questo è il primo di
dodici!". L'educazione cristiana del loro tempo era che i coniugi cristiani
si vogliono bene per generare molti figli di Dio e creare una bella famiglia
fondata sull'amore. Per due sposi d'Azione cattolica, una delle più alte finalità
del loro matrimonio era di avere molti figli ed educarli cristianamente. In sei
anni di matrimonio mamma Rosetta ha avuto tre bambini, poi due aborti spontanei
e infine il parto gemellare che (con la polmonite) l'ha portata alla tomba. Il
ritmo era di uno l'anno e la mamma, dicevano le sorelle e i medici, era
"sana ma delicata": una donna fine, sensibile, gentile, non il tipo
contadino di donna forte, robusta, da lavori pesanti, com'era abbastanza
comune a quel tempo nei nostri villaggi di campagna.
Le
sorelle di Rosetta hanno detto e ripetuto che negli ultimi tempi del matrimonio
la nostra mamma era indebolita e piangeva spesso: "Piange perché troppo
debole" dicevano. Chiedo a zia Emma se quello di mamma e papà è stato un
matrimonio felice. Erano contenti di essersi sposati? Hanno avuti motivi di
dissenso? La zia risponde: "Sì, si volevano bene, erano felici. Rosetta
certo ha sofferto con quelle gravidanze, ma non è stato un matrimonio di
sofferenza per la vostra mamma, è stato un matrimonio felice: si volevano
proprio bene e condividevano ideali e affetti, pregavano assieme ed erano due
cattolici esemplari. I due gemelli di Rosetta erano prematuri di cinque mesi e
non sono sopravvissuti. Gli ultimi anni di tua mamma sono stati difficili. Era
contenta di aver sposato Giovanni, si volevano bene, ma quei parti continui la
indebolivano e la facevano soffrire". Mamma Rosetta è morta a Tronzano la
notte del 26 ottobre 1936, assistita dalla sorella Fiorenza e dalla mamma Maria.
Papà Giovanni era presente. Zia Emma ricorda commossa che era addolorato,
piangente, ogni tanto si sedeva accanto al letto di Rosetta e parlavano fra di
loro. Zia Fiorenza aveva sentito che papà Giovanni le diceva: "Guarda,
Rosetta, se vivi faremo in un'altra maniera, perché tutti questi figli ti hanno
indebolita". E lei ha ripetuto parecchie volte: "Giovanni, faremo
sempre la volontà di Dio". Era il suo ritornello: fare la volontà di Dio.
Dopo
la morte di mamma Rosetta, il papà con noi tre figli piccoli siamo andati ad
abitare nella nuova casa con nonna Neta, zia Adelaide e zia Gina (sorella maggiore
handicappata nelle gambe) sul corso Vittorio Emanuele II, la via principale del
paese dove papà ha riaperto il suo studio. Mario ricorda che la nostra
famiglia, nell'Italia povera di quel tempo, era di condizione economica
medio-bassa. Allora non esistevano le pensioni di anzianità e nella casa in
affitto entravano lo stipendio di insegnante della zia Adelaide (1897-1985) e
i guadagni di papà Giovanni col suo studio di geometra e come segretario della
distribuzione delle acque nel distretto irriguo Ovest Sesia: ma il distretto
irriguo pagava pochissimo, forse solo le spese vive, perché il segretario,
visitando agricoltori e case coloniche, aveva mille possibilità di trovare lavori
come geometra. Questo era vero ma il fratello Mario ricorda: "Spesso la zia
Adelaide esprimeva giudizi positivi sul papà, sul suo carattere, la sua bontà,
la capacità professionale, la laboriosità che lo portava sovente a disegnare
o far di conto fino a tarda notte; però aggiungeva anche giudizi che lei
riteneva negativi, quali il suo emettere parcelle che non corrispondevano nè al
tempo impiegato per quel lavoro, nè alla sua professionalità, ma solo al suo
rigore morale. Indi, proseguiva la zia con rammarico, parcelle scarse a cui
corrispondeva sempre la più assoluta incapacità di farsi pagare. La zia
riferiva che, emessa la parcella, per il papà il lavoro era concluso: chi
pagava subito, 'Deo gratias'; chi pagava con ritardo (anche di anni),
"pazienza"; e chi non pagava affatto? La zia sosteneva che papà
seraficamente commentava: 'Si vede che non ne ha la possibilità". Mario
ricorda pure, sulla base di quanto diceva zia Adelaide, che papà era
"segretario dell'asilo infantile e della casa di riposo degli anziani,
tenuti dalle suore della Carità di Sant'Antida Thouret: ma lavorava come
volontario e percepiva zero".
La
povertà della nostra famiglia (portavamo vestiti e calze rattoppati fino
all'estremo limite, la carne solo la domenica, non c'erano dolci né torte) non
era per nulla un ostacolo alla gioia e all'educazione umana e cristiana, anzi
forse favoriva la nostra crescita equilibrata ed ottimista. Siamo stati
educati al senso del risparmio, a non buttare via niente, ad accontentarci e a
gioire del poco che avevamo. Alla domenica papà ci dava il "pret", la
mancia di 20 centesimi di lira, che in estate ci permetteva di comperare un un
piccolo gelato con due ostie rotonde, oppure tre caramelle. Che festa quel
gelato, da leccare e gustare lentamente! E prima di acquistarlo discutevamo: io
lo prendo al cioccolato, io alla vaniglia, io alla fragola...
Risalendo
con la memoria ai miei anni di bambino e ragazzino, ricordo l'atmosfera di fede,
di amore, di gioia e di unità familiare che ci circondava. Anche dopo la
scomparsa della mamma (nel 1934) e poi quella del papà (nel 1942), noi tre
orfani non abbiamo sofferto molto, perché siamo cresciuti in una famiglia unita
e animata dalla fede e dalla vita cristiana. Ricordo i racconti della nonna Anna
e della zia Gina (sorella maggiore di papà, anchilosata nelle gambe, ma poteva
camminare) sulla vita di Gesù e della Madonna e le vite dei santi; ricordo la
rettitudine, il senso del dovere e la severità ma anche la bontà di zia
Adelaide (quando sono diventato sacerdote mi ha detto: "Tu sei prete e hai
una missione, ma anche noi insegnanti abbiamo una missione: non basta insegnare,
dobbiamo educare i ragazzi ad essere buoni cittadini"); ricordo papà che
ci portava a Messa prima ogni mattino come chierichetti (alle ore 6!) e alla
"Messa grande" ogni domenica.
Commovente,
a ripensarci, il ricordo del Rosario e delle preghiere della sera dopo cena in
famiglia: eravamo tutti lì riuniti attorno al tavolo a pregare assieme, gli
affetti religiosi rafforzavano l'unità della famiglia. La nostra vita di
ragazzi era riscaldata e illuminata dalle celebrazioni sacre e processioni per
le vie del paese, dalla frequenza quotidiana alla chiesa e all'oratorio. Infine,
non posso dimenticare i grandi sacerdoti che abbiamo avuto in paese e l'Azione
cattolica che ci guidava ad un metodo di vita fondato sulla fede e impegnava
noi ragazzi (e anche me giovane seminarista) alla preghiera, a fare sacrifici
per poter capire la volontà di Dio e la strada che segnava a ciascuno di noi.
Com'era
papà Giovanni dopo la morte di mamma Rosetta? Per noi suoi figli era di
sostegno e grande esempio in tutto. Quante volte abbiamo ricordato assieme i
"buoni esempi" di papà (vedi il volume "Questi santi
genitori"). L'amore ai poveri ad esempio, la bontà e generosità verso
tutti, l'atteggiamento ottimista e pieno di speranza che aveva in tutte le difficoltà.
Era un papà che stava spesso con noi, giocava con noi, dopo la cena e il
Rosario, prima che andassimo a letto e lui riprendesse a lavorare, ci
interrogava sulla nostra giornata, voleva vedere i nostri quaderni. Mario
ricorda che "una domenica, alla Messa grande il parroco dal pulpito mette
in guardia i fedeli poichè girano per il paese pastori protestanti che devono
essere evitati e non, come ha fatto il geometra Gheddo, che li ha fatti
accomodare nel suo ufficio e ascoltati. Parole di biasimo del parroco,
pronunciate in pubblico, che avevano ferito la nostra cara zia presente alla
Messa. L'auspicata unità dei cristiani era ancora di là da venire ma il nostro
papà aveva il senso dell'accoglienza, del rispetto e della fraternità".
Lo
stesso parroco, mons. Giovanni Ravetti, molti anni dopo quando già ero
sacerdote, mi raccontava che a Tronzano un uomo era stato ferito a coltellate in
un litigio aperto fra due famiglie ed erano intervenuti i Carabinieri. Per un
paese piccolo e tranquillo come Tronzano era un fatto straordinario, ne
parlavano tutti. Il parroco aveva indetto un'ora di adorazione nella chiesa
parrocchiale, per chiedere a Dio il perdono e la grazia della riconciliazione
e della pace. Papà Giovanni era già intervenuto in quelle due famiglie in
lotta, era riconosciuto come "conciliatore" e "uomo di
pace". Prima di quell'ora di adorazione va a trovare il parroco don Ravetti,
gli spiega i motivi dell'odio tra le due famiglie e aggiunge: "Non basta la
preghiera, ci vuole anche il digiuno. Lei inviti i fedeli a rinunziare alla cena
come offerta a Dio per ottenere la pace in paese, non solo nel caso presente, ma
in tanti altri casi'. Mons. Ravetti mi diceva di essere rimasto edificato
dalla sua proposta.
Mario
ricorda l'abitudine alla mortificazione che aveva papà, a quel tempo educazione
comune nelle famiglie cristiane e nell'Azione cattolica: "Papà non beveva
vino, senza essere del tutto astemio, perché in alcune circostanze eccezionali
beveva. La zia Adelaide mi diceva che non beveva vino per mortificazione. Così
come alla sera, estate o inverno, sempre, mangiava solo una scodella di
caffelatte e un po' di pane. E la zia asseriva, perché glielo aveva detto il
papà, che lo faceva per spirito di mortificazione, perché papà diceva che
solo i forti sono in grado di resistere alle tentazioni; ed essere forti vuol
dire fare dell'allenamento e il suo allenamento era anche questo (poi certo
anche altre mortificazioni che non sappiamo e non sapremo mai)".
Libera
Bosco ricorda: "Giovanni Gheddo era chiamato "il geometra dei poveri
perché aiutava tutti quelli che avevano bisogno. Non solo, ma se veniva richiesto
di un lavoro dai più poveri lo faceva gratis, non voleva niente". La
signora Maria Elisabetta Costa vedova Santhià (nata nel 1917) dice che quando
suo papà è morto di cancro, la mamma con le due figlie minorenni era in
miseria: aveva speso tutto per curare il marito e lei era pure ammalata. Ha
venduto la casa che avevano, abbastanza grande, prendendone una più piccola,
che però era da riparare e sistemare, facendo un muro di cinta. Papà Giovanni
ha proposto di costruire il muro al di là del fosso demaniale, che bisognava
far scorrere in un grosso tubo di cemento e ricoprire, per non perdere parte
della proprietà. Ma la mamma di Maria Elisabetta non aveva soldi e papà le
diceva: "Non importa, signora Costa, i soldi io li aspetto fin che potrà
pagarmi, non si preoccupi, ma è uno sbaglio perdere la proprietà. E suo papà
diceva che quella proposta non l'avrebbe fatta a gente facoltosa, ma con chi
era povero era disposto ad aspettare il pagamento a tempo indefinito, ad
aiutare. Mia mamma poi non ha accettato perché in casa non avevamo niente.
Suo papà era un uomo generoso, faceva proprio gli interessi delle famiglie che
lo chiamavano. A suo papà e sua mamma tutti volevano bene. Per noi ragazze era
come un papà".
Papà
Giovanni è vissuto nel tempo del fascismo. Come si comportava di fronte al
regime? In sintesi, la risposta l'ha data Mario, testimone privilegiato di quei
tempi perché è vissuto con la nonna Anna e la zia Adelaide fin che questa è
morta nel 1985. "Papà era chiaramente contrario al fascismo, dice Mario,
anche perché uomo d'Azione cattolica. Non voleva che noi bambini mettessimo la
divisa di Figlio della lupa o di Balilla, ma la zia Adelaide ce l'ha fatta
mettere per non crearci dei complessi con i compagni. Metteva sempre il
distintivo dell'Azione cattolica che allora era visto come fumo negli occhi e
non ha mai voluto iscriversi al Partito Fascista: anche questo non era visto
bene, per una personalità come lui molto in vista a Tronzano. Papà Giovanni
partecipava sempre alle festività e alle processioni religiose del paese, ma
non ai cortei civili. Al tempo del fascismo si facevano tanti cortei e sfilate
con la banda musicale: in prima fila c'erano gli ufficiali in congedo dalla
prima guerra mondiale (pochissimi a Tronzano), fra i quali papà, che era
invitato ma non ci andava e il suo dissenso dava fastidio".
Francesco
Ansermino (classe 1932) mi ha testimoniato che suo padre era muratore e
socialista, non si era mai iscritto al Partito Fascista e l'avevano licenziato
da una ditta che impiegava muratori. Si arrangiava da solo con qualche
lavoretto, ma nessuno gli dava lavoro perché era segnato a dito come
"sovversivo". Ansermino aggiunge: "Mio padre diceva sempre che
negli anni trenta a Tronzano gli uomini in età di lavoro non iscritti al
Partito si potevano contare sulle dita di una mano o due. Non iscriversi al
Partito era da uomini coraggiosi perché voleva dire non trovare lavoro. Tuo papà
lavorava perché libero professionista, godeva di una grande autorità morale
ed era chiamato a portare la pace nelle famiglie. Mio papà parlava molto
bene di lui, che visitava spesso nel suo ufficio perché gli procurava del
lavoro come muratore. In paese a quel tempo, quando tuo papà è andato in
guerra
in Russia, si diceva che era per punizione di non aver voluto iscriversi al
Fascio".
Giovanni
Gheddo infatti, come padre vedovo di tre figli minorenni non avrebbe dovuto per
legge essere richiamato alle armi e soprattutto non andare in guerra! Tanto più
che aveva più di quarant'anni, a quel tempo un'età già rispettabile, e
soffriva di vari malanni. Interessante la testimonianza della signora Carla
Boffetta (classe 1914), che serviva nella mensa per i poveri del Comune ed è
diventata "fiduciaria delle giovani fasciste": "Una volta è
venuto da Vercelli il federale fascista e ha radunato quelli che lavoravano in
Municipio e quelli che appartenevano al Fascio, tra cui anch'io. Lo posso
giurare che ha detto: 'Bisogna guardarsi dai preti e dall'Azione cattolica'. Io
che ero dell'Azione cattolica ho capito che andava a finire male: mi sono
consultata con mia mamma e poi mi sono ritirata con qualche scusa". Chiedo
a Carla se queste parole le ha sentite da altri o era presente. Risponde:
"No, ero presente, le ricordo bene e mi avevano scioccata. Suo papà, se
era conosciuto come antifascista e non voleva portare il distintivo né
iscriversi al Fascio, è possibile e probabile che l'abbiano mandato in Russia
per punizione. Allora chi comandava faceva quel che voleva. Ricordo un
personaggio del regime nel nostro paese, che in un comizio pubblico ha detto e
gridato: "Io voglio, posso e comando". Papà Giovanni, capitano di
artiglieria nella Divisione Cosseria, è stato mandato in Urss per il
"Piano Barbarossa", la folle avventura bellica di Hitler contro 1'Urss
iniziata nel giugno 1941 e terminata nell'estate 1943. L'Italia mussoliniana vi
partecipa, nonostante il parere contrario dei generali e dei comandi militari,
con due corpi di spedizione (CSIR e ARMIR), dalla fine luglio 1941 al marzo
1943, col bilancio totale di circa 280.000 uomini impiegati, di cui 90-100.000
fra morti in battaglia e prigionieri non più tornati a casa (per non parlare
dei mutilati).
Il
capitano Giovanni Gheddo, partito per la Russia il 10 luglio 1942, è giunto sul
fronte lungo il fiume Don verso l'inizio di agosto e morto (con tutta probabilità)
il 17 dicembre 1942. Il 15 dicembre i russi attaccano proprio dov'erano le due
Divisioni di fanteria Cosseria e Ravenna, obbligando ad una ritirata precipitosa
e disastrosa le forze dell'Asse, composte da tedeschi, italiani, romeni,
ungheresi, bulgari, ecc. Dove c'erano due Divisioni italiane, i russi attaccano
con 10 Divisioni di fanteria, 13 Brigate corazzate, 3 Brigate di fanteria
motorizzata e 2 reggimenti corazzati. Avevano decine di carri armati, le
divisioni italiane nemmeno uno e nessuna arma anticarro efficace. Ho
documentato questa folle guerra nel volume "Il testamento del
capitano" (San Paolo 2003), pubblicando le lettere di papà Giovanni dal
fronte e testimonianze di "Quelli che c'erano". La posta dei
militari era censurata e papà non parla mai della guerra né di battaglie né
della situazione militare, se non con cenni molto vaghi. Scriveva alla famiglia
un giorno sì e l'altro no: non poche lettere sono andate disperse. Leggendo
la sua corrispondenza si vede che il povero papà voleva rassicurare i suoi
bambini e i suoi cari, ma era anche ottimista e fiducioso per natura. Parla del
freddo, al massimo 17-22 sottozero (secondo altri testimoni arrivava a meno 30 e
40!), però afferma che è un clima secco e si sta bene; dice che vorrebbe mandarci
un po' del suo pane, della carne, del cioccolato che hanno alla mensa; racconta
di visite ai villaggi russi ed è commovente quando descrive la miseria di
quella poverissima gente: "Ho attraversato tutta l'Ucraina e non ho visto
una donna vestita come l'ultima delle nostre contadine alla domenica";
quando descrive bambini e adulti che stendono le mani e chiedono pane! Appena
può, papà distribuisce qualcosa da mangiare, una volta manda dal suo
attendente il suo pranzo ad una famiglia (lui digiuna perché non sta bene) e
ogni giorno distribuisce quanto riceve dalla mensa che lui non consuma:
"Avanzo sempre del pane per queste povere persone del luogo, che essendo in
miseria non avevano certo bisogno della guerra!".
Entrano
in contatto con i villaggi ucraini e la buona gente del popolo: si intenerisce a
vedere questo popolo cordiale, ma tanto povero da far pietà. Non sa capacitarsi
di come in un paese così potenzialmente ricchissimo ci sia quella miseria e
si faccia la fame! "Qui c'è veramente miseria nera: manca il pane alla
popolazione indigena che vive, il 99% e più, in misere casupole di legno
con tetto di paglia. Manca il pane in un paese sconfinato, ricchissimo di
terreni veramente fertili, ma purtroppo per la maggior parte incolti. Questa
povera gente aveva certo bisogno di cambiare regime, ma non di una guerra. Per
grazia di Dio e col suo aiuto, io cerco di fare un poco di bene, dando un po' di
pane a questa povera gente". "Nel paese dove siamo ora, dice in altra
lettera, ogni casa ha una sola entrata: entra la mucca e gira a sinistra,
entrano le persone e girano a desra. Miseria nera!".
Le
bellissime lettere dall'Urss di papà Giovanni sono la più toccante
testimonianza del suo spirito cristiano. Prega molto ed è sempre illuminato e
sostenuto dalla fiducia assoluta nella Provvidenza di Dio. Al "Padre nostro
che sei nei cieli", tu caro papà, ci credevi davvero! Spiegaci come si
fa ad avere una fede così forte, serena, calda, incrollabile, che ti ha
confortato fino all'ultimo... Il giorno 4 dicembre 1942 tu scrivi le ultime
tre lettere (quelle che abbiamo conservato). Pochi giorni dopo scoppia il
finimondo: "Io non sono in pericolo... Quanto all'avvenire è nelle mani di
Dio che è un buon Padre e dobbiamo avere la
massima
fiducia nella Divina Provvidenza... Anch'io prego per voi, vi ho sempre nel
cuore e voglio ritornare proprio per voi, per la nonna e per le zie. Per me
personalmente m'importerebbe poco, ma come ho detto e ripeto prego Iddio che mi
faccia ritornare sano e salvo per voi. E spero fermamente di essere esaudito
poiché non chiedo nulla per me, né tanto meno per egoismo".
Caro
papà, forse sentivi che la tua vita volgeva al termine nel gelo spaventoso di
quel dicembre 1942! Ma il dire che "personalmente per me m'importerebbe
poco" (di tornare o non tornare), significa che eri già pronto al
sacrificio supremo. Speravi di essere esaudito nella tua preghiera di rivedere
i tuoi bambini e la famiglia, ma eri anche disposto a tutto. "L'avvenire è
nelle mani di Dio"!
Il
15 dicembre 1942 scatta l'offensiva sovietica, un cuneo di carri blindati e di
fanteria d'assalto proprio contro le Divisioni Cosseria e Ravenna! Il fronte è
spezzato, l'Alto Comando militare dà l'ordine di ritirarsi il 17 dicembre.
Papà Giovanni rimane sul posto e probabilmente muore quel giorno stesso. Su
questo fatto abbiamo due testimoni oculari: Mino Pretti di Vercelli e Ivo
Ciancetti di Udine.
L'avvocato
Mino Pretti, sottotenente della Cosseria nella compagnia che comandava mio
padre, è scampato all'eccidio e tornato in Italia è venuto a Tronzano a
ringraziare la nostra famiglia perché papà Giovanni gli aveva salvato la vita.
Ho sentito diverse volte raccontare la storia dalla zia Adelaide. Mario era
presente e testimonia: "Quando è tornata dalla Russia la Divisione
Cosseria, è venuto a trovarci a Tronzano Mino Pretti, giovane avvocato, e ha
raccontato che il 17 dicembre 1942 papà Giovanni ha voluto restare con i feriti
intrasportabili e ha mandato via lui con i militari sani: così hanno potuto
salvarsi, mentre papà è stato preso dai russi o ucciso in quella circostanza.
Pretti diceva che era suo dovere rimanere, ma papà gli ha detto: 'Tu sei
giovane, salvati, rimango io'. La zia Adelaide ha chiesto a Pretti: in che data
è successo questo? E Pretti ha risposto: il 17 dicembre 1942. La zia si è
segnata la data sul calendario, questo lo ricordo bene". Un gesto che
ricorda quello eroico compiuto ad Auschwitz da san Massimiliano Kolbe, che ha
scelto di essere ucciso al posto di un padre di famiglia condannato a morte.
Io
posso dire che ho sentito lo stesso racconto diverse volte dalla zia Adelaide,
sostanzialmente come lo riferisce Mario. Nel mio ricordo papà avrebbe detto a
Pretti: "Tu sei giovane, devi ancora fare la tua vita. Io la mia vita l'ho
già fatta e i miei bambini sono in buone mani. Va, salvati, con i feriti
rimango io". L'avvocato Mino Pretti è morto nel 1981, è stato sindaco
di Vercelli due volte per la Democrazia cristiana (fra il 1949 e il 1970).
Il
secondo testimone è il dottor Ivo Ciancetti di Udine (morto il 26 agosto 2003),
che il 25 gennaio 2003 mi ha scritto un lunga lettera (vedi "Il testamento
del capitano"). Ciancetti era tenente del reparto trasmissioni della
Divisione "Cosseria", capo centro collegamenti, responsabile dei
collegamenti radio della divisione: "In tale veste ero aggregato, con il
mio plotone, presso il Comando Divisione, che a partire dal mese di settembre
del 1942 era situato a Krasnj, piccolo centro costituito praticamente da due
file di isbe ai lati della strada. A partire dal 14 dicembre iniziò l'offensiva
russa. Dalla mia posizione di capo centro trasmissioni ero a conoscenza della
drammaticità della situazione, in quanto potevo ascoltare tutti gli scambi di
comunicazioni tra i vari comandi. La notte fra il 16 ed il 17 venne dato
l'ordine di ritirata, e quindi tutti i reparti che si trovavano a Krasnj (sanità,
sussistenza, ecc.) dovevano portarsi a Mitrofanovka. A me invece il capo di
Stato Maggiore della Divisione ordinò di rimanere a Krasnj in attesa di un
reparto tedesco (il 318° Reggimento) che avrebbe dovuto prendere posizione e
a cui avrei dovuto consegnare le linee e gli impianti telefonici esistenti.
"Durante
la notte diedi l'ordine ai miei uomini di alternarsi sotto i due camion a nostra
disposizione per il trasporto delle apparecchiature, per scaldare con le lampade
a benzina i cardani. Se così non avessimo fatto sarebbe stato impossibile far
partire i camion, a causa del terribile gelo di quella notte. Sul far del mattino
diedi l'ordine di caricare sui camion tutto il materiale e di portarsi a
Mitrofanovka, dove li avrei raggiunti, non appena arrivato il reparto tedesco.
"Pochi
giorni prima della ritirata era stato montato un tendone che dava ospitalità ai
soldati feriti intrasportabili, vicino all'isba dove dormivo e dove avevo le
apparecchiature di trasmissione. A vegliare quei poveri soldati moribondi
(potevano essere una trentina), il 17 dicembre era rimasto solo padre Pio
Chiesa, cappellano militare che io conoscevo bene (francescano di Montà
d'Alba, anche lui non tornato dall'Urss, n.d.r.). All'alba, lungo la strada
transitavano a gruppi alcuni reparti che si stavano ritirando. Nella mattinata
transitarono anche reparti di artiglieria della nostra divisione e fra questi il
gruppo comandato dal maggiore Mario Marchesani, che conoscevo bene in quanto
nato e cresciuto vicino a me a Verona. Assieme a lui c'era anche un capitano e
oggi sono in grado di affermare che era Giovanni Gheddo. Tale certezza mi deriva
innanzitutto in quanto ricordo la fisionomia di quell'ufficiale che ho
riconosciuto nelle foto pubblicate nel Suo libro "Il testamento del
capitano". Il suo viso non mi era nuovo perché per alcuni mesi i nostri
reparti erano stati assieme a Bordighera e nelle passeggiate sul lungomare ci
eravamo incontrati molte volte e salutati.
"Inoltre
conoscevo bene i vari reparti di artiglieria che erano dislocati in settori
vicini al Comando Divisione. So che il gruppo comandato dal maggiore Marchesani
era composto da due batterie: la quarta comandata dal capitano Zanantoni (che
avevo avuto modo di conoscere) e la quinta comandata dal capitano Gheddo. Vidi
che il capitano Gheddo era fisicamente molto provato e questo non mi stupiva:
sapevo infatti che quel reparto era da almeno tre giorni privo di rancio
caldo, si erano cibati di sole scatolette, in pratica carne ghiacciata.
"Posso
affermare con certezza che il capitano Gheddo si fermò a Krasnj, contrariamente
al maggiore Marchesani. Egli infatti, dietro mio invito, si recò nella mia isba
(l'unica ancora riscaldata) dove mangiò del minestrone caldo che il cuoco mi
aveva lasciato prima di ritirarsi. Con questo cuoco, che si chiamava Freschi ed
era originario di Parma, mi sono ritrovato verso la fine degli anni Settanta a
Siena ad un raduno di reduci e abbiamo potuto ricordare questo episodio.
Certamente il capitano Gheddo allo scopo di riposarsi e riprendere le forze,
si fermò per qualche ora nell'isba, alimentandone il fuoco. Io quella mattina
rimasi sempre all'esterno perché mi interessava ritrovare i miei
radiotelegrafisti per indirizzarli alla mia compagnia. In tal senso avevo
avuto precisi ordini da parte del mio comandante capitano Diana. Non ricordo (ma
ritengo di non averlo mai saputo) cosa fece suo padre quando rinfrancato uscì
dalla mia isba, ma penso che unitamente a padre Chiesa si sia recato a pregare a
lungo nel tendone dei moribondi".
Testimonianza
preziosa, questa di Ivo Ciancetti. Ringrazio il Signore di avercela procurata
e grazie anche a sua figlia Maria Pia e al genero Roberto Volpetti. A questa
testimonianza diretta e scritta, bisogna aggiungere un particolare
interessante che è contenuto nella lettera (e-mail) speditami da Roberto
Volpetti il 5 gennaio 2003: "La vicenda del suo caro papà è stata l'argomento
di discussione in queste vacanze natalizie. Infatti mio suocero Ivo Ciancetti ha
riconosciuto con ragionevole certezza in Giovanni Gheddo il capitano con cui si
trovò il 17 dicembre nell'ospedale da campo destinato ai feriti
intrasportabili, e posto nelle vicinanze del luogo dove era insediato il
Comando Divisione. Tutti ormai si erano ritirati, ad eccezione di questo
capitano e di padre Pio Chiesa, nonché dei poveri soldati moribondi.
"Nella
mattinata del 17 dicembre il tenente Ciancetti dispose che i suoi uomini si
ritirassero ed anche lui verso sera lasciò il campo, mentre padre Chiesa ed il
capitano Gheddo decisero di rimanere nell'ospedale, per non abbandonare a se
stessi i feriti; i carri armati russi infatti erano sui crinali delle colline
soprastanti e si stavano avvicinando. Mio suocero, leggendo il Suo libro, e in
particolare l'ultima lettera di Suo papà, ha ricostruito luoghi e avvenimenti,
trovando sostanziale conferma nel fatto che quello era l'unico ospedale per
i feriti intrasportabili della Divisione. E' da aggiungere che mio suocero, in
quelle ore, mentre poté parlare a lungo con padre Chiesa, non ebbe occasione di
parlare direttamente con il capitano. Aveva però compreso che la decisione del
capitano di rimanere era stata dettata solamente da una sua decisione personale
di voler restare a fianco dei feriti". Testimonianza che conferma quanto
Mino Pretti è venuto a dirci tornando dalla Russia e che mi è stata confermata
per telefono dalla moglie Maria Pia, figlia di Ivo Ciancetti (19 agosto 2004),
alla quale ho chiesto se ricorda e conferma quanto mi ha scritto suo marito il 5
gennaio 2003: che suo papà "aveva compreso che la decisione del capitano
Gheddo di rimanere era stata dettata solamente da una sua decisione personale
di voler restare a fianco dei feriti".
La
signora risponde: "Sì, io ricordo questa cosa, mio padre l'ha ripetuta
diverse volte nei giorni in cui si parlava di questo... Diceva che suo papà
aveva proprio voluto rimanere con questi feriti, questo l'ha sempre
detto".
Caro
papà, nella tua vita tu sei sempre stato nascosto, un semplice uomo di paese,
sfortunato e un po' "ingenuo" secondo i più (ma anche la tua
sapienza evangelica era nascosta!). Addirittura sei finito nel posto peggiore
che allora si potesse immaginare, pur in una Italia in guerra: nei 30-40
sottozero della Russia, e in prima linea proprio dove le forze armate sovietiche
attaccano con forze preponderanti e sfondano la linea difensiva italiana. Più
"ingenuo" e sfortunato di così! Ma la tua vita, caro papà, non
finisce nelle sterminate distese ghiacciate dell'Ucraina. Il tuo corpo è
sepolto chissà dove, ma il tuo spirito vive ancor oggi. Ecco che 64 anni dopo
la tua morte (e 72 dopo la morte di mamma Rosetta), la Chiesa, che misura il
tempo a millenni, ti riscopre ed esamina te e Rosetta perché vi vuole proporre
a modello della Chiesa universale: più d'un miliardo di uomini e donne! Ecco
perché si dice che "la storia è Dio", cioè il tempo storico rivela
la verità di Dio ed esalta le persone che hanno amato e obbedito a Dio. Penso
alle molte personalità celebrate e famose 60-70 anni fa (non
"ingenue" com'eravate voi miei genitori), che ora sono del tutto
dimenticate, ignorate, oppure addirittura ancora detestate.
Papà
Giovanni e mamma Rosetta, nella loro semplicità e "ingenuità"
evangelica, emergono quando nessuno più se l'aspettava. E' una bella
avventura, una esemplare parabola di due vite nascoste, ordinarie, che
improvvisamente diventano luminose, brillanti, splendenti, esemplari. D'altra
parte, se pensiamo a Maria Santissima, la Madre di Gesù, cosa ha fatto di
straordinario nella sua vita? Nulla, ha fatto quel che facevano tutte le donne
di allora: ha curato la sua casa e fatto da mangiare, ha allevato Gesù, ha
voluto bene a Giuseppe, ha lavorato in campagna e nel cucire e lavare i panni,
andava al mercato e certo vendeva anche qualcosa di sua produzione come uova e
galline, anitre e conigli. Una donnetta insignificante, si direbbe; anzi,
molto sfortunata, vedova precoce e madre di un crocifisso! Ma la sua attenzione
continua alla volontà di Dio, ha fatto si che potesse dire: "Grandi cose
ha fatto in me l'Onnipotente".
Ecco,
mamma Rosetta e papà Giovanni, senza nessun accostamento indebito alla
grandezza della Madonna, rivelano che il segreto della loro vita normale ma
anche straordinaria, eccezionale, sta tutto in quell'espressione che dice
Rosetta in punto di morte: "Giovanni, faremo la volontà di Dio come
abbiamo sempre fatto". Senza nessuna rivelazione, né miracoli, né
misticismi, ma con l'aiuto di Dio hanno vissuto giorno per giorno, momento per
momento nella volontà di Dio, accettando dal Padre Eterno le gioie e i dolori,
le incertezze, le prove, i successi e gli insuccessi dell'esistenza normale.
Noi loro figli ringraziamo il Signore di averci dato mamma Rosetta e papà
Giovanni e preghiamo che trasfonda in noi e in tutti i fedeli il loro spirito,
dando alla Chiesa e al mondo due modelli riconosciuti di come si può vivere il
Vangelo da sposi e genitori secondo il cuore di Dio.