IL GIORNALE DELL'ANIMA

e altri scritti di pietà

di GIOVANNI XXIII

 

Esercizi e note spirituali 1895-1963

(La sintesi cronologica, in fondo al libro pag 281)

1895-1900 In seminario a Bergamo

1895

REGOLE DI VITA DA OSSERVARSI DALLA GIOVENTù CHE DESIDERA FAR PROFITTO NELLA VIA DELLA PIETà E DEGLI STUDI

Nugae quae in ore saecularium nugae sunt, in ore sacerdotum blasphemiae. (Traduzione: Le frivolezze, che sulla bocca dei secolari sono semplicemente frivolezze, sulla bocca dei sacerdoti sono bestemmie).

Sic decet omnino clericos in sortem Domini vocatos vitam mores-que suos omnes componere, ut habitu, gestu, incessu, sermone, aliis-que omnibus rebus, nil nisi grave, moderatum ac religione plenum prae se ferant; levia etiam delicta, quae in ipsis maxima essent, ef-fugiant, ut eorum actiones cunctis afferant venerationem (Ex act. Concilli Tridentini, Sessio XXII, decretum de reformatione, c. 1). (Traduzione: Occorre pertanto che i chierici, scelti dal Signore, regolino in tal modo la loro vita e la condotta che nell'abito, nel gestire, nel portamento, nel parlare ed in ogni altra manifestazione nulla lascino trasparire che non sia austero, moderato e ispirato alla virtù della religione; scansino i peccati anche lievi, che in essi apparirebbero gravi, acciocchè le loro azioni suscitino in tutti venerazione)

Bonum est viro cum portaverit iugum ab adolescentia sua (Lam 3,27). (Traduzione: E' bene per l'uomo portare il giogo fin dall'adolescenza)

Primo e principal fondamento: eleggersi un direttore spirituale dei più esemplari, prudenti e dotti, col quale si abbia una totale confidenza, e dipendere da lui in tutto e dai suoi consigli e direzio-ne con piena confidenza.

Ogni giorno: 2. 1. Fare almeno un quarto d'ora di orazione mentale, subito levato dal letto la mattina. 2. Ascoltare, o meglio servire, la santa messa. 3. Fare un quarto d'ora di lezione spirituale. 4. Avanti di andare a letto, la sera, fare l'esame generale della coscienza, coll'atto di contrizione, e preparare i punti per la medi-tazione del dì seguente. 5. Avanti pranzo o avanti cena, o almeno avanti l'esame gene-rale della sera, fare un altro esame particolare sopra il liberarsi da qualche vizio o difetto, o sopra l'acquisto di qualche virtù. 6. Essere diligente alla congregazione la festa, alla scuola ed ai circoli nei dì feriali, e dare sempre il suo tempo conveniente allo studio in casa. 7. Visitare il Ss. Sacramento e qualche chiesa o cappella divota alla beata Vergine, almeno una volta. 8. Recitare cinque Pater e Ave alle cinque piaghe di Gesù Cristo tra le diciotto e le ventuna ora, e fare almeno tre atti di mortifica-zione o virtù ad onore di Maria Vergine. 9. Recitare le altre orazioni vocali ed altre solite divozioni a Ma-ria Vergine, a san Giuseppe, ai santi avvocati ed anime del purga-torio; le quali però dovranno essere approvate dal proprio direttore; così anche libri per la meditazione e lezione spirituale. 10. Leggere con attenzione e riflessione un capitolo intero, o al-meno una parte, del divotissimo libro di Tommaso da Kempis latino. Lì per osservare stabilmente le suddette cose, farsi una distri-buzione delle ore del giorno, ed ivi assegnare il suo determinato tempo all'orazione, allo studio, alle altre divozioni, alla ricreazio-ne ed al sonno, consultando[si] prima di tutto col direttore. 12. Assuefarsi ad alzare spesso la mente a Dio, con brevi ma fer-venti orazioni giaculatorie.

Ogni settimana: 3. 1. Confessarsi e comunicarsi. 2. Digiunare il venerdì e il sabato. 3. In detto giorno fare qualche penitenza, col consiglio del pa-dre spirituale. 4. Nel medesimo giorno fare un quarto d'ora di orazione o le-zione spirituale oltre la solita, e questo, se si può, ritirato in qual-che chiesa. A questo potrà supplirsi col fare o assistere a qualche conferenza spirituale, o con altra opera di pietà sostituita dal di-rettore, a suo arbitrio. 5. Discorrere, sedendo o passeggiando con uno opiù compagni, di cose buone e spirituali. L'argomento da discorrersi potrebbe prendersi dalla meditazione fatta la mattina, o dalla lezione spiri-tuale, o da alcune di queste regole, comunicandosi vicendevolmente i buoni sentimenti avuti, o che saranno suggeriti allora dal Signo-re, a modo di conferenza familiare. 6. Ogni sabato raccontare, o sentire da alcuno, qualche esempio o miracolo di Maria santissima, facendovi sopra qualche riflesso morale e divoto. 7. Fare sempre le sue scuse sincere al direttore se si manca in alcune delle suddette cose; dire al medesimo la propria colpa di ogni altro mancamento contro questa regola, e dimandarne qualche pe-nitenza.

Ogni mese: 4. 1. Scegliere un giorno di maggior ritiro ed esaminarsi più di proposito circa l'emendazione dei difetti ed il profitto nella virtù e l'osservanza di queste regole. 2. Eleggere un giovane dei più esemplari e zelanti, e pregarlo che osservi bene sopra i nostri andamenti e dei difetti che in noi vedrà, ci avvisi con sincerità e carità, determinando per questi avvisi il sud-detto o più prossimo giorno. 3. Fatto questo, andare dal padre spirituale e seco conferire del-la suddetta cosa ed altre particolarità che potranno occorrere; ri-cevere i suoi avvisi ed essere puntuale nell'eseguirli. 4. Avere a caro che dei propri mancamenti ne sia avvisato il di-rettore. 5. Avere un santo avvocato ogni mese, oltre gli altri.

Ogni anno: 5. 1. Fare gli Esercizi spirituali qui in seminario, nel carnevale o in altro tempo o luogo, ancorché non vi sia necessità per le ordi-nazioni; ed essendovi legittimo impedimento, conferire col proprio direttore. 2. In tal tempo, o altro più comodo, fare la confessione genera-le o annuale. 3. Conferire col direttore avanti di andare alle vacanze e per sa-pere come governarsi in esse. 4. Avanti le suddette vacanze dare agli altri compagni e ricevere qualche ricordo, per passarle bene nel Signore.

Ogni tempo: 6. 1. Guardarsi più che da qualunque gran male, dai compagni cattivi o poco buoni, quali sono, dicevasi, chi ha in bocca equivoci impuri, parole sporche, mordaci e lombarde, chi pratica volentie-ri con persone di diverso sesso e discorre di amoreggiamenti; chi frequenta le osterie o è intemperante nel bere principalmente; chi vuol farsi stimare come uomo vendicativo, armigero e facinoroso; chi passeggia o sta ozioso in sulle piazze e sulle botteghe; chi va ai ridotti di giuochi o giuoca anche in privato alle carte o ai dadi, e generalmente chi si dà a conoscere giovane contrario alla buona disciplina, nemico dello studio e trasportato per i passatempi. 2. Non trattare mai, o giuocare, o scherzare, o in qualunque al-tro modo usar con troppa familiarità con donne di qualunque con-dizione, età o parentela esse siano; e non dare mai ad esse una minima confidenza, che potrebbe essere in alcuna maniera perico-losa o sospetta. 3. Non giuocare mai a giuochi proibiti e nemmeno ai leciti, prin-cipalmente di carte o dadi, e meno ancora in pubblico e dove con-corre ogni sorta di gente, e nemmeno trattenervisi a vedere. 4. Per nessun titolo o pretesto darsi del tu, mettersi le mani ad-dosso, corrersi dietro, urtarsi, percuotersi, nemmeno per scherzo, né usarsi altri atti o parole o gesti di leggerezza che generi disprez-zo o altro maggior pericolo. 7. 5. Avere una somma premura di conservare il bel giglio della purità, e perciò custodire bene i sentimenti, massime gli occhi, non fissandoli mai in volto a donne o ad altri oggetti pericolosi; e guar-darsi dal mangiare o bere troppo o fuori di pasto, e dallo stare in ozio. 6. Fare professione particolare di umiltà e perciò riflettere spes-so che, del nostro, non abbiamo che putredine, in quanto al cor-po; ignoranza e peccati, in quanto all'anima; e che, se c'è qualche cosa di bene di natura, fortuna e grazia, è una limosina che Dio ci dà. Guardarsi però dal dir parola di propria lode e dal desidera-re di essere stimati più o al pari degli altri. 7. A queste due virtù far sempre andar dietro la regina di tutte, la carità; e per esercizio di questa virtù servirà principalmente il sopportare le ingiurie e l'esser facile e pronto a perdonarle di vero cuore; essere amorevole coi poveri massime e guardarsi dall'inte-resse e desiderio di roba o troppo attacco al denaro. 8. Pregare il Signore per la conversione dei peccatori in generale e in particolare, e massime di quelli della congregazione del semi-nario, se alcuno ve ne ha; e tentare tutti quei mezzi che potessero a ciò giovare, consigliandosi anche, occorrendo, nei casi partico-lari, con persone segrete e prudenti e col proprio direttore, per ri-mediare colla maggior soavità e segretezza possibile, levando il male e lo scandalo, senza infamia del malfattore. 9. Avanti dal partire dal seminario, finiti gli studi, consigliarsi col direttore circa gli impieghi e le regole da tenersi nel rimanente della vita.

Regole particolari per i giovani che sono in abito ecclesiastico 8. 1. Chi è in abito ecclesiastico dovrà molto più di proposito attendere al proprio profitto ed a procurare il bene e la salute del prossimo, come obbligo indispensabile di questo stato. 2. Andrà sempre in città e nei borghi coll'abito lungo; ed in villa e per viaggio, che la veste corta sia in tutto sinodale sempre e mo-desta; ed anche in casa starà sempre con decenza e con la divisa da ecclesiastico. 3. Userà pulizia, ma senza vanità degli abiti e della persona; ame-rà la modestia, la gravità, il decoro ed il silenzio nelle sacre funzio-ni, nelle chiese e sagrestie; e perciò si farà ben pratico dei sacri riti; osserverà le altre costituzioni ecclesiastiche proprie dello stato, e professerà particolare obbedienza al suo vescovo. 4. Attenderà più di proposito allo studio, né partirà dal semina-rio se non terminati i corsi, per rendersi abile il più che sarà possi-bile per il servizio di Dio e per la salute dei prossimi, col predicare, confessare e altre simili sante occupazioni, a misura del talento (Mt 25,14-28). 5. Non ambirà mai, né pretenderà posti o benefici più onorevoli o più pingui o più lucrosi, ma in cosa di tanto rilievo e pericolo starà sempre con indifferenza rassegnato alla volontà di Dio, al giu-dizio dei superiori e al consiglio del proprio direttore. Perciò non dovrà avere mai questo fine e intenzione nei suoi studi e nelle buo-ne operazioni, perché perderebbe tutto il merito, né mai acquiste-rebbe virtù soda nè quella pace e quiete d'animo che « exuperat omnem sensum » (Fil 4,7) « Quicumque hanc regulam secuti fuerint, pax super illos et mi-sericordia » (Gal, 16).

Avvertenze [al Direttore] 9. Si raccomanderà agli ecclesiastici, massime se fossero in sa-cris, l'uso della cinta avvertendoli che questa conferisce molto alla perseveranza e al buon esempio; e che è parte dell'abito sino-dale; ed in passato uso di tutti, e anche al presente, dei più esem-plari ed osservanti, quali devono essere tutti. «Adversus regulam nihil scire, omnia scire est »

Addizioni

1. In occasione di qualche particolar bisogno di alcuno dei... tutti dovranno fare orazione per lui ed applicare una comunione. 2. Dovrà pure ognuno, in occasione che farà la visita alla beata Vergine o in altro tempo, recitare ogni giorno per tutti gli altri... tre Ave Maria all'Immacolata Concezione, a fine di ottenere e con-servare il dono importantissimo della santa amabilissima purità, ossia castità. 3. Dovrà, anche chi non è sacerdote, fare ogni mese la comunio-ne per tutti gli altri, affinché perseverino stabilmente nell'osservanza delle Antiche Regole, in una vera divozione per sé, e zelo ardente ed instancabile per il bene spirituale degli altri. I sacerdoti poi ap-plicheranno ogni anno una messa nel giorno che loro sarà assegnato per il medesimo fine, specialmente per la conservazione e buoni progressi dei... in soddisfazione delle colpe di tutti e per ottenere a tutti una vera contrizione dei propri peccati e la salute eterna. 4. In caso di morte di alcuno dei..., chi non sarà sacerdote do-vrà recitare un uffizio da morto, udire una messa, recitare una ter-za parte del rosario, digiunare un sabato o altro giorno e fare una comunione, con applicare una messa più presto che potrà, e qual-che indulgenza.

 

DUE SANTI DA IMITARE, DUE PREGHIERE DA RENDERSI FAMILIARI

Triduo a san Francesco Saverio. 30 novembre 10. 1. Imitarlo nella sua profondissima umiltà, nell'attendere alla cognizione di noi stessi, delle nostre miserie quanto all'anima e quanto al corpo; procurando nei nostri studi e atti buoni non la stima, l'onore, la riputazione degli uomini, ma solamente Iddio, la sua gloria, e il bene nostro e quello delle anime. 2. Imitarlo nella sua mortificazione, contrariando più che sia pos-sibile alla nostra volontà, ai nostri capricci ed anche mortificando-ci un po' esternamente, col non cercare nel sederci o inginocchiarci la più comoda positura, ma contentarci di quella che una volta si è presa, col frenare la sfrenata voglia di guardare, sapere, parlare ecc. 3. Ad imitazione del suo zeIo per la gloria di Dio e salute delle anime, assistere con particolare e straordinaria penetrazione inter-na e fede alla santa messa, offrendola per la salute, prosperità e incolumità del Sommo Pontefice, per il trionfo della Chiesa, per la conversione degli infedeli e per acquistarci noi pure quello spiri-to di ardore, di pietà, di umiltà, di sacrificio, di disprezzo di tutto ciò che è mondo, di cui i nostri padri ci diedero sì grandi e lumino-si esempi.

Quattriduo ad onore di s. Francesco di Sales 25 gennaio [1895] 11. Onoriamo questo gran santo: 1. Imitandolo nella sua dolcezza, con usare con tutti giovialità, piacevolezza, allegria, unita però sempre con la gravità e mode-stia, specialmente con quelli i quali ci hanno usato qualche disgu-sto, con quelli che non ci vanno a genio, coi tribolati e tentati, angustiati, ecc., procurando se mai di poterli condurre a Dio. 2. Imitandolo nella severità che egli sempre usò con se stesso, col calpestare, infrangere, rinnegare più che possiamo la nostra vo-lontà e il nostro giudizio. 3. Nel suo amore verso Dio, imitiamolo con lo spesso offrirci a Dio con atti di offerta di noi stessi, e col protestarci pronti e di-sposti a fare quanto si degnerà di farci conoscere voler egli da noi in questi santi Esercizi, pregando intanto divotamente perché fac-ciamo bene noi e gli altri. 4. Finalmente imitiamolo nella sua carità verso il prossimo, col pregare per i peccatori, per il buon esito delle missioni cattoliche, pel Sommo Pontefice e per il trionfo della Chiesa.

Oratio pro beneplacito Dei perficiendo 12. Concede mihi, benignissime Iesu, gratiam tuam, «ut mecum sit et mecum laboret» (Sap 9,10), mecumque usque in finem perseveret. Da mihi hoc semper desiderare et velle quod tibi magis ac-ceptum est, et carius placet. Tua voluntas mea sit, et mea voluntas tuam semper sequatur, et optime ei concordet Sit mihi unum velle et nolle tecum; nec aliud posse velle aut nolle, nisi quod tu vis et nolis. Da mihi omnibus mori quae in mundo sunt: et propter te amare contemni et nesciri in hoc saeculo. Da mihi super omnia de-siderata in te requiescere, et cor meum in te pacificare. Tu vera pax cordis, tu sola requies; extra te dura sunt omnia et inquieta. «In hac pace, in idipsum, hoc est in te uno summo aeterno bono, dormiam et requiescam» (Sal 4,9). (Traduzione : Preghiera per adempiere il beneplacito di Dio. Concedimi, Gesù be-nignissimo, la tua grazia, «la quale sia con me e con me lavori », e m'accompagni sino alla fine. Dammi che io sempre quello desideri ed ami che t'è più accetto, ed hai più caro e ti piace. Il tuo volere sia il mio; e questo al tuo venga dietro sempre e gli si accordi perfettamente. Abbia io teco un volere e un disvolere; nè altro possa volere nè disvolere fuor solamente quello che tu vuoi o disvuoi. Dammi ch'io muoia a tutte le cose del mondo, e ch'io ami d'esser disprezzato per te, e vivere sconosciu-to nel secolo. Dammi ch'io sopra tutte le cose desiderate in te mi riposi, e in te dia pace al mio cuore. Tu sei vera pace del cuore, tu unica requie: fuori di te tutto è duro ed inquieto. «In questa medesima pace, cioè in te bene sommo ed eterno, io prenderò sonno e riposo».

Oratio ad Iesum Christum 13. Domine Iesu Christe, qui me indignum et miserabilem famu-lum tuum, Angelum Iosephum, nullis meis meritis, sed sola chari-tate tua in clericalem sortem vocare dignatus es, concede mihi, obsecro, per intercessionem sanctissimae et dilectissimae meae ma-tris Mariae Immaculatae, et omnium sanctorum caelestium patro-norum meorum, quorum pietati me recommendo, ut caritatis tuae sicut dilectus tuus Ioannes igne accensus, et omnibus virtutibus hu-militate praecipue exornatus, animam et corpus omnesque actus meos ad augendam gloriam nominis tui et sponsae tuae Ecclesiae Catholicae consecrare valeam et corda omnium hominum infiam-mare amore tuo, quo te solum diligant, tibi soli serviant et resti-tuatur in mundo regnum tuum, cuius tu sis rex aeternus, benedictus charitatis et pacis, qui simul vivis et regnas cum Deo Patre in uni-tate Spiritus Sancti Deus per omnia saecula saeculorum. Amen. (Traduzione: preghiera a Gesù Cristo: O Signore Gesù Cristo, che, senza alcun merito da parte mia e solo in grazia della tua carità, ti sei degnato di annoverare me indegno e miserabile tuo servo, Angelo Giuseppe, nella schiera dei chierici, ti scongiuro, per intercessione della santissima e dilettissima madre mia, Maria Immacolata, e di tutti i santi patroni celesti, alla cui pietà mi raccomando, di concedermi che, acceso del fuoco del tuo amore, come il tuo diletto Giovanni, e ornato di tutte le virtù, principalmente di umiltà, io riesca a consacrare anima e corpo ed ogni mio atto alla grande missione di aumentare la gloria del tuo nome e della Chiesa cattolica, tua sposa; e sappia infiammare i cuori di tutti gli uomini del tuo amore, per cui amino solo te, te soltanto servano e si instauri nel mondo il regno tuo, di cui tu, che con Dio Padre e lo Spirito Santo, uno Dio, vivi e regni nei secoli, sia re eterno e benedetto di carità e di pace. Amen.

 

 

CONGREGAZIONE DELL'ANNUNCIAZIONE E DELL'IMMACOLATA - «REGOLINE»

Metodo di vita per un chierico che vuoi avanzarsi nella via della perfezione Ogni giorno: 14. 1. Fare almeno un quarto d'ora di meditazione. 2. Ascoltare o meglio servire la santa messa. 3. Fare un po' di lezione spirituale, e il libro sarà la vita di qual-che santo, o almeno un trattato di cose spirituali. 4. Fare la visita al Ss. Sacramento, e in questo mentre visitare qualche altare di Maria santissima. 5. Leggere qualche punto del divoto Kempis latino. 6. Fare senza fallo l'esame generale la sera col pentimento. 7. Farete l'esame particolare. 8. Avvezzatevi a tener innalzata la mente a Dio con divote gia-culatorie. Le principali saranno: Sia fatta, o Signore, la vostra vo-lontà. - Gesù mio, misericordia. - Maria, aiutatemi. - «Non nobis Domine, non nobis, sed nomini tuo da gloriam» (Sal 15,1). 9. Reciterete la terza parte del rosario e qualche parte dell'uffi-cio di Maria.

Ogni settimana: 15. 1. Userete diligenza alla congregazione e al circolo. 2. Confessatevi e comunicatevi secondo il parere del direttore. 3. Digiunate il venerdì e il sabato ad onore della passione di Ge-sù Cristo e di Maria santissima. 4. Unitevi qualche volta con altri buoni compagni a discorrere di cose spirituali, e comunicatevi qualche buon sentimento che fac-cia odiare il vizio ed amare la virtù.

Ogni mese: 16. 1. Sceglietevi un giorno per prepararvi alla buona morte e in questo esaminatevi più di proposito sull'emendazione dei pro-pri difetti e circa le virtù e l'osservanza di queste regoline. 2. Leggete più volte queste regoline e per questo sarà bene unir-vi con altri e vederne l'osservanza. 3. Farete confidentemente confidenza col direttore, e in questo regolatevi secondo i suoi consigli.

Ogni anno: 17. 1. Preparatevi sempre alle principali solennità con fervorose preghiere; prima che comincino le rispettive novene sarà bene unirsi con altri e determinare le cose da fare. In ciò consultare sempre il proprio direttore. 2. Farete le novene, e le principali saranno quelle di Pentecoste, del Sacro Cuore di Gesù, del Natale e delle principali feste di Ma-ria santissima, quelle dell'angelo custode e di san Giuseppe. 3. Prima di partire dal seminario per le vacanze conferite col di-rettore sul modo di passarle bene nel Signore. 4. Farete gli Esercizi spirituali e la confessione annuale.

Ogni tempo: 18. 1. Avrete particolare amore fra i compagni, il quale amore scambievolmente da Dio venga e a Dio tenda. 2. Raccomandatevi vicendevolmente al Signore soprattutto in qualche bisogno particolare e quindi farete una comunione ogni mese per i compagni. 3. Correggetevi a vicenda i propri difetti e chi verrà corretto re-citi tre Ave Maria per il correttore. 4. Ciascuno dovrà procurarsi un correttore tra i compagni. 5. Ottima cosa sarà nelle vacanze scriversi qualche lettera inco-raggiandosi a perseverare nel bene e specialmente nell'incontro di qualche novena. 6. Nessuno si porrà le mani addosso. Non si daranno del tu, né si proferiranno parole lombarde e molto meno immodeste; e sen-tendole proferire da altri si fugga e si mostri di non aderire a simili discorsi. 7. Si fuggano come vipere i cattivi compagni, e principalmente quelli che criticano la virtù, i buoni, gli esemplari, mettendoli in canzone. 8. Si temeranno moltissimo i rispetti umani. Nulla di male si fa-rà e nulla di bene si ometterà per rispetto o riguardo di sorta. 19. 9. Si avrà grande amore a quella virtù, decoro della vita spe-cialmente ecclesiastica, stella del sacerdozio: la purità. Perciò si cu-stodiranno i propri sentimenti, specialmente gli occhi, si fuggirà la compagnia delle donne, dei giovani discoli e si fuggirà l'ozio. 10. Non si leggeranno libri i quali minimo segno abbiano di im-modestia: anzi prima di leggerli che siano in tutto permessi dal di-rettore, specialmente in genere di poesia. 11 Non si frequentino i pubblici spettacoli, le fiere, i profani discorsi, le feste pompose. Non si canteranno canzoni. 12. Per custodire la virtù della purità si avrà grande amore verso Maria santissima e ad onor suo si reciteranno tre Ave Maria per sé e per i compagni, offrendole e dimandandole questa virtù. 13. Si digiunerà nelle feste principali di Maria, e si avrà grande divozione all'angelo custode e a san Luigi Gonzaga, ad onor del quale si faranno le sei domeniche e un triduo avanti la sua festa. 14. La divozione principale sarà verso il Ss. Sacramento: perciò grande raccoglimento in chiesa, e specialmente quando sarà espo-sto. Si riceva più spesso che si può, colla maggior disposizione e devozione possibile, con lungo ringraziamento. Si visiterà spesso godendo di fargli compagnia. 15. Si vestirà secondo i sinodi: senza varietà e pompa, non ba-dando alle dicerie di qualunque sorta e ricordandosi di quel detto: «Qui vult venire cum Christo persecutionem patiatur» (2Tim 3,12 e Lc 9,23). 16. Portandosi alle funzioni si avrà sempre la veste talare addosso. 17. Si sarà sempre assidui alle medesime funzioni, portandosi con gran divozione. Così facendo si verificherà di noi quel detto: «Adolescens iuxta viam suam etiam cum senuerit non recedet ab ea» (Prov 22,6).

Pratiche pel mese di maggio: 20. Destinato voi dalla Divina Provvidenza ad onorare la gran Madre di Dio a nome dei vostri compagni, ben vedete quale ha da essere il vostro fervore. Se mai vi fu tempo in cui ne aveste, questo ha da essere certamente. Eccovi pertanto alcune pratiche: 1. La mattina appena svegliato, offrite il vostro cuore unitamente a quello dei vostri compagni a Maria, protestando che volete es-serle divotissimo specialmente, in questo giorno. Offrite a lei il be-ne che in questo giorno farete e pregatela a benedirvi con tutti i vostri compagni. 2. La sera, prima di coricarvi, offritele tutto il bene fatto, per mezzo di san Luigi e di san Stanislao, affinché per i meriti loro le torni più gradito e venga da essi santificato. Dimandatele per-dono del vostro mal servigio, datele in cambio una volontà risolu-ta di volerla servir meglio per l'avvenire sino alla morte, per il qual punto invocate la sua assistenza. 3. Al batter di ogni ora, o all'accorgervi che siano battute, por-tatevi in spirito al trono di Maria e prostrati innanzi a lei recitate un'Ave Maria, offrendole il vostro essere con quello dei vostri com-pagni, con una piccola mortificazione a vostro arbitrio. 4. Farete, oltre la solita, due visite al Ss. Sacramento e due a Maria santissima, impiegando una mezz'ora per tutte e due. Ado-rate in questo momento quel Gesù che è Figlio unigenito del divin Padre e Figlio unigenito di Maria. Amatelo e protestategli di voler amare solo lui e sempre; e di non volerlo mai neppure menoma-mente offendere a costo della morte. 5. Fate una comunione spirituale e domandate a Gesù mille gra-zie, specialmente un grande amore verso di lui e una tenera divo-zione a Maria santissima, per voi e per i vostri compagni. Pregate pure per tutta la camerata. Nella visita a Maria santissima, fate atti di ringraziamento alla santissima Trinità che l'abbia così esal-tata e di congratulazione a lei per questo suo privilegio, protestan-dovi di volerla amare con tutto il cuore e di voler essere sempre suo dilettissimo figlio. 21. 6. Fissate una grazia da dimandare ed ottenere in questo gior-no da Maria santissima per voi e per i vostri compagni. Domanda-tela con fervore e colle più umili istanze e la otterrete. Maria è la madre più tenera. 7. Quel sacrificio che il Signore vi domanda e che finora forse gli avete negato offritelo oggi per mano di Maria. 8. Leggete per quattro o cinque minuti qualche cosa di Maria con grande riflessione e quando vi si offre qualche pezzetto di tem-po, meditate le sue virtù, i suoi privilegi, le sue grandezze e l'amo-re che ci porta. Questo è il più utile per voi e il più grato ossequio a Maria santissima e ella vi stamperà nel cuore la sua benedizione. 9. Usate maggior impegno in tutto; siate fervoroso e diligentis-simo nelle regole. Diportatevi insomma in maniera che Maria san-tissima si trovi contenta di ogni vostra minima azione, pensiero, parola, ecc. Parlate, operate, pensate come se Maria vi fosse presente. 10. Fate una mortificazione interna a vostro piacere; le giacula-torie non abbiano numero. Se il vostro fervore vi suggerisce di più, non vi è impedito di farlo. L'ultimo giorno del mese rinnovate il proponimento di crescere sempre più nel fervore. Dimandate a Ma-ria santissima quelle grazie che le avete chiesto nel giorno in cui vi sarà toccato di onorarla. Ringraziatela come se le aveste ricevu-te; offritele il vostro cuore e quello dei vostri compagni seminari-sti, unitamente a quello di san Giuseppe, di san Luigi e di san Stanislao, onde l'offerta le torni più gradita. In questo giorno fis-sate una pratica da fare in perpetuo in onore di Maria santissima.

Dell'esame particolare: 22. L'esame particolare, così utile per uno che vuol avanzarsi nella virtù, cotanto encomiato dai giusti, e dai santi praticato con sommo rigore, io penso, colla scorta dei sommi uomini, di stabi-lino in questa maniera: 1. La mattina appena svegliato proponete di guardarvi con dili-genza particolare da quel difetto di cui volete emendarvi. 2. Fra la giornata, quando vi accorgete di essere caduto, doman-datene subito perdono a Dio con qualche aspirazione o atto inter-no: e col mettervi la mano al petto proponete di star più attenti in appresso. 3. La sera quando fate l'esame generale, dopo di esservi esami-nato generalmente sopra tutti i peccati, date loro uno sguardo par-ticolare. 4. Paragonate il secondo giorno col primo, il terzo col secondo, il quarto col terzo e così via. A questo modo conoscerete se pro-gredite o no nella virtù; se vi arreca alcun pro l'esame particolare. 5. L'esame particolare può farsi anche sopra qualche virtù. Co-loro che fanno l'esame particolare e generale, tanto la sera quan-do si coricano, come pure fra il giorno, raddoppiano i passi e con poco tempo fanno un viaggio più lungo nella carriera della virtù.

Metodo di vita per le vacanze

Ogni giorno: 23. 1. Appena svegliato, alzare la mente a Dio col fare subito un atto di consacrazione a lui. 2. Mentre si veste recitare adagio adagio il salmo: «Deus meus ad te de luce vigilo» (Sal 63,2). 3. Possibilmente in stanza e prima di messa, oppure in chiesa dopo messa, far sempre almeno venti minuti di meditazione. 4. Le ore si reciteranno in tempo di una delle messe. 5. Tutti i giorni assistere alle due messe parrocchiali e servirne almeno una. 6. Fatta la colazione e presa una mezz' oretta di sollievo, il tem-po che resterà fino alle il sarà impiegato in parte nello studio ed il meno in una decente ricreazione. Che se talvolta, per necessità, occorrerà fare delle dilazioni, si andrà però molto a rilento per ciò che riguarda le pratiche di pietà. (Nel ms. manca il n. 7). 24. 8. Tutta la giornata sarà un esame particolare continuo, ma questo più applicatamente si farà per almeno tre minuti dalle un-dici al mezzodì. 9. Circa la stessa ora, prima di desinare, si farà la lezione spiri-tuale che non sarà mai meno di mezz'ora. 10. Dopo il pranzo non dimenticarsi mai della recita dei sei Pa-ter, come si usa in Seminario. 11. Circa le due ore dopo il mezzodì si reciterà il vespro e la com-pieta, e si farà una divotissima visita a Gesù in Sacramento, la quale non sarà mai meno di venti minuti. 12. Prima di sera si reciteranno il mattutino e le laudi di Maria Vergine, se non si dirà l'ufficio divino con qualche sacerdote; così pure in niuna sera, né per nessuna insufficiente ragione, si man-cherà al rosario, il che si compirà pure con gran divozione in fami-glia, anche per dare buon esempio. 13. Non coricarsi giammai prima di aver fatto non meno di die-ci minuti di esame generale, e prima di aver recitate tutte le orazio-ni che si recitano ordinariamente anche in seminario.

Ogni settimana: 25. 1. Accostarsi al sacramento della confessione non mai meno di una volta, ed in ciò cercherete quel tempo in cui il confessore abbia maggior libertà di occuparsi sopra di voi. 2. In tutte le feste vi accosterete alla santa comunione e non mai prima della prima messa, acciocché così abbiate maggior tempo di prepararvi. 3. Così pure vi comunicherete in tutti quei giorni assegnati dal confessore; ove questi ciò non facesse, vi comunicherete nei giorni di lunedì, mercoledì, venerdì, come pure in qualche altro giorno speciale. 4. Nel mercoledì farete qualche cosa anche per san Giuseppe, come recitare le solite orazioni, leggere qualche libro che ne parli, fare qualche mortificazione, insomma offrire tutto a lui. 5. Lo stesso che per san Giuseppe, userete nel sabato in onore di Maria santissima, la cui devozione sempre più vi studierete di perfezionare. In tal giorno prolungherete alcun poco la vostra vi-sita alla Vergine, o almeno starete in chiesa per qualche tempo leg-gendo e meditando cose che vi eccitano ad amare svisceratamente la gran madre di Dio e nostra.

Ogni mese: 26. 1. Nel primo venerdì farete la comunione ad onore del Sa-cro Cuore di Gesù. 2. Nel quarto lunedì, o nel giorno più vicino e opportuno, alme-no fino alle nove ore antimeridiane, farete un po' di ritiro metten-done in scritto il risultato. 3. Farete con speciale divozione le novene che si fanno per il Sa-cro Cuore, per la Vergine e per gli angeli e in esse procurerete di aumentare il vostro fervore.

Ogni tempo: 27. 1. Serbare la sobrietà con tutti, specialmente con quei di casa. 2. Ubbidire puntualissimamente a tutti coloro che vi sono supe-riori, né sgridare quelli che sono maggiori di voi. 3. Riceverete amorevolmente le ammonizioni da qualunque sia-si persona. 4. Usare in tutto retta intenzione. 5. Accorrere sempre trattandosi di cose spettanti la religione, an-che alla più abietta e però mostratevi zelantissimo nell'esecuzione delle sacre cerimonie... 6. Starete per lo più ritirato in casa, oppure in compagnia di qual-che sacerdote, memore di quel detto dell'Angelico: «Cellam fre-quenter dilige si vis in cellam vinariam introduci». Che se vorrete passeggiare non cercherete la gente, né le piazze, ma i luoghi meno frequentati. (Cfr. infra 198, nota 22; 1111-1112]. 7. Fuggirete soprattutto i crocchi, specialmente dove vi siano don-ne; non sarete mal bisbetico, né altezzoso, ma sempre allegro e amo-revole con tutti. 8. Guardatevi dall'ozio, che è l'amo del diavolo. 28. 9. L'umiltà sarà la virtù da praticarsi nelle vacanze; sovra di essa verserà l'esame particolare, osservando scrupolosamente ogni cosa. Le vacanze siano per voi una palestra per l'esercizio di questa virtù sotto qualunque rispetto si consideri, epperò in questi giorni attenderete a mantenere con perfezione i proponimenti che avete fatto in proposito. 10. Quel bene, quegli esercizi di pietà per accrescere nella virtù, che non avete potuto fare in seminario, procurate di compiere nel-le vacanze. Del resto siate veramente perfetto nell'esecuzione di quelle regole, che voi, per divina bontà, foste eletto a professare, nel mantenimento di tutti quei proponimenti che avete fatti, nel-l'attenervi a quelle belle norme che tenete in scritto. 11. Le vacanze, in special modo, siano per voi quei giorni fortu-nati in cui l'amore, la divozione a Gesù in Sacramento trionfi in voi, vi possegga tutto. Quindi, raccoglimento in chiesa e fuori, vi-site siano pure brevi ma fervorose, unione con Gesù con infinite giaculatorie ecc. In una parola mettetevi tra le braccia, sul cuore di Gesù sacramentato, e poi lascerete fare a modo suo. Egli vi formerà, vi sve-glierà: vi insegnerà tutto ciò che dovete fare; farà di voi, che siete un niente, un suo vero sacerdote, un suo vero amante. Cooperando all'operare in voi della grazia, col contegno este-riore, colle parole, colle opere, voi sarete un vero chierico virtuo-so, uno specchio di quel giovanetto che toglieste ad imitare, san Giovanni Berchmans. Così accontenterete Gesù e Maria; coll'esem-pio sarete di edificazione agli altri, e le vacanze, nonché essere al demonio argomento di vostra rovina, vi serviranno anzi a farvi più buono, a prepararvi come si conviene al regale ministero del sa-cerdozìo. Jesu, Ioseph et Maria sitis mihi in omni via et in mortis agonia

 

ALCUNI RICORDI O SENTENZE UDITE O SPIGOLATE QUA E Là

29. 1. Diligam te sicut diligor a te (Rom 13, 10). (Traduzione: che io ti ami, come sono amata da te) 2. Plenitudo legis est dilectio (Ibidem). (Traduzione: pieno compimento della legge è l'amore) 3. Finis praecepti est caritas (1 Timoteo 1, 5). (Traduzione: il fine di questo richiamo è la carità). 4. Carissimi diligamus nos invicem quia caritas ex Deo est (1 Io. 4,7). (Traduzione: carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perchè l'amore è da Dio). 5. Ostende mihi caritatem tuam et amorem tuum da mihi. (Traduzione: mosatrami la tua carità e dammi il tuo amore) . 6. Diligam te, Domine, fortitudo mea et refugium meum (Ps. 17, 2-3). (Traduzione: ti amo, Signore, mia forza e moi rifugio). 7. Adversus egulam nihil scire omnia scire est (Tertulliano). (Traduzione: il non conoscere nulla contro la regola di fede è già sapere ogni cosa) 8 Illa studeas magis cavere et vincere, quae tibi frequentius in aliis displicent (Kempis I, xxv). (Traduzione: cerca pure di schivare soprattutto e vincere quei difetti che più spesso ti dispiacciono in altri). 30. 9. Non reputes te aliquid profecisse nisi omnibus inferiorem te esse sentias (Kempis, 2, 2). (Traduzione: non credere d'aver fatto qualche passo innanzi, se non senti che tu sei a tutti inferiore). 10. Si portari vis, porta et alium (Kempis 2, 3, 11). (Traduzione: se vuoi farti portare, porta anche tu gli altri). 11. La vita interiore è un bagno di amore in cui l'anima si im-merge (Vianney) 12. Chi non prega è simile a gallina o tacchino che non può le-varsi in aria, e se vola alcun poco ricade ben presto (Vianney). 13. Chi ben prega è un'aquila che spazia nell'aria e sembra vo-lersi accostare al sole (Vianney). 14. Non fa bisogno parlar molto per ben pregare. Sappiamo che Dio è là, nei santi tabernacoli; apriamogli il nostro cuore; ralle-griamoci della sua santa presenza: è la miglior preghiera cotesta (Vianney). 15. Un prete che ha la sventura di non celebrare in stato di gra-zia! che mostro! no, non si può comprendere una sì grande malva-gità. Bisogna essere crudele, essere barbaro, senza cuore per giungere a tanto (Vianney). 31. 16. Cuiusvis hominis est errare, nullius nisi insipientis in er-rore perseverare (Cicerone). (Traduzione: di tutti è l'errare, solo nello stolto il perseverare nell'errore). 17. Per dire la messa bisognerebbe essere un serafino. Se si sa-pesse cos'è la messa se ne morrebbe (Vianney). 18. Il modo di essere buon prete sarebbe il vivere da seminarista (Vianney). 19. Esto humilis et pacificus et erit tecum Iesus (Kempis). (Traduzione: sii umile e pacifico e sarà con te Gesù). 20. O veneranda sacerdotum dignitas in quorum manibus Dei Filius velut in utero Virginis incarnatur (Sant'Agostino). (Traduzione: o venerabile dignità dei sacerdoti, nelle cui mani il Figlio di Dio si incarna, come nel seno della Vergine). 21. Grande ministerium et magna dignitas sacerdotum quibus da-tum est quod Angelis ipsis non est concessum (Kempis, Iv, v, 3). (Traduzione: Sublime ministero, grande dignità dei sacerdoti ai quali è dato quel che agli Angeli non è concesso). 32. 22. Superbia est regina et mater omnium vitiorum (S. Thomas). (Traduzione: la superbia è regina e madre di tutti i vizi). 23. Dio poteva creare un mondo più bello, ma non poteva dar vita ad una creatura più bella di Maria (Vianney). 24. Si dice male di voi? si dice il vero. Vi fanno dei complimen-ti? vi burlano (Vianney). 25. L'umiltà è simile alla bilancia. Chi più s'abbassa da una parte più viene innalzato dall'altra (Vianney). 26. Quelli che ci umiliano sono gli amici nostri, e non quei che ci lodano (Vianney). 27. Se noi ci conoscessimo a fondo come Dio ci conosce non po-tremmo vivere, ne morremmo di terrore (Vianney). 28. Io era assai più fortunato e vivea assai più contento quando ero semplice curato di campagna, di quello che io sia ora mentre seggo sulla sede patriarcale di Venezia. - Così diceva il cardinale Sarto ad un gruppo di chierici mentre egli si trovava in seminario in occasione delle feste centenarie di sant'Alessandro [1898] -. Ec-co quanto sono desiderabili in questa terra le dignità, siano pure ecclesiastiche. 33. 29. Ceciderunt stellae de caelis et ego pulvis quid praesumo? (Kempis, 3, 14). (Traduzione: caddero le stelle del cielo e io, polvere, cosa presumo?). 30. è assioma tra i padri della Chiesa: la rovina dei popoli sono i cattivi preti. 31. La scienza non serve se non è unita ad una soda pietà (Mae-stro Avila) 32. Il miglior modo di predicare con frutto è quello di amare molto Gesù Cristo (Avila). 33. Un'oncia di pace vale più di una libbra di vittoria (Card. Bel-larmino). 34. Il più gran rimedio che io conosca contro gli improvvisi mo-vimenti di impazienza è un silenzio dolce e senza fiele. Per poche parole che si dicano, l'amor proprio vi si introduce e sfuggono co-se che gettano il cuore nell'amarezza per ventiquattro ore. Quan-do si sta silenziosi e si sorride di buon cuore, il temporale passa; si soffoca la collera e l'indiscrezione; e si gusta una gioia pura e durevole. (Così san Francesco di Sales che colla dolcezza convertì settantaduemila eretici) 34. 35. Non si può far nulla di un cuore vano e pieno dello spiri-to di se stesso; egli non è buono né per sé, né per gli altri (San Fran-cesco di Sales). 36. La frugalità è un banco che rende assaissimo (San Pietro Fourier) 37. Tutto ciò che noi diamo in carità alle anime sante del purga-torio si cambia per noi in copia ristoratrice di benedizioni e di gra-zie (Sant'Ambrogio). 38. In corde contritio, in ore confessio, in opere tota humilitas: haec est fructuosa poenitentia. (Traduzione: nel cuore la contrizione, sulle labbra la confessione, nel servizio piena umiltà: in ciò consiste la fruttuosa penitenza). 39. Noli verbosus esse in multitudine presbyterorum et non ite-res verbum in oratione tua (Eccli. 7, 15). (Traduzione: non parlar troppo nell'assemblea degli anziani e non ripetere le parole della tua preghiera). 40. Ubi fuerit superbia, ibi erit et contumelia; ubi autem est hu-militas, ibi et patientia (Prov. 11, 2). (Traduzione: dove c'è superbia c'è disprezzo ; dove c'è umiltà c'è anche pazienza). 41. Fili, in mansuetudine opera tua perfice, et super hominum gloriam diligeris. Quanto magnus es, humilia te in omnibus, et co-ram Deo invenies gratiam (Eccli 3, 19-20).

(Traduzione: figlio, nella tua attività sii modesto, sarai amato dall'uomo gradito a Dio. Quanto più sei grande, tanto più umiliati, così troverai grazia davanti al Signore). 42. Verbum dulce multiplicat amicos, et mitigat inimicos (Ibi-dem 6, 5). (Traduzione: una bocca amabile moltiplica gli amici, un linguaggio gentile mitiga i nemici). 35. 43. In multitudine presbyterorum prudentium sta, et sapien-tiae illorum ex corde coniungere, ut omnem narrationem Dei pos-sis audire, et proverbia laudis non effugiant a te. ... Ne despicias narrationem presbyterorum sapientium, et in proverbiis eorum con-versare; ab ipsis disces sapientiam, et doctrinam intellectus, et ser-vire magnatis sine querela (Eccli 6, 35; 8, 9-10). (Traduzione: frequenta le riunioni degli anziani; qualcuno è saggio? Unisciti a lui; ascolta volentieri ogni parola divina e le massime sagge non ti sfuggano. Non disdegnare i discorsi dei sapienti, medita piuttosto le loro massime, perché da essi imparerai la dottrina e potrai essere a servizio dei grandi). 44. Non omni homini cor tuum manifestes, ne forte inferat tibi gratiam falsam, et convitietur tibi (Eccli 8, 22). (Traduzione: con un uomo qualsiasi non aprire il tuo cuore, ed egli non abbia a portar via il tuo bene). 45. ...Et qualis rector est civitatis, tales et inhabitantes in ea (Eccli 9, 2). (Traduzione: quale il governatore del popolo, tale i suoi ministri). 46. Priusquam audias, ne respondeas verbum, et in medio ser-monum ne adiicias loqui (Eccli 11, 8). (Traduzione: non rispondere prima di avere ascoltato; in mezzo ai discorsi non intrometterti). 47. Quae in iuventute tua non congregasti, quomodo in senectu-te tua invenies? (Eccli 25, 5). (Traduzione: nella giovinezza non hai raccolto, come potresti procurarti qualcosa nella vecchiaia?). 48. In omnibus operibus tuis esto velox, et omnis infirmitas non occurret tibi (Eccli 31, 27). (Traduzione: in tutte le azioni sii moderato, e nessuna malattia ti coglierà). 36. 49. Zelum tuum inflammet caritas, informet scientia, fir-met constantia (S. Bernardo, super Cantica, ser. 20). (Traduzione: la carità infiammi il tuo zelo, gli dia forma la scienza, lo irrobustisca la costanza). 50. Quid est zelus nisi intima quaedam stimulatio caritatis pie nos sollicitantis aemulari fraternam salutem, aemulari decorem do-mus Domini, laudem et gloriam nominis eius? (San Bernardo, su-per Cantica, ser. 38). (Traduzione: cos'è lo zelo, se non un certo interno incitamento della carità che ci sollecita pienamente ad interessarci della salvezza dei fratelli, del decoro del tempio, della gloria e nome della lode di Dio?). 51. Primus officii fons prudentia est qui et in virtutes derivatur ceteras (Sant'Ambrogio). (Traduzione: primo cardine del servizio è la prudenza, da cui derivano tutte le altre virtù). 52. Quo zelus fervidior ac vehementior spiritus profusiorque ca-ritas, eo vigilantior opus scientia est, quae zelum supprimat, spiri-tum temperet, ordinet caritatem (Sant'Ambrogio, infr. col. 118). (Traduzione: quanto più lo zelo è fervido, veemente lo spirito, profusa la carità, tanto più urge che sia vigilante nla scienza per disciplinare lo zelo, temperare l'entusiasmo, inalveare la carità) 53. Zelus sit fervidus, sit circumspectus, sit invictus (San Ber-nardo, super Cant. serm. 20). (Traduzione: lo zelo sia fervido, cauto, irremovibile). 37. 54. Effundemus eleemosynam in pauperem et ipsa exorabit pro nobis (s. Chiara). (Traduzione: facciamo elemosina al povero ed essa pregherà per noi).. 55. Te docente in ecclesia non clamor populi, sed gemitus susci-taturi lacrymae audientium laudes tuae sint (San Girolamo, ep. 2). (Traduzione: mentre parli in chiesa, tuo successo non sia il battimani della gente, ma il gemito che suscita le lacrime degli ascoltatori)). 56. Omnes pene virtutes corporis mutantur in senibus. Quae per corpus exercentur, fracto corpore minora fiunt (San Girolamo). (Traduzione: nell'età evolutiva quasi tutte le facoltà dell'uomo si modificano... insomma ogni attività corporale subisce un forte calo a motivo del corpo fiacco. 57. O animam omni honore dignissimam quia se ipsius contem-ptricem exibuit (San Bernardo). (Traduzione: o anima degnissima di ogni onore perché si è resa capace di nascondere se stessa). 58. Andate ma ricordatevi sempre di essere sacerdote: nel viag-giare si allarga la mente e si impara assai (Gioacchino Pecci [Leo-ne XIII], vescovo di Perugia, ai sacerdoti che domandavano licenza di fare viaggi). 59. Multo seipsum quam hostem superare operosius est (Vale-rius Maximus). (Traduzione: è molto più faticoso superare se stesso che un avversario). 60. In quo amatur non laboratur, aut si labòratur labor ipse ama-tur (Sant'Agostino). (Traduzione: chi ama non sente la fatica, ma se anche la sentisse, ama persino la fatica).

 

SEMPLICITà DI CUORE E DI PAROLA

Quatuor magnam importantibus pacem. 38. 1. Stude, fili, alterius potius facere voluntatem quam tuam. 2. Elige semper minus quam plus habere. 3. Quaere semper inferiorem locum, et omnibus subesse. 4. Opta semper et ora ut voluntas Dei integre in te fiat. Ecce, talis homo ingreditur fines pacis et quietis (Kempis 3, 23, 1). In omni re attende tibi quid facias et quid dicas, et omnem in-tentionem tuam ad hoc dirige ut mihi soli placeas et extra me nihil cupias vel quaeras (Kempis, 3, 25). (Traduzione : in ogni cosa bada a te, a quello che fai, a quello che dici, e indirizza ogni tua intenzione a piacere soltanto a me; e fuor di me nulla desiderare né cercare).

Avviso di S. Francesco d'Assisi ai Sacerdoti 39. Videte dignitatem vestram [...] et sicut super omnes propter hoc ministerium honoravit vos Dominus, ita et vos diligite eum et honorate. Fac quod in te est et diligenter facito; non ex consuetudine, non ex necessitate, sed cum timore et reverentia et affectu accipe cor-pus dilecti Domini Dei tui dignantis ad te venire (Kempis Lib 3). Humiliare te precipue debes, cum parum, aut nihil devotionis interius sentis; sed non nimium dejici, nec inordinate contristari (Kempis Lib 3). (Traduzione: badate alla vostra dignità, e siate santi perchè egli è santo. E come il Signore Iddio onorò voisopra tutti gli uomini, per questo mistero, così voi più di ogni altro uomo amate, riverite, onorate Lui. Fa quanto è in te e compilo con diligenza; non per abitudine, non per costrizione, ma con timore, con riverenza, con affetto ricevi il corpo del Signore Dio tuo, che si degna di venire a te. Soprattutto tu ti devi umiliare, quando interiormente sentissi poco o nessuna devozione; e non abbatterti troppo né contristarti smodatamente).

Oratio pro coelesti sapientia 40. Da mihi, Domine, coelestem sapientiam ut discam te super omnia quaerere et invenire; super omnia sapere et diligere; et cete-ra secundum ordinem sapientiae tuae, prout sunt, intelligere. Da prudent declinare blandientem et patienter ferre adversantem. Quia haec magna sapientia non moveri omni vento verborum, nec aurem male blandienti praebere Sirenae, sic enim incepta pergitur via secure (IC 3.27.) (Kempis 3, 27). Evitare di paragonare i vivi coi santi del cielo (Regole di S. Ignazio). (Traduzione: "Preghiera per la purificazione del cuore e la celeste sapienza". Dammi, Signore la sapienza celleste, affinché impari a cercare e a trovare te sopra tutto; a te gustare e amare sopra tutto; e intendere l'altre cose secondo l'ordine della tua sapienza, per quello che sono. Dammi di schivare prudentemente chi mi blandisce e di sopportare pazientemente chi mi avversa; chè questa è la grande sapienza: non lasciarsi smuovere da ogni vento di parole né prestar orecchio alla sirena che blandisce a male; così si prosegue sicuramente la via presa.).

Un sicuro contrassegno 41. Che segno da colui che amo? Mortifica la carne sua con di-giuni, vigilie ed orazìonì... con abito orazìonì... con abito sempre despetto e recide in sé la superbia; e con grande sollecitudine non cerca, ma fugge ogni onore e stato del mondo... diventa mangiato-re e gustatore delle anìme... non ama se per sé, né il prossimo per sé, né Dio per sé, ma ogni cosa ama in Dio; non si cura né di vita né di morte, né di persecuzione, né di verun altra pena che sostenes-se, ma attende solo all'onore della somma ed eterna verità. Questi sono li segni de veri servi di Dio (S. Caterina, Lettera 29ma). 42. Est amor velox, sincerus, pius, jucundus et amoenus, fortis, patiens, fidelis, prudens, longanimis, virilis; et seipusm numquam quaerens (Kempis 3, 5, 7). (Traduzione: l'amore è veloce, sincero, pio, allegro e ameno, forte, paziente, fedele, prudente, longanime, virile e mai in cerca di sé).

I contrassegni dell'umiltà 43. Si cor veraciter humile est, bona de se audit, aut minime re-cognoscit, et quia falsa dicuntur metuit; aut certe si adesse ea sibi veraciter scit, eo ipso formidat, ne ab aeterna Dei retributione sint perdita, quo haec considerat hominibus divulgata, pavetque vehe-menter, ne spes futuri muneris in mercedem permutatur transitorii favoris (Divi Gregorii, 22 mor. c. 28). (Traduzione: se il cuore è proprio umile e sente che si esprimono buoni giudizi a suo riguardo, o non vi si sofferma affatto, anche perché teme che si esageri; oppure, se sa con certezza di possedere quelle qualità (che hanno suscitato ammirazione) tanto più teme che vadano perdute nella ricompensa eterna di Dio, quanto più vengono divulgate tra gli uomini e ha fortemente paura che la speranza del premio futuro venga barattata con la mercede di un plauso passeggero).

Subiecti estote omni humanae creaturae propter Deum (1Pt 2,13). (Traduzione: state sottomessi ad ogni istituzione umana per amore del Signore). 44. Ego abyssus vanitatis et nihili; tu abyssus veritatis, sapien-tiae, bonitatis et rerum omnium: Deus meus et omnia (S. Fran. As-sisiensis). (Traduzione: io sono abisso di vanità e di niente; tu sei abisso di verità, di sapienza, di bontà e di ogni cosa: Dio mio e mio tutto).

 

PROPONIMENTI FATTI NEGLI ESERCIZI SPIRITUALI DELL'ANNO 1896 E CONFERMATI NEL 1897 E 1898

45. «Ad maiorem Dei gloriam». (Traduzione: alla maggior gloria di Dio). 1. Propongo e prometto di non accostarmi mai ai santi sacra-menti per usanza o con freddezza e di non impiegare mai meno di un quarto d'ora nel prepararmi. 2. Propongo inoltre di perseverare nel fare ogni di, e specialmente in vacanza, la meditazione, l'esame particolare e generale, di reci-tare il rosario, di fare la lettura spirituale e la visita e le altre ora-zioni solite a recitarsi in seminario, e con divozione e secondo il mio orario, al quale prometto d'attenermi più che sia possibile, e in seminario e in vacanza. 3. Quando mi sarà dato reciterò pure ad onore di Maria santis-sima il salterio e i cinque salmi, ed ancora ogni dì tre Ave per la santa purità. 4. Invigilerò con ogni cura sopra me stesso, procurando di non cadere in distrazioni nelle orazioni, e specialmente nella medita-zione, negli otto Pater dopo il pranzo, nel vespro e nel rosario. Ed a ciò, sia quando prego, sia in qualunque altro tempo, penserò alla presenza [di Gesù], immaginandomi di esser dinanzi a qual-che occasione della sua vita, nel cenacolo, sul calvario, ecc. 5. Sopra tutto starò in guardia sopra me stesso, affinché non si alzi in me la pianta della superbia; starò in guardia col tenermi basso e più meschino di tutti, sia nella pietà, sia nello studio. 46. 6. In quanto allo studio, mi applicherò ad esso con ogni amore e ardore e a tutto mio potere, studiando sopra tutte le materie sen-za distinzione alcuna, non ritraendomi da ciò la scusa che esse non mi piacciano. L'unico mio fine nello studio sarà la maggior gloria di Dio, l'onore della Chiesa, la salute delle anime, e non il mio ono-re, non il farmi bravo sopra tutti gli altri, e mi ricorderò spesso come il Signore mi domanderà conto anche di quel talento, che io ho sprecato (Mt 25,14-28) non in altro che nel procurare la gloria a me stesso. 7. Sarà mio speciale studio mortificare me stesso; castigare più che tutto e sempre l'amor proprio, mio vizio predominante, evi-tando tutte le occasioni in cui questo si possa aumentare. E però non farò il sapiente nelle conversazioni, non scuserò mai qualsiasi mia azione, considerando anzi gli altrui diportamenti sempre mi-gliori dei miei. Non userò tratti o parole che abbiano l'aria di so-pracciò. Schiverò ogni lode qualsiasi e mi guarderò moltissimo dal voler sempre comparire gli atti miei, tenendo a bada sopra di essi chi ascolta, come pure dal darmi qualsiasi importanza. 8. Non mi darò mai pace finché non abbia ottenuto un amore, una devozione grande al Ss. Sacramento, che formerà sempre l'og-getto più caro dei miei affetti, dei miei pensieri, insomma di tutta la mia vita di chierico e, se egli mi vuole, di sacerdote. 9. Prometto e giuro a Maria santissima, che sarà pur sempre la mia madre dilettissima, di guardarmi per quanto mi sarà possibile scrupolosissimamente da qualunque pensiero acconsentito o atto che possa anche solo adombrare alla virtù celeste della santa puri-tà; e a tal fine invoco ora e sempre questa Regina dei vergini, af-finché mi soccorra a tener da me lontano tutte le tentazioni che il demonio mi muoverà contro a tal proposito. 47. 10. La divozione al Ss. Sacramento, al Sacro Cuore di Gesù, della quale prima di tutto dovrò essere modello io stesso, procurerò di istillare anche negli altri, specialmente nei fanciulli, dilettan-domi nel parlare di essa; il che pure farò anche a riguardo della divozione verso la Vergine santissima. 11. Non mi dimenticherò mai di san Giuseppe, innalzando tutti i giorni a lui una qualche preghiera, per me, pei moribondi, per la Chiesa. 12. Nelle novene, nei mesi di marzo, maggio, giugno e ottobre, e poi sempre, userò una speciale mortificazione dei miei sentimen-ti, negando ai miei appetiti quello che vorrebbero, ed in vacanza, specialmente dove ci può essere gente, userò speciale modestia, non tanto per essere agli altri di esempio, quanto per privarmi di quelle occasioni che forse mi potrebbero riuscire dannose. 13. Pregherò e caldeggerò la preghiera al Ss. Sacramento, alla Vergine ed ai santi, per la conversione dell'Oriente e, più che tut-to, per l'unione delle Chiese dissidenti. Non mi dimenticherò giam-mai di pregare per il Sommo Pontefice, per il trionfo della Chiesa, per il mio Vescovo amatìssimo, per i miei parenti e benefattori, e specialmente per quelli cui sono più obbligato. 14. Farò insomma che tutte le opere mie confermino quel detto tanto ripetuto da sant'Ignazio di Loyola: «Ad maiorem Dei gloriam».

 

1897

DELLA SANTA PURITà [8.12.1897?)

8 dicembre, festa dell'Immacolata

48. Convinto, per grazia di Dio e della mia madre Maria, dell'i-nestimabile tesoro della santa purità e della necessità grandissima che io ne ho, per essere chiamato all'angelico ministero del sacer-dozio, a conservare sempre terso questo specchio lucentissimo, in questi santi Esercizi ho formato, coll'approvazione del mio padre spirituale, ed ho proposto di eseguire scrupolosamente questi pro-ponimenti, che io consacro alla Vergine dei vergini per le mani di quei tre angelici giovinetti, Luigi Gonzaga, Stanislao Kostka e Gio-vanni Berchmans, miei speciali protettori', affinché ella, in vista de' meriti di questi tre suoi carissimi gigli, me li voglia benedire ed accordarmi la grazia di tradurli in pratica. 49. 1. Anzitutto intimamente persuaso che la santa purità è gra-zia di Dio, senza la quale io sono capace solo di violarla, farò an-che in questo affare la gran base dell'umiltà, diffidando di me stesso e ponendo ogni mia confidenza in Dio ed in Maria santissima. Laonde ogni giorno pregherò il Signore per la virtù della santa pu-rità e massimamente mi raccomanderò a lui nella santa comunio-ne, a lui che nell'Eucaristia mi appresta il «frumentum electorum et vinum germinans virgines» (Zc 9,17). (Traduzione: il grano darà vigore ai giovani e il vino nuovo alle fanciulle). Della Regina dei vergi-ni poi sarò tenerissimo; ed oltre ad altre preci che la mia devozione mi suggerirà, applicherò sempre l'ora di prima dell'ufficiolo, la prima Ave Maria dell'Angelus, la prima posta del rosario per l'ac-quisto e conservazione della santa purità. Terrò pure impegnato san Giuseppe, sposo castissimo di Maria, recitando a lui, due vol-te il dì, l'orazione « O virginum custos » e sarò devoto dei tre santi giovani suddetti, la cui purità mi studierò di trasfondere in me stesso. 50. 2. Attenderò a mortificare severamente i miei sentimenti man-tenendoli dentro i limiti della cristiana modestia; epperò farò di-giunare specialmente gli occhi, detti da sant'Ambrogio reti msi-diose e da sant'Antonio di Padova ladri dell'anima, schivando quanto più posso i concorsi di popolo per feste ecc.; e quando fos-sì costretto a intervenirvi, diportandomi in modo che nulla, che an-che solo richiami il vizio contrario alla santa purità, ferisca i miei occhi, i quali perciò in tali occasioni si terranno sempre fissi al suolo. 51. 3. Somma modestia userò pure quando mi avvenga di passa-re per città o altri luoghi popolati, non guardando mai a manife-sti, vignette, negozii dove ci può essere indecenza, giusto il detto dell'Ecclesiastico: «Noli circumspicere in vicis civitatis, nec ober-raveris in plateis illius» (Sir 9,7). (Traduzione: non guardar qua e là per le vie della città, né andar vagando per le sue piazze). Ed anche nelle chiese, oltre ad una modestia edificante nelle sacre funzioni, non fisserò mai bel-lezze di qualunque sorta, come quadri, intagli, statue o altri ogget-ti d'arte, in cui sia, anche per poco, violata la legge del decoro, massimamente in fatto di pitture. 52. 4. Con donne di qualunque condizione, siano pure parenti o sante, avrà un riguardo speciale, fuggendo dalla loro familiari-tà, compagnia o conversazione, come dal diavolo, massimamente trattandosi di giovani; né mai fisserò loro in vòlto, o in parte dove la modestia resti offesa, gli occhi, memore di ciò che insegna lo Spirito Santo: «Verginem ne conspicias, ne forte scandalizeris in decore illius» (Sir 9,5). (Traduzione: non riguardare una vergine, perché tu non abbia a sdrucciolare a cagione della sua avvenenza). Mai non le toccherò per qualsivoglia mo-tivo, mai non darò loro una minima confidenza o permetterò che esse mi tocchino, e quando per necessità dovrò parlare con esse, mi studierò di usarmi del « sermo durus, brevis, prudens et rectus». (Traduzione: conversazione asciutta, breve, prudente e retta). 5. Mai non terrò in mano, o sotto gli occhi, libri di frivolezze o figure che offendano il pudore, e quanti ne troverò, di questi og-getti pericolosi, tanti ne straccerò o darò alle fiamme, anche se fos-sero nelle mani dei miei compagni, a meno che dal ciò fare non derivino più gravi inconvenienti. 53.

6. Oltre al dar io esempio di somma modestia nel parlare, procurerò in famiglia di allontanare dai discorsi argomenti poco convenienti alla santa purità, non mai permettendo che, in mia pre-senza massimamente, si parli di amoreggiamenti, si usino parole poco oneste e decenti da chicchessia, o si cantino canzoni amoro-se; sempre correggerò con carità di qualunque immodestia da altri usata, e se persisteranno mi allontanerò mostrandone il più vivo dispiacere. In seminario poi a questo riguardo sarò scrupoloso e tutt'occhi per allontanare genialità, simpatie fra i compagni e tutti quegli atti o parole, che, se nel mondo possono passare, sono ìn-decenti per gli ecclesiastici. 54. 7. A tavola, e nel parlare e nel mangiare, non mi mostrerò ghiotto o intemperante; farò sempre qualche piccola mortificazio-ne; e in quanto al bere vino starò più che moderato, poiché nel vino c'è lo stesso pericolo che nelle donne: «Vinum et mulieres apo-statare faciunt sapientes» (Sir 19,2). (Traduzione: il vino e le donne fanno sviare anche i saggi). 8. Userò eziandio una somma modestia con me stesso riguardo al mio corpo in qualunque occasione, e per qualunque atto degli occhi, delle mani, della mente, ecc., sì in pubblico che in privato. Ed acciò si tolga l'occasione ditali atti, quantunque incolpevoli, alla sera prima di addormentarmi, messami al collo la corona del-la beata Vergine, disporrò le mie braccia sul petto in forma di cro-ce, nel quale stato procurerò di trovarmi la mattina. 55. 9. In tutto mi ricorderò sempre che io devo essere puro come un angelo, e mi diporterò in modo che da tutto me stesso, dai miei occhi, dalle mie parole, dai miei tratti, traspiri quella santa vere-condia sì propria dei santi Luigi, Stanislao e Giovanni, verecondia che piace tanto, si attira la riverenza ed è l'espressione di un cuore, di un'anima casta, diletta da Dio. 10. Non mi scorderò mai che io non sono mai solo, anche quan-do lo sono: che mi vede Dio, Maria e l'angelo mio custode; che sempre sono chierico. E quando sarò sulle occasioni di offendere la santa purità, allora più che mai istantemente mi rivolgerò all'an-gelo custode, a Dio, a Maria, avendo familiarissima la giaculato-ria: Maria Immacolata, aiutatemi. Allora penserò alla flagellazione di Gesù Cristo ed ai novissimi, memore di quanto dice lo Spirito Santo: «Memorare novissima tua et in aeternum non peccabis» (Sir 7,40). (Traduzione: in tutte le opere tue ricorda il tuo fine e non peccherai in eterno).

 

1898

MASSIME CAVATE DALLE MEDITAZIONI EGLI ESERCIZI 1898

56. 1. Dio è il mio gran padrone che con inaudita degnazione mi ha tratto dal nulla perché lo lodassi, lo amassi, lo servissi e avessi a procurare il suo onore. Io adunque sono cosa tutta di Dio, e quindi non posso, né devo fare se non ciò che vuole Dio, ciò che serve alla sua gloria. Per il che, ogni mia azione, ogni mio pensie-ro, ogni mio respiro a questo solo deve tendere: «ad maiorem Dei gloriam ». Laonde, quando io non procuro che di fare onore a me stesso, di accontentare il solo mio amor proprio, tradisco i di-segni di Dio, vado fuor di strada, divento un uomo inutile, ribelle al mio buon Signore, e rifiuto quel premio che egli mi ha prepara-to. Quale ingiuria più atroce al Cuor di Gesù l'abbandonarlo così, usare sì malamente di quelle doti che egli mi ha dato per amarlo e per farlo amare! Gli uccelli dell'aria, i pesci dell'acqua, le fiere delle foreste, gli animali tutti della terra servono il Signore assai meglio che io non faccia. Che vergogna per me, sì pieno di me stesso, lasciarmi supe-rare dalle bestie nel lodare il Creatore! 57. 2. Quando sono sull'occasione di innalzarmi sopra gli altri, di secondare il mio amor proprio, ecco il bel rimedio che mi guari-rà, mi abbasserà; pensare al gran peccatore che io sono (cfr. Lc 18,13) io che non sono degno di comparire innanzi al mio Gesù, io che dovrei ringraziare il Signore e dovrei riputarmi ad onore l'es-sere trattato come l'ultimo, non dirò dei miei compagni, ma di tutti gli uomini (cfr. ìCor 15,8-9). 3. Io sono chierico, debbo quindi ricordarmi sempre che qua-lunque benché minima mancanza in me è sempre gravissima, ed io debbo fuggirla come fosse un peccato mortale, del quale non dovrei conoscere nemmeno il nome. Mi debbo soprattutto ricor-dare sempre quel gran detto di san Bernardo: Nugae inter saecu-lares, nugae sunt; in ore sacerdotis blasphemìae ». E pensare che di queste mancanze non fu mai scevra alcuna mia azione! Dov'è qui il chierico buono che io mi credevo di essere? Questo, che colpo per il mio amor proprio! 4. Io sono chierico, quindi devo essere con Dio come un angelo. Che felice combinazione! La Provvidenza divina ha proprio volu-to farmelo conoscere questo dovere, ed ha disposto che io venissi battezzato col nome di Angelo. Ma qual vergogna per me, esser sempre chiamato Angelo, dover essere nel mio diportamento un angelo, ed io invece non esserlo mai stato realmente. Il nome di Angelo deve essere adunque uno stimolo per me ad essere un vero chierico angelo. Per il che, quando mi sento chiamare così, debbo fare in modo che questo nome risvegli in me l'idea della perfezione cui devo giun-gere ed insieme mi faccia fare un atto di umiliazione, pensando qua-le io son chiamato e quale io sono in realtà, tutt'altro che angelo. 58. 5. Dio mio! Questo corpo da me tanto accarezzato che cos'è, o meglio, domanderò con san Bernardo: «Quid fuisti? quid es? quid eris? ». (Traduzione: il corpo terra, la fama fumo, alla fine cenere) Ed io risponderò con quel tale: «corpus humus, fama fumus, finis cinis ». Ed io lo accarezzo questo corpo, questo sacco di pu-tredine, questo vivaio di vermi, ed io per difenderlo offendo Dio? Che stoltezza! che stupidità! E l'anima intanto? Povera anima! For-tuna che io mi picco d'uomo saggio, d'uomo prudente! Caro mio, bi-sogna abbassare quella testa così piena di fumo, bisogna che tu sen-ta bassamente dite stesso, altrimenti andrai là alla cieca e cadrai. 6. Bellissimo pensiero. Un angelo del paradiso, nientemeno, mi sta sempre accanto ed insieme è rapito in una continua estasi amo-rosa col suo Dio. Che delizia al solo pensarvi! Io dovunque sono sempre sotto gli occhi di un angelo che mi gùarda, che prega per me, che veglia accanto al mio letto mentre io dormo. Che pensiero, ma insieme qual rossore per me! Come potrò io fare certi pensieri di superbia, dire certe parole, compiere certe azio-ni, sotto gli occhi del mio angelo custode? Eppure l'ho fatto. O Spirito che mi accompagni, deh! prega Dio per me, affinché non abbia mai più a fare, dire o pensare cose che possano offendere i tuoi occhi purissimi. 59. 7. Se in questa vita sento rossore e non so come presentarmi ad un superiore anche solo malcontento di me, delle mie azioni, qual terrore non dovrò provare pensando di dovermi presentare dinnanzi alla faccia di Dio sdegnato contro di me, del mio Creato-re, del mio Padre, del mio Gesù che allora non sarà più mio aman-te, ma mio adirato nemico? E il mio angelo custode? E la mia madre Maria che dirà allora quando Iddio mi condannerà? Povero ange-lo, povera madre! E queste cose io le credo, eppure quando non mi diporto come debbo, devo sopportare i rimproveri dei miei superiori e molto più i terribilissimi di Dio. Che insipienza! Bisogna intenderla una vol-ta con san Paolo: «Si nosmetipsos dijudicaremus, non utique ju-dicaremur» (1Cor 11,31). (Traduzione: se noi stessi ci giudicassimo non saremmo castigati). 8. Devo convincermi sempre di questa gran verità: Gesù da me, chierico Angelo Roncalli, non vuole solamente una virtù medio-cre, ma somma; non è contento di me finché non mi faccio, o per lo meno non mi studio, ad ogni mio potere, di farmi santo. Tante sono e sì grandi, le grazie che egli mi ha dato a questo fine.

 

NOTE SPIRITUALI

27 febbraio 1898 [domenica]

60. Per essere questa la prima settimana dacché sono uscito dai santi Esercizi, l'ho passata malissimo per le continue distrazioni in cui sono caduto nelle orazioni. Quantunque mi sembri dal can-to mio di aver usato diligenza in ciò, pure non posso negare che talvolta le distrazioni saranno state causate anche da me, col con-servar poco il raccoglimento nelle altre cose. Ad ogni modo ho pas-sato una settimana balorda. Il peggio si è che io, invece di fare un atto di umiliazione quan-do mi avvedevo di essere distratto, mi intristivo, mi inquietavo. Ba-sta; Dio me lo perdoni. Si vede che egli mi ha voluto disingannare, mi ha messo alla prova, m'ha fatto vedere quanto io sono misero. Egli sia benedetto! Ora dal canto mio sarò più raccolto, m'aiuti la Vergine santissi-ma, mi aiuti il mio angelo custode, il mio san Giovanni Berchmans. Iddio lo sa, anche in mezzo alle mie miserie, io gli voglio bene e desidero che tutti glielo vogliano. Egli mi benedica, e non voglia sdegnarmi, quantunque io sia peccatore: «Domine, tu scis quia amo te» (Gv 21,17). (Traduzione: Signore, tu sai che io ti amo).

6 marzo, domenica 61. Sono stato meno distratto nelle orazioni, non però del tutto e sempre raccolto. In questi ultimi giorni ho fatto poco uso di giacu-latorie, e per questo non fui così unito con Gesù come per lo innanzi. Più vado avanti e più conosco di essere indietro. Per l'avvenire userò uno speciale raccoglimento alla mattina ed alla sera, in dor-mitorio; proferirò infinite giaculatorie lungo la giornata e special-mente nella ricreazione e nello studio. Sarò meno chiacchierone nella ricreazione, e non mi lascerò portare da una soverchia alle-gria. Farò in modo che Gesù possa dire anche a me quelle parole che disse a santa Teresa: «Io mi chiamo Gesù di Teresa». Prima però è necessario che io sia un Angelo di Gesù. Così sia. San Giu-seppe mi aiuti e mi dia il suo raccoglimento. Gesù mio, misericordia.

13 marzo, domenica 62. Quante mancanze, anche in questa settimana. Nella scuola mi son lasciato sfuggire qualche parola inutile o sciocca; l'esame di coscienza l'ho fatto molto in fretta, e non ho conservato il do-vuto raccoglimento alla mattina appena levato, con pregiudizio al buon frutto della meditazione. Nemmeno le giaculatorie furono moltissime, come avevo proposto che fossero. Sopra questi tre punti dovrò vigilare specialmente in questa settimana. Non mi lascerò prendere dalla malinconia, pen-sando allo stato presente della mia famiglia; ma quando mi verrà un tale pensiero, pregherò il buon Gesù che la voglia soccorrere, le conceda la rassegnazione, perdoni a coloro che le fanno del ma-le, affinché nulla accada che sia di offesa a Dio. Raccomanderò l'affare a Maria ed a Giuseppe, affinché la verità e l'innocenza siano conosciute. Per me questa è una prova gran-dissima. Ad ogni modo, qualunque sia il successo, Iddio sia bene-detto, si faccia la sua santissima volontà (Gb 1,21 e Mt 6,10).

20 marzo, domenica, nel ritiro 63. E' già un mese dacché sono uscito dai santi Esercizi. A che punto sono nella via della virtù? Oh, povero me! Fatto un esame generale sopra le mie azioni di questi giorni pas-sati, ho trovato di che arrossirmi ed umiliarmi. Ho trovato che al-la perfezione, in tutte le mie azioni, manca sempre qualche cosa: ho trovato di aver fatto non troppo bene la meditazione, di non aver udito bene la santa messa, perché mi sono lasciato distrarre appena alzato dal letto, nel tempo della pulizia; ho trovato di non aver fatto con tutto il fervore, che sentivo prima, la visita al Ss. Sacramento; ho trovato di aver fatto con poco o niun frutto l'esa-me generale, di essere caduto in distrazioni, specialmente nella re-cita del vespro; ho trovato di essermi lasciato prendere dalla svogliatezza che il caldo porta con sé; ho trovato, in una parola, di essere ancora in principio del mio viaggio intrapreso. Che con-fusione! Io mi sarei creduto di dover essere un santo a quest'ora, invece sono ancora un miserabile come prima. Di qui io devo profondamente umiliarmi, e pensare quanto io sono buono a nulla. Umiltà, umiltà, umiltà! Fra tutte queste mise-rie posso però ringraziare il Signore di non avermi abbandonato, come meritavo. Io serbo ancora, grazie a Dio, la voglia di far be-ne, e con questo devo andare avanti. Ma che andare avanti? Biso-gna incominciare di nuovo. Ebbene incomincerò di nuovo [cfr. Sal 76,11 della Vulgata]. Che ci vuole? «In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti, sub protectione Virginis Mariae et beati Jose-phi », inoltriamoci. (Traduzione: nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, con la protezione della Vergine Maria e del beato Giuseppe). I punti, sopra dei quali devo essere vigilante, sono i contrari a quelle mancanze che ho accennate sin qui. Basta. Staremo a vede-re nel prossimo ritiro a che punto siamo. Intanto Iddio mi benedica.

28 marzo, lunedì 64. Insomma che faccio io con tante promesse? Ahimè? mi ero già dimenticato. Ma se andiamo di questo passo, la vuol finire male la faccenda. Sono ancora nelle stesse acque. E se ne ricerco la cau-sa, la ritrovo nel non aver conservato sempre il raccoglimento. Di qui, le mie pratiche di pietà lasciano sempre qualche cosa a desiderare; insomma, a quella meditazione, a quelle visite, a quel vespro, a quel benedetto vespro, a quegli esami, a quel tutto, man-ca sempre qualche cosa. Il bello si è che io sono sempre trafelato a raccomandare il raccoglimento agli altri. Che vergogna per me! Io, che dovrei essere l'esempio, lasciarmi precedere dagli altri nel fare il bene! Prima devo metterlo in pratica io, il raccoglimen-to, e in tutto. Stamattina ho fatto la meditazione sui mezzi che il Signore mi ha dato per salvarmi, e ho trovato di che vergognarmi molto. Finiamola una volta. Finora ho sempre giocato con Dio, ma con Dio non si giuoca. D'ora in avanti farò bene davvero. Userò uno speciale raccoglimento in tutta la mia giornata, né mi lascerò di-strarre dal pensiero degli esami semestrali, soprattutto mi guarde-rò in essi dal trasgredire le regole comuni, e segnatamente quella del silenzio. Sarò unito con Gesù in Sacramento, il mio amico e conforto, e tutto sarà fatto. Gesù mio, misericordia.

4 aprile, lunedì 65. In questa settimana mi sembra di aver fatto un poco meglio, non però del tutto, in qualche cosa l'ho pur lasciata vinta all'an-dazzo generale del tempo degli esami. Ho ancora molto ma molto da fare, specialmente per riguardo al raccoglimento nelle orazioni. Devo sacrificarmi e disprezzarmi. Questo sacrificio, in questa settimana santa, me lo chiede Gesù ap-passionato. Posso io negarglielo? No, o Gesù, non mai!

22 aprile, venerdì 66. E' passata la settimana santa, sono passate anche le vacanze, e invece di migliorare ho continuato a retrocedere. Possibile, dopo tante promesse, ciò? Il fatto si è che mi trovo in questo stato né più, né meno. Il bello si è che non ho messo in iscritto nulla, come avevo continuato a fare ogni otto giorni dopo i santi Esercizi, e l'è durata per ben diciotto giorni. Gesù mio, misericordia! Io non so come spiegarlo. Mi sembra di sentire in me anche un po' di amore per Gesù, ho la voglia di far bene, eppure faccio as-sai male le pratiche di pietà, non sono mai colla testa a casa, rare volte proferisco qualche giaculatoria. Chi sa poi se il Signore sarà contento di queste vacanze; io non ne sono proprio malcontento, ma mi aspettavo di più, per esempio una maggior puntualità nel-l'attendere alle pratiche di pietà, maggior esattezza in tutto. C'è una cosa nella quale ho mancato di più, perché assecondava il mio carattere: il voler fare il sapiente, giudicare, trinciare per diritto e per rovescio. Ahimè! superbia, superbia, superbia; è il mio vec-chio amor proprio che si è fatto sentire. Ciò basterà per tenermi sull'avviso nelle prossime vacanze. Ad ogni modo tutto è passato; di averci discapitato in queste vacanze non credo, e però sia rin-graziato Gesù Cristo. Domani incomincio un altro semestre. Che gusto! Il Signore si appresta ancora a darmi tante grazie nei mesi di mag-gio e di giugno. I fastidi di famiglia mi tormentano; ma via, fac-ciamoci animo. Tutto in Gesù e per Gesù e poi venga ciò che vuole.

1 maggio, domenica 67. Che bel giorno! Che giorno di paradiso dopo una settimana non di troppo fervore, anzi di divagamento e di una quasi tiepi-dezza. Il buon Gesù mi ha concesso anche quest'anno la grazia di fare il mese di maggio; mi ha presentato una nuova preziosissima occasione per poterlo amare di più procurando di onorare la Ma-donna santissima. Io spero molto, in questo mese, dalla mia ma-dre Maria; se ella mi aiuta, io son certo di far qualche passo avanti. Due sono le virtù che domanderò principalmente alla Vergine in questo mese per me: 1° una grande umiltà, cognizione cioè e diffi-denza di me stesso; 2° un grande amore a Gesù in Sacramento; e questa seconda sarà la grazia che il più delle volte domanderò anche per i miei compagni. A Gesù poi domanderò sempre una grande divozione alla madre sua e mia, Maria. Così gli oggetti del mio cuore, i miei voti, le mie preghiere si richiamano a Gesù per Maria, a Maria per Gesù! San Giovanni Berchmans mi aiuterà in questo mese e pregherà per me, ne sono certo, egli che era sì devo-to della Madonna. Mi studierò soprattutto di conservare il massi-mo raccoglimento, per poter così vigilare sopra me stesso e smorzare a poco a poco le mie passioni, specialmente l'amor proprio. Sarò scrupoloso nell'esecuzione puntuale delle regole, rinnegando la mia volontà. In modo speciale conserverò il silenzio a scuola non la-sciando mai sfuggir di bocca la minima parola. Le giaculatorie non avranno numero, e procurerò nelle conferenze di inculcare questa verità: che per andare più diretti a Gesù bisogna passare per Ma-ria. Insomma mi farò tutto di Maria, per essere tutto di Gesù. Mi atterrò in tutte le cose a quelle pratiche pel mese di maggio che tengo in iscritto. In questo mese sarò veramente quale ho deciso di essere nei santi Esercizi. L'angelo mio custode mi servirà di svegliarino quando io mi dimentico. Intanto Gesù e Maria mi benedicano, mi aiutino, mi diano quanto mi occorre, anche il buon volere, ed io sarò santo.

15 maggio 1898, domenica, nel ritiro 68. Per poco che io ci veda ho potuto conoscere in questo mese di essere pieno di me stesso, e molto più me l'ha fatto conoscere il mio direttore4 allorché mi son presentato da lui. Chi sa come la sarà! Il buon Gesù vede che io non desidero altro che di servire a lui, e mi studio di soffocare i moti del mio amor proprio. Eppure cado ancora tante volte! Forse Maria richiedeva da me qualche cosa di più, ed io stesso me ne accorgo, perché fi-nora la devozione non l'ho fatta consistere che in superficialità, e delle mancanze ne ho commesse ancora molte, e molte volte so-no stato distratto nelle orazioni. Oh, se ci arrivassi a conseguire almeno un vero raccoglimento. Debbo sperarlo, ci sono ancora quindici giorni e qualche cosa spero di ottenere. Intanto, non farò altro che pregare Gesù e Maria a farmi umile, e la mia più bella giaculatoria sarà questa: «O humillima Maria, fac me tibi simi-lem». (Traduzione: o umilissima Maria, fammi simile a te). Umiltà domanderò a Gesù in Sacramento, umiltà soprat-tutto userò nelle cose avverse, umiltà con gli altri, umiltà nei pensieri: è qui soprattutto dove cado, e qui sono caduti gli angeli. «Jesu et Maria, vos scitis quia amo vos ». (Traduzione : Gesù e Maria, voi sapete che vi amo). Gesù mio miseri-cordia!

26 maggio 1898, giovedì 69. Con mia gran confusione debbo pur confessare d'aver fatto poco bene questa novena di Pentecoste. Se continuo così, distrug-go quel poco di bene che mi sembra di aver fatto prima. Io non posso che umiliarmi e confidare. Ora mancano ancora tre giorni alle solenni feste di Pentecoste: ebbene farò un triduo di riparazio-ne, studiandomi in modo speciale di essere perfetto nelle pratiche di pietà, e sempre molto raccolto in Dio, in Maria, con frequentis-sime giaculatorie. Pregherò in modo speciale per gli ordinandi e per la conversione dei peccatori e per l'unione delle Chiese dissi-denti. Questo sarà il modo più bello di chiudere anche il mese di maggio, e sarà l'aurora di quell'altro mese che mi è pure carissi-mo, il mese del Sacro Cuore di Gesù. In conferma di tutto questo userò la massima attenzione, il massimo silenzio alla scuola. O Maria, in cui sola confido, accettate i miei voti, mandatemi quello Spirito Santo che mi faccia conoscere la mia miseria e mi faccia amare Gesù. «Ad maiorem Dei gloriam».

5 giugno 1898, domenica [della] Santissima Trinità 70. Sia lodato Gesù Cristo! Nel mese di maggio e nélla novena dello Spirito Santo ho domandato a Gesù èd a Maria la virtù del-l'umiltà, e pare che io ne abbia avuto di belle occasioni per eserci-tarla. Furono riferite ai signori superiori cose, a quanto parmi, esagerate sul conto mio, per riguardo alla mia superbiaeusata nelle vacanze, ed io ne ho avuto il debito riprovero. Ho dovuto umiliar-e Gesù e Maria, voi sapete che vi amo (cfr. Gv 21,17). mi senza volerlo; in fondo in fondo però, un po' di ragione la c'è. Ebbene, se io sono forse messo in malocchio presso i superiori, che cosa devo fare? Lascerò fare, la vada come si vuole; vuol dire che si verrà a co-noscere che cosa c'è di vero e che cosa c'è di falso in ciò che mi fu imputato. Ad ogni modo è stato un bel colpo, che mi ha dato da pensare e da piangere; e forse col pensiero sono andato troppo innanzi. E tutto ciò perché, quantunque non sia giunto, grazie a Dio, a quegli eccessi che mi furono imputati, la superbia la c'è sem-pre, e questa superbia ha dato occasione di simili accuse. Ora, fi-nalmente, comincio ad aprire gli occhi e ad imparare qualche cosa. Basta, la lezione l'ho avuta. Per ora supponiamo che tutto sia ve-ro e mettiamoci sopra un sasso, né pensiamo a chi ha riferito, ma preghiamo per lui che forse fu strumento nelle mani di Dio a farmi prendere la diritta via. 71. Umiltà, adunque, di nuovo umiltà, e soprattutto occhio a quei punti massimamente sopra dei quali dicesi - e per un po' devo acconsentirlo anch'io - che io abbia mancato. Per questo riande-rò spesso i miei proponimenti che sembrano fatti apposta. A ciò mi gioverà un po' più di unione con Gesù, perché, a dir la verità, in questi giorni sono stato balordo; maggior cura negli esami e nella visita. E il mese del Sacro Cuore, è il mio mese, e quindi qualche passo devo farlo nell'umiltà, e con ciò stesso nell'amore, così mi prepa-rerò meglio a quelle maledette vacanze, e non potrò più dare occa-sioni dalle quali si possano formare nuovi castelli sopra di me. Per ora ringrazio Gesù Cristo che mi dà almeno la disposizione a farmi umile. Del resto Gesù vede il mio cuore; sa quanto deside-ro di amarlo. Per ora, adunque, fervore, poiché siamo nel mese dell'amore.

12 giugno, domenica 72. Questa settimana mi sembra di averla passata non troppo ma-le. Però ho ancora a rimproverarmi di aver usata poca attenzione alla scuola in certe ore speciali, cioè quelle di lettere, e di aver tal-volta voluto far lo spiritoso, col lasciarmi sfuggire qualche parola inutile o sciocca; talvolta nel rosario un po' distratto, molto nell'esame generale, e un pochetto anche nella meditazione Ahimè! così, bel bello, sono ancora come prima. Dunque ci vuol lena di nuovo, ci vuol attenzione, ci vuole umiltà. Un peccato che io ho addosso, è di non essere mai ordinato, nemmeno nelle cose spiri-tuali; e sì che l'ordine lo raccomando sempre, anche agli altri. 73. Io devo proprio far così: non dire mai ad altri cosa che poi non mi studi di mettere in pratica anch'io (Gc 1,22), poiché finora è succeduto il contrario. Per esempio, coloro ai quali io parlo del-l'amore di Qesù Sacramentato, potranno forse formarsi un bel con-cetto di me a questo riguardo, perché mi sembra di parlare quanto più posso caldamente. Invece io posso dire di essere ancora indietro le mille miglia, certo più di tutti i miei compagni. Dunque, bisogna che io attenda a me stesso (1Tm 4,16) con ordine. Per il che, nei miei esami, fisserò sempre un mio difetto particolare e sopra di quello specialmente attenderò davvero. Ora, in questa settimana, sarò un pochetto scrupoloso alla scuola di lettere, userò speciale raccogli-mento nella meditazione, rosario ed esame generale; e del resto, uniil-tà sempre in tutto, specialmente con gli altri, col non parlare mai di me stesso nei circoli, secondare, o dare occasione che si veda o si mettano in pubblico i difetti degli altri invece di coprirli.

19 giugno [domenica], nel ritiro mensile 74. Se nella passata settimana sono stato un po' più unito con Gesù, se per sua grazia ho avuto delle buone ispirazioni, dei buoni sentimenti, in una parola, ho goduto nel Cuore di Gesù e special-mente nella comunione della solennità di venerdì, non posso però dire di essere piaciuto io al Cuore di Gesù, poiché sono caduto an-cora in quasi tutte le mancanze di cui mi rimproverai l'altra volta. Per esempio: dire qualche parolina inutile in tempo di scuola, essere poco raccolto come è veramente il dovere nella recita del ro-sario, conchiudere poco dalla meditazione e nulla dall'esame ge-nerale. Ohimè, quante spine al Cuore di Gesù! Che cosa vuol dire? Vuol dire che non l'amo come dico, l'amo con le sole parole, e non coi fatti (cfr. ìGv 3,18). Soprattutto ho da rimproverarmi una incostanza nei miei continui proponimenti, specialmente per riguar-do a quello sul non parlare mai di me stesso, nemmeno in male; non parlare degli altri se non per lodarli, ecc.

21 giugno [festa di] san Luigi 75. Essendo suonata la campanella della fine del ritiro, ho tron-cato domenica le mie note, per riporvi mano in quest'oggi, gior-no bellissimo perché consacrato a san Luigi Gonzaga. Dicevo io adunque l'altra volta come mancavo spesso contro l'umiltà. Per me è proprio necessario un grande raccoglimento in propo-sito, perché io sono tanto impastato di superbia, che manco an-che quando non ci penso, quando magari mi sembra di far be-ne, di usare carità. Fortuna che non mi mancano le occasioni umi-lianti. Quest'oggi, per esempio, ho portato per la prima volta il turi-bolo nei vespri solenni, e ho fatto quella figura che meritavo, io che voglio sempre far la critica degli altri. Tutti mi hanno riso dietro, e ben mi sta; così un'altra volta sarò più umile, e mi re-golerò meglio; tanto più che, essendo prefetto, ho dato scandalo anche agli altri. Del resto, anche questa umiliazione sia a maggior onore e gloria di san Luigi. Non sarà però più replicata, poiché faccio proponimento di studiare in queste vacanze anche le ce-rimonie. Del resto, oltre questa mia cura nelle parole, mi è necessario un maggior raccoglimento in tutto, e specialmente nella pietà, assai più frequenti giaculatorie, ecc. San Luigi è testimonio del-la mia promessa di osservare tutte queste cose; egli mi aiuterà a compierla.

10 luglio, domenica 76. Finalmente, dopo tanto tempo di distrazione, torno in me stesso. Che brutti giorni ho passati! quanto poco ho mostrato il mio amore verso il Signore! Ho ricevuto un'altra grazia, cioè i due ordini minori, l'ostiariato e il lettorato, eppure io son ancora quel-lo. In mezzo all'amor proprio ho fatto gli esami finali. Mi son la-sciato prendere dalla spossatezza nelle pratiche di pietà, e massi-mamente nella visita e negli esami. Ora non ho più tanti fastidi per la testa e voglio di nuovo mettermi in carreggiata, tanto più che le vacanze sono imminenti. Basta, troppo ho offeso il buon Gesù. Egli mi aiuti, io sono con lui per sempre (Sal 73,23).

19 luglio, martedì 77. «Domine, Domine salva nos, perimus» (Mt 8,25). (Traduzione: salvaci, o Signore che siam perduti). Sono già tre giorni dacché mi trovo in vacanza e ne sono già stan-co. Io, alla vista di tante miserie, in mezzo a tante diffidenze, op-presso da tanti timori, spesso sospiro, talvolta piango. Quante umiliazioni! Io non mi studio che di far del bene, di amare since-ramente anche coloro che mi sembra non mi vogliano tanto bene, e forse sono creduto un pessimo arnese a riguardo loro. A volte mi sembra che anche coloro che si sono interessati per me, coloro ai quali io confidava tutto, ora mi guardino con un occhio di diffi-denza, non tocchino certi fili, certi discorsi. Ohimè, che pena! Forse sarà una mia apprensione. Lo spero, vorrei esserne certo, ma in-tanto a me tocca soffrire; soffro, quando crederei di godere. 78. Oh, come mi lascia il mondo, nel punto stesso in cui cerco di piacergli! Nessuno vede i miei patimenti, solo Gesù li conosce. A lui solo sono noti, poiché a lui solo li ho raccontati, a lui solo ho lasciato la cura di pensarci, non tanto perché abbiano a cessare a riguardo mio, ma perché abbiano fine tutte quelle storie che li precedono, e con le quali non si fa alcun bene. Egli almeno, il buon Gesù, mi dia la consolazione di poterlo ama-re quanto desidero, di potermi umiliare quanto ne ho bisogno e di saper godere solamente nelle mie umiliazioni. «Mihi autem glo-riari oportet in cruce Domini nostri Jesu Christi» (Gal 6,14). (Traduzione: quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù). Umiltà e amore, ecco le due virtù che io mi studierò di acqui-starmi in queste vacanze. Umiltà soprattutto nei pensieri, poiché certamente, se da parte mia ci fosse stata maggior umiltà o, dirò meglio, minor superbia, forse non ci sarebbe stato quel che c'è stato: più vado avanti e più mi convinco che ci vuol umiltà. L'umiltà sa-rà quella che alleggerirà i miei patimenti, i quali, quantunque sia-no molti, non sono tanti come quelli di Gesù Cristo, di Maria e di moltissimi santi. Amore che si mostri, si accenda, specialmente quando mi trovo in chiesa e soddisfo ai miei esercizi di pietà. Nelle vacanze non c'è più la scuola di scienze, di lettere, ma nel Sacramento Eucaristico mi si apre una scuola celeste, dove insegna il più bravo maestro che si possa immaginare, Gesù Cristo in persona. Ma le due scienze principali che colà vi si insegnano sono queste: umiltà e amore. Io andrò, adunque, a scuola di Gesù; colà io im-parerò ad umiliarmi sempre, e ad amare sempre. Iddio, la Vergine santissima mi aiutino, mi rendano degno di ascoltare quelle divine lezioni, di rendermele giovevoli; gli antichi allievi, i miei modelli, sono i santi; i miei condiscepoli sono quelle anime giuste, che non vivono se non per procurare l'onore di Dio, per dilatare i confini del regno di Gesù Cristo. 79. Ma siccome è in me maggiore il bisogno dell'umiltà che del-l'amore, in quanto che l'umiltà è la via più sicura all'amore, al-l'acquisto di questa attenderò maggiormente. Epperò, come ho proposto nei santi Esercizi, ogni sera metterò in iscritto tutte le mie mancanze, ma specialmente quelle che riguardano questa virtù, per potervi poi rimediare nel giorno seguente. Basta: umiltà e amore, e poi la vada come Dio vuole; se Gesù vuole che il mio patimento continui, sia fatta la sua volontà; e in quanto a me mi faccia degno di tanta grazia, di poter cioè patire con lui e per lui. Del resto, io devo essere forte nelle tribolazioni, perché queste non sono che un meschino preludio di quelle che patirò quando sarò prete, quando sarò un prete tutto di Gesù Cristo. La Vergine mi soccorra, mi desti il mio angelo custode, mi accompagni il mio san Giovanni Berchmans e conservi a me quella pace, quella cal-ma, quella esattezza in tutto, della quale egli fu un si raro esempio. Sia sempre questa la mercede che io devo cercare a Gesù Cristo per le mie opere, sia la mercede che voleva san Camillo de Lellis: «Pati et contomni pro te» Amen.

19 luglio, martedì sera 80. In generale ho bisogno di maggior attenzione nella recita del-l'ufficio della beata Vergine e nel rosario in casa. Del resto, quan-tunque io mi senta unito a Gesù Eucaristia, talvolta sono un po' scarso di giaculatorie. Tutto questo procurerò di fare con esattezza domani. Così pure non perderò inutilmente il tempo nel fare inutili chiacchiere in cucina. In quanto poi all'amico debbo confessare come stamattina s'è fatto alcun poco sentire dentro di me, mentre tornavo da Bac-canello, ed avevo visitato quella tal ottima persona dalla quale mi sembra aver ricevuto una asciutta accoglienza. S'è fatto senti-re, pensando alle passate vicende di Pentecoste, e alla parte che quella persona io credo abbia avuto in esse. Basta, queste occasioni mi devono servire sempre più per umi-liarmi, e quando mi capiteranno ancora di simili incontri, procu-rerò subito di smorzare l'amor proprio, dicendo: ben ti sta; se ciò è accaduto, lo hai meritato; tutte, anche le più meschine accoglienze che ti si usano, devono essere onore per te, che non sei altro se non putredine e vermi, ignoranza e peccato.

20 luglio, mercoledì sera 81. Mi è proprio ancora necessario: 1) una maggior attenzione nella recita delle mie orazioni; 2) un po' meno di sonnolenza in tempo della meditazione; 3) un maggior numero di giaculatorie; poiché contro queste tre cose ho mancato quest'oggi. Del resto, in quanto all'amico, que-st'oggi è stato discreto; ha fatto poco chiasso. Basta, vedremo do-mani. Iddio mi aluti. «Domine, tu scis quia amo te» (Gv 21,17). (Traduzione : Signore, tu sai che io ti amo).

21 luglio, giovedì sera 82. Ho mancato discretamente anche quest'oggi al raccoglimen-to, nel rosario. A questo modo non piaccio certo a Maria; dunque? Ora che son passati alcuni di dacché mi trovo in vacanza, bi-sogna che mi applichi ad un po' di studio serio, epperò incomin-cerò domani. Come pure, da domani in poi, farò una visita di più al santissimo Sacramento, sul mezzodì; poiché oggi [Gesù] espressamente mi ha fatto intendere, nella lettura della visita di sant'Alfonso, come egli trova le sue delizie fra gli uomini (Prov 8,31). Ora la mia povera chiesa è abbandonata, nessuno va a trovarlo. Io e lui ci vediamo due o tre volte in tutto; è giusto adun-que, che io, giacché posso, vada qualche volta di più a visitarlo, almeno a salutarlo. Oh, come egli sarà contento, come mì rì-pagherà!

22 luglio, venerdì 83. Possibile mai che io non ci arrivi a conservare il raccoglimento nel rosario? Vedremo anche domani. Bisogna che in qualche modo mi premunisca contro il sonno che mi assale quando studio. Così è necessario che io stia avveduto a non parlare troppo nelle conversazioni, come avevo incominciato quest'oggi; poiché, quantunque per oggi possa star sicuro, è però sempre vero il detto: «in multiloquio non deerit peccatum» (Prov 10,19). (Traduzione: dove molto si ciarla la colpa non mancherà), Anche coi pensieri buoni per se stessi, che talvolta mi sorpren-dono e mi entusiasmano, conviene essere regolato, per non ca-dere in altre distrazioni; e per ottenere questo: giaculatorie e gia-culatorie.

23 luglio, sabato 84. Insomma, anche quest'oggi ci sono caduto: chiacchiere di qui e di lì, in modo da somigliare al più gran dicitore del mondo. Dopo me ne accorgo subito e me ne pento, ma bisogna pensarci prima. D'aver detto male degli altri, non mi sembra; però ci vuol sempre occhio. è tutto amor proprio che si fa sentire, tutta voglia di comparire. Oh, caro mio, conosci te stesso 16 e chiacchiererai meno e in-vece sarai più raccolto nelle orazioni, più frequenti saranno le gia-culatorie! «Jesu, miserere mei!».

24 luglio, domenica sera 85. In complesso io ho ancora da fare un'opera un po' perfetta. Per esempio, una recita raccolta dal santo rosario, ecc.; anzi, que-st'oggi ne ha scapitato alcun poco anche la visita al Ss. Sacramento. Quali occasioni di umiliarmi! Bene sta, io non merito grazia alcuna. Domani sarò un po' scrupoloso nel procurare esattezza in tutto ed in specie nella pietà: per esempio, meditazione, ufficio, rosario e visita. Del resto umiltà sempre, poiché quando si è umili Iddio ci aiuta. Onde mi guarderò dal profferire anche la più piccola pa-rola di risentimento coi miei, di qualche offesa che mi venga fatta. O Gesù, pensateci voi!

25 luglio, lunedì sera 86. Anche in questa sera ho pianto, e dal parroco e da Gesù. O Gesù, accogliete le mie pene, le mie lacrime, per lavare i miei peccati, e per esse date umiltà a me ed anche ai miei parenti. Ma-ria, soccorrimi tu!

26 luglio, ritiro mensile 87. Con uno sguardo al passato mese ho conosciuto come io ab-bia mancato di raccoglimento e di umiltà; raccoglimento per quei giorni che ho passato in seminario, umiltà per quelli delle vacanze. Ed ora, giacché mi trovo meno infermo nel raccoglimento (quan-tunque del resto non ne sia del tutto guarito), attenderò più di pro-posito all'umiltà, procurandomi di star saldo in tutte quelle occasioni, e sono moltissime, che mi si presentano di esercitarla. E per questo mi gioverà immensamente una unione di pensieri e di affetti con Gesù in Sacramento, il mio amico, poiché allora fra lui e me ci sarà vero amore, e l'amore per Gesù porta seco l'umil-tà. Là adunque con lui mi sfogherò sempre, a lui manifesterò le mie miserie, i miei affanni, ed egli mi darà la pazienza che mi è necessaria nelle continue avversità in cui mi trovo. Egli mi aiuterà a compiere quella missione di pace fra la mia famiglia troppo an-gustiata. Egli mi insegnerà ad amare il prossimo, a perdonano, a compatirne i difetti. Così pure, se piangerò, se sarò offeso o ab-bandonato, mi consolerò pensando di assomigliarmi al buon Ge-sù, che pure, e più di me, è offeso e abbandonato, eppure non cessa mai di amare. In tal modo le mie lacrime tanto più saranno meri-torie, preziose, quanto più saranno amare, e non mi sconforterò, ma mi terrò onorato di patire qualche cosa per Gesù che è morto in croce per me; e per me sta continuamente chiuso in un taber-nacolo. Di questo passo sempre più conoscerò l'altezza del sacerdozio, ministero di carità, e la molteplicità; e in ciò, come non umiliar-mi? come non tacere in tutto? O mio Dio, o mio Dio, fatemi vostro amante e sarò umile; fate-mi di voi amantissimo e sarò umilissimo.

26 luglio, martedì sera 88. Ho bisogno di non lasciarmi sorprendere dal sonno prima di mezzodì, come è avvenuto questa mattina. Così pure domani, in ossequio alla Madonna, procurerò di recitare, meno sbadatamente di quello che abbia fatto quest'oggi, il rosario. Perché non ci avrò da arrivare? Ad esercitarmi, nell'ultimo, mi studierò di met-tere massimamente in pratica quel proponimento che ho fatto nei santi Esercizi, che cioè le mie parole arrivino prima alla lima che alla lingua, guardandomi dall'entrare in certe questioni, o mettere palese il mio parere intorno a certe questioni affatto inutili, come per esempio, adombrava quest'oggi. Del resto, unione con Gesù e giaculatorie. O Dio, vedete quanti peccati, ma voi «miserere mei» (Sai 51,3); io vi amo (Gv 21,17).

27 luglio, mercoledì sera 89. E dalli e dalli! io non voglio mai capirla di tacere con quel benedetto curato quando si entra in certe questioni che non mi convengono; non mancherò neanche, ma intanto si mostra il mio naturale di voler decidere da sapiente. Ad ogni modo, quando ho finito, anche dopo tutte le massime cautele, mi accorgo sempre di aver parlato troppo. E questa è superbia. Di più, mi perdo troppo in cucina a chiacchierare inutilmente; bisogna bene che mortifichi un po' anche la curiosità di voler sa-pere cose che non mi appartengono. Mi guarderò anche dal sonnecchiare nella meditazione, come sta-mattina. Del resto, giaculatorie pochette, ed in quanto al rosario, resti quanto ho detto ieri sera, poiché un po' da cristiano l'ho an-cora da recitare. O Dio, quanti peccati! Umiliati una volta, ecco che cosa sei ca-pace di fare colla tua bravura! Gesù mio, misericordia!

28 luglio, giovedì sera 90. Ho bisogno di maggior raccoglimento nella recita delle mie orazioni, specialmente nell'ufficio della beata Vergine. Del resto non avvenga, neanche per inavvertenza, come quest'og-gi, di uscire di paese e andare a Carvico, senza il cappello. In generale mi fa difetto davvero quella intima unione con Gesù che santifica tutta la giornata, epperò userò più spesse giaculatorie.

29 luglio, venerdì sera 91. Ahimè, ahimè! vo' sempre più un pochettino raffreddando-mi nell'amare il Signore. Così per la visita, la trasferisco appe-na una mezz'oretta prima del rosario, e lungo la giornata di do penso a Gesù. Anche in quanto all'ufficio sono ancora lì così. Che vergogna per me, andare indietro invece di andare avanti! O buon Gesù, accendete un po' il mio cuore del vostro ardentis-simo amore.

30 luglio, sabato sera 92. Bisogna proprio che mi umilii conoscendo la mia dappocag-gine. Fossi buono almeno di far questo! Io mi credo un serafino, invece non sono che un luciferino superbo e altro. Per esempio, la visita di quest'oggi l'ho fatta male, distrattamente; e quando si fa male la visita, la barca non va bene. Il rosario lo recito anche quello un po' con la testa per aria; l'ufficio poi non se'ne parla. E intanto Gesù mi chiama dal suo ciborio ed io fuggo, fuggo come tutti gli altri cristiani di mondo. Oh che cuore, che cuore! Ci arrivassi almeno a tenermi unito a Gesù con più spesse giacu-latorie! L'ho promesso mille volte e non l'ho mai fatto. Dunque bisogna farlo, e con l'aiuto di Dio lo farò. «Domine, si vis potes me mundare» (Mt 8,8). (Traduzione: Signore, se vuoi, tu puoi mondarmi).

31 luglio, domenica sera 93. Sono ancora agli stessi passi di prima; anzi, per di più, que-st'oggi non ho fatto che un'ombra di esame particolare; ho omes-so del tutto la recita dei tre Pater e l'Angelus a mezzodì. Finiamola adunque, intanto che il Signòre mi usa ancora misericordia. Questa sera finisce il mese di luglio e ne incomincia un altro. Lo finisco anch'io, domandando a Gesù perdono delle mie infedeltà, e incominciando domani una vìta nuova. Domani si apre appunto il Perdono d'Assisi; quindi mi rimon-do e purifico del tutto, e pregherò il buon Gesù che, dopo, mi dia la purità, l'amore, l'umiltà profonda del serafico Francesco. O Gesù, non mi abbandonate!

1 agosto, lunedì sera. 94. Raccoglimento, giaculatorie e attenzione specialmente nel ro-sario. Bando a certi pensieri entusiastici che, quantunque ottimi in se stessi, pure in certi tempi sono nocivi perché distraggono trop-po la mente. O Dio!

2 agosto, martedì sera. 95. Quest'oggi in tutto il complesso non sono piaciuto a Gesù. Lontano fui da lui; la visita poi l'ho fatta, o meglio, non l'ho fat-ta. O Dio, umiliatemi sempre più, fatemi conoscere il mio vero nien-te, stringete quell'unione sì intima di mente e di cuore con voi, altrimenti, se continuo come in questi ultimi giorni, mi voglio ri-durre a mali passi. Ciò non sia mai, o Signore; io protesto fin d'o-ra di volervi sempre amare. O Gesù, carità e perdono.

3 agosto, mercoledì sera. 96. Oh bella! l'è poi ora di finirla di fare il burattino col Signo-re. Gesù mi chiama durante il giorno, mi chiama tutte le sere, mi prega, mi scongiura, ed io lo lascio solo. Sinora siamo andati avanti con le buone, ma adesso passiamo alle brutte. Domando io. Tutte le sere: Gesù mio, misericordia! e di giorno, invece, peccati ed altro. è un operare da chierico questo? Quest'oggi poi, oltre a tutte le altre mancanze, distrazioni, dissipazioni in cui sono caduto nei giorni passati, ho omesso la lettura spirituale. Non sono stato lì a far niente, è vero, ma le cose di pietà devono sem-pre essere preferite alle altre. Dunque, patti chiari. Incominciamo dal togliere le mancanze più frequenti e più appariscenti; poi, volta per volta, verremo alle altre. Sono testimoni in questo momento, di questo mio atto, il buon mio angelo custode e il mio san Giovanni Berchmans. O domani faccio la visita e recito il santo rosario come si deve, e allora la va bene tutto; oppure continuo a fare come in questi ultimi giorni, e allora venerdì non si mangerà niente fino a mezzo-giorno e si faranno due ore di meditazione. Facciamo i conti; io ci voglio guadagnare a tutti e due i modi. O Gesù, guardatemi un pochetto anche voi.

4 agosto, giovedì sera. 97. Un pochetto ci ho guadagnato, con tutto ciò però non ho ancora fatto tutto quello che dovevo; per esempio, la visita non era proprio delle più fervorose che io abbia fatte; nel rosario anco-ra qualche distrazioncella; ma via, per oggi contentiamoci; a do-mani il resto. Intanto la pena in caso di contravvenzione non è tolta, anzi, al rosario e alla visita aggiungerò la recita dell'ufficio a Maria Vergine. Dovrò guardarmi ancora dal questionare, talvolta soverchiamen-te, col curato col difendere certe persone o azioni, che d'altronde sono riprovevoli; oppure anche mi sembra non lo siano; poiché, quantunque tutti possano conoscere che io parlo così per ridere, oppure volgo la questione in ridere anche quando la prendo sul se-rio, pure certo eccedere è sempre troppo, ed anche la minima cose-rella può essere fondamento di un grosso castello. Basta, ci intendiamo, siamo umili e non si farà male a nessuno. O Gesù!

5 agosto, venerdì sera. 98. Quest'oggi ho mancato prima di tutto ad un mio principale dovere, cioè di far recitare le orazioni ai miei piccoli fratelli. Prometto, come ossequio a Maria in questa incipiente novena, che non la sarà più così; sarò esatto anche in questo. Ho preso anche il vizio di dormire un po' troppo dopo il mezzo-dì, perocché punterò l'orologio che mi svegli dopo non più tardi di tre quarti d'ora, che possono bastare. Domani incomincia la novena dell'Assunta; dunque, nuovo fer-vore in tutto e unione con Gesù e Maria per mezzo di giaculatorie, di cui ho tanto bisogno. O Gesù e Maria, siate voi sempre il mio unico amore.

8 agosto, lunedì sera. 99. Nelle due passate sere non ho potuto mettere in carta nulla per il forte dolor di denti. Questo incidente, se da una parte mi fu causa di patir qualche cosa per Gesù, dall'altra mi ha anche di-stratto. Se fossi per esempio un po' severo, domani dovrei applicarmi quei castighi che mi sono proposto, giacché non ho fatto troppo bene quei due principali esercizi di pietà: visita e rosario; e poi, a dirla chiara, sembra che io non sia neanche nella novena, tanto è poco il bene che vi faccio. Dunque ci vuol fervore; non cose grandi e straordinarie, ma gran perfezione nelle solite e soprattutto unione con Gesù, col pensiero a Maria, come ho suggerito stamane per lettera anche al Car-minati. O Maria!

9 agosto, martedì sera. 100. Prima di incominciare le mie pratiche di pietà mi devo ri-cordare di quel gran detto: «Ante orationem praepara animam tuam» (Sir 18,23). (Traduzione: avanti l'orazione, prepara l'anima tua). Devo procurare di raggiungere quel punto a cui sono giunti i santi, di poter cioè, con la massima facilità, e non con distrazioni co-me faccio io, passare dallo studio o altra occupazione, alla preghiera. Del resto non posso che ripetere quanto ho scritto ieri sera. Sono quasi sfiduciato, mi trovo sempre agli stessi passi. O Gesù e Maria, datemi un po' più di fervore, altrimenti io ina-ridisco.

12 agosto, venerdì sera. 101. L'altra sera non avevo la candela; ieri sera mi mancava l'in-chiostro; e quindi per due sere non ho messo nulla in carta. Dando così un'occhiata generale, devo dire come, se non ho a lamentare grandi mancanze, non trovo però neanche delle virtù. Son lì sempre a quel punto, senza fare un passo avanti. E io credo che tutto ciò dipenda dal pensarvi poco, dal non confrontare un giorno con l'altro e vederne la diversità, come vorrebbe l'esame particolare; il quale, tra parentesi, dovrei farlo molto più bene, in una parola, ci sono certe cosette le quali non sbriccano mai o, dirò meglio, non si fanno mai proprio bene; per esempio, il rosario, un pochetto anche la visita, e molto più la pratica delle giaculatorie. E sì che la buona volontà non mi manca, e di questa non posso che ringraziare il Signore, poiché è tutta grazia sua. Ma devo pen-sare che di buone volontà è pieno l'inferno. Oh!, se conoscessi quan-to mi è necessario l'esser buono e santo. Ebbene, non facciamo più così. Domani mi confesso, e poi comincio una vita di maggior attenzione e fervore ad onore della beata Vergine, la quale merita tanto il mio amore; ed incomincerò dal non parlare mai con nessu-no, nemmeno in confidenza, di piccoli difetti che forse a me solo appariscono e che trovo in altre persone. O Maria!

13 agosto, sabato sera. 102. In generale quest'oggi l'è andata meglio che negli altri giorm. Però non c e ancora tutta quell'unione con Gesù e Maria con gia-culatorie, come si dovrebbe fare, e poi anche il rosario e l'ufficio è trascurato un pochetto. Devo poi badare con certe persone a non toccare certe cose che le irritano, poiché a questo modo si diventa causa di impazienze su cose tutte che non sanno di virtù. O Maria, madre mia, se non mi soccorrete adesso che ne ho tan-to bisogno, che chierico, che prete sarò io?

15 agosto, lunedì sera. 103. Quest'oggi tutto per aria: meditazione, lezione spirituale, esame particolare, visita ecc., tutto, tutto. Ma via, era difficile quasi il fare altrimenti. Maria me lo perdonerà, poiché del resto non ho fatto altro che concorrere in qualche modo anch'io alla cara festa dell'Assunta, che annualmente si solennizza con pompa, qui, a que-sto mio povero paese.

16 agosto, martedì sera. 104. Quest'oggi per mia colpa sono caduto, o per lo meno, fui in grave pericolo di cadere, in quella mancanza di cui fui pressap-poco rimproverato nell'ultima Pentecoste, di voler cioè ragionare di cose che a chierici non si appartengono. E bensì vero che dal canto mio mi sembra di aver usato i massimi riguardi, di non aver parlato che di quella semplicità, ubbidienza, attaccamento ai superiori, desiderio del vero bene che in un prete si richiede; è vero che non ne ho parlato che col curato e solamente quando egli intavolava il ragionamento, quantunque io prima avessi proposto di tacere; ma non sono io il giudice di me stesso; queste cose sono contro il desiderio dei superiori e basta, quindi io devo procurare di star fuori da queste questioni quanto più posso, e pre-gare solamente che le azioni dei sacerdoti servano tutte alla gloria di Dio. è vero, è sempre il pranzo del signor parroco, il convegno dei preti all'Assunta, che desta in me questo fuoco: più che tutto però è la superbia; dunque, via! Tanto più che queste cose portano uno sconcerto nelle pratiche di pietà, come avvenne quest'oggi in cui parte di esse furono omesse (lezione spirituale), e parte (meditazione, visita, rosario) fatte a qual-che modo. O Gesù, quando incomincerò io a contentarvi davvero?

17 agosto, mercoledì sera. 105. Meno male! quest'oggi finalmente mi sembra di aver pas-sato una giornata discretamente quieta. Deo gratias! Il dolor di denti che mi sopravvenne prima del mezzodì la rese anche più bella. Non sono però senza mancanze: per esempio, la meditazione l'ho fatta col sonno; il vespro l'ho recitato un po' in fretta e sbadatamente, per non dire delle giaculatorie che furono ancora poche. Questa sera, all'udire la morte di quel mio comparrocchiano, mi venne una ispirazione. A quel punto, mi troverò io contento o malcontento della mia vita? Se mi trovassi come adesso avrei poco di che consolarmi. Oh! si, «moriatur anima mea morte justorum», ma per questo prima «vivat anima mea vita justorum» (Nm 23,10). (Traduzione: possa io morire della morte dei giusti e viva io la vita dei giusti).

18 agosto, giovedì sera. 106. Io mi devo ricordare che non ho il dovere solamente di « de-clinare a malo» (Sal 27,37), (Traduzione: sta' lontano dal male e fa' il bene) ma altresì di fare il bene. Quantun-que del resto quest'oggi non possa dire del tutto di essere stato esente dal male, poiché la visita per esempio e il rosario furono fatti an-cora un po' distrattamente; e dopo, per la visita, lascio sempre l'ul-timo tempo. Con Gesù non si fa così: lasciarlo sempre per ultimo. O Gesù mio, quando avrò un poco più di fervore?

19 agosto, venerdì sera. 107. Meno chiacchiere inutili durante la giornata, come ho fat-to stamattina laggiù in cucina, e maggior attenzione alle pratiche di pietà e di studio, specialmente alla recita dell'ufficio della beata Vergine e del rosario che, povera Madre, non l'ho ancora da ac-contentare una volta. Sia questo l'ossequio di domani, giorno di sabato a lei consacrato. Mio Dio! Che vergogna, pensare che io dovrei essere un santo per le grazie che il Signore mi ha dato, e invece sono un gran pec-catore!

20 agosto, sabato sera. 108. Anche quest'oggi giornata balorda. Prima del mezzodì quasi sempre col curato, dopo col signor dottore e quindi ho fatto po-co o nulla di bene. Noto due sole cose: 1. Ho bisogno di maggior fervore e di mettere maggior attenzio-ne nel prepararmi ai santi Sacramenti, specie l'Eucaristia. 2. Stare indietro tanto, tanto, più che posso, e non nominare neanche per accidente certe questioni che non mi appartengono, come dissi più addietro; né tampoco farla da saggio con Tizio e Sempronio, esponendo la via che sembrerebbe doversi tenere in tali circostanze. Facciamolo questo poco di sacrificio, che tanto lo desidera il mio buon Gesù. O Gesù, toglietemi dalla mia tiepidezza.

21 agosto, domenica sera. 109. «Domine, Domine, miserere mihi maximo peccatori» (Sal 51,3 e Lc 18,13). (Traduzione: Signore, pietà di me, grandissimo peccatore). Che vi posso dire di più? I proponimenti non li eseguisco per nulla. Dio mio, quanti peccati e quanto amore di Gesù! Quante mancanze di promesse. O sant'Alessandro, che domani voglio visitare in pellegrinaggio, dammi un po' di fortezza nel non mancare ai miei doveri di buon chierico.

23 agosto, martedì. 110. Alla vista in me di tante negligenze nel servizio di Dio, io tutto confuso dinnanzi a lui, ormai più non so dire che queste due parole: Gesù mio, misericordia!

24 agosto, mercoledì sera. 111. Meno male di ieri, ma sempre male, specialmente nella re-cita delle mie orazioni. Io mi lascio portar via troppo dal pensiero delle feste di sant'Alessandro 30, ho bisogno di frenare il mio en-tusiasmo che forse talvolta toccherà l'indiscretezza.

31 agosto, mercoledì, ritiro. 112. Gli apparecchi, la novena, le solennità straordinarie di san-t'Alessandro, non mi hanno permesso di compiere tutti gli uffici di pietà o, dirò meglio, mi hanno interamente portato via la testa. Ora, dopo di essere ritornato dalle feste, mi rimetto in quiete e fac-cio il ritiro. Non mi perdo a dire di nuovo quanto male io abbia passato que-sto mese, le poche noterelle che ho fatte sin qui bastano all'uopo. Ciò che più mi atterrisce è la mia incostanza nel servizio di Dio. Mille volte dico con sant'Agostino di voler risorgere, ma al con-trario di sant'Agostino, sempre ricado. Il bello è che ultimamente, un po' per mia negligenza, un po' per altre cause, sono stato molti giorni senza confessarmi. E pen-sare che san Carlo si confessava due volte al giorno! 113. Ma basta, per quanto io dica non posso del tutto descrivere quanto io sia un miserabile, essendoché la superbia mi fa velo al-l'intelletto. Giacché il Signore mi accoglie di nuovo e mi ammette al suo seno, risorgiamo di nuovo. Frutto speciale, oltre a tutto il resto di questo ritiro, sarà: 1. fare sempre la visita prima di recarmi dal parroco, cioè verso le tre; 2. non entrare mai e poi mai in questioni di giornali, di vescovi, difatti, prendendo la difesa di quello che è combattuto troppo in-giustamente e che mi pare conveniente difendere, e quando anche mi ci mettessero, usare di tutto per uscirne destramente e mostrare sempre in tutto la carità; 3. giaculatorie, massimamente a Maria, di cui ho incominciato ieri la novena.

31 agosto, mercoledì sera. 114. Giaculatorie pochette; la visita, il rosario, hanno bisogno di maggior fervore. Quest'oggi ho appena rasentato, se pure non sono caduto in quella mancanza contro della quale ho fatto il se-condo speciale proponimento nel ritiro. Occhio adunque e prudenza, poiché il demonio è più furbo di me. O Gesù mio buono!

1 settembre, giovedì sera. 115. Non c'è molto male, ma non c e neanche bene proprio del tutto: sono piuttosto un po' indifferente; per esempio, la visita e il rosario domandano maggior fervore, tanto più che mi trovo an-che nella novena della Madonna. O povera Madonna, quanto poco io l'amo; ad ogni poco la di-mentico del tutto. Ebbene, per domani rinnovo per la centesima volta l'ossequio a Maria di essere puntuale e assai fervoroso nella visita e nel rosario. Chissà che mantenuto questo, non venga an-che il resto. Speriamolo e confidiamolo. «O Mater mea!».

2 settembre, venerdì sera. 116. Un poco si avvantaggia; ho bisogno però ancora di mag-gior cura e attenzione nella recita dell'ufficio della beata Vergine, ed in generale sempre, quando mi trovo in chiesa. Del resto giacu-latorie molto spesse, giacché possono fare molto bene. Viva Gesù!

3 settembre, sabato sera. 117. C'è calma fin troppo, non vorrei che mi accadesse di pren-dermela troppo consolata. Il rosario e il vespro lasciano ancora a desiderare. Quanto ci vuole per una cosa sì da niente! Tutto effet-to della mia santità. Eh, caro mio, ci vuole umiltà, umiltà e poi umiltà. O Maria, in mezzo agli onori che vi presenta in questi giorni To-rino, nel Congresso Mariano 32, non dim'~nticate il mio povero cuore, che si unisce, ultimo, a quelli di tanti vostri divoti e implora le grazie vostre sulla Chiesa e sui peccatori.

4 settembre, domenica sera. 118. Ecco ciò che mi abbisogna: maggior raccoglimento in chie-sa quando si celebrano le pubbliche funzioni; ricordarsi più spesso di Maria; non cessare mai dal far bene la visita e massimamente giaculatorie, ed in specie quelle con le quali posso fare nello stesso tempo un atto di umiltà. O Maria!

5 settembre, lunedì sera. 119. Ho bisogno di maggior fortezza nel vincere il sonno che pur-troppo qualche volta mi schiaccia, specialmente alla mattina, quan-do anche faccio la santissima Comunione. Del resto sono ancora distratto in quel benedetto rosario. è ora di finirla: quando è che voglio davvero contentare la Madonna? In questi giorni di gaudio e di trionfi per lei, voglio unirmi anch'io, quantunque così misero, ai sentimenti di tanti prelati, di tanti cattolici che a Torino accla-mano alla gran Regina del cielo; ed io mi unisco con giaculatorie e specialmente con l'ossequio più bello, il rosario. O Maria!

6 settembre, martedì sera. 120. Pare proprio impossibile, quanto più si fanno proponimenti, tanto più non si mantengono. Ecco che cosa son buono di fare. Ciarlare, promettere monti, e poi? nulla. Fossi almeno buono di umiliarmi. Alle volte mi perdo fin troppo a ragionare col signor curato, e quindi forse si verificherà quel detto: «in multiloquio non deerit peccatum» (Prov 10,19). E poi, ci prendo molto gusto a contenta-re la gola colla frutta. Guai, guai! Attenzione a te, raccoglimento e mortificazione, massimamente nel gustare quanto la gola deside-ra. Ecco la più bella medicina per l'anima e il più bel regalo a Ma-ria in questi ultimi giorni della novena della sua natività. Maria, Maria!

7 settembre, mercoledì sera. 121. Ho bisogno di giaculatorie ancora, specialmente mentre stu-dio; quelle sì mi daranno lume nelle difficoltà che spesse volte, per la povertà del mio cervello, incontro e metteranno in me maggior lena. Di più, debbo notare come mi fermo troppo dopo cena a con-tarla coi miei in cucina, tanto più che si parla sempre di fastidi, e quindi, mentre mi mettono in cuore lo sconforto, non ci sarebbe a meravigliare se talvolta mi facessero dimenticare la gran legge della carità. Adunque, finito il rosario, dirò poche parole e mi ri-tirerò. Sono fastidi e quanti! ma i miei sono di tutt'altra specie di quelli dei miei parenti; i loro riguardano i corpi, il materiale; i miei ri-guardano le anime; questo è ciò che più mi pesa: e il pensare che le tribolazioni per i miei cari invece di servire a bene servono a ma-le. Dio mio, voi che lo provaste, ditelo voi quale schianto al cuore! O Maria, date ai miei la vera carità, per cui perdonino di tutto cuore e sopportino con rassegnazione quelle croci che vengono da coloro che essi credono loro nemici. Basta, preghiamo!

8 settembre, giovedì sera. 122. Che giorno bello e brutto! Bello, per la memoria di Maria bambina; brutto, perché non l'ho santificato come dovevo. Sem-pre così! Quando ho maggior bisogno di far bene faccio più male, come per esempio quest'oggi: via l'esame particolare, le giaculato-ne, la visita, via tutto: sempre dissipazione. Dunque ritorniamo in calma; raccoglimento, con giaculatorie: «Domine, miserere mihi, maximo peccatori! » (Sal 51,3 e Lc 18,13).

9 settembre, venerdì sera. 123. Quest'oggi l'è andata così così; senza dubbio poteva andar meglio. Per esempio, la visita posso dirlo di non averla fatta, la meditazione troppo tardi e poco bene, studio poco, giaculatorie non troppe; del resto, ho accontentato la gola quanto più ho potu-to. Dunque non c e proprio molto da consolarsi. Domani ad onore di Maria farò il possibile di crescere e di ripa-rare, facendo anche qualche mortificazione corporale; per esem-pio col non assaggiare mai frutta. O Maria, fate che ci arrivi.

10 settembre, sabato sera. 124. Quest'oggi mi son confessato, ed ho già mancato ai miei proponimenti che ho fatto. 1. Attenzione nel rosario. 2. Non p#rdere il tempo in chiacchiere inutili. Speriamo comunione di domani lavi tutto, e mi faccia vi-vere della vera vita di Cristo, come egli ardentemente deside-ra. «Domine, sana animam meam» (Sal 41,5). (Traduzione: Signore, risanami).

11 settembre, domenica sera. 125. Temo quasi di trovarmi in quello stato di quel povero ve-scovo al quale il Signore mandò a dire, per mezzo di san Giovan-ni, che egli lo rigettava dalla sua bocca perché non era né freddo né caldo (Ap 3,15). E questo sarebbe uno stato assai deplorevole. Che mi ci trovi proprio anch'io? Ma! non ci sarebbe nulla a mera-vigliarsi. Faccio sempre proponimenti e sono sempre alle stesse man-canze; dunque dovrò io essere rigettato dalla bocca, dal cuore di Gesù? posso crederlo senza tremare? posso crederlo senza sentir-mi eccitato a uscire da questo stato? O Dio mio, fate voi che io ne esca davvero! O Maria!

12 settembre, lunedì sera. 126. Quest'oggi sono andato a San Gervasio a trovare quel mio compagno e quindi meditazione e messa mi fuggirono, le altre cose le ho fatte, ma come soglio io fare in simili circostanze. Intanto Maria soffre, e forse le spade del suo dolore sono trop-po pungenti per causa mia! Dio mio, che confusione! Un cosa ho notato massimamente quest'oggi, ed è che in certe circostanze ho sciolto lo scilinguagnolo e forse parlo un po' trop-po; senza punto accorgermene divento un predicatore. Anche questa sia una mortificazione da farsi; attenzione e parsimonia nel parlare.

13 settembre, martedì sera. 127. Ho fatto un po' di tutto; non ho studiato niente, ma que-sto transeat; ho lasciato l'esame particolare, ci ho fatta poca lezio-ne spirituale. Insomma, è sempre così a riguardo mio. Se mi si guarda superficialmente, in generale, si potrà dire che non c'è nean-che male, ma se io mi considero in relazione a ciò che dovrei fare e alle grazie che a ciò il Signore mi ha date, io mi vergogno di me stesso e mi devo confessare gran peccatore (Lc 18,13). E pensare che tutte le sere faccio questi riflessi e tutte le sere so-no a quella! è questo il mio grande peccato. Sono anche nel sette-nano dell'Addolorata, ma delle mortificazioni e giaculatorie ne faccio molto poche. O Maria, immersa nei dolori, oh! piangete anche per me, ma non perché io sia ingrato, ma affinché le vostre lacrime ammolli-scano il mio cuore che è sì duro e sì crudele con Gesù. Fiat, fiat (Lc 1,38).

14 settembre, mercoledì sera. 128. Non posso che ripetere ciò che ho detto ieri sera. La grande causa per cui non si vede in me alcun miglioramento è il poco pro-fitto che io traggo dall'esame particolare massimamente. Domani adunque ad onore di Maria Addolorata mi studierò di mettere in pratica quelle norme che io tengo in iscritto a riguardo dell'esame particolare. E Dio mi aiuti.

15 settembre, giovedì sera. 129. Forse sono io che in questi giorni con le mie mancanze ac-cresco le lacrime di Maria. Delle mortificazioni si può dire che non ne faccio o ben poche; a quel benedetto rosario manca sempre qualche cosa; la visita di quest'oggi fu assai imperfetta! E pensare che sono nel settenario dell'Addolorata! E poi c'è un'altra cosa sulla quale ho da richiamarmi, e si è la voglia di leggere giornali, ciò che in seminario mi è proibito. Sin-ché lo dice il signor parroco, per fare un piacere a lui, transeat, ma andare proprio a cercarli, oh, questo poi no! Dunque, in base a tutto ciò mi regolerò meglip per l'avvenire. D'ora in avanti il mio esame particolare verterà sopra l'acquisto dell'umiltà, secondo quei proponimenti che ho fatto nei santi Eser-cizi di quest'anno e che tengo in iscritto, e quelle belle norme che ne dà in proposito il Rodriguez Domine, miserere mihi (Sal 51,3).

16 settembre, venerdì sera. 130. Raccoglimento, ecco ciò che mi abbisogna. O Maria, aiu-tatemi a procurarlo.

17 settembre, sabato sera. 131. Quantunque me ne stia discretamente lontano, pure l'uomo vecchio talvolta si fa ancora sentire in certi sogni d'inferno, nei quali talvolta senza accorgermi mi trovo impigliato. Io insomma sono an-cora io, quel gran superbo e peccatore. Che pensiero umiliante! E pensare che Iddio mi sopporta e sembra non abbia gli occhi per vedere le mie offese. Come posso io disgustarlo? Come posso io non essere pazzo dal desiderio di amarlo e di farlo amare? La Vergine santissima Addolorata piange perché Gesù non è ama-to, ma è offeso; forse piange anche per me. Oh! consolatevi, o Ma-ria, mantenete in me vivo vivo il desiderio di amare il vostro figliolo e fate che per quanto io posso, lenisca i vostri acerbi dolori col ti-rare anime a Gesù e a voi. Affinché mi aiutiate, vi consacro le mie azioni di domani. Purificatele voi, fornitele di quella perfezione di cui tanto abbisognano, e il rosario sia almeno una volta recitato quale non l'ho mai fatto sinora.

20 settembre, martedì sera. 132. Ho un bisogno grande di raccoglimento e di una maggiore presenza di spirito, col richiamare spesso i proponimenti che di tanto in tanto si fanno. E poi in tutte le mie cose devo mostrare di essere un vero ragazzo, come lo sono in realtà; e non diportarsi in tutto quale un serio filosofo e uomo di gran conto. Questo è il mio na-turale; è tutta la mia sostanza: superbia. Del resto, rassegnazione grande nella volontà di Dio, sopportando con vera pazienza e sen-za diventare bisbetico le sventure che Dio mi manda in famiglia, per esempio la grave malattia del mio fratellino Giovanni. Preghiamo, preghiamo sempre per tutto, e tutto si faccia secon-do il piacere [di Dio], ad onore e gloria di Dio. Sì, «ad majorem Dei gloriam!». Amen.

21 settembre, mercoledì sera. 133. Bisogna che mi guardi dal differire l'adempimento delle mie pratiche di pietà, non riserbandole ad altro tempo più lontano, per contentare magari se stesso e la propria gola. Questo sarebbe un'ingiuria a Dio e un mostrare di non amarlo; questo è una specie di confronto fra Gesù e Barabba (Mt 27,16-23). Tanto più che Dio non si contenta delle cose fatte a metà, quasi per imprestito. Gesù e Maria, siate la salvezza mia!

22 settembre, giovedì sera. 134. Quante tribolazioni! Il mio fratellino Giovanni mi ha mes-so in gran timore per la sua salute, sicché io prego e prego. Io spe-ro che il Signore mi voglia esaudire. Questa sera a pensarci seriamente mi venne il pianto agli occhi. Mi immaginavo io su quel letto e mi domandai: come l'andrebbe se fossi per essere giudicato in questo momento? d'esser mandato all'inferno lo meriterei, ma non lo spero; al purgatorio però ne son certo. Eppure il solo pen-siero del purgatorio mi fece venire i brividi. Che sarà mai di me? Oh, povero me! Quanto sono miserabile. Mi sembrerebbe di poter fare anche una buona morte; un po' d'a-mor di Dio non mi manca. Ma ecco che mentre penso a questo, accio anche con ciò stesso dei pensieri d'amor proprio. Guarda - direbbero gli altri - che morte da angelo! è qui che si rivela e non si può nascondere il mio marcio. Prima di tutto bisogna che muoia interamente a me stesso, per poter così volare all'amore di Dio e schivare, se fosse possibile, anche le pene del purgatorio. O buon Gesù, date voi uno sguardo a questo miserabile, e alme-no in vista del desiderio che ho di amarvi e di faryi amare quanto voi meritate, quanto voi ne siete degno e quanto a me è possibile. O Maria, guarite il mio piccolo Giovanni.

23 settembre, venerdì sera. 135. Tutte le volte che penso al purgatorio tremo e non lo capi-sco mai di fare con maggior perfezione le mie pratiche di pietà, tutti i miei uffici. Ho bisogno di frenare un po' una certa smania che ho quando visito gli ammalati, usando maggior carità nel discorre-re con gli altri. è tutta roba vecchia. Del resto il Signore in questi giorni mi ha mandato una croce un po' più grave. Egli sia benedet-to (Gb 1,21); possa questo farmi simile a lui (1Gv 3,2) e cancellare la pena dovuta ai miei peccati. «Laus Deo» (cfr. Lc 18,43).

24 settembre, sabato sera. 136. Prima del mezzodì l'ho fatta un po' disordinatamente; do-po, o meglio questa sera, ho mancato forse tròppo di maniera coi presenti per riguardo alla cura del mio amato fratello. Ci voleva una maggior tranquillità. Capisco che se taccio, talvolta mi tocca di sentirne anche quan-do mi sembra di procurare il miglior bene e mi tocca soffocare e soffocare, ma questo sia fatto tutto ad onore di Gesù e di Maria, a maggior bene dell'anima mia e di quella del mio piccolo Giovanm. Quando mi sento così oppresso mi sembra di potermi più con confidenza abbandonare nelle braccia di Dio e ne godo. O beati, mille volte beati i religiosi che lungi dalle cure di questo mondo sol vivono in Dio. Troppo voi siete per me desiderabili! Ma via, Gesù per me vuol così, egli mi manda la croce affinché la sopporti. Sia diecimila volte benedetto (cfr. Gb 1,21).

25 settembre, domenica IV sett., sera 137. Che croce mi è capitata quest'oggi. Dio mio, mi mette i bri-vidi il solo pensarvì. Il mio buon padre, colui che tanto ha fatto per me, che mi ha allevato, che mi ha indirizzato al sacerdozio, il mio parroco don Francesco Rebuzzini è morto, ed oh, poveretto! è morto repen-tinamente. Ditelo voi, o Gesù, che strazio al mio povero cuore. 138. Questa mattina le mie povere gambe non più mi reggeva-no, un chiodo mi era fitto nel cuore; i miei occhi non davano, o davano poche lacrime. Io non piansi; sì dentro impietrai. Al vederlo li in terra, in quel-lo stato, con la bocca aperta e rosseggiante di sangue, con gli occhi chiusi, mi pareva in viso, - oh, la serberò sempre questa immagi-ne! - mi pareva un Gesù morto, deposto dalla croce. Ed egli non parlava più, non mi guardava più. Ieri sera mi aveva detto: arrivederci. O padre, a quando arrive-derci? Oh, in paradiso. Sì, al paradiso io volgo gli occhi. Egli èlà, lo vedo, di là mi sorride, mi guarda, mi benedice. 139. Oh, me fortunato, che potei godere della scuola di un sì grande maestro! La morte lo colse all'improvviso, ma egli già da settantatré anni vi si era preparato. Egli morì quando stava per vin-cere se stesso, vincere il male onde era colpito; e tutto, per recarsì alla celebrazione della santa messa. Morte pur sempre ad ogni mo-do preziosa ed invidiabile. Potesse essere così anche la mia. Come dissi, la posizione nella quale lo trovai io, mi dice che egli si era messo in ginocchio e rove-sciò all'indietro non potendo più reggersi. Il Cuore di Gesù ventisei anni fa gli dava la consolazione di en-trare per la prima volta fra i suoi figli; il Cuore di Gesù lo scorso anno gli concedette di celebrare il suo giubileo parrocchiale; il Cuore di Gesù quest'anno gli apprestò una festa più solenne, una festa eterna e tutto ciò nella IV [domenica] di settembre, qui da noi de-dicata al Cuore di Gesù. 140. Or dopo questa vera prova che Gesù mi ha dato, dopo il più grande dolore che io abbia mai sofferto in vita mia, che debbo io fare? Cessiamo dal far lamenti, che già troppo abbiamo conceduto alla natura. Or dov'è il padre mio? Egli è la, vicino al Cuore di Gesù, siccome quegli che ne è un vero modello. Guardiamo adunque là, studiandoci di renderci al tutto simili a lui. Possano le preghiere che il buon parroco, certo, ha sempre innalzato per me, che posso dirmi il suo beniamino, possano quelle che io faccio per lui, possa la sua vita che mi sarà sempre dinnanzi, rendermi suo vero imita-tore, per poter così soddisfare a quell'arrivederci di ieri sera e riab-bracciarci in paradiso, dopo di aver compiuto quella missione che il buon Gesù mi ha affidato. Possano soprattutto i suoi esempi di umiltà, di semplicità, di ret-titudine stamparsi nell'animo mio, in modo che possa smorzare la mia superbia e farmi più grande dinnanzi a Dio, poiché dinnanzi a Dio non [sia] superbo, ma « vir simplex et rectus ac timens Deum» (Gb 1,1) (Traduzione: uomo semplice e retto, timorato di Dio) come il mio parroco. «Ipse laudabitur» (Prov 28,20). (Traduzione: l'uomo leale sarà colmo di benedizioni). O Gesù, abbiate misericordia di me, aprendo i miei occhi a esempi sì luminosi.

26 settembre, lunedì sera. 141. In quest'oggi un po' il dolore, un po' gli impieghi, il lavoro pei funerali, mi hanno distratto e distolto dalle pratiche di pietà. Insomma, «ibi est frequenter cogitatio mea, ubi est quod amo» (IC 3.48). (Traduzione: il mio pensiero è costantemente là dove è l'oggetto del mio amore). Questo mio amore però, mostrato dal dolore, non mi può certo esser nocevole all'amore verso Dio, perché santo è l'og-getto che amo e santo ne è il fine. Ci son poi arrivato ad ottenere, per prezioso ricordo del parroco, il suo Kempis, quello istesso che egli, sin da quando era chierico, usava tutte le sere. E pensare che su di questo libricciolo egli si è fatto santo. Oh, questo sarà sempre per me il libro più caro e una delle gem-me più preziose che io mi abbia!

28 settembre, mercoledì sera. 142. Quest'oggi, si sono celebrati i funerali al mio compianto pa-dre. Ora egli non è più fra di noi col corpo, ma lo è collo spirito; lo è coll'impronta delle più elette virtù, lo è col suo affetto di padre. Io però sono rimasto orfano, con immenso danno. Qual pena era per me quest'oggi dovermi sforzare continuamente (a) celare quelle lacrime che pure talvolta mi scappavano dagli occhi. Il mio dolore più grande, il più grande di quanti io mi abbia provato! Io sono divenuto come smarrito, non so più come fare: fare qualche cosa ne trapela anche agli altri; io non mi so adattare a vivere co-me in (un] mondo nuovo per me. Ma via, facciamoci coraggio, se il mio padre è scomparso, Gesù resta ancora e mi protende le braccia, invitandomi ad andar a lui per consolarmi. Sì, andiamo a lui; egli, al quale io, in tutti i giorni liberi da altro, mi unirò nella comunione fatta a questo fine. Egli darà pace all'anima benedetta del mio parroco e soprattutto mi ren-derà suo vero imitatore, specialmente nell'umiltà. Per ora mi ras-segnerò a Dio, rimettendo in calma l'animo mio troppo tormentato e riprenderò appunto, in suffragio di quell'anima, tutte le mie pra-tiche di pietà, usando in esse speciale fervore. Oh, il mio parroco! O Gesù fatemi simile a lui. «Inspice et fac secundum exemplar» (Es 25,40). (Traduzione: guarda ed eseguisci secondo il modello).

29 settembre, giovedì sera. 143. Quest'oggi sono stato un po' più ordinato di ieri, non però del tutto come si conviene; per esempio la visita non so dire se l'ab-bia fatta. In questi giorni io ho sempre dinnanzi la santa figura del mio par-roco e quindi, rilevandone la troppa differenza con me, non mi posso contentare. Chi sa che questo esempio così luminoso, oltre ai bene-fici già fattimi, mi ecciti meglio alla virtù, all'amore del prossimo. Oh, io lo spero; tanto mi voleva bene il mio parroco. Se talvolta mi viene la ispirazione di far qualche mortificazione, non la devo lasciare sfuggire, ma l'offrirò a Dio per la pace di quell'anima be-nedetta. è un sacrificio che è nulia in confronto di quelli che il buon prete ha sostenuto per me. O Dio, «non derelinquas nos orphanos» (cfr. Gv 14,18). (Traduzione: non lasciarci orfani).

1 ottobre, sabato sera. 144. Quest'oggi giaculatorie quasi nessuna: visita si può dire non l'ho fatta, ed ecco qui la causa: perché Gesù mi sembra quasi fore-stiero. Il mio grande danno, come l'ho osservato l'altra volta, èla poca riflessione e presenza di spirito. Se ripensassi un po' me-glio ai proponimenti che io faccio del continuo, se facessi l'esame particolare e generale secondo quelle norme che tengo in iscritto e che ampiamente ho lette sul Rodriguez, certo farei qualche passo di più e me ne accorgerei; invece sono come una lumaca, non mi faccio sentire per nulla affatto. Dunque ci vuol lena. Ricomincerò domani, usando prima di tutto perfezione nelle pratiche di pietà ed in specie nella visita e rosario, e poi guardandomi bene dal parlare non bene di qualsivoglia per-sona, anche se l'errore è troppo evidente. Del resto si faccia tutto per Maria, e Maria del rosario mi aiute-rà a tutto ottenere; ella che è potente e terribile come oste schiera-to in campo. «O Domine, salva me!» (Sal 69,1).

 

NOTE SPIRITUALI

145. Nel ritiro mensile dopo la morte del parroco Rebuzzini, il santo segno della mia infanzia e della mia vocazione. 4 ottobre 1898.

21 ottobre, venerdì. Tredici giorni mi restano ancora di vacanza. (Signore!] Fate che in essi io mi diporti da quel chierico che ho sempre desiderato di essere, senza mai esserlo. Mi confortino gli esempi del mio amatis-simo e compianto parroco, pel quale imploro pace e gloria eterna. Datemi la grazia che io possa far bene queste due cose: la visita e il rosario. Le altre verranno da sé. O Gesù Eucaristia, pel quale io vorrei consumarmi di amore, te-netemi sempre a voi unito; il mio cuore sia presso il vostro; io vo-glio essere con voi l'apostolo Giovanni. O Maria del rosario, tenetemi raccolto nella recita di questa orazione; legatemi per sem-pre, per mezzo del rosario, al mio Gesù Eucaristia. Viva Gesù amo-re, viva Maria Vergine Immacolata.

24 ottobre, lunedì sera. 146. In quest'oggi, a regola, non c'è stato proprio male; però se ci fossero maggiori giaculatorie non rio e nella visita, mi pare di aver fatto quantum possum, quantun-que del resto le distrazioni non siano mancate. Io credo che possa grandemente assicurare l'esito delle pratiche di pietà il prepararvi-si prima. «Ante orationem, dice lo Spirito Santo, prepara animam tuam» (Sir 18,23). (Traduzione: avanti l'orazione prepara l'anima tua). O Gesù, o Maria, proteggetemi sempre.

25 ottobre, martedì sera. 147. Anche quest'oggi ì'è andata non male, e ne sia ringraziato Gesù. Oh, che gusto vivere sempre così! Ma guai se mi ringalluzzi-sco, guai. Io non ho nulla di bene; il mio corredo sono i peccati. Quest'oggi corre la festa della beata Margherita Alacoque. Oh, potessi avere anch'io quella divozione, quell'amore che ella aveva al Sacro Cuore di Gesù! Oggi pure si compiono i trenta giorni dacché passò al suo para-diso quell'anima santa del mio caro parroco. Dio se l'abbia in pa-ce e lo premi colla gloria dei santi.

26 ottobre, mercoledì sera. 148. Se il buon desiderio non è mancato, forse quest'oggi non gli è interamente corrisposto il successo. Nulla di straordinario. Dio mi guardi dal rallentare nel bene. Epperò userò maggior raccogli-mento specialmente la mattina quando mi vesto; sarò un po' più severo nel non lasciar passare il tempo inutilmente, e porrò soprat-tutto grande attenzione alle mie parole, qualunque siano. O buon (sani Giuseppe, fate qualche cosa anche voi che tanto potete ap-presso Dio e Maria!

27 ottobre, giovedì sera. 149. Raccoglimento sempre e in tutto; ecco la mia salvaguardia. Talvolta mi distraggo fin troppo e sono tardo a raccogliermi nelle mie pratiche di pietà. Se trovassi poi qualche cosa da fare, in mo-do da poter far passare un po' meglio il tempo, sarebbe cosa buo-nissima e sarei così meno sul pericolo di distrarmi. Occhio sempre anche alle parole finché non siano troppo ben purgate e, diciamolo pure, finché siano scrupolosamente purgate, sul conto d'altri, o farla troppo da impaziente. Insomma ci vuole umiltà, umiltà pro-fonda, altrimenti fabbrico sull'arena (cfr. Mt 7,26). Gesù mio, pietà di me.

28 ottobre, venerdì sera. 150. C'è bisogno di una forte tirata d'orecchi. Sono già due sere che quasi non faccio la visita, che duri però un tempo onesto. Non ci ho colpa, perché l'obbedienza mi ha impegnato altrove, ma se prendessi di volo l'ispirazione, che talvolta mi viene, di fare que-sta visita un po' più per tempo, non ci sarebbe più nulla a lamentare. E poi un'altra cosa che domani e poi sempre devo compiere con più attenzione, è la recita dell'ufficio di Maria che oggi ho com-piuto distrattamente. Via, speriamo che Maria faccia qualche cosa anch'essa. Del resto, occhio alle parole e giaculatorie. O Gesù, pietà.

29 ottobre, sabato sera. 151. Insomma, la memoria di quel benedetto parroco mi tiene forse distratto un po' troppo, come avvenne nella visita e nel rosa-rio. Questo non è imitarlo. Ci vuole « modus in rebus» [Cicerone] e poi «omnia tempus habent» (Qo 3,1). Di più, bisogna che fac-cia un po' repullsti di tante parole inutili, chiacchiere in cui mi perdo la sera coi fratelli e colle sorelle. Di più è necessario che mi sforzi ad alzare la mente a Dio più spesso ancora di quello che faccia pre-sentemente. Oh povero me! un poco che ne aggiunga, e poi sono ancora agli stessi passi di prima. Umiltà, adunque, e diffidenza di me stesso, che da solo non posso far nulla. O Gesù, nella comunione di do-mattina, abbruciate il mio cuore, sì ch'io vi possa perennemente amare, ma con l'amore dei santi.

30 ottobre, domenica sera. 152. Ci fu una grave mancanza quest'oggi che mi fece perdere i momenti più preziosi della comunione, e fu forse di pregiudizio anche alle altre pratiche di pietà, e fu la distrazione appena alzato mi dal letto e il non raccogliermi subito appena giunto in chiesa. Questo fatto merita di essere ricordato e di essere fissato. Un altro caso che mi fa paura si è di essere trattato con quella serietà di ra-gionare e di atti colla quale si trattano i preti. Oh, povero me! e non mi avveggo che è tutto fumo di diavolo. Capissi almeno che tutto ciò proviene dal diportarmi io con tutta la prosopopea di prete, e non colla semplicità e piccolezza di chierico. Capissi almeno che tutto ciò deriva dal mio amor proprio! «Domine illumina oculos meos ne umquam obdormiam in morte» (Sal l2,4). (Traduzione: Signore, da' luce ai miei occhi affinché non mi addormenti nel sonno della morte).

31 ottobre, lunedì sera. 153. A dire il vero, tra quest'oggi e l'ultimo lunedì c'è una diffe-renza discretamente notabile. Insomma, quando io vado da qual-che parte, non sono mai buono di tenermi sempre unito con Dio. «Declino a malo, sed non facio bonum» (Sal 37,27). (Traduzione: sto lontano dal male, ma non faccio il bene). è raro il caso che in simili circostanze non lasci a lamentare per qualche cosa. Quest'oggi, per esempio, giaculatorie sono tante da poterle contare sulle dita. L'esame particolare ha preso il volo. L'uf-ficio di Maria fu recitato distrattamente, come press'a poco anche il rosario. E poi questa sera è successo quello che ho lamentato al-trove, mi sono fermato fin troppo al parlare, a far chiacchiere scioc-che, invece di ritirarmi. E non so io forse che anche di questo dovrò rendere conto a Dio? Speriamo che quello che ho fatto lunedì scor-so, e non quest'oggi, lo possa ripetere domani, giorno di tutti i Santi, incominciando dal fare una buona comunione. «Omnes Sancti et Sanctae Dei intercedite pro me et in humilita-te me constituite ». (Traduzione : Santi e sante tutti di Dio intercedete in moi favore, affinché io mi rassodi nell'umiltà). Preparatemi al nuovo anno di felicità semi-naristica.

1 novembre, martedì sera. 154. Quest'oggi, in quanto a pratiche di pietà, non fu proprio molto bello; e di questo credo di essere sufficientemente scusato dall'aver dovuto, per ragioni di convenienza, tenere compagnia ai sacerdoti che stavano dal curato 6 In mezzo però a questa distra-zione, io guardo con una certa compiacenza a questo giorno, sic-come quello in cui mi sembra di non essere caduto in quei difetti di superbia, di sopracciò, come mi accadeva altre volte in simili circostanze. Per ora umiliamoci e benediciamo Iddio e preghiamo. Non sia questo il primo e l'ultimo giorno in cui possa essere messo ad esercizio e dia buoni risultati il mio vecchio amico, l'amor pro-prio, il desiderio di far bella figura, di prender l'aria da sapiente. 155. Qualche cosa si vede avrà influito anche la comunione di stamattina. Deo gratias. Questa sera è incominciato il giorno dei morti, e la mestizia mi ha sorpreso. Il giorno dei morti mi ridesta alla mente la cara figura del mio parroco. Oh, non tutti i pensieri si possono esprimere. Domani sia un giorno di speciale suffragio per quell'anima benedetta, della quale sento la continuata prote-zione verso di me quando guardo al mio amatissimo padrone, e ormai qui in terra primo benefattore, il canonico Morlani 7. Oh, potessero le mie preghiere recare a quell'anima, se ne ha bisogno, il massimo vantaggio; a lui che, anche nell'altra vita veglia sopra di me e mi benefica come se tuttora vivesse. Questi suffragi pel mio parroco serviranno ad accrescere in me la divozione al Ss. Sacra-mento, divozione che colla preghiera pei morti va mirabilmente con-giunta. Domani pertanto io applicherò la nuovissima e straordinaria in-dulgenza plenaria, concessa dal Papa, in occasione del presente no-no centenario della commemorazione di tutti i fedeli defunti (998-1898) all'anima del mio parroco che «requiescat in pace».

2 novembre, mercoledì sera. 156. Ho da rimproverarmi di un po' di tempo perduto inutilmen-te, come pure di non aver usato tanta frequenza nelle giaculatorie. Bisogna poi ancora che nella meditazione mi guardi dal sonno, e non lasciarmici abbandonare, come questa mattina. O Gesù, mi-sericordia a me, e pace ai defunti.

3 novembre, giovedì sera. 157. Ho passato la giornata in viaggio, e quindi è stata una delle solite. Soprattutto nei ragionamenti ho mostrato di essermi talvolta risentito di alcune noncuranze in cui mi parve di essere te-nuto; e tutto ciò è superbia, di quella del numero uno. E poi sono stato proprio mancante di giaculatorie. Dio mio, compassione di me che desidero di amarvi. Domani è il primo venerdì del mese, e quindi giorno di ripara-zione al Cuore di Gesù. Deh! fosse la mia una vera riparazione per le mie ingiurie. O Gesù, perché non lo sarà, se voi mi aiutate?

4 novembre, venerdì sera. 158. Meno male di ieri, pur tuttavia fui grandemente distratto nella comunione, un pochetto anche nel rosario, ond'è che debbo procurare il raccoglimento massimamente alla mattina. Starò an-cora raccolto anche per procurare, quanto più posso, quella mi-tezza che in varie occasioni alle volte mi manca, ~rna che mi è pur necessaria per guadagnare nella virtù e far del gran bene alle ani-me. O Gesù, o Maria, o san Carlo!

5 novembre, sabato sera. 159. Più vado avanti e più conosco l'amor di Gesù comparato con l'ingratitudine degli uomini e specialmente mia. Quanti difet-ti, quante mancanze, quanto poco raccoglimento, quante poche mortificazioni del sabato! Io sono buono d'immaginarmele, le virtù, non di praticarle. In quanto a questo non ho che pretese. «Mise-rere mihi, Deus, maximo peccatori; non me derelinquas usquequa-que» (Sal 51,3; 119,8; e Lc 18,13). (Traduzione: o Dio, abbi pietà di me, sommo peccatore; non mi abbandonare mai). Domani è l'ultimo giorno di vacanze e voglio, se Dio mi aiuta, far bene ad ogni costo. Il rosario, poi, oh, il rosario! fate voi, o Vergine, che io lo possa recitare come san Giovanni Berchmans!

20 novembre, domenica, nel ritiro. 160. In questi giorni di seminario sono stato allegro fin troppo, d'appoi la mente volò come farfalla, trascurando quindi ciò che merita la più grande importanza. Di qui le distrazioni specialmen-te nel vespro; di qui il non conservare come si deve il silenzio in tempo di scuola. Insomma, quantunque le regole di chierico siano eseguite sostanzialmente, manca però sempre ad esse quel sale, quel-la perfezione che le rende più belle, più care a Dio e più meritorie. Io sono come un quadro dal quale, quantunque siano tolte quelle macchie che più lo rendevano inconoscibile, pure è ancora rico-perto di uno strato di granellini di polvere, il quale avvolge come in un ombra il quadro, che resta disgustoso a vedersi. In tale stato in cui si trovano questi quadri vecchi e trascurati, in tale appunto mi trovo io. Or qual meraviglia che io non senta in me il continua-to influsso della grazia, l'ardore della carità, se queste mie piccole negligenze ne sono l'ostacolo? 161. C'è dunque bisogno di ciò che si usa fare coi quadri sud-detti, quando si vogliono ritornare al loro stato, sì che compaiano belli come quando uscirono dalle mani del pittore. Una buona la-vata con olio, ecco il rimedio, se non si vogliono rendere incono-scibili. Si, c'è bisogno di un repulisti di tutte queste mie imperfezioni. Il che l'otterrò col raccoglimento fin dalla mattina, quando mi sveglio, e col non dar nell'eccesso dell'allegria, poiché altrimenti si diventa stolti. Occhio soprattutto alle parole che ri-guardano altri e soprattutto occhio nel proferir giudizi a riguardo di Tizio e di Caio. è proprio in questo che si mostra l'amico". Del resto giaculatorie infinite E giacché il buon Gesù mi ha mandato un'altra disgrazia con la morte del mio buon direttore, mi farò un dovere di raccoman-dare spesso al Signore quella buona anima insieme con quella del mio parroco, affinché quelle due persone, che troppo bene cono-scevano la mia coscienza, le mie magagne, mi raccomandino esse pure a Gesù e a Maria, e mi implorino umiltà, per me, amore ar-dente per Gesù e per tutte le anime redente col suo santissimo sangue. «Iesu, Maria, Joseph, amores mei dulcissimi, pro vobis vivam, pro vobis patiar, pro vobis moriar». (Traduzione: Gesù, Maria, Giuseppe, miei dolcissimi amori, voglio vivere per voi, soffrire per voi, morire per voi).

28 novembre, lunedì. 162. In quanto al primo capo di cui mi lamentai la scorsa dome-nica, cioè all'eccessiva allegria, mi pare d'aver riparato, quantun-que non del tutto. Ma, via, ad ogni modo è sempre meglio esser allegro che mesto. D'altronde: «Laetamini in Domino» (Sal 32,11). (Traduzione: rallegratevi nel Signore). Anche la visita andò in complesso non del tutto male e ne sia lodato Iddio. Ci sono però molte altre cose da riparare e purtrop-po anche da schiacciare: le distrazioncelle nelle orazioni, le noncu-ranze e il non far tesoro delle piccole cose, qualche paroletta in tempo di scuola, il non farmi con quei compagni che mi sono, co-me a prefetto, affidati; il non farmi, dirò, a ragionare facendo con-versazione quasi sempre cogli altri prefetti. Ecco quante belle cose.

8 dicembre, giovedì sera 163. Evviva Maria Immacolata! l'unica, la più bella, la più san-ta, la più cara a Dio di tutte le creature. O Maria, o Maria, tu mi sembri tanto bella che, se non sapessi che a Dio solo si deve rende-re il sommo degli onori (Rm 1,8) io ti adorerei. Tu sei bella; ma chi può dire quanto sei buona? Or volge un anno dacché tu mi hai concesso quella tal grazia che tu ben sai quanto io poco mi meritassi, e tu in questo giorno istesso me la ricordi colla più viva insi-stenza, rammentandomi anche i doveri purtroppo sì dolci che l'ac-compagnarono e che io ebbi l'onore di assumere. Ma ahimè, non sempre ho corrisposto al tuo amore, non sempre fui con te quale tu fosti con me. Guardando a me stesso, io ben comprendo quale dopo un anno dovrei essere, e quale non sono. Io sono sem-pre stato un po' matto, un po' balordo, in questi ultimi giorni spe-cialmente. Ecco qui tutta la mia virtù. 164. Gesù pare si sia un tantino discostato da me, perché io mi sono discostato da lui. Ho bisogno di un grande raccoglimento, usando frequenti giaculatorie. Siamo sempre a quella. Bisogna di più che io faccia gran calcolo delle cose piccole, parolette, pensie-rucci ecc., guardandomi dal dar nel leggero, il che doppiamente mi nuocerebbe. O Maria, giacché non sono stato quale dovrei essere, giacché più vivamente che mai tu mi ricordi i miei speciali doveri, conservami sempre in queste disposizioni, cioè col massimo fervore di spirito nel fare il bene. Di nuovo a te mi consacro, o madre mia; dammi un po' di quel buon gusto, di quella squisitezza nel bene che tanto mi manca e che tanto perfezionerebbe le opere mie. Il mio pensie-ro ritorni spesse volte in te, dite parli la bocca, a te sospiri il cuore. Soprattutto ti raccomando quell'affare che tu ben sai; tu mi intendi, fammi umile e sarò santo, fammi umilissimo e sarò san-tissimo. Io consacro a te quelle mortificazioncelle che io, col tuo aiuto, mi propongo di fare. Ma tu sumi sempre presente nella pie-tà, e anche nello studio; illumina la mia mente in quelle verità che riguardano te e il figliuol tuo. Da ultimo, o gran Madre Immaco-lata, introducimi a Gesù, mèta ultima degli affetti miei; stringimi a Gesù interamente, aiutami a diventare pazzo di amore per lui. Così sia.

18 dicembre, domenica, nel ritiro. 165. Sino all'Immacolata ho lasciato molto a desiderare; dopo l'Immacolata meno. Sia ringraziata Maria. Ciò che più mi occorre in questi giorni è il raccoglimento, usando moltissime giaculatorie ed una cura grande nella meditazione, messa, visita, e più che tut-to nell'esame. Del resto umiltà, umiltà grande, nel piccolo. Il mio cuore, la mia mente devono essere penetrati del pensiero, dell'a-more di Gesù Bambino. O Gesù, fatemi piccolo come voi; voi sa-pete quanto lo desidero.

 

1899

NOTE SPIRITUALI

15 gennaio 1899, nel ritiro mensile. 166. La morte del mio carissimo direttore Isacchi', l'acquisto del nuovo direttore, se non hanno grandemente mutate le mie faccende, però hanno prodotto qualche piccolo cambiamento: per esempio, io non sono certo così conosciuto dal nuovo direttore co-me lo ero dall'Isacchi; quindi non ho ancora quella intrinsichezza che prima avea; ma avrò bisogno di dar tempo al tempo, e le cose si accomoderanno. In quanto poi all'affare del mettere in carta le mie coserelle, come ho fatto dall'anno scorso sino al mese passa-to, pare che il nuovo direttore non ne sia troppo caldo, come l'al-tro. Uno insomma la pensa bene ad un modo, un altro ad un altro. Di qui si comprende la lacuna dall'ultima data ad oggi. Ma questo sia detto di passaggio. Piuttosto veniamo al «tu autem ». Il pensiero della morte, ravvivato dai recenti lutti del seminario per la morte del direttore Isacchi e presentemente rinnovato dalla morte del già mio carissimo rettore, don Giacinto Dentella - che Dio si abbia in pace, e accolga nella compagnia del mio compianto parroco e dello stesso direttore Isacchi - mi ha fortemente scosso.

19 marzo, nel ritiro mensile. 167. E il giorno del mio san Giuseppe; e come non riprendere la consuetudine di mettere in iscritto i miei pensieri, consuetudine da gennaio sin qui interrotta, non so se per colpa mia o di nessuno? Come non nominare san Giuseppe quando in quest'anno...

16 aprile, nel ritiro mensile. 168. Quante volte scorro queste poche pagine e giungo al termi-ne, arrossisco di me stesso, pensando come in tre mesi io abbia as-sai male eseguito quel proponimento, fatto negli Esercizi spirituali dello scorso anno 1898, di mettere in carta qualche pensiero riguar-dante lo stato della mia coscienza. Come si vede qui sopra, non appena incominciavo a scrivere che già sonava il termine del riti-ro, e quindi si troncava tutto e non vi si pensava più. Ora che sono appena tornato dalle vacanze pasquali, in questo giorno di ritiro ho voluto intraprendere di nuovo questa mia utile usanza che, coll'aiuto di Dio, spero di non interrompere più mai. 169. Quest'oggi mi sono raccolto alcun poco; ma, che dico io, raccolto? E qui che cominciano le mancanze. Avrei dovuto racco-gliermi, ma non sono mai stato capace di farlo, se non in qualche modo. Io sono buono di suggerire agli altri il modo di far bene, ma di metterlo in pratica io, mai. Quindi è che d'ora in avanti, specialmente per riguardo al raccoglimento, io non dirò mai cosa nell'esercizio della quaie io non sia per servire di modello agli al-tri, come è mio dovere. Porrò poi una speciale attenzione nella re-cita dell'ufficio di Maria Vergine, e specialissima poi nel rosario giacché a questo riguardo, nei giorni passati, ho lasciato non poco a desiderare. Altra cosa di cui abbisogno, e che mi potrebbe giova-re assai, è l'esercizio continuato delle frequenti giaculatorie. Per esse la mia mente sarebbe sempre in Dio, e quindi anche sempre presente a se stessa, e perciò non correrei pericolo, come forse ègià avvenuto, di parlare inutilmente d'altri, quando non si può par-lare senza mostrarne i difetti, di ragionare senza una non so qual compostezza. Ecco tre cose adunque alle quali [guardo], come conseguenza e frutto del presente ritiro: rosario, giaculatorie e riserva-tezza, contegno nel discorrere col non parlar male d'altri inutilmente. 170. Del resto, in quanto al mostrarmi troppo minchione, cre-dulo in cose di nessuna importanza, e al dar così occasione di ride-re a spalle mie, io non posso che goderne, vedendo così in qualche modo umiliato il mio amor proprio, e considerandomi fatto simi-le, quantunque troppo meschinissimamente. al buon Gesù, che fu trattato da pazzo. Mi concedesse egli che anch'io diventassi pazzo di amore per lui. Dopo, il resto vada come vuole! Da ultimo, per quel che riguarda i fastidi di famiglia, rinnovati specialmente in questi giorni di vacanze, io li ho rassegnati tutti al Cuore benedetto di Gesù, l'amor mio. Egli sa che io non deside-ro già ai miei cari ricchezza, piaceri, ma solo la pazienza e la ca-rità. Egli sa che se io mi dolgo, mi dolgo solo per la mancanza in loro di queste virtù. Mi dia egli la grazia di vederli tutti un giorno in paradiso, e poi avvenga ciò che vuole; a tutto mi rassegnerò per la maggior gloria di Dio e per la soddisfazione dei miei peccati. O Gesù, deh, che io muoia d'amore per te!

24 aprile, lunedì. 171. In questa settimana non c'è stato proprio male, specialmente per ciò che rigùarda il raccoglimento nelle pratiche di pietà, di che debbo molto ringraziare il Signore e pensare che, per conto mio, non saranno cose durature, tanto io sono debole e fiacco. Il più che io mi debbo procurare è una pietà interna, della quale l'ester-na non è che una veste; pietà che si fondi sull'umiltà vera, della quale ho un grandissimo bisogno. Onde attenderò più di proposi-to a mortificarmi, specialmente nell'intelletto, a stare unito più in-timamente a Dio per mezzo di moltissime giaculatorie, per potermi così meglio preparare all'imminente mese di maggio. Così sia.

7 maggio, domenica. 172. è incominciato già da tempo il mese mariano; ed io ho bi-sogno ancora di raccoglimento, specialmente nella meditazione, nel rosario, ecc. Nelle cose di pietà io sono forse un po' troppo poeta. Del resto però, mi pare non ci sia proprio male, e ne ringrazio Id-dio e Maria. Lo scorso anno, nel mese di maggio, ho domandato a Maria due cose: umiltà e amore. Sul finir del mese fui esaudito, avendo avu-to occasioni di esercitare l'una e l'altro. Quest'anno torno da capo e spero che la Madonna mi esaudirà ancora. Ella è sì buona! A dir i1 vero, trovo fatica ad umiliarmi, ma mi auguro sarà una fati-ca di cui sarò rimeritato. Tutto sta nell'acconciarmici di lena, sin da principio. Gesù, Maria, voi sapete s'io voglio piacervi ed amarvi.

22 maggio, lunedì di Pentecoste, nel ritiro. 173. O Signore, perdonate a me che sono il più gran peccatore (cfr. Sal 51,3 e Lc 18,13). Che cosa posso dire io di più? Volere o non volere, bisogna pur che lo confessi. Questo è il pensiero che può guarire tutti i miei mali. In questi giorni passati, se, grazie a Dio, non mi son dato ad una vita rilassata o molto tiepida, però la fantasia ha lavorato troppo, troppo, e quindi con pregiudizio dell'intelletto, il quale, se non si è del tutto unito alla fantasia, ma anzi ha cercato di frenarla, però certo ne avrà subito una qualche influenza. La festa pel mio novello parroco, quei pochi versi che ho scritto in questa occasione, poi gli ordinandi, le segrete aspi-razioncelle dell'amor proprio, oh, quanto olio. alla mia superbia! Guai alla fantasia! Grazie a Dio, mi pare che l'intelletto non vi ab-bia aderito, però anche all'intelletto non farebbe male l'esser umi-liato. Di tratto in tratto alcuno mi umilia e, credendo che io ne abbia a male, mi fa sanguinare. Questi sono i momenti di tacere e di esultare. Dicono e credono che io sia un minchione. Lo sarò anche, ma il mio amor proprio non lo vorrebbe credere. è qui il bello del giuoco. Ecco qui il bell'argomento d'esercitarmi nella pa-zienza, nella mortificazione, di piacere a Maria, alla mia bella Im-macolata. 174. Insomma, io non so come esprimermi. O mio Gesù Eucari-stico, o Spirito Santo, o Immacolata, voi conoscete i miei bisogni, voi i miei difetti, la mia voglia di comparire, il mio bisogno di star nascosto, di abbassarmi, di esser disprezzato, e con tutti questi di-fetti il mio desiderio di amare, di farmi santo; voi dunque umilia-temi, voi guardate a me, voi fatemi santo. Umiltà e amore!

28 maggio, domenica.175. Meno male; però c'è bisogno ancora maggior raccoglimen-to, specialmente in questi giorni ultimi del mese di maggio. Del resto, fuoco, fuoco! è la settimana del Corpus Domini, del mio Gesù in Sacramento.

 

1900

IMPRESSIONI E RIFLESSIONI AVUTE NEI SANTI SPIRITUALI ESERCIZI DELL'ANNO DI GRAZIA 1900, (21-28) FEBBRAIO SEMINARIO DI BERGAMO.

176. 1. Chi son io, donde vengo, dove vado? ...Io sono il nul-la. Ogni cosa che possiedo, l'essere, la vita, l'intelletto, la volon-tà, la memoria, tutto mi fu dato da Dio, epperò tutto si appartiene a lui... Anche sol vent'anni or sono, tutto era quanto mi circonda; erano il sole, la luna, le stelle, i monti, i mari, i deserti, gli animali, le piante, gli uomini; nel mondo le cose procedevano ordinata-mente sotto l'occhio vigile della divina Provvidenza. Ed io? Ed io non era. Tutto compievasi senza di me, nessuno pensava a me, nessuno immaginava di me, neppure in sogno, perché io non ero. 177. E tu, o mio Dio, per un tratto ineffabile deI tuo amore, tu, che sei in principio ed avanti i secoli, tu mi traesti dal mio nulla, mi comunicasti l'essere, la vita, l'anima, tutte insomma le facoltà del corpo e dello spirito; tu apristi le mie pupille a questa luce che intorno a me irraggia i suoi fulgori, tu mi creasti. Onde tu sei il mio padrone ed io sono la tua creatura. Nulla io sono senza dite, e per te io sono tutto quello che sono. Senza dite nulla posso; che anzi, se tu non mi sostenti ad ogni istante, io ritorno là onde sono uscito, nel nulla. Ecco ciò che io mi sono. Eppure mi invanisco, eppure faccio pompa sotto gli occhi di Dio di quei beni ond'egli mi ha ricolmato, quasi fossero cose mie. Oh, stolto me! «Quid ha-bes quod non accepisti? et si accepisti quid gloriaris, quasi non ac-ceperis?» (1Cor 4,7). (Traduzione: che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l'hai ricevuto, perché te ne vanti come non l'avessi ricevuto?). 178. Iddio mi ha creato; eppure egli non aveva bisogno di me; eppure l'ordine dell'universo, l'ambiente che mi circonda, tutto in-somma esisterebbe istessamente senza bisogno di me. Perché adunque mi credo io così necessario a ques~o mondo? Chi son io se non una formica, un granello di arena? Perché dun-que mi faccio sì grande dinnanzi a me stesso? Superbia, orgoglio, amor proprio! A che sono io in questo mondo? Per servire a Dio!. Egli è il mio padrone assoluto perché mi ha creato, perché mi conserva l'essere, epperò io sono il suo servo. Dunque la mia vita dev'essere del tutto consacrata a lui, a compiere i suoi voleri; del tutto e per sempre. Quindi, allorché io non penso a Dio, quan-do attendo alle mie comodità, al mio amor proprio, alle mie lodi, io manco ad un mio gravissimo dovere, divento un servo disobbe-diente. E Dio allora che farà di me? O Signore, allontana da me i fulmini della tua giustizia e non mi scacciare dal tuo servizio co-me purtroppo meritai. 179. Servo di Dio! Qual titolo, qual mansione bellissima è mai questa! Non lo dicesti tu, o Signore, che il tuo giogo è soave, ed il tuo peso è leggero? (Mt 11,30). Non sta scritto forse nelle tue Scritture che il servire a te è regnare: «servire Deo regnare est» (1Re 3,7)? Non è forse il maggior onore per un uomo santo, il poter dire di lui che è servo di Dio? Ed il tuo Pontefice, il tuo Vi-cario in terra, non si fregia forse di questo nome «servus servo-rum Dei»? Qual gloria adunque servire a te, o mio Dio! Eppure, io mi dimentico sì facilmente di questo mio dovere! Deh! quale ver-gogna, non servire ad un padrone così giusto, così buono, così santo come tu sei. 180. Servire a Dio (Eb 9,13); e poi? il premio... la patria... il cie-lo... il bel paradiso... Sì, paradiso... paradiso, ecco la mia mèta, ecco la mia pace, il mio gaudio. Paradiso, dove si vede, dove si contempla il mio Dio «facie ad faciem sicuti est» (1Gv 3,2). (Traduzione: faccia a faccia, così mcome egli è). O Signore, io ti ringrazio di questo guiderdone che tu mi hai pre-parato per quattro giorni di servizio; dell'onore altissimo al quale mi indirizzasti. Io sono un pellegrino sopra la terra, io guardo al cielo, mio fine, mia patria, mia abitazione. O cielo, cielo, tu sei bello, e tu sei per me! Nelle contraddizioni, nelle amarezze, nello sconforto, ecco la mia consolazione: allargare il cuore alla beata speranza e poi guardare e pensare al cielo, al paradiso. Questa èla pratica dei santi, di san Filippo Neri, del mio san Francesco di Sales, del ven. Cottolengo che sempre esclamava: «paradiso, pa-radiso! ». 181. Ecco le belle verità che tu, o mio Dio, mi hai insegnato: pur-troppo io le conosco, ma non le comprendo. Sono un nulla, e mi reputo un grande uomo; vengo dal nulla e m'insuperbisco di me medesimo per quei doni che appartengono a Dio. Devo servire il mio Creatore e invece talora lo dimentico perfino, mi scordo di lui, servo alla mia ambizione, al mio amor proprio. Sono chiama-to al paradiso e non penso che alla gloria del mondo. Deh, quale contrapposto! O Signore, ti possa io comprendere, come ti prega-va il tuo Agostino: «noverim te, noverim me, ut amem te, ut sper-nam me». O Signore, ascolta questo cieco che mentre tu passi ti grida, ti scongiura a sanarlo, tu che sei il lume degli occhi miei! (Sal 38,11). Dammi la luce, si che io veda: «Domine ut videam» (Lc 18,41). 182. 2. Io possiedo un' anima. Quale grandezza! Io non sono un sasso, una pianta, un animale qualsivoglia; io sono un uomo, ed un uomo per l'anima che mi vivifica. Per l'anima un raggio del volto divino risplende sopra di me, e per la memoria io sono fatto simile al Padre, al Figlio per l'intelletto, allo Spirito Santo per la volontà. Ma non solo: l'anima umana è di un valore infinito, poiché costa il sangue di un Dio. Laonde l'anima di un selvaggio, di un Turco, è più preziosa di tutte le ricchezze del mondo. Quale valore! Essa è destinata a godere di quella gioia ond'è beato Dio medesimo. Come dunque avrò io il coraggio di offendere quest'a-nima bella della bellezza stessa di Dio? Come posso permettere che per il peccato sia fatta simile ai giumenti, resa schiava del corpo, essa che del corpo è la signora? Eppure l'ho fatto! Quale umilia-zione per me! 183. Per l'anima si manifestarono le grandezze delle perfezioni divine; nella creazione, e molto più nella Incarnazione, risplendet-tero nella loro più fulgida luce l'onnipotenza, la sapienza e l'amo-re di Dio. Iddio si assoggettò per essa a tutti i tormenti, alla morte stessa. Ed io perché non mi mortificherò, non patirò qualche cosa per cooperare alla salvezza di quest'anima che infine non è d'altri, ma è mia? 184. 3. Tutti gli uomini che sono sulla terra portano in sé la im-magine di Dio; costarono a lui immensi dolori. Eppure tanti non amano Dio, non lo servono, anzi lo calpestano, e moltissimi non lo conoscono nemmeno. Ecco il pensiero che mi deve eccitare a compassione delle anime loro e mi deve accendere nel cuore il desiderio vivo di salvare an-ch'esse, e, se non altro, di pregare per loro; il considerare come per esse inutile è il sangue di Cristo, anzi si converte in motivo di terribile condanna. Se tutti gli uomini rappresentano Dio, perché non li amerò tutti, perché li disprezzerò, perché non sarò con essi rispettoso? Questo è il riflesso che mi deve rattenere dall'offendere i miei fratelli in qualunque modo; ricordarmi che tutti sono immagine di Dio (Gen 1,21), e forse l'anima loro è più bella e più cara al Signore che non la mia. 185. 4. Io mi vanto di me medesimo, pretendo quasi dal Signo-re le sue grazie; e se faccio alcunché di bene, mi presento dinnanzi a lui a somiglianza del fariseo... Eppure io sono peccatore (Lc 18,11-13). Questo è il sentimento che mi deve sempre accompagnare quando entro in chiesa ed in ogni luogo. Io sono peccatore. Eppe-rò non arroganza di parola, non alterezza di portamento, ma oc-chi bassi, umile di mente e di cuore, affabile coi compagni. Dinnanzi a Dio, poi, la mia condotta deve essere quella del pubblicano, che, lungi dall'altare, si percuote il petto dicendo: «Domine, propitius esto mihi maximo peccatori» (Lc 18,13); (Traduzione: o Dio, abbi pietà di me, che son peccatore) e quando ricevo gra-zie e consolazioni, devo considerare tutti questi doni come elemo-sine che Dio mi concede, e però non invanirmi di essi, ma rico-noscermi immeritevole. 186. 5. Tanti bei pensieri di onori a me stesso, acquistatimi colla scienza, che mi gioveranno in punto di morte? Epperò quando vengono a sconvolgermi, a gonfiarmi il cervello, questo è il modo brusco ma efficace di cacciarli via: pensare al momento della mor-te, ai desideri di quel punto e dimandarmi: «Quid hoc ad aeter-nitatem?» (Traduzione: che serve ciò all'eternità?). 187. 6. Tutte le mie vanità, tutte le mie distrazioni nelle prati-che di devozione, nella meditazione, negli esami di coscienza, nel-la recita dell'ufficio della Beata Vergine, del rosario; tutte le parole, i motti spiritosi pronunciati solo per un segreto desiderio di com-parire, per far vedere direttamente o indirettamente che ho studia-to; tutti i miei castelli in aria, i castelli di carta, i castelli in Ispagna, tutte le parole proferite nel tempo di silenzio, tutte le ispirazioni rifiutate: tutto, tutto al giudizio. Dio mio, che spavento! che cu-mulo di peccati! Quale confusione per me che sono sì delicato in punto di stima, di amor proprio! Eppure, pensaci bene, o anima mia: o si mette la testa a casa adesso, oppure bisognerà adattarsi a subire quella umiliazione con tutto il resto che seguirà. Sì, pensaci bene a questa verità, e prima di ripetere ciascuna di queste mancanze, fa bene i tuoi conti per non pentirti, ma inutilmente, più tardi. «Si nosmetipsos dijudica-remus, non utique judicaremur » (1Cor 11,31). (Traduzione: se ci esaminassimo attentamente da noi stessi, non saremmo giudicati). 188. 7. Il pensiero dell'inferno m'atterrisce; no, non lo posso so-stenere. Mi par quasi impossibile, né sono capace d'immaginarmi il mio Dio così irato contro di me da allontanarmi da sé, dopo che mi volle tanto bene. Eppure la è questa una verità certissima. Se io non combatto il mio orgoglio, la mia superbia, il mio amor pro-prio, m'aspetta l'inferno! O me infelice! Sarà dunque vero, o Ge-sù dilettissimo, che io non vi possa più amare? non più vedere la vostra faccia? che io abbia ad essere discacciato lontano da voi? Speriamo che ciò non avvenga; tuttavia potrebbe succedere, eppe-rò devo sempre stare con timore e con tremore, ed operare così la mia salute. «Cum timore et tremore vestram salutem operami-ni» (Fil 2,12). (Traduzione: attendete alla vostra salvezza con timore e tremore). E intanto però non sarà fuor di proposito ram-mentarmi sempre dell'inferno, o colla vista degli oggetti esterni o colle mortificazioni. Vedo il fuoco? Ma esso a paragone del fuoco dell'inferno non è che dipinto. Sento dolor di denti? ardo di sete? rabbrividisco dal freddo? mi tormenta la febbre? Mortifichiamo-ci: l'inferno. è luogo di tutti i martini, «locus tormentorum» (Lc 16,28), nell'inferno si cuocerà, si arderà come il carbone nella for-nace; nell'inferno ci sarà «frigus et stridor dentium» (Lc 13,28). (Traduzione: pianto e stridor di denti). 189. Nell'inferno non si potrà muovere un dito; ed io perché non potrò recitare un'orazione, che so io, il rosario, il vespro, senza scompormi? Nell'inferno si resterà sbalorditi da acutissime strida ed io perché non sopporterò qualche rumore che m'annoia? Nel-l'inferno si patirà una fame canina, ed io perché non farò astinen-za di qualche boccone più delicato? Nell'inferno la compagnia dei dannati e dei demoni; ed io perché non soffrirò con pace la pre-senza di chi non mi va a genio? Non ho io meritato tante volte l'in-ferno? e non potrei meritarlo di nuovo? O mio dolcissimo Gesù, ascoltate questa mia preghiera. Mandatemi pure, ve ne scongiuro, ogni sorta di malattie in questa vita; inchiodatemi per sempre in letto; riducetemi siccome il lebbroso della foresta; caricate il mio corpo di tutti i dolori più spasmodici quaggiù, che tutto accetterò in penitenza dei miei peccati, e ve ne sarò gratissimo; ma per carità non mandatemi all'inferno, non privatemi del vostro amore, della contemplazione di voi per tutta l'e-ternità. Si, sì, o Gesù, ve lo dico di cuore: «Brucia qui, taglia qui, qui non usarmi compassione, affinché sia salvo nell'eternità» 190. 8. Terribili sono, o mio Dio, i consigli della tua giustizia (Sal 66,3), ed al solo immaginarmeli, io tremo di terrore. Ma chi, chi può mai scandagliare i seni della tua misericordia? Esalti pure chi vuole gli altri tuoi divini attributi, magnifichi la tua sapienza (Sal 104,24), lodi la tua potenza (Sal 106,2), io per me non cesserò giammai di cantare le tue misericordie. «Misericordias Domini in aeternum cantabo» (Sal 89,2), e della tua misericordia, o dolcissi-mo Gesù, non è forse ripiena la terra: «Misericordia Domini ple-na est terra» (Sal 33,5)? E la tua misericordia non è in cielo e sopra tutte le altre opere tue: «Domine, in caelo misericordia tua (Sal 36,6); et misericordia eius super omnia opera eius» (Sal 145,9)? E non sei tu il Padre delle misericordie, e il Dio di tutte le consola-zioni: «Pater misericordiarum et Deus totius consolationis » (2Cor 1,3)? Non sei tu che dicesti di non voler il sacrificio ma la miseri-cordia: «Misericordiam volo et non sacrificium» (Mt 9,13)? Ed io, io stesso, miserabile peccatore, non sono un portento, un pro-digio della tua misericordia? 191. Io sono la pecorella smarrita e tu sei il buon Pastore, che sollecito corresti ansiosamente in traccia di me, mi raggiungesti al-fine, e dopo mille carezze, mi recasti sulle spalle e lieto mi condu-cesti all'ovile (cfr. Lc 15,4-5). Io sono quell'infelice che sulla via di Gerico fu assalito dai ladri, percosso, ferito, fatto ignudo e pres-soché ridotto in fin di vita; e tu, il pietoso samaritano che mi risto-rasti, versasti sopra di me il vino, cioè mi facesti intendere quelle terribili verità che mi riscuotessero dal mio torpore, m'ungesti col balsamo delle tue consolazioni, mi facesti insomma partecipe delle larghezze del tuo buon cuore (Lc 10,30-35). Io sono, ahimè pur-troppo, il prodigo figlio che ho dissipato le tue sostanze, i doni na-turali e i soprannaturali e mi sono ridotto nella condizione la più infelice, perché fuggii lontano da te, che sei il Verbo pel quale tut-te le cose furono fatte (Gv 1,2), e senza del quale tutte le cose sono male, perché nulla sono. E tu sei il Padre amorosissimo che mi accogliesti festante, allorché, rinsavito dai miei trascorsi, feci ritor-no alla tua casa, ricercai di nuovo il rifugio all'ombra tua, fra gli amplessi tuoi. Tu mi avesti di nuovo qual figliuolo, mi riammette-sti alla tua mensa, alle tue gioie, mi chiamasti di nuovo partecipe della tua eredità (Lc 15,20-32)! 192. Che dico? Io sono il perfido discepolo che ti tradii, il pre-suntuoso che ti negai, il vile che ti schernii, ti derisi; il crudele, che ti incoronai di spine; ti flagellai, ti caricai della croce, insultai ai tuoi strazi, ti diedi uno schiaffo, ti abbeverai di fiele e di aceto, io che, ohimè! spietato ti trapassai il cuore con un fredda lancia (cfr. Gv 19,34). Tutto questo ed anche più io ho fatto coi miei pec-cati! Deh, quale pensiero umiliante per me! Pensiero che mi deve, a viva forza, cavar dal ciglio le lacrime più amare del pentimento! E tu, tu sei il mio buon Gesù, il mansuetissimo agnello che mi chia-masti tuo amico, mi guardasti amoroso nel mio peccato, mi benedicesti quando ti maledivo; dalla croce pregasti per me, e dal cuore trafitto facesti discendere un'onda di sangue divino che mi lavò dalle mie sozzure, mi terse l'anima dalle mie iniquità (cfr. Ez 36,25); mi strappasti dalla morte, morendo per me, e vincendo la morte, mi apportasti la vita (cfr. 1Gv 1,2), mi schiudesti il paradiso. Oh amore, oh amore di Gesù! Eppure finalmente questo amore ha vinto, ed io sono con te, o mio maestro, o mio amico, o mio sposo, o mio padre: eccomi qui nel tuo cuore! Che vuoi tu dunque che io fac-cia? Io camminavo sulla via dell'iniquità e tu mi accecasti colla tua luce divina, come Paolo sulla via di Damasco. «Domine, quid me vis facere?» (At 9,6). (Traduzione: Signore, che vuoi ch'io faccia?). Insegnami la tua verità, la via per dove camminare. « Notam fac mihi, Domine, viam in qua ambulem » (Sal 143,8). 193. Io mi stringerò vicino a te, e ti amerò, o mio Gesù, ti ame-rò dell'amore di Paolo, del tuo diletto Giovanni; di tutti i santi tuoi, dell'amore operoso, dell'amore che è forte sino alla morte (Ct 8,6). Quale, qual mai potrà separarmi dalla tua carità? Non la fame, non la povertà, non il freddo, non le tribolazioni, non gli strazi, non la morte (Rm 8,38-39). Tanto io confido con l'aiuto della tua grazia, o mio Gesù. Frattanto, poiché amandomi sino all'ultimo, ti sei scordato delle mie iniquità e mi chiamasti a te più vicino, mi volesti tuo ministro, tuo familiare intimo, dispensatore de' tuoi mi-steri, ed a ciò continuamente mi muovi colle segrete e dolcissime comunicazioni dell'amor tuo, con infinite ispirazioni, col favo e col nettare celeste delle tue consolazioni (Sir 24,19), deh! arda e si consumi del tutto questo mio cuore in olocausto per te sull'alta-re del tuo Cuore sacratissimo, te sempre brami, te cerchi, a te ten-da; s'investisca dello spirito tuo, spirito di sapienza e d'intelletto, ed accenda i peccatori eziandio a sentimenti di conversione, di ri-torno a te, e che tutti adagiandoci all'ombra della tua croce adora-ta, possiamo perennemente cantare le tue misericordie (Sal 89,2). 194. 9. Sono cristiano, anzi sono chierico; debbo però rappre-sentare sempre ed in ogni mia azione Gesù Cristo; poiché, come dice san Gregorio Nazianzeno, Cristo è la grande tunica dei sacer-doti: « Cristus magna sacerdotum tunica ». Or dunque, ecco il mio specchio: Gesù Cristo. Consideralo bambino nella culla. Cristo, il creatore, il padrone del mondo, il redentore del genere umano, non trova chi lo accol-ga nel suo primo ingresso sulla terra, anzi lo si rigetta dalle case, non lo si vuol ricoverare, dicendo non esservi luogo per lui, ed egli è costretto a cercarsi un asilo in una stalla abbandonata, e colà fa la sua prima comparsa... 195. Deh, quale umiltà! Ed io che sono meno di un nulla, mi adonterò se altri mi accoglie freddamente, mostra di avere poca stima di me, della mia scienza, se facendosi dei confronti, sono po-sposto ad altri? Mi cruccierò soverchio se coloro ai quali mi ap-presso per recare alcun bene, non mi riconosceranno, anzi mi insulteranno? Se i superiori non pensano troppo bene di me, inter-preteranno un po' sinistramente le mie azioni? Se altri mi calunnia o fa delle ingiuste deposizioni sulla mia condotta? Superbia abbas-sati dinnanzi alla umiltà di Gesù. Gesù che ha vestito di fiori la natura, di soffici piume gli augelletti, il sole di un maestoso palu-damento di luce, ha depositato in seno alle montagne e fra le sabbie dei fiumi le pietre più preziose, gli ori, le gemme, nasce biso-gnoso di tutto, non ha neppure i panni che 10 ricoprano. Deh, quale povertà! Ed io sì miserabile qual sono e indegno d'ogni bene, avrò il coraggio di lamentarmi perché son nato povero, da genitori po-veri e non mi vivo e non mi vesto che per l'altrui generosità? Non devo io anzi consolarmi e congratularmi assai con me medesimo e ringraziare di cuore il mio Gesù, poiché in questo almeno mi tor-na facilissimo l'imitarlo? Ardirò di fare il minimo desiderio di es-sere meno povero? Potrò io senza rossore bramare di essere vestito più bene? E mi dimenticherò così delle parole del medesimo Gesù: « Beati i poveri di spirito poiché di loro è il regno dei cieli» (Mt 5,3)? 196. Gesù, lo splendore della sostanza del Padre (Eb 1,3), nasce sulle pungenti paglie della greppia, intirizzisce dal freddo, è perse-guitato insomma da tutte le intemperie, si assoggetta già sin d'ora per la salute dell'uomo ad ogni sorta di martini, e tace e soffre... Deh, quale mortificazione!... Ed io che pei molti miei peccati so-no tenuto a fare la più aspra penitenza, non mi vergognerò di muo-ver lamenti ad ogni piccolo incomodo, farò bada ad un po' d'aria, ad una molestia di mosche, mi lagnerò d'ogni variar di tempo? Sa-rò studioso delle più belle posizioni nel camminare, nel sedermi, ecc.? Tanto più che io sono obbligato alla mortificazione per schi-vare le occasioni di peccato, per mantenermi sulla diritta via, men-tre Gesù era impeccabile, e « totius peccati expers » (Eb 4,15). 197. 10. Qual era la vita di Gesù a Nazareth? Era la vita di un buon chierico, la vita che io medesimo dovrei condurre. Egli vivea nel nascondimento. Niuno sapeva di lui; alle sue ap-parenze non si riconosceva in lui che il figliuol di Maria, il figliuol del fabbro. Nessun indizio per ora della sua grandezza futura, del-la sua divina origine. Che bella lezione di nascondimento per me, che sono si pieno di me stesso, e il cui amor proprio spinge sempre a manifestare quei pochi doni naturali, accompagnati per altro da tanti difetti, che io possiedo. Io devo stare nascosto affinché fuori dallo strepito del mondo, possa udire la voce del mio Gesù che mi parla al cuore. Abbiamo un sommo sacerdote... provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato. 198. Mia somma cura deve essere di nascondere quel poco di bene che colla grazia di Dio giungessi a compiere, non forse la vanità lo invilisca, il demonio me lo rubi. Epperò che cosa è questo moto interno che mi vorrebbe far mettere tutto in pubblico? Che cosa sono questi castelli in aria che il mio cervello sa fabbricare secon-do i disegni dell'amor proprio? Superbia, superbia. Ecco tutto. E parmi che il miglior mezzo per curare me stesso, almeno in parte, sarebbe il confinarmi in un deserto dove nessuno possa arrivare, senza alcuna comunicazione con altri, in modo che si tolga ad altri il pericolo di parlare di me. E se questa non è la mia vocazione perché Iddio ha disposto altrimenti, tuttavia mi devo sempre ri-cordare dell'obbligo di attendere al nascondimento, qui in semi-nario, desiderando di non essere conosciuto e curato; nelle vacanze mantenendomi ritirato, solo nella mia stanza. San Tommaso mi ammonisce: « Cellam frequenter diligas, si vis in cellam vinariam (id est amoris) introduci ». E fra i proponimenti del mio patro-no, san Giovanni Berchmans, bellissimo tra gli altri è questo: «Amabo cellam ». Gesù a Nazareth lavorava da mane a sera... 199. Quale spettacolo! Vedere quelle mani che avevano creato i mondi, che avevano lanciato le stelle nel loro celeste corso, incal-lirsi sulla pialla, sulla sega e sugli altri strumenti da falegname! E pensare che Gesù era Dio! che continuò quella vita faticosa per tanti anni, senza un momento di tregua! che egli doveva trarsi dietro a sé tanti milioni di anime! Questo è il seminario di quel grande sacerdote che compì dappoi la più grande missione, suggellata dal più grande sacrificio. Lavorare e pregare. Avrebbe egli potuto in trent'anni convertire da solo, santificare tante altre anime, opera-re Dio sa quali meraviglie di prodigi. Eppure no, il Padre celeste avea disposto così: trent'anni di nascondimento e di fatica. Ebbe-ne così si faccia, e Gesù l'ha proprio fatto. 200. Ecco con ciò tracciata a me divinamente la via che mette all'altare. Nascondimento, preghiera e lavoro. Pregare e lavorare, e lavorare pregando! Lavorare, attendere allo studio sempre, sem-pre: questo è il mio dovere. Studiare e non far pompa degli acquisti della scienza, studiare indefessamente ed avvicinarmi a Gesù che èil datore dei lumi, a lui che è il candore della luce eterna (Sap 7,26), e pregare in modo che preghiera diventi lo studio medesimo. Tanto e tanto a questo mondo bisogna piegare le spalle alla fatica. Mettia-moci dunque di lena e lavoriamo per amore, perché così vuole il Signore. E lavorando con Gesù in Nazareth, fra il nascondimento e la preghiera, mi preparerò a compiere più perfettamente la mis-sione che mi aspetta, missione di sapienza e d'amore, e meriterò di essere coronato da Gesù della corona, delle stelle dell'apostolato. 201. 11. Ecco un pensiero che mi potrebbe far bene. Avvicinan-dosi Gesù al castello di Magdalo, alcuni corsero ad annunziarlo a Maria, dicendole: «Magister adest et vocat te » (Gv 11,28). (Traduzione: il maestro è qua e ti chiama). Che belle parole! Immaginarsi la amorosa sollecitudine di Maria nel correre incontro al divino ospite. Ebbene in principio di ogni mia azione supporrò che il suono della campanella mi dica: «Ma-gister adest et vocat te». Possibile che a questo riflesso: Gesù, il maestro, è qui e ti chiama, «vocat te» allo studio, all'orazione, al sollievo, al passeggio; possibile che io non mi muova subito a compiere i miei doveri come vanno compiuti, aspettandomi nella loro esecuzione qualche insegnamento di Gesù? 202. 12. Il peccato mortale! Quale infamia! Inorridisce il solo pensarci! Ma non meno da fuggirsi per la sua gravezza e pei fune-sti effetti che apporta, è il peccato veniale, il quale, quantunque non sia tale da meritarmi l'inferno e la perdita della grazia, tutta-via reca a Dio grande dispiacere. Or bene, se voglio amare del tut-to e per sempre il mio Dio, devo evitare qualunque mia benché minima azione che possa recargli alcun dispiacere, poiché l'amore è delicato assai. Oltrediché il peccato veniale macchia l'anima, la rende impiagata, schifosa dinnanzi a Dio, così che egli nauseato la priva del suo sguardo amoroso, le toglie le sue carezze, le sue grazie, il gusto della virtù, dell'orazione, e la abbandona sulla strada che mette al peccato mortale. 203. Mio Dio! e sarà dunque che io possa offendervi mortalmen-te? No, no. Via dunque anche le mancanze veniali, o dirò meglio, l'attacco ad esse. Meglio la morte che un peccato veniale sull'ani-ma. Epperò aiutatemi voi, o Signore, a mantenere l'anima mia pura, immacolata e gradita all'occhio vostro purissimo; che io possa to-talmente abbandonarmi nel vostro seno amoroso, e niuno me ne possa distaccare. Voi conoscete la mia sostanza, le radici cattive che allignano in me; porgetemi adunque la vostra mano benefica, perché io non inciampi nel cammino; illuminate la mia mente, per conoscere quei difetti che mi deformano lo spirito, ed accendetemi sempre più del desiderio vivissimo di piacere solamente a voi, che siete infinitamente degno di essere amato. 204. 13. Ecco quattro parole che tutte mi riassumono i miei do-veri, le virtù del chierico: pietà, studio, mortificazione e carattere. Pietà angelica, studio indefesso, mortificazione continua, specie del-l'amor proprio e degli occhi, carattere veramente ecclesiastico che si mostri come vuole il Tridentino, « gestu, incessu, habitu, sermone».

 

27 FEBBRAIO 1900 PROMESSA SOLENNE AL SACRO CUORE DI GESù SOTTO GLI AUSPICI DI SAN LUIGI GONZAGA

205. Profondamente persuaso e convinto, per grazia di Dio, della necessità e dell'obbligo strettissimo che io ho, e come cristiano e come ecclesiastico, di consacrarmi del tutto e per sempre al suo di-vino servizio e al suo santo amore; eccitato ad avanzarmi sempre più sulla via della perfezione e della perfetta carità, dal considerare i meriti infiniti che ha Gesù di essere amato da me, sua miserabile creatura, per la divina perfezione in genere, e in specie per l'immenso amore del suo Cuore sacratissimo; considerando da ultimo il pericolo grave di venir meno a quest'ob-bligo sacrosanto, non solo per le colpe mortali, ma ancora per le ve-niali che, quantunque più leggere, ridondano sempre in grave offesa di Gesù, e perciò stesso mi allontanano da questo perfetto amore; nei santi spirituali Esercizi di quest'anno di grazia 1900, deci-monono di mia età, in quest'ultimo di del sacro ritiramento (27 febbraio), mentre mi trovo sacramentalmente unito al Cuore sa-cratissimo di Gesù per mezzo della santa comunione dinnanzi alla santissima madre mia, Maria Immacolata, al suo castissimo sposo e mio principal protettore, san Giuseppe, a tutti gli altri santi, miei particolari avvocati, al mio angelo custode ed infine a tutta la cor-te celeste, io, chierico Angelo Giuseppe, peccatore, al medesimo Cuore sacratissimo prometto, con quanto di solennità e di forza può avere questo atto, di mantenermi sempre, oggi ed in perpe-tuo, puro, colla grazia di Dio, da ogni benché minimo attacco a qualsivoglia peccato veniale volontario. E siccome per la mia de-bolezza non mi posso assicurare per l'avvenire di mantenere, ab-bandonato solo alle mie proprie forze, questa promessa, io la consegno nelle mani dell'angelico giovane san Luigi Gonzaga, co-sì segnalato pel suo distacco da ogni ombra di peccato, così imma-colato e di mente e di cuore; ed eleggendolo a questo fine in mio speciale intercessore e patrono, lo prego e lo scongiuro che egli, sì buono ed amorevole, si degni accettarla, custodirla ed aiutarmi con le sue preghiere a non mancare a quella fedeltà ad essa dovuta. 206. Voi, o mio dolcissimo Gesù, gradite questo piccolo saggio del mio affetto per voi, o se non altro del desiderio vivissimo che nutro in petto di amarvi di tutto cuore, di consumarmi d'amore per voi che siete il mio amico, il mio padre, il mio sposo amorosis-simo. Miratelo, ve ne prego, con occhio di compiacenza, e quel che è più, aggiungetevi il conforto della vostra grazia, senza della quale, come voi medesimo il diceste ai discepoli vostri prima di ab-bandonarli, e come io il so troppo bene, nulla io posso. «Cor Jesu flagrans amore nostri, infiamma cor nostrum amore tui». (Traduzione: cuore di Gesù, ardente di amore per noi, infiamma il nostro cuore di amore per te).

 

NOTE SPARSE IN VARI TEMPI IN OMNIBUS CHRISTUS (Col 3,11)

207. « Jesu Maria et Joseph, amores mei dulcissimi, pro vobis vivam, pro vobis patiar, pro vobis moriar! Regole da osservarsi nelle relazioni col prossimo quali le descrisse e praticò san Francesco di Sales nell'età di vent'anni, mentre stu-diava la giurisprudenza nell'università di Padova (1587)». 208. I. Non disprezzerò e non mostrerò di fuggire alcuna per-sona, ché ciò dinoterebbe uno spirito orgoglioso e critico; come anche mi guarderò di usare troppo liberamente con chicchessia, nep-pure coi miei migliori amici, perocché questo sarebbe riputato leg-gerezza e talvolta anche insolenza. Non farò né dirò nulla che non sia ordinato; e mi asterrò specialmente da irritare, pungere e bef-fare altrui, ma onorerò ciascuno secondo il suo merito e la sua di-gnità. Osserverò la modestia parlando poco e bene. è meglio che la compagnia che mi ascolta se ne rimanga col desiderio di udire le mie parole, di quello che ne restasse annoiata. Se il trattenimen-to è breve e non ci sia alcuno che animi sufficientemente la conver-sazione, sarà meglio per me limitarmi a salutare la compagnia con modo civile e modesto, il quale nulla abbia di austero e di malin-conico. 209. II. Sarò amico di tutti e familiare di pochi. è difficile pro-fittare coi molti e non perdersi colle persone corrotte. Serberò una dolcezza che nulla abbia di affettato, una modestia che bandisca ogni aria di alterigia, una piacevolezza che allontani l'austerità, una compiacenza che si imponga di non contraddire, sempre che la co-scienza non lo richiegga; finalmente sarò cordiale senza doppiez-za, perché gli uomini amano conoscere quelli con cui trattano; tuttavolta mi manifesterò più o meno secondo le persone colle quali mi troverò. 210. III. Cambierò la mia maniera di conversare secondo la qua-lità ed il carattere delle persone. Con quelli che sono superiori a me terrò un linguaggio ed un contegno più serio: ché il rispetto che ad essi è dovuto lo esige. Con gli eguali eviterò ogni aria di impor-tanza, e mi contenterò di essere buono e civile nelle mie parole e maniere; con gli inferiori poi potrò permettermi ciò che è indiffe-rente, giacché queste due ultime classi di persone attribuirebbero ad affettazione ed eccesso di gravità ogni altro modo di dire o di fare. Tuttavia sempre regolandomi con discrezione potrò frammi-schiare con tutti un poco di perfetto, di buono, d'indifferente, ma con nessuno mi permetterò quello che è cattivo. Coi mesti e malin-conici i quali amano che loro si scoprano i propri difetti, mi guar-derò dal dire nulla, perocché tali persone sarebbero capaci di discorrere per dieci anni e più sulla menoma imperfezione; e poi a qual fine divulgare le mancanze che si commettono? non si ve-dono forse abbastanza? non si mostrano esse da sé medesime?

 

ANNO SANTO 1900 VIVA GESù, MARIA, GIUSEPPE, VIVA

22 agosto, mercoledì, ritiro mensile. 211. Nel raccoglimento di questa mattina ho udito un'altra vol-ta l'ispirazione di mettere in carta i miei pensieri, le mie prodezze, e questa volta non l'ho proprio saputo respingere. Che cosa ho io dunque conchiuso dal mio ritiro di oggi? Ho capito una volta di più che per essere un buon chierico, secondo il cuore di Gesù, mol-to ancora, moltissimo mi resta a fare. Se si tratta di umiltà, ne pos-seggo appena i complimenti; nell'interno c'è ancora una buona dose di amor proprio che vuole sempre farmi sentire i suoi diritti. Se si tratta di carità, sì, c'è del fervore, o parmi almeno che ci sia; ci sono dei buoni desideri; ma la vera carità dei santi, la carità a tutta prova, l'amore forte, generoso, verso il mio Dio, verso il Cuore di Gesù, è ancora lontano. Intanto, speriamo che si avvicini. 212. Se si tratta di purità, è vero che, grazie alla mia Signora Im-macolata, non sento tentazioni vive contrarie, ma debbo però confessare di avere in fronte due occhi che vogliono guardare oltre il conveniente, e talora inconsapevolmente, come credo, la vincono sullo spirito. Se si tratta di mansuetudine, di tranquillità, di dol-cezza, di tutto ciò insomma onde splende quella dolcissima figura di san Francesco di Sales, mio speciale protettore e modello spe-cialissimo, se non ci sono eccessi, non c'è però nemmeno tutto quel-lo che io desidererei e colla grazia divina potrei conseguire. Qualche volta discorrendo mi scaldo un po' troppo; tal'altra sono meno pia-cevole in famiglia, meno garbato nel tratto, e infinite altre cose. Non parlo infine delle pratiche di pietà, delle quali alcune, e prima fra tutte il santo rosario, non vanno assolutamente bene. Ed ora il ritiro è finito. Veniamo al «tu autem » (1Tm 6,11). 213. Io rinnovo il mio proponimento di volermi fare santo dav-vero, e protesto un'altra volta innanzi a te, o Cuore dolcissimo del mio maestro Gesù, di volerti amare come tu lo desideri, di volermi investire del tuo spirito. Intanto, quattro sono le risoluzioni che propongo di praticare, « hic et nunc et semper » per fare qualche passo innanzi. Anzitutto, spirito di unione con Gesù, raccoglimento nel suo Cuore dai primo svegliarsi il mattino al chiudere gli occhi la sera, e, se fosse possibile, anche nel sonno notturno. «Ego dor-mio sed cor meum vigilat» (Ct 5,2). (Traduzione: io dormo, ma il mio cuore veglia). Tutti i miei sforzi, poi, li devo condensare nella recita del rosario. Secondariamente, non di-menticarsi mai dell'« age quod agis»; essere sempre in tutte le mie azioni presente a me stesso. 214. In terzo luogo, modestia la più scrupolosa negli sguardi, nel-le parole, ecc. Siamo già intesi. Da ultimo, tranquillità, quiete, gio-vialità, buone maniere, mai una parola risentita con nessuno, mai scaldarsi ragionando; ma semplicità, cordialità; ma franchezza in-sieme e non codardia, non cose fiacche. Aggiungi: non parlare mai di persone, di compagni intimi miei, la di cui triste riuscita faccia sempre più risaltare la mia condotta, se non con riserbo, dicendo-ne quel più bene che si può, coprendone i difetti quando lo svelarli sia inutile, e non faccia che eccitare il mio amor proprio che si na-sconde sotto e il più delle volte, così bei' bello, si tradisce. Ecco il frutto di questo mio ritiro. O Gesù, tu vedi il desiderio vivo che nutro in cuore di amarti, di rendermi tuo vero ministro; concedimi la grazia di far veramen-te qualche po' di bene. Metterò io in pratica tutti questi piccoli pro-positi? Tanto io spero dalla tua grazia, o Gesù.

22 agosto, mercoledì sera. 215. D'ora innanzi non avverrà più che io abbia a postecipare la visita a Gesù Cristo in Sacramento alla visita che son solito fare al signor parroco nell'ora vespertina, a meno che non ci siano gra-vi ragioni in contrario. Del resto, confermo quanto ho detto stamattina, poiché ho veduto che altro è proporre così alla leggera le cose, altro è metterle in pratica.

23 agosto, giovedì sera. 216. In generale non c'è troppo male. Ho tuttavia ancora di molta sorveglianza sopra le mie parole, allorché mi trovo in conversazione con chierici e si parla di cose in ordine alle quali il mio amor proprio trapela, cercando di fare la sua figura. Del resto, in quanto al mio discorso sul Sacro Cuore, non troppa an-sietà; in tal modo si confondono le idee, non si riesce a nulla di buono, ma si fanno pasticci. O Gesù, « dignare me laudare te ».

24 agosto, venerdì sera. 217. è proprio vero quello che dice il libro dell'Imitazione di Gesù Cristo, come cioè vi siano certi tempi in cui, volere o non volere, la parte meno nobile dell'uomo piglia il sopravvento su l'altra e la opprime. Questo è ciò che avvenne a me in quest'oggi, dopo il mezzodì. Per quanto mi rompessi la testa ad applicarmi con effi-cacia allo studio, non c'era verso di cavarne qualche frutto. Mi ero proprio disorientato del tutto, annoiato affatto e di predica e di lettura: di tutto. Che farci? Sia lodato Iddio istessamente (Gb 1,21), siamo sempre nelle sue mani, e nel freddo e nel caldo. è stata un'oc-casione opportuna per mortificare la mia esagerata ingordigia di studiare, di portarmi innanzi, ecc. Ad ogni modo, il buon Gesù mi ha sempre assistito; e se pure aprivo un libro per chiuderlo su-bito ed appigliarmi ad un altro, almeno non sono stato nell'ozio, e l'ho fatta anche al diavolo. «Deo gratias». Quel benedetto ro-sario, però, anche questa sera è andato un po' male. Eppure non mi pare proprio di farlo apposta; di tratto in tratto, quando appe-na me ne accorgo, procuro di raccogliermi. O madre, o Madonna mia, fate qualche cosa anche voi, poiché da solo, voi vedete, quanto io sia miserabile.

25 agosto, sabato sera. 218. La visita fu muta affatto, distratta; il rosario, pressapoco. Eppure, voglio imitare i più grandi santi, e non son buono ancora di fare, come si convengono, i doveri del cristiano. O Gesù, «spes mea et refugium meum es tu» (Sal 31,4)! (Traduzione: mia speranza e moi rifugio sei tu).

26 agosto, domenica sera. 219. La domenica è «dies Domini »; richiederebbesi quindi mag-gior raccoglimento in tutto. Invece, purtroppo, la cosa è avvenuta diversamente. Ohimè! se ne andrà dunque così presto quel propo-nimento di mercoledì, sulla presenza di spirito? O buon Gesù, da-temi forza perché ciò non avvenga più per l'avvenire. O sant'Alessandro, cui è consacrato questo giorno, concedetemi la vostra virtù, il vostro slancio, il vostro eroismo nel fare il bene.

28 agosto, martedì. 220. Ieri sera non mi sono proprio ricordato di mettere in iscrit-to il risultato del mio esame. Quanto ad oggi, molte cose ci sareb-bero da osservare. Per esempio, quel differire per vane scuse la visita al Ss. Sacramento, con pericolo di farla poi per metà e non troppo bene; seppure essa è cosa che reca ingiuria a Gesù, e fa poco onore anche a me. E poi, attento alla lingua, amico mio, perché per essa l'amor proprio compie i fatti suoi, specialmente quando mi trovo coi chierici. Saranno cose da nulla, saranno tutte verità, ma insom-ma l'amor proprio vi si caccia sempre, e dopo la conversazione io resto scontento e il mio dolce maestro Gesù, coll'interna sua voce, mi dice che egli non ne ha alcun gusto. Infine, giaculatorie, giacu-latorie: queste sono le frecce d'amore che, ferendolo, faranno sca-turire dal Cuore di Gesù la vera carità cristiana. Ohimè, quanto sono lontano dal rassomigliarmi all'ombra del mio modello, san Francesco di Sales. 221. Eppure, o Gesù, e voi ne siete testimonio, io sento l'ama-rezza di questo distacco; eppure quante volte me ne accorgo, al-trettante me ne pento, e ne resto disgustato; eppure quante volte mi avvicino a voi, parmi di nutrire in petto, vivo vivo, il desiderio di imitare davvero la vostra umiltà e mansuetudine. O Gesù dol-cissimo, aiutatemi adunque voi, non cessate di farmi udire la vo-stra voce che è sempre dolce, anche quando rimprovera. «Sonet vox tua in auribus meis» (Ct 2,14). (Traduzione: fammi sentire la tua voce). Del resto, i palpiti del mio cuore sono tutti per voi, o Gesù; a quanto mi pare di poter confes-sare, non trovo in me alcun rancore contro nessuno. Guardatemi dunque voi, e il resto sarà compiuto. Viva Gesù, Maria, Giuseppe. Viva.

29 agosto, mercoledì sera. 222. In complesso, non male; questo tuttavia è certo: che le gior-nate senza la santa comunione mancano di qualche cosa. In que-sta novena, poi, della natività di Maria baderò in modo particolare a non contentare troppo la gola, poiché, essendo questa la stagio-ne dei frutti, mi trovo molte volte sull'occasione di eccedere. A tur-bare la mia calma, questa sera, è sopraggiunto un accidente che, quantunque da nulla in sé, pure mi ha fatto una profonda e dolo-rosa impressione. Mia madre, vedendosi un po' mortificata da al-cune parole (le quali però, a dir il vero, potevano essere profferite con maggior dolcezza), parole che soffocavano una sua curiosità, se ne offese forte e mi disse parole che non mi sarei mai aspettato da mia madre, alla quale, dopo le cose del cielo, voglio il maggior bene di cui è capace il mio cuore. 223. Al sentirmi dire che io son sempre sgarbato con lei, senza modo, buona maniera, mentre mi pare proprio di poter asserire di non esserlo in alcun modo, mi ha fatto troppo male; e se ella era mesta per cagione mia, io lo ero molto di più nel vedere la sua mestizia e, diciamolo pure, la sua debolezza. Dopo tante tenerez-ze, il sentirmi ripetere da mia madre che io non la posso vedere, e altre cose che non mi regge l'animo di più ricordare, oh, questo è troppo pel cuore di un figlio, e di un figlio che sente i più profon-di sentimenti della natura! Fu una spina che mi ha riempito di ama-rezza, ha ferito le fibre più intime e delicate del cuore. Potevo io non piangere? O madre mia, se tu potessi conoscere quanto io t'a-mi e quanto ti desideri contenta, no, non potresti contenerti dalla gioia. E voi, o mio Gesù, gradite questo vero sacrificio che io vi faccio e che depongo nel vostro Cuore, e donate a me sempre maggiore mansuetudine e dolcezza pur conservando la gravità richiesta, e do-nate alla mia buona e povera madre maggior fortezza. O Maria addolorata, assisteteci sempre.

1 settembre, sabato sera. 224. Mercoledì sera [29 agosto] mi trovavo a Bergamo; ieri sera ero stanco spossatissimo del viaggio fatto da Bergamo a Sotto il Monte, a piedi, cosa da far cascare il mondo; stanco di più per la cerimonia, con tutto il resto, della benedizione delle campane a Carvico; ed ecco la causa delle due lacune del mio diario. Ora, ritornando colle mie note sopra me stesso in questi giorni, oltre a quel po' di dissipazione nelle pratiche di pietà prodotto dal mu-tamento di metodo, dall'aver rotto la monotonia della mia vita ca-salinga, due cose caratteristiche noterò, la prima delle quali tocca in modo speciale i giorni 30 e 31. Ed è che talora mi lascio andare coi miei reverendi preti a fare un po' il dottorello in politica, di-cendo per diritto o per traverso, e di un fatto e dell'altro, insom-ma buttandomici dentro più che a chierico della mia condizione si convenga 7. E vero, tutte le volte che me ne accorgo ne provo vivo dispiacere, ma perché non badarci prima? Insomma, special-mente in queste cose, se vuolsi anche un po' delicate, bisogna la-sciar da parte lo zelo, che qui è proprio inefficace, e ricordarsi dell'«omnia tempus habent» (Qo 3,1). (Traduzione: per ogni cosa c'è il suo momento). Quando sarò fatto sacer-dote! ma ora? leggere quel più che si può, trarne profitto per in-formarsi ai principi del tutto sani e recisi. Del resto, ascoltare, e intorno a queste cose fare quasi lo gnorri, specialmente trattando-si di conversazioni un po' più elevate che non le familiari, col par-roco e col curato. Come si diporterebbe in questo caso san Francesco di Sales?

2 settembre, domenica sera. 225. L'altra cosa che avevo a notare ieri sera, era la mancanza di mortificazione nell'accontentare la gola. Questo è forse sin trop-po. Dunque, non lasciamo passare queste occasioni così belle di onorare Maria, specialmente in questa novena della Natività: si prenda quel che è conveniente, ma non oltre di esso. Infine, note-rò quella mancanza di giaculatorie che io credo così pregiudiziale all'avanzamento spirituale. O Gesù, o Maria, proteggetemi voi perché io non mi allontani mai da voi.

3 settembre, lunedì sera. 226. Raccoglimento e mortificazione. O Gesù, o Gesù, voi ve-dete se ho desiderio di amarvi davvero con tutto il cuore, con tutto me stesso.

4 settembre, martedì sera 227. Meno male. Deo gratias. Oggi è il giorno di san Gregorio Magno, una delle glorie più belle della Chiesa, una delle gemme più fulgide del pontificato romano. Dinnanzi a questa maestosa figura, io sento ravvivarsi l'affetto, l'entusiasmo per il papa, per il grande Leone XIII, a cui in questi giorni si rinnovano le ingiurie più incresciose, più maligne, più diaboliche. L'ora è triste. Pre-ghiamo. «Oremus pro pontefice nostro Leone».

6 settembre, giovedì sera. 228. Oggi fu un giorno benedetto, in cui ho dovuto fare tutto quello che ha voluto il mio buon Signore. Egli mi ha mandato un forte dolore di capo e quindi, per quanto quell'altro io recalcitras-se, ho dovuto abbandonare lo studio, il mio povero discorso del Sacro Cuore, che finirà quando piacerà a Gesù, ecc. Sarà un castigo ben dato alla mia ingordigia di venire finalmen-te a qualche conclusione. Quanto a rassegnazione, mi pare proprio che non ci sia stato male. Deo gratias. Io sono disposto, per sua bontà, a tutto soffrire pel mio Gesù, per quel suo Cuore che mi vuol così bene. Ciò però che ferma la mia attenzione in questi giorni e che non è poi una piccola mancanza, trattandosi di una novena della Ma-donna, è quel modo arruffato, si, un modo talora distratto, di re-citare tutte le mie orazioni. 229. O mio Gesù, che pazienza dev'essere la vostra, quando mi sentite domandarvi le grazie in questa guisa! Ma, caro mio, è crean-za cotesta? che diranno gli angeli che osservano tutto? che direb-bero gli uomini, se usassi con loro un tale linguaggio? Dunque, calma anche qui; le orazioni siano pure poche, ma ~ recitino posa-tamente, almeno come farei se conversassi con altri. Perché ciò poi si possa più facilmente conseguire, baderò più che tutto al racco-glimento interno. è sempre il solito: «age quod agis». Domani, poi, ultimo giorno della novena, riparazione di tutto il passato. Ad onor di Maria, nessun frutto toccherà le mie labbra. O Maria, «sis mihi propitia »!

7 settembre, venerdì sera. 230. In complesso, non male. Anche la mortificazione di gola in onore di Maria l'ho proprio praticata scrupòlosamente. Io però sento un continuo sconforto e dispiacere vivo quando considero me qual mi sono, in confronto di quello che potrei essere, che era-no i santi, san Giovanni Berchmans, san Francesco di Sales, alla mia età. O Signore, il mio cuore, coi suoi desideri, voi lo vedete. Questo solo mi basta. Domani è giorno sacro alla Madonna bambina; dun-que, raccoglimento, preghiera e, del resto, santa letizia.

 

1901-1903 In seminario a Roma

 

1901

ANNO DOMINI 1901

IMPRESSIONI, SENTIMENTI, RICORDI

A San Callisto, 16 febbraio 1901. 231. Forse non ebbi mai, dacché mi trovo a Roma', consola-zione più dolce di quella gustata stamattina alle Catacombe di san Callisto. La santa messa, la santissima comunione in quei nascosti meandri santificati da tanti martiri illustri, da tanti confessori imperterriti della fede, oh quanto bene mi fecero! Laggiù, in quelle grotte anguste ed oscure, dinnanzi a quegli affreschi del mio Gesù Redentore, spettatori di tanti sospiri, di tante lacrime, di tanto co-raggio cristiano, allo stringermi al seno il Pane dei forti mi sentii commuovere, intenerii, piansi di cuore. Era una visione di paradi-so che mi rapiva. 232. Lì io vedevo gli atleti di Cristo pregare intorno a me, attin-gere dalla bocca del sommo pastore le parole di vita eterna, udivo le loro voci supplichevoli, i loro canti di amore e di speranza, i lo-ro mesti saluti. Pensai a tanti pontefici che colà confortarono i fe-deli alla perseveranza, additando loro il cielo, a tanti sacerdoti, a tanti uomini e donne, a tanti giovanetti che a vicenda si consolavano, si accendevano del fuoco vivo dell'amore santo di Gesù, per affrontare poi imperterriti i supplizi, gli strazi, la morte. Oh Tar-cisio, eroe a pochi anni; oh Cecilia, portento di fortezza, eletto fiore di castità, quanto foste ricordati! Perché non son io come foste voi? Eppure io ne sento il desiderio sincero, ardentissimo; io so-gno, io sospiro al giorno in cui mi sarà concesso rendere al mio dolce amante la testimonianza della mia fede, del mio affetto. è presunzione forse la mia? Può essere, ma almeno io bramo che non lo sia. Possano il vostro esempio e la vostra intercessione stimolar-mi alla totale rinnegazione di me medesimo, a vincere il mio amor proprio, per ottenere poi la vittoria sopra i nemici di Cristo, e col-la vittoria la salvezza di tante anime lontane dall'ovile e dal cuore del sommo pastore Gesù benedetto.

 

RITIRO SPIRITUALE 28 APRILE 1901, ROMA, DOMENICA III DOPO PASQUA

233. è il primo ritiro che faccio, dacché mi trovo a Roma. Co-me mi trovo io? Non posso lamentarmi davvero delle grazie di Ge-sù, consolazioni ineffabili, momenti felici la cui influenza in genere si spande anche in tutto il resto. Quanto a me però, devo confessa-re che non sono affatto mutato da quello di prima. Desideri acce-sissimi di fare davvero un po' bene le cose mie, di amare come si conviene il mio Signore; desideri forse sin troppo esagerati, e non sempre immuni da amor proprio, di studiare, di imparare molto, di acquistarmi un buon corredo di scienza, per guadagnare per que-sta via - che è ormai diventata una delle principalissime - anime a Cristo. In effetto tuttavia molte cose mi mancano; e innanzi tut-to una vera cura di fare come si conviene la meditazione, di recita-re il santo rosario, di giovarmi dell'esame generale e particolare, per avvantaggiarmi ogni giorno più nel distacco da me stesso, nel-l'unione con Dio, nella pratica della vera virtù. 234. Qui in Roma, posso dire che non mi manca proprio nulla. Se voglio, non mancano neppure le occasioni di trangugiarmi qual-che boccone non troppo gradito all'amor proprio, di fare qualche mortificazioncella. Dunque bisogna che mi animi di nuova lena, metta un po' in sistemazione le cose mie. Epperò, per ora avverti-rò molto bene ai punti seguenti. E innanzi tutto mi sforzerò di fare sempre, e con somma diligenza e con frutto, con proponimenti pra-tici per la giornata, la santa meditazione, rendendola materia spe-ciale d'esame. Durante la giornata, frequentissime giaculatorie, specialmente a scuola e a studio. La recita poi del santo rosario la renderò materia d'ossequio alla Madonna, nell'imminente mese di maggio. Non pensare mai allo studio immediatamente prima e tanto meno durante il tempo delle pratiche di pietà. Fare con sin-golare fervore e modestia la visita al Ss. Sacramento. Soprattutto, massima custodia degli occhi nel passeggio, specialmente in certe contrade'. Dopo il passeggio, e precisamente prima dello studio della sera, non tralasciare mai l'esame particolare che verterà sull''uso della lingua e sull'amor proprio. Infine, conservare una grande tranquillità di mente e di cuore, un grande raccoglimento, un grande ordine. 235. O mio buon san Giuseppe, di cui in questo giorno la Chie-sa esalta il potente patrocinio, a voi io consacro un'altra volta tutto me stesso, a voi raccomando questi miei propositi. Per la vostra intercessione li possa io mantenere; specialmente domando a voi la grazia del raccoglimento nelle mie orazioni, e della pratica della vita interiore, quale io l'ammiro in voi. Concedetemela, ve ne pre-go, ed io continuerò a volervi bene, a farvi amare anche dagli al-tri, perché tutti possano partecipare ai favori eletti del vostro glorioso patrocinio. Così sia. «Beate Joseph, fac me innocuam de-currere vitam, sitque semper tuo tuta patrocinio». (Traduzione: o beato Giuseppe, ottienimi di condurre vita immacolata, e che sia sempre protetta dal tuo patrocinio).

 

1902

GESù, MARIA, GIUSEPPE NEGLI ESERCIZI SPIRITUALI POST CAPTIVITATEM BABYLONIS' 10-20 DICEMBRE, ANNO 1902, COL P. FRANCESCO PITOCCHI

236. 1. Chi sono io? Qual'è il mio nome? I miei titoli di nobiltà quali sono? Niente, niente! Io sono un servo e nulla più. Nulla mi appartiene, nemmeno la vita. Dio è il mio padrone, padrone assoluto per la vita e per la morte. Che genitori, che parenti, che signo-ri del mondo! Il mio unico e vero padrone è Dio. Dunque, io non vivo che per obbedire ai cenni di Dio. Non pos-so muovere una mano, un dito, un occhio, non devo guardare in-nanzi o indietro senza il volere di Dio. Dinnanzi a lui io mi sto ritto, immobile, come il più piccolo soldato sull'attenti davanti al suo superiore, pronto ad ogni cosa, magari a gittarmi nel fuoco. Que-sto dev'essere il mio ufficio per tutta la mia vita, perché io son na-to così; sono un servo!... 237. In questa condizione di servo mi devo sempre considerare; non ho però un momento solo in cui io possa attendere a me stes-so, a servire il mio piacere, la mia vanità ecc. Se lo faccio sono un ladro, perché rubo il tempo che non è mio, sono un servo infe-dele, «servus nequam», indegno della mercede (Mt 18,32). Guai a me! Eppure l'ho fatto. Che confusione, che rossore! Tanta su-perbia e presunzione, e non so neanche fare il servitore. O Signore, mio Dio, io riconosco i vostri diritti sopra di me. Per-donatemi le mie infedeltà. Spesso le inclinazioni cattive mi distrag-gono dall'attendere al vostro divino servizio. Ora non più. Mi lego le mani e i piedi, e sono qui dinnanzi a voi come il Saverio. Vede-temi, o Signore. «Servus tuus sum ego: da mihi intellectum et di-scam mandata tua» (Sal 19,125). (Traduzione: tuo servo io sono: fammi comprendere e conoscerò i tuoi precetti). 238. 2. E' il Signore, il mio padrone, mi ha mostrato i suoi ordi-ni. Conoscere lui, amarlo, servirlo per tutta la vita. Che beata ser-vitù, quale gloria, che onore altissimo! Io sono il paggio del Re, che l'accompagno sempre; sono ammesso ai suoi misteri, e poi, do-po quattro giorni di servizio, io, che avrei dovuto obbedirlo anche senza venirne annoverato, sono fatto partecipe della sua stessa glo-ria nel cielo. Le creature tutte della terra, i doni di natura, egli li ha messi tutti a mia sola disposizione, affinché me ne serva esclu-sivamente per elevarmi verso di lui, per amarlo. Questa è la ragio-ne della loro esistenza. Ond'è che quando io mi servo delle creature pei piacer mio, sconnetto l'ordine della Provvidenza, rompo la mi-rabile armonia dell'universo, vado contro Dio. Che servo cattivo! Le creature in tanto mi debbono servire, in quanto mi portano a Dio; in tanto io le debbo fuggire, in quanto mi allontanano da lui. Questa è la regola d'oro, il grande e fondamentale criterio da applicarsi in tutti i casi pratici. Quando nell'uso di esse si manife-sta la volontà di Dio, allora non c'è più nulla a ridire. 239. Mi è cara la sanità. Ecco la malattia. Iddio me la manda. Ebbene, sia benedetta la malattia. Di qui, la pratica di quella san-ta indifferenza che ha fatto i santi. Oh, potessi io acquistarmi que-sta tranquillità di spirito, questa pace dell'animo nelle cose prospere o avverse, che mi renderebbe più dolce e più lieta la vita, anche in mezzo alle tribolazioni! Povero o ricco, onorato o disprezzato, povero cappellano di montagna o vescovo di una vasta diocesi, de-vono essere tutt'uno, purché in tal modo io faccia la volontà del mio padrone, compia il mio dovere di servitore fedele, e mi salvi (ES 184). Anzi, se si deve ammettere una preferenza, la povertà deve essere anteposta alla ricchezza, il disprezzo agli onori, le oc-cupazioni più oscure agli uffici eminenti (ES 165-167). 240. Io desidererei attendere ad uno studio speciale. I superiori non lo permettono. Ebbene no, non vi si attenda, e allegro sem-pre. Desidererei ordinarmi suddiacono a Pasqua. I superiori non ne vogliono sapere. Dunque s'aspetti, e allegro lo stesso. Deside-rerei che mi si lasciasse quieto. I superiori invece mi vogliono dare un impiego5 che sembra avvilirmi, urta i nervi al mio amor pro-prio. Mi costa un sacrificio grandissimo l'ubbidire. Ebbene, tanto meglio: si obbedisca; facciamoci coraggio, e allegro in Domino (Sal 32,11). Questa è la medicina che calma tutte le impazienze, addolcisce le privazioni, ci fa esultare di gioia anche fra le amarezze della vita. 241. 3. Per gli angeli ribelli non vi ha una sola stilla del sangue di Gesù, e si trattava di un solo peccato di pensiero, ed era il primo (ES 50). Per me, più peccatore degli angeli, tutti i frutti della Pas-sione, non una volta sola, ma tante e tante. E ancora m'aspetta il mio Dio. Che prodigio di misericordia, che confusione per me! Basta, o Signore, non più. D'ora innanzi, col vostro aiuto, io ver-rò a cercarvi sempre, ogni momento, e prenderò il posto degli an-geli caduti nel lodarvi e nel benedirvi in eterno. Gli angeli sono caduti come folgore nell'inferno, per un solo pensiero di superbia. Ed io che ne ho il cervello pieno? Quanto costerebbe al mio Dio farmi perdere tutti i doni intellettuali, la memoria, la ragione? Con una malattia inchiodarmi in un letto? Dunque, ada-gio; meno presunzione, più diffidenza dite stesso, e più umiltà. 242. 4. Quali sono le mie ricchezze, le mie proprietà, i miei capi-tali? Disubbidienze, atti di superbia, negligenze nei miei doveri, poca custodia dei miei sentimenti, distrazioni infinite, amor proprio nei pensieri, nelle parole, nelle opere; peccati e peccati: ecco i miei ti-toli, veramente miei. E con queste miserie io penso a primeggiare, a farmi un nome, a tenermi su su, a far pompa di me stesso. E mi credo un bravo giovane, un buon chierico, e non ci si pensa neppure. è il colmo della sbadataggine, della sragionevolezza, per chi si crede di ragio-nare (ES 14). 243. 5. O buon Signore, anch'io all'inferno, anch'io? Il povero ignorante in paradiso, il turco, il selvaggio; ed io, chiamato alla prima ora (Mt 20,2), cresciuto al vostro seno, io all'inferno tra i demoni? Conosco la vita della caserma, ne inorridisco al solo pensiero. Quante bestemmie in quel luogo, quante sozzure. E all'inferno, che sarà? E se io vi capitassi, mentre il compagno d'arme, il pove-ro disgraziato, [...], lui, cresciuto fra il male, si trova in paradiso? Ah, io debbo tremare, tremare assai. Compatire agli erranti, rin-graziare sempre il mio Dio delle tenerezze che mi ha usato; farne tesoro, ma non presumere di nulla. Io sono quel peccatore che so-no, labile all'eccesso. Se la giustizia di Dio precorresse la sua misericordia? Ah, Signore, Signore, fammi provare di tutto, ma non l'inferno. Piuttosto fam-mi ardere perennemente del fuoco del tuo santo amore. 244. 6. Si muore, si muore, ed io non vi penso. Ogni passo che faccio, ogni minuto che scorre, mi avvicina alla morte. Quanti pen-sieri ho per la testa, quanti ideali di studio, di lavoro, di vita ope-rosa per la gloria di Cristo, pel bene della Chiesa e della società. Gran belle cose, fra le quali però spesse volte ci si mette l'amor proprio. Ebbene, e se morissi da chierico? domani, sull'esordire della mia vita sacerdotale? (ES 186-187). Oh, questo pensiero mi sembra un controsenso. Iddio sembra proprio abbia prodigato verso di me le sue cure più delicate e ma-terne, mi abbia tratto da tante difficoltà e, attraverso a mille gra-zie, mi abbia condotto sin qui a Roma, per qualche suo scopo singolare. Diversamente, io non comprendo la tenerezza ineffabi-le del mio buon Maestro. Mi ci vuole uno sforzo a farmi credere che anche dopo tutto ciò, mi potrebbe togliere di vita. Eppure, nien-te di più facile per lui. Ha egli forse bisogno dell'opera mia? mi ha egli promesso tanti anni di vita? e chi son io, da pretendere di conoscere i suoi disegni? E con san Luigi, del resto, con san Stani-slao, con san Giovanni Berchmans ha egli operato altrimenti? 245. O Signore, fa pure di me quello che vuoi, anche la morte accetto con soddisfazione e contento, perché così piace a te. Tu sei del resto il centro, la sintesi, il termine ultimo di tutti gli ideali miei. Ma che almeno io muoia nel tuo santo amore. Le forze che mi hai dato per lodarti e farti amare sulla terra, le riserberò per amarti e per lodarti con più ardore in cielo. D'altra parte, il pensiero della morte che potrebbe essermi vici-na, mi serva ad informarmi a pensieri di maggiore sodezza. Ab-basso l'amor proprio, le ambizioncelle, la vanità. Si muore, si muore, ed io attendo a queste miserie? 246. 7. «Semel mori, post hoc autem judicium» (Eb 9,27). (Traduzione: (è stabilito che gli uomini devono) morire una sola volta, dopo di che viene il giudizio). Fossi anche papa, quando comparirò dinnanzi al Giudice divino, il mio nome fosse proferito e venerato da tutte le bocche, inciso in tutti i marmi, che cosa sono io? Gran cosa! Non ci arrivo a cre-dere come il mio Gesù, che oggi mi tratta con tanta confidenza e bontà, un giorno mi si debba presentare innanzi col volto infiam-mato di ira divina, a giudicarmi. Eppure, è un articolo di fede, ed io lo credo. E quale giudizio sarà il suo! Quella paroletta in tempo di silenzio, quella espressione un po' maliziosa, quel gesto un po' galante, quell'occhiata fuggitiva, quel camminare con una cert'a-ria dottorale, quella riserbatezza di tratto troppo studiata, la ve-sticciola ben attillata, le scarpette all'ultima moda, la briciola di pane mangiata a titolo di gola; e poi, il movimento d'invidiuzza impercettibile attraverso le sfumature del pensiero, i castelli in aria, le distrazioni in tutte le pratiche di pietà, anche le più minute: tut-to sarà rilevato. E delle mancanze più gravi, che sarà? 247. Dio mio, che confusione per l'anima mia! E gli onori, la fama di persona istruita, anche se vuolsi zelante, santa, che valore avrà in quell'ora? Le lauree, le belle tesi, l'erudizione vana ecc., come saran-no riguardate? O mio Dio, partecipatemi oggi un po' della vostra luce divina, perché discerna nelle cose mie la parte debole, e la purifichi. Apritemi gli occhi, perché nulla mi sfugga, per quanto impercettibi-le, di ciò che un giorno non sfuggirà alla vostra luce. «Domine, il-lumina oculos meos ne umquam obdormiam in morte» (Sal 13,4). 248. 8. Un globo di purissimo cristallo, irradiato dalla luce del sole, mi dà l'idea della mondezza del cuore dei sacerdoti. L'anima mia dev'essere come uno specchio che deve riflettere l'immagine degli angeli, di Maria santissima, di Gesù Cristo. Se lo specchio s'appanna, per quanto leggermente, io sono degno di essere fatto a pezzi e gettato nell'immondezzaio. Che specchio son io? Oh, il mondo come è brutto, quanta schifezza, che lordura! Nel mio an-no di vita militare l'ho ben toccato con mano. Oh~ come l'esercito è una fontana donde scorre il putridume, ad allagare le città. Chi si salva da questo diluvio di fango, se Dio non lo aiuta? 249. Ti ringrazio, o Dio mio, che mi preservasti da tanta corru-zione; questa veramente è una delle grazie più grandi, per la quale io ti sarò riconoscente per tutta la vita. Io non credevo che un uomo ragionevole si potesse abbassare così. Eppure, è un fatto; ed oggi, con la mia poca esperienza, mi pare di poter dire che più d'una metà degli uomini, per qualche tempo della loro vita, diventano animali vergognosi. E i sacerdo-ti? Dio mio, io tremo, pensando come non siano pochi, anche fra di loro, quelli che deturpano il loro sacro carattere. 250. Oggi non mi meraviglio più di niente; certe storie non mi fanno più impressione. Tutto è spiegato. Quello che non so spie-gare è come mai tu, o purissimo Gesù, che ti pasci fra i gigli (Ct 2,16), sappia sopportare tanta nefandezza, persino nei tuoi mini-stri, e ti degni scendere nelle loro mani, albergare nel loro cuore, senza punirli sull'istante. Mio Signore Gesù, io tremo anche per me. «Ceciderunt stellae de caelo et ego pulvis quid praesumo?» (Ap 6,13). (Traduzione: le stelle del cielo caddero e io polvere cosa pretendo?). D'ora innanzi voglio essere anche più scrupoloso in proposito, a costo di tirarmi addosso tutte le derisioni del mondo. Per non toccare ragionamenti impuri, credo opportuno ragionar pochissi-mo, o quasi mai, della stessa purità. «Habemus thesaurum istum in vasis fictilibus» (2Cor 4,7). (Traduzione: ora noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta). E come non devo tremare? «Nec caro mea aenea est» (Gb 6,12). (Traduzione: né la mia carne è di bronzo). Richiamo tutti i proponimenti fatti in proposito nei passati eser-cizi, e che tengo in iscritto, protestando a Maria santissima, madre castissima, di volerli ad ogni costo osservare. 251. 9. Salve, o Cristo Re! Tu mi inviti a combattere le tue battaglie ed io non perdo un minuto di tempo; con l'entusia-smo che mi danno i miei venti anni e la grazia tua, io mi iscrivo baldanzoso nelle schiere dei tuoi volontari. Mi consacro al tuo ser-vizio, per la vita e per la morte. Tu mi porgi per emblema, e come arma da guerra, la tua croce. Stesa la destra su quest'arma invinci-bile, io ti do parola solenne e ti giuro con tutto lo slancio del mio cuore giovanile fedeltà assoluta sino alla morte. Così, da servo che tu mi creasti, io vesto la tua divisa, io mi faccio soldato, io cingo la tua spada, io mi chiamo con orgoglio cavaliere di Cristo. Dam-mi cuore di soldato, coraggio, o Gesù, e sarò sempre con te nelle asprezze della vita, nei sacrifici, nei cimenti, nelle lotte, con te sa-rò nella vittoria. E poiché non è ancora suonato per me il segnale del combattimento, mentre sto nelle tende, aspettando l'ora mia, addestrami tu coi tuoi esempi luminosi a sbarazzarmi, a fare le pri-me prove coi miei nemici interni. Sono tanti, o Gesù, e implacabi-li. Ne ho uno specialmente, che fa le parti di tutti: fiero, astuto, mi sta sempre addosso, affetta di volere la pace e mi deride in es-sa, scende a patti con me, mi perseguita anche nelle mie buone azioni. 252. Signore Gesù tu lo sai: è l'amor proprio, lo spirito di su-perbia, di presunzione, di vanità; che io me ne possa disfare una volta per sempre, o se ciò mi è impossibile, almeno lo tenga in sog-gezione, cosicché, più sciolto nei miei movimenti, io possa accor-rere coi prodi che difendono sulla breccia la tua santa causa, e cantare con te l'inno della salute. 253. 10. Quando penso alle umiliazioni del Verbo divino, alle grandezze di Maria, premio della sua umiltà, alla vita di Gesù nei primi trent'anni, e penso ai casi miei, mi confondo e rimango sen-za parole. In questa sera, ricordando «erat subditus illis» (Traduzione: (Gesù) stava soggetto a loro (cioè a Maria e a Giuseppe) della Scrittura (Lc 2,51), nel colloquio che ho fatto col Cuore di Ge-sù giovanetto nella bottega di Giuseppe, mi son sentito riempire gli occhi di lacrime; e ho pianto come un fanciullo. 254. O mio Signore Gesù, è possibile che io non ci arrivi proprio mai a mostrarvi come, non solo a parole ma coi fatti, io so imitare nella grazia vostra i vostri luminosi esempi? Voi vi abbassate infi-nitamente, vi siete esinanito (Fil 2,7); io non ho bisogno di tanto, sono già il nulla; basta che io apra gli occhi e dia uno sguardo a me stesso. Voi siete venuto sulla terra povero, e chi più poverello di me, al quale avete dovuto procurare il cibo sino a quest'ora, boc-cone per boccone? dacché sono chierico, non ho ancora da met-termi indosso una vesticciuola che non mi sia stata data per carità da qualche buona persona. Voi avete atteso alla fatica sin dai pri-mi anni, e voi lo sapete: «pauper sum ego et in laboribus a juven-tute mea» (Sal 88,16). (Traduzione: misero io sono e nei travagli fin dalla mia giovinezza). Voi non vi siete dispensato da nessuna legge, quantunque non vi foste obbligato, ed anch'io ho dovuto sottomettermi al servizio militare, che è una ingiusta e barbara im-posizione ai vostri ministri. 255. In silenzio, ritirato nel raccoglimento della casa di Naza-reth, avete vissuto i primi trent'anni, ed io già da più che dieci an-ni mi sono ritirato dal mondo, vivo custodito nel vostro santuario. Chi, più favorito di me dai vostri benefici, e posto sulla via della vostra imitazione con meno sacrifici e più facilità? Eppure, come va che io sono così dissimile da voi? Ho già scorso il ventesimo anno dell'età mia, e che cosa ho fatto io di vero bene? San Luigi, san Stanislao e san Giovanni Berchmans, a quest'ora erano già santi consumati. E dire che il loro lavoro per la santificazione dovea essere assai, ma assai, più arduo del mio, trovandosi in circostanze meno felici. Oh quante volte ho dovuto ripetere per conto mio questo lamento, e quante volte sono ritornato sui medesimi passi! Ma ora intendo che non si rinnovi più questa commedia col mio Dio. A quell'età in cui i santi hanno finito, io incomincio: «Tunc dixi: nunc coepi » (Sal 76,11). (Traduzione: e dissi: ora comincio). Entro all'ora undecima, ma voi non mi respin-gete per questo (Mt 20,9). Signore, nella confusione in cui mi trovo, degnatevi almeno indicarmi ciò che debbo fare per seguire la vo-stra volontà. 256. 11. Che delizia il pensare a ciò che ha fatto Gesù per fon-dare la Chiesa! Invece di chiamare dalle accademie, dalle sinago-ghe, dalle cattedre, i dotti, i sapienti, ha posto il suo occhio amoroso su dodici poveri pescatori, rozzi, ignoranti. Li ammise alla sua scuo-la, li fece partecipi alle sue confidenze più intime, li rese oggetto delle sue tenerezze più amorose, a loro affidò la grande missione di cambiare l'umanità. 257. A dilatare il suo regno, a partecipare in qualche modo al-l'opera degli Apostoli, Gesù nel successo dei tempi si è compiaciu-to di chiamare anche me. Mi ha tolto dalla campagna sin da piccino, con affetto di madre amorosa mi ha provveduto di tutto il neces-sario. Non avevo pane e me l'ha procurato, non avevo di che ve-stirmi e mi vestì, non avevo libri per studiare e pensò anche a quelli. Talora mi dimenticavo di lui ed egli mi richiamò sempre con dol-cezza; mi raffreddavo nel suo affetto ed egli mi scaldò al suo seno, alla fiamma onde arde perennemente il suo cuore. 258. I nemici suoi e della sua Chiesa mi circondarono, mi tesero insidie (Ger 9,8) mi trascinarono in mezzo al mondo, al fango, alle immondezze, ed egli mi ha preservato da ogni male, non ha per-messo che il mare mi inghiottisse (1Sam 10,19; cfr. Sap 10,19); per-ché elevassi il mio spirito a più forti sentimenti di fede, di carità, mi condusse nella sua terra benedetta, all'ombra del suo Vicario, presso alla fonte della venta' cattolica, sulla tomba dei suoi Apo-stoli, dove le zolle sono ancora imporporate dal sangue dei suoi martiri e l'aria è imbalsamata dal profumo di santità dei suoi confessori, e non si dà riposo un istante, né di giorno né di not-te, più che non faccia una madre col suo bambino. Dopo tutto, in ricompensa di tante cure, non sa che domandarmi con ansietà: Figlio mio, mi ami tu? Signore, Signore, che vi posso io risponde-re? Vedete le mie lacrime, ascoltatemi il cuore come palpita, le lab-bra come tremano, la penna come mi sfugge dalle mani... Che posso io dire? «Domine, tu scis quia amo te» (Gv 21,17). 259. Che io vi possa amare con l'amore di Pietro, con l'entusia-smo di Paolo e dei vostri martiri; alla carità s'aggiunga l'umiltà, il basso sentire di me medesimo, il disprezzo delle cose del mondo, e poi fate di me quel che volete: un apostolo, un martire, o Signore. Intanto, il sodo è che io non mi vergogni mai della mia povertà, anzi me ne compiaccia grandemente, come fanno i signori del mon-do dei loro casati illustri, dei loro titoli di nobiltà, delle loro livree. Sono della stessa famiglia di Cristo; che desidero di più? Mi abbi-sogna qualche cosa? La Provvidenza provvede~à con abbondan-za, come sino ad oggi ha sempre fatto. Debbo sempre pensare che tutto quel poco di bene che il mio amor proprio attribuisce a meri-to mio, perché me ne vanti, non mi appartiene per niente, per niente. Mi debbo convincere che senza l'affetto speciale che Gesù mi ha mostrato, io oggi sarei nulla più che un povero contadino, il più rozzo, il più ignorante e forse il più cattivo fra quanti contadini ci possano essere. 260. Io non sono per nulla affatto quello che mi credo e quale il mio amor proprio vuole che io sia ritenuto. Mio padre è un con-tadino che attende tutto il giorno a vangare, a zappare, ecc.; ed io non ho nulla di più di mio padre, ma molto di meno, perché mio padre almeno è semplice e buono, mentre io di mio non ho che della cattiveria. Quando l'amor proprio si tace per un istante, ed io, pensando all'obbligo di darmi tutto a Dio e di mostrare con i fatti che mi consacro davvero tutto a lui, senza riserva, e mi vo-glio far santo, mi sento agitare, mancare di coraggio, mi debbo consolare riflettendo che quel Gesù, che ha fatto sì grandi cose per me, le ha fatte per qualche fine suo speciale, degno di lui, e che, siccome ha fatto tutto lui sino ad ora, tanto più è disposto a molti-plicare le sue grazie per perfezionare l'opera sua, quando trovi molta buona volontà da parte mia. 261. Infine, non mi debbo mai dimenticare che fra i dodici pri-mi discepoli di Gesù c'era anche Giuda che, non corrispondendo alle cure del divino Maestro, è divenuto insensibilmente un tradi-tore, un esecrabile mostro d'infamia. Se è vero che l'amore scac-cia il timore (1Gv 4,18), questo rende più delicato e più circospetto l'amore. 262. 12. Dinnanzi al nostro dolcissimo Gesù che si umilia e si assoggetta come un agnello mansueto (Is 53,7) alla persecuzione, agli strazi, ai tradimenti, alla morte, l'anima si smarrisce, si con-fonde, si annienta; non si può più parlare, anche l'amor proprio abbassa le sue pretese. «O Jesu dulcissime, solamen peregrinantis animae, apud te est os meum sine voce, et silentium meum loqui-tur tibi». (Traduzione: o Gesù, conforto dell'anima pellegrinante, ecco davanti a te la mia bocca sta senza voce e il mio silenzio a te parla). Gesù si china a lavare i piedi a dodici miserabili pescatori... Que-sta è la vera democrazia, di cui noi ecclesiastici dobbiamo presen-tare al popolo i tratti eloquenti. Oh, quante volte il benedetto Signore mi ha lavato non solo i piedi, ma le mani e il capo (Gv 13,9). Ed io arrossirò nel compatire i poverelli, i miserabili? «Accipite et comedite: hoc est corpus meum» (Mt 26,26). (Traduzione: prendete e mangiate : questo è il moi corpo). Egli ha esaurito le finezze del suo amore; mi ha dato tutto, anche la vita, per me. 263. Signore, come voi vi poneste nelle nostre mani, a nostra disposizione, così io consacro a voi un' altra volta il mio corpo, il mio sangue, tutto me stesso, perché facciate di me quello che vi piace. «Tristis est anima mea usque ad mortem. Vigilate mecum» (Mt 26,38). (Traduzione: l'anima mia è triste fino alla morte; rimanete qui e vegliate con me). Dunque, anche Gesù ha veduto l'ora triste; ha provato i risentimenti della debolezza umana. è un conforto per noi che ci scoraggiamo per un nonnulla, e un esempio divino da imitare. Quando la mestizia c'invade l'anima, il cuore sanguina, avvicinia-moci a Gesù, al suo altare, confidiamogli le nostre amarezze e ne avremo forza e pace. 264. «Simon, dormis?» (Mc 14,37). (Traduzione: Simone dormi?). Quanta malinconia e tri-stezza in queste parole di Gesù! Immaginerò che siano sempre ri-volte a me da Gesù, quando la stanchezza mi opprime, non mi sento voglia di lavorare, di pregare. Gesù prega, lavora, piange, ed io avrò cuore di dormire? «Et osculatus est eum» (Mt 26,49). (Traduzione: e lo baciò). Come è infernale lo scop-pio di questo bacio sulla fronte divina di Gesù! Eppure quanti sa-cerdoti lo rinnovano ogni giorno!... C'è da mettersi le mani nei capelli. O Gesù, ricevi sul tuo cuore i miei baci affettuosi di figlio che ti ama, ti domanda perdono dei peccati e ti promette di non offen-derti mai più. «Jesus autem tacebat» (Mt 26,63). (Traduzione: ma Gesù taceva). Mi accusano? Mi calun-niano? Mi rimproverano a ragione o a torto? Si dice male di me? L'amor proprio vuole che io faccia mostra di scienza, di virtù? «Je-sus autem tacebat». Teniamolo bene a mente. Il silenzio è d'oro. «Expuerunt in faciem eius, et colaphis eum ceciderunt, alii au-tem palmas in faciem eius dederunt» (Mt 26,67). (Traduzione: allora gli sputarono in viso e gli dettero dei pugni; altri lo schiaffegiavano). 265. Quante notti Gesù ha passate in casa di Caifas, mentre i discepoli o lo abbandonavano o lo sconfessavano per viltà! Ecco il premio dei veri sacerdoti di Dio in questo mondo: «qui digni habiti sunt pro nomine Jesu contumeliam pati» (At 5,41). (Traduzione: lieti dell'esser fatti degni di patir contumelie per il nome di Gesù). Signore, compiacetevi partecipare anche me a questa gloria, per amor vostro; o almeno, che io possa giungere sino al desiderio di essere disprezzato per voi. «Vere filius Dei erat iste» (Mt 27,54). (Traduzione: costui era veramente figlio di Dio). Poiché non posso por-tare dinnanzi alla croce di Gesù i sentimenti di Maria, di Giovanni e delle pie donne, almeno non mi manchi la commozione del cen-turione che scendeva dal colle percotendosi il petto e confessando la divinità del crocifisso Nazareno. Del dono delle lacrime io non sono degno, o Signore, perché peccatore. Ho però tutti i diritti ad essere purificato nel vostro sangue che fu sparso per le mie miserie.

 

ANNO GRATIAE MCMII DIARIO SPIRITUALE IN NOMINE DOMINI (Col 3,17)

16 dicembre 1902. 266. Dio è tutto: io sono nulla. E per oggi basta.

17 dicembre. Si sente ancora troppo odore di polvere intorno a me. Entusia-smi giovanili, ideali raggianti, visioni luminose sono troppo belle idee, che per ora vanno prese con delicatezza. Possono essere un perditempo, tuttoché siano in se stesse ottime e santissime. Dun-que in guardia o, per lo meno, cautela massima. La mia via, per cui io devo ascendere al trionfo dell'opera di Dio, il modo più sicuro che mi preparerà un avvenire grande di operosi-tà efficace e santa nel regno di Gesù Cristo è l'umiltà. Tutto il re-sto verrà da sé, e sarà assicurato nelle sue basi. Questo è il consiglio del mio maestro di spirito. Lo Spirito Santo mi parla per bocca sua.

18 dicembre. 267. Si dice che il Signore molte volte ha legato le sue grazie alle nostre buone azioni, alle nostre piccole mortificazioni, ecc. Perché ci meravigliamo talora se nelle orazioni, meditazioni, bat-taglie contro l'amor proprio, non sentiamo quel conforto celeste, quella soddisfazione piena dello spirito, che ci aspettavamo? For-se la ragione sta in ciò, che abbiamo fatto male un'azione antece-dente, o schivata una mortificazione cui era annessa la grazia che dopo avrebbe fatta per noi. Dunque, la conclusione è evidente. Oc-chio ad ogni cosa, e perfezione massima nelle piccole cose.

19 dicembre. 268. Signore, non mi abbisogna che una cosa sola a questo mon-do: conoscere me e voler bene a te. «Amorem tui solum cum gra-tia tua mihi dones, et dives sum satis, nec aliud quidquam ultra posco».

 

RIFLESSIONI E PROPONIMENTI (20 DICEMBRE)

Evviva il sacratissimo Cuore di Gesù! 269. Gli Esercizi spirituali sono finiti. Raccogliamo le vele. La grazia anche questa volta ha veramente soprabbondato (Rm 5,20). Forse non mai come oggi mi son sentito veramente e sodamente convinto della necessità assoluta di darmi, e del tutto, e per sem-pre, al mio Signore che vuol servirsi della mia povera persona per far del bene nella sua Chiesa, per trarre anime al suo cuore amoroso. Il più ed il meglio, a mio parere, è l'avermi mandato ad illumi-nare la mia mente ed a dirigere i miei passi, un buon padre spirituale, di cui sentivo un vero bisogno, e l'avermi dato grazia di confidare ad esso tutte le cose dell' anima mia con sincerità e schiettezza, per cui oggi io mi sento più sicuro, più confortato e con migliori speranze di vero progresso spirituale. Quale frutto del lavoro della grazia divina in me in questi giorni e in base ai suggerimenti del mio nuovo direttore, siano queste brevi riflessioni, o proponimenti, che dovrò sempre tenere innanzi alla mia mente e che coll'aiuto del Cuore di Gesù prometto di tradurre in esecuzione scrupolosamente, per il vero bene dell'anima mia. 270. 1. In me Dio è tutto ed io sono nulla. Io sono peccatore, e assai più miserabile di quello che mi posso immaginare. Se qual-che cosa di bene avessi fatto nella mia vita, era tutta opera di Dio, che avrebbe prodotto migliori frutti se io non l'avessi intralciata ed impedita. 271. 2. Dai segni, dalle grazie ineffabili onde Iddio si è degnato ricolmare l'anima mia dai primi anni sino ad oggi, si deduce chia-ramente che egli, per i suoi fini adorabili, mi vuole santo senza re-strizione del termine. Di ciò mi debbo sempre tenere ben persuaso. Ed io santo devo essere a qualunque costo. Tutto quel pochissimo che si è fatto sino a questo punto, non fu che un trastullo da ra-gazzi. L'età si fa tarda. Oggi a ventun'anni io torno da principio. «Nunc coepi» (Sal 76,11). (Traduzione: ora comincio). Devo giungere a tal punto di unione, di rassegnazione totale di me stesso nelle mani di Dio, da essere pronto a fare sacrificio di tutto, anche dello studio, pur di obbedire alla sua divina volontà. Tutte le mie azioni, i miei affetti alle cose di quaggiù si dovranno sempre regolare in conformità a questo principio. Io devo annien-tarmi nel Cuore di Gesù. 272. 3. La via che io devo battere e che fa proprio pel caso mio, è l'umiltà. Devo camminare diritto per questa e non voltarmi mai indietro. Le mie battaglie oggi sono accese contro l'amor proprio, sotto tutte le sue forme. A questo nemico che porto sempre con me, io non devo lasciare un momento di riposo. Richiamo però l'esercizio dell'esame particolare, che prometto di mantenere seve-ramente ogni giorno. 273. 4. Gli entusiasmi giovanili, ardenti, irresistibili, onde mi pare che sia ripieno il mio petto per la causa di Cristo, pel suo glorioso trionfo, per le nuove forme di esplicazione della vita cristiana a vantaggio della società, sono cose in sé santissime, ma troppo indeterminate, e quindi un po' pericolose. Possono farmi perdere mol-to tempo con poco frutto. Oggi, il mio Dio vuole da me che, senza perdere di mira queste sacre idealità, il mio ardore, il mio slancio, il fuoco vivo che dentro mi agita, lo trasfonda e lo esplichi in tutto ciò che serve a fare di me il vero chierico, l'ottimo seminarista. Que-sto oggi devo essere, e non più. La regola deve essere l'oggetto di tutte le mie cure, non solo la regola in genere, ma tutte e singole le regole in particolare. «Con-tra regulam nihil scire, omnia scire est » 4. E questo è il frutto più importante e caratteristico dei miei Esercizi spirituali. Io non devo desiderare di essere quello che non sono, ma di es-sere molto bene quello che sono. Così dice il mio san Francesco di Sales. 274. 5. Iddio, per preservarmi dal peccato e non lasciarmi fug-gire troppo lontano da sé, si è servito della divozione al SS. Sacra-mento e al Sacro Cuore di Gesù. Questa divozione dovrà sempre essere l'elemento più efficace del mio progresso spirituale. Mi studierò di praticarla in modo che l'affetto e la tenerezza al divin Cuore sacramentato vivifichino tutto me, i miei pensieri, le mie parole, le opere mie, e traspirino da ogni mio atto. Di qui, unio-ne massima con Gesù, come se la mia vita la dovessi passare inte-ramente dinnanzi al tabernacolo; giaculatorie al Ss. Sacramento, senza numero; devozione e affetto grande nelle visite, comunioni, ecc. Io mi debbo considerare vivo solo pel Sacro Cuore di Gesù. 275. 6. Il padre spirituale che Iddio mi ha provvidenzialmen-te mandato, è, nell'ordine pratico, tutto per me. Non mi permet-terò mai la più piccola cosa senza il suo consiglio o la sua ap-provazione. Tutte le mie miserie più piccole, fossero anche co-se da ragazzo, dovranno trovarsi alla sua mente come stanno nel-la mia coscienza; dovrò esser sincero con lui come lo sono con me stesso. Anche nelle cose non strettamente spirituali, anzi nel-le più materiali, sarò scrupoloso nel seguirne i suggerimenti ed i consigli. Le sue parole saranno come il dettame della mia co-scienza. 276. 7. Mortificazione massima, massime nella lingua; in ogni evento dovrò umiliarmi sempre, specialmente quando le cose van-no male. Mortificazioni corporali poche, ma continue, e senza legarmici troppo. Non piglierò mai sale; non mangerò mai la frutta alla sera, né berrò più di un bicchiere di vino. In genere, poi, lascerò sempre un boccone di ogni cosa mi venga posta din-nanzi: vino, pietanze, frutta, pasticcetti, ecc. Non piglierò mai briciola di pane oltre l'ordinario che trovo sulla tavola quando incomincio a mangiare, né farò parola ad alcuno di quanto mi mancasse. In genere, più che alla materialità, baderò allo spi-rito della mortificazione, regolandomi a seconda dei casi (ES 210-217). 277. 8. Divozioni particolari poche, ma ben mantenute. Richia-mo l'uso della recita quotidiana dell'ufficio di Maria Vergine, ser-vendomi delle briciole di tempo sparse lungo la giornata, nel salire e nel discendere le scale, nell'andare od uscire dalla scuola, dalla cappella, dal passeggio, ecc. La pratica a cui mi terrò applicato sa-rà la visita quotidiana al Ss. Sacramento. 278. 9. Allegrezza sempre, pace, serenità, libertà di spirito in ogni cosa. Quando mi riconoscerò fedele ai miei propositi, ne loderò di cuore il mio Dio che ha fatto tutto; quando mancherò, mi guar-derò bene dallo scoraggiarmi. Iddio lo permetterà perché mi umili sempre di più, e mi abbandoni interamente nel suo seno amoroso. Dopo un difetto, un atto di umiltà profonda; poi ricomincerò lie-to, sorridente sempre, come se Gesù mi avesse fatto una carezza, mi avesse dato un bacio, mi avesse sollevato con le sue proprie mani, e ripiglierò la mia marcia sicuro, fidente, beato «in nomine Domi-ni» (Col 3,17). «O Jesu bone, tu scis, tu scis quia desidero amare te!» (Gv 21,17). (Traduzione: o buon Gesù, tu sai, tu sai che desidero amarti).

 

DIARIO SPIRITUALE

20 dicembre, sabato. 279. Vedete un po' se io non ho occasione sempre e ad ogni mo-mento di umiliarmi. Sono uscito stamattina dai santi Esercizi, con quella voglia di far bene, massimamente nell'esecuzione della re-gola, che è facile immaginarsi, dopo tanta grazia di Dio. Eppure, nell'esame particolare di oggi e nel generale di questa sera, ho toccato con mano che sono già caduto in tante piccole man-canze, e ho compiute tante cose così imperfettamente, da metter-mi soprapensiero. Che cosa è tutto ciò? E' tutta roba mia. E trovo poi per altra via il modo di insuperbirmi, quasi fossi il tipo del-l'uomo compito? Quante distrazioni nella recita del divino ufficio con i miei com-pagni appena ordinati, e dell'ufficiolo della Madonna! E la paroletta al compagno fuor di camerata, l'altra paroletta in tempo di silenzio, e il ragionare a lungo difatti propri, tuttoché indifferenti, sono forse atti di virtù? E così si comincia a mantene-re le promesse? In genere, nelle cose mie c'è bisogno di quella vivacità santa che le renda decise, saporite. La disinvoltura, il buono spirito è neces-sario anche nelle pratiche di pietà, cosicché le orazioni e i propri affetti non si presentino al Signore quasi dormendo, perché si cor-re facilmente pericolo di stancare la sua condiscendenza. Dunque, coraggio; ed umiliamoci. I nostri difetti sono un titolo di più, che ci eccita ad unirci sempre meglio a Dio che solo può sanare le nostre infermità. Oggi ho fatto male. Che cosa potevo io aspettarmi da me? Domani, più attenzione e più confidenza in Dio: «Domine, tu vides indignitatem meam, succurre mihi, tu es spes mea». (Traduzione: Signore, tu vedi la mia indegnità; soccorrimi; tu sei la mia speranza).

22 dicembre. 280. Signore Gesù, io mi umilio nella polvere dinnanzi a voi (Gb 42,6). Vedete quanto sono miserabile: me lo fate toccare con ma-no, ogni giorno, ogni momento, in cui penso a me stesso. Mi pen-to, e sono daccapo con le distrazioni, colla mancanza di decisione, di disinvoltura nelle mie cose; con tante imperfezioni, nel parlare specialmente. Eppure la volontà ferma, decisa, non mi manca; mi metto in agitazione, m'inquieto, scorgendo il poco frutto pratico dei recenti Esercizi. Mio Signore Gesù, che le vostre grazie non cadano invano! Non ho più coraggio di presentarmi a voi. Due soli giorni mi separano dalle vostre feste natalizie, e voi già state aspettando i miei doni. Signore, non ho se non la contrizione e il dispiacere di non potere accontentare voi, cui sento di volere un gran bene e una volontà ferma di mostrarvi col fatto il mio affetto. Aiutatemi perché in que-sti due giorni ripari al passato, disponga l'anima mia alla vostra venuta, cosicché nel dì di Natale la mia gioia sia più lieta, nel sape-re che voi vi compiacete di me, mi accarezzate, mi infiammate del-la vostra santa carità. Maria, san Giuseppe, uno sguardo ed una preghiera anche per me. «Jesu, Maria et Joseph, pro vobis vivam, pro vobis patiar, pro vobis moriar». Come mi è dolce ripetere queste parole!

23 dicembre. 281. Oggi gli affari sono andati meno male di ieri; domani devo-no riuscire meglio di oggi, e così di seguito, colla grazia di Dio. In-sisto sopra un principio non mai abbastanza meditato: io devo fare ciascuna cosa, recitare ogni orazione, eseguire quella regola, come se non ci avessi altro da fare, come se il Signore mi avesse messo al mondo solo per far bene quell'azione, ed al buon esito di essa stia attaccata la mia santificazione, senza pensare al dopo o al prima. E questo un grande criterio che, scrupolosamente applicato, ha la virtù di far fuggire le distrazioni come l'acqua santa fa scappare il diavolo; è il principio della presenza di spirito: l'« age quod agis», e del mantenersi dinnanzi allo sguardo di Dio. Perché ot-tenga però il suo effetto, è necessario che si pratichi sino dalle pri-me azioni del mattino. 282. Domani deve essere giorno di grande raccoglimento e di grande fervore. Gesù è vicino, sta per rompere i sacri veli del seno materno; già ha fatto sentire la sua voce amorosa: «ecce venio» (Ap 16,15). Ed io mi debbo preparare con attenzione speciale a questa sua venuta, perché ne spero vantaggi immensi. Ho delle gran-di cose da comunicargli, ed egli ha innumerevoli e grandi benefici da compartirmi. Il mio pensiero, il mio cuore, domani, deve ripo-sare tutto il giorno dinnanzi al tabernacolo, trasformato in questi giorni nella capanna di Betlemme. «Veni, veni bone Jesu, et noli tardare: anima mea nunc requiescet in spe». (Traduzione: vieni, vieni o buon Gesù, e non tardare: ora la mia anima riposerà nella speranza).

24 dicembre. 283. Già è inoltrata la notte; le stelle chiare e lucenti brillano nella fredda atmosfera; voci chiassose e discordi giungono al mio orec-chio, dalla città: sono i gaudenti del mondo che ricordano coi ba-gordi la povertà del Salvatore; attorno a me dormono i miei compagni nelle loro camere, ed io veglio ancora, pensando al mi-stero di Betlemme. Vieni, vieni Gesù, io ti attendo (cfr. Ap 22,20). Maria e Giuseppe, sentendo l'ora vicina, riftutati dai cittadini, si danno alla campagna, in cerca di ricovero. Io sono un povero pastore, non ho che una miserabile stalla, una piccola mangiatoia, alcune poche paglie (Lc 2,16); offro tutto a voi, compiacetevi ac-cettare questo povero tugurio. Ti affretta, o Gesù, eccoti il mio cuore; l'anima mia è povera e nuda di virtù, le paglie di tante mie imperfezioni ti pungeranno, ti faranno piangere; ma, o mio Signore, che vuoi? è tutto quel poco che ho. Mi commuove la tua povertà, mi intenerisce, mi strappa le lacrime; eppure io non so qual cosa di meglio offrirti. Gesù, abbellisci l'anima mia con la tua presen-za, adornala con le tue grazie, abbrucia queste paglie e cambiale in soffice giaciglio al tuo corpo santissimo. 284. Gesù, ti aspetto; oh, i cattivi ti rifiutano; fuori, spira un vento glaciale; ti lasciano gelare, vieni nel mio cuore; sono po-verello, ma ti riscalderò più che posso; almeno, voglio che ti com-piaccia del mio buon desiderio che ho di farti buona accoglien-za, di volerti un gran bene, di sacrificarmi per te. Alla tua vol-ta, tu sei ricco, e vedi i miei bisogni; tu sei fiamma di carità, e mi purificherai il cuore da tutto ciò che non è il tuo Cuore santis-simo; sei la santità increata, e mi ricolmerai di grazie feconda-trici di progresso vero nello spirito. Vieni, Gesù, ho tante cose da dirti!... tante pene da confidarti! tanti desideri, tante promesse, tante speranze. Ti voglio adorare, baciare in fronte, o piccolo Gesù, darmi a te un'altra volta, per sempre. Vieni, o Gesù, non tardare più oltre, accetta il mio invito, vieni. Ma ohimè! l'ora si fa già troppo tarda, il sonno mi vince, la penna mi cade dalle mani. Lasciami dormire un poco, o Ge-sù, mentre la tua Madre e san Giuseppe stanno preparando la stanza. Mi metto qui a riposare, al rezzo dell'aria notturna. Appena sa-rai venuto, la chiarezza della tua luce abbaglierà le mie pupille; i tuoi angeli mi desteranno con le dolci armonie di gloria e di pace, ed io correrò festante a riceverti, a presentarti i miei poveri doni, la mia casa, tutto quel poco che posso, ad adorarti, a mostrarti il mio affetto cogli altri pastori accorsi con me e coi celesti spiriti, melodianti inni di gloria al tuo cuore. Vieni, t'aspetto.

26 dicembre. 285. Egli è venuto e mi ha consolato; ho potuto trattenermi con lui per molto tempo, dirgli tutto quello che desideravo. Una cosa sola non ho fatto, o l'ho fatta poco: non l'ho ringraziato molto, come mi aveva detto il mio padre spirituale. Ringraziamento significa certezza di ricevere nuove grazie. Ho pensato troppo esclusivamente a me, con troppo interesse, e que-sta è una grave mancanza di delicatezza. Mi studierò però di mo-strargli la mia riconoscenza, con una vita che sia di suo pieno gra-dimento, nell'imitazione di quelle virtù di cui egli ci ha dato una prova così eloquente nel suo beatissimo Natale. Ma è proprio in questo, che sento il bisogno del suo aiuto, nel ringraziarlo. Se io penso ai miei desideri, alle mie disposizioni, io sono un santo, ne convengo; ma se osservo le opere, ohimè, quan-to sono brutto, deforme! Non giungo ancora a mantenere ininter-rotta con Gesù quella corrente di sante aspirazioni, di presenza di spirito, che deve essere come l'acqua in cui navigo. O mio san Luigi, o san Giovanni Berchmans, come vi veggo da lontano, nella vostra unione con Dio! Eppure, bisogna sforzarsi poco per volta e non inquietarsi mai, come faccio io quando vedo che non riesco a nulla; anche qui c'è dell'amor proprio. E poi, ho notato un'altra cosa. Come va che, dopo di aver chiacchierato mol-to con alcuno, anche senza l'intenzione di guadagnar lode a me stesso, ripensandoci su, mi trovo nell'amarezza, nello scoraggia-mento? E l'amor proprio che lamenta l'amor proprio: sono le la-crime del coccodrillo. 286. La verità è che quanto più parlo di me stesso, tanto più ci perdo in virtù; la vanità schizza da ogni parola, anche da quella che sembra la più innocente. Mi devo mettere in testa che in mezzo alla gente, ai miei compagni, ai miei superiori, la mia parte è quel-la di tacere dolcemente, oppure dire quelle sole parole che sono imposte dalla necessità o dalla convenienza; per lo meno non par-lare mai di me stesso, se non interrogato, e anche in questo caso dire poche parole, lontano dall'attirarmi l'attenzion~ di chi mi ascol-ta. Mi debbo considerare sempre come indegno di stare coi miei confratelli, per le mie mancanze; come avrò il coraggio di fare din-nanzi a loro la mia apologia?

27 dicembre, san Giov. Evangelista. 287. Ieri la santa Chiesa ricordava la memoria di santo Stefano, ed anch'io non ho potuto resistere al bisogno di onorare questo glorioso primo atleta della fede di Gesù Cristo. Sino a pochi anni or sono, santo Sfefano non attirava per nulla la mia attenzione per-ché non lo conoscevo; solo dopo che ho potuto formarmi un'idea meno inesatta della sua missione e dell'opera sua, questa grande figura di eroe si è imposta alla mia mente, al mio cuore, ed ora mi sento attratto da una tal quale simpatia verso di lui; lo venero con profondo e tenero affetto, mi raccomando alla sua inter-cessione. Santo Stefano fu il primo che mostrò di aver saputo intuire, nel-la sua interezza, l'idea cosmopolita della nuova religione, portò i primi colpi all'esclusivismo ebraico, aprendo nuovi sbocchi alla ri-generazione di Cristo, lanciandosi con ardita sicurezza per una nuo-va via che si riteneva chiusa alla espansione del cristianesimo, e per la quale Cristo Gesù doveva essere trasportato attraverso tutte le nazioni, sino al trionfo. 288. L'anima grande di san Paolo ebbe il compito glorioso di condurre per mano la novella religione, e fuori di Gerusalemme farla riverire ed abbracciare dai greci e dai romani; ma a Stefano spetta l'onore di aver dato il primo colpo e di aver sigillato la sua iniziativa gloriosa col sangue, e fu il primo sangue che fu sparso dopo la morte di Gesù. Glorioso primato, che colloca il giovane martire nel posto più vicino al divino martire del Golgota, e ne rende più preziosa e venerata la nobile corona. Santo Stefano, dalla mia camera solitaria mando un caldo salu-to di fraterno affetto, perché tu fosti e moristi giovane come io sono, e per la stessa causa per cui io vivo e spero, alle tue ossa, dormienti nella gran pace di Campo Verano, accanto a quelle del tuo grande e pur fortunato competitore, il diacono san Lorenzo. A me, la tua fede, il tuo coraggio, il tuo entusiasmo e, più che tut-to, la tua indomita fortezza, il tuo eroismo.

29 dicembre. 289. La via dell'umiltà, l~ unione con Dio, il cercare nelle opere mie non il gusto mio ma quello di Dio, ecco i tre punti principali, a cui il mio padre spirituale è venuto riannodando i suoi consigli per il vero mio progresso spirituale. Sono tre principi che devo sem-pre avere sotto gli occhi, per metterli in pratica: questo è il compi-to mio oggi, e nulla più: «hoc opus, hic labor ». A proposito dell'umiltà, schiverò per quanto è possibile il parlare di me in prima persona; il pronome io, il me, li devo fuggire come fossero serpenti; mi guarderò dagli sproloqui, specialmente in certe circostanze e su certi argomenti. 290. I reverendi superiori si sono compiaciuti affidarmi l'incari-avviene qui un'operazione singolare. Due di questi diavoli, che gridano per cento, prendono ciascuno di noi per le gambe e con una disinvoltura e prestezza singolare, ci portano delicatamente nelle barche preparate. Dopo tutto l'operazione non ci è dispiaciuta. 486. La barchetta dove stavo io partì l'ultima, ma essa portava i tre Vescovi del pellegrinaggio e mons. Cavezzali, vice presidente; era dunque la più degna e quindi doveva arrivare la prima. I nostri rematori si misero con impegno per giungere i primi. Ma l'incanto di quel lago e di quel tragitto, la consolazione, il gusto spirituale che io ho provato stamattina passando sopra quel-le acque, non li potrà dimenticare mai. Di mano in mano che la nostra barchetta prendeva il largo, i primi crepuscoli mattutini scen-IGN="JUSTIFY">31 dicembre. 292. Ancora poche ore ed anche quest'anno non sarà più; pas-serà al dominio della storia. Coll'anno passo anch'io, ed attendo con gioia l'alba novella. Quanti anni vedrò ancora, prima di ap-prodare all'eternità? Forse parecchi, forse pochi, forse neppure uno intero. Mio Signore Gesù, «anni tui non deficient, et tu numerasti annos meos» (Sal 102,28 ed Eb 1,12). (Traduzione: i tuoi anni non avranno fine. Tu hai contato gli anni miei). In quell'anno in cui mi vorrai chiamare, possa io avere la mia lucerna piena d'olio, af-finché tu non mi rigetti nell'ombra della morte (Mt 25,4 e Lc 1,79). Intanto io mi prostro ginocchioni dinnanzi al mio Dio e, ripen-sando ai benefici compartitimi in quest'anno, mi umilio nella pol-vere e lo ringrazio di gran cuore. Del 1902 dovrò sempre ricordarmene: l'anno della mia vita mi-litare, anno di battaglie. Potevo perdere la vocazione come tanti altri poveri infelici, e non l'ho perduta; [potevo perdere] la santa purità, la grazia di Dio, e Iddio invece non l'ha permesso. Sono passato attraverso il fango, ed impedì che me ne imbrattassi: sono ancora vivo, sano, robusto come prima, meglio di prima... Gesù, ti ringrazio, ti amo.

 

1903

NOTE SPIRITUALI

1 gennaio 1903. 293. Ho veduto la luce prima di un altro anno. Ben venga in no-mine Domini (Salì 18,26); lo consacro al cuore amoroso di Cristo, perché sia un anno veramente fecondo per me di buone opere, il mio vero annus salutis (Is 63,4); l'anno in cui io mi faccio santo per davvero. Gesù, io sono un'altra volta e sempre con te. Il giorno di domani, primo venerdì del mese e dell'anno nuovo, è consacrato particolarmente ad onorare il Sacro Cuore: sarà una giornata di fuoco e di amore, straordinaria. Dopo poco tempo, dacché sono uscito dai santi Esercizi, sento un bisogno fortissimo di rinsaldarmi nei miei propositi, di richia-mare lo spirito che già incomincia a intorpidirsi, a sensi generosi, in una parola, di ricominciare da capo. 294. Sono pure costretto, mio malgrado, a confessare la mia mi-seria. Sono un povero peccatore, un servo infedele ed inutile (Lc 17,10); sono pieno di superbia fin sopra i capelli; sono distratto, sono ignorante, sono il nulla. Gesù mio, misericordia! L'anno nuovo è cominciato: dunque, vita nuova. Penso alla santa comunione di domattina come ad un fatto della massima solenni-tà; la farò come se domattina uscissi dai santi Esercizi: richiamo tutti i sentimenti di quel giorno, le promesse, le disposizioni, ri-flettendo specialmente a quella parte di me stesso in cui mi sento più debole, attesa la triste esperienza di questi pochi giorni. 295. I miei principi direttivi restano immutati; umiltà in tutto, specialmente nelle parole; unione con Dio, e questa è la cosa prin-cipale, di cui sento oggi una maggiore necessità; cercare, in tutto sempre, il gusto di Dio e non il mio; la testa a casa mia, a me stes-so, allo studio della vita devota e non a riscaldamenti fuor di tempo; per ora studio intenso, raccolto e tranquillo; in tutto e sem-pre una gran pace e soavità d'animo. Domani si aprono pure un'altra volta le scuole: sento la necessi-tà, la passione dello studiare. Inaugurerò il nuovo periodo sotto gli auspici del Sacro Cuore di Gesù, che me ne porge l'occasione più propizia. Intanto, Gesù, t'aspetto; stanco del mio lungo volare distratto, verrò a ricadere sul tuo seno per ristorarmi e riprendere lena nel mio cammino. Gesù, attendete la vostra pecorella che torna (Lc 15,4-7); preparatemi il cibo, perché ho fame.

4 gennaio. 296. Gli studi a cui attendo non devono essermi motivo di di-strazione, ma piuttosto un'ala poderosa per cui mi elevo a Dio, mi soffermo in lui, gaudio e preludio della visione beatifica. Spes-se volte per gli studi mi avviene di scordarmi dei miei propositi, perdo la presenza di spirito, mi torna meno attraente la pietà, sen-to mancarmi l'aria pura, ossigenata, che intorno spira la vita divo-ta. Guai a me: il mio studio deve essere una preghiera continua, e la preghiera studio ininterrotto. Soprattutto vigilanza sulle superficialità, leggerezze, pazzie ri-guardo allo studio, alle cose nuove, libri nuovi, sistemi nuovi, per-sone nuove. Occhio e attenzione alle mie parole in proposito. Debbo tener conto di tutto e seguire con trasporto il movimento ascen-dente della cultura cattolica, ma colla debita proporzione. «Ne quid nimis ». 297. Ricorderò sempre di alcune sentenze di quel buon e dottis-simo autore della Imitazione di Cristo: «Humilis tui cognitio, certior via est ad Deum, quam profunda scientiae inquisitio. Non est culpanda scientia, aut quaelibet sim-plex rei notitia, quae bona est in se considerata et a Deo ordinata; sed praeferenda est semper bona conscientia et virtuosa vita... « Certe, adveniente die iudicii non quaeretur a nobis quid legi-mus, sed quid fecimus; nec quam bene diximus, sed quam religio-se viximus... «Vere magnus est qui in se parvus est, et pro nihilo omne cul-men honoris ducit. Vere prudens est qui omnia terrena arbitratur ut stercora, ut Christum lucrifaciat. Et vere bene doctus est, qui Dei voluntatem facit, et suam voluntatem relinquit» (IC 1.3). (Traduzione: l'umile conoscimento di te è strada a Dio più sicura della profonda investigazione della scienza. Non è da doversi incolpare la scienza, o qualunque altra semplice cognizione di cosa la quale buona è inverso di se medesima riguardata, ed è ordinata da Dio; ma le si deve sempre mettere innanzi la buona coscienza e la vita virtuosa... In verità, venuto il dì del giudizio, non non saremo domandati di quello che avremo letto, ma sì di quello che avremo fatto; né quanto leggiadramente parlato, ma quanto religiosamente vissuto... Grande veramente è colui che dentro di se è piccolo, tiene per nulla ogni altezza d'onore. Quegli con verità è prudente che "tutte le terrene cose reputa come sozzura per far guadagno di Cristo" (Fil 3,8). E invero quegli è dotto abbastanza che fa il volere di Dio, ed il proprio abbandona).

7 gennaio. 298. La vita mia è un continuo sacrificio. Non sono io più che vive, è Gesù che vive in me (Gal 2,20). San Paolo poteva usarle queste espressioni perché la sua grande anima, il suo cuore gene-roso ardeva perennemente della carità verso Dio e gli uomini. Io non ho che dei buoni desideri ai quali mal corrispondono i fatti. Signore, dammi grazia che io ti possa mostrare con l'opera che ti voglio veramente bene. Non mi diffondo più in parole: sono un povero pezzente, come mi dice sempre il mio padre spirituale 4, stendo la mano e domando pietosamente: Signore Gesù che sei ricco e buono, fammi l'elemosina.

8 gennaio. 299. Ieri il dotto mio professore di storia ecclesiastica5 diede un bellissimo consiglio che fa specialmente per me: leggete poco ma bene. E' quanto si dice delle letture, io l'applico ad ogni cosa: poco ma bene. Quanti libri non ho io letti nel decorso dei miei studi, nelle vacanze, nella vita militare! quante opere, quan-ti periodici, quanti giornali! Che cosa ricordo io di tutto ciò? Nul-la o quasi. Quante opere spirituali, quante vite dei santi! Che cosa ne ricordo? Nulla o quasi. Sento una smania di voler sapere di tutto, conoscere tutti gli au-tori di valore, mettermi al corrente di tutto il movimento scientifi-co nelle sue multiformi espansioni e di fatto leggo di qua, divoro un altro scritto di là, ecc., e intanto conchiudo pochissimo. Dun-que calma anche in ciò. Poco ma bene. «Quiesce a nimio sciendi desiderio: quia magna ibi invenitur distractio et deceptio» (IC 1.2). (Traduzione: rattemprati dalla troppa cupidigia di sapere, perché ivi si trova assai distrazione ed inganno).

9 gennaio. 300. Le mie giornate devono essere sempre molto calde, giorni di fuoco, come quando sotto lo sferzare della canicola, lo scorso anno, facevo quelle marce disperate in cui sudavo una goccia per capello. Io sono sempre al servizio del mio re Gesù Cristo, e Gesù Cristo lo servo nel prestare le mie cure ai miei confratelli che stan-no all'infermeria. Il sole cocente lo porto dentro il mio petto, sin dalla mattina, colla santa comunione. Non sono più io che vive, è Gesù che vive in me (Gal 2,20). O Gesù, potessi io veramente essere sempre trafelato e sudante di amore nel prestare il mio servizio a voi, glorioso mio capitano! 301. L'autore dell'Imitazione mi dà un consiglio che riflette pro-prio i miei bisogni di oggi, attese anche le speciali circostanze in cui mi trovo: «Vigilandum est et orandum ne tempus otiose tran-seat. Si loqui licet et expedit, quae aedificabilia sunt, loquere» (1C 1.10). (Traduzione: è da vegliare ed orare acciocchè il tempo non ci fugga, standoci indarno. Se ti è dato di parlare e se ti vien bello, dì cose di edificazione). Dunque attento bene: non mi sfugga una briciola di tem-po a chiacchierare inutilmente; finita un'azione, subito ne cominci un'altra, senza interstizi. E quando potrò parlare, mi faccio un prin-cipio di non parlare mai di me, né bene né male, neppure alludere comunque ai fatti miei, se non espressamente interrogato. Nel resto, buoni discorsi sempre, improntati a profondo senti-mento di virtù e di spirito ecclesiastico.

13 gennaio. 302. In questa sera, ottava dell'Epifania, fui a San Silvestro in Capite 8 ad assistere, con tutto il seminario, alla funzione di chiu-sura dell'ottavario di Gesù Bambino istituito dal ven. Pallotti. Assistevano, con gran pompa e sfoggio di indumenti svariatissimi, i vescovi rappresentanti dei vari riti cattolici. Gesù splendeva nel-l'ostia ai piedi dell'artistico presepio. Quanti pensieri mi si sono affollati alla mente, quali emozioni al cuore, dinnanzi a Gesù ado-rato dai pastori e dai Magi! Ho pensato alla vocazione dei gentili, alle missioni cristiane sparse pel mondo, alla Chiesa veramente cat-tolica, cioè universale. O Signore Gesù, la tua stella è apparsa do-vunque, ma quanti ancora non l'hanno riconosciuta; la voce degli Apostoli è risonata ai confini della terra (Sal 19,5), ma quanti o non l'ascoltano, o tentano di soffocarla! Un giorno, i re venivano da Tarsi e dalle isole a portarti i loro doni (Sal 72,10); oggi i re della terra non ti curano affatto, non riconoscono più i tuoi dirit-ti, ti hanno gettato in faccia il triste rifiuto di Faraone: «Nescio Dominum, non serviam» (ES 5,2). (Traduzione: non conosco il Signore; non lo servirò). Che orrore! Ma deh, che s'adempiano le tue parole! Ora che sei esaltato dalla terra, attrai ogni cosa a te stesso (Gv 12,32). Dirada le tenebre del paganesimo, rischiara e sgombra la falsa luce dell'eresia. Che tutti i popoli ti servano, ti amino, ti acclamino loro Signore: «Tua enim est virtus et tuum est regnum in saecula» (cfr. Ap 12,10). (Traduzione: tua è la potenza e tuo è il regno nei secoli).

16 gennaio. 303. A forza di toccarlo con mano mi sono convinto di una co-sa: come cioè sia falso il concetto che della santità applicata a me stesso io mi sono formato. Nelle mie singole azioni, nelle piccole mancanze subito avvertite, richiamavo alla mente l'immagine di qualche santo cui mi proponevo d'imitare in tutte le cose più mi-nute, come un pittore copia esattamente un quadro di Raffaello. Dicevo sempre, se san Luigi in questo caso farebbe così e così, non farebbe questo o quell'altro, ecc. Avveniva però che io non arriva-vo mai a raggiungere quanto mi ero immaginato di poter fare, e m'inquietavo. E un sistema sbagliato. Delle virtù dei santi io devo prendere la sostanza e non gli accidenti. Io non sono san Luigi, né devo santificarmi proprio come ha fatto lui, ma come il com-porta il mio essere diverso, il mio carattere, le mie differenti con-dizioni. Non devo essere la riproduzione magra e stecchita di un tipo magari perfettissimo. Dio vuole che, seguendo gli esempi dei santi, ne assorbiamo il succo vitale della virtù, convertendolo nel nostro sangue ed adattandolo alle nostre singole attitudini e spe-ciali circostanze. San Luigi, se fosse quello che io sono, si santifi-cherebbe in un modo diverso da quello che ha seguito.

18 gennaio, ritiro mensile. 304. Ho assistito ieri ai funerali del cardinale Parocchi, cele-brati in San Lorenzo in Damaso. Fu un fatto che mi tenne assorbi-ta tutto il giorno la mente, né ho saputo liberarmene così presto. Nel tumulto dei sentimenti che mi occupano il cuore, non ho sapu-to trattenermi dal mandare un caldo saluto di ammirazione e d'af-fetto a quel grande che solo bastava ad illustrare il Sacro Collegio e che, per un quarto di secolo, fece parlare di sé tutto il mondo cristiano. Il card. Parocchi era tale una figura quale molto rara-mente si può incontrare negli annali della Chiesa. Bastava pronun-ciare il suo nome, per mettere in silenzio quelli che accusavano l'ignoranza della Chiesa; davanti a lui anche i profani s'inchinava-no riverenti, e non vi era uomo di scienza che non titubasse doven-do parlare in sua presenza. Non vi era parte dello scibile a cui non si estendesse l'ingegno; non vi era persona dotta che non si fosse incontrata con lui. Pari all'amore pel vero, per ogni cosa bella e buona, ardeva nel suo petto l'amore fervente, indomabile, alla Chie-sa, al Papa. Il card. Parocchi potrà venire diversamente giudicato in fatto di vedute politiche: so che non mancano maligne insinua-zioni a suo riguardo; ma niuna potrà mai intaccare la sua inteme-ratezza, il suo entusiamo per la Chiesa e per il Pontefice, anche quando, come sempre avviene alle anime generose, la sua virtù fu messa a dura prova. Oh, se io possedessi la scienza e la virtù sua, io potrei ben chiamarmi soddisfatto. La sua morte fu pianta uni-versalmente e fu considerata come un vero lutto per la Santa Sede. Ieri, intorno alla sua salma, ho veduto tutto il mondo rappresen-tato a rendere un ultimo tributo di lode a lui che tanta luce sparse intorno a sé. Cardinali, vescovi, prelati, generali d'ordini religiosi, scienziati illustri, nostrani e stranieri, ecclesiastici e secolari, rap-presentanti diplomatici, e tutti, in sì gran numero quale non vidi mai, più una moltitudine di ~OPO1O pregante, si erano dati conve-gno intorno alla sua tomba. 305. Le parole solenni con cui la Chiesa implora da Dio la glo-ria del cielo ai suoi figli trapassati, e annunzia attraverso le tene-bre del sepolcro la risurrezione e la vita, non mi commossero mai così fortemente come in quel momento. Oh, v~nga! sì, sia conces-sa a lui, all'anima dell'illustre Cardinale, quella luce eterna, pie-na, di cui egli fu un riverbero splendente; a lui che credette, che amò, che sperò sempre la risurrezione e la vita in Cristo Gesù, giu-sto estimatore dell'opera dei suoi servi fedeli. Le funebri onoranze al cardinale Parocchi, d'altra parte, mi han-no introdotto, senza che me ne accorgessi, nel mio ritiro mensile, che ho incominciato ieri sera, e precisamente mi fornirono mate-ria opportunissima alla meditazione della morte. Le applicazioni mi riuscirono facilissime, massime atteso il mio amor proprio, la mia vanità, ecc.; le deduzioni, di una chiarezza sorprendente. Il ritiro del resto è riuscito, colla grazia di Dio, non male, e lo spero fecondo di ottimi effetti. Dalla discussione della mia coscienza, in ordine alla mia condotta in questo primo mese che mi separa dai santi Esercizi, mi risulta che se gli ultimi Esercizi hanno apportato qualche vantaggio, come piacque a Dio, per l'anima mia, molto, moltissimo ancora, anzi tutto, mi resta a fare. Sinora non ho che cominciato a vedere terreno e ad orientarmi intorno a ciò che devo fare in seguito. La notte già inoltrata mi impedisce di sviluppare i propositi fatti pel nuovo lavoro. Li riduco a due parole. 306. Incomincio da capo, come se finora non avessi fatto nien-te, niente. Cercherò la perfezione nelle mie pratiche di pietà, nelle principali e nelle minute. Attenzione scrupolosa alla lingua, non chiacchiere prolungate, non argomenti che scottano e, in pratica, pressoché inutili - io comprendo bene ciò che voglio dire con que-ste parole -; morte all'io nei discorsi; l'io al mondo deve essere come se non ci fosse affatto; delicatezza e carità squisita nel ragio-nare d'altri. Da ultimo: mente raccolta, anima allegra anche nelle disdette dell'amor proprio, tutta intesa a compiere esclusivamente il da farsi, hic et nunc, colla più grande perfezione; e, dopo tutto, coraggio sempre in Domino Jesu (Rm 14,14).

20 gennaio. 307. Sino ad oggi in genere non c'è male: ed è già qualche cosa di cui devo mostrarmi riconoscente al mio Dio. Soprattutto mi ri-chiamo alla mente due cose: calma pienissima in tutto, massime quando ho sbagliato e quando compio i miei atti di pietà, e vigi-lanza scrupolosa sulla lingua e sull'io. Oggi san Sebastiano, domani santa Agnese: due giovani, due eroi, uno soldato, una vergine. A loro il mio fervido pensiero, la mia preghiera, perché col coraggio, con l'entusiasmo del soldato e la illibata purità della vergine, s'aggiunga in me la loro costanza di martiri: «Avete felices in Christo Jesu! ». (Traduzione: vi saluto, o beatissimi in Cristo Gesù).

22 gennaio. 308. Fuori piove, piove a dirotto. Per carità che non si sciupi l'anima mia: mi pare che incominci a penetrarvi un poco di acqua. Attento bene a certe piccole fessure, quasi insensibili, ma traditri-ci. Può essere una piccola paroletta di più, o, con un po' di amor proprio, un actiones o un agimus recitato alla sfuggita. Guai! do-po il primo viene il secondo, il terzo, il quarto, ecc.: con la paro-letta e con l'agimus [recitato malamente] vengono gli sproloqui, i rosari [distratti], le meditazioni, ecc. Guai a me. «Principiis ob-sta». (Traduzione: sta' attento ai principii). Si possa dire di me: «Aquae multae non potuerunt extin-guere charitatem, nec flumina obruent illam» (Ct 8,7). (Traduzione: le acque del mare non valgono a spegnere l'amore, né le fiumane a sommergerlo).

23 gennaio. 309. Oggi mi sono recato al Gesù e ho assistito alla chiusura del solenne triduo in onore della sacra Famiglia. La questione del divorzio, sciagura imminente della patria e della Chiesa in Italia ha raccolto intorno ai tre santi personaggi una folla innumerevole di cristiani, preganti perché venga risparmiato alle famiglie un di-sastro, che ci renderebbe al di sotto dei Turchi. Mi pare impossibile che il Signore non si degni di ascoltare tante fervide preghiere, che si levano da ogni parte d'Italia. Tuttavia, siccome l'avvenire sta nelle sue mani, io sono certo che tutto concorrerà alla sua gloria; e questo mi basta e mi consola. Comunque avvengano le cose, io continuerò a pregare. In questi giorni mi sa-rà dolce pensare spesso alla sacra Famiglia; associarmi ai suoi sen-timenti, implorarne e imitarne le virtù, di cui ho il massimo bisogno. «Jesu, Maria, et Joseph, amores mei dulcissimi; pro vobis vivam, pro vobis patiar, pro vobis moriar».

27 gennaio. 310. Porrò attenzione, massime nel mantenermi riserbato nel par-lare, specialmente sul conto di altri. I pericoli crescono, le man-canze abbondano quanto più la lingua si muove. Espansione sì, ma delicatezza sempre. «Jesu, Jesu, aspice in me et vide» (cfr. Sal 119,132).

29 gennaio. 311. Oggi fu un giorno di festa completa; l'ho passato in compa-gnia di san Francesco di Sales, il mio santo dolcissimo. Che bella figura di uomo, di sacerdote, di vescovo! Se io dovessi essere come lui, non mi farebbe nulla anche quando mi creassero papa. Mi èdolce il ripensare sovente a lui, alle sue virtù, alla sua dottrina; quante volte ne ho letto la vita! Come le sue sentenze mi scendono soavi al cuore, come mi sento più disposto ad essere umile, dolce, tran-quillo, alla luce dei suoi esempi! La mia vita, il Signore me lo dice, deve essere una copia perfetta di quella di san Francesco di Sales, se vuole essere feconda di qualche bene. Niente di straordinario in me, nella mia condotta, all'infuori del modo di fare le cose ordina-rie: «omnia communia sed non communiter». Amore grande, ar-dentissimo, verso di Gesù Cristo e la sua Chiesa; serenità di spirito inalterabile, dolcezza ineffabile col prossimo, ecco tutto. O mio santo amoroso, qui, davanti a voi, in questo momento, quante cose vi vorrei dire! Io vi amo con tenerezza: per voi io avrò sempre un pensiero; a voi il mio sguardo. O san Francesco, o san Francesco, io non ho più parola, vedete ciò che sento, e fate voi il resto che mi occorra a rassomigliarvi.

1 gennaio. 312. «Minima maximi faciam». (Traduzione: darò grande importanza alle piccole cose: detto che si attribuiva a s. Giovanni Barchmans). Un minuto di tempo sciupa-to, una parola non detta a proposito o fuori del necessario, basta-no a mettermi il cuore in agitazione per ventiquattro ore. Tutto ciò è superbia, questo è verissimo. Debbo però imparare a spese mie e della mia superbia. Il mio buon padre spirituale continua a dirmi che io debbo procurare sempre il più perfetto: quello che può tornare di maggior gusto a Dio. Posto questo principio indeclina-bile, non ci debbono essere più ragioni che mi eccitino ad accon-tentare le mie inclinazioni. O Gesù, o Gesù, vedi la mia miseria: tu solo mi puoi sollevare insino a te; mi rassegno nelle tue mani come un morto. Gesù, dammi la vita.

1 febbraio. 313. La letizia pura, delicata, che mi deve sempre occupare il cuo-re, trova la sua manifestazione più sincera nelle azioni minutissime. Attento bene, adunque: non basta saper portare una certa qual pa-zienza nelle cose contrarie, cosicché gli altri non debbano accorgersi di nulla; io stesso debbo sentire dentro di me una soavità e una dol-cezza ineffabile, che non mi lasci mai, che faccia fiorire sorrisi sulle mie labbra, e questi più giocondi, proprio quando per lo sforzo di non alterarmi mi sento per lo meno portato alla serietà. Insomma, la mia deve essere una pazienza allegra e sorridente, e non troppo seria, altrimenti se ne compromette tutto il merito. «Jesu mitis et humilis corde (Mt 11,29), fac cor meum secundum cor tuum ».

2 febbraio. 314. Il pensiero che io sono obbligato ed ho per mio compito prin-cipale ed unico il farmi santo ad ogni costo, deve essere la mia preoc-cupazione continua: preoccupazione serena, però, e tranquilla, non pesante e tiranna. Di ciò mi debbo ricordare ogni momento, dal pri-mo aprire degli occhi alla luce del mattino, all'ultimo chiuderli al sonno, nella sera. Non torniamo, dunque, ai modi, agli usi di una volta. Serenità e pace, ma costanza e intransigenza. Diffidenza as-soluta e basso concetto di me stesso, accompagnati da una comuni-cazione d'affetto ininterrotta con Dio. «Hoc opus, hic labor. O bone Jesu, adiuva me! Maria, Maria monstra te esse matrem ». (Traduzione: questa è la tua impressa: qui sta il tuo impegno. O Gesù buono, aiutami. Maria, rivelati a me).

5 febbraio. 315. Domani, primo venerdì del mese, giorno di gran festa per-ché dedicato al Cuore santissimo di Gesù. Straordinario raccogli-mento, mortificazione della lingua, e gran fuoco. «Cor Jesu, flagrans amore nostri, infiamma cor nostrum amore tui!».

6 febbraio. 316. La preoccupazione più grave che mi agita in questi giorni, è quella dello studio. In fondo in fondo, è tutto amor proprio. Si crede di non poter essere uomini veramente grandi, se non si è scien-ziati in sommo grado. Questo vuol dire, ragionare colle massime del mondo; e però conviene che ci avvezziamo a pensarla diversa-mente. La mia vera grandezza consiste nel fare totalmente e con perfezione la volontà di Dio. Se Iddio volesse da me che abbru-ciassi i libri, e mi facessi povero frate laico, adibito ai più umilian-ti servigi in qualche convento sconosciuto e disprezzato, il cuore sanguinerebbe, ma lo dovrei fare e diventerei così veramente gran-de. Dunque non lasciamoci troppo scaldare la testa, per carità. «Ne quid nimis ».

15 febbraio, ritiro. 317. Le mie note contano dieci giorni di interruzione. Perché ciò? Non lo so spiegare io stesso. C'è colpa? Non lo credo. D'altra par-te non devo sentire troppo dispiacere, quando non c'è colpa. Di-versamente, se me ne dolessi, non sarebbe che il segno di un attacco fuori di posto. La perfezione non consiste in ciò, ma nell'amare Iddio, e nel disprezzare me stesso dinnanzi a lui. 318. Oggi, io proprio non l'oserei chiamare, ma fu giorno di ri-tiro: un ritiro sui generis. In tutta la mia giornata non ho fatto al-tro che ricordarmi come oggi sia giorno di ritiro. Ho passato le mie ore come i superiori me l'hanno imposto: in chiesa, in villa, in ricreazione, al passeggio, e nulla più; niente meditazione, rifles-sioni speciali, pratiche di devozione, nulla. «Domine, tu vides omnia». Come si trova la mia coscienza? Certamente in una con-dizione un po' diversa da un mese fa. Io stesso non so più che cosa dire. Siamo in uno stato di progresso? Apparentemente proprio no. Le distrazioni abbondano; quella presenza di spirito così scru-polosa dei primi giorni, se n'è discostata un pochetto; qua e là qual-che quarto d'ora sciupato inutilmente, e via dicendo. Con tutto ciò, io mi trovo tranquillo; quando mi ci metto davvero a voler fare, non so trovare un altro modo migliore; non so come spiegare que-st'affare. L'unica soluzione mi pare sia questa: che il Signore mi lascia nelle mie mancanze perché mi umilii sempre più, ed alla vi-sta delle mie miserie mi sollevi sempre più vicino al suo cuore amo-roso, che è la mia vera vita. Dunque, Gesù benedetto, io m'ab-bandono in voi, sul vostro seno, con le mie distrazioni, atti di su-perbia e peccati. Non so far altro. Proponimenti speciali non ne faccio. Il pensiero a voi sempre, massime in questi giorni del car-nevale; tranquillità grande e risoluzione continua, fra le mie man-canze di ogni momento; la regola, in tutto e per tutto, e Deo gratias. «Jesu, spes suspirantis animae, recordare mei ». (Traduzione: o Gesù, speranza, dell'anima in attesa, ricordati di me).

18 febbraio. 319. L'uomo non è mai così grande come quando sta in ginoc-chio. E una bella proposizione, degna di quel gran cavaliere di Cri-sto che fu Luigi Veuillot 26 Ricordiamocene bene e sempre. Non è dunque la scienza propriamente il fastigio della grandezza e della gloria, ma è il conoscimento di noi stessi, del nostro nulla dinnan-zi a Dio; la coscienza del bisogno di Dio, senza del quale siamo sempre molto piccoli, per quanto ci innalziamo alle altezze dei giganti. O Maria, o Maria.

20 febbraio. 320. Oggi dies magna. Il nostro Santo Padre ha compiuto il ven-ticinquesimo anno del suo pontificato. Il mondo cattolico si è tro-vato ai suoi piedi a presentargli le sue congratulazioni, i suoi omaggi pel fausto avvenimento, avveratosi solo due volte in 19 secoli. E' un fatto che desta la più grande meraviglia e che, in un ambiente così scettico, ha fatto toccare con mano la presenza del dito di Dio nella sua Chiesa, questo di un Papa che si diceva presso a morire, quando cinse la tiara, e che ha resistito all'edacità del tempo per cinque lustri, ha riempito la terra del suo nome glorioso, e, mentre i suoi persecutori sono passati e, colle teste superbe spezzate din-nanzi alla pietra (Sal 68,22) su cui s'innalza la sua cattedra aposto-lica, sono scesi l'un dopo l'altro nel sepolcro (Sal 113,17), soppravvive a tutti, meravigliosamente giovane nei suoi novanta-tré anni, a narrare ai popoli stupefatti le opere di Dio (At 2,11). 321. Negli applausi nutriti, onde oggi i pellegrini lombardi, de-gni delle loro tradizioni, hanno salutato il venerando vecchio, nei rendimenti di grazie, elevantisi maestosi sotto la cupola di Miche-langiolo colle note dell'inno ambrosiano, risonava veramente lo scoppio dell'entusiasmo dei popoli, il palpito ardente della umani-tà troppo beata nella letizia di questo giorno aspettato da gran tem-po. Anch'io unisco la mia voce a quella del mondo, anch'io ho pregato per il gran Papa, oggi in mezzo alla folla, sulla tomba di san Pietro. Ah, Leone, Leone, salgano al cielo, fecondatrici di be-nedizioni, di prosperità, di vittoria per te e per l'opera tua, le mie povere preghiere; giungano a te, benché confusi col plauso univer-sale, gli umili voti ma ardenti di un cuore giovanile, che tu non conosci, ma che ti venera, che ti ama con vero affetto di figlio, ti professa attaccamento indomabile, devozione inconcussa. Il Si-gnore ti conservi, o Leone, al bene della Chiesa e della patria; alle glorie, ai trionfi di Cristo nel suo popolo; non cessi dal trasfonde-re nella tua eterea figura quel soffio potente di vita divina, onde schiudi alle anime nostre, sitibonde di felicità, orizzonti più chiari di giustizia e di carità evangelica; ti faccia beato sulla terra, nel-l'affetto dei figli, nella venerazione verso la sede apostolica, nei frutti ubertosi dell'azione della Chiesa; ti scampi dai nemici dite e suoi, e ti faccia almeno scorgere da lontano l'alba luminosa di quel gran giorno di pace, quando vincitori e vinti, in questa lotta secolare pel trionfo della verità e dell'amore, si abbracceranno fra-ternamente dinnanzi al tuo trono di padre più che di sovrano, men-tre alzerai la tremula mano ad accarezzarli ed a benedirli. «Tu es Petrus: tu es Christus » (Mt 16,16.18).

24 febbraio. 322. Con questa sera finiscono i giorni di vacanza che, per un andazzo alle cose del mondo, si chiamano del carnevale. Due cose mi hanno specialmente colpito in queste ferie: la festa della cara Madonna della Fiducia e la visita alle Sette Chiese pensie-ro dolce, soavissimo, di Maria, alla cui devota immagine venerata su, nella piccola cappella dei teologi, tanti ricordi di storia intima si ricollegano; il santo esercizio di penitenza, che ci affolla la men-te delle maestose figure di tanti morti che ci insegnarono come veramente si debba amare Gesù Cristo e che ci inonda il cuore di af-fetti santi, di efficaci propositi, e, al tempo istesso, ci accompagna a quei santi gloriosi che ci hanno preceduto nel devoto pellegrinag-gio, luminoso esempio di cristiane e sacerdotali virtù in tempi po-co lontani e poco dissimili dai nostri, non poteano non suscitare sentimenti di virtù e di devozione sincera, e, colla grazia di Dio, spero duratura. 323. Domani, passato quel po' di baccano, quel tantino di lar-ghezza di questi giorni, torneremo allo studio serio, alle occupa-zioni più gravi, all'esercizio della virtù più attento e raccolto. Il Signore si è compiaciuto farmi passare attraverso i divertimenti e gli svaghi di questi giorni, senza che l'anima ne patisse gran distra-zione, e di farmene provare un senso di noia, come se si trattasse di una grande sciocchezza. Non credo, d'altra parte, che il carne-vale, anche per noi ecclesiastici, possa meritare altro nome, se non fosse peggiore. 324. Deo gratias che anche quest'anno è finito. Intanto, in que-sta ultima notte, il mondo continua le sue follie e, con qual misu-ra, i suoi peccati, e con quale spudoratezza! nei teatri, nei veglioni, nelle case di peccato, nei giardini, anche nelle piazze e nelle vìe. E intanto il cuore amoroso del mio Gesù è offeso, e deh, come! O Gesù, io m'addormento partecipando al vostro dolore, e pen-sando alla vostra dolorosa passione. Il mio desiderio vivo di amar-vi, vi faccia dimenticare le diaboliche voglie di tanti miei disgraziati fratelli e ottenga a tutti che domani scendano, solenni e feconde di migliori propositi, le parole della Chiesa, ricordanti ciò che noi siamo davanti a voi, ciò che saremo nel giorno più grande della nostra vita: «Quia pulvis es et in pulverem reverteris» (Gen 3,19). (Traduzione: perché polvere sei, ed in polvere ritornerai).

26 febbraio (giovedì). 325. Quaresima; dunque serietà, temperanza, mortificazione, rac-coglimento, preghiera. Ecco la mia vita di questi giorni. D'altra parte mi debbo preparare al sacro ordine del suddiaconato. Che cosa avrebbe fatto san Luigi? O Gesù, io mi unisco in ispirito a voi che digiunate nel deserto per quaranta giorni, e vi preparate nell'orazione alla vostra vita pubblica. Che io impari qualche cosa da voi in questi giorni, affinché il giorno di Pasqua segni un altro passo nella via della virtù, dell'unità e della glorificazione dello spi-rito con voi.

3 marzo. 326. Giorno di trionfo 32 Evviva il Santo Padre! Oggi il mio cuore, in San Pietro, si sentì come affogare in quell'oceano d'a-more di tutto il mondo colà rappresentato, verso il Papa. Durante la messa solenne non seppi che protestare, sulla tomba degli Apo-stoli, i miei sensi di fede viva, ardente, ed i propositi fermissimi di lavorare e consacrare le mie forze a servizio di Gesù Cristo, del-la Chiesa, del Papa. Santo Padre! io sono tutto vostro, io vi pre-sento le armi. Beneditemi perché mi faccia santo, degno di essere vostro figlio.

7 marzo. 327. Non posso chiudere questo giorno senza tin ultimo pensie-ro al glorioso dottore angelico, san Tommaso d'Aquino. Quanta grandezza, in quel povero frate; quanta sapienza, quanta santità! Egli dà a tutti gli studiosi, a me in specie una grande lezione. «Ti-mor Domini disciplina sapientiae» (Prov 1,7). (Traduzione: il timore di Dio è disciplina della sapienza). Quante volte nel-la foga dello studio, la pietà passa in secondo ordine; e quasi si mostra di credere che il tempo consacrato agli esercizi di devozio-ne sia inutile. Eppure l'Aquinate, prima di esser il più grande scien-ziato del suo tempo, fu un santo, e proprio perché fu santo, raggiunse sì alto grado di sapienza. San Tommaso, mentre studio sui vostri preziosi volumi, fatemela capire bene questa verità: che se io voglio diventare veramente un bravo uomo su tutta la linea, raggiungere pienamente i miei ideali, essere utile alla causa di Cri-sto e della Chiesa, io mi debbo santificare ad ogni costo.

18 marzo. 328. Esami, ammalati, svogliatezza fisica, ordinazioni, mi han-no distolto per molto tempo dal segnare due righe su questa carta. Oggi a qualche modo ho tentato di fare il ritiro mensile. Niente di straordinario nei propositi. Le conclusioni le tirerò meglio do-mani col buon san Giuseppe, da cui mi aspetto la grazia di un vero raccoglimento. In questi giorni mi sento così strano, indolenzito, pesante, da non sapermi quasi più reggere in piedi; una nevralgia ai denti non cessa di tormentarmi. «Domine tu vides. Spiritus qui-dem promptus est, caro autem infirma» (Mt 26,41). (Traduzione: lo spirito è pronto, ma la carne è debole).

9 marzo. 329. Come è dolce, calmo, soave, sereno, il pensiero di san Giu-seppe! In mezzo alla mia persistente svogliatezza una cosa gli ho domandato: lo spirito vero della vita interiore, specialmente la gra-zia di far bene la meditazione e la santa comunione. Sono i risultati pratici del mio ritiro; e ne credo l'applicazione la cosa più necessaria nelle presenti condizioni della mia vita spirituale. Glo-rioso san Giuseppe, pregate per me.

22 marzo. 330. Guardiamoci dai pensieri inopportuni, da distrazioni inavver-tite, ma pericolose, massime le prime volte. Non mi devo stancare mai dell'«attende tibi et lectioni, tibi et disciplinae» (Traduzione: dedicati alla lettura, all'esortazione e all'insegnamento; vigila su te stesso). (1Tim 4,13.16): nessuna vacanza nella mia vita spirituale. I santi Esercizi si avvicinano un'altra volta, dunque, prepariamoci meglio a ricevere le grazie di Dio: la sacra ordinazione è imminente. O Signore, o Signore! «Tuus sum ego? (Sal 18,94). (Traduzione: son io tuo?). Domine, non sum dignus» (Mt 8.8). (Traduzione: Signore, io non son degno).

4 marzo. 331. Domani gran festa. Le campane di tutto il mondo ripete-ranno giulivo il primo saluto a Maria. Gli angeli risponderanno coi loro canti dolcissimi, gli uomini commossi ripeteranno il saluto. O Maria, o Maria! fra le voci che s'innalzano a te festanti, beni-gna Vergine dolce e pia, ascolta ancora la voce mia. Ave Maria!

25 marzo. 332. «Et Verbum caro factum est» (Gv 1,14)! (Traduzione: e il verbo si fece carne). Non vi sono parole più solenni di queste. Il Verbo si è fatto carne: quale umi-liazione, quanto amore! Egli si è fatto carne nel seno di Maria; quale grandezza per la Vergine, quanta gloria! Eppure un giorno, simile avvenimento si ripeterà per mezzo mio. Il Verbo fatto carne si porrà fra le mie mani, scenderà nel mio cuore sotto le specie di pane e di vino, sacrificato un'altra volta per la salute mia e di tutto il mon-do. Il tempo si avvicina: come posso io pensare ad altre cose? Co-me posso permettere che per un momento solo la mia mente diverta da questo pensiero? O Gesù, o Maria, «langueat et liquefiat ani-ma mea»! (Traduzione: si intenerisca e si sciolga l'anima mia).

aprile. 333. Stasera sono incominciati un'altra volta i santi Esercizi di preparazione al sacro ordine del suddiaconato. Bene o male che le cose siano andate sin qui, apriamo subito un'altra partita. Mi concedesse Gesù una grazia sola in questi giorni: un gran raccogli-mento nelle meditazioni. E perché non si compiacerà di conceder-mela? Al Sacro Cuore sofferente consacro questi giorni di santo ritiro. 334. Vieni, o Santo Spirito, luce beatissima, riempi di chiarezza la mia mente, accendi il cuore di santo desiderio della virtù, lava le mie sordidezze, rammollisci la mia durezza, sana le mie ferite. Maria Vergine addolorata, che fra lo spasimo della croce mi par-toriste in figliuolo, mostratevi madre. «Monstra te esse matrem, sumat per te preces qui pro nobis natus tulit esse tuus ». San Giuseppe, l'acquisto della mia vita interiore me lo dovete ottenere voi, che me ne avete forniti esempi così chiari. Santi apostoli Pie-tro e Paolo, la vostra fede, il vostro amore. Protettori miei dolcis-simi, san Francesco di Sales, Filippo Neri, Ignazio di Loyola, san Luigi, Stanislao e Giovanni Berchmans, sant'Alessandro martire, san Carlo Borromeo, intercedete per me. Angelo mio custode, a voi affido specialmente il mio raccogli-mento in questi giorni; allontanate le mie distrazioni, confortate-mi nella mia svogliatezza, mantenetemi calmo, sereno, disciplinato in ogni cosa: «Illumina, custodi, rege, guberna». Così sia.

 

GESù, MARIA, GIUSEPPE NEI SANTI SPIRITUALI ESERCIZI DI PASQUA PER L'ORDINAZIONE AL SACRO SUDDIACONATO 1-l0 APRILE 1903

335. Gesù, mi trovo dinnanzi a voi un'altra volta in questo an-no, per ascoltare le vostre divine lezioni. Il mio cuore anela di con-sacrarsi solennemente a voi, una volta per sempre. La Chiesa mi ha chiamato, voi mi invitate: «ecce venio» (Sal 40,8)1. Non avan-zo pretese, non mi sono formato disegni preconcetti; mi sforzo di spogliarmi di tutto me stesso, non sono più mio. L'anima mia si trova dinanzi a voi come una pagina bianca. O Signore, scrivetevi quanto vi piace; io sono vostro. 336. 1. «Amice mi, ad quid venisti? » (Mt 26,50). A conoscere Iddio, ad amarlo, a servirlo per tutta la vita; dopo la morte, a go-derlo per sempre in paradiso. Tutti i responsi della scienza non val-gono quanto queste brevi parole del catechismo dei bambini. I doveri della mia vita si compendiano in queste tre parole, io i Ecco, vengo. non devo fare altro che questo: conoscere, amare e servire Iddio, sempre e ad ogni costo; la volontà di Dio deve essere la mia, que-sta sola debbo cercare anche nelle cose minutissime. E questo è il primo e fondamentale principio. 337. E le altre cose che mi circondano? Se Iddio me le ha date, è un soprappiù: non a tutti furono concesse, non a tutti in egual misura. Il loro scopo è di servire all'uomo per il raggiungimento del suo fine. Ogni altro uso che io ne faccia è cattivo, inverte l'or-dine della natura, mi conduce ad un accecamento deplorevole. A loro riguardo, le mie relazioni consistono in quell'aurea legge del-l'indifferenza, nella quale i santi si sono veramente illustrati (ES 23). Accenno, per tutti, al mio san Francesco di Sales. Indifferen-za che non è apatia naturale, come quella di certi caratteri, ma vir-tù soprannaturale, distacco da tutto, quando ci sia di mezzo la volontà o il piacere di Dio; tranquillità, calma, elevazione di spiri-to, filosofia profonda, per cui, avendo di mira ideali più alti, non ci curiamo di queste cose, basse e da nulla; oppure, comunque ci si presentino, ci sono ala potentissima per ascendere a Dio, per eser-citarci nella virtù, per farci santi. Raccolgo qui alcuni casi pratici, non senza un motivo per me, e da tenersi bene a memoria. 338. I beni di fortuna, le ricchezze, il Signore poteva darmeli e non darmeli: io non ne avea alcun diritto. Egli si è compiaciuto di lasciarmene privo. Perché me ne debbo lamentare? La loro as-senza è un mezzo di santificazione per me. Dunque, sia benedetto il nome del Signore (Gb 1,21). Talora la dura necessità mi costrin-ge a fare qualche debituccio coll'economo, ed io ne provo pena, melanconia indicibile. Questo non va. è Iddio che lo permette, e tanto basta. L'ingegno, la memoria, sono doni di Dio. Perché accorarmi se altri ne possiede più di me? non avrei io potuto riceverne anche meno di quello che Iddio mi ha dato? Il risultato negli esami, le buone riuscite, sono cose che, volere o no, mi stanno molto a cuo-re. Ebbene, quando io abbia fatto tutto quanto Iddio voleva da me, che m'importa dell'esito buono o cattivo dei miei studi? 339. Talora nelle stesse pratiche di pietà, dopo lo sforzo di tutto me stesso per mantenermi raccolto, per sentire tutta la dolcezza del conversare con Dio, non ne conchiudo nulla: il cuore sembra di sasso, le distrazioni si succedono ininterrotte, il Signore si sembra nascosto. La mestizia, il dispiacere mi assalgono, mi mettono in agitazione. Via, via tutte queste debolezze. Stiamo allegri, calmi, anche in queste circostanze. Consoliamoci anzi, perché Dio vuole così. Comunque le cose succedano, piova o splenda il sole, faccia fred-do o caldo, i signori superiori grandi e piccoli dispongano in un modo o nell'altro, io mi debbo sempre trovare dello stesso umore: mai una parola di lamento o di disapprovazione, né in pubblico né in privato; il sorriso contento, schietto, cordiale deve sempre sfiorare le mie labbra; né mi debbono far perdere la testa i buoni eventi, né abbattere lo spirito le amarezze della vita. 340. Non si negano con ciò le impressioni dei sensi, le voci della natura. Il buon gusto dell'amore di Dio, l'abbandono dolce e to-tale al suo beneplacito, devono in me assorbire tutto il resto, o me-glio, trasformare, sublimare tutti i moti della parte inferiore di me stesso. La pratica di questo principio dev'essere l'opera di ogni momen-to, di ogni luogo e circostanza, ed uno dei punti principali di di-scussione nei miei esami di coscienza. O Gesù, «mitis et humilis» (Traduzione: mansueto e umile). (Mt 11,29) che io la possa com-prendere, questa verità, ed applicarla alla vita mia, nella sua per-fezione. «Ita, Domine, quia sic placitum fuit ante te (Mt 11,26), obmutui et tacui quoniam tu fecisti (Sal 39,10). Semper sit nomen Domini benedictum» (Traduzione: si, o Padre, perché così è piaciuto a te. Sto in silenzio, non apro bocca, perché sei tu che agisci. Sia sempre benedetto il nome del Signore) (Gb 1,21). «O Maria, virgo et Mater dul-cissima, adjuva me». 341. 2. Basta un semplice pensiero di amor proprio a mandare in ruina per sempre un'infinità di spiriti nobilissimi. Una debolez-za di Eva nel lasciarsi incantare dal serpente, fu l'occasione di tutti i mali dell'umanità. Quale lezione per me! Se è vero che ad ogni piccolo atto virtuoso corrisponde un cumulo di grazie, deve essere vero altresì che il trascurare, anche per poco, simili atti, quando il Signore mi porge il destro di esercitarli, può essere il principio della mancanza di tante grazie, senza di cui io non posso far nulla, assolutamente nulla. Alla luce di questa verità, debbo considerare quelle mie mancanze che si sogliono chiamare piccole e che per lo più si trascurano. Di qui si riconosce l'origine del procedere lento, stentato, della mia vita spirituale. Non è questione di maggiore o minore degnazione o benevolenza da parte di Dio; è questione di corrispondenza da parte dell'uomo. Le grazie sono sempre pronte, le nostre mancan-ze ne impediscono l'applicazione. Vigilanza, adunque, scrupolosa, alle più piccole occasioni; deli-catezza estrema in tutte le opere mie. La santità dei santi non èfondata sopra fatti strepitosi, ma sopra coserelle che all'occhio del mondo sembrano inezie. Gesù Cristo nei primi trent'anni di sua vita mi apre, a questo riguardo, una scuola di esempi luminosi. «In-spice et fac secundum exemplar» (Es 25,40). (Traduzione: guarda e fa secondo il modello). 342. 3. Ritorno sull'argomento, giacché piacque al buon Dio, in mezzo all'aridità e alla desolazione di spirito di questi primi tre giorni di Esercizì, farmene comprendere un poco l'importanza pel mio stato presente dell'anima. Non saprei proprio dire se alcune scappate dei miei primi anni abbiano raggiunto la malizia di peccati mortali. Ad ogni modo, per quella età erano cose gravissime, ed ancora oggi, dinnanzi a Dio, io ne sento vivo rossore: «Ingemisco tamquam reus; culpa rubet vultus meus». Dietro a quelle prime, quante e quali altre mancanze si sono succedute, ogni giorno, ogni ora: distrazio-ni, atti di amor proprio, negligenze nello studio, tempo perduto; mancanze di carità nei pensieri, nelle parole, nelle opere; piccole va-nità. O Dio mio, Dio mio, che cumulo! basterebbero a schiacciarmi. Dunque io sono peccatore e gran peccatore, lo vedo, lo sento, sono convinto, me ne vergogno. «Supplicanti, parce, Deus». 343. Ora, ciò posto, ragioniamo un poco. Ho io fatto penitenza dei miei peccati? No, affatto. Eppure è certo che dovrò soddisfare ogni cosa sino all'ultimo quadrante (Mt 5,26). Dunque, io mi deb-bo sempre considerare in debito col Signore; la cura scrupolosa nel-1'adempimento dei miei più minuti doveri, anzitutto è un obbligo severissimo di giustizia; non è un complimento, un soprappiù. Fin-ché non abbia pagato i miei debiti, non ho il diritto di lamentarmi con Dio perché mi manda tribolazioni, desolazioni di spirito e co-se simili. Quando mi sento come oppresso, abbandonato, solo, devo chinare dolcemente la fronte, accontentarmi in buona maniera e dire: lo merito, sia pure; o Gesù, io ti benedico, ti ringrazio, ti amo. Anche in mezzo alle mie miserie, il Signore mi ha ricolmato di grazie continue, grandi e singolarissime. Perché non hanno sortito il loro effetto? Perché a quest'ora non sono io un santo come san Luigi, san Stanislao e più di loro? Le mie piccole mancanze ne so-no la cagione. 344. Come si può spiegare la mancanza quasi assoluta di racco-glimento, e quindi di profitto, nelle mie meditazioni dagli ultimi Esercizi a questa parte, l'aridità spirituale di questi primi giorni dei santi Esercizi, la durezza del mio cuore di fronte alle più gravi e tremende verità che facevano tremare anche i santi più innocenti? Forse col ricordare le parolette sfuggite di tratto in tratto in tempo di silenzio e le altre piccole trasgressioni di regola, a quando a quan-do, e simili. Oh, le piccole cose! Tutto è correlativo nella mia vita spirituale. Come le grazie si richiamano, si moltiplicano ordinata-mente le une dopo le altre, così le mancanze che, alla loro volta succedendosi, elidono gli effetti delle grazie e, moltiplicandosi all'indefinito, mi conducono all'orlo del precipizio. La conclusione è questa: ogni regola trasgredita, per quanto ml-nuta essa sia, ogni neo, ogni paroletta fuori di posto, ogni inezia è un deficit spaventoso nella mia vita spirituale. Dunque, faccia-mo bene i nostri conti. Occhio finissimo e severo: guai alle prime debolezze! 345. 4. «Post tempestatem tranquillum facis» (Tb 3,2); (Traduzione: dopo la tempesta fai tornare la tranquillità (Vulgata)) così il mio buon Signore, dopo tre giorni di desolazione e di attesa, si è compiaciuto introdurmi alla sua udienza e rischiararmi con uno sprazzo di luce. Un attento esame su di me stesso, sopra i miei moti di amor proprio, mi ha fatto scorgere in me, oltre la fantasia che è sempre la gran matta di casa, due ragioni, per così dire, che si agitano e che cercano di farsi valere: la ragione ragionevole, la ragione propriamente mia, e la ragione dell'altro io che c'è in me, ed è il mio nemico formidabile. Quando io medito seriamente, vo-glio il bene in generale e nei casi pratici; è l'altra ragione che trova sempre dei se e dei ma, che mi deride in ogni mia risoluzione, tro-va sempre i contrapposti, i lenitivi in suo favore; aiutata mirabil-mente dalla fantasia fa di tutto per intorbidarmi la mente, gettare acqua sui più buoni propositi; s'impone alla ragione ragionevole, non le lascia scampo, sempre ardita e impertinente, sempre tiranna. 346. Stiamo bene attenti a non lasciarci confondere. Il più spes-so è un giuoco del demonio che pesca appunto nel torbido, tenta di scoraggiarci a questa guisa, e di rovinare i migliori sentimenti e propositi. Basta che io concepisca i buoni pensieri, per esempio di umiltà, di detestazione dei miei peccati, seriamente e fortemen-te, per quanto, attesa la mia grande miseria, non ne veda e com-prenda tutte le ragioni intime, e mi tenga duro ad ogni assalto, tenga sempre chiusa la porta del consenso, e Iddio è contento, non vuole di più. 347. Ricorderò sempre quanto mi suggerisce san Francesco di Sa-les: «lasciate che il demonio (l'altra ragione, cioè quella dell'altro io) urti e gridi alla porta del vostro cuore, presentandovi mille im-magini ed importuni pensieri; poiché egli non può entrare che per la porta del consenso, tenete questa ben chiasa e statevene in pace. Non vi dia afflizione se le ombre rumoreggiano intorno alla vostra barca, e non temete mentre vi è Dio». Trattandosi adunque di pensieri di amor proprio, di riputazio-ne, d'onori, di posti eminenti, e simili, purché io non vi dia occa-sione e mi sforzi di non curarli, non mi devo turbare. Basta che io stia duro sul no, fieramente, senza ascoltare argomenti e ragio-ni di sorta e non mi stanchi mai dal negare il mio consenso, appo-nendo pensieri e sentimenti di umiltà, e l'amor proprio non ha nulla da pretendere. 348. 5. Quante volte ripenso al grande mistero della vita nasco-sta ed umiliata di Gesù nei suoi primi trent'anni, la mente sempre più mi si confonde e mi mancano le parole. Ah! questo è eviden-tissimo: che di fronte a lezione così luminosa, non solo i giudizi del mondo, ma anche quelli e il modo di pensare della quasi totali-tà degli ecclesiastici, scompariscono del tutto, stanno addirittura dalla parte opposta. Quanto a me poi, confesso di non giungere ancora a formarmene un'idea. Per quanto mi studi, non mi sem-bra che di ottenere il complimento dell'umiltà, ma lo spirito vero di essa, l'« ama nesciri » di Gesù Cristo in Nazareth, non m'è noto che di nome. E dire che il benedetto Gesù passò trent'anni nella vita nascosta, ed era Dio, ed era lo splendore della sostanza del Padre, ed era venuto a salvare il mondo, e fece tutto ciò sola-mente per insegnare a noi quanto sia necessaria e come si debba praticare l'umiltà! 349. Ed io, così gran peccatore, miserabile all'eccesso, non pen-so che a compiacermi di me stesso. a compiacermi delle buone riu-scite per un po' di onore mondano; non so concepire neppure il pensiero il più santo, senza che vi si inframmetta il gusto della mia propria riputazione presso gli altri; per quanto atteggiato a devo-zione, a spirito di carità, di sacrificio, non so vagheggiare un idea-le purissimo senza l'altro io che vuol la parte sua, vuol farsi vedere, farsi ammirare dai vicini, dai lontani, da tutto il mondo, se fosse possibile. E il peggio si è che al pensiero del vero nascondimento, quale l'ha praticato e me l'insegna Gesù Cristo, io, in ultima ana-lisi, non so adattarmi che con grande sforzo. 350. Confessiamo dunque almeno questo, ed è una delle impres-sioni speciali di questi santi Esercizi, da ricordarsi ogni momento, che: 1) tanto più io sarò veramente grande e degno di riputazione davanti a Dio ed agli uomini, e tanto più il mio ministero sarà frut-tuoso, quanto più amerò il nascondimento; 2) in fatto di vera umiltà sono ancora molto lontano dal conoscerne e praticarne il primo grado; 3) debbo continuamente chiedere al cuore amoroso di Gesù «mitis et humilis» (Mt 11,29), luce, più luce in proposito, e aiuto a concepire, se non altro, desideri sinceri dell'umiltà più perfetta, della noncuranza della mia stima, del mio onore. Non mi dimenticherò che il Signore vuole da me non solo l'« ama nesciri» e il «pro nihilo reputari», ma ancora il «contemni». Devo arrivare a tanto di umiltà da poter dire: «Christo confixus sum cruci» (Gal 2,19). (Traduzione: sono stato ctocifisso con Cristo). Per ora, o Gesù, concedetemene alme-no il desiderio verace. 351. 6. Oltre all'essere pieno di me stesso e di attaccamento alla mia reputazione, io sono un povero ignorante; lo tocco con mano ogni giorno, ogni ora; e più studio, e più mi raffermo in questo convincimento. Mi debbo formare un'abitudine del considerarmi ignorante e scegliere sempre quel posto che mi conviene. A questo modo, abbasseranno le ali anche certe presunzioni inconsulte. Questo sentimento mi deve sempre accompagnare nella scuola, nello studio, nel conversare, in tutto. Mi guarderò bene dal far pom-pa di qualche cognizione che potessi avere. Il mio motto anche in ciò sarà l'« ama nesciri»; la mia posizione dinnanzi agli altri, su-periori e colleghi, sarà quella del fanciullo divino, Gesù: «audien-tem illos et interrogantem eos» (Lc 2,46). (Traduzione: in atto di ascoltarli ed interrogarli). 352. 7. Sento che il mio Gesù mi si va sempre più avvicinando. Egli ha permesso in questi giorni che cadessi in mare, mi affogassi nella considerazione delle mie miserie, della mia superbia, per far-mi intendere più imperioso il bisogno di lui. Mentre sto per som-mergermi, Gesù, camminando sulle acque, mi viene incontro sorridente a salvarmi. Io gli vorrei dire con Pietro: «Exi a me quia homo peccator sum, Domine» (Lc 5,8): (Traduzione: allontanati da me, Signore, perché sono uomo peccatore). ma io sono prevenuto dalla tenerezza del suo cuore, dalla soavità dei suoi accenti: «Noli timere» (Lc 5,10). (Traduzione: non temere). Oh, io più non temo di nulla accanto a voi! Riposo sul vostro seno come la pecorella smarrita (Lc 15,4-7), ascolto i palpiti del vostro cuore; Gesù, io sono vostro un'altra volta, sempre vostro. Con voi sono veramente grande; debole canna di giunco senza di voi (Ez 17,34); io sono una colonna appoggiato a voi. Non mi debbo giammai scordare della mia miseria, per tremare sempre di me stes-so; ma, ancorché umiliato e confuso, debbo sempre con maggior fiducia stringermi al vostro cuore, perché la mia miseria è il trono della vostra misericordia e del vostro amore: «Jesu bone, tecum sum semper, ne discesseris a me». (Traduzione: Gesù buono, sono sempre con te: non allontanarti da me). 353. 8. è il giovedì santo, il gran giorno del Cuore di Gesù, il giorno delle sue nozze e insieme del suo testamento d'amore! Come di un tratto un fulgido raggio di sole scioglie le nubi del cielo e richiama la vita, così il mio buon Maestro si è degnato sol-levarmi, rischiararmi in questo giorno che per me è forse il più so-lenne di tutto l'anno. Mi sono sentito inondare da una grande abbondanza di pace, quando mi sono accostato a riceverlo; ho sen-tito tutta la gioia della sua presenza, ho ascoltato con commozio-ne il suo ultimo sermone, le ultime parole di addio, e dolcemente tremando in tutta la persona per una non so qual tenerezza che mi inumidiva le ciglia, l'ho accompagnato alla sua custodia. Oh! come sempre più mi fa intendere il suo desiderio, che in tut-to mi strugga di amore per lui nella divozione al Ss. Sacramento. Dal Ss. Sacramento, io debbo ripetermi quel desiderio che sento, che mi agita, di non vivere che per Gesù, e la grazia di essere pre-servato da tanti peccati che certamente avrei commesso senza il suo aiuto. Come posso io rimanere insensibile a questo invito? 354. Nell'ultima cena Gesù, il pontefice sommo, istitui il sacer-dozio, ed ora chiama anche la mia miserabile persona alla parteci-pazione di sì alto ministero. Preparato già da parecchi anni per diversi gradi ed ordini minori al grande atto, ora mi vuole al suo servizio con una dedizione più solenne ed una promessa indissolu-bile di fedeltà a lui solo, e di separazione totale dalle creature del mondo. O Gesù, io anelo a quel momento da sì gran tempo aspet-tato. Vedete, o Gesù, abbandono patria, parenti, le mie povere re-ti, tutto; io vengo con voi. Ricevetemi come accoglieste Pietro, Giovanni, Matteo e gli altri. Se io non sono degno di assidermi al-la vostra mensa, almeno mi metterò ai vostri piedi, a raccogliere le briciole che cadono in terra (Mc 7,27). «Elegi abiectus esse in domo Dei mei, magis quam habitare in tabernaculis peccatorum» (Sal 84,11). (Traduzione: preferisco essere l'ultimo nella casa del mio Dio che abitare nelle tende degli empi). Una cosa sola desidero: che rimanga costante nel vostro santo amore, uno con voi, come voi siete uno col Padre vostro. Ohimè! come attraverso le vostre ultime parole, nella mestizia del vostro divino sembiante, leggo lo scoppio infernale del bacio di Giuda, del traditore (Mt 26,50). Gesù, ve ne scongiuro a mani giunte, tre-mando di spavento; se voi sapete che io sia un giorno per mancare alle mie promesse, fatemi morire sull'istante prima che io compia il gran passo e vi giuri la mia fede. 355. 9. Il mio gran libro, da cui qui innanzi dovrò attingere con maggior cura ed affetto le divine lezioni di alta sapienza, è il Cro-cifisso. Mi devo fare un abito di giudicare dei fatti e di tutta la scien-za umana alla stregua dei principi di questo gran libro. è troppo facile lasciarmi ingannare dalle vane apparenze e dimenticarmi della vera fonte della verità. Guardando al Crocefisso sentirò scioglier-mi tutte le difficoltà, le questioni moderne, teoriche e pratiche, nel campo degli studi. «Solutio omnium difficultatum Christus». (Traduzione: Cristo è la soluzione di ogni difficoltà). Se dovessi ricordare tutti i buoni pensieri e sentimenti che il Si-gnore si è compiaciuto farmi concepire e sentire in questi giorni, considerando la passione di Gesù, non mi basterebbe una settima-na. Quando il mio amor proprio, approfittandosi di qualche mo-mento di disattenzione, costruirà i suoi castelli in aria, mi vorrà far volare, volare, io mi faccio una legge di pensare sempre a que-sti tre luoghi: il Getsemani, la casa di Caifas, il Calvario. 356. Il Crocifisso mi deve essere sempre argomento di grande con-forto e sollievo nelle mie miserie. Gesù estende le sue braccia sulla croce per abbracciare i peccatori. Quando avrò commesso qualche mancanza o mi sentirò turbato, mi immaginerò di prostrarmi ai piedi della croce, come la Maddalena, e di ricevere sul mio capo quella pioggia di sangue e di acqua che uscì dal cuore ferito del Salvatore. 357. Il Calvario, conchiude san Francesco di Sales, è il monte degli amanti, l'accademia della dilezione. Per questo io devo rendermelo familiare assai, anche perché là fu fatta la prima e più solenne apparizione del Sacro Cuore. Oh dolcezza ineffabile! Il mio buon Gesù, morendo, ha chinato il suo capo per baciare i suoi diletti. E noi tante volte diamo baci a Gesù quanti sono i nostri atti di amore. «Longinus» dice san-t'Agostino, «aperuit mihi latus Christi lancea et ego intravi et ibi requiesco securus». Ed io ripeto col grande dottore: «Inter bra-chia Salvatoris mei et vivere volo et mori cupio, ibi securus decan-tabo». «Exaltabo te, Domine, quoniam suscepisti me, nec delectasti inimicos meos super me» (Sal 30,2). (Traduzione: ti esalto, o Signore, perché m'hai protetto e non hai lasciato che i miei nemici si rallegrassero di me). 358. 10. L'ora s'avvicina. Presto, apprestiamo le lampade: «ec-ce sponsus venit» (Mt 25,6). O gioia, o consolazione! Ti ringra-zio, o Gesù, che così sensibilmente mi fai presentire il diletto di quel gran momento, in cui, in faccia a tutta la Chiesa, mi potrò consacrare irrevocabilmente al tuo servizio intorno al tuo altare. Non guardare, deh! alla mia indegnità, ma al mio buon volere. Do-mattina col primo sole, quando tutte le campane del mondo ti sa-luteranno risorto, tu verrai ad incontrarmi bello e glorioso, a celebrare le mie nozze con te! Oh, vieni, o Santo Spirito, in queste poche ore della notte che ancora mi rimangono, infiamma, abbru-cia, distruggi, vivifica, trasforma il mio piccolo cuore, fanne un vaso degno di Gesù. 359. Maria, Maria, mamma carissima, tergete le vostre lacrime: il vostro figio risorgerà. «Regina caeli, laetare», io mi abbando-no nelle vostre braccia, voi mi dovete presentare a lui. San pe, sposo castissimo di Maria, san Giovanni Evangelista, nel cui gran tempio io verrò ordinato, voi che conoscete i palpiti di Gesù, comunicate a me qualche scintilla del vostro affetto. Santi Pietro e Paolo, santi martiri di Roma e del mondo, san Francesco di Sa-les dolcissimo, e tutti voi, o miei santi protettori speciali e carissi-mi, intercedete tutti per me. Io mi prostro dinnanzi a tutta la corte celeste, io peccatore, ma benedetto da Gesù, mi raccomando alle preghiere di tutto il paradiso. Angioli purissimi che seguite l'Agnello immacolato, ne raccoglieste il sangue sul Calvario, ne annunziaste la gloriosa risurrezione, unitevi all'angelo mio custode nel suppli-care il divino Spirito, nel supplire alla mia impotenza, nell'assiste-re alla mia festa, nell'intercedere per me. «Veni, veni Domine, expectat te anima mea». (Traduzione: vieni, Signore, l'anima mia ti attende). 360. 11. La dolcezza della mia ordinazione fu così grande da non saperla in qualche modo esprimere. «O quam dilecta tabernacula tua, Domine virtutum: concupiscit et deficit anima mea in atria Do-mini». Veramente «cor meum et caro mea exultaverunt in Deum vivum» (Sal 84,2-3). (Traduzione: quanto sono amabili i tuoi tabernacoli, o Signore degli eserciti; anela e si strugge l'anima mia per il desiderio per gli atri del Signore: il mio cuore e la mia carne esultano verso il Dio vivente). Fu una cerimonia, quella di questa mattina in San Giovanni Laterano, così solenne per se stessa, più solenne per me, da non dimenticarla in eterno. Ora io sono veramente un uomo nuovo, la risoluzione è decisa. L'Eminentissimo Card. Vicario, in nome del Sommo Ponte-fice e della Chiesa, ha accolto, benedetto, consacrato la mia rinunzia a tutte le cose del mondo, la mia dedizione totale, assoluta inscin-dibile, a Gesù Cristo. 361. Quando, dopo la prostrazione solenne, mi sono accostato all'altare ed il Cardinale, accettando il mio voto, mi ha vestito del-la nuova e gloriosa divisa, mi parve che i pontefici, i confessori ed i martiri dormienti nelle tombe silenziose della grande basilica si destassero anch' essi, mi abbracciassero fraternamente, esultanti con me e si unissero in coro agli angeli della risurrezione nell'in-neggiare al glorioso Gesù che si è degnato sollevare a tanta altezza una si miserabile creatura. Oh, la lingua non vale ad esprimere tutta la tenerezza di quel momento, ma il ricordo durerà in eterno nel mio cuore, ed io non cesserò mai dal benedire l'amore del mio Dio, la sua grandezza, le sue glorie. L'unica parola che mi riesce di balbettare è l'espressione di san Paolo: «vivo ego, iam non ego, vivit vero in me Christus» (Gal 2,20). No, io non sono più mio, io sono di Gesù. Tante volte l'ho detto, ma oggi lo ripeto con maggior entusiasmo: Io sono di Gesù. «Suscipe, Domine Jesu, universam meam libertatem» (ES 234). 362. Compatite, o Signore, se, spossato come sono, confuso a tanta profusione di grazie, non so presentarvi i miei ringraziamen-ti. Questo tempo pasquale sarà una sola festa per me, in cui, più calmo nella intima gioia dell'anima mia, verrò gustando le vostre dolcezze, non mi staccherò dal vostro festino d'amore, vi verrò co-municando i miei pensieri, i miei ideali di una nuova vita in cui si manifesti la fiamma di quell'amor vostro che vi compiaceste ac-cendere nel mio povero cuore in questo giorno. «Tunica jucunditatis induit me Dominus: alleluja, alleluja! ». 12. La sacra ordinazione fu un epilogo felicissimo di tutti questi santi Esercizi. Rivestito di nuove armi, trasformato in un altro me stesso, oggi esco un'altra volta alla battaglia della vita, all'acqui-sto del regno. Nella gioia purissima che mi inebria, nell'entusiasmo che m'ar-de in petto di correre, di sacrificarmi per Gesù, non so formulare proponimenti speciali. D'altra parte il mio padre spirituale me lo ha espressamente proibito, richiamando la mia attenzione più viva sopra le conclusioni degli ultimi Esercizi del passato Natale. Cura scrupolosa nell'attenermi ad esse e basti per ora. In seguito farò come il divino Spirito vorrà.

 

NOTE SPIRITUALI

12 aprile, giorno di Pasqua. 363. «Haec dies quam fecit Dominus, exultemus et laetemur in ea» (Sal 18,24). (Traduzione: questo è il giorno fatto dal Signore : esultiamo e rallegriamoci in esso). Alleluja. Oh, veramente Gesù mi ha apporta-to in quest'anno una gran Pasqua di pace! La giornata di oggi èdestinata a segnare un'epoca nella mia vita. Preparato dai santi Esercizi, egli si è degnato darmi un saggio delle sue più intime ca-rezze, mi ha fatto anche sensibilmente pregustare come «servire Deo regnare est» (Sal 83,8). Suddiacono novello, consacrato ufficialmente al cospetto di tutta la corte celeste e dì tutta la Chie-sa alla causa di Gesù, quale suo ministro, oggi veramente fui ine-briato dalla sicurezza del sentirmi libero di quella santa libertà (Gal 5,1) che egli ci ha arrecato nella sua gloriosa morte e risurrezione; libero da tutte le relazioni della terra e fatto più agile, più pronto a sollevarmi alle altezze del sacrificio, con lui e per lui. Gesù, tre-mante di riverenza e di amore, prima che si chiuda questo giorno sognato e aspettato da sì lungo tempo, io mi prostro dinnanzi a voi a ringraziarvi un'altra volta, e sempre vi ringrazierò, finché mi basterà la vita, della letizia di cui m'avete inondato il cuore, dell'o-nore divino conferitomi coll'ammettermi nel numero degli eletti vo-stri. Risorto con voi, illuminato dagli splendori di gloria e d'amo-re del vostro Cuore, nel dì solenne del trionfo, deh, che io sappia sempre mantenere risorta quella grazia vostra, conferitami nella sacra ordinazione di ieri; che io da questo giorno possa veramente progredire «de virtute in virtutem (Sal 83,8), donec satiabor cum rursus apparuerit gloria tua (Sal 16,16)». (Traduzione: progredire di virtù in virtù, finchè sarò saziato all'apparire della tua gloria).

14 aprile. 364. Se non sento sempre il mio Gesù così vicino come nei gior-ni dei santi Esercizi, e specialmente nella sacra ordinazione, non mi devo meravigliare né lamentare. Le altre occupazioni materiali o d'altro genere, come lo studio, la ricreazione, ecc., senza dubbio non mi fanno rivolgere la mente ed il cuore a Dio, se non indiret-tamente. A Dio piace meglio così, ed io mi debbo consolare. Il mio impegno è di non lasciarmi distrarre da tutte queste occupazioni. Il pensiero del piacere di Gesù e dell'amore suo, deve come im-mergere le mie opere in un bagno salutare, con frequenti richiami e con tutto un modo di fare, che è portato dalla vita interiore. San Giuseppe lavorava da mattina a sera, eppure la sua mente e il suo cuore erano sempre in Gesù. O caro santo, aiutatemi ad imitarvì.

16 aprile. 365. Le mie relazioni col prossimo saranno veramente sante quan-do sarò perfetto nel parlare. In proposito, io debbo usare una deli-catezza singolare e non lasciarmi indurre mai, per nessun motivo, a parlare, anche solo meno bene, dei miei compagni, o del mio pros-sìmo. Le occasioni di esercitarmi sono innumerevoli nel corso di una giornata. Me ne servirò invece per innalzare la mente a Dio e fare atti di umiltà profonda. Dopo tutto, mi debbo ben persua-dere che il mio prossimo è sempre migliore di me, e con ciò stesso, degno del più grande rispetto. «O Jesu bone, pone custodiam ori meo, ostium circumstantiae labiis meis» (cfr. Sal 141,3). (Traduzione: o buon Gesù, poni una custodia alla mia bocca, sorveglia le porte delle mie labbra).

19 aprile, domenica in Albis. 366. Oggi si è chiusa l'ottava di Pasqua, ed io ho avuto l'onore di esercitare il mio nuovo ordine nella solenne messa del nuovo sacerdote, nella nostra chiesa di Sant'Apollinare. Ma per me la Pasqua continua ancora, e sempre deve continuare nella vera ri-surrezione dello spirito, nel progresso ininterrotto della mia santi-ficazione. O mio Gesù, no, io non mi voglio allontanare da voi. Deh, «mane nobiscum, Domine, quoniam advesperascit» (Lc 24,29). (Traduzione: resta con noi, Signore, poiché si fa sera). Soprattutto durante la mia giornata, nelle consuete occu-pazioni, attenderò a due cose specialmente: ad umiliarmi sempre, in tutto, sforzandomi di disprezzarmi dinnanzi a Dio ed anche in confronto dei miei compagni, perché ne ho un grande bisogno: lo tocco con mano ogni momento. In secondo luogo, a tenermi sem-pre così umiliato dinnanzi alla presenza di Gesù, raggiante e lumi-noso nello splendore del suo Sacro Cuore sotto le specie euca-ristiche. O mia buona Madre, «magistra humilitatis, fac me tibi similem». (Traduzione: maestra di umiltà fammi simile a te).

22 aprile. 367. Peccati e malinconia, fuori di casa mia. Anche le cose che urtano la mia suscettibilità, i compagni che non mi vanno a genio, li debbo sopportare con grande tranquillità; diversamente, dov'è il merito, il piacere di Dio? Mi sforzerò sempre di trovare delle vir-tù anche dove non sembrano apparire. Soprattutto penserò come, per tanti e tanti miei difetti, gli altri debbano forse fare dei grandi sacrifici per sopportare la mia povera persona. Umiltà, dunque; umiltà e sempre congiunta ad allegria di spirito, ininterrotta, bea-ta. «O Jesu, fac me humilem».

26 aprile. 368. Il seminario oggi (domenica seconda dopo Pasqua), ha fe-steggiato i tre Santi giovinetti protettori 9, di cui si conservano re-ligiosamente i resti mortali sotto l'altare della cappella. Fu una di quelle care feste di famiglia che fanno tanto be~ne all'anima. Il ri-cordo dei martiri, della loro fede, del loro amore verso Dio, è cosa di tutti i giorni, qui, in questa benedetta Roma, dove la terra è im-porporata ancora del sangue cristiano; più dolce però riesce, quan-to più forti sono i vincoli che ci legano a quelle anime benedette. Erano tre poveri giovanetti, freschi come tre candidi gigli. Nella primavera della vita, la spada del persecutore li ha recisi, oh fortu-nati! «Visi sunt oculis insipientium mori: illi autem sunt in pace» (Sap 3,2-3). Di loro sappiamo che vissero, che morirono per Cri-sto, e nient'altro. Ma Iddio li conosce troppo bene; i loro nomi, le loro virtù, sono scritti nel libro della vita (Ap 3,5); le loro fronti sono coronate di gloria, il loro gaudio è ineffabile, la loro memo-ria è immortale. O santi dolcissimi, Florentino, Socio e Vittorino, ottenete anche a me che nel nascondimento, nell'abbiezione, tra-scorra la mia vita; che sconosciuto dal mondo, possa versare il mio sangue per amore di Gesù, purché un giorno, vestito di gloria, possa associarmi alla vostra letizia ed accompagnare con voi l'agnello «quocumque ierit» (Ap 14,4).

28 aprile. 369. Dopo i martiri, viene il confessore, lui che del martire del Calvario ebbe tutto lo spirito, come ne volle assumere il nome e le insegne: san Paolo della Croce. Oggi ne ho visitato le spoglie gloriose ancora quasi intatte, lassù nella simpatica chiesa del mon-te Celio, nella casa di due martiri invitti, santi Giovanni e Paolo, vicino al Colosseo, dall'arena ancora tinta di sangue cristiano. Gli ho domandato un vero amore a Gesù Cristo, alla sua passione, un trasporto grande per la vita di sacrificio. Ah! tante anime hanno saputo versare il sangue e se non ne ebbero l'occasione, trovarono modo di immolare la loro vita per amore di Gesù, ed io non mi saprò imporre la più piccola mortificazione in isconto dei miei pec-cati, pel mio profitto spirituale, per salvare le anime? è cosa umi-liante per me, così gran peccatore, dinnanzi ad esempi sì luminosi di amore al patire, di lavoro incessante per la gloria di Dio. Senza avvezzarmici sin d'ora al sopportare con gioia le persecuzioni, i do-lori fisici e morali, mi debbo persuadere che io non mi farò mai santo, neppure sarò un uomo che valga qualche cosa nella vigna di Gesù Cristo. O mio Signore, per le preghiere di questo illustre vostro imitatore, ottenete a me pazienza grande e lietissima nelle mie tribolazioni, e una sete ardente di sopportare qualche cosa con voi e per vostro amore. «Si compatimur, et conglorificemur» (Rm 8,17). (Traduzione: soffriamo con lui per essere glorificati con lui).

29 aprile. 370. In questi giorni la Roma ufficiale è in festa per la venuta di Edoardo VII, re d'Inghilterra. Bandiere, festoni, addobbi delle vie, uniformi fiammanti, pennacchi, soldati, riviste militari, rice-vimenti, applausi di un popolo pronto domani a maledire: è un suc-cedersi abbagliante, un frastuono, un baccano, una confusione, una pazzia. E la folla, si dimentica per un momento delle sue cure più urgenti; anche le persone di affari, gli uomini seni del mondo, su-biscono il fascino della grande novità e si schiamazza un po' tutti; e perché? per un povero uomo, forse moralmente inferiore a tanti e a tanti obliati dal mondo e dalla fortuna; un uomo che ieri, nel dì della solenne incoronazione, attesa da tutto quanto vi ha di più eletto in Europa, un attacco di morbo violento rendeva oggetto di compassione e di disinganno; e domani un ritorno della malattia può in pochi minuti far scomparire dalla scena e dimenticare per sempre 13 Quest'uomo è rivestito di una grande autorità, egli è un re di una delle più grandi nazioni e perciò merita che gli si faccia onore, lo si rispetti. Ma è sempre un povero uomo questo re d'In-ghilterra, questo imperatore dell'Indie, e, per somma umiliazione, questo protestante, capo di una religione che non è la vera ed al quale un mondo ufficiale che si dice cattolico, per combattere la propria Chiesa, presenta le sue corone, il suo tributo di applausi. 371. Il mondo fa baccano intorno a questo uomo, che piace per-ché è ben vestito e sfarzosamente accompagnato, e crede che tutto finisca qui quanto vi ha di bello e di grande,~ non si pensa che sulla cima di monte Mario non si sente, non si distingue più nulla di quanto avviene in città; e tanto meno si pensa che al di sopra di monte Mario, e di tutti i monti della terra dove non si sa nulla delle bagatelle di quaggiù, vi ha un Dio che vede ed ascolta tutto, e dinnanzi al quale tutti questi gaudenti d'oggi, ed anche lui, que-st'uomo, sono come atomi di polvere; un Dio che un giorno li giu-dicherà, e staranno umiliati, annichiliti, schiacciati. Ah, come èstolto il mondo nei suoi apprezzamenti, come è cieco nei suoi giu-dizi! Lo scintillare di una livrea, un ondeggiare di pennacchio lo commuove, lo mette in visibilio, e nessuno intanto pensa a Dio, se non per offenderlo e per bestemmiarlo, e anche le persone serie si lasciano trascinare, distrarre come gli uomini del secolo. 372. Anch'io l'ho veduto, questo uomo; ma tutta questa baldo-ria mi ha annoiato, lasciato il cuore scontento. Il rapido passaggio dei cocchi sfarzosi della gran corte delle maestà reali mi ha ricor-dato più evidente il «sic transit gloria mundi» (IC 2.6) e il «va-nitas vanitatum et omnia vanitas» (Qo 1,2). Eppure questo uomo, tuttoché protestante, qualche cosa di ve-ramente buono l'ha fatto qui in Roma. E che cosa ha fatto? Ren-dendosi superiore a certe voglie tendenziose dell'anticlericalismo italiano e straniero, egli nel fastigio della sua grandezza non si ver-gognò, anzi se l'ebbe ad onore, di visitare e di chinarsi davanti ad un altro uomo, ad un povero vecchio perseguitato, ma che egli ha riconosciuto siccome più grande di sé: davanti al Papa, al vicario di Gesù Cristo. 373. E questo fatto oggi è così solenne da segnare una pagina gloriosa nella storia del pontificato romano; fatto altamente figu-rativo, questo, di un re eretico dell'Inghilterra protestante e da più che tre secoli persecutrice della Chiesa cattolica, che va a presenta-re personalmente i suoi omaggi al povero vecchio Papa, tenuto co-me prigioniero in casa sua. è un segno dei tempi (Mt 16,4) che dopo una notte burrasco-sa si irradiano di una luce novella sorgente dal Vaticano, un ritor-no lento ma vivo e reale delle nazioni in braccia al Padre comune che da tanto tempo le attende, piangendo la loro stoltezza, un trion-fo di Cristo Re che sollevato sulla croce trae un'altra volta a sé tutte le cose (Gv 12,32). E per questo la visita del re Edoardo mentre mi conferma nella vanità dei rumori mondani, mi eccita a ringraziare il buon Dio che tiene le chiavi del cuore umano e, attraverso a tutti gli intrighi del-la politica, trova modo di far risplendere la gloria del suo nome e della sua Chiesa cattolica.

30 aprile. 374. Dalle caducità terrene il pensiero scorre veloce alle grandezze del cielo; dal vano scintillare della pompa mondana allo splendore sereno della virtù. Come è consolante pensare alla santa di oggi che, abbietta e disprezzata, è fatta degna e profittevoli al bene della Chiesa. Il « contemptibilia mundi elegit Deus ut fortia quaeque confundat» (Traduzione: Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto, per confondere i sapienti e i forti) (1Cor l,27-28), si verifica a perfezione nella gran vergine di Siena, santa Caterina. 375. Ella che non attendeva se non ad umiliarsi, a nascondersi, ad amare il suo Sposo divino, fu riserbata a ridonare la pace alla Chiesa, richiamando il Papa a Roma. Che cosa sono a confronto di lei i sapienti, i conquistatori, i grandi del suo tempo? Quale su-blime lezione pel mio amor proprio, e ad un tempo quale motivo di confidenza in Dio che può tutto, supplisce alla nostra deficien-za e ci fa veramente grandi davanti agli occhi suoi e di tutta la terra!

1 maggio. Evviva Maria! 376. Gli uomini del lavoro, ma senza religione e senza Dio, i po-veri, sfruttati dai demagoghi, la folla incosciente, oggi fa baldo-ria, schiamazzando i suoi ideali, utopistici per lo più, talora giustissimi, ma quasi sempre sfigurati e profanati; il popolo fedele invece inaugura il maggio col saluto a lei che è la madre del Verbo, la grande idea di Gesù Cristo, principe della pace (Is 9,6); si strin-ge devoto intorno all'altare di Maria. Quanta grazia, quanta soa-vità in questa devozione alla Vergine, che intenerisce i cuori meno avvezzi ai sentimenti di fede e di pietà. Anch'io con tutto lo slan-cio del mio affetto a Maria, mi pongo ai suoi piedi, consacrando a lei, specialmente in questo mese, me stesso e tutte le mie azioni, perché mi ottenga un amore sempre più ardente verso di Gesù. 377. Procurerò di tenere sempre occupata la mia mente ed il mio cuore del pensiero e di sentimenti affettuosi verso Maria, con fre-quentissime giaculatorie. Sarà una gioia nel presentarle ossequi, fio-retti, atti di virtù santificati dall'invocazione del suo nome e dei suoi auspici. Il modo migliore tuttavia di rendermi grato alla mia mamma carissima in questo mese, sarà uno studio, intenso ma inin-terrotto, della mia perfezione nelle cose comuni, nell'adempimen-to esatto della regola; senza musoneria però, ma con spirito lieto e sereno, senza stancarmi mai di me stesso. «O Maria, tu me genuisti: adiuva me, ut sequar te semper cogi-tatione, corde et opere!» (Traduzione: o Maria, tu mi hai generato; aiutami perché ti segua sempre col pensiero, il cuore, il servizio).

4 maggio. 378. Baderò specialmente a non lasciarmi distrarre in cose non del tutto opportune per lo studio della vita interiore. L'acqua che fa affondare la barca, penetra a poco a poco attraverso fessure im-percettibili. Nella mia mente, ad ogni distrazione, un pezzo dello spirito interiore se ne va. Occhio a tutto, dunque, specialmente al-le cose minute. «O Maria, Virgo devotissima, recollige mentem meam». (Traduzione: o Maria Vergine devotissima, mantienimi nel raccoglimento).

8 maggio. 379. I ripetuti festeggiamenti in onore dell'imperatore Gugliel-mo, volere o no, furono argomento di distrazione. Il brillante pas-saggio della pompa mondana nel suo più alto fastigio, mi ha abbagliato la vista, tanto da rendermi più difficile il raccoglimen-to interiore. Questo avvenimento, così straordinario e di una por-tata così elevata, - poiché è un vero tratto della divina Provvidenza, un vero trionfo del papato, questo di un imperatore protestante che dopo tante lotte ascende le scale del Vaticano con una solennità ed uno splendore più unico che raro, si umilia dinanzi alla grandezza del trono pontificale - se, per noi giovani special-mente, deve essere motivo di lietissime speranze e di pura gioia, d'al-tra parte più che distrarci deve nobilitare il concetto che noi abbiamo di Dio, di Gesù Cristo, vero Re della Chiesa e dei secoli, e infervo-rarci di amore sincero ed ardente per lui e per l'opera sua. 380. Ora anche l'imperatore, applaudito, ammirato, lui che se non fosse eretico sarebbe il Carlo Magno dei tempi moderni, è tor-nato a Berlino, a casa sua, e le cose sono ritornate allo stato « quo». Ritorno anch'io al seno di Maria, al Cuore amoroso di Gesù, e tanto più mi vi stringo intorno, quanto più forte è il bisogno che ne sento, più profondo il vuoto lasciatomi dalle feste mondane, più ardente il desiderio di fare qualche passo innanzi.

15 maggio. 381. In questi giorni così belli del mese di Maria gli affari nostri procedono alla men peggio. Il pensiero di Gesù e di Maria di trat-to in tratto mi trattiene dolcemente e ne godo nel fondo dell'anima. Oggi ho passato un quarto d'ora felicissimo, là nella graziosa chiesa di San Gioacchino, ai prati di Castello, affettuoso omaggio del mondo cattolico a Leone XIII. Mentre i cattolici di azione, i baldi manipoli dei giovani ardenti, per le diverse città d'Italia e d'Europa hanno commemorato la « Re-rum Novarum» del gran Papa degli operai e festeggiato con gioia la democrazia cristiana, io, non ancora preparato al lavoro apo-stolico, non ho creduto di ricordare meglio il grande avvenimento e prestare meglio il mio modesto contributo di lode e di entusia-smo ardente per la grande idea, che nello stringermi più fortemen-te intorno a Gesù coll'affetto e colla preghiera. E ho pregato con fervore dinnanzi al Ss. Sacramento, vero pane celeste che veramente darà la vita al mondo; ai piedi della bianca Vergine Immacolata, nella cappella fiorita e gentile della giovane America del Nord e più che tutto dinnanzi alla bella immagine del Sacro Cuore di Mont-martre, tributo affettuoso della Francia penitente e devota. Oh, come è bello Gesù troneggiante dal prezioso altare, amoroso in quel-la festa di santi che lo circondano, di angeli che lo adorano! Oh come la questione sociale, questione di vita, non solo materiale ma dello spirito, attraverso l'agitarsi delle menti, i lamenti dei disere-dati, il lavoro febbrile delle anime apostoliche, le lotte, le disillu-sioni, i trionfi, mi appare più degna della mia attenzione, del mio interesse, dei voti ardenti e dell'opera mia, quando, sullo sfondo del gran quadro, mi par di vedere Gesù siccome il sole di primave-ra levantesi sul vasto mare; il volto sereno e mite, le braccia aper-te, il Cuore sfolgorante di luce che circonda, pervade ogni cosa! O Cuore divino, tu veramente sei la soluzione di ogni problema: «solutio omnium difficultatum Christus»; in te riposano le no-stre speranze, da te noi ci aspettiamo la salute. 382. Tornate, o Gesù, alla società, alla famiglia, agli spiriti, e regnate sovrano pacifico. Irradiate degli splendori di fede e di ca-rità del vostro Cuore dolcissimo le anime di coloro che si occupa-no del bene del popolo, dei vostri poveri; infondete in loro il vostro spirito, spirito di disciplina, di ordine, di dolcezza, mantenendo sempre viva nei loro petti la fiamma dell'entusiasmo. O Gesù! se qualche poco di bene potrò arrecare un giorno col-l'aiuto vostro, ecco anche me nelle schiere dei vostri combattenti. Deh! alla vostra scuola, la mia preparazione riesca veramente se-ria, profonda ed efficace di ottimi risultati, poiché i pericoli di per-dere la bussola sono parecchi. Venga presto, oh sì, presto, il giorno in cui vi vedremo tornare in mezzo al civile consorzio nella festa di tutti, portato sulle spalle dal popolo!

26 maggio. 383. In questi giorni di lavoro febbrile la cura dell'infermeria, e, più che tutto, lo studio, mi rubano tutto il tempo possibile. «Ne quid nimis», però: «sapere et semper sapere», ma «sapere ad sobrietatem» (cfr. Rm 12,3); d'altronde, «omnia tempus ha-bent» (Qo 3,1). Intanto va terminando il dolcissimo mese di Maria, e i miei fiori sono pochi e poco belli. 384. O Maria, sono miserabile e sono vostro figlio; vedete il mio cuore. Oggi il pensiero di san Filippo mi ha soavemente trattenuto per tutta la giornata. Da un coretto della chiesa ho assistito como-damente alle solennissime funzioni alla Vallicella, ho gustato la mu-sica di Capocci, ho visitato con religiosa attenzione le camere del santo, anche quelle così storiche e preziose di san Girolamo della Carità; più che tutto ho rivolto il mio occhio, il mio pensiero, il mio cuore sulla tomba gloriosa, ed ho pregato assai. Perché non ho io il tempo e una penna così facile da scrivere di questo santo come vorrei, e come il cuore mi detterebbe? San Filippo è uno dei santi che mi è più familiare, al cui nome si riannodano tanti dolci ricordi della mia storia intima. San Filippo sento di amarlo in par-ticolar modo, ed a lui mi raccomando con gran confidenza. O mio buon padre Filippo, senza parlarvi mi intendete. Il tem-po s'avvicina; dov'è in me la vostra copia? dove lo specchio delle vostre virtù? Deh, che io intenda i veri principi della vostra scuola mistica per la cultura dello spirito, e ne approfitti: umiltà ed amo-re. Serietà, serietà, beato Filippo, ed allegria santa, purissima, e slancio fecondo di grandi opere. In questa novena del divino Spirito, la vostra novena di un tem-po, tornerò ancora a voi di frequente. Beato Filippo, aiutatemi a preparare la casa; accosto il mio petto gelido al vostro, bruciante d'amore, di Spirito Santo. «Fac ut ardeat cor meum».

20 luglio. 385. Le mie iccole note vespertine segnano una lacuna enorme. Le cure insistenti dell'infermeria, e in mezzo a questo l'urgenza degli esami, mi hanno tolto ogni possibilità, ogni particella di tempo per attendere a queste fugaci righe. Feste solenni, occasioni carissime, il mese del Sacro Cuore di Ge-sù, giorni memorabili 28, tutto è passato senza un accenno. Eppu-re non me ne dolgo. Non intendo attaccarmi soverchiamente a queste piccole cose che sarei pronto a mandàre al fuoco, quando potessi prevedere che fossero per riuscirmi occasione di amor proprio.

 

NEL RITIRO DI MEZZA VILLEGGIATURA ROCCANTICA, 29 AGOSTO 1903

386. L'estate prolungata in seminario, le preoccupazioni per gli esami, i gravi e straordinari avvenimenti del luglio e dell'agosto 1, e più che tutto la mia miseria, debolezza ed incostanza, hanno pro-dotto un sensibile raffreddamento dal primitivo fervore. Prova evi-dente ne fu l'abbandono quasi totale dell'esame particolare, le distrazioni sempre più frequenti nella meditazione, quasi sempre senza veri risultati pratici, minor trasporto nella recita del divino ufficio; ed in genere una sicurezza e disinvoltura sin troppo indi-pendente, e quella mancanza di circospezione, di concentramento di tutte le facoltà dello spirito intorno al proprio progresso spiri-tuale che, se spinto all'esagerazione, come avviene nei primi fer-vori, è qualche cosa di troppo pesante; è però in certa misura indispensabile in qualunque tempo o circostanza. 387. Il presente ritiro è un dolce ed armonioso richiamo del buon Dio al fervore di una volta. L'esperienza del passato serve però in-tanto a tenermi umile, a farmi riconoscere incapace di fare qual-che cosa di vero bene. maggior coraggio. La morte mi può essere vicina, e se la lampa-da è vuota (Mt 25,3)? O Gesù benedetto abbiate pietà dell'anima mia. Per venire al pratico, risolvo di porre attenzione singolarissima a tre cose specialmente: esame particolare che, come al solito, ri-guarderà la mia condotta nelle orazioni e pratiche di pietà; divino ufficio recitato a luogo e tempo, con riverenza grande ed attenzio-ne massima, visita al Ss. Sacramento, con infinite giaculatorie ed atti di amore per esso durante la giornata. E così il buon Gesù e la Madonna santissima, della cui felice na-tività sto incominciando la novena, si compiacciano di riavermi al loro amplesso, di confortarmi di nuovo a vincere me stesso, a pro-gredire nella virtù e nel loro soavissimo amore. Amen.

 

NEI PICCOLI ESERCIZI DI PRINCIPIO D'ANNO ROMA, 1-3 NOVEMBRE 19031

388. Il ritorno alla vita ordinaria di seminario mi ha già fatto un gran bene. Nessuna scossa rilevante in questi Esercizi, ma solo un richiamo alla vita più raccolta e più concentrata. Dio è attento al mio profitto spirituale. Quanto ho constatato nel ritiro di mezza villeggiatura, non ha migliorato per nulla, cau-sa la mia indolenza. Ohime, ohime! come ho f~tto brutta prova di vera virtù e progresso spirituale, dopo le grazie innumerevoli che il mio buon Signore si è compiaciuto di compartirmi, specialmente nello scorso anno. Intendevo io di essere un uomo fatto, invece mi accorgo che ancora sono un povero ragazzo. Ebbene, come bambino che si ricrede del mal fatto, io torno un'altra volta, ma più seriamente, ai miei propositi, ed oggi mi pa-re di sentire in me la sicurezza di non mancarvi mai più colla gra-zia di Dio. 389. In ispecie intendo di applicarmi davvero e come si convie-ne, al grande esercizio dell'esame particolare ogni giorno. E la pro-messa più solenne che faccio al Cuore sempre amoroso di Gesù come frutto di questo sacro ritiro. La depongo nelle mani di san Carlo, istitutore insigne della ecclesiastica educazione. E poiché i reverendi superiori hanno voluto che non solo alla mia educazio-ne, ma, come prefetto, attendessi all'altrui vigilanza, io pongo que-sto nuovo anno scolastico sotto gli alti auspici del grande arcive-scovo, vero modello degli istitutori e cuore generoso di sacerdote e di apostolo. Oltreché alla mia condotta, nella recita delle orazioni e nelle pra-tiche di pietà in genere, renderò oggetto dei miei giornalieri rendiconti l'uso della mia lingua come quello che, mal regolato, può compromettere di più il mio carattere e la mia nuova e delicata po-sizione. 390. Principio generale poi e idea fissa, che non mi deve mai per un solo momento scompagnare, è l'altissimo dovere, che più forte mi si è imposto, del buon esempio in tutto, anche nelle cose che sembrano insignificanti. Vivrò sempre come se ogni mia azione do-vesse compiersi sotto gli occhi e l'esame dei miei alunni, e la mia condotta fosse criterio infallibile della loro. Dopo tutto, sono sem-pre sotto gli occhi di Gesù che mi dovrà giudicare.

 

GESù, MARIA, GIUSEPPE NEI SANTI ESERCIZI SPIRITUALI PER LA ORDINAZIONE AL DIACONATO, 9-18 DICEMBRE 1903

391. «Loquere Domine, quia audit servus tuus» (1Re 3,9). «Doce me facere voluntatem tuam» (Sal 143,10). (Traduzione: parla, Signore, che il tuo servo ti ascolta. Insegnami a far la tua volontà). Un'altra volta, ed è la terza nel breve corso di un anno, il Signo-re mi chiama a sé in questo sacro ritiro. «Magister adest et vocat me» (Gv 11,28). (Traduzione: il maestro è qui e mi chiama). Doveano essere questi Esercizi tre colonne mi-liari nella via della virtù; invece, se qualche piccola cosa c'è stata, il moltissimo, il tutto, resta ancora da farsi. Mi umilio, vergogno-so della mia miseria, ma non mi avvilisco. Come pellegrino nei gran-di calori di estate in riva al fiume, mi tuffo nelle acque salutari di grazia un'altra volta, per purificarmi e fare un dolce bagno d'a-more, come diceva il ven. curato d'Ars, più lieto pensando al buon Gesù, che mi attende sorridente all'altra sponda. O Dio mio, fate voi. 392. Consacro questo corso di Esercizi al divin Cuore innanzi-tutto, e alla Vergine santissima Immacolata, beato come sono di poter così inaugurare, nel modo per me migliore, l'anno giubilare che ricorda la solenne definizione dommatica del suo immacolato concepimento. Mi raccomando alla protezione specialissima del mio buon angelo custode, all'intenzione di sant'Ignazio, di san Carlo Borromeo, mio singolare protettore in quest'ultimo anno dei miei studi teologici e della mia preparazione al sacerdozio, del soavissi-mo san Francesco di Sales e dei due gloriosi diaconi, santi Stefano e Lorenzo, modelli sublimi di carità ardente verso Dio ed il prossi-mo, martiri invitti per la fede cristiana. «Da mihi intellectum et scrutabor legem tuam» (Sal 19,34). (Traduzione: dammi intelligenza perché io osservi la tua legge). 393. 1. L'uomo è creato da Dio perché lo riverisca, lo lodi, lo serva e con questo si salvi (ES 23). Siccome persona che riverisce Iddio, io debbo mantenermi sempre penetrato dal sentimento del-la sua divina presenza. Certamente il mio contegno deve essere co-sì rispettoso come se Iddio mi stesse sempre dinnanzi, a quel modo che appariva talora ai patriarchi e ai profeti, lasciandoli immersi in un riverente timore. La persona dritta, senza arroganza; alta la testa, con gli occhi bassi, specialmente nei luoghi più frequentati; il passo moderato e sciolto; il tratto, riserbato ad un tempo e di-sinvolto; le parole, secondo la convenienza e misurate; il viso, al-legro sempre, ma anche con una certa aria di gravità, non affettata, ma naturale, tutto il mio portamento esteriore devono mostrare al mio prossimo come io sia preoccupato del pensiero di Dio che contemplo, tuttoché invisibile, in ogni momento. Lo spirito, poi, deve lasciarsi assorbire da questo sentimento. Dio che mi vede e mi illumina della sua luce, tien d'occhio a tutte le mie piccole azioni, anche ai moti quasi impercettibili del cuore, la mia miseria immensa, il ricordo delle colpe commesse e delle gra-zie innumerevoli passate e presenti: tutte queste cose mi devono mantenere così unito abitualmente a Dio, così delicato di coscien-za, da non abbisognare di altri argomenti per indurmi a ciò. 394. 2. La conclusione aurea e sublime di tutto il meditare di que-sto primo giorn è il grande principio dell'indifferenza. In teoria io faccio miracoli a questo riguardo, ma nella pratica sono l'uomo che meno fa uso di questo principio. Quando intorno a me avvie-ne qualche fatto che tocchi anche indirettamente la mia persona, la fantasia e l'amor proprio mi tormentano in modo straordina-no. Eppure, la chiave di volta dell'edificio spirituale sta proprio qui: nel fare non la mia, ma la volontà di Dio; nell'essere abitual-mente disposto ad accettare le cose più disparate, per quanto ripu-gnanti al senso ed alla mia superbia. 395. Negli affari d'importanza, la questione resta sciolta: farò né più né meno di quello che i superiori e il padre spirituale dispor-ranno. L'osso duro sta non nel fare le cose secondo l'obbedienza, ma nel conformare il mio intelletto e la mia volontà al volere e al consiglio dei superiori, mettendo sotto i piedi le mie viste partico-lari, tuttoché in apparenza belle e sante, e le inclinazioni della fan-tasia e dell'altro lo. Niente ansietà, adunque, niente castelli in aria; poche idee, ma giuste e serie, più pochi desideri. «Porro unum est necessarium» (Lc l0,42). (Traduzione: una sola è la cosa di cui si ha bisogno). Sogni dorati di lavoro ad un modo più che ad un al-tro, disegni fantasticamente coloriti di quanto potrò fare domani, nel prossimo anno, più tardi: fuoco, fuoco a tutto ciò. Sarò quello che il Signore vorrà che io sia. è duro pensare ad una vita nascosta, trascurata, magari disprezzata da tutti, nota a Dio solo; è l'amor proprio che vi ripugna. Eppure finché non giun-gerò a farmi tale violenza da rendermela non solo indifferente ma cara e appetibile, io non farò mai tutto quello che Iddio vuole da me. 396. 3. Che cosa sarei io, anche se avessi tutta la scienza degli angeli (1Cor 13,1) e concepissi in mente pensieri di superbia come i primi prevaricatori? Sarei un demonio, né più né meno. Ora, sta il fatto che io sono immensamente e incredibilmente ignorante di fronte agli angeli; sentimenti di amor proprio ne for-mo, durante una giornata, innumerevoli. Che cosa sono io dun-que? Che cosa meriterei, se il Signore ogni volta mi dovesse punire? Ah, Dio mio, c'è da tremare al solo pensarvi! Ed è per questo che io devo pensarvi spesso. 397. 4. La penitenza a questo mondo è elemento essenziale di una vita buona, e mezzo necessario per una piena felicità dopo la morte. Non c'è da lusingarsi dunque: mi devo avvezzare per tem-po, e in questi anni più belli del mio vivere, a patire, ad amare la mortificazione. Imitare i santi nelle loro asprezze mi sembra impossibile. Devo però farmi abituale il sentimento della mortificazione, sempre, nelle più piccole cose, e specialmente nel vitto. Non accosterò mai alle mie labbra nessuna dolcezza che non abbia la sua goccia amara. Non è questa del resto la pratica della divina Provvidenza, la qua-le non ci manda mai una consolazione che nQn sia accompagnata o seguita da qualche dolore? Mortificherò specialmente gli occhi. Non posso fidarmi di nul-la, e la «concupiscentia oculorum» (1Gv 2,16) mi potrebbe con-durre a conseguenze disastrose. Il mio vino sarà sempre molto annacquato. è più igienico e mi mantiene la testa a casa (ES 83-89). 398. 5. Fra le cose inconcepibili per me, vi è anche questa: la pos-sibilità in cui anche l'anima mia si trova, di cadere un giorno nel-l'inferno. Non posso pensarci senza sentirmi atterrito. Eppure, in quel luogo c'è un posto anche per me; basta che io mi abbandoni alla vita tiepida (Ap 3,15-16) per mettermi sull'orlo dell'abisso; un peccato mi può dare l'ultima spinta, come a qualunque altro infe-lice peccatore. Oh, me miserabile! questo solo pensiero mi deve mantenere umiliato: anch'io posso cadere e non ci rifletto quasi mai. Signore mio, ve lo ripeto un'altra volta, purché mi salviate da quel luogo, sono disposto a tutto, anche a lasciarmi calpestare co-me la polvere della via. Abbruciatemi qui con la fiamma del vo-stro amore. 399. 6. «O mors, bonum est judicium tuum» (Sir 41,3). A che sto io pensando al domani, alla tesi, alle lauree e a tante altre scioc-chezze, quando la voce di Dio non mi assicura l'oggi e tanto meno mi promette i giorni futuri? Io devo fare, con tutta l'applicazione dello spirito, quanto Iddio vuole da me ad ogni e singolo momen-to, lasciando a lui la cura del futuro. Devo imparare a render-mi familiare il pensiero della morte che è maestro della vita; mi guarderò specialmente dall'attacco a qualunque cosa, benché pic-cola: abiti, quadri, libri, scritture e persino oggetti di devozione, in vista dell'abbandono in cui un giorno li dovrò lasciare, per esse-re io stesso abbandonato da tutto e da tutti. 400. 7. Il pensiero degli esami mi conturba; non so come pre-sentarmi ai miei professori, a tutto il corpo insegnante insieme riu-nito, per provare quello che ho studiato. Ma che farà l'anima mia, sola, povera peccatrice, dinnanzi a tutta la corte celeste, dinnanzi a Gesù, giudice divino e severissimo? I santi tremavano di spaven-to al solo pensarvi, si nascondevano nei deserti, ed erano santi. Quanto dunque sono sciocco io! «Timeo ubi non est timor» (cfr. Sal 14,5); (Traduzione: temo che non c'è da temere) e dove c'è da sentire terrore, non penso neppure. Dunque, bisogna essere un po' più oggettivo. Meno paura degli esami di quaggiù, e maggior applicazione ad acquistarmi dei meri-ti e compiere delle buone opere, che mi rendano meno tremendo il giudizio di Dio. 401. Un'altra osservazione: perché tanta ansietà e trepidazione in ordine alla mia riuscita e al buon esito dei miei studi? In fondo in fondo, tutto accade in vista di quella pubblica opinione che può farsi della mia persona, perché sono schiavo del giudizio degli uo-mini, schiavo del mio amor proprio. Che insipienza! Che importa a me del giudizio degli uomini? Sono essi che mi dovranno pre-miare? Il termine delle mie operazioni non è Dio? Bisogna che apprenda ad affrontarlo, il giudizio degli uomini, a metterlo sotto i piedi, a non curarmene affatto; perché troppe volte, nell'esercizio del ministero sacerdotale, sarò costretto a con-trariarlo, a sfidarlo, se vorrò fare qualche cosa di bene. «Si homi-nibus placerem», diceva san Paolo, «Christi servus non essem» (Gal 1,10). (Traduzione: se ancora io piacessi agli uomini, non sari più servo di Cristo). 402. 8. Il mio padre spirituale insiste perché in questi santi Eser-cizi mi occupi più che altro del mio amor proprio, dell'altro io, perché non sarò mai veramente grande e buono a qualche cosa, finché non sarò del tutto spogliato di me stesso. L'amor proprio! Che problema a volerci pensare! Chi ha mai definito che cosa sia? qual filosofo se n'è occupato? Ed è la que-stione più importante che abbiamo fra i piedi, una questione pre-giudiziale; e chi se ne cura? Eppure Gesù Cristo, ed io lo sto vedendo nelle meditazioni di questi giorni, nei suoi grandi insegnamenti non fa che mostrarci come si combatte in pratica questo nemico mici-diale che corrompe tutte le nostre azionì. 403. è uno sviluppo, una serie di dottrine mirabili, la sua, che mi fa impensierire; tuttoché non l'ascolti per la prima volta mi mo-stra però certi lati che mi sembrano nuovi, mi svela certe profon-dità sconosciute e meravigliose. Ma, e qui lo stupore cresce, la vita del benedetto Gesù, considerata sotto questo rispetto, è una rivo-luzione di tutto il mondo, tutto un contrapposto delle viste e del modo di sentire e di ragionare anche delle persone pie e veramente buone. Da parte nostra, o si è santi del tutto, se non altro ci sfor-ziamo di raggiungere il terzo grado di umiltà, il «pati» e il «con-temni», è nulla: col primo grado solamente, le lezioni di Gesù Cristo sono pressoché senza frutto, e l'amor proprio non è che apparentemente scomparso. Questa è la conclusione. Ma se la conclusione è questa, che cosa faccio io che non sono neppure al primo grado di umiltà? 404. O dolce Gesù, mi metto ai vostri piedi, certo come sono che voi saprete compiere quello che io non so neppure immaginare. Io vi voglio servire sin dove voi mi volete, ad ogni costo, con qualun-que sacrificio. Niente io so fare; io non so umiliarmi, questo solo io so dire e ve lo dico con fermezza: voglio umiliarmi, voglio ama-re l'umiliazione, la noncuranza da parte del mio prossimo, riguar-do alla mia persona; mi getto ad occhi chiusi, con una certa voluttà, in quel diluvio di disprezzi, di patimenti, di abbiezione in cui vi piacerà di collocarmi. Sento una ripugnanza nel dirvelo, uno strap-po al cuore, ma ve lo prometto: voglio patire, voglio essere disprez-zato per voi. Non so che cosa farò, anzi non credo a me stesso, ma io non desisto dal volerlo con tutta l'energia dell'animo mio: «Pati, pati et contemni pro te». 405. 9. Leggendo quell'aureo libro del padre Faber, Il Santo Sa-cramento, ho trovato un pensiero magistralmente sviluppato dal-l'autore, e che mi fece una grande impressione. 406. Fra i fiori dell'altare, ossia [fra] gli effetti di una buona divo-zione al Ss. Sacramento, occupa il primo posto la gioia spirituale; la gioia, come elemento importantissimo della vita spirituale, atmosfera delle virtù eroiche, spirito, istinto, genio, grazia indescrivibile. La gioia specialmente vuol considerarsi come fattore di quella libertà di spirito che sola è atta ad unire le qualità apparentemente incompatibili della vita spirituale, allargando le redini alla familiarità dell'amore, e secon-dariamente come amica inseparabile della mortificazione. Noi dobbia-mo essere solleciti della nostra gioia, per mantenere mortificato il no-stro spirito: e praticare la mortificazione, per aumentare la nostra gioia. Io dunque debbo conservarmi sempre ed invariabilmente lieto, mentre non desisterò mai un momento dal mortificarmi. è l'amor proprio che paralizza lo sviluppo dello spirito e infonde la tristez-za; la mortificazione richiama la vita, la serenità, la pace. I santi sono di un umore così gaio, i monaci e le monache sono creature così liete, perché, come san Paolo, castigano il loro corpo e lo riducono in servitù (1Cor 9,27) con inesorabile rigore, e con una vigorosa discrezione. Chi è mortificato è lieto di una letizia di origine puramente celeste. 407. 10. La fede è una virtù così comune che quasi, specialmen-te dagli ecclesiastici, non viene osservata. E come l'aria della vita cristiana, e chi s'accorge, chi fa attenzione all'ar~ che respiriamo? Con tutto ciò, io trovo l'applicazione pratica di questa virtù molto importante, nei giorni che corrono. Io voglio tenermi bene custodita la mia fede, come un sacro te-soro, e voglio attendere massimamente ad informarmi a quello spi-rito di fede che va man mano scomparendo sotto le cosiddette esi-genze della critica, al soffio ed alla luce dei tempi nuovi. Se il Si-gnore darà a me vita lunga e modo di essere prete di qualche pro-fitto nella Chiesa, voglio che si dica di me, e me ne glorierò più di qualunque altro titolo, che sono stato un sacerdote di fede viva, semplice, tutto di un pezzo, col Papa e per il Papa, sempre, anche nelle cose non definite, anche nei più minuti modi di vedere e sen-tire. Voglio essere come quei buoni vecchi sacerdoti bergamaschi di una volta, la cui memoria vive in benedizione e che non vedeva-no e non volevano vedere più in là di quanto vedeva il Papa, i ve-scovi, il senso comune, lo spirito della Chiesa. 408. Mio studio sarà sempre, in tutte le scienze sacre e in tutte le questioni teologiche o bibliche, investigare prima la dottrina tra-dizionale della Chiesa, e in base a quella, giudicare dei dati recenti della scienza. Non disprezzo la critica, e tanto più mi guarderò be-ne dal pensare sinistramente o dal mancar di rispetto ai critici; la critica anzi l'amo, seguirò con trasporto gli ultimi risultati delle sue indagini, mi metterò al corrente dei nuovi sistemi, del loro svilup-po incessante, ne studierò le tendenze; la critica per me è luce, èverità, e la verità è santa ed è una sola. Tuttavolta mi sforzerò sem-pre di portare in queste discussioni, in cui troppo spesso inconsulti entusiasmi e parvenze abbaglianti prendono il sopravvento, una grande moderazione, armonia, equilibrio e serenità di giudizio, non disgiunta da una prudente e circospetta larghezza di vedute. Nei punti molto dubbi, amerò meglio di tacere come ignorante che di azzardare proposizioni, anche di un apice difformi dal retto senti-re della Chiesa. Non mi meraviglierò mai di nulla, anche se certe conclusioni, pur rimanendo sempre intatto il sacro deposito della fede, dovessero riuscire un po' sorprendenti; la meraviglia è figlia dell'ignoranza, per lo più; anzi, mi consolerò che tutto Iddio di-sponga per rendere sempre più terso e più puro il sacro tesoro del-la sua rivelazione. 409. In generale sarà mia regola ascoltare tutto e tutti, pensare e studiare assai, essere molto lento nel giudicare, non chiacchiera-re, non fare chiasso e tener sempre d'occhio, né allontanarmi di un ette dal sentimento della Chiesa. «Ceterum» diceva quel sag-gio, «opinionum commenta delet dies, et veritas manet et invale-scit semper et vivit et attinet in saecula saecolorum». Frattanto farò speciale professione di una grande semplicità nel-l'osservare, nel saper tener conto di tutto, nel compatire tutti, nel non voler giudicare tutto per filo e per segno, singolarmente in quel-le cose da cui la pietà mia e il sentimento popolare possono ritrar-re molti vantaggi spirituali. Qui in Roma specialmente debbo trarre argomento da qualsivoglia cosa, anche insignificante, anche non del tutto confermata da dati positivi certi, per alimentare la mia fede, non lasciarla invecchiare mai, per educarla a fortezza maschia ed ardente, e insieme a tenerezza ineffabile e a simpatica ingenui-tà. è il caso di applicare anche qui il grande consiglio di Gesù: «Nisi efficiamini sicut parvuli non intrabitis in regnum caelorum» (Mt 18,3). (Traduzione: se non diventerete come i pargoli non entrerete nel regno de' cieli). 410. 11. Uscito dai santi Esercizi, che cosa farò? La moltitudine delle idee e dei sentimenti di questi giorni, specialmente riguardo alla pratica della santa umiltà, mi ha portato un certo scetticismo intorno al mio profitto spirituale e al mio vero progresso nella via della perfezione cristiana. Niente più vano di questo scetticismo: è una tentazione del demonio. Per non sopraccaricarmi troppo e confondermi senza costrutto, una cosa sola devo fare: è il mio padre spirituale che me la impo-ne: vivere non di giorno in giorno, come san Stanislao Kostka, ma d'ora in ora come san Giovanni Berchmans. L'azione che devo com-piere lì per lì, e nient'altro: quella deve essere l'oggetto di tutte le mie cure e il miglior esercizio di perfezione. La relazione fra azio-ne e azione, anzi di più serie di azioni fra di loro, l'armonico con-corso di tutte a formare in me l'uomo, il saeerdote virtuoso e perfetto, sarà una conseguenza naturale, benché inavvertita a pri-ma vista, della perfezione con cui mi studierò di compiere ogni e singolo atto distinto. Iddio non guarda alla molteplicità delle azio-ni, ma al modo con cui le faccio; è il cuore che egli reclama, e niente più. Un senso squisito della presenza di Dio, come termine di tut-to, e un totale oblio di me stesso: queste due cose e basta; la mia azione, qualunque sia, è completa. 411. Molto bene dice il p. Faber, che le nostre azioni devono es-sere come altrettante statue inginocchiate, e con amante aspetto, colle mani giunte e cogli occhi rivolti al cielo, piene di adorazione e nel totale oblio di sé. ttenderò alle mie occupazioni, di mano in mano che si succe-dono, con calma, con compostezza, con ineffabile semplicità, co-me se fossi venuto al mondo apposta per quell'azione, come se Gesù me l'avesse comandata lui con la sua bocca ed egli mi stesse pre-sente e mi guardasse. Al resto, ad altri impegni, penserò in segui-to, alla loro volta, senza veruna traccia di fretta, senza preoccu-pazione, senza lasciare alcunché di incompleto, senza alcun tratto rozzo, senza alcuna negligenza. A questo modo perseverando, qual luogo rimarrebbe più per l'a-mor proprio? E il frutto dei santi Esercizi non sarebbe già grande, incalcolabile? 412. 12. utte le difficoltà che mi par di incontrare nel mettermi generosamente sulla via dei disprezzi e delle umiliazioni, scompa-riscono come per incanto in faccia alle grandi lezioni che il mio divino Maestro mi dà nella sua dolorosa passione. Proprio è vero ed io lo tocco con mano: «Solutio omnium difficultatum Christus et hic crucifixus». Il ven. p. Claudio de la Colombière era toc-co di meraviglia nel contemplare la franchezza, il coraggio, la di-sinvoltura con cui Gesù aspettò con pie' fermo l'ora delle ignominie, e queste abbracciò con divino entusiasmo. Io, mentre mi trovo con-fuso né so balbettare parola, sento in me un indicibile conforto a volermici provare anch'io, proprio ad ogni costo, a volermi tuffa-re nel mare delle umiliazioni, certo di riuscire così a vincere me stes-so colla grazia di Dio. Di mano in mano che mi capiteranno le piccole occasioni nella mia vita di seminario, e le più grandi nella vita di ministero, di abbassarmi, di annientarmi, seguirò il consi-glio del mio padre spirituale, rappresentandomi alla mente come tanti quadri della passione, alla cui vista mi torni agevole ogni sa-crificio. 413. Intanto, alla viva luce degli esempi di Gesù, io rinnovo, e non mi stancherò di rinnovarlo, il mio fermo proposito di essere umile; umile e disprezzato. Gesù è tradito con un bacio da un di-scepolo che si era appena levato dalla sua mensa (Mt 26,49); è rin-negato da un altro, oggetto speciale della sua benevolenza (Mt 26,69-75); è abbandonato da tutti (Mc 14,50), e non risponde che con parole di amico o con sguardi amorosi di perdono (Lc 22,61). Ed io mi guarderò bene dal dar segno di dispiacere per le noncu-ranze o difetti di gratitudine, o di riguardo, da parte di quelle per-sone alle quali avessi già fatto qualche beneficio. Gesù, calunniato come seduttore, tacciato di ignorante, falsate le sue dottrine, esposto agli schemi e alle derisioni di tutti, tace umil-mente, non confonde i suoi calunniatori, si lascia percuotere, spu-tare in viso, flagellare, trattare da pazzo, e non perde giammai la sua serenità, non rompe il suo silenzio (Gv 19,1-9). 414. Ed io permetterò che si dica di me quanto si vuole, mi si metta all'ultimo luogo, si fraintendano le mie parole e le mie ope-re, senza dare spiegazioni, senza trovare scuse, ma accettando lie-tamente anche i rimproveri che mi venissero dati dai superiori, senza dire parola.Gesù in croce, naufrago in un mare immenso di dolori e di igno-minie, non proferisce un lamento, ma ha sentimenti di compassio-ne e di perdono per i suoi nemici (Lc 23,34). E anch'io, nelle prove che il Signore si compiacesse di mandarmi, mi sforzerò di non dire niente, neppure per sfogarmi con amici; mortificato, specialmente da cattive riuscite in materia di studio, chine~ò la mia testa senza mendicare adulazioni da alcuno, prendendomi in pace la mia con-fusione, con gioia e senza angustiarmi di niente, come se si trattas-se di un regalo, di una dolce parola, di una carezza che Gesù mi avesse fatto. In tutte le circostanze: «mihi absit gloriari nisi in cruce Domini nostri Jesu Christi» (Gal 6,14). (Traduzione: quanto a me non ci sia altyro vanto che nella croce del Signor nostro Gesù Cristo). 415. 13. In questa penultima sera dei miei santi Esercizi, dopo di aver meditato la passione di Gesù Cristo, mi sono sentito riem-pire da una grande abbondanza di pace; e specialmente alla lettura che mi veniva fatta in refettorio, durante la cena, della vita del ven. (Claudio de) la Colombière, dicendosi appunto dei movimenti del-la grazia operatisi in lui nei santi Esercizi, mentre già si trovava in Londra, ho provato come un desiderio ardente di dare tutto me stesso, con mano vigorosa, all'acquisto di una vera santità, pro-prio mettendomi per questa via della santa umiltà ed abiezione da-vanti a Dio ed agli uomini; un impulso potente a voler comunicare un fervore nuovo e più intenso a tutte e singole le mie pratiche di pietà e all'adempimento degli altri miei doveri, come alunno e co-me prefetto; a voler ringiovanire su questa base tutta la mia vita spirituale. Temo assai che, passata questa prima impressione, io sia per ritornare nelle medesime condizioni di prima, ed è per que-sto che non cesso, né cesserò mai, di pregare il buon Gesù, affin-ché non si stanchi dal tenermi di buona lena, cogli stessi sentimenti che provo oggi; mi compatisca sempre, mi sorregga in ogni circo-stanza. Io prevedo le cadute, purtroppo, ohimè! ma non le voglio, o Ge-sù, non le voglio affatto. O Cuore di Gesù, fate voi; io sono mise-ro, ma 'io vi amo, io vi amo, vi amo (Gv 21,17). 416. 14. Ogni volta che sento parlare del Sacro Cuore di Gesù o del santo Sacramento, provo un 'impressione di ineffabile con-tento, sento come un'onda di care memorie, di dolci affetti e di liete speranze comunicarsi a tutta la mia povera persona, farmi tra-salire e riempirmi l'anima di soave tenerezza. Sono amorosi richiami di Gesù che mi vuole tutto là, dov'è la fonte di ogni bene, al suo Sacro Cuore, misteriosamente palpitante dietro i veli eucaristici. La divozione al Sacro Cuore mi ha accompagnato per tutto il tem-po della mia vita. Quel buon vecchio di mio zio Zaverio, appe-na levatomi neonato dal fonte battesimale, mi consacrò là nella chiesetta del mio paese al Sacro Cuore, perché crescessi sotto i suoi auspici, da buon cristiano. Ricordo, fra le prime orazioni che ap-presi sulle ginocchia di quell'anima buona, la bella giaculatoria che oggi mi è così caro ripetere: «Dolce Cuor del mio Gesù, fa' che io t'ami sempre più». 417. Ricordo ancora che, quando ogni anno, nella mia parroc-chia, nella domenica IV di settembre, si celebrava la festa del Sa-cro Cuore, tutti la dicevano la festa di mio zio Zaverio, ed egli vi si preparava con molto fervore, inducendo anche me, in modo con-forme alla mia età, a fare altrettanto. Nell'intenzione dei miei ge-nitori e di mio zio, io non dovea diventare che un buon contadino come loro. Il Sacro Cuore invece mi volle fra i suoi eletti, e si servì di quell'anima benedetta del mio parroco Rebuzzini, di santa me-moria, anch'egli un innamorato del Sacro Cuore, pel cui trionfo tanto lavorò nella sua gioventù, durante tempi burrascosi. Non posso dimenticare quell'anno 1896 in cui ricevetti la prima tonsu-ra, il Congresso Eucaristico di Milano che tante attrattive educò in me verso il Ss. Sacramento; non dimentico le piccole conferenze ai chierici in seminario, e le visite serali nella mia povera chiesa di Sotto il Monte, durante le vacanze così lunghe di autunno; e poi, le consacrazioni reiterate al Sacro Cuore di Gesù, lo studio labo-rioso intorno a quel panegirico che non recitai, la lettura di tanti libri o scritti riguardanti la cara divozione. Ricordo con compiacenza viva queste piccole cose, tuttoché molto deficienti, perché mi furono come tanti punti di appoggio per cui, attraverso le mie grandi miserie, il Sacro Cuore mi trasse alla par-tecipazione di altre grazie più grandi qui in Roma, e la cui fonte non sembra ancora esaurita. 418. Oggi, tutto quanto riguarda il Cuore di Gesù, mi diventa familiare e doppiamente caro. Mi pare che la mia vita sia destinata a svolgersi alla luce irradiante del tabernacolo, e nel Cuore di Ge-sù debba trovare come la soluzione di tutte le mie difficoltà. Mi pare che sarei pronto a dare il mio sangue per il trionfo del Sacro Cuore. Il mio desiderio più ardente è di poter fare qualche cosa per quel caro oggetto di amore. A volte il pensiero della mia su-perbia, del mio amor proprio incredibile, della mia grande miseria, mi atterrisce, mi sgomenta, e perdo il coraggio; trovo subito argomento di conforto però in quelle parole che Gesù disse alla beata Margherita: Io ho scelto te a rivelare le .meraviglie del mio Cuore perché sei un abisso di ignoranza e di miseria. Ah, io voglio servire il Sacro Cuore di Gesù, oggi e sempre! Vo-glio che la mia devozione ad esso, ascoso nel Sacramento d'amo-re, sia il termometro di tutto il mio progresso spirituale. La somma delle mie risoluzioni di questi santi Esercizi consiste nel voler fare tutto ciò che son venuto notando sino a questo punto, in unione intima col Sacro Cuore di Gesù sacramentato. 419. Così, il pensiero della presenza di Dio e dello spirito di ado-razione, in ogni mio atto avrà per termine immediato Gesù, Dio ed uomo, realmente presente nella santissima Eucaristia. Lo spiri-to di sacrificio, di umiliazione, di disprezzo di tutto me stesso agli occhi del mondo, sarà illuminato, sostenuto, confortato dal conti-nuo pensiero di Gesù umiliato, avvilito nel Ss. Sacramento. 420. Mi sarà dolce abbassarmi e confondermi, unitamente al Cuore divino, così oltraggiato dagli uomini; e quando il mondo non avrà per me che noncuranza e disprezzo, la mia più grande gioia sarà il cercare e trovare conforto solaiììente in quel Cuore che è la fonte di tutte le consolazioni. Richiamo l'attenzione della mia mente e volontà sopra due pra-tiche specialmente della vita quotidiana: la santa comunione e la visita vespertina, senza dire delle continue aspirazioni colle quali mi sforzerò abitualmente di saettare il Cuore del Verbo, come fa-ceva san Luigi. Mi faccio una legge di non darmi pace, finché non mi potrò dire veramente annientato nel Cuore di Gesù. O Cuore divino, io non so far altro che promettere, e mostrare così l'affetto che oggi mi par di sentire per voi, con una grande trepidazione però intorno al mantenimento dei miei propositi. Deh, non permettete che un giorno, rivedendo questi miei pensieri, leg-ga in essi la mia condanna! 421. 15. In questi santi Esercizi il buon Dio mi ha aperto un po' di più il velo delle mie miserie, della mia superbia, e comunicato certi impulsi potentissimi ad operare efficacemente e radicalmente la mia seria santificazione, mentre lo Spirito Santo, nel sacro ordi-ne del diaconato, si prepara a produrre la soprannaturale santifi-cazione dell'anima mia. Se rinnovassi per iscritto altri proponimenti più dettagliati, non farei che ripetermi, con poco o nessun vantaggio. Presenza di Dio, umiltà, amore ardente verso di Gesù, ecco tutto: «Hoc fac et vi-ves» (Lc 10,28). (Traduzione: fa' questo e vivrai). 422. Chiudo i miei santi Esercizi ai piedi di Maria Immacolata, come sotto i suoi auspici li ho felicemente cominciati. è questo l'an-no della festa, dei trionfi di Maria, e nello stesso tempo l'ultimo dei miei studi teologici, l'anno della mia ordinazione sacerdotale. Quale felice coincidenza per me; il cuore mi si riempie di gioia pu-rissima al solo pensarvi. «Tempus breve est (1Cor 7,29); superest ergo ut paremus nos, redimentes tempus (Ef 5,16), opus bonum instanter operando». (Traduzione: il tempo ormai si è fatto breve; non resta che prepararci, profittando del tempo presente, instancabili nell'operare il bene). O Gesù, o Maria, aiutatemi perché sia questo definitivamente il mio « annus salutis» (Is 63,4). (Traduzione: anno di salvezza).

 

1904 Anno dell'ordinazione sacerdotale

FESTA DELLA SACRA FAMIGLIA 24 GENNAIO 1904

423. Oggi sono ritornato sulla vita di questo mese decorso, a ri-vedere le condizioni dell'anima mia. «Pauca et brevia»'. C'è qualche cosa, sì, ma poco assai. In fondo sono sempre peccatore, non mi rinnovo che molto lentamen-te. L'amor proprio specialmente mi ha dato molto da fare, in or-dine al poco felice esito dei miei risultati scolastici. è una vera umiliazione, confessiamolo; nella pratica della vera umiltà, del di-sprezzo di me stesso, io sono ancora all'abbiccì. è un agitarsi irre-quieto verso non so che cosa, è un riempire un sacco senza fondo. Le orazioni, piuttosto affrettate, a sbalzi, senza la calma conti-nuata, la serenità dello spirito. Sono diventato più remissivo nella pratica delle mortificazioni, troppo debole di fronte alle più picco-le occasioni; mentre propongo di trafficare ogni briciola di tempo, perdo delle ore senza conchiudere qualche cosa; meno riservato nel ragionare, nell'espandermi e anche un pochetto nel criticare. In ge-nere, c'è bisogno di vita più intensa, vita di virtù, maggior profu-mo spirituale in tutto, più fiera costanza di carattere e di propositi. 424. Torno al mio lavoro più ammaestrato dalla mia stessa espe-rienza. Innanzitutto la santa meditazione. Purché stia bene occu-pato in quel tempo così prezioso, basta; potrò pensare, se il soggetto proposto è poco attrattivo, alla passione di Gesù, alle condizioni dell'anima mia, umiliandomi a pentimento delle mie colpe; (pen-sare] ad affetti verso di Gesù, a propositi pratici per la giornata. A scuola, mortificazione della lingua, severa e costante: quan-ti bei fiori, ogni giorno, potrei in tal modo presentare a Gesù. Nel conversare, grande ritegno nel modo e nelle cose che si dico-no; guardarsi dal dir male di veruno, anche indirettamente; serba-re sempre una certa dignità, non affettata; delicatezza massima poi, ragionando dei superiori; ottima cosa anche guardarsi dall'effon-dersi in cose appartenenti a me; non vuotare tutto quello che sento dentro e con tutti. 425. Cura estrema nel far tesoro di ogni minuto di tempo da de-dicarsi allo studio, lungi da qualunque lettura estranea alle mate-rie. In questo affare voglio essere rigido assai, come se ogni sera dovessi, prima di coricarmi, render conto a Gesù delle cose impa-rate e del tempo perduto. In generale, unione familiare ed affettuosa col Sacro Cuore, colla Vergine Immacolata, con giaculatorie, pensieri, aspirazioni. Mila-scerò distrarre meno dall'amor proprio che mi tiene a bada atten-dendo sempre con tutta l'energia dell'anima a quell'azione che ho tra mano, senza curarmi di altro. «In te, Domine Jesu, speravi» (Sal 31,2). (Traduzione: in te sperai Signore Gesù).

 

PICCOLI ESERCIZI DELLA SETTIMANA SANTA 28-29-30 MARZO

426. Per non ripetere i soliti lamenti, le stesse cose di tante e tante volte, mi limito a notare il carattere speciale di questi brevi giorni di sacro ritiro. Ormai, quel che è fatto è fatto; del passato non mi resta che la confusione per le mie infedeltà; e la riconoscenza eter-na per i singolari favori di cui il buon Dio mi ha riempito. Il giorno benedetto della mia sacerdotale ordinazione si avvici-na, ed io ne vengo già pregustando la gioia ineffabile. MIa vigilia di un avvenimento così solenne nella mia vita io sento il dovere di raddoppiare in intensità i miei sforzi, per dispormivi meno indegnamente che per me è possibile, perché la grazia sacramen-tale si infonde una volta sola: più ne riceve chi più ne è capace. 427. Procurerò dunque di passare questi ultimi mesi in grande raccoglimento di spirito, facendo convergere ogni pensiero, ogni mia azione là dove Gesù mi attende. Richiamo tutti quei cari eser-cizi di pietà dei miei primi anni di vita clericale, per mantenere sem-pre fresco, puro, profumato il mio fervore, compiacendomi di ritornare piccolo chierico nell'attendere a quella pietà semplice e industriosa di quegli anni felici. Sarà però mio studio gradito eser-citarmi, per quanto le nuove occupazioni me lo permetteranno, in quelle divozioni, per quanto minute, sempre soavi, ai miei dolcis-simi santi protettori: ai tre giovanetti: Luigi, Stanislao e Giovanni Berchmans; a san Filippo Neri, san Francesco di Sales, sant'Al-fonso de' Liguori, san Tommaso d'Aquino, sant'Ignazi o di Lojo-la, san Carlo Borromeo, eccetera eccetera.

 

GESù, MARIA, GIUSEPPE 1-10 AGOSTO 1904, NEGLI ESERCIZI SPIRITUALI IN PREPARAZIONE AL PRESBITERATO FATTI NEL RITIRO DEI PADRI PASSIONISTI DI SAN GIOVANNI E PAOLO AL CELIO

428. 1. In questi primi giorni poco ho conchiuso. Il luogo stesso però dove vivo, le persone che mi passano sotto gli occhi, mi ecci-tano ottimi sentimenti e mi suggeriscono serie riflessioni. Ho me-ditato specialmente sulla santa indifferenza, alla quale ho pure posto attenzione in altri Esercizi; ma quanto alla pratica sono sempre ri-masto a zero. Iddio mi preserva dal cadere in peccati gravi che io commetterei certamente con grande facilità. Protesto anche di vo-ler attendere alla perfezione, ma vorrei di fatto che la via della per-fezione venisse tracciata da me e non da Dio. In fondo, tutte le mie paure e i miei turbamenti di quest'anno per gli studi, per il pericolo di un richiamo da Roma, le ragioni anche a cui io tentavo di ricorrere, confermano questo fatto. Altre le parole ed altri i fat-ti. La mia indifferenza deve essere gran semplicità di spirito, pron-tezza a qualunque sacrificio, e poca filosofia; preghiera soprattutto e confidenza in Dio. 429. Mi devo guardare, specialmente quando le cose non mi van-no a seconda, dallo sfogarmi con chicchessia, a meno che non fos-se con chi dirige il mio spirito o che in qualche modo mi può aiutare. Nel discorrere con altri si perde tutto il merito che mi potea acqui-stare. La santa letizia poi non mi deve mai abbandonare, perché in qualunque evento «in ipso vivimus, movemur et sumus» (Traduzione: in lui abbiamo la vita, il movimento e l'essere). (At 17,28) e mi devo guardare dal lasciarmi preoccupare da altri pen-sieri che non cadano sotto l'« age quod agis». Che cosa sarà di me nell'avvenire? Sarò un bravo teologo, un giurista insigne, un parroco di campagna, oppure un semplice po-vero prete?. Che importa a me di tutto ciò? Devo essere niente di tutto questo ed anche più di questo secondo le disposizioni divi-ne. Il mio Dio è tutto: «Deus meus et omnia ». Tanto e tanto, i miei ideali di ambizione, di bella figura dinnanzi al mondo, ci pensa il buon Gesù a mandarmeli in fumo. 430. Mi devo mettere in tc4a che, siccome Iddio mi vuol bene, così non ci sarà per me nessun disegno in cui c'entri l'ambizione; che mi riesca inutile quindi il perderci la testa. Io sono uno schiavo: non posso muovermi s~nza la volontà del padrone. Iddio conosce i miei talenti, tutto quello che io posso o non posso fare a gloria sua, pel bene della Chiesa, per la salute delle anime. Non è necessario dunque che io gli dia dei consigli nella persona dei suoi rappresentanti, quali sono i miei superiori. 431. Non sembra forse che i santi, se ne studio i primi anni della vita, si siano messi per una via tutta contraria per sé a quella a cui le loro attitudini naturali, le loro splendide qualità parevano doverli portare? Eppure divennero santi e quali santi, riformatori della società, fondatori di ordini insigni! Essi avevano la pratica della santa indifferenza: stavano pronti ad ascoltare la voce di Dio che parlava anche a loro come parla a me; non misuravano il da farsi col loro amor proprio, ma ad occhi chiusi si applicavano con slan-cio a tutto quello che Dio voleva da loro. Inspice» adunque, caro mio, «inspice et fac secundum exem-plar» (ES 25,40) tutto. Il mio voler fare, voler dire è amor pro-prio bello e buono; seguendo i miei modi di vedere, lavorerò, suderò e poi, e poi... vento, vento. Se voglio essere veramente grande, un gran sacerdote, mi devo spogliare di tutto, come Gesù in croce; e giudicare di tutti gli avve-nimenti della vita mia, le disposizioni superiori a mio riguardo, con spirito di fede. Non portiamo, per carità, la critica in questo cam-po: «Oh! beata simplicitas, o beata simplicitas! ». 432. 2. Torno all'argomento dell'indifferenza, perché in fondo per me è l'osso più duro. Facciamo un po' di esame. In quest'an-no le mie mancanze consistevano, in generale, in quella deficienza di fervore per cui non valsero neppure circostanze molto solenni: in particolare, lamento aridità nelle orazioni, in specie nella comu-nione e meditazione: distrazioni quasi continue ecc.; poca cura nel-l'esaminare il progresso spirituale ecc., insomma un po' di tiepi-dezza continuata. Qual ne fu la causa? Per me, credo di non sba-gliare dicendo che fu specialmente la mancanza di indifferenza. Pri-madi tutto, quella voglia matta di studiare, in fondo in fondo con lo scopo di una buona figura all'esame, davanti agli occhi profani del mondo ecclesiastico; poi, il lavoro intellettuale dell'amor pro-prio, pauroso, sbigottito dalla minaccia di un richiamo che facea tramontare le rosee speranze - concepite in giorni sereni - otti-me cose in sé, ma non senza il lato debole, almeno quanto al mo-do. Iddio, vedendo il mio cuore che incominciava a dividersi, ad agitarsi, mi ha lasciato un po' fare, e quel che sia avvenuto io lo so. Dunque, il passato sia scuola per l'avvenire. Camminiamo non «de die in die » ma di ora in ora. Mi devo lasciar governare da Dio con soavità ed anche con sacrificio di me stesso, per conserva-re il fervore, la pace del cuore e ottenere un vero progresso spi-rituale. 433. 3. Lo studio! Quante idee preconcette ho io in questa ma-teria! Ho finito per giudicare come fa il mondo, mi sono lasciato infatuare dalle idee correnti. Lo studio è sempre una gran cosa: il secondo elemento di una vita sacerdotale efficace, ed anche una seconda tavola di salvezza ai tempi nostri. Dio mi guardi dal tene-re in poco conto lo studio: guardiamoci però anche dal dare allo studio un valore eccessivo ed assoluto. Lo studio è un occhio, il sinistro; se il destro manca, a che vale un occhio solo, lo studio solo? Che cosa sono io dopo tutto col mio dottorato? niente, un povero ignorante. Che bene potrei arrecare io alla Chiesa con esso solo? Dunque, bisogna riformare un po' la testa intorno al concet-to che ho dello studio. Anche qui ci vuole equilibrio, armonia di vedute e di opere. Studiare sì, sempre, senza darmi requie mai; « omnia tamen secundum ordinem, et mensuram. Oportet sapere ad sobrietatem » (Rm 12,3). (Traduzione: tuttavia ogni cosa secondo un ordine ed una misura: bisogna conoscere ma con sobrietà). Dotto io devo essere, ma come san Francesco di Saies. Dopo tutto che cosa sono anche quelle persone che si chiamano brave, che cosa sanno? molto poco: non parlo na-turalmente di quelle che sono dotte nel senso stretto della parola. Quanto è sapiente dunque la parola del nostro Santo Padre Pio X ai giovani seminaristi: Figliuoli, studiate, studiate molto; ma siate buoni, molto buoni, per carità. 434. In seguito studierò anche con maggior lena, ma senza voler cambiare il nome alle cose: più che per gli esami, cercherò sempre di studiare per la vita, così che lo studio mi passi in seconda natura. 435. 4. Il laico che mi pulisce la camera, mi serve a tavola, il buon fratel Tommaso, mi fa meditare assai. E adulto piuttosto che giovane, di maniere gentilissime, alto delia persona, avvolto in quel'abito nero lunghissimo, che egli non nomina mai senza chiamar santo. Allegro sempre, non parla che di Dio e dell'amore divino; non alza mai gli occhi in faccia a veruno: in chiesa, davanti al Ss. Sacramento, sta prostrato sul nudo pavimento, immobile come una statua. Venne dalla Spagna sino a Roma per farsi passionista, e vive beato, facendo il servitore di tutti, semplice come una creatu-ra senza ideali attraenti, senza miraggi brillanti, povero frate laico per tutta la vita. Oh, davanti alla virtù di fratel Tommaso io sono davvero niente, io dovrei baciare il lembo del suo saio e mettermi ad ascoltarlo come maestro! Eppure io sono quasi sacerdote, ri-colmo di tante grazie! Dov'è il mio spirito di penitenza, di umiltà; la mia modestia, il mio spirito di orazione, la mia vera sapienza? Ah, fra' Tommaso, fra' Tommaso, quante cose m'insegni! Quan-ti poveri fraticelli laici, quanti sconosciuti religiosi risplenderanno di gloria un giorno, nel regno di Dio! Ed io perché non otterrò al-trettanto? O Gesù, infondetemi spirito di penitenza, di sacrificio, di mortificazione. 436. 5. L'ottimo padre direttore mi ha pregato che, durante le ore del passeggio, tenga compagnia ad un giovane protestante che fu accolto per prepararlo all'abiura. Povero giovane, quanto mi fa pena! Egli è buono, ma nei nove anni migliori della sua vita -oggi ne conta diciotto - fu completamente imbevuto dell'istru-zione che i protestanti sanno così bene impartire a modo loro. Non c'è pregiudizio contro la Chiesa cattolica che egli non conosca, non c e articolo del corpo dottrinale eretico che egli ignori. Per me la sua compagnia, se mi arreca qualche distrazione, mi fa anche del bene, mentre tocco con mano un altro grave pericolo che patisce la nostra fede in Italia, così insidiata dalle sètte. Ohimè, ohimè, i figli delle tenebre sono più prudenti dei figli della luce (Lc 16,8). Intanto quello che io volevo conchiudere, è l'obbligo gravissimo che io ho di ringraziare Iddio del gran dopo della fede: basta fre-quentare per poche ore un protestante per intenderne tutta l'im-portanza. Sempre adunque, «laus eius in ore meo» (Traduzione: la sua lode sempre sulla mia bocca) (Sal 34,2), anche per questo e massimamente per questo. E quanto ai poveri disgraziati che si trovano fuori della Chiesa? Oh, compatirli, po-veri figli, pregare assai per loro, e adoperarsi a tutto potere e con gran cuore per la loro conversione! 437. 6. Pensiamo al sacerdozio e pensiamoci seriamente. Mi trovo qui in questo sacro ritiro precisamente per questo fine, «Opus gran-de est» (Traduzione: l'opera è grande ed estesa) (Ne 4,19), l'atto più solenne della mia vita. Se dall'alto di questo monte, di cui fra pochi giorni toccherò la cima, mi rivol-go indietro sui miei passi... 438. Qui finirono sospese le umili note di quegli Esercizi spiri-tuali: ma qui non finirono le sante impressioni di quei giorni, che furono giorni di benedizione. Alla distanza di otto anni (scrivo nel 1912), ancora mi stanno fisse nella mente: e voglia il Signore che non le dimentichi mai. 439. Soprattutto si venne allora maturando sem~pre più forte nel mio spirito un vivo desiderio, un proposito di completo annienta-mento di tutto l'essere mio in mano, accanto al Cuore di Gesù, perché spogliandomi di tutto me stesso il mio maestro divino mi avesse più docile ai suoi cenni, più valido strumento a fare del be-ne, del gran bene nella Chiesa, non in luoghi e in modi che il mio amor proprio preferisse, ma semplicemente, ciecamente, abbando-nandomi alla volontà dei superiori. A rendermi più profittevole il ritiro, negli ultimi giorni si aggiunsero alcuni fervorosissimi discorsi che ci faceva uno di quei bravi padri (eravamo circa una decina noi ordinandi, di diversi paesi, e di diversi collegi: v'erano, fra gli altri, un fiorentino alunno del Capranica, un portoghese, don Nicola Turchi, già mio collega nel 1901 al Seminario Romano, un altro chierico di Roma ecc.). Mi giovò assai l'esercizio quo-tidiano della via Crucis che tutti insieme facevamo su in cappella, la lettura della vita del nuovo beato, Gabriele dell'Addolorata, che facevasi per turno durante i pasti, la funzione della sera nella ricca cappella dove giace il corpo di san Paolo della Croce (era la nove-na dell'Assunta), l'esempio grande di austerità che quei padri da-vano. Ricordo ancora l'impressione che provavo ogni notte, allorché essi si alzavano per il mattutino, e il rumore dei passi e del lungo abito nero passava attraverso gli oscuri corridoi. Ma ciò che specialmente assorbiva la mia attenzione, era la solennità delle memorie cristiane in quel luogo venerando. 440. Dalla mia finestra io contemplavo il Colosseo, il Laterano, la via Appia. Dal giardino si scorgeva il Palatino, il Celio con tutti i monumenti cristiani che lo coronano: San Gregorio ecc. Accanto al luogo dove stavo v'era la basilica di san Giovanni e Paolo, dove io scendevo tutte le sere, come dissi, per la novena dell'Assunta. Sotto la basilica, in quel Clivus Scauri, la casa dei martiri; vicino alla mia camera, la camera dove morì san Paolo della Croce. Lì noi ci esercitavamo nel pomeriggio alle prove della santa messa. Tutto insomma mi parlava colassù di santità, di generosità, di sa-crificio. Oh, Signore, come ti ringrazio di avermi mandato in quel santo luogo per la mia immediata preparazione al sacerdozio! 441. Nella vigilia di quel beato giorno della mia ordinazione, il buon p. Luigi del Rosario che assisteva gli esercitandi e che mi aveva date molte prove di benevolenza, si compiacque di esaudire un mio desiderio e di accompagnarmi alla visita di alcuni luoghi più venerandi. Mi recai dunque con lui a San Giovanni in Laterano a pregare in quella basilica, a rinnovare il mio atto di fede; poi fe-ci la Scala Santa, di là passai a San Paolo fuori le mura. Che cosa dissi al Signore in quella sera, sulla tomba dell'Apostolo delle gen-ti? «Secretum meum mihi» (Traduzione: il segreto mio è per sempre) (Is 24,16). 442. Spuntò l'alba di quella beatissima festa di san Lorenzo. Il mio vicerettore Spolverini18 mi venne a prendere al convento. Attra-versai la città in silenzio. Nella chiesa di Santa Maria in Monte San-to a Piazza del Popolo si compì la indimenticabile cerimonia. Ho an-cora innanzi alla mente tutte le circostanze di quell'avvenimento. Consacrante era. E. mgr Ceppetelli vice gerente; amministravano all'altare alcuni alunni del Collegio Capranica. Quando alzai gli oc-chi, finito tutto, pronunciato il giuramento eterno di fedeltà al mio su-periore « Praelato Ordinario», vidi la benedetta immagine della Ma-donna, a cui, lo confesso, non avevo badato prima, quasi sorridermi dall'altare e infondermi col suo sguardo un senso di dolce tranquil-lità spirituale, di generosità, di sicurezza, come se mi dicesse che era contenta, così che mi avrebbe protetto sempre, insomma comunicar-mi allo spirito un'onda di dolcissima pace che non dimenticherò più. 443. Il buon vicerettore mi ricondusse al seminario, dove non si tro-vava alcuno, essendo tutti in campagna a Roccanfica. Mio primo dovere fii scrivere subito una lettera al mio vescovo mgr Guindani di felice memoria Gli dicevo in poche parole quello che dissi al Signore ai piedi di mgr Ceppetelli: gli rinnovavo il mio « promitto oboedienfiam et reverentiam ». Quanto sono lieto di ricordare e di rinnovare quella promessa dopo otto anni! Scrissi poi al miei genitori dando parte a lo-ro e a tutta la famiglia delle gioie del mio cuore, invitandoli a ringra-ziare con me il Signore, e a pregarlo perché mi voglia mantenere fede-le. Nel pomeriggio rimasi solo, solo col mio Dio che mi avea tanto esal-tato, solo coi miei pensieri, coi miei proposifi, colle mie dolcezze sa-cerdotali. Uscii. Tutto chiuso col mio Signore, come se Roma fosse de-serta, visitai le chiese di maggior devozione, gli altari dei santi che mi erano stati più familiari, le immagini della Madonna. Visite brevissime flirono. Mi pareva quella sera di avere una parola da dire a tutti, e che ciascuno di quei sami ne avesse una da dire a me. Ed in verità era così. 444. Vidi dunque san Filippo, sant' Ignazio, san Giovanni Battista de Rossi, san Luigi, san Giovanni Berchmans, santa Caterina da Sie-na, san Camillo de' Lellis e parecchi altri2ob. O santi benedetti, che al-lora rendeste testimonianza al Signore dei miei buoni desideri: chie-detegli ora perdono delle mie debolezze ed aiutatemi a tener sempre accesa nel mio cuore la fiamma di quel giorno indimenticabile. 445. L'indomani ecco di nuovo il caro vicedirettore che mi con-duce a San Pietro per celebrarvi la prima messa. Quante cose mi disse quella gran piazza quando l'attraversai! Tante volte ero pas-sato di là sempre commosso: ma quella mattina...; e dentro il tem-pio maestoso, fra le memorie venerande della storia della Chiesa!... Discesi nella cripta, vicino alla tomba dell'Apostolo. V'era là una corona di amici invitati dal vicerettore. Ricordo mgr Giuseppe Palica, mio professore di morale, poi don Enrico Benedetti , don Pietro Moriconi, don Giuseppe Baldi, don Enrico Fazi, ed altri. Dissi la messa votiva « de Ss. Petro et Paulo». 446. Ah, le consolazioni di quella messa! Mi sovvengo che fra i sentimenti di cui il cuore riboccava questo dominava su tutti, di un grande amore alla Chiesa, alla causa di Cristo, del Papa, di una dedizione totale dell'essere mio a servizio di Gesù e della Chiesa, di un proposito, di un sacro giuramento di fedeltà alla cattedra di San Pietro, di lavoro instancabile per le anime. Ma quel giuramento che riceveva una sua propria consacrazione dal luogo dove io ero, dall'atto che io compivo, dalle circostanze che l'accompagnavano, lo tengo qui vivo ancora e palpitante nel cuore più che la penna non valga a descriverlo. Come dissi al Signore sulla tomba di san Pietro: « Domine, tu omnia nosti, tu scis quia amo te» (Gv 21,17). (Traduzione: Signore, tu sai ogni cosa, tu sai che io ti amo). Uscii di là come trasognato. I pontefici di marmo e di bronzo disposti lungo la basilica pareva mi riguardassero dai loro sepolcri con una significazione nuova in quel dì, come ad infon-dermi coraggio, e grande fiducia. 447. Verso il mezzodi mi attendeva nuova consolazione: la udien-za del papa Pio X. Il mio vicerettore me l'ottenne - quanto gli sono grato di tutto ciò che fece per me in quei giorni benedetti! - e mi vi accompagnò. Allorché il Papa giunse a me e il viceretto-re mi presentò, egli sorrise, e si chinò ad ascoltarmi. Io gli parlavo in ginocchio: gli dissi che ero lieto di umiliare ai suoi piedi i senti-menti che al mattino avevo deposto durante la prima messa, sulla tomba di san Pietro, e glieli esposi brevemente, così come potei. Il Papa allora, rimanendo sempre chinato e ponendomi la mano sulla testa, quasi parlandomi nell'orecchio, mi disse: «Bene, be-ne, figliuolo... così mi piace, ed io pregherò il Signore perché spe-cialmente benedica questi suoi buoni propositi ed ella sia davvero sacerdote secondo il cuore di lui. Benedico poi tutte le altre sue intenzioni e tutte le persone che in questi giorni si allieteranno per lei». Mi benedisse e mi diede la mano a baciare. Poi passò innan-zi, parlò con altri, credo con un polacco; ma subito, quasi seguen-do il corso del suo pensiero, tornò a me, mi chiese quando sarei giunto a casa e dettogli: «per il di dell'Assunta», « Oh, chissà che festa - ripigliò - lassù a quel suo paesello (prima mi aveva do-mandato qual fosse> e quelle belle campane bergamasche chissà che sonare in quel giorno!...». E proseguì il suo giro sorridendo... 448. Alla sera di quel beato giorno di san Lorenzo fui a Roc-cantica, la villa del seminario. Venne don Giuseppe Piccirilli a ricevermi alla stazione di Poggio Mirteto. L'ingresso alla villa, vagamente illuminato, fu per me commoventissimo: in cappella quei buoni giovani cantarono un bel «Tu es sacerdos». L'indomani fe-sta lietissima. Tutti si comunicarono. Mgr Bugarini, rettore, mi as-sistette; il mio buon direttore spirituale, p. Francesco Pitocchi liguorino, al Vangelo disse il discorso... Troppo buono quel padre per me... l'amore gli fece un po' velo... E si protrasse la festa dol-cissima per tutto il giorno. 449. Il 13 celebrai la santa messa all'Annunziata di Firenze. Adempivo un obbligo di riconoscenza verso quella cara Madonna a cui prima del servizio militare avevo consacrato la mia purità. Il 14 ero a Milano sulla tomba di san Carlo... Quante cose gli dis-si! e come da quel giorno si fece più forte il legame di venerazione e di amore che già mi univa a lui. Il 15, festa dell'Assunta, a Sotto il Monte. Scrivo quel giorno fra i più lieti della mia vita, per me, per i parenti, per i benefattori, per tutti. Perché ho ricordato tutto ciò? Perché anche da questo foglio sor-ga la voce di eccitamento a mantenermi fedele alle mie promesse, grato al Signore del bene che mi ha fatto; sorga perenne la prote-sta - quando mancassi di fedeltà - e tutto serva a farmi sacerdo-te, degno della mia dignità, e non indegno di Gesù a cui solo sia gloria.

 

IN CAMPAGNA A ROCCANTICA, AUTUNNO 1904

Gli amici di Gesù. 450. Non sapendo decidermi nella scelta di un pensiero, che po-tessi proporre alla vostra pia riflessione, mi sono dato alla ventu-ra, e aperto quell'aureo libretto a tutti notissimo sino dai primi anni, il De Imitatione Christi, mi venne all'occhio una pagina molto sem-plice in verità, ma di un candore, di una soavità delicatissima, in-comparabile. E il capitolo VIII del libro che incomincia: De familiari amicitia Iesu (IC 2.8). Su questa pagina richiamo l'attenzione di tutti. Mi pare che l'a-nima serafica del poverello di Assisi e la penna stillante dolcezza di S. Francesco di Sales non avrebbero potuto darci di più. A me, poi, torna di singolare compiacenza ragionare dell'amicizia fami liare e dell'intimità di affetto che lega i nostri cuori a Gesù, mentre ancora mi risuonano qui dentro, come eco lontàna ma soave di una musica celeste, le belle parole che il Salvatore divino, per bocca del vescovo, rivolse a me e a tutti i novelli sacerdoti in quel giorno indimenticabile della mia ordinazione presbiterale: «Iam non di-cam vos servos, sed amicos meos» (Gv 15,15). (Traduzione: non vi chiamo più servi, ma amici). Oh! l'amicizia di Gesù! 451. E' la nostra vita, è il segreto che spiega la nostra esistenza: la vocazione, il sacerdozio, l'apostolato dei giorni futuri. Gesù ci ha chiamati intorno a sé dal silenzio della campagna, dai rumori mondani della città, per rivelarci le tenerezze del suo cuore, avviarci sul cammino della virtù, fare di noi fragili canne del deserto (Ez 17,34), colonne del suo tempio, strumenti validissimi della gioria sua. Non vi ha amor materno che abbia trovato tante finezze, attrattive così sapienti e insinuanti come Gesù ha saputo farsi a noi. E noi, più volte nella nostra vita, ed ora ogni giorno costantemente ci sia-mo dati a lui: l'amicizia fu conchiusa, cordiale, affettuosissima. 452. E dolce il ripeterlo: noi siamo gli amici di Gesù. C'è dun-que in noi, oltre tutto ciò che apparisce del viver nostro, una vita recondita: e quando ne affermo l'esistenza, ne dichiaro la necessi tà per noi ecclesiastici, perché non possiamo essere di Gesù che amici o nemici: una comunicazione intima di santi affetti, un pensiero fisso nella mente, per cui l'anima nostra è sempre rivolta a lui «Con lui va, con lui viene, con lui sta sempre l'innamorata men-te, lui solo mira ognor, figura e sente». Così l'esprimeva anch'egli il nostro grande Torquato [Tasso] in quella canzone che incomin-cia: «Liete piaggie beate ». Più viva si manifesta la nostra amicizia, quando sul mattino Ge-su incarna nelle nostre mani che lo toccano tremanti; lo accoglia-mo dolcemente nel nostro seno; lungo il giorno ci accostiamo a lui più vicini ad effondere nel suo i sentimenti del nostro cuore, nelle nostre occupazioni gli mandiamo i nostri saluti amorosi. 453. L'amicizia di Gesù non fa rumore al di fuori, ma traspari-sce presto in una diffusione di soavità e di pace, che traspira da tutta la nostra persona, nel dominio tranquillo e senza scosse delle nostre passioni, in una gentilezza squisita e ad un tempo venusta di tratto, che noi veniamo mano mano acquistando. Io non mi indugierò nel dichiarare gli effetti della nostra fami-liare amicizia con Gesù: Quando Iesus adest totum bonum est, nec quidquam difficile videtur. Quando vero Iesus non adest, totum durum est. Quando Gesù dentro non parla, ogni consolazione èvile; ma una sola parola di lui ci riempie di gaudio ineffabile. Non si levò tosto la Maddalena dal suo pianto, quando Marta le disse: Il Maestro è qui, e ti chiama (Gv 11,28)? Oh, felice l'ora quando Gesù ci chiama dalle lacrime alla gioia dello spirito, perché egli ètutto per noi, e senza di lui nulla noi siamo e tutto è contro di noi. 454. L'ardore apostolico per cui tante opere grandi potremo com-piere un giorno a favore dei nostri fratelli, si viene elaborando in questo santuario segreto della nostra amicizia familiare con Gesù. In lui apprendiamo ad amare tutti gli uomini, come egli li ha ama-ti, affinché tutto il mondo si unisca a noi nell'amare lui solo. An-che la fortezza del martire si attinge a questa fonte: la storia della Chiesa è là ad attestarlo perché, notiamolo bene, quando gratia Dei venit ad hominem, tunc potensfit ad omnia, et quando rece-dit, tuncpauper et infirmus erit et quasi tantum ad flagella relictus. Teniamo, dunque, cara l'amicizia di Gesù e vediamo di mante-nerla sempre ardente tenerissima nel nostro cuore. Magna ars est, dice il pio scrittore dell'Imitazione, scire cuni Iesu conversari, et scire Iesum tenere magna prudentia. E continua - sentite, sentite com'è soave -: Esto humilis et pacificus et erit tecum Iesus. Sis devotus et quietus et manebit tecum Iesus. 455. Pace dello spirito, adunque, quiete serena, umiltà di cuore semplice schietta e Gesù rimarrà con noi, saremo ripieni di gaudio in ogni tribolazione; anche la vita seminaristica che talora ci ag-grava l'anima colle sue esigenze, imposte da ragioni sapientissime di disciplina, ci riuscirà dolce e gioconda e il nostro avvenire di de-gni sacerdoti che porteranno lo spirito di Cristo in ogni ordine so-ciale e salveranno le anime sarà assicurato. La distrazione dello spirito è il nostro nemico più forte: guar-diamocene assai, assai, massime in questi giorni di vacanza in cui le occasioni sono molte. Gesù è un amico quanto buono, altret-tando delicato. Se egli si ritira che faremo noi? Che l'idillio amo-roso della nostra amicizia familiare con Gesù non si converta in un brutto romanzo. 456. Concludiamo. Humilis etpacificus, devotus et quietus: quat-tro parole in cui sta tutta la nostra grandezza e felicità. Quando io le ripeto a me stesso, non so come, ma mi torna sempre alla mente la figura serena di san Francesco d'Assisi. Gli è che quel serafico di carità è il vero amico, anzi il tipo perfettissimo degli amici di Gesù. Nelle gloriose stimmate di lui, sigillo del suo amore, dob-biamo ricercare la ragione di tutto quel rivolgimento religioso, di quella riforma generale della Chiesa che fa capo a lui e all'opera sua: il suo Deus meus et omnia è come una parola d'ordine che spiega una delle pagine più belle della nostra storia. Il ritorno annuale della cara festa che s'avvicina, che diffonde tanta pace francescana intorno a noi, sia un richiamo potente che risvegli il nostro fervore nell'amore di Gesù con una custodia mag-giore di noi stessi, un'applicazione più devota ai nostri esercizi di pietà, colla quale si alimenta il fuoco del divino amore. 457. In una notte di quel memorabile settembre, in cui si svolse-ro tanti prodigi lassù sulla sacra Verna, Francesco per uno slancio di straordinaria carità fu rapito in estasi all'altezza dei faggi che coprivano la foresta. Il buon frate Leone, che dormiva là, poco lontano, fu svegliato dalla gran luce abbagliante ond'era illumina-ta tutta la montagna, corse alla volta del suo beato padre, e attac-candosi a quei casti piedi e stringendoli al seno singhiozzava te-nerissimamente e gridava al Signore pietà e misericordia, per i me-riti del suo benedetto servo. 458. O frate Leone, frate Leone, anima semplice e purissima, quanto meglio vorremmo star noi in tuo luogo! Stringiamoci in que-sti giorni intorno alla serafica persona del Santo poverello. Egli si solleva innanzi a noi radiante nella sua luce celeste, oltre i faggi della Verna. Franciscuspauper et humilis dives coelum ingreditur. Per lui, come per l'apostolo Paolo, la vita era Cristo Gesù e la morte fu un guadagno. Tal sia di noi. Attraverso le aridità e le miserie di quaggiù passeremo ai gaudii della gloria dei Santi. Così - è l'au-tore dell'Imitazione che conchiude il suo capitolo poeticamente -dopo l'inverno segue la primavera, dopo la notte ritorna il giorno, dopo la tempesta, la serenità e la pace.

 

GESù, MARIA, GIUSEPPE 4 NOVEMBRE 1904. PICCOLI ESERCIZI SPIRITUALI DI PRINCIPIO D'ANNO

459. Resta immutato quanto a proponimenti generali tutto ciò che ho scritto nei quattro corsi di Esercizi in preparazione alle sa-cre ordinazioni. Per mantenere sempre ordinata la mia condotta ed appoggiare il mio progresso spirituale a qualche punto stabile, rendo oggetto delle mie diligenze particolari i propositi seguenti, che ripongo umilmente sotto la protezione e gli auspici di san Car-lo Borromeo in questo caro giorno della sua festa. 460. 1. In tutta la mattinata, dal primo svegliarmi sino a qual-che tempo dopo la santa messa, mi applicherò 'esclusivamente a pen-sieri, a cose spirituali: preghiere vocali, sante letture, meditazioni, recita del divino ufficio, ecc. 2. Sarò scrupoloso nell'attendere di proposito e con profitto al-l'esame particolare che farò cinque minuti prima del mezzodì. 3. Sarà mia somma cura fare la visita quotidiana al Ss. Sacra-mento con fervore singolarissimo. Al Ss. SacraThento e al Sacro Cuore di Gesù io devo tutto: sarò dunque un' anima innamorata del Ss. Sacramento. 4. Non mi coricherò mai senza aver recitato almeno i tre nottur-ni del giorno seguente. Vada tutto il resto: il breviario deve sempre avere il posto d'onore. 5. Sarò inesorabile nel fare il ritiro mensile almeno dalla sera an-tecedente sino al mezzodì della prima domenica di ogni mese. 461. 6. Mi atterrò puntualmente a tutte le regole del seminario come fossi uno dei più piccoli alunni, memore sempre che tutta la mia influenza sui giovani, come prefetto, dipenderà interamen-te dal buon esempio che io darò loro. 7. Rinnovo con maggior forza il proposito di voler usare la mas-sima modestia al passeggio. L'essere sacerdote non mi preserva dalle gravi cadute. Lo studio della modestia serve molto a mantenermi raccolto e a conservare il fervore dello spirito. 8. Cura massima del tempo, in specie dello studio. Prima le ma-terie dell'anno e della scuola, poi, con moderazione, le altre cose. 9. In tutto umiltà, fervore grande di spirito, mitezza e cortesia con tutti, allegria sempre e serenità di mente e di cuore. « Cor Jesu, flagrans amore nostri: infiamma cor nostrum amo-re tui». (Traduzione: cuore di Gesù, ardente di amore per noi, infiamma il mio cuore di amore per te).

 

8 DICEMBRE 1904 CINQUANTESIMO ANNIVERSARIO DALLA PROCLAMAZIONE DOGMATICA DELLA CONCEZIONE IMMACOLATA DI MARIA

462. Ricorderò questo giorno fra i più solenni della mia vita. Oggi ho esultato con cuore grande e pieno di gioia purissima nell'assi-stere ai solenni trionfi di Maria, nella Basilica Vaticana e in tutte le chiese della città. Fu una gara cordiale e amorosa onde tutta Roma volle mostra-re, ancora una volta, il suo affetto alla Vergine benedetta. Il gran tempio ripieno di popolo, lo splendore della grandiosa cerimonia, lì, in quel luogo, il più venerato di tutta la terra, lassù dall'alto dell'abside sfavillante in una gloria di luce vivissima, l'immagine di Maria Immacolata, che pareva sorridere al Papa, nella maestà della pompa pontificale, alla corona imponente di cardinali, di ve-scovi, convenuti in gran numero da ogni punto della terra, di di-gnitari ecclesiastici e laici, mentre al compiersi dei sacri misteri le armonie di Perosi si diffondevano come voci di cielo per le ampie navate, ascendevano a ricercare echi più degni nell'immensa cupo-la. Quale spettacolo di fede, quale trionfo per Maria! Non credo che sulla terra si possa immaginare onore più grande e più meraviglioso. A me, confuso fra la folla dei giovani semina-risti di ogni paese, e pur così vicino alla Confessione da poter con-templare quasi tutto lo svolgimento della imponente cerimonia...

 

1905-1914 Segretario di mgr Radini Tedeschi

1905

463. Partimmo da Roma col direttissimo delle 13.30 in orario ed in orario - cosa prodigiosa! - giungemmo a Napoli alle 18. Alle 19 eravamo già tutti - ossia, tutti no, ché una parte dei no-stri l'attendiamo domattina da Genova quivi imbarcatisi su l'Hi-spania - noi, vo' dire arrivati da Roma, ci trovavamo alle 19 sistemati all'Hòtel Savoia. Albergo splendido, tenuto dal nostro Sommariva, situato sulla incantevole riviera di via Caracciolo. Alle 21 siamo riuniti nel gran salone à manger dell'albergo. Do-po il pranzo ascoltiamo alcuni avvertimenti dati da S. E. Mons. Radini Tedeschi, Vescovo di Bergamo e Direttore del pellegrinag-gio, sulla funzione di preparazione di domani mattina da celebrar-'In luogo degli Esercizi spirituali, dal 18 settembre al 22 ottobre 1906 il venti-cinquenne d. Angelo partecipò al iii pellegrinaggio nazionale italiano in Terra San-ta, presieduto dal vescovo Radini Tedeschi. Di quell'itinerario restano pagine vibranti di schietta pietà, che riproduciamo integralmente. si al vicino Santuario di Piedigrotta, da dove fin dai tempi antichi i naviganti solevano riunirsi per premunirsi della protezione della Vergine prima d'imbarcarsi pei loro lunghi viaggi. Ce ne andiamo poi a riposare, ché stanchezza e sonno non màncano, ed anche per poterci domattina levare per tempo.

Napoli Piedigrotta, 19 settembre. 464. Il nostro pellegrinaggio è ormai sul punto di partire. Ci sia-mo veduti tutti stamattina lassù a Piedigrotta, ci siamo contati - più di cento -. Anche i bergamaschi giunti col piroscafo da Ge-nova stanno benissimo: quasi tutti però hanno ieri provato le ca-rezze del mal di mare - l'amico dei nostri viaggi - amico un po' seccatore, veramente, ma buono in fondo, come sono buoni que-sti monelli napoletani, dai quali è così difficile liberarsi. Gli altri giunti qui ieri sera - e furono i più - ebbero ieri a Roma il gran-de conforto della benedizione del Santo Padre. La bella funzione di San Pietro, dove mons. nostro Vescovo celebrò la santa messa nella Cappella del Sacramento, ci aveva già preparati al momento così caro sempre dell'udienza del Papa. Monsignore, con quella felicità e genialità di concetti e di espressioni che noi da tempo ab-biamo la fortuna di ammirare in lui, ci parlò di Gerusalemme ver-so cui tendiamo, di Roma donde partiamo: di Gerusalemme, centro delle promesse di Dio, dei misteri della nostra fede, punto di par-tenza della civiltà cristiana; di Roma, che ne è il punto di arrivo, la Jerusalem sancta, dove le promesse di Gesù alla sua Chiesa han-no trovato il compimento più glorioso, e donde oggi emana tanta luce di verità, di civiltà e di vera vita. Ci ricordò il compito grave di noi pellegrini, che sul sepolcro di Cristo andavamo a portare, soli fatti degni di tanto onore, le preghiere e i voti di tanti nostri fratelli che lasciammo al nostro paese, che ci seguono col cuore, che tanto ci si sono raccomandati. Ebbe un pensiero tenero, soa-vissimo per il Sommo Pontefice, il dolce Cristo della terra, tanto buono per tutti e così afflitto per le offese che ogni giorno più si fanno alla santa Chiesa. Ci esortò infine alla preghiera per noi, per il Papa, pei nostri cari, per il nostro paese, per tutti. [Disse mgr Radini]:Il Papa ebbe la bontà di riceverci. Come èsempre commovente la vista del Pontefice! Con quel suo sguardo dolce ed amorevole, col suo sorriso, egli incanta, soggioga. Noi gli eravamo tutti intorno in ginocchio; egli ci fece baciare il sacro anel-lo, e, fattici alzare, si congratulò con tutti del pensiero nobilissimo che ci muoveva ai luoghi santi; ci invitò a santificare il nostro pel-legrinaggio collo spirito di pietà e di penitenza, pensando a Gesù che quelle zolle benedette di Gerusalemme bagnò del suo sangue e del suo pianto; ci invitò a pregare specialmente per il Papa, per lui - disse - povero Cireneo, affinché il Signore lo aiuti a porta-re la croce con pazienza e con forza; ci benedisse tutti raccoman-dandoci all'arcangelo san Raffaele. Accolse quindi i desideri di ciascuno, concedendo benignamente quanto gli si domandava. Stamane a Piedigrotta, si compì la funzione di apertura del pel-legrinaggio. Mons. Vescovo rivolse di nuovo la sua parola a tutti, raccomandando lo spirito di fede, di mortificazione e di carità As-sistere al miracolo di san Gennaro ci era impossibile, attesa la gran folla, il baccano e la confusione. Dopo il mezzodì ci recammo a baciare la reliquia preziosa ed a visitare il tesoro. Solo chi c'è stato può dire che cosa è Napoli in questo giorno con san Gennaro. 465. Ed ora eccoci a bordo dell'Hispania. Una leggera brezza spira sul mare, ma tutto promette una traversata felicissima. Do-po quattro giorni saremo a Beyruth. Il nostro piroscafo è piccolo, ma capace, elegante e sicuro. Un santo desiderio ci muove. La be-nedizione del Santo Padre è scesa a confortarci, la Vergine dolcis-sima di Piedigrotta, stella del mare, ci assiste, le preghiere dei nostri cari ci accompagnano. Da Beyruth scriverò presto e con maggior comodità nuove notizie e più dettagliate, se il mare non mi farà dei brutti scherzi. Intanto partiamo in viam pacis et in nomine Domini. Messina,

20 settembre. 466. Quando ieri salpammo felicemente da Napoli erano le tre ed un quarto del pomeriggio. Il momento dell'imbarco è sempre qualche cosa di attraente, specialmente a Napoli. Saluti di chi par-te e di chi resta, vociare di barcaioli e di venditori ambulanti, voci recise di chi tiene il comando della nave, in noi tutti poi un' ansia febbrile d'abbandonarci al mare attraverso il quale avremmo pre-sto raggiunto il paese desiderato del Salvatore, in alcuno qualche preoccupazione per brutti tiri che il liquido elemento avrebbe po-tuto fare. A salutare monsignor Vescovo erano già venuti mons. Aversa delegato apostolico di Cuba e mons. Carmelo Puija arci-vescovo di Santa Severina e amministratore apostolico di Catan-zaro; da Roma ci aveva gentilmente accompagnato sino a Napoli mons. Giannuzzi canonico vaticano; e il card. Prisco, arcivescovo di Napoli, fu largo di gentilezze per noi, essendosi compiaciuto a mandare come suo rappresentante il Duca di Santa Severina che con squisita cortesia ci aveva accompagnato alla cattedrale per il bacio del sangue di san Gennaro, e per la visita alla cappella del tesoro veramente meravigliosa. A tutte queste egregie persone va-da il nostro saluto riconoscente. 467. Intanto mentre il nostro piccolo piroscafo avanzandosi len-tamente di mezzo agli altri maggiori fratelli prendeva il largo e noi guardavamo estatici l'incantevole panorama di Napoli, mons. Ve-scovo nostro intonò il santo rosario, cui rispondevano tutti i pelle-grini in coro. Come era bella, elevata alla nostra Madre celeste, quella preghiera di tutti in faccia al mare immenso, colla vista di Napoli donde non sapevamo staccare lo sguardo, col cuore com-mosso! La sera è passata molto breve, e la notte anche, quantunque mi-nacciasse un piccolo temporale che passò molto presto. Di buon mattino cominciarono le sante messe a bordo. Altro spet-tacolo di fede molto singolare. Piccoli tentativi qua e là di mal di mare si quietarono presto. Anche il nostro Direttore, mons. Radi-ni, che in altri viaggi soffrì non poco, sta benissimo, così gli altri eccellentissimi Vescovi i monsignori Spandre e Ramon Ibarra. Al-l'appello fatto a bordo dell'Hispania poco prima di levar le ancore mancò il pellegrino Toscani Antonio di S. Elpidio a Mare di Asco-li Piceno. Gli altri risposero tutti. Da bordo dell'« Hispania».

24 settembre. 468. Da cinque giorni stiamo in mare e stasera, o domattina al più tardi, toccheremo Beyruth. La vita di bordo ha anch'essa le sue attrattive per cui chi viaggia si può rifare delle piccole noie che qualche volta non mancano. Per me, non avvezzo al mare, le at-trattive furono molte e bellissime. La vastità immensa del mare sem-pre solenne, anche quando nell'alto della notte la brezza forte, sbattendo le onde contro le pareti del nostro piccolo piroscafo, ci porta l'eco di lontane e per noi insolite armonie, poi le aure mari-ne, così brillanti nel riflesso delle acque, e i quieti tramonti che ci richiamano ai parenti e agli amici che abbiamo lasciato in Italia: sono spettacoli che commuovono sempre, sollevando lo spirito a Dio. E la vita di famiglia che si fa qui? Siamo più che un centi-naio: di tutte le classi sociali, dall' arcivescovo di Los Angeles nel Messico che ha il governo di due milioni di anime, dal principe, dal cavaliere, al povero venditore di libri devoti di una parrocchia del Lodigiano, che dopo tanti sforzi e forse tanti sacrifici sta per vedere compiuto il voto di molti anni, alla buona donna della no-stra campagna, felice di poter tornare ai suoi e ripetere le meravi-glie del paese di Gesù. E qui non c'è distinzione alcuna, si va a gara nel prestare servizi scambievoli cordialmente. 469. Al mattino appena albeggia in Oriente verso il quale ci por-ta la piccola nave, si vedono in ogni angolo a prua, a poppa rizzar-si piccoli altari portatili per le sante messe, e attorno a ciascuno di essi gruppi di pellegrini che assistono devotamente. Più tardi, verso le, alla messa di mons. Vescovo tutti convengono e si reci-ta la prima parte del santo rosario. Ieri, domenica, monsignore ag-giunse la spiegazione del santo Vangelo, ascoltatissimo, e verso le 10, prima della colazione, mons. Spandre, ausiliare di Torino, il terzo dei nostri illustri Vescovi pellegrini, al Vangelo della messa di mons. Cavezzali, vice presidente del nostro pellegrinaggio, ci ri-volse alcune belle e felicissime parole sulla presenza di Dio. 470. Nel pomeriggio mons. nostro Vescovo non volle che man-casse la dottrina, e dopo la solita recita del santo rosario e il pio esercizio della Via Crucis, ci espose alcuni pensieri pratici intorno al modo di ben ricevere i due Sacramenti, della Penitenza e della Eucaristia. Alla sera, dopo il pranzo, l'ottimo mons. Cavezzali, il bravo ing. De Simoni e l'attivissimo sig. Saccani, unitamente al caro avvocato Albertario, ci fanno divertire con una serie di riu-scite proiezioni che ci riproducono i luoghi di Terra Santa. Nelle altre ore libere non manca modo di occupare il tempo. Ecco qua i piccoli crocchi dove è frequente la nota allegra. Monsignor Radi-ni raccoglie sempre intorno a sé una parte eletta di sacerdoti e di laici in conversazioni piacevoli ed istruttive: i nostri fotografi, fra tutti implacabile l'ing. Simoni, ci assaltano colle loro terribili Ko-dak, più in là, alcune signore attendono a piccoli lavori femminili, altri canta, legge o prega; nel piccolo salone del piroscafo trovo il buon amico avv. Molteni di Milano intento a mettere in carta le sue belle divagazioni sul pellegrinaggio che invito a leggere sulle colonne dell'Osservatore Cattolico. 471. Io mi diverto a fare un po' di tutto: a volte mi prendo il piacere di qualche intervista, che è sempre molto interessante, con l'uno o con l'altro, perché abbiamo qui persone di tutte le parti d'Italia e non manca alcuno dell'estero, un chierico irlandese, per esempio, e don Alessandro Arambulo, rettore del seminario di Li-ma, nel Perù. C'è da imparare qualche cosa da tutti, ed approfitto volentieri della buona occasione. Più spesso attendo anch'io a qual-che buona lettura, o sopra coperta o nella cabina quando il caldo non è soffocante. Tengo alcuni libri con me, per lo più sono itine-rari, impressioni di viaggio in Palestina, ecc... tutti hanno qualche cosa di buono: il piccolo libro - quattro Vangeli e gli Atti degli Apostoli e le lettere di san Paolo - oh! quanto è più bello di tutti i libri, quanto la sua lettura torna più dolce e più cara al cuore del sacerdote qui su questo mare dove passò e patì più d'una volta nau-fragio l'Apostolo delle genti nel suo viaggio verso le coste d'Italia, e vicino a quella terra benedetta donde sorse la luce del Vangelo ad illuminare 1 universo. 472. Non mancò l'idea geniale: il giornale di bordo. Si scelsero cinque o sei collaboratori. Mons. Radini li ebbe presto trovati, fis-sò i singoli temi e scrisse il primo articolo: «Il Santo Padre». In poche ore il giornale era fatto, per mezzo di un buon poligrafo, e distribuito ai pellegrini che lo lessero con piacere. Ho detto delle bellezze della nostra vita di bordo; ma i disagi? Certo non si sta in mare come in casa propria: piccoli disagi non mancano, ma sono piccoli davvero. Il mare ci fu questa volta be-nigno. Il nostro Direttore Mons. Radini stette benissimo e indistur-bato sempre con meraviglia di tutti dopo l'esperienza avuta nei pellegrinaggi precedenti. Lo stesso può dirsi di quasi tutti i pelle-grini, che, fatte rare eccezioni, tutti, dico, godono eccellente salu-te, molta allegria ed ottimo appetito. Così il Signore ci assista sempre!

25 settembre, mattino. 473. Alle due di questa notte l'ilispania è giunta felicemente in vista di Beyruth. Salgo presto sopra coperta: scorgo la città illumi-nata e dietro ad essa le vette del Libano maestoso, e mando il pri-mo saluto a queste terre d'Oriente. Appena compiute le operazioni di sbarco ci mettemmo in ferrovia sulla via di Damasco. Mons. Ve-scovo ha già preparato alcuni telegrammi e lettere. Al Santo Padre molto semplice: «Santo Padre. Giunti felicemen-te abbiamo pregato per voi. Benediteci sempre». Da Damasco, la terra incantata dell'Oriente, manderà nuove notizie.

Dal Carmelo, 28 settembre. 474. Siamo giunti qui sul monte di Maria e alle porte della Pa-lestina. Da Beyruth - dove appena sbarcati visitammo la città, primo saggio orientale, la chiesa dei Maroniti e la magnifica università dei Padri Gesuiti - passammo, attraverso il Libano e l'Antiliba-no, sino a Damasco, con 10 ore di ferrovia. Fu un viaggio interes-santissimo. Damasco è tutto l'Oriente e tutto il mondo mussulmano. L'impressione avutane è ciò che di più originale si possa credere. Tenterà di dirne qualche cosa in seguito. Pochi, ma eloquenti, ho trovato a Damasco i ricordi di san Pao-lo: la casa di Anania, il vicus rectus (At 9,11), la strada della con-versione, le mura donde dimissusfuit in sporta (At 9,25). Di san Giovanni Damasceno si mostra il luogo ove sorgeva l'abitazione. Splendida, per vastità di dimensioni e perfezione di linee, è la mo-schea maggiore di San Giovanni Battista. E' un antico tempio cri-stiano dove tuonò la voce potente del Damasceno. I Turchi oggi venerano le reliquie del santo Precursone di Cristo, che credono di possedere. Da una altura, alle falde dell'Antilibano, il panora-ma di Damasco è meraviglioso: la grande città orientale ci appare veramente come l'occhio del deserto. Il ritorno per le vie del Sorbano, attraverso i più svariati paesaggi- coloriti da tante facce singolari di Turchi, di Drusi, di Beduini, di Maroniti, di Greci, di Siri, uniti a scismatici, dalle fogge più stra-ne e vivaci - presenta un interesse singolarissimo per noi europei. 475. Da Beyruth, con una notte di mare, siamo giunti stamane ad Haifa e di qui al Carmelo. Haifa ha poco o nulla di interessan-te. Il Carmelo, invece, rievoca nell' animo di tutti i cristiani ricordi dolcissimi e cari. Qui, la Vergine Santa veneratissima, alle soglie del paese di Gesù' - quasi aurora consurgens (Ct 6,9): qui il luo-go santificato dalla presenza di Elia, di Eliseo e dei santi Profeti; e da questo monte benedetto si scorgono paesi e resti di antiche CO-struzioni, ricordo dell'epoca dei crociati. Eccellenti sono le condizioni di salute di tutti i pellegrini, da mons. nostro Vescovo all'ultimo di noi. Mentre finisco queste righe, brevi e frettolose, qui nel bel con-vento dei Padri Carmelitani, sento fuori il vociare dei nostri aun-ga che ci invitano a prender posto per la via di Nazareth, ove giun-geremo stasera all'Ave Maria. A Nazareth ci tratterremo due gior-ni, passando quindi attraverso i paesi della Galilea, donde spero scrivervi nuovamente.

Nazareth, 29 settembre 476. Il nostro passaggio da Halfa'a Nazareth fu molto felice. Le strade si possono dire tollerabili per noi, molto buone per l'Orien-te. Dopo due ore, le nostre carrozze entrano attraverso la bellissi-ma pianura di Esdrelon, a cui si riattaccano tanti ricordi biblici: più in là si scorgono i piccoli monti di Gelboe; a sinistra della colli-na Jata, la patria di Zebedeo e dei suoi figli gli apostoli Giacomo e Giovanni; ad uno svolto della via, ecco il Tabor bello e solenne nella luce vespertina. La temperatura è più mite di quanto poteva-mo immaginarci. Di mano in mano che ci avviciniamo al luogo be-nedetto, i piccoli fanciulli ci corrono incontro dandoci il benvenuto e la buona sera in italiano. I nostri cuori sono commossi: più che di parlare sentiamo il bisogno del raccoglimento e della preghiera sommessa. Ed ecco Nazareth. Quando il panorama sorridente del-la gentile cittadina ci si presenta dinanzi, suona l'Angelus alla chiesa dell'Annunciazione, e l'angelico saluto pare tremare nell'aria co-me tremano per tenerezza i nostri cuori. 477. Io non dimenticherò così presto quel momento del nostro arrivo a Nazareth. La brava banda dell'istituto salesiano ci accol-se a gran festa davanti alla Casanova dove, come sempre, i figli di san Francesco tenevano pronti i nostri alloggi. Avrà occasione di tornare in seguito sopra l'opera dei nostri Frati Minori in Terra Santa e sull'importanza che essa ha per gli interessi della Chiesa in Oriente e della nostra patria italiana. Noi fummo presto tutti in processione cantando le litanie della Madonna, verso la basilica dell'Annunciazione. Mons. nostro Vescovo intonò subito il santo rosario, aggiunse altre piccole preghiere per tutti. Ma, contro il suo solito, non disse alcuna parola: sotto la mensa dell'altare della cripta dove si compì il grande mistero, noi leggemmo queste parole: Ver-bum caro hicfactum est: era la più bella predica per il nostro spiri-to, e bastava per raccoglierci e risvegliarci le più care memorie di nostra santa Religione. 478. Ma al mattino seguente monsignore, al Vangelo della sua messa parlò, e parlò con espressioni commoventi, ricordando a noi gli alti insegnamenti che ne venivano dal mistero dell'Annuncia-zione, invitandoci a praticarli, a trasfonderli nella nostra vita cri-stiana. Il resto della giornata passò devotamente nella visita degli altri ricordi che si conservano a Nazareth: la cappella del Tremore sul luogo donde i Giudei volevano precipitare Gesù Cristo dopo di aver-lo cacciato dalla sinagoga, l'officina di San Giuseppe, la mensa Christi, la fontana detta della Vergine. La vita a Nazareth è dolce e tranquilla. Sembra che Gesù abbia lasciato in questo benedetto paese qualche cosa di quella serenità, di quella pace, di quel soave raccoglimento in cu~gli passò la sua vita di tanti anni. Lo spirito si riposa a Nazareth, la preghiera vie-ne spontanea al labbro. L'esercizio di quelle virtù che ci costano tanto nella vita - l'umiltà, l'obbedienza, il nascondimento, il sa-crificio - qui ci diviene naturale e facile. L'anima si sente più buo-na, perché più vicina al suo Dio. Voglia il Signore che le impressioni di Nazareth si conservino sempre in noi vive ed efficacì.

Cana, 30 settembre. 479. Nazareth è il centro religioso della Galilea dove noi ci tro-viamo, e il punto di irradiazione del ministero galilaico del Salva-tore. I piccoli paesi che stanno da Nazareth al lago di Tiberiade, al confine della pianura di Esdrelon alle falde del piccolo Hermon, o sulla sponda del lago medesimo, i colli, i piccoli piani: ecco i luo-ghi benedetti, dove Gesù ha insegnato la sua dottrina, ha pronun-ciato le sue parabole, ha compiuto i miracoli più strepitosi, ha annunciato le promesse più solenni e preziose. Era giusto che noi seguissimo le orme divine di Gesù e le venerassimo. Ed eccoci oggi a Cana, la terra del primo miracolo. Io sono giunto qui sin dal pomeriggio di ieri. Mi ha accompa-gnato l'ottimo parroco di Cana don Paolo Haneg, uno spagnolo che si trova in Terra Santa da fanciullo. La strada che conduce da Nazareth a Cana è qualche cosa di orribile: per noi in Italia sareb-be appena tollerabile come passaggio campestre. E dire che costa alla povera gente di qui dieci volte più di quel che vale. 480. Ma siamo sotto il Governo turco, non dimentichiamocene mai, e il Governo turco conosce le estorsioni, le ingiustizie incredi-bili, ma di strade non se ne intende 3. Lungo la via mi viene mostrata, a sinistra, Sephori, il paese di san Gioachino e di sant'Anna e la patria, si dice, della Madonna; più in là, il luogo dove si crede seppellito il profeta Giona. La cam-pagna è brulla e melanconica. Si entra in Cana fra due folte siepi di fichi d'India; incontro qualche persona, sono mussulmani per lo più, scismatici, qualche cattolico. Il cuore si stringe al vedere quelle facce, quegli abiti, al pensiero di quelle povere anime. Cana è piccola, ma la chiesa parrocchiale nuova è bella assai. Alla sera è giunto anche mons. nostro Vescovo col can. Facchinetti, perché a Cana monsignore dovea compiere una cara cerimonia, la consa-crazione del nuovo altare maggiore. E la funzione ha avuto luogo stamane di buon ora, ben riuscita. Il buon don Paolo è rimasto consolatissimo, e monsignore e noi tutti siamo lieti che un'iscri-zione marmorea ricordi ai pellegrini che verranno qui in avvenire la funzione carissima d'oggi, il nome di Bergamo e del suo Vesco-vo, proprio in questo luogo dove si compì la prima manifestazione della virtù divina di Cristo, l'initium signorum (Gv 2,11) di san Gio-vanni, si mostrò la tenerezza di Maria, per noi, e le nozze cristiane vennero misteriosamente santificate. Verso le 7 giunsero da Naza-reth tutti gli altri pellegrini e monsignore alla messa ha parlato loro con molta efficacia del mistero di Cana. Visitammo poi la chie-setta costruita sopra la casa di san Bartolomeo, il bonus israelita Nathanael in quo dolus non est (Gv 1,47). Non doveva mancare a Cana una buona refezione per tutti, e non mancò; i buoni frati seppero emulare molto bene il banchetto delle nozze evangeliche. 481. Il breve soggiorno di Cana ha riempito di gaudio singolare il cuore di tutti, e non so perché. Forse perché ci torna spontanea una breve divagazione, pur santa anche questa, del raccoglimento di Nazareth; forse è il presentimento delle nuove e sante gioie spi-rituali che ci attendono sul lago di Tiberiade. Io parto da Cana, ma non senza lasciar qui un augurio, un voto cordiale. A Cana Gesù ha operato il suo primo miracolo, ha com-piuto la prima affermazione della sua divinità. Ma a Cana, su 1300 abitanti circa, i più sono mussulmani, gli altri sono greci scismati-ci, pochissimi, pochissimi, 50 circa cattolici, e questi, come più o meno tutti i cattolici della Palestina, poco buoni anche essi, niente fervorosi. Faccia il Si~nore che il nuovo altare oggi solennemente consacrato e dedicato al Mysterium initii signorum Jesu chiami in-torno a sé tutte queste anime disperse e le raccolga nella unità del-la fede cattolica, nella pratica fervorosa e costante della vita cristiana.

Tiberiade, 1 ottobre. 482. Tutte le impressioni della fanciullezza provate nella chie-setta del mio paese, quando ascoltavo il racconto evangelico dalle labbra del mio buon parroco, tutte le care, le sante impressioni del-l'età più avanzata, quando, durante la mia educazione sacerdota-le, venivo leggendo, per mio conforto spirituale, or l'uno or l'altro brano del piccolo libro divino, o sui banchi della scuola, ricostruen-do, localizzando nella mia mente fatti ed idee della vita di Gesù, mi tornarono tutte alla mente, quando ieri sera fui in vista di que-sto incantevole lago di Tiberiade. Il mio spirito, però, che si affacciava alla dolce visione sognata da tanto tempo, era già preparato da preziosi ricordi attraverso i quali la nostra comitiva era passata. Non molto fuori di Cana, in-fatti, avevamo veduto il campo delle spighe; a destra di nuovo il Tabor solitario e maestoso; più in là le due corna di Hattin ancora sonanti della sconfitta del regno latino in Oriente; in alto, a sini-stra, Saphet, città santa, ove è la tomba del profeta Osea, e, crede-si, sia la patria di Tobia; più alto ancora, in faccia a noi, gigante nell'orizzonte vastissimo, il grande Hermon; ai nostri piedi le col-line digradanti ove furono Corozain, Betsaida, Magdala. Come non sentire la poesia di tutti questi nomi, il richiamo potente di queste sacre memorie? 483. Quando le nostre carrozze giungevano sopra Tiberiade, il sole tramontava dietro le nostre spalle; anche coloro dei nostri che erano partiti da Cana a cavallo ci avevano raggiunto. Ma alle por-te di Tiberiade ci attendeva una sorpresa graditissima ed uno spia-cevole incidente. Una sorpresa ci fecero i rappresentanti delle due chiese cattoliche della cittadina - il parroco francescano ed il par-roco greco - i quali erano venuti ad incontrare solennemente, con numerosi cattolici, ai quali facevano ala, rispettosi, molti mussul-mani, mons. Luigi Spandre, ausiliare dell'arcivescovo di Torino e vescovo titolare di Tiberiade; ed ecco una delle ragioni, forse la principale, della gran festa onde venimmo accolti. E molto diffici-le descrivere uno di questi ricevimenti orientali. Ma l'incidente spia-cevole si fu che all'udire gli spari che quei buoni arabi facevano con molta devozione, e sotto il nostro naso, per farci onore, il ca-vallo su cui stava don Soldini, canonico del Capitolo Minore di Milano, si impennà fortemente e cadde, travolgendo con sé il po-vero prete sotto i cavalli della carrozza più vicina. Io vidi mons. nostro Vescovo sparire d'un tratto dalla sua carrozza e tornare poco dopo tenendosi con un braccio il buon don Soldini e sostenendogli coll'altra mano la guancia destra dalla quale usciva sangue in gran copia. Fortunatamente il male si ridusse a poca cosa; e mediante le cure intelligenti del giovine nostro dott. Roncoroni, che chiuse con parecchi punti la ferita, don Soldini guarirà molto presto. Intanto rassicurato l'animo di tutti, entravamo nella chiesetta di Casanova a ringraziare il Signore. 484. La chiesa di Casanova, l'unica chiesa latina di Tiberiade, è veramente piccola, ma essa ricorda uno dei fatti più importanti del Cristianesimo, l'istituzione del primato di san Pietro. Forse non proprio lì dove sorge la chiesetta, ma certo nei dintorni. Gesù dis-se a san Pietro, dopo aver ascoltato la di lui triplice attestazioned'amore: «Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecore » (Gv 21,15-16). Quel gran fatto ci occupava tutta l'anima, quando, seguendo i tre Vescovi del nostro pellegrinaggio, ci prostravamo davanti al santo altare, e mentre Gesù dall'ostensorio ci benediva, il nostro pensie-ro e la nostra preghiera erano per il Papa. A Gesù rinnovavamo le nostre promesse forti e generose di attaccamento a quel primato del Pontefice Romano, uniti al quale si gusta la vera vita, mentre lungi da esso, e noi lo tocchiamo con mano in questi giorni, non c e che confusione, ignoranza e miseria grande. 485. Ma se Tiberiade ci attraeva, se ieri sera qui a Casanova ci fu dolce festeggiare mons. Spandre, nostro vescovo diocesano di un giorno, e trattenerci con fraterna letizia più vicini a lui, noi pen-savamo sempre al lago, al lago di Gesù, sulle cui onde ci saremmo trovati il mattino seguente. Lungo la notte, nelle nostre camere, poco si riposò: a Tiberiade l'aria è troppo calda e pesante - a più che 200 metri sotto il livello del mare non si potea pretendere di più - per cui alle quattro e mezza del mattino quasi tutti i pelle-grini erano in piedi. Il baccano indescrivibile dei barcaioli, tutti gio-vanotti mussulmani, che ci attendevano da lungo tempo alle loro barche, aveva tolto la voglia di dormire anche ai più stanchi. Ed eccoci nelle loro mani. Siccome però le barche non sono vicine alla riva, avviene qui un'operazione singolare. Due di questi diavoli, che gridano per cento, prendono ciascuno di noi per le gambe e con una disinvoltura e prestezza singolare, ci portano delicatamente nelle barche preparate. Dopo tutto l'operazione non ci è dispiaciuta. 486. La barchetta dove stavo io partì l'ultima, ma essa portava i tre Vescovi del pellegrinaggio e mons. Cavezzali, vice presidente; era dunque la più degna e quindi doveva arrivare la prima. I nostri rematori si misero con impegno per giungere i primi. Ma l'incanto di quel lago e di quel tragitto, la consolazione, il gusto spirituale che io ho provato stamattina passando sopra quel-le acque, non li potrà dimenticare mai. Di mano in mano che la nostra barchetta prendeva il largo, i primi crepuscoli mattutini scen-devano dai monti a colorire le acque, le case, i colli circostanti; i ricordi più preziosi, le memorie più soavi s'affollavano alla men-te, le nostre labbra tacevano, ma il cuore era commosso. Ci parea di vedere Gesù attraversare sulla barca di Pietro questo lago medesimo. Rammentavamo le pescagioni miracolose, la tempesta, l'apparizione del Salvatore; e quando i nostri occhi si sollevavano un poco e guardavamo alla riva, ecco presentarsi avanti a noi an-cora ben distinto il colle delle beatitudini, il posto dove Gesù ha moltiplicato il pane e ha saziato le turbe, il locus campestris, il luogo delle principali parabole. Io volevo seguire il passaggio e lo sguar-do a tutti questi luoghi venerandi con la lettura dei singoli passi evangelici che ad essi si riferiscono, ma ad un certo punto non lo potei più, il piccolo libro divino mi si chiuse fra le mani, l'anima mia e l'anima di tutti quelli che stavano con me era rimasta sor-presa, inebriata dall'onda dei soavi ricordi che si moltiplicavano. L'ammirazione si era convertita in preghiera, Gesù ci si presenta-va dinanzi e noi lo vedevamo: tuttoché indegni, gli andavamo in-contro sulle acque, e la nostra preghiera era tacita, sì, ma spontanea ed eloquente. O Jesu bone, mi tornavano alla mente le parole del Kempis, let-te non so in qual capo: Iesu, splendor eternae gloriae, solamen pe-regrinantis animae, apud te est os meum sine voce, sed silentium meum loquitur tibi. (Traduzione: o Gesù buono, splendore di eterna gloria, conforto dell'anima pellegrina. Presso di te la mia bocca è senza voce e ti parla il mio silenzio). 487. Intanto la nostra barca aveva già superato le altre, partite prima, e l'alba biancheggiava sulle montagne, sulle colline, sui pic-coli piani, sul lago; e quando la nostra barca toccava la riva di Ca-farnao, spuntava il sole. Cafarnao ha un posto importante nel Vangelo. Gesù l'ha chiamata la sua città e vi ha fissata la sua di-mora durante la vita pubblica. Qui egli ha moltiplicato i miracoli nella sinagoga per i poveri e per i ricchi. Dopo le giornate laborio-se, la gente si affollava davanti alla sua porta e i prodigi si ripete-vano nella calma della sera. Qui l'emorroissa fu sanata dal solo contatto della veste di Gesù e la piccola figlia di Giairo riebbe la vita; qui Gesù insegnò la sua dottrina sul digiuno, sul sabato, sul-l'umiltà ecc., e poco dopo la moltiplicazione dei pani, avvenuta a Betsaida, svelò le immense brame del suo amore colla promessa della SS. Eucaristia. 488. Oggi dell'antica grandezza non restano che miserabili rovi-ne che si vanno sapientemente studiando dai buoni Padri France-scani. Cafarnao non ha voluto credere mai, e noi oggi leggiamo ancora sulla terra dov'essa si innalzava superba, le tracce della ma-ledizione di Cristo: Guai a te, o Cafarnao, che sei stata elevata si-no al cielo (Mt 11,23). Il ricordo della SS. Eucaristia è il più bello di Cafarnao ed il più interessante per noi. Mons. nostro Vescovo, al Vangelo della sua messa, celebrata all'aperto sotto un pergola-to, associò il ricordo della parola di Cristo che noi leggiamo nel capo VI di san Giovanni ai ricordi di Tiberiade intorno al prima-to e ci fece un discorso bellissimo e pieno di unzione. Tutti i sa-cerdoti pellegrini ricevettero dalle sue mani la santa Comunione, e fu commovente per tutti il ripetere il Domine, non sum dignus (Mt 8,8), proprio lì dove il Centurione lo disse per la prima volta al Signore. 489. rattenutici ancora alquanto a Cafarnao a visitare le rovi-ne della sinagoga e la casa di Pietro, riprendemmo la via del lago per ritornare a Tiberiade. Così la nostra giornata si può già dire santificata. Nulla più re-sta a vedere a Tiberiade, in questa povera città, dove gli Ebrei si sono ritirati come in un luogo sacro, dove conservano le memorie più antiche del Talmud che qui venne compilato. Alla colazione in casa dei Padri Francescani, noi moltiplicammo i sensi della no-stra simpatia a mons. Spandre, che ha lasciato qui, con le sue elar-gizioni generose alle due chiese cattoliche della sua diocesi titolare, segni eloquenti del suo buon cuore: salutiamo i nostri pellegrini -sono una trentina - che partono a cavallo per la Samaria e ci rag-giungeranno a Gerusalemme e sulle nostre carrozze orientali ripren-diamo la via che questa sera ci ricondurrà a Nazareth.

Giaffa, 4 ottobre. 490. La buona volontà di scrivere trova mllle ostacoli da ogni par-te. Di mano in mano che io passo attraverso i singoli paesi di questa regione benedetta, vengo segnando sul mio taccuino le cose e le per-sone che incontro, e le impressioni del mio spirito; ma ormal le cose e le impressioni mi si moltiplicano così che mi è impossibile seguir-le. Sono dunque costretto a lasciarle nella penna e ad accontentar-mi di rapidi accenni; ma il cuore non le dimentica, e chissà che non venga il tempo di svegliarle e di dar loro un poco di aria. L'altro ieri sono salito sul Tabor. Mons. Vescovo nostro non ven-ne e parecchi dei nostri pellegrini rimasero a Nazareth con lui. Quale attrattiva ha il Tabor, quale suggestione esercita sul nostro spiri-to! La nostra ascensione al sacro monte fu molto singolare. Cia-scuno di noi cavalcà un asinello, e non dico che il viaggio fosse del tutto piacevole; ma la compagnia, si dice, fa buon sangue, e l'allegria non ci mancò. Compimmo la nostra salita da Nazareth in meno di tre ore. Ma quando si è guadagnata, con qualche sudo-re, la cima, santificata dalla presenza di Gesù, quando si riposa la mente ed il corpo in mezzo alle memorie del gran fatto, vera-mente è naturale il dire: Bonum est nos hic esse (Mt 17,4). Al Tabor i ricordi storici, archeologici, militari, si succedono in-cessantemente; ma in mezzo alle rovine della storia, dell'archeolo-gia e dell'arte militare si leva sempre luminoso il gran fatto della Trasfigurazione; la nostra fede ha degli impulsi più potenti al Ta-bor, e sorge più spontaneo a Cristo il grido delle anime nostre, a lui che al di sopra dei faggi della foresta ha lasciato apparire un raggio della sua divinità: Tu es Christusfilius Dei vivi (Mt 16,16). 491. Ho parlato delle rovine al Tabor, e veramente sono molte e molto interessanti: vecchi rimasugli di costruzioni monastiche e militari domandano un'investigazione più profonda e uno studio più accurato. Anche l'unica cappella che ricorda il mistero del Ta-bor, è, oltreché piccola, molto povera. Mons. Ibarra, arcivescovo di Los Angeles nel Messico e nostro carissimo pellegrino, lassù, nel-l'ospizio francescano, al dessert, accennà ad un concorso, di cui egli si farebbe promotore presso tutto il Messico, perché i ricordi del Tabor vengano richiamati all'antico splendore. Benedica il cie-lo i buoni intendimenti di monsignor Ibarra e li prosperi in Domino. Intanto, tornati alla nostra dolce quiete di Nazareth, era giunto il tempo di lasciare la Galiliea, per accostarci più vicini a Gesù, là dove si compirono i misteri più solenni ed efficaci della sua vita. Ieri infatti abbandonavamo Nazareth lasciandovi però una particella del nostro spirito. Mons. nostro Vescovo al mattino ci aveva parla-to, sempre laggiù nella cripta, della vita raccolta di san Giuseppe e di Gesù, derivandone, per la vita pratica di ciascuno di noi, inse-gnamenti salutari. Poi vennero gli addii a quei luoghi venerandi, i saluti e i ringraziamenti ai bravi Padri Francescani, tanto cortesi con noi, e dopo cinque ore di cammino eravamo di nuovo a Haifa. Il perfido mare di Haifa appena ci permise una felice imbarca-zione sulla nostra Hispania che ci doveva portare in poche ore a Giaffa. Ma non mancò un piccolo incidente. Mentre la notte era già alta sul mare e sulla cittadina che si distende alle falde del Car-melo, e il nostro piroscafo stava per partire, non so come, si gua-sto l'elica, così che era impossibile di muoversi. Fu buona ventura che nelle acque di Haifa stesse ancorato il Sénégal della «Messa-gérie Francaise». Per il sangue freddo di mons. nostro Vescovo, e la diligenza del nostro ottimo cav. Saccani, si poté in un'ora e mezza operare il completo trasbordo di tutti noi e dei nostri baga-gli da un piroscafo all'altro, così che noi stamane alle 6 eravamo tutti felicemente a Giaffa, alle soglie della Giudea. Il panorama di Giaffa è incantevole, visto dal mare: ed io sono corso di buon'ora sopra coperta a contemplano. Ma prima anco-ra che il panorama di Giaffa, un pensiero mi teneva già desta la mente: san Francesco d'Assisi. Oggi è la sua festa: da un capo al-l'altro della terra i buoni frati e tutti gli altri sacerdoti cantano le lodi a lui, Francesco, povero ed umile che entra ricco ne' cieli. La sua figura c'incanta sempre, ma l'incontrarci proprio con lui oggi, qui a Giaffa, in questa terra di Palestina, che fu tanto cara al suo cuore, e dove il suo nome è, per l'opera de' suoi figli, così familia-re, ci ha fatto molto bene all'anima. Lassù nella chiesa alta dei Frati Minori, tutti i nostri sacerdoti hanno celebrato il santo Sacrificio in suo onore, e mons. nostro Vescovo ha avuto delle parole ispira-te ai pellegrini, ricordando san Francesco e i suoi rapporti con le anime nostre. Oh, possa il gran Santo, che quasi per mano oggi ci conduce attraverso i ricordi della Passione di Gesù, farcene sen-tire gli effetti salutari! 492. Giaffa non presenta un interesse speciale per il turista; ha alcuni discreti giardini, parecchie case all'europea; del resto le so-lite vie, i soliti tipi orientali. Ma forse gli europei sono qui in mag-gior numero che altrove. A Giaffa, per noi cristiani d'Occidente, c'è un ricordo prezioso. Qui san Pietro ebbe la celebre visione nel-la casa di Simone Coriario descrittaci dagli Atti degli Apostoli al capo X. Il regno di Gesù non doveva restringersi solo al popolo ebreo, ma esser predicato a tutte le genti. Qui a Giaffa, l'antica Joppe, la grande idea che si agitava nel petto ardente di Paolo tro-vava così una sanzione ufficiale. La predicazione evangelica dove-va uscire dai confini ristretti della sinagoga,. accostarsi a tutte le genti. Quando Pietro si destò dalla sua visione, due uomini l'at-tendevano alla porta della casa. Erano i messi del centurione Cor-nelio venuti per condurlo a Cesarea. Pietro non si fece attendere. Nella casa del soldato pagano annunciò la buona novella, battez-zò tutti, et repleta est Spiritu Sancto domus eius tota (cfr. At 10,44-46). 493. Noi non potevamo dimenticarlo questo fatto che segnò la nostra vocazione al Cristianesimo: ed io volli vedere la casetta, la terrazza vicino al mare, dove la visione di Pietro è avvenuta. La casetta corrisponde alle indicazioni evangeliche, ma è molto pove-ra: di più, recentemente venne adibita ad uso di moschea, pur con-servandosene la disposizione primitiva. Povera però e profanata essa rimane uno dei più venerandi monumenti della fede cristiana. Ma ormai è il momento di partire e fra poche ore toccheremo il termine del nostro pellegrinaggio: Gerusalemme. Oggi qui a Giaf-fa, come in tutti gli altri paesi di questo disgraziato impero otto-mano, si fa la festa del sultano. Le vie e gli edifici pubblici sono imbandierati, gli agenti consolari si sono recati al palazzo del go-vernatore per i soliti complimenti: anche i rappresentanti di tutte le comunità religiose cattoliche o scismatiche hanno dovuto fare lo stesso, perché qui siamo in oriente, e l'oriente bisogna prender-lo come è. 494. Nella pubblica piazza si fece una funzione civile e religiosa ad un tempo per il sultano: i muezzin dai loro minareti gridavano oggi a squarciagola chiamando alla preghiera. Noi pellegrini poco ci curiamo di tutto ciò: piuttosto, lo dirò francamente, noi preghia-mo il Signore che accogliendo tutti nella sua misericordia, voglia spazzare l'Oriente da tutto questo governo mussulmano che incom-be su questi popoli come un'ombra tenebrosa di ingiustizie e di bar-barie inaudite S. Noi pensiamo a Gerusalemme, alle sante gioie che ci attendono questa sera.

Gerusalemme, 4 ottobre 495. Torno in questo momento dal santo sepolcro dove sono cor-so cogli altri appena giunto, a portare il primo bacio sul sasso glo-rioso, il primo saluto, la prima adorazione. Il breve viaggio da Giaffa a qui, con tre ore e mezzo di ferrovia, attraverso il succe-dersi dei ricordi biblici più interessanti, l'ho già dimenticato quasi completamente. Un solo pensiero mi occupava lo spirito questa se-ra: il santo sepolcro. Alcuni signori sono venuti ad incontrarci alla stazione, e ad osse-quiare monsignore, con una rappresentanza del Consolato italiano. Ho veduto parecchi frati che ci accoglievano come antichi amici; e lungo la strada polverosa gente di tutte le razze e di tutte le nazio-ni: davanti a me l'aspetto generale della città, maestoso ed impo-nente. Gerusalemme sta in alto: Ecce nos ascendimus Jerusalem. Appena entrato, accanto alla porta di Giaffa, si apre una bella piazza, quasi pulita, con case intorno a due piani: leggo sopra le porte an-nunci ed indicazioni in tutte le lingue europee: a destra ed a sinistra palazzi sontuosi, istituti imponenti: è tutta una città con intonazio-ne europea che qui si viene aggiungendo all'antica. Ma nell'antica, nella vera Gerusalemme, ci conviene discendere dalle nostre carroz-ze perché le strade sono troppo strette come quelle dei nostri pae-setti di montagna, selciate allo stesso modo: non c'è almeno pericolo di insudiciarsi o di inciampare nelle pozzanghere come a Beyrut ed a Damasco. Entriamo tutti in Casanova, accolti di nuovo nelle brac-cia di san Francesco: la porta è piccola, ma la casa è ampia e comoda. 496. In due minuti ci siamo distribuiti nelle nostre belle camere assegnateci, abbiamo deposto i nostri bagagli e compresi da un desi-derio, da un pensiero comune, ci troviamo tutti disposti in processio-ne verso il santo sepolcro. Non era quello il nostro ingresso ufficiale - lo faremo domattina - ma al santo sepolcro dovevamo andare stasera tutti, ancorché l'ora fosse tarda e ci sentissimo un po' stanchi. Lungo la via, stretta e tortuosa, che discende sempre, noi tacevamo: ci passavano accanto facce buone di cattolici sorridenti, che ci da-vano il benvenuto in italiano; sono gli alunni dei nostri Francesca-ni; facce indolenti di mussulmani che poco si curano di Cristo e di Maometto; facce, sostenute, di preti greci - scismatici, s'intende - e quasi tutti passano dritto, fingendo di non accorgersi di noi. 497. La via scende sempre, piega a destra passando sopra una parte del bazar, illuminato questa sera perché è la festa del sulta-no, e dopo due giri a sinistra, ci mette sulla piazza del santo sepol-cro. Attorno a me l'occhio si incontra in tante occasioni di distrarsi: poveri, venditori ambulanti, preti e monaci greci, armeni, copti, dappertutto, in ogni angolo, da ogni finestra. Ma chi pensa a tutti costoro questa sera? La mente, il cuore sono già li sul luogo bene-detto, desiderato tanto. Entriamo. I buoni frati ci accolgono di nuo-vo sulla porta, mentre la guardia turca non si cura di noi. Le prime ombre della notte sono già discese nelle ampie navate del tempio vastissimo e concorrono a raccoglierci e a farci sentire più viva-mente la solennità di quell'ora. La luce discreta di otto lampade che ardono sopra la pietra dell'unzione, a pochi passi dalla fonte, non ci trattiene, perché il sepolcro di Gesù non è qui. Un poco an-cora, e si mostra, dove la chiesa si apre in una vasta rotonda. Le nostre ginocchia si sono piegate davanti all'edicola santa. Io non ricordo ciò che diceva l'anima mia: l'anima di tutti quei pellegrini che erano con me in quel momento davanti a Gesù trionfatore. I piccoli disagi del viaggio, tante cose strane e singolari che aveva-mo veduto, che avevano destato la nostra meraviglia in questo Oriente incantato, tutto era svanito dalla nostra mente. 498. Noi eravamo lì colla gioia dei nostri cuori soddisfatti, colla commozione dell'anima davanti al sepolcro del Salvatore, che ci pareva di vedere, di toccare, di abbracciare. Il nostro silenzio non era rotto che dagli ultimi trilli dei passeri bisbiglianti sotto la cu-pola del santuario e dalla voce forte e penetrante del muezzin mus-sulmano che dall'alto del minareto prospiciente sulla piazza invitava alla preghiera. Dopo qualche minuto di raccoglimento, di adora-zione profonda, mons. nostro Vescovo si alzò, ci disse di non esse-re quello il momento dei grandi discorsi, ma della preghiera fervida ed amorosa, e ci invitò a raccogliere in un solo tutti i sentimenti che ci avevano spinto e accompagnato lungo il nostro pellegrinag-gio per deporlo sulla tomba di Gesù: e le nostre voci si levarono, meno sonore del solito, questa sera, ma tremanti e più espressive, a pregare per noi, per i nostri cari, per il Papa, per la Chiesa, per la nostra patria, e mi parve che all'armonia soave delle anime no-stre rispondesse da tutti i punti della basilica, già avvolta nelle om-bre notturne, l'eco di tutte le anime che nel corso dei secoli qui sono venute a pregare: anime di apostoli, di cavalieri, di santi: anime intrepide di martiri, che per la difesa del sepolcro di Cristo hanno versato il loro sangue. 499. Poi passammo ad uno ad uno entro l'edicola santa a posa-re le nostre labbra sul sasso glorioso. Io non ho veduto il monaco greco che stava li ritto nella piccola camera interna aspettando l'o-bolo dei pellegrini; non saprei dire come sia quella celletta; solo ricordo l'impressione di quel misterioso e tenerissimo primo bacio sul freddo marmo, e la ricorderò sempre finché vivrà. Là dentro si respirava un profumo soave di primavera... anche questo ricor-do. Era l'acqua di rose che il prete armeno viene a spargere co-stantemente sulla pietra benedetta. - Oh Gesù, più profumate dell'acqua di rose del prete armeno, non saranno salite al tuo cuo-re le voci dell'anima nostra questa sera?

Gerusalemme, il ottobre. 500. Da otto giorni ci troviamo nella santa città, felici delle con-solazioni spirituali che questo beato soggiorno ci procura. Dal pri-mo momento in cui venimmo qui e posammo il nostro bacio sul sasso glorioso, sino ad ora, fu un succedersi ininterrotto di sante impressioni dinanzi ai ricordi, ora lieti, ora mesti, del popolo d'I-sraele, della vita di Gesù, delle prime origini del Cristianesimo, di tutta la vita della Chiesa. Io ho desiderato vivamente sempre di ve-nire a Gerusalemme; ma le impressioni, la gioia, il conforto spiri-tuale che ho provato in questi giorni superano immensamente tutto ciò che io mi poteva attendere. Vorrei trattenermi qui per lungo tempo a vedere, ad ammirare, a studiare, perché Gerusalemme, più la si conosce, migliore è l'interesse che desta; il fascino che questa città esercita è potentissimo, irresistibile. Dalle prime ore del mat-tino alle tarde ore della sera, noi siamo in un movimento conti-nuo, per visitare i singoli luoghi venerandi: il santo sepolcro, la via dolorosa e la valle di Ghion e quella di Giosaphat, il Getsemani e l'Oliveto e, dentro la città, il Cenacolo, la casa di Caifas e di Erode, poi la moschea d'Omar e dell'El-Aksa e tanti altri monumenti dinanzi ai quali il turista passa freddo e disattento, ma che parla-no al cuore del cristiano con una eloquenza che commuove. 501. Da Gerusalemme non sono mancate le escursioni interes-santissime a Gerico, al Giordano, al Mar Morto, poi a Betlemme, dove passammo ore di paradiso, a San Giovanni in Montana, ad Emmaus. Abbiamo ricercato tutti i passi di Gesù qui nella Giu-dea, dove ad ogni tratto ci pareva di sentirne ancora il rumore: e tutti gli atti della vita di lui: le sue parole richiamate qui, dove l'e-co non se ne è ancora dileguata del tutto, ci sembrarono più belli, più preziosi. Non lo dissimulo, il nostro spirito venendo qui avrebbe deside-rato di trovare qualche cosa di più. Le distruzioni molteplici e le successive ricostruzioni dell'antica città hanno naturalmente sfi-gurato il suo aspetto primitivo. Niente resta delle costruzioni salo-moniche; appena si trova qualche vestigio contemporaneo di No-stro Signore; sotto la polvere accumulata dai secoli l'antica Gerusalemme è scomparsa. Ma Gerusalemme è sempre Gerusalem-me, la città santa per eccellenza, prima ancora che Roma si potes-se chiamare santa, e nessuna città della terra può sostenere il confronto con lei per le sue memorie, per i suoi monumenti reli-giosi, per la luce che da essa si irradia. 502. Prima di Cristo, il centro del mondo era qui, dopo di lui il centro venne spostato, ma tutti i popoli e tutte le nazioni torna-rono qui a venerare l'antica madre. Diceva molto bene uno scrit-tore moderno: «Ai cristiani ed ai giudei che cosa dice la Mecca? Nulla. Roma che dice ai mussulmani, ed, aggiungo io, ai giudei? Nulla. Ma giudei, cristiani o mussulmani venerano Gerusalemme: ottocento milioni di uomini la conoscono e la circondano d'una santa riverenza». E se l'oro ottimo della figlia di Sion è scolorito, le memorie della sua grandezza vivono ancora qui, palpitano an-cora anche in mezzo alla polvere delle rovine, ogni pietra ce le vie-ne raccontando, e una copia innumerevole di santuari le custodisce religiosamente. E il tenere sempre il nostro spirito come immerso in questa onda di sacre memorie, l'ascoltare queste voci che dalle pietre ci venivano, dalle vie, dai monumenti, dai santuari, ecco la nostra vita beatissima di questi giorni. 503. Non solo per vedere noi siamo venuti, ma soprattutto per pregare qui. Il pellegrinaggio doveva essere una manifestazione di fede e di pietà, e lo fu, e lo è veramente, di una cosa e dell'altra. Inutile che io ricordi le espressioni della fede e della pietà indivi-duale. E uno spettacolo commovente vedere i nostri pellegrini, so-li, a piccoli gruppi, ricchi signori, professionisti, povere donne, sacerdoti venerandi, passare molto tempo in ginocchio a pregare nei santuari, più spesso al santo sepolcro ed al calvario. Nelle notti passate, alcuno di noi sempre vegliava sulla tomba di Gesù, e tutti i nostri sacerdoti hanno potuto celebrare nel santo sepolcro, alla grotta di Betlemme, al calvario. Ma alle manifestazioni individuali si aggiungono qui quelle più solenni di tutto il pellegrinaggio. Ne ricordo due sole, che riusciro-no oltremodo commoventi: il nostro ingresso ufficiale la mattina del 5 al santo sepolcro: le vie di Gerusalemme risuonarono allora dei nostri cantici, mentre il nostro corteo passava rispettato (più rispettato forse che in qualche luogo della nostra Italia), fra una folla di mussulmani, di ebrei, di scismatici di ogni rito e di ogni colore. 504. Un dotto padre Francescano dalla soglia della santa edico-la rivolse a tutti noi un discorso molto bello, un saluto felicissimo ai fratelli d'Italia, a nome di tutta la custodia di Terra Santa, ed ebbe per noi delle espressioni che non dimenticheremo così presto. Ma nessuno dei pellegrini potrà dimenticare neppure la risposta, breve e splendida, che mons. nostro Vescovo diede, li, subito, in quel momento così solenne, a nome di tutti, al saluto del bravo padre Francescano. Erano le sue parole espressione di un sentimento di riconoscenza doverosa a tutta l'opera francescana in Terra San-ta, opera gloriosa, e più d'una volta veramente eroica, un richia-mo indovinatissimo alle gesta dei nostri padri per la difesa del santo sepolcro: un invito ardente ai figli d'Italia che ci indicava il vero modo di mostrare tutto il nostro patriottismo qui sIlì sepolcro di Cristo con l'espressione di quei sentimenti per cui la nostra patria fu gloriosa ed onorata fra le nazioni. Nelle parole ispirate di mon-signore, tutti sentirono vibrare la sua anima di cattolico, di vesco-vo e di italiano. 505. Più imponente ancora riuscì il pontificale di domenica 7 cor-rente. Davanti alla cappella che racchiude il santo sepolcro venne innalzato un magnifico altare d'argento massiccio; di fronte ad es-so stava il trono per mons. nostro Vescovo, celebrante; intorno si erano disposti gli altri due Vescovi, e tutti i nostri sacerdoti in cot-ta. La cerimonia riuscì a meraviglia, alla presenza di una gran fol-la di persone, fra le quali notammo molti del mondo ecclesiastico di Gerusalemme: sacerdoti del patriarcato, padri assunzionisti, al-tri religiosi e, va sans dire, monaci dei diversi riti scismatici della città: greci, armeni, copti, giacobiti, ruteni ecc. Combinazione volle che in quel mattino funzionassero nella basilica, e precisamente in contro a noi, i copti. Erano due preti in tutto, con quattro o cin-que monelli, ma gridavano per cento, con certe voci da spaventare i morti. La nostra funzione procedeva quietamente: i buoni Padri colla loro schola cantorum eseguivano una bella messa di Haller con molto garbo e buon gusto; ma coloro non tacevano. Quando mons. Vescovo al Vangelo della messa dal trono si volse e prese a parlare, continuavano ancora, e quando tutto fu finito, i copti pareva incominciassero. Fu una vera seccatura, senza dubbio, quel canto che non si poteva far tacere, li nella basilica del santo sepol-cro, in nome di alcuna legge, perché quel luogo, il più venerando della cristianità, è di tutti e di nessuno, ma come contorno della scena, non fu gran male che ci fosse. 506. Mons. nostro Vescovo intanto spiegava il Vangelo, il bel-lissimo Vangelo di Pasqua. Il suo discorso, semplice ma ispirato, volte a volte toccava il sublime. Non fu un discorso politico, come disgraziatamente tanti e tanti se ne sono fatti li su quel santo se-polcro, con un senso di inopportunità che appena si può spiegare e con una inefficacia che è invece spiegabilissima; ma un discorso degno delfe labbra e del cuore di un Vescovo. Un sacerdote vene-rando che da molto tempo vive a Gerusalemme, ed è francese, di-ceva che da vent'anni a questa parte non fu pronunciato mai sul santo sepolcro un discorso simile a quello. E quando monsignore, dopo aver posto a paragone lo sbigotti-mento delle pie donne davanti alla pietra rovesciata, col senso di stupore e di dolore che provano i cristiani venuti qui da lontani paesi dinanzi al disordine, alla confusione di uomini e di cose, di lingue, di riti, di fede che circonda il santo sepolcro, uscì con un invito potente a Cristo trionfatore perché torni nel fulgore della sua gloria sopra la pietra rovesciata, non a disperdere, ma a con-vertire, e si ripeta qui soprattutto, e tutto l'Oriente torni a ripeter-lo, e dalle steppe della Russia, dall'Africa ancora, risponda l'eco dell'unum ovile et unuspastor (Gv 10,16): in quel momento, dico, cantavano ancor più maldestramente i copti. Ma chi più si curava di loro? La voce robusta, la parola infuocata di monsignore si ele-vava al di sopra delle grida di quei poveri scismatici: gli occhi, i cuori di tutti pendevano dalle labbra del Vescovo commossi, col cuore di lui in unico sentimento, nel voto comune che tutti vera-mente tornino all'ovile i dissidenti fratelli. E perché il voto di oggi, con il concorso unanime di tutta la cri-stianità, non potrebbe convertirsi nella realtà di domani? A noi pertanto il raccogliere e il coltivare il voto espresso così mirabilmente da monsignore domenica; a Dio il resto, nella cer-tezza che la parola di Cristo tornerà ad essere vera, e qui a Gerusa-lemme soprattutto: unum ovile et unus

Gerusalemme, 14 ottobre. 507. Oggi, domenica, si parte. Come è doloroso questo distacco per tutti! Ci eravamo avvezzati ormai a questa vita di famiglia, qui a Casanova, coi buoni Padri Francescani, che ci hanno prodigato ogni cura più amorevole. Gerusalemme ci è diventata cara come la patria nostra, e patria nostra lo è realmente, in un senso molto vero. Di più le piccole escursioni a San Giovanni in Montana, al ridente paesello, vera oasi nel deserto, dove nacque il Battista, e ad Emmaus, ove si svolse uno dei fatti più belli, più dolci al cuore cristiano, della vita di Gesù, hanno circondato di mistica poesia questo soggiorno da cui pare che la poesia abbia esulato per sem-pre. D'altra parte gli esercizi di pietà ai quali ab~amo atteso in questi ultimi giorni, primo fra tutti la Via Crucis, riuscito impo-nente, così solenne in mezzo alle pubbliche strade di Gerusalem-me, dal cortile della caserma turca, dove era il pretorio, sino al santo sepolcro, avevano accostato di più il nostro spirito a quello che èl'anima di Gerusalemme, per noi cristiani, il ricordo lugubre cioè dei dolori di Gesù. Ma la necessità delle cose vuole che questo di-stacco si faccia, e noi partiamo. 508. Stamane tutti i pellegrini sono corsi di buon'ora al santo sepolcro. Io invece con un amico sono disceso laggiù al Getsemani a celebrare la santa messa, là dove Gesù ha versato il sangue del-l'agonia. Ripassai il Cedron e visitai la nuova e splendida basilica di Santo Stefano, presso la quale i Padri Domenicani tengono una scuola di studi biblici molto conosciuta, e più su, verso Porta Nuo-va, la grandiosa casa di Notre Dame de France dei PP. Assunzio-nisti, che è uno dei migliori edifici della Gerusalemme nuova. Quando anch'io discesi al santo sepolcro, monsignore aveva appe-na finito di parlare ai pellegrini raccolti davanti all'altare della Cro-cifissione mentre nel centro della basilica gli armeni compivano una solenne cerimonia in onore della santa Croce, alla quale assistetti in parte, e del tutto non mi dispiacque. Celebrava in gran pompa il Patriarca armeno: attorno alla santa edicola ardevano più di 800 lampade. Più in là, dentro una stanza umida ed oscura, intorno ad un altare di rozzo legno, cantavano con una nenia lamentevole tre giovani, vestiti con indumenti sacerdotali poverissimi, straccia-ti, anzi: nel vano della camera una ventina tra uomini e donne sta-vano accoccolati per terra a qualche modo. Erano i pochi giacobiti di Gerusalemme, una frazione della grande famiglia scismatica del-l'Oriente. 509. Ma come mi strinse il cuore al vederli, e come rimasi scon-certato davanti a questo ultimo saggio della confusione e del di-sordine che circondano la tomba di Colui che venne a portare al mondo la luce e la verità. Compiuta la cerimonia degli armeni, potemmo baciare per l'ul-tima volta la pietra santa del sepolcro. Oh, l'eloquenza di quell'ul-timo saluto e di quell'ultimo bacio! 510. E così il nostro pellegrinaggio si può quasi dire finito: do-mani toccheremo l'Egitto passando da Alessandria al Cairo - con una gita alle piramidi - ma il vero pellegrinaggio termina qui. Quanti di noi lo ricomincerebbero di nuovo! Per me, il moltiplica-re i pellegrinaggi a questa santa città assume ora una importanza straordinaria di cui prima di oggi non avrei saputo farmi un'idea. Il mio taccuino in questi giorni si è venuto riempiendo di appunti, di impressioni, di note, che mi tornerà caro rivedere nelle ore tran-quille a casa, a consolazione del mio spirito. I piccoli cenni man-dati sul giornale sono proprio nulla di tutto ciò che ho veduto, e che avrei potuto dire, e dire un po' meglio, se la mancanza assolu-ta di un momento libero non me l'avesse impedito. Intanto noi tor-nando a casa nostra diremo a tutti le meraviglie di Terra Santa, perché tutti i fratelli vengano qui a gustarle come noi, e, possiamo affermarlo con sicurezza, i vantaggi che dal venire in Terra Santa, in nome di Dio, verranno al nostro spirito e alla vita religiosa e civile del nostro Paese, saranno grandi ed incalcolabili.

Napoli, 22 ottobre. 511. Stamane il nostro pellegrinaggio, sul piroscafo Singapore, è giunto felicemente a Napoli. La salute di tutti è eccellente. Qui inostri pellegrini cominciano a disperdersi. lcuno si trattiene a Napoli, altri proseguono la via di mare verso Genova, altri stasera si recano a Pompei e domani a Montecassino; la maggior parte pe-rò di noi si troverà nel pomeriggio di domani a Roma, per l'udien-za del Santo Padre.

 

1907

ESERCIZI DEL 1907 NELLA PIA CASA DELLA SACRA FAMIGLIA A MARTINENGO 1-7 SETTEMBRE

512. Ho potuto finalmente raccogliermi, dopo molto tempo in cui desideravo questi Esercizi. Ho riveduto i vecchi proponimenti e di nuovo provate le antiche impressioni. La mia vita spirituale ha risentito troppo delle vicende di questi miei primi anni di sacer-dozio, in cui non ho mai avuto il tempo di pensare seriamente a me stesso. La mia anima fu sempre come divisa in mille piccole preoccupazioni e impegni, cosette anche da nulla, che però non ces-sarono o non cessano mai. Sento il bisogno di ringraziare Iddio, non solo dell'avermi preservato da gravi colpe, ma delle grazie im-mense, innumerevoli, dolcissime, ordinarie e straordinarie, di cui non ha cessato e non cessa dal ricolmare il mio spirito. Quante gra-zie, Dio mio, singolari, ineffabili! Questo solo pensiero basta per eccitarmi a riaccendere il fervore, e a richiamarmi il proposito di una vita sacerdotale proprio santa. O Gesù, io raccolgo il vostro invito: forse è l'ultimo, perché chi sa quali sono i disegni vostri sopra la mia vita! e torno alle vostre braccia, al vostro cuore amoroso. 513. Il mio compito di segretario del Vescovo2 e gli impegni dell'insegnamento, che quest'anno si sono aumentati, caratteriz-1 Congregazione della Sacra Famiglia. Religiosi di diritto diocesano (Bergamo). zano tutta la mia vita, vita di grande raccoglimento, di preghiera, di studio. Io sono in una parola tornato seminarista, e come tale voglio vivere. Richiamo tutto ciò che ho segnato sulla carta quan-do ero a Roma. Sì, ci sono dei pensieri pratici e delle impressioni sempre opportune. Aggiungo poche cose e più pochi propositi, sui quali però tornerà spesso nei miei esami. 514. 1. Le mie occupazioni, in casa e fuori di casa, ininterrotte, insistenti, hanno portato un mezzo disastro nei miei esercizi di pie-tà. Ogni cosa, dunque, torni al suo posto. Vogljo essere inesorabi-le su questo punto. Il mattutino con le laudi lo reciterà la sera, sempre; prima della messa un poco di meditazione ad ogni costo, mezz'ora, venti minuti, un quarto d'ora, non potendolo, almeno dieci minuti, ma la meditazione non deve essere omessa proprio mai. Non uscirò mai dalla cappella prima di aver recitato anche le piccole ore. L'orario della mia levata dovrà essere regolato a se-conda dei casi, cosicché ci sia il tempo conveniente a tutto. Di re-gola ordinaria mi alzerà alle cinque e mezzo: anche coricandomi alle undici e mezzo, avrà sei ore di riposo che possono bastare. 515, 2. Anche in questi Esercizi ho sentito impulsi grandi per la devozione al Ss. Sacramento e al Sacro Cuore di Gesù. Questa di-vozione fu tutto per me: ora che sono sacerdote, devo essere tutto per essa: «Con lui va, con lui vien, con lui sta sempre l'innamora-ta mente», diceva il Tasso dell'anima innamorata di Dio 3; deve essere questa la mia vita: intorno al Ss. Sacramento. La visita quo-tidiana non l'ometterà mal, cercando però di tornare spesso da Gesù anche lungo il resto della giornata, fosse anche solo per salutarlo. Devo usare a Gesù quei riguardi che userei ad un amico a cui do-vessi fare gli onori di casa. La mia divozione al Ss. Sacramento e al Sacro Cuore deve trasfondersi in tutta la mia vita, nei pensie-ri, negli affetti, nelle operazioni, così che io non viva che per essa e in essa. Insisto molto sulla mia preparazione e sul ringraziamen-to alla santa messa. Richiamo anche l'attenzione mia sul ritiro men-sile che farò la prima domenica di ogni mese, o nel giorno più vicino ed opportuno, e sull'esame spirituale che farà scrupolosamente do-po il mezzodì, aggiungendolo alla recita del vespro. 516. 3. Uno dei miei difetti principali è di non aver ancora tro-vato la giusta misura del tempo. Devo trovare il modo di fare mol-te cose in poco tempo: per questo starò molto attento a non perdere un minuto solo in cose inutili, come chiacchiere senza scopo, ecc. Subito dopo colazione, attenderò agli affari impostimi dal mio uf- ficio, come corrispondenza, ecc. Tutto il resto mi rimane per la scuola, alla quale mi preparerò sempre con grande diligenza. I gior-nali li leggerò nelle ore più stanche, dopo il pranzo, per esempio, e nei passaggi, fra una cosa e l'altra. Ogni giorno, specialmente la sera prima di coricarmi, leggerò qualche buon libro che mi pos-sa giovare allo spirito. 517. 4. Il mio compito di segretario del Vescovo mi impone dei doveri gravi e dei riguardi delicatissimi. Sarà mio studio costante attenermi agli uni e agli altri. Doveri della più alta riverenza verso il Vescovo, sempre: con la mente, col cuore, colle opere, in priva-to e in pubblico, dell'obbedienza più completa e dell'unità di spiri-to con lui; doveri del buon esempio e di una condotta veramente sacerdotale in faccia a tutti; doveri di carità e di dolcezza in ogni circostanza; delicatissimi riguardi dovrò usare specialmente con la lingua: parlar poco e bene, soprattutto saper tacere, senza osten-tazione però, senza riuscire pesante a veruno, anzi conservando sem-pre la più grande tranquillità di spirito e serenità con tutti, la massima garbatezza nei modi e nelle parole, cosicché nessuno s'of-fenda. Seguirò insomma il precetto di san Paolo a Tito: «In omni-bus teipsum praebe exemplum bonorum operum» (Traduzione: in tutto mostra te stesso modello di buona condotta) (Tt 2,7), e non mi scorderò mal di quanto mi disse il Santo Padre Pio x quan-do venni a Bergamo con mgr Vescovo: «Dunque, don Angelo, "fi-delis servus et prudens... et prudens"» (Mt 24,45). (Traduzione: servo fedele e prudente... e prudente). Quanto alle osservazioni del mondo, «laetari et benefacere» (Qo 3,12) e la-sciar cantare le passere.

 

1908

NEGLI ESERCIZI SPIRITUALI DEL 1908 A MARTINENGO CON MOR VESCOVO 25-31 OTTOBRE

518. 1. Ringrazio Dio ancora una volta di avermi compatito sin qui, e della nuova grazia di questi santi Esercizi. Il risultato primo è un sentimento profondo della mia miseria stragrande, e la rinno-vazione del proposito vecchio di volermi santificare ad ogni costo e incominciando subito, poiché gli anni belli e preziosi passano veloci. 2. Noto ancora in me una mancanza di calma e di tranquillità nelle opere mie, quantunque ciò forse non apparisca esternamen-te. I molteplici impegni affidatimi finiscono col mettermi la testa e il cuore in visibilio, e non mi permettono di attendere seriamente e completamente a veruna cosa, con grave discapito dello spirito di pietà. Dunque maggior calma, maggior ordine in tutto, e le pra-tiche di pietà stiano sopra tutto e ad ogni costo. 519. 3. Sento grande bisogno di uno spirito più ardente di pre-ghiera e di unione più intima e confidente col mio Signore, in mez-zo alle mie occupazioni. Mi propongo quindi fortemente di attenermi alle mie pratiche di pietà, sino allo scrupolo. Mi alzerò sempre, e senza eccezione, alle cinque e mezza, perché non mi manchi mai il tempo alla meditazione; e dopo cena recite-rò sempre il mattutino colle lodi del dì seguente. Immanchevole sarà la visita al Ss. Sacramento, in casa o fuori. Soprattutto insisto sul raccoglimento e sull'attenzione durante la recita del breviario e del santo rosario. In generale sarà mio studio mantenere sempre vivo lo spirito della preghiera, così importante per conservare il fer-vore dei propositi. 520. 4. in questi giorni il buon Signore si è compiaciuto di farmi penetrare di più il concetto che io mi debbo formare e che devo trasfondere nella vita mia di sacerdote. Io mi debbo considerare sempre nelle mani di Dio come una vittima pronta al sacrificio di me stesso, delle mie idee, delle mie comodità, del mio onore, di tutto quello che ho: per la gloria di Dio, per il mio Vescovo, per il bene della cara diocesi mia: «hostiam puram, viventem, sanc-tam, Deo placentem» (Rm 12,1). (Traduzione: sacrificio vivente, santo e gradito a Dio). Mi avvezzerò a riflettere sem-pre all'altissimo significato di queste parole. Così, senza ricorrere a cose straordinarie, troverò modo di mantenermi sempre mortifi-cato, specialmente nel mio amor proprio e nelle mie comodità, di non lamentarmi mai, di non perdere mai la gioia interna del mio spirito, trasfusa anche all'esterno, in tutti gli atti miei. Specialmente penserò a questo mentre celebrerò la santa messa, e mi unirò a Ge-sù Cristo, sommo sacerdote e vittima divina per tutto il mondo. Che bella cosa lavorare indefessamente, patire in silenzio le picco-le amarezze della giornata, senza scompormi mai e conservare sem-pre fresco e vivo il desiderio di patire di più, per concorrere sempre meglio al vero bene della diocesi, per compiacere il buon maestro Gesù Cristo. 521. 5. Ho riletto le brevi note che ancora mi rimangono su al-cuni fascicoletti come ricordo degli Esercizi spirtuali fatti in Ro-ma, quando ero chierico e mi preparavo alle sante ordinazioni. O Signore mio, non fatemi dimenticare i buoni propositi di quei giorni. Io rimango sempre il medesimo, peccatore e sconoscente alle fi-nezze della vostra carità: eppure il desiderio è pur anche sempre quello di lavorare e di santificarmi, per essere presto utile a qual-che cosa nella Chiesa. L'esempio dei vostri santi, di cui leggo la vita, mi sprona ad imi-tarli con coraggio. O Gesù buono, sostenetemi nei buoni proposi-ti, aiutatemi voi.

 

1909

NEGLI ESERCIZI SPIRITUALI FATTI A MARTINENGO CON MGR VESCOVO DAL 19 AL 25 SETTEMBRE 1909

522. 1. Nulla da aggiungere o da togliere a quanto ho proposto nei due Esercizi precedenti, per quanto riguarda la mia vita di pre-ghiera. E umiliante il dover sempre confessare le proprie negligen-ze, ma è dovere anzitutto. Seguirò di più il consiglio del mio direttore spirituale2 di recar-mi a riposo un po' più presto la sera, per essere puntuale alle cin-que e mezza del mattino. Dall'alzarsi all'ora precisa e senza ritardi, dipende il buon avviamento di tutta la giornata. Metterò anche in pratica il buon uso di recitare ordinariamente il divino ufficio in cappella, innanzi al Ss. Sacramento. 2. Più volte in questi Esercizi ho sentito un forte stimolo allo studio della Sacra Scrittura, ed ho già in questi giorni incomincia-to, con gusto, la lettura delle lettere di san Paolo. Intendo conti-nuare su questo sistema, anche servendomi spesso di un capo della Sacra Scrittura, in specie del Nuovo Testamento, come materia della mia meditazione. Ogni sera poi, prima di coricarmi, leggerò posa-tamente e devotamente un capitolo dei Libri Santi. 523. 3. Le mie occupazioni, incessanti talora, mi fanno un peso penoso e mi confondono la testa. Ciò non va bene. Devo fare tutte le cose mie con santa sollecitudine, la quale però non pregiudichi in nulla la tranquillità e la calma dello spirito. Arriverò dove arri-I Predicatore il p. Cesare Rossi, s.j., nato a Crema nel 1869. verò. Soprattutto sarò attento a non aspettare sino all'ultima ora nel fare le cose principali e a cui sono principalmente tenuto. 4. In questi giorni mi sono deciso ad entrare nella nuova Con-gregazione diocesana dei Preti del Sacro Cuore, e spero di effet-tuare presto il mio desiderio. Questo atto non m'impone nulla più di quanto già da tempo io ho promesso al Signore, «di mantenermi, cioè, come un uomo a completa disposizione dei miei superiori, senza far mai nulla che li possa determinare in un senso piuttosto che in un altro, a mio riguardo »; sarà però un eccitamento nuovo e continuo ad adem-piere tutti i miei vecchi proponimenti, a santificarmi davvero, e a dar buon esempio anche agli altri sacerdoti, specialmente giovani. L'essere ascritto alla nuova Congregazione, mi servirà a mantene-re vivo in me lo spirito della più perfetta umiltà ed obbedienza, e mi terrà più impegnato a non cercare più me stesso in alcun mo-do, ma sempre la volontà di Dio, espressa in quella del mio Vesco-vo. Il Signore e la Madonna mi benedicano nel felice proposito. 524. 5. Ancorché non faccia proponimenti speciali, oltre al rin-novare i già fatti per l'addietro, che bastano, uscito da questi santi Esercizi io dovrò dare tutto un nuovo assetto alla mia vita, cosic-ché io stesso senta nel mio spirito tutti i vantaggi di questa riforma. A tenermi però sempre più presente ai miei proponimenti, e an-che perché mi voglio abituare un po' più allo spirito di mortifica-zione cristiana che mi gioverà anche alla salute del corpo, prometto di attendere in modo speciale a castigarmi nel cibo. Il mangiare un po' meno che non faccia, mi farà bene certo. Dimezzerò quindi le mie porzioni, e ordinariamente berrò poco vino e, questo, misto con acqua. A pensarci su, mi pare di promettere troppo. Spero tut-tavia che il Signore mi aluterà a conservarmi fedele al proponimento fatto, e me ne renderà dolce l'esecuzione. 525. 6. Nel prossimo anno si faranno in Lombardia grandi feste per il terzo centenario della canonizzazione di san Carlo Borromeo; ed io ho già cercato di fare qualche cosa per lui, a Bergamo, perché si riesca a mettere in luce i grandi titoli che l'insigne arcivesco-vo ha alla riconoscenza nostra. Per mio conto, cercherò di render-mi sempre più familiare al pensiero ed al cuore il grande santo, di invocarlo spesso, di imitarlo. Chissà che, con l'aiuto del Signo-re, riconducendo le anime del clero nostro intorno a san Carlo, non si riesca ad aumentare il fervore per il lavoro apostolico, a mag-giore profitto spirituale di tutta la diocesi. L'opera intrapresa mi dovrà costare forse qualche sacrificio: lo farò volentieri ad onore di san Carlo, certo di contribuire così maggiormente ad ottenere lo scopo desiderato.

 

NEGLI ESERCIZI SPIRITUALI FATTI A MARTINENGO CON MGR VESCOVO DAL 2 ALL'8 OTTOBRE 1910

526. 1. Anno di grazie anche questo che è ormai trascorso. Io però ho fatto poco progresso nella perfezione, e di ciò torno a con-fondermi e a umiliarmi. Tuttavia non perdo il coraggio. Rileggo parola per parola quanto scrissi e promisi l'anno scorso, e mi ri-metto ancora da capo a proporre maggior fedeltà ed esattezza nel-le mie pratiche devote; meno distrazione in tante cose; acconten-tarmi del possibile, e in tutto, un senso sempre più delicato e pro-fondo di umiltà per il mio nulla, e insieme di abituale abbandono in Dio che è e può tutto, e unito al quale solamente anch'io posso riuscire a qualche cosa. Devo pensare che il Signore tiene conto di tutto, anche della parola non detta, dello sguardo mortificato, della giaculatoria, del sospiro quasi impercettibile; far quindi mia massima cura insistere sul mantenermi alla presenza di Dio che mi conforta, mi allieta, m'incoraggia sempre. 527. 2. Gesù benedetto si è compiaciuto darmi, in questi Eserci-zi, lume speciale per comprendere anche più vivamente la necessi-tà di mantener integro e purissimo il mio «sensus fidei» e il mio «sentire cum Ecclesia » (ES 352-370), facendomi anche apparire, sotto una luce più splendida, la sapienza, l'opportunità e la bellez-za dei provvedimenti pontifici intesi a salvaguardare specialmente il clero dall'infezione degli errori moderni (cosiddetti modernisti-ci), che in un modo subdolo e affascinante tentano di demolire i fondamenti della dottrina cattolica. Le dolorose esperienze di quest'anno, osservate qua e colà, le preoccupazioni gravi del San-to Padre, le voci dei sacri pastori, mi fanno persuaso, anche a non voler cercare altro, che questo vento di modernismo spira ben for-te e più largamente che a prima vista non sembri; e che è molto facile colpisca in viso e intontisca anche quelli che dapprima si sen-tono mossi solo dal desiderio di accostare l'antica virtù del cristia-nesimo ai bisogni moderni. Parecchi, anche buoni, sono caduti nell'equivoco, inconsciamente forse; si sono sentiti portare sui cam-Pi dell'errore. Il peggio è che dalle idee si passa presto allo spirito di indipendenza, di libertà di giudizio, su tutto e su tutti. 528. Ringrazio in ginocchio il Signore che mi abbia mantenuto illeso in mezzo a tanto ribollire ed agitarsi di cervelli e di lingue. Ma l'esperienza altrui, l'essermi preservato finora, sono un mo-nito grave per me a vigilare anche più sulle mie impressioni, pen-sieri e sentimenti, sulle mie parole, su tutto ciò che in qualunque modo potesse venir compromesso da questo soffio devastatore. De-vo ricordare sempre che la Chiesa contiene in sé la giovinezza eter-na della verità e di Cristo, che è di tutti i tempi; ma che è la Chiesa che trasforma e salva i popoli e i tempi, non questi quella. Il primo tesoro della mia anima è la fede, la santa fede schietta ed ingenua dei miei genitori e dei miei buoni vecchi. Sarò scrupo-loso e austero con me stesso perché in nessun modo la purezza del-la mia fede patisca danno alcuno. 529. 3. I gravi compiti di professore del seminario, impostimi dai superiori, mi obbligano non solo a pensare a me stesso per la purez-za della mia fede, ma a provvedere anche perché da tutto il mio pen-siero esposto ai giovani chierici nella scuola, dalle mie parole, dal mio tratto, traspiri tutto quello spirito di intima unione colla Chie-sa e col Papa, che li edifichi e di educhi a pensare essi pure così. Perciò sarò delicatissimo in tutte le mie espressioni, badando anche ad infondere negli alunni quello spirito di umiltà e di preghiera ne-gli studi sacri, che rende più forte l'intelletto e più generoso il cuore.

 

IL MIO VIAGGIO ATTRAVERSO LA SAVOIA E LA SVIZZERA (APPUNTI PER LA MEMORIA)

29 luglio - 12 agosto 1911. 530. Parto da Bergamo il sabato 29 luglio alle 8 accompagnan-do mgr Vescovo. E con noi mgr Tiberghien. Alle 10 partenza da Milano col diretto del Sempione; buon treno, poca gente in princi-pio: crescono i viaggiatori da Arona, e dalle stazioni sul lago Mag-giore sino a Martigny e a S. Maurice; al termine del viaggio di nuovo soli. Percorso molto delizioso, ma caldo. Arona, Lago Maggiore, Domodossola, Sempione, Briga, Martigny, S. Maurice, Bex, Mon-treux: tutto il giro del Lago Lemano, meraviglioso nell'ora vesper-tina, poi Losanna, Ginevra. Si arriva là alle 19.22. Ci ricevono alla stazione il prof. Teodoro de la Rive e il conte Grosoli. Nell'auto-mobile fuori ci attende il card. Maffi; si entra tutti con lui, si at-traversa Ginevra a gran corsa, e poi la campagna bellissima sino al villaggio di Presinges, soggiorno del prof. De La Rive. Io scendo alla piccola canonica accanto alla chiesetta parrocchiale dove mi riceve il parroco d. Henry Michiel. Monsignore continua sino allo chalet De la Rive vicinissimo. Anch'io salgo subito lassù cogli amici Belvederi e Modena. Si cena tutti insieme con molta letizia, poi una fumatina, molte chiacchiere e quindi riposo: monsignore nello cha-let De la Rive, io nella canonica e nel piccolo letto del parroco che mi vi accompagna.

30 luglio - domenica. 531. Monsignore dice la messa nella cappella interna dello cha-let, io alla parrocchia. Verso le 8 parto con Belvederi sul trams elet-trico che ci conduce da Presinges a Ginevra. Breve viaggio di mezz'ora attraverso la campagna bellissima e ricca di ville. Scen-diamo alla cappella degli Italiani, a S. Margherita. Faccio cono-scenza col missionario d. Dosio, visito la cappella, la casa, l'ufficio del secretariato, moltiplico le domande, e complimenti a chi arri-va. Alle 10 giunge in automobile il card. Maffi, mgr Vescovo e tutti gli altri. La cappella è piena: ricevimento cordiale, ma senza scop-pi di entusiasmo; si canta la messa del canonico di Susa; buona musica con ragazze, bellissimo il Credo in gregoriano e contegno edificante. Vi è molto lusso negli abiti dei convenuti uomini e spe-cialmente donne; tutti signori? Dopo la messa discorso del card. Maffi: buono e affettuoso, ma lungo e un po' prolisso. Segue la benedizione col SS.mo; poi fuori scambio di complimenti intorno al cardinale, e partenza in automobile per Carouge dove ci attende il parroco e parecchie persone. In chiesa il cardinale parla ai con-venuti di cui non tutti intendono l'italiano; discorsetto breve ma penetrante che il parroco con parola netta e piena di espressione volge in francese, aggiungendo complimenti e pensieri cortesi per Sua Eminenza, il quale poi benedice col SS.mo. 532. Pranzo in casa del parroco; bella casa nuova in cui tutto è disposto con signorile proprietà; assistono alla messa i coadiuto-ri e alcuni altri sacerdoti di Ginevra, d. Dosio e il suo compagno, il prof. sac. Vogt, un missionario nella Cina e altri. Massima cor-dialità e belle parole del parroco al dessert; segue poi il caffè, lun-ghe chiacchiere, un gruppo fotografico, e si riparte in automobile scorrendo attraverso la città, e ammirando dal Pont e dal Qual du Mont Blanc il magnifico panorama. Giunti a Presinges si scende alla villa dei cugini del prof. Teodoro De la Rive che ricevono cor-dialmente. Si visita la bella casa dove furono già ospiti della fami-glia il conte Cavour e il prof. Di Broglie; si ammira un grande orologio che appartenne già a Voltaire, e si torna allo chalet del prof. Teodoro per un po' di riposo e per la cena.

31 luglio, lunedì. 533. Giornata a Presinges di riposo. Monsignore dice messa nella cappella De la Rive, io alla parrocchia. A mezzodì pei pranzo giun-gono alcuni invitati, il superiore generale dei frati del 5. Bernardo, e due buoni parroci dei dintorni di Ginevra con d. Dosio. Nel po-meriggio io mi trattengo a lungo recitando l'ufficio di 5. Ignazio e di 5. Pietro in Vincoli sotto le querce immense del parco. Deli-ziosa e magnifica solitudine. A sera dopo la cena arriva il canoni-co Deaga e i cugini De la Rive. Rosario in cappella e poi tutti a riposo.

1 agosto, martedì. 534. Messa di monsignore in cappella, e mia alla parrocchia. Alle ore 8 si parte in automobile, il cardinale, mgr vescovo, il co. Gro-soli, il prof. De la Rive, io, per Annecy attraversando la Savoia. Corsa veramente splendida e indimenticabile. Si passa per Anne-masse, e attraversando poi il doppio ponte sul Foron si scende si-no a La Roche dove 5. Francesco di Sales ha fatto i primi studi, di là al santuario della Benite Fontaine, donde si comprende con un solo sguardo tutta la meravigliosa valle dell'Arve, e le monta-gne dell'Alto Faucigny. Si tagliano le Alpi a Entremont, uno dei passi più belli e incantevoli formati dalla mano dell'uomo, si giun-ge a Petit Bernard e poi a Thones dove si visita la parrocchiale, bella all'esterno, ma mal custodita dentro e si procede discenden-do sotto la Tournette fino a sboccare in fac~a al lago di Annecy. L'automobile discende sempre rapidamente quasi sino a fior d'ac-qua; poi per un lungo giro volta al villaggio di Menthon, passa ac-canto alla chiesa e presso la tomba di Taine, sale per una viuzza fantastica sino al vecchio castello interessantissimo, dove nacque S. Bernardo e donde fuggì, e dove più volte fu ospite mgr Dupan-loup. Visitata ogni cosa: la cappella, la biblioteca, le antiche ca-mere, si discende per Tailoires dove si pranza tutti - sono giunti anche Belvederi e Modena - in un corridoio della vecchia abbazia ora albergo; poi Modena, Belvederi ed io prendiamo il battello per Annecy attraversando il piccolo ma incantevole lago, mentre gli altri giungono prima di noi ad Annecy in automobile. 535. La cittadina è già tutta in festa e in movimento. L'attraver-siamo sino alla chiesa della Visitazione; Belvederi ed io per la sa-crestia passiamo al coro e al presbiterio avvicinandoci così a baciare l'urna di S. Francesco esposta alla venerazione presso la balaustra in cornu evangelii e a fare le nostre piccole devozioni. Usciti di là entriamo al parlatorio delle monache per trovarvi monsignore: non c'è; vi è invece mgr Padovani di Cremona. Andiamo in cerca di rue de la Gare, e di casa Bouchet che è vicina. Monsignore ci chia-ma dalla finestra. Si sale; vi è la signora coi bambini. Monsignore ha già preso posto. Disposta ogni cosa scendo con Belvederi a visi-tare la Cattedrale, la parrocchiale di S. Maurizio, e poi, solo, la Galleria, la Gran Visitazione, e la Collegiale di N.D. Mi aggiro un po' a zonzo per la città. Torno alla chiesa della Visitazione dove il card. Maffi termina il canto dei vespri, assisto alla benedizione solenne del SS.mo. Il caldo vi è soffocante. Trovo mgr Padovani che accompagno poi a monsignore, e a visitare la Cattedrale, non-ché alla provvista di piccoli oggetti di devozione. Risalgo a casa Bouchet per la cena, e mi ritiro in camera. Notte quasi insonne per il passaggio dei pellegrini che arrivano.

2 agosto, mercoledì. 536. Giorno di trionfo per S. Francesco di Sales e per S. Giovan-na di Chantal. Di buonissima ora i pellegrini continuano a passare sotto la mia finestra numerosi, ordinati, lieti, buoni. Verso le 6 il buon signor Bouchet ci accompagna alla Collegiale di N.D. dove monsignore ed io diciamo comodamente la messa. Alle 7 e 10 si esce di nuovo per la gran cerimonia. Il ritrovo dei vescovi è alla sacristia. Vi è anche mgr Tiberghien. Mgr vescovo conversa con diversi prelati francesi di sua conoscenza e viene presentato ad al-tri con scambio di molte cordialità. Finalmente alle 8 e 15 i vescovi si pongono in ordine ed escono di sacristia, ma solo per fermarsi poi in chiesa alla rinfusa, con molto incomodo loro per ben due ore in multa patientia, attendendo che la interminabile processio-ne passi, e venga il loro turno. Alle 10 e mezzo si rimettono in cam-mino, attraversando la città tra il rispetto del popolo immenso che fa ala e sta osservando. Al principio della collina i vescovi salgono in apposite carrozze in gruppi di quattro, vestiti così come sono: mozzetta, mitra e pastorale. Con mgr Radini stanno mgr Padova-ni, mgr Rumeau vescovo di Pamiers e mgr Chesnelong vescovo di Valenza. Io li seguo a piedi con il vicario generale di Autun che accompagna monsignore e i chierichetti (cardinalizi) che si aggrap-pano alla carrozza. Finalmente dopo un lungo giro, fra la polvere densa e il caldo soffocante siamo in cima. Ultimi ad entrare nel gran padiglione dove furono collocate le casse dei santi siamo i più fortunati perché, vicini all'altare, più riparati dal sole e più esposti al soffio dell'aria. Si assiste al pontificale del card. Maffi, poi si entra al nuovo convento affamati e stanchi. Segue il pranzo dei vescovi nella loro sala: io prendo posto nella sala vicina dei Grands Vicaires; ho di fronte mgr Tiberghien e accanto il facente funzione di secretario di mgr Padovani. Sdigiunati alla meglio e, dopo non breve attesa, nei cortili del nuovo convento, dell'automobile del prof. De la Rive, discendiamo in città. Salgo alla casa Bouchet a prendere le valigie e a ringraziare: si ripassa a riprendere il card. Maffi al suo alloggio e si fila diritto per Presinges, dove si arriva verso le 8 per cenare e riposare.

3 agosto, giovedì. 537. Nel villino De la Rive oggi tutti riposano. Io invece, cele-brata la messa di buonissima ora nella parrocchia, parto per Tho-non e Allinges. Alla fermata del trams di Presinges incontro parecchi pellegrini che sui carri tornano da Annecy dopo di aver viaggiato tutta la notte. Giungo a Ginevra col trams; alla stazione di Eaux-vives parto col direttissimo Chamonix-Parigi, ma cambio ad Annemasse per prendere il treno di Thonon; lungo il tragitto dormo sino a Thonon. Visito subito la cittadina colla chiesa della Compassione che evoca tanti ricordi di S. Francesco e colla nuova chiesa del dottorato di S. Francesco in esecuzione, nonché la pic-cola chiesa della Visitazione. Vado a zonzo per la città dove trovo molti segni di rispetto. Noleggio una carrozza e salgo aux Allinges dove bene accolto visito minutamente ogni cosa; contemplo lo splendido panorama sottostante, scendo a Thonon dove faccio co-lazione all'Hotel Terminus. Parto subito per Annemasse. In treno converso con un italiano trasmigrato; e giunto ad Annemasse a piedi mi riconduco a Presinges visitando sulla strada la chiesa di Villa Legrand. Sono le due pomeridiane. A Presinges sotto la quercia trovo gli amici che prendono il caffè, chiacchierano, fumano. Fra loro mgr Bonomelli invitato a pranzo dal prof. De la Rive. Lo ac-compagna d. Dosio. Congedandosi mgr Bonomelli, verso le lì tutti si parte tranne Modena, in automobile. Il prof. De la Rive ci ac-compagna per un lungo giro: a) a Ginevra che attraversiamo lar-gamente e alla cattedrale calvinista di S. Pietro che visitiamo minutamente; b) alla villa di Ferney dove si vedono i ricordi di Vol-taire, e, accanto, alla casa di esilio di mgr Mermillod; c) ad una magnifica villa dove troviamo il canonico Desage con Orsenigo di Milano e altri signori; d) alla villa pure splendida del conte di Has-sonville ricca di ricordi di Madame di Stael e dell'abate di Broglie. Di lì attraversiamo il lago in un elegante canotto di mgr Bathon che ci accompagna in quell'indimenticabile giro intorno al lago. Scendiamo a Ginevra per riprendere l'automobile che ci riconduce a Presinges per la cena e per il riposo.

4 agosto, venerdì. 538. Di buon'ora, preparate le valigie e salutato il buon curato don Henry Michiel, Belvederi ed io partiamo col treno per Gine-vra. Io scendo alla cappella degli Italiani, dove trovo mgr Bono-melli con cui mi trattengo ascoltando per una buona mezz 'ora, insieme al parroco cremonese don Motta già missionario a Gine-vra; poi don Dosio che mi accompagna attraverso il bellissimo par-co, e mi guida a comperare un orologio, e quindi alla stazione dove nel frattempo sono giunti tutti gli altri. Si scambiano i saluti e i ringraziamenti col prof. De la Rive che lasciamo commossi e par-tiamo per Friburgo alle ore 10. In treno trovo e mi trattengo con mgr Palica di Roma. Siamo a Friburgo alle 12 e 50. Ci ricevono cortesemente alla stazione i PP. Mandonnet e Fei che in apposite carrozze ci accompagnano all'Albertinum, dove ha luogo subito il pranzo, a cui sono presenti Pichon e il presidente del Cantone di Friburgo con mgr Jacquet. Nel pomeriggio quei due signori ci accompagnano alla scuola di agricoltura di Hauterive-Grangeneuve dove i Padri Maristi ricevono con grande onore: gli alunni danno un trattenimento con canti e indirizzi, a cui risponde in italiano il card. Maffi e volgendo le sue parole in francese mgr Radini. Si visita con ammirazione ogni cosa e dopo un breve dejeuner si par-te, trattenendoci a visitare l'abbazia di Hauterive, poi l'officina per l'energia elettrica; si rientra in Friburgo per la via meravigliosa dei due ponti sospesi. A cena all'Albertinum è presente tra gli altri an-che il prof. Kirche col quale converso a lungo e un vescovo unghe-rese. Così la festa di san Domenico si è ben terminata tra i suoi figli. Io ho ascoltato le informazioni raccolte qua e là dalla bocca di padre Fei intorno ad argomenti diversi molto interessanti.

5 agosto, sabato 539. S.E. il card. Maffi e S.E. mgr Radini ospiti con Modena e con me all'Albertinum celebrano la S. messa nella preziosa cap-pella dei frati. Anche Belvederi fa altrettanto. Dopo la colazione Pichon e il Presidente ci accompagnano ad una lunga visita alla facoltà di scienze dell'Università dove assistiamo a diverse curiose esperienze. Il card. Maffi si interessa molto in questa visita ammi-rando ogni cosa. Si passa poi alla Stamperia dell'opera di S. Pao-lo, alla chiesa collegiale di S. Nicola dove ascoltiamo il celebre organo, poi alla nuova biblioteca cantonale: istituzione che sola basta a far onore ad una città. Io approfitto di brevi minuti per visitare la vicina chiesa dove è sepolto il b. Pietro Canisio, e per pregare per pochi istanti. Dopo il pranzo all'Albertinum si parte per Einsiedeln, ricono-scenti ai bravi Domenicani che ci hanno lasciato ottima impressio-ne. Tocchiamo Berna senza scctidere; approTittiamo di due ore di aspetto a Lucerna per fare una corsa in città. Presto fatto. Attra-versiamo il Quai col lago brillantissimo ma mondano, e passiamo a vedere il Leone di Lucerna, poi le marmitte dei ghiacciai, il labi-rinto e il caleidoscopio che ci divertono un mondo. Usciti di là non si vede più il cocchiere e si torna quindi alla stazione a piedi in tut-ta fretta. Si beve una birra perché il caldo è grande e si riparte co-steggiando il lago delizioso e seguendo coll'occhio i panorami incantevoli che si succedono sino ad Einsiedeln. Ad Einsiedeln troviamo folla discreta alla stazione dove ci at-tende il p. Abate Tommaso Bossart col p. Cellerario p. Nicola Smidt. Si sale nelle carrozze dell'Abbazia, si attraversa il borgo dove la molta gente spettatrice si china ricevendo la benedizione. Sono presenti i pellegrini del Baden. L'ingresso nella basilica è solenne. Tutti s'inginocchiano innanzi alla S. Cappella scintillante di ori e di luce. Seguono le buone accoglienze dei monaci. Troviamo il card. arcivescovo di Buenos Aires, e mgr Ralmondo N'etzhammer già mo-naco di qui ed ora arciv. di Bucarest in Romania, e diversi altri forestieri. A sera calata si svolge su per il monte di S. Mairado una processione aux flambeaux pittoresca e interessante anche pei ri-cordi che desta di Lourdes.

6 agosto, domenica. 540. O quam bonum est nos hic esse! Il ricordo della festa odierna della Trasfigurazione di Gesù rievocata in questo luogo di pace mi fa dire così. Al mattino tutti celebriamo la messa dentro la S. Cap-pella. Più tardi sfila la processione caratteristica della prima di ogni mese per il rosario, a cui anch'io prendo parte seguendo monsi-gnore. Si pranza tutti, tranne Grosoli, al refettorio grande coi mo-naci; dopo l'Abate ci conduce alla visita del monastero davvero immenso e magnifico. A sera Modena ed io ci troviamo con Gro-soli e Belvederi all'Hotel 5. Giorgio dove si commentano lietamente le dolcezze della giornata, e le bellezze del luogo.

7 agosto, lunedì. 541. Messa ancora alla cappella. Nota mesta: alle 10 S.E. il card. Maffi, il conte Grosoli, Modena e Belvederi partono per l'Italia. Monsignore ed io ci rechiamo alla stazione a salutarli. Io mi applico ad una vita di vero riposo e raccoglimento che de-sideravo da tempo; e tutto qui mi vi richiama. A pranzo chiacchie-ro con alcuni buoni monaci che mi lasciano eccellente impressione. Alle 3.35 del pomeriggio arriva il card. Rampolla da Roma con mgr Rocchi. Mgr Radini ed io siamo alla stazione ad incontrarlo. Il ricevimento si dispiega molto cordiale ed abbastanza solenne spe-cialmente innanzi alla soglia della basilica che poi si riempie di cit-tadini e di pellegrini. Sono pellegrini Alsaziani. A sera cena con S.E., e dopo si sale al S. Benedetto con monsignore e con mgr ar-civescovo di Bucarest.

8 agosto, martedì. 542. Messa innanzi al piccolo altare del S. Cuore di Gesù, poi ritiro in camera tutta la mattinata, solo, uscendo per piccole com-missioni. Verso le li vedo dalla finestra monsignore che torna a piedi dal passeggio col card. Rampolla. Nel pomeriggio seguo il mio raccoglimento e visito minutamen-te la chiesa. Monsignore esce in carrozza col card. Rampolla e io faccio con p. Leonardo tutto il giro del colle tra i fiori.

9 agosto, mercoledì. 543. E l'8° anniversario della incoronazione di Pio X e il pensie-ro e la preghiera si volgono a lui. Celebro la messa al piccolo altare: lo Sposalizio di Maria nel coro maggiore. Trovo poi mgr Palica col quale salgo sino al 5. Malrado; a mezza via troviamo il card. Ram-polla che scende col p. Abate e con mgr Rocchi: gli cediamo il sedi-le e ci tratteniamo con lui che si compiace di conversare con noi magnificando la dolcezza dell'aria, del sito, e toccando di molte al-tre cose. Io pranzo poi coi frati nel refettorio grande. Nel pomeriggio dopo che il cardinale e monsignore sono partiti per il solito passeggio in carrozza, io esco con mgr Palica, visito il cimitero; ci spingiamo nella campagna, saliamo la collina e di-scendiamo a Einsiedeln alle 8; io mi trattengo a casa con mgr Pali-ca all'Hòtel del Pavone, e rientro al monastero per il riposo.

10 agosto, giovedì. 544. Giorno carissimo per me: è il 7° anniversario dalla mia ordi-nazione sacerdotale, e sono lietissimo di passarlo ad Einsiedeln ac-canto alla Madonna. Celebro la messa alla cappella miracolosa, dopo quella di monsignore e di mgr Rumeau vescovo di Pamiers, e godo della buona comodità di potermi trattenere un po' a lungo... ricor-dando e pregando. In mattinata ricevo la visita del parroco Milesi di Valleve che mi racconta delle impressioni della sua corsa fra gli emi-grati: cose dolorose. Nel pomeriggio faccio conoscenza col p. Mi-chelotti (Domenico Bortolan) e mi trattengo a lungo con lui. A sera dopo la cena salgo con mgr arcivescovo di Bucarest dietro al con-vento ad un passeggio delizioso. Chiudo la mia giornata davanti alla S. Cappella sommessamente pregando e facendo le mie confidenze a Maria con le buone donne che bisbigliano laggiù in mezzo alla chiesa.

10 agosto. 545. Questo soggiorno è davvero una delizia. Qui par che risuo-ni un' eco di cielo. Appena venutovi sentii nel canto delle campane armoniose dolcissime, quasi come il vagar per l'aere delle parole dei discepoli a Gesù: Domine, bonum est nos hic esse (Mt 17,4). Ed ora che la festa della Trasfigurazione è passata, quelle parole mi fioriscono su dal cuore come voce di contento, perché la gioia dello star qui non cessa: Domine, bonum est nos hic esse. Qui tut-to induce pace e preghiera.

11 agosto, venerdì. 546. Giornata tranquilla. Messa all'altare di S. Anna. Breve pas-seggio con mgr Palica su verso S. Mairado. Saluto il caro monsi-gnore che parte. Pranzo coi frati nel gran refettorio in silenzio ascoltando la lettura tedesca che non capisco. Poi parlo con p. Ga-briel bibliotecario; più tardi con p. Micheletti tornato a salutare monsignore; ascolto per l'ultima volta il canto della Salve Regina; dopo cena salgo sino al S. Benedetto in compagnia di mgr arcive-scovo di Bucarest e ragionando col p. Lorenzo. Dopo le ultime pre-ghiere mi ritrovo in camera. Ad ora tarda giunge da Bergamo un telegramma che mi toglie ogni speranza di essere esentato dal ser-vìzìo militare... Fiat voluntas tua!

12 agosto, sabato. 547. Alle 6 celebro la messa alla Cappella dicendo le ultime con-fidenze alla Madonna degli Eremiti. Preparo ogni cosa per la par-tenza non senza mestizia e saluto i buoni padri, la Madonna per l'ultima volta e alle 9.20 del pomeriggio lasciamo Einsiedeln. Per la linea del Gottardo, pure bellissima e ricca di paesaggi in-cantevoli, alle 10.25 [22.25] siamo a Milano, a mezzanotte a Ber-gamo. Deo gratias.

 

NEGLI ESERCIZI SPIRITUALI A MARTINENGO CON MGR VESCOVO DALL'1 AL 7 OTTOBRE 1911

548. 1. Il pensiero del passato mi è sempre argomento di grande conforto e anche di grande confusione. Ormai mi trovo legato, mani e piedi, a servigio di Gesù Cristo e della sua santa causa. Non devo cercar altro, procurando di mantenermi lieto e tranquillo fra le mie occupazioni, senza fretta e senza ritardi, senza chiasso e senza con-centramenti esagerati. 549. 2. Propongo, e spero stavolta con frutto maggiore, di man-tenermi fedelissimo all'ordine e al raccoglimento nelle mie prati-che di pietà. Ne ho speciale bisogno. Mattutino e laudi la sera dopo cena. Levata alle cinque e trenta, poi meditazione, assistenza alla messa di mgr Vescovo e celebrazione della mia; dopo il ringrazia-mento, le ore. Una visitina appena tornato dalla scuola, un'altra prima della lezione del pomeriggio; il vespro dopo la breve siesta, e tutto il resto a suo posto. Questi punti devono essere impreteribi-li: il fervore aggiungerà il di più. Quest'anno mi sono iscritto nell' associazione dei sacerdoti ado-ratori. Voglio perciò essere fedele alla mia ora. In tutto molta cal-ma, ma pari fedeltà ed esattezza. 550. 3. Richiamo quanto proposi l'anno scorso intorno alla custo-dia della mia adesione di mente e di cuore colla Chiesa e col Papa. Sant'Alfonso in giorni di confusione e di mestizia diceva: «Volontà del Papa, volontà di Dio». Sarà questo il mio motto e conforme ad esso il mio sentimento. O Signore aiutatemi, non voglio che voi!

 

NEGLI ESERCIZI SPIRITUALI FATTI A MARTINENGO CON MGR VESCOVO NEI GIORNI 13-19 OTTOBRE 1912

551. 1. Sono presso ad entrare nel mio trentaduesimo anno di vita. Il pensiero al passato mi umilia e mi confonde; il pensiero del presente mi consola perché è ancora tempo di misericordia; il pensiero dell'avvenire mi infonde coraggio nella speranza di poter redimere il tempo perduto. Ma quanto sarà questo avvenire? For-se brevissimo. Ma lungo o breve esso sia, o mio Signore, ancora ve lo dico, è tutto vostro. 2. Non occorre che io cerchi e mi applichi a nuove forme per fare il bene. Vivo nell'ubbidienza, e l'ubbidienza mi ha già soprac-caricato di tante occupazioni che le mie spalle sono vicine a cedere per il peso. Ma questo ed altro sono disposto a portare se piacerà al Signore. Il riposo sarà in cielo. Questi sono gli anni della fatica. Mgr Vescovo mi dà l'esempio di lavorare più di me. Io sarò scru-poloso a non perdere un minuto di tempo mai. 552. 3. E' umiliante per me, ma è doveroso il richiamo ai propo-nimenti già fatti di fedeltà assoluta al mio metodo di vita. Levata alle cinque e trenta, poi meditazione, messa di Monsignore, messa mia, ringraziamento, recita delle ore; visite brevi ma frequenti al Ss. Sacramento; vespero dopo la breve siesta del pomeriggio; reci-ta devotissima del rosario; dopo la cena, mattutino e laudi, inva-riabilmente; e una visita un po' più lunga al Ss. Sacramento; prima di addormentarmi, un po' di lettura spirituale. Questi sono i punti fondamentali: ma essi sono le mie tavole di salute. O Signore, mi riconosco fiacco; aiutatemi voi a tenermi ben stret-to a queste pratiche; aiutatemi perché l'anno prossimo non senta il rossore di dovermi confessare infedele. 4. Il dover stare all' orario nei pasti e il dover pensare a tan-te cose ha fortificato l'abitudine di nulla desiderare che soddisfi la gola. Ciò va bene. Ma devo fare di più. Il mio miserabile cor-po ingrassa e diventa pesante; io stesso lo sento, e ciò mi toglie l'agilità materiale che è pur necessaria anch'essa per fare il bene: e poi il corpo deve essere domato costantemente perché non ri-calcitri: «castigo corpus meum et in servitutem redigo » (1Cor 9,27). (Traduzione: tratto duramente il mio corpo e lo rendo schiavo). Dunque avrò gran cura a mangiare adagio, non da uomo ingor-do, a mangiare un po' meno in generale, a mangiare poi pochissi-mo la sera. Lo stesso dicasi del bere. è soprattutto nell'uso dei cibi che deve esercitarsi lo spirito di mortificazione. 553. 5. Nella festa di san Carlo p. v., io deporrò nelle mani di mgr Vescovo le promesse speciali che mi faranno Prete del S. Cuore (esterno). Lo confesso: alcune difficoltà hanno cercato quasi di rattiepidirmi nel buon proposito. Ma sono riguardi umani e difficoltà mosse in gran parte dall'amor proprio. Perciò sono lie-to di schiacciare tutto sotto i piedi, e di correre generosamente dove Gesù mi chiama e mi ha fatto intendere di volermi. Nulla mi importa dei giudizi del mondo, anche del mondo ecclesiastico. La mia intenzione, il Signore la vede, è retta e pura. Voglio un suggello, anche esterno, al proposito concepito sino dai primi anni della mia vita clericale, di essere tutto e unicamente dell'ob-bedienza, nelle mani del mio Vescovo, anche nelle piccole cose. La promessa che farò, intendo che sia anche una dichiarazione in faccia alla Chiesa del desiderio che ho di essere annientato, disprezzato, trascurato, per amore di Gesù, per il bene delle ani-me, di vivere sempre povero e staccato da tutti gli interessi e i beni della terra. 554. Il Signore, in questi giorni, si è degnato di farmi intendere un'altra volta tutta la importanza per me e per i successi del mio ministero sacerdotale, di questo spirito di immolazione a cui voglio d'ora innanzi, ancora più, informare la mia condotta « ut ser-vus, ut vinctus Jesu Christi» (Ef 6,6; 3,1). (Traduzione: come servo, come prigioniero di Cristo Gesù). E tutte le opere a cui, anche nel pr[ossimo] anno, mi verrò applicando, voglio che rice-vano, per quel tanto o poco di contributo che io vi recherò, questa impronta: tutto sia fatto per il Signore e nel Signore: molto entu-siasmo, ma nessuna preoccupazione per il loro successo maggiore o minore. Io le prenderò fra mano, come se tutto dovesse dipende-re da me e come se io non contassi per nulla, senza il più piccolo attacco ad esse, pronto a distruggerle o ad abbandonarle ad un cen-no dell'obbedienza. O Gesù benedetto, è molto quello che mi propongo di fare, ed io mi sento debole perché pieno di amor proprio: ma la volontà c'è tutta ed è cordiale: aiutatemi voi, aiutatemi voi. 555. 6. Il senso vivo del mio niente deve maturare e perfeziona-re in me lo spirito di bontà, di molta bontà, e pazienza e indulgen-za cogli altri, nel modo di giudicarli e di trattarli. A poco più di tr'ent'anni, incomincio a sentire un po' di lavoro e di influenza dei nervi. No, no, per carità: quando mi avverranno questi casi, pen-serò al mio niente, all'obbligo che ho di tutti compatire, di non giudicare male. Ciò gioverà anche alla tranquillità del mio spirito. 7. I ministeri che ho fra le mani, sono assai delicati e pericolosi dovendo, non di rado, trattare con donne. Propongo perciò, di mantenere sempre quel contegno di bontà, di modestia, di gravità che, facendo dimenticare la mia persona, renda la mia opera effi-cace di bene spirituale. L'esperienza del passato è un incoraggia-mento per l'avvenire. Ma anche in ciò, il sentire bassamente di me medesimo, il diffidare, il pensiero sempre levato in alto, il ritorno alle braccia di Gesù appena ho finito il compito mio, saranno un gran preservativo. Guai, se in questa materia, per un istante solo, avessi a presumere di me stesso! 556. 8. Il momento attuale è pieno di pettegolezzi. Sarà mio cri-terio il tener fermo ai principi di amore, di obbedienza, di devo-zione al Santo Padre, guardandomi da tutto ciò che li potesse menomare nel mio spirito, ma non mi lascerò distrarre dai pette-golezzi, tanto meno mi indugierò in essi. C'è tanto da fare, e la parola del Santo Padre Pio x, e il campo da lui aperto allo zelo sacerdotale, nell'ora presente, è così vasto, che non vedo perché si debba perder tempo in questioni giornalistiche S. Alieno e supe-riore a questo, sarà però mio dovere, mio onore, mia gioia parlare sempre bene del Santo Padre e del suo governo, e indurre negli al-tri quel senso delicato di venerazione e di amore a lui di cui sarò pieno io stesso. Questo farò specialmente coi miei scolari semi-naristi. 557. 9. Richiamo poi ancora una volta quanto proposi negli i~er-cizi precedenti. Quanto allora scrissi a più riprese, rispecchia an-cora i miei bisogni e le condizioni attuali. Del resto procediamo innanzi con fiducia. Vita di pietà nel sen-so più profondo e teologico della parola: vita di sacrificio. E in mezzo a tutto ciò, letizia, soavità, pace. Il Sacro Cuore di Gesù, la mia cara madre Maria, i miei buoni santi protettori che vedono quanto non so esprimere ma che sento vivamente nel cuore, mi aiutino a mantenermi forte, buono e fe-dele, e mi benedicano. «Suscipe Domine, servum tuum ut vivam et non confundas me in expectatione mea » (Sal 119,116). (Traduzione: sorreggimi, o Signore, secondo la tua promessa, perchè io viva, e non deludermi nelle mie speranze).

 

1913

NEGLI ESERCIZI SPIRITUALI FATTI A MARTINENGO CON MGR VESCOVO DAL 19 AL 25 OTTOBRE 1913

558. 1. è la settima volta che mi raccolgo in questo sacro e caro luogo per pensare all'anima mia. Il dovere prepotente che mi si im-pone è sempre lo stesso: benedire il Signore che continua a volermi bene e a preservarmi dalle gravi cadute e confondermi nel mio nulla. Non sento di dover aggiungere altro, rimanendo fermo tutto ciò che ho scritto e proposto negli scorsi anni. Dico solo al Signore: eccomi sono pronto a tutto, alle gioie, e anche ai dolori. «Mihi vivere Christus est et mori lucrum» (Fil 1,21). (Traduzione: per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno). Desideravo far-mi sgravare alquanto il peso delle mie occupazioni, indicando quali rispondono preferibilmente al mio genio. Invece sono deciso di non far nulla. I superiori sanno tutto, e ciò mi basta; soprattutto, non essendo interrogato, mi guarderò dal mostrare le mie preferenze per un ordine di occupazione piuttosto che per un altro. Andiamo là, come il mio padre spirituale3 mi ripete sempre, con la testa nel sacco della Divina Provvidenza. 559. 2. Forse i sette anni che sono trascorsi, rappresentano solo l'abbondanza da parte di Dio per me. Non potrebbero ora inco-minciare i sette anni della carestia? Io li meriterei, attesa la mia mancanza di corrispondenza e tante grazie. Ebbene, venga pure la carestia purificatrice; vengano le amarezze, le umiliazioni, i do-lori. Li accetterò volentieri, come pegno della sincerità dei miei sen-timenti di amore a Gesù. Sarò quindi lieto di cogliere con santa voluttà tutte le piccole e grandi occasioni che mi capitassero alla giornata di umiliarmi, di confondermi, di mortificare il mio amor proprio, senza reagire in alcun modo, ma contento come la conchiglia che raccoglie, e lavo-ra chiusa in sé, le stille di rugiada caduta dal cielo. Non mi importa che mi si umilii, purché tutto torni a gloria di Dio e a mio vero bene, a santificazione del mio spirito. Io procurerò di vivere in questo continuo sentimento della mia piccolezza e indegnità, e quando alcunché mi punga, sarò lieto di ripetere: «Bonum mihi quia humiliasti me» (Sal 19,71). (Traduzione: buono per me se sono stato umiliato). 560. 3. Il mantenimento di tutti i miei propositi già fatti e che ora rinnovo, mi fa titubare alquanto. Non manca la buona volon-tà, ma specialmente per quanto riguarda l'ordine delle pratiche di pietà, attesa l'incertezza e il soprapporsi delle eventuali occupazioni, non posso fidarmi di me stesso. Ebbene, io faccio una formale e solenne promessa alla Madon-na, mia carissima madre, di recitare in quest'anno nuovo, con una speciale divozione, tutte le sere il santo rosario. Fra i più bei con-forti della vita vi è questo: di essermi sempre mantenuto fedele a questa pratica. Ma purtroppo qualche volta non ci fu che la mate-rialità della preghiera vocale. L'impegno speciale che ora assumo, di una diligenza e di una pietà più viva, spero che mi debba valere dalla mia cara Madre il compenso di una protezione più valida della virtù della santa purità, a cui, pur fra i non pochi pericoli del mio speciale ministero, intendo di mantenermi fedelissimo, e di un aiu-to più forte a mantenere tutti gli altri proponi~enti. E se quest'anno fosse l'ultimo della mia vita? Oh, che gioia pre-sentarmi innanzi a Maria colla mia fragrante corona! Sarà questo il mio passaporto migliore. «Suscipe, Domine, universam meam libertatem» (ES 234). (Traduzione: prenditi, Signore, tutta la mia libertà). «Domine, tu omnia nosti: tu scis quia amo te» (Gv 21,17). (Traduzione: Signore, tu sai ogni cosa: tu sai che io ti amo).

 

1914

DOPO DIECI ANNI DI SACERDOZIO: 1904 - 10 AGOSTO - 1914

Groppino, 10 agosto 1914. 561. Un duplice sentimento mi occupa il cuore, oggi, di compia-cenza viva e soave, di confusione profonda. Quante grazie generali e particolari, in questi dieci anni! Nei sa-cramenti ricevuti ed amministrati, nell'esercizio vario e molteplice del ministero: colla parola, colle opere, in pubblico, in privato, nella preghiera, negli studi, fra le piccole difficoltà e le piccole croci, le riuscite e le irriuscite, colla esperienza fattasi sempre più ricca e preziosa di giorno in giorno, nel contatto coi superiori, col clero, col popolo di ogni età, di ogni condizione sociale! Il Signore fu davvero fedele alle promesse fattemi nel dì della mia ordinazione là, a Roma, nella chiesa di Santa Maria in Monte Santo, quando mi disse: «Iam non dicam vos servos... sed amicos» (Gv 15,15). (Traduzione: io non vi chiamo più servi, ma amici). Mi fu davvero amico, Gesù, aprendomi tutte le sacre intimità del suo Cuore. Se ripensando a tante cose che egli sa e che egli vede, non dicessi di provare una compiacenza grande nel mio spirito, non sarei sincero. Nel campo seminato e lavorato qualche spiga c'è, forse si può formare un piccolo manipolo. Mio Signore, siatene bene-detto, perché tutto il merito è del vostro amore. 562. Per me, come cosa mia, non debbo sentire che la confusio-ne di non aver fatto di più, di aver raccolto così poco, di essere stato terra arida e selvatica. Quanti, colle grazie fatte a me, e an-che con molto meno, sarebbero ora santi! Quanti impulsi si ripete-rono al mio cuore e non sono ancora soddisfatti! Mio Signore, riconosco le mie deficienze, la mia miseria profonda; siatemi buo-no di perdono e di misericordia. Intorno alla compiacenza e al bisogno di perdono, fiorisce il sen-timento della gratitudine. Tutto, o Signore, si è compito nella vo-stra gloria; siatene ringraziato ora e sempre. Ma il pensiero più forte che oggi, nella esultanza del mio decen-nio sacerdotale, mi occupa lo spirito è questo: io non sono di me stesso o di altri: io sono del mio Signore per la vita e per la morte. La dignità sacerdotale, i dieci anni di grazie di ogni ordine, accu-mulate sopra di me, così piccola, così povera creatura, mi dicono con insistenza che il mio io deve essere annientato, che le mie ener-gie non debbono essere volte ad altro che a cooperare al regno di Gesù nelle menti e nei cuori degli uomini, così, alla buona, anche nel nascondimento; ma da ora innanzi con maggior intensità di pro-positi, di pensiero, di opere. 563. Le attitudini particolari del mio carattere, le esperienze, le circostanze, mi portano al lavoro tranquillo, pacifico, al di fuori del campo di battaglia, piuttosto che all'attività pugnace, alla po-lemica, alla lotta. Ebbene, non voglio farmi santo, sfigurando un discreto originale, per riuscire una copia infelice di altri che hanno un'indole diversa dalla mia. Ma questo spirito di pace non deve essere acquiescenza all'amor proprio, al proprio comodo, o remis-sività di pensiero, di principi, di atteggiamenti. Il sorriso abituale che sfiora il labbro, deve saper celare la lotta interna, talora tre-menda, dell'egoismo, e rappresentare, quando occorra, le vittorie dello spirito sopra le contrazioni del senso o dell'amor proprio; così che Iddio e il mio prossimo abbiano sempre la parte migliore di me stesso. 564. Dopo dieci anni di sacerdozio che sarà la vita avvenire per me? Mistero! Forse mi rimane poco tempo al rendiconto finale. O Signore Gesù, venite e prendetemi. Se dovrà prolungarsi di qual-che, di parecchi anni, ebbene, io voglio che siano anni di lavoro intenso, sulle braccia della santa obbedienza, con una grande linea che segni tutto un programma, ma senza un pensiero che trascorra al di là dell'obbedienza. Le preoccupazioni dell'amor proprio in-torno al proprio avvenire ritardano l'opera di Dio in noi, le sue vie, e poi non giovano neppure negli interessi materiali. Su questo punto intendo di vigilare assai, e tutti i giorni, perché presento che non mi mancheranno col succedersi degli anni, e forse presto, le battaglie dell'amor proprio. Passi e vada pure innanzi chi vuole; io me ne sto, senza affanni, lì dove la Provvidenza mi pone, la-sciando libero ad altri il cammino. 565. Io voglio mantenere la mia pace, che è la mia libertà; per-ciò avrò sempre innanzi quelle quattro cose che il Kempis (lib. iii, cap. 23) dice « magnam importantibus pacem et veram libertatem», e sono: «1) Stude alterius potius facere voluntatem quam tuam. 2) Eh-ge semper minus, quam plus habere. 3) Quaere semper inferiorem locum, et omnibus subesse. 4) Opta semper et ora ut voluntas Dei integre in te fiat» (IC 3,23). Con queste disposizioni, o mio Signore, oggi io torno a presen-tarvi il vaso prezioso del mio spirito santificato dalla unzione vo-stra. Riempitelo della vostra virtù che ha creato gli apostoli, i martiri, i confessori. Fatemi utile a qualche cosa di buono, di ge-neroso, di grande: per voi, per la vostra Chiesa, per le anime. Non vivo, non voglio vivere che per questo. 566. Mentre raccolgo questi pensieri, al termine della santa gior-nata che ha ricondotto al mio cuore dolcissime emozioni nel ricor-do della mia ordinazione sacerdotale, il mio Vescovo venerato che per me è tutto - la Chiesa, Gesù Signore, Dio - giace, qui vici-no, sofferente da lungo tempo. Come soffro con lui e per lui! co-me sono meste, inquiete per me queste vacanze! O Signore, guaritemelo presto, se così vi piace, il mio Vescovo; ridonatelo al suo lavoro apostolico, alla sua, alla vostra Chiesa, alla gloria vo-stra, all'affetto di tanti figli. 567. Straziante più che il dolore dolce e rassegnato del mio Ve-scovo, è il clamore di guerra che in questi giorni si leva su da tutta l'Europa. Signore Gesù, io levo le mani sacerdotali sopra il tuo cor-po mistico, e ripeto in lacrime la preghiera di san Gregorio, la ri-peto con particolare slancio dello spirito, oggi: «diesque nostros in tua pace disponas». E la Chiesa fra questo diluvio? Salvala, salvala, o Signore. Die-ci anni or sono, celebrando il primo sacrificio sulla tomba di san Pietro in Roma - ricordo soavissimo - ebbi per il Papa e per la Chiesa un pensiero, un voto fervidissimo. Nel decorrere dei due lustri il pensiero, il voto si sono fatti più vivi. O Signore, dona alla tua Chiesa, fra questo turbinare di procel-le, fra questo cozzo di genti, «libertatem, unitatem et pacem!» (Traduzione: concedi la pace ai nostri giorni).

 

ESERCIZI SPIRITUALI 27 SETTEMBRE - 3 OTTOBRE 1914 PRESSO I PRETI DEL SACRO CUORE

568. 1. Il giorno dieci agosto u. s. compiendosi il primo decen-nio del mio sacerdozio pensavo che, coll'entrare nel nuovo perio-do della mia vita, potesse, dovesse cambiarsi qualche cosa intorno a me. Mio Dio, i vostri disegni come sono ineffabili! Subito dopo quella data - il 22 dello stesso mese - voi chiamaste ai vostri gaudii il Vescovo mio veneratissimo; ed ora eccomi qui, senz'altro, in un orizzonte nuovo. Non mi perdo d'animo però. Nell'ora delle angustie e del dolore ho sentito una grande abbondanza di pace e di conforto spirituale. Certo l'anima grande e santa di colui che io tanto amavo e venera-vo, trovasi in cielo a pregare per me e a benedirmi e a proteggermi e a sostenermi. Oh, possa io seguirla lassù, quando piacerà al Si-gnore di mandarmi la morte: e intanto possa io imitarla nelle sue opere sante! 569. 2. La mia nuova posizione mi fa ora tutto del seminario, pur non lasciando il ministero delle anime. Sarà dunque la mia una vita di maggior calma e di maggior raccoglimento, precisamente così come desideravo. é una grazia nuova che il Signore mi fa. Lo ringrazio, e ne voglio approfittare. Amerò quindi la mia camera e il mio ritiro, tutto occupandomi nella preghiera e nello studio. 3. In particolare propongo di alzarmi sempre alle cinque e tren-ta. Farò subito la meditazione in camera, recandomi poi a San Mi-chele per la santa messa ed eventualmente per le confessioni. Non insisto su gli altri punti della mia giornata, bastandomi il richiamo ai proponimenti già fatti. 570. 4. Voglio riuscire esemplare in tutti i miei doveri di profes-sore, nei vari rapporti con mgr Rettore del seminario, coi colle-ghi, cogli scolari. Userò con tutti molta umiltà e molta amabilità, procurando di contribuire all'armonia vicendevole ed alla mutua edificazione dello spirito, tanto importante, là dove sono così gra-vile comuni responsabilità. Soprattutto mi guarderò dal criticare o dal far lamenti su veruna cosa, ricordando sempre, fra l'altro, che in nessun luogo potrei trovarmi così bene come in seminario. 571. 5. Sarà mia cura principalissima circondare il mio nuovo Vescovo, chiunque sia per essere, di quella riverenza, obbedienza ed affezione sincera, generosa e lieta, che per la grazia di Dio, so-no riuscito ad avere e a conservare sempre per il suo indimentica-bile antecessore. Cercherò anzi in ciò di dare buon esempio, convinto come sono che nella persona del Vescovo si deve guarda-re e riconoscere Gesù Cristo e non altri. Naturalmente rapporti diversi mi imporranno forme diverse; ma queste, comunque debbano essere, verranno ispirate da quelle ra-gioni di rispetto, di prudenza, di delicatezza fine e schietta che so-no il fiore della carità. Cosicché il mio modo di contenermi riesca, per il Vescovo novello, motivo di compiacenza e di conforto, e la mia persona non gli sia pietra d'inciampo ma pietra e strumento « ad aedificationem » (Rm 15,2). Tale ossequio e tale affezione al mio Vescovo, io la mostrerò «verbo et opere » 3, mentre prego vi-vamente Gesù benedetto a mantenermi fedele ad ogni costo a que-sti buoni propositi. 572. 6. Sarò vigilante a mantenermi spoglio di ogni preoccupa-zione sul mio avvenire, non lasciandomi smuovere su questo pun-o dalle voci, per quanto benevole, devote, ed apparentemente giu-diziose, di alcuno. Sono nato povero e devo e voglio morire pove-ro, sicuro che nell'ora opportuna la divina Provvidenza, come per il passato, così non mi lascerà mancare per il futuro il necessario, concedendomi anzi il conveniente e il soprabbondante. Guai a me se, anche in piccola misura, mi attaccassi ai beni della terra! Quanto al fantasma che il mio amor proprio potesse presen-tarrni, di onori, di posti ecc., starò ben attento a non dare loro ac-coglienza, anzi a disprezzarli senz'altro. Essi turbano la serenità dello spirito, infiacchiscono nel lavoro, tolgono ogni vera letizia ed ogni valore e merito delle opere buone. Per mio conto devo pensa-re a tenermi umile, umile, umile, lasciando al Signore ogni impe-gno per il resto. 573. 8. Sono Prete del Sacro Cuore. Le cose dette e proposte qui sopra hanno quindi una significazione speciale in relazione alle speciali promesse fatte al Signore quale membro di questa santa Congregazione. Parteciperò più che mi sarà possibile agli atti in co-mune dei confratelli, procurando di far onore, col mio buon esem-pio, innanzi a tutto il clero, alla Congregazione che mi ha accolto nelle sue braccia, e di corrispondere ai fini della medesima. N.B. Mercoledì ho dovuto interrompere brevemente gli Eserci-zi per una scappata a Milano dove mi recai per chiedere a Sua Emi-nenza il card. Arcivescovo alcuni consigli sul modo di contenermi col nuovo Vescovo circa certe cose, etc. Quella visita mi ha molto consolato e rinfrancato. Scesi poi a pregare a lungo sulla tomba di san Carlo e là ho rinnovato la mia dedizione assoluta al Signore « ad vivendum et ad moriendum» (2Cor 7,3)6, offrendo tutto me, corpo ed anima, al servizio divino per la Chiesa, per le anime e in tutto secondo la divina volontà, pronto ad ogni sacrificio ora e sempre. Così sia.

 

1915-1918

La prima guerra mondiale

 

23 MAGGIO 1915

574. Domani parto per il servizio militare in sanità. Dove mi man-deranno? Forse sul fronte nemico? Tornerò a Bergamo, oppure il Signore mi ha preparata la mia ultima ora sul campo di guerra? Nulla so; questo solamente voglio, la volontà di Dio in tutto e sem-pre, e la sua gloria nel sacrificio completo del mio essere. Così e solo così, penso di mantenermi all'altezza della mia vocazione e di mostrare a fatti il mio vero amore per la patria e per le anime dei miei fratelli. Lo spirito è pronto e lieto (Mt 26,41). Signore Gesù, mantenetemi sempre in queste disposizioni. Maria mia buo-na mamma, aiutatemi «ut in omnibus glorificetur Christus» (Fu 1,18). (Traduzione: purchè Cristo venga annunziato).

 

1916-1917

NELLA FESTA DELLA MADONNA DI LOURDES 11 FEBBRAIO 1916-1917

A S. Pancrazio - Bergamo. A S. Tommaso dei Calvi - Bergamo. 575. Non più le moltitudini accorrenti, i cantici in varie lingue intorno alla bianca Regina, gli osanna a Gesù Ostia, ma dolori e dolori negli ospedali di Lourdes, intorno alla grotta; soldati infer-mi e feriti: echi di dolore dalla Francia, da tutto il mondo. Eppure al di sopra di tutto ciò la Madonna di Lourdes sta ancora là nel suo speco, nel suo atteggiamento, nei ricordi delle sue apparizioni, col suo cuore di madre di misericordia. Sta bene che in quest'ora di dolore e di ansie per tutti, ci racco-gliamo ancora presso di lei. Qui abbiamo Lourdes in qualche mo-do: la Madonna, i ceri, i cuori sofferenti e palpitanti. Maria nei ricordi delle sue apparizioni ha sempre delle lezioni da darci, utili in tutti i tempi, opportunissime nell'ora presente. Nell'ascoltarle rendiamo omaggio a lei, nel praticarle procureremo un gran bene alle anime nostre: lezioni di fede, di penitenza, di preghiera. 576. Fede. Tutti si accordano nel riconoscere a Lourdes, nelle apparizioni, il trionfo del soprannaturale. Ad un secolo che non crede più, se non ciò che vede, abbagliato dalla scienza profana, la Madonna discende a schiudere di nuovo gli orizzonti della fede; ad una società che ha abbandonato Dio, disprezzato i principi del-la vita cristiana, Ella richiama, nell'atto della sua stessa apparizio-ne, quei principi stessi, che hanno al loro vertice Iddio; ad una generazione, che corre pazza verso un nuovo paganesimo, Maria dice l'alto la', facendo raggiare la sua luce di purezza, la sua digni-tà di Madre divina, il suo esempio di santità consumata. Si noti: Maria nelle sue prime apparizioni non parla, perché il fatto stesso del suo apparire ha un linguaggio più eloquente di qualunque di-scorso. Essa compare non ai grandi, non agli scienziati, ai potenti, per far comprendere che non sono le grandezze, la scienza, la po-tenza umana che contano davanti al Signore, ma l'umiltà, la sem-plicità, la debolezza di Bernadette: apparendo vuol ridestare la fede, ma vi riesce facendola poggiare sulla affermazione di una sempli-ce pastorella. 577. Grande lezione anche per il tempo nostro. Le agitazioni at-tuali dei popoli significano lo smarrimento, almeno in chi ne fu la causa; lo smarrimento dei principi della fede. Noi affoghiamo un'altra volta nel naturalismo. Il trionfo delle tre concupiscenze: ecco ciò che spiega tutte le guerre, specialmente la guerra attuale. Noi facciamo troppa politica: a vicenda rinfocoliamo i nostri odii, e intanto gronda il sangue; gli accorgimenti umani fanno fiasco, anche le forze degli eserciti si fiaccano... e le madri piangono. Come è doloroso lo spettacolo della guerra. Su, in alto, gli sguardi e le menti. Ecco la Madonna di Lourdes. Populus qui ambulabat in tenebris vidit lucem magnam (Is 9,2). (Traduzione: il popolo che camminava nelle tenebre vide una gran luce). Sappiamo vedere un po' più negli avvenimenti odierni la mano di Dio che, attraverso i mali presenti, ci richiama ad una vita novella, ad una più giusta com-prensione dei valori della vita, e ci dice che beati saranno i popoli che avranno il Signore per loro Dio: Beatus populus cuius Domi-nus Deus eius (Sal 144,15). (Traduzione: beato il popolo il cui Dio è il Signore). 578. Penitenza. Una delle poche parole pronunciate dall'Imma-colata a Lourdes fu questa: «Penitenza, penitenza, penitenza». Troppo noi abbiamo peccato e per il peccato è giusta la purifica-zione. Ci ricordi ciò che è scritto e quanto avvenne nell'Antico Te-stamento, quanto ci racconta la storia ecclesiastica in vari secoli; i grandi predicatori di tutti i tempi che gridavano per le piazze: Pe-nitenza, misericordia, e suscitavano le folle e le spronavano ad atti anche pubblici di penitenza nel richiamo all'antica dottrina. Nel secolo XIX è venuta la Madonna di Lourdes a gridare: Penitenza. Il suo grido si prolunga sino a noi. Durante la guerra si compie il detto: Per quae homo peccaverit per haec et punietur. (Traduzione: al peccato commesso corrisponde adeguata punizione. Corrispondenza, per contrasto o somiglianza, delle pene di vari peccati con le colpe commesse). Infatti, guardate: concupiscentia carnis (Gv 2,16). (Traduzione: tutto quello che è nel mondo, la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita, non viene dal Padre ma dal mondo). Ecco tutte le comodità sacrificate fra gli stenti, fra le intemperie, fra il sangue che gronda dalle aperte ferite. Dio mio, quanto strazio! Altro che mollezze e piaceri: Concupiscentia oculorum. Ogni raz-za, ogni popolo vuole la dominazione del commercio che è ricchez-za, che è denaro; e ciascuno andava tronfio della propria ricchezza: p. e. Germania e Inghilterra; piùo meno gli altri popoli erano col-piti dalla stessa febbre. Viene la guerra. Quanto denaro sprecato, quanta ricchezza perduta, quale impoverimento delle nazioni, del-le famiglie, degli individui. (E il rincaro dei viveri che cosa è, se non l'indice della nostra progrediente povertà?). 579. Superbia vitae. Ah! l'albagia delle razze: quale umiliazione ha subita in questa guerra e poi la vita militare è vita di discipli~a, che è quanto dire di sacrificio del proprio io, in omaggio ad un bell'ideale, certo, ma è sempre sacrificio. I peccati dei popoli van-no ripartiti fra gli individui. Chi di noi può dire di non aver qual-che parte di colpa nella sventura generale? Chiniamo la nosra fronte umiliata, e ciascuno facendo il proprio esame di coscienza dica il suo mea culpa. E la Madonna di Lourdes continua ad invitarci a penitenza, a farci intendere il vero spirito col quale dobbiamo prendere la pre-sente tribolazione con tutti i mali che essa ne adduce in ogni ordi-ne sociale. Perché questo è ciò che importa di più: dai mali presenti trova elementi di bene per noi. Via dunque i lamenti, i piagnistei muliebri, ma robustezza virile come quella degli antichi padri. E un sacrificio che si compie? è un aggiungersi delle nostre pene alle pene di Gesù sofferente in noi? ai dolori di Maria compaziente a Gesù per lavare i peccati degli uomini? Ebbene, sappiamo soffrire come Gesù e Maria, cioè con serenità, esercitando la carità tutti, facendo tesoro di tutto: Qui seminant in lacrimis cum exultatione metent (Sal 126,56). (Traduzione: chi semina nelle lacrime mieterà nel giubilo). 580. Preghiera. Le mie parole, però, se richiamano a pensieri di mestizia e di penitenza, non sono intese ad esercitare una depres-sione nello spirito vostro: anzi ad elevarlo. Torniamo a Lourdes. La Madonna è sempre là nel suo atteggia-mento: occhi in alto, mani giunte, labbra in preghiera. Ed alla pre-ghiera invita la Bernardetta: «Prega per i poveri peccatori, e per il mondo tanto agitato » e vuole la chiesa, i pellegrinaggi, e men-tre in alto si levano i cuori, in basso fa zampillare una corrente purissima, che non è il Gave, che rappresenta il corso delle idee e della vita mondana, ma apre il fiume della vita vera. Oh! la pre-ghiera: la gran cosa che essa è. Non conviene mai dimenticare co-me Iddio l'abbia voluta costituire il vincolo fra il cielo e la terra, e come tutto abbia promesso alla preghiera. Lo so, lo so, la grave obiezione che si fa: abbiamo pregato tan-to, ma il Signore fa il sordo, e poi tutti lo pregano, anche i nostri nemici, per ottenere appunto quello che è un disastro per noi. Per carità, abbiamo tanti doveri da compiere noi, e tanti fastidi, che proprio non occorre ci preoccupiamo del come il Signore potrà esau-dire le preghiere che da vari popoli gli si fanno. Preghiamo bene noi, proprio bene: con una chiara visione dei fini illuminati e ordi-nati dalla fede, e lasciamo al Signore l'impegno di risponderci. Se egli tarda a concederci quanto chiediamo, gli è perché ciò ancora non tornerebbe a nostro bene. Non per questo si diminuisce il no-stro dovere di pregare. 581. Il Signore ha detto: Sine intermissione orate (Lc 18,1): (Traduzione: disse loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi) usque ad importunitatem (cfr. Lc 18,5); (Traduzione: fino ad importunare) pulsate, pulsate (Mt 7,7; Lc 11,9): (Traduzione: bussate e vi sarà aperto). lasciando intendere come questi casi di ritardo fosse-ro già contemplati nell'ordine della sua provvidenza. La pace, la pace! il voto, il desiderio, la domanda supplichevole di essa sia in cima ai nostri pensieri, ai nostri affetti - e non occorre dire che noi non vogliamo una pace qualsiasi purché la si finisca la guerra, ma quella pace che vuole il Signore, e che S. Tommaso dice essere opera di giustizia: opus justitiae est pax, quella che è il vero e massimo bene di una nazione. La S. liturgia ci pone sulle labbra la formola della nostra preghiera, specialmente per noi sacerdoti durante la S. Messa, il nostro Santo Padre ha dettato quella che è la preghiera del popolo: recitiamola sempre bene quella preghie-ra, così come ogni giorno che passa ce la fa apparire sempre più bella e più vera. E il Signore ci darà la pace quando ciò risponderà ai nostri massimi beni: e saremo contenti allora nel pensiero che nulla si è perduto coll'attendere. Intanto noi cerchiamo di antici-pare il regno della pace nei nostri cuori, poiché a nulla varrebbe quella delle nazioni, ove i nostri cuori fossero in tempesta. 582. E seguitiamo a pregare per i giovani nostri, perché il Signo-re li mantenga valorosi, buoni, vincitori di sé, delle loro passioni, dei loro nemici; per coloro che sono rimasti qui nella aspettazione affannosa, spesso nella incertezza sulla sorte dei loro cari, spesso nel lutto e nel pianto per le notizie infauste qui giunte e che non rivedranno mai più i loro figli, fratelli, mariti. Venga a questi la rassegnazione che solo può venire perfetta, soave, dai principi del-la fede. Preghiamo per tutti i nostri fratelli, per tutti noi, affinché attraverso le cure e i dolori per la patria terrena possiamo non per-dere, ma acquistarci con merito maggiore, la patria celeste. Per-ché, che cosa vale l'affannarci tanto qui, quando dovessimo perdere il Paradiso che tutti ci attende come estremo ed eterno riposo delle nostre anime e dei nostri cuori? E tu, Vergine, Madre Immacolata, continua a pregare con noi, per noi, e poi, come la liturgia di stamane ne invita a pensare, la tua destra potente ci sollevi tutti dalle nostre miserie presenti e ci conduca alla patria celeste: Quos caelesti alimento satiasti, suble-vet dextera Genetricis tuae Immaculatae, ut adpatriam quo tendi-mus mereamur pervenire. (Traduzione: Signore. Tu ci hai nutriti col pane celeste, concedi che tua madre ti venga in aiuto e che il suo braccio ci sostenga, affinché possiamo pervenire alla patria cui tendiamo). Così sia.

 

ORE DI ADORAZIONE NELLA CHIESA DI SAN BARTOLOMEO COME ATTO DI PREGHIERA PER I SOLDATI. 1916-1917

Venerdì 10 novembre 1916 Bergamo. 583. I soliti 4 atti: 1) fede e adorazione, 2) complinzione, 3) rin-graziamento, 4) supplica. Sentimenti espressi in nome dei singoli, in nome delle famiglie, in nome della nazione: in nome di tutta la Chiesa e la società dolorante per la continuazione della guerra.

Venerdì 24 novembre. 584. 1) Sermoncino: Commento breve dal salmo: Quam dilecta tabernacula tua, etc. (Sal 84,2) (Traduzione: quanto sono amabili le tue dimore). 2) Commento delle parole: Quid retribuam Domino, pro omni-bus quae retribuit mihi? Calicem salutaris accipiam et nomen Do-mini invocabo (Sal 116,12-13). (Traduzione: che cosa renderò al Signore per quanto mi ha dato? Alzerò il calice della salvezza e invocherò il nome del Signore). Unione del Sangue di Cristo con quello dei soldati che lo versa-no secondo le intenzioni redentrici ed espiatrici del Cristo. 3) Pater, peccavi in caelum et coram te (Lc 15,18). (Traduzione: Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te). Richiamo della parabola del figliol prodigo applicato alle singole anime. Non sum dignus vocari filius tuus (Lc 15,19). (Traduzione: non sono più degno di essere chiamato tuo figlio). 4) Non dimittam te, nisi benedixeris mihi (Gn 32,26). (Traduzione: non ti lascerò se non mi avrai benedetto).

Venerdì 5 gennaio 1917. 585. 1) Betlemme e il tabernacolo: domuspanis (casa del pane]. Confronti. Intorno a Betlemme e intorno all'Eucaristia lo stesso inno deve risuonare: Gloria in excelsis Deo (Lc 2,14). (Traduzione: gloria a Dio, nel più alto dei cieli). Inno di gloria, atto di fede. Breve ma completo commento. 2) La Liturgia di questo primo vespero dell'Epifania e i Magi: Riassunto delle pagine di S. Luca: Procidentes adoraverunt (Mt 2,1l). L'offerta dei doni 10 Aurum, la carità, l'amore. E il no-stro omaggio più bello all'Eucaristia. Sviluppi. 3) Thus [incenso]. La preghiera per noi, per i soldati combatten-ti, per tutti.4) Myrra. La mortificazione. In tempo di guerra dobbiamo im-porcela per necessità materiali, mentre non la si voleva in tempo di pace per spirito cristiano. Sappiamo vivificare la mortificazione che ci è doverosa: sappiamo anche imporcela. O Gesù, dacci la gra-zia di capire lo spirito della legge di mortificazione e saremo vitto-riosi di noi, di tutti i nostri nemici interni ed esterni, e saremo grandi, e sui nostri passi, come su quelli dei Magi, fiorirà la fede, la santi-tà, la civiltà.

Venerdì 14 dicembre 1917. 586. Aspettiamo il Natale: tutta la liturgia esprime con patetici accenti lo spirito di questa dolce attesa. Sulle tracce di S. Bernardo tre venute di Gesù noi celebriamo nel S. Avvento: 1) Ricordiamo la visita di Gesù Redentore e Salvatore del genere umano. Quanta misericordia per noi! In principio erat Verbum... et Verbum caro factum est (Gv 1,14). Notte e giorno, tenebre e luce, barbarie e civiltà, pagane-simo e cristianesimo: Gesù ha segnato il contrasto vittorioso fra tutto ciò colla sua prima venuta ed è rimasto, per l'umanità rigenerata da lui: via, verità, vita, che è quanto dire: progresso, felici-tà, pace. Gesù era Dio. Noi l'abbiamo qui presente sotto i veli Eucaristici, ed è sempre lui redentore, Salvatore nostro nei se-coli. Adoriamolo, ringraziamolo. All'annuncio della sua venuta: Gb-ria: pax. La Chiesa fa seguire il cantico di lode, di adorazione, di gratitudine: Laudamus te etc. Gratias agimus tibi etc. Sia il can-tico nostro. 2) Attendiamo la venuta di Gesù, sposo divino alle anime di cia-scuno per santificarle. Tutte le grazie del Signore a noi sono visite di Gesù, etc. 3) Attendiamo la venuta di Gesù giudice dei vivi e dei morti.

 

14 NOVEMBRE 1916

ALLE DONNE CATTOLICHE NELLA ANNUALE FUNZIONE DI SUFFRAGIO IN SAN BARTOLOMEO

[BERGAMO]

587. è il settilno anno che ci raccogliamo qui nel novembre a pregare per le socie defunte. Ogni volta un pensiero mesto ci ac-compagna: il ricordo di quelle anime elette che sono passate all'al-tra vita; quest'anno il pensiero è più mesto: poiché alcune delle socie sono morte, e sia pace santa all'anime loro; parecchie invece sono rimaste qui; ma, si direbbe, quasi sol per piangere i loro morti ca-rissimi che la guerra strappò alla gioia del loro amore. Il nostro sodalizio fu particolarmente provato: la nostra presi-dente ha perduto il suo primogenito, la segretaria il marito: anime elettissime ambedue tanto degne di vivere, tanto belle e mirabili anche nel morire. La terribile guerra, così dolorosa per tutti, è il calvario speciale delle madri e delle spose: essa le tiene, come la Vergine martire, in piedi presso la croce. Ebbene, questo è importante che nel me-stissimo ricordo delle socie defunte e dei nostri valorosi caduti per la patria, le donne cattoliche sappiano cogliere l'atteggiamento che loro si conviene durante questa tremenda ora di Dio che passa. Il preparare il loro spirito al compimento dei loro doveri sarà già un prezioso suffragio alle anime desideratissime che ci furono così care. Questi doveri della donna cattolica nell'ora presente, io li riassumo sulla traccia di un illustre prelato francese in tre paro-le: accettare con rassegnazione, pregare con fervore, lavorare con generosità. 588. 1) Accettare con rassegnazione. Alcuni si rivoltano e bestem-miano: collera inutile, imprecazioni superflue. La prova è una co-sa divina ben più forte di noi: chi vuol resistere la rende più dura. L'accettare è il sustine2 della saggezza antica, la rassegnazione esprime un concetto tutto cristiano. Gli stoici negano il dolore: ma esso esiste e talora è atroce; i cristiani lo ammettono e lo accettano perché Dio lo vuole o lo permette, per trarne un argomento di re-denzione. Dopo il Golgota, la rassegnazione è il sorriso cristiano nel dolore; essa ci dà la dolcezza feconda del Fiat voluntas tua. Meraviglioso flat fecondatore. Il fiat del Creatore: ilflat della Ver-gine Madre: il flat di Gesù alla vigilia della Passione. Diciamolo anche noi e parteciperemo della sua virtù generatrice: diciamo al Signore che abbracciamo la sua croce sanguinosa, accettiamo la sua corona di spine sul nostro capo: vogliamo rassomigliargli nel suo pensiero divino, nel suo corpo crocifisso. Donne, madri, spose, ditelo sempre questo flat: mentre i vostri cari danno la vita, date le vostre lacrime che sono il sangue del cuo-re; date le lacrime che non velino la visione della speranza, che non vi tolgono dalla croce presso la quale rimanete ritte e intrepide ac-canto a Maria, la regina e la madre dei dolori. 589. 2) Pregare con fervore. Gli uomini del mondo dicono delle grandi parole per addolcire i comuni dolori: l'invasione della pa-tria minacciata, l'eroismo, la gloria, il dovere di mantenerci all'al-tezza delle circostanze. Ma le parole tacciono, e il dolore resta, e più vivo lo si sente nella solitudine dei deserti focolari. Ci vuole una voce divina, la voce che viene dal Vangelo, dalla croce, dalla Eucaristia; ci vogliono le consolazioni di me. Queste ce le dà la preghiera: preghiera che conforta e che spera. Poiché la preghiera fa miracoli in ogni ordine di rapporti. Si crede che si possa vincere solo col coraggio e con le armi; ma chi non sa di quale efficacia sia la preghiera per le armi dei combattenti? In ginocchio, nelle chie-se, le donne non difendono meno la patria dei soldati nelle trincee: forse l'opera loro è anzi più efficace. Donne cattoliche, pregate: per le anime dei valorosi che non so-no più e per coloro che combattono e che soffrono. Per quelle la vostra preghiera sia come l'ala che li porta più presto e [sicuramente] alla corona; per questi sia come la cintura ed una corazza di bron-zo che li renda invulnerabili. La [pena] vi associa alla guerra, la preghiera vi associa alla vittoria. 590. 3) Lavorare con generosità. Le occasioni non mancano. Vi sono dei bambini, dei poveri, delle vedove, dei feriti, dei mutilati, dei prigionieri, dei morti. Scegliete poiché non potrete far tutto: e consacratevi a qualche opera di pubblica o di privata carità. Da-te un poco della vostra fortuna, date il superfluo, togliete se oc-corre anche il necessario; non accontentatevi se non comprendete di esservi imposte davvero dei sacrifici. Oh! la benedizione di Dio! Oh! la riconoscenza di tanti per voi: i meriti grandi per il presente e per l'avvenire. Per tal modo sarete davvero benemerite della pa-tria: e la virtù vostra, la vostra preghiera, la vostra attività genero-sa saranno il miglior suffragio per le anime che abbiamo comme-morato e che vogliamo felici nella luce di Dio.

 

26 MAGGIO [1917], SABATO

591. Due anni or sono come oggi me ne tornavo da Milano ve-stito da sergente ad iniziare qui il mio servizio militare. Ricordo con compiacenza quei giorni così drammatici eppure trascorsi per la grazia del Signore con tanta placidità. La domenica 23, festa di Pentecoste, trovandomi a S. Michele, prima di uscire per la Messa, fui informato della mobilitazione generale che comprendeva an-che la mia classe. La celebrazione immediata del S. Sacrificio contribuì a metter subito a posto il mio spirito adagiandolo in un completo abbando-no della mia vita nelle mani, presso il cuore di Dio. Intesi subito una letizia interiore di poter mostrare a fatti come io sacerdote sentivo l'amor di patria, che poi non è altro che la legge della carità applicata giustamente. Tornato in seminario or-dinai alla meglio le mie carte, aggiunsi alcune cose al mio piccolo testamento; questo affidai a monsignor Rettore Re; scesi al distretto per assumere più esatte informazioni sulle modalità della mia pre-sentazione; passai in Duomo ad ascoltare l'omelia di mgr Vesco-vo. Nel pomeriggio corsi a Sotto il Monte a salutare la mia famiglia che trovai e lasciai con calma e pronta a tutto. 592. L'indomani di buon ora ero a Milano alla caserma Ospe-dale S. Ambrogio; nel pomeriggio avevo ricevuto il nuovo abito militare. Dove mi avrebbero mandato? Non lo sapevo, non me ne preoccupavo soverchiamente. Non ci doveva pensare Iddio? E ci pensò. Da un muricciolo che taglia la arcata del monastero-caserma di S. Ambrogio, girandole tutto intorno, un sergente vociava: Oc-corrono soldati per Bergamo: chi è che vuole andare a Bergamo? Un mio caro alunno seminarista, il buon Personeni di Bedulita mi presentò all'improvvisato e piccolo arbitro dei miei destini militari e fui messo senza alcuno sforzo in lista per Bergamo. Perché non farmi raccomandare subito come cappellano militare? Parecchi an-che più giovani di me l'avevano fatto, e con poche esibizioni otte-nuto. Era cosa tanto facile in quei giorni di completa disorga-nizzazione... bastavano poche lire fatte correre al graduato che te-neva la lista e di fatto so di non pochi che riuscirono così. A me questo sistema non piacque: mi sarebbe sembrato un tentar Dio. Meglio nella umiliazione dell'abito militare secondo le evidenti di-sposizioni della Provvidenza, che cercare un posto più alto forzando un po' la mano al Signore che mi aveva già trattato così bene. E poi il pensiero della responsabilità del ministero di cappellano mi-litare, specialmente con un reggimento al fronte, mi spaventava, non tanto per il timore di perder la vita, che è pur sempre cosa ca-ra, quanto di un insuccesso dannoso ai soldati e non decoroso per me e per la dignità sacerdotale. Guai a me se avessi dovuto dire un giorno a me stesso: In questo imbroglio mi ci son voluto mette-re da me; ora pago il fio della mia presunzione. 593. Richiamai dunque il «niente domandare e niente rifiuta-re » di san Francesco di Sales e mi trovai contento ad onta di tutti gli assalti del mio amor proprio che il Signore mi aiutò a far tace-re; e mi aiutò così bene che per parecchi mesi mi fece trovare natu-ralissimo che io fossi sergente e niente altro che sergente. Le due giornate trascorse a Milano furono piene delle impres-sioni più varie. Ricordo il correre un po' qua, un po' là dalle suore, dalle buone sorelle di mgr Cavezzali, per adattarmi gli abiti troppo scarsi per la mia voluminosa persona; l'impressione di sgomento e di tristezza al passaggio silenzioso di un battaglione di forti alpini che partivano di buon mattino, attraverso via Me-ravigli ancora deserta in quell'ora, per il fronte; la visita, insie-me col buono e caro chierico sergente Giovanni Marchesi, a S. Ambrogio, al Duomo sulla tomba di S. Carlo, al Cardinale Ar-civescovo, ad altri luoghi e persone; il ritrovo di tutti i preti soldati la sera del 25, in Arcivescovado, dove Sua Eminenza parlò tanto bene; dove io avrei voluto rispondergli in nome di tutti i sacerdoti lombardi presenti e poi invece non sentii il coraggio di proferir pa-rola; l'incontro tra il pigia pigia dei richiamati che aspettavano il turno per provarsi gli abiti militari, col povero prete spretato (...) di non ricordo più qual diocesi di Romagna, e la confidenza che mi fece; poveretto, la fiducia che mi disse di avergli ispirato colle buone parole con cui cercai di confortarlo. Qu~nto mi dispiacque di non averlo più potuto incontrare! Forse era un' anima ancora capace di redenzione e di un ritorno a Dio ed ai suoi doveri sacer-dotali. 594. L'indomani verso mezzogiorno, accompagnando 25 uomi-ni come fossi il generale in capo dell'esercito d'Italia, partivo dalla stazione di Milano per Bergamo dove giunsi all'Infermeria Presi-diana e senz'altro il Capitano Volpi mi annunziò che io ero desti-nato all'Ospedale militare del Seminario. La stessa sera io ero già al mio posto, mutato di abito, ma risiedendo nella stessa camera presso la Cappella Maggiore, donde tre giorni innanzi ero partito col pensiero forse di non rivederla più. Proprio vero che qui confldit in Domino non minorabitur (Sir 32,28). (Traduzione: chi confida nel Signore non resterà deluso).Tre giorni innanzi, quando li lasciai, i miei colleghi Su-periori del Seminario si condolevano con me, il solo mobilitato per allora e mi facevano gli auguri di buona fortuna. A così poca di-stanza di tempo io ero il solo che potevo abitare ancora nella mia piccola camera; tutti gli altri avendo dovuto ritirarsi dalla loro per lasciare sgombro il locale ai soldati.

 

NOTE SPARSE

Bergamo, 10 settembre 1918. 595. «...et tenuisti concutiens extrema terrae, et excussisti im-pios ex ea? » (Gb 38,14). è il gran fatto di questi anni. Iddio però non distrugge se non per riedificare.

Bergamo, 13 settembre 1918. In questi tre giorni si è tenuto un breve ritiro a noi preti soltan-to, presso la chiesa di San Giuseppe. Predicò il prevosto Musi-telli, e disse ottime cose, molto sensate e fatte per noi. Ieri, per esempio, si chiedeva se la crudezza della disciplina mili-tare, per noi preti di guerra, non fosse anch'essa un tratto di prov-videnza, per impegnarci ad apprezzare e adThmare tanto più la disciplina ecclesiastica, così soave nel confronto. 1919-1920 A Bergamo, padre spirituale del seminario direttore della «Casa dello Studente»

 

1919-1920

ESERCIZI SPIRITUALI DOPO LA GUERRA PRESSO I PRETI DEL SACRO CUORE, 28 APRILE - 3 MAGGIO 1919

596. 1. In quattro anni di guerra, trascorsi in mezzo ad un mon-do in convulsioni, quante grazie del Signore per me, quanta espe-rienza, quante occasioni di fare del bene ai miei fratelli! Gesù mio, vi ringrazio e vi benedico. Rammento le tante anime di giovani che ho avvicinate in questo tempo, delle quali molte accompagnate da me all'altra vita; e mi sento ancora commosso, e il pensiero che pregheranno per me mi dà conforto ed incoraggiamento. 2. Mentre ci si risveglia tutti come nella luce di un giorno novel-lo mi tornano ad apparire, fatti anche più chiari e decisi, quei su-premi principi di fede e di vita cristiana e sacerdotale che per la grazia di Dio furono il nutrimento della mia giovinezza: la gloria del Signore, la mia santificazione, il Paradiso, la Chiesa, le anime. Il contatto di questi anni col mondo volge tutti questi principi e li eleva e li trasfonde in un sentimento più ardente di apostolato. Siamo nell'età matura: o conchiudo ora qualche cosa di pratico, o diventano più terribili le mie responsabilità per aver sciupato le misericordie del Signore. 597. 3. Base del mio apostolato voglio la vita interiore, intesa alla ricerca di Dio in me, all'unione intima con lui, alla meditazio-ne abituale e tranquilla delle verità che la Chiesa mi propone, e secondo l'indirizzo dei suoi insegnamenti, effusa nelle pratiche este-riori che mi saranno sempre più care, e al cui orario voglio essere fedelissimo, più che non lo sia stato per la mia negligenza, e in parte per non averlo potuto, durante questi anni di vita militare. Soprattutto cercherò le delizie della vita con Gesù Eucaristia. Da ora innanzi avrò il Ss. Sacramento vicino alle mie camere. Prometto di fargli compagnia, e di corrispondere all'onore grande che mi fa. 598. 4. Da qualche mese mi sono fatto una casa, e l'ho provve-duta secondo convenienza. Eppure, forse mai come ora, il Signore mi fa sentire la bellezza e le dolcezze della povertà di spirito. Mi sento disposto ad abbandonare tutto su i due piedi, e senza rim-pianti; e mi sforzerò di mantenere sempre, finché viva, questo di-stacco da ogni cosa mia, anche da quelle che mi sono più care. Specialmente mi obbligo a cercare la perfetta povertà di spirito nel distacco assoluto da me stesso, non preccupandomi in alcun modo di posti, di carriera, di distinzioni, o di altro. Non sono già troppo onorato così, nella eccelsa semplicità del mio sacerdozio, e del ministero non cercato da me, ma affidatomi dalla Provviden-za, per la voce dei miei superiori? Insisto molto su questo punto che è fondamentale per i miei buoni successi. Non dirò mai una parola, non compirò un atto, scaccerò come tentazione ogni pensiero che in qualunque modo sia coordi-nato a che i superiori mi diano posti od incarichi di maggior di-stinzione. L'esperienza mi insegna a temere le responsabilità. Queste, gravissime in chi se le è assunte per obbedienza, diventano spaventevoli per chi se le è procurate da se stesso facendosi innan-zi prima, o senza essere stato chiamato. Gli onori poi, le distinzio-ni anche nel mondo ecclesiastico sono «vanita vanitatum » (Qo 1,2): affermano la gloria di un giorno; sono pericolosi per la glo-ria dei secoli e del paradiso: valgono poco anche secondo la sag-gezza umana. Chi è passato accanto e in mezzo - come è accaduto a me in Roma, e nei primi dieci anni di sacerdozio - a queste inezie, può ben dire che queste non meritano altro nome. Avanti, avan-ti chi vuole: non invidio alcuno di questi fortunati. «Mihi autem adhaerere Deo bonum est, et ponere in Domino Deo spem meam» (Sal 73,28). (Traduzione: il mio nome è stare vicino a Dio; nel Signore Iddio ho posto il mio rifugio). 599. 5. Ci furono giorni nel passato, in cui non sapevo che cosa avrebbe voluto il Signore da me nel dopoguerra. Ora non c'è più ragione di incertezze o di cercar altro: l'apostolato per la gioventù studiosa, ecco la mia missione principale, ecco la mia croce 4. Ri-pensando al modo, alle circostanze, alla spontaneità colle quali que-sto disegno della Provvidenza, per mezzo dei superiori, si è improvvisamente manifestato e si viene ora svolgendo, mi sento intenerito, e costretto a confessare che veramente il Signore è qui. Quante volte, raccogliendo a sera gli episodi della giornata, tra-scorsa fra le cure per i miei cari giovani, sento in me qualche cosa di ciò che faceva tremare, come nel contatto col divino, il cuore dei due discepoli sulla via di Emmaus! (Lc 24,32). Oh, come è ve-ro che basta fidarsi completamente del Signore per sentirsi prov-veduti di ogni cosa! Il «nihil habentes» e l'«omnia possidentes» (2Cor 6,10) (Traduzione: non abbiamo nulla e possediamo tutto) si rinnova sotto i miei occhi quotidianamente. Non voglio debiti e non ne ho. Sempre mi è vicina la preoccupazione del futuro. Ma sempre mi viene fornito il necessario; qualche vol-ta il sovrabbondante. Questa constatazione della divina assistenza, se da un lato con-forta la mia miseria, dall'altra costituisce un nuovo impegno di ono-re a rimanere fedele alla mia vocazione, a cooperare «usque in finem » (Mt 10,22) alla grande opera che mi ha affidato Gesù per i carissimi suoi giovani. Tutte le mie cure, pensieri, affetti, fatiche, studi, umiliazioni, ama-rezze, io le devo oggimai rivolgere a questo solo, cioè alla ricerca della gloria di Gesù, attraverso la formazione della generazione no-vella secondo lo spirito suo. Nulla di più onorifico e bello per me, nulla di più importante, massime oggidì, nella Chiesa di Dio. 600. 6. A riuscire nel mio apostolato, non conoscerò altra scuo-la pedagogica che quella del divin Cuore di Gesù. «Discite a me, quia mitis sum et humilis corde» (Mt 11,29). (Traduzione: imparate da me che sono mite e umile di cuore). Anche l'esperien-za mi ha confermato la assoluta bontà di questo metodo, a cui so-no assicurati i veri trionfi. Amerò i giovani come una mamma, ma sempre nel Signore e nella intenzione di preparare in loro degni figli alla Chiesa, e, se mi fosse possibile, generosi apostoli della verità e del bene per l'av-venire, nell'atto stesso che vengo educando in loro le speranze più belle delle famiglie e della patria. Sarò particolarmente vigilante perché nella mia casa si manten-ga sempre diffuso un grande profumo di purezza da cui i giovinet-ti rimangano presi, formandosi così quelle impressioni che si fissano poi profonde, e sopravvivono anche nelle lontane battaglie della vita. Nulla di manierato e di artifizioso; ma nella semplicità del tratto, della parola, quel non so che, che avvolgeva le persone dei santi educatori antichi e moderni come in una atmosfera di cielo, e li rendeva istrumento di tanto bene, veri fabbricatori di anime grandi. Signore, Signore, alutatemi perché io segua, almeno da lon-tano e nella mia piccolezza, questi luminosi esempi di apostoli in-signi della gioventù. 601. 7. L'opera iniziata è vasta; la messe già biondeggia nei cam-Pi, ma purtroppo mancano gli operai (Mt 9,37). Sarà mia solleci-tudine chiedere a Dio colla preghiera e poi darmi attorno, per ispirale nei giovani chierici e sacerdoti amore e trasporto per que-sta forma di ministero che è, fra tutte, eccellentissima; renderla lo-ro simpatica, specialmente a quelli che dalla natura e dalla grazia hanno sortito attitudini caratteristiche a vivere coi giovani. Chi sa che la buona parola, e più ancora il buon esempio, giovi, e presto io mi vegga circondato da una bella corona di fratelli, tutti ardenti di apostolato per la gioventù. Mi adoprerò ogni mio potere per-ché entrino in questo ordine di ideali e di opere i Preti del Sacro Cuore, che furono istituiti principalmente per questo, e di cui bi-sogna procurare l'accrescimento, essendo destinata, questa nostra congregazione, a penetrare del suo spirito di apostolato e di disci-plina ecclesiastica tutta la diocesi di Bergamo.

 

1921-1924

Roma, a servizio di Propaganda Fide

 

1921

GIOVEDl SANTO 24 MARZO PAROLE AGLI ALUNNI DEL SEMINARIO ROMANO NELLA CAPPELLA DELLA FIDUCIA

602. La solennità del giorno, le emozioni della liturgia mattuti-na, la Comunione. Ancora intorno alla Tavola del convito, come gli Ebrei in piedi, col bastone in mano, vesti succinte. Adorare - ringraziare - amare. Nell'amore lo spirito di apostola-to che si accende dai contatti col Sacramento di amore.

 

28 MARZO, LUNEDI' DI PASQUA

603. Luce di conforto. Udienza privata del S. Padre Benedetto. Sono ricevuto con onore alle 10.15, subito dopo il cardinale [Dio-nisio] Dougherty di Filadelfia. Mi trattenne oltre mezz'ora, buo-no, confidente, amabile, su molte cose: Opera della Propagazione della Fede (gli sta a cuore ed ha le linee giuste e larghe, senza en-trare in minuzie), la situazione di Bergamo: il movimento Cocchi, le vicende politiche, il Vescovo, il Congresso Eucaristico, il conte Medolago, la Scuola Sociale, e i ricordi mesti delle tribolazioni di mons. Radini, ecc. Sono contento di aver risposto a tutto con serenità e parmi con molto rispetto di cose e di persone. Impressione generale molto buo-na. Benedisse le opere che lascio e quella che intraprendo ed espresse la compiacenza di potermi vedere più frequentemente, ora che deb-bo stabilirmi in Roma. Rimango veramente confortato di questo suggello prezioso posto sopra il mio nuovo apostolato. Nel pomeriggio visito con mgr Guerinoni la chiesa e le opere parrocchiali di Ognissanti, fuori porta San Giovanni e converso lungamente con don Orione del quale si può ben dire: Contempti-buia mundi elegit Deus ut confrndatfortia (cfr. 1Cor 1 ,27). (Traduzione: Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato per confondere i forti).

 

1922

MEDITAZIONI PER LA SETTIMANA SANTA A PICCOLI SEMINARISTI VELLETRI 9-13 APRILE 1922

Introduzione

604. Il trionfo pacifico di Gesù in Gerusalemme. Poi il nascon-dimento per alcuni giorni: preparazione più intensa alla Passione. Seguiamolo anche noi. Ragioni di far bene questo Ritiro: siamo cattivi? buoni? indif-ferenti? Modi di farlo bene: 1) silenzio; 2) raccoglimento: non distrarsi e non distrarre; 3) preghiera.

I giorno

605. 1) il fine della vita In omnibus respice finem. Questo non è il piacere; né il danaro, né la gloria mondana. è Dio: da lui veniamo - richiamo alle origini dell'uomo, al po-sto che ha nel creato. Non può che tendere a Dio. Dio conosciuto, amato, servito. Nella cognizione, la verità; nel-l'amore del cuore, la carità; nel servizio, la libertà. Quale grandez-za, quale gloria! 606. 2) il fine del sacerdozio Il Seminario - perché - come avvenne la chiamata - forme ordinarie e forme straordinarie di vocazione. Far conoscere Iddio, farlo amare, farlo servire: ecco il fine del sacerdozio. 1) Eccellenza. a) Partecipi e continuatori della opera di Dio ad extra: creazione, redenzione, santificazione. b) Soprattutto le ani-me: opus divinissimum. c) Intermediari fra cielo e terra: la con-giunzione dell'umano col divino. 2) Utilità. a) Vita piena di meriti. b) Grazie ingenti promesse da Dio e da lui concesse. c) Gloria assicurata in cielo e anche sulla terra. 3)Felicità. a) Vita quieta e lietissima spiritualmente. b) Morte placida ed invidiabile. c) Glorificazione sovrabbondante. Per esem-pio il Curato d'Ars. Il sacerdozio realizza in una forma più alta che non per tutti i cristiani le principali petizioni del Pater: adveniat regnum tuum, fiat voluntas tua, etc. (Mt 6,10). Sentimenti: a) di riconoscenza per la vocazione ricevuta; b) di fedeltà alla medesima. Il sacerdote o è perfetto e santo, o nulla vale. 607. 3) La S. Confessione e la direzione spfrituale La Confessione solutio difficultatum «mettetevi là» di p. Ravignan. Il sacramento: sua prova, sua natura, sua bellezza. Quale confessione fare: come prepararsi, come farla. La direzione spiri-tuale - sua importanza per il seminarista: come approfittarne. 608. 4) il peccato Teoria e pratica. Tutti siamo peccatori. Ragione di umiltà. Il peccato considerato in sé: a) rivolta; b) ingratitudine; c) cru-deltà. Esempi. Il peccato considerato nelle sue conseguenze: a) rimorso della coscienza; b) ci espone al pericolo di morte; c) al pericolo del-l'inferno.Ilpeccato considerato nei suoi castighi: a) punito negli angeli; b) punito nei progenitori e in tutti i dolori dell'umanità; c) punito in Cristo Crocifisso. Risoluzioni generose.

II giorno

609. 1) Morte, giudizio, inferno. 2) La isericordia di Dio. 3) Il regno di Cristo. Servire a lui o servire al mondo. Confronti -contrasti - premi. 4) Gli esempi della vita nascosta (di Gesù) Purezza - silenzio - obbedienza.

III giorno

610. 1) Gli esempi della vita pubblica - tentazioni - nemopro-pheta in patria - lavoro - zelo per le anime e tutto per loro. Va-rie forme di apostolato per il seminarista. L'Opera della Prop. della Fede e in genere l'interessamento per le Missioni. 2) La preghiera secondo gli esempi di Gesù. Elevatio mentis in Deum, meditazione, preghiera liturgica, la preghiera vocale. 3) Tria omnium carissima secondo 5. Giov. Berchmans: Le re-gole - il rosario - il Crocifisso. 4) L'Eucaristia e la Passione (Adorazione al SS. Sacr.). Ricordi:Gesù nel cuore - cioè fuga dal peccato - purezza, calma e lena in tutto, amabilità, pazienza, fervore di apostolato; Maria sulle labbra: devozione alla Madonna espressa nello studio di piacerle, nella prontezza a confidare in lei, nelle pratiche di pietà verso di lei.

 

GIOVEDI' SANTO 1922 - 13 APRILE PAROLE AGLI ALUNNI DEL COLLEGIO DI PROPAGANDA

611. «Cenantibus autem illis etc. » l'antifona del vespero, sin-tesi di tutte le impressioni della giornata: mestizia e tenerezza. Men-tre cade la sera siamo di nuovo intorno alla tavola del convito. Ascoltiamo le parole di Gesù quale S. Giovanni ce le lasciò. Capi-toli XIV. XV. XVI. XVII. Esse sono la più splendida illustrazione del Sacramento, esse ci dicono che cosa debba essere l'Eucaristia per noi. 1) Nostra vita. La felice comparazione della vite e dei tralci: il richiamo al discorso della promessa (cap. VI): Ego sum panis vi-tae (Gv 6,35). Il bisogno che noi abbiamo: la bellezza della nostra unione con Cristo in anima e in corpo, per la 5. Eucaristia. Sine me nihilpotestisfacere. Suo valore - sua applicazione. Panis vi-vus, vitam praestans homini, praesta meae menti de te vivere. Im-portanza delle cose dette specie per la vita sacerdotale. 612. 2) Nostra forza. Non turbetur cor vestrum... (Gv 14,1). Con-fidite, ego vici mundum (Gv 16,33). Tradent enim vos, etc. Le prospettive della lotta: il saggio che già ne abbiamo dentro di noi: pericoli e nemici di ogni genere. Gesù nostro conforto; la virtù della sua grazia; la sua promessa. I fatti: martiri e missiona-ri, santi e apostoli. Esempi da Roma, esempi antichi e recenti da tutto il mondo. 3) Nostro gaudio. Haec dixi vobis ut gaudium meum in vobis sit et gaudium vestrum impleatur. Noi siamo fatti per godere non per soffrire, ma non si giunge alla gioia se non per la sofferenza. Così ha insegnato e ha fatto Gesù. Per questo l'Eucaristia. Panem de caelo: omne delectamentum in se habentem: calice inebriante e preclaro. La nostra vita sarà sacrificio se vorrà valere qualche cosa: ma nel sacrificio, il gaudio che ci sosterrà, verrà da Gesù del-la Eucaristia. Il discorso è finito. Il maestro trovasi in fondo alla valle presso il torrente. Al di là sta il Getsemani: poi la notte~n casa di Caifas: l'abominazione, la morte. Quando domattina lo rivedremo, non sarà già più lui. Anche per noi il domani sarà, forse, crux et marti-rium. Coraggio: ci confortano le parole di Gesù qui proposito sibi gaudio sustinuit crucem: ci conforti sempre il suo Sacramento d'amore.

 

VENERDI' SANTO 1922 14 APRILE - ORE 15 PAROLE AGLI ALUNNI DEL SEMINARIO ROMANO LATERANENSE

613. Il Crocifisso: è sacerdote è maestro è re. Dobbiamo unirci al suo sacrificio nella Eucaristia e nella vita. Ascoltare i suoi insegnamenti come S. Bernardo li descrive... e praticarli. Adorare la sua divinità e cooperare al suo trionfo.

 

1923

RITIRO PASQUALE AL SEMINARIO VATICANO

24-28 MARZO 1923

Introduzione Come a Velletri [9-13 aprile 1922].

I giorno

614. 1) Il fine. 2) Riforma (...) per il servizio in S. Pietro. Ai semiconvittori ho parlato del rito delle Palme e dei suoi insegnamenti: vanità dei trion-fi umani: nostra preparazione ai dolori della vita per meritare con Gesù: veri trionfi della terra e del cielo. 3) Medit. Le finalità del Sacerdozio. 4 )il peccato.

II giorno

1) I novissimi a) morte: certa, incerta, fine di tutto il sensibile; b) giudizio: tremendo nei ricordi delle grazie ricevute, della molti-tudine dei peccati, nella incertezza della sentenza; c) inferno: pena del danno, del senso: il fuoco, l'eternità. C'è l'inferno e tu ridi? Il «quidprodest homini » secondo S. Francesco Saverio. Ai piedi del Crocifisso: ut in aeternum parcas. 2) La confessione (riforma). 3) La misericordia di Dio. Parabola del figliuol prodigo: con spe-ciale applicazione infine alla felicità dello stato sacerdotale in con-fronto alla vita del secolo e dello stato del giusto comparato a quello del peccatore. 4) L 'imitazione di G. C. Gli esempi della vita nascosta: purezza - silenzio - obbedienza. Speciale rilievo dato al silenzio come ele-mento di formazione morale.

III giorno

615. 1) Il progresso di Gesù: sapientia, aetate et gratia (Lc 2,52). Applicazioni pratiche alla vita del giovane seminarista. 2) Quattro quadretti: il seminarista impostore, il poltrone, il su-perbo, il permaloso. Tocchi brevi, vivi ed efficaci. 3) Vita di apostolato di Gesù. Vittoria sulla tentazione. La vo-cazione. La domanda della madre dei fighuoli di Zebedeo. La pre-ghiera e l'apostolato. Applicazioni alle idealità sacerdotali del seminarista. 4) L 'Eucaristia e la Croce, l'amore e il sacnficio.

Ultimo giorno

La ricompensa della terra e del cielo. Ricordi. «Tria carissima » di 5. Giovanni Berchmans: la regola; il rosario; il crocifisso.

 

ESERCIZI DI NATALE AL COLLEGIO CAPRANICA. ROMA 19-23.XII.1923

Introduzione. 616. Apparuit gratia Dei et Salvatoris etc. (Tt 2,11-12) e com-mento fino all'erudiens nos. (Traduzione: è apparsa infatti la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini, che ci insegna a rinnegare l'empietà e i desideri mondani e a vivere con sobrietà, giustizia e pietà). 1. Ut abnegantes impietatem et saecularia desideria. L'impietas è la distruzione dei principi su cui si fonda il buon ordine del rap-porto dell'uomo con Dio e con le creature. Quali sono questi principi? Dio. E il creatore, il padrone. La teo-logia della creazione. Il fine: la gloria di Dio. Le creature. Enarrant gloriam Dei (Sal 19,2): ragione di istru-mento e di diletto in rapporto all'uomo. Nella gloria di Dio il loro termine e il loro bene. L'uomo. Il microcosmo, sacerdote eterno della creazione. La pa-gina del Genesi: anche per lui la gloria di Dio termine e felicità. Termine assoluto: felicità se l'uomo la vuole. L'uomo sale a Dio per mezzo delle creature: la goccia del piacere. Meraviglia di questo ordine. Grandezza dell'uomo quando la ri-spetta. L'impietas è il sovvertimento di questo ordine: la corsa al piace-re e il fermarsi in esso. Quale miseria! Si aggiunga che tutto ciò prende valore più alto in quanto Dio è, oltre che creatore e padro-ne, anche il redentore ed il padre. 617. Il. Abnegare impietatem et exercerepietatem. Che cosa sia la pietà: conoscere, amare, servire il Signore. Sviluppi. Verità nel-la mente, carità nel cuore, libertà nelle opere: visione dunque, ri-cerca, servizio di Dio. E poiché il Cristo è l'espressione più alta della unione tra l'uo-mo e Dio, la perfezione sta nel « Veritatem facientes in charitate; crescamus in illo qui est caput Christus » (Ef 4,15). (Traduzione: facendo la veriotà nella carità, cresciamo in lui che è il capo, Cristo). Tale il fine del cristiano. Il fine del sacerdote: far conoscere, far amare, far servire il Si-gnore. Bellezza e splendori dell'apostolato! III. Una parola diretta sulla empietà e sui saecularia desideria. In contraddizione alla verità nella mente, l'errore; alla carità, la vanità; alla libertà la bramosia. In tutto, l'abuso delle creature: dapprima il piacere accanto a Dio, poi avanti, poi sopra Dio, il peccato, che appunto è aversio a Deo, conversio ad creaturas. Gravità del peccato; in un cristiano, specie in un ecclesiastico. Per carità, peccati mai, mal a qualunque costo. E i saecularia desideria, Kosmikas epithurìas, oppure cose di bre-ve durata. Come dice il Segneri? Sono i fascini mondani, che pe-netrano anche nel santuario. Sviluppi ampli: desiderio di piacere, di onore, di ricchezze. Perniciosi alla quiete spirituale, ingannato-ri, compromettenti. Principùs obsta. La ragione dei seminari: Vos de mundo non estis (Gv l7,26). Attenti bene anche alle piccole cose. Ut mentes nostras ad caelestia desideria erigas. Te rogamus, audi nos. (Traduzione: perchè tu sollevi le nostre menti ai celesti desideri, ti preghiamo, acoltaci). IV. Suggello ai buoni propositi concepiti circa l'abnegantes im-pietatem et saecularia desideria la meditazione dei tre novissimi: morte, giudizio, inferno.

II giorno

618. I. Sobrie - castità sacerd[otale]. Sobrie vivamus in hoc sae-culo. Lo spirito del mondo e lo spirito di Cristo. Castità e purezza nel cristiano e nel sacerdote. La purezza nell'A[ntico] T(estamento]; in Gio(vannij, nella Chie-sa, nella storia. E la gemma più fulgida e la stella del sacerdozio. Esempi pratici molti: il giovane suddiacono: la battaglia per la purezza. Ringraz[iamento] a Dio per il dono della vocazione che presup-pone la castità: legge dei sensi e legge dello spirito: gloria e vittoria del celibato portato con onore. Il.Sobrie. Custodia della castità. Così va intesa la sobrietas. Vedere S. Tommaso 2.2.149. E tripli-ce: Sobrietas mentis. «Oportet sapere ad sobrietatem» (Rm 12,3). (Traduzione: non valutatevi più di quanto è conveniente valutarsi). Studi profani e studi sacri: illusioni nella giovinezza: letteratura pe-ricolosa. Suggerimenti pratici. Meglio l'ignoranza (certe volte). Sobrietas oculorum. «Pepigi fedus» (Traduzione: avevo stretto con gli occhi un patto). etc. (Gb 31,1) Avverti-menti. Mortificazioni libere. Sobrietas sensuum: occhi, gusto, tatto, soprattutto questo: esem-pio dei santi. Un pensiero sulle tentazioni e una parola schietta sulle leggi del-la natura e della grazia. Dottrina di S. Francesco di Sales sulle ten-tazioni (Filotea p. IV. art. 3 e ss.). La pace nel sacerdote mortificato e incontaminato in morte. 619. III. Juste. Umiltà e amabilità. Dottrina completa sulla umiltà, secondo il: discite a me (Traduzione: imparate da me, che sono mite e umile di cuore). (Mt 11,29) di Gesù. Niente per sé, tutto con Dio e per Iddio: la gran-dezza dell'uomo umile e la piccolezza del superbo. Molte applica-zioni alla vita del seminario e del sacerdote. L'amabilità, la buona maniera. Beati mites. I piccoli quadri dal vero. I grandi successi sono dei mansueti. Possidebunt terram (Mt 5,5). (Traduzione: erediteranno la terra). Necessità di formarsi subito. IV. Juste. L'obbedienza. La grande virtù nella luce di Cristo in rapporto al Padre, in rapporto a Maria e Giuseppe. L'obbedienza del chierico è l'abbandono in Dio per la vita e per la morte, anche per il modo di morire: l'obbedienza ai Superiori in tutto. La vita e la costituzione della Chiesa cattolica, suppone l'obbe-dienza. Beati gli obbedienti: essi sono i più fortunati e i più accor-ti. Esempi pratici e incoraggiamenti. Il Christus oboediens del Natale e di Pasqua conforto per noi... Et donavit illi nomen quod est super omne nomen (Fil 2,10). (Traduzione : gli ha dato il nome, che è al di sopra di ogni altro nome).

III giorno

620. I. Pie. Natura della pietà: riassunto dei concetti preceden-ti, cognizione, ricerca, servizio di Dio. Lo sp~rito è l'inclinazione a tutto ciò coltivata devotamente. Sorgente della pietà: la Liturgia e il Codice di Diritto Canonico. Importanza e bellezza della liturgia: tesori in essa racchiusi. Im-portanza del Codice come regola di tutti i rapporti del sacerdote. Gli esercizi della pietà come devono essere compiuti, digne, atten-te, devote. (Traduzione: con dignità, attenzione, devozione). Il. Gli esercizi e pratiche di pietà. Tre difetti da evitare: il fari-saismo, l'isolamento, l'incostanza. Esercizi: obbligatori, di puro consiglio, facoltativi. Criteri e sug-gerimenti pratici. Importanza dell'esame, confes[sione] e direzione. III. Il fiore più bello della pietà cattolica: Maria: Materpietatis, appunto perché Mater pulchrae dilectionis et timoris et agnitionis et sanctae spei. (Traduzione: Maria, madre della pietà, del bell'amore, del timore, della conoscenza e della santa speranza). Varietà nei titoli: preferenze, grande libertà, ma amore e devozione tenerissima. L'officium parvum e il Rosario. Il centro della pietà: Gesù Cr(isto]. In lui cielo e terra, Dio e l'uo-mo. Ora Gesù deve essere oggetto della nostra devozione, nel Van-gelo e nella croce, nel Sacramento, nel Vicario [suo] il Papa. La devozione al Papa caratteristica del buon prete. Nella stessa luce deve essere posto il Vescovo, secondo ciò che dice S. Ignazio mart.: ut Christum Dominum. 621. IV. Il resto della epistola: Expectantes beatam spem et ad-ventum gloriae magni Dei et Salvatoris nostri Jesu Christi, qui dedit semetipsum pro nobis ut nos redimeret ab omni iniquitate et mun-daretsibipopulum acceptabllem, sectatorem bonorum operum. Haec loquere et exortare in Jesu Christo Domino nostro (Tt 2,13-15). (Traduzione: nell'attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e nostro Salvatore Gesù Cristo, il quale ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formarsi un popolo puro che glòi appartenga, zelante nelle opere buone. Questo devi insegnare, raccomandare e rimproverare con tutta autorità). La visione del trionfo di Cristo ci dà il senso di ciò che lo deve preparare. Prima è il regnum tuum sulla terra colla conversione degli infedeli. Per questo il sacerdozio è apostolato. Il significato del «Docete omnes gentes » (Mt 28,19) (Traduzione: ammaestrate tutte le nazioni), in rap-porto a tutto il Vangelo: a Cristo, alla Chiesa, al sacerdozio. Esame delle ragioni false e povere per cui si sale al sacerdozio. Siamo apostoli per tutte le anime: l'obbedienza determinerà le forme concrete dell'apostolato, ma il cuore deve essere aperto a tutte. Il movimento missionario moderno: dovere e modi di cooperare ad esso. Chiusa I fiori del giovane chierico al Presepe: tre principali: purezza, umiltà, apostolato.

 

1924

ESERCIZI SPIRITUALI PRESSO I PP. GESUITI.

ROMA, VILLA CARPEGNA, 13-19 GENNAIO 1924

Riflessioni particolari. 622. Assistono il p. Folli, che già incontrai a Siena in occasione del passaggio colà del braccio di san Francesco Saverio, e il p. Santopaolo. Esercitandi siamo solo cinque, perciò non si predi-cano: ciascuno fa da sé. Ho sul tavolo il bel commento del p. Bucceroni, ma preferi-sco industriarmi da me, umilmente e fervorosamente, sul testo di sant'Ignazio. Il mio povero io è qui « ut vincat seipsum et ordinet vitam suam » (ES 2l), (Traduzione: per vincere se stesso e ordinare la propria vita) cioè vinca la sua lentezza, che è ancora tanta, guada-gnando in attività ed in rendimento maggiore: perché tutti dicono che lavora troppo; invece io so che conchiude ancora poco in con-fronto di tanto di più che dovrebbe dare per il suo ministero prin-cipale che è l'Opera della Propagazione della fede. 623. Sant'Ignazio, avanti ancora che la virtù, desidera vedere lo sforzo per ottenerla: «necesse est facere nos indifferentes erga res creatas omnes» (ES 23). (Traduzione: è necessario renderci indifferenti verso ogni cosa creata). Notevole l'esemplificazione del liberExercitiorum, circa il « pec-catum maius vei minus » di chi va contro la Bolla Crociata « quia non parum peccatur tunc, causam praebendo (ut contra ea aga-tur), aut faciendo contra tam pias exhortationes et commendatio-nes Superiorum nostrorum » (ES 42) Oh! quale conclusione dal meditare i tre peccati. «Quid egerim ego pro Christo »? Poco, po-co o nulla. «Quid agam pro Christo»? Qualche cosa, ma imper-fettamente, da poltrone. « Quid agere debeam pro Christo »? Tutto, o mio Signore, purché mi aiuti la vostra santa grazia (ES 53). La meditazione del regno di Gesù Cristo mi ha fatto molto be-ne. La voglio ripetere spesso, come ripeterò tutte le mattine il col-loquio bellissimo e forte che la chiude, e che mi sono scritto per devozione: « O aeterne Domine rerum omnium esto » (ES 91-100). Mi sono confessato da p. Folli e rimango con grande pace. 624. « Cogitet unusquisque, tantum se profectum facturum esse in omnibus rebus spirituallbus, quantum exiverit a proprio suo amo-re, voluntate, et utilitate (commoditate propria) » (lib. Exer. S. Ign., «De refor. vitae»: (ES 189). (Traduzione: ciascuno infatti si persuada che farà tanto maggior profitto nelle cose spirituali, quanto più si staccherà dall'mor proprio, dalla sua volontà e dal suo interesse). E' chiaro quindi: l'amore di Dio, non il mio; la volontà di Dio, non la mia; la comodità degli altri, non la mia. E tutto ciò sempre, dovunque, e con grande letizia. «Sicut angelus Dei nec benedictionibus, nec maledictionibus mo-vearis» (2Sam 14,17). (Traduzione: quale è un angelo di Dio, tale è il re mio Signore nell'infondere il bene e il male). Che bell'incoraggiamento al disprezzo del mondo, per chi, angelo di nome, lo vorrebbe essere anche di fatto! « Gesù Cristo risuscitato ha fatto della vita dell'uomo una festa continua ». Questo pensiero di sant'Atanasio chiude bene questi giorni, giorni cari e santi di spirituali emozioni. 625. Oggi si compie il terzo anniversario della mia venuta a Ro-ma per l'Opera della Propagazione della Fede. Il pensiero torna riverente alla Cattedra di San Pietro, da cui ogni apostolato pren-de ragione e vita. Da questo bel luogo di meditazione e di riposo, donde si scorge la cupola grandiosa, mando a quella cattedra di verità il mio saluto, e l'omaggio fervido dell'intelletto e del cuore. Unica giornata di sole, oggi. Nel suo tepore quale delizia qui, fra gli alberi, il cinguettio dei passeri e il canto delle campane di San Pietro! Riflessioni generali. 626. 1. Oggi, 18 gennalo, festa della Cattedra di San Pietro, si compiono già tre anni dacché ho iniziato, per obbedienza, il mini-stero di presidente, per l'Italia, della Pontificia Opera della Pro-pagazione della Fede nel mondo. Che tu mi sii sempre stato presente, o mio Signore Gesù, e buono e misericordioso, «testi-monia tua credibilia facta sunt nimis » (Sal 93,5). (Traduzione: degni di fede sono i tuoi insegnamenti). Ho lasciato a Bergamo, con pena, ciò che tanto amavo: il seminario, dove il Ve-scovo mi aveva voluto, indegnissimamente, padre spirituale, e la Casa degli studenti, figlia diletta del mio cuore. Mi sono gettato con tutta l'anima nel mio nuovo ministero. Qui devo e voglio re-stare senza pensare, senza guardare, senza aspirare ad altro, tanto più che qui il Signore mi dà dolcezze inenarrabili. 627. 2. Chi mi giudica dal di fuori mi ritiene un calmo ma co-stante lavoratore. Lavoro sì, sempre; ma in fondo al mio essere c'è una tendenza alla poltroneria e alla divagazione. Combatterò energicamente, con l'aiuto di Dio, questa tendenza. Per mia co-stante umiliazione, io dirò sempre a me stesso che sono un poltro-ne, un giumento che deve rendere assai di più, e più prestante, e che perciò deve esser trattato collo staffile. Speciale cura porrò a non procrastinare, ma afar subito ciò che deve esser fatto sollecitamente. In tutto, però, conservando in me, e comunicando agli altri, quella calma e quella compostezza per cui solamente le cose riescono, e riescono bene. Non mi preoccu-però se altri corre. Chi troppo corre, anche nelle cose ecclesiasti-che, non arriva mai lontano. 628. 3. Fisso come punti saldi del riordinamento della mia vita, i seguenti: Levata ore sei e preghiera in camera. Dalle sette alle ot-to, lavoro allo scrittoio. Dalle otto alle nove e trenta, santa messa e preghiera (meditazione ecc.). Più poche chiacchiere dopo pranzo e dopo cena. Un po' di passeggio ogni giorno, e in questo la visita al Santissimo. A letto alle ore undici, non mai dopo. Interverrò fedelmente almeno al caso morale; se posso anche al liturgico; sempre all'adorazione mensile dei sacerdoti a San Claudio. 629. 4. L'Opera della Propagazione della Fede è il respiro della mia anima e della mia vita. Per essa, tutto e sempre: testa, cuore, parola, penna, preghiere, fatiche, sacrifici, di giorno e di notte, a Roma e fuori; ancora lo dico, tutto e sempre. Altre occupazioni di ministero le accetterò, ma solo in « quantum possum » in su-bordine, e purché anch'esse servano ed io le possa far servire alla prima, che è la ragion di essere della mia presenza in Roma. Per riuscire meglio e dar sviluppo all'opera e a tutto il mio programma, ricorderò sempre e praticherò la regola di san Grego-rio, che è di far lavorare gli altri, e non riserbare tutto, o quasi tutto, a me: «A subditis inferiora gerenda sunt, a rectoribus sum-ma cogitanda, ut scilicet oculum qui praevidendis gressibus prae-minet, cura pulveris non obscuret» (Liber Regulae Pastoralis, II, c. 7). (Traduzione: i sottoposti devono ingerirsi negli affari d'ordine inferiore, mentre i superiori avranno da meditare le verità soprannaturali; affinché l'occhio che dall'alto deve dirigere i passi, ma venga oscurato da polvere fastidiosa). Fortunatamente ciò non mi costa, e per di più il Signore mi ha dato ottimi collaboratori. 630. 6. Insisterò sul buon uso della mortificazione in cose libe-re, affinché il Signore avvolga in una luce di purezza sacerdotale tutta la mia persona anima e corpo, « ut bonus odor Christi sim in omni loco » (Traduzione: affinché buona fragranza di Cristo io sia in ogni luogo) (2Cor 2, l4-15), pensando che se Dio non mi aiu-ta, anch'io sono capace di tutto. 7. La Chiesa, al di là di ogni mio merito, e in vista del mio uffi-cio, mi ha conferito dignità ed onore di prelato. Voglio illustrare questa degnazione della santa Chiesa per me con un grande spirito di umiltà interiore (ritenendomi, qual sono, l'ultimo e il più mise-rabile di tutti), e di amabilità con tutti, tanto più se piccoli ed umili.8. Propongo di usare uno studio speciale sul governo della mia lingua: evitando ogni parola - dico ogni parola - che in qualun-que modo offenda la carità. Su questo punto troverò sempre qual-che cosa per lo meno da migliorare, perciò vi insisterò nei miei esami. 631. 9. La delicatezza nelle parole che intendo usata col prossi-mo, specie coi superiori, soprattutto la voglio in tutti i miei eserci-zi di pietà, che reciterò «digne, attente, devote», anche per gaudio mio spirituale, ed «in aedificationem» del prossimo. «Cor Jesu flagrans amore mei, infiamma cor meum amore tui. Maria, mater gratiae, ora pro me. S. Joseph, ora pro me. S. Fran-cisce Xaveri, ora pro me. S. Francisce Salesi, ora pro me. Ss. Petre et Paule, et omnes Sancti, intercedite pro me». (Traduzione: cuore di Gesù ardente di amore per me, infiamma il cuor mio di amore per te. Maria, madre di grazia, prega per me. San giuseppe, prega per me, San Francesco Saverio, prega per me. San Francesco di Sales, prega per me. Santi Pietro e Paolo, e santi tutti intercedete per me).

 

1925

Ritiro di preparazione alla consacrazione episcopale

 

ROMA, VILLA CARPEGNA, 13-17 MARZO 1925

Preparandomi alla consacrazione episcopale. 632. 1. Non io ho cercato o desiderato questo nuovo ministero, ma il Signore mi ha eletto con segni così evidenti della sua volon-tà, da farmi ritenere grave colpa il contraddire. Dunque egli è ob-bligato a coprire le mie miserie ed a colmare le mie insufficienze. Ciò mi conforta, e mi dà tranquillità e sicurezza. 2. Sarò vescovo: dunque non c'è più tempo da far preparazio-ni; il mio, è stato di perfezione già « acquisita », non « acquiren-da ». « Episcopatus», dice san Tommaso, « ad perfectionem pertinet tamquam ad perfectionis magisterium »'. Quale spavento per me, che mi sento e sono così miserabile e difettoso in tante cose! Quale motivo a tenermi sempre umile, umile, umile! 633. 3. Il mondo non ha più fascini per me. Voglio essere tutto e solo di Dio, penetrato dalla sua luce, splendente della carità ver-so la Chiesa e le anime. 4. Rileggerò spesso il c. IX, lib. III dell'Imit. Christi: «Quod omnia ad Deum sicut ad finem ultimum sunt referenda». (Traduzione: tutto va riferito a Dio come ad ultimo fine). Mi ha fatto profonda impressione, nella solitudine di questi giorni. Lì, in poche parole c'è veramente tutto. 5. Col nuovo stato deve prendere un nuovo aspetto la mia vita di preghiera. Il « digne, attente, devote » vuol essere espresso in me e da me «in aedificationem» (Ef 4,16). 634. 6. Proposito e programma generale della mia vita di vescovo sarà quanto prometterò nella cerimonia della consacrazione, secon-do le gravi e commoventi parole del Pontificale; cioè: « a » accomodare omnem prudentiam divinae Scripturae sensibus... eamque (Scripturam) plebem verbis docere et exemplis; b) traditiones Patrum et Apostolicae Sedis constitutiones vene-ranter suscipere, docere ac servare; c) beato apostolo Petro et Romano Pontifici fidem, subiectio-nem et oboedientiam per omnia exhibere; d) mores meos ab omni malo temperare et quantum potero, Deo adiuvante, ad omne bonum commutare; e) castitatem et sobrietatem custodire et docere; f) semper in divinis esse negotiis mancipatus et a terrenis nego-tiis vel lucris turpibus alienus; g) humilitatem et patientiam in meipso custodire, et alios simi-liter docere; h) pauperibus et peregrinis omnibusque indigentibus esse prop-ter nomen Domini affabiliter misericors». (Traduzione: a) regolare la mia condotta secondo le massime della Sacra Scrittura... e insegnarla al popolo con le mie parole e con l'esempio; b) ricevere con rispetto, insegnare e custodire le tradizioni dei Padri, le costituzioni della Sede apostolica; c) mostrare in tutto fedeltà, sottomissione e obbedienza all'apostolo Pietro e al Romano Pon-tefice; d) tenere una condotta scevra da ogni male e volgerla con l'aiuto di Dio e con tutte le mie forze al raggiungimento di ogni bene; e) conservare e insegnare la castità e la sobrietà; f) dedicarmi tutto agli interessi di Dio e mantenermi alieno da affari terreni e da illeciti guadagni; g) custodire in me stesso l'umiltà e la pazien-za e insegnarle agli altri; h) essere affabile e misericordioso coi poveri, coi pellegri-ni e con tutti i bisognosi. Queste parole saranno frequente materia dei miei esami. 635. 7. Gli abiti episcopali sempre mi richiameranno lo « splen-dorem animarum » che essi significano, come era gloria del ve-scovo. Guai a me se mi fossero motivo di vanità! 636. 8. Le lodi della mia povera persona voglio siano quelle del Pontificale, null'altro: «Constantia fidei, puritas dilectionis, sin-ceritas pacis ». I miei piedi « speciosi ad evangelizandum pacem et bona Domini » (cfr. Rm 10,15). Il mio ministero fatto di riconciliazione « in verbo et in factis »; la mia predicazione « non in persuasibilibus humanae sapientiae verbis, sed in ostensione spiritus et virtutis» (1Cor 2,4); la pote-stà conferitami dalla Chiesa, non usata in gloria mia, non in di-struzione, ma in edificazione (Ef 4,16). Sarà mio sforzo meritarmi anche da vescovo l'elogio che il San-to Padre Pio X mi disse esser l'elogio più bello del segretario ve-scovile: «Fidelis servus et prudens » (Mt 24,45); e riuscire di fatto, come il Pontificale prosegue, pregando e augurando: « Sit sollici-tudine impiger - ho tanto bisogno di questo! - spiritu fervens; oderit superbiam; humilitatem ac veritatem diligat, neque eam um-quam deserat aut laudibus aut timore superatus. Non ponat lucem tenebras nec tenebras lucem; non dicat malum bonum, nec bonum malum. Sit sapientibus et insipientibus debitor, ut fructum de pro-fectu omnium consequatur». (Traduzione: sia sollecito, fervoroso ; detesti la superbia ; ami umiltà e verità e non mai ve lo allontanino adulazione o timore. Non confonda la luce con le tenebre né il bene col male. Si senta debitore a tutti, perché a tutti ne venga beneficio). 637. 9. La Chiesa mi vuole vescovo per mandarmi in Bulgaria, ad esercitare, come Visitatore Apostolico, un ministero di pace. Forse sulla mia via mi attendono molte tribolazioni. Con l'aiuto del Signore mi sento pronto a tutto. Non cerco, non voglio la gloria di questo mondo; l'aspetto, molto grande, nell'altro. 10. Assumo ora per sempre anche il nome-che del resto mi fu pure imposto nel battesimo - di Giuseppe, in onore del caro pa-triarca che sarà primo mio patrono, dopo Gesù e Maria, ed esem-plare. Miei altri particolari protettori saranno san Francesco Save-rio, san Carlo, san Francesco di Sales, i protettori di Roma e di Ber-gamo, il beato Gregorio Barbarigo. 638. 11. Motto del mio stemma le parole « Oboedientia et pax», che il padre Cesare Baronio pronunciava tutti i giorni baciando in San Pietro il piede dell'Apostolo. Queste parole sono un po' la mia storia e la mia vita. Oh, siano esse la glorificazione del mio povero nome nei secoli!

 

1925-1934

Rappresentante pontificio in Bulgaria

 

1926

RITIRO SPIRITUALE 27 NOVEMBRE - 2 DICEMBRE 1926 ROMA, MONASTERO DI SAN PAOLO

639. 1. Sono vescovo da venti mesi. Come mi era facile preve-dere, il mio ministero doveva recarmi molte tribolazioni. Ma -cosa singolare - queste non mi vengono dai bulgari per i quali lavoro, bensì dagli organi centrali della amministrazione ecclesia-stica. E' una forma di mortificazione e di umiliazione che non mi attendevo, e che mi fa molto molto soffrire. «Domine, tu omnia nosti» (Gv 21,l7). (Traduzione: Signore, tu sai tutto). 2. Debbo, voglio abituarmi a portare questa croce con spirito di maggior pazienza e calma e soavità interiore che non mi sia riu-scito sin qui. Sarò soprattutto vigilante nelle mie manifestazioni a questo riguardo con chicchessia. Ogni sfogo che posso fare to-glie il merito alla pazienza. «Pone, Domine, custodiam ori meo» (Sal 141,3). (Traduzione: poni, o Signore, una custodia alla mia bocca). Renderò questo silenzio - silenzio che deve essere come mi insegna san Francesco di Sales, dolce e senza fiele - oggetto dei miei esami di coscienza. 640. 3. Il tempo che do all'azione deve essere proporzionato su quello che do all'«opus Dei», cioè all'orazione. Ho bisogno di dare alla mia vita un tono di preghiera più vibrante e più continuato. Dunque meditare di più e trattenermi col Signore più a lungo, leg-gendo, recitando preghiere vocali, anche tacendo. Spero che il Santo Padre mi conceda la grazia di tenere il Ss. Sacramento in casa, a Sofia. La compagnia di Gesù sarà la mia luce, il mio conforto, la mia gioia. 4. Vigilanza sull'esercizio della carità con le parole. Anche col-le persone di confidenza e venerabili, devo essere molto parco nel dir cose che si riferiscono alla parte più delicata del mio ministero e che toccano la buona opinione di persone, specialmente se rive-stite di autorità e di dignità. Anche quando ci può essere la neces-sità di uno sfogo, in certe ore di solitudine e di abbandono, il silenzio e la mitezza sono temperamenti che rendono più fruttuoso il pati-re qualche cosa per amore di Gesù. 641. 5. La breve esperienza di questi mesi di episcopato mi con-ferma che per me, nella vita, non c'è di meglio che portare la cro-ce, così come il Signore me la pone sulle spalle sul cuore. Debbo considerarmi come l'uomo della croce, ed amare quella che Dio mi dà senza pensare ad altro. Tutto ciò che non è onore di Dio, servizio della Chiesa, bene delle anime, è accessorio per me, e sen-za importanza.

 

1927

RITIRO SPIRITUALE LUBIANA (SLOVENIA), CASA DEI GESUITI 9-13 NOVEMBRE

642. 1. Debbo, voglio essere, sempre più, uomo di intensa pre-ghiera. Quest'anno decorso ha portato miglioramento in questo sen-so. Proseguirò con leììa e con fervore, dando importanza e cura an-che maggiore alle mie pratiche: santa messa, breviario, lettura della Bibbia, meditazione, esame di coscienza, corona, visita al Ss. Sacra-mento. Conservo Gesù Eucaristia con me, ed è la mia gloia. Trovi egli sempre nella mia casa, nella mia vita, motivo di divina compiacenza. 2. Ancora più calma, ancora più calma e soavità e pace nelle cose mie. Se non posso fare tutto il bene che credo necessario al profitto delle anime nella missione affidatami, non mi debbo per nulla né tur-bare, né inquietare. Il mio dovere, secondo gli impulsi della carità, e basta. Tutto il Signore sa volgere al trionfo del suo regno, anche il mio non poter fare di più, anche la violenza che mi debbo imporre del restare esteriormente inoperoso. Questa calma e questa pace deb-bo ispirare anche negli altri, con la parola e con l'esempio (ES 180). 643. 3. Sarò sempre più attento al governo della mia lingua. Deb-bo essere più riservato, anche con le persone familiari, nell'espri-mere i miei giudizi. Renderò di nuovo questo punto oggetto dei miei esami particolari. Nulla mi deve uscire dalle labbra, che non sia lode o mitezza di giudizio, o comunque incitamento per tutti a carità, ad apostolato, a vita virtuosa. Secondo l'indole mia naturale, ho soprabbondante l'eloquio. Questo pure è un dono di Dio; ma va trattato con attenzione e con rispetto, cioè con misura, così da armi desiderare piuttosto che da saziare. 4. Nei miei rapporti con tutti - cattolici o ortodossi, grandi o piccoli - vedrò di lasciare sempre un'impressione di dignità e di bontà, bontà luminosa, dignità amabile. Rappresento - benché indegnissimamente - tra questa gente, il Santo Padre. Sarò dun-que preoccupato di farlo stimare ed amare, anche attraverso la mia persona. Ciò vuole il Signore. Quale compito, quale responsabilità! 644. 5. Per rendermi più utile nel mio ministero in Bulgaria, mi applicherò con speciale studio alla lingua francese e bulgara. 6. Da segni avuti quest'anno, mi debbo persuadere che invec-chio, e che il corpo dà talora i sintomi della sua fragilità. Ciò deve tenermi familiare il pensiero della morte, così che questo renda più lieta, più agile e insieme più laboriosa la vita. 7. Gesù, Maria, Giuseppe, le anime, la Chiesa, il Papa, nel cuore; serenità, calma, letizia nel darmi, nel sacrificarmi, secondo le esi-genze del mio ministero apostolico; e in rapporto con gli altri, di-gnità, umiltà, mitezza e longanimità, e pazienza, e pazienza... Così sia, senza fine.

 

1928

RITIRO ANNUALE A BEBEK SUL BOSFORO VILLA DEI PADRI LAZZARISTI 20-24 DICEMBRE 1928

645. 1. Oggi, festa di san Tommaso apostolo, ho fatto la con-fessione generale dei venticinque anni del mio sacerdozio al p. Lu-ciano Proy, «et dedit mihi Dominus fluvium pacis» (Is 66,12). 2. Ventcinque anni di sacerdozio! Quante grazie ordinarie, straordinarie: la preservazione dalle gravi cadute, le occasioni sen-za numero di fare del bene, la buona salute fisica, la tranquillità perenne dello spirito, la buona reputazione fra gli uomini, immen-samente superiore ai miei meriti, il felice successo delle varie im-prese affidatemi dalla obbedienza, poi le distinzioni ecclesiastiche, infine l'episcopato, non solo al disopra, ma contro ogni mio meri-to; quante grazie, Dio mio! Ciò mi deve tenere in un atteggiamen-to abituale di amore, umile e timoroso. 3. Quante miserie, quante infedeltà in venticinque anni di sacerdozio! Sento ancora l'organismo spirituale sano e robusto, per somma grazia del Signore; ma quanta fiacchezza, quante piccole indulgenze alla poltroneria, al gusto prevalente per una cosa piut-tosto che per l'altra, alle impazienze interiori per ciò che dà pena ed affanno; quante distrazioni nelle preghiere ufficiali e private, talora quanta fretta nel passarvi sopra, quanto tempo perduto in letture o in cose meno ordinate al compimento del mio dovere im-mediato; quanti piccoli attacchi a luoghi, a cose, a minuzie, fra cui debbo invece passare «tamquam peregrinus» (1Pt 2,11)! Quanta facilità ad offendere, benché in forme corrette e devote, la carità verso il prossimo; quanta commistione ancora, nella fan-tasia, nella tendenza dello spirito, di ciò che è umano, mondano, con ciò che è sacro, soprannaturale, divino, dello spirito del seco-lo e dello spirito della croce di Gesù Cristo! Perciò mi debbo tenere sempre per un miserabile qual sono, l'ul-timo e il più indegno dei vescovi della Chiesa, appena tollerato fra i confratelli, per pietà e compassione, non meritevole di altro che dell'ultimo posto: veramente il servitore di tutti, non a parole, ma con profondo senso e manifestazione, anche esteriore, di umiltà e di sommissione. 647. 4. In questo ritiro spirituale ho sentito ancora una volta, ed in una forma viva, il dovere che ho di essere santo davvero. Il Signore non mi promette venticinque anni di vita episcopale, ma mi dice che, se voglio farmi santo, egli mi dona tempo e grazie opportune. Gesù, vi ringrazio e vi prometto, innanzi al cielo ed alla terra, di fare ogni sforzo per riuscire, cominciando da ora. Maria santis-sima, mia buona mamma celeste, san Giuseppe, mio carissimo pro-tettore, vi faccio mallevadori della mia promessa odierna innanzi al trono di Gesù e vi prego, soccorretemi, alutatemi « ut sim fide-lis» (ES 371). 648. 5. Siccome capisco - ed ormai senza fatica - che il prin-cipio della santità è il mio completo abbandono alla santa volontà del Signore, anche nelle piccole cose, perciò insisto su questo pun-to. Io non desidero, io non voglio niente fuori dell'obbedienza alle disposizioni, istruzioni e desideri del Santo Padre e della Santa Sede. Non farò mai un passo, né diretto né indiretto, per provocare cambiamento, o altro, nella mia situazione, in tutto e sempre vi-vendo alla giornata, lasciando dire e fare, e passare innanzi a me chi vuole, senza alcuna preoccupazione del mio avvenire. Mie preghiere familiari saranno le due di sant'Ignazio nel libro degli Esercizi: « Suscipe, Domine, universam meam libertatem» e l'altra che comincia: «O aeterne Domine rerum omnium, ego fa-cio meam oblationem» (ES 234 e 98). In quelle due preghiere c'è tutto il mio spirito. Il Signore mi aiuti a non cedere mai, su questo punto, a nessun fascino degli ambienti ecclesiastici, dove talora pe-netra il senso mondano della vita. 649. 6. Ancora richiamo i miei propositi s~lla vita di preghiera e di unione col Signore. Specialmente rò at nto alla santa litur-gia, messa e breviario, al santo rosario meditato bene, alle altre pratiche, il cui uso fedele è la salvaguardia della pietà sacerdotale. 650. 7. Nel trattare con gli altri, sempre dignità, semplicità, bon-tà: bontà serena e luminosa. E poi manifestazione costante dell'a-more alla Croce: amore che di più in più mi disamori delle cose della terra; mi renda paziente, inalterabile di carattere, oblioso di me stesso, sempre lieto nelle effusioni della carità episcopale: « Quae alios parturit, cum aliis infirmatur; alios curat aedificare, alios con-tremiscit offendere, ad alios se inclinat, ad alios se erigit, aliis blan-da, aliis severa, nulli inimica, omnibus mater ». (Traduzione: la stessa carità alcuni vuol generare, altri guarire; altri desidera edificare, altri teme offendere; a questo s'inchina, contro quello si drizza; con alcuni è blanda, con altri severa: nemica a nessuno, madre di tutti. ct S. Agostino). Su questo punto tornerò spesso nei miei esami e nelle confessioni.

 

BREVE SOLITUDINE A BEBEK SUL BOSFORO NELLA VILLA DEI PP. LAZZARISTI IN PREPARAZIONE AL NATALE 20-24 DICEMBRE 1928

Pensieri e riflessi tratti dal libro: La dernière retraite du R. P. De Ravignan le mois de novembre 1857 aux Religieuses Carmeli-tes de la Rue de Messine à Paris.

I Esercizio. 651. Il ritiro spirituale è riposo e lavoro. Riposo significa: sepa-razione, raccoglimento, silenzio. Lavoro è ricerca della volontà di Dio in noi e studio di conformarvisi. Bisogna entrare in questo lavoro con il cuore dilatato, genero-so, lieto, confidente. Maria Immacolata patrona e madre. La verità fondamentale: Dio. Tutto abbiamo ricevuto da lui; tutto a lui deve ritornare. Tutto da lui: dunque fede profonda; dipendenza assoluta. Tut-to a lui, dunque riconoscenza e lode perenne, rispetto come a Pa-dre, dappertutto, sempre, specialmente nella preghiera, amore generoso e coraggioso. Il resto non conta nulla nella vita. Qui sta tutta la gioia e tutta la gloria: «Fecisti nos, Domine, ad te». (Traduzione: sei tu che susciti la gioia di lodarti, perché tu ci hai fatti per te, e senza requie è il nostro cuore, finchè non abbia requie in te, S. Agostino).

Il Esercizio. 652. Le creature sono state create per nostro aiuto nella conse-cuzione del fine. Dobbiamo servircene o astenercene in tanto in quanto ci danno o no questo aiuto. Perciò: a) sanità, malattia, pensiero delle persone care, ricordo del mondo in quanto distraggono non sono per noi; b) le creature devono essere benedette allorché portano la croce e non maledette; c) devono essere tutte ali per ascendere e non catene che ci fan-no schiavi.

III Esercizio. 653. La santa indifferenza. Questa è conseguenza logica del so-praddetto. Al Signore il presentarci i mezzi pratici per servirlo. L'in-differenza nella scelta dei mezzi è giustizia, ordine, pace; è anche buona fortuna e vera libertà. Lo si prova anche dal contrario: cioè dal disordine, dalla inquietudine, dall'insuccesso di chi non si lascia condurre ma sforza, spinge e vuol muovere la Provvidenza. Succes-si momentanei, ma senza consistenza, solitudine, abbandono fina-le. Per ottenere questa indifferenza occorre molto sforzo e soprattutto grande pazienza; aver paura di certe preferenze ~reconcette): tutto ciò che non è volontà di Dio è fantasia, è capriccio, è natura. Biso-gna volerla e cercarla in tutto, perciò combattere, pregare e atten-dere. La conquista si fa lentamente e giorno per giorno.

IV Esercizio. 654. Il fine. Dio voluto, cercato, amato, servito in tutto e sem-pre. In ordine a questo fine, quattro conclusioni: 1) pensarvi sempre con sentimenti di amore; 2) desiderarlo con effusione di preghiera, con generosità di esi-bizioni; 3) scegliere i mezzi che la Provvidenza ci propone; 4) scegliere e preferire i mezzi migliori.

V Esercizio. 655. I tre peccati. Nel peccato degli angeli vedere la natura del peccato che è disordine, orgoglio, rivolta. Nel peccato di Adamo la grazia perduta e le conseguenze di ogni ordine. Da seimila anni il mondo non è ancora che tutto un Calva-rio, non si fa che aggiungere tutti i giorni nuovi orrori. Finalmente nei peccati nostri vedere la gravità della offesa del Si-gnore; che è rivolta contro il suo dominio, oltragglo alla sua bontà. Dovremmo piangerlo a lacrime di sangue. Imploriamo quella pa-ce salutare che nasce dalla confusione e dal dolore. La confusione: è cosa dolce, molto dolce; chiediamola a Maria ai piedi della croce.

VI Esercizio. 656. I peccati propri. Sguardo d'insieme ai peccati commessi nel mondo; a quelli commessi nella vita religiosa. Quante volte nolui-sti: peccasti (Traduzione: quante volte non hai voluto obbedire, hai peccato). Abisso di misericordia; mistero di miseria. Come si spiega la miseria nostra? Colla nostra natura che è leggera ed inco-stante, fiacca; colla mancanza di fervore nella preghiera, colla pre-sunzione nostra, colla vanità, colla follia. Dobbiamo renderci abituale il senso della nostra indegnità e mi-seria innanzi al Signore. Ciò aiuta molto nell'esercizio dell'umiltà. Coll'umiltà si accompagna poi quella santa pace, senza scrupoli e senza ansietà, quell'abbandono confidente che il Signore ci comanda.

VII Esercizio. 657. Tre grazie da domandare. Si premette che la presenza e l'a-zione di Dio in un anima si esprimono con la pace interiore. Al contrario: inquietudine, turbamento, disperazione sono se-gni del diavolo. In questo ritiro bisogna chiedere tre grazie: 1) La compunzione: è indispensabile perché ff cuore si converta davvero, e non si rimanga vittime dell'amor proprio che è cieco ed accecatore. 2) L'ordine che è la sommissione completa a Dio, quindi obbe-dienza. Con l'ordine c'è Dio, pace, giustizia, saggezza, verità. 3)11 disprezzo e l'oblio del mondo che è vanità, frivolità, orgo-glio. Spesso il cuore fa alleanza fra le cose naturali e quelle spiri-tuali e soprannaturali. Bisogna saperlo ben discernere questo mondo che penetra dappertutto, anche oltre la grata del chiostro. Tre grazie preziose. Il Signore però le concede a chi prega assai e le sa meritare.

VIII Esercizio. 658. L'inferno. Questa meditazione entra nel quadro di questa giornata. Per capire l'inferno bisogna immedesimarsi colle anime che ivi stanno a soffrire. Perché sono là? Perché hanno voluto tro-vare fuori di Dio un piacere che non può essere perfetto se non in lui. Ergo erravimus (Sap S,6). (Traduzione: abbiamo dunque deviato dal cammino della verità). Che parola! Sono rimasti sotto il peso del loro piacere, del loro peccato. Iddio non ha cambiato nulla nell'anima del dannato per farla soffrire. L'ha lasciata nel suo peccato: questo è il suo inferno, in-ferno che del resto era già cominciato anche sulla terra. Ma in che cosa consiste veramente questa pena? Oh! i gemiti lugubri e terri-bili dei dannati: Dio perduto, perduto per sempre: un'eternità sen-za Dio, senza luce, senza pace, senza amore. L'inferno sia per noi una scuola di amore e di zelo. Anche di zelo per tante anime che sono sul punto di cadervi, e vi cadono, e vi cadono. Bisogna pre-gare, immolarsi, sacrificarsi all'amore e alla giustizia del Signore come S. Teresa che quando vedeva, per rivelazione, le anime cade-re, scoppiava di dolore e di zelo.

IX Esercizio. 659. La giustizia di Dio. 1) Attende. Con tanta pazienza nel sop-portarci: con quanta indulgenza nel perdonarci: con quanta sag-gezza nell'avvertirci. 2) Prova. Necessità della prova per espiare e per meditare: bontà della prova col raddolcirla e col conforto, la fine della pro-va; santificarci facendoci morire al mondo e distaccandoci da esso. 3) Colpisce: nella vita con crisi talora decisive; nella morte, pe-na del peccato, consumazione del sacrificio; nella eternità - Dio non voglia - nell'inferno senza rimedio: oppure nel purgatorio.

X Esercizio. 660. Il giudizio particolare.

XI Esercizio. La misericordia del Signore. Si legga tutto il capitolo xv di S. Luca. La pecorella ritrovata, gioia del pastore. La dramma rinve-nuta, gioia del padrone. Il figliuol prodigo che torna: la gioia del padre. « Ita gaudium erit in caelo (Lc 15,7). (Traduzione: così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione).

XII Esercizio. 661. Giustizia e misericordia. La giustizia attende: la misericordia previene. La giustizia prova: la misericordia sostiene. La giustizia colpisce: la misericordia salva.

XIII Esercizio. 662. Il Regno di G. C. Gesù chiama, si può dirgli di no? Come cristiani siamo suoi. Più suoi siamo come persone religiose. Il se-guirlo significa accettare tutte le sue condizioni: vestire, lavorare, combattere come lui. Dunque rinunziare alla carne, al mondo, al-la gloria terrena. Così sia. Necessario è ripetere ogni giorno la no-stra consacrazione al Signore nostro Re.

XIV Esercizio. 663. Ancora il Regno di G. C. La visione di S. Teresa. Gesù va in giro per il mondo cercando anime che lo seguano e lavorino per lui e nelle quali versare le sue grazie. Ne trova poche. Molte ripe-tono la risposta del giovane infedele del Vangelo. Abiit moerens (Mc 10,22). (Traduzione: se ne andò afflitto). Allora tutto versa nel cuore di Teresa che ne è ine-briata fino a morirne. Mettiamoci al posto di S. Teresa. Ancora c'è tempo. Gravi le dif-ficoltà? Maggiore il merito. Rendiamo omaggio al nostro Re povero, oltraggiato, crocifis-so. Vogliamo rendergli un omaggio solenne. Quale gloria, quale gioia nel giorno eterno!

XV Esercizio. 664. La vera consacrazione all'amore di Gesù. Il principale ostacolo a seguire con solennità il Signore è la man-canza di volontà decisa. Si vuole e non si vuole. Così piace al de-monio che ama l'esitazione: si apre la porta alla tiepidezza. Il segno più evidente che la volontà è decisa consiste nel deside-rio di ascoltare sempre la voce di Gesù che parla coi suoi esempi, colle sue lezioni, colle sue grazie, colle regole della nostra vita ec-clesiastica e religiosa, e poi col desiderio di segnalarsi in questo ser-vizio con grandi cose; ma nel senso della unione con Gesù povero, sofferente, disprezzato: pati et contemni.

XVI Esercizio. 665. La visitazione. Vedere gli atti: Maria parte subito, si affati-ca. Perché? Per servire. Grande esempio alle anime religiose. Mai riposare: tutta per gli altri. E l'invicem praevenire (Traduzione: gareggiate nello stimarvi a vicenda). v(Rm 12,10) di san Paolo. Carità-dedizione. Ascoltiamo le parole. Oh! il Magnificat. La grandezza di Dio e l'umiltà nostra e la gioia. Studiare le virtù esercitate in questo mistero: tre principali: la dedizione, la concordia, la costanza. In una vita di comunità spe-cialmente, oh! quale bellezza queste tre cose!

XVII Esercizio. 666. Gesù nel deserto. Considerare tre cose: la solitudine, la ten-tazione, la consolazione.

XVIII Esercizio. 667. Il discorso della montagna. Tre parole: 1) Le beatitudini. Intreccio della bontà e della forza; sette beatitudini per la mitezza, una sola per la forza: beati coloro che hanno fame e sete della giustizia. Dolcezza e forza ben unite sono il sigil-lo dello spirito di G. C(risto) 2) «Luceat lux vestra coram hominibus» (Traduzione: risplenda la vostra luce davanti agli uomini). (Mt 5,14), etc... La forza del buon esempio, l'apostolato più efficace. 3) Gesù non è venuto a distruggere la legge, ma a perfezionarla. Tale è il compito nostro: ricerca della perfezione.

XIX Esercizio. 668. La pace. è il dono, ed il segno che Dio è in noi. Prove du-re, battaglie terribili, ma in fondo al cuore la pace resta. Bisogna esserne preoccupati. è il frutto della buona volontà. Pax Domini sit semper vobiscum. (Traduzione: la pace del Signore sia sempre con voi).

XX Esercizio. 669. Ricapitolazione dei due esercizi 17 e 18. Tre cose quanto alle tentazioni: 1) Necessità inevitabile. 2) Seguire gli esempi di Gesù: preghiera e digiuno. 3) Vittoria infallibile. Quanto al discorso della montagna tenere sempre unite le due parole: pazienza e pace.

XXI Esercizio. 670. I due stendardi. Rilievi e confronti fra i due campi e i due condottieri. Da una parte, Babilonia: agitazione, turbamento, per-fidia: fascino delle ricchezze, dei piaceri, degli onori. Dall'altra, Gerusalemme. Gesù tranquillo, bello, indulgente, mi-sericordioso: forza e dolcezza, appelli alla povertà e al disprezzo delle cose terrene. O La pace del Signore sia sempre con voi.

XXII Esercizio. 671. Ripetizione della precedente [esercitazione]. La sequela di Gesù in ordine al trionfo della S. Chiesa. Genero-sità e umiltà. Questa è un frutto dolce, ma bisogna lavorarlo: lun-go tempo. Insistiamo con la preghiera perché Gesù ce ne dia il gusto.

XXIII Esercizio. 672. I tre gradi di umiltà. La dottrina di S. Ignazio. La conclu-sione: « Si, mio Dio, ecco che io scelgo la povertà, l'umiltà; datemila croce, datemi la sofferenza, io ve la domando: io la voglio con voi, come voi, per voi ».

XXIV Esercizio. 673. Le tre classi. Ancora le similitudini di S. Ignazio. Decisiva la conclusione: « Signore, io non voglio niente, io non desidero nien-te: io non voglio che voi e la vostra santa volontà».

XXV Esercizio. 674. Gesù cammina sulle acque. Tre momenti. a) L'orazione sul monte: orazione di desiderio, orazione di sacrificio, di carità. b) Gli apostoli sulla barca: timore e paura e ciò perché non pregano nell'ora della tempesta. Neppure riconoscono il Signore. c) Gesù sulle acque: la sua potenza divina. Nessuna paura vicini a lui: però è meglio non presumere e restare nella barca. Che importa la tempesta? è come la pioggia inoffen-siva che cade sulla casa che ci protegge.

XXVI Esercizio. 675. La Trasfigurazione. Preparazione alla croce. Vi partecipa-no i testimoni dell'agonia. Persone, parole, fatti. Motivi di inco-raggiamento.

XXVII Esercizio. 676. L 'èlezione. Materia e modo di farla. Criterio aureo: la ri-cerca della volontà di Dio, l'esercizio dell'obbedienza. Eleggere co-me se si trovasse in punto di morte. In tutto deve trionfare lo spirito soprannaturale sullo spirito umano. pogliamento completo di sé, prontezza alla immolazione.

XXVIII Esercizio. La risurrezione di Lazzaro. Gesù amico, Gesù padrone, Gesù salvatore.

XXIX Esercizio. 677. L'agonia di Gesù. Persone, parole, atti. Il trionfo del fiat. La preghiera a qualunque costo. La volontà del Signore e non la nostra. Tutto accettato, tutto sacrificato.

XXX Esercizio. La passione. Tre rilievi. 1) Gesù avanza sempre. 2) Gesù si rialza sempre. 3) Gesù, per addolorato che sia, passa oltre sempre. Come egli sale, coraggioso e sereno! Nessuna cosa trattiene il suo cammino. Quale esempio per noi. XXXI Esercizio. 678. La mortificazione. Gesù ha sofferto perché l'ha voluto. Gesù ha sofferto per darci l'esempio. La superiorità spirituale di chi se-gue la legge della mortificazione. Noi troviamo nella mortificazione di nuovo la glustizia origlnale, qualche cosa della nostra potenza pri-mitiva, come S. Francesco d'Assisi che comandava alle bestie ugual-mente che il primo uomo nello stato di innocenza. Poi nella croce vi è l'essenza di tutte le vere virtù: la croce, la mortificazione che è essa stessa una preghiera. Meglio si deve dire, che la preghiera con-giunta alla mortificazione è infallibilmente esaudita. Nella mortifi-cazione c e la consumazione dell'amore: c'è il merito del martirio.

XXXII Esercizio. 679. La morte di Gesù. Sacrificio ripàratore: sacrificio consu-matore: morte di amore. Bello morire quotidianamente con Cristo!

XXXIII Esercizio. La Risurrezione. Considerare: a) il tempo: mattino al passar della notte, solitudine, silenzio, pace, senza spettatori. Così le grandi ope-re; così la nostra risurrezione. b) Il modo: l'anima riprende il suo corpo e gli ridona la vita non più per la sofferenza ma per l'im-mortalità e la gloria. Pochi giorni di pena, letizia e trionfo eterno! c) I miracoli della potenza di Gesù risorto: i segni del suo amore a Maddalena e a Pietro, agli apostoli, a Maria. Chi sa che effusio-ne alla Madre sua, che se ne stette nascosta, dimenticata, sofferente!

XXXIV Esercizio. 680. L'Ascensione. Sulla montagna della sofferenza di Gesù do-veva mostrarsi la sua gloria. Vedere le persone, ascoltare le paro-le, assistere ai fatti. Gesù tornerà giudice. Quale felicità! Dice S. Teresa: « Io sarò giudicata da Colui che il mio cuore ama». Anco-ra, ripetiamolo: è attraverso l'orto degli ulivi che si sale al cielo.

XXXV Esercizio. 681. Il vero amore. è l'amore di Dio, l'espressione più pura di tutta la vita spirituale. Esso non consiste unicamente nello slancio e nella tenerezza dell'anima, ma negli atti che piacciono a Dio, nella virtù, nella perfezione. Poi l'amore è reciprocità. Tutto adunque deve essere donato al Signore. Per i religiosi l'esercizio della perfe-zione nei voti. Soprattutto l'obbedienza. L'insegnamento e l'esem-pio di Gesù. Per amare Dio di più, amate molto l'obbedienza. Non mettete confini al vostro amore: non obbedite solamente nei vostri atti, ma affidate all'obbedienza anche i vostri giudizi, sottomet-tendoli ad essa ciecamente: i santi si sono spinti fino a compiere cose insensate: è la follia della obbedienza che non è altra cosa che la follia della croce, la follia dell'amore. « Un'anima staccata da sé che ha rinunciato alla sua volontà per il voto dell'obbedienza ha distrutto perciò stesso il principio della sua vita naturale, e Dio allora viene Lui stesso nell'anima per dive-nire la sua vita; in essa vive e si riposa nel suo seno. Ora esistere e vivere in Dio significa amare, perché l'amore è la vita propria di Dio».

XXXVI Esercizio. 682. L'amore di Dio. Le conclusioni di S. Ignazio: 1) Dio dona: bisogna dunque donare. 2) Dio abita dappertutto; egli dimora in me; io debbo dimorare in lui. 3) Dio opera e agisce in tutto: io debbo operare in lui. 4) Dio è il tesoro e la fonte di ogni perfezione: io debbo porre in lui il mio tesoro e il centro delle mie affezionì. 683. Termina la serie di questi esercizi con la preghiera: « Susci-pe, Domine, universam meam libertatem, ecc.» Il Padre Ravignan aggiungeva un trattenimento sulla pace nella croce. Tutto torna alla verità del mio motto episcopale: Oboedien-tia et pax. « Il ne faut jamais s'étonner de ce qui peut se passer en nous, malgré nous. Après avoir été élevés, ravis, en un instant nous pouvons descendre à l'enfance et à la vie la plus animale: mals qu'importe? (Traduzione: non bisogna mai meravigliarsi di ciò che può accaderci, nostro malgrado. Dpo d'essere sollevati in alto, estasiati, in un istante possiamo regredire sino all'infanzia, e alla vita semplicemente sensitiva, ma che importa?).

 

1930

RITIRO SPIRITUALE DEL 1930 A RUSSE CASA DEI PADRI PASSIONISTI, 28 APRILE - 4 MAGGIO 684.

« Fac me cruce inebriari...». Un complesso di circostanze conferisce al mio raccoglimento spi-rituale una nota speciale di abbandono in Gesù sofferente e croci-fisso, mio maestro e mio re. Le pene, attraverso le quali nei decorsi mesi il Signore ha voluto provare la mia pazienza, per le pratiche circa la fondazione del se-minario bulgaro; la incertezza che perdura da oltre cinque anni quan-to al compiti definitivi del mio ministero in questo paese; le angustie e le difficoltà di non poter far di più, e del dovermi contenere in una vita di eremita perfetto, contro la tendenza del mio spirito alle opere del ministero diretto delle anime; il malcontento interiore di ciò che c'è ancora di umano nella mia natura, anche se sin qui sono riuscito a tenerlo in disciplina: tutto mi rende più spontaneo questo santo abbandono, che vorrebbe insieme essere elevazione e slancio verso una imitazione più perfetta del mio divino esemplare. 685. Intorno a me, in questa grande casa, solitudine assoluta e bellissima, negli affiuvii della natura in fiore; in faccia, il Danu-bio; e al di là del grande fiume, la ricca pianura rumena, che nella notte talora rosseggia pei depositi petroliferi in combustione. Durante tutta la giornata silenzio perfetto. A sera il buon vesco-vo passionista mgr Theelen viene a tenermi compagnia per la cena. Lo spirito resta applicato tutto il giorno alla preghiera ed alla riflessione. Esercizi molto semplici. Seguo il testo di sant'Ignazio; secondoché mi torna più opportuno, mi soffermo o passo oltre. Letture: un trattato moderno del p. Plus: La follia della Croce, e qualche altro autore, spigolando qua e là. O Gesù, ti ringrazio di questa solitudine che mi dà vero riposo e gran pace spirituale. Come fiori spirituali di questo ritiro, piacemi cogliere e fissare qui alcune pochissime cose. 686. 1. Per divina grazia io mi sento, io voglio essere davvero indifferente a tutto ciò che il Signore vuol disporre di me, quanto al mio avvenire. Le chiacchiere del mondo, circa gli affari miei, non mi toccano per nulla. Sono disposto a vivere così, anche se lo stato presente di cose dovesse restare immutato per anni ed an-ni. Non esprimerò mai neanche il desiderio o la tendenza più lon-tana a cambiare, qualunque cosa ciò possa costare al mio sentimento. «Oboedientia et pax». è il mio motto episcopale. Vo-glio morire con la gioia di aver sempre, anche nelle piccole cose, fatto onore alla mia impresa. Di fatto, se interrogo me stesso, non saprei che cosa desiderare o fare di diverso da quello che faccio ora. 687. 2. Da qualche tempo recito ogni mattina dopo la santa messa - e parmi di recitarla di cuore - la preghiera con cui sant'Igna-zio conchiude la grande meditazione del regno di Cristo: «O ae-terne Domine rerum omnium, ego facio meam oblationem etc.» (ES 98). Veramente, mi costa un poco. Ma siccome voglio vera-mente tenermi tutto immerso nella santa volontà di Dio e nello spi-rito di Gesù, crocifisso e disprezzato, d'ora innanzi mi renderò abituale e quotidiana anche la seguente protesta, che è la ripetizio-ne stessa delle parole di sant'Ignazio, là dove descrive il terzo gra-do di umiltà: « O aeterne Domine rerum omnium, o Pater caelestis, concede mihi indigno servo tuo ut semper sim fidelis huic protestationi, qua, ubi fuerit aequalis laus et gloria divinae majestatis tuae, ad imi-tandum magis Christum Dominunì, utque ei magis, actu similis fianì, volo et eligo magis paupertatem cum Christo paupere, quam divitias; opprobria cum Christo, pleno opprobriis, quam honores; et magis desidero aestimari vanus et stultus pro Christo, qui prior habitus fuit pro tali, quam sapiens et prudens in hoc mundo» (ES l01). (Traduzione: O eterno Signore di tutte le cose, o Padre celeste, concedi a me, indegno ser-vo tuo che sempre resti fedele a questa attestazione: essendo uguale la lode e la glo-ria della divina maestà, io, per imitare Cristo nostro Signore ed assomigliargli praticamente, voglio e scelgo la povertà con Cristo povero piuttosto che le ricchez-ze; gli obbrobri con Cristo colmo d'obbrobrio piuttosto che gli onori; e desidero di essere ritenuto sciocco e stolto con Cristo che, per primo, fu ritenuto tale, piut-tosto che essere stimato saggio e prudente in questo mondo). Comprendo bene le riluttanze della natura, ma conto sulla gra-zia del Signore che su questa base della umiltà perfetta ha saputo piantare la santificazione di tante altre anime che riuscirono stru-menti della sua gloria e diventarono illustri nell'apostolato per la causa della santa Chiesa. 688. 3. L'amore della croce del mio Signore mi attira in questi giorni sempre più. O Gesù benedetto, che questo non sia un fuoco vano che si spegnerà alla prima pioggia, ma un incendio che arda senza mai consumarsi! In questi giorni ho trovato un'altra bella preghiera che corrisponde benissimo alle situazioni spirituali mie. è di un santo novellamente canonizzato: p. Eudes. Io umilmente la faccio pure mia. E spero che ciò non sia troppa presunzione. Nel testo si chiama: Professione d'amore per la Croce. O Gesù, mio amore crocifisso, ti adoro in tutte le tue pene. Ti chiedo perdono di tutte le mancanze che ho commesso fino ad ora nelle afflizioni che ti è piaciuto mandarmi. Io mi do allo spirito della tua croce, e in questo spirito, come pure in tutto l'amore del cielo e della terra, abbraccio con tutto il cuore, per amore tuo, tut-te le croci di corpo e di spirito che mi arriveranno. E faccio profes-sione di mettere tutta la mia gloria, il mio tesoro e la mia letizia nella tua croce, ossia nelle umiliazioni, nelle privazioni e sofferen- ze, dicendo con san Paolo: « Mihi autem absit gloriari nisi in cru-ce Domini nostri Jesu Christi» (Gai 6,14). Quanto a me non vo-glio altro paradiso in questo mondo, se non la croce del mio Signore Gesù Cristo. 689. Parmi che tutto mi conduca a rendermi abituale questa so-lenne professione di amore per la santa croce. La profonda impres-sione che ebbi e sempre mi accompagnò, durante tutta la cerimonia della mia consacrazione episcopale in Roma a San Carlo al Corso, il 19 marzo 1925; poi le asprezze e le vicende del mio ministero in Bulgaria in questi cinque anni di Visita Apostolica, senza nessuna consolazione, fuori di quella della buona coscienza; la prospettiva non sorridente dell'avvenire, mi convincono che il Signore mi vuole tutto per sé, sulla « regia via sanctae crucis » (IC 2.12). E su que-sta, e non su altra, io lo voglio seguire. Mi renderò perciò più familiare la meditazione della passione di Nostro Signore e gli esercizi di pietà che le si riferiscono; con de-vozione più fervorosa celebrerò la santa messa, lasciandomi tutto penetrare ed inebriare del sangue di Gesù, « primo vescovo e pa-store dell'anima mia» (1Pt 2,25). Oh, riuscisse anche a me, pove-ro peccatore, lo sforzo « magno nisu » che sant'Ignazio raccomanda nella meditazione dei dolori di Gesù, « ad dolendum, ad tristan-dum, ad plangendum » (SE 195)! (Traduzione: cercate di ottenere dolore, tristezza e pianto). 690. 4. Una nota caratteristica di questo ritiro spirituale è stata una grande pace e letizia interiore che mi rende coraggioso ad esi-birmi al Signore, per ogni sacrificio egli voglia chiedere al mio sen-timento. Di questa calma e letizia voglio sia sempre più penetrata, dentro e fuori, tutta la mia persona e tutta la mia vita. Ciò non costa moltissimo alla mia natura; ma le difficoltà e i contrasti pos-sono turbarmi nell'avvenire. Sarò ben vigilante per la custodia di questa gloia interiore ed esteriore. Bisogna saper soffrire senza nean-che far intendere che si soffre. Non fu questo uno degli ultimi in-segnamenti di mgr Radini di venerata memoria? L'immagine di san Francesco di Sales che mi piace ripetere con altri: « Io sono come un uccello che canta in un bosco di spine » deve essere un perenne invito per me. Quindi, poche confidenze su ciò che può farmi soffrire. 691. Molta discrezione ed indulgenza nel giudizio degli uomini e delle situazioni; inclinazione a pregare specialmente per chi mi fos-se motivo di sofferenza; e poi in tutto grande bontà, pazienza senza confini, ricordando che ogni altro sentimento - alla macedone, co-me si può dire qui - non è conforme allo spirito del Vangelo e del-la perfezione evangelica. Pur di far trionfare la carità a tutti i costi, preferisco essere tenuto per un dappoco. Mi lascerò schiacciare, ma voglio essere paziente e buono fino all'eroismo. Solo allora sarò de-gno di essere chiamato vescovo perfetto, e meritevole di partecipa-re al sacerdozio di Gesù Cristo, che a prezzo delle sue condiscen-denze, umiliazioni e sofferenze, fu vero e solo medico e salvatore di tutta l'umanità: « Cujus livore sanati sumus » (1Pt 2,24). (Traduzione: dalle sue piaghe siamo stati guariti). Raccomando alla mia cara madre Maria, al mio soave patrono san Giuseppe, questi richiami di nuova vita spirituale: ed uscendo da questo ritiro riprendo con letizia la mia croce. Sempre avanti. Come mi torna alla mente il motto di mgr Facchinetti di venerata memoria, il caro padre spirituale dei primi dieci anni del mio sa-cerdozio: « Semper in cruce, oboedientia duce »! Offerta ad una vita crocifissa. 692. « O mio Gesù, accordami una vita aspra, laboriosa, aposto-lica, crocifissa. Dègnati di aumentare nell'anima mia la fame e la sete di sacrificio e di patimenti, di umiliazioni e di spogliamento di me stesso. Non voglio più, ormai, soddisfazioni, riposo, consola-zioni, godiìnenti. Quello che ambisco, o Gesù, e imploro dal tuo Sacro Cuore, è di essere sempre ognor più, vittima, ostia, apostolo, vergine, martire per amor tuo » (è del p. Lintelo che fu in Belgio l'apostolo della Eucaristia e della riparazione).

 

RITIRO SPIRITUALE PREDICATO AI PP. CAPPUCCINI SOFIA 4-8 AGOSTO 1930

Introduzione Eccellenza - utilità - necessità del ritiro per un religioso. Mezzi pratici perché riesca con frutto.

I giorno

693. I. Conferenza. Principio e fondamento (ES 21) della vita cristiana e della perfezione religiosa. Il. La vita spirituale - creature - loro uso - la santa indifferenza. III. Il S. Voto di Povertà. Povertà reale - povertà di spirito. IV. La vita spirituale - sviluppi e vie (secondo il Tissot).

II giorno

I. Il peccato - i peccati proprii. Il. Penitenza. Mortificazione. S. Confessione. III. Il voto di castità. IV. I novissimi: morte, giudizio, inferno.

III giorno

694. I. Seguire Cristo - cosa doverosa, onorifica, facile e giocon-da. S. Famiglia: mistero e magistero di umiltà e di mansuetudine. Il. Seguire Cristo: la vita apostolica negli esempi di Nostro Signo-re - preparazione nel distacco da Nazareth, nel digiuno, preghiera, umiltà al Giordano ecc. Azione: in rapporto col Padre, preghiera e preoccupazione della gloria del Padre; in rapporto colle anime, fervore di zelo, tutto a tutti, in vista del bene delle anime sempre, anche l'aiuto ai corpi ma subordinatamente. Nota caratteristica dell'apostolato: mitis et humilis (Mt 11,29). La vanità di ogni altro sistema. Una parola speciale per l'Azione cattolica e per l'Azione missionaria. 695. III. il voto di obbedienza. Secondo le rivelazioni di S. Ca-terina da Siena, l'umiltà è la nutrice dell'obbedienza. Questa in ogni caso è il coronamento di quella. L'umanità di fatto fu ricondotta a Dio per l'obbedienza: «Sicut per inoboedientiam unius hominis peccatores constituti sunt multi, ita per unius oboeditionem justi constituentur multi» (Rm 5,19). Nell'Antico Testamento l'obbedienza era in timore. Nel Nuovo Testamento con Cristo è in amore. L'opera di Cristo è sorretta dall'obbedienza. Essa continua nella. Chiesa: triplice potestà: legislativa, giudiciale, esecutiva. Nell'ordine sacro c'è la promessa; nella religione la promessa ed il voto. 696. Punto differenziale fra il cattolico e il protestante: l'obbe-dienza o il libero esame: il contegno della folla al discorso del pa-ne (Gv c. 6). «Quomodo potest ecc. durus est hic sermo et qui potest eum audire... Et jam non cum illo ambulabant». Gli altri invece: «Verba vitae eternae habes». Per l'obbedienza si compie la consacrazione dell'uomo a Dio. Dio ormai può entrare e compiere le meraviglie della sua grazìa. Per il Francescano il voto è dell'obbedienza innanzitutto al Pa-pa ed alla Chiesa, poi a Frate Francesco in tutti i successori suoi. Tale obbedienza ha carattere regolare, non ha carattere econo-mico (cioè obbedire perché le cose vadano bene), ma di perfezione religiosa in quanto con essa la ricerca di Dio è più perfetta. S. Benedetto dice nella Regula: «Scientes per hanc oboedien-tiae viam se ituros ad Deum» e insiste ripetutamente sopra il bo-num oboedientiae. La visione di S. Matilde: le vergini innanzi al Signore: una reca una coppa d'oro e tutte le altre versano in essa i loro profumi che tutti insieme sono offerti al Signore. 697. Le qualità dell'obbedienza: soprannaturale, confidente, amorosa. «Imposuisti homines super capita nostra (Traduzione: hai fatto cavalcare uomini sulle nostre teste). (Sal 66,12) - homi-nes mortales, fragiles, infirmi lutea vasa portantes». (Traduzione: uomini mortali, fragili, deboli che portano vasi d'argilla). E ciò ap-punto per esercitare la nostra fede, la nostra speranza, la nostra carità. La visione dell'ostia, le apparenze, ma là vi è Gesù, lo ammet-tiamo per fede ed il momento ne è grande. Il miracolo di S. Mauro. I Fioretti di S. Francesco. La speranza: «Ecce ego tecum sunì, noli timere». L'amore nella imitazione perfetta di Gesù «factus oboediens usque ad mortem» (Fil 2,7). Come obbedire: «Non trepide, non tarde, non tepide, aut cum murmurio, vel cum responso nolentis, sed bono animo». Grande difetto da evitare, la mormorazione: «murmurationis malum» (s. Benedetto, Regola, V, 14). «Melior oboedientia quam victimae» (Traduzione: ecco, obbedire è meglio che sacrificio). (1Sam 15,22). «Vir oboediens loquetur victorias» (Prov 21,28). (Traduzione: l'uomo che ascolta potrà parlare sempre). (Da rifare: cfr. C. Marmion, Le Christ idéal du moine, p. 354). IV. Il Crocifisso: sommo sacerdote: nostro maestro, nostro re.

IV giorno

698. I. La pietà sacerdotale e religiosa. L'unione con Dio per-fetta nella preghiera. La preghiera liturgica, preghiera di rappresentanza collettiva, de-ve essere fatta digne, attente, devote. Colla preghiera liturgica si esercitano le tre virtù teologali: fede, speranza, carità (1Cor 13,13). Poi le devozioni del religioso: Eucarestia, Passione, la Vergine, S. Giuseppe. Soprattutto il tono della pietà sacerdotale, cfr. Marmion capitolo I. Il. Super omnia charitatem habete quod est vinculum perfectio-nis (Col 3,14). Deus charitas: è detto tutto. Guardarsi dalla carità farisaica, e dalla eccessiva. La carità coi confratelli di religione deve essere fatta di rispetto, di pazienza, di prontezza a far piacere agli altri [:] aliis placere in bono. Evitare le piccole puntarelle, sopportarle se sono contro di noi; ma specialmente la freddezza calcolata, e prolungata: terribile cosa. Nelle opere fuori di convento la carità deve essere illuminata, ardente, prudente. Tutto poi deve essere fatto nell'obbedienza. In-vito fervoroso alla carità. L'Oriente per tornare all'unità della Chie-sa attende ancora i suoi santi e i suoi martiri. Prepariamo con la nostra vita religiosa gli uni e gli altri. III. Santa attesa del Paradiso e intanto pace di Cristo esultante nei cuorì. Ricordo il mio motto episcopale «Oboedientia et pax».

 

25 OVEMBRE 1930

699. Oggi sono entrato nel 500 anno della mia vita. Volli santi-ficare questo passaggio colla preghiera notturna solitaria e con-fidente. Mio Gesù, siamo a 50 anni di grazie da parte vostra, di miserie e di imperfezioni da parte mia. Vi benedico, vi lodo, vi ringrazio. Non ho da offrirvi altro che i piccoli sacrifici di questa mia vita qui, in questa terra che tanto amo e che vorrei vedere tutta accesa del vostro amore, tutta splendente nella luce della Chiesa Cattoli-ca madre e maestra di civiltà. Ma che sono mal questi sacrifici in confronto della pace del cuore che continuate a darmi, e di questo stesso desiderio ardente e atti-vo di vedervi qui, amato e benedetto: desiderio che mi brucia den-tro ed insieme mi è motivo perenne di letizia? 700. Che sono mai i piccoli miei sacrifici, specialmente nella sop-portazione dei difetti di queste anime intorno alle quali mi adope-ro del mio meglio per fare in loro trionfare la carità, che cosa sono allorché penso ai difetti miei, alle mie negligenze, ai miei peccati per cui merito ogni pena ed espiazione e tribolazione? Gesù mio, accetto tutto dalla vostra mano, dal vostro cuore; e vi dico: datemi ancora più a soffrire se volete, per purificare l'ani-ma mia, per renderla istrumento di maggior bene alle anime, di maggior onore e gloria per voi e per la Santa Chiesa. 701. Una grazia speciale piacemi rilevare in questo giorno: ed è questo di conservarmi ancora in vita floridi e sani i miei cari ge-nitori. Sono così umili e modesti, ma insieme così ricchi di fede e di timore di Voi, e di amore per le cose dello spirito! Oh continuate a benedirli, a confortarli e dar loro sulla terra, pur nella semplicità della loro posizione sociale e fra le loro piccole pene, il pregusta-mento spirituale delle gioie celesti. 702. Per il mio avvenire? Nessun pensiero. Molti si interessano superficialmente di me e mi destinano ora a Milano, ora a Torino, o altrove. Io non penso proprio a nulla, come non credo che il Santo Padre pensi seriamente a me per queste mansioni così importanti e così superiori alla mia piccolezza. Di queste cose nec habeo, nec careo, nec egeo, nec curo. (Traduzione: non ci penso, non ne sento mancanza, non ne ho bisogno, non mi curo). E' per questo continuo a vivere con-tento e tranquillo. O Signore, datemi la grazia di vivere sempre così. Quanto al mio avvenire vi ripeto oggi di cuore: Crux tua sit mihi gloria sempiterna. (Traduzione: la tua croce sia la mia gloria sempiterna). Così sempre fino alla morte che ugualmente accetto sino da ora quale Voi me la manderete, vicina o lontana. Così sia. O Maria, son sempre vostro. Mater mea, fiducia mea. S. Guseppe, mio carissimo patrono, intercedete per me.

 

BREVE RITIRO SPIRITUALE A BùJùKDERE SUL BOSFORO CASA DEI PADRI CONVENTUALI, 18-21 GIUGNO 1931

703. 1. E' l'ottava della festa del Sacro Cuore. Colgo gli auspici ad un buon rinnovamento spirituale dalla ufficiatura novissima. Non ho infatti con me che il breviario, e non leggo altro. 2. Come mi piace il pensiero di sant'Agostino che chiama il cuo-re di Gesù: «Ostium vitae »! 1 Talora sembra che nello sviluppo della devozione al Sacro Cuore in questi ultimi anni si tocchino i confini della esagerazione. Ma se il cuore di Gesù è veramente la porta, non c'è nulla di troppo o di esagerato. Bisogna passare di là ad ogni costo per entrare e per uscire. E io voglio passare di là. 704. 3. Altro pensiero che mi dà grande fiducia. E di san Ber-nardo nell'ufficiatura: «Ubi tuta firmaque infirmis securitas et re-quies, nisi in vulneribus Salvatoris?... Fremit mundus, premit corpus, diabolus insidiatur: non cado; fundatus enim sum supra firmam petram. Peccavi peccatum grande: turbabitur conscientia, sed non perturbabitur, quoniam vulnerum Domini recordabor... Patet arcanum cordis per foramina corporis; patet magnum illud pietatis sacramentum, patent viscera misericordiae Dei nostri, in quibus visitavit nos oriens ex alto... In quo enim clarius quam in vulneribus tuis eluxisset, quod tu, Domine, suavis et mitis et mul-tae misercordiae?». (Traduzione : «E in verità dove, se non nelle ferite del Salvatore, si trovano certa, stabile sicurezza e riposo per gli infermi?... Il mondo freme, il corpo mi si aggrava, il diavolo mi insi-dia, non cado perché sono posto sopra una pietra sicura. Peccai grandemente, la mia coscienza sarà turbata ma non sconvolta, perché mi ricorderò delle ferite del Signore... Il segreto del cuore si manifesta attraverso le fenditure del corpo; il gran-de mistero della bontà è manifesto, sono manifeste le viscere della misericordia del nostro Dio, che ci visitò sorgendo dall'alto... In che cosa infatti più chiaramente che nelle tue ferite sarebbe apparso che tu, Signore, sei soave e mite e di grande mise-ricordia?»). In questi ultimi tempi mi tornano spontanee le pratiche della de-vozione alle sante piaghe di Gesù crocifisso. Sono il complemento della devozione al Sacro Cuore. Vi insisterò sempre meglio. 705. 4. Nel ritiro dello scorso anno a Roustchouk le circostanze mi portarono ad una accentuazione dell'amore della croce e del pa-tire con Gesù, mio maestro e mio re. Per grazia del Signore quel profondo meditare non fu vano. Mi sono sentito da allora e mi sen-to più calmo per tutte le evenienze della mia vita, egualmente di-sposto alle cose più disparate, ai successi ed agli scacchi; riputan-do esser sempre un grande successo per me, il fare semplicemente il mio dovere a servizio della Santa Sede Apostolica. Tornerò spesso su quelle considerazioni, procurando di accre-scere in me il desiderio, la santa voluttà di soffrire con Gesù soffe-rente, di amare il mio presente far poco, senza fantasie di far altro, la mezza ombra in cui la volontà del Signore mi tiene, impossibili-tato come sono dalle circostanze a far di più, come ne avrei la ten-denza e il genio. Che cosa è mai, del resto, questo di più o di meno che io posso fa-re a servizio della santa Chiesa nel ministero mio presente, o in altri ministeri che mi potrebbero venir affidati, ma a cui non penso e non voglio pensare; che cosa è mal? Negli occhi di Dio, niente di più di quel che sono le disposizioni interne del mio spirito, a lui note anche «in abscondito» (Mt 6,4.28 e Sal 31,21), agli occhi degli uomini « va-por ad modicum parens» (Traduzione: Fumo che appare per un momento). (Gc 4,15), spesso inganno e delusione. 706. 5. Sono nel cinquantesimo anno della mia vita. Dunque, uo-mo maturo che si avvia alla vecchiaia: forse la morte è vicina. Ho concluso ben poco in mezzo secolo di esistenza e di vocazione sa-cerdotale. Mi umilio e mi confondo innanzi al Signore: gli chiedo perdono « pro innumerabilibus excessibus meis »~, ma guardo al-l'avvenire con calma imperturbata e fiduciosa. «Cor Jesu in quo Pater sibi bene complacuit ». Questa invo-cazione mi ha impressionato in questi giorni. Allorché fu udita la voce del Padre ad esprimere le sue compiacenze, Gesù non aveva fatto nulla nella vita, fuorché vivere nascosto, in silenzio, in lavo-ro umilissimo, in preghiera sommessa. Oh, che grande conforto in questo insegnamento! 707. 6. Riprendo il mio cammino sempre più deciso a « redime-re tempus » (Ef 5,16; Col 4,5). Qui devo insistere e battere senza pietà il corpo e lo spirito. Io voglio, io devo rendere di più, anche nel mio ministero attuale. Quindi, maggior scrupolo nell'uso del mio tempo: fare subito, tutto, presto e bene; non aspettare; non mettere le cose secondarie avanti alle principali; sempre alacre, oc-cupato, sereno. 7. Ma soprattutto « et in omnibus», preoccupato di esprimere nella mia vita interiore e nella mia azione esteriore l'immagine di Gesù «mitis et humilis corde» (Mt 11,29). «Deus me adiuvet»

 

1932

RITIRO PREDICATO AI PADRI PASSIONISTI A ROUSTCHOUK, 18-22 LUGLIO 1932 Note brevi.

708. « In cruce salus, in cruce vita, in cruce protectio ab hosti-bus. In cruce infusio supernae gratiae, in cruce robur mentis, in cruce gaudium spiritus, in cruce summa virtutis, in cruce perfectio sanctitatis » (IC 2.12) (Traduzione: Nella croce è salvezza, nella roce è vita, nella croce protezione da' nemici: nella croce infondimento di superna dolcezza, nella croce vigore alla mente, gau-dio allo spirito; nella croce somma di virtù, nella croce perfezione di santità). Primo giorno: « Pater de caelis Deus, miserere nobis ».

Introduzione Ricordo dei miei Esercizi di preparazione al sacerdozio a Roma, 4 agosto 1904, ai Santi Giovanni e Paolo presso i padri passionisti. Piacere di restituire loro il servigio. L'esperienza degli anni passa-ti: molti libri letti, uomini conosciuti; la vera vita è l'amor della croce, la vera filosofia quella della santa croce. Il capit. xii del li-bro lì della Imitazione: De regia via sanctae Crucis. Motivo principale di questo ritiro: «Nos autem gloriari oportet in cruce Domini J. C. in quo est salus, vita et resurrectio nostra» (San Paolo, cfr. Gal 6,14). (Traduzione: Non dobbiamo gloriarci d'altro che della croce del Signore Nostro Gesù Cri-sto; in lui è la nostra salvezza, la nostra vita, la nostra risurrezione). 709. Importanza di questo ritiro: 1) per la questione di cui si tratta in se stessa, salute della propria anima; 2) per le nostre responsabi-lità in faccia alla Chiesa e alle anime altrui; 3) perché può essere l'ultimo ritiro, forse l'ultima grazia. Lo scopo da ottenersi: orientare la nostra vita secondo la preci-sa volontà di Dio in noi. Le disposizioni dello spirito: negligenza, infedeltà, pusillanimità; coraggio e generosità. Questo noi dobbia-mo avere. Spiegazione del « Venite seorsum in desertum locum et requiescite pusillum » (Traduzione: Venite in disparte, in un luogo solitario e riposatevi un poco). (Mc 6,31) come compendio di ciò che de-vesi fare perché la grazia di questo ritiro sia piena e perfetta. Soprattutto il riposo in Gesù, fatto di abbandono confidente e di preghiera. Atmosfera caratteristica di questo ritiro: la carità fraterna più soave; secondo l'« Ecce quam bonum et quam iucundum » (Sal 133,1). (Traduzione: Quanto è buono e quanto è soave). Per finire: il motto « Deus et ego » di mgr Sardi Promessa scambievole di preghiera tra chi predica e chi si esercita. Primo giorno: « Pater de caelis Deus, miserere nobis ». 710. I. Principio e fine dell'uomo: i compiti delle creature: i fini della vita religiosa e sacerdotale. Il. Il peccato: in se stesso, nel prete; peccato degli angeli; con-fronto coi peccati mortali del prete; conseguenze nella vita del pre-te: come con un cadavere: non vede, non sente, è insensibile e incapace di movimento, dà odore di morte (scandalo). Il peccato veniale: è grossolanità, è sgarberia col Signore che ci ha educato con tanta finezza. Ciò è grave particolarmente in un religioso, in un pastore d'anime. III. Le sanzioni della legge: inferno, morte, giudizio particola-re. Due figure di preti e di apostoli peccatori: Giuda e san Pietro. Conclusione di questa giornata del Padre divino, creatore, legi-slatore, giudice. Finire coll'abbandono nella misericordia. Secondo giorno: « Fili, redemptor mundi, Deus, miserere nobis ». 711. I. Gesù Cristo oggetto di cognizione, di amore, di imitazio-ne da parte del sacerdote. L'imitazione innanzi tutto della sua obbedienza. Largo commen-to delle parole di san Paolo (Fil 2, 5-11): «Hoc sentite in vobis, quod et in Christo Jesu: qui cum in forma Dei esset, etc. fino a... et in nomine Jesu omne genuflectatur etc.» (Traduzione: abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Gesù Cristo; il quale pure essendo di natura divina, ecc. sino a: perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi, ecc). Applicazioni pratiche di questa dottrina, tratte non solo dagli esempi di Gesù ma da tutto il suo ambiente: san Gio[vanni] Batti-sta, san Giuseppe, Maria ecc... Felicità per un prete, nel far sem-pre la volontà dei suoi superiori. Esempi antichi e moderni. 712. Il. L'imitazione di Gesù Cristo nella sua vita di Nazareth e di apostolato. Innanzitutto farci ben convinti che noi dobbiamo riprodurre in noi la vita e la fisionomia di Cristo. «Ego vitis, vos palmites » (Gv 15,5). (Traduzione: io sono la vite, voi i tralci). Sviluppi. Poi imitare Gesù nel non occuparci che del so-prannaturale. A misura che questo manca, la vita religiosa perisce in noi. Vita di preghiera: sempre pregare, l'abitudine della giaculato-ria. Dappertutto portare la nota, il respiro, il profumo di Cristo. Messa, breviario, preghiere per il popolo. 713. Poi lo zelo. Tre classi di preti: scegliere e lavorare oppure ritirarsi. Tempi nuovi, bisogni nuovi, forme nuove. Nello zelo espri-mere tre raggi della luce di Cristo: 1) «Talis decebat ut esset pontifex, sanctus, innocens, impollu-tus, segregatus a peccatoribus etc. » (Eb 7,26)10. Elogio della pu-rezza del clero cattolico: ragioni di prudenza, nei contatti con donne; esercizio della modestia nelle cose libere. Gesù «lilium in-ter spinas » (Ct 4,2): così il prete di Gesù; 2) la dolcezza: «discite a me, quia mitis sum et humilis corde» (Mt 11,29). Esempio dei santi; 3) la pazienza: « zelum tuum firmat consta ntia» (san Bernar-do). Oh, il grande vantaggio del saper sopportare, del saper aspettare. III. Soprattutto la passione di Gesù: studiata nel crocifisso, nel-l'Eucarestia, nel Sacro Cuore. Considerazioni e conclusioni prati-che. « Verbum crucis pereuntibus stultitia: iis autem, qui salvi fiunt, idest nobis, Dei virtus est » (ìCor 1,18), parole messe in fronte alle Costituzioni dei Padri Passionisti. Terzo giorno: « Spiritus sancte Deus, miserere nobis ». 714. I. Vita e apostolato di santità « et in Spiritum Sanctum Do-minum et vivificantem ». Capir bene che noi vescovi e religiosi sia-mo tenuti alla santità, appunto perciò le manifestazioni dello spirito in noi sono «spiritus gratiae et precum». Vita di preghiera, importanza, eccellenza, modo pratico di as-solvere l'« opus divinum ». Breviario del cardinale Massaia . Il. «Spiritus veritatis spiritus charitatis » (Gv 16,13). L'annun-cio della verità: catechismi in tutte le forme ai piccoli ed ai grandi: doveri gravissimi del sacerdote. « Spiritus charitatis »: innanzi tutto coll'esempio del disinteres-se, poi col dare, col dare senza paura; poi in due forme caratteri-stiche di carità: il confessionale e gll ammalati. Soprattutto lo spirito di carità nei rapporti coi confratelli. Richiamato il dovere del si-lenzio e del segreto, e del non riferire ciò che stuzzica l'amor pro-prio o il risentimento altrui. Nei rapporti col Vescovo basta quanto ha scritto santo Ignazio di Antiochia. 715. III. «Et in Spiritum Sanctum, Sanctam Ecclesiam Ca-tholicam ». Le regole di sant'Ignazio circa il « sentire cum Ecclesia ». In con-formità ai tempi. Anzitutto ricordare che la Chiesa nostra è catto-lica non nazionale. Guardarci da ogni forma di nazionalismo. Poi solidarizzare in tutto, gioie e dolori, colla Chiàa universa-le. Raccomandata la lettura de L'Osservatore Romano. Poi col Pa-pa in tutto: Opere Missionarie, Azione Cattolica. Una parola speciale circa i rapporti cogli ortodossi e per l'unio-ne a Roma. La finalità più alta è là. Corona a tutto, la devozione a Maria, sposa dello Spirito San-to. Forma di questa devozione: il rosario meditato

Discorso finale. 716. Il paradiso e le parole di san Paolo (Rm 8,35): «Quis nos separabit a charitate Christi? tribulatio? an angustia? etc.» con breve commento. Mezzo per conservare il frutto del sacro ritiro: l'esame di coscien-za quotidiana ben fatto, e la confessione almeno quindicinale.

 

RITIRO SPIRITUALE A SOFIA INSIEME COI PADRI CAPPUCCINI 4-8 SETTEMBRE 1933.

717. Molta calma e pace. Ho dovuto fare tutto da me, perché il buon predicatore p. Samuele ci aveva preparato dei bei discorsi per i suoi confratelli, ma senza conoscere affatto il metodo di san-t'Ignazio. Ho insistito nel primo giorno sulla santa indifferenza. Nel se-condo giorno mi sono confessato dal mio solito ed ottimo p. Al-berto. Rimasi contento e col cuore molto tranquillo e quieto. Ho riveduto i propositi migliori della mia vita episcopale e li ho rinno-vati con tutto il fervore di cui il Signore mi ha dato la grazia. Sen-to di essere meschino e miserabile, ma mi dura il proposito di volermi santificare ad ogni costo, con calma, con pazienza, con assoluto abbandono in Gesù « pastor et episcopus animae meae» (1Pt 2,25). 718. Il fondo generale delle mie risoluzioni in questi giorni, èespresso nelle parole semplici della Imitazione di Gesù Cristo: «Ama nesciri et pro nihilo reputari» (IC 1.2) Con tutto ciò nes-suno scoramento; anzi, sempre lieto, sempre sereno, sempre co-raggioso sino all'ultima ora. Gesù, Giuseppe, Maria, spiri in pace con voi l'anima mia. La vita prolungata di rappresentante pontificio in questo paese, mi reca sovente acute, intime sofferenze, che mi sforzo di nascon-dere. Ma tutto sopporto e sopporterò volentieri, anzi gioiosamen-te, per amore di Gesù, per rassomigliargli il più possibile, per com-piere in tutto la sua santa volontà, per il trionfo della sua grazia in mezzo a questo popolo semplice e buono, ma ahi! quanto sven-turato: a servizio della santa Chiesa e del Santo Padre, a mia san-tificazione. « Domine, tu omnia nosti: tu scis quia amo te » (Gv 21,17).

 

1934

RITIRO SPIRITUALE DEL 1934 A ROUSTCHOUK COI PADRI PASSIONISTI, 27-31 AGOSTO

719. 1. Ilp. Ausonio Demperat, assunzionista, ci tenne i sermo-ni. Ben fatti e seri, ma lontani dal sistema di sant'Ignazio. Mi so-no confessato dal p. Isidoro Delin, vicario generale di mgr Theelen e parroco di Oresc. E mi trovo contento. 2. Situazione del mio spirito, tranquilla. Quest'anno fu partico-larmente calmo. Tremo pensando al giudizio che il Signore farà di me scrutandomi in lanternis (Sof 1,12). Ma poi, quando mi chiedo che cosa mi convenga fare per piacere di più al Signore, per farmi santo, non sento altra risposta: Continua a star nella obbedienza come stai; fa le cose tue ordinarie, giorno per giorno, senza smanie, senza sin-golarità, ma tutto con studio di maggior fervore e perfezione. Sii fedele alla forma della pietà sacerdotale: messa, piccola me-ditazione, breviario, corona, visita, esami, buone letture; ma tutto con un tono più elevato di fervore, con una certa soprabbondanza di unzione, come nella lampada che è nutrita da olio copioso. Non preoccuparti per nulla del tuo avvenire, pensando che for-se tu stai presso la porta dell'eternità, ed insieme sii sempre più contento di viver così, lontano dagli occhi, forse dalle attenzioni dei tuoi superiori, non dolendoti di essere poco apprezzato, sfor-zandoti di gustare sempre più il « pro nihilo reputari » (IC 1.2). 720. 3. Le circostanze del mio ministero, quale si è venuto im-postando dopo dieci anni di soggiorno in Bulgaria, non mi consi-gliano, né mi consentono, di far altro da quello che faccio: almeno per ora. Continuerò dunque a vivere alla giornata, ma offrendo con più ardente passione a Gesù questo mio vivere così, questa li-mitazione che debbo imporre alla mia attività esteriore, e tutta la mia vita di più intensa preghiera: a salute e a santificazione dell'a-nima mia e di questi vescovi e sacerdoti; a diffusione e penetrazio-ne più profonda dello spirito di carità in questo paese, dove c'è tanta asprezza in tutto; ad edificazione e a progresso religioso dei fedeli cattolici; a lume e a benedizione di tutto questo popolo bul-garo, fuorviato, eppur così ricco di felici attitudini verso il regno di Cristo e la sua Chiesa. 721. 4. Che ha fatto mgr Roncalli nella monotonia della sua vi-ta alla delegazione apostolica? Nella santificazione di se stesso, in semplicità, in bontà e in letizia ha aperto una fonte di benedizioni e di grazie - lui vivo e lui morto - per tutta la Bulgaria. Così dovrebbe essere. Ma queste sono grandi parole e più gran-di cose. Gesù mio, mi confondo a pensarle, ho rossore a dirle. Ma voi datemi la grazia, la forza, la gloria di realizzarle. Tutto il resto vada pure. Tutto il resto è vanità, e grande miseria, e afflizione di spirito (Qo 1,2). Gesù, Giuseppe, Maria, a voi il cuore e l'anima mia, ora e sempre.

 

[Schema delle meditazioni del Ritiro]

722. Argomento svolto dal P. Ausonio Assunzionista.

Introduzione - Gesù Crocifisso porta lo spirito suo. I giorno I sermone - l'umiltà all'inferno ci sono dei vergini ma non ci sono degli umili Il sermone - gli esercizi di pietà III sermone - morte - inferno - paradiso II giorno I sermone - la tiepidezza Il sermone - la confessione III sermone - lo zelo sacerdotale III giorno I sermone - Gesù e il prete. Magistero e Meditazione ideale Il sermone - le virtù speciali del prete: bontà, dolcezza, corte-sia, sincerità, garbo ecc. III srmone - la caduta; la conversione di S. Pietro. 723. Chiusa: La devozione a Maria «Qu'est-ce que la douceur? C'est la plénitude de la force » (P. Gratry, Commentaire de S. Matthieu. Discours de la montagne. part. I, c. V.). «Vous le savez, la foudre c'est la force brisée, qui rugit et qui brise, qui brise un homme, un arbre. Pauvre force! La force entière est cette force douce, qui porte notre globe et tous les astres en se jouant. Celui qui a dans l'àme, par la présence de Dieu, cette force entière, cette force douce, celui là seul soulève la terre et la possède. Donc bienheureux en effet, ceux qui sont doux, parce qu'il possederont la terre »

 

1935-1944

Rappresentante pontificio in Turchia e Grecia

 

1935

CONCLUSIONE DELLE XL ORE S MARZO 1935 - S. ANTONIO (ISTANBUL)

Ego sum panis vitae. 724. Il racconto dei missionari del Giappone: un uomo bianco, il Papa; un pane bianco, l'Eucaristia; una donna bianca: Maria. I miracoli di Gesù provano la sua divinità: il miracolo dei mira-coli è qui: Gesù presente e vivo sotto le specie del pane. Con quanta gravità e solennità, Gesù dice di sé: Ego sum panis vitae (Gv 6,35)2 Aveva pur detto: Ego sum ostium (Gv 10,9), lux, via, veritas (Gv 8,12), pastor bonus (Gv 10,11). Ma con quanta potenza maggiore ripete: Ego sum panis vitae. E ciò scan-disce, illustra: pane vero, che si mangia; pane che vivifica in con-trasto con la manna, che non arresta la morte. Il discorso è in-comprensibile: Gesù non si corregge, non si spiega di più. Questo basta alla nostra fede: Ad quem ibimus? Verba vitae eternae ha-bes (Gv 6,68). 725. Nostri doveri in faccia alla verità del mistero Eucaristico: credere, adorare, mangiare. Sviluppi dei singoli punti: specialmente la partecipazione alla 5. Messa: e poi la Comunione sacramentale e spirituale.I frutti del panis vitae secondo la dottrina di san Tommaso: su-stentat, auget, reparat, delectat. Sviluppi di questi punti (episodio di Elia fuggente e del panis ci-nericius [iRe 19,1-8]. Applicazione alla S. Quaresima a cui va bene dare un tono Eucaristico. Patto di comunione, preghiere fra padre e figli, fra pastore e pecorelle, ecc.

 

ESERCIZI SPIRITUALI A ISTANBUL 5-22 DICEMBRE 1935 COI MIEI PRETI

726. Esercizi così per dire. Li ho fatti qui, alla Delegazione Apo-stolica, in compagnia dei miei cari sacerdoti della cattedrale. Li ha predicati, bene al solito, il p. Paolo Spigre, superiore dei gesuiti. S'è fatto quanto si è potuto; ma così non mi sono riusciti di pie-na soddisfazione. Bisogna uscire dall'ambiente e dagli affari. Cu-rare questi, restando in casa, e insieme attendere alla propria anima, non è possibile. Ciò servirà per un altro anno. Per questo, non ho che a rinnovare i propositi degli scorsi anni. Dalla fine di agosto del 1934 ad ora, quante mutazioni imprevi-ste intorno a me! Sono in Turchia. Che cosa mi manca qui di oc-casione e di grazia per farmi santo? 727. Il Santo Padre, mandandomi qui, ha voluto sottolineare da-vanti al card. Sincero l'impressione avuta dal mio silenzio, tenuto per dieci anni, circa il mio restare in Bulgaria, senza lamentarmi mai, od esprimere desiderio di altro. Ciò rispose ad un proposito, e sono contento di esservi rimasto fedele. Qui, quanto lavoro! Benedico Iddio che mi riempie delle conso-lazioni del sacro ministero. Debbo insistere però nel dare ancora più calma e più ordine a tutte le cose mie. Anche la prova dell'abito civile fu ben superata da tutto il mio clero. Io però devo sempre precedere coll'esempio, diffondendo gravità ed edificazione. il Cuore di Gesù mi infiammi, e mi man-tenga e accresca in me il suo spirito. Amen.

 

1936

RANICA (BERGAMO) VILLA DELLE FIGLIE DEL SACRO CUORE 13-16 OTTOBRE 1936

728. Breve ritiro, pieno di pace e di silenzio, in questa magnifica villa che serve di noviziato al caro istituto di mgr Benaglio e della ven. Verzeri'. Ho potuto, con la grazia del Signore, rendermi conto della si-tuazione del mio spirito. Dalla perfezione corrispondente agli ob-blighi miei ed alle grazie che il Signore continua a darmi, oh, quanto son lontano ancora! Ma il desiderio l'ho sempre vivo e ardente. In questi giorni mi guida nel ben meditare il p. Bellecio nel suo Triduum sacrum. Riconosco di essermi ormai fatta l'abitudine dell'unione costante con Dio, «cogitatione, verbo et opere », e del tenermi innanzi il binomio: « adveniat regnum tuum, fiat vo-luntas tua » (Mt 6,10), e di tutto vedere in funzione di coordina-mento verso questi due ideali. Ma le mie azioni quotidiane, gli esercizi di pietà, quanto sono difettosi! Ebbene!, tutto voglio rin-novare. Del mio nuovo ministero in Turchia, pur fra molte difficoltà, sono contento. Mi occorre sistemare meglio le mie giornate e an-che le mie notti. Non coricarmi mai prima di mezzanotte, non èbuona cosa. Soprattutto bisognoso di riforma è il tempo che segue alla cena. La radio fa perdere troppo tempo e sconcerta ogni cosa. 729. Regola costante: alle diciannove rosario per tutti, in cap-pella. Poi, cena e ricreazione: tre quarti d'ora bastano per le due cose. Seguirà la recita del mattutino, poi il giornale radio, even-tualmente qualche buona audizione musicale, se c'è. Poi ognuno si ritira: il segretario in camera sua, io ad un po' di lavoro. Alle undici devo coricarmi. Ogni mattina, un pensiero che dia direzio-ne e programma a tutta la giornata. Meditazione non omessa mai: breve se non si può di più, ma vivace, agile e calma. Poi devo evi-tare le lunghe udienze. Molta amabilità con tutti, come se non avessi ad occuparmi che di ciascuno, ma parola sciolta e breve. La mia salute mi impone un regime quanto ai cibi. Anche a mez-zogiorno mangerò meno, come già poco mangio la sera. Sarà bene che io esca tutti i giorni al passeggio. Signore mio, ciò mi pesa e mi pare tempo perduto. Ma è pur necessario, se tutti insistono per-ché lo faccia. Lo farò, offrendo al Signore il sacrificio che mi porta. 730. Mi pare di essere distaccato da tutto, da ogni pensiero di avanzamento o di altro. Io non merito nulla, e non soffro d'impa-zienza alcuna. Il constatare però la distanza fra il mio modo di ve-dere le situazioni sul posto, e certe forme di apprezzamento delle stesse cose a Roma, mi fa tanto male: è la mia sola vera croce 4. Voglio portarla con umiltà, con grande disposizione a compiacere i miei superiori maggiori, perché questo e nient'altro che questo io desidero. Dirò sempre la verità, ma con mitezza, tacendo su quan-to mi paresse torto o offesa ricevuta, pronto a sacrificare me stes-so o ad essere sacrificato. Il Signore tutto vede e mi farà giustizia. Soprattutto voglio continuare a rispondere sempre bene per male, ed a sforzarmi di preferire, in tutto, il Vangelo agli artifici della politica umana. Voglio attendere con maggior cura e costanza allo studio della lingua turca. Io sento di voler bene al popolo turco, presso il quale il Signore mi ha mandato: è il mio dovere. So che la strada che ho preso nei rapporti coi turchi è buona, soprattutto è cattolica ed apostolica. Debbo continuare in essa con fede, con prudenza, con zelo sincero, a prezzo di ogni sacrificio. Gesù, la santa Chiesa, le anime, anche le anime dei turchi, non meno che quelle dei poveri fratelli ortodossi: «Salvum fac popu-lum tuum, Domine, et benedic hereditati tuae» (Sal 28,9). (Traduzione: salva il tuo popolo, o Signore, e benedici la tua eredità).

 

1937

RITIRO SPIRITUALE COL MIO CLERO SECOLARE A ISTANBUL IN DELEGAZIONE 12-18 DICEMBRE 1937

731. 1. Caro ritrovo, come in famiglia, per i problemi più gravi e più sacri. Avverto però ciò che notavo alla fine del 1935: questo restare nello stesso ambiente ordinario di tutti i giorni, e per i preti questo uscire e rientrare, toglie molto alla efficacia del ritiro. Non si poteva però fare di meglio. La casa dei gesuiti è partico-larmente sorvegliata in questi giorni, dunque pericoloso il restar là dentro come ospiti. Pazienza. 2. Nella revisione del mio organismo spirituale, tutta propria di questi giorni, avverto che, per grazia del Signore, tutte le parti sò-no ancora in regola: però, quanta polvere, quanto logorio dei sin-goli pezzi; ecco la ruggine, qua e là; altrove, o le viti o le molle che non funzionano, o funzionano male. Bisogna dunque rinno-vare, ripulire e... vivificare. La santa confessione di un anno, che ho fatto a p. Spigre che predica il ritiro, mi lascia in pace. Ma il Signore è pure contento dei fatti miei? Tremo a pensarci. Solo mi dà coraggio la fiducia, l'abbandono in lui. 732. 3. L'anno scorso in dicembre, ad Atene 2, ebbi un grave avvertimento circa la mia salute fisica. Sono corso ai ripari; dopo un anno mi sento molto bene, nonostante che io rechi, nello squallore della capigliatura, i segni della vecchiaia. Insisterò sempre nel tenermi familiare il pensiero della morte, non a tristezza, ma anzì a lume e ad elevazione lieta e tranquilla della vita che ancora mi resta quaggiù. Ciò che mi fece più impressione nella mia giovinezza, fu il mori-re del mio vescovo, mgr Radini di venerata memoria a cinquanta-sette anni: giusto la mia età attuale. Pensai sempre che forse io non sarei arrivato sin là. Vi arrivo ora e ringrazio Iddio! Quale dovere per me di santificarmi seriamente! 4. Mi sento tranquillo e contento del mio stato: solo malconten-to di non essere santo ed esemplare in tutto come dovrei, come vor-rei. Gli onori o gli avanzamenti della terra non mi turbano gran fatto; ed ho l'impressione di tenerli in disciplina. Signore, aiutate-mi, perché la tentazione può sorgere facilmente, ed io sono mise-rabile. La Chiesa ha già fatto troppo per me. Io sono «omnium novissimus» (Mc 9,34). 733. 5. «Vir eucharisticus». Voglio veramente esser tale. Su que-sto punto devo richiamare qualche cosa di già deciso. Anticiperò sempre il mattutino la sera: ciò mi assicura di fare sempre la medi-tazione al mattino, dopo la messa e le piccole ore. Poi, oltre alla visita quotidiana ordinaria più o meno lunga, ma sentita e vibran-te, al giovedì, dalle 22 alle 23, sarò fedele all'ora di adorazione, come avevo già cominciato a fare, per i bisogni miei e della santa Chiesa. 6. Le circostanze della mia vita ordinaria qui, a Istanbul, mi per-mettono solo due ore di lavoro tranquillo, e son~ quelle della not-te, dalle 22 alle 24: conviene che mi vi adatti. Però a mezzanotte, dopo le ultime notizie, mi debbo assolutamente ritirare per breve preghiera e per dormire. Vedo che sei ore di riposo notturno ordi-nario mi bastano. Lungo la via si vedrà se si può far meglio. Ciò che interessa è che tutto sia ordinato e calmo, con ritmo alacre e senza smanie. 734. 7. A cena, in refettorio, leggemmo, don Giacomo Testa ed io, alcune pagine di Faber sulla benevolenza. Mi è caro l'ar-gomento, perché veggo che tutto è là. Continuerò nello sforzo tran-quillo di essere soprattutto buono e benigno, senza debolezze, ma insieme con perseveranza e con pazienza con tutti. L'esercizio del-la bontà pastorale e paterna - «pastor et pater» - deve riassu-mere tutto l'ideale della mia vita episcopale. La bontà, la carità: che grande grazia! «Omnia mihi dona pariter cum illa» (Sap 7,11). (Traduzione: insieme con essa mi sono venuti tutti i beni),

 

ESERCIZI SPIRITUALI 12-18 NOVEMBRE 1939, ISTANBUL, PRESSO I GESUITI DI AYAS-PASA, «SACRO CUORE»

Pensieri e propositi. 735. 1. Finalmente gli Esercizi che desideravo: chiusi, senza con-tatto col mondo esterno, e fatti con metodo. Ho invitato a venir con me i miei confratelli, vescovi e preti, non religiosi: ci sono tut-ti e di ogni rito. Parecchi però la sera tornano a casa per la messa del domani. Ciò è meno bene, ma è necessario. Io godo di restare solo per tutta la settimana. E benedico il Signore. 2. Il p. Elia Chàd, superiore dei gesuiti, ci dà i punti secondo il metodo di sant'Ignazio, e fa bene. Però anche lui deve dare più che i punti: invece di un quarto d'ora ne occupa una mezza. Poi si dovreb-be proseguire la meditazione in camera. Io mi aiuto leggendo, nella traduzione latina annotata dal p. Roothaan, il testo ignaziano. Constato però che, anche per noi preti e vescovi questo dare a spizzico, per essere fedeli al metodo, e lasciare il resto allo spirito di ciascuno, non è pratico. Siamo tutti un po' bambini bisognosi di essere guidati dalla voce viva di chi ci presenta la dottrina bella e preparata. Dunque, metodo di sant'Ignazio, ma adattato alle for-me moderne di vita. Oh, i nostri bravi preti bergamaschi che ci pre-dicavano gli Esercizi in seminario! Ed erano ben fedeli allo spirito e, secondo le circostanze, al metodo di sant'Ignazio! 736. 3. Fra pochi giorni - il 25 di questo mese - compirò i cin-quantotto anni. Avendo assistito alla morte di mgr Radini a cm- quantasette anni, mi pare che tutti gli anni, oltre questi, mi vengano concessi in soprappiù. Signore, vi ringrazio. Mi sento ancora gio-vane di salute e di energia, ma non pretendo nulla. Quando mi vo-gliate, eccomi pronto. Anche nel morire, e soprattutto nel morire, « fiat voluntas tua » (Mt 6,10). Non manca neppure intorno a me il sussurro: « ad majora, ad majora». Non mi illudo così da prestarmi alle sue carezze, che so-no, sì, anche per me, una tentazione. E mi sforzo cordialmente di trascurare queste voci, sonanti inganno e vigliaccheria. Le reputo uno scherzo; sorrido e passo oltre. Per quel poco, per quel niente che io sono nella santa Chiesa, la mia porpora l'ho già, ed è il ros-sore di trovarmi a questo posto di onore e di responsabilità valen-do io così poco. Oh, che conforto per me sentirmi libero da queste aspirazioni di cambiar posto e di salire! La reputo una grande gra-zia del Signore. Voglia il Signore conservarmela sempre. 737. 4. Quest'anno il Signore mi ha provato coi distacchi da per-sone care: mia mamma, venerata e dolcissima; mgr Morlani, il mio primo benefattore; don Pietro Forno, il mio intimo collabo-ratore negli Atti della Visita Apostolica di S. Carlo; don Igna-zio Valsecchi che fu curato a Sotto il Monte durante gli anni del mio chiericato, prima di partire per Roma, 1895-1900: tutti scom-parsi. Non parlo di altre conoscenze e persone carissime: prima fra queste il mio rettore, mgr Spolverini. Il mondo cambia faccia per me. «Praeterit figura huius mundi» (ìCor 7,31). Ciò deve ac-crescere la mia familiarità con l'al di là, pensando che forse presto ci sarò anch'io. Cari morti, io vi ricordo e vi amo sempre. Pregate per me. 738. 5. Ho fatta la mia confessione annuale a p. Chàd, e sono contento. Per prepararmi bene ho celebrato la santa messa espres-samente, ho assistito ad un'altra messa e poi mi misi in ginocchio, pentito e confuso. « Commissa mea pavesco et ante te erubesco: noli me condemnare» 7. Il confessore mi dice che il Signore è contento del mio servizio. Contento davvero? Oh, lo fosse! Io non ne sono contento che in parte. La elezione dello stato per me è fatta da tempo: anche quanto ai particolari della mia vita e attività tutto è ben chiaro e fisso dall'« impendam et superimpendar pro animabus» (Traduzione: per conto mio mi prodigherò volentieri, anzi consumerò me stesso per le vostre anime) (2Cor 12,15): non dormo sui miei doveri episcopali, ma, ahimè, quanti difetti nel compierli! Soprattutto mi tormenta la sproporzione fra quello che faccio e quello che mi resta a fare e che vorrei pur fare, ma non arrivo. La colpa deve essere in parte mia. Nelle mie lettere so-no troppo lungo, per il timore di riuscire secco e poco cordiale, dicendo meno: nel desiderio di fare meglio gli interessi della carità e della santa Chiesa, dicendo di più. Converrà cercare la linea della discrezione, che sta nel mezzo; e, se resta ancora un po' di tortura, recarmela in pace. 739. 6. Il giorno dei morti il mio caro segretario, mgr Giacomo Testa, mi ha lasciato definitivamente « ad currendam viam suam» (Sal 19,6). Era un buon figliolo che stava con me da due anni e che amavo nel Signore. « Fiat » (Lc 1,38). Al suo posto eccone un altro, giovane, mgr Vittore Ugo Righi. I superiori me lo hanno inviato perché io lo aiuti nella sua forma-zione al servizio della Santa Sede. Mi pare docile e buono; farò del mio meglio. Insieme vorrei alleggerire il mio peso della corri-spondenza ufficiale, mettendolo in parte sopra di lui. Ecco un mez-zo per stabilire la proporzione fra il da fare e il fatto. « Sic Deus me adiuvet ». 740. 7. Per la lettura in refettorio ho proposto, dopo la prima enciclica del nuovo Papa, il Journal intime di mgr Dupanioup, che trovai fra i libri della Delegazione e che io conosco bene. Vedo che quelle pagine fanno molta ed edificante impressione. A me soprattutto interessa il frequente ritorno di un prelato, tanto dinamico, sulle pratiche di pietà e della vita interiore: messa, bre-viario, meditazione, devozione al Sacramento, alla Madonna, che egli chiama « Auxilium christianorum: Auxilium episcoporum », ecc. Conforto nel « socios habere penantes », conforto per me ed insieme incitamento. Insisto particolarmente nella recita del mat-tutino la sera. A mgr Righi piace la recita insieme, e per me è quanto desidero ed ho già cominciato a fare. Il mattutino detto la sera ètutto tempo prezioso preparato per la meditazione del domani e per una elasticità più spedita in tutto il resto. Egualmente terrò al rosario in famiglia che ho cominciato. Anche con mgr Radini si usava così, anche col card. Ferrari, a Milano. 741. 8. Faccio proposito speciale, ad esercizio di mortificazio-ne, lo studio della lingua turca. Saperne ancora così poco, dopo cinque anni di soggiorno a Istanbul, è una vergogna e mostrerebbe poca comprensione della portata della mia missione, se non ci fos-sero motivi a scusare e a giustificare. Ora riprenderò con lena; la mortificazione mi diverrà motivo di compiacenza. Io amo i turchi, apprezzo le qualità naturali di que-sto popolo che ha pure il suo posto preparato nel cammino della civilizzazione. Riuscirò a poco? Ciò non conta nulla. Il mio dove-re, l'onore della Santa Sede, l'esempio che devo dare: e basta. Non riuscissi che a restar fedele a questo fermo proposito, riterrei gran-de e benedetto il frutto dei miei Esercizi. 742. 9. Altri propositi speciali? Non so trovarli, perché mi sento tutto crocifisso alla mia vita di vicario e di delegato apostolico. Mantenere la mia pace e, nella pace, un grande fervore: non rece-dere affatto dal sistema che mi consiglia in tutto umiltà e mitezza, qualunque impulso o tentazione io senta in contrario; mitezza che non è per nulla pusillanimità; parlar poco, poco di politica; e con-servarmi familiare il pensiero della morte. 743. 10. Dalla finestra della mia camera, qui presso i Padri Ge-suiti, osservo tutte le sere un assembrarsi di barche sul Bosforo; spuntano a decine, a centinaia, dal Corno d'oro; si radunano a un posto convenuto, e poi si accendono, alcune più vivacemente, al-tre meno, formando una fantasmagoria di colori e di luci impres-sionante. Credevo che fosse una festa sul mare per il Bairam che cade in questi giorni. Invece è là pesca organizzata delle palamite, grossi pesci che si dice vengano da punti lontani del Mar Nero. Que-ste luci durano tutta la notte, è si sentono le voci gioiose dei pe-scatori. Lo spettacolo mi commuove. L'altra notte verso l'una pioveva a dirotto, ma i pescatori erano là, impavidi alla loro rude fatica. Oh, che confusione per me, per noi preti, «piscatores hominum» (Mt 4,19), davanti a questo esempio! Passando dalla figura al figurato, oh, quale visione di lavoro, di zelo, di apostolato propo-sto alla nostra attività! Del regno del Signore Gesù Cristo resta qui ben poca cosa. Reliquie e semi. Ma quante anime da conquistare a Cristo, vaganti in questo mare dell'islamismo, dell'ebraismo, della ortodossia! Imitare i pescatori del Bosforo, lavorare giorno e not-te colle fiaccole accese, ciascuno sulla sua piccola barca, all'ordine dei capi spirituali: ecco il nostro grave e sacro dovere. 744. 11. Il mio lavoro in Turchia non è faci~, ma mi viene bene, ed è motivo di molta consolazione. Vedo che c'è la carità del Si-gnore, e l'unione degli ecclesiastici fra loro e col loro misero pa-store. La situazione politica non permette di fare molto, ma mi pare già meritorio il non peggiorarla per colpa mia. La mia missione in Grecia, invece, oh, come mi è fastidiosa! Ap-punto per questo l'amo anche più e propongo di continuarla con fervore, sforzandomi di vincere tutte le mie ripugnanze. Per me è consegna: è, dunque, obbedienza. Confesso, non soffrirei se ve-nisse affidata ad altri, ma intanto che è mia, voglio farle onore ad ogni costo. « Qui seminat in lacrymis, cum exultatione metet» (Sal 126,5). (Traduzione : chi semina tra le lacrime, nel giubilo miete).Poco m'importa che altri raccolga. 745. 12. Quest'anno, vacanze poche e turbate dalla preoccupa-zione di dover tornare presto. In compenso ho trovato accoglienze estremamente benevoli ed incoraggianti a Roma, presso il Santo Padre, la Segreteria di Stato e la Congregazione Orientale. Rin-grazio il Signore. Ciò supera i miei meriti. Però non lavoro per gli elogi degli uomini. « Dominus dedit ». Se dovesse succedere, co-me è facile, il « Dominus abstulit », continuerei a benedire il Si-gnore (Gb 1,21). (Traduzione: il Signore ha dato, il Signore ha tolto). 13. Come a richiamo perenne di maggior fervore eucaristico ed a ricordo di questi Esercizi, propongo d'ora in poi di premettere sempre, alla mia messa privata, le preghiere che stanno sul cano-ne. Chi mi assiste aspetterà un poco, ma quelle preghiere devono essere dette. La sola « opportunitas » che potrà dispensarmene, sarà la maggior comodità di numerosi fedeli che aspettano e non devo-no trovarsi in condizioni di impazientire. San Francesco di Sales mi è buon maestro in questo esercizio di caritatevole discrezione.

 

1940

ESERCIZI SPIRITUALI 25 NOVEMBRE - 1 DICEMBRE 1940 TERAPIA 1, VILLA DELLE RELIGIOSE DI N. 5. DI SION

Sera di lunedì, 25 novembre. 746. Ieri il Santo Padre Pio XII invitò tutto il mondo ad unirsi a lui per cantare, gemendo, le litanie dei santi, e il Miserere. E tutti ci unimmo a lui ed alla sua preghiera, dall'Occidente e dall'Oriente. Ritiratomi qui tutto solo in Esercizi spirituali - come lo stesso Santo Padre fa in questi giorni in Vaticano - ed iniziando così il sessantesimo anno della mia povera vita (1881 - 25 novembre -1940), nulla credo più utile per me, anche come contributo al bene di tutti, che ritornare sul salmo della penitenza (Sal 51,3-21), di-stribuendone i versetti - che sono venti - quattro per ciascun gior-no, e rendendoli oggetto di considerazione pia. Seguo da lontano l'esposizione del Miserere del p. Segneri (cfr. infra, nota 8), ma con molta libertà di ispirazione e di applicazioni. Sommamente utile ad intendere i sensi profondi del salmo, è il tenermi viva l'immagine del reale Profeta e le circostanze del suo pentimento e del suo dolore. è un re che è caduto: è un re che si risolleva.

Primo giorno. Martedì 26 novembre.

747. I VERSETTO: « Miserere mei, Deus, secundum magnam mi-sericordiam tuam » (Sal 51,3) (Traduzione: pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia). 1. Il pianto delle nazioni. Esso arriva al mio orecchio da tutti i punti di Europa ed anche da fuori. La guerra micidiale che im-perversa sulla terra, sui mari, nei cieli, non è che una rivendicazio-ne della giustizia divina, di cui si sono offesi e violati i sacri ordinamenti imposti al consorzio umano. Si è preteso, si pretende da qualcuno, che Iddio debba preservare tale o tal altra nazione, o dare ad essa la invulnerabilità e la vittoria in vista dei giusti che in essa vivono, o del bene che pur vi si compie. Si dimentica che, se Dio ha fatto in qualche modo le nazioni, ha lasciato però la co-stituzione degli stati alla libera disputazione degli uomini. A tutti egli ha dettate le leggi della civile convivenza: il Vangelo ne è il co-dice. Ma non ha dato garanzie di assistenza speciale e privilegiata che alla nazione dei credenti, che è la santa Chiesa in quanto tale. Ed anche l'assistenza alla sua Chiesa, se la preserva da ogni disfat-ta, non la garantisce né dalle tribolazioni, né dalle persecuzioni. 748. La legge della vita per le anime e per i popoli determina la giustizia e l'equilibrio universale, i limiti nell'uso delle ricchezze, dei godimenti, della potenza mondana. A misura che questa legge è violata, si applicano automaticamente le sanzioni che sono terri-bili ed inesorabili. Nessuno stato vi sfugge. A ciascuno la sua ora. La guerra è una delle più tremende sanzioni. Essa è voluta non da Dio, ma dagli uomini, dalle nazioni, dagli stati per mezzo di chi li rappresenta. I terremoti, le inondazioni, le carestie, le pestilenze sono applicazioni di cieche leggi della natura: cieche, perché la na-tura materiale non ha intelligenza né libertà. La guerra è voluta invece dagli uomini, ad occhi aperti, a dispetto di tutte le leggi più sacre. Per questo è tanto più grave. Chi la determina, chi la fo-menta è sempre il « princeps huius mundi » (Gv 12,31) che nulla ha a vedere con Cristo, il « principe della pace » (Is 5,6). E mentre la guerra si disfrena, non resta per i popoli altro che il Miserere e l'abbandono alla misericordia del Signore, affinché prenda il sopravvento sulla giustizia, e con una grazia sovrabbon-dante faccia rinsavire i potenti del secolo e li riconduca a propositi di pace. 749. 2. Il pianto dell'anima mia. Ciò che avviene nel mondo in grande, si riproduce in piccolo nell'anima di ciascuno, si riprodu-ce in me. Fu grazia del Signore il non essere stato consunto dalla malizia. Ci sono certi peccati che si direbbero tipici: questo di Da-vide, quello di san Pietro, di sant'Agostino. Ma dove sarei arrivato io stesso, se la mano del Signore non mi avesse trattenuto? Per pic-cole mancanze, i santi più squisiti fecero penitenze lunghe ed aspris-sime. Tanti, anche moderni, non vissero che di penitenze; e vi sono anime la cui vita, anche oggi, è espiazione dei peccati propri, dei peccati del mondo. Ed io, in ogni età, più o meno, sempre pecca-tore, non dovrei piangere sempre? « Non vi chiedevo una lode che mi fa tremare: quel poco che so di me stesso basta per confonder-mi ». La famosa risposta del card. Federico è pur sempre elo-quente e commovente. 750. Altro che cercare nei confronti un motivo quasi di sollievo! Il Miserere per i peccafi miei dovrebbe essere la mia preghiera più familiare. Il pensiero poi che sono sacerdote e vescovo, e quindi particolarmente consacrato alla conversione dei peccatori, alla re-missione dei peccati, tanto più dovrebbe conferire accentuazione al mio atteggiamento « ad dolendum, ad tristandum, ad plangen-dum », come dice sant'Ignazio (ES 195). Che cosa è questo farsi flagellare, questo farsi mettere sulla terra nuda, sulla cenere, per morire, se non un continuato Miserere dell'anima sacerdotale, an-siosa di essere sempre ostia di espiazione per i peccati del mondo e propri? 751. 3. La grande misericordia. Non basta una misericordia qua-lunque. Il peso delle iniquità sociali e personali è così grave, che non basta un gesto di carità ordinaria a perdonarle. Si invoca però la grande misericordia. Questa è proporzionata alla grandezza stessa di Dio. « Secundum magnitudinem ipsius, sic et misericordia illius» (Sir 2,23). (Traduzione: quale è la sua grandezza, tale è anche la sua misericordia). è detto bene che le nostre miserie sono il trono della divina misericordia. è detto meglio ancora, che il nome e l'appel-lativo più bello di Dio sia questo: misericordia. Ciò deve ispirare fra le lacrime una grande fiducia. « Superexaltat misericordia ju-dicium» (Gc 2,13). (Traduzione: la misericordia trionfa nel giudizio). Questo pare troppo. Ma non deve essere troppo, se sopra di questo è tutto imperniato il mistero della redenzione; se per fornire un segno di predestinazione e di salute, questo viene indicato nell'esercizio della misericordia. « Miserere mei, Deus, secundum magnam misericordiam, tuam » (Sal 51,3). 752. II VERSETTO: « Et secundum multitudinem miserationum tuarum, dele iniquitatem meam» (Sal 51,3). (Traduzione: e secondo le molte operazioni di tua misericordia, cancella la mia iniquità). Il Signore è detto «misericors et miserator » (Sal 11 ,4)7 La sua misericordia non èsemplicemente un sentimento del cuore, ma è una profusione di benefici: « multitudo miserationum ». A riguardar bene quante grazie scendono all'anima peccatrice, semplicemente col perdono di Dio, c'è da confondersi: 1) la remis-sione amorevole dell'offesa; 2) l'infusione nuova della grazia san-tificante, come ad amico, come ad un figlio; 3) il reintegramento dei doni, degli abiti, delle virtù annessi alla grazia; 4) la restituzio-ne del diritto alla eredità celestiale; 5) il ravvivamento degli antichi meriti di prima del peccato; 6) l'aumento di grazia che si aggiunge per questo perdono alle grazie precedenti; 7) l'aumento dei doni che va proporzionale all'aumento della grazia, come all'avanzarsi del sole crescono i raggi, all'ingrossarsi della sorgente crescono i rivi. 753. III VERSETTO: « Amplius lava me ab iniquitate mea et a pec-cato meo munda me » (Sal 51,4). (Traduzione: lavami da tutte le mie colpe, mondami dal mio peccato). La santa confessione. Tre verbi: «delere, lavare, mundare». Una progressione: smac-chiare innanzitutto l'iniquità; poi lavarla bene, cioè rimuovere qua-lunque anche minimo attacco; infine mondare, cioè concepire un odio implacabile alla iniquità, compiendo atti ad essa contrari, di umiltà, di mansuetudine, di mortificazione ecc., secondo la diver-sità dei peccati. Tre operazioni successive. A Dio, esclusivamente, si appartiene la prima: «delere ». A Dio, in cooperazione con l'a-nima, la seconda e la terza: « lavare, mundare ». Facciamo il no-stro dovere, noi, poveri peccatori: pentirci e con l'aiuto del Signore lavarci e mondarci. Siamo sicuri che il Signore farà la prima. Que-sta è pronta ed immediata. E così bisogna crederla, senza dubbi o esitazioni. «Credo remissionem peccatorum». Le due opera-zioni successive, che dipendono dalla nostra cooperazione, doman-dano tempo, progressione, sforzo. Perciò diciamo: « amplius lava me et munda me». 754. Questo mistero della purificazione nostra si compie perfet-tamente nella santa confessione, per l'intervento del sangue di Cristo che lava e monda. La virtù di questo sangue divino, applicato al-l'anima, agisce con progresso, di confessione in confessione. « Am-plius »: « amplius . Di qui la importanza della confessione in se stessa, con l'« ego te absolvo »; e dell'uso della confessione frequen-te per chi fa professione di spiritualità, per i sacerdoti, per i vesco-vi. Oh, come è facile che la routine prenda il posto della vera devozione, nelle nostre confessioni ebdomadarie! Ecco un buon me-todo per cavar profitto da questa preziosa e divina pratica: per la santa confessione si verifica la dottrina di san Paolo: «(Christus) factus est nobis sapientia a Deo, et justitia et sanctificatio et re-demptio» (1Cor 1,30). (Traduzione: Cristo è diventato per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione). 755. Quando mi confesso, io debbo dunque pregare il mio Gesù perché mi sia, innanzitutto, « sapientia », per il lume che mi darà nell'esame calmo, minuto, dettagliato dei miei peccati, e della loro gravità, perché ne concepisca dolore sincero. Poi mi sia « iustitia », nel presentarmi al confessore come a mio giudice, e con accusa sin-cera e dolorosa. Poi « sanctificatio » perfetta, quando mi inchino a ricevere dalla mano sacerdotale l'assoluzione, al cui gesto mi viene restituita [o aumentata] la grazia santificante. Infine « redemptio », nell'eseguire quel poco di penitenza che mi viene data per la tanta pena che meriterei: poco veramente, ma soddisfazione copiosissi-ma unito, come è per il sacramento, al sangue di Cristo che inter-pella e soddisfa e lava e monda, per me e con me. Questo « amplius lava me » deve rimanere il motto sacro delle mie confessioni ordinarie. Queste sono il criterio più sicuro per la misura del mio avanzamento spirituale. 756. IV VERSETTO: « Quoniam iniquitatem meam ego cognosco, et peccatum meum contra me est semper » (Sal 51,5). (Traduzione: riconosco la mia colpa e il mio peccato mi sta sempre dinanzi). Il « nosce te ipsum » della scienza antica era già una buona base del vivere onesto e degno. Serviva all'esercizio ordinario della umil-tà, che è la prima virtù degli uomini grandi. Per il cristiano, per l'ecclesiastico, il pensiero di essere peccatore non è affatto depres-sione di spirito, ma abbandono confidente ed abituale nel Signore Gesù che ci ha redenti e perdonati; è senso vivo di rispetto per il prossimo e per le anime, è salvaguardia contro il pericolo dell'in-vanirci dei nostri successi. Questo custodire sempre nel segreto delle nostre intimità la cella del penitente, non solo è rifugio dell'anima che ritrova veramente se stessa, e con sé la calma del decidere e dell'operare; ma ancora è fornace dove si accende più vivo lo zelo per le anime, con intenzione pura, con spirito disinteressato, quanto al cogliere successi esteriori al nostro apostolato. 757. Per Davide ci volle la voce del Profeta: «Tu es ille vir » (Traduzione: tu sei quell'uomo) (2Sam 12,7), a scuotersi. Ma poi ecco la presenza del peccato, continua innanzi a lui, continua ed ammonitrice. «Peccatum meum contra me est semper ». Osserva bene il Segneri che non è il caso di tener presenti i contorni dei singoli peccati, ciò non essendo né utile né edificante; ma sta bene il tenerci presente il ricordo delle debolezze passate, ad ammonimento, a santo timore, a zelo per le anime. Nella liturgia, come ricorre frequente il pensiero dei pecca-ti e dei peccatori! Nella liturgia orientale più ancora che nella lati-na; ma in ambedue in forma ben espressiva. «Peccatum meum contra me est semper». «Contra », cioè « coram me». Come i pec-cati degli uomini stavano innanzi a Gesù agonizzante nel Getse-mani; come innanzi a Pietro, nel fastigio del suo magistero, a Paolo, nella gloria del suo apostolato, ad Agostino, nel fulgore della scien-za universale della santità episcopale. Guai agli infelici che invece di tenere il peccato innanzi agli oc-chi, lo tengono dietro le spalle! Non potranno giammai ripararsi né dai mali passati né dai futuri.

Secondo giorno. Mercoledì 27 novembre.

758. V VERSETTO: «Tibi soli peccavi et malum coram te feci, ut justificeris in sermonibus tuis et vincas cum judicaris » (Sal 51,6). (Traduzione: contro te solo ho peccato; quello che è male ai tuoi occhi io l'ho fatto, perciò sei giusto quando parli, retto nel tuo giudizio). Il peccato è offesa di Dio, e solo per questo è un male grave. Le altre considerazioni sono tutte secondarie in confronto di que-sta: una moglie violata, un marito ucciso, son poca cosa in con-fronto di un Dio vilipeso. Così l'intese Davide: e così lo dobbiamo intendere noi. Quanto è differente lo spirito del mondo! Ci si duo-le, non per il Signore offeso, ma per qualche smacco capitato, per qualche discapito o disavventura. I santi non sentivano così: « Ego dixi: Domine, miserere mei; sana animam meam quia peccavi tibi » (Sal 41,5). (Traduzione: pietà di me, Signore, risanami, contro di te ho peccato). 759. Altro pensiero. « Malum coram te feci». Il peccato, anche quel che va contro il prossimo e contro se stesso, offende diretta-mente Iddio nella sua legge santa. Ma acquista di gravità perché compiuto sotto gli occhi di Dio. Iddio mi vede: questo motto che disegnavano le nostre povere nonne di campagna, a rozzo eserci-zio di rustica arte di ricamo, si conserva ancora sulle vecchie pareti delle nostre case; e contiene un grande ammonimento che serve a dar tono di rispetto a tutti gli atti della nostra vita. Che profonda dottrina è questa della omnipresenza di Dio, del suo occhio che ci persegue anche nelle latebre più nascoste delle nostre intimità! Ci sarebbe da formare tutto un trattato di ascetica. è qui che si fonda la bellezza più pura delle anime sante, terse come il cristal-lo, sincere come l'acqua pura, senza infingimenti né con gli altri né con sé - poiché questo accade, che talora si manchi di sincerità anche con se stessi, il che è il colmo della incoscienza - a costo di parere dappoco. «Deridetur justi simplicitas » Che pagina questa di san Gregorio Magno! 760. VI VERSETTO: « Ecce enim in iniquitatibus conceptus sum, et in peccatis concepit me mater mea » (Sal 51,7). (Traduzione: ecco, nella colpa sono stato generato, nel peccato mi ha concepito mia madre). Può sembrare una scusa, invece è una dichiarazione più esplici-ta della propria miseria. Davide parla si della legge del peccato ori-ginale, di quella stessa di cui parlerà san Paolo (Rom 7,23), e che i teologi chiamano « languor naturae », la legge sentita nelle mem-bra e contraddicente alla legge dello spirito, ma non per cogliere un diversivo, un pretesto, una giustificazione. Bisogna ricono-scere che la malizia è in noi, in quanto che, se il fascino delle cose esteriori non manca, la grazia di resistere è tutta a nostra disposi-zione, ed è più forte della tentazione. «Che diavoli! diceva il prof. Tabarelli quando ci spiegava il trattato De gratia, a Sant'Apol-linare. I diavoli siamo noi. Noi i responsabili ». Nel caso di Davi-de diceva bene sant'Agostino: «Mulier longe, libido prope. Alibi erat quod videret, in eo unde caderet ». 761. La conoscenza che noi abbiamo della fralezza umana deve essere a noi, medici delle anime, motivo a compatire, a sollevare, ad incoraggiare altrui; ma non a scusare noi stessi. Grande nostra responsabilità circa il conservare la grazia, che è sempre lì ad infrenare la natura. Nella povera natura si annidano le inclinazioni perverse di ambizione, di alterigia, di gola, di impa-zienza, di invidia, di avarizia, di accidia, di impudicizia. Esse sono dentro di noi - la figura è del Segneri - come in un vasto serra-glio di fiere: orsi, lupi, tigri, leoni, pardi. Non nuocciono finché la cataratta sta su e le trattiene. Direbbesi che neppure esistono. La grazia le rinserra e tiene dome. Ma se questa cessa, oh, come le fiere, seguendo il loro istinto innato, andranno a sfogarsi! «Sal-vator ponetur in ea murus et antemurale » (Is 26,1). Se la grazia esteriore e la grazia interiore, «murus et antemurale», cadono, oh, che scempio per un povero cristiano, per un povero sacerdote! «In iniquitatibus conceptus sum, in peccatis concepit me mater mea»: non la nostra buona madre immediata secondo la natura, ma l'antica madre peccatrice. 762. VII VERSETTO: «Ecce enim veritatem dilexisti, incerta et oc-culta sapientiae tuae manifestasti mihi» (Sal 51,8). (Traduzione: e tu, che ami la verità, mi hai svelato gli occulti misteri della sua sapienza). Prima il Salmista volle giustificare le parole del Signore dettegli dal profeta: « ut justificeris in sermonibus tuis», ed esaltare la vit-toria dei suoi giudizi: « et vincas cum judicaris ». Ora proclama nel suo Dio l'amore della verità. La verità è infatti in Dio come nella sua sorgente, e Dio è tutto verità; e Gesù, il verbo divino, l'ha ben detto: « ego sum veritas » (Gv 14,6). Una tale dichia-razione sarebbe degna di un pazzo, se non fosse uscita dalle labbra di un Dio fatto uomo. Il preside romano si trovò ben imbarazzato innanzi ad una simile dichiarazione fattagli da Cristo, e si chiese: « Quid est veritas? » (Gv 18,38). La verità - dice bene il p. Segneri - è una virtù trascenden-te che entra in tutti gli affari ben regolati, e secondo la diversità di questi prende diversi titoli. Nelle scuole ha nome di scienza; nel favellare, di veracità; nei costumi, di schiettezza; nel conversare, di sincerità; nell'operare, di rettitudine; nel contrattare, di lealtà; nel consigliare, di libertà; nell'attenere le promesse, di fedeltà; nei tribunali ha l'inclito titolo di giustizia. Questa è la verità del Si-gnore, «quae manet in aeternum» (1Gv 2,17). (Traduzione: (...) chi invece fa la volontà di Dio, dura in eterno). 763. L'amore della verità. La Chiesa, nel giorno della mia con-sacrazione episcopale, me ne ha fatto un precetto particolare: «humilitatem ac veritatem diligat, neque eam umquam deserat, aut laudibus aut timore superatus. Non ponat lucem tenebras, nec te-nebras lucem; non dicat malum bonum, nec bonum malum. Sit sa-pientibus et insipientibus debitor, ut fructum dè profectu omnium consequatur». (Traduzione: ami l'umiltà e la verità e da questa non si allontani, illuso dalle lodimo dal timore. Non confonda la luce con le tenebre, né le tenebre con la luce; non dica male il bene, né bene il male. Si senta in debito verso i dotti, come verso gli ignoranti, sì che ritragga frutto dal progredire di ognuno). Ringrazio il Signore che mi abbia concessa una particolare disposizione a dir sempre la verità, in ogni circostanza, innanzi a tutti, con buona maniera e con garbo, certamente, ma con calma e senza paura. Alcune piccole bugiole della mia infan-zia mi hanno lasciato nel cuore un orrore per la doppiezza e per la menzogna. Ora specialmente che invecchio, voglio essere innan-zitutto uomo serio per questo: «veritatem diligere. Sic Deus me adiuvet ». L'ho ripetuto tante volte, giurando sul Vangelo. Le manifestazioni delle cose incerte ed occulte della sapienza di-vina vengono da sé. L'amore della verità è una infanzia perenne, fresca, deliziosa. Ed i misteri più alti il Signore li rivela ai fanciul-li, e li tiene nascosti agli intelligenti ed ai così detti sapienti del se-colo (Mt 11,25-26). 764. VIII VERSETTO: «Asperges me hissopo et mundabor, lavabis me et super nivem dealbabor» (Sal 51,9). (Traduzione: purificami con issopo e sarò mondo; lavami e diverrò bianco più che la neve). Ecco richiamato il rito mosaico della purificazione dei lebbrosi. Dovevano farsi spruzzare dal sacerdote con un fascetto di issopo tinto di sangue, e poi lavarsi tutti da capo a piedi con l'acqua pura (Lv 14). Qui sorio adombrati i peccati che insozzano il corpo, av-vilendo l'anima. L'issopo è un'erba vile d'aspetto, ma vigorosissi-ma. Attecchisce e mette radici sulla pietra. Oh, di che grande aspersione ha bisogno il genere umano! Non a torto Gesù è veduto da Isaia come il grande aspergitore: «Iste asperget gentes multas» (Is 52,15). (Traduzione: aspergerà tutte le genti). E nella figura usata da Davide ci è lecito scorgere l'annuncio non solo della grazia connessa al rito mosaico, ma an-cora, e più, la duplice aspersione riservata al genere umano per i due sacramenti del battesimo e della penitenza. Chi asperge è lui stesso, il nostro Redentore. Vile è l'altare del suo sacrificio, come vile è l'issopo: ma potente è il suo sangue gettato con munificenza divina sopra i corpi e sopra le anime dei credenti, a loro purifica-zione. Che grande grazia è questa, profusa sul mondo, quotidia-namente, dai due sacramenti della riconciliazione e della salute! Per questi il povero mondo si purifica e risorge in bianchezza su-periore alla neve. 765. Un'altra volta io tornerò a questo versetto, in occasione della mia confessione ebdomadaria. «Asperges me, Domine, et mundabor ». Che mi mondi il Signore dal mio amor proprio che include, co-me dice il Segneri, tre attacchi: alla mia volontà, vaga di ope-rare a suo modo; alla mia riputazione, intollerante di disprezzo; alle mie comodità, nemiche di sofferenze, amiche di passatempo! E penso anche alla aspersione domenicale in chiesa parrocchia-le, prima della messa, con l'acqua benedetta. « Assueta vilescunt ». Bisogna tornare al significato mistico di questi riti, e farlo gustare al popolo cristiano. Come non ricordare l'apparizione del « Chri-stus assistens Pontifex futurorum » che «per proprium sangui-nem intravit semel in sancta, aeterna redemptione inventa » (Traduzione: Cristo venuto come sommo sacerdote di beni futuri... con il proprio sangue entrò una volta per sempre nel santuario, procurandoci una redenzione eterna). (Eb 9,11-12) ed asperge così i fedeli?

Terzo giorno. Giovedì 28 novembre.

766. IX VERSETTO: «Auditui meo dabis gaudium et laetitiam et exultabunt ossa humiliata» (Sal 51,10). (Traduzione: fammi sentire gioia e letizia, esulteranno le ossa che hai spezzato). L'annuncio del perdono - «Dominus transtulit peccatum tuum» (Traduzione: il Signore ti ha rimesso il peccato). (2Sam 12,13) - è motivo di gaudio e di letizia. Tante volte l'abbiamo provato, allorché ci sollevammo dai piedi del con-fessore dopo l'assoluzione, specialmente in occasione di Esercizi spirituali, o in qualche circostanza più solenne della nostra vita. Il gaudio è dell'intelligenza, la letizia è del cuore. A questo duplice sentimento risponde anche la elasticità speciale e il commovimen-to fisico del corpo: « exultabunt ossa humiliata». Vi sono espres-sioni bibliche di una vivacità toccante, su questo punto. Come allorché Isaia ci dice del « mirabitur et dilatabitur cor tuum » (Is 60,5) e nei Proverbi è detto che: « cor gaude'hs exhilarat faciem » (15,13). 767. Il mistero della letizia spirituale, che è una caratteristica delle anime sante, si pone in tutta la sua bellezza e nel suo fascino. Il Signore ci lascia nella incertezza circa la nostra eterna salute, ma ci fornisce dei contrassegni che bastano alla nostra calma interio-re, e che fanno fiorire la letizia. « Ipse Spiritus reddit testimonium spiritui nostro, quod sumus filii Dei » (Rom 8,16). Scusate se è poco: sentirci figli di Dio! Que-sta sicurezza, che spesso è nel cuore senza che noi sappiamo ren-dercene conto, è la sorgente inesausta della nostra gioia, è la base più solida della vera devozione. La vera devozione consiste nel vo-lere tutto quello che è servizio pieno ed amoroso del Signore. Vo-lerlo con efficacia e con prontezza: questo è il sostanziale. Volerlo con godimento, cioè con tenerezza d'affetto, con dolcezza, con di-letto, con allegrezza: questo è accidentale e secondario, ma pure importante. Il sentimento della bontà del Signore per noi, e delle nostre miserie, forma un intreccio di allegrezza e insieme di tri-stezza. Ma la tristezza si raddolcisce anch'essa: diventa stimolo all'apostolato per l'ideale, il più nobile, di far conoscere, amare, ser-vire Gesù Cristo, e di togliere i peccati del mondo (Gv 1,29). 768. Lo spettacolo della santità, sorridente fra le tribolazioni e le croci, sta innanzi a me. La calma interiore, fondata sulle parole di Cristo e sulle sue promesse, produce la serenità imperturbabile che fiorisce nel viso, nelle parole, nel tratto, che è esercizio di cari-tà conquistatrice. Avviene un ricambio di energie in noi, fisiche e spirituali: «Dulcedo animae sanitas ossium » (Prov 16,24). Il vi-ver in pace col Signore; il sentirci perdonati ed a nostra volta l'e-sercizio del perdono agli altri, stabilisce quell'adipe e quella pinguedine di cui parla il salmista (Sal 63,6), e fa fiorire perenne il Magnificat (Lc 1,46 ss) sulle nostre labbra.

769. X VERSETTO: «Averte faciem tuam a peccatis meis: et omnes iniquitates meas dele» (Sal 51,11). (Traduzione: distogli lo sguardo dai miei peccati, cancella tutte le mie colpe). La supplica del re pentito torna insistente, e si allarga a com-prendere «omnes iniquitates » che egli ha commesse, oltre quella più grave che ha determinato il salmo Miserere. Come è commo-vente questo richiamo della faccia del Signore, che è quanto dire occhi, viso, tratto caratteristico, esprimente sdegno e corruccio! Quella faccia tornerà ad apparire nel giorno estremo, e sarà sgo-mento ed orrore sempiterno per i riprovati. 770. Io debbo rendermi familiare questo versetto, a titolo di com-punzione rinnovata. Non bisogna aver paura di proclamarci pec-catori. Ogni esagerazione nelle forme guasta, ed ognuno si esprime secondo il suo temperamento; ma avendo sempre bisogno del per-dono del Signore, sta bene tenerci sempre in atto di supplicare e di confidare nella clemenza divina. « Cor contritum et humiliatum Deus non despiciet ». Davide lo dirà presto. Ma conviene non la-sciar cadere nessuna delle forme che possono esprimere questa umile contrizione. 771. XI VERSETTO: «Cor mundum crea in me, Deus et spiritum rectum innova in visceribus meis» (Sal 51,12). (Traduzione: crea in me, o Dio, un cuore puro; rinnova in me uno spirito saldo). Il cuore è la volontà, e lo spirito è l'intelletto. Volontà monda, adunque, occorre, e intelletto rinnovato. Ohimè, quanti attacchi, quante tentazioni assediano la volontà, specialmente dalla parte del sentimento: oggetti, persone, circostan-ze! Il fascino dell'ambiente, talora l'incontro fortuito, la mettono a dura prova. Da sé il cuore non regge. Quando poi si è sciupato, lasciandosi infiacchire dalle superfluità, è necessaria una creazio-ne novella. Rattoppi valgono poco. Presto si torna alla caduta. Il cuore di Paolo, il cuore di Agostino, furono creazione nuova. 772. Gran Dio, che prodigio! Presa la nuova direzione, quelle volontà non fecero una piega, né una grinza. Nell'ora estrema, ri-suonavano ancora come aureo metallo. Lo spirito retto, cioè la penetrazione della intelligenza su ciò che è più importante a ritenersi e a farsi, questo basta a rinnovarlo. Si tratta di una visione più giusta dei principii inspiratori della pro-pria condotta, di una conoscenza più adeguata di ciò che pratica-mente deve farsi da ciascuno. Tale riforma deve essere innanzitutto interna e profonda - « in visceribus» - perché possa poi espri-mersi di fuori nelle varie manifestazioni della vita: riforma nel par-lare, nel vedere, nell'udire, nello scrivere; un'arte nuova della vita che risponde ad una nuova concezione della medesima. 773. XII VERSETTO: «Ne proiicias me a facie tua, et spiritum sanctum tuum ne auferas a me» (Sal 51,13). (Traduzione: non rigettarmi dalla tua presenza; e non privarmi del tuo santo Spirito). Il castigo più grave che Davide potesse imporre al suo figlio As-salonne che lo tradiva fu questo: «Non vide bis amplius faciem meam» (2Sam 14,24). (Traduzione: non vedrai la mia faccia). Si comprende perché egli supplichi il Si-gnore a non rigettarlo dal suo cospetto. Altro è che Iddio torca lo sguardo dalle iniquità; altro che rigetti dai suoi occhi il peccato-re. Il mistero della faccia del Signore, come si rivela qui impressio-nante e tremendo! E come si capisce, per converso, la gioia suprema dell'anima nella visione della faccia del Signore! Che il Signore mi dia la grazia di non essere un reietto. Mi sia così misericordioso da ammettermi, anche se l'ultimo di tutti e il più indegno, a con-templarlo senza fine. 774. Altro punto: la presenza dello Spirito Santo nell'anima fe-dele. Qui, a corto di libri e di commentari, non posso controllare se, con questo Spirito Santo del Signore, debba essere precisamen-te intesa la terza Persona della Ss. Trinità. Mi pare ovvio però il ritenerlo. L'azione della grazia in un' anima è nelle parole: «ad eum veniemus et mansionem apud eum faciemus» (Gv 14,23). (Traduzione: verremo a lui e faremo dimora presso di lui). Si tratta delle tre divine Persone. Ciascuna prende il suo posto con le proprietà personali caratteristiche. Lo Spirito Santo è Signore e vivificante. A lui la santificazione dell'anima. Il cristiano non è tempio vivo dello Spirito Santo (1Cor 6,19)? e quale ricchezza di frutti per l'anima, da questo soggiorno dello Spirito del Signore in lei! San Paolo li enumera. Sono ventiquattro. Cominciano con la pace e col gaudio (Gal 5,22).

Quarto giorno. Venerdì 29 novembre.

775. XIII VERSETTO: «Redde mihi laetitiam salutaris tui, et spi-ritu principali confirma me» (Sal 51,14). (Traduzione: rendimi la gioia di essere salvato, e confortami con lo spirito sovrano). Ridonami la lieta sicurezza che mi salverai: la lieta sicurezza del tuo Salvatore. San Gerolamo felicemente traduce il « salutaris tui » in «Jesu tui». Quest6 il vero gaudio di una anima perdonata, il primo frutto dello Spirito Santo inabitante in noi, il sentirci annu-merati nello stuolo degli eletti. E tutto ciò per i meriti di Gesù che sparse il suo sangue per redimerla, questa anima nostra, per penetrarla della sua virtù e della sua vita. Questa sicurezza non deve essere senza timore, perché portiamo il tesoro della grazia in un vaso fragile (2Cor 4,7); un piccolo urto ci può far barcollare: il vaso si spezza un'altra volta: oh, poveri noi! Ma una volta che fac-ciamo del nostro meglio, «facienti quod in se est» il Signore ci continua la grazia: questa grazia deliziosa di sentirci suoi, per sempre, questo pregustamento della dimestichezza eterna che ci vie-ne riserbata per il giorno che non avrà più tramonto. Il pensiero poi che il nostro salvatore è Gesù - Davide mestamente cantò per l'Antico e per il Nuovo Testamento - oh, di quanta gioia soffon-de il mio spirito, dal mattino alla sera! Gli antichi cristiani figura-vano questa dottrina nell'Ichtus - il pesce - « Jesus Christus Dei Filius Salvator», e lo ponevano come simbolo sulle tombe, come annuncio di resurrezione, ed insieme come involucro del mistero eucaristico, noto solamente agli iniziati. Che di più soave per me, sacerdote e vescovo, quanto il contatto quotidiano col grande sa-cramento, «pignus futurae gloriae»?. (Traduzione: pegno della gloria futura). 776. E lo «spiritus principalis»? Esso è la condizione sine qua non del permanere in noi la sicurezza gioiosa del paradiso. è un soccorso abituale di aiuti continui, che tengono sempre l'anima in-clinata al bene, come avviene dei santi in cielo, senza tentennamenti, una confermazione in grazia, dono rarissimo che il Signore conce-de senza neppure darne conoscenza alla creatura eletta, disponen-do che la incertezza di possederlo giovi all'esercizio di molte virtù, che da essa derivano: timore casto, vigilanza, umiltà, perpetuo ri-corso a Dio, ed altre ancora. 777. Davide chiedeva anche questo dono, e lo chiamava « spiri-tus principalis», cioè non plebeo, ma degno di un principe elettis-simo, spirito alto, disinteressato, non infetto dall'amor proprio, non sollecito che di Dio, della gloria sua. Anche san Paolo lo chie-deva, ma nell'atto di sottoporre il suo corpo alla mortificazione ed alla disciplina, tremando, «ne cum aliis pra,edicavenm, ipse re-probus efficiar» (1Cor 9,27). (Traduzione: perché non avvenga che dopo aver predicato agli altri, rimanfa io squalificato). Anch'io lo chiedo, o Signore, con Davide e con Paolo; ma così meschino, accanto a loro. Anch'io lo chiedo, in somma grazia, questo spirito che mi confermi nel basso sentire di me stesso, nel mio niente, nel puro anelito verso di voi, per cui solamente io debbo vivere, essendo voi morto per me (2Cor 5,15). 778. XIV VERSETTO: «Docebo iniquos vias tuas, et impii ad te convertentur» (Sal 51,15). (Traduzione: insegnerò agli errantile tue vie; e i peccatori a te ritorneranno). Il mio sacerdozio è non solo sacrificio per i peccati del mondo e miei, ma ancora è apostolato di verità e di carità. A questo mi induce la mia vocazione. A maggior fervore mi deve indurre il pen-siero del poco fatto sin qui, e del perdono dato dal Signore alle mie miserie passate. « Misericordia et veritas, universae viae Domini» (Sal 25,10). (Traduzione: le vie del Signore sono misericordia e verità). Qui io mi debbo distinguere. Non debbo essere maestro di politi-ca, di strategia, di scienza umana: ce n'è d'avanzo di maestri, in queste cose. Sono maestro di misericordia e di verità. E riuscirò per tal modo anche benemerito dell'ordine sociale. Poiché questo è pur detto nel salterio: «misericordia et veritas obviaverunt sibi, justitia et pax osculatae sunt» (Sal 85,11). (Traduzione: misericordia e verità si incontreranno; giustizia e pace si baceranno). Il mio insegnamento deve essere condotto innanzi « verbis et exemplis»; dunque prin-cipi ed ammonimenti dalle labbra, incitamenti dal mio contegno in faccia a tutti, cattolici, ortodossi, turchi, ebrei. «Verba movent, exempla trahunt». 779. «Impii ad te convertentur». Il problema della conversione del mondo empio e prevaricatore chiude uno dei misteri più preoc-cupanti del mio spirito. La sua soluzione però non spetta a me, ma è il segreto del Signore. A me, a tutti i sacerdoti, a tutti i catto-lici, incombe il gravissimo dovere di cooperare alla conversione del mondo infedele, al ritorno degli eretici e scismatici alla unità della Chiesa, all'annunzio del Cristo anche agli Ebrei che l'hanno ucciso. Del risultato non siamo responsabili. Solo conforto, che basta alla nostra tranquillità interiore, il sapere che Gesù Salvato-re è ben più sollecito di noi della salute delle anime: che egli le vuo-le salve per la nostra cooperazione, ma chi le salva intimamente è la sua grazia: e la sua grazia, non mancherà nell'ora opportuna. Questa ora sarà una delle sorprese più piacevoli dello spirito, glo-rificato in cielo. 780. XV VERSETTO: «Libera me de sanguinibus, Deus, Deus sa-lutis meae, et exultabit lingua mea justitiam tuam» (Sal 5l,l6). (Traduzione: liberami dal reato del sangue, Dio, Dio mia salute; la mia lingua canterà con gaudio la tua giustizia). A questo versetto il mio caro p. Segneri ha consacrato ben quin-dici pagine di commento, in cui dice belle cose, ma che hanno l'a-ria di una divagazione barocca. Per me l'interpretazione è più semplice e più pratica. Chi sono questi «sanguinibus» da cui il reale salmista prega il Signore di liberarlo? Non conosco l'inter-pretazione degli esegeti. Io amo vedervi, riferendomi a me stesso: 781. 1. I moti interni della concupiscenza carnale, retaggio del « languor naturae», del sangue inquinato che corre attraverso il genere umano dalla prima sorgente di Eva prevaricatrice. Il pro-gredire della età - quando si è, come me, sui sessanta - prosciu-ga alquanto gli umori cattivi, ed è sinceramente piacevole il constatare il silenzio e la quiete della carne, divenuta ormai vec-chia ed insensibile agli stimoli che la turbavano negli anni del gio-vane e maturo vigore. Però, però conviene stare attenti. Nella Bibbia si parla anche del « senex fatuus», che è una delle tre cose « quas odit anima mea» (Sir 25,3-4). 782. 2. Gli attacchi soverchi alle persone di famiglia che, quan-do si aggravano oltre i limiti della carità, diventano impaccio e ca-tena. La legge dell'apostolato e del sacerdozio è superiore alla legge « carnis et sanguinis» (Gv 1,13). Amare dunque i miei parenti e congiunti, soccorrere alla loro eventuale povertà, perché ciò è pu-re un dovere per chi fa tanta carità a persone estranee, ma tutto con discrezione, con spirito squisitamente sacerdotale, con ordine e con imparzialità. I miei parenti più stretti, fratelli, sorelle, nipo-tì, tranne qualche rara eccezione, sono esemplarmente cristiani, e formano la mia consolazione. Ma guai a lasciarmi turbare dagli affari e cose loro, così da distrarmi dai miei compiti di servitore della Santa Sede e di vescovo! 783. 3. Il sentimento d'amor patrio, che è legittimo e può essere santo, ma può degenerare in nazionalismo, quanto mai pregiudi-cevole alla dignità del ministero episcopale. Questo deve tenersi al di sopra delle contestazioni nazionalistiche. Il mondo è intossicato di nazionalismo malsano, sulla base di razza e di sangue, in con-traddizione al Vangelo. Soprattutto su questo punto, che è di bru-ciante attualità, « libera me de sanguinibus, Deus». E qui torna bene l'invocazione: « Deus salutis meae»: il salvatore Gesù, che morì per tutte le nazioni, senza distinzione di razza e di sangue, divenuto primo dei fratelli della nuova famiglia umana, costituita sopra di lui e sopra il suo Vangelo. 784. Con quanto slancio, e con quanta libertà maggiore, la lin-gua del prete e del vescovo, sciolto così da impaccì terreni, potrà annunciare, a tutti, i precetti del Signore, lodare esultando la sua giustizia, la sua misericordia, la sua pace, in nome del Padre, che è « Deus virtutum », del Figlio, che è « Deus salutis», dello Spiri-to Santo, che è « Deus pacis»! Oh, come nel godimento di questa santa libertà diviene più lieto il ministero sacro delle anime! «Can-tabiles milii erunt justificationes tuae in loco peregrinationìs meae»

(Sal 19,54). « Venite exultemus Domino, jubilemus Deo salutari nostro » (Sal 95,1). 785. XVI VERSETTO: «Domine, labia mea aperies, et os meum annuntiabit laudem tuam» (Sal 51,17). (Traduzione: Signore, apri le mie labbra, e la mia bocca proclami la tua lode). Questo è uno dei versetti più cari di tutto il Salmo. La preghiera mattutina - «sacrificium laudis» - del sacerdote, si apre con que-ste parole. Esse spirano all'anima tanta poesia e tanta tenerezza. Il sacerdote è altresì maestro e le sue labbra debbono custodire la scienza. Come sarebbe bene cominciare le prediche, i sermoni, tutte le forme di insegnamento così: «Signore, apri le mie labbra». Al seguito di questa invocazione si svolge tutta l'ufficiatura, distri-buita nelle varie ore della notte e del giorno. Intonato così, ecco che si avanza tutto il ministero sacro della parola, che è annuncio della buona novella, è esaltazione della verità religiosa, è inno di gloria al Signore. 786. Il p. Segneri, arrivato a questo versetto, fa un vero salto di ottava e passando sopra al primo sentimento dei sacri inter-preti, trascina l'anima contemplante a vedere, in questo « annun-tiabit laudem tuam » l'esaltazione dell'opera più grande che il Signore abbia compiuta, e dove impiegò la piena dei suoi attribu-ti, cioè la fondazione della santa Chiesa, avvenuta dieci secoli do-po Davide, ma da questi intravista come il capolavoro di Dio, per mezzo del suo Cristo. Si dice infatti altrove (Sal 48,1): «Magnus Dominus et laudabilis nimis». Ma dove? nella terra? nell'acqua? nell'aria? nel fuoco? nel firmamento? nelle stelle? nel sole? No: bensì «in civitate Dei nostri, in monte sancto eius» (Sal 48,2). (Traduzione: nella città del nostro Dio, sul suo monte sacro). 787. Questo apprezzamento è condiviso anche da san Roberto Bellarmino, dove scrive: « Ex iis quae nobis revelata sunt, nihil fe-re majus habemus, unde Domini magnitudinem melius cognosce-re, et unde magis eam laudare possimus, quam Ecclesiae aedifi-cationem». E posto ciò, il Segneri trova motivo a inferire che, volendo Davide dare a Dio la maggior lode che mai gli fosse possi-bile in contraccambio di tanti beni ricuperati col perdono ottenu-to, scegliesse questa come argomento principale dell'arpa già pronta al suono. Questa sarebbe stata l'opera più insigne di tutti i secoli, ed egli che l'ammirava con ispirito profetico, volle per sé l'onore di annunciarla. « La mia bocca proclamerà la tua lode ». 788. Quando si pensa che queste parole sono ripetute ogni mat-tutino, in nome della santa Chiesa, che prega per se stessa e per tutto il mondo, dalle migliaia e centinaia di migliaia di bocche di-schiuse al tocco della grazia invocata, la visione si allarga, e, ac-cendendosi, si completa. Ecco che la Chiesa si annuncia, non come un monumento storico del passato, ma come una istituzione vivente. Non è la santa Chiesa come un palazzo che si fondi in capo ad un anno. è una città vastissima che ha da occupare l'intero universo: «Fundatur exultatione universae terrae mons Sion, latera Aquilo-nis civitas Regis magni» (Sal 48,3). (Traduzione: a gioia di tutta la terra è stato fondato il monte di Sion, l'angolo settentrionale, la città del gran re). La fondazione è cominciata da venti secoli, ma essa continua, e si allarga per tutte le terre fino a che il nome di Cristo sia dappertutto adorato. A misura che continua, ecco che le nuove genti, all' annunzio, esultano di gioia: «Audientes gentes gavisae sunt» (At 13,48). (Traduzione: ciò, i pagani si rallegrarono). Ed è bello anche il pensiero conclusivo del pio e audace commentatore, edificante per ogni sacerdote che recita il breviario: conviene che ciascuno at-tenda a fondare questa Chiesa santa. 789. Chi si impiega in così bell'opera colla sacra predicazione, dica al Signore, qual nunzio del suo Vangelo: «Domine, labia mea aperies et os meum annuntiabit laudem tuam». Chi non è missio-nario, brami di cooperare anch'egli alla grande fatica dell'aposto-lato, e allorché privatamente salmeggia da sé solo nella sua cella, dica anche lui il «Domine, labia mea», perché anche là, per co-municazione di carità, deve riputare lingua sua qualunque lingua stia in quell'ora nell'atto di annunciare il Vangelo, il quale «è la somma lode divina che ha dato il tema a questo versetto carico più di misteri, ben ascosi nel fondo, che di parole».

Quinto giorno. Sabato 30 novembre, festa di sant'Andrea apostolo.

790. XVII VERSETTO: «Quoniam si voluisses sacrificium, dedis-sem utique: holocaustis non delectaberis» (Sal 51,18). (Traduzione: se tu avessi desiderato un sacrificio, l'avrei offerto; ma a te non piacciono gli olocausti). Queste parole rivelano la prontezza di Davide al sacrificio, e ad ogni sacrificio. è sempre l'impressione del peccato commesso che grava sul suo cuore. Dacché egli ha conosciuto la profondità del suo duplice misfatto, la violazione della donna~ltrui e l'uccisione di un innocente - e ci volle un anno per comprenderla - sente che la espiazione conveniente sarebbe la morte. Ciò avrebbe corri-sposto anche alla legislazione mosaica. Ma poiché il profeta Na-tan l'ha assicurato che « Dominus transtulit peccatum tuum, non morieris» (Traduzione: il Signore ti ha rimesso il peccato, tu non morirai). (2Sam 12,13), sa di dover dare al Signore tutto ciò che è espressione di morte, cioè di annientamento di tutto, innanzi alla maestà divina offesa: quindi il sacrificio secondo le prescrizio-ni legali, e, poiché egli era ricco a dismisura, un sacrificio più co-pioso in olocausti, in vittime della terra. Ma il Signore non voleva da lui queste forme di sacrificio prescritte agli ebrei venienti dal-l'Egitto, abituati a maneggiare paglia, terra e calcina. Per un pro-genitore del Cristo, per un uomo fatto secondo il cuore di Dio, queste erano forme troppo volgari di adorazione e di espiazione. Perciò il Signore non le volle da lui: « holocaustis non delectabe-rìs ». Non minore, però, fu il merito suo ad esibirle; in ogni caso, a tenersi pronto, secondo la volontà divina. 791. Prontezza al sacrificio, quale il Signore lo vuole particolar-mente da ciascuno e nella misura in cui lo vuole, che deve essere grande insegnamento ed ammonimento per me. Questa è la devo-zione leale e più sicura. Non è solamente spargere dolci lacrime nel tempo della orazione, ma avere una prontezza perfetta di volontà a qualunque divino servizio. «Paratum cor meum, Deus, paratum cor meum» (Traduzione: saldo è il mo cuore, o Dio, saldo è il mio cuore). (Sal 57,8), al molto e al poco, a ciò che Dio vuole e a ciò che Dio non vuole, e che, perciò, non deve essere fatto. Quante illusioni su questo punto! Ci si foggia facilmente delle for-me di servizio del Signore che sono invece il nostro gusto, la no-stra ambizione, il nostro ghiribizzo. «Superbia cordis tui extulit te, habitantem in scissuris petrarum» (Traduzione: l'orgoglio del tuo cuore ti ha esaltato, tu che abiti nei crepacci rocciosi). (Abd 1,3): appena sai da-re, per servizio di Dio, un passo fuori dei buchi in cui stai, come una tarantola, a rifugiarti dalle ingiurie dei tempi, e vuoi persua-derti che tu daresti persino voli di aquila, se ti si chiamasse di là dal monti o dai mari. Nella tua devozione tu seduci te stesso, e non te ne avvedi. Fa che la prontezza della volontà si veda nelle opere intese alla esecuzione della volontà del Signore, quale ti è nota gior-no per giorno, e non si dimostri solo col fervore dei sospiri. 792. XVIII VERSETTO: «Sacrificium Deo spiritus contribulatus, cor contritum et humiliatum Deus non despiciet» (Sal 51,19). (Traduzione: sacrificio a Dio lo spirito addolorato; il cuore contrito e umiliato, tu non disprezzi, o Dio). C'è il sacrificio che piace sommamente al Signore, ed è lo spiri-to tribolato, anzi contribolato, in quanto, spesso, a quella dello spirito si aggiunge la sofferenza fisica del corpo, che ebbe tanta parte con l'anima nel fare il male. Elevando questa dottrina al di sopra delle contingenze particolari di Davide, peccatore pentito, essa ci pone innanzi al grande mistero della croce e della sofferen-za, che segna la via più sicura della perfezione sacerdotale ed epi-scopale. 793. Nel mio ritiro di Roustchouk del maggio 1930, fui tutto oc-cupato di questa dottrina che, del resto, mi apparve con sorpren-dente evidenza quando mi prostrai innanzi all'altare di san Carlo a Roma nel rito della mia consacrazione episcopale, e mi sollevai da quella cerimonia portando più viva l'impronta, almeno virtua-le, della rassomiglianza con Cristo crocifisso. « Fac me cruce me-briari». Oh, io debbo ripetere spesso questa invocazione! Finora, troppo poco soffersi. Una certa felicità di temperamento, che è un grande dono del Signore, mi ha tenuto al di fuori di certe afflizioni che accompagnano spiriti intrepidi e generosi, che si lan-ciano come fiamme vive nelle opere dello zelo pastorale. Ma è ben naturale che, avanti il terminare della mia povera vita, il Signore mi visiti con tribolazioni particolarmente affliggenti. Ecco, sono pronto: purché il Signore, che me le invia, mi conceda anche la forza di sostenerle con calma, con dignità, con dolcezza. Leggo nella vita dell'ultima maestra delle novizie di queste suore di Sion, di cui sono ospite felice - madre Maria Alfonsa - che lo spirito di questo Istituto consiste in « abnégation souriante ». Oh, questa è la parola che fa per me! Voglio essere sempre vigilante al sacrifi-cio interiore, sopportato con umiltà, con spirito di penitenza, con cuore contrito - « cor contritum quasi cinis » - come è detto di tutti i personaggi più insigni del Testamento Antico, come si legge dei santi più popolari del Testamento Nuovo. 794. Basti ricordare san Francesco d'Assisi, la cui preghiera era sempre la stessa: «O Gesù, abbi pietà di me peccatore» marmi a questo spirito contribolato, contribuirà grandemente la celebrazione accurata e fervorosa della santa messa che mi intro-duce nel Getsemani, nel santuario più intimo, dei dolori di Gesù, e la successione di tante punture quotidiane, in cui debbo sforzar-mi di trovare il perfetto accordo fra la condiscendenza, la pazien-za, la rassegnazione e la giustizia, la dignità, la pace. 795. XIX VERSETTO: «Benigne fac, Domine, in bona voluntate tua, Sion: ut aedificentur muri Jerusalem» (Sal 51,20). (Traduzione: nel tuo amore fa grazia a Sion, rialza le mura di Gerusalemme). Qui l'esegesi biblica ha modo di esercitarsi magnificamente nel-la ricerca dei tre sensi: letterale, allegorico o mistico, e anagogico. Il reale profeta, sollevato dalla sua colpa, pronto al sacrificio, guar-da al nuovo avvenire e lo auspica di glorificazione per il suo Dio misericordioso. La benignità che invoca per la sua casa, posta sul Sion, e che gli permetterà di ricostruire le mura della città regia, adombra la venuta del Cristo Salvatore: «Apparuit benignitas et humanitas Salvatoris nostri Dei» (Traduzione: si sono manifestati la bontà di Dio, salvatore nostro e il suo amore per gli uomini). (Tt 3,4), come dice san Pao-lo. Il Sion raccoglierà la successione dei re di Giuda, passata a Co-stantino e, meglio, alla più sicura e indefettibile monarchia religiosa pontificale. Gerusalemme è la Chiesa santa che estende i suoi pa-diglioni in tutte le parti del mondo, ha mura salde e fortissime, ta-lora battute in breccia qua e là, ma ricostituite e munitissime più che mai. Dalla mistica Gerusalemme, o Chiesa militante, lo sguar-do si solleva alla Gerusalemme celeste, o Chiesa trionfante, che ci attende nella consumazione finale. Le ultime note del Miserere di Davide danno il tono all'Apocalisse di san Giovanni che, dopo la descrizione della « beata pacis visio», termina col «Veni, Domine Jesu» (Ap 22,20). 796. Anche la mia povera anima resta rapita e intenerita fra questi fulgori, e ne prende incoraggiamento a cooperare del suo meglio alla affermazione dello spirito di Gesù dal Sion, ed alla estensio-ne, alla ricostruzione delle mura di Gerusalemme, nel servizio della santa Chiesa, così come la Provvidenza l'ha disposto per me, ultimo dei vescovi e dei rappresentanti della Santa Sede, e pur de-sioso di non far disonore alla mia vocazione. Questi che ora mi restano della mia vita, dovrebbero essere gli anni migliori di cooperazione seria, efficace, degna, al grande la-voro che la Chiesa cattolica persegue, dalle alture santificate di Sion agli spalti di Gerusalemme. Gesù accolga almeno il buon proposi-to e lo benedica benignamente, «in bona voluntate sua » (Sal 51,13). 797. XX VERSETTO: «Tunc acceptabis sacrificium justitiae, obla-tiones et holocausta. Tunc imponent super altare tuum vitulos» (Sal 51,21). (Traduzione: allora accetterai i sacrifici prescritti, l'olocausto e l'intera oblazione: allora immoleranno vittime sopra il tuo altare). Trattasi del grande e vero sacrificio che di se stesso offerse Gesù per noi, quando «ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave profumo» (Ef 5,2). Davide lo contemplò da lungi e ne fu rapito, vero sacrificio di giustizia e di espiazione universale, che, dall'alto del sacro colle che sta fra il Sion ed il Moriah, doveva consumare tutti i sacrifici del-l'universo, ed insieme diffondere una virtù divina in tutti i sacrifi-ci che si sarebbero poi compiuti attraverso le membra dei mille e dei milioni di mille che, attraverso i secoli, tratti dalla ebbrezza della croce, avrebbero offerto spettacolo di penitenza e di sofferenza, nella partecipazione al corpo mistico di Cristo. Intorno a questo della croce è bello contemplare « oblationes et holocausta ». Ecco gli apostoli, ecco i confessori, ecco i martiri, ecco i santi di tutti i secoli, ecco le vergini, la cui vita fu e continua ad essere gloria della santa Chiesa, tutto ardore, tutto sacrificio, tutto sangue. «Quasi holocausti hostiam accepit illos» (Sap 3,6). (Traduzione: come offerta di olocausto li ha graditi). Cumulo di oblazioni e di olocausti spesso ignorati e nasco-sti, e salienti verso l'Altissimo con voce di propiziazione per tutto il mondo. 798. E il vitello o i vitelli posti sull'altare? I commentatori con-cordano nel vedere qui l'immagine della santa Eucaristia, per cui si perenna e si rinnova misticamente e non meno realmente il sacri-ficio della croce. Che onore per un sacerdote e per un vescovo in questo ministero affidatogli, di imporre ogni,giorno sull'altare la vittima divina! Ma quale responsabilità innanzi al cielo e alla terra! Ah, Signore Gesù! io mi sprofondo nel mio niente, io grido pie-tà e perdono per le mie miserie, io rinnovo la consacrazione dellà mia vita al vostro culto, al vostro amore, al vostro altare. «Mise-rere mei, Deus, miserere mei».

 

Riflessioni generali dopo gli Esercizi

799. 1. Le circostanze della guerra non hanno permesso, que-st'anno, gli Esercizi presso i Padri Gesuiti ad Ayas Pasa. Son venuto qui in funzione di cappellano di queste buone suore, vecchie e fuori di attività, rifugiatesi qui dalle case di Iassy [lasi] e di Galatz in Romania. Dopo di me verranno i miei preti di Santo Spirito, uno per volta, per il loro ritiro. Solitudine veramente ideale e deliziosa. Gesù mio, vi ringrazio e vi benedico. 2. Ho scelto questi giorni al mio ritiro spirituale, perché sono i primi del mio sessantesimo anno di età. Entro dunque nel perio-do in cui uno comincia ad essere e a dirsi vecchio. Oh, che almeno la vecchiaia sia tutta uno sforzo di quella perfezione di cui, come vescovo, dovrei essere maestro, ma da cui sono ancora così lonta-no! Santificarne gli inizi con la preghiera e con la meditazione, in ispirito di penitenza, è già qualche cosa; certo è grata al Signore: è invocazione di misericordia. 800. 3. Come esercizio del mio spirito ho messo in disparte il solito metodo ed ho reso oggetto della meditazione il salmo Mise-rere, occupandomi di quattro versetti al giorno. Presi come guida - perché una guida ci vuole in queste cose, anche per chi invec-chia - l'esposizione ampia e ragionata del p. Paolo Segneri, auto-re che io ammiro tanto ~ Troppo ampio per le mie esigenze e troppo ragionato, e quindi un po' sforzato e barocco. Ma un vero tesoro di pensieri e di applicazioni. Meditai ed annotai, colla mac-china da scrivere, quanto mi parve più interessante e più pratico. Tornerò su quelle note, a mia edificazione. 801. 4. Risultato di questa concentrazione del mio spirito? Nul-la di singolare, o di eccitante. Ma, mi pare, un rafforzamento di principi e di posizioni in faccia al Signore ed al problema della mia povera vita e del mio ministero sacro, in servizio della santa Chie-sa. Anche a non esagerare questo ingresso nell'ultimo, forse rapi-do e breve, periodo della mia vita, sento qualcosa di più grave e di più maturo in me, in rapporto a tutto ciò che mi interessa e mi circonda: direi, un maggior distacco da quanto può riguardare il mio avvenire, una più accentuata indifferenza « circa res creatas omnes » (ES 23), uno scolorirsi lento e lieve dei contorni di cose, di persone, di località, di imprese, che un tempo solleticavano di più il mio gusto personale; una disposizione più notevole a capire e a compatire, ed una più grande chiarezza e tranquillità di impres-sioni e di giudizi. Sarò vigilante a conservare la bella semplicità della parola e del tratto, a non caricare per nulla le pose; ma insieme tutti devono sentire la gravità e l'amabile distinzione del prelato anziano, che diffonde intorno a sé aria di dignità, di saggezza, di grazia. 802. 5. Ho meditato di nuovo i miei doveri episcopali. Soprat-tutto mi soffermai sul: « humilitatem et patientiam in meipso cu-stodire, et alios similiter docere ». Qualche spina punge, e talora forte. Dovrei prendere, a stretto rigore, decisioni rigide. Mi leverei la spina. Non ne meriterei altre, più pungenti? E poi, la verità, la carità, la misericordia? E lo spirito del Signore nel trattare le ani-me? nel trattare l'anima mia? 803. 6. Quest'anno la Provvidenza mi ha messo in mano som-me notevoli di denaro. Denaro di mia pertinenza personale. L'ho distribuito, parte ai poveri, parte a bisogni miei e a soccorsi ai miei di famiglia, e parte, la principale, nel restaurare la delegazione apo-stolica e alcune camere dei miei sacerdoti a Santo Spirito. Secondo il senso del mondo che un poco soffia anche nei sacri penetrali del clero, secondo i criteri della prudenza umana, sono stato un pove-ro di spirito (cfr. Mt 5,3). Ora infatti mi trovo di nuovo in povertà. Benedetto sia il Signo-re. Parmi di essermi condotto bene, con la grazia sua. Torno ad affidarmi alla sua bontà anche per l'avvenire. «Date et dabitur» (Lc 6,38). (Traduzione: date e vi saà dato). Lo studio della lingua turca. Sicuro: a sessant'anni non deb-bo retrocedere innanzi a questa fatica. Trattasi di buona ed ener-gica volontà, non di altro. Non servisse ad altro, questa fatica, che a dare buon esempio, sarebbe grandemente meritoria.

 

1942

ESERCIZI SPIRITUALI COL MIO CLERO ALLA DELEGAZIONE DALLA FESTA DI CRISTO RE ALLA FESTA DI OGNISSANTI ISTANBUL, 25-31 OTTOBRE 1942

804. 1. L'anno scorso non potei fare Esercizi, occupato come fui in Grecia, nell'esercizio delle opere della misericordia, in no-me del Santo Padre. Quest'anno mi sarei ritirato volentieri ancora presso i Padri Ge-suiti, come nel 1939. Ma le ragioni che sconsigliano movimento di persone intorno a quella casa perdurano, e rendono gli stessi padri incerti e timorosi. Perciò decisi di accontentarmi degli Esercizi in casa come nel 1935 e nel'37. A questi invitai anche gli ecc.mi Kiredjian 2, arciv. degli arme-ni, e Varuhas, ordinario dei greci di rito bizantino. Questi vi con-dusse i suoi tre ecclesiastici: padri Basilio e Policarpo e diac. Haralampos. Si aggiunsero i capi dei tre riti: Chami dei melkiti, Fakir dei siriani, Nikoloff dei bulgari. I vescovi e questi tre capi-rito si trattengono alla delegazione anche per il pranzo. In tut-to, esercitandi quindici: un bel numero. Predica con successo e con sostanza viva di dottrina scritturale il p. Folet, gesuita francese. Silenzio in casa e prontezza agli orari; un complesso di buone di-sposizioni da parte di ciascuno e di tutti, che dà piacere allo spirito e mutua edificazione. 805. 2. Nella festa dei santi Simone e Giuda mi sono confessato da p. Folet, dopo di aver celebrata la santa messa, e di avere assi-stito a quella del padre, in preparazione al sacramento della puri-ficazione. Estesi il mio esame e l'accusa ai due anni intercorsi dal dicembre 1940 ad ora. Penitenza: recita del Miserere e del Magni-flcat. Eh, ma io debbo abituarmi a ben altre penitenze, se voglio entrare in cielo con agio e con onore! Che il Signore me ne dia sem-pre più lo spirito. Si avvicina il tempo della più grande penitenza per il mondo intero. è giusto che vescovi e sacerdoti vadano in-nanzi. Come san Carlo Borromeo e il card. Federico, nei giorni di calamità: andavano in processione, a piedi nudi, corda al collo, cilicio ai fianchi, e portando la reliquia della santa croce. 806. 3. La mia pena persistente, che spesso è ansia segreta sem-pre la stessa, l'antica: il non arrivare a tenermi in paro colle cose da fare, il dovermi tenere in continua attenzione per vincere l'acci-dia del mio carattere, portato alla tranquillità, all'andar piano, pur movendomi sempre. Questa pena mi umilia e vorrebbe persino ren-dermi triste. Debbo cogliere tutto ciò che è motivo di umiliazione e tenermelo caro; ma non perdere la calma e la pace interiore. Que-sto è il mio supplizio. Il non arrivare più presto può dipendere da varie cause, per esempio, il sopraccarico reale del lavoro, le circo-stanze particolari della mia posizione qui ed in Grecia. Io debbo però preferire di riconoscere in questo stato di cose la mia insuffi-cienza, « et ad minus sustinere patienter, si non possum gauden-ter », come dice il Kempis (lib. III, c. 57). C'è poi l'altra sentenza dello stesso libro della Imitazione, che io non mi debbo ritenere veramente umile finché non riconosco che sono veramente infe-riore a tutti (IC 2,11). 807. 4. I punti massimi della vita spirituale sono saldi, grazie a Dio. Distacco assoluto dal mio nulla: dirmi, come gli ambrosiani nella messa: « minimus et peccator», è ciò che mi conviene; ab-bandono completo nella volontà del Signore; desiderio di vivere non per altro che per fare un po' di apostolato e di buon servizio della santa Chiesa, nessuna preoccupazione per il mio avvenire, prontezza ad ogni sacrificio, anche della vita - se il Signore mi reputa degno di tanto - per la gloria divina, per il compimento del mio dovere; fervore grande di vita spirituale, nella direzione della santa Chiesa e della tradizione migliore, senza esagerazione di forme esteriori o di metodi; zelo vigilante e mite, con attenzione a tutto, ma sempre con molta pazienza e dolcezza, ricordando quel-lo che il card. Mercier cita da Gratry: che la dolcezza è la pienezza della forza e poi familiarità col pensiero della morte, che serve tanto a dare scioltezza e letizia alla vita. 808. 5. Mi è un poco mortificante, il tornare sulle stesse cose; ma questo è un bisogno del mio spirito. Dunque, rinnovo il pro-posito della mia fedeltà all'uso di recitare il mattutino sempre alla sera, il che assicura il tempo per la meditazione il mattino; lo stu-dio della lingua turca e della greca. Da qualche mese mi applico al greco e ne sono contento. Appena lo possa, riprenderò col tur-co; non perché pensi di riuscire un letterato in~ queste lingue, ma per compiere semplicemente il mio dovere e lasciare il buon esem-pio ai miei successori. 6. Il mio ministero in Grecia è il più aspro per me. Perciò lo debbo amare anche di più. In questi mesi, del resto, mi ha procu-rato le più grandi consolazioni. Finché mi trattengo qui ad Istan-bul, non vorrei mai partire per quel paese oggi diventato «locus tormentorum » (Lc 16,28). Quando ci sono, mi trovo come un pe-sce nella sua acqua. Il pensiero che ivi mgr Giacomo Testa lavora e fa bene, mi è di grande conforto, ma poco toglie alle mie respon-sabilità finché la Santa Sede intende lasciarmele. 809. 7. I due grandi malanni, che attossicano oggi il mondo, sono il laicismo e il nazionalismo primo è caratteristico degli uo-mini di governo e dei laici. Al secondo rendono servizio anche gli ecclesiastici. Ho la convinzione che gli italiani, specialmente i sa-cerdoti secolari, ne siano meno contaminati. Ma io debbo essere molto vigilante, e come vescovo e come rappresentante della San-ta Sede. Una cosa è l'amore dell'Italia, che sento fervoroso nel cuo-re, ed altra cosa è l'affermazione di esso in pubblico. La santa Chiesa, che io rappresento, è la madre delle nazioni, di tutte le na-zioni. Tutte le persone, con le quali io vengo a contatto, debbono ammirare nel rappresentante pontificio quel senso di rispetto alla nazionalità di ciascuno, abbellito da buona grazia e da mitezza di giudizio, che concilia la fiducia universale. Molta prudenza, dun-que, silenzio rispettoso, e garbo in ogni circostanza. Sarà bene che insista perché questa linea di condotta venga seguita da quanti mi circondano, in casa e fuori. Siam tutti ammalati, più o meno, di nazionalismo. Il delegato apostolico deve essere e mostrarsi inden-ne dal contagio. «Sic Deus me adiuvet». 810. 8. Attraversiamo tempi di grandi avvenimenti, e davanti a noi sta il caos. Tanto più occorre richiamarci ai principi base del-l'ordine sociale cristiano, e giudicare di quanto avviene secondo l'insegnamento evangelico, riconoscendo, nel terrore e nell'orrore che ci avvolgono, le terribili sanzioni che la legge divina riceve an-che sulla terra. Il vescovo deve essere distinto nella visione e nella volgarizzazione, in debiti modi, di questa filosofia della storia, an-che della storia che ora aggiunge pagine di sangue a pagine di di-sordini politici e sociali. Voglio rileggere il De civitate Dei di sant'Agostino, e farmi, di quella dottrina, succo e sangue per giu-dicare tutto solo, e in faccia a chi si accosta al mio ministero, con sapienza che illumina e che conforta. 811. 9. Il buon padre Renato Folet, che predica gli Esercizi con senso attinto alle Sacre Scritture, per una volta è uscito da quelle pagine per presentare un quadro del vescovo perfetto, con parole di sant'Isidoro di Siviglia dette in onore di san Fulgenzio (Liber Il Offlciorum, cap. 5). Le riproduco a mio ammonimento ed a ri-cordo di questo felice ritrovo spirituale. Fosse la mia vita la ripro-duzione di quella dottrina! « Qui in erudiendis atque instituendis ad salutem populis praee-nt, necesse est ut in omnibus sanctus sit, et in nullo reprehensibilis habeatur... Hujus sermo debet esse purus, simplex, apertus, plenus gravita-tis et honestatis, plenus suavitatis et gratiae, tractans de mysterio legis, de doctrina fidei, de virtute continentiae, de disciplina justi-tiae; unumquemque admonens, diversa exortatione, iuxta profes-sionem morumque qualitatem; scilicet ut praenoscat quid, cui, quando, vel quomodo proferat. Cujus prae caeteris speciale offi-cium est, Scripturas legere, percurrere canones, exempla sancto-rum imitari; vigiliis, jejuniis, orationibus incumbere, cum fratribus pacem habere, nec quemquam de membris suis discerpere; nullum damnare, nisi comprobatum; nullum excommunicare, nisi discus-sum. Quisque ita humilitate pariter et auctoritate praeesse debet, ut neque per nimiam humilitatem suam subditorum vitia convale-scere faciat, neque per immoderantiam severitatis potestatem exer-ceat: sed tanto cautius erga commissos sibi agat, quanto durius a Christo indagari formidat. Tenebit quoque illam supereminentem donis omnibus charita-tem, sine qua omnis virtus nihil est. Custos enim sanctitatis chari-tas: locus autem hujus custodis humilitas. Habbit etiam inter haec omnia et castitatis eminentiam; ita ut mens Christi dedita, ab omni inquinamento carnis sit munda et libera. Inter haec oportebit eam sollicita dispensatione curam pauperum gerere, esurientes pascere, vestire nudos, suscipere peregrinos, captivos redimere, viduas ac pupillos tueri, pervigilem in cunctis exhibere curam, providen-tiam habere, distributione discreta. In quo etiam hospitalitas ita erit praecipua, ut omnes cum benignitate et charitate suscipiat. Si enim omnes fideles illud evangelicum audire desiderant: "hospes fui et suscepistis me", quanto magis episcopus, cuius diversorium cunctorum debet esse receptaculum!».): (Traduzione: «E' necessario che chi guida i popoli alla salvezza sia santo in tutto e in nulla giudicato reprensibile... Il suo parlare deve essere puro, semplice, aperto, pieno di gravità e di onestà, di soavità e di grazia; deve trattare del mistero della legge divina, della dottrina della fede, della virtù della continenza, della disciplina della giustizia; deve ammonire in conformità della professione e dell'indole di ciascuno; deve cioè sapere in prece-denza a chi, quando o in che modo possa giovare. Soprattutto è suo precipuo dovere leggere le Scritture, tenere sott'occhio le leg-gi, imitare gli esempi dei santi; dedicarsi alle veglie, ai digiuni, alle preghiere, vi-vere in pace con i suoi fratelli, e non allontanare nessuno dei suoi membri, non con-dannare nessuno, se la colpa non è stata provata, non scomunicare nessuno, se pri-ma non vi è stato dibattimento. Egli, infatti, deve essere il primo e per umiltà e per autorità, in modo che i vizi dei suoi sudditi non aumentino a causa della sua eccessiva umiltà, nè egli si abban-doni ad eccessi di severità nell'esercizio del suo potere, ma si comporti verso coloro che gli sono stati affidati con tanta maggiore cautela quanto più teme di essere se-veramente giudicato da Cristo. Manterrà anche quella carità che sovrasta tutti i doni, senza la quale non esiste virtù. La carità infatti è custode della santità: l'umiltà è la sede di questa custodia. Tra tutte queste doti, occuperà posto eminente la castità; in modo che la mente dedicata a Cristo sia pura e libera da ogni contaminazione della carne. Oltre a ciò dovrà aver cura dei poveri con tempestive elargizioni, nutrire gli affamati, vestire gli ignudi, accogliere i pellegrini, riscattare i prigionieri, proteggere le vedove e gli orfani, mostrare in ogni cosa sollecitudine, sempre vigilante, provvedere alle ne-cessità di ciascuno con distribuzioni ben ripartite. Anche il senso dell'ospitalità do-vrà essere elevato in lui, di modo che egli accolga tutti con carità e benevolenza. Se infatti tutti i fedeli desiderano udire il detto evangelico: "Fui ospite e mi ave-te accolto", quanto maggiormente il vescovo, e quindi la sua casa, deve essere il rifugio di tutti!»).

 

 

1943-1944

NOTA (DEL 1944]

812. L'anno 1943 fu pieno di incertezza quanto agli Esercizi. Que-sti furono fissati e preparati per la fine del 1944. Li doveva predicare il p. Levecque dei Lazzaristi. Proprio in quei giorni precedenti il Natale, arrivò l'obbedienza per Parigi 2 1945-1952 Rappresentante pontificio in Francia.

 

1945-1952

Rappresentante pontificio in Francia

 

1945

RITIRO A SOLESMES NELLA SETTIMANA SANTA

DAL 26 MARZO AL 2 APRILE 1945

Pensieri e propositi 813. 1. «Qui confidit in Domino non minorabitur» (Sir 32,28). (Traduzione: chi confida nel Signore non resterà deluso). Ciò che è avvenuto della mia povera vita in questi tre mesi, non cessa di recarmi stupore e confusione. Quante volte non mi accad-de di confermare il buon principio di non preoccuparmi di nulla, di non cercare nulla quanto al mio avvenire! Eccomi da Istanbul a Parigi, ed ecco superate - parmi felice-mente - le prime difficoltà della introduzione. Un'altra volta l'« oboedientia et pax » ha portato benedizione. Tutto ciò mi ser-va a titolo di mortificazione interiore, a ricerca di umiltà anche più profonda, ad abbandono fiducioso, per consacrare al Signore, in santificazione mia, in edificazione per le anime, gli anni che anco-ra mi restano a vivere e a servire la santa Chiesa. 814. 2. Non debbo nascondere a me stesso la verità: sono incam-minato decisamente verso la vecchiaia. Lo spirito reagisce e quasi protesta, sentendomi ancora così giovane, ed alacre, ed agile e fre-sco. Ma basta un'occhiata allo specchio per confondermi. Questa èla stagione della maturità; debbo dunque produrre il più ed il me-glio, riflettendo che forse il tempo concessomi a vivere è breve (cfr. 1Cor 7,29), e che mi trovo già vicino alle porte dell'eternità. A que-sto pensiero Ezechia si voltò verso il muro e pianse (2Re 20,3). Io non piango. 815. 3. No, io non piango, e neppure desidero tornare indietro per fare meglio. Affido alla misericordia del Signore quello che ho fatto, male o meno bene, e guardo all'avvenire, breve o lungo che possa essere quaggiù, perché lo voglio santificato e santificatore. 4. L'«opus divinum». La familiarità coi monaci benedettini, la partecipazione alla loro liturgia della settimana santa, mi ispira un più grande fervore nella recita del mio breviario. Ora che sono riuscito a trovarmi la mia camera di studio presso la cappella, dirò sempre in cappella le mie ore, anticipando sempre il mattutino la sera o la notte innanzi, e seguendo le regole monastiche nell'alzar-mi e nel sedermi, specialmente a mattutino. Anche questa discipli-na esteriore del corpo serve al raccoglimento spirituale. Farò poi uno studio più intenso del salterio, così da rendermelo più familia-re e più profondamente compreso. Quanta dottrina e quanta poe-sia nei Salmi! 816. 5. A dare semplicità a tutto, ricorderò le virtù teologali e le cardinali. La prima delle cardinali è la prudenza. è qui che si battono, e spesso restano battuti, papi, vescovi, re e comandanti. Questa è la virtù caratteristica del diplomatico. Io debbo averne un culto di preferenza. A sera un esame rigoroso. La mia facilità di parola mi sospinge sovente alla esuberanza nelle mie manifesta-zioni verbali. Attento, attento: saper tacere, saper parlare con mi-sura, sapermi astenere dal giudicare le persone e le tendenze, se non quando ciò è imposto dai miei superiori e dagli interessi più gravi. In tutto dir meno che più, e timore di dire troppo: ricordando l'elogio che sant'Isidoro di Siviglia fa di san Fulgenzio. Special-mente vigilare alla salvaguardia della carità. Questa la mia regula.

 

1947

ESERCIZI SPIRITUALI 8-13 DICEMBRE 1947, PARIGI, CLAMART VILLA MANRESA DEI PADRI GESUITI

Pensieri e propositi. 817. 1. Sono al termine del terzo anno della mia nunziatura in Francia. Il senso della mia pochezza mi tiene sempre buona com-pagnia: mi rende abituale la fiducia in Dio, e poiché vivo in eserci-zio costante di obbedienza, questa mi dà coraggio, e sgombra ogni timore. Il Signore si è impegnato ad aiutarmi. Lo benedico e lo ringrazio: «semper laus eius in ore meo» (Sal 34,2). (Traduzione: la sua lode sarà sempre sulla mia bocca). 2. Sono tornato agli Esercizi in comune, secondo il metodo an-tico. Qui siamo una trentina di preti secolari, qualche religioso, forse un missionario. Li predica un giovane padre gesuita, p. de Soras, assistente di Azione Cattolica, intelligente e fervoroso. Dottrina buona, esposta in forma interessante, tutta moderna però: strut-tura, locuzione, immagini. Mi sono confessato a lui, comprenden-do il tempo dal mio ritiro pasquale a Solesmes - marzo 1945 - ad ora. Ne rimasi contento ed incoraggiato. 818. 3. Quanto alla mia vita, il pensiero centrale di questi giorni è quello della morte, forse vicina, e del tenermi ad essa preparato. A sessantasette anni incominciati, può capitare di tutto. Stamatti-na, 12 dicembre, ho celebrato la santa messa «pro gratia bene mo- riendi». Nella adorazione del Ss. Sacramento, nel pomeriggio, recitai i salmi penitenziali colle litanie, ed anche le preghiere della raccomandazione dell'anima. Mi pare sia una buona devozione. La rinnoverò con qualche fre-quenza. Rendermi familiare allo spirito il pensiero di questo tran-sito, servirà a diminuire e ad addolcire subito la sorpresa, quando verrà l'ora di compierlo. 819. 4. In vista di questa, dò un ritocco al mio testamento che è del 1938, e dornanda di essere adattato alle nuove circostanze della mia famiglia di Sotto il Monte. Il Signore vede il mio distacco dai beni della terra, in spirito di povertà assoluta. Se resterà qualche cosa, sarà per l'asilo della parrocchia e per i poveri. 820. 5. Ormai nessuna tentazione di onori nel mondo o nella Chiesa, mi può toccare. Porto la confusione di quanto il Santo Pa-dre ha voluto fare per me, mandandomi a Parigi. Avere altro gra-do nella gerarchia o non averlo, mi è del tutto indifferente. Ciò mi dà grande pace. E mi lascia più agile al compimento del mio dovere, ad ogni costo e ad ogni rischio. E' bene che io mi tenga preparato a qualche grande mortificazione o umiliazione. Questa sarà il segno della mia predestinazione. Volesse il cielo che segnasse l'inizio della mia santificazione ve-ra, come è avvenuto per le anime più elette che ebbero, negli ulti-mi anni della loro vita, il tocco di grazia che li fece santi autentici. L'idea del martirio mi fa paura. Temo della mia resistenza ai do-lori fisici. Eppure potessi dare a Gesù la testimonianza del sangue, oh, quanta grazia e quanta gloria per me! 821. 6. Quanto ai miei rapporti con Dio attraverso le pratiche religiose, parmi di trovarmi bene. Dopo di aver vagato attraverso la dottrina di vari autori ascetici, mi sento tutto contento del mes-sale, del breviario, della Bibbia, Imitazione di Cristo e Bossuet, Me-ditazioni ed elevazioni. La santa liturgia e la Sacra Scrittura mi forniscono pascolo luculentissimo all'anima. Così semplifico sem-pre più, e mi trovo meglio. Voglio però dare attenzione più fedele e più devota alla santissima Eucaristia, che ho la grazia di conser-vare sotto la mia tenda, presso le mie camere, in comunicazione immediata. Coltiverò particolarmente la visita al Ss. Sacramento, rendendola variata e attraente con pratiche singolarmente degne di riverenza e di devozione. Per esempio, salmi penitenziali, via cru-cis, officio dei morti. La santa Eucaristia non riassume tutto? 822. 7. Ho riempito la mia camera di libri di cui amo la lettura: tutti libri seri e rispondenti alle opportunità della vita cattolica. Que-sti libri però sono una distrazione che sovente crea sproporzioni fra il tempo che devo dare subito e di preferenza ai miei affari cor-renti, per rapporti alla Santa Sede o altro, ed il tempo che in realtà finisco col dare alla lettura. Qui c'è uno sforzo notevole da fare: e mi vi proverò con tutto l'impegno. Che vale del resto questa an-sia di sapere e di leggere, a discapito di ciò che tocca più da vicino le mie responsabilità di nunzio apostolico? 823. 8. In casa tutto procede bene. La pazienza mi sostiene circa difetti e imperfezioni mie e dei miei familiari. Richiamo però l'elo-gio di san Fulgenzio fatto da sant'Isidoro di Siviglia, e che è ag-giunto alle mie note degli Esercizi del 1942 a Istanbul. è una pagina stupenda. Stralcio alcune espressioni più adatte per me a Parigi, nei rapporti coi miei collaboratori e domestici: «Cum fratribus pa-cem habere, nec quemquam de membris suis discerpere», ma so-prattutto è interessante per me «ita humilitate pariter et auctoritate praesse, ut neque per nimiam humilitatem suam, subditorum vi-tia convalescere faciat, neque per immoderantiam severitatis pote-statem exerceat ». E ricorderò anche il «tenebit illam superemi-nentem donis omnibus charitatem, sine qua omnis virtus nihil est. Custos enim castitatis charitas » ed io debbo tenere soprattutto alla « inter omnia et castitatis eminentiam», come sant'Isidoro ri-pete, e come io voglio ottenere ad ogni costo. Vigilerò per questo sulle conversazioni, da cui deve esulare ogni accenno a donne di qualsiasi specie, ogni giudizio temerario, ed ogni mancanza di ri-spetto alla dignità episcopale di chicchessia, ed ai superiori eccle-siastici, più o meno alti, da cui la nunziatura dipende. Anche attraverso a mortificazioni intime e ad umiliazioni mie personali, voglio assolutamente riuscire in questo. I miei contubernali capi-ranno, e mi saranno motivo di consolazione. Lo stesso deve dirsi della « benignitas et charitas » della ospitalità alla nunziatura. San-t'ìsidoro dice che «diversorium episcopi cunctorum debet esse re-ceptaculum». 824. 9. Il mio temperamento e la educazione ricevuta, mi aiuta-no nell'esercizio dell'amabilità con tutti, della indulgenza, del gar-bo e della pazienza. Non recederò da questa via. San Francesco di Sales è il mio grande maestro. Oh, lo rassomigliassi davvero e in tutto! Per non venir meno al grande precetto del Signore, sarò pronto ad affrontare anche derisioni e disprezzi. Il «mitis et hu-milis corde» (Traduzione: mansueto e umile di cuore). (Mt 11,29) è pur sempre il raggio più lucente e glo-rioso di un vescovo e di un rappresentante del Papa. Io lascio a tutti la sovrabbondanza della furberia e della cosidetta destrezza diplomatica, e continuo ad accontentarmi della mia bonomia e sem-plicità di sentimento, di parola, di tratto. Le somme, infine, tor-nano sempre a vantaggio di chi resta fedele alla dottrina ed agli esempi del Signore. 825. 10. Il mio prolungato soggiorno in Francia mi rende sem-pre più degno di ammirazione questo grande paese, e di sincera affezione questa « nobilissimam Gallorum gentem ». Avverto pe-rò nella mia coscienza un contrasto che talora diventa scrupolo, fra l'elogio che anche a me piace tributare a questi valorosi e cari cattolici di Francia, e il dovere, che parmi inerente al mio ministe-ro, di non coprire, per puro complimento o per tema di recare di-spiacere, la constatazione di quelle che sono pure le deficienze e lo stato vero della primogenita della Chiesa, circa la pratica reli-giosa, il disagio per la questione scolastica insoluta, l'insufficienza del clero, la diffusione del laicismo e del comunismo. Il mio dove-re netto, su questo punto, si riduce ad una questione di forma e di misura. Diversamente il nunzio non è più degno di essere rite-nuto l'orecchio e l'occhio della Santa Sede, se non fa che elogiare e magnificare anche ciò che vi è pure di doloroso e di grave. 826. Ciò importa una vigilanza continuata sulle mie effusioni ver-bali. Un silenzio dolce e senza durezze: parole benevoli ed ispirate a clemenza e ad indulgenza faranno più che affermazioni anche lasciate uscire in confidenza, ed a fine di bene. Del resto «est qui judicet et loquatur» (cfr. Gv 8,50). (Traduzione: vi è chi giudica re parla). Il Cuore di Gesù, nella terra che egli ha particolarmente onorata e benedetta, la Vergine Santa, «Regina Galliae», san Giuseppe, patrono dei diplomatici e mio speciale « lumen et numen», coi santi protettori della Francia tutti insieme, mi siano aiuto, conforto, be-nedizione.

 

1948

RITIRO ANNUALE, 23-27 NOVEMBRE 1948 MONASTERO BENEDETTINO DEL SACRO CUORE A EN CALCAT (DOURGNE]

Note 827. 1. In questo 25 novembre entro nel mio sessantottesimo anno di età. Ieri sera mi confessai dal p. priore Germain Barbier di Auxerre. Ho lo spirito in pace. Dal mio letticciuolo benedettino, feci la mia preparazione alla buona morte, recitando piano piano le otto preghiere dettate da Bossuet per questo esercizio. Consi-dero con ciò come finita la mia vita. Il resto che il Signore mi vo-lesse ancora dare, di anni o di giorni, li avrò come un di più. Debbo ripetere sovente le parole di san Paolo, e viverle: «Mortuus enim sum: vita mea abscondita est cum Christo in Deo» (Col 3,3). (Traduzione: voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio). 2. Questo stato di morte mistica vuol significare, più decisamente che mai, distacco assoluto da ogni legame di quaggiù: da me stes-so, dai miei gusti, onori, successi, beni materi4li e spirituali; l'as-soluta indifferenza ed indipendenza per tutto ciò che non è stretta volontà del Signore a mio riguardo. 3. Rivedendo in questo ritiro le note scritte l'anno scorso nella Villa Manresa dei Padri Gesuiti a Clamart le trovo corrispondenti, in tutto, anche alle mie circostanze attuali. Non occorre che le ri-peta. Basterà che di tanto in tanto le rilegga a mia correzione ed incitamento. 828. 4. Più mi faccio maturo d'anni e di esperienze, e più rico-nosco che la via sicura per la mia santificazione personale e per il miglior successo del mio servizio della Santa Sede, resta lo sforzo vigilante di ridurre tutto, principi, indirizzi, posizioni, af-fari, al massimo di semplicità e di calma; con attenzione a potare sempre la mia vigna di ciò che è solo fogliame inutile e viluppo di viticci, ed andare diritto a ciò che è verità, giustizia, carità, so-prattutto carità. Ogni altro sistema di fare, non è che posa e ricer-ca di affermazione personale, che presto si tradisce e diventa ingombrante e ridicolo. 829. Oh, la semplicità del Vangelo, del libro della Imitazione di Cristo, dei Fioretti di san Francesco, delle pagine più squisite di san Gregorio, nei Morali: « Deridetur justi simplicitas », con quel che segue! Come sempre più gusto quelle pagine, e torno ad esse con diletto interiore! Tutti i sapienti del secolo, tutti i furbi della terra, anche quelli della diplomazia vaticana, che meschina figura fanno, posti nella luce di semplicità e di grazia che emana da que-sto grande e fondamentale insegnamento di Gesù e dei suoi santi! Questo è l'accorgimento più sicuro che confonde la sapienza del mondo, e si accorda egualmente bene, anzi meglio, con garbo e con autentica signorilità, a ciò che vi è di più alto nell'ordine della scienza, anche della scienza umana e della vita sociale, in confor-mità alle esigenze di tempi, di luoghi e di circostanze. « Hoc est philosophiae culmen, simplicem esse cum prudentia » pensie-ro è di san Giovanni Crisostomo, il mio grande patrono d'Oriente. Signore Gesù, conservatemi il gusto e la pratica di questa sem-plicità che, tenendomi umile, mi avvicina di più al vostro spirito ed attira e salva le anime. 830. 5. Il mio temperamento, incline alla condiscendenza ed a cogliere subito il lato buono nelle persone e nelle cose, piuttosto che alla critica ed al giudizio temerario, la differenza notevole di età, carica di più lunga esperienza e di più profonda comprensione del cuore umano, mi pongono non di rado in affliggente contrasto interiore con l'ambiente che mi circonda. Ogni forma di diffiden-za o di trattamento scortese verso chicchessia, soprattutto se verso i piccoli, i poveri, gli inferiori; ogni stroncatura ed irriflessione di giudizio, mi dà pena ed intima sofferenza. Taccio, ma il cuore mi sanguina. Questi miei collaboratori sono bravi ecclesiastici: ne ap-prezzo le qualità eccellenti, voglio loro molto bene, e lo meritano tutto. Ma soffro del disagio interiore del mio spirito, in rapporto col loro. In certe giornate e circostanze sono tentato a reagire con forza. Ma preferisco il silenzio, confidando che questo riesca più eloquente ed efficace per la loro educazione. Non è debolezza la mia? Debbo, voglio continuare a portarmi in pace questa leggera croce, che si aggiunge al sentimento già mortificante della mia po-éhezza, e lascerò fare al Signore che scruta i cuori (Ger 20,12), e li attira verso le finezze della sua carità. 831. 6. Torno a richiamare, a questo proposito, il n. 8 tutto in-tero delle mie note scritte negli Esercizi di Villa Manresa a Clamart, l'anno scorso. Mi conservo familiari, dopo oltre quarant'anni, i ricordi edificanti delle conversazioni nell'episcopio di Bergamo, col mio venerato vescovo mgr Radini Tedeschi. Delle persone del Va-ticano, dal Santo Padre in giù, non un'espressione che fosse meno riverente, amabile e rispettosa, mai. Di donne poi, o di forme e di cose muliebri, mai una parola, mai, come se donne non esistes-sero al mondo. Questo silenzio assoluto, anche nella intimità, cir-ca « omne muliebre », fu una delle lezioni più forti e profonde della mia giovinezza sacerdotale; e sono riconoscente, anche ora, alla insigne e benefica memoria di chi mi educò a questa disciplina. 832. 7. Non ho potuto in questi giorni leggere molto la Sacra Scrittura. Ma con attenzione ho meditato la lettera cattolica di san Giacomo Minore. Quei cinque capitoli che la compongono sono un riassuìito mirabile di vita cristiana. La dottrina circa l'esercizio della carità (Gc 1,27), l'uso della lingua (Gc 1,19-26), la dinamica dell'uomo di fede (Gc 2), la collaborazione alla pace (Gc 4), il ri-spetto del prossimo, le minacce al ricco ingiusto ed esoso, infine l'invito alla confidenza, all'ottimismo, alla preghiera (Gc 5): tutto ciò ed altro è un tesoro incomparabile di indirizzi, di esortazioni, per noi ecclesiastici particolarmente e terribilmente, e per i laici, secondo il bisogno di tutti i tempi. Converrebbe imparare tutto a memoria e gustare e rigustare di tratto in tratto la celeste dottrina. Ormai, a sessantotto anni incominciati, non c'è che invecchiare. Ma la saggezza è là nel Libro divino. Eccone un saggio: 833. «Quis sapiens et disciplinatus inter vos? Ostendat ex bona conversatione operationem suam in mansuetudine sapientiae. Quod si zelum amarum habetis et contentiones sint in cordibus vestris, nolite gloriari et mendaces esse adversus veritatem. Non est enim ista sapientia desursum descendens, sed terrena, animalis, diaboli-ca. Ubi enim zelus et contentio, ibi inconstantia et omne opus pra-vum. Quae autem desursum est sapientia, primum quidem pudica est deinde pacifica, modesta, suadibilis, bonis consentiens, plena misericordia, et fructibus bonis, non iudicans, sine simulatione. Fructus autem iustitiae in pace seminatur facientibus pacem» (Gc 3,13-18). (Traduzione: Chi è saggio e accorto tra voi? Mostri con la buona condotta le sue opere ispi-rate a saggia mitezza. Ma se avete nel vostro cuore gelosia amara e spirito di conte-sa, non vantatevi e non mentite contro la verità. Non è questa la sapienza che viene dall'alto: è terrena, carnale, diabolica; poiché dove c'è gelosia e spirito di contesa, c'è disordine e ogni sorta di cattive azioni. La sapienza che viene dall'alto invece è anzitutto pura, poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, senza parzialità, senza ipocrisia. Un frutto di giustizia viene seminato nella pace per coloro che fanno opera di pace).

 

 

1950

NOTE SPIRITUALI NEL MIO BREVE RITIRO A ORANO, 6-9 APRILE 1950 GIOVEDì, VENERDì, SABATO SANTO E PASQUA

834. Tre giorni di riposo, alla fine del mio lungo viaggio in Afri-ca del Nord dal 19 marzo, venticinquesimo anniversario della mia consacrazione episcopale, al 9 aprile, festa di Pasqua. Il vescovo di Orano, mgr Lacaste, mi accoglie in ospitalità fra-terna di cui gli sono gratissimo; ed io partecipo in preghiera, in meditazione ed in silenzio, all'immenso palpito delle anime vibranti da tutti i punti della terra, da tutte le chiese, intorno a Gesù soffe-rente e vittorioso, in questo triduo sacro precedente la Pasqua. A un quarto di secolo dacché la santa Chiesa mi fece vescovo, tutto-ché indegnissimo e povero, amo pensare al mio passato, al mio pre-sente, al mio avvenire.

Giovedì santo: il mio passato. 835. Portai con me, in questo viaggio, i fascicoli delle note spi-rituali scritte in questi anni - dal 1925 al 1950 - a mio scotimen-to, a mia compunzione, ad aumento di fervore episcopale, nelle varie occasioni di ritiro spirituale che colsi lungo la via, in Bulga-ria, in Turchia, in Francia. Ho riletto tutto ancora una volta, con calma, come in una confessione, e recito il Miserere che è mio, ed il Magnificat che è tutto del Signore, a mia penitenza e ad esercizio di umiltà sincera e confidente. A venticinque anni di distanza, ri-veggo il numero quattro delle mie prime note fatte a Villa Carpe-gna dall 3 al 17 marzo 1925, nella preparazione immediata alla consacrazione episcopale - 19 marzo, festa di san Giuseppe - a San Carlo al Corso. Proponevo così: « Rileggerò spesso il capo IX, lib. III della Imitazione di Gesù Cristo: "Quod omnia ad Deum sicut ad finem ultimum sunt referenda". Mi ha fatto profonda im-pressione nella solitudine di questi giorni. Lì, in poche parole, c'è veramente tutto ». Così scrivevo in quella vigilia della mia nuova vita; così sento ora, e così gusto di ripassare di là e di rivedere quel-l'insegnamento di Gesù dopo un quarto di secolo, di prove da par-te mia, di debolezze, di riprese e, grazie al Signore, di volontà tenace, fedele e convinta, al di là delle seduzioni e delle tentazioni dello spirito mondano. 836. O mio Gesù, come ti ringrazio di avermi tenuto saldo a que-sto principio: «Ex me pusillus et magnus, pauper et dives, tam-quam ex fonte vivo, aquam vivam hauriunt» (IC 3.9). (Traduzione: da me il piccolo e il grande, il povero e il ricco, siccome da viva fontana, attingono un'acqua viva). Ah, io sono fra i pusilli e i poveri! In Bulgaria, i contrasti delle circostan-ze più ancora che degli uomini, e la nionotonia di quella vita intes-suta e scalfita da quotidiane punture, mi costò molto di mortificazione e di silenzio. Ma la tua grazia mi mantenne il gau-dio interiore, che mi aiutò a nascondere le angustie ed i disagi. In Turchia, l'impegno delle sollecitudini pastorali mi fu tormento e gioia. Non avrei potuto, dovuto fare di più, con sforzo più deciso, ed andare contro l'inclinazione del mio temperamento? Nella stes-sa ricerca della calma e della pace, che ritenevo più conforme allo spirito del Signore, non era sottaciuta una tal quale indisposizione all'impiego della spada, ed una preferenza a ciò che anche perso-nalmente è più comodo e più facile, anche se di fatto la dolcezza è definita la plenitudine della forza? O Gesù mio, tu scruti i cuori; e il punto giusto in cui la ricerca stessa della virtù può trascinare a difetto o a eccesso, a te solo è noto. 837. Ciò che sento come dover mio, è di non invanirmi di nulla, ma di tutto attribuire alla tua grazia: «sine qua nihil habet homo. Tu, cum magna districtione, gratiarum actiones requiris» (IC 3.9). E il mio Magniflcat è perciò completo, come è doveroso. Mi piace tanto l'espressione: «Meritum meum, miseratio tua»; e l'altra che è di sant'Agostino: «Tu coronando merita, coronas dona tua». 838. Ancora, grazie senza fine, mio Gesù: «Vincit omnia divi-na charitas et dilatat omnes animae vires. Recte sapio, in te solo gaudebo, in te solo sperabo, quia "nemo bonus nisi solus Deus" (Lc 18,19), qui est super omnia laudandus, et in omnibus benedi-cendus » (IC 3.9). Così termina, a conclusione dei miei venticin-que anni di episcopato, il capitoletto della Imitazione con cui li ho iniziati. Il che mi lascia sempre, a mortificazione salutare del mio spirito, il ricordo delle mie colpe - « cogitatione, verbo et opere » - quante, quante in venticinque anni! e insieme la fiducia inestin-guibile nel mio quotidiano sacrificio, ostia divina ed immacolata, offerta « pro innumerabilibus peccatis et offensionibus et negligen-tiis meis ». Venticinque anni di sante messe episcopali, offerte con tutto lo splendore delle buone intenzioni, ed anche con tutta la polvere della strada, oh, quale mistero di grazia ed insieme di confusione! La grazia delle tenerezze di Gesù «pastor et episco-pus» (1Pt 2,25) verso il suo eletto sacerdote; la confusione di que-sti, che non trova conforto se non nel confidente abbandono.

Venerdì santo: il mio presente 839. Ieri sera i mattutini, tutto solo: stamane in cappella le ore coi quattro Miserere, e la liturgia odierna, accompagnata in ispiri-to, leggendo sul messale, come se assistessi alla cerimonia in qual-che chiesa solenne; come se la presiedessi ancora io stesso a Sofia, o a Santo Spirito d'Istanbul. 840. Il mio presente. Eccomi dunque vivo, a sessantanove anni in corso, prostrato sul Crocifisso, a baciargli il viso e le piaghe san-tissime, a baciargli il cuore scoperto; eccomi qui. in atto di amore, di dolore. Come non rinnovare a Gesù il mio ringraziamento di trovarmi ancor giovane e robusto di corpo, di spirito, di cuore? Il «nosce teipsum » mi tiene dimesso e senza pretese. Qualcuno segue la mia povera persona con ammirazione, con simpatia: ma grazie a Dio, io sento rossore di me stesso, delle mie insufficienze, del poco che sono in un posto così importante, dove il Santo Pa-dre mi volle e mi tiene, per sua bontà. Da tempo, e con nessuna fatica, faccio professione di semplicità, bravando amabilmente tutti gli spiriti che, nella ricerca delle doti di un diplomatico della Santa Sede, preferiscono l'involucro esteriore appariscente al frutto sa-no e maturo. 841. E resto fedele al mio principio, che parmi abbia sempre un posto di onore nel discorso della montagna: beati i poveri, i miti, i pacifici, i misericordiosi, gli assetati di giustizia, i puri di cuore, i tribolati, i perseguitati (Mt 5,3-10). Il mio presente resta dunque una energia, in atto di fedeltà a Cristo obbediente e crocifisso, co-me tante volte lo ripeto in questi giorni: «Christus factus oboe-diens» (Traduzione: Cristo fattosi obbediente) (Fil 2,8), povero ed umile come lui, ardente di divina carità, pronto al sacrificio ed alla morte, per lui e per la sua Chiesa. Il viaggio in Africa del Nord mi ha richiamato più vivo il pro-blema della conversione degli infedeli. La vita e la ragion d'essere della Chiesa, del sacerdozio, della verace e buona diplomazia è là. «Da mihi animas: cetera tolle» (Gen 14,21) (Traduzione: dammi le persone e prenditi pure i beni per te). Sabato santo: il mio avvenire 842.A quasi settant'anni c'è poco da contare sull'avvenire. « Summà annorum nostrorum sunt septuaginta anni; et si validi sumus octoginta, et plerique eorum sunt labor et vanitas: nam cito transeunt et nos avolamus» (Sal 90,10-11). (Traduzione: i giorni di nostra vita fanno in sé settant'anni, e se siamo robuti, ottanta; e il loro splendore non è che tormento e vanità, perché presto trapassa e noi dileguiamo). Non occorre dunque farmi illusioni, ma rendermi familiare il pensiero della fine; non con sgomento che infiacchisce, ma con confidenza che conserva il fervore del vivere, del lavorare, del servire. Da tempo mi propo-si la fedeltà a questo rispetto, a questa attesa della morte, a questo «hilarescit» che dovrebbe essere l'ultimo sorriso della mia ani-ma, sul punto di uscire da questa vita. Non è il caso di parlarne sovente a tedio altrui; ma di pensarci sempre, perché il «judicium mortis» (Sir 41,3), divenuto familiare, è buono, è utile a mortifi-care la vanità, ad imporre a tutto il senso della misura e della cal-ma. Per le mie cose temporali farò un ritocco al mio testamento. Sono povero, grazie a Dio, e così intendo morire. 843. Quanto allo spirito, renderò la mia fiamma più viva, a mi-sura che il tempo da redimere passa più rapido (Ef 4,16). Distacco quindi dalle cose della terra, dignità, onori, cose preziose o pregia-te. Voglio intensificare gli sforzi per terminare la mia grande pub-blicazione della Visita Apostolica di san Carlo Borromeo a Bergamo. Ma mi tengo disposto anche alla mortificazione di do-vervi rinunziare. Qualcuno, per farmi complimenti, mi parla della porpora. Niente di interessante. Ripeto quanto altrove scrissi. Quando non venis-se, come può darsi, avrò questo come un segno di predestinazio-ne, e ne ringrazierò Iddio. Ceterum riprenderò, al mio ritorno a Parigi, la mia vita ordina-ria, senza smanie, ma con fedeltà assoluta al dover mio, al servizio del Santo Padre, con attenzione, con carità, con pazienza, con in-tima unione con Gesù, mio re, mio maestro, mio Dio; con Maria mia dolce madre, con san Giuseppe, mio caro amico, esemplare, protettore. 844. Mi deve confortare il pensiero che le mie conoscenze, che le anime che ho amate e che amo, sono già quasi tutte di là, e che mi attendono e pregano per me. Il Signore mi vorrà presto alla pa-tria celeste? Eccomi, sono pronto. Lo prego solo di cogliermi in buon punto. Mi riserva ancora alcuni, forse parecchi anni di vita? Lo ringrazierò, ma sempre supplicandolo a non lasciarmi sulla terra, inutile per la santa Chiesa e ingombrante. Anche per questo però, la santa volontà del Signore, e basta. Termino queste note al suono delle campane di Pasqua della vi-cina cattedrale del Sacro Cuore. E ricordo con gioia l'ultima mia omelia di Pasqua a Istanbul", nel commento alle parole pasqua-li di san Gregorio di Nazianzo: «Voluntas Dei, pax nostra».

 

1952

RITIRO SPIRITUALE A MONTMARTRE PRESSO LE SUORE DEL CARMELO GIOVEDì, VENERDì, SABATO SANTO, 10-12 APRILE 1952

845. Tre giorni che sono un po' come quelli della sepoltura del Signore, nel senso che ho creduto bene di ammettere, alla santa messa del giovedì santo, le mie suore della Nunziatura; nel pome-riggio, la visita a piedi di quattro chiese della butte sacrée: San Pie-tro, San Giovanni, N. D. de Clignancourt, del Martyrium. Nel venerdì, altre due ore nel pomeriggio, per presiedere alla liturgia di rito orientale a Saint-Julien-le-Pauvre, e mia confessione dal p. Fugazza', presso i Lazzaristi. La continuità dell'applicazione dello spirito non fu però troppo compromessa. Soprattutto mi conforta questo essermi rifugiato, « sicut hirundo» (Sai 84,4), sotto il tetto della grande basilica del Sacro Cuore, e di dover chiudere questo ritiro nei fulgori della notte santa della Risurrezione, secondo l'an-tico cerimoniale « vigiliae paschalis instauratae ». Le circostan-ze di questo ritiro non mi hanno permesso di appuntare molte cose, né ad esame, né a contemplazione. Piacemi qui di annotare qual-che pensiero che dovrebbe farmi bene allo spirito, rileggendo di tanto in tanto. 846. 1. «Gratias agere». La misura ordinaria della vita umana - gli anni settanta (Sai 90,10) - è ormai sorpassata. Rivedo tutti i miei settant'anni. Devo dire: « recogito in amaritudine animae meae » (Is 38,15). Ah, io porto con me il sentimento di confu-sione e di dolore « pro innumerabilibus peccatis, et offensionibus et negligentiis meis » e per il poco che ho conchiuso, e per il molto di più che avrei potuto, dovuto fare, a servizio del Signore, della santa Chiesa, delle anime! Ma insieme non so dimenticare il cu-mulo di grazie e di misericordie, di cui Gesù mi fu largo e generoso contro ogni mio merito. Perciò «semper laus eius in ore meo» (Sal 34,2). (Traduzione: sempre la sua lode sulla mia bocca). 847. 2. «Simplicitas cordis et labii» (Sap 1,1; 2Cor 1,12). Più vado innanzi, e meglio constato la dignità e la bellezza conquista-trice della semplicità, nel pensiero, nel tratto, nelle parole. Una ten-denza che si affina a semplificare tutto ciò che è complesso; a ridurre tutto al massimo di spontaneità e di chiarezza, senza preoccupa-zione di fronzoli, di raggiri artificiosi di pensiero e di parole. «Simplicem esse cum prudentia». Il motto è di san Giovanni Crisostomo. Quanta dottrina in due frasi! Amabilità, calma e pazienza imperturbabile. Debbo sempre ricordare il «sermo mollis frangit iram» (Prov 15,1). Quanti di-sappunti creati dalla ruvidezza, dallo scatto, dalla insofferenza! Ta-lora il timore di esser meno apprezzati, come gente di poco valore, diventa incitamento a tenersi su, a darsi tono, ad imporsi un poco. Ciò è contrario al mio carattere. L'esser semplice, senza pretesa alcuna, a me costa nulla. è una grande grazia che il Signore mi fa. Voglio continuare, ed esserne degno. 848. 4. Grande comprensione e rispetto per i francesi. Il prolun-gato soggiorno in mezzo a loro mi pone in condizione di apprez-zare le altissime qualità spirituali di questo popolo ed il fervore dei cattolici di ogni tendenza: insieme però, me ne fa anche scorgere i difetti e le esuberanze. Ciò impone alle mie manifestazioni verba-li la più grande attenzione. Sono libero di giudicare, ma debbo guar-darmi dalla critica, anche lieve e sorridente, che può ferire la loro suscettibilità. Oh, questo non fare mai né dire agli altri quanto non vorremmo fosse fatto o detto a noi (Tb 4,16)! Su questo punto tuttì siamo un po' deboli. Attenzione, dunque, alle minime espressioni, che toglierebbero efficacia alla dignità del nostro contegno. Que-sto dico per me: di questo debbo essere maestro ed esempio intor-no a me, coi miei collaboratori. Meglio una carezza che un piz-zicotto, con chicchessia. 849. 5. Maggior rapidità nelle pratiche più importanti, special-mente nomine di vescovi, rapporti con la Santa Sede, informazio-ni opportune ed importanti. Nessuna fretta, ma nessuna lentezza. Renderò questo punto particolare oggetto di esame quotidiano. 6. « In omnibus respice finem » 6 La fine mi viene incontro a misura che i giorni della mia vita si seguono. Mi debbo preoccupa-re più di morire presto e bene, che di trastullarmi in sogni di vita longeva. Senza melanconie però: senza neanche parlarne troppo. « Voluntas Dei pax nostra ». Sempre, per la vita; più ancora per la morte. 850. 7. Il pensiero di ciò che mi può avvenire, onori, umiliazio-ni, contestazioni o altro, nulla di ciò mi disturba o mi preoccupa. Quest'anno spero di por termine alla mia pubblicazione degli Atti della Visita Apostolica di san Carlo Borromeo a Bergamo. Ciò ba-sta alla mia soddisfazione di buon bergamasco, e non desidero altro. 8. Solo desidero che la mia vita finisca santamente. Tremo al pensiero di dover sopportare dolori, responsabilità, contrasti su-periori alle mie povere forze, ma confido nel Signore, senza alcu-na pretesa a successi, a meriti appariscenti e singolari. 851. 9. Attenderò ad una pietà religiosa più intensiva. Niente so-praccarico di pratiche secondarie e nuove, ma fedeltà alle fonda-mentali, con fervore vibrante. Santa messa, breviario, rosario, meditazione, letture edificanti: unione intima e frequente con Ge-sù in Sacramento. 852. 10. Questo ritiro non fu segnato da meditazioni e pratiche laboriose; ma rileggendo le mie pagine dei ritiri passati, vi ho tro-vato motivo e incitamento al «motus in fine velocior». Parmi di avere la coscienza in pace, e confido in Gesù, nella sua e mia Madre gloriosa ed amatissima, in san Giuseppe, il santo prediletto del mio cuore, in san Giovanni Battista, intorno al quale amo ve-dere raccolta la mia famiglia e parentela secondo la carne ed il san-gue. E mi appresto a salire al tempio del Sacro Cuore, che mi attende per una notte luminosa e solenne, che vuoi essere il simbo-lo della risurrezione delle anime, della santa Chiesa e delle nazio-ni. La croce di Gesù, il cuore di Gesù, la grazia di Gesù: questo è tutto sulla terra; questo è il cominciamento della gloria futura, riserbata agli eletti per tutti i secoli: «Cor Jesu, vita et resurrectio nostra, pax et reconciliatio nostra, salus in te sperantium, spes in te morientium, deliciae sanctorum omnium. Cor Jesu, miserere nobis». (Traduzione: Cuore di Gesù, vita e resurrezione nostra, pace e riconciliazione nostra, salvezza di chi spera in te, delizia di tutti i santi. Cuore di Gesù, abbi pietà di noi. Litanie del Sacro Cuore di Gesù).

 

1953-1958

Cardinale Patriarca di Venezia

 

1953

RITIRO SPIRITUALE COI VESCOVI DELLA PROVINCIA TRIVENETA A FIETTA NELLA VILLA DEL SEMINARIO, 15-21 MAGGIO 1953

Note sparse 853. 1. Dall'aprile dello scorso anno quando mi raccolsi all'om-bra del Sacro Cuore a Montmartre, a Parigi, al maggio di questo anno che mi trova qui ai piedi del Grappa come cardinale e pa-triarca di Venezia, quale trasformazione intorno a me! Non so su che cosa soffermarmi di più; sul «laetatus sum in his quae dicta sunt mihi» (Traduzione: quale gioia quando mi dissero: "Andremo alla casa del Signore"). (Sal 122,1), con quel che segue, o ancora sulla mia confusione che mi induce a sentimenti di umiltà e di abbandono nel Signore. è lui che ha veramente fatto tutto, e ha fatto senza di me, che per nulla avrei potuto immaginare o aspirare a tanto. Un motivo di gioia interiore è che il tenermi umile e dimesso non mi costa gran fatica e risponde al mio temperamento nativo. Inva-nirmi o inorgoglirmi di che cosa, Signore mio? «Meritum meum »non è tutta «miseratio Domini»? 854. 2. è interessante che la Provvidenza mi abbia ricondotto là dove la mia vocazione sacerdotale prese le prime mosse, cioè il servizio pastorale. Ora io mi trovo in pieno ministero diretto delle anime. In verità ho sempre ritenuto che per un ecclesiastico la di-plomazia così detta deve essere permeata di spirito pastorale; diversamente non conta nulla, e volge al ridicolo una missione santa. Ora sono posto innanzi ai veri interessi delle anime e della Chiesa, in rapporto alla sua finalità che è quella di salvare le anime, di gui-darle al cielo. Questo mi basta, e ne ringrazio il Signore. Lo dissi a Venezia in San Marco il 15 marzo, giorno del mio ingresso. Non desidero, non penso ad altro che a vivere e a morire per le anime che mi sono affidate. «Bonus pastor animam suam dat pro ovi-bus suis... Veni ut vitam habeant et abundantius habeant» (Gv 10,11 e 10). (Traduzione: il buon pastore offre la vita per le pecore. Son venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza). 855. 3. Inizio il mio ministero diretto in una età - anni settan-tadue - quando altri lo finisce. Mi trovo dunque sulla soglia del-l'eternità. Gesù mio, primo pastore e vescovo delle nostre anime, il mistero della mia vita e della mia morte è nelle vostre mani, e vicino al vostro cuore. Da una parte tremo per l'avvicinarsi dell'o-ra estrema; dall'altra confido e guardo innanzi a me giorno per gior-no. Mi sento nella condizione di san Luigi Gonzaga. Continuare le mie occupazioni, sempre con sforzo di perfezione, ma più anco-ra pensando alla divina misericordia. Per i pochi anni che mi restano a vivere, voglio essere un santo pastore nella pienezza del termine, come il beato Pio x mio ante-cessore, come il venerato cardinai Ferrari; come il mio mgr Radini Tedeschi, finché visse e se avesse continuato a vivere. «Sic Deus me adiuvet» 856. 4. In questi giorni ho letto san Gregorio e san Bernardo, ambedue preoccupati della vita tenore del pastore che non deve soffrire delle cure materiali esteriori. La mia giornata deve essere sempre in preghiera; la preghiera è il mio respiro. Propongo di re-citare ogni giorno il rosario intero di quindici poste, intendendo così di raccomandare al Signore e alla Madonna - possibilmente in cappella, innanzi al Ss. Sacramento - i bisogni più gravi dei miei figli di Venezia e diocesi: clero, giovani seminaristi, vergini sacre, pubbliche autorità e poveri peccatori. 857. 5. Due punte dolorose ho già qui, fra tanto splendore di dignità ecclesiastica e di rispetto, come cardinale e patriarca. La esiguità delle rendite della mensa, e la turba dei poveri e delle sol-lecitazioni per impieghi e per sussidi. Per la mensa non mi è impedito di migliorarne le condizioni e per me ed anche a servizio dei miei successori. Amo però benedire il Signore per questa povertà un po' umiliante e spesso imbaraz-zante. Essa mi fa meglio rassomigliare a Gesù povero e a san Fran-cesco, ben sicuro come sono che non morirò di fame. O beata povertà che mi assicura una più grande benedizione per il resto e per ciò che è più importante del mio ministero pastorale. 858. 6. L'ingresso trionfale a Venezia e questi due primi mesi di contatto coi miei figli, mi danno il segno della bontà nativa dei veneziani per il loro patriarca: mi sono di grande incoraggiamen-to. Non mi voglio dare altri precetti. Ma continuerò per la mia stra-da e col mio temperamento. Umiltà, semplicità, aderenza verbo et opere al Vangelo, con mitezza intrepida, con pazienza inespu-gnabile, con zelo paterno e insaziabile del bene delle anime. Vedo che mi si ascolta volentieri, e la mia semplice parola va direttamente al cuore. Porrò tuttavia ogni cura anche di prepararmi bene, così che il mio dire non manchi di dignità e riesca di sempre maggior edificazione. 7. Sono contento del segretario don Gino Spavento, che fu già fedelissimo al mio venerato predecessore; ed ora metto accanto a lui don Loris Capovilla. Sono due sacerdoti eccellenti per pietà sa-cerdotale e per intelligenza e buono spirito. Poco per volta la mia casa episcopale prenderà il suo assestamento. Se il Santo Padre mi concederà il vescovo ausiliare che desidero, potrò tutto sistemare in aediflcationem (Ef 4,16). 859. 8. A volte il pensiero del poco tempo che mi resta a vivere vorrebbe rallentare il mio ardore. Non riuscirà, con l'aiuto del Signore. «Nec mori timeo, nec vivere recuso ». La volontà del Si-gnore resta sempre la mia pace. L'arco della mia umile vita - troppo onorata, ben oltre i miei meriti, dalla Santa Sede - dal mio villaggio nativo piega fra le cu-pole e i pinnacoli di San Marco. Voglio porre nel mio testamento la preghiera che mi sia riserva-to un loculo nella cripta della basilica presso la tomba dell'Evan-gelista ormai divenuto così caro e familiare al mio spirito ed alla mia preghiera. Marco, figlio di san Pietro, di san Pietro discepolo ed interprete.

 

1954

ESERCIZI A TORREGLIA NEL 19546-12 GIUGNO PREDICATORE MGR LANDUCCI

860. Nessuna nota. Fatto invece il testamento. Per tutto, rin-viandomi alle conclusioni degli Esercizi dello scorso anno. Di con-creto in questi giorni mi tornò preziosa la meditazione bene distribuita dei dodici capitoli del secondo libro della Imitazione di G[esùl C[risto]: «Admonitiones ad interna trahentes» 1. De interna conversatione. 2. De humili submissione. 3. De bono pacifico homine. 4. De pura mente et simplici intentione. 5. De propria consideratione. 6. De laetitia bonae conscientiae. 7. De amore Jesu super omnia. 8. De familiari amicitia Jesu. 9. De carentia omnis solacii. 10. De gratitudine pro gratia Dei. 11. De paucitate amatorum crucis Jesu. 12. De regia via sanctae crucis. (Traduzione: Ammonizioni per progredire nella vita interiore: 1) la vita interiore. 2) l'umile sottomissione. 3) l'uomo buono e pacifico. 4) la purezza della coscienza e la semplicità delle intenzioni. 5) come giudicare noi stessi. 6) la gioia della coscienza pura. 7) amare Gesù sopra ogni cosa. 8) la familiare amicizia con Gesù. 9) la privazione di ogni gioia. 10) la gratitudine a Dio per la sua grazia. 11) quanto son pochi quelli che amano la croce di Gesù. 12) la via regale della santa Croce.

 

 

NEL CINQUANTESIMO DI SACERDOZIO ESORTAZIONI AL CLERO - 10 AGOSTO 19541

Miei venerabili fratelli e figliuoli nel sacerdozio. 861. A quindici mesi di distanza dal mio primo ingresso a Vene-zia sento l'opportunità ed il bisogno di aprirvi in forma riservata e confidente il cuor mio, per comunicarvi le impressioni della mia prima esperienza pastorale in mezzo a voi, ed insieme mettervi a parte dei desideri e delle speranze che la grazia del Signore ed un sincero affetto per questa porzione del gregge di risto, che a me ed a voi fu affidato, mi permettono di concepire. Tali impressioni sono riassunte dalle brevi parole del Salmo 93, versetto 19: Anxietates multiplicantur in corde meo: consolationes tuae delectant animam meam. (Traduzione: quando ero oppresso dall'angoscia, il tuo conforto mi ha consolato). 862. 1. Amo dirvi innanzitutto delle consolazioni. Esse sono mol-te e veramente deliziose. Eccomi innanzi ad un buon clero, ben for-mato, distinto nei modi, fedele e devoto alla santa Chiesa cattolica ed apostolica ed alla migliore tradizione veneziana, un po' scarso numericamente: ma attento, dai più alti gradi del Capitolo di San Marco, dai rev.di Parroci, dai servizi più elevati di tutta la diocesi: come Curia e Seminario, sino ai più modesti cooperatori nel sacro ministero delle anime, attento - dico - al compimento dei vari impegni sacerdotali, che una diocesi insigne comporta: impegni di culto, di insegnamento, di assistenza spirituale ai fanciulli, agli am-malati, ai poveri, a tutti. E come è eccellente il clero, così le chiese - le magnifiche chiese veneziane - sono ben tenute: le cerimonie fatte con cura e gravi-tà: e seguite dalla corrispondenza di una porzione distinta, che ta-lora è la maggioranza dei fedeli, delle singole parrocchie. 863. I molteplici contatti che ho avuti in questi primi mesi, tan-to in città come in Terraferma, mi sono motivo di incoraggiante ottimismo. Rendo omaggio all'indole buona, pacifica, educata del popolo veneziano; ma il merito è soprattutto dei sacerdoti che pre-cedono, ispirano, dirigono il movimento religioso delle anime, delle parrocchie, delle singole istituzioni di carattere liturgico, cultura-le, caritativo. Vedo che per quanto costituisce la struttura organica di una dio-cesi conforme alle esigenze dei tempi nostri: Azione Cattolica, ed istituzioni varie di apostolato e di assistenza sociale, siamo o a buon punto o in promessa consolante di più largo e completo sviluppo. Sulla linea della Terraferma molto ancora resta a fare: ma le solle-citudini dei miei venerati antecessori, il cardinale Adeodato Gio-vanni Piazza e più presso a noi, il benemerito Patriarca mons. Carlo Agostini, di felice memoria, hanno determinato un avviamento che ispira grande fiducia di sicuro progresso e spirituale successo. 864. Quando il Santo Padre si degnò inviarmi a Venezia a rac-cogliervi la successione di patriarchi insigni per santità e zelo pa-storale, sentii intorno alla mia umile persona i rallegramenti più vivi, giusto in riferimento alla bontà del clero e del popolo, che qui avrei trovato. Questo primo anno di soggiorno e di esperienza pastorale ha dato ragione a quei complimenti e ne benedico di gran cuore il Signore. 865. 2. è naturale che accanto alle consolazioni non manchino le ansietà. Viviamo sulla terra: non siamo confermati in grazia: da ogni parte l'urto delle tentazioni preme contro la nostra piccola barca sotto-ponendola alla alternativa - come si dice amabilmente nelle calli di Venezia - dell'acqua bassa e dell'acqua alta per il flusso ed il riflusso della Laguna. Fenomeno quasi quotidiano: ma che in fon-do non compromette gravemente la tendenza - direi la tentazione - al quieto vivere e a stare soverchiamente tranquilli al nec plus nec minus, interpretato secondo la nostra personale comodità e non come S. Francesco di Sales l'applicava all'esercizio caratteristico della prudentia in agibilibus. Il conforto che dà al sacerdote il pic-colo gregge che lo circonda e lo segue, in una percentuale minima in confronto colla grande massa dei componenti la parrocchia, che di fatto non sono né conosciuti, né cercati, né rintracciati, può ve-lare il senso delle responsabilità sacerdotali in faccia al problema fondamentale del nostro ministero pastorale. Che non si possa ar-rivare perfettamente a tutti, si comprende: ma il Signore che ci ha chiamati in salutem gentium, almeno questo vuole da noi, che co-nosciamo tutte le pecorelle affidate alle nostre personali cure per poterle in una forma o nell'altra chiamare una ad una: etproprias oves vocat nominatim (Gv 10,1-16). 866. Qui torna in acconcio quanto suol dirsi della necessità e della sorpresa della statistica. è detto bene che geografia e statistica sono i due occhi della sto-ria. Lo sono per gli avvenimenti del passato; ma più lo sono per le esigenze pratiche del magistero pastorale perenne. Ciò che più serve al sacerdozio per l'efficacia immediata della verità in atto di penetrazione nelle anime non è semplicemente la conoscenza esatta della distribuzione locale delle case di ne dei propri parrocchiani, ma il contatto pronto ed immediato con le anime di ciascuno: ed a questo serve giusto e felicemente l'uffi-cio di statistica parrocchiale che vuol essere bene organizzato ed aggiornato con ogni cura: affinché il precetto e l'esempio di Cristo si affermino: Cognosco oves meas... et cognoscunt me meae. 867. Che parole sono queste - miei diletti fratelli e fighuoli -per un buon pastore di anime, come S. Giovanni nel Vangelo suo ce le ha lasciate, esattamente quali egli le aveva colte dalle labbra del Signore. Non piace l'insistervi: ma questa particolarità della tenuta dell'archivio parrocchiale mi è motivo di qualche incertezza, come sol-lecita lo zelo di ogni vescovo a determinarvi l'attenzione di tutti i suoi collaboratori. Altro motivo di ansietà per il vostro umile patriarca è il fervore dello zelo sacerdotale effuso nell'insegnamento della cristiana dot-trina ai piccoli ed ai grandi, il fervore del penetrarli così da con-durli alla partecipazione della grazia divina che irrobustisce gli uomini di fede e di pratica religiosa a tutta prova e in bell'esempio attraverso la fedeltà alle forme liturgiche del culto tenute in onore, e l'esercizio delle virtù più rispettate nei molteplici rapporti della vita domestica e sociale. 868. Tale è il compito primo e prezioso dei parroci e di quanti per la comune grazia del sacerdozio sono i loro immediati coope-ratori. Mi riferisco con particolare distinzione a quei sacerdoti qua-lificati che per designazione episcopale e per una felice disposizione degli ordinamenti civili, grazie a Dio vigenti in Italia, sostengono l'impegno dell'insegnamento catechistico nelle pubbliche scuole. La loro responsabilità in faccia alle anime, recando con sé anche il suggello d'una materiale e constatata retribuzione, li interessa al loro ministero, non solo per gli impulsi della carità apostolica, ma per ragioni di stretta giustizia sociale. 869. E infine, a voler aggiungere un'altra buona parola sopra quelle che sono le anxietates in corde, voi convenite come queste possono riferirsi al fervore o alla tiepidezza della carità verbo, exem-plo et aemulatione fra i sacerdoti. Già mi sono compiaciuto di dir-vi, e come impressione di un anno intero, il primo, dall'inizio della ia vita fra voi, quanto sono stato lieto, così come lieto rimango, della buona carità che parmi sia vivida ed esultante nei cuori di tutti i componenti dell'ordine sacerdotale del patriarcato venezia-no. è invero su questo fondamento della carità fraterna, tradizio-ne antica di spirituale nobiltà e di vicendevole rispetto che ci èpermesso di formulare le più liete speranze per l'avvenire della Chie-sa di S. Marco, a cui stanno per intrecciarsi oggimai per i secoli futuri gli splendori dell'apostolato pastorale di S. Pio x, già Pa-triarca di Venezia e Pontefice della Chiesa universale. 870. Oh! la carità, la carità, fiore e trionfo della santità sacer-dotale, quale sicurezza di progresso spirituale per una diocesi, a cui tutto è lecito pronosticare di ricchezze per quaggiù, e di beni eterni nel cielo! A proposito di carità sacerdotale da cui ogni diocesi riceve fiam-ma viva di celesti ardori, e di perenne giocondità, vorrei bene che ogni sacerdote apprendesse come vivere e contenersi. Il Libro sacro per la penna del quarto evangelista, Giovanni, il frater Domini da Gesù particolarmente diletto, ci offre in due capi distinti, il VI e il XVII, le due note fondamentali del divino poema della carità: là dove Gesù dice che egli, vero figlio del Padre celeste, è la verità discesa dal cielo, che questa verità è il pane vero che darà la vita al mondo, che questo pane è lui stesso in corpo ed anima, in carne e sangue; e che vivere di Gesù, mangiato e divenuto sacramentale alimento, è necessità e condizione di salute e di vita: non solo per ciascun sacerdote e fedele, ma per il mondo intero. 871. Al capo XVII dello stesso S. Giovanni, è il Cuore di Gesù che scoppia nelle espressioni dell'estremo addio ai suoi sulla soglia della Passione che l'attende al di là del torrente Cedron. Quella sua preghiera che esalta l'unione più intima e più sacra di lui col Padre, e invoca l'unione di lui e del Padre coi suoi eletti, tocca il sublime della celebrazione della carità, che di Dio e dell'uomo fa una cosa sola col Cristo. Che parole anche queste ultime, della con-sacrazione dei suoi eletti al sacerdozio santo, che è il sacerdozio nostro! Pater sancte: notum feci eis nomen tuum, et notum faciam: ut dilectio qua dilexisti me, in ipsis sit, et ego in ipsis (Gv 17,26). (Traduzione: Padre giusto, io ho fatto conoscere loro il tuo nomee lo farò conoscere, perché l'amore con cui mi hai amato sia in essi e io in loro). S. Paolo, il grande araldo, e interprete fedele della dottrina di Cristo sulla carità, si diffonde nella sua mirabile prima lettera ai Corinti (1Cor 13,14) ad insegnare al novello sacerdozio, di cui tut-ti noi siamo gli autentici continuatori, le applicazioni del testamento di Gesù, con quelle parole che restano dopo venti secoli ancora un inno ed un rapimento del nostro spirito. Charitas patiens est, be-nigna est, sino al charitas numquam excidit, et ultra et ultra, (Traduzione: la carità è paziente, è benigna la carità... la carità non avrà mai fine.ad esaltazione di questo grande precetto, che del sacerdozio cristiano costituisce il più dolce, il più alto mistero. 872. Oh! questo S. Paolo benedetto, quanto merita che ciascu-no di noi se lo renda familiare nella sua dottrina e nei suoi gloriosi esempi. Noi siamo i figli di S. Marco, l'evangelista numero due: il giova-netto - qual comunemente si ritiene - Giovanni Marco, dei pri-missimi anni dell'evangelizzazione cristiana: figlio di buona mamma divenuto poi fervido coadiutore degli apostoli avviati a più larghi orizzonti: ciò che gli permise di associarsi a volta a volta con Pao-10 e Barnaba, e staccatosene, di raccogliersi intorno a S. Pietro che di lui si compiaceva, ed anche si serviva sino a meritargli il titolo di fllius: Salutat vos Ecclesia... et Marcusfilius meus (1Pt 5,l3). (Traduzione: vi saluta la Comunità... e anche Marco, mio figlio). Di fatto la Provvidenza dispose questo avvicinamento del grande patrono di Venezia alla prima colonna dell'apostolato cristiano. E noi godiamo del grande onore della nostra Chiesa Veneziana, traendone motivo di singolare incoraggiamento ad èmulare le reli-giose tradizioni dei padri e degli avi, e soprattutto della magnifica teoria dei grandi Pastori e dei Santi che illustrarono questa porzio-ne del gregge di Cristo. 873. A voi, sacerdoti miei venerabili e diletti, l'augurio che il Sal-mo 93, da cui colsi l'ispirazione per questo colloquio amabile e cor-diale a nostra mutua edificazione spirituale, si avveri in tutta la sua interezza: così l'anno cinquantesimo della mia ordinazione sacer-dotale riceverà pienezza di consolazione! Attraverso l'alternarsi delle ansietà del nostro ministero pasto-rale ci sorregga sempre la fiducia della misericordia del Signore cheaiuterà ciascuno di noi a far onore al compito suo: Factus est mihi Dominus in refugium, et Deus meus in adiutorium spei meae (Sal 93,22)

 

10 AGOSTO 1954, SOTTO IL MONTE

874. Mio giubileo sacerdotale a Sotto il Monte, 10 agosto 1954. Mattinata con cielo tersissimo dopo una benefica pioggia nottur-na. Il tocco dell'Ave Maria da San Giovanni mi sveglia prontamente con « laus tibi, Domine». Segue un'ora di preghiera in cappella, con il breviario di san Lorenzo in mano, sulle labbra, nel cuore: la pagina di un poema. Che cosa è la mia umile vita di cinquan-t'anni di sacerdozio? Un lieve riverbero di questo poema: «Meri-tum meum, miseratio Domini».

 

***

 

Oggi il cinquantesimo preciso della mia ordinazione. Ho tut-to innanzi agli occhi: Santa Maria in Monte Santo, S.E. mgr Ceppetelli, i pochi ordinandi, don Nicola Turchi il primo: fra lui e me, don Ernesto Buonaiuti morto scomunicato vitando, allo-ra mi aiutò veramente a vestirmi e a tenere il messale. O Gesù, quante grazie per me in mezzo secolo! Accogli anche l'anima sua negli abissi della tua misericordia. Sempre velate dall'intimità le ore di questa giornata. Santa messa al Cimitero presso le tombe dei miei cari defunti: parroci, parenti, comparrocchiani.

Martedì 11

875. * Mia messa giubilare. L'11 agosto (1904] a San Pietro in Roma la prima; oggi alla Madonna delle Caneve6 umile ma pre-zioso santuarietto della mia parrocchia nativa.

 

ISTRUZIONI AL CLERO 13-18 SETTEMBRE 1954

I. La dottrina sicura. 876. Prima preoccupazione del clero: Depositum custodire (1Tm 6,20), quale è nei Libri santi e nella tradizione cattolica. Tempi at-tuali, almeno per noi in Italia, migliori che mezzo secolo fa, quan-do il modernismo minacciò di ridurre la Bibbia ad un qualsiasi compendio di notizie varie. Le esperienze delle alte ricerche bibli-che lasciamole ai competentissimi ed agli specialisti: noi riprendia-mo la lettura del libro sacro, Antico e Nuovo Testamento, sulle ginocchia della S. Madre Chiesa, come insiste. Agostino. Rendiamo più familiare, quotidiana, questa lettura: cogliamo-ne lo spirito ed il senso profondo in semplicità: studiamone l'ap-plicabilità ai bisogni ed alle circostanze moderne. La lettura continua e metodica, almeno quella dei brani distri-buiti nel Breviario, deve essere come una scuola, ed insieme un pe-renne richiamo agli eterni principi. 877. Occorre anche riprendere in mano i buoni testi del semina-rio, che a distanza di anni si capiscono meglio: e rivederli in fun-zione di insegnamento per gli altri. Con la Bibbia (il Vangelo e le Lettere Apostoliche innanzitutto) accompagnare nei sermoni al popolo, la esposizione del catechi-smo romano. Avvezziamoci anche alla conoscenza e lettura dei Pa-dri: scopriremo tesori utilissimi sempre: e poi saremo certi di trovarci in buona compagnia. Nella lettura della Bibbia - e dei Padri - ed in ogni studio, teniamo detto per noi il suggerimento della Imitazione «Curiosi-tas nostra saepe nos impedit in lectione Scripturarum cum volu-mus intelligere et discutere ubi simpliciter esset transeundum. Si visprofectum haurfre, lege humlliter simpilciter etfldellter, nec um-quam, velis habere nomen scientiae» (1C, 1,5). E così si dica del Diritto Canonico, delle Costituzioni sinodali ecc.:sempre la semplicità e la prontezza all'ascoltare. Tante volte cerchia-mo di arrampicarci sulle sommità di S. Tommaso, e basta S. Fran-cesco con la semplicità sua e l'immediatezza di contatto con le anime.

II - Il breviario e l'altare. 878. Ricordo qui la conclusione di un mio colloquio con un Me-tropolita Armeno Gregoriano di Nicomedia: «Anch'io sono seve-ro con i miei preti: voglio che essi siano ignoranti, bene sposatì e capaci di cantare a modo e di dare l'incenso ». Intendeva dire che li voleva ignorantemente docili alla sua volontà, e capaci di soddi-sfare le semplici esigenze della sensibilità religiosa popolare. I se-gni che stavano a cuore a quel Metropolita sono indice di decadenza per le chiese cristiane. Noi vogliamo essere qualcosa di più, e di meglio, che semplici ritualisti. Sull'altare due libri: Breviario e Messale: in mezzo il calice: que-sto è il Sacerdozio.

A) Breviario. 879. L'obbligo del breviario è nel C.J.C., can. l35; mezzo di santificazione, fonte di grazie e benedizioni per tutti i fedeli. Poe-ma a cui « han posto mano e cielo e terra». Infatti Salmi e Scrittura: canto del cielo che si ripercuote in ter-ra e torna in cielo. La Chiesa vi aggiunge antifone, lezioni stori-che, che sono larghi respiri sulla storia del mondo. Il pio sacerdote tiene il Breviario con rispetto e con amore e con esso si sente in una atmosfera ultramondana e sospinto alla santità. Nel Breviario è il corpo mistico della Chiesa che canta, geme, sospira. Possiamo dire che il Breviario è Gesù con noi: perciò pre-ghiera di sicuro rendimento. Il contenuto è tutta sostanza di dot-trina: «Lex supplicandi norma credendi»: è dunque alimento completo e perfetto di vita spirituale. Si comprende bene da ciò il perché del «digne, attente, ac devote ». Il Breviario è costellazione di preghiere intorno al Sacrificio Eu-caristico: sacriflcium laudis: sacrificium vespertinum. Grande pen-siero: impersonare col Breviario la S. Chiesa: le intenzioni della Chiesa tutta sono nel nostro cuore, ed il Breviario intorno all'alta-re tutte le esprime. 880. è preghiera di Gesù: ed è preghiera propria e personale del sacerdote che vive in mezzo al mondo: sicuro itinerarium di sal-vezza e di perfezione per l'anima sua. Recitarlo con amore: prendere coscienza della sua importanza come mezzo di apostolato. Che sia esso preghiera, e non un'af-frettata successione di versicoli, ed evitare giornate di puro attivi-smo con qualche vago pensiero a Dio! Il Breviario deve avere il primo posto, il grande posto accanto al Sacrificio: Dio il primo servito da noi che siamo i servi dei no-stri fedeli. è preghiera oraria: tener quindi conto delle singole parti del gior-no e della notte. L'umile esperienza del Patriarca: alzarsi di buon mattino: far precedere il mattutino, seguire la S. Messa colle ore e nel pomeriggio vespero e compieta.

B) La Santa Messa: centrum pietatis. 881. Il sacerdote è al suo posto sull'altare: «pro hominibus con-stitutus ut offerat dona et sacrificia» (Eb 5,1). Ministro di Gesù: ne fa le veci: ne continua l'azione. Ministro della Chiesa: agisce in nome della comunità: egli la di-rige: oremus, flectamus genua ecc... Agisce inoltre in nome pro-prio: la Messa produce frutti anche ex opere operantis. Solo il sacerdote è associato intimamente all'Eterno Sommo Sacerdote. Al laici si applica il gens sancta, il regale sacerdotium, il genus elec-tum (1Pt 2,9), ma in senso mistico e translato. La grande questione delle ordinazioni anglicane resta come un monumento della gelosa custodia, da parte della S. Chiesa, del sa-cerdozio apostolicamente trasmesso. La necessità più viva, attuale, è di unire il popolo all'altare met-tendo in onore e sviluppando il senso liturgico. Grande ricchezza di applicazioni su questo punto, a patto che il sacerdote per primo sia compreso della sua alta funzione. Qui resta molto da fare. S. Vincenzo de Paoli e S. Alfonso insieme esortano i fedeli del mondo intero. L'opuscolo di S. Alfonso: «La Messa e l'ufficio stra-pazzati» è sempre di attualità S. Una Messa detta con devozione vale più di cento Messe recitate con precipitazione ed irriverenza.

III - Virtù pastorali. 882. Siamo preti per il ministero diretto delle anime. La lettura del capo x di S. Giovanni è quanto di più commovente si possa attendere. Bisogna leggerlo per intero e bene: Gesù è ostium; ed è pastor bonus. Poiché in questi giorni si tiene a Bologna la settimana di orien-tamento pastorale, torna utile qui fissare alcuni punti program-matici: a) La statistica fu sempre elemento preziosissimo di governo: oggì essa si rende necessaria, per poter valutare gli ambienti e misurare l'effettiva portata del nostro raggio di azione. b) Organizzazione capillare, con l'ausilio dell'A. C. e delle As-sociazioni collegate, e con speciale sollecitudine per la gioventù. c) Ridare alla parrocchia il senso familiare, evitando l'aspetto di ufficio burocratico: «Familia Dei cuncta familia tua » (Traduzione: la famiglisa di Dio è tutta famiglia tua.Tutto il mondo è la mia famiglia.) d) Favorire, di conseguenza, un clima di carità, per tutto unire e tutti affratellare: clero diocesano e regolare, associazione ed as-sociazione, parrocchia e chiese sussidiarie. e) Specialissimo riguardo di delicatezza e di paziente attesa nei confronti degli avversari. Evitare le asprezze della polemica nella predicazione. f) Rifuggire dal considerare la parrocchia come organismo sem-plicemente umano, o filantropico. Vederla sempre in funzione di sussidio soprannaturale. Quindi coltivare la vita liturgica in pie-nezza e bellezza di espressione. Senza l'unione del popolo attorno all'altare - messa, comunione, devozioni solide - manca, al dire di S. Pio x, la fonte principale della vita di parrocchia. Conserve-remmo dei monumenti venerandi, ma ecclesiasticamente avrem-mo delle «cisterne dissipate». 883. La parrocchia deve essere una comunità combattiva e mili-tante, espansiva e conquistatrice: e perciò «missionaria», nel ger-go francese. In ogni caso, chi fa la parrocchia è sempre il parroco. Torna il quadro dipinto da san Giovanni: «Ostium etpastor» (Gv 10,7.14). Ostium: tutto vede, e da cui tutto passa: tutto conosce e tutto tratta con cuore di padre, e di madre. Pastor: comunica una vitalità a tutti e richiama la attenzione del mondo - si ricordi il Curato d'Ars - sulla fisionomia vera e sulla funzione essenziale del parroco. Tante cose cambiano e sono cambiate, ma l'esperienza è tutta in favore della figura e delle attribuzioni del parroco: zelante, di profonda vita interiore, sufficientemente colto per il suo ambien-te, ricco soprattutto di carità, staccato dal denaro, e non irretito in ambizioni o ripicchi personali. Tre virtù splendenti in lui: a) purezza ed integrità di vita; b) pron-tezza al sacrificio; c) e soprattutto bontà umile e mite. Oh, la bontà che tutto risolve, tutto abbellisce e che assicura il possesso della terra e del cielo! IV - Le fonti della letizia sacerdotale 884. Uno scrittore francese dice: «Nulla è più bello e simpatico di un giovane prete cattolico intento al suo ministero di pace e di be- ne». Gli elementi di questa letizia sono molteplici. Fissiamone alcuni. 1) - L'esercizio spirituale e continuo dell'obbedienza. Un Bar-nabita danese: «Sono sempre lieto, perché mi preoccupo di non far mai la mia volontà». Ritornano attuali le gràndi massime del-l'Imitazione, al Libro III, c. 23: «Fili, nunc docebo te viam pacis et verae libertatis: Stude, fili, alterius potius facere voluntatem quam tuam. - Elige semper minus, quam plus habere. - Quaere sem-per inferiorem locum, et omnibus subesse. - Opta semper et ora, ut voluntas Dei integre in te fiat ». «Oboedientia et pax». Ob-bedire è talvolta duro: ma aver obbedito è estremamente delizioso. 2) - La coscienza della propria purezza interiore ed esteriore. Il custodire la purezza costa specialmente fra gli incanti della giovi-nezza: ma una volta abituati alla grande legge della mortificazione e del « minus quam plus habere», le difficoltà si attenuano in una grande pace e gioia dello spirito. 3) - La fedeltà alla vera orazione sacerdotale: breviario e messa: con il fervore del primo giorno per tutta la vita. 4) - L'abitudine di stare ben uniti al Papa, in omnibus: e di non fare mai singolarità su questo punto della disciplina: e ritenersi sol-dati agli ordini del capitano. Diceva il Vescovo mons. Radini: «Mi-les pro duce: dux pro victoria » 5) - Interessarsi ed apprezzare le varie forme intese al fervore sa-cerdotale: p.e. l'Unione Apostolica, i Sacerdoti Adoratori, l'Unione Missionaria del clero ecc... 6) - Preferire sempre ciò che inclina alla indulgenza verso i fra-telli: nei giudizi, nel tratto, in tutto. 7) - Coltivare le tre grandi devozioni della nostra infanzia: Ge-sù, Maria e Giuseppe, ed andar cauti con le novità. Ritenere che la fonte più alta della letizia è il Cuore di Gesù, in vita ed in morte. - « Surge anima amica Christi: ibi os appone unde haurias cum gaudio de fontibus Salvatoris» - (S. Bonaventura).

 

1955

ESERCIZI SPIRITUALI CON L'EPISCOPATO TRIVENETO VILLA IMMACOLATA DI TORREGLIA DAL 20 AL 25 MAGGIO 1955

Note e propositi 885. 1. Anni settantaquattro di vita. Gli stessi di san Lorenzo Giustiniani, primo patriarca di Venezia, quando morì (8 gennaio 1456). Sto preparando la celebrazione cinque volte centenaria di quel beato transito. Non sarebbe anche la buona preparazione alla morte mia? Pensiero grave e salutare per me. «Mortem non timeo, vivere non recuso». Ma la vita che mi resta non vuol essere che una lie-ta preparazione alla morte. Questa accetto e attendo con fiducia, non in me stesso, perché sono povero e peccatore, ma per la infini-ta misericordia del Signore a cui tutto debbo quello che sono e che ho. «Misericordias Domini in aeternum cantabo» (Sal 89,2). 886. 2. Il pensiero della morte mi tiene dolorosa e pur buona com-pagnia dal giorno della mia nomina a cardinale e patriarca di Ve-nezia. In diciassette mesi ho perdute tre mie care sorelle; due specialmente care, perché vissute solo per il Signore e per me; per oltre trent'anni custodi della mia casa, in tranquilla attesa di con-giungersi negli ultimi anni col loro fratello vescovo. Il distacco mi è costato assai, al cuore più che al sentimento. Amo - pur non cessando di pregare per loro - vederle in cielo a pregare per me, ormai più liete di aiutarmi e di attendermi di là, che di qua. O An-cilla, o Maria, associate ormai nella superna luce gioiosa, alle due, Teresa ed Enrica, tutte e quattro tanto buone e timorate di Dio, sempre vi ricordo, vi piango e insieme vi benedico. 887. Oggi vedo chiaro come anche questa separazione fu dispo-sta dal Signore, perché, nel mio consacrarmi al bene spirituale del-le anime dei miei figli di Venezia, il patriarca apparisca come Melchisedek «sine patre, sine matre et sine genealogia» (Eb 7,3). I miei congiunti, si, io li debbo amare nel Signore, tanto più per-ché sono poveri, sono degnissimi cristiani tutti quanti, e da loro non ebbi mai che rispetto e consolazione; ma io debbo vivere sem-pre separato da loro, in esempio a questo, del resto, buon clero di Venezia, che per ragioni varie, in parte scusanti, hanno [sic!] con sé troppi familiari che riescono ingombro non piccolo al loro ministero pastorale, in vita, in morte e dopo morte. 888. 3. Della mia vita pastorale - e ormai questa è la mia vita - che dire? Ne sono contento, perché invero mi dà grandi conso-lazioni. Non mi occorre adoperare forme dure per tenere il buon ordine. La bontà vigilante, paziente e longanime, arriva ben più in là e più rapidamente che non il rigore ed il frustino. E non sof-fro neanche illusioni o dubbi su questo punto. 889, Ma mi angustia il pensiero di non poter vedere tutto e più profondamente, di non arrivare a tutto; la tentazione di indulgere alquanto al mio temperamento pacifico, che mi farebbe preferire il quieto vivere all'arrischiarmi in posizioni incerte. Il principio del cardinal Gusmini: «Un decreto vescovile non si dà, se non si ha la sicurezza che sarà eseguito», non serve troppo alle mie comodi-tà, nel timore che la reazione non susciti più guai che rimedi ai mali, di cui si cerca la correzione? Per altro il pastor deve essere soprattutto bonus, bonus. Diver - samente senza esser lupus come il mercenarius, rischia, se dormi-tat, di divenire inutile e inefficace. O Gesù, bonepastor, che il tuo spirito mi investa tutto, cosicché la mia vita sia, in questi anni ulti-mi, sacrificio ed olocausto per le anime dei miei diletti veneziani. 890. 4. Richiamerò ancora una volta, ed ora più che mai, la sol-lecitudine per una vita interiore e soprannaturale più intensa. Il pro-cedere degli anni mi rende tutto più gustoso nella vita di preghiera: la santa messa, il breviario, il rosario, la compagnia del Ss. Sacra-mento in casa. Il tenermi sempre con Dio, dal mattino alla sera e anche la notte, con Dio o con le cose di Dio, mi dà letizia peren-ne, e mi induce alla calma in tutto, ed alla pazienza. Le occupazio-ni però di ministero, e di riferimento piùo meno vicino al ministero, mi occupano troppo e quasi mi soffocano, togliendomi ad una mag-gior calma e tranquillità per le mie pratiche o devozioni. Insisterò di più su queste: almeno sul rosario che voglio detto in comune con tutti i familiari. Sarà il ricordo di questi miei Esercizi spiritua-li. Rosario in comune con segretario, suore, domestici e ospiti. 891. 5. Questi Esercizi con padre Lombardi furono da lui con-dotti sotto l'aspetto non della vita individuale di ciascun vescovo, ma dei riferimenti dell'episcopato in generale e del veneto episco-pato specialmente, in faccia ai problemi del « mondo migliore». A parte alcune riserve circa apprezzamenti d'ordine storico e di visione unilaterale dello stato del mondo odierno, a parte un suo modo di concepire e di esprimere, forse troppo alla buona il suo pensiero in tono pessimista, aggressivo e a lafranc-tireur, p. Lom-bardi è un religioso d'éiite, edificante e fervoroso sino alla esalta-zione. Il suo entusiasmo è impressionante: fatto per scuotere i dormienti, per animare i timidi e trascinarli nell'attività apostolica verso il trionfo del regno di Cristo, contro l'impero invasore di Sa-tana. Lo ammiro sinceramente e mi voglio sforzare di volgere le mie energie e le altrui in questo movimento di conquista. 892. Anche qui vale l'« omnia probate, quod bonum est tene-te» (1Ts 5,21). Non mi devo perdere nei dettagli e nelle minuzie secondarie. Questo movimento porta il suggello della approvazio-ne, dell'incoraggiamento del Santo Padre Pio XII da cui prese le mosse. Dunque siamo sulla buona strada. Anche qui le sette lam-pade della santificazione stanno innanzi a noi: le virtù teologali e le cardinali. Anima mia, la tua permanenza quaggiù va accorcian-dosi; i tuoi passi si volgono verso l'occaso. Avanti con coraggio; non ti mancherà né la luce, né la grazia, né la letizia. Nella celeste aspettazione anche la croce ti sarà dolce e confortatrice. 893. 6. Un primo frutto di queste riflessioni con padre Lombar-di è il proposito di occuparmi con maggior intensità delle scuole di religione in tutte le forme. Mi varrò per questo del mio vescovo ausiliare, che presiede già all'ufficio catechistico.

 

1956

RITIRO SPIRITUALE IN SEMINARIO ALLA SALUTE 11-15 GIUGNO DEL 1956

Brevi note. 894. 1. Il pellegrinaggio a Fatima mi impedì di partecipare al corso degli Esercjzi degli eccellentissimi vescovi miei confratelli della regione veneta, tenuti a Torreglia, predicati da mgr Bosio, arcive-scovo di Chieti. Approfittai della opportunità di unirmi coi miei sacerdoti dio-cesani, raccolti in seminario per gli Esercizi predicati da mgr Par-dini, vescovo di Jesi. Ottimo predicatore di Esercizi al clero. Il trovarmi però coi miei cari sacerdoti, e vicino alle loro incer-tezze, mi tolse la tranquillità di pensare a me stesso. Perciò un'al-tra volta procurerò di visitare e di trattenermi ad agio coi miei sacerdoti nelle varie mute o dovunque essi si trovino; ma quanto a me resterò coi vescovi, per attendere unicamente all'anima mia. 895. 2. Di pratico, per questo anno, ho conchiuso il proposito rinnovato di esercitare con maggior perfezione quanto fu oggetto di tanti, e tante volte ripetuti, sforzi di miglioramento spirituale, circa la mia preghiera sacerdotale, il lavoro per le anime e per la santa Chiesa, giorno per giorno: la mitezza, la pazienza, la carità. E tutto questo ad ogni costo, a rischio di parere e di essere giudica-to un dappoco, un dannulla. 3. Questo senso della mia pochezza che mi accompagna sempre, e mi preserva dall'invanirmi, è una grande grazia del Signore: mi conserva in semplicità e mi dispensa dal divenir ridicolo. Non rifuggirei dal divenirlo, quando anche il ridicolo dovesse essere un contributo alla affermazione profonda che ho, e che ri-peterò finché viva, che il Vangelo è immutabile, e che l'insegna-mento di Gesù nel Vangelo è la mitezza e l'umiltà (Mt 11,29); naturalmente, non la debolezza e la dabbenaggine. Tutto ciò che ha pretesa e tono di imposizione personale, non è che egoismo ed insuccesso. 896. 4. Resta fermo per me che non è bene che io faccia gli Eser-cizi insieme coi miei sacerdoti; perché, dovendomi prestare alle ri-chieste di ciascuno, non mi resta tempo, né calma di provvedere alle mie intimità spirituali. E dire che mi piacerebbe tanto di predi-care gli Esercizi, però con tranquillità di preparazione prossima e remota! Il ricordo di Fatima e delle consolazioni che vi ho trovate, mi rende sempre più venerato il precetto del Signore: « evangelizzare pauperibus, et sanare contritos corde» (Lc 4,18). (Traduzione: portare la buona novella ai poveri, e guarire i contriti di cuore).

 

1957

ESERCIZI SPIRITUALI CON I VESCOVI DELL'EPISCOPATO TRIVENETO 2-7 GIUGNO 1957, A TORREGLIA

Note mie personali. 897. 1. « Largire lumen vespere ». Signore siamo a vespro. Anni settantasei in corso. Grande dono del Padre celeste la vita. Tre quarti dei miei contemporanei sono passati all'altra riva. Dun-que anch'io mi debbo tener preparato al grande momento. Il pensiero della morte non mi dà turbamento. Anche uno dei cinque fratelli miei è partito; ed era il penultimo, il mio caro Gio-vanni. Che buona vita e che bella morte! La mia salute è eccellente e robusta ancora; ma non debbo fidarmene; voglio tenermi in pron-tezza di adsum a qualunque, anche improvvisa, chiamata. 2. La senescenza - che è pure grande dono del Signore - deve essere per me motivo di silenziosa gioia interiore, e di quotidiano abbandono nel Signore stesso, a cui mi tengo rivolto, come un bam-bino verso le braccia aperte del padre. 898. 3. La mia umile e ormai lunga vita si è sviluppata come un gomitolo, sotto il segno della semplicità e della purezza. Nulla mi costa il riconoscere e il ripetere che io sono e non valgo che un bel niente. Il Signore mi ha fatto nascere da povera gente ed ha pensato a tutto. Io l'ho lasciato fare. Da giovane sacerdote mi ha colpito l'« oboedientia et pax» del padre Cesare Baronio, colla testa chinata al bacio sul piede della statua di san Pietro; ed ho lasciato fare, e mi sono lasciato condurre in perfetta conformità alle di-sposizioni della Provvidenza. Veramente « voluntas Dei pax mea». E la mia speranza è tutta nella misericordia di Gesù, che mi ha vo-luto suo sacerdote e ministro; fu indulgente « pro innumerabilibus peccatis et offensionibus et negligentiis meis » 4 e mi conserva an-cora vivace e vigoroso. 899. 4. Penso che il Signore Gesù mi riservi, a mia completa mor-tificazione e purificazione, per ammettermi alla sua gioia perenne, qualche gran pena e afflizione di corpo e di spirito, prima che io muoia. Ebbene, accetto tutto e di buon cuore, purché tutto giovi a sua gloria e a bene dell'anima mia e dei miei cari fighuoli spiri-tuali. Temo la debolezza della mia sopportazione; e lo prego di aiu-tarmi, perché ho poca o nessuna fiducia in me stesso, ma l'ho completa nel Signore Gesù. «Te martyrum candidatus laudat exercitus». 900. 5. Le porte del paradiso sono due: innocenza e penitenza. Chi può pretendere, povero uomo fragile, di trovare spalancata la prima? La seconda è pure sicurissima. Gesù è passato per quella, con la croce sulle spalle, in espiazione dei nostri peccati, e ci invita a seguirlo (Gv 21,19). Ma il seguirlo significa far penitenza, lasciarsi flagellare, e flagellarsi un poco da se stesso. Gesù mio, le mie circostanze mi permettono una vita di mortifi-cazione, fra tante consolazioni che il mio ministero episcopale mi arreca. Le accolgo volentieri. Talora fanno soffrire un poco il mio amor proprio; ma soffrendo anche ne godo e lo ripeto innanzi a Dio: « bonum mihi in humiliatione mea» (Salì 19,71). La grande frase di sant'Agostino mi è pur sempre presente e confortatrice.

 

1958

CON I FRATI MINORI CONVENTUALI: RIO DI PUSTERIA, 9-13 LUGLIO 1958

Mercoledì 9. Pax et bonum 901. L'invito a riposarmi per qualche giorno in questo luogo di tranquillità mi è occasione di meditare un poco coi cari figli di san Francesco. Anch'io sono terziario francescano: dunque siamo dello stesso spirito. Sulla porta di questo alto e pio rifugio leggo le parole del motto francescano: pax et bonum. Potrei trovare un'in-troduzione migliore? 902. Ecco tre pensieri. 1. Amo porre vicino al « pax et bonum» le parole di san Grego-rio Nazianzeno: « Voluntas Dei pax nostra». E con ciò siamo su-bito intesi. La pace è il sommo dei beni: la sostanza viva di questi beni è la volontà di Dio. Non la nostra: ma quella che la vocazione religiosa ha deposto nello spirito come un seme. Una risposta ad una chiamata alla vita religiosa che non fosse ricerca ed esercizio della volontà del Signore sarebbe voce falsa e ingannatrice. Que-sta conformità alla volontà del Signore in noi è la chiave che schiude i tesori della nostra esistenza: è la guida sicurissima che ci conduce alla nostra felicità quaggiù, e in eterno: è l'affermazione della vera pace in noi, diffusiva di molta pace intorno a noi. Oh! le parole « Voluntas Dei pax nostra». Come mi piace intrecciarle al motto francescano che aggiunge alla « pax nostra », il « bonum », che in-dica il successo felice del vivere nostro! San Paolo lo dice « pax et gaudium»: pace e letizia (Rm 14.17). Un asceta moderno di cui sono avviati i processi canonici di beati-ficazione, e che io conobbi in cara conversazione nel 1916: Mons. Vincenzo Tarozzi, in certe sue pagine di bellezza celestiale, inte-so a rivelare i segreti della pace interiore delle anime che Iddio chia-ma alle vette più alte della perfezione, coglie tutto il significato delle parole di sant'Agostino: « Pax mecum, Domine, sicut scis et vis: scio enim quod amator sis». 993. 2. La pace del Signore suppone il perfetto distacco da noi stes-si, e l'abbandono assoluto della nostra volontà in ordine ai beni ed al-le comodità della nostra vita. Quando l'anima raggiunge una comple-ta indifferenza in faccia alle persone, agli uffici ed alle mutazioni di luoghi, di posti, di carriera piùo meno fortunata e felice, quella è la vera pace. La dottrina della Imitazione di Cristo lib. III, c. 23, « De quattuor magnam importantibus pacem », è precisa su questi pun-ti: 1) preferire la volontà altrui alla nostra, 2) eleggere di aver meno che più, 3) scegliere il posto inferiore, et omnibus subesse, 4) desi-derare sempre e domandare ilfiat voluntas Dei, a tal punto che, se ciò comporta dolori ed amarezze, anche queste divengono motivi di le-tizja. Ricordare il: suscipe, Domine, universam meam llbertatem. 904. 3. La nostra vei;a pace è la pax Christi (Col 3,15)8. Iddio infatti ha lasciato all'uomo la libertà dell'arbitrio, anche dopo il peccato, perché le sue operazioni divenissero meritorie. A questo proposito della nostra libertà, il cui esercizio ci nobilita e ci esalta, Gesù aggiunge il suo divino esempio che è il trionfo dell'obbe-dienza. Che dottrina e che monito è questo di Cristo, « factus oboe-diens usque ad mortem! » (Fil 2,8) e che solennità prende il « prop-ter quod et Deus exaltavit illum » (Fil 2,9), cantato da san Paolo e impresso sopra tutto il corso della storia della Chiesa e di tutti gli uomini, che alla Chiesa fecero onore sulle vie della santità e del-l'apostolato, in tutti i tempi, ed in tutti i punti del globo. Dunque « pax Christi », che è obbedienza a Cristo: che è vittoria di Cristo nelle anime. Dagli insegnamenti della Chiesa primitiva ascoltate sant' Ignazio: « Episcopum revereamini ut Christum Domini »: e l'altra incisiva espressione: « nihil sit sine episcopo». Questa è la disciplina trasmessa attraverso duemila anni: sempre vitale a tal punto che niente si produce di efficace nella storia della Chiesa e del popolo cristiano, e niente resiste alla lima edace del tempo che non sia fondata « supra hoc fundamentum apostolorum et prophe-tarum in Christo Jesu » (Ef 2,20). Ciò che si dice della « pax Chri-sti » in ordine al lavoro della grazia sulle singole anime, vale anche per ogni associazione di umane e cristiane energie, intese al pro-gresso ed alla pace dell'ordine pubblico e sociale.

Giovedì 10. La custodia della pace. 905. Purtroppo a molte anime resta ascoso il tesoro della pace. «Oh! se tu conoscessi ciò che importa alla tua pace» (Lc 19,42). Questo è il lamento di Gesù sopra Gerusalemme. Pace e letizia: «Pax et gaudium in Spiritu Sancto» (Rm 14,17). Ed è tale tesoro, che sta bene richiamare alcune avvertenze che contribuiscono al-la sua conservazione. Ne cito quattro: 906. 1. «Guardarsi dalla irrequietezza che viene dall'ardore di godere la stima e la benevolenza di chi ci osserva. Perciò operare con libertà di spirito; dichiarare modesto e franco il proprio senti-re; salvare la convenienza; ma più ancora la verità e il dovere. Noi siamo ciò che siamo innanzi a Dio e così dobbiamo essere innanzi agli uomini (sant'Agostino)». 2. Guardarsi da desideri indiscreti: questi sono i nostri tormen-tatori. Occorre attenuarli, se non possiamo del tutto liberarcene. Quando si pensa ai fortunati «che godono ottima salute, ricchez-ze di beni, posti elevati anche se immeritati: eppure vivono nel di-sgusto amaro per il desiderio di altro posto, condizione ed impiego, oh! che pena per questi infelici. Invece al vedere i molti, continua-mente desolati o infermicci, obbligati a seppellire rari pregi in uf-fici negletti, e ciò nonostante rimanere cristianamente tranquilli, e pur sorridenti, l'animo respira più largo, si inchina alla Provvi-denza divina, che tutto dispensa, con tenera carità e insegna a com-patire, a soccorrere e a consolare». 907. 3. Felice avvedutezza per la pace del cuore e vigilare sulla « proclività ad occuparsi dei fatti altrui: a dispensare consigli gra-tuiti, a sciorinare provvedimenti, a mettere la falce in ogni campo: tutte cose che producono dissapori, inquietano ed esercitano sullo spirito l'effetto di un sasso lanciato nel bel mezzo di limpide ac-que. Occorre un proposito risoluto di astenersi dalle curiosità, at-tendere alle cose nostre per davvero, e non immischiarsi, senza ragioni gravi di dovere o di carità, nelle cose altrui: non pascersi di dicerie, di proposte aeree, di conversare ozioso, che è sempre pericoloso e segno di frivolezza, di perditempo, di diminuzione di pace. Il vano espandersi dell'uomo fra gli uomini, Seneca lo chia-ma rimpicciolimento dell'uomo. L'autore della Imitazione (lib. I c. 20) dice di se stesso: "Quoties inter homines fui, minor homo redii" Il riserbo nei contatti col mondo esteriore, la parsimo-nia della lingua, la custodia della fantasia, la solitudine del cuore ci avvicinano a Dio, ci ritemprano della sua fortezza. Oh! la pace beata degli antichi padri dell'eremo, e dei rigidi cenobiti nelle loro laure! Oh! L'"amabo cellam" dello Speculum Asceticum, fami-liare alla mia fanciullezza, e gli altri moniti: "pax in cella, foris autem plurima bella": e poi l'"audi omnes; paucis crede; cunc-tos honora". Nella cella solitaria del cuore sono frequenti le visite a Dio e soavissimi i colloqui, come scrive ed invita S. Agostino (Trac. VII in Jo) ». 908. 4. Finalmente: attenzione ai malintesi: «che spuntano, si accostano e si azzuffano. Stiamone in guardia: non potendoli scan-sare, non coltiviamoli, non carichiamone le tinte attraverso il pri-sma della immaginazione; cerchiamo e non abbiamo rossore di essere i primi a chiarire, a ricomporre, a sciogliere ed a conservarci liberi da ogni risentimento. Anche fra persone colte e spirituali può correre diversità di pareri e di vedute in cose discutibili. Ciò è in-nocuo alla carità e alla pace: qualora si salvi la temperanza dei modi e la concordia degli animi. Aggiungo di più, che il Signore si serve di questi malintesi per cavarne per altre vie motivi di grande bene. Così si separarono Paolo e Barnaba per ragione del giovane Gio-vanni Marco (At 15,25-41). Così v'è dissomiglianza di inchiostro su talune lettere e corrispondenza fra san Gerolamo e sant'Agosti-no, come più tardi fra san Pier Damiani e il card. Ildebrando, poi papa Gregorio, anime egualmente rette e sante. Fra tali anime tutto si aggiusta per la grazia del Signore. Ma ciò non toglie che ci si debba guardare dai malintesi e che si provveda a dissipar-li. Più importante ancora per conservare la pace del cuore, è lo sfor-zo di « evitare occasioni di dissenso e di inimicizie per ragioni del mio e del tuo: "Frigidum illud verbum", così bene scolpito da san Giovanni Crisostomo: e motivo di importuna e funesta di-scordia fra congiunti ed intimi amici. Sempre memorabile la paro-la di nostro Signore del tutto nuova al mondo, cioè che dà maggior contentezza e pace al cuore il cedere ed il rilasciare che non l'esige-re e il ricevere (At 20,35)». Non è forse questa una delle pietre più solide e costruttive della civiltà cristiana?

Venerdì 11. L'esercizio della pace di Cristo. 909. La difesa della pace è affidata a quattro sentinelle che ci difendono: 1) dalla inquietudine, 2) dai desideri indiscreti, 3) dalla proclività ad interessarci degli affari altrui, 4) dai malintesi. Purtroppo siamo portati «ad aggirarci fra i salici babilonesi co-me pellegrini quaggiù, sulla landa dell'esilio; in atto di trasferire le nostre tende, giorno per giorno, ora per ora, sempre all'ombra del-la croce. Se fra le spine della vita il Signore ci fa spuntare un gelso-mino, una rosa, o qualche altro bel fiore, ce ne compiacciamo, ma queste piccole cose non possono dare la vera pace. Sono una tre-gua. San Gregorio Magno con bella grazia le dice "aliquantula requies": sono un respiro di pace: però di una pace armata che vuol essere difesa», come dicevo ieri, dalle quattro tentazioni. L'esercizio della pace è qualche cosa di ben più perfetto. Riposa nel trionfo della misericordia del Signore in noi. Sant'Agostino dice «una spes, una fiducia, una promissio, misericordia tua ». 910. Nel Salmo 135 questa misericordia viene ricordata ben 27 volte: quoniam in aeternum misericordia eius. Ed è questa che ci sostiene nell'esercizio della pace interiore. San Leonardo da Porto Maurizio21 ha suggerito cose preziose su questo punto: 911. «Nell'esame del mezzodì darò una breve rivista al mio cuo-re, per vedere se conserva la pace interiore, fondata sulla base del-la santa volontà di Dio, e per ristabilirla se mai si fosse alterata: Gesù mio, misericordia. A mantenere la mia pace mi propongo quattro cose: 1) essere morto al mondo e a tutto ciò che non è Dio; 2) vivere abbandonato sulle braccia della divina provvidenza; 3) amare il patire, sia nell'interno che all'esterno; 4) non intrapren-dere molti affari, se non quelli che porta seco il proprio ministero, conforme all'obbedienza. 912. Una pażla per ciascun punto. 1. Considerarmi morto al mondo, alle creature, a me medesi-mo, tenendo sgombro il uore da tutto il creato, in maniera che tutto ciò che non è Dio, debbo stimarlo meno che un granello di arena. Tutto ciò conferisce molta elasticità a seguire le vie dell'ob-bedienza, comunque si aprano sui miei passi. Non curarmi del mon-do significa non coltivare aspirazioni per una forma o l'altra di impiego delle energie; vita pastorale o insegnamento o diplomazia od altro. Non provocare in alcun modo le decisioni dei superiori a mio riguardo: segreto di pace e di tranquillità. 2. Tenermi sotto le ali spiegate della divina provvidenza, quanto al successo o all'insuccesso, e alle vicende per tutto ciò che accade nella giornata di piccolo o di grande, di propizio o di avverso, tut-to attribuendo ed accettando di buon cuore, come il meglio che a me possa convenire, per la mia salvezza e per la gloria di Dio. 913. 3. Amare la croce e la sofferenza in unione coi dolori di Cristo: in successione completa di dolori fisici e morali, tenendo care le umiliazioni, i disprezzi, gli abbandoni delle creature, il mon-tem myrrhae e il collem thuris. Questa è la prova del fuoco nell'e-sercizio della pace di Cristo quae exsuperat omnem sensum (Fil 4,7), e la garanzia più preziosa del superabundo gaudio in omni tribula-tione mea (2Cor 7,4). 4. Finalmente: non intraprendere molti affari, anche se buoni, fuori dell'obbedienza e del mio preciso ministero: soprattutto non operare con furia e con impeto, ma con calma, con pacatezza nelle parole, nei gesti, nel portamento. Mi accorgerò facilmente che quan-do si è alterata la pace, o si è affievolito il santo fervore, ci fu man-canza di uno di questi quattro punti, e ne farò atto di dolore e proposito di emenda. 914. Fin qui san Leonardo da Porto Maurizio: ed è dottrina san-ta, che si può confortare con ricchi esempi. San Francesco Saverio parte per le Indie, al solo cenno di sant'Ignazio, datogli ai piedi del letto di chi vi era stato destinato, e che si era ammalato Massaia lascia la cattedra di teologia a Torino per la missione di Abissinia a cui non avrebbe pensato. Mons. Affré e suor Rosalia a Parigi nel 1848 danno la loro vita sulle barricate, ri-tenendo che questo intervento, in esercizio di carità, fosse l'inse-gnamento che allora occorreva dare a quel mondo eccitato.

Sabato 12. Pienezza di pace. 915. «1. Pace diffusiva, nei diversi contatti individuali, anche con gli inquieti: compatirne la fiacchezza tollerando, tacendo, dis-simulando, scusando. Fraterna dilezione, non larva di amore; bn-ganimità. 2. Pace nell'ammonire. Esempio dei santi: san Leonardo, san Gregorio Magno, sant'Alessandro Sauli, san Filippo, san Fran-cesco di Sales. 3. Pace nelle malattie. San Francesco d'Assisi: "O pastore buo-no, concedi alla tua pecorella che per nessuna angoscia o dolore o infermità io parta da te". 4. Pace nell'impotenza dell'operare: parola ed esempi. Ancora san Francesco col suo fraticello. 916. 5. Nelle tentazioni ed angustie interne alla larga dal demo-nio: l'oscurità della mente, le aridità dello spirito. 6. Nelle freddezze e contraddizioni specie coi buoni. 7. Nella molestia improvvisa, e nelle lotte. San Vincenzo attri-buisce a san Bernardo l'"omnia videre, multa dissimulare, pauca corrigere". La cura dei nervi ». 917. 11. La pace del giusto che muore. Le meditazioni di san-t'Alfonso. Il commendamus mori di Cicerone. Il morire sereno di san Martino. Sorella morte di san Francesco di Assisi. San Ci-priano: « Claudere in momento oculos quibus homines videban-tur et mundus: eosdem statim aperire ut Deus videatur et Christus (De Mortalitate) »

Domenica 13. La Domenica giornata di perfetta pace. 918. La più gradita conclusione di questi colloqui della pace di san Francesco, pace che è delizia di cuore e di opere - «pax et bonum» - si riassume nelle parole dell'ultimo discorso di Gesù (Gv 16,33): Ut in mepacem habeatis. Questa pace con Cristo è di tutti i giorni della settimana: ma essa si adempie in modo perfetto nella domenica, dies Domini per eccellenza. Ecco perché ne parlo oggi che è domenica, cioè il giorno del Signore. Dalla prima pagi-na del Genesi (2,3) che santifica l'istituzione del sabato - che è poi la domenica nostra - sino alle più recenti sollecitudini della santa Chiesa per l'interessamento del popolo alla liturgia domeni-cale, corre tutto un poema di vita e di unione delle anime con Dio: un vero colloquio del creato con il Creatore del cielo e della terra, una elevazione spirituale verso le ricchezze dell'ordine sopranna-turale: tutto con ordinamento alla pace delle anime quaggiù come inchoatio futurae gloriae. 919. La domenica per ogni cristiano, ma specialmente per un sa-cerdote e religioso è: 1. riposo assoluto del corpo e dello spirito in omaggio del creato al Creatore ed arresto di tutte le energie d'ordine materiale; 919. 2. comunicazione intima dell'anima con Dio, in conversazione con lui, meditazione e rito sacrificale: per cui tutto l'uomo si rin-nova e riprende energia spirituale; 3. festa e canto: la festa e il canto della vita cristiana. Questa è la legge divina ed umana in ordine al riposo ed alla pace. Ma quale contrasto col pervertimento attuale dei principi elementari del vi-vere cristiano e civile, quanta profanazione del riposo santo della domenica, quale contrasto degli usi del mondo col precetto divi-no: «memento, ut diem sabbatum sanctifices» (Es 20,8). Di qui il dovere nostro sacerdoti, religiosi, fervorosi cristiani - di reagire, e di esercitare il buon apostolato per la domenica ricondotta al suo compito ed alla sua natura di giornata di riposo, di esultanza e di pace.

 

PAROLE AI GIOVANI DEL PATRIARCATO DI VENEZIA IN OCCASIONE DEI RITIRI SPIRITUALI DI AUTUNNO 1958

Miei diletti figlioli e figliole di Azione Cattolica! 920. Quest'anno è la luce di Lourdes che illumina ogni volto ed ogni cuore di buon cristiano e cattolico. Andare fisicamente o spiritualmente in pellegrinaggio alla grotta miracoloosa, non solo per godere delle bellezze della natura dei vari paesi attraversati nel cammino fino a quel punto luminoso dei Pirenei, ma per raccogliersi, meditare, immergersi nell'acqua sa-lutare e ritornare più lieti e vigorosi che mai, e riprendere il buon apostolato di verità e di bene, a cui la visione di Maria Immacola-ta tutti invita, tutti dispone ed esalta: questa è la nota caratteristi-ca della festa dell'Assunta di quest'anno. Così vuol essere inteso, cioè come in un pellegrinaggio, il vostro distrarvi in queste settimane benedette di fine d'estate e di autun-no. Cercare la bellezza della campagna, dei monti, del mare, del vivere in colonia, del godere l'aria, del rinnovare la freschezza delle buone energie fisiche, per riprendere il corso della vita in un senso di progresso spirituale e di apostolato più nobile e più deciso. 921. Ho l'intenzione, nella prossima stagione di raccoglimento e di lavoro che caratterizza l'inverno, ora che molto si è fatto a soddisfazione e a direzione pastorale per il clero - visita pastorale e sinodo - l'intenzione, dico, di svolgere le mie più intense solle-citudini per l'impulso e il fervido progredire tra noi dell'Azione cat-tolica nei vari settori. Perciò, in questa ricorrenza della più grande solennità glorifica-trice di Maria Assunta, piacemi farvi giungere l'invito a preparar-vi, nei vostri convegni spirituali della sopravveniente stagione, per uno studio più profondo dei vari problemi di apostolato religioso e sociale che si offrono agli ardori del vostro zelo. 922. I programmi sono belli e fatti. I cattolici di Venezia non sono dei solitari nella immensa chiesa di Dio. Problemi della testa, problemi del cuore, problemi della vita stanno innanzi a noi: li vo-gliamo studiare, e vogliamo e dobbiamo risolverli nel loro riferi-mento alla posizìone personale ed intima di ciascuno, alle condizioni del nostro ambiente diocesano, in corrispondenza al movimento generale degli spiriti che agita il mondo moderno, il quale doman-da la nostra doverosa attenzione. 923. Vedete il Papa come prosegue e prolunga il suo colloquio col mondo intero, e ricerca tutti i penetrali più reconditi e più sacri della struttura della chiesa. Egli parla a voce chiara, luminosa e commossa a tutte le classi sociali, cerca tutte le anime, persino, e a voce alta, le viventi nel chiostro, le cosiddette obliose e obliate della vita, affinché tutti i figli e tutte le figlie della chiesa cattolica sappiano che comune è il servizio, che uno solo - salve le evidenti distinzioni di ordine e di disciplina - è il compito del mondo redento: tutti insieme vivere il Cristo nella sua chiesa e farne co-noscere e penetrare il nome, il regno, la volontà, la grazia e la gloria. 924. Questo richiamo alla voce del Santo Padre lo sento dove-roso in coscienza per rispondere subito e tagliar corto a qualche bisbiglio, che non è arrivato al mio orecchio, ma che mi si dice es- sere in sussurro qua e colà, da parte di qualche spirito fiacco o leg-gero, che l'Azione Cattolica sia superata, e che si possa voltare la testa sull'altra parte del guanciale e continuare a dormire. 925. Miei diletti figlioli e figliole dell'Azione Cattolica, so che mi intendete. Secondo le possibilità, che le esigenze del mio mini-stero mi concedono, verrò a visitarvi nei vostri ritiri o convegni spi-rituali in città e nella diocesi. Il mio desiderio li vorrebbe vedere ancora più frequenti e numerosi; ma prendo giorno per giorno il bene dovunque e nella misura che mi viene offerta, e benedico il Signore. Nella festa dell'Assunta, tornando col pensiero a Lourdes, vi ri-peto il mio saluto lieto ed incoraggiante. Facciamoci onore: fac-ciamoci onore sotto gli occhi della nostra Madre celeste, e prepariamoci tutti allo studio e alla risoluzione di questi problemi che vi accennai: di testa, di cuore, di vita. Essere buon cattolico e partecipare al forte lavoro di Azione Cat-tolica significa conservare in ogni età il segreto della propria giovi-nezza ed assicurare la giovinezza perenne, in bellezza, in virtù ed in gloria che ci attende. Vi benedico.

 

ESERCIZI SPIRITUALI A (COL DRAGA DIJ POSSAGNO CASA DEL SACRO CUORE PRESSO I PADRI CAVANIS 22-26 SETTEMBRE 1958

926. 1. Qui in alto, sito amenissimo sulle falde del Grappa. Ot-timi Padri dell'Istituto Cavanis ad accogliermi. Padre Pellegrino Bolzonello, direttore pieno di unzione e di garbo. Con me il provi-cario mgr Gottardi, lo stato maggiore della curia, mgr Capovilla, parecchi parroci (e] canonici, [i] mgrr Vecchi e Spavento, ecc. Nu-merosi i miei giovani preti. Mgr Signora bravo e buono. Voce un po' infelice per me che lo sentivo di traverso e quindi a fatica; forse, nel modo di dire, un po' affaticante e asmatico; ma insomma dottrina eccellente, vestita bene e con trasparenza di zelo profon-do e sincero. V'erano anche alcuni sacerdoti di Vittorio Veneto. Un complesso serio e degno. 927. 2. Purtroppo però ho dovuto constatare - ed è la seconda volta - che io ho bisogno del «desertum locum» per «quiescere pusillum» (Mc 6,31). (Traduzione: in un luogo solitario per riposare un poco). Per compiacere mi occorse parlare anch'io ai convenuti. Prima sera: «Fungi sacerdotio» (Sir 45,19); secon-da: la testa del prete; terza: « quinque puncta» di Faenza; quar-ta: del prete: il cuore, il carattere, la lingua - con accenni forti al «mitis et humilis» (Mt 11,29), al carattere, alla lingua - con riferimento alla buona creanza e alla predicazione. No, così non va. Negli esercizi io debbo essere solitario, lontano da affari di curia, ed occupato solo, in silenzio e bene, di me stesso e dei miei interessi spirituali. 3. L'avanzarsi degli anni dovrebbe impormi maggiori riserve nel-l'accettare impegni di predicazione extra la mia diocesi. Debbo scri-vere tutto prima, e questo mi costa, oltre alla umiliazione costante che io sento della mia pochezza. Che il Signore mi aiuti e mi perdoni.

 

1958-1963

Papa ....ìn silenzio

« Dobbiamo renderci indifferenti verso tutte le cose create, in tutto ciò che è concesso alla libertà del nostro libero arbitrio e non le è proibito, in modo da non desiderare più la salute che la malattia, la ricchezza più che la povertà, l'onore più che il disonore, la vita lunga più che la vita breve, e così per tutto il resto, desiderando e scegliendo soltanto ciò che innanzitutto ci conduce al fine per il quale siamo creati » (Ignazio di Loyola, Esercizi Spirituali, punto, « Principio e fondamento »).

 

1958

ESERCIZI SPIRITUALI AL VATICANO PER L'AVVENTO, 30 NOVEMBRE - 6 DICEMBRE 19582

Domenica 30 novembre, sera. 928. Citato subito mgr Radini, nel suo libretto: Principio efon-damento. Differenza fra l'e e l'o 3. Lunedì 1 IL PADRE, CREATORE. Prima predica: vacat per la visita dello Scià di Iran, Reza Palilevi; seconda predica: l'uomo creatura di Dio; terza [predica]: la volta e la chiusura dell'arco, nei rapporti fra Dio e l'uomo. Martedì 2 1. Legge di Dio; 2. peccato; 3. ravità; 4. inferno.

Mercoledì 3 dicembre. 929. 1. La misericordia di Dio. Giovedì 4 1. I due stendardi: l'opera del demonio e come resistere; 2. l'apostolato: i suoi motivi, l'esempio di Gesù: criteri da seguire; 3. la preghiera sacerdotale; 4. la santa Eucaristia fa il sacerdote. Venerdì 5 1. La passione di Gesù, dolori fisici; 2. la passione di Gesù, dolori morali; 3. la gloria di Gesù, e con noi il paradiso; 4. l'amore di Dio che tutto accende consuma 5. l'amore di Dio che tutto accende consuma.

 

1959

RITIRO SPIRITUALE IN VATICANO 29 NOVEMBRE - 5 DICEMBRE 1959

930. Ispirazione ignaziana. Fondo generale delle meditazioni e istruzioni, la Sacra Scrittura: Vangelo, san Paolo e san Giovanni. Semplice, trasparente, incoraggiante. Purtroppo la mia applicazione personale fu ancora alquanto distratta dalle circostanze, da cui non mi potei sottrarre del tutto. Ma in adiunctis tutto serve ai miei compiti principali. «Deo gratias et in omnibus benedictio et pax». Durante i pasti mi feci leggere da mgr Loris parecchie pagine del De consideratione di san Bernardo a papa Vittore. Niente di più adatto ed utile per un povero papa come sono anch'io, e per un papa di tutti i tempi. Qualche cosa di ciò che non faceva onore al clero di Roma del secolo XII resta pur sempre. Perciò «vigilare necesse, corrigere» e sopportare. 931. 1. Mio primo impegno: regolare il testamento in prepara-zione alla morte forse vicina e di cui tengo familiare il pensiero. Prenderò cura a determinare tutto bene: testamento di un Papa po-vero e semplice, anche per iscritto. Non mi restano che alcune par-ticolarità da scrivere, già assicurate del resto nella sostanza. Desidero che l'esempio del Papa sia incoraggiamento ed ammoni-mento per tutti i cardinali. Morire senza un buon testamento è un grave torto per ogni ecclesiastico; e motivo di terrore in faccia al-l'eternità. 2. Da quando il Signore mi ha voluto, miserabile qual sono, a questo grande servizio, non mi sento più come appartenente a qual-cosa di particolare nella vita: famiglia, patria terrena, nazione, orientazioni particolari in materia di studi, di progetti, anche se buoni. Ora più che mai non mi riconosco che indegno ed umile « servus Dei et servus servorum Dei » 4. Tutto il mondo è la mia famiglia. Questo senso di appartenenza universale deve dare tono e vivacità alla mia mente, al mio cuore, alle mie azioni. 932. 3. Questa visione, questo sentimento di universalità vivifi-cherà innanzi tutto la mia costante ed ininterrotta preghiera quoti-diana: breviario, santa messa, rosario completo, visite fedeli a Gesù nel tabernacolo, forme rituali e molteplici di unione con Gesù, fa-miliare e confidente. Un anno di esperienza mi dà luce e conforto a ravviare, a cor-reggere, a dare tocco delicato e non impaziente di perfezione, in tutto. 933. 4. Soprattutto sono grato al Signore del temperamento che mi ha dato, e che mi preserva da inquietudini e da sbigottimenti fastidiosi. Mi ser1to in obbedienza in tutto, e constato che il tener-mi così, in magnis et in minimis, conferisce alla mia piccolezza tanta forza di audace semplicità, che, essendo tutta evangelica, doman-da ed ottiene rispetto generale, ed è motivo di edificazione per molti. « Domine, non sum dignus (Lc 7,6). Sis semper, Domine, fortitu-do mea et exultatio cordis mei (Prov 20,29). Deus meus, miseri-cordia mea (Sal 59,18)». 934. 5. Le accoglienze, subito espresse e mantenute da due anni per la mia povera persona da quanti l'avvicinano, mi sono sempre motivo di sorpresa. Il «nosce teipsum» basta alla mia calma spi-rituale, ed a mettermi in guardia. Il segreto di questo successo de-ve essere lì, nell'« altiora te ne quaesieris» (Sir 3,22), e nell'ac-contentarmi del «mitis et humilis corde» (Mt 11,29). Nella mitez-za e nella umiltà del cuore c'è la buona grazia del ricevere, del par-lare, del trattare; la pazienza del sopportare, del compatire, del tacere e dell'incoraggiare. Ci deve essere soprattutto la prontezza abituale alle sorprese del Signore, che tratta bene i suoi prediletti, ma di solito ama provarli con le tribolazioni, le quali possono es-sere infermità del corpo, amarezze dello spirito, contraddizioni tre-mende, da trasformare e da consumare la vita del servo del Signore e del servo dei servi del Signore, in un vero martirio. Io penso sem-pre a Pio Ix di santa e gloriosa memoria; ed imitandolo nei suoi sacrifici, vorrei essere degno di celebrarne la canonizzazione.

 

1960

RITIRO SPIRITUALE IN VATICANO DAL 27 NOVEMBRE AL 3 DICEMBRE 1960

Predicatore Mgr Pirro Scavizzi, Missionario Imperiali. 935. L'ho conosciuto' ed apprezzato nei miei anni di sacerdozio romano dal 1921 al 1925, quale parroco di Sant'Eustachio. Bravo e buono. Prese motivi di meditazione e di istruzioni in vari pensieri scritturali del Nuovo Testamento e li svolse bene, toccando i punti fondamentali della vita ecclesiastica in rapporto al clero che lavora al servizio immediato della Santa Sede. Assistevano ai discorsi, nel-la cappella Matilde, 18 cardinali e 58 tra prelati e altri pochi addetti al Vaticano: in tutto, con me, settantasette ecclesiastici. Tutti invisi-bili per me, ma, a quanto mi si disse, attenti e pii. 936. Al termine del ritiro, prima della benedizione apostolica, io aggiunsi tre parole: ringraziamenti al predicatore edificante, vario, colorito da visioni panoramiche di Palestina e pieno di fervore, nonché felice nei toc-chi riguardosi e ben assestati: a)specialmente distinto nei richiami al Sinodo Romano al Nuovo Testamento, alla visione universale della Santa Chiesa nel mondo; b) soprattutto tenero e soave circa il culto e l'amore del Ss. Sa-cramento, nobiscum Deus (Is 8,10), e della Madonna benedetta. Un tutto insieme sostanzioso ed edificante.

Alcuni pensieri ad ispirazione di fervore sacerdotale indefettibile. 937. Il corso della mia vita in questi due anni - 28 ottobre 1958-59-60 - segna una accentuazione spontanea e fervida di unio-ne con Cristo, colla Chiesa e col paradiso che mi attende. Reputo come indizio di una grande misericordia del Signore Ge-sù per me, questo conservarmi la sua pace e i segni anche esteriori della sua grazia, che spiegano, a quanto sento dire, la perennità della mia calma, che mi fa godere di una semplicità e mitezza di spirito, che mantiene sempre in ogni ora della mia giornata la di-sposlzione a lasciar tutto, e a partire anche subito per la eterna vita. I miei difetti e le mie miserie, «pro quibus, "innumerabilibus pec-catis et offensionibus et negligentiis meis"», io offro la santa messa quotidiana, mi sono motivo di interna continuata umiliazione che non mi permette di esaltarmi in alcun modo, ma neppure affie-voliscono la mia confidenza, il mio abbandono in Dio, di cui sento sopra di me la mano carezzevole che mi sostiene e mi incoraggia. 938. Neppure mi accade di sentirmi tentato ad invanirmi o a com-piacermi. «Quel poco che so di me stesso basta per confondermi». La bella frase messa dal Manzoni sulle labbra del cardinale Federico ~! « In te, Domine, speravi: non confundar in aeternum» (Sal31,2)

 

1961

IL MIO RITIRO SPIRITUALE IN PREPARAZIONE AL COMPIERSI DELL'OTTANTESIMO ANNO DELLA MIA VITA CASTELGANDOLFO, 10-15 AGOSTO 1961

939. Ho imposto silenzio e arresto alle ordinarie occupazioni del mio ministero. Solo mio compagno mgr Cavagna, mio confessore ordinario. All'alba della festa di san Lorenzo, ore cinque e quarantacinque mattutine, recito il divino ufficio dalla terrazza verso Roma. Ripenso con tenerezza a questo ritorno della data della mia or-dinazione sacerdotale - 10 agosto 1904 - nella chiesa di Santa Maria in Monte Santo, Piazza del Popolo, ordinante mgr Ceppe-telli, vicegerente di Roma, arcivescovo e patriarca titolare di Co-stantinopoli. Tutto mi è presente, a cinquantasette anni di distanza. Da allora ad ora, quale confusione per il mio niente! «Deus meus misericordia mea» (Sal 59,18).

10 agosto 1961. 940. Questa forma di ritiro spirituale va al di là delle comuni leg-gi. La memoria si allieta di tanta grazia del Signore pur nella mor-tificazione di aver corrisposto con tanta povertà di energie impiegate, non affatto in proporzione dei doni ricevuti. E un mi-stero che mi fa tremare e mi commuove insieme. Dopo la mia prima messa sulla tomba di san Pietro, ecco le ma-ni del Santo Padre Pio x posate sopra la mia testa a benedizione augurale per me e per la mia incipiente vita sacerdotale; e dopo oltre mezzo secolo (cinquantasette anni precisamente), ecco le mie stes-se mani aperte sopra i cattolici - e non solamente i cattolici - del mondo intero, in gesto di paternità universale, come successo-re dello stesso Pio x proclamato santo, e sopravvivente nel sacer-dozio suo e dei suoi antecessori e successori, preposti come san Pietro al governo della Chiesa di Cristo tutta intera, una, santa, cattolica ed apostolica. Tutte parole sacre son queste, che superano il senso di ogni mia inimmaginabile esaltazione personale e mi lasciano nella profon-dità del mio nulla, sollevato alla sublimità di un ministero che so-verchia ogni altezza di umana dignità. 941. Quando il 28 ottobre 1958 i cardinali della santa Chiesa ro-mana mi designarono alla suprema responsabilità del governo del gregge universale di Cristo Gesù, a settantasette anni di età, la con-vinzione si diffuse che sarei stato un papa di provvisoria transizio-ne. Invece eccomi già alla vigilia del quarto anno di pontificato, e nella visione di un robusto programma da svolgere in faccia al mondo intero che guarda ed aspetta. Quanto a me mi trovo come san Martino: «nec mori timuit, nec vivere recusavit». Devo sempre tenermi pronto a morire anche subito, e a vivere quanto al Signore piacerà di lasciarmi quaggiù. Si, sempre. Sulla porta del mio ottantesimo anno io debbo tenermi pronto: a morìre o a vivere; per l'un caso o per l'altro, a provvedere alla mia santifi-cazione. Così come mi si chiama dappertutto, e come a prima deno-minazione, «Santo Padre», così debbo e voglio essere per davvero.

La mia santificazione. 942. Sono ben lungi dal possederla ancora di fatto, ma il deside-rio e la volontà di riuscirvi mi sono ben vivi e decisi. Questa santificazione caratteristica mia mi viene indicata, qui a Castello, da una pagina e da una pittura. La pagina inattesa è in un libriccino: Laperfezione cristiana. Pa-gine ascetiche di Ant(onio] Rosmini, pag. 591: «In che consiste la santità ». 943. «Ritenete il gran pensiero che la santità consiste nel gusto di essere contraddetto ed umiliato a torto o a ragione; nel gusto di obbedire; nel gusto di aspettare con grande pace; nell'essere in-differente a tutto ciò che piace ai superiori e veramente senza vo-lontà; nel riconoscere i benefici che si ricevono e la propria indignità; nell'avere una gratitudine grande, nel rispetto alle altrui persone e specialmente ai ministri di Dio; nella carità sincera, tranquillità, rassegnazione, dolcezza, desiderio di far bene a tutti e laboriosità. Sono sul partire e non posso dire di più, ma questo basta (Stresa 6 settembre 1840)». Con mia edificazione queste sono le applicazioni ordinarie del mio motto caratteristico preso dal Baronio: «Oboedientia et pax». O Gesù, voi restate sempre con me! Io vi ringrazio di questa dot-trina che mi segue dappertutto. 944. La pittura. Si trova nella cappella più antica e più intima di questo palazzo apostolico. La mostrai oggi al mio padre spiri-tuale, mgr Alfredo Cavagna. è la gemma nascosta e più preziosa di questa residenza estiva. è dei tempi di Urbano VIII (1626-1634). E serviva alla sua devozione, come servì a Pio IX che vi diceva pure la messa, e assisteva a quella del suo segretario, dopo la sua, nel-l'adiacente piccolo oratorio che ancora vi si vede: tutto decorato dal pittore Lagi Simone « pittore e indoratore». Sull'altare una tela assal devota: «La pietà: Gesù morto e Maria l'Addolorata». Niente di più indicato, pitture e decorazioni. Intorno intorno, tutte scene dei dolori di Gesù; una scuola permanente ad esercizio di ogni pon-tificato. 945. Tutto questo - parole e pitture - viene a confermarmi nella dottrina della sofferenza. Di tutti i misteri della vita di Gesù questo è il più adatto e più familiare alla devozione permanente del papa: «pati et contemni pro Christo et cum Christo». E questa è la prima luce di questo mio studio che riprendo ad esercizio di perfezione, in preparazione alla mia entrata nella vec-chiaia: «Voluntas Dei: sanctiflcatio mea in Christo» (cfr. lTs 4,3). O Gesù, «factus es adiutor meus, in umbra alarum tuarum exul-to. Adhaeret anima mea tibi: me sustentat dextera tua» (Sal 63,8-9). (Traduzione: tu sei il mio aiuto, e all'ombra delle tue ali esulto. S'è attaccata a te l'anima mia: mi sostiene la tua destra).

11 agosto 1961. 946. Innanzi tutto: «Confiteor Deo omnipotenti». Durante tutta la mia vita fui sempre fedele alla mia confessione settimanale. Più volte in vita rinnovai la confessione generale. In questa circostan-za mi accontento di un accenno più generale, senza minute preci-sazioni, ma pur seguendo le parole dell'offertorio della messa quotidiana « pro innumerabilibus peccatis, et offensionibus et ne-gligentiis meis» tutto già confessato volta per volta, ma ancora sem-pre lamentato e detestato. 947. PECCATA: circa castitatem, nei rapporti con me stesso, in intimità non modeste: nulla di grave, mai. Nei rapporti poi con altri, maschi o femmine, «oculis, contacti-bus, sive in tempore pubertatis, vei iuventutis, vei maturitatis, vei senectutis, neque in lecturis librorum, vei ephemeridorum, vei con-spiciendo figuras, vei imagines, gratia Dei, gratia Dei numquam permisit tentationem et iacturam, numquam, numquam; sed sem-per adiuvavit me, cum magna et infinita misericordia: in qua con-fido me semper servaturum usque ad finem vitae meae». (Traduzione: sia con gli occhi che nei contatti, da gi0vinetto, da giovane, negli anni della maturità e della vecchiaia, né in letture di libri e giornali, né guardando figure, la grazia di Dio, sì, la grazia di Dio non permise mai tentazione di debbolezza, né caduta alcuna: mai, mai; ma sempre mi aiutò con grande, infinita misericordia; nella quale confido di restare custodito fino all'ultimo giorno di mia vita). 948. Circa oboedientiam. Non ho mai avuto né subito tentazio-ni contro la obbedienza, e ringrazio il Signore che non ne abbia permesso alcuna, neppure quando questa obbedienza mi costava assai, come anche ora ne soffro: «factus», come sono, «servus servorum Dei » e certe piccole miserie di questo ambiente vaticano mi sono motivo di mortificanti, intime irritazioni. Circa humilitatem. Ne ho vivo il culto e anche l'esercizio este-riore. Ciò non mi toglie interiormente la sensibilità per qualche mancanza di riguardo che credo mi sia fatta. Ma anche ne godo innanzi a Dio come in esercizio di pazienza e di nascosto cilicio per i pec-cati miei, e per ottenere dal Signore il perdono per i peccati del mondo intero. Circa charitatem. Questo è l'esercizio che mi costa meno: e che pur qualche volta mi è sacrificio, e mi tenta e mi stimola a qualche impazienza di cui forse, me inscio, qualcuno può soffrire. 949. OFFENSIONES. Chi sa quante e quante volte contro la legge del Signore e contro le leggi della santa Chiesa! « Innumerabilis numerus». Siamo però sempre oltre le disposizioni ecclesiastiche, e non mai in materia di peccato mortale o veniale. L'amore alle regole e prescrizioni e aderenze a tutta questa legislazione ecclesia-stica e umana lo sento nel cuore e nello spirito, e mi è motivo ordi-nario di vigilanza su me stesso, soprattutto « ad exemplum et ad aedificationem clericorum et fidelium» (cfr. Rm 15,2). Le ho confessate tutte, anche queste offensiones: ma tutte insie-me e col proposito di emendarmene, aggiungendo, a misura che invecchio, uno sforzo quotidiano di finezza e di perfezione. 950. NEGLIOENTIAE. Queste vanno guardate in riferimento al complesso delle varie funzioni della mia vita pastorale, il cui spiri-to « eminere debet» in un apostolo ed in un successore di san Pie-tro, come oggi da tutti vengo riguardato. Il ricordo vivo delle deficienze della mia lunga vita di ottanta anni, « innumerabilibus peccatis, offensionibus et negligentiis», fu materia generale della santa confessione che ho rinnovato stama-ne innanzi al mio direttore spirituale, mgr Alfredo Cavagna, qui nella mia camera da letto dove dormirono i miei antecessori Pio XI e Pio XII, e dove Pio XII anzi morì il 9 ottobre 1958, il solo pa-pa sin qui che sia morto a Castello, nella residenza estiva. O Gesù Signore, continua ad aver pietà di me, povero peccato-re, così come mi assicuri del tuo grande ed eterno perdono.

Ancora 11 agosto. Pomeriggio del perdono 951. La santa confessione ben preparata, ripetuta ogni settima-na, il venerdì o il sabato, resta sempre una base solida per il cam-mino della santificazione; e rimane visione pacificatrice e inco-raggiante alla abitudine di tenersi preparato a ben morire in ogni ora ed in ogni momento della giornata. Questa mia tranquillità, e questo sentirmi pronto a partire e a presentarmi al Signore ad ogni suo cenno, mi pare sia un tale segno di fiducia e di amore, da meritarmi da Gesù, di cui sono chiamato Vicario in terra, il tratto estremo della sua misericordia. Teniamoci dunque sempre in atto di procedere verso di lui, co-me se sempre mi attendesse a braccia aperte. 952. A confortare la mia abituale fiducia, mi veggo citare da Ro-smini un suo richiamo a quel mirabile p. Carafa che fu il settimo generale della Compagnia di Gesù, e che diceva di essere occupato sempre a meditare tre lettere divenute a lui familiari: una lettera nera, una vermiglia e una bianca; la lettera nera, i suoi peccati; la lettera vermigila, la passione di Gesù Salvatore; e la lettera bianca, la gloria dei beati. In queste tre immagini è veramente riassunto il fiore del buon meditare cristiano. 953. La lettera nera mi fa conoscere me stesso, e mi eccita a sol-lecitare la purga dell'anima mia; la vermiglia mi rende familiare alla meditazione delle sofferenze di Gesù, mortificato nel corpo e nello spirito; e la bianca mi incoraggia a resistere all'avvilimento, alla desolazione, alla tristezza, mentre tutti i santi continuano nel compito loro di incoraggiarmi al patire, ricordandomi veramente il « non sunt condignae passiones huius temporis ad futuram glo-riam quae revelabitur in nobis» (Rm 8,18) (Traduzione: le sofferenze del tempo presente non han nulla a che fare colla gloria che deve essere manifestata in noi). Questo suggerimento corrisponde del resto a tutta l'ascetica de-gli Esercizi spirituali di sant'Ignazio, di cui Rosmini diceva dite-nersi sempre vicino a sé il mirabile libro. 954. La familiarità inaspettata che si desta in me in questi giorni col pensiero ascetico dell'abate Roveretano, alla lettura dei suoi scritti spirituali, mi sorprende come una mossa chiarificatrice ed invitante verso la ispirazione religiosa dei primi giorni del mio ser-vizio pontificale, quando in San Pietro indicai al popolo il sacro trinomio: Nome, Cuore e Sangue di Gesù, trinomio della pietà po-polare nella devozione congiunta al Nome, al Cuore e al Sangue di Gesù. Questo, con altri segni della buona Provvidenza del Signore, mi fa dire che se il povero prete e cardinale, che egli ha fatto nomina-re a questo altissimo ufficio di pontefice della Chiesa universale, è in se stesso poca cosa, il sommo Pastore divino non cesserà di aiutarlo. Continuerò ad approfittare di questo sussidio di buona dottrina ascetica, che il Rosmini mi porge e mi porgerà colla sua interces-sione celeste, anche perché avendo io sempre tenuto a distinguere nettamente la religione e la devozione dalla politica, questo mi ren-derà più utile alla ricerca dei valori e dei beni essenziali della vita umana, della presente e terrena, e della spirituale ed eterna.

12 agosto, sabato. Gesù crocifisso e la Mamma addolorata. 955. L'incontro con Rosmini e colla beata Maddalena di Canossa mi offre questi due punti di pietà e di devozione per la mia vec-chiaia, e voglio tenermici fedele. Questo mio ritiro vuol dunque riuscire e segnare un progresso nello studio della mia santificazione personale: non solo come cri-stiano, sacerdote e vescovo, ma come papa, come «bonus pater omnium christianorum», come « bonus pastor», quale il Signore mi ha voluto, nonostante la mia piccolezza ed indegnità. Altre volte e sovente ripenso al mistero del prezioso Sangue di Gesù, la cui devozione mi sentii subito di dover ispirare, come Som-mo Pontefice, a completamento di quelle del Nome e del Cuore di Gesù, abbastanza note e diffuse, come dissi. 956. Lo confesso: fu una improvvisa ispirazione per me. La de-vozione privata al preziosissimo Sangue di Gesù io la osservai da ragazzo, poco più che bambino, nel mio vecchio prozio Zaverio - il primogenito di cinque fratelli Roncalli - e di fatto il mio pri-mo formatore alla pratica religiosa da cui sbocciò prestissimo e di-rei spontaneamente la mia vocazione sacerdotale. Ricordo i libri di devozione del suo genuflessorio, e fra questi il « Preziosissimo Sangue» che gli serviva durante il mese di luglio. Oh, ricordi sacri e benedetti della mia puerizia! Come mi tornate preziosi nella luce di questo vespero della mia vita, a precisazione di punti fondamen-tali della mia santificazione e a visione consolante di ciò che mi attende - come confido umilmente - nella mia eternità. Croci-fisso ed eternità: passione di Cristo nella luce della interminabile eternità. Oh, che dolcezza! oh, che pace! Così, e sempre più così, deve essere vivificata la vita che ancora mi resta a vivere quaggiù, ai piedi della croce di Gesù crocifisso, innaffiata dal suo preziosis-simo Sangue e dalle lacrime amarissime dell'Addolorata, madre di Gesù e madre mia. 957. Questo impulso interiore che in questi giorni mi ha sorpre-so, me lo sento in cuore come un palpito ed uno spirito nuovo, una voce che mi infonde generosità e gran fervore, che amo espri-mere in tre manifestazioni caratteristiche: 1) distacco totale da ogni cosa e perfetta indifferenza così ai bia-simi che alle lodi, e per tutto ciò che si trova e che potrebbe di gra-ve accadere nel mondo, a mio riguardo; 2) davanti al Signore io sono peccatore e polvere; vivo per la mi-sericordia di Gesù, a cui tutto debbo e dalla quale tutto aspetto: a lui mi sottometto anche nel lasciarmi tutto trasformare dai suoi dolori e dalle sue sofferenze, in pienissimo abbandono di assoluta obbedienza e di conformità alla sua volontà. Ora più che mai, e « usquedum vivam, et in omnibus, oboedientia et pax»; 3) disposizione completa a vivere ed a morire, come san Pietro e come san Paolo, e a tutto incontrare, anche catene, sofferenze, anatema e martirio, per la santa Chiesa e per tutte le anime reden-te da Cristo. Sento la gravità del mio impegno e tremo, conoscen-domi debole e labile. Ma confido in Cristo crocifisso e nella Madre sua, e guardo alla eternità.

13 agosto, domenica. Esercizio della prudenza del Papa e dei Vescovi. 958. Fede, speranza e carità sono le tre stelle della gloria episco-pale. Il Papa, «in capite et in exemplum» ed i Vescovi, tutti i ve-scovi della Chiesa, con lui. Il compito sublime, santo e divino, del Papa per tutta la Chiesa e dei Vescovi per la diocesi di ciascuno, è « predicare il Vangelo, condurre gli uomini alla salute eterna, con la cautela di adoperarsi perché nessun altro affare terreno impedisca, o intralci, o disturbi questo primo ministero. L'intralcio può sorgere soprattutto dalle opinioni umane in materia politica, che si dividono e si contrariano in vario sentire e pensare. M di sopra di tutte le opinioni e i partiti che agitano e travagliano la società e l'umanità intera, è il Vangelo che si leva ». Il Papa lo legge, e coi Vescovi lo commen-ta; l'uno e gli altri, non come partecipanti agli interessi mòndani di chicchessia, ma come « viventi in quella città della pace, imper-turbata e felice», da cui scende la regola divina che può ben diri-gere la città terrestre e il mondo intero. Di fatto questo è che gli uomini assennati attendono dalla Chie-sa, e non altro. 959. La buona coscienza circa la mia condotta di nuovo Papa durante questi tre anni mi acquieta, e prego il Signore perché mi aiuti sempre a mantenermi fedele a questo buon avviamento. è assai importante insistere sopra i Vescovi perché tutti faccia-no altrettanto e l'esempio del Papa sia di scuola e di incoraggia-mento a tutti. I Vescovi si trovano più esposti alla tentazione di intromettersi al di là di ogni buona misura, e tanto più vogliono essere sollecitati dal Papa « ad astenersi dal prender parte a qualsi-voglia politica e controversia, e dal dichiararsi per una o per l'al-tra frazione, o fazione. Predicare a tutti egualmente, e in modo generale, la giustizia, la carità, l'umiltà, la mansuetudine, la dol-cezza e le altre virtù evangeliche, difendendo con garbo i diritti della Chiesa, dove venissero violati o compromessi. 960. Sempre, ma soprattutto in questi tempi, il Vescovo è indi-cato per spargere un olio balsamico di dolcezze sopra le piaghe del-l'umanità. Deve guardarsi perciò da ogni giudizio temerario, da ogni parola ingiuriosa per chicchessia, da ogni adulazione strap-pata dal timore, da ogni connivenza col male che gli venisse sugge-rita dalla speranza di giovare ad alcuno; conservare un contegno grave, riservato e fermo; vigilare sopra una conversazione verso tutti soave ed amorevole, ed insieme atta a far distinguere, con santa dottrina, ma senza veemenza alcuna, il bene dal male». 961. Ogni studio o intrigo di industria umana val ben poco in questi affari di mondano interesse. « Promuovere invece studiosamente con la preghiera più assidua ed intensa il culto divino fra i fedeli, e gli esercizi di pietà, la fre-quenza dei sacramenti, bene raccomandati e amministrati», soprat-tutto là istruzione religiosa: questo contribuirà a risolvere anche i problemi di ordine temporale assai meglio che altri accorgimenti umani non vi possano riuscire. « Questo attirerà le benedizioni di-vine sul popolo, preservandolo da molti mali, e richiamando men-ti traviate a più retto sentire. Dall'alto scende l'aiuto, e il lume celeste sgombra le tenebre» - Così A. Rosmini scriveva da Villa Albani, Roma, il 23 nov. 1848. E questo è il mio pensiero e la mia sollecitudine pastorale, che deve essere di oggi e di sempre.

Ancora la domenica 13 agosto. Suggerimenti di buon apostolato. 962. Trattare tutti con rispetto, con prudenza e con semplicità evangelica. Comunemente si crede e si approva che il linguaggio anche fa-miliare del Papa sappia di mistero e di terrore circospetto. Invece è più conforme all'esempio di Gesù la semplicità più attraente, non disgiunta dalla prudenza dei savi e dei santi, che Dio aiuta. La sem-plicità può suscitare, non dico disprezzo, ma minor considerazio-ne presso i saccenti. Poco importa dei saccenti, di cui non si deve tener calcolo alcuno, se possono infliggere qualche umiliazione di giudizio e di tratto: tutto torna a loro danno e confusione. Il « sim-plex, rectus et timens Deum » (Gb 1,1) è sempre il più degno e il più forte. Naturalmente, sostenuto sempre da una prudenza sag-gia e graziosa. Quegli è semplice che non si vergogna di confessa-re il Vangelo anche in faccia agli uomini che non lo stimano se non come una debolezza e una fanciullaggine, e di confessarlo in tutte le sue parti, e in tutte le occasioni, e alla presenza di tutti; non si lascia ingannare o pregiudicare dal prossimo, né perde il sereno del-l'animo suo per qualunque contegno che gli altri tengano con lui. 963. Il prudente è chi sa tacere una parte della verità che sareb-be inopportuna a manifestarsi, e che taciuta, non guasta la parte di verità che dice, falsificandola; quegli che sa giungere ai buoni fini che si propone, scegliendo i mezzi più efficaci di volere e di operazione; che in tutti i casi sa prevedere e misurare le difficoltà opposte e le contrarie, e sa scegliere la strada di mezzo con diffi-coltà e pericoli minori; quegli che, essendosi proposto un fine buono e anche nobile e grande, non lo perde giammai di vista, giunge a superare tutti gli ostacoli e lo porta a buon termine; quegli che in ogni affare distingue la sostanza e non si lascia impacciare da-gli accidenti; tiene serrate e converge le sue forze a fine felice; quegli che alla base di tutto questo spera il buon esito da Dio solo, in cui confida; e se anche non riuscì in tutto o in parte, sa di aver fatto bene, tutto riportando alla volontà e alla maggior gloria di Dio. 964. La semplicità non ha nulla che contraddica alla prudenza, né viceversa. La semplicità è amore, la prudenza è pensiero. L'a-more prega, l'intelligenza vigila. «Vigilate et orate» (Mc 14,38). Conciliazione perfetta. L'amore è come la colomba che geme, l'in-telligenza operativa è come il serpente (Mt 10,16) che non cade mai in terra, né urta, perché va tastando col suo capo tutte le inegua-glianze del suo cammino. Restar tranquillo in faccia ad ogni evento. 965. Gesù Signore, fondatore della santa Chiesa, è lui che rego-la con sapienza, potenza e bontà inenarrabile, tutti gli avvenimen-ti a suo beneplacito, e a maggior bene dei suoi eletti che compon-gono la sua diletta mistica sposa. Per quanto gli avvenimenti sembrino contrari al bene della Chiesa stessa, io debbo godere di perfetta tranquillità, che per altro non mi dispensa dal gemere e dal supplicare per il «fiat voluntas tua sicut in caelo et in terra» (Mt 6,10). Debbo guardarmi dalla temerità di coloro che, ciechi di mente, o ingannati da occulto orgoglio, presumono di fare alcun bene senza essere chiamati da Dio, nella sua Chiesa, come se il divino Reden-tore abbia alcun bisogno della loro miserabile cooperazione, o di quella di qualunque uomo. Ciò che importa è cooperare con Dio alla salute delle anime e del mondo intero. Questo è il compito sicuro che tocca il Papa nel-la sua più alta espressione. « In omnibus respice finem» il Qui non si tratta del termine della vita umana, ma dello scopo, della vocazione divina a cui il Papa fu sollevato per misteriosa disposizione della Provvidenza. 966. Questa vocazione si esprime in un triplice fulgore: santità personale del Papa, che ne rende gloriosa la vita; l'amore della santa Chiesa universale, secondo la misura di quella grazia celeste che sola può avviare ed assicurarne la gloria; infine la condizione della volontà di Gesù Cristo, che solo dirige attraverso il Papa e gover-na a suo beneplacito la Chiesa, in vista di quella stessa gloria che è la massima in terra e nei cieli eterni. Il dovere sacrosanto dell'umile Papa è di purificare in questa lu-ce di gloria tutte le sue intenzioni, e di vivere in conformità di dot-trina e di grazia, così da meritarsi il più grande onore di rassomigliarsi in perfezione con Cristo, quale suo Vicario: con Cri-sto crocifisso e a prezzo del suo Sangue redentore del mondo: con Cristo, rabbi, magister, il solo vero maestro dei secoli e dei popoli.

14 agosto 1961, lunedì. Sei massime di perfezione. 967. Quanto al fine da raggiungere nella mia vita, io debbo: «1) Desiderare solo di essere "iustus et sanctus" e con ciò di piacere a Dio. 2) Rivolgere tutto, ponsieri ed azioni, all'incremento, al servi-zio, alla gloria della santa Chiesa. 3) Sentendomi chiamato da Dio, e appunto per questo, rima-nere in perfetta tranquillità circa tutto ciò che avviene, non so-lo riguardo a me, ma anche riguardo alla Chiesa, pur sempre in atto di lavorare a pro di essa, e anche di soffrire con Cristo per essa. 4) Tenermi sempre abbandonato alla divina Provvidenza. 5) Riconoscermi sempre nel mio nulla. 6) Disporre sempre la mia giornata con chiarezza di visione e con ordine perfetto». La mia vita di sacerdote, anzi - come suol dirsi a mio onore e confusione - di principe di tutto il sacerdozio di Cristo, in no-me suo e per virtù sua, sta innanzi e sotto gli occhi del mio divino Maestro, il gran legislatore. Egli mi guarda, insanguinato, dilace-rato, pendente dalla croce. Mi guarda, trafitto il petto, trafitto nelle mani e nei piedi, e mi invita a riguardare sempre a lui. La giustizia lo ha condotto direttamente alla carità; e la carità lo ha immolato. Questa deve essere la mia sorte: «non est discipulus super magi-strum» (Mt 10,24) (Traduzione: il discepolo non è da più del maestro). 968. O Gesù, eccomi innanzi a voi, languente e morente per me, vecchio come ormai io sono, avviato alla fine del mio servizio, della mia vita. Tenetemi ben stretto e vicino al vostro cuore, in un solo palpito col mio. Amo sentirmi legato indissolubilmente a voi con una catena d'oro, intrecciata di vaghi e gentili anelli. Il primo: la giustizia che mi costringe a trovare sempre il mio Dio in tutto. Il secondo: la provvidenza e la bontà che guiderà i miei passi. Il terzo: la carità del prossimo, inesauribile e pazientissima. Il quarto: il sacrificio che mi deve accompagnare, e che voglio e debbo gustare in tutte le ore. Il quinto: la gloria che Gesù mi assicura per questa e per l'eterna vita. O Gesù Crocifisso « amor meus et misericordia mea nunc et in saecula». «Pater, si vis transfer calicem istum a me: verumtamen non mea voluntas sed tua fiat» (Lc 22,42). PENSIERI. I:

Utilità delle tribolazioni. 969. Ripiegandomi sopra me stesso, e sulle svariate vicende del-la mia umile vita, debbo riconoscere che il Signore mi ha dispensa-to, sin qui, da quelle tribolazioni che rendono, per tante anime, difficile e non gradito il servizio della verità, della giustizia, dellacarità. Ho attraversato la età della infanzia e della giovinezza, sen-za accorgermi della povertà, senza inquietudini di famiglia, di stu-di, di contingenze pericolose, come fu ad esempio il servizio militare a vent'anni, e durante la grande guerra, dal 1915 al '21. Piccolo e modesto quale mi riconosco, non ebbi che felici acco-glienze nell'ambiente che mi accolse, dal seminari di Bergamo e Ro-mano poi, dalla mia sacerdotale vita di dieci anni, accanto al mio Vescovo e nella mia città natale; dal 1921 poi ad ora (1961), cioè da Roma a Roma, fino al Vaticano. O buon Dio, come ringraziar-vi delle buone maniere che mi vennero sempre riservate dovunque mi recassi in nome vostro, e sempre in pura obbedienza, non alla mia, ma alla vostra volontà? 970. «Quid retribuam, Domine, pro omnibus quae tribuisti mi-hi?» (Sal 16,12) (Traduzione: che cosa renderò al Signore per quanto mi ha dato?). Lo vedo bene che la mia risposta a me stes-so e al Signore è sempre il « calicem salutarem accipere et nomen Domini invocare» (Sal 16,13) (Traduzione: alzerò il calice della salvezza e invocherò il nome del Signore). Come ho già accennato in queste pagine: se e quando « magna mihi tribulatio advenerit » (At 7,11), accoglierla bene; e se questa ri-tarda ancora un poco, continuare la bibita del sangue di Gesù, con quel contorno di piccole o grandi tribolazioni di cui la bontà del Si-gnore la volesse circondare. Mi ha fatto sempre e mi fa ancora gran-de impressione quel piccolo salmo 131, che dice: « Signore, il mio cuore non si vanta né i miei occhi si sollevano innanzi a te: non cor-ro dietro a cose grandi e più alte di me stesso. "Immo composui et pacavi animam meam. Sicut parvulus in gremio matris suae, ita in me est anima mea"» (Traduzione: io sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre) (Sal 131, 1-2). Oh, che care parole son queste! Ma se dovessero turbarsi presso il fine della mia vita, Signore mio Gesù, tu mi conforterai nella tribolazione. Il sangue tuo, il sangue tuo che io continuerò a succhiare dal tuo calice, come a dire dal tuo cuo-re, mi sarà pegno di salute e di letizia eterna. « Quod est in praesenti momentaneuffi et leve tribulationis nostrae, supra modum in subli-mitate aeternum gloriae pondus operatur in nobis » (2Cor 4,17) (Traduzione: il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria). PENSIERI. Il: Accontentarmi dell'apostolato quotidiano: non perder tempo in pronostici del futuro 971. «Christus heri et hodie, ipse et in saecula» (Eb l3,8) (Traduzione: Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi, e sempre). Il non far profezie, né dare assicurazioni sul futuro è la regola di con-dotta che discende dallo spirito di tranquillità e di fermezza di cui i fedeli e i collaboratori devono ricevere lume ed incoraggiamento dal Papa, come primo sacerdote. La fonte di ogni sacerdozio è Cristo, come ce ne assicura san Tommaso (Summa Theologiae, III, XXII a. 4): «Sacerdos legalis A. T. erat figura ipsius: sacerdos novae legis in persona ipsius opera-tur». Questo deve dirsi del Papa eminenter; e per la coscienza del Papa che si sente investito della presenza, della grazia, della luce di Cristo ed a lui si affida in tutto, pensieri ed operazioni, nelle mol-teplici espressioni della sua attività apostolica. Basta la cura del presente: non occorre impiegare fantasia e ansietà per la costruzio-ne dell'avvenire. Il Vicario di Cristo sa che cosa il Cristo vuole da lui, non occorre che gli passi davanti a dargli consigli o ad impor-gli progetti. Regola fondamentale della condotta del Papa è questa di accontentarsi sempre del suo stato presente, e di non imbaraz-zarsi del futuro, aspettandolo invece dal Signore, senza farci sopra conti o provvedimenti umani, e guardandosi persino dal parlarne con sicurezza e con facilità con chicchessia. 972. L'esperienza di questi tre anni del mio servizjo pontificale che, « tremens et timens» (Dt 9,19), accettai in pura obbedienza alla volontà del Signore espressami dalla voce del Sacro Collegio dei car-dinali in conclave, è testimonio e motivo commovente e perenne della fedeltà del mio spirito a questa massima: assoluto abbandono in Dio, quanto al presente; e perfetta tranquillità, circa il futuro. Delle varie iniziative di carattere pastorale che trapuntano que-sto primo saggio di pontificio impegno di apostolato, tutto è ve-nuto da assoluta, quieta ed amabile, direi persino silenziosa ispirazione del Signore a questo suo povero servo, che senza alcun merito suo, oltre quello semplicissimo di non discutere, ma sem-plicemente di assecondare e di obbedire, ha potuto riuscire non inu-tile strumento di onore a Gesù e di edificazione per molte anime. 973. I primi contatti coi grandi e cogli umili; qualche visita cari-tatevole, qua e là; mitezza ed umiltà di accostamenti, a chiarità di idee ed a fervore di incoraggiamento; le visite quaresimali alle nuove parrocchie, la celebrazione del Sinodo diocesano con successo ma-spettato; l'accostamento del Padre della cristianità tutta intera, in moltiplicata creazione di cardinali e di vescovi di ogni nazione e di ogni razza e colore; ed ora il vastissimo movimento di propor-zioni imprevedute ed imponentissime del Concilio ecumenico: tut-to conferma la bontà del principio di attendere e di esprimere con fede, con modestia, con fervore confidente, le buone ispirazioni della grazia di Gesù, che presiede al governo del mondo, e lo con-duce alle più alte finalità della creazione, della redenzione, della glorificazione finale ed eterna delle anime e dei popoli.

15 agosto 1961. Festa dell'Assunta. 974. Eccoci ad uno dei richiami più solenni e più cari della pietà religiosa. Il mio antecessore immediato, papa Pio XII, proclamò il dogma di fede, i nov. 1950. Io fui fra i fortunati che assistettero a quella cerimonia in piazza San Pietro, come nunzio di Francia. Nessuna ansietà da parte mia che sempre ammisi questa dottrina; anche se negli anni di Oriente i miei occhi non fossero richiamati che sulle immagini della « dormitio B. Mariae » sia in chiese di ri-to greco che di rito slavo. 975. L'Assunta mi riconduce con tenerezza a Sotto il Monte, dove tanto mi piacque venerarla nelle sue due statue: quella vestita e de-votissima del Sanzi a Brusicco, nella chiesa del mio battesimo, come l'altra pur bella e vigorosa, della nuova parrocchiale, dello scultore Manzoni. Questa fu dono del caro parroco don Carlo Marinelli, uno dei sacerdoti più familiari e più benemeriti per la mia formazione ecclesiastica, e più caro al miei ricordi riconoscenti. 976. L'atmosfera politica e mondiale di questi giorni solleva qual-che incertezza per i problemi della pace. Ed io credetti bene di celebrare la mia messa dell'Assunta, qui, alla parrocchia di Castello, facendovi intervenire tutti i parrocchiani, ordinari o avventizi. Riu-scì una adunanza imponente e rispettabile. C'era anche il cardina-le Agagianian con mgr Sigismondi, ed una parte notevole del Collegio di Propaganda. Anche il colloquio post missam mi uscì dal cuore commosso e fervoroso. Ieri feci trasmettere attraverso tutti i telefoni del mondo intero, la informazione circa il signi-ficato del mio rito: cioè l'invito ai cattolici di tutte le nazioni, ve-scovi, sacerdoti e laici, ad unione intima col Papa per una invocazione collettiva alla Vergine gloriosa, come regina e propi-ziatrice di pace su tutta la terra. 977. Questa cerimonia, rapida e ben riuscita, mi servì di intro-duzione a questo ultimo giorno del mio ritiro spirituale. Il motto che ne esprime il pensiero predominante di chiusura è il comune, ma tanto prezioso: « Ad Iesum per Mariam». Di fatto, questa mia vita che volge al tramonto, meglio non po-trebbe essere risolta che nel concentrarmi tutto in Gesù figlio di Maria, ed offertomi dalle braccia di lei a soavità e a conforto del mio spirito. Per questo attenderò con specialissima cura e con letizia intima e serena a queste tre principalissime e splendide parole che devono rimanere il riassunto del mio sforzo di perfezione: « pietas, man-suetudo, charitas». 978. Continuerò a curare a perfezione gli esercizi della pietà: santa messa, breviario, rosario tutto intero, e grande e continuata inti-mità con Gesù, contemplato in immagine: bambino, crocifisso; ado-rato nel Sacramento. Il breviario mi trattiene lo spirito in continuata elevazione; la santa messa lo immerge nel nome, nel cuore, nel san-gue di Cristo. Oh, che tenerezza e che delizia riposante, questa mia messa mattutina! Il rosario, che dall'inizio del 1958 mi sono impegnato di recitare devotamente tutto intero, è divenuto esercizio di continuata medi- tazione e di contemplazione tranquilla e quotidiana, che tiene aperto il mio spirito sul campo vastissimo del mio magistero e ministero di pastore massimo della Chiesa, e di padre universale delle anime. 979. A misura che questo mio ritiro spirituale volge al termine, scorgo con chiarezza la sostanza viva del compito che Gesù, per-mettendo o disponendo, ha affidato alla mia vita.«Vicarius Christi»? Ah, io non sono degno di questa denomi-nazione, povero figlio di Battista e di Marianna Roncalli, due buoni cristiani sicuramente, ma tanto modesti ed umili! «Vicarius Chri-sti»: dunque il mio compito è là. « Sacerdos et victima»: il sacer-dozio mi esalta, ma il sacrificio che il sacerdozio lascia supporre, mi fa tremare.Gesù benedetto, Dio ed uomo. Io confermo la mia consacrazio-ne a voi, per la vita, per la morte, per la eternità. Dalla considerazione di quanto accade nella vita, e di quanto mi circonda, mi torna facile arrestarmi sovente sul Calvario: ivi con-versare con Gesù morente e con la Madre sua; e dal Calvario scen-dere presso il tabernacolo santo, la dimora di Gesù in Sacramento. Il breviario mi torna più gradito, e lo gusto meglio al mio tavolo di lavoro ordinario, ma il rosario e la meditazione dei misteri, con le intenzioni, che da tempo amo unire a ciascuna decina, li gusto di più in ginocchio presso il sacro velo della Eucaristia. 980. A ricordo del fervore e delle felici ispirazioni di questi gior-ni, piacemi fissare i tre punti più distinti delle mie quotidiane con-versazioni con Gesù, e cioè: 1) Al mattino la santa messa dopo di aver recitato il breviario, prima della messa, fino a sesta; dopo la messa: sesta e nona e la prima parte del rosario. 2) Dopo il pranzo: non ometterò mai la breve visita immediata appena uscito dalla camera da pranzo, e breve riposo. 3) Nelle ore pomeridiane e dopo il breve riposo - non mai a letto, ma su una sedia a sdraio - recita del vespro e di compieta, la seconda parte del rosario, i misteri dolorosi. Questa forma di preghiera può ben valermi come visita al Ss. Sacramento. 4) Alla sera, ore diciannove e trenta, terzo rosario in comune colla famiglia pontificia: segretario, suore, e domestici. Se torna comodo, un ultimo saluto al Ss. Sacramento, come raccomanda-zione delle ore notturne. 981. Circa l'esercizio della mansuetudine non aggiungo parole. Ringrazio la bontà del Signore che mi assiste, nella pratica del «mi-tis et humilis corde» (Mt 11,29), «ore et opere». Idem quanto alla carità. è lo Spirito Santo «qui habitat, loqui-tur et operatur in nobis, et effunditur versus clerum et plebem sanc-tam in multa patientia, et bonitate non ficta» (cfr. 1Cor 12,6 e 11) (Traduzione: è lo Spirito Santo che abita, parla e opera in noi, e si manifesta nel clero e nel popolo santo con molta pazienza, con amore sincero). Ho arricchito di plenaria indulgenza (11 marzo 1960) la Oratio universalis cosidetta di papa Clemente XI: «Credo, Domine, sed credam firmius etc. ». Il ricordo di questo papa, Giovanni France-sco Albani (1700-1721), mi è particolarmente caro, anche per la sua pietà e per la sua devozione a san Giuseppe, nella cui festa (19 marzo 1721) morì. La sua preghiera, io prenderò l'uso di recitarla più sovente. Il Pastor la definisce «monumento più perenne del bronzo e del marmo» (Pastor XV, pag. 410). Simon Joannis, diligis me plus his...? diligis me?... amas me? (10.21). « Simone di Giovanni, mi vuoi bene tu più di costoro? mi vuoi bene? mi vuoi bene?». v 21,15-17).

La conclusione del mio ritiro. 982. Il mio buon mgr Cavagna me la indica nell'episodio della pesca miracolosa, conchiuso col dialogo di Gesù a Pietro, con la risposta di questi a lui, e con la sussunta. «Pasce agnos, pasce oves» (Gv 21,17) (Traduzione: pasci i miei agnelli, pasci le mie pecore). Grande prestigio in queste divine parole: c'è l'investitura del Papa a compito di pastore universale, contro la triplice assicurazione d'amore da parte sua, fatta a Gesù, che si è degnato di chiederla con dolce insistenza. L'amore sta dunque nel mezzo. Gesù lo chie-de a Pietro: e Pietro lo assicura. Il successore di Pietro sa che nella sua persona e nella sua attivi-tà è la grazia e la legge dell'amore, che tutto sostiene, vivifica ed adorna; e in faccia al mondo intero è nello scambio dell'amore fra Gesù e lui, Simone o Pietro, figliuolo di Giovanni, che la Chiesa santa si aderge, come sopra sostegno invisibile e visibile: Gesù in-visibile agli occhi di carne, il Papa « Vicarius Christi» visibile in faccia al mondo intero. A pensare bene a questo mistero di intimo amore fra Gesù e il suo Vicario, quale onore e quale dolcezza per me, ma insieme quale motivo di confusione per la piccolezza, per il niente che io sono. 983. La mia vita deve essere tutta di amore per Gesù ed insieme tutta una effusione di bontà e di sacrificio per le singole anime,e per tutto il mondo. Dall'episodio evangelico che proclama l'a-more del Papa verso Gesù, e per lui verso le anime, è rapidissimo il passaggio alla legge del sacrificio. è Gesù stesso che l'annunzia a Pietro: «Amen, amen dico tibi: cum esses junior, cingebas te et ambulabas ubi volebas. Cum au-tem senueris, extendes manus tuas et alius te cinget et ducet quo tu non vis» (Gv 21,18) (Traduzione: in verità ti dico : quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi, ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi). Per grazia del Signore non sono ancora entrato nel senueris: ma coi miei ottant'anni ormai compiuti, mi trovo sulla porta. Dunque devo tenermi pronto a questo ultimo tratto della mia vita, dove mi attendono le limitazioni e i sacrifici, fino al sacrificio della vita corporale, ed all'aprirsi della vita eterna. O Gesù, eccomi pronto a stendere le mie mani, ormai tremanti e deboli, a lasciare che altri mi aiuti a vestirmi, e mi sorregga per la via. O Signore, a Pietro tu aggiungesti: « et ducet quo tu non vis» (Gv 21,18). 984. Oh, dopo tante grazie, moltiplicatemi nella mia lunga vita, non c'è niente più che io non voglia! Tu mi hai dischiusa la via, o Gesù: «sequar te quocumque ieris» (Traduzione: ti seguirò dovunque tu vada) (Mt 8, 19): al sacrificio, alle mortificazioni, alla morte. «Post mortem reliquos mors pia consecrat Palmamque eme-ritos gloria suscipit». Il pensiero della morte forse vicina, certo non lontana, mi richia-ma al mio caro san Giuseppe, giustamente venerato fra l'altro co-me protettore dei moribondi, per avere Gesù e Maria assistito al suo transito benedetto e felice, così come tutta la sua vita s'era svolta in loro compagnia. L'inno della Chiesa continua con questo richiamo: «Tu vero, superis par, frueris Deo mira sorte beatior ».(Traduzione: per gli altri uomini soltanto la morte fissa la pia sorte e, meritevoli di palma, soltanto allora li incorona la gloria, ma tu ancora vivente, simile ai celesti, godi Iddio e sei per mirabile privilegio più felice.

Trinità sovrana, largisci a noi supplici il tuo perdono; concedi che per i meriti di Giuseppe possiamo salire al cielo, dove ci sia dato di cantarti perpetuamente, l'inno di riconoscenza).

Oh, quanto mi diletta segnare le ultime note di questo mio ritiro spirituale con l'ultima strofa dell'inno liturgico, che la santa Chiesa dedica alla santissima Trinità augusta, da cui scende, nei ricordi di san Giuseppe sposo di Maria, ogni benedizione ed ogni sicurezza di splendente ed eterna vita: « Nobis, summa Trias, parce precantibus, Da Joseph meritis sidera scandere, Ut tandem liceat nos tibi perpetim Gratum promere canticum. Amen».

Ancora e sempre: Voluntas Dei, voluntas Dei. 985. «Cum processisset paullulum, procidit super terram; et ora-bat ut si fieri posset, transiret ab eo hora. Et dixit: Abba, Pater, omnia tibi possibilia sunt; transfer calicem hunc a me: sed non quod ego volo, sed quod tu» (Mc 14,35-36). « Simon dormis? Non potuisti una hora vigilare mecum? Vigi-late et orate ut non intretis in tentationem. Spiritus quidem promp-tus est: caro vero infirma » (Ibidem 37-38).Anche in S. Matteo la stessa preghiera di Gesù. Tremito della natura. Abbandono alla divina volontà. «Progressus pusillum procidit in faciem suam orans et dicens: Pater mi, si possibile est, transeat a me calix iste: veruntamen non sicut ego volo: sed sicut tu». E poi: «Si non potest hic calix tran-sire nisi bibam illum: fiat voluntas tua». « Venit iterum et invenit eos dormientes, et relictis illis iterum abiit et oravit tertio eundem sermonem dicens» (Mt 26,39-42). Tre volte Gesù senti la debolezza della natura, e tre volte si ab-bandonò alla volontà del Padre celeste. E allora, come non ripete-re? Voluntas Dei pax nostra?

 

LA RECITA DEL ROSARIO PER LA PACE UNIVERSALE

Preoccupazioni per la pace. 986. Il religioso convegno della domenica 10 settembre a Castel-gandolfo, con rappresentanze nobili e copiose di cardinali, di pre-lati, del corpo diplomatico, ed una moltitudine di fedeli di ogni provenienza, è stato tutto penetrato da un sentimento di viva preoc-cupazione circa il problema della pace.La presenza della mia umile persona, la mia voce commossa era punto direttivo, luminoso e centrale di quell'incontro. Dalle mie mani consacrate e benedette si è levato il sacrificio eucaristico di Gesù, salvatore e redentore: salvatore e redentore del mondo, e re pacifico dei secoli e dei popoli. 987. Tutte le nazioni in rappresentanza erano là a dare ampia significazione di universalità. Gruppo notevole formavano, fra gli altri, gli alunni del Collegio Urbano di Propaganda, richiamo di tutte le genti, anche non cristiane, ma tutte invocanti la pace. Commosso ed insieme fiducioso, ho annunziato in quella sera misteriosa il mio proposito di incoraggiare successivi convegni di anime a misura che se ne presentasse l'occasione lungo la via, per intrattenerle in preghiera circa questo fondamentale impegno del-la preservazione della pace nel mondo intero e a salvezza della civiltà. 988. è a questa intenzione, ed a offrire un primo esempio, che pochi giorni dopo mi sono recato nelle Catacombe di S. Callisto, le più vicine alla mia residenza estiva, per implorare di là, presso le sacre memorie di quanti mi precedettero: ben quattordici ponte-fici, e con loro vescovi e martiri illustri della storia, la cooperazio-ne della loro intercessione celeste per assicurare a tutte le nazioni - e tutte appartengono in qualche modo a Cristo - il grande te-soro della pace: « Affinché a tutto il popolo cristiano Iddio si de-gni concedere pace e unità» (cfr. Litanie dei santi). Ora eccoci al mese di ottobre, che da tradizione confidente di pietà e di carità cristiana, consacrato al culto ed alla venerazione della Madonna del Rosario, ci viene offerto come nuova occasio-ne opportunissima di universale preghiera al Signore per la stessa grande intenzione, che interessa individui, famiglie, popoli. La devozione del rosario 989. Nello scorso maggio, ispirandomi al gesto di Leone XIII, di gloriosa memoria, richiamai l'insegnamento della Rerum novarum, sviluppandolo con la mia enciclica Mater et magistra, nella inten-zione di accostare sempre più la dottrina cattolica alle nuove esi-genze della umana e cristiana convivenza. Rammento ora che quel grande pontefice, che fu già luce e dire-zione del mio spirito nel prepararsi, dalla mia puerizia, ai chiarori del ministero sacerdotale, al sopravvenire dell'ottobre tornò più vol-te sull'invito al mondo cristiano alla recita del rosario, proposto a tutti i figli della chiesa ad esercizio di sacra e benefica meditazio-ne, a nutrimento di spirituale elevazione e ad intercessione di gra-zie celesti per tutta la chiesa. 990. I suoi successori tennero a fare onore alla pia e commoven-te tradizione. E io intendo umilmente seguire questi grandi pastori veneratissimi del gregge di Cristo non solo nell'impiego delle solle-citudini sempre più intense per gli interessi della giustizia e della fraternità, nella vita di quaggiù, ma anche nella fervida ricerca della santificazione delle anime, che è la nostra vera forza e sicurezza per ogni buon successo, come risposta dall'alto alle voci della ter-ra, erompenti da anime sincere, assetate di verità e di carità. Già sull'aprirsi dell'ottobre del 1959, mi rivòlsi al mondo catto-lico con l'enciclica « Grata recordatio» (AAS. LI [1959], pp. 673-678) e l'anno seguente indirizzai, allo stesso scopo, una lettera al cardinale Vicario della mia diocesi di Roma (Epistola « L'Otto-bre che ci sta innanzi», AAS. LII [1960], pp. 814-817). 991. Per questo mi compiaccio, venerabili fratelli e diletti figli, quanti siete sparsi in tutto il mondo, richiamarvi anche quest'an-no ad alcune considerazioni semplici e pratiche, che la devozione del rosario mi suggerisce, a saporoso nutrimento e a robustezza di principii vitali, posti a direzione del vostro pensare e del vostro pre-gare. E tutto questo ad espressione di pietà cristiana perfetta e fe-lice, e sempre in luce di universale supplicazione per la pace di tutte le anime e di tutte le nazioni. 992. Il rosario, come esercizio di cristiana devozione tra i fedeli di rito latino, che sono notevole porzione della famiglia cattolica, prende posto, per gli ecclesiastici, dopo la messa ed il breviario, e per i laici dopo la partecipazione ai sacramenti. Esso è forma de-vota di unione con Dio, e sempre di alta elevazione spirituale.

Parole e contenuto. 993. è vero che, presso alcune anime meno educate a sollevarsi oltre l'omaggio labiale, esso può venir recitato come monotona suc-cessione delle tre preghiere: il Pater Noster, l'Ave Maria e il Glo-ria, disposte nell'ordine tradizionale di quindici decine. Questo, senza dubbio, è già qualche cosa. Ma - dobbiamo pur ripeterlo - è solo avviamento o risonanza esteriore di confidente preghie-ra, piuttosto che vibrante elevazione dello spirito a colloquio col Signore, ricercato nella sublimità e tenerezza dei suoi misteri di amo-re misericordioso per la umanità tutta intera. La vera sostanza del rosario, ben meditato, è costituita da un triplice elemento che dà alla espressione vocale unità e coesione, discoprendo in vivace successione gli episodi che associano la vita di Gesù e di Maria, in riferimento alle varie condizioni delle anime oranti e alle ispirazioni della chiesa universale. Per ogni decina di Ave Maria, ecco un quadro, e per ogni qua-dro un triplice accento, che è al tempo stesso: contemplazione mi-stica, riflessione intima, e intenzione pia.

Contemplazione mistica. 994. Anzitutto, contemplazione pura, luminosa, rapida di ogni mistero, cioè di quelle verità della fede che ci parlano della missio-ne redentrice di Gesù. Contemplando ci si trova in una comunica-zione intima di pensiero e di sentimento con la dottrina e con la vita di Gesù, figlio di Dio e figlio di Maria, vissuto sulla terra a redimere, a istruire, a santificare: nel silenzio della vita nascosta, fatta di preghiera e di lavoro, nei dolori della sua beata passione, nel trionfo della risurrezione; come nella gloria dei cieli, ove siede alla destra del Padre, sempre in atto di assistere e di vivificare di Spirito Santo la chiesa da lui fondata, e progrediente nel suo cam-mino attraverso i secoli.

Riflessione intima. 995. Il secondo elemento è la riflessione, che dalla pienezza dei misteri di Cristo si diffonde in viva luce sopra lo spirito dell'oran-te. Ciascuno avverte nei singoli misteri l'opportuno e buon inse-gnamento per sé, in ordine alla propria santificazione e alle condizioni in cui vive; e sotto la continua illuminazione dello Spi-rito Santo, che dal profondo dell'anima in grazia « sollecita per noi con gemiti inenarrabili» (Rm 8,26), ognuno raffronta la sua vita col calore di insegnamento, che sgorga da quei medesimi mi-steri, e ne trova inesauribili applicazioni per le proprie necessità spirituali, come per quelle del vivere suo quotidiano.

Intenzione pia. 996. In ultimo è intenzione: cioè indicazione di persone, o isti-tuzioni, o necessità di ordine personale e sociale, che per un catto-lico veramente attivo e pio rientrano nell'esercizio della carità verso i fratelli, carità che si diffonde nei cuori ad espressione vivente della comune appartenenza al corpo mistico di Cristo. 997. In tal modo il rosario diventa supplica universale delle ani-me singole e dell'immensa comunità dei redenti, che da tutti i pun-ti della terra si incontrano in una unica preghiera: sia nella invocazione personale, a implorazione di grazie per i bisogni indi-viduali di ciascuno; come nel partecipare al coro immenso e una-nime di tutta la chiesa per i grandi interessi dell'intera umanità. La chiesa, quale il redentore divino la volle, vive tra le asprezze, le avversità e le tempeste di un disordine sociale che sovente si vol-ge in minaccia paurosa, ma i suoi sguardi sono fissi e le energie della natura e della grazia sempre protese verso il supremo destino delle eterne finalità.

Recitazione labiale e privata. 998. Questo è il rosario mariano, osservato nei suoi vari elementi, insieme riuniti sulle ali della preghiera vocale, e ad essa intrecciati come in un ricamo lieve e sostanzioso, ma pieno di calore e di fa-scino spirituale. Le preghiere vocali acquistano pertanto anch'esse il loro pieno risalto: anzitutto l'orazione domenicale, che dà al rosario tono, so-stanza e vita, e, venendo dopo l'annuncio dei singoli misteri, sta a segnare il passaggio da una decina all'altra; poi la salutazione angelica, che porta in sé gli echi della esultanza del cielo e della terra intorno ai vari quadri della vita di Gesù e di Maria; e infine il trisagio, ripetuto in adorazione profonda alla Santissima Trinità. Oh! sempre bello, così, il rosario del fanciullo innocente e del-l'ammalato, della vergine consacrata al nascondimento del chio-stro o all'apostolato della carità, sempre nell'umiltà e nel sacrificio, dell'uomo e della donna padre e madre di famiglia, nutriti di alto senso di responsabilità nobili e cristiane, di modeste famiglie fede-li alla antica tradizione domestica: di anime raccolte in silenzio, e astratte dalla vita del mondo, a cui hanno rinunziato, e pur tenu-te sempre a vivere col mondo, ma come anacoreti, fra le incertezze e le tentazioni. Questo è il rosario delle anime pie, che recano viva la preoccu-pazione della propria singolarità di vita e di ambiente.

Preghiera sociale e solenne. 999. Nell'atto di rispettare questa antica, consueta e commovente forma di devozione mariana, secondo le personali circostanze di ciascuno, mi è permesso per altro di aggiungere che le trasforma-zioni moderne, sopravvenute in ogni settore della umana conviven-za, le invenzioni scientifiche, lo stesso perfezionamento della organizzazione del lavoro, conducendo l'uomo a misurare con mag-gior ampiezza di sguardo e penetrazione di accorgimento la fisio-nomia del mondo attuale, vengono destando nuove sensibilità anche circa le funzioni e le forme della preghiera cristiana. Ormai ogni anima che prega non si sente più sola, ed occupata esclusivamente dei propri interessi di ordine spirituale e temporale, ma avverte, più e meglio che per il passato, di appartenere a tutto il corpo so-ciale, di cui partecipa la responsabilità, gode dei vantaggi, teme le incertezze e i pericoli. Questo del resto è il carattere della preghie-ra liturgica del messale e del breviario: ad ogni suo tocco, segnato dall'« oremus», che suppone pluralità e moltitudine tanto di chi prega, quanto di chi attende esaudimento e per cui la preghiera ècompiuta. è la folla che prega in unità di supplicazione per tutta la fraternità umana, religiosa e civile. Il rosario di Maria adunque viene assunto ad elevazione di gran-de preghiera pubblica ed universale in faccia ai bisogni ordinari e straordinari della chiesa santa, delle nazioni e del mondo intero. 1000. Vi furono epoche difficili nella storia dei popoli, per la suc-cessione di avvenimenti che segnarono in note di lacrime e di san-gue le variazioni degli Stati più potenti dell'Europa. è ben noto a quanti seguono dal punto di vista storico le vicen-de delle trasformazioni politiche, la influenza esercitata dalla pie-tà mariana, a preservazione da minacciate sventure, a ripresa di prosperità e di ordine sociale, a testimonianza di spirituali vittorie ottenute.

Monumento di pietà e di arte a Venezia. 1001. Sempre menore della mia città diletta di Venezia, che mi offrì per sei anni tanto care occasioni di buon ministero pastorale, amo segnalare a motivo di vivo compiacimento, che mi tocca il cuore, il restauro oggimai compiuto della sontuosa Cappella del Ro-sario, decoro preclarissimo della Basilica dei Santi Giovanni e Paolo dei Padri Domenicani di là. è un monumento che splende con molto onore fra i tanti che a Venezia affermano nei secoli le vittorie della fede, e corrisponde a quegli anni precisamente, che seguirono il Concilio Tridentino, segnando - dal 1563 al 1575 - il fervore caratteristico diffuso su tutta la cristianità, in onore del rosario di Maria, da allora in-vocata nelle litanie sotto il titolo di «Auxilium christianorum ».

Ancora e sempre: invocazione di pace universale. 1002. O rosario benedetto di Maria, quanta dolcezza nel vederti sollevato dalle mani degli innocenti, dei sacerdoti santi, delle ani-me pure, dei giovani e degli anziani, di quanti apprezzano il valore e l'efficacia della preghiera, sollevato dalle folle innumerevoli e pie come emblema, e come vessillo augurale di pace nei cuori e di pace per tutte le genti umane!Dire pace in senso umano e cristiano significa penetrazione ne-gli animi di quel senso di verità, di giustizia, di perfetta fraternità fra le genti, che dissipa ogni pericolo di discordia, di confusione, che compone le volontà di tutti e di ciascuno sulle tracce della evan-gelica dottrina, sulla contemplazione dei misteri e degli esempi di Gesù e di Maria, divenuti familiari alla devozione universale: sullo sforzo di ogni anima, di tutte le anime, verso l'esercizio perfetto della legge santa, che, regolando i segreti del cuore, rettifica le azioni di ciascuno verso il compimento della cristiana pace, delizia del vi-vere umano, pregustamento delle gioie immanchevoli ed eterne.

Un saggio di rosario meditato. 1003. Diletti fratelli e figli. Su questo argomento del rosario di Ma-ria inteso come supplicazione mondiale per la pace del Signore e per la felicità anche quaggiù delle anime e dei popoli, il cuore mi sugge-rirebbe altre pie considerazioni suadenti e toccanti. Ma preferisco offrire alla vostra attenzione, come a complemento di questa lettera apostolica, un mio piccolo saggio di devoti pensieri, distribuiti per ogni decina del rosario, con riferimento alla triplice accentuazione - mistero, riflessione e intenzione - di cui ho accennato sopra. Queste note semplici e spontanee possono ben convenire allo spi-rito di molti particolarmente inclinati a superare la monotonia del semplice recitare. Forme utili ed opportune ad edificazione perso-nale più viva, a più acceso fervore di supplica per la salute e per la pace di tutte le genti. 1004. Questo ultimo pensiero è per S. Giuseppe. La sua cara fi-gura più volte appare nei misteri gaudiosi del rosario. Ma ricordo che il grande pontefice Leone XIII, nel fervore delle sue raccoman-dazioni, per ben tre volte - nel 1885, nel 1886, nel 1889 - lo pre-sentò alla venerazione dei fedeli del mondo intero, insegnando quella preghiera « A te, o beato Giuseppe», che mi è tanto più ca-ra, perché appresa nei fervori della mia felice infanzia. Ancora una volta lo raccomando, invitando il Custode di Gesù e lo Sposo purissimo di Maria ad avvalorare con la sua intercessio-ne i miei voti, le mie speranze. Auguro, infine, di tutto cuore che questo mese di ottobre riesca, come vuol essere, una successione continuata e deliziosa per le anime pie di mistica elevazione presso colei che l'ufficiatura del rosario, nel suo conchiudersi, ancora e sempre acclama la «Beata Mater, et intacta Virgo gloriosa, Regina mundi » 4 ad universale pace e consolazione. Castel Gandolfo, 29 settembre 1961 - Festa di san Michele ar-cangelo. Ioannes XXIII PP.

 

1961

PICCOLO SAGGIO DI DEVOTI PENSIERI DISTRIBUITI PER OGNI DECINA DEL ROSARIO

MISTERI GAUDIOSI

Annunciazione dell'Angelo a Maria.

1005. Primo punto luminoso, questo, a congiungere cielo e ter-ra: primo di quelli che sono i più grandi avvenimenti, nei secoli. Il Figlio di Dio, Verbo del Padre, «per cui tutto fu fatto quanto fu fatto» (Gv 1,3) nell'ordine della creazione, assume in questo mistero l'umana natura, egli stesso diventa uomo, pur di potere, dell'uomo e dell'umanità intera, essere il redentore, il salvatore. Maria Immacolata, fiore della creazione, il più bello, il più fra-grante, col suo «Ecco l'ancella del Signore» (Lc 1,38) dato in ri-sposta alla voce dell'Angelo, accetta l'onore della divina maternità, la quale nell'istante stesso si compie in lei. E noi, nati un giorno col nostro padre Adamo, già figli adottivi di Dio, quindi decaduti, torniamo oggi altrettanti fratelli, figli adottivi del Padre, restituiti all'adozione con la redenzione che s'inizia. Noi saremo, ai piedi della croce, figli di Maria con quel Gesù che oggi da lei vien conce-pito. Sarà, da oggi, «mater Dei», e poi «mater nostra». Oh sublimità, oh tenerezza del primo mistero! 1006. A rifletterci, il nostro dovere principale, continuo, sta nel ringraziare il Signore, che si è degnato di venire a salvarci, perciò si è fatto uomo, uomo nostro fratello: con noi si è associato alla condizione di figlio di donna, di questa donna facendoci, ai piedi della croce, figli di adozione. Figli adottivi del Padre Celeste, ci ha voluti figli della stessa madre sua. Intenzione di preghiera, nella contemplazione di questo che è il primo quadro offerto alla nostra contemplazione, oltre la peren-nità abituale del ringraziamento, sia uno sforzo, ma sincero, ma reale, di umiltà, di purezza, di carità viva, altrettante virtù delle quali la Vergine benedetta porge a noi così prezioso esempio.

2. Visita di Maria alla cugina Elisabetta.

1007. Che soavità, che grazia, in codesta visita di tre mesi, fatta da Maria alla diletta cugina! L'una e l'altra, depositarie di una ma-ternità imminente: per la Vergine madre, la maternità più sacra che sia possibile anche soltanto immaginare sulla terra. Una dolcezza d'armonia si alterna nei due canti che si intrecciano: