IL GIORNALE DELL'ANIMA
e altri scritti di pietà
di GIOVANNI XXIII

Esercizi e note spirituali
1895-1963(La sintesi cronologica, in fondo al libro pag 281)
1895-1900 In seminario a Bergamo
1895
REGOLE DI VITA DA OSSERVARSI DALLA GIOVENTÙ CHE DESIDERA FAR PROFITTO NELLA VIA DELLA PIETÀ E DEGLI STUDI
Nugae quae in ore saecularium nugae sunt, in ore sacerdotum blasphemiae. (Traduzione: Le frivolezze, che sulla bocca dei secolari sono semplicemente frivolezze, sulla bocca dei sacerdoti sono bestemmie).
Sic decet omnino clericos in sortem Domini vocatos vitam moresque suos omnes componere, ut habitu, gestu, incessu, sermone, aliisque omnibus rebus, nil nisi grave, moderatum ac religione plenum prae se ferant; levia etiam delicta, quae in ipsis maxima essent, effugiant, ut eorum actiones cunctis afferant venerationem (Ex act. Concilli Tridentini, Sessio XXII, decretum de reformatione, c. 1). (Traduzione: Occorre pertanto che i chierici, scelti dal Signore, regolino in tal modo la loro vita e la condotta che nell’abito, nel gestire, nel portamento, nel parlare ed in ogni altra manifestazione nulla lascino trasparire che non sia austero, moderato e ispirato alla virtù della religione; scansino i peccati anche lievi, che in essi apparirebbero gravi, acciocchè le loro azioni suscitino in tutti venerazione)
Bonum est viro cum portaverit iugum ab adolescentia sua (Lam 3,27). (Traduzione: E’ bene per l’uomo portare il giogo fin dall’adolescenza)
Primo e principal fondamento: eleggersi un direttore spirituale dei più esemplari, prudenti e dotti, col quale si abbia una totale confidenza, e dipendere da lui in tutto e dai suoi consigli e direzione con piena confidenza.
Ogni giorno: 2. 1. Fare almeno un quarto d'ora di orazione mentale, subito levato dal letto la mattina. 2. Ascoltare, o meglio servire, la santa messa. 3. Fare un quarto d'ora di lezione spirituale. 4. Avanti di andare a letto, la sera, fare l'esame generale della coscienza, coll'atto di contrizione, e preparare i punti per la meditazione del dì seguente. 5. Avanti pranzo o avanti cena, o almeno avanti l'esame generale della sera, fare un altro esame particolare sopra il liberarsi da qualche vizio o difetto, o sopra l'acquisto di qualche virtù. 6. Essere diligente alla congregazione la festa, alla scuola ed ai circoli nei dì feriali, e dare sempre il suo tempo conveniente allo studio in casa. 7. Visitare il Ss. Sacramento e qualche chiesa o cappella divota alla beata Vergine, almeno una volta. 8. Recitare cinque Pater e Ave alle cinque piaghe di Gesù Cristo tra le diciotto e le ventuna ora, e fare almeno tre atti di mortificazione o virtù ad onore di Maria Vergine. 9. Recitare le altre orazioni vocali ed altre solite divozioni a Maria Vergine, a san Giuseppe, ai santi avvocati ed anime del purgatorio; le quali però dovranno essere approvate dal proprio direttore; così anche libri per la meditazione e lezione spirituale. 10. Leggere con attenzione e riflessione un capitolo intero, o almeno una parte, del divotissimo libro di Tommaso da Kempis latino. Lì per osservare stabilmente le suddette cose, farsi una distribuzione delle ore del giorno, ed ivi assegnare il suo determinato tempo all'orazione, allo studio, alle altre divozioni, alla ricreazione ed al sonno, consultando[si] prima di tutto col direttore. 12. Assuefarsi ad alzare spesso la mente a Dio, con brevi ma ferventi orazioni giaculatorie.
Ogni settimana: 3. 1. Confessarsi e comunicarsi. 2. Digiunare il venerdì e il sabato. 3. In detto giorno fare qualche penitenza, col consiglio del padre spirituale. 4. Nel medesimo giorno fare un quarto d'ora di orazione o lezione spirituale oltre la solita, e questo, se si può, ritirato in qualche chiesa. A questo potrà supplirsi col fare o assistere a qualche conferenza spirituale, o con altra opera di pietà sostituita dal direttore, a suo arbitrio. 5. Discorrere, sedendo o passeggiando con uno opiù compagni, di cose buone e spirituali. L'argomento da discorrersi potrebbe prendersi dalla meditazione fatta la mattina, o dalla lezione spirituale, o da alcune di queste regole, comunicandosi vicendevolmente i buoni sentimenti avuti, o che saranno suggeriti allora dal Signore, a modo di conferenza familiare. 6. Ogni sabato raccontare, o sentire da alcuno, qualche esempio o miracolo di Maria santissima, facendovi sopra qualche riflesso morale e divoto. 7. Fare sempre le sue scuse sincere al direttore se si manca in alcune delle suddette cose; dire al medesimo la propria colpa di ogni altro mancamento contro questa regola, e dimandarne qualche penitenza.
Ogni mese: 4. 1. Scegliere un giorno di maggior ritiro ed esaminarsi più di proposito circa l'emendazione dei difetti ed il profitto nella virtù e l'osservanza di queste regole. 2. Eleggere un giovane dei più esemplari e zelanti, e pregarlo che osservi bene sopra i nostri andamenti e dei difetti che in noi vedrà, ci avvisi con sincerità e carità, determinando per questi avvisi il suddetto o più prossimo giorno. 3. Fatto questo, andare dal padre spirituale e seco conferire della suddetta cosa ed altre particolarità che potranno occorrere; ricevere i suoi avvisi ed essere puntuale nell'eseguirli. 4. Avere a caro che dei propri mancamenti ne sia avvisato il direttore. 5. Avere un santo avvocato ogni mese, oltre gli altri.
Ogni anno: 5. 1. Fare gli Esercizi spirituali qui in seminario, nel carnevale o in altro tempo o luogo, ancorché non vi sia necessità per le ordinazioni; ed essendovi legittimo impedimento, conferire col proprio direttore. 2. In tal tempo, o altro più comodo, fare la confessione generale o annuale. 3. Conferire col direttore avanti di andare alle vacanze e per sapere come governarsi in esse. 4. Avanti le suddette vacanze dare agli altri compagni e ricevere qualche ricordo, per passarle bene nel Signore.
Ogni tempo: 6. 1. Guardarsi più che da qualunque gran male, dai compagni cattivi o poco buoni, quali sono, dicevasi, chi ha in bocca equivoci impuri, parole sporche, mordaci e lombarde, chi pratica volentieri con persone di diverso sesso e discorre di amoreggiamenti; chi frequenta le osterie o è intemperante nel bere principalmente; chi vuol farsi stimare come uomo vendicativo, armigero e facinoroso; chi passeggia o sta ozioso in sulle piazze e sulle botteghe; chi va ai ridotti di giuochi o giuoca anche in privato alle carte o ai dadi, e generalmente chi si dà a conoscere giovane contrario alla buona disciplina, nemico dello studio e trasportato per i passatempi. 2. Non trattare mai, o giuocare, o scherzare, o in qualunque altro modo usar con troppa familiarità con donne di qualunque condizione, età o parentela esse siano; e non dare mai ad esse una minima confidenza, che potrebbe essere in alcuna maniera pericolosa o sospetta. 3. Non giuocare mai a giuochi proibiti e nemmeno ai leciti, principalmente di carte o dadi, e meno ancora in pubblico e dove concorre ogni sorta di gente, e nemmeno trattenervisi a vedere. 4. Per nessun titolo o pretesto darsi del tu, mettersi le mani addosso, corrersi dietro, urtarsi, percuotersi, nemmeno per scherzo, né usarsi altri atti o parole o gesti di leggerezza che generi disprezzo o altro maggior pericolo. 7. 5. Avere una somma premura di conservare il bel giglio della purità, e perciò custodire bene i sentimenti, massime gli occhi, non fissandoli mai in volto a donne o ad altri oggetti pericolosi; e guardarsi dal mangiare o bere troppo o fuori di pasto, e dallo stare in ozio. 6. Fare professione particolare di umiltà e perciò riflettere spesso che, del nostro, non abbiamo che putredine, in quanto al corpo; ignoranza e peccati, in quanto all'anima; e che, se c'è qualche cosa di bene di natura, fortuna e grazia, è una limosina che Dio ci dà. Guardarsi però dal dir parola di propria lode e dal desiderare di essere stimati più o al pari degli altri. 7. A queste due virtù far sempre andar dietro la regina di tutte, la carità; e per esercizio di questa virtù servirà principalmente il sopportare le ingiurie e l'esser facile e pronto a perdonarle di vero cuore; essere amorevole coi poveri massime e guardarsi dall'interesse e desiderio di roba o troppo attacco al denaro. 8. Pregare il Signore per la conversione dei peccatori in generale e in particolare, e massime di quelli della congregazione del seminario, se alcuno ve ne ha; e tentare tutti quei mezzi che potessero a ciò giovare, consigliandosi anche, occorrendo, nei casi particolari, con persone segrete e prudenti e col proprio direttore, per rimediare colla maggior soavità e segretezza possibile, levando il male e lo scandalo, senza infamia del malfattore. 9. Avanti dal partire dal seminario, finiti gli studi, consigliarsi col direttore circa gli impieghi e le regole da tenersi nel rimanente della vita.
Regole particolari per i giovani che sono in abito ecclesiastico 8. 1. Chi è in abito ecclesiastico dovrà molto più di proposito attendere al proprio profitto ed a procurare il bene e la salute del prossimo, come obbligo indispensabile di questo stato. 2. Andrà sempre in città e nei borghi coll'abito lungo; ed in villa e per viaggio, che la veste corta sia in tutto sinodale sempre e modesta; ed anche in casa starà sempre con decenza e con la divisa da ecclesiastico. 3. Userà pulizia, ma senza vanità degli abiti e della persona; amerà la modestia, la gravità, il decoro ed il silenzio nelle sacre funzioni, nelle chiese e sagrestie; e perciò si farà ben pratico dei sacri riti; osserverà le altre costituzioni ecclesiastiche proprie dello stato, e professerà particolare obbedienza al suo vescovo. 4. Attenderà più di proposito allo studio, né partirà dal seminario se non terminati i corsi, per rendersi abile il più che sarà possibile per il servizio di Dio e per la salute dei prossimi, col predicare, confessare e altre simili sante occupazioni, a misura del talento (Mt 25,14-28). 5. Non ambirà mai, né pretenderà posti o benefici più onorevoli o più pingui o più lucrosi, ma in cosa di tanto rilievo e pericolo starà sempre con indifferenza rassegnato alla volontà di Dio, al giudizio dei superiori e al consiglio del proprio direttore. Perciò non dovrà avere mai questo fine e intenzione nei suoi studi e nelle buone operazioni, perché perderebbe tutto il merito, né mai acquisterebbe virtù soda nè quella pace e quiete d'animo che « exuperat omnem sensum » (Fil 4,7) « Quicumque hanc regulam secuti fuerint, pax super illos et misericordia » (Gal, 16).
Avvertenze [al Direttore] 9. Si raccomanderà agli ecclesiastici, massime se fossero in sacris, l'uso della cinta avvertendoli che questa conferisce molto alla perseveranza e al buon esempio; e che è parte dell'abito sinodale; ed in passato uso di tutti, e anche al presente, dei più esemplari ed osservanti, quali devono essere tutti. «Adversus regulam nihil scire, omnia scire est »
Addizioni
1. In occasione di qualche particolar bisogno di alcuno dei... tutti dovranno fare orazione per lui ed applicare una comunione. 2. Dovrà pure ognuno, in occasione che farà la visita alla beata Vergine o in altro tempo, recitare ogni giorno per tutti gli altri... tre Ave Maria all'Immacolata Concezione, a fine di ottenere e conservare il dono importantissimo della santa amabilissima purità, ossia castità. 3. Dovrà, anche chi non è sacerdote, fare ogni mese la comunione per tutti gli altri, affinché perseverino stabilmente nell'osservanza delle Antiche Regole, in una vera divozione per sé, e zelo ardente ed instancabile per il bene spirituale degli altri. I sacerdoti poi applicheranno ogni anno una messa nel giorno che loro sarà assegnato per il medesimo fine, specialmente per la conservazione e buoni progressi dei... in soddisfazione delle colpe di tutti e per ottenere a tutti una vera contrizione dei propri peccati e la salute eterna. 4. In caso di morte di alcuno dei..., chi non sarà sacerdote dovrà recitare un uffizio da morto, udire una messa, recitare una terza parte del rosario, digiunare un sabato o altro giorno e fare una comunione, con applicare una messa più presto che potrà, e qualche indulgenza.
DUE SANTI DA IMITARE, DUE PREGHIERE DA RENDERSI FAMILIARI
Triduo a san Francesco Saverio. 30 novembre 10. 1. Imitarlo nella sua profondissima umiltà, nell'attendere alla cognizione di noi stessi, delle nostre miserie quanto all'anima e quanto al corpo; procurando nei nostri studi e atti buoni non la stima, l'onore, la riputazione degli uomini, ma solamente Iddio, la sua gloria, e il bene nostro e quello delle anime. 2. Imitarlo nella sua mortificazione, contrariando più che sia possibile alla nostra volontà, ai nostri capricci ed anche mortificandoci un po' esternamente, col non cercare nel sederci o inginocchiarci la più comoda positura, ma contentarci di quella che una volta si è presa, col frenare la sfrenata voglia di guardare, sapere, parlare ecc. 3. Ad imitazione del suo zeIo per la gloria di Dio e salute delle anime, assistere con particolare e straordinaria penetrazione interna e fede alla santa messa, offrendola per la salute, prosperità e incolumità del Sommo Pontefice, per il trionfo della Chiesa, per la conversione degli infedeli e per acquistarci noi pure quello spirito di ardore, di pietà, di umiltà, di sacrificio, di disprezzo di tutto ciò che è mondo, di cui i nostri padri ci diedero sì grandi e luminosi esempi.
Quattriduo ad onore di s. Francesco di Sales 25 gennaio [1895] 11. Onoriamo questo gran santo: 1. Imitandolo nella sua dolcezza, con usare con tutti giovialità, piacevolezza, allegria, unita però sempre con la gravità e modestia, specialmente con quelli i quali ci hanno usato qualche disgusto, con quelli che non ci vanno a genio, coi tribolati e tentati, angustiati, ecc., procurando se mai di poterli condurre a Dio. 2. Imitandolo nella severità che egli sempre usò con se stesso, col calpestare, infrangere, rinnegare più che possiamo la nostra volontà e il nostro giudizio. 3. Nel suo amore verso Dio, imitiamolo con lo spesso offrirci a Dio con atti di offerta di noi stessi, e col protestarci pronti e disposti a fare quanto si degnerà di farci conoscere voler egli da noi in questi santi Esercizi, pregando intanto divotamente perché facciamo bene noi e gli altri. 4. Finalmente imitiamolo nella sua carità verso il prossimo, col pregare per i peccatori, per il buon esito delle missioni cattoliche, pel Sommo Pontefice e per il trionfo della Chiesa.
Oratio pro beneplacito Dei perficiendo 12. Concede mihi, benignissime Iesu, gratiam tuam, «ut mecum sit et mecum laboret» (Sap 9,10), mecumque usque in finem perseveret. Da mihi hoc semper desiderare et velle quod tibi magis acceptum est, et carius placet. Tua voluntas mea sit, et mea voluntas tuam semper sequatur, et optime ei concordet Sit mihi unum velle et nolle tecum; nec aliud posse velle aut nolle, nisi quod tu vis et nolis. Da mihi omnibus mori quae in mundo sunt: et propter te amare contemni et nesciri in hoc saeculo. Da mihi super omnia desiderata in te requiescere, et cor meum in te pacificare. Tu vera pax cordis, tu sola requies; extra te dura sunt omnia et inquieta. «In hac pace, in idipsum, hoc est in te uno summo aeterno bono, dormiam et requiescam» (Sal 4,9). (Traduzione : Preghiera per adempiere il beneplacito di Dio. Concedimi, Gesù benignissimo, la tua grazia, «la quale sia con me e con me lavori », e m'accompagni sino alla fine. Dammi che io sempre quello desideri ed ami che t'è più accetto, ed hai più caro e ti piace. Il tuo volere sia il mio; e questo al tuo venga dietro sempre e gli si accordi perfettamente. Abbia io teco un volere e un disvolere; nè altro possa volere nè disvolere fuor solamente quello che tu vuoi o disvuoi. Dammi ch'io muoia a tutte le cose del mondo, e ch'io ami d'esser disprezzato per te, e vivere sconosciuto nel secolo. Dammi ch'io sopra tutte le cose desiderate in te mi riposi, e in te dia pace al mio cuore. Tu sei vera pace del cuore, tu unica requie: fuori di te tutto è duro ed inquieto. «In questa medesima pace, cioè in te bene sommo ed eterno, io prenderò sonno e riposo».
Oratio ad Iesum Christum 13. Domine Iesu Christe, qui me indignum et miserabilem famulum tuum, Angelum Iosephum, nullis meis meritis, sed sola charitate tua in clericalem sortem vocare dignatus es, concede mihi, obsecro, per intercessionem sanctissimae et dilectissimae meae matris Mariae Immaculatae, et omnium sanctorum caelestium patronorum meorum, quorum pietati me recommendo, ut caritatis tuae sicut dilectus tuus Ioannes igne accensus, et omnibus virtutibus humilitate praecipue exornatus, animam et corpus omnesque actus meos ad augendam gloriam nominis tui et sponsae tuae Ecclesiae Catholicae consecrare valeam et corda omnium hominum infiammare amore tuo, quo te solum diligant, tibi soli serviant et restituatur in mundo regnum tuum, cuius tu sis rex aeternus, benedictus charitatis et pacis, qui simul vivis et regnas cum Deo Patre in unitate Spiritus Sancti Deus per omnia saecula saeculorum. Amen. (Traduzione: preghiera a Gesù Cristo: O Signore Gesù Cristo, che, senza alcun merito da parte mia e solo in grazia della tua carità, ti sei degnato di annoverare me indegno e miserabile tuo servo, Angelo Giuseppe, nella schiera dei chierici, ti scongiuro, per intercessione della santissima e dilettissima madre mia, Maria Immacolata, e di tutti i santi patroni celesti, alla cui pietà mi raccomando, di concedermi che, acceso del fuoco del tuo amore, come il tuo diletto Giovanni, e ornato di tutte le virtù, principalmente di umiltà, io riesca a consacrare anima e corpo ed ogni mio atto alla grande missione di aumentare la gloria del tuo nome e della Chiesa cattolica, tua sposa; e sappia infiammare i cuori di tutti gli uomini del tuo amore, per cui amino solo te, te soltanto servano e si instauri nel mondo il regno tuo, di cui tu, che con Dio Padre e lo Spirito Santo, uno Dio, vivi e regni nei secoli, sia re eterno e benedetto di carità e di pace. Amen.
CONGREGAZIONE DELL'ANNUNCIAZIONE E DELL'IMMACOLATA - «REGOLINE»
Metodo di vita per un chierico che vuoi avanzarsi nella via della perfezione Ogni giorno: 14. 1. Fare almeno un quarto d'ora di meditazione. 2. Ascoltare o meglio servire la santa messa. 3. Fare un po' di lezione spirituale, e il libro sarà la vita di qualche santo, o almeno un trattato di cose spirituali. 4. Fare la visita al Ss. Sacramento, e in questo mentre visitare qualche altare di Maria santissima. 5. Leggere qualche punto del divoto Kempis latino. 6. Fare senza fallo l'esame generale la sera col pentimento. 7. Farete l'esame particolare. 8. Avvezzatevi a tener innalzata la mente a Dio con divote giaculatorie. Le principali saranno: Sia fatta, o Signore, la vostra volontà. - Gesù mio, misericordia. - Maria, aiutatemi. - «Non nobis Domine, non nobis, sed nomini tuo da gloriam» (Sal 15,1). 9. Reciterete la terza parte del rosario e qualche parte dell'ufficio di Maria.
Ogni settimana: 15. 1. Userete diligenza alla congregazione e al circolo. 2. Confessatevi e comunicatevi secondo il parere del direttore. 3. Digiunate il venerdì e il sabato ad onore della passione di Gesù Cristo e di Maria santissima. 4. Unitevi qualche volta con altri buoni compagni a discorrere di cose spirituali, e comunicatevi qualche buon sentimento che faccia odiare il vizio ed amare la virtù.
Ogni mese: 16. 1. Sceglietevi un giorno per prepararvi alla buona morte e in questo esaminatevi più di proposito sull'emendazione dei propri difetti e circa le virtù e l'osservanza di queste regoline. 2. Leggete più volte queste regoline e per questo sarà bene unirvi con altri e vederne l'osservanza. 3. Farete confidentemente confidenza col direttore, e in questo regolatevi secondo i suoi consigli.
Ogni anno: 17. 1. Preparatevi sempre alle principali solennità con fervorose preghiere; prima che comincino le rispettive novene sarà bene unirsi con altri e determinare le cose da fare. In ciò consultare sempre il proprio direttore. 2. Farete le novene, e le principali saranno quelle di Pentecoste, del Sacro Cuore di Gesù, del Natale e delle principali feste di Maria santissima, quelle dell'angelo custode e di san Giuseppe. 3. Prima di partire dal seminario per le vacanze conferite col direttore sul modo di passarle bene nel Signore. 4. Farete gli Esercizi spirituali e la confessione annuale.
Ogni tempo: 18. 1. Avrete particolare amore fra i compagni, il quale amore scambievolmente da Dio venga e a Dio tenda. 2. Raccomandatevi vicendevolmente al Signore soprattutto in qualche bisogno particolare e quindi farete una comunione ogni mese per i compagni. 3. Correggetevi a vicenda i propri difetti e chi verrà corretto reciti tre Ave Maria per il correttore. 4. Ciascuno dovrà procurarsi un correttore tra i compagni. 5. Ottima cosa sarà nelle vacanze scriversi qualche lettera incoraggiandosi a perseverare nel bene e specialmente nell'incontro di qualche novena. 6. Nessuno si porrà le mani addosso. Non si daranno del tu, né si proferiranno parole lombarde e molto meno immodeste; e sentendole proferire da altri si fugga e si mostri di non aderire a simili discorsi. 7. Si fuggano come vipere i cattivi compagni, e principalmente quelli che criticano la virtù, i buoni, gli esemplari, mettendoli in canzone. 8. Si temeranno moltissimo i rispetti umani. Nulla di male si farà e nulla di bene si ometterà per rispetto o riguardo di sorta. 19. 9. Si avrà grande amore a quella virtù, decoro della vita specialmente ecclesiastica, stella del sacerdozio: la purità. Perciò si custodiranno i propri sentimenti, specialmente gli occhi, si fuggirà la compagnia delle donne, dei giovani discoli e si fuggirà l'ozio. 10. Non si leggeranno libri i quali minimo segno abbiano di immodestia: anzi prima di leggerli che siano in tutto permessi dal direttore, specialmente in genere di poesia. 11 Non si frequentino i pubblici spettacoli, le fiere, i profani discorsi, le feste pompose. Non si canteranno canzoni. 12. Per custodire la virtù della purità si avrà grande amore verso Maria santissima e ad onor suo si reciteranno tre Ave Maria per sé e per i compagni, offrendole e dimandandole questa virtù. 13. Si digiunerà nelle feste principali di Maria, e si avrà grande divozione all'angelo custode e a san Luigi Gonzaga, ad onor del quale si faranno le sei domeniche e un triduo avanti la sua festa. 14. La divozione principale sarà verso il Ss. Sacramento: perciò grande raccoglimento in chiesa, e specialmente quando sarà esposto. Si riceva più spesso che si può, colla maggior disposizione e devozione possibile, con lungo ringraziamento. Si visiterà spesso godendo di fargli compagnia. 15. Si vestirà secondo i sinodi: senza varietà e pompa, non badando alle dicerie di qualunque sorta e ricordandosi di quel detto: «Qui vult venire cum Christo persecutionem patiatur» (2Tim 3,12 e Lc 9,23). 16. Portandosi alle funzioni si avrà sempre la veste talare addosso. 17. Si sarà sempre assidui alle medesime funzioni, portandosi con gran divozione. Così facendo si verificherà di noi quel detto: «Adolescens iuxta viam suam etiam cum senuerit non recedet ab ea» (Prov 22,6).
Pratiche pel mese di maggio: 20. Destinato voi dalla Divina Provvidenza ad onorare la gran Madre di Dio a nome dei vostri compagni, ben vedete quale ha da essere il vostro fervore. Se mai vi fu tempo in cui ne aveste, questo ha da essere certamente. Eccovi pertanto alcune pratiche: 1. La mattina appena svegliato, offrite il vostro cuore unitamente a quello dei vostri compagni a Maria, protestando che volete esserle divotissimo specialmente, in questo giorno. Offrite a lei il bene che in questo giorno farete e pregatela a benedirvi con tutti i vostri compagni. 2. La sera, prima di coricarvi, offritele tutto il bene fatto, per mezzo di san Luigi e di san Stanislao, affinché per i meriti loro le torni più gradito e venga da essi santificato. Dimandatele perdono del vostro mal servigio, datele in cambio una volontà risoluta di volerla servir meglio per l'avvenire sino alla morte, per il qual punto invocate la sua assistenza. 3. Al batter di ogni ora, o all'accorgervi che siano battute, portatevi in spirito al trono di Maria e prostrati innanzi a lei recitate un'Ave Maria, offrendole il vostro essere con quello dei vostri compagni, con una piccola mortificazione a vostro arbitrio. 4. Farete, oltre la solita, due visite al Ss. Sacramento e due a Maria santissima, impiegando una mezz'ora per tutte e due. Adorate in questo momento quel Gesù che è Figlio unigenito del divin Padre e Figlio unigenito di Maria. Amatelo e protestategli di voler amare solo lui e sempre; e di non volerlo mai neppure menomamente offendere a costo della morte. 5. Fate una comunione spirituale e domandate a Gesù mille grazie, specialmente un grande amore verso di lui e una tenera divozione a Maria santissima, per voi e per i vostri compagni. Pregate pure per tutta la camerata. Nella visita a Maria santissima, fate atti di ringraziamento alla santissima Trinità che l'abbia così esaltata e di congratulazione a lei per questo suo privilegio, protestandovi di volerla amare con tutto il cuore e di voler essere sempre suo dilettissimo figlio. 21. 6. Fissate una grazia da dimandare ed ottenere in questo giorno da Maria santissima per voi e per i vostri compagni. Domandatela con fervore e colle più umili istanze e la otterrete. Maria è la madre più tenera. 7. Quel sacrificio che il Signore vi domanda e che finora forse gli avete negato offritelo oggi per mano di Maria. 8. Leggete per quattro o cinque minuti qualche cosa di Maria con grande riflessione e quando vi si offre qualche pezzetto di tempo, meditate le sue virtù, i suoi privilegi, le sue grandezze e l'amore che ci porta. Questo è il più utile per voi e il più grato ossequio a Maria santissima e ella vi stamperà nel cuore la sua benedizione. 9. Usate maggior impegno in tutto; siate fervoroso e diligentissimo nelle regole. Diportatevi insomma in maniera che Maria santissima si trovi contenta di ogni vostra minima azione, pensiero, parola, ecc. Parlate, operate, pensate come se Maria vi fosse presente. 10. Fate una mortificazione interna a vostro piacere; le giaculatorie non abbiano numero. Se il vostro fervore vi suggerisce di più, non vi è impedito di farlo. L'ultimo giorno del mese rinnovate il proponimento di crescere sempre più nel fervore. Dimandate a Maria santissima quelle grazie che le avete chiesto nel giorno in cui vi sarà toccato di onorarla. Ringraziatela come se le aveste ricevute; offritele il vostro cuore e quello dei vostri compagni seminaristi, unitamente a quello di san Giuseppe, di san Luigi e di san Stanislao, onde l'offerta le torni più gradita. In questo giorno fissate una pratica da fare in perpetuo in onore di Maria santissima.
Dell'esame particolare: 22. L'esame particolare, così utile per uno che vuol avanzarsi nella virtù, cotanto encomiato dai giusti, e dai santi praticato con sommo rigore, io penso, colla scorta dei sommi uomini, di stabilino in questa maniera: 1. La mattina appena svegliato proponete di guardarvi con diligenza particolare da quel difetto di cui volete emendarvi. 2. Fra la giornata, quando vi accorgete di essere caduto, domandatene subito perdono a Dio con qualche aspirazione o atto interno: e col mettervi la mano al petto proponete di star più attenti in appresso. 3. La sera quando fate l'esame generale, dopo di esservi esaminato generalmente sopra tutti i peccati, date loro uno sguardo particolare. 4. Paragonate il secondo giorno col primo, il terzo col secondo, il quarto col terzo e così via. A questo modo conoscerete se progredite o no nella virtù; se vi arreca alcun pro l'esame particolare. 5. L'esame particolare può farsi anche sopra qualche virtù. Coloro che fanno l'esame particolare e generale, tanto la sera quando si coricano, come pure fra il giorno, raddoppiano i passi e con poco tempo fanno un viaggio più lungo nella carriera della virtù.
Metodo di vita per le vacanze
Ogni giorno: 23. 1. Appena svegliato, alzare la mente a Dio col fare subito un atto di consacrazione a lui. 2. Mentre si veste recitare adagio adagio il salmo: «Deus meus ad te de luce vigilo» (Sal 63,2). 3. Possibilmente in stanza e prima di messa, oppure in chiesa dopo messa, far sempre almeno venti minuti di meditazione. 4. Le ore si reciteranno in tempo di una delle messe. 5. Tutti i giorni assistere alle due messe parrocchiali e servirne almeno una. 6. Fatta la colazione e presa una mezz' oretta di sollievo, il tempo che resterà fino alle il sarà impiegato in parte nello studio ed il meno in una decente ricreazione. Che se talvolta, per necessità, occorrerà fare delle dilazioni, si andrà però molto a rilento per ciò che riguarda le pratiche di pietà. (Nel ms. manca il n. 7). 24. 8. Tutta la giornata sarà un esame particolare continuo, ma questo più applicatamente si farà per almeno tre minuti dalle undici al mezzodì. 9. Circa la stessa ora, prima di desinare, si farà la lezione spirituale che non sarà mai meno di mezz'ora. 10. Dopo il pranzo non dimenticarsi mai della recita dei sei Pater, come si usa in Seminario. 11. Circa le due ore dopo il mezzodì si reciterà il vespro e la compieta, e si farà una divotissima visita a Gesù in Sacramento, la quale non sarà mai meno di venti minuti. 12. Prima di sera si reciteranno il mattutino e le laudi di Maria Vergine, se non si dirà l'ufficio divino con qualche sacerdote; così pure in niuna sera, né per nessuna insufficiente ragione, si mancherà al rosario, il che si compirà pure con gran divozione in famiglia, anche per dare buon esempio. 13. Non coricarsi giammai prima di aver fatto non meno di dieci minuti di esame generale, e prima di aver recitate tutte le orazioni che si recitano ordinariamente anche in seminario.
Ogni settimana: 25. 1. Accostarsi al sacramento della confessione non mai meno di una volta, ed in ciò cercherete quel tempo in cui il confessore abbia maggior libertà di occuparsi sopra di voi. 2. In tutte le feste vi accosterete alla santa comunione e non mai prima della prima messa, acciocché così abbiate maggior tempo di prepararvi. 3. Così pure vi comunicherete in tutti quei giorni assegnati dal confessore; ove questi ciò non facesse, vi comunicherete nei giorni di lunedì, mercoledì, venerdì, come pure in qualche altro giorno speciale. 4. Nel mercoledì farete qualche cosa anche per san Giuseppe, come recitare le solite orazioni, leggere qualche libro che ne parli, fare qualche mortificazione, insomma offrire tutto a lui. 5. Lo stesso che per san Giuseppe, userete nel sabato in onore di Maria santissima, la cui devozione sempre più vi studierete di perfezionare. In tal giorno prolungherete alcun poco la vostra visita alla Vergine, o almeno starete in chiesa per qualche tempo leggendo e meditando cose che vi eccitano ad amare svisceratamente la gran madre di Dio e nostra.
Ogni mese: 26. 1. Nel primo venerdì farete la comunione ad onore del Sacro Cuore di Gesù. 2. Nel quarto lunedì, o nel giorno più vicino e opportuno, almeno fino alle nove ore antimeridiane, farete un po' di ritiro mettendone in scritto il risultato. 3. Farete con speciale divozione le novene che si fanno per il Sacro Cuore, per la Vergine e per gli angeli e in esse procurerete di aumentare il vostro fervore.
Ogni tempo: 27. 1. Serbare la sobrietà con tutti, specialmente con quei di casa. 2. Ubbidire puntualissimamente a tutti coloro che vi sono superiori, né sgridare quelli che sono maggiori di voi. 3. Riceverete amorevolmente le ammonizioni da qualunque siasi persona. 4. Usare in tutto retta intenzione. 5. Accorrere sempre trattandosi di cose spettanti la religione, anche alla più abietta e però mostratevi zelantissimo nell'esecuzione delle sacre cerimonie… 6. Starete per lo più ritirato in casa, oppure in compagnia di qualche sacerdote, memore di quel detto dell'Angelico: «Cellam frequenter dilige si vis in cellam vinariam introduci». Che se vorrete passeggiare non cercherete la gente, né le piazze, ma i luoghi meno frequentati. (Cfr. infra 198, nota 22; 1111-1112]. 7. Fuggirete soprattutto i crocchi, specialmente dove vi siano donne; non sarete mal bisbetico, né altezzoso, ma sempre allegro e amorevole con tutti. 8. Guardatevi dall'ozio, che è l'amo del diavolo. 28. 9. L'umiltà sarà la virtù da praticarsi nelle vacanze; sovra di essa verserà l'esame particolare, osservando scrupolosamente ogni cosa. Le vacanze siano per voi una palestra per l'esercizio di questa virtù sotto qualunque rispetto si consideri, epperò in questi giorni attenderete a mantenere con perfezione i proponimenti che avete fatto in proposito. 10. Quel bene, quegli esercizi di pietà per accrescere nella virtù, che non avete potuto fare in seminario, procurate di compiere nelle vacanze. Del resto siate veramente perfetto nell'esecuzione di quelle regole, che voi, per divina bontà, foste eletto a professare, nel mantenimento di tutti quei proponimenti che avete fatti, nell'attenervi a quelle belle norme che tenete in scritto. 11. Le vacanze, in special modo, siano per voi quei giorni fortunati in cui l'amore, la divozione a Gesù in Sacramento trionfi in voi, vi possegga tutto. Quindi, raccoglimento in chiesa e fuori, visite siano pure brevi ma fervorose, unione con Gesù con infinite giaculatorie ecc. In una parola mettetevi tra le braccia, sul cuore di Gesù sacramentato, e poi lascerete fare a modo suo. Egli vi formerà, vi sveglierà: vi insegnerà tutto ciò che dovete fare; farà di voi, che siete un niente, un suo vero sacerdote, un suo vero amante. Cooperando all'operare in voi della grazia, col contegno esteriore, colle parole, colle opere, voi sarete un vero chierico virtuoso, uno specchio di quel giovanetto che toglieste ad imitare, san Giovanni Berchmans. Così accontenterete Gesù e Maria; coll'esempio sarete di edificazione agli altri, e le vacanze, nonché essere al demonio argomento di vostra rovina, vi serviranno anzi a farvi più buono, a prepararvi come si conviene al regale ministero del sacerdozìo. Jesu, Ioseph et Maria sitis mihi in omni via et in mortis agonia
ALCUNI RICORDI O SENTENZE UDITE O SPIGOLATE QUA E LÀ
29. 1. Diligam te sicut diligor a te (Rom 13, 10). (Traduzione: che io ti ami, come sono amata da te) 2. Plenitudo legis est dilectio (Ibidem). (Traduzione: pieno compimento della legge è l’amore) 3. Finis praecepti est caritas (1 Timoteo 1, 5). (Traduzione: il fine di questo richiamo è la carità). 4. Carissimi diligamus nos invicem quia caritas ex Deo est (1 Io. 4,7). (Traduzione: carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perchè l’amore è da Dio). 5. Ostende mihi caritatem tuam et amorem tuum da mihi. (Traduzione: mosatrami la tua carità e dammi il tuo amore) . 6. Diligam te, Domine, fortitudo mea et refugium meum (Ps. 17, 2-3). (Traduzione: ti amo, Signore, mia forza e moi rifugio). 7. Adversus egulam nihil scire omnia scire est (Tertulliano). (Traduzione: il non conoscere nulla contro la regola di fede è già sapere ogni cosa) 8 Illa studeas magis cavere et vincere, quae tibi frequentius in aliis displicent (Kempis I, xxv). (Traduzione: cerca pure di schivare soprattutto e vincere quei difetti che più spesso ti dispiacciono in altri). 30. 9. Non reputes te aliquid profecisse nisi omnibus inferiorem te esse sentias (Kempis, 2, 2). (Traduzione: non credere d’aver fatto qualche passo innanzi, se non senti che tu sei a tutti inferiore). 10. Si portari vis, porta et alium (Kempis 2, 3, 11). (Traduzione: se vuoi farti portare, porta anche tu gli altri). 11. La vita interiore è un bagno di amore in cui l'anima si immerge (Vianney) 12. Chi non prega è simile a gallina o tacchino che non può levarsi in aria, e se vola alcun poco ricade ben presto (Vianney). 13. Chi ben prega è un'aquila che spazia nell'aria e sembra volersi accostare al sole (Vianney). 14. Non fa bisogno parlar molto per ben pregare. Sappiamo che Dio è là, nei santi tabernacoli; apriamogli il nostro cuore; rallegriamoci della sua santa presenza: è la miglior preghiera cotesta (Vianney). 15. Un prete che ha la sventura di non celebrare in stato di grazia! che mostro! no, non si può comprendere una sì grande malvagità. Bisogna essere crudele, essere barbaro, senza cuore per giungere a tanto (Vianney). 31. 16. Cuiusvis hominis est errare, nullius nisi insipientis in errore perseverare (Cicerone). (Traduzione: di tutti è l’errare, solo nello stolto il perseverare nell’errore). 17. Per dire la messa bisognerebbe essere un serafino. Se si sapesse cos'è la messa se ne morrebbe (Vianney). 18. Il modo di essere buon prete sarebbe il vivere da seminarista (Vianney). 19. Esto humilis et pacificus et erit tecum Iesus (Kempis). (Traduzione: sii umile e pacifico e sarà con te Gesù). 20. O veneranda sacerdotum dignitas in quorum manibus Dei Filius velut in utero Virginis incarnatur (Sant'Agostino). (Traduzione: o venerabile dignità dei sacerdoti, nelle cui mani il Figlio di Dio si incarna, come nel seno della Vergine). 21. Grande ministerium et magna dignitas sacerdotum quibus datum est quod Angelis ipsis non est concessum (Kempis, Iv, v, 3). (Traduzione: Sublime ministero, grande dignità dei sacerdoti ai quali è dato quel che agli Angeli non è concesso). 32. 22. Superbia est regina et mater omnium vitiorum (S. Thomas). (Traduzione: la superbia è regina e madre di tutti i vizi). 23. Dio poteva creare un mondo più bello, ma non poteva dar vita ad una creatura più bella di Maria (Vianney). 24. Si dice male di voi? si dice il vero. Vi fanno dei complimenti? vi burlano (Vianney). 25. L'umiltà è simile alla bilancia. Chi più s'abbassa da una parte più viene innalzato dall'altra (Vianney). 26. Quelli che ci umiliano sono gli amici nostri, e non quei che ci lodano (Vianney). 27. Se noi ci conoscessimo a fondo come Dio ci conosce non potremmo vivere, ne morremmo di terrore (Vianney). 28. Io era assai più fortunato e vivea assai più contento quando ero semplice curato di campagna, di quello che io sia ora mentre seggo sulla sede patriarcale di Venezia. - Così diceva il cardinale Sarto ad un gruppo di chierici mentre egli si trovava in seminario in occasione delle feste centenarie di sant'Alessandro [1898] -. Ecco quanto sono desiderabili in questa terra le dignità, siano pure ecclesiastiche. 33. 29. Ceciderunt stellae de caelis et ego pulvis quid praesumo? (Kempis, 3, 14). (Traduzione: caddero le stelle del cielo e io, polvere, cosa presumo?). 30. È assioma tra i padri della Chiesa: la rovina dei popoli sono i cattivi preti. 31. La scienza non serve se non è unita ad una soda pietà (Maestro Avila) 32. Il miglior modo di predicare con frutto è quello di amare molto Gesù Cristo (Avila). 33. Un'oncia di pace vale più di una libbra di vittoria (Card. Bellarmino). 34. Il più gran rimedio che io conosca contro gli improvvisi movimenti di impazienza è un silenzio dolce e senza fiele. Per poche parole che si dicano, l'amor proprio vi si introduce e sfuggono cose che gettano il cuore nell'amarezza per ventiquattro ore. Quando si sta silenziosi e si sorride di buon cuore, il temporale passa; si soffoca la collera e l'indiscrezione; e si gusta una gioia pura e durevole. (Così san Francesco di Sales che colla dolcezza convertì settantaduemila eretici) 34. 35. Non si può far nulla di un cuore vano e pieno dello spirito di se stesso; egli non è buono né per sé, né per gli altri (San Francesco di Sales). 36. La frugalità è un banco che rende assaissimo (San Pietro Fourier) 37. Tutto ciò che noi diamo in carità alle anime sante del purgatorio si cambia per noi in copia ristoratrice di benedizioni e di grazie (Sant'Ambrogio). 38. In corde contritio, in ore confessio, in opere tota humilitas: haec est fructuosa poenitentia. (Traduzione: nel cuore la contrizione, sulle labbra la confessione, nel servizio piena umiltà: in ciò consiste la fruttuosa penitenza). 39. Noli verbosus esse in multitudine presbyterorum et non iteres verbum in oratione tua (Eccli. 7, 15). (Traduzione: non parlar troppo nell’assemblea degli anziani e non ripetere le parole della tua preghiera). 40. Ubi fuerit superbia, ibi erit et contumelia; ubi autem est humilitas, ibi et patientia (Prov. 11, 2). (Traduzione: dove c’è superbia c’è disprezzo ; dove c’è umiltà c’è anche pazienza). 41. Fili, in mansuetudine opera tua perfice, et super hominum gloriam diligeris. Quanto magnus es, humilia te in omnibus, et co-ram Deo invenies gratiam (Eccli 3, 19-20).
(Traduzione: figlio, nella tua attività sii modesto, sarai amato dall’uomo gradito a Dio. Quanto più sei grande, tanto più umiliati, così troverai grazia davanti al Signore). 42. Verbum dulce multiplicat amicos, et mitigat inimicos (Ibidem 6, 5). (Traduzione: una bocca amabile moltiplica gli amici, un linguaggio gentile mitiga i nemici). 35. 43. In multitudine presbyterorum prudentium sta, et sapientiae illorum ex corde coniungere, ut omnem narrationem Dei possis audire, et proverbia laudis non effugiant a te. ... Ne despicias narrationem presbyterorum sapientium, et in proverbiis eorum conversare; ab ipsis disces sapientiam, et doctrinam intellectus, et servire magnatis sine querela (Eccli 6, 35; 8, 9-10). (Traduzione: frequenta le riunioni degli anziani; qualcuno è saggio? Unisciti a lui; ascolta volentieri ogni parola divina e le massime sagge non ti sfuggano. Non disdegnare i discorsi dei sapienti, medita piuttosto le loro massime, perché da essi imparerai la dottrina e potrai essere a servizio dei grandi). 44. Non omni homini cor tuum manifestes, ne forte inferat tibi gratiam falsam, et convitietur tibi (Eccli 8, 22). (Traduzione: con un uomo qualsiasi non aprire il tuo cuore, ed egli non abbia a portar via il tuo bene). 45. …Et qualis rector est civitatis, tales et inhabitantes in ea (Eccli 9, 2). (Traduzione: quale il governatore del popolo, tale i suoi ministri). 46. Priusquam audias, ne respondeas verbum, et in medio sermonum ne adiicias loqui (Eccli 11, 8). (Traduzione: non rispondere prima di avere ascoltato; in mezzo ai discorsi non intrometterti). 47. Quae in iuventute tua non congregasti, quomodo in senectute tua invenies? (Eccli 25, 5). (Traduzione: nella giovinezza non hai raccolto, come potresti procurarti qualcosa nella vecchiaia?). 48. In omnibus operibus tuis esto velox, et omnis infirmitas non occurret tibi (Eccli 31, 27). (Traduzione: in tutte le azioni sii moderato, e nessuna malattia ti coglierà). 36. 49. Zelum tuum inflammet caritas, informet scientia, firmet constantia (S. Bernardo, super Cantica, ser. 20). (Traduzione: la carità infiammi il tuo zelo, gli dia forma la scienza, lo irrobustisca la costanza). 50. Quid est zelus nisi intima quaedam stimulatio caritatis pie nos sollicitantis aemulari fraternam salutem, aemulari decorem domus Domini, laudem et gloriam nominis eius? (San Bernardo, su-per Cantica, ser. 38). (Traduzione: cos’è lo zelo, se non un certo interno incitamento della carità che ci sollecita pienamente ad interessarci della salvezza dei fratelli, del decoro del tempio, della gloria e nome della lode di Dio?). 51. Primus officii fons prudentia est qui et in virtutes derivatur ceteras (Sant'Ambrogio). (Traduzione: primo cardine del servizio è la prudenza, da cui derivano tutte le altre virtù). 52. Quo zelus fervidior ac vehementior spiritus profusiorque caritas, eo vigilantior opus scientia est, quae zelum supprimat, spiritum temperet, ordinet caritatem (Sant'Ambrogio, infr. col. 118). (Traduzione: quanto più lo zelo è fervido, veemente lo spirito, profusa la carità, tanto più urge che sia vigilante nla scienza per disciplinare lo zelo, temperare l’entusiasmo, inalveare la carità) 53. Zelus sit fervidus, sit circumspectus, sit invictus (San Bernardo, super Cant. serm. 20). (Traduzione: lo zelo sia fervido, cauto, irremovibile). 37. 54. Effundemus eleemosynam in pauperem et ipsa exorabit pro nobis (s. Chiara). (Traduzione: facciamo elemosina al povero ed essa pregherà per noi).. 55. Te docente in ecclesia non clamor populi, sed gemitus suscitaturi lacrymae audientium laudes tuae sint (San Girolamo, ep. 2). (Traduzione: mentre parli in chiesa, tuo successo non sia il battimani della gente, ma il gemito che suscita le lacrime degli ascoltatori)). 56. Omnes pene virtutes corporis mutantur in senibus. Quae per corpus exercentur, fracto corpore minora fiunt (San Girolamo). (Traduzione: nell’età evolutiva quasi tutte le facoltà dell’uomo si modificano… insomma ogni attività corporale subisce un forte calo a motivo del corpo fiacco. 57. O animam omni honore dignissimam quia se ipsius contemptricem exibuit (San Bernardo). (Traduzione: o anima degnissima di ogni onore perché si è resa capace di nascondere se stessa). 58. Andate ma ricordatevi sempre di essere sacerdote: nel viaggiare si allarga la mente e si impara assai (Gioacchino Pecci [Leone XIII], vescovo di Perugia, ai sacerdoti che domandavano licenza di fare viaggi). 59. Multo seipsum quam hostem superare operosius est (Valerius Maximus). (Traduzione: è molto più faticoso superare se stesso che un avversario). 60. In quo amatur non laboratur, aut si labòratur labor ipse amatur (Sant'Agostino). (Traduzione: chi ama non sente la fatica, ma se anche la sentisse, ama persino la fatica).
SEMPLICITÀ DI CUORE E DI PAROLA
Quatuor magnam importantibus pacem. 38. 1. Stude, fili, alterius potius facere voluntatem quam tuam. 2. Elige semper minus quam plus habere. 3. Quaere semper inferiorem locum, et omnibus subesse. 4. Opta semper et ora ut voluntas Dei integre in te fiat. Ecce, talis homo ingreditur fines pacis et quietis (Kempis 3, 23, 1). In omni re attende tibi quid facias et quid dicas, et omnem intentionem tuam ad hoc dirige ut mihi soli placeas et extra me nihil cupias vel quaeras (Kempis, 3, 25). (Traduzione : in ogni cosa bada a te, a quello che fai, a quello che dici, e indirizza ogni tua intenzione a piacere soltanto a me; e fuor di me nulla desiderare né cercare).
Avviso di S. Francesco d'Assisi ai Sacerdoti 39. Videte dignitatem vestram [...] et sicut super omnes propter hoc ministerium honoravit vos Dominus, ita et vos diligite eum et honorate. Fac quod in te est et diligenter facito; non ex consuetudine, non ex necessitate, sed cum timore et reverentia et affectu accipe corpus dilecti Domini Dei tui dignantis ad te venire (Kempis Lib 3). Humiliare te precipue debes, cum parum, aut nihil devotionis interius sentis; sed non nimium dejici, nec inordinate contristari (Kempis Lib 3). (Traduzione: badate alla vostra dignità, e siate santi perchè egli è santo. E come il Signore Iddio onorò voisopra tutti gli uomini, per questo mistero, così voi più di ogni altro uomo amate, riverite, onorate Lui. Fa quanto è in te e compilo con diligenza; non per abitudine, non per costrizione, ma con timore, con riverenza, con affetto ricevi il corpo del Signore Dio tuo, che si degna di venire a te. Soprattutto tu ti devi umiliare, quando interiormente sentissi poco o nessuna devozione; e non abbatterti troppo né contristarti smodatamente).
Oratio pro coelesti sapientia 40. Da mihi, Domine, coelestem sapientiam ut discam te super omnia quaerere et invenire; super omnia sapere et diligere; et cetera secundum ordinem sapientiae tuae, prout sunt, intelligere. Da prudent declinare blandientem et patienter ferre adversantem. Quia haec magna sapientia non moveri omni vento verborum, nec aurem male blandienti praebere Sirenae, sic enim incepta pergitur via secure (IC 3.27.) (Kempis 3, 27). Evitare di paragonare i vivi coi santi del cielo (Regole di S. Ignazio). (Traduzione: “Preghiera per la purificazione del cuore e la celeste sapienza”. Dammi, Signore la sapienza celleste, affinché impari a cercare e a trovare te sopra tutto; a te gustare e amare sopra tutto; e intendere l’altre cose secondo l’ordine della tua sapienza, per quello che sono. Dammi di schivare prudentemente chi mi blandisce e di sopportare pazientemente chi mi avversa; chè questa è la grande sapienza: non lasciarsi smuovere da ogni vento di parole né prestar orecchio alla sirena che blandisce a male; così si prosegue sicuramente la via presa.).
Un sicuro contrassegno 41. Che segno da colui che amo? Mortifica la carne sua con digiuni, vigilie ed orazìonì... con abito orazìonì... con abito sempre despetto e recide in sé la superbia; e con grande sollecitudine non cerca, ma fugge ogni onore e stato del mondo... diventa mangiatore e gustatore delle anìme... non ama se per sé, né il prossimo per sé, né Dio per sé, ma ogni cosa ama in Dio; non si cura né di vita né di morte, né di persecuzione, né di verun altra pena che sostenesse, ma attende solo all'onore della somma ed eterna verità. Questi sono li segni de veri servi di Dio (S. Caterina, Lettera 29ma). 42. Est amor velox, sincerus, pius, jucundus et amoenus, fortis, patiens, fidelis, prudens, longanimis, virilis; et seipusm numquam quaerens (Kempis 3, 5, 7). (Traduzione: l’amore è veloce, sincero, pio, allegro e ameno, forte, paziente, fedele, prudente, longanime, virile e mai in cerca di sé).
I contrassegni dell'umiltà 43. Si cor veraciter humile est, bona de se audit, aut minime recognoscit, et quia falsa dicuntur metuit; aut certe si adesse ea sibi veraciter scit, eo ipso formidat, ne ab aeterna Dei retributione sint perdita, quo haec considerat hominibus divulgata, pavetque vehementer, ne spes futuri muneris in mercedem permutatur transitorii favoris (Divi Gregorii, 22 mor. c. 28). (Traduzione: se il cuore è proprio umile e sente che si esprimono buoni giudizi a suo riguardo, o non vi si sofferma affatto, anche perché teme che si esageri; oppure, se sa con certezza di possedere quelle qualità (che hanno suscitato ammirazione) tanto più teme che vadano perdute nella ricompensa eterna di Dio, quanto più vengono divulgate tra gli uomini e ha fortemente paura che la speranza del premio futuro venga barattata con la mercede di un plauso passeggero).
Subiecti estote omni humanae creaturae propter Deum (1Pt 2,13). (Traduzione: state sottomessi ad ogni istituzione umana per amore del Signore). 44. Ego abyssus vanitatis et nihili; tu abyssus veritatis, sapientiae, bonitatis et rerum omnium: Deus meus et omnia (S. Fran. Assisiensis). (Traduzione: io sono abisso di vanità e di niente; tu sei abisso di verità, di sapienza, di bontà e di ogni cosa: Dio mio e mio tutto).
PROPONIMENTI FATTI NEGLI ESERCIZI SPIRITUALI DELL'ANNO 1896 E CONFERMATI NEL 1897 E 1898
45. «Ad maiorem Dei gloriam». (Traduzione: alla maggior gloria di Dio). 1. Propongo e prometto di non accostarmi mai ai santi sacramenti per usanza o con freddezza e di non impiegare mai meno di un quarto d'ora nel prepararmi. 2. Propongo inoltre di perseverare nel fare ogni di, e specialmente in vacanza, la meditazione, l'esame particolare e generale, di recitare il rosario, di fare la lettura spirituale e la visita e le altre orazioni solite a recitarsi in seminario, e con divozione e secondo il mio orario, al quale prometto d'attenermi più che sia possibile, e in seminario e in vacanza. 3. Quando mi sarà dato reciterò pure ad onore di Maria santissima il salterio e i cinque salmi, ed ancora ogni dì tre Ave per la santa purità. 4. Invigilerò con ogni cura sopra me stesso, procurando di non cadere in distrazioni nelle orazioni, e specialmente nella meditazione, negli otto Pater dopo il pranzo, nel vespro e nel rosario. Ed a ciò, sia quando prego, sia in qualunque altro tempo, penserò alla presenza [di Gesù], immaginandomi di esser dinanzi a qualche occasione della sua vita, nel cenacolo, sul calvario, ecc. 5. Sopra tutto starò in guardia sopra me stesso, affinché non si alzi in me la pianta della superbia; starò in guardia col tenermi basso e più meschino di tutti, sia nella pietà, sia nello studio. 46. 6. In quanto allo studio, mi applicherò ad esso con ogni amore e ardore e a tutto mio potere, studiando sopra tutte le materie senza distinzione alcuna, non ritraendomi da ciò la scusa che esse non mi piacciano. L’unico mio fine nello studio sarà la maggior gloria di Dio, l'onore della Chiesa, la salute delle anime, e non il mio onore, non il farmi bravo sopra tutti gli altri, e mi ricorderò spesso come il Signore mi domanderà conto anche di quel talento, che io ho sprecato (Mt 25,14-28) non in altro che nel procurare la gloria a me stesso. 7. Sarà mio speciale studio mortificare me stesso; castigare più che tutto e sempre l'amor proprio, mio vizio predominante, evitando tutte le occasioni in cui questo si possa aumentare. E però non farò il sapiente nelle conversazioni, non scuserò mai qualsiasi mia azione, considerando anzi gli altrui diportamenti sempre migliori dei miei. Non userò tratti o parole che abbiano l'aria di sopracciò. Schiverò ogni lode qualsiasi e mi guarderò moltissimo dal voler sempre comparire gli atti miei, tenendo a bada sopra di essi chi ascolta, come pure dal darmi qualsiasi importanza. 8. Non mi darò mai pace finché non abbia ottenuto un amore, una devozione grande al Ss. Sacramento, che formerà sempre l'oggetto più caro dei miei affetti, dei miei pensieri, insomma di tutta la mia vita di chierico e, se egli mi vuole, di sacerdote. 9. Prometto e giuro a Maria santissima, che sarà pur sempre la mia madre dilettissima, di guardarmi per quanto mi sarà possibile scrupolosissimamente da qualunque pensiero acconsentito o atto che possa anche solo adombrare alla virtù celeste della santa purità; e a tal fine invoco ora e sempre questa Regina dei vergini, affinché mi soccorra a tener da me lontano tutte le tentazioni che il demonio mi muoverà contro a tal proposito. 47. 10. La divozione al Ss. Sacramento, al Sacro Cuore di Gesù, della quale prima di tutto dovrò essere modello io stesso, procurerò di istillare anche negli altri, specialmente nei fanciulli, dilettandomi nel parlare di essa; il che pure farò anche a riguardo della divozione verso la Vergine santissima. 11. Non mi dimenticherò mai di san Giuseppe, innalzando tutti i giorni a lui una qualche preghiera, per me, pei moribondi, per la Chiesa. 12. Nelle novene, nei mesi di marzo, maggio, giugno e ottobre, e poi sempre, userò una speciale mortificazione dei miei sentimenti, negando ai miei appetiti quello che vorrebbero, ed in vacanza, specialmente dove ci può essere gente, userò speciale modestia, non tanto per essere agli altri di esempio, quanto per privarmi di quelle occasioni che forse mi potrebbero riuscire dannose. 13. Pregherò e caldeggerò la preghiera al Ss. Sacramento, alla Vergine ed ai santi, per la conversione dell'Oriente e, più che tutto, per l'unione delle Chiese dissidenti. Non mi dimenticherò giammai di pregare per il Sommo Pontefice, per il trionfo della Chiesa, per il mio Vescovo amatìssimo, per i miei parenti e benefattori, e specialmente per quelli cui sono più obbligato. 14. Farò insomma che tutte le opere mie confermino quel detto tanto ripetuto da sant'Ignazio di Loyola: «Ad maiorem Dei gloriam».
1897
DELLA SANTA PURITÀ [8.12.1897?)
8 dicembre, festa dell'Immacolata
48. Convinto, per grazia di Dio e della mia madre Maria, dell'inestimabile tesoro della santa purità e della necessità grandissima che io ne ho, per essere chiamato all'angelico ministero del sacerdozio, a conservare sempre terso questo specchio lucentissimo, in questi santi Esercizi ho formato, coll'approvazione del mio padre spirituale, ed ho proposto di eseguire scrupolosamente questi proponimenti, che io consacro alla Vergine dei vergini per le mani di quei tre angelici giovinetti, Luigi Gonzaga, Stanislao Kostka e Giovanni Berchmans, miei speciali protettori', affinché ella, in vista de' meriti di questi tre suoi carissimi gigli, me li voglia benedire ed accordarmi la grazia di tradurli in pratica. 49. 1. Anzitutto intimamente persuaso che la santa purità è grazia di Dio, senza la quale io sono capace solo di violarla, farò anche in questo affare la gran base dell'umiltà, diffidando di me stesso e ponendo ogni mia confidenza in Dio ed in Maria santissima. Laonde ogni giorno pregherò il Signore per la virtù della santa purità e massimamente mi raccomanderò a lui nella santa comunione, a lui che nell'Eucaristia mi appresta il «frumentum electorum et vinum germinans virgines» (Zc 9,17). (Traduzione: il grano darà vigore ai giovani e il vino nuovo alle fanciulle). Della Regina dei vergini poi sarò tenerissimo; ed oltre ad altre preci che la mia devozione mi suggerirà, applicherò sempre l'ora di prima dell'ufficiolo, la prima Ave Maria dell'Angelus, la prima posta del rosario per l’acquisto e conservazione della santa purità. Terrò pure impegnato san Giuseppe, sposo castissimo di Maria, recitando a lui, due volte il dì, l'orazione « O virginum custos » e sarò devoto dei tre santi giovani suddetti, la cui purità mi studierò di trasfondere in me stesso. 50. 2. Attenderò a mortificare severamente i miei sentimenti mantenendoli dentro i limiti della cristiana modestia; epperò farò digiunare specialmente gli occhi, detti da sant'Ambrogio reti msidiose e da sant'Antonio di Padova ladri dell’anima, schivando quanto più posso i concorsi di popolo per feste ecc.; e quando fossì costretto a intervenirvi, diportandomi in modo che nulla, che anche solo richiami il vizio contrario alla santa purità, ferisca i miei occhi, i quali perciò in tali occasioni si terranno sempre fissi al suolo. 51. 3. Somma modestia userò pure quando mi avvenga di passare per città o altri luoghi popolati, non guardando mai a manifesti, vignette, negozii dove ci può essere indecenza, giusto il detto dell'Ecclesiastico: «Noli circumspicere in vicis civitatis, nec oberraveris in plateis illius» (Sir 9,7). (Traduzione: non guardar qua e là per le vie della città, né andar vagando per le sue piazze). Ed anche nelle chiese, oltre ad una modestia edificante nelle sacre funzioni, non fisserò mai bellezze di qualunque sorta, come quadri, intagli, statue o altri oggetti d'arte, in cui sia, anche per poco, violata la legge del decoro, massimamente in fatto di pitture. 52. 4. Con donne di qualunque condizione, siano pure parenti o sante, avrà un riguardo speciale, fuggendo dalla loro familiarità, compagnia o conversazione, come dal diavolo, massimamente trattandosi di giovani; né mai fisserò loro in vòlto, o in parte dove la modestia resti offesa, gli occhi, memore di ciò che insegna lo Spirito Santo: «Verginem ne conspicias, ne forte scandalizeris in decore illius» (Sir 9,5). (Traduzione: non riguardare una vergine, perché tu non abbia a sdrucciolare a cagione della sua avvenenza). Mai non le toccherò per qualsivoglia motivo, mai non darò loro una minima confidenza o permetterò che esse mi tocchino, e quando per necessità dovrò parlare con esse, mi studierò di usarmi del « sermo durus, brevis, prudens et rectus». (Traduzione: conversazione asciutta, breve, prudente e retta). 5. Mai non terrò in mano, o sotto gli occhi, libri di frivolezze o figure che offendano il pudore, e quanti ne troverò, di questi oggetti pericolosi, tanti ne straccerò o darò alle fiamme, anche se fossero nelle mani dei miei compagni, a meno che dal ciò fare non derivino più gravi inconvenienti. 53.
6. Oltre al dar io esempio di somma modestia nel parlare, procurerò in famiglia di allontanare dai discorsi argomenti poco convenienti alla santa purità, non mai permettendo che, in mia presenza massimamente, si parli di amoreggiamenti, si usino parole poco oneste e decenti da chicchessia, o si cantino canzoni amorose; sempre correggerò con carità di qualunque immodestia da altri usata, e se persisteranno mi allontanerò mostrandone il più vivo dispiacere. In seminario poi a questo riguardo sarò scrupoloso e tutt'occhi per allontanare genialità, simpatie fra i compagni e tutti quegli atti o parole, che, se nel mondo possono passare, sono ìndecenti per gli ecclesiastici. 54. 7. A tavola, e nel parlare e nel mangiare, non mi mostrerò ghiotto o intemperante; farò sempre qualche piccola mortificazione; e in quanto al bere vino starò più che moderato, poiché nel vino c'è lo stesso pericolo che nelle donne: «Vinum et mulieres apostatare faciunt sapientes» (Sir 19,2). (Traduzione: il vino e le donne fanno sviare anche i saggi). 8. Userò eziandio una somma modestia con me stesso riguardo al mio corpo in qualunque occasione, e per qualunque atto degli occhi, delle mani, della mente, ecc., sì in pubblico che in privato. Ed acciò si tolga l'occasione ditali atti, quantunque incolpevoli, alla sera prima di addormentarmi, messami al collo la corona della beata Vergine, disporrò le mie braccia sul petto in forma di croce, nel quale stato procurerò di trovarmi la mattina. 55. 9. In tutto mi ricorderò sempre che io devo essere puro come un angelo, e mi diporterò in modo che da tutto me stesso, dai miei occhi, dalle mie parole, dai miei tratti, traspiri quella santa verecondia sì propria dei santi Luigi, Stanislao e Giovanni, verecondia che piace tanto, si attira la riverenza ed è l'espressione di un cuore, di un'anima casta, diletta da Dio. 10. Non mi scorderò mai che io non sono mai solo, anche quando lo sono: che mi vede Dio, Maria e l'angelo mio custode; che sempre sono chierico. E quando sarò sulle occasioni di offendere la santa purità, allora più che mai istantemente mi rivolgerò all'angelo custode, a Dio, a Maria, avendo familiarissima la giaculatoria: Maria Immacolata, aiutatemi. Allora penserò alla flagellazione di Gesù Cristo ed ai novissimi, memore di quanto dice lo Spirito Santo: «Memorare novissima tua et in aeternum non peccabis» (Sir 7,40). (Traduzione: in tutte le opere tue ricorda il tuo fine e non peccherai in eterno).
1898
MASSIME CAVATE DALLE MEDITAZIONI EGLI ESERCIZI 1898
56. 1. Dio è il mio gran padrone che con inaudita degnazione mi ha tratto dal nulla perché lo lodassi, lo amassi, lo servissi e avessi a procurare il suo onore. Io adunque sono cosa tutta di Dio, e quindi non posso, né devo fare se non ciò che vuole Dio, ciò che serve alla sua gloria. Per il che, ogni mia azione, ogni mio pensiero, ogni mio respiro a questo solo deve tendere: «ad maiorem Dei gloriam ». Laonde, quando io non procuro che di fare onore a me stesso, di accontentare il solo mio amor proprio, tradisco i disegni di Dio, vado fuor di strada, divento un uomo inutile, ribelle al mio buon Signore, e rifiuto quel premio che egli mi ha preparato. Quale ingiuria più atroce al Cuor di Gesù l'abbandonarlo così, usare sì malamente di quelle doti che egli mi ha dato per amarlo e per farlo amare! Gli uccelli dell'aria, i pesci dell'acqua, le fiere delle foreste, gli animali tutti della terra servono il Signore assai meglio che io non faccia. Che vergogna per me, sì pieno di me stesso, lasciarmi superare dalle bestie nel lodare il Creatore! 57. 2. Quando sono sull'occasione di innalzarmi sopra gli altri, di secondare il mio amor proprio, ecco il bel rimedio che mi guarirà, mi abbasserà; pensare al gran peccatore che io sono (cfr. Lc 18,13) io che non sono degno di comparire innanzi al mio Gesù, io che dovrei ringraziare il Signore e dovrei riputarmi ad onore l'essere trattato come l'ultimo, non dirò dei miei compagni, ma di tutti gli uomini (cfr. ìCor 15,8-9). 3. Io sono chierico, debbo quindi ricordarmi sempre che qualunque benché minima mancanza in me è sempre gravissima, ed io debbo fuggirla come fosse un peccato mortale, del quale non dovrei conoscere nemmeno il nome. Mi debbo soprattutto ricordare sempre quel gran detto di san Bernardo: Nugae inter saeculares, nugae sunt; in ore sacerdotis blasphemìae ». E pensare che di queste mancanze non fu mai scevra alcuna mia azione! Dov'è qui il chierico buono che io mi credevo di essere? Questo, che colpo per il mio amor proprio! 4. Io sono chierico, quindi devo essere con Dio come un angelo. Che felice combinazione! La Provvidenza divina ha proprio voluto farmelo conoscere questo dovere, ed ha disposto che io venissi battezzato col nome di Angelo. Ma qual vergogna per me, esser sempre chiamato Angelo, dover essere nel mio diportamento un angelo, ed io invece non esserlo mai stato realmente. Il nome di Angelo deve essere adunque uno stimolo per me ad essere un vero chierico angelo. Per il che, quando mi sento chiamare così, debbo fare in modo che questo nome risvegli in me l'idea della perfezione cui devo giungere ed insieme mi faccia fare un atto di umiliazione, pensando quale io son chiamato e quale io sono in realtà, tutt'altro che angelo. 58. 5. Dio mio! Questo corpo da me tanto accarezzato che cos'è, o meglio, domanderò con san Bernardo: «Quid fuisti? quid es? quid eris? ». (Traduzione: il corpo terra, la fama fumo, alla fine cenere) Ed io risponderò con quel tale: «corpus humus, fama fumus, finis cinis ». Ed io lo accarezzo questo corpo, questo sacco di putredine, questo vivaio di vermi, ed io per difenderlo offendo Dio? Che stoltezza! che stupidità! E l'anima intanto? Povera anima! Fortuna che io mi picco d'uomo saggio, d'uomo prudente! Caro mio, bisogna abbassare quella testa così piena di fumo, bisogna che tu senta bassamente dite stesso, altrimenti andrai là alla cieca e cadrai. 6. Bellissimo pensiero. Un angelo del paradiso, nientemeno, mi sta sempre accanto ed insieme è rapito in una continua estasi amorosa col suo Dio. Che delizia al solo pensarvi! Io dovunque sono sempre sotto gli occhi di un angelo che mi gùarda, che prega per me, che veglia accanto al mio letto mentre io dormo. Che pensiero, ma insieme qual rossore per me! Come potrò io fare certi pensieri di superbia, dire certe parole, compiere certe azioni, sotto gli occhi del mio angelo custode? Eppure l'ho fatto. O Spirito che mi accompagni, deh! prega Dio per me, affinché non abbia mai più a fare, dire o pensare cose che possano offendere i tuoi occhi purissimi. 59. 7. Se in questa vita sento rossore e non so come presentarmi ad un superiore anche solo malcontento di me, delle mie azioni, qual terrore non dovrò provare pensando di dovermi presentare dinnanzi alla faccia di Dio sdegnato contro di me, del mio Creatore, del mio Padre, del mio Gesù che allora non sarà più mio amante, ma mio adirato nemico? E il mio angelo custode? E la mia madre Maria che dirà allora quando Iddio mi condannerà? Povero angelo, povera madre! E queste cose io le credo, eppure quando non mi diporto come debbo, devo sopportare i rimproveri dei miei superiori e molto più i terribilissimi di Dio. Che insipienza! Bisogna intenderla una volta con san Paolo: «Si nosmetipsos dijudicaremus, non utique judicaremur» (1Cor 11,31). (Traduzione: se noi stessi ci giudicassimo non saremmo castigati). 8. Devo convincermi sempre di questa gran verità: Gesù da me, chierico Angelo Roncalli, non vuole solamente una virtù mediocre, ma somma; non è contento di me finché non mi faccio, o per lo meno non mi studio, ad ogni mio potere, di farmi santo. Tante sono e sì grandi, le grazie che egli mi ha dato a questo fine.
NOTE SPIRITUALI
27 febbraio 1898 [domenica]
60. Per essere questa la prima settimana dacché sono uscito dai santi Esercizi, l'ho passata malissimo per le continue distrazioni in cui sono caduto nelle orazioni. Quantunque mi sembri dal canto mio di aver usato diligenza in ciò, pure non posso negare che talvolta le distrazioni saranno state causate anche da me, col conservar poco il raccoglimento nelle altre cose. Ad ogni modo ho passato una settimana balorda. Il peggio si è che io, invece di fare un atto di umiliazione quando mi avvedevo di essere distratto, mi intristivo, mi inquietavo. Basta; Dio me lo perdoni. Si vede che egli mi ha voluto disingannare, mi ha messo alla prova, m'ha fatto vedere quanto io sono misero. Egli sia benedetto! Ora dal canto mio sarò più raccolto, m'aiuti la Vergine santissima, mi aiuti il mio angelo custode, il mio san Giovanni Berchmans. Iddio lo sa, anche in mezzo alle mie miserie, io gli voglio bene e desidero che tutti glielo vogliano. Egli mi benedica, e non voglia sdegnarmi, quantunque io sia peccatore: «Domine, tu scis quia amo te» (Gv 21,17). (Traduzione: Signore, tu sai che io ti amo).
6 marzo, domenica 61. Sono stato meno distratto nelle orazioni, non però del tutto e sempre raccolto. In questi ultimi giorni ho fatto poco uso di giaculatorie, e per questo non fui così unito con Gesù come per lo innanzi. Più vado avanti e più conosco di essere indietro. Per l'avvenire userò uno speciale raccoglimento alla mattina ed alla sera, in dormitorio; proferirò infinite giaculatorie lungo la giornata e specialmente nella ricreazione e nello studio. Sarò meno chiacchierone nella ricreazione, e non mi lascerò portare da una soverchia allegria. Farò in modo che Gesù possa dire anche a me quelle parole che disse a santa Teresa: «Io mi chiamo Gesù di Teresa». Prima però è necessario che io sia un Angelo di Gesù. Così sia. San Giuseppe mi aiuti e mi dia il suo raccoglimento. Gesù mio, misericordia.
13 marzo, domenica 62. Quante mancanze, anche in questa settimana. Nella scuola mi son lasciato sfuggire qualche parola inutile o sciocca; l'esame di coscienza l'ho fatto molto in fretta, e non ho conservato il dovuto raccoglimento alla mattina appena levato, con pregiudizio al buon frutto della meditazione. Nemmeno le giaculatorie furono moltissime, come avevo proposto che fossero. Sopra questi tre punti dovrò vigilare specialmente in questa settimana. Non mi lascerò prendere dalla malinconia, pensando allo stato presente della mia famiglia; ma quando mi verrà un tale pensiero, pregherò il buon Gesù che la voglia soccorrere, le conceda la rassegnazione, perdoni a coloro che le fanno del male, affinché nulla accada che sia di offesa a Dio. Raccomanderò l'affare a Maria ed a Giuseppe, affinché la verità e l'innocenza siano conosciute. Per me questa è una prova grandissima. Ad ogni modo, qualunque sia il successo, Iddio sia benedetto, si faccia la sua santissima volontà (Gb 1,21 e Mt 6,10).
20 marzo, domenica, nel ritiro 63. E’ già un mese dacché sono uscito dai santi Esercizi. A che punto sono nella via della virtù? Oh, povero me! Fatto un esame generale sopra le mie azioni di questi giorni passati, ho trovato di che arrossirmi ed umiliarmi. Ho trovato che alla perfezione, in tutte le mie azioni, manca sempre qualche cosa: ho trovato di aver fatto non troppo bene la meditazione, di non aver udito bene la santa messa, perché mi sono lasciato distrarre appena alzato dal letto, nel tempo della pulizia; ho trovato di non aver fatto con tutto il fervore, che sentivo prima, la visita al Ss. Sacramento; ho trovato di aver fatto con poco o niun frutto l'esame generale, di essere caduto in distrazioni, specialmente nella recita del vespro; ho trovato di essermi lasciato prendere dalla svogliatezza che il caldo porta con sé; ho trovato, in una parola, di essere ancora in principio del mio viaggio intrapreso. Che confusione! Io mi sarei creduto di dover essere un santo a quest'ora, invece sono ancora un miserabile come prima. Di qui io devo profondamente umiliarmi, e pensare quanto io sono buono a nulla. Umiltà, umiltà, umiltà! Fra tutte queste miserie posso però ringraziare il Signore di non avermi abbandonato, come meritavo. Io serbo ancora, grazie a Dio, la voglia di far bene, e con questo devo andare avanti. Ma che andare avanti? Bisogna incominciare di nuovo. Ebbene incomincerò di nuovo [cfr. Sal 76,11 della Vulgata]. Che ci vuole? «In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti, sub protectione Virginis Mariae et beati Josephi », inoltriamoci. (Traduzione: nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, con la protezione della Vergine Maria e del beato Giuseppe). I punti, sopra dei quali devo essere vigilante, sono i contrari a quelle mancanze che ho accennate sin qui. Basta. Staremo a vedere nel prossimo ritiro a che punto siamo. Intanto Iddio mi benedica.
28 marzo, lunedì 64. Insomma che faccio io con tante promesse? Ahimè? mi ero già dimenticato. Ma se andiamo di questo passo, la vuol finire male la faccenda. Sono ancora nelle stesse acque. E se ne ricerco la causa, la ritrovo nel non aver conservato sempre il raccoglimento. Di qui, le mie pratiche di pietà lasciano sempre qualche cosa a desiderare; insomma, a quella meditazione, a quelle visite, a quel vespro, a quel benedetto vespro, a quegli esami, a quel tutto, manca sempre qualche cosa. Il bello si è che io sono sempre trafelato a raccomandare il raccoglimento agli altri. Che vergogna per me! Io, che dovrei essere l'esempio, lasciarmi precedere dagli altri nel fare il bene! Prima devo metterlo in pratica io, il raccoglimento, e in tutto. Stamattina ho fatto la meditazione sui mezzi che il Signore mi ha dato per salvarmi, e ho trovato di che vergognarmi molto. Finiamola una volta. Finora ho sempre giocato con Dio, ma con Dio non si giuoca. D'ora in avanti farò bene davvero. Userò uno speciale raccoglimento in tutta la mia giornata, né mi lascerò distrarre dal pensiero degli esami semestrali, soprattutto mi guarderò in essi dal trasgredire le regole comuni, e segnatamente quella del silenzio. Sarò unito con Gesù in Sacramento, il mio amico e conforto, e tutto sarà fatto. Gesù mio, misericordia.
4 aprile, lunedì 65. In questa settimana mi sembra di aver fatto un poco meglio, non però del tutto, in qualche cosa l'ho pur lasciata vinta all'andazzo generale del tempo degli esami. Ho ancora molto ma molto da fare, specialmente per riguardo al raccoglimento nelle orazioni. Devo sacrificarmi e disprezzarmi. Questo sacrificio, in questa settimana santa, me lo chiede Gesù appassionato. Posso io negarglielo? No, o Gesù, non mai!
22 aprile, venerdì 66. E’ passata la settimana santa, sono passate anche le vacanze, e invece di migliorare ho continuato a retrocedere. Possibile, dopo tante promesse, ciò? Il fatto si è che mi trovo in questo stato né più, né meno. Il bello si è che non ho messo in iscritto nulla, come avevo continuato a fare ogni otto giorni dopo i santi Esercizi, e l'è durata per ben diciotto giorni. Gesù mio, misericordia! Io non so come spiegarlo. Mi sembra di sentire in me anche un po' di amore per Gesù, ho la voglia di far bene, eppure faccio assai male le pratiche di pietà, non sono mai colla testa a casa, rare volte proferisco qualche giaculatoria. Chi sa poi se il Signore sarà contento di queste vacanze; io non ne sono proprio malcontento, ma mi aspettavo di più, per esempio una maggior puntualità nell'attendere alle pratiche di pietà, maggior esattezza in tutto. C'è una cosa nella quale ho mancato di più, perché assecondava il mio carattere: il voler fare il sapiente, giudicare, trinciare per diritto e per rovescio. Ahimè! superbia, superbia, superbia; è il mio vecchio amor proprio che si è fatto sentire. Ciò basterà per tenermi sull'avviso nelle prossime vacanze. Ad ogni modo tutto è passato; di averci discapitato in queste vacanze non credo, e però sia ringraziato Gesù Cristo. Domani incomincio un altro semestre. Che gusto! Il Signore si appresta ancora a darmi tante grazie nei mesi di maggio e di giugno. I fastidi di famiglia mi tormentano; ma via, facciamoci animo. Tutto in Gesù e per Gesù e poi venga ciò che vuole.
1 maggio, domenica 67. Che bel giorno! Che giorno di paradiso dopo una settimana non di troppo fervore, anzi di divagamento e di una quasi tiepidezza. Il buon Gesù mi ha concesso anche quest'anno la grazia di fare il mese di maggio; mi ha presentato una nuova preziosissima occasione per poterlo amare di più procurando di onorare la Madonna santissima. Io spero molto, in questo mese, dalla mia madre Maria; se ella mi aiuta, io son certo di far qualche passo avanti. Due sono le virtù che domanderò principalmente alla Vergine in questo mese per me: 1° una grande umiltà, cognizione cioè e diffidenza di me stesso; 2° un grande amore a Gesù in Sacramento; e questa seconda sarà la grazia che il più delle volte domanderò anche per i miei compagni. A Gesù poi domanderò sempre una grande divozione alla madre sua e mia, Maria. Così gli oggetti del mio cuore, i miei voti, le mie preghiere si richiamano a Gesù per Maria, a Maria per Gesù! San Giovanni Berchmans mi aiuterà in questo mese e pregherà per me, ne sono certo, egli che era sì devoto della Madonna. Mi studierò soprattutto di conservare il massimo raccoglimento, per poter così vigilare sopra me stesso e smorzare a poco a poco le mie passioni, specialmente l'amor proprio. Sarò scrupoloso nell'esecuzione puntuale delle regole, rinnegando la mia volontà. In modo speciale conserverò il silenzio a scuola non lasciando mai sfuggir di bocca la minima parola. Le giaculatorie non avranno numero, e procurerò nelle conferenze di inculcare questa verità: che per andare più diretti a Gesù bisogna passare per Maria. Insomma mi farò tutto di Maria, per essere tutto di Gesù. Mi atterrò in tutte le cose a quelle pratiche pel mese di maggio che tengo in iscritto. In questo mese sarò veramente quale ho deciso di essere nei santi Esercizi. L'angelo mio custode mi servirà di svegliarino quando io mi dimentico. Intanto Gesù e Maria mi benedicano, mi aiutino, mi diano quanto mi occorre, anche il buon volere, ed io sarò santo.
15 maggio 1898, domenica, nel ritiro 68. Per poco che io ci veda ho potuto conoscere in questo mese di essere pieno di me stesso, e molto più me l'ha fatto conoscere il mio direttore4 allorché mi son presentato da lui. Chi sa come la sarà! Il buon Gesù vede che io non desidero altro che di servire a lui, e mi studio di soffocare i moti del mio amor proprio. Eppure cado ancora tante volte! Forse Maria richiedeva da me qualche cosa di più, ed io stesso me ne accorgo, perché finora la devozione non l'ho fatta consistere che in superficialità, e delle mancanze ne ho commesse ancora molte, e molte volte sono stato distratto nelle orazioni. Oh, se ci arrivassi a conseguire almeno un vero raccoglimento. Debbo sperarlo, ci sono ancora quindici giorni e qualche cosa spero di ottenere. Intanto, non farò altro che pregare Gesù e Maria a farmi umile, e la mia più bella giaculatoria sarà questa: «O humillima Maria, fac me tibi similem». (Traduzione: o umilissima Maria, fammi simile a te). Umiltà domanderò a Gesù in Sacramento, umiltà soprattutto userò nelle cose avverse, umiltà con gli altri, umiltà nei pensieri: è qui soprattutto dove cado, e qui sono caduti gli angeli. «Jesu et Maria, vos scitis quia amo vos ». (Traduzione : Gesù e Maria, voi sapete che vi amo). Gesù mio misericordia!
26 maggio 1898, giovedì 69. Con mia gran confusione debbo pur confessare d'aver fatto poco bene questa novena di Pentecoste. Se continuo così, distruggo quel poco di bene che mi sembra di aver fatto prima. Io non posso che umiliarmi e confidare. Ora mancano ancora tre giorni alle solenni feste di Pentecoste: ebbene farò un triduo di riparazione, studiandomi in modo speciale di essere perfetto nelle pratiche di pietà, e sempre molto raccolto in Dio, in Maria, con frequentissime giaculatorie. Pregherò in modo speciale per gli ordinandi e per la conversione dei peccatori e per l'unione delle Chiese dissidenti. Questo sarà il modo più bello di chiudere anche il mese di maggio, e sarà l'aurora di quell'altro mese che mi è pure carissimo, il mese del Sacro Cuore di Gesù. In conferma di tutto questo userò la massima attenzione, il massimo silenzio alla scuola. O Maria, in cui sola confido, accettate i miei voti, mandatemi quello Spirito Santo che mi faccia conoscere la mia miseria e mi faccia amare Gesù. «Ad maiorem Dei gloriam».
5 giugno 1898, domenica [della] Santissima Trinità 70. Sia lodato Gesù Cristo! Nel mese di maggio e nélla novena dello Spirito Santo ho domandato a Gesù èd a Maria la virtù dell'umiltà, e pare che io ne abbia avuto di belle occasioni per esercitarla. Furono riferite ai signori superiori cose, a quanto parmi, esagerate sul conto mio, per riguardo alla mia superbiaeusata nelle vacanze, ed io ne ho avuto il debito riprovero. Ho dovuto umiliare Gesù e Maria, voi sapete che vi amo (cfr. Gv 21,17). mi senza volerlo; in fondo in fondo però, un po' di ragione la c'è. Ebbene, se io sono forse messo in malocchio presso i superiori, che cosa devo fare? Lascerò fare, la vada come si vuole; vuol dire che si verrà a conoscere che cosa c'è di vero e che cosa c'è di falso in ciò che mi fu imputato. Ad ogni modo è stato un bel colpo, che mi ha dato da pensare e da piangere; e forse col pensiero sono andato troppo innanzi. E tutto ciò perché, quantunque non sia giunto, grazie a Dio, a quegli eccessi che mi furono imputati, la superbia la c'è sempre, e questa superbia ha dato occasione di simili accuse. Ora, finalmente, comincio ad aprire gli occhi e ad imparare qualche cosa. Basta, la lezione l'ho avuta. Per ora supponiamo che tutto sia vero e mettiamoci sopra un sasso, né pensiamo a chi ha riferito, ma preghiamo per lui che forse fu strumento nelle mani di Dio a farmi prendere la diritta via. 71. Umiltà, adunque, di nuovo umiltà, e soprattutto occhio a quei punti massimamente sopra dei quali dicesi - e per un po' devo acconsentirlo anch'io - che io abbia mancato. Per questo rianderò spesso i miei proponimenti che sembrano fatti apposta. A ciò mi gioverà un po' più di unione con Gesù, perché, a dir la verità, in questi giorni sono stato balordo; maggior cura negli esami e nella visita. E il mese del Sacro Cuore, è il mio mese, e quindi qualche passo devo farlo nell'umiltà, e con ciò stesso nell'amore, così mi preparerò meglio a quelle maledette vacanze, e non potrò più dare occasioni dalle quali si possano formare nuovi castelli sopra di me. Per ora ringrazio Gesù Cristo che mi dà almeno la disposizione a farmi umile. Del resto Gesù vede il mio cuore; sa quanto desidero di amarlo. Per ora, adunque, fervore, poiché siamo nel mese dell'amore.
12 giugno, domenica 72. Questa settimana mi sembra di averla passata non troppo male. Però ho ancora a rimproverarmi di aver usata poca attenzione alla scuola in certe ore speciali, cioè quelle di lettere, e di aver talvolta voluto far lo spiritoso, col lasciarmi sfuggire qualche parola inutile o sciocca; talvolta nel rosario un po' distratto, molto nell'esame generale, e un pochetto anche nella meditazione Ahimè! così, bel bello, sono ancora come prima. Dunque ci vuol lena di nuovo, ci vuol attenzione, ci vuole umiltà. Un peccato che io ho addosso, è di non essere mai ordinato, nemmeno nelle cose spirituali; e sì che l'ordine lo raccomando sempre, anche agli altri. 73. Io devo proprio far così: non dire mai ad altri cosa che poi non mi studi di mettere in pratica anch'io (Gc 1,22), poiché finora è succeduto il contrario. Per esempio, coloro ai quali io parlo dell'amore di Qesù Sacramentato, potranno forse formarsi un bel concetto di me a questo riguardo, perché mi sembra di parlare quanto più posso caldamente. Invece io posso dire di essere ancora indietro le mille miglia, certo più di tutti i miei compagni. Dunque, bisogna che io attenda a me stesso (1Tm 4,16) con ordine. Per il che, nei miei esami, fisserò sempre un mio difetto particolare e sopra di quello specialmente attenderò davvero. Ora, in questa settimana, sarò un pochetto scrupoloso alla scuola di lettere, userò speciale raccoglimento nella meditazione, rosario ed esame generale; e del resto, uniiltà sempre in tutto, specialmente con gli altri, col non parlare mai di me stesso nei circoli, secondare, o dare occasione che si veda o si mettano in pubblico i difetti degli altri invece di coprirli.
19 giugno [domenica], nel ritiro mensile 74. Se nella passata settimana sono stato un po' più unito con Gesù, se per sua grazia ho avuto delle buone ispirazioni, dei buoni sentimenti, in una parola, ho goduto nel Cuore di Gesù e specialmente nella comunione della solennità di venerdì, non posso però dire di essere piaciuto io al Cuore di Gesù, poiché sono caduto ancora in quasi tutte le mancanze di cui mi rimproverai l'altra volta. Per esempio: dire qualche parolina inutile in tempo di scuola, essere poco raccolto come è veramente il dovere nella recita del rosario, conchiudere poco dalla meditazione e nulla dall'esame generale. Ohimè, quante spine al Cuore di Gesù! Che cosa vuol dire? Vuol dire che non l'amo come dico, l'amo con le sole parole, e non coi fatti (cfr. ìGv 3,18). Soprattutto ho da rimproverarmi una incostanza nei miei continui proponimenti, specialmente per riguardo a quello sul non parlare mai di me stesso, nemmeno in male; non parlare degli altri se non per lodarli, ecc.
21 giugno [festa di] san Luigi 75. Essendo suonata la campanella della fine del ritiro, ho troncato domenica le mie note, per riporvi mano in quest'oggi, giorno bellissimo perché consacrato a san Luigi Gonzaga. Dicevo io adunque l'altra volta come mancavo spesso contro l'umiltà. Per me è proprio necessario un grande raccoglimento in proposito, perché io sono tanto impastato di superbia, che manco anche quando non ci penso, quando magari mi sembra di far bene, di usare carità. Fortuna che non mi mancano le occasioni umilianti. Quest'oggi, per esempio, ho portato per la prima volta il turibolo nei vespri solenni, e ho fatto quella figura che meritavo, io che voglio sempre far la critica degli altri. Tutti mi hanno riso dietro, e ben mi sta; così un'altra volta sarò più umile, e mi regolerò meglio; tanto più che, essendo prefetto, ho dato scandalo anche agli altri. Del resto, anche questa umiliazione sia a maggior onore e gloria di san Luigi. Non sarà però più replicata, poiché faccio proponimento di studiare in queste vacanze anche le cerimonie. Del resto, oltre questa mia cura nelle parole, mi è necessario un maggior raccoglimento in tutto, e specialmente nella pietà, assai più frequenti giaculatorie, ecc. San Luigi è testimonio della mia promessa di osservare tutte queste cose; egli mi aiuterà a compierla.
10 luglio, domenica 76. Finalmente, dopo tanto tempo di distrazione, torno in me stesso. Che brutti giorni ho passati! quanto poco ho mostrato il mio amore verso il Signore! Ho ricevuto un'altra grazia, cioè i due ordini minori, l'ostiariato e il lettorato, eppure io son ancora quello. In mezzo all'amor proprio ho fatto gli esami finali. Mi son lasciato prendere dalla spossatezza nelle pratiche di pietà, e massimamente nella visita e negli esami. Ora non ho più tanti fastidi per la testa e voglio di nuovo mettermi in carreggiata, tanto più che le vacanze sono imminenti. Basta, troppo ho offeso il buon Gesù. Egli mi aiuti, io sono con lui per sempre (Sal 73,23).
19 luglio, martedì 77. «Domine, Domine salva nos, perimus» (Mt 8,25). (Traduzione: salvaci, o Signore che siam perduti). Sono già tre giorni dacché mi trovo in vacanza e ne sono già stanco. Io, alla vista di tante miserie, in mezzo a tante diffidenze, oppresso da tanti timori, spesso sospiro, talvolta piango. Quante umiliazioni! Io non mi studio che di far del bene, di amare sinceramente anche coloro che mi sembra non mi vogliano tanto bene, e forse sono creduto un pessimo arnese a riguardo loro. A volte mi sembra che anche coloro che si sono interessati per me, coloro ai quali io confidava tutto, ora mi guardino con un occhio di diffidenza, non tocchino certi fili, certi discorsi. Ohimè, che pena! Forse sarà una mia apprensione. Lo spero, vorrei esserne certo, ma intanto a me tocca soffrire; soffro, quando crederei di godere. 78. Oh, come mi lascia il mondo, nel punto stesso in cui cerco di piacergli! Nessuno vede i miei patimenti, solo Gesù li conosce. A lui solo sono noti, poiché a lui solo li ho raccontati, a lui solo ho lasciato la cura di pensarci, non tanto perché abbiano a cessare a riguardo mio, ma perché abbiano fine tutte quelle storie che li precedono, e con le quali non si fa alcun bene. Egli almeno, il buon Gesù, mi dia la consolazione di poterlo amare quanto desidero, di potermi umiliare quanto ne ho bisogno e di saper godere solamente nelle mie umiliazioni. «Mihi autem gloriari oportet in cruce Domini nostri Jesu Christi» (Gal 6,14). (Traduzione: quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù). Umiltà e amore, ecco le due virtù che io mi studierò di acquistarmi in queste vacanze. Umiltà soprattutto nei pensieri, poiché certamente, se da parte mia ci fosse stata maggior umiltà o, dirò meglio, minor superbia, forse non ci sarebbe stato quel che c'è stato: più vado avanti e più mi convinco che ci vuol umiltà. L'umiltà sarà quella che alleggerirà i miei patimenti, i quali, quantunque siano molti, non sono tanti come quelli di Gesù Cristo, di Maria e di moltissimi santi. Amore che si mostri, si accenda, specialmente quando mi trovo in chiesa e soddisfo ai miei esercizi di pietà. Nelle vacanze non c'è più la scuola di scienze, di lettere, ma nel Sacramento Eucaristico mi si apre una scuola celeste, dove insegna il più bravo maestro che si possa immaginare, Gesù Cristo in persona. Ma le due scienze principali che colà vi si insegnano sono queste: umiltà e amore. Io andrò, adunque, a scuola di Gesù; colà io imparerò ad umiliarmi sempre, e ad amare sempre. Iddio, la Vergine santissima mi aiutino, mi rendano degno di ascoltare quelle divine lezioni, di rendermele giovevoli; gli antichi allievi, i miei modelli, sono i santi; i miei condiscepoli sono quelle anime giuste, che non vivono se non per procurare l'onore di Dio, per dilatare i confini del regno di Gesù Cristo. 79. Ma siccome è in me maggiore il bisogno dell'umiltà che dell'amore, in quanto che l'umiltà è la via più sicura all'amore, all'acquisto di questa attenderò maggiormente. Epperò, come ho proposto nei santi Esercizi, ogni sera metterò in iscritto tutte le mie mancanze, ma specialmente quelle che riguardano questa virtù, per potervi poi rimediare nel giorno seguente. Basta: umiltà e amore, e poi la vada come Dio vuole; se Gesù vuole che il mio patimento continui, sia fatta la sua volontà; e in quanto a me mi faccia degno di tanta grazia, di poter cioè patire con lui e per lui. Del resto, io devo essere forte nelle tribolazioni, perché queste non sono che un meschino preludio di quelle che patirò quando sarò prete, quando sarò un prete tutto di Gesù Cristo. La Vergine mi soccorra, mi desti il mio angelo custode, mi accompagni il mio san Giovanni Berchmans e conservi a me quella pace, quella calma, quella esattezza in tutto, della quale egli fu un si raro esempio. Sia sempre questa la mercede che io devo cercare a Gesù Cristo per le mie opere, sia la mercede che voleva san Camillo de Lellis: «Pati et contomni pro te» Amen.
19 luglio, martedì sera 80. In generale ho bisogno di maggior attenzione nella recita dell'ufficio della beata Vergine e nel rosario in casa. Del resto, quantunque io mi senta unito a Gesù Eucaristia, talvolta sono un po' scarso di giaculatorie. Tutto questo procurerò di fare con esattezza domani. Così pure non perderò inutilmente il tempo nel fare inutili chiacchiere in cucina. In quanto poi all'amico debbo confessare come stamattina s'è fatto alcun poco sentire dentro di me, mentre tornavo da Baccanello, ed avevo visitato quella tal ottima persona dalla quale mi sembra aver ricevuto una asciutta accoglienza. S'è fatto sentire, pensando alle passate vicende di Pentecoste, e alla parte che quella persona io credo abbia avuto in esse. Basta, queste occasioni mi devono servire sempre più per umiliarmi, e quando mi capiteranno ancora di simili incontri, procurerò subito di smorzare l'amor proprio, dicendo: ben ti sta; se ciò è accaduto, lo hai meritato; tutte, anche le più meschine accoglienze che ti si usano, devono essere onore per te, che non sei altro se non putredine e vermi, ignoranza e peccato.
20 luglio, mercoledì sera 81. Mi è proprio ancora necessario: 1) una maggior attenzione nella recita delle mie orazioni; 2) un po' meno di sonnolenza in tempo della meditazione; 3) un maggior numero di giaculatorie; poiché contro queste tre cose ho mancato quest'oggi. Del resto, in quanto all'amico, quest'oggi è stato discreto; ha fatto poco chiasso. Basta, vedremo domani. Iddio mi aluti. «Domine, tu scis quia amo te» (Gv 21,17). (Traduzione : Signore, tu sai che io ti amo).
21 luglio, giovedì sera 82. Ho mancato discretamente anche quest'oggi al raccoglimento, nel rosario. A questo modo non piaccio certo a Maria; dunque? Ora che son passati alcuni di dacché mi trovo in vacanza, bisogna che mi applichi ad un po' di studio serio, epperò incomincerò domani. Come pure, da domani in poi, farò una visita di più al santissimo Sacramento, sul mezzodì; poiché oggi [Gesù] espressamente mi ha fatto intendere, nella lettura della visita di sant'Alfonso, come egli trova le sue delizie fra gli uomini (Prov 8,31). Ora la mia povera chiesa è abbandonata, nessuno va a trovarlo. Io e lui ci vediamo due o tre volte in tutto; è giusto adunque, che io, giacché posso, vada qualche volta di più a visitarlo, almeno a salutarlo. Oh, come egli sarà contento, come mì rìpagherà!
22 luglio, venerdì 83. Possibile mai che io non ci arrivi a conservare il raccoglimento nel rosario? Vedremo anche domani. Bisogna che in qualche modo mi premunisca contro il sonno che mi assale quando studio. Così è necessario che io stia avveduto a non parlare troppo nelle conversazioni, come avevo incominciato quest'oggi; poiché, quantunque per oggi possa star sicuro, è però sempre vero il detto: «in multiloquio non deerit peccatum» (Prov 10,19). (Traduzione: dove molto si ciarla la colpa non mancherà), Anche coi pensieri buoni per se stessi, che talvolta mi sorprendono e mi entusiasmano, conviene essere regolato, per non cadere in altre distrazioni; e per ottenere questo: giaculatorie e giaculatorie.
23 luglio, sabato 84. Insomma, anche quest'oggi ci sono caduto: chiacchiere di qui e di lì, in modo da somigliare al più gran dicitore del mondo. Dopo me ne accorgo subito e me ne pento, ma bisogna pensarci prima. D'aver detto male degli altri, non mi sembra; però ci vuol sempre occhio. È tutto amor proprio che si fa sentire, tutta voglia di comparire. Oh, caro mio, conosci te stesso 16 e chiacchiererai meno e invece sarai più raccolto nelle orazioni, più frequenti saranno le giaculatorie! «Jesu, miserere mei!».
24 luglio, domenica sera 85. In complesso io ho ancora da fare un'opera un po' perfetta. Per esempio, una recita raccolta dal santo rosario, ecc.; anzi, quest'oggi ne ha scapitato alcun poco anche la visita al Ss. Sacramento. Quali occasioni di umiliarmi! Bene sta, io non merito grazia alcuna. Domani sarò un po' scrupoloso nel procurare esattezza in tutto ed in specie nella pietà: per esempio, meditazione, ufficio, rosario e visita. Del resto umiltà sempre, poiché quando si è umili Iddio ci aiuta. Onde mi guarderò dal profferire anche la più piccola parola di risentimento coi miei, di qualche offesa che mi venga fatta. O Gesù, pensateci voi!
25 luglio, lunedì sera 86. Anche in questa sera ho pianto, e dal parroco e da Gesù. O Gesù, accogliete le mie pene, le mie lacrime, per lavare i miei peccati, e per esse date umiltà a me ed anche ai miei parenti. Maria, soccorrimi tu!
26 luglio, ritiro mensile 87. Con uno sguardo al passato mese ho conosciuto come io abbia mancato di raccoglimento e di umiltà; raccoglimento per quei giorni che ho passato in seminario, umiltà per quelli delle vacanze. Ed ora, giacché mi trovo meno infermo nel raccoglimento (quantunque del resto non ne sia del tutto guarito), attenderò più di proposito all'umiltà, procurandomi di star saldo in tutte quelle occasioni, e sono moltissime, che mi si presentano di esercitarla. E per questo mi gioverà immensamente una unione di pensieri e di affetti con Gesù in Sacramento, il mio amico, poiché allora fra lui e me ci sarà vero amore, e l'amore per Gesù porta seco l'umiltà. Là adunque con lui mi sfogherò sempre, a lui manifesterò le mie miserie, i miei affanni, ed egli mi darà la pazienza che mi è necessaria nelle continue avversità in cui mi trovo. Egli mi aiuterà a compiere quella missione di pace fra la mia famiglia troppo angustiata. Egli mi insegnerà ad amare il prossimo, a perdonano, a compatirne i difetti. Così pure, se piangerò, se sarò offeso o abbandonato, mi consolerò pensando di assomigliarmi al buon Gesù, che pure, e più di me, è offeso e abbandonato, eppure non cessa mai di amare. In tal modo le mie lacrime tanto più saranno meritorie, preziose, quanto più saranno amare, e non mi sconforterò, ma mi terrò onorato di patire qualche cosa per Gesù che è morto in croce per me; e per me sta continuamente chiuso in un tabernacolo. Di questo passo sempre più conoscerò l'altezza del sacerdozio, ministero di carità, e la molteplicità; e in ciò, come non umiliarmi? come non tacere in tutto? O mio Dio, o mio Dio, fatemi vostro amante e sarò umile; fate-mi di voi amantissimo e sarò umilissimo.
26 luglio, martedì sera 88. Ho bisogno di non lasciarmi sorprendere dal sonno prima di mezzodì, come è avvenuto questa mattina. Così pure domani, in ossequio alla Madonna, procurerò di recitare, meno sbadatamente di quello che abbia fatto quest'oggi, il rosario. Perché non ci avrò da arrivare? Ad esercitarmi, nell'ultimo, mi studierò di mettere massimamente in pratica quel proponimento che ho fatto nei santi Esercizi, che cioè le mie parole arrivino prima alla lima che alla lingua, guardandomi dall'entrare in certe questioni, o mettere palese il mio parere intorno a certe questioni affatto inutili, come per esempio, adombrava quest'oggi. Del resto, unione con Gesù e giaculatorie. O Dio, vedete quanti peccati, ma voi «miserere mei» (Sai 51,3); io vi amo (Gv 21,17).
27 luglio, mercoledì sera 89. E dalli e dalli! io non voglio mai capirla di tacere con quel benedetto curato quando si entra in certe questioni che non mi convengono; non mancherò neanche, ma intanto si mostra il mio naturale di voler decidere da sapiente. Ad ogni modo, quando ho finito, anche dopo tutte le massime cautele, mi accorgo sempre di aver parlato troppo. E questa è superbia. Di più, mi perdo troppo in cucina a chiacchierare inutilmente; bisogna bene che mortifichi un po' anche la curiosità di voler sapere cose che non mi appartengono. Mi guarderò anche dal sonnecchiare nella meditazione, come sta-mattina. Del resto, giaculatorie pochette, ed in quanto al rosario, resti quanto ho detto ieri sera, poiché un po' da cristiano l'ho ancora da recitare. O Dio, quanti peccati! Umiliati una volta, ecco che cosa sei capace di fare colla tua bravura! Gesù mio, misericordia!
28 luglio, giovedì sera 90. Ho bisogno di maggior raccoglimento nella recita delle mie orazioni, specialmente nell'ufficio della beata Vergine. Del resto non avvenga, neanche per inavvertenza, come quest'oggi, di uscire di paese e andare a Carvico, senza il cappello. In generale mi fa difetto davvero quella intima unione con Gesù che santifica tutta la giornata, epperò userò più spesse giaculatorie.
29 luglio, venerdì sera 91. Ahimè, ahimè! vo' sempre più un pochettino raffreddando-mi nell'amare il Signore. Così per la visita, la trasferisco appena una mezz'oretta prima del rosario, e lungo la giornata di do penso a Gesù. Anche in quanto all'ufficio sono ancora lì così. Che vergogna per me, andare indietro invece di andare avanti! O buon Gesù, accendete un po' il mio cuore del vostro ardentissimo amore.
30 luglio, sabato sera 92. Bisogna proprio che mi umilii conoscendo la mia dappocaggine. Fossi buono almeno di far questo! Io mi credo un serafino, invece non sono che un luciferino superbo e altro. Per esempio, la visita di quest'oggi l'ho fatta male, distrattamente; e quando si fa male la visita, la barca non va bene. Il rosario lo recito anche quello un po' con la testa per aria; l'ufficio poi non se'ne parla. E intanto Gesù mi chiama dal suo ciborio ed io fuggo, fuggo come tutti gli altri cristiani di mondo. Oh che cuore, che cuore! Ci arrivassi almeno a tenermi unito a Gesù con più spesse giaculatorie! L'ho promesso mille volte e non l'ho mai fatto. Dunque bisogna farlo, e con l'aiuto di Dio lo farò. «Domine, si vis potes me mundare» (Mt 8,8). (Traduzione: Signore, se vuoi, tu puoi mondarmi).
31 luglio, domenica sera 93. Sono ancora agli stessi passi di prima; anzi, per di più, quest'oggi non ho fatto che un'ombra di esame particolare; ho omesso del tutto la recita dei tre Pater e l'Angelus a mezzodì. Finiamola adunque, intanto che il Signòre mi usa ancora misericordia. Questa sera finisce il mese di luglio e ne incomincia un altro. Lo finisco anch'io, domandando a Gesù perdono delle mie infedeltà, e incominciando domani una vìta nuova. Domani si apre appunto il Perdono d'Assisi; quindi mi rimondo e purifico del tutto, e pregherò il buon Gesù che, dopo, mi dia la purità, l'amore, l'umiltà profonda del serafico Francesco. O Gesù, non mi abbandonate!
1 agosto, lunedì sera. 94. Raccoglimento, giaculatorie e attenzione specialmente nel rosario. Bando a certi pensieri entusiastici che, quantunque ottimi in se stessi, pure in certi tempi sono nocivi perché distraggono troppo la mente. O Dio!
2 agosto, martedì sera. 95. Quest'oggi in tutto il complesso non sono piaciuto a Gesù. Lontano fui da lui; la visita poi l'ho fatta, o meglio, non l'ho fatta. O Dio, umiliatemi sempre più, fatemi conoscere il mio vero niente, stringete quell'unione sì intima di mente e di cuore con voi, altrimenti, se continuo come in questi ultimi giorni, mi voglio ridurre a mali passi. Ciò non sia mai, o Signore; io protesto fin d'ora di volervi sempre amare. O Gesù, carità e perdono.
3 agosto, mercoledì sera. 96. Oh bella! l'è poi ora di finirla di fare il burattino col Signore. Gesù mi chiama durante il giorno, mi chiama tutte le sere, mi prega, mi scongiura, ed io lo lascio solo. Sinora siamo andati avanti con le buone, ma adesso passiamo alle brutte. Domando io. Tutte le sere: Gesù mio, misericordia! e di giorno, invece, peccati ed altro. È un operare da chierico questo? Quest'oggi poi, oltre a tutte le altre mancanze, distrazioni, dissipazioni in cui sono caduto nei giorni passati, ho omesso la lettura spirituale. Non sono stato lì a far niente, è vero, ma le cose di pietà devono sempre essere preferite alle altre. Dunque, patti chiari. Incominciamo dal togliere le mancanze più frequenti e più appariscenti; poi, volta per volta, verremo alle altre. Sono testimoni in questo momento, di questo mio atto, il buon mio angelo custode e il mio san Giovanni Berchmans. O domani faccio la visita e recito il santo rosario come si deve, e allora la va bene tutto; oppure continuo a fare come in questi ultimi giorni, e allora venerdì non si mangerà niente fino a mezzogiorno e si faranno due ore di meditazione. Facciamo i conti; io ci voglio guadagnare a tutti e due i modi. O Gesù, guardatemi un pochetto anche voi.
4 agosto, giovedì sera. 97. Un pochetto ci ho guadagnato, con tutto ciò però non ho ancora fatto tutto quello che dovevo; per esempio, la visita non era proprio delle più fervorose che io abbia fatte; nel rosario ancora qualche distrazioncella; ma via, per oggi contentiamoci; a domani il resto. Intanto la pena in caso di contravvenzione non è tolta, anzi, al rosario e alla visita aggiungerò la recita dell'ufficio a Maria Vergine. Dovrò guardarmi ancora dal questionare, talvolta soverchiamente, col curato col difendere certe persone o azioni, che d'altronde sono riprovevoli; oppure anche mi sembra non lo siano; poiché, quantunque tutti possano conoscere che io parlo così per ridere, oppure volgo la questione in ridere anche quando la prendo sul serio, pure certo eccedere è sempre troppo, ed anche la minima coserella può essere fondamento di un grosso castello. Basta, ci intendiamo, siamo umili e non si farà male a nessuno. O Gesù!
5 agosto, venerdì sera. 98. Quest'oggi ho mancato prima di tutto ad un mio principale dovere, cioè di far recitare le orazioni ai miei piccoli fratelli. Prometto, come ossequio a Maria in questa incipiente novena, che non la sarà più così; sarò esatto anche in questo. Ho preso anche il vizio di dormire un po' troppo dopo il mezzodì, perocché punterò l'orologio che mi svegli dopo non più tardi di tre quarti d'ora, che possono bastare. Domani incomincia la novena dell'Assunta; dunque, nuovo fervore in tutto e unione con Gesù e Maria per mezzo di giaculatorie, di cui ho tanto bisogno. O Gesù e Maria, siate voi sempre il mio unico amore.
8 agosto, lunedì sera. 99. Nelle due passate sere non ho potuto mettere in carta nulla per il forte dolor di denti. Questo incidente, se da una parte mi fu causa di patir qualche cosa per Gesù, dall'altra mi ha anche distratto. Se fossi per esempio un po' severo, domani dovrei applicarmi quei castighi che mi sono proposto, giacché non ho fatto troppo bene quei due principali esercizi di pietà: visita e rosario; e poi, a dirla chiara, sembra che io non sia neanche nella novena, tanto è poco il bene che vi faccio. Dunque ci vuol fervore; non cose grandi e straordinarie, ma gran perfezione nelle solite e soprattutto unione con Gesù, col pensiero a Maria, come ho suggerito stamane per lettera anche al Carminati. O Maria!
9 agosto, martedì sera. 100. Prima di incominciare le mie pratiche di pietà mi devo ricordare di quel gran detto: «Ante orationem praepara animam tuam» (Sir 18,23). (Traduzione: avanti l’orazione, prepara l’anima tua). Devo procurare di raggiungere quel punto a cui sono giunti i santi, di poter cioè, con la massima facilità, e non con distrazioni come faccio io, passare dallo studio o altra occupazione, alla preghiera. Del resto non posso che ripetere quanto ho scritto ieri sera. Sono quasi sfiduciato, mi trovo sempre agli stessi passi. O Gesù e Maria, datemi un po' più di fervore, altrimenti io inaridisco.
12 agosto, venerdì sera. 101. L'altra sera non avevo la candela; ieri sera mi mancava l'inchiostro; e quindi per due sere non ho messo nulla in carta. Dando così un'occhiata generale, devo dire come, se non ho a lamentare grandi mancanze, non trovo però neanche delle virtù. Son lì sempre a quel punto, senza fare un passo avanti. E io credo che tutto ciò dipenda dal pensarvi poco, dal non confrontare un giorno con l'altro e vederne la diversità, come vorrebbe l'esame particolare; il quale, tra parentesi, dovrei farlo molto più bene, in una parola, ci sono certe cosette le quali non sbriccano mai o, dirò meglio, non si fanno mai proprio bene; per esempio, il rosario, un pochetto anche la visita, e molto più la pratica delle giaculatorie. E sì che la buona volontà non mi manca, e di questa non posso che ringraziare il Signore, poiché è tutta grazia sua. Ma devo pensare che di buone volontà è pieno l'inferno. Oh!, se conoscessi quanto mi è necessario l'esser buono e santo. Ebbene, non facciamo più così. Domani mi confesso, e poi comincio una vita di maggior attenzione e fervore ad onore della beata Vergine, la quale merita tanto il mio amore; ed incomincerò dal non parlare mai con nessuno, nemmeno in confidenza, di piccoli difetti che forse a me solo appariscono e che trovo in altre persone. O Maria!
13 agosto, sabato sera. 102. In generale quest'oggi l'è andata meglio che negli altri giorm. Però non c e ancora tutta quell'unione con Gesù e Maria con giaculatorie, come si dovrebbe fare, e poi anche il rosario e l'ufficio è trascurato un pochetto. Devo poi badare con certe persone a non toccare certe cose che le irritano, poiché a questo modo si diventa causa di impazienze su cose tutte che non sanno di virtù. O Maria, madre mia, se non mi soccorrete adesso che ne ho tanto bisogno, che chierico, che prete sarò io?
15 agosto, lunedì sera. 103. Quest'oggi tutto per aria: meditazione, lezione spirituale, esame particolare, visita ecc., tutto, tutto. Ma via, era difficile quasi il fare altrimenti. Maria me lo perdonerà, poiché del resto non ho fatto altro che concorrere in qualche modo anch'io alla cara festa dell'Assunta, che annualmente si solennizza con pompa, qui, a questo mio povero paese.
16 agosto, martedì sera. 104. Quest'oggi per mia colpa sono caduto, o per lo meno, fui in grave pericolo di cadere, in quella mancanza di cui fui pressappoco rimproverato nell'ultima Pentecoste, di voler cioè ragionare di cose che a chierici non si appartengono. E bensì vero che dal canto mio mi sembra di aver usato i massimi riguardi, di non aver parlato che di quella semplicità, ubbidienza, attaccamento ai superiori, desiderio del vero bene che in un prete si richiede; è vero che non ne ho parlato che col curato e solamente quando egli intavolava il ragionamento, quantunque io prima avessi proposto di tacere; ma non sono io il giudice di me stesso; queste cose sono contro il desiderio dei superiori e basta, quindi io devo procurare di star fuori da queste questioni quanto più posso, e pregare solamente che le azioni dei sacerdoti servano tutte alla gloria di Dio. È vero, è sempre il pranzo del signor parroco, il convegno dei preti all'Assunta, che desta in me questo fuoco: più che tutto però è la superbia; dunque, via! Tanto più che queste cose portano uno sconcerto nelle pratiche di pietà, come avvenne quest'oggi in cui parte di esse furono omesse (lezione spirituale), e parte (meditazione, visita, rosario) fatte a qualche modo. O Gesù, quando incomincerò io a contentarvi davvero?
17 agosto, mercoledì sera. 105. Meno male! quest'oggi finalmente mi sembra di aver passato una giornata discretamente quieta. Deo gratias! Il dolor di denti che mi sopravvenne prima del mezzodì la rese anche più bella. Non sono però senza mancanze: per esempio, la meditazione l'ho fatta col sonno; il vespro l'ho recitato un po' in fretta e sbadatamente, per non dire delle giaculatorie che furono ancora poche. Questa sera, all'udire la morte di quel mio comparrocchiano, mi venne una ispirazione. A quel punto, mi troverò io contento o malcontento della mia vita? Se mi trovassi come adesso avrei poco di che consolarmi. Oh! si, «moriatur anima mea morte justorum», ma per questo prima «vivat anima mea vita justorum» (Nm 23,10). (Traduzione: possa io morire della morte dei giusti e viva io la vita dei giusti).
18 agosto, giovedì sera. 106. Io mi devo ricordare che non ho il dovere solamente di « declinare a malo» (Sal 27,37), (Traduzione: sta’ lontano dal male e fa’ il bene) ma altresì di fare il bene. Quantunque del resto quest'oggi non possa dire del tutto di essere stato esente dal male, poiché la visita per esempio e il rosario furono fatti ancora un po' distrattamente; e dopo, per la visita, lascio sempre l'ultimo tempo. Con Gesù non si fa così: lasciarlo sempre per ultimo. O Gesù mio, quando avrò un poco più di fervore?
19 agosto, venerdì sera. 107. Meno chiacchiere inutili durante la giornata, come ho fatto stamattina laggiù in cucina, e maggior attenzione alle pratiche di pietà e di studio, specialmente alla recita dell'ufficio della beata Vergine e del rosario che, povera Madre, non l'ho ancora da accontentare una volta. Sia questo l'ossequio di domani, giorno di sabato a lei consacrato. Mio Dio! Che vergogna, pensare che io dovrei essere un santo per le grazie che il Signore mi ha dato, e invece sono un gran peccatore!
20 agosto, sabato sera. 108. Anche quest'oggi giornata balorda. Prima del mezzodì quasi sempre col curato, dopo col signor dottore e quindi ho fatto poco o nulla di bene. Noto due sole cose: 1. Ho bisogno di maggior fervore e di mettere maggior attenzione nel prepararmi ai santi Sacramenti, specie l'Eucaristia. 2. Stare indietro tanto, tanto, più che posso, e non nominare neanche per accidente certe questioni che non mi appartengono, come dissi più addietro; né tampoco farla da saggio con Tizio e Sempronio, esponendo la via che sembrerebbe doversi tenere in tali circostanze. Facciamolo questo poco di sacrificio, che tanto lo desidera il mio buon Gesù. O Gesù, toglietemi dalla mia tiepidezza.
21 agosto, domenica sera. 109. «Domine, Domine, miserere mihi maximo peccatori» (Sal 51,3 e Lc 18,13). (Traduzione: Signore, pietà di me, grandissimo peccatore). Che vi posso dire di più? I proponimenti non li eseguisco per nulla. Dio mio, quanti peccati e quanto amore di Gesù! Quante mancanze di promesse. O sant'Alessandro, che domani voglio visitare in pellegrinaggio, dammi un po' di fortezza nel non mancare ai miei doveri di buon chierico.
23 agosto, martedì. 110. Alla vista in me di tante negligenze nel servizio di Dio, io tutto confuso dinnanzi a lui, ormai più non so dire che queste due parole: Gesù mio, misericordia!
24 agosto, mercoledì sera. 111. Meno male di ieri, ma sempre male, specialmente nella recita delle mie orazioni. Io mi lascio portar via troppo dal pensiero delle feste di sant'Alessandro 30, ho bisogno di frenare il mio entusiasmo che forse talvolta toccherà l'indiscretezza.
31 agosto, mercoledì, ritiro. 112. Gli apparecchi, la novena, le solennità straordinarie di sant'Alessandro, non mi hanno permesso di compiere tutti gli uffici di pietà o, dirò meglio, mi hanno interamente portato via la testa. Ora, dopo di essere ritornato dalle feste, mi rimetto in quiete e faccio il ritiro. Non mi perdo a dire di nuovo quanto male io abbia passato questo mese, le poche noterelle che ho fatte sin qui bastano all'uopo. Ciò che più mi atterrisce è la mia incostanza nel servizio di Dio. Mille volte dico con sant'Agostino di voler risorgere, ma al contrario di sant'Agostino, sempre ricado. Il bello è che ultimamente, un po' per mia negligenza, un po' per altre cause, sono stato molti giorni senza confessarmi. E pensare che san Carlo si confessava due volte al giorno! 113. Ma basta, per quanto io dica non posso del tutto descrivere quanto io sia un miserabile, essendoché la superbia mi fa velo all'intelletto. Giacché il Signore mi accoglie di nuovo e mi ammette al suo seno, risorgiamo di nuovo. Frutto speciale, oltre a tutto il resto di questo ritiro, sarà: 1. fare sempre la visita prima di recarmi dal parroco, cioè verso le tre; 2. non entrare mai e poi mai in questioni di giornali, di vescovi, difatti, prendendo la difesa di quello che è combattuto troppo ingiustamente e che mi pare conveniente difendere, e quando anche mi ci mettessero, usare di tutto per uscirne destramente e mostrare sempre in tutto la carità; 3. giaculatorie, massimamente a Maria, di cui ho incominciato ieri la novena.
31 agosto, mercoledì sera. 114. Giaculatorie pochette; la visita, il rosario, hanno bisogno di maggior fervore. Quest'oggi ho appena rasentato, se pure non sono caduto in quella mancanza contro della quale ho fatto il secondo speciale proponimento nel ritiro. Occhio adunque e prudenza, poiché il demonio è più furbo di me. O Gesù mio buono!
1 settembre, giovedì sera. 115. Non c'è molto male, ma non c e neanche bene proprio del tutto: sono piuttosto un po' indifferente; per esempio, la visita e il rosario domandano maggior fervore, tanto più che mi trovo anche nella novena della Madonna. O povera Madonna, quanto poco io l'amo; ad ogni poco la dimentico del tutto. Ebbene, per domani rinnovo per la centesima volta l'ossequio a Maria di essere puntuale e assai fervoroso nella visita e nel rosario. Chissà che mantenuto questo, non venga anche il resto. Speriamolo e confidiamolo. «O Mater mea!».
2 settembre, venerdì sera. 116. Un poco si avvantaggia; ho bisogno però ancora di maggior cura e attenzione nella recita dell'ufficio della beata Vergine, ed in generale sempre, quando mi trovo in chiesa. Del resto giaculatorie molto spesse, giacché possono fare molto bene. Viva Gesù!
3 settembre, sabato sera. 117. C'è calma fin troppo, non vorrei che mi accadesse di prendermela troppo consolata. Il rosario e il vespro lasciano ancora a desiderare. Quanto ci vuole per una cosa sì da niente! Tutto effetto della mia santità. Eh, caro mio, ci vuole umiltà, umiltà e poi umiltà. O Maria, in mezzo agli onori che vi presenta in questi giorni Torino, nel Congresso Mariano 32, non dim'~nticate il mio povero cuore, che si unisce, ultimo, a quelli di tanti vostri divoti e implora le grazie vostre sulla Chiesa e sui peccatori.
4 settembre, domenica sera. 118. Ecco ciò che mi abbisogna: maggior raccoglimento in chiesa quando si celebrano le pubbliche funzioni; ricordarsi più spesso di Maria; non cessare mai dal far bene la visita e massimamente giaculatorie, ed in specie quelle con le quali posso fare nello stesso tempo un atto di umiltà. O Maria!
5 settembre, lunedì sera. 119. Ho bisogno di maggior fortezza nel vincere il sonno che purtroppo qualche volta mi schiaccia, specialmente alla mattina, quando anche faccio la santissima Comunione. Del resto sono ancora distratto in quel benedetto rosario. È ora di finirla: quando è che voglio davvero contentare la Madonna? In questi giorni di gaudio e di trionfi per lei, voglio unirmi anch'io, quantunque così misero, ai sentimenti di tanti prelati, di tanti cattolici che a Torino acclamano alla gran Regina del cielo; ed io mi unisco con giaculatorie e specialmente con l'ossequio più bello, il rosario. O Maria!
6 settembre, martedì sera. 120. Pare proprio impossibile, quanto più si fanno proponimenti, tanto più non si mantengono. Ecco che cosa son buono di fare. Ciarlare, promettere monti, e poi? nulla. Fossi almeno buono di umiliarmi. Alle volte mi perdo fin troppo a ragionare col signor curato, e quindi forse si verificherà quel detto: «in multiloquio non deerit peccatum» (Prov 10,19). E poi, ci prendo molto gusto a contentare la gola colla frutta. Guai, guai! Attenzione a te, raccoglimento e mortificazione, massimamente nel gustare quanto la gola desidera. Ecco la più bella medicina per l'anima e il più bel regalo a Maria in questi ultimi giorni della novena della sua natività. Maria, Maria!
7 settembre, mercoledì sera. 121. Ho bisogno di giaculatorie ancora, specialmente mentre studio; quelle sì mi daranno lume nelle difficoltà che spesse volte, per la povertà del mio cervello, incontro e metteranno in me maggior lena. Di più, debbo notare come mi fermo troppo dopo cena a contarla coi miei in cucina, tanto più che si parla sempre di fastidi, e quindi, mentre mi mettono in cuore lo sconforto, non ci sarebbe a meravigliare se talvolta mi facessero dimenticare la gran legge della carità. Adunque, finito il rosario, dirò poche parole e mi ritirerò. Sono fastidi e quanti! ma i miei sono di tutt'altra specie di quelli dei miei parenti; i loro riguardano i corpi, il materiale; i miei riguardano le anime; questo è ciò che più mi pesa: e il pensare che le tribolazioni per i miei cari invece di servire a bene servono a male. Dio mio, voi che lo provaste, ditelo voi quale schianto al cuore! O Maria, date ai miei la vera carità, per cui perdonino di tutto cuore e sopportino con rassegnazione quelle croci che vengono da coloro che essi credono loro nemici. Basta, preghiamo!
8 settembre, giovedì sera. 122. Che giorno bello e brutto! Bello, per la memoria di Maria bambina; brutto, perché non l'ho santificato come dovevo. Sempre così! Quando ho maggior bisogno di far bene faccio più male, come per esempio quest'oggi: via l'esame particolare, le giaculatone, la visita, via tutto: sempre dissipazione. Dunque ritorniamo in calma; raccoglimento, con giaculatorie: «Domine, miserere mihi, maximo peccatori! » (Sal 51,3 e Lc 18,13).
9 settembre, venerdì sera. 123. Quest'oggi l'è andata così così; senza dubbio poteva andar meglio. Per esempio, la visita posso dirlo di non averla fatta, la meditazione troppo tardi e poco bene, studio poco, giaculatorie non troppe; del resto, ho accontentato la gola quanto più ho potuto. Dunque non c e proprio molto da consolarsi. Domani ad onore di Maria farò il possibile di crescere e di riparare, facendo anche qualche mortificazione corporale; per esempio col non assaggiare mai frutta. O Maria, fate che ci arrivi.
10 settembre, sabato sera. 124. Quest'oggi mi son confessato, ed ho già mancato ai miei proponimenti che ho fatto. 1. Attenzione nel rosario. 2. Non p#rdere il tempo in chiacchiere inutili. Speriamo comunione di domani lavi tutto, e mi faccia vivere della vera vita di Cristo, come egli ardentemente desidera. «Domine, sana animam meam» (Sal 41,5). (Traduzione: Signore, risanami).
11 settembre, domenica sera. 125. Temo quasi di trovarmi in quello stato di quel povero vescovo al quale il Signore mandò a dire, per mezzo di san Giovanni, che egli lo rigettava dalla sua bocca perché non era né freddo né caldo (Ap 3,15). E questo sarebbe uno stato assai deplorevole. Che mi ci trovi proprio anch'io? Ma! non ci sarebbe nulla a meravigliarsi. Faccio sempre proponimenti e sono sempre alle stesse mancanze; dunque dovrò io essere rigettato dalla bocca, dal cuore di Gesù? posso crederlo senza tremare? posso crederlo senza sentirmi eccitato a uscire da questo stato? O Dio mio, fate voi che io ne esca davvero! O Maria!
12 settembre, lunedì sera. 126. Quest'oggi sono andato a San Gervasio a trovare quel mio compagno e quindi meditazione e messa mi fuggirono, le altre cose le ho fatte, ma come soglio io fare in simili circostanze. Intanto Maria soffre, e forse le spade del suo dolore sono troppo pungenti per causa mia! Dio mio, che confusione! Un cosa ho notato massimamente quest'oggi, ed è che in certe circostanze ho sciolto lo scilinguagnolo e forse parlo un po' troppo; senza punto accorgermene divento un predicatore. Anche questa sia una mortificazione da farsi; attenzione e parsimonia nel parlare.
13 settembre, martedì sera. 127. Ho fatto un po' di tutto; non ho studiato niente, ma questo transeat; ho lasciato l'esame particolare, ci ho fatta poca lezione spirituale. Insomma, è sempre così a riguardo mio. Se mi si guarda superficialmente, in generale, si potrà dire che non c'è neanche male, ma se io mi considero in relazione a ciò che dovrei fare e alle grazie che a ciò il Signore mi ha date, io mi vergogno di me stesso e mi devo confessare gran peccatore (Lc 18,13). E pensare che tutte le sere faccio questi riflessi e tutte le sere so-no a quella! È questo il mio grande peccato. Sono anche nel settenano dell'Addolorata, ma delle mortificazioni e giaculatorie ne faccio molto poche. O Maria, immersa nei dolori, oh! piangete anche per me, ma non perché io sia ingrato, ma affinché le vostre lacrime ammolliscano il mio cuore che è sì duro e sì crudele con Gesù. Fiat, fiat (Lc 1,38).
14 settembre, mercoledì sera. 128. Non posso che ripetere ciò che ho detto ieri sera. La grande causa per cui non si vede in me alcun miglioramento è il poco profitto che io traggo dall'esame particolare massimamente. Domani adunque ad onore di Maria Addolorata mi studierò di mettere in pratica quelle norme che io tengo in iscritto a riguardo dell'esame particolare. E Dio mi aiuti.
15 settembre, giovedì sera. 129. Forse sono io che in questi giorni con le mie mancanze accresco le lacrime di Maria. Delle mortificazioni si può dire che non ne faccio o ben poche; a quel benedetto rosario manca sempre qualche cosa; la visita di quest'oggi fu assai imperfetta! E pensare che sono nel settenario dell'Addolorata! E poi c'è un'altra cosa sulla quale ho da richiamarmi, e si è la voglia di leggere giornali, ciò che in seminario mi è proibito. Sinché lo dice il signor parroco, per fare un piacere a lui, transeat, ma andare proprio a cercarli, oh, questo poi no! Dunque, in base a tutto ciò mi regolerò meglip per l'avvenire. D'ora in avanti il mio esame particolare verterà sopra l'acquisto dell'umiltà, secondo quei proponimenti che ho fatto nei santi Esercizi di quest'anno e che tengo in iscritto, e quelle belle norme che ne dà in proposito il Rodriguez Domine, miserere mihi (Sal 51,3).
16 settembre, venerdì sera. 130. Raccoglimento, ecco ciò che mi abbisogna. O Maria, aiutatemi a procurarlo.
17 settembre, sabato sera. 131. Quantunque me ne stia discretamente lontano, pure l'uomo vecchio talvolta si fa ancora sentire in certi sogni d'inferno, nei quali talvolta senza accorgermi mi trovo impigliato. Io insomma sono ancora io, quel gran superbo e peccatore. Che pensiero umiliante! E pensare che Iddio mi sopporta e sembra non abbia gli occhi per vedere le mie offese. Come posso io disgustarlo? Come posso io non essere pazzo dal desiderio di amarlo e di farlo amare? La Vergine santissima Addolorata piange perché Gesù non è amato, ma è offeso; forse piange anche per me. Oh! consolatevi, o Maria, mantenete in me vivo vivo il desiderio di amare il vostro figliolo e fate che per quanto io posso, lenisca i vostri acerbi dolori col tirare anime a Gesù e a voi. Affinché mi aiutiate, vi consacro le mie azioni di domani. Purificatele voi, fornitele di quella perfezione di cui tanto abbisognano, e il rosario sia almeno una volta recitato quale non l'ho mai fatto sinora.
20 settembre, martedì sera. 132. Ho un bisogno grande di raccoglimento e di una maggiore presenza di spirito, col richiamare spesso i proponimenti che di tanto in tanto si fanno. E poi in tutte le mie cose devo mostrare di essere un vero ragazzo, come lo sono in realtà; e non diportarsi in tutto quale un serio filosofo e uomo di gran conto. Questo è il mio naturale; è tutta la mia sostanza: superbia. Del resto, rassegnazione grande nella volontà di Dio, sopportando con vera pazienza e senza diventare bisbetico le sventure che Dio mi manda in famiglia, per esempio la grave malattia del mio fratellino Giovanni. Preghiamo, preghiamo sempre per tutto, e tutto si faccia secondo il piacere [di Dio], ad onore e gloria di Dio. Sì, «ad majorem Dei gloriam!». Amen.
21 settembre, mercoledì sera. 133. Bisogna che mi guardi dal differire l'adempimento delle mie pratiche di pietà, non riserbandole ad altro tempo più lontano, per contentare magari se stesso e la propria gola. Questo sarebbe un'ingiuria a Dio e un mostrare di non amarlo; questo è una specie di confronto fra Gesù e Barabba (Mt 27,16-23). Tanto più che Dio non si contenta delle cose fatte a metà, quasi per imprestito. Gesù e Maria, siate la salvezza mia!
22 settembre, giovedì sera. 134. Quante tribolazioni! Il mio fratellino Giovanni mi ha messo in gran timore per la sua salute, sicché io prego e prego. Io spero che il Signore mi voglia esaudire. Questa sera a pensarci seriamente mi venne il pianto agli occhi. Mi immaginavo io su quel letto e mi domandai: come l'andrebbe se fossi per essere giudicato in questo momento? d'esser mandato all'inferno lo meriterei, ma non lo spero; al purgatorio però ne son certo. Eppure il solo pensiero del purgatorio mi fece venire i brividi. Che sarà mai di me? Oh, povero me! Quanto sono miserabile. Mi sembrerebbe di poter fare anche una buona morte; un po' d'amor di Dio non mi manca. Ma ecco che mentre penso a questo, accio anche con ciò stesso dei pensieri d'amor proprio. Guarda - direbbero gli altri - che morte da angelo! È qui che si rivela e non si può nascondere il mio marcio. Prima di tutto bisogna che muoia interamente a me stesso, per poter così volare all'amore di Dio e schivare, se fosse possibile, anche le pene del purgatorio. O buon Gesù, date voi uno sguardo a questo miserabile, e almeno in vista del desiderio che ho di amarvi e di faryi amare quanto voi meritate, quanto voi ne siete degno e quanto a me è possibile. O Maria, guarite il mio piccolo Giovanni.
23 settembre, venerdì sera. 135. Tutte le volte che penso al purgatorio tremo e non lo capisco mai di fare con maggior perfezione le mie pratiche di pietà, tutti i miei uffici. Ho bisogno di frenare un po' una certa smania che ho quando visito gli ammalati, usando maggior carità nel discorrere con gli altri. È tutta roba vecchia. Del resto il Signore in questi giorni mi ha mandato una croce un po' più grave. Egli sia benedetto (Gb 1,21); possa questo farmi simile a lui (1Gv 3,2) e cancellare la pena dovuta ai miei peccati. «Laus Deo» (cfr. Lc 18,43).
24 settembre, sabato sera. 136. Prima del mezzodì l'ho fatta un po' disordinatamente; dopo, o meglio questa sera, ho mancato forse tròppo di maniera coi presenti per riguardo alla cura del mio amato fratello. Ci voleva una maggior tranquillità. Capisco che se taccio, talvolta mi tocca di sentirne anche quando mi sembra di procurare il miglior bene e mi tocca soffocare e soffocare, ma questo sia fatto tutto ad onore di Gesù e di Maria, a maggior bene dell'anima mia e di quella del mio piccolo Giovanm. Quando mi sento così oppresso mi sembra di potermi più con confidenza abbandonare nelle braccia di Dio e ne godo. O beati, mille volte beati i religiosi che lungi dalle cure di questo mondo sol vivono in Dio. Troppo voi siete per me desiderabili! Ma via, Gesù per me vuol così, egli mi manda la croce affinché la sopporti. Sia diecimila volte benedetto (cfr. Gb 1,21).
25 settembre, domenica IV sett., sera 137. Che croce mi è capitata quest'oggi. Dio mio, mi mette i brividi il solo pensarvì. Il mio buon padre, colui che tanto ha fatto per me, che mi ha allevato, che mi ha indirizzato al sacerdozio, il mio parroco don Francesco Rebuzzini è morto, ed oh, poveretto! è morto repentinamente. Ditelo voi, o Gesù, che strazio al mio povero cuore. 138. Questa mattina le mie povere gambe non più mi reggevano, un chiodo mi era fitto nel cuore; i miei occhi non davano, o davano poche lacrime. Io non piansi; sì dentro impietrai. Al vederlo li in terra, in quello stato, con la bocca aperta e rosseggiante di sangue, con gli occhi chiusi, mi pareva in viso, - oh, la serberò sempre questa immagine! - mi pareva un Gesù morto, deposto dalla croce. Ed egli non parlava più, non mi guardava più. Ieri sera mi aveva detto: arrivederci. O padre, a quando arrivederci? Oh, in paradiso. Sì, al paradiso io volgo gli occhi. Egli èlà, lo vedo, di là mi sorride, mi guarda, mi benedice. 139. Oh, me fortunato, che potei godere della scuola di un sì grande maestro! La morte lo colse all'improvviso, ma egli già da settantatré anni vi si era preparato. Egli morì quando stava per vincere se stesso, vincere il male onde era colpito; e tutto, per recarsì alla celebrazione della santa messa. Morte pur sempre ad ogni modo preziosa ed invidiabile. Potesse essere così anche la mia. Come dissi, la posizione nella quale lo trovai io, mi dice che egli si era messo in ginocchio e rovesciò all'indietro non potendo più reggersi. Il Cuore di Gesù ventisei anni fa gli dava la consolazione di entrare per la prima volta fra i suoi figli; il Cuore di Gesù lo scorso anno gli concedette di celebrare il suo giubileo parrocchiale; il Cuore di Gesù quest'anno gli apprestò una festa più solenne, una festa eterna e tutto ciò nella IV [domenica] di settembre, qui da noi dedicata al Cuore di Gesù. 140. Or dopo questa vera prova che Gesù mi ha dato, dopo il più grande dolore che io abbia mai sofferto in vita mia, che debbo io fare? Cessiamo dal far lamenti, che già troppo abbiamo conceduto alla natura. Or dov'è il padre mio? Egli è la, vicino al Cuore di Gesù, siccome quegli che ne è un vero modello. Guardiamo adunque là, studiandoci di renderci al tutto simili a lui. Possano le preghiere che il buon parroco, certo, ha sempre innalzato per me, che posso dirmi il suo beniamino, possano quelle che io faccio per lui, possa la sua vita che mi sarà sempre dinnanzi, rendermi suo vero imitatore, per poter così soddisfare a quell'arrivederci di ieri sera e riabbracciarci in paradiso, dopo di aver compiuto quella missione che il buon Gesù mi ha affidato. Possano soprattutto i suoi esempi di umiltà, di semplicità, di rettitudine stamparsi nell'animo mio, in modo che possa smorzare la mia superbia e farmi più grande dinnanzi a Dio, poiché dinnanzi a Dio non [sia] superbo, ma « vir simplex et rectus ac timens Deum» (Gb 1,1) (Traduzione: uomo semplice e retto, timorato di Dio) come il mio parroco. «Ipse laudabitur» (Prov 28,20). (Traduzione: l’uomo leale sarà colmo di benedizioni). O Gesù, abbiate misericordia di me, aprendo i miei occhi a esempi sì luminosi.
26 settembre, lunedì sera. 141. In quest'oggi un po' il dolore, un po' gli impieghi, il lavoro pei funerali, mi hanno distratto e distolto dalle pratiche di pietà. Insomma, «ibi est frequenter cogitatio mea, ubi est quod amo» (IC 3.48). (Traduzione: il mio pensiero è costantemente là dove è l’oggetto del mio amore). Questo mio amore però, mostrato dal dolore, non mi può certo esser nocevole all'amore verso Dio, perché santo è l'oggetto che amo e santo ne è il fine. Ci son poi arrivato ad ottenere, per prezioso ricordo del parroco, il suo Kempis, quello istesso che egli, sin da quando era chierico, usava tutte le sere. E pensare che su di questo libricciolo egli si è fatto santo. Oh, questo sarà sempre per me il libro più caro e una delle gemme più preziose che io mi abbia!
28 settembre, mercoledì sera. 142. Quest'oggi, si sono celebrati i funerali al mio compianto padre. Ora egli non è più fra di noi col corpo, ma lo è collo spirito; lo è coll'impronta delle più elette virtù, lo è col suo affetto di padre. Io però sono rimasto orfano, con immenso danno. Qual pena era per me quest'oggi dovermi sforzare continuamente (a) celare quelle lacrime che pure talvolta mi scappavano dagli occhi. Il mio dolore più grande, il più grande di quanti io mi abbia provato! Io sono divenuto come smarrito, non so più come fare: fare qualche cosa ne trapela anche agli altri; io non mi so adattare a vivere come in (un] mondo nuovo per me. Ma via, facciamoci coraggio, se il mio padre è scomparso, Gesù resta ancora e mi protende le braccia, invitandomi ad andar a lui per consolarmi. Sì, andiamo a lui; egli, al quale io, in tutti i giorni liberi da altro, mi unirò nella comunione fatta a questo fine. Egli darà pace all'anima benedetta del mio parroco e soprattutto mi renderà suo vero imitatore, specialmente nell'umiltà. Per ora mi rassegnerò a Dio, rimettendo in calma l'animo mio troppo tormentato e riprenderò appunto, in suffragio di quell'anima, tutte le mie pratiche di pietà, usando in esse speciale fervore. Oh, il mio parroco! O Gesù fatemi simile a lui. «Inspice et fac secundum exemplar» (Es 25,40). (Traduzione: guarda ed eseguisci secondo il modello).
29 settembre, giovedì sera. 143. Quest'oggi sono stato un po' più ordinato di ieri, non però del tutto come si conviene; per esempio la visita non so dire se l'abbia fatta. In questi giorni io ho sempre dinnanzi la santa figura del mio parroco e quindi, rilevandone la troppa differenza con me, non mi posso contentare. Chi sa che questo esempio così luminoso, oltre ai benefici già fattimi, mi ecciti meglio alla virtù, all'amore del prossimo. Oh, io lo spero; tanto mi voleva bene il mio parroco. Se talvolta mi viene la ispirazione di far qualche mortificazione, non la devo lasciare sfuggire, ma l'offrirò a Dio per la pace di quell'anima benedetta. È un sacrificio che è nulia in confronto di quelli che il buon prete ha sostenuto per me. O Dio, «non derelinquas nos orphanos» (cfr. Gv 14,18). (Traduzione: non lasciarci orfani).
1 ottobre, sabato sera. 144. Quest'oggi giaculatorie quasi nessuna: visita si può dire non l'ho fatta, ed ecco qui la causa: perché Gesù mi sembra quasi forestiero. Il mio grande danno, come l'ho osservato l'altra volta, èla poca riflessione e presenza di spirito. Se ripensassi un po' meglio ai proponimenti che io faccio del continuo, se facessi l'esame particolare e generale secondo quelle norme che tengo in iscritto e che ampiamente ho lette sul Rodriguez, certo farei qualche passo di più e me ne accorgerei; invece sono come una lumaca, non mi faccio sentire per nulla affatto. Dunque ci vuol lena. Ricomincerò domani, usando prima di tutto perfezione nelle pratiche di pietà ed in specie nella visita e rosario, e poi guardandomi bene dal parlare non bene di qualsivoglia persona, anche se l'errore è troppo evidente. Del resto si faccia tutto per Maria, e Maria del rosario mi aiuterà a tutto ottenere; ella che è potente e terribile come oste schierato in campo. «O Domine, salva me!» (Sal 69,1).
NOTE SPIRITUALI
145. Nel ritiro mensile dopo la morte del parroco Rebuzzini, il santo segno della mia infanzia e della mia vocazione. 4 ottobre 1898.
21 ottobre, venerdì. Tredici giorni mi restano ancora di vacanza. (Signore!] Fate che in essi io mi diporti da quel chierico che ho sempre desiderato di essere, senza mai esserlo. Mi confortino gli esempi del mio amatissimo e compianto parroco, pel quale imploro pace e gloria eterna. Datemi la grazia che io possa far bene queste due cose: la visita e il rosario. Le altre verranno da sé. O Gesù Eucaristia, pel quale io vorrei consumarmi di amore, tenetemi sempre a voi unito; il mio cuore sia presso il vostro; io voglio essere con voi l'apostolo Giovanni. O Maria del rosario, tenetemi raccolto nella recita di questa orazione; legatemi per sempre, per mezzo del rosario, al mio Gesù Eucaristia. Viva Gesù amore, viva Maria Vergine Immacolata.
24 ottobre, lunedì sera. 146. In quest'oggi, a regola, non c'è stato proprio male; però se ci fossero maggiori giaculatorie non rio e nella visita, mi pare di aver fatto quantum possum, quantunque del resto le distrazioni non siano mancate. Io credo che possa grandemente assicurare l'esito delle pratiche di pietà il prepararvisi prima. «Ante orationem, dice lo Spirito Santo, prepara animam tuam» (Sir 18,23). (Traduzione: avanti l’orazione prepara l’anima tua). O Gesù, o Maria, proteggetemi sempre.
25 ottobre, martedì sera. 147. Anche quest'oggi ì'è andata non male, e ne sia ringraziato Gesù. Oh, che gusto vivere sempre così! Ma guai se mi ringalluzzisco, guai. Io non ho nulla di bene; il mio corredo sono i peccati. Quest'oggi corre la festa della beata Margherita Alacoque. Oh, potessi avere anch'io quella divozione, quell'amore che ella aveva al Sacro Cuore di Gesù! Oggi pure si compiono i trenta giorni dacché passò al suo paradiso quell'anima santa del mio caro parroco. Dio se l'abbia in pace e lo premi colla gloria dei santi.
26 ottobre, mercoledì sera. 148. Se il buon desiderio non è mancato, forse quest'oggi non gli è interamente corrisposto il successo. Nulla di straordinario. Dio mi guardi dal rallentare nel bene. Epperò userò maggior raccoglimento specialmente la mattina quando mi vesto; sarò un po' più severo nel non lasciar passare il tempo inutilmente, e porrò soprattutto grande attenzione alle mie parole, qualunque siano. O buon (sani Giuseppe, fate qualche cosa anche voi che tanto potete appresso Dio e Maria!
27 ottobre, giovedì sera. 149. Raccoglimento sempre e in tutto; ecco la mia salvaguardia. Talvolta mi distraggo fin troppo e sono tardo a raccogliermi nelle mie pratiche di pietà. Se trovassi poi qualche cosa da fare, in modo da poter far passare un po' meglio il tempo, sarebbe cosa buonissima e sarei così meno sul pericolo di distrarmi. Occhio sempre anche alle parole finché non siano troppo ben purgate e, diciamolo pure, finché siano scrupolosamente purgate, sul conto d'altri, o farla troppo da impaziente. Insomma ci vuole umiltà, umiltà profonda, altrimenti fabbrico sull'arena (cfr. Mt 7,26). Gesù mio, pietà di me.
28 ottobre, venerdì sera. 150. C'è bisogno di una forte tirata d'orecchi. Sono già due sere che quasi non faccio la visita, che duri però un tempo onesto. Non ci ho colpa, perché l'obbedienza mi ha impegnato altrove, ma se prendessi di volo l'ispirazione, che talvolta mi viene, di fare questa visita un po' più per tempo, non ci sarebbe più nulla a lamentare. E poi un'altra cosa che domani e poi sempre devo compiere con più attenzione, è la recita dell'ufficio di Maria che oggi ho compiuto distrattamente. Via, speriamo che Maria faccia qualche cosa anch'essa. Del resto, occhio alle parole e giaculatorie. O Gesù, pietà.
29 ottobre, sabato sera. 151. Insomma, la memoria di quel benedetto parroco mi tiene forse distratto un po' troppo, come avvenne nella visita e nel rosario. Questo non è imitarlo. Ci vuole « modus in rebus» [Cicerone] e poi «omnia tempus habent» (Qo 3,1). Di più, bisogna che faccia un po' repullsti di tante parole inutili, chiacchiere in cui mi perdo la sera coi fratelli e colle sorelle. Di più è necessario che mi sforzi ad alzare la mente a Dio più spesso ancora di quello che faccia presentemente. Oh povero me! un poco che ne aggiunga, e poi sono ancora agli stessi passi di prima. Umiltà, adunque, e diffidenza di me stesso, che da solo non posso far nulla. O Gesù, nella comunione di domattina, abbruciate il mio cuore, sì ch'io vi possa perennemente amare, ma con l'amore dei santi.
30 ottobre, domenica sera. 152. Ci fu una grave mancanza quest'oggi che mi fece perdere i momenti più preziosi della comunione, e fu forse di pregiudizio anche alle altre pratiche di pietà, e fu la distrazione appena alzato mi dal letto e il non raccogliermi subito appena giunto in chiesa. Questo fatto merita di essere ricordato e di essere fissato. Un altro caso che mi fa paura si è di essere trattato con quella serietà di ragionare e di atti colla quale si trattano i preti. Oh, povero me! e non mi avveggo che è tutto fumo di diavolo. Capissi almeno che tutto ciò proviene dal diportarmi io con tutta la prosopopea di prete, e non colla semplicità e piccolezza di chierico. Capissi almeno che tutto ciò deriva dal mio amor proprio! «Domine illumina oculos meos ne umquam obdormiam in morte» (Sal l2,4). (Traduzione: Signore, da’ luce ai miei occhi affinché non mi addormenti nel sonno della morte).
31 ottobre, lunedì sera. 153. A dire il vero, tra quest'oggi e l'ultimo lunedì c'è una differenza discretamente notabile. Insomma, quando io vado da qualche parte, non sono mai buono di tenermi sempre unito con Dio. «Declino a malo, sed non facio bonum» (Sal 37,27). (Traduzione: sto lontano dal male, ma non faccio il bene). È raro il caso che in simili circostanze non lasci a lamentare per qualche cosa. Quest'oggi, per esempio, giaculatorie sono tante da poterle contare sulle dita. L'esame particolare ha preso il volo. L'ufficio di Maria fu recitato distrattamente, come press'a poco anche il rosario. E poi questa sera è successo quello che ho lamentato altrove, mi sono fermato fin troppo al parlare, a far chiacchiere sciocche, invece di ritirarmi. E non so io forse che anche di questo dovrò rendere conto a Dio? Speriamo che quello che ho fatto lunedì scorso, e non quest'oggi, lo possa ripetere domani, giorno di tutti i Santi, incominciando dal fare una buona comunione. «Omnes Sancti et Sanctae Dei intercedite pro me et in humilitate me constituite ». (Traduzione : Santi e sante tutti di Dio intercedete in moi favore, affinché io mi rassodi nell’umiltà). Preparatemi al nuovo anno di felicità seminaristica.
1 novembre, martedì sera. 154. Quest'oggi, in quanto a pratiche di pietà, non fu proprio molto bello; e di questo credo di essere sufficientemente scusato dall'aver dovuto, per ragioni di convenienza, tenere compagnia ai sacerdoti che stavano dal curato 6 In mezzo però a questa distrazione, io guardo con una certa compiacenza a questo giorno, siccome quello in cui mi sembra di non essere caduto in quei difetti di superbia, di sopracciò, come mi accadeva altre volte in simili circostanze. Per ora umiliamoci e benediciamo Iddio e preghiamo. Non sia questo il primo e l'ultimo giorno in cui possa essere messo ad esercizio e dia buoni risultati il mio vecchio amico, l'amor proprio, il desiderio di far bella figura, di prender l'aria da sapiente. 155. Qualche cosa si vede avrà influito anche la comunione di stamattina. Deo gratias. Questa sera è incominciato il giorno dei morti, e la mestizia mi ha sorpreso. Il giorno dei morti mi ridesta alla mente la cara figura del mio parroco. Oh, non tutti i pensieri si possono esprimere. Domani sia un giorno di speciale suffragio per quell'anima benedetta, della quale sento la continuata protezione verso di me quando guardo al mio amatissimo padrone, e ormai qui in terra primo benefattore, il canonico Morlani 7. Oh, potessero le mie preghiere recare a quell'anima, se ne ha bisogno, il massimo vantaggio; a lui che, anche nell'altra vita veglia sopra di me e mi benefica come se tuttora vivesse. Questi suffragi pel mio parroco serviranno ad accrescere in me la divozione al Ss. Sacramento, divozione che colla preghiera pei morti va mirabilmente congiunta. Domani pertanto io applicherò la nuovissima e straordinaria indulgenza plenaria, concessa dal Papa, in occasione del presente nono centenario della commemorazione di tutti i fedeli defunti (998-1898) all'anima del mio parroco che «requiescat in pace».
2 novembre, mercoledì sera. 156. Ho da rimproverarmi di un po' di tempo perduto inutilmente, come pure di non aver usato tanta frequenza nelle giaculatorie. Bisogna poi ancora che nella meditazione mi guardi dal sonno, e non lasciarmici abbandonare, come questa mattina. O Gesù, misericordia a me, e pace ai defunti.
3 novembre, giovedì sera. 157. Ho passato la giornata in viaggio, e quindi è stata una delle solite. Soprattutto nei ragionamenti ho mostrato di essermi talvolta risentito di alcune noncuranze in cui mi parve di essere tenuto; e tutto ciò è superbia, di quella del numero uno. E poi sono stato proprio mancante di giaculatorie. Dio mio, compassione di me che desidero di amarvi. Domani è il primo venerdì del mese, e quindi giorno di riparazione al Cuore di Gesù. Deh! fosse la mia una vera riparazione per le mie ingiurie. O Gesù, perché non lo sarà, se voi mi aiutate?
4 novembre, venerdì sera. 158. Meno male di ieri, pur tuttavia fui grandemente distratto nella comunione, un pochetto anche nel rosario, ond'è che debbo procurare il raccoglimento massimamente alla mattina. Starò ancora raccolto anche per procurare, quanto più posso, quella mitezza che in varie occasioni alle volte mi manca, ~rna che mi è pur necessaria per guadagnare nella virtù e far del gran bene alle anime. O Gesù, o Maria, o san Carlo!
5 novembre, sabato sera. 159. Più vado avanti e più conosco l'amor di Gesù comparato con l'ingratitudine degli uomini e specialmente mia. Quanti difetti, quante mancanze, quanto poco raccoglimento, quante poche mortificazioni del sabato! Io sono buono d'immaginarmele, le virtù, non di praticarle. In quanto a questo non ho che pretese. «Miserere mihi, Deus, maximo peccatori; non me derelinquas usquequaque» (Sal 51,3; 119,8; e Lc 18,13). (Traduzione: o Dio, abbi pietà di me, sommo peccatore; non mi abbandonare mai). Domani è l'ultimo giorno di vacanze e voglio, se Dio mi aiuta, far bene ad ogni costo. Il rosario, poi, oh, il rosario! fate voi, o Vergine, che io lo possa recitare come san Giovanni Berchmans!
20 novembre, domenica, nel ritiro. 160. In questi giorni di seminario sono stato allegro fin troppo, d'appoi la mente volò come farfalla, trascurando quindi ciò che merita la più grande importanza. Di qui le distrazioni specialmente nel vespro; di qui il non conservare come si deve il silenzio in tempo di scuola. Insomma, quantunque le regole di chierico siano eseguite sostanzialmente, manca però sempre ad esse quel sale, quella perfezione che le rende più belle, più care a Dio e più meritorie. Io sono come un quadro dal quale, quantunque siano tolte quelle macchie che più lo rendevano inconoscibile, pure è ancora ricoperto di uno strato di granellini di polvere, il quale avvolge come in un ombra il quadro, che resta disgustoso a vedersi. In tale stato in cui si trovano questi quadri vecchi e trascurati, in tale appunto mi trovo io. Or qual meraviglia che io non senta in me il continuato influsso della grazia, l'ardore della carità, se queste mie piccole negligenze ne sono l'ostacolo? 161. C'è dunque bisogno di ciò che si usa fare coi quadri suddetti, quando si vogliono ritornare al loro stato, sì che compaiano belli come quando uscirono dalle mani del pittore. Una buona lavata con olio, ecco il rimedio, se non si vogliono rendere inconoscibili. Si, c'è bisogno di un repulisti di tutte queste mie imperfezioni. Il che l'otterrò col raccoglimento fin dalla mattina, quando mi sveglio, e col non dar nell'eccesso dell'allegria, poiché altrimenti si diventa stolti. Occhio soprattutto alle parole che riguardano altri e soprattutto occhio nel proferir giudizi a riguardo di Tizio e di Caio. È proprio in questo che si mostra l'amico". Del resto giaculatorie infinite E giacché il buon Gesù mi ha mandato un'altra disgrazia con la morte del mio buon direttore, mi farò un dovere di raccomandare spesso al Signore quella buona anima insieme con quella del mio parroco, affinché quelle due persone, che troppo bene conoscevano la mia coscienza, le mie magagne, mi raccomandino esse pure a Gesù e a Maria, e mi implorino umiltà, per me, amore ardente per Gesù e per tutte le anime redente col suo santissimo sangue. «Iesu, Maria, Joseph, amores mei dulcissimi, pro vobis vivam, pro vobis patiar, pro vobis moriar». (Traduzione: Gesù, Maria, Giuseppe, miei dolcissimi amori, voglio vivere per voi, soffrire per voi, morire per voi).
28 novembre, lunedì. 162. In quanto al primo capo di cui mi lamentai la scorsa domenica, cioè all'eccessiva allegria, mi pare d'aver riparato, quantunque non del tutto. Ma, via, ad ogni modo è sempre meglio esser allegro che mesto. D'altronde: «Laetamini in Domino» (Sal 32,11). (Traduzione: rallegratevi nel Signore). Anche la visita andò in complesso non del tutto male e ne sia lodato Iddio. Ci sono però molte altre cose da riparare e purtroppo anche da schiacciare: le distrazioncelle nelle orazioni, le noncuranze e il non far tesoro delle piccole cose, qualche paroletta in tempo di scuola, il non farmi con quei compagni che mi sono, come a prefetto, affidati; il non farmi, dirò, a ragionare facendo conversazione quasi sempre cogli altri prefetti. Ecco quante belle cose.
8 dicembre, giovedì sera 163. Evviva Maria Immacolata! l'unica, la più bella, la più santa, la più cara a Dio di tutte le creature. O Maria, o Maria, tu mi sembri tanto bella che, se non sapessi che a Dio solo si deve rendere il sommo degli onori (Rm 1,8) io ti adorerei. Tu sei bella; ma chi può dire quanto sei buona? Or volge un anno dacché tu mi hai concesso quella tal grazia che tu ben sai quanto io poco mi meritassi, e tu in questo giorno istesso me la ricordi colla più viva insistenza, rammentandomi anche i doveri purtroppo sì dolci che l'accompagnarono e che io ebbi l'onore di assumere. Ma ahimè, non sempre ho corrisposto al tuo amore, non sempre fui con te quale tu fosti con me. Guardando a me stesso, io ben comprendo quale dopo un anno dovrei essere, e quale non sono. Io sono sempre stato un po' matto, un po' balordo, in questi ultimi giorni specialmente. Ecco qui tutta la mia virtù. 164. Gesù pare si sia un tantino discostato da me, perché io mi sono discostato da lui. Ho bisogno di un grande raccoglimento, usando frequenti giaculatorie. Siamo sempre a quella. Bisogna di più che io faccia gran calcolo delle cose piccole, parolette, pensierucci ecc., guardandomi dal dar nel leggero, il che doppiamente mi nuocerebbe. O Maria, giacché non sono stato quale dovrei essere, giacché più vivamente che mai tu mi ricordi i miei speciali doveri, conservami sempre in queste disposizioni, cioè col massimo fervore di spirito nel fare il bene. Di nuovo a te mi consacro, o madre mia; dammi un po' di quel buon gusto, di quella squisitezza nel bene che tanto mi manca e che tanto perfezionerebbe le opere mie. Il mio pensiero ritorni spesse volte in te, dite parli la bocca, a te sospiri il cuore. Soprattutto ti raccomando quell'affare che tu ben sai; tu mi intendi, fammi umile e sarò santo, fammi umilissimo e sarò santissimo. Io consacro a te quelle mortificazioncelle che io, col tuo aiuto, mi propongo di fare. Ma tu sumi sempre presente nella pietà, e anche nello studio; illumina la mia mente in quelle verità che riguardano te e il figliuol tuo. Da ultimo, o gran Madre Immacolata, introducimi a Gesù, mèta ultima degli affetti miei; stringimi a Gesù interamente, aiutami a diventare pazzo di amore per lui. Così sia.
18 dicembre, domenica, nel ritiro. 165. Sino all'Immacolata ho lasciato molto a desiderare; dopo l'Immacolata meno. Sia ringraziata Maria. Ciò che più mi occorre in questi giorni è il raccoglimento, usando moltissime giaculatorie ed una cura grande nella meditazione, messa, visita, e più che tutto nell'esame. Del resto umiltà, umiltà grande, nel piccolo. Il mio cuore, la mia mente devono essere penetrati del pensiero, dell'amore di Gesù Bambino. O Gesù, fatemi piccolo come voi; voi sapete quanto lo desidero.
1899
NOTE SPIRITUALI
15 gennaio 1899, nel ritiro mensile. 166. La morte del mio carissimo direttore Isacchi', l'acquisto del nuovo direttore, se non hanno grandemente mutate le mie faccende, però hanno prodotto qualche piccolo cambiamento: per esempio, io non sono certo così conosciuto dal nuovo direttore come lo ero dall'Isacchi; quindi non ho ancora quella intrinsichezza che prima avea; ma avrò bisogno di dar tempo al tempo, e le cose si accomoderanno. In quanto poi all'affare del mettere in carta le mie coserelle, come ho fatto dall'anno scorso sino al mese passato, pare che il nuovo direttore non ne sia troppo caldo, come l'altro. Uno insomma la pensa bene ad un modo, un altro ad un altro. Di qui si comprende la lacuna dall'ultima data ad oggi. Ma questo sia detto di passaggio. Piuttosto veniamo al «tu autem ». Il pensiero della morte, ravvivato dai recenti lutti del seminario per la morte del direttore Isacchi e presentemente rinnovato dalla morte del già mio carissimo rettore, don Giacinto Dentella - che Dio si abbia in pace, e accolga nella compagnia del mio compianto parroco e dello stesso direttore Isacchi - mi ha fortemente scosso.
19 marzo, nel ritiro mensile. 167. E il giorno del mio san Giuseppe; e come non riprendere la consuetudine di mettere in iscritto i miei pensieri, consuetudine da gennaio sin qui interrotta, non so se per colpa mia o di nessuno? Come non nominare san Giuseppe quando in quest'anno...
16 aprile, nel ritiro mensile. 168. Quante volte scorro queste poche pagine e giungo al termine, arrossisco di me stesso, pensando come in tre mesi io abbia assai male eseguito quel proponimento, fatto negli Esercizi spirituali dello scorso anno 1898, di mettere in carta qualche pensiero riguardante lo stato della mia coscienza. Come si vede qui sopra, non appena incominciavo a scrivere che già sonava il termine del ritiro, e quindi si troncava tutto e non vi si pensava più. Ora che sono appena tornato dalle vacanze pasquali, in questo giorno di ritiro ho voluto intraprendere di nuovo questa mia utile usanza che, coll'aiuto di Dio, spero di non interrompere più mai. 169. Quest'oggi mi sono raccolto alcun poco; ma, che dico io, raccolto? E qui che cominciano le mancanze. Avrei dovuto raccogliermi, ma non sono mai stato capace di farlo, se non in qualche modo. Io sono buono di suggerire agli altri il modo di far bene, ma di metterlo in pratica io, mai. Quindi è che d'ora in avanti, specialmente per riguardo al raccoglimento, io non dirò mai cosa nell'esercizio della quaie io non sia per servire di modello agli altri, come è mio dovere. Porrò poi una speciale attenzione nella recita dell'ufficio di Maria Vergine, e specialissima poi nel rosario giacché a questo riguardo, nei giorni passati, ho lasciato non poco a desiderare. Altra cosa di cui abbisogno, e che mi potrebbe giovare assai, è l'esercizio continuato delle frequenti giaculatorie. Per esse la mia mente sarebbe sempre in Dio, e quindi anche sempre presente a se stessa, e perciò non correrei pericolo, come forse ègià avvenuto, di parlare inutilmente d'altri, quando non si può parlare senza mostrarne i difetti, di ragionare senza una non so qual compostezza. Ecco tre cose adunque alle quali [guardo], come conseguenza e frutto del presente ritiro: rosario, giaculatorie e riservatezza, contegno nel discorrere col non parlar male d'altri inutilmente. 170. Del resto, in quanto al mostrarmi troppo minchione, credulo in cose di nessuna importanza, e al dar così occasione di ridere a spalle mie, io non posso che goderne, vedendo così in qualche modo umiliato il mio amor proprio, e considerandomi fatto simile, quantunque troppo meschinissimamente. al buon Gesù, che fu trattato da pazzo. Mi concedesse egli che anch'io diventassi pazzo di amore per lui. Dopo, il resto vada come vuole! Da ultimo, per quel che riguarda i fastidi di famiglia, rinnovati specialmente in questi giorni di vacanze, io li ho rassegnati tutti al Cuore benedetto di Gesù, l'amor mio. Egli sa che io non desidero già ai miei cari ricchezza, piaceri, ma solo la pazienza e la carità. Egli sa che se io mi dolgo, mi dolgo solo per la mancanza in loro di queste virtù. Mi dia egli la grazia di vederli tutti un giorno in paradiso, e poi avvenga ciò che vuole; a tutto mi rassegnerò per la maggior gloria di Dio e per la soddisfazione dei miei peccati. O Gesù, deh, che io muoia d'amore per te!
24 aprile, lunedì. 171. In questa settimana non c'è stato proprio male, specialmente per ciò che rigùarda il raccoglimento nelle pratiche di pietà, di che debbo molto ringraziare il Signore e pensare che, per conto mio, non saranno cose durature, tanto io sono debole e fiacco. Il più che io mi debbo procurare è una pietà interna, della quale l'esterna non è che una veste; pietà che si fondi sull'umiltà vera, della quale ho un grandissimo bisogno. Onde attenderò più di proposito a mortificarmi, specialmente nell'intelletto, a stare unito più intimamente a Dio per mezzo di moltissime giaculatorie, per potermi così meglio preparare all'imminente mese di maggio. Così sia.
7 maggio, domenica. 172. È incominciato già da tempo il mese mariano; ed io ho bisogno ancora di raccoglimento, specialmente nella meditazione, nel rosario, ecc. Nelle cose di pietà io sono forse un po' troppo poeta. Del resto però, mi pare non ci sia proprio male, e ne ringrazio Iddio e Maria. Lo scorso anno, nel mese di maggio, ho domandato a Maria due cose: umiltà e amore. Sul finir del mese fui esaudito, avendo avuto occasioni di esercitare l'una e l'altro. Quest'anno torno da capo e spero che la Madonna mi esaudirà ancora. Ella è sì buona! A dir i1 vero, trovo fatica ad umiliarmi, ma mi auguro sarà una fatica di cui sarò rimeritato. Tutto sta nell'acconciarmici di lena, sin da principio. Gesù, Maria, voi sapete s'io voglio piacervi ed amarvi.
22 maggio, lunedì di Pentecoste, nel ritiro. 173. O Signore, perdonate a me che sono il più gran peccatore (cfr. Sal 51,3 e Lc 18,13). Che cosa posso dire io di più? Volere o non volere, bisogna pur che lo confessi. Questo è il pensiero che può guarire tutti i miei mali. In questi giorni passati, se, grazie a Dio, non mi son dato ad una vita rilassata o molto tiepida, però la fantasia ha lavorato troppo, troppo, e quindi con pregiudizio dell'intelletto, il quale, se non si è del tutto unito alla fantasia, ma anzi ha cercato di frenarla, però certo ne avrà subito una qualche influenza. La festa pel mio novello parroco, quei pochi versi che ho scritto in questa occasione, poi gli ordinandi, le segrete aspirazioncelle dell'amor proprio, oh, quanto olio. alla mia superbia! Guai alla fantasia! Grazie a Dio, mi pare che l'intelletto non vi abbia aderito, però anche all'intelletto non farebbe male l'esser umiliato. Di tratto in tratto alcuno mi umilia e, credendo che io ne abbia a male, mi fa sanguinare. Questi sono i momenti di tacere e di esultare. Dicono e credono che io sia un minchione. Lo sarò anche, ma il mio amor proprio non lo vorrebbe credere. È qui il bello del giuoco. Ecco qui il bell'argomento d'esercitarmi nella pazienza, nella mortificazione, di piacere a Maria, alla mia bella Immacolata. 174. Insomma, io non so come esprimermi. O mio Gesù Eucaristico, o Spirito Santo, o Immacolata, voi conoscete i miei bisogni, voi i miei difetti, la mia voglia di comparire, il mio bisogno di star nascosto, di abbassarmi, di esser disprezzato, e con tutti questi difetti il mio desiderio di amare, di farmi santo; voi dunque umiliatemi, voi guardate a me, voi fatemi santo. Umiltà e amore!
28 maggio, domenica.175. Meno male; però c'è bisogno ancora maggior raccoglimento, specialmente in questi giorni ultimi del mese di maggio. Del resto, fuoco, fuoco! È la settimana del Corpus Domini, del mio Gesù in Sacramento.
1900
IMPRESSIONI E RIFLESSIONI AVUTE NEI SANTI SPIRITUALI ESERCIZI DELL'ANNO DI GRAZIA 1900, (21-28) FEBBRAIO SEMINARIO DI BERGAMO.
176. 1. Chi son io, donde vengo, dove vado? …Io sono il nulla. Ogni cosa che possiedo, l'essere, la vita, l'intelletto, la volontà, la memoria, tutto mi fu dato da Dio, epperò tutto si appartiene a lui... Anche sol vent'anni or sono, tutto era quanto mi circonda; erano il sole, la luna, le stelle, i monti, i mari, i deserti, gli animali, le piante, gli uomini; nel mondo le cose procedevano ordinatamente sotto l'occhio vigile della divina Provvidenza. Ed io? Ed io non era. Tutto compievasi senza di me, nessuno pensava a me, nessuno immaginava di me, neppure in sogno, perché io non ero. 177. E tu, o mio Dio, per un tratto ineffabile deI tuo amore, tu, che sei in principio ed avanti i secoli, tu mi traesti dal mio nulla, mi comunicasti l'essere, la vita, l'anima, tutte insomma le facoltà del corpo e dello spirito; tu apristi le mie pupille a questa luce che intorno a me irraggia i suoi fulgori, tu mi creasti. Onde tu sei il mio padrone ed io sono la tua creatura. Nulla io sono senza dite, e per te io sono tutto quello che sono. Senza dite nulla posso; che anzi, se tu non mi sostenti ad ogni istante, io ritorno là onde sono uscito, nel nulla. Ecco ciò che io mi sono. Eppure mi invanisco, eppure faccio pompa sotto gli occhi di Dio di quei beni ond'egli mi ha ricolmato, quasi fossero cose mie. Oh, stolto me! «Quid habes quod non accepisti? et si accepisti quid gloriaris, quasi non acceperis?» (1Cor 4,7). (Traduzione: che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché te ne vanti come non l’avessi ricevuto?). 178. Iddio mi ha creato; eppure egli non aveva bisogno di me; eppure l'ordine dell'universo, l'ambiente che mi circonda, tutto insomma esisterebbe istessamente senza bisogno di me. Perché adunque mi credo io così necessario a ques~o mondo? Chi son io se non una formica, un granello di arena? Perché dunque mi faccio sì grande dinnanzi a me stesso? Superbia, orgoglio, amor proprio! A che sono io in questo mondo? Per servire a Dio!. Egli è il mio padrone assoluto perché mi ha creato, perché mi conserva l'essere, epperò io sono il suo servo. Dunque la mia vita dev'essere del tutto consacrata a lui, a compiere i suoi voleri; del tutto e per sempre. Quindi, allorché io non penso a Dio, quando attendo alle mie comodità, al mio amor proprio, alle mie lodi, io manco ad un mio gravissimo dovere, divento un servo disobbediente. E Dio allora che farà di me? O Signore, allontana da me i fulmini della tua giustizia e non mi scacciare dal tuo servizio come purtroppo meritai. 179. Servo di Dio! Qual titolo, qual mansione bellissima è mai questa! Non lo dicesti tu, o Signore, che il tuo giogo è soave, ed il tuo peso è leggero? (Mt 11,30). Non sta scritto forse nelle tue Scritture che il servire a te è regnare: «servire Deo regnare est» (1Re 3,7)? Non è forse il maggior onore per un uomo santo, il poter dire di lui che è servo di Dio? Ed il tuo Pontefice, il tuo Vicario in terra, non si fregia forse di questo nome «servus servorum Dei»? Qual gloria adunque servire a te, o mio Dio! Eppure, io mi dimentico sì facilmente di questo mio dovere! Deh! quale vergogna, non servire ad un padrone così giusto, così buono, così santo come tu sei. 180. Servire a Dio (Eb 9,13); e poi? il premio... la patria... il cielo... il bel paradiso... Sì, paradiso... paradiso, ecco la mia mèta, ecco la mia pace, il mio gaudio. Paradiso, dove si vede, dove si contempla il mio Dio «facie ad faciem sicuti est» (1Gv 3,2). (Traduzione: faccia a faccia, così mcome egli è). O Signore, io ti ringrazio di questo guiderdone che tu mi hai preparato per quattro giorni di servizio; dell'onore altissimo al quale mi indirizzasti. Io sono un pellegrino sopra la terra, io guardo al cielo, mio fine, mia patria, mia abitazione. O cielo, cielo, tu sei bello, e tu sei per me! Nelle contraddizioni, nelle amarezze, nello sconforto, ecco la mia consolazione: allargare il cuore alla beata speranza e poi guardare e pensare al cielo, al paradiso. Questa èla pratica dei santi, di san Filippo Neri, del mio san Francesco di Sales, del ven. Cottolengo che sempre esclamava: «paradiso, paradiso! ». 181. Ecco le belle verità che tu, o mio Dio, mi hai insegnato: purtroppo io le conosco, ma non le comprendo. Sono un nulla, e mi reputo un grande uomo; vengo dal nulla e m'insuperbisco di me medesimo per quei doni che appartengono a Dio. Devo servire il mio Creatore e invece talora lo dimentico perfino, mi scordo di lui, servo alla mia ambizione, al mio amor proprio. Sono chiamato al paradiso e non penso che alla gloria del mondo. Deh, quale contrapposto! O Signore, ti possa io comprendere, come ti pregava il tuo Agostino: «noverim te, noverim me, ut amem te, ut spernam me». O Signore, ascolta questo cieco che mentre tu passi ti grida, ti scongiura a sanarlo, tu che sei il lume degli occhi miei! (Sal 38,11). Dammi la luce, si che io veda: «Domine ut videam» (Lc 18,41). 182. 2. Io possiedo un' anima. Quale grandezza! Io non sono un sasso, una pianta, un animale qualsivoglia; io sono un uomo, ed un uomo per l'anima che mi vivifica. Per l'anima un raggio del volto divino risplende sopra di me, e per la memoria io sono fatto simile al Padre, al Figlio per l'intelletto, allo Spirito Santo per la volontà. Ma non solo: l’anima umana è di un valore infinito, poiché costa il sangue di un Dio. Laonde l'anima di un selvaggio, di un Turco, è più preziosa di tutte le ricchezze del mondo. Quale valore! Essa è destinata a godere di quella gioia ond'è beato Dio medesimo. Come dunque avrò io il coraggio di offendere quest'anima bella della bellezza stessa di Dio? Come posso permettere che per il peccato sia fatta simile ai giumenti, resa schiava del corpo, essa che del corpo è la signora? Eppure l'ho fatto! Quale umiliazione per me! 183. Per l'anima si manifestarono le grandezze delle perfezioni divine; nella creazione, e molto più nella Incarnazione, risplendettero nella loro più fulgida luce l'onnipotenza, la sapienza e l'amore di Dio. Iddio si assoggettò per essa a tutti i tormenti, alla morte stessa. Ed io perché non mi mortificherò, non patirò qualche cosa per cooperare alla salvezza di quest'anima che infine non è d'altri, ma è mia? 184. 3. Tutti gli uomini che sono sulla terra portano in sé la immagine di Dio; costarono a lui immensi dolori. Eppure tanti non amano Dio, non lo servono, anzi lo calpestano, e moltissimi non lo conoscono nemmeno. Ecco il pensiero che mi deve eccitare a compassione delle anime loro e mi deve accendere nel cuore il desiderio vivo di salvare anch'esse, e, se non altro, di pregare per loro; il considerare come per esse inutile è il sangue di Cristo, anzi si converte in motivo di terribile condanna. Se tutti gli uomini rappresentano Dio, perché non li amerò tutti, perché li disprezzerò, perché non sarò con essi rispettoso? Questo è il riflesso che mi deve rattenere dall'offendere i miei fratelli in qualunque modo; ricordarmi che tutti sono immagine di Dio (Gen 1,21), e forse l'anima loro è più bella e più cara al Signore che non la mia. 185. 4. Io mi vanto di me medesimo, pretendo quasi dal Signore le sue grazie; e se faccio alcunché di bene, mi presento dinnanzi a lui a somiglianza del fariseo... Eppure io sono peccatore (Lc 18,11-13). Questo è il sentimento che mi deve sempre accompagnare quando entro in chiesa ed in ogni luogo. Io sono peccatore. Epperò non arroganza di parola, non alterezza di portamento, ma occhi bassi, umile di mente e di cuore, affabile coi compagni. Dinnanzi a Dio, poi, la mia condotta deve essere quella del pubblicano, che, lungi dall'altare, si percuote il petto dicendo: «Domine, propitius esto mihi maximo peccatori» (Lc 18,13); (Traduzione: o Dio, abbi pietà di me, che son peccatore) e quando ricevo grazie e consolazioni, devo considerare tutti questi doni come elemosine che Dio mi concede, e però non invanirmi di essi, ma riconoscermi immeritevole. 186. 5. Tanti bei pensieri di onori a me stesso, acquistatimi colla scienza, che mi gioveranno in punto di morte? Epperò quando vengono a sconvolgermi, a gonfiarmi il cervello, questo è il modo brusco ma efficace di cacciarli via: pensare al momento della morte, ai desideri di quel punto e dimandarmi: «Quid hoc ad aeternitatem?» (Traduzione: che serve ciò all’eternità?). 187. 6. Tutte le mie vanità, tutte le mie distrazioni nelle pratiche di devozione, nella meditazione, negli esami di coscienza, nella recita dell'ufficio della Beata Vergine, del rosario; tutte le parole, i motti spiritosi pronunciati solo per un segreto desiderio di comparire, per far vedere direttamente o indirettamente che ho studiato; tutti i miei castelli in aria, i castelli di carta, i castelli in Ispagna, tutte le parole proferite nel tempo di silenzio, tutte le ispirazioni rifiutate: tutto, tutto al giudizio. Dio mio, che spavento! che cumulo di peccati! Quale confusione per me che sono sì delicato in punto di stima, di amor proprio! Eppure, pensaci bene, o anima mia: o si mette la testa a casa adesso, oppure bisognerà adattarsi a subire quella umiliazione con tutto il resto che seguirà. Sì, pensaci bene a questa verità, e prima di ripetere ciascuna di queste mancanze, fa bene i tuoi conti per non pentirti, ma inutilmente, più tardi. «Si nosmetipsos dijudicaremus, non utique judicaremur » (1Cor 11,31). (Traduzione: se ci esaminassimo attentamente da noi stessi, non saremmo giudicati). 188. 7. Il pensiero dell'inferno m'atterrisce; no, non lo posso sostenere. Mi par quasi impossibile, né sono capace d'immaginarmi il mio Dio così irato contro di me da allontanarmi da sé, dopo che mi volle tanto bene. Eppure la è questa una verità certissima. Se io non combatto il mio orgoglio, la mia superbia, il mio amor proprio, m'aspetta l'inferno! O me infelice! Sarà dunque vero, o Gesù dilettissimo, che io non vi possa più amare? non più vedere la vostra faccia? che io abbia ad essere discacciato lontano da voi? Speriamo che ciò non avvenga; tuttavia potrebbe succedere, epperò devo sempre stare con timore e con tremore, ed operare così la mia salute. «Cum timore et tremore vestram salutem operamini» (Fil 2,12). (Traduzione: attendete alla vostra salvezza con timore e tremore). E intanto però non sarà fuor di proposito rammentarmi sempre dell'inferno, o colla vista degli oggetti esterni o colle mortificazioni. Vedo il fuoco? Ma esso a paragone del fuoco dell'inferno non è che dipinto. Sento dolor di denti? ardo di sete? rabbrividisco dal freddo? mi tormenta la febbre? Mortifichiamoci: l'inferno. è luogo di tutti i martini, «locus tormentorum» (Lc 16,28), nell'inferno si cuocerà, si arderà come il carbone nella fornace; nell'inferno ci sarà «frigus et stridor dentium» (Lc 13,28). (Traduzione: pianto e stridor di denti). 189. Nell'inferno non si potrà muovere un dito; ed io perché non potrò recitare un'orazione, che so io, il rosario, il vespro, senza scompormi? Nell'inferno si resterà sbalorditi da acutissime strida ed io perché non sopporterò qualche rumore che m'annoia? Nell'inferno si patirà una fame canina, ed io perché non farò astinenza di qualche boccone più delicato? Nell'inferno la compagnia dei dannati e dei demoni; ed io perché non soffrirò con pace la presenza di chi non mi va a genio? Non ho io meritato tante volte l'inferno? e non potrei meritarlo di nuovo? O mio dolcissimo Gesù, ascoltate questa mia preghiera. Mandatemi pure, ve ne scongiuro, ogni sorta di malattie in questa vita; inchiodatemi per sempre in letto; riducetemi siccome il lebbroso della foresta; caricate il mio corpo di tutti i dolori più spasmodici quaggiù, che tutto accetterò in penitenza dei miei peccati, e ve ne sarò gratissimo; ma per carità non mandatemi all'inferno, non privatemi del vostro amore, della contemplazione di voi per tutta l'eternità. Si, sì, o Gesù, ve lo dico di cuore: «Brucia qui, taglia qui, qui non usarmi compassione, affinché sia salvo nell'eternità» 190. 8. Terribili sono, o mio Dio, i consigli della tua giustizia (Sal 66,3), ed al solo immaginarmeli, io tremo di terrore. Ma chi, chi può mai scandagliare i seni della tua misericordia? Esalti pure chi vuole gli altri tuoi divini attributi, magnifichi la tua sapienza (Sal 104,24), lodi la tua potenza (Sal 106,2), io per me non cesserò giammai di cantare le tue misericordie. «Misericordias Domini in aeternum cantabo» (Sal 89,2), e della tua misericordia, o dolcissimo Gesù, non è forse ripiena la terra: «Misericordia Domini plena est terra» (Sal 33,5)? E la tua misericordia non è in cielo e sopra tutte le altre opere tue: «Domine, in caelo misericordia tua (Sal 36,6); et misericordia eius super omnia opera eius» (Sal 145,9)? E non sei tu il Padre delle misericordie, e il Dio di tutte le consolazioni: «Pater misericordiarum et Deus totius consolationis » (2Cor 1,3)? Non sei tu che dicesti di non voler il sacrificio ma la misericordia: «Misericordiam volo et non sacrificium» (Mt 9,13)? Ed io, io stesso, miserabile peccatore, non sono un portento, un prodigio della tua misericordia? 191. Io sono la pecorella smarrita e tu sei il buon Pastore, che sollecito corresti ansiosamente in traccia di me, mi raggiungesti alfine, e dopo mille carezze, mi recasti sulle spalle e lieto mi conducesti all'ovile (cfr. Lc 15,4-5). Io sono quell'infelice che sulla via di Gerico fu assalito dai ladri, percosso, ferito, fatto ignudo e pressoché ridotto in fin di vita; e tu, il pietoso samaritano che mi ristorasti, versasti sopra di me il vino, cioè mi facesti intendere quelle terribili verità che mi riscuotessero dal mio torpore, m'ungesti col balsamo delle tue consolazioni, mi facesti insomma partecipe delle larghezze del tuo buon cuore (Lc 10,30-35). Io sono, ahimè purtroppo, il prodigo figlio che ho dissipato le tue sostanze, i doni naturali e i soprannaturali e mi sono ridotto nella condizione la più infelice, perché fuggii lontano da te, che sei il Verbo pel quale tutte le cose furono fatte (Gv 1,2), e senza del quale tutte le cose sono male, perché nulla sono. E tu sei il Padre amorosissimo che mi accogliesti festante, allorché, rinsavito dai miei trascorsi, feci ritorno alla tua casa, ricercai di nuovo il rifugio all'ombra tua, fra gli amplessi tuoi. Tu mi avesti di nuovo qual figliuolo, mi riammettesti alla tua mensa, alle tue gioie, mi chiamasti di nuovo partecipe della tua eredità (Lc 15,20-32)! 192. Che dico? Io sono il perfido discepolo che ti tradii, il presuntuoso che ti negai, il vile che ti schernii, ti derisi; il crudele, che ti incoronai di spine; ti flagellai, ti caricai della croce, insultai ai tuoi strazi, ti diedi uno schiaffo, ti abbeverai di fiele e di aceto, io che, ohimè! spietato ti trapassai il cuore con un fredda lancia (cfr. Gv 19,34). Tutto questo ed anche più io ho fatto coi miei peccati! Deh, quale pensiero umiliante per me! Pensiero che mi deve, a viva forza, cavar dal ciglio le lacrime più amare del pentimento! E tu, tu sei il mio buon Gesù, il mansuetissimo agnello che mi chiamasti tuo amico, mi guardasti amoroso nel mio peccato, mi benedicesti quando ti maledivo; dalla croce pregasti per me, e dal cuore trafitto facesti discendere un'onda di sangue divino che mi lavò dalle mie sozzure, mi terse l'anima dalle mie iniquità (cfr. Ez 36,25); mi strappasti dalla morte, morendo per me, e vincendo la morte, mi apportasti la vita (cfr. 1Gv 1,2), mi schiudesti il paradiso. Oh amore, oh amore di Gesù! Eppure finalmente questo amore ha vinto, ed io sono con te, o mio maestro, o mio amico, o mio sposo, o mio padre: eccomi qui nel tuo cuore! Che vuoi tu dunque che io faccia? Io camminavo sulla via dell'iniquità e tu mi accecasti colla tua luce divina, come Paolo sulla via di Damasco. «Domine, quid me vis facere?» (At 9,6). (Traduzione: Signore, che vuoi ch’io faccia?). Insegnami la tua verità, la via per dove camminare. « Notam fac mihi, Domine, viam in qua ambulem » (Sal 143,8). 193. Io mi stringerò vicino a te, e ti amerò, o mio Gesù, ti amerò dell'amore di Paolo, del tuo diletto Giovanni; di tutti i santi tuoi, dell'amore operoso, dell'amore che è forte sino alla morte (Ct 8,6). Quale, qual mai potrà separarmi dalla tua carità? Non la fame, non la povertà, non il freddo, non le tribolazioni, non gli strazi, non la morte (Rm 8,38-39). Tanto io confido con l'aiuto della tua grazia, o mio Gesù. Frattanto, poiché amandomi sino all'ultimo, ti sei scordato delle mie iniquità e mi chiamasti a te più vicino, mi volesti tuo ministro, tuo familiare intimo, dispensatore de' tuoi misteri, ed a ciò continuamente mi muovi colle segrete e dolcissime comunicazioni dell'amor tuo, con infinite ispirazioni, col favo e col nettare celeste delle tue consolazioni (Sir 24,19), deh! arda e si consumi del tutto questo mio cuore in olocausto per te sull'altare del tuo Cuore sacratissimo, te sempre brami, te cerchi, a te tenda; s'investisca dello spirito tuo, spirito di sapienza e d'intelletto, ed accenda i peccatori eziandio a sentimenti di conversione, di ritorno a te, e che tutti adagiandoci all'ombra della tua croce adorata, possiamo perennemente cantare le tue misericordie (Sal 89,2). 194. 9. Sono cristiano, anzi sono chierico; debbo però rappresentare sempre ed in ogni mia azione Gesù Cristo; poiché, come dice san Gregorio Nazianzeno, Cristo è la grande tunica dei sacerdoti: « Cristus magna sacerdotum tunica ». Or dunque, ecco il mio specchio: Gesù Cristo. Consideralo bambino nella culla. Cristo, il creatore, il padrone del mondo, il redentore del genere umano, non trova chi lo accolga nel suo primo ingresso sulla terra, anzi lo si rigetta dalle case, non lo si vuol ricoverare, dicendo non esservi luogo per lui, ed egli è costretto a cercarsi un asilo in una stalla abbandonata, e colà fa la sua prima comparsa... 195. Deh, quale umiltà! Ed io che sono meno di un nulla, mi adonterò se altri mi accoglie freddamente, mostra di avere poca stima di me, della mia scienza, se facendosi dei confronti, sono posposto ad altri? Mi cruccierò soverchio se coloro ai quali mi appresso per recare alcun bene, non mi riconosceranno, anzi mi insulteranno? Se i superiori non pensano troppo bene di me, interpreteranno un po' sinistramente le mie azioni? Se altri mi calunnia o fa delle ingiuste deposizioni sulla mia condotta? Superbia abbassati dinnanzi alla umiltà di Gesù. Gesù che ha vestito di fiori la natura, di soffici piume gli augelletti, il sole di un maestoso paludamento di luce, ha depositato in seno alle montagne e fra le sabbie dei fiumi le pietre più preziose, gli ori, le gemme, nasce bisognoso di tutto, non ha neppure i panni che 10 ricoprano. Deh, quale povertà! Ed io sì miserabile qual sono e indegno d'ogni bene, avrò il coraggio di lamentarmi perché son nato povero, da genitori poveri e non mi vivo e non mi vesto che per l'altrui generosità? Non devo io anzi consolarmi e congratularmi assai con me medesimo e ringraziare di cuore il mio Gesù, poiché in questo almeno mi torna facilissimo l'imitarlo? Ardirò di fare il minimo desiderio di essere meno povero? Potrò io senza rossore bramare di essere vestito più bene? E mi dimenticherò così delle parole del medesimo Gesù: « Beati i poveri di spirito poiché di loro è il regno dei cieli» (Mt 5,3)? 196. Gesù, lo splendore della sostanza del Padre (Eb 1,3), nasce sulle pungenti paglie della greppia, intirizzisce dal freddo, è perseguitato insomma da tutte le intemperie, si assoggetta già sin d'ora per la salute dell'uomo ad ogni sorta di martini, e tace e soffre... Deh, quale mortificazione!... Ed io che pei molti miei peccati sono tenuto a fare la più aspra penitenza, non mi vergognerò di muover lamenti ad ogni piccolo incomodo, farò bada ad un po' d'aria, ad una molestia di mosche, mi lagnerò d'ogni variar di tempo? Sarò studioso delle più belle posizioni nel camminare, nel sedermi, ecc.? Tanto più che io sono obbligato alla mortificazione per schivare le occasioni di peccato, per mantenermi sulla diritta via, mentre Gesù era impeccabile, e « totius peccati expers » (Eb 4,15). 197. 10. Qual era la vita di Gesù a Nazareth? Era la vita di un buon chierico, la vita che io medesimo dovrei condurre. Egli vivea nel nascondimento. Niuno sapeva di lui; alle sue apparenze non si riconosceva in lui che il figliuol di Maria, il figliuol del fabbro. Nessun indizio per ora della sua grandezza futura, della sua divina origine. Che bella lezione di nascondimento per me, che sono si pieno di me stesso, e il cui amor proprio spinge sempre a manifestare quei pochi doni naturali, accompagnati per altro da tanti difetti, che io possiedo. Io devo stare nascosto affinché fuori dallo strepito del mondo, possa udire la voce del mio Gesù che mi parla al cuore. Abbiamo un sommo sacerdote... provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato. 198. Mia somma cura deve essere di nascondere quel poco di bene che colla grazia di Dio giungessi a compiere, non forse la vanità lo invilisca, il demonio me lo rubi. Epperò che cosa è questo moto interno che mi vorrebbe far mettere tutto in pubblico? Che cosa sono questi castelli in aria che il mio cervello sa fabbricare secondo i disegni dell'amor proprio? Superbia, superbia. Ecco tutto. E parmi che il miglior mezzo per curare me stesso, almeno in parte, sarebbe il confinarmi in un deserto dove nessuno possa arrivare, senza alcuna comunicazione con altri, in modo che si tolga ad altri il pericolo di parlare di me. E se questa non è la mia vocazione perché Iddio ha disposto altrimenti, tuttavia mi devo sempre ricordare dell'obbligo di attendere al nascondimento, qui in seminario, desiderando di non essere conosciuto e curato; nelle vacanze mantenendomi ritirato, solo nella mia stanza. San Tommaso mi ammonisce: « Cellam frequenter diligas, si vis in cellam vinariam (id est amoris) introduci ». E fra i proponimenti del mio patrono, san Giovanni Berchmans, bellissimo tra gli altri è questo: «Amabo cellam ». Gesù a Nazareth lavorava da mane a sera... 199. Quale spettacolo! Vedere quelle mani che avevano creato i mondi, che avevano lanciato le stelle nel loro celeste corso, incallirsi sulla pialla, sulla sega e sugli altri strumenti da falegname! E pensare che Gesù era Dio! che continuò quella vita faticosa per tanti anni, senza un momento di tregua! che egli doveva trarsi dietro a sé tanti milioni di anime! Questo è il seminario di quel grande sacerdote che compì dappoi la più grande missione, suggellata dal più grande sacrificio. Lavorare e pregare. Avrebbe egli potuto in trent'anni convertire da solo, santificare tante altre anime, operare Dio sa quali meraviglie di prodigi. Eppure no, il Padre celeste avea disposto così: trent'anni di nascondimento e di fatica. Ebbene così si faccia, e Gesù l'ha proprio fatto. 200. Ecco con ciò tracciata a me divinamente la via che mette all'altare. Nascondimento, preghiera e lavoro. Pregare e lavorare, e lavorare pregando! Lavorare, attendere allo studio sempre, sempre: questo è il mio dovere. Studiare e non far pompa degli acquisti della scienza, studiare indefessamente ed avvicinarmi a Gesù che èil datore dei lumi, a lui che è il candore della luce eterna (Sap 7,26), e pregare in modo che preghiera diventi lo studio medesimo. Tanto e tanto a questo mondo bisogna piegare le spalle alla fatica. Mettiamoci dunque di lena e lavoriamo per amore, perché così vuole il Signore. E lavorando con Gesù in Nazareth, fra il nascondimento e la preghiera, mi preparerò a compiere più perfettamente la missione che mi aspetta, missione di sapienza e d'amore, e meriterò di essere coronato da Gesù della corona, delle stelle dell'apostolato. 201. 11. Ecco un pensiero che mi potrebbe far bene. Avvicinandosi Gesù al castello di Magdalo, alcuni corsero ad annunziarlo a Maria, dicendole: «Magister adest et vocat te » (Gv 11,28). (Traduzione: il maestro è qua e ti chiama). Che belle parole! Immaginarsi la amorosa sollecitudine di Maria nel correre incontro al divino ospite. Ebbene in principio di ogni mia azione supporrò che il suono della campanella mi dica: «Magister adest et vocat te». Possibile che a questo riflesso: Gesù, il maestro, è qui e ti chiama, «vocat te» allo studio, all'orazione, al sollievo, al passeggio; possibile che io non mi muova subito a compiere i miei doveri come vanno compiuti, aspettandomi nella loro esecuzione qualche insegnamento di Gesù? 202. 12. Il peccato mortale! Quale infamia! Inorridisce il solo pensarci! Ma non meno da fuggirsi per la sua gravezza e pei funesti effetti che apporta, è il peccato veniale, il quale, quantunque non sia tale da meritarmi l'inferno e la perdita della grazia, tuttavia reca a Dio grande dispiacere. Or bene, se voglio amare del tutto e per sempre il mio Dio, devo evitare qualunque mia benché minima azione che possa recargli alcun dispiacere, poiché l'amore è delicato assai. Oltrediché il peccato veniale macchia l'anima, la rende impiagata, schifosa dinnanzi a Dio, così che egli nauseato la priva del suo sguardo amoroso, le toglie le sue carezze, le sue grazie, il gusto della virtù, dell'orazione, e la abbandona sulla strada che mette al peccato mortale. 203. Mio Dio! e sarà dunque che io possa offendervi mortalmente? No, no. Via dunque anche le mancanze veniali, o dirò meglio, l'attacco ad esse. Meglio la morte che un peccato veniale sull'anima. Epperò aiutatemi voi, o Signore, a mantenere l'anima mia pura, immacolata e gradita all'occhio vostro purissimo; che io possa totalmente abbandonarmi nel vostro seno amoroso, e niuno me ne possa distaccare. Voi conoscete la mia sostanza, le radici cattive che allignano in me; porgetemi adunque la vostra mano benefica, perché io non inciampi nel cammino; illuminate la mia mente, per conoscere quei difetti che mi deformano lo spirito, ed accendetemi sempre più del desiderio vivissimo di piacere solamente a voi, che siete infinitamente degno di essere amato. 204. 13. Ecco quattro parole che tutte mi riassumono i miei doveri, le virtù del chierico: pietà, studio, mortificazione e carattere. Pietà angelica, studio indefesso, mortificazione continua, specie dell'amor proprio e degli occhi, carattere veramente ecclesiastico che si mostri come vuole il Tridentino, « gestu, incessu, habitu, sermone».
27 FEBBRAIO 1900 PROMESSA SOLENNE AL SACRO CUORE DI GESÙ SOTTO GLI AUSPICI DI SAN LUIGI GONZAGA
205. Profondamente persuaso e convinto, per grazia di Dio, della necessità e dell'obbligo strettissimo che io ho, e come cristiano e come ecclesiastico, di consacrarmi del tutto e per sempre al suo divino servizio e al suo santo amore; eccitato ad avanzarmi sempre più sulla via della perfezione e della perfetta carità, dal considerare i meriti infiniti che ha Gesù di essere amato da me, sua miserabile creatura, per la divina perfezione in genere, e in specie per l'immenso amore del suo Cuore sacratissimo; considerando da ultimo il pericolo grave di venir meno a quest'obbligo sacrosanto, non solo per le colpe mortali, ma ancora per le veniali che, quantunque più leggere, ridondano sempre in grave offesa di Gesù, e perciò stesso mi allontanano da questo perfetto amore; nei santi spirituali Esercizi di quest'anno di grazia 1900, decimonono di mia età, in quest'ultimo di del sacro ritiramento (27 febbraio), mentre mi trovo sacramentalmente unito al Cuore sacratissimo di Gesù per mezzo della santa comunione dinnanzi alla santissima madre mia, Maria Immacolata, al suo castissimo sposo e mio principal protettore, san Giuseppe, a tutti gli altri santi, miei particolari avvocati, al mio angelo custode ed infine a tutta la corte celeste, io, chierico Angelo Giuseppe, peccatore, al medesimo Cuore sacratissimo prometto, con quanto di solennità e di forza può avere questo atto, di mantenermi sempre, oggi ed in perpetuo, puro, colla grazia di Dio, da ogni benché minimo attacco a qualsivoglia peccato veniale volontario. E siccome per la mia debolezza non mi posso assicurare per l'avvenire di mantenere, abbandonato solo alle mie proprie forze, questa promessa, io la consegno nelle mani dell'angelico giovane san Luigi Gonzaga, così segnalato pel suo distacco da ogni ombra di peccato, così immacolato e di mente e di cuore; ed eleggendolo a questo fine in mio speciale intercessore e patrono, lo prego e lo scongiuro che egli, sì buono ed amorevole, si degni accettarla, custodirla ed aiutarmi con le sue preghiere a non mancare a quella fedeltà ad essa dovuta. 206. Voi, o mio dolcissimo Gesù, gradite questo piccolo saggio del mio affetto per voi, o se non altro del desiderio vivissimo che nutro in petto di amarvi di tutto cuore, di consumarmi d'amore per voi che siete il mio amico, il mio padre, il mio sposo amorosissimo. Miratelo, ve ne prego, con occhio di compiacenza, e quel che è più, aggiungetevi il conforto della vostra grazia, senza della quale, come voi medesimo il diceste ai discepoli vostri prima di abbandonarli, e come io il so troppo bene, nulla io posso. «Cor Jesu flagrans amore nostri, infiamma cor nostrum amore tui». (Traduzione: cuore di Gesù, ardente di amore per noi, infiamma il nostro cuore di amore per te).
NOTE SPARSE IN VARI TEMPI IN OMNIBUS CHRISTUS (Col 3,11)
207. « Jesu Maria et Joseph, amores mei dulcissimi, pro vobis vivam, pro vobis patiar, pro vobis moriar! Regole da osservarsi nelle relazioni col prossimo quali le descrisse e praticò san Francesco di Sales nell'età di vent'anni, mentre studiava la giurisprudenza nell'università di Padova (1587)». 208. I. Non disprezzerò e non mostrerò di fuggire alcuna persona, ché ciò dinoterebbe uno spirito orgoglioso e critico; come anche mi guarderò di usare troppo liberamente con chicchessia, neppure coi miei migliori amici, perocché questo sarebbe riputato leggerezza e talvolta anche insolenza. Non farò né dirò nulla che non sia ordinato; e mi asterrò specialmente da irritare, pungere e beffare altrui, ma onorerò ciascuno secondo il suo merito e la sua dignità. Osserverò la modestia parlando poco e bene. È meglio che la compagnia che mi ascolta se ne rimanga col desiderio di udire le mie parole, di quello che ne restasse annoiata. Se il trattenimento è breve e non ci sia alcuno che animi sufficientemente la conversazione, sarà meglio per me limitarmi a salutare la compagnia con modo civile e modesto, il quale nulla abbia di austero e di malinconico. 209. II. Sarò amico di tutti e familiare di pochi. È difficile profittare coi molti e non perdersi colle persone corrotte. Serberò una dolcezza che nulla abbia di affettato, una modestia che bandisca ogni aria di alterigia, una piacevolezza che allontani l'austerità, una compiacenza che si imponga di non contraddire, sempre che la coscienza non lo richiegga; finalmente sarò cordiale senza doppiezza, perché gli uomini amano conoscere quelli con cui trattano; tuttavolta mi manifesterò più o meno secondo le persone colle quali mi troverò. 210. III. Cambierò la mia maniera di conversare secondo la qualità ed il carattere delle persone. Con quelli che sono superiori a me terrò un linguaggio ed un contegno più serio: ché il rispetto che ad essi è dovuto lo esige. Con gli eguali eviterò ogni aria di importanza, e mi contenterò di essere buono e civile nelle mie parole e maniere; con gli inferiori poi potrò permettermi ciò che è indifferente, giacché queste due ultime classi di persone attribuirebbero ad affettazione ed eccesso di gravità ogni altro modo di dire o di fare. Tuttavia sempre regolandomi con discrezione potrò frammischiare con tutti un poco di perfetto, di buono, d'indifferente, ma con nessuno mi permetterò quello che è cattivo. Coi mesti e malinconici i quali amano che loro si scoprano i propri difetti, mi guarderò dal dire nulla, perocché tali persone sarebbero capaci di discorrere per dieci anni e più sulla menoma imperfezione; e poi a qual fine divulgare le mancanze che si commettono? non si vedono forse abbastanza? non si mostrano esse da sé medesime?
ANNO SANTO 1900 VIVA GESÙ, MARIA, GIUSEPPE, VIVA
22 agosto, mercoledì, ritiro mensile. 211. Nel raccoglimento di questa mattina ho udito un'altra volta l'ispirazione di mettere in carta i miei pensieri, le mie prodezze, e questa volta non l'ho proprio saputo respingere. Che cosa ho io dunque conchiuso dal mio ritiro di oggi? Ho capito una volta di più che per essere un buon chierico, secondo il cuore di Gesù, molto ancora, moltissimo mi resta a fare. Se si tratta di umiltà, ne posseggo appena i complimenti; nell'interno c'è ancora una buona dose di amor proprio che vuole sempre farmi sentire i suoi diritti. Se si tratta di carità, sì, c'è del fervore, o parmi almeno che ci sia; ci sono dei buoni desideri; ma la vera carità dei santi, la carità a tutta prova, l'amore forte, generoso, verso il mio Dio, verso il Cuore di Gesù, è ancora lontano. Intanto, speriamo che si avvicini. 212. Se si tratta di purità, è vero che, grazie alla mia Signora Immacolata, non sento tentazioni vive contrarie, ma debbo però confessare di avere in fronte due occhi che vogliono guardare oltre il conveniente, e talora inconsapevolmente, come credo, la vincono sullo spirito. Se si tratta di mansuetudine, di tranquillità, di dolcezza, di tutto ciò insomma onde splende quella dolcissima figura di san Francesco di Sales, mio speciale protettore e modello specialissimo, se non ci sono eccessi, non c'è però nemmeno tutto quello che io desidererei e colla grazia divina potrei conseguire. Qualche volta discorrendo mi scaldo un po' troppo; tal'altra sono meno piacevole in famiglia, meno garbato nel tratto, e infinite altre cose. Non parlo infine delle pratiche di pietà, delle quali alcune, e prima fra tutte il santo rosario, non vanno assolutamente bene. Ed ora il ritiro è finito. Veniamo al «tu autem » (1Tm 6,11). 213. Io rinnovo il mio proponimento di volermi fare santo davvero, e protesto un'altra volta innanzi a te, o Cuore dolcissimo del mio maestro Gesù, di volerti amare come tu lo desideri, di volermi investire del tuo spirito. Intanto, quattro sono le risoluzioni che propongo di praticare, « hic et nunc et semper » per fare qualche passo innanzi. Anzitutto, spirito di unione con Gesù, raccoglimento nel suo Cuore dai primo svegliarsi il mattino al chiudere gli occhi la sera, e, se fosse possibile, anche nel sonno notturno. «Ego dormio sed cor meum vigilat» (Ct 5,2). (Traduzione: io dormo, ma il mio cuore veglia). Tutti i miei sforzi, poi, li devo condensare nella recita del rosario. Secondariamente, non dimenticarsi mai dell'« age quod agis»; essere sempre in tutte le mie azioni presente a me stesso. 214. In terzo luogo, modestia la più scrupolosa negli sguardi, nelle parole, ecc. Siamo già intesi. Da ultimo, tranquillità, quiete, giovialità, buone maniere, mai una parola risentita con nessuno, mai scaldarsi ragionando; ma semplicità, cordialità; ma franchezza insieme e non codardia, non cose fiacche. Aggiungi: non parlare mai di persone, di compagni intimi miei, la di cui triste riuscita faccia sempre più risaltare la mia condotta, se non con riserbo, dicendone quel più bene che si può, coprendone i difetti quando lo svelarli sia inutile, e non faccia che eccitare il mio amor proprio che si nasconde sotto e il più delle volte, così bei' bello, si tradisce. Ecco il frutto di questo mio ritiro. O Gesù, tu vedi il desiderio vivo che nutro in cuore di amarti, di rendermi tuo vero ministro; concedimi la grazia di far veramente qualche po' di bene. Metterò io in pratica tutti questi piccoli propositi? Tanto io spero dalla tua grazia, o Gesù.
22 agosto, mercoledì sera. 215. D'ora innanzi non avverrà più che io abbia a postecipare la visita a Gesù Cristo in Sacramento alla visita che son solito fare al signor parroco nell'ora vespertina, a meno che non ci siano gravi ragioni in contrario. Del resto, confermo quanto ho detto stamattina, poiché ho veduto che altro è proporre così alla leggera le cose, altro è metterle in pratica.
23 agosto, giovedì sera. 216. In generale non c’è troppo male. Ho tuttavia ancora di molta sorveglianza sopra le mie parole, allorché mi trovo in conversazione con chierici e si parla di cose in ordine alle quali il mio amor proprio trapela, cercando di fare la sua figura. Del resto, in quanto al mio discorso sul Sacro Cuore, non troppa ansietà; in tal modo si confondono le idee, non si riesce a nulla di buono, ma si fanno pasticci. O Gesù, « dignare me laudare te ».
24 agosto, venerdì sera. 217. È proprio vero quello che dice il libro dell'Imitazione di Gesù Cristo, come cioè vi siano certi tempi in cui, volere o non volere, la parte meno nobile dell'uomo piglia il sopravvento su l'altra e la opprime. Questo è ciò che avvenne a me in quest'oggi, dopo il mezzodì. Per quanto mi rompessi la testa ad applicarmi con efficacia allo studio, non c'era verso di cavarne qualche frutto. Mi ero proprio disorientato del tutto, annoiato affatto e di predica e di lettura: di tutto. Che farci? Sia lodato Iddio istessamente (Gb 1,21), siamo sempre nelle sue mani, e nel freddo e nel caldo. È stata un'occasione opportuna per mortificare la mia esagerata ingordigia di studiare, di portarmi innanzi, ecc. Ad ogni modo, il buon Gesù mi ha sempre assistito; e se pure aprivo un libro per chiuderlo subito ed appigliarmi ad un altro, almeno non sono stato nell'ozio, e l'ho fatta anche al diavolo. «Deo gratias». Quel benedetto rosario, però, anche questa sera è andato un po' male. Eppure non mi pare proprio di farlo apposta; di tratto in tratto, quando appena me ne accorgo, procuro di raccogliermi. O madre, o Madonna mia, fate qualche cosa anche voi, poiché da solo, voi vedete, quanto io sia miserabile.
25 agosto, sabato sera. 218. La visita fu muta affatto, distratta; il rosario, pressapoco. Eppure, voglio imitare i più grandi santi, e non son buono ancora di fare, come si convengono, i doveri del cristiano. O Gesù, «spes mea et refugium meum es tu» (Sal 31,4)! (Traduzione: mia speranza e moi rifugio sei tu).
26 agosto, domenica sera. 219. La domenica è «dies Domini »; richiederebbesi quindi maggior raccoglimento in tutto. Invece, purtroppo, la cosa è avvenuta diversamente. Ohimè! se ne andrà dunque così presto quel proponimento di mercoledì, sulla presenza di spirito? O buon Gesù, datemi forza perché ciò non avvenga più per l'avvenire. O sant'Alessandro, cui è consacrato questo giorno, concedetemi la vostra virtù, il vostro slancio, il vostro eroismo nel fare il bene.
28 agosto, martedì. 220. Ieri sera non mi sono proprio ricordato di mettere in iscritto il risultato del mio esame. Quanto ad oggi, molte cose ci sarebbero da osservare. Per esempio, quel differire per vane scuse la visita al Ss. Sacramento, con pericolo di farla poi per metà e non troppo bene; seppure essa è cosa che reca ingiuria a Gesù, e fa poco onore anche a me. E poi, attento alla lingua, amico mio, perché per essa l'amor proprio compie i fatti suoi, specialmente quando mi trovo coi chierici. Saranno cose da nulla, saranno tutte verità, ma insomma l'amor proprio vi si caccia sempre, e dopo la conversazione io resto scontento e il mio dolce maestro Gesù, coll'interna sua voce, mi dice che egli non ne ha alcun gusto. Infine, giaculatorie, giaculatorie: queste sono le frecce d'amore che, ferendolo, faranno scaturire dal Cuore di Gesù la vera carità cristiana. Ohimè, quanto sono lontano dal rassomigliarmi all'ombra del mio modello, san Francesco di Sales. 221. Eppure, o Gesù, e voi ne siete testimonio, io sento l'amarezza di questo distacco; eppure quante volte me ne accorgo, altrettante me ne pento, e ne resto disgustato; eppure quante volte mi avvicino a voi, parmi di nutrire in petto, vivo vivo, il desiderio di imitare davvero la vostra umiltà e mansuetudine. O Gesù dolcissimo, aiutatemi adunque voi, non cessate di farmi udire la vostra voce che è sempre dolce, anche quando rimprovera. «Sonet vox tua in auribus meis» (Ct 2,14). (Traduzione: fammi sentire la tua voce). Del resto, i palpiti del mio cuore sono tutti per voi, o Gesù; a quanto mi pare di poter confessare, non trovo in me alcun rancore contro nessuno. Guardatemi dunque voi, e il resto sarà compiuto. Viva Gesù, Maria, Giuseppe. Viva.
29 agosto, mercoledì sera. 222. In complesso, non male; questo tuttavia è certo: che le giornate senza la santa comunione mancano di qualche cosa. In questa novena, poi, della natività di Maria baderò in modo particolare a non contentare troppo la gola, poiché, essendo questa la stagione dei frutti, mi trovo molte volte sull'occasione di eccedere. A turbare la mia calma, questa sera, è sopraggiunto un accidente che, quantunque da nulla in sé, pure mi ha fatto una profonda e dolorosa impressione. Mia madre, vedendosi un po' mortificata da alcune parole (le quali però, a dir il vero, potevano essere profferite con maggior dolcezza), parole che soffocavano una sua curiosità, se ne offese forte e mi disse parole che non mi sarei mai aspettato da mia madre, alla quale, dopo le cose del cielo, voglio il maggior bene di cui è capace il mio cuore. 223. Al sentirmi dire che io son sempre sgarbato con lei, senza modo, buona maniera, mentre mi pare proprio di poter asserire di non esserlo in alcun modo, mi ha fatto troppo male; e se ella era mesta per cagione mia, io lo ero molto di più nel vedere la sua mestizia e, diciamolo pure, la sua debolezza. Dopo tante tenerezze, il sentirmi ripetere da mia madre che io non la posso vedere, e altre cose che non mi regge l'animo di più ricordare, oh, questo è troppo pel cuore di un figlio, e di un figlio che sente i più profondi sentimenti della natura! Fu una spina che mi ha riempito di amarezza, ha ferito le fibre più intime e delicate del cuore. Potevo io non piangere? O madre mia, se tu potessi conoscere quanto io t'ami e quanto ti desideri contenta, no, non potresti contenerti dalla gioia. E voi, o mio Gesù, gradite questo vero sacrificio che io vi faccio e che depongo nel vostro Cuore, e donate a me sempre maggiore mansuetudine e dolcezza pur conservando la gravità richiesta, e donate alla mia buona e povera madre maggior fortezza. O Maria addolorata, assisteteci sempre.
1 settembre, sabato sera. 224. Mercoledì sera [29 agosto] mi trovavo a Bergamo; ieri sera ero stanco spossatissimo del viaggio fatto da Bergamo a Sotto il Monte, a piedi, cosa da far cascare il mondo; stanco di più per la cerimonia, con tutto il resto, della benedizione delle campane a Carvico; ed ecco la causa delle due lacune del mio diario. Ora, ritornando colle mie note sopra me stesso in questi giorni, oltre a quel po' di dissipazione nelle pratiche di pietà prodotto dal mutamento di metodo, dall'aver rotto la monotonia della mia vita casalinga, due cose caratteristiche noterò, la prima delle quali tocca in modo speciale i giorni 30 e 31. Ed è che talora mi lascio andare coi miei reverendi preti a fare un po' il dottorello in politica, dicendo per diritto o per traverso, e di un fatto e dell'altro, insomma buttandomici dentro più che a chierico della mia condizione si convenga 7. E vero, tutte le volte che me ne accorgo ne provo vivo dispiacere, ma perché non badarci prima? Insomma, specialmente in queste cose, se vuolsi anche un po' delicate, bisogna lasciar da parte lo zelo, che qui è proprio inefficace, e ricordarsi dell'«omnia tempus habent» (Qo 3,1). (Traduzione: per ogni cosa c’è il suo momento). Quando sarò fatto sacerdote! ma ora? leggere quel più che si può, trarne profitto per informarsi ai principi del tutto sani e recisi. Del resto, ascoltare, e intorno a queste cose fare quasi lo gnorri, specialmente trattandosi di conversazioni un po' più elevate che non le familiari, col parroco e col curato. Come si diporterebbe in questo caso san Francesco di Sales?
2 settembre, domenica sera. 225. L'altra cosa che avevo a notare ieri sera, era la mancanza di mortificazione nell'accontentare la gola. Questo è forse sin troppo. Dunque, non lasciamo passare queste occasioni così belle di onorare Maria, specialmente in questa novena della Natività: si prenda quel che è conveniente, ma non oltre di esso. Infine, noterò quella mancanza di giaculatorie che io credo così pregiudiziale all'avanzamento spirituale. O Gesù, o Maria, proteggetemi voi perché io non mi allontani mai da voi.
3 settembre, lunedì sera. 226. Raccoglimento e mortificazione. O Gesù, o Gesù, voi vedete se ho desiderio di amarvi davvero con tutto il cuore, con tutto me stesso.
4 settembre, martedì sera 227. Meno male. Deo gratias. Oggi è il giorno di san Gregorio Magno, una delle glorie più belle della Chiesa, una delle gemme più fulgide del pontificato romano. Dinnanzi a questa maestosa figura, io sento ravvivarsi l'affetto, l'entusiasmo per il papa, per il grande Leone XIII, a cui in questi giorni si rinnovano le ingiurie più incresciose, più maligne, più diaboliche. L'ora è triste. Preghiamo. «Oremus pro pontefice nostro Leone».
6 settembre, giovedì sera. 228. Oggi fu un giorno benedetto, in cui ho dovuto fare tutto quello che ha voluto il mio buon Signore. Egli mi ha mandato un forte dolore di capo e quindi, per quanto quell'altro io recalcitrasse, ho dovuto abbandonare lo studio, il mio povero discorso del Sacro Cuore, che finirà quando piacerà a Gesù, ecc. Sarà un castigo ben dato alla mia ingordigia di venire finalmente a qualche conclusione. Quanto a rassegnazione, mi pare proprio che non ci sia stato male. Deo gratias. Io sono disposto, per sua bontà, a tutto soffrire pel mio Gesù, per quel suo Cuore che mi vuol così bene. Ciò però che ferma la mia attenzione in questi giorni e che non è poi una piccola mancanza, trattandosi di una novena della Madonna, è quel modo arruffato, si, un modo talora distratto, di recitare tutte le mie orazioni. 229. O mio Gesù, che pazienza dev'essere la vostra, quando mi sentite domandarvi le grazie in questa guisa! Ma, caro mio, è creanza cotesta? che diranno gli angeli che osservano tutto? che direbbero gli uomini, se usassi con loro un tale linguaggio? Dunque, calma anche qui; le orazioni siano pure poche, ma ~ recitino posatamente, almeno come farei se conversassi con altri. Perché ciò poi si possa più facilmente conseguire, baderò più che tutto al raccoglimento interno. È sempre il solito: «age quod agis». Domani, poi, ultimo giorno della novena, riparazione di tutto il passato. Ad onor di Maria, nessun frutto toccherà le mie labbra. O Maria, «sis mihi propitia »!
7 settembre, venerdì sera. 230. In complesso, non male. Anche la mortificazione di gola in onore di Maria l'ho proprio praticata scrupòlosamente. Io però sento un continuo sconforto e dispiacere vivo quando considero me qual mi sono, in confronto di quello che potrei essere, che erano i santi, san Giovanni Berchmans, san Francesco di Sales, alla mia età. O Signore, il mio cuore, coi suoi desideri, voi lo vedete. Questo solo mi basta. Domani è giorno sacro alla Madonna bambina; dunque, raccoglimento, preghiera e, del resto, santa letizia.
1901-1903 In seminario a Roma
1901
ANNO DOMINI 1901
IMPRESSIONI, SENTIMENTI, RICORDI
A San Callisto, 16 febbraio 1901. 231. Forse non ebbi mai, dacché mi trovo a Roma', consolazione più dolce di quella gustata stamattina alle Catacombe di san Callisto. La santa messa, la santissima comunione in quei nascosti meandri santificati da tanti martiri illustri, da tanti confessori imperterriti della fede, oh quanto bene mi fecero! Laggiù, in quelle grotte anguste ed oscure, dinnanzi a quegli affreschi del mio Gesù Redentore, spettatori di tanti sospiri, di tante lacrime, di tanto coraggio cristiano, allo stringermi al seno il Pane dei forti mi sentii commuovere, intenerii, piansi di cuore. Era una visione di paradiso che mi rapiva. 232. Lì io vedevo gli atleti di Cristo pregare intorno a me, attingere dalla bocca del sommo pastore le parole di vita eterna, udivo le loro voci supplichevoli, i loro canti di amore e di speranza, i loro mesti saluti. Pensai a tanti pontefici che colà confortarono i fedeli alla perseveranza, additando loro il cielo, a tanti sacerdoti, a tanti uomini e donne, a tanti giovanetti che a vicenda si consolavano, si accendevano del fuoco vivo dell'amore santo di Gesù, per affrontare poi imperterriti i supplizi, gli strazi, la morte. Oh Tarcisio, eroe a pochi anni; oh Cecilia, portento di fortezza, eletto fiore di castità, quanto foste ricordati! Perché non son io come foste voi? Eppure io ne sento il desiderio sincero, ardentissimo; io sogno, io sospiro al giorno in cui mi sarà concesso rendere al mio dolce amante la testimonianza della mia fede, del mio affetto. È presunzione forse la mia? Può essere, ma almeno io bramo che non lo sia. Possano il vostro esempio e la vostra intercessione stimolarmi alla totale rinnegazione di me medesimo, a vincere il mio amor proprio, per ottenere poi la vittoria sopra i nemici di Cristo, e colla vittoria la salvezza di tante anime lontane dall'ovile e dal cuore del sommo pastore Gesù benedetto.
RITIRO SPIRITUALE 28 APRILE 1901, ROMA, DOMENICA III DOPO PASQUA
233. È il primo ritiro che faccio, dacché mi trovo a Roma. Come mi trovo io? Non posso lamentarmi davvero delle grazie di Gesù, consolazioni ineffabili, momenti felici la cui influenza in genere si spande anche in tutto il resto. Quanto a me però, devo confessare che non sono affatto mutato da quello di prima. Desideri accesissimi di fare davvero un po' bene le cose mie, di amare come si conviene il mio Signore; desideri forse sin troppo esagerati, e non sempre immuni da amor proprio, di studiare, di imparare molto, di acquistarmi un buon corredo di scienza, per guadagnare per questa via - che è ormai diventata una delle principalissime - anime a Cristo. In effetto tuttavia molte cose mi mancano; e innanzi tutto una vera cura di fare come si conviene la meditazione, di recitare il santo rosario, di giovarmi dell'esame generale e particolare, per avvantaggiarmi ogni giorno più nel distacco da me stesso, nell'unione con Dio, nella pratica della vera virtù. 234. Qui in Roma, posso dire che non mi manca proprio nulla. Se voglio, non mancano neppure le occasioni di trangugiarmi qualche boccone non troppo gradito all'amor proprio, di fare qualche mortificazioncella. Dunque bisogna che mi animi di nuova lena, metta un po' in sistemazione le cose mie. Epperò, per ora avvertirò molto bene ai punti seguenti. E innanzi tutto mi sforzerò di fare sempre, e con somma diligenza e con frutto, con proponimenti pratici per la giornata, la santa meditazione, rendendola materia speciale d'esame. Durante la giornata, frequentissime giaculatorie, specialmente a scuola e a studio. La recita poi del santo rosario la renderò materia d'ossequio alla Madonna, nell'imminente mese di maggio. Non pensare mai allo studio immediatamente prima e tanto meno durante il tempo delle pratiche di pietà. Fare con singolare fervore e modestia la visita al Ss. Sacramento. Soprattutto, massima custodia degli occhi nel passeggio, specialmente in certe contrade'. Dopo il passeggio, e precisamente prima dello studio della sera, non tralasciare mai l'esame particolare che verterà sull’'uso della lingua e sull'amor proprio. Infine, conservare una grande tranquillità di mente e di cuore, un grande raccoglimento, un grande ordine. 235. O mio buon san Giuseppe, di cui in questo giorno la Chiesa esalta il potente patrocinio, a voi io consacro un'altra volta tutto me stesso, a voi raccomando questi miei propositi. Per la vostra intercessione li possa io mantenere; specialmente domando a voi la grazia del raccoglimento nelle mie orazioni, e della pratica della vita interiore, quale io l'ammiro in voi. Concedetemela, ve ne prego, ed io continuerò a volervi bene, a farvi amare anche dagli altri, perché tutti possano partecipare ai favori eletti del vostro glorioso patrocinio. Così sia. «Beate Joseph, fac me innocuam decurrere vitam, sitque semper tuo tuta patrocinio». (Traduzione: o beato Giuseppe, ottienimi di condurre vita immacolata, e che sia sempre protetta dal tuo patrocinio).
1902
GESÙ, MARIA, GIUSEPPE NEGLI ESERCIZI SPIRITUALI POST CAPTIVITATEM BABYLONIS' 10-20 DICEMBRE, ANNO 1902, COL P. FRANCESCO PITOCCHI
236. 1. Chi sono io? Qual'è il mio nome? I miei titoli di nobiltà quali sono? Niente, niente! Io sono un servo e nulla più. Nulla mi appartiene, nemmeno la vita. Dio è il mio padrone, padrone assoluto per la vita e per la morte. Che genitori, che parenti, che signori del mondo! Il mio unico e vero padrone è Dio. Dunque, io non vivo che per obbedire ai cenni di Dio. Non posso muovere una mano, un dito, un occhio, non devo guardare innanzi o indietro senza il volere di Dio. Dinnanzi a lui io mi sto ritto, immobile, come il più piccolo soldato sull'attenti davanti al suo superiore, pronto ad ogni cosa, magari a gittarmi nel fuoco. Questo dev'essere il mio ufficio per tutta la mia vita, perché io son nato così; sono un servo!... 237. In questa condizione di servo mi devo sempre considerare; non ho però un momento solo in cui io possa attendere a me stesso, a servire il mio piacere, la mia vanità ecc. Se lo faccio sono un ladro, perché rubo il tempo che non è mio, sono un servo infedele, «servus nequam», indegno della mercede (Mt 18,32). Guai a me! Eppure l'ho fatto. Che confusione, che rossore! Tanta superbia e presunzione, e non so neanche fare il servitore. O Signore, mio Dio, io riconosco i vostri diritti sopra di me. Perdonatemi le mie infedeltà. Spesso le inclinazioni cattive mi distraggono dall'attendere al vostro divino servizio. Ora non più. Mi lego le mani e i piedi, e sono qui dinnanzi a voi come il Saverio. Vede-temi, o Signore. «Servus tuus sum ego: da mihi intellectum et discam mandata tua» (Sal 19,125). (Traduzione: tuo servo io sono: fammi comprendere e conoscerò i tuoi precetti). 238. 2. E’ il Signore, il mio padrone, mi ha mostrato i suoi ordini. Conoscere lui, amarlo, servirlo per tutta la vita. Che beata servitù, quale gloria, che onore altissimo! Io sono il paggio del Re, che l'accompagno sempre; sono ammesso ai suoi misteri, e poi, dopo quattro giorni di servizio, io, che avrei dovuto obbedirlo anche senza venirne annoverato, sono fatto partecipe della sua stessa gloria nel cielo. Le creature tutte della terra, i doni di natura, egli li ha messi tutti a mia sola disposizione, affinché me ne serva esclusivamente per elevarmi verso di lui, per amarlo. Questa è la ragione della loro esistenza. Ond'è che quando io mi servo delle creature pei piacer mio, sconnetto l'ordine della Provvidenza, rompo la mirabile armonia dell'universo, vado contro Dio. Che servo cattivo! Le creature in tanto mi debbono servire, in quanto mi portano a Dio; in tanto io le debbo fuggire, in quanto mi allontanano da lui. Questa è la regola d'oro, il grande e fondamentale criterio da applicarsi in tutti i casi pratici. Quando nell'uso di esse si manifesta la volontà di Dio, allora non c'è più nulla a ridire. 239. Mi è cara la sanità. Ecco la malattia. Iddio me la manda. Ebbene, sia benedetta la malattia. Di qui, la pratica di quella santa indifferenza che ha fatto i santi. Oh, potessi io acquistarmi questa tranquillità di spirito, questa pace dell'animo nelle cose prospere o avverse, che mi renderebbe più dolce e più lieta la vita, anche in mezzo alle tribolazioni! Povero o ricco, onorato o disprezzato, povero cappellano di montagna o vescovo di una vasta diocesi, devono essere tutt'uno, purché in tal modo io faccia la volontà del mio padrone, compia il mio dovere di servitore fedele, e mi salvi (ES 184). Anzi, se si deve ammettere una preferenza, la povertà deve essere anteposta alla ricchezza, il disprezzo agli onori, le occupazioni più oscure agli uffici eminenti (ES 165-167). 240. Io desidererei attendere ad uno studio speciale. I superiori non lo permettono. Ebbene no, non vi si attenda, e allegro sempre. Desidererei ordinarmi suddiacono a Pasqua. I superiori non ne vogliono sapere. Dunque s'aspetti, e allegro lo stesso. Desidererei che mi si lasciasse quieto. I superiori invece mi vogliono dare un impiego5 che sembra avvilirmi, urta i nervi al mio amor proprio. Mi costa un sacrificio grandissimo l'ubbidire. Ebbene, tanto meglio: si obbedisca; facciamoci coraggio, e allegro in Domino (Sal 32,11). Questa è la medicina che calma tutte le impazienze, addolcisce le privazioni, ci fa esultare di gioia anche fra le amarezze della vita. 241. 3. Per gli angeli ribelli non vi ha una sola stilla del sangue di Gesù, e si trattava di un solo peccato di pensiero, ed era il primo (ES 50). Per me, più peccatore degli angeli, tutti i frutti della Passione, non una volta sola, ma tante e tante. E ancora m'aspetta il mio Dio. Che prodigio di misericordia, che confusione per me! Basta, o Signore, non più. D'ora innanzi, col vostro aiuto, io verrò a cercarvi sempre, ogni momento, e prenderò il posto degli angeli caduti nel lodarvi e nel benedirvi in eterno. Gli angeli sono caduti come folgore nell'inferno, per un solo pensiero di superbia. Ed io che ne ho il cervello pieno? Quanto costerebbe al mio Dio farmi perdere tutti i doni intellettuali, la memoria, la ragione? Con una malattia inchiodarmi in un letto? Dunque, adagio; meno presunzione, più diffidenza dite stesso, e più umiltà. 242. 4. Quali sono le mie ricchezze, le mie proprietà, i miei capitali? Disubbidienze, atti di superbia, negligenze nei miei doveri, poca custodia dei miei sentimenti, distrazioni infinite, amor proprio nei pensieri, nelle parole, nelle opere; peccati e peccati: ecco i miei titoli, veramente miei. E con queste miserie io penso a primeggiare, a farmi un nome, a tenermi su su, a far pompa di me stesso. E mi credo un bravo giovane, un buon chierico, e non ci si pensa neppure. È il colmo della sbadataggine, della sragionevolezza, per chi si crede di ragionare (ES 14). 243. 5. O buon Signore, anch'io all'inferno, anch'io? Il povero ignorante in paradiso, il turco, il selvaggio; ed io, chiamato alla prima ora (Mt 20,2), cresciuto al vostro seno, io all'inferno tra i demoni? Conosco la vita della caserma, ne inorridisco al solo pensiero. Quante bestemmie in quel luogo, quante sozzure. E all'inferno, che sarà? E se io vi capitassi, mentre il compagno d'arme, il povero disgraziato, [...], lui, cresciuto fra il male, si trova in paradiso? Ah, io debbo tremare, tremare assai. Compatire agli erranti, ringraziare sempre il mio Dio delle tenerezze che mi ha usato; farne tesoro, ma non presumere di nulla. Io sono quel peccatore che sono, labile all'eccesso. Se la giustizia di Dio precorresse la sua misericordia? Ah, Signore, Signore, fammi provare di tutto, ma non l'inferno. Piuttosto fammi ardere perennemente del fuoco del tuo santo amore. 244. 6. Si muore, si muore, ed io non vi penso. Ogni passo che faccio, ogni minuto che scorre, mi avvicina alla morte. Quanti pensieri ho per la testa, quanti ideali di studio, di lavoro, di vita operosa per la gloria di Cristo, pel bene della Chiesa e della società. Gran belle cose, fra le quali però spesse volte ci si mette l'amor proprio. Ebbene, e se morissi da chierico? domani, sull'esordire della mia vita sacerdotale? (ES 186-187). Oh, questo pensiero mi sembra un controsenso. Iddio sembra proprio abbia prodigato verso di me le sue cure più delicate e materne, mi abbia tratto da tante difficoltà e, attraverso a mille grazie, mi abbia condotto sin qui a Roma, per qualche suo scopo singolare. Diversamente, io non comprendo la tenerezza ineffabile del mio buon Maestro. Mi ci vuole uno sforzo a farmi credere che anche dopo tutto ciò, mi potrebbe togliere di vita. Eppure, niente di più facile per lui. Ha egli forse bisogno dell'opera mia? mi ha egli promesso tanti anni di vita? e chi son io, da pretendere di conoscere i suoi disegni? E con san Luigi, del resto, con san Stanislao, con san Giovanni Berchmans ha egli operato altrimenti? 245. O Signore, fa pure di me quello che vuoi, anche la morte accetto con soddisfazione e contento, perché così piace a te. Tu sei del resto il centro, la sintesi, il termine ultimo di tutti gli ideali miei. Ma che almeno io muoia nel tuo santo amore. Le forze che mi hai dato per lodarti e farti amare sulla terra, le riserberò per amarti e per lodarti con più ardore in cielo. D'altra parte, il pensiero della morte che potrebbe essermi vicina, mi serva ad informarmi a pensieri di maggiore sodezza. Abbasso l'amor proprio, le ambizioncelle, la vanità. Si muore, si muore, ed io attendo a queste miserie? 246. 7. «Semel mori, post hoc autem judicium» (Eb 9,27). (Traduzione: (è stabilito che gli uomini devono) morire una sola volta, dopo di che viene il giudizio). Fossi anche papa, quando comparirò dinnanzi al Giudice divino, il mio nome fosse proferito e venerato da tutte le bocche, inciso in tutti i marmi, che cosa sono io? Gran cosa! Non ci arrivo a credere come il mio Gesù, che oggi mi tratta con tanta confidenza e bontà, un giorno mi si debba presentare innanzi col volto infiammato di ira divina, a giudicarmi. Eppure, è un articolo di fede, ed io lo credo. E quale giudizio sarà il suo! Quella paroletta in tempo di silenzio, quella espressione un po' maliziosa, quel gesto un po' galante, quell'occhiata fuggitiva, quel camminare con una cert'aria dottorale, quella riserbatezza di tratto troppo studiata, la vesticciola ben attillata, le scarpette all'ultima moda, la briciola di pane mangiata a titolo di gola; e poi, il movimento d'invidiuzza impercettibile attraverso le sfumature del pensiero, i castelli in aria, le distrazioni in tutte le pratiche di pietà, anche le più minute: tutto sarà rilevato. E delle mancanze più gravi, che sarà? 247. Dio mio, che confusione per l'anima mia! E gli onori, la fama di persona istruita, anche se vuolsi zelante, santa, che valore avrà in quell'ora? Le lauree, le belle tesi, l'erudizione vana ecc., come saranno riguardate? O mio Dio, partecipatemi oggi un po' della vostra luce divina, perché discerna nelle cose mie la parte debole, e la purifichi. Apritemi gli occhi, perché nulla mi sfugga, per quanto impercettibile, di ciò che un giorno non sfuggirà alla vostra luce. «Domine, illumina oculos meos ne umquam obdormiam in morte» (Sal 13,4). 248. 8. Un globo di purissimo cristallo, irradiato dalla luce del sole, mi dà l'idea della mondezza del cuore dei sacerdoti. L'anima mia dev'essere come uno specchio che deve riflettere l'immagine degli angeli, di Maria santissima, di Gesù Cristo. Se lo specchio s'appanna, per quanto leggermente, io sono degno di essere fatto a pezzi e gettato nell'immondezzaio. Che specchio son io? Oh, il mondo come è brutto, quanta schifezza, che lordura! Nel mio anno di vita militare l'ho ben toccato con mano. Oh~ come l'esercito è una fontana donde scorre il putridume, ad allagare le città. Chi si salva da questo diluvio di fango, se Dio non lo aiuta? 249. Ti ringrazio, o Dio mio, che mi preservasti da tanta corruzione; questa veramente è una delle grazie più grandi, per la quale io ti sarò riconoscente per tutta la vita. Io non credevo che un uomo ragionevole si potesse abbassare così. Eppure, è un fatto; ed oggi, con la mia poca esperienza, mi pare di poter dire che più d'una metà degli uomini, per qualche tempo della loro vita, diventano animali vergognosi. E i sacerdoti? Dio mio, io tremo, pensando come non siano pochi, anche fra di loro, quelli che deturpano il loro sacro carattere. 250. Oggi non mi meraviglio più di niente; certe storie non mi fanno più impressione. Tutto è spiegato. Quello che non so spiegare è come mai tu, o purissimo Gesù, che ti pasci fra i gigli (Ct 2,16), sappia sopportare tanta nefandezza, persino nei tuoi ministri, e ti degni scendere nelle loro mani, albergare nel loro cuore, senza punirli sull'istante. Mio Signore Gesù, io tremo anche per me. «Ceciderunt stellae de caelo et ego pulvis quid praesumo?» (Ap 6,13). (Traduzione: le stelle del cielo caddero e io polvere cosa pretendo?). D'ora innanzi voglio essere anche più scrupoloso in proposito, a costo di tirarmi addosso tutte le derisioni del mondo. Per non toccare ragionamenti impuri, credo opportuno ragionar pochissimo, o quasi mai, della stessa purità. «Habemus thesaurum istum in vasis fictilibus» (2Cor 4,7). (Traduzione: ora noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta). E come non devo tremare? «Nec caro mea aenea est» (Gb 6,12). (Traduzione: né la mia carne è di bronzo). Richiamo tutti i proponimenti fatti in proposito nei passati esercizi, e che tengo in iscritto, protestando a Maria santissima, madre castissima, di volerli ad ogni costo osservare. 251. 9. Salve, o Cristo Re! Tu mi inviti a combattere le tue battaglie ed io non perdo un minuto di tempo; con l'entusiasmo che mi danno i miei venti anni e la grazia tua, io mi iscrivo baldanzoso nelle schiere dei tuoi volontari. Mi consacro al tuo servizio, per la vita e per la morte. Tu mi porgi per emblema, e come arma da guerra, la tua croce. Stesa la destra su quest'arma invincibile, io ti do parola solenne e ti giuro con tutto lo slancio del mio cuore giovanile fedeltà assoluta sino alla morte. Così, da servo che tu mi creasti, io vesto la tua divisa, io mi faccio soldato, io cingo la tua spada, io mi chiamo con orgoglio cavaliere di Cristo. Dammi cuore di soldato, coraggio, o Gesù, e sarò sempre con te nelle asprezze della vita, nei sacrifici, nei cimenti, nelle lotte, con te sarò nella vittoria. E poiché non è ancora suonato per me il segnale del combattimento, mentre sto nelle tende, aspettando l'ora mia, addestrami tu coi tuoi esempi luminosi a sbarazzarmi, a fare le prime prove coi miei nemici interni. Sono tanti, o Gesù, e implacabili. Ne ho uno specialmente, che fa le parti di tutti: fiero, astuto, mi sta sempre addosso, affetta di volere la pace e mi deride in essa, scende a patti con me, mi perseguita anche nelle mie buone azioni. 252. Signore Gesù tu lo sai: è l'amor proprio, lo spirito di superbia, di presunzione, di vanità; che io me ne possa disfare una volta per sempre, o se ciò mi è impossibile, almeno lo tenga in soggezione, cosicché, più sciolto nei miei movimenti, io possa accorrere coi prodi che difendono sulla breccia la tua santa causa, e cantare con te l'inno della salute. 253. 10. Quando penso alle umiliazioni del Verbo divino, alle grandezze di Maria, premio della sua umiltà, alla vita di Gesù nei primi trent'anni, e penso ai casi miei, mi confondo e rimango senza parole. In questa sera, ricordando «erat subditus illis» (Traduzione: (Gesù) stava soggetto a loro (cioè a Maria e a Giuseppe) della Scrittura (Lc 2,51), nel colloquio che ho fatto col Cuore di Gesù giovanetto nella bottega di Giuseppe, mi son sentito riempire gli occhi di lacrime; e ho pianto come un fanciullo. 254. O mio Signore Gesù, è possibile che io non ci arrivi proprio mai a mostrarvi come, non solo a parole ma coi fatti, io so imitare nella grazia vostra i vostri luminosi esempi? Voi vi abbassate infinitamente, vi siete esinanito (Fil 2,7); io non ho bisogno di tanto, sono già il nulla; basta che io apra gli occhi e dia uno sguardo a me stesso. Voi siete venuto sulla terra povero, e chi più poverello di me, al quale avete dovuto procurare il cibo sino a quest'ora, boccone per boccone? dacché sono chierico, non ho ancora da mettermi indosso una vesticciuola che non mi sia stata data per carità da qualche buona persona. Voi avete atteso alla fatica sin dai primi anni, e voi lo sapete: «pauper sum ego et in laboribus a juventute mea» (Sal 88,16). (Traduzione: misero io sono e nei travagli fin dalla mia giovinezza). Voi non vi siete dispensato da nessuna legge, quantunque non vi foste obbligato, ed anch'io ho dovuto sottomettermi al servizio militare, che è una ingiusta e barbara imposizione ai vostri ministri. 255. In silenzio, ritirato nel raccoglimento della casa di Nazareth, avete vissuto i primi trent'anni, ed io già da più che dieci anni mi sono ritirato dal mondo, vivo custodito nel vostro santuario. Chi, più favorito di me dai vostri benefici, e posto sulla via della vostra imitazione con meno sacrifici e più facilità? Eppure, come va che io sono così dissimile da voi? Ho già scorso il ventesimo anno dell'età mia, e che cosa ho fatto io di vero bene? San Luigi, san Stanislao e san Giovanni Berchmans, a quest'ora erano già santi consumati. E dire che il loro lavoro per la santificazione dovea essere assai, ma assai, più arduo del mio, trovandosi in circostanze meno felici. Oh quante volte ho dovuto ripetere per conto mio questo lamento, e quante volte sono ritornato sui medesimi passi! Ma ora intendo che non si rinnovi più questa commedia col mio Dio. A quell'età in cui i santi hanno finito, io incomincio: «Tunc dixi: nunc coepi » (Sal 76,11). (Traduzione: e dissi: ora comincio). Entro all'ora undecima, ma voi non mi respingete per questo (Mt 20,9). Signore, nella confusione in cui mi trovo, degnatevi almeno indicarmi ciò che debbo fare per seguire la vostra volontà. 256. 11. Che delizia il pensare a ciò che ha fatto Gesù per fondare la Chiesa! Invece di chiamare dalle accademie, dalle sinagoghe, dalle cattedre, i dotti, i sapienti, ha posto il suo occhio amoroso su dodici poveri pescatori, rozzi, ignoranti. Li ammise alla sua scuola, li fece partecipi alle sue confidenze più intime, li rese oggetto delle sue tenerezze più amorose, a loro affidò la grande missione di cambiare l'umanità. 257. A dilatare il suo regno, a partecipare in qualche modo all'opera degli Apostoli, Gesù nel successo dei tempi si è compiaciuto di chiamare anche me. Mi ha tolto dalla campagna sin da piccino, con affetto di madre amorosa mi ha provveduto di tutto il necessario. Non avevo pane e me l'ha procurato, non avevo di che vestirmi e mi vestì, non avevo libri per studiare e pensò anche a quelli. Talora mi dimenticavo di lui ed egli mi richiamò sempre con dolcezza; mi raffreddavo nel suo affetto ed egli mi scaldò al suo seno, alla fiamma onde arde perennemente il suo cuore. 258. I nemici suoi e della sua Chiesa mi circondarono, mi tesero insidie (Ger 9,8) mi trascinarono in mezzo al mondo, al fango, alle immondezze, ed egli mi ha preservato da ogni male, non ha permesso che il mare mi inghiottisse (1Sam 10,19; cfr. Sap 10,19); perché elevassi il mio spirito a più forti sentimenti di fede, di carità, mi condusse nella sua terra benedetta, all'ombra del suo Vicario, presso alla fonte della venta' cattolica, sulla tomba dei suoi Apostoli, dove le zolle sono ancora imporporate dal sangue dei suoi martiri e l'aria è imbalsamata dal profumo di santità dei suoi confessori, e non si dà riposo un istante, né di giorno né di notte, più che non faccia una madre col suo bambino. Dopo tutto, in ricompensa di tante cure, non sa che domandarmi con ansietà: Figlio mio, mi ami tu? Signore, Signore, che vi posso io rispondere? Vedete le mie lacrime, ascoltatemi il cuore come palpita, le labbra come tremano, la penna come mi sfugge dalle mani... Che posso io dire? «Domine, tu scis quia amo te» (Gv 21,17). 259. Che io vi possa amare con l'amore di Pietro, con l'entusiasmo di Paolo e dei vostri martiri; alla carità s'aggiunga l'umiltà, il basso sentire di me medesimo, il disprezzo delle cose del mondo, e poi fate di me quel che volete: un apostolo, un martire, o Signore. Intanto, il sodo è che io non mi vergogni mai della mia povertà, anzi me ne compiaccia grandemente, come fanno i signori del mondo dei loro casati illustri, dei loro titoli di nobiltà, delle loro livree. Sono della stessa famiglia di Cristo; che desidero di più? Mi abbisogna qualche cosa? La Provvidenza provvede~à con abbondanza, come sino ad oggi ha sempre fatto. Debbo sempre pensare che tutto quel poco di bene che il mio amor proprio attribuisce a merito mio, perché me ne vanti, non mi appartiene per niente, per niente. Mi debbo convincere che senza l'affetto speciale che Gesù mi ha mostrato, io oggi sarei nulla più che un povero contadino, il più rozzo, il più ignorante e forse il più cattivo fra quanti contadini ci possano essere. 260. Io non sono per nulla affatto quello che mi credo e quale il mio amor proprio vuole che io sia ritenuto. Mio padre è un contadino che attende tutto il giorno a vangare, a zappare, ecc.; ed io non ho nulla di più di mio padre, ma molto di meno, perché mio padre almeno è semplice e buono, mentre io di mio non ho che della cattiveria. Quando l'amor proprio si tace per un istante, ed io, pensando all'obbligo di darmi tutto a Dio e di mostrare con i fatti che mi consacro davvero tutto a lui, senza riserva, e mi voglio far santo, mi sento agitare, mancare di coraggio, mi debbo consolare riflettendo che quel Gesù, che ha fatto sì grandi cose per me, le ha fatte per qualche fine suo speciale, degno di lui, e che, siccome ha fatto tutto lui sino ad ora, tanto più è disposto a moltiplicare le sue grazie per perfezionare l'opera sua, quando trovi molta buona volontà da parte mia. 261. Infine, non mi debbo mai dimenticare che fra i dodici primi discepoli di Gesù c'era anche Giuda che, non corrispondendo alle cure del divino Maestro, è divenuto insensibilmente un traditore, un esecrabile mostro d'infamia. Se è vero che l'amore scaccia il timore (1Gv 4,18), questo rende più delicato e più circospetto l'amore. 262. 12. Dinnanzi al nostro dolcissimo Gesù che si umilia e si assoggetta come un agnello mansueto (Is 53,7) alla persecuzione, agli strazi, ai tradimenti, alla morte, l'anima si smarrisce, si confonde, si annienta; non si può più parlare, anche l'amor proprio abbassa le sue pretese. «O Jesu dulcissime, solamen peregrinantis animae, apud te est os meum sine voce, et silentium meum loquitur tibi». (Traduzione: o Gesù, conforto dell’anima pellegrinante, ecco davanti a te la mia bocca sta senza voce e il mio silenzio a te parla). Gesù si china a lavare i piedi a dodici miserabili pescatori... Questa è la vera democrazia, di cui noi ecclesiastici dobbiamo presentare al popolo i tratti eloquenti. Oh, quante volte il benedetto Signore mi ha lavato non solo i piedi, ma le mani e il capo (Gv 13,9). Ed io arrossirò nel compatire i poverelli, i miserabili? «Accipite et comedite: hoc est corpus meum» (Mt 26,26). (Traduzione: prendete e mangiate : questo è il moi corpo). Egli ha esaurito le finezze del suo amore; mi ha dato tutto, anche la vita, per me. 263. Signore, come voi vi poneste nelle nostre mani, a nostra disposizione, così io consacro a voi un' altra volta il mio corpo, il mio sangue, tutto me stesso, perché facciate di me quello che vi piace. «Tristis est anima mea usque ad mortem. Vigilate mecum» (Mt 26,38). (Traduzione: l’anima mia è triste fino alla morte; rimanete qui e vegliate con me). Dunque, anche Gesù ha veduto l'ora triste; ha provato i risentimenti della debolezza umana. È un conforto per noi che ci scoraggiamo per un nonnulla, e un esempio divino da imitare. Quando la mestizia c'invade l'anima, il cuore sanguina, avviciniamoci a Gesù, al suo altare, confidiamogli le nostre amarezze e ne avremo forza e pace. 264. «Simon, dormis?» (Mc 14,37). (Traduzione: Simone dormi?). Quanta malinconia e tristezza in queste parole di Gesù! Immaginerò che siano sempre rivolte a me da Gesù, quando la stanchezza mi opprime, non mi sento voglia di lavorare, di pregare. Gesù prega, lavora, piange, ed io avrò cuore di dormire? «Et osculatus est eum» (Mt 26,49). (Traduzione: e lo baciò). Come è infernale lo scoppio di questo bacio sulla fronte divina di Gesù! Eppure quanti sacerdoti lo rinnovano ogni giorno!... C'è da mettersi le mani nei capelli. O Gesù, ricevi sul tuo cuore i miei baci affettuosi di figlio che ti ama, ti domanda perdono dei peccati e ti promette di non offenderti mai più. «Jesus autem tacebat» (Mt 26,63). (Traduzione: ma Gesù taceva). Mi accusano? Mi calunniano? Mi rimproverano a ragione o a torto? Si dice male di me? L'amor proprio vuole che io faccia mostra di scienza, di virtù? «Jesus autem tacebat». Teniamolo bene a mente. Il silenzio è d'oro. «Expuerunt in faciem eius, et colaphis eum ceciderunt, alii autem palmas in faciem eius dederunt» (Mt 26,67). (Traduzione: allora gli sputarono in viso e gli dettero dei pugni; altri lo schiaffegiavano). 265. Quante notti Gesù ha passate in casa di Caifas, mentre i discepoli o lo abbandonavano o lo sconfessavano per viltà! Ecco il premio dei veri sacerdoti di Dio in questo mondo: «qui digni habiti sunt pro nomine Jesu contumeliam pati» (At 5,41). (Traduzione: lieti dell’esser fatti degni di patir contumelie per il nome di Gesù). Signore, compiacetevi partecipare anche me a questa gloria, per amor vostro; o almeno, che io possa giungere sino al desiderio di essere disprezzato per voi. «Vere filius Dei erat iste» (Mt 27,54). (Traduzione: costui era veramente figlio di Dio). Poiché non posso portare dinnanzi alla croce di Gesù i sentimenti di Maria, di Giovanni e delle pie donne, almeno non mi manchi la commozione del centurione che scendeva dal colle percotendosi il petto e confessando la divinità del crocifisso Nazareno. Del dono delle lacrime io non sono degno, o Signore, perché peccatore. Ho però tutti i diritti ad essere purificato nel vostro sangue che fu sparso per le mie miserie.
ANNO GRATIAE MCMII DIARIO SPIRITUALE IN NOMINE DOMINI (Col 3,17)
16 dicembre 1902. 266. Dio è tutto: io sono nulla. E per oggi basta.
17 dicembre. Si sente ancora troppo odore di polvere intorno a me. Entusiasmi giovanili, ideali raggianti, visioni luminose sono troppo belle idee, che per ora vanno prese con delicatezza. Possono essere un perditempo, tuttoché siano in se stesse ottime e santissime. Dunque in guardia o, per lo meno, cautela massima. La mia via, per cui io devo ascendere al trionfo dell'opera di Dio, il modo più sicuro che mi preparerà un avvenire grande di operosità efficace e santa nel regno di Gesù Cristo è l'umiltà. Tutto il resto verrà da sé, e sarà assicurato nelle sue basi. Questo è il consiglio del mio maestro di spirito. Lo Spirito Santo mi parla per bocca sua.
18 dicembre. 267. Si dice che il Signore molte volte ha legato le sue grazie alle nostre buone azioni, alle nostre piccole mortificazioni, ecc. Perché ci meravigliamo talora se nelle orazioni, meditazioni, battaglie contro l'amor proprio, non sentiamo quel conforto celeste, quella soddisfazione piena dello spirito, che ci aspettavamo? Forse la ragione sta in ciò, che abbiamo fatto male un'azione antecedente, o schivata una mortificazione cui era annessa la grazia che dopo avrebbe fatta per noi. Dunque, la conclusione è evidente. Occhio ad ogni cosa, e perfezione massima nelle piccole cose.
19 dicembre. 268. Signore, non mi abbisogna che una cosa sola a questo mondo: conoscere me e voler bene a te. «Amorem tui solum cum gratia tua mihi dones, et dives sum satis, nec aliud quidquam ultra posco».
RIFLESSIONI E PROPONIMENTI (20 DICEMBRE)
Evviva il sacratissimo Cuore di Gesù! 269. Gli Esercizi spirituali sono finiti. Raccogliamo le vele. La grazia anche questa volta ha veramente soprabbondato (Rm 5,20). Forse non mai come oggi mi son sentito veramente e sodamente convinto della necessità assoluta di darmi, e del tutto, e per sempre, al mio Signore che vuol servirsi della mia povera persona per far del bene nella sua Chiesa, per trarre anime al suo cuore amoroso. Il più ed il meglio, a mio parere, è l'avermi mandato ad illuminare la mia mente ed a dirigere i miei passi, un buon padre spirituale, di cui sentivo un vero bisogno, e l'avermi dato grazia di confidare ad esso tutte le cose dell' anima mia con sincerità e schiettezza, per cui oggi io mi sento più sicuro, più confortato e con migliori speranze di vero progresso spirituale. Quale frutto del lavoro della grazia divina in me in questi giorni e in base ai suggerimenti del mio nuovo direttore, siano queste brevi riflessioni, o proponimenti, che dovrò sempre tenere innanzi alla mia mente e che coll'aiuto del Cuore di Gesù prometto di tradurre in esecuzione scrupolosamente, per il vero bene dell'anima mia. 270. 1. In me Dio è tutto ed io sono nulla. Io sono peccatore, e assai più miserabile di quello che mi posso immaginare. Se qualche cosa di bene avessi fatto nella mia vita, era tutta opera di Dio, che avrebbe prodotto migliori frutti se io non l'avessi intralciata ed impedita. 271. 2. Dai segni, dalle grazie ineffabili onde Iddio si è degnato ricolmare l'anima mia dai primi anni sino ad oggi, si deduce chiaramente che egli, per i suoi fini adorabili, mi vuole santo senza restrizione del termine. Di ciò mi debbo sempre tenere ben persuaso. Ed io santo devo essere a qualunque costo. Tutto quel pochissimo che si è fatto sino a questo punto, non fu che un trastullo da ragazzi. L'età si fa tarda. Oggi a ventun'anni io torno da principio. «Nunc coepi» (Sal 76,11). (Traduzione: ora comincio). Devo giungere a tal punto di unione, di rassegnazione totale di me stesso nelle mani di Dio, da essere pronto a fare sacrificio di tutto, anche dello studio, pur di obbedire alla sua divina volontà. Tutte le mie azioni, i miei affetti alle cose di quaggiù si dovranno sempre regolare in conformità a questo principio. Io devo annientarmi nel Cuore di Gesù. 272. 3. La via che io devo battere e che fa proprio pel caso mio, è l'umiltà. Devo camminare diritto per questa e non voltarmi mai indietro. Le mie battaglie oggi sono accese contro l'amor proprio, sotto tutte le sue forme. A questo nemico che porto sempre con me, io non devo lasciare un momento di riposo. Richiamo però l'esercizio dell'esame particolare, che prometto di mantenere severamente ogni giorno. 273. 4. Gli entusiasmi giovanili, ardenti, irresistibili, onde mi pare che sia ripieno il mio petto per la causa di Cristo, pel suo glorioso trionfo, per le nuove forme di esplicazione della vita cristiana a vantaggio della società, sono cose in sé santissime, ma troppo indeterminate, e quindi un po' pericolose. Possono farmi perdere molto tempo con poco frutto. Oggi, il mio Dio vuole da me che, senza perdere di mira queste sacre idealità, il mio ardore, il mio slancio, il fuoco vivo che dentro mi agita, lo trasfonda e lo esplichi in tutto ciò che serve a fare di me il vero chierico, l'ottimo seminarista. Questo oggi devo essere, e non più. La regola deve essere l'oggetto di tutte le mie cure, non solo la regola in genere, ma tutte e singole le regole in particolare. «Con-tra regulam nihil scire, omnia scire est » 4. E questo è il frutto più importante e caratteristico dei miei Esercizi spirituali. Io non devo desiderare di essere quello che non sono, ma di essere molto bene quello che sono. Così dice il mio san Francesco di Sales. 274. 5. Iddio, per preservarmi dal peccato e non lasciarmi fuggire troppo lontano da sé, si è servito della divozione al SS. Sacramento e al Sacro Cuore di Gesù. Questa divozione dovrà sempre essere l'elemento più efficace del mio progresso spirituale. Mi studierò di praticarla in modo che l'affetto e la tenerezza al divin Cuore sacramentato vivifichino tutto me, i miei pensieri, le mie parole, le opere mie, e traspirino da ogni mio atto. Di qui, unione massima con Gesù, come se la mia vita la dovessi passare interamente dinnanzi al tabernacolo; giaculatorie al Ss. Sacramento, senza numero; devozione e affetto grande nelle visite, comunioni, ecc. Io mi debbo considerare vivo solo pel Sacro Cuore di Gesù. 275. 6. Il padre spirituale che Iddio mi ha provvidenzialmente mandato, è, nell'ordine pratico, tutto per me. Non mi permetterò mai la più piccola cosa senza il suo consiglio o la sua approvazione. Tutte le mie miserie più piccole, fossero anche cose da ragazzo, dovranno trovarsi alla sua mente come stanno nella mia coscienza; dovrò esser sincero con lui come lo sono con me stesso. Anche nelle cose non strettamente spirituali, anzi nelle più materiali, sarò scrupoloso nel seguirne i suggerimenti ed i consigli. Le sue parole saranno come il dettame della mia coscienza. 276. 7. Mortificazione massima, massime nella lingua; in ogni evento dovrò umiliarmi sempre, specialmente quando le cose vanno male. Mortificazioni corporali poche, ma continue, e senza legarmici troppo. Non piglierò mai sale; non mangerò mai la frutta alla sera, né berrò più di un bicchiere di vino. In genere, poi, lascerò sempre un boccone di ogni cosa mi venga posta dinnanzi: vino, pietanze, frutta, pasticcetti, ecc. Non piglierò mai briciola di pane oltre l'ordinario che trovo sulla tavola quando incomincio a mangiare, né farò parola ad alcuno di quanto mi mancasse. In genere, più che alla materialità, baderò allo spirito della mortificazione, regolandomi a seconda dei casi (ES 210-217). 277. 8. Divozioni particolari poche, ma ben mantenute. Richiamo l'uso della recita quotidiana dell'ufficio di Maria Vergine, servendomi delle briciole di tempo sparse lungo la giornata, nel salire e nel discendere le scale, nell'andare od uscire dalla scuola, dalla cappella, dal passeggio, ecc. La pratica a cui mi terrò applicato sarà la visita quotidiana al Ss. Sacramento. 278. 9. Allegrezza sempre, pace, serenità, libertà di spirito in ogni cosa. Quando mi riconoscerò fedele ai miei propositi, ne loderò di cuore il mio Dio che ha fatto tutto; quando mancherò, mi guarderò bene dallo scoraggiarmi. Iddio lo permetterà perché mi umili sempre di più, e mi abbandoni interamente nel suo seno amoroso. Dopo un difetto, un atto di umiltà profonda; poi ricomincerò lieto, sorridente sempre, come se Gesù mi avesse fatto una carezza, mi avesse dato un bacio, mi avesse sollevato con le sue proprie mani, e ripiglierò la mia marcia sicuro, fidente, beato «in nomine Domini» (Col 3,17). «O Jesu bone, tu scis, tu scis quia desidero amare te!» (Gv 21,17). (Traduzione: o buon Gesù, tu sai, tu sai che desidero amarti).
DIARIO SPIRITUALE
20 dicembre, sabato. 279. Vedete un po' se io non ho occasione sempre e ad ogni momento di umiliarmi. Sono uscito stamattina dai santi Esercizi, con quella voglia di far bene, massimamente nell'esecuzione della regola, che è facile immaginarsi, dopo tanta grazia di Dio. Eppure, nell'esame particolare di oggi e nel generale di questa sera, ho toccato con mano che sono già caduto in tante piccole mancanze, e ho compiute tante cose così imperfettamente, da mettermi soprapensiero. Che cosa è tutto ciò? E’ tutta roba mia. E trovo poi per altra via il modo di insuperbirmi, quasi fossi il tipo dell'uomo compito? Quante distrazioni nella recita del divino ufficio con i miei compagni appena ordinati, e dell'ufficiolo della Madonna! E la paroletta al compagno fuor di camerata, l'altra paroletta in tempo di silenzio, e il ragionare a lungo difatti propri, tuttoché indifferenti, sono forse atti di virtù? E così si comincia a mantenere le promesse? In genere, nelle cose mie c'è bisogno di quella vivacità santa che le renda decise, saporite. La disinvoltura, il buono spirito è necessario anche nelle pratiche di pietà, cosicché le orazioni e i propri affetti non si presentino al Signore quasi dormendo, perché si corre facilmente pericolo di stancare la sua condiscendenza. Dunque, coraggio; ed umiliamoci. I nostri difetti sono un titolo di più, che ci eccita ad unirci sempre meglio a Dio che solo può sanare le nostre infermità. Oggi ho fatto male. Che cosa potevo io aspettarmi da me? Domani, più attenzione e più confidenza in Dio: «Domine, tu vides indignitatem meam, succurre mihi, tu es spes mea». (Traduzione: Signore, tu vedi la mia indegnità; soccorrimi; tu sei la mia speranza).
22 dicembre. 280. Signore Gesù, io mi umilio nella polvere dinnanzi a voi (Gb 42,6). Vedete quanto sono miserabile: me lo fate toccare con mano, ogni giorno, ogni momento, in cui penso a me stesso. Mi pento, e sono daccapo con le distrazioni, colla mancanza di decisione, di disinvoltura nelle mie cose; con tante imperfezioni, nel parlare specialmente. Eppure la volontà ferma, decisa, non mi manca; mi metto in agitazione, m'inquieto, scorgendo il poco frutto pratico dei recenti Esercizi. Mio Signore Gesù, che le vostre grazie non cadano invano! Non ho più coraggio di presentarmi a voi. Due soli giorni mi separano dalle vostre feste natalizie, e voi già state aspettando i miei doni. Signore, non ho se non la contrizione e il dispiacere di non potere accontentare voi, cui sento di volere un gran bene e una volontà ferma di mostrarvi col fatto il mio affetto. Aiutatemi perché in questi due giorni ripari al passato, disponga l'anima mia alla vostra venuta, cosicché nel dì di Natale la mia gioia sia più lieta, nel sapere che voi vi compiacete di me, mi accarezzate, mi infiammate della vostra santa carità. Maria, san Giuseppe, uno sguardo ed una preghiera anche per me. «Jesu, Maria et Joseph, pro vobis vivam, pro vobis patiar, pro vobis moriar». Come mi è dolce ripetere queste parole!
23 dicembre. 281. Oggi gli affari sono andati meno male di ieri; domani devono riuscire meglio di oggi, e così di seguito, colla grazia di Dio. Insisto sopra un principio non mai abbastanza meditato: io devo fare ciascuna cosa, recitare ogni orazione, eseguire quella regola, come se non ci avessi altro da fare, come se il Signore mi avesse messo al mondo solo per far bene quell'azione, ed al buon esito di essa stia attaccata la mia santificazione, senza pensare al dopo o al prima. E questo un grande criterio che, scrupolosamente applicato, ha la virtù di far fuggire le distrazioni come l'acqua santa fa scappare il diavolo; è il principio della presenza di spirito: l'« age quod agis», e del mantenersi dinnanzi allo sguardo di Dio. Perché ottenga però il suo effetto, è necessario che si pratichi sino dalle prime azioni del mattino. 282. Domani deve essere giorno di grande raccoglimento e di grande fervore. Gesù è vicino, sta per rompere i sacri veli del seno materno; già ha fatto sentire la sua voce amorosa: «ecce venio» (Ap 16,15). Ed io mi debbo preparare con attenzione speciale a questa sua venuta, perché ne spero vantaggi immensi. Ho delle grandi cose da comunicargli, ed egli ha innumerevoli e grandi benefici da compartirmi. Il mio pensiero, il mio cuore, domani, deve riposare tutto il giorno dinnanzi al tabernacolo, trasformato in questi giorni nella capanna di Betlemme. «Veni, veni bone Jesu, et noli tardare: anima mea nunc requiescet in spe». (Traduzione: vieni, vieni o buon Gesù, e non tardare: ora la mia anima riposerà nella speranza).
24 dicembre. 283. Già è inoltrata la notte; le stelle chiare e lucenti brillano nella fredda atmosfera; voci chiassose e discordi giungono al mio orecchio, dalla città: sono i gaudenti del mondo che ricordano coi bagordi la povertà del Salvatore; attorno a me dormono i miei compagni nelle loro camere, ed io veglio ancora, pensando al mistero di Betlemme. Vieni, vieni Gesù, io ti attendo (cfr. Ap 22,20). Maria e Giuseppe, sentendo l'ora vicina, riftutati dai cittadini, si danno alla campagna, in cerca di ricovero. Io sono un povero pastore, non ho che una miserabile stalla, una piccola mangiatoia, alcune poche paglie (Lc 2,16); offro tutto a voi, compiacetevi accettare questo povero tugurio. Ti affretta, o Gesù, eccoti il mio cuore; l'anima mia è povera e nuda di virtù, le paglie di tante mie imperfezioni ti pungeranno, ti faranno piangere; ma, o mio Signore, che vuoi? è tutto quel poco che ho. Mi commuove la tua povertà, mi intenerisce, mi strappa le lacrime; eppure io non so qual cosa di meglio offrirti. Gesù, abbellisci l'anima mia con la tua presenza, adornala con le tue grazie, abbrucia queste paglie e cambiale in soffice giaciglio al tuo corpo santissimo. 284. Gesù, ti aspetto; oh, i cattivi ti rifiutano; fuori, spira un vento glaciale; ti lasciano gelare, vieni nel mio cuore; sono poverello, ma ti riscalderò più che posso; almeno, voglio che ti compiaccia del mio buon desiderio che ho di farti buona accoglienza, di volerti un gran bene, di sacrificarmi per te. Alla tua volta, tu sei ricco, e vedi i miei bisogni; tu sei fiamma di carità, e mi purificherai il cuore da tutto ciò che non è il tuo Cuore santissimo; sei la santità increata, e mi ricolmerai di grazie fecondatrici di progresso vero nello spirito. Vieni, Gesù, ho tante cose da dirti!... tante pene da confidarti! tanti desideri, tante promesse, tante speranze. Ti voglio adorare, baciare in fronte, o piccolo Gesù, darmi a te un'altra volta, per sempre. Vieni, o Gesù, non tardare più oltre, accetta il mio invito, vieni. Ma ohimè! l'ora si fa già troppo tarda, il sonno mi vince, la penna mi cade dalle mani. Lasciami dormire un poco, o Gesù, mentre la tua Madre e san Giuseppe stanno preparando la stanza. Mi metto qui a riposare, al rezzo dell'aria notturna. Appena sarai venuto, la chiarezza della tua luce abbaglierà le mie pupille; i tuoi angeli mi desteranno con le dolci armonie di gloria e di pace, ed io correrò festante a riceverti, a presentarti i miei poveri doni, la mia casa, tutto quel poco che posso, ad adorarti, a mostrarti il mio affetto cogli altri pastori accorsi con me e coi celesti spiriti, melodianti inni di gloria al tuo cuore. Vieni, t'aspetto.
26 dicembre. 285. Egli è venuto e mi ha consolato; ho potuto trattenermi con lui per molto tempo, dirgli tutto quello che desideravo. Una cosa sola non ho fatto, o l'ho fatta poco: non l'ho ringraziato molto, come mi aveva detto il mio padre spirituale. Ringraziamento significa certezza di ricevere nuove grazie. Ho pensato troppo esclusivamente a me, con troppo interesse, e questa è una grave mancanza di delicatezza. Mi studierò però di mostrargli la mia riconoscenza, con una vita che sia di suo pieno gradimento, nell'imitazione di quelle virtù di cui egli ci ha dato una prova così eloquente nel suo beatissimo Natale. Ma è proprio in questo, che sento il bisogno del suo aiuto, nel ringraziarlo. Se io penso ai miei desideri, alle mie disposizioni, io sono un santo, ne convengo; ma se osservo le opere, ohimè, quanto sono brutto, deforme! Non giungo ancora a mantenere ininterrotta con Gesù quella corrente di sante aspirazioni, di presenza di spirito, che deve essere come l'acqua in cui navigo. O mio san Luigi, o san Giovanni Berchmans, come vi veggo da lontano, nella vostra unione con Dio! Eppure, bisogna sforzarsi poco per volta e non inquietarsi mai, come faccio io quando vedo che non riesco a nulla; anche qui c'è dell'amor proprio. E poi, ho notato un'altra cosa. Come va che, dopo di aver chiacchierato molto con alcuno, anche senza l'intenzione di guadagnar lode a me stesso, ripensandoci su, mi trovo nell'amarezza, nello scoraggiamento? E l'amor proprio che lamenta l'amor proprio: sono le lacrime del coccodrillo. 286. La verità è che quanto più parlo di me stesso, tanto più ci perdo in virtù; la vanità schizza da ogni parola, anche da quella che sembra la più innocente. Mi devo mettere in testa che in mezzo alla gente, ai miei compagni, ai miei superiori, la mia parte è quella di tacere dolcemente, oppure dire quelle sole parole che sono imposte dalla necessità o dalla convenienza; per lo meno non parlare mai di me stesso, se non interrogato, e anche in questo caso dire poche parole, lontano dall'attirarmi l'attenzion~ di chi mi ascolta. Mi debbo considerare sempre come indegno di stare coi miei confratelli, per le mie mancanze; come avrò il coraggio di fare dinnanzi a loro la mia apologia?
27 dicembre, san Giov. Evangelista. 287. Ieri la santa Chiesa ricordava la memoria di santo Stefano, ed anch'io non ho potuto resistere al bisogno di onorare questo glorioso primo atleta della fede di Gesù Cristo. Sino a pochi anni or sono, santo Sfefano non attirava per nulla la mia attenzione perché non lo conoscevo; solo dopo che ho potuto formarmi un'idea meno inesatta della sua missione e dell'opera sua, questa grande figura di eroe si è imposta alla mia mente, al mio cuore, ed ora mi sento attratto da una tal quale simpatia verso di lui; lo venero con profondo e tenero affetto, mi raccomando alla sua intercessione. Santo Stefano fu il primo che mostrò di aver saputo intuire, nella sua interezza, l'idea cosmopolita della nuova religione, portò i primi colpi all'esclusivismo ebraico, aprendo nuovi sbocchi alla rigenerazione di Cristo, lanciandosi con ardita sicurezza per una nuova via che si riteneva chiusa alla espansione del cristianesimo, e per la quale Cristo Gesù doveva essere trasportato attraverso tutte le nazioni, sino al trionfo. 288. L'anima grande di san Paolo ebbe il compito glorioso di condurre per mano la novella religione, e fuori di Gerusalemme farla riverire ed abbracciare dai greci e dai romani; ma a Stefano spetta l'onore di aver dato il primo colpo e di aver sigillato la sua iniziativa gloriosa col sangue, e fu il primo sangue che fu sparso dopo la morte di Gesù. Glorioso primato, che colloca il giovane martire nel posto più vicino al divino martire del Golgota, e ne rende più preziosa e venerata la nobile corona. Santo Stefano, dalla mia camera solitaria mando un caldo saluto di fraterno affetto, perché tu fosti e moristi giovane come io sono, e per la stessa causa per cui io vivo e spero, alle tue ossa, dormienti nella gran pace di Campo Verano, accanto a quelle del tuo grande e pur fortunato competitore, il diacono san Lorenzo. A me, la tua fede, il tuo coraggio, il tuo entusiasmo e, più che tutto, la tua indomita fortezza, il tuo eroismo.
29 dicembre. 289. La via dell'umiltà, l~ unione con Dio, il cercare nelle opere mie non il gusto mio ma quello di Dio, ecco i tre punti principali, a cui il mio padre spirituale è venuto riannodando i suoi consigli per il vero mio progresso spirituale. Sono tre principi che devo sempre avere sotto gli occhi, per metterli in pratica: questo è il compito mio oggi, e nulla più: «hoc opus, hic labor ». A proposito dell'umiltà, schiverò per quanto è possibile il parlare di me in prima persona; il pronome io, il me, li devo fuggire come fossero serpenti; mi guarderò dagli sproloqui, specialmente in certe circostanze e su certi argomenti. 290. I reverendi superiori si sono compiaciuti affidarmi l'incarico di assistere all'infermeria, nuova occasione per umiliarmi, per praticare la carità, la dolcezza, ed esercitarmi in qualche piccolo sacrificio. Questa notte stessa non so se la potrò passare tranquilla. Lo desidererei, non già per me che sono anzi contento di fare qualche cosa di bene, ma per quel mio povero compagno che sta accanto alla mia cameretta, in condizioni piuttosto gravi e delicate assai. 291. Mio Signore Gesù, cara madre Maria, se i miei sacrifici possono servire in qualche modo ad alleggerirgli le sofferenze e a scongiurare ogni pericolo, eccomi pronto ad ogni cosa, fatemi pure soffrire quanto volete, mi sarà cosa gratissima il provarvi almeno una volta, col fatto, il mio amore, per voi ed in voi, al mio fratello che vi rappresenta.
31 dicembre. 292. Ancora poche ore ed anche quest'anno non sarà più; passerà al dominio della storia. Coll'anno passo anch'io, ed attendo con gioia l'alba novella. Quanti anni vedrò ancora, prima di approdare all'eternità? Forse parecchi, forse pochi, forse neppure uno intero. Mio Signore Gesù, «anni tui non deficient, et tu numerasti annos meos» (Sal 102,28 ed Eb 1,12). (Traduzione: i tuoi anni non avranno fine. Tu hai contato gli anni miei). In quell'anno in cui mi vorrai chiamare, possa io avere la mia lucerna piena d'olio, affinché tu non mi rigetti nell'ombra della morte (Mt 25,4 e Lc 1,79). Intanto io mi prostro ginocchioni dinnanzi al mio Dio e, ripensando ai benefici compartitimi in quest'anno, mi umilio nella polvere e lo ringrazio di gran cuore. Del 1902 dovrò sempre ricordarmene: l'anno della mia vita militare, anno di battaglie. Potevo perdere la vocazione come tanti altri poveri infelici, e non l'ho perduta; [potevo perdere] la santa purità, la grazia di Dio, e Iddio invece non l'ha permesso. Sono passato attraverso il fango, ed impedì che me ne imbrattassi: sono ancora vivo, sano, robusto come prima, meglio di prima... Gesù, ti ringrazio, ti amo.
1903
NOTE SPIRITUALI
1 gennaio 1903. 293. Ho veduto la luce prima di un altro anno. Ben venga in nomine Domini (Salì 18,26); lo consacro al cuore amoroso di Cristo, perché sia un anno veramente fecondo per me di buone opere, il mio vero annus salutis (Is 63,4); l'anno in cui io mi faccio santo per davvero. Gesù, io sono un'altra volta e sempre con te. Il giorno di domani, primo venerdì del mese e dell'anno nuovo, è consacrato particolarmente ad onorare il Sacro Cuore: sarà una giornata di fuoco e di amore, straordinaria. Dopo poco tempo, dacché sono uscito dai santi Esercizi, sento un bisogno fortissimo di rinsaldarmi nei miei propositi, di richiamare lo spirito che già incomincia a intorpidirsi, a sensi generosi, in una parola, di ricominciare da capo. 294. Sono pure costretto, mio malgrado, a confessare la mia miseria. Sono un povero peccatore, un servo infedele ed inutile (Lc 17,10); sono pieno di superbia fin sopra i capelli; sono distratto, sono ignorante, sono il nulla. Gesù mio, misericordia! L'anno nuovo è cominciato: dunque, vita nuova. Penso alla santa comunione di domattina come ad un fatto della massima solennità; la farò come se domattina uscissi dai santi Esercizi: richiamo tutti i sentimenti di quel giorno, le promesse, le disposizioni, riflettendo specialmente a quella parte di me stesso in cui mi sento più debole, attesa la triste esperienza di questi pochi giorni. 295. I miei principi direttivi restano immutati; umiltà in tutto, specialmente nelle parole; unione con Dio, e questa è la cosa principale, di cui sento oggi una maggiore necessità; cercare, in tutto sempre, il gusto di Dio e non il mio; la testa a casa mia, a me stesso, allo studio della vita devota e non a riscaldamenti fuor di tempo; per ora studio intenso, raccolto e tranquillo; in tutto e sempre una gran pace e soavità d'animo. Domani si aprono pure un'altra volta le scuole: sento la necessità, la passione dello studiare. Inaugurerò il nuovo periodo sotto gli auspici del Sacro Cuore di Gesù, che me ne porge l'occasione più propizia. Intanto, Gesù, t'aspetto; stanco del mio lungo volare distratto, verrò a ricadere sul tuo seno per ristorarmi e riprendere lena nel mio cammino. Gesù, attendete la vostra pecorella che torna (Lc 15,4-7); preparatemi il cibo, perché ho fame.
4 gennaio. 296. Gli studi a cui attendo non devono essermi motivo di distrazione, ma piuttosto un'ala poderosa per cui mi elevo a Dio, mi soffermo in lui, gaudio e preludio della visione beatifica. Spesse volte per gli studi mi avviene di scordarmi dei miei propositi, perdo la presenza di spirito, mi torna meno attraente la pietà, sento mancarmi l'aria pura, ossigenata, che intorno spira la vita divota. Guai a me: il mio studio deve essere una preghiera continua, e la preghiera studio ininterrotto. Soprattutto vigilanza sulle superficialità, leggerezze, pazzie riguardo allo studio, alle cose nuove, libri nuovi, sistemi nuovi, persone nuove. Occhio e attenzione alle mie parole in proposito. Debbo tener conto di tutto e seguire con trasporto il movimento ascendente della cultura cattolica, ma colla debita proporzione. «Ne quid nimis ». 297. Ricorderò sempre di alcune sentenze di quel buon e dottissimo autore della Imitazione di Cristo: «Humilis tui cognitio, certior via est ad Deum, quam profunda scientiae inquisitio. Non est culpanda scientia, aut quaelibet simplex rei notitia, quae bona est in se considerata et a Deo ordinata; sed praeferenda est semper bona conscientia et virtuosa vita... « Certe, adveniente die iudicii non quaeretur a nobis quid legimus, sed quid fecimus; nec quam bene diximus, sed quam religiose viximus... «Vere magnus est qui in se parvus est, et pro nihilo omne culmen honoris ducit. Vere prudens est qui omnia terrena arbitratur ut stercora, ut Christum lucrifaciat. Et vere bene doctus est, qui Dei voluntatem facit, et suam voluntatem relinquit» (IC 1.3). (Traduzione: l’umile conoscimento di te è strada a Dio più sicura della profonda investigazione della scienza. Non è da doversi incolpare la scienza, o qualunque altra semplice cognizione di cosa la quale buona è inverso di se medesima riguardata, ed è ordinata da Dio; ma le si deve sempre mettere innanzi la buona coscienza e la vita virtuosa… In verità, venuto il dì del giudizio, non non saremo domandati di quello che avremo letto, ma sì di quello che avremo fatto; né quanto leggiadramente parlato, ma quanto religiosamente vissuto… Grande veramente è colui che dentro di se è piccolo, tiene per nulla ogni altezza d’onore. Quegli con verità è prudente che “tutte le terrene cose reputa come sozzura per far guadagno di Cristo” (Fil 3,8). E invero quegli è dotto abbastanza che fa il volere di Dio, ed il proprio abbandona).
7 gennaio. 298. La vita mia è un continuo sacrificio. Non sono io più che vive, è Gesù che vive in me (Gal 2,20). San Paolo poteva usarle queste espressioni perché la sua grande anima, il suo cuore generoso ardeva perennemente della carità verso Dio e gli uomini. Io non ho che dei buoni desideri ai quali mal corrispondono i fatti. Signore, dammi grazia che io ti possa mostrare con l'opera che ti voglio veramente bene. Non mi diffondo più in parole: sono un povero pezzente, come mi dice sempre il mio padre spirituale 4, stendo la mano e domando pietosamente: Signore Gesù che sei ricco e buono, fammi l'elemosina.
8 gennaio. 299. Ieri il dotto mio professore di storia ecclesiastica5 diede un bellissimo consiglio che fa specialmente per me: leggete poco ma bene. E’ quanto si dice delle letture, io l'applico ad ogni cosa: poco ma bene. Quanti libri non ho io letti nel decorso dei miei studi, nelle vacanze, nella vita militare! quante opere, quanti periodici, quanti giornali! Che cosa ricordo io di tutto ciò? Nulla o quasi. Quante opere spirituali, quante vite dei santi! Che cosa ne ricordo? Nulla o quasi. Sento una smania di voler sapere di tutto, conoscere tutti gli autori di valore, mettermi al corrente di tutto il movimento scientifico nelle sue multiformi espansioni e di fatto leggo di qua, divoro un altro scritto di là, ecc., e intanto conchiudo pochissimo. Dunque calma anche in ciò. Poco ma bene. «Quiesce a nimio sciendi desiderio: quia magna ibi invenitur distractio et deceptio» (IC 1.2). (Traduzione: rattemprati dalla troppa cupidigia di sapere, perché ivi si trova assai distrazione ed inganno).
9 gennaio. 300. Le mie giornate devono essere sempre molto calde, giorni di fuoco, come quando sotto lo sferzare della canicola, lo scorso anno, facevo quelle marce disperate in cui sudavo una goccia per capello. Io sono sempre al servizio del mio re Gesù Cristo, e Gesù Cristo lo servo nel prestare le mie cure ai miei confratelli che stanno all'infermeria. Il sole cocente lo porto dentro il mio petto, sin dalla mattina, colla santa comunione. Non sono più io che vive, è Gesù che vive in me (Gal 2,20). O Gesù, potessi io veramente essere sempre trafelato e sudante di amore nel prestare il mio servizio a voi, glorioso mio capitano! 301. L'autore dell'Imitazione mi dà un consiglio che riflette proprio i miei bisogni di oggi, attese anche le speciali circostanze in cui mi trovo: «Vigilandum est et orandum ne tempus otiose transeat. Si loqui licet et expedit, quae aedificabilia sunt, loquere» (1C 1.10). (Traduzione: è da vegliare ed orare acciocchè il tempo non ci fugga, standoci indarno. Se ti è dato di parlare e se ti vien bello, dì cose di edificazione). Dunque attento bene: non mi sfugga una briciola di tempo a chiacchierare inutilmente; finita un'azione, subito ne cominci un'altra, senza interstizi. E quando potrò parlare, mi faccio un principio di non parlare mai di me, né bene né male, neppure alludere comunque ai fatti miei, se non espressamente interrogato. Nel resto, buoni discorsi sempre, improntati a profondo sentimento di virtù e di spirito ecclesiastico.
13 gennaio. 302. In questa sera, ottava dell'Epifania, fui a San Silvestro in Capite 8 ad assistere, con tutto il seminario, alla funzione di chiusura dell'ottavario di Gesù Bambino istituito dal ven. Pallotti. Assistevano, con gran pompa e sfoggio di indumenti svariatissimi, i vescovi rappresentanti dei vari riti cattolici. Gesù splendeva nell'ostia ai piedi dell'artistico presepio. Quanti pensieri mi si sono affollati alla mente, quali emozioni al cuore, dinnanzi a Gesù adorato dai pastori e dai Magi! Ho pensato alla vocazione dei gentili, alle missioni cristiane sparse pel mondo, alla Chiesa veramente cattolica, cioè universale. O Signore Gesù, la tua stella è apparsa dovunque, ma quanti ancora non l'hanno riconosciuta; la voce degli Apostoli è risonata ai confini della terra (Sal 19,5), ma quanti o non l'ascoltano, o tentano di soffocarla! Un giorno, i re venivano da Tarsi e dalle isole a portarti i loro doni (Sal 72,10); oggi i re della terra non ti curano affatto, non riconoscono più i tuoi diritti, ti hanno gettato in faccia il triste rifiuto di Faraone: «Nescio Dominum, non serviam» (ES 5,2). (Traduzione: non conosco il Signore; non lo servirò). Che orrore! Ma deh, che s'adempiano le tue parole! Ora che sei esaltato dalla terra, attrai ogni cosa a te stesso (Gv 12,32). Dirada le tenebre del paganesimo, rischiara e sgombra la falsa luce dell'eresia. Che tutti i popoli ti servano, ti amino, ti acclamino loro Signore: «Tua enim est virtus et tuum est regnum in saecula» (cfr. Ap 12,10). (Traduzione: tua è la potenza e tuo è il regno nei secoli).
16 gennaio. 303. A forza di toccarlo con mano mi sono convinto di una cosa: come cioè sia falso il concetto che della santità applicata a me stesso io mi sono formato. Nelle mie singole azioni, nelle piccole mancanze subito avvertite, richiamavo alla mente l'immagine di qualche santo cui mi proponevo d'imitare in tutte le cose più minute, come un pittore copia esattamente un quadro di Raffaello. Dicevo sempre, se san Luigi in questo caso farebbe così e così, non farebbe questo o quell'altro, ecc. Avveniva però che io non arrivavo mai a raggiungere quanto mi ero immaginato di poter fare, e m'inquietavo. E un sistema sbagliato. Delle virtù dei santi io devo prendere la sostanza e non gli accidenti. Io non sono san Luigi, né devo santificarmi proprio come ha fatto lui, ma come il comporta il mio essere diverso, il mio carattere, le mie differenti condizioni. Non devo essere la riproduzione magra e stecchita di un tipo magari perfettissimo. Dio vuole che, seguendo gli esempi dei santi, ne assorbiamo il succo vitale della virtù, convertendolo nel nostro sangue ed adattandolo alle nostre singole attitudini e speciali circostanze. San Luigi, se fosse quello che io sono, si santificherebbe in un modo diverso da quello che ha seguito.
18 gennaio, ritiro mensile. 304. Ho assistito ieri ai funerali del cardinale Parocchi, celebrati in San Lorenzo in Damaso. Fu un fatto che mi tenne assorbita tutto il giorno la mente, né ho saputo liberarmene così presto. Nel tumulto dei sentimenti che mi occupano il cuore, non ho saputo trattenermi dal mandare un caldo saluto di ammirazione e d'affetto a quel grande che solo bastava ad illustrare il Sacro Collegio e che, per un quarto di secolo, fece parlare di sé tutto il mondo cristiano. Il card. Parocchi era tale una figura quale molto raramente si può incontrare negli annali della Chiesa. Bastava pronunciare il suo nome, per mettere in silenzio quelli che accusavano l'ignoranza della Chiesa; davanti a lui anche i profani s'inchinavano riverenti, e non vi era uomo di scienza che non titubasse dovendo parlare in sua presenza. Non vi era parte dello scibile a cui non si estendesse l'ingegno; non vi era persona dotta che non si fosse incontrata con lui. Pari all'amore pel vero, per ogni cosa bella e buona, ardeva nel suo petto l'amore fervente, indomabile, alla Chiesa, al Papa. Il card. Parocchi potrà venire diversamente giudicato in fatto di vedute politiche: so che non mancano maligne insinuazioni a suo riguardo; ma niuna potrà mai intaccare la sua intemeratezza, il suo entusiamo per la Chiesa e per il Pontefice, anche quando, come sempre avviene alle anime generose, la sua virtù fu messa a dura prova. Oh, se io possedessi la scienza e la virtù sua, io potrei ben chiamarmi soddisfatto. La sua morte fu pianta universalmente e fu considerata come un vero lutto per la Santa Sede. Ieri, intorno alla sua salma, ho veduto tutto il mondo rappresentato a rendere un ultimo tributo di lode a lui che tanta luce sparse intorno a sé. Cardinali, vescovi, prelati, generali d'ordini religiosi, scienziati illustri, nostrani e stranieri, ecclesiastici e secolari, rappresentanti diplomatici, e tutti, in sì gran numero quale non vidi mai, più una moltitudine di ~OPO1O pregante, si erano dati convegno intorno alla sua tomba. 305. Le parole solenni con cui la Chiesa implora da Dio la gloria del cielo ai suoi figli trapassati, e annunzia attraverso le tenebre del sepolcro la risurrezione e la vita, non mi commossero mai così fortemente come in quel momento. Oh, v~nga! sì, sia concessa a lui, all'anima dell'illustre Cardinale, quella luce eterna, piena, di cui egli fu un riverbero splendente; a lui che credette, che amò, che sperò sempre la risurrezione e la vita in Cristo Gesù, giusto estimatore dell'opera dei suoi servi fedeli. Le funebri onoranze al cardinale Parocchi, d'altra parte, mi hanno introdotto, senza che me ne accorgessi, nel mio ritiro mensile, che ho incominciato ieri sera, e precisamente mi fornirono materia opportunissima alla meditazione della morte. Le applicazioni mi riuscirono facilissime, massime atteso il mio amor proprio, la mia vanità, ecc.; le deduzioni, di una chiarezza sorprendente. Il ritiro del resto è riuscito, colla grazia di Dio, non male, e lo spero fecondo di ottimi effetti. Dalla discussione della mia coscienza, in ordine alla mia condotta in questo primo mese che mi separa dai santi Esercizi, mi risulta che se gli ultimi Esercizi hanno apportato qualche vantaggio, come piacque a Dio, per l'anima mia, molto, moltissimo ancora, anzi tutto, mi resta a fare. Sinora non ho che cominciato a vedere terreno e ad orientarmi intorno a ciò che devo fare in seguito. La notte già inoltrata mi impedisce di sviluppare i propositi fatti pel nuovo lavoro. Li riduco a due parole. 306. Incomincio da capo, come se finora non avessi fatto niente, niente. Cercherò la perfezione nelle mie pratiche di pietà, nelle principali e nelle minute. Attenzione scrupolosa alla lingua, non chiacchiere prolungate, non argomenti che scottano e, in pratica, pressoché inutili - io comprendo bene ciò che voglio dire con queste parole -; morte all'io nei discorsi; l'io al mondo deve essere come se non ci fosse affatto; delicatezza e carità squisita nel ragionare d'altri. Da ultimo: mente raccolta, anima allegra anche nelle disdette dell'amor proprio, tutta intesa a compiere esclusivamente il da farsi, hic et nunc, colla più grande perfezione; e, dopo tutto, coraggio sempre in Domino Jesu (Rm 14,14).
20 gennaio. 307. Sino ad oggi in genere non c'è male: ed è già qualche cosa di cui devo mostrarmi riconoscente al mio Dio. Soprattutto mi richiamo alla mente due cose: calma pienissima in tutto, massime quando ho sbagliato e quando compio i miei atti di pietà, e vigilanza scrupolosa sulla lingua e sull'io. Oggi san Sebastiano, domani santa Agnese: due giovani, due eroi, uno soldato, una vergine. A loro il mio fervido pensiero, la mia preghiera, perché col coraggio, con l'entusiasmo del soldato e la illibata purità della vergine, s'aggiunga in me la loro costanza di martiri: «Avete felices in Christo Jesu! ». (Traduzione: vi saluto, o beatissimi in Cristo Gesù).
22 gennaio. 308. Fuori piove, piove a dirotto. Per carità che non si sciupi l'anima mia: mi pare che incominci a penetrarvi un poco di acqua. Attento bene a certe piccole fessure, quasi insensibili, ma traditrici. Può essere una piccola paroletta di più, o, con un po' di amor proprio, un actiones o un agimus recitato alla sfuggita. Guai! dopo il primo viene il secondo, il terzo, il quarto, ecc.: con la paroletta e con l'agimus [recitato malamente] vengono gli sproloqui, i rosari [distratti], le meditazioni, ecc. Guai a me. «Principiis obsta». (Traduzione: sta’ attento ai principii). Si possa dire di me: «Aquae multae non potuerunt extinguere charitatem, nec flumina obruent illam» (Ct 8,7). (Traduzione: le acque del mare non valgono a spegnere l’amore, né le fiumane a sommergerlo).
23 gennaio. 309. Oggi mi sono recato al Gesù e ho assistito alla chiusura del solenne triduo in onore della sacra Famiglia. La questione del divorzio, sciagura imminente della patria e della Chiesa in Italia ha raccolto intorno ai tre santi personaggi una folla innumerevole di cristiani, preganti perché venga risparmiato alle famiglie un disastro, che ci renderebbe al di sotto dei Turchi. Mi pare impossibile che il Signore non si degni di ascoltare tante fervide preghiere, che si levano da ogni parte d'Italia. Tuttavia, siccome l'avvenire sta nelle sue mani, io sono certo che tutto concorrerà alla sua gloria; e questo mi basta e mi consola. Comunque avvengano le cose, io continuerò a pregare. In questi giorni mi sarà dolce pensare spesso alla sacra Famiglia; associarmi ai suoi sentimenti, implorarne e imitarne le virtù, di cui ho il massimo bisogno. «Jesu, Maria, et Joseph, amores mei dulcissimi; pro vobis vivam, pro vobis patiar, pro vobis moriar».
27 gennaio. 310. Porrò attenzione, massime nel mantenermi riserbato nel parlare, specialmente sul conto di altri. I pericoli crescono, le mancanze abbondano quanto più la lingua si muove. Espansione sì, ma delicatezza sempre. «Jesu, Jesu, aspice in me et vide» (cfr. Sal 119,132).
29 gennaio. 311. Oggi fu un giorno di festa completa; l'ho passato in compagnia di san Francesco di Sales, il mio santo dolcissimo. Che bella figura di uomo, di sacerdote, di vescovo! Se io dovessi essere come lui, non mi farebbe nulla anche quando mi creassero papa. Mi èdolce il ripensare sovente a lui, alle sue virtù, alla sua dottrina; quante volte ne ho letto la vita! Come le sue sentenze mi scendono soavi al cuore, come mi sento più disposto ad essere umile, dolce, tranquillo, alla luce dei suoi esempi! La mia vita, il Signore me lo dice, deve essere una copia perfetta di quella di san Francesco di Sales, se vuole essere feconda di qualche bene. Niente di straordinario in me, nella mia condotta, all'infuori del modo di fare le cose ordinarie: «omnia communia sed non communiter». Amore grande, ardentissimo, verso di Gesù Cristo e la sua Chiesa; serenità di spirito inalterabile, dolcezza ineffabile col prossimo, ecco tutto. O mio santo amoroso, qui, davanti a voi, in questo momento, quante cose vi vorrei dire! Io vi amo con tenerezza: per voi io avrò sempre un pensiero; a voi il mio sguardo. O san Francesco, o san Francesco, io non ho più parola, vedete ciò che sento, e fate voi il resto che mi occorra a rassomigliarvi.
1 gennaio. 312. «Minima maximi faciam». (Traduzione: darò grande importanza alle piccole cose: detto che si attribuiva a s. Giovanni Barchmans). Un minuto di tempo sciupato, una parola non detta a proposito o fuori del necessario, bastano a mettermi il cuore in agitazione per ventiquattro ore. Tutto ciò è superbia, questo è verissimo. Debbo però imparare a spese mie e della mia superbia. Il mio buon padre spirituale continua a dirmi che io debbo procurare sempre il più perfetto: quello che può tornare di maggior gusto a Dio. Posto questo principio indeclinabile, non ci debbono essere più ragioni che mi eccitino ad accontentare le mie inclinazioni. O Gesù, o Gesù, vedi la mia miseria: tu solo mi puoi sollevare insino a te; mi rassegno nelle tue mani come un morto. Gesù, dammi la vita.
1 febbraio. 313. La letizia pura, delicata, che mi deve sempre occupare il cuore, trova la sua manifestazione più sincera nelle azioni minutissime. Attento bene, adunque: non basta saper portare una certa qual pazienza nelle cose contrarie, cosicché gli altri non debbano accorgersi di nulla; io stesso debbo sentire dentro di me una soavità e una dolcezza ineffabile, che non mi lasci mai, che faccia fiorire sorrisi sulle mie labbra, e questi più giocondi, proprio quando per lo sforzo di non alterarmi mi sento per lo meno portato alla serietà. Insomma, la mia deve essere una pazienza allegra e sorridente, e non troppo seria, altrimenti se ne compromette tutto il merito. «Jesu mitis et humilis corde (Mt 11,29), fac cor meum secundum cor tuum ».
2 febbraio. 314. Il pensiero che io sono obbligato ed ho per mio compito principale ed unico il farmi santo ad ogni costo, deve essere la mia preoccupazione continua: preoccupazione serena, però, e tranquilla, non pesante e tiranna. Di ciò mi debbo ricordare ogni momento, dal primo aprire degli occhi alla luce del mattino, all'ultimo chiuderli al sonno, nella sera. Non torniamo, dunque, ai modi, agli usi di una volta. Serenità e pace, ma costanza e intransigenza. Diffidenza assoluta e basso concetto di me stesso, accompagnati da una comunicazione d'affetto ininterrotta con Dio. «Hoc opus, hic labor. O bone Jesu, adiuva me! Maria, Maria monstra te esse matrem ». (Traduzione: questa è la tua impressa: qui sta il tuo impegno. O Gesù buono, aiutami. Maria, rivelati a me).
5 febbraio. 315. Domani, primo venerdì del mese, giorno di gran festa perché dedicato al Cuore santissimo di Gesù. Straordinario raccoglimento, mortificazione della lingua, e gran fuoco. «Cor Jesu, flagrans amore nostri, infiamma cor nostrum amore tui!».
6 febbraio. 316. La preoccupazione più grave che mi agita in questi giorni, è quella dello studio. In fondo in fondo, è tutto amor proprio. Si crede di non poter essere uomini veramente grandi, se non si è scienziati in sommo grado. Questo vuol dire, ragionare colle massime del mondo; e però conviene che ci avvezziamo a pensarla diversamente. La mia vera grandezza consiste nel fare totalmente e con perfezione la volontà di Dio. Se Iddio volesse da me che abbruciassi i libri, e mi facessi povero frate laico, adibito ai più umilianti servigi in qualche convento sconosciuto e disprezzato, il cuore sanguinerebbe, ma lo dovrei fare e diventerei così veramente grande. Dunque non lasciamoci troppo scaldare la testa, per carità. «Ne quid nimis ».
15 febbraio, ritiro. 317. Le mie note contano dieci giorni di interruzione. Perché ciò? Non lo so spiegare io stesso. C'è colpa? Non lo credo. D'altra parte non devo sentire troppo dispiacere, quando non c'è colpa. Diversamente, se me ne dolessi, non sarebbe che il segno di un attacco fuori di posto. La perfezione non consiste in ciò, ma nell'amare Iddio, e nel disprezzare me stesso dinnanzi a lui. 318. Oggi, io proprio non l'oserei chiamare, ma fu giorno di ritiro: un ritiro sui generis. In tutta la mia giornata non ho fatto altro che ricordarmi come oggi sia giorno di ritiro. Ho passato le mie ore come i superiori me l'hanno imposto: in chiesa, in villa, in ricreazione, al passeggio, e nulla più; niente meditazione, riflessioni speciali, pratiche di devozione, nulla. «Domine, tu vides omnia». Come si trova la mia coscienza? Certamente in una condizione un po' diversa da un mese fa. Io stesso non so più che cosa dire. Siamo in uno stato di progresso? Apparentemente proprio no. Le distrazioni abbondano; quella presenza di spirito così scrupolosa dei primi giorni, se n'è discostata un pochetto; qua e là qualche quarto d'ora sciupato inutilmente, e via dicendo. Con tutto ciò, io mi trovo tranquillo; quando mi ci metto davvero a voler fare, non so trovare un altro modo migliore; non so come spiegare quest'affare. L'unica soluzione mi pare sia questa: che il Signore mi lascia nelle mie mancanze perché mi umilii sempre più, ed alla vista delle mie miserie mi sollevi sempre più vicino al suo cuore amoroso, che è la mia vera vita. Dunque, Gesù benedetto, io m'abbandono in voi, sul vostro seno, con le mie distrazioni, atti di superbia e peccati. Non so far altro. Proponimenti speciali non ne faccio. Il pensiero a voi sempre, massime in questi giorni del carnevale; tranquillità grande e risoluzione continua, fra le mie mancanze di ogni momento; la regola, in tutto e per tutto, e Deo gratias. «Jesu, spes suspirantis animae, recordare mei ». (Traduzione: o Gesù, speranza, dell’anima in attesa, ricordati di me).
18 febbraio. 319. L'uomo non è mai così grande come quando sta in ginocchio. E una bella proposizione, degna di quel gran cavaliere di Cristo che fu Luigi Veuillot 26 Ricordiamocene bene e sempre. Non è dunque la scienza propriamente il fastigio della grandezza e della gloria, ma è il conoscimento di noi stessi, del nostro nulla dinnanzi a Dio; la coscienza del bisogno di Dio, senza del quale siamo sempre molto piccoli, per quanto ci innalziamo alle altezze dei giganti. O Maria, o Maria.
20 febbraio. 320. Oggi dies magna. Il nostro Santo Padre ha compiuto il venticinquesimo anno del suo pontificato. Il mondo cattolico si è trovato ai suoi piedi a presentargli le sue congratulazioni, i suoi omaggi pel fausto avvenimento, avveratosi solo due volte in 19 secoli. E’ un fatto che desta la più grande meraviglia e che, in un ambiente così scettico, ha fatto toccare con mano la presenza del dito di Dio nella sua Chiesa, questo di un Papa che si diceva presso a morire, quando cinse la tiara, e che ha resistito all'edacità del tempo per cinque lustri, ha riempito la terra del suo nome glorioso, e, mentre i suoi persecutori sono passati e, colle teste superbe spezzate dinnanzi alla pietra (Sal 68,22) su cui s’innalza la sua cattedra apostolica, sono scesi l'un dopo l'altro nel sepolcro (Sal 113,17), soppravvive a tutti, meravigliosamente giovane nei suoi novantatré anni, a narrare ai popoli stupefatti le opere di Dio (At 2,11). 321. Negli applausi nutriti, onde oggi i pellegrini lombardi, degni delle loro tradizioni, hanno salutato il venerando vecchio, nei rendimenti di grazie, elevantisi maestosi sotto la cupola di Michelangiolo colle note dell'inno ambrosiano, risonava veramente lo scoppio dell'entusiasmo dei popoli, il palpito ardente della umanità troppo beata nella letizia di questo giorno aspettato da gran tempo. Anch'io unisco la mia voce a quella del mondo, anch'io ho pregato per il gran Papa, oggi in mezzo alla folla, sulla tomba di san Pietro. Ah, Leone, Leone, salgano al cielo, fecondatrici di benedizioni, di prosperità, di vittoria per te e per l'opera tua, le mie povere preghiere; giungano a te, benché confusi col plauso universale, gli umili voti ma ardenti di un cuore giovanile, che tu non conosci, ma che ti venera, che ti ama con vero affetto di figlio, ti professa attaccamento indomabile, devozione inconcussa. Il Signore ti conservi, o Leone, al bene della Chiesa e della patria; alle glorie, ai trionfi di Cristo nel suo popolo; non cessi dal trasfondere nella tua eterea figura quel soffio potente di vita divina, onde schiudi alle anime nostre, sitibonde di felicità, orizzonti più chiari di giustizia e di carità evangelica; ti faccia beato sulla terra, nell'affetto dei figli, nella venerazione verso la sede apostolica, nei frutti ubertosi dell'azione della Chiesa; ti scampi dai nemici dite e suoi, e ti faccia almeno scorgere da lontano l'alba luminosa di quel gran giorno di pace, quando vincitori e vinti, in questa lotta secolare pel trionfo della verità e dell'amore, si abbracceranno fraternamente dinnanzi al tuo trono di padre più che di sovrano, mentre alzerai la tremula mano ad accarezzarli ed a benedirli. «Tu es Petrus: tu es Christus » (Mt 16,16.18).
24 febbraio. 322. Con questa sera finiscono i giorni di vacanza che, per un andazzo alle cose del mondo, si chiamano del carnevale. Due cose mi hanno specialmente colpito in queste ferie: la festa della cara Madonna della Fiducia e la visita alle Sette Chiese pensiero dolce, soavissimo, di Maria, alla cui devota immagine venerata su, nella piccola cappella dei teologi, tanti ricordi di storia intima si ricollegano; il santo esercizio di penitenza, che ci affolla la mente delle maestose figure di tanti morti che ci insegnarono come veramente si debba amare Gesù Cristo e che ci inonda il cuore di affetti santi, di efficaci propositi, e, al tempo istesso, ci accompagna a quei santi gloriosi che ci hanno preceduto nel devoto pellegrinaggio, luminoso esempio di cristiane e sacerdotali virtù in tempi poco lontani e poco dissimili dai nostri, non poteano non suscitare sentimenti di virtù e di devozione sincera, e, colla grazia di Dio, spero duratura. 323. Domani, passato quel po' di baccano, quel tantino di larghezza di questi giorni, torneremo allo studio serio, alle occupazioni più gravi, all'esercizio della virtù più attento e raccolto. Il Signore si è compiaciuto farmi passare attraverso i divertimenti e gli svaghi di questi giorni, senza che l'anima ne patisse gran distrazione, e di farmene provare un senso di noia, come se si trattasse di una grande sciocchezza. Non credo, d'altra parte, che il carnevale, anche per noi ecclesiastici, possa meritare altro nome, se non fosse peggiore. 324. Deo gratias che anche quest'anno è finito. Intanto, in questa ultima notte, il mondo continua le sue follie e, con qual misura, i suoi peccati, e con quale spudoratezza! nei teatri, nei veglioni, nelle case di peccato, nei giardini, anche nelle piazze e nelle vìe. E intanto il cuore amoroso del mio Gesù è offeso, e deh, come! O Gesù, io m'addormento partecipando al vostro dolore, e pensando alla vostra dolorosa passione. Il mio desiderio vivo di amarvi, vi faccia dimenticare le diaboliche voglie di tanti miei disgraziati fratelli e ottenga a tutti che domani scendano, solenni e feconde di migliori propositi, le parole della Chiesa, ricordanti ciò che noi siamo davanti a voi, ciò che saremo nel giorno più grande della nostra vita: «Quia pulvis es et in pulverem reverteris» (Gen 3,19). (Traduzione: perché polvere sei, ed in polvere ritornerai).
26 febbraio (giovedì). 325. Quaresima; dunque serietà, temperanza, mortificazione, raccoglimento, preghiera. Ecco la mia vita di questi giorni. D'altra parte mi debbo preparare al sacro ordine del suddiaconato. Che cosa avrebbe fatto san Luigi? O Gesù, io mi unisco in ispirito a voi che digiunate nel deserto per quaranta giorni, e vi preparate nell'orazione alla vostra vita pubblica. Che io impari qualche cosa da voi in questi giorni, affinché il giorno di Pasqua segni un altro passo nella via della virtù, dell'unità e della glorificazione dello spirito con voi.
3 marzo. 326. Giorno di trionfo 32 Evviva il Santo Padre! Oggi il mio cuore, in San Pietro, si sentì come affogare in quell'oceano d'amore di tutto il mondo colà rappresentato, verso il Papa. Durante la messa solenne non seppi che protestare, sulla tomba degli Apostoli, i miei sensi di fede viva, ardente, ed i propositi fermissimi di lavorare e consacrare le mie forze a servizio di Gesù Cristo, della Chiesa, del Papa. Santo Padre! io sono tutto vostro, io vi presento le armi. Beneditemi perché mi faccia santo, degno di essere vostro figlio.
7 marzo. 327. Non posso chiudere questo giorno senza tin ultimo pensiero al glorioso dottore angelico, san Tommaso d'Aquino. Quanta grandezza, in quel povero frate; quanta sapienza, quanta santità! Egli dà a tutti gli studiosi, a me in specie una grande lezione. «Timor Domini disciplina sapientiae» (Prov 1,7). (Traduzione: il timore di Dio è disciplina della sapienza). Quante volte nella foga dello studio, la pietà passa in secondo ordine; e quasi si mostra di credere che il tempo consacrato agli esercizi di devozione sia inutile. Eppure l'Aquinate, prima di esser il più grande scienziato del suo tempo, fu un santo, e proprio perché fu santo, raggiunse sì alto grado di sapienza. San Tommaso, mentre studio sui vostri preziosi volumi, fatemela capire bene questa verità: che se io voglio diventare veramente un bravo uomo su tutta la linea, raggiungere pienamente i miei ideali, essere utile alla causa di Cristo e della Chiesa, io mi debbo santificare ad ogni costo.
18 marzo. 328. Esami, ammalati, svogliatezza fisica, ordinazioni, mi hanno distolto per molto tempo dal segnare due righe su questa carta. Oggi a qualche modo ho tentato di fare il ritiro mensile. Niente di straordinario nei propositi. Le conclusioni le tirerò meglio domani col buon san Giuseppe, da cui mi aspetto la grazia di un vero raccoglimento. In questi giorni mi sento così strano, indolenzito, pesante, da non sapermi quasi più reggere in piedi; una nevralgia ai denti non cessa di tormentarmi. «Domine tu vides. Spiritus quidem promptus est, caro autem infirma» (Mt 26,41). (Traduzione: lo spirito è pronto, ma la carne è debole).
9 marzo. 329. Come è dolce, calmo, soave, sereno, il pensiero di san Giuseppe! In mezzo alla mia persistente svogliatezza una cosa gli ho domandato: lo spirito vero della vita interiore, specialmente la grazia di far bene la meditazione e la santa comunione. Sono i risultati pratici del mio ritiro; e ne credo l'applicazione la cosa più necessaria nelle presenti condizioni della mia vita spirituale. Glorioso san Giuseppe, pregate per me.
22 marzo. 330. Guardiamoci dai pensieri inopportuni, da distrazioni inavvertite, ma pericolose, massime le prime volte. Non mi devo stancare mai dell'«attende tibi et lectioni, tibi et disciplinae» (Traduzione: dedicati alla lettura, all’esortazione e all’insegnamento; vigila su te stesso). (1Tim 4,13.16): nessuna vacanza nella mia vita spirituale. I santi Esercizi si avvicinano un'altra volta, dunque, prepariamoci meglio a ricevere le grazie di Dio: la sacra ordinazione è imminente. O Signore, o Signore! «Tuus sum ego? (Sal 18,94). (Traduzione: son io tuo?). Domine, non sum dignus» (Mt 8.8). (Traduzione: Signore, io non son degno).
4 marzo. 331. Domani gran festa. Le campane di tutto il mondo ripeteranno giulivo il primo saluto a Maria. Gli angeli risponderanno coi loro canti dolcissimi, gli uomini commossi ripeteranno il saluto. O Maria, o Maria! fra le voci che s'innalzano a te festanti, benigna Vergine dolce e pia, ascolta ancora la voce mia. Ave Maria!
25 marzo. 332. «Et Verbum caro factum est» (Gv 1,14)! (Traduzione: e il verbo si fece carne). Non vi sono parole più solenni di queste. Il Verbo si è fatto carne: quale umiliazione, quanto amore! Egli si è fatto carne nel seno di Maria; quale grandezza per la Vergine, quanta gloria! Eppure un giorno, simile avvenimento si ripeterà per mezzo mio. Il Verbo fatto carne si porrà fra le mie mani, scenderà nel mio cuore sotto le specie di pane e di vino, sacrificato un'altra volta per la salute mia e di tutto il mondo. Il tempo si avvicina: come posso io pensare ad altre cose? Come posso permettere che per un momento solo la mia mente diverta da questo pensiero? O Gesù, o Maria, «langueat et liquefiat anima mea»! (Traduzione: si intenerisca e si sciolga l’anima mia).
aprile. 333. Stasera sono incominciati un'altra volta i santi Esercizi di preparazione al sacro ordine del suddiaconato. Bene o male che le cose siano andate sin qui, apriamo subito un’altra partita. Mi concedesse Gesù una grazia sola in questi giorni: un gran raccoglimento nelle meditazioni. E perché non si compiacerà di concedermela? Al Sacro Cuore sofferente consacro questi giorni di santo ritiro. 334. Vieni, o Santo Spirito, luce beatissima, riempi di chiarezza la mia mente, accendi il cuore di santo desiderio della virtù, lava le mie sordidezze, rammollisci la mia durezza, sana le mie ferite. Maria Vergine addolorata, che fra lo spasimo della croce mi partoriste in figliuolo, mostratevi madre. «Monstra te esse matrem, sumat per te preces qui pro nobis natus tulit esse tuus ». San Giuseppe, l'acquisto della mia vita interiore me lo dovete ottenere voi, che me ne avete forniti esempi così chiari. Santi apostoli Pietro e Paolo, la vostra fede, il vostro amore. Protettori miei dolcissimi, san Francesco di Sales, Filippo Neri, Ignazio di Loyola, san Luigi, Stanislao e Giovanni Berchmans, sant'Alessandro martire, san Carlo Borromeo, intercedete per me. Angelo mio custode, a voi affido specialmente il mio raccoglimento in questi giorni; allontanate le mie distrazioni, confortate-mi nella mia svogliatezza, mantenetemi calmo, sereno, disciplinato in ogni cosa: «Illumina, custodi, rege, guberna». Così sia.
GESÙ, MARIA, GIUSEPPE NEI SANTI SPIRITUALI ESERCIZI DI PASQUA PER L'ORDINAZIONE AL SACRO SUDDIACONATO 1-l0 APRILE 1903
335. Gesù, mi trovo dinnanzi a voi un'altra volta in questo anno, per ascoltare le vostre divine lezioni. Il mio cuore anela di consacrarsi solennemente a voi, una volta per sempre. La Chiesa mi ha chiamato, voi mi invitate: «ecce venio» (Sal 40,8)1. Non avanzo pretese, non mi sono formato disegni preconcetti; mi sforzo di spogliarmi di tutto me stesso, non sono più mio. L'anima mia si trova dinanzi a voi come una pagina bianca. O Signore, scrivetevi quanto vi piace; io sono vostro. 336. 1. «Amice mi, ad quid venisti? » (Mt 26,50). A conoscere Iddio, ad amarlo, a servirlo per tutta la vita; dopo la morte, a goderlo per sempre in paradiso. Tutti i responsi della scienza non valgono quanto queste brevi parole del catechismo dei bambini. I doveri della mia vita si compendiano in queste tre parole, io i Ecco, vengo. non devo fare altro che questo: conoscere, amare e servire Iddio, sempre e ad ogni costo; la volontà di Dio deve essere la mia, questa sola debbo cercare anche nelle cose minutissime. E questo è il primo e fondamentale principio. 337. E le altre cose che mi circondano? Se Iddio me le ha date, è un soprappiù: non a tutti furono concesse, non a tutti in egual misura. Il loro scopo è di servire all'uomo per il raggiungimento del suo fine. Ogni altro uso che io ne faccia è cattivo, inverte l'ordine della natura, mi conduce ad un accecamento deplorevole. A loro riguardo, le mie relazioni consistono in quell'aurea legge dell'indifferenza, nella quale i santi si sono veramente illustrati (ES 23). Accenno, per tutti, al mio san Francesco di Sales. Indifferenza che non è apatia naturale, come quella di certi caratteri, ma virtù soprannaturale, distacco da tutto, quando ci sia di mezzo la volontà o il piacere di Dio; tranquillità, calma, elevazione di spirito, filosofia profonda, per cui, avendo di mira ideali più alti, non ci curiamo di queste cose, basse e da nulla; oppure, comunque ci si presentino, ci sono ala potentissima per ascendere a Dio, per esercitarci nella virtù, per farci santi. Raccolgo qui alcuni casi pratici, non senza un motivo per me, e da tenersi bene a memoria. 338. I beni di fortuna, le ricchezze, il Signore poteva darmeli e non darmeli: io non ne avea alcun diritto. Egli si è compiaciuto di lasciarmene privo. Perché me ne debbo lamentare? La loro assenza è un mezzo di santificazione per me. Dunque, sia benedetto il nome del Signore (Gb 1,21). Talora la dura necessità mi costringe a fare qualche debituccio coll'economo, ed io ne provo pena, melanconia indicibile. Questo non va. È Iddio che lo permette, e tanto basta. L'ingegno, la memoria, sono doni di Dio. Perché accorarmi se altri ne possiede più di me? non avrei io potuto riceverne anche meno di quello che Iddio mi ha dato? Il risultato negli esami, le buone riuscite, sono cose che, volere o no, mi stanno molto a cuore. Ebbene, quando io abbia fatto tutto quanto Iddio voleva da me, che m'importa dell'esito buono o cattivo dei miei studi? 339. Talora nelle stesse pratiche di pietà, dopo lo sforzo di tutto me stesso per mantenermi raccolto, per sentire tutta la dolcezza del conversare con Dio, non ne conchiudo nulla: il cuore sembra di sasso, le distrazioni si succedono ininterrotte, il Signore si sembra nascosto. La mestizia, il dispiacere mi assalgono, mi mettono in agitazione. Via, via tutte queste debolezze. Stiamo allegri, calmi, anche in queste circostanze. Consoliamoci anzi, perché Dio vuole così. Comunque le cose succedano, piova o splenda il sole, faccia freddo o caldo, i signori superiori grandi e piccoli dispongano in un modo o nell'altro, io mi debbo sempre trovare dello stesso umore: mai una parola di lamento o di disapprovazione, né in pubblico né in privato; il sorriso contento, schietto, cordiale deve sempre sfiorare le mie labbra; né mi debbono far perdere la testa i buoni eventi, né abbattere lo spirito le amarezze della vita. 340. Non si negano con ciò le impressioni dei sensi, le voci della natura. Il buon gusto dell'amore di Dio, l'abbandono dolce e totale al suo beneplacito, devono in me assorbire tutto il resto, o meglio, trasformare, sublimare tutti i moti della parte inferiore di me stesso. La pratica di questo principio dev'essere l'opera di ogni momento, di ogni luogo e circostanza, ed uno dei punti principali di discussione nei miei esami di coscienza. O Gesù, «mitis et humilis» (Traduzione: mansueto e umile). (Mt 11,29) che io la possa comprendere, questa verità, ed applicarla alla vita mia, nella sua perfezione. «Ita, Domine, quia sic placitum fuit ante te (Mt 11,26), obmutui et tacui quoniam tu fecisti (Sal 39,10). Semper sit nomen Domini benedictum» (Traduzione: si, o Padre, perché così è piaciuto a te. Sto in silenzio, non apro bocca, perché sei tu che agisci. Sia sempre benedetto il nome del Signore) (Gb 1,21). «O Maria, virgo et Mater dulcissima, adjuva me». 341. 2. Basta un semplice pensiero di amor proprio a mandare in ruina per sempre un'infinità di spiriti nobilissimi. Una debolezza di Eva nel lasciarsi incantare dal serpente, fu l'occasione di tutti i mali dell'umanità. Quale lezione per me! Se è vero che ad ogni piccolo atto virtuoso corrisponde un cumulo di grazie, deve essere vero altresì che il trascurare, anche per poco, simili atti, quando il Signore mi porge il destro di esercitarli, può essere il principio della mancanza di tante grazie, senza di cui io non posso far nulla, assolutamente nulla. Alla luce di questa verità, debbo considerare quelle mie mancanze che si sogliono chiamare piccole e che per lo più si trascurano. Di qui si riconosce l'origine del procedere lento, stentato, della mia vita spirituale. Non è questione di maggiore o minore degnazione o benevolenza da parte di Dio; è questione di corrispondenza da parte dell'uomo. Le grazie sono sempre pronte, le nostre mancanze ne impediscono l'applicazione. Vigilanza, adunque, scrupolosa, alle più piccole occasioni; delicatezza estrema in tutte le opere mie. La santità dei santi non èfondata sopra fatti strepitosi, ma sopra coserelle che all'occhio del mondo sembrano inezie. Gesù Cristo nei primi trent'anni di sua vita mi apre, a questo riguardo, una scuola di esempi luminosi. «Inspice et fac secundum exemplar» (Es 25,40). (Traduzione: guarda e fa secondo il modello). 342. 3. Ritorno sull'argomento, giacché piacque al buon Dio, in mezzo all'aridità e alla desolazione di spirito di questi primi tre giorni di Esercizì, farmene comprendere un poco l'importanza pel mio stato presente dell'anima. Non saprei proprio dire se alcune scappate dei miei primi anni abbiano raggiunto la malizia di peccati mortali. Ad ogni modo, per quella età erano cose gravissime, ed ancora oggi, dinnanzi a Dio, io ne sento vivo rossore: «Ingemisco tamquam reus; culpa rubet vultus meus». Dietro a quelle prime, quante e quali altre mancanze si sono succedute, ogni giorno, ogni ora: distrazioni, atti di amor proprio, negligenze nello studio, tempo perduto; mancanze di carità nei pensieri, nelle parole, nelle opere; piccole vanità. O Dio mio, Dio mio, che cumulo! basterebbero a schiacciarmi. Dunque io sono peccatore e gran peccatore, lo vedo, lo sento, sono convinto, me ne vergogno. «Supplicanti, parce, Deus». 343. Ora, ciò posto, ragioniamo un poco. Ho io fatto penitenza dei miei peccati? No, affatto. Eppure è certo che dovrò soddisfare ogni cosa sino all'ultimo quadrante (Mt 5,26). Dunque, io mi debbo sempre considerare in debito col Signore; la cura scrupolosa nel1'adempimento dei miei più minuti doveri, anzitutto è un obbligo severissimo di giustizia; non è un complimento, un soprappiù. Finché non abbia pagato i miei debiti, non ho il diritto di lamentarmi con Dio perché mi manda tribolazioni, desolazioni di spirito e cose simili. Quando mi sento come oppresso, abbandonato, solo, devo chinare dolcemente la fronte, accontentarmi in buona maniera e dire: lo merito, sia pure; o Gesù, io ti benedico, ti ringrazio, ti amo. Anche in mezzo alle mie miserie, il Signore mi ha ricolmato di grazie continue, grandi e singolarissime. Perché non hanno sortito il loro effetto? Perché a quest'ora non sono io un santo come san Luigi, san Stanislao e più di loro? Le mie piccole mancanze ne sono la cagione. 344. Come si può spiegare la mancanza quasi assoluta di raccoglimento, e quindi di profitto, nelle mie meditazioni dagli ultimi Esercizi a questa parte, l'aridità spirituale di questi primi giorni dei santi Esercizi, la durezza del mio cuore di fronte alle più gravi e tremende verità che facevano tremare anche i santi più innocenti? Forse col ricordare le parolette sfuggite di tratto in tratto in tempo di silenzio e le altre piccole trasgressioni di regola, a quando a quando, e simili. Oh, le piccole cose! Tutto è correlativo nella mia vita spirituale. Come le grazie si richiamano, si moltiplicano ordinatamente le une dopo le altre, così le mancanze che, alla loro volta succedendosi, elidono gli effetti delle grazie e, moltiplicandosi all'indefinito, mi conducono all'orlo del precipizio. La conclusione è questa: ogni regola trasgredita, per quanto mlnuta essa sia, ogni neo, ogni paroletta fuori di posto, ogni inezia è un deficit spaventoso nella mia vita spirituale. Dunque, facciamo bene i nostri conti. Occhio finissimo e severo: guai alle prime debolezze! 345. 4. «Post tempestatem tranquillum facis» (Tb 3,2); (Traduzione: dopo la tempesta fai tornare la tranquillità (Vulgata)) così il mio buon Signore, dopo tre giorni di desolazione e di attesa, si è compiaciuto introdurmi alla sua udienza e rischiararmi con uno sprazzo di luce. Un attento esame su di me stesso, sopra i miei moti di amor proprio, mi ha fatto scorgere in me, oltre la fantasia che è sempre la gran matta di casa, due ragioni, per così dire, che si agitano e che cercano di farsi valere: la ragione ragionevole, la ragione propriamente mia, e la ragione dell'altro io che c'è in me, ed è il mio nemico formidabile. Quando io medito seriamente, voglio il bene in generale e nei casi pratici; è l'altra ragione che trova sempre dei se e dei ma, che mi deride in ogni mia risoluzione, trova sempre i contrapposti, i lenitivi in suo favore; aiutata mirabilmente dalla fantasia fa di tutto per intorbidarmi la mente, gettare acqua sui più buoni propositi; s'impone alla ragione ragionevole, non le lascia scampo, sempre ardita e impertinente, sempre tiranna. 346. Stiamo bene attenti a non lasciarci confondere. Il più spesso è un giuoco del demonio che pesca appunto nel torbido, tenta di scoraggiarci a questa guisa, e di rovinare i migliori sentimenti e propositi. Basta che io concepisca i buoni pensieri, per esempio di umiltà, di detestazione dei miei peccati, seriamente e fortemente, per quanto, attesa la mia grande miseria, non ne veda e comprenda tutte le ragioni intime, e mi tenga duro ad ogni assalto, tenga sempre chiusa la porta del consenso, e Iddio è contento, non vuole di più. 347. Ricorderò sempre quanto mi suggerisce san Francesco di Sales: «lasciate che il demonio (l'altra ragione, cioè quella dell'altro io) urti e gridi alla porta del vostro cuore, presentandovi mille immagini ed importuni pensieri; poiché egli non può entrare che per la porta del consenso, tenete questa ben chiasa e statevene in pace. Non vi dia afflizione se le ombre rumoreggiano intorno alla vostra barca, e non temete mentre vi è Dio». Trattandosi adunque di pensieri di amor proprio, di riputazione, d'onori, di posti eminenti, e simili, purché io non vi dia occasione e mi sforzi di non curarli, non mi devo turbare. Basta che io stia duro sul no, fieramente, senza ascoltare argomenti e ragioni di sorta e non mi stanchi mai dal negare il mio consenso, apponendo pensieri e sentimenti di umiltà, e l'amor proprio non ha nulla da pretendere. 348. 5. Quante volte ripenso al grande mistero della vita nascosta ed umiliata di Gesù nei suoi primi trent'anni, la mente sempre più mi si confonde e mi mancano le parole. Ah! questo è evidentissimo: che di fronte a lezione così luminosa, non solo i giudizi del mondo, ma anche quelli e il modo di pensare della quasi totalità degli ecclesiastici, scompariscono del tutto, stanno addirittura dalla parte opposta. Quanto a me poi, confesso di non giungere ancora a formarmene un'idea. Per quanto mi studi, non mi sembra che di ottenere il complimento dell'umiltà, ma lo spirito vero di essa, l'« ama nesciri » di Gesù Cristo in Nazareth, non m'è noto che di nome. E dire che il benedetto Gesù passò trent'anni nella vita nascosta, ed era Dio, ed era lo splendore della sostanza del Padre, ed era venuto a salvare il mondo, e fece tutto ciò solamente per insegnare a noi quanto sia necessaria e come si debba praticare l'umiltà! 349. Ed io, così gran peccatore, miserabile all'eccesso, non penso che a compiacermi di me stesso. a compiacermi delle buone riuscite per un po' di onore mondano; non so concepire neppure il pensiero il più santo, senza che vi si inframmetta il gusto della mia propria riputazione presso gli altri; per quanto atteggiato a devozione, a spirito di carità, di sacrificio, non so vagheggiare un ideale purissimo senza l'altro io che vuol la parte sua, vuol farsi vedere, farsi ammirare dai vicini, dai lontani, da tutto il mondo, se fosse possibile. E il peggio si è che al pensiero del vero nascondimento, quale l'ha praticato e me l'insegna Gesù Cristo, io, in ultima analisi, non so adattarmi che con grande sforzo. 350. Confessiamo dunque almeno questo, ed è una delle impressioni speciali di questi santi Esercizi, da ricordarsi ogni momento, che: 1) tanto più io sarò veramente grande e degno di riputazione davanti a Dio ed agli uomini, e tanto più il mio ministero sarà fruttuoso, quanto più amerò il nascondimento; 2) in fatto di vera umiltà sono ancora molto lontano dal conoscerne e praticarne il primo grado; 3) debbo continuamente chiedere al cuore amoroso di Gesù «mitis et humilis» (Mt 11,29), luce, più luce in proposito, e aiuto a concepire, se non altro, desideri sinceri dell'umiltà più perfetta, della noncuranza della mia stima, del mio onore. Non mi dimenticherò che il Signore vuole da me non solo l'« ama nesciri» e il «pro nihilo reputari», ma ancora il «contemni». Devo arrivare a tanto di umiltà da poter dire: «Christo confixus sum cruci» (Gal 2,19). (Traduzione: sono stato ctocifisso con Cristo). Per ora, o Gesù, concedetemene almeno il desiderio verace. 351. 6. Oltre all'essere pieno di me stesso e di attaccamento alla mia reputazione, io sono un povero ignorante; lo tocco con mano ogni giorno, ogni ora; e più studio, e più mi raffermo in questo convincimento. Mi debbo formare un'abitudine del considerarmi ignorante e scegliere sempre quel posto che mi conviene. A questo modo, abbasseranno le ali anche certe presunzioni inconsulte. Questo sentimento mi deve sempre accompagnare nella scuola, nello studio, nel conversare, in tutto. Mi guarderò bene dal far pompa di qualche cognizione che potessi avere. Il mio motto anche in ciò sarà l'« ama nesciri»; la mia posizione dinnanzi agli altri, superiori e colleghi, sarà quella del fanciullo divino, Gesù: «audientem illos et interrogantem eos» (Lc 2,46). (Traduzione: in atto di ascoltarli ed interrogarli). 352. 7. Sento che il mio Gesù mi si va sempre più avvicinando. Egli ha permesso in questi giorni che cadessi in mare, mi affogassi nella considerazione delle mie miserie, della mia superbia, per farmi intendere più imperioso il bisogno di lui. Mentre sto per sommergermi, Gesù, camminando sulle acque, mi viene incontro sorridente a salvarmi. Io gli vorrei dire con Pietro: «Exi a me quia homo peccator sum, Domine» (Lc 5,8): (Traduzione: allontanati da me, Signore, perché sono uomo peccatore). ma io sono prevenuto dalla tenerezza del suo cuore, dalla soavità dei suoi accenti: «Noli timere» (Lc 5,10). (Traduzione: non temere). Oh, io più non temo di nulla accanto a voi! Riposo sul vostro seno come la pecorella smarrita (Lc 15,4-7), ascolto i palpiti del vostro cuore; Gesù, io sono vostro un'altra volta, sempre vostro. Con voi sono veramente grande; debole canna di giunco senza di voi (Ez 17,34); io sono una colonna appoggiato a voi. Non mi debbo giammai scordare della mia miseria, per tremare sempre di me stesso; ma, ancorché umiliato e confuso, debbo sempre con maggior fiducia stringermi al vostro cuore, perché la mia miseria è il trono della vostra misericordia e del vostro amore: «Jesu bone, tecum sum semper, ne discesseris a me». (Traduzione: Gesù buono, sono sempre con te: non allontanarti da me). 353. 8. È il giovedì santo, il gran giorno del Cuore di Gesù, il giorno delle sue nozze e insieme del suo testamento d'amore! Come di un tratto un fulgido raggio di sole scioglie le nubi del cielo e richiama la vita, così il mio buon Maestro si è degnato sollevarmi, rischiararmi in questo giorno che per me è forse il più solenne di tutto l'anno. Mi sono sentito inondare da una grande abbondanza di pace, quando mi sono accostato a riceverlo; ho sentito tutta la gioia della sua presenza, ho ascoltato con commozione il suo ultimo sermone, le ultime parole di addio, e dolcemente tremando in tutta la persona per una non so qual tenerezza che mi inumidiva le ciglia, l'ho accompagnato alla sua custodia. Oh! come sempre più mi fa intendere il suo desiderio, che in tutto mi strugga di amore per lui nella divozione al Ss. Sacramento. Dal Ss. Sacramento, io debbo ripetermi quel desiderio che sento, che mi agita, di non vivere che per Gesù, e la grazia di essere preservato da tanti peccati che certamente avrei commesso senza il suo aiuto. Come posso io rimanere insensibile a questo invito? 354. Nell'ultima cena Gesù, il pontefice sommo, istitui il sacerdozio, ed ora chiama anche la mia miserabile persona alla partecipazione di sì alto ministero. Preparato già da parecchi anni per diversi gradi ed ordini minori al grande atto, ora mi vuole al suo servizio con una dedizione più solenne ed una promessa indissolubile di fedeltà a lui solo, e di separazione totale dalle creature del mondo. O Gesù, io anelo a quel momento da sì gran tempo aspettato. Vedete, o Gesù, abbandono patria, parenti, le mie povere re-ti, tutto; io vengo con voi. Ricevetemi come accoglieste Pietro, Giovanni, Matteo e gli altri. Se io non sono degno di assidermi alla vostra mensa, almeno mi metterò ai vostri piedi, a raccogliere le briciole che cadono in terra (Mc 7,27). «Elegi abiectus esse in domo Dei mei, magis quam habitare in tabernaculis peccatorum» (Sal 84,11). (Traduzione: preferisco essere l’ultimo nella casa del mio Dio che abitare nelle tende degli empi). Una cosa sola desidero: che rimanga costante nel vostro santo amore, uno con voi, come voi siete uno col Padre vostro. Ohimè! come attraverso le vostre ultime parole, nella mestizia del vostro divino sembiante, leggo lo scoppio infernale del bacio di Giuda, del traditore (Mt 26,50). Gesù, ve ne scongiuro a mani giunte, tremando di spavento; se voi sapete che io sia un giorno per mancare alle mie promesse, fatemi morire sull'istante prima che io compia il gran passo e vi giuri la mia fede. 355. 9. Il mio gran libro, da cui qui innanzi dovrò attingere con maggior cura ed affetto le divine lezioni di alta sapienza, è il Crocifisso. Mi devo fare un abito di giudicare dei fatti e di tutta la scienza umana alla stregua dei principi di questo gran libro. È troppo facile lasciarmi ingannare dalle vane apparenze e dimenticarmi della vera fonte della verità. Guardando al Crocefisso sentirò sciogliermi tutte le difficoltà, le questioni moderne, teoriche e pratiche, nel campo degli studi. «Solutio omnium difficultatum Christus». (Traduzione: Cristo è la soluzione di ogni difficoltà). Se dovessi ricordare tutti i buoni pensieri e sentimenti che il Signore si è compiaciuto farmi concepire e sentire in questi giorni, considerando la passione di Gesù, non mi basterebbe una settimana. Quando il mio amor proprio, approfittandosi di qualche momento di disattenzione, costruirà i suoi castelli in aria, mi vorrà far volare, volare, io mi faccio una legge di pensare sempre a questi tre luoghi: il Getsemani, la casa di Caifas, il Calvario. 356. Il Crocifisso mi deve essere sempre argomento di grande conforto e sollievo nelle mie miserie. Gesù estende le sue braccia sulla croce per abbracciare i peccatori. Quando avrò commesso qualche mancanza o mi sentirò turbato, mi immaginerò di prostrarmi ai piedi della croce, come la Maddalena, e di ricevere sul mio capo quella pioggia di sangue e di acqua che uscì dal cuore ferito del Salvatore. 357. Il Calvario, conchiude san Francesco di Sales, è il monte degli amanti, l'accademia della dilezione. Per questo io devo rendermelo familiare assai, anche perché là fu fatta la prima e più solenne apparizione del Sacro Cuore. Oh dolcezza ineffabile! Il mio buon Gesù, morendo, ha chinato il suo capo per baciare i suoi diletti. E noi tante volte diamo baci a Gesù quanti sono i nostri atti di amore. «Longinus» dice sant'Agostino, «aperuit mihi latus Christi lancea et ego intravi et ibi requiesco securus». Ed io ripeto col grande dottore: «Inter brachia Salvatoris mei et vivere volo et mori cupio, ibi securus decantabo». «Exaltabo te, Domine, quoniam suscepisti me, nec delectasti inimicos meos super me» (Sal 30,2). (Traduzione: ti esalto, o Signore, perché m’hai protetto e non hai lasciato che i miei nemici si rallegrassero di me). 358. 10. L'ora s’avvicina. Presto, apprestiamo le lampade: «ecce sponsus venit» (Mt 25,6). O gioia, o consolazione! Ti ringrazio, o Gesù, che così sensibilmente mi fai presentire il diletto di quel gran momento, in cui, in faccia a tutta la Chiesa, mi potrò consacrare irrevocabilmente al tuo servizio intorno al tuo altare. Non guardare, deh! alla mia indegnità, ma al mio buon volere. Domattina col primo sole, quando tutte le campane del mondo ti saluteranno risorto, tu verrai ad incontrarmi bello e glorioso, a celebrare le mie nozze con te! Oh, vieni, o Santo Spirito, in queste poche ore della notte che ancora mi rimangono, infiamma, abbrucia, distruggi, vivifica, trasforma il mio piccolo cuore, fanne un vaso degno di Gesù. 359. Maria, Maria, mamma carissima, tergete le vostre lacrime: il vostro figio risorgerà. «Regina caeli, laetare», io mi abbandono nelle vostre braccia, voi mi dovete presentare a lui. San pe, sposo castissimo di Maria, san Giovanni Evangelista, nel cui gran tempio io verrò ordinato, voi che conoscete i palpiti di Gesù, comunicate a me qualche scintilla del vostro affetto. Santi Pietro e Paolo, santi martiri di Roma e del mondo, san Francesco di Sales dolcissimo, e tutti voi, o miei santi protettori speciali e carissimi, intercedete tutti per me. Io mi prostro dinnanzi a tutta la corte celeste, io peccatore, ma benedetto da Gesù, mi raccomando alle preghiere di tutto il paradiso. Angioli purissimi che seguite l'Agnello immacolato, ne raccoglieste il sangue sul Calvario, ne annunziaste la gloriosa risurrezione, unitevi all'angelo mio custode nel supplicare il divino Spirito, nel supplire alla mia impotenza, nell'assistere alla mia festa, nell'intercedere per me. «Veni, veni Domine, expectat te anima mea». (Traduzione: vieni, Signore, l’anima mia ti attende). 360. 11. La dolcezza della mia ordinazione fu così grande da non saperla in qualche modo esprimere. «O quam dilecta tabernacula tua, Domine virtutum: concupiscit et deficit anima mea in atria Domini». Veramente «cor meum et caro mea exultaverunt in Deum vivum» (Sal 84,2-3). (Traduzione: quanto sono amabili i tuoi tabernacoli, o Signore degli eserciti; anela e si strugge l’anima mia per il desiderio per gli atri del Signore: il mio cuore e la mia carne esultano verso il Dio vivente). Fu una cerimonia, quella di questa mattina in San Giovanni Laterano, così solenne per se stessa, più solenne per me, da non dimenticarla in eterno. Ora io sono veramente un uomo nuovo, la risoluzione è decisa. L'Eminentissimo Card. Vicario, in nome del Sommo Pontefice e della Chiesa, ha accolto, benedetto, consacrato la mia rinunzia a tutte le cose del mondo, la mia dedizione totale, assoluta inscindibile, a Gesù Cristo. 361. Quando, dopo la prostrazione solenne, mi sono accostato all'altare ed il Cardinale, accettando il mio voto, mi ha vestito della nuova e gloriosa divisa, mi parve che i pontefici, i confessori ed i martiri dormienti nelle tombe silenziose della grande basilica si destassero anch' essi, mi abbracciassero fraternamente, esultanti con me e si unissero in coro agli angeli della risurrezione nell'inneggiare al glorioso Gesù che si è degnato sollevare a tanta altezza una si miserabile creatura. Oh, la lingua non vale ad esprimere tutta la tenerezza di quel momento, ma il ricordo durerà in eterno nel mio cuore, ed io non cesserò mai dal benedire l'amore del mio Dio, la sua grandezza, le sue glorie. L'unica parola che mi riesce di balbettare è l'espressione di san Paolo: «vivo ego, iam non ego, vivit vero in me Christus» (Gal 2,20). No, io non sono più mio, io sono di Gesù. Tante volte l'ho detto, ma oggi lo ripeto con maggior entusiasmo: Io sono di Gesù. «Suscipe, Domine Jesu, universam meam libertatem» (ES 234). 362. Compatite, o Signore, se, spossato come sono, confuso a tanta profusione di grazie, non so presentarvi i miei ringraziamenti. Questo tempo pasquale sarà una sola festa per me, in cui, più calmo nella intima gioia dell'anima mia, verrò gustando le vostre dolcezze, non mi staccherò dal vostro festino d'amore, vi verrò comunicando i miei pensieri, i miei ideali di una nuova vita in cui si manifesti la fiamma di quell'amor vostro che vi compiaceste accendere nel mio povero cuore in questo giorno. «Tunica jucunditatis induit me Dominus: alleluja, alleluja! ». 12. La sacra ordinazione fu un epilogo felicissimo di tutti questi santi Esercizi. Rivestito di nuove armi, trasformato in un altro me stesso, oggi esco un'altra volta alla battaglia della vita, all'acquisto del regno. Nella gioia purissima che mi inebria, nell'entusiasmo che m'arde in petto di correre, di sacrificarmi per Gesù, non so formulare proponimenti speciali. D'altra parte il mio padre spirituale me lo ha espressamente proibito, richiamando la mia attenzione più viva sopra le conclusioni degli ultimi Esercizi del passato Natale. Cura scrupolosa nell'attenermi ad esse e basti per ora. In seguito farò come il divino Spirito vorrà.
NOTE SPIRITUALI
12 aprile, giorno di Pasqua. 363. «Haec dies quam fecit Dominus, exultemus et laetemur in ea» (Sal 18,24). (Traduzione: questo è il giorno fatto dal Signore : esultiamo e rallegriamoci in esso). Alleluja. Oh, veramente Gesù mi ha apportato in quest'anno una gran Pasqua di pace! La giornata di oggi èdestinata a segnare un'epoca nella mia vita. Preparato dai santi Esercizi, egli si è degnato darmi un saggio delle sue più intime carezze, mi ha fatto anche sensibilmente pregustare come «servire Deo regnare est» (Sal 83,8). Suddiacono novello, consacrato ufficialmente al cospetto di tutta la corte celeste e dì tutta la Chiesa alla causa di Gesù, quale suo ministro, oggi veramente fui inebriato dalla sicurezza del sentirmi libero di quella santa libertà (Gal 5,1) che egli ci ha arrecato nella sua gloriosa morte e risurrezione; libero da tutte le relazioni della terra e fatto più agile, più pronto a sollevarmi alle altezze del sacrificio, con lui e per lui. Gesù, tremante di riverenza e di amore, prima che si chiuda questo giorno sognato e aspettato da sì lungo tempo, io mi prostro dinnanzi a voi a ringraziarvi un'altra volta, e sempre vi ringrazierò, finché mi basterà la vita, della letizia di cui m'avete inondato il cuore, dell'onore divino conferitomi coll'ammettermi nel numero degli eletti vostri. Risorto con voi, illuminato dagli splendori di gloria e d'amore del vostro Cuore, nel dì solenne del trionfo, deh, che io sappia sempre mantenere risorta quella grazia vostra, conferitami nella sacra ordinazione di ieri; che io da questo giorno possa veramente progredire «de virtute in virtutem (Sal 83,8), donec satiabor cum rursus apparuerit gloria tua (Sal 16,16)». (Traduzione: progredire di virtù in virtù, finchè sarò saziato all’apparire della tua gloria).
14 aprile. 364. Se non sento sempre il mio Gesù così vicino come nei giorni dei santi Esercizi, e specialmente nella sacra ordinazione, non mi devo meravigliare né lamentare. Le altre occupazioni materiali o d'altro genere, come lo studio, la ricreazione, ecc., senza dubbio non mi fanno rivolgere la mente ed il cuore a Dio, se non indirettamente. A Dio piace meglio così, ed io mi debbo consolare. Il mio impegno è di non lasciarmi distrarre da tutte queste occupazioni. Il pensiero del piacere di Gesù e dell'amore suo, deve come immergere le mie opere in un bagno salutare, con frequenti richiami e con tutto un modo di fare, che è portato dalla vita interiore. San Giuseppe lavorava da mattina a sera, eppure la sua mente e il suo cuore erano sempre in Gesù. O caro santo, aiutatemi ad imitarvì.
16 aprile. 365. Le mie relazioni col prossimo saranno veramente sante quando sarò perfetto nel parlare. In proposito, io debbo usare una delicatezza singolare e non lasciarmi indurre mai, per nessun motivo, a parlare, anche solo meno bene, dei miei compagni, o del mio prossìmo. Le occasioni di esercitarmi sono innumerevoli nel corso di una giornata. Me ne servirò invece per innalzare la mente a Dio e fare atti di umiltà profonda. Dopo tutto, mi debbo ben persuadere che il mio prossimo è sempre migliore di me, e con ciò stesso, degno del più grande rispetto. «O Jesu bone, pone custodiam ori meo, ostium circumstantiae labiis meis» (cfr. Sal 141,3). (Traduzione: o buon Gesù, poni una custodia alla mia bocca, sorveglia le porte delle mie labbra).
19 aprile, domenica in Albis. 366. Oggi si è chiusa l'ottava di Pasqua, ed io ho avuto l'onore di esercitare il mio nuovo ordine nella solenne messa del nuovo sacerdote, nella nostra chiesa di Sant'Apollinare. Ma per me la Pasqua continua ancora, e sempre deve continuare nella vera risurrezione dello spirito, nel progresso ininterrotto della mia santificazione. O mio Gesù, no, io non mi voglio allontanare da voi. Deh, «mane nobiscum, Domine, quoniam advesperascit» (Lc 24,29). (Traduzione: resta con noi, Signore, poiché si fa sera). Soprattutto durante la mia giornata, nelle consuete occupazioni, attenderò a due cose specialmente: ad umiliarmi sempre, in tutto, sforzandomi di disprezzarmi dinnanzi a Dio ed anche in confronto dei miei compagni, perché ne ho un grande bisogno: lo tocco con mano ogni momento. In secondo luogo, a tenermi sempre così umiliato dinnanzi alla presenza di Gesù, raggiante e luminoso nello splendore del suo Sacro Cuore sotto le specie eucaristiche. O mia buona Madre, «magistra humilitatis, fac me tibi similem». (Traduzione: maestra di umiltà fammi simile a te).
22 aprile. 367. Peccati e malinconia, fuori di casa mia. Anche le cose che urtano la mia suscettibilità, i compagni che non mi vanno a genio, li debbo sopportare con grande tranquillità; diversamente, dov'è il merito, il piacere di Dio? Mi sforzerò sempre di trovare delle virtù anche dove non sembrano apparire. Soprattutto penserò come, per tanti e tanti miei difetti, gli altri debbano forse fare dei grandi sacrifici per sopportare la mia povera persona. Umiltà, dunque; umiltà e sempre congiunta ad allegria di spirito, ininterrotta, beata. «O Jesu, fac me humilem».
26 aprile. 368. Il seminario oggi (domenica seconda dopo Pasqua), ha festeggiato i tre Santi giovinetti protettori 9, di cui si conservano religiosamente i resti mortali sotto l'altare della cappella. Fu una di quelle care feste di famiglia che fanno tanto be~ne all'anima. Il ricordo dei martiri, della loro fede, del loro amore verso Dio, è cosa di tutti i giorni, qui, in questa benedetta Roma, dove la terra è imporporata ancora del sangue cristiano; più dolce però riesce, quanto più forti sono i vincoli che ci legano a quelle anime benedette. Erano tre poveri giovanetti, freschi come tre candidi gigli. Nella primavera della vita, la spada del persecutore li ha recisi, oh fortunati! «Visi sunt oculis insipientium mori: illi autem sunt in pace» (Sap 3,2-3). Di loro sappiamo che vissero, che morirono per Cristo, e nient'altro. Ma Iddio li conosce troppo bene; i loro nomi, le loro virtù, sono scritti nel libro della vita (Ap 3,5); le loro fronti sono coronate di gloria, il loro gaudio è ineffabile, la loro memoria è immortale. O santi dolcissimi, Florentino, Socio e Vittorino, ottenete anche a me che nel nascondimento, nell'abbiezione, trascorra la mia vita; che sconosciuto dal mondo, possa versare il mio sangue per amore di Gesù, purché un giorno, vestito di gloria, possa associarmi alla vostra letizia ed accompagnare con voi l'agnello «quocumque ierit» (Ap 14,4).
28 aprile. 369. Dopo i martiri, viene il confessore, lui che del martire del Calvario ebbe tutto lo spirito, come ne volle assumere il nome e le insegne: san Paolo della Croce. Oggi ne ho visitato le spoglie gloriose ancora quasi intatte, lassù nella simpatica chiesa del monte Celio, nella casa di due martiri invitti, santi Giovanni e Paolo, vicino al Colosseo, dall'arena ancora tinta di sangue cristiano. Gli ho domandato un vero amore a Gesù Cristo, alla sua passione, un trasporto grande per la vita di sacrificio. Ah! tante anime hanno saputo versare il sangue e se non ne ebbero l'occasione, trovarono modo di immolare la loro vita per amore di Gesù, ed io non mi saprò imporre la più piccola mortificazione in isconto dei miei peccati, pel mio profitto spirituale, per salvare le anime? È cosa umiliante per me, così gran peccatore, dinnanzi ad esempi sì luminosi di amore al patire, di lavoro incessante per la gloria di Dio. Senza avvezzarmici sin d'ora al sopportare con gioia le persecuzioni, i dolori fisici e morali, mi debbo persuadere che io non mi farò mai santo, neppure sarò un uomo che valga qualche cosa nella vigna di Gesù Cristo. O mio Signore, per le preghiere di questo illustre vostro imitatore, ottenete a me pazienza grande e lietissima nelle mie tribolazioni, e una sete ardente di sopportare qualche cosa con voi e per vostro amore. «Si compatimur, et conglorificemur» (Rm 8,17). (Traduzione: soffriamo con lui per essere glorificati con lui).
29 aprile. 370. In questi giorni la Roma ufficiale è in festa per la venuta di Edoardo VII, re d'Inghilterra. Bandiere, festoni, addobbi delle vie, uniformi fiammanti, pennacchi, soldati, riviste militari, ricevimenti, applausi di un popolo pronto domani a maledire: è un succedersi abbagliante, un frastuono, un baccano, una confusione, una pazzia. E la folla, si dimentica per un momento delle sue cure più urgenti; anche le persone di affari, gli uomini seni del mondo, subiscono il fascino della grande novità e si schiamazza un po' tutti; e perché? per un povero uomo, forse moralmente inferiore a tanti e a tanti obliati dal mondo e dalla fortuna; un uomo che ieri, nel dì della solenne incoronazione, attesa da tutto quanto vi ha di più eletto in Europa, un attacco di morbo violento rendeva oggetto di compassione e di disinganno; e domani un ritorno della malattia può in pochi minuti far scomparire dalla scena e dimenticare per sempre 13 Quest'uomo è rivestito di una grande autorità, egli è un re di una delle più grandi nazioni e perciò merita che gli si faccia onore, lo si rispetti. Ma è sempre un povero uomo questo re d'Inghilterra, questo imperatore dell'Indie, e, per somma umiliazione, questo protestante, capo di una religione che non è la vera ed al quale un mondo ufficiale che si dice cattolico, per combattere la propria Chiesa, presenta le sue corone, il suo tributo di applausi. 371. Il mondo fa baccano intorno a questo uomo, che piace perché è ben vestito e sfarzosamente accompagnato, e crede che tutto finisca qui quanto vi ha di bello e di grande,~ non si pensa che sulla cima di monte Mario non si sente, non si distingue più nulla di quanto avviene in città; e tanto meno si pensa che al di sopra di monte Mario, e di tutti i monti della terra dove non si sa nulla delle bagatelle di quaggiù, vi ha un Dio che vede ed ascolta tutto, e dinnanzi al quale tutti questi gaudenti d'oggi, ed anche lui, quest'uomo, sono come atomi di polvere; un Dio che un giorno li giudicherà, e staranno umiliati, annichiliti, schiacciati. Ah, come èstolto il mondo nei suoi apprezzamenti, come è cieco nei suoi giudizi! Lo scintillare di una livrea, un ondeggiare di pennacchio lo commuove, lo mette in visibilio, e nessuno intanto pensa a Dio, se non per offenderlo e per bestemmiarlo, e anche le persone serie si lasciano trascinare, distrarre come gli uomini del secolo. 372. Anch'io l'ho veduto, questo uomo; ma tutta questa baldoria mi ha annoiato, lasciato il cuore scontento. Il rapido passaggio dei cocchi sfarzosi della gran corte delle maestà reali mi ha ricordato più evidente il «sic transit gloria mundi» (IC 2.6) e il «vanitas vanitatum et omnia vanitas» (Qo 1,2). Eppure questo uomo, tuttoché protestante, qualche cosa di veramente buono l'ha fatto qui in Roma. E che cosa ha fatto? Rendendosi superiore a certe voglie tendenziose dell'anticlericalismo italiano e straniero, egli nel fastigio della sua grandezza non si vergognò, anzi se l'ebbe ad onore, di visitare e di chinarsi davanti ad un altro uomo, ad un povero vecchio perseguitato, ma che egli ha riconosciuto siccome più grande di sé: davanti al Papa, al vicario di Gesù Cristo. 373. E questo fatto oggi è così solenne da segnare una pagina gloriosa nella storia del pontificato romano; fatto altamente figurativo, questo, di un re eretico dell'Inghilterra protestante e da più che tre secoli persecutrice della Chiesa cattolica, che va a presentare personalmente i suoi omaggi al povero vecchio Papa, tenuto come prigioniero in casa sua. È un segno dei tempi (Mt 16,4) che dopo una notte burrascosa si irradiano di una luce novella sorgente dal Vaticano, un ritorno lento ma vivo e reale delle nazioni in braccia al Padre comune che da tanto tempo le attende, piangendo la loro stoltezza, un trionfo di Cristo Re che sollevato sulla croce trae un'altra volta a sé tutte le cose (Gv 12,32). E per questo la visita del re Edoardo mentre mi conferma nella vanità dei rumori mondani, mi eccita a ringraziare il buon Dio che tiene le chiavi del cuore umano e, attraverso a tutti gli intrighi della politica, trova modo di far risplendere la gloria del suo nome e della sua Chiesa cattolica.
30 aprile. 374. Dalle caducità terrene il pensiero scorre veloce alle grandezze del cielo; dal vano scintillare della pompa mondana allo splendore sereno della virtù. Come è consolante pensare alla santa di oggi che, abbietta e disprezzata, è fatta degna e profittevoli al bene della Chiesa. Il « contemptibilia mundi elegit Deus ut fortia quaeque confundat» (Traduzione: Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto, per confondere i sapienti e i forti) (1Cor l,27-28), si verifica a perfezione nella gran vergine di Siena, santa Caterina. 375. Ella che non attendeva se non ad umiliarsi, a nascondersi, ad amare il suo Sposo divino, fu riserbata a ridonare la pace alla Chiesa, richiamando il Papa a Roma. Che cosa sono a confronto di lei i sapienti, i conquistatori, i grandi del suo tempo? Quale sublime lezione pel mio amor proprio, e ad un tempo quale motivo di confidenza in Dio che può tutto, supplisce alla nostra deficienza e ci fa veramente grandi davanti agli occhi suoi e di tutta la terra!
1 maggio. Evviva Maria! 376. Gli uomini del lavoro, ma senza religione e senza Dio, i poveri, sfruttati dai demagoghi, la folla incosciente, oggi fa baldoria, schiamazzando i suoi ideali, utopistici per lo più, talora giustissimi, ma quasi sempre sfigurati e profanati; il popolo fedele invece inaugura il maggio col saluto a lei che è la madre del Verbo, la grande idea di Gesù Cristo, principe della pace (Is 9,6); si stringe devoto intorno all'altare di Maria. Quanta grazia, quanta soavità in questa devozione alla Vergine, che intenerisce i cuori meno avvezzi ai sentimenti di fede e di pietà. Anch'io con tutto lo slancio del mio affetto a Maria, mi pongo ai suoi piedi, consacrando a lei, specialmente in questo mese, me stesso e tutte le mie azioni, perché mi ottenga un amore sempre più ardente verso di Gesù. 377. Procurerò di tenere sempre occupata la mia mente ed il mio cuore del pensiero e di sentimenti affettuosi verso Maria, con frequentissime giaculatorie. Sarà una gioia nel presentarle ossequi, fioretti, atti di virtù santificati dall'invocazione del suo nome e dei suoi auspici. Il modo migliore tuttavia di rendermi grato alla mia mamma carissima in questo mese, sarà uno studio, intenso ma ininterrotto, della mia perfezione nelle cose comuni, nell'adempimento esatto della regola; senza musoneria però, ma con spirito lieto e sereno, senza stancarmi mai di me stesso. «O Maria, tu me genuisti: adiuva me, ut sequar te semper cogitatione, corde et opere!» (Traduzione: o Maria, tu mi hai generato; aiutami perché ti segua sempre col pensiero, il cuore, il servizio).
4 maggio. 378. Baderò specialmente a non lasciarmi distrarre in cose non del tutto opportune per lo studio della vita interiore. L'acqua che fa affondare la barca, penetra a poco a poco attraverso fessure impercettibili. Nella mia mente, ad ogni distrazione, un pezzo dello spirito interiore se ne va. Occhio a tutto, dunque, specialmente alle cose minute. «O Maria, Virgo devotissima, recollige mentem meam». (Traduzione: o Maria Vergine devotissima, mantienimi nel raccoglimento).
8 maggio. 379. I ripetuti festeggiamenti in onore dell'imperatore Guglielmo, volere o no, furono argomento di distrazione. Il brillante passaggio della pompa mondana nel suo più alto fastigio, mi ha abbagliato la vista, tanto da rendermi più difficile il raccoglimento interiore. Questo avvenimento, così straordinario e di una portata così elevata, - poiché è un vero tratto della divina Provvidenza, un vero trionfo del papato, questo di un imperatore protestante che dopo tante lotte ascende le scale del Vaticano con una solennità ed uno splendore più unico che raro, si umilia dinanzi alla grandezza del trono pontificale - se, per noi giovani specialmente, deve essere motivo di lietissime speranze e di pura gioia, d'altra parte più che distrarci deve nobilitare il concetto che noi abbiamo di Dio, di Gesù Cristo, vero Re della Chiesa e dei secoli, e infervorarci di amore sincero ed ardente per lui e per l'opera sua. 380. Ora anche l'imperatore, applaudito, ammirato, lui che se non fosse eretico sarebbe il Carlo Magno dei tempi moderni, è tornato a Berlino, a casa sua, e le cose sono ritornate allo stato « quo». Ritorno anch'io al seno di Maria, al Cuore amoroso di Gesù, e tanto più mi vi stringo intorno, quanto più forte è il bisogno che ne sento, più profondo il vuoto lasciatomi dalle feste mondane, più ardente il desiderio di fare qualche passo innanzi.
15 maggio. 381. In questi giorni così belli del mese di Maria gli affari nostri procedono alla men peggio. Il pensiero di Gesù e di Maria di tratto in tratto mi trattiene dolcemente e ne godo nel fondo dell'anima. Oggi ho passato un quarto d'ora felicissimo, là nella graziosa chiesa di San Gioacchino, ai prati di Castello, affettuoso omaggio del mondo cattolico a Leone XIII. Mentre i cattolici di azione, i baldi manipoli dei giovani ardenti, per le diverse città d'Italia e d'Europa hanno commemorato la « Rerum Novarum» del gran Papa degli operai e festeggiato con gioia la democrazia cristiana, io, non ancora preparato al lavoro apostolico, non ho creduto di ricordare meglio il grande avvenimento e prestare meglio il mio modesto contributo di lode e di entusiasmo ardente per la grande idea, che nello stringermi più fortemente intorno a Gesù coll'affetto e colla preghiera. E ho pregato con fervore dinnanzi al Ss. Sacramento, vero pane celeste che veramente darà la vita al mondo; ai piedi della bianca Vergine Immacolata, nella cappella fiorita e gentile della giovane America del Nord e più che tutto dinnanzi alla bella immagine del Sacro Cuore di Montmartre, tributo affettuoso della Francia penitente e devota. Oh, come è bello Gesù troneggiante dal prezioso altare, amoroso in quella festa di santi che lo circondano, di angeli che lo adorano! Oh come la questione sociale, questione di vita, non solo materiale ma dello spirito, attraverso l'agitarsi delle menti, i lamenti dei diseredati, il lavoro febbrile delle anime apostoliche, le lotte, le disillusioni, i trionfi, mi appare più degna della mia attenzione, del mio interesse, dei voti ardenti e dell'opera mia, quando, sullo sfondo del gran quadro, mi par di vedere Gesù siccome il sole di primavera levantesi sul vasto mare; il volto sereno e mite, le braccia aperte, il Cuore sfolgorante di luce che circonda, pervade ogni cosa! O Cuore divino, tu veramente sei la soluzione di ogni problema: «solutio omnium difficultatum Christus»; in te riposano le nostre speranze, da te noi ci aspettiamo la salute. 382. Tornate, o Gesù, alla società, alla famiglia, agli spiriti, e regnate sovrano pacifico. Irradiate degli splendori di fede e di carità del vostro Cuore dolcissimo le anime di coloro che si occupano del bene del popolo, dei vostri poveri; infondete in loro il vostro spirito, spirito di disciplina, di ordine, di dolcezza, mantenendo sempre viva nei loro petti la fiamma dell'entusiasmo. O Gesù! se qualche poco di bene potrò arrecare un giorno coll'aiuto vostro, ecco anche me nelle schiere dei vostri combattenti. Deh! alla vostra scuola, la mia preparazione riesca veramente seria, profonda ed efficace di ottimi risultati, poiché i pericoli di perdere la bussola sono parecchi. Venga presto, oh sì, presto, il giorno in cui vi vedremo tornare in mezzo al civile consorzio nella festa di tutti, portato sulle spalle dal popolo!
26 maggio. 383. In questi giorni di lavoro febbrile la cura dell'infermeria, e, più che tutto, lo studio, mi rubano tutto il tempo possibile. «Ne quid nimis», però: «sapere et semper sapere», ma «sapere ad sobrietatem» (cfr. Rm 12,3); d'altronde, «omnia tempus habent» (Qo 3,1). Intanto va terminando il dolcissimo mese di Maria, e i miei fiori sono pochi e poco belli. 384. O Maria, sono miserabile e sono vostro figlio; vedete il mio cuore. Oggi il pensiero di san Filippo mi ha soavemente trattenuto per tutta la giornata. Da un coretto della chiesa ho assistito comodamente alle solennissime funzioni alla Vallicella, ho gustato la musica di Capocci, ho visitato con religiosa attenzione le camere del santo, anche quelle così storiche e preziose di san Girolamo della Carità; più che tutto ho rivolto il mio occhio, il mio pensiero, il mio cuore sulla tomba gloriosa, ed ho pregato assai. Perché non ho io il tempo e una penna così facile da scrivere di questo santo come vorrei, e come il cuore mi detterebbe? San Filippo è uno dei santi che mi è più familiare, al cui nome si riannodano tanti dolci ricordi della mia storia intima. San Filippo sento di amarlo in particolar modo, ed a lui mi raccomando con gran confidenza. O mio buon padre Filippo, senza parlarvi mi intendete. Il tempo s'avvicina; dov'è in me la vostra copia? dove lo specchio delle vostre virtù? Deh, che io intenda i veri principi della vostra scuola mistica per la cultura dello spirito, e ne approfitti: umiltà ed amore. Serietà, serietà, beato Filippo, ed allegria santa, purissima, e slancio fecondo di grandi opere. In questa novena del divino Spirito, la vostra novena di un tempo, tornerò ancora a voi di frequente. Beato Filippo, aiutatemi a preparare la casa; accosto il mio petto gelido al vostro, bruciante d'amore, di Spirito Santo. «Fac ut ardeat cor meum».
20 luglio. 385. Le mie iccole note vespertine segnano una lacuna enorme. Le cure insistenti dell'infermeria, e in mezzo a questo l'urgenza degli esami, mi hanno tolto ogni possibilità, ogni particella di tempo per attendere a queste fugaci righe. Feste solenni, occasioni carissime, il mese del Sacro Cuore di Gesù, giorni memorabili 28, tutto è passato senza un accenno. Eppure non me ne dolgo. Non intendo attaccarmi soverchiamente a queste piccole cose che sarei pronto a mandàre al fuoco, quando potessi prevedere che fossero per riuscirmi occasione di amor proprio.
NEL RITIRO DI MEZZA VILLEGGIATURA ROCCANTICA, 29 AGOSTO 1903
386. L'estate prolungata in seminario, le preoccupazioni per gli esami, i gravi e straordinari avvenimenti del luglio e dell'agosto 1, e più che tutto la mia miseria, debolezza ed incostanza, hanno prodotto un sensibile raffreddamento dal primitivo fervore. Prova evidente ne fu l'abbandono quasi totale dell'esame particolare, le distrazioni sempre più frequenti nella meditazione, quasi sempre senza veri risultati pratici, minor trasporto nella recita del divino ufficio; ed in genere una sicurezza e disinvoltura sin troppo indipendente, e quella mancanza di circospezione, di concentramento di tutte le facoltà dello spirito intorno al proprio progresso spirituale che, se spinto all'esagerazione, come avviene nei primi fervori, è qualche cosa di troppo pesante; è però in certa misura indispensabile in qualunque tempo o circostanza. 387. Il presente ritiro è un dolce ed armonioso richiamo del buon Dio al fervore di una volta. L'esperienza del passato serve però intanto a tenermi umile, a farmi riconoscere incapace di fare qualche cosa di vero bene. maggior coraggio. La morte mi può essere vicina, e se la lampada è vuota (Mt 25,3)? O Gesù benedetto abbiate pietà dell'anima mia. Per venire al pratico, risolvo di porre attenzione singolarissima a tre cose specialmente: esame particolare che, come al solito, riguarderà la mia condotta nelle orazioni e pratiche di pietà; divino ufficio recitato a luogo e tempo, con riverenza grande ed attenzione massima, visita al Ss. Sacramento, con infinite giaculatorie ed atti di amore per esso durante la giornata. E così il buon Gesù e la Madonna santissima, della cui felice natività sto incominciando la novena, si compiacciano di riavermi al loro amplesso, di confortarmi di nuovo a vincere me stesso, a progredire nella virtù e nel loro soavissimo amore. Amen.
NEI PICCOLI ESERCIZI DI PRINCIPIO D'ANNO ROMA, 1-3 NOVEMBRE 19031
388. Il ritorno alla vita ordinaria di seminario mi ha già fatto un gran bene. Nessuna scossa rilevante in questi Esercizi, ma solo un richiamo alla vita più raccolta e più concentrata. Dio è attento al mio profitto spirituale. Quanto ho constatato nel ritiro di mezza villeggiatura, non ha migliorato per nulla, causa la mia indolenza. Ohime, ohime! come ho f~tto brutta prova di vera virtù e progresso spirituale, dopo le grazie innumerevoli che il mio buon Signore si è compiaciuto di compartirmi, specialmente nello scorso anno. Intendevo io di essere un uomo fatto, invece mi accorgo che ancora sono un povero ragazzo. Ebbene, come bambino che si ricrede del mal fatto, io torno un'altra volta, ma più seriamente, ai miei propositi, ed oggi mi pare di sentire in me la sicurezza di non mancarvi mai più colla grazia di Dio. 389. In ispecie intendo di applicarmi davvero e come si conviene, al grande esercizio dell'esame particolare ogni giorno. E la promessa più solenne che faccio al Cuore sempre amoroso di Gesù come frutto di questo sacro ritiro. La depongo nelle mani di san Carlo, istitutore insigne della ecclesiastica educazione. E poiché i reverendi superiori hanno voluto che non solo alla mia educazione, ma, come prefetto, attendessi all'altrui vigilanza, io pongo questo nuovo anno scolastico sotto gli alti auspici del grande arcivescovo, vero modello degli istitutori e cuore generoso di sacerdote e di apostolo. Oltreché alla mia condotta, nella recita delle orazioni e nelle pratiche di pietà in genere, renderò oggetto dei miei giornalieri rendiconti l'uso della mia lingua come quello che, mal regolato, può compromettere di più il mio carattere e la mia nuova e delicata posizione. 390. Principio generale poi e idea fissa, che non mi deve mai per un solo momento scompagnare, è l'altissimo dovere, che più forte mi si è imposto, del buon esempio in tutto, anche nelle cose che sembrano insignificanti. Vivrò sempre come se ogni mia azione dovesse compiersi sotto gli occhi e l'esame dei miei alunni, e la mia condotta fosse criterio infallibile della loro. Dopo tutto, sono sempre sotto gli occhi di Gesù che mi dovrà giudicare.
GESÙ, MARIA, GIUSEPPE NEI SANTI ESERCIZI SPIRITUALI PER LA ORDINAZIONE AL DIACONATO, 9-18 DICEMBRE 1903
391. «Loquere Domine, quia audit servus tuus» (1Re 3,9). «Doce me facere voluntatem tuam» (Sal 143,10). (Traduzione: parla, Signore, che il tuo servo ti ascolta. Insegnami a far la tua volontà). Un'altra volta, ed è la terza nel breve corso di un anno, il Signore mi chiama a sé in questo sacro ritiro. «Magister adest et vocat me» (Gv 11,28). (Traduzione: il maestro è qui e mi chiama). Doveano essere questi Esercizi tre colonne miliari nella via della virtù; invece, se qualche piccola cosa c'è stata, il moltissimo, il tutto, resta ancora da farsi. Mi umilio, vergognoso della mia miseria, ma non mi avvilisco. Come pellegrino nei gran-di calori di estate in riva al fiume, mi tuffo nelle acque salutari di grazia un'altra volta, per purificarmi e fare un dolce bagno d'amore, come diceva il ven. curato d'Ars, più lieto pensando al buon Gesù, che mi attende sorridente all'altra sponda. O Dio mio, fate voi. 392. Consacro questo corso di Esercizi al divin Cuore innanzitutto, e alla Vergine santissima Immacolata, beato come sono di poter così inaugurare, nel modo per me migliore, l'anno giubilare che ricorda la solenne definizione dommatica del suo immacolato concepimento. Mi raccomando alla protezione specialissima del mio buon angelo custode, all'intenzione di sant'Ignazio, di san Carlo Borromeo, mio singolare protettore in quest'ultimo anno dei miei studi teologici e della mia preparazione al sacerdozio, del soavissimo san Francesco di Sales e dei due gloriosi diaconi, santi Stefano e Lorenzo, modelli sublimi di carità ardente verso Dio ed il prossimo, martiri invitti per la fede cristiana. «Da mihi intellectum et scrutabor legem tuam» (Sal 19,34). (Traduzione: dammi intelligenza perché io osservi la tua legge). 393. 1. L'uomo è creato da Dio perché lo riverisca, lo lodi, lo serva e con questo si salvi (ES 23). Siccome persona che riverisce Iddio, io debbo mantenermi sempre penetrato dal sentimento della sua divina presenza. Certamente il mio contegno deve essere così rispettoso come se Iddio mi stesse sempre dinnanzi, a quel modo che appariva talora ai patriarchi e ai profeti, lasciandoli immersi in un riverente timore. La persona dritta, senza arroganza; alta la testa, con gli occhi bassi, specialmente nei luoghi più frequentati; il passo moderato e sciolto; il tratto, riserbato ad un tempo e disinvolto; le parole, secondo la convenienza e misurate; il viso, allegro sempre, ma anche con una certa aria di gravità, non affettata, ma naturale, tutto il mio portamento esteriore devono mostrare al mio prossimo come io sia preoccupato del pensiero di Dio che contemplo, tuttoché invisibile, in ogni momento. Lo spirito, poi, deve lasciarsi assorbire da questo sentimento. Dio che mi vede e mi illumina della sua luce, tien d'occhio a tutte le mie piccole azioni, anche ai moti quasi impercettibili del cuore, la mia miseria immensa, il ricordo delle colpe commesse e delle grazie innumerevoli passate e presenti: tutte queste cose mi devono mantenere così unito abitualmente a Dio, così delicato di coscienza, da non abbisognare di altri argomenti per indurmi a ciò. 394. 2. La conclusione aurea e sublime di tutto il meditare di questo primo giorn è il grande principio dell'indifferenza. In teoria io faccio miracoli a questo riguardo, ma nella pratica sono l'uomo che meno fa uso di questo principio. Quando intorno a me avviene qualche fatto che tocchi anche indirettamente la mia persona, la fantasia e l'amor proprio mi tormentano in modo straordinano. Eppure, la chiave di volta dell'edificio spirituale sta proprio qui: nel fare non la mia, ma la volontà di Dio; nell'essere abitualmente disposto ad accettare le cose più disparate, per quanto ripugnanti al senso ed alla mia superbia. 395. Negli affari d'importanza, la questione resta sciolta: farò né più né meno di quello che i superiori e il padre spirituale disporranno. L'osso duro sta non nel fare le cose secondo l'obbedienza, ma nel conformare il mio intelletto e la mia volontà al volere e al consiglio dei superiori, mettendo sotto i piedi le mie viste particolari, tuttoché in apparenza belle e sante, e le inclinazioni della fantasia e dell'altro lo. Niente ansietà, adunque, niente castelli in aria; poche idee, ma giuste e serie, più pochi desideri. «Porro unum est necessarium» (Lc l0,42). (Traduzione: una sola è la cosa di cui si ha bisogno). Sogni dorati di lavoro ad un modo più che ad un altro, disegni fantasticamente coloriti di quanto potrò fare domani, nel prossimo anno, più tardi: fuoco, fuoco a tutto ciò. Sarò quello che il Signore vorrà che io sia. È duro pensare ad una vita nascosta, trascurata, magari disprezzata da tutti, nota a Dio solo; è l'amor proprio che vi ripugna. Eppure finché non giungerò a farmi tale violenza da rendermela non solo indifferente ma cara e appetibile, io non farò mai tutto quello che Iddio vuole da me. 396. 3. Che cosa sarei io, anche se avessi tutta la scienza degli angeli (1Cor 13,1) e concepissi in mente pensieri di superbia come i primi prevaricatori? Sarei un demonio, né più né meno. Ora, sta il fatto che io sono immensamente e incredibilmente ignorante di fronte agli angeli; sentimenti di amor proprio ne formo, durante una giornata, innumerevoli. Che cosa sono io dunque? Che cosa meriterei, se il Signore ogni volta mi dovesse punire? Ah, Dio mio, c'è da tremare al solo pensarvi! Ed è per questo che io devo pensarvi spesso. 397. 4. La penitenza a questo mondo è elemento essenziale di una vita buona, e mezzo necessario per una piena felicità dopo la morte. Non c'è da lusingarsi dunque: mi devo avvezzare per tempo, e in questi anni più belli del mio vivere, a patire, ad amare la mortificazione. Imitare i santi nelle loro asprezze mi sembra impossibile. Devo però farmi abituale il sentimento della mortificazione, sempre, nelle più piccole cose, e specialmente nel vitto. Non accosterò mai alle mie labbra nessuna dolcezza che non abbia la sua goccia amara. Non è questa del resto la pratica della divina Provvidenza, la quale non ci manda mai una consolazione che nQn sia accompagnata o seguita da qualche dolore? Mortificherò specialmente gli occhi. Non posso fidarmi di nulla, e la «concupiscentia oculorum» (1Gv 2,16) mi potrebbe condurre a conseguenze disastrose. Il mio vino sarà sempre molto annacquato. È più igienico e mi mantiene la testa a casa (ES 83-89). 398. 5. Fra le cose inconcepibili per me, vi è anche questa: la possibilità in cui anche l'anima mia si trova, di cadere un giorno nell'inferno. Non posso pensarci senza sentirmi atterrito. Eppure, in quel luogo c'è un posto anche per me; basta che io mi abbandoni alla vita tiepida (Ap 3,15-16) per mettermi sull'orlo dell'abisso; un peccato mi può dare l'ultima spinta, come a qualunque altro infelice peccatore. Oh, me miserabile! questo solo pensiero mi deve mantenere umiliato: anch'io posso cadere e non ci rifletto quasi mai. Signore mio, ve lo ripeto un'altra volta, purché mi salviate da quel luogo, sono disposto a tutto, anche a lasciarmi calpestare come la polvere della via. Abbruciatemi qui con la fiamma del vostro amore. 399. 6. «O mors, bonum est judicium tuum» (Sir 41,3). A che sto io pensando al domani, alla tesi, alle lauree e a tante altre sciocchezze, quando la voce di Dio non mi assicura l'oggi e tanto meno mi promette i giorni futuri? Io devo fare, con tutta l'applicazione dello spirito, quanto Iddio vuole da me ad ogni e singolo momento, lasciando a lui la cura del futuro. Devo imparare a rendermi familiare il pensiero della morte che è maestro della vita; mi guarderò specialmente dall'attacco a qualunque cosa, benché piccola: abiti, quadri, libri, scritture e persino oggetti di devozione, in vista dell'abbandono in cui un giorno li dovrò lasciare, per essere io stesso abbandonato da tutto e da tutti. 400. 7. Il pensiero degli esami mi conturba; non so come presentarmi ai miei professori, a tutto il corpo insegnante insieme riunito, per provare quello che ho studiato. Ma che farà l’anima mia, sola, povera peccatrice, dinnanzi a tutta la corte celeste, dinnanzi a Gesù, giudice divino e severissimo? I santi tremavano di spavento al solo pensarvi, si nascondevano nei deserti, ed erano santi. Quanto dunque sono sciocco io! «Timeo ubi non est timor» (cfr. Sal 14,5); (Traduzione: temo che non c’è da temere) e dove c'è da sentire terrore, non penso neppure. Dunque, bisogna essere un po' più oggettivo. Meno paura degli esami di quaggiù, e maggior applicazione ad acquistarmi dei meriti e compiere delle buone opere, che mi rendano meno tremendo il giudizio di Dio. 401. Un'altra osservazione: perché tanta ansietà e trepidazione in ordine alla mia riuscita e al buon esito dei miei studi? In fondo in fondo, tutto accade in vista di quella pubblica opinione che può farsi della mia persona, perché sono schiavo del giudizio degli uomini, schiavo del mio amor proprio. Che insipienza! Che importa a me del giudizio degli uomini? Sono essi che mi dovranno premiare? Il termine delle mie operazioni non è Dio? Bisogna che apprenda ad affrontarlo, il giudizio degli uomini, a metterlo sotto i piedi, a non curarmene affatto; perché troppe volte, nell'esercizio del ministero sacerdotale, sarò costretto a contrariarlo, a sfidarlo, se vorrò fare qualche cosa di bene. «Si hominibus placerem», diceva san Paolo, «Christi servus non essem» (Gal 1,10). (Traduzione: se ancora io piacessi agli uomini, non sari più servo di Cristo). 402. 8. Il mio padre spirituale insiste perché in questi santi Esercizi mi occupi più che altro del mio amor proprio, dell'altro io, perché non sarò mai veramente grande e buono a qualche cosa, finché non sarò del tutto spogliato di me stesso. L'amor proprio! Che problema a volerci pensare! Chi ha mai definito che cosa sia? qual filosofo se n'è occupato? Ed è la questione più importante che abbiamo fra i piedi, una questione pregiudiziale; e chi se ne cura? Eppure Gesù Cristo, ed io lo sto vedendo nelle meditazioni di questi giorni, nei suoi grandi insegnamenti non fa che mostrarci come si combatte in pratica questo nemico micidiale che corrompe tutte le nostre azionì. 403. È uno sviluppo, una serie di dottrine mirabili, la sua, che mi fa impensierire; tuttoché non l'ascolti per la prima volta mi mostra però certi lati che mi sembrano nuovi, mi svela certe profondità sconosciute e meravigliose. Ma, e qui lo stupore cresce, la vita del benedetto Gesù, considerata sotto questo rispetto, è una rivoluzione di tutto il mondo, tutto un contrapposto delle viste e del modo di sentire e di ragionare anche delle persone pie e veramente buone. Da parte nostra, o si è santi del tutto, se non altro ci sforziamo di raggiungere il terzo grado di umiltà, il «pati» e il «contemni», è nulla: col primo grado solamente, le lezioni di Gesù Cristo sono pressoché senza frutto, e l'amor proprio non è che apparentemente scomparso. Questa è la conclusione. Ma se la conclusione è questa, che cosa faccio io che non sono neppure al primo grado di umiltà? 404. O dolce Gesù, mi metto ai vostri piedi, certo come sono che voi saprete compiere quello che io non so neppure immaginare. Io vi voglio servire sin dove voi mi volete, ad ogni costo, con qualunque sacrificio. Niente io so fare; io non so umiliarmi, questo solo io so dire e ve lo dico con fermezza: voglio umiliarmi, voglio amare l'umiliazione, la noncuranza da parte del mio prossimo, riguardo alla mia persona; mi getto ad occhi chiusi, con una certa voluttà, in quel diluvio di disprezzi, di patimenti, di abbiezione in cui vi piacerà di collocarmi. Sento una ripugnanza nel dirvelo, uno strappo al cuore, ma ve lo prometto: voglio patire, voglio essere disprezzato per voi. Non so che cosa farò, anzi non credo a me stesso, ma io non desisto dal volerlo con tutta l'energia dell'animo mio: «Pati, pati et contemni pro te». 405. 9. Leggendo quell'aureo libro del padre Faber, Il Santo Sacramento, ho trovato un pensiero magistralmente sviluppato dall'autore, e che mi fece una grande impressione. 406. Fra i fiori dell'altare, ossia [fra] gli effetti di una buona divozione al Ss. Sacramento, occupa il primo posto la gioia spirituale; la gioia, come elemento importantissimo della vita spirituale, atmosfera delle virtù eroiche, spirito, istinto, genio, grazia indescrivibile. La gioia specialmente vuol considerarsi come fattore di quella libertà di spirito che sola è atta ad unire le qualità apparentemente incompatibili della vita spirituale, allargando le redini alla familiarità dell'amore, e secondariamente come amica inseparabile della mortificazione. Noi dobbiamo essere solleciti della nostra gioia, per mantenere mortificato il nostro spirito: e praticare la mortificazione, per aumentare la nostra gioia. Io dunque debbo conservarmi sempre ed invariabilmente lieto, mentre non desisterò mai un momento dal mortificarmi. È l'amor proprio che paralizza lo sviluppo dello spirito e infonde la tristezza; la mortificazione richiama la vita, la serenità, la pace. I santi sono di un umore così gaio, i monaci e le monache sono creature così liete, perché, come san Paolo, castigano il loro corpo e lo riducono in servitù (1Cor 9,27) con inesorabile rigore, e con una vigorosa discrezione. Chi è mortificato è lieto di una letizia di origine puramente celeste. 407. 10. La fede è una virtù così comune che quasi, specialmente dagli ecclesiastici, non viene osservata. E come l'aria della vita cristiana, e chi s'accorge, chi fa attenzione all'ar~ che respiriamo? Con tutto ciò, io trovo l'applicazione pratica di questa virtù molto importante, nei giorni che corrono. Io voglio tenermi bene custodita la mia fede, come un sacro tesoro, e voglio attendere massimamente ad informarmi a quello spirito di fede che va man mano scomparendo sotto le cosiddette esigenze della critica, al soffio ed alla luce dei tempi nuovi. Se il Signore darà a me vita lunga e modo di essere prete di qualche profitto nella Chiesa, voglio che si dica di me, e me ne glorierò più di qualunque altro titolo, che sono stato un sacerdote di fede viva, semplice, tutto di un pezzo, col Papa e per il Papa, sempre, anche nelle cose non definite, anche nei più minuti modi di vedere e sentire. Voglio essere come quei buoni vecchi sacerdoti bergamaschi di una volta, la cui memoria vive in benedizione e che non vedevano e non volevano vedere più in là di quanto vedeva il Papa, i vescovi, il senso comune, lo spirito della Chiesa. 408. Mio studio sarà sempre, in tutte le scienze sacre e in tutte le questioni teologiche o bibliche, investigare prima la dottrina tradizionale della Chiesa, e in base a quella, giudicare dei dati recenti della scienza. Non disprezzo la critica, e tanto più mi guarderò bene dal pensare sinistramente o dal mancar di rispetto ai critici; la critica anzi l'amo, seguirò con trasporto gli ultimi risultati delle sue indagini, mi metterò al corrente dei nuovi sistemi, del loro sviluppo incessante, ne studierò le tendenze; la critica per me è luce, èverità, e la verità è santa ed è una sola. Tuttavolta mi sforzerò sempre di portare in queste discussioni, in cui troppo spesso inconsulti entusiasmi e parvenze abbaglianti prendono il sopravvento, una grande moderazione, armonia, equilibrio e serenità di giudizio, non disgiunta da una prudente e circospetta larghezza di vedute. Nei punti molto dubbi, amerò meglio di tacere come ignorante che di azzardare proposizioni, anche di un apice difformi dal retto sentire della Chiesa. Non mi meraviglierò mai di nulla, anche se certe conclusioni, pur rimanendo sempre intatto il sacro deposito della fede, dovessero riuscire un po' sorprendenti; la meraviglia è figlia dell'ignoranza, per lo più; anzi, mi consolerò che tutto Iddio disponga per rendere sempre più terso e più puro il sacro tesoro della sua rivelazione. 409. In generale sarà mia regola ascoltare tutto e tutti, pensare e studiare assai, essere molto lento nel giudicare, non chiacchierare, non fare chiasso e tener sempre d'occhio, né allontanarmi di un ette dal sentimento della Chiesa. «Ceterum» diceva quel saggio, «opinionum commenta delet dies, et veritas manet et invalescit semper et vivit et attinet in saecula saecolorum». Frattanto farò speciale professione di una grande semplicità nell'osservare, nel saper tener conto di tutto, nel compatire tutti, nel non voler giudicare tutto per filo e per segno, singolarmente in quelle cose da cui la pietà mia e il sentimento popolare possono ritrarre molti vantaggi spirituali. Qui in Roma specialmente debbo trarre argomento da qualsivoglia cosa, anche insignificante, anche non del tutto confermata da dati positivi certi, per alimentare la mia fede, non lasciarla invecchiare mai, per educarla a fortezza maschia ed ardente, e insieme a tenerezza ineffabile e a simpatica ingenuità. È il caso di applicare anche qui il grande consiglio di Gesù: «Nisi efficiamini sicut parvuli non intrabitis in regnum caelorum» (Mt 18,3). (Traduzione: se non diventerete come i pargoli non entrerete nel regno de’ cieli). 410. 11. Uscito dai santi Esercizi, che cosa farò? La moltitudine delle idee e dei sentimenti di questi giorni, specialmente riguardo alla pratica della santa umiltà, mi ha portato un certo scetticismo intorno al mio profitto spirituale e al mio vero progresso nella via della perfezione cristiana. Niente più vano di questo scetticismo: è una tentazione del demonio. Per non sopraccaricarmi troppo e confondermi senza costrutto, una cosa sola devo fare: è il mio padre spirituale che me la impone: vivere non di giorno in giorno, come san Stanislao Kostka, ma d'ora in ora come san Giovanni Berchmans. L'azione che devo compiere lì per lì, e nient'altro: quella deve essere l'oggetto di tutte le mie cure e il miglior esercizio di perfezione. La relazione fra azione e azione, anzi di più serie di azioni fra di loro, l'armonico concorso di tutte a formare in me l'uomo, il saeerdote virtuoso e perfetto, sarà una conseguenza naturale, benché inavvertita a prima vista, della perfezione con cui mi studierò di compiere ogni e singolo atto distinto. Iddio non guarda alla molteplicità delle azioni, ma al modo con cui le faccio; è il cuore che egli reclama, e niente più. Un senso squisito della presenza di Dio, come termine di tutto, e un totale oblio di me stesso: queste due cose e basta; la mia azione, qualunque sia, è completa. 411. Molto bene dice il p. Faber, che le nostre azioni devono essere come altrettante statue inginocchiate, e con amante aspetto, colle mani giunte e cogli occhi rivolti al cielo, piene di adorazione e nel totale oblio di sé. ttenderò alle mie occupazioni, di mano in mano che si succedono, con calma, con compostezza, con ineffabile semplicità, come se fossi venuto al mondo apposta per quell'azione, come se Gesù me l'avesse comandata lui con la sua bocca ed egli mi stesse presente e mi guardasse. Al resto, ad altri impegni, penserò in seguito, alla loro volta, senza veruna traccia di fretta, senza preoccupazione, senza lasciare alcunché di incompleto, senza alcun tratto rozzo, senza alcuna negligenza. A questo modo perseverando, qual luogo rimarrebbe più per l'amor proprio? E il frutto dei santi Esercizi non sarebbe già grande, incalcolabile? 412. 12. utte le difficoltà che mi par di incontrare nel mettermi generosamente sulla via dei disprezzi e delle umiliazioni, scompariscono come per incanto in faccia alle grandi lezioni che il mio divino Maestro mi dà nella sua dolorosa passione. Proprio è vero ed io lo tocco con mano: «Solutio omnium difficultatum Christus et hic crucifixus». Il ven. p. Claudio de la Colombière era tocco di meraviglia nel contemplare la franchezza, il coraggio, la disinvoltura con cui Gesù aspettò con pie' fermo l'ora delle ignominie, e queste abbracciò con divino entusiasmo. Io, mentre mi trovo confuso né so balbettare parola, sento in me un indicibile conforto a volermici provare anch'io, proprio ad ogni costo, a volermi tuffare nel mare delle umiliazioni, certo di riuscire così a vincere me stesso colla grazia di Dio. Di mano in mano che mi capiteranno le piccole occasioni nella mia vita di seminario, e le più grandi nella vita di ministero, di abbassarmi, di annientarmi, seguirò il consiglio del mio padre spirituale, rappresentandomi alla mente come tanti quadri della passione, alla cui vista mi torni agevole ogni sacrificio. 413. Intanto, alla viva luce degli esempi di Gesù, io rinnovo, e non mi stancherò di rinnovarlo, il mio fermo proposito di essere umile; umile e disprezzato. Gesù è tradito con un bacio da un discepolo che si era appena levato dalla sua mensa (Mt 26,49); è rinnegato da un altro, oggetto speciale della sua benevolenza (Mt 26,69-75); è abbandonato da tutti (Mc 14,50), e non risponde che con parole di amico o con sguardi amorosi di perdono (Lc 22,61). Ed io mi guarderò bene dal dar segno di dispiacere per le noncuranze o difetti di gratitudine, o di riguardo, da parte di quelle persone alle quali avessi già fatto qualche beneficio. Gesù, calunniato come seduttore, tacciato di ignorante, falsate le sue dottrine, esposto agli schemi e alle derisioni di tutti, tace umilmente, non confonde i suoi calunniatori, si lascia percuotere, sputare in viso, flagellare, trattare da pazzo, e non perde giammai la sua serenità, non rompe il suo silenzio (Gv 19,1-9). 414. Ed io permetterò che si dica di me quanto si vuole, mi si metta all'ultimo luogo, si fraintendano le mie parole e le mie opere, senza dare spiegazioni, senza trovare scuse, ma accettando lietamente anche i rimproveri che mi venissero dati dai superiori, senza dire parola.Gesù in croce, naufrago in un mare immenso di dolori e di ignominie, non proferisce un lamento, ma ha sentimenti di compassione e di perdono per i suoi nemici (Lc 23,34). E anch'io, nelle prove che il Signore si compiacesse di mandarmi, mi sforzerò di non dire niente, neppure per sfogarmi con amici; mortificato, specialmente da cattive riuscite in materia di studio, chine~ò la mia testa senza mendicare adulazioni da alcuno, prendendomi in pace la mia confusione, con gioia e senza angustiarmi di niente, come se si trattasse di un regalo, di una dolce parola, di una carezza che Gesù mi avesse fatto. In tutte le circostanze: «mihi absit gloriari nisi in cruce Domini nostri Jesu Christi» (Gal 6,14). (Traduzione: quanto a me non ci sia altyro vanto che nella croce del Signor nostro Gesù Cristo). 415. 13. In questa penultima sera dei miei santi Esercizi, dopo di aver meditato la passione di Gesù Cristo, mi sono sentito riempire da una grande abbondanza di pace; e specialmente alla lettura che mi veniva fatta in refettorio, durante la cena, della vita del ven. (Claudio de) la Colombière, dicendosi appunto dei movimenti della grazia operatisi in lui nei santi Esercizi, mentre già si trovava in Londra, ho provato come un desiderio ardente di dare tutto me stesso, con mano vigorosa, all'acquisto di una vera santità, proprio mettendomi per questa via della santa umiltà ed abiezione davanti a Dio ed agli uomini; un impulso potente a voler comunicare un fervore nuovo e più intenso a tutte e singole le mie pratiche di pietà e all'adempimento degli altri miei doveri, come alunno e come prefetto; a voler ringiovanire su questa base tutta la mia vita spirituale. Temo assai che, passata questa prima impressione, io sia per ritornare nelle medesime condizioni di prima, ed è per questo che non cesso, né cesserò mai, di pregare il buon Gesù, affinché non si stanchi dal tenermi di buona lena, cogli stessi sentimenti che provo oggi; mi compatisca sempre, mi sorregga in ogni circostanza. Io prevedo le cadute, purtroppo, ohimè! ma non le voglio, o Gesù, non le voglio affatto. O Cuore di Gesù, fate voi; io sono misero, ma 'io vi amo, io vi amo, vi amo (Gv 21,17). 416. 14. Ogni volta che sento parlare del Sacro Cuore di Gesù o del santo Sacramento, provo un 'impressione di ineffabile contento, sento come un'onda di care memorie, di dolci affetti e di liete speranze comunicarsi a tutta la mia povera persona, farmi trasalire e riempirmi l'anima di soave tenerezza. Sono amorosi richiami di Gesù che mi vuole tutto là, dov'è la fonte di ogni bene, al suo Sacro Cuore, misteriosamente palpitante dietro i veli eucaristici. La divozione al Sacro Cuore mi ha accompagnato per tutto il tempo della mia vita. Quel buon vecchio di mio zio Zaverio, appena levatomi neonato dal fonte battesimale, mi consacrò là nella chiesetta del mio paese al Sacro Cuore, perché crescessi sotto i suoi auspici, da buon cristiano. Ricordo, fra le prime orazioni che appresi sulle ginocchia di quell'anima buona, la bella giaculatoria che oggi mi è così caro ripetere: «Dolce Cuor del mio Gesù, fa' che io t'ami sempre più». 417. Ricordo ancora che, quando ogni anno, nella mia parrocchia, nella domenica IV di settembre, si celebrava la festa del Sacro Cuore, tutti la dicevano la festa di mio zio Zaverio, ed egli vi si preparava con molto fervore, inducendo anche me, in modo conforme alla mia età, a fare altrettanto. Nell'intenzione dei miei genitori e di mio zio, io non dovea diventare che un buon contadino come loro. Il Sacro Cuore invece mi volle fra i suoi eletti, e si servì di quell'anima benedetta del mio parroco Rebuzzini, di santa memoria, anch'egli un innamorato del Sacro Cuore, pel cui trionfo tanto lavorò nella sua gioventù, durante tempi burrascosi. Non posso dimenticare quell'anno 1896 in cui ricevetti la prima tonsura, il Congresso Eucaristico di Milano che tante attrattive educò in me verso il Ss. Sacramento; non dimentico le piccole conferenze ai chierici in seminario, e le visite serali nella mia povera chiesa di Sotto il Monte, durante le vacanze così lunghe di autunno; e poi, le consacrazioni reiterate al Sacro Cuore di Gesù, lo studio laborioso intorno a quel panegirico che non recitai, la lettura di tanti libri o scritti riguardanti la cara divozione. Ricordo con compiacenza viva queste piccole cose, tuttoché molto deficienti, perché mi furono come tanti punti di appoggio per cui, attraverso le mie grandi miserie, il Sacro Cuore mi trasse alla partecipazione di altre grazie più grandi qui in Roma, e la cui fonte non sembra ancora esaurita. 418. Oggi, tutto quanto riguarda il Cuore di Gesù, mi diventa familiare e doppiamente caro. Mi pare che la mia vita sia destinata a svolgersi alla luce irradiante del tabernacolo, e nel Cuore di Gesù debba trovare come la soluzione di tutte le mie difficoltà. Mi pare che sarei pronto a dare il mio sangue per il trionfo del Sacro Cuore. Il mio desiderio più ardente è di poter fare qualche cosa per quel caro oggetto di amore. A volte il pensiero della mia superbia, del mio amor proprio incredibile, della mia grande miseria, mi atterrisce, mi sgomenta, e perdo il coraggio; trovo subito argomento di conforto però in quelle parole che Gesù disse alla beata Margherita: Io ho scelto te a rivelare le .meraviglie del mio Cuore perché sei un abisso di ignoranza e di miseria. Ah, io voglio servire il Sacro Cuore di Gesù, oggi e sempre! Voglio che la mia devozione ad esso, ascoso nel Sacramento d'amore, sia il termometro di tutto il mio progresso spirituale. La somma delle mie risoluzioni di questi santi Esercizi consiste nel voler fare tutto ciò che son venuto notando sino a questo punto, in unione intima col Sacro Cuore di Gesù sacramentato. 419. Così, il pensiero della presenza di Dio e dello spirito di adorazione, in ogni mio atto avrà per termine immediato Gesù, Dio ed uomo, realmente presente nella santissima Eucaristia. Lo spirito di sacrificio, di umiliazione, di disprezzo di tutto me stesso agli occhi del mondo, sarà illuminato, sostenuto, confortato dal continuo pensiero di Gesù umiliato, avvilito nel Ss. Sacramento. 420. Mi sarà dolce abbassarmi e confondermi, unitamente al Cuore divino, così oltraggiato dagli uomini; e quando il mondo non avrà per me che noncuranza e disprezzo, la mia più grande gioia sarà il cercare e trovare conforto solaiììente in quel Cuore che è la fonte di tutte le consolazioni. Richiamo l'attenzione della mia mente e volontà sopra due pratiche specialmente della vita quotidiana: la santa comunione e la visita vespertina, senza dire delle continue aspirazioni colle quali mi sforzerò abitualmente di saettare il Cuore del Verbo, come faceva san Luigi. Mi faccio una legge di non darmi pace, finché non mi potrò dire veramente annientato nel Cuore di Gesù. O Cuore divino, io non so far altro che promettere, e mostrare così l'affetto che oggi mi par di sentire per voi, con una grande trepidazione però intorno al mantenimento dei miei propositi. Deh, non permettete che un giorno, rivedendo questi miei pensieri, legga in essi la mia condanna! 421. 15. In questi santi Esercizi il buon Dio mi ha aperto un po' di più il velo delle mie miserie, della mia superbia, e comunicato certi impulsi potentissimi ad operare efficacemente e radicalmente la mia seria santificazione, mentre lo Spirito Santo, nel sacro ordine del diaconato, si prepara a produrre la soprannaturale santificazione dell'anima mia. Se rinnovassi per iscritto altri proponimenti più dettagliati, non farei che ripetermi, con poco o nessun vantaggio. Presenza di Dio, umiltà, amore ardente verso di Gesù, ecco tutto: «Hoc fac et vives» (Lc 10,28). (Traduzione: fa’ questo e vivrai). 422. Chiudo i miei santi Esercizi ai piedi di Maria Immacolata, come sotto i suoi auspici li ho felicemente cominciati. È questo l'anno della festa, dei trionfi di Maria, e nello stesso tempo l'ultimo dei miei studi teologici, l'anno della mia ordinazione sacerdotale. Quale felice coincidenza per me; il cuore mi si riempie di gioia purissima al solo pensarvi. «Tempus breve est (1Cor 7,29); superest ergo ut paremus nos, redimentes tempus (Ef 5,16), opus bonum instanter operando». (Traduzione: il tempo ormai si è fatto breve; non resta che prepararci, profittando del tempo presente, instancabili nell’operare il bene). O Gesù, o Maria, aiutatemi perché sia questo definitivamente il mio « annus salutis» (Is 63,4). (Traduzione: anno di salvezza).
1904 Anno dell'ordinazione sacerdotale
FESTA DELLA SACRA FAMIGLIA 24 GENNAIO 1904
423. Oggi sono ritornato sulla vita di questo mese decorso, a rivedere le condizioni dell'anima mia. «Pauca et brevia»'. C'è qualche cosa, sì, ma poco assai. In fondo sono sempre peccatore, non mi rinnovo che molto lentamente. L'amor proprio specialmente mi ha dato molto da fare, in ordine al poco felice esito dei miei risultati scolastici. È una vera umiliazione, confessiamolo; nella pratica della vera umiltà, del disprezzo di me stesso, io sono ancora all'abbiccì. È un agitarsi irrequieto verso non so che cosa, è un riempire un sacco senza fondo. Le orazioni, piuttosto affrettate, a sbalzi, senza la calma continuata, la serenità dello spirito. Sono diventato più remissivo nella pratica delle mortificazioni, troppo debole di fronte alle più piccole occasioni; mentre propongo di trafficare ogni briciola di tempo, perdo delle ore senza conchiudere qualche cosa; meno riservato nel ragionare, nell'espandermi e anche un pochetto nel criticare. In genere, c'è bisogno di vita più intensa, vita di virtù, maggior profumo spirituale in tutto, più fiera costanza di carattere e di propositi. 424. Torno al mio lavoro più ammaestrato dalla mia stessa esperienza. Innanzitutto la santa meditazione. Purché stia bene occupato in quel tempo così prezioso, basta; potrò pensare, se il soggetto proposto è poco attrattivo, alla passione di Gesù, alle condizioni dell'anima mia, umiliandomi a pentimento delle mie colpe; (pensare] ad affetti verso di Gesù, a propositi pratici per la giornata. A scuola, mortificazione della lingua, severa e costante: quanti bei fiori, ogni giorno, potrei in tal modo presentare a Gesù. Nel conversare, grande ritegno nel modo e nelle cose che si dicono; guardarsi dal dir male di veruno, anche indirettamente; serbare sempre una certa dignità, non affettata; delicatezza massima poi, ragionando dei superiori; ottima cosa anche guardarsi dall'effondersi in cose appartenenti a me; non vuotare tutto quello che sento dentro e con tutti. 425. Cura estrema nel far tesoro di ogni minuto di tempo da dedicarsi allo studio, lungi da qualunque lettura estranea alle materie. In questo affare voglio essere rigido assai, come se ogni sera dovessi, prima di coricarmi, render conto a Gesù delle cose imparate e del tempo perduto. In generale, unione familiare ed affettuosa col Sacro Cuore, colla Vergine Immacolata, con giaculatorie, pensieri, aspirazioni. Milascerò distrarre meno dall'amor proprio che mi tiene a bada attendendo sempre con tutta l'energia dell'anima a quell'azione che ho tra mano, senza curarmi di altro. «In te, Domine Jesu, speravi» (Sal 31,2). (Traduzione: in te sperai Signore Gesù).
PICCOLI ESERCIZI DELLA SETTIMANA SANTA 28-29-30 MARZO
426. Per non ripetere i soliti lamenti, le stesse cose di tante e tante volte, mi limito a notare il carattere speciale di questi brevi giorni di sacro ritiro. Ormai, quel che è fatto è fatto; del passato non mi resta che la confusione per le mie infedeltà; e la riconoscenza eterna per i singolari favori di cui il buon Dio mi ha riempito. Il giorno benedetto della mia sacerdotale ordinazione si avvicina, ed io ne vengo già pregustando la gioia ineffabile. MIa vigilia di un avvenimento così solenne nella mia vita io sento il dovere di raddoppiare in intensità i miei sforzi, per dispormivi meno indegnamente che per me è possibile, perché la grazia sacramentale si infonde una volta sola: più ne riceve chi più ne è capace. 427. Procurerò dunque di passare questi ultimi mesi in grande raccoglimento di spirito, facendo convergere ogni pensiero, ogni mia azione là dove Gesù mi attende. Richiamo tutti quei cari esercizi di pietà dei miei primi anni di vita clericale, per mantenere sempre fresco, puro, profumato il mio fervore, compiacendomi di ritornare piccolo chierico nell'attendere a quella pietà semplice e industriosa di quegli anni felici. Sarà però mio studio gradito esercitarmi, per quanto le nuove occupazioni me lo permetteranno, in quelle divozioni, per quanto minute, sempre soavi, ai miei dolcissimi santi protettori: ai tre giovanetti: Luigi, Stanislao e Giovanni Berchmans; a san Filippo Neri, san Francesco di Sales, sant'Alfonso de' Liguori, san Tommaso d'Aquino, sant'Ignazi o di Lojola, san Carlo Borromeo, eccetera eccetera.
GESÙ, MARIA, GIUSEPPE 1-10 AGOSTO 1904, NEGLI ESERCIZI SPIRITUALI IN PREPARAZIONE AL PRESBITERATO FATTI NEL RITIRO DEI PADRI PASSIONISTI DI SAN GIOVANNI E PAOLO AL CELIO
428. 1. In questi primi giorni poco ho conchiuso. Il luogo stesso però dove vivo, le persone che mi passano sotto gli occhi, mi eccitano ottimi sentimenti e mi suggeriscono serie riflessioni. Ho meditato specialmente sulla santa indifferenza, alla quale ho pure posto attenzione in altri Esercizi; ma quanto alla pratica sono sempre rimasto a zero. Iddio mi preserva dal cadere in peccati gravi che io commetterei certamente con grande facilità. Protesto anche di voler attendere alla perfezione, ma vorrei di fatto che la via della perfezione venisse tracciata da me e non da Dio. In fondo, tutte le mie paure e i miei turbamenti di quest'anno per gli studi, per il pericolo di un richiamo da Roma, le ragioni anche a cui io tentavo di ricorrere, confermano questo fatto. Altre le parole ed altri i fatti. La mia indifferenza deve essere gran semplicità di spirito, prontezza a qualunque sacrificio, e poca filosofia; preghiera soprattutto e confidenza in Dio. 429. Mi devo guardare, specialmente quando le cose non mi vanno a seconda, dallo sfogarmi con chicchessia, a meno che non fosse con chi dirige il mio spirito o che in qualche modo mi può aiutare. Nel discorrere con altri si perde tutto il merito che mi potea acquistare. La santa letizia poi non mi deve mai abbandonare, perché in qualunque evento «in ipso vivimus, movemur et sumus» (Traduzione: in lui abbiamo la vita, il movimento e l’essere). (At 17,28) e mi devo guardare dal lasciarmi preoccupare da altri pensieri che non cadano sotto l'« age quod agis». Che cosa sarà di me nell'avvenire? Sarò un bravo teologo, un giurista insigne, un parroco di campagna, oppure un semplice povero prete?. Che importa a me di tutto ciò? Devo essere niente di tutto questo ed anche più di questo secondo le disposizioni divine. Il mio Dio è tutto: «Deus meus et omnia ». Tanto e tanto, i miei ideali di ambizione, di bella figura dinnanzi al mondo, ci pensa il buon Gesù a mandarmeli in fumo. 430. Mi devo mettere in tc4a che, siccome Iddio mi vuol bene, così non ci sarà per me nessun disegno in cui c'entri l'ambizione; che mi riesca inutile quindi il perderci la testa. Io sono uno schiavo: non posso muovermi s~nza la volontà del padrone. Iddio conosce i miei talenti, tutto quello che io posso o non posso fare a gloria sua, pel bene della Chiesa, per la salute delle anime. Non è necessario dunque che io gli dia dei consigli nella persona dei suoi rappresentanti, quali sono i miei superiori. 431. Non sembra forse che i santi, se ne studio i primi anni della vita, si siano messi per una via tutta contraria per sé a quella a cui le loro attitudini naturali, le loro splendide qualità parevano doverli portare? Eppure divennero santi e quali santi, riformatori della società, fondatori di ordini insigni! Essi avevano la pratica della santa indifferenza: stavano pronti ad ascoltare la voce di Dio che parlava anche a loro come parla a me; non misuravano il da farsi col loro amor proprio, ma ad occhi chiusi si applicavano con slancio a tutto quello che Dio voleva da loro. Inspice» adunque, caro mio, «inspice et fac secundum exemplar» (ES 25,40) tutto. Il mio voler fare, voler dire è amor proprio bello e buono; seguendo i miei modi di vedere, lavorerò, suderò e poi, e poi... vento, vento. Se voglio essere veramente grande, un gran sacerdote, mi devo spogliare di tutto, come Gesù in croce; e giudicare di tutti gli avvenimenti della vita mia, le disposizioni superiori a mio riguardo, con spirito di fede. Non portiamo, per carità, la critica in questo campo: «Oh! beata simplicitas, o beata simplicitas! ». 432. 2. Torno all'argomento dell'indifferenza, perché in fondo per me è l'osso più duro. Facciamo un po' di esame. In quest'anno le mie mancanze consistevano, in generale, in quella deficienza di fervore per cui non valsero neppure circostanze molto solenni: in particolare, lamento aridità nelle orazioni, in specie nella comunione e meditazione: distrazioni quasi continue ecc.; poca cura nell'esaminare il progresso spirituale ecc., insomma un po' di tiepidezza continuata. Qual ne fu la causa? Per me, credo di non sbagliare dicendo che fu specialmente la mancanza di indifferenza. Primadi tutto, quella voglia matta di studiare, in fondo in fondo con lo scopo di una buona figura all'esame, davanti agli occhi profani del mondo ecclesiastico; poi, il lavoro intellettuale dell'amor proprio, pauroso, sbigottito dalla minaccia di un richiamo che facea tramontare le rosee speranze - concepite in giorni sereni - ottime cose in sé, ma non senza il lato debole, almeno quanto al modo. Iddio, vedendo il mio cuore che incominciava a dividersi, ad agitarsi, mi ha lasciato un po' fare, e quel che sia avvenuto io lo so. Dunque, il passato sia scuola per l'avvenire. Camminiamo non «de die in die » ma di ora in ora. Mi devo lasciar governare da Dio con soavità ed anche con sacrificio di me stesso, per conservare il fervore, la pace del cuore e ottenere un vero progresso spirituale. 433. 3. Lo studio! Quante idee preconcette ho io in questa materia! Ho finito per giudicare come fa il mondo, mi sono lasciato infatuare dalle idee correnti. Lo studio è sempre una gran cosa: il secondo elemento di una vita sacerdotale efficace, ed anche una seconda tavola di salvezza ai tempi nostri. Dio mi guardi dal tenere in poco conto lo studio: guardiamoci però anche dal dare allo studio un valore eccessivo ed assoluto. Lo studio è un occhio, il sinistro; se il destro manca, a che vale un occhio solo, lo studio solo? Che cosa sono io dopo tutto col mio dottorato? niente, un povero ignorante. Che bene potrei arrecare io alla Chiesa con esso solo? Dunque, bisogna riformare un po' la testa intorno al concetto che ho dello studio. Anche qui ci vuole equilibrio, armonia di vedute e di opere. Studiare sì, sempre, senza darmi requie mai; « omnia tamen secundum ordinem, et mensuram. Oportet sapere ad sobrietatem » (Rm 12,3). (Traduzione: tuttavia ogni cosa secondo un ordine ed una misura: bisogna conoscere ma con sobrietà). Dotto io devo essere, ma come san Francesco di Saies. Dopo tutto che cosa sono anche quelle persone che si chiamano brave, che cosa sanno? molto poco: non parlo naturalmente di quelle che sono dotte nel senso stretto della parola. Quanto è sapiente dunque la parola del nostro Santo Padre Pio X ai giovani seminaristi: Figliuoli, studiate, studiate molto; ma siate buoni, molto buoni, per carità. 434. In seguito studierò anche con maggior lena, ma senza voler cambiare il nome alle cose: più che per gli esami, cercherò sempre di studiare per la vita, così che lo studio mi passi in seconda natura. 435. 4. Il laico che mi pulisce la camera, mi serve a tavola, il buon fratel Tommaso, mi fa meditare assai. E adulto piuttosto che giovane, di maniere gentilissime, alto delia persona, avvolto in quel'abito nero lunghissimo, che egli non nomina mai senza chiamar santo. Allegro sempre, non parla che di Dio e dell'amore divino; non alza mai gli occhi in faccia a veruno: in chiesa, davanti al Ss. Sacramento, sta prostrato sul nudo pavimento, immobile come una statua. Venne dalla Spagna sino a Roma per farsi passionista, e vive beato, facendo il servitore di tutti, semplice come una creatura senza ideali attraenti, senza miraggi brillanti, povero frate laico per tutta la vita. Oh, davanti alla virtù di fratel Tommaso io sono davvero niente, io dovrei baciare il lembo del suo saio e mettermi ad ascoltarlo come maestro! Eppure io sono quasi sacerdote, ricolmo di tante grazie! Dov'è il mio spirito di penitenza, di umiltà; la mia modestia, il mio spirito di orazione, la mia vera sapienza? Ah, fra' Tommaso, fra' Tommaso, quante cose m'insegni! Quanti poveri fraticelli laici, quanti sconosciuti religiosi risplenderanno di gloria un giorno, nel regno di Dio! Ed io perché non otterrò altrettanto? O Gesù, infondetemi spirito di penitenza, di sacrificio, di mortificazione. 436. 5. L'ottimo padre direttore mi ha pregato che, durante le ore del passeggio, tenga compagnia ad un giovane protestante che fu accolto per prepararlo all'abiura. Povero giovane, quanto mi fa pena! Egli è buono, ma nei nove anni migliori della sua vita -oggi ne conta diciotto - fu completamente imbevuto dell'istruzione che i protestanti sanno così bene impartire a modo loro. Non c'è pregiudizio contro la Chiesa cattolica che egli non conosca, non c e articolo del corpo dottrinale eretico che egli ignori. Per me la sua compagnia, se mi arreca qualche distrazione, mi fa anche del bene, mentre tocco con mano un altro grave pericolo che patisce la nostra fede in Italia, così insidiata dalle sètte. Ohimè, ohimè, i figli delle tenebre sono più prudenti dei figli della luce (Lc 16,8). Intanto quello che io volevo conchiudere, è l'obbligo gravissimo che io ho di ringraziare Iddio del gran dopo della fede: basta frequentare per poche ore un protestante per intenderne tutta l'importanza. Sempre adunque, «laus eius in ore meo» (Traduzione: la sua lode sempre sulla mia bocca) (Sal 34,2), anche per questo e massimamente per questo. E quanto ai poveri disgraziati che si trovano fuori della Chiesa? Oh, compatirli, poveri figli, pregare assai per loro, e adoperarsi a tutto potere e con gran cuore per la loro conversione! 437. 6. Pensiamo al sacerdozio e pensiamoci seriamente. Mi trovo qui in questo sacro ritiro precisamente per questo fine, «Opus grande est» (Traduzione: l’opera è grande ed estesa) (Ne 4,19), l'atto più solenne della mia vita. Se dall'alto di questo monte, di cui fra pochi giorni toccherò la cima, mi rivolgo indietro sui miei passi... 438. Qui finirono sospese le umili note di quegli Esercizi spirituali: ma qui non finirono le sante impressioni di quei giorni, che furono giorni di benedizione. Alla distanza di otto anni (scrivo nel 1912), ancora mi stanno fisse nella mente: e voglia il Signore che non le dimentichi mai. 439. Soprattutto si venne allora maturando sem~pre più forte nel mio spirito un vivo desiderio, un proposito di completo annientamento di tutto l'essere mio in mano, accanto al Cuore di Gesù, perché spogliandomi di tutto me stesso il mio maestro divino mi avesse più docile ai suoi cenni, più valido strumento a fare del bene, del gran bene nella Chiesa, non in luoghi e in modi che il mio amor proprio preferisse, ma semplicemente, ciecamente, abbandonandomi alla volontà dei superiori. A rendermi più profittevole il ritiro, negli ultimi giorni si aggiunsero alcuni fervorosissimi discorsi che ci faceva uno di quei bravi padri (eravamo circa una decina noi ordinandi, di diversi paesi, e di diversi collegi: v'erano, fra gli altri, un fiorentino alunno del Capranica, un portoghese, don Nicola Turchi, già mio collega nel 1901 al Seminario Romano, un altro chierico di Roma ecc.). Mi giovò assai l'esercizio quotidiano della via Crucis che tutti insieme facevamo su in cappella, la lettura della vita del nuovo beato, Gabriele dell'Addolorata, che facevasi per turno durante i pasti, la funzione della sera nella ricca cappella dove giace il corpo di san Paolo della Croce (era la novena dell'Assunta), l'esempio grande di austerità che quei padri davano. Ricordo ancora l'impressione che provavo ogni notte, allorché essi si alzavano per il mattutino, e il rumore dei passi e del lungo abito nero passava attraverso gli oscuri corridoi. Ma ciò che specialmente assorbiva la mia attenzione, era la solennità delle memorie cristiane in quel luogo venerando. 440. Dalla mia finestra io contemplavo il Colosseo, il Laterano, la via Appia. Dal giardino si scorgeva il Palatino, il Celio con tutti i monumenti cristiani che lo coronano: San Gregorio ecc. Accanto al luogo dove stavo v'era la basilica di san Giovanni e Paolo, dove io scendevo tutte le sere, come dissi, per la novena dell'Assunta. Sotto la basilica, in quel Clivus Scauri, la casa dei martiri; vicino alla mia camera, la camera dove morì san Paolo della Croce. Lì noi ci esercitavamo nel pomeriggio alle prove della santa messa. Tutto insomma mi parlava colassù di santità, di generosità, di sacrificio. Oh, Signore, come ti ringrazio di avermi mandato in quel santo luogo per la mia immediata preparazione al sacerdozio! 441. Nella vigilia di quel beato giorno della mia ordinazione, il buon p. Luigi del Rosario che assisteva gli esercitandi e che mi aveva date molte prove di benevolenza, si compiacque di esaudire un mio desiderio e di accompagnarmi alla visita di alcuni luoghi più venerandi. Mi recai dunque con lui a San Giovanni in Laterano a pregare in quella basilica, a rinnovare il mio atto di fede; poi feci la Scala Santa, di là passai a San Paolo fuori le mura. Che cosa dissi al Signore in quella sera, sulla tomba dell'Apostolo delle genti? «Secretum meum mihi» (Traduzione: il segreto mio è per sempre) (Is 24,16). 442. Spuntò l'alba di quella beatissima festa di san Lorenzo. Il mio vicerettore Spolverini18 mi venne a prendere al convento. Attraversai la città in silenzio. Nella chiesa di Santa Maria in Monte Santo a Piazza del Popolo si compì la indimenticabile cerimonia. Ho ancora innanzi alla mente tutte le circostanze di quell'avvenimento. Consacrante era. E. mgr Ceppetelli vice gerente; amministravano all'altare alcuni alunni del Collegio Capranica. Quando alzai gli occhi, finito tutto, pronunciato il giuramento eterno di fedeltà al mio superiore « Praelato Ordinario», vidi la benedetta immagine della Madonna, a cui, lo confesso, non avevo badato prima, quasi sorridermi dall'altare e infondermi col suo sguardo un senso di dolce tranquillità spirituale, di generosità, di sicurezza, come se mi dicesse che era contenta, così che mi avrebbe protetto sempre, insomma comunicarmi allo spirito un'onda di dolcissima pace che non dimenticherò più. 443. Il buon vicerettore mi ricondusse al seminario, dove non si trovava alcuno, essendo tutti in campagna a Roccanfica. Mio primo dovere fii scrivere subito una lettera al mio vescovo mgr Guindani di felice memoria Gli dicevo in poche parole quello che dissi al Signore ai piedi di mgr Ceppetelli: gli rinnovavo il mio « promitto oboedienfiam et reverentiam ». Quanto sono lieto di ricordare e di rinnovare quella promessa dopo otto anni! Scrissi poi al miei genitori dando parte a loro e a tutta la famiglia delle gioie del mio cuore, invitandoli a ringraziare con me il Signore, e a pregarlo perché mi voglia mantenere fedele. Nel pomeriggio rimasi solo, solo col mio Dio che mi avea tanto esaltato, solo coi miei pensieri, coi miei proposifi, colle mie dolcezze sacerdotali. Uscii. Tutto chiuso col mio Signore, come se Roma fosse deserta, visitai le chiese di maggior devozione, gli altari dei santi che mi erano stati più familiari, le immagini della Madonna. Visite brevissime flirono. Mi pareva quella sera di avere una parola da dire a tutti, e che ciascuno di quei sami ne avesse una da dire a me. Ed in verità era così. 444. Vidi dunque san Filippo, sant' Ignazio, san Giovanni Battista de Rossi, san Luigi, san Giovanni Berchmans, santa Caterina da Siena, san Camillo de' Lellis e parecchi altri2ob. O santi benedetti, che allora rendeste testimonianza al Signore dei miei buoni desideri: chiedetegli ora perdono delle mie debolezze ed aiutatemi a tener sempre accesa nel mio cuore la fiamma di quel giorno indimenticabile. 445. L'indomani ecco di nuovo il caro vicedirettore che mi conduce a San Pietro per celebrarvi la prima messa. Quante cose mi disse quella gran piazza quando l'attraversai! Tante volte ero passato di là sempre commosso: ma quella mattina...; e dentro il tempio maestoso, fra le memorie venerande della storia della Chiesa!... Discesi nella cripta, vicino alla tomba dell'Apostolo. V'era là una corona di amici invitati dal vicerettore. Ricordo mgr Giuseppe Palica, mio professore di morale, poi don Enrico Benedetti , don Pietro Moriconi, don Giuseppe Baldi, don Enrico Fazi, ed altri. Dissi la messa votiva « de Ss. Petro et Paulo». 446. Ah, le consolazioni di quella messa! Mi sovvengo che fra i sentimenti di cui il cuore riboccava questo dominava su tutti, di un grande amore alla Chiesa, alla causa di Cristo, del Papa, di una dedizione totale dell'essere mio a servizio di Gesù e della Chiesa, di un proposito, di un sacro giuramento di fedeltà alla cattedra di San Pietro, di lavoro instancabile per le anime. Ma quel giuramento che riceveva una sua propria consacrazione dal luogo dove io ero, dall'atto che io compivo, dalle circostanze che l'accompagnavano, lo tengo qui vivo ancora e palpitante nel cuore più che la penna non valga a descriverlo. Come dissi al Signore sulla tomba di san Pietro: « Domine, tu omnia nosti, tu scis quia amo te» (Gv 21,17). (Traduzione: Signore, tu sai ogni cosa, tu sai che io ti amo). Uscii di là come trasognato. I pontefici di marmo e di bronzo disposti lungo la basilica pareva mi riguardassero dai loro sepolcri con una significazione nuova in quel dì, come ad infon-dermi coraggio, e grande fiducia. 447. Verso il mezzodi mi attendeva nuova consolazione: la udienza del papa Pio X. Il mio vicerettore me l'ottenne - quanto gli sono grato di tutto ciò che fece per me in quei giorni benedetti! - e mi vi accompagnò. Allorché il Papa giunse a me e il vicerettore mi presentò, egli sorrise, e si chinò ad ascoltarmi. Io gli parlavo in ginocchio: gli dissi che ero lieto di umiliare ai suoi piedi i sentimenti che al mattino avevo deposto durante la prima messa, sulla tomba di san Pietro, e glieli esposi brevemente, così come potei. Il Papa allora, rimanendo sempre chinato e ponendomi la mano sulla testa, quasi parlandomi nell'orecchio, mi disse: «Bene, bene, figliuolo... così mi piace, ed io pregherò il Signore perché specialmente benedica questi suoi buoni propositi ed ella sia davvero sacerdote secondo il cuore di lui. Benedico poi tutte le altre sue intenzioni e tutte le persone che in questi giorni si allieteranno per lei». Mi benedisse e mi diede la mano a baciare. Poi passò innanzi, parlò con altri, credo con un polacco; ma subito, quasi seguendo il corso del suo pensiero, tornò a me, mi chiese quando sarei giunto a casa e dettogli: «per il di dell'Assunta», « Oh, chissà che festa - ripigliò - lassù a quel suo paesello (prima mi aveva domandato qual fosse> e quelle belle campane bergamasche chissà che sonare in quel giorno!...». E proseguì il suo giro sorridendo... 448. Alla sera di quel beato giorno di san Lorenzo fui a Roccantica, la villa del seminario. Venne don Giuseppe Piccirilli a ricevermi alla stazione di Poggio Mirteto. L'ingresso alla villa, vagamente illuminato, fu per me commoventissimo: in cappella quei buoni giovani cantarono un bel «Tu es sacerdos». L'indomani festa lietissima. Tutti si comunicarono. Mgr Bugarini, rettore, mi assistette; il mio buon direttore spirituale, p. Francesco Pitocchi liguorino, al Vangelo disse il discorso... Troppo buono quel padre per me... l'amore gli fece un po' velo... E si protrasse la festa dolcissima per tutto il giorno. 449. Il 13 celebrai la santa messa all'Annunziata di Firenze. Adempivo un obbligo di riconoscenza verso quella cara Madonna a cui prima del servizio militare avevo consacrato la mia purità. Il 14 ero a Milano sulla tomba di san Carlo... Quante cose gli dissi! e come da quel giorno si fece più forte il legame di venerazione e di amore che già mi univa a lui. Il 15, festa dell'Assunta, a Sotto il Monte. Scrivo quel giorno fra i più lieti della mia vita, per me, per i parenti, per i benefattori, per tutti. Perché ho ricordato tutto ciò? Perché anche da questo foglio sorga la voce di eccitamento a mantenermi fedele alle mie promesse, grato al Signore del bene che mi ha fatto; sorga perenne la protesta - quando mancassi di fedeltà - e tutto serva a farmi sacerdote, degno della mia dignità, e non indegno di Gesù a cui solo sia gloria.
IN CAMPAGNA A ROCCANTICA, AUTUNNO 1904
Gli amici di Gesù. 450. Non sapendo decidermi nella scelta di un pensiero, che potessi proporre alla vostra pia riflessione, mi sono dato alla ventura, e aperto quell'aureo libretto a tutti notissimo sino dai primi anni, il De Imitatione Christi, mi venne all'occhio una pagina molto semplice in verità, ma di un candore, di una soavità delicatissima, incomparabile. E il capitolo VIII del libro che incomincia: De familiari amicitia Iesu (IC 2.8). Su questa pagina richiamo l'attenzione di tutti. Mi pare che l'anima serafica del poverello di Assisi e la penna stillante dolcezza di S. Francesco di Sales non avrebbero potuto darci di più. A me, poi, torna di singolare compiacenza ragionare dell'amicizia fami liare e dell'intimità di affetto che lega i nostri cuori a Gesù, mentre ancora mi risuonano qui dentro, come eco lontàna ma soave di una musica celeste, le belle parole che il Salvatore divino, per bocca del vescovo, rivolse a me e a tutti i novelli sacerdoti in quel giorno indimenticabile della mia ordinazione presbiterale: «Iam non dicam vos servos, sed amicos meos» (Gv 15,15). (Traduzione: non vi chiamo più servi, ma amici). Oh! l'amicizia di Gesù! 451. E’ la nostra vita, è il segreto che spiega la nostra esistenza: la vocazione, il sacerdozio, l'apostolato dei giorni futuri. Gesù ci ha chiamati intorno a sé dal silenzio della campagna, dai rumori mondani della città, per rivelarci le tenerezze del suo cuore, avviarci sul cammino della virtù, fare di noi fragili canne del deserto (Ez 17,34), colonne del suo tempio, strumenti validissimi della gioria sua. Non vi ha amor materno che abbia trovato tante finezze, attrattive così sapienti e insinuanti come Gesù ha saputo farsi a noi. E noi, più volte nella nostra vita, ed ora ogni giorno costantemente ci siamo dati a lui: l'amicizia fu conchiusa, cordiale, affettuosissima. 452. E dolce il ripeterlo: noi siamo gli amici di Gesù. C'è dunque in noi, oltre tutto ciò che apparisce del viver nostro, una vita recondita: e quando ne affermo l'esistenza, ne dichiaro la necessi tà per noi ecclesiastici, perché non possiamo essere di Gesù che amici o nemici: una comunicazione intima di santi affetti, un pensiero fisso nella mente, per cui l'anima nostra è sempre rivolta a lui «Con lui va, con lui viene, con lui sta sempre l'innamorata mente, lui solo mira ognor, figura e sente». Così l'esprimeva anch'egli il nostro grande Torquato [Tasso] in quella canzone che incomincia: «Liete piaggie beate ». Più viva si manifesta la nostra amicizia, quando sul mattino Gesu incarna nelle nostre mani che lo toccano tremanti; lo accogliamo dolcemente nel nostro seno; lungo il giorno ci accostiamo a lui più vicini ad effondere nel suo i sentimenti del nostro cuore, nelle nostre occupazioni gli mandiamo i nostri saluti amorosi. 453. L'amicizia di Gesù non fa rumore al di fuori, ma trasparisce presto in una diffusione di soavità e di pace, che traspira da tutta la nostra persona, nel dominio tranquillo e senza scosse delle nostre passioni, in una gentilezza squisita e ad un tempo venusta di tratto, che noi veniamo mano mano acquistando. Io non mi indugierò nel dichiarare gli effetti della nostra familiare amicizia con Gesù: Quando Iesus adest totum bonum est, nec quidquam difficile videtur. Quando vero Iesus non adest, totum durum est. Quando Gesù dentro non parla, ogni consolazione èvile; ma una sola parola di lui ci riempie di gaudio ineffabile. Non si levò tosto la Maddalena dal suo pianto, quando Marta le disse: Il Maestro è qui, e ti chiama (Gv 11,28)? Oh, felice l'ora quando Gesù ci chiama dalle lacrime alla gioia dello spirito, perché egli ètutto per noi, e senza di lui nulla noi siamo e tutto è contro di noi. 454. L'ardore apostolico per cui tante opere grandi potremo compiere un giorno a favore dei nostri fratelli, si viene elaborando in questo santuario segreto della nostra amicizia familiare con Gesù. In lui apprendiamo ad amare tutti gli uomini, come egli li ha ama-ti, affinché tutto il mondo si unisca a noi nell'amare lui solo. Anche la fortezza del martire si attinge a questa fonte: la storia della Chiesa è là ad attestarlo perché, notiamolo bene, quando gratia Dei venit ad hominem, tunc potensfit ad omnia, et quando recedit, tuncpauper et infirmus erit et quasi tantum ad flagella relictus. Teniamo, dunque, cara l'amicizia di Gesù e vediamo di mantenerla sempre ardente tenerissima nel nostro cuore. Magna ars est, dice il pio scrittore dell'Imitazione, scire cuni Iesu conversari, et scire Iesum tenere magna prudentia. E continua - sentite, sentite com'è soave -: Esto humilis et pacificus et erit tecum Iesus. Sis devotus et quietus et manebit tecum Iesus. 455. Pace dello spirito, adunque, quiete serena, umiltà di cuore semplice schietta e Gesù rimarrà con noi, saremo ripieni di gaudio in ogni tribolazione; anche la vita seminaristica che talora ci aggrava l'anima colle sue esigenze, imposte da ragioni sapientissime di disciplina, ci riuscirà dolce e gioconda e il nostro avvenire di degni sacerdoti che porteranno lo spirito di Cristo in ogni ordine sociale e salveranno le anime sarà assicurato. La distrazione dello spirito è il nostro nemico più forte: guardiamocene assai, assai, massime in questi giorni di vacanza in cui le occasioni sono molte. Gesù è un amico quanto buono, altrettando delicato. Se egli si ritira che faremo noi? Che l'idillio amoroso della nostra amicizia familiare con Gesù non si converta in un brutto romanzo. 456. Concludiamo. Humilis etpacificus, devotus et quietus: quattro parole in cui sta tutta la nostra grandezza e felicità. Quando io le ripeto a me stesso, non so come, ma mi torna sempre alla mente la figura serena di san Francesco d'Assisi. Gli è che quel serafico di carità è il vero amico, anzi il tipo perfettissimo degli amici di Gesù. Nelle gloriose stimmate di lui, sigillo del suo amore, dobbiamo ricercare la ragione di tutto quel rivolgimento religioso, di quella riforma generale della Chiesa che fa capo a lui e all'opera sua: il suo Deus meus et omnia è come una parola d'ordine che spiega una delle pagine più belle della nostra storia. Il ritorno annuale della cara festa che s'avvicina, che diffonde tanta pace francescana intorno a noi, sia un richiamo potente che risvegli il nostro fervore nell'amore di Gesù con una custodia maggiore di noi stessi, un'applicazione più devota ai nostri esercizi di pietà, colla quale si alimenta il fuoco del divino amore. 457. In una notte di quel memorabile settembre, in cui si svolsero tanti prodigi lassù sulla sacra Verna, Francesco per uno slancio di straordinaria carità fu rapito in estasi all'altezza dei faggi che coprivano la foresta. Il buon frate Leone, che dormiva là, poco lontano, fu svegliato dalla gran luce abbagliante ond'era illuminata tutta la montagna, corse alla volta del suo beato padre, e attaccandosi a quei casti piedi e stringendoli al seno singhiozzava tenerissimamente e gridava al Signore pietà e misericordia, per i meriti del suo benedetto servo. 458. O frate Leone, frate Leone, anima semplice e purissima, quanto meglio vorremmo star noi in tuo luogo! Stringiamoci in questi giorni intorno alla serafica persona del Santo poverello. Egli si solleva innanzi a noi radiante nella sua luce celeste, oltre i faggi della Verna. Franciscuspauper et humilis dives coelum ingreditur. Per lui, come per l'apostolo Paolo, la vita era Cristo Gesù e la morte fu un guadagno. Tal sia di noi. Attraverso le aridità e le miserie di quaggiù passeremo ai gaudii della gloria dei Santi. Così - è l'autore dell'Imitazione che conchiude il suo capitolo poeticamente -dopo l'inverno segue la primavera, dopo la notte ritorna il giorno, dopo la tempesta, la serenità e la pace.
GESÙ, MARIA, GIUSEPPE 4 NOVEMBRE 1904. PICCOLI ESERCIZI SPIRITUALI DI PRINCIPIO D'ANNO
459. Resta immutato quanto a proponimenti generali tutto ciò che ho scritto nei quattro corsi di Esercizi in preparazione alle sacre ordinazioni. Per mantenere sempre ordinata la mia condotta ed appoggiare il mio progresso spirituale a qualche punto stabile, rendo oggetto delle mie diligenze particolari i propositi seguenti, che ripongo umilmente sotto la protezione e gli auspici di san Carlo Borromeo in questo caro giorno della sua festa. 460. 1. In tutta la mattinata, dal primo svegliarmi sino a qualche tempo dopo la santa messa, mi applicherò 'esclusivamente a pensieri, a cose spirituali: preghiere vocali, sante letture, meditazioni, recita del divino ufficio, ecc. 2. Sarò scrupoloso nell'attendere di proposito e con profitto all'esame particolare che farò cinque minuti prima del mezzodì. 3. Sarà mia somma cura fare la visita quotidiana al Ss. Sacramento con fervore singolarissimo. Al Ss. SacraThento e al Sacro Cuore di Gesù io devo tutto: sarò dunque un' anima innamorata del Ss. Sacramento. 4. Non mi coricherò mai senza aver recitato almeno i tre notturni del giorno seguente. Vada tutto il resto: il breviario deve sempre avere il posto d'onore. 5. Sarò inesorabile nel fare il ritiro mensile almeno dalla sera antecedente sino al mezzodì della prima domenica di ogni mese. 461. 6. Mi atterrò puntualmente a tutte le regole del seminario come fossi uno dei più piccoli alunni, memore sempre che tutta la mia influenza sui giovani, come prefetto, dipenderà interamente dal buon esempio che io darò loro. 7. Rinnovo con maggior forza il proposito di voler usare la massima modestia al passeggio. L'essere sacerdote non mi preserva dalle gravi cadute. Lo studio della modestia serve molto a mantenermi raccolto e a conservare il fervore dello spirito. 8. Cura massima del tempo, in specie dello studio. Prima le materie dell'anno e della scuola, poi, con moderazione, le altre cose. 9. In tutto umiltà, fervore grande di spirito, mitezza e cortesia con tutti, allegria sempre e serenità di mente e di cuore. « Cor Jesu, flagrans amore nostri: infiamma cor nostrum amore tui». (Traduzione: cuore di Gesù, ardente di amore per noi, infiamma il mio cuore di amore per te).
8 DICEMBRE 1904 CINQUANTESIMO ANNIVERSARIO DALLA PROCLAMAZIONE DOGMATICA DELLA CONCEZIONE IMMACOLATA DI MARIA
462. Ricorderò questo giorno fra i più solenni della mia vita. Oggi ho esultato con cuore grande e pieno di gioia purissima nell'assistere ai solenni trionfi di Maria, nella Basilica Vaticana e in tutte le chiese della città. Fu una gara cordiale e amorosa onde tutta Roma volle mostrare, ancora una volta, il suo affetto alla Vergine benedetta. Il gran tempio ripieno di popolo, lo splendore della grandiosa cerimonia, lì, in quel luogo, il più venerato di tutta la terra, lassù dall'alto dell'abside sfavillante in una gloria di luce vivissima, l'immagine di Maria Immacolata, che pareva sorridere al Papa, nella maestà della pompa pontificale, alla corona imponente di cardinali, di vescovi, convenuti in gran numero da ogni punto della terra, di dignitari ecclesiastici e laici, mentre al compiersi dei sacri misteri le armonie di Perosi si diffondevano come voci di cielo per le ampie navate, ascendevano a ricercare echi più degni nell'immensa cupola. Quale spettacolo di fede, quale trionfo per Maria! Non credo che sulla terra si possa immaginare onore più grande e più meraviglioso. A me, confuso fra la folla dei giovani seminaristi di ogni paese, e pur così vicino alla Confessione da poter contemplare quasi tutto lo svolgimento della imponente cerimonia...
1905-1914 Segretario di mgr Radini Tedeschi
1905
463. Partimmo da Roma col direttissimo delle 13.30 in orario ed in orario - cosa prodigiosa! - giungemmo a Napoli alle 18. Alle 19 eravamo già tutti - ossia, tutti no, ché una parte dei nostri l'attendiamo domattina da Genova quivi imbarcatisi su l'Hispania - noi, vo' dire arrivati da Roma, ci trovavamo alle 19 sistemati all'Hòtel Savoia. Albergo splendido, tenuto dal nostro Sommariva, situato sulla incantevole riviera di via Caracciolo. Alle 21 siamo riuniti nel gran salone à manger dell'albergo. Dopo il pranzo ascoltiamo alcuni avvertimenti dati da S. E. Mons. Radini Tedeschi, Vescovo di Bergamo e Direttore del pellegrinaggio, sulla funzione di preparazione di domani mattina da celebrar'In luogo degli Esercizi spirituali, dal 18 settembre al 22 ottobre 1906 il venticinquenne d. Angelo partecipò al iii pellegrinaggio nazionale italiano in Terra Santa, presieduto dal vescovo Radini Tedeschi. Di quell'itinerario restano pagine vibranti di schietta pietà, che riproduciamo integralmente. si al vicino Santuario di Piedigrotta, da dove fin dai tempi antichi i naviganti solevano riunirsi per premunirsi della protezione della Vergine prima d'imbarcarsi pei loro lunghi viaggi. Ce ne andiamo poi a riposare, ché stanchezza e sonno non màncano, ed anche per poterci domattina levare per tempo.
Napoli Piedigrotta, 19 settembre. 464. Il nostro pellegrinaggio è ormai sul punto di partire. Ci siamo veduti tutti stamattina lassù a Piedigrotta, ci siamo contati - più di cento -. Anche i bergamaschi giunti col piroscafo da Genova stanno benissimo: quasi tutti però hanno ieri provato le carezze del mal di mare - l'amico dei nostri viaggi - amico un po' seccatore, veramente, ma buono in fondo, come sono buoni questi monelli napoletani, dai quali è così difficile liberarsi. Gli altri giunti qui ieri sera - e furono i più - ebbero ieri a Roma il grande conforto della benedizione del Santo Padre. La bella funzione di San Pietro, dove mons. nostro Vescovo celebrò la santa messa nella Cappella del Sacramento, ci aveva già preparati al momento così caro sempre dell'udienza del Papa. Monsignore, con quella felicità e genialità di concetti e di espressioni che noi da tempo abbiamo la fortuna di ammirare in lui, ci parlò di Gerusalemme verso cui tendiamo, di Roma donde partiamo: di Gerusalemme, centro delle promesse di Dio, dei misteri della nostra fede, punto di partenza della civiltà cristiana; di Roma, che ne è il punto di arrivo, la Jerusalem sancta, dove le promesse di Gesù alla sua Chiesa hanno trovato il compimento più glorioso, e donde oggi emana tanta luce di verità, di civiltà e di vera vita. Ci ricordò il compito grave di noi pellegrini, che sul sepolcro di Cristo andavamo a portare, soli fatti degni di tanto onore, le preghiere e i voti di tanti nostri fratelli che lasciammo al nostro paese, che ci seguono col cuore, che tanto ci si sono raccomandati. Ebbe un pensiero tenero, soavissimo per il Sommo Pontefice, il dolce Cristo della terra, tanto buono per tutti e così afflitto per le offese che ogni giorno più si fanno alla santa Chiesa. Ci esortò infine alla preghiera per noi, per il Papa, pei nostri cari, per il nostro paese, per tutti. [Disse mgr Radini]:Il Papa ebbe la bontà di riceverci. Come èsempre commovente la vista del Pontefice! Con quel suo sguardo dolce ed amorevole, col suo sorriso, egli incanta, soggioga. Noi gli eravamo tutti intorno in ginocchio; egli ci fece baciare il sacro anello, e, fattici alzare, si congratulò con tutti del pensiero nobilissimo che ci muoveva ai luoghi santi; ci invitò a santificare il nostro pellegrinaggio collo spirito di pietà e di penitenza, pensando a Gesù che quelle zolle benedette di Gerusalemme bagnò del suo sangue e del suo pianto; ci invitò a pregare specialmente per il Papa, per lui - disse - povero Cireneo, affinché il Signore lo aiuti a portare la croce con pazienza e con forza; ci benedisse tutti raccomandandoci all'arcangelo san Raffaele. Accolse quindi i desideri di ciascuno, concedendo benignamente quanto gli si domandava. Stamane a Piedigrotta, si compì la funzione di apertura del pellegrinaggio. Mons. Vescovo rivolse di nuovo la sua parola a tutti, raccomandando lo spirito di fede, di mortificazione e di carità Assistere al miracolo di san Gennaro ci era impossibile, attesa la gran folla, il baccano e la confusione. Dopo il mezzodì ci recammo a baciare la reliquia preziosa ed a visitare il tesoro. Solo chi c'è stato può dire che cosa è Napoli in questo giorno con san Gennaro. 465. Ed ora eccoci a bordo dell'Hispania. Una leggera brezza spira sul mare, ma tutto promette una traversata felicissima. Dopo quattro giorni saremo a Beyruth. Il nostro piroscafo è piccolo, ma capace, elegante e sicuro. Un santo desiderio ci muove. La benedizione del Santo Padre è scesa a confortarci, la Vergine dolcissima di Piedigrotta, stella del mare, ci assiste, le preghiere dei nostri cari ci accompagnano. Da Beyruth scriverò presto e con maggior comodità nuove notizie e più dettagliate, se il mare non mi farà dei brutti scherzi. Intanto partiamo in viam pacis et in nomine Domini. Messina,
20 settembre. 466. Quando ieri salpammo felicemente da Napoli erano le tre ed un quarto del pomeriggio. Il momento dell'imbarco è sempre qualche cosa di attraente, specialmente a Napoli. Saluti di chi parte e di chi resta, vociare di barcaioli e di venditori ambulanti, voci recise di chi tiene il comando della nave, in noi tutti poi un' ansia febbrile d'abbandonarci al mare attraverso il quale avremmo presto raggiunto il paese desiderato del Salvatore, in alcuno qualche preoccupazione per brutti tiri che il liquido elemento avrebbe potuto fare. A salutare monsignor Vescovo erano già venuti mons. Aversa delegato apostolico di Cuba e mons. Carmelo Puija arcivescovo di Santa Severina e amministratore apostolico di Catanzaro; da Roma ci aveva gentilmente accompagnato sino a Napoli mons. Giannuzzi canonico vaticano; e il card. Prisco, arcivescovo di Napoli, fu largo di gentilezze per noi, essendosi compiaciuto a mandare come suo rappresentante il Duca di Santa Severina che con squisita cortesia ci aveva accompagnato alla cattedrale per il bacio del sangue di san Gennaro, e per la visita alla cappella del tesoro veramente meravigliosa. A tutte queste egregie persone vada il nostro saluto riconoscente. 467. Intanto mentre il nostro piccolo piroscafo avanzandosi lentamente di mezzo agli altri maggiori fratelli prendeva il largo e noi guardavamo estatici l'incantevole panorama di Napoli, mons. Vescovo nostro intonò il santo rosario, cui rispondevano tutti i pellegrini in coro. Come era bella, elevata alla nostra Madre celeste, quella preghiera di tutti in faccia al mare immenso, colla vista di Napoli donde non sapevamo staccare lo sguardo, col cuore commosso! La sera è passata molto breve, e la notte anche, quantunque minacciasse un piccolo temporale che passò molto presto. Di buon mattino cominciarono le sante messe a bordo. Altro spettacolo di fede molto singolare. Piccoli tentativi qua e là di mal di mare si quietarono presto. Anche il nostro Direttore, mons. Radini, che in altri viaggi soffrì non poco, sta benissimo, così gli altri eccellentissimi Vescovi i monsignori Spandre e Ramon Ibarra. All'appello fatto a bordo dell'Hispania poco prima di levar le ancore mancò il pellegrino Toscani Antonio di S. Elpidio a Mare di Ascoli Piceno. Gli altri risposero tutti. Da bordo dell'« Hispania».
24 settembre. 468. Da cinque giorni stiamo in mare e stasera, o domattina al più tardi, toccheremo Beyruth. La vita di bordo ha anch'essa le sue attrattive per cui chi viaggia si può rifare delle piccole noie che qualche volta non mancano. Per me, non avvezzo al mare, le attrattive furono molte e bellissime. La vastità immensa del mare sempre solenne, anche quando nell'alto della notte la brezza forte, sbattendo le onde contro le pareti del nostro piccolo piroscafo, ci porta l'eco di lontane e per noi insolite armonie, poi le aure marine, così brillanti nel riflesso delle acque, e i quieti tramonti che ci richiamano ai parenti e agli amici che abbiamo lasciato in Italia: sono spettacoli che commuovono sempre, sollevando lo spirito a Dio. E la vita di famiglia che si fa qui? Siamo più che un centinaio: di tutte le classi sociali, dall' arcivescovo di Los Angeles nel Messico che ha il governo di due milioni di anime, dal principe, dal cavaliere, al povero venditore di libri devoti di una parrocchia del Lodigiano, che dopo tanti sforzi e forse tanti sacrifici sta per vedere compiuto il voto di molti anni, alla buona donna della nostra campagna, felice di poter tornare ai suoi e ripetere le meraviglie del paese di Gesù. E qui non c'è distinzione alcuna, si va a gara nel prestare servizi scambievoli cordialmente. 469. Al mattino appena albeggia in Oriente verso il quale ci porta la piccola nave, si vedono in ogni angolo a prua, a poppa rizzarsi piccoli altari portatili per le sante messe, e attorno a ciascuno di essi gruppi di pellegrini che assistono devotamente. Più tardi, verso le, alla messa di mons. Vescovo tutti convengono e si recita la prima parte del santo rosario. Ieri, domenica, monsignore aggiunse la spiegazione del santo Vangelo, ascoltatissimo, e verso le 10, prima della colazione, mons. Spandre, ausiliare di Torino, il terzo dei nostri illustri Vescovi pellegrini, al Vangelo della messa di mons. Cavezzali, vice presidente del nostro pellegrinaggio, ci rivolse alcune belle e felicissime parole sulla presenza di Dio. 470. Nel pomeriggio mons. nostro Vescovo non volle che mancasse la dottrina, e dopo la solita recita del santo rosario e il pio esercizio della Via Crucis, ci espose alcuni pensieri pratici intorno al modo di ben ricevere i due Sacramenti, della Penitenza e della Eucaristia. Alla sera, dopo il pranzo, l'ottimo mons. Cavezzali, il bravo ing. De Simoni e l'attivissimo sig. Saccani, unitamente al caro avvocato Albertario, ci fanno divertire con una serie di riuscite proiezioni che ci riproducono i luoghi di Terra Santa. Nelle altre ore libere non manca modo di occupare il tempo. Ecco qua i piccoli crocchi dove è frequente la nota allegra. Monsignor Radini raccoglie sempre intorno a sé una parte eletta di sacerdoti e di laici in conversazioni piacevoli ed istruttive: i nostri fotografi, fra tutti implacabile l'ing. Simoni, ci assaltano colle loro terribili Kodak, più in là, alcune signore attendono a piccoli lavori femminili, altri canta, legge o prega; nel piccolo salone del piroscafo trovo il buon amico avv. Molteni di Milano intento a mettere in carta le sue belle divagazioni sul pellegrinaggio che invito a leggere sulle colonne dell'Osservatore Cattolico. 471. Io mi diverto a fare un po' di tutto: a volte mi prendo il piacere di qualche intervista, che è sempre molto interessante, con l'uno o con l'altro, perché abbiamo qui persone di tutte le parti d'Italia e non manca alcuno dell'estero, un chierico irlandese, per esempio, e don Alessandro Arambulo, rettore del seminario di Lima, nel Perù. C'è da imparare qualche cosa da tutti, ed approfitto volentieri della buona occasione. Più spesso attendo anch'io a qualche buona lettura, o sopra coperta o nella cabina quando il caldo non è soffocante. Tengo alcuni libri con me, per lo più sono itinerari, impressioni di viaggio in Palestina, ecc... tutti hanno qualche cosa di buono: il piccolo libro - quattro Vangeli e gli Atti degli Apostoli e le lettere di san Paolo - oh! quanto è più bello di tutti i libri, quanto la sua lettura torna più dolce e più cara al cuore del sacerdote qui su questo mare dove passò e patì più d'una volta naufragio l'Apostolo delle genti nel suo viaggio verso le coste d'Italia, e vicino a quella terra benedetta donde sorse la luce del Vangelo ad illuminare 1 universo. 472. Non mancò l'idea geniale: il giornale di bordo. Si scelsero cinque o sei collaboratori. Mons. Radini li ebbe presto trovati, fissò i singoli temi e scrisse il primo articolo: «Il Santo Padre». In poche ore il giornale era fatto, per mezzo di un buon poligrafo, e distribuito ai pellegrini che lo lessero con piacere. Ho detto delle bellezze della nostra vita di bordo; ma i disagi? Certo non si sta in mare come in casa propria: piccoli disagi non mancano, ma sono piccoli davvero. Il mare ci fu questa volta benigno. Il nostro Direttore Mons. Radini stette benissimo e indisturbato sempre con meraviglia di tutti dopo l'esperienza avuta nei pellegrinaggi precedenti. Lo stesso può dirsi di quasi tutti i pellegrini, che, fatte rare eccezioni, tutti, dico, godono eccellente salute, molta allegria ed ottimo appetito. Così il Signore ci assista sempre!
25 settembre, mattino. 473. Alle due di questa notte l'ilispania è giunta felicemente in vista di Beyruth. Salgo presto sopra coperta: scorgo la città illuminata e dietro ad essa le vette del Libano maestoso, e mando il primo saluto a queste terre d'Oriente. Appena compiute le operazioni di sbarco ci mettemmo in ferrovia sulla via di Damasco. Mons. Vescovo ha già preparato alcuni telegrammi e lettere. Al Santo Padre molto semplice: «Santo Padre. Giunti felicemente abbiamo pregato per voi. Benediteci sempre». Da Damasco, la terra incantata dell'Oriente, manderà nuove notizie.
Dal Carmelo, 28 settembre. 474. Siamo giunti qui sul monte di Maria e alle porte della Palestina. Da Beyruth - dove appena sbarcati visitammo la città, primo saggio orientale, la chiesa dei Maroniti e la magnifica università dei Padri Gesuiti - passammo, attraverso il Libano e l'Antilibano, sino a Damasco, con 10 ore di ferrovia. Fu un viaggio interessantissimo. Damasco è tutto l'Oriente e tutto il mondo mussulmano. L'impressione avutane è ciò che di più originale si possa credere. Tenterà di dirne qualche cosa in seguito. Pochi, ma eloquenti, ho trovato a Damasco i ricordi di san Paolo: la casa di Anania, il vicus rectus (At 9,11), la strada della conversione, le mura donde dimissusfuit in sporta (At 9,25). Di san Giovanni Damasceno si mostra il luogo ove sorgeva l'abitazione. Splendida, per vastità di dimensioni e perfezione di linee, è la moschea maggiore di San Giovanni Battista. E’ un antico tempio cristiano dove tuonò la voce potente del Damasceno. I Turchi oggi venerano le reliquie del santo Precursone di Cristo, che credono di possedere. Da una altura, alle falde dell'Antilibano, il panorama di Damasco è meraviglioso: la grande città orientale ci appare veramente come l'occhio del deserto. Il ritorno per le vie del Sorbano, attraverso i più svariati paesaggi- coloriti da tante facce singolari di Turchi, di Drusi, di Beduini, di Maroniti, di Greci, di Siri, uniti a scismatici, dalle fogge più strane e vivaci - presenta un interesse singolarissimo per noi europei. 475. Da Beyruth, con una notte di mare, siamo giunti stamane ad Haifa e di qui al Carmelo. Haifa ha poco o nulla di interessante. Il Carmelo, invece, rievoca nell' animo di tutti i cristiani ricordi dolcissimi e cari. Qui, la Vergine Santa veneratissima, alle soglie del paese di Gesù' - quasi aurora consurgens (Ct 6,9): qui il luogo santificato dalla presenza di Elia, di Eliseo e dei santi Profeti; e da questo monte benedetto si scorgono paesi e resti di antiche COstruzioni, ricordo dell'epoca dei crociati. Eccellenti sono le condizioni di salute di tutti i pellegrini, da mons. nostro Vescovo all'ultimo di noi. Mentre finisco queste righe, brevi e frettolose, qui nel bel convento dei Padri Carmelitani, sento fuori il vociare dei nostri aunga che ci invitano a prender posto per la via di Nazareth, ove giungeremo stasera all'Ave Maria. A Nazareth ci tratterremo due giorni, passando quindi attraverso i paesi della Galilea, donde spero scrivervi nuovamente.
Nazareth, 29 settembre 476. Il nostro passaggio da Halfa'a Nazareth fu molto felice. Le strade si possono dire tollerabili per noi, molto buone per l'Oriente. Dopo due ore, le nostre carrozze entrano attraverso la bellissima pianura di Esdrelon, a cui si riattaccano tanti ricordi biblici: più in là si scorgono i piccoli monti di Gelboe; a sinistra della collina Jata, la patria di Zebedeo e dei suoi figli gli apostoli Giacomo e Giovanni; ad uno svolto della via, ecco il Tabor bello e solenne nella luce vespertina. La temperatura è più mite di quanto potevamo immaginarci. Di mano in mano che ci avviciniamo al luogo benedetto, i piccoli fanciulli ci corrono incontro dandoci il benvenuto e la buona sera in italiano. I nostri cuori sono commossi: più che di parlare sentiamo il bisogno del raccoglimento e della preghiera sommessa. Ed ecco Nazareth. Quando il panorama sorridente della gentile cittadina ci si presenta dinanzi, suona l'Angelus alla chiesa dell'Annunciazione, e l'angelico saluto pare tremare nell'aria come tremano per tenerezza i nostri cuori. 477. Io non dimenticherò così presto quel momento del nostro arrivo a Nazareth. La brava banda dell'istituto salesiano ci accolse a gran festa davanti alla Casanova dove, come sempre, i figli di san Francesco tenevano pronti i nostri alloggi. Avrà occasione di tornare in seguito sopra l'opera dei nostri Frati Minori in Terra Santa e sull'importanza che essa ha per gli interessi della Chiesa in Oriente e della nostra patria italiana. Noi fummo presto tutti in processione cantando le litanie della Madonna, verso la basilica dell'Annunciazione. Mons. nostro Vescovo intonò subito il santo rosario, aggiunse altre piccole preghiere per tutti. Ma, contro il suo solito, non disse alcuna parola: sotto la mensa dell'altare della cripta dove si compì il grande mistero, noi leggemmo queste parole: Verbum caro hicfactum est: era la più bella predica per il nostro spirito, e bastava per raccoglierci e risvegliarci le più care memorie di nostra santa Religione. 478. Ma al mattino seguente monsignore, al Vangelo della sua messa parlò, e parlò con espressioni commoventi, ricordando a noi gli alti insegnamenti che ne venivano dal mistero dell'Annunciazione, invitandoci a praticarli, a trasfonderli nella nostra vita cristiana. Il resto della giornata passò devotamente nella visita degli altri ricordi che si conservano a Nazareth: la cappella del Tremore sul luogo donde i Giudei volevano precipitare Gesù Cristo dopo di averlo cacciato dalla sinagoga, l'officina di San Giuseppe, la mensa Christi, la fontana detta della Vergine. La vita a Nazareth è dolce e tranquilla. Sembra che Gesù abbia lasciato in questo benedetto paese qualche cosa di quella serenità, di quella pace, di quel soave raccoglimento in cu~gli passò la sua vita di tanti anni. Lo spirito si riposa a Nazareth, la preghiera viene spontanea al labbro. L'esercizio di quelle virtù che ci costano tanto nella vita - l'umiltà, l'obbedienza, il nascondimento, il sacrificio - qui ci diviene naturale e facile. L'anima si sente più buona, perché più vicina al suo Dio. Voglia il Signore che le impressioni di Nazareth si conservino sempre in noi vive ed efficacì.
Cana, 30 settembre. 479. Nazareth è il centro religioso della Galilea dove noi ci troviamo, e il punto di irradiazione del ministero galilaico del Salvatore. I piccoli paesi che stanno da Nazareth al lago di Tiberiade, al confine della pianura di Esdrelon alle falde del piccolo Hermon, o sulla sponda del lago medesimo, i colli, i piccoli piani: ecco i luoghi benedetti, dove Gesù ha insegnato la sua dottrina, ha pronunciato le sue parabole, ha compiuto i miracoli più strepitosi, ha annunciato le promesse più solenni e preziose. Era giusto che noi seguissimo le orme divine di Gesù e le venerassimo. Ed eccoci oggi a Cana, la terra del primo miracolo. Io sono giunto qui sin dal pomeriggio di ieri. Mi ha accompagnato l'ottimo parroco di Cana don Paolo Haneg, uno spagnolo che si trova in Terra Santa da fanciullo. La strada che conduce da Nazareth a Cana è qualche cosa di orribile: per noi in Italia sarebbe appena tollerabile come passaggio campestre. E dire che costa alla povera gente di qui dieci volte più di quel che vale. 480. Ma siamo sotto il Governo turco, non dimentichiamocene mai, e il Governo turco conosce le estorsioni, le ingiustizie incredibili, ma di strade non se ne intende 3. Lungo la via mi viene mostrata, a sinistra, Sephori, il paese di san Gioachino e di sant'Anna e la patria, si dice, della Madonna; più in là, il luogo dove si crede seppellito il profeta Giona. La campagna è brulla e melanconica. Si entra in Cana fra due folte siepi di fichi d'India; incontro qualche persona, sono mussulmani per lo più, scismatici, qualche cattolico. Il cuore si stringe al vedere quelle facce, quegli abiti, al pensiero di quelle povere anime. Cana è piccola, ma la chiesa parrocchiale nuova è bella assai. Alla sera è giunto anche mons. nostro Vescovo col can. Facchinetti, perché a Cana monsignore dovea compiere una cara cerimonia, la consacrazione del nuovo altare maggiore. E la funzione ha avuto luogo stamane di buon ora, ben riuscita. Il buon don Paolo è rimasto consolatissimo, e monsignore e noi tutti siamo lieti che un'iscrizione marmorea ricordi ai pellegrini che verranno qui in avvenire la funzione carissima d'oggi, il nome di Bergamo e del suo Vescovo, proprio in questo luogo dove si compì la prima manifestazione della virtù divina di Cristo, l'initium signorum (Gv 2,11) di san Giovanni, si mostrò la tenerezza di Maria, per noi, e le nozze cristiane vennero misteriosamente santificate. Verso le 7 giunsero da Nazareth tutti gli altri pellegrini e monsignore alla messa ha parlato loro con molta efficacia del mistero di Cana. Visitammo poi la chiesetta costruita sopra la casa di san Bartolomeo, il bonus israelita Nathanael in quo dolus non est (Gv 1,47). Non doveva mancare a Cana una buona refezione per tutti, e non mancò; i buoni frati seppero emulare molto bene il banchetto delle nozze evangeliche. 481. Il breve soggiorno di Cana ha riempito di gaudio singolare il cuore di tutti, e non so perché. Forse perché ci torna spontanea una breve divagazione, pur santa anche questa, del raccoglimento di Nazareth; forse è il presentimento delle nuove e sante gioie spirituali che ci attendono sul lago di Tiberiade. Io parto da Cana, ma non senza lasciar qui un augurio, un voto cordiale. A Cana Gesù ha operato il suo primo miracolo, ha compiuto la prima affermazione della sua divinità. Ma a Cana, su 1300 abitanti circa, i più sono mussulmani, gli altri sono greci scismatici, pochissimi, pochissimi, 50 circa cattolici, e questi, come più o meno tutti i cattolici della Palestina, poco buoni anche essi, niente fervorosi. Faccia il Si~nore che il nuovo altare oggi solennemente consacrato e dedicato al Mysterium initii signorum Jesu chiami intorno a sé tutte queste anime disperse e le raccolga nella unità della fede cattolica, nella pratica fervorosa e costante della vita cristiana.
Tiberiade, 1 ottobre. 482. Tutte le impressioni della fanciullezza provate nella chiesetta del mio paese, quando ascoltavo il racconto evangelico dalle labbra del mio buon parroco, tutte le care, le sante impressioni dell'età più avanzata, quando, durante la mia educazione sacerdotale, venivo leggendo, per mio conforto spirituale, or l'uno or l'altro brano del piccolo libro divino, o sui banchi della scuola, ricostruendo, localizzando nella mia mente fatti ed idee della vita di Gesù, mi tornarono tutte alla mente, quando ieri sera fui in vista di questo incantevole lago di Tiberiade. Il mio spirito, però, che si affacciava alla dolce visione sognata da tanto tempo, era già preparato da preziosi ricordi attraverso i quali la nostra comitiva era passata. Non molto fuori di Cana, infatti, avevamo veduto il campo delle spighe; a destra di nuovo il Tabor solitario e maestoso; più in là le due corna di Hattin ancora sonanti della sconfitta del regno latino in Oriente; in alto, a sinistra, Saphet, città santa, ove è la tomba del profeta Osea, e, crede-si, sia la patria di Tobia; più alto ancora, in faccia a noi, gigante nell'orizzonte vastissimo, il grande Hermon; ai nostri piedi le colline digradanti ove furono Corozain, Betsaida, Magdala. Come non sentire la poesia di tutti questi nomi, il richiamo potente di queste sacre memorie? 483. Quando le nostre carrozze giungevano sopra Tiberiade, il sole tramontava dietro le nostre spalle; anche coloro dei nostri che erano partiti da Cana a cavallo ci avevano raggiunto. Ma alle porte di Tiberiade ci attendeva una sorpresa graditissima ed uno spiacevole incidente. Una sorpresa ci fecero i rappresentanti delle due chiese cattoliche della cittadina - il parroco francescano ed il parroco greco - i quali erano venuti ad incontrare solennemente, con numerosi cattolici, ai quali facevano ala, rispettosi, molti mussulmani, mons. Luigi Spandre, ausiliare dell'arcivescovo di Torino e vescovo titolare di Tiberiade; ed ecco una delle ragioni, forse la principale, della gran festa onde venimmo accolti. E molto difficile descrivere uno di questi ricevimenti orientali. Ma l'incidente spiacevole si fu che all'udire gli spari che quei buoni arabi facevano con molta devozione, e sotto il nostro naso, per farci onore, il cavallo su cui stava don Soldini, canonico del Capitolo Minore di Milano, si impennà fortemente e cadde, travolgendo con sé il povero prete sotto i cavalli della carrozza più vicina. Io vidi mons. nostro Vescovo sparire d'un tratto dalla sua carrozza e tornare poco dopo tenendosi con un braccio il buon don Soldini e sostenendogli coll'altra mano la guancia destra dalla quale usciva sangue in gran copia. Fortunatamente il male si ridusse a poca cosa; e mediante le cure intelligenti del giovine nostro dott. Roncoroni, che chiuse con parecchi punti la ferita, don Soldini guarirà molto presto. Intanto rassicurato l'animo di tutti, entravamo nella chiesetta di Casanova a ringraziare il Signore. 484. La chiesa di Casanova, l'unica chiesa latina di Tiberiade, è veramente piccola, ma essa ricorda uno dei fatti più importanti del Cristianesimo, l'istituzione del primato di san Pietro. Forse non proprio lì dove sorge la chiesetta, ma certo nei dintorni. Gesù disse a san Pietro, dopo aver ascoltato la di lui triplice attestazioned'amore: «Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecore » (Gv 21,15-16). Quel gran fatto ci occupava tutta l'anima, quando, seguendo i tre Vescovi del nostro pellegrinaggio, ci prostravamo davanti al santo altare, e mentre Gesù dall'ostensorio ci benediva, il nostro pensiero e la nostra preghiera erano per il Papa. A Gesù rinnovavamo le nostre promesse forti e generose di attaccamento a quel primato del Pontefice Romano, uniti al quale si gusta la vera vita, mentre lungi da esso, e noi lo tocchiamo con mano in questi giorni, non c e che confusione, ignoranza e miseria grande. 485. Ma se Tiberiade ci attraeva, se ieri sera qui a Casanova ci fu dolce festeggiare mons. Spandre, nostro vescovo diocesano di un giorno, e trattenerci con fraterna letizia più vicini a lui, noi pensavamo sempre al lago, al lago di Gesù, sulle cui onde ci saremmo trovati il mattino seguente. Lungo la notte, nelle nostre camere, poco si riposò: a Tiberiade l'aria è troppo calda e pesante - a più che 200 metri sotto il livello del mare non si potea pretendere di più - per cui alle quattro e mezza del mattino quasi tutti i pellegrini erano in piedi. Il baccano indescrivibile dei barcaioli, tutti giovanotti mussulmani, che ci attendevano da lungo tempo alle loro barche, aveva tolto la voglia di dormire anche ai più stanchi. Ed eccoci nelle loro mani. Siccome però le barche non sono vicine alla riva, avviene qui un'operazione singolare. Due di questi diavoli, che gridano per cento, prendono ciascuno di noi per le gambe e con una disinvoltura e prestezza singolare, ci portano delicatamente nelle barche preparate. Dopo tutto l'operazione non ci è dispiaciuta. 486. La barchetta dove stavo io partì l'ultima, ma essa portava i tre Vescovi del pellegrinaggio e mons. Cavezzali, vice presidente; era dunque la più degna e quindi doveva arrivare la prima. I nostri rematori si misero con impegno per giungere i primi. Ma l'incanto di quel lago e di quel tragitto, la consolazione, il gusto spirituale che io ho provato stamattina passando sopra quelle acque, non li potrà dimenticare mai. Di mano in mano che la nostra barchetta prendeva il largo, i primi crepuscoli mattutini scendevano dai monti a colorire le acque, le case, i colli circostanti; i ricordi più preziosi, le memorie più soavi s'affollavano alla mente, le nostre labbra tacevano, ma il cuore era commosso. Ci parea di vedere Gesù attraversare sulla barca di Pietro questo lago medesimo. Rammentavamo le pescagioni miracolose, la tempesta, l'apparizione del Salvatore; e quando i nostri occhi si sollevavano un poco e guardavamo alla riva, ecco presentarsi avanti a noi ancora ben distinto il colle delle beatitudini, il posto dove Gesù ha moltiplicato il pane e ha saziato le turbe, il locus campestris, il luogo delle principali parabole. Io volevo seguire il passaggio e lo sguardo a tutti questi luoghi venerandi con la lettura dei singoli passi evangelici che ad essi si riferiscono, ma ad un certo punto non lo potei più, il piccolo libro divino mi si chiuse fra le mani, l'anima mia e l'anima di tutti quelli che stavano con me era rimasta sorpresa, inebriata dall'onda dei soavi ricordi che si moltiplicavano. L'ammirazione si era convertita in preghiera, Gesù ci si presentava dinanzi e noi lo vedevamo: tuttoché indegni, gli andavamo incontro sulle acque, e la nostra preghiera era tacita, sì, ma spontanea ed eloquente. O Jesu bone, mi tornavano alla mente le parole del Kempis, lette non so in qual capo: Iesu, splendor eternae gloriae, solamen peregrinantis animae, apud te est os meum sine voce, sed silentium meum loquitur tibi. (Traduzione: o Gesù buono, splendore di eterna gloria, conforto dell’anima pellegrina. Presso di te la mia bocca è senza voce e ti parla il mio silenzio). 487. Intanto la nostra barca aveva già superato le altre, partite prima, e l'alba biancheggiava sulle montagne, sulle colline, sui piccoli piani, sul lago; e quando la nostra barca toccava la riva di Cafarnao, spuntava il sole. Cafarnao ha un posto importante nel Vangelo. Gesù l'ha chiamata la sua città e vi ha fissata la sua dimora durante la vita pubblica. Qui egli ha moltiplicato i miracoli nella sinagoga per i poveri e per i ricchi. Dopo le giornate laboriose, la gente si affollava davanti alla sua porta e i prodigi si ripetevano nella calma della sera. Qui l'emorroissa fu sanata dal solo contatto della veste di Gesù e la piccola figlia di Giairo riebbe la vita; qui Gesù insegnò la sua dottrina sul digiuno, sul sabato, sull'umiltà ecc., e poco dopo la moltiplicazione dei pani, avvenuta a Betsaida, svelò le immense brame del suo amore colla promessa della SS. Eucaristia. 488. Oggi dell'antica grandezza non restano che miserabili rovine che si vanno sapientemente studiando dai buoni Padri Francescani. Cafarnao non ha voluto credere mai, e noi oggi leggiamo ancora sulla terra dov'essa si innalzava superba, le tracce della maledizione di Cristo: Guai a te, o Cafarnao, che sei stata elevata sino al cielo (Mt 11,23). Il ricordo della SS. Eucaristia è il più bello di Cafarnao ed il più interessante per noi. Mons. nostro Vescovo, al Vangelo della sua messa, celebrata all'aperto sotto un pergolato, associò il ricordo della parola di Cristo che noi leggiamo nel capo VI di san Giovanni ai ricordi di Tiberiade intorno al primato e ci fece un discorso bellissimo e pieno di unzione. Tutti i sacerdoti pellegrini ricevettero dalle sue mani la santa Comunione, e fu commovente per tutti il ripetere il Domine, non sum dignus (Mt 8,8), proprio lì dove il Centurione lo disse per la prima volta al Signore. 489. rattenutici ancora alquanto a Cafarnao a visitare le rovine della sinagoga e la casa di Pietro, riprendemmo la via del lago per ritornare a Tiberiade. Così la nostra giornata si può già dire santificata. Nulla più resta a vedere a Tiberiade, in questa povera città, dove gli Ebrei si sono ritirati come in un luogo sacro, dove conservano le memorie più antiche del Talmud che qui venne compilato. Alla colazione in casa dei Padri Francescani, noi moltiplicammo i sensi della nostra simpatia a mons. Spandre, che ha lasciato qui, con le sue elargizioni generose alle due chiese cattoliche della sua diocesi titolare, segni eloquenti del suo buon cuore: salutiamo i nostri pellegrini -sono una trentina - che partono a cavallo per la Samaria e ci raggiungeranno a Gerusalemme e sulle nostre carrozze orientali riprendiamo la via che questa sera ci ricondurrà a Nazareth.
Giaffa, 4 ottobre. 490. La buona volontà di scrivere trova mllle ostacoli da ogni parte. Di mano in mano che io passo attraverso i singoli paesi di questa regione benedetta, vengo segnando sul mio taccuino le cose e le persone che incontro, e le impressioni del mio spirito; ma ormal le cose e le impressioni mi si moltiplicano così che mi è impossibile seguirle. Sono dunque costretto a lasciarle nella penna e ad accontentarmi di rapidi accenni; ma il cuore non le dimentica, e chissà che non venga il tempo di svegliarle e di dar loro un poco di aria. L'altro ieri sono salito sul Tabor. Mons. Vescovo nostro non venne e parecchi dei nostri pellegrini rimasero a Nazareth con lui. Quale attrattiva ha il Tabor, quale suggestione esercita sul nostro spirito! La nostra ascensione al sacro monte fu molto singolare. Ciascuno di noi cavalcà un asinello, e non dico che il viaggio fosse del tutto piacevole; ma la compagnia, si dice, fa buon sangue, e l'allegria non ci mancò. Compimmo la nostra salita da Nazareth in meno di tre ore. Ma quando si è guadagnata, con qualche sudore, la cima, santificata dalla presenza di Gesù, quando si riposa la mente ed il corpo in mezzo alle memorie del gran fatto, veramente è naturale il dire: Bonum est nos hic esse (Mt 17,4). Al Tabor i ricordi storici, archeologici, militari, si succedono incessantemente; ma in mezzo alle rovine della storia, dell'archeologia e dell'arte militare si leva sempre luminoso il gran fatto della Trasfigurazione; la nostra fede ha degli impulsi più potenti al Tabor, e sorge più spontaneo a Cristo il grido delle anime nostre, a lui che al di sopra dei faggi della foresta ha lasciato apparire un raggio della sua divinità: Tu es Christusfilius Dei vivi (Mt 16,16). 491. Ho parlato delle rovine al Tabor, e veramente sono molte e molto interessanti: vecchi rimasugli di costruzioni monastiche e militari domandano un'investigazione più profonda e uno studio più accurato. Anche l'unica cappella che ricorda il mistero del Tabor, è, oltreché piccola, molto povera. Mons. Ibarra, arcivescovo di Los Angeles nel Messico e nostro carissimo pellegrino, lassù, nell'ospizio francescano, al dessert, accennà ad un concorso, di cui egli si farebbe promotore presso tutto il Messico, perché i ricordi del Tabor vengano richiamati all'antico splendore. Benedica il cielo i buoni intendimenti di monsignor Ibarra e li prosperi in Domino. Intanto, tornati alla nostra dolce quiete di Nazareth, era giunto il tempo di lasciare la Galiliea, per accostarci più vicini a Gesù, là dove si compirono i misteri più solenni ed efficaci della sua vita. Ieri infatti abbandonavamo Nazareth lasciandovi però una particella del nostro spirito. Mons. nostro Vescovo al mattino ci aveva parlato, sempre laggiù nella cripta, della vita raccolta di san Giuseppe e di Gesù, derivandone, per la vita pratica di ciascuno di noi, insegnamenti salutari. Poi vennero gli addii a quei luoghi venerandi, i saluti e i ringraziamenti ai bravi Padri Francescani, tanto cortesi con noi, e dopo cinque ore di cammino eravamo di nuovo a Haifa. Il perfido mare di Haifa appena ci permise una felice imbarcazione sulla nostra Hispania che ci doveva portare in poche ore a Giaffa. Ma non mancò un piccolo incidente. Mentre la notte era già alta sul mare e sulla cittadina che si distende alle falde del Carmelo, e il nostro piroscafo stava per partire, non so come, si guasto l'elica, così che era impossibile di muoversi. Fu buona ventura che nelle acque di Haifa stesse ancorato il Sénégal della «Messagérie Francaise». Per il sangue freddo di mons. nostro Vescovo, e la diligenza del nostro ottimo cav. Saccani, si poté in un'ora e mezza operare il completo trasbordo di tutti noi e dei nostri bagagli da un piroscafo all'altro, così che noi stamane alle 6 eravamo tutti felicemente a Giaffa, alle soglie della Giudea. Il panorama di Giaffa è incantevole, visto dal mare: ed io sono corso di buon'ora sopra coperta a contemplano. Ma prima ancora che il panorama di Giaffa, un pensiero mi teneva già desta la mente: san Francesco d'Assisi. Oggi è la sua festa: da un capo all'altro della terra i buoni frati e tutti gli altri sacerdoti cantano le lodi a lui, Francesco, povero ed umile che entra ricco ne' cieli. La sua figura c'incanta sempre, ma l'incontrarci proprio con lui oggi, qui a Giaffa, in questa terra di Palestina, che fu tanto cara al suo cuore, e dove il suo nome è, per l'opera de' suoi figli, così familiare, ci ha fatto molto bene all'anima. Lassù nella chiesa alta dei Frati Minori, tutti i nostri sacerdoti hanno celebrato il santo Sacrificio in suo onore, e mons. nostro Vescovo ha avuto delle parole ispirate ai pellegrini, ricordando san Francesco e i suoi rapporti con le anime nostre. Oh, possa il gran Santo, che quasi per mano oggi ci conduce attraverso i ricordi della Passione di Gesù, farcene sentire gli effetti salutari! 492. Giaffa non presenta un interesse speciale per il turista; ha alcuni discreti giardini, parecchie case all'europea; del resto le solite vie, i soliti tipi orientali. Ma forse gli europei sono qui in maggior numero che altrove. A Giaffa, per noi cristiani d'Occidente, c'è un ricordo prezioso. Qui san Pietro ebbe la celebre visione nella casa di Simone Coriario descrittaci dagli Atti degli Apostoli al capo X. Il regno di Gesù non doveva restringersi solo al popolo ebreo, ma esser predicato a tutte le genti. Qui a Giaffa, l'antica Joppe, la grande idea che si agitava nel petto ardente di Paolo trovava così una sanzione ufficiale. La predicazione evangelica doveva uscire dai confini ristretti della sinagoga,. accostarsi a tutte le genti. Quando Pietro si destò dalla sua visione, due uomini l'attendevano alla porta della casa. Erano i messi del centurione Cornelio venuti per condurlo a Cesarea. Pietro non si fece attendere. Nella casa del soldato pagano annunciò la buona novella, battezzò tutti, et repleta est Spiritu Sancto domus eius tota (cfr. At 10,44-46). 493. Noi non potevamo dimenticarlo questo fatto che segnò la nostra vocazione al Cristianesimo: ed io volli vedere la casetta, la terrazza vicino al mare, dove la visione di Pietro è avvenuta. La casetta corrisponde alle indicazioni evangeliche, ma è molto povera: di più, recentemente venne adibita ad uso di moschea, pur conservandosene la disposizione primitiva. Povera però e profanata essa rimane uno dei più venerandi monumenti della fede cristiana. Ma ormai è il momento di partire e fra poche ore toccheremo il termine del nostro pellegrinaggio: Gerusalemme. Oggi qui a Giaffa, come in tutti gli altri paesi di questo disgraziato impero ottomano, si fa la festa del sultano. Le vie e gli edifici pubblici sono imbandierati, gli agenti consolari si sono recati al palazzo del governatore per i soliti complimenti: anche i rappresentanti di tutte le comunità religiose cattoliche o scismatiche hanno dovuto fare lo stesso, perché qui siamo in oriente, e l'oriente bisogna prenderlo come è. 494. Nella pubblica piazza si fece una funzione civile e religiosa ad un tempo per il sultano: i muezzin dai loro minareti gridavano oggi a squarciagola chiamando alla preghiera. Noi pellegrini poco ci curiamo di tutto ciò: piuttosto, lo dirò francamente, noi preghiamo il Signore che accogliendo tutti nella sua misericordia, voglia spazzare l'Oriente da tutto questo governo mussulmano che incombe su questi popoli come un'ombra tenebrosa di ingiustizie e di barbarie inaudite S. Noi pensiamo a Gerusalemme, alle sante gioie che ci attendono questa sera.
Gerusalemme, 4 ottobre 495. Torno in questo momento dal santo sepolcro dove sono corso cogli altri appena giunto, a portare il primo bacio sul sasso glorioso, il primo saluto, la prima adorazione. Il breve viaggio da Giaffa a qui, con tre ore e mezzo di ferrovia, attraverso il succedersi dei ricordi biblici più interessanti, l'ho già dimenticato quasi completamente. Un solo pensiero mi occupava lo spirito questa sera: il santo sepolcro. Alcuni signori sono venuti ad incontrarci alla stazione, e ad ossequiare monsignore, con una rappresentanza del Consolato italiano. Ho veduto parecchi frati che ci accoglievano come antichi amici; e lungo la strada polverosa gente di tutte le razze e di tutte le nazioni: davanti a me l'aspetto generale della città, maestoso ed imponente. Gerusalemme sta in alto: Ecce nos ascendimus Jerusalem. Appena entrato, accanto alla porta di Giaffa, si apre una bella piazza, quasi pulita, con case intorno a due piani: leggo sopra le porte annunci ed indicazioni in tutte le lingue europee: a destra ed a sinistra palazzi sontuosi, istituti imponenti: è tutta una città con intonazione europea che qui si viene aggiungendo all'antica. Ma nell'antica, nella vera Gerusalemme, ci conviene discendere dalle nostre carrozze perché le strade sono troppo strette come quelle dei nostri paesetti di montagna, selciate allo stesso modo: non c'è almeno pericolo di insudiciarsi o di inciampare nelle pozzanghere come a Beyrut ed a Damasco. Entriamo tutti in Casanova, accolti di nuovo nelle braccia di san Francesco: la porta è piccola, ma la casa è ampia e comoda. 496. In due minuti ci siamo distribuiti nelle nostre belle camere assegnateci, abbiamo deposto i nostri bagagli e compresi da un desiderio, da un pensiero comune, ci troviamo tutti disposti in processione verso il santo sepolcro. Non era quello il nostro ingresso ufficiale - lo faremo domattina - ma al santo sepolcro dovevamo andare stasera tutti, ancorché l'ora fosse tarda e ci sentissimo un po' stanchi. Lungo la via, stretta e tortuosa, che discende sempre, noi tacevamo: ci passavano accanto facce buone di cattolici sorridenti, che ci davano il benvenuto in italiano; sono gli alunni dei nostri Francescani; facce indolenti di mussulmani che poco si curano di Cristo e di Maometto; facce, sostenute, di preti greci - scismatici, s'intende - e quasi tutti passano dritto, fingendo di non accorgersi di noi. 497. La via scende sempre, piega a destra passando sopra una parte del bazar, illuminato questa sera perché è la festa del sultano, e dopo due giri a sinistra, ci mette sulla piazza del santo sepolcro. Attorno a me l'occhio si incontra in tante occasioni di distrarsi: poveri, venditori ambulanti, preti e monaci greci, armeni, copti, dappertutto, in ogni angolo, da ogni finestra. Ma chi pensa a tutti costoro questa sera? La mente, il cuore sono già li sul luogo benedetto, desiderato tanto. Entriamo. I buoni frati ci accolgono di nuovo sulla porta, mentre la guardia turca non si cura di noi. Le prime ombre della notte sono già discese nelle ampie navate del tempio vastissimo e concorrono a raccoglierci e a farci sentire più vivamente la solennità di quell'ora. La luce discreta di otto lampade che ardono sopra la pietra dell'unzione, a pochi passi dalla fonte, non ci trattiene, perché il sepolcro di Gesù non è qui. Un poco ancora, e si mostra, dove la chiesa si apre in una vasta rotonda. Le nostre ginocchia si sono piegate davanti all'edicola santa. Io non ricordo ciò che diceva l'anima mia: l'anima di tutti quei pellegrini che erano con me in quel momento davanti a Gesù trionfatore. I piccoli disagi del viaggio, tante cose strane e singolari che avevamo veduto, che avevano destato la nostra meraviglia in questo Oriente incantato, tutto era svanito dalla nostra mente. 498. Noi eravamo lì colla gioia dei nostri cuori soddisfatti, colla commozione dell'anima davanti al sepolcro del Salvatore, che ci pareva di vedere, di toccare, di abbracciare. Il nostro silenzio non era rotto che dagli ultimi trilli dei passeri bisbiglianti sotto la cupola del santuario e dalla voce forte e penetrante del muezzin mussulmano che dall'alto del minareto prospiciente sulla piazza invitava alla preghiera. Dopo qualche minuto di raccoglimento, di adorazione profonda, mons. nostro Vescovo si alzò, ci disse di non essere quello il momento dei grandi discorsi, ma della preghiera fervida ed amorosa, e ci invitò a raccogliere in un solo tutti i sentimenti che ci avevano spinto e accompagnato lungo il nostro pellegrinaggio per deporlo sulla tomba di Gesù: e le nostre voci si levarono, meno sonore del solito, questa sera, ma tremanti e più espressive, a pregare per noi, per i nostri cari, per il Papa, per la Chiesa, per la nostra patria, e mi parve che all'armonia soave delle anime nostre rispondesse da tutti i punti della basilica, già avvolta nelle ombre notturne, l'eco di tutte le anime che nel corso dei secoli qui sono venute a pregare: anime di apostoli, di cavalieri, di santi: anime intrepide di martiri, che per la difesa del sepolcro di Cristo hanno versato il loro sangue. 499. Poi passammo ad uno ad uno entro l'edicola santa a posare le nostre labbra sul sasso glorioso. Io non ho veduto il monaco greco che stava li ritto nella piccola camera interna aspettando l'obolo dei pellegrini; non saprei dire come sia quella celletta; solo ricordo l'impressione di quel misterioso e tenerissimo primo bacio sul freddo marmo, e la ricorderò sempre finché vivrà. Là dentro si respirava un profumo soave di primavera... anche questo ricordo. Era l'acqua di rose che il prete armeno viene a spargere costantemente sulla pietra benedetta. - Oh Gesù, più profumate dell'acqua di rose del prete armeno, non saranno salite al tuo cuore le voci dell'anima nostra questa sera?
Gerusalemme, il ottobre. 500. Da otto giorni ci troviamo nella santa città, felici delle consolazioni spirituali che questo beato soggiorno ci procura. Dal primo momento in cui venimmo qui e posammo il nostro bacio sul sasso glorioso, sino ad ora, fu un succedersi ininterrotto di sante impressioni dinanzi ai ricordi, ora lieti, ora mesti, del popolo d'Israele, della vita di Gesù, delle prime origini del Cristianesimo, di tutta la vita della Chiesa. Io ho desiderato vivamente sempre di venire a Gerusalemme; ma le impressioni, la gioia, il conforto spirituale che ho provato in questi giorni superano immensamente tutto ciò che io mi poteva attendere. Vorrei trattenermi qui per lungo tempo a vedere, ad ammirare, a studiare, perché Gerusalemme, più la si conosce, migliore è l'interesse che desta; il fascino che questa città esercita è potentissimo, irresistibile. Dalle prime ore del mattino alle tarde ore della sera, noi siamo in un movimento continuo, per visitare i singoli luoghi venerandi: il santo sepolcro, la via dolorosa e la valle di Ghion e quella di Giosaphat, il Getsemani e l'Oliveto e, dentro la città, il Cenacolo, la casa di Caifas e di Erode, poi la moschea d'Omar e dell'El-Aksa e tanti altri monumenti dinanzi ai quali il turista passa freddo e disattento, ma che parlano al cuore del cristiano con una eloquenza che commuove. 501. Da Gerusalemme non sono mancate le escursioni interessantissime a Gerico, al Giordano, al Mar Morto, poi a Betlemme, dove passammo ore di paradiso, a San Giovanni in Montana, ad Emmaus. Abbiamo ricercato tutti i passi di Gesù qui nella Giudea, dove ad ogni tratto ci pareva di sentirne ancora il rumore: e tutti gli atti della vita di lui: le sue parole richiamate qui, dove l'eco non se ne è ancora dileguata del tutto, ci sembrarono più belli, più preziosi. Non lo dissimulo, il nostro spirito venendo qui avrebbe desiderato di trovare qualche cosa di più. Le distruzioni molteplici e le successive ricostruzioni dell'antica città hanno naturalmente sfigurato il suo aspetto primitivo. Niente resta delle costruzioni salomoniche; appena si trova qualche vestigio contemporaneo di Nostro Signore; sotto la polvere accumulata dai secoli l'antica Gerusalemme è scomparsa. Ma Gerusalemme è sempre Gerusalemme, la città santa per eccellenza, prima ancora che Roma si potesse chiamare santa, e nessuna città della terra può sostenere il confronto con lei per le sue memorie, per i suoi monumenti religiosi, per la luce che da essa si irradia. 502. Prima di Cristo, il centro del mondo era qui, dopo di lui il centro venne spostato, ma tutti i popoli e tutte le nazioni tornarono qui a venerare l'antica madre. Diceva molto bene uno scrittore moderno: «Ai cristiani ed ai giudei che cosa dice la Mecca? Nulla. Roma che dice ai mussulmani, ed, aggiungo io, ai giudei? Nulla. Ma giudei, cristiani o mussulmani venerano Gerusalemme: ottocento milioni di uomini la conoscono e la circondano d'una santa riverenza». E se l'oro ottimo della figlia di Sion è scolorito, le memorie della sua grandezza vivono ancora qui, palpitano ancora anche in mezzo alla polvere delle rovine, ogni pietra ce le viene raccontando, e una copia innumerevole di santuari le custodisce religiosamente. E il tenere sempre il nostro spirito come immerso in questa onda di sacre memorie, l'ascoltare queste voci che dalle pietre ci venivano, dalle vie, dai monumenti, dai santuari, ecco la nostra vita beatissima di questi giorni. 503. Non solo per vedere noi siamo venuti, ma soprattutto per pregare qui. Il pellegrinaggio doveva essere una manifestazione di fede e di pietà, e lo fu, e lo è veramente, di una cosa e dell'altra. Inutile che io ricordi le espressioni della fede e della pietà individuale. E uno spettacolo commovente vedere i nostri pellegrini, so-li, a piccoli gruppi, ricchi signori, professionisti, povere donne, sacerdoti venerandi, passare molto tempo in ginocchio a pregare nei santuari, più spesso al santo sepolcro ed al calvario. Nelle notti passate, alcuno di noi sempre vegliava sulla tomba di Gesù, e tutti i nostri sacerdoti hanno potuto celebrare nel santo sepolcro, alla grotta di Betlemme, al calvario. Ma alle manifestazioni individuali si aggiungono qui quelle più solenni di tutto il pellegrinaggio. Ne ricordo due sole, che riuscirono oltremodo commoventi: il nostro ingresso ufficiale la mattina del 5 al santo sepolcro: le vie di Gerusalemme risuonarono allora dei nostri cantici, mentre il nostro corteo passava rispettato (più rispettato forse che in qualche luogo della nostra Italia), fra una folla di mussulmani, di ebrei, di scismatici di ogni rito e di ogni colore. 504. Un dotto padre Francescano dalla soglia della santa edicola rivolse a tutti noi un discorso molto bello, un saluto felicissimo ai fratelli d'Italia, a nome di tutta la custodia di Terra Santa, ed ebbe per noi delle espressioni che non dimenticheremo così presto. Ma nessuno dei pellegrini potrà dimenticare neppure la risposta, breve e splendida, che mons. nostro Vescovo diede, li, subito, in quel momento così solenne, a nome di tutti, al saluto del bravo padre Francescano. Erano le sue parole espressione di un sentimento di riconoscenza doverosa a tutta l'opera francescana in Terra Santa, opera gloriosa, e più d'una volta veramente eroica, un richiamo indovinatissimo alle gesta dei nostri padri per la difesa del santo sepolcro: un invito ardente ai figli d'Italia che ci indicava il vero modo di mostrare tutto il nostro patriottismo qui sIlì sepolcro di Cristo con l'espressione di quei sentimenti per cui la nostra patria fu gloriosa ed onorata fra le nazioni. Nelle parole ispirate di monsignore, tutti sentirono vibrare la sua anima di cattolico, di vescovo e di italiano. 505. Più imponente ancora riuscì il pontificale di domenica 7 corrente. Davanti alla cappella che racchiude il santo sepolcro venne innalzato un magnifico altare d'argento massiccio; di fronte ad esso stava il trono per mons. nostro Vescovo, celebrante; intorno si erano disposti gli altri due Vescovi, e tutti i nostri sacerdoti in cotta. La cerimonia riuscì a meraviglia, alla presenza di una gran folla di persone, fra le quali notammo molti del mondo ecclesiastico di Gerusalemme: sacerdoti del patriarcato, padri assunzionisti, altri religiosi e, va sans dire, monaci dei diversi riti scismatici della città: greci, armeni, copti, giacobiti, ruteni ecc. Combinazione volle che in quel mattino funzionassero nella basilica, e precisamente in contro a noi, i copti. Erano due preti in tutto, con quattro o cinque monelli, ma gridavano per cento, con certe voci da spaventare i morti. La nostra funzione procedeva quietamente: i buoni Padri colla loro schola cantorum eseguivano una bella messa di Haller con molto garbo e buon gusto; ma coloro non tacevano. Quando mons. Vescovo al Vangelo della messa dal trono si volse e prese a parlare, continuavano ancora, e quando tutto fu finito, i copti pareva incominciassero. Fu una vera seccatura, senza dubbio, quel canto che non si poteva far tacere, li nella basilica del santo sepolcro, in nome di alcuna legge, perché quel luogo, il più venerando della cristianità, è di tutti e di nessuno, ma come contorno della scena, non fu gran male che ci fosse. 506. Mons. nostro Vescovo intanto spiegava il Vangelo, il bellissimo Vangelo di Pasqua. Il suo discorso, semplice ma ispirato, volte a volte toccava il sublime. Non fu un discorso politico, come disgraziatamente tanti e tanti se ne sono fatti li su quel santo sepolcro, con un senso di inopportunità che appena si può spiegare e con una inefficacia che è invece spiegabilissima; ma un discorso degno delfe labbra e del cuore di un Vescovo. Un sacerdote venerando che da molto tempo vive a Gerusalemme, ed è francese, diceva che da vent'anni a questa parte non fu pronunciato mai sul santo sepolcro un discorso simile a quello. E quando monsignore, dopo aver posto a paragone lo sbigottimento delle pie donne davanti alla pietra rovesciata, col senso di stupore e di dolore che provano i cristiani venuti qui da lontani paesi dinanzi al disordine, alla confusione di uomini e di cose, di lingue, di riti, di fede che circonda il santo sepolcro, uscì con un invito potente a Cristo trionfatore perché torni nel fulgore della sua gloria sopra la pietra rovesciata, non a disperdere, ma a convertire, e si ripeta qui soprattutto, e tutto l'Oriente torni a ripeterlo, e dalle steppe della Russia, dall'Africa ancora, risponda l'eco dell'unum ovile et unuspastor (Gv 10,16): in quel momento, dico, cantavano ancor più maldestramente i copti. Ma chi più si curava di loro? La voce robusta, la parola infuocata di monsignore si elevava al di sopra delle grida di quei poveri scismatici: gli occhi, i cuori di tutti pendevano dalle labbra del Vescovo commossi, col cuore di lui in unico sentimento, nel voto comune che tutti veramente tornino all'ovile i dissidenti fratelli. E perché il voto di oggi, con il concorso unanime di tutta la cristianità, non potrebbe convertirsi nella realtà di domani? A noi pertanto il raccogliere e il coltivare il voto espresso così mirabilmente da monsignore domenica; a Dio il resto, nella certezza che la parola di Cristo tornerà ad essere vera, e qui a Gerusalemme soprattutto: unum ovile et unus
Gerusalemme, 14 ottobre. 507. Oggi, domenica, si parte. Come è doloroso questo distacco per tutti! Ci eravamo avvezzati ormai a questa vita di famiglia, qui a Casanova, coi buoni Padri Francescani, che ci hanno prodigato ogni cura più amorevole. Gerusalemme ci è diventata cara come la patria nostra, e patria nostra lo è realmente, in un senso molto vero. Di più le piccole escursioni a San Giovanni in Montana, al ridente paesello, vera oasi nel deserto, dove nacque il Battista, e ad Emmaus, ove si svolse uno dei fatti più belli, più dolci al cuore cristiano, della vita di Gesù, hanno circondato di mistica poesia questo soggiorno da cui pare che la poesia abbia esulato per sempre. D'altra parte gli esercizi di pietà ai quali ab~amo atteso in questi ultimi giorni, primo fra tutti la Via Crucis, riuscito imponente, così solenne in mezzo alle pubbliche strade di Gerusalemme, dal cortile della caserma turca, dove era il pretorio, sino al santo sepolcro, avevano accostato di più il nostro spirito a quello che èl'anima di Gerusalemme, per noi cristiani, il ricordo lugubre cioè dei dolori di Gesù. Ma la necessità delle cose vuole che questo distacco si faccia, e noi partiamo. 508. Stamane tutti i pellegrini sono corsi di buon'ora al santo sepolcro. Io invece con un amico sono disceso laggiù al Getsemani a celebrare la santa messa, là dove Gesù ha versato il sangue dell'agonia. Ripassai il Cedron e visitai la nuova e splendida basilica di Santo Stefano, presso la quale i Padri Domenicani tengono una scuola di studi biblici molto conosciuta, e più su, verso Porta Nuova, la grandiosa casa di Notre Dame de France dei PP. Assunzionisti, che è uno dei migliori edifici della Gerusalemme nuova. Quando anch'io discesi al santo sepolcro, monsignore aveva appena finito di parlare ai pellegrini raccolti davanti all'altare della Crocifissione mentre nel centro della basilica gli armeni compivano una solenne cerimonia in onore della santa Croce, alla quale assistetti in parte, e del tutto non mi dispiacque. Celebrava in gran pompa il Patriarca armeno: attorno alla santa edicola ardevano più di 800 lampade. Più in là, dentro una stanza umida ed oscura, intorno ad un altare di rozzo legno, cantavano con una nenia lamentevole tre giovani, vestiti con indumenti sacerdotali poverissimi, stracciati, anzi: nel vano della camera una ventina tra uomini e donne stavano accoccolati per terra a qualche modo. Erano i pochi giacobiti di Gerusalemme, una frazione della grande famiglia scismatica dell'Oriente. 509. Ma come mi strinse il cuore al vederli, e come rimasi sconcertato davanti a questo ultimo saggio della confusione e del disordine che circondano la tomba di Colui che venne a portare al mondo la luce e la verità. Compiuta la cerimonia degli armeni, potemmo baciare per l'ultima volta la pietra santa del sepolcro. Oh, l'eloquenza di quell'ultimo saluto e di quell'ultimo bacio! 510. E così il nostro pellegrinaggio si può quasi dire finito: domani toccheremo l'Egitto passando da Alessandria al Cairo - con una gita alle piramidi - ma il vero pellegrinaggio termina qui. Quanti di noi lo ricomincerebbero di nuovo! Per me, il moltiplicare i pellegrinaggi a questa santa città assume ora una importanza straordinaria di cui prima di oggi non avrei saputo farmi un'idea. Il mio taccuino in questi giorni si è venuto riempiendo di appunti, di impressioni, di note, che mi tornerà caro rivedere nelle ore tranquille a casa, a consolazione del mio spirito. I piccoli cenni mandati sul giornale sono proprio nulla di tutto ciò che ho veduto, e che avrei potuto dire, e dire un po' meglio, se la mancanza assoluta di un momento libero non me l'avesse impedito. Intanto noi tornando a casa nostra diremo a tutti le meraviglie di Terra Santa, perché tutti i fratelli vengano qui a gustarle come noi, e, possiamo affermarlo con sicurezza, i vantaggi che dal venire in Terra Santa, in nome di Dio, verranno al nostro spirito e alla vita religiosa e civile del nostro Paese, saranno grandi ed incalcolabili.
Napoli, 22 ottobre. 511. Stamane il nostro pellegrinaggio, sul piroscafo Singapore, è giunto felicemente a Napoli. La salute di tutti è eccellente. Qui inostri pellegrini cominciano a disperdersi. lcuno si trattiene a Napoli, altri proseguono la via di mare verso Genova, altri stasera si recano a Pompei e domani a Montecassino; la maggior parte però di noi si troverà nel pomeriggio di domani a Roma, per l'udienza del Santo Padre.
1907
ESERCIZI DEL 1907 NELLA PIA CASA DELLA SACRA FAMIGLIA A MARTINENGO 1-7 SETTEMBRE
512. Ho potuto finalmente raccogliermi, dopo molto tempo in cui desideravo questi Esercizi. Ho riveduto i vecchi proponimenti e di nuovo provate le antiche impressioni. La mia vita spirituale ha risentito troppo delle vicende di questi miei primi anni di sacerdozio, in cui non ho mai avuto il tempo di pensare seriamente a me stesso. La mia anima fu sempre come divisa in mille piccole preoccupazioni e impegni, cosette anche da nulla, che però non cessarono o non cessano mai. Sento il bisogno di ringraziare Iddio, non solo dell'avermi preservato da gravi colpe, ma delle grazie immense, innumerevoli, dolcissime, ordinarie e straordinarie, di cui non ha cessato e non cessa dal ricolmare il mio spirito. Quante grazie, Dio mio, singolari, ineffabili! Questo solo pensiero basta per eccitarmi a riaccendere il fervore, e a richiamarmi il proposito di una vita sacerdotale proprio santa. O Gesù, io raccolgo il vostro invito: forse è l'ultimo, perché chi sa quali sono i disegni vostri sopra la mia vita! e torno alle vostre braccia, al vostro cuore amoroso. 513. Il mio compito di segretario del Vescovo2 e gli impegni dell'insegnamento, che quest'anno si sono aumentati, caratteriz1 Congregazione della Sacra Famiglia. Religiosi di diritto diocesano (Bergamo). zano tutta la mia vita, vita di grande raccoglimento, di preghiera, di studio. Io sono in una parola tornato seminarista, e come tale voglio vivere. Richiamo tutto ciò che ho segnato sulla carta quando ero a Roma. Sì, ci sono dei pensieri pratici e delle impressioni sempre opportune. Aggiungo poche cose e più pochi propositi, sui quali però tornerà spesso nei miei esami. 514. 1. Le mie occupazioni, in casa e fuori di casa, ininterrotte, insistenti, hanno portato un mezzo disastro nei miei esercizi di pietà. Ogni cosa, dunque, torni al suo posto. Vogljo essere inesorabile su questo punto. Il mattutino con le laudi lo reciterà la sera, sempre; prima della messa un poco di meditazione ad ogni costo, mezz'ora, venti minuti, un quarto d'ora, non potendolo, almeno dieci minuti, ma la meditazione non deve essere omessa proprio mai. Non uscirò mai dalla cappella prima di aver recitato anche le piccole ore. L'orario della mia levata dovrà essere regolato a seconda dei casi, cosicché ci sia il tempo conveniente a tutto. Di regola ordinaria mi alzerà alle cinque e mezzo: anche coricandomi alle undici e mezzo, avrà sei ore di riposo che possono bastare. 515, 2. Anche in questi Esercizi ho sentito impulsi grandi per la devozione al Ss. Sacramento e al Sacro Cuore di Gesù. Questa divozione fu tutto per me: ora che sono sacerdote, devo essere tutto per essa: «Con lui va, con lui vien, con lui sta sempre l'innamorata mente», diceva il Tasso dell'anima innamorata di Dio 3; deve essere questa la mia vita: intorno al Ss. Sacramento. La visita quotidiana non l'ometterà mal, cercando però di tornare spesso da Gesù anche lungo il resto della giornata, fosse anche solo per salutarlo. Devo usare a Gesù quei riguardi che userei ad un amico a cui dovessi fare gli onori di casa. La mia divozione al Ss. Sacramento e al Sacro Cuore deve trasfondersi in tutta la mia vita, nei pensieri, negli affetti, nelle operazioni, così che io non viva che per essa e in essa. Insisto molto sulla mia preparazione e sul ringraziamento alla santa messa. Richiamo anche l'attenzione mia sul ritiro mensile che farò la prima domenica di ogni mese, o nel giorno più vicino ed opportuno, e sull'esame spirituale che farà scrupolosamente dopo il mezzodì, aggiungendolo alla recita del vespro. 516. 3. Uno dei miei difetti principali è di non aver ancora trovato la giusta misura del tempo. Devo trovare il modo di fare molte cose in poco tempo: per questo starò molto attento a non perdere un minuto solo in cose inutili, come chiacchiere senza scopo, ecc. Subito dopo colazione, attenderò agli affari impostimi dal mio uf ficio, come corrispondenza, ecc. Tutto il resto mi rimane per la scuola, alla quale mi preparerò sempre con grande diligenza. I giornali li leggerò nelle ore più stanche, dopo il pranzo, per esempio, e nei passaggi, fra una cosa e l'altra. Ogni giorno, specialmente la sera prima di coricarmi, leggerò qualche buon libro che mi possa giovare allo spirito. 517. 4. Il mio compito di segretario del Vescovo mi impone dei doveri gravi e dei riguardi delicatissimi. Sarà mio studio costante attenermi agli uni e agli altri. Doveri della più alta riverenza verso il Vescovo, sempre: con la mente, col cuore, colle opere, in privato e in pubblico, dell'obbedienza più completa e dell'unità di spirito con lui; doveri del buon esempio e di una condotta veramente sacerdotale in faccia a tutti; doveri di carità e di dolcezza in ogni circostanza; delicatissimi riguardi dovrò usare specialmente con la lingua: parlar poco e bene, soprattutto saper tacere, senza ostentazione però, senza riuscire pesante a veruno, anzi conservando sempre la più grande tranquillità di spirito e serenità con tutti, la massima garbatezza nei modi e nelle parole, cosicché nessuno s'offenda. Seguirò insomma il precetto di san Paolo a Tito: «In omnibus teipsum praebe exemplum bonorum operum» (Traduzione: in tutto mostra te stesso modello di buona condotta) (Tt 2,7), e non mi scorderò mal di quanto mi disse il Santo Padre Pio x quando venni a Bergamo con mgr Vescovo: «Dunque, don Angelo, "fidelis servus et prudens... et prudens"» (Mt 24,45). (Traduzione: servo fedele e prudente… e prudente). Quanto alle osservazioni del mondo, «laetari et benefacere» (Qo 3,12) e lasciar cantare le passere.
1908
NEGLI ESERCIZI SPIRITUALI DEL 1908 A MARTINENGO CON MOR VESCOVO 25-31 OTTOBRE
518. 1. Ringrazio Dio ancora una volta di avermi compatito sin qui, e della nuova grazia di questi santi Esercizi. Il risultato primo è un sentimento profondo della mia miseria stragrande, e la rinnovazione del proposito vecchio di volermi santificare ad ogni costo e incominciando subito, poiché gli anni belli e preziosi passano veloci. 2. Noto ancora in me una mancanza di calma e di tranquillità nelle opere mie, quantunque ciò forse non apparisca esternamente. I molteplici impegni affidatimi finiscono col mettermi la testa e il cuore in visibilio, e non mi permettono di attendere seriamente e completamente a veruna cosa, con grave discapito dello spirito di pietà. Dunque maggior calma, maggior ordine in tutto, e le pratiche di pietà stiano sopra tutto e ad ogni costo. 519. 3. Sento grande bisogno di uno spirito più ardente di preghiera e di unione più intima e confidente col mio Signore, in mezzo alle mie occupazioni. Mi propongo quindi fortemente di attenermi alle mie pratiche di pietà, sino allo scrupolo. Mi alzerò sempre, e senza eccezione, alle cinque e mezza, perché non mi manchi mai il tempo alla meditazione; e dopo cena reciterò sempre il mattutino colle lodi del dì seguente. Immanchevole sarà la visita al Ss. Sacramento, in casa o fuori. Soprattutto insisto sul raccoglimento e sull'attenzione durante la recita del breviario e del santo rosario. In generale sarà mio studio mantenere sempre vivo lo spirito della preghiera, così importante per conservare il fervore dei propositi. 520. 4. in questi giorni il buon Signore si è compiaciuto di farmi penetrare di più il concetto che io mi debbo formare e che devo trasfondere nella vita mia di sacerdote. Io mi debbo considerare sempre nelle mani di Dio come una vittima pronta al sacrificio di me stesso, delle mie idee, delle mie comodità, del mio onore, di tutto quello che ho: per la gloria di Dio, per il mio Vescovo, per il bene della cara diocesi mia: «hostiam puram, viventem, sanctam, Deo placentem» (Rm 12,1). (Traduzione: sacrificio vivente, santo e gradito a Dio). Mi avvezzerò a riflettere sempre all'altissimo significato di queste parole. Così, senza ricorrere a cose straordinarie, troverò modo di mantenermi sempre mortificato, specialmente nel mio amor proprio e nelle mie comodità, di non lamentarmi mai, di non perdere mai la gioia interna del mio spirito, trasfusa anche all'esterno, in tutti gli atti miei. Specialmente penserò a questo mentre celebrerò la santa messa, e mi unirò a Gesù Cristo, sommo sacerdote e vittima divina per tutto il mondo. Che bella cosa lavorare indefessamente, patire in silenzio le piccole amarezze della giornata, senza scompormi mai e conservare sempre fresco e vivo il desiderio di patire di più, per concorrere sempre meglio al vero bene della diocesi, per compiacere il buon maestro Gesù Cristo. 521. 5. Ho riletto le brevi note che ancora mi rimangono su alcuni fascicoletti come ricordo degli Esercizi spirtuali fatti in Roma, quando ero chierico e mi preparavo alle sante ordinazioni. O Signore mio, non fatemi dimenticare i buoni propositi di quei giorni. Io rimango sempre il medesimo, peccatore e sconoscente alle finezze della vostra carità: eppure il desiderio è pur anche sempre quello di lavorare e di santificarmi, per essere presto utile a qualche cosa nella Chiesa. L'esempio dei vostri santi, di cui leggo la vita, mi sprona ad imitarli con coraggio. O Gesù buono, sostenetemi nei buoni propositi, aiutatemi voi.
1909
NEGLI ESERCIZI SPIRITUALI FATTI A MARTINENGO CON MGR VESCOVO DAL 19 AL 25 SETTEMBRE 1909
522. 1. Nulla da aggiungere o da togliere a quanto ho proposto nei due Esercizi precedenti, per quanto riguarda la mia vita di preghiera. E umiliante il dover sempre confessare le proprie negligenze, ma è dovere anzitutto. Seguirò di più il consiglio del mio direttore spirituale2 di recarmi a riposo un po' più presto la sera, per essere puntuale alle cinque e mezza del mattino. Dall'alzarsi all'ora precisa e senza ritardi, dipende il buon avviamento di tutta la giornata. Metterò anche in pratica il buon uso di recitare ordinariamente il divino ufficio in cappella, innanzi al Ss. Sacramento. 2. Più volte in questi Esercizi ho sentito un forte stimolo allo studio della Sacra Scrittura, ed ho già in questi giorni incominciato, con gusto, la lettura delle lettere di san Paolo. Intendo continuare su questo sistema, anche servendomi spesso di un capo della Sacra Scrittura, in specie del Nuovo Testamento, come materia della mia meditazione. Ogni sera poi, prima di coricarmi, leggerò posatamente e devotamente un capitolo dei Libri Santi. 523. 3. Le mie occupazioni, incessanti talora, mi fanno un peso penoso e mi confondono la testa. Ciò non va bene. Devo fare tutte le cose mie con santa sollecitudine, la quale però non pregiudichi in nulla la tranquillità e la calma dello spirito. Arriverò dove arriI Predicatore il p. Cesare Rossi, s.j., nato a Crema nel 1869. verò. Soprattutto sarò attento a non aspettare sino all'ultima ora nel fare le cose principali e a cui sono principalmente tenuto. 4. In questi giorni mi sono deciso ad entrare nella nuova Congregazione diocesana dei Preti del Sacro Cuore, e spero di effettuare presto il mio desiderio. Questo atto non m'impone nulla più di quanto già da tempo io ho promesso al Signore, «di mantenermi, cioè, come un uomo a completa disposizione dei miei superiori, senza far mai nulla che li possa determinare in un senso piuttosto che in un altro, a mio riguardo »; sarà però un eccitamento nuovo e continuo ad adempiere tutti i miei vecchi proponimenti, a santificarmi davvero, e a dar buon esempio anche agli altri sacerdoti, specialmente giovani. L'essere ascritto alla nuova Congregazione, mi servirà a mantenere vivo in me lo spirito della più perfetta umiltà ed obbedienza, e mi terrà più impegnato a non cercare più me stesso in alcun modo, ma sempre la volontà di Dio, espressa in quella del mio Vescovo. Il Signore e la Madonna mi benedicano nel felice proposito. 524. 5. Ancorché non faccia proponimenti speciali, oltre al rinnovare i già fatti per l'addietro, che bastano, uscito da questi santi Esercizi io dovrò dare tutto un nuovo assetto alla mia vita, cosicché io stesso senta nel mio spirito tutti i vantaggi di questa riforma. A tenermi però sempre più presente ai miei proponimenti, e anche perché mi voglio abituare un po' più allo spirito di mortificazione cristiana che mi gioverà anche alla salute del corpo, prometto di attendere in modo speciale a castigarmi nel cibo. Il mangiare un po' meno che non faccia, mi farà bene certo. Dimezzerò quindi le mie porzioni, e ordinariamente berrò poco vino e, questo, misto con acqua. A pensarci su, mi pare di promettere troppo. Spero tuttavia che il Signore mi aluterà a conservarmi fedele al proponimento fatto, e me ne renderà dolce l'esecuzione. 525. 6. Nel prossimo anno si faranno in Lombardia grandi feste per il terzo centenario della canonizzazione di san Carlo Borromeo; ed io ho già cercato di fare qualche cosa per lui, a Bergamo, perché si riesca a mettere in luce i grandi titoli che l'insigne arcivescovo ha alla riconoscenza nostra. Per mio conto, cercherò di rendermi sempre più familiare al pensiero ed al cuore il grande santo, di invocarlo spesso, di imitarlo. Chissà che, con l'aiuto del Signore, riconducendo le anime del clero nostro intorno a san Carlo, non si riesca ad aumentare il fervore per il lavoro apostolico, a maggiore profitto spirituale di tutta la diocesi. L'opera intrapresa mi dovrà costare forse qualche sacrificio: lo farò volentieri ad onore di san Carlo, certo di contribuire così maggiormente ad ottenere lo scopo desiderato.
NEGLI ESERCIZI SPIRITUALI FATTI A MARTINENGO CON MGR VESCOVO DAL 2 ALL'8 OTTOBRE 1910
526. 1. Anno di grazie anche questo che è ormai trascorso. Io però ho fatto poco progresso nella perfezione, e di ciò torno a confondermi e a umiliarmi. Tuttavia non perdo il coraggio. Rileggo parola per parola quanto scrissi e promisi l'anno scorso, e mi rimetto ancora da capo a proporre maggior fedeltà ed esattezza nelle mie pratiche devote; meno distrazione in tante cose; accontentarmi del possibile, e in tutto, un senso sempre più delicato e profondo di umiltà per il mio nulla, e insieme di abituale abbandono in Dio che è e può tutto, e unito al quale solamente anch'io posso riuscire a qualche cosa. Devo pensare che il Signore tiene conto di tutto, anche della parola non detta, dello sguardo mortificato, della giaculatoria, del sospiro quasi impercettibile; far quindi mia massima cura insistere sul mantenermi alla presenza di Dio che mi conforta, mi allieta, m'incoraggia sempre. 527. 2. Gesù benedetto si è compiaciuto darmi, in questi Esercizi, lume speciale per comprendere anche più vivamente la necessità di mantener integro e purissimo il mio «sensus fidei» e il mio «sentire cum Ecclesia » (ES 352-370), facendomi anche apparire, sotto una luce più splendida, la sapienza, l'opportunità e la bellezza dei provvedimenti pontifici intesi a salvaguardare specialmente il clero dall'infezione degli errori moderni (cosiddetti modernistici), che in un modo subdolo e affascinante tentano di demolire i fondamenti della dottrina cattolica. Le dolorose esperienze di quest'anno, osservate qua e colà, le preoccupazioni gravi del Santo Padre, le voci dei sacri pastori, mi fanno persuaso, anche a non voler cercare altro, che questo vento di modernismo spira ben forte e più largamente che a prima vista non sembri; e che è molto facile colpisca in viso e intontisca anche quelli che dapprima si sentono mossi solo dal desiderio di accostare l'antica virtù del cristianesimo ai bisogni moderni. Parecchi, anche buoni, sono caduti nell'equivoco, inconsciamente forse; si sono sentiti portare sui camPi dell'errore. Il peggio è che dalle idee si passa presto allo spirito di indipendenza, di libertà di giudizio, su tutto e su tutti. 528. Ringrazio in ginocchio il Signore che mi abbia mantenuto illeso in mezzo a tanto ribollire ed agitarsi di cervelli e di lingue. Ma l'esperienza altrui, l'essermi preservato finora, sono un monito grave per me a vigilare anche più sulle mie impressioni, pensieri e sentimenti, sulle mie parole, su tutto ciò che in qualunque modo potesse venir compromesso da questo soffio devastatore. Devo ricordare sempre che la Chiesa contiene in sé la giovinezza eterna della verità e di Cristo, che è di tutti i tempi; ma che è la Chiesa che trasforma e salva i popoli e i tempi, non questi quella. Il primo tesoro della mia anima è la fede, la santa fede schietta ed ingenua dei miei genitori e dei miei buoni vecchi. Sarò scrupoloso e austero con me stesso perché in nessun modo la purezza della mia fede patisca danno alcuno. 529. 3. I gravi compiti di professore del seminario, impostimi dai superiori, mi obbligano non solo a pensare a me stesso per la purezza della mia fede, ma a provvedere anche perché da tutto il mio pensiero esposto ai giovani chierici nella scuola, dalle mie parole, dal mio tratto, traspiri tutto quello spirito di intima unione colla Chiesa e col Papa, che li edifichi e di educhi a pensare essi pure così. Perciò sarò delicatissimo in tutte le mie espressioni, badando anche ad infondere negli alunni quello spirito di umiltà e di preghiera negli studi sacri, che rende più forte l'intelletto e più generoso il cuore.
IL MIO VIAGGIO ATTRAVERSO LA SAVOIA E LA SVIZZERA (APPUNTI PER LA MEMORIA)
29 luglio - 12 agosto 1911. 530. Parto da Bergamo il sabato 29 luglio alle 8 accompagnando mgr Vescovo. E con noi mgr Tiberghien. Alle 10 partenza da Milano col diretto del Sempione; buon treno, poca gente in principio: crescono i viaggiatori da Arona, e dalle stazioni sul lago Maggiore sino a Martigny e a S. Maurice; al termine del viaggio di nuovo soli. Percorso molto delizioso, ma caldo. Arona, Lago Maggiore, Domodossola, Sempione, Briga, Martigny, S. Maurice, Bex, Montreux: tutto il giro del Lago Lemano, meraviglioso nell'ora vespertina, poi Losanna, Ginevra. Si arriva là alle 19.22. Ci ricevono alla stazione il prof. Teodoro de la Rive e il conte Grosoli. Nell'automobile fuori ci attende il card. Maffi; si entra tutti con lui, si attraversa Ginevra a gran corsa, e poi la campagna bellissima sino al villaggio di Presinges, soggiorno del prof. De La Rive. Io scendo alla piccola canonica accanto alla chiesetta parrocchiale dove mi riceve il parroco d. Henry Michiel. Monsignore continua sino allo chalet De la Rive vicinissimo. Anch'io salgo subito lassù cogli amici Belvederi e Modena. Si cena tutti insieme con molta letizia, poi una fumatina, molte chiacchiere e quindi riposo: monsignore nello chalet De la Rive, io nella canonica e nel piccolo letto del parroco che mi vi accompagna.
30 luglio - domenica. 531. Monsignore dice la messa nella cappella interna dello chalet, io alla parrocchia. Verso le 8 parto con Belvederi sul trams elettrico che ci conduce da Presinges a Ginevra. Breve viaggio di mezz'ora attraverso la campagna bellissima e ricca di ville. Scendiamo alla cappella degli Italiani, a S. Margherita. Faccio conoscenza col missionario d. Dosio, visito la cappella, la casa, l'ufficio del secretariato, moltiplico le domande, e complimenti a chi arriva. Alle 10 giunge in automobile il card. Maffi, mgr Vescovo e tutti gli altri. La cappella è piena: ricevimento cordiale, ma senza scoppi di entusiasmo; si canta la messa del canonico di Susa; buona musica con ragazze, bellissimo il Credo in gregoriano e contegno edificante. Vi è molto lusso negli abiti dei convenuti uomini e specialmente donne; tutti signori? Dopo la messa discorso del card. Maffi: buono e affettuoso, ma lungo e un po' prolisso. Segue la benedizione col SS.mo; poi fuori scambio di complimenti intorno al cardinale, e partenza in automobile per Carouge dove ci attende il parroco e parecchie persone. In chiesa il cardinale parla ai convenuti di cui non tutti intendono l'italiano; discorsetto breve ma penetrante che il parroco con parola netta e piena di espressione volge in francese, aggiungendo complimenti e pensieri cortesi per Sua Eminenza, il quale poi benedice col SS.mo. 532. Pranzo in casa del parroco; bella casa nuova in cui tutto è disposto con signorile proprietà; assistono alla messa i coadiutori e alcuni altri sacerdoti di Ginevra, d. Dosio e il suo compagno, il prof. sac. Vogt, un missionario nella Cina e altri. Massima cordialità e belle parole del parroco al dessert; segue poi il caffè, lunghe chiacchiere, un gruppo fotografico, e si riparte in automobile scorrendo attraverso la città, e ammirando dal Pont e dal Qual du Mont Blanc il magnifico panorama. Giunti a Presinges si scende alla villa dei cugini del prof. Teodoro De la Rive che ricevono cordialmente. Si visita la bella casa dove furono già ospiti della famiglia il conte Cavour e il prof. Di Broglie; si ammira un grande orologio che appartenne già a Voltaire, e si torna allo chalet del prof. Teodoro per un po' di riposo e per la cena.
31 luglio, lunedì. 533. Giornata a Presinges di riposo. Monsignore dice messa nella cappella De la Rive, io alla parrocchia. A mezzodì pei pranzo giungono alcuni invitati, il superiore generale dei frati del 5. Bernardo, e due buoni parroci dei dintorni di Ginevra con d. Dosio. Nel pomeriggio io mi trattengo a lungo recitando l'ufficio di 5. Ignazio e di 5. Pietro in Vincoli sotto le querce immense del parco. Deliziosa e magnifica solitudine. A sera dopo la cena arriva il canonico Deaga e i cugini De la Rive. Rosario in cappella e poi tutti a riposo.
1 agosto, martedì. 534. Messa di monsignore in cappella, e mia alla parrocchia. Alle ore 8 si parte in automobile, il cardinale, mgr vescovo, il co. Grosoli, il prof. De la Rive, io, per Annecy attraversando la Savoia. Corsa veramente splendida e indimenticabile. Si passa per Annemasse, e attraversando poi il doppio ponte sul Foron si scende sino a La Roche dove 5. Francesco di Sales ha fatto i primi studi, di là al santuario della Benite Fontaine, donde si comprende con un solo sguardo tutta la meravigliosa valle dell'Arve, e le montagne dell'Alto Faucigny. Si tagliano le Alpi a Entremont, uno dei passi più belli e incantevoli formati dalla mano dell'uomo, si giunge a Petit Bernard e poi a Thones dove si visita la parrocchiale, bella all'esterno, ma mal custodita dentro e si procede discendendo sotto la Tournette fino a sboccare in fac~a al lago di Annecy. L'automobile discende sempre rapidamente quasi sino a fior d'acqua; poi per un lungo giro volta al villaggio di Menthon, passa accanto alla chiesa e presso la tomba di Taine, sale per una viuzza fantastica sino al vecchio castello interessantissimo, dove nacque S. Bernardo e donde fuggì, e dove più volte fu ospite mgr Dupanloup. Visitata ogni cosa: la cappella, la biblioteca, le antiche camere, si discende per Tailoires dove si pranza tutti - sono giunti anche Belvederi e Modena - in un corridoio della vecchia abbazia ora albergo; poi Modena, Belvederi ed io prendiamo il battello per Annecy attraversando il piccolo ma incantevole lago, mentre gli altri giungono prima di noi ad Annecy in automobile. 535. La cittadina è già tutta in festa e in movimento. L'attraversiamo sino alla chiesa della Visitazione; Belvederi ed io per la sacrestia passiamo al coro e al presbiterio avvicinandoci così a baciare l'urna di S. Francesco esposta alla venerazione presso la balaustra in cornu evangelii e a fare le nostre piccole devozioni. Usciti di là entriamo al parlatorio delle monache per trovarvi monsignore: non c'è; vi è invece mgr Padovani di Cremona. Andiamo in cerca di rue de la Gare, e di casa Bouchet che è vicina. Monsignore ci chiama dalla finestra. Si sale; vi è la signora coi bambini. Monsignore ha già preso posto. Disposta ogni cosa scendo con Belvederi a visitare la Cattedrale, la parrocchiale di S. Maurizio, e poi, solo, la Galleria, la Gran Visitazione, e la Collegiale di N.D. Mi aggiro un po' a zonzo per la città. Torno alla chiesa della Visitazione dove il card. Maffi termina il canto dei vespri, assisto alla benedizione solenne del SS.mo. Il caldo vi è soffocante. Trovo mgr Padovani che accompagno poi a monsignore, e a visitare la Cattedrale, nonché alla provvista di piccoli oggetti di devozione. Risalgo a casa Bouchet per la cena, e mi ritiro in camera. Notte quasi insonne per il passaggio dei pellegrini che arrivano.
2 agosto, mercoledì. 536. Giorno di trionfo per S. Francesco di Sales e per S. Giovanna di Chantal. Di buonissima ora i pellegrini continuano a passare sotto la mia finestra numerosi, ordinati, lieti, buoni. Verso le 6 il buon signor Bouchet ci accompagna alla Collegiale di N.D. dove monsignore ed io diciamo comodamente la messa. Alle 7 e 10 si esce di nuovo per la gran cerimonia. Il ritrovo dei vescovi è alla sacristia. Vi è anche mgr Tiberghien. Mgr vescovo conversa con diversi prelati francesi di sua conoscenza e viene presentato ad altri con scambio di molte cordialità. Finalmente alle 8 e 15 i vescovi si pongono in ordine ed escono di sacristia, ma solo per fermarsi poi in chiesa alla rinfusa, con molto incomodo loro per ben due ore in multa patientia, attendendo che la interminabile processione passi, e venga il loro turno. Alle 10 e mezzo si rimettono in cammino, attraversando la città tra il rispetto del popolo immenso che fa ala e sta osservando. Al principio della collina i vescovi salgono in apposite carrozze in gruppi di quattro, vestiti così come sono: mozzetta, mitra e pastorale. Con mgr Radini stanno mgr Padovani, mgr Rumeau vescovo di Pamiers e mgr Chesnelong vescovo di Valenza. Io li seguo a piedi con il vicario generale di Autun che accompagna monsignore e i chierichetti (cardinalizi) che si aggrappano alla carrozza. Finalmente dopo un lungo giro, fra la polvere densa e il caldo soffocante siamo in cima. Ultimi ad entrare nel gran padiglione dove furono collocate le casse dei santi siamo i più fortunati perché, vicini all'altare, più riparati dal sole e più esposti al soffio dell'aria. Si assiste al pontificale del card. Maffi, poi si entra al nuovo convento affamati e stanchi. Segue il pranzo dei vescovi nella loro sala: io prendo posto nella sala vicina dei Grands Vicaires; ho di fronte mgr Tiberghien e accanto il facente funzione di secretario di mgr Padovani. Sdigiunati alla meglio e, dopo non breve attesa, nei cortili del nuovo convento, dell'automobile del prof. De la Rive, discendiamo in città. Salgo alla casa Bouchet a prendere le valigie e a ringraziare: si ripassa a riprendere il card. Maffi al suo alloggio e si fila diritto per Presinges, dove si arriva verso le 8 per cenare e riposare.
3 agosto, giovedì. 537. Nel villino De la Rive oggi tutti riposano. Io invece, celebrata la messa di buonissima ora nella parrocchia, parto per Thonon e Allinges. Alla fermata del trams di Presinges incontro parecchi pellegrini che sui carri tornano da Annecy dopo di aver viaggiato tutta la notte. Giungo a Ginevra col trams; alla stazione di Eaux-vives parto col direttissimo Chamonix-Parigi, ma cambio ad Annemasse per prendere il treno di Thonon; lungo il tragitto dormo sino a Thonon. Visito subito la cittadina colla chiesa della Compassione che evoca tanti ricordi di S. Francesco e colla nuova chiesa del dottorato di S. Francesco in esecuzione, nonché la piccola chiesa della Visitazione. Vado a zonzo per la città dove trovo molti segni di rispetto. Noleggio una carrozza e salgo aux Allinges dove bene accolto visito minutamente ogni cosa; contemplo lo splendido panorama sottostante, scendo a Thonon dove faccio colazione all'Hotel Terminus. Parto subito per Annemasse. In treno converso con un italiano trasmigrato; e giunto ad Annemasse a piedi mi riconduco a Presinges visitando sulla strada la chiesa di Villa Legrand. Sono le due pomeridiane. A Presinges sotto la quercia trovo gli amici che prendono il caffè, chiacchierano, fumano. Fra loro mgr Bonomelli invitato a pranzo dal prof. De la Rive. Lo accompagna d. Dosio. Congedandosi mgr Bonomelli, verso le lì tutti si parte tranne Modena, in automobile. Il prof. De la Rive ci accompagna per un lungo giro: a) a Ginevra che attraversiamo largamente e alla cattedrale calvinista di S. Pietro che visitiamo minutamente; b) alla villa di Ferney dove si vedono i ricordi di Voltaire, e, accanto, alla casa di esilio di mgr Mermillod; c) ad una magnifica villa dove troviamo il canonico Desage con Orsenigo di Milano e altri signori; d) alla villa pure splendida del conte di Hassonville ricca di ricordi di Madame di Stael e dell'abate di Broglie. Di lì attraversiamo il lago in un elegante canotto di mgr Bathon che ci accompagna in quell'indimenticabile giro intorno al lago. Scendiamo a Ginevra per riprendere l'automobile che ci riconduce a Presinges per la cena e per il riposo.
4 agosto, venerdì. 538. Di buon'ora, preparate le valigie e salutato il buon curato don Henry Michiel, Belvederi ed io partiamo col treno per Ginevra. Io scendo alla cappella degli Italiani, dove trovo mgr Bonomelli con cui mi trattengo ascoltando per una buona mezz 'ora, insieme al parroco cremonese don Motta già missionario a Ginevra; poi don Dosio che mi accompagna attraverso il bellissimo parco, e mi guida a comperare un orologio, e quindi alla stazione dove nel frattempo sono giunti tutti gli altri. Si scambiano i saluti e i ringraziamenti col prof. De la Rive che lasciamo commossi e partiamo per Friburgo alle ore 10. In treno trovo e mi trattengo con mgr Palica di Roma. Siamo a Friburgo alle 12 e 50. Ci ricevono cortesemente alla stazione i PP. Mandonnet e Fei che in apposite carrozze ci accompagnano all'Albertinum, dove ha luogo subito il pranzo, a cui sono presenti Pichon e il presidente del Cantone di Friburgo con mgr Jacquet. Nel pomeriggio quei due signori ci accompagnano alla scuola di agricoltura di Hauterive-Grangeneuve dove i Padri Maristi ricevono con grande onore: gli alunni danno un trattenimento con canti e indirizzi, a cui risponde in italiano il card. Maffi e volgendo le sue parole in francese mgr Radini. Si visita con ammirazione ogni cosa e dopo un breve dejeuner si parte, trattenendoci a visitare l'abbazia di Hauterive, poi l'officina per l'energia elettrica; si rientra in Friburgo per la via meravigliosa dei due ponti sospesi. A cena all'Albertinum è presente tra gli altri anche il prof. Kirche col quale converso a lungo e un vescovo ungherese. Così la festa di san Domenico si è ben terminata tra i suoi figli. Io ho ascoltato le informazioni raccolte qua e là dalla bocca di padre Fei intorno ad argomenti diversi molto interessanti.
5 agosto, sabato 539. S.E. il card. Maffi e S.E. mgr Radini ospiti con Modena e con me all'Albertinum celebrano la S. messa nella preziosa cappella dei frati. Anche Belvederi fa altrettanto. Dopo la colazione Pichon e il Presidente ci accompagnano ad una lunga visita alla facoltà di scienze dell'Università dove assistiamo a diverse curiose esperienze. Il card. Maffi si interessa molto in questa visita ammirando ogni cosa. Si passa poi alla Stamperia dell'opera di S. Paolo, alla chiesa collegiale di S. Nicola dove ascoltiamo il celebre organo, poi alla nuova biblioteca cantonale: istituzione che sola basta a far onore ad una città. Io approfitto di brevi minuti per visitare la vicina chiesa dove è sepolto il b. Pietro Canisio, e per pregare per pochi istanti. Dopo il pranzo all'Albertinum si parte per Einsiedeln, riconoscenti ai bravi Domenicani che ci hanno lasciato ottima impressione. Tocchiamo Berna senza scctidere; approTittiamo di due ore di aspetto a Lucerna per fare una corsa in città. Presto fatto. Attraversiamo il Quai col lago brillantissimo ma mondano, e passiamo a vedere il Leone di Lucerna, poi le marmitte dei ghiacciai, il labirinto e il caleidoscopio che ci divertono un mondo. Usciti di là non si vede più il cocchiere e si torna quindi alla stazione a piedi in tutta fretta. Si beve una birra perché il caldo è grande e si riparte costeggiando il lago delizioso e seguendo coll'occhio i panorami incantevoli che si succedono sino ad Einsiedeln. Ad Einsiedeln troviamo folla discreta alla stazione dove ci attende il p. Abate Tommaso Bossart col p. Cellerario p. Nicola Smidt. Si sale nelle carrozze dell'Abbazia, si attraversa il borgo dove la molta gente spettatrice si china ricevendo la benedizione. Sono presenti i pellegrini del Baden. L'ingresso nella basilica è solenne. Tutti s'inginocchiano innanzi alla S. Cappella scintillante di ori e di luce. Seguono le buone accoglienze dei monaci. Troviamo il card. arcivescovo di Buenos Aires, e mgr Ralmondo N'etzhammer già monaco di qui ed ora arciv. di Bucarest in Romania, e diversi altri forestieri. A sera calata si svolge su per il monte di S. Mairado una processione aux flambeaux pittoresca e interessante anche pei ricordi che desta di Lourdes.
6 agosto, domenica. 540. O quam bonum est nos hic esse! Il ricordo della festa odierna della Trasfigurazione di Gesù rievocata in questo luogo di pace mi fa dire così. Al mattino tutti celebriamo la messa dentro la S. Cappella. Più tardi sfila la processione caratteristica della prima di ogni mese per il rosario, a cui anch'io prendo parte seguendo monsignore. Si pranza tutti, tranne Grosoli, al refettorio grande coi monaci; dopo l'Abate ci conduce alla visita del monastero davvero immenso e magnifico. A sera Modena ed io ci troviamo con Grosoli e Belvederi all'Hotel 5. Giorgio dove si commentano lietamente le dolcezze della giornata, e le bellezze del luogo.
7 agosto, lunedì. 541. Messa ancora alla cappella. Nota mesta: alle 10 S.E. il card. Maffi, il conte Grosoli, Modena e Belvederi partono per l'Italia. Monsignore ed io ci rechiamo alla stazione a salutarli. Io mi applico ad una vita di vero riposo e raccoglimento che desideravo da tempo; e tutto qui mi vi richiama. A pranzo chiacchiero con alcuni buoni monaci che mi lasciano eccellente impressione. Alle 3.35 del pomeriggio arriva il card. Rampolla da Roma con mgr Rocchi. Mgr Radini ed io siamo alla stazione ad incontrarlo. Il ricevimento si dispiega molto cordiale ed abbastanza solenne specialmente innanzi alla soglia della basilica che poi si riempie di cittadini e di pellegrini. Sono pellegrini Alsaziani. A sera cena con S.E., e dopo si sale al S. Benedetto con monsignore e con mgr arcivescovo di Bucarest.
8 agosto, martedì. 542. Messa innanzi al piccolo altare del S. Cuore di Gesù, poi ritiro in camera tutta la mattinata, solo, uscendo per piccole commissioni. Verso le li vedo dalla finestra monsignore che torna a piedi dal passeggio col card. Rampolla. Nel pomeriggio seguo il mio raccoglimento e visito minutamente la chiesa. Monsignore esce in carrozza col card. Rampolla e io faccio con p. Leonardo tutto il giro del colle tra i fiori.
9 agosto, mercoledì. 543. E l’8° anniversario della incoronazione di Pio X e il pensiero e la preghiera si volgono a lui. Celebro la messa al piccolo altare: lo Sposalizio di Maria nel coro maggiore. Trovo poi mgr Palica col quale salgo sino al 5. Malrado; a mezza via troviamo il card. Rampolla che scende col p. Abate e con mgr Rocchi: gli cediamo il sedile e ci tratteniamo con lui che si compiace di conversare con noi magnificando la dolcezza dell'aria, del sito, e toccando di molte altre cose. Io pranzo poi coi frati nel refettorio grande. Nel pomeriggio dopo che il cardinale e monsignore sono partiti per il solito passeggio in carrozza, io esco con mgr Palica, visito il cimitero; ci spingiamo nella campagna, saliamo la collina e di-scendiamo a Einsiedeln alle 8; io mi trattengo a casa con mgr Pali-ca all'Hòtel del Pavone, e rientro al monastero per il riposo.
10 agosto, giovedì. 544. Giorno carissimo per me: è il 7° anniversario dalla mia ordinazione sacerdotale, e sono lietissimo di passarlo ad Einsiedeln accanto alla Madonna. Celebro la messa alla cappella miracolosa, dopo quella di monsignore e di mgr Rumeau vescovo di Pamiers, e godo della buona comodità di potermi trattenere un po' a lungo... ricordando e pregando. In mattinata ricevo la visita del parroco Milesi di Valleve che mi racconta delle impressioni della sua corsa fra gli emigrati: cose dolorose. Nel pomeriggio faccio conoscenza col p. Michelotti (Domenico Bortolan) e mi trattengo a lungo con lui. A sera dopo la cena salgo con mgr arcivescovo di Bucarest dietro al convento ad un passeggio delizioso. Chiudo la mia giornata davanti alla S. Cappella sommessamente pregando e facendo le mie confidenze a Maria con le buone donne che bisbigliano laggiù in mezzo alla chiesa.
10 agosto. 545. Questo soggiorno è davvero una delizia. Qui par che risuoni un' eco di cielo. Appena venutovi sentii nel canto delle campane armoniose dolcissime, quasi come il vagar per l'aere delle parole dei discepoli a Gesù: Domine, bonum est nos hic esse (Mt 17,4). Ed ora che la festa della Trasfigurazione è passata, quelle parole mi fioriscono su dal cuore come voce di contento, perché la gioia dello star qui non cessa: Domine, bonum est nos hic esse. Qui tutto induce pace e preghiera.
11 agosto, venerdì. 546. Giornata tranquilla. Messa all'altare di S. Anna. Breve passeggio con mgr Palica su verso S. Mairado. Saluto il caro monsignore che parte. Pranzo coi frati nel gran refettorio in silenzio ascoltando la lettura tedesca che non capisco. Poi parlo con p. Gabriel bibliotecario; più tardi con p. Micheletti tornato a salutare monsignore; ascolto per l'ultima volta il canto della Salve Regina; dopo cena salgo sino al S. Benedetto in compagnia di mgr arcivescovo di Bucarest e ragionando col p. Lorenzo. Dopo le ultime preghiere mi ritrovo in camera. Ad ora tarda giunge da Bergamo un telegramma che mi toglie ogni speranza di essere esentato dal servìzìo militare... Fiat voluntas tua!
12 agosto, sabato. 547. Alle 6 celebro la messa alla Cappella dicendo le ultime confidenze alla Madonna degli Eremiti. Preparo ogni cosa per la partenza non senza mestizia e saluto i buoni padri, la Madonna per l'ultima volta e alle 9.20 del pomeriggio lasciamo Einsiedeln. Per la linea del Gottardo, pure bellissima e ricca di paesaggi incantevoli, alle 10.25 [22.25] siamo a Milano, a mezzanotte a Bergamo. Deo gratias.
NEGLI ESERCIZI SPIRITUALI A MARTINENGO CON MGR VESCOVO DALL'1 AL 7 OTTOBRE 1911
548. 1. Il pensiero del passato mi è sempre argomento di grande conforto e anche di grande confusione. Ormai mi trovo legato, mani e piedi, a servigio di Gesù Cristo e della sua santa causa. Non devo cercar altro, procurando di mantenermi lieto e tranquillo fra le mie occupazioni, senza fretta e senza ritardi, senza chiasso e senza concentramenti esagerati. 549. 2. Propongo, e spero stavolta con frutto maggiore, di mantenermi fedelissimo all'ordine e al raccoglimento nelle mie pratiche di pietà. Ne ho speciale bisogno. Mattutino e laudi la sera dopo cena. Levata alle cinque e trenta, poi meditazione, assistenza alla messa di mgr Vescovo e celebrazione della mia; dopo il ringraziamento, le ore. Una visitina appena tornato dalla scuola, un'altra prima della lezione del pomeriggio; il vespro dopo la breve siesta, e tutto il resto a suo posto. Questi punti devono essere impreteribili: il fervore aggiungerà il di più. Quest'anno mi sono iscritto nell' associazione dei sacerdoti adoratori. Voglio perciò essere fedele alla mia ora. In tutto molta calma, ma pari fedeltà ed esattezza. 550. 3. Richiamo quanto proposi l'anno scorso intorno alla custodia della mia adesione di mente e di cuore colla Chiesa e col Papa. Sant'Alfonso in giorni di confusione e di mestizia diceva: «Volontà del Papa, volontà di Dio». Sarà questo il mio motto e conforme ad esso il mio sentimento. O Signore aiutatemi, non voglio che voi!
NEGLI ESERCIZI SPIRITUALI FATTI A MARTINENGO CON MGR VESCOVO NEI GIORNI 13-19 OTTOBRE 1912
551. 1. Sono presso ad entrare nel mio trentaduesimo anno di vita. Il pensiero al passato mi umilia e mi confonde; il pensiero del presente mi consola perché è ancora tempo di misericordia; il pensiero dell'avvenire mi infonde coraggio nella speranza di poter redimere il tempo perduto. Ma quanto sarà questo avvenire? Forse brevissimo. Ma lungo o breve esso sia, o mio Signore, ancora ve lo dico, è tutto vostro. 2. Non occorre che io cerchi e mi applichi a nuove forme per fare il bene. Vivo nell'ubbidienza, e l'ubbidienza mi ha già sopraccaricato di tante occupazioni che le mie spalle sono vicine a cedere per il peso. Ma questo ed altro sono disposto a portare se piacerà al Signore. Il riposo sarà in cielo. Questi sono gli anni della fatica. Mgr Vescovo mi dà l'esempio di lavorare più di me. Io sarò scrupoloso a non perdere un minuto di tempo mai. 552. 3. E’ umiliante per me, ma è doveroso il richiamo ai proponimenti già fatti di fedeltà assoluta al mio metodo di vita. Levata alle cinque e trenta, poi meditazione, messa di Monsignore, messa mia, ringraziamento, recita delle ore; visite brevi ma frequenti al Ss. Sacramento; vespero dopo la breve siesta del pomeriggio; recita devotissima del rosario; dopo la cena, mattutino e laudi, invariabilmente; e una visita un po' più lunga al Ss. Sacramento; prima di addormentarmi, un po' di lettura spirituale. Questi sono i punti fondamentali: ma essi sono le mie tavole di salute. O Signore, mi riconosco fiacco; aiutatemi voi a tenermi ben stretto a queste pratiche; aiutatemi perché l'anno prossimo non senta il rossore di dovermi confessare infedele. 4. Il dover stare all' orario nei pasti e il dover pensare a tante cose ha fortificato l'abitudine di nulla desiderare che soddisfi la gola. Ciò va bene. Ma devo fare di più. Il mio miserabile corpo ingrassa e diventa pesante; io stesso lo sento, e ciò mi toglie l'agilità materiale che è pur necessaria anch'essa per fare il bene: e poi il corpo deve essere domato costantemente perché non ricalcitri: «castigo corpus meum et in servitutem redigo » (1Cor 9,27). (Traduzione: tratto duramente il mio corpo e lo rendo schiavo). Dunque avrò gran cura a mangiare adagio, non da uomo ingordo, a mangiare un po' meno in generale, a mangiare poi pochissimo la sera. Lo stesso dicasi del bere. È soprattutto nell'uso dei cibi che deve esercitarsi lo spirito di mortificazione. 553. 5. Nella festa di san Carlo p. v., io deporrò nelle mani di mgr Vescovo le promesse speciali che mi faranno Prete del S. Cuore (esterno). Lo confesso: alcune difficoltà hanno cercato quasi di rattiepidirmi nel buon proposito. Ma sono riguardi umani e difficoltà mosse in gran parte dall'amor proprio. Perciò sono lieto di schiacciare tutto sotto i piedi, e di correre generosamente dove Gesù mi chiama e mi ha fatto intendere di volermi. Nulla mi importa dei giudizi del mondo, anche del mondo ecclesiastico. La mia intenzione, il Signore la vede, è retta e pura. Voglio un suggello, anche esterno, al proposito concepito sino dai primi anni della mia vita clericale, di essere tutto e unicamente dell'obbedienza, nelle mani del mio Vescovo, anche nelle piccole cose. La promessa che farò, intendo che sia anche una dichiarazione in faccia alla Chiesa del desiderio che ho di essere annientato, disprezzato, trascurato, per amore di Gesù, per il bene delle anime, di vivere sempre povero e staccato da tutti gli interessi e i beni della terra. 554. Il Signore, in questi giorni, si è degnato di farmi intendere un'altra volta tutta la importanza per me e per i successi del mio ministero sacerdotale, di questo spirito di immolazione a cui voglio d'ora innanzi, ancora più, informare la mia condotta « ut servus, ut vinctus Jesu Christi» (Ef 6,6; 3,1). (Traduzione: come servo, come prigioniero di Cristo Gesù). E tutte le opere a cui, anche nel pr[ossimo] anno, mi verrò applicando, voglio che ricevano, per quel tanto o poco di contributo che io vi recherò, questa impronta: tutto sia fatto per il Signore e nel Signore: molto entusiasmo, ma nessuna preoccupazione per il loro successo maggiore o minore. Io le prenderò fra mano, come se tutto dovesse dipendere da me e come se io non contassi per nulla, senza il più piccolo attacco ad esse, pronto a distruggerle o ad abbandonarle ad un cenno dell'obbedienza. O Gesù benedetto, è molto quello che mi propongo di fare, ed io mi sento debole perché pieno di amor proprio: ma la volontà c'è tutta ed è cordiale: aiutatemi voi, aiutatemi voi. 555. 6. Il senso vivo del mio niente deve maturare e perfezionare in me lo spirito di bontà, di molta bontà, e pazienza e indulgenza cogli altri, nel modo di giudicarli e di trattarli. A poco più di tr'ent'anni, incomincio a sentire un po' di lavoro e di influenza dei nervi. No, no, per carità: quando mi avverranno questi casi, penserò al mio niente, all'obbligo che ho di tutti compatire, di non giudicare male. Ciò gioverà anche alla tranquillità del mio spirito. 7. I ministeri che ho fra le mani, sono assai delicati e pericolosi dovendo, non di rado, trattare con donne. Propongo perciò, di mantenere sempre quel contegno di bontà, di modestia, di gravità che, facendo dimenticare la mia persona, renda la mia opera efficace di bene spirituale. L'esperienza del passato è un incoraggiamento per l'avvenire. Ma anche in ciò, il sentire bassamente di me medesimo, il diffidare, il pensiero sempre levato in alto, il ritorno alle braccia di Gesù appena ho finito il compito mio, saranno un gran preservativo. Guai, se in questa materia, per un istante solo, avessi a presumere di me stesso! 556. 8. Il momento attuale è pieno di pettegolezzi. Sarà mio criterio il tener fermo ai principi di amore, di obbedienza, di devozione al Santo Padre, guardandomi da tutto ciò che li potesse menomare nel mio spirito, ma non mi lascerò distrarre dai pettegolezzi, tanto meno mi indugierò in essi. C'è tanto da fare, e la parola del Santo Padre Pio x, e il campo da lui aperto allo zelo sacerdotale, nell'ora presente, è così vasto, che non vedo perché si debba perder tempo in questioni giornalistiche S. Alieno e superiore a questo, sarà però mio dovere, mio onore, mia gioia parlare sempre bene del Santo Padre e del suo governo, e indurre negli altri quel senso delicato di venerazione e di amore a lui di cui sarò pieno io stesso. Questo farò specialmente coi miei scolari seminaristi. 557. 9. Richiamo poi ancora una volta quanto proposi negli i~ercizi precedenti. Quanto allora scrissi a più riprese, rispecchia ancora i miei bisogni e le condizioni attuali. Del resto procediamo innanzi con fiducia. Vita di pietà nel senso più profondo e teologico della parola: vita di sacrificio. E in mezzo a tutto ciò, letizia, soavità, pace. Il Sacro Cuore di Gesù, la mia cara madre Maria, i miei buoni santi protettori che vedono quanto non so esprimere ma che sento vivamente nel cuore, mi aiutino a mantenermi forte, buono e fedele, e mi benedicano. «Suscipe Domine, servum tuum ut vivam et non confundas me in expectatione mea » (Sal 119,116). (Traduzione: sorreggimi, o Signore, secondo la tua promessa, perchè io viva, e non deludermi nelle mie speranze).
1913
NEGLI ESERCIZI SPIRITUALI FATTI A MARTINENGO CON MGR VESCOVO DAL 19 AL 25 OTTOBRE 1913
558. 1. È la settima volta che mi raccolgo in questo sacro e caro luogo per pensare all'anima mia. Il dovere prepotente che mi si impone è sempre lo stesso: benedire il Signore che continua a volermi bene e a preservarmi dalle gravi cadute e confondermi nel mio nulla. Non sento di dover aggiungere altro, rimanendo fermo tutto ciò che ho scritto e proposto negli scorsi anni. Dico solo al Signore: eccomi sono pronto a tutto, alle gioie, e anche ai dolori. «Mihi vivere Christus est et mori lucrum» (Fil 1,21). (Traduzione: per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno). Desideravo farmi sgravare alquanto il peso delle mie occupazioni, indicando quali rispondono preferibilmente al mio genio. Invece sono deciso di non far nulla. I superiori sanno tutto, e ciò mi basta; soprattutto, non essendo interrogato, mi guarderò dal mostrare le mie preferenze per un ordine di occupazione piuttosto che per un altro. Andiamo là, come il mio padre spirituale3 mi ripete sempre, con la testa nel sacco della Divina Provvidenza. 559. 2. Forse i sette anni che sono trascorsi, rappresentano solo l'abbondanza da parte di Dio per me. Non potrebbero ora incominciare i sette anni della carestia? Io li meriterei, attesa la mia mancanza di corrispondenza e tante grazie. Ebbene, venga pure la carestia purificatrice; vengano le amarezze, le umiliazioni, i dolori. Li accetterò volentieri, come pegno della sincerità dei miei sentimenti di amore a Gesù. Sarò quindi lieto di cogliere con santa voluttà tutte le piccole e grandi occasioni che mi capitassero alla giornata di umiliarmi, di confondermi, di mortificare il mio amor proprio, senza reagire in alcun modo, ma contento come la conchiglia che raccoglie, e lavora chiusa in sé, le stille di rugiada caduta dal cielo. Non mi importa che mi si umilii, purché tutto torni a gloria di Dio e a mio vero bene, a santificazione del mio spirito. Io procurerò di vivere in questo continuo sentimento della mia piccolezza e indegnità, e quando alcunché mi punga, sarò lieto di ripetere: «Bonum mihi quia humiliasti me» (Sal 19,71). (Traduzione: buono per me se sono stato umiliato). 560. 3. Il mantenimento di tutti i miei propositi già fatti e che ora rinnovo, mi fa titubare alquanto. Non manca la buona volontà, ma specialmente per quanto riguarda l'ordine delle pratiche di pietà, attesa l'incertezza e il soprapporsi delle eventuali occupazioni, non posso fidarmi di me stesso. Ebbene, io faccio una formale e solenne promessa alla Madonna, mia carissima madre, di recitare in quest'anno nuovo, con una speciale divozione, tutte le sere il santo rosario. Fra i più bei conforti della vita vi è questo: di essermi sempre mantenuto fedele a questa pratica. Ma purtroppo qualche volta non ci fu che la materialità della preghiera vocale. L'impegno speciale che ora assumo, di una diligenza e di una pietà più viva, spero che mi debba valere dalla mia cara Madre il compenso di una protezione più valida della virtù della santa purità, a cui, pur fra i non pochi pericoli del mio speciale ministero, intendo di mantenermi fedelissimo, e di un aiuto più forte a mantenere tutti gli altri proponi~enti. E se quest'anno fosse l'ultimo della mia vita? Oh, che gioia presentarmi innanzi a Maria colla mia fragrante corona! Sarà questo il mio passaporto migliore. «Suscipe, Domine, universam meam libertatem» (ES 234). (Traduzione: prenditi, Signore, tutta la mia libertà). «Domine, tu omnia nosti: tu scis quia amo te» (Gv 21,17). (Traduzione: Signore, tu sai ogni cosa: tu sai che io ti amo).
1914
DOPO DIECI ANNI DI SACERDOZIO: 1904 - 10 AGOSTO - 1914
Groppino, 10 agosto 1914. 561. Un duplice sentimento mi occupa il cuore, oggi, di compiacenza viva e soave, di confusione profonda. Quante grazie generali e particolari, in questi dieci anni! Nei sacramenti ricevuti ed amministrati, nell'esercizio vario e molteplice del ministero: colla parola, colle opere, in pubblico, in privato, nella preghiera, negli studi, fra le piccole difficoltà e le piccole croci, le riuscite e le irriuscite, colla esperienza fattasi sempre più ricca e preziosa di giorno in giorno, nel contatto coi superiori, col clero, col popolo di ogni età, di ogni condizione sociale! Il Signore fu davvero fedele alle promesse fattemi nel dì della mia ordinazione là, a Roma, nella chiesa di Santa Maria in Monte Santo, quando mi disse: «Iam non dicam vos servos... sed amicos» (Gv 15,15). (Traduzione: io non vi chiamo più servi, ma amici). Mi fu davvero amico, Gesù, aprendomi tutte le sacre intimità del suo Cuore. Se ripensando a tante cose che egli sa e che egli vede, non dicessi di provare una compiacenza grande nel mio spirito, non sarei sincero. Nel campo seminato e lavorato qualche spiga c'è, forse si può formare un piccolo manipolo. Mio Signore, siatene benedetto, perché tutto il merito è del vostro amore. 562. Per me, come cosa mia, non debbo sentire che la confusione di non aver fatto di più, di aver raccolto così poco, di essere stato terra arida e selvatica. Quanti, colle grazie fatte a me, e anche con molto meno, sarebbero ora santi! Quanti impulsi si ripeterono al mio cuore e non sono ancora soddisfatti! Mio Signore, riconosco le mie deficienze, la mia miseria profonda; siatemi buono di perdono e di misericordia. Intorno alla compiacenza e al bisogno di perdono, fiorisce il sentimento della gratitudine. Tutto, o Signore, si è compito nella vostra gloria; siatene ringraziato ora e sempre. Ma il pensiero più forte che oggi, nella esultanza del mio decennio sacerdotale, mi occupa lo spirito è questo: io non sono di me stesso o di altri: io sono del mio Signore per la vita e per la morte. La dignità sacerdotale, i dieci anni di grazie di ogni ordine, accumulate sopra di me, così piccola, così povera creatura, mi dicono con insistenza che il mio io deve essere annientato, che le mie energie non debbono essere volte ad altro che a cooperare al regno di Gesù nelle menti e nei cuori degli uomini, così, alla buona, anche nel nascondimento; ma da ora innanzi con maggior intensità di propositi, di pensiero, di opere. 563. Le attitudini particolari del mio carattere, le esperienze, le circostanze, mi portano al lavoro tranquillo, pacifico, al di fuori del campo di battaglia, piuttosto che all'attività pugnace, alla polemica, alla lotta. Ebbene, non voglio farmi santo, sfigurando un discreto originale, per riuscire una copia infelice di altri che hanno un'indole diversa dalla mia. Ma questo spirito di pace non deve essere acquiescenza all'amor proprio, al proprio comodo, o remissività di pensiero, di principi, di atteggiamenti. Il sorriso abituale che sfiora il labbro, deve saper celare la lotta interna, talora tremenda, dell'egoismo, e rappresentare, quando occorra, le vittorie dello spirito sopra le contrazioni del senso o dell'amor proprio; così che Iddio e il mio prossimo abbiano sempre la parte migliore di me stesso. 564. Dopo dieci anni di sacerdozio che sarà la vita avvenire per me? Mistero! Forse mi rimane poco tempo al rendiconto finale. O Signore Gesù, venite e prendetemi. Se dovrà prolungarsi di qualche, di parecchi anni, ebbene, io voglio che siano anni di lavoro intenso, sulle braccia della santa obbedienza, con una grande linea che segni tutto un programma, ma senza un pensiero che trascorra al di là dell'obbedienza. Le preoccupazioni dell'amor proprio intorno al proprio avvenire ritardano l'opera di Dio in noi, le sue vie, e poi non giovano neppure negli interessi materiali. Su questo punto intendo di vigilare assai, e tutti i giorni, perché presento che non mi mancheranno col succedersi degli anni, e forse presto, le battaglie dell'amor proprio. Passi e vada pure innanzi chi vuole; io me ne sto, senza affanni, lì dove la Provvidenza mi pone, lasciando libero ad altri il cammino. 565. Io voglio mantenere la mia pace, che è la mia libertà; perciò avrò sempre innanzi quelle quattro cose che il Kempis (lib. iii, cap. 23) dice « magnam importantibus pacem et veram libertatem», e sono: «1) Stude alterius potius facere voluntatem quam tuam. 2) Ehge semper minus, quam plus habere. 3) Quaere semper inferiorem locum, et omnibus subesse. 4) Opta semper et ora ut voluntas Dei integre in te fiat» (IC 3,23). Con queste disposizioni, o mio Signore, oggi io torno a presentarvi il vaso prezioso del mio spirito santificato dalla unzione vostra. Riempitelo della vostra virtù che ha creato gli apostoli, i martiri, i confessori. Fatemi utile a qualche cosa di buono, di generoso, di grande: per voi, per la vostra Chiesa, per le anime. Non vivo, non voglio vivere che per questo. 566. Mentre raccolgo questi pensieri, al termine della santa giornata che ha ricondotto al mio cuore dolcissime emozioni nel ricordo della mia ordinazione sacerdotale, il mio Vescovo venerato che per me è tutto - la Chiesa, Gesù Signore, Dio - giace, qui vicino, sofferente da lungo tempo. Come soffro con lui e per lui! come sono meste, inquiete per me queste vacanze! O Signore, guaritemelo presto, se così vi piace, il mio Vescovo; ridonatelo al suo lavoro apostolico, alla sua, alla vostra Chiesa, alla gloria vostra, all'affetto di tanti figli. 567. Straziante più che il dolore dolce e rassegnato del mio Vescovo, è il clamore di guerra che in questi giorni si leva su da tutta l'Europa. Signore Gesù, io levo le mani sacerdotali sopra il tuo corpo mistico, e ripeto in lacrime la preghiera di san Gregorio, la ripeto con particolare slancio dello spirito, oggi: «diesque nostros in tua pace disponas». E la Chiesa fra questo diluvio? Salvala, salvala, o Signore. Dieci anni or sono, celebrando il primo sacrificio sulla tomba di san Pietro in Roma - ricordo soavissimo - ebbi per il Papa e per la Chiesa un pensiero, un voto fervidissimo. Nel decorrere dei due lustri il pensiero, il voto si sono fatti più vivi. O Signore, dona alla tua Chiesa, fra questo turbinare di procelle, fra questo cozzo di genti, «libertatem, unitatem et pacem!» (Traduzione: concedi la pace ai nostri giorni).
ESERCIZI SPIRITUALI 27 SETTEMBRE - 3 OTTOBRE 1914 PRESSO I PRETI DEL SACRO CUORE
568. 1. Il giorno dieci agosto u. s. compiendosi il primo decennio del mio sacerdozio pensavo che, coll'entrare nel nuovo periodo della mia vita, potesse, dovesse cambiarsi qualche cosa intorno a me. Mio Dio, i vostri disegni come sono ineffabili! Subito dopo quella data - il 22 dello stesso mese - voi chiamaste ai vostri gaudii il Vescovo mio veneratissimo; ed ora eccomi qui, senz'altro, in un orizzonte nuovo. Non mi perdo d'animo però. Nell'ora delle angustie e del dolore ho sentito una grande abbondanza di pace e di conforto spirituale. Certo l'anima grande e santa di colui che io tanto amavo e veneravo, trovasi in cielo a pregare per me e a benedirmi e a proteggermi e a sostenermi. Oh, possa io seguirla lassù, quando piacerà al Signore di mandarmi la morte: e intanto possa io imitarla nelle sue opere sante! 569. 2. La mia nuova posizione mi fa ora tutto del seminario, pur non lasciando il ministero delle anime. Sarà dunque la mia una vita di maggior calma e di maggior raccoglimento, precisamente così come desideravo. É una grazia nuova che il Signore mi fa. Lo ringrazio, e ne voglio approfittare. Amerò quindi la mia camera e il mio ritiro, tutto occupandomi nella preghiera e nello studio. 3. In particolare propongo di alzarmi sempre alle cinque e trenta. Farò subito la meditazione in camera, recandomi poi a San Michele per la santa messa ed eventualmente per le confessioni. Non insisto su gli altri punti della mia giornata, bastandomi il richiamo ai proponimenti già fatti. 570. 4. Voglio riuscire esemplare in tutti i miei doveri di professore, nei vari rapporti con mgr Rettore del seminario, coi colleghi, cogli scolari. Userò con tutti molta umiltà e molta amabilità, procurando di contribuire all'armonia vicendevole ed alla mutua edificazione dello spirito, tanto importante, là dove sono così gravile comuni responsabilità. Soprattutto mi guarderò dal criticare o dal far lamenti su veruna cosa, ricordando sempre, fra l'altro, che in nessun luogo potrei trovarmi così bene come in seminario. 571. 5. Sarà mia cura principalissima circondare il mio nuovo Vescovo, chiunque sia per essere, di quella riverenza, obbedienza ed affezione sincera, generosa e lieta, che per la grazia di Dio, sono riuscito ad avere e a conservare sempre per il suo indimenticabile antecessore. Cercherò anzi in ciò di dare buon esempio, convinto come sono che nella persona del Vescovo si deve guardare e riconoscere Gesù Cristo e non altri. Naturalmente rapporti diversi mi imporranno forme diverse; ma queste, comunque debbano essere, verranno ispirate da quelle ragioni di rispetto, di prudenza, di delicatezza fine e schietta che so-no il fiore della carità. Cosicché il mio modo di contenermi riesca, per il Vescovo novello, motivo di compiacenza e di conforto, e la mia persona non gli sia pietra d'inciampo ma pietra e strumento « ad aedificationem » (Rm 15,2). Tale ossequio e tale affezione al mio Vescovo, io la mostrerò «verbo et opere » 3, mentre prego vivamente Gesù benedetto a mantenermi fedele ad ogni costo a questi buoni propositi. 572. 6. Sarò vigilante a mantenermi spoglio di ogni preoccupazione sul mio avvenire, non lasciandomi smuovere su questo puno dalle voci, per quanto benevole, devote, ed apparentemente giudiziose, di alcuno. Sono nato povero e devo e voglio morire povero, sicuro che nell'ora opportuna la divina Provvidenza, come per il passato, così non mi lascerà mancare per il futuro il necessario, concedendomi anzi il conveniente e il soprabbondante. Guai a me se, anche in piccola misura, mi attaccassi ai beni della terra! Quanto al fantasma che il mio amor proprio potesse presentarrni, di onori, di posti ecc., starò ben attento a non dare loro accoglienza, anzi a disprezzarli senz'altro. Essi turbano la serenità dello spirito, infiacchiscono nel lavoro, tolgono ogni vera letizia ed ogni valore e merito delle opere buone. Per mio conto devo pensare a tenermi umile, umile, umile, lasciando al Signore ogni impegno per il resto. 573. 8. Sono Prete del Sacro Cuore. Le cose dette e proposte qui sopra hanno quindi una significazione speciale in relazione alle speciali promesse fatte al Signore quale membro di questa santa Congregazione. Parteciperò più che mi sarà possibile agli atti in comune dei confratelli, procurando di far onore, col mio buon esempio, innanzi a tutto il clero, alla Congregazione che mi ha accolto nelle sue braccia, e di corrispondere ai fini della medesima. N.B. Mercoledì ho dovuto interrompere brevemente gli Esercizi per una scappata a Milano dove mi recai per chiedere a Sua Eminenza il card. Arcivescovo alcuni consigli sul modo di contenermi col nuovo Vescovo circa certe cose, etc. Quella visita mi ha molto consolato e rinfrancato. Scesi poi a pregare a lungo sulla tomba di san Carlo e là ho rinnovato la mia dedizione assoluta al Signore « ad vivendum et ad moriendum» (2Cor 7,3)6, offrendo tutto me, corpo ed anima, al servizio divino per la Chiesa, per le anime e in tutto secondo la divina volontà, pronto ad ogni sacrificio ora e sempre. Così sia.
1915-1918
La prima guerra mondiale
23 MAGGIO 1915
574. Domani parto per il servizio militare in sanità. Dove mi manderanno? Forse sul fronte nemico? Tornerò a Bergamo, oppure il Signore mi ha preparata la mia ultima ora sul campo di guerra? Nulla so; questo solamente voglio, la volontà di Dio in tutto e sempre, e la sua gloria nel sacrificio completo del mio essere. Così e solo così, penso di mantenermi all'altezza della mia vocazione e di mostrare a fatti il mio vero amore per la patria e per le anime dei miei fratelli. Lo spirito è pronto e lieto (Mt 26,41). Signore Gesù, mantenetemi sempre in queste disposizioni. Maria mia buona mamma, aiutatemi «ut in omnibus glorificetur Christus» (Fu 1,18). (Traduzione: purchè Cristo venga annunziato).
1916-1917
NELLA FESTA DELLA MADONNA DI LOURDES 11 FEBBRAIO 1916-1917
A S. Pancrazio - Bergamo. A S. Tommaso dei Calvi - Bergamo. 575. Non più le moltitudini accorrenti, i cantici in varie lingue intorno alla bianca Regina, gli osanna a Gesù Ostia, ma dolori e dolori negli ospedali di Lourdes, intorno alla grotta; soldati infermi e feriti: echi di dolore dalla Francia, da tutto il mondo. Eppure al di sopra di tutto ciò la Madonna di Lourdes sta ancora là nel suo speco, nel suo atteggiamento, nei ricordi delle sue apparizioni, col suo cuore di madre di misericordia. Sta bene che in quest'ora di dolore e di ansie per tutti, ci raccogliamo ancora presso di lei. Qui abbiamo Lourdes in qualche modo: la Madonna, i ceri, i cuori sofferenti e palpitanti. Maria nei ricordi delle sue apparizioni ha sempre delle lezioni da darci, utili in tutti i tempi, opportunissime nell'ora presente. Nell'ascoltarle rendiamo omaggio a lei, nel praticarle procureremo un gran bene alle anime nostre: lezioni di fede, di penitenza, di preghiera. 576. Fede. Tutti si accordano nel riconoscere a Lourdes, nelle apparizioni, il trionfo del soprannaturale. Ad un secolo che non crede più, se non ciò che vede, abbagliato dalla scienza profana, la Madonna discende a schiudere di nuovo gli orizzonti della fede; ad una società che ha abbandonato Dio, disprezzato i principi della vita cristiana, Ella richiama, nell'atto della sua stessa apparizione, quei principi stessi, che hanno al loro vertice Iddio; ad una generazione, che corre pazza verso un nuovo paganesimo, Maria dice l'alto la', facendo raggiare la sua luce di purezza, la sua dignità di Madre divina, il suo esempio di santità consumata. Si noti: Maria nelle sue prime apparizioni non parla, perché il fatto stesso del suo apparire ha un linguaggio più eloquente di qualunque discorso. Essa compare non ai grandi, non agli scienziati, ai potenti, per far comprendere che non sono le grandezze, la scienza, la potenza umana che contano davanti al Signore, ma l'umiltà, la semplicità, la debolezza di Bernadette: apparendo vuol ridestare la fede, ma vi riesce facendola poggiare sulla affermazione di una semplice pastorella. 577. Grande lezione anche per il tempo nostro. Le agitazioni attuali dei popoli significano lo smarrimento, almeno in chi ne fu la causa; lo smarrimento dei principi della fede. Noi affoghiamo un'altra volta nel naturalismo. Il trionfo delle tre concupiscenze: ecco ciò che spiega tutte le guerre, specialmente la guerra attuale. Noi facciamo troppa politica: a vicenda rinfocoliamo i nostri odii, e intanto gronda il sangue; gli accorgimenti umani fanno fiasco, anche le forze degli eserciti si fiaccano... e le madri piangono. Come è doloroso lo spettacolo della guerra. Su, in alto, gli sguardi e le menti. Ecco la Madonna di Lourdes. Populus qui ambulabat in tenebris vidit lucem magnam (Is 9,2). (Traduzione: il popolo che camminava nelle tenebre vide una gran luce). Sappiamo vedere un po' più negli avvenimenti odierni la mano di Dio che, attraverso i mali presenti, ci richiama ad una vita novella, ad una più giusta comprensione dei valori della vita, e ci dice che beati saranno i popoli che avranno il Signore per loro Dio: Beatus populus cuius Dominus Deus eius (Sal 144,15). (Traduzione: beato il popolo il cui Dio è il Signore). 578. Penitenza. Una delle poche parole pronunciate dall'Immacolata a Lourdes fu questa: «Penitenza, penitenza, penitenza». Troppo noi abbiamo peccato e per il peccato è giusta la purificazione. Ci ricordi ciò che è scritto e quanto avvenne nell'Antico Testamento, quanto ci racconta la storia ecclesiastica in vari secoli; i grandi predicatori di tutti i tempi che gridavano per le piazze: Penitenza, misericordia, e suscitavano le folle e le spronavano ad atti anche pubblici di penitenza nel richiamo all'antica dottrina. Nel secolo XIX è venuta la Madonna di Lourdes a gridare: Penitenza. Il suo grido si prolunga sino a noi. Durante la guerra si compie il detto: Per quae homo peccaverit per haec et punietur. (Traduzione: al peccato commesso corrisponde adeguata punizione. Corrispondenza, per contrasto o somiglianza, delle pene di vari peccati con le colpe commesse). Infatti, guardate: concupiscentia carnis (Gv 2,16). (Traduzione: tutto quello che è nel mondo, la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita, non viene dal Padre ma dal mondo). Ecco tutte le comodità sacrificate fra gli stenti, fra le intemperie, fra il sangue che gronda dalle aperte ferite. Dio mio, quanto strazio! Altro che mollezze e piaceri: Concupiscentia oculorum. Ogni razza, ogni popolo vuole la dominazione del commercio che è ricchezza, che è denaro; e ciascuno andava tronfio della propria ricchezza: p. e. Germania e Inghilterra; piùo meno gli altri popoli erano colpiti dalla stessa febbre. Viene la guerra. Quanto denaro sprecato, quanta ricchezza perduta, quale impoverimento delle nazioni, delle famiglie, degli individui. (E il rincaro dei viveri che cosa è, se non l'indice della nostra progrediente povertà?). 579. Superbia vitae. Ah! l'albagia delle razze: quale umiliazione ha subita in questa guerra e poi la vita militare è vita di discipli~a, che è quanto dire di sacrificio del proprio io, in omaggio ad un bell'ideale, certo, ma è sempre sacrificio. I peccati dei popoli vanno ripartiti fra gli individui. Chi di noi può dire di non aver qualche parte di colpa nella sventura generale? Chiniamo la nosra fronte umiliata, e ciascuno facendo il proprio esame di coscienza dica il suo mea culpa. E la Madonna di Lourdes continua ad invitarci a penitenza, a farci intendere il vero spirito col quale dobbiamo prendere la presente tribolazione con tutti i mali che essa ne adduce in ogni ordine sociale. Perché questo è ciò che importa di più: dai mali presenti trova elementi di bene per noi. Via dunque i lamenti, i piagnistei muliebri, ma robustezza virile come quella degli antichi padri. E un sacrificio che si compie? è un aggiungersi delle nostre pene alle pene di Gesù sofferente in noi? ai dolori di Maria compaziente a Gesù per lavare i peccati degli uomini? Ebbene, sappiamo soffrire come Gesù e Maria, cioè con serenità, esercitando la carità tutti, facendo tesoro di tutto: Qui seminant in lacrimis cum exultatione metent (Sal 126,56). (Traduzione: chi semina nelle lacrime mieterà nel giubilo). 580. Preghiera. Le mie parole, però, se richiamano a pensieri di mestizia e di penitenza, non sono intese ad esercitare una depressione nello spirito vostro: anzi ad elevarlo. Torniamo a Lourdes. La Madonna è sempre là nel suo atteggiamento: occhi in alto, mani giunte, labbra in preghiera. Ed alla preghiera invita la Bernardetta: «Prega per i poveri peccatori, e per il mondo tanto agitato » e vuole la chiesa, i pellegrinaggi, e mentre in alto si levano i cuori, in basso fa zampillare una corrente purissima, che non è il Gave, che rappresenta il corso delle idee e della vita mondana, ma apre il fiume della vita vera. Oh! la preghiera: la gran cosa che essa è. Non conviene mai dimenticare come Iddio l'abbia voluta costituire il vincolo fra il cielo e la terra, e come tutto abbia promesso alla preghiera. Lo so, lo so, la grave obiezione che si fa: abbiamo pregato tanto, ma il Signore fa il sordo, e poi tutti lo pregano, anche i nostri nemici, per ottenere appunto quello che è un disastro per noi. Per carità, abbiamo tanti doveri da compiere noi, e tanti fastidi, che proprio non occorre ci preoccupiamo del come il Signore potrà esaudire le preghiere che da vari popoli gli si fanno. Preghiamo bene noi, proprio bene: con una chiara visione dei fini illuminati e ordinati dalla fede, e lasciamo al Signore l'impegno di risponderci. Se egli tarda a concederci quanto chiediamo, gli è perché ciò ancora non tornerebbe a nostro bene. Non per questo si diminuisce il nostro dovere di pregare. 581. Il Signore ha detto: Sine intermissione orate (Lc 18,1): (Traduzione: disse loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi) usque ad importunitatem (cfr. Lc 18,5); (Traduzione: fino ad importunare) pulsate, pulsate (Mt 7,7; Lc 11,9): (Traduzione: bussate e vi sarà aperto). lasciando intendere come questi casi di ritardo fossero già contemplati nell'ordine della sua provvidenza. La pace, la pace! il voto, il desiderio, la domanda supplichevole di essa sia in cima ai nostri pensieri, ai nostri affetti - e non occorre dire che noi non vogliamo una pace qualsiasi purché la si finisca la guerra, ma quella pace che vuole il Signore, e che S. Tommaso dice essere opera di giustizia: opus justitiae est pax, quella che è il vero e massimo bene di una nazione. La S. liturgia ci pone sulle labbra la formola della nostra preghiera, specialmente per noi sacerdoti durante la S. Messa, il nostro Santo Padre ha dettato quella che è la preghiera del popolo: recitiamola sempre bene quella preghiera, così come ogni giorno che passa ce la fa apparire sempre più bella e più vera. E il Signore ci darà la pace quando ciò risponderà ai nostri massimi beni: e saremo contenti allora nel pensiero che nulla si è perduto coll'attendere. Intanto noi cerchiamo di anticipare il regno della pace nei nostri cuori, poiché a nulla varrebbe quella delle nazioni, ove i nostri cuori fossero in tempesta. 582. E seguitiamo a pregare per i giovani nostri, perché il Signore li mantenga valorosi, buoni, vincitori di sé, delle loro passioni, dei loro nemici; per coloro che sono rimasti qui nella aspettazione affannosa, spesso nella incertezza sulla sorte dei loro cari, spesso nel lutto e nel pianto per le notizie infauste qui giunte e che non rivedranno mai più i loro figli, fratelli, mariti. Venga a questi la rassegnazione che solo può venire perfetta, soave, dai principi della fede. Preghiamo per tutti i nostri fratelli, per tutti noi, affinché attraverso le cure e i dolori per la patria terrena possiamo non perdere, ma acquistarci con merito maggiore, la patria celeste. Perché, che cosa vale l'affannarci tanto qui, quando dovessimo perdere il Paradiso che tutti ci attende come estremo ed eterno riposo delle nostre anime e dei nostri cuori? E tu, Vergine, Madre Immacolata, continua a pregare con noi, per noi, e poi, come la liturgia di stamane ne invita a pensare, la tua destra potente ci sollevi tutti dalle nostre miserie presenti e ci conduca alla patria celeste: Quos caelesti alimento satiasti, sublevet dextera Genetricis tuae Immaculatae, ut adpatriam quo tendimus mereamur pervenire. (Traduzione: Signore. Tu ci hai nutriti col pane celeste, concedi che tua madre ti venga in aiuto e che il suo braccio ci sostenga, affinché possiamo pervenire alla patria cui tendiamo). Così sia.
ORE DI ADORAZIONE NELLA CHIESA DI SAN BARTOLOMEO COME ATTO DI PREGHIERA PER I SOLDATI. 1916-1917
Venerdì 10 novembre 1916 Bergamo. 583. I soliti 4 atti: 1) fede e adorazione, 2) complinzione, 3) ringraziamento, 4) supplica. Sentimenti espressi in nome dei singoli, in nome delle famiglie, in nome della nazione: in nome di tutta la Chiesa e la società dolorante per la continuazione della guerra.
Venerdì 24 novembre. 584. 1) Sermoncino: Commento breve dal salmo: Quam dilecta tabernacula tua, etc. (Sal 84,2) (Traduzione: quanto sono amabili le tue dimore). 2) Commento delle parole: Quid retribuam Domino, pro omnibus quae retribuit mihi? Calicem salutaris accipiam et nomen Domini invocabo (Sal 116,12-13). (Traduzione: che cosa renderò al Signore per quanto mi ha dato? Alzerò il calice della salvezza e invocherò il nome del Signore). Unione del Sangue di Cristo con quello dei soldati che lo versano secondo le intenzioni redentrici ed espiatrici del Cristo. 3) Pater, peccavi in caelum et coram te (Lc 15,18). (Traduzione: Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te). Richiamo della parabola del figliol prodigo applicato alle singole anime. Non sum dignus vocari filius tuus (Lc 15,19). (Traduzione: non sono più degno di essere chiamato tuo figlio). 4) Non dimittam te, nisi benedixeris mihi (Gn 32,26). (Traduzione: non ti lascerò se non mi avrai benedetto).
Venerdì 5 gennaio 1917. 585. 1) Betlemme e il tabernacolo: domuspanis (casa del pane]. Confronti. Intorno a Betlemme e intorno all'Eucaristia lo stesso inno deve risuonare: Gloria in excelsis Deo (Lc 2,14). (Traduzione: gloria a Dio, nel più alto dei cieli). Inno di gloria, atto di fede. Breve ma completo commento. 2) La Liturgia di questo primo vespero dell'Epifania e i Magi: Riassunto delle pagine di S. Luca: Procidentes adoraverunt (Mt 2,1l). L'offerta dei doni 10 Aurum, la carità, l'amore. E il nostro omaggio più bello all'Eucaristia. Sviluppi. 3) Thus [incenso]. La preghiera per noi, per i soldati combattenti, per tutti.4) Myrra. La mortificazione. In tempo di guerra dobbiamo imporcela per necessità materiali, mentre non la si voleva in tempo di pace per spirito cristiano. Sappiamo vivificare la mortificazione che ci è doverosa: sappiamo anche imporcela. O Gesù, dacci la grazia di capire lo spirito della legge di mortificazione e saremo vittoriosi di noi, di tutti i nostri nemici interni ed esterni, e saremo grandi, e sui nostri passi, come su quelli dei Magi, fiorirà la fede, la santità, la civiltà.
Venerdì 14 dicembre 1917. 586. Aspettiamo il Natale: tutta la liturgia esprime con patetici accenti lo spirito di questa dolce attesa. Sulle tracce di S. Bernardo tre venute di Gesù noi celebriamo nel S. Avvento: 1) Ricordiamo la visita di Gesù Redentore e Salvatore del genere umano. Quanta misericordia per noi! In principio erat Verbum... et Verbum caro factum est (Gv 1,14). Notte e giorno, tenebre e luce, barbarie e civiltà, paganesimo e cristianesimo: Gesù ha segnato il contrasto vittorioso fra tutto ciò colla sua prima venuta ed è rimasto, per l'umanità rigenerata da lui: via, verità, vita, che è quanto dire: progresso, felicità, pace. Gesù era Dio. Noi l'abbiamo qui presente sotto i veli Eucaristici, ed è sempre lui redentore, Salvatore nostro nei secoli. Adoriamolo, ringraziamolo. All'annuncio della sua venuta: Gbria: pax. La Chiesa fa seguire il cantico di lode, di adorazione, di gratitudine: Laudamus te etc. Gratias agimus tibi etc. Sia il cantico nostro. 2) Attendiamo la venuta di Gesù, sposo divino alle anime di ciascuno per santificarle. Tutte le grazie del Signore a noi sono visite di Gesù, etc. 3) Attendiamo la venuta di Gesù giudice dei vivi e dei morti.
14 NOVEMBRE 1916
ALLE DONNE CATTOLICHE NELLA ANNUALE FUNZIONE DI SUFFRAGIO IN SAN BARTOLOMEO
[BERGAMO]
587. È il settilno anno che ci raccogliamo qui nel novembre a pregare per le socie defunte. Ogni volta un pensiero mesto ci accompagna: il ricordo di quelle anime elette che sono passate all'altra vita; quest'anno il pensiero è più mesto: poiché alcune delle socie sono morte, e sia pace santa all'anime loro; parecchie invece sono rimaste qui; ma, si direbbe, quasi sol per piangere i loro morti carissimi che la guerra strappò alla gioia del loro amore. Il nostro sodalizio fu particolarmente provato: la nostra presidente ha perduto il suo primogenito, la segretaria il marito: anime elettissime ambedue tanto degne di vivere, tanto belle e mirabili anche nel morire. La terribile guerra, così dolorosa per tutti, è il calvario speciale delle madri e delle spose: essa le tiene, come la Vergine martire, in piedi presso la croce. Ebbene, questo è importante che nel mestissimo ricordo delle socie defunte e dei nostri valorosi caduti per la patria, le donne cattoliche sappiano cogliere l'atteggiamento che loro si conviene durante questa tremenda ora di Dio che passa. Il preparare il loro spirito al compimento dei loro doveri sarà già un prezioso suffragio alle anime desideratissime che ci furono così care. Questi doveri della donna cattolica nell'ora presente, io li riassumo sulla traccia di un illustre prelato francese in tre parole: accettare con rassegnazione, pregare con fervore, lavorare con generosità. 588. 1) Accettare con rassegnazione. Alcuni si rivoltano e bestemmiano: collera inutile, imprecazioni superflue. La prova è una cosa divina ben più forte di noi: chi vuol resistere la rende più dura. L'accettare è il sustine2 della saggezza antica, la rassegnazione esprime un concetto tutto cristiano. Gli stoici negano il dolore: ma esso esiste e talora è atroce; i cristiani lo ammettono e lo accettano perché Dio lo vuole o lo permette, per trarne un argomento di redenzione. Dopo il Golgota, la rassegnazione è il sorriso cristiano nel dolore; essa ci dà la dolcezza feconda del Fiat voluntas tua. Meraviglioso flat fecondatore. Il fiat del Creatore: ilflat della Vergine Madre: il flat di Gesù alla vigilia della Passione. Diciamolo anche noi e parteciperemo della sua virtù generatrice: diciamo al Signore che abbracciamo la sua croce sanguinosa, accettiamo la sua corona di spine sul nostro capo: vogliamo rassomigliargli nel suo pensiero divino, nel suo corpo crocifisso. Donne, madri, spose, ditelo sempre questo flat: mentre i vostri cari danno la vita, date le vostre lacrime che sono il sangue del cuore; date le lacrime che non velino la visione della speranza, che non vi tolgono dalla croce presso la quale rimanete ritte e intrepide accanto a Maria, la regina e la madre dei dolori. 589. 2) Pregare con fervore. Gli uomini del mondo dicono delle grandi parole per addolcire i comuni dolori: l'invasione della patria minacciata, l'eroismo, la gloria, il dovere di mantenerci all'altezza delle circostanze. Ma le parole tacciono, e il dolore resta, e più vivo lo si sente nella solitudine dei deserti focolari. Ci vuole una voce divina, la voce che viene dal Vangelo, dalla croce, dalla Eucaristia; ci vogliono le consolazioni di me. Queste ce le dà la preghiera: preghiera che conforta e che spera. Poiché la preghiera fa miracoli in ogni ordine di rapporti. Si crede che si possa vincere solo col coraggio e con le armi; ma chi non sa di quale efficacia sia la preghiera per le armi dei combattenti? In ginocchio, nelle chiese, le donne non difendono meno la patria dei soldati nelle trincee: forse l'opera loro è anzi più efficace. Donne cattoliche, pregate: per le anime dei valorosi che non sono più e per coloro che combattono e che soffrono. Per quelle la vostra preghiera sia come l'ala che li porta più presto e [sicuramente] alla corona; per questi sia come la cintura ed una corazza di bronzo che li renda invulnerabili. La [pena] vi associa alla guerra, la preghiera vi associa alla vittoria. 590. 3) Lavorare con generosità. Le occasioni non mancano. Vi sono dei bambini, dei poveri, delle vedove, dei feriti, dei mutilati, dei prigionieri, dei morti. Scegliete poiché non potrete far tutto: e consacratevi a qualche opera di pubblica o di privata carità. Date un poco della vostra fortuna, date il superfluo, togliete se occorre anche il necessario; non accontentatevi se non comprendete di esservi imposte davvero dei sacrifici. Oh! la benedizione di Dio! Oh! la riconoscenza di tanti per voi: i meriti grandi per il presente e per l'avvenire. Per tal modo sarete davvero benemerite della patria: e la virtù vostra, la vostra preghiera, la vostra attività generosa saranno il miglior suffragio per le anime che abbiamo commemorato e che vogliamo felici nella luce di Dio.
26 MAGGIO [1917], SABATO
591. Due anni or sono come oggi me ne tornavo da Milano vestito da sergente ad iniziare qui il mio servizio militare. Ricordo con compiacenza quei giorni così drammatici eppure trascorsi per la grazia del Signore con tanta placidità. La domenica 23, festa di Pentecoste, trovandomi a S. Michele, prima di uscire per la Messa, fui informato della mobilitazione generale che comprendeva anche la mia classe. La celebrazione immediata del S. Sacrificio contribuì a metter subito a posto il mio spirito adagiandolo in un completo abbandono della mia vita nelle mani, presso il cuore di Dio. Intesi subito una letizia interiore di poter mostrare a fatti come io sacerdote sentivo l'amor di patria, che poi non è altro che la legge della carità applicata giustamente. Tornato in seminario ordinai alla meglio le mie carte, aggiunsi alcune cose al mio piccolo testamento; questo affidai a monsignor Rettore Re; scesi al distretto per assumere più esatte informazioni sulle modalità della mia presentazione; passai in Duomo ad ascoltare l'omelia di mgr Vescovo. Nel pomeriggio corsi a Sotto il Monte a salutare la mia famiglia che trovai e lasciai con calma e pronta a tutto. 592. L'indomani di buon ora ero a Milano alla caserma Ospedale S. Ambrogio; nel pomeriggio avevo ricevuto il nuovo abito militare. Dove mi avrebbero mandato? Non lo sapevo, non me ne preoccupavo soverchiamente. Non ci doveva pensare Iddio? E ci pensò. Da un muricciolo che taglia la arcata del monastero-caserma di S. Ambrogio, girandole tutto intorno, un sergente vociava: Occorrono soldati per Bergamo: chi è che vuole andare a Bergamo? Un mio caro alunno seminarista, il buon Personeni di Bedulita mi presentò all'improvvisato e piccolo arbitro dei miei destini militari e fui messo senza alcuno sforzo in lista per Bergamo. Perché non farmi raccomandare subito come cappellano militare? Parecchi anche più giovani di me l'avevano fatto, e con poche esibizioni ottenuto. Era cosa tanto facile in quei giorni di completa disorganizzazione... bastavano poche lire fatte correre al graduato che teneva la lista e di fatto so di non pochi che riuscirono così. A me questo sistema non piacque: mi sarebbe sembrato un tentar Dio. Meglio nella umiliazione dell'abito militare secondo le evidenti disposizioni della Provvidenza, che cercare un posto più alto forzando un po' la mano al Signore che mi aveva già trattato così bene. E poi il pensiero della responsabilità del ministero di cappellano militare, specialmente con un reggimento al fronte, mi spaventava, non tanto per il timore di perder la vita, che è pur sempre cosa cara, quanto di un insuccesso dannoso ai soldati e non decoroso per me e per la dignità sacerdotale. Guai a me se avessi dovuto dire un giorno a me stesso: In questo imbroglio mi ci son voluto mettere da me; ora pago il fio della mia presunzione. 593. Richiamai dunque il «niente domandare e niente rifiutare » di san Francesco di Sales e mi trovai contento ad onta di tutti gli assalti del mio amor proprio che il Signore mi aiutò a far tacere; e mi aiutò così bene che per parecchi mesi mi fece trovare naturalissimo che io fossi sergente e niente altro che sergente. Le due giornate trascorse a Milano furono piene delle impressioni più varie. Ricordo il correre un po' qua, un po' là dalle suore, dalle buone sorelle di mgr Cavezzali, per adattarmi gli abiti troppo scarsi per la mia voluminosa persona; l'impressione di sgomento e di tristezza al passaggio silenzioso di un battaglione di forti alpini che partivano di buon mattino, attraverso via Meravigli ancora deserta in quell'ora, per il fronte; la visita, insieme col buono e caro chierico sergente Giovanni Marchesi, a S. Ambrogio, al Duomo sulla tomba di S. Carlo, al Cardinale Arcivescovo, ad altri luoghi e persone; il ritrovo di tutti i preti soldati la sera del 25, in Arcivescovado, dove Sua Eminenza parlò tanto bene; dove io avrei voluto rispondergli in nome di tutti i sacerdoti lombardi presenti e poi invece non sentii il coraggio di proferir parola; l'incontro tra il pigia pigia dei richiamati che aspettavano il turno per provarsi gli abiti militari, col povero prete spretato (...) di non ricordo più qual diocesi di Romagna, e la confidenza che mi fece; poveretto, la fiducia che mi disse di avergli ispirato colle buone parole con cui cercai di confortarlo. Qu~nto mi dispiacque di non averlo più potuto incontrare! Forse era un' anima ancora capace di redenzione e di un ritorno a Dio ed ai suoi doveri sacerdotali. 594. L'indomani verso mezzogiorno, accompagnando 25 uomini come fossi il generale in capo dell'esercito d'Italia, partivo dalla stazione di Milano per Bergamo dove giunsi all'Infermeria Presidiana e senz'altro il Capitano Volpi mi annunziò che io ero destinato all'Ospedale militare del Seminario. La stessa sera io ero già al mio posto, mutato di abito, ma risiedendo nella stessa camera presso la Cappella Maggiore, donde tre giorni innanzi ero partito col pensiero forse di non rivederla più. Proprio vero che qui confldit in Domino non minorabitur (Sir 32,28). (Traduzione: chi confida nel Signore non resterà deluso).Tre giorni innanzi, quando li lasciai, i miei colleghi Superiori del Seminario si condolevano con me, il solo mobilitato per allora e mi facevano gli auguri di buona fortuna. A così poca distanza di tempo io ero il solo che potevo abitare ancora nella mia piccola camera; tutti gli altri avendo dovuto ritirarsi dalla loro per lasciare sgombro il locale ai soldati.
NOTE SPARSE
Bergamo, 10 settembre 1918. 595. «…et tenuisti concutiens extrema terrae, et excussisti impios ex ea? » (Gb 38,14). È il gran fatto di questi anni. Iddio però non distrugge se non per riedificare.
Bergamo, 13 settembre 1918. In questi tre giorni si è tenuto un breve ritiro a noi preti soltanto, presso la chiesa di San Giuseppe. Predicò il prevosto Musitelli, e disse ottime cose, molto sensate e fatte per noi. Ieri, per esempio, si chiedeva se la crudezza della disciplina militare, per noi preti di guerra, non fosse anch'essa un tratto di provvidenza, per impegnarci ad apprezzare e adThmare tanto più la disciplina ecclesiastica, così soave nel confronto. 1919-1920 A Bergamo, padre spirituale del seminario direttore della «Casa dello Studente»
1919-1920
ESERCIZI SPIRITUALI DOPO LA GUERRA PRESSO I PRETI DEL SACRO CUORE, 28 APRILE - 3 MAGGIO 1919
596. 1. In quattro anni di guerra, trascorsi in mezzo ad un mondo in convulsioni, quante grazie del Signore per me, quanta esperienza, quante occasioni di fare del bene ai miei fratelli! Gesù mio, vi ringrazio e vi benedico. Rammento le tante anime di giovani che ho avvicinate in questo tempo, delle quali molte accompagnate da me all'altra vita; e mi sento ancora commosso, e il pensiero che pregheranno per me mi dà conforto ed incoraggiamento. 2. Mentre ci si risveglia tutti come nella luce di un giorno novello mi tornano ad apparire, fatti anche più chiari e decisi, quei supremi principi di fede e di vita cristiana e sacerdotale che per la grazia di Dio furono il nutrimento della mia giovinezza: la gloria del Signore, la mia santificazione, il Paradiso, la Chiesa, le anime. Il contatto di questi anni col mondo volge tutti questi principi e li eleva e li trasfonde in un sentimento più ardente di apostolato. Siamo nell'età matura: o conchiudo ora qualche cosa di pratico, o diventano più terribili le mie responsabilità per aver sciupato le misericordie del Signore. 597. 3. Base del mio apostolato voglio la vita interiore, intesa alla ricerca di Dio in me, all'unione intima con lui, alla meditazione abituale e tranquilla delle verità che la Chiesa mi propone, e secondo l'indirizzo dei suoi insegnamenti, effusa nelle pratiche esteriori che mi saranno sempre più care, e al cui orario voglio essere fedelissimo, più che non lo sia stato per la mia negligenza, e in parte per non averlo potuto, durante questi anni di vita militare. Soprattutto cercherò le delizie della vita con Gesù Eucaristia. Da ora innanzi avrò il Ss. Sacramento vicino alle mie camere. Prometto di fargli compagnia, e di corrispondere all'onore grande che mi fa. 598. 4. Da qualche mese mi sono fatto una casa, e l'ho provveduta secondo convenienza. Eppure, forse mai come ora, il Signore mi fa sentire la bellezza e le dolcezze della povertà di spirito. Mi sento disposto ad abbandonare tutto su i due piedi, e senza rimpianti; e mi sforzerò di mantenere sempre, finché viva, questo distacco da ogni cosa mia, anche da quelle che mi sono più care. Specialmente mi obbligo a cercare la perfetta povertà di spirito nel distacco assoluto da me stesso, non preccupandomi in alcun modo di posti, di carriera, di distinzioni, o di altro. Non sono già troppo onorato così, nella eccelsa semplicità del mio sacerdozio, e del ministero non cercato da me, ma affidatomi dalla Provvidenza, per la voce dei miei superiori? Insisto molto su questo punto che è fondamentale per i miei buoni successi. Non dirò mai una parola, non compirò un atto, scaccerò come tentazione ogni pensiero che in qualunque modo sia coordinato a che i superiori mi diano posti od incarichi di maggior distinzione. L'esperienza mi insegna a temere le responsabilità. Queste, gravissime in chi se le è assunte per obbedienza, diventano spaventevoli per chi se le è procurate da se stesso facendosi innanzi prima, o senza essere stato chiamato. Gli onori poi, le distinzioni anche nel mondo ecclesiastico sono «vanita vanitatum » (Qo 1,2): affermano la gloria di un giorno; sono pericolosi per la gloria dei secoli e del paradiso: valgono poco anche secondo la saggezza umana. Chi è passato accanto e in mezzo - come è accaduto a me in Roma, e nei primi dieci anni di sacerdozio - a queste inezie, può ben dire che queste non meritano altro nome. Avanti, avanti chi vuole: non invidio alcuno di questi fortunati. «Mihi autem adhaerere Deo bonum est, et ponere in Domino Deo spem meam» (Sal 73,28). (Traduzione: il mio nome è stare vicino a Dio; nel Signore Iddio ho posto il mio rifugio). 599. 5. Ci furono giorni nel passato, in cui non sapevo che cosa avrebbe voluto il Signore da me nel dopoguerra. Ora non c'è più ragione di incertezze o di cercar altro: l'apostolato per la gioventù studiosa, ecco la mia missione principale, ecco la mia croce 4. Ripensando al modo, alle circostanze, alla spontaneità colle quali questo disegno della Provvidenza, per mezzo dei superiori, si è improvvisamente manifestato e si viene ora svolgendo, mi sento intenerito, e costretto a confessare che veramente il Signore è qui. Quante volte, raccogliendo a sera gli episodi della giornata, trascorsa fra le cure per i miei cari giovani, sento in me qualche cosa di ciò che faceva tremare, come nel contatto col divino, il cuore dei due discepoli sulla via di Emmaus! (Lc 24,32). Oh, come è vero che basta fidarsi completamente del Signore per sentirsi provveduti di ogni cosa! Il «nihil habentes» e l'«omnia possidentes» (2Cor 6,10) (Traduzione: non abbiamo nulla e possediamo tutto) si rinnova sotto i miei occhi quotidianamente. Non voglio debiti e non ne ho. Sempre mi è vicina la preoccupazione del futuro. Ma sempre mi viene fornito il necessario; qualche volta il sovrabbondante. Questa constatazione della divina assistenza, se da un lato conforta la mia miseria, dall'altra costituisce un nuovo impegno di onore a rimanere fedele alla mia vocazione, a cooperare «usque in finem » (Mt 10,22) alla grande opera che mi ha affidato Gesù per i carissimi suoi giovani. Tutte le mie cure, pensieri, affetti, fatiche, studi, umiliazioni, amarezze, io le devo oggimai rivolgere a questo solo, cioè alla ricerca della gloria di Gesù, attraverso la formazione della generazione novella secondo lo spirito suo. Nulla di più onorifico e bello per me, nulla di più importante, massime oggidì, nella Chiesa di Dio. 600. 6. A riuscire nel mio apostolato, non conoscerò altra scuola pedagogica che quella del divin Cuore di Gesù. «Discite a me, quia mitis sum et humilis corde» (Mt 11,29). (Traduzione: imparate da me che sono mite e umile di cuore). Anche l'esperienza mi ha confermato la assoluta bontà di questo metodo, a cui sono assicurati i veri trionfi. Amerò i giovani come una mamma, ma sempre nel Signore e nella intenzione di preparare in loro degni figli alla Chiesa, e, se mi fosse possibile, generosi apostoli della verità e del bene per l'avvenire, nell'atto stesso che vengo educando in loro le speranze più belle delle famiglie e della patria. Sarò particolarmente vigilante perché nella mia casa si mantenga sempre diffuso un grande profumo di purezza da cui i giovinetti rimangano presi, formandosi così quelle impressioni che si fissano poi profonde, e sopravvivono anche nelle lontane battaglie della vita. Nulla di manierato e di artifizioso; ma nella semplicità del tratto, della parola, quel non so che, che avvolgeva le persone dei santi educatori antichi e moderni come in una atmosfera di cielo, e li rendeva istrumento di tanto bene, veri fabbricatori di anime grandi. Signore, Signore, alutatemi perché io segua, almeno da lontano e nella mia piccolezza, questi luminosi esempi di apostoli insigni della gioventù. 601. 7. L'opera iniziata è vasta; la messe già biondeggia nei camPi, ma purtroppo mancano gli operai (Mt 9,37). Sarà mia sollecitudine chiedere a Dio colla preghiera e poi darmi attorno, per ispirale nei giovani chierici e sacerdoti amore e trasporto per questa forma di ministero che è, fra tutte, eccellentissima; renderla loro simpatica, specialmente a quelli che dalla natura e dalla grazia hanno sortito attitudini caratteristiche a vivere coi giovani. Chi sa che la buona parola, e più ancora il buon esempio, giovi, e presto io mi vegga circondato da una bella corona di fratelli, tutti ardenti di apostolato per la gioventù. Mi adoprerò ogni mio potere perché entrino in questo ordine di ideali e di opere i Preti del Sacro Cuore, che furono istituiti principalmente per questo, e di cui bisogna procurare l'accrescimento, essendo destinata, questa nostra congregazione, a penetrare del suo spirito di apostolato e di disciplina ecclesiastica tutta la diocesi di Bergamo.
1921-1924
Roma, a servizio di Propaganda Fide
1921
GIOVEDl SANTO 24 MARZO PAROLE AGLI ALUNNI DEL SEMINARIO ROMANO NELLA CAPPELLA DELLA FIDUCIA
602. La solennità del giorno, le emozioni della liturgia mattutina, la Comunione. Ancora intorno alla Tavola del convito, come gli Ebrei in piedi, col bastone in mano, vesti succinte. Adorare - ringraziare - amare. Nell'amore lo spirito di apostolato che si accende dai contatti col Sacramento di amore.
28 MARZO, LUNEDI’ DI PASQUA
603. Luce di conforto. Udienza privata del S. Padre Benedetto. Sono ricevuto con onore alle 10.15, subito dopo il cardinale [Dionisio] Dougherty di Filadelfia. Mi trattenne oltre mezz'ora, buono, confidente, amabile, su molte cose: Opera della Propagazione della Fede (gli sta a cuore ed ha le linee giuste e larghe, senza entrare in minuzie), la situazione di Bergamo: il movimento Cocchi, le vicende politiche, il Vescovo, il Congresso Eucaristico, il conte Medolago, la Scuola Sociale, e i ricordi mesti delle tribolazioni di mons. Radini, ecc. Sono contento di aver risposto a tutto con serenità e parmi con molto rispetto di cose e di persone. Impressione generale molto buona. Benedisse le opere che lascio e quella che intraprendo ed espresse la compiacenza di potermi vedere più frequentemente, ora che debbo stabilirmi in Roma. Rimango veramente confortato di questo suggello prezioso posto sopra il mio nuovo apostolato. Nel pomeriggio visito con mgr Guerinoni la chiesa e le opere parrocchiali di Ognissanti, fuori porta San Giovanni e converso lungamente con don Orione del quale si può ben dire: Contemptibuia mundi elegit Deus ut confrndatfortia (cfr. 1Cor 1 ,27). (Traduzione: Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato per confondere i forti).
1922
MEDITAZIONI PER LA SETTIMANA SANTA A PICCOLI SEMINARISTI VELLETRI 9-13 APRILE 1922
Introduzione
604. Il trionfo pacifico di Gesù in Gerusalemme. Poi il nascondimento per alcuni giorni: preparazione più intensa alla Passione. Seguiamolo anche noi. Ragioni di far bene questo Ritiro: siamo cattivi? buoni? indifferenti? Modi di farlo bene: 1) silenzio; 2) raccoglimento: non distrarsi e non distrarre; 3) preghiera.
I giorno
605. 1) il fine della vita In omnibus respice finem. Questo non è il piacere; né il danaro, né la gloria mondana. È Dio: da lui veniamo - richiamo alle origini dell'uomo, al posto che ha nel creato. Non può che tendere a Dio. Dio conosciuto, amato, servito. Nella cognizione, la verità; nell'amore del cuore, la carità; nel servizio, la libertà. Quale grandezza, quale gloria! 606. 2) il fine del sacerdozio Il Seminario - perché - come avvenne la chiamata - forme ordinarie e forme straordinarie di vocazione. Far conoscere Iddio, farlo amare, farlo servire: ecco il fine del sacerdozio. 1) Eccellenza. a) Partecipi e continuatori della opera di Dio ad extra: creazione, redenzione, santificazione. b) Soprattutto le anime: opus divinissimum. c) Intermediari fra cielo e terra: la congiunzione dell'umano col divino. 2) Utilità. a) Vita piena di meriti. b) Grazie ingenti promesse da Dio e da lui concesse. c) Gloria assicurata in cielo e anche sulla terra. 3)Felicità. a) Vita quieta e lietissima spiritualmente. b) Morte placida ed invidiabile. c) Glorificazione sovrabbondante. Per esempio il Curato d'Ars. Il sacerdozio realizza in una forma più alta che non per tutti i cristiani le principali petizioni del Pater: adveniat regnum tuum, fiat voluntas tua, etc. (Mt 6,10). Sentimenti: a) di riconoscenza per la vocazione ricevuta; b) di fedeltà alla medesima. Il sacerdote o è perfetto e santo, o nulla vale. 607. 3) La S. Confessione e la direzione spfrituale La Confessione solutio difficultatum «mettetevi là» di p. Ravignan. Il sacramento: sua prova, sua natura, sua bellezza. Quale confessione fare: come prepararsi, come farla. La direzione spirituale - sua importanza per il seminarista: come approfittarne. 608. 4) il peccato Teoria e pratica. Tutti siamo peccatori. Ragione di umiltà. Il peccato considerato in sé: a) rivolta; b) ingratitudine; c) crudeltà. Esempi. Il peccato considerato nelle sue conseguenze: a) rimorso della coscienza; b) ci espone al pericolo di morte; c) al pericolo dell'inferno.Ilpeccato considerato nei suoi castighi: a) punito negli angeli; b) punito nei progenitori e in tutti i dolori dell'umanità; c) punito in Cristo Crocifisso. Risoluzioni generose.
II giorno
609. 1) Morte, giudizio, inferno. 2) La isericordia di Dio. 3) Il regno di Cristo. Servire a lui o servire al mondo. Confronti -contrasti - premi. 4) Gli esempi della vita nascosta (di Gesù) Purezza - silenzio - obbedienza.
III giorno
610. 1) Gli esempi della vita pubblica - tentazioni - nemopropheta in patria - lavoro - zelo per le anime e tutto per loro. Varie forme di apostolato per il seminarista. L'Opera della Prop. della Fede e in genere l'interessamento per le Missioni. 2) La preghiera secondo gli esempi di Gesù. Elevatio mentis in Deum, meditazione, preghiera liturgica, la preghiera vocale. 3) Tria omnium carissima secondo 5. Giov. Berchmans: Le regole - il rosario - il Crocifisso. 4) L'Eucaristia e la Passione (Adorazione al SS. Sacr.). Ricordi:Gesù nel cuore - cioè fuga dal peccato - purezza, calma e lena in tutto, amabilità, pazienza, fervore di apostolato; Maria sulle labbra: devozione alla Madonna espressa nello studio di piacerle, nella prontezza a confidare in lei, nelle pratiche di pietà verso di lei.
GIOVEDI’ SANTO 1922 - 13 APRILE PAROLE AGLI ALUNNI DEL COLLEGIO DI PROPAGANDA
611. «Cenantibus autem illis etc. » l'antifona del vespero, sintesi di tutte le impressioni della giornata: mestizia e tenerezza. Mentre cade la sera siamo di nuovo intorno alla tavola del convito. Ascoltiamo le parole di Gesù quale S. Giovanni ce le lasciò. Capitoli XIV. XV. XVI. XVII. Esse sono la più splendida illustrazione del Sacramento, esse ci dicono che cosa debba essere l'Eucaristia per noi. 1) Nostra vita. La felice comparazione della vite e dei tralci: il richiamo al discorso della promessa (cap. VI): Ego sum panis vitae (Gv 6,35). Il bisogno che noi abbiamo: la bellezza della nostra unione con Cristo in anima e in corpo, per la 5. Eucaristia. Sine me nihilpotestisfacere. Suo valore - sua applicazione. Panis vivus, vitam praestans homini, praesta meae menti de te vivere. Importanza delle cose dette specie per la vita sacerdotale. 612. 2) Nostra forza. Non turbetur cor vestrum... (Gv 14,1). Confidite, ego vici mundum (Gv 16,33). Tradent enim vos, etc. Le prospettive della lotta: il saggio che già ne abbiamo dentro di noi: pericoli e nemici di ogni genere. Gesù nostro conforto; la virtù della sua grazia; la sua promessa. I fatti: martiri e missionari, santi e apostoli. Esempi da Roma, esempi antichi e recenti da tutto il mondo. 3) Nostro gaudio. Haec dixi vobis ut gaudium meum in vobis sit et gaudium vestrum impleatur. Noi siamo fatti per godere non per soffrire, ma non si giunge alla gioia se non per la sofferenza. Così ha insegnato e ha fatto Gesù. Per questo l'Eucaristia. Panem de caelo: omne delectamentum in se habentem: calice inebriante e preclaro. La nostra vita sarà sacrificio se vorrà valere qualche cosa: ma nel sacrificio, il gaudio che ci sosterrà, verrà da Gesù della Eucaristia. Il discorso è finito. Il maestro trovasi in fondo alla valle presso il torrente. Al di là sta il Getsemani: poi la notte~n casa di Caifas: l'abominazione, la morte. Quando domattina lo rivedremo, non sarà già più lui. Anche per noi il domani sarà, forse, crux et martirium. Coraggio: ci confortano le parole di Gesù qui proposito sibi gaudio sustinuit crucem: ci conforti sempre il suo Sacramento d'amore.
VENERDI’ SANTO 1922 14 APRILE - ORE 15 PAROLE AGLI ALUNNI DEL SEMINARIO ROMANO LATERANENSE
613. Il Crocifisso: è sacerdote è maestro è re. Dobbiamo unirci al suo sacrificio nella Eucaristia e nella vita. Ascoltare i suoi insegnamenti come S. Bernardo li descrive... e praticarli. Adorare la sua divinità e cooperare al suo trionfo.
1923
RITIRO PASQUALE AL SEMINARIO VATICANO
24-28 MARZO 1923
Introduzione Come a Velletri [9-13 aprile 1922].
I giorno
614. 1) Il fine. 2) Riforma (...) per il servizio in S. Pietro. Ai semiconvittori ho parlato del rito delle Palme e dei suoi insegnamenti: vanità dei trionfi umani: nostra preparazione ai dolori della vita per meritare con Gesù: veri trionfi della terra e del cielo. 3) Medit. Le finalità del Sacerdozio. 4 )il peccato.
II giorno
1) I novissimi a) morte: certa, incerta, fine di tutto il sensibile; b) giudizio: tremendo nei ricordi delle grazie ricevute, della moltitudine dei peccati, nella incertezza della sentenza; c) inferno: pena del danno, del senso: il fuoco, l'eternità. C'è l'inferno e tu ridi? Il «quidprodest homini » secondo S. Francesco Saverio. Ai piedi del Crocifisso: ut in aeternum parcas. 2) La confessione (riforma). 3) La misericordia di Dio. Parabola del figliuol prodigo: con speciale applicazione infine alla felicità dello stato sacerdotale in confronto alla vita del secolo e dello stato del giusto comparato a quello del peccatore. 4) L 'imitazione di G. C. Gli esempi della vita nascosta: purezza - silenzio - obbedienza. Speciale rilievo dato al silenzio come elemento di formazione morale.
III giorno
615. 1) Il progresso di Gesù: sapientia, aetate et gratia (Lc 2,52). Applicazioni pratiche alla vita del giovane seminarista. 2) Quattro quadretti: il seminarista impostore, il poltrone, il superbo, il permaloso. Tocchi brevi, vivi ed efficaci. 3) Vita di apostolato di Gesù. Vittoria sulla tentazione. La vocazione. La domanda della madre dei fighuoli di Zebedeo. La preghiera e l'apostolato. Applicazioni alle idealità sacerdotali del seminarista. 4) L 'Eucaristia e la Croce, l'amore e il sacnficio.
Ultimo giorno
La ricompensa della terra e del cielo. Ricordi. «Tria carissima » di 5. Giovanni Berchmans: la regola; il rosario; il crocifisso.
ESERCIZI DI NATALE AL COLLEGIO CAPRANICA. ROMA 19-23.XII.1923
Introduzione. 616. Apparuit gratia Dei et Salvatoris etc. (Tt 2,11-12) e commento fino all'erudiens nos. (Traduzione: è apparsa infatti la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini, che ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere con sobrietà, giustizia e pietà). 1. Ut abnegantes impietatem et saecularia desideria. L'impietas è la distruzione dei principi su cui si fonda il buon ordine del rapporto dell'uomo con Dio e con le creature. Quali sono questi principi? Dio. E il creatore, il padrone. La teologia della creazione. Il fine: la gloria di Dio. Le creature. Enarrant gloriam Dei (Sal 19,2): ragione di istrumento e di diletto in rapporto all'uomo. Nella gloria di Dio il loro termine e il loro bene. L'uomo. Il microcosmo, sacerdote eterno della creazione. La pagina del Genesi: anche per lui la gloria di Dio termine e felicità. Termine assoluto: felicità se l'uomo la vuole. L'uomo sale a Dio per mezzo delle creature: la goccia del piacere. Meraviglia di questo ordine. Grandezza dell'uomo quando la rispetta. L'impietas è il sovvertimento di questo ordine: la corsa al piacere e il fermarsi in esso. Quale miseria! Si aggiunga che tutto ciò prende valore più alto in quanto Dio è, oltre che creatore e padrone, anche il redentore ed il padre. 617. Il. Abnegare impietatem et exercerepietatem. Che cosa sia la pietà: conoscere, amare, servire il Signore. Sviluppi. Verità nella mente, carità nel cuore, libertà nelle opere: visione dunque, ricerca, servizio di Dio. E poiché il Cristo è l'espressione più alta della unione tra l'uomo e Dio, la perfezione sta nel « Veritatem facientes in charitate; crescamus in illo qui est caput Christus » (Ef 4,15). (Traduzione: facendo la veriotà nella carità, cresciamo in lui che è il capo, Cristo). Tale il fine del cristiano. Il fine del sacerdote: far conoscere, far amare, far servire il Signore. Bellezza e splendori dell'apostolato! III. Una parola diretta sulla empietà e sui saecularia desideria. In contraddizione alla verità nella mente, l'errore; alla carità, la vanità; alla libertà la bramosia. In tutto, l'abuso delle creature: dapprima il piacere accanto a Dio, poi avanti, poi sopra Dio, il peccato, che appunto è aversio a Deo, conversio ad creaturas. Gravità del peccato; in un cristiano, specie in un ecclesiastico. Per carità, peccati mai, mal a qualunque costo. E i saecularia desideria, Kosmikas epithurìas, oppure cose di breve durata. Come dice il Segneri? Sono i fascini mondani, che penetrano anche nel santuario. Sviluppi ampli: desiderio di piacere, di onore, di ricchezze. Perniciosi alla quiete spirituale, ingannatori, compromettenti. Principùs obsta. La ragione dei seminari: Vos de mundo non estis (Gv l7,26). Attenti bene anche alle piccole cose. Ut mentes nostras ad caelestia desideria erigas. Te rogamus, audi nos. (Traduzione: perchè tu sollevi le nostre menti ai celesti desideri, ti preghiamo, acoltaci). IV. Suggello ai buoni propositi concepiti circa l'abnegantes impietatem et saecularia desideria la meditazione dei tre novissimi: morte, giudizio, inferno.
II giorno
618. I. Sobrie - castità sacerd[otale]. Sobrie vivamus in hoc saeculo. Lo spirito del mondo e lo spirito di Cristo. Castità e purezza nel cristiano e nel sacerdote. La purezza nell'A[ntico] T(estamento]; in Gio(vannij, nella Chiesa, nella storia. E la gemma più fulgida e la stella del sacerdozio. Esempi pratici molti: il giovane suddiacono: la battaglia per la purezza. Ringraz[iamento] a Dio per il dono della vocazione che presuppone la castità: legge dei sensi e legge dello spirito: gloria e vittoria del celibato portato con onore. Il.Sobrie. Custodia della castità. Così va intesa la sobrietas. Vedere S. Tommaso 2.2.149. E triplice: Sobrietas mentis. «Oportet sapere ad sobrietatem» (Rm 12,3). (Traduzione: non valutatevi più di quanto è conveniente valutarsi). Studi profani e studi sacri: illusioni nella giovinezza: letteratura pericolosa. Suggerimenti pratici. Meglio l'ignoranza (certe volte). Sobrietas oculorum. «Pepigi fedus» (Traduzione: avevo stretto con gli occhi un patto). etc. (Gb 31,1) Avvertimenti. Mortificazioni libere. Sobrietas sensuum: occhi, gusto, tatto, soprattutto questo: esempio dei santi. Un pensiero sulle tentazioni e una parola schietta sulle leggi della natura e della grazia. Dottrina di S. Francesco di Sales sulle tentazioni (Filotea p. IV. art. 3 e ss.). La pace nel sacerdote mortificato e incontaminato in morte. 619. III. Juste. Umiltà e amabilità. Dottrina completa sulla umiltà, secondo il: discite a me (Traduzione: imparate da me, che sono mite e umile di cuore). (Mt 11,29) di Gesù. Niente per sé, tutto con Dio e per Iddio: la grandezza dell'uomo umile e la piccolezza del superbo. Molte applicazioni alla vita del seminario e del sacerdote. L'amabilità, la buona maniera. Beati mites. I piccoli quadri dal vero. I grandi successi sono dei mansueti. Possidebunt terram (Mt 5,5). (Traduzione: erediteranno la terra). Necessità di formarsi subito. IV. Juste. L'obbedienza. La grande virtù nella luce di Cristo in rapporto al Padre, in rapporto a Maria e Giuseppe. L'obbedienza del chierico è l'abbandono in Dio per la vita e per la morte, anche per il modo di morire: l'obbedienza ai Superiori in tutto. La vita e la costituzione della Chiesa cattolica, suppone l'obbedienza. Beati gli obbedienti: essi sono i più fortunati e i più accorti. Esempi pratici e incoraggiamenti. Il Christus oboediens del Natale e di Pasqua conforto per noi... Et donavit illi nomen quod est super omne nomen (Fil 2,10). (Traduzione : gli ha dato il nome, che è al di sopra di ogni altro nome).
III giorno
620. I. Pie. Natura della pietà: riassunto dei concetti precedenti, cognizione, ricerca, servizio di Dio. Lo sp~rito è l'inclinazione a tutto ciò coltivata devotamente. Sorgente della pietà: la Liturgia e il Codice di Diritto Canonico. Importanza e bellezza della liturgia: tesori in essa racchiusi. Importanza del Codice come regola di tutti i rapporti del sacerdote. Gli esercizi della pietà come devono essere compiuti, digne, attente, devote. (Traduzione: con dignità, attenzione, devozione). Il. Gli esercizi e pratiche di pietà. Tre difetti da evitare: il farisaismo, l'isolamento, l'incostanza. Esercizi: obbligatori, di puro consiglio, facoltativi. Criteri e suggerimenti pratici. Importanza dell'esame, confes[sione] e direzione. III. Il fiore più bello della pietà cattolica: Maria: Materpietatis, appunto perché Mater pulchrae dilectionis et timoris et agnitionis et sanctae spei. (Traduzione: Maria, madre della pietà, del bell’amore, del timore, della conoscenza e della santa speranza). Varietà nei titoli: preferenze, grande libertà, ma amore e devozione tenerissima. L'officium parvum e il Rosario. Il centro della pietà: Gesù Cr(isto]. In lui cielo e terra, Dio e l'uomo. Ora Gesù deve essere oggetto della nostra devozione, nel Vangelo e nella croce, nel Sacramento, nel Vicario [suo] il Papa. La devozione al Papa caratteristica del buon prete. Nella stessa luce deve essere posto il Vescovo, secondo ciò che dice S. Ignazio mart.: ut Christum Dominum. 621. IV. Il resto della epistola: Expectantes beatam spem et adventum gloriae magni Dei et Salvatoris nostri Jesu Christi, qui dedit semetipsum pro nobis ut nos redimeret ab omni iniquitate et mundaretsibipopulum acceptabllem, sectatorem bonorum operum. Haec loquere et exortare in Jesu Christo Domino nostro (Tt 2,13-15). (Traduzione: nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e nostro Salvatore Gesù Cristo, il quale ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formarsi un popolo puro che glòi appartenga, zelante nelle opere buone. Questo devi insegnare, raccomandare e rimproverare con tutta autorità). La visione del trionfo di Cristo ci dà il senso di ciò che lo deve preparare. Prima è il regnum tuum sulla terra colla conversione degli infedeli. Per questo il sacerdozio è apostolato. Il significato del «Docete omnes gentes » (Mt 28,19) (Traduzione: ammaestrate tutte le nazioni), in rapporto a tutto il Vangelo: a Cristo, alla Chiesa, al sacerdozio. Esame delle ragioni false e povere per cui si sale al sacerdozio. Siamo apostoli per tutte le anime: l'obbedienza determinerà le forme concrete dell'apostolato, ma il cuore deve essere aperto a tutte. Il movimento missionario moderno: dovere e modi di cooperare ad esso. Chiusa I fiori del giovane chierico al Presepe: tre principali: purezza, umiltà, apostolato.
1924
ESERCIZI SPIRITUALI PRESSO I PP. GESUITI.
ROMA, VILLA CARPEGNA, 13-19 GENNAIO 1924
Riflessioni particolari. 622. Assistono il p. Folli, che già incontrai a Siena in occasione del passaggio colà del braccio di san Francesco Saverio, e il p. Santopaolo. Esercitandi siamo solo cinque, perciò non si predicano: ciascuno fa da sé. Ho sul tavolo il bel commento del p. Bucceroni, ma preferisco industriarmi da me, umilmente e fervorosamente, sul testo di sant'Ignazio. Il mio povero io è qui « ut vincat seipsum et ordinet vitam suam » (ES 2l), (Traduzione: per vincere se stesso e ordinare la propria vita) cioè vinca la sua lentezza, che è ancora tanta, guadagnando in attività ed in rendimento maggiore: perché tutti dicono che lavora troppo; invece io so che conchiude ancora poco in confronto di tanto di più che dovrebbe dare per il suo ministero principale che è l'Opera della Propagazione della fede. 623. Sant'Ignazio, avanti ancora che la virtù, desidera vedere lo sforzo per ottenerla: «necesse est facere nos indifferentes erga res creatas omnes» (ES 23). (Traduzione: è necessario renderci indifferenti verso ogni cosa creata). Notevole l'esemplificazione del liberExercitiorum, circa il « peccatum maius vei minus » di chi va contro la Bolla Crociata « quia non parum peccatur tunc, causam praebendo (ut contra ea agatur), aut faciendo contra tam pias exhortationes et commendationes Superiorum nostrorum » (ES 42) Oh! quale conclusione dal meditare i tre peccati. «Quid egerim ego pro Christo »? Poco, poco o nulla. «Quid agam pro Christo»? Qualche cosa, ma imperfettamente, da poltrone. « Quid agere debeam pro Christo »? Tutto, o mio Signore, purché mi aiuti la vostra santa grazia (ES 53). La meditazione del regno di Gesù Cristo mi ha fatto molto bene. La voglio ripetere spesso, come ripeterò tutte le mattine il colloquio bellissimo e forte che la chiude, e che mi sono scritto per devozione: « O aeterne Domine rerum omnium esto » (ES 91-100). Mi sono confessato da p. Folli e rimango con grande pace. 624. « Cogitet unusquisque, tantum se profectum facturum esse in omnibus rebus spirituallbus, quantum exiverit a proprio suo amore, voluntate, et utilitate (commoditate propria) » (lib. Exer. S. Ign., «De refor. vitae»: (ES 189). (Traduzione: ciascuno infatti si persuada che farà tanto maggior profitto nelle cose spirituali, quanto più si staccherà dall’mor proprio, dalla sua volontà e dal suo interesse). E’ chiaro quindi: l'amore di Dio, non il mio; la volontà di Dio, non la mia; la comodità degli altri, non la mia. E tutto ciò sempre, dovunque, e con grande letizia. «Sicut angelus Dei nec benedictionibus, nec maledictionibus movearis» (2Sam 14,17). (Traduzione: quale è un angelo di Dio, tale è il re mio Signore nell’infondere il bene e il male). Che bell'incoraggiamento al disprezzo del mondo, per chi, angelo di nome, lo vorrebbe essere anche di fatto! « Gesù Cristo risuscitato ha fatto della vita dell'uomo una festa continua ». Questo pensiero di sant'Atanasio chiude bene questi giorni, giorni cari e santi di spirituali emozioni. 625. Oggi si compie il terzo anniversario della mia venuta a Roma per l'Opera della Propagazione della Fede. Il pensiero torna riverente alla Cattedra di San Pietro, da cui ogni apostolato prende ragione e vita. Da questo bel luogo di meditazione e di riposo, donde si scorge la cupola grandiosa, mando a quella cattedra di verità il mio saluto, e l'omaggio fervido dell'intelletto e del cuore. Unica giornata di sole, oggi. Nel suo tepore quale delizia qui, fra gli alberi, il cinguettio dei passeri e il canto delle campane di San Pietro! Riflessioni generali. 626. 1. Oggi, 18 gennalo, festa della Cattedra di San Pietro, si compiono già tre anni dacché ho iniziato, per obbedienza, il ministero di presidente, per l'Italia, della Pontificia Opera della Propagazione della Fede nel mondo. Che tu mi sii sempre stato presente, o mio Signore Gesù, e buono e misericordioso, «testimonia tua credibilia facta sunt nimis » (Sal 93,5). (Traduzione: degni di fede sono i tuoi insegnamenti). Ho lasciato a Bergamo, con pena, ciò che tanto amavo: il seminario, dove il Vescovo mi aveva voluto, indegnissimamente, padre spirituale, e la Casa degli studenti, figlia diletta del mio cuore. Mi sono gettato con tutta l'anima nel mio nuovo ministero. Qui devo e voglio restare senza pensare, senza guardare, senza aspirare ad altro, tanto più che qui il Signore mi dà dolcezze inenarrabili. 627. 2. Chi mi giudica dal di fuori mi ritiene un calmo ma costante lavoratore. Lavoro sì, sempre; ma in fondo al mio essere c'è una tendenza alla poltroneria e alla divagazione. Combatterò energicamente, con l'aiuto di Dio, questa tendenza. Per mia costante umiliazione, io dirò sempre a me stesso che sono un poltrone, un giumento che deve rendere assai di più, e più prestante, e che perciò deve esser trattato collo staffile. Speciale cura porrò a non procrastinare, ma afar subito ciò che deve esser fatto sollecitamente. In tutto, però, conservando in me, e comunicando agli altri, quella calma e quella compostezza per cui solamente le cose riescono, e riescono bene. Non mi preoccuperò se altri corre. Chi troppo corre, anche nelle cose ecclesiastiche, non arriva mai lontano. 628. 3. Fisso come punti saldi del riordinamento della mia vita, i seguenti: Levata ore sei e preghiera in camera. Dalle sette alle otto, lavoro allo scrittoio. Dalle otto alle nove e trenta, santa messa e preghiera (meditazione ecc.). Più poche chiacchiere dopo pranzo e dopo cena. Un po' di passeggio ogni giorno, e in questo la visita al Santissimo. A letto alle ore undici, non mai dopo. Interverrò fedelmente almeno al caso morale; se posso anche al liturgico; sempre all'adorazione mensile dei sacerdoti a San Claudio. 629. 4. L'Opera della Propagazione della Fede è il respiro della mia anima e della mia vita. Per essa, tutto e sempre: testa, cuore, parola, penna, preghiere, fatiche, sacrifici, di giorno e di notte, a Roma e fuori; ancora lo dico, tutto e sempre. Altre occupazioni di ministero le accetterò, ma solo in « quantum possum » in subordine, e purché anch'esse servano ed io le possa far servire alla prima, che è la ragion di essere della mia presenza in Roma. Per riuscire meglio e dar sviluppo all'opera e a tutto il mio programma, ricorderò sempre e praticherò la regola di san Gregorio, che è di far lavorare gli altri, e non riserbare tutto, o quasi tutto, a me: «A subditis inferiora gerenda sunt, a rectoribus summa cogitanda, ut scilicet oculum qui praevidendis gressibus praeminet, cura pulveris non obscuret» (Liber Regulae Pastoralis, II, c. 7). (Traduzione: i sottoposti devono ingerirsi negli affari d’ordine inferiore, mentre i superiori avranno da meditare le verità soprannaturali; affinché l’occhio che dall’alto deve dirigere i passi, ma venga oscurato da polvere fastidiosa). Fortunatamente ciò non mi costa, e per di più il Signore mi ha dato ottimi collaboratori. 630. 6. Insisterò sul buon uso della mortificazione in cose libere, affinché il Signore avvolga in una luce di purezza sacerdotale tutta la mia persona anima e corpo, « ut bonus odor Christi sim in omni loco » (Traduzione: affinché buona fragranza di Cristo io sia in ogni luogo) (2Cor 2, l4-15), pensando che se Dio non mi aiuta, anch'io sono capace di tutto. 7. La Chiesa, al di là di ogni mio merito, e in vista del mio ufficio, mi ha conferito dignità ed onore di prelato. Voglio illustrare questa degnazione della santa Chiesa per me con un grande spirito di umiltà interiore (ritenendomi, qual sono, l'ultimo e il più miserabile di tutti), e di amabilità con tutti, tanto più se piccoli ed umili.8. Propongo di usare uno studio speciale sul governo della mia lingua: evitando ogni parola - dico ogni parola - che in qualunque modo offenda la carità. Su questo punto troverò sempre qualche cosa per lo meno da migliorare, perciò vi insisterò nei miei esami. 631. 9. La delicatezza nelle parole che intendo usata col prossimo, specie coi superiori, soprattutto la voglio in tutti i miei esercizi di pietà, che reciterò «digne, attente, devote», anche per gaudio mio spirituale, ed «in aedificationem» del prossimo. «Cor Jesu flagrans amore mei, infiamma cor meum amore tui. Maria, mater gratiae, ora pro me. S. Joseph, ora pro me. S. Francisce Xaveri, ora pro me. S. Francisce Salesi, ora pro me. Ss. Petre et Paule, et omnes Sancti, intercedite pro me». (Traduzione: cuore di Gesù ardente di amore per me, infiamma il cuor mio di amore per te. Maria, madre di grazia, prega per me. San giuseppe, prega per me, San Francesco Saverio, prega per me. San Francesco di Sales, prega per me. Santi Pietro e Paolo, e santi tutti intercedete per me).
1925
Ritiro di preparazione alla consacrazione episcopale
ROMA, VILLA CARPEGNA, 13-17 MARZO 1925
Preparandomi alla consacrazione episcopale. 632. 1. Non io ho cercato o desiderato questo nuovo ministero, ma il Signore mi ha eletto con segni così evidenti della sua volontà, da farmi ritenere grave colpa il contraddire. Dunque egli è obbligato a coprire le mie miserie ed a colmare le mie insufficienze. Ciò mi conforta, e mi dà tranquillità e sicurezza. 2. Sarò vescovo: dunque non c'è più tempo da far preparazioni; il mio, è stato di perfezione già « acquisita », non « acquirenda ». « Episcopatus», dice san Tommaso, « ad perfectionem pertinet tamquam ad perfectionis magisterium »'. Quale spavento per me, che mi sento e sono così miserabile e difettoso in tante cose! Quale motivo a tenermi sempre umile, umile, umile! 633. 3. Il mondo non ha più fascini per me. Voglio essere tutto e solo di Dio, penetrato dalla sua luce, splendente della carità verso la Chiesa e le anime. 4. Rileggerò spesso il c. IX, lib. III dell'Imit. Christi: «Quod omnia ad Deum sicut ad finem ultimum sunt referenda». (Traduzione: tutto va riferito a Dio come ad ultimo fine). Mi ha fatto profonda impressione, nella solitudine di questi giorni. Lì, in poche parole c'è veramente tutto. 5. Col nuovo stato deve prendere un nuovo aspetto la mia vita di preghiera. Il « digne, attente, devote » vuol essere espresso in me e da me «in aedificationem» (Ef 4,16). 634. 6. Proposito e programma generale della mia vita di vescovo sarà quanto prometterò nella cerimonia della consacrazione, secondo le gravi e commoventi parole del Pontificale; cioè: « a » accomodare omnem prudentiam divinae Scripturae sensibus... eamque (Scripturam) plebem verbis docere et exemplis; b) traditiones Patrum et Apostolicae Sedis constitutiones veneranter suscipere, docere ac servare; c) beato apostolo Petro et Romano Pontifici fidem, subiectionem et oboedientiam per omnia exhibere; d) mores meos ab omni malo temperare et quantum potero, Deo adiuvante, ad omne bonum commutare; e) castitatem et sobrietatem custodire et docere; f) semper in divinis esse negotiis mancipatus et a terrenis nego-tiis vel lucris turpibus alienus; g) humilitatem et patientiam in meipso custodire, et alios similiter docere; h) pauperibus et peregrinis omnibusque indigentibus esse propter nomen Domini affabiliter misericors». (Traduzione: a) regolare la mia condotta secondo le massime della Sacra Scrittura... e insegnarla al popolo con le mie parole e con l'esempio; b) ricevere con rispetto, insegnare e custodire le tradizioni dei Padri, le costituzioni della Sede apostolica; c) mostrare in tutto fedeltà, sottomissione e obbedienza all'apostolo Pietro e al Romano Pontefice; d) tenere una condotta scevra da ogni male e volgerla con l'aiuto di Dio e con tutte le mie forze al raggiungimento di ogni bene; e) conservare e insegnare la castità e la sobrietà; f) dedicarmi tutto agli interessi di Dio e mantenermi alieno da affari terreni e da illeciti guadagni; g) custodire in me stesso l'umiltà e la pazienza e insegnarle agli altri; h) essere affabile e misericordioso coi poveri, coi pellegrini e con tutti i bisognosi. Queste parole saranno frequente materia dei miei esami. 635. 7. Gli abiti episcopali sempre mi richiameranno lo « splendorem animarum » che essi significano, come era gloria del vescovo. Guai a me se mi fossero motivo di vanità! 636. 8. Le lodi della mia povera persona voglio siano quelle del Pontificale, null'altro: «Constantia fidei, puritas dilectionis, sinceritas pacis ». I miei piedi « speciosi ad evangelizandum pacem et bona Domini » (cfr. Rm 10,15). Il mio ministero fatto di riconciliazione « in verbo et in factis »; la mia predicazione « non in persuasibilibus humanae sapientiae verbis, sed in ostensione spiritus et virtutis» (1Cor 2,4); la potestà conferitami dalla Chiesa, non usata in gloria mia, non in distruzione, ma in edificazione (Ef 4,16). Sarà mio sforzo meritarmi anche da vescovo l'elogio che il Santo Padre Pio X mi disse esser l'elogio più bello del segretario vescovile: «Fidelis servus et prudens » (Mt 24,45); e riuscire di fatto, come il Pontificale prosegue, pregando e augurando: « Sit sollicitudine impiger - ho tanto bisogno di questo! - spiritu fervens; oderit superbiam; humilitatem ac veritatem diligat, neque eam umquam deserat aut laudibus aut timore superatus. Non ponat lucem tenebras nec tenebras lucem; non dicat malum bonum, nec bonum malum. Sit sapientibus et insipientibus debitor, ut fructum de profectu omnium consequatur». (Traduzione: sia sollecito, fervoroso ; detesti la superbia ; ami umiltà e verità e non mai ve lo allontanino adulazione o timore. Non confonda la luce con le tenebre né il bene col male. Si senta debitore a tutti, perché a tutti ne venga beneficio). 637. 9. La Chiesa mi vuole vescovo per mandarmi in Bulgaria, ad esercitare, come Visitatore Apostolico, un ministero di pace. Forse sulla mia via mi attendono molte tribolazioni. Con l'aiuto del Signore mi sento pronto a tutto. Non cerco, non voglio la gloria di questo mondo; l'aspetto, molto grande, nell'altro. 10. Assumo ora per sempre anche il nome-che del resto mi fu pure imposto nel battesimo - di Giuseppe, in onore del caro patriarca che sarà primo mio patrono, dopo Gesù e Maria, ed esemplare. Miei altri particolari protettori saranno san Francesco Saverio, san Carlo, san Francesco di Sales, i protettori di Roma e di Bergamo, il beato Gregorio Barbarigo. 638. 11. Motto del mio stemma le parole « Oboedientia et pax», che il padre Cesare Baronio pronunciava tutti i giorni baciando in San Pietro il piede dell'Apostolo. Queste parole sono un po' la mia storia e la mia vita. Oh, siano esse la glorificazione del mio povero nome nei secoli!
1925-1934
Rappresentante pontificio in Bulgaria
1926
RITIRO SPIRITUALE 27 NOVEMBRE - 2 DICEMBRE 1926 ROMA, MONASTERO DI SAN PAOLO
639. 1. Sono vescovo da venti mesi. Come mi era facile prevedere, il mio ministero doveva recarmi molte tribolazioni. Ma -cosa singolare - queste non mi vengono dai bulgari per i quali lavoro, bensì dagli organi centrali della amministrazione ecclesiastica. E’ una forma di mortificazione e di umiliazione che non mi attendevo, e che mi fa molto molto soffrire. «Domine, tu omnia nosti» (Gv 21,l7). (Traduzione: Signore, tu sai tutto). 2. Debbo, voglio abituarmi a portare questa croce con spirito di maggior pazienza e calma e soavità interiore che non mi sia riuscito sin qui. Sarò soprattutto vigilante nelle mie manifestazioni a questo riguardo con chicchessia. Ogni sfogo che posso fare toglie il merito alla pazienza. «Pone, Domine, custodiam ori meo» (Sal 141,3). (Traduzione: poni, o Signore, una custodia alla mia bocca). Renderò questo silenzio - silenzio che deve essere come mi insegna san Francesco di Sales, dolce e senza fiele - oggetto dei miei esami di coscienza. 640. 3. Il tempo che do all'azione deve essere proporzionato su quello che do all'«opus Dei», cioè all'orazione. Ho bisogno di dare alla mia vita un tono di preghiera più vibrante e più continuato. Dunque meditare di più e trattenermi col Signore più a lungo, leggendo, recitando preghiere vocali, anche tacendo. Spero che il Santo Padre mi conceda la grazia di tenere il Ss. Sacramento in casa, a Sofia. La compagnia di Gesù sarà la mia luce, il mio conforto, la mia gioia. 4. Vigilanza sull'esercizio della carità con le parole. Anche colle persone di confidenza e venerabili, devo essere molto parco nel dir cose che si riferiscono alla parte più delicata del mio ministero e che toccano la buona opinione di persone, specialmente se rivestite di autorità e di dignità. Anche quando ci può essere la necessità di uno sfogo, in certe ore di solitudine e di abbandono, il silenzio e la mitezza sono temperamenti che rendono più fruttuoso il patire qualche cosa per amore di Gesù. 641. 5. La breve esperienza di questi mesi di episcopato mi conferma che per me, nella vita, non c'è di meglio che portare la croce, così come il Signore me la pone sulle spalle sul cuore. Debbo considerarmi come l'uomo della croce, ed amare quella che Dio mi dà senza pensare ad altro. Tutto ciò che non è onore di Dio, servizio della Chiesa, bene delle anime, è accessorio per me, e senza importanza.
1927
RITIRO SPIRITUALE LUBIANA (SLOVENIA), CASA DEI GESUITI 9-13 NOVEMBRE
642. 1. Debbo, voglio essere, sempre più, uomo di intensa preghiera. Quest'anno decorso ha portato miglioramento in questo senso. Proseguirò con leììa e con fervore, dando importanza e cura anche maggiore alle mie pratiche: santa messa, breviario, lettura della Bibbia, meditazione, esame di coscienza, corona, visita al Ss. Sacramento. Conservo Gesù Eucaristia con me, ed è la mia gloia. Trovi egli sempre nella mia casa, nella mia vita, motivo di divina compiacenza. 2. Ancora più calma, ancora più calma e soavità e pace nelle cose mie. Se non posso fare tutto il bene che credo necessario al profitto delle anime nella missione affidatami, non mi debbo per nulla né turbare, né inquietare. Il mio dovere, secondo gli impulsi della carità, e basta. Tutto il Signore sa volgere al trionfo del suo regno, anche il mio non poter fare di più, anche la violenza che mi debbo imporre del restare esteriormente inoperoso. Questa calma e questa pace debbo ispirare anche negli altri, con la parola e con l'esempio (ES 180). 643. 3. Sarò sempre più attento al governo della mia lingua. Debbo essere più riservato, anche con le persone familiari, nell'esprimere i miei giudizi. Renderò di nuovo questo punto oggetto dei miei esami particolari. Nulla mi deve uscire dalle labbra, che non sia lode o mitezza di giudizio, o comunque incitamento per tutti a carità, ad apostolato, a vita virtuosa. Secondo l'indole mia naturale, ho soprabbondante l'eloquio. Questo pure è un dono di Dio; ma va trattato con attenzione e con rispetto, cioè con misura, così da armi desiderare piuttosto che da saziare. 4. Nei miei rapporti con tutti - cattolici o ortodossi, grandi o piccoli - vedrò di lasciare sempre un'impressione di dignità e di bontà, bontà luminosa, dignità amabile. Rappresento - benché indegnissimamente - tra questa gente, il Santo Padre. Sarò dunque preoccupato di farlo stimare ed amare, anche attraverso la mia persona. Ciò vuole il Signore. Quale compito, quale responsabilità! 644. 5. Per rendermi più utile nel mio ministero in Bulgaria, mi applicherò con speciale studio alla lingua francese e bulgara. 6. Da segni avuti quest'anno, mi debbo persuadere che invecchio, e che il corpo dà talora i sintomi della sua fragilità. Ciò deve tenermi familiare il pensiero della morte, così che questo renda più lieta, più agile e insieme più laboriosa la vita. 7. Gesù, Maria, Giuseppe, le anime, la Chiesa, il Papa, nel cuore; serenità, calma, letizia nel darmi, nel sacrificarmi, secondo le esigenze del mio ministero apostolico; e in rapporto con gli altri, dignità, umiltà, mitezza e longanimità, e pazienza, e pazienza... Così sia, senza fine.
1928
RITIRO ANNUALE A BEBEK SUL BOSFORO VILLA DEI PADRI LAZZARISTI 20-24 DICEMBRE 1928
645. 1. Oggi, festa di san Tommaso apostolo, ho fatto la confessione generale dei venticinque anni del mio sacerdozio al p. Luciano Proy, «et dedit mihi Dominus fluvium pacis» (Is 66,12). 2. Ventcinque anni di sacerdozio! Quante grazie ordinarie, straordinarie: la preservazione dalle gravi cadute, le occasioni senza numero di fare del bene, la buona salute fisica, la tranquillità perenne dello spirito, la buona reputazione fra gli uomini, immensamente superiore ai miei meriti, il felice successo delle varie imprese affidatemi dalla obbedienza, poi le distinzioni ecclesiastiche, infine l'episcopato, non solo al disopra, ma contro ogni mio merito; quante grazie, Dio mio! Ciò mi deve tenere in un atteggiamento abituale di amore, umile e timoroso. 3. Quante miserie, quante infedeltà in venticinque anni di sacerdozio! Sento ancora l'organismo spirituale sano e robusto, per somma grazia del Signore; ma quanta fiacchezza, quante piccole indulgenze alla poltroneria, al gusto prevalente per una cosa piuttosto che per l'altra, alle impazienze interiori per ciò che dà pena ed affanno; quante distrazioni nelle preghiere ufficiali e private, talora quanta fretta nel passarvi sopra, quanto tempo perduto in letture o in cose meno ordinate al compimento del mio dovere immediato; quanti piccoli attacchi a luoghi, a cose, a minuzie, fra cui debbo invece passare «tamquam peregrinus» (1Pt 2,11)! Quanta facilità ad offendere, benché in forme corrette e devote, la carità verso il prossimo; quanta commistione ancora, nella fantasia, nella tendenza dello spirito, di ciò che è umano, mondano, con ciò che è sacro, soprannaturale, divino, dello spirito del secolo e dello spirito della croce di Gesù Cristo! Perciò mi debbo tenere sempre per un miserabile qual sono, l'ultimo e il più indegno dei vescovi della Chiesa, appena tollerato fra i confratelli, per pietà e compassione, non meritevole di altro che dell'ultimo posto: veramente il servitore di tutti, non a parole, ma con profondo senso e manifestazione, anche esteriore, di umiltà e di sommissione. 647. 4. In questo ritiro spirituale ho sentito ancora una volta, ed in una forma viva, il dovere che ho di essere santo davvero. Il Signore non mi promette venticinque anni di vita episcopale, ma mi dice che, se voglio farmi santo, egli mi dona tempo e grazie opportune. Gesù, vi ringrazio e vi prometto, innanzi al cielo ed alla terra, di fare ogni sforzo per riuscire, cominciando da ora. Maria santissima, mia buona mamma celeste, san Giuseppe, mio carissimo protettore, vi faccio mallevadori della mia promessa odierna innanzi al trono di Gesù e vi prego, soccorretemi, alutatemi « ut sim fidelis» (ES 371). 648. 5. Siccome capisco - ed ormai senza fatica - che il principio della santità è il mio completo abbandono alla santa volontà del Signore, anche nelle piccole cose, perciò insisto su questo punto. Io non desidero, io non voglio niente fuori dell'obbedienza alle disposizioni, istruzioni e desideri del Santo Padre e della Santa Sede. Non farò mai un passo, né diretto né indiretto, per provocare cambiamento, o altro, nella mia situazione, in tutto e sempre vivendo alla giornata, lasciando dire e fare, e passare innanzi a me chi vuole, senza alcuna preoccupazione del mio avvenire. Mie preghiere familiari saranno le due di sant'Ignazio nel libro degli Esercizi: « Suscipe, Domine, universam meam libertatem» e l'altra che comincia: «O aeterne Domine rerum omnium, ego facio meam oblationem» (ES 234 e 98). In quelle due preghiere c'è tutto il mio spirito. Il Signore mi aiuti a non cedere mai, su questo punto, a nessun fascino degli ambienti ecclesiastici, dove talora penetra il senso mondano della vita. 649. 6. Ancora richiamo i miei propositi s~lla vita di preghiera e di unione col Signore. Specialmente rò at nto alla santa liturgia, messa e breviario, al santo rosario meditato bene, alle altre pratiche, il cui uso fedele è la salvaguardia della pietà sacerdotale. 650. 7. Nel trattare con gli altri, sempre dignità, semplicità, bontà: bontà serena e luminosa. E poi manifestazione costante dell'amore alla Croce: amore che di più in più mi disamori delle cose della terra; mi renda paziente, inalterabile di carattere, oblioso di me stesso, sempre lieto nelle effusioni della carità episcopale: « Quae alios parturit, cum aliis infirmatur; alios curat aedificare, alios contremiscit offendere, ad alios se inclinat, ad alios se erigit, aliis blanda, aliis severa, nulli inimica, omnibus mater ». (Traduzione: la stessa carità alcuni vuol generare, altri guarire; altri desidera edificare, altri teme offendere; a questo s’inchina, contro quello si drizza; con alcuni è blanda, con altri severa: nemica a nessuno, madre di tutti. ct S. Agostino). Su questo punto tornerò spesso nei miei esami e nelle confessioni.
BREVE SOLITUDINE A BEBEK SUL BOSFORO NELLA VILLA DEI PP. LAZZARISTI IN PREPARAZIONE AL NATALE 20-24 DICEMBRE 1928
Pensieri e riflessi tratti dal libro: La dernière retraite du R. P. De Ravignan le mois de novembre 1857 aux Religieuses Carmelites de la Rue de Messine à Paris.
I Esercizio. 651. Il ritiro spirituale è riposo e lavoro. Riposo significa: separazione, raccoglimento, silenzio. Lavoro è ricerca della volontà di Dio in noi e studio di conformarvisi. Bisogna entrare in questo lavoro con il cuore dilatato, generoso, lieto, confidente. Maria Immacolata patrona e madre. La verità fondamentale: Dio. Tutto abbiamo ricevuto da lui; tutto a lui deve ritornare. Tutto da lui: dunque fede profonda; dipendenza assoluta. Tutto a lui, dunque riconoscenza e lode perenne, rispetto come a Padre, dappertutto, sempre, specialmente nella preghiera, amore generoso e coraggioso. Il resto non conta nulla nella vita. Qui sta tutta la gioia e tutta la gloria: «Fecisti nos, Domine, ad te». (Traduzione: sei tu che susciti la gioia di lodarti, perché tu ci hai fatti per te, e senza requie è il nostro cuore, finchè non abbia requie in te, S. Agostino).
Il Esercizio. 652. Le creature sono state create per nostro aiuto nella consecuzione del fine. Dobbiamo servircene o astenercene in tanto in quanto ci danno o no questo aiuto. Perciò: a) sanità, malattia, pensiero delle persone care, ricordo del mondo in quanto distraggono non sono per noi; b) le creature devono essere benedette allorché portano la croce e non maledette; c) devono essere tutte ali per ascendere e non catene che ci fanno schiavi.
III Esercizio. 653. La santa indifferenza. Questa è conseguenza logica del sopraddetto. Al Signore il presentarci i mezzi pratici per servirlo. L'indifferenza nella scelta dei mezzi è giustizia, ordine, pace; è anche buona fortuna e vera libertà. Lo si prova anche dal contrario: cioè dal disordine, dalla inquietudine, dall'insuccesso di chi non si lascia condurre ma sforza, spinge e vuol muovere la Provvidenza. Successi momentanei, ma senza consistenza, solitudine, abbandono finale. Per ottenere questa indifferenza occorre molto sforzo e soprattutto grande pazienza; aver paura di certe preferenze ~reconcette): tutto ciò che non è volontà di Dio è fantasia, è capriccio, è natura. Bisogna volerla e cercarla in tutto, perciò combattere, pregare e attendere. La conquista si fa lentamente e giorno per giorno.
IV Esercizio. 654. Il fine. Dio voluto, cercato, amato, servito in tutto e sempre. In ordine a questo fine, quattro conclusioni: 1) pensarvi sempre con sentimenti di amore; 2) desiderarlo con effusione di preghiera, con generosità di esibizioni; 3) scegliere i mezzi che la Provvidenza ci propone; 4) scegliere e preferire i mezzi migliori.
V Esercizio. 655. I tre peccati. Nel peccato degli angeli vedere la natura del peccato che è disordine, orgoglio, rivolta. Nel peccato di Adamo la grazia perduta e le conseguenze di ogni ordine. Da seimila anni il mondo non è ancora che tutto un Calvario, non si fa che aggiungere tutti i giorni nuovi orrori. Finalmente nei peccati nostri vedere la gravità della offesa del Signore; che è rivolta contro il suo dominio, oltragglo alla sua bontà. Dovremmo piangerlo a lacrime di sangue. Imploriamo quella pace salutare che nasce dalla confusione e dal dolore. La confusione: è cosa dolce, molto dolce; chiediamola a Maria ai piedi della croce.
VI Esercizio. 656. I peccati propri. Sguardo d'insieme ai peccati commessi nel mondo; a quelli commessi nella vita religiosa. Quante volte noluisti: peccasti (Traduzione: quante volte non hai voluto obbedire, hai peccato). Abisso di misericordia; mistero di miseria. Come si spiega la miseria nostra? Colla nostra natura che è leggera ed incostante, fiacca; colla mancanza di fervore nella preghiera, colla presunzione nostra, colla vanità, colla follia. Dobbiamo renderci abituale il senso della nostra indegnità e miseria innanzi al Signore. Ciò aiuta molto nell'esercizio dell'umiltà. Coll'umiltà si accompagna poi quella santa pace, senza scrupoli e senza ansietà, quell'abbandono confidente che il Signore ci comanda.
VII Esercizio. 657. Tre grazie da domandare. Si premette che la presenza e l'azione di Dio in un anima si esprimono con la pace interiore. Al contrario: inquietudine, turbamento, disperazione sono segni del diavolo. In questo ritiro bisogna chiedere tre grazie: 1) La compunzione: è indispensabile perché ff cuore si converta davvero, e non si rimanga vittime dell'amor proprio che è cieco ed accecatore. 2) L'ordine che è la sommissione completa a Dio, quindi obbedienza. Con l'ordine c'è Dio, pace, giustizia, saggezza, verità. 3)11 disprezzo e l'oblio del mondo che è vanità, frivolità, orgoglio. Spesso il cuore fa alleanza fra le cose naturali e quelle spirituali e soprannaturali. Bisogna saperlo ben discernere questo mondo che penetra dappertutto, anche oltre la grata del chiostro. Tre grazie preziose. Il Signore però le concede a chi prega assai e le sa meritare.
VIII Esercizio. 658. L'inferno. Questa meditazione entra nel quadro di questa giornata. Per capire l'inferno bisogna immedesimarsi colle anime che ivi stanno a soffrire. Perché sono là? Perché hanno voluto trovare fuori di Dio un piacere che non può essere perfetto se non in lui. Ergo erravimus (Sap S,6). (Traduzione: abbiamo dunque deviato dal cammino della verità). Che parola! Sono rimasti sotto il peso del loro piacere, del loro peccato. Iddio non ha cambiato nulla nell'anima del dannato per farla soffrire. L'ha lasciata nel suo peccato: questo è il suo inferno, inferno che del resto era già cominciato anche sulla terra. Ma in che cosa consiste veramente questa pena? Oh! i gemiti lugubri e terribili dei dannati: Dio perduto, perduto per sempre: un'eternità senza Dio, senza luce, senza pace, senza amore. L'inferno sia per noi una scuola di amore e di zelo. Anche di zelo per tante anime che sono sul punto di cadervi, e vi cadono, e vi cadono. Bisogna pregare, immolarsi, sacrificarsi all'amore e alla giustizia del Signore come S. Teresa che quando vedeva, per rivelazione, le anime cadere, scoppiava di dolore e di zelo.
IX Esercizio. 659. La giustizia di Dio. 1) Attende. Con tanta pazienza nel sopportarci: con quanta indulgenza nel perdonarci: con quanta saggezza nell'avvertirci. 2) Prova. Necessità della prova per espiare e per meditare: bontà della prova col raddolcirla e col conforto, la fine della prova; santificarci facendoci morire al mondo e distaccandoci da esso. 3) Colpisce: nella vita con crisi talora decisive; nella morte, pena del peccato, consumazione del sacrificio; nella eternità - Dio non voglia - nell'inferno senza rimedio: oppure nel purgatorio.
X Esercizio. 660. Il giudizio particolare.
XI Esercizio. La misericordia del Signore. Si legga tutto il capitolo xv di S. Luca. La pecorella ritrovata, gioia del pastore. La dramma rinvenuta, gioia del padrone. Il figliuol prodigo che torna: la gioia del padre. « Ita gaudium erit in caelo (Lc 15,7). (Traduzione: così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione).
XII Esercizio. 661. Giustizia e misericordia. La giustizia attende: la misericordia previene. La giustizia prova: la misericordia sostiene. La giustizia colpisce: la misericordia salva.
XIII Esercizio. 662. Il Regno di G. C. Gesù chiama, si può dirgli di no? Come cristiani siamo suoi. Più suoi siamo come persone religiose. Il seguirlo significa accettare tutte le sue condizioni: vestire, lavorare, combattere come lui. Dunque rinunziare alla carne, al mondo, alla gloria terrena. Così sia. Necessario è ripetere ogni giorno la nostra consacrazione al Signore nostro Re.
XIV Esercizio. 663. Ancora il Regno di G. C. La visione di S. Teresa. Gesù va in giro per il mondo cercando anime che lo seguano e lavorino per lui e nelle quali versare le sue grazie. Ne trova poche. Molte ripetono la risposta del giovane infedele del Vangelo. Abiit moerens (Mc 10,22). (Traduzione: se ne andò afflitto). Allora tutto versa nel cuore di Teresa che ne è inebriata fino a morirne. Mettiamoci al posto di S. Teresa. Ancora c'è tempo. Gravi le difficoltà? Maggiore il merito. Rendiamo omaggio al nostro Re povero, oltraggiato, crocifisso. Vogliamo rendergli un omaggio solenne. Quale gloria, quale gioia nel giorno eterno!
XV Esercizio. 664. La vera consacrazione all'amore di Gesù. Il principale ostacolo a seguire con solennità il Signore è la mancanza di volontà decisa. Si vuole e non si vuole. Così piace al demonio che ama l'esitazione: si apre la porta alla tiepidezza. Il segno più evidente che la volontà è decisa consiste nel desiderio di ascoltare sempre la voce di Gesù che parla coi suoi esempi, colle sue lezioni, colle sue grazie, colle regole della nostra vita ecclesiastica e religiosa, e poi col desiderio di segnalarsi in questo servizio con grandi cose; ma nel senso della unione con Gesù povero, sofferente, disprezzato: pati et contemni.
XVI Esercizio. 665. La visitazione. Vedere gli atti: Maria parte subito, si affatica. Perché? Per servire. Grande esempio alle anime religiose. Mai riposare: tutta per gli altri. E l'invicem praevenire (Traduzione: gareggiate nello stimarvi a vicenda). v(Rm 12,10) di san Paolo. Carità-dedizione. Ascoltiamo le parole. Oh! il Magnificat. La grandezza di Dio e l'umiltà nostra e la gioia. Studiare le virtù esercitate in questo mistero: tre principali: la dedizione, la concordia, la costanza. In una vita di comunità specialmente, oh! quale bellezza queste tre cose!
XVII Esercizio. 666. Gesù nel deserto. Considerare tre cose: la solitudine, la tentazione, la consolazione.
XVIII Esercizio. 667. Il discorso della montagna. Tre parole: 1) Le beatitudini. Intreccio della bontà e della forza; sette beatitudini per la mitezza, una sola per la forza: beati coloro che hanno fame e sete della giustizia. Dolcezza e forza ben unite sono il sigillo dello spirito di G. C(risto) 2) «Luceat lux vestra coram hominibus» (Traduzione: risplenda la vostra luce davanti agli uomini). (Mt 5,14), etc... La forza del buon esempio, l'apostolato più efficace. 3) Gesù non è venuto a distruggere la legge, ma a perfezionarla. Tale è il compito nostro: ricerca della perfezione.
XIX Esercizio. 668. La pace. È il dono, ed il segno che Dio è in noi. Prove dure, battaglie terribili, ma in fondo al cuore la pace resta. Bisogna esserne preoccupati. È il frutto della buona volontà. Pax Domini sit semper vobiscum. (Traduzione: la pace del Signore sia sempre con voi).
XX Esercizio. 669. Ricapitolazione dei due esercizi 17 e 18. Tre cose quanto alle tentazioni: 1) Necessità inevitabile. 2) Seguire gli esempi di Gesù: preghiera e digiuno. 3) Vittoria infallibile. Quanto al discorso della montagna tenere sempre unite le due parole: pazienza e pace.
XXI Esercizio. 670. I due stendardi. Rilievi e confronti fra i due campi e i due condottieri. Da una parte, Babilonia: agitazione, turbamento, perfidia: fascino delle ricchezze, dei piaceri, degli onori. Dall'altra, Gerusalemme. Gesù tranquillo, bello, indulgente, misericordioso: forza e dolcezza, appelli alla povertà e al disprezzo delle cose terrene. O La pace del Signore sia sempre con voi.
XXII Esercizio. 671. Ripetizione della precedente [esercitazione]. La sequela di Gesù in ordine al trionfo della S. Chiesa. Generosità e umiltà. Questa è un frutto dolce, ma bisogna lavorarlo: lungo tempo. Insistiamo con la preghiera perché Gesù ce ne dia il gusto.
XXIII Esercizio. 672. I tre gradi di umiltà. La dottrina di S. Ignazio. La conclusione: « Si, mio Dio, ecco che io scelgo la povertà, l'umiltà; datemila croce, datemi la sofferenza, io ve la domando: io la voglio con voi, come voi, per voi ».
XXIV Esercizio. 673. Le tre classi. Ancora le similitudini di S. Ignazio. Decisiva la conclusione: « Signore, io non voglio niente, io non desidero niente: io non voglio che voi e la vostra santa volontà».
XXV Esercizio. 674. Gesù cammina sulle acque. Tre momenti. a) L'orazione sul monte: orazione di desiderio, orazione di sacrificio, di carità. b) Gli apostoli sulla barca: timore e paura e ciò perché non pregano nell'ora della tempesta. Neppure riconoscono il Signore. c) Gesù sulle acque: la sua potenza divina. Nessuna paura vicini a lui: però è meglio non presumere e restare nella barca. Che importa la tempesta? È come la pioggia inoffensiva che cade sulla casa che ci protegge.
XXVI Esercizio. 675. La Trasfigurazione. Preparazione alla croce. Vi partecipano i testimoni dell'agonia. Persone, parole, fatti. Motivi di incoraggiamento.
XXVII Esercizio. 676. L 'èlezione. Materia e modo di farla. Criterio aureo: la ricerca della volontà di Dio, l'esercizio dell'obbedienza. Eleggere come se si trovasse in punto di morte. In tutto deve trionfare lo spirito soprannaturale sullo spirito umano. pogliamento completo di sé, prontezza alla immolazione.
XXVIII Esercizio. La risurrezione di Lazzaro. Gesù amico, Gesù padrone, Gesù salvatore.
XXIX Esercizio. 677. L'agonia di Gesù. Persone, parole, atti. Il trionfo del fiat. La preghiera a qualunque costo. La volontà del Signore e non la nostra. Tutto accettato, tutto sacrificato.
XXX Esercizio. La passione. Tre rilievi. 1) Gesù avanza sempre. 2) Gesù si rialza sempre. 3) Gesù, per addolorato che sia, passa oltre sempre. Come egli sale, coraggioso e sereno! Nessuna cosa trattiene il suo cammino. Quale esempio per noi. XXXI Esercizio. 678. La mortificazione. Gesù ha sofferto perché l'ha voluto. Gesù ha sofferto per darci l'esempio. La superiorità spirituale di chi segue la legge della mortificazione. Noi troviamo nella mortificazione di nuovo la glustizia origlnale, qualche cosa della nostra potenza primitiva, come S. Francesco d'Assisi che comandava alle bestie ugualmente che il primo uomo nello stato di innocenza. Poi nella croce vi è l'essenza di tutte le vere virtù: la croce, la mortificazione che è essa stessa una preghiera. Meglio si deve dire, che la preghiera congiunta alla mortificazione è infallibilmente esaudita. Nella mortificazione c e la consumazione dell'amore: c'è il merito del martirio.
XXXII Esercizio. 679. La morte di Gesù. Sacrificio ripàratore: sacrificio consumatore: morte di amore. Bello morire quotidianamente con Cristo!
XXXIII Esercizio. La Risurrezione. Considerare: a) il tempo: mattino al passar della notte, solitudine, silenzio, pace, senza spettatori. Così le grandi opere; così la nostra risurrezione. b) Il modo: l'anima riprende il suo corpo e gli ridona la vita non più per la sofferenza ma per l'immortalità e la gloria. Pochi giorni di pena, letizia e trionfo eterno! c) I miracoli della potenza di Gesù risorto: i segni del suo amore a Maddalena e a Pietro, agli apostoli, a Maria. Chi sa che effusione alla Madre sua, che se ne stette nascosta, dimenticata, sofferente!
XXXIV Esercizio. 680. L'Ascensione. Sulla montagna della sofferenza di Gesù doveva mostrarsi la sua gloria. Vedere le persone, ascoltare le parole, assistere ai fatti. Gesù tornerà giudice. Quale felicità! Dice S. Teresa: « Io sarò giudicata da Colui che il mio cuore ama». Ancora, ripetiamolo: è attraverso l'orto degli ulivi che si sale al cielo.
XXXV Esercizio. 681. Il vero amore. È l'amore di Dio, l'espressione più pura di tutta la vita spirituale. Esso non consiste unicamente nello slancio e nella tenerezza dell'anima, ma negli atti che piacciono a Dio, nella virtù, nella perfezione. Poi l'amore è reciprocità. Tutto adunque deve essere donato al Signore. Per i religiosi l'esercizio della perfezione nei voti. Soprattutto l'obbedienza. L'insegnamento e l'esempio di Gesù. Per amare Dio di più, amate molto l'obbedienza. Non mettete confini al vostro amore: non obbedite solamente nei vostri atti, ma affidate all'obbedienza anche i vostri giudizi, sottomettendoli ad essa ciecamente: i santi si sono spinti fino a compiere cose insensate: è la follia della obbedienza che non è altra cosa che la follia della croce, la follia dell'amore. « Un'anima staccata da sé che ha rinunciato alla sua volontà per il voto dell'obbedienza ha distrutto perciò stesso il principio della sua vita naturale, e Dio allora viene Lui stesso nell'anima per divenire la sua vita; in essa vive e si riposa nel suo seno. Ora esistere e vivere in Dio significa amare, perché l'amore è la vita propria di Dio».
XXXVI Esercizio. 682. L'amore di Dio. Le conclusioni di S. Ignazio: 1) Dio dona: bisogna dunque donare. 2) Dio abita dappertutto; egli dimora in me; io debbo dimorare in lui. 3) Dio opera e agisce in tutto: io debbo operare in lui. 4) Dio è il tesoro e la fonte di ogni perfezione: io debbo porre in lui il mio tesoro e il centro delle mie affezionì. 683. Termina la serie di questi esercizi con la preghiera: « Suscipe, Domine, universam meam libertatem, ecc.» Il Padre Ravignan aggiungeva un trattenimento sulla pace nella croce. Tutto torna alla verità del mio motto episcopale: Oboedientia et pax. « Il ne faut jamais s'étonner de ce qui peut se passer en nous, malgré nous. Après avoir été élevés, ravis, en un instant nous pouvons descendre à l'enfance et à la vie la plus animale: mals qu'importe? (Traduzione: non bisogna mai meravigliarsi di ciò che può accaderci, nostro malgrado. Dpo d’essere sollevati in alto, estasiati, in un istante possiamo regredire sino all’infanzia, e alla vita semplicemente sensitiva, ma che importa?).
1930
RITIRO SPIRITUALE DEL 1930 A RUSSE CASA DEI PADRI PASSIONISTI, 28 APRILE - 4 MAGGIO 684.
« Fac me cruce inebriari...». Un complesso di circostanze conferisce al mio raccoglimento spirituale una nota speciale di abbandono in Gesù sofferente e crocifisso, mio maestro e mio re. Le pene, attraverso le quali nei decorsi mesi il Signore ha voluto provare la mia pazienza, per le pratiche circa la fondazione del seminario bulgaro; la incertezza che perdura da oltre cinque anni quanto al compiti definitivi del mio ministero in questo paese; le angustie e le difficoltà di non poter far di più, e del dovermi contenere in una vita di eremita perfetto, contro la tendenza del mio spirito alle opere del ministero diretto delle anime; il malcontento interiore di ciò che c’è ancora di umano nella mia natura, anche se sin qui sono riuscito a tenerlo in disciplina: tutto mi rende più spontaneo questo santo abbandono, che vorrebbe insieme essere elevazione e slancio verso una imitazione più perfetta del mio divino esemplare. 685. Intorno a me, in questa grande casa, solitudine assoluta e bellissima, negli affiuvii della natura in fiore; in faccia, il Danubio; e al di là del grande fiume, la ricca pianura rumena, che nella notte talora rosseggia pei depositi petroliferi in combustione. Durante tutta la giornata silenzio perfetto. A sera il buon vescovo passionista mgr Theelen viene a tenermi compagnia per la cena. Lo spirito resta applicato tutto il giorno alla preghiera ed alla riflessione. Esercizi molto semplici. Seguo il testo di sant'Ignazio; secondoché mi torna più opportuno, mi soffermo o passo oltre. Letture: un trattato moderno del p. Plus: La follia della Croce, e qualche altro autore, spigolando qua e là. O Gesù, ti ringrazio di questa solitudine che mi dà vero riposo e gran pace spirituale. Come fiori spirituali di questo ritiro, piacemi cogliere e fissare qui alcune pochissime cose. 686. 1. Per divina grazia io mi sento, io voglio essere davvero indifferente a tutto ciò che il Signore vuol disporre di me, quanto al mio avvenire. Le chiacchiere del mondo, circa gli affari miei, non mi toccano per nulla. Sono disposto a vivere così, anche se lo stato presente di cose dovesse restare immutato per anni ed anni. Non esprimerò mai neanche il desiderio o la tendenza più lontana a cambiare, qualunque cosa ciò possa costare al mio sentimento. «Oboedientia et pax». È il mio motto episcopale. Voglio morire con la gioia di aver sempre, anche nelle piccole cose, fatto onore alla mia impresa. Di fatto, se interrogo me stesso, non saprei che cosa desiderare o fare di diverso da quello che faccio ora. 687. 2. Da qualche tempo recito ogni mattina dopo la santa messa - e parmi di recitarla di cuore - la preghiera con cui sant'Ignazio conchiude la grande meditazione del regno di Cristo: «O aeterne Domine rerum omnium, ego facio meam oblationem etc.» (ES 98). Veramente, mi costa un poco. Ma siccome voglio veramente tenermi tutto immerso nella santa volontà di Dio e nello spirito di Gesù, crocifisso e disprezzato, d'ora innanzi mi renderò abituale e quotidiana anche la seguente protesta, che è la ripetizione stessa delle parole di sant'Ignazio, là dove descrive il terzo grado di umiltà: « O aeterne Domine rerum omnium, o Pater caelestis, concede mihi indigno servo tuo ut semper sim fidelis huic protestationi, qua, ubi fuerit aequalis laus et gloria divinae majestatis tuae, ad imitandum magis Christum Dominunì, utque ei magis, actu similis fianì, volo et eligo magis paupertatem cum Christo paupere, quam divitias; opprobria cum Christo, pleno opprobriis, quam honores; et magis desidero aestimari vanus et stultus pro Christo, qui prior habitus fuit pro tali, quam sapiens et prudens in hoc mundo» (ES l01). (Traduzione: O eterno Signore di tutte le cose, o Padre celeste, concedi a me, indegno servo tuo che sempre resti fedele a questa attestazione: essendo uguale la lode e la gloria della divina maestà, io, per imitare Cristo nostro Signore ed assomigliargli praticamente, voglio e scelgo la povertà con Cristo povero piuttosto che le ricchezze; gli obbrobri con Cristo colmo d'obbrobrio piuttosto che gli onori; e desidero di essere ritenuto sciocco e stolto con Cristo che, per primo, fu ritenuto tale, piuttosto che essere stimato saggio e prudente in questo mondo). Comprendo bene le riluttanze della natura, ma conto sulla grazia del Signore che su questa base della umiltà perfetta ha saputo piantare la santificazione di tante altre anime che riuscirono strumenti della sua gloria e diventarono illustri nell'apostolato per la causa della santa Chiesa. 688. 3. L'amore della croce del mio Signore mi attira in questi giorni sempre più. O Gesù benedetto, che questo non sia un fuoco vano che si spegnerà alla prima pioggia, ma un incendio che arda senza mai consumarsi! In questi giorni ho trovato un'altra bella preghiera che corrisponde benissimo alle situazioni spirituali mie. È di un santo novellamente canonizzato: p. Eudes. Io umilmente la faccio pure mia. E spero che ciò non sia troppa presunzione. Nel testo si chiama: Professione d'amore per la Croce. O Gesù, mio amore crocifisso, ti adoro in tutte le tue pene. Ti chiedo perdono di tutte le mancanze che ho commesso fino ad ora nelle afflizioni che ti è piaciuto mandarmi. Io mi do allo spirito della tua croce, e in questo spirito, come pure in tutto l'amore del cielo e della terra, abbraccio con tutto il cuore, per amore tuo, tutte le croci di corpo e di spirito che mi arriveranno. E faccio professione di mettere tutta la mia gloria, il mio tesoro e la mia letizia nella tua croce, ossia nelle umiliazioni, nelle privazioni e sofferen ze, dicendo con san Paolo: « Mihi autem absit gloriari nisi in cruce Domini nostri Jesu Christi» (Gai 6,14). Quanto a me non voglio altro paradiso in questo mondo, se non la croce del mio Signore Gesù Cristo. 689. Parmi che tutto mi conduca a rendermi abituale questa solenne professione di amore per la santa croce. La profonda impressione che ebbi e sempre mi accompagnò, durante tutta la cerimonia della mia consacrazione episcopale in Roma a San Carlo al Corso, il 19 marzo 1925; poi le asprezze e le vicende del mio ministero in Bulgaria in questi cinque anni di Visita Apostolica, senza nessuna consolazione, fuori di quella della buona coscienza; la prospettiva non sorridente dell'avvenire, mi convincono che il Signore mi vuole tutto per sé, sulla « regia via sanctae crucis » (IC 2.12). E su questa, e non su altra, io lo voglio seguire. Mi renderò perciò più familiare la meditazione della passione di Nostro Signore e gli esercizi di pietà che le si riferiscono; con devozione più fervorosa celebrerò la santa messa, lasciandomi tutto penetrare ed inebriare del sangue di Gesù, « primo vescovo e pastore dell'anima mia» (1Pt 2,25). Oh, riuscisse anche a me, povero peccatore, lo sforzo « magno nisu » che sant'Ignazio raccomanda nella meditazione dei dolori di Gesù, « ad dolendum, ad tristandum, ad plangendum » (SE 195)! (Traduzione: cercate di ottenere dolore, tristezza e pianto). 690. 4. Una nota caratteristica di questo ritiro spirituale è stata una grande pace e letizia interiore che mi rende coraggioso ad esibirmi al Signore, per ogni sacrificio egli voglia chiedere al mio sentimento. Di questa calma e letizia voglio sia sempre più penetrata, dentro e fuori, tutta la mia persona e tutta la mia vita. Ciò non costa moltissimo alla mia natura; ma le difficoltà e i contrasti possono turbarmi nell'avvenire. Sarò ben vigilante per la custodia di questa gloia interiore ed esteriore. Bisogna saper soffrire senza neanche far intendere che si soffre. Non fu questo uno degli ultimi insegnamenti di mgr Radini di venerata memoria? L'immagine di san Francesco di Sales che mi piace ripetere con altri: « Io sono come un uccello che canta in un bosco di spine » deve essere un perenne invito per me. Quindi, poche confidenze su ciò che può farmi soffrire. 691. Molta discrezione ed indulgenza nel giudizio degli uomini e delle situazioni; inclinazione a pregare specialmente per chi mi fosse motivo di sofferenza; e poi in tutto grande bontà, pazienza senza confini, ricordando che ogni altro sentimento - alla macedone, come si può dire qui - non è conforme allo spirito del Vangelo e della perfezione evangelica. Pur di far trionfare la carità a tutti i costi, preferisco essere tenuto per un dappoco. Mi lascerò schiacciare, ma voglio essere paziente e buono fino all'eroismo. Solo allora sarò degno di essere chiamato vescovo perfetto, e meritevole di partecipa-re al sacerdozio di Gesù Cristo, che a prezzo delle sue condiscendenze, umiliazioni e sofferenze, fu vero e solo medico e salvatore di tutta l'umanità: « Cujus livore sanati sumus » (1Pt 2,24). (Traduzione: dalle sue piaghe siamo stati guariti). Raccomando alla mia cara madre Maria, al mio soave patrono san Giuseppe, questi richiami di nuova vita spirituale: ed uscendo da questo ritiro riprendo con letizia la mia croce. Sempre avanti. Come mi torna alla mente il motto di mgr Facchinetti di venerata memoria, il caro padre spirituale dei primi dieci anni del mio sacerdozio: « Semper in cruce, oboedientia duce »! Offerta ad una vita crocifissa. 692. « O mio Gesù, accordami una vita aspra, laboriosa, apostolica, crocifissa. Dègnati di aumentare nell'anima mia la fame e la sete di sacrificio e di patimenti, di umiliazioni e di spogliamento di me stesso. Non voglio più, ormai, soddisfazioni, riposo, consolazioni, godiìnenti. Quello che ambisco, o Gesù, e imploro dal tuo Sacro Cuore, è di essere sempre ognor più, vittima, ostia, apostolo, vergine, martire per amor tuo » (È del p. Lintelo che fu in Belgio l'apostolo della Eucaristia e della riparazione).
RITIRO SPIRITUALE PREDICATO AI PP. CAPPUCCINI SOFIA 4-8 AGOSTO 1930
Introduzione Eccellenza - utilità - necessità del ritiro per un religioso. Mezzi pratici perché riesca con frutto.
I giorno
693. I. Conferenza. Principio e fondamento (ES 21) della vita cristiana e della perfezione religiosa. Il. La vita spirituale - creature - loro uso - la santa indifferenza. III. Il S. Voto di Povertà. Povertà reale - povertà di spirito. IV. La vita spirituale - sviluppi e vie (secondo il Tissot).
II giorno
I. Il peccato - i peccati proprii. Il. Penitenza. Mortificazione. S. Confessione. III. Il voto di castità. IV. I novissimi: morte, giudizio, inferno.
III giorno
694. I. Seguire Cristo - cosa doverosa, onorifica, facile e gioconda. S. Famiglia: mistero e magistero di umiltà e di mansuetudine. Il. Seguire Cristo: la vita apostolica negli esempi di Nostro Signore - preparazione nel distacco da Nazareth, nel digiuno, preghiera, umiltà al Giordano ecc. Azione: in rapporto col Padre, preghiera e preoccupazione della gloria del Padre; in rapporto colle anime, fervore di zelo, tutto a tutti, in vista del bene delle anime sempre, anche l'aiuto ai corpi ma subordinatamente. Nota caratteristica dell'apostolato: mitis et humilis (Mt 11,29). La vanità di ogni altro sistema. Una parola speciale per l'Azione cattolica e per l'Azione missionaria. 695. III. il voto di obbedienza. Secondo le rivelazioni di S. Caterina da Siena, l'umiltà è la nutrice dell'obbedienza. Questa in ogni caso è il coronamento di quella. L'umanità di fatto fu ricondotta a Dio per l'obbedienza: «Sicut per inoboedientiam unius hominis peccatores constituti sunt multi, ita per unius oboeditionem justi constituentur multi» (Rm 5,19). Nell'Antico Testamento l'obbedienza era in timore. Nel Nuovo Testamento con Cristo è in amore. L'opera di Cristo è sorretta dall'obbedienza. Essa continua nella. Chiesa: triplice potestà: legislativa, giudiciale, esecutiva. Nell'ordine sacro c'è la promessa; nella religione la promessa ed il voto. 696. Punto differenziale fra il cattolico e il protestante: l'obbedienza o il libero esame: il contegno della folla al discorso del pane (Gv c. 6). «Quomodo potest ecc. durus est hic sermo et qui potest eum audire... Et jam non cum illo ambulabant». Gli altri invece: «Verba vitae eternae habes». Per l'obbedienza si compie la consacrazione dell'uomo a Dio. Dio ormai può entrare e compiere le meraviglie della sua grazìa. Per il Francescano il voto è dell'obbedienza innanzitutto al Papa ed alla Chiesa, poi a Frate Francesco in tutti i successori suoi. Tale obbedienza ha carattere regolare, non ha carattere economico (cioè obbedire perché le cose vadano bene), ma di perfezione religiosa in quanto con essa la ricerca di Dio è più perfetta. S. Benedetto dice nella Regula: «Scientes per hanc oboedientiae viam se ituros ad Deum» e insiste ripetutamente sopra il bonum oboedientiae. La visione di S. Matilde: le vergini innanzi al Signore: una reca una coppa d'oro e tutte le altre versano in essa i loro profumi che tutti insieme sono offerti al Signore. 697. Le qualità dell'obbedienza: soprannaturale, confidente, amorosa. «Imposuisti homines super capita nostra (Traduzione: hai fatto cavalcare uomini sulle nostre teste). (Sal 66,12) - homines mortales, fragiles, infirmi lutea vasa portantes». (Traduzione: uomini mortali, fragili, deboli che portano vasi d’argilla). E ciò appunto per esercitare la nostra fede, la nostra speranza, la nostra carità. La visione dell'ostia, le apparenze, ma là vi è Gesù, lo ammettiamo per fede ed il momento ne è grande. Il miracolo di S. Mauro. I Fioretti di S. Francesco. La speranza: «Ecce ego tecum sunì, noli timere». L'amore nella imitazione perfetta di Gesù «factus oboediens usque ad mortem» (Fil 2,7). Come obbedire: «Non trepide, non tarde, non tepide, aut cum murmurio, vel cum responso nolentis, sed bono animo». Grande difetto da evitare, la mormorazione: «murmurationis malum» (s. Benedetto, Regola, V, 14). «Melior oboedientia quam victimae» (Traduzione: ecco, obbedire è meglio che sacrificio). (1Sam 15,22). «Vir oboediens loquetur victorias» (Prov 21,28). (Traduzione: l’uomo che ascolta potrà parlare sempre). (Da rifare: cfr. C. Marmion, Le Christ idéal du moine, p. 354). IV. Il Crocifisso: sommo sacerdote: nostro maestro, nostro re.
IV giorno
698. I. La pietà sacerdotale e religiosa. L'unione con Dio perfetta nella preghiera. La preghiera liturgica, preghiera di rappresentanza collettiva, deve essere fatta digne, attente, devote. Colla preghiera liturgica si esercitano le tre virtù teologali: fede, speranza, carità (1Cor 13,13). Poi le devozioni del religioso: Eucarestia, Passione, la Vergine, S. Giuseppe. Soprattutto il tono della pietà sacerdotale, cfr. Marmion capitolo I. Il. Super omnia charitatem habete quod est vinculum perfectionis (Col 3,14). Deus charitas: è detto tutto. Guardarsi dalla carità farisaica, e dalla eccessiva. La carità coi confratelli di religione deve essere fatta di rispetto, di pazienza, di prontezza a far piacere agli altri [:] aliis placere in bono. Evitare le piccole puntarelle, sopportarle se sono contro di noi; ma specialmente la freddezza calcolata, e prolungata: terribile cosa. Nelle opere fuori di convento la carità deve essere illuminata, ardente, prudente. Tutto poi deve essere fatto nell'obbedienza. Invito fervoroso alla carità. L'Oriente per tornare all'unità della Chiesa attende ancora i suoi santi e i suoi martiri. Prepariamo con la nostra vita religiosa gli uni e gli altri. III. Santa attesa del Paradiso e intanto pace di Cristo esultante nei cuorì. Ricordo il mio motto episcopale «Oboedientia et pax».
25 OVEMBRE 1930
699. Oggi sono entrato nel 500 anno della mia vita. Volli santificare questo passaggio colla preghiera notturna solitaria e confidente. Mio Gesù, siamo a 50 anni di grazie da parte vostra, di miserie e di imperfezioni da parte mia. Vi benedico, vi lodo, vi ringrazio. Non ho da offrirvi altro che i piccoli sacrifici di questa mia vita qui, in questa terra che tanto amo e che vorrei vedere tutta accesa del vostro amore, tutta splendente nella luce della Chiesa Cattolica madre e maestra di civiltà. Ma che sono mal questi sacrifici in confronto della pace del cuore che continuate a darmi, e di questo stesso desiderio ardente e attivo di vedervi qui, amato e benedetto: desiderio che mi brucia dentro ed insieme mi è motivo perenne di letizia? 700. Che sono mai i piccoli miei sacrifici, specialmente nella sopportazione dei difetti di queste anime intorno alle quali mi adopero del mio meglio per fare in loro trionfare la carità, che cosa sono allorché penso ai difetti miei, alle mie negligenze, ai miei peccati per cui merito ogni pena ed espiazione e tribolazione? Gesù mio, accetto tutto dalla vostra mano, dal vostro cuore; e vi dico: datemi ancora più a soffrire se volete, per purificare l'anima mia, per renderla istrumento di maggior bene alle anime, di maggior onore e gloria per voi e per la Santa Chiesa. 701. Una grazia speciale piacemi rilevare in questo giorno: ed è questo di conservarmi ancora in vita floridi e sani i miei cari genitori. Sono così umili e modesti, ma insieme così ricchi di fede e di timore di Voi, e di amore per le cose dello spirito! Oh continuate a benedirli, a confortarli e dar loro sulla terra, pur nella semplicità della loro posizione sociale e fra le loro piccole pene, il pregustamento spirituale delle gioie celesti. 702. Per il mio avvenire? Nessun pensiero. Molti si interessano superficialmente di me e mi destinano ora a Milano, ora a Torino, o altrove. Io non penso proprio a nulla, come non credo che il Santo Padre pensi seriamente a me per queste mansioni così importanti e così superiori alla mia piccolezza. Di queste cose nec habeo, nec careo, nec egeo, nec curo. (Traduzione: non ci penso, non ne sento mancanza, non ne ho bisogno, non mi curo). E’ per questo continuo a vivere contento e tranquillo. O Signore, datemi la grazia di vivere sempre così. Quanto al mio avvenire vi ripeto oggi di cuore: Crux tua sit mihi gloria sempiterna. (Traduzione: la tua croce sia la mia gloria sempiterna). Così sempre fino alla morte che ugualmente accetto sino da ora quale Voi me la manderete, vicina o lontana. Così sia. O Maria, son sempre vostro. Mater mea, fiducia mea. S. Guseppe, mio carissimo patrono, intercedete per me.
BREVE RITIRO SPIRITUALE A BÙJÙKDERE SUL BOSFORO CASA DEI PADRI CONVENTUALI, 18-21 GIUGNO 1931
703. 1. E’ l'ottava della festa del Sacro Cuore. Colgo gli auspici ad un buon rinnovamento spirituale dalla ufficiatura novissima. Non ho infatti con me che il breviario, e non leggo altro. 2. Come mi piace il pensiero di sant'Agostino che chiama il cuore di Gesù: «Ostium vitae »! 1 Talora sembra che nello sviluppo della devozione al Sacro Cuore in questi ultimi anni si tocchino i confini della esagerazione. Ma se il cuore di Gesù è veramente la porta, non c'è nulla di troppo o di esagerato. Bisogna passare di là ad ogni costo per entrare e per uscire. E io voglio passare di là. 704. 3. Altro pensiero che mi dà grande fiducia. E di san Bernardo nell'ufficiatura: «Ubi tuta firmaque infirmis securitas et requies, nisi in vulneribus Salvatoris?... Fremit mundus, premit corpus, diabolus insidiatur: non cado; fundatus enim sum supra firmam petram. Peccavi peccatum grande: turbabitur conscientia, sed non perturbabitur, quoniam vulnerum Domini recordabor... Patet arcanum cordis per foramina corporis; patet magnum illud pietatis sacramentum, patent viscera misericordiae Dei nostri, in quibus visitavit nos oriens ex alto... In quo enim clarius quam in vulneribus tuis eluxisset, quod tu, Domine, suavis et mitis et multae misercordiae?». (Traduzione : «E in verità dove, se non nelle ferite del Salvatore, si trovano certa, stabile sicurezza e riposo per gli infermi?... Il mondo freme, il corpo mi si aggrava, il diavolo mi insidia, non cado perché sono posto sopra una pietra sicura. Peccai grandemente, la mia coscienza sarà turbata ma non sconvolta, perché mi ricorderò delle ferite del Signore... Il segreto del cuore si manifesta attraverso le fenditure del corpo; il grande mistero della bontà è manifesto, sono manifeste le viscere della misericordia del nostro Dio, che ci visitò sorgendo dall'alto... In che cosa infatti più chiaramente che nelle tue ferite sarebbe apparso che tu, Signore, sei soave e mite e di grande misericordia?»). In questi ultimi tempi mi tornano spontanee le pratiche della devozione alle sante piaghe di Gesù crocifisso. Sono il complemento della devozione al Sacro Cuore. Vi insisterò sempre meglio. 705. 4. Nel ritiro dello scorso anno a Roustchouk le circostanze mi portarono ad una accentuazione dell'amore della croce e del patire con Gesù, mio maestro e mio re. Per grazia del Signore quel profondo meditare non fu vano. Mi sono sentito da allora e mi sento più calmo per tutte le evenienze della mia vita, egualmente disposto alle cose più disparate, ai successi ed agli scacchi; riputando esser sempre un grande successo per me, il fare semplicemente il mio dovere a servizio della Santa Sede Apostolica. Tornerò spesso su quelle considerazioni, procurando di accrescere in me il desiderio, la santa voluttà di soffrire con Gesù sofferente, di amare il mio presente far poco, senza fantasie di far altro, la mezza ombra in cui la volontà del Signore mi tiene, impossibilitato come sono dalle circostanze a far di più, come ne avrei la tendenza e il genio. Che cosa è mai, del resto, questo di più o di meno che io posso fare a servizio della santa Chiesa nel ministero mio presente, o in altri ministeri che mi potrebbero venir affidati, ma a cui non penso e non voglio pensare; che cosa è mal? Negli occhi di Dio, niente di più di quel che sono le disposizioni interne del mio spirito, a lui note anche «in abscondito» (Mt 6,4.28 e Sal 31,21), agli occhi degli uomini « vapor ad modicum parens» (Traduzione: Fumo che appare per un momento). (Gc 4,15), spesso inganno e delusione. 706. 5. Sono nel cinquantesimo anno della mia vita. Dunque, uomo maturo che si avvia alla vecchiaia: forse la morte è vicina. Ho concluso ben poco in mezzo secolo di esistenza e di vocazione sacerdotale. Mi umilio e mi confondo innanzi al Signore: gli chiedo perdono « pro innumerabilibus excessibus meis »~, ma guardo all'avvenire con calma imperturbata e fiduciosa. «Cor Jesu in quo Pater sibi bene complacuit ». Questa invocazione mi ha impressionato in questi giorni. Allorché fu udita la voce del Padre ad esprimere le sue compiacenze, Gesù non aveva fatto nulla nella vita, fuorché vivere nascosto, in silenzio, in lavoro umilissimo, in preghiera sommessa. Oh, che grande conforto in questo insegnamento! 707. 6. Riprendo il mio cammino sempre più deciso a « redimere tempus » (Ef 5,16; Col 4,5). Qui devo insistere e battere senza pietà il corpo e lo spirito. Io voglio, io devo rendere di più, anche nel mio ministero attuale. Quindi, maggior scrupolo nell'uso del mio tempo: fare subito, tutto, presto e bene; non aspettare; non mettere le cose secondarie avanti alle principali; sempre alacre, occupato, sereno. 7. Ma soprattutto « et in omnibus», preoccupato di esprimere nella mia vita interiore e nella mia azione esteriore l'immagine di Gesù «mitis et humilis corde» (Mt 11,29). «Deus me adiuvet»
1932
RITIRO PREDICATO AI PADRI PASSIONISTI A ROUSTCHOUK, 18-22 LUGLIO 1932 Note brevi.
708. « In cruce salus, in cruce vita, in cruce protectio ab hostibus. In cruce infusio supernae gratiae, in cruce robur mentis, in cruce gaudium spiritus, in cruce summa virtutis, in cruce perfectio sanctitatis » (IC 2.12) (Traduzione: Nella croce è salvezza, nella roce è vita, nella croce protezione da' nemici: nella croce infondimento di superna dolcezza, nella croce vigore alla mente, gaudio allo spirito; nella croce somma di virtù, nella croce perfezione di santità). Primo giorno: « Pater de caelis Deus, miserere nobis ».
Introduzione Ricordo dei miei Esercizi di preparazione al sacerdozio a Roma, 4 agosto 1904, ai Santi Giovanni e Paolo presso i padri passionisti. Piacere di restituire loro il servigio. L'esperienza degli anni passati: molti libri letti, uomini conosciuti; la vera vita è l'amor della croce, la vera filosofia quella della santa croce. Il capit. xii del libro lì della Imitazione: De regia via sanctae Crucis. Motivo principale di questo ritiro: «Nos autem gloriari oportet in cruce Domini J. C. in quo est salus, vita et resurrectio nostra» (San Paolo, cfr. Gal 6,14). (Traduzione: Non dobbiamo gloriarci d'altro che della croce del Signore Nostro Gesù Cristo; in lui è la nostra salvezza, la nostra vita, la nostra risurrezione). 709. Importanza di questo ritiro: 1) per la questione di cui si tratta in se stessa, salute della propria anima; 2) per le nostre responsabilità in faccia alla Chiesa e alle anime altrui; 3) perché può essere l'ultimo ritiro, forse l'ultima grazia. Lo scopo da ottenersi: orientare la nostra vita secondo la precisa volontà di Dio in noi. Le disposizioni dello spirito: negligenza, infedeltà, pusillanimità; coraggio e generosità. Questo noi dobbiamo avere. Spiegazione del « Venite seorsum in desertum locum et requiescite pusillum » (Traduzione: Venite in disparte, in un luogo solitario e riposatevi un poco). (Mc 6,31) come compendio di ciò che devesi fare perché la grazia di questo ritiro sia piena e perfetta. Soprattutto il riposo in Gesù, fatto di abbandono confidente e di preghiera. Atmosfera caratteristica di questo ritiro: la carità fraterna più soave; secondo l'« Ecce quam bonum et quam iucundum » (Sal 133,1). (Traduzione: Quanto è buono e quanto è soave). Per finire: il motto « Deus et ego » di mgr Sardi Promessa scambievole di preghiera tra chi predica e chi si esercita. Primo giorno: « Pater de caelis Deus, miserere nobis ». 710. I. Principio e fine dell'uomo: i compiti delle creature: i fini della vita religiosa e sacerdotale. Il. Il peccato: in se stesso, nel prete; peccato degli angeli; confronto coi peccati mortali del prete; conseguenze nella vita del prete: come con un cadavere: non vede, non sente, è insensibile e incapace di movimento, dà odore di morte (scandalo). Il peccato veniale: è grossolanità, è sgarberia col Signore che ci ha educato con tanta finezza. Ciò è grave particolarmente in un religioso, in un pastore d'anime. III. Le sanzioni della legge: inferno, morte, giudizio particolare. Due figure di preti e di apostoli peccatori: Giuda e san Pietro. Conclusione di questa giornata del Padre divino, creatore, legislatore, giudice. Finire coll'abbandono nella misericordia. Secondo giorno: « Fili, redemptor mundi, Deus, miserere nobis ». 711. I. Gesù Cristo oggetto di cognizione, di amore, di imitazione da parte del sacerdote. L'imitazione innanzi tutto della sua obbedienza. Largo commento delle parole di san Paolo (Fil 2, 5-11): «Hoc sentite in vobis, quod et in Christo Jesu: qui cum in forma Dei esset, etc. fino a... et in nomine Jesu omne genuflectatur etc.» (Traduzione: abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Gesù Cristo; il quale pure essendo di natura divina, ecc. sino a: perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi, ecc). Applicazioni pratiche di questa dottrina, tratte non solo dagli esempi di Gesù ma da tutto il suo ambiente: san Gio[vanni] Battista, san Giuseppe, Maria ecc... Felicità per un prete, nel far sempre la volontà dei suoi superiori. Esempi antichi e moderni. 712. Il. L'imitazione di Gesù Cristo nella sua vita di Nazareth e di apostolato. Innanzitutto farci ben convinti che noi dobbiamo riprodurre in noi la vita e la fisionomia di Cristo. «Ego vitis, vos palmites » (Gv 15,5). (Traduzione: io sono la vite, voi i tralci). Sviluppi. Poi imitare Gesù nel non occuparci che del soprannaturale. A misura che questo manca, la vita religiosa perisce in noi. Vita di preghiera: sempre pregare, l'abitudine della giaculatoria. Dappertutto portare la nota, il respiro, il profumo di Cristo. Messa, breviario, preghiere per il popolo. 713. Poi lo zelo. Tre classi di preti: scegliere e lavorare oppure ritirarsi. Tempi nuovi, bisogni nuovi, forme nuove. Nello zelo esprimere tre raggi della luce di Cristo: 1) «Talis decebat ut esset pontifex, sanctus, innocens, impollutus, segregatus a peccatoribus etc. » (Eb 7,26)10. Elogio della purezza del clero cattolico: ragioni di prudenza, nei contatti con donne; esercizio della modestia nelle cose libere. Gesù «lilium inter spinas » (Ct 4,2): così il prete di Gesù; 2) la dolcezza: «discite a me, quia mitis sum et humilis corde» (Mt 11,29). Esempio dei santi; 3) la pazienza: « zelum tuum firmat consta ntia» (san Bernardo). Oh, il grande vantaggio del saper sopportare, del saper aspettare. III. Soprattutto la passione di Gesù: studiata nel crocifisso, nell'Eucarestia, nel Sacro Cuore. Considerazioni e conclusioni pratiche. « Verbum crucis pereuntibus stultitia: iis autem, qui salvi fiunt, idest nobis, Dei virtus est » (ìCor 1,18), parole messe in fronte alle Costituzioni dei Padri Passionisti. Terzo giorno: « Spiritus sancte Deus, miserere nobis ». 714. I. Vita e apostolato di santità « et in Spiritum Sanctum Dominum et vivificantem ». Capir bene che noi vescovi e religiosi siamo tenuti alla santità, appunto perciò le manifestazioni dello spirito in noi sono «spiritus gratiae et precum». Vita di preghiera, importanza, eccellenza, modo pratico di assolvere l'« opus divinum ». Breviario del cardinale Massaia . Il. «Spiritus veritatis spiritus charitatis » (Gv 16,13). L'annuncio della verità: catechismi in tutte le forme ai piccoli ed ai grandi: doveri gravissimi del sacerdote. « Spiritus charitatis »: innanzi tutto coll'esempio del disinteresse, poi col dare, col dare senza paura; poi in due forme caratteristiche di carità: il confessionale e gll ammalati. Soprattutto lo spirito di carità nei rapporti coi confratelli. Richiamato il dovere del silenzio e del segreto, e del non riferire ciò che stuzzica l'amor proprio o il risentimento altrui. Nei rapporti col Vescovo basta quanto ha scritto santo Ignazio di Antiochia. 715. III. «Et in Spiritum Sanctum, Sanctam Ecclesiam Catholicam ». Le regole di sant'Ignazio circa il « sentire cum Ecclesia ». In conformità ai tempi. Anzitutto ricordare che la Chiesa nostra è cattolica non nazionale. Guardarci da ogni forma di nazionalismo. Poi solidarizzare in tutto, gioie e dolori, colla Chiàa universale. Raccomandata la lettura de L'Osservatore Romano. Poi col Papa in tutto: Opere Missionarie, Azione Cattolica. Una parola speciale circa i rapporti cogli ortodossi e per l'unione a Roma. La finalità più alta è là. Corona a tutto, la devozione a Maria, sposa dello Spirito Santo. Forma di questa devozione: il rosario meditato
Discorso finale. 716. Il paradiso e le parole di san Paolo (Rm 8,35): «Quis nos separabit a charitate Christi? tribulatio? an angustia? etc.» con breve commento. Mezzo per conservare il frutto del sacro ritiro: l'esame di coscienza quotidiana ben fatto, e la confessione almeno quindicinale.
RITIRO SPIRITUALE A SOFIA INSIEME COI PADRI CAPPUCCINI 4-8 SETTEMBRE 1933.
717. Molta calma e pace. Ho dovuto fare tutto da me, perché il buon predicatore p. Samuele ci aveva preparato dei bei discorsi per i suoi confratelli, ma senza conoscere affatto il metodo di sant'Ignazio. Ho insistito nel primo giorno sulla santa indifferenza. Nel secondo giorno mi sono confessato dal mio solito ed ottimo p. Alberto. Rimasi contento e col cuore molto tranquillo e quieto. Ho riveduto i propositi migliori della mia vita episcopale e li ho rinnovati con tutto il fervore di cui il Signore mi ha dato la grazia. Sento di essere meschino e miserabile, ma mi dura il proposito di volermi santificare ad ogni costo, con calma, con pazienza, con assoluto abbandono in Gesù « pastor et episcopus animae meae» (1Pt 2,25). 718. Il fondo generale delle mie risoluzioni in questi giorni, èespresso nelle parole semplici della Imitazione di Gesù Cristo: «Ama nesciri et pro nihilo reputari» (IC 1.2) Con tutto ciò nessuno scoramento; anzi, sempre lieto, sempre sereno, sempre coraggioso sino all'ultima ora. Gesù, Giuseppe, Maria, spiri in pace con voi l'anima mia. La vita prolungata di rappresentante pontificio in questo paese, mi reca sovente acute, intime sofferenze, che mi sforzo di nascondere. Ma tutto sopporto e sopporterò volentieri, anzi gioiosamente, per amore di Gesù, per rassomigliargli il più possibile, per compiere in tutto la sua santa volontà, per il trionfo della sua grazia in mezzo a questo popolo semplice e buono, ma ahi! quanto sventurato: a servizio della santa Chiesa e del Santo Padre, a mia santificazione. « Domine, tu omnia nosti: tu scis quia amo te » (Gv 21,17).
1934
RITIRO SPIRITUALE DEL 1934 A ROUSTCHOUK COI PADRI PASSIONISTI, 27-31 AGOSTO
719. 1. Ilp. Ausonio Demperat, assunzionista, ci tenne i sermoni. Ben fatti e seri, ma lontani dal sistema di sant'Ignazio. Mi sono confessato dal p. Isidoro Delin, vicario generale di mgr Theelen e parroco di Oresc. E mi trovo contento. 2. Situazione del mio spirito, tranquilla. Quest'anno fu particolarmente calmo. Tremo pensando al giudizio che il Signore farà di me scrutandomi in lanternis (Sof 1,12). Ma poi, quando mi chiedo che cosa mi convenga fare per piacere di più al Signore, per farmi santo, non sento altra risposta: Continua a star nella obbedienza come stai; fa le cose tue ordinarie, giorno per giorno, senza smanie, senza singolarità, ma tutto con studio di maggior fervore e perfezione. Sii fedele alla forma della pietà sacerdotale: messa, piccola meditazione, breviario, corona, visita, esami, buone letture; ma tutto con un tono più elevato di fervore, con una certa soprabbondanza di unzione, come nella lampada che è nutrita da olio copioso. Non preoccuparti per nulla del tuo avvenire, pensando che forse tu stai presso la porta dell'eternità, ed insieme sii sempre più contento di viver così, lontano dagli occhi, forse dalle attenzioni dei tuoi superiori, non dolendoti di essere poco apprezzato, sforzandoti di gustare sempre più il « pro nihilo reputari » (IC 1.2). 720. 3. Le circostanze del mio ministero, quale si è venuto impostando dopo dieci anni di soggiorno in Bulgaria, non mi consigliano, né mi consentono, di far altro da quello che faccio: almeno per ora. Continuerò dunque a vivere alla giornata, ma offrendo con più ardente passione a Gesù questo mio vivere così, questa limitazione che debbo imporre alla mia attività esteriore, e tutta la mia vita di più intensa preghiera: a salute e a santificazione dell'anima mia e di questi vescovi e sacerdoti; a diffusione e penetrazione più profonda dello spirito di carità in questo paese, dove c'è tanta asprezza in tutto; ad edificazione e a progresso religioso dei fedeli cattolici; a lume e a benedizione di tutto questo popolo bulgaro, fuorviato, eppur così ricco di felici attitudini verso il regno di Cristo e la sua Chiesa. 721. 4. Che ha fatto mgr Roncalli nella monotonia della sua vita alla delegazione apostolica? Nella santificazione di se stesso, in semplicità, in bontà e in letizia ha aperto una fonte di benedizioni e di grazie - lui vivo e lui morto - per tutta la Bulgaria. Così dovrebbe essere. Ma queste sono grandi parole e più grandi cose. Gesù mio, mi confondo a pensarle, ho rossore a dirle. Ma voi datemi la grazia, la forza, la gloria di realizzarle. Tutto il resto vada pure. Tutto il resto è vanità, e grande miseria, e afflizione di spirito (Qo 1,2). Gesù, Giuseppe, Maria, a voi il cuore e l'anima mia, ora e sempre.
[Schema delle meditazioni del Ritiro]
722. Argomento svolto dal P. Ausonio Assunzionista.
Introduzione - Gesù Crocifisso porta lo spirito suo. I giorno I sermone - l'umiltà all'inferno ci sono dei vergini ma non ci sono degli umili Il sermone - gli esercizi di pietà III sermone - morte - inferno - paradiso II giorno I sermone - la tiepidezza Il sermone - la confessione III sermone - lo zelo sacerdotale III giorno I sermone - Gesù e il prete. Magistero e Meditazione ideale Il sermone - le virtù speciali del prete: bontà, dolcezza, cortesia, sincerità, garbo ecc. III srmone - la caduta; la conversione di S. Pietro. 723. Chiusa: La devozione a Maria «Qu'est-ce que la douceur? C'est la plénitude de la force » (P. Gratry, Commentaire de S. Matthieu. Discours de la montagne. part. I, c. V.). «Vous le savez, la foudre c'est la force brisée, qui rugit et qui brise, qui brise un homme, un arbre. Pauvre force! La force entière est cette force douce, qui porte notre globe et tous les astres en se jouant. Celui qui a dans l'àme, par la présence de Dieu, cette force entière, cette force douce, celui là seul soulève la terre et la possède. Donc bienheureux en effet, ceux qui sont doux, parce qu'il possederont la terre »
1935-1944
Rappresentante pontificio in Turchia e Grecia
1935
CONCLUSIONE DELLE XL ORE S MARZO 1935 - S. ANTONIO (ISTANBUL)
Ego sum panis vitae. 724. Il racconto dei missionari del Giappone: un uomo bianco, il Papa; un pane bianco, l'Eucaristia; una donna bianca: Maria. I miracoli di Gesù provano la sua divinità: il miracolo dei miracoli è qui: Gesù presente e vivo sotto le specie del pane. Con quanta gravità e solennità, Gesù dice di sé: Ego sum panis vitae (Gv 6,35)2 Aveva pur detto: Ego sum ostium (Gv 10,9), lux, via, veritas (Gv 8,12), pastor bonus (Gv 10,11). Ma con quanta potenza maggiore ripete: Ego sum panis vitae. E ciò scandisce, illustra: pane vero, che si mangia; pane che vivifica in contrasto con la manna, che non arresta la morte. Il discorso è incomprensibile: Gesù non si corregge, non si spiega di più. Questo basta alla nostra fede: Ad quem ibimus? Verba vitae eternae habes (Gv 6,68). 725. Nostri doveri in faccia alla verità del mistero Eucaristico: credere, adorare, mangiare. Sviluppi dei singoli punti: specialmente la partecipazione alla 5. Messa: e poi la Comunione sacramentale e spirituale.I frutti del panis vitae secondo la dottrina di san Tommaso: sustentat, auget, reparat, delectat. Sviluppi di questi punti (episodio di Elia fuggente e del panis cinericius [iRe 19,1-8]. Applicazione alla S. Quaresima a cui va bene dare un tono Eucaristico. Patto di comunione, preghiere fra padre e figli, fra pastore e pecorelle, ecc.
ESERCIZI SPIRITUALI A ISTANBUL 5-22 DICEMBRE 1935 COI MIEI PRETI
726. Esercizi così per dire. Li ho fatti qui, alla Delegazione Apostolica, in compagnia dei miei cari sacerdoti della cattedrale. Li ha predicati, bene al solito, il p. Paolo Spigre, superiore dei gesuiti. S'è fatto quanto si è potuto; ma così non mi sono riusciti di piena soddisfazione. Bisogna uscire dall'ambiente e dagli affari. Curare questi, restando in casa, e insieme attendere alla propria anima, non è possibile. Ciò servirà per un altro anno. Per questo, non ho che a rinnovare i propositi degli scorsi anni. Dalla fine di agosto del 1934 ad ora, quante mutazioni impreviste intorno a me! Sono in Turchia. Che cosa mi manca qui di occasione e di grazia per farmi santo? 727. Il Santo Padre, mandandomi qui, ha voluto sottolineare davanti al card. Sincero l'impressione avuta dal mio silenzio, tenuto per dieci anni, circa il mio restare in Bulgaria, senza lamentarmi mai, od esprimere desiderio di altro. Ciò rispose ad un proposito, e sono contento di esservi rimasto fedele. Qui, quanto lavoro! Benedico Iddio che mi riempie delle consolazioni del sacro ministero. Debbo insistere però nel dare ancora più calma e più ordine a tutte le cose mie. Anche la prova dell'abito civile fu ben superata da tutto il mio clero. Io però devo sempre precedere coll'esempio, diffondendo gravità ed edificazione. il Cuore di Gesù mi infiammi, e mi mantenga e accresca in me il suo spirito. Amen.
1936
RANICA (BERGAMO) VILLA DELLE FIGLIE DEL SACRO CUORE 13-16 OTTOBRE 1936
728. Breve ritiro, pieno di pace e di silenzio, in questa magnifica villa che serve di noviziato al caro istituto di mgr Benaglio e della ven. Verzeri'. Ho potuto, con la grazia del Signore, rendermi conto della situazione del mio spirito. Dalla perfezione corrispondente agli obblighi miei ed alle grazie che il Signore continua a darmi, oh, quanto son lontano ancora! Ma il desiderio l'ho sempre vivo e ardente. In questi giorni mi guida nel ben meditare il p. Bellecio nel suo Triduum sacrum. Riconosco di essermi ormai fatta l'abitudine dell'unione costante con Dio, «cogitatione, verbo et opere », e del tenermi innanzi il binomio: « adveniat regnum tuum, fiat voluntas tua » (Mt 6,10), e di tutto vedere in funzione di coordinamento verso questi due ideali. Ma le mie azioni quotidiane, gli esercizi di pietà, quanto sono difettosi! Ebbene!, tutto voglio rinnovare. Del mio nuovo ministero in Turchia, pur fra molte difficoltà, sono contento. Mi occorre sistemare meglio le mie giornate e anche le mie notti. Non coricarmi mai prima di mezzanotte, non èbuona cosa. Soprattutto bisognoso di riforma è il tempo che segue alla cena. La radio fa perdere troppo tempo e sconcerta ogni cosa. 729. Regola costante: alle diciannove rosario per tutti, in cappella. Poi, cena e ricreazione: tre quarti d'ora bastano per le due cose. Seguirà la recita del mattutino, poi il giornale radio, eventualmente qualche buona audizione musicale, se c'è. Poi ognuno si ritira: il segretario in camera sua, io ad un po' di lavoro. Alle undici devo coricarmi. Ogni mattina, un pensiero che dia direzione e programma a tutta la giornata. Meditazione non omessa mai: breve se non si può di più, ma vivace, agile e calma. Poi devo evitare le lunghe udienze. Molta amabilità con tutti, come se non avessi ad occuparmi che di ciascuno, ma parola sciolta e breve. La mia salute mi impone un regime quanto ai cibi. Anche a mezzogiorno mangerò meno, come già poco mangio la sera. Sarà bene che io esca tutti i giorni al passeggio. Signore mio, ciò mi pesa e mi pare tempo perduto. Ma è pur necessario, se tutti insistono perché lo faccia. Lo farò, offrendo al Signore il sacrificio che mi porta. 730. Mi pare di essere distaccato da tutto, da ogni pensiero di avanzamento o di altro. Io non merito nulla, e non soffro d'impazienza alcuna. Il constatare però la distanza fra il mio modo di vedere le situazioni sul posto, e certe forme di apprezzamento delle stesse cose a Roma, mi fa tanto male: è la mia sola vera croce 4. Voglio portarla con umiltà, con grande disposizione a compiacere i miei superiori maggiori, perché questo e nient'altro che questo io desidero. Dirò sempre la verità, ma con mitezza, tacendo su quanto mi paresse torto o offesa ricevuta, pronto a sacrificare me stesso o ad essere sacrificato. Il Signore tutto vede e mi farà giustizia. Soprattutto voglio continuare a rispondere sempre bene per male, ed a sforzarmi di preferire, in tutto, il Vangelo agli artifici della politica umana. Voglio attendere con maggior cura e costanza allo studio della lingua turca. Io sento di voler bene al popolo turco, presso il quale il Signore mi ha mandato: è il mio dovere. So che la strada che ho preso nei rapporti coi turchi è buona, soprattutto è cattolica ed apostolica. Debbo continuare in essa con fede, con prudenza, con zelo sincero, a prezzo di ogni sacrificio. Gesù, la santa Chiesa, le anime, anche le anime dei turchi, non meno che quelle dei poveri fratelli ortodossi: «Salvum fac populum tuum, Domine, et benedic hereditati tuae» (Sal 28,9). (Traduzione: salva il tuo popolo, o Signore, e benedici la tua eredità).
1937
RITIRO SPIRITUALE COL MIO CLERO SECOLARE A ISTANBUL IN DELEGAZIONE 12-18 DICEMBRE 1937
731. 1. Caro ritrovo, come in famiglia, per i problemi più gravi e più sacri. Avverto però ciò che notavo alla fine del 1935: questo restare nello stesso ambiente ordinario di tutti i giorni, e per i preti questo uscire e rientrare, toglie molto alla efficacia del ritiro. Non si poteva però fare di meglio. La casa dei gesuiti è particolarmente sorvegliata in questi giorni, dunque pericoloso il restar là dentro come ospiti. Pazienza. 2. Nella revisione del mio organismo spirituale, tutta propria di questi giorni, avverto che, per grazia del Signore, tutte le parti sòno ancora in regola: però, quanta polvere, quanto logorio dei singoli pezzi; ecco la ruggine, qua e là; altrove, o le viti o le molle che non funzionano, o funzionano male. Bisogna dunque rinnovare, ripulire e... vivificare. La santa confessione di un anno, che ho fatto a p. Spigre che predica il ritiro, mi lascia in pace. Ma il Signore è pure contento dei fatti miei? Tremo a pensarci. Solo mi dà coraggio la fiducia, l'abbandono in lui. 732. 3. L'anno scorso in dicembre, ad Atene 2, ebbi un grave avvertimento circa la mia salute fisica. Sono corso ai ripari; dopo un anno mi sento molto bene, nonostante che io rechi, nello squallore della capigliatura, i segni della vecchiaia. Insisterò sempre nel tenermi familiare il pensiero della morte, non a tristezza, ma anzì a lume e ad elevazione lieta e tranquilla della vita che ancora mi resta quaggiù. Ciò che mi fece più impressione nella mia giovinezza, fu il morire del mio vescovo, mgr Radini di venerata memoria a cinquanta-sette anni: giusto la mia età attuale. Pensai sempre che forse io non sarei arrivato sin là. Vi arrivo ora e ringrazio Iddio! Quale dovere per me di santificarmi seriamente! 4. Mi sento tranquillo e contento del mio stato: solo malcontento di non essere santo ed esemplare in tutto come dovrei, come vorrei. Gli onori o gli avanzamenti della terra non mi turbano gran fatto; ed ho l'impressione di tenerli in disciplina. Signore, aiutatemi, perché la tentazione può sorgere facilmente, ed io sono miserabile. La Chiesa ha già fatto troppo per me. Io sono «omnium novissimus» (Mc 9,34). 733. 5. «Vir eucharisticus». Voglio veramente esser tale. Su questo punto devo richiamare qualche cosa di già deciso. Anticiperò sempre il mattutino la sera: ciò mi assicura di fare sempre la meditazione al mattino, dopo la messa e le piccole ore. Poi, oltre alla visita quotidiana ordinaria più o meno lunga, ma sentita e vibrante, al giovedì, dalle 22 alle 23, sarò fedele all'ora di adorazione, come avevo già cominciato a fare, per i bisogni miei e della santa Chiesa. 6. Le circostanze della mia vita ordinaria qui, a Istanbul, mi permettono solo due ore di lavoro tranquillo, e son~ quelle della notte, dalle 22 alle 24: conviene che mi vi adatti. Però a mezzanotte, dopo le ultime notizie, mi debbo assolutamente ritirare per breve preghiera e per dormire. Vedo che sei ore di riposo notturno ordinario mi bastano. Lungo la via si vedrà se si può far meglio. Ciò che interessa è che tutto sia ordinato e calmo, con ritmo alacre e senza smanie. 734. 7. A cena, in refettorio, leggemmo, don Giacomo Testa ed io, alcune pagine di Faber sulla benevolenza. Mi è caro l'argomento, perché veggo che tutto è là. Continuerò nello sforzo tranquillo di essere soprattutto buono e benigno, senza debolezze, ma insieme con perseveranza e con pazienza con tutti. L'esercizio della bontà pastorale e paterna - «pastor et pater» - deve riassumere tutto l'ideale della mia vita episcopale. La bontà, la carità: che grande grazia! «Omnia mihi dona pariter cum illa» (Sap 7,11). (Traduzione: insieme con essa mi sono venuti tutti i beni),
ESERCIZI SPIRITUALI 12-18 NOVEMBRE 1939, ISTANBUL, PRESSO I GESUITI DI AYAS-PASA, «SACRO CUORE»
Pensieri e propositi. 735. 1. Finalmente gli Esercizi che desideravo: chiusi, senza contatto col mondo esterno, e fatti con metodo. Ho invitato a venir con me i miei confratelli, vescovi e preti, non religiosi: ci sono tutti e di ogni rito. Parecchi però la sera tornano a casa per la messa del domani. Ciò è meno bene, ma è necessario. Io godo di restare solo per tutta la settimana. E benedico il Signore. 2. Il p. Elia Chàd, superiore dei gesuiti, ci dà i punti secondo il metodo di sant'Ignazio, e fa bene. Però anche lui deve dare più che i punti: invece di un quarto d'ora ne occupa una mezza. Poi si dovrebbe proseguire la meditazione in camera. Io mi aiuto leggendo, nella traduzione latina annotata dal p. Roothaan, il testo ignaziano. Constato però che, anche per noi preti e vescovi questo dare a spizzico, per essere fedeli al metodo, e lasciare il resto allo spirito di ciascuno, non è pratico. Siamo tutti un po' bambini bisognosi di essere guidati dalla voce viva di chi ci presenta la dottrina bella e preparata. Dunque, metodo di sant'Ignazio, ma adattato alle forme moderne di vita. Oh, i nostri bravi preti bergamaschi che ci predicavano gli Esercizi in seminario! Ed erano ben fedeli allo spirito e, secondo le circostanze, al metodo di sant'Ignazio! 736. 3. Fra pochi giorni - il 25 di questo mese - compirò i cinquantotto anni. Avendo assistito alla morte di mgr Radini a cm quantasette anni, mi pare che tutti gli anni, oltre questi, mi vengano concessi in soprappiù. Signore, vi ringrazio. Mi sento ancora giovane di salute e di energia, ma non pretendo nulla. Quando mi vogliate, eccomi pronto. Anche nel morire, e soprattutto nel morire, « fiat voluntas tua » (Mt 6,10). Non manca neppure intorno a me il sussurro: « ad majora, ad majora». Non mi illudo così da prestarmi alle sue carezze, che sono, sì, anche per me, una tentazione. E mi sforzo cordialmente di trascurare queste voci, sonanti inganno e vigliaccheria. Le reputo uno scherzo; sorrido e passo oltre. Per quel poco, per quel niente che io sono nella santa Chiesa, la mia porpora l'ho già, ed è il rossore di trovarmi a questo posto di onore e di responsabilità valendo io così poco. Oh, che conforto per me sentirmi libero da queste aspirazioni di cambiar posto e di salire! La reputo una grande grazia del Signore. Voglia il Signore conservarmela sempre. 737. 4. Quest'anno il Signore mi ha provato coi distacchi da persone care: mia mamma, venerata e dolcissima; mgr Morlani, il mio primo benefattore; don Pietro Forno, il mio intimo collaboratore negli Atti della Visita Apostolica di S. Carlo; don Ignazio Valsecchi che fu curato a Sotto il Monte durante gli anni del mio chiericato, prima di partire per Roma, 1895-1900: tutti scomparsi. Non parlo di altre conoscenze e persone carissime: prima fra queste il mio rettore, mgr Spolverini. Il mondo cambia faccia per me. «Praeterit figura huius mundi» (ìCor 7,31). Ciò deve accrescere la mia familiarità con l'al di là, pensando che forse presto ci sarò anch'io. Cari morti, io vi ricordo e vi amo sempre. Pregate per me. 738. 5. Ho fatta la mia confessione annuale a p. Chàd, e sono contento. Per prepararmi bene ho celebrato la santa messa espressamente, ho assistito ad un'altra messa e poi mi misi in ginocchio, pentito e confuso. « Commissa mea pavesco et ante te erubesco: noli me condemnare» 7. Il confessore mi dice che il Signore è contento del mio servizio. Contento davvero? Oh, lo fosse! Io non ne sono contento che in parte. La elezione dello stato per me è fatta da tempo: anche quanto ai particolari della mia vita e attività tutto è ben chiaro e fisso dall'« impendam et superimpendar pro animabus» (Traduzione: per conto mio mi prodigherò volentieri, anzi consumerò me stesso per le vostre anime) (2Cor 12,15): non dormo sui miei doveri episcopali, ma, ahimè, quanti difetti nel compierli! Soprattutto mi tormenta la sproporzione fra quello che faccio e quello che mi resta a fare e che vorrei pur fare, ma non arrivo. La colpa deve essere in parte mia. Nelle mie lettere sono troppo lungo, per il timore di riuscire secco e poco cordiale, dicendo meno: nel desiderio di fare meglio gli interessi della carità e della santa Chiesa, dicendo di più. Converrà cercare la linea della discrezione, che sta nel mezzo; e, se resta ancora un po' di tortura, recarmela in pace. 739. 6. Il giorno dei morti il mio caro segretario, mgr Giacomo Testa, mi ha lasciato definitivamente « ad currendam viam suam» (Sal 19,6). Era un buon figliolo che stava con me da due anni e che amavo nel Signore. « Fiat » (Lc 1,38). Al suo posto eccone un altro, giovane, mgr Vittore Ugo Righi. I superiori me lo hanno inviato perché io lo aiuti nella sua formazione al servizio della Santa Sede. Mi pare docile e buono; farò del mio meglio. Insieme vorrei alleggerire il mio peso della corrispondenza ufficiale, mettendolo in parte sopra di lui. Ecco un mezzo per stabilire la proporzione fra il da fare e il fatto. « Sic Deus me adiuvet ». 740. 7. Per la lettura in refettorio ho proposto, dopo la prima enciclica del nuovo Papa, il Journal intime di mgr Dupanioup, che trovai fra i libri della Delegazione e che io conosco bene. Vedo che quelle pagine fanno molta ed edificante impressione. A me soprattutto interessa il frequente ritorno di un prelato, tanto dinamico, sulle pratiche di pietà e della vita interiore: messa, breviario, meditazione, devozione al Sacramento, alla Madonna, che egli chiama « Auxilium christianorum: Auxilium episcoporum », ecc. Conforto nel « socios habere penantes », conforto per me ed insieme incitamento. Insisto particolarmente nella recita del mattutino la sera. A mgr Righi piace la recita insieme, e per me è quanto desidero ed ho già cominciato a fare. Il mattutino detto la sera ètutto tempo prezioso preparato per la meditazione del domani e per una elasticità più spedita in tutto il resto. Egualmente terrò al rosario in famiglia che ho cominciato. Anche con mgr Radini si usava così, anche col card. Ferrari, a Milano. 741. 8. Faccio proposito speciale, ad esercizio di mortificazione, lo studio della lingua turca. Saperne ancora così poco, dopo cinque anni di soggiorno a Istanbul, è una vergogna e mostrerebbe poca comprensione della portata della mia missione, se non ci fossero motivi a scusare e a giustificare. Ora riprenderò con lena; la mortificazione mi diverrà motivo di compiacenza. Io amo i turchi, apprezzo le qualità naturali di questo popolo che ha pure il suo posto preparato nel cammino della civilizzazione. Riuscirò a poco? Ciò non conta nulla. Il mio dovere, l'onore della Santa Sede, l'esempio che devo dare: e basta. Non riuscissi che a restar fedele a questo fermo proposito, riterrei grande e benedetto il frutto dei miei Esercizi. 742. 9. Altri propositi speciali? Non so trovarli, perché mi sento tutto crocifisso alla mia vita di vicario e di delegato apostolico. Mantenere la mia pace e, nella pace, un grande fervore: non recedere affatto dal sistema che mi consiglia in tutto umiltà e mitezza, qualunque impulso o tentazione io senta in contrario; mitezza che non è per nulla pusillanimità; parlar poco, poco di politica; e conservarmi familiare il pensiero della morte. 743. 10. Dalla finestra della mia camera, qui presso i Padri Gesuiti, osservo tutte le sere un assembrarsi di barche sul Bosforo; spuntano a decine, a centinaia, dal Corno d'oro; si radunano a un posto convenuto, e poi si accendono, alcune più vivacemente, altre meno, formando una fantasmagoria di colori e di luci impressionante. Credevo che fosse una festa sul mare per il Bairam che cade in questi giorni. Invece è là pesca organizzata delle palamite, grossi pesci che si dice vengano da punti lontani del Mar Nero. Queste luci durano tutta la notte, è si sentono le voci gioiose dei pescatori. Lo spettacolo mi commuove. L'altra notte verso l'una pioveva a dirotto, ma i pescatori erano là, impavidi alla loro rude fatica. Oh, che confusione per me, per noi preti, «piscatores hominum» (Mt 4,19), davanti a questo esempio! Passando dalla figura al figurato, oh, quale visione di lavoro, di zelo, di apostolato proposto alla nostra attività! Del regno del Signore Gesù Cristo resta qui ben poca cosa. Reliquie e semi. Ma quante anime da conquistare a Cristo, vaganti in questo mare dell'islamismo, dell'ebraismo, della ortodossia! Imitare i pescatori del Bosforo, lavorare giorno e notte colle fiaccole accese, ciascuno sulla sua piccola barca, all'ordine dei capi spirituali: ecco il nostro grave e sacro dovere. 744. 11. Il mio lavoro in Turchia non è faci~, ma mi viene bene, ed è motivo di molta consolazione. Vedo che c'è la carità del Signore, e l'unione degli ecclesiastici fra loro e col loro misero pastore. La situazione politica non permette di fare molto, ma mi pare già meritorio il non peggiorarla per colpa mia. La mia missione in Grecia, invece, oh, come mi è fastidiosa! Appunto per questo l'amo anche più e propongo di continuarla con fervore, sforzandomi di vincere tutte le mie ripugnanze. Per me è consegna: è, dunque, obbedienza. Confesso, non soffrirei se venisse affidata ad altri, ma intanto che è mia, voglio farle onore ad ogni costo. « Qui seminat in lacrymis, cum exultatione metet» (Sal 126,5). (Traduzione : chi semina tra le lacrime, nel giubilo miete).Poco m'importa che altri raccolga. 745. 12. Quest'anno, vacanze poche e turbate dalla preoccupazione di dover tornare presto. In compenso ho trovato accoglienze estremamente benevoli ed incoraggianti a Roma, presso il Santo Padre, la Segreteria di Stato e la Congregazione Orientale. Ringrazio il Signore. Ciò supera i miei meriti. Però non lavoro per gli elogi degli uomini. « Dominus dedit ». Se dovesse succedere, come è facile, il « Dominus abstulit », continuerei a benedire il Signore (Gb 1,21). (Traduzione: il Signore ha dato, il Signore ha tolto). 13. Come a richiamo perenne di maggior fervore eucaristico ed a ricordo di questi Esercizi, propongo d'ora in poi di premettere sempre, alla mia messa privata, le preghiere che stanno sul canone. Chi mi assiste aspetterà un poco, ma quelle preghiere devono essere dette. La sola « opportunitas » che potrà dispensarmene, sarà la maggior comodità di numerosi fedeli che aspettano e non devono trovarsi in condizioni di impazientire. San Francesco di Sales mi è buon maestro in questo esercizio di caritatevole discrezione.
1940
ESERCIZI SPIRITUALI 25 NOVEMBRE - 1 DICEMBRE 1940 TERAPIA 1, VILLA DELLE RELIGIOSE DI N. 5. DI SION
Sera di lunedì, 25 novembre. 746. Ieri il Santo Padre Pio XII invitò tutto il mondo ad unirsi a lui per cantare, gemendo, le litanie dei santi, e il Miserere. E tutti ci unimmo a lui ed alla sua preghiera, dall'Occidente e dall'Oriente. Ritiratomi qui tutto solo in Esercizi spirituali - come lo stesso Santo Padre fa in questi giorni in Vaticano - ed iniziando così il sessantesimo anno della mia povera vita (1881 - 25 novembre -1940), nulla credo più utile per me, anche come contributo al bene di tutti, che ritornare sul salmo della penitenza (Sal 51,3-21), distribuendone i versetti - che sono venti - quattro per ciascun giorno, e rendendoli oggetto di considerazione pia. Seguo da lontano l'esposizione del Miserere del p. Segneri (cfr. infra, nota 8), ma con molta libertà di ispirazione e di applicazioni. Sommamente utile ad intendere i sensi profondi del salmo, è il tenermi viva l'immagine del reale Profeta e le circostanze del suo pentimento e del suo dolore. È un re che è caduto: è un re che si risolleva.
Primo giorno. Martedì 26 novembre.
747. I VERSETTO: « Miserere mei, Deus, secundum magnam misericordiam tuam » (Sal 51,3) (Traduzione: pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia). 1. Il pianto delle nazioni. Esso arriva al mio orecchio da tutti i punti di Europa ed anche da fuori. La guerra micidiale che imperversa sulla terra, sui mari, nei cieli, non è che una rivendicazione della giustizia divina, di cui si sono offesi e violati i sacri ordinamenti imposti al consorzio umano. Si è preteso, si pretende da qualcuno, che Iddio debba preservare tale o tal altra nazione, o dare ad essa la invulnerabilità e la vittoria in vista dei giusti che in essa vivono, o del bene che pur vi si compie. Si dimentica che, se Dio ha fatto in qualche modo le nazioni, ha lasciato però la costituzione degli stati alla libera disputazione degli uomini. A tutti egli ha dettate le leggi della civile convivenza: il Vangelo ne è il codice. Ma non ha dato garanzie di assistenza speciale e privilegiata che alla nazione dei credenti, che è la santa Chiesa in quanto tale. Ed anche l'assistenza alla sua Chiesa, se la preserva da ogni disfatta, non la garantisce né dalle tribolazioni, né dalle persecuzioni. 748. La legge della vita per le anime e per i popoli determina la giustizia e l'equilibrio universale, i limiti nell'uso delle ricchezze, dei godimenti, della potenza mondana. A misura che questa legge è violata, si applicano automaticamente le sanzioni che sono terribili ed inesorabili. Nessuno stato vi sfugge. A ciascuno la sua ora. La guerra è una delle più tremende sanzioni. Essa è voluta non da Dio, ma dagli uomini, dalle nazioni, dagli stati per mezzo di chi li rappresenta. I terremoti, le inondazioni, le carestie, le pestilenze sono applicazioni di cieche leggi della natura: cieche, perché la natura materiale non ha intelligenza né libertà. La guerra è voluta invece dagli uomini, ad occhi aperti, a dispetto di tutte le leggi più sacre. Per questo è tanto più grave. Chi la determina, chi la fomenta è sempre il « princeps huius mundi » (Gv 12,31) che nulla ha a vedere con Cristo, il « principe della pace » (Is 5,6). E mentre la guerra si disfrena, non resta per i popoli altro che il Miserere e l'abbandono alla misericordia del Signore, affinché prenda il sopravvento sulla giustizia, e con una grazia sovrabbondante faccia rinsavire i potenti del secolo e li riconduca a propositi di pace. 749. 2. Il pianto dell'anima mia. Ciò che avviene nel mondo in grande, si riproduce in piccolo nell'anima di ciascuno, si riproduce in me. Fu grazia del Signore il non essere stato consunto dalla malizia. Ci sono certi peccati che si direbbero tipici: questo di Davide, quello di san Pietro, di sant'Agostino. Ma dove sarei arrivato io stesso, se la mano del Signore non mi avesse trattenuto? Per piccole mancanze, i santi più squisiti fecero penitenze lunghe ed asprissime. Tanti, anche moderni, non vissero che di penitenze; e vi sono anime la cui vita, anche oggi, è espiazione dei peccati propri, dei peccati del mondo. Ed io, in ogni età, più o meno, sempre peccatore, non dovrei piangere sempre? « Non vi chiedevo una lode che mi fa tremare: quel poco che so di me stesso basta per confondermi ». La famosa risposta del card. Federico è pur sempre eloquente e commovente. 750. Altro che cercare nei confronti un motivo quasi di sollievo! Il Miserere per i peccafi miei dovrebbe essere la mia preghiera più familiare. Il pensiero poi che sono sacerdote e vescovo, e quindi particolarmente consacrato alla conversione dei peccatori, alla remissione dei peccati, tanto più dovrebbe conferire accentuazione al mio atteggiamento « ad dolendum, ad tristandum, ad plangendum », come dice sant'Ignazio (ES 195). Che cosa è questo farsi flagellare, questo farsi mettere sulla terra nuda, sulla cenere, per morire, se non un continuato Miserere dell'anima sacerdotale, ansiosa di essere sempre ostia di espiazione per i peccati del mondo e propri? 751. 3. La grande misericordia. Non basta una misericordia qualunque. Il peso delle iniquità sociali e personali è così grave, che non basta un gesto di carità ordinaria a perdonarle. Si invoca però la grande misericordia. Questa è proporzionata alla grandezza stessa di Dio. « Secundum magnitudinem ipsius, sic et misericordia illius» (Sir 2,23). (Traduzione: quale è la sua grandezza, tale è anche la sua misericordia). È detto bene che le nostre miserie sono il trono della divina misericordia. È detto meglio ancora, che il nome e l'appellativo più bello di Dio sia questo: misericordia. Ciò deve ispirare fra le lacrime una grande fiducia. « Superexaltat misericordia judicium» (Gc 2,13). (Traduzione: la misericordia trionfa nel giudizio). Questo pare troppo. Ma non deve essere troppo, se sopra di questo è tutto imperniato il mistero della redenzione; se per fornire un segno di predestinazione e di salute, questo viene indicato nell'esercizio della misericordia. « Miserere mei, Deus, secundum magnam misericordiam, tuam » (Sal 51,3). 752. II VERSETTO: « Et secundum multitudinem miserationum tuarum, dele iniquitatem meam» (Sal 51,3). (Traduzione: e secondo le molte operazioni di tua misericordia, cancella la mia iniquità). Il Signore è detto «misericors et miserator » (Sal 11 ,4)7 La sua misericordia non èsemplicemente un sentimento del cuore, ma è una profusione di benefici: « multitudo miserationum ». A riguardar bene quante grazie scendono all'anima peccatrice, semplicemente col perdono di Dio, c'è da confondersi: 1) la remissione amorevole dell'offesa; 2) l'infusione nuova della grazia santificante, come ad amico, come ad un figlio; 3) il reintegramento dei doni, degli abiti, delle virtù annessi alla grazia; 4) la restituzione del diritto alla eredità celestiale; 5) il ravvivamento degli antichi meriti di prima del peccato; 6) l'aumento di grazia che si aggiunge per questo perdono alle grazie precedenti; 7) l'aumento dei doni che va proporzionale all'aumento della grazia, come all'avanzarsi del sole crescono i raggi, all'ingrossarsi della sorgente crescono i rivi. 753. III VERSETTO: « Amplius lava me ab iniquitate mea et a peccato meo munda me » (Sal 51,4). (Traduzione: lavami da tutte le mie colpe, mondami dal mio peccato). La santa confessione. Tre verbi: «delere, lavare, mundare». Una progressione: smacchiare innanzitutto l'iniquità; poi lavarla bene, cioè rimuovere qualunque anche minimo attacco; infine mondare, cioè concepire un odio implacabile alla iniquità, compiendo atti ad essa contrari, di umiltà, di mansuetudine, di mortificazione ecc., secondo la diversità dei peccati. Tre operazioni successive. A Dio, esclusivamente, si appartiene la prima: «delere ». A Dio, in cooperazione con l'anima, la seconda e la terza: « lavare, mundare ». Facciamo il nostro dovere, noi, poveri peccatori: pentirci e con l'aiuto del Signore lavarci e mondarci. Siamo sicuri che il Signore farà la prima. Questa è pronta ed immediata. E così bisogna crederla, senza dubbi o esitazioni. «Credo remissionem peccatorum». Le due operazioni successive, che dipendono dalla nostra cooperazione, domandano tempo, progressione, sforzo. Perciò diciamo: « amplius lava me et munda me». 754. Questo mistero della purificazione nostra si compie perfettamente nella santa confessione, per l'intervento del sangue di Cristo che lava e monda. La virtù di questo sangue divino, applicato all'anima, agisce con progresso, di confessione in confessione. « Amplius »: « amplius . Di qui la importanza della confessione in se stessa, con l'« ego te absolvo »; e dell'uso della confessione frequente per chi fa professione di spiritualità, per i sacerdoti, per i vescovi. Oh, come è facile che la routine prenda il posto della vera devozione, nelle nostre confessioni ebdomadarie! Ecco un buon metodo per cavar profitto da questa preziosa e divina pratica: per la santa confessione si verifica la dottrina di san Paolo: «(Christus) factus est nobis sapientia a Deo, et justitia et sanctificatio et redemptio» (1Cor 1,30). (Traduzione: Cristo è diventato per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione). 755. Quando mi confesso, io debbo dunque pregare il mio Gesù perché mi sia, innanzitutto, « sapientia », per il lume che mi darà nell'esame calmo, minuto, dettagliato dei miei peccati, e della loro gravità, perché ne concepisca dolore sincero. Poi mi sia « iustitia », nel presentarmi al confessore come a mio giudice, e con accusa sincera e dolorosa. Poi « sanctificatio » perfetta, quando mi inchino a ricevere dalla mano sacerdotale l'assoluzione, al cui gesto mi viene restituita [o aumentata] la grazia santificante. Infine « redemptio », nell'eseguire quel poco di penitenza che mi viene data per la tanta pena che meriterei: poco veramente, ma soddisfazione copiosissima unito, come è per il sacramento, al sangue di Cristo che interpella e soddisfa e lava e monda, per me e con me. Questo « amplius lava me » deve rimanere il motto sacro delle mie confessioni ordinarie. Queste sono il criterio più sicuro per la misura del mio avanzamento spirituale. 756. IV VERSETTO: « Quoniam iniquitatem meam ego cognosco, et peccatum meum contra me est semper » (Sal 51,5). (Traduzione: riconosco la mia colpa e il mio peccato mi sta sempre dinanzi). Il « nosce te ipsum » della scienza antica era già una buona base del vivere onesto e degno. Serviva all'esercizio ordinario della umiltà, che è la prima virtù degli uomini grandi. Per il cristiano, per l'ecclesiastico, il pensiero di essere peccatore non è affatto depressione di spirito, ma abbandono confidente ed abituale nel Signore Gesù che ci ha redenti e perdonati; è senso vivo di rispetto per il prossimo e per le anime, è salvaguardia contro il pericolo dell'invanirci dei nostri successi. Questo custodire sempre nel segreto delle nostre intimità la cella del penitente, non solo è rifugio dell'anima che ritrova veramente se stessa, e con sé la calma del decidere e dell'operare; ma ancora è fornace dove si accende più vivo lo zelo per le anime, con intenzione pura, con spirito disinteressato, quanto al cogliere successi esteriori al nostro apostolato. 757. Per Davide ci volle la voce del Profeta: «Tu es ille vir » (Traduzione: tu sei quell’uomo) (2Sam 12,7), a scuotersi. Ma poi ecco la presenza del peccato, continua innanzi a lui, continua ed ammonitrice. «Peccatum meum contra me est semper ». Osserva bene il Segneri che non è il caso di tener presenti i contorni dei singoli peccati, ciò non essendo né utile né edificante; ma sta bene il tenerci presente il ricordo delle debolezze passate, ad ammonimento, a santo timore, a zelo per le anime. Nella liturgia, come ricorre frequente il pensiero dei peccati e dei peccatori! Nella liturgia orientale più ancora che nella latina; ma in ambedue in forma ben espressiva. «Peccatum meum contra me est semper». «Contra », cioè « coram me». Come i peccati degli uomini stavano innanzi a Gesù agonizzante nel Getsemani; come innanzi a Pietro, nel fastigio del suo magistero, a Paolo, nella gloria del suo apostolato, ad Agostino, nel fulgore della scienza universale della santità episcopale. Guai agli infelici che invece di tenere il peccato innanzi agli occhi, lo tengono dietro le spalle! Non potranno giammai ripararsi né dai mali passati né dai futuri.
Secondo giorno. Mercoledì 27 novembre.
758. V VERSETTO: «Tibi soli peccavi et malum coram te feci, ut justificeris in sermonibus tuis et vincas cum judicaris » (Sal 51,6). (Traduzione: contro te solo ho peccato; quello che è male ai tuoi occhi io l’ho fatto, perciò sei giusto quando parli, retto nel tuo giudizio). Il peccato è offesa di Dio, e solo per questo è un male grave. Le altre considerazioni sono tutte secondarie in confronto di questa: una moglie violata, un marito ucciso, son poca cosa in confronto di un Dio vilipeso. Così l'intese Davide: e così lo dobbiamo intendere noi. Quanto è differente lo spirito del mondo! Ci si duo-le, non per il Signore offeso, ma per qualche smacco capitato, per qualche discapito o disavventura. I santi non sentivano così: « Ego dixi: Domine, miserere mei; sana animam meam quia peccavi tibi » (Sal 41,5). (Traduzione: pietà di me, Signore, risanami, contro di te ho peccato). 759. Altro pensiero. « Malum coram te feci». Il peccato, anche quel che va contro il prossimo e contro se stesso, offende direttamente Iddio nella sua legge santa. Ma acquista di gravità perché compiuto sotto gli occhi di Dio. Iddio mi vede: questo motto che disegnavano le nostre povere nonne di campagna, a rozzo esercizio di rustica arte di ricamo, si conserva ancora sulle vecchie pareti delle nostre case; e contiene un grande ammonimento che serve a dar tono di rispetto a tutti gli atti della nostra vita. Che profonda dottrina è questa della omnipresenza di Dio, del suo occhio che ci persegue anche nelle latebre più nascoste delle nostre intimità! Ci sarebbe da formare tutto un trattato di ascetica. È qui che si fonda la bellezza più pura delle anime sante, terse come il cristallo, sincere come l'acqua pura, senza infingimenti né con gli altri né con sé - poiché questo accade, che talora si manchi di sincerità anche con se stessi, il che è il colmo della incoscienza - a costo di parere dappoco. «Deridetur justi simplicitas » Che pagina questa di san Gregorio Magno! 760. VI VERSETTO: « Ecce enim in iniquitatibus conceptus sum, et in peccatis concepit me mater mea » (Sal 51,7). (Traduzione: ecco, nella colpa sono stato generato, nel peccato mi ha concepito mia madre). Può sembrare una scusa, invece è una dichiarazione più esplicita della propria miseria. Davide parla si della legge del peccato originale, di quella stessa di cui parlerà san Paolo (Rom 7,23), e che i teologi chiamano « languor naturae », la legge sentita nelle membra e contraddicente alla legge dello spirito, ma non per cogliere un diversivo, un pretesto, una giustificazione. Bisogna riconoscere che la malizia è in noi, in quanto che, se il fascino delle cose esteriori non manca, la grazia di resistere è tutta a nostra disposizione, ed è più forte della tentazione. «Che diavoli! diceva il prof. Tabarelli quando ci spiegava il trattato De gratia, a Sant'Apollinare. I diavoli siamo noi. Noi i responsabili ». Nel caso di Davide diceva bene sant'Agostino: «Mulier longe, libido prope. Alibi erat quod videret, in eo unde caderet ». 761. La conoscenza che noi abbiamo della fralezza umana deve essere a noi, medici delle anime, motivo a compatire, a sollevare, ad incoraggiare altrui; ma non a scusare noi stessi. Grande nostra responsabilità circa il conservare la grazia, che è sempre lì ad infrenare la natura. Nella povera natura si annidano le inclinazioni perverse di ambizione, di alterigia, di gola, di impazienza, di invidia, di avarizia, di accidia, di impudicizia. Esse sono dentro di noi - la figura è del Segneri - come in un vasto serraglio di fiere: orsi, lupi, tigri, leoni, pardi. Non nuocciono finché la cataratta sta su e le trattiene. Direbbesi che neppure esistono. La grazia le rinserra e tiene dome. Ma se questa cessa, oh, come le fiere, seguendo il loro istinto innato, andranno a sfogarsi! «Salvator ponetur in ea murus et antemurale » (Is 26,1). Se la grazia esteriore e la grazia interiore, «murus et antemurale», cadono, oh, che scempio per un povero cristiano, per un povero sacerdote! «In iniquitatibus conceptus sum, in peccatis concepit me mater mea»: non la nostra buona madre immediata secondo la natura, ma l'antica madre peccatrice. 762. VII VERSETTO: «Ecce enim veritatem dilexisti, incerta et occulta sapientiae tuae manifestasti mihi» (Sal 51,8). (Traduzione: e tu, che ami la verità, mi hai svelato gli occulti misteri della sua sapienza). Prima il Salmista volle giustificare le parole del Signore dettegli dal profeta: « ut justificeris in sermonibus tuis», ed esaltare la vittoria dei suoi giudizi: « et vincas cum judicaris ». Ora proclama nel suo Dio l'amore della verità. La verità è infatti in Dio come nella sua sorgente, e Dio è tutto verità; e Gesù, il verbo divino, l'ha ben detto: « ego sum veritas » (Gv 14,6). Una tale dichiarazione sarebbe degna di un pazzo, se non fosse uscita dalle labbra di un Dio fatto uomo. Il preside romano si trovò ben imbarazzato innanzi ad una simile dichiarazione fattagli da Cristo, e si chiese: « Quid est veritas? » (Gv 18,38). La verità - dice bene il p. Segneri - è una virtù trascendente che entra in tutti gli affari ben regolati, e secondo la diversità di questi prende diversi titoli. Nelle scuole ha nome di scienza; nel favellare, di veracità; nei costumi, di schiettezza; nel conversare, di sincerità; nell'operare, di rettitudine; nel contrattare, di lealtà; nel consigliare, di libertà; nell'attenere le promesse, di fedeltà; nei tribunali ha l'inclito titolo di giustizia. Questa è la verità del Signore, «quae manet in aeternum» (1Gv 2,17). (Traduzione: (…) chi invece fa la volontà di Dio, dura in eterno). 763. L'amore della verità. La Chiesa, nel giorno della mia consacrazione episcopale, me ne ha fatto un precetto particolare: «humilitatem ac veritatem diligat, neque eam umquam deserat, aut laudibus aut timore superatus. Non ponat lucem tenebras, nec tenebras lucem; non dicat malum bonum, nec bonum malum. Sit sapientibus et insipientibus debitor, ut fructum dè profectu omnium consequatur». (Traduzione: ami l’umiltà e la verità e da questa non si allontani, illuso dalle lodimo dal timore. Non confonda la luce con le tenebre, né le tenebre con la luce; non dica male il bene, né bene il male. Si senta in debito verso i dotti, come verso gli ignoranti, sì che ritragga frutto dal progredire di ognuno). Ringrazio il Signore che mi abbia concessa una particolare disposizione a dir sempre la verità, in ogni circostanza, innanzi a tutti, con buona maniera e con garbo, certamente, ma con calma e senza paura. Alcune piccole bugiole della mia infanzia mi hanno lasciato nel cuore un orrore per la doppiezza e per la menzogna. Ora specialmente che invecchio, voglio essere innanzitutto uomo serio per questo: «veritatem diligere. Sic Deus me adiuvet ». L'ho ripetuto tante volte, giurando sul Vangelo. Le manifestazioni delle cose incerte ed occulte della sapienza divina vengono da sé. L'amore della verità è una infanzia perenne, fresca, deliziosa. Ed i misteri più alti il Signore li rivela ai fanciulli, e li tiene nascosti agli intelligenti ed ai così detti sapienti del secolo (Mt 11,25-26). 764. VIII VERSETTO: «Asperges me hissopo et mundabor, lavabis me et super nivem dealbabor» (Sal 51,9). (Traduzione: purificami con issopo e sarò mondo; lavami e diverrò bianco più che la neve). Ecco richiamato il rito mosaico della purificazione dei lebbrosi. Dovevano farsi spruzzare dal sacerdote con un fascetto di issopo tinto di sangue, e poi lavarsi tutti da capo a piedi con l'acqua pura (Lv 14). Qui sorio adombrati i peccati che insozzano il corpo, avvilendo l'anima. L'issopo è un'erba vile d'aspetto, ma vigorosissima. Attecchisce e mette radici sulla pietra. Oh, di che grande aspersione ha bisogno il genere umano! Non a torto Gesù è veduto da Isaia come il grande aspergitore: «Iste asperget gentes multas» (Is 52,15). (Traduzione: aspergerà tutte le genti). E nella figura usata da Davide ci è lecito scorgere l'annuncio non solo della grazia connessa al rito mosaico, ma ancora, e più, la duplice aspersione riservata al genere umano per i due sacramenti del battesimo e della penitenza. Chi asperge è lui stesso, il nostro Redentore. Vile è l'altare del suo sacrificio, come vile è l'issopo: ma potente è il suo sangue gettato con munificenza divina sopra i corpi e sopra le anime dei credenti, a loro purificazione. Che grande grazia è questa, profusa sul mondo, quotidianamente, dai due sacramenti della riconciliazione e della salute! Per questi il povero mondo si purifica e risorge in bianchezza superiore alla neve. 765. Un'altra volta io tornerò a questo versetto, in occasione della mia confessione ebdomadaria. «Asperges me, Domine, et mundabor ». Che mi mondi il Signore dal mio amor proprio che include, come dice il Segneri, tre attacchi: alla mia volontà, vaga di operare a suo modo; alla mia riputazione, intollerante di disprezzo; alle mie comodità, nemiche di sofferenze, amiche di passatempo! E penso anche alla aspersione domenicale in chiesa parrocchiale, prima della messa, con l'acqua benedetta. « Assueta vilescunt ». Bisogna tornare al significato mistico di questi riti, e farlo gustare al popolo cristiano. Come non ricordare l'apparizione del « Christus assistens Pontifex futurorum » che «per proprium sanguinem intravit semel in sancta, aeterna redemptione inventa » (Traduzione: Cristo venuto come sommo sacerdote di beni futuri… con il proprio sangue entrò una volta per sempre nel santuario, procurandoci una redenzione eterna). (Eb 9,11-12) ed asperge così i fedeli?
Terzo giorno. Giovedì 28 novembre.
766. IX VERSETTO: «Auditui meo dabis gaudium et laetitiam et exultabunt ossa humiliata» (Sal 51,10). (Traduzione: fammi sentire gioia e letizia, esulteranno le ossa che hai spezzato). L'annuncio del perdono - «Dominus transtulit peccatum tuum» (Traduzione: il Signore ti ha rimesso il peccato). (2Sam 12,13) - è motivo di gaudio e di letizia. Tante volte l'abbiamo provato, allorché ci sollevammo dai piedi del confessore dopo l'assoluzione, specialmente in occasione di Esercizi spirituali, o in qualche circostanza più solenne della nostra vita. Il gaudio è dell'intelligenza, la letizia è del cuore. A questo duplice sentimento risponde anche la elasticità speciale e il commovimento fisico del corpo: « exultabunt ossa humiliata». Vi sono espressioni bibliche di una vivacità toccante, su questo punto. Come allorché Isaia ci dice del « mirabitur et dilatabitur cor tuum » (Is 60,5) e nei Proverbi è detto che: « cor gaude'hs exhilarat faciem » (15,13). 767. Il mistero della letizia spirituale, che è una caratteristica delle anime sante, si pone in tutta la sua bellezza e nel suo fascino. Il Signore ci lascia nella incertezza circa la nostra eterna salute, ma ci fornisce dei contrassegni che bastano alla nostra calma interiore, e che fanno fiorire la letizia. « Ipse Spiritus reddit testimonium spiritui nostro, quod sumus filii Dei » (Rom 8,16). Scusate se è poco: sentirci figli di Dio! Questa sicurezza, che spesso è nel cuore senza che noi sappiamo rendercene conto, è la sorgente inesausta della nostra gioia, è la base più solida della vera devozione. La vera devozione consiste nel volere tutto quello che è servizio pieno ed amoroso del Signore. Volerlo con efficacia e con prontezza: questo è il sostanziale. Volerlo con godimento, cioè con tenerezza d'affetto, con dolcezza, con diletto, con allegrezza: questo è accidentale e secondario, ma pure importante. Il sentimento della bontà del Signore per noi, e delle nostre miserie, forma un intreccio di allegrezza e insieme di tristezza. Ma la tristezza si raddolcisce anch'essa: diventa stimolo all'apostolato per l'ideale, il più nobile, di far conoscere, amare, servire Gesù Cristo, e di togliere i peccati del mondo (Gv 1,29). 768. Lo spettacolo della santità, sorridente fra le tribolazioni e le croci, sta innanzi a me. La calma interiore, fondata sulle parole di Cristo e sulle sue promesse, produce la serenità imperturbabile che fiorisce nel viso, nelle parole, nel tratto, che è esercizio di carità conquistatrice. Avviene un ricambio di energie in noi, fisiche e spirituali: «Dulcedo animae sanitas ossium » (Prov 16,24). Il viver in pace col Signore; il sentirci perdonati ed a nostra volta l'esercizio del perdono agli altri, stabilisce quell'adipe e quella pinguedine di cui parla il salmista (Sal 63,6), e fa fiorire perenne il Magnificat (Lc 1,46 ss) sulle nostre labbra.
769. X VERSETTO: «Averte faciem tuam a peccatis meis: et omnes iniquitates meas dele» (Sal 51,11). (Traduzione: distogli lo sguardo dai miei peccati, cancella tutte le mie colpe). La supplica del re pentito torna insistente, e si allarga a comprendere «omnes iniquitates » che egli ha commesse, oltre quella più grave che ha determinato il salmo Miserere. Come è commovente questo richiamo della faccia del Signore, che è quanto dire occhi, viso, tratto caratteristico, esprimente sdegno e corruccio! Quella faccia tornerà ad apparire nel giorno estremo, e sarà sgomento ed orrore sempiterno per i riprovati. 770. Io debbo rendermi familiare questo versetto, a titolo di compunzione rinnovata. Non bisogna aver paura di proclamarci peccatori. Ogni esagerazione nelle forme guasta, ed ognuno si esprime secondo il suo temperamento; ma avendo sempre bisogno del perdono del Signore, sta bene tenerci sempre in atto di supplicare e di confidare nella clemenza divina. « Cor contritum et humiliatum Deus non despiciet ». Davide lo dirà presto. Ma conviene non lasciar cadere nessuna delle forme che possono esprimere questa umile contrizione. 771. XI VERSETTO: «Cor mundum crea in me, Deus et spiritum rectum innova in visceribus meis» (Sal 51,12). (Traduzione: crea in me, o Dio, un cuore puro; rinnova in me uno spirito saldo). Il cuore è la volontà, e lo spirito è l'intelletto. Volontà monda, adunque, occorre, e intelletto rinnovato. Ohimè, quanti attacchi, quante tentazioni assediano la volontà, specialmente dalla parte del sentimento: oggetti, persone, circostanze! Il fascino dell'ambiente, talora l'incontro fortuito, la mettono a dura prova. Da sé il cuore non regge. Quando poi si è sciupato, lasciandosi infiacchire dalle superfluità, è necessaria una creazione novella. Rattoppi valgono poco. Presto si torna alla caduta. Il cuore di Paolo, il cuore di Agostino, furono creazione nuova. 772. Gran Dio, che prodigio! Presa la nuova direzione, quelle volontà non fecero una piega, né una grinza. Nell'ora estrema, risuonavano ancora come aureo metallo. Lo spirito retto, cioè la penetrazione della intelligenza su ciò che è più importante a ritenersi e a farsi, questo basta a rinnovarlo. Si tratta di una visione più giusta dei principii inspiratori della propria condotta, di una conoscenza più adeguata di ciò che praticamente deve farsi da ciascuno. Tale riforma deve essere innanzitutto interna e profonda - « in visceribus» - perché possa poi esprimersi di fuori nelle varie manifestazioni della vita: riforma nel parlare, nel vedere, nell'udire, nello scrivere; un'arte nuova della vita che risponde ad una nuova concezione della medesima. 773. XII VERSETTO: «Ne proiicias me a facie tua, et spiritum sanctum tuum ne auferas a me» (Sal 51,13). (Traduzione: non rigettarmi dalla tua presenza; e non privarmi del tuo santo Spirito). Il castigo più grave che Davide potesse imporre al suo figlio Assalonne che lo tradiva fu questo: «Non vide bis amplius faciem meam» (2Sam 14,24). (Traduzione: non vedrai la mia faccia). Si comprende perché egli supplichi il Signore a non rigettarlo dal suo cospetto. Altro è che Iddio torca lo sguardo dalle iniquità; altro che rigetti dai suoi occhi il peccatore. Il mistero della faccia del Signore, come si rivela qui impressionante e tremendo! E come si capisce, per converso, la gioia suprema dell'anima nella visione della faccia del Signore! Che il Signore mi dia la grazia di non essere un reietto. Mi sia così misericordioso da ammettermi, anche se l'ultimo di tutti e il più indegno, a contemplarlo senza fine. 774. Altro punto: la presenza dello Spirito Santo nell'anima fedele. Qui, a corto di libri e di commentari, non posso controllare se, con questo Spirito Santo del Signore, debba essere precisamente intesa la terza Persona della Ss. Trinità. Mi pare ovvio però il ritenerlo. L'azione della grazia in un' anima è nelle parole: «ad eum veniemus et mansionem apud eum faciemus» (Gv 14,23). (Traduzione: verremo a lui e faremo dimora presso di lui). Si tratta delle tre divine Persone. Ciascuna prende il suo posto con le proprietà personali caratteristiche. Lo Spirito Santo è Signore e vivificante. A lui la santificazione dell'anima. Il cristiano non è tempio vivo dello Spirito Santo (1Cor 6,19)? e quale ricchezza di frutti per l'anima, da questo soggiorno dello Spirito del Signore in lei! San Paolo li enumera. Sono ventiquattro. Cominciano con la pace e col gaudio (Gal 5,22).
Quarto giorno. Venerdì 29 novembre.
775. XIII VERSETTO: «Redde mihi laetitiam salutaris tui, et spiritu principali confirma me» (Sal 51,14). (Traduzione: rendimi la gioia di essere salvato, e confortami con lo spirito sovrano). Ridonami la lieta sicurezza che mi salverai: la lieta sicurezza del tuo Salvatore. San Gerolamo felicemente traduce il « salutaris tui » in «Jesu tui». Quest6 il vero gaudio di una anima perdonata, il primo frutto dello Spirito Santo inabitante in noi, il sentirci annumerati nello stuolo degli eletti. E tutto ciò per i meriti di Gesù che sparse il suo sangue per redimerla, questa anima nostra, per penetrarla della sua virtù e della sua vita. Questa sicurezza non deve essere senza timore, perché portiamo il tesoro della grazia in un vaso fragile (2Cor 4,7); un piccolo urto ci può far barcollare: il vaso si spezza un'altra volta: oh, poveri noi! Ma una volta che facciamo del nostro meglio, «facienti quod in se est» il Signore ci continua la grazia: questa grazia deliziosa di sentirci suoi, per sempre, questo pregustamento della dimestichezza eterna che ci viene riserbata per il giorno che non avrà più tramonto. Il pensiero poi che il nostro salvatore è Gesù - Davide mestamente cantò per l'Antico e per il Nuovo Testamento - oh, di quanta gioia soffonde il mio spirito, dal mattino alla sera! Gli antichi cristiani figuravano questa dottrina nell'Ichtus - il pesce - « Jesus Christus Dei Filius Salvator», e lo ponevano come simbolo sulle tombe, come annuncio di resurrezione, ed insieme come involucro del mistero eucaristico, noto solamente agli iniziati. Che di più soave per me, sacerdote e vescovo, quanto il contatto quotidiano col grande sacramento, «pignus futurae gloriae»?. (Traduzione: pegno della gloria futura). 776. E lo «spiritus principalis»? Esso è la condizione sine qua non del permanere in noi la sicurezza gioiosa del paradiso. È un soccorso abituale di aiuti continui, che tengono sempre l'anima inclinata al bene, come avviene dei santi in cielo, senza tentennamenti, una confermazione in grazia, dono rarissimo che il Signore concede senza neppure darne conoscenza alla creatura eletta, disponendo che la incertezza di possederlo giovi all'esercizio di molte virtù, che da essa derivano: timore casto, vigilanza, umiltà, perpetuo ricorso a Dio, ed altre ancora. 777. Davide chiedeva anche questo dono, e lo chiamava « spiritus principalis», cioè non plebeo, ma degno di un principe elettissimo, spirito alto, disinteressato, non infetto dall'amor proprio, non sollecito che di Dio, della gloria sua. Anche san Paolo lo chiedeva, ma nell'atto di sottoporre il suo corpo alla mortificazione ed alla disciplina, tremando, «ne cum aliis pra,edicavenm, ipse reprobus efficiar» (1Cor 9,27). (Traduzione: perché non avvenga che dopo aver predicato agli altri, rimanfa io squalificato). Anch'io lo chiedo, o Signore, con Davide e con Paolo; ma così meschino, accanto a loro. Anch'io lo chiedo, in somma grazia, questo spirito che mi confermi nel basso sentire di me stesso, nel mio niente, nel puro anelito verso di voi, per cui solamente io debbo vivere, essendo voi morto per me (2Cor 5,15). 778. XIV VERSETTO: «Docebo iniquos vias tuas, et impii ad te convertentur» (Sal 51,15). (Traduzione: insegnerò agli errantile tue vie; e i peccatori a te ritorneranno). Il mio sacerdozio è non solo sacrificio per i peccati del mondo e miei, ma ancora è apostolato di verità e di carità. A questo mi induce la mia vocazione. A maggior fervore mi deve indurre il pensiero del poco fatto sin qui, e del perdono dato dal Signore alle mie miserie passate. « Misericordia et veritas, universae viae Domini» (Sal 25,10). (Traduzione: le vie del Signore sono misericordia e verità). Qui io mi debbo distinguere. Non debbo essere maestro di politica, di strategia, di scienza umana: ce n'è d'avanzo di maestri, in queste cose. Sono maestro di misericordia e di verità. E riuscirò per tal modo anche benemerito dell'ordine sociale. Poiché questo è pur detto nel salterio: «misericordia et veritas obviaverunt sibi, justitia et pax osculatae sunt» (Sal 85,11). (Traduzione: misericordia e verità si incontreranno; giustizia e pace si baceranno). Il mio insegnamento deve essere condotto innanzi « verbis et exemplis»; dunque principi ed ammonimenti dalle labbra, incitamenti dal mio contegno in faccia a tutti, cattolici, ortodossi, turchi, ebrei. «Verba movent, exempla trahunt». 779. «Impii ad te convertentur». Il problema della conversione del mondo empio e prevaricatore chiude uno dei misteri più preoccupanti del mio spirito. La sua soluzione però non spetta a me, ma è il segreto del Signore. A me, a tutti i sacerdoti, a tutti i cattolici, incombe il gravissimo dovere di cooperare alla conversione del mondo infedele, al ritorno degli eretici e scismatici alla unità della Chiesa, all'annunzio del Cristo anche agli Ebrei che l'hanno ucciso. Del risultato non siamo responsabili. Solo conforto, che basta alla nostra tranquillità interiore, il sapere che Gesù Salvatore è ben più sollecito di noi della salute delle anime: che egli le vuole salve per la nostra cooperazione, ma chi le salva intimamente è la sua grazia: e la sua grazia, non mancherà nell'ora opportuna. Questa ora sarà una delle sorprese più piacevoli dello spirito, glorificato in cielo. 780. XV VERSETTO: «Libera me de sanguinibus, Deus, Deus salutis meae, et exultabit lingua mea justitiam tuam» (Sal 5l,l6). (Traduzione: liberami dal reato del sangue, Dio, Dio mia salute; la mia lingua canterà con gaudio la tua giustizia). A questo versetto il mio caro p. Segneri ha consacrato ben quindici pagine di commento, in cui dice belle cose, ma che hanno l'aria di una divagazione barocca. Per me l'interpretazione è più semplice e più pratica. Chi sono questi «sanguinibus» da cui il reale salmista prega il Signore di liberarlo? Non conosco l'interpretazione degli esegeti. Io amo vedervi, riferendomi a me stesso: 781. 1. I moti interni della concupiscenza carnale, retaggio del « languor naturae», del sangue inquinato che corre attraverso il genere umano dalla prima sorgente di Eva prevaricatrice. Il progredire della età - quando si è, come me, sui sessanta - prosciuga alquanto gli umori cattivi, ed è sinceramente piacevole il constatare il silenzio e la quiete della carne, divenuta ormai vecchia ed insensibile agli stimoli che la turbavano negli anni del giovane e maturo vigore. Però, però conviene stare attenti. Nella Bibbia si parla anche del « senex fatuus», che è una delle tre cose « quas odit anima mea» (Sir 25,3-4). 782. 2. Gli attacchi soverchi alle persone di famiglia che, quando si aggravano oltre i limiti della carità, diventano impaccio e catena. La legge dell'apostolato e del sacerdozio è superiore alla legge « carnis et sanguinis» (Gv 1,13). Amare dunque i miei parenti e congiunti, soccorrere alla loro eventuale povertà, perché ciò è pure un dovere per chi fa tanta carità a persone estranee, ma tutto con discrezione, con spirito squisitamente sacerdotale, con ordine e con imparzialità. I miei parenti più stretti, fratelli, sorelle, nipotì, tranne qualche rara eccezione, sono esemplarmente cristiani, e formano la mia consolazione. Ma guai a lasciarmi turbare dagli affari e cose loro, così da distrarmi dai miei compiti di servitore della Santa Sede e di vescovo! 783. 3. Il sentimento d'amor patrio, che è legittimo e può essere santo, ma può degenerare in nazionalismo, quanto mai pregiudicevole alla dignità del ministero episcopale. Questo deve tenersi al di sopra delle contestazioni nazionalistiche. Il mondo è intossicato di nazionalismo malsano, sulla base di razza e di sangue, in contraddizione al Vangelo. Soprattutto su questo punto, che è di bruciante attualità, « libera me de sanguinibus, Deus». E qui torna bene l'invocazione: « Deus salutis meae»: il salvatore Gesù, che morì per tutte le nazioni, senza distinzione di razza e di sangue, divenuto primo dei fratelli della nuova famiglia umana, costituita sopra di lui e sopra il suo Vangelo. 784. Con quanto slancio, e con quanta libertà maggiore, la lingua del prete e del vescovo, sciolto così da impaccì terreni, potrà annunciare, a tutti, i precetti del Signore, lodare esultando la sua giustizia, la sua misericordia, la sua pace, in nome del Padre, che è « Deus virtutum », del Figlio, che è « Deus salutis», dello Spirito Santo, che è « Deus pacis»! Oh, come nel godimento di questa santa libertà diviene più lieto il ministero sacro delle anime! «Cantabiles milii erunt justificationes tuae in loco peregrinationìs meae»
(Sal 19,54). « Venite exultemus Domino, jubilemus Deo salutari nostro » (Sal 95,1). 785. XVI VERSETTO: «Domine, labia mea aperies, et os meum annuntiabit laudem tuam» (Sal 51,17). (Traduzione: Signore, apri le mie labbra, e la mia bocca proclami la tua lode). Questo è uno dei versetti più cari di tutto il Salmo. La preghiera mattutina - «sacrificium laudis» - del sacerdote, si apre con queste parole. Esse spirano all'anima tanta poesia e tanta tenerezza. Il sacerdote è altresì maestro e le sue labbra debbono custodire la scienza. Come sarebbe bene cominciare le prediche, i sermoni, tutte le forme di insegnamento così: «Signore, apri le mie labbra». Al seguito di questa invocazione si svolge tutta l'ufficiatura, distribuita nelle varie ore della notte e del giorno. Intonato così, ecco che si avanza tutto il ministero sacro della parola, che è annuncio della buona novella, è esaltazione della verità religiosa, è inno di gloria al Signore. 786. Il p. Segneri, arrivato a questo versetto, fa un vero salto di ottava e passando sopra al primo sentimento dei sacri interpreti, trascina l'anima contemplante a vedere, in questo « annuntiabit laudem tuam » l'esaltazione dell'opera più grande che il Signore abbia compiuta, e dove impiegò la piena dei suoi attributi, cioè la fondazione della santa Chiesa, avvenuta dieci secoli dopo Davide, ma da questi intravista come il capolavoro di Dio, per mezzo del suo Cristo. Si dice infatti altrove (Sal 48,1): «Magnus Dominus et laudabilis nimis». Ma dove? nella terra? nell'acqua? nell'aria? nel fuoco? nel firmamento? nelle stelle? nel sole? No: bensì «in civitate Dei nostri, in monte sancto eius» (Sal 48,2). (Traduzione: nella città del nostro Dio, sul suo monte sacro). 787. Questo apprezzamento è condiviso anche da san Roberto Bellarmino, dove scrive: « Ex iis quae nobis revelata sunt, nihil fe-re majus habemus, unde Domini magnitudinem melius cognoscere, et unde magis eam laudare possimus, quam Ecclesiae aedificationem». E posto ciò, il Segneri trova motivo a inferire che, volendo Davide dare a Dio la maggior lode che mai gli fosse possibile in contraccambio di tanti beni ricuperati col perdono ottenuto, scegliesse questa come argomento principale dell'arpa già pronta al suono. Questa sarebbe stata l'opera più insigne di tutti i secoli, ed egli che l'ammirava con ispirito profetico, volle per sé l'onore di annunciarla. « La mia bocca proclamerà la tua lode ». 788. Quando si pensa che queste parole sono ripetute ogni mattutino, in nome della santa Chiesa, che prega per se stessa e per tutto il mondo, dalle migliaia e centinaia di migliaia di bocche dischiuse al tocco della grazia invocata, la visione si allarga, e, accendendosi, si completa. Ecco che la Chiesa si annuncia, non come un monumento storico del passato, ma come una istituzione vivente. Non è la santa Chiesa come un palazzo che si fondi in capo ad un anno. È una città vastissima che ha da occupare l'intero universo: «Fundatur exultatione universae terrae mons Sion, latera Aquilonis civitas Regis magni» (Sal 48,3). (Traduzione: a gioia di tutta la terra è stato fondato il monte di Sion, l’angolo settentrionale, la città del gran re). La fondazione è cominciata da venti secoli, ma essa continua, e si allarga per tutte le terre fino a che il nome di Cristo sia dappertutto adorato. A misura che continua, ecco che le nuove genti, all' annunzio, esultano di gioia: «Audientes gentes gavisae sunt» (At 13,48). (Traduzione: ciò, i pagani si rallegrarono). Ed è bello anche il pensiero conclusivo del pio e audace commentatore, edificante per ogni sacerdote che recita il breviario: conviene che ciascuno attenda a fondare questa Chiesa santa. 789. Chi si impiega in così bell'opera colla sacra predicazione, dica al Signore, qual nunzio del suo Vangelo: «Domine, labia mea aperies et os meum annuntiabit laudem tuam». Chi non è missionario, brami di cooperare anch'egli alla grande fatica dell'apostolato, e allorché privatamente salmeggia da sé solo nella sua cella, dica anche lui il «Domine, labia mea», perché anche là, per comunicazione di carità, deve riputare lingua sua qualunque lingua stia in quell'ora nell'atto di annunciare il Vangelo, il quale «è la somma lode divina che ha dato il tema a questo versetto carico più di misteri, ben ascosi nel fondo, che di parole».
Quinto giorno. Sabato 30 novembre, festa di sant'Andrea apostolo.
790. XVII VERSETTO: «Quoniam si voluisses sacrificium, dedissem utique: holocaustis non delectaberis» (Sal 51,18). (Traduzione: se tu avessi desiderato un sacrificio, l’avrei offerto; ma a te non piacciono gli olocausti). Queste parole rivelano la prontezza di Davide al sacrificio, e ad ogni sacrificio. È sempre l'impressione del peccato commesso che grava sul suo cuore. Dacché egli ha conosciuto la profondità del suo duplice misfatto, la violazione della donna~ltrui e l'uccisione di un innocente - e ci volle un anno per comprenderla - sente che la espiazione conveniente sarebbe la morte. Ciò avrebbe corrisposto anche alla legislazione mosaica. Ma poiché il profeta Natan l'ha assicurato che « Dominus transtulit peccatum tuum, non morieris» (Traduzione: il Signore ti ha rimesso il peccato, tu non morirai). (2Sam 12,13), sa di dover dare al Signore tutto ciò che è espressione di morte, cioè di annientamento di tutto, innanzi alla maestà divina offesa: quindi il sacrificio secondo le prescrizioni legali, e, poiché egli era ricco a dismisura, un sacrificio più copioso in olocausti, in vittime della terra. Ma il Signore non voleva da lui queste forme di sacrificio prescritte agli ebrei venienti dall'Egitto, abituati a maneggiare paglia, terra e calcina. Per un progenitore del Cristo, per un uomo fatto secondo il cuore di Dio, queste erano forme troppo volgari di adorazione e di espiazione. Perciò il Signore non le volle da lui: « holocaustis non delectaberìs ». Non minore, però, fu il merito suo ad esibirle; in ogni caso, a tenersi pronto, secondo la volontà divina. 791. Prontezza al sacrificio, quale il Signore lo vuole particolarmente da ciascuno e nella misura in cui lo vuole, che deve essere grande insegnamento ed ammonimento per me. Questa è la devozione leale e più sicura. Non è solamente spargere dolci lacrime nel tempo della orazione, ma avere una prontezza perfetta di volontà a qualunque divino servizio. «Paratum cor meum, Deus, paratum cor meum» (Traduzione: saldo è il mo cuore, o Dio, saldo è il mio cuore). (Sal 57,8), al molto e al poco, a ciò che Dio vuole e a ciò che Dio non vuole, e che, perciò, non deve essere fatto. Quante illusioni su questo punto! Ci si foggia facilmente delle forme di servizio del Signore che sono invece il nostro gusto, la nostra ambizione, il nostro ghiribizzo. «Superbia cordis tui extulit te, habitantem in scissuris petrarum» (Traduzione: l’orgoglio del tuo cuore ti ha esaltato, tu che abiti nei crepacci rocciosi). (Abd 1,3): appena sai dare, per servizio di Dio, un passo fuori dei buchi in cui stai, come una tarantola, a rifugiarti dalle ingiurie dei tempi, e vuoi persua-derti che tu daresti persino voli di aquila, se ti si chiamasse di là dal monti o dai mari. Nella tua devozione tu seduci te stesso, e non te ne avvedi. Fa che la prontezza della volontà si veda nelle opere intese alla esecuzione della volontà del Signore, quale ti è nota giorno per giorno, e non si dimostri solo col fervore dei sospiri. 792. XVIII VERSETTO: «Sacrificium Deo spiritus contribulatus, cor contritum et humiliatum Deus non despiciet» (Sal 51,19). (Traduzione: sacrificio a Dio lo spirito addolorato; il cuore contrito e umiliato, tu non disprezzi, o Dio). C'è il sacrificio che piace sommamente al Signore, ed è lo spirito tribolato, anzi contribolato, in quanto, spesso, a quella dello spirito si aggiunge la sofferenza fisica del corpo, che ebbe tanta parte con l'anima nel fare il male. Elevando questa dottrina al di sopra delle contingenze particolari di Davide, peccatore pentito, essa ci pone innanzi al grande mistero della croce e della sofferenza, che segna la via più sicura della perfezione sacerdotale ed episcopale. 793. Nel mio ritiro di Roustchouk del maggio 1930, fui tutto occupato di questa dottrina che, del resto, mi apparve con sorprendente evidenza quando mi prostrai innanzi all'altare di san Carlo a Roma nel rito della mia consacrazione episcopale, e mi sollevai da quella cerimonia portando più viva l'impronta, almeno virtuale, della rassomiglianza con Cristo crocifisso. « Fac me cruce mebriari». Oh, io debbo ripetere spesso questa invocazione! Finora, troppo poco soffersi. Una certa felicità di temperamento, che è un grande dono del Signore, mi ha tenuto al di fuori di certe afflizioni che accompagnano spiriti intrepidi e generosi, che si lanciano come fiamme vive nelle opere dello zelo pastorale. Ma è ben naturale che, avanti il terminare della mia povera vita, il Signore mi visiti con tribolazioni particolarmente affliggenti. Ecco, sono pronto: purché il Signore, che me le invia, mi conceda anche la forza di sostenerle con calma, con dignità, con dolcezza. Leggo nella vita dell'ultima maestra delle novizie di queste suore di Sion, di cui sono ospite felice - madre Maria Alfonsa - che lo spirito di questo Istituto consiste in « abnégation souriante ». Oh, questa è la parola che fa per me! Voglio essere sempre vigilante al sacrificio interiore, sopportato con umiltà, con spirito di penitenza, con cuore contrito - « cor contritum quasi cinis » - come è detto di tutti i personaggi più insigni del Testamento Antico, come si legge dei santi più popolari del Testamento Nuovo. 794. Basti ricordare san Francesco d'Assisi, la cui preghiera era sempre la stessa: «O Gesù, abbi pietà di me peccatore» marmi a questo spirito contribolato, contribuirà grandemente la celebrazione accurata e fervorosa della santa messa che mi introduce nel Getsemani, nel santuario più intimo, dei dolori di Gesù, e la successione di tante punture quotidiane, in cui debbo sforzarmi di trovare il perfetto accordo fra la condiscendenza, la pazienza, la rassegnazione e la giustizia, la dignità, la pace. 795. XIX VERSETTO: «Benigne fac, Domine, in bona voluntate tua, Sion: ut aedificentur muri Jerusalem» (Sal 51,20). (Traduzione: nel tuo amore fa grazia a Sion, rialza le mura di Gerusalemme). Qui l'esegesi biblica ha modo di esercitarsi magnificamente nella ricerca dei tre sensi: letterale, allegorico o mistico, e anagogico. Il reale profeta, sollevato dalla sua colpa, pronto al sacrificio, guarda al nuovo avvenire e lo auspica di glorificazione per il suo Dio misericordioso. La benignità che invoca per la sua casa, posta sul Sion, e che gli permetterà di ricostruire le mura della città regia, adombra la venuta del Cristo Salvatore: «Apparuit benignitas et humanitas Salvatoris nostri Dei» (Traduzione: si sono manifestati la bontà di Dio, salvatore nostro e il suo amore per gli uomini). (Tt 3,4), come dice san Paolo. Il Sion raccoglierà la successione dei re di Giuda, passata a Costantino e, meglio, alla più sicura e indefettibile monarchia religiosa pontificale. Gerusalemme è la Chiesa santa che estende i suoi padiglioni in tutte le parti del mondo, ha mura salde e fortissime, talora battute in breccia qua e là, ma ricostituite e munitissime più che mai. Dalla mistica Gerusalemme, o Chiesa militante, lo sguardo si solleva alla Gerusalemme celeste, o Chiesa trionfante, che ci attende nella consumazione finale. Le ultime note del Miserere di Davide danno il tono all'Apocalisse di san Giovanni che, dopo la descrizione della « beata pacis visio», termina col «Veni, Domine Jesu» (Ap 22,20). 796. Anche la mia povera anima resta rapita e intenerita fra questi fulgori, e ne prende incoraggiamento a cooperare del suo meglio alla affermazione dello spirito di Gesù dal Sion, ed alla estensione, alla ricostruzione delle mura di Gerusalemme, nel servizio della santa Chiesa, così come la Provvidenza l'ha disposto per me, ultimo dei vescovi e dei rappresentanti della Santa Sede, e pur desioso di non far disonore alla mia vocazione. Questi che ora mi restano della mia vita, dovrebbero essere gli anni migliori di cooperazione seria, efficace, degna, al grande lavoro che la Chiesa cattolica persegue, dalle alture santificate di Sion agli spalti di Gerusalemme. Gesù accolga almeno il buon proposito e lo benedica benignamente, «in bona voluntate sua » (Sal 51,13). 797. XX VERSETTO: «Tunc acceptabis sacrificium justitiae, oblationes et holocausta. Tunc imponent super altare tuum vitulos» (Sal 51,21). (Traduzione: allora accetterai i sacrifici prescritti, l’olocausto e l’intera oblazione: allora immoleranno vittime sopra il tuo altare). Trattasi del grande e vero sacrificio che di se stesso offerse Gesù per noi, quando «ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave profumo» (Ef 5,2). Davide lo contemplò da lungi e ne fu rapito, vero sacrificio di giustizia e di espiazione universale, che, dall'alto del sacro colle che sta fra il Sion ed il Moriah, doveva consumare tutti i sacrifici dell'universo, ed insieme diffondere una virtù divina in tutti i sacrifici che si sarebbero poi compiuti attraverso le membra dei mille e dei milioni di mille che, attraverso i secoli, tratti dalla ebbrezza della croce, avrebbero offerto spettacolo di penitenza e di sofferenza, nella partecipazione al corpo mistico di Cristo. Intorno a questo della croce è bello contemplare « oblationes et holocausta ». Ecco gli apostoli, ecco i confessori, ecco i martiri, ecco i santi di tutti i secoli, ecco le vergini, la cui vita fu e continua ad essere gloria della santa Chiesa, tutto ardore, tutto sacrificio, tutto sangue. «Quasi holocausti hostiam accepit illos» (Sap 3,6). (Traduzione: come offerta di olocausto li ha graditi). Cumulo di oblazioni e di olocausti spesso ignorati e nascosti, e salienti verso l'Altissimo con voce di propiziazione per tutto il mondo. 798. E il vitello o i vitelli posti sull'altare? I commentatori concordano nel vedere qui l'immagine della santa Eucaristia, per cui si perenna e si rinnova misticamente e non meno realmente il sacrificio della croce. Che onore per un sacerdote e per un vescovo in questo ministero affidatogli, di imporre ogni,giorno sull'altare la vittima divina! Ma quale responsabilità innanzi al cielo e alla terra! Ah, Signore Gesù! io mi sprofondo nel mio niente, io grido pietà e perdono per le mie miserie, io rinnovo la consacrazione dellà mia vita al vostro culto, al vostro amore, al vostro altare. «Miserere mei, Deus, miserere mei».
Riflessioni generali dopo gli Esercizi
799. 1. Le circostanze della guerra non hanno permesso, quest'anno, gli Esercizi presso i Padri Gesuiti ad Ayas Pasa. Son venuto qui in funzione di cappellano di queste buone suore, vecchie e fuori di attività, rifugiatesi qui dalle case di Iassy [lasi] e di Galatz in Romania. Dopo di me verranno i miei preti di Santo Spirito, uno per volta, per il loro ritiro. Solitudine veramente ideale e deliziosa. Gesù mio, vi ringrazio e vi benedico. 2. Ho scelto questi giorni al mio ritiro spirituale, perché sono i primi del mio sessantesimo anno di età. Entro dunque nel periodo in cui uno comincia ad essere e a dirsi vecchio. Oh, che almeno la vecchiaia sia tutta uno sforzo di quella perfezione di cui, come vescovo, dovrei essere maestro, ma da cui sono ancora così lontano! Santificarne gli inizi con la preghiera e con la meditazione, in ispirito di penitenza, è già qualche cosa; certo è grata al Signore: è invocazione di misericordia. 800. 3. Come esercizio del mio spirito ho messo in disparte il solito metodo ed ho reso oggetto della meditazione il salmo Miserere, occupandomi di quattro versetti al giorno. Presi come guida - perché una guida ci vuole in queste cose, anche per chi invecchia - l'esposizione ampia e ragionata del p. Paolo Segneri, autore che io ammiro tanto ~ Troppo ampio per le mie esigenze e troppo ragionato, e quindi un po' sforzato e barocco. Ma un vero tesoro di pensieri e di applicazioni. Meditai ed annotai, colla macchina da scrivere, quanto mi parve più interessante e più pratico. Tornerò su quelle note, a mia edificazione. 801. 4. Risultato di questa concentrazione del mio spirito? Nulla di singolare, o di eccitante. Ma, mi pare, un rafforzamento di principi e di posizioni in faccia al Signore ed al problema della mia povera vita e del mio ministero sacro, in servizio della santa Chiesa. Anche a non esagerare questo ingresso nell'ultimo, forse rapido e breve, periodo della mia vita, sento qualcosa di più grave e di più maturo in me, in rapporto a tutto ciò che mi interessa e mi circonda: direi, un maggior distacco da quanto può riguardare il mio avvenire, una più accentuata indifferenza « circa res creatas omnes » (ES 23), uno scolorirsi lento e lieve dei contorni di cose, di persone, di località, di imprese, che un tempo solleticavano di più il mio gusto personale; una disposizione più notevole a capire e a compatire, ed una più grande chiarezza e tranquillità di impressioni e di giudizi. Sarò vigilante a conservare la bella semplicità della parola e del tratto, a non caricare per nulla le pose; ma insieme tutti devono sentire la gravità e l'amabile distinzione del prelato anziano, che diffonde intorno a sé aria di dignità, di saggezza, di grazia. 802. 5. Ho meditato di nuovo i miei doveri episcopali. Soprattutto mi soffermai sul: « humilitatem et patientiam in meipso custodire, et alios similiter docere ». Qualche spina punge, e talora forte. Dovrei prendere, a stretto rigore, decisioni rigide. Mi leverei la spina. Non ne meriterei altre, più pungenti? E poi, la verità, la carità, la misericordia? E lo spirito del Signore nel trattare le anime? nel trattare l'anima mia? 803. 6. Quest'anno la Provvidenza mi ha messo in mano somme notevoli di denaro. Denaro di mia pertinenza personale. L'ho distribuito, parte ai poveri, parte a bisogni miei e a soccorsi ai miei di famiglia, e parte, la principale, nel restaurare la delegazione apostolica e alcune camere dei miei sacerdoti a Santo Spirito. Secondo il senso del mondo che un poco soffia anche nei sacri penetrali del clero, secondo i criteri della prudenza umana, sono stato un povero di spirito (cfr. Mt 5,3). Ora infatti mi trovo di nuovo in povertà. Benedetto sia il Signore. Parmi di essermi condotto bene, con la grazia sua. Torno ad affidarmi alla sua bontà anche per l'avvenire. «Date et dabitur» (Lc 6,38). (Traduzione: date e vi saà dato). Lo studio della lingua turca. Sicuro: a sessant'anni non debbo retrocedere innanzi a questa fatica. Trattasi di buona ed energica volontà, non di altro. Non servisse ad altro, questa fatica, che a dare buon esempio, sarebbe grandemente meritoria.
1942
ESERCIZI SPIRITUALI COL MIO CLERO ALLA DELEGAZIONE DALLA FESTA DI CRISTO RE ALLA FESTA DI OGNISSANTI ISTANBUL, 25-31 OTTOBRE 1942
804. 1. L'anno scorso non potei fare Esercizi, occupato come fui in Grecia, nell'esercizio delle opere della misericordia, in nome del Santo Padre. Quest'anno mi sarei ritirato volentieri ancora presso i Padri Gesuiti, come nel 1939. Ma le ragioni che sconsigliano movimento di persone intorno a quella casa perdurano, e rendono gli stessi padri incerti e timorosi. Perciò decisi di accontentarmi degli Esercizi in casa come nel 1935 e nel'37. A questi invitai anche gli ecc.mi Kiredjian 2, arciv. degli armeni, e Varuhas, ordinario dei greci di rito bizantino. Questi vi condusse i suoi tre ecclesiastici: padri Basilio e Policarpo e diac. Haralampos. Si aggiunsero i capi dei tre riti: Chami dei melkiti, Fakir dei siriani, Nikoloff dei bulgari. I vescovi e questi tre capi-rito si trattengono alla delegazione anche per il pranzo. In tutto, esercitandi quindici: un bel numero. Predica con successo e con sostanza viva di dottrina scritturale il p. Folet, gesuita francese. Silenzio in casa e prontezza agli orari; un complesso di buone disposizioni da parte di ciascuno e di tutti, che dà piacere allo spirito e mutua edificazione. 805. 2. Nella festa dei santi Simone e Giuda mi sono confessato da p. Folet, dopo di aver celebrata la santa messa, e di avere assistito a quella del padre, in preparazione al sacramento della purificazione. Estesi il mio esame e l'accusa ai due anni intercorsi dal dicembre 1940 ad ora. Penitenza: recita del Miserere e del Magniflcat. Eh, ma io debbo abituarmi a ben altre penitenze, se voglio entrare in cielo con agio e con onore! Che il Signore me ne dia sempre più lo spirito. Si avvicina il tempo della più grande penitenza per il mondo intero. È giusto che vescovi e sacerdoti vadano innanzi. Come san Carlo Borromeo e il card. Federico, nei giorni di calamità: andavano in processione, a piedi nudi, corda al collo, cilicio ai fianchi, e portando la reliquia della santa croce. 806. 3. La mia pena persistente, che spesso è ansia segreta sempre la stessa, l'antica: il non arrivare a tenermi in paro colle cose da fare, il dovermi tenere in continua attenzione per vincere l'accidia del mio carattere, portato alla tranquillità, all'andar piano, pur movendomi sempre. Questa pena mi umilia e vorrebbe persino rendermi triste. Debbo cogliere tutto ciò che è motivo di umiliazione e tenermelo caro; ma non perdere la calma e la pace interiore. Questo è il mio supplizio. Il non arrivare più presto può dipendere da varie cause, per esempio, il sopraccarico reale del lavoro, le circostanze particolari della mia posizione qui ed in Grecia. Io debbo però preferire di riconoscere in questo stato di cose la mia insufficienza, « et ad minus sustinere patienter, si non possum gaudenter », come dice il Kempis (lib. III, c. 57). C'è poi l'altra sentenza dello stesso libro della Imitazione, che io non mi debbo ritenere veramente umile finché non riconosco che sono veramente inferiore a tutti (IC 2,11). 807. 4. I punti massimi della vita spirituale sono saldi, grazie a Dio. Distacco assoluto dal mio nulla: dirmi, come gli ambrosiani nella messa: « minimus et peccator», è ciò che mi conviene; abbandono completo nella volontà del Signore; desiderio di vivere non per altro che per fare un po' di apostolato e di buon servizio della santa Chiesa, nessuna preoccupazione per il mio avvenire, prontezza ad ogni sacrificio, anche della vita - se il Signore mi reputa degno di tanto - per la gloria divina, per il compimento del mio dovere; fervore grande di vita spirituale, nella direzione della santa Chiesa e della tradizione migliore, senza esagerazione di forme esteriori o di metodi; zelo vigilante e mite, con attenzione a tutto, ma sempre con molta pazienza e dolcezza, ricordando quello che il card. Mercier cita da Gratry: che la dolcezza è la pienezza della forza e poi familiarità col pensiero della morte, che serve tanto a dare scioltezza e letizia alla vita. 808. 5. Mi è un poco mortificante, il tornare sulle stesse cose; ma questo è un bisogno del mio spirito. Dunque, rinnovo il proposito della mia fedeltà all'uso di recitare il mattutino sempre alla sera, il che assicura il tempo per la meditazione il mattino; lo studio della lingua turca e della greca. Da qualche mese mi applico al greco e ne sono contento. Appena lo possa, riprenderò col turco; non perché pensi di riuscire un letterato in~ queste lingue, ma per compiere semplicemente il mio dovere e lasciare il buon esempio ai miei successori. 6. Il mio ministero in Grecia è il più aspro per me. Perciò lo debbo amare anche di più. In questi mesi, del resto, mi ha procurato le più grandi consolazioni. Finché mi trattengo qui ad Istanbul, non vorrei mai partire per quel paese oggi diventato «locus tormentorum » (Lc 16,28). Quando ci sono, mi trovo come un pesce nella sua acqua. Il pensiero che ivi mgr Giacomo Testa lavora e fa bene, mi è di grande conforto, ma poco toglie alle mie responsabilità finché la Santa Sede intende lasciarmele. 809. 7. I due grandi malanni, che attossicano oggi il mondo, sono il laicismo e il nazionalismo primo è caratteristico degli uomini di governo e dei laici. Al secondo rendono servizio anche gli ecclesiastici. Ho la convinzione che gli italiani, specialmente i sacerdoti secolari, ne siano meno contaminati. Ma io debbo essere molto vigilante, e come vescovo e come rappresentante della Santa Sede. Una cosa è l'amore dell'Italia, che sento fervoroso nel cuore, ed altra cosa è l'affermazione di esso in pubblico. La santa Chiesa, che io rappresento, è la madre delle nazioni, di tutte le nazioni. Tutte le persone, con le quali io vengo a contatto, debbono ammirare nel rappresentante pontificio quel senso di rispetto alla nazionalità di ciascuno, abbellito da buona grazia e da mitezza di giudizio, che concilia la fiducia universale. Molta prudenza, dunque, silenzio rispettoso, e garbo in ogni circostanza. Sarà bene che insista perché questa linea di condotta venga seguita da quanti mi circondano, in casa e fuori. Siam tutti ammalati, più o meno, di nazionalismo. Il delegato apostolico deve essere e mostrarsi indenne dal contagio. «Sic Deus me adiuvet». 810. 8. Attraversiamo tempi di grandi avvenimenti, e davanti a noi sta il caos. Tanto più occorre richiamarci ai principi base dell'ordine sociale cristiano, e giudicare di quanto avviene secondo l'insegnamento evangelico, riconoscendo, nel terrore e nell'orrore che ci avvolgono, le terribili sanzioni che la legge divina riceve anche sulla terra. Il vescovo deve essere distinto nella visione e nella volgarizzazione, in debiti modi, di questa filosofia della storia, anche della storia che ora aggiunge pagine di sangue a pagine di disordini politici e sociali. Voglio rileggere il De civitate Dei di sant'Agostino, e farmi, di quella dottrina, succo e sangue per giudicare tutto solo, e in faccia a chi si accosta al mio ministero, con sapienza che illumina e che conforta. 811. 9. Il buon padre Renato Folet, che predica gli Esercizi con senso attinto alle Sacre Scritture, per una volta è uscito da quelle pagine per presentare un quadro del vescovo perfetto, con parole di sant'Isidoro di Siviglia dette in onore di san Fulgenzio (Liber Il Offlciorum, cap. 5). Le riproduco a mio ammonimento ed a ricordo di questo felice ritrovo spirituale. Fosse la mia vita la riproduzione di quella dottrina! « Qui in erudiendis atque instituendis ad salutem populis praeent, necesse est ut in omnibus sanctus sit, et in nullo reprehensibilis habeatur... Hujus sermo debet esse purus, simplex, apertus, plenus gravitatis et honestatis, plenus suavitatis et gratiae, tractans de mysterio legis, de doctrina fidei, de virtute continentiae, de disciplina justitiae; unumquemque admonens, diversa exortatione, iuxta professionem morumque qualitatem; scilicet ut praenoscat quid, cui, quando, vel quomodo proferat. Cujus prae caeteris speciale officium est, Scripturas legere, percurrere canones, exempla sanctorum imitari; vigiliis, jejuniis, orationibus incumbere, cum fratribus pacem habere, nec quemquam de membris suis discerpere; nullum damnare, nisi comprobatum; nullum excommunicare, nisi discussum. Quisque ita humilitate pariter et auctoritate praeesse debet, ut neque per nimiam humilitatem suam subditorum vitia convalescere faciat, neque per immoderantiam severitatis potestatem exerceat: sed tanto cautius erga commissos sibi agat, quanto durius a Christo indagari formidat. Tenebit quoque illam supereminentem donis omnibus charitatem, sine qua omnis virtus nihil est. Custos enim sanctitatis charitas: locus autem hujus custodis humilitas. Habbit etiam inter haec omnia et castitatis eminentiam; ita ut mens Christi dedita, ab omni inquinamento carnis sit munda et libera. Inter haec oportebit eam sollicita dispensatione curam pauperum gerere, esurientes pascere, vestire nudos, suscipere peregrinos, captivos redimere, viduas ac pupillos tueri, pervigilem in cunctis exhibere curam, providentiam habere, distributione discreta. In quo etiam hospitalitas ita erit praecipua, ut omnes cum benignitate et charitate suscipiat. Si enim omnes fideles illud evangelicum audire desiderant: "hospes fui et suscepistis me", quanto magis episcopus, cuius diversorium cunctorum debet esse receptaculum!».): (Traduzione: «E’ necessario che chi guida i popoli alla salvezza sia santo in tutto e in nulla giudicato reprensibile... Il suo parlare deve essere puro, semplice, aperto, pieno di gravità e di onestà, di soavità e di grazia; deve trattare del mistero della legge divina, della dottrina della fede, della virtù della continenza, della disciplina della giustizia; deve ammonire in conformità della professione e dell'indole di ciascuno; deve cioè sapere in precedenza a chi, quando o in che modo possa giovare. Soprattutto è suo precipuo dovere leggere le Scritture, tenere sott'occhio le leggi, imitare gli esempi dei santi; dedicarsi alle veglie, ai digiuni, alle preghiere, vivere in pace con i suoi fratelli, e non allontanare nessuno dei suoi membri, non condannare nessuno, se la colpa non è stata provata, non scomunicare nessuno, se prima non vi è stato dibattimento. Egli, infatti, deve essere il primo e per umiltà e per autorità, in modo che i vizi dei suoi sudditi non aumentino a causa della sua eccessiva umiltà, nè egli si abbandoni ad eccessi di severità nell'esercizio del suo potere, ma si comporti verso coloro che gli sono stati affidati con tanta maggiore cautela quanto più teme di essere severamente giudicato da Cristo. Manterrà anche quella carità che sovrasta tutti i doni, senza la quale non esiste virtù. La carità infatti è custode della santità: l'umiltà è la sede di questa custodia. Tra tutte queste doti, occuperà posto eminente la castità; in modo che la mente dedicata a Cristo sia pura e libera da ogni contaminazione della carne. Oltre a ciò dovrà aver cura dei poveri con tempestive elargizioni, nutrire gli affamati, vestire gli ignudi, accogliere i pellegrini, riscattare i prigionieri, proteggere le vedove e gli orfani, mostrare in ogni cosa sollecitudine, sempre vigilante, provvedere alle necessità di ciascuno con distribuzioni ben ripartite. Anche il senso dell'ospitalità dovrà essere elevato in lui, di modo che egli accolga tutti con carità e benevolenza. Se infatti tutti i fedeli desiderano udire il detto evangelico: "Fui ospite e mi avete accolto", quanto maggiormente il vescovo, e quindi la sua casa, deve essere il rifugio di tutti!»).
1943-1944
NOTA (DEL 1944]
812. L'anno 1943 fu pieno di incertezza quanto agli Esercizi. Questi furono fissati e preparati per la fine del 1944. Li doveva predicare il p. Levecque dei Lazzaristi. Proprio in quei giorni precedenti il Natale, arrivò l'obbedienza per Parigi 2 1945-1952 Rappresentante pontificio in Francia.
1945-1952
Rappresentante pontificio in Francia
1945
RITIRO A SOLESMES NELLA SETTIMANA SANTA
DAL 26 MARZO AL 2 APRILE 1945
Pensieri e propositi 813. 1. «Qui confidit in Domino non minorabitur» (Sir 32,28). (Traduzione: chi confida nel Signore non resterà deluso). Ciò che è avvenuto della mia povera vita in questi tre mesi, non cessa di recarmi stupore e confusione. Quante volte non mi accadde di confermare il buon principio di non preoccuparmi di nulla, di non cercare nulla quanto al mio avvenire! Eccomi da Istanbul a Parigi, ed ecco superate - parmi felicemente - le prime difficoltà della introduzione. Un'altra volta l'« oboedientia et pax » ha portato benedizione. Tutto ciò mi serva a titolo di mortificazione interiore, a ricerca di umiltà anche più profonda, ad abbandono fiducioso, per consacrare al Signore, in santificazione mia, in edificazione per le anime, gli anni che ancora mi restano a vivere e a servire la santa Chiesa. 814. 2. Non debbo nascondere a me stesso la verità: sono incamminato decisamente verso la vecchiaia. Lo spirito reagisce e quasi protesta, sentendomi ancora così giovane, ed alacre, ed agile e fresco. Ma basta un'occhiata allo specchio per confondermi. Questa èla stagione della maturità; debbo dunque produrre il più ed il meglio, riflettendo che forse il tempo concessomi a vivere è breve (cfr. 1Cor 7,29), e che mi trovo già vicino alle porte dell'eternità. A questo pensiero Ezechia si voltò verso il muro e pianse (2Re 20,3). Io non piango. 815. 3. No, io non piango, e neppure desidero tornare indietro per fare meglio. Affido alla misericordia del Signore quello che ho fatto, male o meno bene, e guardo all'avvenire, breve o lungo che possa essere quaggiù, perché lo voglio santificato e santificatore. 4. L'«opus divinum». La familiarità coi monaci benedettini, la partecipazione alla loro liturgia della settimana santa, mi ispira un più grande fervore nella recita del mio breviario. Ora che sono riuscito a trovarmi la mia camera di studio presso la cappella, dirò sempre in cappella le mie ore, anticipando sempre il mattutino la sera o la notte innanzi, e seguendo le regole monastiche nell'alzarmi e nel sedermi, specialmente a mattutino. Anche questa disciplina esteriore del corpo serve al raccoglimento spirituale. Farò poi uno studio più intenso del salterio, così da rendermelo più familiare e più profondamente compreso. Quanta dottrina e quanta poesia nei Salmi! 816. 5. A dare semplicità a tutto, ricorderò le virtù teologali e le cardinali. La prima delle cardinali è la prudenza. È qui che si battono, e spesso restano battuti, papi, vescovi, re e comandanti. Questa è la virtù caratteristica del diplomatico. Io debbo averne un culto di preferenza. A sera un esame rigoroso. La mia facilità di parola mi sospinge sovente alla esuberanza nelle mie manifestazioni verbali. Attento, attento: saper tacere, saper parlare con misura, sapermi astenere dal giudicare le persone e le tendenze, se non quando ciò è imposto dai miei superiori e dagli interessi più gravi. In tutto dir meno che più, e timore di dire troppo: ricordando l'elogio che sant'Isidoro di Siviglia fa di san Fulgenzio. Specialmente vigilare alla salvaguardia della carità. Questa la mia regula.
1947
ESERCIZI SPIRITUALI 8-13 DICEMBRE 1947, PARIGI, CLAMART VILLA MANRESA DEI PADRI GESUITI
Pensieri e propositi. 817. 1. Sono al termine del terzo anno della mia nunziatura in Francia. Il senso della mia pochezza mi tiene sempre buona compagnia: mi rende abituale la fiducia in Dio, e poiché vivo in esercizio costante di obbedienza, questa mi dà coraggio, e sgombra ogni timore. Il Signore si è impegnato ad aiutarmi. Lo benedico e lo ringrazio: «semper laus eius in ore meo» (Sal 34,2). (Traduzione: la sua lode sarà sempre sulla mia bocca). 2. Sono tornato agli Esercizi in comune, secondo il metodo antico. Qui siamo una trentina di preti secolari, qualche religioso, forse un missionario. Li predica un giovane padre gesuita, p. de Soras, assistente di Azione Cattolica, intelligente e fervoroso. Dottrina buona, esposta in forma interessante, tutta moderna però: struttura, locuzione, immagini. Mi sono confessato a lui, comprendendo il tempo dal mio ritiro pasquale a Solesmes - marzo 1945 - ad ora. Ne rimasi contento ed incoraggiato. 818. 3. Quanto alla mia vita, il pensiero centrale di questi giorni è quello della morte, forse vicina, e del tenermi ad essa preparato. A sessantasette anni incominciati, può capitare di tutto. Stamattina, 12 dicembre, ho celebrato la santa messa «pro gratia bene mo riendi». Nella adorazione del Ss. Sacramento, nel pomeriggio, recitai i salmi penitenziali colle litanie, ed anche le preghiere della raccomandazione dell'anima. Mi pare sia una buona devozione. La rinnoverò con qualche frequenza. Rendermi familiare allo spirito il pensiero di questo transito, servirà a diminuire e ad addolcire subito la sorpresa, quando verrà l'ora di compierlo. 819. 4. In vista di questa, dò un ritocco al mio testamento che è del 1938, e dornanda di essere adattato alle nuove circostanze della mia famiglia di Sotto il Monte. Il Signore vede il mio distacco dai beni della terra, in spirito di povertà assoluta. Se resterà qualche cosa, sarà per l'asilo della parrocchia e per i poveri. 820. 5. Ormai nessuna tentazione di onori nel mondo o nella Chiesa, mi può toccare. Porto la confusione di quanto il Santo Padre ha voluto fare per me, mandandomi a Parigi. Avere altro grado nella gerarchia o non averlo, mi è del tutto indifferente. Ciò mi dà grande pace. E mi lascia più agile al compimento del mio dovere, ad ogni costo e ad ogni rischio. E’ bene che io mi tenga preparato a qualche grande mortificazione o umiliazione. Questa sarà il segno della mia predestinazione. Volesse il cielo che segnasse l'inizio della mia santificazione vera, come è avvenuto per le anime più elette che ebbero, negli ultimi anni della loro vita, il tocco di grazia che li fece santi autentici. L'idea del martirio mi fa paura. Temo della mia resistenza ai dolori fisici. Eppure potessi dare a Gesù la testimonianza del sangue, oh, quanta grazia e quanta gloria per me! 821. 6. Quanto ai miei rapporti con Dio attraverso le pratiche religiose, parmi di trovarmi bene. Dopo di aver vagato attraverso la dottrina di vari autori ascetici, mi sento tutto contento del messale, del breviario, della Bibbia, Imitazione di Cristo e Bossuet, Meditazioni ed elevazioni. La santa liturgia e la Sacra Scrittura mi forniscono pascolo luculentissimo all'anima. Così semplifico sempre più, e mi trovo meglio. Voglio però dare attenzione più fedele e più devota alla santissima Eucaristia, che ho la grazia di conservare sotto la mia tenda, presso le mie camere, in comunicazione immediata. Coltiverò particolarmente la visita al Ss. Sacramento, rendendola variata e attraente con pratiche singolarmente degne di riverenza e di devozione. Per esempio, salmi penitenziali, via crucis, officio dei morti. La santa Eucaristia non riassume tutto? 822. 7. Ho riempito la mia camera di libri di cui amo la lettura: tutti libri seri e rispondenti alle opportunità della vita cattolica. Questi libri però sono una distrazione che sovente crea sproporzioni fra il tempo che devo dare subito e di preferenza ai miei affari correnti, per rapporti alla Santa Sede o altro, ed il tempo che in realtà finisco col dare alla lettura. Qui c'è uno sforzo notevole da fare: e mi vi proverò con tutto l'impegno. Che vale del resto questa ansia di sapere e di leggere, a discapito di ciò che tocca più da vicino le mie responsabilità di nunzio apostolico? 823. 8. In casa tutto procede bene. La pazienza mi sostiene circa difetti e imperfezioni mie e dei miei familiari. Richiamo però l'elogio di san Fulgenzio fatto da sant'Isidoro di Siviglia, e che è aggiunto alle mie note degli Esercizi del 1942 a Istanbul. È una pagina stupenda. Stralcio alcune espressioni più adatte per me a Parigi, nei rapporti coi miei collaboratori e domestici: «Cum fratribus pacem habere, nec quemquam de membris suis discerpere», ma soprattutto è interessante per me «ita humilitate pariter et auctoritate praesse, ut neque per nimiam humilitatem suam, subditorum vitia convalescere faciat, neque per immoderantiam severitatis potestatem exerceat ». E ricorderò anche il «tenebit illam supereminentem donis omnibus charitatem, sine qua omnis virtus nihil est. Custos enim castitatis charitas » ed io debbo tenere soprattutto alla « inter omnia et castitatis eminentiam», come sant'Isidoro ripete, e come io voglio ottenere ad ogni costo. Vigilerò per questo sulle conversazioni, da cui deve esulare ogni accenno a donne di qualsiasi specie, ogni giudizio temerario, ed ogni mancanza di rispetto alla dignità episcopale di chicchessia, ed ai superiori ecclesiastici, più o meno alti, da cui la nunziatura dipende. Anche attraverso a mortificazioni intime e ad umiliazioni mie personali, voglio assolutamente riuscire in questo. I miei contubernali capiranno, e mi saranno motivo di consolazione. Lo stesso deve dirsi della « benignitas et charitas » della ospitalità alla nunziatura. Sant'ìsidoro dice che «diversorium episcopi cunctorum debet esse receptaculum». 824. 9. Il mio temperamento e la educazione ricevuta, mi aiutano nell'esercizio dell'amabilità con tutti, della indulgenza, del garbo e della pazienza. Non recederò da questa via. San Francesco di Sales è il mio grande maestro. Oh, lo rassomigliassi davvero e in tutto! Per non venir meno al grande precetto del Signore, sarò pronto ad affrontare anche derisioni e disprezzi. Il «mitis et humilis corde» (Traduzione: mansueto e umile di cuore). (Mt 11,29) è pur sempre il raggio più lucente e glorioso di un vescovo e di un rappresentante del Papa. Io lascio a tutti la sovrabbondanza della furberia e della cosidetta destrezza diplomatica, e continuo ad accontentarmi della mia bonomia e semplicità di sentimento, di parola, di tratto. Le somme, infine, tornano sempre a vantaggio di chi resta fedele alla dottrina ed agli esempi del Signore. 825. 10. Il mio prolungato soggiorno in Francia mi rende sempre più degno di ammirazione questo grande paese, e di sincera affezione questa « nobilissimam Gallorum gentem ». Avverto però nella mia coscienza un contrasto che talora diventa scrupolo, fra l'elogio che anche a me piace tributare a questi valorosi e cari cattolici di Francia, e il dovere, che parmi inerente al mio ministero, di non coprire, per puro complimento o per tema di recare dispiacere, la constatazione di quelle che sono pure le deficienze e lo stato vero della primogenita della Chiesa, circa la pratica religiosa, il disagio per la questione scolastica insoluta, l'insufficienza del clero, la diffusione del laicismo e del comunismo. Il mio dovere netto, su questo punto, si riduce ad una questione di forma e di misura. Diversamente il nunzio non è più degno di essere ritenuto l'orecchio e l'occhio della Santa Sede, se non fa che elogiare e magnificare anche ciò che vi è pure di doloroso e di grave. 826. Ciò importa una vigilanza continuata sulle mie effusioni verbali. Un silenzio dolce e senza durezze: parole benevoli ed ispirate a clemenza e ad indulgenza faranno più che affermazioni anche lasciate uscire in confidenza, ed a fine di bene. Del resto «est qui judicet et loquatur» (cfr. Gv 8,50). (Traduzione: vi è chi giudica re parla). Il Cuore di Gesù, nella terra che egli ha particolarmente onorata e benedetta, la Vergine Santa, «Regina Galliae», san Giuseppe, patrono dei diplomatici e mio speciale « lumen et numen», coi santi protettori della Francia tutti insieme, mi siano aiuto, conforto, benedizione.
1948
RITIRO ANNUALE, 23-27 NOVEMBRE 1948 MONASTERO BENEDETTINO DEL SACRO CUORE A EN CALCAT (DOURGNE]
Note 827. 1. In questo 25 novembre entro nel mio sessantottesimo anno di età. Ieri sera mi confessai dal p. priore Germain Barbier di Auxerre. Ho lo spirito in pace. Dal mio letticciuolo benedettino, feci la mia preparazione alla buona morte, recitando piano piano le otto preghiere dettate da Bossuet per questo esercizio. Considero con ciò come finita la mia vita. Il resto che il Signore mi volesse ancora dare, di anni o di giorni, li avrò come un di più. Debbo ripetere sovente le parole di san Paolo, e viverle: «Mortuus enim sum: vita mea abscondita est cum Christo in Deo» (Col 3,3). (Traduzione: voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio). 2. Questo stato di morte mistica vuol significare, più decisamente che mai, distacco assoluto da ogni legame di quaggiù: da me stesso, dai miei gusti, onori, successi, beni materi4li e spirituali; l'assoluta indifferenza ed indipendenza per tutto ciò che non è stretta volontà del Signore a mio riguardo. 3. Rivedendo in questo ritiro le note scritte l'anno scorso nella Villa Manresa dei Padri Gesuiti a Clamart le trovo corrispondenti, in tutto, anche alle mie circostanze attuali. Non occorre che le ripeta. Basterà che di tanto in tanto le rilegga a mia correzione ed incitamento. 828. 4. Più mi faccio maturo d'anni e di esperienze, e più riconosco che la via sicura per la mia santificazione personale e per il miglior successo del mio servizio della Santa Sede, resta lo sforzo vigilante di ridurre tutto, principi, indirizzi, posizioni, affari, al massimo di semplicità e di calma; con attenzione a potare sempre la mia vigna di ciò che è solo fogliame inutile e viluppo di viticci, ed andare diritto a ciò che è verità, giustizia, carità, soprattutto carità. Ogni altro sistema di fare, non è che posa e ricerca di affermazione personale, che presto si tradisce e diventa ingombrante e ridicolo. 829. Oh, la semplicità del Vangelo, del libro della Imitazione di Cristo, dei Fioretti di san Francesco, delle pagine più squisite di san Gregorio, nei Morali: « Deridetur justi simplicitas », con quel che segue! Come sempre più gusto quelle pagine, e torno ad esse con diletto interiore! Tutti i sapienti del secolo, tutti i furbi della terra, anche quelli della diplomazia vaticana, che meschina figura fanno, posti nella luce di semplicità e di grazia che emana da questo grande e fondamentale insegnamento di Gesù e dei suoi santi! Questo è l'accorgimento più sicuro che confonde la sapienza del mondo, e si accorda egualmente bene, anzi meglio, con garbo e con autentica signorilità, a ciò che vi è di più alto nell'ordine della scienza, anche della scienza umana e della vita sociale, in conformità alle esigenze di tempi, di luoghi e di circostanze. « Hoc est philosophiae culmen, simplicem esse cum prudentia » pensiero è di san Giovanni Crisostomo, il mio grande patrono d'Oriente. Signore Gesù, conservatemi il gusto e la pratica di questa semplicità che, tenendomi umile, mi avvicina di più al vostro spirito ed attira e salva le anime. 830. 5. Il mio temperamento, incline alla condiscendenza ed a cogliere subito il lato buono nelle persone e nelle cose, piuttosto che alla critica ed al giudizio temerario, la differenza notevole di età, carica di più lunga esperienza e di più profonda comprensione del cuore umano, mi pongono non di rado in affliggente contrasto interiore con l'ambiente che mi circonda. Ogni forma di diffidenza o di trattamento scortese verso chicchessia, soprattutto se verso i piccoli, i poveri, gli inferiori; ogni stroncatura ed irriflessione di giudizio, mi dà pena ed intima sofferenza. Taccio, ma il cuore mi sanguina. Questi miei collaboratori sono bravi ecclesiastici: ne apprezzo le qualità eccellenti, voglio loro molto bene, e lo meritano tutto. Ma soffro del disagio interiore del mio spirito, in rapporto col loro. In certe giornate e circostanze sono tentato a reagire con forza. Ma preferisco il silenzio, confidando che questo riesca più eloquente ed efficace per la loro educazione. Non è debolezza la mia? Debbo, voglio continuare a portarmi in pace questa leggera croce, che si aggiunge al sentimento già mortificante della mia poéhezza, e lascerò fare al Signore che scruta i cuori (Ger 20,12), e li attira verso le finezze della sua carità. 831. 6. Torno a richiamare, a questo proposito, il n. 8 tutto intero delle mie note scritte negli Esercizi di Villa Manresa a Clamart, l'anno scorso. Mi conservo familiari, dopo oltre quarant'anni, i ricordi edificanti delle conversazioni nell'episcopio di Bergamo, col mio venerato vescovo mgr Radini Tedeschi. Delle persone del Vaticano, dal Santo Padre in giù, non un'espressione che fosse meno riverente, amabile e rispettosa, mai. Di donne poi, o di forme e di cose muliebri, mai una parola, mai, come se donne non esistessero al mondo. Questo silenzio assoluto, anche nella intimità, circa « omne muliebre », fu una delle lezioni più forti e profonde della mia giovinezza sacerdotale; e sono riconoscente, anche ora, alla insigne e benefica memoria di chi mi educò a questa disciplina. 832. 7. Non ho potuto in questi giorni leggere molto la Sacra Scrittura. Ma con attenzione ho meditato la lettera cattolica di san Giacomo Minore. Quei cinque capitoli che la compongono sono un riassuìito mirabile di vita cristiana. La dottrina circa l'esercizio della carità (Gc 1,27), l'uso della lingua (Gc 1,19-26), la dinamica dell'uomo di fede (Gc 2), la collaborazione alla pace (Gc 4), il rispetto del prossimo, le minacce al ricco ingiusto ed esoso, infine l'invito alla confidenza, all'ottimismo, alla preghiera (Gc 5): tutto ciò ed altro è un tesoro incomparabile di indirizzi, di esortazioni, per noi ecclesiastici particolarmente e terribilmente, e per i laici, secondo il bisogno di tutti i tempi. Converrebbe imparare tutto a memoria e gustare e rigustare di tratto in tratto la celeste dottrina. Ormai, a sessantotto anni incominciati, non c'è che invecchiare. Ma la saggezza è là nel Libro divino. Eccone un saggio: 833. «Quis sapiens et disciplinatus inter vos? Ostendat ex bona conversatione operationem suam in mansuetudine sapientiae. Quod si zelum amarum habetis et contentiones sint in cordibus vestris, nolite gloriari et mendaces esse adversus veritatem. Non est enim ista sapientia desursum descendens, sed terrena, animalis, diabolica. Ubi enim zelus et contentio, ibi inconstantia et omne opus pravum. Quae autem desursum est sapientia, primum quidem pudica est deinde pacifica, modesta, suadibilis, bonis consentiens, plena misericordia, et fructibus bonis, non iudicans, sine simulatione. Fructus autem iustitiae in pace seminatur facientibus pacem» (Gc 3,13-18). (Traduzione: Chi è saggio e accorto tra voi? Mostri con la buona condotta le sue opere ispirate a saggia mitezza. Ma se avete nel vostro cuore gelosia amara e spirito di contesa, non vantatevi e non mentite contro la verità. Non è questa la sapienza che viene dall'alto: è terrena, carnale, diabolica; poiché dove c'è gelosia e spirito di contesa, c'è disordine e ogni sorta di cattive azioni. La sapienza che viene dall'alto invece è anzitutto pura, poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, senza parzialità, senza ipocrisia. Un frutto di giustizia viene seminato nella pace per coloro che fanno opera di pace).
1950
NOTE SPIRITUALI NEL MIO BREVE RITIRO A ORANO, 6-9 APRILE 1950 GIOVEDì, VENERDì, SABATO SANTO E PASQUA
834. Tre giorni di riposo, alla fine del mio lungo viaggio in Africa del Nord dal 19 marzo, venticinquesimo anniversario della mia consacrazione episcopale, al 9 aprile, festa di Pasqua. Il vescovo di Orano, mgr Lacaste, mi accoglie in ospitalità fraterna di cui gli sono gratissimo; ed io partecipo in preghiera, in meditazione ed in silenzio, all'immenso palpito delle anime vibranti da tutti i punti della terra, da tutte le chiese, intorno a Gesù sofferente e vittorioso, in questo triduo sacro precedente la Pasqua. A un quarto di secolo dacché la santa Chiesa mi fece vescovo, tuttoché indegnissimo e povero, amo pensare al mio passato, al mio presente, al mio avvenire.
Giovedì santo: il mio passato. 835. Portai con me, in questo viaggio, i fascicoli delle note spirituali scritte in questi anni - dal 1925 al 1950 - a mio scotimento, a mia compunzione, ad aumento di fervore episcopale, nelle varie occasioni di ritiro spirituale che colsi lungo la via, in Bulgaria, in Turchia, in Francia. Ho riletto tutto ancora una volta, con calma, come in una confessione, e recito il Miserere che è mio, ed il Magnificat che è tutto del Signore, a mia penitenza e ad esercizio di umiltà sincera e confidente. A venticinque anni di distanza, riveggo il numero quattro delle mie prime note fatte a Villa Carpegna dall 3 al 17 marzo 1925, nella preparazione immediata alla consacrazione episcopale - 19 marzo, festa di san Giuseppe - a San Carlo al Corso. Proponevo così: « Rileggerò spesso il capo IX, lib. III della Imitazione di Gesù Cristo: "Quod omnia ad Deum sicut ad finem ultimum sunt referenda". Mi ha fatto profonda impressione nella solitudine di questi giorni. Lì, in poche parole, c'è veramente tutto ». Così scrivevo in quella vigilia della mia nuova vita; così sento ora, e così gusto di ripassare di là e di rivedere quell'insegnamento di Gesù dopo un quarto di secolo, di prove da parte mia, di debolezze, di riprese e, grazie al Signore, di volontà tenace, fedele e convinta, al di là delle seduzioni e delle tentazioni dello spirito mondano. 836. O mio Gesù, come ti ringrazio di avermi tenuto saldo a questo principio: «Ex me pusillus et magnus, pauper et dives, tamquam ex fonte vivo, aquam vivam hauriunt» (IC 3.9). (Traduzione: da me il piccolo e il grande, il povero e il ricco, siccome da viva fontana, attingono un’acqua viva). Ah, io sono fra i pusilli e i poveri! In Bulgaria, i contrasti delle circostanze più ancora che degli uomini, e la nionotonia di quella vita intessuta e scalfita da quotidiane punture, mi costò molto di mortificazione e di silenzio. Ma la tua grazia mi mantenne il gaudio interiore, che mi aiutò a nascondere le angustie ed i disagi. In Turchia, l'impegno delle sollecitudini pastorali mi fu tormento e gioia. Non avrei potuto, dovuto fare di più, con sforzo più deciso, ed andare contro l'inclinazione del mio temperamento? Nella stessa ricerca della calma e della pace, che ritenevo più conforme allo spirito del Signore, non era sottaciuta una tal quale indisposizione all'impiego della spada, ed una preferenza a ciò che anche personalmente è più comodo e più facile, anche se di fatto la dolcezza è definita la plenitudine della forza? O Gesù mio, tu scruti i cuori; e il punto giusto in cui la ricerca stessa della virtù può trascinare a difetto o a eccesso, a te solo è noto. 837. Ciò che sento come dover mio, è di non invanirmi di nulla, ma di tutto attribuire alla tua grazia: «sine qua nihil habet homo. Tu, cum magna districtione, gratiarum actiones requiris» (IC 3.9). E il mio Magniflcat è perciò completo, come è doveroso. Mi piace tanto l'espressione: «Meritum meum, miseratio tua»; e l'altra che è di sant'Agostino: «Tu coronando merita, coronas dona tua». 838. Ancora, grazie senza fine, mio Gesù: «Vincit omnia divina charitas et dilatat omnes animae vires. Recte sapio, in te solo gaudebo, in te solo sperabo, quia "nemo bonus nisi solus Deus" (Lc 18,19), qui est super omnia laudandus, et in omnibus benedicendus » (IC 3.9). Così termina, a conclusione dei miei venticinque anni di episcopato, il capitoletto della Imitazione con cui li ho iniziati. Il che mi lascia sempre, a mortificazione salutare del mio spirito, il ricordo delle mie colpe - « cogitatione, verbo et opere » - quante, quante in venticinque anni! e insieme la fiducia inestinguibile nel mio quotidiano sacrificio, ostia divina ed immacolata, offerta « pro innumerabilibus peccatis et offensionibus et negligentiis meis ». Venticinque anni di sante messe episcopali, offerte con tutto lo splendore delle buone intenzioni, ed anche con tutta la polvere della strada, oh, quale mistero di grazia ed insieme di confusione! La grazia delle tenerezze di Gesù «pastor et episcopus» (1Pt 2,25) verso il suo eletto sacerdote; la confusione di questi, che non trova conforto se non nel confidente abbandono.
Venerdì santo: il mio presente 839. Ieri sera i mattutini, tutto solo: stamane in cappella le ore coi quattro Miserere, e la liturgia odierna, accompagnata in ispirito, leggendo sul messale, come se assistessi alla cerimonia in qualche chiesa solenne; come se la presiedessi ancora io stesso a Sofia, o a Santo Spirito d'Istanbul. 840. Il mio presente. Eccomi dunque vivo, a sessantanove anni in corso, prostrato sul Crocifisso, a baciargli il viso e le piaghe santissime, a baciargli il cuore scoperto; eccomi qui. in atto di amore, di dolore. Come non rinnovare a Gesù il mio ringraziamento di trovarmi ancor giovane e robusto di corpo, di spirito, di cuore? Il «nosce teipsum » mi tiene dimesso e senza pretese. Qualcuno segue la mia povera persona con ammirazione, con simpatia: ma grazie a Dio, io sento rossore di me stesso, delle mie insufficienze, del poco che sono in un posto così importante, dove il Santo Padre mi volle e mi tiene, per sua bontà. Da tempo, e con nessuna fatica, faccio professione di semplicità, bravando amabilmente tutti gli spiriti che, nella ricerca delle doti di un diplomatico della Santa Sede, preferiscono l'involucro esteriore appariscente al frutto sano e maturo. 841. E resto fedele al mio principio, che parmi abbia sempre un posto di onore nel discorso della montagna: beati i poveri, i miti, i pacifici, i misericordiosi, gli assetati di giustizia, i puri di cuore, i tribolati, i perseguitati (Mt 5,3-10). Il mio presente resta dunque una energia, in atto di fedeltà a Cristo obbediente e crocifisso, come tante volte lo ripeto in questi giorni: «Christus factus oboediens» (Traduzione: Cristo fattosi obbediente) (Fil 2,8), povero ed umile come lui, ardente di divina carità, pronto al sacrificio ed alla morte, per lui e per la sua Chiesa. Il viaggio in Africa del Nord mi ha richiamato più vivo il problema della conversione degli infedeli. La vita e la ragion d'essere della Chiesa, del sacerdozio, della verace e buona diplomazia è là. «Da mihi animas: cetera tolle» (Gen 14,21) (Traduzione: dammi le persone e prenditi pure i beni per te). Sabato santo: il mio avvenire 842.A quasi settant'anni c'è poco da contare sull'avvenire. « Summà annorum nostrorum sunt septuaginta anni; et si validi sumus octoginta, et plerique eorum sunt labor et vanitas: nam cito transeunt et nos avolamus» (Sal 90,10-11). (Traduzione: i giorni di nostra vita fanno in sé settant’anni, e se siamo robuti, ottanta; e il loro splendore non è che tormento e vanità, perché presto trapassa e noi dileguiamo). Non occorre dunque farmi illusioni, ma rendermi familiare il pensiero della fine; non con sgomento che infiacchisce, ma con confidenza che conserva il fervore del vivere, del lavorare, del servire. Da tempo mi proposi la fedeltà a questo rispetto, a questa attesa della morte, a questo «hilarescit» che dovrebbe essere l'ultimo sorriso della mia anima, sul punto di uscire da questa vita. Non è il caso di parlarne sovente a tedio altrui; ma di pensarci sempre, perché il «judicium mortis» (Sir 41,3), divenuto familiare, è buono, è utile a mortificare la vanità, ad imporre a tutto il senso della misura e della calma. Per le mie cose temporali farò un ritocco al mio testamento. Sono povero, grazie a Dio, e così intendo morire. 843. Quanto allo spirito, renderò la mia fiamma più viva, a misura che il tempo da redimere passa più rapido (Ef 4,16). Distacco quindi dalle cose della terra, dignità, onori, cose preziose o pregiate. Voglio intensificare gli sforzi per terminare la mia grande pubblicazione della Visita Apostolica di san Carlo Borromeo a Bergamo. Ma mi tengo disposto anche alla mortificazione di dovervi rinunziare. Qualcuno, per farmi complimenti, mi parla della porpora. Niente di interessante. Ripeto quanto altrove scrissi. Quando non venisse, come può darsi, avrò questo come un segno di predestinazione, e ne ringrazierò Iddio. Ceterum riprenderò, al mio ritorno a Parigi, la mia vita ordinaria, senza smanie, ma con fedeltà assoluta al dover mio, al servizio del Santo Padre, con attenzione, con carità, con pazienza, con intima unione con Gesù, mio re, mio maestro, mio Dio; con Maria mia dolce madre, con san Giuseppe, mio caro amico, esemplare, protettore. 844. Mi deve confortare il pensiero che le mie conoscenze, che le anime che ho amate e che amo, sono già quasi tutte di là, e che mi attendono e pregano per me. Il Signore mi vorrà presto alla patria celeste? Eccomi, sono pronto. Lo prego solo di cogliermi in buon punto. Mi riserva ancora alcuni, forse parecchi anni di vita? Lo ringrazierò, ma sempre supplicandolo a non lasciarmi sulla terra, inutile per la santa Chiesa e ingombrante. Anche per questo però, la santa volontà del Signore, e basta. Termino queste note al suono delle campane di Pasqua della vicina cattedrale del Sacro Cuore. E ricordo con gioia l'ultima mia omelia di Pasqua a Istanbul", nel commento alle parole pasquali di san Gregorio di Nazianzo: «Voluntas Dei, pax nostra».
1952
RITIRO SPIRITUALE A MONTMARTRE PRESSO LE SUORE DEL CARMELO GIOVEDì, VENERDì, SABATO SANTO, 10-12 APRILE 1952
845. Tre giorni che sono un po' come quelli della sepoltura del Signore, nel senso che ho creduto bene di ammettere, alla santa messa del giovedì santo, le mie suore della Nunziatura; nel pomeriggio, la visita a piedi di quattro chiese della butte sacrée: San Pietro, San Giovanni, N. D. de Clignancourt, del Martyrium. Nel venerdì, altre due ore nel pomeriggio, per presiedere alla liturgia di rito orientale a Saint-Julien-le-Pauvre, e mia confessione dal p. Fugazza', presso i Lazzaristi. La continuità dell'applicazione dello spirito non fu però troppo compromessa. Soprattutto mi conforta questo essermi rifugiato, « sicut hirundo» (Sai 84,4), sotto il tetto della grande basilica del Sacro Cuore, e di dover chiudere questo ritiro nei fulgori della notte santa della Risurrezione, secondo l'antico cerimoniale « vigiliae paschalis instauratae ». Le circostanze di questo ritiro non mi hanno permesso di appuntare molte cose, né ad esame, né a contemplazione. Piacemi qui di annotare qualche pensiero che dovrebbe farmi bene allo spirito, rileggendo di tanto in tanto. 846. 1. «Gratias agere». La misura ordinaria della vita umana - gli anni settanta (Sai 90,10) - è ormai sorpassata. Rivedo tutti i miei settant'anni. Devo dire: « recogito in amaritudine animae meae » (Is 38,15). Ah, io porto con me il sentimento di confusione e di dolore « pro innumerabilibus peccatis, et offensionibus et negligentiis meis » e per il poco che ho conchiuso, e per il molto di più che avrei potuto, dovuto fare, a servizio del Signore, della santa Chiesa, delle anime! Ma insieme non so dimenticare il cumulo di grazie e di misericordie, di cui Gesù mi fu largo e generoso contro ogni mio merito. Perciò «semper laus eius in ore meo» (Sal 34,2). (Traduzione: sempre la sua lode sulla mia bocca). 847. 2. «Simplicitas cordis et labii» (Sap 1,1; 2Cor 1,12). Più vado innanzi, e meglio constato la dignità e la bellezza conquistatrice della semplicità, nel pensiero, nel tratto, nelle parole. Una tendenza che si affina a semplificare tutto ciò che è complesso; a ridurre tutto al massimo di spontaneità e di chiarezza, senza preoccupazione di fronzoli, di raggiri artificiosi di pensiero e di parole. «Simplicem esse cum prudentia». Il motto è di san Giovanni Crisostomo. Quanta dottrina in due frasi! Amabilità, calma e pazienza imperturbabile. Debbo sempre ricordare il «sermo mollis frangit iram» (Prov 15,1). Quanti disappunti creati dalla ruvidezza, dallo scatto, dalla insofferenza! Talora il timore di esser meno apprezzati, come gente di poco valore, diventa incitamento a tenersi su, a darsi tono, ad imporsi un poco. Ciò è contrario al mio carattere. L'esser semplice, senza pretesa alcuna, a me costa nulla. È una grande grazia che il Signore mi fa. Voglio continuare, ed esserne degno. 848. 4. Grande comprensione e rispetto per i francesi. Il prolungato soggiorno in mezzo a loro mi pone in condizione di apprezzare le altissime qualità spirituali di questo popolo ed il fervore dei cattolici di ogni tendenza: insieme però, me ne fa anche scorgere i difetti e le esuberanze. Ciò impone alle mie manifestazioni verbali la più grande attenzione. Sono libero di giudicare, ma debbo guardarmi dalla critica, anche lieve e sorridente, che può ferire la loro suscettibilità. Oh, questo non fare mai né dire agli altri quanto non vorremmo fosse fatto o detto a noi (Tb 4,16)! Su questo punto tuttì siamo un po' deboli. Attenzione, dunque, alle minime espressioni, che toglierebbero efficacia alla dignità del nostro contegno. Questo dico per me: di questo debbo essere maestro ed esempio intorno a me, coi miei collaboratori. Meglio una carezza che un pizzicotto, con chicchessia. 849. 5. Maggior rapidità nelle pratiche più importanti, specialmente nomine di vescovi, rapporti con la Santa Sede, informazioni opportune ed importanti. Nessuna fretta, ma nessuna lentezza. Renderò questo punto particolare oggetto di esame quotidiano. 6. « In omnibus respice finem » 6 La fine mi viene incontro a misura che i giorni della mia vita si seguono. Mi debbo preoccupare più di morire presto e bene, che di trastullarmi in sogni di vita longeva. Senza melanconie però: senza neanche parlarne troppo. « Voluntas Dei pax nostra ». Sempre, per la vita; più ancora per la morte. 850. 7. Il pensiero di ciò che mi può avvenire, onori, umiliazioni, contestazioni o altro, nulla di ciò mi disturba o mi preoccupa. Quest'anno spero di por termine alla mia pubblicazione degli Atti della Visita Apostolica di san Carlo Borromeo a Bergamo. Ciò basta alla mia soddisfazione di buon bergamasco, e non desidero altro. 8. Solo desidero che la mia vita finisca santamente. Tremo al pensiero di dover sopportare dolori, responsabilità, contrasti superiori alle mie povere forze, ma confido nel Signore, senza alcuna pretesa a successi, a meriti appariscenti e singolari. 851. 9. Attenderò ad una pietà religiosa più intensiva. Niente sopraccarico di pratiche secondarie e nuove, ma fedeltà alle fondamentali, con fervore vibrante. Santa messa, breviario, rosario, meditazione, letture edificanti: unione intima e frequente con Gesù in Sacramento. 852. 10. Questo ritiro non fu segnato da meditazioni e pratiche laboriose; ma rileggendo le mie pagine dei ritiri passati, vi ho trovato motivo e incitamento al «motus in fine velocior». Parmi di avere la coscienza in pace, e confido in Gesù, nella sua e mia Madre gloriosa ed amatissima, in san Giuseppe, il santo prediletto del mio cuore, in san Giovanni Battista, intorno al quale amo vedere raccolta la mia famiglia e parentela secondo la carne ed il sangue. E mi appresto a salire al tempio del Sacro Cuore, che mi attende per una notte luminosa e solenne, che vuoi essere il simbolo della risurrezione delle anime, della santa Chiesa e delle nazioni. La croce di Gesù, il cuore di Gesù, la grazia di Gesù: questo è tutto sulla terra; questo è il cominciamento della gloria futura, riserbata agli eletti per tutti i secoli: «Cor Jesu, vita et resurrectio nostra, pax et reconciliatio nostra, salus in te sperantium, spes in te morientium, deliciae sanctorum omnium. Cor Jesu, miserere nobis». (Traduzione: Cuore di Gesù, vita e resurrezione nostra, pace e riconciliazione nostra, salvezza di chi spera in te, delizia di tutti i santi. Cuore di Gesù, abbi pietà di noi. Litanie del Sacro Cuore di Gesù).
1953-1958
Cardinale Patriarca di Venezia
1953
RITIRO SPIRITUALE COI VESCOVI DELLA PROVINCIA TRIVENETA A FIETTA NELLA VILLA DEL SEMINARIO, 15-21 MAGGIO 1953
Note sparse 853. 1. Dall'aprile dello scorso anno quando mi raccolsi all'ombra del Sacro Cuore a Montmartre, a Parigi, al maggio di questo anno che mi trova qui ai piedi del Grappa come cardinale e patriarca di Venezia, quale trasformazione intorno a me! Non so su che cosa soffermarmi di più; sul «laetatus sum in his quae dicta sunt mihi» (Traduzione: quale gioia quando mi dissero: “Andremo alla casa del Signore”). (Sal 122,1), con quel che segue, o ancora sulla mia confusione che mi induce a sentimenti di umiltà e di abbandono nel Signore. È lui che ha veramente fatto tutto, e ha fatto senza di me, che per nulla avrei potuto immaginare o aspirare a tanto. Un motivo di gioia interiore è che il tenermi umile e dimesso non mi costa gran fatica e risponde al mio temperamento nativo. Invanirmi o inorgoglirmi di che cosa, Signore mio? «Meritum meum »non è tutta «miseratio Domini»? 854. 2. È interessante che la Provvidenza mi abbia ricondotto là dove la mia vocazione sacerdotale prese le prime mosse, cioè il servizio pastorale. Ora io mi trovo in pieno ministero diretto delle anime. In verità ho sempre ritenuto che per un ecclesiastico la diplomazia così detta deve essere permeata di spirito pastorale; diversamente non conta nulla, e volge al ridicolo una missione santa. Ora sono posto innanzi ai veri interessi delle anime e della Chiesa, in rapporto alla sua finalità che è quella di salvare le anime, di guidarle al cielo. Questo mi basta, e ne ringrazio il Signore. Lo dissi a Venezia in San Marco il 15 marzo, giorno del mio ingresso. Non desidero, non penso ad altro che a vivere e a morire per le anime che mi sono affidate. «Bonus pastor animam suam dat pro ovibus suis... Veni ut vitam habeant et abundantius habeant» (Gv 10,11 e 10). (Traduzione: il buon pastore offre la vita per le pecore. Son venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza). 855. 3. Inizio il mio ministero diretto in una età - anni settantadue - quando altri lo finisce. Mi trovo dunque sulla soglia dell'eternità. Gesù mio, primo pastore e vescovo delle nostre anime, il mistero della mia vita e della mia morte è nelle vostre mani, e vicino al vostro cuore. Da una parte tremo per l'avvicinarsi dell'ora estrema; dall'altra confido e guardo innanzi a me giorno per giorno. Mi sento nella condizione di san Luigi Gonzaga. Continuare le mie occupazioni, sempre con sforzo di perfezione, ma più ancora pensando alla divina misericordia. Per i pochi anni che mi restano a vivere, voglio essere un santo pastore nella pienezza del termine, come il beato Pio x mio antecessore, come il venerato cardinai Ferrari; come il mio mgr Radini Tedeschi, finché visse e se avesse continuato a vivere. «Sic Deus me adiuvet» 856. 4. In questi giorni ho letto san Gregorio e san Bernardo, ambedue preoccupati della vita tenore del pastore che non deve soffrire delle cure materiali esteriori. La mia giornata deve essere sempre in preghiera; la preghiera è il mio respiro. Propongo di recitare ogni giorno il rosario intero di quindici poste, intendendo così di raccomandare al Signore e alla Madonna - possibilmente in cappella, innanzi al Ss. Sacramento - i bisogni più gravi dei miei figli di Venezia e diocesi: clero, giovani seminaristi, vergini sacre, pubbliche autorità e poveri peccatori. 857. 5. Due punte dolorose ho già qui, fra tanto splendore di dignità ecclesiastica e di rispetto, come cardinale e patriarca. La esiguità delle rendite della mensa, e la turba dei poveri e delle sollecitazioni per impieghi e per sussidi. Per la mensa non mi è impedito di migliorarne le condizioni e per me ed anche a servizio dei miei successori. Amo però benedire il Signore per questa povertà un po' umiliante e spesso imbarazzante. Essa mi fa meglio rassomigliare a Gesù povero e a san Francesco, ben sicuro come sono che non morirò di fame. O beata povertà che mi assicura una più grande benedizione per il resto e per ciò che è più importante del mio ministero pastorale. 858. 6. L'ingresso trionfale a Venezia e questi due primi mesi di contatto coi miei figli, mi danno il segno della bontà nativa dei veneziani per il loro patriarca: mi sono di grande incoraggiamento. Non mi voglio dare altri precetti. Ma continuerò per la mia strada e col mio temperamento. Umiltà, semplicità, aderenza verbo et opere al Vangelo, con mitezza intrepida, con pazienza inespugnabile, con zelo paterno e insaziabile del bene delle anime. Vedo che mi si ascolta volentieri, e la mia semplice parola va direttamente al cuore. Porrò tuttavia ogni cura anche di prepararmi bene, così che il mio dire non manchi di dignità e riesca di sempre maggior edificazione. 7. Sono contento del segretario don Gino Spavento, che fu già fedelissimo al mio venerato predecessore; ed ora metto accanto a lui don Loris Capovilla. Sono due sacerdoti eccellenti per pietà sacerdotale e per intelligenza e buono spirito. Poco per volta la mia casa episcopale prenderà il suo assestamento. Se il Santo Padre mi concederà il vescovo ausiliare che desidero, potrò tutto sistemare in aediflcationem (Ef 4,16). 859. 8. A volte il pensiero del poco tempo che mi resta a vivere vorrebbe rallentare il mio ardore. Non riuscirà, con l'aiuto del Signore. «Nec mori timeo, nec vivere recuso ». La volontà del Signore resta sempre la mia pace. L'arco della mia umile vita - troppo onorata, ben oltre i miei meriti, dalla Santa Sede - dal mio villaggio nativo piega fra le cupole e i pinnacoli di San Marco. Voglio porre nel mio testamento la preghiera che mi sia riservato un loculo nella cripta della basilica presso la tomba dell'Evangelista ormai divenuto così caro e familiare al mio spirito ed alla mia preghiera. Marco, figlio di san Pietro, di san Pietro discepolo ed interprete.
1954
ESERCIZI A TORREGLIA NEL 19546-12 GIUGNO PREDICATORE MGR LANDUCCI
860. Nessuna nota. Fatto invece il testamento. Per tutto, rinviandomi alle conclusioni degli Esercizi dello scorso anno. Di concreto in questi giorni mi tornò preziosa la meditazione bene distribuita dei dodici capitoli del secondo libro della Imitazione di G[esùl C[risto]: «Admonitiones ad interna trahentes» 1. De interna conversatione. 2. De humili submissione. 3. De bono pacifico homine. 4. De pura mente et simplici intentione. 5. De propria consideratione. 6. De laetitia bonae conscientiae. 7. De amore Jesu super omnia. 8. De familiari amicitia Jesu. 9. De carentia omnis solacii. 10. De gratitudine pro gratia Dei. 11. De paucitate amatorum crucis Jesu. 12. De regia via sanctae crucis. (Traduzione: Ammonizioni per progredire nella vita interiore: 1) la vita interiore. 2) l’umile sottomissione. 3) l’uomo buono e pacifico. 4) la purezza della coscienza e la semplicità delle intenzioni. 5) come giudicare noi stessi. 6) la gioia della coscienza pura. 7) amare Gesù sopra ogni cosa. 8) la familiare amicizia con Gesù. 9) la privazione di ogni gioia. 10) la gratitudine a Dio per la sua grazia. 11) quanto son pochi quelli che amano la croce di Gesù. 12) la via regale della santa Croce.
NEL CINQUANTESIMO DI SACERDOZIO ESORTAZIONI AL CLERO - 10 AGOSTO 19541
Miei venerabili fratelli e figliuoli nel sacerdozio. 861. A quindici mesi di distanza dal mio primo ingresso a Venezia sento l'opportunità ed il bisogno di aprirvi in forma riservata e confidente il cuor mio, per comunicarvi le impressioni della mia prima esperienza pastorale in mezzo a voi, ed insieme mettervi a parte dei desideri e delle speranze che la grazia del Signore ed un sincero affetto per questa porzione del gregge di risto, che a me ed a voi fu affidato, mi permettono di concepire. Tali impressioni sono riassunte dalle brevi parole del Salmo 93, versetto 19: Anxietates multiplicantur in corde meo: consolationes tuae delectant animam meam. (Traduzione: quando ero oppresso dall’angoscia, il tuo conforto mi ha consolato). 862. 1. Amo dirvi innanzitutto delle consolazioni. Esse sono molte e veramente deliziose. Eccomi innanzi ad un buon clero, ben formato, distinto nei modi, fedele e devoto alla santa Chiesa cattolica ed apostolica ed alla migliore tradizione veneziana, un po' scarso numericamente: ma attento, dai più alti gradi del Capitolo di San Marco, dai rev.di Parroci, dai servizi più elevati di tutta la diocesi: come Curia e Seminario, sino ai più modesti cooperatori nel sacro ministero delle anime, attento - dico - al compimento dei vari impegni sacerdotali, che una diocesi insigne comporta: impegni di culto, di insegnamento, di assistenza spirituale ai fanciulli, agli ammalati, ai poveri, a tutti. E come è eccellente il clero, così le chiese - le magnifiche chiese veneziane - sono ben tenute: le cerimonie fatte con cura e gravità: e seguite dalla corrispondenza di una porzione distinta, che talora è la maggioranza dei fedeli, delle singole parrocchie. 863. I molteplici contatti che ho avuti in questi primi mesi, tanto in città come in Terraferma, mi sono motivo di incoraggiante ottimismo. Rendo omaggio all'indole buona, pacifica, educata del popolo veneziano; ma il merito è soprattutto dei sacerdoti che precedono, ispirano, dirigono il movimento religioso delle anime, delle parrocchie, delle singole istituzioni di carattere liturgico, culturale, caritativo. Vedo che per quanto costituisce la struttura organica di una diocesi conforme alle esigenze dei tempi nostri: Azione Cattolica, ed istituzioni varie di apostolato e di assistenza sociale, siamo o a buon punto o in promessa consolante di più largo e completo sviluppo. Sulla linea della Terraferma molto ancora resta a fare: ma le sollecitudini dei miei venerati antecessori, il cardinale Adeodato Giovanni Piazza e più presso a noi, il benemerito Patriarca mons. Carlo Agostini, di felice memoria, hanno determinato un avviamento che ispira grande fiducia di sicuro progresso e spirituale successo. 864. Quando il Santo Padre si degnò inviarmi a Venezia a raccogliervi la successione di patriarchi insigni per santità e zelo pastorale, sentii intorno alla mia umile persona i rallegramenti più vivi, giusto in riferimento alla bontà del clero e del popolo, che qui avrei trovato. Questo primo anno di soggiorno e di esperienza pastorale ha dato ragione a quei complimenti e ne benedico di gran cuore il Signore. 865. 2. È naturale che accanto alle consolazioni non manchino le ansietà. Viviamo sulla terra: non siamo confermati in grazia: da ogni parte l'urto delle tentazioni preme contro la nostra piccola barca sottoponendola alla alternativa - come si dice amabilmente nelle calli di Venezia - dell'acqua bassa e dell'acqua alta per il flusso ed il riflusso della Laguna. Fenomeno quasi quotidiano: ma che in fondo non compromette gravemente la tendenza - direi la tentazione - al quieto vivere e a stare soverchiamente tranquilli al nec plus nec minus, interpretato secondo la nostra personale comodità e non come S. Francesco di Sales l'applicava all'esercizio caratteristico della prudentia in agibilibus. Il conforto che dà al sacerdote il piccolo gregge che lo circonda e lo segue, in una percentuale minima in confronto colla grande massa dei componenti la parrocchia, che di fatto non sono né conosciuti, né cercati, né rintracciati, può velare il senso delle responsabilità sacerdotali in faccia al problema fondamentale del nostro ministero pastorale. Che non si possa arrivare perfettamente a tutti, si comprende: ma il Signore che ci ha chiamati in salutem gentium, almeno questo vuole da noi, che conosciamo tutte le pecorelle affidate alle nostre personali cure per poterle in una forma o nell'altra chiamare una ad una: etproprias oves vocat nominatim (Gv 10,1-16). 866. Qui torna in acconcio quanto suol dirsi della necessità e della sorpresa della statistica. È detto bene che geografia e statistica sono i due occhi della storia. Lo sono per gli avvenimenti del passato; ma più lo sono per le esigenze pratiche del magistero pastorale perenne. Ciò che più serve al sacerdozio per l'efficacia immediata della verità in atto di penetrazione nelle anime non è semplicemente la conoscenza esatta della distribuzione locale delle case di ne dei propri parrocchiani, ma il contatto pronto ed immediato con le anime di ciascuno: ed a questo serve giusto e felicemente l'ufficio di statistica parrocchiale che vuol essere bene organizzato ed aggiornato con ogni cura: affinché il precetto e l'esempio di Cristo si affermino: Cognosco oves meas... et cognoscunt me meae. 867. Che parole sono queste - miei diletti fratelli e fighuoli -per un buon pastore di anime, come S. Giovanni nel Vangelo suo ce le ha lasciate, esattamente quali egli le aveva colte dalle labbra del Signore. Non piace l'insistervi: ma questa particolarità della tenuta dell'archivio parrocchiale mi è motivo di qualche incertezza, come sollecita lo zelo di ogni vescovo a determinarvi l'attenzione di tutti i suoi collaboratori. Altro motivo di ansietà per il vostro umile patriarca è il fervore dello zelo sacerdotale effuso nell'insegnamento della cristiana dottrina ai piccoli ed ai grandi, il fervore del penetrarli così da condurli alla partecipazione della grazia divina che irrobustisce gli uomini di fede e di pratica religiosa a tutta prova e in bell'esempio attraverso la fedeltà alle forme liturgiche del culto tenute in onore, e l'esercizio delle virtù più rispettate nei molteplici rapporti della vita domestica e sociale. 868. Tale è il compito primo e prezioso dei parroci e di quanti per la comune grazia del sacerdozio sono i loro immediati cooperatori. Mi riferisco con particolare distinzione a quei sacerdoti qualificati che per designazione episcopale e per una felice disposizione degli ordinamenti civili, grazie a Dio vigenti in Italia, sostengono l'impegno dell'insegnamento catechistico nelle pubbliche scuole. La loro responsabilità in faccia alle anime, recando con sé anche il suggello d'una materiale e constatata retribuzione, li interessa al loro ministero, non solo per gli impulsi della carità apostolica, ma per ragioni di stretta giustizia sociale. 869. E infine, a voler aggiungere un'altra buona parola sopra quelle che sono le anxietates in corde, voi convenite come queste possono riferirsi al fervore o alla tiepidezza della carità verbo, exemplo et aemulatione fra i sacerdoti. Già mi sono compiaciuto di dirvi, e come impressione di un anno intero, il primo, dall'inizio della ia vita fra voi, quanto sono stato lieto, così come lieto rimango, della buona carità che parmi sia vivida ed esultante nei cuori di tutti i componenti dell'ordine sacerdotale del patriarcato veneziano. È invero su questo fondamento della carità fraterna, tradizione antica di spirituale nobiltà e di vicendevole rispetto che ci èpermesso di formulare le più liete speranze per l'avvenire della Chiesa di S. Marco, a cui stanno per intrecciarsi oggimai per i secoli futuri gli splendori dell'apostolato pastorale di S. Pio x, già Patriarca di Venezia e Pontefice della Chiesa universale. 870. Oh! la carità, la carità, fiore e trionfo della santità sacerdotale, quale sicurezza di progresso spirituale per una diocesi, a cui tutto è lecito pronosticare di ricchezze per quaggiù, e di beni eterni nel cielo! A proposito di carità sacerdotale da cui ogni diocesi riceve fiamma viva di celesti ardori, e di perenne giocondità, vorrei bene che ogni sacerdote apprendesse come vivere e contenersi. Il Libro sacro per la penna del quarto evangelista, Giovanni, il frater Domini da Gesù particolarmente diletto, ci offre in due capi distinti, il VI e il XVII, le due note fondamentali del divino poema della carità: là dove Gesù dice che egli, vero figlio del Padre celeste, è la verità discesa dal cielo, che questa verità è il pane vero che darà la vita al mondo, che questo pane è lui stesso in corpo ed anima, in carne e sangue; e che vivere di Gesù, mangiato e divenuto sacramentale alimento, è necessità e condizione di salute e di vita: non solo per ciascun sacerdote e fedele, ma per il mondo intero. 871. Al capo XVII dello stesso S. Giovanni, è il Cuore di Gesù che scoppia nelle espressioni dell'estremo addio ai suoi sulla soglia della Passione che l'attende al di là del torrente Cedron. Quella sua preghiera che esalta l'unione più intima e più sacra di lui col Padre, e invoca l'unione di lui e del Padre coi suoi eletti, tocca il sublime della celebrazione della carità, che di Dio e dell'uomo fa una cosa sola col Cristo. Che parole anche queste ultime, della consacrazione dei suoi eletti al sacerdozio santo, che è il sacerdozio nostro! Pater sancte: notum feci eis nomen tuum, et notum faciam: ut dilectio qua dilexisti me, in ipsis sit, et ego in ipsis (Gv 17,26). (Traduzione: Padre giusto, io ho fatto conoscere loro il tuo nomee lo farò conoscere, perché l’amore con cui mi hai amato sia in essi e io in loro). S. Paolo, il grande araldo, e interprete fedele della dottrina di Cristo sulla carità, si diffonde nella sua mirabile prima lettera ai Corinti (1Cor 13,14) ad insegnare al novello sacerdozio, di cui tutti noi siamo gli autentici continuatori, le applicazioni del testamento di Gesù, con quelle parole che restano dopo venti secoli ancora un inno ed un rapimento del nostro spirito. Charitas patiens est, benigna est, sino al charitas numquam excidit, et ultra et ultra, (Traduzione: la carità è paziente, è benigna la carità… la carità non avrà mai fine.ad esaltazione di questo grande precetto, che del sacerdozio cristiano costituisce il più dolce, il più alto mistero. 872. Oh! questo S. Paolo benedetto, quanto merita che ciascuno di noi se lo renda familiare nella sua dottrina e nei suoi gloriosi esempi. Noi siamo i figli di S. Marco, l'evangelista numero due: il giovanetto - qual comunemente si ritiene - Giovanni Marco, dei primissimi anni dell'evangelizzazione cristiana: figlio di buona mamma divenuto poi fervido coadiutore degli apostoli avviati a più larghi orizzonti: ciò che gli permise di associarsi a volta a volta con Pao10 e Barnaba, e staccatosene, di raccogliersi intorno a S. Pietro che di lui si compiaceva, ed anche si serviva sino a meritargli il titolo di fllius: Salutat vos Ecclesia... et Marcusfilius meus (1Pt 5,l3). (Traduzione: vi saluta la Comunità… e anche Marco, mio figlio). Di fatto la Provvidenza dispose questo avvicinamento del grande patrono di Venezia alla prima colonna dell'apostolato cristiano. E noi godiamo del grande onore della nostra Chiesa Veneziana, traendone motivo di singolare incoraggiamento ad èmulare le religiose tradizioni dei padri e degli avi, e soprattutto della magnifica teoria dei grandi Pastori e dei Santi che illustrarono questa porzione del gregge di Cristo. 873. A voi, sacerdoti miei venerabili e diletti, l'augurio che il Salmo 93, da cui colsi l'ispirazione per questo colloquio amabile e cordiale a nostra mutua edificazione spirituale, si avveri in tutta la sua interezza: così l'anno cinquantesimo della mia ordinazione sacerdotale riceverà pienezza di consolazione! Attraverso l'alternarsi delle ansietà del nostro ministero pastorale ci sorregga sempre la fiducia della misericordia del Signore cheaiuterà ciascuno di noi a far onore al compito suo: Factus est mihi Dominus in refugium, et Deus meus in adiutorium spei meae (Sal 93,22)
10 AGOSTO 1954, SOTTO IL MONTE
874. Mio giubileo sacerdotale a Sotto il Monte, 10 agosto 1954. Mattinata con cielo tersissimo dopo una benefica pioggia notturna. Il tocco dell'Ave Maria da San Giovanni mi sveglia prontamente con « laus tibi, Domine». Segue un'ora di preghiera in cappella, con il breviario di san Lorenzo in mano, sulle labbra, nel cuore: la pagina di un poema. Che cosa è la mia umile vita di cinquant'anni di sacerdozio? Un lieve riverbero di questo poema: «Meritum meum, miseratio Domini».
***
Oggi il cinquantesimo preciso della mia ordinazione. Ho tutto innanzi agli occhi: Santa Maria in Monte Santo, S.E. mgr Ceppetelli, i pochi ordinandi, don Nicola Turchi il primo: fra lui e me, don Ernesto Buonaiuti morto scomunicato vitando, allora mi aiutò veramente a vestirmi e a tenere il messale. O Gesù, quante grazie per me in mezzo secolo! Accogli anche l'anima sua negli abissi della tua misericordia. Sempre velate dall'intimità le ore di questa giornata. Santa messa al Cimitero presso le tombe dei miei cari defunti: parroci, parenti, comparrocchiani.
Martedì 11
875. * Mia messa giubilare. L'11 agosto (1904] a San Pietro in Roma la prima; oggi alla Madonna delle Caneve6 umile ma prezioso santuarietto della mia parrocchia nativa.
ISTRUZIONI AL CLERO 13-18 SETTEMBRE 1954
I. La dottrina sicura. 876. Prima preoccupazione del clero: Depositum custodire (1Tm 6,20), quale è nei Libri santi e nella tradizione cattolica. Tempi attuali, almeno per noi in Italia, migliori che mezzo secolo fa, quando il modernismo minacciò di ridurre la Bibbia ad un qualsiasi compendio di notizie varie. Le esperienze delle alte ricerche bibliche lasciamole ai competentissimi ed agli specialisti: noi riprendiamo la lettura del libro sacro, Antico e Nuovo Testamento, sulle ginocchia della S. Madre Chiesa, come insiste. Agostino. Rendiamo più familiare, quotidiana, questa lettura: cogliamo-ne lo spirito ed il senso profondo in semplicità: studiamone l'applicabilità ai bisogni ed alle circostanze moderne. La lettura continua e metodica, almeno quella dei brani distribuiti nel Breviario, deve essere come una scuola, ed insieme un perenne richiamo agli eterni principi. 877. Occorre anche riprendere in mano i buoni testi del seminario, che a distanza di anni si capiscono meglio: e rivederli in funzione di insegnamento per gli altri. Con la Bibbia (il Vangelo e le Lettere Apostoliche innanzitutto) accompagnare nei sermoni al popolo, la esposizione del catechismo romano. Avvezziamoci anche alla conoscenza e lettura dei Padri: scopriremo tesori utilissimi sempre: e poi saremo certi di trovarci in buona compagnia. Nella lettura della Bibbia - e dei Padri - ed in ogni studio, teniamo detto per noi il suggerimento della Imitazione «Curiositas nostra saepe nos impedit in lectione Scripturarum cum volumus intelligere et discutere ubi simpliciter esset transeundum. Si visprofectum haurfre, lege humlliter simpilciter etfldellter, nec umquam, velis habere nomen scientiae» (1C, 1,5). E così si dica del Diritto Canonico, delle Costituzioni sinodali ecc.:sempre la semplicità e la prontezza all'ascoltare. Tante volte cerchiamo di arrampicarci sulle sommità di S. Tommaso, e basta S. Francesco con la semplicità sua e l'immediatezza di contatto con le anime.
II - Il breviario e l'altare. 878. Ricordo qui la conclusione di un mio colloquio con un Metropolita Armeno Gregoriano di Nicomedia: «Anch'io sono severo con i miei preti: voglio che essi siano ignoranti, bene sposatì e capaci di cantare a modo e di dare l'incenso ». Intendeva dire che li voleva ignorantemente docili alla sua volontà, e capaci di soddisfare le semplici esigenze della sensibilità religiosa popolare. I segni che stavano a cuore a quel Metropolita sono indice di decadenza per le chiese cristiane. Noi vogliamo essere qualcosa di più, e di meglio, che semplici ritualisti. Sull'altare due libri: Breviario e Messale: in mezzo il calice: questo è il Sacerdozio.
A) Breviario. 879. L'obbligo del breviario è nel C.J.C., can. l35; mezzo di santificazione, fonte di grazie e benedizioni per tutti i fedeli. Poema a cui « han posto mano e cielo e terra». Infatti Salmi e Scrittura: canto del cielo che si ripercuote in terra e torna in cielo. La Chiesa vi aggiunge antifone, lezioni storiche, che sono larghi respiri sulla storia del mondo. Il pio sacerdote tiene il Breviario con rispetto e con amore e con esso si sente in una atmosfera ultramondana e sospinto alla santità. Nel Breviario è il corpo mistico della Chiesa che canta, geme, sospira. Possiamo dire che il Breviario è Gesù con noi: perciò preghiera di sicuro rendimento. Il contenuto è tutta sostanza di dottrina: «Lex supplicandi norma credendi»: è dunque alimento completo e perfetto di vita spirituale. Si comprende bene da ciò il perché del «digne, attente, ac devote ». Il Breviario è costellazione di preghiere intorno al Sacrificio Eucaristico: sacriflcium laudis: sacrificium vespertinum. Grande pensiero: impersonare col Breviario la S. Chiesa: le intenzioni della Chiesa tutta sono nel nostro cuore, ed il Breviario intorno all'altare tutte le esprime. 880. È preghiera di Gesù: ed è preghiera propria e personale del sacerdote che vive in mezzo al mondo: sicuro itinerarium di salvezza e di perfezione per l'anima sua. Recitarlo con amore: prendere coscienza della sua importanza come mezzo di apostolato. Che sia esso preghiera, e non un'affrettata successione di versicoli, ed evitare giornate di puro attivismo con qualche vago pensiero a Dio! Il Breviario deve avere il primo posto, il grande posto accanto al Sacrificio: Dio il primo servito da noi che siamo i servi dei nostri fedeli. È preghiera oraria: tener quindi conto delle singole parti del giorno e della notte. L'umile esperienza del Patriarca: alzarsi di buon mattino: far precedere il mattutino, seguire la S. Messa colle ore e nel pomeriggio vespero e compieta.
B) La Santa Messa: centrum pietatis. 881. Il sacerdote è al suo posto sull'altare: «pro hominibus constitutus ut offerat dona et sacrificia» (Eb 5,1). Ministro di Gesù: ne fa le veci: ne continua l'azione. Ministro della Chiesa: agisce in nome della comunità: egli la dirige: oremus, flectamus genua ecc... Agisce inoltre in nome proprio: la Messa produce frutti anche ex opere operantis. Solo il sacerdote è associato intimamente all'Eterno Sommo Sacerdote. Al laici si applica il gens sancta, il regale sacerdotium, il genus electum (1Pt 2,9), ma in senso mistico e translato. La grande questione delle ordinazioni anglicane resta come un monumento della gelosa custodia, da parte della S. Chiesa, del sacerdozio apostolicamente trasmesso. La necessità più viva, attuale, è di unire il popolo all'altare mettendo in onore e sviluppando il senso liturgico. Grande ricchezza di applicazioni su questo punto, a patto che il sacerdote per primo sia compreso della sua alta funzione. Qui resta molto da fare. S. Vincenzo de Paoli e S. Alfonso insieme esortano i fedeli del mondo intero. L'opuscolo di S. Alfonso: «La Messa e l'ufficio strapazzati» è sempre di attualità S. Una Messa detta con devozione vale più di cento Messe recitate con precipitazione ed irriverenza.
III - Virtù pastorali. 882. Siamo preti per il ministero diretto delle anime. La lettura del capo x di S. Giovanni è quanto di più commovente si possa attendere. Bisogna leggerlo per intero e bene: Gesù è ostium; ed è pastor bonus. Poiché in questi giorni si tiene a Bologna la settimana di orientamento pastorale, torna utile qui fissare alcuni punti programmatici: a) La statistica fu sempre elemento preziosissimo di governo: oggì essa si rende necessaria, per poter valutare gli ambienti e misurare l'effettiva portata del nostro raggio di azione. b) Organizzazione capillare, con l'ausilio dell'A. C. e delle Associazioni collegate, e con speciale sollecitudine per la gioventù. c) Ridare alla parrocchia il senso familiare, evitando l'aspetto di ufficio burocratico: «Familia Dei cuncta familia tua » (Traduzione: la famiglisa di Dio è tutta famiglia tua.Tutto il mondo è la mia famiglia.) d) Favorire, di conseguenza, un clima di carità, per tutto unire e tutti affratellare: clero diocesano e regolare, associazione ed associazione, parrocchia e chiese sussidiarie. e) Specialissimo riguardo di delicatezza e di paziente attesa nei confronti degli avversari. Evitare le asprezze della polemica nella predicazione. f) Rifuggire dal considerare la parrocchia come organismo semplicemente umano, o filantropico. Vederla sempre in funzione di sussidio soprannaturale. Quindi coltivare la vita liturgica in pienezza e bellezza di espressione. Senza l'unione del popolo attorno all'altare - messa, comunione, devozioni solide - manca, al dire di S. Pio x, la fonte principale della vita di parrocchia. Conserveremmo dei monumenti venerandi, ma ecclesiasticamente avremmo delle «cisterne dissipate». 883. La parrocchia deve essere una comunità combattiva e militante, espansiva e conquistatrice: e perciò «missionaria», nel gergo francese. In ogni caso, chi fa la parrocchia è sempre il parroco. Torna il quadro dipinto da san Giovanni: «Ostium etpastor» (Gv 10,7.14). Ostium: tutto vede, e da cui tutto passa: tutto conosce e tutto tratta con cuore di padre, e di madre. Pastor: comunica una vitalità a tutti e richiama la attenzione del mondo - si ricordi il Curato d'Ars - sulla fisionomia vera e sulla funzione essenziale del parroco. Tante cose cambiano e sono cambiate, ma l'esperienza è tutta in favore della figura e delle attribuzioni del parroco: zelante, di profonda vita interiore, sufficientemente colto per il suo ambiente, ricco soprattutto di carità, staccato dal denaro, e non irretito in ambizioni o ripicchi personali. Tre virtù splendenti in lui: a) purezza ed integrità di vita; b) prontezza al sacrificio; c) e soprattutto bontà umile e mite. Oh, la bontà che tutto risolve, tutto abbellisce e che assicura il possesso della terra e del cielo! IV - Le fonti della letizia sacerdotale 884. Uno scrittore francese dice: «Nulla è più bello e simpatico di un giovane prete cattolico intento al suo ministero di pace e di be ne». Gli elementi di questa letizia sono molteplici. Fissiamone alcuni. 1) - L'esercizio spirituale e continuo dell'obbedienza. Un Barnabita danese: «Sono sempre lieto, perché mi preoccupo di non far mai la mia volontà». Ritornano attuali le gràndi massime dell'Imitazione, al Libro III, c. 23: «Fili, nunc docebo te viam pacis et verae libertatis: Stude, fili, alterius potius facere voluntatem quam tuam. - Elige semper minus, quam plus habere. - Quaere semper inferiorem locum, et omnibus subesse. - Opta semper et ora, ut voluntas Dei integre in te fiat ». «Oboedientia et pax». Obbedire è talvolta duro: ma aver obbedito è estremamente delizioso. 2) - La coscienza della propria purezza interiore ed esteriore. Il custodire la purezza costa specialmente fra gli incanti della giovinezza: ma una volta abituati alla grande legge della mortificazione e del « minus quam plus habere», le difficoltà si attenuano in una grande pace e gioia dello spirito. 3) - La fedeltà alla vera orazione sacerdotale: breviario e messa: con il fervore del primo giorno per tutta la vita. 4) - L'abitudine di stare ben uniti al Papa, in omnibus: e di non fare mai singolarità su questo punto della disciplina: e ritenersi soldati agli ordini del capitano. Diceva il Vescovo mons. Radini: «Miles pro duce: dux pro victoria » 5) - Interessarsi ed apprezzare le varie forme intese al fervore sacerdotale: p.e. l'Unione Apostolica, i Sacerdoti Adoratori, l'Unione Missionaria del clero ecc... 6) - Preferire sempre ciò che inclina alla indulgenza verso i fratelli: nei giudizi, nel tratto, in tutto. 7) - Coltivare le tre grandi devozioni della nostra infanzia: Gesù, Maria e Giuseppe, ed andar cauti con le novità. Ritenere che la fonte più alta della letizia è il Cuore di Gesù, in vita ed in morte. - « Surge anima amica Christi: ibi os appone unde haurias cum gaudio de fontibus Salvatoris» - (S. Bonaventura).
1955
ESERCIZI SPIRITUALI CON L'EPISCOPATO TRIVENETO VILLA IMMACOLATA DI TORREGLIA DAL 20 AL 25 MAGGIO 1955
Note e propositi 885. 1. Anni settantaquattro di vita. Gli stessi di san Lorenzo Giustiniani, primo patriarca di Venezia, quando morì (8 gennaio 1456). Sto preparando la celebrazione cinque volte centenaria di quel beato transito. Non sarebbe anche la buona preparazione alla morte mia? Pensiero grave e salutare per me. «Mortem non timeo, vivere non recuso». Ma la vita che mi resta non vuol essere che una lieta preparazione alla morte. Questa accetto e attendo con fiducia, non in me stesso, perché sono povero e peccatore, ma per la infinita misericordia del Signore a cui tutto debbo quello che sono e che ho. «Misericordias Domini in aeternum cantabo» (Sal 89,2). 886. 2. Il pensiero della morte mi tiene dolorosa e pur buona compagnia dal giorno della mia nomina a cardinale e patriarca di Venezia. In diciassette mesi ho perdute tre mie care sorelle; due specialmente care, perché vissute solo per il Signore e per me; per oltre trent'anni custodi della mia casa, in tranquilla attesa di congiungersi negli ultimi anni col loro fratello vescovo. Il distacco mi è costato assai, al cuore più che al sentimento. Amo - pur non cessando di pregare per loro - vederle in cielo a pregare per me, ormai più liete di aiutarmi e di attendermi di là, che di qua. O Ancilla, o Maria, associate ormai nella superna luce gioiosa, alle due, Teresa ed Enrica, tutte e quattro tanto buone e timorate di Dio, sempre vi ricordo, vi piango e insieme vi benedico. 887. Oggi vedo chiaro come anche questa separazione fu disposta dal Signore, perché, nel mio consacrarmi al bene spirituale delle anime dei miei figli di Venezia, il patriarca apparisca come Melchisedek «sine patre, sine matre et sine genealogia» (Eb 7,3). I miei congiunti, si, io li debbo amare nel Signore, tanto più perché sono poveri, sono degnissimi cristiani tutti quanti, e da loro non ebbi mai che rispetto e consolazione; ma io debbo vivere sempre separato da loro, in esempio a questo, del resto, buon clero di Venezia, che per ragioni varie, in parte scusanti, hanno [sic!] con sé troppi familiari che riescono ingombro non piccolo al loro ministero pastorale, in vita, in morte e dopo morte. 888. 3. Della mia vita pastorale - e ormai questa è la mia vita - che dire? Ne sono contento, perché invero mi dà grandi consolazioni. Non mi occorre adoperare forme dure per tenere il buon ordine. La bontà vigilante, paziente e longanime, arriva ben più in là e più rapidamente che non il rigore ed il frustino. E non soffro neanche illusioni o dubbi su questo punto. 889, Ma mi angustia il pensiero di non poter vedere tutto e più profondamente, di non arrivare a tutto; la tentazione di indulgere alquanto al mio temperamento pacifico, che mi farebbe preferire il quieto vivere all'arrischiarmi in posizioni incerte. Il principio del cardinal Gusmini: «Un decreto vescovile non si dà, se non si ha la sicurezza che sarà eseguito», non serve troppo alle mie comodità, nel timore che la reazione non susciti più guai che rimedi ai mali, di cui si cerca la correzione? Per altro il pastor deve essere soprattutto bonus, bonus. Diver - samente senza esser lupus come il mercenarius, rischia, se dormitat, di divenire inutile e inefficace. O Gesù, bonepastor, che il tuo spirito mi investa tutto, cosicché la mia vita sia, in questi anni ultimi, sacrificio ed olocausto per le anime dei miei diletti veneziani. 890. 4. Richiamerò ancora una volta, ed ora più che mai, la sollecitudine per una vita interiore e soprannaturale più intensa. Il procedere degli anni mi rende tutto più gustoso nella vita di preghiera: la santa messa, il breviario, il rosario, la compagnia del Ss. Sacramento in casa. Il tenermi sempre con Dio, dal mattino alla sera e anche la notte, con Dio o con le cose di Dio, mi dà letizia perenne, e mi induce alla calma in tutto, ed alla pazienza. Le occupazioni però di ministero, e di riferimento piùo meno vicino al ministero, mi occupano troppo e quasi mi soffocano, togliendomi ad una maggior calma e tranquillità per le mie pratiche o devozioni. Insisterò di più su queste: almeno sul rosario che voglio detto in comune con tutti i familiari. Sarà il ricordo di questi miei Esercizi spirituali. Rosario in comune con segretario, suore, domestici e ospiti. 891. 5. Questi Esercizi con padre Lombardi furono da lui condotti sotto l'aspetto non della vita individuale di ciascun vescovo, ma dei riferimenti dell'episcopato in generale e del veneto episcopato specialmente, in faccia ai problemi del « mondo migliore». A parte alcune riserve circa apprezzamenti d'ordine storico e di visione unilaterale dello stato del mondo odierno, a parte un suo modo di concepire e di esprimere, forse troppo alla buona il suo pensiero in tono pessimista, aggressivo e a lafranc-tireur, p. Lombardi è un religioso d'éiite, edificante e fervoroso sino alla esaltazione. Il suo entusiasmo è impressionante: fatto per scuotere i dormienti, per animare i timidi e trascinarli nell'attività apostolica verso il trionfo del regno di Cristo, contro l'impero invasore di Satana. Lo ammiro sinceramente e mi voglio sforzare di volgere le mie energie e le altrui in questo movimento di conquista. 892. Anche qui vale l'« omnia probate, quod bonum est tenete» (1Ts 5,21). Non mi devo perdere nei dettagli e nelle minuzie secondarie. Questo movimento porta il suggello della approvazione, dell'incoraggiamento del Santo Padre Pio XII da cui prese le mosse. Dunque siamo sulla buona strada. Anche qui le sette lampade della santificazione stanno innanzi a noi: le virtù teologali e le cardinali. Anima mia, la tua permanenza quaggiù va accorciandosi; i tuoi passi si volgono verso l'occaso. Avanti con coraggio; non ti mancherà né la luce, né la grazia, né la letizia. Nella celeste aspettazione anche la croce ti sarà dolce e confortatrice. 893. 6. Un primo frutto di queste riflessioni con padre Lombardi è il proposito di occuparmi con maggior intensità delle scuole di religione in tutte le forme. Mi varrò per questo del mio vescovo ausiliare, che presiede già all'ufficio catechistico.
1956
RITIRO SPIRITUALE IN SEMINARIO ALLA SALUTE 11-15 GIUGNO DEL 1956
Brevi note. 894. 1. Il pellegrinaggio a Fatima mi impedì di partecipare al corso degli Esercjzi degli eccellentissimi vescovi miei confratelli della regione veneta, tenuti a Torreglia, predicati da mgr Bosio, arcivescovo di Chieti. Approfittai della opportunità di unirmi coi miei sacerdoti diocesani, raccolti in seminario per gli Esercizi predicati da mgr Pardini, vescovo di Jesi. Ottimo predicatore di Esercizi al clero. Il trovarmi però coi miei cari sacerdoti, e vicino alle loro incertezze, mi tolse la tranquillità di pensare a me stesso. Perciò un'altra volta procurerò di visitare e di trattenermi ad agio coi miei sacerdoti nelle varie mute o dovunque essi si trovino; ma quanto a me resterò coi vescovi, per attendere unicamente all'anima mia. 895. 2. Di pratico, per questo anno, ho conchiuso il proposito rinnovato di esercitare con maggior perfezione quanto fu oggetto di tanti, e tante volte ripetuti, sforzi di miglioramento spirituale, circa la mia preghiera sacerdotale, il lavoro per le anime e per la santa Chiesa, giorno per giorno: la mitezza, la pazienza, la carità. E tutto questo ad ogni costo, a rischio di parere e di essere giudicato un dappoco, un dannulla. 3. Questo senso della mia pochezza che mi accompagna sempre, e mi preserva dall'invanirmi, è una grande grazia del Signore: mi conserva in semplicità e mi dispensa dal divenir ridicolo. Non rifuggirei dal divenirlo, quando anche il ridicolo dovesse essere un contributo alla affermazione profonda che ho, e che ripeterò finché viva, che il Vangelo è immutabile, e che l'insegnamento di Gesù nel Vangelo è la mitezza e l'umiltà (Mt 11,29); naturalmente, non la debolezza e la dabbenaggine. Tutto ciò che ha pretesa e tono di imposizione personale, non è che egoismo ed insuccesso. 896. 4. Resta fermo per me che non è bene che io faccia gli Esercizi insieme coi miei sacerdoti; perché, dovendomi prestare alle richieste di ciascuno, non mi resta tempo, né calma di provvedere alle mie intimità spirituali. E dire che mi piacerebbe tanto di predicare gli Esercizi, però con tranquillità di preparazione prossima e remota! Il ricordo di Fatima e delle consolazioni che vi ho trovate, mi rende sempre più venerato il precetto del Signore: « evangelizzare pauperibus, et sanare contritos corde» (Lc 4,18). (Traduzione: portare la buona novella ai poveri, e guarire i contriti di cuore).
1957
ESERCIZI SPIRITUALI CON I VESCOVI DELL'EPISCOPATO TRIVENETO 2-7 GIUGNO 1957, A TORREGLIA
Note mie personali. 897. 1. « Largire lumen vespere ». Signore siamo a vespro. Anni settantasei in corso. Grande dono del Padre celeste la vita. Tre quarti dei miei contemporanei sono passati all'altra riva. Dunque anch'io mi debbo tener preparato al grande momento. Il pensiero della morte non mi dà turbamento. Anche uno dei cinque fratelli miei è partito; ed era il penultimo, il mio caro Giovanni. Che buona vita e che bella morte! La mia salute è eccellente e robusta ancora; ma non debbo fidarmene; voglio tenermi in prontezza di adsum a qualunque, anche improvvisa, chiamata. 2. La senescenza - che è pure grande dono del Signore - deve essere per me motivo di silenziosa gioia interiore, e di quotidiano abbandono nel Signore stesso, a cui mi tengo rivolto, come un bambino verso le braccia aperte del padre. 898. 3. La mia umile e ormai lunga vita si è sviluppata come un gomitolo, sotto il segno della semplicità e della purezza. Nulla mi costa il riconoscere e il ripetere che io sono e non valgo che un bel niente. Il Signore mi ha fatto nascere da povera gente ed ha pensato a tutto. Io l'ho lasciato fare. Da giovane sacerdote mi ha colpito l'« oboedientia et pax» del padre Cesare Baronio, colla testa chinata al bacio sul piede della statua di san Pietro; ed ho lasciato fare, e mi sono lasciato condurre in perfetta conformità alle disposizioni della Provvidenza. Veramente « voluntas Dei pax mea». E la mia speranza è tutta nella misericordia di Gesù, che mi ha voluto suo sacerdote e ministro; fu indulgente « pro innumerabilibus peccatis et offensionibus et negligentiis meis » 4 e mi conserva ancora vivace e vigoroso. 899. 4. Penso che il Signore Gesù mi riservi, a mia completa mortificazione e purificazione, per ammettermi alla sua gioia perenne, qualche gran pena e afflizione di corpo e di spirito, prima che io muoia. Ebbene, accetto tutto e di buon cuore, purché tutto giovi a sua gloria e a bene dell'anima mia e dei miei cari fighuoli spirituali. Temo la debolezza della mia sopportazione; e lo prego di aiutarmi, perché ho poca o nessuna fiducia in me stesso, ma l'ho completa nel Signore Gesù. «Te martyrum candidatus laudat exercitus». 900. 5. Le porte del paradiso sono due: innocenza e penitenza. Chi può pretendere, povero uomo fragile, di trovare spalancata la prima? La seconda è pure sicurissima. Gesù è passato per quella, con la croce sulle spalle, in espiazione dei nostri peccati, e ci invita a seguirlo (Gv 21,19). Ma il seguirlo significa far penitenza, lasciarsi flagellare, e flagellarsi un poco da se stesso. Gesù mio, le mie circostanze mi permettono una vita di mortificazione, fra tante consolazioni che il mio ministero episcopale mi arreca. Le accolgo volentieri. Talora fanno soffrire un poco il mio amor proprio; ma soffrendo anche ne godo e lo ripeto innanzi a Dio: « bonum mihi in humiliatione mea» (Salì 19,71). La grande frase di sant'Agostino mi è pur sempre presente e confortatrice.
1958
CON I FRATI MINORI CONVENTUALI: RIO DI PUSTERIA, 9-13 LUGLIO 1958
Mercoledì 9. Pax et bonum 901. L'invito a riposarmi per qualche giorno in questo luogo di tranquillità mi è occasione di meditare un poco coi cari figli di san Francesco. Anch'io sono terziario francescano: dunque siamo dello stesso spirito. Sulla porta di questo alto e pio rifugio leggo le parole del motto francescano: pax et bonum. Potrei trovare un'introduzione migliore? 902. Ecco tre pensieri. 1. Amo porre vicino al « pax et bonum» le parole di san Gregorio Nazianzeno: « Voluntas Dei pax nostra». E con ciò siamo subito intesi. La pace è il sommo dei beni: la sostanza viva di questi beni è la volontà di Dio. Non la nostra: ma quella che la vocazione religiosa ha deposto nello spirito come un seme. Una risposta ad una chiamata alla vita religiosa che non fosse ricerca ed esercizio della volontà del Signore sarebbe voce falsa e ingannatrice. Questa conformità alla volontà del Signore in noi è la chiave che schiude i tesori della nostra esistenza: è la guida sicurissima che ci conduce alla nostra felicità quaggiù, e in eterno: è l'affermazione della vera pace in noi, diffusiva di molta pace intorno a noi. Oh! le parole « Voluntas Dei pax nostra». Come mi piace intrecciarle al motto francescano che aggiunge alla « pax nostra », il « bonum », che indica il successo felice del vivere nostro! San Paolo lo dice « pax et gaudium»: pace e letizia (Rm 14.17). Un asceta moderno di cui sono avviati i processi canonici di beatificazione, e che io conobbi in cara conversazione nel 1916: Mons. Vincenzo Tarozzi, in certe sue pagine di bellezza celestiale, inteso a rivelare i segreti della pace interiore delle anime che Iddio chiama alle vette più alte della perfezione, coglie tutto il significato delle parole di sant'Agostino: « Pax mecum, Domine, sicut scis et vis: scio enim quod amator sis». 993. 2. La pace del Signore suppone il perfetto distacco da noi stessi, e l'abbandono assoluto della nostra volontà in ordine ai beni ed al-le comodità della nostra vita. Quando l'anima raggiunge una completa indifferenza in faccia alle persone, agli uffici ed alle mutazioni di luoghi, di posti, di carriera piùo meno fortunata e felice, quella è la vera pace. La dottrina della Imitazione di Cristo lib. III, c. 23, « De quattuor magnam importantibus pacem », è precisa su questi punti: 1) preferire la volontà altrui alla nostra, 2) eleggere di aver meno che più, 3) scegliere il posto inferiore, et omnibus subesse, 4) desiderare sempre e domandare ilfiat voluntas Dei, a tal punto che, se ciò comporta dolori ed amarezze, anche queste divengono motivi di letizja. Ricordare il: suscipe, Domine, universam meam llbertatem. 904. 3. La nostra vei;a pace è la pax Christi (Col 3,15)8. Iddio infatti ha lasciato all'uomo la libertà dell'arbitrio, anche dopo il peccato, perché le sue operazioni divenissero meritorie. A questo proposito della nostra libertà, il cui esercizio ci nobilita e ci esalta, Gesù aggiunge il suo divino esempio che è il trionfo dell'obbedienza. Che dottrina e che monito è questo di Cristo, « factus oboediens usque ad mortem! » (Fil 2,8) e che solennità prende il « propter quod et Deus exaltavit illum » (Fil 2,9), cantato da san Paolo e impresso sopra tutto il corso della storia della Chiesa e di tutti gli uomini, che alla Chiesa fecero onore sulle vie della santità e dell'apostolato, in tutti i tempi, ed in tutti i punti del globo. Dunque « pax Christi », che è obbedienza a Cristo: che è vittoria di Cristo nelle anime. Dagli insegnamenti della Chiesa primitiva ascoltate sant' Ignazio: « Episcopum revereamini ut Christum Domini »: e l'altra incisiva espressione: « nihil sit sine episcopo». Questa è la disciplina trasmessa attraverso duemila anni: sempre vitale a tal punto che niente si produce di efficace nella storia della Chiesa e del popolo cristiano, e niente resiste alla lima edace del tempo che non sia fondata « supra hoc fundamentum apostolorum et prophetarum in Christo Jesu » (Ef 2,20). Ciò che si dice della « pax Christi » in ordine al lavoro della grazia sulle singole anime, vale anche per ogni associazione di umane e cristiane energie, intese al progresso ed alla pace dell'ordine pubblico e sociale.
Giovedì 10. La custodia della pace. 905. Purtroppo a molte anime resta ascoso il tesoro della pace. «Oh! se tu conoscessi ciò che importa alla tua pace» (Lc 19,42). Questo è il lamento di Gesù sopra Gerusalemme. Pace e letizia: «Pax et gaudium in Spiritu Sancto» (Rm 14,17). Ed è tale tesoro, che sta bene richiamare alcune avvertenze che contribuiscono alla sua conservazione. Ne cito quattro: 906. 1. «Guardarsi dalla irrequietezza che viene dall'ardore di godere la stima e la benevolenza di chi ci osserva. Perciò operare con libertà di spirito; dichiarare modesto e franco il proprio sentire; salvare la convenienza; ma più ancora la verità e il dovere. Noi siamo ciò che siamo innanzi a Dio e così dobbiamo essere innanzi agli uomini (sant'Agostino)». 2. Guardarsi da desideri indiscreti: questi sono i nostri tormentatori. Occorre attenuarli, se non possiamo del tutto liberarcene. Quando si pensa ai fortunati «che godono ottima salute, ricchezze di beni, posti elevati anche se immeritati: eppure vivono nel disgusto amaro per il desiderio di altro posto, condizione ed impiego, oh! che pena per questi infelici. Invece al vedere i molti, continuamente desolati o infermicci, obbligati a seppellire rari pregi in uffici negletti, e ciò nonostante rimanere cristianamente tranquilli, e pur sorridenti, l'animo respira più largo, si inchina alla Provvidenza divina, che tutto dispensa, con tenera carità e insegna a compatire, a soccorrere e a consolare». 907. 3. Felice avvedutezza per la pace del cuore e vigilare sulla « proclività ad occuparsi dei fatti altrui: a dispensare consigli gratuiti, a sciorinare provvedimenti, a mettere la falce in ogni campo: tutte cose che producono dissapori, inquietano ed esercitano sullo spirito l'effetto di un sasso lanciato nel bel mezzo di limpide acque. Occorre un proposito risoluto di astenersi dalle curiosità, attendere alle cose nostre per davvero, e non immischiarsi, senza ragioni gravi di dovere o di carità, nelle cose altrui: non pascersi di dicerie, di proposte aeree, di conversare ozioso, che è sempre pericoloso e segno di frivolezza, di perditempo, di diminuzione di pace. Il vano espandersi dell'uomo fra gli uomini, Seneca lo chiama rimpicciolimento dell'uomo. L'autore della Imitazione (lib. I c. 20) dice di se stesso: "Quoties inter homines fui, minor homo redii" Il riserbo nei contatti col mondo esteriore, la parsimonia della lingua, la custodia della fantasia, la solitudine del cuore ci avvicinano a Dio, ci ritemprano della sua fortezza. Oh! la pace beata degli antichi padri dell'eremo, e dei rigidi cenobiti nelle loro laure! Oh! L’”amabo cellam” dello Speculum Asceticum, familiare alla mia fanciullezza, e gli altri moniti: "pax in cella, foris autem plurima bella": e poi l’”audi omnes; paucis crede; cunctos honora". Nella cella solitaria del cuore sono frequenti le visite a Dio e soavissimi i colloqui, come scrive ed invita S. Agostino (Trac. VII in Jo) ». 908. 4. Finalmente: attenzione ai malintesi: «che spuntano, si accostano e si azzuffano. Stiamone in guardia: non potendoli scansare, non coltiviamoli, non carichiamone le tinte attraverso il prisma della immaginazione; cerchiamo e non abbiamo rossore di essere i primi a chiarire, a ricomporre, a sciogliere ed a conservarci liberi da ogni risentimento. Anche fra persone colte e spirituali può correre diversità di pareri e di vedute in cose discutibili. Ciò è innocuo alla carità e alla pace: qualora si salvi la temperanza dei modi e la concordia degli animi. Aggiungo di più, che il Signore si serve di questi malintesi per cavarne per altre vie motivi di grande bene. Così si separarono Paolo e Barnaba per ragione del giovane Giovanni Marco (At 15,25-41). Così v'è dissomiglianza di inchiostro su talune lettere e corrispondenza fra san Gerolamo e sant'Agostino, come più tardi fra san Pier Damiani e il card. Ildebrando, poi papa Gregorio, anime egualmente rette e sante. Fra tali anime tutto si aggiusta per la grazia del Signore. Ma ciò non toglie che ci si debba guardare dai malintesi e che si provveda a dissiparli. Più importante ancora per conservare la pace del cuore, è lo sforzo di « evitare occasioni di dissenso e di inimicizie per ragioni del mio e del tuo: "Frigidum illud verbum", così bene scolpito da san Giovanni Crisostomo: e motivo di importuna e funesta discordia fra congiunti ed intimi amici. Sempre memorabile la parola di nostro Signore del tutto nuova al mondo, cioè che dà maggior contentezza e pace al cuore il cedere ed il rilasciare che non l'esigere e il ricevere (At 20,35)». Non è forse questa una delle pietre più solide e costruttive della civiltà cristiana?
Venerdì 11. L'esercizio della pace di Cristo. 909. La difesa della pace è affidata a quattro sentinelle che ci difendono: 1) dalla inquietudine, 2) dai desideri indiscreti, 3) dalla proclività ad interessarci degli affari altrui, 4) dai malintesi. Purtroppo siamo portati «ad aggirarci fra i salici babilonesi come pellegrini quaggiù, sulla landa dell'esilio; in atto di trasferire le nostre tende, giorno per giorno, ora per ora, sempre all'ombra del-la croce. Se fra le spine della vita il Signore ci fa spuntare un gelsomino, una rosa, o qualche altro bel fiore, ce ne compiacciamo, ma queste piccole cose non possono dare la vera pace. Sono una tregua. San Gregorio Magno con bella grazia le dice "aliquantula requies": sono un respiro di pace: però di una pace armata che vuol essere difesa», come dicevo ieri, dalle quattro tentazioni. L'esercizio della pace è qualche cosa di ben più perfetto. Riposa nel trionfo della misericordia del Signore in noi. Sant'Agostino dice «una spes, una fiducia, una promissio, misericordia tua ». 910. Nel Salmo 135 questa misericordia viene ricordata ben 27 volte: quoniam in aeternum misericordia eius. Ed è questa che ci sostiene nell'esercizio della pace interiore. San Leonardo da Porto Maurizio21 ha suggerito cose preziose su questo punto: 911. «Nell'esame del mezzodì darò una breve rivista al mio cuore, per vedere se conserva la pace interiore, fondata sulla base della santa volontà di Dio, e per ristabilirla se mai si fosse alterata: Gesù mio, misericordia. A mantenere la mia pace mi propongo quattro cose: 1) essere morto al mondo e a tutto ciò che non è Dio; 2) vivere abbandonato sulle braccia della divina provvidenza; 3) amare il patire, sia nell'interno che all'esterno; 4) non intraprendere molti affari, se non quelli che porta seco il proprio ministero, conforme all'obbedienza. 912. Una pa¾la per ciascun punto. 1. Considerarmi morto al mondo, alle creature, a me medesimo, tenendo sgombro il uore da tutto il creato, in maniera che tutto ciò che non è Dio, debbo stimarlo meno che un granello di arena. Tutto ciò conferisce molta elasticità a seguire le vie dell'obbedienza, comunque si aprano sui miei passi. Non curarmi del mondo significa non coltivare aspirazioni per una forma o l'altra di impiego delle energie; vita pastorale o insegnamento o diplomazia od altro. Non provocare in alcun modo le decisioni dei superiori a mio riguardo: segreto di pace e di tranquillità. 2. Tenermi sotto le ali spiegate della divina provvidenza, quanto al successo o all'insuccesso, e alle vicende per tutto ciò che accade nella giornata di piccolo o di grande, di propizio o di avverso, tutto attribuendo ed accettando di buon cuore, come il meglio che a me possa convenire, per la mia salvezza e per la gloria di Dio. 913. 3. Amare la croce e la sofferenza in unione coi dolori di Cristo: in successione completa di dolori fisici e morali, tenendo care le umiliazioni, i disprezzi, gli abbandoni delle creature, il montem myrrhae e il collem thuris. Questa è la prova del fuoco nell'esercizio della pace di Cristo quae exsuperat omnem sensum (Fil 4,7), e la garanzia più preziosa del superabundo gaudio in omni tribulatione mea (2Cor 7,4). 4. Finalmente: non intraprendere molti affari, anche se buoni, fuori dell'obbedienza e del mio preciso ministero: soprattutto non operare con furia e con impeto, ma con calma, con pacatezza nelle parole, nei gesti, nel portamento. Mi accorgerò facilmente che quando si è alterata la pace, o si è affievolito il santo fervore, ci fu mancanza di uno di questi quattro punti, e ne farò atto di dolore e proposito di emenda. 914. Fin qui san Leonardo da Porto Maurizio: ed è dottrina santa, che si può confortare con ricchi esempi. San Francesco Saverio parte per le Indie, al solo cenno di sant'Ignazio, datogli ai piedi del letto di chi vi era stato destinato, e che si era ammalato Massaia lascia la cattedra di teologia a Torino per la missione di Abissinia a cui non avrebbe pensato. Mons. Affré e suor Rosalia a Parigi nel 1848 danno la loro vita sulle barricate, ritenendo che questo intervento, in esercizio di carità, fosse l'insegnamento che allora occorreva dare a quel mondo eccitato.
Sabato 12. Pienezza di pace. 915. «1. Pace diffusiva, nei diversi contatti individuali, anche con gli inquieti: compatirne la fiacchezza tollerando, tacendo, dissimulando, scusando. Fraterna dilezione, non larva di amore; bnganimità. 2. Pace nell'ammonire. Esempio dei santi: san Leonardo, san Gregorio Magno, sant'Alessandro Sauli, san Filippo, san Francesco di Sales. 3. Pace nelle malattie. San Francesco d'Assisi: "O pastore buono, concedi alla tua pecorella che per nessuna angoscia o dolore o infermità io parta da te". 4. Pace nell'impotenza dell'operare: parola ed esempi. Ancora san Francesco col suo fraticello. 916. 5. Nelle tentazioni ed angustie interne alla larga dal demonio: l'oscurità della mente, le aridità dello spirito. 6. Nelle freddezze e contraddizioni specie coi buoni. 7. Nella molestia improvvisa, e nelle lotte. San Vincenzo attribuisce a san Bernardo l’”omnia videre, multa dissimulare, pauca corrigere”. La cura dei nervi ». 917. 11. La pace del giusto che muore. Le meditazioni di sant'Alfonso. Il commendamus mori di Cicerone. Il morire sereno di san Martino. Sorella morte di san Francesco di Assisi. San Cipriano: « Claudere in momento oculos quibus homines videbantur et mundus: eosdem statim aperire ut Deus videatur et Christus (De Mortalitate) »
Domenica 13. La Domenica giornata di perfetta pace. 918. La più gradita conclusione di questi colloqui della pace di san Francesco, pace che è delizia di cuore e di opere - «pax et bonum» - si riassume nelle parole dell'ultimo discorso di Gesù (Gv 16,33): Ut in mepacem habeatis. Questa pace con Cristo è di tutti i giorni della settimana: ma essa si adempie in modo perfetto nella domenica, dies Domini per eccellenza. Ecco perché ne parlo oggi che è domenica, cioè il giorno del Signore. Dalla prima pagina del Genesi (2,3) che santifica l'istituzione del sabato - che è poi la domenica nostra - sino alle più recenti sollecitudini della santa Chiesa per l'interessamento del popolo alla liturgia domenicale, corre tutto un poema di vita e di unione delle anime con Dio: un vero colloquio del creato con il Creatore del cielo e della terra, una elevazione spirituale verso le ricchezze dell'ordine soprannaturale: tutto con ordinamento alla pace delle anime quaggiù come inchoatio futurae gloriae. 919. La domenica per ogni cristiano, ma specialmente per un sacerdote e religioso è: 1. riposo assoluto del corpo e dello spirito in omaggio del creato al Creatore ed arresto di tutte le energie d'ordine materiale; 919. 2. comunicazione intima dell'anima con Dio, in conversazione con lui, meditazione e rito sacrificale: per cui tutto l'uomo si rinnova e riprende energia spirituale; 3. festa e canto: la festa e il canto della vita cristiana. Questa è la legge divina ed umana in ordine al riposo ed alla pace. Ma quale contrasto col pervertimento attuale dei principi elementari del vivere cristiano e civile, quanta profanazione del riposo santo della domenica, quale contrasto degli usi del mondo col precetto divino: «memento, ut diem sabbatum sanctifices» (Es 20,8). Di qui il dovere nostro sacerdoti, religiosi, fervorosi cristiani - di reagire, e di esercitare il buon apostolato per la domenica ricondotta al suo compito ed alla sua natura di giornata di riposo, di esultanza e di pace.
PAROLE AI GIOVANI DEL PATRIARCATO DI VENEZIA IN OCCASIONE DEI RITIRI SPIRITUALI DI AUTUNNO 1958
Miei diletti figlioli e figliole di Azione Cattolica! 920. Quest’anno è la luce di Lourdes che illumina ogni volto ed ogni cuore di buon cristiano e cattolico. Andare fisicamente o spiritualmente in pellegrinaggio alla grotta miracoloosa, non solo per godere delle bellezze della natura dei vari paesi attraversati nel cammino fino a quel punto luminoso dei Pirenei, ma per raccogliersi, meditare, immergersi nell'acqua salutare e ritornare più lieti e vigorosi che mai, e riprendere il buon apostolato di verità e di bene, a cui la visione di Maria Immacolata tutti invita, tutti dispone ed esalta: questa è la nota caratteristica della festa dell'Assunta di quest'anno. Così vuol essere inteso, cioè come in un pellegrinaggio, il vostro distrarvi in queste settimane benedette di fine d'estate e di autunno. Cercare la bellezza della campagna, dei monti, del mare, del vivere in colonia, del godere l'aria, del rinnovare la freschezza delle buone energie fisiche, per riprendere il corso della vita in un senso di progresso spirituale e di apostolato più nobile e più deciso. 921. Ho l'intenzione, nella prossima stagione di raccoglimento e di lavoro che caratterizza l'inverno, ora che molto si è fatto a soddisfazione e a direzione pastorale per il clero - visita pastorale e sinodo - l'intenzione, dico, di svolgere le mie più intense sollecitudini per l'impulso e il fervido progredire tra noi dell'Azione cattolica nei vari settori. Perciò, in questa ricorrenza della più grande solennità glorificatrice di Maria Assunta, piacemi farvi giungere l'invito a prepararvi, nei vostri convegni spirituali della sopravveniente stagione, per uno studio più profondo dei vari problemi di apostolato religioso e sociale che si offrono agli ardori del vostro zelo. 922. I programmi sono belli e fatti. I cattolici di Venezia non sono dei solitari nella immensa chiesa di Dio. Problemi della testa, problemi del cuore, problemi della vita stanno innanzi a noi: li vogliamo studiare, e vogliamo e dobbiamo risolverli nel loro riferimento alla posizìone personale ed intima di ciascuno, alle condizioni del nostro ambiente diocesano, in corrispondenza al movimento generale degli spiriti che agita il mondo moderno, il quale domanda la nostra doverosa attenzione. 923. Vedete il Papa come prosegue e prolunga il suo colloquio col mondo intero, e ricerca tutti i penetrali più reconditi e più sacri della struttura della chiesa. Egli parla a voce chiara, luminosa e commossa a tutte le classi sociali, cerca tutte le anime, persino, e a voce alta, le viventi nel chiostro, le cosiddette obliose e obliate della vita, affinché tutti i figli e tutte le figlie della chiesa cattolica sappiano che comune è il servizio, che uno solo - salve le evidenti distinzioni di ordine e di disciplina - è il compito del mondo redento: tutti insieme vivere il Cristo nella sua chiesa e farne conoscere e penetrare il nome, il regno, la volontà, la grazia e la gloria. 924. Questo richiamo alla voce del Santo Padre lo sento doveroso in coscienza per rispondere subito e tagliar corto a qualche bisbiglio, che non è arrivato al mio orecchio, ma che mi si dice es sere in sussurro qua e colà, da parte di qualche spirito fiacco o leggero, che l'Azione Cattolica sia superata, e che si possa voltare la testa sull'altra parte del guanciale e continuare a dormire. 925. Miei diletti figlioli e figliole dell'Azione Cattolica, so che mi intendete. Secondo le possibilità, che le esigenze del mio ministero mi concedono, verrò a visitarvi nei vostri ritiri o convegni spirituali in città e nella diocesi. Il mio desiderio li vorrebbe vedere ancora più frequenti e numerosi; ma prendo giorno per giorno il bene dovunque e nella misura che mi viene offerta, e benedico il Signore. Nella festa dell'Assunta, tornando col pensiero a Lourdes, vi ripeto il mio saluto lieto ed incoraggiante. Facciamoci onore: facciamoci onore sotto gli occhi della nostra Madre celeste, e prepariamoci tutti allo studio e alla risoluzione di questi problemi che vi accennai: di testa, di cuore, di vita. Essere buon cattolico e partecipare al forte lavoro di Azione Cattolica significa conservare in ogni età il segreto della propria giovinezza ed assicurare la giovinezza perenne, in bellezza, in virtù ed in gloria che ci attende. Vi benedico.
ESERCIZI SPIRITUALI A (COL DRAGA DIJ POSSAGNO CASA DEL SACRO CUORE PRESSO I PADRI CAVANIS 22-26 SETTEMBRE 1958
926. 1. Qui in alto, sito amenissimo sulle falde del Grappa. Ottimi Padri dell'Istituto Cavanis ad accogliermi. Padre Pellegrino Bolzonello, direttore pieno di unzione e di garbo. Con me il provicario mgr Gottardi, lo stato maggiore della curia, mgr Capovilla, parecchi parroci (e] canonici, [i] mgrr Vecchi e Spavento, ecc. Numerosi i miei giovani preti. Mgr Signora bravo e buono. Voce un po' infelice per me che lo sentivo di traverso e quindi a fatica; forse, nel modo di dire, un po' affaticante e asmatico; ma insomma dottrina eccellente, vestita bene e con trasparenza di zelo profondo e sincero. V'erano anche alcuni sacerdoti di Vittorio Veneto. Un complesso serio e degno. 927. 2. Purtroppo però ho dovuto constatare - ed è la seconda volta - che io ho bisogno del «desertum locum» per «quiescere pusillum» (Mc 6,31). (Traduzione: in un luogo solitario per riposare un poco). Per compiacere mi occorse parlare anch'io ai convenuti. Prima sera: «Fungi sacerdotio» (Sir 45,19); seconda: la testa del prete; terza: « quinque puncta» di Faenza; quarta: del prete: il cuore, il carattere, la lingua - con accenni forti al «mitis et humilis» (Mt 11,29), al carattere, alla lingua - con riferimento alla buona creanza e alla predicazione. No, così non va. Negli esercizi io debbo essere solitario, lontano da affari di curia, ed occupato solo, in silenzio e bene, di me stesso e dei miei interessi spirituali. 3. L'avanzarsi degli anni dovrebbe impormi maggiori riserve nell'accettare impegni di predicazione extra la mia diocesi. Debbo scrivere tutto prima, e questo mi costa, oltre alla umiliazione costante che io sento della mia pochezza. Che il Signore mi aiuti e mi perdoni.
1958-1963
Papa ….ìn silenzio
« Dobbiamo renderci indifferenti verso tutte le cose create, in tutto ciò che è concesso alla libertà del nostro libero arbitrio e non le è proibito, in modo da non desiderare più la salute che la malattia, la ricchezza più che la povertà, l'onore più che il disonore, la vita lunga più che la vita breve, e così per tutto il resto, desiderando e scegliendo soltanto ciò che innanzitutto ci conduce al fine per il quale siamo creati » (Ignazio di Loyola, Esercizi Spirituali, punto, « Principio e fondamento »).
1958
ESERCIZI SPIRITUALI AL VATICANO PER L'AVVENTO, 30 NOVEMBRE - 6 DICEMBRE 19582
Domenica 30 novembre, sera. 928. Citato subito mgr Radini, nel suo libretto: Principio efondamento. Differenza fra l'e e l'o 3. Lunedì 1 IL PADRE, CREATORE. Prima predica: vacat per la visita dello Scià di Iran, Reza Palilevi; seconda predica: l'uomo creatura di Dio; terza [predica]: la volta e la chiusura dell'arco, nei rapporti fra Dio e l'uomo. Martedì 2 1. Legge di Dio; 2. peccato; 3. ravità; 4. inferno.
Mercoledì 3 dicembre. 929. 1. La misericordia di Dio. Giovedì 4 1. I due stendardi: l'opera del demonio e come resistere; 2. l'apostolato: i suoi motivi, l'esempio di Gesù: criteri da seguire; 3. la preghiera sacerdotale; 4. la santa Eucaristia fa il sacerdote. Venerdì 5 1. La passione di Gesù, dolori fisici; 2. la passione di Gesù, dolori morali; 3. la gloria di Gesù, e con noi il paradiso; 4. l'amore di Dio che tutto accende consuma 5. l’amore di Dio che tutto accende consuma.
1959
RITIRO SPIRITUALE IN VATICANO 29 NOVEMBRE - 5 DICEMBRE 1959
930. Ispirazione ignaziana. Fondo generale delle meditazioni e istruzioni, la Sacra Scrittura: Vangelo, san Paolo e san Giovanni. Semplice, trasparente, incoraggiante. Purtroppo la mia applicazione personale fu ancora alquanto distratta dalle circostanze, da cui non mi potei sottrarre del tutto. Ma in adiunctis tutto serve ai miei compiti principali. «Deo gratias et in omnibus benedictio et pax». Durante i pasti mi feci leggere da mgr Loris parecchie pagine del De consideratione di san Bernardo a papa Vittore. Niente di più adatto ed utile per un povero papa come sono anch'io, e per un papa di tutti i tempi. Qualche cosa di ciò che non faceva onore al clero di Roma del secolo XII resta pur sempre. Perciò «vigilare necesse, corrigere» e sopportare. 931. 1. Mio primo impegno: regolare il testamento in preparazione alla morte forse vicina e di cui tengo familiare il pensiero. Prenderò cura a determinare tutto bene: testamento di un Papa povero e semplice, anche per iscritto. Non mi restano che alcune particolarità da scrivere, già assicurate del resto nella sostanza. Desidero che l'esempio del Papa sia incoraggiamento ed ammonimento per tutti i cardinali. Morire senza un buon testamento è un grave torto per ogni ecclesiastico; e motivo di terrore in faccia all'eternità. 2. Da quando il Signore mi ha voluto, miserabile qual sono, a questo grande servizio, non mi sento più come appartenente a qualcosa di particolare nella vita: famiglia, patria terrena, nazione, orientazioni particolari in materia di studi, di progetti, anche se buoni. Ora più che mai non mi riconosco che indegno ed umile « servus Dei et servus servorum Dei » 4. Tutto il mondo è la mia famiglia. Questo senso di appartenenza universale deve dare tono e vivacità alla mia mente, al mio cuore, alle mie azioni. 932. 3. Questa visione, questo sentimento di universalità vivificherà innanzi tutto la mia costante ed ininterrotta preghiera quoti-diana: breviario, santa messa, rosario completo, visite fedeli a Gesù nel tabernacolo, forme rituali e molteplici di unione con Gesù, familiare e confidente. Un anno di esperienza mi dà luce e conforto a ravviare, a correggere, a dare tocco delicato e non impaziente di perfezione, in tutto. 933. 4. Soprattutto sono grato al Signore del temperamento che mi ha dato, e che mi preserva da inquietudini e da sbigottimenti fastidiosi. Mi ser1to in obbedienza in tutto, e constato che il tenermi così, in magnis et in minimis, conferisce alla mia piccolezza tanta forza di audace semplicità, che, essendo tutta evangelica, domanda ed ottiene rispetto generale, ed è motivo di edificazione per molti. « Domine, non sum dignus (Lc 7,6). Sis semper, Domine, fortitudo mea et exultatio cordis mei (Prov 20,29). Deus meus, misericordia mea (Sal 59,18)». 934. 5. Le accoglienze, subito espresse e mantenute da due anni per la mia povera persona da quanti l'avvicinano, mi sono sempre motivo di sorpresa. Il «nosce teipsum» basta alla mia calma spirituale, ed a mettermi in guardia. Il segreto di questo successo deve essere lì, nell'« altiora te ne quaesieris» (Sir 3,22), e nell'accontentarmi del «mitis et humilis corde» (Mt 11,29). Nella mitezza e nella umiltà del cuore c'è la buona grazia del ricevere, del parlare, del trattare; la pazienza del sopportare, del compatire, del tacere e dell'incoraggiare. Ci deve essere soprattutto la prontezza abituale alle sorprese del Signore, che tratta bene i suoi prediletti, ma di solito ama provarli con le tribolazioni, le quali possono essere infermità del corpo, amarezze dello spirito, contraddizioni tremende, da trasformare e da consumare la vita del servo del Signore e del servo dei servi del Signore, in un vero martirio. Io penso sempre a Pio Ix di santa e gloriosa memoria; ed imitandolo nei suoi sacrifici, vorrei essere degno di celebrarne la canonizzazione.
1960
RITIRO SPIRITUALE IN VATICANO DAL 27 NOVEMBRE AL 3 DICEMBRE 1960
Predicatore Mgr Pirro Scavizzi, Missionario Imperiali. 935. L'ho conosciuto' ed apprezzato nei miei anni di sacerdozio romano dal 1921 al 1925, quale parroco di Sant'Eustachio. Bravo e buono. Prese motivi di meditazione e di istruzioni in vari pensieri scritturali del Nuovo Testamento e li svolse bene, toccando i punti fondamentali della vita ecclesiastica in rapporto al clero che lavora al servizio immediato della Santa Sede. Assistevano ai discorsi, nella cappella Matilde, 18 cardinali e 58 tra prelati e altri pochi addetti al Vaticano: in tutto, con me, settantasette ecclesiastici. Tutti invisibili per me, ma, a quanto mi si disse, attenti e pii. 936. Al termine del ritiro, prima della benedizione apostolica, io aggiunsi tre parole: ringraziamenti al predicatore edificante, vario, colorito da visioni panoramiche di Palestina e pieno di fervore, nonché felice nei tocchi riguardosi e ben assestati: a)specialmente distinto nei richiami al Sinodo Romano al Nuovo Testamento, alla visione universale della Santa Chiesa nel mondo; b) soprattutto tenero e soave circa il culto e l'amore del Ss. Sacramento, nobiscum Deus (Is 8,10), e della Madonna benedetta. Un tutto insieme sostanzioso ed edificante.
Alcuni pensieri ad ispirazione di fervore sacerdotale indefettibile. 937. Il corso della mia vita in questi due anni - 28 ottobre 1958-59-60 - segna una accentuazione spontanea e fervida di unione con Cristo, colla Chiesa e col paradiso che mi attende. Reputo come indizio di una grande misericordia del Signore Gesù per me, questo conservarmi la sua pace e i segni anche esteriori della sua grazia, che spiegano, a quanto sento dire, la perennità della mia calma, che mi fa godere di una semplicità e mitezza di spirito, che mantiene sempre in ogni ora della mia giornata la disposlzione a lasciar tutto, e a partire anche subito per la eterna vita. I miei difetti e le mie miserie, «pro quibus, "innumerabilibus peccatis et offensionibus et negligentiis meis"», io offro la santa messa quotidiana, mi sono motivo di interna continuata umiliazione che non mi permette di esaltarmi in alcun modo, ma neppure affievoliscono la mia confidenza, il mio abbandono in Dio, di cui sento sopra di me la mano carezzevole che mi sostiene e mi incoraggia. 938. Neppure mi accade di sentirmi tentato ad invanirmi o a compiacermi. «Quel poco che so di me stesso basta per confondermi». La bella frase messa dal Manzoni sulle labbra del cardinale Federico ~! « In te, Domine, speravi: non confundar in aeternum» (Sal31,2)
1961
IL MIO RITIRO SPIRITUALE IN PREPARAZIONE AL COMPIERSI DELL'OTTANTESIMO ANNO DELLA MIA VITA CASTELGANDOLFO, 10-15 AGOSTO 1961
939. Ho imposto silenzio e arresto alle ordinarie occupazioni del mio ministero. Solo mio compagno mgr Cavagna, mio confessore ordinario. All'alba della festa di san Lorenzo, ore cinque e quarantacinque mattutine, recito il divino ufficio dalla terrazza verso Roma. Ripenso con tenerezza a questo ritorno della data della mia ordinazione sacerdotale - 10 agosto 1904 - nella chiesa di Santa Maria in Monte Santo, Piazza del Popolo, ordinante mgr Ceppetelli, vicegerente di Roma, arcivescovo e patriarca titolare di Costantinopoli. Tutto mi è presente, a cinquantasette anni di distanza. Da allora ad ora, quale confusione per il mio niente! «Deus meus misericordia mea» (Sal 59,18).
10 agosto 1961. 940. Questa forma di ritiro spirituale va al di là delle comuni leggi. La memoria si allieta di tanta grazia del Signore pur nella mortificazione di aver corrisposto con tanta povertà di energie impiegate, non affatto in proporzione dei doni ricevuti. E un mistero che mi fa tremare e mi commuove insieme. Dopo la mia prima messa sulla tomba di san Pietro, ecco le mani del Santo Padre Pio x posate sopra la mia testa a benedizione augurale per me e per la mia incipiente vita sacerdotale; e dopo oltre mezzo secolo (cinquantasette anni precisamente), ecco le mie stesse mani aperte sopra i cattolici - e non solamente i cattolici - del mondo intero, in gesto di paternità universale, come successore dello stesso Pio x proclamato santo, e sopravvivente nel sacerdozio suo e dei suoi antecessori e successori, preposti come san Pietro al governo della Chiesa di Cristo tutta intera, una, santa, cattolica ed apostolica. Tutte parole sacre son queste, che superano il senso di ogni mia inimmaginabile esaltazione personale e mi lasciano nella profondità del mio nulla, sollevato alla sublimità di un ministero che soverchia ogni altezza di umana dignità. 941. Quando il 28 ottobre 1958 i cardinali della santa Chiesa romana mi designarono alla suprema responsabilità del governo del gregge universale di Cristo Gesù, a settantasette anni di età, la convinzione si diffuse che sarei stato un papa di provvisoria transizione. Invece eccomi già alla vigilia del quarto anno di pontificato, e nella visione di un robusto programma da svolgere in faccia al mondo intero che guarda ed aspetta. Quanto a me mi trovo come san Martino: «nec mori timuit, nec vivere recusavit». Devo sempre tenermi pronto a morire anche subito, e a vivere quanto al Signore piacerà di lasciarmi quaggiù. Si, sempre. Sulla porta del mio ottantesimo anno io debbo tenermi pronto: a morìre o a vivere; per l'un caso o per l'altro, a provvedere alla mia santificazione. Così come mi si chiama dappertutto, e come a prima denominazione, «Santo Padre», così debbo e voglio essere per davvero.
La mia santificazione. 942. Sono ben lungi dal possederla ancora di fatto, ma il desiderio e la volontà di riuscirvi mi sono ben vivi e decisi. Questa santificazione caratteristica mia mi viene indicata, qui a Castello, da una pagina e da una pittura. La pagina inattesa è in un libriccino: Laperfezione cristiana. Pagine ascetiche di Ant(onio] Rosmini, pag. 591: «In che consiste la santità ». 943. «Ritenete il gran pensiero che la santità consiste nel gusto di essere contraddetto ed umiliato a torto o a ragione; nel gusto di obbedire; nel gusto di aspettare con grande pace; nell'essere indifferente a tutto ciò che piace ai superiori e veramente senza volontà; nel riconoscere i benefici che si ricevono e la propria indignità; nell'avere una gratitudine grande, nel rispetto alle altrui persone e specialmente ai ministri di Dio; nella carità sincera, tranquillità, rassegnazione, dolcezza, desiderio di far bene a tutti e laboriosità. Sono sul partire e non posso dire di più, ma questo basta (Stresa 6 settembre 1840)». Con mia edificazione queste sono le applicazioni ordinarie del mio motto caratteristico preso dal Baronio: «Oboedientia et pax». O Gesù, voi restate sempre con me! Io vi ringrazio di questa dottrina che mi segue dappertutto. 944. La pittura. Si trova nella cappella più antica e più intima di questo palazzo apostolico. La mostrai oggi al mio padre spirituale, mgr Alfredo Cavagna. È la gemma nascosta e più preziosa di questa residenza estiva. È dei tempi di Urbano VIII (1626-1634). E serviva alla sua devozione, come servì a Pio IX che vi diceva pure la messa, e assisteva a quella del suo segretario, dopo la sua, nell'adiacente piccolo oratorio che ancora vi si vede: tutto decorato dal pittore Lagi Simone « pittore e indoratore». Sull'altare una tela assal devota: «La pietà: Gesù morto e Maria l'Addolorata». Niente di più indicato, pitture e decorazioni. Intorno intorno, tutte scene dei dolori di Gesù; una scuola permanente ad esercizio di ogni pontificato. 945. Tutto questo - parole e pitture - viene a confermarmi nella dottrina della sofferenza. Di tutti i misteri della vita di Gesù questo è il più adatto e più familiare alla devozione permanente del papa: «pati et contemni pro Christo et cum Christo». E questa è la prima luce di questo mio studio che riprendo ad esercizio di perfezione, in preparazione alla mia entrata nella vecchiaia: «Voluntas Dei: sanctiflcatio mea in Christo» (cfr. lTs 4,3). O Gesù, «factus es adiutor meus, in umbra alarum tuarum exulto. Adhaeret anima mea tibi: me sustentat dextera tua» (Sal 63,8-9). (Traduzione: tu sei il mio aiuto, e all’ombra delle tue ali esulto. S’è attaccata a te l’anima mia: mi sostiene la tua destra).
11 agosto 1961. 946. Innanzi tutto: «Confiteor Deo omnipotenti». Durante tutta la mia vita fui sempre fedele alla mia confessione settimanale. Più volte in vita rinnovai la confessione generale. In questa circostanza mi accontento di un accenno più generale, senza minute precisazioni, ma pur seguendo le parole dell'offertorio della messa quotidiana « pro innumerabilibus peccatis, et offensionibus et negligentiis meis» tutto già confessato volta per volta, ma ancora sempre lamentato e detestato. 947. PECCATA: circa castitatem, nei rapporti con me stesso, in intimità non modeste: nulla di grave, mai. Nei rapporti poi con altri, maschi o femmine, «oculis, contactibus, sive in tempore pubertatis, vei iuventutis, vei maturitatis, vei senectutis, neque in lecturis librorum, vei ephemeridorum, vei conspiciendo figuras, vei imagines, gratia Dei, gratia Dei numquam permisit tentationem et iacturam, numquam, numquam; sed semper adiuvavit me, cum magna et infinita misericordia: in qua confido me semper servaturum usque ad finem vitae meae». (Traduzione: sia con gli occhi che nei contatti, da gi0vinetto, da giovane, negli anni della maturità e della vecchiaia, né in letture di libri e giornali, né guardando figure, la grazia di Dio, sì, la grazia di Dio non permise mai tentazione di debbolezza, né caduta alcuna: mai, mai; ma sempre mi aiutò con grande, infinita misericordia; nella quale confido di restare custodito fino all’ultimo giorno di mia vita). 948. Circa oboedientiam. Non ho mai avuto né subito tentazioni contro la obbedienza, e ringrazio il Signore che non ne abbia permesso alcuna, neppure quando questa obbedienza mi costava assai, come anche ora ne soffro: «factus», come sono, «servus servorum Dei » e certe piccole miserie di questo ambiente vaticano mi sono motivo di mortificanti, intime irritazioni. Circa humilitatem. Ne ho vivo il culto e anche l'esercizio esteriore. Ciò non mi toglie interiormente la sensibilità per qualche mancanza di riguardo che credo mi sia fatta. Ma anche ne godo innanzi a Dio come in esercizio di pazienza e di nascosto cilicio per i peccati miei, e per ottenere dal Signore il perdono per i peccati del mondo intero. Circa charitatem. Questo è l'esercizio che mi costa meno: e che pur qualche volta mi è sacrificio, e mi tenta e mi stimola a qualche impazienza di cui forse, me inscio, qualcuno può soffrire. 949. OFFENSIONES. Chi sa quante e quante volte contro la legge del Signore e contro le leggi della santa Chiesa! « Innumerabilis numerus». Siamo però sempre oltre le disposizioni ecclesiastiche, e non mai in materia di peccato mortale o veniale. L'amore alle regole e prescrizioni e aderenze a tutta questa legislazione ecclesiastica e umana lo sento nel cuore e nello spirito, e mi è motivo ordinario di vigilanza su me stesso, soprattutto « ad exemplum et ad aedificationem clericorum et fidelium» (cfr. Rm 15,2). Le ho confessate tutte, anche queste offensiones: ma tutte insieme e col proposito di emendarmene, aggiungendo, a misura che invecchio, uno sforzo quotidiano di finezza e di perfezione. 950. NEGLIOENTIAE. Queste vanno guardate in riferimento al complesso delle varie funzioni della mia vita pastorale, il cui spirito « eminere debet» in un apostolo ed in un successore di san Pietro, come oggi da tutti vengo riguardato. Il ricordo vivo delle deficienze della mia lunga vita di ottanta anni, « innumerabilibus peccatis, offensionibus et negligentiis», fu materia generale della santa confessione che ho rinnovato stamane innanzi al mio direttore spirituale, mgr Alfredo Cavagna, qui nella mia camera da letto dove dormirono i miei antecessori Pio XI e Pio XII, e dove Pio XII anzi morì il 9 ottobre 1958, il solo papa sin qui che sia morto a Castello, nella residenza estiva. O Gesù Signore, continua ad aver pietà di me, povero peccatore, così come mi assicuri del tuo grande ed eterno perdono.
Ancora 11 agosto. Pomeriggio del perdono 951. La santa confessione ben preparata, ripetuta ogni settimana, il venerdì o il sabato, resta sempre una base solida per il cammino della santificazione; e rimane visione pacificatrice e incoraggiante alla abitudine di tenersi preparato a ben morire in ogni ora ed in ogni momento della giornata. Questa mia tranquillità, e questo sentirmi pronto a partire e a presentarmi al Signore ad ogni suo cenno, mi pare sia un tale segno di fiducia e di amore, da meritarmi da Gesù, di cui sono chiamato Vicario in terra, il tratto estremo della sua misericordia. Teniamoci dunque sempre in atto di procedere verso di lui, come se sempre mi attendesse a braccia aperte. 952. A confortare la mia abituale fiducia, mi veggo citare da Rosmini un suo richiamo a quel mirabile p. Carafa che fu il settimo generale della Compagnia di Gesù, e che diceva di essere occupato sempre a meditare tre lettere divenute a lui familiari: una lettera nera, una vermiglia e una bianca; la lettera nera, i suoi peccati; la lettera vermigila, la passione di Gesù Salvatore; e la lettera bianca, la gloria dei beati. In queste tre immagini è veramente riassunto il fiore del buon meditare cristiano. 953. La lettera nera mi fa conoscere me stesso, e mi eccita a sollecitare la purga dell'anima mia; la vermiglia mi rende familiare alla meditazione delle sofferenze di Gesù, mortificato nel corpo e nello spirito; e la bianca mi incoraggia a resistere all'avvilimento, alla desolazione, alla tristezza, mentre tutti i santi continuano nel compito loro di incoraggiarmi al patire, ricordandomi veramente il « non sunt condignae passiones huius temporis ad futuram gloriam quae revelabitur in nobis» (Rm 8,18) (Traduzione: le sofferenze del tempo presente non han nulla a che fare colla gloria che deve essere manifestata in noi). Questo suggerimento corrisponde del resto a tutta l'ascetica degli Esercizi spirituali di sant'Ignazio, di cui Rosmini diceva ditenersi sempre vicino a sé il mirabile libro. 954. La familiarità inaspettata che si desta in me in questi giorni col pensiero ascetico dell'abate Roveretano, alla lettura dei suoi scritti spirituali, mi sorprende come una mossa chiarificatrice ed invitante verso la ispirazione religiosa dei primi giorni del mio servizio pontificale, quando in San Pietro indicai al popolo il sacro trinomio: Nome, Cuore e Sangue di Gesù, trinomio della pietà popolare nella devozione congiunta al Nome, al Cuore e al Sangue di Gesù. Questo, con altri segni della buona Provvidenza del Signore, mi fa dire che se il povero prete e cardinale, che egli ha fatto nominare a questo altissimo ufficio di pontefice della Chiesa universale, è in se stesso poca cosa, il sommo Pastore divino non cesserà di aiutarlo. Continuerò ad approfittare di questo sussidio di buona dottrina ascetica, che il Rosmini mi porge e mi porgerà colla sua intercessione celeste, anche perché avendo io sempre tenuto a distinguere nettamente la religione e la devozione dalla politica, questo mi renderà più utile alla ricerca dei valori e dei beni essenziali della vita umana, della presente e terrena, e della spirituale ed eterna.
12 agosto, sabato. Gesù crocifisso e la Mamma addolorata. 955. L'incontro con Rosmini e colla beata Maddalena di Canossa mi offre questi due punti di pietà e di devozione per la mia vecchiaia, e voglio tenermici fedele. Questo mio ritiro vuol dunque riuscire e segnare un progresso nello studio della mia santificazione personale: non solo come cristiano, sacerdote e vescovo, ma come papa, come «bonus pater omnium christianorum», come « bonus pastor», quale il Signore mi ha voluto, nonostante la mia piccolezza ed indegnità. Altre volte e sovente ripenso al mistero del prezioso Sangue di Gesù, la cui devozione mi sentii subito di dover ispirare, come Sommo Pontefice, a completamento di quelle del Nome e del Cuore di Gesù, abbastanza note e diffuse, come dissi. 956. Lo confesso: fu una improvvisa ispirazione per me. La devozione privata al preziosissimo Sangue di Gesù io la osservai da ragazzo, poco più che bambino, nel mio vecchio prozio Zaverio - il primogenito di cinque fratelli Roncalli - e di fatto il mio primo formatore alla pratica religiosa da cui sbocciò prestissimo e direi spontaneamente la mia vocazione sacerdotale. Ricordo i libri di devozione del suo genuflessorio, e fra questi il « Preziosissimo Sangue» che gli serviva durante il mese di luglio. Oh, ricordi sacri e benedetti della mia puerizia! Come mi tornate preziosi nella luce di questo vespero della mia vita, a precisazione di punti fondamentali della mia santificazione e a visione consolante di ciò che mi attende - come confido umilmente - nella mia eternità. Crocifisso ed eternità: passione di Cristo nella luce della interminabile eternità. Oh, che dolcezza! oh, che pace! Così, e sempre più così, deve essere vivificata la vita che ancora mi resta a vivere quaggiù, ai piedi della croce di Gesù crocifisso, innaffiata dal suo preziosissimo Sangue e dalle lacrime amarissime dell'Addolorata, madre di Gesù e madre mia. 957. Questo impulso interiore che in questi giorni mi ha sorpreso, me lo sento in cuore come un palpito ed uno spirito nuovo, una voce che mi infonde generosità e gran fervore, che amo esprimere in tre manifestazioni caratteristiche: 1) distacco totale da ogni cosa e perfetta indifferenza così ai biasimi che alle lodi, e per tutto ciò che si trova e che potrebbe di grave accadere nel mondo, a mio riguardo; 2) davanti al Signore io sono peccatore e polvere; vivo per la misericordia di Gesù, a cui tutto debbo e dalla quale tutto aspetto: a lui mi sottometto anche nel lasciarmi tutto trasformare dai suoi dolori e dalle sue sofferenze, in pienissimo abbandono di assoluta obbedienza e di conformità alla sua volontà. Ora più che mai, e « usquedum vivam, et in omnibus, oboedientia et pax»; 3) disposizione completa a vivere ed a morire, come san Pietro e come san Paolo, e a tutto incontrare, anche catene, sofferenze, anatema e martirio, per la santa Chiesa e per tutte le anime redente da Cristo. Sento la gravità del mio impegno e tremo, conoscendomi debole e labile. Ma confido in Cristo crocifisso e nella Madre sua, e guardo alla eternità.
13 agosto, domenica. Esercizio della prudenza del Papa e dei Vescovi. 958. Fede, speranza e carità sono le tre stelle della gloria episcopale. Il Papa, «in capite et in exemplum» ed i Vescovi, tutti i vescovi della Chiesa, con lui. Il compito sublime, santo e divino, del Papa per tutta la Chiesa e dei Vescovi per la diocesi di ciascuno, è « predicare il Vangelo, condurre gli uomini alla salute eterna, con la cautela di adoperarsi perché nessun altro affare terreno impedisca, o intralci, o disturbi questo primo ministero. L'intralcio può sorgere soprattutto dalle opinioni umane in materia politica, che si dividono e si contrariano in vario sentire e pensare. M di sopra di tutte le opinioni e i partiti che agitano e travagliano la società e l'umanità intera, è il Vangelo che si leva ». Il Papa lo legge, e coi Vescovi lo commenta; l'uno e gli altri, non come partecipanti agli interessi mòndani di chicchessia, ma come « viventi in quella città della pace, imperturbata e felice», da cui scende la regola divina che può ben dirigere la città terrestre e il mondo intero. Di fatto questo è che gli uomini assennati attendono dalla Chiesa, e non altro. 959. La buona coscienza circa la mia condotta di nuovo Papa durante questi tre anni mi acquieta, e prego il Signore perché mi aiuti sempre a mantenermi fedele a questo buon avviamento. È assai importante insistere sopra i Vescovi perché tutti facciano altrettanto e l'esempio del Papa sia di scuola e di incoraggiamento a tutti. I Vescovi si trovano più esposti alla tentazione di intromettersi al di là di ogni buona misura, e tanto più vogliono essere sollecitati dal Papa « ad astenersi dal prender parte a qualsivoglia politica e controversia, e dal dichiararsi per una o per l'altra frazione, o fazione. Predicare a tutti egualmente, e in modo generale, la giustizia, la carità, l'umiltà, la mansuetudine, la dolcezza e le altre virtù evangeliche, difendendo con garbo i diritti della Chiesa, dove venissero violati o compromessi. 960. Sempre, ma soprattutto in questi tempi, il Vescovo è indicato per spargere un olio balsamico di dolcezze sopra le piaghe dell'umanità. Deve guardarsi perciò da ogni giudizio temerario, da ogni parola ingiuriosa per chicchessia, da ogni adulazione strappata dal timore, da ogni connivenza col male che gli venisse suggerita dalla speranza di giovare ad alcuno; conservare un contegno grave, riservato e fermo; vigilare sopra una conversazione verso tutti soave ed amorevole, ed insieme atta a far distinguere, con santa dottrina, ma senza veemenza alcuna, il bene dal male». 961. Ogni studio o intrigo di industria umana val ben poco in questi affari di mondano interesse. « Promuovere invece studiosamente con la preghiera più assidua ed intensa il culto divino fra i fedeli, e gli esercizi di pietà, la frequenza dei sacramenti, bene raccomandati e amministrati», soprattutto là istruzione religiosa: questo contribuirà a risolvere anche i problemi di ordine temporale assai meglio che altri accorgimenti umani non vi possano riuscire. « Questo attirerà le benedizioni divine sul popolo, preservandolo da molti mali, e richiamando menti traviate a più retto sentire. Dall'alto scende l'aiuto, e il lume celeste sgombra le tenebre» - Così A. Rosmini scriveva da Villa Albani, Roma, il 23 nov. 1848. E questo è il mio pensiero e la mia sollecitudine pastorale, che deve essere di oggi e di sempre.
Ancora la domenica 13 agosto. Suggerimenti di buon apostolato. 962. Trattare tutti con rispetto, con prudenza e con semplicità evangelica. Comunemente si crede e si approva che il linguaggio anche familiare del Papa sappia di mistero e di terrore circospetto. Invece è più conforme all'esempio di Gesù la semplicità più attraente, non disgiunta dalla prudenza dei savi e dei santi, che Dio aiuta. La semplicità può suscitare, non dico disprezzo, ma minor considerazione presso i saccenti. Poco importa dei saccenti, di cui non si deve tener calcolo alcuno, se possono infliggere qualche umiliazione di giudizio e di tratto: tutto torna a loro danno e confusione. Il « simplex, rectus et timens Deum » (Gb 1,1) è sempre il più degno e il più forte. Naturalmente, sostenuto sempre da una prudenza saggia e graziosa. Quegli è semplice che non si vergogna di confessare il Vangelo anche in faccia agli uomini che non lo stimano se non come una debolezza e una fanciullaggine, e di confessarlo in tutte le sue parti, e in tutte le occasioni, e alla presenza di tutti; non si lascia ingannare o pregiudicare dal prossimo, né perde il sereno dell'animo suo per qualunque contegno che gli altri tengano con lui. 963. Il prudente è chi sa tacere una parte della verità che sarebbe inopportuna a manifestarsi, e che taciuta, non guasta la parte di verità che dice, falsificandola; quegli che sa giungere ai buoni fini che si propone, scegliendo i mezzi più efficaci di volere e di operazione; che in tutti i casi sa prevedere e misurare le difficoltà opposte e le contrarie, e sa scegliere la strada di mezzo con difficoltà e pericoli minori; quegli che, essendosi proposto un fine buono e anche nobile e grande, non lo perde giammai di vista, giunge a superare tutti gli ostacoli e lo porta a buon termine; quegli che in ogni affare distingue la sostanza e non si lascia impacciare dagli accidenti; tiene serrate e converge le sue forze a fine felice; quegli che alla base di tutto questo spera il buon esito da Dio solo, in cui confida; e se anche non riuscì in tutto o in parte, sa di aver fatto bene, tutto riportando alla volontà e alla maggior gloria di Dio. 964. La semplicità non ha nulla che contraddica alla prudenza, né viceversa. La semplicità è amore, la prudenza è pensiero. L'amore prega, l'intelligenza vigila. «Vigilate et orate» (Mc 14,38). Conciliazione perfetta. L'amore è come la colomba che geme, l'intelligenza operativa è come il serpente (Mt 10,16) che non cade mai in terra, né urta, perché va tastando col suo capo tutte le ineguaglianze del suo cammino. Restar tranquillo in faccia ad ogni evento. 965. Gesù Signore, fondatore della santa Chiesa, è lui che regola con sapienza, potenza e bontà inenarrabile, tutti gli avvenimenti a suo beneplacito, e a maggior bene dei suoi eletti che compongono la sua diletta mistica sposa. Per quanto gli avvenimenti sembrino contrari al bene della Chiesa stessa, io debbo godere di perfetta tranquillità, che per altro non mi dispensa dal gemere e dal supplicare per il «fiat voluntas tua sicut in caelo et in terra» (Mt 6,10). Debbo guardarmi dalla temerità di coloro che, ciechi di mente, o ingannati da occulto orgoglio, presumono di fare alcun bene senza essere chiamati da Dio, nella sua Chiesa, come se il divino Redentore abbia alcun bisogno della loro miserabile cooperazione, o di quella di qualunque uomo. Ciò che importa è cooperare con Dio alla salute delle anime e del mondo intero. Questo è il compito sicuro che tocca il Papa nella sua più alta espressione. « In omnibus respice finem» il Qui non si tratta del termine della vita umana, ma dello scopo, della vocazione divina a cui il Papa fu sollevato per misteriosa disposizione della Provvidenza. 966. Questa vocazione si esprime in un triplice fulgore: santità personale del Papa, che ne rende gloriosa la vita; l'amore della santa Chiesa universale, secondo la misura di quella grazia celeste che sola può avviare ed assicurarne la gloria; infine la condizione della volontà di Gesù Cristo, che solo dirige attraverso il Papa e governa a suo beneplacito la Chiesa, in vista di quella stessa gloria che è la massima in terra e nei cieli eterni. Il dovere sacrosanto dell'umile Papa è di purificare in questa luce di gloria tutte le sue intenzioni, e di vivere in conformità di dottrina e di grazia, così da meritarsi il più grande onore di rassomigliarsi in perfezione con Cristo, quale suo Vicario: con Cristo crocifisso e a prezzo del suo Sangue redentore del mondo: con Cristo, rabbi, magister, il solo vero maestro dei secoli e dei popoli.
14 agosto 1961, lunedì. Sei massime di perfezione. 967. Quanto al fine da raggiungere nella mia vita, io debbo: «1) Desiderare solo di essere "iustus et sanctus" e con ciò di piacere a Dio. 2) Rivolgere tutto, ponsieri ed azioni, all'incremento, al servizio, alla gloria della santa Chiesa. 3) Sentendomi chiamato da Dio, e appunto per questo, rimanere in perfetta tranquillità circa tutto ciò che avviene, non solo riguardo a me, ma anche riguardo alla Chiesa, pur sempre in atto di lavorare a pro di essa, e anche di soffrire con Cristo per essa. 4) Tenermi sempre abbandonato alla divina Provvidenza. 5) Riconoscermi sempre nel mio nulla. 6) Disporre sempre la mia giornata con chiarezza di visione e con ordine perfetto». La mia vita di sacerdote, anzi - come suol dirsi a mio onore e confusione - di principe di tutto il sacerdozio di Cristo, in nome suo e per virtù sua, sta innanzi e sotto gli occhi del mio divino Maestro, il gran legislatore. Egli mi guarda, insanguinato, dilacerato, pendente dalla croce. Mi guarda, trafitto il petto, trafitto nelle mani e nei piedi, e mi invita a riguardare sempre a lui. La giustizia lo ha condotto direttamente alla carità; e la carità lo ha immolato. Questa deve essere la mia sorte: «non est discipulus super magistrum» (Mt 10,24) (Traduzione: il discepolo non è da più del maestro). 968. O Gesù, eccomi innanzi a voi, languente e morente per me, vecchio come ormai io sono, avviato alla fine del mio servizio, della mia vita. Tenetemi ben stretto e vicino al vostro cuore, in un solo palpito col mio. Amo sentirmi legato indissolubilmente a voi con una catena d'oro, intrecciata di vaghi e gentili anelli. Il primo: la giustizia che mi costringe a trovare sempre il mio Dio in tutto. Il secondo: la provvidenza e la bontà che guiderà i miei passi. Il terzo: la carità del prossimo, inesauribile e pazientissima. Il quarto: il sacrificio che mi deve accompagnare, e che voglio e debbo gustare in tutte le ore. Il quinto: la gloria che Gesù mi assicura per questa e per l'eterna vita. O Gesù Crocifisso « amor meus et misericordia mea nunc et in saecula». «Pater, si vis transfer calicem istum a me: verumtamen non mea voluntas sed tua fiat» (Lc 22,42). PENSIERI. I:
Utilità delle tribolazioni. 969. Ripiegandomi sopra me stesso, e sulle svariate vicende della mia umile vita, debbo riconoscere che il Signore mi ha dispensato, sin qui, da quelle tribolazioni che rendono, per tante anime, difficile e non gradito il servizio della verità, della giustizia, dellacarità. Ho attraversato la età della infanzia e della giovinezza, senza accorgermi della povertà, senza inquietudini di famiglia, di studi, di contingenze pericolose, come fu ad esempio il servizio militare a vent'anni, e durante la grande guerra, dal 1915 al '21. Piccolo e modesto quale mi riconosco, non ebbi che felici accoglienze nell'ambiente che mi accolse, dal seminari di Bergamo e Romano poi, dalla mia sacerdotale vita di dieci anni, accanto al mio Vescovo e nella mia città natale; dal 1921 poi ad ora (1961), cioè da Roma a Roma, fino al Vaticano. O buon Dio, come ringraziarvi delle buone maniere che mi vennero sempre riservate dovunque mi recassi in nome vostro, e sempre in pura obbedienza, non alla mia, ma alla vostra volontà? 970. «Quid retribuam, Domine, pro omnibus quae tribuisti mihi?» (Sal 16,12) (Traduzione: che cosa renderò al Signore per quanto mi ha dato?). Lo vedo bene che la mia risposta a me stesso e al Signore è sempre il « calicem salutarem accipere et nomen Domini invocare» (Sal 16,13) (Traduzione: alzerò il calice della salvezza e invocherò il nome del Signore). Come ho già accennato in queste pagine: se e quando « magna mihi tribulatio advenerit » (At 7,11), accoglierla bene; e se questa ritarda ancora un poco, continuare la bibita del sangue di Gesù, con quel contorno di piccole o grandi tribolazioni di cui la bontà del Signore la volesse circondare. Mi ha fatto sempre e mi fa ancora grande impressione quel piccolo salmo 131, che dice: « Signore, il mio cuore non si vanta né i miei occhi si sollevano innanzi a te: non corro dietro a cose grandi e più alte di me stesso. "Immo composui et pacavi animam meam. Sicut parvulus in gremio matris suae, ita in me est anima mea"» (Traduzione: io sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre) (Sal 131, 1-2). Oh, che care parole son queste! Ma se dovessero turbarsi presso il fine della mia vita, Signore mio Gesù, tu mi conforterai nella tribolazione. Il sangue tuo, il sangue tuo che io continuerò a succhiare dal tuo calice, come a dire dal tuo cuore, mi sarà pegno di salute e di letizia eterna. « Quod est in praesenti momentaneuffi et leve tribulationis nostrae, supra modum in sublimitate aeternum gloriae pondus operatur in nobis » (2Cor 4,17) (Traduzione: il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria). PENSIERI. Il: Accontentarmi dell'apostolato quotidiano: non perder tempo in pronostici del futuro 971. «Christus heri et hodie, ipse et in saecula» (Eb l3,8) (Traduzione: Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi, e sempre). Il non far profezie, né dare assicurazioni sul futuro è la regola di condotta che discende dallo spirito di tranquillità e di fermezza di cui i fedeli e i collaboratori devono ricevere lume ed incoraggiamento dal Papa, come primo sacerdote. La fonte di ogni sacerdozio è Cristo, come ce ne assicura san Tommaso (Summa Theologiae, III, XXII a. 4): «Sacerdos legalis A. T. erat figura ipsius: sacerdos novae legis in persona ipsius operatur». Questo deve dirsi del Papa eminenter; e per la coscienza del Papa che si sente investito della presenza, della grazia, della luce di Cristo ed a lui si affida in tutto, pensieri ed operazioni, nelle molteplici espressioni della sua attività apostolica. Basta la cura del presente: non occorre impiegare fantasia e ansietà per la costruzione dell'avvenire. Il Vicario di Cristo sa che cosa il Cristo vuole da lui, non occorre che gli passi davanti a dargli consigli o ad imporgli progetti. Regola fondamentale della condotta del Papa è questa di accontentarsi sempre del suo stato presente, e di non imbarazzarsi del futuro, aspettandolo invece dal Signore, senza farci sopra conti o provvedimenti umani, e guardandosi persino dal parlarne con sicurezza e con facilità con chicchessia. 972. L'esperienza di questi tre anni del mio servizjo pontificale che, « tremens et timens» (Dt 9,19), accettai in pura obbedienza alla volontà del Signore espressami dalla voce del Sacro Collegio dei cardinali in conclave, è testimonio e motivo commovente e perenne della fedeltà del mio spirito a questa massima: assoluto abbandono in Dio, quanto al presente; e perfetta tranquillità, circa il futuro. Delle varie iniziative di carattere pastorale che trapuntano questo primo saggio di pontificio impegno di apostolato, tutto è venuto da assoluta, quieta ed amabile, direi persino silenziosa ispirazione del Signore a questo suo povero servo, che senza alcun merito suo, oltre quello semplicissimo di non discutere, ma semplicemente di assecondare e di obbedire, ha potuto riuscire non inutile strumento di onore a Gesù e di edificazione per molte anime. 973. I primi contatti coi grandi e cogli umili; qualche visita caritatevole, qua e là; mitezza ed umiltà di accostamenti, a chiarità di idee ed a fervore di incoraggiamento; le visite quaresimali alle nuove parrocchie, la celebrazione del Sinodo diocesano con successo maspettato; l'accostamento del Padre della cristianità tutta intera, in moltiplicata creazione di cardinali e di vescovi di ogni nazione e di ogni razza e colore; ed ora il vastissimo movimento di proporzioni imprevedute ed imponentissime del Concilio ecumenico: tutto conferma la bontà del principio di attendere e di esprimere con fede, con modestia, con fervore confidente, le buone ispirazioni della grazia di Gesù, che presiede al governo del mondo, e lo conduce alle più alte finalità della creazione, della redenzione, della glorificazione finale ed eterna delle anime e dei popoli.
15 agosto 1961. Festa dell'Assunta. 974. Eccoci ad uno dei richiami più solenni e più cari della pietà religiosa. Il mio antecessore immediato, papa Pio XII, proclamò il dogma di fede, i nov. 1950. Io fui fra i fortunati che assistettero a quella cerimonia in piazza San Pietro, come nunzio di Francia. Nessuna ansietà da parte mia che sempre ammisi questa dottrina; anche se negli anni di Oriente i miei occhi non fossero richiamati che sulle immagini della « dormitio B. Mariae » sia in chiese di rito greco che di rito slavo. 975. L'Assunta mi riconduce con tenerezza a Sotto il Monte, dove tanto mi piacque venerarla nelle sue due statue: quella vestita e devotissima del Sanzi a Brusicco, nella chiesa del mio battesimo, come l'altra pur bella e vigorosa, della nuova parrocchiale, dello scultore Manzoni. Questa fu dono del caro parroco don Carlo Marinelli, uno dei sacerdoti più familiari e più benemeriti per la mia formazione ecclesiastica, e più caro al miei ricordi riconoscenti. 976. L'atmosfera politica e mondiale di questi giorni solleva qualche incertezza per i problemi della pace. Ed io credetti bene di celebrare la mia messa dell'Assunta, qui, alla parrocchia di Castello, facendovi intervenire tutti i parrocchiani, ordinari o avventizi. Riuscì una adunanza imponente e rispettabile. C'era anche il cardinale Agagianian con mgr Sigismondi, ed una parte notevole del Collegio di Propaganda. Anche il colloquio post missam mi uscì dal cuore commosso e fervoroso. Ieri feci trasmettere attraverso tutti i telefoni del mondo intero, la informazione circa il significato del mio rito: cioè l'invito ai cattolici di tutte le nazioni, vescovi, sacerdoti e laici, ad unione intima col Papa per una invocazione collettiva alla Vergine gloriosa, come regina e propiziatrice di pace su tutta la terra. 977. Questa cerimonia, rapida e ben riuscita, mi servì di introduzione a questo ultimo giorno del mio ritiro spirituale. Il motto che ne esprime il pensiero predominante di chiusura è il comune, ma tanto prezioso: « Ad Iesum per Mariam». Di fatto, questa mia vita che volge al tramonto, meglio non potrebbe essere risolta che nel concentrarmi tutto in Gesù figlio di Maria, ed offertomi dalle braccia di lei a soavità e a conforto del mio spirito. Per questo attenderò con specialissima cura e con letizia intima e serena a queste tre principalissime e splendide parole che devono rimanere il riassunto del mio sforzo di perfezione: « pietas, mansuetudo, charitas». 978. Continuerò a curare a perfezione gli esercizi della pietà: santa messa, breviario, rosario tutto intero, e grande e continuata intimità con Gesù, contemplato in immagine: bambino, crocifisso; adorato nel Sacramento. Il breviario mi trattiene lo spirito in continuata elevazione; la santa messa lo immerge nel nome, nel cuore, nel sangue di Cristo. Oh, che tenerezza e che delizia riposante, questa mia messa mattutina! Il rosario, che dall'inizio del 1958 mi sono impegnato di recitare devotamente tutto intero, è divenuto esercizio di continuata medi- tazione e di contemplazione tranquilla e quotidiana, che tiene aperto il mio spirito sul campo vastissimo del mio magistero e ministero di pastore massimo della Chiesa, e di padre universale delle anime. 979. A misura che questo mio ritiro spirituale volge al termine, scorgo con chiarezza la sostanza viva del compito che Gesù, permettendo o disponendo, ha affidato alla mia vita.«Vicarius Christi»? Ah, io non sono degno di questa denominazione, povero figlio di Battista e di Marianna Roncalli, due buoni cristiani sicuramente, ma tanto modesti ed umili! «Vicarius Christi»: dunque il mio compito è là. « Sacerdos et victima»: il sacerdozio mi esalta, ma il sacrificio che il sacerdozio lascia supporre, mi fa tremare.Gesù benedetto, Dio ed uomo. Io confermo la mia consacrazione a voi, per la vita, per la morte, per la eternità. Dalla considerazione di quanto accade nella vita, e di quanto mi circonda, mi torna facile arrestarmi sovente sul Calvario: ivi conversare con Gesù morente e con la Madre sua; e dal Calvario scendere presso il tabernacolo santo, la dimora di Gesù in Sacramento. Il breviario mi torna più gradito, e lo gusto meglio al mio tavolo di lavoro ordinario, ma il rosario e la meditazione dei misteri, con le intenzioni, che da tempo amo unire a ciascuna decina, li gusto di più in ginocchio presso il sacro velo della Eucaristia. 980. A ricordo del fervore e delle felici ispirazioni di questi giorni, piacemi fissare i tre punti più distinti delle mie quotidiane conversazioni con Gesù, e cioè: 1) Al mattino la santa messa dopo di aver recitato il breviario, prima della messa, fino a sesta; dopo la messa: sesta e nona e la prima parte del rosario. 2) Dopo il pranzo: non ometterò mai la breve visita immediata appena uscito dalla camera da pranzo, e breve riposo. 3) Nelle ore pomeridiane e dopo il breve riposo - non mai a letto, ma su una sedia a sdraio - recita del vespro e di compieta, la seconda parte del rosario, i misteri dolorosi. Questa forma di preghiera può ben valermi come visita al Ss. Sacramento. 4) Alla sera, ore diciannove e trenta, terzo rosario in comune colla famiglia pontificia: segretario, suore, e domestici. Se torna comodo, un ultimo saluto al Ss. Sacramento, come raccomandazione delle ore notturne. 981. Circa l'esercizio della mansuetudine non aggiungo parole. Ringrazio la bontà del Signore che mi assiste, nella pratica del «mitis et humilis corde» (Mt 11,29), «ore et opere». Idem quanto alla carità. È lo Spirito Santo «qui habitat, loquitur et operatur in nobis, et effunditur versus clerum et plebem sanctam in multa patientia, et bonitate non ficta» (cfr. 1Cor 12,6 e 11) (Traduzione: è lo Spirito Santo che abita, parla e opera in noi, e si manifesta nel clero e nel popolo santo con molta pazienza, con amore sincero). Ho arricchito di plenaria indulgenza (11 marzo 1960) la Oratio universalis cosidetta di papa Clemente XI: «Credo, Domine, sed credam firmius etc. ». Il ricordo di questo papa, Giovanni Francesco Albani (1700-1721), mi è particolarmente caro, anche per la sua pietà e per la sua devozione a san Giuseppe, nella cui festa (19 marzo 1721) morì. La sua preghiera, io prenderò l'uso di recitarla più sovente. Il Pastor la definisce «monumento più perenne del bronzo e del marmo» (Pastor XV, pag. 410). Simon Joannis, diligis me plus his...? diligis me?... amas me? (10.21). « Simone di Giovanni, mi vuoi bene tu più di costoro? mi vuoi bene? mi vuoi bene?». v 21,15-17).
La conclusione del mio ritiro. 982. Il mio buon mgr Cavagna me la indica nell'episodio della pesca miracolosa, conchiuso col dialogo di Gesù a Pietro, con la risposta di questi a lui, e con la sussunta. «Pasce agnos, pasce oves» (Gv 21,17) (Traduzione: pasci i miei agnelli, pasci le mie pecore). Grande prestigio in queste divine parole: c'è l'investitura del Papa a compito di pastore universale, contro la triplice assicurazione d'amore da parte sua, fatta a Gesù, che si è degnato di chiederla con dolce insistenza. L'amore sta dunque nel mezzo. Gesù lo chiede a Pietro: e Pietro lo assicura. Il successore di Pietro sa che nella sua persona e nella sua attività è la grazia e la legge dell'amore, che tutto sostiene, vivifica ed adorna; e in faccia al mondo intero è nello scambio dell'amore fra Gesù e lui, Simone o Pietro, figliuolo di Giovanni, che la Chiesa santa si aderge, come sopra sostegno invisibile e visibile: Gesù invisibile agli occhi di carne, il Papa « Vicarius Christi» visibile in faccia al mondo intero. A pensare bene a questo mistero di intimo amore fra Gesù e il suo Vicario, quale onore e quale dolcezza per me, ma insieme quale motivo di confusione per la piccolezza, per il niente che io sono. 983. La mia vita deve essere tutta di amore per Gesù ed insieme tutta una effusione di bontà e di sacrificio per le singole anime,e per tutto il mondo. Dall'episodio evangelico che proclama l'amore del Papa verso Gesù, e per lui verso le anime, è rapidissimo il passaggio alla legge del sacrificio. È Gesù stesso che l'annunzia a Pietro: «Amen, amen dico tibi: cum esses junior, cingebas te et ambulabas ubi volebas. Cum autem senueris, extendes manus tuas et alius te cinget et ducet quo tu non vis» (Gv 21,18) (Traduzione: in verità ti dico : quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi, ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi). Per grazia del Signore non sono ancora entrato nel senueris: ma coi miei ottant'anni ormai compiuti, mi trovo sulla porta. Dunque devo tenermi pronto a questo ultimo tratto della mia vita, dove mi attendono le limitazioni e i sacrifici, fino al sacrificio della vita corporale, ed all'aprirsi della vita eterna. O Gesù, eccomi pronto a stendere le mie mani, ormai tremanti e deboli, a lasciare che altri mi aiuti a vestirmi, e mi sorregga per la via. O Signore, a Pietro tu aggiungesti: « et ducet quo tu non vis» (Gv 21,18). 984. Oh, dopo tante grazie, moltiplicatemi nella mia lunga vita, non c'è niente più che io non voglia! Tu mi hai dischiusa la via, o Gesù: «sequar te quocumque ieris» (Traduzione: ti seguirò dovunque tu vada) (Mt 8, 19): al sacrificio, alle mortificazioni, alla morte. «Post mortem reliquos mors pia consecrat Palmamque emeritos gloria suscipit». Il pensiero della morte forse vicina, certo non lontana, mi richiama al mio caro san Giuseppe, giustamente venerato fra l'altro come protettore dei moribondi, per avere Gesù e Maria assistito al suo transito benedetto e felice, così come tutta la sua vita s'era svolta in loro compagnia. L'inno della Chiesa continua con questo richiamo: «Tu vero, superis par, frueris Deo mira sorte beatior ».(Traduzione: per gli altri uomini soltanto la morte fissa la pia sorte e, meritevoli di palma, soltanto allora li incorona la gloria, ma tu ancora vivente, simile ai celesti, godi Iddio e sei per mirabile privilegio più felice.
Trinità sovrana, largisci a noi supplici il tuo perdono; concedi che per i meriti di Giuseppe possiamo salire al cielo, dove ci sia dato di cantarti perpetuamente, l’inno di riconoscenza).
Oh, quanto mi diletta segnare le ultime note di questo mio ritiro spirituale con l'ultima strofa dell'inno liturgico, che la santa Chiesa dedica alla santissima Trinità augusta, da cui scende, nei ricordi di san Giuseppe sposo di Maria, ogni benedizione ed ogni sicurezza di splendente ed eterna vita: « Nobis, summa Trias, parce precantibus, Da Joseph meritis sidera scandere, Ut tandem liceat nos tibi perpetim Gratum promere canticum. Amen».
Ancora e sempre: Voluntas Dei, voluntas Dei. 985. «Cum processisset paullulum, procidit super terram; et orabat ut si fieri posset, transiret ab eo hora. Et dixit: Abba, Pater, omnia tibi possibilia sunt; transfer calicem hunc a me: sed non quod ego volo, sed quod tu» (Mc 14,35-36). « Simon dormis? Non potuisti una hora vigilare mecum? Vigilate et orate ut non intretis in tentationem. Spiritus quidem promptus est: caro vero infirma » (Ibidem 37-38).Anche in S. Matteo la stessa preghiera di Gesù. Tremito della natura. Abbandono alla divina volontà. «Progressus pusillum procidit in faciem suam orans et dicens: Pater mi, si possibile est, transeat a me calix iste: veruntamen non sicut ego volo: sed sicut tu». E poi: «Si non potest hic calix transire nisi bibam illum: fiat voluntas tua». « Venit iterum et invenit eos dormientes, et relictis illis iterum abiit et oravit tertio eundem sermonem dicens» (Mt 26,39-42). Tre volte Gesù senti la debolezza della natura, e tre volte si abbandonò alla volontà del Padre celeste. E allora, come non ripetere? Voluntas Dei pax nostra?
LA RECITA DEL ROSARIO PER LA PACE UNIVERSALE
Preoccupazioni per la pace. 986. Il religioso convegno della domenica 10 settembre a Castelgandolfo, con rappresentanze nobili e copiose di cardinali, di prelati, del corpo diplomatico, ed una moltitudine di fedeli di ogni provenienza, è stato tutto penetrato da un sentimento di viva preoccupazione circa il problema della pace.La presenza della mia umile persona, la mia voce commossa era punto direttivo, luminoso e centrale di quell'incontro. Dalle mie mani consacrate e benedette si è levato il sacrificio eucaristico di Gesù, salvatore e redentore: salvatore e redentore del mondo, e re pacifico dei secoli e dei popoli. 987. Tutte le nazioni in rappresentanza erano là a dare ampia significazione di universalità. Gruppo notevole formavano, fra gli altri, gli alunni del Collegio Urbano di Propaganda, richiamo di tutte le genti, anche non cristiane, ma tutte invocanti la pace. Commosso ed insieme fiducioso, ho annunziato in quella sera misteriosa il mio proposito di incoraggiare successivi convegni di anime a misura che se ne presentasse l'occasione lungo la via, per intrattenerle in preghiera circa questo fondamentale impegno della preservazione della pace nel mondo intero e a salvezza della civiltà. 988. È a questa intenzione, ed a offrire un primo esempio, che pochi giorni dopo mi sono recato nelle Catacombe di S. Callisto, le più vicine alla mia residenza estiva, per implorare di là, presso le sacre memorie di quanti mi precedettero: ben quattordici pontefici, e con loro vescovi e martiri illustri della storia, la cooperazione della loro intercessione celeste per assicurare a tutte le nazioni - e tutte appartengono in qualche modo a Cristo - il grande tesoro della pace: « Affinché a tutto il popolo cristiano Iddio si degni concedere pace e unità» (cfr. Litanie dei santi). Ora eccoci al mese di ottobre, che da tradizione confidente di pietà e di carità cristiana, consacrato al culto ed alla venerazione della Madonna del Rosario, ci viene offerto come nuova occasione opportunissima di universale preghiera al Signore per la stessa grande intenzione, che interessa individui, famiglie, popoli. La devozione del rosario 989. Nello scorso maggio, ispirandomi al gesto di Leone XIII, di gloriosa memoria, richiamai l'insegnamento della Rerum novarum, sviluppandolo con la mia enciclica Mater et magistra, nella intenzione di accostare sempre più la dottrina cattolica alle nuove esigenze della umana e cristiana convivenza. Rammento ora che quel grande pontefice, che fu già luce e direzione del mio spirito nel prepararsi, dalla mia puerizia, ai chiarori del ministero sacerdotale, al sopravvenire dell'ottobre tornò più volte sull'invito al mondo cristiano alla recita del rosario, proposto a tutti i figli della chiesa ad esercizio di sacra e benefica meditazione, a nutrimento di spirituale elevazione e ad intercessione di grazie celesti per tutta la chiesa. 990. I suoi successori tennero a fare onore alla pia e commovente tradizione. E io intendo umilmente seguire questi grandi pastori veneratissimi del gregge di Cristo non solo nell'impiego delle sollecitudini sempre più intense per gli interessi della giustizia e della fraternità, nella vita di quaggiù, ma anche nella fervida ricerca della santificazione delle anime, che è la nostra vera forza e sicurezza per ogni buon successo, come risposta dall'alto alle voci della terra, erompenti da anime sincere, assetate di verità e di carità. Già sull'aprirsi dell'ottobre del 1959, mi rivòlsi al mondo cattolico con l'enciclica « Grata recordatio» (AAS. LI [1959], pp. 673-678) e l'anno seguente indirizzai, allo stesso scopo, una lettera al cardinale Vicario della mia diocesi di Roma (Epistola « L'Ottobre che ci sta innanzi», AAS. LII [1960], pp. 814-817). 991. Per questo mi compiaccio, venerabili fratelli e diletti figli, quanti siete sparsi in tutto il mondo, richiamarvi anche quest'anno ad alcune considerazioni semplici e pratiche, che la devozione del rosario mi suggerisce, a saporoso nutrimento e a robustezza di principii vitali, posti a direzione del vostro pensare e del vostro pregare. E tutto questo ad espressione di pietà cristiana perfetta e felice, e sempre in luce di universale supplicazione per la pace di tutte le anime e di tutte le nazioni. 992. Il rosario, come esercizio di cristiana devozione tra i fedeli di rito latino, che sono notevole porzione della famiglia cattolica, prende posto, per gli ecclesiastici, dopo la messa ed il breviario, e per i laici dopo la partecipazione ai sacramenti. Esso è forma devota di unione con Dio, e sempre di alta elevazione spirituale.
Parole e contenuto. 993. È vero che, presso alcune anime meno educate a sollevarsi oltre l'omaggio labiale, esso può venir recitato come monotona successione delle tre preghiere: il Pater Noster, l'Ave Maria e il Gloria, disposte nell'ordine tradizionale di quindici decine. Questo, senza dubbio, è già qualche cosa. Ma - dobbiamo pur ripeterlo - è solo avviamento o risonanza esteriore di confidente preghiera, piuttosto che vibrante elevazione dello spirito a colloquio col Signore, ricercato nella sublimità e tenerezza dei suoi misteri di amore misericordioso per la umanità tutta intera. La vera sostanza del rosario, ben meditato, è costituita da un triplice elemento che dà alla espressione vocale unità e coesione, discoprendo in vivace successione gli episodi che associano la vita di Gesù e di Maria, in riferimento alle varie condizioni delle anime oranti e alle ispirazioni della chiesa universale. Per ogni decina di Ave Maria, ecco un quadro, e per ogni quadro un triplice accento, che è al tempo stesso: contemplazione mistica, riflessione intima, e intenzione pia.
Contemplazione mistica. 994. Anzitutto, contemplazione pura, luminosa, rapida di ogni mistero, cioè di quelle verità della fede che ci parlano della missione redentrice di Gesù. Contemplando ci si trova in una comunicazione intima di pensiero e di sentimento con la dottrina e con la vita di Gesù, figlio di Dio e figlio di Maria, vissuto sulla terra a redimere, a istruire, a santificare: nel silenzio della vita nascosta, fatta di preghiera e di lavoro, nei dolori della sua beata passione, nel trionfo della risurrezione; come nella gloria dei cieli, ove siede alla destra del Padre, sempre in atto di assistere e di vivificare di Spirito Santo la chiesa da lui fondata, e progrediente nel suo cammino attraverso i secoli.
Riflessione intima. 995. Il secondo elemento è la riflessione, che dalla pienezza dei misteri di Cristo si diffonde in viva luce sopra lo spirito dell'orante. Ciascuno avverte nei singoli misteri l'opportuno e buon insegnamento per sé, in ordine alla propria santificazione e alle condizioni in cui vive; e sotto la continua illuminazione dello Spirito Santo, che dal profondo dell'anima in grazia « sollecita per noi con gemiti inenarrabili» (Rm 8,26), ognuno raffronta la sua vita col calore di insegnamento, che sgorga da quei medesimi misteri, e ne trova inesauribili applicazioni per le proprie necessità spirituali, come per quelle del vivere suo quotidiano.
Intenzione pia. 996. In ultimo è intenzione: cioè indicazione di persone, o istituzioni, o necessità di ordine personale e sociale, che per un cattolico veramente attivo e pio rientrano nell'esercizio della carità verso i fratelli, carità che si diffonde nei cuori ad espressione vivente della comune appartenenza al corpo mistico di Cristo. 997. In tal modo il rosario diventa supplica universale delle anime singole e dell'immensa comunità dei redenti, che da tutti i punti della terra si incontrano in una unica preghiera: sia nella invocazione personale, a implorazione di grazie per i bisogni individuali di ciascuno; come nel partecipare al coro immenso e unanime di tutta la chiesa per i grandi interessi dell'intera umanità. La chiesa, quale il redentore divino la volle, vive tra le asprezze, le avversità e le tempeste di un disordine sociale che sovente si volge in minaccia paurosa, ma i suoi sguardi sono fissi e le energie della natura e della grazia sempre protese verso il supremo destino delle eterne finalità.
Recitazione labiale e privata. 998. Questo è il rosario mariano, osservato nei suoi vari elementi, insieme riuniti sulle ali della preghiera vocale, e ad essa intrecciati come in un ricamo lieve e sostanzioso, ma pieno di calore e di fascino spirituale. Le preghiere vocali acquistano pertanto anch'esse il loro pieno risalto: anzitutto l'orazione domenicale, che dà al rosario tono, sostanza e vita, e, venendo dopo l'annuncio dei singoli misteri, sta a segnare il passaggio da una decina all'altra; poi la salutazione angelica, che porta in sé gli echi della esultanza del cielo e della terra intorno ai vari quadri della vita di Gesù e di Maria; e infine il trisagio, ripetuto in adorazione profonda alla Santissima Trinità. Oh! sempre bello, così, il rosario del fanciullo innocente e dell'ammalato, della vergine consacrata al nascondimento del chiostro o all'apostolato della carità, sempre nell'umiltà e nel sacrificio, dell'uomo e della donna padre e madre di famiglia, nutriti di alto senso di responsabilità nobili e cristiane, di modeste famiglie fede-li alla antica tradizione domestica: di anime raccolte in silenzio, e astratte dalla vita del mondo, a cui hanno rinunziato, e pur tenute sempre a vivere col mondo, ma come anacoreti, fra le incertezze e le tentazioni. Questo è il rosario delle anime pie, che recano viva la preoccupazione della propria singolarità di vita e di ambiente.
Preghiera sociale e solenne. 999. Nell'atto di rispettare questa antica, consueta e commovente forma di devozione mariana, secondo le personali circostanze di ciascuno, mi è permesso per altro di aggiungere che le trasformazioni moderne, sopravvenute in ogni settore della umana convivenza, le invenzioni scientifiche, lo stesso perfezionamento della organizzazione del lavoro, conducendo l'uomo a misurare con maggior ampiezza di sguardo e penetrazione di accorgimento la fisionomia del mondo attuale, vengono destando nuove sensibilità anche circa le funzioni e le forme della preghiera cristiana. Ormai ogni anima che prega non si sente più sola, ed occupata esclusivamente dei propri interessi di ordine spirituale e temporale, ma avverte, più e meglio che per il passato, di appartenere a tutto il corpo sociale, di cui partecipa la responsabilità, gode dei vantaggi, teme le incertezze e i pericoli. Questo del resto è il carattere della preghiera liturgica del messale e del breviario: ad ogni suo tocco, segnato dall'« oremus», che suppone pluralità e moltitudine tanto di chi prega, quanto di chi attende esaudimento e per cui la preghiera ècompiuta. È la folla che prega in unità di supplicazione per tutta la fraternità umana, religiosa e civile. Il rosario di Maria adunque viene assunto ad elevazione di grande preghiera pubblica ed universale in faccia ai bisogni ordinari e straordinari della chiesa santa, delle nazioni e del mondo intero. 1000. Vi furono epoche difficili nella storia dei popoli, per la successione di avvenimenti che segnarono in note di lacrime e di sangue le variazioni degli Stati più potenti dell'Europa. È ben noto a quanti seguono dal punto di vista storico le vicende delle trasformazioni politiche, la influenza esercitata dalla pietà mariana, a preservazione da minacciate sventure, a ripresa di prosperità e di ordine sociale, a testimonianza di spirituali vittorie ottenute.
Monumento di pietà e di arte a Venezia. 1001. Sempre menore della mia città diletta di Venezia, che mi offrì per sei anni tanto care occasioni di buon ministero pastorale, amo segnalare a motivo di vivo compiacimento, che mi tocca il cuore, il restauro oggimai compiuto della sontuosa Cappella del Rosario, decoro preclarissimo della Basilica dei Santi Giovanni e Paolo dei Padri Domenicani di là. È un monumento che splende con molto onore fra i tanti che a Venezia affermano nei secoli le vittorie della fede, e corrisponde a quegli anni precisamente, che seguirono il Concilio Tridentino, segnando - dal 1563 al 1575 - il fervore caratteristico diffuso su tutta la cristianità, in onore del rosario di Maria, da allora invocata nelle litanie sotto il titolo di «Auxilium christianorum ».
Ancora e sempre: invocazione di pace universale. 1002. O rosario benedetto di Maria, quanta dolcezza nel vederti sollevato dalle mani degli innocenti, dei sacerdoti santi, delle anime pure, dei giovani e degli anziani, di quanti apprezzano il valore e l'efficacia della preghiera, sollevato dalle folle innumerevoli e pie come emblema, e come vessillo augurale di pace nei cuori e di pace per tutte le genti umane!Dire pace in senso umano e cristiano significa penetrazione negli animi di quel senso di verità, di giustizia, di perfetta fraternità fra le genti, che dissipa ogni pericolo di discordia, di confusione, che compone le volontà di tutti e di ciascuno sulle tracce della evangelica dottrina, sulla contemplazione dei misteri e degli esempi di Gesù e di Maria, divenuti familiari alla devozione universale: sullo sforzo di ogni anima, di tutte le anime, verso l'esercizio perfetto della legge santa, che, regolando i segreti del cuore, rettifica le azioni di ciascuno verso il compimento della cristiana pace, delizia del vivere umano, pregustamento delle gioie immanchevoli ed eterne.
Un saggio di rosario meditato. 1003. Diletti fratelli e figli. Su questo argomento del rosario di Maria inteso come supplicazione mondiale per la pace del Signore e per la felicità anche quaggiù delle anime e dei popoli, il cuore mi suggerirebbe altre pie considerazioni suadenti e toccanti. Ma preferisco offrire alla vostra attenzione, come a complemento di questa lettera apostolica, un mio piccolo saggio di devoti pensieri, distribuiti per ogni decina del rosario, con riferimento alla triplice accentuazione - mistero, riflessione e intenzione - di cui ho accennato sopra. Queste note semplici e spontanee possono ben convenire allo spirito di molti particolarmente inclinati a superare la monotonia del semplice recitare. Forme utili ed opportune ad edificazione personale più viva, a più acceso fervore di supplica per la salute e per la pace di tutte le genti. 1004. Questo ultimo pensiero è per S. Giuseppe. La sua cara figura più volte appare nei misteri gaudiosi del rosario. Ma ricordo che il grande pontefice Leone XIII, nel fervore delle sue raccomandazioni, per ben tre volte - nel 1885, nel 1886, nel 1889 - lo presentò alla venerazione dei fedeli del mondo intero, insegnando quella preghiera « A te, o beato Giuseppe», che mi è tanto più cara, perché appresa nei fervori della mia felice infanzia. Ancora una volta lo raccomando, invitando il Custode di Gesù e lo Sposo purissimo di Maria ad avvalorare con la sua intercessione i miei voti, le mie speranze. Auguro, infine, di tutto cuore che questo mese di ottobre riesca, come vuol essere, una successione continuata e deliziosa per le anime pie di mistica elevazione presso colei che l'ufficiatura del rosario, nel suo conchiudersi, ancora e sempre acclama la «Beata Mater, et intacta Virgo gloriosa, Regina mundi » 4 ad universale pace e consolazione. Castel Gandolfo, 29 settembre 1961 - Festa di san Michele arcangelo. Ioannes XXIII PP.
1961
PICCOLO SAGGIO DI DEVOTI PENSIERI DISTRIBUITI PER OGNI DECINA DEL ROSARIO
MISTERI GAUDIOSI
Annunciazione dell'Angelo a Maria.
1005. Primo punto luminoso, questo, a congiungere cielo e terra: primo di quelli che sono i più grandi avvenimenti, nei secoli. Il Figlio di Dio, Verbo del Padre, «per cui tutto fu fatto quanto fu fatto» (Gv 1,3) nell'ordine della creazione, assume in questo mistero l'umana natura, egli stesso diventa uomo, pur di potere, dell'uomo e dell'umanità intera, essere il redentore, il salvatore. Maria Immacolata, fiore della creazione, il più bello, il più fragrante, col suo «Ecco l'ancella del Signore» (Lc 1,38) dato in risposta alla voce dell'Angelo, accetta l'onore della divina maternità, la quale nell'istante stesso si compie in lei. E noi, nati un giorno col nostro padre Adamo, già figli adottivi di Dio, quindi decaduti, torniamo oggi altrettanti fratelli, figli adottivi del Padre, restituiti all'adozione con la redenzione che s'inizia. Noi saremo, ai piedi della croce, figli di Maria con quel Gesù che oggi da lei vien concepito. Sarà, da oggi, «mater Dei», e poi «mater nostra». Oh sublimità, oh tenerezza del primo mistero! 1006. A rifletterci, il nostro dovere principale, continuo, sta nel ringraziare il Signore, che si è degnato di venire a salvarci, perciò si è fatto uomo, uomo nostro fratello: con noi si è associato alla condizione di figlio di donna, di questa donna facendoci, ai piedi della croce, figli di adozione. Figli adottivi del Padre Celeste, ci ha voluti figli della stessa madre sua. Intenzione di preghiera, nella contemplazione di questo che è il primo quadro offerto alla nostra contemplazione, oltre la perennità abituale del ringraziamento, sia uno sforzo, ma sincero, ma reale, di umiltà, di purezza, di carità viva, altrettante virtù delle quali la Vergine benedetta porge a noi così prezioso esempio.
2. Visita di Maria alla cugina Elisabetta.
1007. Che soavità, che grazia, in codesta visita di tre mesi, fatta da Maria alla diletta cugina! L'una e l'altra, depositarie di una maternità imminente: per la Vergine madre, la maternità più sacra che sia possibile anche soltanto immaginare sulla terra. Una dolcezza d'armonia si alterna nei due canti che si intrecciano: «Tu sei benedetta fra le donne» (Lc 1,42), da una parte; dall'altra: «Il Signore ha guardato alla umiltà della sua ancella: tutte le generazioni mi chameranno beata» (Lc 1,48). Quanto qui accade, ad Ain-Karim, sul colle di Ebron, illumina di una luce, umanissima e celeste insieme, quali sono i rapporti che legano le buone famiglie cristiane, educate alla scuola antica del santo rosario: rosario recitato ogni sera in casa, nel cerchio degli intimi; rosario recitato, non in una o cento o mille famiglie ma da tutte, da tutti, in tutti i luoghi della terra, ovunque «soffre, combatte e prega » 2 qualcuno di noi, chiamato da un'alta ispirazione, o il sacerdozio, o la carità missionaria, o un sogno che avveriamo di apostolato; oppure chiamati da uno di quei tanti motivi, tanto legittimi che sono persin doverosi, del lavoro, del commercio, del servizio militare, dello studio, dell'insegnamento, di altra qualsiasi occupazione. 1008. Bel ricongiungerci, durante le dieci avemarie del mistero, tra tante e tante anime, unite per ragione di sangue, per vincolo domestico, per un rapporto che santifica, e perciò rinsalda, il sentimento d'amore che stringe le persone più care: tra genitori e figli, tra fratelli e congiunti, tra conterranei, tra appartenenti a uno stesso popolo. Tutto ciò, allo scopo e in atto di sorreggere, accrescere, illuminare la presenza di quella universale carità, l'esercizio della quale è la gioia più profonda e il più alto onore nella vita.
3. Nascita di Gesù nella capanna di Betlemme.
1009. Nell'ora che le leggi dell'assunta natura umana segnava-no, il Verbo di Dio, fattosi uomo, esce dal tabernacolo santo che è il seno immacolato di Maria. Prima sua apparizione nel mondo, in una mangiatoia: ivi le bestie digrumano il fieno e tutto intorno è silenzio, povertà, semplicità, innocenza. Voci di angeli trascorrono per il cielo, ad annunziare la pace: quella pace, della quale è apportatore all'universo il bambino nato allora allora. Primi adoratori, Maria, la madre, e Giuseppe, il padre putativo; dopo di loro, umili pastori che, invitati da voci angeliche, son discesi dalla collina. Giungerà più tardi una carovana di gente illustre, prece4uta lontano lontano da una stella, e offrirà doni preziosi, pieni di reconditi significati. Tutto, nella notte di Betlemme, parla un linguaggio di universalità. 1010. Nel mistero, non un ginocchio che non si pieghi adorando innanzi alla cuna. Non uno che non vegga gli occhi del divino infante, che guardano lontano, quasi in atto di scorgere a uno a uno i popoli tutti della terra, i quali passano tutti, uno dopo l'altro, come in una rivista, alla sua presenza, ed egli tutti li riconosce, tutti li identifica, li saluta sorridendo tutti: ebrei, romani, greci, cinesi, indiani, popoli dell'Africa, popoli di qualsivoglia regione dell'universo, di qualsivoglia epoca della storia, regioni le più dissite e deserte, le più remote, segrete, inesplorate: epoche passate, presenti, future. Al Santo Padre, nel defluire delle dieci avemarie, piace raccomandare, a Gesù che nasce, il numero senza numero di tutti i bambini - quanti sono! una moltitudine sterminata - di tutte le stirpi, umane, che nelle ultime ventiquattro ore, di notte, di giorno, vengono alla luce un po' dappertutto sulla faccia della terra. Quanti sono! e tutti, battezzati che saranno o no, appartengono tutti, di diritto, a Gesù, a questo bambino che nasce in Betlemme; son suoi fratelli, chiamati al proseguimento di quella dominazione di lui che è la più alta e la più dolce che sia nel cuore dell'uomo e nella storia del mondo, la sola degna di Dio e degli uomini: una dominazione di luce, una dominazione di pace: il «regno» che chiediamo nel Pater noster.
4. Presentazione di Gesù al tempio.
1011. Gesù, sorretto dalle braccia materne è proteso al sacerdote, e insieme protende innanzi le braccia sue: è l'incontro, è il contatto dei due Testamenti. Si avvia verso «la luce a rivelazione delle genti » (Lc 2,32), egli, splendore del popolo eletto, figlio di Maria. Presente e presentatore anche lui, san Giuseppe, che partecipa del pari ai riti delle offerte legali che sono di prescrizione. 1012. L'episodio, in altra maniera ma analogo nella sostanza dell'offerta, torna di continuo nella Chiesa, anzi vi si è perpetuato: nell'atto che ripetiamo le avemarie, quanto è bello contemplare il campo che germina, la messe che s'innalza: «Sollevate gli occhi verso il campo, che già tutto albeggia di messi» (Gv 4,35). Sono le speranze sorgenti, lietissime, del sacerdozio, dei cooperatori e delle cooperatrici del sacerdozio, così in gran numero nel regno di Dio e tuttavia non bastanti mai! giovani nei seminari, nelle case religiose, negli studentati missionari, persino - e perché no? non sono cristiani anche loro, chiamati anche loro ad essere apostoli? - nelle università cattoliche; e le speranze di tutti gli altri virgulti dell'apostolato futuro e imprescindibile dei laici: apostolato, che nel suo espandersi, nonostante difficoltà e contrasti, persino entro le nazioni tribolate dalla persecuzione, offre e non cesserà mai di offrire uno spettacolo così consolante, da strappare parole d'ammirazione e di letizia. «Luce a rivelazione delle genti» (Lc 2,32), gloria del popolo eletto.
5. Gesù ritrovato fra i dottori nel tempio
1013. Gesù conta ormai dodici anni. Maria e Giuseppe l’accompagnano a Gerusalemme, per la preghiera rituale. D’improvviso, scomparisce dai loro occhi, pur cos’ vigilanti, così amorosi. Affanno grande, e una ricerca che si protrae vana per tre giorni. Alla pena succede la gioia d'averlo trovato, lì, sotto gli atrii circostanti del tempio. Egli ragionava coi dottori della legge; e con quali parole significative ce lo rappresenta san Luca, nella più meticolosa precisione! Lo trovano, dunque, seduto fra mezzo ai dottori « audientem illos et interrogantem eos » (Lc 2,46), in atto di ascoltarli, di interrogarli. Un incontro coi dottori, allora, importava molto, significava tutto: conoscenza, sapienza, indirizzo di vita pratica nella luce del Testamento antico.Tale, in ogni tempo, il compito della intelligenza umana: raccogliere le voci dei secoli, trasmettere la dottrina buona, spingere con fermezza e con umiltà più innanzi lo sguardo della investigazione scientifica; noi moriamo uno dopo l'altro, andiamo a Dio; l'umanità va verso l'avvenire. Il Cristo, come nella luce d'oltre natura così nelle luci naturali, non è mai assente: vi si trova sempre nel mezzo, al suo posto: «Magister vester unus est, Christus » (Mt 23,10). 1014. Questa che è la quinta serie di dieci avemarie, ultima dei misteri gaudiosi, riserviamola come una invocazione del tutto speciale a tutto beneficio di quanti vennero chiamati da Dio, per doni di natura, per circostanze di vita, per desiderio di superiori, al servizio della verità, nella ricerca o nell'insegnamento, nella diffusione della scienza antica o delle tecniche nuove, per il tramite dei libri o degli spettacoli audiovisivi, invitati tutti a imitare Gesù anch'essi. Sono gli intellettuali, i professionisti, i giornalisti; costoro, i giornalisti specialmente, ai quali spetta quotidianamente il compito caratteristico di far onore alla verità, debbono trasmetterla con religiosa fedeltà, con estrema saggezza, senza fantastiche distorsioni e contraffazioni. Sì, sì, per tutti costoro preghiamo, siano sacerdoti, siano laici: preghiamo che la verità sappiano ascoltarla, e ci vuol tanta purezza del cuore; sappiano intenderla, e ci vuol tutta l'umiltà intima della mente; sappiano difenderla, e occorre quella che fu la forza di Gesù ed è la forza dei santi, l'obbedienza. Soltanto l'obbedienza ottiene la pace, ossia la vittoria.
MISTERI DOLOROSI
1. Gesù nel Getsemani
1015. La mente commossa torna di continuo sulla immagine del Salvatore, fl, nel luogo e nell'ora del supremo abbandono: «...E diede in un sudore, come di gocce di sangue che scorreva a terra » (Lc 22,44). Pena intima dell'animo, amarezza estrema della solitudine, venir meno del corpo affranto. Non può essere determinata l'agonia che dalla imminenza di quella passione che Gesù ormai vede non più lontana, non più vicina, ma presente ormai. La scena del Getsemani ci conforta e incoraggia a tendere tutta la volontà nell'accettazione, un'accettazione piena della sofferenza, quando chi quella nostra sofferenza vuole o permette è Iddio: «Non mea voluntas sed tua fiat » (Lc 22,42). Parole che straziano e che risanano, perché insegnano a quale incandescenza di fuoco può e deve giungere il cristiano che soffre insieme con Gesù che soffre, e dànno, come in un ultimo tocco, la certezza, per noi, dei meriti più inenarrabili, i meriti della vita divina in noi, vita viva in noi oggi nella grazia, domani nella gloria. 1016. Una intenzione particolare va tenuta innanzi agli occhi qui, nel presente mistero: la «sollicitudo omnium ecclesiarum » (2Cor 11,28), l'ansia che scuote, come il vento che scoteva il lago di Genezaret: «il vento infatti era contrario » (Mt 14,24), la preghiera quotidiana del Santo Padre, l'ansia delle ore più trepide dell'altissimo ministero pastorale; l'ansia della Chiesa che sparsa per tutta la terra soffre con lui, e, insieme, egli soffre con la Chiesa, presente in lui e sofferente in lui; l'ansia di anime e anime, porzioni intere del gregge di Gesù, soggette alle persecuzioni contro la libertà di credere, di pensare, di vivere. «Chi sta male e non sto male anch'io?» (2Cor 11,29). Partecipare ai dolori dei fratelli, patire con chi patisce, «fiere cum flentibus » (Rm 12,15), costituisce un beneficio, un merito per tutta la Chiesa. La « comunione dei santi » non è questo avere tutti e ciascuno in comune il sangue di Gesù, l'amore dei santi e dei buoni, e, anche, ahimè, il nostro peccato, le nostre infermità? Ci si pensa mai a questa « comunione », che è unione e quasi, come Gesù diceva, unità: «che siano uno » (Gv 17,22)? La croce del Signore non soltanto innalza noi ma attrae le anime, sempre: «e io, se sarò sollevato da terra, tutto attrarrò a me» (Gv 12,32). Tutto, tutti.
2. Flagellazione
1017. Il mistero ci propone al ricordo il supplizio, così spietato, delle tante battiture sulle membra immacolate e sante di Gesù. Il composto umano risulta d'anima e corpo. Il corpo subisce le tentazioni più umilianti; la volontà, anche più debole, può venire di leggieri trascinata. Si troverà dunque nel mistero un richiamo a quella penitenza, salutare penitenza, perché implica e importa la salute vera dell'uomo, che è salute nella sua validità corporale ed è insieme salute nel senso di salvezza spirituale. Grande è l'insegnamento che ne discende, per tutti. Non saremo chiamati al martirio cruento, ma alla disciplina costante, alla mortificazione quotidiana delle passioni sì. Orbene, per cotesta strada, vera «via della croce », strada quotidiana, inevitabile, indispensabile, che può anche a volte diventare eroica nelle sue esigenze, noi si arriva un passo dopo l'altro alla rassomiglianza sempre più perfetta con Gesù Cristo, alla partecipazione dei suoi meriti, all'abluzione nel suo sangue immacolato, di ogni colpa in noi e in tutti. Non vi si giunge per via di facili esaltazioni, di fanatismi magari innocenti, mai innocui. 1018. La Madre, addolorata, lo vide flagellato così: pensiamo con che afflizione! quante mamme vorrebbero poter gioire del perfezionamento dei loro figlioli, avviati e iniziati da loro alla disciplina di una buona educazione, di una vita sana, e debbono, invece, piangere allo svanire di tante speranze, nel pianto che tante ansie non sono approdate a nulla. Le avemarie del mistero chiederanno dunque al Signore in dono la purezza del costume nelle famiglie, nella società, specialmente nelle anime giovanili, le più esposte alla seduzione dei sensi; chiederanno insieme il dono i una robustezza di carattere, d'una fedeltà a tutta prova agli insegnamenti ricevuti, ai propositi fatti.
3. Coronazione di spine
1019. La contemplazione del mistero in singolar modo si addice a coloro che portano il peso di responsabilità gravi, nella direzione del corpo sociale: è dunque il mistero dei governanti, dei legislatori, dei magistrati. Sul capo di questo Re, ecco la corona di spine. Anche sul loro capo viene imposta una corona, corona innegabilmente fulgente d'una aureola di dignità e distinzione, corona di una autorità che vien da Dio ed è divina; tuttavia è talmente intessuta d'elementi che pesano, che pungono, che rendono perplessi e vorrebbero persino amareggiarci, da spine insomma e da fastidi; senza parlare del dolore che ci recano i malanni e le colpe degli uomini, quanto più li si ama, e si ha il dovere d'essere per loro colui che rappresenta il Padre che è nei cieli. L'amore stesso diviene allora, come per Gesù, una corona di spine che gli uomini crudeli intessono sul capo a chi li ama. Altra applicazione utilè del mistero potrebbe essere, pensare a quelle che sono le gravi responsabilità di chi avesse ricevuto maggiori talenti, ed è pertanto tenuto a farli fruttificare in egual misura, attraverso un esercizio continuato delle sue facoltà, della sua intelligenza. Il servizio del pensiero, vale a dire l'impegno che si richiede a chi più ne fosse dotato, in luce e a guida di tutti gli altri, deve essere compiuto con tutta pazienza, respingendo le tentazioni dell'orgoglio, dell'egoismo, della disgregazione che demolisce.
4. Via della croce
1020. La vita umana è un pellegrinare continuo, lungo e pesante. Su su, per l'erta sassosa, per la strada segnata a tutti su quel colle. Nel mistero attuale, Gesù rappresenta il genere umano. Guai se per ciascuno di noi non ci fosse la sua croce: l'uomo, tentato di egoismo, d'insensibilità, o prima o poi soccomberebbe per via. Dalla contemplazione di Gesù che ascende al Calvario, noi apprendiamo, col cuore prima che con la mente, ad abbracciare e baciare la croce, a portarla con generosità, con trasporto, secondo le parole dell'Imitazione di Cristo: «Nella croce sta la salvezza, nella croce sta la vita, nella croce sta la protezione dai nemici, l'effusione di una celeste soavità» (IC 2.12). E come non estendere la preghiera a Maria che seguì, addolorata, Gesù con uno spirito ditale e tanta partecipazione ai suoi meriti, ai suoi dolori? Il mistero ci ponga davanti agli occhi la visione immensa di tanti poveri tribolati: orfani, vecchi, malati, prigionieri, deboli, esiliati. Per tutti, chiediamo la forza, chiediamo la consolazione che sola dà speranza. Ripetiamo con tenerezza, e perché no? con qualche lagrima nascosta: «O crux, ave, spes unica »
5. La morte di Gesù
1021. «Vita et mors duello conflixere mirando »: vita e morte presentano i due punti significativi e risolutivi del sacrificio di Cristo. Dal sorriso di Betlemme, che si accende in tutti i figli degli uomini al loro primo apparire sulla terra, l'anelito e singulto ultimo sulla croce, che accolse in uno tutti i dolori nostri per santificarli, che espiò tutti i peccati nostri per cancellarli, ecco la vita di Gesù nella nostra vita. E Maria sta lì, accanto alla croce, come stava accanto al Bimbo in Betlemme. Preghiamola, questa madre, preghiamola che preghi anch'essa per noi, «nunc et in hora mortis nostrae ». Nel mistero potrebbe vedersi adombrato il mistero di coloro che mai nulla sapranno - quale tristezza immensa - del sangue che è stato versato anche per loro dal Figlio di Dio; il mistero soprattutto dei peccatori ostinati, degli increduli, di quelli che ricevettero, e ricevono e poi la rifiutano, la luce del Vangelo! Così pensando, la preghiera si dilata in un respiro vastissimo, in un singhiozzo di accorata riparazione verso orizzonti mondiali di apostolato; e si domanda, di gran cuore, che il sangue preziosissimo versato per tutti gli uomini, doni alla fine, doni a tutti gli uomini la salvezza e la conversione: e il sangue di Gesù dia a tutti l'arra, il pegno di una vita eterna.
MISTERI GLORIOSI
1. Risurrezione di Nostro Signore
1022. E’ questo il mistero della morte affrontata e vinta. La risurrezione segna il trionfo maggiore di Cristo, e insieme l'assicurazione del trionfo per la santa Chiesa cattolica, di là dalle avversità, di là dalle persecuzioni, ieri nel passato, domani nell'avvenire. «Christus vincit, regnat, imperat ». Fa bene ricordarlo, la prima delle apparizioni del Cristo risorto, fu per le pie donne, familiari alla sua umile vita, rimastegli vicine nelle sofferenze di lui sino al Calvario, sino al Calvario compreso. Tra i fulgori del mistero, lo sguardo della nostra fede contempla viventi, unite ormai con Gesù risorto, le anime a noi più care, le anime di coloro dei quali godemmo la familiarità, condividemmo le pene. Come ci si ravviva nel cuore, alla luce della risurrezione di Gesù, il ricordo dei nostri morti! Ricordàti da noi e suffragati nel sacrificio stesso del Signore crocifisso e risorto, partecipano ancora della nostra vita migliore, che è la preghiera ed è Gesù. Non per nulla la liturgia orientale conclude il rito funebre con l'alleluja per tutti i morti. Invochiamo ai morti la luce dei tabernacoli eterni, mentre il pensiero si dirige nello stesso tempo alla risurrezione che attende le nostre stesse spoglie mortali: «et exspecto resurrectionem mortuorum ». Saper aspettare, confidar sempre nella promessa soavissima di cui la risurrezione di Gesù ci dà il pegno sicuro, ecco, questo è un pregustare il cielo.
2. A scensione di Gesù al cielo
1023. In questo quadro, contempliamo la «consummatio », quanto dire il compimento ultimo delle promesse di Gesù. E la risposta che dà lui al nostro anelito verso il paradiso. Il definitivo ritorno suo al Padre, dal quale egli un giorno discese tra noi nel mondo, è sicurezza per tutti noi, ai quali egli ha promesso e preparato un posto lassù: «vado parare vobis locum » (Gv 14,2). Il mistero, innanzi tutto, ci si presenta come luce e indirizzo di quelle anime che siano studiose ciascuna della propria vocazione. Vi si legge dentro quel movimento spirituale, quell'ardore di continua ascensione che brucia nel cuore ai sacerdoti, non trattenuti e non distratti da beni della terra, intesi unicamente ad aprirsi le vie, e aprirle agli altri, che portano alla santità e alla perfezione; a quel grado, cioè, di grazia al quale debbono, in privato o in comune, giungere sacerdoti, religiosi, religiose, missionari, missionane, laici innamorati di Dio e della Chiesa, molte anime, quelle anime almeno che sono come il buon profumo di Cristo (2Cor 2,15); e dove son loro si sente Gesù vicino: vivono infatti di già in una comunicazione continuata di vita celeste. Questa posta di rosario ci insegna ed esorta a non lasciarci trattenere da ciò che aggrava, appesantisce; ad abbandonarci, invece, alla volontà del Signore che ci spinge in alto. Le braccia di Gesù, nell'ora del suo ritorno al Padre ascendendo al cielo, si allargano in atto di benedizione sopra i primi apostoli, sopra tutti coloro che, nella loro traccia, continuano a credere in lui, ed è nel loro cuore una placida e serena sicurezza dell'incontro ultimo con lui e con tutti i salvati, nella felicità eterna.
3. Discesa dello Spirito Santo
1024. Gli apostoli nell'ultima cena ricevettero la promessa dello Spirito; nel Cenacolo poi, scomparso Gesù ma presente Maria, lo ricevono come dono supremo di Cristo; che altro è infatti il suo Spirito? ed è il consolatore, è il vivificatore delle anime. Lo Spirito Santo continua le sue effusioni sulla Chiesa e nella Chiesa ogni giorno: secoli e popoli appartengono allo Spirito, appartengono alla Chiesa. I trionfi della Chiesa non sono sempre palesi, esteriormente; di fatto, ci son sempre e sempre son ricchi di sorprese, spesso di meraviglie. Le avemarie del mistero che meditiamo mirano verso una speciale intenzione, in questo anno di fervore in cui tutta la Chiesa santa che è pellegrina nel mondo, la vediamo avviarsi e prepararsi al Concilio Ecumenico. Il Concilio ha da riuscire una Pentecoste novella di fede, di apostolato, di grazie straordinarie, per la prosperità degli uomini, per la pace del mondo intero. Maria, la madre di Gesù, sempre dolcissima madre nostra, si trovava insieme con gli apostoli, nel Cenacolo della Pentecoste. Restiamo sempre più vicini a lei, nel rosario, in questo anno. Le nostre preghiere unite con la sua rinnoveranno l'antico prodigio; e sarà come il sorgere d'un nuovo giorno, un'alba vivissima della Chiesa cattolica, santa e sempre più santa, cattolica e sempre più cattolica, nei tempi moderni.
4. Maria assunta in cielo
1025. L'immagine sovrana di Maria si accende e si irraggia, nella esaltazione suprema a cui può giungere una creatura. Che scena di grazia, di dolcezza, di solennità, la dormizione di Maria, così come i cristiani di Oriente la contemplano! Distesa essa nel sonno placido della morte, Gesù le sta accanto, la trattiene presso il cuor suo, come se l'anima di Maria fosse un bambino, a indicare il prodigio della immediata risurrezione e glorificazione. I cristiani di Occidente preferiscono seguire, levando gli occhi e il cuore, Maria che è assunta, in anima e corpo verso i Fegni eterni. Così l'han vista e rappresentata gli artisti piu insigni, incomparabile di divina bellezza. Oh, seguiamola pure così, lasciamoci rapire anche noi fra l'angelico corteo. Motivo di consolazione e di fiducia, in giorni di dolore, a quelle anime privilegiate - come tutti noi possiamo essere, soltanto se rispondiamo alla grazia, - che Iddio prepara nel silenzio al trionfo più bello, il trionfo dell'altare. Il mistero dell'Assunta ci rende familiare il pensiero della morte, della nostra morte, e diffonde in noi una luce di placido abbandono; ci familiarizza e riconcilia con l'idea che il Signore sarà, come vorremmo che fosse, vicino alla nostra agonia, a raccogliere lui fra le mani sue l'anima nostra immortale. «Gratia tua nobis tecum, Virgo Immaculata».
5. Coronazione di Maria sopra tutti i cori degli Angeli e dei Santi
1026. E’ la sintesi di tutto il rosario, che si chiude così nella letizia e nella gloria. Quella grande missione, che aprì col suo annunzio l'Angelo a Maria, a modo di una corrente di fuoco e di luce, è passata via via attraverso i singoli misteri: il disegno eterno di Dio per la nostra salvezza, che vi è rappresentato in tanti quadri, ci ha sin qui accompagnato e ci ricongiunge ora a Dio nello splendore dei cieli. La gloria di Maria, madre di Gesù e madre nostra, si accende nella luce inaccessibile della Trinità augusta, e si riflette come un riverbero bagliante, nella santa Chiesa: trionfante nei cieli, paziente nella sicura attesa del purgatorio, litante sulla terra. 1027. O Maria, tu preghi con noi, tu preghi per noi. Noi lo sappiamo, noi lo sentiamo. Oh, quale delizia di realtà, altezza di gloria, in questa celeste e umana corrispondenza di affetti, di voci, di vita, che il rosario ci ha apprestato e appresta: temperamento della umana afflizione, pregusto di oltremondana pace, speranza di vita eterna!
RITIRO VATICANO 26 NOVEMBRE - 2 DICEMBRE 1961
Brevi appunti 1028. 1. Richiamo quanto meditai e scrissi per l'occasione del mio ottantesimo di età, nella solitudine di Castel Gandolfo con mgr Alfredo Cavagna, mio confessore (cfr. manoscritto dei miei Soilloqui). 2. L'esser entrato, ed ormai anche uscito, dal mio ottantesimo anno di età, non turba il mio spirito; anzi lo mantiene tranquillo e confidente. Siamo alle solite: non desidero nulla di più, o di meno, di quanto il Signore continua a darmi. Lo ringrazio e lo benedico «per singulos dies»: pronto a tutto. 3. Avverto nel mio corpo l'inizio di qualche disturbo che deve essere naturale per un vecchio. Me lo porto in pace, anche se talora mi è un po' fastidioso e anche perché mi lascia temere che si aggravi. Non è piacevole il pensarci troppo; ma io, ancora una volta, mi sento pronto a tutto. 1029. 4. Godo della compiacenza che mi viene dal tenermi fedele alle mie pratiche religiose: santa messa, divino ufficio, triplice orazione del rosario meditato, continua unione con Dio e con le cose spirituali. 5. L'esercizio della parola, che vuol essere sostanziosa e non vana, mi fa desiderare un accostamento maggiore a quanto scrissero i grandi pontefici dell'antichità. In questi mesi mi tornano familiari san Leone Magno e Innocenzo III. Purtroppo pochi ecclesiastici si curano di loro che sono ricchi di tanta dottrina teologica e pastorale. Non mi stancherò di attingere a queste sorgenti così preziose di scienza sacra e di alta e deliziosa poesia. 6. Ma soprattutto voglio insistere nella cura delle sante intimità col Signore: nel tenermi in tranquilla e amorosa conversazione con lui, «verbum Patris caro~factum » (Gv 1,24), centro e vita del corpo mistico; ed in continuazione di divina fraternità - divina ed umana - per cui sono fratello suo di adozione, e, con lui, figlio di Maria, la madre sua. 1030. 7. Su questa parentela si pone il compito e la dignità di pontefice sommo della santa Chiesa cattolica e di «vicarius Christi », come sono riconosciuto. Oh, come sento la significazione e la tenerezza del «Domine non sum dignus ». di ogni mattina coll'ostia santa in mano e come suggello di umiltà e di amore! 8. L'attesa del Concilio Ecumenico Vaticano lì assorbe molta parte delle mie quotidiane occupazioni. Spunta nel mio spirito il pensiero e il desiderio di attirare intorno alla mia quotidiana preghiera, la preghiera di tutto il clero cattolico secolare e regolare, e delle congregazioni religiose femminili, in una forma che sia ufficiale ed universale. Starò in attesa di qualche felice ispirazione per invitare....
1962
LUGLIO E AGOSTO 1962
1031. Il ritiro a Castel Gandolfo per il consueto e un po' più disciplinato lavoro, aderente sempre al decorrere degli avvenimenti quotidiani della vita della santa Chiesa, mi ha permesso di seguire il Concilio nella sua preparazione. Giovarono molto per questo le grandi udienze, a carattere un po' pletorico, se vuolsi, partecipandovi le rappresentanze di tutti i paesi della terra; ma piene di affiato spirituale e religioso, sempre soffuso di schietto e pio entusiasmo, che è edificazione e contributo di ottimismo. Ciò che appare netto e provvidenziale è la distinzione netta fra le impressioni che tutte queste fòlle di italiani, e più ancora di «esteri », che convengono a Roma, sanno subito constatare fra il sacro e il profano; cioè Roma capitale del cattolicesimo, sede del Pontificato Romano universale, e la Roma delle antiche rovine, e del vortice della vita civile e... mondana, che, anche sulle rive del Tevere, imperversa. Tutto questo però, con un vantaggio per il mutuo rispetto dei vari elementi umani, e senza acerbità di contatto fra italiani e non italiani. 1032. Da sua parte il Papa ha potuto proseguire nel suo proposito, abbastanza ben compreso, di effondersi per tutto ciò che è ministero di fede, di grazia, di spiritualità pastorale, tenendosi distinto dalle commistioni di carattere politico, di qualunque genere e gradazione. Le parole bibliche circa il contegno del vecchio patriarca Giacobbe fra i suoi fighuoli di destra e di sinistra: «pater autem rem tacitus considerabat» (Traduzione: il padre tacendo ripensava a queste cose) (Gen 37,11), hanno avuto buona fortuna. Ciascuno seppe tenersi al posto suo, con misura; e si è avuto, contro gli oroscopi della fine del mondo: un presidente della repubblica, Segni, che fa la comunione tutti i giorni; un sindaco di Roma, La Porta, ottimo alunno dell'istituto Massimo dei P.P. Gesuiti ed un avviamento di amministrazione comunale eccellente e ben disposta. Questa dovrà procedere con qualche difficoltà di riorganizzazione amministrativa; ma l'accordo riuscirà bene, nell' atto stesso che governo e comune si stanno già occupando di cooperare del loro meglio al duplice intento che il Concilio riesca degno di Roma, dai suoi punti di vista di governo spirituale del mondo: e Roma, nei suoi apprestamenti di ordine logistico, di urbana ospitalità e di onore reso ai suoi ospiti, qui convenuti da tutta la terra, superi tutti i migliori ricordi del passato: ben al di là di quanto si poteva temere dalle indisposizioni di certi spiriti che sono dappertutto, ma a Roma principalmente, a servizio del « princeps huius mundi» (Gv 12,31).
NOTE SUL CONCILIO
1033. Il contegno della persona del «Servus servorum Dei» in ordine alla celebrazione del Concilio ecumenico che è tutta iniziativa ed in capite giurisdizione sua. Lievi note informative. La sua attività dal 25 gennaio 1959 - prima comunicazione circa il Concilio - all'11 ottobre 1962, inizio ufficiale della grande celebrazione, è segnata nella cronaca di questi tre anni di preparazione. Sono atti e documenti di informazione già in corso. Qui vengono accennate le ultime forme individuali - ora et labora - dello spirito religioso e personale dell'immediato inizio del Concilio, da parte del Papa, secondo brevi date e indicazioni.
SETTIMANA DI RITIRO PERSONALE DEL PAPA ALL'8 SETTEMBRE AL 16 DETTO
Sabato 8 settembre. 1034. Giornata di intima invocazione a Maria nascente; lettura attenta del regolamento definitivo per lo svolgimento del Concilio; prima sessione: dalla festa della maternità alla festa dell'Immacolata Concezione di Maria [11 ottobre - 8 dicembre]. Osservati con cura i settanta articoli di questo regolamento, a cui converrà spesso ritornare. Domenica 9 settembre Preparazione in Vaticano per il mio ritiro nella Torre San Giovanni, dove intendo recarmi e rimanere per tutto questo seguito di giorni. Sole persone ammesse: il cardinal Segretario di Stato « si necesse est»; e ogni giorno alle ore lì il padre Ciappi, maestro del Sacro Palazzo Apostolico, a titolo di esercitarmi con lui al parlar correttamente il latino, se ed in quanto possa occorrermi durante le adunanze generali, presiedute da me nel Concilio; ed egualmente ogni giorno dalle 16 alle 17 il rev.mo mio Padre Cavagna, mio confessore ordinario.
Lunedì 10. 1035. Di buon'ora e in silenzio accompagno mgr Loris Capoviila nel trasportare le santissime Specie Eucaristiche dalla cappella del Vaticano alla cappella della Torre San Giovanni, dove do felicemente principio al mio ritiro personale, preconciliare. Questo ritiro ha avuto un'inaugurazione di speciale devozione ieri sera, nella visita quasi improvvisa che accettai di fare in forma privata, ma riuscita solennissima per concorso di popolo, al tempio di Santa Maria degli Angeli. Il complesso delle circostanze impongono alle disposizioni pur buone del mio spirito, circa questo mio ritiro preparatorio al Concilio, delle variazioni ben naturali alle consuete meditazioni di questi Esercizi. Qui tutto è preparazione dell'anima del Papa al Concilio: tutto, anche la preparazione al discorso di aperturache tutto il mondo convenuto a Roma attende, come ha mostrato vivissima attenzione al discorso che giusto stasera fu sentito attraverso la radio in tutto il mondo.
1036. Però a dare una linea dei miei pensieri di concentrazione dello spirito, mi sono proposto di fissarla sulla tre virtù teologali: fede, speranza, carità, e sulle quattro cardinali: prudenza, giustizia, fortezza, e temperanza, giusto sette punti di richiamo, degni in tutto della meditazione concentrata, non solo per ogni buon servo del Signore, ma soprattutto per la perfezione della virtù santa e santificatrice di un vescovo, e specialmente dell’”episcopus episcoporum”, quale deve splendere come punto luminoso massimo nella gloria di un Concilio. Questo è dunque l’ordine delle date e dei punti di concentrazione meditativa.
Domenica 9 settembre, auspicio celeste. La Madonna degli Angeli. 1037.
Lunedì 10: Fede e Speranza; Martedì 11: Carità; Mercoledì 12: Prudenza; Giovedì 13: Giustizia: Venerdì 14: Forterzza; Sabato 15: Temperanza.
INIZIO DEL MIO RITIRO PERSONALE PER IL CONCILIO ALLA TORRE SAN GIOVANNI
Lunedì 10 settembre, san Nicola da Tolentino. 1038. Santa messa in casa, con preghiera alla mia Sacra Famiglia della cappella, perché Gesù, Maria, san Giuseppe e san Giovannino mi proteggano e mi ispirino in questa settimana di solitudine spirituale. Dopo la santa messa, e in perfetto silenzio, mgr Loris tolse le Sante Specie dal tabernacolo, ed io l'accompagnai per via, sino a collocarle qui alla Torre, nella nuova cappella sull'altare in stile cinese, che mi richiamerà sempre al mistero missionario della vita del Papa. Alle il venne p. Ciappi, maestro del Sacro Palazzo, con cui avviammo il parlar latino; come alle 16 venne mgr Cavagna, mio confessore. Vedo bene che la preoccupazione di servire il Concilio prevarrà sopra le forme consuete dei cosiddetti Esercizi spirituali. Ma che cosa è mai questa vita del Papa, se non una quotidiana~continuazione di vero esercizio spirituale, per la salvezza dell'anima sua, intesa a salvare le anime di tutti i redenti di Cristo Gesù, salvator mundi (Gv 4,42)? Mercoledì 12 settembre, santissimo nome di Maria. 1039. Quanto è soave al cuore il nome tuo, Maria. Ogni dolcezza mia da quel tuo nome vien. Che bella idea di amoreda quel tuo nome appresi, che bei desiri accesi mi vien destando in sen. Queste strofe sono il principio della prima poesia che io imparai bambino, e l'appresi dal libro secondo che allora si usava alla scuola comunale. Il mio primo anno di scuola lo feci nell'allora casa di Camaitino, la prima sull'angolo destro della cosiddetta « piazza», che si trovava venendo dalla Guardina. Al lato opposto c'era la bùtiga della Rosa Bonanomi e di sua sorella Marianna, inferma. Dovette essere l'anno 1886 o '87. L'anno dopo si aprì, col nuovo municipio a Bercio, la scuola nuova, ed io per due anni fui tra i primi a frequentarla.
Giovedì 13, san Maurilio. 1040. « Est iustitia communis virtus ». Grande applicazione ha il possesso di questa virtù, lessi una volta in una pagina del card. Mercier; ed era una parola dell'Ecclesiastico, Iv, 33: «Pro iustitia agonizare pro anima tua: et usque ad mortem certa pro iustitia, et Deus expugnabit pro te inimicos tuos» (Sir 4,33) (Traduzione: per la giustizia, per l’anima tua lotta con tutte le forze; lotta fino alla morte per la giustizia, e Dio combatterà per te contro i tuoi nemici). Che bellezza, del resto, tutto questo capo Iv, e che ricchezza di insegnamenti per la vita intima, per la privata e per la pubblica. Intanto io continuo le mie conversazioni spirituali in latino col buon padre Ciappi, e nel pomeriggio con mgr Cavagna, il mio confessore. Purtroppo le cure che mi seguono anche qui non mi permettono di approfondire. Ma tutto serve a darmi coraggio e senso spirituale in omnibus. Ciò che occorre al mio ministero.
Sabato 15, san Nicomede. 1041. Il mio ritiro col solo contatto con p. Ciappi e mgr Cavagna, in preparazione diretta e personale al Concilio, oggi prende fine, pur non essendo riuscito, come desideravo, tutto e solo nello scopo e spirito che mi ero prefisso. Fu però un buon esempio; non accettò distrazioni di carattere esterno o vaghe di affari, di letteratura o altro. Fu attenzione più intensa alla unione col Signore, «in precibus, in cogitationibus, in voluntate suavi et firma». Mi lascia nel cuore un aumento di fervore circa ea che riguarda la sostanza del mio ministero e del mio mandato apostolico. Signore Gesù, colma le mie deficienze. « Domine, tu omnia nosti; tu scis quia amo te» (Gv 21,17).
RIASSUNTO DI GRANDI GRAZIE FATTE A CHI HA POCA STIMA DI SE STESSO
1042. Riassunto di grandi grazie fatte a chi ha poca stima di se stesso, ma riceve le buone ispirazioni e le applica in umiltà e fiducia. PRIMA GRAZIA. Accettare con semplicità l'onore ed il peso del pontificato, con la gioia di poter dire di nulla aver fatto per provocarlo, proprio nulla; anzi con studio accurato e cosciente di non fornire da mia parte alcun richiamo sulla mia persona; ben contento, fra le variazioni del Conclave, quando vedevo alcune possibilità diradarsi nel mio orizzonte, e volgersi sopra altre persone, veramente anche a mio avviso degnissime e venerande. 1043. SECONDA GRAZIA. Farmi apparire come semplici ed immediate di esecuzione alcune idee per nulla complesse, anzi semplicissime, ma di vasta portata e responsabilità in faccia all'avvenire, e con immediato successo. Che espressioni son queste: cogliere le buone ispirazioni del Signore, «simpliciter et confidenter»! (Prov 10,9) (Traduzione: con semplicità e risoluzione). Senza averci pensato prima, metter fuori in un primo colloquio col mio Segretario di Stato, il 20 gennaio 1959, la parola di Concilio ecumenico, di Sinodo diocesano e di ricomposizione del Codice di Diritto Canonico, senza aver prima mai pensato, e contrariamente ad ogni mia supposizione o immaginazione su questo punto. Il primo ad essere sorpreso di questa mia proposta, fui io stesso, senza che alcuno mai me ne desse indicazione. E dire che tutto, poi, mi parve così naturale nel suo immediato e continuo svolgimento. Dopo tre anni di preparazione, laboriosa certo, ma anche felice e tranquilla, eccoci ormai alle falde della santa montagna. Che il Signore ci sorregga a condurre tutto a buon termine.
NOVISSIMA VERBA
1044. Buon inizio del mese del Concilio. Regina Sacratissimi Rosani, ora pro nobis. Un atto diplomatico lo segna, ricevendo il nuovo Ambasciatore del Nicaragua. Con questi bravi signori diplomatici nuovi mi èfacile districarmi, anche perché essi hanno più titubanze di me, ormai abituato a questo gesto di cortesia. Più nobile e importante in questo 1 ottobre è l'incontro coi Signori Cardinali. Oggi ne ricevetti quattro: 1) il Segret. di Stato Cicognani; 2) il card. Santiago Copello Cancelliere di S. Romana Chiesa: affari lievi, e ordinari; 3) il card. Antonio Maria Barbieri arciv. di Montevideo S, sempre fresco di idee e di parole, ma la cui salute è in declino; 4) il card. Lercaro di Bologna 6, che mi informa del suo « Centro di Documentazione », presenti don Dossetti e compagni. Bella promessa di eccellente lavoro. Mi offrono il loro fiore più prezioso Conciliorum Oecumenicorum Decreta. Incoraggio e benedico di cuore.
2 ottobre 1962. 1045. La festa dei Santi Angeli è tutta per me, il già chiamato dalla gente sino ab infantia « Angelino pretino». A 81 anno di età è tutto l'esercito delle milizie celesti che piacemi invocare a protezione, e a servizio della Chiesa universale, al cui vertice ufficiale questo minimo figliolo di Battista e di Marianna Roncalli è stato chiamato. O Santi Angeli, continuate a proteggermi, e con me proteggete la S. Chiesa. Oggi ho ricevuto ufficialmente il sigr Mesayoshi Ohira Ministro degli Affari Esteri in Giappone. O Giappone: quale conquista sarebbe per il regno del Signore!
3 ottobre 1962. 1046. Al primo spuntare di stamane ecco S. Teresa del Bambin Gesù, protettrice dichiarata dal S. P. Pio XI delle Missioni. Prego ed auguro che sia altrice di purezza e di spirito missionario fra le figlie innocenti del mondo intero. In giornata ricevo il nuovo Ambasciatore di Spagna: e ne spero assai bene perché cattolico fervoroso. Alle 10 udienza generale, l'ultima in S. Pietro prima del Concilio ~ Vi misi il fervore di parola di tutto il mio spirito su questo argomento imminente, e confido di essere stato ben inteso, anche se sempre più pungente mi tocca il desiderio che la parola del Papa sia meglio e presto intesa almeno nei suoi accenni principali dalle varie rappresentanze nazionali raccolte in S. Pietro. Occorrerebbe, a ben prepararle, più tempo che a me sia possibile trovare.
4 ottobre 1962. 1047. Questa è data da scriversi aureo colore nella mia vita: il pellegrinaggio che volli fare - e pochi giorni bastarono al concepirlo, al farlo, ed a riuscirvi con l'aiuto del Signore - alla Madonna di Loreto e a S. Francesco di Assisi, come a implorazione straordinaria di grazie per il Concilio Ecumenico Vaticano lì. Lo pensai, al solito con semplicità, lo decisi; il Card. Segret. di Stato se ne interessò con vivo trasporto. Scrivo questa nota al termine della giornata che di fatto resterà una delle più sante e felici del mio umile pontificato. Il mio spirito rimase tranquillo, mentre il Vaticano, Roma, l'Italia e il mondo gustarono una delle consolazioni più soavi della vita cattolica. La Madonna di Loreto e S. Francesco ad Assisi, visitati dal Papa in persona, divenuti argomento di un canto delizioso e indimenticabile.
5 ottobre 1962. 1048. Due buoni incontri: innanzitutto colla Sessione plenaria e di studio della Pontificia Accademia delle Scienze. Lessi alcune parole di compiacimento e di incoraggiamento per l'avvenire. Alle il Visita Ufficiale di S. E. Leopoldo Sédar Senghor, presidente della Repubblica, assai promettente del Sénégal. E un cristiano cattolico: molto istruito e buono, felice letterato in francese e lingua sua. Merita ogni attenzione benevola. Il resto della giornata fu di ottimo riposo sempre allietato dalle impressioni felici del grande avvenimento di ieri, che occupa, in forma superiore, l'attenzione di tutto il mondo, in proporzioni inattese.
8 ottobre 1962. 1049. Udienze: Card. Cicognani Segret. di Stato, Cardinale Cagiano arciv. di Buenos Aires , mgr Paro vescovo di Diocesarea di Isauria 16 e successore del mio lacrimato mgr Giacomo Testa Presid. della Pontificia Accademia Ecclesiastica coi suoi congiunti. Mgr Egidio Vagnozzi arciv. di Mira, Delegato Apost. in Usa. Soprattutto importante e cara l'udienza del Card. Stefan Wyszyn ski arciv. di Varsavia; prima solo, e poi coi Vescovi Polacchi, nobile stuolo di prelati distinti che circondai di ogni più cortese cordialità.
9 ottobre 1962. 1050. Cappella papale per l'anniversario della morte del Santo Padre Pio XII di venerata memoria. Volli col mio esempio dare incremento di rispetto alla memoria cara, benemerita e santa di questo Servus servorum Dei, da cui mi vennero tanti buoni esempi di vita tutta consacrata alla S. Chiesa, di cui fu tanto degno ed edificante Pontefice Segnalo pure la udienza di mgr [di] Csanàd (Ungheria), Sandor Kovàcs vesc. di Szombathely (Ungheria) e Carmelo Zazinovich vescovo ausiliare di Veglia (Jugoslavia): terre di dolori e di grave preoccupazione.
11 ottobre 1962. 1051. Questa giornata segna l'apertura solenne del Concilio Ecumenico. La cronaca è su tutti i giornali, e per Roma è nei cuori esultanti di tutti. Ringrazio il Signore che mi abbia fatto non indegno dell'onore di aprire in nome suo questo inizio di grandi grazie per la sua Chiesa Santa. Egli dispose che la prima scintilla che preparò, durante tre anni, questo avvenimento uscisse dalla mia bocca e dal mio cuore. Ero disposto a rinunziare anche alla gioia di questo inizio. Con la stessa calma ripeto il fiat voluntas tua circa il mantenermi a questo primo posto di servizio per tutto il tempo e per tutte le circostanze della mia umile vita o a sentirmi arrestato in qualunque momento, perché questo impegno di procedere, di continuare e di finire passi al mio successore. Fiat voluntas tua, sicut in caelo et in terra.
12 ottobre 1962. 1052. Oggi bel ricevimento nella Cappella Sistina, ben acconciata all'uopo, delle 85 Missioni Straordinarie, e del Corpo diplomatico che intervennero alla festa di ieri per l'apertura del Concilio ecumenico. Mio discorso ben seguito e molta cordialità nelle familiari, benché brevissime conversazioni, che mi rinnovarono il piacere dell'incontro con antiche conoscenze di diplomatici e di altre personalità distinte. Ebbi modo e tempo di ricevere nella sala del trono parecchi Ministri della Pubblica Istruzione di vari paesi aderenti al Consiglio di Europa, con le delegazioni. Potei accogliere anche due visite particolari: mgr Simeone Kokoff dal titolo di Vescovo Ausiliare di Sofia e Filippopoli, nonché insieme tre Vescovi cecoslovacchi: Edouard Necsey aus. di Nitria, Ambroz Lazik ammin. di Tirnova e Frantosek Tommasek: storia di dolori e di tristezze.
13 ottobre 1962. 1053. Udienze: mgr Dell'Acqua, sempre fiamma ardente e animatrice. Visita preziosa quella del Card. Richard James Cushing arciv. di Boston. Si addice a lui la cosiddetta «Borsa di S. Carlo»: egli ottiene danaro in carità e buone opere, e ne fa a tutti. Conosce poco il latino: ma è un angelo di bontà, di zelo, di spirito pastorale. (...) Ricevetti poi i suoi ausiliari mgr Minihan e Riley. Poi ricevetti anche mgr Giuseppe Bummal di Nuova Orleans col suo coadiutore Patrick Cody arciv. di Bostra gli Osservatori appartenenti a varie confessioni non cattoliche e fu pure un incontro felice che pare abbia lasciate eccellenti e care impressioni. Dio lo voglia ad gloriam suam. Soavissima mi riuscì stasera domenica 14 corr. la visita alla Madonna del Parto a S. Agostino in faccia al mio Seminario Romano, dove l'accesso a quella statua mi era famigliare dal 1901. Una festa ed un'accoglienza popolare, ma oh! quanto toccante e pia!
15 ottobre 1962. 1055. S. Teresa m'accompagna oggi il sigr dott. Fred Pierce Corson, Presidente del Consiglio mondiale Metodista. Lo accolsi del mio meglio, mostrandogli vivo interesse per lui, e per le anime dei Metodisti che egli mi disse essere più di 50 milioni nel mondo intero. Mi permisi aprirgli la dottrina della «Imitazione di Cristo » che accolse tanto bene. Mi lasciò impressione che egli sia in buona fede: padre di famiglia e nonno più volte; serio ed amabile. Perché non debbo pregare per lui nel pensiero delle tante anime separate dai cattolici, ma pur redente dal Sangue di Cristo? L'adunanza più felice di oggi fu quella dei Cardinali componenti il Consiglio di Presidenza del Concilio: Tisserant, Tappuni, Spelìman, Play y Daniel, Frings, Ruffini, Caggiano, e Alfrink, Lienard, Gilroy. Tutto mi lascia bene sperare.
1 gennaio 1963. 1056. Sit nomen Domini benedictum: ex hoc, nunc et in saeculum. Mia levata come consueto alle ore 4 (Sal 12,2) (Traduzione: sia benedetto il nome del Signore, ora e sempre). Mattinata tranquilla in preghiera e in buon lavoro. Preparazione della lettera ai Vescovi del Concilio. Nel pomeriggio card. Testa: scambio degli auguri di buon anno. Richiamo a mgr Cerasola e progetto per un convegno dei Bergamaschi residenti in Roma. A sera, alla Clementina, musica natalizia coi giovanetti di tre istituti di carità: Gnocchi, Orioniti, Nazareth. A questa assistono anche due novelli sposi di Medolago: Ghisleni Virginio figlio dell'altro Virginio, ora defunto, mio nipote per parte di mia sorella Teresa. La sposa è una Carminati di Medolago. Promettono bene. Avverto con letizia riconoscente al Signore che questo primo giorno del 1963, anche dal mio punto fisico, è cominciato benissimo. 2 gennaio 1963. 1057. Sempre buona mattinata. Ore 4. Continua la preparazione della mia lettera ai Vescovi del mondo intero sulla continuazione del Concilio. Udienza generale di mezzodì alla Clementina. Parlai diffusamente e con fervore del Nomen Jesu: ispirandomi al breviario, a S. Bernardo e a S. Bernardino. Ebbi l'impressione di esser ben seguito. Cercherò di essere anche più breve. A duplice segno dell'anno nuovo: Ieri 1 gennaio: 1) cominciai il Breviario secondo l'ordinario di S. Giovanni in Laterano, mia sede autentica 2) La piccola visita al Ss. Sacramento in cappella uscendo dal refettorio, come al Seminario di Bergamo. Così il Signore mi aiuti a continuare, con l'intenzione che tutto proflciat animae et corpori giovane sindaco di Istanbul.
3 gennaio 1058. Udienza graditissima del sindaco di Roma prof. Glauco Della Porta venuto per gli auguri di buon anno. Era con lui il maestro delle cerimonie comm. Silenzi. Trattenimento felicissimo che si conchiuse con l'impegno di tornare per l'Epifania per una manifestazione più solenne di tutta la Giunta Capitolina, col Gonfalone della Città e colle rappresentanze nobili e copiose della amministrazione dell'Urbe. Seguì una udienza lieta e tranquilla del card. Cento, il penitenziere: e potei trattenermi a lungo col vicegerente mgr Et Proprium Officiorum pro Clero Almae Urbis in usum Patriarchalis Archibasilicae Lateranensis, Romae, Typis Polyglottis Vaticanis MCMXv. Il «decretum adprobationis » reca le firme del pro prefetto della Congregazione dei Riti card. Scipione Tecchi e del segretario vescovo Pietro La Fontaine (1860-1935), con la data del 23 dicembre 1914. tore Cunial col quale mi fu tanto piacevole occuparmi delle cure spirituali per il presente e per l'avvenire del Vicariato. Oh! come mi starebbe a cuore l'impendar e il superimpendar (2Cor 12,15) per questo mio gregge spirituale, il primo e più importante per il successore di S Pietro. 1059. Cum infirmor, tunc potens sum - 2Cor 11,2914. Volesse il cielo che queste parole fossero l'inizio fra l'accoppiamento di qualche mio dolore fisico o morale col miglior successo di frutti spirituali in questo mio ministero per il buon successo della causa della S Chiesa in questo momento già così dubbioso.
Mercoledì 1 maggio. 1060. Notte di primo maggio passata fra S. Caterina di Siena e i suoi ricordi di servizio del Papa, e le condizioni presenti. La veglia mi ha recato molti progetti, che affido a Maria ed a cui voglio fare onore. Innanzitutto ricerca di più 'intimità spirituale: fra Maria e il Concilio, a cui mi debbo aggiornare. Oggi stesso passai due ore alla Torre S. Giovanni, e là voglio ritornare, esaminando gli « Atti » in preparazione perché siano prontamente inviati ai Vescovi Conciliari. Poi c'è tutta una consacrazione che oggi stesso ho cominciato ad attivare, ed a cui farò convergere il merito dei dolori fisici che mi lasciano a stento. La mia presenza e parola - La Madonna: S. Giuseppe: la S. Chiesa - nella grande udienza di stamane in S. Pietro, auguro siano la mia nota di annuncio riverente e risonante del mio omaggio a Maria.
10 maggio. 1061. Siamo alle due giornate della glorificazione del povero Papa Giovanni per i suoi meriti di princeps pacis. Stamane conferimento, fattomi in Vaticano nella Sala Regia, del premio per la pace della fondazione di Stefano Balzan. Risposi al Presidente della Repubblica italiana Antonio Segni, e poi all'on. Gronchi suo antecessore: ai Presid. Segni in Saia Regia nella quasi intimità, a Gronchi in S. Pietro, ad ambedue in francese. Tutto ben riuscito con compiacimento generaie, così in paiazzo come nel tempio. Fu felice questa distinzione fra Sala Regia, come per un atto civile che fiorisce in stile secolare ed ufficiale contenuto nelle forme, e il suo trionfare innanzi alla folla nel tempio come in olocausto di perfetta carità ben degna di celebrazione nella basilica immensa che tutto santifica. Come spettacolo religioso e celebrativo delle tre virtù teologali nulla di più significativo e commovente.
11 maggio. 1062. Noctem quietam etfinem perfectum concedat nobis Dominus omnipotens. Queste parole liturgiche conchiudono assai bene il successo di queste ultime giornate di proclamato trionfo della pace, qui dal centro del mondo. La duplice cerimonia di ieri alla Sala Regia e in Vaticano, e di questa sera. La visita del Papa al Quirinale coi relativi convenevoli discorsi dei due presidenti Gronchi e Segni, e del Papa, segnano due giornate storiche e benefiche nella vicenda della mia vita e del mio servizio della Santa sede e dell'Italia. A pensarci su anch'io - pure sempre un po' freddo in queste cose non so trattenere la mia commozione, e la mia riconoscenza ai Signore qui respexit humllitatem servi sui... et fecit mihi magna qui potens est (cfr. Lc 1,48-49) (Traduzione: perché ha guardato all’umiltà del suo servo… Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente). Chi avrebbe mai potuto pensare all'applicarsi - proprio alla mia debolezza - di queste misteriose parole suffuse di tanta grazia?
16 maggio. 1063. Oggi tra cuccetta e in piedi. Riunione dei rappresentanti delle 4 opere missionarie: Prop. della Fede, S. Infanzia, Opera di S. Pietro, Alunni del Seminario di San Pietro. Ebbe luogo alla Sala Clementina. Mia risposta dallo scritto, e aggiunta familiare di poi. Richiamo commosso del primo convegno dei rappresentanti delle dette opere del 1923. Due soli trovai dei superstiti di quel primo convegno.
20 maggio. 1064. O caro santo mio Bernardino, diletto fra i miei santi. Colla dolcezza del tuo ricordo mi hai recato parecchi segni della continuazione di un grande dolore fisico che non mi lascia, e mi fa grandemente pensare e soffrire. Stamane per la terza volta mi accontentai della comunione ricevuta in letto, invece che godermi la celebrazione della S. Messa. Pazienza, pazienza. Non potei tuttavia rinunziare al ricevimento, alla visita di addio del Cardinale Wyszynski primate di Polonia, arciv. di Gniezno e Warszawa, con quattro dei suoi vescovi tornanti in patria. Il resto della giornata in letto con parecchi episodi di speciale dolore fisico. Mi assistono sempre con grande carità i miei familiari: card. Cicognani, mgr Capovilla, fratel Belotti Federico e domestici.
1963
SANTITÀ DI VITA
1065. Elogio di papa S. Eugenio dal breviario del 2 giugno: «Benignus fuit: mitis et mansuetus; et, quod caput est, vitae sanctimonia illustris ». Non sarebbe bello almeno arrivare sin là? Fu uomo benevolo: mite ed accostevole, e, ciò che più conta, rinomato per santità di vita.
APPENDICE
AL FATELLO SEVERO CAPO-FAMIGLIA
Vaticano, 3 dicembre 1961. 1066. Mio caro fratello Severo, Oggi è la festa del tuo grande patrono - quello del tuo nome vero e proprio che è san Francesco Zaverio, come si chiamava il nostro caro barba, ed ora felicemente il nostro nipote Zaverio. Penso che sono passati tre anni da quando cessai di scrivere a macchina, come mi piaceva tanto; e se mi sono deciso oggi a riprendere l'uso e ad adoperare macchina nuova e tutta per me, l'ho voluto fare per dirti che so di invecchiare, con tanto rumore che si è fatto per i miei ottant'anni compiuti, ma che continuo a star bene, e che riprendo il buon cammino ancora in buona salute, anche se qualche disturbetto mi fa dire che ottanta non sono né sessanta, né cinquanta; e per ora almeno, posso continuare il buon servizio del Signore e della santa Chiesa. 1067. Questa lettera, che volli proprio scrivere al tuo indirizzo, mio caro Severo, come voce che arriva a tutti, ad Alfredo, a Giuseppino, all'Assunta, alla cognata Caterina, alla tua cara Maria, a Virginio e Angelo Ghisleni, come a tutti i componenti le nostre discendenze, desidero che sia per tutti espressione del mio affetto sempre vivo, e sempre giovane. Occupato come sono e come voi sapete, in un servizio così importante a cui sono rivolti gli occhi del mondo intero, non posso dimenticare i miei diletti familiari ai quali nelle giornate torna il mio pensiero. Ho piacere di constatare come, non potendo voi tenervi in corrispondenza personale con me, come una volta, voi potete tutto confidare a mons. Capovilla che vi vuole molto bene, e a cui voi potete dire tutto, come fareste con me stesso. 1068. Vogliate ricordare che questa è una delle pochissime lettere private che io ho scritto ad alcuno della mia famiglia, durante i passati primi tre anni del mio pontificato; e vogliate compatirmi se non posso fare di più neanche colle persone del mio sangue. Anche questo sacrificio che io mi impongo nei miei rapporti con voi, fa a voi ed a me più onore, e guadagna più rispetto e simpatia che voi (non] possiate credere ed immaginare. Ora le grandi manifestazioni di riverenza e di affezione al Papa, per la ricorrenza degli ottant'anni, prendono fine, ed io ne godo perché preferisco, alle lodi ed agli auguri degli uomini, la misericordia del Signore, che mi ha eletto ad un impegno così grande, che desidero mi sostenga fino al termine della mia vita. La mia tranquillità personale che fa tanta impressione nel mondo, è tutta qui. Stare alla obbedienza come ho sempre fatto, e non desiderare o pregare di vivere di più, neanche di un giorno, oltre il tempo in cui l'angelo della morte mi verrà a chiamare e a prendere per il paradiso, come confido. 1069. Ciò non mi impedisce di ringraziare il Signore perché abbia voluto proprio scegliersi a Brusicco e alla Colombera quello che doveva chiamarsi successore diretto di tanti Papi durante venti secoli, ed a prendere il nome di Vicario di Gesù Cristo in terra. Per questa chiamata il nome Roncalli fu portato alla conoscenza, alla simpatia e al rispetto di tutto il mondo. E voi fate bene a tenervi in umiltà, come mi studio di fare anch'io, e a non lasciarvi prendere dalle insinuazioni e dalle ciance del mondo. Il mondo non si interessa che di far soldi; godere la vita e imporsi ad ogni costo, anche, se disgraziatamente occorre, con prepotenza. Gli ottant'anni passati dicono a me come a te, caro Severo, e a tutti i nostri, che ciò che più conta è di tenerci ben preparati, e sempre, a partire d'improvviso perché questo è ciò che più vale: assicurarsi l'eterna vita, confidando nella bontà del Signore che tutto vede e a tutto provvede. 1070. Questi sentimenti amo esprimere a te, mio carissimo Severo, perché tu li trasmetta a tutti i nostri più intimi parenti della Colombera, delle Gerole, di Bonate e di Medolago e dovunque si trovino e di cui neanche conosco esattamente il paese. Lascio alla tua discrezione il modo di farlo. Penso che la Enrica potrebbe aiutarti, e don Battista anche. Continuate a volervi bene fra di voi tutti Roncalli, componenti le nuove famiglie, e sappiate comprendermi se non posso scrivere a ciascuna famiglia. Ha ragione il nostro Giuseppino quando dice a suo fratello Papa: «Voi qui siete un prigioniero di lusso che non può fare tutto ciò che vorrebbe ». Piacemi ricordare i nomi di chi più soffre fra di voi: la cara Maria, tua moglie benedetta, e la buona Rita che ha assicurato colle sue sofferenze il paradiso per sé e per voi due che l'avete assistita con tanta carità; la cognata Caterina che mi ricorda sempre il suo e nostro Giovanni che dal cielo ci guarda; insieme coi nostri parenti Roncalli e parenti più vicini, come quelli della emigrazione milanese. 1071. So bene che voi avrete a subire qualche mortificazione da parte di chi vuol ragionare senza buon giudizio. Avere un Papa in famiglia, a cui si volgono gli sguardi rispettosi di tutto il mondo, e vivere - i suoi parenti - così modestamente, lasciandoli nelle loro condizioni sociali! Intanto, molti sanno che il Papa, figlio di umile ma onorata gente, non dimentica nessuno, ha e dimostra cuore buono per tutti i suoi più prossimi parenti; e che del resto la sua condizione è quella di quasi tutti i suoi recenti antecessori; e che l'onore di un Papa non è di far arricchire i suoi parenti, ma solo di assisterli con carità, secondo i loro bisogni e le condizioni di ciascuno. Questo è e sarà uno dei titoli di onore più belli e più apprezzati di papa Giovanni, e della sua famiglia Roncalli. 1072. Alla mia morte non mi mancherà l'elogio che fece tanto onore alla santità di Pio x: nato povero e morto povero. È naturale che avendo io compiuto gli ottanta, anche tutti gli altri mi vengano dietro. Coraggio, coraggio. Siamo in buona compagnia. Io tengo sempre vicino al mio letto la fotografia che raccoglie, coi loro nomi scritti sul marmo, tutti i nostri morti: nonno Angelo, barba Zaverio, i nostri venerati genitori, il fratello Giovanni le sorelle Teresa, Ancilla, Maria e Enrica. Oh, che bel coro di anime che ci aspettano e pregano per noi! Io penso a loro sempre. Il ricordarli nella preghiera mi dà coraggio e mi infonde letizia, nella fiduciosa attesa di congiungerci a loro tutti insieme nella gloria celeste ed eterna. i benedico tutti, insieme ricordando le spose tutte, venute ad allietare la famiglia Roncaili o passate ad accrescere la gioia di nuove famiglie, di diverso nome, ma di eguale sentimento. Oh, i bambini, i bambini, quale ricchezza, e quale benedizione!
IOANNES XXIII PP.
TESTAMENTO SPIRITUALE
(Giovanni XXIII aveva intenzione di redigere un più ampio testamento spirituale, che riassumesse tutti i temi della sua vita, preceduto da una Epistola ad clerum universum, la cui sostanza ècontenuta - come egli stesso diceva - nel Giornale dell'Anima. Diamo qui il testamento spirituale quale fu pubblicato su L 'Osservatore Romano del 7 giugno 1963 e in Discorsi, messaggi, colloqui, vol. v, 609-613. Esso si compone di due parti: la prima in data 29 giugno 1954 e confermata nel 1957, la seconda del 12 settembre 1957 e del 4 dicembre 1959. La nota manoscritta più recente, che riconferma don Loris Capovilla esecutore testamentario, reca la data del 7 ottobre 1960 ed è depositata negli archivi della Segreteria di Stato. In essa Papa Giovanni scrive tra l'altro: «Nell'eseguire questa stessa mia volontà egli [don Loris Capovilla] è pregato di conferire - come a testimoni degni di rispetto - colle due persone a me legate per ragioni di parentela e di amicizia: cioè col sacerdote don Battista Roncalli, figlio di mio fratello fu Giovanni e con S. E. mgr Angelo Dell'Acqua, arcivescovo tit. di Calcedonia, già mio segretario a Istanbul ». Non tutte le redazioni del testamento, dal 1925 al 1961, ci sono rimaste. Non essendo questo il luogo per un'edizione critica di tali testi, ci limitiamo a far seguire al testamento spirituale le disposizioni di carattere materiale dal Papa stesso chiamate «Mie ultime volontà circa le cose di mia spettanza», che completavano il testamento spirituale del 29 giugno 1954 e le disposizioni date tra il 1939 e il 1944 (che pure riportiamo), tutte annullate il 30 aprile 1959].
Venezia, 29 giugno 1954
1073. Sul punto di ripresentarmi al Signore Uno e Trino che mi creò, mi redense, mi volle suo sacerdote e vescovo, mi colmò di grazie senza fine, affido la povera anima mia alla sua misericordia, gli chiedo umilmente perdono dei miei peccati e delle mie deficienze, gli offro quel po' di bene che col suo aiuto mi è riuscito di fare anche se imperfetto e meschino, a gloria sua, a servizio della santa Chiesa, ad edificazione dei miei fratelli, supplicandolo infine di accogliermi, come padre buono e pio, coi santi suoi, nella beata eternità. Amo di professare ancora una volta tutta intera la mia fede cristiana e cattolica, e la mia appartenenza e soggezione alla santa Chiesa Apostolica e Romana, e la mia perfetta devozione ed obbedienza al suo Capo augusto, il Sommo Pontefice, che fu mio grande onore di rappresentare per lunghi anni, nelle varie regioni di Oriente e di Occidente, che mi volle infine a Venezia come Cardinale e Patriarca, e che ho sempre seguito con affezione sincera, al di fuori, e al di sopra di ogni dignità conferitami. Il senso della mia pochezza e del mio niente mi ha sempre fatto buona compagnia tenendomi umile e quieto, e concedendomi la gioia di impiegarmi del mio meglio in esercizio continuato di obbedienza e di carità per le anime e per gli interessi del regno di Gesù, mio Signore e mio tutto. A lui tutta la gloria: per me ed a merito mio la sua misericordia. «Meritum meum miseratio Domini. Domine, tu omnia nosti: tu scis quia amo Te ». Questo solo mi basta. Chiedo perdono a coloro che avessi inconsciamente offeso; a quanti non avessi recato edificazione. Sento di non aver nulla da perdonare a chicchessia, perché in quanti mi conobbero ed ebbero rapporti con me - mi avessero anche offeso o disprezzato o tenuto, giustamente del resto, in disistima, o mi fossero stati motivo di afflizione - non riconosco che dei fratelli e dei benefattori, a cui sono grato e per cui prego e pregherò sempre. 1074. Nato povero, ma da onorata ed umile gente, sono particolarmente lieto di morire povero, avendo distribuito secondo le varie esigenze e circostanze della mia vita semplice e modesta, a servizio dei poveri e della santa Chiesa che mi ha nutrito, quanto mi venne fra mano - in misura assai limitata del resto - durante gli anni del mio sacerdozio e del mio episcopato. Apparenze di agiatezza velarono talora, anzi sovente, nascoste spine di affliggente povertà e mi impedirono di dare sempre con la larghezza che avrei voluto. Ringrazio Iddio di questa grazia della povertà di cui feci voto nella mia giovinezza, povertà di spirito, come Prete del Sacro Cuore, e povertà reale; e che mi sorresse a non chiedere mai nulla, né posti, né danari, né favori, mai, né per me, né per i miei parenti o amici.Alla mia diletta famiglia « secundum sanguinem » - da cui del resto non ho ricevuto nessuna ricchezza materiale - non posso lasciare che una grande e specialissima benedizione, con l'invito a mantenere quel timore di Dio che me la rese sempre così cara ed amata, anche semplice e modesta, senza mai arrossirne: ed è il suo vero titolo di nobiltà. L'ho anche soccorsa talora nei suoi bisogni più gravi, come povero coi poveri, ma senza toglierla dalla sua povertà onorata e contenta. Prego e pregherò sempre per la sua prosperità, lieto come sono di constatare anche nei nuovi e vigorosi germogli la fermezza e la fedeltà alla tradizione religiosa dei padri, che sarà sempre la sua fortuna. Il mio più fervido augurio è che nessuno dei miei parenti e congiunti manchi alla gioia del finale eterno ricongiungimento. 1075. Partendo, come confido, per le vie del Cielo, saluto, ringrazio e benedico i tanti e tanti che composero successivamente la mia famiglia spirituale, a Bergamo, a Roma, in Oriente, in Francia, a Venezia, e che mi furono concittadini, benefattori, colleghi, alunni, collaboratori, amici e conoscenti, sacerdoti e laici, religiosi e suore, e di cui, per disposizione di Provvidenza, fui, benché indegno, confratello, padre o pastore. La bontà di cui la mia povera persona fu resa oggetto da partedi quanti incontrai sul mio cammino rese serena la mia vita. Rammento bene, in faccia alla morte, tutti e ciascuno, quelli che mi hanno preceduto nell'ultimo passo, quelli che mi sopravvivono e che mi seguiranno. Preghino per me. Darò loro il ricambio dal purgatorio o dal paradiso dove spero di essere accolto, ancora lo ripeto, non per i meriti miei, ma per la misericordia del mio Signore. 1076. Tutti ricordo e per tutti pregherò. Ma i miei figli di Venezia, gli ultimi che il Signore mi pose intorno, ad estrema consolazione e gioia nella mia vita sacerdotale, voglio qui nominarli particolarmente a segno di ammirazione, di riconoscenza, di tenerezza tutta singolare. Li abbraccio in ispirito tutti, tutti, del clero e del laicato, senza distinzione, come senza distinzione li amai appartenenti ad una medesima famiglia, oggetti di una medesima sollecitudine e responsabilità paterna e sacerdotale. « Pater sancte, serva eos in nomine tuo quos dedisti mihi: ut sint unum sicut et nos» (Io. 17,11). Nell'ora dell'addio, o meglio dell'arrivederci, ancora richiamo a tutti ciò che più vale nella vita: Gesù Cristo benedetto, la sua santa Chiesa, il suo Vangelo, e, nel Vangelo, soprattutto il Pater noster, e nello spirito e nel cuore di Gesù e del Vangelo, la verità e la bontà, la bontà mite e benigna, operosa e paziente, invitta e vittoriosa. Miei figli, miei fratelli, arrivederci. Nel nome del Padre, del Figliuolo, dello Spirito Santo. Nel nome di Gesù nostro amore; di Maria nostra e sua dolcissima Madre; di san Giuseppe mio primo e prediletto protettore. Nel nome di san Giovanni Battista, di san Pietro e di san Marco, di san Lorenzo Giustiniani e di san Pio X. Così sia. Card. Ang. Gius. Roncalli patriarca E valgono anche come testamento spirituale da aggiungersi alle disposizioni testamentarie qui unite, sotto la data del 30 aprile 1959.
IOANNES XXIII PP.
MIO TESTAMENTO
Castelgandolfo, 12 settembre 1961
1078. Sotto l'auspicio caro e confidente di Maria, mia madre celeste, al cui nome è sacra la liturgia di questo giorno, e nell'anno LXXX della mia età, depongo qui e rinnovo il mio testamento, annullando ogni altra dichiarazione circa le mie volontà, fatta e scritta precedentemente, a più riprese. Aspetto e accoglierò semplicemente e lietamente l'arrivo di sorella morte secondo tutte le circostanze con cui piacerà al Signore di inviarmela. Innanzi tutto chiedo venia al Padre delle misericordie «pro innumerabilibus peccatis, offensionibus et negligentiis meis » come tante e tante volte dissi e ripetei nell'offerta del mio sacrificio quotidiano. Per questa prima grazia del perdono di Gesù su tutte le mie colpe, e della introduzione dell'anima mia nel beato ed eterno paradiso, mi raccomando alle preghiere suffraganti di quanti mi hanno seguito, conosciuto durante tutta la mia vita di sacerdote, di vescovo, e di umilissimo ed indegno servo dei servi del Signore. Poi mi è esultanza del cuore rinnovare integra e fervida la mia professione di fede cattolica, apostolica e romana. Tra le varie forme e simboli con cui la fede suol esprimersi preferisco il Credo della Messa sacerdotale e pontificale, dalla elevazione più vasta e canora, come in unione con la Chiesa universale di ogni rito, di ogni secolo, di ogni regione: dal « Credo in unum Deum patrem omnipotentem » all'« Et vitam venturi saeculi ».
Jo. XXIII
MIE ULTIME VOLONTÀ
a) Mie ultime volontà circa cose di mia spettanza e appartenenza come Patriarca di Venezia
1079. Dispongo che quanto io recai a Venezia di mia proprietà da Bergamo: mobili di stile, armadio grande, tavolo e sedie della sala da pranzo: argenterie e stoviglie acquistate da me o regalate-mi dai bergamaschi in occasione del mio cardinalato ed ingresso, alla mia morte restino al palazzo patriarcale, come suppellettile della mensa, in uso dei miei successori. Sarà bene che una piccola targa ne contrassegni il mio nome. Mia sorella Maria e la nipote Enrica potranno tenersi in eredità o alienare, come credono meglio, i miei abiti strettamente personali, biancheria, sottane e mantelli di qualunque colore, rosso, violaceo o nero. Il rocchetto Morlani è riservato, come è detto più sotto, al venerando Capitolo della Cattedrale di Bergamo. Gli altri rocchetti siano venduti in quella forma che sarà più vantaggiosa, ed il ricavato sia convertito in danaro per i poveri di Venezia, non avendo io di che disporre per questi più vicini al cuore del Vescovo come poveri di Cristo, che prego di accompagnarmi alla eternità colle loro preghiere. Egualmente le mie croci ed i miei anelli vengano venduti con cura al più alto prezzo, e il danaro ricavatone sia dato egualmente ai poveri sotto le forme che si crederanno le più opportune. 1080. Tale distribuzione ai poveri, con speciale riguardo alle suore, a seminaristi o a sacerdoti bisognosi, venga pure fatta sugli avanzi risultanti a mio favore dalla liquidazione dei proventi della mensa patriarcale calcolati al momento della mia morte, secondo le forme consuete. Se avanzassero assegni di messe non celebrate col rispettivo danaro, queste intenzioni vengano distribuite al mio segretario o agli addetti alla Curia Patriarcale. Raccomando alla carità del mio esecutore testamentario di trattare questo servizio colla massima precisione perché la povera anima mia non debba soffrire il purgatorio per inesattezze in questa sacra materia. Prima gli obblighi delle messe,, poi i poveri. Dispongo anche che venga mandato alla Nunziatura Apostolica di Parigi - se non l'avessi già fatto io direttamente prima della mia morte - il bastone pastorale in metallo dorato che recai di là, pregando di farvi incidere le parole: CARDINALIS ANGELUS JOSEPH RONCALLI SUCCESSORIBUS SUIS IN NUNTIATURA APOSTOLICA PARISIENSI 1945-1952. L'altro bastone pastorale d'argento dorato dono dei bergamaschi l'offro al tempio della Salute in Venezia, come segno di devozione filiale a quella cara Madonna ivi venerata, e di affezione paterna al dilettissimo Seminario Patriarcale che ne coltiva il culto e l'onore.
b) Mie ultime volontà circa beni e cose materiali di mia proprietà a Sotto il Monte
1081. La parte dei miei beni, campi, ronchi o boschi, toccatemi nella divisione coi miei fratelli e sorelle, e che si trovano già in mano di mio fratello Giuseppino che li ha sempre lavorati e li lavora, pagando le relative imposte, ma senza alcun mio vantaggio, dispongo che resti a lui ed alla sua famiglia come mio dono e in sua proprietà perpetua. Col fratello Giovanni ho già fatto molto in altra maniera ed in varie circostanze, specialmente mantenendo agli studi al collegio di Romano ed ai seminari di Bergamo e di Faenza, il suò figlio e mio caro nipote don Battista ora prossimo al sacerdozio. Le sollecitudini per lui mi furono motivo di ansie e di pene, sorrette però sempre dalla fiducia che ebbi e conservo nella serietà, nella bontà e nel suo felice successo sacerdotale. Lo raccomando specialmente alla carità di mia sorella Maria e di sua sorella Enrica circa i mobili ed i libri di Camaitino. E precisamente a mia sorella Maria, superstite alla indimenticabile nostra Ancilla, ed a questa sua e mia nipote Enrica, figlia di Giovanni, che lascio la porzione più notevole - e per loro uso e proprietà - dei miei mobili di Camaitino, perché queste due benedette creature, insieme con la compianta ed amatissima Ancilla, dopo la divisione dai miei fratelli, hanno fatto parte della mia famiglia più intima, mi hanno circondato di tanti servizi amorevoli e pazienti, e meritano perciò un trattamento di speciale e più distinto riguardo. Sarò riconoscente dal cielo per ogni rispetto che si vorrà usare a mia sorella Maria ed a mio fratello Alfredo, a questi in modo speciale, perché, invecchiando, più bisognoso di assistenza e di affezione. 1082. Voglio pure che alla mia morte sia dato sul danaro che mi appartenesse un piccolo segno di lire italiane diecimila per ciascuno ai miei carissimi fratelli Zaverio, Alfredo, Giovanni e Giuseppino, nonché alla famiglia complessiva delle sorelle Teresa defunta ed Assunta. Ho sempre amato tutti e tutte, fratelli e sorelle, con eguale sentimento. Agli stessi venga pure dato qualche oggetto di casa di mia appartenenza, ed a mio ricordo, scelto però esclusivamente fra i mobili di Camaitino. Prego anche di dare un piccolo ricordo alla buona cugina Elisa Mazzola, a suo fratello Giovanni ed ai cugini Magni di Carvico, in memoria di nostra mamma venerata che venne dai Mazzola, e di nostra zia Felice, sua sorella sposata in Magni. Piccoli oggetti che bastano però come segno di ricordo rispettoso e fedele.
c) Disposizioni circa il danaro che eventualmente risultasse appartenermi alla mia morte
1083. Il danaro depositato in mio nome presso l'Istituto «Opere di Religione» in Vaticano corrisponde alla somma rimanente, come mia proprietà privata, degli onorari fattimi dalla Santa Sede durante il mio servizio diplomatico all'estero. Mi servì come conto corrente, e dispongo che alla mia morte venga distribuito come segue: Alla banca Piccolo Credito Bergamasco quanto risultasse a suo credito da parte mia, con vivo ringraziamento e con benedicente augurio di prosperità secondo gli scopi di carattere benefico di quell'Istituto. Al Santo Padre lit.50.000 (cinquantamila) come tenue, ma significativo obolo di amor filiale. Alla Curia Vescovile di Bergamo lit.500.000 (cinquecentomila) perché gli interessi annuali servano come contributo alle spese per le sante quarantore nella mia parrocchia di Sotto il Monte - la cui costruzione si iniziò e venne su col mio sàcerdozio e fu da me solennemente consacrata3 - coll'obbligo che almeno una delle sante messe, celebrate in quei giorni di adorazione, porti l'intenzione di suffragio per l'anima mia e per le anime dei miei parenti defunti prima e dopo di me. Egualmente vengà versato alla stessa Curia, quanto corrisponde alla moneta attuale per la celebrazione, con elemosina copiosa, di 12 sante messe annue - una al mese - e di un decoroso ufficio funebre, nel giorno anniversario della mia morte nella stessa mia parrocchia nativa di Sotto il Monte - in suffragio come sopra. Le sante messe dell'ufficio e delle quarantore potranno essere computate nelle dodici messe come sopra. Alla Pontificia Opera della Propagazione della Fede - Comitato Nazionale Centrale - del cui Consiglio per l'Italia la Provvidenza volle che io fossi il primo presidente, in collaborazione fattiva alla ricostituzione generale di detta organizzazione come Opera Pontificale, per tutto il mondo, vengano date lit.100.000 (centomila), ad incoraggiamento e ad edificazione del clero. 1084. Quanto al denaro che ancora restasse a mio credito dedotti tutti i versamenti sopraindicati dispongo che una parte appartenga alla mia sorella Maria ed alla mia nipote Enrica per le eventuali necessità loro, con preghiera di non dimenticare i poveri, specialmente i veri poveri e i più timidi a mostrarsi. La carità verso i poveri è una tradizione della nostra famiglia, e di cui io conservo il ricordo fino dalla mia infanzia. Il farle onore attirerà anche per l'avvenire molte benedizioni. Fra i poveri intendo riservata - nei limiti del possibile e del conveniente - una porzione, che sarà bene fissare subito nella liquidazione della mia povera eredità, e consegnare alla Curia Vescovile di Bergamo, a vantaggio dell'asilo infantile di Sotto il Monte, che in unione col benemerito parroco, don Giovanni Birolini, procurai sempre di beneficare secondo la pochezza delle mie risorse, e che mi stette soprattutto a cuore. È dall'asilo che comincia la benedizione di una parrocchia.
d) Disposizioni varie cfrca llbri, oggetti, quadri, ecc. di mia proprietà e destinati a persone, istituzioni e località
1085. Al Santo Padre per la Biblioteca Vaticana la mia raccolta tutta intera di libri e stampe di cose bergamasche, non solo come atto di omaggio, ma perché l'esempio serva di indicazione per altri di altre diocesi dell'Italia e dell'estero a fare altrettanto ad incremento ed a nuovo ornamento di quella insigne Libreria Al Vescovo pro tempore di Bergamo, perché serva per il suo palazzo dove fiorì la mia giovinezza sacerdotale (1905-1914) come segretario particolare di mons. Radini Tedeschi di v.m. al quale tanto debbo: la grande tela « Madonna col Bambino e san Giovannino» che acquistai dall'antiquario Carlo Ceresa nel 1915; l'altro quadro pure eccellente e di eguale provenienza, sant'Alessandro martire col bambino sorreggente il piatto con fiori, «miro ex sanguine»; nonché il grande quadro, regalatomi dal marchese Pino Terzi di Sant'Agata, ritratto del vescovo Gerolamo Ragazzoni di Bergamo (t 1591) già Nunzio Apostolico a Parigi. AJla cattedrale di Bergamo, dove mi fu sempre caro onore di restare canonico, benché indegnamente, anche dopo la mia nomina episcopale e cardinalizia, la mia cappamagna di seta violacea con l'ermellino e col rocchetto prezioso di Burano antico. L'ermellino appartenne già a mons. Radini Tedeschi canonico vaticano e vescovo; il rocchetto l'acquistai per lit.20.000 dalla famiglia Morlani, dopo la morte del mio grande e pio benefattore mons. Giovanni Morlani a cui apparteneva, pare da provenienza della famiglia dei conti Benaglio - fratelli Giuseppe e mons. Gaetano vescovo di Lodi. La cappamagna potrà servire sul funebre catafalco dei vescovi o dei canonici. 1086. Al Seminario Vescovile di Bergamo, sempre da me tanto amato e dove fui per 25 anni «discens et docens», il ritratto piccolo su tavola del pittore Spinelli rappresentante mons. Radini Tedeschi; tutti i miei manoscritti e le mie corrispondenze - poca cosa in verità perché la maggior parte trovasi negli archivi di Roma (Prop. Fide) e Vaticano: Deleg. Apost. di Bulgaria, Turchia e Grecia e Nunziatura di Parigi. Tutto serve per l'archivio: anche le più umili carte o note personali e lettere conservate a Ca maltino e qui a Venezia (che non siano di affari di amministrazione diocesana). Tutto, dunque, questo carteggio privato al Seminario di Bergamo. Dispongo con decisa e particolare intenzione che a quella biblioteca del Seminario di Bergamo alla quale, aiutato in parte da S. E. mons. Gustavo Testa arciv. di Amasea, feci già dono nel 1943 e poi con aggiunta di volumi da me aggiunti e fatti rilegare, la intera collezione della Patrologia Latina e Greca del Migne, venga trasferita e sistemata la mia intera raccolta di libri e stampe trasportata da Parigi a Venezia nel 1953 e accresciuta qui da miei acquisti personali. 1087. Soprattutto dichiaro di lasciare al Seminario di Bergamo la proprietà assoluta della mia pubblicazione Gli Atti della Visita Apostolica di S. Carlo Borromeo a Bergamo (1575), con preghiera di curarne lo smaltimento in forma utile alla cultura generale ecclesiastica e civile, collocandone gli esemplari presso i principali istituti storici italiani ed esteri. Furono sin qui a mio carico personale - salvo qualche oblazione privata - le spese divenute ingenti dei primi 4 volumi. Confido di finire il lavoro con l'aiuto della Provvidenza prima di morire. In ogni caso sarà bene chiedere istruzioni in proposito presso la Prefettura della Biblioteca Ambrosiana di Milano e presso la benemerita Società Editrice S. Alessandro - ad ambedue gli enti piacemi rivolgere anche nella mia ora estrema il mio memore, riconoscente, augurale e benedicente saluto - perché tutto venga condotto d'intesa col Seminario a buon fine. Il profitto eventuale dovrà servire all'incremento dei buoni studi ecclesiastici del clero bergomense. 1088. Ai Preti del Sacro Cuore in Bergamo, miei carissimi confratelli, il ritratto grande su tela e sotto lastra di mons. Radini Tedeschi conservato a Camaitino, del pittore Luzzana; lo scrittoio grande lasciatomi in eredità, ed usato fino alla morte dallo stesso prelato. Alla chiesa parrocchiale di Sotto il Monte, a cui avrei tanto desiderato di poter offrire più largamente, oltre i vari regali che già le feci, la pianeta ricamata in oro su lama d'argento che portai dalla Francia. Alla stessa verranno date le mie mitre perché vengano collocate sulla credenza nelle feste solenni, se ed in quanto ciò sia consentito o tollerato dalle disposizioni liturgiche. Resti per uso della chiesa il piccolo altare di legno di mia proprietà che ora serve provvisoriamente per l'Addolorata. Al piccolo santuario della Madonna delle Caneve, tutti gli arredi della mia cappella privata, nel caso che questa non serva più al culto dopo la mia morte; e il calice stile barocco, dono del conte Vittorio Mapelli in occasione della mia consacrazione episcopale. 1089. Al mio nipote don Battista, il calice d'argento lasciatomi in eredità dal defunto mons. Vincenzo Bugarini già mio rettore al Seminario Romano e morto in casa mia presso S. Maria in Via Lata. Lo stesso don Battista potrà disporre a suo piacimento dei miei libri lasciati da me a Camaitino, facendone eventualmente parte al cugino Beltramino, quando anche lui proceda verso lo stato ecclesiastico sino alla fine. Alla chiesa di S. Maria di Brusicco, chiesa del mio battesimo e della mia fanciullezza, l'altro calice ora in uso mio qui a Venezia, regalo della signora Volpi Eugenia ved. del dott. Gerolamo. Al mio fratello Alfredo, in segno di speciale dilezione, il mio orologio d'oro con catena. Ai fratelli Zaverio, Giovanni e Giuseppino, uno per ciascuno dei tre quadri più grandi della Madonna che sono a Camaitino, oltre quello lasciato a mons. vescovo, come sopra, e compreso quello della Madonna greca che sta ora nel mio studio a Venezia e che acquistai a Costantinopoli.
e) Desiderio e preghiera circa la mia sepoltura
1090. Esprimo un ultimo pensiero e desiderio ai miei diletti figli di Venezia circa il riposo delle mie ossa in attesa della finale risurrezione. Non merito alcun riguardo o distinzione. Ma siccome seppellire i morti è un'opera di misericordia, invoco questa misericordia per me da quanti mi vollero bene ed a cui io volli tanto bene, cioè che al mio corpo si trovi un posto nella cripta di S. Marco presso la tomba dell'Evangelista, secondo le prescrizioni e le tradizioni venerate della Chiesa cattolica in tutto il mondo: e che i miei antecessori più recenti, le cui spoglie mortali si trovano deposte e neglette nella camera-cappella della Ss. Trinità nel Seminario patriarcale o nell'Isola di S. Michele, siano associati con me, in tante urne sollevate da terra, a far corona alla tomba del grande Patrono di Venezia. Sottopongo questo mite e modesto voto ai Signori componenti la gloriosa Procuratoria di San Marco, coi quali mi fu così caro condividere le sollecitudini per il decoro della basilica incomparabile, per assicurarli anche di là delle mie benedizioni particolari a loro ed alle loro famiglie. Ove questo voto non possa essere adempiuto, piacemi indicare come luogo estremo del mio riposo corporeo «ante resurrectionem» il tempio della Salute, sotto gli occhi pietosi della comune madre dei vivi e dei morti, e presso il mio Seminario patriarcale, dove verdeggiano e fioriscono le speranze più liete della santa Chiesa di Venezia.
* * *
1091. Infine raccomando la esecuzione di queste mie volontà alla carità del sac. mons. Loris Capovilla mio dilettissimo, inclito e fedele segretario, che non cesserò mai di ringraziare dalla terra e dal cielo del servizio intelligente e fervoroso che con devozione incomparabile si è compiaciuto di rendere alla mia persona ed al mio ministero episcopale. Sono sicuro che egli si farà e mi farà onore conoscendo il mio spirito nel senso della mitezza, della discrezione, della pazienza nei rapporti con le varie persone, specialmente con le più umili dei miei congiunti, nominate in questo testamento. Potrà servirsi eventualmente del consiglio di qualche suo amico, ma ritenendosi solo arbitro e competente a giudicare e a disporre circa quanto è contenuto in queste pagine della mia estrema volontà. Lascio a lui la libertà di scegliersi e di gradire fra le cose che mi appartennero uno o più ricordi che gli restino a segno della mia riconoscenza, a pegno della più grande benedizione che gli assicuro dal paradiso dove lo starò attendendo per il ricongiungimento e per la festa eterna. Così sia. Così sia. Ancora una volta, e sempre: Gloria Patri et Filio et Spiritui Sancto. Salve Regina, mater misericordiae. Sancte Joseph, ora pro me. t Angelo Giuseppe card. Roncalli patriarca di Venezia Venezia, 29 giugno 1954, festa di san Pietro
DAL TESTAMENTO REDATTO TRA IL 1939 E IL 1944
1092. Al Santo Padre per la Biblioteca Vaticana la mia raccolta di cose bergamasche, tutta intera, non solo come atto di omaggio, ma perché l'esempio serva di indicazione per altri di altre diocesi dell'Italia e dell'estero a fare altrettanto, ad incremento ed a nuovo ornamento di quella insigne libreria. Al vescovo di Bergamo, perché serva per il suo palazzo, dove fiori la mia giovinezza sacerdotale come segretario di mons. Radini Tedeschi di v.m. al quale tanto debbo, la grande tela « Madonna col Bambino e san Giovannino» che acquistai dall'antiquario Ceresa, e l'altra tela, pure eccellente e di eguale provenienza, «Sant'Alessandro martire col Bambino che sorregge il piatto con fiori mfro ex sanguine», nonché il piccolo intarsio del fra Topolino riproducente il beato Gregorio Barbarigo. Alla cattedrale di Bergamo, dove mi fu sempre caro onore di restare canonico, benché indegnamente, anche dopo la mia nomina episcopale, la mia cappamagna di seta con l'ermellino. Questo appartenne al defunto mons. Radini Tedeschi e fu giudicato prezioso. Se così è, può essere anche venduto e il prezzo volto a qualche altro servizio del tempio. La cappamagna potrà servire sul catafalco funebre dei vescovi o dei canonici. Al seminario di Bergamo sempre tanto amato, dove fui per 25 anni «discens et docens», il mio bastone pastorale d'argento, il ritratto piccolo su tavola del pittore Spinelli rappresentante mons. Radini Tedeschi, e tutti i miei manoscritti: ben poca cosa in verità, perché la maggior parte trovasi negli archivi di Roma, Propag. d. Fede, e Delegazioni Apostoliche di Bulgaria, di Turchia e di Grecia. Tutto serve per l'archivio: anche le più umili carte private. 1093. Ai Preti del Sacro Cuore in Bergamo, miei carissimi confratelli: il ritratto grande su tela e sotto lastra di mons. Radini Tedeschi del pitt. Luzzana, il mio scrittoio lasciatomi in eredità ed usato fino alla morte dallo stesso prelato, tutti i miei libri che si troveranno a Sotto il Monte al tempo della mia morte, tranne la raccolta di cose bergamasche destinate come sopra.
Alla chiesa parrocchiale di Sotto il Monte, che avrei tanto e tanto desiderato di poter aiutare più largamente: il mio orologio d'oro con catena, due croci pure d'oro con catena di egual metallo, perché vendute servano a far preparare con buon disegno un grande calice artistico d'argento con la incisione della mia arma arcivescovile, colla data della mia morte e ad uso della detta chiesa nelle circostanze più solenni. Alla stessa verranno date le mie mitre perché vengano collocate sulla credenza nelle feste solenni, se ed in quanto ciò sia consentito o tollerato dalle disposizioni liturgiche. esti per uso della chiesa il piccolo altare di legno di mia proprietà che ora serve, a destra, per l'Addolorata. Al piccolo santuario della Madonna delle Caneve, tutti gli arredi della mia cappella privata, compreso il calice stile barocco dono del conte Mapelli Vittorio in occasione della mia consacrazione episcopale. Alla cappella della Madonna della Fiducia nel Pont. Seminario Romano Maggiore Lateranense il calice d'argento lasciatomi in eredità dal defunto mons. Vincenzo Bugarini già rettore dello stesso Seminario. Alla chiesa di S. Maria di Brusicco in Sotto il Monte, chiesa del mio battesimo e della mia fanciullezza, l'altro calice regalo della signora Volpi Eugenia ved. dott. Gerolamo. 1094. Prego le mie sorelle a lasciare come mio speciale ricordo al fratello Alfredo l'orologio d'argento che si trova già nella sua camera a Camaitino, ed a lasciar scegliere ai tre fratelli Zaverio, Giovanni e Giuseppino uno per ciascuno dei tre quadri più grandi della Madonna che sono a Camaitino, dipinti in tela o quello su tavola che sta ora a Istanbul e verrà rimandato di là o da dove si troverà quando io morrò. Desidero che restino nella famiglia come ricordo dello zio defunto arcivescovo. Restano a Istanbul tutti i libri che fossero di mio personale acquisto e proprietà all'ora della mia morte. Serviranno per i miei successori. Quanto al mio corpo chiedo in grazia al Santo Padre che voglia disporre che sia trasportato a Sotto il Monte mia terra natale, ed ivi seppellito nella chiesa parrocchiale presso la gradinata che porta al presbiterio, nel posto dove si suole mettere il cataletto dei poveri morti per i funerali e per gli uffici, per tenere meglio di là raccomandata l'anima mia alle preghiere di quei buoni e semplici fedeli, miei parenti e conterranei, ed insieme pregare e benedire per sempre a loro ed alle loro discendenze. Sulla pietra che mi coprirà per sempre, e su cui passeranno i piedi di tutti, desidero che venga posto col mio povero nome, data e indicazione degli uffici sostenuti a servizio della santa Chiesa, le parole che vorrei riassuntive della mia vita e della mia morte: «Oboedientia et Pax». Desidero che un ricordo speciale venga dato al parroco di Sotto il Monte, e che queste mie disposizioni abbiano valore, salvo eventuali modificazioni o aggiunte. In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti Amen. Gesù, Giuseppe, Maria, spiri in pace con voi l'anima mia. t Angelo Gius. Roncalli arciv. di Mesembria
TOMBA DI PAPA GIOVANNI
1095. Locus depositionis meae
IOANNES XXIII Pp. 10 XII 1960
Certus quod velox est depositio tabernaculi mei, secundum quod et Dominus noster Jesus Christus significavit mihi» (2Pt 1,14) (Traduzione: io credo giusto, finché sono in questa tenda del corpo, di tenervi desti con le mie esortazioni, sapendo che presto dovrò lasciare questa mia tenda, come mi ha fatto intendere anche il Signore nostro Gesù cristo).
APPUNTI PER UNA BIOGRAFIA DI PAPA RONCALLI
1096. È certo di qualche interesse ricercare chi siano questi Roncalli sulla cui propaggine familiare doveva sbocciare un germoglio così prezioso. Il nome di questa famiglia lo si trova nelle più antiche pagine della storia bergamasca, soprattutto nella Valle Imagna e precisamente nei comuni di Corna e di Cepino, che hanno ambedue una frazione detta Roncaglia (forse dal nome di ronchi, in dialetto bergamasco rùc o roncal, dato al tipici gradoni tagliati nei fianchi della montagna per adattare il terreno alla coltivazione della vite). In questi due paesi si hanno documenti relativi a gente de Roncallis o de Ronchalis fin dagli inizi del 1300. Dalla Roncaglia di Cepino, nel XV secolo, scese a Sotto il Monte un Martino Roncalli, detto Mattino, che edificò la sua casa ai piedi di un poggio. Sotto il Monte, più che un paese, è anche oggi un insieme di cascinali e di frazioni, disseminati tra collina e pianura, là dove dal Canto Basso il panorama incomincia a degradare verso l'Adda. Ogni abitazione isolata, ed ogni agglomerato di case, perciò, ha un nome. Quella costruita dal sopravvenuto a Sotto il Monte dalla Valle Imagna, Martino Roncalli «dictus Maytinus», fu chiamata subito Camaitino, e quel nome rimase. 1097. Di Martino Roncalli troviamo cenno in un documento del 26 agosto 1418 («Martinus dictus Maytinus filius quondam Tomasi de Roncallis») che figura tra gli atti del notaio Gualmino de Grecis conservati presso l'archivio vescovile di Bergamo. Pure at traverso documenti notarili (8 settembre 1429 del notaio Giovanni da Corte; 22 marzo 1429 del notaio Gianfranco Salvetti e 16 marzo 1443 del notaio Gian Antonio Vavassori da Medolago), apprendiamo che Martino ebbe tre figli - Tonolo, Pedrino e Giovanni - e che la famiglia Roncalli andò così diffondendosi a Sotto il Monte e di là si estese alquanto in quella zona circostante del territorio bergamasco, che si chiama Isola, stendendosi fra l'Adda e il Brembo. Altri Roncalli si staccarono dal ceppo primitivo di Valle Imagna e si diffusero qua e là sul resto del territorio bergamasco e in altri punti d'Italia, prendendo vari soprannomi. Si ebbero così, oltre i Maytini di Sotto il Monte, i Roncalli Bragini, i Piretti, i Parolini, i Frosio, i Quadri, sparsi un po' dappertutto, a Bergamo, a Brescia, a Udine, a Rovigo, in Toscana, a Foligno, a Roma, a Venezia. La prima casa costruita dal Martino, detto Maytino, il primo dei Roncalli capitato a Sotto il Monte, che si disse anche Bercio, esiste ancora; nel corso dei secoli passata a vari proprietari: Roncalli, De Vecchi, Macassoli, Mangili, Scotti; e da questi concessa in affitto da oltre 35 anni a mons. Roncalli come sua dimora estiva: 1925-1958. 1098. Giusto quando il prelato incominciò ad abitarla, accadde che nel restauro riapparissero sul muro, che doveva essere la facciata esterna del primo edificio, alcuni affreschi o pitture del secolo XV rappresentanti immagini di sant'Antonio Abate, di una Madonna col Bambino, di san Bernardino, il grande santo di quel secolo: il tutto coronato da uno stemma di famiglia, con una torre su di un campo a fascie bianche e rosse: esattamente lo stemma dei Maytini di Sotto il Monte che, da questo discoprimento e con poche aggiunte, divenne l'arma dell'arcivescovo, poi patriarca, cardinale ed ora Sommo Pontefice, Angelo Giuseppe Roncalli dal nome assunto di Giovanni XXIII. Così come è, e inquartato collo stemma di san Marco, questa arma papale risponde alla passione di studioso e di amoroso indagatore delle pagine antiche della terra che gli ha dato i natali, e non certo al desiderio di rivendicare origini nobiliari. Semmai vi si trova il gusto di chi ama di sentirsi radicato alla sua terra nativa più che alla ricerca di araldici compiacimenti. Questo è certo che la famiglia di papa Roncalli deriva da origini non ignobili, ma onorate e degne, risalenti dai principii del secolo XV al primo Martinus Roncalli dictus Maytinus de Valle Imania, e da questo primo Roncalli di Sotto il Monte, elevantesi sino al nome di certo Bonadio, della metà del secolo xiii, seguito da un Teubaldo che figura nel 1257-1285. 1099. Dal punto di partenza del primo Roncalli di Sotto il Monte - il Martinus dictus Maytinus -, la linea discende ininterrotta sino al 1616 quando, dall'archivio parrocchiale, prendono risalto i nomi di Donato (1616), Donato (1637), Giovanni (1659), Bartolomeo (1682), Giovanni Battista (1714), Antonio (1735), Giuseppe (1768), Giovanni Battista (1797), Angelo (1826), Giovanni Battista (1854), il padre di papa Giovanni. Allorché questi nacque, il mattino del 25 novembre 1881, subito fu portato al fonte battesimale. Il parroco, don Francesco Rebuzzini, un sacerdote santo, e tale riconosciuto e venerato da quanti lo conobbero, per caso si era recato in città. Convenne perciò attenderlo fino al suo ritorno, mentre il padre, felicissimo di questo suo primo maschio capitato dopo tre bambine, era corso in municipio a farlo iscrivere nel registro comunale. 1100. La cerimonia del battesimo, senza speciale solennità, fu compiuta la sera stessa di quel 25 novembre nella chiesa di Santa Maria di Brusico, adiacente alla casa Roncalli, vecchia chiesa che fungeva da parrocchiale invece della più antica parrocchia, poi demolita, di San Giovanni Battista, posta sul colle omonimo e di faticoso accesso. È interessante l'atto di battesimo segnato nel registro parrocchiale: «Anno MILLES Octing. Octuag. Primo Die 25 nov. - Ego Franciscus Rebuzzini Par. huj. Ecclesiae S. Io. Baptae Submontis baptizavi infantem hodie natum ex legitt. coniug. Io. Bapt. Roncalli et Mazzola Marianna e Brusico hujus paroeciae: cui impositum est nomen Angelus Joseph. Patrinus fuit Xaverius Roncalli filius JO. Baptae hujus Paroeciae. - In quorum fidem sacerdos Franciscus Rebuzzini parochus». Notevole il nome del padrino Xaverius, il primo di cinque fratelli che furono: Xaverio, Angelo, Alessandro, Giovanni, Giuseppe. Questo vecchio primogenito rimase celibe: morì a 88 anni. Uomo pio, devotissimo, e istruito la sua parte nelle cose di Dio e della religione. Egli diede al figlioccio, senza l'intenzione di farne un prete, quanto di più edificante e di efficace potesse riuscire di avviamento alla preparazione, non di un semplice sacerdote, ma di un vescovo e di un papa, quale la Provvidenza l'avrebbe poi voluto e costituito. Della sua cultura religiosa, basti dire che egli era familiare alla lettura delle meditazioni del padre Luigi Da Ponte Seguiva il Bollettino Salesiano e i giornali cattolici di Bergamo, in quei tempi della iniziazione, da Bergamo, dell'Azione Cattolica. Fu lui, il prozio Zaverio, che da quando il bambino cessò di aver bisogno della mamma, se lo prese tutto per sé, e gli infuse con la parola e con l'esempio le attrattive della sua anima religiosa. 1101. Ad eguale sentimento cooperarono, nel complesso di tutte le circostanze di una famiglia, divenuta di anno in anno numerosissima, le sollecitudini dei genitori, il Giovanni Battista padre e la pia, innocente e laboriosissima mamma, Marianna Mazzola. Oh, che mamma! oh, che coscìenza semplice e pura, tale conservatasi sino alla più tarda età, in amore ed in venerazione dei suoi dieci figlioli e di tutta la parrocchia! Da notarsi che in quella stessa famiglia Roncalli viveva pure il cugino di Battista, Luigi, figlio di Alessandro, con la sua consorte che si chiamava Angelina Carissimi, anche lei madre di dieci figli. Cosicché in casa Roncalli, la più numerosa del paese, erano trenta le bocche da saziare, tre volte al giorno. Ma a tutto provvedeva il buon Dio: provvedevano i campi ben lavorati a cereali ed a vigna; provvedevano gli animali nella stalla, col latte e con i suoi prodotti; provvedeva il timor di Dio che manteneva l'ordine, la serenità di una vita collettiva, impegnata al buon lavoro, al ben operare, con mutuo e vicendevole rispetto, e con non mai turbata pace domestica e cristiana. Alla sera, e tutte le sere, era lui, il vecchio zio Zaverio, il capo di casa, che intonava il rosario; e tutti rispondevano, formando tutta una musica, il cui ricordo a tanta distanza di anni, ancora intenerisce. Ciò avveniva dal 1880 al 1892, quando la grossa famiglia dovette sdoppiarsi per necessità. I figlioli erano tutti insieme una ventina, fra fratelli e cugini; e maschi e femmine, dieci per parte, esattamente. Il primo dei maschi era l’Angelino, il futuro papa, che allora contava 11 anni.
1102. Il prozio Zaverio - il barba, come si dice nel bergamasco - e i suoi fratelli: Angelo, padre di Battista e nonno del futuro papa; Alessandro con tre figli: Luigi, Giuseppe Filippo e Pietro; Giovanni, trasferitosi poi a Carvico, anche lui con tre figli: Francesco Pasquale, Antonio e Giuseppe; Giuseppe senza figli e con la moglie Anna Ghisleni, per circa trent'anni inferma; costituivano un seniorato di questa grossa famiglia Roncalli che godette sempre di particolare rispetto e simpatia in tutta la parrocchia e nei dintorni. Dei nipoti maschi che apparivano uno dopo l'altro figli dei due cugini Battista e Luigi, Angelino era il primo, e per il suo immediato e spontaneo volgersi alle cose di chiesa, per il suo aspetto e per il suo fare innocente e quieto, fu subito e si mantenne il prediletto, oggetto di una pronta e singolare attenzione. Fuori di casa i suoi coetanei lo chiamavano l'Angelino Roncalli, il pretino. 1103. Ricevette la cresima nel 1887, a Carvico, per mano del venerato vescovo mons. Gaetano Camillo Guindani, la prima figura di vescovo ieratica e tanto amata che egli vide, e che gli avrebbe poi conferita, nel seminario di Bergamo, la sacra tonsura nel 1895, e gli ordini minori nel 1899. Fu ammesso alla prima Comunione a otto anni, in un mattino di quaresima freddo e senza solennità, nella chiesa di Santa Maria di Brusicco, facente funzione di parrocchiale. C'erano solo i ragazzi e le bambine presenti, col parroco Rebuzzini e col coadiutore, don Bortolo Locatelli. Di questa cerimonia il papa futuro amò sempre ricordare la grande semplicità e questo particolare seguente, che rimase nel suo cuore. Dopo la cerimonia i neo comunicati si recarono in canonica per essere iscritti, uno per uno, all'Associazione dell'Apostolato della Preghiera; ed il parroco Rebuzzini affidò giusto all'Angelino l'onore di scrivere la lista del cognome e nome dei suoi compagni e delle bambine. E questo fu il primo esercizio di scrittura di cui si conservi memoria, il primo di tanti e di tanti fogli ch~e era destinato a moltiplicare, in oltre mezzo secolo di penna in mano. 1104. Il suo tirocinio scolastico si iniziò da bambino ancora, attraverso le elementari a Sotto il Monte, nella vecchia scuola di Camaitino, e poi nella nuova a Bercio, appena finita la costruzione del nuovo municipio. Le prime e più precise nozioni di italiano le ebbe dal coadiutore di Carvico, don Luigi Bonardi; e quelle di latino da quel parroco, un po' rigoroso e di vecchio sistema, don Pietro Bolis. Alcuni mesi di esercizio scolastico, piuttosto duro per un ragazzetto di nove anni, gli permisero però di subire felicemente un primo esame dilatino che, dopo altri due mesi, gli assicurarono il passaggio alla terza ginnasio in seminario. Ne approfittò per frequentare nel 1892, come alunno esterno, la scuola del Collegio Vescovile di Celana. Però senza decisi risultati scolastici, per quei pochi mesi. Il contatto con Celana gli doveva tornare bene più prezioso per quanto il suo spirito vi apprese di felice educazione religiosa e disciplinare, di vita civile e sociale, e praticamente della prima conoscenza che egli si formò di san Carlo Borromeo, fondatore e patrono di quell'istituto. Visto la prima volta, in immagine scolpita sull'antica porta del Collegio di Celana, san Carlo impressionò così vivamente lo spirito del fanciullo ingenuo ed innocente, da divenirgli poi luce ed inspirazione per tutto ciò che la Provvidenza gli suggerì a studio e ad imitazione di quel grande maestro dell'episcopato della Chiesa universale. È per questo che Celana resta sempre ricordo graditissimo e lieto di papa Giovanni XXIII. 1105. Questi entrò definitivamente nel seminario di Bergamo, come alunno interno, ai primi di novembre 1892, e vi rimase fino alla fine del 1900, cioè otto anni interi. Il farsi avanti appena undicenne negli studi classici, avviati con qualche incertezza, dovette costare un poco al suo sforzo tranquillo e tenace. Egli progredì infatti per gradi. Entrato in terza ginnasio con note buone, ma modeste, in quinta era già fra i primi della classe. E così promettente da venire ammesso, a quattordici anni appena, alla sacra tonsura, caso più unico che raro a quei tempi e in ogni tempo. Era la vigilia della festa di san Pietro di quell'anno 1895. L'indomani avrebbe dovuto assistere alla solenne consacrazione di mons. Abbondio Cavadini, vescovo missionario a Mangalore in India. Era di Calcinate e gesuita. Il consacrante era il vescovo mons. Guindani, assistito da due prelati bresciani: mons. Corna Pellegrini, ordinario di Brescia, e mons. Rota, vescovo di Lodi. Cerimonia commovente ed indimenticabile, nel duomo di Bergamo, per il chierichetto Roncalli, che da allora sembrò prendere il volo e per gli studi, e per la formazione spirituale. Appena tre anni dopo infatti, il suo professore di lettere divenuto vice-rettore, don Giovanni Floridi di benedetta memoria, lo volle e lo ebbe come prefetto nelle classi di retorica, con alunni di cui parecchi erano di età più anziani di lui. Dal liceo passando alla teologia (frase incompiuta] 1106. L'anno giubilare 1900 segnò l'aprirsi di un nuovo orizzonte nella vita del chierico Angelo Roncalli. Nel settembre un pellegrinaggio per l'acquisto della grande indulgenza gli scoprì tutta la maestà della Roma papale che da allora divenne familiare al suo spirito, come doveva poi sempre rimanere. Nelle vacanze dell'anno precedente, 1899, aveva incontrato alle Ghiaie di Bonate Sopra, presso il sac. Alessandro Locatelli ivi coadiutore parrocchiale, quel distintissimo prelato mgr Giacomo Radini Tedeschi canonico Vaticano, a cui era riservato il più grave «pondus diei et aestus» della direzione in Roma dei grandi pellegrinaggi giubilari. L'antico alunno che questi era stato «in adolescentia sua » del collegio Sant'Alessandro in Bergamo, dove aveva fatto il suo ginnasio e liceo, era rimasto sempre amico del cuore al suo prefetto di camerata. E fra questo, appunto il don Alessandro, divenuto durante un ministero perseverante ed edificante, il vero padre della frazione delle Ghiaie dove costruì la chiesa, iniziò la devozione alla Madonna di Lourdes e preparò la formazione della nuova parrocchia, e il giovane prelato romano continuò un'amicizia che permise uno scambio di buoni servigi sacerdotali rivolti al bene delle anime. Fu allora che il chierico Roncalli comparrocchiano del prete Locatelli - essendo ambedue nati a Sotto il Monte - si trovò inconsciamente avviato dalla Provvidenza su un intreccio di rapporti che cinque anni dopo dovevano maturare nella composizione della famiglia episcopale di mgr Radini Tedeschi divenuto nuovo vescovo di Bergamo, cioè, col Vescovo, don Alessandro quale suo maestro di casa, e don Angelo Roncalli come segretario particolare. Quei cinque anni che corsero fra il primo incontro alle Ghiaie nel 1899, e l'ingresso del vescovo Radini in Bergamo nell'aprile 1905, segnarono il periodo più denso e fruttuoso per la formazione sacerdotale del futuro servo dei servi di Dio riservato al governo della Chiesa universale. 1107. La diocesi di Bergamo, in virtù di un testamento prezioso del 1640, realizzatosi sulla fine del secolo XVIII, merito incomparabile di un suo prelato insigne: mgr Flaminio Cerasola (t 1640), disponeva di un Collegio in Roma - Nobile Collegio Cerasola - per gli studi ecclesiastici a beneficio di alcuni giovani bergamaschi scelti dal Vescovo, e nominati da un apposito comitato della venerabile Arciconfraternita dei Bergamaschi nell'Urbe. Le vicende confuse e dolorose che occorsero dopo il 20 settembre 1870 furono tentazione per alcuno di mettere le mani sulla significazione della fondazione di Flaminio Cerasola, e di stornare, a favore di studenti laici, i redditi che furono fissati da quel benemerito ecclesiastico a beneficio esclusivo di chierici bergamaschi. Ciò comportò una sospensione dell'invio di questi, per dieci anni: quanti ce ne vollero, per il durare della causa civile di rivendicazione delle precise volontà del Cerasola. Come era naturale la sentenza del tribunale, pronunciata e riconfermata, fu tutta a favore del Vescovo di Bergamo, reclamante il buon diritto dell'intera diocesi. Nel 1900 fu ripreso perciò l'invio degli alunni bergamaschi al Pontificio Seminario Romano. Coincidenza sorprendente volle che il primo alunno invitato e scelto al godimento di questo beneficio fosse proprio il chierico Angelo Roncalli che insieme con altri due seminaristi di Bergamo, Achille Ballini di Boltiere, mancato troppo prestoai vivi, e Guglielmo Carozzi di Curnasco, da ben quarant'anni arciprete laborioso e benemeritissimo di Seriate, riprese la nobile catena degli alunni Cerasoliani resa già splendente dal buon successo di una serie di ecclesiastici distintissimi che recarono contributo notevole di servizi preziosi alla diocesi bergamasca ed alla Chiesa universale. Bastino i nomi dei cardinali Agliardi, Cavagnis, Gusmini, degli arcivescovi Signori di Genova, dei due, Testa Gustavo e Giacomo, nunzi e delegati apostolici, Sigismondi Segretario della S.C. di Propaganda Fide, posto di grande importanza, dei vescovi Arcangeli di Asti, e Battaglia di Faenza, senza dire di altri ecclesiastici e tutti ragguardevoli che nei vari compiti del sacro ministero, da Roma nelle sacre Congregazioni o in diocesi nella curia, nel seminario, nelle parrocchie, moltiplicarono titoli di grande rispetto e di grande merito alla diocesi di Sant'Alessandro. 1108. Questa seconda serie degli alunni Cerasoliani, aperta dal chierico Roncalli e dal suoi due coetanei Ballini e Carozzi, portò presto il segno di una grande benedizione. Don Achille Ballini si arrestò dopo pochi anni sulla via: tempo sufficiente però a dare nell'Azione Cattolica e sociale, e nell'esercizio del ministero sacro delle anime - fra l'altro fu parroco a Loreto e in Borgo Canale [Bergamo] - saggi eloquenti di zelo sacerdotale ammirevole, mentre don Guglielmo Carozzi, chiaro già in Roma per notevoli successi in scienza teologica e giuridica, poté fornire alla diocesi dalla prima collaborazione in seminario e in curia, ben quarant'anni di servizio pastorale come arciprete di Seriate, universalmente ammirato e benedetto, e sempre in vigore di energie spirituali vivaci ed intense. 1109. Gli studi in Roma del chierico Roncalli ebbero la sospensione di un anno di buon servizio militare compiuto in Bergamo dal novembre al novembre 1901-1902 soldato di fanteria del reggimento 73 brigata Lombardia, caporale nel 31 maggio 1902, e sergente il 30 novembre dello stesso anno. Furono dodici mesi di cui egli conserverà il ricordo più caro, come esperienza di robusta disciplina, come avviamento alla conoscenza dell'anima giovanile dei figli d'Italia, ed alle forme più pratiche per attirarla al bene, ed alle vette più alte del sentire e del vivere umano e cristiano. Ripresi gli studi in Roma con successo eccellente, percorse con calma e con ardore i vari gradi di baccelliere, di dottore, ricevendo-ne la laurea ai primi di luglio del 1904. Egli ricorderà poi sempre di aver avuto come assistente alla prova in iscritto per il dottorato il giovane sacerdote romano, don Eugenio Pacelli, che gli avrebbe dato, giusto cinquant'anni dopo, il cappello càrdinalizio, e dopo ancora un lustro lasciata in eredità la sua tiara papale. Egualmente notevole la successiva, più raccolta e più vibrante preparazione agli ordini sacri. Suddiaconato al Laterano per le mani del cardinal Vicario Pietro Respighi l'il aprile 1903; diaconato ancora a San Giovanni e per le stesse mani il 18 dicembre 8 medesimo anno; sacerdozio «extra tempus» - ancora per la sempre giovane età - il 10 agosto 1904. Ordinante mons. Ceppetelli, vice gerente del Vicariato di Roma, nella chiesa di Santa Maria in Monte Santo sulla piazza del Popolo. 1110. Tornato dal servizio militare i superiori del Seminario Romano avevano confidato al chierico Roncalli la cura di prefetto dei «teologi piccoli» come si diceva allora, egualmente stimato e ben voluto: in circostanze piuttosto disagiate quando il Santo Padre Pio X aveva disposto che tutti i chierici di Roma, parecchi dei quali vivevano in famiglia, venissero obbligati alla vita comune in Seminario, tolta ogni possibilità di accedere al sacerdozio sfuggendo a questa imposizione. E la vita felicissima e benedetta del neolevita bergamasco al Seminario Romano pareva dovesse prolungarsi anche per il corso degli studi giuridici, che nel novembre dello stesso anno egli aveva iniziato, quando il primo invito della obbedienza dopo pochi mesi gli dischiuse le porte verso l'orizzonte inatteso della vita nella diocesi sua, accanto al prelato novello mgr Radini Tedeschi che ai primi di aprile iniziava il suo insigne e memorabile episcopato. Allorché il Santo Padre Pio X, sul finire del dicembre 1904, confidò a mgr Radini Tedeschi il suo divisamento di mandarlo a Bergamo come sucessore di mgr Guindani di v.m., gli disse: «Vi ringrazio che abbiate accettato. Andate a Bergamo. Per ciò che può consolare un Vescovo, Bergamo è la prima diocesi d'Italia». La nota caratteristica della diocesi be gamasca era segnata dalla sua tradizione religiosa fervidissima nutrìta dallo zelo di un clero attento alla formazione...
SPECCHIO ASCETICO
[Ogni qualvolta che il giovinetto Angelo Roncalli entrava nella casa canonica di don Francesco Rebuzzini, parroco di Sotto il Monte, lo sguardo si posava su una iscrizione, incorniciata e appesa alla parete, il cui testo gli si diceva essere stato composto da san Bernardo]. 1111. Pace in cella. Fuori lotte a non finire. Presta attenzione ad ogni interlocutore. Credi a pochi. Onora tutti. Non credere a tutto ciò che ti dicono. Non giudicare tutto ciò che vedi. Non fare tutto ciò che ritieni di poter fare. Non disfarti di tutto ciò che hai. Non dire tutto ciò che conosci. Prega. Leggi. Fuggi. Taci. Riposa. Chi desidera raggiungere la desiderata pace celeste mediti spesso durante la vita su queste realtà: Tre del passato I peccati commessi. Il bene omesso. Il tempo perduto. Tre dell'ora presente Brevità della vita. Difficoltà di salvarsi. Piccolo numero dei possibili salvati. Quattro del futuro La morte, di cui niente è più certo. Il giudizio, di cui niente è più severo. L'infemo, di cui niente è più terribile. Il paradiso, di cui niente è più felice.
(…)
DAL TRATTATO «A FORTUNATO» DI SAN CIPRIANO
1114. «...Si abbatta pure sui cristiani la tempesta della persecuzione. Essi non temeranno, perché vedono aperto su di loro il cielo. Li minacci pure l'anticristo, ma Cristo li protegge. Venga loro inferta la morte, ma li segue l'immortalità. Che felicità, che gioia uscire da questo mondo nella letizia, uscire gloriosamente attraverso amarezze ed angustie, chiudere in un istante gli occhi che prima vedevano gli uomini e il mondo, e riaprirli subito per vedere Dio, il Cristo. Come appare rapido questo passaggio alla felicità. In un attimo sei sottratto alla terra per essere collocato nel regno dei cieli » (San' Cipriano, dal Trattato «A Fortunato », cap. 13, CSEL 3, 346-347).
LA GRANDE ENCICLICA «MATER ET MAGISTRA»
Sabato 2 dicembre 1961
1115. Al discorso finale di questo ritiro: O sacerdos: qui es tu? Nihil et omnia, feci seguire alcune parole di conclusione e di incoraggiamento nel richiamo di alcune felici espressioni ispiratemi da san Leone Magno, il gran pontefice onorato di questi giorni con una mia lettera enciclica in occasione del suo centenario (461-1961): ed anche da alcuni discorsi di papa Innocenzo III che mi piacque tanto di presentare come autore della parola «Mater et Magistra» di introduzione alla grande enciclica che fu il fiore più bello di questo III anno di pontificato...
Laus Deo.
ANTONIO ROSMINI E IL RISORGIMENTO ITALIANO
Venezia, 7 febbraio 1954
1116. Il cardinale Angelo Giuseppe Roncalli patriarca di Venezia presenta le sue scuse al M.R. prof. Callovini per il ritardo a ringraziarlo del suo bel lavoro in onore di Antonio Rosmini, in rapporto al Risorgimento italiano. Le sue occupazioni in questi primi mesi di esplorazione pastorale non gli permisero un esame minuto delle sue belle pagine. Sfogliandole però ne ha ammirato il contenuto e il metodo, e ne condivide le conclusioni. Attraverso personali visioni di ambiente e variazioni di posizione psicologica Ant. Ro-smini resta un grande filosofo, un sacerdote edificante ed un italiano assai benemerito cuius memoria est et erit in benedietione.
Ang. Gius. Card. Roncalli
Patriarca
GLI ESERCIZI SPIRITUALI PER L'OTTANTESIMO COMPLEANNO
Il Vescovo Alfredo Cavagna al rosminiano padre Pusineri a proposito di articoli apparsi su Charitas (boli. dei Rosminiani) 1117. Avevo visto l'ultimo numero di Charitas e il raffronto che Ella aveva fatto delle parole del Rosmini con quelle del Santo Padre nel ritiro spirituale dell'agosto 1961. Ella però attribuisce al mio merito ciò che è assolutamente infondato. E questo indipendentemente dalla venerazione che ho per Rosmini e che ho sempre avuta, anche perché sono stato educato nell'Istituto Villoresi ed anche recentemente Ella mi ha fatto gustare sulle pagine di Charitas i rapporti del P. Villoresi col Rosmini. Ecco invece con tutta sincerità come sono andate le cose, in modo da rettificare quanto attribuissero a me che invece è tutto merito del Santo Padre. Il Papa aveva desiderato che l'accompagnassi nei suoi esercizi che intendeva precedessero la data del suo 800 anno. Pensai quale libro potesse essergli gradito. Tra gli altri scelsi quello dei Salesiani del Bogliolo, Ascetica sacerdotale, dove sono raccolti i principali documenti degli ultimi Pontefici relativi al clero, con qualche commento. Arrivato a Castel Gandolfo egli mi fece vedere il volumetto sulla Peifezione cristiana, dicendomi che l'aveva sfogliato e che io avrei potuto facilmente utilizzarlo aiutandomi con l'Indice per scegliere quegli argomenti che gli sarebbero stati più opportuni. Ed èquanto modestamente cercai di fare, come Ella ne ha potuto già dedurre dal resoconto fatto su Charitas. Ella avrà anche constatato come invece l'ultima meditazione che mi sono permesso di suggerirgli è tolta dall'ultimo capitolo di san Giovanni. I propositi poi sono tutti un lavoro personalissimo del Santo Padre ai quali io sono affatto estraneo. Solo qualcuno aveva avuto la bontà di leggermelo. Egli faceva queste annotazioni sempre alla sera prima del riposo. So anche che gli aveva fatto ottima impressione il giudizio del Rosmini sul libro degli Esercizi spirituali di san'Ignazio. Per confermarle che tutto il merito è proprio del Santo Padre le aggiungerò questo: che mi fece immediatamente dono del libretto La Peifezione facendolo subito acquistare a Roma. t Alfredo M. Cavagna San Vito Romano (Roma), 6 agosto 1963
IO SONO COME UN UCCELLO CHE CANTA IN UN BOSCO DI SPINE
1118. La figura di san Francesco di Sales non è di quelle che si possono contenere entro limitati orizzonti. Essa ci si leva innanzi alla mente, alta e serena: più alta dei monti della sua Savoia, più serena del cielo ridente che si specchia nelle acque azzurre del piccolo lago di Annecy. Lo sguardo la contempla negli splendori della luce divina che tutta la investe, collocata al vertice dei tempi suoi come l'immagine vivente del Salvatore che apre le braccia a tutta l'umanità chiamando tutti alla confidenza ed all'amore. In verità san Francesco di Sales fu il più amabile fra i santi, e Iddio lo mandava al mondo in un'ora di tristezza, quando il protestantesimo cupo e rigido tentava di annientare lo spirito cristiano, abbrucciava le statue dei santi, faceva sparire dalla terra il sorriso della Vergine Madre, curvava la fronte in un terrore, che richiamava il Sinai assai più che il monte delle Beatitudini. E san Francesco di Sales apparve ed è rimasto come l'incarnazione della pietà sorridente e forte, in cui si fondono la poesia ingenua di san Francesco d'Assisi e l'amore chiaroveggente di sant'Agostino. Linee caratteristiche della sua figura, l'equilibrio e l'armonia. Nulla in lui che stoni, o che esca dalla perfetta misura - come il De Margerie scrisse bene - nessun lato che si sviluppi in eccesso o a pregiudizio di qualche altro: la dolcezza non nuoce alla forza, né la condiscendenza e la pazienza allo zelo, né la semplicità alla prudenza: le virtù che sembrano escludersi e che di fatto ordinariamente si escludono non solo si trovano in lui in perfetto accordo ma si fortificano e grandeggiano a vicenda. Singolare e magnifico contemperamento delle qualità più distinte onde risulta l'uomo perfetto, e per cui san Francesco di Sales ebbe davvero il dominio delle anime e riuscì a mantenerlo incontrastato anche nelle età che succedettero alla sua! Egli fu detto giustamente il bonus homo pacificus dei tempi suoi. Ed è nella sua pace interiore che conviene riconoscere il principio di quella serenità attraente che segnò della sua impronta tutte le sue azioni e tutti i suoi libri, il principio di quella festevolezza dolce, franca e grave, di quella gioia intima e perenne che anche fra le amarezze e le tribolazioni sembra non aver mai interrotto il suo canto, simile in ciò - la comparazione è sua - all'usignuolo che canta fra un cespuglio di spine. Ma il segreto di questa pace interna e di questa armonia quale fu? Non è difficile il comprenderlo. L'amore, l'amore di Dio. Nella sua immortale opera Il Teotimo san Francesco tracciò la teoria profonda di questo amore: in tutta la sua vita di missionario e di vescovo, ce ne ha offerto tutta la vivente realtà, di questo amore santo, purissimo, divino che dentro l'infiammava inestinguibile come il roveto veduto da Mosè sulla montagna: amore che in lui fu un progresso continuo, un ascendere incessante di chiarezza in chiarezza verso la perfezione, e si confuse con quello spirito di santa indifferenza che non è davvero la freddezza o l'inerzia di un cuore che nulla sente ma l'ultimo sforzo di un cuore che ama, l'intimo termine di una immolazione che annienta lo spirito proprio, la volontà propria, il cuore di carne per sostituirvi lo spirito, la volontà, il cuore di Dio. d.a.r. (Don Angelo Roncalli) La vita Diocesana, 3 (1911), pp. 287-288
SINTESI CRONOLOGICA
1881 novembre 25. Angelo Giuseppe Roncalli, di Giov. Battista e di Marianna Mazzola, nasce a Sotto il Monte (Bergamo) in località Brusicco, nella cascina denominata Palazzo. E’ battezzato lo stesso giorno dal parroco don Francesco Rebuzzini, nella chiesa di S. Maria Assunta. Padrino, il prozio Zaverio Roncalli, capo della famiglia, fratello di nonno Angelo. 1885 novembre 21. Angelino, condotto dalla mamma, venera per la prima volta la Madonna delle Caneve, santuario campestre di Sotto il Monte. 1888 luglio 20. Per la prima volta si reca a piedi a Somasca. agosto 28. Prima visita al Santuario della Madonna del Bosco. 1889 febbraio 13. Riceve la cresima a Carvico, dal vescovo Gaetano Camillo Guindani; padrino, Giuseppe Ravasio. marzo 31. Domenica laetare. E’ ammesso alla prima comunione. agosto 6. Condotto dal padre assiste alla seconda festa federale dell'Az. Catt. bergamasca a Ponte S. Pietro. 1887-1890 Frequenta a Sotto il Monte le prime tre classi della scuola elementare. 1890-1891 Riceve sommarie nozioni di grammatica e sintassi italiana e latina dal parroco e dal curato di Carvico. 1891-1892 Per alcuni mesi frequenta come esterno il collegio vescovile di Celana. 1892-1893 Alunno dal seminario minore di Bergamo. 1893-1900 Alunno del seminario maggiore, fino al secondo anno di teologia. 1893 novembre 21. La famiglia di Giov. B. Roncalli si trasferisce nella cascina denominata Colombera. 1895-1897 Annota nei suoi quaderni di spiritualità: «Regole di vita» e «Metodo di vita per un giovane che vuole avanzarsi nella via della virtù». 1895 giugno 24. Riceve l'abito talare. 1896 Inizia la stesura del «Giornale dell'Anima». Il 1° marzo è ammesso tra i terziari francescani. Proponimenti fatti negli esercizi spirituali dell'anno 1896 e confermati nel 1897 e 1898. giugno 28. È ammesso alla tonsura. 1898 luglio 3. È ordinato ostiario e lettore. agosto 28. Alla chiusura delle celebrazioni del XVI centenario di sant'Alessandro, patrono di Bergamo, assiste a Sant'Alessandro in Colonna alla messa e ascolta l'omelia del card. Giuseppe Sarto, patriarca di Venezia. settembre 25. Muore don Francesco Rebuzzini. 1899 giugno 25. È ordinato esorcista e accolito. settembre 17. A Ghiaie di Bonate Sopra, presso don Alessandro Locatelli, nativo di Sotto il Monte, incontra per la prima volta mgr Giacomo Maria Radini Tedeschi, canonico vaticano. 1900 settembre 12-19. Pellegrino a Roma per l'anno santo. Il 19 sosta ad Assisi, il 20 a Loreto. 1901 gennaio 4. Ore 6.40 arriva a Roma, alunno del Seminario Romano, dov'è rettore mgr Vincenzo Bugarini. Usufruisce di una borsa di studio della fondazione «Canonico Flaminio Cerasola». Attesa la giovane età, riprende i corsi teologici dall'anno secondo. gennaio 31. Ai Santi XII Apostoli assiste all'esecuzione dell'oratorio Il Natale di Lorenzo Perosi. febbraio 16. Visita le catacombe di S. Callisto. giugno 25. Consegue il baccellierato in teologia e il premio di lingua ebraica. Novembre 30. Inizia il servizio militare di leva nel 73° fanteria, brigata Lombardia, caserma Umberto I (Bergamo), matricola n. 11331-42. 1902 maggio 31. Promosso caporale. Agosto 20. Presenzia alla posa della prima pietra della erigenda chiesa parrocchiale di Sotto il Monte, in località Bercio, funzionante il vescovo Guindani. novembre 15. Riceve la licenza illimitata in attesa di congedo. novembre 30. Conchiude il servizio militare con la promozione a sergente. dicembre 10-20. Rientra in Seminario (Roma) ammesso al terzo anno di teologia. Nominato prefetto dei teologi «piccoli», partecipa al corso di esercizi degli ordinandi. Il 16 ha il suo primo incontro con p. Francesco Pitocchi. 1903 gennaio 2. Il sac. Domenico Spolverini è nominato vicerettore del Seminario Romano. aprile 11. Ordinato suddiacono a San Giovanni in Laterano, dal card. Respighi, vicario di Sua Santità. aprile 29. Assiste al passaggio di Edoardo VII, re d'Inghilterra e imperatore delle Indie, che si reca in Vaticano maggio 2. Assiste al passaggio dell'imperatore di Germania, Guglielmo II, che pure si reca in Vaticano. luglio 20. Muore Leone XIII. agosto 4. Elezione di Pio X. Assiste alla «fumata» bianca. agosto 9. Presenzia all'incoronazione del papa. Rimane colpito dalla maestà soave del pontefice, specialmente durante il canto dell'antifona perosiana Corona aurea super caput eius. dicembre 19. Ordinato diacono a San Giovanni in Laterano dal card. Respighi. Nello stesso rito Ernesto Buonaiuti è ordinato sacerdote. 1904 marzo 28-30. Piccoli esercizi della settimana santa. luglio 13. Dottore in sacra teologia. All'esame scritto funge da assistente il prof. d. Eugenio Pacelli. agosto 1-9. Esercizi spirituali presso i Passionisti ai Santi Giovanni e Paolo, sull'Aventino. agosto 10. Ordinato sacerdote a Santa Maria in Monte Santo (Piazza del Popolo) da mgr Giuseppe Ceppetelli, patriarca titolare di Costantinopoli, vicegerente. agosto 11. Celebra la messa nelle Grotte Vaticane. Verso mezzogiorno viene presentato a Pio X dal vicerettore Spolverini. agosto 12. Roccantica, villeggiatura del Seminario Romano. Celebra la sua seconda messa. agosto 13. Firenze. Celebra alla Ss.ma Annunziata. agosto 14. Milano. Celebra in duomo, sull'altare di san Carlo. agosto 15. Sotto il Monte. Canta messa a S. Maria di Brusicco. novembre. Intraprende gli studi giuridici a Roma. dicembre 1-4. Roma. Presenzia al Congresso mariano intern. nel cinquantesimo della proclamazione del dogma dell'Immacolata. Animatore del congresso è mgr Radini Tedeschi. 1905 gennaio 8. Beatificazione di Giovanni M. Vianney, curato d'Ars. Nel pomeriggio, dopo la cappella papale in San Pietro, si diffonde la notizia della nomina del canonico vaticano Giacomo Maria Radini Tedeschi a vescovo di Bergamo. gennaio 9. Mgr Bugarini presenta don Angelo Roncalli al vescovo eletto. Gennaio 29. Nella Cappella Sistina, Pio x ordina vescovo mgr Radini Tedeschi. Don Angelo, nominato suo segretario, funge da cappellano comune e tiene l'evangeliario sulle spalle dell'ordinando. marzo 30. Accompagna mgr Radini Tedeschi in udienza da Pio x. aprile 9. Ingresso del vescovo a Bergamo. Aprile 30 - maggio 18. Partecipa al XV pellegrinaggio naz. it. a Lourdes, con soste ai santuari di Lione, Paray-Le-Monial, Ars e Montpellier. dicembre 8. Il vescovo dà inizio alla visita pastorale, di cui d. Angelo è segretario-convisitatore. 1906 gennaio 29. A Sant'Alessandro in Colonna tiene il panegirico di S. Francesco di Sales. febbraio 23. A Milano, negli archivi della curia arciv., si imbatte nel carteggio della Visita apostolica di san Carlo Borromeo a Bergamo (1575). Primi incontri con mgr Achille Ratti, prefetto della Biblioteca Ambrosiana (cfr. Gli Atti della Visita Apostolica, vol. I, p. XXIX), il futuro Pio XI. settembre 12- ottobre22. Partecipa al terzo pellegrinaggio naz. it. in Terra Santa, presieduto dal suo vescovo. novembre. Inizia l'insegnamento di storia ecclesiastica in seminario; più avanti assumerà anche la cattedra di apologetica, di teologia fondamentale, e successivamente di patrologia. 1907 luglio 17- novembre 3. Economo spirltuale di Sforzatica Santa Maria. settembre 1-7. Esercizi spirituali a Martinengo (Bergamo). dicembre 4. In seminario, a Bergamo. Commemora il Cardinale Cesare Baronio, nel terzo centenario della morte. 1908 settembre 8-20. Pellegrinaggio a Lourdes, con soste a Marsiglia, Tolosa, Nìmes. ottobre 25-30. Esercizi spirituali a Martinengo. 1909 gennaio. Ha inizio la pubblicazione di La Vita Diocesana, periodico ufficiale del vescovo e della curia, tip. vesc. Secomandi, via Pignolo 103. Direttore responsabile, il sac. Guglielmo Carozzi; redattore, d. Angelo Roncalli. aprile 16. Mgr vescovo annunzia alla diocesi il progetto di pubblicazione della Visita Apostolica di S. Carlo. La documentazione verrà in seguito pubblicata lungo un arco di tempo di circa trent'anni: Fontes Ambrosiani in lucem editi cura et studio Bybliothecae Ambrosianae, moderante Iohanne Galbiati, XIII-XVII Gli Atti della Visita Apostolica di S. Carlo Borromeo a Bergamo (1575) a cura di Angelo Giuseppe Roncalli, arciv. tit. di Mesembria, con la collaborazione di don Pietro Forno. Voli. 2 in 5 tomi (vol. I - La città, pt I [1936]; pt II [1937]; voi. II - La Diocesi, pt I [1939]; pt II [1946]; pt III [1957]. Firenze, Leo S. Olschki 1936-1957). settembre 19-25. Esercizi spirituali a Martinengo. novembre 3. Mgr Radini istituisce la Congregazione diocesana dei Preti del Sacro Cuore. Alla stesura delle regole collabora d. Angelo. 1910 aprile 26-28. Si celebra il XXXIII Sinodo diocesano bergomense, di cui d. Angelo è segretario sostituto. ottobre 2-8. Esercizi spirituali a Martinengo. ottobre 20. Con l'approvazione dei nuovi statuti diocesani dell'Azione Cattolica viene nominato presidente della quinta sezione. Presidente generale è Niccolà Rezzara. 1911 giugno 11. Padova. Con mgr vescovo presenzia alle celebrazioni del CL anniversario della beatificazione di Gregorio Barbarigo. luglio 30- agosto 12. Peregrinazione in Svizzera, accompagnandovi il suo vescovo, con visite a Ginevra, Friburgo, Annecy, e soggiorno a Einsiedeln. ottobre 1-7. Esercizi spirituali a Martinengo. novembre 6. Viene accolto come membro esterno della Congregazione dei Preti del Sacro Cuore. 1912 settembre 11. Pellegrino a Maziazelì (Austria). settembre 12-16. Soggiorna a Vienna nel corso dei XXIII Congresso eucaristico internazionale. settembre 17. Cracovia. Celebra la messa in cattedrale. Visita le saline di Wieliczka. settembre 19. Budapest. Celebra la messa nel tempio di San Pietro. settembre 21. Viene pubblicata la lettera collettiva dell'episcopato lombardo: Il XVI centenario dell'editto di Milano e la libertà della religione nelle scuole. Il prof. d. Angelo Roncalli ha redatto il testo su invito del suo vescovo, con consenso dei card. Ferrari. ottobre 13-19. Esercizi spirituali a Martinengo. 1913 gennaio 11. Si iscrive all'«Ass. Naz. it. per il trasporto dei malati poveri a Lourdes». giugno 22-30. Pellegrino a Roma per l'acquisto del giubileo straordinario indetto nei centenario costantiniano. agosto 8. Celebra la messa nel santuario di Oropa. ottobre 19-25. Esercizi spirituali a Martinengo. 1914 giugno 1-3. Roma. Coi superiori del seminario bergomense si reca alla Congregazione concistoriale. agosto 20. Muore papa Pio X. agosto 22. Muore mgr Radini Tedeschi. settembre 3. Elezione di Benedetto XV. settembre 27 - ottobre 3. Esercizi spirituali a Bergamo. 1915 aprile 11. Ingresso a Bergamo del vescovo Luigi Marelli. maggio 23. Richiamato in servizio militare, come sergente di sanità. Maggio 24. Si presenta al centro di raccolta di Sant'Ambrogio a Milano. Viene destinato a Bergamo. settembre 11-13. Ritiro spirituale a Bergamo. 1916 marzo 28. È nominato cappellano militare dell'ospedale succursale di riserva di Bergamo, detto Ricovero nuovo, e di altri variamente distribuiti. Coordina l'opera di assistenza religiosa ai militari. agosto 22. Esce il volume In memoria di mons. Giacomo M. Radini Tedeschi, vescovo di Bergamo, Soc. Ed. S. Alessandro. settembre 24. Presenta il libro a Benedetto XV. 1917 marzo 5. Inaugura la «Casa del soldato» in via Solata. 1918 novembre 25. Inaugurazione ufficiale dell'attività alla Casa dello studente, a Palazzo Marenzi, in via S. Salvatore. dicembre 10. Conchiude il servizio militare. 1919 aprile 28 - maggio 3. Esercizi spirituali a Bergamo. settembre 17. Nominato direttore spirituale del seminario. 1920 settembre 9. Al VI Congresso eucaristico nazionale italiano che si celebra a Bergamo tratta il tema: «L'Eucaristia e la Madonna, amori del cristiano». dicembre 10. Riceve il primo annuncio della chiamata a Roma. 1921 gennaio 18. Roma. A Propaganda Fide, inizia il suo servizio di presidente per l'Italia del consiglio centrale della Pont. Opera della Propagazione della Fede. febbraio 2. Milano. Muore il card. arciv. Andrea Carlo Ferrari. febbraio 7. Presenzia ai funerali del card. Ferrari. marzo 15. Canonico onorario del duomo di Bergamo. aprile 1. Dà inizio alle peregrinazioni attraverso le diocesi d'Italia per diffondere l'ideale missionario e organizzare l'Opera della Propagazione della Fede. maggio 7. Prelato domestico di Sua Santità. ottobre 29. Celebra la messa nel santuario mariano di Bonaria (Sardegna). novembre 13. In via Volturno inizia vita in comune con mgr Vincenzo Bugarini, antico rettore del Seminario Romano. dicembre 4-7. Ritiro spirituale a Montecassino. dicembre 17-30. Viaggio in Francia, Belgio, Olanda e Germania per incontri coi vari Consigli nazionali dell'Opera della Propagazione della Fede. 1922 gennaio 22. Muore Benedetto xv. febbraio 6. Elezione di Pio XI. maggio 3. Nell'aula magna della Cancelleria apostolica commemora il primo cent. dell'Opera della Propagazione della Fede. giugno 13. Muore a Roma padre Francesco Pitocchi, redentorista, già suo direttore spirituale al Seminario Romano. novembre 2-28. Si reca in visita a diocesi della Calabria, delle Puglie e della Campania. 1923 aprile 14-16. Bergamo. Presenzia al Congresso missionario diocesano. maggio 1-28. Visita tutte le diocesi della Sicilia. novembre 11-16. Visita alcune diocesi della Basilicata e delle Puglie. novembre 26-30. Visita diocesi della Campania. 1924 gennaio 13-19. Esercizi spirituali a Roma. febbraio 14. In casa sua, a Santa Maria in via Lata, muore mgr Vincenzo Bugarìnì. novembre. Nominato professore di patristica al Pont. Ateneo Lateranense. 1925 marzo 3. Nominato Visitatore apostolico in Bulgaria ed elevato all'episcopato con il titolo di Areopoli. marzo 13-17. Esercizi spirituali a Villa Carpegna (Roma). marzo 19. A San Carlo al Corso ordinato vescovo dal card. Giovanni Tacci segr. della Congreg. per la chiesa orientale; conconsacranti i monsignori Francesco Marchetti Selvaggiani e Giuseppe Palica. aprile 21. Dal barone Gian Maria Scotti ottiene in affitto alcune camere dell'antica dimora di Camaitino (Sotto il Monte) che diviene la sua residenza estiva e lo resterà sino al 1958. aprile 25. Con l'Orient-express arriva a Sofia. maggio 20. Inizia le sue peregrinazioni attraverso la Bulgaria. Agosto 26. Compie visita di cortesia al Santo Sinodo Bulgaro radunato a Sofia. 1926 novembre 27- dicembre 2. Esercizi spirituali a Roma presso il monastero di San Paolo, assieme a p. Kurteff, dettati dall'abate Ildefonso Schuster. dicembre 5. Roma (San Clemente). Assiste all'ordinazione episcopale di mgr Stefano Cirillo Kurteff, vesc. tit. di Briula, esarca apostolico per i bulgari cattolici di rito bizantino. 1927 gennaio 27-febbraio 2. Ospite della delegazione apostolica di Istanbul. Agosto 20. Incontro con l'arciv. Stépanosse Hovagnimian, del titolo di Nicomedia, metropolita degli armeni esuli in Bulgaria. novembre 9-13. Ritiro spirituale a Lubiana. 1928 aprile 14. La Bulgaria è devastata dal terremoto. Si reca nei centri maggiormente colpiti. dicembre 20-24. Esercizi spirituali a Bebek sul Bosforo (Istanbul), presso i Padri Lazzaristi. Subito dopo inizia la visita apostolica ai cattolici georgiani di Turchia che si concluderà il 5 febbraio 1929. 1929 aprile 21. Celebra a Sofia il XXV anniversario della sua ordinazione sacerdotale. agosto 10. Lo celebra a Sofia presso le Suore Eucarestine. agosto 13-16. Praga. Visita la città e altre località della Cecoslovacchia. agosto 17-21. Soggiorna in Polonia. Visita Czestochowa, Varsavia, Poznan, Gniesno. agosto 22-24. Sosta a Berlino. Fa visita al nunzio apost. Eugenio Pacelii. settembre 21. Sotto il Monte. Consacra la chiesa parrocchiale. 1930 aprile 28 - maggio 5. Detta gli esercizi spirituali ai Passionisti a Roustchouk (Bulgaria). agosto 4-8. Sofia. Detta il ritiro spirituale ai Cappuccini. settembre 3-7. Pellegrinaggio a Lourdes. settembre 8-10. Soggiorna a Parigi. Incontra il nunzio Luigi Maglione. ottobre 25. Ad Assisi re Boris III sposa Giovanna di Savoia. 1931 giugno 11-18. Ospite della delegazione apostolica di Istanbul per le celebrazioni del VII centenario della morte di S. Antonio da Padova. giugno 18-21. Ritiro spirituale a Bùjùkdere sul Bosforo. settembre 26. Nominato primo delegato apostolico in Bulgaria. 1932 luglio 18-22. Detta il ritiro spirituale ai Passionisti a Roustchouk (Russe). 1933 gennaio 13. Nasce Maria Luisa, figlia di re Boris e di Giovanna. settembre 4-8. Ritiro spirituale a Sofia. ottobre 17-24. A Roma acquista le indulgenze del giubileo nel XIX centenario della Redenzione. 1934 marzo 27-31. Ritiro spirituale a Roustchouk. settembre 11. Sofia. Presenzia al ricevimento offerto da re Boris ai partecipanti al IV Congresso di studi bizantini. Si incontra col metropolita Stephan Gheorghiev. novembre 24. Viene trasferito alla delegazione apostolica di Turchia e Grecia e nominato amm. apost. per i latini di Costantinopoli. Novembre 30. Il titolo di Areopoli gli viene mutato in quello arcivescovile di Mesembria. 1935 gennaio 4. Parte da Sofia. gennaio 5. Arriva alla delegazione apostolica di Istanbul, ricevuto da mgr Angelo Dell'Acqua. maggio 2-12. Prima peregrinazione in Grecia e isole. giugno 13. In Turchia vanno in vigore le disposizioni governative che impongono al clero l'abito civile in pubblico. Luglio 28. A Sotto il Monte, muore papà Giovanni Battista Roncalli. dicembre 15-22. Esercizi spirituali a Istanbul. 1936 gennaio 12. Dà inizio all'esposizione catechistica domenicale a Santo Spirito, e alla recita in lingua turca dei Dio sia benedetto. aprile 18 - maggio 29. Grecia. Visita Corinto, Nauplia, Micene, Epidauro, Delfi, Tebe in Beozia. Dal 17 al 20 maggio, soggiorna a Monte Athos. agosto 30- settembre 2. In Grecia. Settembre 25. Presenta a Pio XIII primo volume degli Atti della visita apostolica di S. Carlo Borromeo a Bergamo. ottobre 13-16. Ritiro spirituale a Ranica (Bergamo). 1937 maggio 3-8. Visita i monasteri di Yalova, Gemlik, Bursa dell'Asia Minore. Ed inoltre si reca a Nicea e a Mudanya. maggio 29 - giugno 4. In Grecia. luglio 25. Conferisce l'ordinazione episcopale a mgr Antonio Gregorio Vuccino, vescovo di Syra. agosto 6-30. Visita le isole di Tinos, Déios, Syra, Corfù. Poi Patrasso, Aghia Laura, Olympia, Sparta, Messenì, Tripolis. In mare, verso Patrasso, sulla nave Kefalinìa, si incontra con l'arciv. di Atene Giovanni Crisostomo Papadopulos. dicembre 12-18. Ritiro spirituale a Istanbul. 1938 gennaio 30. Celebra il XV centenario della traslazione dalla Cappadocia a Costantinopoli delle reliquie di S. Giovanni Crisostomo. febbraio 20. Conferisce l'ordinazione episcopale a mgr Giuseppe Descuffi, arciv. di Smirne. marzo 6. Dà inizio alla visita pastorale del vicariato apost. di Istanbul. novembre 1-10. In Grecia. Visita Volo, le Meteore, Tebe, Calcide. 1939 febbraio 10. Muore Pio XI. febbraio 20. A Sotto il Monte, muore mamma Marianna Mazzola Roncalli. marzo 2. Elezione di Pio XII. maggio 27. Al Fanar, rende visita al patriarca Beniamino, per ringraziarlo, a nome della Santa Sede, della partecipazione degli ortodossi al lutto della chiesa romana in morte di papa Pio XI, e alla esultanza per l'elezione di Pio XII. giugno 1-6. Beyrouth. Presenzia al Congresso eucaristico presieduto dal card. Eugenio Tisserant. giugno 7-10. Pellegrino in Palestina, visita Gerusalemme, Giaffa, Palmira, Homs, Aleppo. luglio 15. Pubblica il volume Gli inizi del seminario di Bergamo e San Carlo Borromeo. Note storiche con una introduzione sul Concilio di Trento e la fondazione dei primi seminari, Soc. Ed. S. Alessandro, Bergamo. novembre 12-18. Esercizi spirituali a Istanbul. 1940 gennaio 11-20. In Grecia. aprile 20 - maggio 10. In Grecia. agosto 10. Assieme all'arciv. Gustavo Testa offre al seminario bergomense la collezione di patrologia latina e greca, curata da Jacques Paul Migne. novembre 25- dicembre 1. Esercizi spirituali a Terabya sul Bosforo. 1941 giugno 27 - luglio 8. A Sofia. Incontro con il metropolita ortodosso Stephan, coi sovrani e alcuni membri del governo. luglio 8 - ottobre 7. Visita la Grecia devastata dalla guerra. Il 10 settembre si incontra con mgr Damaskinos, arciv. metropolita di Atene. dicembre 15. Fa appello ai cristiani di Turchia per soccorrere i bimbi greci. 1942 marzo 7-27. Si reca in Bulgaria e Grecia. maggio 30 - luglio 31. In Grecia. ottobre 25-31. Esercizi spirituali a Istanbul. novembre 15- dicembre 21. In Grecia. 1943 marzo 22. Istanbul. Si reca all'ambasciata dell'Urss per sollecitare notizie sui prigionieri di guerra. maggio 22. Con «visto di transito» della delegazione apostolica riesce a mettere in salvo, come già altre volte, ebrei altrimenti destinati ai campi di sterminio. 1944 dicembre 6. Comunicazione riservata con cui gli si chiede il consenso alla nomina di nunzio apostolico a Parigi. dicembre 22. Biglietto di nomina a nunzio in Francia. dicembre 23. Parte da Istanbul. dicembre 24-27. Natale ad Ankara. dicembre 27-28. In aereo: Cairo, Bengasi, Napoli, Roma. dicembre 29. Udienza di Pio XII. dicembre 30. Arrivo all'aeroporto di Villacoublay (Parigi). 1945 gennaio 1. Alle ore 10 presenta le credenziali; alle 11, a nome del corpo diplomatico, porge gli auguri di capodanno al gen. Charles de Gaulle, presidente del governo provvisorio della Repubblica francese. marzo 26-31. Esercizi spirituali a Solesmes, nell'abbazia benedettina. giugno 22-27. Lione. Presenzia alle celebrazioni per il VII centenario del I Concilio ecumenico lionese. Visita Ars e l'abbazia di Cluny. settembre 18. Visita prigionieri di guerra tedeschi a Chartres, con particolare riguardo i numerosi seminaristi. Assecondando lo zelo dei sac. Franz Stock, con l'aiuto della Santa Sede e la collaborazione di ecclesiastici insegnanti venuti dalla Germania, può avviare in quel campo di concentramento corsi regolari di studio teologico e di formazione ecclesiastica. settembre 21. Arriva a Sotto il Monte dopo la parentesi bellica. 1946 febbraio 23-24. A Lisieux per festeggiare il giubileo d'oro di professione religiosa di Celina, sorella di S. Teresa di Gesù Bambino. marzo 1-4. Tolosa. Reca la berretta cardinalizia al card. Saliège. giugno 11. Conferisce l'ordinazione episcopale a mgr Alfredo Pacmi, arciv. tit. di Germia. agosto 15. Celebra la messa nel santuario mariano della Salette. 1947 gennaio 16. Versailles. Come decano del corpo diplomatico assiste alla proclamazione di Vincent Auriol a presidente della Repubblica. marzo 2. Parigi. Presenzia ad un convegno di studio del «Secours catholique». dicembre 8-13. Esercizi spirituali a Clamart, Villa Manresa dei PP. Gesuiti. 1948 giugno 12-15. A Nantes e Pontchàteau, alle feste per la canonizzazione di S. Luigi Grignion di Montfort. novembre 23-27. Esercizi spirituali a En-Calcat presso Carcassonne, monastero benedettino. 1949 giugno 29. A Notre-Dame di Parigi, nella vacanza della sede per la morte del card. Emanuele Suhard, ordina quarantanove sacerdoti. 1950 febbraio 15-23. In Belgio e Olanda, con soggiorno alle nunziature apostoliche di Bruxelles e L'Aia. Visita Namur, Lovanio, Malines, Anversa, Gand, Bruges, Schotenhof, Amsterdam, Rotterdam. marzo 18 - aprile 15. Viaggio in Africa. Arrivo ad Algeri con la motonave «La ville d'Oran» il 19 marzo, nel XXV della sua ordinazione episcopale. aprile 6-9. Ritiro spirituale a Orano (Algeria). aprile 16-20. Visita alcune località e santuari della Spagna. settembre 10. All'Isola di S. Lazzaro di Venezia incontra per la prima volta il suo futuro segretario d. Loris Capovilla. novembre 1. Roma. Presenzia alla proclamazione del dogma dell'assunzione di Maria in cielo. 1951 luglio 11. Primo suo intervento oratorio all'Unesco in veste di Osservatore della S. Sede. 1952 aprile 10-12. Ritiro spirituale a Montmartre (Parigi). agosto 30- settembre 1. Visita la Savoia nel CCCL anniversario dell'ordinazione episcopale di san Francesco di Sales. novembre 10. Essendo gravemente malato il patriarca di Venezia, Pio XII propone a mgr Roncalli di accettare la promozione a quella sede, quando essa si rendesse vacante. novembre 29. Annuncio della elevazione al cardinalato. dicembre 28. Muore mgr Carlo Agostini, patriarca di Venezia. 1953 gennaio 12. Creato cardinale. gennaio 15. Riceve la «berretta» all'Eliseo da Vincent Auriol, presidente della Repubblica francese. Nello stesso giorno, Pio XII annuncia in concistoro la promozione del neocardinale a patriarca di Venezia. febbraio 3-6. Riceve alla nunziatura mgr Erminio Macacek, vicario capitolare di Venezia e d. Loris Capovilla, direttore de La Voce di S. Marco. marzo 10-14. Ritiro spirituale all'abbazia benedettina di Praglia (Padova). marzo 15. Domenica laetare. Celebra la messa all'altare del beato Gregorio Barbarigo nella cattedrale di Padova. Nel pomeriggio fa solenne ingresso a Venezia. maggio 15-21. Esercizi spirituali a Villa Fietta del Grappa. Giugno 26. Bergamo. Presenzia ai funerali del vescovo mgr Adriano Bernareggi. Tiene il discorso di circostanza. agosto 26. Bergamo. Ordina vescovo mgr Giacomo Testa, delegato apostolico in Turchia e Grecia, arciv. tit. di Eraclea di Europa. settembre 11-13. Torino. Partecipa al XIV Congresso eucaristico nazionale. La sera dell' 11 al teatro Alfieri tiene un discorso sul tema: «L'Eucaristia fondamento di solidarietà e di pace sociale». settembre 20. Venezia. Nella chiesa dei Carmini conferisce l'ordinazione episcopale ai suo ausiliare mgr Augusto Gianfranceschi, vescovo tit. di Emeria. settembre 26. Somasca (Bergamo). Consacra l'altare della cappella «Maria, madre degli orfani». settembre 27. Nella cattedrale di Piacenza ordina vescovo il delegato ap. di Gerusalemme e Palestina mgr Silvio Oddi. ottobre 29. Castei Gandolfo. Riceve il «cappello» cardinalizio. novembre 8. Prende possesso del titolo di S. Prisca. 1954 febbraio 28. Venezia. Dà inizio alla visita pastorale. maggio 28- giugno 1. Roma. Presenzia alla canonizzazione di san Pio X. giugno 6-12. Esercizi spirituali a Torreghà di Padova. giugno 29. Redazione più recente del «testamento spirituale» con «ultime volontà». Lo completerà, poi, con i codicilli del 17 settembre 1957 e 4 dicembre 1959 e con ulteriore pensiero spirituale il 12 settembre 1961. luglio 8-15. Lourdes. Presiede il pellegrinaggio triveneto. luglio 16-28. Peregrinazio ne in Spagna. Luglio 29. Sosta all'abbazia di S. Michele di Cuxa (Perpignano, Francia), per venerare le reliquie del doge veneziano S. Pietro Orseolo. agosto 29. Incorona la Madonna dei Bosco (Imbersago, Como). ottobre 19-25. Libano. Legato pontificio al congresso nazionale manano libanese svoltosi a Beyrouth. 1955 maggio 20-25. Esercizi spirituali a Torreglia di Padova. settembre 5. Venezia. Dà inizio alle celebrazioni per il V centenario della morte di S. Lorenzo Giustiniani. 1956 maggio 4. Lecce. Ai XV Congresso eucaristico nazionale tiene una lezione sui tema: «La santa Eucaristia e la vita sociale». maggio 9-15. Fatima. Presiede le celebrazioni nazionali del XXV ann. della consacrazione dei Portogallo al Cuore immacolato di Maria. A Lisbona si incontra con la comunità italiana. giugno 11-15. Esercizi spirituali a Venezia. settembre 5. Chiusura delle celebrazioni centenarie di S. Lorenzo Giustiniani, che nel corso dell'anno sono state onorate dalla presenza e parola dei cardinali Lercaro, arciv. di Bologna, Piazza, segr. della congregazione concistoriale, Siri, arciv. di Genova, Feltin, arciv. di Parigi, e di mgr Montini, arciv. di Milano. 1957 febbraio 17. Al teatro regio di Parma commemora nel XXV della morte mgr Guido Maria Conforti, vescovo di quella sede, fondatore dell'Istituto Saveriano per le missioni estere. giugno 2-7. Esercizi spirituali a Torreglia di Padova. settembre 18. Palermo. Tiene la prolusione alla VII settimana nazionale di preghiera e studi dell'associazione per l'Oriente cristiano. novembre 24. Venezia. Riconsacra l'altare maggiore della basilica di San Marco, e dà inizio al XXXI sinodo diocesano che si celebra nei successivi giorni 25-27. 1958 marzo 2-3. Si reca a Milano per la traslazione dei resti mortali di mgr Angelo Ramazzotti, già patriarca di Venezia e cofondatore dei Pont. Istituto delle missioni estere. marzo 24-25. Lourdes. Consacra il tempio sotterraneo di San Pio X. agosto 26. Celebra per l'ultima volta ai santuario delle Caneve di Sotto il Monte. agosto 28. Si congeda dalla sua parrocchia nativa. settembre 18. Castelfranco Veneto. Presiede la celebrazione triveneta nel centenario dell'ordinazione sacerdotale di Pio X. settembre 22-26. Esercizi spirituali a Col Draga di Possagno. ottobre 9. Morte di Pio XII. ottobre 12. Parte per il conclave. ottobre 25. Entra in conclave. ottobre 28. Eletto papa, assume il nome di Giovanni XXIII. novembre 3. La nobile famiglia Scotti-Guffanti dona al papa le camere da lui abitate a Camaitino. Il Governo italiano concorre all'acquisto di tutto il complesso perché se ne faccia un memoriale del «figlio della campagna» elevato al servizio della chiesa universale. novembre 4. Incoronazione. novembre 21. Prima uscita dal Vaticano per recarsi a Castei Gandolfo. novembre 23. Presa di possesso dell'arcibasilica lateranense. novembre 30. Celebra la messa al Collegio Urbano di Propaganda Fide, sul Gianicolo. novembre 30 - dicembre 6. Esercizi spirituali in Vaticano. dicembre 15-17-18. Concistori per la creazione di 23 cardinali. Capolista è l'arciv. di Milano Giovanni B. Montini (futuro Paolo VI). Natale. A mezzanotte nella Cappella Paolina celebra la messa per il corpo diplomatico; alle 11 la dice a San Pietro. Poi si reca a visitare gli ammalati degli ospedali Santo Spirito e Bambino Gesù. dicembre 26. Visita i carcerati di Regina Caeli. dicembre 27. Nella Basilica Vaticana conferisce l'episcopato al card. Domenico Tardini e ai prelati Giuseppe Ferretto, Carlo Grano, Angelo Dell'Acqua, Mario Casariego, Albino Luciani (futuro Giovanni Paolo I), Carlo Msakila, Gius. Filiberto Cornelis. 1959 gennaio 25. A San Paolo fuori le Mura dà l'annuncio della celebrazione del primo Sinodo per la diocesi di Roma e del XXI Concilio per la chiesa universale. febbraio 22. Presiede la stazione quaresimale a S. Maria «in Domnica». Rinvigorisce con la sua presenza l'antica pratica delle « stazioni », proseguendola nelle domeniche seguenti e poi negli anni successivi. aprile 16. Al Laterano celebra il DCCL anniversario della «Regula» francescana. maggio 11. Venera in piazza San Pietro le spoglie di san Pio X e di san Giovanni Bosco. giugno 29. Prima lettera enc. Ad Petri cathedram. agosto 1. Lettera enc. Sacerdotii nostri primordia nel centenario della morte del curato d'Ars. agosto 25. Visita i santuari Mater Boni Consilii a Genazzano e San Francesco a Bellegra sui monti Prenestini. settembre 26. Lettera enc. Grata recordatio sulla devozione del rosario. ottobre 11. In San Pietro consegna il Crocifisso a 510 missionari. novembre 28. Lettera enc. Princeps pastorum nel XL anniversario della Maximum illud di Benedetto XV novembre 29 - dicembre 5. Esercizi spirituali in Vaticano. 1960 maggio 26. Ai Laterano. Canonizzazione di san Gregorio Barbarigo. luglio 1. Lettera apost. Inde aprimis sulla devozione al Preziosissimo Sangue. settembre 12. Si reca a Roccantica in Sabina per avviare di là con gli alunni dei Seminario Romano la supplica dei seminaristi di tutto il mondo per il Concilio. settembre 23. Visita il protocenobio di Subiaco. settembre 29. Lettera apost. Il religioso convegno per la recita del rosario, con appendice di Piccolo saggio di devoti pensieri distribuiti per ogni decina del rosario con riferimento alla triplice accentuazione: mistero, riflessione e intenzione. novembre 13. Celebra in San Pietro la divina liturgia di rito bizantino slavo. novembre 27 - dicembre 3. Esercizi spirituali in Vaticano. 1961 maggio 15. Lettera enc. Mater et Magistra nel LXX anniversa rio della Rerum Novarum. agosto 10-15. Ritiro spirituale a Castelgandoifo. settembre 19. Visita le catacombe di San Callisto. novembre 11. Lettera enc. Aeterna Dei, nel XV centenario della morte di san Leone Magno. novembre 4. Celebrazioni anticipate dell'LXXX compleanno. novembre 25. Ottantesimo genetuaco. novembre 26 - dicembre 2. Esercizi spirituali in Vaticano. dicembre 3. Lettera-testamento al fratello Zaverio. dicembre 25. Promulga la lettera apost. Humanae salutis, con cui indice per il 1962 il Concilio Ecumenico Vaticano II. 1962 gennaio 6. Esortazione apost. Sacrae laudis, per la recita dell'ufficio divino all'intenzione del Concilio. febbraio 2. Coi motu proprio « Consilium » annuncia per l'li ottobre l'inizio del Concilio. maggio 3. Lettera pontificia Amantissimo Patris consilio al card. Agagianian, nel XL anniversario del motu proprio « Romanorum Pontiflcum ». luglio 1. Lettera enc. Paenitentiam agere, per fervida preghiera e mortificazione in vista del Concilio. luglio 2. Lettera Il Tempio Massimo per invitare le monache e le religiose a speciali preghiere per il Concilio. settembre 6. Coi motu proprio « Appropinquante Concilio», promulga il regolamento dell'assise ecumenica. settembre 8-16. Ritiro spirituale alla Torre San Giovanni (Vaticano). settembre 23. Primo annuncio del morbo che ha colpito la sua forte fibra. ottobre 4. Pellegrinaggio a Loreto e Assisi. ottobre 11. Con splendore di riti e con parola ispirata di pastore e di profeta dà inizio ai Concilio ecumenico Vaticano II. A sera discorso al popolo lietamente adunato in piazza San Pietro per una festosa fiaccolata. ottobre 12. Riceve nella Cappella Sistina le Missioni straordinarie che hanno presenziato all'apertura del Concilio. ottobre 13. Alla Sistina riceve i giornalisti convenuti a Roma da tutto il mondo. Nel pomeriggio, nella sala del concistoro, riceve gli Osservatori delle comunità non cattoliche presenti al Concilio e gli ospiti del Segretariato per l'Unione dei cristiani. ottobre 14. Nella chiesa di Sant'Agostino venera la Madonna ivi invocata sotto il titolo della sua divina Maternità. ottobre 25. Indirizza ai governanti un messaggio implorante esercizio e servizio di saggezza e di prudenza per la pace del mondo, durante la crisi dei Caraibi. novembre 4. A S. Pietro, cappella in rito ambrosiano nell'anniversario dell'incoronazione. Durante la messa cantata dal card. Montini esalta l'impegno pastorale di san Carlo. Nel pomeriggio si reca a venerare il santo nella omonima basilica in via del Corso. novembre 13. A Sant'Andrea al Quirinale si unisce all'episcopato polacco nella venerazione di San Stanislao Kostka. novembre 25. Suo ottantunesimo compleanno. Celebra al Collegio Urbano di Propaganda Fide. Alle 11, presentati dal card. Wyszynski, riceve i vescovi polacchi presenti al Concilio, tra i quali Karol Wojtyla, vescovo tit. di Ombi, vicario capitolare di Kracòw (futuro Giovanni Paolo II). dicembre 8. Conchiude con un discorso la prima sessione del Concilio Vaticano II. 1963 febbraio 10. Alla Clementina, presente il card. Montini, sottoscrive il decreto di introduzione della causa di beatificazione del card. Andrea Carlo Ferrari e benedice la prima pietra del nuovo seminario lombardo sull'Esquilino. A sera, accoglie l'arciv. maggiore Josyf Slipyj, reduce dall'internamento nell'Urss. marzo 1. Viene conferito al suo nome il premio internazionale per la pace della « Fondazione Eugenio Balzan». marzo 7. Riceve i rappresentanti della stampa mondiale, tra i quali sono i coniugi Alexis Adjubei e Rada Krusciova. marzo 18. Alla Clementina benedice la prima pietra dell'erigendo «Collegio missionario Giovanni XXIII» di Sotto il Monte. marzo 19. Venera in S. Pietro il beato Luigi Maria Palazzolo, sacerdote bergamasco, fondatore dell'Istituto delle Suore delle Poverelle. marzo 31. Con un messaggio al card. Vicario annuncia l'imminente pubblicazione dell'enc. Pacem in terris. aprile 9-10. Sottoscrive e promulga la Pacem in terris che reca la data dell'11 aprile, giovedì santo. maggio 10. Nella Sala Ducale riceve il premio «Eugenio Balzan» per la pace; successivamente nella Basilica Vaticana commenta l'avvenimento, avvoigendosi nel mantello dei suoi antecessori di questo secolo. maggio 11. Si reca ai Quirinale. maggio 17. Celebra per l'ultima volta la messa. maggio 20. Nel suo ultimo giorno di udienze riceve il card. Wyszynski. maggio 31. Con animo lieto si prepara a tornare a Dio. Chiede e riceve i santi sacramenti e come antico e sereno patriarca pronuncia solenni e gravi parole. giugno 3. Ai termine della messa celebrata dal card. Luigi Traglia in piazza S. Pietro, serenamente muore alle 19.45. La sua finestra dell'appartamento privato viene illuminata: «Lucerna eius est Agnus» (Ap 21,23). giugno 6. Dopo tre giorni di ininterrotto pellegrinaggio di personalità e di fedeli, le sue spoglie vengono deposte nelle Grotte Vaticane. giugno 17. Su proposta del sindaco Glauco Della Porta, il consiglio comunale di Roma delibera che si dia il nome di Giovanni XXIII alla piazza di Porta San Giovanni. In molte città d'Italia e del mondo si moltiplicano analoghi atti di omaggio e gratitudine. Giugno 21. Elezione di Paolo VI. Nel suo primo radiomessaggio, egli afferma di voler continuare l'opera iniziata dai suo antecessore. ottobre 28. Nella Basilica Vaticana, presente Paolo VI e i padri conciliari, il card. Leo Iozef Suenens, arcivescovo di Mechelen-Brussei, commemora Giovanni XXIII. dicembre 6.11 presidente degli Stati Uniti decreta la «medaglia della libertà» alla memoria di Giovanni XXIII e di John Kennedy. dicembre 20. Viene eseguita a Parigi, in prima esecuzione mondiale, la sinfonia corale Pacem in terris di Darius Miihaud, con testi musicati della omonima lettera encliclica. 1964 gennaio 13. La Gazzetta ufficiale della Repubblica italiana reca il decreto firmato dal presidente Antonio Segni, in forza dei quale il comune nativo del papa bergamasco si chiamerà d'ora innanzi « Sotto il Monte - Giovanni XXIII». 2000 settembre 3. Proclamato beato.