PAOLINA MARIA JARICOT - STORIA DELLA MIA VITA

PONTIFICIA OPERA DELLA PROPAGAZIONE DELLA FEDE Segretariato Nazionale - Via Propaganda 1/c - 00187 Roma

Brevissima biografia

Lione, 1799. Il secolo dei lumi sta per chiudersi nel segno di Napoleone Bonaparte. Da una famiglia di ricchi industriali della seta nasce, ultima di sei figli, Paolina Maria Jaricot. Vivace, capricciosa, coccolatissima, cresce sviluppando una spiccata sensibilità religiosa unita ad un carattere decisamente esuberante.

A 17 anni, dopo la morte della mamma, decide di servire unicamente Dio e di consacrare la sua vita per tutto ciò che riguarda la causa delle fede, sceglie di seguire lo stile umile di vita e di abbigliamento delle povere operaie.

Uno dei suoi fratelli, Phileas, studia per prepararsi a partire come missionario in Cina e attraverso i suoi racconti Paolina s'infiamma di entusiasmo e d'amore per le Missioni.

Una sera d'inverno ha un'ispirazione improvvisa: per portare aiuto concreto alle Missioni bisogna formare gruppi dieci persone. Ognuno si impegnerà a sua volta di formare un suo nuovo gruppo di dieci persone: il loro impegno è recitare una preghiera quotidiana e fare un'offerta settimanale per le Missioni.

L’ iniziativa ha un successo immediato: nasce l'Opera della Propagazione della Fede. Paolina incontra difficoltà e ostacoli, ma non si arrende mai, incoraggiata costantemente da Phileas: " ... quest'opera che Dio ha voluto cominciare con le tue mani forse un giorno sarà il granellino destinato a diventare un grande albero, i cui rami copriranno tutta la terra".

Sì realizza così il grande sogno di Paolina: la Missione universale della Chiesa per sostenere tutte le missioni dei mondo, indistintamente.

"Sento – scrive - questa donna geniale e coraggiosa di dover restare libera di dirigermi dove le necessità sono maggiori." Infatti le sue iniziative non finiscono qui: istituisce il Rosario vivente, la Congregazione delle Figlie di Maria, la Banca del Cielo, un'opera di solidarietà a favore degli operai di Lione. Sostiene con slanci e incoraggiamento la giovane Opera della Santa Infanzia di monsignor Janson.

Gli ultimi anni di vita di Paolina (muore il 9 gennaio 1862) sono amareggiati da incomprensioni, ostacoli, calunnie e perfino processi pubblici. Ma autentica discepola di Colui per il quale è vissuta,accetta serena tutte le sue croci con fede, dolcezza e forza d'animo.

Oggi la Pontificia Opera della Propagazione della Fede ha sede a Roma ed è presente in 144 Paesi

 

PREGHIERA PER LA BEATIFICAZIONE DI PAOLINA M. JARICOT

Signore, Tu hai ispirato a Paolina Maria Jaricot la fondazione dell'Opera della Propagazione della Fede, del Rosario Vivente così come il suo totale impegno per il mondo operaio. Ottienici, per sua intercessione, la guarigione... che Ti chiediamo, se tale è la Tua volontà. Degnati di affrettare il giorno in cui la chiesa potrà celebrare la santità della sua vita.

Fà in modo che il suo esempio possa coinvolgere, un più grande numero di cristiani nel dedicarsi all'annuncio del vangelo affinché gli uomini e le donne del nostro tempo e tutti i popoli possano scoprire il tuo amore infinito, manifestato in Gesù Cristo, Nostro Signore, che con Te vive e regna nell'unità, dello Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli. Amen.

Con approvazione ecclesiastica dell'Arcivescovo di Lione del 28 dicembre 2000

 

La beatilicazione della Venerabile Paolina Maria Jaricot suppone che esista a suo riguardo una diffusa devozione. É nostro desiderio che s'intensifichi e si sviluppi questo flusso continuo di preghiera. Ci auguriamo, perciò, di ricevere le diverse testimonianze di grazie o di guarigioni attribuite alla sua intercessione.

Rivolgersi direttamente a Pontificia Opera Propagazione della Fede Segretariato Nazionale - Via Propaganda, 1/c - 00187 Roma Tel, 06 69879832 - Fax 06 69880150 - E-mail: popf@operemissionarie,it 

 

PREMESSA

A due riprese Paolina Maria Jaricot (Lione 1799­-1862) scrive quella che lei stessa chiama: "La storia della mia vita".

La prima volta, tra i diciotto e i ventidue anni, la scrive per obbedire alla guida spirituale, il p. Jean ­Wandel Wiirtz. La seconda volta, verso i 37 anni, la scrive per cantare il suo rendimento di grazie a Dio. I due manoscritti non hanno quindi lo stesso scopo.

Nel primo, del quale si coglie subito il tono giovanile, si ha un'apertura della sua anima destinata al confessore. I primi due quaderni, difatti, sono retrospettivi. Paolina annota l'esperienza della sua vita passata, sia quella di cui ne conserva il dispiacere, sia quella per la duale rende grazie a Dio.

Nel secondo manoscritto - riguardante il terzo e il quarto quaderno - dichiara l'intenzione di voler con­servare il ricordo della divina Provvidenza come ha agito nei suoi riguardi, forse anche per farla conoscere, tenendo conto delle sofferenze intorno al 1830.

A cominciare dal terzo quaderno, quindi, ella descri­ve quello che giorno per giorno, vive e vede in piena chiarezza. Ormai non ha alcuna esitazione; non conosce tentennamenti. È nella maturità spirituale, in un certo senso. Ella è tutta impegnata a modellare la forza del suo carattere che adesso la fa aderire a Dio non con debolezza, ma con una decisione e un impeto di volontà per cui aspira solamente a farsi condurre da Lui. Paolina, nel secondo manoscritto abbonda di espressioni che contengono gratitudine a Dio. Inoltre, ha la consa­pevolezza di essere chiamata a compiere per Dio grandi cose, che tuttavia ignora, ma non si lascia prendere dalla frenesia di anticiparle. Vi si prepara con umiltà, rinnovando in se stessa la coscienza del proprio niente.

p. Gerorges Naidenoff

 

INTRODUZIONE

Il nostro ringraziamento va doverosamente al p. Georges Naidenoff, gesuita, che ci ha donato la copia di questo "diario"; va pure a coloro che ne hanno curato la traduzione e la correzione; soprattutto hanno amato e amano Paolina M. Jaricot.

In queste pagine ella svela i "segreti del Re", alla Sua gloria. Pubblicato a puntate su "Nuovi Annali della Propagazione della Fede", il racconto di questa donna di fuoco ci ha accompagnato per alcuni anni.

Siamo nel secondo centenario della sua nascita ed è giusto sentirla viva accanto a noi, anche attraverso la sua storia di grazia, i cui frutti nel Corpo mistico non hanno limite di tempo e di spazio.

La santità di una creatura umana è un dono perma­nente alla vitalità della Chiesa, come la sua gloria nella SS. Trinità splenderà per sempre, in cielo.

Si è ritenuto conveniente premettere un quadro sto­rico essenziale, nel quale Paolina Maria Jaricot ha vis­suto, operato, sofferto; soprattutto ha amato Dio e la Santa Chiesa.

Invochiamo la sua intercessione sulle nostre soffe­renze e sulle molte necessità che gravano su di noi, per­ché Paolina M. Jaricot si glorificata dalla SS. Trinità davanti alla Chiesa, pellegrina nel tempo.

Roma, 2 febbraio 1999

Festa della Presentazione del Signore

 

UNO SGUARDO STORICO

1. Una "rivoluzione"

Ripercorriamo brevemente, secondo uno schema cro­nologico, gli eventi attinenti alla religione.

Nel 1789, il 14 luglio con la presa della Bastiglia, scop­pia la "rivoluzione" francese. Parigi è in mano all'insurre­zione. Comincia l'emigrazione dei nobili. Dilaga la solleva­zione dei contadini in Provenza, nel Delfinato, nella Borgogna, in tutta la Francia. La "grande paura" dà luogo a movimenti di massa, a scontri, ad agitazioni convulse. Eppure i contadini francesi complessivamente stanno in condizioni migliori della maggioranza dei contadini europei.

Se prendono parte alla rivoluzione non è perché sono disperatamente oppressi. Ma ormai l'incendio è scoppiato; fin quando divamperà? Il 6 agosto i contadini saccheggia­no i castelli dei nobili. Il popolo, con a capo le donne, marcia verso Versailles e invade il palazzo reale costrin­gendo il re a trasferirsi a Parigi. Le "decime" intanto sono abolite e gran parte del clero le mette a disposizione della nazione. A settembre il clero deve anche consegnare al tesoro pubblico le suppellettili sacre ritenute superflue. A novembre i beni della Chiesa sono dichiarati di pubblica proprietà, su proposta del vescovo Talleyrand.

Nel 1790, l'Assemblea Nazionale, che ha in mano ormai il potere, impone a febbraio l'abolizione dei voti monastici, per cui vengono sciolti gli ordini religiosi, salvo quelli dediti alla cura dei malati e all'istruzione. A luglio i preti ricevono una "costituzione civile"; ma meno della metà vi aderisce con il giuramento richiesto. Da qui deriva la distinzione fra preti "giurati", ossia fedeli alla "rivoluzio­ne", e preti "refrattari" che non ne vogliono sapere. Questi cominciano a fuggire dalla Francia. Solamente sette vesco­vi su 160 giurano ad essa fedeltà.

E difficile capire come mai la "rivoluzione" sfocia nell'irreparabile.

Nel 1791, la "rivoluzione" assume sempre di più una violenza antireligiosa. In aprile vengono aggredite anche le Figlie della Carità. In agosto vengono soppresse tutte le comunità religiose, di ogni tipo; successivamente si dichiara pure che i "voti religiosi" sono contrari al diritto naturale e alla legge del nuovo Stato. Nell'Assemblea legislativa si va sempre più ingrossando la corrente atea, antireligiosa.

Nel 1792, la "rivoluzione" diventa tragicamente "perse­cuzione": vengono soppressi i restanti ordini e monasteri religiosi, anche con finalità ospedaliere e culturali; si proi­bisce di portare l'abito ecclesiastico ai preti "refrattari". Questi o se ne vanno in esilio o si nascondono o vengono deportati. Comincia così l'esodo di 40.000 preti. Come se non bastasse, a settembre esplode la prima fase del Terrore: vengono massacrati preti e suore, ovunque si tro­vino, nelle carceri, nei conventi. Viene anche proclamata la Repubblica.

Nel 1793, il 21 gennaio viene decapitato Luigi XVI. Si istituisce il tribunale rivoluzionario. Un nuovo decreto condanna a morte i preti che ancora si trovano in Francia, quelli che si sono nascosti per assistere clande­stinamente con il loro ministero il popolo. La Vandea insorge contro la "rivoluzione". Si scatena la seconda fase dei Terrore. La ghigliottina funziona incessantemen­te. Ancora vengono emanate nuove leggi di condanna a morte contro i preti. La lotta al cristianesimo non ha limiti per violenza ed estensione. A Notre-Dame, trasfor­mata in un tempio ateo, s'inaugura il culto della Dea Ragione e sull'altare viene posta una donna. Viene aboli­to il calendario cristiano e sostituito con il calendario repubblicano, nel quale al posto della settimana viene istituita la decade. Scompare così la domenica con le feste del Signore Gesù Cristo e dei santi. I vescovi e i preti sono autorizzati a contrarre il matrimonio. Comincia adesso anche il pentimento dei preti che ave­vano giurato fedeltà alla "rivoluzione"; vengono per que­sto giustiziati.

Il 1794 rappresenta l'anno del "grande Terrore" nei mesi di giugno, luglio e agosto, sempre più accentuan­dosi l'odio e il fanatismo spietato contro la religione con massacri di suore e rovine ingenti di chiese e luoghi sacri.

L'8 giugno viene stabilito per legge che diventi la festa dell'Ente Supremo, dopo l'abolizione della Dea Ragione, Robespierre è il gran Sacerdote. Enorme numero delle ese­cuzioni, anche senza prove e con processi sommari.

Il 1795 pare apportare qualche schiarita - si permette la libertà di culto purché sia in privato e il riutilizzo di chiese non alienate - tuttavia la politica antireligiosa non demor­de, in quanto il clero non può esercitare funzioni pastorali senza il giuramento allo Stato.

Nel 1796, Napoleone che riesce vincitore nella guerra condotta in Italia, tratta con Pio VI.

Nel 1797, Napoleone stipula un accordo con il Papa - trattato di Tolentino il 19 febbraio - e mostra un atteg­giamento meno drastico verso la religione. Il 5 settembre tuttavia avviene ancora una ripresa di reale persecuzione; questa volta con metodi polizieschi terribili: i preti ven­gono ancora deportati, altri uccisi; insieme con la distru­zione ulteriore di chiese, abbattimento di croci, chiusura di oratori, campane staccate dai campanili. Adesso è la volta di Cluny, la gloriosa Cluny, che piange la sua demolizione e desolazione.

Nel 1798, il 10 febbraio le truppe francesi occupano Roma. Il 15 febbraio il Papa è deposto come capo temporale e il 20 febbraio parte da Roma, senza farvi più ritorno. Napoleone deporta Pio VI, proclama a Roma la "repubblica" e impone il calendario rivoluzionario con l'abolizione delle feste cristiane.

Il 1799 è l'anno in cui nasce a Lione Paolina Maria Jaricot, la cui storia sarà vissuta nell'ardore di servire e d'immolarsi per il Papa e la Chiesa cattolica. Il 21 luglio il Direttorio emana un decreto che offre compensi in denaro a chi denuncia i preti nascosti. A Lione in questo periodo vige il "culto decadario"; la domenica non esiste più; i negozi sono aperti di domenica e chiusi nelle decadi.

Dopo oltre un anno e mezzo di deportazione, il 29 agosto, Pio VI muore in esilio a Valence, essendo stato 40 giorni in agonia.

Il 10 novembre, durante un colpo di Stato, Napoleone mette fine al Direttorio e proclama l'Impero. Un gesto dei più importanti consiste nel cercare l'accordo con la Chiesa cattolica, ancora senza il nuovo Pontefice. Almeno le chiese vengono riaperte ai culto e termina la deportazione dei preti.

 

2. I Papi durante la "rivoluzione"

Pio VI era stato eletto il 15 febbraio 1775. Il 25 dicembre in occasione del 19° Anno Santo scrive una enciclica ai vescovi per richiamarli alla riflessione e alla preoccupazione circa il fenomeno crescente dell'incredulità, ormai percepibile in tutta l'Europa. Denuncia pure la miopia politica dei governanti, i quali con il proteggere la diffusione della negazione di Dio, non si rendono conto delle conseguenze pericolose che questo abbandono della fede va causando e che si tra­durrà nei sovvertimenti sociali dei popoli e contro gli stessi responsabili delle nazioni.

Egli prevede anche un'epoca di martirio per i vesco­vi; per questo li richiama al dovere di prepararsi ad affrontare i tempi difficili con le armi della fede, che sono soprattutto la preghiera e una dedizione totale al loro servizio pastorale.

"Il Papato, negli anni che vanno dal 1775 al 1846, cioè da Pio VI a Gregorio XVI, ha attraversato un perio­do cruciale della sua storia. Forse mai la Chiesa cattolica nella sua storia ebbe di fronte a sé uno schieramento tanto formidabile di forze sia politiche che culturali che le fosse avverso... Tutto congiura ai danni dell'autorità della Chiesa romana... In tali congiunture vi furono anche coloro che temettero per le sorti stesse del cri­stianesimo".

Tuttavia l'avvenimento più perturbante di tutti fu la "rivoluzione" francese. Il Papa, che vive non a lato, bensì all'interno di essa, anzi l'attraversa fino alla fine, è Pio VI.

Quando a Parigi scoppia questo sconvolgimento, Pio VI è Papa da 14 anni. Egli vivrà ancora dieci anni. Egli morirà "da deportato", in esilio nella Francia meridiona­le, della stessa "rivoluzione", però, segnandone la fine.

Nel palazzo reale di Parigi il 4 maggio del 1791 viene bruciata l'effige di Pio VI, insieme al "Breve del 13 aprile 1791", con il quale il Papa condannava gli errori dell'Assemblea Nazionale, riguardanti le disposi­zioni contro la Chiesa. La "rivoluzione" sta veramente scardinando il cristianesimo e la Chiesa. Per questo è stato osservato: "Il desiderio di distruggere la Chiesa, accarezzato dai cenacoli illuministi parigini, nel 1792 raggiunge una esasperazione senza precedenti". Il card. Bernis scrive: "L'abolizione della religione in Francia si estenderà in Europa e nel mondo. Il popolo diventerà pagano e l'ateismo sarà la religione degli intellettuali e del popolo".

Quando Pio VI, prigioniero di Napoleone, arriva a Valence, un funzionario del dipartimento della Dróme, nel vederlo vecchio, malandato in salute, escla­ma: "Questo Papa qui è venuto a morire in Valence. Sarà l'ultimo e con lui sarà anche la fine della supersti­zione". Una certa opinione circa la dissoluzione della Chiesa è talmente diffusa che persiano due cardinali depongono la porpora, abbandonando le loro responsabi­lità. Il Verri annota: "Il destino di ogni cosa è di avere il suo periodo. Conseguentemente doveva anche questa potenza - il papato - annientarsi come il califfato o come lo stesso impero romano".

Pio VI morente, sempre a Valence, portato a braccia dai domestici alla finestra, per essere visto dalla folla, dice semplicemente: "Ecce homo"! Egli comprende però che la crisi non sarebbe durata a lungo. Esprime cioè la consapevolezza che l'odio e la volontà di annientamento della Chiesa e della religione cristiana, coltivati nei salotti dell'Europa illuminista e poi trasferitasi come uragano divoratore sulle piazze e nei villaggi, sta per cedere all'invocazione e alla necessità della presenza della Chiesa sia nei cuori che negli ordinamenti sociali.

La Chiesa è una necessità vitale per i popoli, oltre che spirituale per le coscienze. E la Chiesa è necessaria per vincere gl'istinti distruttivi che senza la fede traboc­cano dall'uomo e sporcano di sangue e di rovine la storia dei secoli. Difatti, con il nuovo Pontefice, Pio VII, la Chiesa ricomincia a conoscere un risveglio diffuso e profondo, il quale proprio le lotte e le persecuzioni ideo­logiche e cruente hanno contribuito ad avviare.

A Pio VI, morto in esilio il 29 agosto 1799, succede il benedettino Bernardo Chiaramonti, eletto con il nome di Pio VII, il 14 marzo del 1800. Anch'egli offre subito un'enciclica a tutti i vescovi, il 15 maggio, dove scrive che per salvare l'umanità, traviata dagli errori, bisogna far ritorno ai princìpi del Vangelo. Non è per lui una semplice affermazione di parole, ma una scelta apo­stolica che lo guiderà in ogni atteggiamento futuro.

La missione di Pio VII resta aspra, perché deve fronteg­giare Napoleone quando la potenza del suo Impero tocca i vertici della grandezza. Pio VII ha da soffrire non poco. Egli vede tuttavia la Chiesa che va rifiorendo in tutta l'Europa e anche noi continenti delle Missioni. Il fervore religioso si accende ovunque: nella Francia stes­sa, anche in Germania, in Inghilterra (Newman e Wiseman) persino negli Stati Uniti con l'afflusso degli immigrati irlandesi, polacchi, italiani, austriaci. Rinasce anche la Compagnia di Gesù: in Francia più di qualcuno dichiara che se ci fosse stata la Compagnia di Gesù, non ci sarebbe stata la "rivoluzione".

Il 28 marzo 1804, Napoleone assapora l'ebbrezza di essere proclamato Imperatore. Alla sua gloria manca il sigillo della Chiesa. Pensa che l'incoronazione deve essere fatta a Parigi e dal Papa. Le armi tacciono ora e Napoleone vuole abbagliare la Francia e l'Europa con questa festa. Quando Pio VII conosce la volontà di Napoleone viene così agitato che poco manca ad amma­larsi. Qual è il vero bene della Chiesa? Di fatto il 2 novembre dopo aver pregato a lungo sulla tomba di S. Pietro, parte passando anche per Lione e il 28 novembre arriva a Parigi. Il 2 dicembre ha luogo l'incoronazione, in una cornice che più fastosa non si può immaginare. Il Papa resta in Francia per quattro mesi e solamente il 4 aprile 1805 lascia la capitale per far ritorno a Roma. Tornerà in Francia anche lui come il predecessore Pio VI, da prigioniero, fra quattro anni. Napoleone vuole un Papa che lo assecondi nelle sue ambizioni. Pio VII, però, sente solo un dovere: amare e difendere la Chiesa con i suoi diritti contro ogni usurpazione. L'arre­sto di Pio VII avviene nella notte tra il 5 e il 6 luglio 1809. Napoleone stesso ammetterà dopo, che è stata una follia.

Il generale Radet, che è a Roma, riceve l'ordine di arre­starlo. Di notte va all'assalto del Quirinale: scavalca il muro di cinta e apre dal di dentro il portone, attraverso il quale entrano i suoi ufficiali. Abbattendo le porte a colpi di scure, di appartamento in appartamento, arrivano alla camera del Papa. Pio VII si veste in fretta dopo essersi alzato velocemente e si presenta ai sequestratori. È già pronta all'esterno del Quirinale una carrozza, ove viene fatto salire il Papa. Gli sportelli vengono chiusi a chiave e con fretta lo conducono via, attraversando porta Salaria. Albeggia.

Pio VII ha preso solamente il breviario ed ha vicino solo il card. Pacca. Ha 67 anni. Lungo il percorso dice: "Noi stiamo bene. Nostro Signore ha sofferto più di quello che soffriamo noi." Destinazione per ora è Savona. Dal 19 giugno 1812 fino al 1814 sarà trasferito a Fontainebleau. Quello che avviene in questi 5 anni è complicato a dirsi. Napoleone ha la follia della potenza. Il prigioniero non potrà mai assecondare le sue tracotanze. Durante la pri­gionia Pio VII non accetta gli onori delle guardie: "Voi non tenete prigioniero il Pontefice - dice ai custodi - ma un frate camaldolese. Il Pontefice è libero e sovrano in una regione a voi inaccessibile". Pio VII non era soltanto prigioniero, ma anche isolato da tutti. Non temeva la morte:" La morte stessa per me sarebbe un niente".

La gente, l'opinione generale, condivide l'atteggia­mento del Papa che si oppone alle richieste di Napoleone. Il card. Fesch ammonisce Napoleone di non pretendere di comandare le coscienze come fa con i suoi soldati. Si sente allora rispondere di andare a fare dei bagni di acqua fredda per cacciar via dalla testa simili idee.

La prigionia di Pio VII dura cinque anni. Napoleone il 4 maggio 1814 viene deportato nell'isola d'Elba con una nave inglese e Pio VII, il 24 maggio rientra a Roma fra la commozione del popolo. L'aquila napoleonica guizzerà appena per cento giorni ancora. Poi con le ali spezzate viene confinato nell'isola di S. Elena e guardato sempre a vista. Muore il 5 maggio 1821.

Pio VII muore il 20 agosto 1823, dopo 23 anni di pontificato, avendo la Chiesa con lui superato la duplice gravissima crisi della "rivoluzione" francese e della "tirannia" napoleonica.

 

Primo Quaderno

[Ritratto del mio spirito e del mio carattere]

Sono nata con una immaginazione viva, uno spirito volubile, un carattere violento e pigro; quando mi davo completamente        ad una cosa sbagliata era per l'incapa­cità di giudicare nella giusta misura; così pure mi lascia­vo facilmente travolgere dalle prime impressioni a causa della mia leggerezza naturale e del mio mediocre buon senso, avendo per conseguenza bisogno più di chiunque altro della protezione divina per non cadere nell'errore e nell'empietà.

Ero estremamente impacciata in tutti i lavori manua­li, incapace di intraprendere qualcosa, inefficiente nella conduzione di una casa, lenta in quello che facevo, porta­ta violentemente alla collera, alla gelosia, all'orgoglio, alla vanità.

Avevo un'intelligenza non penetrante, uno spirito superficiale che incoraggiava il mio amor proprio, senza possedere per nulla un carattere, e nessun equilibrio nel ragionamento.

Non avendo mai potuto accostarmi alle scienze, le più semplici e le più intelligibili, di esse non ne avevo nessuna conoscenza.

 

[Ritratto del mio cuore, vivacità dei miei primi affetti per la pietà, rimproveri che merito]

Dio, tuttavia, mi aveva dato un cuore retto, buono e pronto ad infervorarsi per la pietà.

Egli aveva impresso in questo cuore, ancora tene­ro, l'amore per i suoi comandamenti e gli aveva fatto provare attrattive per la penitenza.

No, io non ero nata per amare il mondo e le creatu­re. La mia anima era troppo ardente e troppo indivisibile nei suoi affetti per attaccarsi come fece a ciò che è transi­torio. Essa non ha mai potuto servire due padroni alla volta e quando il mio cuore palpitò per il mondo, smise di battere per il Signore.

Povero mio cuore! Se tu avessi seguito la tua prima inclinazione, se tu non avessi avuto l'imprudenza di legarti a una coetanea piena di sentimentalismo, se la tua curiosità non fosse stata testimone delle espressioni mondane e passionali di due persone ebbre di sentimenti pericolosi per te, non avresti da arrossire per aver cessato un solo istante di amare Gesù Cristo.

Povero mio cuore! Se tu avessi adorato solamente il tuo Dio, non avresti perso lontano dal suo Cuore gli anni più belli della tua vita.

Tu non fosti creato che per Lui e inoltre fosti preve­nuto dal suo amore con ogni grazia e sante disposizioni, ma non ne hai approfittato!

Cuore infedele, ho abbastanza saggiato la tua debo­lezza, non voglio più avere diritto su di te! Ora basta, non sono più la tua padrona. Tu devi obbedire solo al tuo Creatore.

Mediante un libero consenso alle divine proposte e all'insistenza della sua tenerezza, a Lui ti ho consacrato per amare Lui senza più divisioni, senza riserve e per sempre.

Possa questo stesso amore che ti fa palpitare per Gesù arrestare i tuoi moti consumandoti nel sacrificio! Possa io versare per la Sua gloria l'ultima goccia di sangue che ti comunica il suo battito.

Narra allora con questa speranza le cortesie di questo Sposo tenero e generoso per il più ingrato e ultimo dei cuori; di' a coloro che vorranno conoscerti che se il tuo Salvatore ha gettato uno sguardo di misericordia su di te, la tua debolezza e la tua miseria sono le sole qualità che hanno mosso il suo Cuore, pieno di compassione per la più piccola pecorella del suo ovile.

 

[Amicizia funesta che ho contratto con una giovane corrotta. Danni che arreca alla mia anima. Manifestazione delle disposizioni del mio cuore per amare]

Nell'età compresa fra i nove e dieci anni ho avuto la sfortuna di legarmi strettamente a una amica che non aveva né il candore né la semplicità proprie dell'età; il suo cuore era già tutto preso dalla smania di conquistare i ragazzi. Ella mi confidava subito tutte le vittorie che credeva di aver riportato sui ragazzi, intrattenendomi sovente su colui che più l'aveva soggiogata.

Queste conversazioni totalmente sentimentali causarono in me delle impressioni estremamente negati­ve. Io ero già abbastanza disposta a lasciarmi travolgere dal torrente delle cattive inclinazioni. Sentii allora a poco a poco nascere anche nel mio cuore il desiderio di piace­re e di amare.

La mia mente infiammata immaginò presto di avere trovato la persona degna dei miei affetti, ma prima di fer­marli in lui avevo già provato nel mio cuore sentimenti molto forti per coloro che naturalmente dovevano esser­mi cari.

Purtroppo tutto si mutò in passione e divenne monda­no e pericoloso per me. Quali gravi errori presero origine da questa disposizione che agli occhi del mondo non era che lodevole e innocente, poiché non aveva per scopo che di condurmi ad amare meglio i miei cari o coltivare l'amicizia con altre ragazze.

 

[Subisco diversi attacchi delle passioni. Il mio cuore prende tutto quello che gli piace e si raffredda per Dio]

Un giovane tra i quattordici e i quindici anni mi parve gentile e subito sognai di amarlo.

Questa piccola passione durò poco e fu sostituita da un secondo "amore", che deplorai in seguito tanto quanto mi era stato caro; un terzo prese ancora posto nel mio cuore; potevo avere allora dodici anni. Ero molto lusingata di essere sembrata amabile e riposi i miei affetti in colui che mi aveva considerata così.

 

[Perdo di vista la giovane amica che ha influenzato la mia immaginazione. Viene intanto fissato il periodo della mia prima Comunione. Ho un'altra amica con la quale mi preparo a farla bene, seguendo insieme una norma di condotta per coltivare la preghiera]

Fortunatamente per me, avevo frattanto perso di vista quella ragazza superficiale, la cui relazione mi era stata funesta. E in questo periodo fu pressappoco fissata la data in cui dovevo fare la mia prima Comunione.

Gesù Cristo trionfò sul mio cuore e credo di ricor­darmi che allorché fu deciso che presto Lo avrei ricevu­to, non pensai ad altro che a prepararGli un posto meno indegno di Lui nel mio cuore.

Avevo un'altra amica a cui mi sentivo legata. All'inizio i miei sentimenti per lei non erano stati senza pericolo a causa della loro intensità, ma essi furo­no santificati dal desiderio che avevamo entrambe di fare una buona prima Comunione.

Nostro Signore Gesù Cristo divenne l'oggetto dei nostri desideri più ardenti.

Fissammo un regolamento che seguimmo meglio che ci fu possibile; leggemmo "L'écolier vertueux", che fu di grande utilità per la nostra preparazione all'avveni­mento più importante della nostra vita.

Finalmente giunse la vigilia del giorno felice, in cui Gesù Cristo doveva prendere dimora nei nostri cuori.

 

[Finita la mia confessione, la mia anima è in preda allo scrupolo]

Terminai la prima confessione generale con grandi scrupoli.

Talvolta temevo di non aver spiegato tutto al mio confessore, tal'altra mi sembrava di non aver abbastanza esaminato la mia coscienza, sebbene vi avessi impiegato il tempo richiesto.

Ero così inquieta che mi era impossibile ricordarmi ciò che avevo detto o no. Il mio povero confessore soffri­va per la mia sofferenza e mi rassicurava del suo meglio; egli conosceva il mio male e non voleva più ascoltare le mie continue ripetizioni.

 

[Ascolto piuttosto i miei scrupoli che il mio confessore]

Purtroppo non ero molto docile per lasciarmi gui­dare. La forza dei miei mali mi impediva di approfitta­re degli ordini del mio medico spirituale; e talmente lo supplicavo di ascoltarmi che non poteva difendersi.

 

[Molta angoscia. Il demonio aumenta la mia agitazione mediante mille pensieri che semina nella mia immaginazione. Mi accosto al sacramento della Riconciliazione più volte, nonostante il consiglio contrario del mio confessore]

Il giorno in cui dovevo ricevere il mio Dio, provai, malgrado la mia gioia, terribili inquietudini. Il demo­nio si impegnò a seminare mille pensieri nella mia immaginazione allo scopo di gettare il turbamento e il disordine nel mio cuore.

Sembrava contendere con un furore incredibile il mio cuore a Colui che lo voleva interamente.

Io combattevo con tutto il mio coraggio, ma ogni attacco che egli mi sferrava consisteva in una prova sem­pre più forte per la scaltrezza che metteva nel persuader­mi che avevo acconsentito a tutte le più strane tentazio­ni.

Allora andavo nuovamente a confessarmi e quando il mio confessore non voleva più ascoltarmi, mi rivolgevo al primo sacerdote che trovavo.

Ogni sciocchezza che mi veniva in mente era causa di una nuova confessione e di un nuovo tormento. Quanto gli scrupolosi sono da compiangere quando non sono docili!

Quanti dispiaceri mi sarei risparmiata se mi fossi subito attenuta alle indicazioni del sacerdote!

 

[Ho la fortuna di fare la Comunione. Sono riempita di consolazione, ma presto le tentazioni e gli scrupoli vengono ancora a turbarmi]

Tuttavia, nonostante gli sforzi del maligno, ebbi la felicità di fare la Comunione. Provai tutte le delizie della presenza di Gesù Cristo nel mio cuore. Versai abbon­danti lacrime di gioia e di riconoscenza; ma questa dolce consolazione durò poco. Ben presto il timore di perdere il prezioso tesoro che avevo ricevuto prese il posto della gioia. Dovevamo ricevere la Cresima tutti nella stessa mattinata.

Ancora un nuovo motivo di spavento per me fu che non osavo fare colazione nel timore di peccare di golosità.

Era un tormento eccessivo, ma forse non così forte come quello prima della Comunione. Comunque sia, ricevetti anche lo Spirito Santo, datore di forza e di luce.

Non ricordo di avere provato allora una gioia così grande come dopo essermi comunicata. E' certo però che fu infinitamente giusto che fossi punita per avere così a lungo rifiutato il mio cuore allo Spirito Santo.

Era giusto che, dopo essere stata così tanto tempo infedele alle mozioni della sua grazia, sopportassi gli attacchi vigorosi del nemico della mia anima senza avere consolazioni e grazie sensibili, e così pure che non sfug­gissi ad una penitenza ben meritata.

La tempesta ricominciò con più forza dopo pranzo e, mantenendosi viva in me, mio Dio, si nascose nel fondo della mia anima.

 

[Ricevo lo Spirito Santo con timore e tremore. Non avverto subito l'effetto della Cresima. Le tentazioni e gli scrupoli durano tutto il giorno e si rafforzano prima di rinnovare le promesse del Battesimo. Provo grandi inquietudini sul modo con cui ho fatto la mia prima Comunione]

Andando a rinnovare le mie promesse battesimali ebbi davanti ai miei occhi una immagine che mi agitò tanto, sebbene fosse molto innocente. Arrivando in chie­sa mi accadde ancora un altro incidente; fui nuovamente tormentata sul modo come mi ero comunicata: Dio (mi dicevo, o suggeriva il demonio) permetterebbe le cose che mi accadono se la mia prima Comunione non fosse stata sacrilega?

Quanto soffrii a causa di queste riflessioni! Per abbattermi di più il nemico m'invadeva d'illusioni e sconvolgeva talmente il mio cuore che io temevo di amare di un amore profano le persone consacrate, che mi avevano preparato a ricevere il mio Dio.

Mai, proprio mai avevo avuto tanta sofferenza nel difendere l'ingresso della «casa» della mia anima come quel giorno. I suoi nemici venivano senza interruzione per forzarne la porta e la violenza della loro malizia era così spaventosa che sarebbe stata in grado di scoraggiar­mi se il Salvatore generoso, che temevo di aver ricevuto per mia condanna, non fosse stato lui stesso il mio difen­sore.

 

[Rinnovo le promesse del mio Battesimo e chiedo a Dio di punirmi semmai divenissi infedele]

Finalmente rinnovai le promesse del mio Battesimo e rinunciai con tutto il mio cuore al demonio, alle sue seduzioni e alle sue opere. Promisi al Signore di osserva­re la sua santa legge e gli chiesi di punirmi qualora ces­sassi di essergli fedele.

 

[La prima Comunione è il fondamento della mia salvezza. Dio mi ha fatto comprendere che il quadro della mia prima Comunione si sarebbe spezzato qualora gli fossi stata infedele]

Amabile Gesù, hai ricevuto il mio giuramento e le promesse del mio cuore: tu sapevi che erano sincere e nella tua misericordia ti sei riservato dei colpi terribili da infliggermi nelle mie infedeltà future. Tu hai colpito queste infedeltà per correggerle e per richiamare a te la mia anima, venuta meno a dei giuramenti così solenni.

Quante grazie sono scaturite da quella Comunione, che tu mi hai accordato nutrendomi di te stesso per la prima volta!

Tra l'altro mi hai fatto comprendere che il mio cuore aveva una fragilità come quella del vetro che copriva il quadretto, che mi fu regalato per ricordarmi per tutta la vita della mia prima Comunione. Mi sembrò che la tua voce mi dicesse che se il mio cuore avesse perso la tua grazia, tu mi avresti richiamato facendo spezzare questo prezioso ricordo della tua prima generosità e tenerezza.

Sei stato tu a permettere che questo collegamento e presentimento non venissero dal mio cuore; era il tuo Cuore a prepararmi con ciò una grazia per correggermi delle mie infedeltà future.

 

[Prendo delle sante risoluzioni, ma non quella di andare ad attingere sovente le grazie nei sacramenti]

Formulai delle buone risoluzioni per piacere a Colui che aveva preso possesso della mia anima. Ma sfortunatamente non pensai a promettergli di andare spesso ad attingere nel sacramento del suo Amore le grazie neces­sarie per adempierle. Tuttavia avvennero nella mia con­dotta molti grandi cambiamenti e fui felice per qualche tempo della presenza di Gesù Cristo. Dopo la seconda Comunione i miei ritardi nel nutrirmi del Pane dei forti indebolirono poco a poco il mio primitivo fervore e al nemico resero la conquista del mio cuore ogni giorno meno difficile.

 

[Non divenni esperta nell'arte di resistere alle false illusioni e alle tentazioni del demonio]

Ero per natura violenta e il demonio eccitava questa passione con più furore specialmente quando mi ero da poco comunicata. Non avendo ricevuto il mio Dio con una certa frequenza per apprendere a conservare la sua grazia, per questa negligenza avevo meritato la sottrazio­ne di molte luci che invece mi avrebbero certamente illu­minata sulle astuzie del nemico e sui mezzi per evitarle.

Ero una principiante nel cammino spirituale che dovevo percorrere e nel quale s'incontrano molte insidie, per questo vi cadevo quasi sempre.

 

[Mi faccio sorprendere dalle scaltrezze del demonio dopo essermi lasciata andare a moti di collera. Manifestazione della mia inclinazione a questo difetto. Modo con cui lo riparo nelle relazioni con il prossimo. Abbattimento che provo]

Nel momento in cui meno me lo aspettavo, comincia­va l'attacco della collera. Di tutte le astuzie del mio nemico questa gli riusciva più spesso. Dato che ero molto distratta e ho la vista corta, accadeva talvolta di farmi molto male urtando contro i mobili che si trovava­no sul mio passaggio...

Quando (nello scontro) sentivo un dolore acuto allora una tempesta furiosa si scatenava nel mio cuore: la collera si impadroniva di me e diveniva come un fiume travolgen­te, che bisognava arrestare nel suo corso. Mi accadeva di battere le pareti, di rovesciare gli oggetti che si trovavano davanti a me; in una parola facevo delle sciocchezze.

Altre volte erano i miei compagni che, anche per delle piccole contrarietà, mi portavano a simili furori. Dicevo loro delle ingiurie e talvolta li picchiavo anche.

E' vero che quando la mia collera si era diretta con­tro qualcuno, non andavo mai a dormire senza aver fatto ogni sforzo per riconciliarmi con la persona con la quale ero adirata.

Era un'abitudine contratta dalla mia più tenera infan­zia; non potevo vivere nell'inimicizia, qualunque fosse la persona; e mi è accaduto talvolta di alzarmi dal letto per andare a sollecitare il perdono da coloro che avevo offeso.

Mi sembrava sempre che la morte potesse sorpren­dermi in questo stato di ostilità nei riguardi delle mie compagne che, volendo vedere il mio imbarazzo, faceva­no talvolta le difficili nel perdonarmi. Dopo averle molto pregate ricorrevo allora a quel mezzo con cui Dio si era servito per condurmi presso il loro letto: io ho fatto quel­lo che ho detto (dicevo loro) verso di noi e se moriamo questa notte soltanto voi risponderete dello screzio. Per quanto posso ricordarmi, credo di aver trovato la tran­quillità facendo così, perché credevo che Dio mi aveva perdonato quando tornavo in pace con la mia amica.

Non accadeva ugualmente circa la mia collera, che si scatenava a causa dei colpi che mi causavo per la mia sbadataggine; non potevo domandare perdono che a Dio solo, perché Lui solo era stato offeso e io non potevo ricevere alcun segno che mi potesse tranquillizzare sullo stato della mia anima al Suo riguardo. Ed appena era passato il momento della collera, rientrando in me, cre­devo di essere in peccato mortale; mi sembrava che Gesù fosse fuggito dal mio cuore.

Allora con l'anima macchiata, credendomi nemica del mio Dio, diveniva facile al demonio abbattermi e per­suadermi che era inutile vegliare così attentamente sulla mia condotta poiché, malgrado tutti i miei sforzi, sarei stata sempre una figlia indocile, abbandonata dal Padre suo.

Tale era il senso delle tristi riflessioni che si presenta­vano al mio spirito quando avevo avuto la sfortuna di seguire l'impeto del mio carattere.

 

[Il demonio approfitta del mio abbattimento per allontanarmi dai sacramenti. Egli semina anche dei pericoli lungo i miei passi. Turbamento che il demonio mi fa provare quando voglio confessarmi]

In questo stato di fiacchezza verso i miei doveri, il nemico usava tutte le sue arti per allontanarmi dai sacra­menti. Suggeriva per riuscirvi delle occasioni atte a raf­freddarmi verso Dio e ad a infiammarmi verso un mondo, che mi lusingava.

A poco a poco la vanità s'impadroniva del mio cuore. Allora quando dovevo dispormi ad accostarmi al sacra­mento della Riconciliazione e alla mensa eucaristica sen­tivo un così grande turbamento che rimandavo sempre da una settimana all'altra finché potevo.

Il desiderio di fare una buona confessione e una buona comunione, i difetti che volevo accusare, la pena che avevo nell'esaminare la mia coscienza, talvolta anche la vigilanza che bisognava avere sulla mia con­dotta, la rinuncia che occorreva fare di alcuni affetti mondani: tutto ciò era posto innanzi alla mia coscienza e lo vedevo ingrandito come attraverso un microsco­pio.

Tutte le volte però che decidevo di confessarmi, dopo aver combattuto contro il demonio e contro me stessa, avevo sempre l'intenzione di non offendere più il mio Dio, accompagnata dal dispiacere di essergli stata infe­dele. Desideravo cominciare con Lui un nuovo conto, di riceverLo per mai più separarmi da Lui.

Il sentimento dominante in me era soprattutto un grande orrore di accostarmi indegnamente alla Comunione, un grande spavento di commettere dei sacri­legi. Avrei preferito essere investita dal fulmine piuttosto che cadere in simili sventure.

Ma in mezzo a tutto ciò non cercavo affatto di pre­venire le occasioni che dovevo evitare per non ricadere più; non rinunciavo ad altre che non erano proibite in se stesse, però divenivano causa di pericolo o di raf­freddamento per me e questa imprevidenza, questa poca generosità diventava sempre un ostacolo per la mia anima.

 

[Prendo delle buone risoluzioni, ma non utilizzo gli accorgimenti per preservarmi dai pericoli che già mi hanno fatto cadere. Pago cara la mia imprevidenza. Provo il desiderio di comunicarmi spesso. Resisto a questa grazia. Il demonio ne approfitta per scoraggiarmi]

Tutta poggiata sulle consolazioni sensibili che gusta­vo nelle mie Comunioni, facevo più affidamento sui miei buoni desideri che sulle braccia di Dio e quando soprag­giunsero i giorni cattivi compresi abbastanza quanto il cuore umano sia fragile in se stesso.

E' vero che il mio Dio, che mi conosceva bene, mi ispirava il desiderio di comunicarmi ogni quindici giorni e che se avessi seguito il trasporto che mi attirava alla Comunione, avrei certamente conservato la sua grazia; ma il timore di apparire straordinaria, il pensiero che questa non era la mia abitudine, mi faceva soffocare que­sti buoni impulsi e resistendo alle buone ispirazioni, mi preparavo alla loro sottrazione. Il rinvio che facevo alla fine del mese per comunicarmi nuovamente, pensando che sarei potuta arrivare fin là senza pericolo, mi costava sempre caro. Ahimè! Non sapevo che quando l'uomo resta più giorni senza mangiare perde la sua forza e diviene sofferente. Provai tutto ciò prima di quanto non avessi pensato e fu nel momento in cui non vegliai più sulla mia anima. Il «leone», che voleva divorare la mia anima, cominciò ad infliggerle nuove ferite senza man­care di continuare a scoraggiarla, come faceva in precedenza, per impedirle di cercare subito la guarigione in Dio attraverso una immediata e sincera contrizione.

Pensando di aver perso il Dio della mia anima, (poi­ché non ero illuminata e consideravo tutte le mie man­canze come fossero mortali, anche quando non avevo avuto nemmeno il tempo di acconsentirvi), non osavo guardare il cielo, né indirizzarmi al cuore di Dio. «Io ho perduto il Dio che abitava il mio cuore, mi dicevo triste­mente; ho lasciato andare via il mio tesoro: ah! Egli è indifferente al mio amore, visto che è fuggito da me, quanto mi dispiace! In effetti non ho più diritto alla sua tenerezza fin quando non andrò a confessarmi nuova­mente!».

Poiché ero in collegio e bisognava attendere alcuni giorni della settimana per tornare a confessarmi, non potendo fissare a lungo il mio spirito sul medesimo oggetto, cercavo di distrarmi, nell'attesa cercavo di non pensare per dimenticare il mio dolore.

 

[Il demonio riesce a farmi abbandonare la preghiera e il ricordo di Dio, mentre mi propone occasioni di cadute più forti che mai]

La mia sventatezza era così grande che non la supe­ravo facilmente. Presa dallo scoraggiamento, non prega­vo più e mi abbandonavo alla leggerezza del mio tempe­ramento; si può giudicare tutto ciò dalla mia debolezza e dalla violenza usata dal nemico per vedermi a terra.

Come vorrei riuscire a far comprendere ai giovani a quali pericoli si espongono quando cessano di curare una dolce intimità con Gesù! Giusti o peccatori, non possia­mo senza temerarietà smettere di pregare questo buon Maestro: gli uni, affinché la preghiera renda i legami del Suo amore più forti e più costanti; gli altri, perché abbia­no la possibilità di disporre del tempo necessario per fare penitenza, di arrestare le forze del demonio, di ricevere la grazia per non indurirsi nell'inimicizia con Dio.

Se il Signore differisce il suo perdono per rendergli amaro il suo errore, il peccatore troverà almeno nella preghiera, e nella preghiera continua, la grazia della con­trizione e le disposizioni necessarie per venire perdonato davanti a Dio mediante l'assoluzione del suo ministro. Quale follia si riscontra quando il peccatore non osa pregare più perché sente che il suo Re, il suo Gesù è irri­tato dalla sua condotta; tuttavia si sentirà terrorizzato di morire nel peccato. Ma non ha forse meritato questa punizione per aver cessato di alzare gli occhi verso il Dio delle misericordie? Se si potesse aprire l'inferno e inter­rogare i reprobi, quanti se ne vedrebbero che sono caduti nel baratro dell'eternità per aver smesso di pregare!

Essi, come noi, si ripromettevano di convertirsi un giorno; contavano sulla misericordia divina senza però cercare di placare la stessa giustizia divina mediante la preghiera; sono morti nell'«ira» del Signore, che avrebbe senza dubbio accordato loro il perdono nel sacramento della Riconciliazione, se avessero elevato delle ferventi preghiere accompagnate da gemiti.

Voi che siete giusti, pregate e pregate incessantemen­te; la preghiera trionfa su tutti i pericoli, abbatte tutti i nemici, riporta tutte le vittorie. Più pregherete e più ame­rete il vostro Dio e sarete anche più inaccessibili alle proposte del demonio, del mondo e della carne.

Se talvolta, malgrado la vostra vigilanza, vi succe­desse di cadere in alcuni difetti leggeri, Dio impedirà che divengano gravi, ispirandovi un orrore salutare e cancel­lando nel nostro cuore i primi movimenti delle vostre passioni. Dio vi fermerà ben presto sui bordi del precipi­zio e vi farà comprendere interiormente la vostra debo­lezza e la Sua Bontà. Le vostre miserie, lungi dallo sco­raggiarvi, diventeranno per le vostre preghiere dei motivi potenti per rendervi più fedeli e più fiduciosi verso Dio.

Pregare Gesù mediante Maria è il mezzo per andare al cielo. Molti abitanti della Sion celeste debbono la sal­vezza alla preghiera, che ha ottenuto ad essi la forza per vincersi.

Io ritornavo al mio stato infelice quando smettevo di pregare e di cercare di piacere a Dio, sopraffatta dalla convinzione che avevo perduto il Suo amore e che era inutile occuparmi della mia salvezza fino alla mia prossi­ma confessione. Come ho detto, il demonio soddisfatto per avermi turbata e sconcertata in questo modo con la sua solita malizia, non si limitava a rendermi timida e costernata dinanzi al volto del Signore per farmi dispera­re nella persuasione che non ero nella Sua grazia, ma raddoppiava ancora i suoi sforzi e rendeva i miei passi sempre più sdrucciolevoli a mano a mano che crescevo nell'età delle passioni.

 

[Subisco numerose occasioni pericolose che mi sconvolgono nuovamente l'immaginazione e il cuore. Acquisisco false idee sugli affetti terreni e li credo inevitabili]

Avevo sentito delle volte parlare quali siano quei sentimenti che portano al matrimonio, e cosa accade quando un giovane voglia dichiarare i suoi sentimenti ad una ragazza. Avevo sentito parlare la madre di una ragazza, che era dei miei parenti più vicini, dei mezzi che voleva usare per far innamorare sua figlia di colui che lei avrebbe desiderato come suo genero, che d'altronde aveva già dichiarato il suo amore alla fan­ciulla in questione. Dirò in seguito sulla riuscita di questi mezzi.

Questa ragazza studiava musica e cantava canzoni così dolci, ardenti d'un amore mondano che sarebbe stato, a me sembra, molto difficile che non provocassero delle emozioni nel suo cuore; ma, ahimè! quei canti face­vano più male a me forse che a lei. Sfortunatamente, inoltre, non evitavano di parlare in mia presenza di tutto ciò che riguardava il suo matrimonio: ed io sentivo profondamente tutte le frecce, che i genitori su questo e per primo la madre stessa, lanciavano innocentemente verso il cuore di sua figlia; esse mi penetravano da una parte all'altra prima di arrivare alla loro destinazione e inculcavano nel mio spirito l'idea assurda che era impos­sibile essere giovani e non provare un grande amore verso qualche ragazzo.

A forza di sentir parlare di amore come un fuoco pas­sionale, accontentare queste passioni mi sembrava del tutto naturale e il mio cuore, senza essere ancora legato ad alcuna creatura, era però incline ad infiammarsi per il primo ragazzo che gli sembrava piacevole. Ed è anche per questo che protraevo ancora il mio ricorso al sacra­mento della Confessione. Avevo meritato questo acceca­mento per non aver seguito il richiamo della grazia, mio Dio! Se avessi risposto ai tuoi inviti, se mi fossi nutrita più sovente della tua adorabile Carne, abbeverata al tuo Sangue prezioso, se il tuo Cuore fosse stato più spesso in intimità col mio cuore, avrei appreso molto prima che Tu solo potevi riempire la sua immensità, il suo vuoto e rafforzare l'incostanza dei suoi desideri.

Finalmente l'ho capito dopo essermi inutilmente sfi­nita nel cercare la felicità lontano da Te. No, Signore, non si può incontrare la felicità che nel tuo Amore e colui che non la conosce, si può affermare non ha mai conosciuto la vera felicità.

 

[Avverto mille pericoli presso i miei parenti nel bel mezzo delle feste e dei piaceri che vi trovo]

I miei parenti organizzavano alcuni momenti di svago per farci distrarre la domenica.

Riunivano nella casa di campagna una numerosa folla di padri, mamme, ragazze e ragazzi, che si ritrova­vano insieme con i miei fratelli o con gli amici. In queste occasioni si facevano giochi di parole, girotondi oppure si ballava.

Quanti pericoli morali incontrano i giovani in questi divertimenti, ritenuti innocui, che però fanno perdere infelicemente il profumo dell'innocenza.

 

[La società che frequento mi procura il più grande danno spirituale e dispone il mio cuore alle passioni]

La dissipazione, mentre mi faceva violentemente dimenticare la presenza di Dio, mi travolgeva completa­mente verso le folli gioie del mondo: si cantavano canzo­ni d'amore, durante lo svolgimento dei giochi, ci si scam­biavano quei baci che i divertimenti richiedevano e che naturalmente non lasciavano indifferenti i sentimenti del cuore provocando anche dei turbamenti profondi.

Quanti complimenti nocivi all'umiltà e alla purezza e alla modestia non venivano rivolti! Ahimè! Non era, così mi sembra, possibile restare al riparo dalle bordate, che il demonio della vanità lanciava da ogni parte a giudicare dal mio povero cuore: mi causavano delle terribili ferite. Il desiderio di piacere, la voglia di prevalere sugli altri, la civetteria e talora il risentimento si conservavano nasco­sti sotto la mia aria gentile, che continuava ad apparire modesta, spirituale, gaia e affabile per tutti.

Non so se tutte le mie amiche erano nella mia stessa situazione; non sta a me giudicare; mi sembra tuttavia che sarei dovuta essere morta oppure malata per non sen­tire, a dir poco, alcune impressioni fatte di adulazioni, di attenzioni, di parole seducenti da parte dei giovani che ci circondavano.

 

[L'amore di me stessa mi fa prediligere tutte le occasioni per farmi notare e rendermi attraente. Dio mi avvertiva di tanto in tanto mediante la sua grazia; ma Lo dimenticavo immergendomi nella dissipazione. Dio allora mi lascia «stancare» nella stessa ricerca dei piaceri mondani]

Trangugiavo a lunghi sorsi il veleno che mi era pre­sentato senza diffidare del pericolo che correvo di perde­re proprio la vita.

Il mio cuore, gonfio d'orgoglio, era inebriato dagli insulsi complimenti che ricevevo e, volendo raccogliere l'approvazione unanime, adulavo a mia volta quelli che mi sembravano non fare attenzione alla mia studiata amabilità, onde forzarli a contracambiarmi e a dir bene di me. Tutto ciò non aveva alla fine altro scopo che quel­lo di riuscire piacevole ai ragazzi. Io non avrei voluto questo fango nella mia anima. Ero troppo trascurata dagli stessi che più mi ammiravano.

E non pensavo, allora, che Gesù Cristo, mio Dio, al quale avevo giurato di essere fedele, contasse le mie infedeltà e vedesse dettagliatamente tutta la «perversità» dei miei sentimenti. Mio Signore, quando per farmici rinunciare, facevi sentire alla mia anima l'unzione della grazia del pentimento, la dimenticavo presto con una passeggiata, una canzone stupida, una conversazione fri­vola, un vestito alla moda e una soddisfazione che tutto ciò mi procurava. In queste funeste disposizioni cercavo ancora tra le persone qualche ragazzo, che mi sembrasse ideale per donargli gli affetti del mio cuore.

Mio Dio, tu l'hai creato amante questo mio cuore, ma esso cercava lontano da Te qualcuno che potesse riempire l'immensità dei suoi desideri. Ben meritavo, per questo atteggiamento d'ingratitudine, di venire abbando­nata per sempre all'inutilità delle mie ricerche; ma tu, mio Salvatore, volevi servirti della sua follia per ricon­durlo per sempre a te.

Tu hai permesso che si smarrisse per fargli poi gusta­re il riposo e la pace nelle tue braccia. I miei stessi pec­cati mi sono serviti da rimedio. Dopo essere fuggita da te per lungo tempo, ho riconosciuto che non vi è felicità fuori di Gesù Cristo. Dopo aver respinto la tua grazia e misconosciuta la tua grandezza, la noia che mi persegui­tava ovunque, mi ripeteva continuamente di decidermi ad amare te solo, se volevo liberarmi e ritrovare la gioia.

 

[Mi si fanno delle proposte in favore di un giovane ricco; allora la mia immaginazione si esalta e il mio cuore viene ferito da una grande passione amorosa. Si cerca anche di favorire la mia passione ed io la sento divampare]

Una signora, tra le conoscenti di mamma, mi parlò di suo figlio in modo tale da infiammare la mia immagina­zione per lui, sebbene non lo conoscessi.

Ella mi manifestò il suo desiderio che io fossi inte­ressata a suo figlio ed era sicura, diceva, che anche a lui io sarei piaciuta. Mamma si prestò un po' a tutto ciò, in modo che quando vidi questo giovane subito mi sentii attratta verso di lui. Si favorirono questi nostri primi sen­timenti e ci si diede l'occasione di farli crescere sia nel cuore di lui che nel mio: a tavola ci mettevano l'uno accanto all'altra; se accadeva che osservassi qualcosa che lui faceva, non mancavano di farcelo notare. Quando si scopri che questi mezzi riuscivano ad eccitare i nostri cuori e ad intenerire un po' i nostri sentimenti, dissero in mia presenza: «Ragazzo, cerca di essere molto bravo, perché se te lo meriti, ti daremo Paolina».

E' facile immaginare quale affetto doveva produrre ciò dentro di me e con una simile speranza quanto dove­va essere incoraggiato questo giovane a testimoniarmi quello che provava per me; cosa che egli fece, allorché si verificarono delle circostanze in cui mi venni a trovare nel suo paese, come racconterò in seguito.

 

[Vengo a trovarmi in gravi pericoli, ma Dio mi dà la forza di evitarli e stare in guardia. Gesù stesso viene a me per sostenermi nel mezzo del pericolo. La sua presenza mi è stata assolutamente indispensabile per non perdermi]

Mia sorella si era sposata ad uno dei suoi parenti e i miei mi lasciarono qualche mese con lei. Là avevo l'occasione di vederlo tutti i giorni e anche più volte al giorno. Mio Dio! Tu solo conoscevi i pericoli a cui allora sono andata incontro e quelli dai quali tu mi hai preser­vato, malgrado la mia temerarietà, con la quale mi espo­nevo quotidianamente.

Perdona la mia imprudenza che mi faceva cadere negli errori dei quali ti sei servito ancora per avvertirmi che andavo correndo lungo i bordi di un precipizio. Sii benedetto per avermi protetta, nonostante le passioni che soggiogavano il mio cuore! Padre amabile, Tu non hai mai cessato di vegliare sulla tua figlia, anche quando ella dimenticava i tuoi benefici. Salvatore generoso, tu sei stato premuroso nel volare in suo aiuto nel pieno del combattimento e malgrado le sue resistenze, sei voluto venire nel mio cuore per difenderla e aiutarla a superarne la violenza.

Io non me la sentivo di compiere rigorosamente quello che mi chiedeva il tuo ministro nel santo tribuna­le della Confessione; non concedevo nulla al tuo amore, ma tu ti donavi interamente a questo cuore così avaro con te.

Cosa sarei divenuta se la tua tenerezza non avesse gettato uno sguardo sul mio misero stato e non mi avessi donato lo stretto necessario per non soccombere alla forza dei pericoli che mi circondavano?

Dio d'amore! Io devo la mia felicità all'abbondanza delle tue grazie. Per lungo tempo le ho ignorate; troppo a lungo questo granello, che tu seminavi nella terra della mia anima, è stato soffocato dalle spine e dai rovi delle mie passioni. Finalmente, tu mi ha fornito i mezzi per strapparle, rendendole insopportabili con i colpi della tua misericordiosa giustizia. Non dovevo che servirmene; perdona i miei ritardi nel corrispondere a te, come da lungo tempo esigeva la tua tenerezza, e sii per sempre l'unico Amore del mio cuore.

 

[Ricevo dei regali da lui e glieli ricambio col giuramento di essergli fedele]

Dimorai circa sei mesi nel paese di questo giovane, in periodi diversi. Commisi molti errori durante un così lungo soggiorno: tra l'altro ricevetti un anello come pegno dei sentimenti che anche lui, offrendoli a me, negava al suo Dio.

Egli desiderava che anch'io gli regalassi l'anello che portavo, ma questo era un dono di mio fratello e la paura che mi si chiedesse cosa ne avessi fatto, m'impedì di darglielo. Ebbi, tuttavia, l'imprudenza di donargli i miei capelli e di contrarre con questa sciocchezza una specie di alleanza con lui, facendo però questo senza riflettere. Devo riconoscere che una ragazza presa dalla passione non ragiona più con il buon senso. Gli davo diritto sul mio cuore, in quanto glielo consegnavo obbli­gandolo a pensare a me; e di conseguenza togliendomi una grande felicità di tornare indietro in questa simpatia senza senso.

 

[Conservo imprudentemente l'anello che lui mi ha regalato. Dio mi concede la grazia di perderlo. Dico delle bugie per nascondere la mia stoltezza a mamma che, avendolo trovato, mi chiede se è mio. Non riconosco ancora l'intervento di Dio]

Questo anello, che portavo al collo e nascondevo sul mio cuore, era anch'esso una causa della mia infedeltà verso Gesù Cristo. Ma il divino Maestro non voleva affat­to che lo conservassi, per questo permise che lo dimenti­cassi in una cocca del mio fazzoletto al quale l'avevo legato affinché nessuno lo scoprisse. Questo fazzoletto era stato dato a lavare e la persona che lo ebbe tra le mani accorgendosi di ciò che vi avevo messo, lo riportò a casa. Ella me lo mostrò e io non ebbi il coraggio di richiederlo. Allora lo prese mamma e, quando fumo tutti a tavola, domandò a chi appartenesse: ero così tutta tremante che, interrogata personalmente, risposi che non era affatto mio. Mio papà ne aveva perduto uno da molto tempo; cre­dette che fosse il suo e se ne appropriò. In questa occasio­ne, anziché accorgermi della lezione che veniva a donar­mi il mio Dio, pensavo solo a come poter riavere l'anello, ma non osavo metterlo in esecuzione.

Come si vede, il primo errore che avevo fatto nell'accettarlo, ne comportò molti altri e mi costò molte bugie. Tuttavia, lungi dall'essere guarita da que­sta follia, commisi ancora quella di conservare i capelli del giovane, legando il mio cuore al misero ricordo di un corpo di polvere, al quale avevo giurato una inviola­bile fedeltà.

 

[Descrizione dei pericoli che correvo ogni giorno nel suo paese. Dio mortifica il mio amor proprio in sua presenza per arrestare i progressi spaventosi della mia vanità. Non comprendo però i disegni di Dio e soffro. Mi attacco molto alla presunta bellezza del mio corpo]

Quale imprudenza è per una ragazza quando ac­consente a parlare da sola con qualche giovane, so­prattutto allorché questi è riuscito ad eccitare il suo sentimento! Mi ero trovata spesso in queste situazioni, per colpa mia, ma talvolta anche per quella dei miei parenti; avevano dato a questo giovane, quando all'inizio ero nel suo paese, l'incarico di educare la mia scrittura e fu allora che lui ebbe la facilità di dirmi alcune parole lusinghiere, che affascinarono sempre più il mio cuore orgoglioso e mi portarono a nascondere, per quanto possibile, i miei difetti affin­ché la sua stima per me durasse sempre. Ma chi non ammirerà, a questo punto, la bontà del mio Dio! Egli, per umiliare la mia superbia, mi forniva ad ogni istan­te l'occasione di mostrare a chi mi adulava, che ero graziosa solamente all'apparenza e che in realtà non ero una ragazza che valesse qualcosa. Se egli era così cieco da non prestarvi attenzione, io, a dir poco, pro­vavo un crepacuore per non riuscire a nasconderlo a me stessa, dato che tutti i giorni mi dimostravo incre­dibilmente ridicola come persona e incapace a svolge­re i servizi più semplici. La mia incapacità mi ripete­va, ad ogni momento, che una casa da portare avanti sarebbe stata al di sopra delle mie forze. Oh! Come una simile umiliazione mi era salutare in mezzo al tor­rente delle lodi, che attraverso le orecchie mi scendeva nel cuore e mi inebriava d'una vanità insopportabile! Malgrado tante brutte figure, che frequentemente evi­denziavano la mia pigrizia, continuavo ad essere ripie­na dell'amore di me stessa e, non avendo delle qualità interiori sulle quali farlo consistere, facevo del mio miserabile corpo la mia ammirazione, giacché mi ave­vano pur detto che ero graziosa.

 

[Triste situazione di una giovane che si lascia andare alla vanità. Follia e raffinatezza della propria idolatria]

Ancora una volta devo riconoscere, dunque, quanto sia sciocca una donna! E come diventi spregevole allor­ché il suo amor proprio è lusingato da simili complimen­ti! E' tanto vana quanto cieca, che crede follemente che un cingottìo gentile, quantunque privo di fondamento, insieme con la sua bellezza facciano impazzire i cuori degli altri, anche se, come donna, è convinta che non ha né spirito d'iniziativa, né capacità, né ordine per condur­re una casa. Ella è occupata solamente ad abbellire l'esterno della prigione, che è il suo corpo, e non si cura della sua anima, che s'illude di farla stare tranquilla fin­ché non arriva il giorno in cui la morte spezza le porte del corpo che contenevano molte sue illusioni. Dimenticando che il cielo è la vera patria, sospira solo alla ricerca della felicità, che brama di trovare in una terra straniera, volendo piacere alle creature, anziché al Creatore. E' così raffinata la sua civetteria, che pur scegliendo di vestirsi con semplicità riguardo alla qualità delle stoffe, brama trovare soddisfazione nel mettere in risalto la propria linea attraverso gli abiti che indossa. La sua vanità s'insinua anche nelle più piccole cose: nelle guarnizioni di un vestito, nei fiori di un cappello e talora nelle pieghe di un fazzoletto che, indossato per falsa modestia, serve al contrario a far rilevare la bellezza della persona nel modo con cui si porta. In tal modo ne soffre la modestia perché è usata a mascherare una civet­teria, che riesce così bene dissimulare a se stessa la per­versità del proprio comportamento. Questa è, purtroppo, la triste esperienza che ho acquisito in mezzo ad un mondo corrotto e seduttore.

 

[La lode mi procura il male peggiore ed eccita la mia sensibilità passionale]

Infatuata dagli stupidi elogi che andavo ricevendo, credevo facilmente a tutto quello che un ragazzo innamo­rato esprimeva sul mio cosiddetto fascino. Lui aveva tro­vato la chiave per penetrare nella casa del mio cuore e con la sua disgraziata adulazione ne apriva tutte le porte; in questo modo soffiando sul fuoco del mio egoismo che io stesso coltivavo congiunto all'orgoglio, mi provocava interiormente un incendio disastroso.

 

[Il mio cuore diviene preda della passione della gelosia]

La gelosia, questa compagna pressocché inseparabile dai due "mostri" che vado descrivendo, non tardò ad emergere e a prendere il posto in mezzo ad essi. Appena notavo il minimo sintomo d'incostanza nel ragazzo che aveva soggiogato il mio cuore, gli creavo dei guai e lo facevo avvelenare nei riguardi delle altre ragazze che ne erano la causa. Godevo quando si diceva qualcosa per svilire le altre ai suoi occhi o quando, in loro presenza, sembrava che egli prestasse maggiore attenzione a me. Tormentato dalla gelosia, il mio cuore infelice non pos­sedeva più la pace. Niente sfuggiva alla mia inquietudi­ne: cercavo di spiare i passi di quel giovane, che aveva acceso in me il fuoco insopportabile della gelosia; anda­vo indagando e ascoltavo con avidità tutto ciò che mi si raccontava sui sentimenti del suo cuore verso di me per tormentare di più la mia vita. Con la scusa della curiosità che per appagarsi mancava alla carità molto gravemente, suscitavo il pettegolezzo negli altri. La pena che mi con­sumava divenne evidente anche agli occhi di questo ragazzo, che senza volerlo ne era però la causa. Allora dopo molte insistenze da parte sua per conoscere il segreto del mio dolore, gliene feci la confessione.

 

[Sperimento grandi pericoli morali in conseguenza della confidenza fattagli della mia gelosia. Sono turbata a causa dei gesti della sua tenerezza per me]

O Dio! Da quali pericoli la mia imprudenza nel rive­largli il mio attaccamento esagerato non fu seguita, quan­do per farmi ricredere, fece trasparire il dolore che gli procuravano i miei sospetti! Allora mi colmò di tenere parole e di promesse, mi dimostrò dei sentimenti fatti apposta per ferire il mio cuore, perchè mi provocarono delle impressioni più ardenti. Più avevo temuto qualche mia rivale, più mi entusiasmava la preferenza che egli accordava a me tra tutte le altre ragazze; in questo modo ero più facile a ricevere le sue manifestazioni concrete di tenerezza. Egli divenne audace fino a darmi dei baci, che io ebbi la debolezza di ricevere; una volta prese la mia mano per posarsela sul suo cuore per darmi la testimo­nianza dei suoi palpiti, che però non erano graditi a Dio; ed anch'io fui molto ingrata verso Gesù Cristo, perché corrisposi al suo gesto facendogli fare lo stesso sul mio cuore. Mio generoso Salvatore, mentre nelle mia anima ponevo accanto a te un rivale, ancora non mi abbandona­sti totalmente ai pericoli che mi circondavano.

 

[Durante un altro soggiorno Gesù viene in me e mi fortifica per impedirmi di cadere del tutto]

Mio Signore, in seguito a quella prova della mia tra­scuratezza a tuo riguardo e cominciando a costatare gli imminenti pericoli per la mia innocenza, mi donasti la forza per fuggirli con coraggio! Sì, è su questo mare bur­rascoso che Gesù si affrettò a volare in soccorso della piccola barca del mio cuore per preservarla dal più triste naufragio. Vogando in balia dei venti più furiosi, divenu­ta il giocattolo delle onde, che fine la mia anima avrebbe fatto, se il suo divino Pilota non fosse venuto a calmare con la Sua presenza la violenza della tempesta?

 

[Gesù si serve di me per parlare del sacramento della Riconciliazione a questo ragazzo. Ma non ho la fermezza di difendere generosamente, contro me stessa, la causa di nostro Signore]

Come ho già detto, questo Dio salvatore non si è stancato delle mie resistenze. Durante il mio soggiorno presso il paese di quel giovane, Gesù si è degnato di venire sovente nella mia anima, che mancava di genero­sità ed esitava nel donarGlisi senza divisione. Il Suo amore però voleva servirsi della più ingrata delle creatu­re per chiamare a far gustare le dolcezze della Sua pace a questo giovane, che restava ribelle alle offerte della tene­rezza divina. Più volte l'ho sollecitato vivamente di ritor­nare in grazia e di accogliere nel cuore il nostro generoso Salvatore. "Tu sei molto saggia!", mi rispondeva con un'aria di ammirazione per me, ma al tempo stesso di tristezza. "Cerca di esserlo anche tu, accogli il tuo Dio!", gli ripetevo. "Temo di far male la Comunione - rispon­deva - "perciò credo sia meglio astenersene". "Non commettere più il peccato e la potrai fare bene", gli replicavo. "Ma, ragazza mia, è dunque un peccato volerti bene?" Sì, avrei dovuto rispondergli; sì, questo è uno dei peccati e consiste nel mettere nella tua anima un idolo di carne al posto di Gesù Cristo. Sì, se l'affetto che hai per me chiude il tuo cuore a Lui; sì, se io sono la causa della tua indifferenza verso i Suoi sacramenti; sì, se la mia presenza si ferma nella tua immaginazione mentre vuoi offrire a Gesù il dono delle tue preghiere; sì, se sei dispo­sto ad offenderLo per far piacere a me! (Dovevo gridar­gli:) Tu non sei degno di nominare Gesù Cristo, tuo Dio; tu adori un dio straniero, che ti conduce in un abisso spa­ventoso. Non essere temerario nell'offendere il tuo Creatore in te, dato che vorresti donare a Lui il fuoco impuro, che arde nel tuo cuore per un idolo di carne. Se disgraziatamente sono io quella che hai posto nel tempio della tua anima, sappi che lo sono mio malgrado e rifiuto con orrore gli ossequi che vuoi rendere a me anziché ren­derli a Colui a cui devi l'essere e la vita e grazie al quale possiedi questo tuo cuore, che rifiuta proprio a Lui l'amore e la riconoscenza.

Ahimé! Invece di questa nobile fermezza che dovevo dimostrare come discepola di Gesù Cristo, rispondevo appena a quella domanda balbettando, e non avevo il coraggio di assumere l'atteggiamento doveroso. Oh! Come la passione rende vile colui che ne diviene schia­vo! Mio Dio, dopo aver ricevuto il tuo Corpo per purifi­care le cattive inclinazioni del mio corpo, il tuo Sangue per lavare il mio cuore, la tua anima e la tua divinità per donarmi la forza di vincere gli assalti di un amore pas­sionale e di consacrare a te con i miei affetti, almeno la buona volontà di offrirti quegli stessi che riversava su di me ingiustamente il cuore di quel ragazzo, che era una creatura, io non ho avuto il coraggio di rispondere cri­stianamente alla questione che mi poneva, per scusare probabilmente la sua negligenza nel servizio del tuo Amore.

 

[Ho, tuttavia, la consolazione di sapere che Dio nella sua bontà non ha permesso che io fossi un'occasione di scandalo per quel giovane]

Tuttavia, o Dio amabile, ti sei servito di me, malgra­do la mia indegnità, per ricordargli i suoi doveri. Nonostante che io per prima fossi ingrata verso di te, tu non hai permesso che gli dessi con la mia condotta degli esempi facili per cancellarti dal suo cuore; e pur in mezzo a degli errori innumerevoli che commettevo, sovente gli donavo ancora prova - mediante alcuni segni concreti - della fede della mia anima, che nono­stante tutto lo costringevano a pensare a te.

 

Secondo Quaderno

[Ritorno a Lione]

Infine dopo due o tre mesi che ero lontana dalla casa paterna, vi fui richiamata dalla tenerezza dei miei genito­ri. Vi tornai ben decisa a essere fedele alla promessa fatta da bambina, che mi era stata richiesta più volte e che avevo ripetuta. Da molto tempo desideravo abbracciare la mamma e l'amore filiale faceva un po' tacere l'altro sentimento. Ebbi la felicità di rivederla dopo una così lunga assenza.

 

[Gioia che provo vedendo la duchessa reale. Ho la sventura di andare a un ballo pubblico in suo onore. A causa del ballo perdo il gusto della pietà. Provo una grande devastazione nell'anima. La vanità s'impadronisce totalmente di me]

Ma appena arrivata nella mia città, fui assorbita dalla dissipazione. Era il tempo in cui la nostra duchessa reale doveva passare qualche giorno a Lione. Esultavo nel vedere la figlia di Luigi XIV e posso dire che ero ine­briata di gioia. Fin qui i miei sentimenti erano naturalis­simi. Li condividevo con tutti i buoni francesi e soprat­tutto con i buoni cristiani.

Disgraziatamente, però, partecipai a tutte le feste, che le furono offerte in quella occasione. La seguii nei suoi spostamenti ed anche fino al ballo.

Anche se non sapevo che ci fosse del male a ballare, per lo meno la mia coscienza non ignorava che la vanità era proibita. Ciò nonostante mi adornavo il meglio possi­bile: il mio vestito era ornato di fiori e di fiori m'avevano pure incoronata. In questa tenuta così poco cristiana per­correvo con i miei genitori l'immenso Salone cosiddetto di s. Pietro, credendomi degna dell'ammirazione di tutti e impettendomi con l'orgoglio di un pavone. Quella festa costò cara all'anima mia e mi dissipò totalmente. L'amore di me stessa, impadronendosi potentemente del mio cuore, mi fece precipitare di nuovo nel torrente della vanità. Tutte le mie azioni miravano a rendermi piacevole.

Volevo dominare su tutti i cuori e nello stesso tempo riservare il mio sempre per quel giovane, al quale avevo promesso la mia mano, qualora i miei genitori mi avesse­ro dato il loro consenso. In una parola, divenni più civet­ta che mai.

 

[Mi lascio andare a delle confidenze con una persona, che mi suggerisce delle brutte immaginazioni accendendo di più la mia fantasia]

Sfortunatamente incontrai una persona, che avendo ricevuto le confidenze del mio cuore riguardo ai senti­menti che provavo verso quel giovane, che occupava in me un posto tanto grande, mi approvò con entusiasmo e rafforzò le mie aspirazioni; costei poi, biasimando i miei genitori del ritardo che mettevano nel concludere il mio matrimonio, accese la mia speranza sia riportandomi alcune parole di mamma a questo proposito, sia inge­gnandosi a far valere lo zelo che ella stessa aveva già messo per affrettare quell'affare; in una parola, eccitò ancor più la mia mente e agitò di passioni il mio cuore.

 

[Commetto l'imprudenza di tornare a leggere dei libri proibiti, che non avevo più aperti dalla mia prima Comunione]

Presto ripresi a leggere dei libri, ai quali avevo rinun­ciato fin dalla prima Comunione e che purtroppo non avevo bruciati; si trattava di: «Les Veillées de la Chaumière».

Li rilessi di nascosto dei miei genitori. Dunque, come si può vedere, camminavo speditamente verso la mia perdizione eterna.

 

[Il quadro della mia prima Comunione si spezza. Ricordo ciò che avevo pensato quando mi fu donato]

E' su questa strada maledetta, avendo appena com­messa quella nuova colpa, che il Signore mi ammonì, come pare di ricordarmi che me l'avesse annunciato pro­prio nell'occasione della mia prima Comunione. Stavo, difatti, radunando in uno stesso posto i piccoli oggetti di devozione e che possedevo deponendoli in uno stanzino vicino alla mia camera da letto; ebbene, stavo sistemando anche il quadretto della prima Comunione, che costi­tuiva il prezioso ricordo della mia promessa d'amore, quando esso mi sfuggì dalle mani e, malgrado la mia prontezza per trattenerlo, mi scivolò dalle mani e cadde sul pavimento. Il vetro di quell'immagine, così simile alla fragilità del mio cuore, si spezzò come si erano fran­tumati i miei buoni propositi di allora. Ne fui sconvolta e riconobbi la voce del mio Dio, che mi scuoteva facendo riaffiorare il ricordo del confronto - della mia anima con quel piccolo quadro - che già mi aveva impressio­nato all'epoca della prima Comunione.

 

[Ma il richiamo della grazia viene da me trascurato ed ancora una volta la dimentico]

Mi ci volevano dei colpi ben più forti per ricondurmi all'ovile del buon Pastore. Continuavo a fuggire il mio Dio; ma Lui non si stancava di cercarmi. Divenendo poco a poco, con i desideri del mio cuore, simile al figliol prodigo del Vangelo, fui come lui portata ad invi­diare la condizione delle bestie; il pensiero dell'immorta­lità dell'anima, quel pensiero tanto consolante per un cri­stiano fedele, mi disturbava ed era il mio tormento. Purtroppo le tenebre del mio spirito diventarono a tal punto accecanti che non distinguevo più il vizio dalla virtù.

 

[Il demonio dell'empietà - perdita della fede e ribellione a Dio - vuole impadronirsi della mia anima; tuttavia Dio mi protegge. E' sconvolgente la mia rassomiglianza col figliuol prodigo]

Le lacrime di commozione che versavo durante la preghiera nel tempo della mia infanzia, ora le prendevo in giro. Credevo di aver scoperto finalmente la realtà della vita così com'era e i miei primi sentimenti di virtù mi sembravano non più che un mucchio di scrupoli e di stupidità.

Ci mancò poco, purtroppo, che la fiaccola del «seco­lo dei lumi» - l'illuminismo! - non seducesse comple­tamente la mia anima, dato che già i primi bagliori di quella torcia infernale aveva incominciato, come si può capire, ad abbagliarmi con la sua fiamma illusoria. O mio Dio! Correvo su una strada cosparsa di fiori verso un abisso fatale, dove mi stava conducendo quell'ingannevo­le chiarore. Allontanandosi dal cuore del Padre celeste, privata del cibo santo dei suoi figli, diventata una schiava delle mie passioni, per il fatto di nutrirmi con pensieri cattivi dell'alimento proprio delle persone immonde, non riuscivo ancora a sentire il disgusto delle mie miserie e non rimpiangevo la casa paterna, cioè l'amore di Dio. Tuttavia, o Gesù, Tu non potevi volere che la mia anima fosse lasciata perire per sempre, perché ti era costata la vita; sì, eri stato colpito dall'enormità dei miei errori e per questo volevi colpire anche me per guarirli.

 

[Il Signore interviene con un incidente per farmi tornare a Lui. Perdo la salute]

Nel momento meno prevedibile, il Signore permise che facessi una caduta. Ero salita su uno sgabello molto alto, i cui piedi improvvisamente si ruppero. Caddi pesantemente e lo schianto fu tale, che ne risentì tutto il corpo. Mi ammalai seriamente e le conseguenze di quell'incidente avrebbero potuto portarmi alla tomba, se Dio non mi avesse conservato la vita per darmi il tempo di fare penitenza. Il medico, non sapendo più come fare per guarirmi da un male, che sembrava peggiorare ogni giorno, dopo avere esaurito molti rimedi, decise di tenta­re un salasso al braccio. Questo rimedio, nei disegni della giustizia e della misericordia divina, mi liberò da un malanno procurandomene un altro, che si rivelò tanto più terribile per me, in quanto più efficace a mortificar­mi.

 

[Dio mi copre di umiliazione mediante la malattia di nervi che ne seguì]

Avevo sempre considerato le crisi nervose come una malattia così umiliante al punto che se qualcuno ne era colpito, non aveva più, secondo me, lo stesso diritto alla mia stima. L'epiteto di ragazza «malata di nervi» era il più repellente ai miei occhi e nutrivo una gravissima pre­venzione verso le persone colpite da tale disagio. E fu proprio su questo punto molto delicato che il mio orgo­glio venne colpito. Il salasso, che mi avevano fatto, causò nel mio corpo una prostrazione così violenta, che mi pro­curò delle terribili sofferenze nervose.

Non ne volli parlare subito per non allarmare la mia mamma, tanto buona, che si era ella stessa ammalata da tempo e andava deperendo a vista d'occhio.

 

[Cerco invano di nascondere le mie sofferenze per riguardo alla mia mamma, ma non ce la faccio a nascondergliele per molto tempo]

Dopo aver sofferto in silenzio il più possibile per qualche tempo, non fui più in grado di dissimulare il mio male: i movimenti strani che facevo, il modo stravagante di camminare, l'aria smarrita che avevo negli occhi, la lingua che talvolta si rifiutava di venirmi in aiuto, tutto svelava in me delle sofferenze che mi ostinavo a tenere sigillate. Invano facevo degli sforzi per rendermi padrona dei miei movimenti in presenza della mamma; invano tentavo di rispondere: «Non ho nulla» alle sue domande inquiete; lo sforzo penoso che facevo, mentre lo dicevo, serviva solo a convincerla del mio male e ad opprimerle tanto il cuore, quanto più mi trattenevo dall'aprirle il mio nel timore di addolorarla.

Forse molti ammireranno questo coraggio, che mal­grado il mio eccessivo dolore, mi sostenne per molto tempo a mentire ad una mamma così tenera per non far soffrire il suo cuore. Queste persone forse, sono portate abitualmente ad esaltare solo i sentimenti naturali, anche se nel loro cuore l'amore filiale fosse spento dalle pas­sioni. Costoro non hanno ritegno nell'approvare una pre­ferenza disordinata, che venisse data ai genitori anche quando essa fosse contraria alla legge del Signore. Ma Tu, mio Dio, che non ti sbagli nei tuoi giudizi, sapevi scorgere esattamente quanto fosse falso il sentimento che mi animava; ciò che il mondo chiama coraggio, non era forse ai tuoi occhi che un'indegna menzogna? Niente è piccolo quando Ti si offende e meglio sarebbe che tutte le creature perissero piuttosto che vedere commesso un solo peccato veniale.

 

[Mia madre si allarma del mio stato. Intanto io temo di perdere la ragione; la tristezza soffoca il mio cuore]

La mia lunga dissimulazione, lungi dal calmare le inquietudini della mamma, serviva ad aumentare il suo tor­mento e le mie sofferenze. Il dolore che straziava la mia anima, aggiunto all'agitazione dei nervi, mi alterava tal­mente i lineamenti fisici e causava uno sguardo così scon­volto da farle temere che la mia mente fosse impazzita. Che umiliazione! Non potevo nemmeno sopportare il pen­siero e con l'amarezza del mio cuore dicevo al mio Dio: «Toglimi la vita piuttosto che togliermi la ragione». Invece avrei dovuto pregare così: «Signore, poiché sono stata infe­dele al giuramento che ti avevo fatto solennemente di osservare la tua legge, esaudisci i miei desideri castigando le mie infedeltà». Allora, difatti, vedevo solo il castigo e non pensavo alla mia condotta che l'aveva attirato.

 

[Vado in Chiesa e la musica mi dà sollievo provocandomi il pianto. Sono ancora una volta toccata dalla grazia, ma trascuro di assecondare le spinte alla conversione]

Un giorno mi decisi ad aprirmi con mio fratello su tutto ciò che provavo; allora egli mi condusse a s. Nizier, dove si dovevano eseguire durante la Messa alcuni brani di musica. Dio, che m'inseguiva senza sosta, si servì dell'armonia degli strumenti, per infondere nel mio cuore un vivo pentimento.

Versai alla presenza di Dio lacrime abbondanti, pen­sando proprio alle mie infedeltà. In realtà, quei sentimen­ti erano una chiamata del Signore, al quale però non mi arresi ancora, ed essi presto svanirono nella memoria. Tuttavia quelle lacrime, che avrebbero potuto lavare anche la mia anima, se avessi saputo approfittare della grazia che mi veniva dal mio divino Gesù, diminuirono alquanto solo l'eccesso dei mali del mio corpo; ma anche questo sollievo durò poco e le mie sofferenze ricomincia­rono di nuovo.

 

[Dio continua ad inseguirmi ed io mi ostino a fuggirlo. Mi servo anzi dei suoi benefici per oltraggiarlo. Vado alla Comédie perché la musica mi dia un po' di sollievo]

Lungi dal riconoscere l'Amore divino di un Padre, che mi castigava per farmi ritornare da Lui, cercavo lontano dal suo Cuore quei rimedi, che non vi avrei trovato.

Immaginando che la musica potesse essermi di aiuto per calmare le mie sofferenze, chiesi di andare alla Comédie. Non avevo più fatto tale passo dal tempo della mia prima Comunione e tuttavia, allora, lo feci senza alcun rimorso. O Gesù! Tu mi cercavi senza posa ed io ti sfuggivo senza alcun pentimento. Potessi oggi spargere torrenti di lacrime come segno di penitenza, riconoscen­za ed amore mentre vado ricordandomi la grazia, che mi concedesti nel tempo stesso del mio ingiusto oblio della tua benevolenza e delle mie promesse. Dio d'amore, quando sognavo di assaporare gioia nel «giardino deli­zioso» dei figli di Babilonia, Tu hai strappato il velo d'ogni illusione, che io cercavo di conservare. Mi hai allora mostrato gli attori tali quali sono: ho visto in loro solo indecenza sfrontata, un nugolo di commedianti, che non hanno divertito il mio cuore nemmeno per un istan­te. La loro musica, per la quale ti disubbidivo esplicita­mente, non ha offerto niente di piacevole ai miei sensi; tutti i presenti, che l'ascoltavano, ne erano estasiati, men­tre io provavo solo disgusto.

Ho visto attorno a me delle persone che non erano altro che libertini spudorati; le decorazioni, le luci del teatro non hanno affascinato i miei occhi; ho partecipato alla rappresentazione senza farmi suggestionare, perché l'ho vista come una ricreazione abominevole; gli attori mi sono apparsi come dei professionisti d'un mestiere infame e il teatro come un luogo di prostituzione. In quello spettacolo, da cui mi aspettavo uno svago vivace, provai solamente un senso di orrore e di disgusto insieme con una noia insopportabile.

Mio Dio, ti sei servito del mio peccato per guarire in me ogni desiderio di ripeterlo ancora. E tuttavia questo segno della tua bontà non riuscì nemmeno questa volta a riconquistare a te il mio cuore!

 

[Le mie crisi di nervi peggiorano. Dio mi dà sollievo ogni volta che fisso la Croce]

Oh, mio Dio, mio tenerissimo Padre! L'ingratitudine della tua piccola bambina non ha potuto stancare il tuo amore! Quando il mio male peggiorava nei momenti in cui soffrivo di più, la vista del Crocifisso calmava la vio­lenza dei miei mali. Diminuivano quando guardavo la tua immagine, col capo coronato di spine, i piedi e le mani inchiodati alla croce. Non potevo più lamentarmi pensan­do ai tuoi eccessivi dolori, poiché i miei non potevano essere paragonati ad essi.

 

[Guardo la Croce più come medicina che per amore e sfuggo sempre al Signore. La lettura dell'«Imitazione di Cristo» è una medicina efficace per sollevarmi. Me la faccio leggere come rimedio. Non riconosco ancora che Dio mi chiama]

O Dio Salvatore, sapevi tuttavia che io fissavo la tua immagine più per trovarvi la medicina che per trovarvi l'amore e mi fornivi ancora per la mia conversione la let­tura dell'ammirevole libricino: l' «Imitazione di Gesù Cristo».

Quante volte ho pregato la persona che mi vegliava durante la notte di voler interrompere il suo riposo per­ché venisse a me il riposo alla lettura di qualche pagina di quel libro! Se la stanchezza che ella aveva accumulato durante la giornata le faceva fare con pena la lettura, la mia tenera amicizia per lei non la dispensava, perché il lamento delle mie sofferenze chiedeva ancora più impe­riosamente di essere calmato da quel suo atto di carità.

O Dio, pieno di misericordia, con la tua condotta così toccante nei miei riguardi non mi dicevi: «E' inutile che cerchi un rimedio alle tue angosce fuori di me; sono io che le carico su di te per punirti di aver dimenticato la mia tenerezza; sono io, sì, sono solamente io che posso renderti la salute e la vita; ma prima bisogna che tu venga dentro il mio Cuore per ottenere il perdono. Non troverai riposo che volgendoti verso di me, confessando la tua colpa e ricorrendo al mio Amore. Fin tanto che Gesù non sarà la tua unica speranza, fin tanto che non ricorrerai alla sua bontà, fin tanto che non riceverai come rimedio il suo Corpo e il suo Sangue, la sua Anima e la sua Divinità, tu soffrirai dei mali giustamente meritati dalla tua infedeltà e ingratitudine». Mio Signore Gesù, con le consolazioni che trovavo fissando il tuo letto di dolore, mi davi la prova di ciò che mi volevi insegnare ed io non lo capivo ancora! Che potevi dunque fare di più per incitarmi a ritornare da Te?

 

[Mamma domanda di morire al mio posto; anch'io domando di morire al posto suo; facciamo questa preghiera all'insaputa l'una dell'altra]

Da molto tempo un oscuro presentimento mi annun­ciava che Dio aveva scelto nella nostra famiglia una vitti­ma per la morte; mamma presentiva la stessa pena; ella aveva per me la più viva tenerezza; le sembrava che fossi io quella che doveva perire. Da parte mia temevo di per­dere la mia mamma, esempio di carità cristiana e di sol­lecitudine. Senza saperlo facevamo ognuna la stessa pre­ghiera, benché con intento diverso: «Mio Dio, diceva mamma, sento che tu vuoi qualcuno della mia casa. Ah, se hai scelto Paolina, chiama me al suo posto.» Ed io pregavo: «Signore, se vuoi qualcuno della mia famiglia, chiama me e lascia vivere la mamma.»

Ci saremmo ben guardate dal comunicarci le nostre inquietudini reciproche; ma mamma le faceva conoscere a papà e ho saputo tutto questo in seguito dalle mie sorelle. La preghiera che facevo al Signore partiva più da un sentimento naturale che dallo spirito di fede e dall'amore divino. Infatti da quali brividi non avrei dovu­to essere scossa pensando ai giudizi di quel Dio tre volte santo, al cospetto del quale chiedevo di comparire? Ahimé, che ne sarebbe stato di me se Egli avesse dato ascolto ai miei desideri?

 

[Mamma mi dà il suo addio e mi dona la sua benedizione]

I desideri di mamma partivano da un'anima più pura: essi furono esauditi. I medici avevano proibito che vives­simo insieme, perché i mali dell'una aumentavano quelli dell'altra. Ordinarono a mamma di non entrare più nella mia camera; ma prima di attenersi a quell'ordine, venne accanto al mio letto e abbracciandomi per l'ultima volta, mi disse: «Dio benedica la mia Paolina.» Quando si ritirò, ero ben lontana dal prevedere che Dio l'avrebbe chiamata pochi giorni dopo.

 

[Si adagia sul suo letto di morte, manifesta vive inquietudini per la salvezza della mia anima e affida le sue pie raccomandazioni per me a mio fratello]

Ella aveva ricevuto poco tempo prima, a san Nizier, con eccellenti disposizioni, il Dio generoso che volle darle il pegno della sua risurrezione gloriosa. Prima di morire, manifesta a mio fratello maggiore la più viva inquietudine sul mio conto; c'è motivo di credere che le disposizioni in cui mi aveva vista, ritornavano nel suo pensiero ed erano la causa della sua pena e per questo gli fece molte raccomandazioni spirituali per me.

 

[Ella muore nella fede e nell'amore del Signore]

Fu colpita da una febbre perniciosa che le tolse la conoscenza: tuttavia, rendendo l'ultimo respiro, pronun­ciò il nome di Gesù Cristo. Dio permette che mi si nascondesse la sua morte per lasciarmi la vita e la ragio­ne.

Si volle a lungo nascondermi la morte della mia tene­ra mamma, ma un segreto presentimento me la confer­mava ad ogni istante. Quel pensiero aumentò molto il mio male; forse avrei anche perduto la ragione se avessi avuto la certezza della sua morte, che costituiva il mio tormento. Tuttavia conservavo la mia ragione alla quale il mio orgoglio teneva tanto; ma per questo non fu meno calpestato.

 

[Le mie crisi aumentano. Mi trovo nell'umiliazione più profonda; le mie membra mi disubbidiscono; ho bisogno dell'aiuto degli altri per avere il necessario]

Le mie crisi di nervi erano violente e frequenti e quando non potevo dominarle era perché le mie sofferen­ze divenivano più atroci. Parlavo con molta difficoltà e spesso mi mordevo l'interno delle guance; le mie mem­bra non ubbidivano più ai voleri della mia anima; mi laceravo la pelle con le unghie quando incrociavo le mani sul petto. Non potevo trattenere i movimenti della testa che andava ad urtare spesso contro la spalliera del letto; ero come un bambino in fasce che ha le mani libe­re; piange per il male che si fa da se stesso senza essere capace di smettere; per questo occorre che qualcuno gli impedisca i movimenti. Ci voleva una persona forte che reggesse con vigore le mie membra al fine di fermare i colpi con cui mi picchiavo ad ogni istante oppure ero preda della mia agitazione. Quando poi avevo la fortuna di essere tenuta stretta con abbastanza forza per potere sopportare le crisi, distendevo le membra con tanta vio­lenza che talvolta sembravano slogarsi e in quella posi­zione gridavo come un pavone e piangevo a dirotto; que­sto sfogo per un po' mi restituiva in seguito l'uso della parola e la libertà di movimento. Erano momenti di tre­gua che il Signore mi lasciava in mezzo agli eccessi dei miei mali per ritornare evidentemente a Lui. Ahimè, non ne approfittai che molto tardi e così Egli continuava a gravare su di me il suo braccio vendicatore ed insieme misericordioso. Tutto cospirava ad umiliarmi: ero nell'incapacità totale di riuscire a fare da sola tutti i pic­coli servizi come mangiare, bere, vestirmi, addormentar­mi, sistemarmi per la notte, come pure non ero in grado di fare tutte le cose più comuni della vita; questa mia incapacità mi rendeva continuamente dipendente dà quelli che mi assistevano. E costoro avrebbero potuto anche abbandonarmi e lasciarmi soffrire senza prestarmi i loro servizi, dato che non ero capace di farli da sola, se non fossero stati così caritatevoli. Accadeva che talvolta, volendo prendere da sola il pasto, la mia mano invece di andare verso la bocca, come avrei voluto, andava a ver­sare ciò che reggeva, sulla persona vicina che era fortu­nata se non riceveva anche qualche colpo di cucchiaio o di forchetta. Così accadeva pure che quando avevo i capelli sparsi sulle spalle a forza di muovere la testa, mi veniva impedito di toccarli, perché avrei rischiato di strapparli; le mie mani insomma combinavano dei guai dappertutto quando non erano impedite; a volte mi era impossibile addormentarmi se non mi avessero immobi­lizzate fortemente le membra. Spesso anche i punti dove ero legata non erano posti in modo giusto e allora soffrivo molto perché in questo caso non riuscivo a farmi comprendere da quelli che mi curavano; insomma, la mia condizione mi procurava delle sofferenze terribili.

 

[Sono nel più amaro dolore: insopportabile agli altri lo sono ancora di più a me stessa. Mi trovo nell'umiliazione più che mai]

Il mio carattere collerico e le cure difficili richieste dal mio stato mi rendevano insopportabile agli altri e a me stessa. Inoltre per colmo dell'umiliazione, il medico, nel timore forse che la mia mente fosse impazzita o solo per distrarmi dalla sofferenza e dall'angoscia prodotta dal mio pesante dolore, mi parlava come a una bambina di Pulcinella o faceva qualche complimento sulla mia toilette nel momento in cui ero tutta scapigliata.

Un giorno per esempio in cui mi trovavo in quello stato, nel vedere nei miei capelli un nastro verde, mi disse che mi ero incoronata di alloro con quel tono scher­zoso che attendeva da me una risposta quasi volesse, secondo la mia impressione, provare la lucidità della mia mente.

 

[Sfuggo sempre il Signore e cerco un sollievo nel ricordo dei miei affetti sensuali]

Il mio cuore infedele intanto, anche se colmo di ama­rezza, di tristezza e di umiliazione, non aveva la forza di rinunciare ancora alla creatura mortale, cioè a quel gio­vane che l'aveva affascinato.

Fissando con lo sguardo la porta d'ingresso della mia stanza, spesso dicevo tra me che se l'avessi visto appari­re sarei guarita per la gioia che la sua presenza avrebbe recato al mio cuore. In quel tempo non guardavo più il Crocifisso per calmarmi; mi avevano cambiato dimora e, nella nuova abitazione non c'era quella Croce consolante né io la richiedevo. Portavo intero il peso del mio dolore, quando il mio Dio si offerse Lui stesso per addolcirlo.

 

[Non trovando nessuna pace nelle vanità del mondo e nella sensualità, Dio mi mandò il suo ministro per donarmi il perdono e offrirsi Lui stesso a me. Provo tuttavia grandi inquietudini perchè temo di non avere tutte le disposizioni richieste per ricevere i sacramenti]

Tenero Padre del cielo! Ti sei lasciato commuovere da quei mali, che le mie infedeltà verso di Te mi avevano giustamente meritato! E quando Ti offendevo, anche sop­portandone la penitenza, ti sei affrettato a venire in mio aiuto per liberarmene! Non hai aspettato che la tua figlia dissipata venisse ai tuoi piedi ad implorare il Tuo perdo­no e a riconoscere che non meritava di essere chiamata tua figlia.

Sei venuto per primo tu da me: per mezzo del tuo ministro mi hai spinto a tornare nella tua grazia e a recu­perare i miei diritti all'eredità eterna dei figli fedeli. Volevo differire di ricevere il sacramento della riconcilia­zione per vari motivi: l'agitazione m'impediva di esami­narmi come desideravo; avevo il timore di riceverlo male; forse anche la svogliatezza di accusarmi mi procu­ravano un turbamento che mi appariva invincibile. Ma, o Dio del mio cuore, le ragioni che allegavo non erano suf­ficienti per impedire gli effetti della Tua tenerezza verso di me; mi sollecitavi mediante il tuo ministro a non ritar­dare più di avvicinarmi a Te; mi dicevi attraverso la parola del sacerdote che li conoscevi i miei mali e che da parte mia esigevi solo la buona volontà per concedermi il Tuo perdono. Cedetti, infatti, alle Tue amabili istanze; ma, quale tormento non provo, Dio mio! Quando accusa­vo le mie colpe, non so nemmeno oggi rendermi conto del modo con cui lo feci. So solamente che il timore di non aver confessato tutto o di non aver adoperato espres­sioni abbastanza forti, i peccati che avevo dimenticato e che si presentavano al mio pensiero, tutto mi metteva in uno stato tale di paura che non potevo decidermi a riceverTi. Tuttavia, Padre mio, dal primo giorno in cui rifeci la mia confessione, provai in mezzo ai miei turba­menti una certa sicurezza del tuo perdono che, riportan­do la pace nella mia anima, influì anche sulla salute del corpo.

Infatti, quella notte ho dormito senza alcuna assisten­za e senza agitazione. Tuttavia nel giorno della Comunione i timori della coscienza mi tormentarono brutalmente; mi confessai più volte con molta inquietudi­ne dicendo al sacerdote «che non volevo comunicarmi» anche se lui mi consigliava di farlo senza timore e m'incitava con autorità a seguire il suo consiglio. Mi decisi finalmente anche se con pena, dato che il mio povero cuore non era ancora liberato da ogni inquietudi­ne. In questa circostanza non potendo parlare al sacerdo­te perchè stava per celebrare, mi sono detta, spinta da un deciso movimento interiore: «Tanto peggio, vado lo stes­so a comunicarmi».

 

[Mi avvicino alla mensa eucaristica pregando il Signore di togliermi la vita, piuttosto che permettere che io faccia una Comunione sacrilega]

Mi avvicinai così all'altare e per provare a Gesù Cristo che la parola «tanto peggio» mi era sfuggita e non costitui­va il mio consenso ad una Comunione sacrilega, gli dissi: «Gesù, fammi morire all'istante piuttosto che permettere che Ti riceva indegnamente». Dopo aver espresso questo desiderio, mi sedetti alla tavola del mio Re che volle anco­ra nutrirmi della sua celeste sostanza e arricchirmi del tesoro della sua divinità. Dopo aver ricevuto il mio gene­roso Liberatore, nella mia anima cominciò una lotta tra il turbamento e la pace, l'inquietudine e la sicurezza, lo spa­vento di aver fatto una Comunione sacrilega e la convin­zione del perdono e della ricchezza divina.

 

[Provo un notevolissimo cambiamento dopo la Comunione: le crisi di nervi cessano]

Però la pace, la certezza e la dolce convinzione furo­no abbastanza potenti su di me per ridonarmi in parte la salute. La lingua riprese più agevolmente e con gioia ad esprimere i miei pensieri; anche le mie membra diventa­rono più docili alle decisioni della mia volontà; le crisi di nervi cessarono a poco a poco; in una parola, una sola visita del Medico divino recò con sè molti rimedi salutari al mio malessere fisico e spirituale. E se a Gesù non parve opportuno guarire completamente il mio corpo, senza dubbio ciò dipese dalla insufficiente corrisponden­za della mia anima.

 

[Non sono ancora totalmente di Dio. Vengo a sapere definitivamente della morte della mamma. Con i miei parenti vado a Fourvière e mi affido per la prima volta alla Madonna come una sua figlia]

Il mio stato di salute, fattosi ormai tranquillo, permi­se al mio buon papà di servirsi delle consolazioni della religione per annunciarmi la morte di mamma.

Da due o tre mesi mi aspettavo questa notizia e il dolore che mi causò, benchè profondo, fu moderato e addolcito dalla pace che il mio cuore godeva con Dio. I miei parenti mi condussero dopo un po' di tempo al Santuario di Fourvière, dove fu celebrata una Messa solenne in ringraziamento del miglioramento della mia salute. Fu quel giorno che mi offrii a Maria, il cui amore mi era stato fino allora totalmente estraneo, anche se notavo la sollecitudine di mamma nell'onorarla e nel voler farmela amare con una sincera devozione. Allora pregai la Madonna di essere lei la mamma e di accettar­mi come sua figlia.

O amabile Protettrice dei deboli, che cercano l'abbandono nelle tue braccia, hai ricevuto l'impegno del mio cuore e sei divenuta il sostegno della mia giovinezza e la mia avvocata presso il tuo Figlio. Sì, se Gesù Cristo, mio Salvatore, mi ha colmata delle sue grazie, Egli stes­so si è degnato di rivelare al mio cuore che è stata sua Madre ad avermele ottenute, come in seguito dirò.

 

[Ritorno nella casa paterna a Lione. Il ricordo della mamma m'insegue ovunque e mi spaventa in continuazione]

Dopo la s. Messa scendemmo a Lione e rividi con una certa pena i luoghi che mamma aveva abitato. Il pen­siero di tutte le mancanze nei suoi riguardi mi procurava un segreto spavento, quando il suo ricordo tornava ad affiorare in me. Un sentimento interiore me la rappresen­tava irritata contro di me e pronta ad apparire per farmi dei rimproveri; tutti i dispiaceri che le avevo causato durante la sua vita con le mie disubbidienze, il mio brut­to carattere, le mie risposte presuntuose e taglienti, i miei moti di ribellione, erano senza dubbio all'origine del ter­rore che mi veniva dal ricordo della sua morte.

Nello stesso tempo mi sembrava che ella fosse inquieta e nella sofferenza; ogni evento che il suo ricordo mi presentava serviva a spaventarmi, fino al punto che una sera trovandomi sola nell'appartamento vicino alla sua camera, fui presa da una paura invincibile che mi fece fuggire. Questo sentimento di terrore durò in me fino al momento in cui feci un certo proposito, di cui parlerò in seguito.

 

[Dio mi lascia l'infermità dopo le mie crisi per smorzare le mie passioni e distruggere gli affetti terreni nel mio cuore]

Come ho già detto, per guarire efficacemente l'anima della sua figlia, al Signore piacque di prolungare ancora la malattia del corpo. Ero liberata dalle crisi di nervi, la mia situazione era tranquilla, ma non senza pericoli e debolezze. O mio Dio, mille volte adorabile, cosa dirò del tuo amore per me? Non provo affatto ad esprimere tutta la generosità divina; non appartiene a me che sono l'ultima delle creature cercare di capire ciò che non potrà essere mai perfettamente compreso da nessuna intelli­genza creata. Tacerò dunque in presenza del mio Dio sulla sua grandezza? Con la fronte nella polvere, confes­serò altamente che Egli mi ha colmata di ogni specie di grazie, di cui mi ero costantemente resa indegna. L'ama­bile Salvatore, volendo disporre la mia anima ad amare Lui solo, afflisse il mio corpo con una malattia non grave, però adatta a smorzare la prepotenza dei miei affetti terreni, indebolendo giorno per giorno l'impetuo­sità del mio temperamento.

 

[Cado in uno stato di inettitudine e d'insensibilità morale proprio a seguito della mia infermità. Questo stato diviene pericoloso]

A forza di languire senza nemmeno osare lamentarmi, caddi in uno stato d'insensibilità totale verso tutto ciò che mi circondava. Gli stessi avvenimenti che succedevano nella mia famiglia, mi erano diventati quasi indifferenti; andavo dove mi si conduceva senza provare nè pena nè pia­cere. In una parola, sentivo diminuire ogni giorno la forza di vivere e la mia vita stessa sembrava spegnersi.

 

[Mi si portano delle medicine per i miei mali corporali. Non sono però ancora tutta di Dio. Una persona m'invita a tornare totalmente a Dio]

Per molto tempo Dio permise che il medico non mi desse quasi nessuna medicina per arrestare la debilitazio­ne dovuta al prolungamento del mio stato che stava dive­nendo pericoloso. Quando però il fuoco delle mie passio­ni terrene si fu quasi esaurito a causa della debolezza della mia salute, il Signore, non volendo la mia morte, giudicò nella sua misericordia che era tempo di procurar­mi le cure e le medicine efficaci. La mia buona madrina e il signor Desgrange, eccellente medico, furono i princi­pali strumenti della tenerezza divina nei miei confronti per rendermi la salute.

Nel frattempo conobbi una persona che avrebbe potuto togliermi la benda fatale che da tanto tempo mi nascondeva la gravità del mio stato; ma purtroppo questa persona, imbevuta in buona fede di certi principi gianse­nisti, non riuscì a guadagnare la mia fiducia. Il buon Dio, fin dalla mia infanzia, mi aveva ispirato nella sua bontà il più grande disgusto per ogni specie di errore e di ribel­lione contro la santa Chiesa cattolica, apostolica, roma­na; io avevo sempre conservato, anche in mezzo ai miei traviamenti, il più profondo rispetto, la più perfetta sotto­missione ai sacerdoti legittimi e il minimo moto di rivol­ta nei riguardi delle loro decisioni e di quelle dei Pastori, soprattutto la più lieve contestazione contro l'autorità sovrana del Santo Padre, m'irritava a tal punto che non sopportavo nessun consiglio, anche utile, da parte di chiunque col suo temerario modo di agire mi risultasse contrario alla Chiesa.

Per questo non mi interessava quanto quella persona mi diceva per farmi aborrire la danza, la vanità, l'inde­cenza delle mode; siccome fino allora avevo creduto che queste cose fossero permesse o almeno tollerate, tutto quello che questa persona diceva mi pareva solamente una conseguenza dei suoi falsi principi ed invece di approfittare dei suoi consigli circa la pericolosità del ballo, faceva al contrario rinascere nel mio cuore il pen­siero e il desiderio di esso.

Questo povero cuore che, come ho appena detto, era vuoto d'amore e d'affetto, non era felice; provavo una sete che niente poteva calmarlo, niente poteva guarirlo dalla noia che m'inseguiva in ogni luogo; il lutto e la tri­stezza riempivano ancora la casa. Vedevo dappertutto solo rifiuto e severità di vita e, nello stesso tempo, non trovavo nessun piacere dalla parte del mondo e nessuna consolazione dalla parte di Dio, perchè non ero nè del mondo nè di Dio.

La mia lotta contro me stessa durò alcuni mesi e posso dire che mi rese profondamente lacerata. E' inconcepibile per quanto poco i giovani svendano la salvezza della loro anima! Confesso che adesso, verso le ragazze che la vanità tiene nelle sue reti, sento una pietà tanto grande che sarei pronta a fare tutti i sacrifici per liberarle. Bisogna averne fatto almeno una piccola esperienza per capire il loro stato. Uno spirito retto, un cuore che ha conosciuto ed amato solamente Dio, è quasi incapace di capire la forza che le illusioni del mondo esercitano su coloro che anche per una volta si sono lasciati adescare.

O mio Gesù, è possibile che delle anime fatte per conoscerti, dei cuori fatti per amarti, si chiudano al punto che non siano più capaci di elevarsi fino a Te? E' possibile che tutti i giorni si possa sacrificare la dignità della modestia alle raffinatezze della seduzio­ne, la bellezza immortale alla bellezza peritura; la semplicità dei santi alla ricerca di tutte le follie della vanità, il cielo alla terra, l'eternità al tempo, la propria coscienza al demonio? E' possibile lasciare Te, o Amore, bellezza sempre antica e sempre nuova per preferire dei corpi che la morte ridurrà a fango? E' possibile che dei giovani cuori nei quali le sensazioni sono così delicate, gli affetti così teneri, il desiderio di amare così naturale, si lascino sedurre dalle illusioni del mondo, tanto grossolane in se stesse e così irragio­nevoli, si lascino attirare dal ballo, dai piaceri vuoti, dalle vanità aride? E' possibile che si attacchino tanto facilmente a ciò che deve perire e trascurino l'Amore immortale di Gesù Cristo?

 

[Cerco ancora di fuggire il Signore. Combatto lotte violente contro me stessa]

Tale però era la mia triste condizione e per questo il mio povero cuore non trovava alcun riposo! Dicevo con amarezza a me stessa: «Credono che io abbia ottanta anni per condannarmi a condurre una esistenza così monotona (senza divertimenti)! Come è noiosa la mia vita, come è desolata la mia giovinezza!» Ma una rispo­sta interiore mi diceva: «Quando avrai perso il tuo tempo a ballare, che ne avrai? Non sai che la parte più nobile di te è immortale e che il corpo deve morire?» Bisogna morire! che sentenza fatale per i peccatori e quanto mi era insopportabile! Ero però ancora troppo dissipata per capire il senso di quella risposta; arrivavo a desiderare il nulla e a maledire il presente della mia esistenza. «Devi morire» - mi ripeteva la voce della Verità - e quando morirai, quale sarà il tuo destino? Dove andrà a finire la tua anima immortale?

 

[Finalmente sono vinta dalla grazia divina ed emetto il proposito di convertirmi]

Ho deciso, mio Dio! Tu mi hai vinto; il culmine della mia disperazione si muta in conversione. Mi alzerò, dico allora, e poichè il centro della mia pace per il tempo e per l'eternità è Dio solo, mi getterò ai suoi piedi; sì, andrò dal Padre mio e mi riconcilierò con Lui; non sarà più solo per pochi giorni; una volta rientrata nella sua grazia, non ne uscirò più; tornerò a Lui senza alcuna divisione, senza riserva, per sempre; mi sotto­metterò a tutto ciò che mi ordinerà la guida spirituale che Egli mi darà; comprendo allora che solo l'osservan­za della legge di Dio può farmi felice veramente e che il mondo con i suoi piaceri e le sue passioni non servo­no che a disseccare, esaurire e stancare il povero cuore. Tali furono i sentimenti che mi cambiarono tutt'ad un tratto; tale fu, mio Dio, la freccia del tuo amore che mi ferì per sempre. Poter amare senza misura, senza rimor­si, senza interruzione, senza timore: ecco ciò che cerca­vo senza saperlo ed ecco ciò che non ho mai trovato fuori di te, ma solamente in Te. In Te ho trovato la pace, il riposo e l'amore, ricambiato con un Amore più grande. Sì, mille e mille volte più grande, un Amore infinito.

 

Terzo Quaderno

[Sto per confessarmi e questo primo passo mi rafforza nei miei buoni propositi]

Avevo circa diciassette anni quando il mio povero cuore, stanco delle inutili ricerche della felicità dietro un mondo corrotto e destinato a perire, decise finalmente di fissare la propria incostanza su un saldo fondamento: l'amore per il suo Dio.

Come ho già detto nel quaderno precedente, non mi era più possibile mantenere il mio cuore nel vuoto dei sentimenti, per questo cercavo con fervore qualcosa che potesse riempirne l'immensità.

Solo Gesù poteva offrirmi ciò che desideravo da così tanto tempo. Appena me ne sono resa conto, dopo aver molto sofferto lontano da Lui, mi alzai decisa ad abbatte­re gli ostacoli che si opponevano alla mia conversione; fu così che cercai una guida esperta nelle vie dell'Amore divino. Allora mi ricordai degli insegnamenti, pieni di fede, che un sacerdote, molto amico di Gesù, aveva impartito sul pulpito; e mi sentii fortemente attirata a donargli la mia fiducia. Ma ecco che la mia natura provò a ribellarsi con forza a tale decisione perché egli mi aveva giudicato con severità. La mia natura mi inclinava a rivolgermi ad un altro confessore che, in base alle informazioni che mi erano state date, mi sembrava indul­gente, caritatevole e forse anche un po' accondiscenden­te. Posta a dover scegliere una di queste due guide, insi­stevo fortemente nella preghiera presso il Signore perché fosse Lui a fare la mia scelta. Ed ecco che sentii questa risposta interiore: «Dal momento che vuoi convertirti sinceramente, cosa ti importa della severità? Non stai riconoscendo giustamente dentro di te che sei tentata di cercare solamente delle approvazioni»?

Allora non ho esitato più ad inginocchiarmi ai piedi di «Anania». Gli confessai francamente la gravità delle mie iniquità. Lungi dal respingermi, come temevo, il suo cuore fu intenerito dalla franchezza della mia confessione e fece del tutto per placare il mio tormento, consolare la mia debolezza ed incoraggiare la mia buona volontà. Anzi, mi consigliò anche a definire dei forti propositi. Resa allora sicura dai suoi consigli, volli impegnarmi a seguire per sempre la legge del Signore e decisi di sacri­ficare a Lui in modo pieno e totale i sentimenti di affetto che ancora provavo verso quel giovane, di cui ho già molto parlato. Mi liberai dai pegni che mi ricordavano il suo affetto terreno - i vari regali avuti da lui - e rinun­ciai per sempre anche all'anello...

O misericordia infinita del mio Dio! Appena ho com­piuto un po' di simili sacrifici così insignificanti, il mio cuore divenne coraggioso per poter fare a Lui dei sacrifi­ci più grandi.

Mi sento subito invasa dalla protezione divina, mi abbandono al suo Cuore divino, sento che tutti i dardi della sua potenza vengono scagliati per abbattere i miei nemici: «Mille cadranno al tuo fianco e diecimila alla mia destra» (cf sal 90, 7). Sentivo insomma che Lui mi andava liberando dal giogo tirannico (dei miei antichi difetti).

Mio buon angelo custode, tu sei stato testimone delle mie infedeltà e del mio pentimento; aiutami a benedire il Signore e racconta per me la grandezza della misericor­dia divina che sperimentano coloro che ritornano a lui con tutto il cuore! Io sento che devo annientarmi alla sua presenza per ringraziarlo dei molteplici doni che ho rice­vuto dalla sua bontà infinita ed offrire al mio Signore Gesù gli stessi suoi meriti perché unicamente questi hanno potuto perdonare le mie innumerevoli iniquità e guarire le mie ferite profonde.

 

[I piccoli sacrifici che faccio attirano su di me la grazia di compierne di più grandi. Non ho più fiducia in me stessa, ma la forza della grazia mi fa vincere tutti i vizi del mio cuore e mi fa fuggire tutti i pericoli]

Sì, mio Dio, ho bisogno di dirlo: mi è stato necessa­rio solo di lasciar agire la tua Volontà su di me per veder­la operare nella mia anima senza alcun altro merito da parte mia. Tu hai fatto forza contro tutti gli idoli del mio cuore ed essi sono caduti davanti a te come i muri di Gerico al suono delle trombe. Ma questo è ancora troppo poco per il tuo amore perché questi idoli devono essere ridotti in frantumi per non rientrare più nella dimora del cuore, dove vuoi abitare solamente tu al loro posto.

Adesso, poi, ti vai servendo anche dei ricordi del pas­sato per farmi evitare i pericoli futuri. Il ricordo delle mie disavventure passate mi costringe a bruciare con rabbia i romanzi e i testi di tutti i canti sentimentali, per­ché l'esperienza mi insegna che il primo fervore spiritua­le della grazia può passare presto e le tentazioni possono ripresentarsi con violenza.

Sempre il ricordo delle mie esperienze passate mi pre­senta le amarezze che vengono dopo ogni imprudenza; allora mi decido a distruggere tutto ciò che potrebbe anco­ra farmi cadere. Il provvidenziale ricordo del mio passato sbagliato mi avverte, inoltre, che il desiderio di piacere ai ragazzi ha dominato a lungo il mio cuore e lo ha reso fra­gile nel cadere; per questo adesso cerco di fuggire le varie occasioni d'incontri con loro, anche rinchiudendomi nella mia stanza per evitarli. Per quanto riguarda, poi, la presen­za dei giovani che possono venire a casa, se la convenien­za o qualche motivo mi obbligano a restarci, almeno que­sto ricordo mi fa controllare i miei sensi ed il mio cuore con una padronanza molto responsabile.

Ancora il ricordo del mio passato, rammentandomi la vanità con la quale avevo cura del mio aspetto esteriore, mi distoglie dal guardarmi allo specchio anche per neces­sità, e mi fa compiere verso il mio Dio il sacrificio di rinunciare a delle piccole acconciature per farmi vincere la tentazione, come una volta, di apparire seducente; per superare il mio orgoglio, mi richiama che bisogna tagliare i ponti con il mondo, che devo disprezzare anche le sue derisioni vestendo poveramente, uscendo senza guanti e qualche volta con il vestito macchiato o stracciato, perché la ricerca dell'avvenenza in questo genere di comporta­mento è stato un duro ostacolo alla mia conversione.

Infine, sempre pensando al mio passato, sento di essere in obbligo di donare al Signore anche la mia voce, che pur ricevuta da lui, ha causato molti disastri alla mia anima perché con discorsi leggeri ho espresso tanti senti­menti indegni; anche con la mia voce adesso voglio vin­cere il rispetto umano cantando in chiesa i canti sacri davanti a Lui.

 

[Adesso finalmente mi sono liberata dalle mie amiche mondane che vengono presto sostituite da ragazze molto religiose, la cui amicizia m'incoraggia al bene]

Il ricordo del passato m'insegna a tenermi lontana dalle ragazze del mondo per non incorrere assolutamente nei pericoli di farmi sedurre ancora dalla vanità o dal piacere. Colui che mi tiene tra le sue braccia ed il cui Cuore palpita sul mio, mi suggerisce delle risposte coraggiose e piene di fede da dare agli inviti che ricevo da queste amiche.

Rispondo decisamente che la mia anima adesso è risoluta nel proposito di servire il Signore; è risoluta nel dimenticare il mondo per cui mi tengo lontana dalle compagnie dove non si parla di Gesù Cristo, dichiarando che tutte queste vuote conversazioni mi annoiano.

Le ammonisco anche sui pericoli che queste compa­gnie incontrano seguendo le seduzioni del mondo, il quale a prima vista si presenta incantevole, nascondendo accuratamente le sue spine sotto i fiori.

Esse cercano d'insistere nell'invitarmi ad andare a far loro visita, ma rispondo loro che è inutile attendersi da me un'amicizia, se anch'esse non sono decise a rinun­ciare alle frivolezze del mondo.

Ed ecco che assisto a questo fatto: esse ben presto si ritirano una dopo l'altra. Le perdo di vista e mi vedo attorniata da ragazze piene di fede che le sostituiscono; queste sono amiche vere che hanno la premura di propor­mi delle occasioni buone per far piacere adesso a Colui che voglio unicamente seguire ed amare.

L'esistenza ora cambia aspetto anche ai miei occhi: prima, quando amavo la vanità e i divertimenti del mondo, ero convinta che esistesse solo della gente che adorasse vanità e divertimenti; ero proprio convinta che tutti la pensassero come me e che la religione fosse quasi spenta in tutti i cuori. Adesso invece mi rendo conto che Gesù Cristo ha ancora molti innamorati e tutto quel che vedo attorno a me - le persone buone e religiose che ora conosco e frequento - mi edifica e m'incoraggia a seguire le richieste dell'Amore divino.

 

[Mi preparo a fare una confessione generale]

Vado comprendendo la necessità che è venuto il momento di fare una confessione generale di tutti i pec­cati che ho commessi dopo la prima Comunione. Ho cre­duto bene di scrivere quelli che io ritenevo tali per ricor­darli in tutti i particolari.

Per fare questo me ne sono stata chiusa in camera e, invocando lo Spirito Santo perché fosse la mia luce, ho frugato senza fatica nelle pieghe della mia anima per lungo tempo in colpa. Mio Dio! quale valanga di offese a te si sono presentate in questo momento alla mia coscienza! Presi visione di tutto l'orrore della mia con­dotta passata e andavo distinguendo finalmente, senza alcuna illusione, la gravità dei peccati di cui ero respon­sabile, disposta anche a dare una spiegazione sincera di essi al padre spirituale, affinché ne comprendesse l'estensione; così pure la mia passata condotta apparve chiara alla mia immaginazione, senza che facessi sforzi sovrumani per renderla evidente e precisa, perché allora comprendevo nella vera luce una immensità di colpe gravi che prima nella mia cecità fatale avevo considerato come leggere e quasi naturali.

 

[Compio la mia confessione generale e mi sento liberata dal peso angoscioso dei miei peccati]

Appena terminai (di scrivere) il mio esame di coscienza, quasi tremante, vergognosa e confusa presi la decisione di recarmi a confessare tutti questi peccati; ma Dio volle che fossi ricevuta dal confessore in maniera tale da comprendere subito che non avevo alcun motivo di aver paura.

Come sei buono, Gesù, nel prendere tra le tue braccia l'agnellino ribelle che ti costò mille fatiche per riuscire a strapparlo dal furore dei lupi, anche se meritava proprio di divenirne pasto!

Dimenticando ogni mia ingratitudine, ti sei degnato di compiacerti delle mie umili attenzioni e mi hai sovrac­caricata di prove del tuo Amore. Avrei dovuto soffrire almeno il peso dei rimorsi che mi potevano schiacciare dato che ti ho vilmente abbandonato per correre verso la rovina!

Dove sono i rimproveri del pastore? Il disprezzo dei tuoi discepoli? Dove è la vergogna di subire un grande castigo prima di ricevere il Pane del cielo, che per lungo tempo ho disprezzato andando a nutrirmi di pascoli avvelenati da serpi e da altri animali immondi, di cui il mondo è pieno?

Sì, senza dubbio, meritavo molti rimproveri e tuttavia ebbi da «Anania» - il mio padre spirituale - solamen­te espressioni di incoraggiamento e di rallegramento; e i discepoli fedeli del mio Dio, lungi dal disprezzare la mia conversione, dimenticando il tempo della mia infedeltà, adesso mi offrono sinceri apprezzamenti e si preoccupa­no benevolmente di invitarmi a condividere la loro gene­rosità e i loro impegni orientati ad amare Dio e i fratelli sofferenti.

Padre tenerissimo, mi hai imposto di nutrirmi del cibo delle anime fedeli senza punirmi per i miei prece­denti rifiuti di seguire gli inviti della tua grazia. Tu cono­sci troppo bene che la mia debolezza richiede la tua pre­senza nel mio cuore; per questo non hai guardato alla mia indegnità, ma ai miei bisogni. Spinto dalla tua mise­ricordia verso di me, hai lavato le mie ferite nella sorgen­te del tuo Sangue prezioso, hai saziato la mia fame con il sacramento adorabile del Pane del cielo, hai illuminato la notte della mia anima con il tuo Spirito e mi hai riempito di ogni tesoro celeste e terreno donando al mio cuore te stesso, che sei Dio. Di fronte ai tuoi molti benefici e non avendo nulla di me stessa da poterti ricambiare, mi hai chiesto solo il desiderio di farti contento, solo la volontà di servirti, solo il fervore di amarti.

 

[Gesù mi chiede il sacrificio di rinunciare ai gioielli]

Avendo compiuto tutto ciò, affidatami pienamente a te e unita solo al tuo Cuore, ho visto sciogliersi senza incertezze le catene spregevoli della mondanità. Allora per aiutare i poveri ho voluto donarti le collane, i brac­cialetti, tutti gli inutili monili del mondo; ho deposto sul Crocifisso i fiori con cui avevo adornato i miei capelli ed altre cose di cui adesso mi servirò per rendere più bello il tuo trionfo, Gesù, quando i bambini si accostano al santo Sacramento. Così pure voglio abbandonare i vestiti di stoffa preziosa di cui ho fatto un uso eccessivo.

Queste piccole vittorie, che il mondo chiama sacrifi­ci, sono semplicemente opera della tua grazia e non esi­gono che un mio Amen per far sgorgare dentro di me un fiume di purissima gioia.

 

[La mia anima si distacca dalle cose terrene e sente la pace che viene dalle aspirazioni spirituali]

Mio Diletto, a quale eccesso conduce il tuo amore! Mi vai colmando di benefici come ricompensa ai lievi sacrifici che ti offro nel farmi sentire che le cose terrene non hanno alcun valore e attiri le mie aspirazioni sempre di più verso la patria celeste. E' vero, i beni della terra servono solo a impedire lo slancio fervoroso del cuore verso di te. Dal momento della mia conversione il mio proposito è quello di non possedere sulla terra niente altro che lo stretto necessario. Comunque la mia decisio­ne dovrà tener conto dei miei familiari, che non felice­mente illuminati dalla fede o insoddisfatti di questa scel­ta potrebbero farmi opposizione con espressa proibizione di dare la mia biancheria senza permesso; tuttavia devo affermare che nel mio desiderio non trovo nulla di straor­dinario come la maggior parte della gente sarebbe tentata di pensare. Cosa può contare per me tutta la fortuna materiale del mondo quando Dio mi riempie il cuore? Tutto ciò che la terra mi offre equivale alla polvere che sporca la mia casa e dà fastidio al mio caro Ospite! Quanto sono infelici coloro che seguono il mondo! Essi si meravigliano o si burlano di coloro che dopo aver rinunciato alle gioie terrene, spazzano via dal loro cuore anche ogni attaccamento ai suoi piaceri e alle sue vanità, e fanno passare tali persone per originali ed esaltate arri­vando anche a dire che preferirebbero seppellirsi piuttosto vivi che comportarsi in questo modo. Hanno ragione se si appoggiano sulle loro sole risorse; è sicuro che se essi le confrontano con i sacrifici che la conversione richiede, benché siano di poco peso, indietreggerebbero per lo spavento e ammetterebbero: Sì, devo riconoscere che la conversione mi è impossibile perché è superiore alle mie forze; andiamo avanti così; è impossibile che avvenga per me!

Ma il mio cuore si è ribellato come il vostro e la morte mi sembrava preferibile a dover rinunciare al ballo e alle gioie del mondo. Questo però mi è accaduto solo quando scorgevo le mie inclinazioni e constatavo la mia incapacità di resistere ad esse invece di rivolgere lo sguardo a Colui che è la forza dei deboli e il premio dei vittoriosi. E' vero, la conquista del Cielo mi sembrava impossibile; ma allora io ero ferma a considerare solo le spine della virtù invece di alzare lo sguardo alla felicità vera che si gusta unicamente nel servizio del Signore. Ma tutti l'hanno visto; io ho detto: Ormai è ora, benché mi costa, voglio sinceramente convertirmi!

 

[Riconosco che il giogo del Signore è dolce e il suo carico leggero]

Gesù mi ha addolcito le fatiche del ritorno conducen­domi Lui stesso nel suo ovile. Posso affermarlo senza timore di esagerazione dato che il mio cuore ha vissuto una dolce esperienza; sì, amabile Gesù, il tuo giogo è soave e lieve per chi lo prende pienamente su di sé, come è pesante e insostenibile per coloro che sono vili e non accettano di portarlo che a metà. Le spine che si incon­trano lungo la strada della salvezza procurano dolore solo ai cuori divisi che stanno sempre a rimpiangere i fiori avvelenati, i piaceri effimeri che il mondo esibisce come seduzione.

Le spine del mondo, in verità, a coloro che vogliono amarti senza riserva, Gesù, procurano solo ferite d'amore da cui vogliono mai più guarire. Sì, mio Signore, è tutto dolce nella tua legge per chi desidera attuarla senza restrizione; al contrario sembra dura per chi preferirebbe tralasciare anche solo un iota. E' facile capire che avevo solo la mia buona volontà come unica ricchezza, ma que­sta non era bastevole perché potessi avvicinarmi al greg­ge del buon Pastore se non fosse intervenuto il suo amore infinito. Mi vedrei carica d'un orgoglio irritante se nutrissi il pensiero di valere qualcosa perché ho fatto un po' di cammino da sola. Non è difficile camminare quan­do c'è chi ti porta. Sposo divino, qui mi basta ripetere che se tu mi lasci camminare da sola, io perirei nella miseria e nella fatica. Il tuo Cuore pieno di tenerezza potrebbe permettere che ciò avvenga? No e no, la bontà di Gesù non lo permetterà mai e non ho da temere da parte tua che tu mi lasci andare a me stessa anche per un po'. Cosa potrei dire di te, Vita della mia vita? Non sarebbe meglio che me ne stessi in silenzio? Non parle­rebbe il mio silenzio in maniera più eloquente d'una debole voce?

Mio Dio, la sovrabbondante pienezza dei tuoi doni potrà essere rivelata degnamente solo da te. Parla al mio cuore, mio Signore, e la tua piccola sposa diverrà eco commovente presso gli altri di ciò che tu le confiderai.

 

[Ho il permesso "speciale" di accostarmi sovente ai sacra­menti della Penitenza e dell'Eucaristia]

Anania - il mio padre spirituale - sempre attento ai bisogni della mia anima mi permetteva ed anzi mi comandava di ricevere molto spesso il cibo celeste. Il Sole divino di giustizia che veniva in me, sempre di più scaldava il mio cuore, illuminava il mio spirito e mi disponeva di giorno in giorno, malgrado la mia inde­gnità, a stringere il più dolce e il più indissolubile legame con Lui. E prima di incatenarmi per sempre al Cuore di Gesù Cristo, lo Sposo divino, pur senza farmi conoscere i disegni del suo Amore, mi faceva provare interiormente il più ardente desiderio di lasciare questa terra straniera per slanciarmi e volare nel suo seno. Ma ad opera della sua grazia capivo che dovevo prima combattere per esse­re poi coronata. Capisco ancora di aver dei nemici pos­senti che non sono stati ancora debellati e che sono sem­pre in agguato per strapparmi dalle braccia della mia guida divina. La collera e l'orgoglio sono le mie passioni tiranniche, che ancora attraversano la mia anima e non raramente mi assalgono per divorarmi e perdermi.

 

[Con l'aiuto della grazia di Dio compio grandi sforzi per vincere la mia collera]

La passione della collera mi accende frequentemente di sentimenti di furore; quando sono interiormente agita­ta, temo per gli sforzi di far sfuggire all'esterno la spa­ventosa fiumana dell'ira che ruggisce dentro di me; ho paura di cedere improvvisamente alla sua violenza e di recare offesa con questa debolezza a Colui per il quale il mio cuore brucia d'amore.

Gli sforzi immani che faccio su di me per controllarmi con la grazia di Dio non mi impediscono però di versare torrenti di pianto; per riuscire a tacere mi costringo a cac­ciare in bocca qualunque cosa mi capita sotto mano. Il nervosismo mi scuote tutta, le lacrime continuano a scor­rere. Mio Dio, che sarà di me se continuo così? La tempe­sta della collera mi abbatterà! Ma che dico? Il divino Pilota non conduce forse la mia piccola imbarcazione e non vede lui stesso i pericoli che mi circondano e la paura che mi abbatte? Potrà forse permettere che la mia volontà soccomba alla violenza dei venti che la percuotono?

Vedete pure voi che ritenete le vostre inclinazioni insuperabili e cercate di provare vergogna quando muo­vete accuse al nostro Creatore per le cadute che fate con­tinuamente. Cercate piuttosto di tacere, cercate di non insistere nelle vostre espressioni blasfeme, voi che siete schiavi codardi delle vostre passioni, che ritenete insupe­rabili. Il nostro Creatore, che vuole che abbiate il con­trollo di voi stessi, vi promette il suo aiuto nei momenti pericolosi a condizione che opponiate resistenza con tutte le vostre forze a tutti gli istinti malvagi fin dal loro primo insorgere in voi.

 

[Vengo liberata dalla tentazione e le mie passioni s'indeboliscono a misura che le combatto]

Eccone la prova: Gesù, commosso dalla mia situazio­ne, si alza e comanda alla tempesta di tacere; allora la calma succede ai venti che infuriavano. Da questo momento gli assalti cominciano a rarefarsi e mi rendo conto che per superarli posseggo un soprappiù abbon­dante di forza. Così mi accade pure per le altre passioni che cercano di travolgere il mio temperamento. Mi accorgo che anche altri istinti impulsivi diventano meno violenti in proporzione delle vittorie che riporto su di me con la grazia di Gesù Cristo. Tuttavia questo non è abba­stanza per vincere tutte le tentazioni di questo periodo. Il mio Diletto non può tollerare nemmeno le cicatrici rima­ste nell'anima in seguito alle passate ferite. Egli vuole veramente che io rinasca pienamente e che esse scom­paiano del tutto.

 

[Con l'aiuto della grazia compio la mia riparazione per gli scandali dati agli altri nel mondo]

Gesù mi fa capire che esige da me una riparazione solenne per tutti gli atteggiamenti che nel passato non gli erano piaciuti. Allora, condotta sulle sue ali, mi decido a recarmi presso la casa di una ragazza, che è operaia, alla quale spesso avevo confidato le mie avventure sentimen­tali e con la quale avevo letto anche dei romanzi non buoni. Sul momento, lei credette che io mi fossi recata a casa sua per lo stesso motivo delle altre volte; per questo cominciò subito a compatirmi per gli ostacoli che i miei familiari mi ponevano e che mi facevano soffrire. Ma al suo compatimento io risposi presto che ormai l'amore per le creature non abitava più nel mio cuore, perché in me aveva preso posto Gesù, il solo che è veramente degno di regnare in me. Inoltre, le dissi che se io mi ero recata da lei, era al solo scopo di ottenere il suo perdono per me per tutti quei cattivi esempi che le avevo dato nel passato.

Dopo essermi aperta in questo modo, la lasciai ben presto perché Gesù mi volle condurre anche presso tutte le altre ragazze che ancora non erano al corrente della mia «conversione» per far conoscere anche ad esse la mia decisione ormai definitiva. Volli pregarle di dimenti­care le mie passate trasgressioni e di considerare come pettegolezzo e menzogna da parte mia tutto quello che precedentemente avevo potuto dire sul conto del mio prossimo. Così pure dissi di voler riparare, in seguito alla mia presente apertura, ciò che la loro indiscrezione aves­se lasciato sfuggire nei miei riguardi. Tuttavia non pote­vo mancare di confidare ad esse tutto quello che il mio Diletto stava compiacendosi di ispirarmi e le lasciai sola­mente dopo averle persuase che la mia conversione era sincera.

Restava però in casa un particolare ricordo della mia stupida vanità: era il mio ritratto. Ero stata dipinta con un costume molto sfacciato e per nulla modesto allo sguar­do di Gesù Cristo. Gesù stesso mi fece comprendere che bisognava farlo ritoccare diversamente. Allora mi misi a rintracciare il pittore che l'aveva fatto e lo pregai di volermi accontentare nel dipingervi i vestiti che adesso volevo indossare tutti i giorni se non per il colore, alme­no per la forma e il decoro. Gli feci anche capire tutta la mia avversione che interiormente provavo per la mia pas­sata ricerca di apparire seducente agli occhi degli altri, che senza alcun dubbio lui aveva evidenziato, come pure gli assicurai che ormai il mio cuore aveva sancito un eterno distacco da queste vanità.

 

[Domando perdono alla mia famiglia per tutte le mie ribellioni insensate, commesse in casa e dichiaro i miei propositi per il futuro]

Quello che avevo già fatto con le amiche per riparare gli scandali dati nella società, non bastava; dovevo can­cellare dalla memoria dei miei cari, far loro dimenticare le mie passate infedeltà verso Gesù Cristo e convincerli nello stesso tempo del mio effettivo e pieno ritorno alla Legge di Dio. Ed ecco che un giorno, in cui la maggior parte dei miei familiari erano riuniti in casa, colsi l'occa­sione per domandare perdono dei miei antichi attacca­menti morbosi alle vanità del mondo, di cui troppo spesso avevo abusato e dichiarai davanti a tutti, piena di felicità, la rinuncia al mio modo di fare, ai divertimenti, alla men­talità che prima avevo seguito nel mondo; e purtroppo molti ne godono mentre Gesù Cristo detesta ciò. Alla fine delle mie parole ricevetti da loro tutti un dolcissimo bacio di pace.

 

[Volli impegnarmi a far sapere a tutti la mia conversione; questa notizia provocò una salutare impressione sugli altri. Così pure m'imposi di fare penitenza per riparare le mie colpe verso la mamma e per abbreviare la sua purificazione in Purgatorio]

Feci, insomma, quanto mi fu possibile per far cono­scere a tutti coloro che avevano conosciuto in me «la schiava dei princìpi» del mondo la «nuova convertita», dimostrando a loro che le attrattive del mondo per me ormai non contavano più nulla. Accadde che lungi dal riceverne umiliazioni e beffe, mi accorsi che questo fatto causava nel cuore di molti una forte e salutare impressio­ne. Ma c'era ancora una cosa difficile da fare: dovevo calmare la voce della mia coscienza che mi tormentava - come ho già descritto nel precedente quaderno - per tutti gli atteggiamenti ingiusti con i quali avevo fatto soffrire la mamma; avevo bisogno di chiederle perdono. Ma come fare, dato che aveva lasciato la terra? Mi angustia­vo di non poter mai più liberarmi dai miei rimorsi. Allora mi feci obbligo di sottopormi ad una penitenza prolunga­ta e severa proprio allo scopo di farmi perdonare da lei e di farle abbreviare da parte di Dio i rigori della sua puri­ficazione in Purgatorio. In seguito a questa penitenza non mi risuonava più la sua voce che gridava in modo lace­rante e venne in me una grande calma per quanto riguar­dava il perdono della mamma.

 

[Lo Spirito Santo mi dà la forza di compiere gesti pubblici per testimoniare la mia fede; provo in me delle consolazioni spirituali inesprimibili]

Quando ebbi terminato di far conoscere la mia con­versione a coloro ai quali avevo dato scandalo insieme con la mia risoluzione di dedicarmi al servizio del Signore, cominciò ad ardere in me l'ansia di presentarmi pubblicamente come «figlia di Dio»; questo bisogno ardeva in me pressoché incessantemente. Allora quello che prima nella pratica della fede mi era sembrato adatto per la gente comune - senza però che io mi fossi accorta di tale sentimento - divenne lo scopo della mia dedizione a Gesù e fece avvampare ancor più intensamente il mio anelito d'amarlo. Fu Gesù Cristo a farmi sentire nel cuore il suo appello di accompagnarLo presso tutti i malati che Egli andava a visitare (con la santa Eucaristia). Gesù voleva, inoltre, accettava che io fossi ancor più vicina a Lui nella casa dei malati, dove mi infondeva le più inso­lite e soavi consolazioni d'amore. Gesù Cristo, questo Dio generoso, mi chiedeva che fossi al suo servizio anche durante le processioni solenni e con quel fuoco d'amore, che in queste circostanze sentivo divampare dentro di me, sentivo che Lui mi incoraggiava a cammi­nare al suo fianco. Il suo Cuore cercava il mio cuore; così pure sentivo che dovevo mostrare agli altri la mia felicità incontrastabile per il fatto che Lui ora mi appar­teneva e che io ero stata scelta dalla sua tenerezza divina per appartenerGli.

 

[Il ricordo che prima della conversione avevo mostrato indifferenza verso la santa Vergine mi causa turbamento e angoscia]

Rimaneva tuttavia sulla mia coscienza ancora il timore di un castigo giustamente meritato: il ricordo della mia ingratitudine verso la santa Vergine Maria. Temevo che lei fosse irritata della mia passata indifferenza per Lei e che non sarebbe stato mai possibile che lei potesse rivolgermi uno sguardo dolce come ai suoi figli più cari. Allora la supplicavo con tutto il mio cuore di accogliermi almeno nel numero di coloro che sono al suo servizio. Ma poiché non conoscevo affatto la bontà di questa dolce Mamma, la pregavo, ma sempre disturbata dal pensiero che lei stava a ricordarsi del mio poco amore avuto per Lei. Rivelai più volte la mia angoscia al padre spirituale ed egli si adoperò a rassicurarmi e mi ordinò a questo punto di recitare ogni giorno due Ave Maria per mettermi sotto la sua protezio­ne. Feci proprio così e da allora coglievo ogni occasione per dimostrare a Maria che io ci tenevo a sentirmi protetta dal suo sguardo materno. Tuttavia il dubbio circa il suo perdono persisterà ancora per molto tempo.

Vergine Santa, che proteggi i deboli che a te si rivol­gono, come conoscevo poco il tuo Cuore di Madre! Io ero nell'incertezza della tua clemenza, mentre tu ti prodigavi per la mia salvezza e chiedevi per me a Gesù i doni più grandi e straordinari. Come ero lontana dal prevedere la mia felicità o meglio navigavo già nell'oceano delle grazie che tu mi avevi ottenuto da Gesù Cristo, mentre io continuavo ad ignorare che eri proprio tu colei che mi proteggeva, Madre mia!

Ed ora sei proprio tu che mi offri fino al termine della mia vita, con gli slanci del mio cuore, a Gesù Cristo, il mio Sposo! Supplica con insistenza la bontà del Figlio tuo a condurre a termine la sua opera verso di me accordandomi quanto gli chiedo con tutto il cuore.

 

Quarto Quaderno

[Vengo guarita da Gesù dalla paura della morte]

Dal momento in cui avvenne la mia rinuncia di pia­cere al mondo, la pace della coscienza mi confortò con un primo vantaggio: la guarigione dall'eccessiva paura della morte.

Antecedentemente scorgevo dei ladri nascosti qui e lì, in casa, sempre pronti ad uccidermi. Tremavo nell'oscurità e tremavo nella solitudine; al minimo rumo­re sobbalzavo di terrore e se una volta la mia arroganza arrivava ad offendere coloro che credevano ai fantasmi, adesso ero io ad essere assalita dalla paura degli spettri. Mi sembrava udire dei rimproveri, da ogni parte, verso di me per la mia infedeltà a Gesù Cristo. Anche il mio respiro nella notte mi faceva paura; credevo che sotto il mio letto fosse nascosto qualcuno che avesse intenzione di uccidermi e ne percepivo anche il respiro. Allora tre­mavo tutta e per il terrore non osavo fare nemmeno il più piccolo movimento. Intanto la coscienza mi ripeteva senza sosta: Povera Paolina, quale sarà il tuo destino se Dio ti richiede questa stessa notte la tua anima?... Ma dopo la conversione - quando Gesù trovava riposo nel mio cuore - sentii svanire tutte le illusorie suggestioni della mia immaginazione malata e all'avvicinarsi del ter­rore mi dicevo: Di che cosa posso aver paura? Io sono con Gesù. Dopo tutto, anche la morte servirebbe a far­melo vedere faccia a faccia. Ora temo solamente il pec­cato; la morte corporale non mi incute più alcuna paura.

 

[L'amore di Dio attira sensibilmente ogni affetto del cuore e ogni pensiero della mente]

Come ho già detto, il fuoco divino che Dio aveva acceso dentro di me, estinguendovi le fiamme impure delle passioni, mi faceva desiderare anche la morte. Sentivo che il mio cuore, che prima lo sperimentavo tanto immenso che le creature e persino il modo intero non sarebbero riusciti ad appagarlo, adesso era invece divenuto così angusto e troppo limitato nei suoi slanci da non riuscire ad amare, come avrebbe voluto, il suo Dio, infinitamente amabile.

Le aspirazioni d'amore sorpassavano le mie possibilità concrete e mi dicevo che non sarebbe stato mai possibile soddisfarle sulla terra e solo una Patria più beata mi avrebbe colmato di amore e mi avrebbe fatto trovare il Diletto, senza che niente più avrebbe potuto rapire l'uno all'altra.

In quel tempo più ricevevo il mio Dio di cui avevo fame, più i miei desideri di possederlo a mio piacimento incendiavano la mia anima. Ne ardevo così intensamente che cadevo anche in una profonda malinconia perché quel bisogno infinito di amare possedeva talmente la mia esistenza e la mia persona da rendermi la vita e la perma­nenza nel tempo e sulla terra veramente insopportabile. Cercavo ovunque il mio Dio; lo vedevo dappertutto: nei fiori, nelle piante, nelle stelle, nella luna. Talvolta davo dei baci infuocati alle foglie degli alberi come se le vedessi uscire dalle mani del Creatore.

Amavo la campagna perché trovavo in essa in ogni posto le opere del mio Gesù. Amavo la solitudine che mi permetteva di conversare continuamente con Lui. E con­fidavo solamente al suo Cuore divino gli affanni del mio. Le stesse espressioni umane non riuscivano a manifesta­re ciò che passava dentro di me. D'altronde le creature erano così scialbe nel loro tentativo di darmi soddisfazio­ne per calmare un po' la mia sete! Dio solo accendeva nel mio cuore questa brama e solo Lui poteva addolcirla. Difatti, il fuoco che bruciava in me, l'aveva acceso il Cuore di Gesù; per questo non poteva che tendere ad unirsi e confondersi nelle stesse fiamme infinite di que­sto Cuore divino, innamorato di me.

O Patria celeste e eterna, è solo nel tuo grembo che potrò perdermi nell'amore infinito del mio Dio! Posseduta dal tormento di amare e come consumata dall'amore di Gesù Cristo, non riuscivo a trovare alcun interesse per tutto quello che non riguardasse il suo Amore. Tutti i legami che mi trattenevano sulla terra, mi erano estranei ed anche intollerabili quando non era l'Amore divino stesso a stabilirli. Quando era questo Amore divino, invece, un qualunque estraneo mi fosse dato d'incontrare, a condizione che sapesse amare Dio, diveniva il fratello più dolce per il mio cuore. L'esperien­za di questo periodo mi faceva trovare nel Signore mio padre, mia madre, i miei fratelli, le mie sorelle, i miei amici... Ed amavo Gesù Cristo in ciascuno di coloro che vedevo amare Lui.

 

[Tormento di voler dare gloria a Dio nel servire la Chiesa]

La tensione sconfinata di amare, la sete divorante di pos­sedere il mio Dio, mi spingeva anche ad agire per la sua glo­ria. Sentivo che Colui che inebriava la mia anima di questa fiumana di tenerezza, domandava qualcosa nei miei riguardi, senza però svelarlo apertamente alla mia coscienza.

Con il mio cuore andavo a Roma e persino volevo avvicinarmi al Santo Padre; gli dicevo che ero pronta con la volontà a contribuire alla gloria della Chiesa. Tuttavia nella situazione in cui mi trovavo di apparente incapacità a realizzare i disegni di Dio, continuavo a ripetere a me stessa: Come sono triste! E' inutile che io mi angosci nel voler lavorare per la gloria della Chiesa perché la mia condizione di donna e la mia personale fragilità costitui­scono un ostacolo insormontabile. Intanto continuo a bramare di andare a Roma, di parlare al Santo Padre... Ma cosa potrei dirGli? Per quale ragione dovrei arrivare fino a Lui? No, non è questo quello che Dio vuole da me ed ha ragione! mi dicevo.

Ma allora cosa mi chiede? Mi chiede veramente che io lavori per la gloria della Chiesa? Ma come può una ragazza così giovane come me nutrire tali aspirazioni? Questa gioia è riservata solamente ai ministri del Signore! Pur tuttavia mi accompagnava costantemente un presentimento interiore che mi assicurava: Dio vuole servirsi di te per la sua gloria! Tu sei destinata a realizza­re i suoi disegni (per ora) nascosti.

 

[Vado dal direttore spirituale per aprirgli il mio animo]

Attirata senza soste verso il Signore da un mare di desideri che Lui stesso suscitava in me, ripiena sempre ed esclusivamente dall'amore verso la Chiesa, che l'Amore divino stesso sosteneva e alimentava, conti­nuando a fare sempre delle congetture - come ho accen­nato - sul modo con il quale Dio stesso volesse servirsi di me per la sua gloria, mentre ancora non riuscivo a comprenderlo, mi recai - nel mezzo di questo spossa­mento che mi causavano le mie ricerche - dal mio diret­tore spirituale per esporgli i miei propositi di servire Gesù, attendendo in silenzio davanti a lui qualche rispo­sta.

Mio Gesù, egli taceva e non mi dava alcuna risposta. Perché, allora, avevo questa ansia di aprirgli il mio cuore su quanto il tuo divino Amore andava facendo in me e questo stesso Amore mi aveva condotto da lui per saper­ne di più?

Mio Diletto, tu continuavi ad incalzare il mio povero cuore, ad aumentare il fuoco delle mie aspirazioni; eppu­re quando volevo dar sollievo alla mia tortura spirituale per cercare di trasmetterla ad un'anima capace di condi­viderla, tu mi costringevi ad andar via da lui senza aver ottenuto alcun sollievo.

 

[Desidero fortemente di consacrarmi al mio Dio con il voto di castità]

Non mi era mai venuto in cuore né mi ero mai sentita attratta verso la vita tutta celestiale delle religiose; la mia debolissima vita spirituale non era in grado di innalzarsi alla loro perfezione. Tuttavia in me c'era l'audacia di capire e di ammettere la felicità che prova l'anima, scelta come sposa carissima dal Signore. Allora sentivo anche che il voto di verginità, congiungendomi in modo total­mente intimo con il Cuore divino, avrebbe potuto calma­re la veemenza del mio tormento; nello stesso tempo, però, io resistevo ad un simile orientamento.

Restando nel mondo consideravo «il voto di castità» come una imprudenza di cui avrei potuto in seguito pen­tirmi e pensavo che una ragazza era in dovere di non fare tale voto, ma di mantenersi libera fino a quando non le fosse stata data la grazia di entrare in un convento. Vivevo dilaniata: da una parte c'era il desiderio di affidare la mia libertà entrando in un convento, dall'altra parte c'era in me una molteplice ripugnanza per lo stesso convento. Allora cercavo anche di vincere questo senso di rifiuto per ottenere un po' di pace dentro di me pen­sando che prima o poi mi sarei unita - sempre in conven­to - a Colui che era tutto il mio Amore.

Tuttavia erano degli sforzi inutili. Per tentare di supe­rarli, mi costringevo ad andare nei conventi a vedere le cerimonie delle vestizioni religiose delle giovani aspiran­ti; ma una forza che non riuscivo a superare mi trascina­va fuori di queste sante dimore e sembrava persino gri­darmi forte, mio malgrado: Non è lì che devi consacrarti a Gesù!

Sfinita da questa lacerazione, accasciata dalla pro­spettiva che mi restava ancora la possibilità di scegliere uno sposo terreno, gemevo con tristezza col mio Dio pro­prio sulla responsabilità della mia libertà come pure sul fatto che Dio stesso potesse ancora volere da me un lega­me terreno che mi facesse dividere il mio cuore tra Lui e una creatura terrena.

Non ero ancora la sua sposa, ma Egli era già il mio Sposo diletto. Egli non aveva forzato la mia libera deci­sione di volerlo e sentivo che ormai aveva già conquista­to interamente il mio cuore e la mia vita. Ferito dai mille dardi del suo amore, il mio cuore si era arreso alle inizia­tive di Lui e finalmente si consegnò dopo molte resisten­ze alle generose delicatezze di Gesù Cristo.

 

[Emetto da sola col mio Dio il voto di castità]

Arriva finalmente il momento in cui emetto irrevoca­bilmente il voto che porta tutti i sentimenti e i movimenti del mio cuore in Gesù! Sostenuta dal suo divino Spirito, ebbra delle sue grazie, colmata dei suoi favori, gli pro­metto con giuramento di non aver mai altro Sposo che Lui e gli ripeto con ardore le più dolci parole che Lui stesso pone sulle mie labbra.

Maria, Madre mia, tu sei stata la testimone fedele della mia felicità; tu hai ricevuto i miei propositi per pre­sentarli al tuo Figlio e per questo sei divenuta doppia­mente la mia tenera Madre!

 

[Sono sopraffatta dalla gioia che provo a causa della mia consacrazione]

Ben cosciente della mia felicità, il ricordo di questo evento è continuamente vivo nel mio cuore. Mi conside­ravo come una conquista dell'Amore divino e mi dicevo con commozione: lo sono la sposa di Gesù Cristo. Per questo mi permettevo di avere con Lui tutta quella fami­liarità piena di tenerezza che è propria di una sposa che ha confidenza con il suo sposo. O felicità inattesa! Colui con il quale mi comportavo tanto familiarmente, Colui che a sua volta faceva vibrare il mio cuore con le sue visite continue d'amore, un giorno rispose alla mia voce con la dolcezza delle sue parole. Egli mi disse: Io sono Gesù, impara a riconoscere la mia Voce!

 

[Comincio ad ascoltare frequentemente una Voce intima che mi risponde e mi guida]

Soavissima ebbrezza! Purissime delizie divine! Vi ricordo ancora, eppure ancora non ne comprendo esatta­mente il valore e il significato! Continuo a ricevere effu­sioni di predilezione tenera da parte del mio Dio, ma non sono in grado di scorgere il fatto straordinario della sua affabilità, per niente da me meritato. Ecco quello che ben presto mi accade: presento a Gesù i miei dubbi, Lo inter­rogo, accolgo gli insegnamenti dello Sposo celeste, vedendo in queste divine manifestazioni di gentilezze verso di me semplicemente un modo normale con cui il suo Amore tratta le creature che ama. Mi ripeto, con la ingenuità propria dell'infanzia con cui mi avvolge: Sì, Gesù è nel Tabernacolo, Gesù è nel mio cuore, se vuole può sicuramente rispondere alle mie domande. Dimmi, mio Diletto, cosa devo fare in questa circostanza? Come devo comportarmi in quest'altra occasione? Tu solamente conosci il fondo del mio cuore; parlami perché sono pronta ad obbedirti, qualunque sacrificio possa costarmi il mio sì a Te. Facevo proprio così nel rivolgermi a Lui nelle mie esitazioni; e attendevo con fiducia da Lui una risposta divina. La mia attesa non era mai vana: la Voce prediletta rispondeva ai miei interrogativi, calmava i miei turbamenti, mi donava indicazioni di come comportarmi,

che poi seguivo senza alcuna fatica e apportavano alla mia anima, che si abbandonava alla sua misericordia, molta pace, insieme con le consolazioni inesprimibili e una pioggia di luce.

 

[La Voce mi comanda di non cambiare il direttore spirituale]

Adesso vengo ad un esempio pratico: un giorno venni tentata di cambiare il direttore spirituale perché ne temevo la sua eccessiva bontà. Ebbene, dopo averne par­lato con un sacerdote ragguardevole, che tuttavia non mi aveva dato ancora una risposta, mi sono rivolta a Gesù Cristo per sapere precisamente cosa dovevo fare. Egli mi rispose con la sua adorabile mitezza che era stato proprio Lui a scegliere per me il direttore, che doveva incammi­narmi per la strada della vita spirituale. Allora scompar­ve il mio tentennamento e in seguito, per molte altre volte, mi comandò di restare sotto la sua guida e di amar­lo come un padre, in quanto l'aveva scelto Lui per me.

 

[La Voce interiore è anche una forza che mi conquista sensibilmente]

Mi succedeva delle volte di non accorgermi dei favo­ri straordinari che Gesù andava concedendomi generosa­mente. Tuttavia quando la sua Voce veniva a risuonare al mio cuore ed ero come investita dalle sue attenzioni, cadevo talvolta in ginocchio quasi senza rendermene conto; allora, con l'atteggiamento il più raccolto, ascol­tavo con tutta me stessa la dolcezza delle divine parole e dimenticavo tutto il resto, al punto tale che, ripresa poi conoscenza, mi rendevo conto della mia posizione e quale forza quella voce aveva esercitato su di me, su tutto il mio essere. Non avendo avuto prima alcuna esperienza di quello che fa accadere la parola di Dio, ora ne facevo questa esperienza senza però rendermi conto di quello che in realtà fosse. Quando mi riprende­vo mi dicevo: Se qualcuno entrando in questo momento, mi avesse visto in questo atteggiamento, chissà cosa avrebbe pensato che mi stia accadendo di eccezionale. In verità, Dio mi parla, per questo vengo tutta conquista­ta da Lui.

 

[Riferisco al direttore spirituale quello che riguarda la Voce interiore che odo in me]

Gesù mi fece comprendere che era ormai venuto il momento di domandare al direttore spirituale se io non fossi caduta nel tranello di qualche illusione circa la Voce intima, che risuonava in me. Mi recai da lui a que­sto scopo e gli riferii tutto con molta franchezza: Padre mio, in me odo una Voce che mi parla. Rimasi molto stu­pefatta quando notai l'atteggiamento misterioso che egli assunse e poi mi rispose: Figlia mia, io conosco questa Voce. Tuttavia essa esige un discernimento e io per ora sono troppo occupato. Ritorna un altro momento; allora ne parleremo. Sì, anch'io la conosco, ripresi con vivacità io stessa, ed anche con meraviglia; Lui mi ha svelato il suo Nome! Me ne partii da lui invasa dalla gioia, valu­tando meglio la felicità che mi era stata concessa attra­verso ciò che avevo intuito dalla risposta avuta dal mio padre spirituale in Gesù Cristo. Ritornai da lui dopo un po' di tempo, come mi aveva ordinato, per metterlo ampiamente al corrente, per quanto mi era possibile, delle grazie che lo Sposo divino profondeva dentro di me. Egli si mostrò penetrato di rispetto ed entusiasmo; allora anch'io aprii gli occhi finalmente sulla grandezza delle divine predilezioni usate da lungo tempo nei miei riguardi, senza averle apprezzate prima come era giusto e senza averle conosciute adeguatamente come pure era necessario.

 

[Comincio a stimare la Voce interiore che ascolto. Essa adesso vuole demolire il mio orgoglio]

Gesù, a questo punto, per correggere le devastazioni del mio orgoglio, si dà premura di avvertirmi che era solamente per la sua generosità che mi veniva conceden­do l'abbondanza del suoi doni; e per rendere ancora più evidente tale convinzione volle evidenziarmi che io ero solamente del fango, ma egli - soggiunse - fece risuona­re in me questo: Non sono proprio io il Maestro che dò vita a questo fango? Certamente è così, mio divino Amore! Tu sei il mio Maestro e riconosco che sei stato precisamente Tu a compiere tutto ciò in me. Ora, questa argilla, lungi dall'abbandonarsi alle tue iniziative, non ha fatto altro che erigere ostacoli alla tua benevolenza verso di sé con l'attaccamento disordinato alle lodi degli uomi­ni; e se ha delle virtù, le deve solamente all'eccesso della infinita carità rivolta alla mia miseria. Tu solo, Signore, puoi conoscere a fondo tutti i peccati, di cui sono colpe­vole; ma a te soprattutto appartiene anche il potere di usarmi misericordia poiché solamente tu sei un Dio di salvezza.

 

[Dimentico la patria del cielo per l'esagerata compiacenza che mi delizia circa la Voce interiore]

Trasportata dalla gioia nella considerazione di questa strada straordinaria che l'Amore divino mi spalancava davanti - continuamente guidata dalla Voce intima -, mi slancio con energia in essa e per un po' mi dimentico il Paradiso, che fino a questo momento è stato lo scopo di tutti i miei propositi. E ciò perché gustavo deliziosamente l'incantesimo di questa Voce divina che s'intratteneva con me. E' stato qualcosa di simile a quello che avvenne ai discepoli che videro Gesù trasfigurato sul Tabor; anch'io oso dire: E' bello restare sulla terra in questo modo; ora niente potrebbe accrescere la mia felicità.

 

[Vengo punita dalla stessa Voce che mi rimprovera di aver dimenticato la Sion celeste]

Ma, ecco che ben presto vengo castigata a causa della dimenticanza del Cielo. Gesù Cristo cambiò il tono della sua Voce; divenne così severo che mi procurò un tremito quasi continuo e mi vidi costretta a desiderare di vivere uno stato ordinario - senza più udire tale Voce - al posto di quella grazia così eccezionale, dato che adesso la trovavo tanto forte da non sopportarla per la mia estrema debolezza.

In questa circostanza non capisco che Gesù voleva far rifulgere la sua potenza, la sua giustizia e la sua prov­videnza servendosi maggiormente di chi è debole per confondere coloro che sono più forti. Difatti egli rispose alla mia richiesta rimproverandomi del fatto che avevo dimenticato la Patria del cielo e per questo volle farmi sapere che aveva deciso di castigarmi.

 

[Rifletto sull'opinione corrente che hanno le persone cosiddette buone circa la vita spirituale. In verità, esse non la conoscono bene e per lo più sono senza riconoscenza verso Dio]

Mio Gesù, Padre tenero e geloso dell'amore dei tuoi figli, tu non puoi permettere che essi finiscano per essere felici sulla terra dove non potranno mai amarti perfetta­mente. Tu esigi che essi ti facciano regnare al di sopra di tutti i loro sentimenti. Tu sai, mio Dio, che talvolta l'attaccamento alle consolazioni e alle gioie che tu stesso ti degni riversare su di essi per inebriarci di pace, finisce spesso per prevalere sul vero Amore divino, che consiste nel voler soffrire e combattere senza soste per la gloria del Diletto. Noi siamo simili a dei piccoli fanciulli che vogliono dare le loro carezze alla mamma solamente per averne dei regali e poi subito fuggono dalle sue braccia. La maggior parte dei cristiani ti amano solamente sul Tabor e ti abbandonano sul Calvario. Ossia, mio celeste Amore, essi ti amano solamente per le ineffabili gioie che tu concedi per conquistarli a te, ma non ti amano per te stesso. Essi arrivano a credersi anche molto in avanti nella via della virtù quando corrono sulla strada delle consolazioni; ma appena tu intendi farli camminare in una regione di prove, tentazioni, sofferenze e aridità, essi smettono di camminare alla tua sequela e abbandonano la tua dimora per rifugiarsi di nuovo nelle tende dei pec­catori. Essi, insomma, ti sono fedeli fin tanto tu accon­senti a dare ad essi una paga di chi ben combatte come soldato - la dolcezza della grazia -, ma senza dover esigere da loro né lotta né sacrifici. Essi non sono dispo­sti ad attraversare con coraggio le zone aride della vita per conquistare il tuo amore, se questo tuo amore non si manifesta ad essi in maniera sensibile. Mio Signore, costoro vogliono accettare un posto nel Regno dei cieli solo a condizione di arrivarvi per una via di consolazioni e di gioia spirituali...

 

[Rifletto ancora sui disegni di Dio circa la salvezza eterna. Egli non può realizzarla in noi senza lacrime e lotte]

Mio Dio, che sei morto sulla croce per tracciare a noi un cammino che ci conduca alla vita eterna, è solamente attraverso le consolazioni che noi pretendiamo seguirti?

Il mio cuore, pieno di colpe, non deve bagnarsi nelle acque salutari della Penitenza quando il tuo Cuore inno­cente, per mio amore, se ne è abbeverato? E' forse giusto che tu soffra da solo per espiare i miei peccati ed io non partecipi in alcun modo all'abbandono universale che il tuo spirito provò nell'orto degli ulivi? Devi fare sola­mente tu, o Dio generoso, le spese della nostra santifica­zione senza esigere nulla da noi? No, no, il tuo Sangue non gioverebbe affatto a chi non vuol soffrire nulla per te. Bisogna essere decisi a sopportare le fatiche del viag­gio (dietro di te), la cui mèta sarà una felicità senza fine, se si vuol gustare questa felicità infinita. Bisogna attra­versare gli aridi deserti delle prove, se si vuol raggiunge­re la Terra promessa. E nessuno meriterà di venir corona­to se non ha combattuto con coraggio.

 

[Medito sulla mia condotta circa l'eterna salvezza. Sento il rammarico di aver così malamente lavorato per essa; per questo domando su di me una grande misericordia]

Fino al presente, mio Dio, queste verità devono sola­mente farmi gemere sulla mia viltà e la mia poca vigilan­za. Cosa sarebbe di me se corressi il rischio in questo momento di presentarmi davanti al tuo tribunale terribi­le? Cosa risponderei al conto rigoroso che mi domande­resti circa i benefici che hai moltiplicato per me all'infi­nito?

Mio Dio, non avrei che da mostrarti delle opere lan­guide e un cuore orgoglioso! Come apparirebbero davan­ti a te quelle opere che io credo giuste? Signore, non giu­dicare la tua piccola serva secondo il numero delle sue iniquità! Non condannarmi per il desiderio disordinato che mi accompagna dovunque nel cercare le approvazio­ni delle creature! Usa benevolenza a questa debole canna, a causa del tuo Sangue di cui ogni giorno è stata cosparsa. Non spezzarla con il vento della tua ira, da ren­derla poi inutile ai tuoi disegni. Donale la grazia ancora per un po' di tempo e a forza di ricevere il raggio benefico del Sole di giustizia, a forza di venir ancora coltivata dal suo Salvatore, la vedrai spingere più profondamente le radici nel terreno e allora diverrà un albero forte, capa­ce di sostenere le tempeste e assicurare ai fiori e agli arbusti preziosi la sopravvivenza contro il soffio distrut­tore della mentalità, cultura mondana, come tu gli hai ordinato.

Sì, Dio potente, tu puoi confondere la sfrontatezza dei malvagi con la più ignorante e inconsistente delle tue creature. Ed è per questo che io, confidando nella tua parola, attendo con pazienza i frutti della tua parola e prendo la ferma decisione di prepararmi con più impe­gno ad essere un tuo strumento. Una volta, un po' di terra mescolata alla tua saliva ha reso la vista ad un cieco; ebbene, tu ora vuoi guarire l'accecamento di molti - assai più deplorabile di quello del Vangelo - e questa guarigione si opererà adesso con un po' di polvere - la mia persona - mescolata con il tuo Sangue. Signore, rendi prezioso questo fango. Sì, io sono la polvere spre­gevole che vuole trasformarsi ardentemente e scomparire nel ricevere l'effusione del tuo Sangue adorabile. Più riconosco di essere povera, più la forza del tuo Sangue sulle persone cieche e senza fede risplenderà agli occhi dei giusti e dei peccatori. Tu m'hai detto, Gesù, che la tua scelta è caduta su di me per realizzare i tuoi disegni perché io ero e sono la più fragile delle creature. Confesso che non avrei mai potuto immaginare che acca­desse a me un tale favore da parte tua; ma tu l'hai rivela­to al mio misero cuore; non devo forse credere che tu mi hai fatto per compiere la tua gloria e salvare tanti infelici dei miei fratelli nel mondo?

 

[Dio mi spinge alle opere della carità]

Dopo il castigo che ho ricevuto da Gesù, lui torna ad accarezzarmi per molto tempo e la mia anima viene di nuovo ubriacata dalle delizie della sua Voce e ritrova incantevole lavorare al suo servizio. Egli mi faceva fare con pieno successo quanto mi ordinava, in quanto obbe­dendo a Lui, Lui stesso mi conduceva. Io andavo veloce e senza affanno, o meglio volavo con Lui che mi teneva nelle sue braccia lungo tutti i sentieri dell'apostolato nei quali intraprendevo le opere della carità verso i poveri e i malati. Questi, difatti, occupavano quasi ininterrottamen­te i miei pensieri e le mie azioni. E niente si frapponeva come ostacolo al mio zelo; anche i miei familiari vi si prestavano con la migliore generosità. Ho trascorso così alcuni mesi nelle occupazioni più dolci per un cuore di cristiano: ebbi l'occasione di stupirmi sui disegni e sulle risorse quasi infinite, che la Provvidenza mi offriva per ricondurre all'ovile le pecorelle perdute.

Devo dire però che, ohimè, troppo poche furono quelle che approfittarono del bene che offrivo ad esse da parte di Gesù. Esse preferirono ritornare in mezzo ai pericoli del mondo più che stabilirsi in un asilo lontano dal peccato, in quanto quel luogo richiedeva fatica e esercizio della virtù. Quando facevo del bene materiale, queste creature erano come conquistate dalle proposte dei vantaggi concreti e per la loro miseria si abbandona­vano tra le mie braccia. Ma appena avevano ricevuto ciò di cui avevano bisogno e ne erano state sollevate, subito mi sfuggivano. Un'altra diversa da me sarebbe stata senza dubbio più umile e capace! E le avrebbe meglio convertite. Certamente pensavo di continuo di aver fatto delle buone conquiste per Gesù Cristo, ma non smettevo di riferire a me tale apostolato quando mi interessavo della loro condotta; ho poi capito che per riuscire bene in questo, mi ci voleva più esperienza.

 

[Dio mi toglie le sue consolazioni e mi allontana dalle opere di carità facendo prendere il mio posto ad uno dei miei fratelli]

Ad un certo punto i miei familiari mi comandarono di restar poco tempo fuori casa; anche gli aiuti finanziari che finora avevo ricevuto da una delle mie sorelle furono dirottati in altre mani, più brave delle mie; e più ancora, lo Spirito Santo mi ritirò i suoi doni. Divenni così una creatura emarginata e destinata ad essere rifiutata. Inutilmente, allora, continuavo ad andare a visitare i pochi poveri che mi erano rimasti. Restavo in silenzio allo loro presenza; non riuscivo, nonostante gli sforzi che facevo, ad ascoltare con partecipazione i loro lamenti e non avevo da offrir loro alcun sollievo, dato che il mio cuore era disseccato e non sembrava più sensibile a nulla. Ero divenuta come un ruscello senza acqua; la Voce, quella Voce dolcissima di Lui mi aveva detto addio; non risuonava più nel fondo del mio cuore; dive­nuto simile a un deserto desolato, non vi spuntavano che spine strazianti e il mio dolore era così profondo che lo sentivo come un malato disperato sente i suoi malanni.

Niente poteva addolcire la mia pena; la preghiera non era più per il mio cuore uno scambio d'amore; (sembrava essersi) consumata negli ardori dell'amore che avevo così intensamente gustato all'inizio; ora non era che un mucchio di cenere; ora non sapevo più se il cielo fosse ancora l'oggetto dei miei pensieri, dato che l'avevo tanto bramato fino ad esaurire la forza in tali aspirazioni. Insomma, ora non appartenevo più alla terra e nello stes­so tempo ero molto lontana dal Cielo. La bella città di Sion, la città dei Santi, non lasciava più stillare la sua rugiada su di me. Ero simile a una spiga disseccata, fin dal suo spuntare, dagli ardori del sole; io languivo e gemevo tutti i giorni della mia esistenza. Passarono così alcuni mesi: ora, ero agitata e sconvolta dalla tempesta bruciante delle passioni sensuali che il demonio immet­teva nella mia anima suggerendomi delle immaginazioni le più impure; ora, ero demoralizzata, come un fiore sra­dicato, a causa degli stessi miei sforzi. Qualche volta non sapevo proprio come resistere alle sollecitazioni del maligno e mi vedevo a due dita dalla rovina. Non mi fu di sostegno nessuno all'infuori di Gesù, del mio Gesù, perché mi gettavo ai piedi della sua croce e avevo per mia difesa solamente le mie lacrime. Allora lo scongiu­ravo di salvarmi dal pericolo e per merito suo, e di Lui solamente, non sono stata vinta dal male.

 

[Dio continua a consolarmi con le sue visite sensibili. Durante queste Gesù rni rimprovera anche una gelosia per mia sorella]

Il Signore finalmente, pur dopo avermi castigata, si ricorda nuovamente di dispensarmi la sua misericordia, come aveva fatto un tempo. E' stato ai piedi del santo altare dove io ho ricevuto nuove energie e la pioggia celeste venne a stillare sulle mie sofferenze un po' di ristoro. Una domenica, durante il Vespro, fui intensa­mente consolata mediante una visione interiore che fu tanto decisiva quanto delicata. Durante tutto il giorno ero stata scossa da una tempesta. La gelosia, questa passione di cui ho avuto il fomite cattivo fin dalla nascita, si era accesa verso una delle mie sorelle, che faceva la Comunione molto spesso e questo mi fece temere che Gesù l'amasse quanto me. Cercai di respingere fin dall'inizio il dispiacere che mi incuteva questa paura, imponendomi con la volontà di accettare il fatto che anch'ella riceveva dal mio Sposo i medesimi favori che avevo ricevuto io stessa. La lotta fu penosa e tanto più spiacevole, dato che non volevo ammettere a me stessa la mia viltà. Sfinita e depressa, ebbi la forza di confidare questo tormento a Gesù, appena mi trovai in Chiesa. Gli dissi chiaramente: «Sì, te lo confesso, non posso tollerare che tu ami un'altra persona quanto me. Io voglio solo per me le tue preferenze. Voglio essere la tua unica preferi­ta»: Ed ecco che in quel momento fui colpita da una visione intima così chiaramente come se l'avessi avuta altre volte. Egli mi rispose: «Io sono il buon Pastore. Io amo le mie pecorelle tutte ugualmente; però so distin­guere nel gregge un agnello debole o malato, che non riesce a tenere il passo alla fatica del cammino. In questo caso lo prendo sulle mie braccia, gli dò da mangiare nella mia mano e riverso su di lui la mia tenerezza».

Senza entrare qui in altre spiegazioni, che ho confi­dato al padre spirituale, dirò solamente che la mia anima si rallegrò a causa della certezza della vicinanza del mio Diletto. Sì, devo dirlo, la montagna che aveva schiacciato il mio cuore, saltò via come un montone e le colline che mi avevano oppresso, balzarono via come agnelli. Il fiume di amarezza che mi aveva travolto, risalì verso la sua sorgente. In questo momento dimenticai i miei forti dispiaceri. Tuttavia questi non erano finiti. La corrente doveva rientrare nell'alveo che la giustizia divina gli aveva scavato. Qui posso dichiarare che dopo questa terribile prova, ne ho avute altre più spaventose ancora, ma sono state di breve durata. Adesso voglio parlare delle testimonianze, dei favori divini che addolcirono le ferite, ancora aperte. Dirò che Gesù con le sue parole m'inse­gnò ad apprezzare il suo amore per me, proponendomi nello stesso tempo a non volermene esaltare vanamente.

 

[Gesù mi appare varie volte per mostrarmi quello che sono veramente e mi dà dei consigli salutari]

Gesù mi fece ancora vedere con una luce interiore che ero simile a un agnello tosato, magro e quasi in fin di vita; e prima della mia conversione, avevo meritato di essere gettato fuori dall'ovile andando a finire di accre­scere il mucchio di concime che serve per ingrassare la terra. Non meritavo affatto il nutrimento che ogni giorno ricevevo; eppure la mia debolezza e bruttezza, lontano dall'irritare il Signore, attirò gli sguardi della divina benevolenza. Egli mi prese fra le sue braccia, mi riscaldò sul suo petto e mi ridonò la vita. E al colmo della sua generosità, volle ancora rinchiudermi in un ovile distinto, chiuso con una croce. Essendo poi sempre come un agnello storpio, mi fece vedere che pascolavo insieme ad un gregge meraviglioso, di pecore robuste, grasse e ammantate di lana abbondante. Fu qui che mi resi conto della mia vanità nel volermi mettere davanti alle altre per guidarle, cercando anche di innalzare la mia testa, piena di orgoglio. Gesù e coloro che erano con Lui si misero a ridere della mia ambizione e soprattutto del mio aspetto miserando. Allora tornai al mio posto e, trascinandomi, mi misi al seguito di quelle che prima io stessa volevo condurre. Gesù e coloro che mi videro, adesso mi com­piansero e, con tutto il cuore, compatirono la mia mise­ria.

Un altro giorno mi vidi, sempre rischiarata dai raggi di una luce interiore - sempre prima della mia conversio­ne - simile ad una tortorella che la mano di un cacciatore (è il mondo) aveva ferito gravemente. Ero destinata ormai a morire, quando Gesù mi raccolse e mi avvicinò al suo petto per riscaldarmi e mi diede da mangiare con la sua bocca, ridandomi la vita. Quando poi tornarono le forze, egli mi legò per una zampa ad un nastro di cui teneva in mano l'estremità. Mi resi così conto che se non seguivo il movimento della mano divina che mi guidava, me ne sarei andata a volare imprudentemente nei boschi, da dove non avrei potuto uscire, per i pericoli di attorci­gliarmi infelicemente attorno ai rami di qualche albero dove il mio nastro mi lasciava sospesa. Mi accorsi invece che se ero fedele ai movimenti della mano divina che mi tratteneva, potevo andare nei posti che Lui sceglieva per me, per tornare poi al suo seno con un ramoscello verde di palma nel mio becco.

Sono state queste le lezioni commoventi che Gesù volle darmi, approfittando del favore che mi veniva con­cesso di potermi recare spesso in Chiesa, dove cercavo di rendere conto di me a me stessa. In questo periodo mi trovavo a Tassin e la chiesa è adiacente le mura della nostra casa paterna. Possedevo la chiave di questa povera dimora in cui l'Amore sconosciuto di Gesù Cristo gli aveva fatto scegliere di restare qui prigioniero. Avevo già altre volte inteso dal tabernacolo i suoi divini lamenti. Avevo già io stessa condiviso il suo dispiacere e tutti i giorni avevo assaporato ai piedi del santo altare quanto sia dolce conversare con Lui. Anche adesso si ripeterono le stesse confidenze e fu così che la mia prova venne attenuata.

 

[Ho la grazia di recarmi in questa chiesa tre volte al giorno; apro così la mia anima alla presenza di Dio. Ricevo ancora nuove luci sul mio stato spirituale]

Mi era stata data di nuovo la chiave della chiesa ed ebbi l'onore di potervi venire tre volte al giorno per offrire a Gesù il sacrificio di me e presentargli le mie aspirazioni. Fu allora che, senza parole, Gesù mi comu­nicò le verità più belle, ora per tranquillizzare il mio cuore, ora per abbattere il mio orgoglio, ora per farmi comprendere quanto il suo amore per me fosse gratuito e i suoi benefici per me non meritati, ora per insegnarmi a fare del mio cuore un eremo spirituale. Qui voglio ricor­dare solamente una visione e qualche avvertimento che il buon Maestro m'impartì. Vidi la mia anima, in una illuminazione puramente interiore, simile a una capanna di legno, mezza consumata a causa delle intemperie del tempo. Questo rifugio aveva solamente degli archi all'intorno, tutti aperti. Inoltre, questa capanna non era né pavimentata né coperta; al suo interno c'era un banco molto stretto, fatto con una piccola tavola, posata su quattro piedi. Era questo tutto il suo arredamento. Eppure Gesù abitava qui; il suo Amore lo obbligava a stare qui. Vidi, poi, che tutte le volte che Lui vi entrava, portava con sé delle stoffe molto preziose per decorare questa abitazione: ma non vi riusciva perché dei ladri, trovando le porte aperte, se ne impadronivano. Allora compresi anche che Gesù, per il fatto di starvi così male, non aveva nessuno con cui condividere la sua residenza.

Ad un certo punto ricevetti l'avvertimento terribile circa la mia povertà spirituale: non so ancora se udii delle parole o se fu un'immagine che mi s'impresse nell'anima; ma ciò poco importa. Sta di fatto che capii: «Gerusalemme si è alzata; ha visto la miserabile capanna che disonorava la magnificenza delle sue piazze e delle sue strade. Sion ha emesso i suoi lamenti vedendo che lo Sposo abitava in un posto così squallido e ha supplicato affinché questa capanna fosse abbattuta». Ho udito forte­mente quanto io meritassi questo richiamo, anche se non sono stata atterrata da questo avvertimento denso di minaccia. La sofferenza più intima, la costrizione più amara mi strapparono un profluvio di lacrime. Ma ben lontano dal perdermi di coraggio e dall'agitarmi - ed è stato qui che ho scoperto le illusioni del demonio - questa visione fece divampare l'Amore divino nel mio cuore. Annientandomi davanti a Gesù, cominciai a scongiurarlo di lasciarmi ancora un po' di tempo per riparare i miei torti e rinnovare la mia dimora interiore. Ahimè! Non so a che cosa siano serviti i risultati dei miei propositi; ho motivo di temere di essere più povera adesso di prima.

 

[Trascorro quattro mesi in campagna con il direttore spirituale, cantando e pregando insieme]

Sono rimasta quattro mesi a Tassin. Durante questo tempo ho custodito con me la chiave della chiesa e ho avuto la possibilità di recarmi da Gesù effondendo nella preghiera la mia anima in Lui. Andavo a pregare davan­ti a Gesù con il mio padre spirituale. In questo soggior­no si realizzarono molte predizioni che, fatte molto tempo prima, fino a questo momento non avevo com­preso. A Tassin univo la mia preghiera a quella del mio padre spirituale; abbiamo cantato anche insieme per lodare l'abbondanza delle divine misericordie. A Tassin, cominciarono anche a verificarsi le parole che mi erano state rivelate: «Tutti si scandalizzeranno per voi». Così pure è stato a Tassin che ho fatto l'esperien­za di un altro messaggio che avevo avuto: «Il demonio ha fatto lega con altri demoni per combatterti terribil­mente». Così pure ero stata dal Signore avvertita: «Non potrai riportare vittoria se non abbandonandoti a Me, con la stessa confidenza di un fragile bimbo fra le brac­cia della mamma». Effettivamente, il demonio dell'orgoglio, dell'ira, dell'attaccamento verso le crea­ture, della gelosia, vennero di volta in volta a mettere agitazione nel mio cuore. Soprattutto la gelosia fu il mio maggiore tormento. Non credo di aver avuto la disgrazia di acconsentire a queste suggestioni. Ma voglio far sapere alle persone che fossero anch'esse violentemente tentate come me, che non devono mai credersi abbandonate da Dio. Così pure voglio far sape­re che le grazie più preziose non impediscono alla tentazione di avvicinarsi. Voglio ora narrare alcuni par­ticolari di queste esperienze.

 

[Mi rifugio in chiesa per trovare aiuto contro gli assalti delle tentazioni. Gesù mi sostiene nel pieno della lotta]

Voglio ricorrere a delle immagini per descrivere il tumulto spaventoso delle sensazioni che passavano den­tro di me. Mi pareva che dentro di me si accendesse un fuoco distruttore; altre volte si scatenava una tempesta furiosa; altre volte soffiava il vento come un uragano. Avevo allora il cuore stretto dall'angoscia; l'anima anne­gava in un mare di desolazione. Però capivo pure, con piena coscienza, che non potevo rifiutare questa prova; sarebbe stato pericoloso per me se avessi voluto annullarla. Sarebbe, insomma, stato per me una disgrazia volermi sottrarre ad essa. Tuttavia mi pareva nello stesso tempo che non riuscivo a trovare i mezzi per difendermi, le armi per resistere a questa guerra; non avevo le forze per sostenerla.

Per questo, senza interruzione, correvo a gettarmi ai piedi di Gesù Cristo nel tabernacolo. Prostrata e annientata alla sua presenza, Lo supplicavo di non imputarmi assolutamente quello che mi passava nell'anima, perché io lo condannavo con tutto il cuore. Lo pregavo di venirmi in aiuto per poter resistere a tutti quegli spaventosi attacchi del maligno. Ebbene, Gesù mi diede la forza necessaria, senza però mitigarmi la sofferenza. Questa lotta continuò per molto e fu tanto orrenda in quanto si svolgeva tutta dentro di me. E' molto importante riconoscere che questa lotta avveniva nel mio intimo; per questo solamente Gesù poteva darmi la forza necessaria che mi occorreva. Nessuna delle persone che mi circondavano si accorse di quello che stavo vivendo nel mio interno ed io, che ero abbat­tuta da questo tormento, ricevetti da Gesù oltre la forza, anche molta soavità e consolazione.

Tuttavia questo uragano interiore non accennava a placarsi; l'angoscia penetrante squartava la mia anima; il suo peso la schiacciava. Mi rimproveravo ogni cosa con severità. Cercavo ogni occasione per stare sola e sfogar­mi nel pianto, al quale cercavo anche di resistere, ma la sofferenza intima non me lo faceva contenere. Soprattutto per tre o quattro giorni fu veramente penoso il mio stato di intimo terrore. Poi venne un po' di calma e feci la confessione al padre spirituale di quello che avevo provato. Ebbi l'impressione che, al sentir dire quello che mi era accaduto, fu quasi sorpreso nel sapere che in me vi era il germe di una passione così ignobile. Ebbi come la sensazione che lui adesso si stava rendendo conto che da molto tempo si era ingannato su di me. La bufera, intanto, si era calmata solamente in apparenza. Ero ad ogni istante sempre obbligata a controllare le furiose passioni che si scatenavano dentro di me. Tuttavia devo ripetere che, con l'aiuto della grazia divina, penso che non mi sono per nulla macchiata a causa di queste tentazioni.

 

[Il demonio mi fa sentire persino la sua voce. La mia anima resta sconvolta, molto turbata. Però riesco a vincere tutte le sue macchinazioni)

Il demonio non ancora soddisfatto per tutto il tor­mento che mi causava, volle farmi udire la sua orrenda voce. Voleva impaurirmi, terrorizzarmi con delle minac­ce così terrificanti e sporche che non oso riportare qui. Quello che posso dire è che, a più riprese, ha cercato di sconvolgere i miei sensi e di sedurre il mio cuore. E' facile capire ciò che voglio dire. Allora cercavo di pie­garmi come una debole canna, ma la bontà di Dio mi assicurava che nessuna furia di uragano poteva spezzar­mi e separarmi da Lui. Spero anche nel futuro che la promessa divina si adempirà riguardo a tutte le altre pos­sibili minacce delle tentazioni per non farmi peccare. Non è opportuno che riferisca in dettaglio le mie tenta­zioni. Voglio solo accennare ad una che faceva particola­re pressione su di me da parte dello «spirito di menzo­gna». Questo «demonio dell'inganno» ha usato mille raggiri per persuadermi e spingermi a cambiare il padre spirituale, ora esagerando palesemente i suoi difetti e persino qualche piccolo peccato che talvolta gli capitava di commettere. Altre volte, spingeva la mia anima ad una specie di disperazione quando lui usava verso di me la sua severità nel rimproverare le mie mancanze. Altre volte, il demonio mi paralizzava di paura quando il padre spirituale cercava di incoraggiarmi e spingeva i miei poveri sforzi a pregare. E' arrivato persino a cercare di persuadermi che il mio padre spirituale non amava, in verità, molto nostro Signore Gesù Cristo, come io mi ero andata convincendo e quindi tutti i suoi insegnamenti risultavano inutili. Ma ecco che interviene l'aiuto di Gesù. Gesù, che mi aveva condotto con la conversione presso Anania (cfr At 9, 10-18), seppe farmi capire che non dovevo assolutamente cercare un'altra guida e non dovevo percorrere un'altra strada da quella che già mi era stata indicata.

 

[Il padre spirituale è l'unica persona a cui apro la mia anima per ordine di Gesù; solamente egli conosce i miei bisogni spirituali]

Conoscendo solamente il mio padre spirituale i segreti che Gesù mi aveva comunicato ed essendo stato incaricato da Dio solamente lui a custodirmi in tutte le mie vicende, doveva essere lui un giorno a offrire a Gesù Cristo nostro Salvatore la mia anima che gli era stata affidata. Sorretta da queste convinzioni era indispensabi­le che i nostri colloqui avvenissero con molta frequenza; allora era molto semplice che io potessi a mio agio aprir­mi con lui. Difatti in me vi era un bisogno forte di «con­sumarmi», di «dare la vita» per il mio Dio. Era normale perciò che potessi aprire il mio cuore e parlare con lui che era al corrente di tutto quello che Dio aveva già fatto in me circa i benefici cui mi aveva colmato. In realtà, lo assillavo. Somigliavo a quel pellegrino ansioso di giun­gere in patria, in attesa continua di partire per il ritorno. In questo stato di ansia ero come un esule che non riesce a trovare alcuna attrattiva o interesse per le eventuali sod­disfazioni che si possono prendere in una terra straniera, che non sente di amare. In verità, io non trovavo pace in nessuna cosa e non facevo che ripetere al padre spirituale come milioni di volte ripetevo pure al mio Sposo celeste: Quanto è lungo questo mio esilio! Dicevo anche: Quando potrò morire d'amore per Gesù? Poi insistevo con lui: Preghiamolo insieme affinché Gesù compia subito la liberazione della Chiesa, la conversione dei peccatori, affrettando anche il giorno del mio sacrificio. Queste erano più o meno, in continuazione, le confiden­ze che facevo al padre spirituale quando stavo con lui. E' chiaro che quando volevo aprire il mio cuore che ardeva in questo modo, non potevo accettare che vi fossero delle persone ad ascoltare anche esse quello che dovevo comu­nicare a lui.

 

[Vi sono alcuni che si scandalizzano per il, fatto di vederci spesso parlare tra noi. Allora il mio direttore spirituale, per amore di Dio, se ne parte via]

Vi furono delle persone che restarono scandalizzate nel constatare la frequenza dei nostri incontri e della mia insistenza nell'aver dei colloqui con lui. Allora circolaro­no anche delle dicerie assurde sui nostri incontri. Queste calunnie fecero prendere al mio direttore spirituale la decisione di lasciare la nostra casa. E quando egli se ne partì, scelsi come confidente delle mie ansie interiori solamente il Cuore del mio Sposo divino. Sì, Gesù mi bastò per sostenermi, incoraggiarmi e consolarmi nell'attesa sempre del Paradiso. Fu così una grazia questo distacco: mai ho compreso così bene come quando il padre spirituale se ne fu andato come Gesù diventa il tutto per l'anima. Il padre spirituale, prima di partire, mi aveva raccomandato di essere fedele a continuare a «far visita» al s. Cuore di Gesù, presente nel Sacramento adorabile dell'altare. In questo Cuore divino i nostri cuori si ritrove­ranno, così mi disse, per continuare a pregare insieme e a infervorarsi d'amore per Gesù. Era nel Cuore di Gesù, presente nell'Eucaristia, che trovavo allora ogni forza insieme a dolcezze inesprimibili. E' stato in questo Cuore divino che misi la mia reputazione per cui non m'importò più nulla delle stupide chiacchiere che gli altri mettevano in giro, a nostro riguardo. «Cuore divino del nostro Gesù, sei tu che hai reso sopportabili le calunnie più amare get­tate su di noi. Sei tu che ci hai reso forti nel momento della sofferenza; ci hai reso persino incapaci di risenti­mento e di avversione». In questa lontananza, quando ne sentivo la necessità, ricevevo dei consigli per lettera, anche se non in maniera frequente. Per me andava bene anche questo, dato che Dio approvava anche questo. Tuttavia in questo distacco Dio mi assicurava la sua pre­senza e rimpiazzava così copiosamente il suo ministro, da infondermi lui stesso questi aiuti e istruzioni che prima mi venivano dal padre spirituale. Tuttavia questa lonta­nanza cessò, quando tornai a Lione insieme con tutti i miei familiari. Allora ripresi la direzione spirituale, assu­mendomi di nuovo la responsabilità di farmi guidare spi­ritualmente dai consigli del ministro del Signore.

 

[Sono convinta che sia volontà divina continuare a farmi dirigere ancora dallo stesso sacerdote. Le persone si scandalizzano ancora; ma in questa prova Dio comunica le sue consolazioni]

Io sentivo la necessità di ricevere dei consigli, per questo tornai a parlare al padre spirituale. Quando le medesime persone videro che ero tornata a frequentarlo, ne rimasero di nuovo scandalizzate. Questa prova era stata predetta dall'alto e l'infamia che venne a colpirci non ci addolorò, ma venne cambiata dal Signore in una gioia profonda.

In verità, dai rimproveri severi che mi venivano dai familiari ne traevo ancora più coraggio perché sentivo che non ero più io a vivere la mia vita, ma che un Altro mi conduceva. Una volta ero molto suscettibile per quel­lo che si diceva di me e ci tenevo alla mia reputazione; adesso provavo gioia per la sua perdita che stava acca­dendo. Spiegavo il mio cambiamento perché ricordavo le parole che mi erano state ispirate in un tempo in cui né io né il padre spirituale potevano prevederne la realizzazio­ne: «Potrai vedere il tuo padre spirituale tutti i giorni, anche due volte al giorno»! Queste parole mi accompa­gnavano e mi davano tranquillità circa le visite frequenti che facevo e di cui mi si rimproverava. Quelle parole interiori mi erano state dette nel cuore in un tempo in cui la mia guida era stata molto occupata nel ministero pastorale e più motivi ostacolavano il compimento di questa predizione. Mi appariva molto chiaro, quindi, che la possibilità di poterlo vedere spesso mi era finalmente offerta dal Signore, che in questo aveva sicuramente dei disegni nascosti alle creature umane.

Voglio, ora, fare un cenno delle tentazioni che lo spi­rito delle tenebre scatenava contro di me. Però voglio prima dire qualche parola sulla proibizione che i miei familiari mi fecero di andare al padre spirituale. A lui andavo solamente per esporgli le tentazioni - dopo la mia conversione - che incontravo in questa terra di esilio e di pianto. Scrivo ciò per far del bene a quelle ragazze chiamate alla consacrazione per ammonirle dei pericoli che incontrano nella vita spirituale affinché siano, secon­do la stessa parola di Gesù, prudenti come il serpente e nello stesso tempo siano candide come le colombe.

 

[Subisco una insidiosa tentazione di cui non mi rendo subito conto]

Dopo circa un anno o due dalla mia consacrazione, venivano a trovarci a casa nostra due giovani, raccoman­dati dal loro papà a mio padre. Fin dai primi mesi mi accorsi che in loro v'era un attaccamento alle illusioni del mondo, delle quali però non ne avevano coscienza piena. Allora pensai bene di tenermi in guardia e fuggivo per quanto possibile la loro presenza. Parlavo con loro sempre molto brevemente e me ne stavo sempre molto seria per far loro intendere abbastanza che il mio cuore non cercava di far conquiste perché il mio Dio l'aveva già conquistato. In questo modo anche le loro visite in casa nostra furono per me senza alcun pericolo. Tuttavia uno di questi giovani si era espresso una volta in modo tale da far capire che tutti i piaceri, tutti i principi errati del mondo non erano per nulla degni del suo interessa­mento. Dichiarò così perché egli aveva generosamente rinunciato alle menzogne della terra per darsi all'amore di Dio.

A questo punto credetti opportuno di allentare la mia precedente serietà e cominciai a intrattenermi con lui parlando con spontaneità. Cosi pure non mi costringevo più a vigilare molto sul mio cuore. Per incitarlo, poi, ad amare di più il mio Gesù gli mostrai la gioia che provavo per il suo benedetto ritorno alla pratica della fede. Non mi parve nemmeno sbagliato cantare con lui degli inni di fede e di lode al Signore. Cercavo in questo modo di far­gli gustare la bellezza di cantare con convinzione la fede. Ebbene, questo mio comportamento, per quanto fossero limpide le mie intenzioni, mi si tramutò in un vero peri­colo spirituale. Dato che si vedeva incoraggiato e sentiva che gli parlavo con spontaneità e convinzione dell'amore di Dio, cominciò a frequentare più spesso la nostra casa, mi faceva presente le difficoltà che incontrava sulla stra­da della virtù e continuava a chiedermi senza timore dei consigli su come dovesse comportarsi. Tuttavia in questi colloqui notavo che egli cercava di starmi sempre più vicino per poter parlare di Dio. Ed anch'io ne provavo molta soddisfazione e continuavo a rivolgergli degli inviti caldi e appassionati per spingerlo alla pratica della virtù.

In questo mio atteggiamento non avevo più una stret­ta vigilanza sul mio cuore. Mi piaceva conversare con lui; ne cercavo le occasioni; soffrivo quando era l'ora di separarci e mi accorgevo di essere sempre più premurosa nel riceverlo e fargli gli onori di casa. In tutta questa situazione non offendevo minimamente il mio Sposo divino perché in tutto cercavo solamente di piacergli, in quanto non mi prefiggevo altro scopo che la sua gloria e il desiderio di farlo amare. Tuttavia la spontaneità con cui m'intrattenevo con questo ragazzo, benché fosse solamente Dio l'argomento delle nostre conversazioni, offri al demonio l'occasione di tormentarmi. Il demonio cercava di farmi convinta che il «voto» di castità che avevo fatto, cioè la scelta di avere come sposo solamente Gesù Cristo non era solenne, non era proprio definitivo, per cui potevo anche fidanzarmi con questo giovane. Mio Dio! tu sai bene che non ho mai acconsentito a queste suggestioni; anzi, sai pure, mio Signore, che mettevo di nuovo nelle tue mani il mio giuramento di fedeltà come forte risposta alle insinuazioni del maligno.

Tuttavia, nonostante queste tentazioni interne, non capivo la necessità di dover vigilare molto di più su me stessa. Ritenevo sufficiente disprezzare queste tentazioni del nemico e mi ripetevo che la mia paura del peccato non doveva impedirmi di fare il bene dell'anima del prossimo. Posso certamente dire che non mi sono mai prefissa lo scopo di riuscire piacevole a questo giovane, ma desideravo solamente di portarlo ad un amore mag­giore verso il Signore. Sorretta quindi dalla testimonian­za della mia coscienza, continuavo sulla mia strada di accoglierlo e di conversare con lui. Dolce mio Salvatore, non mi rendevo conto che in verità stavo sbagliando; stavo sottovalutando i pericoli in cui mi metteva la mia imprudenza. La mia ingenuità - che era immaturità spiri­tuale - poteva farmi andare a finire molto più lontano di quello che potevo immaginare.

Tu, mio Dio, vedevi la retta intenzione; sapevi che agivo in buona fede; avevo veramente il solo desiderio di fare di lui un vero amico per te, mio Signore, e hai per­messo la mia ingenuità per darmi un insegnamento forte e nobile di cui devo esserti riconoscente. Ma questa lezione non vale solo per me, ma per tutte le ragazze che si sono donate a te nella verginità. Voglio sperare che questa mia sincera confessione servirà anche ad esse per non fidarsi troppo che la vita cristiana «anche intensa» di un giovane sia una barriera che il demonio non possa demolire nel cuore per portarle alla infedeltà verso lo Sposo Gesù.

 

[Prendo coscienza del pericolo che corro e decido di evitarlo]

Mio Dio, mi hai avvertito in tempo. Anzitutto mediante la serietà di questo giovane il cui comporta­mento è stato sempre controllato così da farlo stare sem­pre al suo posto. Me ne hai fatto accorgere; allora ho preso la risoluzione di tenermi lontana dagli incontri con lui. Intanto, evitai di pormi accanto a lui ed egli, senza dirmi nulla, fece altrettanto. Nel frattempo cominciavo a sentire un'angoscia estrema proprio mentre adottavo questa precauzione. Lo facevo con sforzo e penso che questo segnale mi costrinse a prendere abbastanza coscienza del pericolo in cui mi ero già messa e che poteva farsi più forte se la mia imprudenza avesse avuto una durata maggiore.

Ma ecco, nello stesso tempo, un secondo e più ener­gico richiamo da parte di Gesù, mio Sposo. Lui stesso volle richiamarmi: una illuminazione interiore mi fece comprendere che Egli era talmente geloso del mio cuore che non poteva tollerare ulteriormente nemmeno i soli sguardi di un giovane su di me; così nemmeno poteva sopportare da parte mia una qualche occasione di poterli attirare. Anche circa il fatto di aver chiesto a questo ragazzo di cantare insieme il nostro comune amore a Cristo e quello di Gesù verso di noi, il Signore stesso mi faceva capire con la stessa illuminazione interiore questa verità: «Voglio che la mia sposa mi dichiari da sola a solo il suo amore per me. Io amo ascoltarla senza testi­moni. Non tollero che un orecchio estraneo ascolti la parola "Amore" quando esce dalla sua bocca». Compresi bene tutta la verità di questa soave lezione. Allora la gelosia dello Sposo divino mi apparve ancor più sedu­cente di tutte le altre sue perfezioni, anche se non si può preferire in un Dio così infinitamente perfetto l'una alle altre.

 

[Dio mi fa vincere altre occasioni di pericolo. Soffro interiormente molto per dovervi resistere]

La decisione di cambiare atteggiamento verso questo ragazzo - dovuta alla gelosia dello Sposo divino - mi causa non poche difficoltà. Questo ragazzo veniva da me molto spesso; mio fratello non era sempre presente in casa per accoglierlo e fargli compagnia. Quelli di casa si mettevano in genere a giocare e restavo solamente io tal­volta a parlare con lui. Vedevo anche che questo giovane senza di me si annoiava e temevo quando veniva a casa nostra che il mio silenzio gli dispiacesse.

Ero interiormente divisa da queste considerazioni: da una parte non volevo metterlo nella condizione di tornare alle cose del mondo, reimmergendovisi; dall'altra, la proibizione che mi era venuta dallo Sposo divino ed anche poi dai consigli sapienti del mio direttore spiritua­le, mi imponeva di scegliere il silenzio. Certo, ero tentata di continuare a parlargli; ma m'imponevo di far tacere tutte le motivazioni speciose che mi suggerivano di infrangere questo silenzio «comandato». Per riuscire a mantenere questa fedeltà, mi facevo vedere occupata nel leggere. Vidi allora che cominciò a fare altrettanto anche lui e questo fu il modo di tirarmi fuori dal pericolo in cui mi ero messa.

Una volta però volle chiedere a me dei consigli inve­ce di farlo con mio fratello, che nel frattempo era entrato in Seminario. In questa occasione risposi con molta sem­plicità: «Vedi, potrei darti dei consigli con tutto il cuore se tu fossi una delle mie amiche. Io posso capire il cuore di una ragazza considerando l'esperienza del mio cuore. Posso capire le situazioni interiori in cui si può venire a trovare una ragazza, ma non è la stessa cosa capire il cuore di un ragazzo. Per te ci vorrebbe un amico che ti potesse conoscere perfettamente e darti dei consigli che siano salutarmente pertinenti». Egli capì subito, credo, ciò che volevo esprimere con tali parole e mi rispose immediatamente: «E' vero»! In seguito, egli non mi cercò più e si mantenne distaccato.

Sia benedetto per sempre il giorno in cui il Signore mi ha dato l'avvertenza del pericolo in cui mi ero messa nel familiarizzare con quel ragazzo! Sia benedetto per sempre quel giorno in cui mi accorsi del precipizio nascosto che il demonio mi stava preparando per farmi mancare alla fedeltà verso lo Sposo, Gesù Cristo! Solamente questo Sposo divino potrebbe misurare il numero dei peccati che avrei potuto commettere e che ho evitato!

(Fine)