PAOLINA MARIA JARICOT - STORIA DELLA MIA VITA
PONTIFICIA OPERA DELLA PROPAGAZIONE DELLA FEDE Segretariato Nazionale - Via Propaganda 1/c - 00187 Roma
Brevissima
biografia
Lione,
1799. Il secolo dei lumi sta per chiudersi nel segno di Napoleone Bonaparte. Da
una famiglia di ricchi industriali della seta nasce, ultima di sei figli,
Paolina Maria Jaricot. Vivace, capricciosa, coccolatissima, cresce sviluppando
una spiccata sensibilità religiosa unita ad un carattere decisamente
esuberante.
A 17 anni, dopo la morte della mamma, decide di servire unicamente Dio e di consacrare la sua vita per tutto ciò che riguarda la causa delle fede, sceglie di seguire lo stile umile di vita e di abbigliamento delle povere operaie.
Uno
dei suoi fratelli, Phileas, studia per prepararsi a partire come missionario in
Cina e attraverso i suoi racconti Paolina s'infiamma di entusiasmo e d'amore per
le Missioni.
Una
sera d'inverno ha un'ispirazione improvvisa: per portare aiuto concreto alle
Missioni bisogna formare gruppi dieci persone. Ognuno si impegnerà a sua volta
di formare un suo nuovo gruppo di dieci persone: il loro impegno è recitare una
preghiera quotidiana e fare un'offerta settimanale per le Missioni.
L’
iniziativa ha un successo immediato: nasce l'Opera della Propagazione della
Fede. Paolina
incontra difficoltà e ostacoli, ma non si arrende mai, incoraggiata
costantemente da Phileas: " ... quest'opera che Dio ha voluto cominciare
con le tue mani forse un giorno sarà il granellino destinato a diventare un
grande albero, i cui rami copriranno tutta la terra".
Sì
realizza così il grande sogno di Paolina: la Missione universale della Chiesa
per sostenere tutte le missioni dei mondo, indistintamente.
"Sento
– scrive - questa donna geniale e coraggiosa di dover restare libera di
dirigermi dove le necessità sono maggiori." Infatti le sue iniziative non
finiscono qui: istituisce il Rosario vivente, la Congregazione delle Figlie di
Maria, la Banca del Cielo, un'opera di solidarietà a favore degli operai di
Lione. Sostiene con slanci e incoraggiamento la giovane Opera della Santa
Infanzia di monsignor Janson.
Gli
ultimi anni di vita di Paolina (muore il 9 gennaio 1862) sono amareggiati da incomprensioni,
ostacoli, calunnie e perfino processi pubblici. Ma autentica discepola di Colui
per il quale è vissuta,accetta serena tutte le sue croci con fede, dolcezza e
forza d'animo.
Oggi
la Pontificia Opera della Propagazione della Fede ha sede a Roma ed è presente
in 144 Paesi
PREGHIERA PER
LA BEATIFICAZIONE DI PAOLINA M. JARICOT
Signore, Tu hai ispirato a Paolina Maria Jaricot la fondazione dell'Opera della Propagazione della Fede, del Rosario Vivente così come il suo totale impegno per il mondo operaio. Ottienici, per sua intercessione, la guarigione... che Ti chiediamo, se tale è la Tua volontà. Degnati di affrettare il giorno in cui la chiesa potrà celebrare la santità della sua vita.
Fà
in modo che il suo esempio possa coinvolgere, un più grande numero di cristiani
nel dedicarsi all'annuncio del vangelo affinché gli uomini e le donne del
nostro tempo e tutti i popoli possano scoprire il tuo amore infinito,
manifestato in Gesù Cristo, Nostro Signore, che con Te vive e regna nell'unità,
dello Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli. Amen.
La
beatilicazione della Venerabile Paolina Maria Jaricot suppone che esista a suo
riguardo una diffusa devozione. É nostro desiderio che s'intensifichi e si
sviluppi questo flusso continuo di preghiera. Ci auguriamo, perciò, di ricevere
le diverse testimonianze di grazie o di guarigioni attribuite alla sua
intercessione.
Rivolgersi
direttamente a Pontificia Opera Propagazione della Fede Segretariato Nazionale -
Via Propaganda, 1/c - 00187 Roma Tel, 06 69879832 - Fax 06 69880150 - E-mail:
popf@operemissionarie,it
A
due riprese Paolina Maria Jaricot (Lione 1799-1862) scrive quella che lei
stessa chiama: "La storia della mia vita".
La
prima volta, tra i diciotto e i ventidue anni, la scrive per obbedire alla guida
spirituale, il p. Jean Wandel Wiirtz. La seconda volta, verso i 37 anni, la
scrive per cantare il suo rendimento di grazie a Dio. I due manoscritti non
hanno quindi lo stesso scopo.
Nel
primo, del quale si coglie subito il tono giovanile, si ha un'apertura della sua
anima destinata al confessore. I primi due quaderni, difatti, sono
retrospettivi. Paolina annota l'esperienza della sua vita passata, sia quella di
cui ne conserva il dispiacere, sia quella per la duale rende grazie a Dio.
Nel
secondo manoscritto - riguardante il terzo e il quarto quaderno - dichiara
l'intenzione di voler conservare il ricordo della divina Provvidenza come ha
agito nei suoi riguardi, forse anche per farla conoscere, tenendo conto delle
sofferenze intorno al 1830.
A
cominciare dal terzo quaderno, quindi, ella descrive quello che giorno per
giorno, vive e vede in piena chiarezza. Ormai non ha alcuna esitazione; non
conosce tentennamenti. È nella maturità spirituale, in un certo senso. Ella è
tutta impegnata a modellare la forza del suo carattere che adesso la fa aderire
a Dio non con debolezza, ma con una decisione e un impeto di volontà per cui
aspira solamente a farsi condurre da Lui. Paolina, nel secondo manoscritto
abbonda di espressioni che contengono gratitudine a Dio. Inoltre, ha la consapevolezza
di essere chiamata a compiere per Dio grandi cose, che tuttavia ignora, ma non
si lascia prendere dalla frenesia di anticiparle. Vi si prepara con umiltà,
rinnovando in se stessa la coscienza del proprio niente.
p.
Gerorges Naidenoff
Il
nostro ringraziamento va doverosamente al p. Georges Naidenoff, gesuita, che ci
ha donato la copia di questo "diario"; va pure a coloro che ne hanno
curato la traduzione e la correzione; soprattutto hanno amato e amano Paolina M.
Jaricot.
In
queste pagine ella svela i "segreti del Re", alla Sua gloria.
Pubblicato a puntate su "Nuovi Annali della Propagazione della Fede",
il racconto di questa donna di fuoco ci ha accompagnato per alcuni anni.
Siamo
nel secondo centenario della sua nascita ed è giusto sentirla viva accanto a
noi, anche attraverso la sua storia di grazia, i cui frutti nel Corpo mistico
non hanno limite di tempo e di spazio.
La
santità di una creatura umana è un dono permanente alla vitalità della
Chiesa, come la sua gloria nella SS. Trinità splenderà per sempre, in cielo.
Si
è ritenuto conveniente premettere un quadro storico essenziale, nel quale
Paolina Maria Jaricot ha vissuto, operato, sofferto; soprattutto ha amato Dio
e la Santa Chiesa.
Invochiamo
la sua intercessione sulle nostre sofferenze e sulle molte necessità che
gravano su di noi, perché Paolina M. Jaricot si
glorificata dalla SS. Trinità davanti alla Chiesa, pellegrina nel tempo.
Roma,
2 febbraio 1999
1.
Una "rivoluzione"
Ripercorriamo
brevemente, secondo uno schema cronologico, gli eventi attinenti alla
religione.
Nel
1789, il 14 luglio con la presa della Bastiglia, scoppia la
"rivoluzione" francese. Parigi è in mano all'insurrezione. Comincia
l'emigrazione dei nobili. Dilaga la sollevazione dei contadini in Provenza,
nel Delfinato, nella Borgogna, in tutta la Francia. La "grande paura"
dà luogo a movimenti di massa, a scontri, ad agitazioni convulse. Eppure i
contadini francesi complessivamente stanno in condizioni migliori della
maggioranza dei contadini europei.
Se
prendono parte alla rivoluzione non è perché sono disperatamente oppressi. Ma
ormai l'incendio è scoppiato; fin quando divamperà? Il 6 agosto i contadini
saccheggiano i castelli dei nobili. Il popolo, con a capo le donne, marcia
verso Versailles e invade il palazzo reale costringendo il re a trasferirsi a
Parigi. Le "decime" intanto sono abolite e gran parte del clero le
mette a disposizione della nazione. A settembre il clero deve anche consegnare
al tesoro pubblico le suppellettili sacre ritenute superflue. A novembre i beni
della Chiesa sono dichiarati di pubblica proprietà, su proposta del vescovo
Talleyrand.
Nel
1790, l'Assemblea Nazionale, che ha in mano ormai il potere, impone a febbraio
l'abolizione dei voti monastici, per cui vengono sciolti gli ordini religiosi,
salvo quelli dediti alla cura dei malati e all'istruzione. A luglio i preti
ricevono una "costituzione civile"; ma meno della metà vi aderisce
con il giuramento richiesto. Da qui deriva la distinzione fra preti
"giurati", ossia fedeli alla "rivoluzione", e preti
"refrattari" che non ne vogliono sapere. Questi cominciano a fuggire
dalla Francia. Solamente sette vescovi su 160 giurano ad essa fedeltà.
E
difficile capire come mai la "rivoluzione" sfocia nell'irreparabile.
Nel
1791, la "rivoluzione" assume sempre di più una violenza
antireligiosa. In aprile vengono aggredite anche le Figlie della Carità. In
agosto vengono soppresse tutte le comunità religiose, di ogni tipo;
successivamente si dichiara pure che i "voti religiosi" sono contrari
al diritto naturale e alla legge del nuovo Stato. Nell'Assemblea legislativa si
va sempre più ingrossando la corrente atea, antireligiosa.
Nel
1792, la "rivoluzione" diventa tragicamente "persecuzione":
vengono soppressi i restanti ordini e monasteri religiosi, anche con finalità
ospedaliere e culturali; si proibisce di portare l'abito ecclesiastico ai
preti "refrattari". Questi o se ne vanno in esilio o si nascondono o
vengono deportati. Comincia così l'esodo di 40.000 preti. Come se non bastasse,
a settembre esplode la prima fase del Terrore: vengono massacrati preti e suore,
ovunque si trovino, nelle carceri, nei conventi. Viene anche proclamata la
Repubblica.
Nel
1793, il 21 gennaio viene decapitato Luigi XVI. Si istituisce il tribunale
rivoluzionario. Un nuovo decreto condanna a morte i preti che ancora si trovano
in Francia, quelli che si sono nascosti per assistere clandestinamente con il
loro ministero il popolo. La Vandea insorge contro la "rivoluzione".
Si scatena la seconda fase dei Terrore. La ghigliottina funziona incessantemente.
Ancora vengono emanate nuove leggi di condanna a morte contro i preti. La lotta
al cristianesimo non ha limiti per violenza ed estensione. A Notre-Dame, trasformata
in un tempio ateo, s'inaugura il culto della Dea Ragione e sull'altare viene
posta una donna. Viene abolito il calendario cristiano e sostituito con il
calendario repubblicano, nel quale al posto della settimana viene istituita la
decade. Scompare così la domenica con le feste del Signore Gesù Cristo e dei
santi. I vescovi e i preti sono autorizzati a contrarre il matrimonio. Comincia
adesso anche il pentimento dei preti che avevano giurato fedeltà alla
"rivoluzione"; vengono per questo giustiziati.
Il
1794 rappresenta l'anno del "grande Terrore" nei mesi di giugno,
luglio e agosto, sempre più accentuandosi l'odio e il fanatismo spietato
contro la religione con massacri di suore e rovine ingenti di chiese e luoghi
sacri.
L'8
giugno viene stabilito per legge che diventi la festa dell'Ente Supremo, dopo
l'abolizione della Dea Ragione, Robespierre è il gran Sacerdote. Enorme numero
delle esecuzioni, anche senza prove e con processi sommari.
Il
1795 pare apportare qualche schiarita - si permette la libertà di culto purché
sia in privato e il riutilizzo di chiese non alienate - tuttavia la politica
antireligiosa non demorde, in quanto il clero non può esercitare funzioni
pastorali senza il giuramento allo Stato.
Nel
1796, Napoleone che riesce vincitore nella guerra condotta in Italia, tratta con
Pio VI.
Nel
1797, Napoleone stipula un accordo con il Papa - trattato di Tolentino il 19
febbraio - e mostra un atteggiamento meno drastico verso la religione. Il 5
settembre tuttavia avviene ancora una ripresa di reale persecuzione; questa
volta con metodi polizieschi terribili: i preti vengono ancora deportati,
altri uccisi; insieme con la distruzione ulteriore di chiese, abbattimento di
croci, chiusura di oratori, campane staccate dai campanili. Adesso è la volta
di Cluny, la gloriosa Cluny, che piange la sua demolizione e desolazione.
Nel
1798, il 10 febbraio le truppe francesi occupano Roma. Il 15 febbraio il Papa è
deposto come capo temporale e il 20 febbraio parte da Roma, senza farvi più
ritorno. Napoleone deporta Pio VI, proclama a Roma la "repubblica" e
impone il calendario rivoluzionario con l'abolizione delle feste cristiane.
Il
1799 è l'anno in cui nasce a Lione Paolina Maria Jaricot, la cui storia sarà
vissuta nell'ardore di servire e d'immolarsi per il Papa e la Chiesa cattolica.
Il 21 luglio il Direttorio emana un decreto che offre compensi in denaro a chi
denuncia i preti nascosti. A Lione in questo periodo vige il "culto
decadario"; la domenica non esiste più; i negozi sono aperti di domenica e
chiusi nelle decadi.
Dopo
oltre un anno e mezzo di deportazione, il 29 agosto, Pio VI muore in esilio a
Valence, essendo stato 40 giorni in agonia.
Il
10 novembre, durante un colpo di Stato, Napoleone mette fine al Direttorio e
proclama l'Impero. Un gesto dei più importanti consiste nel cercare l'accordo
con la Chiesa cattolica, ancora senza il nuovo Pontefice. Almeno le chiese
vengono riaperte ai culto e termina la deportazione dei preti.
2.
I Papi durante la "rivoluzione"
Pio
VI era stato eletto il 15 febbraio 1775. Il 25 dicembre in occasione del 19°
Anno Santo scrive una enciclica ai vescovi per richiamarli alla riflessione e
alla preoccupazione circa il fenomeno crescente dell'incredulità, ormai
percepibile in tutta l'Europa. Denuncia pure la miopia politica dei governanti,
i quali con il proteggere la diffusione della negazione di Dio, non si rendono
conto delle conseguenze pericolose che questo abbandono della fede va causando e
che si tradurrà nei sovvertimenti sociali dei popoli e contro gli stessi
responsabili delle nazioni.
Egli
prevede anche un'epoca di martirio per i vescovi; per questo li richiama al
dovere di prepararsi ad affrontare i tempi difficili con le armi della fede, che
sono soprattutto la preghiera e una dedizione totale al loro servizio pastorale.
"Il
Papato, negli anni che vanno dal 1775 al 1846, cioè da Pio VI a Gregorio XVI,
ha attraversato un periodo cruciale della sua storia. Forse mai la Chiesa
cattolica nella sua storia ebbe di fronte a sé uno schieramento tanto
formidabile di forze sia politiche che culturali che le fosse avverso... Tutto
congiura ai danni dell'autorità della Chiesa romana... In tali congiunture vi
furono anche coloro che temettero per le sorti stesse del cristianesimo".
Tuttavia
l'avvenimento più perturbante di tutti fu la "rivoluzione" francese.
Il Papa, che vive non a lato, bensì all'interno di essa, anzi l'attraversa fino
alla fine, è Pio VI.
Quando
a Parigi scoppia questo sconvolgimento, Pio VI è Papa da 14 anni. Egli vivrà
ancora dieci anni. Egli morirà "da deportato", in esilio nella
Francia meridionale, della stessa "rivoluzione", però, segnandone
la fine.
Nel
palazzo reale di Parigi il 4 maggio del 1791 viene bruciata l'effige di Pio VI,
insieme al "Breve del 13 aprile 1791", con il quale il Papa condannava
gli errori dell'Assemblea Nazionale, riguardanti le disposizioni contro la
Chiesa. La "rivoluzione" sta veramente scardinando il cristianesimo e
la Chiesa. Per questo è stato osservato: "Il desiderio di distruggere la
Chiesa, accarezzato dai cenacoli illuministi parigini, nel 1792 raggiunge una
esasperazione senza precedenti". Il card. Bernis scrive: "L'abolizione
della religione in Francia si estenderà in Europa e nel mondo. Il popolo
diventerà pagano e l'ateismo sarà la religione degli intellettuali e del
popolo".
Quando
Pio VI, prigioniero di Napoleone, arriva a Valence, un funzionario del
dipartimento della Dróme, nel vederlo vecchio, malandato in salute, esclama:
"Questo Papa qui è venuto a morire in Valence. Sarà l'ultimo e con lui
sarà anche la fine della superstizione". Una certa opinione circa la
dissoluzione della Chiesa è talmente diffusa che persiano due cardinali
depongono la porpora, abbandonando le loro responsabilità. Il Verri annota:
"Il destino di ogni cosa è di avere il suo periodo. Conseguentemente
doveva anche questa potenza - il papato - annientarsi come il califfato o come
lo stesso impero romano".
Pio
VI morente, sempre a Valence, portato a braccia dai domestici alla finestra, per
essere visto dalla folla, dice semplicemente: "Ecce homo"! Egli
comprende però che la crisi non sarebbe durata a lungo. Esprime cioè la
consapevolezza che l'odio e la volontà di annientamento della Chiesa e della
religione cristiana, coltivati nei salotti dell'Europa illuminista e poi
trasferitasi come uragano divoratore sulle piazze e nei villaggi, sta per cedere
all'invocazione e alla necessità della presenza della Chiesa sia nei cuori che
negli ordinamenti sociali.
La
Chiesa è una necessità vitale per i popoli, oltre che spirituale per le
coscienze. E la Chiesa è necessaria per vincere gl'istinti distruttivi che
senza la fede traboccano dall'uomo e sporcano di sangue e di rovine la storia
dei secoli. Difatti, con il nuovo Pontefice, Pio VII, la Chiesa ricomincia a
conoscere un risveglio diffuso e profondo, il quale proprio le lotte e le
persecuzioni ideologiche e cruente hanno contribuito ad avviare.
A
Pio VI, morto in esilio il 29 agosto 1799, succede il benedettino Bernardo
Chiaramonti, eletto con il nome di Pio VII, il 14 marzo del 1800. Anch'egli
offre subito un'enciclica a tutti i vescovi, il 15 maggio, dove scrive che per
salvare l'umanità, traviata dagli errori, bisogna far ritorno ai princìpi del
Vangelo. Non è per lui una semplice affermazione di parole, ma una scelta apostolica
che lo guiderà in ogni atteggiamento futuro.
La
missione di Pio VII resta aspra, perché deve fronteggiare Napoleone quando la
potenza del suo Impero tocca i vertici della grandezza. Pio VII ha da soffrire
non poco. Egli vede tuttavia la Chiesa che va rifiorendo in tutta l'Europa e
anche noi continenti delle Missioni. Il fervore religioso si accende ovunque:
nella Francia stessa, anche in Germania, in Inghilterra (Newman e Wiseman)
persino negli Stati Uniti con l'afflusso degli immigrati irlandesi, polacchi,
italiani, austriaci. Rinasce anche la Compagnia di Gesù: in Francia più di
qualcuno dichiara che se ci fosse stata la Compagnia di Gesù, non ci sarebbe
stata la "rivoluzione".
Il
28 marzo 1804, Napoleone assapora l'ebbrezza di essere proclamato Imperatore.
Alla sua gloria manca il sigillo della Chiesa. Pensa che l'incoronazione deve
essere fatta a Parigi e dal Papa. Le armi tacciono ora e Napoleone vuole
abbagliare la Francia e l'Europa con questa festa. Quando Pio VII conosce la
volontà di Napoleone viene così agitato che poco manca ad ammalarsi. Qual è
il vero bene della Chiesa? Di fatto il 2 novembre dopo aver pregato a lungo
sulla tomba di S. Pietro, parte passando anche per Lione e il 28 novembre arriva
a Parigi. Il 2 dicembre ha luogo l'incoronazione, in una cornice che più
fastosa non si può immaginare. Il Papa resta in Francia per quattro mesi e
solamente il 4 aprile 1805 lascia la capitale per far ritorno a Roma. Tornerà
in Francia anche lui come il predecessore Pio VI, da prigioniero, fra quattro
anni. Napoleone vuole un Papa che lo assecondi nelle sue ambizioni. Pio VII, però,
sente solo un dovere: amare e difendere la Chiesa con i suoi diritti contro ogni
usurpazione. L'arresto di Pio VII avviene nella notte tra il 5 e il 6 luglio
1809. Napoleone stesso ammetterà dopo, che è stata una follia.
Il
generale Radet, che è a Roma, riceve l'ordine di arrestarlo. Di notte va
all'assalto del Quirinale: scavalca il muro di cinta e apre dal di dentro il
portone, attraverso il quale entrano i suoi ufficiali. Abbattendo le porte a
colpi di scure, di appartamento in appartamento, arrivano alla camera del Papa.
Pio VII si veste in fretta dopo essersi alzato velocemente e si presenta ai
sequestratori. È già pronta all'esterno del Quirinale una carrozza, ove viene
fatto salire il Papa. Gli sportelli vengono chiusi a chiave e con fretta lo
conducono via, attraversando porta Salaria. Albeggia.
Pio
VII ha preso solamente il breviario ed ha vicino solo il card. Pacca. Ha 67
anni. Lungo il percorso dice: "Noi stiamo bene. Nostro Signore ha sofferto
più di quello che soffriamo noi." Destinazione per ora è Savona. Dal 19
giugno 1812 fino al 1814 sarà trasferito a Fontainebleau. Quello che avviene in
questi 5 anni è complicato a dirsi. Napoleone ha la follia della potenza. Il
prigioniero non potrà mai assecondare le sue tracotanze. Durante la prigionia
Pio VII non accetta gli onori delle guardie: "Voi non tenete prigioniero il
Pontefice - dice ai custodi - ma un frate camaldolese. Il Pontefice è libero e
sovrano in una regione a voi inaccessibile". Pio VII non era soltanto
prigioniero, ma anche isolato da tutti. Non temeva la morte:" La morte
stessa per me sarebbe un niente".
La
gente, l'opinione generale, condivide l'atteggiamento del Papa che si oppone
alle richieste di Napoleone. Il card. Fesch ammonisce Napoleone di non
pretendere di comandare le coscienze come fa con i suoi soldati. Si sente allora
rispondere di andare a fare dei bagni di acqua fredda per cacciar via dalla
testa simili idee.
La
prigionia di Pio VII dura cinque anni. Napoleone il 4 maggio 1814 viene
deportato nell'isola d'Elba con una nave inglese e Pio VII, il 24 maggio rientra
a Roma fra la commozione del popolo. L'aquila napoleonica guizzerà appena per
cento giorni ancora. Poi con le ali spezzate viene confinato nell'isola di S.
Elena e guardato sempre a vista. Muore il 5 maggio 1821.
Pio
VII muore il 20 agosto 1823, dopo 23 anni di pontificato, avendo la Chiesa con
lui superato la duplice gravissima crisi della "rivoluzione" francese
e della "tirannia" napoleonica.
[Ritratto
del mio spirito e del mio carattere]
Sono
nata con una immaginazione viva, uno spirito volubile, un carattere violento e
pigro; quando mi davo completamente
ad una cosa sbagliata era per l'incapacità di giudicare nella giusta
misura; così pure mi lasciavo facilmente travolgere dalle prime impressioni a
causa della mia leggerezza naturale e del mio mediocre buon senso, avendo per
conseguenza bisogno più di chiunque altro della protezione divina per non
cadere nell'errore e nell'empietà.
Ero
estremamente impacciata in tutti i lavori manuali, incapace di intraprendere
qualcosa, inefficiente nella conduzione di una casa, lenta in quello che facevo,
portata violentemente alla collera, alla gelosia, all'orgoglio, alla vanità.
Avevo
un'intelligenza non penetrante, uno spirito superficiale che incoraggiava il mio
amor proprio, senza possedere per nulla un carattere, e nessun equilibrio nel
ragionamento.
Non
avendo mai potuto accostarmi alle scienze, le più semplici e le più
intelligibili, di esse non ne avevo nessuna conoscenza.
[Ritratto
del mio cuore, vivacità dei miei primi affetti per la pietà, rimproveri che
merito]
Dio,
tuttavia, mi aveva dato un cuore retto, buono e pronto ad infervorarsi per la
pietà.
Egli
aveva impresso in questo cuore, ancora tenero, l'amore per i suoi comandamenti
e gli aveva fatto provare attrattive per la penitenza.
No,
io non ero nata per amare il mondo e le creature. La mia anima era troppo
ardente e troppo indivisibile nei suoi affetti per attaccarsi come fece a ciò
che è transitorio. Essa non ha mai potuto servire due padroni alla volta e
quando il mio cuore palpitò per il mondo, smise di battere per il Signore.
Povero
mio cuore! Se tu avessi seguito la tua prima inclinazione, se tu non avessi
avuto l'imprudenza di legarti a una coetanea piena di sentimentalismo, se la tua
curiosità non fosse stata testimone delle espressioni mondane e passionali di
due persone ebbre di sentimenti pericolosi per te, non avresti da arrossire per
aver cessato un solo istante di amare Gesù Cristo.
Povero
mio cuore! Se tu avessi adorato solamente il tuo Dio, non avresti perso lontano
dal suo Cuore gli anni più belli della tua vita.
Tu
non fosti creato che per Lui e inoltre fosti prevenuto dal suo amore con ogni
grazia e sante disposizioni, ma non ne hai approfittato!
Cuore
infedele, ho abbastanza saggiato la tua debolezza, non voglio più avere
diritto su di te! Ora basta, non sono più la tua padrona. Tu devi obbedire solo
al tuo Creatore.
Mediante
un libero consenso alle divine proposte e all'insistenza della sua tenerezza, a
Lui ti ho consacrato per amare Lui senza più divisioni, senza riserve e per
sempre.
Possa
questo stesso amore che ti fa palpitare per Gesù arrestare i tuoi moti
consumandoti nel sacrificio! Possa io versare per la Sua gloria l'ultima goccia
di sangue che ti comunica il suo battito.
Narra
allora con questa speranza le cortesie di questo Sposo tenero e generoso per il
più ingrato e ultimo dei cuori; di' a coloro che vorranno conoscerti che se il
tuo Salvatore ha gettato uno sguardo di misericordia su di te, la tua debolezza
e la tua miseria sono le sole qualità che hanno mosso il suo Cuore, pieno di
compassione per la più piccola pecorella del suo ovile.
[Amicizia
funesta che ho contratto con una giovane corrotta. Danni che arreca alla mia
anima. Manifestazione delle disposizioni del mio cuore per amare]
Nell'età
compresa fra i nove e dieci anni ho avuto la sfortuna di legarmi strettamente a
una amica che non aveva né il candore né la semplicità proprie dell'età; il
suo cuore era già tutto preso dalla smania di conquistare i ragazzi. Ella mi
confidava subito tutte le vittorie che credeva di aver riportato sui ragazzi,
intrattenendomi sovente su colui che più l'aveva soggiogata.
Queste
conversazioni totalmente sentimentali causarono in me delle impressioni
estremamente negative. Io ero già abbastanza disposta a lasciarmi travolgere
dal torrente delle cattive inclinazioni. Sentii allora a poco a poco nascere
anche nel mio cuore il desiderio di piacere e di amare.
La
mia mente infiammata immaginò presto di avere trovato la persona degna dei miei
affetti, ma prima di fermarli in lui avevo già provato nel mio cuore
sentimenti molto forti per coloro che naturalmente dovevano essermi cari.
Purtroppo
tutto si mutò in passione e divenne mondano e pericoloso per me. Quali gravi
errori presero origine da questa disposizione che agli occhi del mondo non era
che lodevole e innocente, poiché non aveva per scopo che di condurmi ad amare
meglio i miei cari o coltivare l'amicizia con altre ragazze.
[Subisco
diversi attacchi delle passioni. Il mio cuore prende tutto quello che gli piace
e si raffredda per Dio]
Un
giovane tra i quattordici e i quindici anni mi parve gentile e subito sognai di
amarlo.
Questa
piccola passione durò poco e fu sostituita da un secondo "amore", che
deplorai in seguito tanto quanto mi era stato caro; un terzo prese ancora posto
nel mio cuore; potevo avere allora dodici anni. Ero molto lusingata di essere
sembrata amabile e riposi i miei affetti in colui che mi aveva considerata così.
[Perdo di
vista la giovane amica che ha influenzato la mia immaginazione. Viene intanto
fissato il periodo della mia prima Comunione. Ho un'altra amica con la quale mi
preparo a farla bene, seguendo insieme una norma di condotta per coltivare la
preghiera]
Fortunatamente
per me, avevo frattanto perso di vista quella ragazza superficiale, la cui
relazione mi era stata funesta. E in questo periodo fu pressappoco fissata la
data in cui dovevo fare la mia prima Comunione.
Gesù
Cristo trionfò sul mio cuore e credo di ricordarmi che allorché fu deciso
che presto Lo avrei ricevuto, non pensai ad altro che a prepararGli un posto
meno indegno di Lui nel mio cuore.
Avevo
un'altra amica a cui mi sentivo legata. All'inizio i miei sentimenti per lei non
erano stati senza pericolo a causa della loro intensità, ma essi furono
santificati dal desiderio che avevamo entrambe di fare una buona prima
Comunione.
Nostro
Signore Gesù Cristo divenne l'oggetto dei nostri desideri più ardenti.
Fissammo
un regolamento che seguimmo meglio che ci fu possibile; leggemmo "L'écolier
vertueux", che fu di grande utilità per la nostra preparazione all'avvenimento
più importante della nostra vita.
Finalmente
giunse la vigilia del giorno felice, in cui Gesù Cristo doveva prendere dimora
nei nostri cuori.
[Finita
la mia confessione, la mia anima è in preda allo scrupolo]
Terminai
la prima confessione generale con grandi scrupoli.
Talvolta
temevo di non aver spiegato tutto al mio confessore, tal'altra mi sembrava di
non aver abbastanza esaminato la mia coscienza, sebbene vi avessi impiegato il
tempo richiesto.
Ero
così inquieta che mi era impossibile ricordarmi ciò che avevo detto o no. Il
mio povero confessore soffriva per la mia sofferenza e mi rassicurava del suo
meglio; egli conosceva il mio male e non voleva più ascoltare le mie continue
ripetizioni.
[Ascolto
piuttosto i miei scrupoli che il mio confessore]
Purtroppo
non ero molto docile per lasciarmi guidare. La forza dei miei mali mi impediva
di approfittare degli ordini del mio medico spirituale; e talmente lo
supplicavo di ascoltarmi che non poteva difendersi.
[Molta
angoscia. Il demonio aumenta la mia agitazione mediante mille pensieri che
semina nella mia immaginazione. Mi accosto al sacramento della Riconciliazione
più volte, nonostante il consiglio contrario del mio confessore]
Il
giorno in cui dovevo ricevere il mio Dio, provai, malgrado la mia gioia,
terribili inquietudini. Il demonio si impegnò a seminare mille pensieri nella
mia immaginazione allo scopo di gettare il turbamento e il disordine nel mio
cuore.
Sembrava
contendere con un furore incredibile il mio cuore a Colui che lo voleva
interamente.
Io
combattevo con tutto il mio coraggio, ma ogni attacco che egli mi sferrava
consisteva in una prova sempre più forte per la scaltrezza che metteva nel
persuadermi che avevo acconsentito a tutte le più strane tentazioni.
Allora
andavo nuovamente a confessarmi e quando il mio confessore non voleva più
ascoltarmi, mi rivolgevo al primo sacerdote che trovavo.
Ogni
sciocchezza che mi veniva in mente era causa di una nuova confessione e di un
nuovo tormento. Quanto gli scrupolosi sono da compiangere quando non sono
docili!
Quanti
dispiaceri mi sarei risparmiata se mi fossi subito attenuta alle indicazioni del
sacerdote!
[Ho la
fortuna di fare la Comunione. Sono riempita di consolazione, ma presto le
tentazioni e gli scrupoli vengono ancora a turbarmi]
Tuttavia,
nonostante gli sforzi del maligno, ebbi la felicità di fare la Comunione.
Provai tutte le delizie della presenza di Gesù Cristo nel mio cuore. Versai
abbondanti lacrime di gioia e di riconoscenza; ma questa dolce consolazione
durò poco. Ben presto il timore di perdere il prezioso tesoro che avevo
ricevuto prese il posto della gioia. Dovevamo ricevere la Cresima tutti nella
stessa mattinata.
Ancora
un nuovo motivo di spavento per me fu che non osavo fare colazione nel timore di
peccare di golosità.
Era
un tormento eccessivo, ma forse non così forte come quello prima della
Comunione. Comunque sia, ricevetti anche lo Spirito Santo, datore di forza e di
luce.
Non
ricordo di avere provato allora una gioia così grande come dopo essermi
comunicata. E' certo però che fu infinitamente giusto che fossi punita per
avere così a lungo rifiutato il mio cuore allo Spirito Santo.
Era
giusto che, dopo essere stata così tanto tempo infedele alle mozioni della sua
grazia, sopportassi gli attacchi vigorosi del nemico della mia anima senza avere
consolazioni e grazie sensibili, e così pure che non sfuggissi ad una
penitenza ben meritata.
La
tempesta ricominciò con più forza dopo pranzo e, mantenendosi viva in me, mio
Dio, si nascose nel fondo della mia anima.
[Ricevo
lo Spirito Santo con timore e tremore. Non avverto subito l'effetto della
Cresima. Le tentazioni e gli scrupoli durano tutto il giorno e si rafforzano
prima di rinnovare le promesse del Battesimo. Provo grandi inquietudini sul modo
con cui ho fatto la mia prima Comunione]
Andando
a rinnovare le mie promesse battesimali ebbi davanti ai miei occhi una immagine
che mi agitò tanto, sebbene fosse molto innocente. Arrivando in chiesa mi
accadde ancora un altro incidente; fui nuovamente tormentata sul modo come mi
ero comunicata: Dio (mi dicevo, o suggeriva il demonio) permetterebbe le cose
che mi accadono se la mia prima Comunione non fosse stata sacrilega?
Quanto
soffrii a causa di queste riflessioni! Per abbattermi di più il nemico
m'invadeva d'illusioni e sconvolgeva talmente il mio cuore che io temevo di
amare di un amore profano le persone consacrate, che mi avevano preparato a
ricevere il mio Dio.
Mai,
proprio mai avevo avuto tanta sofferenza nel difendere l'ingresso della «casa»
della mia anima come quel giorno. I suoi nemici venivano senza interruzione per
forzarne la porta e la violenza della loro malizia era così spaventosa che
sarebbe stata in grado di scoraggiarmi se il Salvatore generoso, che temevo di
aver ricevuto per mia condanna, non fosse stato lui stesso il mio difensore.
[Rinnovo
le promesse del mio Battesimo e chiedo a Dio di punirmi semmai divenissi
infedele]
Finalmente
rinnovai le promesse del mio Battesimo e rinunciai con tutto il mio cuore al
demonio, alle sue seduzioni e alle sue opere. Promisi al Signore di osservare
la sua santa legge e gli chiesi di punirmi qualora cessassi di essergli
fedele.
[La prima
Comunione è il fondamento della mia salvezza. Dio mi ha fatto comprendere che
il quadro della mia prima Comunione si sarebbe spezzato qualora gli fossi stata
infedele]
Amabile
Gesù, hai ricevuto il mio giuramento e le promesse del mio cuore: tu sapevi che
erano sincere e nella tua misericordia ti sei riservato dei colpi terribili da
infliggermi nelle mie infedeltà future. Tu hai colpito queste infedeltà per
correggerle e per richiamare a te la mia anima, venuta meno a dei giuramenti così
solenni.
Quante
grazie sono scaturite da quella Comunione, che tu mi hai accordato nutrendomi di
te stesso per la prima volta!
Tra
l'altro mi hai fatto comprendere che il mio cuore aveva una fragilità come
quella del vetro che copriva il quadretto, che mi fu regalato per ricordarmi per
tutta la vita della mia prima Comunione. Mi sembrò che la tua voce mi dicesse
che se il mio cuore avesse perso la tua grazia, tu mi avresti richiamato facendo
spezzare questo prezioso ricordo della tua prima generosità e tenerezza.
Sei
stato tu a permettere che questo collegamento e presentimento non venissero dal
mio cuore; era il tuo Cuore a prepararmi con ciò una grazia per correggermi
delle mie infedeltà future.
[Prendo
delle sante risoluzioni, ma non quella di andare ad attingere sovente le grazie
nei sacramenti]
Formulai
delle buone risoluzioni per piacere a Colui che aveva preso possesso della mia
anima. Ma sfortunatamente non pensai a promettergli di andare spesso ad
attingere nel sacramento del suo Amore le grazie necessarie per adempierle.
Tuttavia avvennero nella mia condotta molti grandi cambiamenti e fui felice
per qualche tempo della presenza di Gesù Cristo. Dopo la seconda Comunione i
miei ritardi nel nutrirmi del Pane dei forti indebolirono poco a poco il mio
primitivo fervore e al nemico resero la conquista del mio cuore ogni giorno meno
difficile.
[Non
divenni esperta nell'arte di resistere alle false illusioni e alle tentazioni
del demonio]
Ero
per natura violenta e il demonio eccitava questa passione con più furore
specialmente quando mi ero da poco comunicata. Non avendo ricevuto il mio Dio
con una certa frequenza per apprendere a conservare la sua grazia, per questa
negligenza avevo meritato la sottrazione di molte luci che invece mi avrebbero
certamente illuminata sulle astuzie del nemico e sui mezzi per evitarle.
Ero
una principiante nel cammino spirituale che dovevo percorrere e nel quale
s'incontrano molte insidie, per questo vi cadevo quasi sempre.
[Mi
faccio sorprendere dalle scaltrezze del demonio dopo essermi lasciata andare a
moti di collera. Manifestazione della mia inclinazione a questo difetto. Modo
con cui lo riparo nelle relazioni con il prossimo. Abbattimento che provo]
Nel
momento in cui meno me lo aspettavo, cominciava l'attacco della collera. Di
tutte le astuzie del mio nemico questa gli riusciva più spesso. Dato che ero
molto distratta e ho la vista corta, accadeva talvolta di farmi molto male
urtando contro i mobili che si trovavano sul mio passaggio...
Quando
(nello scontro) sentivo un dolore acuto allora una tempesta furiosa si scatenava
nel mio cuore: la collera si impadroniva di me e diveniva come un fiume
travolgente, che bisognava arrestare nel suo corso. Mi accadeva di battere le
pareti, di rovesciare gli oggetti che si trovavano davanti a me; in una parola
facevo delle sciocchezze.
Altre
volte erano i miei compagni che, anche per delle piccole contrarietà, mi
portavano a simili furori. Dicevo loro delle ingiurie e talvolta li picchiavo
anche.
E'
vero che quando la mia collera si era diretta contro qualcuno, non andavo mai
a dormire senza aver fatto ogni sforzo per riconciliarmi con la persona con la
quale ero adirata.
Era
un'abitudine contratta dalla mia più tenera infanzia; non potevo vivere
nell'inimicizia, qualunque fosse la persona; e mi è accaduto talvolta di
alzarmi dal letto per andare a sollecitare il perdono da coloro che avevo
offeso.
Mi
sembrava sempre che la morte potesse sorprendermi in questo stato di ostilità
nei riguardi delle mie compagne che, volendo vedere il mio imbarazzo, facevano
talvolta le difficili nel perdonarmi. Dopo averle molto pregate ricorrevo allora
a quel mezzo con cui Dio si era servito per condurmi presso il loro letto: io ho
fatto quello che ho detto (dicevo loro) verso di noi e se moriamo questa notte
soltanto voi risponderete dello screzio. Per quanto posso ricordarmi, credo di
aver trovato la tranquillità facendo così, perché credevo che Dio mi aveva
perdonato quando tornavo in pace con la mia amica.
Non
accadeva ugualmente circa la mia collera, che si scatenava a causa dei colpi che
mi causavo per la mia sbadataggine; non potevo domandare perdono che a Dio solo,
perché Lui solo era stato offeso e io non potevo ricevere alcun segno che mi
potesse tranquillizzare sullo stato della mia anima al Suo riguardo. Ed appena
era passato il momento della collera, rientrando in me, credevo di essere in
peccato mortale; mi sembrava che Gesù fosse fuggito dal mio cuore.
Allora
con l'anima macchiata, credendomi nemica del mio Dio, diveniva facile al demonio
abbattermi e persuadermi che era inutile vegliare così attentamente sulla mia
condotta poiché, malgrado tutti i miei sforzi, sarei stata sempre una figlia
indocile, abbandonata dal Padre suo.
Tale
era il senso delle tristi riflessioni che si presentavano al mio spirito
quando avevo avuto la sfortuna di seguire l'impeto del mio carattere.
[Il
demonio approfitta del mio abbattimento per allontanarmi dai sacramenti. Egli
semina anche dei pericoli lungo i miei passi. Turbamento che il demonio mi fa
provare quando voglio confessarmi]
In
questo stato di fiacchezza verso i miei doveri, il nemico usava tutte le sue
arti per allontanarmi dai sacramenti. Suggeriva per riuscirvi delle occasioni
atte a raffreddarmi verso Dio e ad a infiammarmi verso un mondo, che mi
lusingava.
A
poco a poco la vanità s'impadroniva del mio cuore. Allora quando dovevo
dispormi ad accostarmi al sacramento della Riconciliazione e alla mensa
eucaristica sentivo un così grande turbamento che rimandavo sempre da una
settimana all'altra finché potevo.
Il
desiderio di fare una buona confessione e una buona comunione, i difetti che
volevo accusare, la pena che avevo nell'esaminare la mia coscienza, talvolta
anche la vigilanza che bisognava avere sulla mia condotta, la rinuncia che
occorreva fare di alcuni affetti mondani: tutto ciò era posto innanzi alla mia
coscienza e lo vedevo ingrandito come attraverso un microscopio.
Tutte
le volte però che decidevo di confessarmi, dopo aver combattuto contro il
demonio e contro me stessa, avevo sempre l'intenzione di non offendere più il
mio Dio, accompagnata dal dispiacere di essergli stata infedele. Desideravo
cominciare con Lui un nuovo conto, di riceverLo per mai più separarmi da Lui.
Il
sentimento dominante in me era soprattutto un grande orrore di accostarmi
indegnamente alla Comunione, un grande spavento di commettere dei sacrilegi.
Avrei preferito essere investita dal fulmine piuttosto che cadere in simili
sventure.
Ma
in mezzo a tutto ciò non cercavo affatto di prevenire le occasioni che dovevo
evitare per non ricadere più; non rinunciavo ad altre che non erano proibite in
se stesse, però divenivano causa di pericolo o di raffreddamento per me e
questa imprevidenza, questa poca generosità diventava sempre un ostacolo per la
mia anima.
[Prendo
delle buone risoluzioni, ma non utilizzo gli accorgimenti per preservarmi dai
pericoli che già mi hanno fatto cadere. Pago cara la mia imprevidenza. Provo il
desiderio di comunicarmi spesso. Resisto a questa grazia. Il demonio ne
approfitta per scoraggiarmi]
Tutta
poggiata sulle consolazioni sensibili che gustavo nelle mie Comunioni, facevo
più affidamento sui miei buoni desideri che sulle braccia di Dio e quando
sopraggiunsero i giorni cattivi compresi abbastanza quanto il cuore umano sia
fragile in se stesso.
E'
vero che il mio Dio, che mi conosceva bene, mi ispirava il desiderio di
comunicarmi ogni quindici giorni e che se avessi seguito il trasporto che mi
attirava alla Comunione, avrei certamente conservato la sua grazia; ma il timore
di apparire straordinaria, il pensiero che questa non era la mia abitudine, mi
faceva soffocare questi buoni impulsi e resistendo alle buone ispirazioni, mi
preparavo alla loro sottrazione. Il rinvio che facevo alla fine del mese per
comunicarmi nuovamente, pensando che sarei potuta arrivare fin là senza
pericolo, mi costava sempre caro. Ahimè! Non sapevo che quando l'uomo resta più
giorni senza mangiare perde la sua forza e diviene sofferente. Provai tutto ciò
prima di quanto non avessi pensato e fu nel momento in cui non vegliai più
sulla mia anima. Il «leone», che voleva divorare la mia anima, cominciò ad
infliggerle nuove ferite senza mancare di continuare a scoraggiarla, come
faceva in precedenza, per impedirle di cercare subito la guarigione in Dio
attraverso una immediata e sincera contrizione.
Pensando
di aver perso il Dio della mia anima, (poiché non ero illuminata e
consideravo tutte le mie mancanze come fossero mortali, anche quando non avevo
avuto nemmeno il tempo di acconsentirvi), non osavo guardare il cielo, né
indirizzarmi al cuore di Dio. «Io ho perduto il Dio che abitava il mio cuore,
mi dicevo tristemente; ho lasciato andare via il mio tesoro: ah! Egli è
indifferente al mio amore, visto che è fuggito da me, quanto mi dispiace! In
effetti non ho più diritto alla sua tenerezza fin quando non andrò a
confessarmi nuovamente!».
Poiché
ero in collegio e bisognava attendere alcuni giorni della settimana per tornare
a confessarmi, non potendo fissare a lungo il mio spirito sul medesimo oggetto,
cercavo di distrarmi, nell'attesa cercavo di non pensare per dimenticare il mio
dolore.
[Il
demonio riesce a farmi abbandonare la preghiera e il ricordo di Dio, mentre mi
propone occasioni di cadute più forti che mai]
La
mia sventatezza era così grande che non la superavo facilmente. Presa dallo
scoraggiamento, non pregavo più e mi abbandonavo alla leggerezza del mio
temperamento; si può giudicare tutto ciò dalla mia debolezza e dalla
violenza usata dal nemico per vedermi a terra.
Come
vorrei riuscire a far comprendere ai giovani a quali pericoli si espongono
quando cessano di curare una dolce intimità con Gesù! Giusti o peccatori, non
possiamo senza temerarietà smettere di pregare questo buon Maestro: gli uni,
affinché la preghiera renda i legami del Suo amore più forti e più costanti;
gli altri, perché abbiano la possibilità di disporre del tempo necessario
per fare penitenza, di arrestare le forze del demonio, di ricevere la grazia per
non indurirsi nell'inimicizia con Dio.
Se
il Signore differisce il suo perdono per rendergli amaro il suo errore, il
peccatore troverà almeno nella preghiera, e nella preghiera continua, la grazia
della contrizione e le disposizioni necessarie per venire perdonato davanti a
Dio mediante l'assoluzione del suo ministro. Quale follia si riscontra quando il
peccatore non osa pregare più perché sente che il suo Re, il suo Gesù è irritato
dalla sua condotta; tuttavia si sentirà terrorizzato di morire nel peccato. Ma
non ha forse meritato questa punizione per aver cessato di alzare gli occhi
verso il Dio delle misericordie? Se si potesse aprire l'inferno e interrogare
i reprobi, quanti se ne vedrebbero che sono caduti nel baratro dell'eternità
per aver smesso di pregare!
Essi,
come noi, si ripromettevano di convertirsi un giorno; contavano sulla
misericordia divina senza però cercare di placare la stessa giustizia divina
mediante la preghiera; sono morti nell'«ira» del Signore, che avrebbe senza
dubbio accordato loro il perdono nel sacramento della Riconciliazione, se
avessero elevato delle ferventi preghiere accompagnate da gemiti.
Voi
che siete giusti, pregate e pregate incessantemente; la preghiera trionfa su
tutti i pericoli, abbatte tutti i nemici, riporta tutte le vittorie. Più
pregherete e più amerete il vostro Dio e sarete anche più inaccessibili alle
proposte del demonio, del mondo e della carne.
Se
talvolta, malgrado la vostra vigilanza, vi succedesse di cadere in alcuni
difetti leggeri, Dio impedirà che divengano gravi, ispirandovi un orrore
salutare e cancellando nel nostro cuore i primi movimenti delle vostre
passioni. Dio vi fermerà ben presto sui bordi del precipizio e vi farà
comprendere interiormente la vostra debolezza e la Sua Bontà. Le vostre
miserie, lungi dallo scoraggiarvi, diventeranno per le vostre preghiere dei
motivi potenti per rendervi più fedeli e più fiduciosi verso Dio.
Pregare
Gesù mediante Maria è il mezzo per andare al cielo. Molti abitanti della Sion
celeste debbono la salvezza alla preghiera, che ha ottenuto ad essi la forza
per vincersi.
Io
ritornavo al mio stato infelice quando smettevo di pregare e di cercare di
piacere a Dio, sopraffatta dalla convinzione che avevo perduto il Suo amore e
che era inutile occuparmi della mia salvezza fino alla mia prossima
confessione. Come ho detto, il demonio soddisfatto per avermi turbata e
sconcertata in questo modo con la sua solita malizia, non si limitava a rendermi
timida e costernata dinanzi al volto del Signore per farmi disperare nella
persuasione che non ero nella Sua grazia, ma raddoppiava ancora i suoi sforzi e
rendeva i miei passi sempre più sdrucciolevoli a mano a mano che crescevo
nell'età delle passioni.
[Subisco
numerose occasioni pericolose che mi sconvolgono nuovamente l'immaginazione e il
cuore. Acquisisco false idee sugli affetti terreni e li credo inevitabili]
Avevo
sentito delle volte parlare quali siano quei sentimenti che portano al
matrimonio, e cosa accade quando un giovane voglia dichiarare i suoi sentimenti
ad una ragazza. Avevo sentito parlare la madre di una ragazza, che era dei miei
parenti più vicini, dei mezzi che voleva usare per far innamorare sua figlia di
colui che lei avrebbe desiderato come suo genero, che d'altronde aveva già
dichiarato il suo amore alla fanciulla in questione. Dirò in seguito sulla
riuscita di questi mezzi.
Questa
ragazza studiava musica e cantava canzoni così dolci, ardenti d'un amore
mondano che sarebbe stato, a me sembra, molto difficile che non provocassero
delle emozioni nel suo cuore; ma, ahimè! quei canti facevano più male a me
forse che a lei. Sfortunatamente, inoltre, non evitavano di parlare in mia
presenza di tutto ciò che riguardava il suo matrimonio: ed io sentivo
profondamente tutte le frecce, che i genitori su questo e per primo la madre
stessa, lanciavano innocentemente verso il cuore di sua figlia; esse mi
penetravano da una parte all'altra prima di arrivare alla loro destinazione e
inculcavano nel mio spirito l'idea assurda che era impossibile essere giovani
e non provare un grande amore verso qualche ragazzo.
A
forza di sentir parlare di amore come un fuoco passionale, accontentare queste
passioni mi sembrava del tutto naturale e il mio cuore, senza essere ancora
legato ad alcuna creatura, era però incline ad infiammarsi per il primo ragazzo
che gli sembrava piacevole. Ed è anche per questo che protraevo ancora il mio
ricorso al sacramento della Confessione. Avevo meritato questo accecamento
per non aver seguito il richiamo della grazia, mio Dio! Se avessi risposto ai
tuoi inviti, se mi fossi nutrita più sovente della tua adorabile Carne,
abbeverata al tuo Sangue prezioso, se il tuo Cuore fosse stato più spesso in
intimità col mio cuore, avrei appreso molto prima che Tu solo potevi riempire
la sua immensità, il suo vuoto e rafforzare l'incostanza dei suoi desideri.
Finalmente
l'ho capito dopo essermi inutilmente sfinita nel cercare la felicità lontano
da Te. No, Signore, non si può incontrare la felicità che nel tuo Amore e
colui che non la conosce, si può affermare non ha mai conosciuto la vera
felicità.
[Avverto
mille pericoli presso i miei parenti nel bel mezzo delle feste e dei piaceri che
vi trovo]
I
miei parenti organizzavano alcuni momenti di svago per farci distrarre la
domenica.
Riunivano
nella casa di campagna una numerosa folla di padri, mamme, ragazze e ragazzi,
che si ritrovavano insieme con i miei fratelli o con gli amici. In queste
occasioni si facevano giochi di parole, girotondi oppure si ballava.
Quanti
pericoli morali incontrano i giovani in questi divertimenti, ritenuti innocui,
che però fanno perdere infelicemente il profumo dell'innocenza.
[La
società che frequento mi procura il più grande danno spirituale e dispone il
mio cuore alle passioni]
La
dissipazione, mentre mi faceva violentemente dimenticare la presenza di Dio, mi
travolgeva completamente verso le folli gioie del mondo: si cantavano canzoni
d'amore, durante lo svolgimento dei giochi, ci si scambiavano quei baci che i
divertimenti richiedevano e che naturalmente non lasciavano indifferenti i
sentimenti del cuore provocando anche dei turbamenti profondi.
Quanti
complimenti nocivi all'umiltà e alla purezza e alla modestia non venivano
rivolti! Ahimè! Non era, così mi sembra, possibile restare al riparo dalle
bordate, che il demonio della vanità lanciava da ogni parte a giudicare dal mio
povero cuore: mi causavano delle terribili ferite. Il desiderio di piacere, la
voglia di prevalere sugli altri, la civetteria e talora il risentimento si
conservavano nascosti sotto la mia aria gentile, che continuava ad apparire
modesta, spirituale, gaia e affabile per tutti.
Non so se tutte le mie amiche erano nella mia stessa situazione; non sta a me giudicare; mi sembra tuttavia che sarei dovuta essere morta oppure malata per non sentire, a dir poco, alcune impressioni fatte di adulazioni, di attenzioni, di parole seducenti da parte dei giovani che ci circondavano.
[L'amore
di me stessa mi fa prediligere tutte le occasioni per farmi notare e rendermi
attraente. Dio mi avvertiva di tanto in tanto mediante la sua grazia; ma Lo
dimenticavo immergendomi nella dissipazione. Dio allora mi lascia «stancare»
nella stessa ricerca dei piaceri mondani]
Trangugiavo
a lunghi sorsi il veleno che mi era presentato senza diffidare del pericolo
che correvo di perdere proprio la vita.
Il
mio cuore, gonfio d'orgoglio, era inebriato dagli insulsi complimenti che
ricevevo e, volendo raccogliere l'approvazione unanime, adulavo a mia volta
quelli che mi sembravano non fare attenzione alla mia studiata amabilità, onde
forzarli a contracambiarmi e a dir bene di me. Tutto ciò non aveva alla fine
altro scopo che quello di riuscire piacevole ai ragazzi. Io non avrei voluto
questo fango nella mia anima. Ero troppo trascurata dagli stessi che più mi
ammiravano.
E
non pensavo, allora, che Gesù Cristo, mio Dio, al quale avevo giurato di essere
fedele, contasse le mie infedeltà e vedesse dettagliatamente tutta la «perversità»
dei miei sentimenti. Mio Signore, quando per farmici rinunciare, facevi sentire
alla mia anima l'unzione della grazia del pentimento, la dimenticavo presto con
una passeggiata, una canzone stupida, una conversazione frivola, un vestito
alla moda e una soddisfazione che tutto ciò mi procurava. In queste funeste
disposizioni cercavo ancora tra le persone qualche ragazzo, che mi sembrasse
ideale per donargli gli affetti del mio cuore.
Mio
Dio, tu l'hai creato amante questo mio cuore, ma esso cercava lontano da Te
qualcuno che potesse riempire l'immensità dei suoi desideri. Ben meritavo, per
questo atteggiamento d'ingratitudine, di venire abbandonata per sempre
all'inutilità delle mie ricerche; ma tu, mio Salvatore, volevi servirti della
sua follia per ricondurlo per sempre a te.
Tu
hai permesso che si smarrisse per fargli poi gustare il riposo e la pace nelle
tue braccia. I miei stessi peccati mi sono serviti da rimedio. Dopo essere
fuggita da te per lungo tempo, ho riconosciuto che non vi è felicità fuori di
Gesù Cristo. Dopo aver respinto la tua grazia e misconosciuta la tua grandezza,
la noia che mi perseguitava ovunque, mi ripeteva continuamente di decidermi ad
amare te solo, se volevo liberarmi e ritrovare la gioia.
[Mi si
fanno delle proposte in favore di un giovane ricco; allora la mia immaginazione
si esalta e il mio cuore viene ferito da una grande passione amorosa. Si cerca
anche di favorire la mia passione ed io la sento divampare]
Una
signora, tra le conoscenti di mamma, mi parlò di suo figlio in modo tale da
infiammare la mia immaginazione per lui, sebbene non lo conoscessi.
Ella
mi manifestò il suo desiderio che io fossi interessata a suo figlio ed era
sicura, diceva, che anche a lui io sarei piaciuta. Mamma si prestò un po' a
tutto ciò, in modo che quando vidi questo giovane subito mi sentii attratta
verso di lui. Si favorirono questi nostri primi sentimenti e ci si diede
l'occasione di farli crescere sia nel cuore di lui che nel mio: a tavola ci
mettevano l'uno accanto all'altra; se accadeva che osservassi qualcosa che lui
faceva, non mancavano di farcelo notare. Quando si scopri che questi mezzi
riuscivano ad eccitare i nostri cuori e ad intenerire un po' i nostri
sentimenti, dissero in mia presenza: «Ragazzo, cerca di essere molto bravo,
perché se te lo meriti, ti daremo Paolina».
E'
facile immaginare quale affetto doveva produrre ciò dentro di me e con una
simile speranza quanto doveva essere incoraggiato questo giovane a
testimoniarmi quello che provava per me; cosa che egli fece, allorché si
verificarono delle circostanze in cui mi venni a trovare nel suo paese, come
racconterò in seguito.
[Vengo a
trovarmi in gravi pericoli, ma Dio mi dà la forza di evitarli e stare in
guardia. Gesù stesso viene a me per sostenermi nel mezzo del pericolo. La sua
presenza mi è stata assolutamente indispensabile per non perdermi]
Mia
sorella si era sposata ad uno dei suoi parenti e i miei mi lasciarono qualche
mese con lei. Là avevo l'occasione di vederlo tutti i giorni e anche più volte
al giorno. Mio Dio! Tu solo conoscevi i pericoli a cui allora sono andata
incontro e quelli dai quali tu mi hai preservato, malgrado la mia temerarietà,
con la quale mi esponevo quotidianamente.
Perdona
la mia imprudenza che mi faceva cadere negli errori dei quali ti sei servito
ancora per avvertirmi che andavo correndo lungo i bordi di un precipizio. Sii
benedetto per avermi protetta, nonostante le passioni che soggiogavano il mio
cuore! Padre amabile, Tu non hai mai cessato di vegliare sulla tua figlia, anche
quando ella dimenticava i tuoi benefici. Salvatore generoso, tu sei stato
premuroso nel volare in suo aiuto nel pieno del combattimento e malgrado le sue
resistenze, sei voluto venire nel mio cuore per difenderla e aiutarla a
superarne la violenza.
Io
non me la sentivo di compiere rigorosamente quello che mi chiedeva il tuo
ministro nel santo tribunale della Confessione; non concedevo nulla al tuo
amore, ma tu ti donavi interamente a questo cuore così avaro con te.
Cosa
sarei divenuta se la tua tenerezza non avesse gettato uno sguardo sul mio misero
stato e non mi avessi donato lo stretto necessario per non soccombere alla forza
dei pericoli che mi circondavano?
Dio
d'amore! Io devo la mia felicità all'abbondanza delle tue grazie. Per lungo
tempo le ho ignorate; troppo a lungo questo granello, che tu seminavi nella
terra della mia anima, è stato soffocato dalle spine e dai rovi delle mie
passioni. Finalmente, tu mi ha fornito i mezzi per strapparle, rendendole
insopportabili con i colpi della tua misericordiosa giustizia. Non dovevo che
servirmene; perdona i miei ritardi nel corrispondere a te, come da lungo tempo
esigeva la tua tenerezza, e sii per sempre l'unico Amore del mio cuore.
[Ricevo
dei regali da lui e glieli ricambio col giuramento di essergli fedele]
Dimorai
circa sei mesi nel paese di questo giovane, in periodi diversi. Commisi molti
errori durante un così lungo soggiorno: tra l'altro ricevetti un anello come
pegno dei sentimenti che anche lui, offrendoli a me, negava al suo Dio.
Egli
desiderava che anch'io gli regalassi l'anello che portavo, ma questo era un dono
di mio fratello e la paura che mi si chiedesse cosa ne avessi fatto, m'impedì
di darglielo. Ebbi, tuttavia, l'imprudenza di donargli i miei capelli e di
contrarre con questa sciocchezza una specie di alleanza con lui, facendo però
questo senza riflettere. Devo riconoscere che una ragazza presa dalla passione
non ragiona più con il buon senso. Gli davo diritto sul mio cuore, in quanto
glielo consegnavo obbligandolo a pensare a me; e di conseguenza togliendomi
una grande felicità di tornare indietro in questa simpatia senza senso.
[Conservo
imprudentemente l'anello che lui mi ha regalato. Dio mi concede la grazia di
perderlo. Dico delle bugie per nascondere la mia stoltezza a mamma che, avendolo
trovato, mi chiede se è mio. Non riconosco ancora l'intervento di Dio]
Questo
anello, che portavo al collo e nascondevo sul mio cuore, era anch'esso una causa
della mia infedeltà verso Gesù Cristo. Ma il divino Maestro non voleva affatto
che lo conservassi, per questo permise che lo dimenticassi in una cocca del
mio fazzoletto al quale l'avevo legato affinché nessuno lo scoprisse. Questo
fazzoletto era stato dato a lavare e la persona che lo ebbe tra le mani
accorgendosi di ciò che vi avevo messo, lo riportò a casa. Ella me lo mostrò
e io non ebbi il coraggio di richiederlo. Allora lo prese mamma e, quando fumo
tutti a tavola, domandò a chi appartenesse: ero così tutta tremante che,
interrogata personalmente, risposi che non era affatto mio. Mio papà ne aveva
perduto uno da molto tempo; credette che fosse il suo e se ne appropriò. In
questa occasione, anziché accorgermi della lezione che veniva a donarmi il
mio Dio, pensavo solo a come poter riavere l'anello, ma non osavo metterlo in
esecuzione.
Come
si vede, il primo errore che avevo fatto nell'accettarlo, ne comportò molti
altri e mi costò molte bugie. Tuttavia, lungi dall'essere guarita da questa
follia, commisi ancora quella di conservare i capelli del giovane, legando il
mio cuore al misero ricordo di un corpo di polvere, al quale avevo giurato una
inviolabile fedeltà.
[Descrizione
dei pericoli che correvo ogni giorno nel suo paese. Dio mortifica il mio amor
proprio in sua presenza per arrestare i progressi spaventosi della mia vanità.
Non comprendo però i disegni di Dio e soffro. Mi attacco molto alla presunta
bellezza del mio corpo]
Quale
imprudenza è per una ragazza quando acconsente a parlare da sola con qualche
giovane, soprattutto allorché questi è riuscito ad eccitare il suo
sentimento! Mi ero trovata spesso in queste situazioni, per colpa mia, ma
talvolta anche per quella dei miei parenti; avevano dato a questo giovane,
quando all'inizio ero nel suo paese, l'incarico di educare la mia scrittura e fu
allora che lui ebbe la facilità di dirmi alcune parole lusinghiere, che
affascinarono sempre più il mio cuore orgoglioso e mi portarono a nascondere,
per quanto possibile, i miei difetti affinché la sua stima per me durasse
sempre. Ma chi non ammirerà, a questo punto, la bontà del mio Dio! Egli, per
umiliare la mia superbia, mi forniva ad ogni istante l'occasione di mostrare a
chi mi adulava, che ero graziosa solamente all'apparenza e che in realtà non
ero una ragazza che valesse qualcosa. Se egli era così cieco da non prestarvi
attenzione, io, a dir poco, provavo un crepacuore per non riuscire a
nasconderlo a me stessa, dato che tutti i giorni mi dimostravo incredibilmente
ridicola come persona e incapace a svolgere i servizi più semplici. La mia
incapacità mi ripeteva, ad ogni momento, che una casa da portare avanti
sarebbe stata al di sopra delle mie forze. Oh! Come una simile umiliazione mi
era salutare in mezzo al torrente delle lodi, che attraverso le orecchie mi
scendeva nel cuore e mi inebriava d'una vanità insopportabile! Malgrado tante
brutte figure, che frequentemente evidenziavano la mia pigrizia, continuavo ad
essere ripiena dell'amore di me stessa e, non avendo delle qualità interiori
sulle quali farlo consistere, facevo del mio miserabile corpo la mia
ammirazione, giacché mi avevano pur detto che ero graziosa.
[Triste
situazione di una giovane che si lascia andare alla vanità. Follia e
raffinatezza della propria idolatria]
Ancora
una volta devo riconoscere, dunque, quanto sia sciocca una donna! E come diventi
spregevole allorché il suo amor proprio è lusingato da simili complimenti!
E' tanto vana quanto cieca, che crede follemente che un cingottìo gentile,
quantunque privo di fondamento, insieme con la sua bellezza facciano impazzire i
cuori degli altri, anche se, come donna, è convinta che non ha né spirito
d'iniziativa, né capacità, né ordine per condurre una casa. Ella è
occupata solamente ad abbellire l'esterno della prigione, che è il suo corpo, e
non si cura della sua anima, che s'illude di farla stare tranquilla finché
non arriva il giorno in cui la morte spezza le porte del corpo che contenevano
molte sue illusioni. Dimenticando che il cielo è la vera patria, sospira solo
alla ricerca della felicità, che brama di trovare in una terra straniera,
volendo piacere alle creature, anziché al Creatore. E' così raffinata la sua
civetteria, che pur scegliendo di vestirsi con semplicità riguardo alla qualità
delle stoffe, brama trovare soddisfazione nel mettere in risalto la propria
linea attraverso gli abiti che indossa. La sua vanità s'insinua anche nelle più
piccole cose: nelle guarnizioni di un vestito, nei fiori di un cappello e talora
nelle pieghe di un fazzoletto che, indossato per falsa modestia, serve al
contrario a far rilevare la bellezza della persona nel modo con cui si porta. In
tal modo ne soffre la modestia perché è usata a mascherare una civetteria,
che riesce così bene dissimulare a se stessa la perversità del proprio
comportamento. Questa è, purtroppo, la triste esperienza che ho acquisito in
mezzo ad un mondo corrotto e seduttore.
[La
lode mi procura il male peggiore ed eccita la mia sensibilità passionale]
Infatuata
dagli stupidi elogi che andavo ricevendo, credevo facilmente a tutto quello che
un ragazzo innamorato esprimeva sul mio cosiddetto fascino. Lui aveva trovato
la chiave per penetrare nella casa del mio cuore e con la sua disgraziata
adulazione ne apriva tutte le porte; in questo modo soffiando sul fuoco del mio
egoismo che io stesso coltivavo congiunto all'orgoglio, mi provocava
interiormente un incendio disastroso.
[Il
mio cuore diviene preda della passione della gelosia]
La
gelosia, questa compagna pressocché inseparabile dai due "mostri" che
vado descrivendo, non tardò ad emergere e a prendere il posto in mezzo ad essi.
Appena notavo il minimo sintomo d'incostanza nel ragazzo che aveva soggiogato il
mio cuore, gli creavo dei guai e lo facevo avvelenare nei riguardi delle altre
ragazze che ne erano la causa. Godevo quando si diceva qualcosa per svilire le
altre ai suoi occhi o quando, in loro presenza, sembrava che egli prestasse
maggiore attenzione a me. Tormentato dalla gelosia, il mio cuore infelice non
possedeva più la pace. Niente sfuggiva alla mia inquietudine: cercavo di
spiare i passi di quel giovane, che aveva acceso in me il fuoco insopportabile
della gelosia; andavo indagando e ascoltavo con avidità tutto ciò che mi si
raccontava sui sentimenti del suo cuore verso di me per tormentare di più la
mia vita. Con la scusa della curiosità che per appagarsi mancava alla carità
molto gravemente, suscitavo il pettegolezzo negli altri. La pena che mi consumava
divenne evidente anche agli occhi di questo ragazzo, che senza volerlo ne era
però la causa. Allora dopo molte insistenze da parte sua per conoscere il
segreto del mio dolore, gliene feci la confessione.
[Sperimento
grandi pericoli morali in conseguenza della confidenza fattagli della mia
gelosia. Sono turbata a causa dei gesti della sua tenerezza per me]
O
Dio! Da quali pericoli la mia imprudenza nel rivelargli il mio attaccamento
esagerato non fu seguita, quando per farmi ricredere, fece trasparire il
dolore che gli procuravano i miei sospetti! Allora mi colmò di tenere parole e
di promesse, mi dimostrò dei sentimenti fatti apposta per ferire il mio cuore,
perchè mi provocarono delle impressioni più ardenti. Più avevo temuto qualche
mia rivale, più mi entusiasmava la preferenza che egli accordava a me tra tutte
le altre ragazze; in questo modo ero più facile a ricevere le sue
manifestazioni concrete di tenerezza. Egli divenne audace fino a darmi dei baci,
che io ebbi la debolezza di ricevere; una volta prese la mia mano per posarsela
sul suo cuore per darmi la testimonianza dei suoi palpiti, che però non erano
graditi a Dio; ed anch'io fui molto ingrata verso Gesù Cristo, perché
corrisposi al suo gesto facendogli fare lo stesso sul mio cuore. Mio generoso
Salvatore, mentre nelle mia anima ponevo accanto a te un rivale, ancora non mi
abbandonasti totalmente ai pericoli che mi circondavano.
[Durante
un altro soggiorno Gesù viene in me e mi fortifica per impedirmi di cadere del
tutto]
Mio
Signore, in seguito a quella prova della mia trascuratezza a tuo riguardo e
cominciando a costatare gli imminenti pericoli per la mia innocenza, mi donasti
la forza per fuggirli con coraggio! Sì, è su questo mare burrascoso che Gesù
si affrettò a volare in soccorso della piccola barca del mio cuore per
preservarla dal più triste naufragio. Vogando in balia dei venti più furiosi,
divenuta il giocattolo delle onde, che fine la mia anima avrebbe fatto, se il
suo divino Pilota non fosse venuto a calmare con la Sua presenza la violenza
della tempesta?
[Gesù si
serve di me per parlare del sacramento della Riconciliazione a questo ragazzo.
Ma non ho la fermezza di difendere generosamente, contro me stessa, la causa di
nostro Signore]
Come
ho già detto, questo Dio salvatore non si è stancato delle mie resistenze.
Durante il mio soggiorno presso il paese di quel giovane, Gesù si è degnato di
venire sovente nella mia anima, che mancava di generosità ed esitava nel
donarGlisi senza divisione. Il Suo amore però voleva servirsi della più
ingrata delle creature per chiamare a far gustare le dolcezze della Sua pace a
questo giovane, che restava ribelle alle offerte della tenerezza divina. Più
volte l'ho sollecitato vivamente di ritornare in grazia e di accogliere nel
cuore il nostro generoso Salvatore. "Tu sei molto saggia!", mi
rispondeva con un'aria di ammirazione per me, ma al tempo stesso di tristezza.
"Cerca di esserlo anche tu, accogli il tuo Dio!", gli ripetevo.
"Temo di far male la Comunione - rispondeva - "perciò credo sia
meglio astenersene". "Non commettere più il peccato e la potrai fare
bene", gli replicavo. "Ma, ragazza mia, è dunque un peccato volerti
bene?" Sì, avrei dovuto rispondergli; sì, questo è uno dei peccati e
consiste nel mettere nella tua anima un idolo di carne al posto di Gesù Cristo.
Sì, se l'affetto che hai per me chiude il tuo cuore a Lui; sì, se io sono la
causa della tua indifferenza verso i Suoi sacramenti; sì, se la mia presenza si
ferma nella tua immaginazione mentre vuoi offrire a Gesù il dono delle tue
preghiere; sì, se sei disposto ad offenderLo per far piacere a me! (Dovevo
gridargli:) Tu non sei degno di nominare Gesù Cristo, tuo Dio; tu adori un
dio straniero, che ti conduce in un abisso spaventoso. Non essere temerario
nell'offendere il tuo Creatore in te, dato che vorresti donare a Lui il fuoco
impuro, che arde nel tuo cuore per un idolo di carne. Se disgraziatamente sono
io quella che hai posto nel tempio della tua anima, sappi che lo sono mio
malgrado e rifiuto con orrore gli ossequi che vuoi rendere a me anziché renderli
a Colui a cui devi l'essere e la vita e grazie al quale possiedi questo tuo
cuore, che rifiuta proprio a Lui l'amore e la riconoscenza.
Ahimé!
Invece di questa nobile fermezza che dovevo dimostrare come discepola di Gesù
Cristo, rispondevo appena a quella domanda balbettando, e non avevo il coraggio
di assumere l'atteggiamento doveroso. Oh! Come la passione rende vile colui che
ne diviene schiavo! Mio Dio, dopo aver ricevuto il tuo Corpo per purificare
le cattive inclinazioni del mio corpo, il tuo Sangue per lavare il mio cuore, la
tua anima e la tua divinità per donarmi la forza di vincere gli assalti di un
amore passionale e di consacrare a te con i miei affetti, almeno la buona
volontà di offrirti quegli stessi che riversava su di me ingiustamente il cuore
di quel ragazzo, che era una creatura, io non ho avuto il coraggio di rispondere
cristianamente alla questione che mi poneva, per scusare probabilmente la sua
negligenza nel servizio del tuo Amore.
[Ho,
tuttavia, la consolazione di sapere che Dio nella sua bontà non ha permesso che
io fossi un'occasione di scandalo per quel giovane]
Tuttavia,
o Dio amabile, ti sei servito di me, malgrado la mia indegnità, per
ricordargli i suoi doveri. Nonostante che io per prima fossi ingrata verso di
te, tu non hai permesso che gli dessi con la mia condotta degli esempi facili
per cancellarti dal suo cuore; e pur in mezzo a degli errori innumerevoli che
commettevo, sovente gli donavo ancora prova - mediante alcuni segni concreti -
della fede della mia anima, che nonostante tutto lo costringevano a pensare a
te.
[Ritorno
a Lione]
Infine
dopo due o tre mesi che ero lontana dalla casa paterna, vi fui richiamata dalla
tenerezza dei miei genitori. Vi tornai ben decisa a essere fedele alla
promessa fatta da bambina, che mi era stata richiesta più volte e che avevo
ripetuta. Da molto tempo desideravo abbracciare la mamma e l'amore filiale
faceva un po' tacere l'altro sentimento. Ebbi la felicità di rivederla dopo una
così lunga assenza.
[Gioia
che provo vedendo la duchessa reale. Ho la sventura di andare a un ballo
pubblico in suo onore. A causa del ballo perdo il gusto della pietà. Provo una
grande devastazione nell'anima. La vanità s'impadronisce totalmente di me]
Ma
appena arrivata nella mia città, fui assorbita dalla dissipazione. Era il tempo
in cui la nostra duchessa reale doveva passare qualche giorno a Lione. Esultavo
nel vedere la figlia di Luigi XIV e posso dire che ero inebriata di gioia. Fin
qui i miei sentimenti erano naturalissimi. Li condividevo con tutti i buoni
francesi e soprattutto con i buoni cristiani.
Disgraziatamente,
però, partecipai a tutte le feste, che le furono offerte in quella occasione.
La seguii nei suoi spostamenti ed anche fino al ballo.
Anche
se non sapevo che ci fosse del male a ballare, per lo meno la mia coscienza non
ignorava che la vanità era proibita. Ciò nonostante mi adornavo il meglio
possibile: il mio vestito era ornato di fiori e di fiori m'avevano pure
incoronata. In questa tenuta così poco cristiana percorrevo con i miei
genitori l'immenso Salone cosiddetto di s. Pietro, credendomi degna
dell'ammirazione di tutti e impettendomi con l'orgoglio di un pavone. Quella
festa costò cara all'anima mia e mi dissipò totalmente. L'amore di me stessa,
impadronendosi potentemente del mio cuore, mi fece precipitare di nuovo nel
torrente della vanità. Tutte le mie azioni miravano a rendermi piacevole.
Volevo
dominare su tutti i cuori e nello stesso tempo riservare il mio sempre per quel
giovane, al quale avevo promesso la mia mano, qualora i miei genitori mi avessero
dato il loro consenso. In una parola, divenni più civetta che mai.
[Mi
lascio andare a delle confidenze con una persona, che mi suggerisce delle brutte
immaginazioni accendendo di più la mia fantasia]
Sfortunatamente
incontrai una persona, che avendo ricevuto le confidenze del mio cuore riguardo
ai sentimenti che provavo verso quel giovane, che occupava in me un posto
tanto grande, mi approvò con entusiasmo e rafforzò le mie aspirazioni; costei
poi, biasimando i miei genitori del ritardo che mettevano nel concludere il mio
matrimonio, accese la mia speranza sia riportandomi alcune parole di mamma a
questo proposito, sia ingegnandosi a far valere lo zelo che ella stessa aveva
già messo per affrettare quell'affare; in una parola, eccitò ancor più la mia
mente e agitò di passioni il mio cuore.
[Commetto
l'imprudenza di tornare a leggere dei libri proibiti, che non avevo più aperti
dalla mia prima Comunione]
Presto
ripresi a leggere dei libri, ai quali avevo rinunciato fin dalla prima
Comunione e che purtroppo non avevo bruciati; si trattava di: «Les Veillées de
la Chaumière».
Li
rilessi di nascosto dei miei genitori. Dunque, come si può vedere, camminavo
speditamente verso la mia perdizione eterna.
[Il
quadro della mia prima Comunione si spezza. Ricordo ciò che avevo pensato
quando mi fu donato]
E'
su questa strada maledetta, avendo appena commessa quella nuova colpa, che il
Signore mi ammonì, come pare di ricordarmi che me l'avesse annunciato proprio
nell'occasione della mia prima Comunione. Stavo, difatti, radunando in uno
stesso posto i piccoli oggetti di devozione e che possedevo deponendoli in uno
stanzino vicino alla mia camera da letto; ebbene, stavo sistemando anche il
quadretto della prima Comunione, che costituiva il prezioso ricordo della mia
promessa d'amore, quando esso mi sfuggì dalle mani e, malgrado la mia prontezza
per trattenerlo, mi scivolò dalle mani e cadde sul pavimento. Il vetro di
quell'immagine, così simile alla fragilità del mio cuore, si spezzò come si
erano frantumati i miei buoni propositi di allora. Ne fui sconvolta e
riconobbi la voce del mio Dio, che mi scuoteva facendo riaffiorare il ricordo
del confronto - della mia anima con quel piccolo quadro - che già mi aveva
impressionato all'epoca della prima Comunione.
[Ma il
richiamo della grazia viene da me trascurato ed ancora una volta la dimentico]
Mi
ci volevano dei colpi ben più forti per ricondurmi all'ovile del buon Pastore.
Continuavo a fuggire il mio Dio; ma Lui non si stancava di cercarmi. Divenendo
poco a poco, con i desideri del mio cuore, simile al figliol prodigo del
Vangelo, fui come lui portata ad invidiare la condizione delle bestie; il
pensiero dell'immortalità dell'anima, quel pensiero tanto consolante per un
cristiano fedele, mi disturbava ed era il mio tormento. Purtroppo le tenebre
del mio spirito diventarono a tal punto accecanti che non distinguevo più il
vizio dalla virtù.
[Il
demonio dell'empietà - perdita della fede e ribellione a Dio - vuole
impadronirsi della mia anima; tuttavia Dio mi protegge. E' sconvolgente la mia
rassomiglianza col figliuol prodigo]
Le
lacrime di commozione che versavo durante la preghiera nel tempo della mia
infanzia, ora le prendevo in giro. Credevo di aver scoperto finalmente la realtà
della vita così com'era e i miei primi sentimenti di virtù mi sembravano non
più che un mucchio di scrupoli e di stupidità.
Ci
mancò poco, purtroppo, che la fiaccola del «secolo dei lumi» -
l'illuminismo! - non seducesse completamente la mia anima, dato che già i
primi bagliori di quella torcia infernale aveva incominciato, come si può
capire, ad abbagliarmi con la sua fiamma illusoria. O mio Dio! Correvo su una
strada cosparsa di fiori verso un abisso fatale, dove mi stava conducendo
quell'ingannevole chiarore. Allontanandosi dal cuore del Padre celeste,
privata del cibo santo dei suoi figli, diventata una schiava delle mie passioni,
per il fatto di nutrirmi con pensieri cattivi dell'alimento proprio delle
persone immonde, non riuscivo ancora a sentire il disgusto delle mie miserie e
non rimpiangevo la casa paterna, cioè l'amore di Dio. Tuttavia, o Gesù, Tu non
potevi volere che la mia anima fosse lasciata perire per sempre, perché ti era
costata la vita; sì, eri stato colpito dall'enormità dei miei errori e per
questo volevi colpire anche me per guarirli.
[Il
Signore interviene con un incidente per farmi tornare a Lui. Perdo la salute]
Nel
momento meno prevedibile, il Signore permise che facessi una caduta. Ero salita
su uno sgabello molto alto, i cui piedi improvvisamente si ruppero. Caddi
pesantemente e lo schianto fu tale, che ne risentì tutto il corpo. Mi ammalai
seriamente e le conseguenze di quell'incidente avrebbero potuto portarmi alla
tomba, se Dio non mi avesse conservato la vita per darmi il tempo di fare
penitenza. Il medico, non sapendo più come fare per guarirmi da un male, che
sembrava peggiorare ogni giorno, dopo avere esaurito molti rimedi, decise di
tentare un salasso al braccio. Questo rimedio, nei disegni della giustizia e
della misericordia divina, mi liberò da un malanno procurandomene un altro, che
si rivelò tanto più terribile per me, in quanto più efficace a mortificarmi.
[Dio
mi copre di umiliazione mediante la malattia di nervi che ne seguì]
Avevo
sempre considerato le crisi nervose come una malattia così umiliante al punto
che se qualcuno ne era colpito, non aveva più, secondo me, lo stesso diritto
alla mia stima. L'epiteto di ragazza «malata di nervi» era il più repellente
ai miei occhi e nutrivo una gravissima prevenzione verso le persone colpite da
tale disagio. E fu proprio su questo punto molto delicato che il mio orgoglio
venne colpito. Il salasso, che mi avevano fatto, causò nel mio corpo una
prostrazione così violenta, che mi procurò delle terribili sofferenze
nervose.
Non
ne volli parlare subito per non allarmare la mia mamma, tanto buona, che si era
ella stessa ammalata da tempo e andava deperendo a vista d'occhio.
[Cerco
invano di nascondere le mie sofferenze per riguardo alla mia mamma, ma non ce la
faccio a nascondergliele per molto tempo]
Dopo
aver sofferto in silenzio il più possibile per qualche tempo, non fui più in
grado di dissimulare il mio male: i movimenti strani che facevo, il modo
stravagante di camminare, l'aria smarrita che avevo negli occhi, la lingua che
talvolta si rifiutava di venirmi in aiuto, tutto svelava in me delle sofferenze
che mi ostinavo a tenere sigillate. Invano facevo degli sforzi per rendermi
padrona dei miei movimenti in presenza della mamma; invano tentavo di
rispondere: «Non ho nulla» alle sue domande inquiete; lo sforzo penoso che
facevo, mentre lo dicevo, serviva solo a convincerla del mio male e ad
opprimerle tanto il cuore, quanto più mi trattenevo dall'aprirle il mio nel
timore di addolorarla.
Forse
molti ammireranno questo coraggio, che malgrado il mio eccessivo dolore, mi
sostenne per molto tempo a mentire ad una mamma così tenera per non far
soffrire il suo cuore. Queste persone forse, sono portate abitualmente ad
esaltare solo i sentimenti naturali, anche se nel loro cuore l'amore filiale
fosse spento dalle passioni. Costoro non hanno ritegno nell'approvare una preferenza
disordinata, che venisse data ai genitori anche quando essa fosse contraria alla
legge del Signore. Ma Tu, mio Dio, che non ti sbagli nei tuoi giudizi, sapevi
scorgere esattamente quanto fosse falso il sentimento che mi animava; ciò che
il mondo chiama coraggio, non era forse ai tuoi occhi che un'indegna menzogna?
Niente è piccolo quando Ti si offende e meglio sarebbe che tutte le creature
perissero piuttosto che vedere commesso un solo peccato veniale.
[Mia
madre si allarma del mio stato. Intanto io temo di perdere la ragione; la
tristezza soffoca il mio cuore]
La
mia lunga dissimulazione, lungi dal calmare le inquietudini della mamma, serviva
ad aumentare il suo tormento e le mie sofferenze. Il dolore che straziava la
mia anima, aggiunto all'agitazione dei nervi, mi alterava talmente i
lineamenti fisici e causava uno sguardo così sconvolto da farle temere che la
mia mente fosse impazzita. Che umiliazione! Non potevo nemmeno sopportare il pensiero
e con l'amarezza del mio cuore dicevo al mio Dio: «Toglimi la vita piuttosto
che togliermi la ragione». Invece avrei dovuto pregare così: «Signore, poiché
sono stata infedele al giuramento che ti avevo fatto solennemente di osservare
la tua legge, esaudisci i miei desideri castigando le mie infedeltà». Allora,
difatti, vedevo solo il castigo e non pensavo alla mia condotta che l'aveva
attirato.
[Vado in
Chiesa e la musica mi dà sollievo provocandomi il pianto. Sono ancora una volta
toccata dalla grazia, ma trascuro di assecondare le spinte alla conversione]
Un
giorno mi decisi ad aprirmi con mio fratello su tutto ciò che provavo; allora
egli mi condusse a s. Nizier, dove si dovevano eseguire durante la Messa alcuni
brani di musica. Dio, che m'inseguiva senza sosta, si servì dell'armonia degli
strumenti, per infondere nel mio cuore un vivo pentimento.
Versai
alla presenza di Dio lacrime abbondanti, pensando proprio alle mie infedeltà.
In realtà, quei sentimenti erano una chiamata del Signore, al quale però non
mi arresi ancora, ed essi presto svanirono nella memoria. Tuttavia quelle
lacrime, che avrebbero potuto lavare anche la mia anima, se avessi saputo
approfittare della grazia che mi veniva dal mio divino Gesù, diminuirono
alquanto solo l'eccesso dei mali del mio corpo; ma anche questo sollievo durò
poco e le mie sofferenze ricominciarono di nuovo.
[Dio
continua ad inseguirmi ed io mi ostino a fuggirlo. Mi servo anzi dei suoi
benefici per oltraggiarlo. Vado alla Comédie perché la musica mi dia un po' di
sollievo]
Lungi
dal riconoscere l'Amore divino di un Padre, che mi castigava per farmi ritornare
da Lui, cercavo lontano dal suo Cuore quei rimedi, che non vi avrei trovato.
Immaginando
che la musica potesse essermi di aiuto per calmare le mie sofferenze, chiesi di
andare alla Comédie. Non avevo più fatto tale passo dal tempo della mia prima
Comunione e tuttavia, allora, lo feci senza alcun rimorso. O Gesù! Tu mi
cercavi senza posa ed io ti sfuggivo senza alcun pentimento. Potessi oggi
spargere torrenti di lacrime come segno di penitenza, riconoscenza ed amore
mentre vado ricordandomi la grazia, che mi concedesti nel tempo stesso del mio
ingiusto oblio della tua benevolenza e delle mie promesse. Dio d'amore, quando
sognavo di assaporare gioia nel «giardino delizioso» dei figli di Babilonia,
Tu hai strappato il velo d'ogni illusione, che io cercavo di conservare. Mi hai
allora mostrato gli attori tali quali sono: ho visto in loro solo indecenza
sfrontata, un nugolo di commedianti, che non hanno divertito il mio cuore
nemmeno per un istante. La loro musica, per la quale ti disubbidivo esplicitamente,
non ha offerto niente di piacevole ai miei sensi; tutti i presenti, che
l'ascoltavano, ne erano estasiati, mentre io provavo solo disgusto.
Ho
visto attorno a me delle persone che non erano altro che libertini spudorati; le
decorazioni, le luci del teatro non hanno affascinato i miei occhi; ho
partecipato alla rappresentazione senza farmi suggestionare, perché l'ho vista
come una ricreazione abominevole; gli attori mi sono apparsi come dei
professionisti d'un mestiere infame e il teatro come un luogo di prostituzione.
In quello spettacolo, da cui mi aspettavo uno svago vivace, provai solamente un
senso di orrore e di disgusto insieme con una noia insopportabile.
Mio
Dio, ti sei servito del mio peccato per guarire in me ogni desiderio di
ripeterlo ancora. E tuttavia questo segno della tua bontà non riuscì nemmeno
questa volta a riconquistare a te il mio cuore!
[Le
mie crisi di nervi peggiorano. Dio mi dà sollievo ogni volta che fisso la
Croce]
Oh,
mio Dio, mio tenerissimo Padre! L'ingratitudine della tua piccola bambina non ha
potuto stancare il tuo amore! Quando il mio male peggiorava nei momenti in cui
soffrivo di più, la vista del Crocifisso calmava la violenza dei miei mali.
Diminuivano quando guardavo la tua immagine, col capo coronato di spine, i piedi
e le mani inchiodati alla croce. Non potevo più lamentarmi pensando ai tuoi
eccessivi dolori, poiché i miei non potevano essere paragonati ad essi.
[Guardo
la Croce più come medicina che per amore e sfuggo sempre al Signore. La lettura
dell'«Imitazione di Cristo» è una medicina efficace per sollevarmi. Me la
faccio leggere come rimedio. Non riconosco ancora che Dio mi chiama]
O
Dio Salvatore, sapevi tuttavia che io fissavo la tua immagine più per trovarvi
la medicina che per trovarvi l'amore e mi fornivi ancora per la mia conversione
la lettura dell'ammirevole libricino: l' «Imitazione di Gesù Cristo».
Quante
volte ho pregato la persona che mi vegliava durante la notte di voler
interrompere il suo riposo perché venisse a me il riposo alla lettura di
qualche pagina di quel libro! Se la stanchezza che ella aveva accumulato durante
la giornata le faceva fare con pena la lettura, la mia tenera amicizia per lei
non la dispensava, perché il lamento delle mie sofferenze chiedeva ancora più
imperiosamente di essere calmato da quel suo atto di carità.
O
Dio, pieno di misericordia, con la tua condotta così toccante nei miei riguardi
non mi dicevi: «E' inutile che cerchi un rimedio alle tue angosce fuori di me;
sono io che le carico su di te per punirti di aver dimenticato la mia tenerezza;
sono io, sì, sono solamente io che posso renderti la salute e la vita; ma prima
bisogna che tu venga dentro il mio Cuore per ottenere il perdono. Non troverai
riposo che volgendoti verso di me, confessando la tua colpa e ricorrendo al mio
Amore. Fin tanto che Gesù non sarà la tua unica speranza, fin tanto che non
ricorrerai alla sua bontà, fin tanto che non riceverai come rimedio il suo
Corpo e il suo Sangue, la sua Anima e la sua Divinità, tu soffrirai dei mali
giustamente meritati dalla tua infedeltà e ingratitudine». Mio Signore Gesù,
con le consolazioni che trovavo fissando il tuo letto di dolore, mi davi la
prova di ciò che mi volevi insegnare ed io non lo capivo ancora! Che potevi
dunque fare di più per incitarmi a ritornare da Te?
[Mamma
domanda di morire al mio posto; anch'io domando di morire al posto suo; facciamo
questa preghiera all'insaputa l'una dell'altra]
Da
molto tempo un oscuro presentimento mi annunciava che Dio aveva scelto nella
nostra famiglia una vittima per la morte; mamma presentiva la stessa pena;
ella aveva per me la più viva tenerezza; le sembrava che fossi io quella che
doveva perire. Da parte mia temevo di perdere la mia mamma, esempio di carità
cristiana e di sollecitudine. Senza saperlo facevamo ognuna la stessa preghiera,
benché con intento diverso: «Mio Dio, diceva mamma, sento che tu vuoi qualcuno
della mia casa. Ah, se hai scelto Paolina, chiama me al suo posto.» Ed io
pregavo: «Signore, se vuoi qualcuno della mia famiglia, chiama me e lascia
vivere la mamma.»
Ci
saremmo ben guardate dal comunicarci le nostre inquietudini reciproche; ma mamma
le faceva conoscere a papà e ho saputo tutto questo in seguito dalle mie
sorelle. La preghiera che facevo al Signore partiva più da un sentimento
naturale che dallo spirito di fede e dall'amore divino. Infatti da quali brividi
non avrei dovuto essere scossa pensando ai giudizi di quel Dio tre volte
santo, al cospetto del quale chiedevo di comparire? Ahimé, che ne sarebbe stato
di me se Egli avesse dato ascolto ai miei desideri?
[Mamma
mi dà il suo addio e mi dona la sua benedizione]
I
desideri di mamma partivano da un'anima più pura: essi furono esauditi. I
medici avevano proibito che vivessimo insieme, perché i mali dell'una
aumentavano quelli dell'altra. Ordinarono a mamma di non entrare più nella mia
camera; ma prima di attenersi a quell'ordine, venne accanto al mio letto e
abbracciandomi per l'ultima volta, mi disse: «Dio benedica la mia Paolina.»
Quando si ritirò, ero ben lontana dal prevedere che Dio l'avrebbe chiamata
pochi giorni dopo.
[Si
adagia sul suo letto di morte, manifesta vive inquietudini per la salvezza della
mia anima e affida le sue pie raccomandazioni per me a mio fratello]
Ella
aveva ricevuto poco tempo prima, a san Nizier, con eccellenti disposizioni, il
Dio generoso che volle darle il pegno della sua risurrezione gloriosa. Prima di
morire, manifesta a mio fratello maggiore la più viva inquietudine sul mio
conto; c'è motivo di credere che le disposizioni in cui mi aveva vista,
ritornavano nel suo pensiero ed erano la causa della sua pena e per questo gli
fece molte raccomandazioni spirituali per me.
[Ella
muore nella fede e nell'amore del Signore]
Fu
colpita da una febbre perniciosa che le tolse la conoscenza: tuttavia, rendendo
l'ultimo respiro, pronunciò il nome di Gesù Cristo. Dio permette che mi si
nascondesse la sua morte per lasciarmi la vita e la ragione.
Si
volle a lungo nascondermi la morte della mia tenera mamma, ma un segreto
presentimento me la confermava ad ogni istante. Quel pensiero aumentò molto
il mio male; forse avrei anche perduto la ragione se avessi avuto la certezza
della sua morte, che costituiva il mio tormento. Tuttavia conservavo la mia
ragione alla quale il mio orgoglio teneva tanto; ma per questo non fu meno
calpestato.
[Le mie
crisi aumentano. Mi trovo nell'umiliazione più profonda; le mie membra mi
disubbidiscono; ho bisogno dell'aiuto degli altri per avere il necessario]
Le
mie crisi di nervi erano violente e frequenti e quando non potevo dominarle era
perché le mie sofferenze divenivano più atroci. Parlavo con molta difficoltà
e spesso mi mordevo l'interno delle guance; le mie membra non ubbidivano più
ai voleri della mia anima; mi laceravo la pelle con le unghie quando incrociavo
le mani sul petto. Non potevo trattenere i movimenti della testa che andava ad
urtare spesso contro la spalliera del letto; ero come un bambino in fasce che ha
le mani libere; piange per il male che si fa da se stesso senza essere capace
di smettere; per questo occorre che qualcuno gli impedisca i movimenti. Ci
voleva una persona forte che reggesse con vigore le mie membra al fine di
fermare i colpi con cui mi picchiavo ad ogni istante oppure ero preda della mia
agitazione. Quando poi avevo la fortuna di essere tenuta stretta con abbastanza
forza per potere sopportare le crisi, distendevo le membra con tanta violenza
che talvolta sembravano slogarsi e in quella posizione gridavo come un pavone
e piangevo a dirotto; questo sfogo per un po' mi restituiva in seguito l'uso
della parola e la libertà di movimento. Erano momenti di tregua che il
Signore mi lasciava in mezzo agli eccessi dei miei mali per ritornare
evidentemente a Lui. Ahimè, non ne approfittai che molto tardi e così Egli
continuava a gravare su di me il suo braccio vendicatore ed insieme
misericordioso. Tutto cospirava ad umiliarmi: ero nell'incapacità totale di
riuscire a fare da sola tutti i piccoli servizi come mangiare, bere, vestirmi,
addormentarmi, sistemarmi per la notte, come pure non ero in grado di fare
tutte le cose più comuni della vita; questa mia incapacità mi rendeva
continuamente dipendente dà quelli che mi assistevano. E costoro avrebbero
potuto anche abbandonarmi e lasciarmi soffrire senza prestarmi i loro servizi,
dato che non ero capace di farli da sola, se non fossero stati così
caritatevoli. Accadeva che talvolta, volendo prendere da sola il pasto, la mia
mano invece di andare verso la bocca, come avrei voluto, andava a versare ciò
che reggeva, sulla persona vicina che era fortunata se non riceveva anche
qualche colpo di cucchiaio o di forchetta. Così accadeva pure che quando avevo
i capelli sparsi sulle spalle a forza di muovere la testa, mi veniva impedito di
toccarli, perché avrei rischiato di strapparli; le mie mani insomma combinavano
dei guai dappertutto quando non erano impedite; a volte mi era impossibile
addormentarmi se non mi avessero immobilizzate fortemente le membra. Spesso
anche i punti dove ero legata non erano posti in modo giusto e allora soffrivo
molto perché in questo caso non riuscivo a farmi comprendere da quelli che mi
curavano; insomma, la mia condizione mi procurava delle sofferenze terribili.
[Sono nel
più amaro dolore: insopportabile agli altri lo sono ancora di più a me stessa.
Mi trovo nell'umiliazione più che mai]
Il
mio carattere collerico e le cure difficili richieste dal mio stato mi rendevano
insopportabile agli altri e a me stessa. Inoltre per colmo dell'umiliazione, il
medico, nel timore forse che la mia mente fosse impazzita o solo per distrarmi
dalla sofferenza e dall'angoscia prodotta dal mio pesante dolore, mi parlava
come a una bambina di Pulcinella o faceva qualche complimento sulla mia toilette
nel momento in cui ero tutta scapigliata.
Un
giorno per esempio in cui mi trovavo in quello stato, nel vedere nei miei
capelli un nastro verde, mi disse che mi ero incoronata di alloro con quel tono
scherzoso che attendeva da me una risposta quasi volesse, secondo la mia
impressione, provare la lucidità della mia mente.
[Sfuggo
sempre il Signore e cerco un sollievo nel ricordo dei miei affetti sensuali]
Il
mio cuore infedele intanto, anche se colmo di amarezza, di tristezza e di
umiliazione, non aveva la forza di rinunciare ancora alla creatura mortale, cioè
a quel giovane che l'aveva affascinato.
Fissando
con lo sguardo la porta d'ingresso della mia stanza, spesso dicevo tra me che se
l'avessi visto apparire sarei guarita per la gioia che la sua presenza avrebbe
recato al mio cuore. In quel tempo non guardavo più il Crocifisso per calmarmi;
mi avevano cambiato dimora e, nella nuova abitazione non c'era quella Croce
consolante né io la richiedevo. Portavo intero il peso del mio dolore, quando
il mio Dio si offerse Lui stesso per addolcirlo.
[Non
trovando nessuna pace nelle vanità del mondo e nella sensualità, Dio mi mandò
il suo ministro per donarmi il perdono e offrirsi Lui stesso a me. Provo
tuttavia grandi inquietudini perchè temo di non avere tutte le disposizioni
richieste per ricevere i sacramenti]
Tenero
Padre del cielo! Ti sei lasciato commuovere da quei mali, che le mie infedeltà
verso di Te mi avevano giustamente meritato! E quando Ti offendevo, anche sopportandone
la penitenza, ti sei affrettato a venire in mio aiuto per liberarmene! Non hai
aspettato che la tua figlia dissipata venisse ai tuoi piedi ad implorare il Tuo
perdono e a riconoscere che non meritava di essere chiamata tua figlia.
Sei venuto per primo tu da me: per mezzo del tuo ministro mi hai spinto a tornare nella tua grazia e a recuperare i miei diritti all'eredità eterna dei figli fedeli. Volevo differire di ricevere il sacramento della riconciliazione per vari motivi: l'agitazione m'impediva di esaminarmi come desideravo; avevo il timore di riceverlo male; forse anche la svogliatezza di accusarmi mi procuravano un turbamento che mi appariva invincibile. Ma, o Dio del mio cuore, le ragioni che allegavo non erano sufficienti per impedire gli effetti della Tua tenerezza verso di me; mi sollecitavi mediante il tuo ministro a non ritardare più di avvicinarmi a Te; mi dicevi attraverso la parola del sacerdote che li conoscevi i miei mali e che da parte mia esigevi solo la buona volontà per concedermi il Tuo perdono. Cedetti, infatti, alle Tue amabili istanze; ma, quale tormento non provo, Dio mio! Quando accusavo le mie colpe, non so nemmeno oggi rendermi conto del modo con cui lo feci. So solamente che il timore di non aver confessato tutto o di non aver adoperato espressioni abbastanza forti, i peccati che avevo dimenticato e che si presentavano al mio pensiero, tutto mi metteva in uno stato tale di paura che non potevo decidermi a riceverTi. Tuttavia, Padre mio, dal primo giorno in cui rifeci la mia confessione, provai in mezzo ai miei turbamenti una certa sicurezza del tuo perdono che, riportando la pace nella mia anima, influì anche sulla salute del corpo.
Infatti,
quella notte ho dormito senza alcuna assistenza e senza agitazione. Tuttavia
nel giorno della Comunione i timori della coscienza mi tormentarono brutalmente;
mi confessai più volte con molta inquietudine dicendo al sacerdote «che non
volevo comunicarmi» anche se lui mi consigliava di farlo senza timore e
m'incitava con autorità a seguire il suo consiglio. Mi decisi finalmente anche
se con pena, dato che il mio povero cuore non era ancora liberato da ogni
inquietudine. In questa circostanza non potendo parlare al sacerdote perchè
stava per celebrare, mi sono detta, spinta da un deciso movimento interiore: «Tanto
peggio, vado lo stesso a comunicarmi».
[Mi
avvicino alla mensa eucaristica pregando il Signore di togliermi la vita,
piuttosto che permettere che io faccia una Comunione sacrilega]
Mi
avvicinai così all'altare e per provare a Gesù Cristo che la parola «tanto
peggio» mi era sfuggita e non costituiva il mio consenso ad una Comunione
sacrilega, gli dissi: «Gesù, fammi morire all'istante piuttosto che permettere
che Ti riceva indegnamente». Dopo aver espresso questo desiderio, mi sedetti
alla tavola del mio Re che volle ancora nutrirmi della sua celeste sostanza e
arricchirmi del tesoro della sua divinità. Dopo aver ricevuto il mio generoso
Liberatore, nella mia anima cominciò una lotta tra il turbamento e la pace,
l'inquietudine e la sicurezza, lo spavento di aver fatto una Comunione
sacrilega e la convinzione del perdono e della ricchezza divina.
[Provo un
notevolissimo cambiamento dopo la Comunione: le crisi di nervi cessano]
Però
la pace, la certezza e la dolce convinzione furono abbastanza potenti su di me
per ridonarmi in parte la salute. La lingua riprese più agevolmente e con gioia
ad esprimere i miei pensieri; anche le mie membra diventarono più docili alle
decisioni della mia volontà; le crisi di nervi cessarono a poco a poco; in una
parola, una sola visita del Medico divino recò con sè molti rimedi salutari al
mio malessere fisico e spirituale. E se a Gesù non parve opportuno guarire
completamente il mio corpo, senza dubbio ciò dipese dalla insufficiente
corrispondenza della mia anima.
[Non sono
ancora totalmente di Dio. Vengo a sapere definitivamente della morte della
mamma. Con i miei parenti vado a Fourvière e mi affido per la prima volta alla
Madonna come una sua figlia]
Il
mio stato di salute, fattosi ormai tranquillo, permise al mio buon papà di
servirsi delle consolazioni della religione per annunciarmi la morte di mamma.
Da
due o tre mesi mi aspettavo questa notizia e il dolore che mi causò, benchè
profondo, fu moderato e addolcito dalla pace che il mio cuore godeva con Dio. I
miei parenti mi condussero dopo un po' di tempo al Santuario di Fourvière, dove
fu celebrata una Messa solenne in ringraziamento del miglioramento della mia
salute. Fu quel giorno che mi offrii a Maria, il cui amore mi era stato fino
allora totalmente estraneo, anche se notavo la sollecitudine di mamma
nell'onorarla e nel voler farmela amare con una sincera devozione. Allora pregai
la Madonna di essere lei la mamma e di accettarmi come sua figlia.
O
amabile Protettrice dei deboli, che cercano l'abbandono nelle tue braccia, hai
ricevuto l'impegno del mio cuore e sei divenuta il sostegno della mia giovinezza
e la mia avvocata presso il tuo Figlio. Sì, se Gesù Cristo, mio Salvatore, mi
ha colmata delle sue grazie, Egli stesso si è degnato di rivelare al mio
cuore che è stata sua Madre ad avermele ottenute, come in seguito dirò.
[Ritorno
nella casa paterna a Lione. Il ricordo della mamma m'insegue ovunque e mi
spaventa in continuazione]
Dopo
la s. Messa scendemmo a Lione e rividi con una certa pena i luoghi che mamma
aveva abitato. Il pensiero di tutte le mancanze nei suoi riguardi mi procurava
un segreto spavento, quando il suo ricordo tornava ad affiorare in me. Un
sentimento interiore me la rappresentava irritata contro di me e pronta ad
apparire per farmi dei rimproveri; tutti i dispiaceri che le avevo causato
durante la sua vita con le mie disubbidienze, il mio brutto carattere, le mie
risposte presuntuose e taglienti, i miei moti di ribellione, erano senza dubbio
all'origine del terrore che mi veniva dal ricordo della sua morte.
Nello
stesso tempo mi sembrava che ella fosse inquieta e nella sofferenza; ogni evento
che il suo ricordo mi presentava serviva a spaventarmi, fino al punto che una
sera trovandomi sola nell'appartamento vicino alla sua camera, fui presa da una
paura invincibile che mi fece fuggire. Questo sentimento di terrore durò in me
fino al momento in cui feci un certo proposito, di cui parlerò in seguito.
[Dio mi
lascia l'infermità dopo le mie crisi per smorzare le mie passioni e distruggere
gli affetti terreni nel mio cuore]
Come
ho già detto, per guarire efficacemente l'anima della sua figlia, al Signore
piacque di prolungare ancora la malattia del corpo. Ero liberata dalle crisi di
nervi, la mia situazione era tranquilla, ma non senza pericoli e debolezze. O
mio Dio, mille volte adorabile, cosa dirò del tuo amore per me? Non provo
affatto ad esprimere tutta la generosità divina; non appartiene a me che sono
l'ultima delle creature cercare di capire ciò che non potrà essere mai
perfettamente compreso da nessuna intelligenza creata. Tacerò dunque in
presenza del mio Dio sulla sua grandezza? Con la fronte nella polvere, confesserò
altamente che Egli mi ha colmata di ogni specie di grazie, di cui mi ero
costantemente resa indegna. L'amabile Salvatore, volendo disporre la mia anima
ad amare Lui solo, afflisse il mio corpo con una malattia non grave, però
adatta a smorzare la prepotenza dei miei affetti terreni, indebolendo giorno per
giorno l'impetuosità del mio temperamento.
[Cado in
uno stato di inettitudine e d'insensibilità morale proprio a seguito della mia
infermità. Questo stato diviene pericoloso]
A
forza di languire senza nemmeno osare lamentarmi, caddi in uno stato
d'insensibilità totale verso tutto ciò che mi circondava. Gli stessi
avvenimenti che succedevano nella mia famiglia, mi erano diventati quasi
indifferenti; andavo dove mi si conduceva senza provare nè pena nè piacere.
In una parola, sentivo diminuire ogni giorno la forza di vivere e la mia vita
stessa sembrava spegnersi.
[Mi si
portano delle medicine per i miei mali corporali. Non sono però ancora tutta di
Dio. Una persona m'invita a tornare totalmente a Dio]
Per
molto tempo Dio permise che il medico non mi desse quasi nessuna medicina per
arrestare la debilitazione dovuta al prolungamento del mio stato che stava
divenendo pericoloso. Quando però il fuoco delle mie passioni terrene si fu
quasi esaurito a causa della debolezza della mia salute, il Signore, non volendo
la mia morte, giudicò nella sua misericordia che era tempo di procurarmi le
cure e le medicine efficaci. La mia buona madrina e il signor Desgrange,
eccellente medico, furono i principali strumenti della tenerezza divina nei
miei confronti per rendermi la salute.
Nel
frattempo conobbi una persona che avrebbe potuto togliermi la benda fatale che
da tanto tempo mi nascondeva la gravità del mio stato; ma purtroppo questa
persona, imbevuta in buona fede di certi principi giansenisti, non riuscì a
guadagnare la mia fiducia. Il buon Dio, fin dalla mia infanzia, mi aveva
ispirato nella sua bontà il più grande disgusto per ogni specie di errore e di
ribellione contro la santa Chiesa cattolica, apostolica, romana; io avevo
sempre conservato, anche in mezzo ai miei traviamenti, il più profondo
rispetto, la più perfetta sottomissione ai sacerdoti legittimi e il minimo
moto di rivolta nei riguardi delle loro decisioni e di quelle dei Pastori,
soprattutto la più lieve contestazione contro l'autorità sovrana del Santo
Padre, m'irritava a tal punto che non sopportavo nessun consiglio, anche utile,
da parte di chiunque col suo temerario modo di agire mi risultasse contrario
alla Chiesa.
Per
questo non mi interessava quanto quella persona mi diceva per farmi aborrire la
danza, la vanità, l'indecenza delle mode; siccome fino allora avevo creduto
che queste cose fossero permesse o almeno tollerate, tutto quello che questa
persona diceva mi pareva solamente una conseguenza dei suoi falsi principi ed
invece di approfittare dei suoi consigli circa la pericolosità del ballo,
faceva al contrario rinascere nel mio cuore il pensiero e il desiderio di
esso.
Questo
povero cuore che, come ho appena detto, era vuoto d'amore e d'affetto, non era
felice; provavo una sete che niente poteva calmarlo, niente poteva guarirlo
dalla noia che m'inseguiva in ogni luogo; il lutto e la tristezza riempivano
ancora la casa. Vedevo dappertutto solo rifiuto e severità di vita e, nello
stesso tempo, non trovavo nessun piacere dalla parte del mondo e nessuna
consolazione dalla parte di Dio, perchè non ero nè del mondo nè di Dio.
La
mia lotta contro me stessa durò alcuni mesi e posso dire che mi rese
profondamente lacerata. E' inconcepibile per quanto poco i giovani svendano la
salvezza della loro anima! Confesso che adesso, verso le ragazze che la vanità
tiene nelle sue reti, sento una pietà tanto grande che sarei pronta a fare
tutti i sacrifici per liberarle. Bisogna averne fatto almeno una piccola
esperienza per capire il loro stato. Uno spirito retto, un cuore che ha
conosciuto ed amato solamente Dio, è quasi incapace di capire la forza che le
illusioni del mondo esercitano su coloro che anche per una volta si sono
lasciati adescare.
O
mio Gesù, è possibile che delle anime fatte per conoscerti, dei cuori fatti
per amarti, si chiudano al punto che non siano più capaci di elevarsi fino a
Te? E' possibile che tutti i giorni si possa sacrificare la dignità della
modestia alle raffinatezze della seduzione, la bellezza immortale alla
bellezza peritura; la semplicità dei santi alla ricerca di tutte le follie
della vanità, il cielo alla terra, l'eternità al tempo, la propria coscienza
al demonio? E' possibile lasciare Te, o Amore, bellezza sempre antica e sempre
nuova per preferire dei corpi che la morte ridurrà a fango? E' possibile che
dei giovani cuori nei quali le sensazioni sono così delicate, gli affetti così
teneri, il desiderio di amare così naturale, si lascino sedurre dalle illusioni
del mondo, tanto grossolane in se stesse e così irragionevoli, si lascino
attirare dal ballo, dai piaceri vuoti, dalle vanità aride? E' possibile che si
attacchino tanto facilmente a ciò che deve perire e trascurino l'Amore
immortale di Gesù Cristo?
[Cerco
ancora di fuggire il Signore. Combatto lotte violente contro me stessa]
Tale
però era la mia triste condizione e per questo il mio povero cuore non trovava
alcun riposo! Dicevo con amarezza a me stessa: «Credono che io abbia ottanta
anni per condannarmi a condurre una esistenza così monotona (senza
divertimenti)! Come è noiosa la mia vita, come è desolata la mia giovinezza!»
Ma una risposta interiore mi diceva: «Quando avrai perso il tuo tempo a
ballare, che ne avrai? Non sai che la parte più nobile di te è immortale e che
il corpo deve morire?» Bisogna morire! che sentenza fatale per i peccatori e
quanto mi era insopportabile! Ero però ancora troppo dissipata per capire il
senso di quella risposta; arrivavo a desiderare il nulla e a maledire il
presente della mia esistenza. «Devi morire» - mi ripeteva la voce della Verità
- e quando morirai, quale sarà il tuo destino? Dove andrà a finire la tua
anima immortale?
[Finalmente
sono vinta dalla grazia divina ed emetto il proposito di convertirmi]
Ho
deciso, mio Dio! Tu mi hai vinto; il culmine della mia disperazione si muta in
conversione. Mi alzerò, dico allora, e poichè il centro della mia pace per il
tempo e per l'eternità è Dio solo, mi getterò ai suoi piedi; sì, andrò dal
Padre mio e mi riconcilierò con Lui; non sarà più solo per pochi giorni; una
volta rientrata nella sua grazia, non ne uscirò più; tornerò a Lui senza
alcuna divisione, senza riserva, per sempre; mi sottometterò a tutto ciò che
mi ordinerà la guida spirituale che Egli mi darà; comprendo allora che solo
l'osservanza della legge di Dio può farmi felice veramente e che il mondo con
i suoi piaceri e le sue passioni non servono che a disseccare, esaurire e
stancare il povero cuore. Tali furono i sentimenti che mi cambiarono tutt'ad un
tratto; tale fu, mio Dio, la freccia del tuo amore che mi ferì per sempre.
Poter amare senza misura, senza rimorsi, senza interruzione, senza timore:
ecco ciò che cercavo senza saperlo ed ecco ciò che non ho mai trovato fuori
di te, ma solamente in Te. In Te ho trovato la pace, il riposo e l'amore,
ricambiato con un Amore più grande. Sì, mille e mille volte più grande, un
Amore infinito.
[Sto
per confessarmi e questo primo passo mi rafforza nei miei buoni propositi]
Avevo
circa diciassette anni quando il mio povero cuore, stanco delle inutili ricerche
della felicità dietro un mondo corrotto e destinato a perire, decise finalmente
di fissare la propria incostanza su un saldo fondamento: l'amore per il suo Dio.
Come
ho già detto nel quaderno precedente, non mi era più possibile mantenere il
mio cuore nel vuoto dei sentimenti, per questo cercavo con fervore qualcosa che
potesse riempirne l'immensità.
Solo
Gesù poteva offrirmi ciò che desideravo da così tanto tempo. Appena me ne
sono resa conto, dopo aver molto sofferto lontano da Lui, mi alzai decisa ad
abbattere gli ostacoli che si opponevano alla mia conversione; fu così che
cercai una guida esperta nelle vie dell'Amore divino. Allora mi ricordai degli
insegnamenti, pieni di fede, che un sacerdote, molto amico di Gesù, aveva
impartito sul pulpito; e mi sentii fortemente attirata a donargli la mia
fiducia. Ma ecco che la mia natura provò a ribellarsi con forza a tale
decisione perché egli mi aveva giudicato con severità. La mia natura mi
inclinava a rivolgermi ad un altro confessore che, in base alle informazioni che
mi erano state date, mi sembrava indulgente, caritatevole e forse anche un po'
accondiscendente. Posta a dover scegliere una di queste due guide, insistevo
fortemente nella preghiera presso il Signore perché fosse Lui a fare la mia
scelta. Ed ecco che sentii questa risposta interiore: «Dal momento che vuoi
convertirti sinceramente, cosa ti importa della severità? Non stai riconoscendo
giustamente dentro di te che sei tentata di cercare solamente delle approvazioni»?
Allora
non ho esitato più ad inginocchiarmi ai piedi di «Anania». Gli confessai
francamente la gravità delle mie iniquità. Lungi dal respingermi, come temevo,
il suo cuore fu intenerito dalla franchezza della mia confessione e fece del
tutto per placare il mio tormento, consolare la mia debolezza ed incoraggiare la
mia buona volontà. Anzi, mi consigliò anche a definire dei forti propositi.
Resa allora sicura dai suoi consigli, volli impegnarmi a seguire per sempre la
legge del Signore e decisi di sacrificare a Lui in modo pieno e totale i
sentimenti di affetto che ancora provavo verso quel giovane, di cui ho già
molto parlato. Mi liberai dai pegni che mi ricordavano il suo affetto terreno -
i vari regali avuti da lui - e rinunciai per sempre anche all'anello...
O
misericordia infinita del mio Dio! Appena ho compiuto un po' di simili
sacrifici così insignificanti, il mio cuore divenne coraggioso per poter fare a
Lui dei sacrifici più grandi.
Mi
sento subito invasa dalla protezione divina, mi abbandono al suo Cuore divino,
sento che tutti i dardi della sua potenza vengono scagliati per abbattere i miei
nemici: «Mille cadranno al tuo fianco e diecimila alla mia destra» (cf sal 90,
7). Sentivo insomma che Lui mi andava liberando dal giogo tirannico (dei miei
antichi difetti).
Mio
buon angelo custode, tu sei stato testimone delle mie infedeltà e del mio
pentimento; aiutami a benedire il Signore e racconta per me la grandezza della
misericordia divina che sperimentano coloro che ritornano a lui con tutto il
cuore! Io sento che devo annientarmi alla sua presenza per ringraziarlo dei
molteplici doni che ho ricevuto dalla sua bontà infinita ed offrire al mio
Signore Gesù gli stessi suoi meriti perché unicamente questi hanno potuto
perdonare le mie innumerevoli iniquità e guarire le mie ferite profonde.
[I
piccoli sacrifici che faccio attirano su di me la grazia di compierne di più
grandi. Non ho più fiducia in me stessa, ma la forza della grazia mi fa vincere
tutti i vizi del mio cuore e mi fa fuggire tutti i pericoli]
Sì,
mio Dio, ho bisogno di dirlo: mi è stato necessario solo di lasciar agire la
tua Volontà su di me per vederla operare nella mia anima senza alcun altro
merito da parte mia. Tu hai fatto forza contro tutti gli idoli del mio cuore ed
essi sono caduti davanti a te come i muri di Gerico al suono delle trombe. Ma
questo è ancora troppo poco per il tuo amore perché questi idoli devono essere
ridotti in frantumi per non rientrare più nella dimora del cuore, dove vuoi
abitare solamente tu al loro posto.
Adesso,
poi, ti vai servendo anche dei ricordi del passato per farmi evitare i
pericoli futuri. Il ricordo delle mie disavventure passate mi costringe a
bruciare con rabbia i romanzi e i testi di tutti i canti sentimentali, perché
l'esperienza mi insegna che il primo fervore spirituale della grazia può
passare presto e le tentazioni possono ripresentarsi con violenza.
Sempre
il ricordo delle mie esperienze passate mi presenta le amarezze che vengono
dopo ogni imprudenza; allora mi decido a distruggere tutto ciò che potrebbe
ancora farmi cadere. Il provvidenziale ricordo del mio passato sbagliato mi
avverte, inoltre, che il desiderio di piacere ai ragazzi ha dominato a lungo il
mio cuore e lo ha reso fragile nel cadere; per questo adesso cerco di fuggire
le varie occasioni d'incontri con loro, anche rinchiudendomi nella mia stanza
per evitarli. Per quanto riguarda, poi, la presenza dei giovani che possono
venire a casa, se la convenienza o qualche motivo mi obbligano a restarci,
almeno questo ricordo mi fa controllare i miei sensi ed il mio cuore con una
padronanza molto responsabile.
Ancora
il ricordo del mio passato, rammentandomi la vanità con la quale avevo cura del
mio aspetto esteriore, mi distoglie dal guardarmi allo specchio anche per necessità,
e mi fa compiere verso il mio Dio il sacrificio di rinunciare a delle piccole
acconciature per farmi vincere la tentazione, come una volta, di apparire
seducente; per superare il mio orgoglio, mi richiama che bisogna tagliare i
ponti con il mondo, che devo disprezzare anche le sue derisioni vestendo
poveramente, uscendo senza guanti e qualche volta con il vestito macchiato o
stracciato, perché la ricerca dell'avvenenza in questo genere di comportamento
è stato un duro ostacolo alla mia conversione.
Infine,
sempre pensando al mio passato, sento di essere in obbligo di donare al Signore
anche la mia voce, che pur ricevuta da lui, ha causato molti disastri alla mia
anima perché con discorsi leggeri ho espresso tanti sentimenti indegni; anche
con la mia voce adesso voglio vincere il rispetto umano cantando in chiesa i
canti sacri davanti a Lui.
[Adesso
finalmente mi sono liberata dalle mie amiche mondane che vengono presto
sostituite da ragazze molto religiose, la cui amicizia m'incoraggia al bene]
Il
ricordo del passato m'insegna a tenermi lontana dalle ragazze del mondo per non
incorrere assolutamente nei pericoli di farmi sedurre ancora dalla vanità o dal
piacere. Colui che mi tiene tra le sue braccia ed il cui Cuore palpita sul mio,
mi suggerisce delle risposte coraggiose e piene di fede da dare agli inviti che
ricevo da queste amiche.
Rispondo
decisamente che la mia anima adesso è risoluta nel proposito di servire il
Signore; è risoluta nel dimenticare il mondo per cui mi tengo lontana dalle
compagnie dove non si parla di Gesù Cristo, dichiarando che tutte queste vuote
conversazioni mi annoiano.
Le
ammonisco anche sui pericoli che queste compagnie incontrano seguendo le
seduzioni del mondo, il quale a prima vista si presenta incantevole, nascondendo
accuratamente le sue spine sotto i fiori.
Esse
cercano d'insistere nell'invitarmi ad andare a far loro visita, ma rispondo loro
che è inutile attendersi da me un'amicizia, se anch'esse non sono decise a
rinunciare alle frivolezze del mondo.
Ed
ecco che assisto a questo fatto: esse ben presto si ritirano una dopo l'altra.
Le perdo di vista e mi vedo attorniata da ragazze piene di fede che le
sostituiscono; queste sono amiche vere che hanno la premura di propormi delle
occasioni buone per far piacere adesso a Colui che voglio unicamente seguire ed
amare.
L'esistenza
ora cambia aspetto anche ai miei occhi: prima, quando amavo la vanità e i
divertimenti del mondo, ero convinta che esistesse solo della gente che adorasse
vanità e divertimenti; ero proprio convinta che tutti la pensassero come me e
che la religione fosse quasi spenta in tutti i cuori. Adesso invece mi rendo
conto che Gesù Cristo ha ancora molti innamorati e tutto quel che vedo attorno
a me - le persone buone e religiose che ora conosco e frequento - mi edifica e
m'incoraggia a seguire le richieste dell'Amore divino.
[Mi
preparo a fare una confessione generale]
Vado
comprendendo la necessità che è venuto il momento di fare una confessione
generale di tutti i peccati che ho commessi dopo la prima Comunione. Ho creduto
bene di scrivere quelli che io ritenevo tali per ricordarli in tutti i
particolari.
Per
fare questo me ne sono stata chiusa in camera e, invocando lo Spirito Santo
perché fosse la mia luce, ho frugato senza fatica nelle pieghe della mia anima
per lungo tempo in colpa. Mio Dio! quale valanga di offese a te si sono
presentate in questo momento alla mia coscienza! Presi visione di tutto l'orrore
della mia condotta passata e andavo distinguendo finalmente, senza alcuna
illusione, la gravità dei peccati di cui ero responsabile, disposta anche a
dare una spiegazione sincera di essi al padre spirituale, affinché ne
comprendesse l'estensione; così pure la mia passata condotta apparve chiara
alla mia immaginazione, senza che facessi sforzi sovrumani per renderla evidente
e precisa, perché allora comprendevo nella vera luce una immensità di colpe
gravi che prima nella mia cecità fatale avevo considerato come leggere e quasi
naturali.
[Compio
la mia confessione generale e mi sento liberata dal peso angoscioso dei miei
peccati]
Appena
terminai (di scrivere) il mio esame di coscienza, quasi tremante, vergognosa e
confusa presi la decisione di recarmi a confessare tutti questi peccati; ma Dio
volle che fossi ricevuta dal confessore in maniera tale da comprendere subito
che non avevo alcun motivo di aver paura.
Come
sei buono, Gesù, nel prendere tra le tue braccia l'agnellino ribelle che ti
costò mille fatiche per riuscire a strapparlo dal furore dei lupi, anche se
meritava proprio di divenirne pasto!
Dimenticando
ogni mia ingratitudine, ti sei degnato di compiacerti delle mie umili attenzioni
e mi hai sovraccaricata di prove del tuo Amore. Avrei dovuto soffrire almeno
il peso dei rimorsi che mi potevano schiacciare dato che ti ho vilmente
abbandonato per correre verso la rovina!
Dove
sono i rimproveri del pastore? Il disprezzo dei tuoi discepoli? Dove è la
vergogna di subire un grande castigo prima di ricevere il Pane del cielo, che
per lungo tempo ho disprezzato andando a nutrirmi di pascoli avvelenati da serpi
e da altri animali immondi, di cui il mondo è pieno?
Sì,
senza dubbio, meritavo molti rimproveri e tuttavia ebbi da «Anania» - il mio
padre spirituale - solamente espressioni di incoraggiamento e di
rallegramento; e i discepoli fedeli del mio Dio, lungi dal disprezzare la mia
conversione, dimenticando il tempo della mia infedeltà, adesso mi offrono
sinceri apprezzamenti e si preoccupano benevolmente di invitarmi a condividere
la loro generosità e i loro impegni orientati ad amare Dio e i fratelli
sofferenti.
Padre
tenerissimo, mi hai imposto di nutrirmi del cibo delle anime fedeli senza
punirmi per i miei precedenti rifiuti di seguire gli inviti della tua grazia.
Tu conosci troppo bene che la mia debolezza richiede la tua presenza nel mio
cuore; per questo non hai guardato alla mia indegnità, ma ai miei bisogni.
Spinto dalla tua misericordia verso di me, hai lavato le mie ferite nella
sorgente del tuo Sangue prezioso, hai saziato la mia fame con il sacramento
adorabile del Pane del cielo, hai illuminato la notte della mia anima con il tuo
Spirito e mi hai riempito di ogni tesoro celeste e terreno donando al mio cuore
te stesso, che sei Dio. Di fronte ai tuoi molti benefici e non avendo nulla di
me stessa da poterti ricambiare, mi hai chiesto solo il desiderio di farti
contento, solo la volontà di servirti, solo il fervore di amarti.
[Gesù
mi chiede il sacrificio di rinunciare ai gioielli]
Avendo
compiuto tutto ciò, affidatami pienamente a te e unita solo al tuo Cuore, ho
visto sciogliersi senza incertezze le catene spregevoli della mondanità. Allora
per aiutare i poveri ho voluto donarti le collane, i braccialetti, tutti gli
inutili monili del mondo; ho deposto sul Crocifisso i fiori con cui avevo
adornato i miei capelli ed altre cose di cui adesso mi servirò per rendere più
bello il tuo trionfo, Gesù, quando i bambini si accostano al santo Sacramento.
Così pure voglio abbandonare i vestiti di stoffa preziosa di cui ho fatto un
uso eccessivo.
Queste
piccole vittorie, che il mondo chiama sacrifici, sono semplicemente opera
della tua grazia e non esigono che un mio Amen per far sgorgare dentro di me
un fiume di purissima gioia.
[La mia
anima si distacca dalle cose terrene e sente la pace che viene dalle aspirazioni
spirituali]
Mio
Diletto, a quale eccesso conduce il tuo amore! Mi vai colmando di benefici come
ricompensa ai lievi sacrifici che ti offro nel farmi sentire che le cose terrene
non hanno alcun valore e attiri le mie aspirazioni sempre di più verso la
patria celeste. E' vero, i beni della terra servono solo a impedire lo slancio
fervoroso del cuore verso di te. Dal momento della mia conversione il mio
proposito è quello di non possedere sulla terra niente altro che lo stretto
necessario. Comunque la mia decisione dovrà tener conto dei miei familiari,
che non felicemente illuminati dalla fede o insoddisfatti di questa scelta
potrebbero farmi opposizione con espressa proibizione di dare la mia biancheria
senza permesso; tuttavia devo affermare che nel mio desiderio non trovo nulla di
straordinario come la maggior parte della gente sarebbe tentata di pensare.
Cosa può contare per me tutta la fortuna materiale del mondo quando Dio mi
riempie il cuore? Tutto ciò che la terra mi offre equivale alla polvere che
sporca la mia casa e dà fastidio al mio caro Ospite! Quanto sono infelici
coloro che seguono il mondo! Essi si meravigliano o si burlano di coloro che
dopo aver rinunciato alle gioie terrene, spazzano via dal loro cuore anche ogni
attaccamento ai suoi piaceri e alle sue vanità, e fanno passare tali persone
per originali ed esaltate arrivando anche a dire che preferirebbero
seppellirsi piuttosto vivi che comportarsi in questo modo. Hanno ragione se si
appoggiano sulle loro sole risorse; è sicuro che se essi le confrontano con i
sacrifici che la conversione richiede, benché siano di poco peso,
indietreggerebbero per lo spavento e ammetterebbero: Sì, devo riconoscere che
la conversione mi è impossibile perché è superiore alle mie forze; andiamo
avanti così; è impossibile che avvenga per me!
Ma
il mio cuore si è ribellato come il vostro e la morte mi sembrava preferibile a
dover rinunciare al ballo e alle gioie del mondo. Questo però mi è accaduto
solo quando scorgevo le mie inclinazioni e constatavo la mia incapacità di
resistere ad esse invece di rivolgere lo sguardo a Colui che è la forza dei
deboli e il premio dei vittoriosi. E' vero, la conquista del Cielo mi sembrava
impossibile; ma allora io ero ferma a considerare solo le spine della virtù
invece di alzare lo sguardo alla felicità vera che si gusta unicamente nel
servizio del Signore. Ma tutti l'hanno visto; io ho detto: Ormai è ora, benché
mi costa, voglio sinceramente convertirmi!
[Riconosco
che il giogo del Signore è dolce e il suo carico leggero]
Gesù
mi ha addolcito le fatiche del ritorno conducendomi Lui stesso nel suo ovile.
Posso affermarlo senza timore di esagerazione dato che il mio cuore ha vissuto
una dolce esperienza; sì, amabile Gesù, il tuo giogo è soave e lieve per chi
lo prende pienamente su di sé, come è pesante e insostenibile per coloro che
sono vili e non accettano di portarlo che a metà. Le spine che si incontrano
lungo la strada della salvezza procurano dolore solo ai cuori divisi che stanno
sempre a rimpiangere i fiori avvelenati, i piaceri effimeri che il mondo
esibisce come seduzione.
Le
spine del mondo, in verità, a coloro che vogliono amarti senza riserva, Gesù,
procurano solo ferite d'amore da cui vogliono mai più guarire. Sì, mio
Signore, è tutto dolce nella tua legge per chi desidera attuarla senza
restrizione; al contrario sembra dura per chi preferirebbe tralasciare anche
solo un iota. E' facile capire che avevo solo la mia buona volontà come unica
ricchezza, ma questa non era bastevole perché potessi avvicinarmi al gregge
del buon Pastore se non fosse intervenuto il suo amore infinito. Mi vedrei
carica d'un orgoglio irritante se nutrissi il pensiero di valere qualcosa perché
ho fatto un po' di cammino da sola. Non è difficile camminare quando c'è chi
ti porta. Sposo divino, qui mi basta ripetere che se tu mi lasci camminare da
sola, io perirei nella miseria e nella fatica. Il tuo Cuore pieno di tenerezza
potrebbe permettere che ciò avvenga? No e no, la bontà di Gesù non lo
permetterà mai e non ho da temere da parte tua che tu mi lasci andare a me
stessa anche per un po'. Cosa potrei dire di te, Vita della mia vita? Non
sarebbe meglio che me ne stessi in silenzio? Non parlerebbe il mio silenzio in
maniera più eloquente d'una debole voce?
Mio
Dio, la sovrabbondante pienezza dei tuoi doni potrà essere rivelata degnamente
solo da te. Parla al mio cuore, mio Signore, e la tua piccola sposa diverrà eco
commovente presso gli altri di ciò che tu le confiderai.
[Ho il
permesso "speciale" di accostarmi sovente ai sacramenti della
Penitenza e dell'Eucaristia]
Anania
- il mio padre spirituale - sempre attento ai bisogni della mia anima mi
permetteva ed anzi mi comandava di ricevere molto spesso il cibo celeste. Il
Sole divino di giustizia che veniva in me, sempre di più scaldava il mio cuore,
illuminava il mio spirito e mi disponeva di giorno in giorno, malgrado la mia
indegnità, a stringere il più dolce e il più indissolubile legame con Lui.
E prima di incatenarmi per sempre al Cuore di Gesù Cristo, lo Sposo divino, pur
senza farmi conoscere i disegni del suo Amore, mi faceva provare interiormente
il più ardente desiderio di lasciare questa terra straniera per slanciarmi e
volare nel suo seno. Ma ad opera della sua grazia capivo che dovevo prima
combattere per essere poi coronata. Capisco ancora di aver dei nemici possenti
che non sono stati ancora debellati e che sono sempre in agguato per
strapparmi dalle braccia della mia guida divina. La collera e l'orgoglio sono le
mie passioni tiranniche, che ancora attraversano la mia anima e non raramente mi
assalgono per divorarmi e perdermi.
[Con
l'aiuto della grazia di Dio compio grandi sforzi per vincere la mia collera]
La
passione della collera mi accende frequentemente di sentimenti di furore; quando
sono interiormente agitata, temo per gli sforzi di far sfuggire all'esterno la
spaventosa fiumana dell'ira che ruggisce dentro di me; ho paura di cedere
improvvisamente alla sua violenza e di recare offesa con questa debolezza a
Colui per il quale il mio cuore brucia d'amore.
Gli
sforzi immani che faccio su di me per controllarmi con la grazia di Dio non mi
impediscono però di versare torrenti di pianto; per riuscire a tacere mi
costringo a cacciare in bocca qualunque cosa mi capita sotto mano. Il
nervosismo mi scuote tutta, le lacrime continuano a scorrere. Mio Dio, che sarà
di me se continuo così? La tempesta della collera mi abbatterà! Ma che dico?
Il divino Pilota non conduce forse la mia piccola imbarcazione e non vede lui
stesso i pericoli che mi circondano e la paura che mi abbatte? Potrà forse
permettere che la mia volontà soccomba alla violenza dei venti che la
percuotono?
Vedete
pure voi che ritenete le vostre inclinazioni insuperabili e cercate di provare
vergogna quando muovete accuse al nostro Creatore per le cadute che fate continuamente.
Cercate piuttosto di tacere, cercate di non insistere nelle vostre espressioni
blasfeme, voi che siete schiavi codardi delle vostre passioni, che ritenete
insuperabili. Il nostro Creatore, che vuole che abbiate il controllo di voi
stessi, vi promette il suo aiuto nei momenti pericolosi a condizione che
opponiate resistenza con tutte le vostre forze a tutti gli istinti malvagi fin
dal loro primo insorgere in voi.
[Vengo
liberata dalla tentazione e le mie passioni s'indeboliscono a misura che le
combatto]
Eccone
la prova: Gesù, commosso dalla mia situazione, si alza e comanda alla
tempesta di tacere; allora la calma succede ai venti che infuriavano. Da questo
momento gli assalti cominciano a rarefarsi e mi rendo conto che per superarli
posseggo un soprappiù abbondante di forza. Così mi accade pure per le altre
passioni che cercano di travolgere il mio temperamento. Mi accorgo che anche
altri istinti impulsivi diventano meno violenti in proporzione delle vittorie
che riporto su di me con la grazia di Gesù Cristo. Tuttavia questo non è abbastanza
per vincere tutte le tentazioni di questo periodo. Il mio Diletto non può
tollerare nemmeno le cicatrici rimaste nell'anima in seguito alle passate
ferite. Egli vuole veramente che io rinasca pienamente e che esse scompaiano
del tutto.
[Con
l'aiuto della grazia compio la mia riparazione per gli scandali dati agli altri
nel mondo]
Gesù
mi fa capire che esige da me una riparazione solenne per tutti gli atteggiamenti
che nel passato non gli erano piaciuti. Allora, condotta sulle sue ali, mi
decido a recarmi presso la casa di una ragazza, che è operaia, alla quale
spesso avevo confidato le mie avventure sentimentali e con la quale avevo
letto anche dei romanzi non buoni. Sul momento, lei credette che io mi fossi
recata a casa sua per lo stesso motivo delle altre volte; per questo cominciò
subito a compatirmi per gli ostacoli che i miei familiari mi ponevano e che mi
facevano soffrire. Ma al suo compatimento io risposi presto che ormai l'amore
per le creature non abitava più nel mio cuore, perché in me aveva preso posto
Gesù, il solo che è veramente degno di regnare in me. Inoltre, le dissi che se
io mi ero recata da lei, era al solo scopo di ottenere il suo perdono per me per
tutti quei cattivi esempi che le avevo dato nel passato.
Dopo
essermi aperta in questo modo, la lasciai ben presto perché Gesù mi volle
condurre anche presso tutte le altre ragazze che ancora non erano al corrente
della mia «conversione» per far conoscere anche ad esse la mia decisione ormai
definitiva. Volli pregarle di dimenticare le mie passate trasgressioni e di
considerare come pettegolezzo e menzogna da parte mia tutto quello che
precedentemente avevo potuto dire sul conto del mio prossimo. Così pure dissi
di voler riparare, in seguito alla mia presente apertura, ciò che la loro
indiscrezione avesse lasciato sfuggire nei miei riguardi. Tuttavia non potevo
mancare di confidare ad esse tutto quello che il mio Diletto stava compiacendosi
di ispirarmi e le lasciai solamente dopo averle persuase che la mia
conversione era sincera.
Restava
però in casa un particolare ricordo della mia stupida vanità: era il mio
ritratto. Ero stata dipinta con un costume molto sfacciato e per nulla modesto
allo sguardo di Gesù Cristo. Gesù stesso mi fece comprendere che bisognava
farlo ritoccare diversamente. Allora mi misi a rintracciare il pittore che
l'aveva fatto e lo pregai di volermi accontentare nel dipingervi i vestiti che
adesso volevo indossare tutti i giorni se non per il colore, almeno per la
forma e il decoro. Gli feci anche capire tutta la mia avversione che
interiormente provavo per la mia passata ricerca di apparire seducente agli
occhi degli altri, che senza alcun dubbio lui aveva evidenziato, come pure gli
assicurai che ormai il mio cuore aveva sancito un eterno distacco da queste
vanità.
[Domando
perdono alla mia famiglia per tutte le mie ribellioni insensate, commesse in
casa e dichiaro i miei propositi per il futuro]
Quello
che avevo già fatto con le amiche per riparare gli scandali dati nella società,
non bastava; dovevo cancellare dalla memoria dei miei cari, far loro
dimenticare le mie passate infedeltà verso Gesù Cristo e convincerli nello
stesso tempo del mio effettivo e pieno ritorno alla Legge di Dio. Ed ecco che un
giorno, in cui la maggior parte dei miei familiari erano riuniti in casa, colsi
l'occasione per domandare perdono dei miei antichi attaccamenti morbosi alle
vanità del mondo, di cui troppo spesso avevo abusato e dichiarai davanti a
tutti, piena di felicità, la rinuncia al mio modo di fare, ai divertimenti,
alla mentalità che prima avevo seguito nel mondo; e purtroppo molti ne godono
mentre Gesù Cristo detesta ciò. Alla fine delle mie parole ricevetti da loro
tutti un dolcissimo bacio di pace.
[Volli
impegnarmi a far sapere a tutti la mia conversione; questa notizia provocò una
salutare impressione sugli altri. Così pure m'imposi di fare penitenza per
riparare le mie colpe verso la mamma e per abbreviare la sua purificazione in
Purgatorio]
Feci,
insomma, quanto mi fu possibile per far conoscere a tutti coloro che avevano
conosciuto in me «la schiava dei princìpi» del mondo la «nuova convertita»,
dimostrando a loro che le attrattive del mondo per me ormai non contavano più
nulla. Accadde che lungi dal riceverne umiliazioni e beffe, mi accorsi che
questo fatto causava nel cuore di molti una forte e salutare impressione. Ma
c'era ancora una cosa difficile da fare: dovevo calmare la voce della mia
coscienza che mi tormentava - come ho già descritto nel precedente quaderno -
per tutti gli atteggiamenti ingiusti con i quali avevo fatto soffrire la mamma;
avevo bisogno di chiederle perdono. Ma come fare, dato che aveva lasciato la
terra? Mi angustiavo di non poter mai più liberarmi dai miei rimorsi. Allora
mi feci obbligo di sottopormi ad una penitenza prolungata e severa proprio
allo scopo di farmi perdonare da lei e di farle abbreviare da parte di Dio i
rigori della sua purificazione in Purgatorio. In seguito a questa penitenza
non mi risuonava più la sua voce che gridava in modo lacerante e venne in me
una grande calma per quanto riguardava il perdono della mamma.
[Lo
Spirito Santo mi dà la forza di compiere gesti pubblici per testimoniare la mia
fede; provo in me delle consolazioni spirituali inesprimibili]
Quando
ebbi terminato di far conoscere la mia conversione a coloro ai quali avevo
dato scandalo insieme con la mia risoluzione di dedicarmi al servizio del
Signore, cominciò ad ardere in me l'ansia di presentarmi pubblicamente come «figlia
di Dio»; questo bisogno ardeva in me pressoché incessantemente. Allora quello
che prima nella pratica della fede mi era sembrato adatto per la gente comune -
senza però che io mi fossi accorta di tale sentimento - divenne lo scopo della
mia dedizione a Gesù e fece avvampare ancor più intensamente il mio anelito
d'amarlo. Fu Gesù Cristo a farmi sentire nel cuore il suo appello di
accompagnarLo presso tutti i malati che Egli andava a visitare (con la santa
Eucaristia). Gesù voleva, inoltre, accettava che io fossi ancor più vicina a
Lui nella casa dei malati, dove mi infondeva le più insolite e soavi
consolazioni d'amore. Gesù Cristo, questo Dio generoso, mi chiedeva che fossi
al suo servizio anche durante le processioni solenni e con quel fuoco d'amore,
che in queste circostanze sentivo divampare dentro di me, sentivo che Lui mi
incoraggiava a camminare al suo fianco. Il suo Cuore cercava il mio cuore; così
pure sentivo che dovevo mostrare agli altri la mia felicità incontrastabile per
il fatto che Lui ora mi apparteneva e che io ero stata scelta dalla sua
tenerezza divina per appartenerGli.
[Il
ricordo che prima della conversione avevo mostrato indifferenza verso la santa
Vergine mi causa turbamento e angoscia]
Rimaneva
tuttavia sulla mia coscienza ancora il timore di un castigo giustamente
meritato: il ricordo della mia ingratitudine verso la santa Vergine Maria.
Temevo che lei fosse irritata della mia passata indifferenza per Lei e che non
sarebbe stato mai possibile che lei potesse rivolgermi uno sguardo dolce come ai
suoi figli più cari. Allora la supplicavo con tutto il mio cuore di accogliermi
almeno nel numero di coloro che sono al suo servizio. Ma poiché non conoscevo
affatto la bontà di questa dolce Mamma, la pregavo, ma sempre disturbata dal
pensiero che lei stava a ricordarsi del mio poco amore avuto per Lei. Rivelai più
volte la mia angoscia al padre spirituale ed egli si adoperò a rassicurarmi e
mi ordinò a questo punto di recitare ogni giorno due Ave Maria per mettermi
sotto la sua protezione. Feci proprio così e da allora coglievo ogni
occasione per dimostrare a Maria che io ci tenevo a sentirmi protetta dal suo
sguardo materno. Tuttavia il dubbio circa il suo perdono persisterà ancora per
molto tempo.
Vergine
Santa, che proteggi i deboli che a te si rivolgono, come conoscevo poco il tuo
Cuore di Madre! Io ero nell'incertezza della tua clemenza, mentre tu ti
prodigavi per la mia salvezza e chiedevi per me a Gesù i doni più grandi e
straordinari. Come ero lontana dal prevedere la mia felicità o meglio navigavo
già nell'oceano delle grazie che tu mi avevi ottenuto da Gesù Cristo, mentre
io continuavo ad ignorare che eri proprio tu colei che mi proteggeva, Madre mia!
Ed
ora sei proprio tu che mi offri fino al termine della mia vita, con gli slanci
del mio cuore, a Gesù Cristo, il mio Sposo! Supplica con insistenza la bontà
del Figlio tuo a condurre a termine la sua opera verso di me accordandomi quanto
gli chiedo con tutto il cuore.
[Vengo
guarita da Gesù dalla paura della morte]
Dal
momento in cui avvenne la mia rinuncia di piacere al mondo, la pace della
coscienza mi confortò con un primo vantaggio: la guarigione dall'eccessiva
paura della morte.
Antecedentemente
scorgevo dei ladri nascosti qui e lì, in casa, sempre pronti ad uccidermi.
Tremavo nell'oscurità e tremavo nella solitudine; al minimo rumore sobbalzavo
di terrore e se una volta la mia arroganza arrivava ad offendere coloro che
credevano ai fantasmi, adesso ero io ad essere assalita dalla paura degli
spettri. Mi sembrava udire dei rimproveri, da ogni parte, verso di me per la mia
infedeltà a Gesù Cristo. Anche il mio respiro nella notte mi faceva paura;
credevo che sotto il mio letto fosse nascosto qualcuno che avesse intenzione di
uccidermi e ne percepivo anche il respiro. Allora tremavo tutta e per il
terrore non osavo fare nemmeno il più piccolo movimento. Intanto la coscienza
mi ripeteva senza sosta: Povera Paolina, quale sarà il tuo destino se Dio ti
richiede questa stessa notte la tua anima?... Ma dopo la conversione - quando
Gesù trovava riposo nel mio cuore - sentii svanire tutte le illusorie
suggestioni della mia immaginazione malata e all'avvicinarsi del terrore mi
dicevo: Di che cosa posso aver paura? Io sono con Gesù. Dopo tutto, anche la
morte servirebbe a farmelo vedere faccia a faccia. Ora temo solamente il peccato;
la morte corporale non mi incute più alcuna paura.
[L'amore
di Dio attira sensibilmente ogni affetto del cuore e ogni pensiero della mente]
Come
ho già detto, il fuoco divino che Dio aveva acceso dentro di me, estinguendovi
le fiamme impure delle passioni, mi faceva desiderare anche la morte. Sentivo
che il mio cuore, che prima lo sperimentavo tanto immenso che le creature e
persino il modo intero non sarebbero riusciti ad appagarlo, adesso era invece
divenuto così angusto e troppo limitato nei suoi slanci da non riuscire ad
amare, come avrebbe voluto, il suo Dio, infinitamente amabile.
Le
aspirazioni d'amore sorpassavano le mie possibilità concrete e mi dicevo che
non sarebbe stato mai possibile soddisfarle sulla terra e solo una Patria più
beata mi avrebbe colmato di amore e mi avrebbe fatto trovare il Diletto, senza
che niente più avrebbe potuto rapire l'uno all'altra.
In
quel tempo più ricevevo il mio Dio di cui avevo fame, più i miei desideri di
possederlo a mio piacimento incendiavano la mia anima. Ne ardevo così
intensamente che cadevo anche in una profonda malinconia perché quel bisogno
infinito di amare possedeva talmente la mia esistenza e la mia persona da
rendermi la vita e la permanenza nel tempo e sulla terra veramente
insopportabile. Cercavo ovunque il mio Dio; lo vedevo dappertutto: nei fiori,
nelle piante, nelle stelle, nella luna. Talvolta davo dei baci infuocati alle
foglie degli alberi come se le vedessi uscire dalle mani del Creatore.
Amavo
la campagna perché trovavo in essa in ogni posto le opere del mio Gesù. Amavo
la solitudine che mi permetteva di conversare continuamente con Lui. E confidavo
solamente al suo Cuore divino gli affanni del mio. Le stesse espressioni umane
non riuscivano a manifestare ciò che passava dentro di me. D'altronde le
creature erano così scialbe nel loro tentativo di darmi soddisfazione per
calmare un po' la mia sete! Dio solo accendeva nel mio cuore questa brama e solo
Lui poteva addolcirla. Difatti, il fuoco che bruciava in me, l'aveva acceso il
Cuore di Gesù; per questo non poteva che tendere ad unirsi e confondersi nelle
stesse fiamme infinite di questo Cuore divino, innamorato di me.
O
Patria celeste e eterna, è solo nel tuo grembo che potrò perdermi nell'amore
infinito del mio Dio! Posseduta dal tormento di amare e come consumata
dall'amore di Gesù Cristo, non riuscivo a trovare alcun interesse per tutto
quello che non riguardasse il suo Amore. Tutti i legami che mi trattenevano
sulla terra, mi erano estranei ed anche intollerabili quando non era l'Amore
divino stesso a stabilirli. Quando era questo Amore divino, invece, un qualunque
estraneo mi fosse dato d'incontrare, a condizione che sapesse amare Dio,
diveniva il fratello più dolce per il mio cuore. L'esperienza di questo
periodo mi faceva trovare nel Signore mio padre, mia madre, i miei fratelli, le
mie sorelle, i miei amici... Ed amavo Gesù Cristo in ciascuno di coloro che
vedevo amare Lui.
[Tormento
di voler dare gloria a Dio nel servire la Chiesa]
La
tensione sconfinata di amare, la sete divorante di possedere il mio Dio, mi
spingeva anche ad agire per la sua gloria. Sentivo che Colui che inebriava la
mia anima di questa fiumana di tenerezza, domandava qualcosa nei miei riguardi,
senza però svelarlo apertamente alla mia coscienza.
Con
il mio cuore andavo a Roma e persino volevo avvicinarmi al Santo Padre; gli
dicevo che ero pronta con la volontà a contribuire alla gloria della Chiesa.
Tuttavia nella situazione in cui mi trovavo di apparente incapacità a
realizzare i disegni di Dio, continuavo a ripetere a me stessa: Come sono
triste! E' inutile che io mi angosci nel voler lavorare per la gloria della
Chiesa perché la mia condizione di donna e la mia personale fragilità costituiscono
un ostacolo insormontabile. Intanto continuo a bramare di andare a Roma, di
parlare al Santo Padre... Ma cosa potrei dirGli? Per quale ragione dovrei
arrivare fino a Lui? No, non è questo quello che Dio vuole da me ed ha ragione!
mi dicevo.
Ma
allora cosa mi chiede? Mi chiede veramente che io lavori per la gloria della
Chiesa? Ma come può una ragazza così giovane come me nutrire tali aspirazioni?
Questa gioia è riservata solamente ai ministri del Signore! Pur tuttavia mi
accompagnava costantemente un presentimento interiore che mi assicurava: Dio
vuole servirsi di te per la sua gloria! Tu sei destinata a realizzare i suoi
disegni (per ora) nascosti.
[Vado
dal direttore spirituale per aprirgli il mio animo]
Attirata
senza soste verso il Signore da un mare di desideri che Lui stesso suscitava in
me, ripiena sempre ed esclusivamente dall'amore verso la Chiesa, che l'Amore
divino stesso sosteneva e alimentava, continuando a fare sempre delle
congetture - come ho accennato - sul modo con il quale Dio stesso volesse
servirsi di me per la sua gloria, mentre ancora non riuscivo a comprenderlo, mi
recai - nel mezzo di questo spossamento che mi causavano le mie ricerche - dal
mio direttore spirituale per esporgli i miei propositi di servire Gesù,
attendendo in silenzio davanti a lui qualche risposta.
Mio
Gesù, egli taceva e non mi dava alcuna risposta. Perché, allora, avevo questa
ansia di aprirgli il mio cuore su quanto il tuo divino Amore andava facendo in
me e questo stesso Amore mi aveva condotto da lui per saperne di più?
Mio
Diletto, tu continuavi ad incalzare il mio povero cuore, ad aumentare il fuoco
delle mie aspirazioni; eppure quando volevo dar sollievo alla mia tortura
spirituale per cercare di trasmetterla ad un'anima capace di condividerla, tu
mi costringevi ad andar via da lui senza aver ottenuto alcun sollievo.
[Desidero
fortemente di consacrarmi al mio Dio con il voto di castità]
Non
mi era mai venuto in cuore né mi ero mai sentita attratta verso la vita tutta
celestiale delle religiose; la mia debolissima vita spirituale non era in grado
di innalzarsi alla loro perfezione. Tuttavia in me c'era l'audacia di capire e
di ammettere la felicità che prova l'anima, scelta come sposa carissima dal
Signore. Allora sentivo anche che il voto di verginità, congiungendomi in modo
totalmente intimo con il Cuore divino, avrebbe potuto calmare la veemenza
del mio tormento; nello stesso tempo, però, io resistevo ad un simile
orientamento.
Restando
nel mondo consideravo «il voto di castità» come una imprudenza di cui avrei
potuto in seguito pentirmi e pensavo che una ragazza era in dovere di non fare
tale voto, ma di mantenersi libera fino a quando non le fosse stata data la
grazia di entrare in un convento. Vivevo dilaniata: da una parte c'era il
desiderio di affidare la mia libertà entrando in un convento, dall'altra parte
c'era in me una molteplice ripugnanza per lo stesso convento. Allora cercavo
anche di vincere questo senso di rifiuto per ottenere un po' di pace dentro di
me pensando che prima o poi mi sarei unita - sempre in convento - a Colui
che era tutto il mio Amore.
Tuttavia
erano degli sforzi inutili. Per tentare di superarli, mi costringevo ad andare
nei conventi a vedere le cerimonie delle vestizioni religiose delle giovani
aspiranti; ma una forza che non riuscivo a superare mi trascinava fuori di
queste sante dimore e sembrava persino gridarmi forte, mio malgrado: Non è lì
che devi consacrarti a Gesù!
Sfinita
da questa lacerazione, accasciata dalla prospettiva che mi restava ancora la
possibilità di scegliere uno sposo terreno, gemevo con tristezza col mio Dio
proprio sulla responsabilità della mia libertà come pure sul fatto che Dio
stesso potesse ancora volere da me un legame terreno che mi facesse dividere
il mio cuore tra Lui e una creatura terrena.
Non
ero ancora la sua sposa, ma Egli era già il mio Sposo diletto. Egli non aveva
forzato la mia libera decisione di volerlo e sentivo che ormai aveva già
conquistato interamente il mio cuore e la mia vita. Ferito dai mille dardi del
suo amore, il mio cuore si era arreso alle iniziative di Lui e finalmente si
consegnò dopo molte resistenze alle generose delicatezze di Gesù Cristo.
[Emetto
da sola col mio Dio il voto di castità]
Arriva
finalmente il momento in cui emetto irrevocabilmente il voto che porta tutti i
sentimenti e i movimenti del mio cuore in Gesù! Sostenuta dal suo divino
Spirito, ebbra delle sue grazie, colmata dei suoi favori, gli prometto con
giuramento di non aver mai altro Sposo che Lui e gli ripeto con ardore le più
dolci parole che Lui stesso pone sulle mie labbra.
Maria,
Madre mia, tu sei stata la testimone fedele della mia felicità; tu hai ricevuto
i miei propositi per presentarli al tuo Figlio e per questo sei divenuta
doppiamente la mia tenera Madre!
[Sono
sopraffatta dalla gioia che provo a causa della mia consacrazione]
Ben
cosciente della mia felicità, il ricordo di questo evento è continuamente vivo
nel mio cuore. Mi consideravo come una conquista dell'Amore divino e mi dicevo
con commozione: lo sono la sposa di Gesù Cristo. Per questo mi permettevo di
avere con Lui tutta quella familiarità piena di tenerezza che è propria di
una sposa che ha confidenza con il suo sposo. O felicità inattesa! Colui con il
quale mi comportavo tanto familiarmente, Colui che a sua volta faceva vibrare il
mio cuore con le sue visite continue d'amore, un giorno rispose alla mia voce
con la dolcezza delle sue parole. Egli mi disse: Io sono Gesù, impara a
riconoscere la mia Voce!
[Comincio
ad ascoltare frequentemente una Voce intima che mi risponde e mi guida]
Soavissima
ebbrezza! Purissime delizie divine! Vi ricordo ancora, eppure ancora non ne
comprendo esattamente il valore e il significato! Continuo a ricevere effusioni
di predilezione tenera da parte del mio Dio, ma non sono in grado di scorgere il
fatto straordinario della sua affabilità, per niente da me meritato. Ecco
quello che ben presto mi accade: presento a Gesù i miei dubbi, Lo interrogo,
accolgo gli insegnamenti dello Sposo celeste, vedendo in queste divine
manifestazioni di gentilezze verso di me semplicemente un modo normale con cui
il suo Amore tratta le creature che ama. Mi ripeto, con la ingenuità propria
dell'infanzia con cui mi avvolge: Sì, Gesù è nel Tabernacolo, Gesù è nel
mio cuore, se vuole può sicuramente rispondere alle mie domande. Dimmi, mio
Diletto, cosa devo fare in questa circostanza? Come devo comportarmi in
quest'altra occasione? Tu solamente conosci il fondo del mio cuore; parlami
perché sono pronta ad obbedirti, qualunque sacrificio possa costarmi il mio sì
a Te. Facevo proprio così nel rivolgermi a Lui nelle mie esitazioni; e
attendevo con fiducia da Lui una risposta divina. La mia attesa non era mai
vana: la Voce prediletta rispondeva ai miei interrogativi, calmava i miei
turbamenti, mi donava indicazioni di come comportarmi,
che
poi seguivo senza alcuna fatica e apportavano alla mia anima, che si abbandonava
alla sua misericordia, molta pace, insieme con le consolazioni inesprimibili e
una pioggia di luce.
[La
Voce mi comanda di non cambiare il direttore spirituale]
Adesso
vengo ad un esempio pratico: un giorno venni tentata di cambiare il direttore
spirituale perché ne temevo la sua eccessiva bontà. Ebbene, dopo averne parlato
con un sacerdote ragguardevole, che tuttavia non mi aveva dato ancora una
risposta, mi sono rivolta a Gesù Cristo per sapere precisamente cosa dovevo
fare. Egli mi rispose con la sua adorabile mitezza che era stato proprio Lui a
scegliere per me il direttore, che doveva incamminarmi per la strada della
vita spirituale. Allora scomparve il mio tentennamento e in seguito, per molte
altre volte, mi comandò di restare sotto la sua guida e di amarlo come un
padre, in quanto l'aveva scelto Lui per me.
[La
Voce interiore è anche una forza che mi conquista sensibilmente]
Mi
succedeva delle volte di non accorgermi dei favori straordinari che Gesù
andava concedendomi generosamente. Tuttavia quando la sua Voce veniva a
risuonare al mio cuore ed ero come investita dalle sue attenzioni, cadevo
talvolta in ginocchio quasi senza rendermene conto; allora, con l'atteggiamento
il più raccolto, ascoltavo con tutta me stessa la dolcezza delle divine
parole e dimenticavo tutto il resto, al punto tale che, ripresa poi conoscenza,
mi rendevo conto della mia posizione e quale forza quella voce aveva esercitato
su di me, su tutto il mio essere. Non avendo avuto prima alcuna esperienza di
quello che fa accadere la parola di Dio, ora ne facevo questa esperienza senza
però rendermi conto di quello che in realtà fosse. Quando mi riprendevo mi
dicevo: Se qualcuno entrando in questo momento, mi avesse visto in questo
atteggiamento, chissà cosa avrebbe pensato che mi stia accadendo di
eccezionale. In verità, Dio mi parla, per questo vengo tutta conquistata da
Lui.
[Riferisco
al direttore spirituale quello che riguarda la Voce interiore che odo in me]
Gesù
mi fece comprendere che era ormai venuto il momento di domandare al direttore
spirituale se io non fossi caduta nel tranello di qualche illusione circa la
Voce intima, che risuonava in me. Mi recai da lui a questo scopo e gli riferii
tutto con molta franchezza: Padre mio, in me odo una Voce che mi parla. Rimasi
molto stupefatta quando notai l'atteggiamento misterioso che egli assunse e
poi mi rispose: Figlia mia, io conosco questa Voce. Tuttavia essa esige un
discernimento e io per ora sono troppo occupato. Ritorna un altro momento;
allora ne parleremo. Sì, anch'io la conosco, ripresi con vivacità io stessa,
ed anche con meraviglia; Lui mi ha svelato il suo Nome! Me ne partii da lui
invasa dalla gioia, valutando meglio la felicità che mi era stata concessa
attraverso ciò che avevo intuito dalla risposta avuta dal mio padre
spirituale in Gesù Cristo. Ritornai da lui dopo un po' di tempo, come mi aveva
ordinato, per metterlo ampiamente al corrente, per quanto mi era possibile,
delle grazie che lo Sposo divino profondeva dentro di me. Egli si mostrò
penetrato di rispetto ed entusiasmo; allora anch'io aprii gli occhi finalmente
sulla grandezza delle divine predilezioni usate da lungo tempo nei miei
riguardi, senza averle apprezzate prima come era giusto e senza averle
conosciute adeguatamente come pure era necessario.
[Comincio
a stimare la Voce interiore che ascolto. Essa adesso vuole demolire il mio
orgoglio]
Gesù,
a questo punto, per correggere le devastazioni del mio orgoglio, si dà premura
di avvertirmi che era solamente per la sua generosità che mi veniva concedendo
l'abbondanza del suoi doni; e per rendere ancora più evidente tale convinzione
volle evidenziarmi che io ero solamente del fango, ma egli - soggiunse - fece
risuonare in me questo: Non sono proprio io il Maestro che dò vita a questo
fango? Certamente è così, mio divino Amore! Tu sei il mio Maestro e riconosco
che sei stato precisamente Tu a compiere tutto ciò in me. Ora, questa argilla,
lungi dall'abbandonarsi alle tue iniziative, non ha fatto altro che erigere
ostacoli alla tua benevolenza verso di sé con l'attaccamento disordinato alle
lodi degli uomini; e se ha delle virtù, le deve solamente all'eccesso della
infinita carità rivolta alla mia miseria. Tu solo, Signore, puoi conoscere a
fondo tutti i peccati, di cui sono colpevole; ma a te soprattutto appartiene
anche il potere di usarmi misericordia poiché solamente tu sei un Dio di
salvezza.
[Dimentico
la patria del cielo per l'esagerata compiacenza che mi delizia circa la Voce
interiore]
Trasportata
dalla gioia nella considerazione di questa strada straordinaria che l'Amore
divino mi spalancava davanti - continuamente guidata dalla Voce intima -, mi
slancio con energia in essa e per un po' mi dimentico il Paradiso, che fino a
questo momento è stato lo scopo di tutti i miei propositi. E ciò perché
gustavo deliziosamente l'incantesimo di questa Voce divina che s'intratteneva
con me. E' stato qualcosa di simile a quello che avvenne ai discepoli che videro
Gesù trasfigurato sul Tabor; anch'io oso dire: E' bello restare sulla terra in
questo modo; ora niente potrebbe accrescere la mia felicità.
[Vengo
punita dalla stessa Voce che mi rimprovera di aver dimenticato la Sion celeste]
Ma,
ecco che ben presto vengo castigata a causa della dimenticanza del Cielo. Gesù
Cristo cambiò il tono della sua Voce; divenne così severo che mi procurò un
tremito quasi continuo e mi vidi costretta a desiderare di vivere uno stato
ordinario - senza più udire tale Voce - al posto di quella grazia così
eccezionale, dato che adesso la trovavo tanto forte da non sopportarla per la
mia estrema debolezza.
In
questa circostanza non capisco che Gesù voleva far rifulgere la sua potenza, la
sua giustizia e la sua provvidenza servendosi maggiormente di chi è debole
per confondere coloro che sono più forti. Difatti egli rispose alla mia
richiesta rimproverandomi del fatto che avevo dimenticato la Patria del cielo e
per questo volle farmi sapere che aveva deciso di castigarmi.
[Rifletto
sull'opinione corrente che hanno le persone cosiddette buone circa la vita
spirituale. In verità, esse non la conoscono bene e per lo più sono senza
riconoscenza verso Dio]
Mio
Gesù, Padre tenero e geloso dell'amore dei tuoi figli, tu non puoi permettere
che essi finiscano per essere felici sulla terra dove non potranno mai amarti
perfettamente. Tu esigi che essi ti facciano regnare al di sopra di tutti i
loro sentimenti. Tu sai, mio Dio, che talvolta l'attaccamento alle consolazioni
e alle gioie che tu stesso ti degni riversare su di essi per inebriarci di pace,
finisce spesso per prevalere sul vero Amore divino, che consiste nel voler
soffrire e combattere senza soste per la gloria del Diletto. Noi siamo simili a
dei piccoli fanciulli che vogliono dare le loro carezze alla mamma solamente per
averne dei regali e poi subito fuggono dalle sue braccia. La maggior parte dei
cristiani ti amano solamente sul Tabor e ti abbandonano sul Calvario. Ossia, mio
celeste Amore, essi ti amano solamente per le ineffabili gioie che tu concedi
per conquistarli a te, ma non ti amano per te stesso. Essi arrivano a credersi
anche molto in avanti nella via della virtù quando corrono sulla strada delle
consolazioni; ma appena tu intendi farli camminare in una regione di prove,
tentazioni, sofferenze e aridità, essi smettono di camminare alla tua sequela e
abbandonano la tua dimora per rifugiarsi di nuovo nelle tende dei peccatori.
Essi, insomma, ti sono fedeli fin tanto tu acconsenti a dare ad essi una paga
di chi ben combatte come soldato - la dolcezza della grazia -, ma senza dover
esigere da loro né lotta né sacrifici. Essi non sono disposti ad
attraversare con coraggio le zone aride della vita per conquistare il tuo amore,
se questo tuo amore non si manifesta ad essi in maniera sensibile. Mio Signore,
costoro vogliono accettare un posto nel Regno dei cieli solo a condizione di
arrivarvi per una via di consolazioni e di gioia spirituali...
[Rifletto
ancora sui disegni di Dio circa la salvezza eterna. Egli non può realizzarla in
noi senza lacrime e lotte]
Mio
Dio, che sei morto sulla croce per tracciare a noi un cammino che ci conduca
alla vita eterna, è solamente attraverso le consolazioni che noi pretendiamo
seguirti?
Il
mio cuore, pieno di colpe, non deve bagnarsi nelle acque salutari della
Penitenza quando il tuo Cuore innocente, per mio amore, se ne è abbeverato?
E' forse giusto che tu soffra da solo per espiare i miei peccati ed io non
partecipi in alcun modo all'abbandono universale che il tuo spirito provò
nell'orto degli ulivi? Devi fare solamente tu, o Dio generoso, le spese della
nostra santificazione senza esigere nulla da noi? No, no, il tuo Sangue non
gioverebbe affatto a chi non vuol soffrire nulla per te. Bisogna essere decisi a
sopportare le fatiche del viaggio (dietro di te), la cui mèta sarà una
felicità senza fine, se si vuol gustare questa felicità infinita. Bisogna
attraversare gli aridi deserti delle prove, se si vuol raggiungere la Terra
promessa. E nessuno meriterà di venir coronato se non ha combattuto con
coraggio.
[Medito
sulla mia condotta circa l'eterna salvezza. Sento il rammarico di aver così
malamente lavorato per essa; per questo domando su di me una grande
misericordia]
Fino
al presente, mio Dio, queste verità devono solamente farmi gemere sulla mia
viltà e la mia poca vigilanza. Cosa sarebbe di me se corressi il rischio in
questo momento di presentarmi davanti al tuo tribunale terribile? Cosa
risponderei al conto rigoroso che mi domanderesti circa i benefici che hai
moltiplicato per me all'infinito?
Mio
Dio, non avrei che da mostrarti delle opere languide e un cuore orgoglioso!
Come apparirebbero davanti a te quelle opere che io credo giuste? Signore, non
giudicare la tua piccola serva secondo il numero delle sue iniquità! Non
condannarmi per il desiderio disordinato che mi accompagna dovunque nel cercare
le approvazioni delle creature! Usa benevolenza a questa debole canna, a causa
del tuo Sangue di cui ogni giorno è stata cosparsa. Non spezzarla con il vento
della tua ira, da renderla poi inutile ai tuoi disegni. Donale la grazia
ancora per un po' di tempo e a forza di ricevere il raggio benefico del Sole di
giustizia, a forza di venir ancora coltivata dal suo Salvatore, la vedrai
spingere più profondamente le radici nel terreno e allora diverrà un albero
forte, capace di sostenere le tempeste e assicurare ai fiori e agli arbusti
preziosi la sopravvivenza contro il soffio distruttore della mentalità,
cultura mondana, come tu gli hai ordinato.
Sì,
Dio potente, tu puoi confondere la sfrontatezza dei malvagi con la più
ignorante e inconsistente delle tue creature. Ed è per questo che io,
confidando nella tua parola, attendo con pazienza i frutti della tua parola e
prendo la ferma decisione di prepararmi con più impegno ad essere un tuo
strumento. Una volta, un po' di terra mescolata alla tua saliva ha reso la vista
ad un cieco; ebbene, tu ora vuoi guarire l'accecamento di molti - assai più
deplorabile di quello del Vangelo - e questa guarigione si opererà adesso con
un po' di polvere - la mia persona - mescolata con il tuo Sangue. Signore, rendi
prezioso questo fango. Sì, io sono la polvere spregevole che vuole
trasformarsi ardentemente e scomparire nel ricevere l'effusione del tuo Sangue
adorabile. Più riconosco di essere povera, più la forza del tuo Sangue sulle
persone cieche e senza fede risplenderà agli occhi dei giusti e dei peccatori.
Tu m'hai detto, Gesù, che la tua scelta è caduta su di me per realizzare i
tuoi disegni perché io ero e sono la più fragile delle creature. Confesso che
non avrei mai potuto immaginare che accadesse a me un tale favore da parte
tua; ma tu l'hai rivelato al mio misero cuore; non devo forse credere che tu
mi hai fatto per compiere la tua gloria e salvare tanti infelici dei miei
fratelli nel mondo?
[Dio
mi spinge alle opere della carità]
Dopo
il castigo che ho ricevuto da Gesù, lui torna ad accarezzarmi per molto tempo e
la mia anima viene di nuovo ubriacata dalle delizie della sua Voce e ritrova
incantevole lavorare al suo servizio. Egli mi faceva fare con pieno successo
quanto mi ordinava, in quanto obbedendo a Lui, Lui stesso mi conduceva. Io
andavo veloce e senza affanno, o meglio volavo con Lui che mi teneva nelle sue
braccia lungo tutti i sentieri dell'apostolato nei quali intraprendevo le opere
della carità verso i poveri e i malati. Questi, difatti, occupavano quasi
ininterrottamente i miei pensieri e le mie azioni. E niente si frapponeva come
ostacolo al mio zelo; anche i miei familiari vi si prestavano con la migliore
generosità. Ho trascorso così alcuni mesi nelle occupazioni più dolci per un
cuore di cristiano: ebbi l'occasione di stupirmi sui disegni e sulle risorse
quasi infinite, che la Provvidenza mi offriva per ricondurre all'ovile le
pecorelle perdute.
Devo
dire però che, ohimè, troppo poche furono quelle che approfittarono del bene
che offrivo ad esse da parte di Gesù. Esse preferirono ritornare in mezzo ai
pericoli del mondo più che stabilirsi in un asilo lontano dal peccato, in
quanto quel luogo richiedeva fatica e esercizio della virtù. Quando facevo del
bene materiale, queste creature erano come conquistate dalle proposte dei
vantaggi concreti e per la loro miseria si abbandonavano tra le mie braccia.
Ma appena avevano ricevuto ciò di cui avevano bisogno e ne erano state
sollevate, subito mi sfuggivano. Un'altra diversa da me sarebbe stata senza
dubbio più umile e capace! E le avrebbe meglio convertite. Certamente pensavo
di continuo di aver fatto delle buone conquiste per Gesù Cristo, ma non
smettevo di riferire a me tale apostolato quando mi interessavo della loro
condotta; ho poi capito che per riuscire bene in questo, mi ci voleva più
esperienza.
[Dio mi
toglie le sue consolazioni e mi allontana dalle opere di carità facendo
prendere il mio posto ad uno dei miei fratelli]
Ad
un certo punto i miei familiari mi comandarono di restar poco tempo fuori casa;
anche gli aiuti finanziari che finora avevo ricevuto da una delle mie sorelle
furono dirottati in altre mani, più brave delle mie; e più ancora, lo Spirito
Santo mi ritirò i suoi doni. Divenni così una creatura emarginata e destinata
ad essere rifiutata. Inutilmente, allora, continuavo ad andare a visitare i
pochi poveri che mi erano rimasti. Restavo in silenzio allo loro presenza; non
riuscivo, nonostante gli sforzi che facevo, ad ascoltare con partecipazione i
loro lamenti e non avevo da offrir loro alcun sollievo, dato che il mio cuore
era disseccato e non sembrava più sensibile a nulla. Ero divenuta come un
ruscello senza acqua; la Voce, quella Voce dolcissima di Lui mi aveva detto
addio; non risuonava più nel fondo del mio cuore; divenuto simile a un
deserto desolato, non vi spuntavano che spine strazianti e il mio dolore era così
profondo che lo sentivo come un malato disperato sente i suoi malanni.
Niente
poteva addolcire la mia pena; la preghiera non era più per il mio cuore uno
scambio d'amore; (sembrava essersi) consumata negli ardori dell'amore che avevo
così intensamente gustato all'inizio; ora non era che un mucchio di cenere; ora
non sapevo più se il cielo fosse ancora l'oggetto dei miei pensieri, dato che
l'avevo tanto bramato fino ad esaurire la forza in tali aspirazioni. Insomma,
ora non appartenevo più alla terra e nello stesso tempo ero molto lontana dal
Cielo. La bella città di Sion, la città dei Santi, non lasciava più stillare
la sua rugiada su di me. Ero simile a una spiga disseccata, fin dal suo
spuntare, dagli ardori del sole; io languivo e gemevo tutti i giorni della mia
esistenza. Passarono così alcuni mesi: ora, ero agitata e sconvolta dalla
tempesta bruciante delle passioni sensuali che il demonio immetteva nella mia
anima suggerendomi delle immaginazioni le più impure; ora, ero demoralizzata,
come un fiore sradicato, a causa degli stessi miei sforzi. Qualche volta non
sapevo proprio come resistere alle sollecitazioni del maligno e mi vedevo a due
dita dalla rovina. Non mi fu di sostegno nessuno all'infuori di Gesù, del mio
Gesù, perché mi gettavo ai piedi della sua croce e avevo per mia difesa
solamente le mie lacrime. Allora lo scongiuravo di salvarmi dal pericolo e per
merito suo, e di Lui solamente, non sono stata vinta dal male.
[Dio
continua a consolarmi con le sue visite sensibili. Durante queste Gesù rni
rimprovera anche una gelosia per mia sorella]
Il
Signore finalmente, pur dopo avermi castigata, si ricorda nuovamente di
dispensarmi la sua misericordia, come aveva fatto un tempo. E' stato ai piedi
del santo altare dove io ho ricevuto nuove energie e la pioggia celeste venne a
stillare sulle mie sofferenze un po' di ristoro. Una domenica, durante il
Vespro, fui intensamente consolata mediante una visione interiore che fu tanto
decisiva quanto delicata. Durante tutto il giorno ero stata scossa da una
tempesta. La gelosia, questa passione di cui ho avuto il fomite cattivo fin
dalla nascita, si era accesa verso una delle mie sorelle, che faceva la
Comunione molto spesso e questo mi fece temere che Gesù l'amasse quanto me.
Cercai di respingere fin dall'inizio il dispiacere che mi incuteva questa paura,
imponendomi con la volontà di accettare il fatto che anch'ella riceveva dal mio
Sposo i medesimi favori che avevo ricevuto io stessa. La lotta fu penosa e tanto
più spiacevole, dato che non volevo ammettere a me stessa la mia viltà.
Sfinita e depressa, ebbi la forza di confidare questo tormento a Gesù, appena
mi trovai in Chiesa. Gli dissi chiaramente: «Sì, te lo confesso, non posso
tollerare che tu ami un'altra persona quanto me. Io voglio solo per me le tue
preferenze. Voglio essere la tua unica preferita»: Ed ecco che in quel
momento fui colpita da una visione intima così chiaramente come se l'avessi
avuta altre volte. Egli mi rispose: «Io sono il buon Pastore. Io amo le mie
pecorelle tutte ugualmente; però so distinguere nel gregge un agnello debole
o malato, che non riesce a tenere il passo alla fatica del cammino. In questo
caso lo prendo sulle mie braccia, gli dò da mangiare nella mia mano e riverso
su di lui la mia tenerezza».
Senza
entrare qui in altre spiegazioni, che ho confidato al padre spirituale, dirò
solamente che la mia anima si rallegrò a causa della certezza della vicinanza
del mio Diletto. Sì, devo dirlo, la montagna che aveva schiacciato il mio
cuore, saltò via come un montone e le colline che mi avevano oppresso,
balzarono via come agnelli. Il fiume di amarezza che mi aveva travolto, risalì
verso la sua sorgente. In questo momento dimenticai i miei forti dispiaceri.
Tuttavia questi non erano finiti. La corrente doveva rientrare nell'alveo che la
giustizia divina gli aveva scavato. Qui posso dichiarare che dopo questa
terribile prova, ne ho avute altre più spaventose ancora, ma sono state di
breve durata. Adesso voglio parlare delle testimonianze, dei favori divini che
addolcirono le ferite, ancora aperte. Dirò che Gesù con le sue parole m'insegnò
ad apprezzare il suo amore per me, proponendomi nello stesso tempo a non
volermene esaltare vanamente.
[Gesù mi
appare varie volte per mostrarmi quello che sono veramente e mi dà dei consigli
salutari]
Gesù
mi fece ancora vedere con una luce interiore che ero simile a un agnello tosato,
magro e quasi in fin di vita; e prima della mia conversione, avevo meritato di
essere gettato fuori dall'ovile andando a finire di accrescere il mucchio di
concime che serve per ingrassare la terra. Non meritavo affatto il nutrimento
che ogni giorno ricevevo; eppure la mia debolezza e bruttezza, lontano
dall'irritare il Signore, attirò gli sguardi della divina benevolenza. Egli mi
prese fra le sue braccia, mi riscaldò sul suo petto e mi ridonò la vita. E al
colmo della sua generosità, volle ancora rinchiudermi in un ovile distinto,
chiuso con una croce. Essendo poi sempre come un agnello storpio, mi fece vedere
che pascolavo insieme ad un gregge meraviglioso, di pecore robuste, grasse e
ammantate di lana abbondante. Fu qui che mi resi conto della mia vanità nel
volermi mettere davanti alle altre per guidarle, cercando anche di innalzare la
mia testa, piena di orgoglio. Gesù e coloro che erano con Lui si misero a
ridere della mia ambizione e soprattutto del mio aspetto miserando. Allora
tornai al mio posto e, trascinandomi, mi misi al seguito di quelle che prima io
stessa volevo condurre. Gesù e coloro che mi videro, adesso mi compiansero e,
con tutto il cuore, compatirono la mia miseria.
Un
altro giorno mi vidi, sempre rischiarata dai raggi di una luce interiore -
sempre prima della mia conversione - simile ad una tortorella che la mano di
un cacciatore (è il mondo) aveva ferito gravemente. Ero destinata ormai a
morire, quando Gesù mi raccolse e mi avvicinò al suo petto per riscaldarmi e
mi diede da mangiare con la sua bocca, ridandomi la vita. Quando poi tornarono
le forze, egli mi legò per una zampa ad un nastro di cui teneva in mano
l'estremità. Mi resi così conto che se non seguivo il movimento della mano
divina che mi guidava, me ne sarei andata a volare imprudentemente nei boschi,
da dove non avrei potuto uscire, per i pericoli di attorcigliarmi
infelicemente attorno ai rami di qualche albero dove il mio nastro mi lasciava
sospesa. Mi accorsi invece che se ero fedele ai movimenti della mano divina che
mi tratteneva, potevo andare nei posti che Lui sceglieva per me, per tornare poi
al suo seno con un ramoscello verde di palma nel mio becco.
Sono
state queste le lezioni commoventi che Gesù volle darmi, approfittando del
favore che mi veniva concesso di potermi recare spesso in Chiesa, dove cercavo
di rendere conto di me a me stessa. In questo periodo mi trovavo a Tassin e la
chiesa è adiacente le mura della nostra casa paterna. Possedevo la chiave di
questa povera dimora in cui l'Amore sconosciuto di Gesù Cristo gli aveva fatto
scegliere di restare qui prigioniero. Avevo già altre volte inteso dal
tabernacolo i suoi divini lamenti. Avevo già io stessa condiviso il suo
dispiacere e tutti i giorni avevo assaporato ai piedi del santo altare quanto
sia dolce conversare con Lui. Anche adesso si ripeterono le stesse confidenze e
fu così che la mia prova venne attenuata.
[Ho la
grazia di recarmi in questa chiesa tre volte al giorno; apro così la mia anima
alla presenza di Dio. Ricevo ancora nuove luci sul mio stato spirituale]
Mi
era stata data di nuovo la chiave della chiesa ed ebbi l'onore di potervi venire
tre volte al giorno per offrire a Gesù il sacrificio di me e presentargli le
mie aspirazioni. Fu allora che, senza parole, Gesù mi comunicò le verità più
belle, ora per tranquillizzare il mio cuore, ora per abbattere il mio orgoglio,
ora per farmi comprendere quanto il suo amore per me fosse gratuito e i suoi
benefici per me non meritati, ora per insegnarmi a fare del mio cuore un eremo
spirituale. Qui voglio ricordare solamente una visione e qualche avvertimento
che il buon Maestro m'impartì. Vidi la mia anima, in una illuminazione
puramente interiore, simile a una capanna di legno, mezza consumata a causa
delle intemperie del tempo. Questo rifugio aveva solamente degli archi
all'intorno, tutti aperti. Inoltre, questa capanna non era né pavimentata né
coperta; al suo interno c'era un banco molto stretto, fatto con una piccola
tavola, posata su quattro piedi. Era questo tutto il suo arredamento. Eppure Gesù
abitava qui; il suo Amore lo obbligava a stare qui. Vidi, poi, che tutte le
volte che Lui vi entrava, portava con sé delle stoffe molto preziose per
decorare questa abitazione: ma non vi riusciva perché dei ladri, trovando le
porte aperte, se ne impadronivano. Allora compresi anche che Gesù, per il fatto
di starvi così male, non aveva nessuno con cui condividere la sua residenza.
Ad
un certo punto ricevetti l'avvertimento terribile circa la mia povertà
spirituale: non so ancora se udii delle parole o se fu un'immagine che mi
s'impresse nell'anima; ma ciò poco importa. Sta di fatto che capii: «Gerusalemme
si è alzata; ha visto la miserabile capanna che disonorava la magnificenza
delle sue piazze e delle sue strade. Sion ha emesso i suoi lamenti vedendo che
lo Sposo abitava in un posto così squallido e ha supplicato affinché questa
capanna fosse abbattuta». Ho udito fortemente quanto io meritassi questo
richiamo, anche se non sono stata atterrata da questo avvertimento denso di
minaccia. La sofferenza più intima, la costrizione più amara mi strapparono un
profluvio di lacrime. Ma ben lontano dal perdermi di coraggio e dall'agitarmi -
ed è stato qui che ho scoperto le illusioni del demonio - questa visione fece
divampare l'Amore divino nel mio cuore. Annientandomi davanti a Gesù, cominciai
a scongiurarlo di lasciarmi ancora un po' di tempo per riparare i miei torti e
rinnovare la mia dimora interiore. Ahimè! Non so a che cosa siano serviti i
risultati dei miei propositi; ho motivo di temere di essere più povera adesso
di prima.
[Trascorro
quattro mesi in campagna con il direttore spirituale, cantando e pregando
insieme]
Sono
rimasta quattro mesi a Tassin. Durante questo tempo ho custodito con me la
chiave della chiesa e ho avuto la possibilità di recarmi da Gesù effondendo
nella preghiera la mia anima in Lui. Andavo a pregare davanti a Gesù con il
mio padre spirituale. In questo soggiorno si realizzarono molte predizioni
che, fatte molto tempo prima, fino a questo momento non avevo compreso. A
Tassin univo la mia preghiera a quella del mio padre spirituale; abbiamo cantato
anche insieme per lodare l'abbondanza delle divine misericordie. A Tassin,
cominciarono anche a verificarsi le parole che mi erano state rivelate: «Tutti
si scandalizzeranno per voi». Così pure è stato a Tassin che ho fatto
l'esperienza di un altro messaggio che avevo avuto: «Il demonio ha fatto lega
con altri demoni per combatterti terribilmente». Così pure ero stata dal
Signore avvertita: «Non potrai riportare vittoria se non abbandonandoti a Me,
con la stessa confidenza di un fragile bimbo fra le braccia della mamma».
Effettivamente, il demonio dell'orgoglio, dell'ira, dell'attaccamento verso le
creature, della gelosia, vennero di volta in volta a mettere agitazione nel
mio cuore. Soprattutto la gelosia fu il mio maggiore tormento. Non credo di aver
avuto la disgrazia di acconsentire a queste suggestioni. Ma voglio far sapere
alle persone che fossero anch'esse violentemente tentate come me, che non devono
mai credersi abbandonate da Dio. Così pure voglio far sapere che le grazie più
preziose non impediscono alla tentazione di avvicinarsi. Voglio ora narrare
alcuni particolari di queste esperienze.
[Mi
rifugio in chiesa per trovare aiuto contro gli assalti delle tentazioni. Gesù
mi sostiene nel pieno della lotta]
Voglio
ricorrere a delle immagini per descrivere il tumulto spaventoso delle sensazioni
che passavano dentro di me. Mi pareva che dentro di me si accendesse un fuoco
distruttore; altre volte si scatenava una tempesta furiosa; altre volte soffiava
il vento come un uragano. Avevo allora il cuore stretto dall'angoscia; l'anima
annegava in un mare di desolazione. Però capivo pure, con piena coscienza,
che non potevo rifiutare questa prova; sarebbe stato pericoloso per me se avessi
voluto annullarla. Sarebbe, insomma, stato per me una disgrazia volermi
sottrarre ad essa. Tuttavia mi pareva nello stesso tempo che non riuscivo a
trovare i mezzi per difendermi, le armi per resistere a questa guerra; non avevo
le forze per sostenerla.
Per
questo, senza interruzione, correvo a gettarmi ai piedi di Gesù Cristo nel
tabernacolo. Prostrata e annientata alla sua presenza, Lo supplicavo di non
imputarmi assolutamente quello che mi passava nell'anima, perché io lo
condannavo con tutto il cuore. Lo pregavo di venirmi in aiuto per poter
resistere a tutti quegli spaventosi attacchi del maligno. Ebbene, Gesù mi diede
la forza necessaria, senza però mitigarmi la sofferenza. Questa lotta continuò
per molto e fu tanto orrenda in quanto si svolgeva tutta dentro di me. E' molto
importante riconoscere che questa lotta avveniva nel mio intimo; per questo
solamente Gesù poteva darmi la forza necessaria che mi occorreva. Nessuna delle
persone che mi circondavano si accorse di quello che stavo vivendo nel mio
interno ed io, che ero abbattuta da questo tormento, ricevetti da Gesù oltre
la forza, anche molta soavità e consolazione.
Tuttavia
questo uragano interiore non accennava a placarsi; l'angoscia penetrante
squartava la mia anima; il suo peso la schiacciava. Mi rimproveravo ogni cosa
con severità. Cercavo ogni occasione per stare sola e sfogarmi nel pianto, al
quale cercavo anche di resistere, ma la sofferenza intima non me lo faceva
contenere. Soprattutto per tre o quattro giorni fu veramente penoso il mio stato
di intimo terrore. Poi venne un po' di calma e feci la confessione al padre
spirituale di quello che avevo provato. Ebbi l'impressione che, al sentir dire
quello che mi era accaduto, fu quasi sorpreso nel sapere che in me vi era il
germe di una passione così ignobile. Ebbi come la sensazione che lui adesso si
stava rendendo conto che da molto tempo si era ingannato su di me. La bufera,
intanto, si era calmata solamente in apparenza. Ero ad ogni istante sempre
obbligata a controllare le furiose passioni che si scatenavano dentro di me.
Tuttavia devo ripetere che, con l'aiuto della grazia divina, penso che non mi
sono per nulla macchiata a causa di queste tentazioni.
[Il
demonio mi fa sentire persino la sua voce. La mia anima resta sconvolta, molto
turbata. Però riesco a vincere tutte le sue macchinazioni)
Il
demonio non ancora soddisfatto per tutto il tormento che mi causava, volle
farmi udire la sua orrenda voce. Voleva impaurirmi, terrorizzarmi con delle
minacce così terrificanti e sporche che non oso riportare qui. Quello che
posso dire è che, a più riprese, ha cercato di sconvolgere i miei sensi e di
sedurre il mio cuore. E' facile capire ciò che voglio dire. Allora cercavo di
piegarmi come una debole canna, ma la bontà di Dio mi assicurava che nessuna
furia di uragano poteva spezzarmi e separarmi da Lui. Spero anche nel futuro
che la promessa divina si adempirà riguardo a tutte le altre possibili
minacce delle tentazioni per non farmi peccare. Non è opportuno che riferisca
in dettaglio le mie tentazioni. Voglio solo accennare ad una che faceva
particolare pressione su di me da parte dello «spirito di menzogna».
Questo «demonio dell'inganno» ha usato mille raggiri per persuadermi e
spingermi a cambiare il padre spirituale, ora esagerando palesemente i suoi
difetti e persino qualche piccolo peccato che talvolta gli capitava di
commettere. Altre volte, spingeva la mia anima ad una specie di disperazione
quando lui usava verso di me la sua severità nel rimproverare le mie mancanze.
Altre volte, il demonio mi paralizzava di paura quando il padre spirituale
cercava di incoraggiarmi e spingeva i miei poveri sforzi a pregare. E' arrivato
persino a cercare di persuadermi che il mio padre spirituale non amava, in verità,
molto nostro Signore Gesù Cristo, come io mi ero andata convincendo e quindi
tutti i suoi insegnamenti risultavano inutili. Ma ecco che interviene l'aiuto di
Gesù. Gesù, che mi aveva condotto con la conversione presso Anania (cfr At 9,
10-18), seppe farmi capire che non dovevo assolutamente cercare un'altra guida e
non dovevo percorrere un'altra strada da quella che già mi era stata indicata.
[Il padre
spirituale è l'unica persona a cui apro la mia anima per ordine di Gesù;
solamente egli conosce i miei bisogni spirituali]
Conoscendo
solamente il mio padre spirituale i segreti che Gesù mi aveva comunicato ed
essendo stato incaricato da Dio solamente lui a custodirmi in tutte le mie
vicende, doveva essere lui un giorno a offrire a Gesù Cristo nostro Salvatore
la mia anima che gli era stata affidata. Sorretta da queste convinzioni era
indispensabile che i nostri colloqui avvenissero con molta frequenza; allora
era molto semplice che io potessi a mio agio aprirmi con lui. Difatti in me vi
era un bisogno forte di «consumarmi», di «dare la vita» per il mio Dio.
Era normale perciò che potessi aprire il mio cuore e parlare con lui che era al
corrente di tutto quello che Dio aveva già fatto in me circa i benefici cui mi
aveva colmato. In realtà, lo assillavo. Somigliavo a quel pellegrino ansioso di
giungere in patria, in attesa continua di partire per il ritorno. In questo
stato di ansia ero come un esule che non riesce a trovare alcuna attrattiva o
interesse per le eventuali soddisfazioni che si possono prendere in una terra
straniera, che non sente di amare. In verità, io non trovavo pace in nessuna
cosa e non facevo che ripetere al padre spirituale come milioni di volte
ripetevo pure al mio Sposo celeste: Quanto è lungo questo mio esilio! Dicevo
anche: Quando potrò morire d'amore per Gesù? Poi insistevo con lui:
Preghiamolo insieme affinché Gesù compia subito la liberazione della Chiesa,
la conversione dei peccatori, affrettando anche il giorno del mio sacrificio.
Queste erano più o meno, in continuazione, le confidenze che facevo al padre
spirituale quando stavo con lui. E' chiaro che quando volevo aprire il mio cuore
che ardeva in questo modo, non potevo accettare che vi fossero delle persone ad
ascoltare anche esse quello che dovevo comunicare a lui.
[Vi sono
alcuni che si scandalizzano per il, fatto di vederci spesso parlare tra noi.
Allora il mio direttore spirituale, per amore di Dio, se ne parte via]
Vi
furono delle persone che restarono scandalizzate nel constatare la frequenza dei
nostri incontri e della mia insistenza nell'aver dei colloqui con lui. Allora
circolarono anche delle dicerie assurde sui nostri incontri. Queste calunnie
fecero prendere al mio direttore spirituale la decisione di lasciare la nostra
casa. E quando egli se ne partì, scelsi come confidente delle mie ansie
interiori solamente il Cuore del mio Sposo divino. Sì, Gesù mi bastò per
sostenermi, incoraggiarmi e consolarmi nell'attesa sempre del Paradiso. Fu così
una grazia questo distacco: mai ho compreso così bene come quando il padre
spirituale se ne fu andato come Gesù diventa il tutto per l'anima. Il padre
spirituale, prima di partire, mi aveva raccomandato di essere fedele a
continuare a «far visita» al s. Cuore di Gesù, presente nel Sacramento
adorabile dell'altare. In questo Cuore divino i nostri cuori si ritroveranno,
così mi disse, per continuare a pregare insieme e a infervorarsi d'amore per
Gesù. Era nel Cuore di Gesù, presente nell'Eucaristia, che trovavo allora ogni
forza insieme a dolcezze inesprimibili. E' stato in questo Cuore divino che misi
la mia reputazione per cui non m'importò più nulla delle stupide chiacchiere
che gli altri mettevano in giro, a nostro riguardo. «Cuore divino del nostro
Gesù, sei tu che hai reso sopportabili le calunnie più amare gettate su di
noi. Sei tu che ci hai reso forti nel momento della sofferenza; ci hai reso
persino incapaci di risentimento e di avversione». In questa lontananza,
quando ne sentivo la necessità, ricevevo dei consigli per lettera, anche se non
in maniera frequente. Per me andava bene anche questo, dato che Dio approvava
anche questo. Tuttavia in questo distacco Dio mi assicurava la sua presenza e
rimpiazzava così copiosamente il suo ministro, da infondermi lui stesso questi
aiuti e istruzioni che prima mi venivano dal padre spirituale. Tuttavia questa
lontananza cessò, quando tornai a Lione insieme con tutti i miei familiari.
Allora ripresi la direzione spirituale, assumendomi di nuovo la responsabilità
di farmi guidare spiritualmente dai consigli del ministro del Signore.
[Sono
convinta che sia volontà divina continuare a farmi dirigere ancora dallo stesso
sacerdote. Le persone si scandalizzano ancora; ma in questa prova Dio comunica
le sue consolazioni]
Io
sentivo la necessità di ricevere dei consigli, per questo tornai a parlare al
padre spirituale. Quando le medesime persone videro che ero tornata a
frequentarlo, ne rimasero di nuovo scandalizzate. Questa prova era stata
predetta dall'alto e l'infamia che venne a colpirci non ci addolorò, ma venne
cambiata dal Signore in una gioia profonda.
In
verità, dai rimproveri severi che mi venivano dai familiari ne traevo ancora più
coraggio perché sentivo che non ero più io a vivere la mia vita, ma che un
Altro mi conduceva. Una volta ero molto suscettibile per quello che si diceva
di me e ci tenevo alla mia reputazione; adesso provavo gioia per la sua perdita
che stava accadendo. Spiegavo il mio cambiamento perché ricordavo le parole
che mi erano state ispirate in un tempo in cui né io né il padre spirituale
potevano prevederne la realizzazione: «Potrai vedere il tuo padre spirituale
tutti i giorni, anche due volte al giorno»! Queste parole mi accompagnavano e
mi davano tranquillità circa le visite frequenti che facevo e di cui mi si
rimproverava. Quelle parole interiori mi erano state dette nel cuore in un tempo
in cui la mia guida era stata molto occupata nel ministero pastorale e più
motivi ostacolavano il compimento di questa predizione. Mi appariva molto
chiaro, quindi, che la possibilità di poterlo vedere spesso mi era finalmente
offerta dal Signore, che in questo aveva sicuramente dei disegni nascosti alle
creature umane.
Voglio,
ora, fare un cenno delle tentazioni che lo spirito delle tenebre scatenava
contro di me. Però voglio prima dire qualche parola sulla proibizione che i
miei familiari mi fecero di andare al padre spirituale. A lui andavo solamente
per esporgli le tentazioni - dopo la mia conversione - che incontravo in questa
terra di esilio e di pianto. Scrivo ciò per far del bene a quelle ragazze
chiamate alla consacrazione per ammonirle dei pericoli che incontrano nella vita
spirituale affinché siano, secondo la stessa parola di Gesù, prudenti come
il serpente e nello stesso tempo siano candide come le colombe.
[Subisco
una insidiosa tentazione di cui non mi rendo subito conto]
Dopo
circa un anno o due dalla mia consacrazione, venivano a trovarci a casa nostra
due giovani, raccomandati dal loro papà a mio padre. Fin dai primi mesi mi
accorsi che in loro v'era un attaccamento alle illusioni del mondo, delle quali
però non ne avevano coscienza piena. Allora pensai bene di tenermi in guardia e
fuggivo per quanto possibile la loro presenza. Parlavo con loro sempre molto
brevemente e me ne stavo sempre molto seria per far loro intendere abbastanza
che il mio cuore non cercava di far conquiste perché il mio Dio l'aveva già
conquistato. In questo modo anche le loro visite in casa nostra furono per me
senza alcun pericolo. Tuttavia uno di questi giovani si era espresso una volta
in modo tale da far capire che tutti i piaceri, tutti i principi errati del
mondo non erano per nulla degni del suo interessamento. Dichiarò così perché
egli aveva generosamente rinunciato alle menzogne della terra per darsi
all'amore di Dio.
A
questo punto credetti opportuno di allentare la mia precedente serietà e
cominciai a intrattenermi con lui parlando con spontaneità. Cosi pure non mi
costringevo più a vigilare molto sul mio cuore. Per incitarlo, poi, ad amare di
più il mio Gesù gli mostrai la gioia che provavo per il suo benedetto ritorno
alla pratica della fede. Non mi parve nemmeno sbagliato cantare con lui degli
inni di fede e di lode al Signore. Cercavo in questo modo di fargli gustare la
bellezza di cantare con convinzione la fede. Ebbene, questo mio comportamento,
per quanto fossero limpide le mie intenzioni, mi si tramutò in un vero pericolo
spirituale. Dato che si vedeva incoraggiato e sentiva che gli parlavo con
spontaneità e convinzione dell'amore di Dio, cominciò a frequentare più
spesso la nostra casa, mi faceva presente le difficoltà che incontrava sulla
strada della virtù e continuava a chiedermi senza timore dei consigli su come
dovesse comportarsi. Tuttavia in questi colloqui notavo che egli cercava di
starmi sempre più vicino per poter parlare di Dio. Ed anch'io ne provavo molta
soddisfazione e continuavo a rivolgergli degli inviti caldi e appassionati per
spingerlo alla pratica della virtù.
In
questo mio atteggiamento non avevo più una stretta vigilanza sul mio cuore.
Mi piaceva conversare con lui; ne cercavo le occasioni; soffrivo quando era
l'ora di separarci e mi accorgevo di essere sempre più premurosa nel riceverlo
e fargli gli onori di casa. In tutta questa situazione non offendevo minimamente
il mio Sposo divino perché in tutto cercavo solamente di piacergli, in quanto
non mi prefiggevo altro scopo che la sua gloria e il desiderio di farlo amare.
Tuttavia la spontaneità con cui m'intrattenevo con questo ragazzo, benché
fosse solamente Dio l'argomento delle nostre conversazioni, offri al demonio
l'occasione di tormentarmi. Il demonio cercava di farmi convinta che il «voto»
di castità che avevo fatto, cioè la scelta di avere come sposo solamente Gesù
Cristo non era solenne, non era proprio definitivo, per cui potevo anche
fidanzarmi con questo giovane. Mio Dio! tu sai bene che non ho mai acconsentito
a queste suggestioni; anzi, sai pure, mio Signore, che mettevo di nuovo nelle
tue mani il mio giuramento di fedeltà come forte risposta alle insinuazioni del
maligno.
Tuttavia,
nonostante queste tentazioni interne, non capivo la necessità di dover vigilare
molto di più su me stessa. Ritenevo sufficiente disprezzare queste tentazioni
del nemico e mi ripetevo che la mia paura del peccato non doveva impedirmi di
fare il bene dell'anima del prossimo. Posso certamente dire che non mi sono mai
prefissa lo scopo di riuscire piacevole a questo giovane, ma desideravo
solamente di portarlo ad un amore maggiore verso il Signore. Sorretta quindi
dalla testimonianza della mia coscienza, continuavo sulla mia strada di
accoglierlo e di conversare con lui. Dolce mio Salvatore, non mi rendevo conto
che in verità stavo sbagliando; stavo sottovalutando i pericoli in cui mi
metteva la mia imprudenza. La mia ingenuità - che era immaturità spirituale
- poteva farmi andare a finire molto più lontano di quello che potevo
immaginare.
Tu,
mio Dio, vedevi la retta intenzione; sapevi che agivo in buona fede; avevo
veramente il solo desiderio di fare di lui un vero amico per te, mio Signore, e
hai permesso la mia ingenuità per darmi un insegnamento forte e nobile di cui
devo esserti riconoscente. Ma questa lezione non vale solo per me, ma per tutte
le ragazze che si sono donate a te nella verginità. Voglio sperare che questa
mia sincera confessione servirà anche ad esse per non fidarsi troppo che la
vita cristiana «anche intensa» di un giovane sia una barriera che il demonio
non possa demolire nel cuore per portarle alla infedeltà verso lo Sposo Gesù.
[Prendo
coscienza del pericolo che corro e decido di evitarlo]
Mio
Dio, mi hai avvertito in tempo. Anzitutto mediante la serietà di questo giovane
il cui comportamento è stato sempre controllato così da farlo stare sempre
al suo posto. Me ne hai fatto accorgere; allora ho preso la risoluzione di
tenermi lontana dagli incontri con lui. Intanto, evitai di pormi accanto a lui
ed egli, senza dirmi nulla, fece altrettanto. Nel frattempo cominciavo a sentire
un'angoscia estrema proprio mentre adottavo questa precauzione. Lo facevo con
sforzo e penso che questo segnale mi costrinse a prendere abbastanza coscienza
del pericolo in cui mi ero già messa e che poteva farsi più forte se la mia
imprudenza avesse avuto una durata maggiore.
Ma
ecco, nello stesso tempo, un secondo e più energico richiamo da parte di Gesù,
mio Sposo. Lui stesso volle richiamarmi: una illuminazione interiore mi fece
comprendere che Egli era talmente geloso del mio cuore che non poteva tollerare
ulteriormente nemmeno i soli sguardi di un giovane su di me; così nemmeno
poteva sopportare da parte mia una qualche occasione di poterli attirare. Anche
circa il fatto di aver chiesto a questo ragazzo di cantare insieme il nostro
comune amore a Cristo e quello di Gesù verso di noi, il Signore stesso mi
faceva capire con la stessa illuminazione interiore questa verità: «Voglio che
la mia sposa mi dichiari da sola a solo il suo amore per me. Io amo ascoltarla
senza testimoni. Non tollero che un orecchio estraneo ascolti la parola
"Amore" quando esce dalla sua bocca». Compresi bene tutta la verità
di questa soave lezione. Allora la gelosia dello Sposo divino mi apparve ancor
più seducente di tutte le altre sue perfezioni, anche se non si può
preferire in un Dio così infinitamente perfetto l'una alle altre.
[Dio mi
fa vincere altre occasioni di pericolo. Soffro interiormente molto per dovervi
resistere]
La
decisione di cambiare atteggiamento verso questo ragazzo - dovuta alla gelosia
dello Sposo divino - mi causa non poche difficoltà. Questo ragazzo veniva da me
molto spesso; mio fratello non era sempre presente in casa per accoglierlo e
fargli compagnia. Quelli di casa si mettevano in genere a giocare e restavo
solamente io talvolta a parlare con lui. Vedevo anche che questo giovane senza
di me si annoiava e temevo quando veniva a casa nostra che il mio silenzio gli
dispiacesse.
Ero
interiormente divisa da queste considerazioni: da una parte non volevo metterlo
nella condizione di tornare alle cose del mondo, reimmergendovisi; dall'altra,
la proibizione che mi era venuta dallo Sposo divino ed anche poi dai consigli
sapienti del mio direttore spirituale, mi imponeva di scegliere il silenzio.
Certo, ero tentata di continuare a parlargli; ma m'imponevo di far tacere tutte
le motivazioni speciose che mi suggerivano di infrangere questo silenzio «comandato».
Per riuscire a mantenere questa fedeltà, mi facevo vedere occupata nel leggere.
Vidi allora che cominciò a fare altrettanto anche lui e questo fu il modo di
tirarmi fuori dal pericolo in cui mi ero messa.
Una
volta però volle chiedere a me dei consigli invece di farlo con mio fratello,
che nel frattempo era entrato in Seminario. In questa occasione risposi con
molta semplicità: «Vedi, potrei darti dei consigli con tutto il cuore se tu
fossi una delle mie amiche. Io posso capire il cuore di una ragazza considerando
l'esperienza del mio cuore. Posso capire le situazioni interiori in cui si può
venire a trovare una ragazza, ma non è la stessa cosa capire il cuore di un
ragazzo. Per te ci vorrebbe un amico che ti potesse conoscere perfettamente e
darti dei consigli che siano salutarmente pertinenti». Egli capì subito,
credo, ciò che volevo esprimere con tali parole e mi rispose immediatamente: «E'
vero»! In seguito, egli non mi cercò più e si mantenne distaccato.
Sia
benedetto per sempre il giorno in cui il Signore mi ha dato l'avvertenza del
pericolo in cui mi ero messa nel familiarizzare con quel ragazzo! Sia benedetto
per sempre quel giorno in cui mi accorsi del precipizio nascosto che il demonio
mi stava preparando per farmi mancare alla fedeltà verso lo Sposo, Gesù
Cristo! Solamente questo Sposo divino potrebbe misurare il numero dei peccati
che avrei potuto commettere e che ho evitato!
(Fine)