PADRE
THOMAS TYN
Sacerdote
e Ostia con Gesù
La sua nobile figura ci è riapparsa
agli occhi in tutto il suo fascino, così come aveva affascinato molti durante
il suo breve passaggio su questa terra. Nato il 3 maggio 1950 a Brno
(Cecoslovacchia) da Zdenek e Ludmila Konupcikova, Tomas Josef venne educato
nella fede cattolica, nonostante l’ostilità del regime comunista allora al
potere nella sua patria. All’Accademia di Digione (Francia), conseguì il
baccellierato (1° luglio 1969) per l’insegnamento di lettere e filosofia e
conobbe l’Ordine dei Predicatori, rimanendo avvinto dall’ideale di S.
Domenico di Guzman di consacrarsi a Dio nella preghiera, nello studio e nella
contemplazione, nella predicazione della Verità.
Ottenuto l’espatrio dalla tua terra
(1968), si trasferì con i genitori in Germania. A Warburg in Westfalia, il 28
settembre 1969, vestì l’abito domenicano e, dopo il noviziato, seguì il
corso istituzionale di filosofia e teologia. Nel 1973, venne a Bologna per
completare gli studi e conseguire la Licenza in Teologia. A Roma, all’ “Angelicum”,
ottenne il dottorato in Teologia, discutendo la tesi “L’Azione divina e la
libertà umana nel processo della giustificazione, secondo la dottrina di S.
Tommaso d’Aquino”, e il 29 giugno 1975, fu ordinato sacerdote da Papa Paolo
VI.
Il giorno della sua ordinazione, P.
Tomas offrì a Dio la vita per la libertà della Chiesa perseguitata dal
comunismo nella sua terra d’origine.
Rientrato a Bologna, si dedica con
grande impegno all’insegnamento come professore di Teologia Morale presso lo
“Studium” teologico domenicano.
Nel 1980, è nominato ViceReggente,
nel 1984, membro della Commissione per la vita intellettuale della sua Provincia
religiosa, nel 1989, ViceModeratore della sezione S. Domenico del medesimo “Studium”.
Un vero intellettuale, un autentico
docente, P. Tomas è prima di tutto un grande innamorato di Gesù Cristo, un
apostolo appassionato della Verità. Impegnato nelle diverse incombenze della
sua comunità, è innanzi tutto sacerdote e svolge un’ampia opera di
apostolato, di istruzione e di direzione spirituale. Penetrato a fondo il
mistero della Verità di Dio, la ama come l’unico Bene e la distribuisce a
piene mani in modo mite, pieno di misericordia e di frutti senza numero,
rivolgendosi ai suoi studenti, ai confratelli, ai dotti e, con particolare
predilezione, ai piccoli e agli umili, anche ai “lontani”, che, molti dei
quali, riesce a condurre a Dio.
Alla fine del 1989, Dio accetta la sua
offerta vittimale per la libertà della Chiesa nella sua patria: colpito da un
male improvviso e inesorabile, a Nekargemund (Germania), presso i suoi genitori,
entrambi medici che lo curano fino all’ultimo, il 1 gennaio 1990, alle ore
10,30, va incontro a Dio, dopo aver visto, dal suo letto di dolore, il crollo
delle dittature nell’est europeo, Cecoslovacchia compresa.
Non l’apparenza, ma Dio!
La sua opera, frutto delle sue
lezioni, è stata pubblicata con il titolo Metafisica della sostanza.
Partecipazione e analogia entis (Ed. Studio Domenicano, Bologna, 1991, p. 975).
In essa, nella nostra epoca che dichiara superata e vuota la “filosofia
dell’essere”, cioè l’unica filosofia vera, capace di dare accesso alla
Verità e non solo e delle opinioni, P. Tomas Tyn, profondamente convinto del
valore indistruttibile della prima e più alta disciplina della ragione umana,
dopo aver seguito il triste e miserabile cammino del pensiero umano fino alla
distruzione della ragione, presenta, nella seconda parte del libro, una vigorosa
sintesi della metafisica, della “filosofia dell’essere”, quindi il ruolo
fondamentale della analogia e del concetto di partecipazione: davvero “lo
splendore della Verità”.
Nella prima parte, che tratta “dalla
scoperta della sostanza nell’ambito della metafisica alla sua dissoluzione
parallela al declino della concezione analettica dell’ente”, impressionano
profondamente soprattutto le pagine dedicate alla “fenomenologia”
rappresentata da Edmund Husserl, che ha dato a molti l’illusione che essa
costituisca una riscoperta della stessa filosofia dell’essere e
dell’analogia.
P. Tomas, con lucidità e sicurezza,
dimostra che nella fenomenologia che ha ingannato molti per la sua ambiguità,
“le cose alle quali si voleva ridiventare fedeli in opposizione agli arbitri
della dialettica idealistica sono ben altro che realtà obiettive; il cerchio
magico del soggettivismo non vi è stato spezzato e l’essere, messo sempre in
disparte, non essendo fatto oggetto del pensiero, non permette nemmeno il
ritorno alla partecipazione e all’analogia” (…). Il motivo fondamentale è
che, con la fenomenologia, l’idealismo non viene affatto abbandonato né tanto
meno superato” (p. 366). Lo spiega chiaramente il nostro Autore:
«La volontà di tornare alle cose
fondando una scienza rigorosa del reale potrebbe far pensare che tale
“reale” sia un che di oggettivamente esistente. Nulla di più falso. Husserl
si pone decisamente sulla posizione di Cartesio, affermando che l’unica
assoluta certezza è quella dell’ “io penso”, allargando tuttavia il
“penso” a ogni tipo di esperienza interiore. Il cerchio si chiude senza
eccezioni nell’ambito dell’io, della “mia” esperienza che sola è certa,
a differenza delle esperienze esterne che non hanno alcuna garanzia di verità»
(p. 371).
Così P. Tomas disvela l’esisto ateo
della fenomenologia e, senza illusione di sorta, annota: Per la fenomenologia
“l’io è l’essere assoluto, ogni altro pensabile esterno all’io è
semmai un essere contingente. L’antropocentrismo e l’immanentismo
soggettivistico non potrebbero trovare un’espressione più pregnante e più
significativa… Per Husserl, non vi è altro essere che la coscienza. La
risoluzione dell’essere nel pensiero è ancora più evidente che in Cartesio,
né giova scomodare la “messa in parentesi” (“l’epoché”), giacché
chi mette in parentesi è il pensiero e chi vi è messo è, ancora una volta,
l’essere reale” (p. 371).
La conclusione è chiara e evidente:
“Messa in parentesi la realtà dell’ente, non ci si stupisce di veder finire
nella medesima parentesi, con la stessa disinvoltura, anche l’ “Ente
Supremo” – cioè Dio” (p. 374).
“La luce del Sommo Vero”
Ateismo e nominalismo soggettivistico
sono il risultato della fenomenologia che certamente non aiuta gli uomini a
cercare e tantomeno a trovare la Verità, ma li confonde con prospettive
inconsistenti e ingannatrici. Ateismo e nominalismo – le cose come flatus
vocis, come inane vacuum, di cui non possiamo dire altro che “nuda nomina
tenemus” – sono appunto ciò che caratterizza grandissima parte del pensiero
contemporaneo.
A questo ateismo e nominalismo della
cultura d’oggi – fenomenologia compresa – fatta cioè di nomi vuoti e di
parole di somma confusione, P. Tomas, nella sua citata opera, risponde con la
Verità dell’essere – dell’uomo, di Dio, di Gesù Cristo – la metafisica
della sostanza appunto che, anche oggi, essendo la filosofia perenne, è
l’unica risposta alla ricerca della Verità che agita l’uomo, anche l’uomo
contemporaneo. Al termine della sua opera, con occhi di luce, rivolgendosi
all’uomo d’oggi, in particolare – diciamo noi – ai confratelli sacerdoti
affinché abbiano a fondare la loro vita e il loro ministero soltanto sulla
Verità eterna e non sulle sabbie mobili delle mode correnti, e siano autentici
maestri e padri delle anime, egli scrive:
“Donando l’essere, Dio comunica a
ogni reale la dimensione universale dell’ente, così che l’ente per
partecipazione rinvia perentoriamente all’Ente per essenza nella comunanza
della ratio entis, partecipativamente differenziata (…). L’oblio della
metafisica coincide con quello dell’analogia ed è un oblio in cui una cupa
notte è scesa sull’uomo, che, creato com’è a immagine del suo Creatore,
non trova luce se non nell’intelligenza del Sommo Vero. Un’umanità
perversamente compiaciuta del suo spirito anti-metafisico è un’umanità che,
per quanto si ritenga vigorosa e gioviale, di fatto è rimasta tragicamente
mutilata nel suo stesso essere umano (…).
Bella cosa è conoscere gli enti nella
loro particolarità, ma infinitamente più bello ancora è meditare l’essere
stesso che solo ci apre l’unica strada rimasta all’umanità, quella che
conduce in Alto, perché accomuna la terra al cielo, l’uomo a Dio” (p. 955).
In difesa dell’Eucaristia
Immanentismo, soggettivismo,
relativismo, nominalismo, questi gravissimi errori, condotti alle estreme
conseguenze dalla fenomenologia e dalle’esistenzialismo, P. Tomas, li ha visti
invadere, come un subdolo veleno, molta riflessione teologica contemporanea,
portandola alla negazione della Verità, in particolare riguardo alla SS.ma
Eucaristia, Presenza reale e Sacrificio del Cristo, il più sublime Tesoro che
abbiamo.
Con le lacrime in gola, P. Tomas, alla
scuola del suo confratello S. Tommaso d’Aquino, il sommo Teologo e cantore
dell’Eucaristia, ha visto che questo pensiero soggettivistico, “fenomenologico”,
relativistico e negatore della sostanza, ha altresì “desostanzializzato”
l’Eucaristia, riducendo il dogma della transustanziazione del pane e del vino
nel Corpo e nel Sangue di Cristo, a transignificazione e transfinalizzazione, da
realtà vera sostanziale del Cristo presente e immolato, a puro simbolo e
spoglia memoria di Lui. Ciò che svuota lo stesso sacerdozio cattolico (il
sacerdote è solo “propter Eucaristiam” e senza l’Eucaristia è un
disoccupato e un fallito) e scardina completamente la Dottrina e la realtà
della nostra Fede.
Contro questa negazione, a garanzia
del Sacerdozio e del Credo Cattolico, P. Tomas Tyn è insorto con la luce e la
forza della Verità, della sua Fede invincibile, della sua vita sacerdotale
esemplare, offrendo – nell’estate 1989 – la sua vita anche in difesa
dell’Eucaristia, contro ogni profanazione o sacrilegio che potesse colpire in
essa la Presenza adorabile del Signore. Maestro di metafisica – la metafisica
della sostanza – P. Tomas ha risposto all’errore e al sacrilegio con
l’affermazione dell’Eucaristia così come Gesù l’ha voluta e stabilita
fin dal suo primo annunzio a Cafarnao (Gv 6, 22-58). Maestro autentico della
Verità dell’essere, del pensiero reale, difensore e apostolo
dell’Eucaristia, secondo il perenne Magistero di Cristo e della Chiesa.
Per questo siamo lieti di pregare per
la sua glorificazione e di vederlo elevato alla gloria degli altari, perché non
c’è santità più alta che consumare la vita per la Verità, per Gesù-Cristo
Verità.