UN
SANTO SENZ'ALTARE
IL
SERVO DI DIO PADRE MATTEO DA AGNONE
della
provincia dei Cappuccini di Foggia 1563-1616
PADRE
CIPRIANO DE MEO
NIHIL
OBSTAT QUOMINUS IMPRIMATUR
+
Angelo Criscito
In ossequio al pensiero della Chiesa, ai fatti straordinari
narrati in questa biografia, intendo dare, soltanto fede umana.
L'AUTORE
Approviamo
la presente biografia del Servo di Dio
P.
Matteo D'Agnone, scritta dal P. Cipriano de Meo perché venga data alla stampa.
Foggia
- 17 - 7 - 1982
P.
Pietro Tartaglia
Ministro
provinciale Cappuccino
Il
profilo biografico del Padre Matteo d'Agnone, scritto da Padre Cipriano, si
inserisce nel quadro di una più ampia ricerca in preparazione della
"Storia della provincia Cappuccina di Foggia", ed è il frutto di una
severa ricerca documentaria.
Al
limite tra il racconto storico e la indicazione agiografica è presentata la
robusta figura di un Cappuccino della generazione immediatamente successiva
alla fondazione dell'Ordine e della piena fioritura della Provincia di S.
Michele Arcangelo (Foggia), la quale già nel 1559 contava 164 religiosi
cappuccini.
Del
Padre Matteo d'Agnone sono evidenziate dall'autore le caratteristiche
poliedriche e plastiche di una esemplare personalità cappuccina, plasmata al
riverbero dell'originario impulso riformatore: uomo di preghiera e di austerità,
con solida cultura che gli consente, ad un tempo, di poter predicare in modo
efficace la parola di Dio, di insegnare con competenza discipline filosofiche
e teologiche e di esprimere con fermezza il suo personale pensiero su alcuni
problemi; uomo di «governo» e nello stesso tempo educatore di una giovane
provincia religiosa; uomo del popolo per scelta consapevole anche di fronte ad
alternative più prestigiose.
Si direbbe un Cappuccino completo, il Padre Matteo d'Agnone, che riassume in sè, quasi in nuce, tutte le potenzialità di cui può essere capace un Cappuccino.
L'autore
rileva egregiamente tutto questo e, condotto dalla realtà stessa e dal
suggerimento dei documenti, non può fare a meno di ricordare ed inserire nel
profilo biografico gli elementi di "santità di vita", anche
straordinari, che certamente dovettero essere caratteristiche piuttosto solite
in frati che la Grazia aveva scelto per rappresentare degnamente l'intensità e
l'abbondanza del nascente carisma Cappuccino.
Leggendo
i manoscritti della Provincia dei Cappuccini di Foggia e le Cronache
dell'Ordine, con somma soddisfazione dello spirito, s'incontrano figura di
Frati, che con l'austerità della vita e con la profonda dottrina, sono degni di
essere guardati da vicino, per ammirarli ed imitarli.
Ho
preferito raccogliere le notizie riguardanti il Servo di Dio, p. MATTEO da
Agnone per due motivi: la stima di santo e di dotto cappuccino, è un dato di
fatto, proclamato con tanta insistenza dalla storia e dalla tradizione; la
permanenza in questo Convento di Serracapriola, la sua beata morte, qui
avvenuta, il rinnovamento della sua tomba, che nella veste aggiornata sembra
voglia continuare a trasmettere il messaggio di richiamo alle fonti genuine del
Vangelo e della Regola Francescana.
La
sua riscoperta, nella ricorrenza dell'8° Centenario della nascita di S.
Francesco (1182-1982) è la conferma di una vitalità perenne che sgorga
dall'insegnamento lineare ed incisivo del Fondatore.
Scorrendo
queste pagine, non sarà difficile giustificare il giudizio dato dal cronista:
"... fu uno de' soggetti più qualificati che furono nella Regione a' suo
tempo".
L'ultimo
cronista, p. Gabriele da Cerignola lo definisce: "Splendore della nostra
Provincia".
La
forma storico-narrativa, aiuterà il lettore al raggiungimento dello scopo di
ogni biografia autentica: ammirare per imitare.
Serracapriola
15-8-82p. Cipriano de Meo
Nascita
- La città di Agnone, ben nota nel Molise per le sue tradizioni culturali ed
artistiche, diede i natali a questo illustre cappuccino, nel 1563.
La
famiglia del sig. Giuseppe Lolli, conosciuto in Agnone per serietà e bontà di
costumi, ebbe il privilegio di essere la culla del futuro p. Matteo. Al neonato
fu imposto il nome di Prospero. La scelta del nome non fu casuale, ma essendosi
verificato l'evento dell'erede maschio, dopo la nascita "di molte
figliole" fu ritenuto segno di prosperità per la famiglia. Non è
difficile capire la gioia che invase i signori Lolli.
Il
loro fine intuito, colpì nel centro, benché ignari del futuro del loro figlio,
lo posero anche con il nome, sul piano di quella prosperità che la Divina
provvidenza avrebbe generosamente profusa ad onore della Chiesa, dell'Ordine
Cappuccino ed in particolare della provincia religiosa dei Cappuccini di
Foggia.
La
mamma, di cui la storia non ci ha tramandato il nome, preparò con immensa
gioia la nuova culla, sulla quale faceva echeggiare le più belle nenie
popolari e le più belle tradizioni canore del folklore molisano.
In
quella culla vi era adagiato, non un bimbo qualsiasi, oggetto della naturale
accortezza di ogni madre, ma vi giaceva un futuro profeta del francescanesimo
rinnovato, lo scrupoloso praticante dei Consigli Evagelici, l'entusiasta ed
elegante assertore dell'Assunzione della Vergine Santissima.
Nella
mente dei genitori, quel bimbo sarebbe stato la colonna portante di tutte le
loro speranze umane; nella mente di Dio invece, avrebbe porto le sue spalle
per sorreggere la Chiesa cadente.
I
coniugi Lolli, come api industriose, volteggiavano intorno al loro piccolo
Prospero, ognuno nella sua parte, per attuare il loro dovere di educatori
naturali. Gli insegnamenti che essi davano, con parole semplici e disadorne,
cadevano nelle mente e nell'animo di Prospero, come il seme nel terreno buono,
note di un generoso canto d'amore, abbondanti come le lacrime della gioia.
Si
stabilì, col passare degli anni, un meraviglioso dialogo tra genitori e figlio,
occhio nell'occhio, mano nella mano. Maestri e discepolo erano intenti allo
svolgimento di un programma nel quale diritti e doveri, erano i punti base dei
comuni interessi umani e spirituali.
Cresceva
negli anni, ed il suo animo seguì, con ritmo incalzante, il tracciato che
sogliono battere i coraggiosi, i primi della classe.
L'occhio vigile della mamma, era entrato nell'animo di Prospero, quasi a misurarne la statura ed a dirigere i battiti del cuore, ben consapevole che il trono dell'amore materno sta nel cuore dei figli.
Infanzia
- Poco si sa degli anni felici dell'infanzia di Prospero. Quel poco però, è
sufficiente per far scricchiolare e cadere l'avarizia di un ostinato silenzio.
Quel poco, apre una finestra su un incantevole panorama che sfugge all'occhio
del profano o che addirittura fa ridere la superbia dello sciocco pavone.
All'età
di cinque o sei anni, è chiuso per lui, il ciclo dei giocattoli; egli è
intento ad un tipico trastullo riservato agli angeli. I bimbi della borgata non
ne conoscono la tecnica, ignorano il sapore di quell'attrattiva insolita. In
casa, aiutato dalle sorelle, prepara altarini, fiori, e sacre immagini, mentre
la sua bocca, che serviva al cuore, recitava il Pater Noster e l'Ave Maria, non
nelle movenze di un bimbo che gioca, ma in quelle di un piccolo sacerdote che
vive già la gioia del sacerdozio futuro.
Tutti
in casa gioivano perché il comportamento sincero ed innocente del bimbo, faceva
prevedere, il cristiano convinto che non avrebbe temuto di professarsi tale.
Occhi
vivaci sprizzanti viva intelligenza, illuminavano di schiettezza e di bontà il
suo volto. Era solito ornare il suo dire con lucidissima memoria, che gli
permetteva, tornando a casa, di ripetere tutto ciò che aveva sentito in Chiesa
dal Sacerdote. I doni di intelligenza e volontà di cui era ricco, erano segni
evidenti di un impaziente futuro che voleva divenir presente. In forza di
tali doni, per lui non vi era alcuna difficoltà di apprendimento. Imparò così
presto e bene il latino da far meraviglia a tutti i suoi condiscepoli. Enea
Mancinelli, uno dei suoi amici di banco, attesta che era "molto quieto e
modesto e di bellissimo ingegno".
All'età
di tredici anni aveva terminato il corso grammaticale con giusta soddisfazione
del suo maestro. Amò lo studio sin dai primi giorni di scuola e se ne fece un
ottimo mezzo per incontrare coraggiosamente il futuro.
Alle
ore di svago, preferiva dare impulso al suo programma, in casa, sotto la guida
illuminata della madre, nella scuola seguendo il maestro, e nella Chiesa sotto
la direzione spirituale del sacerdote.
In
questi tre vani dell'unico santuario, si preparò attentamente alla vita che lo
aspettava come una missione da espletare. Guardando a questi primi tredici anni
di Prospero, come una traversata a pieno sole, si nota la sua gioia di vivere
per uno scopo profondamente sociale, nel senso più sacro. Questa gioia, frutto
di segreto lavorio spirituale, gli procurava il necessario coraggio per vivere
le immancabili future lotte.
L'angelo che custodiva Prospero, gioiva nel candido sorriso del suo protetto; non avrebbe mai corrucciato il suo volto. Al contrario, fremeva in agguato il comune nemico, geloso del santo futuro. Costui, entrò nella scena, ruppe la gioia, aprì una parentesi che pur essendo tanto dolorosa, divenne una pietra fondamentale per una maggiore ascesa spirituale di Prospero.
Un
triste giorno
- Uscì di casa tutto lieto e saltellante; un mondo di gioia gli sussultava
nell'animo. La mamma gli aveva increspati i suoi biondi capelli ed gli se ne
gloriava innocentemente, come di una corona; vanità di gaia giovinezza che
sorride alla vita in mille modi. Uscì di casa per andare a scuola. Aveva
preparato ben bene la sua lezione. Forse nella sua mente già dialogava con il
maestro, che soddisfatto, gli diceva bravo. Incontra un suo carissimo compagno
Donatantonio Cellilo, si fermò con lui per una parola di convenienza o per un
saluto di vecchi amici. Prospero aveva in mano i libri di scuola, l'altro,
aveva un'arma da fuoco, presa a casa, all'insaputa dei suoi. Prospero la prende,
la guarda, ma... inavvertitamente esce un colpo che prende in pieno il caro
Donatantonio, che in un attimo cade ai suoi piedi in fin di vita. Fu un fulmine
sul suo capo. Si può immaginare benissimo cosa abbia prodotto nel suo animo
questo contrasto così vivo: tanta gioia prima, tanto dolore poi. Vede l'amico a
terra, con gli occhi sbarrati, la gola sanguinante, pensa al lutto della famiglia
del suo amico, al dispiacere dei suoi, al suo avvenire turbato, ma più ancora
alla sua innocenza. Che fare? Non ha il coraggio di piangere, non ha la forza di
chiedergli perdono e neppure di dargli un aiuto. Unica soluzione, presa in un
momento di somma incertezza: scappare. Fuggì, atterrito da un forte senso di
paura, corre nel bosco, ma gli alberi sono insensibili alla sua sciagura. Il
silenzio della campagna gli faceva ancor più paura.
Ripensò
a se stesso. Decise di tornare a casa. Lo fece e raccontò l'accaduto.
Fu
un triste giorno, quello, sia per Prospero che per i suoi genitori. Nell'animo
di Prospero tutto era sconvolto; era una casa in lutto. Il ricordo del volto
dell'amico caduto ai suoi piedi gli stava sempre davanti, senza colore e senza
bellezza, e gli sconvolgeva la sua abituale calma.
Per
i signori Lolli, vi era una impellente preoccupazione, pur sapendo la innocenza
del figlio, evitare a Prospero le noie delle giustizia e della vendetta. Primo
rimedio: lo nascosero in una botola; protetta dal pavimento di casa, in
previsione di eventuali perquisizioni.
Nel
frattempo, alcuni passanti, scorgono il giovane Donatantonio a terra,
boccheggiante. Lo rialzano, lo accompagnano a casa, ove i genitori erano
all'oscuro di tutto. Ebbe solo il tempo di dire alla mamma che era stato
Prospero a colpirlo e spirò nelle braccia della mamma. Questo lutto improvviso
in casa Cellillo, provocò, come era prevedibile, un urlo di vendetta, poiché
il giovane colpito, non ebbe il tempo di dire la innocenza di Prospero.
La
tempesta ormai si era scatenata e la famiglia Lolli doveva incontrare la Legge.
La prevista perquisizione fu regolarmente, effettuare ed estesa anche alle case
dei parenti. Prospero non fu trovato. I genitori seppero fingere un vivo
desiderio di sapere ove fosse il loro figlio e di saperne qualcosa. Recitarono
una parte necessaria.
La
storia non ci ha tramandato i particolari di questa vicenda giudiziaria.
Probabilmente non ci fu alcuna sentenza, in quanto il padre, lo tirò fuori
dalla botola con una fune e lo mandò a Napoli. Con questo gesto sottraeva il
figlio dalla giurisdizione del giudice competente. Sfuggiva così alla legge, la
quale gli avrebbe riconosciuta l'innocenza, ma gli avrebbe procurato noie e
dispiaceri. Diremmo chiusa questa vicenda, ma nell'animo di Prospero risuonavano
le parole dell'amico, che tenevano aperte tante ferite, unitamente al ricordo
del viso sfigurato di Danatantonio ed il pianto della mamma.
Questi
ricordi tanti tristi, saranno per Prospero i motivi dominanti del suo spirito
di penitenza di cui si ciberà per tutta la vita. Nascerà, contemporaneamente a
tanti altri suoi desideri, quello, di vede spuntare il giorno in cui, potersi
prostrare dinanzi alla mamma dell'amico morto, per chiedere umile perdono.
Parecchi
anni passeranno ancora per quel giorno desiderato. Egli tornerà ad Agnone,
tolta la brevissima parentesi durante il noviziato, solo quando, già sacerdote,
vi si porterà quale dispensatore della parola di Dio.
I
genitori, lusingati dell'ottimo esito negli studi di Prospero e incoraggiati da
mille speranze per il futuro, fanno iscrivere il loro giovane alla Università
di Napoli in filosofia e medicina.
Due
discipline impegnative che nel programma dei signori Lolli rappresentava il
massimo dell'onore che ne poteva derivare per la loro famiglia.
Prospero
si mise all'opera, accrebbe l'impegno nello studio delle nuove discipline, non
dimenticando però, quelle discipline interiori che per lui erano il lievito
nella massa. Il nuovo ambiente universitario non lo trovò impreparato, anche
se preferiva l'intenso studio personale unito alla preghiera. I suoi compagni di
convitto lo ammiravano per la costanza e la tenacia nel suo metodo di vita. Enea
Mancinelli, già suo compagno di scuola ad Agnone, ed ora compagno di Università,
attesta che Prospero abbinava la frequenza alla scuola ai continui contatti con
i Padri gesuiti. Aveva tanta stima per quei religiosi, che gli era affiorata
l'idea di entrare nella Compagnia di Gesù. I Gesuiti sarebbero stati
certamente tanto felici di annoverarlo tra le loro file, avendolo già
conosciuto quale assiduo frequentatore della loro Chiesa, non per bigottismo,
ma per profonda fede.
Lo
stesso Mancinelli attesta che spesso si tratteneva in Chiesa più del solito
senza tener conto dell'ora di pranzo. Egli però non ne faceva conto. Quando gli
dicevano "È ora dì venire questa? Ora cosa mangerai?" Rispondeva:
"Mi basta un po' di pane ed acqua". Finito di studiare e prima di
andarsene dai Padri Gesuiti, spazzava la casa, lavava i piatti, rassettava i
letti. Servizi umili, con cui egli cercava di nascondere il suo mondo interiore
da sguardi e da giudizi profani.
I
tre anni di permanenza a Napoli, furono anni di continui inviti a farsi gesuita.
Si era quasi deciso, perché vedeva nella Compagnia di Gesù, la piena
possibilità di pregare e studiare. Il pensiero di farsi gesuita, fece crollare
tutti i sogni di fortuna che i genitori avevano fatto su di lui; i progetti dei
signori Lolli caddero come foglie secchie in autunno. Nella sua fantasia aveva
programmato il suo futuro; mancava l'ultimo tocco, che in realtà è sempre il
primo, il volere divino. Quando sembrò che tutto fosse fatto, si accorse, in
modo inequivocabile, che Dio non dava l'assenso al suo progetto.
Il
portatore del volere di Dio, non fu un angelo venuto dal Cielo, ma un suo
coetaneo e studente in Legge a Napoli. Questi, dopo aver conosciuto il programma
che Prospero si era stilato, conoscendone l'indole, e prevedendo il gran bene
che Prospero avrebbe fatto, sotto un'altra disciplina, disse chiaramente che non
approvava la sua risoluzione, e che, secondo lui, il programma ben delineato
da Prospero, si sarebbe realizzato unicamente facendosi Cappuccino.
L'amico,
che viveva in perfetta sintonia con i principi evangelici, incise molto sulla
coscienza di Prospero. La sua parola franca e disinteressata, convinse
Prospero, il quale l'accettò come ispirata al volere divino.
L'amico gli parlò della vita austera dei Cappuccini, dello spirito di penitenza e di povertà, ne sottolineò la piena disponibilità al servizi dei fratelli, e promise che anche lui avrebbe fatto questa scelta al più presto.
I
due amici hanno mantenuta la loro promessa. Si sono tenuti per mano nella via di
Dio: due indivisibili fratelli, lanciati alla conquista della perfezione.
I
prevedibili ostacoli familiari, non hanno intaccato la loro volontà. Tra i
facili ed immancabili momenti di incomprensione umana, brillano di luce propria,
che veniva dall'ideale francescano al quale si sarebbero consacrati
definitivamente.
Si
fa Cappuccino
- La descrizione dei Cappuccini, fattagli dall'amico, era invitante per la sua
spiritualità.
Egli
assetato di preghiera e di silenzio, di penitenza e di studio, intravede il suo
posto. Già immaginava ai suoi piedi, sandali rozzi come l'abito ed il cordone,
la spoglia celletta, la povera mensa. I suoi sedici anni, pieni di fervore
giovanile, gli mostrano una visione rosea della vita claustrale. Con la
fantasia già bussa alla porta del Convento dei Cappuccini, si vede fra tanti
Frati silenziosi e modesti, con la testa coperta dal ruvido cappuccio, intenti
al lavoro, allo studio, alla preghiera. Vede la minuscola chiesetta, adagiata
fuori dell'abitato, ricca di silenzio e di solitudine; il tintinnio di una
campanella che affida all'aria la sua flebile voce, linguaggio umile e semplice,
diretto a tutti, senza riserva di casato.
Al
di fuori di questo programma gigantesco, sono i genitori, i quali, vivono
spensierati nella loro Agnone. Essi nulla sanno di quanto avviene nell'animo di
Prospero. Non sanno che la voce di Dio, giunta al cuore del loro figlio, è
venuta a patti con questi, e, cancellato ogni umano disegno, ha siglato un nuovo
progetto.
L'impossibilità
di comunicare direttamente con loro, impediva di metterli al corrente della
sua decisione. Il suo programma offriva possibilità di dilazione, correva e la
sua volontà era sempre più coscientemente decisa.
Si
portò al Convento di Napoli, detto della Concezione, per esprimere al superiore
provinciale, il suo proposito. Come era contento!
Tutto
gli sembrava più bello in quel giorno. Bussò a quella porta; con rispettosa
timidezza, non perché si fosse indebolito il suo proposito, ma perché si
riteneva indegno di vestire la tonaca cappuccina.
Un
vecchio frate dalla barba lunga e dal volto soffuso di misticismo, gli andò
incontro con un sorriso gentile, e lo accompagnò dal p. provinciale. A questi
chiese di voler appartenere ai Cappuccini. Il p. provinciale lo accettò subito,
avendo letto sul volto del richiedente i segni della divina chiamata. Capì che
quel giovane era un dono della Provvidenza, e come tale, non ebbe alcuna
difficoltà a dargli il benvenuto in nome di s. Francesco.
Prospero
volontariamente rinunziava alle comodità di un brillante avvenire umano, e
preferiva il vivere nascosto e meno appariscente, della vita del chiostro.
Il
convento di Sessa Aurunca, allora sede del noviziato della provincia dei
cappuccini di Napoli, ebbe, senza saperlo, il piacere di ospitare un novizio
che avrebbe dato tanto onore alla Regola di S. Francesco con la dottrina e la
santità della sua vita.
Il
giovane Prospero Lolli, sta per coronare il suo sogno. Coprì la distanza
Napoli-Sessa Aurunca con passo svelto ed allegro, segno di una generosità che
veniva dalla ferma decisione di servire a Dio sotto l'egida di S. Francesco
d'Assisi.
Bussa
alla porta del noviziato, con devozione. È una porta che cigola al vento, tanto
è vecchia, un legno grossolano che diceva quanta povertà e quanto rigore si
vivesse in quelle mura.
Tira
la corda, cui è legata una campanella, quella che sono soliti suonare i
poverelli quando chiedono ai Frati una minestra. Entra in quel convento,
lasciando dietro di sè il gran mondo, che avrebbe potuto, in seguito, battergli
le mani.
I
Frati, notano subito che Prospero, non è uno dei tanti giovani che chiedono
di vestire l'abito cappuccino, ma è quel giovane, che anche nella sua verde età
ha gli occhi dell'asceta, la parola del dotto, il comportamento dell'umile,
nuove energie da comunicare ed una vitalità sorprendente. La sua insistente
richiesta di vestire l'abito cappuccino, era frutto di un desiderio che non aveva
prezzo. Voleva nascondersi agli occhi del profano, per essere noto unicamente a
Dio.
Con
molta lentezza passarono i giorni della vigilia. Egli ne approfittò per
guardare da vicino il mondo meraviglioso del convento. Toccò con mano il
nuovo genere di vita, la nuova casa, ove rinunzie e penitenze di ogni genere,
erano gli ornamenti giornalieri.
Non
si spaventò, anzi, maggiormente incoraggiato, decise di amare e per tutta la
vita, quell'austerità che gli avrebbe permesso di essere libero da tanta
preoccupazioni terrene.
Tutto
è pronto per il grande passo... l'animo di Prospero è ripieno di gioia, veste
nuziale per il suo spirito. L'altare è ornato di fiori campestri, in segno di
umiltà. Dinanzi all'altare è pronto il suo nuovo patrimonio: una tonaca, un
cordone, un paio di sandali grossolani, i vari strumenti di penitenza, la
Regola Francescana ed un Crocifisso. L'alba del giorno della vestizione religiosa,
tanto attesa, lo trovò in piedi. Aveva pregato per tutta la notte, in
preparazione scrupolosa.
È
tutto contento, come, chi sta per ricevere un gran dono o un premio. All'ora
stabilita, con incedere composto e devoto, si avvia all'altare ove lo attende
il p. Maestro del noviziato, con tutti gli altri fratelli, per rivestirlo del
saio cappuccino, per recidergli i capelli; e per imporgli un nome nuovo. La
prescritta cerimonia della vestizione si svolge in un'atmosfera di semplicità
mentre i suoi occhi esprimono tutta la gioia di quel momento.
Durante
la cerimonia gli fu detto solennemente dal p. Maestro: "Da oggi, non ti
chiamerai più Prospero ma Frà Matteo".
La
cerimonia è finita. Sembra che sia intervenuto un tocco di bacchetta magica per
dare il via ad un decollo generoso ed austero.
Probabilmente,
nel sentire il nome impostogli, pensò all'invito che Gesù fece al gabelliere
del Vangelo. "Vieni e seguimi". Lo spirito del daziere divenuto
apostolo obbediente e generoso, agganciò il novizio Frà Matteo, che
gareggiando in generosità, senza remore e con gioioso coraggio, lasciando gli
affetti più cari, imboccò la via battuta dai pochi. Prese con sé la Regola
Francescana, l'amò come una madre, ne succhiò lo spirito, come ape sul
fiore, la tenne come lampada per il suo nuovo cammino, e si avviò, umilmente,
verso la meta, nella certezza di un battimani divino.
Iniziò
a tracciare il suo arco, che non conosceva sosta o riposo, se non quando,
ancora giovane di anni, ma carico di meriti e di nobilissimo lavoro, cadrà,
come una foglia in autunno sul giaciglio, nell'ultimo giorno terreno, nel
povero e romito Convento dei Cappuccini di Serracapriola.
I
due Conventi di Sessa Aurunca e di Serracapriola, si son dati la mano, nel
sostenere l'arco ascensionale di Frà Matteo, costellato di divino ed umano, e
che farà tanto onore alla Regola Francescana ed alla austerità cappuccina.
Le
prime gioie del noviziato
- Dal suo nome trasse il programma. Pose davanti a sè il suo Santo, e decise
di divenire il gabelliere di Dio, impegnò le ore della sua giornata, come
talenti e denaro, perché fruttassero il più alto interesse, da consegnare,
alla fine, al padrone di casa. Scoprì in sè una miniera di doni, che avrebbe
messi a disposizione del prossimo, li prese di mira, e con paziente lavoro, con
essi adornò il suo spirito.
Al
suo confessore apriva il suo animo con devota umiltà e con docile obbedienza.
Guardava a tutti i suoi confratelli per carpire da ciascuno quello che di buono
sapeva vedere in essi.
In
questo clima agonistico potè continuare la costruzione del suo edificio
spirituale nel quale poi, potersi rinchiudere per adorare il Padre in spirito
e verità.
Il
mondo prospettatogli dai genitori: laurea, professione onorifica e
vantaggiosa, ricchezze e matrimonio, tramonta e si dissolve come un sogno al
mattino, mentre sale, sul nuovo orizzonte, un'aurora di ben altre dimensioni e
di più luminose prospettive. In tanto raccoglimento, gli passa davanti alla
mente una panoramica illuminata. Ricorda i genitori ed i parenti lasciati
nella sua città natale, l'amico involontariamente ucciso, le tante stravaganze
mondane, i peccatori di ogni genere. Per tutti sente il caritatevole dovere di
levare lo sguardo al cielo, unitamente all'inno di gratitudine e di
riconoscenza.
La
virtù dell'obbedienza, lo rende più agile, nella corsa verso la meta. Si priva
del suo volere e consegna nelle mani del suo prelato, l'energica volontà di
ieri, e, celebrando le nozze con la regola, di due volontà, ne forma una sola,
quella che gli permette di godere della certezza del divino volere.
L'anno
del noviziato era corso veloce; mancava poco alla emissione dei voti
religiosi, prima tappa del suo nuovo cammino. Tutto era in armonia con il suo
programma. Ogni battito del cuore era una nota del suo concerto.
Un
giorno, però, venne una triste notizia: la morte dei genitori. Non fu una
battuta d'arresto, ma un attimo di riflessione. Il suo animo sensibile e
riconoscente, accusò un gran vuoto, quello che sentono i figli che vedono nei
genitori il sostegno materiale e morale; la fonte dell'amore che non inganna,
le uniche braccia che possono sostituire la culla.
Certamente
ha pianto. Non poteva rimanere insensibile, fu il pianto sereno, accompagnato
dalla speranza, rinvigorito dalla preghiera che da quel momento era suffragio.
Non
ebbe la gioia di poter riabbracciare i suoi per l'ultima volta. Con quanto
affetto avrebbe dato il suo ultimo bacio ai suoi genitori benedicenti prima
dell'addio! Questa scena si verificò spiritualmente, nell'ora in cui gli venne
dato il triste annunzio. La sua amorevole fantasia certamente lo portò in
quella casa lontana, gli fece vedere il viso pallido di quelle due carissime
persone, che nella dolente maestà della morte, era illuminato dalla tremula
candela.
Il
triste evento, portò a Frà Matteo, problemi nuovi, di ordine materiale e
spirituale. Le sorelle non sapevano e non potevano amministrare i beni avuti in
eredità. L'amministrazione era di diritto dell'erede maschio. Per le sorelle
era l'occasione buona per riavere in casa il fratello e, speravano, per sempre.
Era un caso umano degno di ogni considerazione. Il problema, si presentava al
novizio sotto una forma estremamente semplice all'apparenza, ma difficile in
realtà: rimanere in convento o tornare a casa? Questo era il problema che
andava risolto bene e presto.
Amava
il convento più di stesso, ma la voce del sangue prendeva un tono sempre più
acuto. È proprio delle anime grandi sperimentare il tormento delle ore grigie,
il peso di un ideale profondo, contrastato dalla voce del sangue. Cosa fare?
Le sorelle intravidero uno spiraglio per vedere attuato il loro piano, ma si accorsero che non avrebbero avuto partita facile. Le necessità morali ed economiche delle sorelle si fecero sentire tanto forti, che queste decisero di narrare tutto ai Superiori. Questi, si mostrarono molto umani e comprensivi. Permisero al novizio di recarsi a casa con ampia facoltà di decidersi liberamente se tornare in Convento o rimanere a casa. Si recò ad Agnone, sua patria, ordinò le cose di famiglia, e, dopo essersi recato sulla tomba dei genitori, speditamente tornò a Sessa Aurunca per continuare il noviziato. -
I
confratelli lo accolsero con gioia. Il suo ritorno era una prova chiarissima
che era avvinto al suo proposito, maturato con tanta riflessione.
Riprese
il suo posto di novizio diligente, come un bravo scolaro, uscito dall'aula
solo per un attimo. I giorni che lo separavano dalla fine del noviziato erano
pochi.
La
Fraternità unanime, lo ammise alla professione dei voti religiosi.
Io
faccio voto
- Finito l'anno del noviziato, anno di esperimento e di preparazione, venne il
giorno in cui doveva imprimere l'ultimo sigillo alla sua decisione. Senza
frastuono di festa, nella semplicità della chiesetta cappuccina, in un giorno
che il tempo ha nascosto alla storia, nelle mani del suo superiore, alla
presenza dei suoi confratelli, con voce ben marcata, pronunciò la formula
prescritta: Io Frate Matteo, faccio voto e prometto a Dio Onnipotente, alla
Beata Vergine Maria, al beato padre S. Francesco ed a tutti i Santi, per tutto
il tempo della mia vita osservare la Regola dei Frati Minori, per il Signor
Papa Onorio confermata, vivendo in obbedienza, senza proprio ed in castità".
Il
Superiore rispose: "Se osserverai queste cose, ti prometto, da parte di
Dio, la vita eterna". La sua consacrazione era ormai fatta. Vittima di un
sacrificio incruento, era la sua deliberata volontà. L'incanto della sua vita
spirituale assumeva il ruolo di chi deve tener fede alle promesse giurate. Quali
gli articoli del suo programma? Quelli tradizionali, comuni a tutti quelli che
scelgono di vivere secondo la Regola di S. Francesco: perfetta obbedienza,
altissima povertà, illibata castità. Tre voti, un unico programma,
inghirlandato di preghiera e di studio, nella prospettiva di un multiforme
apostolato.
Si
avviò, mano nella mano, con Dio, per il suo nobile cammino, sorridendo alle
asprezze dell'antica osservanza, ai disagi dei lunghi tragitti, per spezzare il
pane della sana dottrina a chi ne avrebbe chiesto il sostentamento.
Operaio
della prima ora, iniziò ben presto a seminare la sua semente, che, nel solco
rovente delle avversità, scese come raggio di pace, e, nel terreno soffice,
fu vita più intensa.
Nel
Convento di Aversa - Giunse
in detto convento, appena emessi i tre voti. Non durò molto colà il suo
soggiorno. Poteva cambiare luoghi, ma non cambiò mai il suo programma. Il cronista
sottolinea, che non curò tanto lo studio litterale quanto dell'umile orazione
con la quale chiedeva costantemente al Signore, la perseveranza nella
vocazione, giudicandosi indegno di portare l'abito cappuccino.
Un
episodio molto semplice, che potremmo definire infantile, ci fa conoscere la
posizione spirituale di Frà Matteo. I frati della comunità di Aversa, avevano
deciso di tagliare un arancio infruttuoso e portarlo al fuoco. Frà Matteo
aveva osservato quanto avveniva nell'orto. Con riflessione immediata su se
stesso, con la guida della sua profonda umiltà, e nel linguaggio del suo spirito,
si va a prostrare dinanzi al Crocifisso del coro, e con abbondanti lacrime
disse: "O veramente dolcissimo Signore, io sono quest'albero infruttuoso
che merita di essere reciso e spiantato dal giardino della Religione, perché,
non servendoti come devo, ad altro non sono buono che ad ardere
nell'inferno".
Quanta
umiltà e quanta sapienza in questa esclamazione di tono semplicistico! Quelle
lacrime erano segno di un proposito più vivo, e, scesero dai suoi occhi come
righi tracciati sul candore della sua anima, sui quali avrebbe scritto, ogni
giorno, una lettera di affetto alla Regola di S. Francesco.
Il
Convento di Aversa, con il suo silenzio, aveva contribuito generosamente al
dialogo con il divino. L'intenso odore dei pini, e l'immenso scenario della
flora di Terra di lavoro, erano un invito continuo alla lode del Creatore.
Un
giorno, mentre ammirava la bellezza del cielo napoletano dalla finestra della
sua cameretta, tre noccate sulla porta, scandite con tono di autorità
interrompono il suo eloquente silenzio; è il Superiore, gli vuol parlare. Egli
era latore di un messaggio che avrebbe deciso il campo di azione del futuro p.
Matteo.
Si
sarebbe dovuto trasferire nella provincia religiosa dei Cappuccini di S.
Angelo ed aggregarsi ad essa alla quale appartiene la sua nativa Agnone.
Non
fu un capriccio dei Superiori, ma volontà delle sorelle, le quali, si rivolsero
al p. Silvestro da Rossano, Superiore Provinciale di S. Angelo. Questi,
trovata giusta la richiesta, ottenne dal p. Generale, che Frà Matteo si potesse
incardinare nella provincia religiosa di S. Angelo.
Frà
Matteo ubbidì. Aveva capito che il disegno della Provvidenza, si reggeva su
giusti motivi umani. Prese la bisaccia sulla spalla, e si avviò verso la sua
provincia che, a buon diritto, potè gioire di questo nuovo figlio.
Nel
Convento di Serracapriola
- L'assegnazione di Frà Matteo, alla provincia di S. Angelo, fu certamente un
dono della Provvidenza. Preceduto dalla fama di religioso esemplare sotto ogni
aspetto, fu accettato con immensa gioia. Si aveva tanto bisogno, allora come
sempre di queste colonne portanti. Fu mandato nel Convento di Serracapriola,
pur non essendo ancora sacerdote, quale professore di Logica, ad altri
chierici della stessa sua età. L'obbedienza religiosa, promessa solennemente a
Dio nel voto, esigeva adesione completa della propria volontà a quella di Dio
espressa da quella dei Superiori. Il sacrificio aveva il suo peso, ma più
ancora il suo valore. La sua umiltà fu messa alla prova proprio nel momento in
cui fu scelto a guida morale dei suoi coetanei. L'umile riluttanza iniziale
produsse unanime soddisfazione, ed il p. Provinciale, dal fine intuito di cui
era anche egli dotato, potè verificare la portata delle doti di Frà Matteo,
che facevano presagire il santo ed il dotto. Probabilmente tale prova durò solo
qualche anno, 1582-1583, in quanto egli doveva frequentare gli studi di
teologia, prescritti per gli aspiranti al sacerdozio.
A
Bologna
- Il convento di Serracapriola perde, momentaneamente, la sua perla. La
ritroverà, splendente come un meriggio, quando, insignito della dignità
sacerdotale, lo ammirerà, seminatore della divina parola.
Raccoglierà,
poi, l'ultimo respiro che l'instancabile cantore della divina Sapienza, farà
cadere dal suo labbro, come una goccia di miele, quale parola profonda del suo
spirito, tutto pieno della dolcezza di Dio.
Per
gli studi di teologia, mancavano le strutture necessarie nella provincia di S.
Angelo. Per tale motivo i chierici di buon talento erano mandati a Bologna, ove
esisteva, uno studio generalizio, sotto la guida del noto teologo p. Giovanni da
Rimini (Diotallevi) il quale aveva il titolo di Lettore (Professore) Generale.
Frà
Matteo, lasciata Serracapriola, ed in compagnia del chierico Frà Francesco da
Apricena, si recò a Bologna. Il Lettore p. Giovanni da Rimini, si accorse
subito di trovarsi dinanzi ad una intelligenza profonda e ricca di alta
spiritualità. Lo ammiravano non solo i superiori ma anche i discepoli, i
quali vedevano in lui un magnifico connubio tra scienza e virtù. Su questo binario
Dio preparava il suo atleta. Calamitato dalla bellezza della Teologia, ne
formava l'oggetto delle sue discussioni con i superiori ed i colleghi di
classe. Il tempo della permanenza di Frà Matteo a Bologna deve essere computato
tra il 1583 ed il 1589, in quanto nel 1590 già risultava predicatore.
Santità
all'alba - Dio seguiva il
suo amico con l'occhio scintillante di Padre. Mentre egli si nascondeva agli
occhi del mondo, il divin Padre gli preparava un futuro che sarebbe stato l'attrattiva
preferita dagli affamati di Dio. Il suo nascondimento non era viltà, ma
preparazione alla lotta, nel senso della più profonda umiltà.
A
Castel Bolognese, dove egli era chierico, si verifica un pietoso caso di
ossessione diabolica; una povera donna che da tredici anni è vessata dal
demonio. Aveva tentato tante medicine, ma il suo male non aveva una ricetta da
farmacia. Vari sacerdoti avevano rinunciato a tale impresa. Infine, decise di
andare alla chiesa dei Cappuccini. All'ora stabilita, i Frati sono in chiesa a
pregare insieme all'esorcista. Il chierico Frà Matteo è nella sua cameretta,
intento allo studio.
L'esorcista
inizia le preghiere del cerimoniale, scongiura lo spirito cattivo di aver pietà
di quella donna e di andarsene. Non furono sufficienti digiuni e preghiere fatti
dall'esorcista e dagli altri Frati. Dopo insistenti esorcismi, lo spirito,
stanco di ricevere colpi, indicò il segreto per uscirsene. Disse chiaramente:
"Fate pure quanto volete, noi non usciremo giammai di qua, a meno che non
venga Frate Matteo da Agnone, l'umiltà del quale, sopra ogni altra cosa, ci
cruccia e ci flagella". La meraviglia dei Frati fu grandissima. Essi
conoscevano la bontà di Frà Matteo ma non pensavano che egli fosse tanto
avanti nello spirito da far paura ai demoni. I Frati corrono a chiamarlo, ma
egli si schermisce col dire che è falso quello che ha detto il demonio.
Pressato
dalla voce dell'obbedienza, scende in Chiesa. Si prostra faccia a terra
dinanzi all'altare del SS. Sacramento per alcuni minuti. Il suo umile
atteggiamento dinanzi al Signore, l'arcano silenzio di quegli attimi,
divennero esorcismo, minaccia e comando per demonio. Cosa avrà detto a Dio in
quella preghiera? Non parlò con le labbra, ma non tacque la sua anima, che più
umile di sempre, in contatto immediato con Dio, sfrecciava saette al demonio,
il quale, cominciò a contorcersi, a dimenarsi nel corpo martoriato di quella
donna. Digrignò i denti, spumò di rabbia per spaventare il fraticello, ma
questi, assorto nella sua fervente preghiera, si mostrò impavido, senza
accorgersi. Il marmoreo atteggiamento di Frà Matteo costrinse il demonio a
gridare; "Eccolo pur venuto, che vuole questo Frà Matteo, da me; io non
posso più soffrire di vederlo". Ciò detto, il demonio scappò via,
lasciando libera e serena quella donna. La rauca voce del demonio, dichiarò
senza volerlo, la sua sconfitta. Terminata la preghiera, ebbe fine la lotta ed
il tormento.
Tutto
confuso, e pieno di santa semplicità, Frà Matteo, tornò nella sua cameretta a
riprendere il suo studio.
Il
cronista riferisce un caso analogo avvenuto ad Aversa, quando Frà Matteo
risiedeva colà. Una donna di Frattamaggiore fu condotta alla Chiesa dei
Cappuccini di Aversa per essere esorcizzata. Fu chiamato Frà Matteo. Non
appena questi entrò in Chiesa, l'ossessa viene terribilmente torturata dal
demonio il quale appena visto Frà Matteo, tra l'altro disse: "Mi dispiace
che questo chiericuccio mi darà tanto fastidio durante la sua vita".
Detto questo, lasciò libera la malcapitata.
Un altro caso del genere è avvenuto quando egli era già sacerdote. Il barone di Roio attesta che avendo assistito ad un esorcismo, sentì che l'esorcista, ispirato dal Signore, disse al demonio: "Io ti scongiuro, per l'umiltà di p. Matteo da Agnone, cappuccino... " Non appena il demonio sentì tal nome si conturbò fortemente e disse: "Taci, taci, non nominare più quest'uomo, perché non lo posso più sentire".
Sono
episodi molto significativi che dicono quello che occhio non poteva vedere,
perché coperto da tanta semplicità e dal velo di una delicatissima virtù.
È
Sacerdote - Questi pochi
cenni, radunati come foglie sparse, sono l'alba di un gran giorno; segnano i
primi passi del cammino spirituale visibile di Frà Matteo, che in ogni cosa
ha preferito essere la radice, nascosta nella terra, in cerca di umori. La
terra in cui si nascondeva era il basso sentire di sé, l'acqua di cui era
assetato era Dio.
In
questa continua ricerca dell'Immenso e dell'Eterno, operata nei profondi studi
teologici, si preparò al sacerdozio. Pensava al giorno della sua ordinazione
sacerdotale, come ad un grande mistero. L'umile sentire di sé, aveva buon
giuoco, sino al punto da sottolineare la sua indegnità di accedere all'altare,
ricordando e vivendo lo spirito di umiltà del santo di Assisi. Ma la voce dei
superiori e dei confratelli, fece eco a quella di Dio, e divenne obbedienza. La
preparazione prossima al grande evento faceva corona a quella remota, e la sua
anima arricchita del lavoro di ieri e da quello della vigilia, poteva gioire a
tutta ragione: si avvicinava il più bel giorno della sua vita.
La
storia, sempre tanto avara di notizie, niente ci ha trasmesso di quel giorno.
Un'unica notizia, in poche parole "essendosi ottenuta la dispensa per
l'omicidio suddetto, fu promosso, con animo riluttante, per reputarsene
indegno, al sacerdozio".
Molto
probabilmente, sarà stato ordinato sacerdote a Bologna o provincia, trovandosi
egli là per gli studi teologici. Queste poche notizie arrivate a noi, quasi
fossero sillabe, sfuggite ad un segreto, sono un graditissimo dono del passato.
Non interessano tanto le date, istanti misteriosi del tempo che passa, ma
sarebbe stato veramente bello, se avessimo potuto ammirare la gioia di quel
giorno per poterla rivivere senza reticenze. Ciò nonostante, dal contesto della
sua vita, si rilevano dati preziosi che ci fanno meditare l'alto concetto che
egli aveva del sacerdote. Essere sacerdote, per Frà Matteo significava
assumere il ruolo di una paternità senza limiti, in virtù della quale,
cambiando l'appellativo di Frà con quello di Padre, diventava l'anello di
congiunzione dell'umano con il divino.
L'altare
per lui è sacrificio e cattedra. In quanto sacrificio, è un motivo di
riflessione che gli farà ripercorrere il cammino della Croce. Nessuna
meraviglia se la celebrazione è accompagnata da lacrime, che non sono forme di
sentimentalismo, ma indice di ricchezza spirituale. Prepararsi alla
celebrazione, non era un seguire delle prescrizioni, ma elemento essenziale
della sua giornata. In questa prospettiva, il continuo controllo della sua
vita spirituale, la confessione giornaliera, erano i preparati ordinari per la
celebrazione quotidiana. La celebrazione eucaristica, così vissuta, aveva, per
chi l'ascoltava, la voce del richiamo alla fonte, era un pressante invito a
salire verso la voce di Lassù.
In
quanto l'altare è cattedra, la celebrazione era dialogo col divino, dal quale
doveva prendere ciò che avrebbe dato a sé ed agli altri, con la parola e con
l'esempio. La fame di Dio, che è pane nella divina parola, lo assorbiva in
pieno, e da buongustaio del sacro, sapeva chiudere i sensi alle distrazioni per
aprire a Dio un varco nelle intelligenze umane, spesso avviluppate da ignoranza
e bisognose di un precussore o di un battistrada.
Ritorna in Provincia - In Agnone - Un desiderato incontro - Prima Quaresima in Agnone
Ritorna
in Provincia - Aveva
terminato il corso degli studi teologici, ne aveva conseguito il Dottorato a
Bologna. Bisognava che tornasse nella provincia religiosa di origine, ove
tanti compiti lo attendevano. Il p. Giovanni Maria da Rimini, volle che
predicasse la quaresima a Bologna, prima che partisse per la provincia di S.
Angelo. Altre prediche a Bologna le aveva tenute già prima che fosse sacerdote.
I padri di Bologna, con fine intuito, vollero gustare la dottrina e la
spiritualità del neo sacerdote.
Tornato
fra noi, pare che il convento che l'abbia avuto per primo, sia stato il Convento
di Vasto. Difatti nel 1596 è superiore e Lettore di Logica a Vasto. La stima
di santo religioso e di dotto sacerdote lo circondava. Per tale motivo egli
dovette iniziare il suo complesso apostolato e nell'interesse della provincia
religiosa e nell'interesse di tante regioni che aspettavano la luce della sua
parola.
La giustificata impazienza dei suoi concittadini fece pressione presso il p. Provinciale per avere al più presto fra loro tanto illustre concittadino. Furono contentati. Il p. Provinciale, sulla esperienza dei Padri di Bologna, nonostante non avesse ancora il permesso di predicare, che spettava al p. Generale, lo mandò ad Agnone per predicare la quaresima. Ciò deve essere avvenuto prima del 1592 in quanto egli fu ufficialmente autorizzato a predicare il 6 Dicembre del 1592, dal p. Girolamo da Polizzi, Ministro Generale.
In
Agnone
- La notizia del suo arrivo si è sparsa in un baleno. Tutti lo attendevano alla
porta della città, per porgergli il saluto del buon ritorno, o forse per
baciargli umilmente la mano, o l'abito che egli indossava, e poterlo poi
accompagnare alla casa paterna, ove, si pensava che avrebbe preso alloggio.
Lo
attesero per tanto tempo, ma egli seppe arrivare quando l'attesa divenne
stanchezza, per poter entrare in incognito nella sua città. Ritardò, come lo
sposo del Vangelo, ed a notte fonda, quando tutti dormivano, si inoltrò
nell'abitato. Non era sua intenzione alloggiare presso i parenti, perché,
diceva: "che essendo lui religioso, conveniva che prendesse posto presso
dei Religiosi". Per tale motivo si diresse verso il Convento dei Frati
Minori "S. Bernardino" ove fu accolto con quella devozione con cui si
accoglie chi gode fama di santo. Saputosi che stava a S. Bernardino, la gente
corse a gran schiere per vederlo e riverirlo. Egli si schermisce dinanzi a tanta
dimostrazione di stima, con i modi più semplici ed umili, che tutti rimanevano
conquistati da tanta modestia.
Si
trattenne parecchi giorni presso i Frati Minori, prendendo parte a tutti gli
atti comuni, alla recita del divino ufficio sia di giorno che di notte, come se
fosse di quella famiglia religiosa. Il p. Giovanni Battista di Alfedena, Frate
Minore, che a quel tempo era ancora chierico, asserisce che ogni mattina
andando ad aprire la Chiesa, lo trovava in ginocchio davanti all'altare del
SS.mo Sacramento, assorto e spesso con il volto pieno di lacrime.
Allo
scopo di compiere meglio il suo ministero della divina parola, vide che si
opponeva una difficoltà: la distanza che ogni mattina avrebbe dovuto coprire,
dal convento dei Frati Minori, al paese. Si ovviò a questa difficoltà con
fargli prendere alloggio presso il Convento "S. Francesco" dei pp.
Conventuali; che era situato in città. La contentezza del popolo si accrebbe
sino a diventare delirio. Ma il p. Matteo aveva nel suo animo, quasi un voto
da sciogliere. Aveva sentito che era ancora viva la signora Angela di
Cannatiello, moglie del sig. Mario Cellillo e madre del giovanetto, ucciso
involontariamente da p. Matteo, nella sua infanzia. Egli desiderava dare inizio
alla predicazione quaresimale con un grande atto di umiltà ossia desiderava
recarsi in casa Cellillo e chiedere pubblicamente perdono di quanto era
successo.
La
gente non pensava che avrebbe fatto tal gesto il p. Matteo, ma quando ne venne a
conoscenza, assistette ad una grande predica, fatta senza parole e senza
pulpito, ma con tanta convinzione, che tutti si sentirono attratti e commossi.
Un
desiderato incontro
- Un sogno che da tempo accarezzava nella sua mente e nel suo cuore:
incontrarsi con la signora Angela di Cannatiello, sfortunata madre di
Donatantonio Cellillo, il suo intimo amico. Egli sapeva di aver causato un gran
lutto, che constringeva al pianto sia lui che la madre dell'ucciso. Voleva
asciugare le lacrime di quella madre, sia pure dopo tanti anni, con un atto di
umiltà. Con il pensiero è già in ginocchio davanti a Lei. Già le parla con
le espressioni del pentimento, nella posizione di chi ha vissuto una vicenda
che non avrebbe mai voluto vivere. Assume l'atteggiamento del colpevole, eppure,
è ben nota la sua innocenza.
Prima
quaresima in Agnone
- Il primo giorno della quaresima, prima che si portasse in Chiesa, si legò
una fune al collo, in segno di penitenza, e va verso la casa nella quale non
entrò più l'amico Donatantonio. La noccata che egli dette alla porta di quella
casa, aveva tutto il sapore di una spinta sul cuore. Quella posizione di
pubblico penitente si incorniciava meravigliosamente nella stima di santo in cui
era tenuto. Un atteggiamento esterno ed interno al suo spirito, che gli valse
altra stima e maggiore credibilità alla sua parola.
Entrò in quella casa, si inginocchiò realmente dinanzi a quella signora, e chiese, come sapeva chiedere lui, il desiderato perdono, e mettendosi a disposizione di un'eventuale vendetta.
L'umiltà
convinta di p. Matteo, disarmò la donna, la quale, commossa sino alle lacrime,
per tale gesto, prese a dire: "Frate adesso ho pianto mio figlio; da oggi
in poi ti prometto che non lo piangerò più, perché prendo te come figlio; e
ti vorrò sempre bene, finché vivrò" e lo abbracciò con tanto affetto. A
questa scena di umiltà e di generosità assistette tanta gente ed alcuni dei
più noti cittadini di Agnone. Una scena degna di essere tramandata in un
candido marmo, per sfidare tutti gli insegnamenti errati della vendetta.
Generosità ed umiltà si sono abbracciate, rendendo più agevole l'impresa del
p. Matteo che avrebbe dovuto predicare la forza dell'amare e del perdonare.
Il
p. Matteo potè salire il pulpito della chiesa di Agnone con vero gaudio del suo
spirito, avendo trovato in quel perdono, il sostegno della sua parola.
L'argomento
centrale della prima quaresima predicata in Agnone era il perdono. Non poteva
essere diversamente. Aveva sul suo palato il sapore del perdono che egli aveva
gustato, e voleva che anche gli altri, aventi una base di vera colpa, ne
gustassero la gioia, umiliandosi dinanzi a Dio. Per ogni tipo di peccatore aveva
una parola convincente. Ricordava a tutti la Maddalena, il buon ladrone, S.
Pietro, S. Paolo, S. Agostino, e tanti altri esempi lampanti, in cui perdono e
conversione avevano una forte attrattiva ed un ascendente incisivo sul suo
uditorio. La sua parola aveva il carisma della penetrazione dei cuori, perché
egli viveva quello che diceva. Nessuna meraviglia se alle sue prediche seguivano
tante conversioni. I nemici tornavano amici, i ladri restituivano la
refurtiva, i bestemmiatori riconsacravano la bocca con la parola del pentimento,
tutti riprendevano il cammino sulla via della salvezza, convinti di essere
venuta per loro la loro luce ed il tempo di un totale capovolgimento spirituale.
Gli agnonesi, con giusta ragione potevano dire di essere arrivato per loro
l'anno della grazia.
Purtroppo,
anche la permanenza del p. Matteo in Agnone, volse al termine. Lo aspettavano
altri compiti ed altre folle, forse senza pastore, che desideravano che
qualcuno le prendesse per mano.
Tuttavia
gli agnonesi, potevano dirsi contenti. Con il senso di una specie di gelosia, lo
accompagnarono fuori le mura della città, con un voto nell'animo: costruire un
Convento per i Cappuccini, tanto ben rappresentati dal loro illustre
concittadino.
Il
p. Matteo, partì da Agnone, benedicendo i convertiti, ricordando i penitenti,
riportando nel suo cuore, la gioia del buon pastore, e, come una croce sulla
spalle, il rauco ricordo di chi non volle ascoltarlo.
Oratore
- Scorrendo l'elenco dei
luoghi ove egli ha predicato si deduce con chiarezza che le città se lo
contendevano per la predicazione della quaresima e dell'Avvento. Egli stesso ha
annotato, nell'unico volume delle sue prediche arrivato a noi, le città ove
ha predicato, dopo di averne ricevuto la autorizzazione dal p. Generale. Fu
autorizzato il 6 Dicembre 1592 dal p. Girolamo da Polizzi, Ministro Generale.
L'elenco
risulta come segue:
1593
a Modena - Chiesa dei Cappuccini (Quaresima?)
1594
Avvento a Bologna e Quaresima a Castelnuovo de Terni
1595
Avvento a Boroli (?) Quaresima a Ferrara - Chiesa dei Cappuccini
1596
non predica perché malato
1597
Avvento e Quaresima a Vasto
1598
Avvento a Vasto - Quaresima ad Agnone
1599
Avvento a Manfredonia - Quaresima a Troia
1600
Avvento a Serracapriola - Quaresima a Monte S. Angelo
1601
Quaresima ad Acquaviva - Avvento a Monte S. Angelo
1602
Quaresima a Manfredonia - Avvento in Agnone
1603
Quaresima a Serracapriola - Avvento ad Agnone
1604
Quaresima a Monte S. Angelo - Avvento in Agnone
1605
Avvento ad Isernia - Non predica la Quaresima
1606
Avvento a Lucera - Non predica la Quaresima
1607
Quaresima a Vasto - Non predica l'Avvento
1608
- 1609 Non predica
1610
Quaresima ed Avvento a Serracapriola
1611
Quaresima a San Severo - Non predica l'Avvento
1612
Quaresima a Lucera -
Da
uno sguardo d'insieme all'attività oratoria del p. Matteo si capisce con
certezza il frutto che egli ha raccolto. Viene spontaneo il quesito, quale
fosse il segreto della riuscita. Scorrendo i cenni biografici, si ha la risposta
al quesito. Due sono gli elementi costitutivi della riuscita: preghiera
accompagnata da digiuni e una scrupolosa preparazione teologica.
Il suo metodo era rigorosamente ortodosso: prima di parlare di Dio, bisognava parlare con Dio, ossia pregare. La sua preghiera preparatoria non era soltanto una elevazione verso Dio, ma un chiedere il messaggio da trasmettere. Questa richiesta, era accompagnata sempre da rigorose penitenze.
Il
frate che lo accompagnava nelle peregrinazioni apostoliche, nel vederlo
digiunare tanto duramente, gli disse un giorno che continuando a digiunare così
non avrebbe avuto la forza di predicare. Gli rispose il p. Matteo: "A me
bastano pochi frutti la sera, non voglio pane, perché non sono venuto nella
religione per predicare, ma per penare, e se manco io, non mancheranno
predicatori nella Chiesa di Dio, ma spero che la Bontà Divina, mi darà vigore
sino alla fine". In questa risposta vi è tutta la sua umiltà e la fiducia
che egli poneva nell'aiuto divino.
Il
suo pensiero teologico
- Leggendo le "Lectiones in Passione Domini" si nota subito la
profonda conoscenza della Bibbia. Dalla conoscenza e dalla meditazione sulla
Bibbia egli ricava l'azione pluralistica di Cristo, il quale è l'anima di
ogni cosa, non per scelta personale ma per volontà del Padre. Il suo
Cristocentrismo lo esprime così:
a)
Cristo è la mano ed il braccio dell'Eterno Padre; Cristo è per noi, la mamma;
lui si ciba di dolore, mentre dà a noi i suoi meriti ed il suo sangue, quasi
fosse il latte.
Meraviglioso
quadro! Cristo viene presentato come Misericordia del Padre. Il Verbo,
rimanendo Dio (il braccio non si staccava dal corpo) viene presentato come una
madre amorevole che allarga la sua comprensione e la sua affettuosità verso i
figli buoni e cattivi. Questo delicato pensiero, rigorosamente ortodosso, era
per lui una regola pedagogica dovendo parlare ad un uditorio, gran parte del
quale aveva bisogno che qualcuno gli parlasse di Dio Misericordioso
b)
Cristo è Re, non solo come Dio, ma anche come uomo, eletto, non umanamente, ma
per elezione divina. Riceve la sua unzione regale, nella unione ipostatica.
Cristo è Re e Predicatore oltre ad essere redentore. Essendo Re ha diritto ad
insegnare.
Cristo è riconosciuto re anche nella morte. Mentre tutti i re, con la morte lasciano il regno, Cristo con la morte lo assume. Infatti il ladrone, gli chiede di farlo entrare nel suo regno ed Egli lo accetta.
Cristo
è Re, unico e Sacerdote
c)
Cristo è Dottore di Giustizia: perché è solo lui che giudica e la sua legge
insegna la vera giustizia
d)
Cristo è Redentore - Il suo patire aveva lo scopo di redimerci ed anche di
attirarci al suo amore -
e)
Cristo è Legislatore: ha tutte le condizioni richieste
f)
Cristo come uomo meritò, come Dio diede valore infinito a suoi meriti.
Questi
accenni, raccolti come fiori sparsi, dal suo nutrito Fasciculus, ci mostrano il
p. Matteo, credente, convinto e maestro della sua convinzione. Non predicava
queste verità per convenienza, ma perché la sua dottrina evangelica, si
identificava con il suo vivere. Questo era il segreto che dava valore ed
incisività al suo insegnamento.
Assertore
dell'Assunzione della Madonna
- La scuola francescana, che per essere cristocentrica è conseguentemente
mariana, può annoverare tra i suoi migliori discepoli il p. Matteo. Lo possiamo
definire il difensore della Madonna Assunta. Egli ne ha sempre parlato come un
fatto certo e come se fosse stato già definito dalla competente autorità. La
sue tesi mariane possono racchiudersi nelle seguenti:
a)
Colui che nega l'assunzione della Madonna è della stirpe del serpente; chi vi
crede è figlio di tanta Madre
b)
Doveva essere assunta perché Madre di Dio Vivente
c) È necessario credere all'Assunzione della Madonna, dato che il suo corpo non si trova in nessuna parte della terra. Se si trovasse in qualche parte della terra, senza che noi lo sapessimo, Dio permetterebbe maggiore onore alla S. Casa di Loreto che al corpo della sua Madre
d)
Il corpo della Madonna fu assunto perché vi fu tratto il corpo di Cristo.
Cristo è parte del tutto (la Madonna). Ora il luogo della parte ed il luogo
del tutto, è il medesimo
e)
La Madonna fu assunta perché non essendovi in Lei peccato originale, non
poteva verificarsi in Lei, il ritorno alla polvere
f)
Cristo doveva assumere Maria, perché sua madre. Non poteva lasciarla alla
sorte comune.
Questi
ed altri argomenti che egli porta a sostegno della sua tesi, oggi verrebbero
definiti argomenti di convenienza. Rapportandoli al suo tempo, però, ci danno
la visione della sua fede e del suo coraggio, e nessuno potrebbe togliere, a
dette argomentazioni, una viva forza probante. Sarebbe stato estremamente
bello se avessimo avuto anche gli altri scritti del p. Matteo sulla Madonna.
Solo briciole ci sono state tramandante, che, pur essendo poche, hanno il valore
di care reliquie di un passato dottrinale, sempre vivo nell'Ordine Francescano.
Sono cadute da una mensa ben imbandita di elegante e soda dottrina, nelle mani
di chi, dopo tanti secoli, potrà beneficiare, toccando solo il lembo della
veste.
I
cittadini di Agnone, da tanto tempo cullavano il desiderio di avere un Convento
dei Cappuccini nella loro città. La predicazione di alcuni cappuccini
precedentemente alla predicazione di p. Matteo, aveva entusiasmato i bravi
agnonesi e predissero che in Agnone sarebbe sorto un Convento per loro. Il
mastrogiurato Marcello De Blasiis assicura quanto sopra ed aggiunge che il padre
aveva lasciato per testamento 300 ducati per la fabbrica del futuro Convento.
In
un anno indecifrato, ma certamente prima della predicazione del p. Matteo, si
recò in Agnone il p. Girolamo da Sorbo in occasione della Pentecoste. Il
popolo pensò subito che fosse venuto per le pratiche riguardanti il futuro
Convento. Gli si avvicinarono semplici cittadini ed artigiani, i quali si
offersero di fabbricare a proprie spese, dicendo: "Padre se siete venuto
per pigliare il luogo, pigliatelo allegramente, che' 1 volemo far noi senza che
si ce impaccino li ricchi". Ma il p. Girolamo disse che era venuto solo
per predicare. Altri Cappuccini che si sono susseguiti in Agnone per apostolato,
infervorarono sempre di più il desiderio degli agnonesi. Si arrivò all'atto
pratico solo nell'aprile del 1598, in occasione della quaresima predicata dal p.
Matteo da Agnone. Il culmine dell'entusiasmo si raggiunse per la santità
vissuta dal detto padre. Si tenne un pubblico consiglio comunale, presieduto
da Marcello De Blasiis, e "omnibus clamantibus" si chiese di chiamare
i Cappuccini in Agnone.
Si
diede inizio all'iter burocratico, che per quanto allora fosse molto sbrigativo,
pure incontrò molti ostacoli.
Il
primo ostacolo fu il Vescovo diocesano Mons. Giulio Cesare Mariconna, Frate
Minore. Egli diceva di non volere i cappuccini in Agnone per motivo che già vi
erano altri Ordini Mendicanti. In realtà dietro al Vescovo vi erano alcuni
religiosi con interessi pretendenti.
Le
molte opposizioni gagliarde da principio, fatte dal Vescovo e d'altri durarono
fino al 1605, quando per l'intervento della principessa di Stigliano e
baronessa di Agnone, si ottenne il permesso direttamente dal Papa Clemente VIII,
di cui la principessa era parente, di costruire il Convento dei Cappuccini in
Agnone.
Ottenuto
il permesso dal Papa, si venne alla scelta del sito. Sembrava un fatto semplice,
non mancarono, però, alcune difficoltà. Le località in ballottaggio erano
tre: il Cancello, la Ripa e la Croce. Tutti volevano che il convento sorgesse
nella propria zona. La discussione arrivò a toni alti. La soluzione aveva dell'impossibile.
I Frati presenti, chiamati per avere il loro gradimento, si trovano dinanzi ad
un entusiasmo pericoloso.
Oltre
al p. Matteo da Agnone era presente il p. Francesco da Manfredonia, religioso di
santa vita e il p. Francesco, portoghese, complessivamente dodici Frati, i
quali, vedendo ciò che stava succedendo, decisero in un primo momento di
desistere dall'idea della costruzione del Convento. Poi il p. Francesco da
Manfredonia, quasi ispirato, prese la parola e, con vehementia grande, disse:
"Fratelli miei fino adesso vi siete consigliati con gli uomini, lasciando
da parte Iddio, e siete rimasti confusi accordandovi. Rimettiamo il negozio a
Dio, tirando la sorte e bussolando". La proposta piacque. Furono preparati
tre biglietti, ognuno con il nome di una delle tre contrade.
Prima
che si estraessero i biglietti, tutto il popolo, con i Frati, si inginocchia per
pregare. La gente recita tre Pater e tre Ave Maria, mentre i Frati recitarono il
Veni Creator, per invocare lo Spirito santo. Finite queste preghiere, si
incominciò l'estrazione. Il primo biglietto porta il nome della contrada
"la Croce". Il p. Francesco da Manfredonia subito si alzò e disse:
"Ora, ecco la volontà di Dio; che volete di più?" Non si
contentarono, ma pretesero che l'estrazione si ripetesse per tre volte. Il
paziente p. Francesco accettò la controposta, e per tre volte l'estrazione portò
il biglietto con la scritta "la Croce".
Il
14 Settembre, festa dell'Esaltazione della S. Croce, fu il giorno della posa
della prima pietra, era venerdì. Per gli agnonesi era giorno di gioia perché
si realizzava il desiderato sogno.
Intervenne
il Vescovo diocesano, il quale dovette fare di necessità virtù. Il discorso
commemorativo fu tenuto dal p. Francesco da Apricena. Ci fu chi nonostante
l'entusiasmo generale, molti infatti s'alzarono, con corde, ferri, zapponi ed
altri istromenti a disegnare la novella pianta del nostro luogo...', che disse
alla presenza del p. Matteo, del sig. Marcello De Blasiis e del sig. Giuseppe
Carissimo, che si sarebbe iniziati i lavori, ma non si sarebbero finiti. Anzi
disse: "Allora potrò io morire, quando vedrò incominciati i lavori della
copertura". Lo stesso giorno in cui si iniziò il lavoro di copertura, quel
poverino morì.
Con
meraviglia e contentezza di tutti, pian piano, con la collaborazione di uomini
e di donne, che si prestavano specie nei giorni di feste, la costruzione fu
terminata nello spazio di tre anni, accompagnata dalla grazia divina e dalla
preghiera constante del p. Matteo.
La
chiesina, semplice e devota, ebbe il titolo di S. Maria di Costantinopoli per
espresso desiderio del mastrogiurato Marcello De Blasiis, il quale attestava che
la devozione verso la Maadonna sotto detto titolo era molto diffusa nel Regno, e
che ad Agnone non vi era nessuna chiesa che avesse tal titolo. I Frati dovettero
cedere al desiderio del loro benefattore, mentre essi avevano già pensato di
dare alla loro chiesa il titolo di S. Maria dello Spasmo, tenuto presente che
il Convento era sorto nella località della "la Croce" e che nel
giorno della Esaltazione della Croce ebbero inizio i lavori della costruzione.
I
Frati cappuccini, accolti con tanto entusiasmo, sono seguiti con affetto in
tutte le loro necessità. Durante il lavoro di costruzione del Convento,
furono ospiti in una casa del sig. De Blasiis, il quale e come privato cittadino
e come mastrogiurato dimostrò quanta gioia egli nutriva per i poveri
Cappuccini.
Il
sig. Biagio De Porfirio, di Agnone, aveva una famiglia numerosa. Unico cespite
un pezzetto di terra seminativo. Quando fu scelto il sito per la costruzione del
convento, fu incluso anche quel pezzetto di terra. Vedendosi privato anche di
quel sostentamento, assaggiava già i morsi della fame nella sua famiglia. I
lavori erano iniziati ed il campo era ormai distrutto. Prese coraggio e si
presentò con le lacrime agli occhi, dal p. Matteo. "Come farò, padre,
diceva al p. Matteo, ho tante bocche da sfamare, la mia famiglia patirà gran
detrimento".
Il
p. Matteo, lo ascolta quasi con un sorriso sulle labbra, un sorriso che stonava
dinanzi ad una scena di una probabile fame. Egli sorrideva, perché sapeva che
la Provvidenza sarebbe intervenuta. "Non temere, figliolo, rispose il p.
Matteo, ti farò soddisfare in pieno dai deputati alla fabbrica, né sopporterò
che tu abbia a patire un dramma di interesse; confida in Dio che io ti assicuro
che quest'inverno non mancherà pane ai tuoi figlioli, e per la carità e per lo
scomodo che tu tolleri per i Cappuccini, la Pietra Divina te ne darà mercede
con questo segno evidente, che nella tua arca non mancherà pane".
Il
signor Porfirio asciugò le sue lacrime con la certezza nella quale il p. Matteo
lo aveva indotto con tanto garbo e con tanta fiducia nella Divina Provvidenza.
Difatti, gli venne pagato subito il prezzo del campo, e durante l'inverno non
solo non patì la fame, ma per ben venti volte trovò nel suo cesto varie forme
di pane, molto più grandi di quelle che era solita fare la moglie. Meravigliato
e confuso dinanzi a simili costatazioni, rese di pubblico dominio "a
piena bocca" l'accaduto; dicendo: "Non bisogna dubitare, questo
nostro p. Matteo, è un santo; egli ha lo spirito di profezia, perché quanto
mi predisse è avvenuto; ne sia ringraziato Iddio".
Erano
giorni estivi, e gli operai che lavoravano alla costruzione del Convento
volevano asciugarsi il sudore con un buon bicchiere. Il p. Matteo si compenetrò,
e, presa la bisaccia sulle spalle; andò di porta in porta. Si presentò alla
casa del sig. Vincenzo Cellillo, benestante del paese. Ne chiese alla signora
Giulia che già aveva detto di no al frate cercatore. Al p. Matteo disse che la
botte era vuota ma che gli avrebbe dato quel poco che aveva conservato per il
marito. Il p. Matteo espose il desiderio di andare in cantina, non perché
dubitasse di quanto gli era stato detto della signora, Giulia, ma perché sapeva
che era prossimo l'intervento della Provvidenza. Scese in cantina, fece un
devotissimo segno di croce e poi ordinò di aprire le cannelle. Venne fuori
tanto vino da far meraviglia a tutti.
Quel
vino durò circa un mese, sia per l'uso della famiglia Cellillo che per i Frati
che ne andavano sempre a chiedere. Questa notizia prese subito il largo e si
aggiunse a tante altre che rendevano sempre più venerabile la figura del p.
Matteo.
Il
capomastro ed economo della fabbrica del Convento, Girolamo Lombardi, nota che
tutte le offerte sono finite; non può più pagare gli altri maestri e gli
operai.
Pensa
che di offerte non ne arriveranno più. Unica soluzione per lui, spezzare i
lavori e riprenderli in tempi migliori. Prima di decidere in tal senso, volle
avvicinare il p. Matteo e metterlo al corrente. Il p. Matteo lo ascoltò e poi,
con volto gioviale rispose: "Non dubitare figliolo, sta pur allegramente,
che non mancheranno i quattrini, e benché a questo momento io non sappia e
non possa rimediare, tuttavia, che ha da fare la Madre nostra?
Andate
a lavorare che spero che la madre Vergine gloriosa, che è la nostra Madre, ci
provvederà di denari quanto prima".
L'indomani
sull'altare della Madonna, si trovano 60 scudi e non si potè mai sapere chi
fosse l'offerente.
Questi
ed altri interventi del Signore e della Madonna, avvenuti per intercessione
del p. Matteo, accompagnarono i primi passi di vita del Convento dei Cappuccini
in Agnone.
Maestro
dei Novizi - Questa carica
comporta la grande responsabilità della formazione morale e spirituale degli
aspiranti all'Ordine. Arduo compito in virtù del quale si mostra al novizio la
bellezza della regola ed i vari impegni che si assumono da parte di coloro che
decidono di abbracciare la Regola stessa. Per infondere nell'animo del novizio
l'amore alla vita claustrale è necessario che il Maestro conosca e viva la
Regola.
A questo delicato incarico fu eletto p. Matteo. L'obbedienza lo trovò pronto, l'umiltà gli creò dei problemi di coscienza giudicandosi indegno di quel compito. La scelta, però, fatta dai Superiori, fu ispirata. Le sue esperienze di vita spirituale avrebbero giovato molto ai giovani candidati. Messo da parte il senso della sua umiltà, abbracciò il compito con tutto il fervore, vedendo nella volontà dei superiori, quella di Dio.
Il
suo metodo educativo aveva questo segreto pedagogico: perfezionare se stesso per
dirigere gli altri. Primo punto del programma: pensare a se stesso, non in
senso egoistico, ma perché era convinto che non c'è vera pedagogia se la
parola dell'insegnamento non è accompagnata o addirittura preceduta dai
fatti. Il Maestro dei Novizi, più di ogni altro, non deve contentarsi della
parola, condizionata da tradizioni superficiali, ma deve essere modello degli
iniziati. L'esercizio continuo nel progresso spirituale dava a lui la forza
dell'insegnamento, rinvigoriva la parola, spronava alla cosciente imitazione e
la sua voce, sia che esortasse, sia che ammonisse, vibrava all'unisono con la
voce del cuore. Con i novizi era semplice e familiare, sforzandosi di essere uno
di loro, come una mamma tra i figli. La sua presenza era incoraggiamento
fraterno ed aveva il valore della massima incisività.
I
dialoghi formativi che egli faceva con i novizi vertevano su questi temi: esame
di coscienza, confessarsi bene, orazione mentale, come vincere le passioni,
compostezza religiosa.
Il
buon direttore spirituale vede subito quanta sapienza si nasconda in questi
temi e quanto valore essi abbiano per una severa vita inferiore. Egli da vero
conoscitore delle esigenze spirituali del giovane, aveva puntato bene il dito.
Il
valore pedagogico del suo insegnamento non lascia possibilità ad incertezze.
Il continuo pensare a non offendere la coscienza equivale ad una volontà che
si esercita a sfuggire ogni possibile deviazione, a prepararsi alle battaglie
dello spirito, nella rosea prospettiva della vittoria. Egli lo aveva
sperimentato in se stesso questo metodo, e, a parte il suo innato senso di umiltà,
ha dovuto registrare doverosamente, i frutti ricavati.
L'animo
del giovane novizio, plasmato da mani maestre, poteva accedere lieto e giulivo
all'abbraccio della rigorosa obbedienza, dell'altissima povertà e della
eroica castità. Il pensiero di essere veicolo di Grazia per le anime dei
novizi, lo teneva impegnato per non deludere la sua coscienza e le aspettative
degli altri. Era premuroso perché il lavorio della Grazia non cadesse invano e
non fosse deteriorato da correnti opposte. Passioni, vecchie usanze, abitudini
mondane dei giovani, erano per lui motivo di vera preoccupazioni. Desiderava
che i giovani sentissero il gusto della rettitudine, e che tale gusto fosse un
profondo e sentito connubio, un vero giuramento, con lo stato di Grazia.
Nel
Convento di Vasto non contento di insegnare con la parola e con l'esempio,
scrisse anche un volumetto, per uso dei novizi cappuccini, il cui titolo era
"Quarantacinque motivi spirituali divisi con ordine per tutti i giorni
della settimana" e che aveva lo scopo di "sollevare il cuore dalla
terra al Cielo".
Un
altro scritto dal titolo "Proteste per l'ora della morte" era
indirizzato essenzialmente ai suoi novizi, ma se ne servivano tutti i religiosi
della provincia per essere affettuose e devote.
Peccato
che questi fiori della sua spiritualità, non siano arrivati a noi, subendo la
sorte di tanti altri suoi scritti. Forse la gelosia del comune avversario ha
contribuito a disperdere nel tempo quei beati pensieri che avrebbero certamente
costituito un prezioso cimelio del p. Maestro Matteo. Avrebbero detto anche a
noi la parola che veniva pronunziata quando il convento era spoglio e freddo,
la mensa povera, il saio ruvido, dando vita più forte, anche a distanza di
secoli, a quella tradizione spirituale che forma l'ossatura della pedagogia
francescana e cappuccina.
Il
professore
- Alla santità della vita, a tutti ben nota, tanto da essere descritto e
definito... "Quest'huomo di Paradiso" congiungeva una soda dottrina
teologica e filosofica. I superiori credettero bene di dargli l'incarico di
Lettore ossia di Professore, della scuola di teologia degli studenti cappuccini.
Aveva tutti i requisiti anche per quest'altro compito, delicato, quanto il primo,
perché si trattava di preparare culturalmente i candidati al sacerdozio.
Il
suo metodo didattico era scheletrico, parole semplici, in modo da essere capito
da tutti senza alcuna difficoltà. Il giudizio dello storico è che egli era
dotato e di profonda dottrina e di estrema chiarezza di esposizione, una
combinazione felicissima per un professore di coscienza, pari suo. Infatti è
scritto di lui che "era di intelletto perspicace, aveva gran dono di natura
nel comunicare le più difficili questioni con meravigliosa facilità e
chiarezza; onde da tutti era capito e senza difficoltà appreso". Inoltre
è detto di lui anche che la sua dottrina e chiarezza di esposizione era
"la maggiore che fra i dottori si ritrova e che poteva pareggiare «con li
primi della Religione»".
Quello
che meraviglia sempre di più è il suo senso di umiltà in forza del quale egli
si riteneva "sempre indotto, e reputava ignorante".
Il
profumo attraente della sua dottrina e della sua modestia, lo pervadevano nel
suo incedere e nel suo conversare. Era questo il segreto dell'attrazione che
esercitava sui Frati e sui civili.
Un
giorno che il sig. Cesare Gonzaga, principe di Guastalla e di Molfetta e padrone
di Serracapriola, venne a Serracapriola per affari di famiglia, il p. Matteo
volle andare ad ossequiarlo.
Questi,
versato in filosofia, e sapendo che il p. Matteo era versato in varie
discipline, "attaccò seco un discorso litterale" e rimase
meravigliato della competenza del p. Matteo, ma più ancora della modestia.
Tanto che, appena uscito il p. Matteo per ritornarsene al convento, disse ai
suoi parenti: "Parmi invero che Adamo non abbia peccato in
quest'uomo". I parenti che conoscevano il p. Matteo molto bene,
confermarono "a piena bocca" quanto aveva detto il principe.
Egli,
che a buon diritto fu definito "Splendore di questa Provincia di S.
Angelo" ci insegna che la dottrina della mente e quella del cuore sono
inscindibili, per chi vuol vivere una testimonianza autentica.
Superiore
locale - I conventi che
hanno avuto il p. Matteo come superiore, sono, Vasto, Serracapriola ed Agnone.
Risiede a Vasto con la duplice carica di Superiore e Lettore di Logica nel 1596. Non sono definiti gli anni in cui è stato a Vasto, è certo che vi è stato anche con la carica di Maestro del Noviziato. Ve lo ritroviamo superiore locale nel 1603. A Serracapriola è Superiore locale nel 1602. Ad Agnone nel 1613.
Superiore
Provinciale
- La stima da cui era circondato in provincia, le sue doti, le sue capacità di
governo, non potevano essere dimenticate in occasione del capitolo o assemblea
elettiva triennale. Prima che si convocasse detto capitolo, venne in provincia.
Visitatore generale, il p. Basilio da Napoli, nel 1598 mandato dal p. Girolamo
da Sorbo, Ministro Generale. Visitata la provincia si rese conto che vi era
bisogno di un superiore provinciale che rispondesse ancora meglio alle
esigenze della provincia stessa. Fu indetto il capitolo e fu scelto il
convento di Frosolone per le elezioni. Vi partecipò il p. Matteo nella qualità
di superiore del Convento di Vasto.
Non
pensava affatto che stava per essergli dato il sigillo del comando. Fu eletto a
pieni voti. Accettò ed impresse con il suo stile, una nuova vitalità negli
animi dei religiosi.
La
provincia era composta di 17 Conventi, di cui due erano case di noviziato. 59
Sacerdoti, 12 predicatori, 26 chierici e 67 fratelli non chierici: un totale di
164 religiosi. Una provincia in fase di ascesa in numero e qualità di soggetti.
Vivevano infatti, molti bravi religiosi di cui nomino alcuni: p. Giovanni da
S. Severo (+ 1631), p. Giambattista da Cerignola (+ 1633), p. Atanasio da Capua
(+ 1614), p. Francesco da Apricena (+ 1614, frà Antonio da Lecce (+ 1622), frà
Pacifico da S. Elia a Pianisi (+ 1627), frà Antonino da Castagna (+ 1624), p.
Francesco da Altamura (+ 1625), frà Bonifacio da Frosolone (+ 1624) e tanti
altri contemporaneamente. Egli era stato eletto superiore di una provincia di
santi. Arduo compito questo, ma per lui, tanto avanzato nella spiritualità,
non ci furono ostacoli. Santo tra i santi, ha saputo dare una nuova spinta verso
la meta, con forza e dolcezza.
Nel
1599 si tenne il capitolo intermedio a Campobasso ed egli venne ugualmente a
pieni voti, riconfermato. In questo stesso anno egli partecipa al Capitolo
Generale tenutosi a Roma il 28 Maggio, in cui venne eletto Generale il p.
Girolamo da Castelferretti e quarto definitore generale il p. Lorenzo da Brindisi
(San) per la seconda volta.
La
relazione sulla provincia portata a Roma dal p. Matteo, in detta occasione come
è costume dell'Ordine, consiste unicamente in una lista, comprendente lo
stato del personale e dei Conventi, e risulta così compilata:
Vicario
Provinciale: p. Matteo da Agnone
Lettore
di Teologia: p. Serafino da Senigallia
Guardiani:
Vico - p. Francesco da Vico Rodi - p. Marco da Milo Manfredonia - p. Clemente da
Apricena S. Giov. Rot. – p.
Bonaventura da Cerignola
Foggia
- p. Ambrogio da Lucera Apricena - p. Francesco da Manfredonia Torremaggiore -
p. Francesco da Larino Serracapriola - p. Gregorio da Manfredonia
Larino
- p. Ludovico da Circello Vasto - p. Francesco - portoghese Trivento - P Michele
da Toro Frosolone -p. Francesco da Serracapriola Isernia - p. Matteo da S.
Severina Campobasso - p. Francesco da Altamura S. Marco la Catola - p. Paolo da
Monte S. Angelo
Luoghi
di fabbrica: Monte S. Angelo ove è presidente p. Bernardo da Manfredonia -
Luoghi 17 - predicatori 12 - sacerdoti 59 - chierici 26 - Laici 67.
Nel
luglio del 1600, anno santo, sotto la presidenza del Generale p. Girolamo da
Castelferretti, si tenne il Capitolo a Lucera e fu rieletto il p. Matteo,
completando così il triennio.
Visitando
la provincia conveniva in coro sia di giorno che di notte, prendendo parte a
tutti gli atti comuni. Non voleva cibi particolari. Più volte all'ora della
sveglia, fu trovato in cucina a lavare le stoviglie recitando devotamente salmi
ed inni spirituali. Compativa molto i difetti dei Frati, e quando ne veniva a
conoscenza in segreto, non vedeva il momento che il frate ne avesse
pentimento, e non riposava finché non avesse posto rimedio per il bene
spirituale del confratello.
Una
volta un frate del convento di Isernia se ne uscì senza permesso. Leggerezza e
tentazione lo indussero a quel gesto. Poi tornò indietro. Sentendo il p. Matteo
che il frate fuggitivo stava tornando, tutto contento gli andò incontrò, lo
abbracciò dicendogli: "Sii il benvenuto o mio figliolo, non ritorni
invano, poiché troverai perdono nella casa patema". A somiglianza del
padre del Figliuol prodigo del Vangelo, disse a tutta la comunità.
"È
necessario che questa sera facciamo festa grande, perché abbiamo recuperata la
pecorella già smarrita". Difatti la comunità partecipò alla festa del
ritorno.
Un
altro aneddoto ci è stato tramandato, dal quale traspare il basso concetto che
egli aveva di sé. Se riferisce anche al periodo che egli era Provinciale.
Mentre si portava a visitare i conventi della Montagna in compagnia di alcuni
altri confratelli, data la stanchezza dovuta al viaggio a piedi, arrivato vicino
ad un ruscello, volle sedersi, sotto un albero e mangiare un tozzo di pane con i
fratelli. Mentre stavano a consumare quel pane, si avvicina un giovane bifolco
che gli dice: "Ecco, la vostra vita Padre, la spendete tutta in
ricreazione". I frati che sapevano quanti chilometri avevano fatto a piedi,
avrebbero voluto rispondere, rendendo ragione di quel meritato riposo. Il P.
Matteo invece senza turbarsi, disse: "Hai ben ragione figliolo, di accusare
le nostre imperfezioni che sono grandi". Senza continuare a mangiare, se
ne partirono per arrivare al convento che avrebbero dovuto visitare per prima. I
frati che accompagnavano p. Matteo portavano con sè il ricordo di quelle parole
mordaci dette loro dal contadino, e le parole virtuose dette dal p. Matteo.
Il giudizio dei cronisti sul provincialato del p. Matteo, è estremamente positivo. Il p. Gabriele da Cerignola dice: "... fu eletto il p. Matteo d'Agnone nelle cui mani stette saviamente e prudentemente amministrato il governo della Provincia". "Si mostrò molto atto ai maneggi del governo, dimostrò somma vigilanza nel custodir la sua greggia, ... profondo consiglio nel presiedere e provvedere ai bisogni dei conventi, gran zelo nel punire i cocciuti e gran mansuetudine nel perdonare gl'umiliati..: compativa grandemente gli imperfetti... bramava mantenere in piedi l'illibata osservanza regolare, l'emenda dei difetti...".
Dalle
linee tracciate dai cronisti si può desumere che fu una guida forte e sicura,
ed alla fine del triennio è stato certamente rimpianto, ma le leggi
dell'avvicendamento erano rigide. Si tenne il Capitolo nel Convento di
Manfredonia nel 1601 e vi fu eletto come successore del p. Matteo, il p.
Francesco-portoghese, soggetto degno del suo precedessore.
Visitatore
della provincia dei Cappuccini di Bari
- Esonerato dalla carica di Superiore Provinciale egli pensava di poter
rimanere libero dalle prelature per dedicarsi alla preghiera ed alla
predicazione. Il desiderio dei Superiori Generali contrastava con il suo. P
Girolamo da Castelferretti, superiore generale, nel 1601, ossia appena finito di
essere provinciale nella sua provincia di S. Angelo, lo nominò Visitatore
della Provincia di Bari.
Il
compito di Visitatore, comprende uffici delicati riguardanti questioni e
osservanza Regolare di una provincia religiosa. Egli, in tal carica, era il
rappresentante del p. Generale. Compreso di tante responsabilità, egli mise
nel suo programma unicamente il bene dei confratelli della provincia
limitrofa. Prese con sè, quale consulente, il p. Tommaso da Trivento e si avviò
verso la provincia di Bari. Il viaggio fu effettuato certamente nei mesi
estivi, in quanto egli nel 1601 predicò quaresima ed Avvento ad Acquaviva ed a
Monte S. Angelo.
Il
cronista sottolinea questo viaggio nel tronco Foggia-Cerignola. Su questo
tratto, dimenticanza e Provvidenza si incontrarono. Prima di partire non si
curarono di prendere con sè "qualche cosellina" per potersi
rifocillare lungo la via. Avevano fatto buona parte del viaggio, ma le forze
venivano meno per la fame e per la sete. Fame, sete e stanchezza, elementi
negativi per il viaggio da fare ancora. Il p. Tommaso, risentì per primo di
detti elementi, e cadde sfinito a terra. Era quasi notte e non vi era la
possibilità di chiedere aiuto, perché nessuno passava.
Tutto
faceva prevedere che avrebbero passato la notte in quelle condizioni. Il p.
Matteo ed altri due frati che facevano parte della delegazione, non avevano
perso la fiducia nella Provvidenza.
Non
furono delusi. Improvvisamente appare un giovane di bello aspetto, compatendo la
stanchezza dei Frati, diede al p. Tommaso due bellissimi pani bianchi,
dicendogli di darne anche agli altri. Offrì anche un po' di vino in una zucca.
Naturalmente nacque nei frati la meraviglia e curiosità per l'improvvisa apparizione
del giovane. Lo invitarono a mangiare con loro, ma rispose che aveva altro da
fare. Consolò i Frati con dire che Cerignola era vicina. Pochi passi ed il
giovane disparve. Angelo della Provvidenza? Uno di quelli che bussavano alla
porta del convento, portando cibo ai Frati, colti da disavventure atmosferiche?
1
Frati della comitiva furono convinti che un angelo avesse portato loro il
necessario soccorso. Proseguirono lodando il Signore per averli soccorsi.
Visitando
la provincia di Bari, diede prova della sua prudenza e della sua paternità.
Finita la visita canonica, riunì il capitolo provinciale, ed i Frati baresi
rimasero tutti soddisfatti del suo comportamento, ed edificati per la esemplarità
della sua vita.
Terminato
questo delicatissimo compito nella provincia di Bari, tornò nella sua nativa
provincia di S. Angelo, fu nominato definitore provinciale con l'incarico di
Lettore, ed in questi compiti viene assegnato al convento di Serracapriola.
Riprese
la sue attività di professore e di oratore, ma più di tutto riprese il suo
ritmo giornaliero di osservanza e di mortificazioni.
Metodo
di vita
- La sua giornata era così suddivisa: S. Messa con rispettiva lunga
preparazione e ringraziamento, recita del divino ufficio sia di giorno che di
notte, preghiere e devozioni personali, studio, poco cibo, poco riposo.
Una
suddivisione così programmata, non dava tempo e luogo all'ozio. Per tal motivo
il convento gli era caro. Il luogo preferito era il coro o davanti all'altare
del Santissimo Sacramento. La preferenza che dava a detti luoghi era dovuta alla
meravigliosa convinzione che lì gli angeli lodano il Signore. Tale convinzione
era una regola di vita: il primo tocco di campana che chiamava i Frati alla
recita delle divine lodi, lo trovava al suo posto, tutto raccolto, non per
farisaica osservanza, ma spinto dalla viva fede nei valori trascendentali della
preghiera. Quando per motivi inerenti alla carica di Superiore era costretto a
trattare anche di cose materiali, con la gente, appena sentiva il segno della
campana, gentilmente si congedava dal suo interlocutore dicendo: "Questo
è il segno di andare a trattare con Dio, bisogna lasciar da parte ogni cosa del
mondo". Questo modo di agire, non è atto di eroismo, ma significa dare
alle cose, il dovuto ordine. Chi vive di Dio, deve amare ogni tipo di ordine,
nel quale interessi materiali e spirituali di ciascuno e di tutti vengono posti
nel grado che loro compete.
Questo
suo ordine di vita, era maturato alla luce dei suoi interessi spirituali ed in
vista di quelle future attività cui la Provvidenza lo chiamava.
La
sua spiritualità
- Facendo la diagnosi della sua vita spirituale, si ha che la componente base
è la Fede.
Essa affiora in ogni suo gesto, dal più semplice al più impegnativo. Non è una sovrastruttura, dovuta all'ambiente in cui è vissuto, ma una convinzione ragionata e vagliata alla luce dei suoi profondi studi teologici. La qualifica della sua Fede e della sua dottrina teologica, è essenzialmente Cristocentrica. Tutte le sue attività spirituali sono indirizzate e concentrate sul Gesù dell'altare e della Croce. Non è disgiunta, dall'adorazione al Figlio la tenera devozione per la Madre santissima. Gli elementi della sua spiritualità sono Gesù e la Madonna. L'aneddotica arrivataci dice chiaramente che la sua attrattiva principale era Gesù Eucaristico. Le ore che passavano velocemente, erano quelle che trascorreva dinanzi all'altare, sempre con le ginocchia a terra. Nel suo animo d'uomo giusto e nella sua mente di teologo, facevano dolce gara, la devozione dell'umile e la gioia del dotto. Tutti i misteri della vita di Cristo, passavano davanti a lui, nelle sue meditazioni eucaristiche. Contempla sotto quei sacrati accidenti l'incarnato Verbo, verace Figlio di Dio, fatto cibo dei viatori, l'adorava come Creatore e Redentore. A queste fonti attingeva maggior forza la sua fede, e scrutando quei misteri, quasi incosapevolmente, chinava la testa sino a terra. Dinanzi all'altare passa le ore in posizione di estatico. Il tempo non conta. La notte equivale al giorno, ed egli, stando dinanzi all'altare, si trova innestato sull'Eterno Presente, mentre vive ancora gli attimi fuggenti della vita che logora il corpo con il martellare delle ore. La sua gioia spirituale, generata dalla sua profonda fede, lo investiva tutto, nelle ore della preghiera.
Voleva
partecipare la sua gioia a tutti i Frati, quando li esortava a compiere il
servizio della Chiesa, non come un fatto umano, ma in relazione a Colui che vi
abitava silenziosamente.
Per
tal motivo voleva che i paramenti dell'altare fossero ben adorni, mondissime le
tonaghe, le vesti sacerdotali e tutte l'altre cose al culto divino destinate....
L'esempio precedeva le sue disposizioni che egli dava quando era superiore. Il
servizio dell'altare gli procurava tanta gioia, da fargli dimenticare i forti dolori
della podagra.
Un
giorno, approfittando che i dolori della podagra, si erano alquanto diminuiti,
appoggiato ad un bastone si recò in Chiesa per celebrare. Finita la
celebrazione della Messa; in compagnia di un Frate che lo aiutava a camminare,
se ne usciva dalla Chiesa. Senti il campanello che annunziava il Sanctus di
un'altra Messa, si girò e con grande sforzo se spingea per tornare in Chiesa
e potersi trovare all'elevazione del Santissimo presente. Il Frate che lo
accompagnava, vedendo che si trascinava con gran fatica, lo esortò
"gentilmente" ad aver pietà dei suoi piedi gonfi. Il p. Matteo
rispose: "Oh figlio, i magi camminarono dodici giornate, e vennero sin
dall'Oriente, con gran fatica e stenti, per adorare il nato Bambino Salvatore, e
noi stiamo a quattro passi distanti e non vogliamo andare ad adorarlo".
Tornò in Chiesa e fece la sua adorazione esortando il Frate a fare lo stesso.
Significativo
un altro aneddoto. Stava in Agnone, e, nel giorno del Corpus Domini, partecipò
alla processione del Sacramento. Tutte le strade erano addobbate con drappi e
coperte.
Quando
i Frati tornarono in Convento, uno di essi chiese al p. Matteo se gli fossero
piaciuti gli addobbi della chiesa. Rispose: Non ho visto altro che il Santissimo
Sacramento, e questo ho portato sempre davanti agli occhi della mente, nè altra
cosa terrena mi son curato di mirare".
Questi brevi tratti della sua vita eucaristica, arrivati a noi come il guizzo di un faro nella notte, ci fanno vedere quanta forza veniva al p. Matteo dalla sua fede nel Sacramento dell'altare.
La
Madonna
- Il secondo elemento della sua vita spirituale era la Madonna. Non poteva
essere diversamente.
Egli
che aveva puntato il suo obiettivo su Cristo, con rigorosa logica, doveva
guardare a Maria. Ha scritto della Madonna con rara competenza, e con tutta la
forza del suo raziocinio teologico. Abbiamo già visto il suo deciso
atteggiamento a favore dell'Assunzione della Madonna. Su questo argomento, la
sua parola è viva come la certezza di un domma. La sua devozione alla
Madonna, non ha neppure l'ombra del sentimentalismo, ma è vera teologia
mariana. Egli dimostra, con il rigore della sua logica, in 41 tesi, la
posizione teologica di Maria nel piano della Redenzione. Eccone alcune: Maria
essendo stata obbediente, - non soffrì dolore alcuno nel parto e non fu
soggetta alla corruzione della morte; a Maria Regina, sono comunicati tutti i
privilegi di Cristo Re; Maria è l'arca santa, dinanzi alla quale gioì Davide;
è la Donna forte desiderata dal Sapiente, l'Arca di Noè e la figlia che ha
superato tutte le altre coetanee. La solennità dell'Assunzione di Maria, è
raffigurata dalla solennità con cui Davide introduce l'Arca santa nella sua
città. Questi ed altri temi sono le basi della sua devozione alla Madonna.
In
lui studio sulla Madre di Dio e devozione verso di Lei, sono elementi
inscindibili. Egli dimostra rigorosamente che è impossibile, non amare la
Madonna, dato il sostanziale legame tra il Figlio e la madre. Da questo contesto
profondamente teologico, si deduce con certezza matematica che le sue
preghiere e la devozione alla Madonna, non sono fatte di sterili formule ma sono
un dialogo, un incontro vivace ed affettuoso del figlio con la Madre.
Quest'incontro
era continuo, ed era fatto, di scambi di doni, di richieste a favore di tante
anime bisognose. Il suo animo godeva immensamente di poter stare ai piedi di
tanta madre, e prendere a piene mani, e distribuire generosamente, il messaggio
materno. In cambio di tanta gioia che gli veniva da questi incontri, egli
rispondeva con la parola del semplice devoto recitando il rosario, l'ufficio
della Madonna tutti i giorni, offrendo a Lei, come un dono delicato o un
mazzetto di fiori, le sue sofferenze fisiche e morali.
Era
suo impegno di non mancare mai alla recita del breviario in coro. Quando, per
motivi di salute era impossibilitato a recarsi nel coro ne era tanto
dispiaciuto, ed offriva tale dispiacere come fioretto alla Madonna. Da uno degli
aneddoti trasmessici dal cronista, possiamo dedurre quanto fosse gradito alla
Madonna tale fioretto.
È
la vigilia dell'Assunta; il p. Matteo giace a letto, infermo, nel convento di
Serracapriola. E suonata la campana che chiama i Frati alla recita del vespro.
Egli sente la recita dei salmi, sa che l'indomani è la festa della Assunzione
della Madonna, tanto da lui difesa, ma non può unirsi ai Frati. Volge il
pensiero alla Madonna, quasi a chiedere scusa per il mancato appuntamento, e
si contenta di seguire con la mente il canto dei Frati.
Un
meraviglioso usignolo, viene subito a posarsi sul piccolo davanzale della sua
finestra e canta, canta tanto bene, per tutto il tempo della recita del Vespro.
Finita la recita, finisce il canto dell'uccello che riprende il volo. Non era il
solito uccello in cerca di mangime. Portava il messaggio della Madonna, per
consolare l'animo dell'umile devoto.
Il
p. Matteo, vide in quell'uccello un pensiero delicato della Madonna, rimase
meravigliato e contento, con giusta ragione, lui il poeta ed il difensore di
Maria.
Il
cronista insiste molto su quest'aspetto; ne fa un oggetto della devozione del
p. Matteo. Quattro mura tappezzate di immagini sacre e di detti della S.
Scrittura, una piccolissima finestra, simile piuttosto ad una feritoia degli
antichi castelli, per pavimento terra battuta, un tavolino, una sedia, un
misero pagliericcio su alcune tavole: tutto qui la sua cella. Se dessimo uno
sguardo a ritroso nel tempo, e ci fosse permesso di vedere quella cella, ci
porremmo il quesito: come si fa ad amare un cubicolo, senza la gioia del sole,
senza un largo respiro di aria?
A
questo interrogativo risponde lo stesso p. Matteo dicendo: "Siccome il
pesce fuor dell'acqua, privo del proprio alimento e natural nutrimento,
necessariamente muore, così il religioso vagabondo, che senza inevitabile
necessità, esce dal monastero, s'espone a' combattimenti del senso, agli
assalti del demonio agli allettamenti del mondo, e corre manifesto pericolo di
cadere nella colpa, e morir nel peccato. Io, in quanto a me, non vorrei uscir
mai dal convento, mentre tengo tutte le mie delizie in cella; sto tutto contento
e consolato, in cella godo una caparra di Paradiso; in cella tengo riposto tutto
il tesoro, però del secolo non mi curo, e pongo in non cale tutte le cose della
terra".
Da
ciò risulta che la cameretta non era per lui il luogo dell'inerzia, ma la
scuola di una continua formazione spirituale e dottrinale. Poiché nella
cameretta vi era non solo il suo studiolo con i libri necessari per la
predicazione e per l'insegnamento, ma anche un piccolo oratorietto con
l'immagine di Gesù e della Madonna dinanzi alle quali sovente con amoroso
affetto orava.
La
devozione alla sua celletta derivava dal suo desiderio di solitudine e dalla
certezza che egli aveva che non si può dare agli altri ciò che non si ha. La
cameretta luogo di studio e di preghiera, gli dava la possibilità di attuare il
precetto della Regola che impone di lavorare fedelmente e devotamente senza
però posporre lo spirito della s. orazione. Ma dove trovare un luogo più
adatto per seguire le direttive della Regola Francescana?
Unicamente
preparandosi in tal modo avrebbe potuto sfamare con la divina dottrina, le folle
che lo avrebbero ascoltato, e gli studenti che avrebbero appreso dal suo labbro.
Dietro
la cigolante porta della sua celletta, vi era scritto: "Ora, primos impetus
retine, sustine et tace, si vis vivere in pace". Frase scultorea che
racchiude tutto il segreto del saper vivere. Il p. Matteo ne aveva fatto il suo
motto personale, sul quale, nel silenzio della sua cameretta aveva tante volte
meditato.
Il
primo elemento, la preghiera "ora" era la forza del suo animo, per
poter dominare i primi impeti dell'istinto.
Sono
molto significativi tre esempi che ci sono stati tramandati, in cui si mostra
la forza di sopportazione. In un convento, dove egli era superiore, arriva il p.
Provinciale con i definitori, per tenere una riunione. Un benefattore, sapendo
ciò manda in convento un po' di pesce per gli ospiti. Il p. Matteo accetta
tanto volentieri il gesto del benefattore. Un frate, però, non tenendo conto
del rispetto che si doveva al superiore, per uno scherzo di pessimo gusto, buttò
in faccia al p. Matteo uno di quei pesci. Immaginarsi la confusione del p.
Matteo ed il disappunto degli altri Frati. Chi non avrebbe reagito, sia pure
rifacendosi ai mezzi di cui dispone l'autorità? Poteva punirlo, ma non lo fece.
Si pulì con la mano il viso, e chinò la faccia verso terra. Fu la risposta, la
risposta di un santo che si ammira, ma non troppo facilmente si imita. Gli era
presente certamente il motto: primos impetus retine.
Nel
convento di Serracapriola, ove il p. Matteo era superiore e professore, uno dei
frati più giovani, ancora chierico, mal sopportava l'usanza di lavare, a
turno i piatti, dopo del desinare. Quando toccava a lui questo compito, non
soltanto non recitava le preghiere di uso, durante il lavoro di pulizia, ma
triturava mormorazioni e borbottamenti contro il p. Matteo. Un giorno il p.
Matteo sentì tutto e tacque. Nel capitolo delle colpe, il p. Matteo ingiunse a
detto frate di dire ad alta voce tutto quello che aveva mormorato contro lui. Il
povero chierico tutto pauroso, pensò che lo avrebbero punito. Le sue grigie
prospettive furono deluse. Invece del rimprovero si sentì dire: "Figliolo,
io ti benedico, e ti ringrazio affettuosamente dell'occasione che mi dai di
meritare. Sii sicuro che ti amerò per l'avvenire, più di prima". Diede
subito prova della sua benevolenza, dandogli da mangiare anche la sua
porzione.
Nella
sua cameretta imparò a reprimere se stesso sino all'eroismo. La sua linea
pedagogica era dei tempi più avanzati.
Colui
che mancava doveva sentire in se stesso il peso della colpa ed il motivo del
ravvedimento.
Un
altro aneddoto. Il p. Matteo vede una donna che vestiva con poca modestia. La
rimprovera e la esorta alla serietà. La signora, non contenta di aver risposto
subito a p. Matteo che si facesse i fatti suoi, gli scrisse una lettera piena di
insulti e villanie. Riceve la lettera, la legge e la rilegge. Sembrava che
leggesse una lettera di elogi, tanto gli sorrideva il volto. Poi con vera gioia
esclamò: "O Dio mio, sia a tua gloria e ti ringrazio che mi hai dato sì
nobile occasione per meritare; solo mi dispiace che questa persona si sia fatta
ingannare dal demonio sul falso. Io da parte mia perdono tutto". Quella
lettera la conservava come oggetto prezioso, perché la teneva insieme al
libretto della regola e ne abbinava la lettura. Ogni volta che la prendeva, la
baciava ripetutamente e pregava per la persona che gli aveva fatto un tal dono.
Siamo
troppo lontani dalla sua spiritualità per comprendere il suo modo di agire che
noi giudicheremmo da alienato. Egli sa raccogliere le briciole per fame un pane,
riunisce i petali perché non vadano dispersi dal vento. Egli era convinto che
Dio che tutto dona, tutto accetta, per il bene di chi generosamente ha imparato
nel silenzio della sua camera, a star vicino a chi sbaglia per essere il bastone
della ripresa.
Deposizione
del p. Girolamo da Napoli -
La testimonianza del p. Girolamo sul p. Matteo penso, che abbia valore per due
ragioni. Prima di tutto fu teste oculare di quanto scrive, e poi la sua
attestata virtù, è il miglior garante. Egli asserisce testualmente:
"Professo io f. Girolamo da Napoli essere molto obbligato a Dio Nostro
Signore che per reggimento della mia trascurat'e mal'avviata via dello spirito,
me diede questo buon Padre e Santo Maestro, all'attioni virtuose del quale
trovavo in che emendarmi et a che dovessi appigliarmi. Per in vero la sua vita
fu tanto ornata di tutte le virtù, che concatenate insieme, non huomo, ma
Angiolo terreno lo rendevano. Quindi è che da' Frati, riguardandosi la sua
faccia, ne cavavano una particolare devotione e diletto; e bene e spesso
venivano i Frati da altri luoghi solo per desio di rivederlo e parlare seco di
cose allo spirito appartenenti, permettendo ad ognuno di ritrovare in esso,
cibo proporzionato al suo palato. Aggiungo questo che io F. Girolamo non mi
dilato nella carità nascosta nel suo petto, in compatir all'infermi e sollevare
i bisognosi Frati che a lui facevano ricorso; nè meno nei suoi continui e
familiari esercizi d'oratione, o pure nella singolare virtù dell'humiltà,
poiché intorno a queste, avanzandosi ogni giorno di bene in meglio, si rendea
caro a Dio, amabile a gli homini, e terribile ai demonij. Dirò solo c'havendo
io F. Girolamo conversato con esso lui per venti tre anni in circa e familiarmente
pratticato, nol viddi in si lungo tempo una sola volta adirato, nè di volto
conturbato; ricordomi di più che nel primo anno della mia guardiania, stando
egli con esso meco, nel partirsi la sera dal choro per andarsi a riposare, con
ogni hu mile e profonda riverenza dimandava la santa benedittione, conforme
usano i
novitij
dall'ingresso nella Religione, atteso che facea molto conto dell'osservanza
regolare e non lasciava d'essercitare qualsivoglia cerimonia che nell'anno del
novitiato imparato havea ancorché minima si fusse. Rengratiava sopramodo la
Bontà divina, del beneficio della Vocatione e con abondanza de lacrime solea
baciare non solo il pavimento del choro, ma 1'habito che portava in dosso, e
confessandosi indegno di tal gratia singulare mostrava anche all'esterno il
gran contenuto e giubilo del cuore per ritrovarsi nella Religione al culto
divino dedicato et al servitio di Dio Benedetto mancipato (2).
Carità
verso gli infermi
- Un'altra caratteristica, tramandata in termini inequivocavibili, è la sua
materna attenzione per gli infermi. Con meravigliosa ansietà e sollecitudine si
preoccupava che nulla mancasse ad essi: medicinali, cibi convenienti, igiene,
allo scopo che, ripresa la salute, potessero tornare al servizio del Signore con
maggiore energia fisica e morale.
Riservava
a sè tutti i servizi più umili e si riteneva onorato di servire agli ammalati,
nei quali pensava di servire a Cristo. Il confratello, malato, pur nel
comprensibile disagio morale in cui si veniva a trovare, accettava volentieri il
servizio reso da p. Matteo, il frate straordinario che serviva a Dio ed ai
fratelli con la dotta predicazione, con il rigoroso insegnamento, con l'esempio
di rigorosa osservanza, e con lavare le stoviglie od altro, usato dai frati
infermi. Il suo servizio valeva più di ogni medicina, perché rafforzava la
familiare convivenza sulle basi di una carità fatta di devozione e di fede.
Questa sua attenzione non la restringeva nell'ambito del convento, ma la spingeva ovunque sapesse di un ammalato; correva a portare l'indispensabile conforto della parola di Dio. Forse quest'angolo della sua attività di apostolato, non è stato tramandato nella sua interezza. Forma però una delle componenti del suo zelo. Gli infermi lo amavano e lo benedicevano; era il silenzioso benefattore del loro capezzale. La visita non aveva lo stile della convenienza, ma rivestiva tutti i caratteri dell'apostolato della pazienza, della forza d'animo, della rassegnazione o della preparazione per l'ultimo volo.
Predice
la morte del novizio Fr. Agostino da Casacalenda
- Era solito, dopo la recita del Vespro, radunare i novizi per tenere loro la
lezione spirituale. Stando a Vasto, come maestro di novizi, un giorno,
approfittando delle lettura spirituale, pose ad ogni novizio un quesito su
diversi argomenti di coscienza. Giunto al novizio F. Agostino da Casacalenda,
gli disse: "Dimmi figliuol mio Frate Agostino, se ti chiamasse Dio adesso
all'altra vita, accetteresti di buona voglia la morte?". "Sì padre,
rispose il novizio, io l'accetterei più che volentieri, perché confido nella
pietà divina". Riprese il p. Matteo: "Hai ben ragione di accettare volentieri
la morte, perché dove noi con gran fatica e con gran lunghezza di tempo,
speriamo, morendo in grazia del Signore, di conseguire la gloria, tu, con poco
stento, ed in così breve tempo, giungeresti in Paradiso e ti faresti possessore
di quella. Sta dunque apparecchiato, frequenta con devozione le
proteste".
Era
l'antivigilia della Madonna degli Angeli. Il novizio lucrò regolarmente la
indulgenza della Porziuncola, e per poco tempo, continuò nella sua florida
salute. Poi si ammalò e rese santamente la sua anima a Dio. Tutti i
confratelli rimasero meravigliati per la delicatezza con cui il p. Matteo fece
la sua previsione e per la estrema puntualità con cui si verificò.
Guarisce
il sig. Lorenzo De Santis
- Questi era un gentiluomo di Serracapriola, molto devoto dei Cappuccini e
particolarmente del p. Matteo. Ritornando da un viaggio dal nord, volle
fermarsi a Vasto. I frati lo accolsero molto affabilmente essendo un loro
benefattore. Lo scopo di quella sosta era di raccomandarsi alle preghiere del
p. Matteo, poiché soffriva di scaranzia, una specie di tumore alla gola.
Il p. Matteo lo esortò a non dubitare della potenza del Signore e gli disse che sarebbe guarito quanto prima, con queste parole: "Abbi fede in Dio benedetto, e sta allegramente che sarai sano e subito". Gli fece sulla parte malata un segno di croce. Il cronista dice "mirabil cosa!", immediatamente si aprì la postema nella gola, emettendo gran quantità di materia, e non ebbe alcun bisogno di altre medicine. Il sig. De Santis, pieno di indicibile allegrezza se ne tornò a Serracapriola totalmente sano.
Guarisce
il dott. G. Masone
- Questi era di Agnone. Il P Matteo si trovava in residenza nella città nativa.
L'ammalato, si trovava in condizioni disperate. Aveva perso la vista ed ogni conoscenza.
Il p. Matteo si portò a visitarlo, ne ebbe compassione. Lo chiamò per nome e
fu riconosciuto dall'ammalato. Gli disse che se prometteva di vivere
cristianamente, avrebbe chiesto al Signore la grazia della vita. La promessa fu
fatta con pieno pentimento della sua vita non molto corretta. Il p. Matteo si
mise in ginocchio, pregò fervorosamente per qualche istante, poi si alzò, fece
un segno di croce sulla fronte del malato il quale ad un tratto riapre gli occhi
e si vede guarito.
Guarisce
il figlio del dott. Masone
- Nella stessa famiglia Masone il p. Matteo compie la guarigione di Marcantonio
Masone, primogenito di quella famiglia. Tutte le speranze erano su di lui.
L'eventuale morte avrebbe fatto cadere i sogni che i genitori avevano fatti. I
medici non avevano altri farmaci da somministrare. Fu chiamato il p. Matteo,
il quale usò lo stesso metodo che usò con il padre di Marcantonio. Disse al
giovane: "Marcantonio, sappi che Dio vuole essere servito da te nello stato
ecclesiastico, ora se tu mi prometti di lasciare i giovanili pensieri del
mondo, e di perseverare nell'abito che avrai preso da prete, Dio ti salverà".
Il giovane promise di servire a Dio nel sacerdozio. Il p. Matteo, prese la
corona del rosario che gli pendeva dal cingolo, e avendo visto che sulla
crocetta vi era un po' di polvere, la prese, la mise in un bicchiere d'acqua e
gliela diede a bere. Bevuta quell'acqua, si tolse subito la febbre, e tantosto
si alzò dal letto. Riprese gli studi a Napoli e divenne un bravo sacerdote.
Guarisce
un bambino muto
- La signora Lucia di Marchitto, di Agnone, parente del p. Matteo, aveva un
figlio di quattro anni, ma senza il dono della parola.
Comprensibile
la preoccupazione della madre. Tutti i rimedi umani a nulla valsero. Trovandosi
un giorno il p. Matteo in casa, lo scongiurò di ottenere dal Signore la grazia
della parola. Il p. Matteo si commosse profondamente dinanzi al dolore di
quella madre. Prese il bambino tra le braccia, sollevò gli occhi verso il cielo
e pregò per alcuni istanti. Poi restituì il bambino alla madre, dicendo:
"Non dubitare, sorella, abbi fede in Dio benedetto, che ben presto resterai
consolata". Fece un segno di croce sulla bocca del bambino e se ne tornò
in Convento ove continuò a pregare per lo stesso scopo. Nello stesso tempo in
cui p. Matteo continuava a pregare, il bambino fra lo stupore dei parenti, fece
sentire la sua voce chiamando la mamma e la sorella.
Prega
e soddisfa alle necessità di un ospite
- Il p. Matteo è nel Convento di Serracapriola. Una sera arriva un gentiluomo e
suo parente da Agnone. L'ospite, aveva certamente bisogno di mangiare e di
riposare, dato il viaggio piuttosto lungo. Lo fa accomodare in una stanza per il
dovuto riposo, ma come poteva dormire senza aver mangiato? Questa era la
preoccupazione del p. Matteo. In convento non vi era proprio nulla, il paese è
lontano e l'ora è tarda. Si mette a pregare il Signore perché provveda.
Aveva appena finito di pregare, e sente uno strano rumore alla finestre.
Incuriosito
e pauroso insieme andò a vedere chi fosse. Aprì ed entrarono due bellissimi
colombi. Egli il prese e fece preparare una bella cena per l'ospite.
Guarisce
la madre della Marchesa di Vasto
- Finito il triennio di guardiania a Serracapriola, il p. Matteo fu trasferito a
Vasto, unitamente ai chierici. I Vastesi ne ebbero grande gioia. I marchesi lo
stimavano apertamente come santo. Attesta la signora Isabella Della Rovere D'Avalos
D'Aquino, la marchesa di Vasto e Pescara, che sua madre pativa di un penosissimo
mal di testa, che non le lasciava un attimo di riposo. Il p. Matteo andò a visitarla
e fece con lei tanti bei discorsi spirituali. Appena uscito il p. Matteo, spinta
dalla fede in p. Matteo, andò a toccare la sedia sulla quale egli si era seduto
con la piena convinzione che ciò sarebbe bastato a guarirla. Toccata la sedia,
svanì in un tratto il dolore. Subito ne rese grazie a Dio.
Guarisce la persona di servizio della marchesa di Vasto - La stessa marchesa di Vasto e Pescara, attesta che una sua persona di servizio, Emilia Marana, venuta a contesa con il fratello più piccolo ed alquanto demente, questi le tirò nell'occhio la subbia che aveva in mano. La poverina cadde a terra con il viso pieno di sangue. La mamma era disperata perché temeva che la figlia rimanesse cieca. Si trovò ad entrare per caso il p. Matteo, il quale, sentito l'accaduto, disse alla mamma di stare allegramente e di fidare nella pietà divina. Fece un segno di croce sull'occhio offeso. Subito il sangue ristagnò senza che l'occhio riportasse alcuna lesione. Si vedeva unicamente la cicatrice che non sfigurava nel volto della ragazza ed era la prova della guarigione ritenuta miracolosa.
Prevede la morte della zia - Stando di residenza nel convento di Vasto, una sera d'estate, improvvisamente decise di andare ad Agnone. Prese come compagno di viaggio il p. Francesco da Serracapriola e parti. Era già tramontato il sole. Il p. Francesco, non si rendeva conto di quella decisione improvvisa e non osava chiedere il perché. Camminarono tutta la notte. La mattina seguente arrivarono a Tufillo, ove, celebrata la Messa e ristoratisi alquanto in casa di una benefattrice, ripresero subito il cammino. Il passo svelto di p. Matteo meraviglia sempre più il suo compagno di viaggio. Arrivarono al Convento di Trivento, di sera, accolti da tanta carità da quei Frati. L'indomani, nonostante le gentile pressione dei Confratelli, volle riprendere il cammino per arrivare il più presto possibile ad Agnone. Vi arrivò, e contrariamente alla sua abitudine di recarsi per prima al Convento, andò direttamente alla casa paterna. Le sorelle si meravigliarono del suo imprevisto arrivo. Entrò subito nella camera dove giaceva la zia, più carica di anni che di malattia. Appena la zia lo vide lo abbracciò e gli disse: "Ah frà Matteo, figlio mio, siate il benvenuto, quanto ho desiderato di vedervi, prima di morire; sia lodato Iddio che mi ha concessa questa grazia". "Sappi, mia cara zia, disse il p. Matteo, a questo fine io son venuto a consolarti e per assistere alla tua morte". Si sedette accanto al letto ed iniziò il tentativo di prepararla ai Sacramenti. Il compito era duro. Voleva rimandare la confessione per la festa dell'Assunta. Ci volevano ancora quattro giorni. Il p. Matteo disse che non sarebbe arrivata all'Assunta. Il motivo vero per cui rimandava la confessione era il fatto che in famiglia vi era un disguido per causa della eredità da lasciare ai parenti.
Il
p. Matteo la predispone ai Sacramenti. La degente, non era arrivata agli estremi
ragionava con molta lucidità. I parenti si meravigliarono che il p. Matteo
insistesse tanto per gli ultimi Sacramenti. "È necessario fare così;
perché non passeranno sei ore di notte che passerà all'altra vita". Si
verificò tutto come previsto. A mezzanotte la zia lieta e contenta spirò. Fu
sepolta nella chiesa dei Conventuali, nella cappella di famiglia. Il p. Matteo,
celebrata la Messa in suffragio della zia, se ne tornò a Vasto. Subito si
sparse la voce che il p. Matteo, solo per divina ispirazione, potè essere
presente a quanto stava per accadere alla zia. Tutti dicevano: "Beata lei
che è stata favorita da Dio di morire con l'intervento e l'assistenza di un
nipote così santo".
Guarisce
un altro bambino cieco
- I coniugi Lattanzio De Cicco e Giovannella De Tuccio, di Agnone, erano molto
afflitti per un loro figlio di nome Agostino.
Questi era affetto da morbiglione, una malattia che lo rese quasi cieco. Non poteva sopportare neppure un minimo di luce, per cui i genitori lo tennero per ben tre anni in una camera senza luce. Nella fede di tutti, solo il p. Matteo poteva rimediare al terribile male. Chiamato il p. Matteo, questi si inginocchiò vicino al letto e pregò. Poi prese della manna di S. Nicola di Bari e unse agli occhi del bambino. Prima di tornarsene al convento, disse ai genitori: "Amici, abbiate confidenza in Dio, perché essendo la bontà di Lui pieghevole, a consolare gli afflitti, di cuore umiliati, donerà anche a voi il bramato contento di vedere vostro figlio libero da questa cecità".
Lo
stesso giorno, il gionavetto cominciò a vedere tutto chiaramente e
distintamente. Tre giorni dopo il bambino e la madre si recarono al convento per
ringraziare il p. Matteo, il quale dando ogni merito al Signore, unse nuovamente
gli occhi del bambino con la manna di S. Nicola.
Il
p. Simone da Orsara, superiore del Convento di Agnone nel 1620, attesta che il
giovane in oggetto, riferì a lui personalmente il miracolo avvenuto nel 1614, e
che lo stesso giovane, godendo di ottima vista, potè frequentare la scuola di
D. Gian Domenico Totaro, rettore della chiesa di S. Margherita in Agnone.
Guarisce
il p. Provinciale, gravemente ammalato
- Trovandosi nel convento di Lucera con la carica di Lettore ebbe la triste
notizia che il p. Provinciale, p. Tommaso da Trivento, giunto a Serracapriola
per la visita canonica, si ammalò gravemente, tanto che i medici disperavano di
salvarlo, ed i Frati sentivano odore di morte. Il p. Matteo, affrontando il
cattivo tempo, essendo inverno, volle cavalcare un giumento con l'aiuto di un
amico dei Frati. Arrivato a Serracapriola, tutto intirizzito dal freddo e senza
curare la stanchezza, corre subito nella stanza ove giaceva il Provinciale. Lo
abbracciò teneramente, e vista la gravità del male, prese un pezzetto della
veste di S. Carlo, che portava come reliquia, la mise in un po' d'acqua e ne
diede a bere all'infermo. Si inginocchiò e recitò la preghiera pro infirmis.
Non appena si alzò da terra il miracolo era compiuto. Il p. Provinciale subito
si riprese in pieno. Lo stesso p. Provinciale diceva ai Frati che la guarigione
gliel'aveva impetrata da Dio il charitativo Mattheo per meriti di S. Carlo.
Sventa
la tentazione di un novizio
- Il p. Bernardino da Roio attesta di essere stato novizio del p. Matteo. Era
fortemente tentato di tornarsene a casa.
La
tentazione era un fatto noto unicamente a lui.
Aveva
resistito per vari giorni, poi decise che la sera, dopo aver aspettato che i
frati fossero andati a riposare, egli se ne sarebbe andato.
Il
p. Matteo lo chiama in camera sua e gli dice: "Figliuolo, che tentazione
hai?". "Nessuna, padre", rispose il novizio. Il p. Matteo
riprese: "Vedi figliuolo, che il demonio ti caccia, dimmi la verità,
perché io son tua madre e tuo padre". Il novizio spinto così dolcemente,
disse la verità.
Da
quel giorno tutto tornò normale.
Benedice
la città di Agnone
- Nel 1614 si recò al convento di Frosolone ove giaceva moribondo il p.
Provinciale, p. Tommaso da Trivento, già da lui guarito nel Convento di
Serracapriola. Dopo aver preso parte ai funerali di detto padre, riprese la via
del ritorno in compagnia di Frà Adriano da S. Marco La Catola.
Disse
a questi che lo avesse avvisato, appena scorgeva la città di Agnone. Alla vista
della sua città natale, alzando gli occhi al cielo con abbondanza di lacrime la
benedisse. Poi subito aggiunse: "Patria mia, cara Agnone, Patria, non dirò
come disse Scipione, ingrata, perché mi hai sempre amato, ed io da buon
figliuolo, con tutto il cuore servito, dirò come Scipione, tu non possederai le
mie ossa".
Guarisce
dal mal di denti una signora
- Il p. Matteo era di residenza nel convento di Serracapriola. Venne a trovarlo
la signora Antonia De Santis, moglie di Lorenzo De Santis, già guarito dal
p. Matteo nel Convento di Vasto. La predetta signora impazziva dal dolore di
denti che non le permetteva né di mangiare, né di dormire. Sapendo che p.
Matteo aveva guarito il suo consorte, si recò al Convento. Chiamò il p. Matteo
e gli raccontò quanto pativa. Il p. Matteo era restio alle richieste della
donna per la sua umiltà.
Ma la donna, gli si inginocchiò davanti supplicandolo per carità. Il p. Matteo si inginocchiò sulla predella dell'altare maggiore e pregò. Poi, quasi ispirato si alzò, fece sulla guancia della signora un segno di croce dicendo: "Iddio ti conceda la grazia secondo la tua fede". I dolori cessarono ad un tratto, e se ne tornò a casa libera da ogni male.
Sventa
l'inganno del demonio a Chieuti
- Il p. Matteo risiede nel convento di Serracapriola, con la carica di
superiore. In detto periodo si verifica a Chieuti un caso strano. Si è sparsa
la voce che un'immagine della Madonna fa miracoli. La gente corre da ogni
parte, per venerare detta immagine che era conservata nell'antica chiesa di rito
greco.
Si
pone in preghiera e chiede al Signore di non permettere che la gente venga
ingannata. Certamente aveva saputo per divina ispirazione che tutto era falso e
che ciò avveniva per tramite di un uomo che aveva inscenato tutto per guadagno.
Parlandone
ai Frati diceva: "oh se questa strada avesse la lingua e se quegli alberi
potessero parlare, quanti peccati paleserebbero che con gli occhi solamente si
commettono per andare a vedere falsi miracoli operati dal demonio e non dalla
Regina dei Cieli. Bisogna opporsi al tentatore e cercare di scoprire le astuzie
degli uomini perversi". Subito mandò due frati a Chieuti presso alcuni
benefattori per dire loro che non mandassero più le ragazze a piedi scalzi in
quella chiesa. Denunziò al Vescovo di Larino, Mons. Gian Tommaso-Eustachio, gli
inconvenienti di Chieuti. Il vescovo delegò lui e altri due preti per indagare.
Si reca subito a Chieuti, nella chiesa ove stava la predetta immagine. Vede donne
scalze, bambini nudi, storpi, dementi.
Tutti
attendevano il miracolo. Il p. Matteo chiese di celebrare la Messa sull'altare
di rito latino sul quale vi era l'immagine di s. Francesco d'Assisi.
All'elevazione, due di quelle donne diedero altissime grida quasi fossero
ossesse, con grande spavento di tutti. Finita la Messa, fece avvicinare tutti
gli infermi all'altare, fece fare il segno della croce secondo il rito latino e
fece recitare l'Ave Maria. Gli storpi, che prima che arrivasse il p. Matteo
agitavano mani o piedi, poi cessarono. Cacciò tutti fuori della Chiesa, velò
l'immagine e chiuse la Chiesa. Iniziò l'esame dei presunti miracoli, ma trovò
che tutto era opera di fattucchieri.
La
gente fanatica non si diede per vinta. Si organizzarono addirittura dei balli
intorno alla chiesa. Il p. Matteo non poteva tacere. Fece venire il vescovo
essendo la festa della Pentecoste e tanta gente si era portata colà per
devozione a quell'immagine.
Il
Vescovo fece capire a quella gente che quei fatti che si dicevano miracoli non
erano che falsità e montature a scopo di guadagno. Proibì severamente di
accedere a quella Chiesa, sotto pena di scomunica latae sententiae. Fece
affiggere sulla porta della chiesa un pubblico avviso di proibizione.
Tutti
tornarono a casa, convinti dell'inganno. Il vescovo si recò al Convento di
Serracapriola per ringraziare il p. Matteo.
Il
vescovo mise in carcere un uomo ed una donna che fungevano da sagrestani e che
si erano prestati al giuoco. Non si potè mai sapere chi fosse l'autore
principale. Il vescovo riferì a Roma quanto era accaduto a Chieuti. La risposta
fu estremamente decisa. Se si fossero ripetuti i fatti, si sarebbe dovuta
smantellare la chiesa e mettere in carcere i colpevoli.
Il
geloso gatto del Convento
- Il p. Matteo non vedeva mai di buon occhio il maltrattamento fatto alle
bestie. Per esse aveva tanta delicatezza ed attenzione.
Aveva imparato dal padre san Francesco.
Nel
Convento di Serracapriola, il gatto festeggiava il lieto evento. Niente di
nuovo. I Frati, curiosi e poco accorti verso i neonati, vanno a scomodare la
nidiata. La buona gattina, pazientemente, cambia posto. I Frati però seguono
la pista, tutti i giorni, presi dalla curiosità, prendono in mano i gattini,
li acccarezzano e poi li rimettono al posto dove li aveva nascosti la mamma.
La gatta madre è gelosa: non vuole assolutamente che i suoi nati siano
giocherellati con tanta spensieratezza. Certamente avrà pensato: dove li potrò
nascondere? Un attimo di incertezza e poi... decide.
Una
mattina, mentre erano a refettorio, entra il gatto portando un gattino alla
volta in bocca. Dove li va a deporre?
Nella
tasca del mantello di p. Matteo. Lo fece con tanta delicatezza, che il p.
Matteo, sempre assorto in preghiera, non se ne accorse. Quando però tutti si
levarono dalla mensa per le preghiere di ringraziamento, i gattini
cominciarono a gattilare. Visto l'accaduto, tutti si meravigliarono. Il p.
Matteo accortosi del fatto, prese la gatta ed i gattini e li mise in un luogo
sicuro e diede ordine severo ai Frati di non toccare più quei gattini.
Sia la gatta che i Frati obbedirono al p. Matteo, ed i gattini rimasero in quel posto sino a quando non furono in grado di camminare da soli.
Preannuncia
tempi brutti per Agnone
- Aveva predicato la sua ultima quaresima in Agnone, pregato dai suoi
concittadini.
In
tale occasione ebbe modo di rilevare disordini e peccati nella sua città.
Nell'ultima predica predisse le sventure. Disse: "Dogliomi Patria cara che
per quello che io scorgo in te sei abominevole per le tue sceleragini agli
occhi della Maestà Divina, onde ti verrà addosso il meritato castigo che da
Agnone ti farà picciolo agnello, et humiliata nei flagelli conoscerai la tua
colpa". La predizione si avverò subito. Una vera guerra civile tra
nobili e popolani, tanto che il duca Ossuna che governava il Regno, fu
costretto a mandarvi alcune compagnie di Valloni, i quali con la pessima
condotta distrussero buona parte della città.
Un
umile e coraggioso scontro con il Vescovo di Larino
- Nell'estate del 1611, il Vescovo di Larino, Mons. Girolamo Vela, Vicentino,
venne a Serracapriola per cambiamento di aria. Il p. Matteo, saputo l'arrivo del
Vescovo volle andare ad ossequiarlo. La conversazione fu oltremodo dignitosa,
tanto che il Vescovo preferiva recarsi spesso al Convento dei Cappuccini. Tanta
stima e benevolenza si mutò subito in contesa per motivi giuridici.
Il
punto centrale della questione è che il Vescovo pretendeva di poter imporre
delle gabelle ai Frati. Questa pretesa del Vescovo trovava nei frati difficoltà
di ordine economico e giuridico. La renitenza dei frati non trovava comprensione
nel Vescovo il quale voleva fulminare scomunica a tutta la comunità dei Cappuccini.
Il
superiore, p. Bonifcio da s. Germano, uomo di santa vita, raduna la comunità e
tratta la questione. Si dice di affidare al p. Matteo la soluzione del caso. Il
p. Matteo, dopo matura considerazione, pacata discussione e molta orazione,
decise a favore del convento. Il suo parere fu condiviso anche da altri
giuristi. Il Vescovo, saputo che la questione era stata affidata al p. Matteo,
il giudizio del quale era condiviso da altri giuristi, se ne tenne sommamente
offeso. La delicatezza dell'animo del p. Matteo era colpita in pieno, al
pensiero che il Vescovo era offeso per una decisione presa da lui. Decise di
andare di persona dal Vescovo per chiarire la questione. Il Vescovo lo ricevette
con ciera brutta lamentandosi alla gagliarda e pieno di sdegno.
Non
vi furono ragioni sufficienti per calmarlo. Il p. Matteo visto fallito il suo
tentativo se ne tornò in Convento dispiaciuto.
Per
oltre un mese il Vescovo non volle vedere i Frati.
Nel
frattempo si ammalò e correva voce che stesse grave. Saputa la notizia, il p.
Matteo, un giorno, recitato il Vespro, si avviò verso la casa del Vescovo per
visitarlo. Tutto fu inutile; non gli fu concessa udienza. Il Vescovo aveva
accusato il colpo e decise: mai più frati nel mio palazzo.
In
realtà la salute del Vescovo era andata giù ed il p. Matteo non voleva che
morisse con tanto rancore contro i Cappuccini. Tentò per la terza volta di
essere ricevuto. Prese con sè tre sacerdoti studenti e precisamente i pp.
Simone da Orsara, Micbele da Agnone, e Bartolomeo da Casalviero, dopo il
tramonto del sole, e andò.
I
tre giovani sacerdoti, meravigliati dell'ora insolita, gli chiesero dove si
dovessero recare. Rispose: "Figliuoli, andiamo a caccia per amor di Cristo,
preghiamolo che ci aiuti, perché forse questa notte faremo una gran
preda". La risposta, chiaramente, non li aveva soddisfatti. Poi si resero
conto che si andava dal Vescovo. Fecero mezz'ora di anticamera furono ricevuti
tutti e quattro. Il p. Matteo gli baciò la mano e inginocchiato gli chiese
scusa se per caso lo avesse offeso. Questo gesto calmò il Vescovo il quale
sperava in una prossima ripresa della salute. Il p. Matteo gli diceva belle
parole per prepararlo alla morte. Il Vescovo fingeva di non capire. Fu
chiamato il medico dott. Giulio Cesare Pascarella, e questi senza mezzi termini,
confermò la previsione del p. Matteo dicendo che la medicina aveva esaurito
il suo compito. La cruda risposta del medico turbò fortemente il Vescovo, tanto
desideroso di vivere. Intervenne di nuovo il p. Matteo e si espresse più
chiaramente del medico, dicendo al vescovo che era arrivata la sua ultima ora.
Lo dispose a ricevere i Sacramenti e li ricevette con molta sudata
rassegnazione. I Frati stettero presso il capezzale del Vescovo, fino
all'aurora, pregando. Essendo venute meno le forze, all'aurora, spirò piamente.
Tanta
sollecitudine del p. Matteo per incontrare il Vescovo malato, fa pensare che
egli sapeva della prossima morte del Vescovo diocesano. Conferma questa tesi
l'insistenza delicata usata dal p. Matteo nel voler preparare il Vescovo alla
morte. Il decesso avvenne il 21 novembre 1611. Se il p. Matteo non avesse
insistito per una degna preparazione, il vescovo sarebbe morto senza
l'assistenza di un sacerdote, perché con lui vi era un nipote ed alcuni
cortigiani che non pensavano minimamente alla morte del prelato.
Fu
seppellito nella Chiesa di s. Maria ed in seguito fu trasferito nella tomba
dei Vescovi nella cattedrale di Larino.
Fa
crescere il vino e l'olio in casa Sottile
- La signora Livia Sottile, nativa di Vasto ma accasata ad Agnone, all'età di
ottant’anni, prima che morisse volle lasciare la seguente dichiarazione a
favore del p. Matteo.
Detta signora, madre di tre figli cappuccini, di cui due erano vivi all'epoca della presente dichiarazione. La botte da vino, della capacità di tre some, era asciutta da parecchio, forse per malattie delle viti. La signora Sottile, sapendo ciò che aveva fatto il p. Matteo in casa Cellillo, mandava al p. Matteo ogni giorno un fiaschetto di vino, pregandolo che dal convento stesso si volesse benignare di benedire la botte. Il p. Matteo volle contentare la madre di due suoi confratelli. Benedisse dal convento la botte ed il vino durò oltre un anno, nonostante che ne desse a tutti gli ammalati del paese ed a tutti i Frati.
La stessa signora fa fede nel dire che dalla prima volta che il p. Matteo entrò in sua casa tutte le cose andarono meglio. Particolarmente ricorda quando fece benedire il truocco, ossia il recipiente di pietra ove conservava l'olio. Fattavi la benedizione, il p. Matteo quasi di corsa se ne andò in Convento. Appena egli uscì di casa, l'olio crebbe tanto da versarsi dal recipiente. La signora Sottile dovette chiamare per ben due volte la figlia Camilla, perché togliesse dell'olio dal vaso, perché non si versasse per terra. Questo fatto, fu affermato anche dalla signora Camilla, alla presenza del p. Simone da Orsara, superiore del Convento di Agnone e di Frà Adriano da S. Marco la Catola, nel 1621.
Prevede
la sua morte
- Fin dai primi giorni del 1616 si diede ad una vita spirituale molto più
intese.
Dovendosi
iniziare la quaresima dell'Epifania, egli, nonostante la sua indisposizione di
stomaco, volle digiunare con maggiore rigore, senza prendere neppure un pezzo
di pane per cena. Diceva infatti che quella sarebbe stata l'ultima quaresima
della benedetta che avrebbe digiunato. Verso la festa della Pentecoste del
1616, si tenne il capitolo provinciale a s. Elia a Pianisi, sotto la presidenza
del p. Paolo da Cesena, Ministro Generale, il p. Matteo vi partecipò come
superiore di Agnone.
Il
p. Generale, nonostante che il p. Matteo avesse finito il triennio di guardiano,
voleva farlo rieleggere, in deroga alle Costituzioni dell'ordine. Il p.
Matteo, a questa proposta, si pone in ginocchio davanti al p. Generale ed ai
definitori, chiedendo di lasciarlo semplice suddito, perché egli aveva chiesto
al Signore la grazia di morire senza prelatura. Fece chiaramente capire che i
suoi giorni erano contati. La previsione si verificò puntualmente.
L'albero carico di frutti dolcemente declinava. Poteva dare l'addio a tutti i confratelli, ai tanti discepoli, alle folle che lo avevano ascoltato, a tutti i beneficati. Era vicina la sua ultima ora: egli lo sapeva benissimo.
Fu
indetto il capitolo intermedio, dal p. Pietro da Lucera, Ministro Provinciale
in carica. Allo scopo fu scelta la città di Lucera. A questo capitolo, che fu
celebrato dopo Pasqua, partecipò il p. Matteo, come superiore di Agnone, ove
ricopriva anche la carica di Lettore. Dovendosi eleggere i guardiani dei Conventi,
si voleva rieleggere il p. Matteo che già aveva finito il triennio. Questi, però,
desiderando vivamente di rimanere senza prelatura, scongiurò i superiori della
provincia perché gli concedessero tale grazia. Fu contentato.
Nella
sistemazione delle famiglie religiose, egli è assegnato al Convento di s. Elia
a Pianisi, ove è superiore il p. Bonaventura da Apricena. A s. Elia non poteva
essere semplice suddito, ma era il maestro che insegnava a soffrire dal suo
povero giaciglio, con la stessa chiarezza ed incisività con cui aveva insegnato
dalla cattedra.
Si
era acuita l'ora delle sue sofferenze, divenute preghiera. Ne aveva tante e
tutte le sopportava con quella forza di rassegnazione di cui sono ricche le
anime generose del suo stampo.
Da
tempo si trascinava dietro una forte podagra che gli rendeva sempre più penoso
il camminare. I piedi non gli servivano più per muoversi, ma per fargli pensare
ad un altro cammino che fra breve avrebbe iniziato.
Il
clima di s. Elia a Pianisi non era adatto per il suo male. I dottori non avevano
altro rimedio che tentare il cambiamento di aria. Dove? La scelta cadde sul
fortunato Convento di Serracapriola, che egli, per molti anni aveva onorato
con la sua presenza, fatta di opere virtuose e sante. I frati di s. Elia a
Pianisi si dovettero privare della gioia di averlo tra di loro, per cederlo e
definitivamente, al Convento di Serracapriola che poteva, in certo senso
rivendicare un invidiabile diritto, quello di sentire, sino alla fine,
quell'insegnamento che ebbe il privilegio di sentire per primo.
L'arco
della sua attività in provincia, si aprì e si chiuse, per dono della
Provvidenza a Serracapriola.
Da
s. Elia a Serracapriola
- Questo viaggio fu come la salita del suo calvario; lungo, interminabile.
Data la piena impossibilità di andare a piedi, i Frati di s. Elia gli procurarono un cavallo. I frati che lo accompagnavano strada facendo, si accorsero, che non era possibile arrivare a Serracapriola sul cavallo. Le gambe penzoloni, infatti, aumentavano il dolore dei piedi. Decisero di trovare un carro che non fu difficile trovare per il p. Matteo. Lo adagiarono sul carro, lo coprirono ben bene, e soffrendo e pregando, ripresero il cammino che non era né breve, né comodo.
La
notizia che il p. Matteo era stato assegnato a Serracapriola, era già arrivata
al p. Bernardino da Castelluccio superiore del detto Convento. I frati della
nuova residenza erano impazienti di averlo con loro il più presto possibile. Il
p. Matteo era una preziosa colonna che cadeva tra le loro braccia.
Dopo
un viaggio così lungo e penoso, il piccolo e silenzioso corteo, superata la
salita della collina di Serracapriola, qualche chilometro ancora, e sono
arrivati alla porta del Convento. Piena oscurità ricopre la zona. La notte è
fonda. Solo qualche raro lumicino aiuta i viandanti. Si bussò alla porta del
Convento, ed i Frati, passatisi la voce dell'arrivo del p. Matteo, con passo
svelto, vanno incontro a colui, che resosi docile strumento nelle mani di Dio,
arrivava a loro come una grazia. Tutti lo abbracciarono, gli baciarono le
mani, ed egli sorrise di cuore a tanta tenerezza, che nella sua umiltà,
pensava di non meritare.
Lo
tolsero dal carro con molta accortezza per non moltiplicargli i dolori, lo
presero sulle braccia per portarlo nella cameretta preparata per lui. Fatti
pochi passi, prima che si arrivasse alla porta battitora, si passò sulla buca
della sepoltura dei Frati che era sotto l'atrio antistante la Chiesa. Il p.
Matteo, con voce flebile disse le parole del Salmista: "Haec requies mea,
in saeculum saeculi, hic habitabo quoniam elegi eam". I Frati, quasi dimenticando
i dolori della podagra, dello stomaco e del fegato, dell'illustre infermo, erano
traboccanti di gioia, perché avevano tra loro il generoso operatore di
miracoli, colui che aveva saputo distribuire le insondabili divine ricchezze.
Entrati
nel chiostro, quest'incontrollata gioia, esplode nel Canto del Te Deum intonato
dal superiore p. Bernardino da Castelluccio. Il chiostro, solo per pochi momenti
risuona del canto del ringraziamento, perché subito intervenne il p. Matteo,
che rivolgendosi al superiore, disse: "Padre mio, ai morti non si canta
il Te Deum, ma si dice il De Profundis". Nell'animo dei Frati scese un
mal celato senso di tristezza. Dovettero spezzare il canto del Te Deum e
seguitare la recita del De Profundis iniziato dallo stesso p. Matteo. Recitando
detto salmo, lo accompagnarono nella sua cameretta, lo deposero pian piano sul
misero letticciolo. Ai Frati che gli stavano attorno disse: "Con questo
medesimo salmo, fra non molto uscirò per questa porta".
Egli
che ebbe la missione di insegnare, la esercitò sino alla fine dei suoi giorni:
il letticciolo della sua cameretta, assumeva il ruolo di pulpito e di cattedra.
L'ammirevole pazienza con cui sopportò le ultime infermità, insegnò a
prendere dalla mano di Dio i giorni degli applausi e quelli della sofferenza.
Con questo insegnamento concludeva la sua missione di sacerdote, di oratore e
di professore, in modo degno della sua fede e della sua Regola.
Negli
ultimi giorni di ottobre fu preso da fortissima febbre. Fu chiamato ancora una
volta il medico; la scienza non aveva altro da dire. Rassegnato, ascoltò
l'ultima parla del medico che non dava speranza. Egli era già pronto per
salpare da quel povero convento di Serracapriola, come da un porto terreno, per
l'eternità.
Pregò
ripetutamente i confratelli perché lo tenessero presente nelle loro preghiere e
voleva che gli si parlasse unicamente di Dio.
La
notizia della prossima morte del p. Matteo, addolorò moltissimo i Frati. Essi
avrebbero voluto tener ancora per molti anni colui che fu assiduo nelle veglie,
nelle speculationi di studio, e nelle fatiche dello scrivere. Il p. Matteo;
sereno come un giorno di sole, sta in atteggiamento devoto sul suo giaciglio, in
attesa che venga l'angelo bianco a dirgli che l'udienza eterna è aperta.
L'attesa, non è una pausa di lacrime per rimpiangere il passato, ma è piena di
misterioso colloquio, fatto con gli occhi e con le labbra con un vecchio
Crocifisso che egli si fece portare vicino al letto. Erano dialoghi tra Maestro
e discepolo, fra la terra ed il Cielo. Accanto al Crocifisso volle anche un
vasetto di acqua santa con cui aspergeva il letto.
L'intelligenza
e la memoria erano limpidissime. Ricordava tutti, ed a tutti, vicini e lontani
voleva chiedere scusa per qualche eventuale mancanza e per dire a tutti una
parola di ringraziamento. Questo gesto di fraternità senza confine, gli
portava alla memoria le folle che lo avevano ascoltato nelle chiese o nelle
piazze, i peccatori che gli avevano promesso conversione, tutti i moribondi
che lo vollero custode e guida del loro ultimo respiro. In questo vasto giro
d'orizzonte, punto centrale era la sua coscienza, con rigoroso esame. Tutto era
pronto per spiccare il volo.
Chiamò
il p. Bernardino da Castelluccio, superiore del Convento, fece la sua
confessione generale, che poneva un sigillo a quella lusinghiera preparazione
alla morte, che fu la sua vita.
L'animo
dei confratelli era inconsolabile al pensiero che fra poco avrebbero dovuto fare
i funerali a colui, che pur essendo di giovane età, si poteva definire il
patriarca della provincia alla quale aveva procurato un multiforme onore.
Il
convento di Serracapriola stava diventando più silenzioso del solito. Gravava
il pensiero del prossimo lutto, che toglieva fiato ed energia a quei Frati tanto
solerti.
Le
magnifiche ottobrate pugliesi, avevano fatto nutrire qualche speranza... ma fu
un miraggio. Il respiro dell'infermo si faceva sempre più lento. Non aveva più
forza quel corpo che affrontò mille fatiche; aveva bisogno che altri lo
aiutassero a sollevarsi. Erano mani materne quelle dei Frati, che avevano
l'onore di toccare un santo reso pesante dalla triste vendetta del retaggio
d'Adamo.
Silenziosamente,
quasi in punta di piedi camminavano quei Frati che non volevano disturbare il
prezioso silenzio dell'infermo, con il rumore dei rozzi sandali o il fruscio
delle ruvide tonache.
È
l'imbrunire dell'ultimo giorno di ottobre, venerdì. Il delicato tintinnio di
un campanello rompe quel silenzio arcano, due frati con le torce accese,
squarciano l'oscurità del Convento: è il Viatico del p. Matteo. Il volto
dell'illustre infermo si abbellì di tutta la gioia di cui abbondava il suo
cuore. Veniva Gesù nella sua cameretta la quale diventava la sala dell'ultimo
convegno terreno tra il Maestro ed il suo messaggero. Questa gioia diede forza
al corpo. Si alza, si pone in ginocchio per ricevere con la massima umiltà il
Gesù della vita.
Poi
si rimette sul letto. Gli occhi chiusi per la fede; e prega con la mente e con
il cuore. Le labbra, devotamente dicono: Gesù, Gesù... Il piccolo corteo si
scioglie: non hanno più senso i ceri, né il suono del campanello, saranno
sostituiti tra poco da altra luce e da altri suoni.
Fece
chiamare intorno a sé tutti i Frati e diede ancora una volta una prova del suo
sentito apostolato. Non fece un discorso, ma volle leggere le sue Proteste, allo
scopo di giurare fedeltà a Dio sino all'ultimo fiato. Scandì quelle parole con
coraggio di chi seriamente promette e giura sulla sua promessa. I Frati non
seppero nascondere le lacrime, quando furono invitati a sottoscrivere la carta
delle sue Proteste.
La
firma apposta aveva il valore della testimonianza e volle che quel foglio gli
fosse messo al collo, perché non dimenticasse la promessa giurata davanti a
tanti testimoni.
L'Unzione
degli Infermi, chiesta ripetutamente, diede l'ultima pennellata ad un quadro già
pronto per essere imitato in terra e festeggiato in Cielo.
Una
goccia di Olio Santo, unse quegli occhi meravigliosi, quelle mani benedette e
benedicenti, quei piedi rigonfi di cammino, l'udito che accolse le voci
penitenti, l'olfatto che gustò il soave odore di Cristo. Recitò tutte le
preghiere che recitava il sacerdote che gli amministrava il sacramento.
Tutto
era stato adempito, il programma puntualmente attuato. Aveva rivestito l'abito
nuziale; era pronto per il banchetto. Egli, devotissimo della Passione di Gesù,
devotissimo della Madonna, chiese al Signore di morire di venerdì o di sabato.
Ottenne la grazia. La celeste chiamata venne puntualmente il 31 ottobre 1616,
venerdì, a sera inoltrata, Vigilia di tutti i Santi. Spirò dolcemente, con Gesù
nel cuore con somma pace e quiete. Aveva 53 anni e 37 di vita cappuccina.
I Funerali - Curiosità di alcuni Frati - Appare a F. Antonio da Castagna - Una Mamma disperata
I
Funerali - La campanella del
convento, ruppe il silenzio dell'ultima notte di ottobre, con lenti rintocchi.
Quel suono cadenzato, invitava i serrani a meditare sulla bara del loro
benefattore. La notizia della morte del p. Matteo si divulgò, ben presto,
passando di bocca in bocca, si sparse come un profumo. Nessuno mancò
all'appello della campana. La chiesa era ancora chiusa, non ancora sorgeva il
sole, e lo spiazzale del Convento era già gremito di fedeli e devoti.
La
salma fu portata dalla cameretta alla Chiesa. Fu posta sul cataletto, intorno al
quale i Frati hanno vegliato tutta la notte. Era l'ultima di tante notti passate
in preghiera davanti al SS. Sacramento in compagnia della tremula lampada, che
spezzava l'oscurità del piccolo tempio. Ora la stessa lampada gli rischiara il
volto sereno, le mani incrociate sul petto, i candidi capelli, e, in quel
profondo silenzio, proietta, alta, sulla spoglia parete, l'ombra del feretro.
La fonda notte sembra abbia tolto la bellezza alle stelle, che pur nascoste
dietro le nuvole, erano ansiose di far luce a quel corpo, la cui anima avevano
vista passare veloce tra le loro sfere.
Le
prime luci dell'alba avevano un tono più scialbo; la festa dei Santi, sembrò
declassata. Fu aperta la Chiesa, ed il popolo potè vedere, inerte, quell'uomo
giusto, che parlò tante volte, profeta di Dio, con l'entusiasmo che scaturiva
dalla forte volontà di salvare le anime dei fratelli. Erano tutti commossi ed a
schiere si davano il cambio intorno alla bara. La cerimonia funebre vide la
presenza di tutta Serracapriola. I Confratelli della Congrega, recitarono per
primo l'Ufficio dei Morti, subentrò poi il clero di s. Mercurio per altre
preghiere funebri, quindi il clero di s. Maria cantò la Messa. Infine i Frati
cominciarono le preghiere per accompagnarlo alla sepoltura. I magistrati ed il
popolo a proprie spese fecero preparare, all'insaputa dei frati, una cassa,
per non far confondere il suo cadavere con quello di altri Frati. Si deve a
questo gesto delicato del popolo serrano, se ossa così preziose son potute
arrivare fino a noi.
Il
popolo non si partì dalla chiesa senza aver baciato mani e piedi al loro santo.
Molti spinti dalla loro devozione, tagliarono a pezzetti l'abito che il p.
Matteo indossava, per portarsi a casa una reliquia molto cara.
Alla
presenza delle autorità e dei popolo fu chiusa la cassa. O Frati composero il
breve corteo funebre fino alla sepoltura. Fu chiusa la porta di questa fossa.
Con
questo ultimo gesto, scomparve agli occhi della gente, come un astro dietro ai
monti, la grande figura di p. MATTEO da Agnone.
Tutti tornarono a casa con un grande vuoto nell'anima, ma con la certezza di avere un nuovo protettore in Cielo. I Frati, usi a godere della compagnia di questo Frate di eccezione, tornarono mesti, quasi fossero degli orfani, al loro consueto lavoro. Rivedono il letticciuolo del p. Matteo, tutto disfatto, come un altare spoglio di fiori. In quella cameretta sembra loro di vedere la figura dell'asceta scomparso, di sentire le sue belle parole di incoraggiamento e di preghiera, ma... è vuota. Servirà per tanti altri Frati, purtroppo, all'insegna dell'anominato.
Curiosità
di alcuni Frati
- Sei mesi dopo il decesso, i pp. Simone da Orsara e Girolamo da Serracapriola,
insieme a frà Raffaele da Agnone, presi dalla curiosità di rivedere il corpo
del p. Matteo, decidono di scendere nella tomba comune. Un giorno, durante
l'ora del silenzio regolare, si sono calati nella tomba, hanno schiodato la
cassa del p. Matteo e trovarono il corpo intero, la bocca alquanto aperta, e
videro la lingua così vivace e rubiconda che rimasero tutti pieni di
consolazione e richiusero cassa e tomba.
Nel
1619, tre anni dopo la morte, un più autorevole curioso, il p. Girolamo da
Napoli, Guardiano e Maestro dei Novizi a Serracapriola, volle scendere per
vedere il suo vecchio e venerato Lettore. Trovò il corpo intero, tranne la
testa che era alquanto rovinata. Appena apri la cassa, fu investito da un forte
profumo che sapeva di rose, ambra, muschio e gigli che gli durò due giorni.
Guardò quel corpo, con grande devozione, lo palpò, quasi a volerlo svegliare
per sentire ancora una volta il luminoso insegnamento, ma dovette richiudere
tutto e ritornare, consolato di quella esperienza, alle consuete occupazioni di
comunità.
Appare
a Frà Antonino da Castagna
- Questo religioso, è degno di ogni fede, in quanto ha vissuto una vita di
massima rettitudine ed è stato insignito dal Signore del dono dei miracoli e
delle profezie.
Per
tali doni egli è stato sempre nelle case di noviziato. Attesta che stando
egli a Serracapriola, e recitandosi l'ufficio divino di mezzanotte, vide il p.
Matteo una volta, che recitava i salmi, con voce più angelica che umana. Era
convinto che tutti i frati godessero di quella visione ma raccontando il fatto
ai confratelli si ebbe che solo lui lo vide con li occhi corporali il p. Matteo
morto già da qualche tempo. Il cronista specifica che la visione non dà
luogo a dubbi o fantasie, ed assicura che il religioso frà Antonino è sicuro
di aver visto ciò che poi ha attestato.
Una
mamma disperata
- La moglie del dott. Gagliarducci, di Agnone, nel 1622 diede alla luce una
bambina. Dopo alcuni mesi del detto evento, detta signora ebbe una grossa lite
in casa, ed in conseguenza di ciò perdette il latte. Era un problema grande
perché non poteva nutrire la sua bambina. Una sera, prevedendo la morte della
sua bambina, pregò il Signore, perché salvasse la figlia, per li meriti del
p. Matteo. Si mise a dormire e si verificò il sogno del miracolo. Sognò una
Chiesa nella quale vide che scendeva dal cielo una scala. Per questa scala
scendeva un Cappuccino assai macilente di volto il quale aveva stimmate alle
mani ed ai piedi. Capì che era s. Francesco, che arrivato all'ultimo gradino
della scala, fu incontrato da altri due cappuccini che venivano dalla sacrestia.
Di
questi, uno portava una scatoletta di confetti, e l'altro una carafina di vino.
S. Francesco disse a questi due Cappuccini: "Consolate un poco
quest'afflitta donna; soccorrete pietosamente al suo bisogno". Subito,
quel cappuccino che aveva la scatola di confetti, si accostò a quella donna e
le disse: "Conosci tu, chi sono io? Io sono Frà Matteo, a cui ti
raccomandasti ieri sera; sta pure allegramente figlia, confida con tutto il
cuore in Dio perché egli è Colui che da un gran male sa trarre un gran bene e
dopo le tenebre fa comparire la luce. Se io non ammazzavo, se bene inavvedutamente,
il figlio di Mario Cellillo, non sarei giunto a quei gradi di gloria ove ora mi
trovo. Confortati, che otterrai quanto brami per la tua figliuola". Così
dicendo le mise un confetto in bocca e le diede un sorso di vino. Si sentì
subito ristorata. Finì il sonno ed il sogno. La desiderata grazia era stata
concessa. Svegliatasi dopo il sogno, si ritrovò con le mammelle piene di
latte, tanto che ne rimase bagnata anche la camicia. Svegliò il marito, raccontò
quanto le era accaduto, e non le venne mai più meno il latte, fino a che la
bambina ne ha avuto bisogno.
Questa
grazia del p. Matteo l'attesta il p. Giovanni Battista da Guglionesi, al quale
l'ha raccontata l'interessata, la quale rilasciò fede giurata alla presenza dei
sacerdoti Donato Antonio De Leonardis e Giulio Longo, dinanzi al p. Bernardo da
Morcone; guardiano del Convento di Agnone, dinanzi al p. Gabriele da Cerignola,
Cronista e guardiano del Convento di Serracapriola. Detta deposizione, è
firmata dall'interessata e dai sacerdoti suindicati, in data, Agnone 29
settembre 1634.
Molti
altri fatti avremmo potuto registrare, a gloria di Dio e del suo servo p. Matteo
da Agnone. Probabilmente, il senso di umiltà e di voluto nascondimento del p.
Matteo, ha prevalso non solamente in vita, ma anche dopo la morte.
Per
richieste di immagini ed ordini di acquisto contattaci via e-mail
oppure rivolgiti a Padre Cipriano de Meo - c/o Convento Cappuccini - 71016 San Severo (FG)
- Piazzale Cappuccini - tel. 0882/241336.