PADRE LINO APOSTOLO DI CARITA’ (frate francescano)

Mirjana Stanislava Vasilj Zuccarini

In occasione dell'ottantesimo anniversario della morte del Venerabile Padre Lino Maupas (14 maggio 1924 -14 maggio 2004)

EDIZIONE VICEPOSTULAZIONE PADRE LINO-PARMA

La nascita in terra croata

Lo stemma celeste con due aquile d'argento e torre saracena in oro appartiene all'antica stirpe dei Couchon de Maupas fin dai tempi del re di Francia Carlo V (1338-1380). Nel corso dei secoli la nobile famiglia dei Maupas diede i natali a poeti, dignitari dello stato, sacerdoti, religiosi, vescovi, fino al venerabile frate Lino, amico dei poveri, del quale si parlerà in questa breve biografia.

Il nonno del nostro frate, Pier Sebastien Maupas, arrivò su ordine di Napoleone nell'anno 1809 da Parigi a Zara per prendere servizio come amministratore dell'ospedale militare della provincia di Illiria. La bellezza intatta del mare Adriatico e la mentalità vivace dei Dalmati hanno conquistato il giovane Pier a tal punto che in quella regione scelse per moglie Andrijana Cipcic, di famiglia nobile, e si stabilì per sempre in quel luogo, scelto da Dio per lui.

Pier e Andrijana ebbero quattro figli. Il primo Pietro Doimo continuò la tradizione familiare, si fece sacerdote, poi divenne vescovo e alla fine metropolita della Dalmazia. Uomo molto amato e stimato non solo dai croati, che costituivano la maggioranza della popolazione, ma anche dalle minoranze: italiana, austriaca e serba. Pieno di spirito francescano, il metropolita fu uomo di pace e di riconciliazione durante il periodo di transizione quando, dopo la sconfitta di Napoleone, la Dalmazia divenne parte integrante del regno Austro-ungarico. In occasione del cinquantesimo di sacerdozio lo zar Francesco Giuseppe lo insignì dell' ordine di Leopoldo per i suoi grandi meriti.

Gli altri due figli divennero uno presidente del tribunale, l'altro direttore dell'ufficio delle tasse. Il figlio più giovane, Giovanni, era il più vivace, non si lasciava plasmare e non voleva seguire la volontà paterna e intraprendere la carriera di impiegato statale di rilievo. Lui amava viaggiare e voleva conoscere il mondo. Studiò all' università di Padova dove spesso frequentava l'Opera. Dopo una prima fu presentato alla cantante lirica Rosa Marini di Avezzano e fu per entrambi amore a prima vista. Si sposarono nella cattedrale di San Doimo a Spalato l' l 1 settembre 1851.

Per tre anni dopo il matrimonio Giovanni accompagnò la moglie nelle varie città italiane dove lei cantava. A Parma, Rosa interpretò `Giselda' di Verdi e, all'apice della sua promettente carriera, salutò per sempre il suo pubblico. Decisa a essere solo la moglie del suo amato sposo, tornò con lui a Spalato e si stabilì nel palazzo dei Pavazza a Veli Varos (Borgo Grande). Giovanni trovò un semplice impiego.

La giovane famiglia, basata su un grande amore, divenne di anno in anno sempre più numerosa fino all'ultimo figlio, il decimo, Alpinolo.

Era un terribile anno di guerra il 1866 quando il 30 agosto, con l'aiuto dell'ostetrica Andjela Deskovic, nacque un bimbo, pallido e mingherlino.

Al battesimo gli diedero tre nomi: Alpinolo, Ildebrando e Umberto e lo iscrissero nell'atto di nascita bilingue: italiano e croato.

Passato qualche mese i genitori si accorsero che il figlio aveva un difetto della vista. La mamma Rosa pregò la Madonna di tenere il figlio in vita e di dargli la salute. Mentre con la sua voce soave gli cantava la ninna-nanna, Rosa non riusciva a staccare gli occhi dal visino del piccolo che irradiava una luce particolare e le riempiva il cuore di gioia e beatitudine.

Spesso Alpinolo stendeva le sue manine verso di lei per cingerle il collo. In quei momenti lei sentiva il suo amore unico e grande, mai mostratole dagli altri figli. Anche se con il cuore aveva capito che il suo ultimo nato era una creatura particolare, non poteva immaginare di tenere tra le braccia il futuro frate Lino, al quale si sarebbe rivolta la gente piena di fiducia, anche nei decenni dopo la sua morte.

Alpinolo cresceva con i suoi nove fratelli più grandi, li imitava, li seguiva e imparava da loro. Il fratello più grande, Pietro, andò in seminario e da adulto divenne il parroco di santa Stosija a Zara. Il secondo fratello, Giuglielmo, divenne un commerciante; il terzo, Eugenio, fu dichiarato disperso in marina; il quarto, Andrea, divenne anche egli commerciante ed emigrò in America; il quintogenito, Doimo, divenne direttore dell'ufficio postale di Trieste.

Le sue quattro sorelle, Carlotta, Maria, Emma e Anna, si sposarono tutte e andarono ad abitare altrove.

Il futuro frate crebbe nella città vecchia di Spalato: case alte, una addosso all'altra, vie strette, giardini piccoli e privi di luce. In tale ambiente Alpinolo giocava con i ragazzini del vicinato, parlava il singolare dialetto spalatino. Gli piaceva scherzare, mai però in maniera malevole e crudele, come talora fanno quei bambini che seguono i cattivi esempi degli adulti.

Nel piccolo Alpinolo c'era qualcosa che troncava sul nascere gli scherzi di cattivo gusto, per cui impediva agli altri ragazzini di prendere in giro qualcuno in sua presenza.

Con lui vicino, i ragazzini non si azzardavano a molestare nemmeno gli animali, giacché lui non solo evitava di calpestare una formica, ma incantato restava ad osservare se qualcuna stava trascinando qualche briciola di pane più grande del suo corpo.

Il suo cuore era aperto a tutti e a tutto: la sua discendenza nobile non gli impediva di essere un amico per i ragazzini di borgata, che aiutava come e quando poteva come se fossero i suoi stessi fratelli.

Dalla madre Alpinolo aveva ereditato un carattere gentile ed uno spirito artistico. Nonostante i suoi occhi lievemente strabici, catturava l'attenzione altrui poiché il suo sguardo traboccava d'amore per tutto ciò che Dio ha creato. Per lui, ancora bambino, tutto era interessante, poiché egli cercava di apprendere le cose dalla natura, oltre che dai racconti della gente. Nel gioco, da vero attore, impersonava quei ruoli che mostravano la bontà del cuore umano.

A scuola non era uno studente eccellente, né sempre attento, giacché non di rado si perdeva dietro a pensieri che solo lui conosceva.

La mamma Rosa aveva dedicato molto tempo al suo bambino più piccolo, cantava e suonava con lui, seguiva con apprensione il suo stato di salute, in particolare la sua vista che proprio non migliorava.

D'estate ella lo portava sulla spiaggia di Spalato, puntava il dito indice oltre l'orizzonte del mare verso l'altra sponda e gli parlava della sua natìa Italia e dei parenti che ancora vivevano là. Da lei, donna pia, Alpinolo imparò le prime preghiere: all'Angelo custode, il Padrenostro, il Rosario; e, quando lei intonava l'Ave Maria, egli chiudeva gli occhi, in estasi.

Andava a Messa con i genitori nella chiesa parrocchiale di santa Croce e a volte nella cattedrale di san Doimo, dove scendevano nella cripta e pregavano per la sua vista davanti all'altare di santa Lucia. Al futuro frate piaceva andare anche in due chiese francescane: quella nel convento di Poljud e quella sulla riva, dedicata a san Francesco, dove pregava davanti alla statua della Madonna, con fervore inusitato per un bambino.

Alpinolo aveva solo dieci anni quando la sua famiglia decise di trasferirsi da Spalato a Zara. Che giornata fu quella: bauli e roba ovunque, gente che andava e veniva portando mobili e suppellettili fuori per caricarli sul carretto. Regnava grande commozione per il viaggio in nave verso la città di cui l'amato e venerato zio era Arcivescovo!

Salpata la nave, il piccolino non staccava gli occhi dalla città che rimaneva sempre più lontano; egli avvertiva la malinconia del distacco dai suoi compagni di giochi.

Sparita alla vista la città di Spalato, Alpinolo cercò di consolarsi ammirando in alto il volo dei gabbiani, mentre il vaporetto solcava il mare tra le stupende isole dalmate puntando diritto verso Zara.

Arrivata a destinazione, la famiglia Maupas al completo si recò in visita al parente metropolita.

L'arcivescovo li salutò tutti e trattenne più a lungo tra le braccia il più piccolo dei suoi nipoti, il suo beniamino. Nonostante il nipote non fosse uno scolaro modello, lo zio lo indusse a iscriversi al ginnasio presso i Gesuiti del suo arcivescovado. Alpinolo si diede da fare, nonostante le sue oggettive difficoltà causate dalla vista debole. Nella sua pagella di quel tempo si legge: condotta, esemplare; religione, ottimo; scarsi gli altri voti.

All'età di dodici anni Alpinolo ricevette la sua prima Santa Comunione e si abbandonò con fiducia a Cristo. Si era preparato bene a quel Sacramento pregando nel monastero dei Francescani, dove nacque il suo desiderio di farsi frate.

A quindici anni fu cresimato da suo zio, che gli diede in dono un piccolo libro sulla vita di San Francesco, con copertina rossa e sopra impresso lo stemma della famiglia. Alpinolo ha letto molte volte quel libricino a casa e in riva al mare. Gli piaceva tanto il racconto del lupo di Gubbio, bestia feroce che attaccava gli uomini e domata da san Francesco, il quale, disarmato, gli andò incontro e facendo il segno della croce gli disse: "Fratello Lupo, in nome di Cristo ti proibisco di fare del male alla gente!"

Seduto sulla riva guardava oltre il mare e si immaginava i luoghi della Toscana e dell'Umbria dove vissero san Francesco e i suoi frati Bernardo, Leone, Ginepro.

 

Il primo noviziato

Un anno dopo la Cresima, Alpinolo si imbarcò su un veliero, diretto al convento di Sant'Anna a Capodistria. Non portò nulla con sé, partì in letizia e povertà francescana. I genitori rimasero sulla riva di Zara. La madre piangeva e il padre si augurava che il figlio tornasse presto, per intraprendere gli studi di giurisprudenza secondo il suo desiderio.

Ma il figlio resistette e i1 30 aprile 1882 indossò il saio, prendendo, in omaggio a suo zio, il nome di Pietro. L'insegnante che il novizio amava di più era Padre Egidio Braut, che lo incoraggiava e capiva la sua indole aperta e pronta al servizio. Questo insegnante gioì tantissimo quando il giovane Maupas prese i voti.

Di lì a poco, loro malgrado, l'insegnante e l'allievo dovettero separarsi. Pietro se ne andò sulla isoletta di Kosljun nel convento francescano, a dieci minuti di barca dall'isola di Krk (Veglia), per intraprendere gli studi filosofici.

Tutto intorno al convento c'era il mare; ovunque si avvertiva il profumo della salvia e della menta. Qua e là qualche capra brucava sulle rocce a strapiombo sopra il mare. E di notte il cielo stellato, immenso e affascinante.

Questo paradiso sulla terra ben presto per il novizio Pietro divenne una specie di prigione: non fu né capito né amato, e per di più alcuni dei suoi Superiori scrissero una lettera al padre Provinciale, denunciando il carattere "pericolosissimo e di grande volubilità" del chierico Maupas, che, a loro dire, poteva non solo dar da pensare ai Superiori, "ma addirittura causare gravi disordini nell'Ordine". La lettera era accompagnata da un allegato del seguente tenore: "Esaminata la condizione fisica di fra Pietro Maupas chierico regolare, lo si trova cagionevole di salute; la parete anteriore del torace si presenta incavata, i battiti cardiaci sono esagerati; oltre alla palpitazione del cuore presenta difficoltà di respiro. Le condizioni della vita monastica pertanto riescono dannose alla sua salute."

Al novizio Pietro non fu lasciata alcuna via di scampo. Per evitare una vera e propria espulsione da parte dei superiori, si decise a scrivere di suo pugno una lettera al padre Provinciale con cui lo pregava di dispensarlo dai voti a motivo dei suoi problemi di salute; nel contempo inoltrò la domanda per la secolarizzazione.

Con la morte nel cuore a causa del fallimento del suo noviziato, Alpinolo riprese la via del mare e tornò a Zara dai genitori. Restituito alla vita civile, trovò impiego nella Guardia di Finanza a Ravni Kotari nell'entroterra Dalmata. Un giorno, insieme ad altri agenti, fu costretto ad inseguire un povero contrabbandiere, che nella fuga precipitò in un burrone e morì. Alpinolo convinse i compagni di caserma ad aiutare la vedova e i suoi figli.

Viaggiava sulla costa adriatica, veniva a Opatija (Abbazia), Lovran (Laurana), posti mondani, ritrovo della nobiltà europea, ma non trovava pace: tutto gli sembrava vuoto, senza senso. Non smetteva di pregare Dio di offrirgli il modo per restituirlo alla vita monastica.

Si confidava anche con lo zio; questi nella sua posizione tentò di intercedere presso le autorità francescane affinché il nipote venisse riammesso in qualche convento per ripetere il noviziato, ma la richiesta non ebbe successo.

Alpinolo non desisteva. Sicuro di sé, tornò dal suo caro insegnante padre Braut e lo implorò di scrivere lui una lettera al padre Provinciale e pregarlo di concedergli un'altra possibilità.

In una lunga lettera al padre Provinciale, il padre Braut coraggiosamente illustrò il caso del giovane novizio respinto senza gravi colpe, e che, a suo giudizio, aveva un'autentica vocazione, da prendere dunque in seria considerazione.

A seguito di questa lettera Alpinolo ricevette una seconda possibilità, non più però nel convento dell'isola di Kosljun, per non turbare gli animi dei suoi ex-superiori, ma nell'eremo dei frati a Fucecchio in Toscana, dove negli anni passati erano vissuti molti santi religiosi.

Non appena gli giunse questa lieta notizia, Maupas si recò nella chiesa dei francescani, si prostrò davanti all'altare e ringraziò la Madonna e suo figlio Gesù per aver esaudito le sue preghiere ed avergli concesso una nuova possibilità di tornare alla vita monastica.

Ed ecco, sulla riva di Zara, Rosa e Giovanni di nuovo salutare il loro figlio più piccolo, che questa volta ne erano sicuri, sarebbe diventato frate. Mamma Rosa, con gli occhi umidi, mentre la nave salpava, sussurrò: "Madonna carissima, ti affido mio figlio, proteggilo, guidalo, fa che serva sempre con tutto il cuore il Signore Gesù".

Il padre dovette rassegnarsi al fatto che, dopo il primo figlio, anche l'ultimo si stesse avviando verso la vita sacerdotale.

 

Il secondo noviziato.

Alpinolo iniziò una nuova vita e scelse un nuovo nome: fra Lino. Delle difficoltà che aveva con la vista non disse granché ai frati; per questo essi furono molto stupìti quando scoprirono che lui non vedeva per nulla con l'occhio sinistro e ben poco anche con il destro.

Meravigliati si chiedevano: "Come fa a non vedere di giorno, se di sera con la luce scarsa legge senza problemi il breviario? "... Lo portarono da un grande specialista oftalmologo e gli fu proibito di leggere e di studiare finché la sua vista non fosse migliorata.

Il guardiano del convento aveva preso a cuore il novizio: gli dispiaceva che un giovane così esemplare soffrisse di questi disturbi; si convinse che il maligno voleva ostacolarlo nel continuare la sua missione al servizio del prossimo.

Ogni sera frate Lino si gettava sul pavimento di pietra della sua cella e ringraziava Dio per i benefattori. Recitava un Padrenostro per tutto ciò che gli era stato donato: per la camicia, per i pantaloni, per il saio, per il sacco ruvido di juta sul quale dormiva, per la misera coperta, per il pettine ed il sapone, per il catino e l'asciugamano, per il rosario e per il breviario. Più di tanto non possedeva, per cui fu esempio di grande spirito di povertà per i suoi confratelli.

Il secondo passo fu lo studio della Teologia presso il monastero di Colleviti; quivi frate Lino si sentì chiamato alla vita missionaria ed alla fine dei suoi studi si dedicò al servizio nell'ospizio "Arre Madhe" di Scutari, in Albania. Con suo grande dispiacere, dovette tornare presto in Italia a causa del peggioramento della sua vista. Si sottopose ad una cura presso un oculista di Bologna, che lo aiutò un poco, ma non gli restituì la vista all'occhio cieco. In seguito i superiori inviarono padre Lino al santuario della Madonna delle Grazie al Colle di Covignano presso Rimini; qui nel giorno dell'Immacolata Concezione, l'8 Dicembre 1890, egli celebrò la sua prima Messa solenne. Non era presente nessuno dei suoi parenti: né il padre, né la madre, né i fratelli.

Nel primo banco, riservato a loro, sedeva solo un vecchio mendicante cieco, pieno di piaghe, che padre Lino aveva trovato sulla strada, appena arrivato al Colle di Covignano, e del quale si occupava ogni giorno: lo lavava, lo puliva, sistemava il suo misero giaciglio di stracci. Gli aveva dato perfino il suo sacco per dormire, privandosene egli stesso. Andava in giro per la città a chiedere indumenti e cibo per il suo protetto. Lo portava con sé in chiesa, oppure parlava con lui per ore sotto i cipressi nel parco cittadino. Il vecchio prendeva le mani del frate e gli diceva: "Padre Lino, non mi lasciare, rimani con me, tu sei la luce nella mia notte!"

 

La missione a Parma

Dopo la sua ordinazione, padre Lino fu trasferito al grande convento francescano presso la Chiesa dell'Annunziata a Parma. Gli diedero la cella numero 38, al secondo piano, con la finestra che dava sul chiostro. Il nuovo frate era solito celebrare la Messa al mattino molto presto. Fu lui che battezzò e catechizzò i ragazzi del quartiere povero chiamato `Oltretorrente', al centro del quale si trovava il suo convento. La gente ha ben presto soprannominato padre Lino "il frate dei morti", perché era lui che, con qualsiasi tempo, celebrava i funerali. Per niente disturbato da ciò che si dicesse di lui, padre Lino andava diritto per la sua strada e si occupava dei poveri, degli ammalati, degli anziani e soprattutto dei bambini e dei giovani privi di istruzione religiosa: per loro organizzò una bibliotechina circolare e la scuola di catechismo.

Passando per le vie della città, sovente si fermava dal barbiere e catechizzava il ragazzino di turno mentre questi si faceva tagliare i capelli.

Di vista debole, ma di cuore aperto, a padre Lino non sfuggiva nessuno che avesse bisogno del suo aiuto: consolava e incoraggiava gli ammalati, aiutava i poveri e cercava di riportare sulla retta via coloro che l'avevano smarrita.

Parma, all'epoca di padre Lino, non aveva buona fama a causa dei continui disordini, degli scioperi e delle grandi sommosse popolari. Si diceva che ormai fosse diventata la città degli anarchici e della gente senza Dio. Infatti, nelle strette vie dei quartieri malfamati della città non osava entrare alcun sacerdote, alcun soldato, nessuno della guardia, perché coloro che tentavano di entrarvi venivano accolti da una pioggia di pietre, di bestemmie, di sputi e minacce.

Padre Lino fu nominato cappellano di quei quartieri e decise di percorrerli tutti. I confratelli gli dicevano: "Se vuoi andare, vai, ma permetti che prima ti somministriamo l'Estrema Unzione!" Il frate sorrideva a quelle parole e senza timore andava in missione. Anche nelle giornate di sedizione solo padre Lino, incurante di ogni pericolo, attraversava i due lembi carichi d'elettricità avversa.

Non aveva paura di quella povera gente, andava loro incontro con il cuore colmo d'amore, sicuro che non gli avrebbero fatto alcun male, giacché lui non era mai solo: con lui c'era Gesú che aveva già aiutato San Francesco a trasformare il lupo feroce in mansueto agnello.

Frate Lino usciva dal convento a piedi nudi, sempre con lo stesso saio, curvo, la faccia pallida, la mascella quadrata prominente, lo sguardo strabico, ma che rivelava bontà e vivacità d'animo. Camminava recitando il rosario: d'estate alzava la polvere intorno a sé e con la mano cacciava le mosche dal viso; d'inverno saltellava sulle pozzanghere di neve sporca. Mentre camminava doveva spesso chinarsi sotto i panni pieni di rammendi, stesi tra le povere case. Dalle finestre, sovente senza vetri, la gente lo guardava meravigliata e stupita, ma nessuno osava insultarlo.

Nulla in quei poveri quartieri sfuggiva al frate: notava i muri impregnati di umidità e muffa, perché in quelle strette viuzze non penetravano mai i raggi del sole; osservava gli stracci stesi tra le finestre, i visi pallidi e malaticci della gente e si rendeva conto che la loro povertà non era solo fisica, ma che probabilmente ancor più grande era quella delle loro anime.

Ben presto imparò a conoscerli tutti, uno per uno, ed a chiamarli per nome; entrava nelle loro misere abitazioni, nelle quali il più spesso non c'erano né tavolo, né sedie e raramente trovava un camino acceso. Il frate non si chiedeva da dove provenisse quella povera gente giunta a Parma, città così ricca, con i suoi palazzi sontuosi, patria di Verdi. Si chiedeva, invece, come avrebbe potuto egli aiutare coloro che Dio gli aveva affidato.

Provava gioia allorché passando notava qualche geranio in una scatola vuota di pomodori sulla finestra. Intuiva che era lì arrivata una sposina nel fiore della sua gioventù ed augurava che il geranio potesse fiorire a lungo e con lui la sposa, giacché tante prima di lei erano appassite sotto il peso della miseria, dei figli e del marito in preda all'alcool.

In quei quartieri c'erano numerose osterie, in cui finivano i miseri guadagni degli operai. Il frate osservava tutto, cercava di dare cibo a chi non lo aveva, sapendo che più del pane la gente aveva bisogno della sua parola di consolazione e di speranza.

I bambini poi stravedevano per lui: non appena lo vedevano arrivare gli correvano incontro, lo prendevano per le mani, lo tiravano per la cinta e per il rosario e baciavano la croce. Lui aveva sempre qualche caramella, qualche frutto secco per loro. Gli piaceva scherzare e giocare con questi piccolini che tutti amava come figli suoi.

Prima di frate Lino, `l'amico dei poveri', nessuno si occupava dei tanti ammalati: una casa su quattro aveva un malato di tisi. Si occupava di loro, pregava per loro; l'instancabile mendicante con il saio andava in giro a chiedere per loro l'elemosina.

Si recava talora a cena al palazzo della famiglia nobile Sanseverino, si metteva a tavola in disparte, mangiava poco, ma prendeva, da quel ben di Dio offerto sul tavolo, tutto ciò che poteva usare per i suoi protetti.

Estraeva dal saio le bottigliette per inserirvi l'olio e i sacchetti di carta per il cibo che gli occorreva. Di solito era mal rasato, spettinato e indossava sempre la solita veste lisa, ma nessuno dei servi tirati a lucido osava respingerlo.

Non di rado veniva invitato a cena anche nelle case di altri ricchi cittadini, dove era ospite molto gradito. Da lui emanava qualcosa di speciale; vicino a lui i cuori induriti diventavano sensibili, si aprivano all'amore e alla pace che il frate donava a piene mani.

Seguendo l'esempio delle case patrizie, anche i commercianti delle vie lussuose di Parma (vie Mazzini, Umberto, Garibaldi, Farina), erano ben lieti che padre Lino andasse nei loro negozi; egli entrava sorridendo con il saluto: "Sia lodato Gesù Cristo!" Il commesso gli chiedeva di che cosa avesse bisogno e lo serviva. Padre Lino aveva bisogno di volta in volta per il cieco Antonio, per l'invalido Beppo, per l'Assunta tra la vita e la morte o per l'anemica Francesca... Uscendo ringraziava con il: "Deo gratias! " e correva a portare i doni.

Non tutti però erano gentili con il frate. Non pochi lo deridevano: quel frate dalmata con l'accento strano, dimesso, povero e umile... Egli sopportava stoicamente tutte le dicerie e continuava imperterrito nella sua missione.

Da principio non fu facile per lui andare in giro a mendicare per servire i poveri. Il suo sangue nobile doveva essere domato e lo fu grazie alla pratica quotidiana della `Via Crucis': ogni mattina all'alba cadeva in ginocchio sul pavimento della chiesa e si trascinava così per tutte le stazioni della `Via Crucis', pieno di compassione verso il Redentore.

La pratica di questa devozione gli diede la forza per servire il prossimo sino a privarsi dell'unica camicia che aveva per darla allo spazzino in fin di vita, perché questo misero potesse indossarla almeno mentre riceveva l'Estrema Unzione.

 

L'amore in azione

Padre Lino non si limitava a dare del suo; spesso prendeva dal convento cibarie ed altre cose che appartenevano a tutti; perciò i frati furono costretti a chiudere a chiave la dispensa e la cantina. Non si scoraggiò per questo e continuò ad andare a piedi anche molto lontano `fuori città' in cerca di cibo per i poveri. Sovente i frati lo trovavano al cadere della notte che dormiva nel giardino o dietro l'altare, o davanti alla statua della Madonna.

A volte i frati scoprivano che padre Lino dormiva per terra nella sua cella, mentre il suo letto era occupato dal mendicante di turno. Non sempre si accorgevano di questa sua singolare ospitalità, perché padre Lino si destava all'alba prima di loro, per prepararsi alla Santa Messa.

Una mattina venne un suo confratello e gli disse di sbrigarsi a celebrare l'Eucaristia perché lo attendeva un prelato, ma Padre Lino non gli diede retta e continuò la Liturgia con lo stesso trasporto e la medesima partecipazione.

Poi disse a quel confratello: "Dì a colui che ti ha mandato a sollecitarmi che io non sono disposto per nessuno a seviziare il Corpo di Cristo!"

Era ben raro che un prelato attendesse di parlare con il frate; in genere ad aspettarlo era la gente della sua borgata: donne di malaffare, senzatetto, ammalati, ex-carcerati. Venivano a tutte le ore del giorno e della notte e suonavano il campanello del convento. Questo disturbava la quiete del monastero e induceva i frati a temere che quella gente prima o poi avrebbe danneggiato la loro chiesa ed il loro convento.

Il servo di Dio Maupas soffriva per il disturbo arrecato ai frati; per questo fu felice quando venne nominato cappellano delle carceri e poté lasciare il convento. La severa prigione era stata ricavata da un ex-convento francescano; in essa erano reclusi ergastolani provenienti da tutta Italia.

Il primo luglio 1900 padre Lino iniziò il servizio presso il carcere. L'enorme portone si chiuse alle sue spalle; egli avanzò nel cortile, salutato dalle guardie alla maniera militare. Mentre il frate sorrideva loro in segno di saluto, si accorse che dall'altra parte del cortile, scortati dalle guardie con le baionette innestate, avanzavano alcuni galeotti che trasportavano immondizie. Il frate attraversò il cortile a grandi passi e aiutò i detenuti, che rimasero colpiti da tanta inaspettata gentilezza in un luogo di pena e pieno di depravazioni di ogni genere.

Anche le guardie rimasero a bocca aperta e stupite condussero il nuovo cappellano presso i carcerati che lavoravano come fabbri, falegnami, calzolai, tornitori. Mentre passava in mezzo a loro, tra il fracasso dei martelli si udì una voce: "O Dio come è brutto quel frate!" Padre Lino capì che l'improperio proveniva da un carcerato, per niente bello nemmeno lui, si accostò al detenuto, lo abbracciò e gli disse: "Hai proprio ragione, ma non ti preoccupare, presto saremo amici e io diventerò bello agli occhi del tuo buon cuore!"

Come se nulla fosse accaduto, il cappellano continuò a visitare il carcere, soffermandosi più a lungo con coloro che erano nelle celle di isolamento e li confortava dicendo loro: "Non vi dovete arrendere, non è così grave come sembra. Passeranno tutti questi anni. Io sono con voi, saremo buoni amici, non abbiate paura!"

Il frate era cittadino austro-ungarico e perciò non poteva essere nominato cappellano stabile delle carceri: per questo egli scrisse al console di Zara perché sollecitasse la sua pratica per ottenere la cittadinanza italiana. La ottenne l'anno seguente ed allora il carcere divenne a tutti gli effetti la sua casa. Lui dormiva in cella sulle assi, come i detenuti.

Disponeva di un vecchio tavolo, di una sola sedia e di un gancio di legno per appendere il consunto mantello da militare ricevuto in dono. Di notte teneva accesa a lungo la candela nella sua cella, poiché scriveva lettere ai familiari dei carcerati.

Un detenuto, tale Ricci, ingiustamente condannato, ha lasciato una testimonianza scritta su padre Lino: "Appena entrato in carcere, Padre Lino mi accolse e mi chiese da dove venivo, quanti anni dovevo scontare e chi mi attendeva a casa. Dopo che ebbi risposto a tutte le sue domande, mi disse: "Vedrà che in questo carcere si troverà bene: il direttore è una brava persona, il capo delle guardie sta vicino ai detenuti e non è molto severo e le guardie sono bravi ragazzi. Cinque anni di pena non sono poi così tanti, passeranno. Fuori a volte è peggio a causa della cattiveria della gente. Scriverò a sua mamma che lei è arrivato e le dirò che ora sta meglio: alle madri bisogna dire sempre che stiamo bene.

Poco dopo il suo arrivo, Ricci divenne sacrista e bibliotecario ed ebbe tante occasioni di stare in compagnia del frate e questa fu per lui una grande fortuna. Partecipava a tutte le iniziative di padre Lino, che aveva procurato buoni libri sui santi, scovato un organetto e preparato tra i carcerati dei cantori per la Messa

Un giorno però vi fu una sommossa nel carcere; alcuni urlavano "Morte al direttore!". Il cappellano non si perse d'animo, andò diritto verso i rivoltosi e li calmò. Ma aveva di che rimproverare anche le guardie: "Dovete prendere a cuore il vostro lavoro; se tratterete i prigionieri con amore, voi otterrete miracoli". Di li a poco le guardie smisero di seviziare i carcerati e di calpestare la loro dignità e così la terribile prigione divenne una casa di correzione a beneficio dei detenuti.

Per assurdo, fuori dal carcere si stava peggio; la città di Parma era in preda alla gentaglia ed ai briganti. Una sera le guardie catturarono il bandito Cassinelli, il quale, ammanettato, ingaggiò con loro una feroce lotta che gli costò la vita. Le guardie, che non avrebbero voluto giungere a tanto, abbandonarono il suo corpo in strada e, temendo le rappresaglie, si chiusero nella caserma.

Poco dopo, dall'altra parte della città giunse un'altra guardia, vide il corpo, si chinò su di esso, mentre la gente minacciosa avanzava verso di lui. Il poveretto pensò che fosse giunta la sua fine, ma improvvisamente tutto si fermò: tra lui e la gente infuriata apparve un viso calmo, pallido, incorniciato dal cappuccio di frate. Padre Lino con gli occhi fissi sulla gente disse: "Che cosa avete in mente? Quest'uomo è innocente! Che cosa vi ha fatto?" La guardia, grazie a padre Lino, ebbe salva la vita.

La gente prese il corpo del brigante e lo portò attraverso tutte le stradine dei quartieri malfamati urlando contro il governo, contro le guardie e contro il clero. Per tutto il giorno risuonarono la Marsigliese e la marcia dall'Aida. Al colmo della rabbia la gente si accanì anche contro la maestosa chiesa dell'Annunziata, urlando: "Dobbiamo bruciarla! Che cosa ce ne facciamo dei frati? Tanto siamo già dannati tutti...".

Un uomo aveva già preso un bidone pieno di petrolio ed una torcia per incendiare la chiesa e si era avvicinato al portone. D'improvviso il portone si aprì è sulla soglia apparve frate Lino con la croce in mano: egli rimase fermo a recitare il rosario finché la gente non si decise ad allontanarsi.

La chiesa fu salva, ma la rivolta non si placò, anzi, divenne più feroce, guidata da gente venuta da fuori, che ergeva barricate e prometteva `il paradiso in terra' a coloro che non avevano nulla da perdere.

I ricchi si chiusero nei loro palazzi in attesa che venissero le guardie a soccorrerli. Ma non vennero né guardie né soldati, poiché nessuno osava uscire in strada.

Nessuno, tranne padre Lino che continuava imperterrito nella sua missione d'amore.

L'amore che egli aveva seminato per anni tra questa gente, ora fioriva in mezzo a tanto odio. Bastava un suo sguardo perché la mano che teneva la pietra la lasciasse cadere; bastava una sola sua parola: "Pietro, cosa hai in mente, lascia correre!"... e Pietro lasciava perdere.

La sommossa dei facinorosi durò alcune settimane e, a volte, qualcuno di loro si accostava minaccioso al frate, ma veniva subito fermato: `Non ti azzardare a toccare il frate santo!"

Il medico, l'ostetrica, il capo delle guardie, che per servizio dovevano passare per le strade della città, si posero sotto la sua protezione.

Da autentico avvocato di Dio, padre Lino andò dal Sindaco e dal Prefetto e parlò alla Giunta comunale a favore della gente in sciopero a motivo dei loro diritti calpestati. Per loro ottenne la diminuzione del prezzo del pane, del riso, della pasta, dell'olio...

All'inizio del ventesimo secolo vi era, a tutti i livelli, contro il clero tanto odio, che infiammò molti cuori anche a Parma. Di nuovo alcuni facinorosi si avventarono contro la chiesa della Annunziata con l'intenzione di incendiarla.

Quando arrivarono vicino al portone, questo si aprì: davanti a loro apparve frate Lino, che tuonò: "Siete venuti a incendiare la chiesa? Bene, ma prima dovrete incendiare me!" La gente indietreggiò imbarazzata; uno degli agitatori urlò: "Codardi! Perché vi siete fermati davanti a quel... (parolaccia irripetibile)?" ma non poté dire altro perché gli arrivò in pieno viso uno schiaffo da una donna: "Stai zitto, porco, non sai cosa dici, questo è il nostro frate Lino, l'uomo più buono del mondo!"

L'uomo più buono del mondo, infatti passava in mezzo alla gente in rivolta e portava cibo ai Carmelitani e ai Cappuccini rinserrati nei loro conventi.

Durante quei disordini venne bruciata la grande croce di legno presso l'oratorio delle Grazie e fu distrutta la cappella di San Giovanni Napomuceno, che si trovava sul ponte di mezzo. Padre Lino scoprì il responsabile dei due atti vandalici, lo rimproverò e lo invitò a pentirsi "altrimenti non sarebbe sfuggito al castigo". Il colpevole non volle ravvedersi e dopo qualche giorno fu colpito da paralisi alle gambe.

Il servo di Dio padre Lino agì sempre secondo la sua coscienza e cosi attirò su di sé l'ira dei fabbricanti di indumenti intimi che sfruttavano le sarte: quando queste avevano scioperato, egli si era messo dalla loro parte. I fabbricanti dicevano al frate che non avrebbe dovuto immischiarsi, che doveva limitarsi a pregare, ma egli rispondeva loro: "Prendetemi in giro, urlate! Il mio posto è sempre dalla parte di chi viene sfruttato. Dio vuole così e il Vangelo me lo comanda!"

Il piccolo sciopero delle sarte fu l'inizio di un grande sciopero dei contadini che, nell'anno 1908, da Parma si estese in tutta l'Italia. Nel cuore di Parma si ergevano nuovamente le barricate, nelle strade scorreva il sangue e il povero frate Lino cercava di calmare sia gli uni che gli altri. Centocinquanta scioperanti furono imprigionati. Alla porta del carcere li accolse padre Lino, li confortò e promise loro che si sarebbe occupato delle loro famiglie.

Mendicò il cibo per le famiglie degli imputati e supplicò i giudici di essere clementi con loro. Dopo sette mesi di carcere preventivo, una sessantina di rivoltosi furono portati di notte nel cortile per essere trasferiti al carcere di Lucca. Davanti a loro apparve il cappellano a piedi nudi, li abbracciò uno ad uno e li accompagnò con gli occhi pieni di lacrime, fino al treno. Commosse anche le guardie, che cercarono di nascondere gli occhi umidi davanti ai prigionieri.

Tre mesi più tardi, padre Lino stanco e non rasato si presentò al processo in veste di testimone della difesa. Entrò nell'aula di tribunale e vide i prigionieri nelle gabbie con triple grate. Si avvicinò a loro e stese le mani come se li volesse abbracciare tutti. Li chiamò con i nomignoli che solo i loro famigliari conoscevano, li accarezzava attraverso le grate e loro piangendo dicevano: "Ecco il nostro fra Lino!"

Il frate nella sua coraggiosa testimonianza affermò che i prigionieri non erano `belve feroci', ma gente disperata in cerca di giustizia e di cristiana misericordia. Tutti i presenti in aula si commossero ed applaudirono `l'avvocato dei poveri', che tornò a Parma insieme a tutti i prigionieri e andò con loro direttamente nella chiesa dell'Annunziata a ringraziare il Signore.

L'amore in azione dell'umile frate generò il miracolo: coloro che non conoscevano Dio e coloro che si erano dimenticati della sua esistenza lo incontrarono!..

Sedati gli animi dopo il grande sciopero, la città di Parma fu però incendiata, insieme a tutta l'Italia, da una accanita campagna contro il clero, promossa dalla Massoneria, che con tutti i mezzi cercava di mettere in ridicolo le apparizioni di Lourdes.

Monsignor Conforti, vescovo di Parma, era molto preoccupato e invitò padre Gemelli a difendere con argomenti scientifici i miracoli di Lourdes. La Massoneria rispose tappezzando i muri della città con manifesti contrari al discorso di padre Gemelli. Il vescovo chiese la protezione del capo delle guardie, ma neanche lui poteva fare qualcosa.

Tutti e due si rivolsero a padre Lino in cerca di aiuto e lui si recò immediatamente al Consiglio del Lavoro e disse: "Ho visto che avete tappezzato i muri con proclami. Contro chi sono?" Gli risposero: "Contro padre Gemelli!" "No, miei cari, - replicò calmo frate Lino - i proclami sono contro di me, perché padre Gemelli è mio confratello e se vietate a lui di parlare lo vietate anche a me. E poi vi chiedo, perché non desiderate che si parli della Madonna?"... I muri vennero ripuliti e padre Gemelli tenne la conferenza.

Nel 1910 padre Lino divenne la guida spirituale dei ragazzi della casa di correzione, il riformatorio `Lambruschini', un luogo di grande miseria morale.

Con slancio si diede da fare per portare quei `bravi ragazzi' a Dio. Non predicava a loro, ma li incontrava singolarmente nelle camerate, nel cortile, dava loro consigli e li educava. Era conscio che dietro i loro crimini precoci c'era la miseria morale e il degrado sociale delle loro famiglie. Una volta, in presenza di una benefattrice, padre Lino accarezzò un ragazzo che aveva un'espressione animalesca sul viso, dicendo: "Questo è proprio un bravo ragazzo!" Il ragazzo non osò guardarlo. La benefattrice stese la mano per accarezzarlo a sua volta, mentre chiese per quale motivo il giovane si trovasse lì. Il frate rispose con semplicità: "Ha ammazzato suo padre!"... A lui non interessava il passato, ma solo il presente e il futuro della persona da redimere.

Un giorno, nel tardo pomeriggio, frate Lino tornava con un suo amico dal riformatorio. Era molto stanco e preoccupato per una famiglia che rischiava lo sfratto, ma in tasca egli aveva solo dieci lire ed aveva bisogno di molto di più. Nell'angolo di una strada si imbattè in una scena straziante: un uomo, un povero disperato, suonava l'organetto, con ai piedi la figlioletta con le guance scavate dalla fame, mentre la moglie tendeva il piatto verso i passanti.

Il frate diede all'uomo dieci lire e gli disse di andare a comperare qualcosa da mangiare per la figlia. Quando questi andò, egli chiese all'amico di girare la manovella dell'organino; stese il suo mantello per terra e si mise a ballare con molta grazia il valzer. La gente accorse numerosa a vederlo e il mantello si coprì di soldi. Il frate ne diede metà al proprietario dell'organetto, mentre l'altra metà fu sufficiente per salvare l'altra famiglia dallo sfratto.

Nessuno potrà mai affermare con certezza quanti bambini padre Lino ha trovato per strada e nelle case sporche e trasandate. Alcuni di questi bambini erano neonati, avvolti in stracci, ed ancora con le croste del latte materno sulle piccole labbra. Sembrava che gli angeli guidassero il frate verso quelle creature: le trovava e le affidava a qualche balia.

Un giorno venne incarcerata una donna incinta, accusata di aver assassinato il suo amante sul sagrato della chiesa perché si accingeva a sposare un'altra donna. Quando la donna partorì in carcere chiese al frate di dare al bambino il suo nome: Lino. Lui battezzò il bambino e lo portò in Comune dicendo: "Provvedete voi, io non posso allattarlo!"

Un'altra volta chiese aiuto alla proprietaria di un bordello che gli diede il denaro e il tessuto per i pannolini. Nessuno si scandalizzò per questo: `tutto è puro per chi è puro.'

Quando alla moglie di un detenuto nacque un figlio, costui disse al cappellano: "Padre, scapperò, non resisto, devo vedere mio figlio!" Il frate gli disse di stare tranquillo, di non muoversi e di avere fiducia in Dio. La stessa notte gli portò il bambino in carcere.

Poi fu la volta di tre orfanelli ai quali trovò una brava famiglia. Si occupò di una bambina in lacrime, che gli riferì che le guardie avevano portato via la sua mamma, perché raccoglieva lungo la ferrovia i pezzettini di carbone per riscaldare la casa. Padre Lino intervenne presso il direttore del carcere; la donna fu immediatamente rilasciata.

Il Servo di Dio non si perdeva d'animo quando uno dei suoi protetti diventava recidivo e perdeva il posto di lavoro. Umile, tornava a chiedere un nuovo impiego per lui e, ottenutolo, diceva al datore di lavoro: "Dio la ricompensi per la sua bontà. Ora la devo pregare di attendere due mesi affinché il bravo ragazzo esca dal carcere e venga da lei per iniziare a lavorare!".

In città girava voce che un ragazzo ateo, ammalato e vicino a morire, non consentiva ad alcun sacerdote di avvicinarlo. Frate Lino, saputolo, raccomandò il giovane al Signore e poi andò a trovarlo. Nessuno seppe mai cosa si dissero. Si sa solo che il giovane libertino si convertì e divenne un fervente cristiano. Guarì completamente dalla sua malattia e, in seguito, gioì della conversione anche di suo padre, anticlericale.

Non è possibile conoscere tutte le opere pie compiute dal frate, instancabile nel suo servizio verso il prossimo. Si sa che egli era ammalato di cuore, ma che non trovava mai il tempo per curarsi.

Padre Lino era consapevole che non avrebbe avuto una vita lunga, ma non si risparmiò.

A Carlo, un suo amico moribondo, che egli considerava come un fratello, disse: "Va' in pace e prepara lassù un posto anche per me: ti raggiungerò in capo a tre mesi!"

Due mesi dopo la morte dell'amico, moriva la signora Margherita, moglie del rettore del riformatorio Lambruschini. Padre Lino l'assistette nell'agonia e le disse che un mese dopo l'avrebbe raggiunta.

E così fu.

Nell'ultimo giorno della sua vita, il 14 maggio 1924, padre Lino si alzò presto secondo il suo solito, celebrò la Messa e compì la devozione della `Via Crucis'.

Dopo di che si recò al riformatorio e vi trascorse due ore con i ragazzi. Nel congedarsi disse al direttore: "Ci vediamo domani, se stasera non mi arriva l'invito!"

A piedi andò al suo convento presso l'Annunziata e salutò con gioia i suoi confratelli. Nel salutarli disse loro: "Questa è l'ultima volta che vi reco fastidio!"

Da lì corse in ospedale per visitare un ammalato grave e poi, ormai affaticato, si incamminò verso la fabbrica `Barilla'.

Attraversò a fatica, con il fiato corto, le vie Gramsci e D'Azeglio e arrivò in piazza Corridoni. Esausto, si dovette appoggiare al muro. La proprietaria del negozio di frutta lo vide e lo invitò a riposarsi. "Non posso, una persona ha bisogno del mio aiuto!"

Verso le ore 18.30 arrivò in fabbrica; lo ricevette la signora Virginia e gli disse: "Padre, è venuto a prendere della pasta per i suoi poveri?" "No, sono venuto per chiedere un lavoro per... " (disse il nome della persona che voleva aiutare).

Detto questo, si sentì male. Lo misero subito su una sedia e aprirono la finestra per aiutarlo a respirare meglio.

Il sole si avviava al tramonto, il cielo era di un azzurro terso; dal giardino arrivava un intenso profumo di rose. Mentre il frate guardava verso il cielo, il suo volto si coprì di sudore e il suo respiro si fece più corto. Le sue labbra si muovevano al ritmo di una preghiera che recitava intimamente. D'improvviso, reclinò la testa su un lato e lo spirito di padre Lino lasciò la terra.

La notizia della sua morte si diffuse in un baleno e gettò nella tristezza tutta la città. 1 primi ad accorrere al pastificio `Barilla' furono i frati; essi composero la sua salma e la ricoprirono di fiori.

Nella tasca della tonaca gli trovarono la corona di rosario e briciole di pane, residui della ultima pagnotta che aveva portato ai suoi poveri. In breve tempo i suoi poveri accorsero a centinaia al pastificio, singhiozzando e piangendo. La predica della Messa presso il convento dell'Annunziata fu interrotta per dare la notizia della morte dell'amatissimo frate. Ci fu un attimo di silenzio; poi la chiesa fu invasa da un pianto inarrestabile.

Quando giunse la notizia della morte del loro Cappellano, i detenuti del carcere `San Francesco', riavutisi dal tremendo shock, supplicarono la direzione: "Conduceteci legati, ammanettati, ma fatecelo vedere!"...

Non li ammanettarono; ma portarono invece la salma, al lume tremolante di torce, nel carcere e la vegliarono tutta la notte. Intorno alla bara di padre Lino, costruita in acero dai carcerati, non vi era più differenza tra la direzione e i reclusi: erano una sola famiglia, riunita per piangere il più caro dei congiunti. L'anziano direttore del carcere in ginocchio sul pavimento piangeva senza vergogna, come un bambino.

Dopo una notte di veglia, cominciò la processione di quattrocento detenuti che piangendo diedero l'ultimo bacio al loro benefattore. Il recluso Ulderico si abbandonò sulla salma, se la strinse fra le braccia, singhiozzando: "Padre Lino, padre Lino..." e svenne.

Chi può dire che cosa avvenne nelle anime di quei galeotti durante quella lunga notte di veglia? Padre Lino riuscì con il suo estremo sacrificio a far convertire ancora qualche cuore indurito dal peccato?

Sembrerebbe di sì, stando alla seguente testimonianza di un detenuto: "Quando i cancelli del carcere furono aperti, noi reclusi ci trovammo fuori come per incanto. Nessuno di noi tentò di fuggire, e pensare che tra di noi vi erano galeotti condannati a venticinque e trent'anni e capaci di tutto! Alcuni di noi hanno issato la bara sul carro funebre e quando il carro si è allontanato, senza che nessuno ce lo dicesse, siamo rientrati, tutti, silenziosamente nelle nostre celle.'

Nel giorno del funerale una folla immensa gremì la chiesa dell'Annunziata, solo una piccola parte entrò nel santuario; a migliaia rimasero all'esterno sulla piazza e in tutte le strade adiacenti.

Il Vescovo Conforti celebrò le esequie solenni e padre Orsi nell'omelia disse, tra l'altro: "Un umile figlio del Poverello d'Assisi è passato in mezzo alle miserie e alle convulsioni della nostra vita cittadina, puro e benefico come la luce, come l'acqua cantata dal suo serafico padre, la quale è `molto utile, e umile e preziosa e casta'. Padre Lino è passato su tutte le miserie, su tutto il dolore, su tutto il fango, portando benedizione, redenzione, pace. E le sue mani erano pure come quelle di un angelo e più ancora che attratti dall'immensurabile bontà del suo cuore, noi siamo stati vinti dalla purezza immacolata dei suoi modi". E ha concluso singhiozzando forte e dicendo: "A nome di tutti, o padre Lino, io ti dico grazie, grazie! Noi consegnamo il tuo corpo alla terra, ma la tua memoria, lo giuriamo, sarà ricordata per sempre!".

L'interminabile corteo funebre mosse dall'Annunziata; preceduto da un frate con una grande croce di legno e seguito dai confratelli che cantavano salmi, avanzava il feretro ricoperto di fiori. Le campane di tutte le chiese della città suonavano a lutto.

Migliaia di mani si protendevano verso il feretro, la gente piangeva, alcuni gridavano: "Rimani con noi, padre Lino, non ci lasciare!". Da tutte le finestre uno sventolìo di drappi abbrunati, una pioggia di fiori.

Parma quel triste giorno fu un unico cuore inconsolabile, stretto intorno al suo benefattore e consolatore che ora si avviava verso il cimitero cittadino `Villetta'. Ricchi e poveri, potenti e umili, sapienti e ignoranti: tutti chinavano il capo al passaggio del povero frate nel suo ultimo viaggio.

 

Il Venerabile padre Lino

Vicino alla tomba di padre Lino si trova la sua statua in bronzo a grandezza naturale. Essa lo rappresenta in movimento, così come lo ricordano a Parma: in cammino da un povero all'altro. La sua tomba non è mai senza un fiore e senza una candela accesa. Parma lo venerava da vivo e ora lo glorifica come santo. Come quando era vivo, anche oggi i parmensi gli confidano tutti i loro problemi. Su tante tombe del cimitero "Villetta" c'è la foto di padre Lino, al quale i parenti raccomandano l'anima del loro caro defunto.

La missione di padre Lino, non è finita, anzi, si potrebbe dire che essa inizia nuovamente ogni giorno. Il frate dal cielo continua ad aiutare la gente, come documentano centinaia di testimonianze di coloro che sono stati miracolosamente guariti per sua intercessione.

Nel chiostro del convento dell'Annunziata si trova la statua di padre Lino, davanti alla quale abitualmente i pellegrini sostano a pregare. I suoi confratelli mantengono vivo il suo ricordo, si prendono cura della mensa per i poveri che porta il suo nome e che ogni giorno distribuisce oltre cento pasti.

Oggi ne hanno bisogno i profughi dell' ex-Unione Sovietica, della ex-Jugoslavia, dall'Africa, della Cina, dell'India, emigrati in Italia in cerca di un domani migliore.

Da anni è in corso il processo canonico per la beatificazione di padre Lino presso la Curia di Parma e, intanto, padre Lino è già stato dichiarato "Venerabile". Il processo continua.

Ogni due mesi esce la rivista 'La voce di padre Lino'. È stata fondata l'associazione Amici di padre Lino'.

Parma lo ritiene il suo santo, ma lui dal cielo si occupa anche della gente tra la quale è nato.

Quando nel 1991 scoppiò improvvisamente la guerra in Croazia, il cav. Gianpietro Rossetti sognò un frate con le mani alzate, nell'atto di chiedere aiuto. L'indomani rifletté su quel frate sconosciuto del sogno: aveva capito che non era san Francesco, e nemmeno padre Pio. "Chi sarà quel frate?" - si chiedeva.

Dopo qualche tempo, Rossetti, che vive ad Ospedaletto Lodigiano, si recò a Parma per lavoro e, cogliendo l'occasione, visitò il convento dell'Annunziata. Si meravigliò di vedere nel chiostro la statua del frate che gli era apparso in sogno. Quando venne a sapere che frate Lino era nato a Spalato, credette di capire che proprio questo frate gli era apparso in sogno per invitarlo ad aiutare le popolazioni della Croazia in guerra.

La straordinaria figura del Venerabile padre Lino, religioso nella mente, nel cuore, nell'anima, francescano nella povertà, nel sacrificio e nello spirito di carità, ha ispirato Rossetti a fondare l'associazione `Cuore Generoso'. Ha raccolto aiuti umanitari di prima necessità, anche col contributo del pastificio `Barilla'; si è recato a Spalato e così ha costituito un ponte di solidarietà tra la città di Parma e Spalato, città natale di padre Lino.

I membri del `Cuore Generoso', insieme agli aiuti umanitari hanno distribuito anche una breve biografia in croato di padre Lino, benedetta dall'Arcivescovo Frane Franic di Spalato, uomo di grande spiritualità. A lui, Rossetti ha confidato, che nel seno della sua associazione è nato un gruppo di preghiera frequentato dai volontari di `Cuore Generoso' desiderosi di seguire le orme di padre Lino non solo nel servizio verso il prossimo ma anche nella devozione al Signore.

Nel 1994 l'associazione `Cuore Generoso' ha ricevuto da Zagabria la seguente lettera dal signor Branko Bizjak: "Sono immobile, invalido e ammalato di distrofia muscolare, una malattia inguaribile. Sono tanto debole (peso 42 kg) e riesco appena a parlare e a mangiare. Abitavo in una stanza oscura e umida, da dove non potevo vedere nemmeno il cielo, né udire il canto degli uccelli. Ho avuto la fortuna di ricevere la biografia di padre Lino e la sua immagine ed ho incominciato a pregarlo ogni sera perché mi facesse uscire da quel luogo oscuro e umido. Quando ormai sembrava che ogni speranza fosse perduta, un giorno è venuto da me un uomo, che penso sia stato inviato da Dio, che mi ha offerto una stanza piena di luce e di sole, dove mi sono riscaldato nel fisico e nell'anima; così sono stato liberato da quel luogo malsano, che per me era un carcere. Ora sono come rinato. Padre Lino con me è stato buono e grande ".

Branko Bizjak, a distanza di dieci anni, si sente più forte di prima. Di recente ha pubblicato il suo libro autobiografico `Abbasso il pessimismo", che potrebbe dare ottimi spunti alle persone nelle sue condizioni e al personale medico o ausiliario che si occupa di ammalati di distrofia muscolare.

L'attuale guardiano del convento dell'Annunziata, padre Ballati, i volontari di `Cuore Generoso' e gli `Amici di padre Lino' sono già andati in visita ai luoghi dove visse il caro santo: a Spalato, Zara, Capodistria, all'isola di Kogljun e organizzano i pellegrinaggi a quei luoghi.

I frati di Parma desiderano fortemente che il ponte con la Croazia diventi sempre più solido e che molti possano beneficiare di tante grazie corporali e spirituali per intercessione di padre Lino: siano essi croati, italiani e in genere tutti coloro che vengono a conoscenza della straordinaria figura del Venerabile padre Lino Maupas.