Padre Guglielmo Gattini frate pieno di bontà

LA POVERTA’ INTERGALE PER LA CARITA’ UNIVERSALE

Oscar Gattiani nasce 1'11 novembre 1914 a Badi (BO), da Dionisio e Maria Puzzarini. Secondo di quattro figli, vive in un ambiente piuttosto duro, dove bisogna guadagnarsi il pane col su­dore della fronte; il tutto è aggravato dall'incubo della Grande Guerra. Trascorre comunque un'infanzia serena, fat­ta di vivacità, amore familiare e molta "testa dura". Non ha ancora dieci anni quando comincia a fare frequenti visite al SS. Sacramento; ne segue un vero amore per la preghiera, che lo conduce ad essere più buono e riservato. Il suo parro­co gli parla della vocazione e Oscar decide di entrare nel se­minario dei Cappuccini, seppure tra lo scarso entusiasmo dei genitori, che si vedono portar via due braccia utili per il lavoro.

Oscar vive con grande impegno il suo cammino di for­mazione, riconoscendo l'enorme importanza e la bellezza della vita a cui il Signore l'ha chiamato. "Io desidero con tutta l'anima mia di divenire Sacerdote - scrive alcuni mesi prima della sua ordinazione, avvenuta il 22 maggio 1938 - ma non la voglio, questa grazia infinita, se il Signore non l'accompagna con quella di essere suo santo sacerdote". Padre Guglielmo (questo il suo nome da religioso) si impe­gna quindi con tutto se stesso e per tutta la vita per raggiun­gere la santità, in particolare proponendosi di vincere la sua "passione dominante" (cioè il peggior difetto), ovvero la cocciutaggine, con la quale combatterà in continuazione. 

"Perché venite da me? Avete Padre Guglielmo!"

Fin dai primi anni di sacerdozio si dimostra uomo di preghiera, austero e pieno di bontà, ma sa anche essere se­vero quando viene nominato per qualche anno maestro dei novizi. Celebre è la sua carità: durante la guerra è sempre di corsa per assistere i feriti e i moribondi, tanto da ammalarsi lui stesso di tifo. È conosciuto inoltre per essere un bravo confessore, il che lo porta ad essere ricercato continuamen­te. In molte occasioni riesce a confessare peccatori incalliti, anche in punto di morte.

Tutta questa carità non compare certamente da un gior­no all'altro, ma è frutto di molte notti passate in adorazione davanti al tabernacolo; di grandi mortificazioni (dorme per terra, porta un cilicio irto di punte come un filo spinato, si infligge colpi di flagello sulla schiena...) fatte con lo scopo di riparare ai peccati propri e di tutti gli uomini; nonché di una profonda devozione alla Madonna. A Lei si rivolge tutti i giorni con vari rosari, detti tenendo spesso le mani sotto le ginocchia, e ogni mattina la saluta rinnovando la propria consacrazione al suo Cuore Immacolato e recitando le pre­ghiere insegnate dall'Angelo ai tre pastorelli di Fatima.

Nel corso della sua vita ha più volte la fortuna di incon­trare padre Pio. In una di queste occasioni, nel 1965, Padre Guglielmo gli dice: "Benedica questa testa... che diventi santa!", sentendosi inaspettatamente ri­spondere: "Ma questa testa è già san­ta!". Il frate di Pietrelcina, poi, non man­ca di fargli della pubblicità: ad un gruppo proveniente da Cesena esclama: "Cosa venite a fare da me, che avete già Padre Guglielmo? ".

Sempre di più sente il bisogno di conformarsi in tutto e per tutto a S. Fran­cesco, perciò incomincia a delinearsi nel­la sua mente il progetto di vivere in "al­tissima povertà", per riuscire così a vive­re la "carità universale", cioè il donarsi completamente a tutti per amore di Cri­sto. Il suo desiderio è di ritirarsi a vivere isolato in un "luoghetto", senza alcun be­ne materiale, ma ricco della presenza di Dio. Questo posto lo trova nel 1971 a Lagrimone (PR), dove si reca periodica­mente per confessare delle suore cappuc­cine: è una casupola abbandonata, piccolissima, senza acqua corrente. Ottiene il permesso di viverci insieme ad un giova­ne sacerdote, don Natale, ma solo per una settimana al mese e non stabilmente, come avrebbe voluto; per il resto del tem­po deve rimanere nel suo convento di Cesena.

Le giornate passano in profonda preghiera, ma i due "eremiti" mostrano anche grande carità verso gli abitanti del posto. Grazie al contributo di questi ultimi, nel 1976 termina la costruzione della "Casa del Padre", un luogo di spiritualità ideato per i giovani. Molti sono i giovani, infatti, che sono attratti dalla figura e dal volto di quel frate barbuto il quale, seppur segnato da austerità e sacrificio, sa sempre donare a tutti un sorriso.

Ben presto a Padre Guglielmo e a don Natale si affianca­no altre persone: sacerdoti che vogliono prendersi un po' di tempo per rinvigorire la loro vocazione e semplici giovani che vogliono provare l'esperienza di povertà eremitica; tra questi ultimi c'è anche Piero, che rimarrà con loro alcuni an­ni. Il "luoghetto" è ormai troppo piccolo a causa dei nuovi arrivati, così decidono di trasferirsi tutti insieme in una bi­cocca a 4 km da Lagrimone, chiamata "Il Querceto". Nel frattempo il vescovo aveva permesso loro di indossare un abito particolare, ideato dallo stesso Padre Guglielmo: simile a quello cappuccino, ma con un cappuccio mozzo e davanti e dietro tracciata una grande croce, ispirato ad un abito fatto nei primi tempi da S. Francesco.

La vestizione, avvenuta il 16 luglio 1973, fa subito scal­pore, tanto da spingere due frati di Parma ad andare a vede­re, a titolo personale, come stanno le cose. Padre Guglielmo è considerato un ipocrita nonché "la vergogna dell'Ordine" poiché non fa altro che seminare confusione.

Dinanzi agli accusatori, si mette in ginocchio, ammettendo di essere vera­mente uno capace solo di fare confusione.  

L'obbedienza lo chiama a Faenza

La vita al Querceto si arricchisce di tre nuovi arrivi: un sacerdote, Padre Cle­mente, e poi Lino ed Anna (che alloggia separata da tutti, nella soffitta della Casa del Padre), mentre se ne va fratel Piero. La vita fraterna porta Padre Guglielmo a pensare di dare un volto giuridico alla piccola comunità, desiderando fortemente che essa possa essere considerata a tutti gli effetti un noviziato dell'Ordine, al ter­mine del quale poter fare la consueta ve­stizione con l'abito dell'Istituto; dopo la risposta negativa del provinciale dei Cap­puccini, però, tutto rimane come prima. Il problema si risolve facendo della comu­nità del Querceto una fraternità dell'Ordine francescano seco­lare, di cui Padre Guglielmo diventa l'assistente spirituale. Al doloroso travaglio, che tutto ciò produce nel suo cuo­re, si aggiunge nel 1980 l'incubo di un giovane, dal com­plesso passato, che gli è stato accanto sia a Cesena che a La­grimone, dando la speranza di un buon futuro, dopo il ricor­so a una terapia psichica. Ma questi, probabilmente influen­zato da strane idee apprese in India, matura il proposito di uccidere Padre Guglielmo, per riceverne lo spirito. Dopo es­sersi inutilmente nascosto in Italia, il nostro frate accoglie l'invito di un gruppo di Cesena a recarsi in pellegrinaggio in Terrasanta. Decide di restarci per sei mesi, sia per rimanere nascosto, ma anche per avere la possibilità di percorrere, co­me già aveva fatto S. Francesco, i luoghi in cui visse Gesù. Ma il giovane, con una tenacia incredibile, riesce a scovarlo a Gerico: Padre Guglielmo, stanco della situazione, inaspet­tatamente lo affronta, affermando con forza: "Per anni ho cercato di aiutarti con tutta bontà, ma sei sempre peggiora­to. Ora va' dove vuoi e con chi vuoi. Non dove sono io e non con me". Il ragazzo desisterà dal suo insano proposito.

In Terrasanta gli giunge una telefonata del padre provin­ciale che lo invita a recarsi al santuario del SS. Crocifisso a Faenza (RA), per diventarne cappellano al posto di padre Fi­lippo Zamboni, morto in un incidente stradale. Una volta giunto alla sua nuova dimora, si rende subito conto del diffi­cile compito che lo attende: sono tanti, infatti, i fedeli che si recano al santuario. Decide così, suo malgrado, di sganciarsi da ogni altro impegno, compresi il Querceto e la Casa del Padre. Vediamo anche in questa occasioni la sua grande sot­tomissione a quel volere di Dio manifestato attraverso le pa­role dei suoi superiori. 

Uomo di fede e di carità

Una caratteristica, che traspariva dal Padre, era la grande fede. Chi vi­veva accanto a lui, ma anche chi gli si avvicinava solo per qualche minuto, percepiva che quell'uomo era sempre in profonda unione col Signore e ve­deva le cose alla luce di Dio, con lo sguardo di Dio, così come Dio le ve­de. Chi ha avuto modo di conoscerlo afferma che questa presenza viva di Dio in lui si avvertiva non solo nei momenti di preghiera o quando eser­citava il suo ministero sacerdotale (Messa, confessione) ma anche nella quotidianità, nelle cose più semplici e banali: nel lavoro, nel modo di cam­minare, nel parlare con qualcuno, nel­l'atteggiamento, nel volto.

Oltre alla grande fede, Padre Gu­glielmo lasciava trasparire una carità ardente. Al ritorno dal suo viaggio in Terrasanta ci si accorge che qualcosa in lui è cambiato: non è più il frate dalla testa dura, ora è più accogliente, più in ascolto; irradia comprensione, umiltà profonda, pace. Subito si sparge la voce: a Faenza è arrivato un nuovo sacerdote di un'austerità che impressiona senza spaventare, perché è uni­ta ad una carità e dolcezza che la fa dimenticare. Certamente Padre Guglielmo non si tira mai indietro nel suo nuovo inca­rico: dalle 6 di mattina fino alle 19.30 si rende disponibile in chiesa e, da dopo cena fino a mezzanotte, le persone possono rivolgersi a lui telefonicamente. A mezzanotte inizia la sua preghiera. Padre Guglielmo non sa mai dire di no a chi si ri­volge a lui: sono i confratelli a dover chiudere la chiesa, spiegando ai fedeli che anche lui deve pranzare o cenare. Si riposa pochissimo e di notte dorme solamente circa quattro ore, sdraiato sopra un giaciglio di legno. Non man­ca di annunciare la Parola di Dio con le sue omelie e pubblicando mini­opuscoli sulle vite dei santi, sulla Ma­donna, sull'Eucaristia e contro i Testi­moni di Geova. Molto bello è uno scritto sulla famiglia, che indica il "corredo spirituale" necessario per re­stare fedeli per tutta la vita: "Impara­te a leggere il Vangelo con la corona in mano". 

L'offerta della vita per il Papa e per la Chiesa

Un momento particolarmente bello nella vita di Padre Guglielmo è la visita del Santo Padre Giovanni Paolo II a Faenza, in occasione del suo viaggio in Romagna, il 10 maggio 1986. Nella sacrestia della cattedrale il Papa lo benedice e gli accarezza simpaticamente la barba; è inutile dire la gioia provata dal nostro frate in seguito all'incontro.

Gli anni passano e Padre Guglielmo si distingue sempre più per la sua profonda carità e lo spirito di servizio verso tutti. I rimproveri sono sempre pieni di bontà; quando serve non manca di alzare il tono, ma lo fa solo se non ha altra scelta, e poi subito mostra il sorriso:, proprio come faceva prima di lui Padre Pio da Pietrelcina. E’ curioso vedere come gli fanno festa i bambini, segno che vedono in lui un volto rassicurante, pieno di bontà.

Nel 1990 inizia ad accusare gli acciacchi dovuti all'età e agli strapazzi. Il sonno sottratto e la glicemia bassa gli causa­no dei vacillamenti. Nel 1999 si manifestano seri problemi al cuore; si sente sempre di più mancare le forze, tanto da in­tuire di essere ormai vicino alla fine. Una mattina i frati lo vedono pallido e lo sdraiano su un divano, mentre Padre Guglielmo, tendendo le mani verso un'immagine del Santo Padre, pronuncia la sua ultima offerta di sé: "Offro la mia vita per il Papa, per la Chiesa, per tutti" e rivolto ai confra­telli: "Vi benedico". Poi il respiro gli vien meno; viene sdraiato sul pavimento e da lì, proprio come ha trascorso la notte per anni e anni, lascia la terra per andare in Cielo. È il 15 dicembre 1999.

Tratto da: “Maria di Fatima”