PADRE
CARLO DA ABBIATEGRASSO (Servo
di Dio)
Breve
biografiaNato
ad Abbiategrasso (Milano) il 30 agosto 1825 e battezzato lo stesso giorno con il
nome di Gaetano, fu il primo di una rispettabile famiglia di diciassette
rampolli, destinati però, tranne due o tre, a non sopravvivere ai genitori.
Il
papà, Carlo Vigevano, sarto, e la mamma, Giuditta Golzi, « cucitrice »,
devono aver avuto una carica non comune di fede e coraggio, per portare avanti
una missione tanto lunga e dolorosa. Ebbero, però, fin dall'inizio il valido
aiuto di Gaetanino, che già da piccolo rivelò doti di volontà e bontà
precoci, fede schietta, devozione viva, incrollabile fiducia in Dio e nella
Vergine santissima, tanto da destare ammirazione in tutti.
Sentì vive particolarmente due devozioni tutte abbiatensi: l'Addolorata e il Crocefisso, che non poteva fissare senza spargere lacrime fin da piccolo.
Fisicamente
si presentò sempre debole e cagionevole assai. Durante uno dei tanti disturbi -
febbre per una piaga a un piede - si trovò a dover rimanere a letto, all'età
di cinque anni, la terza domenica di ottobre, in cui in paese si celebrava
solennemente la festa dell'Addolorata. Quando però la processione con
l'Immagine passò sotto la finestra della sua camera, Gaetanino non seppe
resistere alla devozione e al desiderio di vedere la «cara Mamma», come sempre
chiamò la Madonna. Si alzò e si portò, come poté, alla finestra. In un
attimo, vista l'Immagine, si sentì miracolosamente guarito. Il fatto prodigioso
doveva rincuorare i genitori, rivelando lo sguardo di Dio sulla loro famiglia,
pur in mezzo alle dolorosissime prove e lutti che avrebbero dovuto sopportare; e
per Gaetaníno, guarito dalla piaga ma non dalla sua costituzione debole, fu la
conferma che questa sua debolezza non avrebbe impedito al Signore di portare a
termine i suoi disegni, e che si abbandonasse, quindi, completamente a Lui come
il figlio debole nelle braccia della « Mamma ». La sicurezza che un tale fatto
può ispirare riempì il bambino di speranza, confidenza e gioia, le virtú
dell'infanzia spirituale che illuminarono tutta la sua vita in mezzo alle
difficoltà dì ogni genere.
A sei anni, a scuola, rivelò subito una
diligenza e premura costanti nello studio, ma più una apertura d'animo verso le
necessità dei condiscepoli; ritornava a casa ogni giorno digiuno per aver dato
ai piú poveri tutto il cibo che la mamma gli metteva nel cestino, e trascinava
i piú piccoli a imparare, a pregare e a studiare il catechismo. I genitori
ottennero per lui, dopo tante insistenze, ciò che piú desiderava: essere
ammesso a soli otto anni alla confessione, e a undici (un privilegio, allora!)
alla prima comunione, nella pasqua 1836. Lo stesso anno, forse, a pentecoste,
ricevette la cresima nel duomo di Milano dall'arcivescovo Carlo Gaetano Gaysruck.
Lavorando
in casa, in aiuto al padre nella sartoria, era tanto attento a servire il
Signore, che si trovava non di rado a dover essere in disaccordo con papà, piú
«negoziante»; era tanto onesto e scrupoloso nel servire, che gli avventori lo
ricercavano, e la sua presenza era garanzia, alla fine, di maggior profitto,
contro ogni calcolo puramente umano.
Soprattutto
crebbe il suo spirito di carità verso il prossimo. Visitava i poveri e gli
ammalati, che conosceva individualmente in un raggio sempre piú ampio, sia in
paese che nelle cascine di campagna. Andava spesso a trovarli e «mai a mani
vuote»! Insisteva per ottenere sempre piú aiuti da papà e mamma, «tanto che
dovettero imparare a pensarci su bene prima di rispondergli un sí; altrimenti
finivano per trovare casa, negozio e magazzino puliti di tutto quanto». «Si
privava dei suoi vestiti, coperte ecc., con la scusa che per lui erano superflui».
Anima
di tanto fervore caritativo era la sua vita di preghiera e di intimità con Dio.
«Giovane di pietà soda ed instancabile, tutti i momenti della sua vita si
potevano già chiamare una prolungata preghiera vocale e mentale, vedendo egli
sempre presente il suo Dio, sempre sospirando col cuore a Lui », scrisse don
Francesco Palazzi, prevosto di Abbiategrasso dal 1842. E ancora: «La
preparazione e il ringraziamento ai sacramenti era senza misura di tempo e di
affetti »; e mai senza un'intensa invocazione alla «cara Mamma» perché lo
aiutasse.
Questa
pietà, «mentre era di ammirazione e di esempio anche agli adulti», si
trasfondeva irresistibilmente nelle sue relazioni con i coetanei e con i piú
piccoli. Li radunava per prepararli ai sacramenti e per l'assistenza alle sacre
funzioni in chiesa alla domenica. Gli bastava «un'occhiata amorevole, qualche
carezza, un dolce rimprovero» per tenerli a bada, «con grande meraviglia di
tutti». Al pomeriggio, dopo le funzioni, li conduceva a passeggio e al
cimitero. Non trascurava di organizzarsi bene in questa attività, scegliendo e
preparando alcuni aiutanti, affidando «a ciascuno di essi il suo ufficio perché
vigilassero, correggessero...».
Il
15 ottobre 1850, in seguito a un furto di due scialli nella bottega del papà,
scrisse «all'amorosissimo sindaco» per la scarcerazione dei due ladroncelli,
minimizzando il reato. Non fu capito e venne citato a presentarsi, fu
interrogato e costretto a dichiarare «di non aver agito per suggestione di
nessuno». Ma pochi giorni dopo, il primo di novembre, era ancora a supplicare
con nuovo scritto: «... O li rimette in libertà o si accetti me per loro...».
Quasi
due mesi dopo, in occasione di un fattaccio, l'assassinio di una donna in un
bosco della Valle Ticino, Gaetano fu visto nuovamente in questura. Scoperti i
due assassini e messi in prigione, «si credeva dovessero essere condannati alla
pena di morte, tanto piú che il paese era in stato d'assedio, con governo
militare». Gaetano «pose una istanza al protocollo criminale della pretura per
essere sentito in esame nell'accennato processo, e assegnato a comparire, si
presentò, dichiarando in formale protocollo... che esso si offriva vittima di
espiazione in favore dei nominati due delinquenti, e pregava fervorosamente i
tribunali a lasciarli in libertà e a trattenere lui in carcere per far subire a
lui quella pena a cui i medesimi dovevano essere condannati».
Nel
frattempo Gaetano era sempre piú conosciuto ed ammirato: «aveva finito per
diventare una specie di accattone del Signore, per amore dei suoi poveri ed
infermi. Non bastandogli piú i genitori, si attaccava alle tasche degli altri
parenti, amici di casa e facoltosi di Abbiategrasso, pur di trovare aiuti e
soccorsi, non curante se taluno gli sbatteva la porta in faccia».
Finalmente,
la presenza del buon don Palazzi fu determinante per la realizzazione della
vocazione di Gaetano. Si sentiva da tempo chiamato, voleva essere frate
cappuccino, sacerdote, missionario; ma le porte per lui non si aprivano per via
della sua salute tanto fragile. Si interpose lui, don Palazzi; furono le sue
insistenze, le referenze presentate a ottenere che il giovanotto, a ventisette
anni, venisse accettato.
L'8
novembre 1852, su al convento dell'Annunciata (Borno - Brescia) iniziava il suo
anno di noviziato con il nuovo nome di fra Carlo Maria da Abbiategrasso.
L'anno
di prova rivelò, fin dall'inizio, la sua volontà di giungere alla santità. «Lo
vedevano sempre mansueto, umile, dolce, affabile, pieno di carità e premura con
tutti ». Si trovava a suo agio in tutti gli impegni della vita conventuale.
Nei primi due scrutini, dopo il terzo e il sesto mese di noviziato,
l'approvazione della comunità religiosa fu unanime, senza nessun voto negativo.
Il terzo scrutinio, invece, a due mesi dalla fine, non ebbe luogo, e il
noviziato fu prolungato di altri due mesi: la sua precaria salute poneva il
problema sulla opportunità di accettare definitivamente una persona così
debole per una vita tanto austera. Si ricorse al consiglio di un medico; ma,
trascorsi i due mesi di proroga, fu proprio il medico, deluso, a dichiarare fra
Carlo scrofoloso « incurabile », per cui fu consigliato di far ritorno alla
sua casa. Era il 26 gennaio 1854: sulla porta del convento ebbe ancora il
coraggio di baciare con trasporto e lacrime quegli stipiti e dire: « Padre
guardiano, sia fatta la volontà di Dio. Ma stia sicuro: io morirò cappuccino.
Lo vuole Iddio ».
Tornato in famiglia, riprese con trasporto gli esercizi di carità verso il
prossimo; in piú non diminuì la sua vita di preghiera, ora arricchita da tante
esperienze di vita conventuale.
Nel mese di maggio si trovò a passare per Abbiategrasso il ministro provinciale
padre Francesco da Bergamo. L'incontro con Gaetano in un mare di lacrime e
l'insistenza di don Palazzi ottennero che Gaetano potesse tornare in convento
come semplice terziario, in un primo momento, con la promessa che, se la salute
avesse resistito, i superiori avrebbero fatto tutto il possibile per aiutarlo a
proseguire nel suo ideale. E furono di parola.
Accolto nel convento di S. Vittore all'Olmo - le attuali carceri di S. Vittore
in Milano -, fu subito destinato ad aiutare i frati nella cucina e più tardi in
sagrestia, dove «per restare in chiesa non finiva mai di spolverare e
strofinare». Soprattutto non sapeva staccarsi dagli altari del Ss. Sacramento e
della Madonna. Trascorsero così otto lunghi mesi.
Il 30 gennaio 1855 giungeva da Roma il decreto della congregazione che gli
concedeva di poter fare la «solenne professione dei voti in qualità di
chierico dopo aver fatto un altro mese di noviziato e dieci giorni di esercizi
spirituali ». Così, il 14 febbraio vestiva per la seconda volta l'abito di
novizio, iniziando il suo ultimo mese di prova. Finiti quei giorni, mentre la
famiglia religiosa, riunita per il definitivo scrutinio, approvava per un solo
voto (molti lo volevano « piú sano e piú letterato »!) il candidato alla
professione, fra Carlo scriveva al «benefattore dell'anima sua » don Palazzi:
«...ora per consolarlo... gli faccio sapere che ho segni particolari di unione
con Dio... Lo scongiuro, mio caro padre, di raccomandarmi a Maria Santissima mia
speranza, per la quale intendo che tutti i meriti che possa acquistare... siano
tutti in accrescimento di gloria per essa ».
Il 30 marzo, finiti gli esercizi spirituali, fra Carlo pronunciava solennemente
la sua professione definitiva nell'Ordine cappuccino. Era il venerdì di
Passione, Festa dell'Addolorata!
Inviato subito al convento di Bergamo per lo studio della filosofia, ritornò a
Milano dopo circa tre mesi per unirsi agli studenti di teologia. I suoi studi
ebbero un corso accelerato che richiese uno sforzo notevole e finì per incidere
pesantemente sul suo precario stato di salute. Il padre provinciale lo consigliò
di limitarsi a studiare soltanto quel poco che la sua salute gli permetteva. Così,
finite le lezioni in aula, si appartava a pregare, quando non veniva chiamato ad
aiutare i confratelli negli uffici del convento, specie della portineria dove
era desiderato per la sua bontà, anche perché (si diceva) moltiplicava
miracolosamente la roba, dato che riusciva sempre ad accontentare tutti i
poveri.
Durante l'epidemia dell'estate 1855, fra Carlo, benché malato di febbre
miliare, chiese di poter andare in aiuto ai colerosi!
Nonostante tutto, poté portare avanti i suoi studi.
Abbiamo alcuni suoi 'pensieri o propositi' che rispecchiano l'impegno di santità
di quel periodo.
«
Rinnoverò ogni momento i miei voti ».
«
Tutto quanto posso fare non tralascerò ».
«
Ogni opera sarà secondo il piú perfetto ».
«La
mia mente terrò sempre fissa sopra me stesso e Dio e quindi ne conoscerò le
relazioni».
«
Al nominare Gesú, mi profonderò nella cognizione di Lui in questi punti: cioè
di uomo nel presepio, di vittima sulla croce, di cibo nel Ss. Sacramento. Così
pure, nel nominare Maria mi profonderò nella cognizione di essa Madre di Gesú
e Madre mia pietosissima. Gran confidenza mi sento ancor ora in Voi ».
Questo della confidenza, è un sentimento che ritorna piú volte nei pochi
scritti di fra Carlo, frutto della Vera devozione alla Vergine.
Fra Carlo fu ordinato sacerdote il 26 dicembre 1855, nella cappella vescovile di
Milano, da mons. Caccia Dominioni. "Fu un giorno di così grande letizia
per lui, che commuovevasi fino alle lacrime sempre quando gli accadeva di
tornare a parlarne".
Scrisse
nei suoi Propositi:
«Ricordati,
Carlo, che sei fatto spettacolo al mondo, agli angeli ed agli uomini. Ricordati
di meditare bene i tuoi doveri e di adempirli. Sei sacerdote per Dio, sii
pertanto irreprensibile a gloria di Gesú Cristo».
«Poiché
piena è la terra della vostra misericordia, io intendo continuamente stare
unito a Voi pei fini che Gesú si sacrifica - a Voi e dimora con noi».
La
messa divenne il centro della sua vita. Nel celebrarla « si trasformava e
prendeva tale una fisionomia da estatico che pareva quasi prendesse il volo
dell'angelo ». « Dopo aver assunto le sacre specie... bisognava a volte
decidersi a scuoterlo, se no chissà quando la messa sarebbe finita ».
Diventò oltre ogni dire innamorato della passione di Gesú. Nel suo primo
esercizio pratico di eloquenza, poiché si era preparato a parlare della
passione, appena enunciato il tema scoppiò a piangere con tanta commozione che
non poté piú proseguire, mentre piangevano tutti, anche i suoi... giudici.
E' giunta fino a noi una « Lamentazione sull'indifferenza ed ingratitudine di
fra Carlo... verso Maria ne' suoi dolori », dove il pio religioso esclama: «
Mira, fra Carlo, la tua Madre a' pie' della croce, e non distacca il viso se non
ti struggi di compassione, di amore, di riconoscenza ed imitazione; sollevala
ne' suoi dolori acerbissimi, pregala di dividerli teco, e la tua gioia in terra
non sia che piangere i peccati tuoi ed i dolori di Gesú e di Maria... ».
Hanno inizio in questo tempo quegli interventi divini che contrassegnano il
resto della vita del padre Carlo. Con il mese di novembre 1857, le sue
annotazioni divengono quasi una cronaca quotidiana. « La sera del 4 novembre
1857, giorno di san Carlo, mi illuminò dicendomi che egli visse povero e
penitente... Piacciavi darmi spirito di penitenza a vivere con voi con un
continuo martirio di dolore e d'amore, siccome voi m'ispirate e spero fermamente
di ottenere, poiché sento gran confidenza ».
Il 30 marzo 1858, nota per l'ultíma volta: « Conobbi in qualche parte qual
sono. Per il che sentii sentimenti di confidenza ». Verso la fine di aprile fu
trasferito al convento di Crema. Qui, essendo stato una sera a benedire una
signora affetta da « gravissima e complicata polmonite », al mattino seguente
questa si trovò insperatamente guarita. Fu la prima guarigione attribuita alla
benedizione del padre Carlo.
Appena due mesi dopo però, veniva tolto dallo studio, e trasferito al convento
di Casalpusterlengo. Non avrebbe mai potuto, così, terminare i suoi studi di
Teologia. Come sacerdote poteva solo, quindi, celebrare la Messa e benedire, se
chiamato all'altare della Madonna, un ufficio umanamente umile, che nondimeno
offrirà al padre Carlo l'occasione di svolgere un apostolato sempre piú
straordinario. Già ai primi di agosto accadde un fatto che scosse un po' tutti:
Francesca Pavesi, « rattratta in tutte le membra, sofferente al massimo e
livida, con tutti i sintomi della morte imminente », guarisce completamente
appena ricevuta la benedizione dal padre Carlo. Questo ed altri fatti del genere
richiamarono l'attenzione su di lui e « scatenarono » la devozione del popolo.
Egli veniva sempre píú frequentemente chiamato presso l'altare della Madonna
per benedire: accorrevano a lui ammalati, devoti, persino scettici, e a tutti
egli ripeteva: « Andate e ringraziate la Madonna ».
Il concorso crebbe a tal segno, « che tutti gli alloggi, alberghi, osterie,
aie, anche di privati, venivano ingombrate da ogni sorta di veicoli. E ciò
nonostante rigurgitavano tutte le contrade del paese, specie la strada da S.
Antonio ai Cappuccini, lunga un buon chilometro..., di gente che dovevano, per
mancanza di ricovero qualsiasi, lasciare animali, carri, carrozze all'aria
aperta... Il santuario, la piazza, i campi e prati vicini, dalle primissime ore
del mattino alle tardi della sera, erano continuamente gremití di moltitudini
impressionanti ». Non essendo piú possibile benedire i fedeli singolarmente o
a piccoli gruppi, il superiore stabilì che il padre Carlo ímpartisse la
benedizione ogni mezz'ora, previo il segno della campana: e sempre la chiesina
era gremita di gente implorante.
Spesse volte, prima di benedire, il padre Carlo rivolgeva una breve esortazione
ai fedeli. Un teste, il maestro Fenini, riferisce: « Era una parola affatto
disadorna e semplice; tanto semplice che piú non poteva essere: ma tutto succo
e sempre nuova, e così commossa, così calda, così viva!... Parole che io non
ho mai sentite da nessun sacerdote o predicatore e, sinceramente, dispero di
poterle mai piú sentire ancora. Tutti, come egli apriva la bocca, quasi tocchi
da un magnetismo celeste, si sentivano scossi, internamente agitati, scoppiavano
in gemiti, suppliche di pietà e di perdono ». Furono mesi di grazia: « Il
pianto si faceva generale; e tutti, indotti a mutar vita, a divenire migliori,
accorrevano ai confessionali. Così che otto padri confessori non erano
abbastanza, pur alternandosi da mane a sera. E' certo che i miracoli di
conversione sorpassavano ogni immaginazione ».
Due avvenimenti, che avrebbero potuto ostacolare questo trionfo della grazia,
alla fine contribuirono ad accrescerlo. Il primo fu l'intervento dell'ombroso
governo austriaco che, mal sopportando quel continuo assembramento di popolo,
chiedeva la rimozione del padre Carlo; ma il vescovo tagliò corto: toccava al
governo mantenere l'ordine, mentre il padre Carlo non meritava affatto di essere
allontanato dalla diocesi. Il secondo, la grave malattia che colpì il padre
Carlo il 9 novembre, e che mise in trepidazione tutta la diocesi: « Si videro
le moltitudini così prese da sgomento, che accorrevano spontaneamente nelle
chiese ad innalzare preghiere al cielo per la guarigione del loro amico,
benefattore e padre ». E padre Carlo, inattesamente guarito, riprese a benedire
dall'altare della Madonna, mentre due gendarmi governativi garantivano l'ordine
e spiavano.
«Anche la posta s'era messa a rovesciare quotidianamente valanghe di lettere
all'indirizzo di P. Carlo da tutte le terre, città, provincie e Stati d'Europa
e fin dalle Americhe! Ognuna esponeva bisogni... o ringraziava ».
Consummatus
in brevi...
Ma verso la fine di gennaio 1859 padre Carlo cadde nuovamente malato, e in pochi giorni si ridusse in fin di vita. Egli era affetto da grave forma di etisia. Fu portato ancora due volte in chiesa a benedire, ed egli raccomandò: «Cristiani miei fratelli, pregate il Signore che mi conceda la grazia di passare i pochi giorni di vita che mi restano, nello spirito di afflizione».
Trascorse
quei pochi giorni in un martirio di dolore e di amore; impedito, dal male e
dall'obbedienza, di comunicarsi se non una volta la settimana, perseverò
serenamente nella preghiera con « invocazioni e giaculatorie infuocate e
frequentissime a Dio, alla Vergine, ai santi ».
Tre
giorni prima della morte, chiese il santo viatico, che ricevette seduto sul
letto; la sua agonia, penosissima, durò tre giorni, durante i quali ricevette
l'estrema unzione. Il
21 febbraio alle
ore 10,30 del
mattino, improvvisamente fissò gli occhi verso la parete di fronte, come uno
che si sente chiamare per nome, ed esclamò: «Vengo, o Madre! Vengo, o Madre»
E subito spirò, all'età di 33
anni.
«
Una marea di gente cominciò a sfilare davanti alla venerata salma esposta lo
stesso giorno in chiesa, e innumerevoli furono le manifestazioni di dolore e di
devozione da parte del popolo ». Senza annunci di sorta, la notizia si propagò
in un lampo e per i funerali, il giorno 24,
accorse gente da
tutto il Lodigiano e anche da paesi piú remoti.
Secondo
la prassi in uso presso i cappuccini, la salma, dopo le esequie, doveva essere
trasportata direttamente al cimitero, ma popolo e clero se ne impadronirono e la
portarono processionalmente per le vie e le chiese principali del paese, con un
corteo di oltre un chilometro. Sepolto in terra, la sua tomba divenne subito mèta
di pellegrinaggio e di venerazione. Il
21 maggio 1897
si procedette alla
sua esumazione e al trasporto nella nuova cappella cimiteriale da poco donata ai
frati; l'anno seguente, il giorno 4
maggio, sempre con
grande concorso di fedeli, altra traslazione al Santuario della Madonna e
tumulazione presso l'altare da cui padre Carlo tante volte aveva benedetto il
popolo. La sistemazione definitiva delle reliquie nel nuovo sacello avvenne il 5
settembre 1932.
Il
processo canonico informativo fu istruito nelle curie di Milano e di Lodi, negli
anni 1899-1903, quando
ormai troppi anni erano trascorsi dalla sua morte. Dopo l'approvazione dei pochi
scritti del padre Carlo, avvenuta in data 9
dicembre 1908,
niente piú si è
fatto per
promuovere la sua causa di beatificazione, « non fermata, ma piuttosto
ferma..., perché l'istruttoria ottenuta nei due processi (di Lodi e di Milano)
è troppo scarsa di prove ».
Il
Cancelliere di Lodi mons. Gabriele Bernardelli non poteva scegliere circostanza
migliore per dare ufficialità allo stupendo annuncio della Riapertura della
Causa del Servo di Dio Padre Carlo da Abbiategrasso: ieri sera, 6 febbraio,
a conclusione in Santuario della Visita Pastorale del Vescovo al Vicariato,
con tutto Presbiterio, i Consigli Pastorali e i Catechisti del Vicariato, il
popolo di Dio e ... l’Urna di San Bassiano con le sue Spoglie in occasione del
XVI Centenario della sua morte... La Chiesa non grande ma affollata al massimo.
Presenti alla celebrazione eucaristica anche il Vicario Generale mons. Iginio
Passerini, il Cancelliere mons. Gabriele Bernardelli, il segretario del
Vescovo...
È
stata una stupenda sorpresa.
Al
termine della liturgia eucaristica, il Vescovo inizia a leggere partendo
eloquentemente "… dopo aver ottenuto il nulla-osta dalla Santa
Sede... il Postulatore Generale... si intuisce cosa
andrà a rivelare ...è mia intenzione accettare la domanda di
riapertura della Causa di beatificazione e canonizzazione del Servo di Dio Padre
Carlo da Abbiategrasso, le cui spoglie riposano in questa chiesa. A Dio
piacendo, la prima sessione pubblica e solenne del processo, da me presieduta,
si terrà in questa stessa chiesa il 7 settembre del corrente anno”.
Un
prolungato e spontaneo applauso saluta gioiosamente l'annuncio insieme al
Vescovo che pure applaude.
Mentre in
sagrestia ringrazio Mons. Bernardelli della sorpresa egli confida: Abbiamo
studiato tutto meticolosamente...
La
notizia è troppo bella per non condividerla subito.
Annuncio
che sabato 21 febbraio, nel 150° della morte del Servo di Dio, in due momenti
si terrà la presentazione dell'ultima biografia di P. Carlo: al mattino alle
ore 10 per i Frati ed eventualmente per i sacerdoti che non potessero al
pomeriggio, e al pomeriggio alle ore 16. Seguirà alle ore 17.30 la solenne
celebrazione eucaristica con Mons. Serafino Spreafico. Desideriamo valutare la
possibilità di una analoga commemorazione anche ad Abbiategrasso.
Pace
e bene. fra Evaldo Vicepostulatore e fra Mariano aiutante.
NOTA
BIBLIOGRAFICA
Processus
ordinarius super fama sanctitatis vitae, virtutum et miraculorum in genere a.
1899-1903 constructus, in
Roma, Arch. Post.
Gen. O.F.M.Cap., n.
62, 11213. Milano,
Archivio provinciale dei cappuccini lombardi, sez. 6a, cartella 1, 2, 35 (Carlo
da Abbiategrasso).
G.
Olmi, Una gemma dell'Ordine de' cappuccini ossia brevi cenni biografici del
P; Carlo d'Abbiategrasso..., Genova 1877.
[Arcangelo
Calí da Taormina], Memorie storiche sulla vita del Padre Carlo di
Abbiategrasso..., Lodi 1880; Abbiategrasso 1891; Milano 1898.
Giovanni
da Milano, Il trasporto delle ossa di P. Carlo da Abbiategrasso, in Annali
francescani 29 (1898) 452-455.
Isaia
Guzzetti da Gerenzano, Articoli per l'esame dei testimoni sulla fama di
santità... del servo di Dio P-Carlo d'Abbiategrasso..., Milano 1899.
Ildefonso
da Vacallo, Vita del servo di Dio Padre Carlo d'Abbiategrasso, sacerdote
cappuccino, Casalpusterlengo 1945.
Acta
et decreta causarum beatificationis et canonizationis O.F.M.Cap. cura
et studio Silvini a Nadro, Romae-Mediolani 1964, 298-300.
Carlo
Varischi, Il servo di Dio Carlo Maria da Abbiategrasso. Una vita con la
Madonna. in La Madonna dei Cappuccini 27 (1974) luglio-agosto, 39-44.
C'è
P. Carlo,
Ediz. Biblioteca Mariana «Madonna dei Cappuccini», Casalpusterlengo 19922a
Evaldo
Giudici - Apollonio Troesi, ... E Maria lo prese con sé..., Ediz.
Biblioteca Mariana «Madonna dei Cappuccini», Casalpusterlengo 1988
Evaldo
Giudici, Appunti per una vita di P. Carlo d'Abbiategrasso (1825-1859), Santuario
«Madonna dei Cappuccini», Casalpusterlengo 2008
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P.
Evaldo Giudici
Convento
Frati Cappuccini
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- Lodi