NEL CUORE DELL'AFRICA

Padre Bernardo Longo

Missionario e Martire della carità

Andrea Tessarolo

Sacerdoti del s. Cuore (Dehoniani) Milano – Napoli 

Ricerca fotografica di Tullio Benini e Bruno Testacci

Imprimatur: Milano, 26 settembre 1994 P Mons. Angelo Mascheroni

- Edizione 2002 a cura della Postulazione provinciale

- Chi ottenesse grazie e favori per l'intercessione del servo di Dio, p. Bernardo Longo, è pregato di darne relazione docu­mentata all'indirizzo:

VICE POSTULATORE SACERDOTI DEL S. CUORE

• Via Ezio Andolfato, 1 - 20126 Milano Tel. 02-2708811 - Fax 02-27088150

 

Introduzione

Il missionario p. Bernardo Longo faceva parte della congregazio­ne dei «Sacerdoti del S. Cuore» o «Dehoniani»: un Istituto religioso apostolico, fondato a S. Quintino in Francia nel 1878 dal servo di Dio p. Leone Dehon. In quanto «Istituto religioso», i Dehoniani sono im­pegnati a vivere la spiritualità oblativa del S. Cuore di Gesù; in quan­to «Istituto apostolico», fin dagli inizi si aprirono con straordinaria generosità all'ideale sia dell'azione sociale sia delle missioni lontane. Il p. Bernardo Longo ne sarà un esempio particolarmente significa­tivo.

Già nel 1888, i primi padri partivano «missionari» per l'Ecuador, in America Latina. E subito dopo, a breve distanza le une dalle altre, seguivano altre partenze: per il Nord-Est del Brasile, 1893; per la re­gione dell'Alto Congo (Africa equatoriale), 1897; per lo Stato di San­ta Catarina (Brasile del sud), 1903; per Praga (Repubblica Ceka), 1904; per la Finlandia, 1907, ecc.

Oggi il lavoro missionario «ad gentes» dei dehoniani si estende ai quattro continenti: dagli «indios» del South Dakota in Usa a quelli del Chaco in Argentina; dal Camerun fino ad Aliwal North in Suda­frica; da Sumatra fino alle lontane Filippine..., assorbendo oltre un quarto del personale attivo della Congregazione.

La missione di Stanleyfalls (Alto Congo), alla quale il p. Bernar­do Longo dedicò tutto se stesso, era stata fondata nel 1897, ad opera del p. Gabriele Grison. Il territorio, allora vastissimo (circa 260.000 kmq), si estendeva dai fiumi Aruwimi e Lomani a ovest, per giunge­re fino al lago Edoardo e al monte Ruwenzori a est. Nessuna mis­sione cattolica esisteva ancora in quella regione, vasta quasi quanto l'Italia. Il p. Grison, missionario indefesso, vi aprì una prima cappel­la sulla riva destra del fiume Congo, presso la città di Stanleyville (ora Kisangani), la notte di Natale del 1897.

Micidiale il clima della foresta equatoriale, enormi le distanze, ma anche intrepido lo zelo di quei primi missionari. E così la missione delle Falls, diventata vicariato apostolico nel 1908, intorno al 1930 contava già 37.000 cattolici e quasi altrettanti catecumeni.

Per rendere meno difficile il lavoro apostolico e accorciare le di­stanze, nel 1934 veniva distaccato il vicariato apostolico di Butembo­Beni, che venne affidato ai padri Assunzionisti; nel 1949 anche la missione di Wamba veniva eretta a vicariato apostolico, e affidata al­la cura pastorale del vescovo dehoniano mons. Joseph Wittebols.

Oggi in tutta quella regione i cattolici sono circa il 40% della po­polazione, organizzati in tre diocesi: Butembo-Beni, Wamba e Kin­sangani. Tutte tre sono guidate da vescovi e clero autoctoni.

Entro questo quadro vedremo situarsi la figura e l'opera del mis­sionario dehoniano p. Bernardo Longo.

Nato a Pieve di Curtarolo (Padova) giunse in Congo sul finire del 1938. Iniziò nella missione di Wamba. Nel giugno 1940 venne messo agli arresti domiciliari come prigioniero di guerra. Ottenne però di risiedere ad Avakubi, dove poté dedicarsi abbastanza liberamente al ministero pastorale.

Nel 1950 la piccola missione di Nduye veniva elevata al rango di stazione principale, e superiore fu designato lo stesso p. Longo. Nduye divenne così la «sua missione». Vi costruì la chiesa. Organizzò le scuole. Chiamò le Suore Comboniane per la scuola femminile e il dispensario. E si impegnò con vera dedizione per la diffusione del vangelo e per la promozione anche sociale sia dei neri (walesse) sia dei pigmei della foresta.

Nel 1960 arriva l'indipendenza. E nel '64, improvvisa, la bufera della rivoluzione dei simba. Il p. Longo avrebbe potuto rifugiarsi nel­la foresta e avere salva la vita. Ma, pastore buono, preferì restare nel­la sua missione e dare la vita per il suo gregge.

Queste pagine intendono ricordarci qualcosa dei suoi grandi idea­li, proporli alle nuove generazioni, far comprendere a tutti che la vi­ta si realizza solo se viene spesa per un valore più rande.

A.T.

1. Diventare missionario

Due giovani, spesso insieme

Il 27 ottobre 1924 due giovani salgono verso la Scuola apostolica del S. Cuore di Albino (BG): abiti modesti, un accento molto pro­vinciale, una valigetta con pochi effetti personali.

Al direttore della Scuola consegnano una lettera del loro par­roco nella quale si legge: «La loro vocazione non ammette dubbi... Li affido nelle sue mani: lei li addestri a quelle virtù che sono in­dispensabili per un santo missionario» (firmato: don Modesto Grosséle).

I due giovani erano: Aquino Longo e Giuseppe Babolin, tutti e due di Pieve di Curtarolo (Padova). Benché di età leggermente di­versa, insieme sono entrati nella Scuola apostolica di Albino (Berga­mo); insieme nel 1936 saranno ordinati sacerdoti; insieme nel 1938 partiranno con animo missionario per l'Argentina.

Da qui, poi, p. Longo prenderà la via del Congo, nel cuore dell'A­frica equatoriale, dove spenderà l'intera sua esistenza a servizio del Vangelo.

Aquino Longo era nato il 25 agosto 1907, penultimo di una ni­diata di dieci tra fratelli e sorelle, cinque dei quali morti in teneris­sima età.

Terminate le elementari, entrò nel seminario minore di Padova, che allora (1920) era in città, mentre due anni dopo venne trasferito a Thiene. Qui egli frequentò regolarmente fino alla terza ginnasiale compresa, mentre per l'anno scolastico successivo (1923/24) il suo nome figura tra i «non rientrati» perché «ammalato».

I compagni di seminario, in seguito, lo ricorderanno come un ra­gazzo semplice, allegro, molto industrioso. Agli esami di prima media conseguì il primo premio ex-aequo con G. Latifondi. Ma le pagelle del secondo anno riportano diversi punti in rosso, anche se alla fine è risultato promosso.

Sembra che la vocazione di farsi missionario gli sia maturata du­rante questi anni di seminario, leggendo il bollettino dei Sacerdoti del s. Cuore che spesso descrivevano la generosità di tanti missiona­ri, impegnati ad annunciare il Vangelo nelle regioni più impervie del­l'Africa equatoriale.

 

Religioso dehoniano sognando l'Africa

L'intero anno scolastico 1923/24 Aquino lo passò in famiglia a cau­sa della malferma salute. Ma poi, il 27 ottobre 1924, assieme a Giu­seppe Babolin, bussava alla porta della Scuola apostolica di Albino (Bergamo), nella speranza di poter riprendere gli studi.

Ammesso alla quarta ginnasiale, nel registro del primo semestre figura con buoni punti. Ma anche qui la salute non gli regge, tanto che a marzo deve tornare in famiglia per una lunga convalescenza.

Intanto i mesi passano, e il 5 maggio 1927, all'età di 20 anni, deve presentarsi a Verona per il servizio militare.

Anche in caserma, però, la salute non gli dà tregua. E il 23 agosto lo vediamo ricoverato con febbre altissima «per tifo e paratifo». Sembra che proprio in queste circostanze egli si sia impegnato con voto di andare missionario in Africa, se avesse ottenuto la guarigio­ne. Più volte nelle sue lettere Longo ricorderà questo suo «voto», che in seguito verrà ratificato col consenso del superiore generale p. Lo­renzo Philippe.

Terminato il servizio militare (settembre 1928), riprende subito i contatti con i Sacerdoti del s. Cuore: il 9 novembre giunge al novi­ziato dehoniano di Albisola (Savona), dove viene accettato prima co­me postulante, poi come novizio; e il 6 giugno 1930 emette la profes­sione religiosa col nome di Bernardo Maria.

Il maestro dei novizi lo ricorda «gioviale, poco brillante negli stu­di», mentre dimostra una buona propensione «per il lavoro manua­le, la meccanica e l'elettricità».

Emessa la prima professione, viene destinato come educatore al­la Casa del s. Cuore di Trento per aspiranti missionari. Vent'anni più tardi, uno dei suoi primi alunni, p. Luigi Noacco, lo raggiungerà pro­prio nella missione di Nduye e gli succederà come parroco dopo il suo martirio.

Nell'ottobre 1931, Bernardo Longo tornò ad Albisola per ripren­dere gli studi. La sua età e una certa conoscenza della vita gli dava­no un forte ascendente sugli altri, ma restava il grosso problema de­gli studi. Aveva ormai 24 anni e la memoria alquanto arrugginita.

Tuttavia, anche se con risultati piuttosto modesti, riuscì a conclu­dere positivamente sia la prima che la seconda liceo, mentre dalla terza liceo, vista la sua solida formazione umana e spirituale, i supe­riori lo hanno dispensato. Non senza un pizzico di umorismo il con­fratello cronista annota: «Fratel Longo ha superato l'ostacolo del ter­zo anno di liceo saltandolo a piè pari».

Così nell'ottobre 1933 poté iniziare il corso di teologia a Bologna presso il Seminario interdiocesano Benedetto XV per i primi due anni, e poi nello Studentato dehoniano per le Missioni.

Qui l'orizzonte si fece più sereno. Le scienze sacre erano di più alla sua portata, specie come le intendeva e le studiava lui, cioè con intento prevalentemente pastorale. Anche in questi anni le pagelle non sono certo eccezionali, ma sono buone. In compenso, appariva molto dotato di senso pratico e, soprattutto, animato da grande ze­lo pastorale.

 

Finalmente sacerdote

Nell'anno 1936 le scadenze si sono succedute a ritmo serrato: in marzo riceve il suddiaconato; il 28 dello stesso mese è ordinato dia­cono; il 28 giugno è sacerdote.

Ha 29 anni. Vi pensava da 20! E quante difficoltà, quanti ostacoli aveva dovuto superare: la salute malferma, i disagi familiari, lo stu­dio di discipline che non gli erano congeniali. Ma aveva sempre con­tinuato, a denti stretti.

Poco prima dell'ordinazione sacerdotale aveva scritto al Superio­re generale per chiedere «il grande favore di partire presto per la missione del Congo». D'ora in poi non attende altro.

Finalmente è felice di quello che ha. E più ancora di quello che lo attende. Poiché egli lo sa, e l'ha voluto con piena coscienza: sarà sa­cerdote per gli altri; e, in particolare, per i popoli dell'Africa. Vi si era impegnato con «voto». E la formale richiesta di partire presto mis­sionario per l'Africa l'aveva ripetuta anche nella domanda in vista dell'ordinazione sacerdotale: «Domando ai superiori, scrive, di esse­re ordinato sacerdote, per poter lavorare presto nelle sante missio­ni» (28 maggio 1936).

Il 2 agosto di quell'anno, tutta la famiglia Longo era in festa, cele­brando con gioia la prima santa messa di p. Bernardo, il matrimonio del fratello Remigio, la prima comunione di due nipotini. Dal cielo, anche mamma Domenica doveva sorridere e benedire.

P Bernardo restò un altro anno a Bologna, dovendo terminare il quarto anno di teologia. Ne approfittò per intensificare anche la sua preparazione missionaria, soprattutto dal punto di vista pratico. Fre­quentò un corso di medicina e pronto soccorso all'ospedale S. Orso­la, verificò le sue conoscenze di falegnameria ed elettricità; per di­versi mesi frequentò l'officina Menarini presso via del Borgo, per ap­prendere elementi pratici di meccanica, funzionamento e riparazio­ne dei motori, ecc., tutte cose che in missione gli saranno tanto utili.

Ma queste occupazioni non erano di ostacolo alla sua vita di pre­ghiera e di studio. I compagni di quel periodo lo ricordano «gioviale nei suoi contatti umani, generoso e tenace nel quotidiano compi­mento del dovere».

«Dotato di volontà forte e capace, scrive p. Agostini, non cono­sceva ostacoli o compromessi. Quanto era amabile e spassoso nella conversazione, tanto era duro e austero nella vita. La sua pietà era solida, convinta, santamente edificante».

«È sempre stato un carattere forte, scrive p. Serughetti. Nemico delle mezze misure. Sereno e gioviale. Forse un po' duro per sé e per gli altri, tanto da creare alcune volte un certo disagio».

 

2. Una missione contrastata

Il richiamo ai «diritti di Dio»

Abbiamo riferito queste testimonianze, perché ci mostrano un ca­rattere deciso, motivo a volte di tensioni, e anche di incomprensioni per chi lo avrebbe voluto più «arrendevole».

Per lui era in gioco la coerenza, per cui anche il discernimento non fu facile né per lui né per i suoi superiori.

Una prima occasione si presentò nei primi mesi del 1937. Difatti nel mese di aprile i dehoniani della provincia italiana ottenevano di avere una loro missione in Etiopia. Diversi chiesero di partire e a quel gruppo si pensava di aggregare anche il P Longo. Questi, però, scris­se al Superiore generale per ricordargli il voto col quale si era impe­gnato di andare missionario nel Congo, e precisamente nella missio­ne di Stanleyfalls. E per questo concludeva la lettera chiedendo «la santa benedizione e il favore di poter partire presto» per l'Africa equatoriale.

Non mancarono le voci malevole. «Non vuole andare in Etiopia - scrisse qualcuno - perché non va d'accordo con i suoi confratelli italiani».

Lo stesso problema si ripropose all'inizio del 1938, quando ai dehoniani italiani venne chiesto di iniziare un'attività in Argentina, per assicurare l'assistenza religiosa ai molti operai italiani, emigrati in quel paese. E nel piccolo gruppo dei partenti venne incluso anche il nome di p. Longo. Egli obbedì. Ma prima di salpare da Genova spe­diva una lettera al suo superiore di Spotorno, nella quale conferma­va la sua disponibilità a obbedire, ma aggiungeva che non poteva di­menticare, per questo, i diritti di Dio.

«Lo sapevo, scrive, che la mia vocazione missionaria, amata con vera passione, mi sarebbe costata dei sacrifici. Ma ora, guardando al passato, mentre ringrazio il Signore, devo ancora dire che mai avrei creduto di dover tribolare tanto. Tutto ho sacrificato, e del missiona­rio non mi è rimasto che l'amore e il crocifisso» (16.3.38).

Perché parla così?

Perché a lui non basta partire verso terre lontane per sentirsi mis­sionario. E prosegue: «Questa partenza ha prodotto un abisso di tri­stezza nel mio cuore. È vero che Ella, padre, si è assunto ogni re­sponsabilità, davanti a Dio, sul mio voto per la missione africana. Ma è ancora vero che il distacco da un ideale, coltivato per tanti anni, è sempre doloroso. Certamente avrei potuto rifiutarmi di partire; ma ho creduto bene sacrificare tutto, anche quelli che forse erano i di­ritti di Dio, per fare l'obbedienza, nella speranza che, dopo qualche anno di espiazione volontaria, possa avere nuovamente il dono del­la vocazione tra gli infedeli».

Era il marzo 1938.

 

Parroco a Perez per un semestre

Quella croce non era, tuttavia, che un preludio del più doloroso calvario che li attendeva, per la confusione in cui i tre religiosi italia­ni (Babolin, Ravasio e Longo) vennero a trovarsi sbarcando al porto di Buenos Aires. Qualche mese prima, infatti, il Superiore genera­le aveva presentato al Nunzio apostolico, come unico referente per tutti i dehoniani in Argentina, lo spagnolo p. De Castro. Il gruppo ita­liano invece dal suo Provinciale aveva avuto l'indicazione «orale» di lavorare in piena autonomia e per un'opera tutta italiana; senonché l'olandese p. Laan, che aveva fatto il viaggio assieme ai tre italiani, giungendo a Buenos Aires li informa che in realtà, come superiore regionale per tutti, era stato nominato non lo spagnolo p. De Castro, ma l'olandese p. Van der Donk, in arrivo dal Brasile.

Con queste premesse, i rapporti dei tre gruppi fra loro (italiano, spa­gnolo e olandese) vennero subito segnati da forti malintesi e da reci­proci sospetti. Il gruppo italiano decise di appellarsi al Nunzio. Questi però rispose che, per lui, unico superiore riconosciuto era il p. De Ca­stro. Babolin e Ravasio decisero allora di interpellare il provinciale italiano (dal quale dipendevano), mentre il p. Longo, dopo alcuni mo­menti di smarrimento e per non perdersi in inutili recriminazioni, de­cise di aderire alle indicazioni di p. De Castro, e accettò la nomina a parroco in Perez, parrocchia benevolmente offerta dal vescovo di Ro­sario. Purtroppo questa sua disponibilità dagli altri due confratelli venne interpretata come un venir meno alla causa comune. Per cui, per oltre due mesi, vissero una situazione piuttosto tesa e molto penosa.

«Ciò che più mi dispiace, scriveva in quei giorni il p. Longo al su­periore dello scolasticato di Spotorno, è la tragedia dolorosa tra l'au­torità ecclesiastica locale e il nostro Superiore generale. Chi ha ra­gione?... Il vescovo mi ha fatto parroco contro ogni mia voglia; ma, dopo il fatto, mi son messo ad amare veramente la mia chiesa e di­mentico tutto per essa».

Che veramente si fosse trattato di reciproca incomprensione lo di­mostra una lettera dello stesso p. Ravasio il quale, dopo alcune setti­mane di tensione, il 18 maggio 1938 scrive: «Ho trasmodato sino a scrivere al p. Salesio (Babolin) cose troppo gravose contro p. De Ca­stro, credendolo un rimestatore, e contro p. Longo non riuscendo a comprenderlo nel suo nobile intento e credendolo un traditore del­la nostra causa... Dopo che p. Longo mi raccontò la cosa, rimasi scon­certato e mio proposito fu di riparare... Chiedo quindi, almeno per quanto riguarda le mie informazioni precedenti,... non tener nessun conto, giacché è tutto un malinteso». E all'altro padre spagnolo, p. Leandro Salto, in quella stessa data scrive: «Con p. Longo siamo più amici di prima. Ed egli pure non ci pensa più».

Forse fu anche a causa di molti sospetti, trasmessi per lettera, che il nuovo provinciale nel frattempo comunicava a p. Longo l'obbe­dienza di partire per il Congo.

Tutti ne avevano sofferto. Ma così, sia pure attraverso la croce, po­teva finalmente realizzarsi il voto di p. Bernardo per la missione del Congo.

 

3 Missionario di frontiera (1939-1949)

Una immensa foresta quasi inesplorata

Verso la fine di settembre del 1938, sei mesi dopo il suo arrivo in Argentina, il p. Longo era di nuovo in mare, questa volta con desti­nazione Stanleyville (oggi Kisangani), seconda città del Congo per importanza politica e strategica, sede della prima missione dehonia­na in terra d'Africa.

In quegli anni il vicariato di Stanleyville era di 208.000 kmq, con una popolazione di circa 700.000 abitanti; 56.000 i cattolici. Vicario apostolico era mons. Camillo Verfaille (1912-1980), succeduto nel 1934 al primo grande missionario dehoniano dell'Alto Congo, mons. Gabriele Grison (1860-1942).

Il nuovo arrivato venne destinato alla missione di Wamba, distan­te ben 450 km da Kisangani; solo da due anni il p. Arnold de Leest vi aveva aperto una «stazione missionaria».

Siamo quindi al centro della vasta foresta equatoriale dell'Ituri (nome anche del fiume che la attraversa), foresta che il p. Longo ha il compito di perlustrare in lungo e in largo, per portare il Vangelo anche ai villaggi più sperduti.

Per tutto questo primo decennio di permanenza in Africa, egli sarà soprattutto «missionario di frontiera», col compito di raggiun­gere i villaggi più piccoli e sperduti, e mai ancora raggiunti dal mis­sionario prima di allora. Lo troveremo quindi spesso in viaggio, mol­te volte a piedi nei primi anni, oppure con mezzi di trasporto rudi­mentali, nell'intento di perlustrare questa vasta regione che gli era stata affidata, e che egli qualifica come «la patria dei Walese, dei pig­mei e... degli elefanti».

Sua residenza di base, nei primi mesi, è stata la missione di Wam­ba. Ma poi, per tutto il periodo della guerra, sarà Avakubi. Da que­sta missione, già abbastanza sviluppata e molto attiva, di solito par­tiva per i suoi viaggi missionari, che poi egli si divertiva a descrivere con vivace fantasia nelle lettere che spesso inviava a parenti, confra­telli e benefattori.

 

Le sue guide

Il suo primo grande viaggio missionario cominciò molto presto, solo qualche settimana dopo il suo arrivo in missione. Era arrivato a Kisangani alla fine di novembre 1938. Qui riceve come destina­zione la missione di Wamba, dove arriva il 3 dicembre, festa di S. Francesco Saverio. Il 14 gennaio successivo era già in partenza. E non era per un viaggio da poco: 24 le giornate di marcia, senza con­tare le fermate, pure in programma. Cammino attraverso fiumi, pantani e... fame, per un totale di 500 km fra andata e... ritorno. Na­turalmente tutto a piedi e lungo sentieri a tratti impraticabili, per­ché le strade ancora non esistevano. Sarà questa la sua porzione d'Africa quattro volte all'anno, per quasi un decennio. Nei primi an­ni sempre a piedi, e il bagaglio a spalle; solo dal '42 in avanti potrà disporre di qualche mezzo meccanico a rendere più sopportabili questi «strapazzi».

Egli allora conosceva sì e no qualche parola kiswaili, ma era ac­compagnato da una quindicina di ragazzi della scuola di Wamba, fur­bi e intelligenti; essi avrebbero parlato anche per lui.

I ragazzini neri: ecco le sue guide, i suoi ispiratori, la sua gioia nel­le lunghe serate passate nei villaggi della foresta, al crepitio di un grande fuoco, che veniva acceso per proteggersi dal freddo della not­te e attirare l'attenzione della gente. Erano come un piccolo eserci­to di volontari, nel quale ciascuno aveva un compito ben preciso, per il bene di tutti: aprire il sentiero tagliando le liane e abbattendo gli sterpi, gettare tronchi d'albero nei ruscelli per consentire il passag­gio, improvvisare zattere per attraversare paludi e torrenti.

I ragazzi sono come gli uccelli: sempre allegri e sempre affamati. Sanno tutto, snidano tutto, gli insegnano di tutto, senza esigere mol­to. Per loro attraversare uno stagno o un torrente è divertimento.

Ma quando si incontra qualche fiume in piena, le cose cambiano. Allora tutti devono mettersi all'opera: tagliare alcuni fusti d'albero leggeri, formarne una zattera, armarsi di lunghi pali che fungono da remi, e poi avventurarsi con molta abilità e non poca paura per po­ter raggiungere la sponda al lato opposto. E quindi rimettersi in cam­mino gridando e cantando.

 

Un incontro sorprendente: Babà Josefu

Il viaggio apostolico di p. Longo aveva uno scopo preciso: risalire la vallata del fiume Ngayu e far visita a un gruppo di cristiani sper­duti nel cuore della foresta e animati dal catechista Giuseppe Moke. Erano già trascorse tre settimane dal giorno della partenza e si era ai primi di febbraio. Il gruppo se ne stava raccolto attorno alla pen­tola che bolliva, quando, in una pausa di silenzio, si odono voci e can­ti che vengono da lontano.

Il padre spara un colpo... E rispondono grida di gioia... Si trattava proprio di un gruppo di cristiani, guidati dal catechista «Babà Jose­fu», che stavano andando a Bafwabaka sul Nepoko, cioè a quasi 200 km dal loro villaggio, per celebrarvi la Pasqua.

Saluti, salti di gioia, ed ecco farsi avanti un vecchietto, con un grosso crocifisso al collo e il rosario in mano. Era coperto di un ve­stito vecchio e logoro, ma un sorriso schietto e sicuro gli illuminava il volto.

«Sii benedetto, padre, in questa foresta. Dove vai?»

«Vado dove finisce il fiume Ngayu, gli risponde il padre. Lassù ci dovrebbe essere un catechista, Josefu Moke».

«Sono io, padre. Sono venuto quassù nel 1918, per portare il van­gelo agli uomini della foresta. E ora sono in viaggio verso Bafwabaka e là celebrare tutti insieme la Pasqua».

«E io, riprende p. Longo, sono in viaggio per andare da Babà Jo­sefu e fondare una missione proprio là, sull'altopiano dell'Ituri».

Il lungo viaggio è sospeso per entrambi. Ragazzi di Wamba e neo­fiti della foresta si accampano fra gli alberi scambiandosi saluti e no­tizie, e facendo sfoggio di tutti gli articoli della carovana. E poi la ce­na, condividendo allegramente pesce secco, carne affumicata, radici e frutta raccolte tra gli alberi della foresta.

Ma molto presto il vecchio catechista si alza, rinnova i saluti e do­manda: «Avete recitato il santo rosario?».

«Ne abbiamo già detti tre».

«Bene. Ma preparate lo stesso un grande fuoco, e stasera ringra­zieremo il Signore di questo incontro, regalando ad ogni albero un'Ave Maria».

 

Prigioniero di guerra ma sempre missionario (1940-1945)

Il lavoro a Nduye procedeva a pieno ritmo quando, nel giugno del 1940, in seguito all'entrata in guerra dell'Italia contro gli Alleati, an­che p. Longo fu strappato alla sua missione e messo agli arresti co­me prigioniero di guerra.

Il suo vescovo però riuscì a risparmiargli il campo di concentra­mento e gli ottenne di risiedere nella missione di Avakubi, che è a 270 km da Nduye. Qui egli godeva di una certa libertà, e poteva an­zi, di tanto in tanto, visitare la sua missione e anche i villaggi della fo­resta, ma sempre accompagnato dal superiore della missione, p. Beu­tener, o sotto la sua responsabilità.

Ad Avakubi, scrive il p. Beutener, p. Longo seppe subito farsi vo­ler bene da tutti, per la giovialità del carattere che dimostrava nel mi­nistero sacerdotale (in particolare nelle confessioni), e anche per la sua abilità meccanica.

Per la sua condizione di prigioniero di guerra, l'amministratore ci­vile pretese che il padre si assumesse la responsabilità di assicurare il buon funzionamento del barcone a motore al posto-traghetto sul fiume Ituri, a due km dalla missione. Il superiore cercò di opporsi in tutti i modi a tale pretesa, dicendo che un missionario dev'essere equiparato agli ufficiali, i quali anche se prigionieri non sono tenuti a lavori manuali; ma l'amministratore fu irremovibile.

Il compito era molto gravoso, perché il traffico era intenso. Ma il padre trovò modo di farsi aiutare da alcuni operai, ed egli interveni­va solo quando c'erano dei guasti difficili da riparare.

In questo periodo qualche persona malevola tentò a volte di met­tere p. Longo in difficoltà. Il superiore però riuscì sempre a sventare eventuali calunnie. Spesso anzi, per non far soffrire il padre, gliene parlava solo quando era già tornato il sereno.

Grande quindi era la stima del p. Beutener per p. Longo, anche se non riuscì mai a spiegarsi certe sue «dimenticanze», come anche il fatto che non abbia mai accettato di predicare nella chiesa di Avaku­bi con lui presente, benché (come scrive lo stesso Beutener) nelle al­tre missioni lo facesse spesso con grande efficacia.

 

Una cappella a Nduye

I primi viaggi apostolici a p. Longo erano serviti di orientamento: visitando di persona l'immensa regione dell'Ituri aveva potuto ren­dersi conto della flora, della fauna, della morfologia del terreno, non­ché delle caratteristiche e della distribuzione degli abitanti della fo­resta. Ma aveva anche notato che, per raggiungere i villaggi più re­moti partendo da Avakubi, o anche da Wamba, erano necessari gior­ni e giorni di cammino, con sacrifici estenuanti. Perché non pensare a qualche posto di missione nel cuore della foresta?

Ne parlò con i superiori e, avuto il loro consenso, orientò la sua at­tenzione sul villaggio, chiamato Nduye dal fiume omonimo, e già da tempo frequentato dal catechista Moke. Il villaggio sorge sulla sini­stra del fiume, a 930 metri di altitudine, sul fondo di un'ampia valla­ta umida e boscosa che, scendendo verso sud-est, porta a Mambasa (a 67 km).

In quel tempo Nduye comprendeva diverse capanne che ospita­vano alcune centinaia di walesse (di ceppo bantù); ad essi facevano capo vari gruppi di pigmei che abitavano nella foresta circostante. Tutta la regione era poco abitata perché, fino al 1947, nessuna strada camionabile collegava ancora Mambasa a Nduye e agli altri villaggi più a Nord.

P Longo fa risalire al 1939 la fondazione di un posto di missione a Nduye, anche se ha dovuto attendere l'inizio del 1940 prima di po­tervi costruire una cappella e una capanna, per trovare alloggio quando vi sostava qualche giorno.

Il primo lavoro di evangelizzazione era stato iniziato dal catechi­sta Moke, di Bafwabaka. Benché non fosse più pagato dalla sua mis­sione originale, aveva continuato a vivere con gli abitanti della fore­sta per riuscire a trasmettere loro il Vangelo.

Anche per p. Longo sono stati difficili quegli inizi. Invitò qualche catechista di Wamba o dei villaggi limitrofi, e alcuni maestri per apri­re una scuola. Ma siccome doveva dar loro qualche compenso, si mi­se a raccogliere tutti i ferri vecchi che trovava presso le capanne o lungo le strade, e costruiva lance, accette, coltelli, che poi rivendeva.

Si prestava pure per riparare attrezzi e motori, acquistandosi una di­screta fama in tutti i villaggi della zona.

All'inizio del 1940, come abbiamo accennato, si mise con impegno per costruire la cappella della missione. La situò in una posizione in­vidiabile: a ridosso della collina che i walesse chiamavano Kau Ko­ma («tana del leopardo») e che lui, ribattezzò Kilima wa Bikira Ma­ria («collina della Vergine Maria»).

La casa della missione invece il padre la volle intitolare alla Ma­dre di Dio: Mama wa Mungu.

Con questi richiami alla Vergine Maria egli si proponeva due obiettivi: educare le donne walesse al genuino senso della maternità e affidare la sua missione alla protezione della Madre di Dio.

La cappella e la capanna, costruite nel 1940, avevano le pareti di fango, il tetto di foglie secche e il pavimento di terra battuta. Nel 1952, all'arrivo del p. Luigi Noacco e delle Pie Madri della Nigrizia, la capanna primitiva esisteva ancora ma era adibita a ripostiglio per gli attrezzi. La cappella invece venne sostituita con una vera chiesa in muratura solo nel 1956.

 

4 Missionario sempre in cammino

Nelle foreste dei pigmei

Il 20 ottobre 1946, da Avakubi il p. Longo si reca a Nduye, per preparare la comunità alla festa del Natale. Qui trova i suoi 64 cate­cumeni in pieno fervore di preparazione al battesimo. Fiori, grida, battimani... Anche il gran capo Kraman da tre anni domanda il bat­tesimo. Non conosce granché il catechismo, ma segue fedelmente le istruzioni, e crede e vive con la sua sposa da tanti anni...

Dopo qualche giorno, per tenere desto l'entusiasmo dei ragazzi, propone un viaggio attraverso le interminabili foreste dei pigmei. Non ha soldi per pagarsi una carovana di uomini forti, soprattutto per attraversare a guado i numerosi torrenti.

Allora lancia un proclama: «Ragazzi, noi partiremo tutti insieme, grandi e piccoli. Al mattino per tempo, quando il gallo canta la se­conda volta io incomincerò la s. Messa e voi reciterete il s. Rosario; quando avrete arrostito le vostre banane, noi cominceremo le nostre marce. I miei due potenti fucili vi procureranno delle scimmie in quantità e, forse, un bufalo e un elefante»...

Il 27 ottobre, giorno di partenza, non fu giorno di gioia, ma di de­lirio; 64 ragazzi neri in viaggio tra codeste selve, neppure Omero sa­prebbe descriverli. Canti, urla; ogni cosa fa da tamburo e grancassa. I più grandi portano l'altare portatile di 37 kg; altri il letto e la va­ligia; i più piccoli non portano che le scatole metalliche per i due apparecchi fotografici e di films. L'esperienza mi ha insegnato che senza tante precauzioni non si può salvare nulla dall'umidità. L'an­data e ritorno in 14 giorni, per una distanza di 300 km, tra foreste abitate da pigmei e da popolazione pigmoide, senza nessuna riserva medica...

«Questo mio lunghissimo viaggio nelle foreste dei pigmei vi farà comprendere la necessità della medicina, prima di tutto per il mis­sionario stesso e poi come forza di attrazione. In questa regione mon­tagnosa e verso l'est, in tempo di pioggia è pericolosissimo trovarsi ancora in foresta verso le 14 del pomeriggio. "Hai sentito, padre - mi diceva uno dei più piccoli - il rumore della tempesta discende dai monti lontani! Usciremo in tempo dall'umidità di questi vecchi al­beri? oppure la pioggia cercherà di farci morire di freddo?".

«Sta' zitto: noi viaggiamo per il buon Dio, e non ci manderà la fol­gore, né ci laverà».

Al secondo rumore del tuono noi siamo già nelle poverissime ca­panne di un villaggio che non conta più di 15 persone. Il capovillag­gio è impaurito da tanta gente e pensa come nutrirli! Viene da me con l'aria di paura impotente. «Capo, rispondo, non sono ragazzi miei ma tuoi; prima di tutto perché hanno il tuo stesso colore e hanno fa­me; a te di farti onore e sfamarli»...

(lettera 34, Nduye 11 novembre 1946)

 

Ben venga anche la «motorizzazione»

Al periodo della sua permanenza ad Avakubi risale, per p. Longo, l'inizio della motorizzazione. Nel 1940 un signore era passato da quelle parti con una Fiat 1100. Avendo bruciato il magnete, spinse la vettura al villaggio più vicino, ma nessuno seppe riparare il guasto. E nel 1942 la vettura era ancora là, abbandonata come un ordigno fuo­ri uso.

P Longo le diede un'occhiata. Poi scrisse al proprietario per ve­dere se fosse disposto a cedergliela.

La risposta venne, e favorevole. Gli amici si chiedevano che cosa avrebbe potuto fare il padre con quella carcassa arrugginita. Ma lui, sia pure con mille accorgimenti, riuscì finalmente a riattivare il ma­gnete, e la vettura, con grande meraviglia di tutti, ricominciò a gira­re. Una lettera di ringraziamento al proprietario ed ecco il missiona­rio in possesso di un cavallo a motore.

La vettura venne trasformata in camionetta, e via per le strade sconnesse della foresta, con altare portatile, letto da campo, un po' di viveri e alcuni ragazzi neri, liberi ormai dalla fatica dei lunghi viaggi a piedi, con pesanti fardelli sulle spalle.

Dopo la Fiat 1100, sul finire del 1943 venne una grossa vettura che un nord-americano, dovendo tornare in patria, lasciò in uso a p. Lon­go per un tempo indeterminato. Una vettura comoda e robusta, ma che consumava come «tre volte» la Fiat 1100; e la benzina, specialmente sul finire della guerra, era diventata quasi introvabile. Che fare?

Un vecchio libro e il ricordo di alcuni esperimenti con motori a gas povero, fatti a Bologna nel 1936, convinsero il padre che avreb­be potuto viaggiare anche con carbone di legna.

Con uno schizzo a matita e qualche vecchio fusto di benzina fra le mani si mise all'opera; e, dopo una settimana di prove, riuscì a co­struire un gassogeno di proporzioni accettabili.

La grande battaglia per il carburante era vinta. E tra l'ammirazio­ne dei neri e dei bianchi, la prima vettura a gas povero poteva ormai percorrere migliaia di chilometri senza spesa.

Chi gli forniva il carbone di legna?

Lungo tutte le strade, ogni dieci o venti chilometri c'erano le scuo­le-cappelle, con un catechista e numerosi allievi. Quando arrivava il padre, tutti gli correvano incontro festanti. «Sentite, ragazzi», propo­neva allora Mupè Bernard, «se siete buoni, vi prenderò sulla vettura fino al prossimo villaggio».

«Ndyo, Mupè: Benissimo, Padre!» E non è mai successo che i ra­gazzi della foresta lo abbiano lasciato a corto di combustibile.

 

Due vagabondi in cerca di salute

Nel 1945, terminata la guerra, p. Longo riacquistò piena libertà di movimento. Subito chiese di potersi trasferire in modo stabile a Nduye. Ma purtroppo il personale del vicariato era limitato. Anche ad Avakubi erano solo in due e, per di più, il nuovo superiore, p. De Vries, era debole e malaticcio. Il vescovo perciò si vide costretto a trattenere p. Longo ancora in quella missione.

Egli chiese allora di poter fare almeno due mesi di vacanza sulle montagne del Kivu, al piedi del Ruwenzori, per rimettersi in buona salute.

Partì il 30 maggio 1946, assieme al suo intelligente collaboratore fratel André, con destinazione la missione di Kyondo, a 2250 m. di al­titudine, e a 550 km da Avakubi.

Dopo otto anni passati nel buio della foresta equatoriale, i «due vagabondi di Dio» poterono così gustare, in tutta la sua appassio­nante bellezza lo spettacolo di queste verdi montagne del Kivu, coi loro pascoli ridenti, coi torrenti vorticosi, con le strade intagliate nel­la viva roccia, con bianchi villaggi formicolanti di vita.

Giunsexo alla missione di Beni alle 22; il vicario apostolico e i pa­dri erano ancora in veranda: «Due vagabondi in cerca di salute tra i vostri monti», fu la presentazione di p. Longo. «Siate i benvenuti, e restateci a lungo», fu la risposta del vescovo.

Non meno suggestiva la visita alla missione di Kyondo. Tradendo le sue ansie apostoliche, il p. Longo annota: «Quale differenza tra i nostri cristiani della bassa foresta equatoriale e le anime semplici che abitano questi monti, abituate a contemplare le grandezze di Dio e le bellezze della natura: sono anime serene come il loro cielo... Fru­mento, legumi, frutta, bestiame sui prati: la visione di questi luoghi ci fa rivivere la nostra patria lontana».

E conclude: «La popolazione è densissima, fino a 150 abitanti per kmq; e le famiglie, con una corona di figli, lavorano tranquille le fer­tili vallate».

 

5 Un pellegrinaggio «pasquale»

Sul ponte dalle assi sconnesse

Col passare degli anni, le visite di p. Longo alla missione di Nduye si fanno via via più frequenti, e il suo lavoro pastorale più intenso e proficuo. In occasione delle grandi solennità di Pasqua e Natale, ad Avakubi restava il superiore, piuttosto anziano, mentre lui, p. Longo, di solito si recava a Bafwasende. Poi da qui proseguiva per Nduye, do­ve le solennità si celebravano sempre con qualche ritardo.

Il 26 marzo 1947 il vescovo, mons. Verfaille, lo assicurava che per la settimana santa sarebbe venuto ad Avakubi anche il p. Corbo, pro­fessore al seminario minore di S. Gabriele (Kisangani). Il p. Longo accolse la notizia con gioia, perché così gli era data possibilità di ce­lebrare la Pasqua con i walesse e i pigmei di Nduye. E in una lettera datata 31 maggio ci descrive con grande abbondanza di particolari questo suo «pellegrinaggio pasquale» fino a Nduye, segno evidente della profonda emozione spirituale con cui visse quei giorni.

La strada per andare da Avakubi a Nduye, via Mambasa, era di 267 km, ma quasi deserta di persone amiche; la via del nord, invece, era di 350 km, ma abitata da numerosi cristiani amici. Decise quindi di partire per il nord, benché sapesse che i ponti sul fiume Nepoko spesso facevano problema.

E difatti, giungendo in prossimità di quel fiume, lo trovò rigonfio per le recenti piogge; e all'imbocco del ponte un nero con le braccia alzate indicava un pezzo di legno, dove si leggeva: «Ponte pericolo­so, passaggio vietato, pericolo di morte».

Ma il p. Longo non si arrende. Scende dalla vettura e grida a tutti gli uomini forti di darsi da fare, per riuscire a passare su quelle assi sconnesse, senza finire nel fiume travolti dalla corrente. Un bel grup­petto di volontari si fanno avanti, mentre altri (uomini, ragazzi, don­ne e cani, annota il padre), accorrono per assistere di persona a quel­la curiosa avventura.

Anche il padre non riesce a nascondere la sua apprensione. Ma verso le 16, dopo aver verificato tutte le traversine e fatto sostituire le più consunte, sale in vettura e avanza guardingo su quel ponte che sembra impraticabile.

Salti, inciampi, slittamento di pali... Ma, palo dopo palo e metro dopo metro, la vettura avanza e... finalmente raggiunge l'altra spon­da. Grida, strette di mano, schiaffi di gioia, urla: ecco come i neri ap­provano quella mezza follia.

Intanto la notte avanza, e anche la vettura del missionario. Alle ore 21 sono finalmente sul ponte a piroghe del fiume Nduye.

I cristiani e i catecumeni del villaggio gli corrono incontro. «Padre, salute e benvenuto», gli dice il vecchio catechista Giusep­pe Moke, e non finisce più di raccontargli tante cose che a lui sem­brano più importanti delle scoperte atomiche: uomini semplici che vivono sulla terra, perché il Signore ve li ha messi, ma che domani la lasceranno per il cielo, senza rimpianto.

Una tazza di caffè mezzo freddo, le preghiere, e subito a riposo su un pagliericcio nuovo.

Al canto degli uccelli, la chiesa è piena di fedeli, che vorrebbero confessarsi: «Vi confesserete domani o nel pomeriggio», dice il padre.

 

«Padre» dei pigmei

La vallata del fiume Nduye è abitata, oltre che dai walese, da vari gruppi di pigmei, che in linguaggio locale sono detti bambuti o efe. Si calcola che nell'intero comprensorio dell'Ituri, sul quale gravita an­che la vallata di Nduye, vivano circa 30.000 pigmei.

I bambuti dell'Ituri sono il gruppo più considerevole e meglio ca­ratterizzato dei pigmei di tutta l'Africa. Essi sono stati accostati e stu­diati sul posto da celebri etnologi, tra cui p. Paul Schebesta, del Ver­bo Divino, che visitò anche la zona di Nduye.

I pigmei vivono nelle stesse regioni abitate dai bantu, ma le loro abitazioni sono nettamente distinte e separate dai villaggi dei neri, e spesso sono nascoste in mezzo alla foresta. Essi si considerano i pri­mitivi o aborigeni della regione, ma accettano la superiorità dei neri che considerano loro «padroni» e servono con fedeltà, quasi con fie­rezza, per avere in cambio protezione e aiuto.

Culturalmente i pigmei sono rimasti allo stadio della raccolta sil­vestre; vivono cioè di ciò che la foresta spontaneamente produce. Non sanno cosa sia fare riserva di alimenti o di caccia... Sono quindi essenzialmente nomadi.

Lo spostamento da un luogo all'altro avviene, in media, ogni tre o quattro settimane. Ma una caccia fortunata, o maggiore abbondanza di alimenti o di pesca, potrebbe prolungare di qualche giorno la per­manenza in un luogo.

L'unità sociologica più caratteristica è il gruppo o clan, formato da cinque-dieci famiglie. Il bene del gruppo è la norma che tutti accet­tano senza discutere.

Il matrimonio avviene tra i giovani di un gruppo e le ragazze di un altro gruppo. Non è ammesso che i giovani e ragazze di un medesi­mo gruppo si sposino fra loro. Anche dei bantu, nell'Ituri, sposano donne pigmee, perché sono molto feconde. Tra i walese si calcola che siano circa il dieci per cento.

La statura media dei pigmei è di 143 cm per gli uomini e 136 per le donne. Il peso medio è di 39 kg per gli uomini e 36 kg per le don­ne. Ma ancora più caratteristica, nei pigmei, è la struttura del corpo, goffa e deforme: arti inferiori esili e corti; tronco del corpo lungo e massiccio; spalle larghe, braccia lunghe, mani esili. La testa, soprat­tutto, è esageratamente grossa, il volto rugoso, la bocca smisurata, con un prognatismo molto accentuato.

Dei pigmei, p. Longo si era interessato fin dai primi anni di per­manenza in terra d'Africa.

Ancora nel dicembre del 1939, nella sua prima lettera dal Congo (19.12.1939), scriveva:

«I pigmei fanno solo caccia, ma vivono collegati ai loro capi neri, ai quali portano la carne di elefante, per avere in cambio banane. «Nell'ultimo viaggio mi interessai in modo particolare di loro e promisi un catechista.

«Gli altri missionari mi dicono che è un lavoro inutile, perché i pigmei, anche se hanno un capo col quale stanno uniti, per la mag­gior parte dell'anno sono nomadi e quindi ogni tentativo di istruirli riesce vano».

Ciononostante, p. Longo continuò ad interessarsi con ostinazione di loro, delle loro tradizioni, dei loro costumi, per trovare il modo di far giungere anche ad essi il messaggio evangelico.

Se, mentre il padre parlava loro di Dio, udivano i barriti degli ele­fanti, dimenticavano ogni cosa e si mettevano a seguirli per giorni in­teri, fissando poi il loro accampamento dove trovavano da mangiare, da mercanteggiare e da danzare.

P Longo era diventato il grande amico dei pigmei e il loro più va­lido protettore.

Essi l'avevano compreso, ed erano fieri quando potevano stare con lui.

Nella missione avevano libero accesso a tutte le ore del giorno e in tutti i giorni dell'anno. E con loro p. Longo era veramente di una pazienza infinita. Li ascoltava per ore e ore, parlando di tutto, ri­spondendo a tutti i loro minuziosi perché.

Nonostante ciò, dal punto di vista apostolico, i risultati furono sempre molto scarsi.

Alcune donne pigmee, per potersi sposare con cristiani walese, si erano anche decise a farsi cristiane; ma nessuno di quelli rimasti nel­la foresta ha mai ricevuto il battesimo.

P Longo aveva insegnato loro il segno della croce e qualche pre­ghiera; per il resto si limitava a istillare loro la fede in Dio, il senso del peccato, la fiducia nella provvidenza divina per questa vita e an­che per la vita futura.

 

Dopo dieci anni d'Africa

Sabato, 8 gennaio 1949, ancora una volta p. Longo è in viaggio verso Nduye, esattamente a dieci anni dal suo primo incontro con il catechi­sta Moke. Vi giunge verso sera e viene accolto con grande gioia, soprat­tutto perché per l'indomani è prevista la celebrazione di 60 battesimi.

È lui stesso che commenta: «Anche questo è Natale... cioè nascita di 60 figli della foresta alla vita di figli di Dio, e avvio alla nascita di una fiorente comunità cristiana».

Il ricordo dei suoi primi dieci anni in terra d'Africa, come anche la celebrazione di 60 battesimi gli suggeriscono, anche senza volerlo, una riflessione sulle fatiche e sui frutti del suo lavoro.

Sua principale preoccupazione, in tutti quegli anni, erano stati i ca­tecumeni, che seguiva regolarmente. Tra Bafwabaka, Avakubi e Nduye, nel 1948 ne aveva 160, che portò al battesimo tra Natale ed Epifania.

Ma poi nota con amarezza che per un territorio così vasto ci sono solo due missionari. Altro motivo di amarezza, vedere il rapido de­clino di Avakubi (da 11. 000 ab. a 500), solo perché alcuni servizi era­no stati trasferiti altrove. E commenta: «Senza le suore, senza il di­spensario e senza scuola professionale, Avakubi, la madre di tutte le missioni del nord-est, è condannata a morire» (Avakubi, 18.5.48).

Questa la ragione per cui p. Longo moltiplicava le sue visite a Nduye. Il centro più importante, in quella regione, sarebbe stato Mam­basa, che si trova a 67 km più a sud. Ma laggiù c'erano soltanto un cen­tinaio di cristiani e la popolazione era già fortemente islamizzata. A Nduye invece c'era una popolazione ancora semplice, molto disponi­bile, e gli sforzi compiuti in quella zona annunciavano un prometten­te avvenire. Inoltre, nella foresta circostante c'erano molti gruppi di pigmei, e p. Longo sognava appunto una missione che potesse diven­tare punto d'incontro nella fede tra neri e pigmei. Ma per fare questo era necessario pensare a strutture che dessero garanzia di continuità.

Questi i problemi che egli si poneva ormai da tempo. Ma come giungere a una soluzione soddisfacente?

La risposta venne da un complesso di circostanze che maturarono appunto nei primi mesi del 1949, e cioè l'erezione del vicariato apo­stolico di Wamba e, in particolare, gli aiuti (non solo materiali) che il padre riuscì a ottenere durante l'anno di soggiorno in Italia.

 

6 Un anno in Italia col cuore a Nduye

Tanti nuovi progetti

In data 10 marzo di quell'anno, 1949, la zona nord-orientale del vi­cariato di Kisangani veniva distaccata, per costituire un nuovo vica­riato apostolico con sede a Wamba. Esso si estendeva per una su­perficie di 68.000 kmq, con circa 210.000 ab., di cui solo 45.000 erano cattolici.

Fu chiamato a dirigerlo mons. Giuseppe Wittebols che nel 1964 darà la vita per il suo gregge. Nella riorganizzazione delle stazioni missionarie, il nuovo vescovo decise di elevare anche la missione di Nduye al rango di stazione principale, designandovi come superiore il p. Bernardo Longo che ne era stato il fondatore.

Il padre accolse quelle decisioni come una grazia. Esse gli con­sentirono infatti di elaborare un quadro abbastanza preciso di quel­lo che sarebbe stato il suo futuro lavoro missionario; e durante il suo soggiorno in Italia, proprio in quell'anno, ne approfittò per avvicina­re amici e benefattori, illustrare i suoi piani, sollecitare il loro ap­poggio e raccogliere i fondi necessari.

Giunse in Belgio il 25 marzo. Nello Scolasticato dehoniano di Lo­vanio sviluppò lui stesso, con l'aiuto degli studenti, oltre 500 delle sue riprese fotografiche; ne scelse un centinaio, tra quelle meglio riusci­te; e con esse si fece mendicante, in nome di Cristo e del Vangelo, per i neri e i pigmei delle sue foreste.

In conversazioni, incontri, corsi di predicazione, lettere ad amici e benefattori, a tutti aveva qualcosa da chiedere: missionari che venis­sero a lavorare con lui, suore per avviare un dispensario e le scuole femminili, macchinari per le scuole professionali, campane, corone, indumenti, medicine... e poi denaro per poter pagare i catechisti e gli operai che lo avrebbero aiutato nei suoi progetti.

In visita alla fiera di Milano vide esposto un bel concerto di cin­que campane: «Queste, disse subito, le voglio comprare io». Interessò amici della Svizzera, la sua parrocchia di Curtarolo, la parrocchia del duomo di Monza, e le cinque campane giunsero a Nduye.

Per la generosa collaborazione di «Propaganda Fide», del pio so­dalizio di S. Pietro Claver, dell'Ufficio missionario della diocesi di Pa­dova poté acquistare una bellissima statua della Madonna col Bam­bino. Acquistò inoltre un tornio, una grossa dinamo, nastri di seghe elettriche, insomma tutto il necessario per allestire, in mezzo alla fo­resta dell'Alto Congo, una segheria e una scuola per apprendisti meccanici e per falegnami.

Ma il dono più caro e ambito ali venne dalla Superiora generale delle Pie Madri della Nigrizia, fondate dal beato Comboni. Ella in­fatti promise che avrebbe mandato alcune delle sue religiose per la missione di Nduye, non appena i locali fossero in grado di accoglier­le. Fu questa la sua conquista più bella.

 

Anche se il tuo paese è bello, ritorna presto fra noi

Ancora nell'estate del 1949, p. Bernardo riceveva una lettera dal Congo nella quale il catechista di Bafwasende, rispondendo al salu­to del padre, gli ricordava che sua patria erano ormai le foreste del­l'Africa centrale.

«Padre Bernardo, mio amatissimo: la tua lettera ci ha portato il giubilo del cuore, come se avessimo veduto il tuo volto sorridere tra noi.

«Erano circa le quattro di sera quando arrivò.

«Io stavo seduto e curvo vicino alle pentole che bollivano; d'un colpo mi scosse il ragazzo che portava la tua lettera. Non credendo ai miei occhi, l'aprii.

«Le mie figliole, e Giuseppino e io, appena abbiamo visto proprio la tua scrittura, siamo saltati fuori, come escono i galli al mattino, e abbiamo cominciato a ridere e a saltare di gioia...

«Ti diciamo dunque grazie senza numero, per averci mandato quella lettera a noi, tuoi piccoli figlioli. Proprio così: il padre buono, anche se lontanissimo, anche se al di là di tutti i nostri boschi, non ab­bandona del tutto i suoi figlioli, perché li ricerca con la sua lettera... «Basta. Ritorna presto tra noi.

«Anche se il tuo paese è bello, anche se ti vogliono tanto bene, ri­torna presto. Anche tra noi ci sono dei cuori che ti amano non come fratelli, ma come veri figli, che tu stesso hai incamminato per il sen­tiero del cielo» (Gabriele Mambele).

 

7. Nduye Una missione tutta per lui

Il suo nuovo «status» giuridico

Tornando in Africa nella primavera del 1950, p. Bernardo Longo sapeva che non andava più incontro all'ignoto. Una missione fatta su misura, tutta per lui, l'attendeva nel cuore della foresta.

Riprendendo il suo posto di lavoro nella vasta regione dell'Ituri, egli aveva ora anche un nuovo status giuridico.

In primo luogo, come già abbiamo accennato, nel 1949 tutta quel­la vasta zona era stata distaccata dal vicariato di Kisangani e costi­tuita in vicariato autonomo con sede a Wamba.

Il 15 maggio 1950 anche la missione di Nduye era stata elevata al rango di stazione principale, e superiore era stato nominato lo stes­so p. Bernardo Longo. Il 18 maggio successivo, festa dell'Ascensione, egli volle solennizzare anche esteriormente l'importante avvenimen­to, annunciando che da allora in poi la sua residenza abituale non sa­rebbe stata più Avakubi, ma Nduye.

Nel 1950, ebbe come collaboratore don Agwala, il primo sacerdo­te congolese del vicariato, che più tardi diventerà il vicario generale di Wamba; nel 1951 ebbe p. Lahr, lussemburghese; poi nel novembre 1952, giunse il p. Luigi Noacco, che nel 1930 era stato suo alunno a Trento, e che a Nduye gli sarà amico carissimo e prezioso collabora­tore; sarà lui a riesumare i resti mortali di p. Longo nel 1966 collo­candoli a Nduye nella chiesa della Madre di Dio.

A Nduye, p. Longo ritrovò l'affetto e l'entusiasmo dei neri e dei pigmei, i quali lo attendevano carico di regali. E invece, strano ma ve­ro, dovette presentarsi a mani vuote, perché le casse erano ancora in viaggio.

Ma sia il vescovo di Wamba, che i fedeli di Nduye, si rasserenaro­no quando sentirono la descrizione di tutto quel ben di Dio che do­veva arrivare.

«Cristiani e catecumeni, scrive p. Longo, dicono ogni giorno il san­to rosario, perché sia le statue, che le campane, arrivino presto e be­ne. In mezzo a questi boschi, questo sarà il più grande avvenimento dopo la creazione del mondo».

Rientrando nella sua capanna, abbandonata l'anno precedente, la trovò linda e tutta imbiancata, ma spoglia di tutto: lenzuola, coperte, abiti e attrezzi, nulla più era rimasto.

Babà Josefu, il vecchio e fedele catechista, portava ancora la giac­ca dell'anno precedente; con la differenza che prima si vedeva una giacca rattoppata, mentre ora non si vedevano che i rattoppi.

Tornando in Africa, p. Longo aveva in mente grandi progetti, e col tempo li avrebbe realizzati tutti, a uno a uno. Difatti, anche se le cas­se erano ancora in alto mare, nell'estate del 1950 egli aveva già tra­sformato la missione in un grande cantiere.

La sua abitazione era ancora la misera capanna di fango, col tetto di paglia, costruita nel 1940; ma egli ne aveva fatto come la centrale di tutte le iniziative che via via andavano sorgendo.

Cominciò col sostituire la primitiva cappella, impastata di fango, con un'altra ancora in legno, ma più ampia e razionale. Contemporaneamente fece costruire un baraccone con le pareti di legno e il tetto di paglia, per ospitare i primi undici allievi: era solo l'inizio di quella che presto sarebbe diventata una scuola di arti e me­stieri per i giovani della regione.

 

Una capanna di fango, ma un cuore d'oro

Quando gli giunse la notizia che le casse erano in arrivo, p. Longo lasciò a don Agwala la cura della missione e scese Kisangani per le pratiche di dogana e per provvedere al trasporto fino a Nduye.

Dopo l'arrivo delle casse, nel 1951 p. Longo ebbe un'altra gradita sorpresa: la visita dell'ing. Alfredo Nodari, un caro amico di Bellin­zona, che gli era sempre stato largo di ospitalità e di comprensione.

Il padre diede a sua volta generosa ospitalità a lui e alla figlia Em­ma, nella sua capanna di Nduye.

«Nel 1951, scriverà più tardi l'ingegnere, trovai il p. Longo che vi­veva in una misera capanna di fango dal tetto di paglia.

«Era allora coadiuvato da don Agwala, il primo prete nero del vi­cariato.

«La chiesa, la scuola e l'officina erano esse pure in fango, coperte di foglie. I pavimenti in terra battuta. Le imposte dell'abitazione era­no formate da semplici ante di legno, e quindi senza telaio e vetri, e senza zanzariera.

«Fui ospitato con mia figlia nella cameretta riservata al vescovo, che passava ogni tanto a visitare la missione.

«Le pareti in fango e il pavimento erano letteralmente infestate da ragni e scarafaggi, per cui erano necessarie tutte le precauzioni... «Nemmeno la luce elettrica esisteva, si usava una piccola lanterna a petrolio o una candela.

«Ma in questo ambiente così povero viveva un uomo dal cuore grande, che tutti voleva redimere dalla miseria materiale e più anco­ra da quella spirituale del peccato, affinché in tutti tornasse a splen­dere il volto dei figli di Dio».

 

In esilio, per il Signore

«Sperduto fra queste boscaglie paurose», scriveva a sua volta il p. Longo ai confratelli di Monza il 4 settembre 1951, «io vi ricordo sem­pre... Proprio nella vostra cappella tante volte io guardavo, per voi e con voi, l'altare santo, e dicevo a Gesù di farvi tutti apostoli, sullo stampo di Paolo.

«Proprio nella vostra cappella ho pregato e mi sono aggrappato alla "Mamma", per ricominciare il mio apostolato.

«Scrivendo, non parlatemi troppo di Monza, perché le vostre Mes­se cantate, le belle adorazioni, i buoni ritiri e le belle funzioni reli­giose sono per me tante ore di nostalgia. Non dimenticate che da tan­ti anni sono in esilio: è per il Signore! ma è sempre un esilio.

«Tante sere, dopo sole e lavoro, gambe e braccia mi bruciano, ma avanti sempre.

«Amate le missioni e il loro ideale. Nessuno si lamenti se non scri­vo... Dalle cinque del mattino fino alle nove di sera, la giornata è tut­ta occupata tra lavoro ed esercizi di pietà».

 

Le Pie Madri della Nigrizia

P. Longo sapeva che, se una missione non è animata dalla carità delle suore, sarà sempre triste e senza vita.

La superiora delle Pie Madri della Nigrizia aveva promesso che le suore sarebbero giunte anche a Nduye.

Perciò una delle prime preoccupazioni di p. Longo, nel suo piano di rinnovamento della missione, è stato di preparare la casa delle suore.

Dall'amministrazione comunale ottenne per loro l'assegnazione di cinquanta ettari di foresta. Egli scelse il pendio che, venendo da Mambasa, si trova sulla destra della strada, e perciò di fronte alla missione, dal lato opposto della vallata.

Le Pie Madri della Nigrizia arrivarono a Wamba nel dicembre del 1951. Molte furono le difficoltà da superare prima di giungere a Nduye, tra cui l'opposizione e quasi l'ostilità con cui alcuni giudica­vano utopistici i progetti di p. Longo.

Egli però godeva della piena fiducia del suo vescovo, mons. Wit­tebols, nonché di p. Kinsch, allora direttore delle scuole e più tardi arcivescovo di Kisangani.

«Andate a Nduye con fiducia, disse questi a madre Clementina che gli confidava le sue perplessità. Il y a l'homme de Dieu, Ca ira!» («C'è l'uomo di Dio; andrà tutto bene!»).

Forti di questi incoraggiamenti, le Pie Madri si recarono a Nduye il 28 febbraio 1952. In seguito, ringrazieranno spesso la provvidenza per avere avuto in sorte la missione di p. Longo.

Ma anche p. Longo, nelle sue lettere, ringrazia spesso la provvi­denza per aver avuto così valide collaboratrici.

 

8 Un missionario dal cuore grande

La giornata di P. Longo

La giornata, nella missione di Nduye, cominciava prestissimo. Al­le cinque del mattino, le campane lanciavano già il loro pressante in­vito: «Su, ragazzi, il catechismo vi attende!».

I giovani catecumeni, quasi tutti alunni interni delle scuole della missione, già sapevano che non era il caso di indugiare, perché col ca­techista Babà Josefu e soprattutto con padre Bernardo non si scher­zava. Dopo l'istruzione, le preghiere e la messa, verso le otto, comin­ciava in pieno la vita della scuola.

Al frastuono dei martelli e dei motori, nelle scuole di meccanica e di falegnameria, facevano eco da lontano i canti dei ragazzi che, più sotto, sarchiavano la terra o ripulivano la piantagione di caffè.

P Longo era come l'occhio del padrone, presente ovunque, perché tutto fosse fatto bene e con coscienza.

«Qualche volta, scrive sr. Maria Ancilla, mi è capitato di trovarlo in chiesa anche durante le ore di lavoro. Non dimenticherò mai il suo sguardo, assorto verso il tabernacolo e la statua della Madonna. Le sue labbra erano immobili, ma i suoi occhi parlavano.

«Di solito, quando suonava mezzogiorno, per p. Longo era sem­plicemente l'ora dell'Angelus. Si scopriva il capo, lo recitava con le persone con le quali si trovava, e poi il lavoro continuava come pri­ma». Ma anche quando si metteva a tavola, le sue refezioni erano quanto mai frugali. Solo uno abituato alle austerità dei trappisti o dei certosini avrebbe potuto trovarsi a suo agio con lui.

Austero con se stesso, p. Longo riteneva di poterlo essere anche con gli altri. Le necessità materiali del bere e del mangiare non co­stituivano, per lui, un problema. Figlio spirituale di mons. Matthysen, l'austero asceta del lago Alberto, anche p. Longo aveva preso come regola di vita il rifiuto di ogni comodità. Nella missione di Nduye non si conosceva né il tabacco, né la birra, né i liquori. P Longo era assai esigente soprattutto in fatto di pubblica moralità, e aveva parole di fuoco contro chiunque fosse stato motivo di scandalo.

Ai fedeli veramente pentiti, egli non negava mai l'assoluzione sa­cramentale. Ma poi, nei casi più gravi, li faceva attendere anche dei mesi prima di riammetterli alla comunione.

 

Le delicatezze della vera carità

P. Longo era di carattere un po' impulsivo, a volte quasi violento. Qualcuno lo giudicò molto severamente appunto per questo. Ma se, qualche volta, faceva la voce grossa, osserva sr. Maria Ancilla, era perché c'era motivo. Del resto, egli era incapace di conservare ran­core e, rimesse le cose a posto, tornava sereno e gioviale come sem­pre.

«Io anzi, scrive p. Turu, spesso approfittavo proprio di queste oc­casioni per mettere le cose a posto nei nostri rapporti reciproci. E de­vo onestamente confessare che non ho mai avuto da lamentarmi per questo. Ci eravamo compresi così bene che, quando ho dovuto la­sciare la missione di Nduye, l'ho fatto con molto dispiacere».

Sotto dei modi che a volte potevano forse apparire un po' duri, p. Longo nascondeva infatti un animo delicato.

Prediligeva i bambini e ne era spesso circondato. Amava i più po­veri, soprattutto i pigmei, mentre aveva parole di fuoco contro certi profittatori che cercavano di speculare sulla loro miseria e ingenuità.

Sensibile alla riconoscenza, soffriva immensamente per un gesto indelicato o che sapesse di ingratitudine. La prova più grande, nella sua vita di missionario, è stata la solitudine del cuore.

D'altra parte, bastava un pensiero o un gesto delicato per fargli di­menticare ogni sacrificio.

 

Zelo apostolico

«Uomo veramente apostolico, scrive di lui sr. Emanuella Casiroli, egli non guardava alle persone. Cercava le anime.

«Bianchi e neri, trattava tutti con uguale amore, pazienza e stima. Sapeva stare con tutti, a qualunque ceto sociale appartenessero. «Gli europei che l'avvicinavano, ne riportavano una profonda im­pressione. Ed era motivo di segreta compiacenza per noi, Pie Madri di Ngayu, sentire i dirigenti della Società mineraria parlare di p. Lon­go come del vero missionario, religioso, sobrio, modesto, intrapren­dente, irradiante bontà.

«Ho sentito pure diverse signore belghe benedire il loro soggior­no a Nduye, perché l'incontro con p. Longo aveva riportato la sere­nità e la pratica religiosa nelle loro famiglie. Ed erano molti i visita­tori di Nduye, perché se la mensa del padre era parca, il suo "atelier" di meccanica era, in compenso, molto bene attrezzato».

P Longo, scrive sr. Clementina, «era sempre pronto ad aiutare e ad incoraggiare. Su di lui si poteva sempre contare».

Ogni volta che andava a fare le provviste, a Kisangani, a Kivu o a Mambasa, tornando aveva sempre un regalino anche per le sue suo­re. Nel 1956 due suore, dopo quattro anni di permanenza a Nduye, furono destinate a un'altra missione. Quando fecero il trasloco, gui­dava lo stesso p. Longo. Durante il viaggio, per i primi 10 km non fe­cero che piagnucolare. Finalmente il padre fermò la vettura e passò loro un quadretto. Era un'immagine della Madonna delle lacrime. Le due si guardarono e... scoppiarono a ridere. Era tornato il sereno.

Era sua abitudine distribuire ai poveri tutto ciò che aveva o rice­veva. Anche i piccoli regali: vestiti, corone, oggetti o gingilli che rice­veva in dono, gli servivano per scambiare con carne, banane, ananas, papaie, legname che i pigmei o i neri di tanto in tanto gli portavano.

Soprattutto negli ultimi anni, quando maggiori erano i disagi, la sua carità si rivelò ancora più premurosa e delicata.

 

Uomo di preghiera

P Longo, «quanto era attivo nel lavoro, tanto era fervoroso nella preghiera» (sr. Donatella).

«Era di edificazione vederlo celebrare. Partecipando alla sua mes­sa, non era difficile restare raccolti. Il suo atteggiamento era quello di un santo» (sr. Irma).

«Non aveva orario per i pasti o per il riposo. Ma ogni mattina, al­le 5,15 era già in chiesa, davanti al tabernacolo, inginocchiato nel suo cantuccio preferito, cioè di fianco alla statua della Madonna, che egli aveva fatto mettere su una predella molto bassa, per averla più vici­na» (sr. Gemma).

Tutta la sua vita era preghiera; e anche nei periodi in cui più inten­so era il lavoro, non sapeva cominciare la giornata senza la preghiera.

La messa e l'ufficio divino erano i suoi atti sacerdotali per eccel­lenza. Dal sacrificio dell'altare attingeva quotidianamente motivo e forza per fare della sua vita, dura e difficile, una gioiosa offerta di lo­de, che poi formulava con le parole stesse del salterio.

La preghiera era anche il tema preferito delle sue prediche. La in­culcava continuamente.

Anche l'arcivescovo di Kisangani, mons. Kinsch, passando un gior­no da Nduye, rimase ammirato di come si pregava: «Nella missione di Nduye, diceva, si prega molto».

«P Longo era un missionario intrepido e instancabile, dichiara sr. Emanuella; ma era soprattutto un uomo di preghiera. In tredici anni di missione ho conosciuto parecchi missionari; ma pochi che sapes­sero unire costantemente una grande attività a una vita di intensa orazione come p. Longo. L'immagine di questo sacerdote in preghie­ra è rimasta indistruttibile nella mia memoria».

 

Devozione filiale alla Madre di Dio

P Longo ha sempre coltivato una grande devozione verso la Ma­donna. Nutriva per lei una tenerezza filiale. Le principali feste della Madonna erano da lui celebrate con grande splendore.

«Mi trovai a Nduye l'undici febbraio 1958, scrive sr. Maria Ancil­la, e al calar della notte la grande fiaccolata si snodava come un na­stro di luce attraverso le vie della missione. Centinaia di ragazzi can­tavano a pieni polmoni l'Ave Maria di Lourdes. P Longo era felice!».

Durante il mese di maggio, dava ogni sera la benedizione eucari­stica, che faceva seguire da un breve pensiero mariano.

Il santo rosario era la sua preghiera preferita. E anche quando la sua camionetta ansimava lungo le strade dell'Ituri, e i ragazzi ne ac­compagnavano i sobbalzi o gli sbandamenti con esplosioni di gioia o col canto di Alouette, all'ora che giudicava più propizia, il padre spor­geva la mano fuori dal finestrino e ricordava: «Ragazzi, è l'ora del ro­sario!».

A quel segnale, immediatamente il coro cambiava programma e, ai canti spassosi di un gruppo di ragazzi spensierati, succedeva il rit­mo devoto e cadenzato delle Ave Maria.

Il padre era raggiante di gioia, quando ricordava tutti i rosari che aveva... seminato attraverso quelle foreste, soprattutto quando do­veva percorrerle a piedi.

 

Il segreto che rende bella la vita del missionario

Nell'estate del 1951, i giovani professi di Monza, non sapendosi spiegare come mai p. Longo potesse dimostrarsi sempre così sereno e spassoso, nonostante tutte le difficoltà che incontrava, si lasciarono scappare una domanda un pochino indiscreta: «Qual è il segreto che rende bella la vita del missionario?».

«Miei cari piccioncini, rispose p. Longo, dirvi quale sia il segreto della vita missionaria è difficile.

«Credo che sia il Cristo, presente misteriosamente nel missiona­rio. Cristo sulla lingua, Cristo nel cuore, Cristo all'altare, Cristo a scuola, Cristo in città, Cristo nelle anime, Cristo tra i piccoli e i gran­di, Cristo amato e benedetto nella dura lotta dello spirito e della car­ne.

«Trovare lo stampo per fare il missionario è difficile.

«Io cerco di attirarmi la protezione della Vergine Maria, la mam­ma di Cristo.

«La vita missionaria, presa sul serio, è una croce pesante. Io cerco di riportarmi sempre ai principi soprannaturali...

«Preparatevi nella santità, nella pace, nell'equilibrio delle vostre facoltà. Ma soprattutto pregate nell'umiltà.

«Cari giovani, il missionario è un matto per Cristo. Vive come Pao­lo tra tutti i pericoli e tutte le tentazioni. Ma ha Cristo che lo confor­ta» (18.8.1951).

Questa l'immagine ideale del missionario, che p. Longo ambiva realizzare e vivere.

Fino a che punto egli sia riuscito a realizzarla ce lo suggerisce sr. Maria Ancilla quando scrive: «Tutto è molto bello a Nduye; ma vi è una cosa che in nessun'altra missione si può trovare: il sorriso di p. Longo. E luminoso come il bel cielo d'Italia... La sua casa è povera.

La sua mensa manca anche del necessario. Ma la sua presenza riem­pie tutto. Si direbbe che Nduye è inconcepibile senza il p. Longo. È del resto, la sua creatura.

«La sua conversazione va spesso di palo in frasca, ma le conclu­sioni a cui giunge sono sempre sorprendenti. È un cercatore d'anime, ecco tutto».

 

9 Il Congo verso l'indipendenza

Una società duramente provata

Nel corso degli anni '50 il vento dell'indipendenza spirava da un capo all'altro dell'Africa. Non poteva non farsi sentire in quel paese ricco e sconfinato, che era allora il Congo belga. Le prime manife­stazioni di protesta contro l'autorità coloniale si ebbero all'inizio del 1959. Ma la situazione precipitò quando tutta la provincia orientale cadde in mano ai lumumbisti e, più ancora, nel 1961 in seguito al­l'assassinio di Lumumba.

Nella missione di Basoko, la più a ovest della diocesi di Kisanga­ni, il dehoniano p. Tegels fu trucidato, e i padri Gheza e Ravasio in­sultati, percossi e più volte minacciati di morte. Anche a Kisangani, in quei giorni, alcuni facinorosi insultarono i missionari e profanaro­no la statua del s. Cuore e il busto di mons. Grison.

Nell'anarchia e nel disordine si scatenarono tutte le rivalità ance­strali contro il bianco, acuite da una lunga e mal sofferta dominazio­ne. In alcune regioni la violenza veniva coltivata e accentuata dal fa­natismo di alcuni movimenti religiosi locali come il Kibanghismo e il Kitawala, fautori di un «messianismo» tutto africano, per la libera­zione dei neri dalla dominazione dell'uomo bianco.

Ma nei torbidi di una società così duramente provata ebbero faci­le gioco anche fattori economici, politici, ideologici. L'assassinio di p. Tegels, la strage dei tredici aviatori italiani a Kindu, il martirio di 22 missionari di Kongolo e la stessa uccisione di Patrice Lumumba non furono che segnali emergenti di una lotta più profonda fra blocchi contrapposti che, o per interessi materiali o per motivi ideologici, di­ventarono causa di dissidi insanabili.

 

La domenica «Gaudete» del 1960

Quella bufera non ha risparmiato la missione di Nduye. Era la do­menica Gaudete del 1960. Padre Longo, padre Noacco e le 5 suore della missione furono arrestati, condotti a Mambasa sotto scorta e là chiusi in prigione tra insulti e minacce.

Ma fu solo una prova passeggera, come in seguito preciserà lo stesso p. Longo (lettera del 13.3.61), perché grazie all'intervento de­ciso e dignitoso di un bravo ufficiale cattolico vennero liberati dopo solo due ore.

«Prendiamo in fretta la strada di Nduye, si legge nella cronaca del­le Suore Comboniane; divoriamo i 60 km che ci separano dalla mis­sione in meno di un'ora. E recitando il rosario e cantando il Magni­ficat rientriamo trionfanti nella missione. Le bambine della scuola ci attorniano, e cantando ci accompagnano alla chiesa dove insieme rin­graziamo il Signore. Non è ancora trascorsa mezz'ora, ed ecco anche la camionetta dei padri. Allora tutte le campane e i tamburi della missione suonano per circa venti minuti... Una cosa veramente ci ha commosso: da quando eravamo partite, le bambine dell'internato non avevano né mangiato né dormito, ma soltanto pianto».

All'arrivo di p. Longo, una ragazza va a chiedergli se celebra la san­ta messa perché, dice, «noi siamo digiune e vogliamo la comunione». Quella sera, uscendo dalla chiesa, se ne tornavano alle loro case ripetendo: «Oggi è un giorno bello. È come se fosse Natale».

 

L'ultima visita in Italia

«Il Congo, scrive qualche tempo dopo p. Longo scosso da questi disordini, sta ancora ballando; e il diavolo comunista l'aiuta, più l'im­mensa credulità dei neri. Le regioni più buone e più cristiane sono anche le più provate» (7.5.61).

Riflettendo su come si mettevano le cose, sul finire del 1961 egli approfittò di un momento di relativa calma politica per prendersi un periodo di riposo in patria.

Era la seconda volta che tornava in Italia, dopo oltre vent'anni di lavoro missionario. E sarà anche l'ultima.

Incontrandolo, l'ingegner Nodari gli chiese se, in caso di pericolo, non avrebbe potuto nascondersi nella foresta con i suoi pigmei. «Con i miei pigmei, rispondeva il padre, sarei certamente al sicu­ro. Ma come potrei abbandonare i miei cristiani proprio al momen­to della prova?».

Le notizie che il padre riceveva dall'Africa, durante quei mesi, non erano gravi, ma sollecitavano di continuo la sua presenza.

«Qui, gli scriveva il 23 febbraio 1962 la superiora delle suore, l'a­spettiamo tutti. Siamo egoisti? Forse. Ma si sta meglio in molti quan­do c'è da lottare.

A Mambasa, i briganti rossi fan di tutto per molestarci; però le no­tizie sono buone, comprese quelle dell'abate senza mitra (cioè don Toneatto). È stato arrestato ancora non so quante volte, ma se la ca­va sempre.

Per il resto non va malaccio. Continuiamo il nostro lavoro dap­pertutto. Il nostro piccolo "martirio" consiste nel tacere, lasciar fare, non vedere o far finta di non vedere, assecondare i loro capricci più che infantili, veder andare a male il frutto di tanti sacrifici e di tante speranze.

Sono convinta che la testimonianza del sangue ha un grande va­lore davanti a Dio; ma questo martirio quotidiano, oscuro e misco­nosciuto, non vale meno».

Nel mese di maggio, p. Noacco lo informa che gli alunni della scuo­la artigianale hanno fatto sciopero e che solo con l'intervento di mons. Agwala, vicario generale, l'ordine è stato ristabilito. Anche la superiora regionale delle Pie Madri della Nigrizia gli scrive solleci­tando il suo ritorno (26.5.62).

Di fronte a tanta insistenza, a p. Longo non restava che preparare le valigie, salutare parenti e benefattori, e tornare quanto prima tra i suoi fedeli di Nduye e riportar loro un raggio di speranza.

Ripartendo per l'Africa, fece capire apertamente che non sareb­be più tornato. Quasi presentiva in cuore che rientrava fra la sua gen­te solo per dare la prova suprema dell'amore, la testimonianza del martirio.

 

Un caro amico: don Giacinto Toneatto

Il 5 giugno 1962 il ritmo gioioso del tam-tam si associa al concer­to delle cinque campane della missione, per annunciare il ritorno del­l'uomo di Dio.

Rientrando a Nduye, la sua vita riprendeva, umile e laboriosa co­me sempre. Dall'alba alla notte la sua attività non cessava un istan­te, benché soffrisse di forti emicranie e dolori reumatici.

«Ma la ballata non è ancora finita, commenta con tristezza il pa­dre. Con certi ceffi lungo le strade, il più bello deve ancora venire». Il 17 giugno, festa della ss. Trinità, p. Longo si recò a Mambasa per fare visita al suo caro e simpatico don Giacinto Toneatto, il parroco di Fondi di Sotto (Udine) che, in seguito a un appello quasi anonimo, aveva abbandonato la parrocchia per dare il suo cuore e il resto dei suoi anni al servizio delle missioni nel cuore dell'Africa. Il vescovo di Wamba gli aveva affidato una buona metà della primitiva missio­ne di Nduye, erigendo una nuova parrocchia nel grosso centro di Mambasa (1959).

L'intesa, anzi l'amicizia fra don Toneatto e p. Longo, era schietta, e profonda.

Ritrovarsi, dopo quasi un anno di lontananza e di trepidazione, è sta­ta una festa. Don Toneatto aveva persino fatto addobbare la chiesa. Anche p. Longo era commosso. Ma appena entrati in chiesa gli dis­se: «Dobbiamo dare l'esempio ai nostri cristiani!». E inginocchiatisi davanti a tutti, si confessarono l'un l'altro. Dopo di che, tutti e due si misero a disposizione per ascoltare le confessioni dei fedeli fino a tar­da sera.

All'indomani, p. Longo celebrò la s. messa delle ore 9; bambini e bambine guardavano incantati la sua barba «da vecchio profeta». Terminata la messa, le autorità erano ad attenderlo in piazza per avere notizie dell'Europa:

«Ho dato loro le più belle, scrive il padre, e ho aggiunto le più brutte su quel flagello di Dio che è il comunismo ateo. Così, se più tardi vorranno tagliarmi il collo, sapranno almeno perché. Io credo che noi missionari un po' di mattoide dobbiamo averla. Non vi pa­re?» (17.6.1962).

 

XXV Natale in terra africana

Un'altra giornata piena di luce, per p. Longo, è stato il Natale del 1962. Era il XXV dalla sua venuta in Congo. Per la messa di mezzanotte la chiesa era piena di fedeli, venuti anche da villaggi molto lontani.

Gli alunni delle scuole avevano illuminato le vie del villaggio con canne di bambù, imbevute di olio di palma. La fiaccolata finì dopo la messa di mezzanotte, perché i più furbi, uscendo di chiesa, si presero le torce per illuminarsi il sentiero che portava al loro villaggio.

«Dopo tante burrasche, annota p. Longo, non avrei mai creduto che il mio 25° Natale in terra d'Africa sarebbe stato così benedetto». Il suo primo Natale, nel lontano 1938, aveva avuto solo sette co­munioni. Ora, invece, ce ne sono state cinquecento, nella sola mes­sa di mezzanotte. Si vede proprio che il Signore ha benedetto il suo lavoro.

«Padre, dicevano anche i neri il giorno di Natale, che bella festa!... Però, quel presepio non vale proprio niente. Di grande non si vede che il bue e l'asino. La Madonna, invece, è così piccina... il Bambino, poi, quasi non si vede!»...

Descrivendo queste semplici cose, osserva p. Longo, «mi era ve­nuta la tentazione di pensare al vostro Natale, così ricco di tutto. Ma ormai sono abituato alla vita dura, e le privazioni mi piacciono: è questa l'eredità di nostro Signore per noi vagabondi».

Unica concessione alla gola, per quel 25° Natale in Africa, il pac­co di confetti avuti in regalo dalle suore di Imola.

 

Un compagno della prima ora

Nel mese di settembre 1963 p. Longo ebbe una gradita sorpresa: la visita di p. Arnold De Leest, dehoniano come lui, che gli era stato compagno nel primo viaggio che fecero a Nduye nel marzo 1939. Erano partiti a piedi, per un viaggio di oltre 500 km e a Nduye ave­vano alloggiato per una settimana nella capanna di fango del cate­chista Moke.

«Ora invece, scrive p. De Leest, in questa medesima Nduye c'è una splendida missione, vibrante di vita... Che gioia vedere queste belle costruzioni in pietra e la meravigliosa posizione dei due edifici, la ca­sa dei padri e quella delle suore, su due diverse colline.

La chiesa è il centro della vita di una missione. Anche se provvi­soria, è già tanto bella. Ma nella mente e nel cuore di p. Longo sono già pronti i piani di un'altra bella chiesa, tutta in granito, che celebri anche tra queste foreste le glorie della Madre di Dio... Bisognerebbe poi vedere questo caro missionario, mentre fa la sua predica: non è spiegazione arida o sapiente di verità astratte. E pa­rola viva. È dialogo con i fedeli, tutto a domanda e risposta. Questo metodo fissa l'attenzione dei presenti e rende piacevole e chiaro l'in­segnamento della dottrina cristiana. Ma non a tutti è dato di averlo!». Anche le scuole sono piene di vita: quelle maschili contano oltre trecento alunni, e quelle femminili circa duecentocinquanta alunne. Da queste scuole escono operai qualificati e anche tecnici specializ­zati che un domani potranno occupare posti importanti.

Lo stesso insegnamento tecnico, conclude p. De Leest, è reso an­cor più prezioso da appropriati richiami ai valori dello spirito, cioè da riflessioni che, prendendo lo spunto dal fatti della vita concreta, sono di un'efficacia straordinaria.

 

Quasi un testamento

«La nostra missione, scrive p. Longo nell'ultima lettera alle suore di Imola, cammina benissimo, anche se siamo sempre in alto mare... Tutto intorno a noi è pieno di disordine... Soldati che vanno e ven­gono... per un niente legano e bastonano a tutta forza... Guai a cade­re nelle loro mani!».

In una lettera di fine marzo 1964, commenta con un senso di profonda tristezza la situazione in cui è caduto il paese: «In questi an­ni di indipendenza, scrive, il paese si è completamente svuotato. Le grandi città sono diventate come le città dei western americani: i grandi fanno i gradassi, in faccia a una miseria che non ha nome» (29.3.64). E ancora: «Anche da noi ci sono state ribellioni di Kitawa­la. Per il momento sono stati domati a bastonate. Povero popolo, in che miseria va a finire... La missione cammina ancora bene... Qual­che spintone lo dò anch'io... Ma tutti già si chiamano compagni» (19.2.64).

E nell'ultima sua lettera, di fine agosto, quasi telegrafica: «Qui le cose si mettono per il peggio. Preghi per noi. Stiamo preparandoci al martirio».

 

10.Verso il martirio con un popolo martire

Le prime avvisaglie

Giudizi così preoccupati sulla situazione politica del paese non erano dovuti a pessimismo, ma alla chiara coscienza che si stava an­dando a occhi aperti verso un baratro senza fondo.

Alla vecchia struttura del periodo coloniale era succeduto un go­verno con funzionari locali del tutto impreparati, i quali, della classe precedente, avevano ereditato solo la boria e la cupidigia. Così, men­tre la popolazione soffriva sempre più la miseria e la fame, la classe dirigente «eccedeva tutti i limiti di un pur ragionevole lusso».

Un ruolo importante, nel successo del movimento rivoluzionario, lo ebbero certamente il fanatismo di nuovi movimenti religiosi afri­cani (Kibanghismo e Kitawala), come pure l'infiltrazione dell'ideo­logia e dei metodi polizieschi del comunismo cinese. Ma in definiti­va il coagulo è stato dato dalla situazione caotica del paese e dalla miseria della povera gente. Per cui è stato come d'istinto che i ribel­li, quasi senza accorgersene, siano diventati il luogo d'incontro di tut­ti gli scontenti.

Non farà perciò meraviglia se alla direzione dei rivoltosi troviamo un intellettuale come Mulèle, un funzionario cattolico come Sumia­lot, un Cristoforo Gbenye, piuttosto moderato, e il generale Olenga, che aveva un notevole senso del dovere.

L'ascesa alla direzione dello stato di Moisé Ciombe, che due anni prima aveva capeggiato la secessione del Katanga, fece scoccare la scintilla. Pressioni esterne e colossali interessi, di ordine economico, politico e ideologico, si infiltrarono con tutto il peso delle loro orga­nizzazioni, dando mano a tutti gli istinti di rivolta e di vendetta, che possono covare nel cuore di un popolo esasperato fino al limite del­la sopportazione.

Così la ribellione contro il governo centrale di Ciombe fu vista non come lotta tra due fazioni politiche in antagonismo fra loro, ma come liberazione dei neri contro ogni forma di colonialismo e di pri­vilegio.

Il nome di Bimba (leone della foresta), dato alla jeunesse del mo­vimento rivoluzionario, era ad un tempo un simbolo e un pro­gramma.

Il movimento, diffusosi a macchia d'olio in tutta la provincia orientale, nell'estate del '64 si costituì in repubblica popolare congo­lese. I primi nuclei del loro esercito, il 4 agosto entrarono in Kisan­gani, che divenne la capitale appunto della repubblica popolare e se­de del governo ribelle.

 

La «Repubblica popolare» e le missioni

Stando alle testimonianze degli stessi missionari, di solito i pic­chetti militari dei simba erano rispettosi; in molte missioni si limita­rono a requisire le auto e gli apparecchi radio. Invece erano spietati con i funzionari governativi e con i capi dei partiti avversari. En­trando in città a Kisangani, vuotarono le carceri e instaurarono la legge marziale; e ogni infrazione alla legge, o furto, o atto di violen­za veniva punito non più col carcere, ma con la fustigazione o, dopo un processo sommario, con la pena capitale. Oltre tremila furono co­sì eliminati in pochi giorni, solo a Kisangani.

Però, malgrado una certa tolleranza da parte delle autorità uffi­ciali, i missionari nei confronti dei simba non si trovavano a loro agio. Difatti tra le file dei ribelli erano molti i pagani, i fanatici, i ki­tawalisti che non facevano mistero delle loro intenzioni. E quando il loro esercito cominciò a subire qualche sconfitta, tutti e un po' do­vunque cominciarono a diventare cattivi verso i bianchi, missionari compresi.

Il primo caso l'abbiamo avuto proprio a Kisangani quando, il 28 ottobre, tutti i bianchi della città, quindi anche i missionari e le suo­re, vennero rinchiusi in un hotel, in residenza coatta. Ebbero però salva la vita, perché il 24 novembre i mercenari paracadutisti giunse­ro in tempo a liberarli.

Proprio dal 24 novembre, cioè da quando i mercenari paracaduti­sti riuscirono a occupare di nuovo Kisangani, i simba, vedendosi or­mai sconfitti, cominciarono a sfogare tutto il loro livore contro i bian­chi ancora in loro potere.

Ventinove in quel giorno erano ancora nella loro caserma della Rive gauche (il quartiere sulla riva sinistra del fiume): otto dehonia­ni; tredici suore (alcune francescane e altre domenicane); due pasto­ri protestanti e sei civili. E su tutti loro i simba, per ore e ore, sfoga­rono la loro ferocia. Uno soltanto riuscì a sopravvivere a quelle se­vizie e a narrare l'immane tragedia, il p. Carlo Schuster.

Un altro capitolo di questo cruento martirologio della Chiesa con­golese l'ha scritto la diocesi di Wamba. Dopo l'occupazione della città da parte dei simba, quasi tutti i missionari e le suore dei villag­gi circostanti confluirono al centro diocesi dove poterono dimorare in residenza sorvegliata.

Quando, il 24 novembre, giunse notizia che i paracadutisti belgi avevano riconquistato Kisangani, anche a Wamba tutti si prepararo­no al peggio. Difatti quella stessa sera i simba, per reazione, scatena­rono l'inferno. Una banda irruppe improvvisa nella casa dove il ve­scovo, con altri sette missionari, stavano recitando le preghiere della sera. E a colpi di bastoni e con il calcio dei fucili li spinsero sulla ter­razza dove c'erano altri missionari e civili, essi pure battuti a sangue. Erano trentaquattro in tutto.

Qui furono obbligati a togliersi scarpe e calze, e consegnare oc­chiali e orologi. E poi, sotto una gragnuola di pugni sul volto e colpi di bastone in testa e sulla schiena, furono spinti ad andare di corsa, scalzi sul ciottolato, verso la prigione. Giunti nel cortile interno del­la prigione, furono obbligati a stendersi bocconi a terra, l'uno accan­to all'altro, mentre i simba si divertivano a correre su questo tappe­to di corpi umani e a frustarli a sangue come bestie da soma.

Venuta la sera cessò quel tormento, ma vennero rinchiusi alla rin­fusa, e senza nessuna cura, in uno stanzone del carcere. La mattina del giorno dopo, 25 novembre, furono ricondotti alla missione. «Il no­stro vescovo, dichiararono le suore, era irriconoscibile. Il suo corpo era tutto una piaga, e la veste tutta insanguinata».

Il giorno passò tranquillo, e anche la serata. Ma verso l'una di not­te bussarono alla porta. Di nuovo i simba. Controllarono i passapor­ti e i belgi presero di nuovo la via della prigione. Il vescovo e sette altri missionari dehoniani furono visti per l'ultima volta allontanarsi nel buio della notte.

La mattina dopo, 26 novembre, erano ventiquattro i condannati. «Quando io arrivai, afferma un testimone oculare, erano già disposti in fila davanti al muro della prigione». Il fanatico colonnello Pierre Olembe aveva rivendicato per sé l'onore di abbattere personalmen­te e per primo il vescovo Mons. Joseph Wittebols: colpito al petto con un colpo di pistola, accasciandosi e gemendo per il dolore, ebbe il tempo di dire: «Figli miei, io vi perdono».

Martire nel suo pastore, martire nel suoi sacerdoti (dodici missio­nari dehoniani), la diocesi di Wamba è stata martire anche per i suoi laici migliori, soprattutto animatori pastorali e catechisti.

E al nome di Wamba è legato anche il ricordo di sr. Clementina Anwarite, l'umile religiosa della congregazione della Sacra Famiglia (Jamaa Takatifu), la quale il I° dicembre sempre del '64, all'età di so­li 23 anni, per difendere la sua virtù non ha esitato a dare la vita. Il 15 agosto 1985, davanti a 300.000 fedeli, a Kinshasa, Giovanni Paolo II la proclamava «beata», presenti il padre, la madre e alcune conso­relle che avevano assistito al suo martirio e ascoltato le parole di perdono al suo aggressore.

 

La bufera nella missione di Nduye

Nel contesto dei fatti di Kisangani e di Wamba, si inseriscono e in parte si spiegano e si chiariscono anche le vicende drammatiche cui andò incontro p. Bernardo Longo.

Vivendo a continuo contatto con la gente più umile, egli si era re­so conto da tempo della gravità della situazione. Per cui si era mes­so nella disposizione abituale di dare gioiosamente tutto al Signore, anche la vita, se necessario.

A volte lo diceva con una punta di umorismo, a volte con una cer­ta apprensione per la sorte che sarebbe toccata alla missione. Mai una volta, però, egli accenna anche solo all'ipotesi di abbandonare i suoi fedeli per timore del domani. Anzi!

Giungendo a Kisangani nel giugno del 1962, egli stesso ci dice che cercava di vendere a tutti «entusiasmo e coraggio», anche se non era facile trovare clienti che gli dessero ascolto. E commentava: final­mente «ho trovato la vita sognata da tanti anni»; e cioè «perdere tut­to, anche la pelle, per il Signore, se la vuole» (3.6.1962).

Quando, nel luglio del 1964, cominciarono a comparire anche a Nduye le prime scritte a favore dei simba, p. Longo comprese che la bufera era ormai imminente.

«Sono là, dietro quei monti, diceva spesso; l'altra volta ce la siamo cavata. Ma questa volta non sappiamo come andrà a finire».

La situazione era ancor più preoccupante per il fatto che p. Lon­go, con il ritorno in Italia di p. Noacco, era rimasto solo nella sua mis­sione di Nduye, sperduta in mezzo alla foresta dell'Ituri.

I simba giunsero a Mambasa la mattina del 19 agosto, accolti dal­la popolazione al grido di: «Viva Mulèle! Viva la libertà!».

Cosa significasse «libertà» per questi ribelli, già lo sappiamo: i fun­zionari del passato regime venivano trascinati in piazza e fucilati sul posto, mentre una folla incosciente applaudiva agitando mazzi di fiori.

I massacri si susseguirono per vari giorni; in meno di una settima­na, nella sola cittadina di Mambasa, ventitré capi vennero seviziati e uccisi.

«Noi non toccheremo i missionari», avevano assicurato i ribelli. Ma don Giacinto Toneatto, responsabile di quella missione, ebbe sal­va la vita solo perché riuscì a riparare in Uganda.

A Nduye i simba giunsero il 20 agosto. Da quel giorno il padre ha cominciato ad annotare tutte le dolorose vicende nelle quali si trovò coinvolto. Un diario di due mesi (dal 20 agosto al 17 ottobre) dal quale traspare il progressivo deteriorarsi della situazione. La cronaca di casa delle Suore Comboniane ne è una drammatica conferma.

Il 20 agosto era l'onomastico di p. Bernardo. Nella mattinata c'e­ra stata una cerimonia di prima comunione. I simba, giunti in paese verso le 15.30, chiesero subito di vedere il capo villaggio. Questi, però, temendo il peggio, era fuggito.

Indispettiti, i simba minacciarono rappresaglie e stragi contro la popolazione se non l'avessero trovato. Egli allora, nella speranza di salvare il villaggio, si presentò spontaneamente ai ribelli, che lo ucci­sero sull'istante.

Due giorni dopo, sabato 22 agosto, alcuni capi ribelli incontraro­no sulla strada Nduye-Mambasa un camioncino holkswagen carico di soldati regolari, provenienti da Gombari. Attaccati dai simba, essi si arresero e lasciarono nelle loro mani anche il camioncino. Alla do­manda, poi, di dove venisse quel camioncino, i soldati avevano ri­sposto che era delle suore. E siccome nella zona le umiche suore era­no quelle di Nduye, i ribelli si precipitarono da loro. Erano le 14,30. Incominciarono perquisizioni, interrogatori, minacce. Infine accusa­rono le suore di nascondere altri soldati dell'esercito regolare e di fa­vorirli. Perciò dovevano morire.

P Longo, appena si accorse del pericolo, si precipitò per spiegare loro come stavano le cose. Ma a nulla valsero le sue ragioni. I ribelli si scostarono una trentina di metri e tennero consiglio. Il padre ap­profittò di quel momento per impartire alle suore l'assoluzione; poi aggiunse: «Accettiamo la morte come atto d'amore, per la salvezza di questa gente e dei pigmei».

Seguirono ore drammatiche. Un simba caricò il fucile... «Siamo veramente tranquille, annota una suora; anzi, quasi spiacenti che il momento ritardi».

Ma poi altri testimoni furono chiamati, e tutti furono concordi nel riconoscere che quel camioncino non era mai appartenuto alle suo­re. Soltanto allora i ribelli, finalmente convinti, se ne andarono.

Era la festa del Cuore immacolato di Maria.

Sul posto nel quale doveva aver luogo la fucilazione, p. Longo fe­ce costruire un piedestallo e, in segno di ringraziamento, vi collocò una statua della Madonna.

 

Mama wa Mungu, salva la tua missione

Dopo questo incidente, la vita riprese normale, anche se spesso era disturbata da perquisizioni e minacce, e si era continuamente in apprensione perché spiati in ogni gesto e in ogni passo.

Il 15 settembre, per ordine dei simba, il padre riaprì come al soli­to le scuole; ma mentre negli anni precedenti aveva sempre da set­tanta a ottanta nuovi iscritti, quell'anno non riuscì a mettere insieme neppure una dozzina di ragazzi. Quasi tutti erano stati arruolati co­me volontari dal movimento simba della jeunesse, oppure si erano ri­fugiati con le loro famiglie nella foresta.

I simba ebbero modo di conoscere p. Longo anche per le sue abi­lità come meccanico. Difatti un giorno, avendo dovuto per un guasto abbandonare la loro vettura sulla strada di Mungbere, vennero da lui a chiedere soccorso.

Pazientemente egli carica la saldatrice sul suo camioncino e parte salutando la superiora che era di servizio al dispensario. Riuscirà a farcela?

Grandemente preoccupate, le suore trascorsero tutta la giornata in preghiera, per ottenere che il padre tornasse sano e salvo. Ritornò verso le 17,30. Era stanco ma sereno.

«Padre, eravamo molto preoccupate per lei!».

«Io viaggio con questo, rispose il padre mostrando il rosario. E la Madonna, Mama wa Mungu, mi porterà in paradiso».

Anche nei giorni di calma apparente, il padre non si faceva trop­pe illusioni. Intuiva nettamente ciò che lo attendeva.

Intensificò quindi la preparazione di alcuni cristiani qualificati, perché potessero continuare nel loro impegno apostolico anche sen­za di lui. Al suo sacrista, Alberto Bulo, e al suo simpatico seminari­sta Giovanni Londoni, figlio del catechista, affidò anche la custodia della chiesa e della missione. Era un po' il suo testamento: ai suoi fi­gli spirituali lasciava i suoi tesori più cari.

Nelle sue preghiere e nei consigli che dava, non si preoccupava che dei «suoi» fedeli, della «sua» missione, delle «sue» suore. Mai che pensasse a se stesso.

Nell'ultima preghiera, da lui composta il 2 ottobre perché servis­se alle suore in preparazione alla festa della Madre di Dio, dice te­stualmente:

«Marna wa Mungu: o buona Madre del Salvatore, in questa novena noi ti domandiamo due cose:

1. Salva le anime della tua missione di Nduye.

2. Obbliga Gesù, col tuo amore, (a) salvare anche la tua missione e le tue missionarie.

"Tu che tutto puoi, esaudiscici, o Maria"!».

 

Tristi presentimenti

Il 25 ottobre, festa di Cristo Re, dopo la S. Messa, il padre si fermò come al solito alcuni istanti, per riferire alle suore le notizie apprese alla radio.

«Le cose vanno molto male», disse con tristezza.

«Davvero, padre? Cosa è successo?», chiesero preoccupate. Certo, egli cercava di misurare le parole, perché non voleva spa­ventarle. Ma non poteva nascondere la sua grande preoccupazione per il fatto che la radio aveva diffuso l'ordine di arrestare tutti i bian­chi, missionari e civili, e trattenerli come ostaggi.

«Padre, gli chiese allora una suora: se moriremo, andremo in pa­radiso, no?».

«Ma certo», ribatté il padre; e dopo un istante di riflessione sog­giunse: «Sì, ma a voi non faranno niente. Ma a voi non faranno nien­te».

E così dicendo si diresse verso la sua povera casetta, appollaiata tra le rocce della collina.

Quel giorno, 25 ottobre, termina anche la cronaca delle suore di Nduye, che poi venne nascosta sotto un tombino. È stata ritrovata al loro ritorno nel 1969.

 

11. Via dolorosa e gloriosa

La somma di tante sofferenze

29 ottobre: siamo ormai all'ultimo atto, somma di tante sofferen­ze, ma anche di totale disponibilità.

Verso sera, il padre Longo vede giungere alla missione un camion di simba, proveniente da Mambasa. Gli comunicano l'ordine di arre­sto: per lui e anche per le suore. Aveva appena terminato l'ora san­ta, a ricordo della passione del Signore.

Le suore erano ancora in chiesa. Furono accompagnate alla loro abitazione, perché si provvedessero delle cose più indispensabili: biancheria personale e un po' di cibo.

La consegna dei simba era chiara: raggiungere Mambasa al più presto. Però non si dovevano preoccupare, perché dopo tre giorni per le suore e sette per p. Longo, avrebbero riavuto la libertà.

Purtroppo, ciò che avvenne dopo queste promesse non poteva cer­to contribuire a ridare fiducia: il padre fu insultato, gli perquisirono la casa, gli rubarono i soldi e la radio, gli strapparono le fotografie che voleva inviare ai fratelli.

Nonostante il trambusto del momento, il padre trovò il tempo di dire ad Alberto Bulo (il sagrestano che gli era sempre stato fedelis­simo) che nel tabernacolo aveva lasciato tre particole. E soggiunse: «Se non torniamo, ti comunicherai con la prima particola il giorno dei santi; con la seconda il giorno dei morti; e con la terza quando crederai opportuno».

Le chiavi della missione, invece, le affidò alla moglie del catechista. Salì con i simba alla casa delle suore. Distribuì loro la s. comunio­ne dividendo l'unica particola: la settima particella la tenne per sé; fu l'ultima sua comunione.

«Sono stato io, col mio camioncino, a condurre p. Longo a Mam­basa, dopo il suo arresto a Nduye», attesta in una sua deposizione fir­mata il sig. Donat Paluku... «Quando mi vide, il padre mi chiese: Che nuove ci porti, Donat? Non buone, padre, risposi. Ma allora anche tu sei diventato ribelle? No, padre. Ma tu vedi chi mi sta ai fianchi».

I ribelli, vedendolo parlare col padre, minacciarono di uccidere anche lui, perché pensavano che stesse complottando la fuga. Cerca­rono un altro autista perché non si fidavano più di lui; ma, non aven­do trovato nessuno, fu lui, Donat Paluku, a guidare il camioncino fi­no a Mambasa.

Saliti sul camion, fecero il viaggio sotto la pioggia e fra i lazzi dei simba che continuavano a fumare bangi (canapa indiana). Alle pro­vocazioni dei ribelli nei confronti delle suore, p. Longo intervenne deciso: «Se volete avere la benedizione del Signore, non toccateci su queste cose!».

Giunsero a Mambasa alle 21,30. Una scarica di pugni diede il ben­venuto al padre, facendolo traballare. Il comandante Imana Charles (arabizzato) lo percosse sulla bocca col calcio del fucile spaccandogli il labbro superiore; e gridava: «Strappategli la barba, toglietegli la veste».

I soldati lo trascinarono via. L'ufficiale gli diede col fucile un altro colpo sulla nuca. Il padre lo guardò pieno di mestizia senza dir nul­la, e tra le percosse si avviò alla prigione.

Sr. Paola, comboniana, scrive: «I1 mattino seguente 30 ottobre, la superiora, p. Longo e io siamo stati chiamati all'ufficio della rivolu­zione. In attesa di entrare, p. Longo ci disse: "Per voi non c'è da te­mere; ma io credo che non ne verrò fuori...". E scosse il capo... Ho l'impressione che lui abbia domandato a Dio la nostra salvezza, for­se anche pagando di persona. È una cosa che io la sento».

Hanno poi passato tutto il giorno sul terrazzino del capo Alì, espo­ste alla curiosità dei passanti. Il colonnello dei simba, quando vide il labbro del padre gonfio e ricoperto di grumi di sangue, cercò di sa­pere il nome del feritore: «Non lo dirò mai, rispose il padre; l'accet­to dalle mani di Dio». Lo stesso ufficiale lo fece accompagnare all'o­spedale, perché fosse medicato. Un punto d'acciaio e un cerotto non furono però sufficienti ad arrestare l'infezione, e il volto del padre si gonfiò in modo impressionante.

Per tutto il resto della giornata, il padre fu visto assorto in pre­ghiera, col rosario in mano, quasi assente a quanto avveniva attorno a lui. Si confessò da uno dei Piccoli Fratelli di Gesù, che gli era vici­no, e che assolse a sua volta.

 

La fine più bella per un missionario

Anche i giorni successivi furono estremamente penosi per p. Ber­nardo. Le suore furono assistite più volte da alcune alunne della mis­sione; i missionari, invece, in tre giorni di carcere non ebbero che una tazza di latte, e anche quella per l'interessamento delle suore.

Il 31 ottobre, il padre fu avvicinato ancora, in carcere, da due suo­re. Dimentico di sé e preoccupato soprattutto di loro, domandò: «Do­ve siete?». E chiese delle arance.

Doveva soffrire molto, attestano le suore. Ma era sereno. Gli chie­sero poi che cosa dovessero dire ai suoi fratelli...

«Dite loro, rispose dopo un momento di silenzio, che questa è la fine più bella per un missionario».

Poi soggiunse: «Vi ringrazio per tutto quello che avete fatto. Per­donatemi tutto... Pregate per me».

Il 1° novembre, dalla casa-prigione nella quale erano rinchiuse, le suore, spiando dalla serratura e guardando sulla piazza, videro lui e gli altri ostaggi trascinati dai soldati e fatti correre per la strada, sot­to gli insulti e le battiture dei simba. Il padre, stremato di forze, cad­de più volte lungo il percorso.

Il giorno seguente, le suore furono sottoposte a un nuovo interro­gatorio. Ma alla fine, dopo un'ultima raccomandazione di non occu­parsi di politica, furono lasciate libere e poterono rientrare a Nduye, come era stato promesso.

Contro p. Longo, invece, il 3 novembre fu celebrato il «giudizio po­polare» alla cinese, nella piazza centrale di Mambasa. Capo d'accu­sa: un vecchio magnetofono, trovato nella missione di Nduye. Il mis­sionario doveva quindi morire!

Il padre rispose brevi parole, ricordando quello che egli aveva fat­to per loro, per i loro figli... Tutti lo capirono e, nonostante le escande­scenze dei simba, nessuno dei presenti alzò la voce per condannarlo. Era troppo conosciuto e amato anche a Mambasa, sia come missiona­rio, sia per la sua scuola di arti e mestieri. Ma nonostante ciò, il co­mandante dei ribelli, Charles Imana, pronunciò la sentenza di morte.

Il padre allora venne subito circondato da un gruppo di simba, ar­mati di lance. Con lui s'incamminarono verso l'incrocio con la strada Nyanya-1rumu (il «rond-point»). Guidava il picchetto lo stesso Char­les Imana.

Testimoni oculari ricordano che p. Longo si reggeva a stento per le sofferenze patite; ma il suo volto era sereno, assorto in preghiera. Giunti all'incrocio delle quattro strade (il «rond-point»), da dove si diparte anche la strada per Nduye, il padre, vedendo imminente la fine, disse che desiderava pregare. Poi, dopo un momento, mentre i simba gli giravano intorno cantando e danzando, esclamò:

«I1 mio corpo lo potete uccidere, ma la mia anima andrà in cielo». A queste parole, un simba gli si avventò contro, squarciandogli il petto con la lancia. Il missionario, colpito a morte, cadde in ginocchio, fece un gesto come per benedire il suo aggressore e mormorò: «Non è la morte, ma un sonno».

Così dicendo si accasciò al suolo. Altri due simba lo colpirono an­cora con la lancia, mentre il comandante, per finirlo, gli sparò due colpi di pistola alla testa.

Così moriva p. Bernardo Longo, all'età di 57 anni, 26 dei quali pas­sati in Congo per annunciare a quelle popolazioni il vangelo dell'a­more. Erano le ore 9 antimeridiane del 3 novembre 1964.

L'atto di morte, come risulta dal registro di stato civile di Mam­basa, ora conservato nell'anagrafe di Monza, dice testualmente: «Bernardo Longo, di anni settanta (sic!), nazionalità italiana, è de­ceduto a Mambasa il 3 novembre 1964. Era il superiore della missio­ne cattolica di Nduye (Ituri). Assassinato con due pallottole alla te­sta e più di duecento colpi di lancia».

In margine al foglio, in una postilla scritta a mano, si precisa: «As­sassinato dal comandante ribelle Charles Imana e dal suo aggiunto il capitano ribelle simba Jean Lozambi, in presenza dei due testimoni, nominati qui in calce alla dichiarazione, all'incrocio della strada Nyanya-Irumu, verso le ore nove». Seguono le firme.

 

Una croce, una tomba, un altare

«Io, commenta sr. Maria Ancilla, vedo (il padre) nel momento in cui la lancia gli trafigge il petto. La vittima si accascia, con lo sguar­do rivolto verso la sua missione».

«Fortunato "Sacerdote del S. Cuore": al Suo Cuore aperto, il tuo cuore aperto: amore per amore!

Un giorno le tue campane diffonderanno ancora i loro squilli gioiosi. I tuoi pigmei verranno a cercarti in lacrime... Ma l'angelo del­la risurrezione dirà loro: Non piangete: egli è tornato presso il Padre dei cieli. Vi ha solo preceduti. Un giorno lo vedrete».

Un infermiere protestante, suo amico, di nome Venance Avant­sabwa, prevedendo le umiliazioni alle quali poteva andare incontro il cadavere, gli praticò un'iniezione, perché si conservasse più a lun­go. Il corpo rimase sulla strada fino all'indomani, e solo 26 ore dopo la morte, lo stesso infermiere ottenne di poterlo seppellire.

Fu collocato nel cimitero europeo di Mambasa, il primo loculo a destra entrando, vicino ai due Piccoli Fratelli, p. André Gorse e fr. Bernard, che lo seguirono nel martirio qualche giorno dopo.

Non una bara, ma solo la talare insanguinata e il suo rosario l'han­no accompagnato nella tomba. Sopra è stata posta una croce, che rias­sume ad un tempo la sua fede, la sua vita, le sue speranze di eternità.

 

Quasi una profezia

Il 26 novembre l'esercito regolare liberò anche Mambasa e i sim­ba si dettero alla fuga.

Le Suore Comboniane di Nduye, dopo alcune settimane passate nella foresta, furono liberate dai regolari in data 3 dicembre, nel gior­no trigesimo della morte del padre, proprio come avevano chiesto e implorato nelle preghiere di quei giorni. Dapprima furono traspor­tate a Butembo, nella missione dei padri Assunzionisti. E il 24 di­cembre, vigilia del santo Natale, un aereo le sbarcava a Villafranca di Verona. Il martire di Mambasa, dall'alto del cielo, le aveva visibil­mente protette.

«Ancora oggi, scrive sr. Silvana Clerici, penso alla santità di padre Longo. L'ultima volta che lo vidi, prima ancora dell'arrivo dei simba, ci aveva detto: Mi dispiace per voi. Sono stato io a chiamarvi qui. Ma non abbiate paura: a voi non faranno alcun male».

Queste parole, che padre Longo aveva detto alle suore forse solo per rincuorarle nella prova, giungendo a Verona parvero loro quasi una profezia.

 

Martiri del Vangelo

Di tutti i sacerdoti, le religiose, i catechisti che sono stati travolti nel vortice della rivoluzione dei simba, possiamo dire che sono «mar­tiri del vangelo». Per amore del Vangelo infatti avevano abbandona­to la patria ed erano partiti per queste terre lontane. Per amore di Cristo essi sono rimasti, nonostante il sopraggiungere della bufera, anche se, almeno per molti, sarebbe stato facile fuggire.

Perché «missionari», e quindi a causa di Cristo e della Chiesa, so­no stati perseguitati e uccisi.

«È con emozione, diceva il card. Suenens a Malines il 22 dicembre 1964 commemorando questi fatti, è con emozione che pensiamo ai missionari, sacerdoti, fratelli, religiose, come pure ai missionari laici, caduti in terra di missione. Sono stati legati, trattati come prigionie­ri, come malfattori... Duemila anni fa, Cristo subiva la stessa sorte. Non vi è dubbio che i nostri missionari siano, nel pieno senso della parola, testimoni del Signore: non soltanto per le loro parole, ma an­che per le loro azioni, e infine per la loro morte, una morte accetta­ta per il Signore e nel Signore...

La loro morte violenta partecipa, a titolo speciale, alla morte re­dentrice del Salvatore... ma anche è ricca delle grazie della risurre­zione». Questa medesima «visione di risurrezione», al di là della cro­ce, l'abbiamo sentita più volte attestata da p. Longo, nelle sue rifles­sioni con le Suore Comboniane. Anche qualche settimana prima del­la fine, un giorno che le aveva accompagnate fin sulla collina Bikira Maria, indicando l'immensa foresta vergine dell'Ituri che si estende­va a perdita d'occhio ai loro piedi, preso dall'emozione si era lascia­to sfuggire questo presagio: «Vedete queste foreste? Molto sangue sarà versato qui. Ma poi, per le nostre missioni, avverrà come una fio­ritura di primavera».

Il sangue dei martiri sia davvero, anche per la Chiesa congolese, seme di nuovi cristiani.

 

12. Il secolo del Martirio

I martiri: una «realtà contemporanea»

Il martirio non è solo un capitolo della storia antica. Il papa Wojty­la lo considera una «realtà contemporanea», intrecciata con la sua stessa esperienza di giovane sacerdote, che ha conosciuto le effera­tezze dapprima del paganesimo nazista, e poi quelle dell'ateismo co­munista. Da qui la sua insistenza nel sollecitare il recupero della «memoria» dei martiri contemporanei.

Già nell'enciclica Tertio millennio adveniente, del 1996, si leggeva: «Nel nostro secolo sono tornati i martiri, quasi sconosciuti, quasi mi­liti ignoti della grande causa di Dio... Al termine del secondo millen­nio, la Chiesa è diventata nuovamente Chiesa dei martiri... Per quan­to è possibile, non devono andare perdute, nella Chiesa, le loro testi­monianze» (TM 37 e 43).

Il Papa è tornato sull'argomento anche nel contesto del grande giubileo, in particolare con la solenne celebrazione del 7 maggio 2000 al Colosseo, ricordando con spirito ecumenico «tutti i martiri cristia­ni» (cattolici, ortodossi e protestanti) che, nelle prigioni o nei campi di sterminio, si sono sentiti uniti in Cristo, nella testimonianza della stessa fede.

In questo contesto, però, non si possono dimenticare tanti altri «martiri anonimi», vittime di una violenza omicida unicamente per­ché di una etnia, di una religione o cultura o corrente politica diver­sa. Persecuzioni scatenate con vera ferocia da ideologie aberranti e fanatiche, come nel Kossovo o nel Ruanda Burundi o in Palestina in questo nostro secolo, o come è stato nel Congo con la rivoluzione di simba del 1964.

 

Il p. Bernardo Longo missionario e martire

Nel vasto panorama del «secolo dei martiri» si colloca anche la te­stimonianza del p. Bernardo Longo che, insieme a tanti altri sacer­doti e suore e laici cristiani del Congo, è stato barbaramente truci­dato solo perché impegnato a proclamare e testimoniare il vangelo della pace, del perdono e della solidarietà di tutti in Cristo.

Anche la sua «memoria» quindi non poteva andare perduta. An­zi, fin dai primi mesi del 1965, molti di coloro che lo avevano cono­sciuto di persona approfittavano di ogni occasione per testimoniare della sua figura di «sacerdote santo» innamorato dell'Eucarestia, di apostolo ardente che ha consumato l'intera sua vita nell'annuncio del Vangelo e per la promozione umana e spirituale della sua gente.

Proprio per questo i suoi concittadini di Curtarolo, già il 4 no­vembre 1965, hanno voluto onorare la sua memoria con un busto bronzeo, opera del prof. Mandelli, sistemato nel piazzale antistante la chiesa parrocchiale e inaugurato con la partecipazione del sinda­co e di numeroso pubblico. Sempre a Curtarolo, al p. Longo sono sta­te intitolate anche le nuove scuole medie del paese, edificate più vi­cino al palazzo del Comune, e nella chiesa parrocchiale la data della sua morte viene ricordata, in modo più o meno solenne, ogni anno.

 

La «memoria» nella sua Nduye

Passata la bufera della rivoluzione, anche a Nduye è tuttora vivissi­mo il suo ricordo. Nel 1966 sul posto è tornato il p. Luigi Noacco, il missionario che per tanti anni aveva condiviso col p. Longo le fatiche e le gioie della vita missionaria. Nel mese di maggio di quell'anno ha curato la traslazione della salma da Mambasa a Nduye in modo so­lenne. «Lungo tutto il percorso, che è di circa 60 km, la preghiera (scrive) non ha mai cessato di salire al cielo. E al passaggio di quella venerata bara, le scuole si mettevano a lutto e la gente accompagna­va il corteo con la preghiera e con sguardo commosso».

Ora il p. Longo riposa nella sua chiesa di Nduye, in una tomba sca­vata fra l'altar maggiore e quello della SS. Vergine, Mama wa Mun­gu. Sopra la tomba è stata posta una grande immagine del padre, al naturale, con le mani giunte quasi in preghiera.

Il suo corpo è stato deposto dentro una cassa di mogano. Sulla lapi­de che porta il suo nome, è stato scritto anche il giorno della sua mor­te (3 novembre 1964) e quello della sua traslazione e sepoltura a Nduye (25 maggio 1966). Qui lo ha voluto la comunità cristiana di Nduye, una presenza per ricordare a tutti la sua fede, ma anche per sostenere la fede e la testimonianza della comunità, da lui fondata e da lui animata con tanta «passione».

In questi ultimi anni, molta gente di Nduye si è trasferita a Mamba­sa, che è il centro più popoloso e importante della zona. E a Mam­basa sono state trasferite anche le scuole avviate a suo tempo dal p. Longo, scuole medie e scuole professionali che tuttora portano il suo nome: «Scuole Bernardo Longo».

Oltre che nella chiesa di Nduye, dove riposa la sua salma, il p. Lon­go è ricordato nella chiesa parrocchiale di Mambasa: è dedicata ai Martiri congolesi, e in particolare alla beata Anwarite, ma sulle pa­reti sono dipinte anche diverse scene della vita e del martirio di p. Longo. E spesso è invocato anche nella speranza di ottenere la fine della guerra, che dal 1997 sta devastando tutta la parte orientale del Congo, per la presenza di gruppi armati di Ruanda, Burundi, Zim­babwe e Namibia: situazione che aumenta l'insicurezza e lo sconcer­to di una popolazione povera e inerme, che chiede solo di poter vi­vere in pace e con dignità i suoi problemi e le sue povertà.

 

La causa di beatificazione

Missionario dal cuore grande, il p. Bernardo Longo è stato un punto di riferimento importante e anche un «ideale» per la sua par­rocchia di origine (Pieve di Curtarolo, Padova), per i Religiosi Dehoniani, come pure per tanti, sacerdoti e laici, che vivono e testi­moniano l'ansia della missionarietà, dovunque si trovino a vivere e ad operare.

Per questo la celebrazione del XXV del suo martirio, nel 1989, ha dato l'avvio alla causa della sua beatificazione. Non si poteva infatti perdere la «memoria» di questo grande missionario che ha identifi­cato la sua vita con la causa del Vangelo nel mondo. Interessati alla «causa» erano: la diocesi di Padova dove p. Longo è nato; la diocesi di Wamba dove è morto; la congregazione dei Sacerdoti del S. Cuo­re di cui è una delle figure più significative.

Sono iniziate così la ricerca storica, la raccolta di testimonianze autentiche, la costituzione di una vice-postulazione ecc. E quindi, chiarite e rispettate tutte le formalità del caso, l'8 settembre 1993, la diocesi di Padova, d'intesa con i Sacerdoti del S. Cuore, ha aperto il processo in vista della «beatificazione», perché il suo esempio man­tenga vivo, nelle nuove generazioni, l'ideale per il quale egli ha dato la vita.

A Padova il processo diocesano ha avuto esito positivo ed è stato concluso ufficialmente dall'arcivescovo mons. Antonio Mattiazzo il 18 giugno 1998. Subito gli Atti sono stati portati a Roma, alla Postu­lazione generale, e il 22 dello stesso mese sono stati depositati pres­so la Congregazione per le cause dei Santi.