Padre ARTURO MARIA PIOMBINO
Testimone dell'amore materno e profetico di Maria
Di SANTINO CAVACIUTI - © 2006 Editrice ELLEDICI - 10093 Leumann TO Internet: www.elledici.org E-mail: mail@elledici.org ISBN 88-01-03646-9
«Io sono la vera vite ed il Padre mio è il vignaiolo. Ogni tralcio che in me porta frutto, lo pota perché porti più frutto... Rimanete in me ed io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso, se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, ed io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete fare nulla...». Giovanni 15,1-5
«Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me». Galati 2,20
Parole del Nuovo Testamento citate dal Padre Arturo Maria Piombino per indicare la via verso la santità, intesa come opera di Gesù in coloro che si aprono a Lui rispondendo alla universale vocazione alla intimità divina.
CAPITOLO PRIMO
L'INFANZIA E L'ADOLESCENZA
a) L'infanzia
Fra tutte le zone e i quartieri che rendono bella e «superba» la città di Genova, emerge, in particolare, quello che ha il suo centro nella Piazza Corvetto, quasi platea o gemma incastonata fra due parchi verso di essa digradanti, impreziosita dai monumenti a Vittorio Emanuele II e a Giuseppe Mazzini; punto di convergenza di vie radiali, di cui una, la più solenne, sale diritta verso la collina, dove l'attende un'altra piazza alberata - piazza Manin sorella minore - si direbbe - della piazza Corvetto.
È in un palazzo di questa via, la via Assarotti, al numero 58, che il 2 giugno del 1906 Gemma Romanengo, moglie di Umberto Piombino, diede alla luce il suo ottavo figlio, Arturo. La famiglia Piombino - come molte altre del quartiere che in via Assarotti e nella contigua Circonvallazione a Monte presenta le sue abitazioni più sontuose - apparteneva alla medio-alta borghesia genovese, e, nonostante un dissesto economico, continuava a mantenere un tenore di vita piuttosto elevato, ma soprattutto emergeva per la sua fedeltà ai principi della vita cristiana.
A questa autenticità di vita cristiana contribuiva, in particolare, la signora Gemma, madre esemplare, umile, la cui virtù, pur riconosciuta all'esterno della famiglia, era soprattutto interiore, unitamente alla sua carità nascosta. L'avvio alla serietà e profondità morale e spirituale di quello che sarebbe stato il Padre Piombino va ricondotta all'esempio e all'educazione materna: anche di lui si potrebbe dire che la sua missione fu preparata sin dal seno materno.
In verità, fu soprattutto dalla madre che il piccolo Arturo ereditò l'istinto della pietà sentita e profonda, che sola permette i grandi sviluppi nel cammino dello spirito. E ancora dalla madre ereditò lo spirito di accoglienza degli umili, dei poveri; ma anche il contatto con il soprannaturale: la madre era guarita quasi miracolosamente da una grave malattia.
L'impronta di autenticità morale e religiosa ad opera della madre e dell'intera famiglia Piombino favorì, nel piccolo Arturo, un'infanzia serena, generosa, espansiva, insieme, ubbidiente, nonostante la sua innata vivacità uno spiccato senso umoristico, che durerà per tutta la vita del futuro Padre, il quale sapeva cogliere e imitare, con vis comica, i lati caratteristici delle persone, pur non mancando mai alla delicatezza del tratto verso tutti.
Vivace, dunque, e dotato di vis comica, ma ancor più incline, sin da piccolo, alla virtù, soprattutto all'ubbidienza. Significativo, a questo proposito, un episodio rimasto nei ricordi della famiglia: castigato un giorno dal babbo, per una piccola marachella, a rimanere fermo in un angolo della sua camera, lì rimase fino a sera, quando, non vedendolo arrivare a tavola per la cena, il babbo - che si era dimenticato del castigo - corse a liberarlo. Virtù dell'ubbidienza che Arturo ebbe modo poi di coltivare e sviluppare ampiamente quando abbracciò la vita religiosa, fondata, in gran parte, sull'ubbidienza. E si tratterà di un'ubbidienza non solo subita, ma anche, in certo modo, cercata, quando, implicato in fatti eccezionali, di ordine soprannaturale - come si vedrà in seguito - non vorrà prendere nessuna decisione in merito se non con il crisma delle competenti Autorità. E in ogni avvenimento della sua vita egli amerà vedere l'azione della Provvidenza divina: la sua suprema «ubbidienza» sarà appunto esercitata nei confronti della volontà di Dio, riconosciuta in tutti i frangenti della vita. È proprio nell'ubbidienza a Dio e alla sua Provvidenza che, in ultima analisi, è riposto il senso e il valore dell'ubbidienza religiosa.
Il legame del giovane Arturo con la sua famiglia si mantenne sempre vivo, anche negli anni della sua vita religiosa, senza peraltro venir meno ai doveri e alle esigenze di quest'ultima. In particolare, il Padre rimase sempre affezionato alla sorella Clelia, la più vicina a lui di età. Rimarrà pure in rapporto speciale con la sorella Andreina, presso la quale passerà molte vacanze nella casa di Busalla, divertendosi anche in lunghe scampagnate in bicicletta lungo la valle dello Scrivia, come ricorderà una sua pronipote, Maria. E la zona di Busalla tornerà ad essere scelta dal Padre anche nell'ultimo periodo della sua vita, quando si recherà per qualche settimana di vacanza presso il piccolo Santuario di Bastia. A un'altra sorella sarà pure legato in modo particolare il Padre Piombino, la sorella Anna, che diventò suora della Congregazione delle Medee, ulteriore testimonianza della religiosità propria della famiglia Piombino.
E come rimarrà legato alla famiglia, così rimarrà legato alla parlata genovese, in una riprova della sua integra «umanità», rimasta intatta, al di là della forma religiosa e al di là ancora della componente mistica che caratterizzava la sua personalità.
b) L'adolescenza
Alla crescita morale, umana e religiosa del piccolo Arturo, contribuirono, assieme alla famiglia, diverse istituzioni, soprattutto religiose. Tra esse, quella dei Barnabiti di San Bartolomeo degli Armeni. In questa chiesa, e precisamente nella cappella della Madonna della Misericordia (la cui statua marmorea è un prezioso cimelio proveniente dalla Chiesa di San Paolo in Campetto, già dei Barnabiti, soppressa al tempo della rivoluzione giacobina), il bambino Arturo fece la sua Prima Comunione. Era la cappella che aveva già visto il matrimonio dei nonni paterni e dei genitori. La Chiesa di San Bartolomeo era vicina all'abitazione della famiglia Piombino, vicina soprattutto alla pietà della signora Gemma, che ogni giorno la frequentava per la Santa Messa.
A San Bartolomeo il futuro Padre conobbe, fra gli altri Barnabiti, il Padre Semeria, direttore del famoso Circolo Sauli, frequentato dai fratelli Piombino. Padre Semeria lascerà in seguito Genova, costretto all'esilio - in Belgio - perché accusato, ingiustamente, di «modernismo». Il giovane Arturo conoscerà pure a San Bartolomeo il Padre Clerici, allora Direttore del piccolo Seminario barnabitico, detto Scuola Apostolica, che preparava alla vita religiosa diversi ragazzi, tra cui alcuni emergeranno per cultura e santità, come il Padre Argenta, letterato e scrittore, il chierico barnabita Ranie i - per il quale è in atto la causa di beatificazione -, Monsignor Coroli, vescovo di Braganza in Brasile, anch'egli in via di beatificazione. E sarà poi lo stesso Padre Clerici che assisterà, anni dopo, il giovane Arturo nella scelta di vita religiosa presso i Barnabiti.
Prima però di questa scelta, il piccolo Arturo aveva mostrato una particolare attrattiva verso l'Ordine del Carmelo, che in Genova, non molto lontano dalla via Assarotti, possedeva - e possiede - il Convento di Sant'Anna, il primo della Riforma Teresiana istituito fuori della Spagna (era l'epoca della stretta alleanza tra la Genova di Andrea Doria e dei successori nel Dogato con il Regno di Spagna). Aveva dieci anni il futuro Padre Piombino quando si presentò al Convento di Sant'Anna per farsi religioso: età ancora insufficiente per una scelta così fondamentale, ma significativa per capire l'orientamento «naturale» di quel bambino. E si direbbe che veramente la vita religiosa fosse proprio «tagliata su misura» per la personalità del Padre, secondo quello che apparirà nell'età adulta del religioso barnabita: una vita serena, pur nelle contrarietà, come di chi indossasse un abito del tutto conforme alla propria taglia, senza mai ombra di disgusto, di disappunto.
E non è che il giovane Arturo non conoscesse anche la vita di società. Significativo, a questo proposito, è il fatto che, quando stava per decidere sulla definitiva scelta di vita, volle anche frequentare qualche locale alla moda per mettere alla prova la sua vocazione religiosa. Come sarà del tutto a suo agio nella vita religiosa, tanto da far pensare che per lui non ci potesse essere altro tipo di vita, così sarà, in certo senso, «esperto» di «vita secolare»: saprà, ad esempio, consigliami giovani nella via del matrimonio, non solo per ciò che riguarda lo spirito, ma anche per il semplice comportamento di coppia. Si sarebbe detto che lo spirito del Padre Piombino era sulla linea di San Francesco di Sales: la linea della pienezza di «umanità» unita armoniosamente con quella religiosa e trascendente.
Espressione di un'umanità integrale, al di là degli aspetti mistici e non comuni quali si riveleranno nel futuro Barnabita, può essere visto anche il fatto - a quel tempo ancora piuttosto raro - di aver preso la patente per la guida dell'automobile: patente presa in vista del servizio militare, che, diventato religioso, non ebbe più occasione di esercitare.
Legato ai Barnabiti di San Bartolomeo degli Armeni, il giovanetto Arturo non trascurava, tuttavia, la sua chiesa parrocchiale: la Basilica dell'Immacolata, che è la gemma di via Assarotti e di tutto il quartiere, monumento della Genova cristiana ottocentesca, dove è stata realizzata una convergenza armoniosa di stili rinascimentali, fiorentino e veneziano. I genovesi sono giustamente orgogliosi di questo splendido monumento alla Madonna Immacolata, il primo ad essere eretto dopo la proclamazione del dogma, in una felice analogia con la «risposta» che allo stesso dogma, su un piano miracoloso e mistico, avveniva in quegli anni a Lourdes.
Qui dunque il giovanetto Arturo si recava per le sacre funzioni, fungendo da chierichetto, assieme al suo coetaneo Giuseppe Siri, che - nato nello stesso anno e nella stessa zona da umile famiglia - sarebbe poi assurto ai più alti gradi della gerarchia ecclesiastica diventando Arcivescovo di Genova e Cardinale ed avrebbe avuto parte nella vicenda umana e religiosa più importante del Padre Piombino, quella per cui è particolarmente interessante conoscere le origini e le vicende del Barnabita. Alla Basilica - e Collegiata - dell'Immacolata egli incontrò, in particolare, un canonico, con il quale stabili una forte amicizia: il canonico Giovanni Freggiano, che il giovane Arturo aiutò nella fondazione di un nuovo santuario, dedicato alla Madonna della Guardia, presso Cabella Ligure, in Val Borbera. Si direbbe che questo fu il lontano avvio di quello che, molti anni più tardi, sarà uno degli intenti più impegnativi del Padre: la costruzione di un santuario in onore della Madonna «delle Spine», in relazione ai fatti straordinari e mistici che caratterizzarono l'ultimo periodo della sua vita.
Fu così stretto il rapporto del giovane Arturo con il canonico Freggiano che ne divenne segretario; e se non ne fu il successore nella direzione del santuario - come il canonico avrebbe desiderato -, la vocazione sacerdotale di Arturo, a sua esplicita confessione, fu legata alla frequentazione di quel santo canonico, come pure lo fu il suo grande amore per la Madonna. Del canonico Freggiano il Padre Piombino sarà esecutore testamentario, assieme al suo ex-compagno d'infanzia, il futuro Cardinale Siri.
Erano diversi dunque i poli di attrazione religiosa del giovane Arturo: la Basilica dell'Immacolata; la Chiesa di Sant’Anna e il Carmelo; la Chiesa di San Bartolomeo degli Armeni, con il Circolo Sauli. Fu proprio in relazione a quest'ultima che si realizzò la scelta definitiva del futuro Padre Piombino. In verità, - come già si è accennato - a San Bartolomeo esisteva, oltre alla Chiesa, un rinomato e attivo Circolo per la gioventù: il Circolo Sauli, che si richiamava al Santo barnabita di origine genovese Alessandro Sauli. I fratelli Piombino erano frequentatori assidui del Circolo: nelle Strenne del medesimo si leggono numerose poesie scritte dal futuro Padre barnabita, Arrigo Piombino, fratello di Arturo. E mentre Arrigo collaborava all'attività del Circolo con le sue poesie, Arturo offriva la sua preziosa azione di musicista, accompagnando al pianoforte le proiezioni dei films - eravamo nell'epoca dei films muti. E qui si potrebbe aprire un intero capitolo sulla personalità del Padre: cioè la passione per la musica, che costituiva, d'altra parte, una caratteristica di tutta la famiglia Piombino, incominciando dalla madre, la signora Gemma. Il fratello del padre, Arrigo, e' stato pure compositore di opere liriche, in particolare di un'opera più volte rappresentata: il «Fidelino». E anche un altro fratello del Padre, Adriano, e' stato esperto organista e compositore. Il Padre Arturo, poi, sapeva eseguire mnemonicamente diversi brani di musica classica; e anzi aveva la capacità di dirigere a memoria intere sinfonie di Mozart.
Sia per la frequenza al Circolo Sauli, sia per quella della Chiesa di San Bartolomeo, sia soprattutto per i disegni della Divina Provvidenza, il giovane Arturo finì per attuare presso l'Ordine dei Barnabiti quella che sin dall'età di dieci anni - come si è ricordato - aveva incominciato a rivelarsi la sua vocazione. Sulla maturazione alla vita religiosa barnabitica influì la sollecitudine per le vocazioni del Padre Idelfonso Clerici - futuro Superiore Generale dei Barnabiti che, da Superiore Provinciale, riuscirà, con l'apporto di grandi benefattori, a costruire, a San Martino d'Albaro, in Genova, la nuova e ampia Scuola Apostolica, o «Casa Missionaria» per le giovani vocazioni barnabitiche, nonché la presenza a San Bartolomeo in quegli anni - sono gli anni Venti del secolo XX - di un Padre di finissima sensibilità spirituale: il Padre Alfredo Toffetti, profondo conoscitore e saggio consigliere di anime.
Accanto al momento «religioso» - legato alle tre Chiese frequentate dal giovanetto Arturo: San Bartolomeo, l'Immacolata e Sant'Anna -, va ricordato quello «culturalescolastico», che contribuì certamente alla formazione «umana» del futuro religioso. Dimensione «culturale» che costituirà una parte assai rilevante della sua attività, affiancandosi per moltissimi anni a quella più strettamente religiosa e pastorale. Padre Piombino svolgerà infatti, come gran parte dei Barnabiti, la professione di insegnante nel Real Collegio Carlo Alberto di Moncalieri, fino a diventarne per molti anni Rettore.
Egli si inserirà dunque pienamente nello spirito proprio dell'Ordine barnabitico, tradizionalmente caratterizzato da una duplice istanza: quella religiosa e quella culturale, favorita dagli Istituti scolastici retti dai Barnabiti.
È possibile, pertanto, vedere il giovanetto Arturo alunno delle Suore Somasche nei primi anni delle elementari, poi dei Barnabiti al Vittorino da Feltre, quindi dei Gesuiti all'Istituto Arecco, infine del Liceo Statale Cristoforo Colombo; e' possibile vedere - dico - nel giovane studente, proiettarsi il futuro insegnante e Rettore, che delle discipline imparate nelle scuole genovesi farà poi, in certo senso e in certa misura, la sua «professione».
E il ricordo, non solo, ma una certa «presenza» della sua scuola genovese, lo accompagnerà sino all'ultimo periodo della sua vita, quando, ritornato a Genova, alla comunità di San Bartolomeo degli Armeni, incontrerà ancora, al Vittorino da Feltre, l'antica sua maestra, la Signorina Bertolini, e, camminando nelle strade del quartiere, il suo antico professore di matematica all'Istituto Arecco, il Professor Angelino. Incontri che dovevano riportare il Padre agli anni della sua adolescenza, con un sentimento gioioso di «continuità» e unità della vita, ma forse anche con un sentimento della sua brevità e fugacità.
CAPITOLO SECONDO
IL GIOVANE BARNABITA
a) Il novizio e lo studente
La vocazione del giovane Arturo, i cui germi si erano avvertiti sin dall'età di dieci anni, ebbe la sua maturazione a venti anni, quando, con il consiglio e la guida del già citato Padre Clerici, si decise per la vita religiosa presso l'Ordine dei Barnabiti. Era l'Ordine che egli aveva conosciuto a San Bartolomeo degli Armeni, nella cura della Chiesa, tra le più frequentate della Città, che custodisce la Reliquia preziosissima del Santo Volto, l'Immagine più antica, a parte la Sindone, che si conservi di Gesù. E accanto alla Chiesa i Barnabiti avevano istituito il Circolo Sauli - come ho già ricordato -, che riuniva molta gioventù cattolica genovese. E a San Bartolomeo il giovane Arturo aveva conosciuto - lo si è visto - il padre Semeria, il grande predicatore e conferenziere; ma aveva conosciuto pure le biografie dei più illustri membri dell'Ordine) e storico pure della Repubblica genovese, precisamente dei cosiddetti Dogi Biennali. E sia nel Circolo Sauli, sia nell'Istituto Vittorino da Feltre, il giovane Arturo aveva potuto osservare in atto quella pastorale giovanile che in seguito sarebbe stata il campo più duraturo della sua attività.
Con alle spalle, dunque, questa esperienza barnabitica genovese, egli fu accolto nella casa di Noviziato «Il Carrobiolo» di Monza. Un piccolo ma significativo gesto caratterizzò questa entrata del giovane Arturo nella casa di Noviziato: egli gettò via il pacchetto di sigarette che ancora teneva con sé e non toccò più sigarette per tutto il resto della sua vita. Il Carrobiolo era la sede classica del Noviziato, dai primordi dell'Ordine Barnabitico - nel secolo XVI - sino a oltre la metà del secolo XX: era l'unica sede di Noviziato per tutta l'Italia settentrionale e centrale dalla seconda metà del secolo XIX, mentre nei secoli precedenti la stessa Casa di San Bartolomeo degli Armeni era stata sede di Noviziato e aveva ospitato, fra gli altri, molti di quelli che sarebbero poi diventati personaggi illustri nell'Ordine e nella Chiesa: quali i futuri Cardinali Lambruschini e Bilio, il biblista Vercellone, l'archeologo Bruzza, l'astronomo Bertelli.
Il noviziato del Carrobiolo si distingueva per la sua tradizione ascetica, segnata da personaggi di grande spiritualità, fra essi il Venerabile Canale - del secolo XVII -; tradizione ascetica che era di grande aiuto e stimolo per tutti i nuovi adepti dell'Ordine. Qui il giovane Arturo, ventenne, fu accettato per l'anno di Noviziato nel dicembre del 1926, sotto la guida del Padre Maestro Agostino Mazzucchelli, che continuava e avrebbe continuato ancora per molti anni la serie dei venerati Padri Maestri, fino a quando sarebbe stato sostituito dal Padre Francesco Castelnuovo, indimenticabile e santo Direttore di successive generazioni di giovani Barnabiti. L'anno di Noviziato, intensamente vissuto nel fiore della giovinezza, permeò in modo definitivo l'animo di Arturo, che da allora si senti definitivamente Barnabita, e della sua fedeltà a quell'impronta lasciata dal Noviziato darà poi testimonianza in tutti i momenti, anche difficili e complessi, della sua vita.
L'anno di Noviziato terminò con la Professione dei voti il 27 dicembre del 1927. Fu così rilevante questo avvenimento nell'ambito della famiglia Piombino, che indusse un fratello di Arturo, Arrigo - già ricordato -, sacerdote della Diocesi di Genova dopo la laurea in giurisprudenza, ad abbracciare anch'egli la vita religiosa barnabitica.
Il curriculum del religioso Barnabita comportava, dopo il Noviziato - qualora fossero già stati completati gli studi medi superiori, e cioè il Liceo, come era stato per il neo-professo Arturo - lo studio della teologia a Roma. Questa partecipazione all'ambiente culturale-religioso romano, dove si sperimentava direttamente l'universalità della Chiesa Cattolica, dovette contribuire ad allargare l'orizzonte spirituale del giovane studioso di Teologia, predisponendolo a quell'apertura verso l'istanza ecumenica che costituirà uno dei motivi caratteristici della sua spiritualità.
In particolare, lo studio della Teologia dovette segnare profondamente l'animo del giovane Barnabita, se, terminati gli studi teologici a Roma nel 1931, li riprese subito a Torino, sua prima destinazione, dove si laureò in Sacra Teologia nel 1932: fu dunque uno dei pochi Barnabiti laureati in Teologia in quegli anni, mentre la quasi totalità degli altri giovani si limitava agli studi privati di Teologia presso lo Studentato dell'Ordine: quest'ultimo si trovava allora in via dei Chiavari anche se, proprio in quegli stessi anni, si stava costruendo sul colle del Gianicolo un nuovo Studentato. Era, quello, un momento di grande creatività e speranza: il nuovo Studentato era l'espressione della vivacità di quelle nuove generazioni di Barnabiti - e tra essi il Padre Piombino - che nei decenni seguenti avrebbero alimentato di rinnovato entusiasmo la vita e l'azione dell'Ordine.
Il soggiorno romano ebbe anche per il giovane studente Arturo un momento di pausa per la preparazione e l'emissione dei Voti Solenni presso l'altro Noviziato dei Barnabiti in Italia in quel tempo: quello di San Felice a Cancello, in Campania. I «Voti Solenni» segnano l'entrata e l'appartenenza definita del religioso all'Ordine, dopo il periodo di «prova» del Noviziato e degli anni che lo seguono immediatamente. A San Felice a Cancello, luogo tradizionale di Noviziato della Provincia napoletana, il giovane Barnabita poté conoscere e usufruire, per qualche tempo, della guida di un altro venerato Padre spirituale, il Padre Luigi Patritti, che dovette lasciare anche in lui, come in tutti gli altri suoi figli spirituali, una forte impronta di definitiva volontà di dedizione a Dio, sancita mediante la Professione Solenne.
b) Il sacerdote
Dopo la pausa di San Felice a Cancello, culminata con l'emissione dei Voti Solenni l' 11 ottobre del 1930, Don Arturo - gli studenti Barnabiti sono chiamati con il titolo di «Don» prima dell'ordinazione sacerdotale -, ritornò a Roma, dove, alcuni Mesi dopo, il 28 febbraio del 1931, fu ordinato sacerdote; consacrazione e vocazione sacerdotale che egli vivrà integralmente, in modo parallelo a quella «religiosa», si direbbe come una sua seconda natura. Il carisma sacerdotale informò di sé pienamente la sua personalità: nulla più di mondano, di secolare rimaneva nel suo spirito, nonostante il permanere di una certa sua innata vis comica imitativa, che sapeva condire di umorismo la conversazione e gli incontri di vita comunitaria.
Alla serena e spirituale gioia dell'Ordinazione sacerdotale subentrerà, poche settimane dopo, il dolore per l'improvvisa scomparsa del Barnabita più illustre del secolo, che il neo-sacerdote aveva conosciuto nella sua infanzia a San Bartolomeo degli Armeni: il padre Giovanni Semeria, morto il 15 marzo del 1931. Se la scomparsa del padre Semeria fu un lutto per tutta la Congregazione dei Barnabiti, per gli orfani degli Istituti da lui fondati, per la Chiesa, per il mondo della cultura, non solo cattolica, essa dovette colpire in modo più immediato chi lo aveva conosciuto così da vicino e ne era stato un piccolo discepolo spirituale.
Terminati gli studi di Teologia a Roma, il giovane Padre Piombino ebbe la sua destinazione nella Provincia barnabitica da cui proveniva, quella Ligure-Piemontese. Fu destinato alla Casa e Chiesa Parrocchiale di San Dalmazzo di Torino, una delle più antiche fondazioni dei Barnabiti, risalente al secolo XVI. Qui poté fruire della saggezza ed esperienza pastorale di un santo religioso, parroco di San Dalmazzo, il Padre Antonio Méllica, che, alcuni anni dopo, subentrerà nella carica di Superiore Provinciale al Padre Clerici, quando questi sarà eletto Superiore Generale dei Barnabiti, nel 1937.
L'esperienza parrocchiale di San Dalmazzo, dal 1931 al 1932 - dove il neo-sacerdote fu assistente dei giovani dell'Oratorio - costituì un esercizio assai significativo di quella pastorale giovanile, che, pur in modi diversi, accompagnerà il Padre per tutta la sua vita. E come la prima destinazione del Padre fu una Parrocchia (appunto San Dalmazzo in Torino), così sarà una Parrocchia l'ultima sua destinazione: la Parrocchia di Gesù Adolescente, in Genova. È forse, anche questo, un segno della corrispondenza e armonia, al di là dei contrasti e delle difficoltà, di cui la Provvidenza Divina ha intessuto la vita del Padre.
Mentre dava inizio alla sua attività pastorale tra i giovani, il neo-sacerdote continuava i suoi studi teologici, bisogna pensare con molta assiduità e profitto, perché nel giro di un anno, e cioè nel 1932, egli ottenne la laurea in Sacra Teologia: laurea che costituiva, in quel tempo, un'eccezione tra i Barnabiti, che, a motivo dell'insegnamento nei Collegi e negli Istituti scolastici a cui l'Ordine era soprattutto dedito, erano impegnati pressoché esclusivamente, dopo il tirocinio teologico a Roma, in studi letterari o scientifici.
La laurea in Sacra Teologia contribuirà efficacemente anche ad arricchire di dottrina e sapienza religiosa il futuro direttore spirituale di tante anime, fra le quali alcune dotate di straordinaria spiritualità, di cui, dopo la morte, si sarebbero avviate cause di beatificazione.
Quella di Sacra Teologia non fu l'unica laurea del nostro Padre: ad essa si affiancò, alcuni anni dopo - nel 1938 - la laurea in Lettere presso l'Università di Torino, con relativa Abilitazione. Dall'estate del 1932 il Padre era stato assegnato al Real Collegio Carlo Alberto di Moncalieri: per questa ragione si era reso necessario un titolo di Stato per l'insegnamento in quel Collegio, che aveva pure il privilegio, oltre al relativo onere, di scuola «pareggiata».
E mentre seguiva gli studi universitari, il Padre - analogamente a tanti altri giovani Barnabiti, che, assieme agli studi universitari, espletavano funzioni varie presso le Comunità - fungeva da «Vice Rettore»: mansione che consisteva soprattutto nella cura della disciplina, ma che permetteva anche di avvicinare tanti adolescenti per la loro formazione umana e religiosa. L'attenzione ai giovani e la capacità di comprenderli nella loro psicologia e di indirizzarli verso una vita di serietà morale, civile e religiosa, rimarrà una dote caratteristica del Padre.
Veramente, quelli furono anni di intenso lavoro per il giovane Barnabita, perché agli studi universitari e all'attività di Vice Rettore si affiancava pure quella di insegnante. Era l'insegnamento di religione, di materie letterarie, ma anche di matematica. Quest'ultima disciplina era conforme al carattere ed alla personalità del Padre, che era portato alla chiarezza delle idee, come era chiaro e preciso nella sua vita spirituale. Chiarezza e semplicità erano in lui frutto di un animo limpido, fermo e sicuro in ogni frangente della vita. Una fermezza e sicurezza che si trasmetteva anche a quelli che lo avvicinavano.
Quella dell'insegnamento è stata una delle attività più durature nella vita del Padre: iniziata nel 1932, si protrasse fino al 1967, cioè per tutto il periodo del suo soggiorno a Moncalieri, dunque per 35 anni. Essa fu come la nota costante nel variare delle altre importanti mansioni, e cioè quella di Vice Rettore (dal 1932 al 1946), di Rettore del Real Collegio (dal 1946 al 1958), di Superiore Provinciale (dal 1958 al 1961). E ancora negli anni seguenti il Padre amava ricordare la sua attività di insegnante e, in particolare, il suo metodo per l'apprendimento del latino, che in quel tempo costituiva la disciplina più impegnativa nella scuola ginnasiale. Si trattava - diceva - di insistere nell'insegnamento dell'«analisi logica», quale propedeutica allo studio e traduzione dalla e nella lingua latina. Ciò corrispondeva a quel carattere di chiarezza e linearità che distingueva l'intera personalità del Padre. Ma, nello stesso tempo, si potrebbe riconoscere in questo metodo che privilegiava la «logica» una piccola ma significativa testimonianza dell'alto valore formativo, per lo sviluppo della mente, che possedeva il latino, unitamente al legame che esso favoriva con tutta la tradizione culturale del mondo classico ed europeo.
CAPITOLO TERZO
GLI ANNI DELLA PIENA MATURITA’
a) Insegnante e Vice Rettore
Gli anni di Moncalieri hanno segnato, per il Padre Piombino, il passaggio dalla giovinezza alla piena maturità umana e spirituale, essendo rimasto nel Collegio Carlo Alberto per ben 35 anni.
Ho già parlato della sua attività di insegnante, per la quale si è inserito nella tradizione caratteristica dei Barnabiti, rimasta tale sino a pochi decenni or sono: quella dell'insegnamento quale forma eminente di educazione della gioventù. Si è trattato di un'attività che, iniziata quando il Padre frequentava ancora l'Università, è continuata fino all'età di sessanta anni e oltre. La scuola ha costituito la nota di fondo per il più lungo periodo della sua vita, anche se è rimasta la più nascosta, come, d'altra parte, è in qualche modo per tutti gli insegnanti, al di là del ricordo che rimane negli alunni, ricordo che sovente si va rafforzando con il passare degli anni. Anche per questo si deve pensare che i tanti anni di insegnamento del Padre hanno avuto ed hanno un seguito nella memoria di generazioni e generazioni di suoi ex-allievi.
Come pure ho ricordato, all'attività di insegnante si affiancò, per lunghi anni - dal 1932 al 1946 - quella di Vice Rettore del Collegio, cioè di incaricato della disciplina, fattore indispensabile nella conduzione di un Collegio: incarico che comporta un forte senso di auto-disciplina, di fermezza di carattere e, insieme, di comprensione, che in certi casi può e deve arrivare sino ad una delicatezza, direi, materna. E questo soprattutto per ragazzi lontani dalla famiglia, che devono avvertire nel Superiore più diretto, qual è il Vice Rettore, un sostituto del padre e della madre. Padre Piombino e' stato tutto questo: ha saputo unire la fermezza di un padre alla delicatezza di una madre. Si direbbe che quella delicatezza di madre che egli sperimenterà soprattutto nel periodo ulteriore della sua vita - la delicatezza materna della Santissima Vergine -, egli la esercitò nell'esplicazione della sua attività di Vice Rettore verso tanti bambini e adolescenti che in lui avevano il punto di riferimento più immediato per i loro problemi esistenziali, lontani dalle famiglie, impegnati in una vita di studio, di disciplina, di rapporti talvolta difficili con i propri compagni.
Questa lunga dimestichezza con i problemi più immediati della vita collegiale deve essere stato un tirocinio assai fruttuoso per il futuro Rettore, quale sarà il Padre Piombino. E se la vita di un Collegio comporta sempre una grande quantità di problemi e di responsabilità, in quel lungo tirocinio il Padre dovette affrontare ulteriori problemi: quelli legati agli anni di guerra - dal 1940 al 1945 -, quando il Collegio si trasferì nella casa di vacanza, il Castello di Montaldo Torinese, nella zona di Chieri, che sarà teatro negli anni seguenti di fatti «straordinari». Si trattò, comunque, di un periodo che aggiunse alle comuni responsabilità del Vice Rettore quelle legate ai problemi e alle ansie proprie del tempo di guerra.
b) Rettore
La lunga esperienza del Padre con i ragazzi del Collegio e con le esigenze e i problemi di quella complessa istituzione sfociò nella scelta a Rettore da parte dei Superiori maggiori, e in particolare di colui che era stato a fianco del giovane Arturo nella sua vocazione barnabitica: il Padre Idelfonso Clerici, diventato Superiore Generale dell'Ordine nel 1937.
Si trattava di una carica di grande responsabilità, oltre che di grande prestigio, poiché il Collegio Carlo Alberto - arricchito anche dell'aggettivo «Reale» - era ritenuto tra i primissimi, se non il primo, d'Italia. Esso, assieme al nome, aveva conservato un carattere di «nobiltà», non solo e non tanto di sangue, quanto di spirito. Sorto per l'educazione dei figli della nobiltà piemontese, secondo l'intento del suo fondatore, il re Carlo Alberto, nel 1832, aveva conservato uno spirito nobile, di squisita eleganza, ripresa, fra l'altro, dalla stessa divisa dei collegiali, quasi cadetti di un'Accademia Militare.
Il Rettore Piombino seppe conservare anche questo aspetto di integrale nobiltà. Non che il nuovo Rettore si preoccupasse soprattutto delle forme esteriori del Collegio: tutt'altro! Da uomo di profonda interiorità quale egli era, metteva certamente in primo piano i valori morali, spirituali e religiosi, accanto a quelli culturali; ma, uomo di integralità umana - quale era pure - avvertiva, riconosceva e valorizzava tutto quello che contribuiva alla realizzazione umana dei ragazzi a lui affidati. Egli, che univa la più sentita e autentica spiritualità all'attenzione pure sentita e vissuta ai valori letterari, artistici e musicali, era disponibile alla promozione di tutto ciò che si presentava come autentico nella educazione di quella gioventù uscita dagli anni tormentati della guerra.
Fosse la situazione sociale dell'Italia del tempo seguito immediatamente alla guerra o fosse l'abilità, la capacità del nuovo Padre Rettore, sta certamente il fatto che il Collegio Carlo Alberto ebbe in quegli anni la sua massima espansione, sia per numero di collegiali, sia per le opere di rinnovamento nelle strutture. Per unanime riconoscimento - di cui si fece interprete, fra gli altri, il Padre che poi gli subentrerà nel Rettorato, il Padre Gerolamo Cazzaniga, in un trafiletto della rivista del Collegio in occasione del 25° di Sacerdozio del Padre - il Rettore Piombino si distingueva per signorilità, prudenza, delicatezza: qualità proprie della sua natura, ereditata e insieme acquisita con l'esercizio prolungato della virtù. Era una presenza integralmente umana, vivente in comunione con l'Alto, da cui il Padre attingeva ogni determinazione. Si comprende, pertanto, perché egli riscuotesse l'affetto di tutti gli allievi. E quanto di più confortante e soprattutto di più valido si possa auspicare per un educatore. Veramente si deve dire che il Padre Piombino impegnava tutto se stesso nelle mansioni a cui era chiamato; e questo con animo sempre sereno, senza ansia, sicuro di una sicurezza che non era puramente umana.
Erano, quelli, gli anni della «ricostruzione» materiale e morale dell'Italia dopo le distruzioni della guerra, e per quelle giovani generazioni affidate agli educatori erano gli anni della costruzione della personalità. Il Padre Piombino compì egregiamente questa sua missione. E l'educazione, come gli studi degli allievi, procedette sempre con soddisfazione di tutti.
Procedette pure con soddisfazione l'aspetto esteriore del Collegio, che fu dotato di un magnifico giardino d'inverno e di un grande campo sportivo, tra i migliori dei Collegi d'Italia, dove poterono anche esibirsi, con le loro eleganti, risorgimentali divise, i numerosi Convittori.
Erano lunghi anni quelli della «ricostruzione», che riflettevano i «lunghi» anni della guerra; e il Padre Piombino sembrava il Rettore per antonomasia, quasi definitivo, in quella rinnovata vita del Collegio, separata ormai dal passato, e vista a una distanza ben maggiore dei suoi anni effettivi. E come testimoniarono alcuni discepoli del Padre, questi amava ricordare - con semplicità e insieme giusto orgoglio, nella sua consueta ma dignitosa umiltà - che durante il suo Rettorato i bilanci si chiudevano sempre in attivo, nonostante - anche allora - le innovazioni e i lavori straordinari. È che il Padre Piombino univa le qualità dell'uomo «spirituale» (fino al misticismo) a quelle della prudenza e del realismo, anche per i problemi finanziari: anche in questo era rimasto un classico «genovese». Purtroppo - nei decenni che seguirono il felice Rettorato del Padre Piombino - il Carlo Alberto conoscerà problemi di bilanci e di riduzione del numero dei collegiali, tanto che finirà per chiudere i battenti allineandosi alla crisi che ha colpito la gran parte delle scuole cattoliche in Italia.
c) Superiore della Comunità
Ma il Rettore del Collegio non era soltanto il responsabile degli alunni: era anche il Superiore della Comunità religiosa. Si trattava di una comunità assai numerosa, la più numerosa dopo quella della Casa Madre dei Barnabiti, la Comunità di San Barnaba a Milano. Si trattava, inoltre, di religiosi dotati, quasi tutti, di forte personalità e cultura: così il Padre Boddaert, rinomato matematico e scienziato, Direttore dell'Osservatorio meteorologico del Collegio, istituito dal famoso Padre Denza. Altrettanto va detto del Padre Argenta, letterato e scrittore, autore, fra l'altro, di un libro sui Santi «fondatori dell'Europa», tema di contrastata e sofferta attualità. Ma, pur con diverse sfumature, tutti i religiosi del Collegio Carlo Alberto, essendo impegnati in una istituzione tanto prestigiosa, costituivano un insieme di personalità che solo un uomo di grande, superiore saggezza, poteva adeguatamente coordinare. E Padre Piombino fu appunto uno dei Superiori che meglio seppe assolvere questo compito così delicato e complesso.
Alla complessità di vita del Carlo Alberto contribuiva anche un'altra istituzione legata allo stesso Collegio: quella della Chiesa di San Francesco, chiesa non parrocchiale assai frequentata da fedeli provenienti non solo da Moncalieri, ma anche dalle vicine località. Essa offriva ai religiosi un campo di esplicazione della loro vocazione sacerdotale che l'attività del Collegio non poteva integralmente soddisfare. E al Rettore e Superiore spettava pure la direzione dell'attività legata alla Chiesa. Come dirò più avanti, il Padre Piombino esplicava la sua attività sacerdotale anche in altri ambienti esterni, in particolare presso i monasteri; ma certamente la Chiesa di San Francesco costituiva anche per lui un ambito immediato di attività pastorale.
Oltre la Chiesa di San Francesco, il contatto con il sacro era offerto, in particolare per il Rettore, dalla cappella del Collegio, dove si esplicava la catechesi cristiana agli alunni. Si direbbe, anzi, che la cappella costituisse anche materialmente il luogo più vicino all'attenzione del Rettore: proprio un locale ad essa contiguo il Padre aveva scelto come sua stanza privata, quasi un «coretto» da cui osservare e vivere da vicino la sacralità del luogo e, in particolare, la presenza eucaristica.
d) L'istitutore della Scuola dei «Fratellini»
Le gravi e molteplici incombenze del Collegio non toglievano o diminuivano la consueta, connaturale, serenità del Padre, che era altresì frutto di esercizio virtuoso. Anzi, le tante e impegnative incombenze del Collegio non esaurivano le sue energie: oltre all'azione esterna, egli, per suggerimento del Fratello Coadiutore Serafino Pezzuto, intraprese, nell'ottobre del 1948, con l'approvazione del Superiore Generale della Congregazione, un'istituzione del tutto originale, almeno nell'Ordine Barnabitico: cioè una «Scuola» per giovanetti dotati di vocazione alla vita religiosa non sacerdotale: quella cioè dei Fratelli Coadiutori.
Essa cercava di ovviare alla crisi di vocazioni alla vita religiosa non sacerdotale; crisi che anticipava di qualche decennio quella dei Seminari propriamente detti. È stata, quella della Scuola detta dei «Fratellini», una istituzione originale e benefica per la Congregazione dei Barnabiti, e anzitutto per lo stesso Collegio Carlo Alberto, nonostante fosse stata accolta, inizialmente, con una certa diffidenza da parte della Comunità religiosa. Di questa istituzione si vedono ancora i frutti, anche se essa non ha potuto avere un seguito (qualche cosa di analogo sta sorgendo, in questi ultimi anni, nella Provincia barnabitica del Nord Brasile): quelli usciti dalla «Scuola» del Carlo Alberto sono ancora tra i pochi Fratelli Coadiutori esistenti presso i Barnabiti in Italia.
La Scuola dei Fratellini non ebbe un seguito anche a motivo dell'assentarsi del Padre Piombino da Moncalieri; ma negli anni in cui fiori ottenne risultati migliori di tutte le altre istituzioni analoghe sorte in Piemonte. Proprio da questa «Scuola» avrà origine - come si vedrà più avanti - la fase nuova e prettamente «mistica» della vita del Padre; dico, «prettamente mistica», perché i contatti con il mondo della mistica e della «santità» vissuta, sperimentata, il Padre li ebbe anche nel periodo precedente della sua vita; e su questo ritornerò fra poco.
e) Il Venticinquesimo di Sacerdozio
A coronamento del discorso sul periodo centrale della vita del Padre e, per esso, della sua attività all'interno del Collegio Carlo Alberto, si può ricordare il 25° anniversario di Ordinazione Sacerdotale, nel 1956, celebrato con una certa solennità, come risulta anche da vari articoli pubblicati in quella occasione. Tra essi uno dello stesso Padre Piombino intorno alle «origini» della sua vocazione sacerdotale; uno del Padre Argenta sulla madre del Rettore, la signora Gemma, di venerata memoria; uno del Padre Cazzaniga sul «Rettore», dove viene presentata una sintesi, breve ma densa, della vita del Padre in quei primi venticinque anni del suo Sacerdozio. Tra i messaggi vengono ricordati quelli di Monsignor Dell'Acqua, a nome del Papa. Si tratta di quel Monsignore che alcuni anni dopo entrerà in contatto con il Padre Piombino per vicende ancora più importanti di quelle, pur significative, di un Venticinquesimo.
Un altro messaggio fu quello del Cardinal Giuseppe Siri, antico compagno - chierichetto - nella Basilica dell'Immacolata in Genova. Anch'egli, pochi anni dopo, sarebbe stato nuovamente in contatto con il Padre, e in modo ancora più concreto, per le stesse ragioni di quelle di Monsignor Dell'Acqua.
Altro messaggio fu quello di Monsignor Cambiaghi, Barnabita, Vescovo di Novara. Per lui il rapporto con il Padre e' stato, per modo di dire, antecedente, in quanto Monsignor Cambiaghi precedette di vari anni il Padre Piombino nella carica di Rettore del Collegio Carlo Alberto, così come lo aveva preceduto nella stessa carica Monsignor Grassi, diventato poi Vescovo di Alba, in Piemonte. Due Rettori diventati poi Vescovi: una conferma della rilevanza che aveva, anche nell'ambito ecclesiastico, la funzione di Rettore del Collegio Carlo Alberto.
Ricordo, infine, tra i vari messaggi, quello del Padre Pio, che sarebbe poi diventato San Pio. Si tratta di una personalità per certi aspetti affine a quella del Padre Piombino, sia per le doti mistiche sia per la capacità di leggere nel fondo delle anime: capacità presente soprattutto nel Padre Pio, ma, in qualche modo pure nel nostro Padre, unitamente ad una certa capacità di previsione di fatti importanti per le singole persone, per la Chiesa e per l'intera Umanità.
La serie dei messaggi si conclude con quello, assai originale, del fratello e «confratello» del Padre Arturo, il già ricordato Padre Arrigo Piombino, Barnabita: in questo modo ritorna presente, assieme al ricordo della madre, il mondo famigliare del Padre, e vi ritorna in un modo assai dignitoso, trattandosi di una composizione poetica in forma di sonetto. Riprodurlo in questa breve biografia del Padre Arturo potrà costituire anche un omaggio alla memoria di questo suo fratello Arrigo e, per lui, di tutti i rimanenti famigliari del Padre.
Ecco il sonetto:
Un dì, vagando in fantasie celesti, La gran voce di Dio sentisti in cuore; Tu la seguisti, o Arturo, e a Lui ti desti OffrendoGli di vita il più bel fiore.
Cinque lustri oggi son che a Lui porgesti Per prima volta il calice dAmore
E, sempre in Lui fidando, ti rendesti A tutti guida e vigile pastore.
Or mirando i tuoi dì, vieppiù allietati Dal profondo ideal del fiordaliso,
A Dio volgi i tuoi sensi umili e grati,
E sul tuo labbro un mistico sorriso
Ci esprima il gaudio che fa ognor beati Color cui splende tutto il Paradiso!
f) Direttore spirituale
La vocazione sacerdotale del Padre, che il 25° anniversario di Ordinazione ha così evidenziato, ha potuto esplicarsi in modo più immediato e in dimensione di profonda interiorità attraverso la direzione di numerose persone dotate di alta spiritualità. Bisogna pensare che anche il contatto con queste anime sante ha contribuito a far maturare nel Padre Piombino la vocazione mistica.
Effettivamente la Provvidenza lo fece avvicinare a persone di straordinaria virtù e doti mistiche. Fra esse, va ricordata suor Caterina Martini, conversa cappuccina; così pure suor Consolata Betrone, anch'essa cappuccina nel convento di Moriondo Torinese, vicino a Moncalieri, propagatrice di un «Messaggio del Sacro Cuore» che - come ha scritto il Padre Gerolamo Cazzaniga - «ha già invaso il mondo». Nelle carte lasciate dal Padre si trovano numerosi scritti di questa santa Suora che egli ha accompagnata nella sua ascesa spirituale, e dalla quale si può pensare abbia ricevuto, a sua volta, conferme e aiuto nella propria vita spirituale, come avviene sempre nella frequentazione di anime sante. Per Suor Consolata è già stato concluso il processo diocesano per la causa di beatificazione.
Altra persona di forte spiritualità e di provata santità, essendo in atto la causa di beatificazione, è stato Fratel Teodoreto delle Scuole Cristiane. Con questo santo religioso avvenne anche un ricco scambio di lettere, molte delle quali sono state pubblicate in una biografia.
La ricca spiritualità del Padre Piombino, così esercitata nella direzione di anime privilegiate, gli ha permesso di accumulare una forte dottrina ed esperienza mistica, convalidata anche dai suoi studi teologici (come ho ricordato, aveva ottenuto la laurea in Sacra Teologia). Grazie alla sua spiritualità il Padre è pure diventato un abile predicatore di Esercizi Spirituali e Ritiri presso istituzioni religiose, Seminari e convegni di sacerdoti.
g) Superiore Provinciale
La molteplice attività del Padre Piombino non fu mai tuttavia causa di fretta o ansia: il suo aspetto fisico e morale esprimeva sempre un senso di serenità, di nobile compostezza, propria di chi adempie armoniosamente i propri impegni, con animo attento ma insieme in contatto con una superiore realtà, quella del «tranquillus Deus» che «tranquillat omnia», secondo la spiritualità classica. Ora questa attività del Padre subì un sensibile mutamento nel 1958, quando, dopo dodici interminabili anni di rettorato - «interminabili» a motivo del momento storico, quello della «ricostruzione», che rifletteva, come ho già osservato, gli interminabili anni della guerra -, il Padre lasciò la carica di Rettore per assumere quella di Superiore Provinciale dell'allora Provincia Ligure-Piemontese, succedendo al Padre Clerici, che nel 1952 aveva lasciato, dopo quindici anni, la carica di Superiore Generale, ed era tornato a Genova, nella «sua» Casa Missionaria, ricoprendo la funzione di Superiore Provinciale. È un altro aspetto di quel rapporto del Padre Piombino con il Padre Clerici che era iniziato negli anni della adolescenza. L'antico discepolo veniva adesso a sostituire il Maestro, secondo una norma abbastanza ricorrente nella storia delle persone.
Si trattava di una «successione» piuttosto impegnativa e che esigeva molta prudenza e saggezza, in quanto il Padre Clerici aveva retto la Provincia ininterrottamente sin dagli anni «Venti», nonostante la formale interruzione del periodo del generalato - dal 1937 al 1952 -. Dico «formale interruzione», perché in quegli anni e sino al Capitolo Straordinario del 1967, il Superiore Generale esercitava un più immediato controllo delle Province, e per il Padre Clerici questo si era verificato soprattutto per la sua Provincia di provenienza. Il Padre Clerici, inoltre, era stato particolarmente benemerito della Provincia Ligure-Piemontese, in quanto l'aveva arricchita di una nuova grandiosa Casa per le giovani vocazioni dell'Ordine: la Casa Missionaria; aveva inoltre provveduto all'ingrandimento dell'Istituto «Vittorino da Feltre», una delle Scuole cattoliche più rinomate di Genova, sin dal tempo in cui vi aveva insegnato il Padre Semeria, tra la fine del secolo XIX e l'inizio del XX. La successione del Padre Clerici trovava proprio nel Padre Piombino la persona saggia, capace di compiere il passaggio con la dovuta delicatezza e prudenza.
Il Padre si dedicò con la consueta sollecitudine e squisita signorilità al nuovo e delicato ufficio, anche se il suo animo era ormai assorbito dalla novità «mistica» della sua vita, di cui parlerò più avanti. Si trattava di sovrintendere all'attività e alle diverse personalità non più soltanto di una Casa religiosa, ma di tutte le Case della Provincia; impegno assai delicato soprattutto per ciò che riguarda le «destinazioni» e le attività dei religiosi, per cui è necessario contemperare le necessità e opportunità delle varie Case con il rispetto per quelle dei singoli e della loro storia, non essendo, i religiosi, nonostante il voto di ubbidienza, semplici pedine di un gioco, e neppure semplici funzionari di una istituzione militare o amministrativa. Quello del Superiore Provinciale era dunque un impegno che esigeva delicatezza e insieme fortezza, ma sotto la guida della prudenza e, per essa, della conoscenza diretta delle situazioni. E il Padre Piombino seppe adempiere a questo compito con la prudenza e l'esperienza che aveva accumulato e perfezionato nei lunghi anni del suo Rettorato, da cui era stato appena liberato: non però liberato dall'insegnamento, che continuò ad esercitare per tutto il tempo della sua presenza nel Collegio di Moncalieri.
Erano, quelli, anni nuovamente decisivi per il Padre, il quale stava vivendo come una seconda vita parallela, quasi del tutto interiore, segnata da fatti straordinari, di ordine mistico, che impegnavano la parte più intima del suo spirito. È di questi fatti nuovi, eccezionali, che tratterò nel Capitolo che segue.
CAPITOLO QUARTO
I FATTI MISTICI DEGLI ANNI SESSANTA
Quanto sinora ho ricordato e narrato della vita del Padre Piombino ha certamente un valore per se stesso; ma acquista ulteriore significato se visto sullo sfondo dei fatti straordinari che si sono verificati per il Padre e per l'ambiente più vicino a lui: il piccolo Collegio dei candidati alla vita di Fratelli Coadiutori.
a) Spiritualità e misticismo del Padre Piombino
1. La spiritualità
Per una più adeguata comprensione di questa fase «mistica» della vita e della personalità del Padre Piombino, è opportuno richiamare le caratteristiche della sua spiritualità che, aiutata anche dalla relazione con anime privilegiate, raggiunse il livello mistico.
In verità, il Padre fu direttore spirituale - come ho già ricordato - di anime particolarmente elevate, anche se egli non rimandava nessuno che si rivolgesse a lui. Era confessore di sacerdoti, religiosi, novizi e studenti, non solo Barnabiti, ma anche di altre congregazioni, come Gesuiti, Sacramentini ed altri ancora; era pure confessore di istituti religiosi femminili, e diverse persone da lui dirette - come pure ho ricordato - sono morte in concetto di santità: così Suor Caterina Martini, Suor Consolata Betrone e Fratel Teodoreto: di questi ultimi - come pure ho ricordato - è in corso la causa di beatificazione.
Se dunque il Padre poté vivere in proprio - come accennerò fra poco - episodi di natura mistica, ai medesimi egli era preparato anche dall'esperienza di tante anime da lui conosciute e dirette.
Ma la disponibilità del Padre non era solo per le persone spiritualmente privilegiate o per i religiosi e i sacerdoti. Esistono testimonianze di tanti che affermano la disponibilità del Padre Piombino a ricevere chiunque, anche persone fastidiose. Era dolce con tutti, e ognuno si trovava a proprio agio con lui. Egli comunicava serenità a chiunque lo avvicinava, sapeva consigliare, incoraggiare; e ciò non soltanto nell'ordine spirituale, ma anche nell'ordine temporale.
Si direbbe che nella disponibilità verso tutti il Padre avesse fatta sua una delle virtù caratteristiche della sua mamma, così disponibile ad accogliere e ad aiutare chiunque si rivolgesse a lei. Questa virtù così «umana» del Padre depone in favore della sua piena integralità umana e pertanto - anche se non può esserne da sola una prova - della serietà dei fatti straordinari e mistici in cui sarà coinvolto.
Naturalmente, questo aspetto virtuoso del Padre, unitamente alla sua discrezione e abilità nel guidare le anime, nasceva da un humus di profonda, interiore spiritualità.
Da essa emergeva una speciale devozione al Mistero Eucaristico e alla Vergine Santissima. Era una «devozione» che diventava «confidenza», soprattutto verso la Madonna.
La spiritualità del Padre Piombino era dunque incentrata anzitutto in Gesù Eucaristico; spiritualità che si rivelava poi nel conforto e confidenza che infondeva a chi lo sentiva parlare dell'Eucaristia. Di questo abbiamo testimonianze, fra l'altro, in quelli che sono stati i «Fratellini», nei quali il Padre inculcava la centralità del Mistero Eucaristico. Si trattava di devozione, ma soprattutto di amore, che arrivava - come è proprio dell'amore - a forme anche di estrema delicatezza, come, ad esempio, quella di «non lasciare solo» Gesù Eucaristico nel Tabernacolo.
Accanto al Mistero Eucaristico, l'altro aspetto caratteristico della spiritualità del Padre era l'amore per la Vergine Santissima, che arrivava anche a forme sensibili - come è proprio del misticismo - assumendo atteggiamenti di estrema intensità, analoghi a quelli relativi a una madre terrena. E tuttavia non si trattava di forme esasperate e astratte di sensibilità sdolcinata, perché l'aspetto della Madonna venerata dal Padre era soprattutto quello della Addolorata. Si direbbe che il titolo di «Madonna delle Spine» quale risulterà dalle apparizioni di cui parlerò più avanti, sia in linea con la devozione alla Vergine Addolorata quale si era rivelata a Siracusa con il titolo di «Madonna delle Lacrime» e quale si sarebbe rivelata poi in Ruanda, nel 1981, quando venne profetizzata la sanguinosa guerra civile in quella regione.
Queste doti del Padre non potevano non essere avvertite da chi fosse entrato in colloquio spirituale con lui, meno da chi si fosse limitato agli aspetti esteriori, che erano sovente venati di blando e innocuo umorismo - come si è già ricordato -. Tutt'al più si sarebbe potuto avvertire nel Padre una certa dote intuitiva, che precorreva, talvolta, quello che l'interlocutore intendeva esprimere. E a questo proposito bisogna dire che il mondo soprannaturale della grazia si impianta e valorizza ulteriormente quello che esiste già nell'ordine della natura: secondo il linguaggio di un certo pensiero cristiano, la «grazia» propriamente detta - la grazia dell'ordine soprannaturale - riprende e perfeziona i doni naturali o la «gratia creationis».
In tutti coloro, dunque, che hanno avvicinato il Padre Piombino in relazione a problemi spirituali, è comune il giudizio e la testimonianza di aver avvertito in lui qualche cosa di spiritualmente eccezionale: anzitutto e più semplicemente il sentirsi a proprio agio nel colloquiare spiritualmente con lui, per il suo infondere confidenza. Ognuno poi avvertiva nel Padre un «esperto» di cose spirituali, fino al misticismo, un uomo e un sacerdote dotato di un carisma speciale, tanto da apparire come il prototipo del vero sacerdote. Quella dote «intuitiva» cui ho accennato appena sopra si esplicava soprattutto nel colloquio spirituale, come testimonia uno dei suoi discepoli più qualificati: quando questi si presentò, ragazzino, al Padre, fu accolto come se lo avesse da sempre conosciuto, suscitando, già per questo, una grande impressione in quel piccolo suo interlocutore. Più o meno tutti, insomma, avvicinandosi spiritualmente al Padre, avvertivano in lui qualche cosa che faceva pensare alla «santità». In particolare - come è stato scritto - si poteva avvertire nel Padre l'esistenza di un dialogo continuo con la Madonna. Non c'è dunque da meravigliarsi se ci sono persone che testimoniano di sentire ancora adesso, a distanza di anni dalla sua morte, la protezione spirituale del Padre.
2. I fatti mistici
La spiritualità del Padre Piombino raggiunse il livello della mistica. A questo proposito occorre ricordare che la «familiarità» del Padre, in quanto confessore e direttore spirituale, con anime mistiche, e la sua esperienza di predicatore di esercizi e ritiri spirituali, costituì un'importante palestra per la conoscenza e l'assimilazione della dottrina e della realtà mistica. Su questa dovette influire anche, e più radicalmente ancora, il livello serio e profondo della sua religiosità, nonché la predisposizione al superamento del piano puramente e astrattamente «razionale», come dimostrano la sua dote intuitiva ed il suo spontaneo amore per la musica. Al misticismo, insomma, il Padre era avviato da diverse esperienze, in modo conforme all'operare costante della Provvidenza divina, che prepara variamente e abbondantemente i risultati della Sua azione.
Il rapporto del Padre con la mistica era non solo di ordine «teoretico», cioè di conoscenza teorica del misticismo integrata dall'esperienza di anime da lui dirette, ma anche di ordine «pratico», nel senso di esperienza personale: un'esperienza che si dispose su diversi piani e finalità: quella strettamente «personale», che terminava alla «persona» del Padre e quella che si esprimeva esternamente con fatti e finalità a lui esterne. Quest'ultima si specificava ulteriormente in fatti che riguardavano singole persone e fatti che riguardavano la Chiesa intera o anche l'intera Umanità, analogamente a tanti altri fatti mistici, soprattutto degli ultimi secoli. Da notare, inoltre, che si è trattato sempre di fatti che comportavano l'intervento della Madonna, ancora in analogia con altre manifestazioni più conosciute dei nostri tempi.
Dei fatti relativi alla sola persona del Padre possiamo conoscere soltanto quelli di cui egli ci ha parlato. In verità, pur con la dovuta prudenza, egli si confidava con persone che riteneva spirituali e capaci di afferrare con semplicità la verità dei fatti eccezionali di cui era stato oggetto, soprattutto di quelli che riguardavano soltanto la sua persona, anche perché si trattava - almeno considerando quelli che ho potuto conoscere dalle testimonianze di chi aveva avuto tali confidenze - di «grazie» o «esperienze» estremamente semplici. Ma il Padre Piombino era tutt'altro che un «sempliciotto»: il fatto stesso di cogliere con estrema facilità il lato comico delle persone - di cui ho parlato più sopra - è una prova della sua capacità di «dominare» le situazioni e i momenti della vita; dimostra, in altre parole, la capacità di non lasciarsi coinvolgere dall'immediato, di saper vedere le cose e le persone con atteggiamento critico. E lo può dimostrare anche il fatto di sapersi imporre con una forza morale superiore e decisa in certe situazioni che esigevano assoluta fermezza. È così che si poteva talvolta sorprendere il Padre in atteggiamenti di una così forte carica morale da far pensare a quanto si racconta di personaggi della storia - soprattutto di Santi - che hanno affrontato con una straordinaria energia morale qualche impostore o ingannatore. A una personalità di questo genere si è proclivi a credere sempre. È quanto è dato leggere di certi santi, che pure, in altre situazioni, hanno dimostrato una energia morale e una sapienza straordinaria: si pensi, ad esempio, a una Santa Caterina da Siena.
Di questi fatti «mistici» riguardanti la sola persona del Padre, e' dato conoscere - per sua confidenza a persone spiritualmente preparate ad accoglierli - quello di avvertire l'abbraccio della Madonna, quello di avere da Lei ottenuto la grazia di poter sostenere facilmente le fatiche di una giornata laboriosa dopo aver dormito solo poche ore a motivo di fenomeni mistici a cui aveva assistito e di cui parlerò più avanti e di poter celebrare la Messa in un periodo in cui la salute non gli permetteva di reggersi in piedi; il fatto, ancora, di aver sentito dalla Madonna l'incoraggiamento a non temere per la propria morte, perché Lei stessa, con il Suo Figlio divino, lo avrebbe portato in Cielo. Il Padre riferì anche che un giorno la Vergine gli chiese se volesse vedere la sua mamma: alla risposta positiva, egli «sentì» la voce di sua madre, che affermava di aspettare tutti i suoi figli in Paradiso.
Come è dato vedere, si tratta di fatti in cui è presente la Vergine Maria. Anche il nostro Padre nutriva un amore veramente filiale per la Madonna e si sentiva a sua volta amato da Lei come da una vera mamma non solo nella dimensione spirituale della sua vita, ma anche negli aspetti temporali e sensibili delle diverse situazioni esistenziali. Si tratta di fatti che hanno una forte somiglianza con quelli che si erano già o si sarebbero verificati in seguito in altre apparizioni della Madonna e che lo indussero a scelte nuove e piuttosto radicali nella sua vita.
Oltre che a se stesso, i fatti mistici di cui il Padre si sentiva testimone erano rivolti o avevano come oggetto altre singole persone. Fra questi è dato ricordare - per testimonianza di chi era stato presente all'episodio - quanto accadde al Superiore Generale dei Barnabiti, il Padre Emilio Schot, in visita al Collegio di Moncalieri. Questi era restio a prendere in considerazione le predizioni della Madonna nei riguardi della crisi di Cuba nel 1962 (su questo argomento ritornerò più avanti). La stessa Vergine avrebbe rivelato al Padre - attraverso il veggente da lui diretto, uno dei «Fratellini» - che quando il Padre Generale fosse «svenuto», avrebbe cambiato parere. Effettivamente il Padre Generale svenne mentre stava recitando le preghiere di ringraziamento, assieme alla Comunità, al termine del pasto. Ritornato in sé - racconta il testimone - egli cambiò atteggiamento e ascoltò quanto il Padre Piombino gli rivelò intorno a quello che doveva succedere a Cuba: non solo, ma si fermò a parlare con i Fratellini e, in particolare, con il veggente di cui ho parlato sopra.
Ancora nell'ambito dei Fratellini, la Madonna esortò il Padre ad avviare uno di essi alla vita sacerdotale, affermando che sarebbe diventato un membro importante della Congregazione e sarebbe stato testimone particolarmente efficace dei fatti straordinari che si erano e si sarebbero ancora verificati nell'ambiente dei Fratellini. Effettivamente quel giovanetto, intrapresi gli studi, è diventato sacerdote e ha occupato cariche di rilievo nella Congregazione dei Barnabiti. Egli inoltre ha reso una importante testimonianza scritta intorno alle doti e virtù del Padre Piombino.
Ma il fatto che ha avuto più risonanza in numerose testimonianze è quello della guarigione di una giovane nipote del Padre, ammalata gravemente di anoressia, tanto che i medici avevano ormai perso la speranza di poterla portare a guarigione. La Madonna, invocata dal Padre, predisse che quando i medici avessero affermato che ormai non c'era più alcuna speranza per la giovane, Lei sarebbe intervenuta per salvarla. E avvenne esattamente così: quando i parenti dell'ammalata seppero dai medici che ormai non c'era più alcuna speranza, telefonarono al Padre, esortandolo a venire per amministrarle l'Estrema Unzione. Il Padre rispose che la nipote non aveva bisogno della Estrema Unzione, in quanto egli sapeva che sarebbe intervenuta la Madonna e l'avrebbe salvata. La malata da quel giorno incominciò a migliorare, con meraviglia dei medici stessi, guarì e in seguito formò anche una sua famiglia.
Come ho premesso più sopra, i fatti mistici di cui il Padre fu testimone riguardavano anche la Chiesa universale. Analogamente ad altre Apparizioni mariane di questi ultimi secoli, anche quelle dei veggenti in contatto con il Padre Piombino oltrepassavano l'ambito delle singole persone, per assumere dimensioni più ampie ed universali. Una delle prime aveva riguardato l'intera Congregazione dei Barnabiti; altre, le più documentate, riguardavano la Chiesa universale, anzi l'intera Umanità.
In una delle apparizioni la Madonna confidò al veggente alcuni «segreti» da consegnare al Papa (eravamo al tempo del Papa Giovanni XXIII). Il Padre Piombino, in nome di quel sentimento di umile sottomissione e dipendenza dai Superiori che è proprio della vita religiosa, credette di dover passare attraverso l'informazione, non solo, ma anche l'assunzione diretta, da parte del Superiore Generale, di questa consegna dei «segreti» al Papa. Ma il Padre Generale lasciò nel suo cassetto il plico con i «segreti». Non so se fu per dimenticanza o per altro motivo. Si trattava certamente di un atto molto rilevante e in certo modo impegnativo da parte di un Superiore Generale: impegnativo e delicato, in quanto si assumeva la responsabilità di una fiducia verso persone e fatti - a parte il Padre Piombino - di cui non constava ancora al Padre Generale una vera e sicura attendibilità.
E qui si ha un ulteriore intervento della Madonna, la quale, alla giustificazione data dal Padre Piombino della mancata consegna dei «segreti» al Papa - cioè il fatto di averli consegnati al proprio Superiore Generale - rivelò che Lei stessa avrebbe illuminato il Sommo Pontefice sull'esistenza di questi segreti. Ed effettivamente, qualche tempo dopo, il Sostituto alla Segreteria di Stato del Vaticano, Monsignor Angelo Dell'Acqua, per incarico del Papa, chiese al Padre Generale notizie del Padre Piombino e del documento che avrebbe dovuto consegnare al Papa. Fu così che i «segreti» arrivarono finalmente al Sommo Pontefice.
Non conosco, evidentemente, il contenuto esatto di quei «segreti», ma essi dovettero riguardare - analogamente ad altre rivelazioni di questo nostro tempo - i pericoli in cui versava l'Umanità. Tra questi ultimi una particolare rilevanza ebbero nei discorsi del Padre Piombino i cosiddetti fatti di Cuba del 1962, quando il pericolo di una terza guerra mondiale raggiunse il suo momento culminante a motivo della installazione, a Cuba, di missili nucleari russi.
Proprio in rapporto ai fatti di Cuba esiste una precisa testimonianza di natura mistica del Padre Piombino. Egli infatti affermava di aver saputo dalla Madonna che il pericolo della guerra sarebbe arrivato al livello massimo, ma in quel momento Ella sarebbe ancora intervenuta per salvare l'Umanità dalla immane tragedia. Di questa predizione esiste una lettera che il Padre scrisse a una sua nipote, la quale gli aveva espresso il timore della terribile guerra. La lettera, in cui il Padre rivelava quanto ho appena riferito sopra, fu poi consegnata dalla nipote, per suggerimento del Padre, all'Arcivescovo di Genova Cardinal Giuseppe Siri, il quale affermò che quella lettera doveva essere conservata «per la storia».
In verità è di dominio pubblico che, mentre i missili russi stavano arrivando a Cuba ed il Presidente degli Stati Uniti, John Fitzgerald Kennedy, aveva minacciato con estrema decisione di scatenare la guerra, il Primo Ministro dell'Unione Sovietica Nikita Kruschov, improvvisamente, ordinò di far marcia indietro alle navi che portavano i missili. Si tratta di un episodio che è rimasto nella memoria storica del '900 come un fatto eccezionale e in certo modo inspiegabile. Sul medesimo è ritornato, più di una volta, il Sommo Pontefice Giovanni Paolo Il, come su di un fatto in cui era intervenuta in modo particolare la Provvidenza Divina.
b) Le apparizioni
Quello che sinora ho presentato dei «fatti mistici» non aveva soltanto il valore di sottolineare la spiritualità e, in certo modo, la santità del Padre: essi avevano anche un valore e un carattere «oggettivo», che riguardava la Chiesa intera e anzi la intera Umanità. Si è trattato, anzitutto, di apparizioni della Madonna, in cui sono stati coinvolti più direttamente alcuni Fratellini, ma anche il Padre Piombino, nonché il suo Assistente per il Collegio dei Fratellini: quest'ultimo rimane tuttora, assieme ai veggenti, testimone significativo di tutto quello che di straordinario si verificò in un periodo della vita del Padre Piombino durato alcuni anni, con particolare intensità dal 1958 al 1960.
1. I fatti
Le testimonianze relative a questi fatti straordinari si concentrano soprattutto in due anni: il 1958 e il 1960. Tuttavia il principale dei veggenti implicati nelle apparizioni ha affermato la loro persistenza anche oltre il limite di quegli anni.
Per il 1958 si tratta di una visione del Santo Fondatore dei Barnabiti, Sant'Antonio Maria Zaccaria, assieme ad altri Santi dello stesso Ordine; visione di cui fu oggetto uno dei Fratellini. Non mi è dato conoscere il giorno esatto di questa visione; posso riferire soltanto che si verificò in estate, perché avvenne nel Castello di Montaldo Torinese, il Castello delle vacanze estive del Collegio Carlo Alberto.
Ma la maggior parte delle «visioni» e apparizioni si verificò nel 1960 e precisamente nell'agosto, una prima volta, quando i Fratellini si trovavano a Montaldo. La Madonna, apparendo a uno di essi, gli chiese se era disposto a soffrire per quindici notti con Lei. Poi apparve al medesimo nell'ottobre dello stesso anno, incominciando dal giorno 13. Penso sia da rilevare questo ricorrere del giorno 13 in recenti apparizioni della Madonna ed i fatti che ad esse possono essere ricollegati: basti pensare al famoso 13 maggio del 1981, in cui avvenne l'attentato al Papa Giovanni Paolo II in Piazza San Pietro.
Il periodo delle apparizioni fu discretamente lungo, ma il momento culminante fu quello delle quindici notti consecutive dell'ottobre 1960.
Evidentemente, come ogni atto straordinario, queste visioni e apparizioni hanno avuto effetti anche sensibili nei veggenti; ma lo hanno avuto soprattutto le quindici notti cui ho appena accennato, nelle quali il principale veggente ha rivissuto - secondo la propria testimonianza, assieme a quella del Padre Piombino e del suo Assistente - la Passione del Cristo, con i dolori della flagellazione, della coronazione di spine, fino alla morte di croce, secondo quello che aveva chiesto la Madonna.
Il principale dei veggenti è stato quello che ha sofferto la Passione e che avrà un seguito nell'impostazione dell'Opera richiesta dalla Madonna. Ma assieme a lui ci furono altri due Fratellini che sperimentarono fatti straordinari e mistici: quello che ebbe la visione del Fondatore dei Barnabiti e di altri Santi dell'Ordine, e quello che, in seguito alla visione ed esortazione della Madonna, fu destinato al sacerdozio.
Come pure ho ricordato, la Madonna apparve - o almeno parlò - anche al Padre Piombino, come qua e là gli sfuggiva di far intendere a qualche interlocutore. E pure il suo Assistente, benché su questi fatti sia ancor più reticente, ebbe qualche esperienza di fenomeni non comuni né puramente naturali. Bisogna dire, insomma, che l'ambiente di quel Collegio dei Fratellini di Moncalieri visse in quegli anni un'esperienza in qualche modo mistica, anche se non avvertita da tutti i componenti la piccola comunità.
Si è trattato soprattutto di apparizioni della Madonna, analogamente alle altre apparizioni di cui si è parlato e si parla nel mondo cattolico di questi ultimi tempi. Ma si è trattato pure dell'apparizione del Fondatore e di altri Santi Barnabiti: cioè di Sant'Alessandro Sauli - che fu Vescovo e Apostolo della Corsica nel secolo XVI - e Sant'Antonio Maria Bianchi, detto l'Apostolo di Napoli, vissuto tra la fine del secolo XVIII e l'inizio del secolo XIX, mentre il Fondatore dei Barnabiti, Sant'Antonio Maria Zaccaria, è vissuto nel secolo XVI, ed è stato uno dei santi della Riforma Cattolica.
Le «visioni» erano quelle di persone sante, e soprattutto della Madonna, visioni di Paradiso; ma ci furono anche visioni «infernali». E, assieme alle visioni, ci sono state esperienze di sofferenza - come ho già ricordato -: la sofferenza della Passione di Gesù.
I principali luoghi delle apparizioni sono stati due: Montaldo Torinese (nell'estate del 1958 e in quella del 1960) e Moncalieri, nel 1960. Si tratta di due luoghi che diremmo privilegiati, le cui successive vicende, peraltro, non hanno mantenuto traccia degli eventi straordinari che vi sono accaduti: in verità, il Castello di Montaldo dovette essere venduto - con grande dispiacere del Padre Piombino, quando ormai non si trovava più a Moncalieri -, mentre il Collegio Carlo Alberto di Moncalieri, che pure era stato uno dei più importanti e famosi d'Italia, ha dovuto chiudere i battenti. Del medesimo rimane ancora attiva la Chiesa, alla cura della quale è ora concentrato il resto, assai ridotto, della Comunità religiosa. Ci si può sorprendere a domandarsi quale sarebbe stato il destino di questi edifici se i messaggi che in quei luoghi furono avvertiti dai giovani veggenti avessero avuta piena accettazione.
2. Le testimonianze e i riscontri
Di queste apparizioni, visioni, esperienze della Passione, esistono non solo le testimonianze degli stessi veggenti, ma anche testimonianze esterne: in particolare, quelle di persone che hanno assistito alle sofferenze della Passione. Si tratta del Padre Piombino e del suo Assistente, che ne ha parlato in diversi brevi scritti. Come ricorda lo stesso Assistente, un giorno furono presenti anche un medico ed un sacerdote diocesano. La presenza di queste diverse persone ai fatti mistici sopra ricordati dimostra che essi non sono stati fenomeni puramente interiori dei veggenti.
Inoltre ci sono stati riscontri esterni di alcuni almeno di questi fatti mistici: ad esempio, alla visione di certi Barnabiti apostoli dell'Ecumenismo, visti da uno dei veggenti senza che ne avesse mai conosciuto i nomi e l'esistenza, corrispondono effettivamente i nomi dei Padri Schuvaloff e Tondini. Così, alla visione di certi missionari che avevano lasciato la missione e la vocazione, senza che il veggente ne avesse conoscenza, corrisposero effettivamente fatti di abbandono della vocazione. Ma l'avvenimento più rilevante fu la profezia - come ho ricordato - del pericolo di una terza guerra mondiale, che sarebbe stata fermata proprio all'ultimo momento, come effettivamente avvenne.
Un altro genere di riscontro può essere considerato quello di una Suora Cappuccina, Suor Caterina, morta in concetto di santità, la quale - quattro anni dopo l'apparizione del 1958 in cui un «Fratellino» vide, assieme ai Santi Barnabiti, un albero in fiore - riferì al Padre Piombino di aver ricevuto in rivelazione dal Sacro Cuore di Gesù che quell'albero significava l'aprirsi di nuove opere nella Congregazione dei Barnabiti. Non so se le vicende ulteriori della Congregazione abbiano confermato questa profezia. Sicuramente nuove opere sono sorte: così in Polonia, nelle Filippine, in Albania, in Messico, in Africa. Ma si potrebbe anche pensare che le «nuove opere» fossero legate all'accettazione, da parte degli stessi Barnabiti, delle proposte che venivano formulate dal Padre Piombino, quale interprete, come egli pensava umilmente di essere, della Madonna.
3. Il dogma dell’Assunzione
Ma, al di là delle finalità relative a qualche cosa di «esterno» allo stesso verificarsi delle apparizioni, va rilevato che esse hanno avuto, anzitutto, la funzione di confermare, implicitamente, la verità del dogma dell'Assunzione, per cui la Madonna viene riconosciuta come vivente in Cielo con anima e corpo. Come le apparizioni di Lourdes hanno potuto essere interpretate come un riscontro della verità del dogma della Concezione Immacolata, così queste apparizioni erano interpretate dal principale veggente e dal Padre Piombino, come pure da altre personalità assai competenti in fatti mistici, come una conferma del dogma dell'Assunzione, la cui proclamazione era avvenuta nel 1950. Si tratta di quell'apparizione in cui la Madonna ha detto tre volte di essere proprio Lei «in carne e ossa»: una riprova, e non è l'unica, di come queste manifestazioni mariane di Moncalieri si inseriscano in una più generale «economia» mistica mariana che caratterizza questo nostro tempo.
Di tali apparizioni della Madonna «in carne e ossa» viene ricordata dai testimoni soprattutto quella del 13 ottobre 1960. È la ricorrenza - già rilevata - del giorno 13 del mese che era e sarà ulteriormente carico di fatti straordinari.
4. Il titolo di «Madonna delle Spine»
Altro elemento caratteristico di queste apparizioni mariane è quello del «titolo» sotto il quale si è presentata la Madonna: «Madonna delle Spine». Esso va inteso come una determinazione del titolo più comune e tradizionale di «Madonna Addolorata». E sotto questo aspetto che si manifestò una delle prime volte, quando un quadro dell'Addolorata posto sopra il letto dell'Assistente del Padre Piombino sorrise a uno dei Fratellini, come testimonia lo stesso Assistente. Il titolo poi di «Madonna delle Spine» fu rivelato espressamente dalla stessa Vergine in una delle sue apparizioni, quando chiese al veggente che Le fosse eretto un santuario con il nome di «Santuario della Madonna delle Spine». Non si tratta di una novità assoluta, in quanto si può ritenere una specificazione dell'idea di Addolorata. Anzi, l'immagine della Madonna delle Spine aveva un esplicito precedente in un'apparizione del 1921 a Suor Lucia, la veggente di Fatima, che vide la Madonna con il cuore coronato di spine.
Le apparizioni di Moncalieri si presentano, pertanto, nella linea delle apparizioni mariane di questi ultimi tempi, in cui la Madonna si mostra «preoccupata» per la sorte dell'Umanità, in atteggiamento di sofferenza. Ma si tratta di una sofferenza che lascia un chiaro spiraglio di risoluzione positiva dei pericoli in cui incorre l'Umanità, se appena questa dovesse dimostrare un qualche principio di ravvedimento.
5. I messaggi
Come ho già ricordato sopra, un aspetto particolarmente rilevante delle apparizioni è quello dei «messaggi» che la Madonna ha inviato sia ai veggenti, sia, attraverso loro, alla Comunità Barnabitica di Moncalieri, alla Congregazione dei Barnabiti, alla Chiesa intera e all'intera Umanità.
Il primo e fondamentale di questi messaggi è quello che risulta implicitamente dallo stesso apparire della Madonna «in carne e ossa»: la conferma, cioè, del dogma dell'Assunzione. Certamente non sono questi fatti necessari a comprovare la verità dei dogmi; ma si può pensare che non siano neppure da scartare a priori, secondo una mentalità eccessivamente «razionalistica». Non è che io voglia formulare giudizi «teologici» in una materia così delicata, ma credo che non si possa escludere che, pur attraverso strumenti umani e quindi imperfetti - come sono tutti i veggenti -, possa esprimersi, in qualche modo, la divina Provvidenza. Se di questi fatti mistici si vuol dare una spiegazione integralmente «psicologica» - sottolineo «integralmente», per non escludere eventuali componenti psicologiche, come tali fragili e caduche -, ci si preclude la via per riconoscere qualunque azione soprannaturale nel mondo.
Assieme al dogma dell'Assunzione, un altro messaggio fondamentale sarebbe stato - secondo quanto confidava il Padre a qualche fedele interlocutore - quello della Risurrezione finale, nel senso che l'apparire «in carne ed ossa» della Madonna era anche una premessa di ciò che avverrà con la risurrezione dei morti alla fine dei tempi, secondo uno dei dogmi fondamentali del credo cristiano. Fin qui, insomma, le apparizioni di Moncalieri sono semplicemente sulla linea delle verità cristiane più comuni e tradizionali.
Un altro messaggio fondamentale è quello della materna sollecitudine di Maria per la pace nel mondo, bene inestimabile per il quale ha chiesto di pregare incessantemente. Si inserisce in questo quadro l'intervento da Lei preannunciato che ha scongiurato il pericolo di una imminente guerra mondiale in occasione della gravissima crisi di Cuba. È inoltre interessante notare come la Madonna desideri perseguire il bene supremo della pace mediante la conversione dei cuori: si inserisce in questo ambito l'invito a pregare per i «capi russi» fatto proprio nel periodo della «guerra fredda», che suona preannuncio del crollo del comunismo storico europeo senza spargimento di sangue. Fa parte dei messaggi della Madonna delle Spine anche il preannuncio della conversione della Russia, che ai tempi delle apparizioni era sotto il dominio del comunismo sovietico ateo.
Pur non costituendo un dogma, è certamente un'istanza fondamentale della vita cristiana quella dell'Unità e, per essa, dell'Ecumenismo. Ora, tra i messaggi delle apparizioni di Moncalieri vi è quello dell'Unità dei Cristiani, anche attraverso il richiamo - già ricordato - dei Padri Barnabiti Schuvaloff e Tondini, che sono stati apostoli dell'Unità nei secoli XIX e XX.
Alla attenzione di Maria per le sorti anche terrene dell'Umanità, soprattutto per i più deboli e per i bambini in particolare, fanno riferimento visioni di treni carichi di aiuti umanitari e di iniziative per l'assistenza di bambini orfani. Ancora, la Madonna delle Spine ha mostrato una particolare sollecitudine per i malati.
Altri messaggi avevano un carattere più specifico: quello di fondare un nuovo Ordine religioso, di costruire un Santuario in onore della Madonna delle Spine, di sistemare una nuova cappella nel reparto dei Fratellini. Altri poi avevano un carattere del tutto personale, riguardante i singoli veggenti o taluni religiosi o laici. E di tutti questi messaggi - quelli di carattere universale e quelli più personali - il Padre Piombino si è fatto zelante testimone, avviandone anche una concreta realizzazione, anche se varie vicende ne hanno impedito un consistente proseguimento. Ma, come ripeteva sovente il Padre, si deve pensare che, se si tratta di vere opere di Dio, la loro realizzazione in qualche modo non mancherà, anche se diversamente, forse, da quello che ci si potrebbe attendere dal punto di vista umano, alla condizione - credo si debba precisare - che ci sia una risposta positiva da parte dell'uomo all'invito di Dio.
6. Conferme
Dei messaggi ricevuti attraverso le apparizioni della Madonna ci sono state chiare conferme. Soprattutto va rilevata quella relativa al gravissimo pericolo che corse l'Umanità nel 1962 a motivo dei missili atomici sovietici inviati a Cuba: di questo pericolo la Madonna parlò diversi mesi prima al principale dei veggenti e ne predisse la risoluzione positiva. Intorno a questa risoluzione il Padre scrisse una lettera a una nipote, che, in seguito, esortata dallo stesso Padre, la consegnò all'Arcivescovo di Genova, il Cardinale Giuseppe Siri, il quale commentò - l'ho già ricordato -: «È questa una lettera che dovrà essere conservata per la storia».
Un altro messaggio importante è stato quello dei cinque «segreti» che la Madonna affidò allo stesso veggente per essere consegnati al Papa. Il Padre Piombino - secondo quello spirito di umile sottomissione ai Superiori dimostrato sin dalla sua infanzia, e, su quella linea, nello spirito di estremo rispetto degli ordini gerarchici - consegnò i «segreti» - come pure ho ricordato - al Superiore Generale dei Barnabiti, che in quegli anni era il Padre Emilio Schot, perché li consegnasse, a sua volta, alla Santa Sede. Ma passò un anno senza che questa consegna avvenisse. Il Papa Giovanni XXIII - attraverso il Sostituto alla Segreteria di Stato del Vaticano, Monsignor Angelo Dell'Acqua - un giorno fece esplicita richiesta al Padre Generale dei Barnabiti dei «documenti» che «un certo Padre Piombino» doveva consegnargli. Come aveva rivelato la Madonna al veggente, il Papa, illuminato dalla stessa Vergine, fece quella specifica richiesta. È questo un altro riscontro in favore della «oggettività» di quei messaggi e del loro inserirsi in un quadro universale di coinvolgimento della Chiesa stessa, al di là dell'ambito pur importante della vita spirituale individuale. È per questo motivo che il Padre Piombino si sentiva investito di una missione essenziale nell'ambito della Chiesa, e, - nonostante il suo amore al nascondimento, alla sottomissione piena ai Superiori, all'attuazione più scrupolosa della vita religiosa e, per essa, della vita comunitaria alla quale si sentiva profondamente, intimamente votato -, si adoperò in tutti i modi per far conoscere e realizzare la missione che soprannaturalmente gli era stata affidata.
In verità, il Padre Piombino era tutt'altro che portato a oltrepassare i limiti della vita religiosa comune; anzi si sarebbe detto che questa era diventata una sua seconda natura. Se dunque cercò di oltrepassare, in qualche modo - come vedremo più avanti -, i limiti della vita religiosa comune, fu soltanto perché si sentiva investito oggettivamente di una nuova essenziale missione. E la messa in atto di quella missione fu per lui causa di profonda, intima sofferenza.
7 Sofferenze del Padre
Ma la sofferenza del Padre non fu solo quella di lasciare, parzialmente e temporaneamente, la vita comunitaria religiosa, come dirò più avanti. Fu anche e soprattutto quella della incomprensione da parte di molti, e soprattutto di quelli che il Padre riteneva dovessero accogliere e, in certo modo, fare propria l'istanza presente nelle apparizioni, istanza che sembrava dover interessare in primo piano l'Ordine dei Barnabiti.
E qui si presenta uno dei casi abbastanza ricorrenti nella vita degli uomini, compresa quella dei Santi: il contrapporsi di istanze che pur sembrano e si presentano come vere e valide entrambe; nel nostro caso, le ragioni del Padre Piombino, che agiva in nome di inviti che gli risultavano venire dall'Alto - convalidate, come vedremo, da pareri di persone ben qualificate in materia -, dall'altro le ragioni dei Superiori della Congregazione, per i quali risultava difficile e diremmo anche imprudente assumere in prima persona un'operazione di origine soprannaturale «privata», quali erano le apparizioni e i messaggi a cui si riferiva il Padre Piombino: la Chiesa stessa, come tale, non assume direttamente la gestione e l'esecuzione di messaggi straordinari, anche se provenienti da fonti che presentano forti motivi di credibilità. Si direbbe che anche nell'ambito della realtà spirituale si manifesta il «limite» inerente alla «creaturalità», che può comportare l'opposizione di istanze tutte valide se prese isolatamente. Se la stessa vita di Gesù ha conosciuto momenti di difficoltà - si tenga presente il «Se è possibile, passi da me questo calice», e «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» -, si può ben capire come anche la vita e le vicende dei seguaci di Gesù, comprese le persone che diciamo sante, si trovino talvolta in situazioni problematiche, nonostante le «luci» soprannaturali di cui dispongono, e nonostante ancora la presenza della Provvidenza di Dio e della sua azione, che è poi quella della verità ultima e del tutto sicura.
Le ragioni che ho qui richiamato non eliminano lo spazio per le sofferenze del Padre in relazione all'atteggiamento dei Superiori, anche se la sua profonda spiritualità deve aver trasformato in virtù anche queste sofferenze.
I Superiori Barnabiti non furono comunque del tutto sordi alle istanze del Padre Piombino, poiché gli concessero la facoltà di lasciare temporaneamente la vita comunitaria e il Collegio di Moncalieri, per recarsi - come vedremo - in un antico Santuario della Liguria (a Sestri Ponente, nei pressi di Genova) per accompagnare il veggente di cui ho parlato diffusamente più sopra. Si trattava di iniziare, proprio da questo antico, piccolo Santuario, l'opera di spiritualità richiesta dalla Vergine.
Ma, a parte l'atteggiamento dei Superiori - che, in ultima analisi fu anche prudentemente, se pur limitatamente, disponibile -, a causare sofferenze nel Padre fu certamente il «vuoto», se pur non generalizzato, che si creò attorno a lui da parte di vari confratelli.
8. Le finalità delle apparizioni
Dalla narrazione sinora fatta risulta chiaramente che le apparizioni e rivelazioni di cui sto parlando avevano diverse importanti finalità: di carattere immediato e particolare, individuale, ma anche e più ancora di carattere universale.
Tra queste ultime c'è stata una conferma della Assunzione della Madonna, in quanto apparsa, appunto, «in carne ed ossa». Di questo argomento ho già parlato a proposito dei «messaggi» inviati dalla Madonna attraverso i veggenti, come pure ho ricordato quello, correlativo, della Risurrezione finale dei corpi, di cui l'Assunzione della Madonna deve essere considerata, in certo senso, come una premessa.
Ho pure accennato al tema ecumenico, cioè dell'Unità dei Cristiani, anche in relazione all'Ordine dei Barnabiti, che, attraverso certi loro Padri, come il russo Padre Schuvaloff, il norvegese Padre Schilling, l'italiano Padre Tondini, sono stati antesignani dell'attuale movimento ecumenico dentro la Chiesa cattolica; istanza ecumenica fatta propria, secondo le sue stesse prime esternazioni, dall'attuale Sommo Pontefice, Benedetto XVI. E l'attenzione al tema ecumenico, presente nelle apparizioni e nei messaggi del 1960 a Moncalieri, ha preceduto di qualche anno l'istanza ecumenica emersa nel Concilio Vaticano II: un altro segno dell'inserirsi di quei messaggi nell'autentico spirito universale della Chiesa, vista nel suo vitale dinamismo, che, dall'eterno, si fa, insieme, attuale e temporale. Il cammino per un recupero dell'unità dei Cristiani è ancora lungo, ma non mancano segni - mi pare - per un suo percorso positivo: penso soprattutto alla già accennata volontà «ecumenica» del Papa Benedetto XVI. Per il ritorno alla comunione con Roma, la Madonna aveva espresso l'idea e il programma della istituzione di una Congregazione di sacerdoti, religiosi e religiose, dedita particolarmente alla preghiera.
Emergeva poi, in quei messaggi, una particolare attenzione alla Russia o, per meglio dire, alla «conversione» della Russia. All'invito della Madonna il Padre Piombino faceva pregare per i governanti russi. Non so se si possa richiamare a questa esortazione del Padre, ma è certamente sulla stessa linea il fatto testimoniato apertamente dal Cardinal Giuseppe Siri, che egli, in un suo viaggio a Mosca, andò a pregare sulla tomba dell'ex-Presidente Kruschov, in relazione - diceva lo stesso Cardinale - a gesti di distensione fatti da Kruschov nei riguardi del Papa. Che al Cardinale risultasse una sua «segreta» conversione? Sta certamente il fatto che l'inaspettato ritiro dei missili da Cuba, ordinato da Kruschov, rientrava nel quadro delle predizioni della Madonna e pertanto nel quadro e nei disegni della Provvidenza divina.
Come ha scritto uno dei testimoni in prima persona dei fatti straordinari di Moncalieri - l'ex-Fratellino diventato poi sacerdote - il tema della conversione della Russia ha costituito un aspetto molto rilevante di tutte quelle rivelazioni. Il Padre Piombino esortava, secondo indicazioni avute dall'Alto, a realizzare una «consacrazione» della Russia al Cuore Immacolato di Maria. Egli ebbe la consolazione, prima di morire - il Padre mori il 23 febbraio 1990 - di vedere riconosciuta la libertà religiosa in Russia, con la caduta del comunismo sovietico. La Madonna predisse il risveglio della cristianità in Russia. Il realizzarsi - come pare - di quest'ultima parte delle rivelazioni, fa sperare anche nella realizzazione di una rinnovata unità fra la Chiesa Ortodossa, russa e non, e quella Cattolica romana.
Un'altra finalità primaria delle apparizioni è stata la pace, nel mondo e nelle famiglie. E questo un altro tema che ha avuto ed ha eco più che mai forte nel nostro tempo. Quello della pace nel mondo è un argomento che ricorre in forme sempre nuove nelle vicende dell'Umanità, particolarmente nel nostro tempo. Finché gli uomini non prenderanno la via del riconoscersi fratelli perché figli di un unico Padre, mancherà loro la possibilità di godere di una vera pace.
Ma, assieme alla pace nel mondo, la Madonna esortava alla pace nelle famiglie: altro argomento, purtroppo, di forte attualità, come anzi non è forse mai avvenuto nella storia dell'uomo. Il dilagare dei divorzi è la chiara denunzia dell'assenza di pace in tante famiglie e della mancante volontà di sanare i contrasti.
Un'ulteriore finalità è quella della «salvaguardia del Sommo Pontefice», che ha avuto una sua concreta realizzazione in occasione dell'attentato a Papa Giovanni Paolo II il 13 maggio 1981: il Papa stesso ha personalmente attribuito ad un particolare intervento della Vergine la salvaguardia della sua vita da una morte che pareva inevitabile.
Come è dato vedere, gli scopi fondamentali delle apparizioni che ho qui richiamato rientrano nell'ordine delle essenziali finalità della Chiesa. Ci sono state pure altre finalità, cui ho già accennato, e fra esse la costruzione di un Santuario in onore della Madonna delle Spine; ma le più essenziali di esse, appena sopra richiamate, assieme ai cinque segreti fatti pervenire al Papa (che, come tali, non è possibile conoscere), hanno un sicuro riscontro sia teologico sia storico, e depongono per una opportuna «attenzione» nei loro riguardi; attenzione che, in qualche modo, anche se alquanto in ritardo, c'è stata, come vedremo nel seguito di questa biografia.
9. Testimonianze
Ho già accennato alla testimonianza del Religioso che fu assistente del Padre Piombino. Egli assistette alle manifestazioni, alle visioni, anche se - afferma - non «vedeva» la Madonna, pur sperimentandone, in certo modo, la presenza; ma soprattutto egli è stato testimone oculare delle sofferenze, per ben quindici notti, del principale veggente. Questi, come scrive un altro ex-Fratellino, ebbe un notevole cambiamento di personalità in seguito a quelle vicende e a quelle sofferenze: divenne ancor più riflessivo, riservato: mostrava ed era consapevole di essere «strumento» di qualche cosa di straordinario.
Assieme al più importante dei veggenti, vi è un altro ex-Fratellino, diventato poi qualificato professionista di una impresa milanese per la quale viaggia in varie parti del mondo. Egli, in un «processo di ricognizione» dei fatti straordinari avvenuti a Montaldo e a Moncalieri - «processo» su cui ritornerò più avanti - ha reso nuovamente testimonianza della verità di quella sua visione, cui pure ho accennato, del Santo Fondatore dei Barnabiti.
Testimonianze molto importanti sono quelle di persone e studiosi qualificati in materia teologica e mistica. In verità il Padre Piombino volle sentire il parere e seguire i consigli di esperti in materia, al di là della sua personale esperienza di conoscenza e direzione di persone misticamente privilegiate. Egli si rivolse, in particolare, al Padre Longari, Sacramentino, Maestro dei Novizi a Castelvecchio (vicino a Moncalieri); si rivolse pure e soprattutto al Padre Ceslao Pera, Domenicano e teologo rinomato, e così pure al famoso Padre Cappello, Gesuita. Il Padre Piombino era ben consapevole della straordinarietà dei fatti che si erano verificati, ma era pur consapevole che in quella materia era necessaria una grande prudenza e un criterio di «discernimento» non comune, così da poter escludere ogni auto-illusione e il gioco dell'immaginazione. È da rilevare nuovamente, a questo proposito, il naturale «realismo» del Padre, ben lontano dai sogni di un superficiale «idealismo». A questo proposito, non senza una punta di sano orgoglio, il Padre ricordava - come ho già riferito - che al tempo del suo Rettorato i bilanci del Collegio di Moncalieri si erano chiusi sempre in attivo.
Gli esperti consultati dal Padre e, fra essi, in particolare il teologo Pera, esortavano il Padre a proseguire nella sua «missione»; anche per queste esterne approvazioni e questi consigli di persone qualificate il Padre, così prudente e così schivo di protagonismo, prosegui nel suo intento di far accogliere gli inviti straordinari della Madonna.
Accanto a quelle degli esperti, ci sono state pure altre «testimonianze» assai importanti, anche se, talvolta, implicite. Tra queste ricordo ancora quella del Papa Giovanni XXIII, che fece richiesta al Padre Generale dei Barnabiti dei «documenti» che il Padre doveva consegnarli.
In modo diretto e consapevole il Padre Piombino ottenne la testimonianza dell'antico suo compagno di servizio liturgico nella Basilica dell'Immacolata in Genova: il Cardinale Giuseppe Siri. Questi non solo accolse il Padre, con il principale dei veggenti, nel santuario di Sant'Alberto di Sestri Ponente, ma si interessò vivamente delle vicende di quel veggente, considerandolo come persona dotata di vere qualità straordinarie, e conversando sovente con lui nelle frequenti visite a quel Santuario.
CAPITOLO QUINTO
DOPO MONCALIERI
a) A Sant'Alberto di Sestri Ponente
Si sarebbe detto che la vita del Padre Piombino, da oltre trent'anni al Real Collegio di Moncalieri, sarebbe continuata nella stessa Casa barnabitica, dove aveva ricoperto diverse cariche, fino al Rettorato, dove continuava il suo insegnamento nella Scuola Media e dove, in particolare, aveva istituito il Collegio dei «Fratellini». A questi motivi di ordine naturale si aggiungevano quelli di ordine soprannaturale, legati alle apparizioni ed alle rivelazioni. Proprio queste ultime, mentre, da un lato, uscivano essenzialmente dall'ambito del Collegio, portando messaggi di carattere universale, dall'altro sembrava avessero consacrato definitivamente quella Casa al proseguimento della vita del Padre sino alla sua morte.
In verità, in una delle sue apparizioni, la Madonna aveva chiesto che Le fosse costruita una Cappella nello stesso Collegio, e precisamente in una cantina semiabbandonata, di cui non si conosceva quasi più l'esistenza - così testimonia l'Assistente del Padre per i Fratellini -. Si trattava di uno spazio esattamente sottostante la stanza del veggente. Iniziati i lavori per la Cappella, intervenne la Curia generalizia, che ne ordinò l'immediata sospensione. Come sempre, il Padre Piombino obbedì prontamente all'ingiunzione dei Superiori. Ma si assistette a un ulteriore intervento della Madonna: una persona pia e generosa, morta in quei giorni, lasciò in eredità i suoi beni per 1'«Opera di Maria» - continua la testimonianza dell'Assistente -; e la Cappella fu portata a termine ad opera di alcuni «Fratellini». La Cappella fu visitata da varie persone, le quali, pur non conoscendo nulla dei fatti a cui era collegata, testimoniarono di aver avvertito in essa qualche cosa di eccezionale e soprannaturale.
Se già la Cappella, come tale, sembrava vincolare il Padre e il veggente a Moncalieri, questo «vincolo» si precisò e confermò ulteriormente con un successivo intervento della Madonna, la quale chiedeva di costruire una fossa nel pavimento della Cappella, quale sepolcro per il veggente e per il Padre Piombino. Ancora il medesimo Assistente testimonia che egli stesso riuscì a farla sistemare da un muratore, senza che questi venisse a conoscenza della sua funzione. Era questo - o sembrava - un ulteriore e ben chiaro segno che la vita del Padre sarebbe continuata a Moncalieri sino alla morte.
Ma il piano o comunque la disposizione - non so se si possa dire il «ripiegamento» della Divina Provvidenza, la quale governa il mondo e le vicende umane, ma nel rispetto della libertà umana, che forse «costringe», talvolta, la Provvidenza a modificare i propri piani -, la disposizione, dico, della Provvidenza e' risultata diversa da quanto si sarebbe pensato. Il Padre, infatti, fu interiormente indotto a prendere la decisione di lasciare Moncalieri, dopo trentacinque anni di presenza in quel Collegio.
Veramente, le vicende risultano, a questo punto, alquanto complesse. Anzitutto avvenne la separazione del veggente dal Padre Piombino, mediante la destinazione del veggente a Monza, presso l'antica Casa di Noviziato dei Barnabiti, per ordine del Padre Generale, che in quegli anni era il Padre Giovanni Bernasconi, subentrato al Padre Emilio Schot nel 1964. Ma si trattò di una separazione limitata nel tempo, perché intervenne un fatto nuovo nel programma di vita del Padre Piombino. Per consiglio - c'è da ritenere, data la estrema prudenza del Padre nel prendere decisioni importanti, soprattutto quelle riguardanti la propria vita religiosa - di persone qualificate nel campo spirituale, religioso e mistico, il Padre chiese e ottenne di lasciare ad tempus la vita di comunità per dedicarsi pienamente all'attuazione dei progetti legati alle apparizioni di cui ho parlato sopra.
All'attuazione di questo cambiamento nella vita del Padre concorse, da un lato, il Cardinale Giuseppe Siri, già compagno, nella fanciullezza e nella prima giovinezza, del Padre Piombino - come ho già ricordato -; dall'altro il Padre Generale dei Barnabiti, il Padre Bernasconi, il quale diede il suo permesso per questa esperienza extracomunitaria, dimostrando così, al di là della freddezza che sembrava dominare il suo atteggiamento nei riguardi delle istanze avanzate dal Padre Piombino, di venire incontro, in fondo e nell'essenziale, a quelle sollecitazioni. È che, in verità, mentre in qualche sua esternazione il Padre Bernasconi pare avesse espresso l'intenzione di chiudere definitivamente il caso discusso delle rivelazioni e delle apparizioni allontanando il veggente dalla Congregazione, in seguito a una conversazione avuta con lo stesso veggente, cambiò parere e permise che si recasse insieme al Padre Piombino nel piccolo Santuario di Sant'Alberto, situato sulle alture di Sestri Ponente, a ovest di Genova.
Come e' dato constatare, in tutte le vicende straordinarie del Padre Piombino si sono verificati spesso mutamenti di posizione da parte di quelli che dovevano prendere decisioni concrete nei suoi riguardi. È questo un altro fattore che suggerisce o evidenzia una particolare azione della Provvidenza nella sua vita.
È stato così che nell'autunno del 1967 il Padre Piombino, il Rettore che aveva portato a un livello di sviluppo forse mai raggiunto il Collegio Carlo Alberto, lasciò Moncalieri, per seguire quella che egli sentiva come la sua specialissima «missione»: attuare il piano che sembrava delineato dalla Madonna, quello cioè di dare inizio, anzitutto, a una Comunità di preghiera.
Il piccolo Santuario era sorto nel Medioevo nel luogo in cui visse un santo eremita, Sant'Alberto, appunto; Santuario un tempo fiorente e meta di pellegrinaggi e scampagnate di sestresi, ma ultimamente decaduto e pressoché abbandonato. In pochi mesi, ad opera del Padre Piombino e dei numerosi benefattori che gli vennero in aiuto, il piccolo Santuario rifiorì, sia materialmente, con la riparazione e ricostruzione muraria e l'acquisizione delle suppellettili necessarie, sia spiritualmente, diventando un centro di spiritualità. Era questa un'ulteriore conferma di quella che appariva come una sicura assistenza del Cielo in questa nuova opera del Padre, frutto, a sua confessione, dell'azione soprannaturale di Dio, più che della sua sollecitudine e abilità: doti che pure bisognava riconoscere, come erano state già riconosciute nella sua attività di Rettore a Moncalieri.
Quale nuovo centro di spiritualità, il rinato Santuario accoglieva persone alla ricerca della pace interiore, del contatto con le verità soprannaturali. Non solo, ma costituiva pure una sorgente di vita spirituale per diverse persone già aperte e affermate in questo campo: tra esse, soprattutto, il Cardinal Giuseppe Siri, che si recava sovente al Santuario e conversava con il veggente e con il Padre Piombino, ricavandone spunti di verità e di esperienze spirituali non comuni.
Tra le varie persone che salirono allora a Sant'Alberto va ricordata, in particolare, la finissima scrittrice Cristina Campo, da me stesso accompagnata.
Al Padre Piombino e al veggente si vennero ad aggiungere, assai presto, altre persone, desiderose di raccoglimento e di preghiera, tanto che si stava delineando e realizzando una delle «profezie»: l'istituzione di una nuova Congregazione di religiosi e religiose, dediti alla preghiera e alle altre finalità indicate dalla Madonna nelle sue apparizioni.
A Sant'Alberto, o, per meglio dire, alla «spiritualità» che aveva il suo centro in Sant'Alberto, si ispirò pure un movimento di religiosi e sacerdoti, che si unirono, in un'altra località, ma con una Regola scritta dallo stesso Padre Piombino, quale nucleo di una nuova Congregazione di Oranti.
La preghiera costituiva il centro della vita a Sant'Alberto; ma ad essa si affiancò pure una certa attività economica - di allevamento di varie qualità di animali - con l'intento di giungere a finanziare un nuovo Santuario in onore della Madonna delle Spine: il titolo, appunto, sotto il quale si era rivelata a Moncalieri la Vergine Santissima, Santuario richiesto dalla stessa Vergine.
Quando sembrava che tutto o quasi tutto si muovesse nel senso indicato dalla Madonna e per il quale il Padre aveva fatto il grande passo di lasciare la vita comunitaria, una forma artritica - che lo aveva colpito già in anni precedenti e che lo avrebbe ancora tormentato in seguito - colpi con una gravissima riacutizzazione il Padre, tanto da costringerlo ad un periodo di ricovero in ospedale.
Anche questa malattia, come tutte le vicende della sua vita, il Padre Piombino vide e interpretò come un segno della Provvidenza: il segno cioè, che il tempo della sua assenza dalla vita comunitaria era esaurito, e che era bene rientrare in Comunità. Per potere, tuttavia, continuare l'assistenza spirituale al veggente, egli si rivolse alla Comunità barnabitica di San Bartolomeo degli Armeni - la prima Casa dell'Ordine da lui conosciuta e in relazione alla quale era sorta la sua vocazione religiosa barnabitica -, dove fu accolto con la più grande fraterna cordialità. Era la Comunità che aveva accolto già, in quegli anni, altri Padri, al di là delle esigenze proprie della Casa, quali il venerando ultraottantenne, ma giovane di animo, Padre Antonio Beati, il Padre Belloli, ex-missionario del Guamà, il sempre battagliero Padre Gariboldi, il Padre Guasconi, reduce dall'Argentina dove aveva fondato le prime Case dei Barnabiti in quel Paese. A San Bartolomeo, il Padre ritrovava ancora quello che era stato uno dei suoi più saggi consiglieri, quando aveva optato per la vita barnabitica: il Padre Alfredo Toffetti.
In questa Comunità, dunque, in un suo periodo di rinnovata grande espansione, dopo gli anni in cui era stata l'unica Casa barnabitica in Genova, matrice delle altre, - e cioè dell'Istituto Vittorino da Feltre e della Scuola Apostolica (o Casa Missionaria) di San Martino d'Albaro - fu accolto il nostro Padre, che giudicava la sua malattia come un segno divino per questo suo «ritorno» a San Bartolomeo degli Armeni.
b) A San Bartolomeo degli Armeni
Il ritorno in Comunità dovette certamente costituire, per il Padre, un motivo di serenità, confortato - come sempre nella sua vita - da segni di Provvidenza divina. Ma forse segnò anche un qualche indebolimento nel cammino dell'opera intrapresa, con tanto vigore e coni primi risultati così eloquenti, a Sant'Alberto di Sestri. E pur vero che il Padre continuò la sua assistenza spirituale al veggente e anche al Santuario, dove si recava ogni fine settimana. Ed è vero ancora che il veggente, a cui si era aggiunta una sua ottima sorella Religiosa, possedeva doti di sano ed equilibrato criterio nel campo spirituale, oltre che in quello pratico ed economico. A condividere, comunque, con il veggente l'impegno di rispondere all'invito della Madonna, c'erano sempre, oltre al Padre Piombino, altre numerose persone, alcune delle quali avevano pure preso dimora a Sant'Alberto, mentre altre si adoperavano di attuare in altre sedi (anzitutto a Torino, dove si era formata una Comunità di devoti della Madonna delle Spine), i messaggi della Madonna. Ma su questo ritornerò più avanti.
La «cura» di Sant'Alberto non intralciava per nulla la vita comunitaria del Padre Piombino a San Bartolomeo degli Armeni. Qui il Padre continuava, inoltre, a ricevere e dirigere persone che a lui si rivolgevano, ed erano sovente persone che mostravano una certa propensione per la vita mistica.
Al di là di certi giudizi degli scettici in fatto di fenomeni mistici, l'assoluto equilibrio umano del Padre risultò confermato, in quel periodo, dagli stessi Superiori Maggiori dei Barnabiti, i quali scelsero il Padre Piombino come Proposto della Casa di San Bartolomeo degli Armeni nel 1973. Egli resse la Comunità per ben sette anni, fino al 1980. Era la seconda volta che il Padre veniva posto a capo di una Comunità. E nonostante l'impegno e le relative preoccupazioni che potevano provenirgli da Sant'Alberto e dall'opera là iniziata, nel Padre emergeva costantemente un senso di serenità e perfino di sano umorismo, che contribuiva ad allietare la vita comunitaria.
Nel frattempo erano mancati i suoi antichi Padri che diremmo «venerandi»: il Padre Toffetti nel 1969, il Padre Clerici nel 1970 - come nel 1973 era mancato il Padre Beati. Il nostro Padre poteva dunque sentirsi lui stesso ormai testimone in prima fila della tradizionale vita barnabitica, anche se gli incontri abbastanza frequenti, in quegli anni - come ho già ricordato -, nel quartiere di San Bartolomeo, di una sua antica maestra delle Elementari e di un suo antico professore di matematica nel Liceo, poteva indurlo a considerarsi ancora «giovane» di età, com'era «giovane» sicuramente di spirito.
Era giovinezza di spirito, ma era, soprattutto, profondità di vita spirituale, che costituiva elemento sicuro di serenità per i Confratelli. Pur senza grandi novità esteriori - per le quali il Padre si affidava all'economo ormai «tradizionale» ed esperto di San Bartolomeo, il Padre Colzani -, la vita della Comunità procedeva senza scosse e con sostanziale frutto spirituale anche per i numerosi fedeli di quella Chiesa, che continuava ad essere una delle più frequentate nell'intera città di Genova: Chiesa eccezionale, in più, per la preziosissima Reliquia del Santo Volto (o Sacro Mandillo, secondo l'espressione genovese), la più importante Reliquia di Genova, e una delle più importanti dell'intera cristianità.
San Bartolomeo era il quartiere delle numerose, ormai, famiglie Piombino, le quali frequentavano il Padre, e viceversa, ma sempre con tanta discrezione, incominciando da uno dei nipoti del Padre, il dottor Giancarlo Piombino, Sindaco, in quegli anni, di Genova. Nel Padre si potevano riconoscere, armoniosamente fusi - senza dunque contrasti -, sia l'attaccamento, sia il «religioso» distacco dai propri parenti. La vicinanza, insomma, dei parenti del Superiore non intralciava per nulla la vita della Comunità.
Il Padre continuava - con l'interessamento concreto, se pur di ordine soprattutto spirituale, per l'Opera che potremmo dire, semplicemente, della Madonna delle Spine - la propria apertura e disponibilità a quello che la Provvidenza avrebbe disposto per l'evoluzione di quella stessa Opera. Dico «evoluzione», perché il procrastinarsi della concreta, piena attuazione dei progetti indicati dalla Madonna nelle apparizioni, poteva appunto essere il segno di una realtà che non rispondeva esattamente alle pure prospettive umane. Si verificava anche qui - come sovente, se non sempre, nel campo dei fatti soprannaturali - una discrepanza tra la logica umana e i piani soprannaturali di Dio. Questi, mentre talvolta si avvicinano al nostro piccolo mondo razionale o sentimentale, se ne distaccano pure e seguono un'altra logica, che spesso sfugge alla nostra: si pensi, supremamente, al «Perché mi hai abbandonato?» di Gesù.
Forse è ancora in questo senso che, trascorsi i sette anni di superiorato a San Bartolomeo degli Armeni, il Padre Piombino fu destinato, nell'autunno del 1980, alla Casa Missionaria di San Martino di Albaro.
c) Alla Casa Missionaria di San Martino di Albaro
Se la Casa di San Bartolomeo degli Armeni era legata al Padre dalla vicinanza dei suoi parenti e, prima ancora, dalla sua infanzia e prima giovinezza, trascorsa, in parte «all'ombra» di San Bartolomeo, la Casa Missionaria di San Martino poteva offrire un altro, diverso motivo di vicinanza con il Padre, essendo stata l'opera caratteristica del Padre Clerici, il «catalizzatore» della sua vocazione barnabitica. Inoltre, situata anch'essa in Genova, permetteva al Padre di continuare facilmente la sua assistenza all'opera di Sant'Alberto finché vi rimase il veggente con la sorella. Il ritorno del Padre alla vita comunitaria barnabitica aveva peraltro coinciso con il venir meno della sua continua presenza sacerdotale al Santuario: non è quindi sorprendente che non potesse continuarvi immutata la pienezza di vita spirituale che aveva contrassegnato gli inizi della vita di Sant'Alberto. In seguito, per garantire al veggente un clima di riservato nascondimento e di operoso lavoro agricolo, il Padre stesso ne favori il trasferimento insieme alla sorella in Piemonte, dove tuttora vive, sempre nell'attesa che si compiano i disegni di Maria a cui ha consacrato tutta una vita intessuta di preghiera, di lavoro, di sofferenza e di offerta.
Anche il Padre Piombino continuava a vivere nello spirito dell'attuazione dei disegni di Maria nella sua nuova destinazione.
La Casa Missionaria aveva conservato il nome, ma non più la sua funzione. Anch'essa aveva risentito della crisi che colpiva i Seminari. In compenso, le era sorta accanto una Chiesa, diventata parrocchiale, sotto il titolo di Parrocchia di Gesù Adolescente. La devozione a Gesù Adolescente era stata promossa dal Padre Clerici in relazione agli adolescenti ospitati nella Casa Missionaria quali aspiranti Barnabiti. Se è tramontata la funzione originaria della Casa Missionaria, una «traccia» significativa è rimasta nell'idea di Gesù Adolescente quale titolare della Parrocchia.
Alla Casa Missionaria il Padre non aveva funzioni direttive - come le aveva avute in gran parte della sua vita precedente: a Moncalieri, a Sant'Alberto, a San Bartolomeo degli Armeni -, ma la sua giornata era comunque interamente occupata, soprattutto nella direzione di tante anime che si rivolgevano a lui. Erano persone che da tempo conoscevano il Padre e a lui venivano anche da lontano; ci fu pure un Padre barnabita, il Padre Maluini, che ottenne di poter seguire il Padre Piombino quando si spostò da San Bartolomeo alla Casa Missionaria. Ma, ai «penitenti» tradizionali, qui se ne aggiungevano sempre di nuovi, anche per il fatto che, trattandosi di una Parrocchia, il contatto con i fedeli era più facile che nelle semplici case religiose. Tra le persone che accorrevano al Padre ricordiamo gente semplice e di umili condizioni e gente di non comune cultura e scienza, fra cui medici, professori universitari, ingegneri, dirigenti di azienda e così via. Alcuni erano legati al Padre per motivi straordinari - come guarigioni che sapevano di miracoloso -, ma molti andavano a lui perché avvertivano qualche cosa di spiritualmente eccezionale e lo sentivano come dotato di intuizione e di saggezza per la conduzione della loro vita. Tutti, comunque, lo sentivano come un «uomo di Dio».
Quest'aura di «santità» non eliminava l'innato spirito arguto del Padre: ricordo qualche sua battuta piena di spirito ancora l'ultima volta che lo vidi, poche settimane prima della sua morte. Questa sopraggiunse, non dico inaspettata e tanto meno impreparata, ma forse non attesa così immediatamente dal Padre, il quale continuava a sentirsi pieno di vitalità spirituale, ma anche in certo modo fisica, al di là dei disturbi artritici cui ho accennato più sopra.
Non mancò, tuttavia, una grande straordinaria consolazione per il Padre, negli ultimi mesi della sua vita: la caduta del regime comunista in Russia, alla fine del 1989. Era questa una delle mete che i messaggi della Madonna avevano indicato, ed era un'ultima conferma che il Padre poté avere della verità di quel mondo di attenzione del Cielo per le vicende umane che egli aveva avvertito così intensamente e che aveva costituito la luce superiore della sua vita, ma anche il suo interiore, pur sublimato, tormento.
Nel tentativo, e nel tragitto, di un ricovero urgente all'ospedale per un grave improvviso malessere, il 23 febbraio del 1990 il fisico del Padre fu vinto. La sua anima fu ricevuta - come tutto fa pensare e sperare - in quel mondo che tante volte la Madre Celeste aveva per lui, come in un lampo, illuminato.
La salma del Padre, contrariamente a quella prospettiva che si era delineata a Moncalieri quale luogo perpetuo del suo soggiorno, in vita e in morte, fu collocata nel cimitero genovese di Staglieno, insieme ai resti mortali della sua santa mamma e della nonna materna. Il Padre ritornò così - si potrebbe dire - alla sua origine corporale, ma anche all'origine della sua non comune spiritualità religiosa, che nella madre aveva avuto la sua prima ispirazione e poi il suo costante punto di riferimento, in una stretta analogia con l'altra Madre, che si era inserita sulla scia della prima, e che aveva colmato l'Arturo dell'infanzia e prima giovinezza genovese, poi il giovane studente e Padre barnabita, il Rettore del grande Collegio Carlo Alberto, il direttore ricercato e saggio di tante anime: lo aveva colmato, dico, della Sua particolare attenzione, quale uno dei tanti messaggeri della Sua materna sollecitudine per tutti coloro che aveva avuto in dono - gravida di rinnova ta responsabilità, dopo quella dell'Annuncio - dal Suo Figlio Divino.
Terminava, così, la presenza terrena del Padre Piombino; ma aveva inizio, incominciando da quei resti mortali ritornati alla loro origine, l'azione tutta spirituale del Padre presso coloro che lo avevano conosciuto: quel suo sepolcro, condiviso con la madre, è diventato meta di pellegrinaggio da parte di singole persone e di comitive devote: un primo, significativo aspetto di quel persistere, non solo di ricordo, ma di azione spirituale che il Padre aveva iniziato nel tempo della sua vita, ma che, attinto alle sorgenti dell'Eterno, conserva, di questo, la vera, viva e forte perennità.
CAPITOLO SESTO
DOPO LA MORTE
a) Il Processo informativo sulle vicende del Padre
1. La Commissione e i testi
Se pure in ritardo rispetto alle richieste e alle attese del Padre Piombino, l'Ordine dei Barnabiti giunse a prendere in seria considerazione quelle richieste quando il Padre aveva terminato da due anni il suo cammino terreno. Nella primavera del 1992, infatti, da parte della Curia Generalizia dei Barnabiti fu decisa la creazione di una «Commissione d'inchiesta», che doveva raccogliere tutte le testimonianze possibili intorno ai «fatti» che riguardavano il Padre Piombino.
La Commissione, composta di due Padri barnabiti e di due laici, si insediò il 16 maggio del 1992 nella Casa di San Bartolomeo degli Armeni, dove tenne in seguito la maggior parte delle sue ventisei riunioni, in cui furono ascoltate e registrate le deposizioni di una cinquantina di persone. Di queste deposizioni esistono i verbali (oltre trecento pagine protocollo, manoscritte) e le relative «cassette» di registrazione sonora.
Si trattò di una specie di «processo», anche se soltanto «informativo», con i requisiti appunto dei processi: la convocazione, il giuramento, l'attenzione esclusiva ai «fatti» (anche se, attraverso i «fatti», è emersa ed è stata ulteriormente illustrata la personalità del Padre Piombino, che è quanto soprattutto interessa in questa sede di discorso biografico).
Le persone che fecero le loro deposizioni - con la «solennità» propria dei «processi» - appartenevano alle più diverse categorie sociali: religiosi, laici, professori (anche universitari), medici, ingegneri, dirigenti di aziende, impiegati, casalinghe, e così via. In particolare furono ascoltati - oltre a diversi parenti e familiari del Padre - due dei tre veggenti (tra essi il più importante, che fece la deposizione in più sedute), mentre il terzo inviò una sua testimonianza scritta.
Diversi testimoni erano Barnabiti, altri sacerdoti delle diocesi di Torino e di Genova. Attraverso questi, Barnabiti e non, furono richiamati e nominati numerosi altri religiosi: quelli già ricordati nei capitoli precedenti, ma altri ancora, che erano entrati in contatto con il Padre Piombino, incominciando dai Superiori Generali dei Barnabiti, e poi Vescovi, Cardinali, Monsignori. Di tutti costoro non richiamo qui i viventi, ma solo quelli che, come il Padre Piombino, hanno ormai varcato la soglia dell'eternità. Fra essi, in particolare, il Cardinal Siri, che fu Arcivescovo di Genova; il Cardinal Pellegrino, che fu Arcivescovo di Torino; il Cardinal Lercaro, che fu Arcivescovo di Bologna; il Cardinal Ballestrero, sul quale ritornerò più avanti, che fu Superiore Generale dei Carmelitani, Arcivescovo prima di Bari e poi di Torino e Presidente della Conferenza Episcopale Italiana; Monsignor Van Lierde, che fu Vicario del Papa per la Città del Vaticano; Monsignor Cavagna, che fu confessore di Papa Giovanni XXIII; lo stesso Papa Giovanni XXIII; Monsignor Cambiaghi, Barnabita, che fu Vescovo di Novara, e diversi religiosi barnabiti, soprattutto del Collegio Carlo Alberto. Nelle deposizioni ritornano pure con insistenza i nomi di coloro che assistettero e incoraggiarono il Padre nel proseguire la missione speciale a cui si sentiva chiamato dalla Madonna. Tra essi, in particolare, il Padre Ceslao Pera, Domenicano, teologo insigne della diocesi di Torino. Tutti costoro, direttamente o indirettamente - i defunti e i viventi -, sono stati, in qualche modo, implicati nelle vicende del Padre. Ne risulta, pertanto, un quadro piuttosto ricco di tutto un mondo «umano» che è stato toccato, per non dire «segnato», dalla personalità del Padre Piombino.
2. Il tema dei «fatti eccezionali»
Poiché si trattava di appurare i «fatti», ciò che in modo più diretto è emerso nelle oltre cinquanta deposizioni sono stati appunto i fatti che definisco in questa sede «eccezionali». Alcuni di questi hanno carattere «universale», come quelli concernenti la crisi di Cuba - già ricordati - o quello dei «segreti» consegnati al Papa Giovanni, come pure si è ricordato. Su di essi si soffermano diverse deposizioni, fra le quali alcune di persone direttamente testimoni della «profezia» fatta dal Padre sull'intervento della Madonna nel momento culminante della crisi di Cuba: così una nipote del Padre. Ritorna pure con insistenza, nelle deposizioni, l'intervento di Papa Giovanni nel richiedere al Padre Schot, Superiore Generale dei Barnabiti, i «segreti» consegnati dal Padre Piombino. «Segreti» e rapporto con il Papa in cui risultano coinvolti sacerdoti di Curia, come Monsignor Dell'Acqua, Monsignor Van Lierde, Monsignor Cavagna.
Alcuni «fatti eccezionali» riguardano singole persone o famiglie: e cioè guarigioni da malattie giudicate inguaribili dagli stessi medici, e per le quali il Padre Piombino aveva previsto e predetto con singolare sicurezza la guarigione. Alcune di queste sono state ricordate nei capitoli precedenti - come quella di una nipote del Padre -; ma le deposizioni ne hanno rivelate molte altre. Si e' trattato sempre - o quasi sempre - di «predizioni» espresse con certezza da parte del Padre, così da risultare vere e proprie «profezie».
Ho detto «quasi sempre», perché in una deposizione si parla pure di «preghiere» rivolte al Padre, dopo la sua morte, per una signora affetta da malattia giudicata grave e non operabile. La teste afferma nella sua deposizione che, in seguito alle preghiere rivolte al Padre, dopo un anno e mezzo, fatti nuovi accertamenti, quella malattia risultava completamente superata. Alcuni dei «fatti» registrati hanno avuto in seguito particolari «sottolineature» e conseguenze concrete, come statue e cappelle erette in onore della Madonna delle Spine.
Tra le deposizioni ci sono state anche quelle di due veggenti: il principale, in particolare, ha confermato tutto ciò che il Padre ed altri testimoni affermavano delle sue notti di «passione» - la Passione di Gesù, dalla Flagellazione alla Morte -, delle apparizioni - e su questo le deposizioni si diffondono al di là di quanto già si conosceva -, del rapporto con il Padre, in generale di tutta la sua vita. Ne risulta, fra l'altro, che soltanto in un secondo tempo il Padre Piombino diede ascolto a quanto il veggente affermava di sue esperienze «mistiche». E ciò costituisce una riprova di come il Padre fosse tutt'altro che proclive e facile ad essere suggestionato da forme apparenti di misticismo.
Analoga prudenza il Padre aveva usata con il primo veggente, il quale, ritrovato dopo più di trent'anni, si presentò a fare la sua deposizione. Si trattava della «visione» del Fondatore dei Barnabiti, di cui ho già parlato. Il teste confermò totalmente quanto risultava dalle testimonianze del Padre e di altri, aggiungendo che egli non ne aveva più parlato con nessuno, in così lunghi anni, per obbedienza alla raccomandazione del Padre Piombino di non parlare con nessuno di quello che aveva visto e sperimentato in quel giorno a Montaldo Torinese, nel Castello delle vacanze del Collegio Carlo Alberto.
Del terzo veggente - che ne fece deposizione scritta, trovandosi all'estero - esiste un'implicita testimonianza relativa alle sue esperienze mistiche - ben tre -, riguardanti locuzioni e visioni della Madonna: dopo che ebbe lasciato Moncalieri, pregò i genitori di portare regolarmente, ogni settimana, fiori alla statua della Vergine Santissima che gli aveva parlato; statua che il principale dei veggenti ha poi portato sempre con sé e che tuttora venera.
La quasi totalità dei «fatti eccezionali» presenti nelle deposizioni riguardano il Padre Piombino e i tre veggenti. Ma ve ne è pure qualcuno legato ad altre persone, anche se in relazione, in qualche modo, al Padre, come quello di un pellegrino di Lourdes, che avrebbe avuto miracolosamente, in quel Santuario, il suggerimento di rivolgersi al Padre Piombino, che non conosceva ancora: incontro che poi si realizzò a Genova e segnò l'inizio di un rapporto spirituale con il Padre.
L'insieme delle testimonianze è così vasto che costituisce una miniera di informazioni per una conoscenza più approfondita di tutto quel mondo pregno di spiritualità e di «eccezionalità» in cui è stato immerso il Padre Piombino, soprattutto nell'ultima fase della sua vita. Di questo mondo ho riferito qui alcuni elementi, fra i più importanti; non posso, evidentemente, riferirli tutti, anche per il fatto che ciascuno di essi comporta un intreccio con le vicende dei singoli interessati. Come ho già accennato, l'insieme delle deposizioni occupa circa trecento pagine di protocollo. In esse, al di là dei «fatti eccezionali» che erano l'argomento diretto dell'inchiesta, emergono dati relativi alla personalità e alla virtù del Padre Piombino, che è l'elemento più specifico e proprio della santità. Voglio ricordare ancora qui un altro tipo di azione e di risultati non del tutto comuni ottenuti dal Padre, quali risultano dalle deposizioni: cioè la «conversione» di persone che si erano allontanate da Dio. E a proposito di «conversioni», da qualcuna delle deposizioni risulterebbe - ma qui senza un apporto specifico del Padre - la conversione, o una certa conversione, dell'ex-Presidente dell'Unione Sovietica Nikita Kruschov. Penso che sia un dato difficile da confermare; sta tuttavia il fatto che il Cardinal Siri, in una sua visita a Mosca, andò - come lo stesso Cardinale affermava - a pregare sulla tomba di Kruschov.
3. Il tema della personalità e delle virtù del Padre
Un secondo tema fondamentale - se pur emergente in modo indiretto - è quello della personalità del Padre soprattutto nella sua dimensione spirituale e, in essa, delle sue virtù.
A proposito della «personalità», da quasi tutte le deposizioni, esplicitamente o implicitamente, emerge la dote profetica del Padre. Questa è implicata in gran parte dei «fatti eccezionali» sopra richiamati, che hanno comportato la previsione di tanti avvenimenti, sia di carattere generale - interessanti l'intera Umanità o la Chiesa, o qualche istituzione - sia di carattere personale.
Un'altra caratteristica della personalità del Padre che emerge dalle deposizioni è la sua capacità di leggere nel profondo delle persone, al di là della loro apparenza. Molti hanno testimoniato di essere stati intimamente riconosciuti dal Padre, al di là di ogni esterna manifestazione. Anche questa è una dote che il Padre ha in comune con certi Santi. Benché essa possa avere una base «naturale», il Padre l'ha valorizzata, come emerge dalle deposizioni, in relazione a valori di ordine spirituale, religioso.
A parte le «doti», emerge, nelle deposizioni, il perfetto, normale, equilibrio umano del Padre. E, assieme all'«equilibrio», si evidenzia la saggezza del Padre, tutt'altro che suggestionato, nelle scelte concrete, dai fatti straordinari di cui si sentiva testimone. In relazione a questa sua saggezza, ritornano qua e là i nomi delle persone particolarmente qualificate interpellate dal Padre in relazione ai fatti eccezionali di cui è stato testimone e alle relative decisioni da prendere. Tra queste soprattutto il Padre Pera, più volte ricordato. Ma compaiono pure, ripeto, diversi esponenti della Curia Romana.
Al di là delle «doti», ciò che soprattutto emerge in queste deposizioni sono le virtù del Padre, virtù che sfiorano, o raggiungono, la santità. Anche i testi - pochi in verità - che si dimostrano incerti sul carattere soprannaturale dei «fatti» sopra citati, sono tutti concordi nel riconoscere le virtù e la santità del Padre. Si trattava di una virtù che si esprimeva in tanti modi, ma che si evidenziava particolarmente nell'assoluta obbedienza e sottomissione alla Chiesa; come pure si esprimeva nella paziente sofferenza morale - accanto a quella fisica per i disturbi artritici cui ho accennato più sopra - per 1'«incomprensione» o anche l'isolamento in cui si sentiva, in certo modo, ridotto. L'intima sofferenza, comunque, non aveva spento l'altra sua qualità di sereno, superiore ottimismo, perché il Padre Piombino era ben consapevole che al di là dell'umano, con tutti i suoi limiti e il suo male, c'è l'infinita potenza e bontà di Dio.
4 Il tema dei veggenti
Accanto al Padre Piombino le deposizioni sono illuminanti anche per i tre veggenti ai quali era stato collegato il Padre, come lo sono per i messaggi da loro testimoniati. Anche per essi, e soprattutto per il principale, il giudizio dei testi e, in particolare, dei medici che, a richiesta dello stesso Padre, lo hanno visitato o hanno assistito - qualche volta - ai momenti in cui ha rivissuto la Passione di Gesù, e quello di un sicuro umano equilibrio.
Attraverso le deposizioni del principale veggente e quello della sorella che lo ha seguito e lo segue dagli anni di Sant'Alberto, si ha un quadro ampio della personalità dello stesso veggente. Qualche cosa di analogo si ha pure attraverso la deposizione del primo dei veggenti - quello della visione del Fondatore dei Barnabiti -, uomo di sicura e invidiabile carriera professionale. Altrettanto si deve dire del terzo veggente, quello rimasto e cresciuto nell'Ordine dei Barnabiti, dove ha ricoperto e ricopre cariche di responsabilità.
Oltre ai tre veggenti compaiono pure, in alcune deposizioni, altre persone che sembrano dotate pur esse di qualche dono o esperienza non comune. È un caso abbastanza ricorrente questo affiancarsi talvolta, presso gli «uomini di Dio», come il Padre Piombino, di gente che è o si crede dotata di carismi straordinari. Il Padre non li respingeva, ma li trattava comunque con prudenza.
Egli invece riceveva e cercava con molta attenzione le anime semplici e desiderose di verità e di Dio. Di queste ne compaiono molte nelle deposizioni, che offrono un quadro variegato di una umanità caratterizzata da una seria disponibilità ad avvertire e assecondare, in qualche modo, la voce di Dio.
5. I Barnabiti
Pur non essendo molte le deposizioni di Barnabiti, questi risultano abbastanza presenti in tutto il quadro delle stesse deposizioni.
Vi risultano anzitutto diversi religiosi del Collegio Carlo Alberto, taluni dei quali hanno assistito ad alcuni dei «fatti eccezionali». Ma vi sono accenni pure di vari altri Religiosi dell'Ordine, e, fra essi, del Padre Francesco Castelnuovo, morto in concetto di santità. Vi compare il Padre Brugola, già Rettore del Collegio San Francesco di Lodi: fu lui che inviò il principale veggente a Moncalieri, dietro esortazione di Fratel Terzo, Barnabita, ex-Fratellino. Vi compare pure quello che fu accolto a Moncalieri assieme al principale veggente ed è ora Padre barnabita, più volte Superiore.
Nelle deposizioni risultano, in particolare, i nomi dei Superiori Generali dell'Ordine, i quali, nonostante un certo costante, prudente riserbo, non hanno mancato, in pratica, di venire incontro, in qualche modo, alle richieste, o, per meglio dire, ad alcune richieste del Padre Piombino. A questo proposito viene rilevata la Consacrazione dell'Ordine alla Vergine Santissima fatta da uno dei Padri Generali.
Così pure va rilevata la decisione di istituire la Commissione Esaminatrice di cui sto parlando nella presente sezione.
Tra i Barnabiti emerge anche, nelle deposizioni, l'exAssistente del Padre per il Collegio dei Fratellini, che più di ogni altro si è adoperato e si adopera per realizzare anche concretamente, con opere pure materiali - statue, cappelle, istituzioni caritative, oltre a diversi articoli su riviste - la spiritualità e il messaggio delle rivelazioni di Moncalieri. Ma di questo parlerò più avanti, in una sezione dedicata alle realizzazioni concrete, secondo lo spirito delle rivelazioni che si concentrano nel messaggio della «Madonna delle Spine». Va subito detto, però, che in queste realizzazioni l'Assistente cui si accenna ha avuto la piena approvazione dei suoi Superiori: una prova ulteriore della non chiusura dei medesimi allo spirito e alle idee che animarono l'animo del Padre Piombino.
6. Appendici della attività della Commissione Informativa
Le deposizioni costituiscono una miniera di dati, da cui risulta un mondo variegato di personalità, di fatti, di prospettive religiose, di vicende umane, spesso dolorose, ma illuminate dalla Fede: si tratta del «mondo umano» che ha formato, in gran parte, l'«ambiente» del Padre Piombino negli ultimi decenni della sua esistenza e che ora lo ricorda e lo venera come un sicuro punto di riferimento nella conduzione della propria vita.
Come appendice dell'attività svolta dalla Commissione informativa, va ricordato il colloquio avuto dal Presidente della stessa Commissione, accompagnato da un sacerdote di Torino, con il Cardinal Alberto Anastasio Ballestrero - già Superiore Generale dei Carmelitani, Arcivescovo di Bari e poi di Torino e Presidente della Conferenza Episcopale italiana, che aveva conosciuto molto bene il Padre - nella casa di Bocca di Magra in Provincia di La Spezia dove si era ritirato negli ultimi anni della sua vita. L'intento principale del colloquio era sentire il parere del Cardinale sui modi per ottenere l'attenzione delle Autorità ecclesiastiche alle istanze di cui il Padre Piombino si era sentito portatore a nome della Madonna. La risposta del Cardinale è stata chiara e precisa: passare attraverso il riconoscimento della «santità» del Padre Piombino, «santità» che il Cardinale, da parte sua, riconosceva esplicitamente. Si tratta di un'altra conferma della validità, credo, di un interessamento per la personalità del Padre, in cui si inserisce pure, in qualche modo, la presente prima biografia di questo Religioso barnabita, tra quelli che nel secolo appena trascorso, da lui quasi interamente attraversato - essendo nato nel 1906 e morto nel 1990 - hanno lasciato traccia non solo di opere e di ricordi, ma anche di spirituale devozione da parte di coloro che li hanno conosciuti e dai quali sono stati, soprattutto spiritualmente, beneficati. Per il Padre Piombino lo dimostrano i costanti «pellegrinaggi» alla sua tomba e, forse più ancora, la fiducia di tanti nella sua intercessione.
Una seconda «appendice» dell'attività svolta dalla Commissione è stata la ricognizione, diversi anni dopo la morte del Padre, da parte dello stesso Presidente della Commissione, assieme a un membro supplente della medesima, delle carte e documenti più importanti lasciati dal Padre e portati a Roma presso la Casa Generalizia dei Barnabiti (trasportate, per quell'occasione, nella Casa di San Carlo ai Catinari). Di quella ricognizione esiste, presso la Casa di San Bartolomeo degli Armeni, un minuto resoconto, con l'elenco di tutti i documenti recensiti, tra i quali si trovano pure quelli del principale veggente, come anche di alcune delle persone dirette spiritualmente dal Padre e, fra esse, quelle morte in concetto di santità. Così ancora sono stati recensiti gli originali, o le copie, di documenti delle varie personalità e Autorità informate dal Padre Piombino intorno alle vicende straordinarie e mistiche della sua vita.
Anche questi documenti costituiscono, pertanto, una fonte di primo piano per la conoscenza del Padre e delle vicende non comuni in cui è stato coinvolto.
b) Lo sviluppo della devozione alla Madonna delle Spine
1. Il senso del titolo «Madonna delle Spine»
L'esperienza mistica del Padre Piombino e il relativo messaggio da lui portato e lasciato ai posteri si concentra - secondo la stessa «interpretazione» dei più fedeli seguaci del Padre - nell'idea religiosa e mariana della Madonna delle Spine, titolo sotto il quale la stessa Vergine si è presentata nelle sue apparizioni. Tale titolo e soprattutto i messaggi ad esso legati si inseriscono in una chiara serie di manifestazioni mariane che hanno caratterizzato il secolo XX, ed in particolare quelle di Fatima e di Siracusa (in quest'ultimo caso, la Madonna si è rivelata con un titolo non lontano da quello delle Spine, cioè «delle Lacrime»).
Come ho già ricordato, l'idea della «Madonna delle Spine» era già presente in un'apparizione della Vergine a Suor Lucia, nel 1921, quando la Madonna si mostrò con il cuore coronato di spine. A Moncalieri la stessa Vergine si presentò quale «Madonna delle Spine» il 13 ottobre del 1960, a testimonianza del principale veggente, come risulta dalla sua deposizione del 21 giugno del 1993.
Sul significato delle «Spine» si soffermano alcune delle deposizioni di cui ho parlato più sopra, in particolare quella del veggente, il quale afferma che le «Spine» sono le «tribolazioni» recate dagli uomini al cuore della Madonna con l'infrangere i comandamenti di Dio e calpestare i Sacramenti, anche se da qualche teste, tra i più qualificati, le «Spine» sono interpretate anche come quelle degli uomini, che Maria considera suoi figli. Esse quindi richiamano alla sofferenza di Maria per gli uomini ed a quella degli uomini stessi.
Il titolo di «Madonna delle Spine» è quello più ricorrente nelle varie Apparizioni, ma non è l'unico: c'è anche quello di «Madonna della Pace», strettamente connesso con il primo, se lo stesso Padre Piombino, in una immaginetta esibita alla Commissione di cui sopra da una teste, aveva scritto: «Madonna delle Spine, 13 ottobre 1960; Madonna della Pace, luglio 1961». Questo secondo titolo è legato a un'Apparizione della Madonna avvenuta nel luglio del 1961, nel Santuario della Madonna della Guardia, nei pressi di Genova, precisamente nella stanza 43, dove alloggiava il principale veggente in occasione di un pellegrinaggio.
Dall'immaginetta sopra ricordata appare dunque che l'apparizione presso il Santuario della Guardia aveva come punto di riferimento la Pace. Nella deposizione dello stesso veggente risulta che in quella Apparizione la Madonna si è rivelata anche come «Imperatrice di tutte le Russie». In verità, la conversione della Russia e' stato un tema costante in tutte le vicende in cui è stato coinvolto il Padre Piombino.
Va rilevata ancora un'ulteriore estensione del quadro di «conversione» dei popoli: lo stesso veggente, nella sua deposizione ha parlato pure di una successiva apparizione della Madonna - nel 1987 -, in cui la Vergine avrebbe preconizzato la conversione della Cina. In quegli anni la Cina era sì presente sulla scena politica mondiale, ma ancora lontana da quello sviluppo economico che la mette oggi in primo piano nell'attenzione del mondo intero. La conversione della Cina è oggi più che mai attuale anche nell'ottica delle gravi limitazioni della libertà religiosa a cui è così sensibile l'odierno Sommo Pontefice.
Tra i diversi titoli sotto i quali si è presentata la Madonna nelle varie apparizioni a cui si è riferito il Padre Piombino - «Madonna delle Spine», «Madonna della Pace», «Imperatrice di tutte le Russie» - quello che è stato maggiormente recepito dai «discepoli» e, in certo modo, seguaci del Padre, è il titolo di «Madonna delle Spine». Esso è in linea con lo spirito di recenti rivelazioni e apparizioni mariane che, a loro volta, rispondono alla situazione dell'Umanità in questo nostro tempo, nel quale, all'esaltazione del benessere, per non dire dell'edonismo, e del «progresso» (più che altro materiale), si unisce l'abbandono, soprattutto nel mondo occidentale, del senso del timore di Dio che ha accompagnato da sempre la storia dell'Umanità. Ed a questa esaltazione del progresso tecnologico si contrappone come non mai un altro «timore»: quello del pericolo mortale in cui sembra trovarsi l'intera Umanità, sia per la diffusione delle armi di distruzione di massa sia per forme nuove e un tempo impensabili di terrorismo. La Madonna delle Spine può essere l'interpretazione o una delle interpretazioni cristiane dell'odierna situazione del mondo e, insieme, l'indicazione di un suo, se pur difficile, superamento. Le «Spine» possono essere viste come effetto degli aspetti negativi dell'odierna situazione del mondo, del suo «male», appunto, ma anche come il mezzo della sua purificazione o della sua sconfitta, che è poi il mezzo fondamentale del messaggio cristiano, che nella Croce ha il simbolo, per non dire la sintesi, della Redenzione.
2. Realizzazioni concrete
La prima, forse, vaga e virtuale realizzazione «esterna» e materiale, di una devozione alla Madonna delle Spine è quella che si ricava dalla deposizione di una teste, che ha parlato di un «sogno» della sua mamma, ammalata, nel quale ha visto la Madonna indicare un terreno in cui sarebbe stata eretta una Cappella dedicata alla Madonna delle Spine; il «sogno» risaliva al 1972.
Effettivamente le realizzazioni concrete sinora registrabili del culto della Madonna delle Spine sono costituite proprio di Cappelle, Edicole, Altari oppure statue. Non è tramontato l'intento del principale veggente di realizzare una Basilica in onore della Madonna delle Spine, ma tale realizzazione sembra, almeno agli occhi umani, allontanarsi nel tempo.
Una delle prime Cappelle o Edicole erette in onore della Madonna delle Spine e' quella di una famiglia piemontese, eretta nel 1985, presso una loro casa di campagna vicino a Montaldo Torinese, in riconoscenza per la guarigione di un figlio.
Ma, al di là e ancor prima di questa, come di altre forme private di devozione alla Madonna delle Spine, è stato realizzato, sempre in Piemonte, e precisamente nella Chiesa Parrocchiale di Santa Barbara in Torino, un altare, con relativa grande e complessa Pala di rame, opera del rinomato artista Renato Valcavi, già direttore della Sezione Cesello della Scuola d'Arte Sacra «Beato Angelico» di Milano, e autore sia dell'urna funeraria del Cardinal Ferrari nel Duomo di Milano sia della Tiara di Paolo VI. La Pala d'altare della Madonna delle Spine in Santa Barbara rappresenta la Madonna ed il suo messaggio, con particolare riferimento alla pace nel mondo, alla concordia nelle famiglie ed alla unità dei cristiani, ed è stata inaugurata e benedetta dallo stesso Padre Piombino il 24 marzo 1974, durante una solenne cerimonia, in occasione della quale è stato composto un inno in onore della Madonna delle Spine. Questa artistica Pala d'altare costituisce il simbolo che unisce un folto gruppo di fedeli legati alla memoria venerata del Padre, sotto la guida del loro Parroco, uno dei più convinti eredi e prosecutori del messaggio spirituale del Padre Piombino. Sono questi gli stessi fedeli che ogni mese si raccolgono nella Chiesa di Santa Barbara per un Cenacolo eucaristico in onore della Madonna delle Spine, ed ogni anno, assieme ad altri fedeli provenienti da varie località e soprattutto da Genova, rinnovano il loro pellegrinaggio alla tomba del Padre nel cimitero genovese di Staglieno, pellegrinaggio seguito da una messa nella Chiesa di San Bartolomeo degli Armeni, dove il Padre aveva fatto la sua Prima Comunione e dove, in anni meno lontani - e cioè dal 1968 al 1980 - aveva esercitato il suo ministero, in una ripresa, si direbbe, della diuturna presenza, in quella Chiesa, della sua venerata e santa mamma. Nella stessa Genova, ad opera di un pronipote del Padre Piombino, sacerdote, è stata istituita una casa-famiglia per disabili, dedicata a Nostra Signora delle Spine. Sono pure in atto, a Genova, altre iniziative di privati che si richiamano anch'esse allo stesso Titolo.
Ma la devozione alla Madonna delle Spine si è diffusa anche al di fuori della Liguria e del Piemonte. Come ho già ricordato, l'ex-Assistente del Padre, destinato, anni or sono, in Brasile (dove i Barnabiti esercitano la loro attività in due regioni distinte: al Sud - in particolare a Rio de Janeiro, a San Paulo, a Belo Horizonte - e al Nord, cioè nel Guamà - a BraganCa e in varie altre località), si è adoperato assiduamente per far conoscere e propagandare la devozione alla Madonna delle Spine. A San Paulo, nella Chiesa di San Raffaele, officiata dai Padri Barnabiti, dove l'ex-Assistente ha soggiornato, è stato eseguito un quadro di Nostra Signora delle Spine (opera di un artista brasiliano). Essa suscita molta devozione presso tanti fedeli, che la venerano come patrona delle loro famiglie.
Nel nord del Brasile, e precisamente nella piccola città di Capitan Poco (nello Stato del Guamà) - dove i Barnabiti hanno costruito diverse case per i più bisognosi -, l'exAssistente si è adoperato per la costruzione di un'ampia Cappella dedicata a Nostra Signora delle Spine. Una statua della medesima è stata eretta sull'alto del campanile.
Ancora lo stesso religioso si è adoperato per la stampa di immaginette e preghiere in onore della Madonna delle Spine, preghiere composte sia dal Padre Piombino, sia dal principale veggente. Inoltre il Vescovo di Segni-Velletri, Monsignor Andrea Erba, Barnabita, ha concesso 1'Imprimatur a una novena di preghiere, per le famiglie, in onore di Nostra Signora delle Spine.
Bisogna riconoscere, dunque, che il messaggio mariano annunziato dal Padre non è caduto invano. Esso è presente in tante anime, e si è tradotto anche in segni esteriori: espressioni di venerazione e di culto pubblico. E presente il messaggio sulla scia del ricordo del Padre, un ricordo che non è solo intessuto di valori umani, perché arricchito di un forte senso di venerazione religiosa verso lo stesso Padre. La dimestichezza che egli ha avuto con le realtà celesti induce a pensare che egli possa ora, ancor più di quando, in vita, confortava con le sue parole assicurative sull'esito di tante umane vicende, possa assicurare ulteriormente - dico - la sua intercessione presso Colui che ha servito così fedelmente, mettendosi in ascolto dei messaggi di «attenzione» della Madre di Dio per i figli che ha «ereditato» ai piedi della Croce. Si tratta di figli che la Madonna desidera far crescere verso l'assimilazione al suo Figlio Primogenito. Il Padre Piombino è stato docile all'azione e all'invito di questa Madre: l'ha ascoltata per sé e per tutti coloro che lo hanno conosciuto o che lo conoscono, ora, attraverso i ricordi di tanti; ricordi di cui il presente racconto biografico vuol essere una ripresa e una conferma.