Padre Alfonso Maria Ratisbonne (Servo di Dio)
(1814
- 1884)
L’ebreo
convertito da Maria
III
Edizione - Cooperazione Vincenziana Genova 2001
Ho
scritto questo compendio biografico di Alfonso Maria Ratisbonne, perché da
diversi anni parecchie persone me lo chiedevano. Leggendo infatti la
storia meravigliosa delle apparizioni dell'immacolata a Santa Caterina Labouré
(1830), i devoti della Medaglia Miracolosa incontravano la bella figura di
questo ebreo, convertito dall'immacolata con una apparizione tutta singolare,
a Roma nel 1842. Era naturale che sorgesse il desiderio di saperne qualcosa
di più, sia per la risonanza del fatto, sia perché le Comunità fondate dai
fratelli Ratisbonne, continuano oggi il loro apostolato tra í figli di quel
popolo che fu il prediletto, ed a cui appartennero Gesù e la Vergine Santa. Oggi
le relazioni tra la Chiesa ed il popolo ebraico sono migliorate ed ogni buon
cattolico considera gli Ebrei come 'fratelli maggiori , da capire, rispettare ed
amare. Hanno molto sofferto, e continuano a soffrire, come se quel
"sangue divino , invocato a Gerusalemme sul loro capo e sui loro figli il
primo venerdì santo, li seguisse ovunque come una maledizione. Eppure Gesù li
ama, l'immacolata li considera suoi figli e la sua apparizione ad Alfonso
Ratisbonne non si limita di certo ad un avvenimento 'personale , ma si rivolge
a tutto il "suo "popolo. Voglia il richiamo materno aprire i
cuori e togliere dagli occhi di Israele quel velo, che gli impedisce di
riconoscere in Cristo il suo Messia!
Genova,
20 gennaio 1996
P
Luigi Chierotti c.m.
IL
PIANTO DI GESU SU GERUSALEMME (dal Vangelo)
-
"Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che ti sono
mandati, quante volte io ho voluto radunare i tuoi figli, come la gallina raduna
i suoi pulcini sotto le ali, e tu non hai voluto!..." (Mt. 23,37)
-
. "Quando fu vicino alla città, la guardò e pianse su di essa dicendo: -
Oh, se in questo giorno anche tu avessi conosciuto ciò che giova alla vera
pace! Ma tutto questo è rimasto nascosto ai tuoi occhi. Verranno per te giorni
in cui i tuoi nemici ti cingeranno da ogni parte e abbatteranno te e i tuoi
figli dentro di te, e non lasceranno in te pietra su pietra, perché non hai
conosciuto il tempo nel quale sei stata visitata!" (Lc. 19,41-44)
Capitolo
1
Strasburgo,
città che conta oggi 300.000 abitanti circa, capitale dell'Alsazia, a due passi
dal confine con la Germania, fu battezzata dai Romani col nome di Argentoratum,
e ribattezzata, nel secolo VII, con quello di Stratzeburc, borgo delle strade, o
Strasburgo. Posta infatti alla confluenza dell'Ill col Reno, è il più grande
porto fluviale della Francia e centro importante di commercio internazionale.
Per il suo carattere, che partecipa insieme del mondo latino e di quello
germanico, è stata scelta come sede del Consiglio d'Europa.
I
Ratisbonne giunsero in questa città dalla Baviera, dove erano perseguitati,
prima della grande Rivoluzione Francese. Fu il nonno materno di Alfonso, Neftali
Cerfbeer, nativo di Olanda, che ottenne nel 1784 dal Re di Francia, Luigi XVI,
la cittadinanza per sé e per i suoi correligionari, il diritto di acquistare
beni mobili e immobili, e anche titoli di nobiltà.
Il
decreto di vera emancipazione però, fu firmato dall'Assemblea Costituente
solo il 27 dicembre 1791.
Con
la cittadinanza ed il permesso di poter esercitare la loro professione, si
apriva per gli ebrei ricchi un periodo di prosperità, soprattutto finanziaria,
per mezzo dell'usura e del commercio. Il basso popolo ebraico invece, continuava
a giacere nella miseria, sempre emarginato, se non odiato, dai cristiani.
Infatti, benché la Rivoluzione Francese avesse aperto le porte dei ghetti, gli
ebrei preferirono continuare a vivere insieme segregati, per meglio difendersi
ed aiutarsi scambievolmente.
Dottrinalmente
gli ebrei abbracciarono tutte le idee anticristiane, che spuntarono prima,
durante e dopo la Rivoluzione.
La
famiglia del nostro Alfonso era una famiglia facoltosa di banchieri, al primo
posto in Alsazia, ma il senso religioso della tradizione ebraica, la fede
nell'unico vero Dio, si erano in essa affievoliti, cedendo il posto
all'interesse per il dio quattrino.
Augusto
Ratisbonne e Adelaide Cerfbeer, ebbero 10 figli, sette maschi e tre femminucce.
Il nostro Alfonso fu il penultimo. Nacque il 1 ° maggio 1814 ed ebbe anche i
nomi di Carlo e di Tobia.
Restò
orfano di mamma a quattro anni e di babbo a sedici. Della numerosa figliolanza
si occupò lo zio Luigi Ratisbonne, ricchissimo e senza figli, che, tra tutti,
predilesse Alfonso, calcolando di associarlo un giorno nella direzione della
banca.
Il
giovane intraprese gli studi dapprima nel Collegio Reale di Strasburgo e poi in
un Istituto protestante. Conseguì il Baccellierato in Lettere e poi, a
Parigi, la laurea in Diritto.
A
questo punto lo zio Luigi lo richiamò, per farne il suo successore, ma
Alfonso non era incline alla vita sedentaria di ufficio. Amava i divertimenti e
la sua meta preferita erano i Campi Elisi di Parigi. Di questo periodo egli
scriverà di se stesso, nella importante lettera "autobiografica" del
12 aprile 1842 al P Dufriche-Desgenettes, parroco di N.S. delle Vittorie in
Parigi: 'Amavo solo i piaceri; gli affari mi impazientivano e l íaria degli
uffici mi soffocava: pensavo che nel mondo si vivesse solo per godere... Non
sognavo che feste e piaceri e ad essi mi abbandonavo con passione... Ero un
ebreo solo di nome, poiché non credevo nemmeno in Dio! Non aprii mai un libro
di religione, e, nella casa di mio zio, come presso i miei fratelli e sorelle,
non si praticava la minima Prescrizione delgiudaismo".
In
realtà con i suoi compagni di brigata si vantava di professare un ateismo
viscerale, che tuttavia lasciava spazio ad una certa filantropia e onestà
naturale.
Resterà
sempre un uomo di grande entusiasmo, ottimista, bisognoso di spazio e di
movimento.
Una
cosa sola impegnava il suo cuore sensibile: la sorte degli ebrei poveri. Per
poterli aiutare si iscrisse alla 'Società di incoraggiamento al lavoro",
fondata a Strasburgo dal fratello Teodoro, che conosceremo meglio, e si prodigò
nell'opera di, emancipazione degli ebrei. Sottoscrizioni, prestiti, garanzie,
tutto serviva per soccorrere i più bisognosi tra i suoi correligionari.
Nel
1841 si tenne a Strasburgo un convegno di alte personalità del mondo israelita,
con l'intento di adattare il culto ebraico alla mentalità contemporanea.
Intervenne anche Alfonso, il quale, più tardi, dopo la conversione, dirà di
quel convegno: di tutto si parlò, meno che della legge di Dio. Si prospettarono
le esigenze dei tempi, le convenienze sociali, ma non si trattò del problema
religioso.
L'unico
accenno alla religione dei Padri fu semplicemente distruttivo: 'Bisogna che ci
affrettiamo a uscire da questo vecchio tempio, di cui cadono da ogni parte í
frantumi - esclamò uno degli intervenuti -, se non vogliamo essere sepolti
sotto le sue rovine!':
In
mezzo ad un simile sfacelo del mondo spirituale di una giovinezza ricca di
doti e di mezzi, Alfonso ebbe due richiami a valori più nobili e degni di
essere vissuti. Il primo fu la conversione al cattolicesimo del fratello
Teodoro (1827), più anziano di lui di 12 anni. Il secondo fu il suo
fidanzamento con la nipote Flora (1841), di appena sedici anni di età, figlia
del fratello Adolfo. La ragazza era fine, vivace, colta, ma ancor troppo giovane
in confronto di lui che aveva 27 anni.
E'
utile soffermarci brevemente su questi due avvenimenti. Maria-Teodoro Ratisbonne
(1802-1884), cresciuto, come i fratelli senza alcun principio religioso, studiò
diritto e medicina, prima a Strasburgo e poi a Parigi, conseguendo le
rispettive lauree.
A
Strasburgo ebbe la fortuna di frequentare il corso di filosofia e religione di
Luigi Eugenio Maria Bautain (1796-1867), uno studioso convertito al
cattolicesimo e divenuto poi sacerdote (1828).
La
conversione di Bautain trascinò molti dei suoi ascoltatori, tra cui vi erano
ebrei, ex-cattolici, protestanti e ortodossi, alla vera fede ed anche al
sacerdozio. Tra questi vi fu Teodoro Ratisbonne, battezzato segretamente nel
1827.
Il
suo fervore di neofito non si fermò al Battesimo. Teodoro intraprese gli studi
teologici, e, nel 1830, fu consacrato sacerdote. Dapprima fu insegnante nel
seminario di Strasburgo e poi, nel 1840, fu chiamato a Parigi dal Sac.
Dufriche-Desgenettes, come Vice-direttore dell'importante Arciconfraternita di
Nostra Signora delle Vittorie.
A
Parigi, appoggiandosi come Cappellano a un orfanotrofio delle Figlie della Carità
di S. Vincenzo De Paoli, egli fondò un istituto (detto anche catecumenato)
per gli orfani delle famiglie ebree, che giungevano nella capitale dal Centro
Europa.
Era
logico che per poter continuare nel tempo questa iniziativa, occorreva una
famiglia religiosa ben organizzata. Ed ecco sorgere, nel 1843, le Suore di
Nostra Signora di Sion, e, più tardi, nel 1852, anche i Sacerdoti di Nostra
Signora di Sion.
Nel
1847, la fondazione femminile di Teodoro Ratisbonne fu già in grado di aprire
nuove case in Francia e in vari Paesi dell'Oriente, tra cui Gerusalemme
(1856), che Teodoro affidò al fratello Alfonso, come vedremo.
Ritornando
ora agli anni della conversione di Teodoro, tenuta nascosta per qualche tempo,
debbo sottolineare la reazione ostile furibonda contro di lui, che si impadronì
di tutti i membri della sua famiglia, come se avesse tradito il suo popolo.
L'ostilità crebbe ancor più, quando si seppe che era stato ordinato sacerdote.
Alfonso, in un primo momento, ruppe con lui ogni relazione. Teodoro invece,
partendo per Parigi, nel 1840, diede a tutti un addio affettuoso, dichiarando
che avrebbe pregato per la conversione dei fratelli e delle sorelle. Alfonso
ne rise sarcasticamente. Non immaginava mai più che, poco tempo dopo, la SS.
Vergine avrebbe ottenuto da Dio anche per lui la grazia della conversione.
Flora
Ratisbonne fu la giovane bella e intelligente che ammaliò il cuore di Alfonso
con un amore profondo, dopo tanti amorazzi mercenari. I due si capirono
meravigliosamente ed avrebbero voluto, dopo il fidanzamento ufficiale,
concludere subito con il matrimonio. La fidanzata però, era ancora in età
minore, e gli anziani di famiglia, per guadagnar tempo, decisero di far allontanare
Alfonso da Strasburgo con un lungo viaggio turistico, ovunque gli fosse
gradito. Decise per l'Oriente, attraverso la Costa Azzurra, l'Italia, Malta e
l'Egeo. Costantinopoli doveva essere la meta conclusiva.
Flora,
timorosa per la sua salute e per la sua fede ebraica, gli aveva fatto giurare di
non visitare Roma, perché la malaria vi serpeggiava ed il centro della
cattolicità era un potenziale pericolo di perversione (o di conversione).
Alfonso
partì portando nel cuore e negli occhi la dolce immagine di quella che ormai
denominava "il mio buon angelo". Il pensiero di lei gli fece anche
ritornare il pensiero di Dio; l'amore umano lo aveva predisposto all'amore
spirituale. 'La vista della mia fidanzata - scriverà nella lettera citata sopra
-, svegliava in me non so quale sentimento della dignità umana. Cominciai a
credere all'immortalità dell ítnima e mi misi perfino istintivamente a
pregare Dio... Il suo pensiero mi elevava verso quel Dio, che non conoscevo e
che non avevo mai nè pregato nè invocato".
Capitolo
II
Partì
con la diligenza da Strasburgo per Marsiglia il 17 novembre 1841, dove si imbarcò
sul primo battello a vapore diretto a Napoli. Il giorno 8 dicembre giungeva a
Civitavecchia, nello Stato Pontificio, tra il rombo delle salve di artiglieria
per la festa dell'Immacolata Concezione di Maria. Quando apprese il motivo di
tanta gioia, si indignò e rifiutò bestemmiando di scendere a terra. Nel suo
diario scrisse: "Gente stolta e fanatica questi cattolici! Si informino
su chi fu quella che essi idolatrano come Immacolata. Leggano il "Toledoth
Jesù " e conosceranno la vera storia e i veri titoli di Miriam ". Il
"Toledoth Jesù" o "La Generazione di Gesù", è un libello
che fa parte della letteratura ebraica del Talmud. Esso raccoglie quanto di più
abominevole sia mai stato scritto dalla Sinagoga contro Gesù e sua Madre.
All'alba
del giorno seguente apparve il pennacchio del Vesuvio e la nave giunse a Napoli,
dove Alfonso si fermò per circa un mese. Egli poté così visitare a suo agio e
ammirare le, cose belle della città, riversando però, nel suo diario, sulla
Religione cattolica e sul clero la causa della povertà e di tutti i mali della
popolazione. "Oh, quante bestemmie nel mio diario! - esclama nella sua
lettera autobiografica -. Se ne parlo ora, è per far conoscere la malvagità
del mio spirito!".
Nei
paesi vesuviani gustò il buon vino "Lacryma Christi". Ne fu
entusiasta, ma nei suoi scritti infarcì le lodi per il vino con atroci sarcasmi
al fratello Teodoro e con orrende bestemmie. 'Scrissi a Strasburgo - egli
prosegue nella sua lettera -, che sul Vesuvio avevo bevuto del Lacryma Christi
alla salute del Padre Ratisbonne e che simili lacrime facevano un gran bene
anche a me.! Non oso ripetere gli orribili giochi di parole che mi permisi in
tale circostanza':
Le
lettere intanto che giungevano da parte di Flora, gli ricordavano la promessa
di non recarsi a Roma, ed egli in realtà non ne aveva il minimo pensiero, tanto
dà respingere l'invito di due suoi amici che lo attendevano nella città
eterna, il Sig. Coulmann, protestante, ex-deputato à Strasburgo, e il barone
Rothschild cattolico.
I
suoi calcoli andarono delusi il 1° gennaio 1842, quando gli fecero sapere che
la nave "Mongibello" non poteva proseguire subito per la Sicilia.
Contrariato aspramente, Alfonso volle recarsi all'Agenzia-Viaggi per Palermo,
per prenotare un posto su qualche altro vapore, ma per sbaglio si trovò
all'Ufficio-Diligenze per Roma e prenotò un posto per Roma.
"Credo
di aver sbagliato strada!" confessa nella sua lettera, ma intanto un
desiderio inspiegabile era nato nel suo cervello di visitare Roma, nonostante
la promessa fatta alla fidanzata e il pericolo della malaria.
Partì
per Roma il 5 gennaio e vi giunse il giorno seguente, festa dell'Epifania. Per
due giorni girovagò tra ruderi, monumenti, gallerie, fontane e catacombe.
Grande
fu la sua meraviglia, quando, transitando per via del Corso, si sentì chiamare
per nome. Era un suo compagno di scuola di Strasburgo, Gustavo de Bussières,
protestante pietista. Con gioia rinnovarono la loro amicizia e proseguirono
insieme la visita alla città.
Alfonso
volle recarsi anche nel lurido ghetto ebraico e ne rimase profondamente e
tristemente impressionato. 'Là mi vinse una commozione, mista di compassione e
di sdegno! - scriverà -. Come!, dicevo, rodendomi alla vista di quello
spettacolo di miseria, è dunque questa la carità di Roma, tanto decantata!
Rabbrividivo di orrore e mi domandavo se, per aver ucciso un "sol
uomo", diciotto secoli fa, un popolo intero meritava di essere posto al
bando e trattato con tanta barbarie.! .. Ahimé! io non conoscevo allora questo
"sol uomo" e ignoravo il grido sanguinario col quale il mio popolo
aveva attirato sul suo capo i castighi divini, grido che non oso ripetere qui,
che non voglio pronunciare. Preferisco ricordare quest’altro grido, esalato
sulla Croce: 'Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno!':
Riferendo
alla mia famiglia quello che avevo visto e provato, rammento d íiver scritto
che preferivo essere tra gli oppressi, anzi che nel campo degli
oppressori!".
Era
logico che Gustavo invitasse a colazione il Ratisbonne presso suo padre, il
Conte Atanasio, e, più tardi, gli proponesse anche una visita al fratello,
barone Teodoro, che abitava in Piazza Nicosia.
Il
Ratisbonne non voleva accettare quest'ultimo invito, anzitutto perché il
barone si era convertito al cattolicesimo ed era un neofito oltremodo fervente
e "pericoloso"!, e poi perché si era fatto amico di suo fratello
sacerdote. Tuttavia non poté esimersi, pur adducendo impegni da assolvere e
protestando che doveva ritornare a Napoli, come aveva promesso agli amici, per
ripartire il giorno 20 gennaio per Malta.
Alla
fine decise di recarsi alla casa del barone il 15 gennaio, semplicemente per
presentare un biglietto di scuse e andarsene via. Caso volle che venisse ad
aprire la porta un domestico, che, non comprendendo una parola di francese, lo
annunciò e lo introdusse subito nel salotto.
Alfonso
fu accolto con gentilezza e con gioia dalla famiglia de Bussières: il babbo, la
giovane sposa e le due figliolette, 'graziose e dolci come gli angeli di
Raffaello " dirà Ratisbonne. Era presente anche un altro ospite, il Conte
De Caroli.
Il
dono della Medaglia Miracolosa
Dopo
i primi convenevoli, la conversazione fu portata sul piano religioso. Alfonso
fu letteralmente assalito, ma seppe difendersi bene, contraccando e formulando
giudizi sarcastici contro il Cattolicesimo ed il governo papale, che lasciava
gli ebrei di Roma nella miseria e nel degrado. 'Meglio essere dalla parte degli
oppressi che da quella degli oppressori!" ripeté più volte.
Poi
vomitò veleno e bestemmie contro la Religione Cattolica, come fosse la
superstizione più grande e deleteria, non badando che erano presenti anche le
bambine del barone.
Protestò
di essere nato ebreo e di voler morire ebreo, e terminò esclamando seccamente
che era tempo perso volerlo convertire, perché sarebbero stati necessari due
miracoli: uno per persuaderlo del suo errore e un altro per muoverlo.
A
questo punto, con un'invadenza oggi difficilmente comprensibile, Teodoro de
Bussières intervenne, cercando di smorzare il tono della conversazione e
facendo una proposta:
-
Giacché lei detesta la superstizione - disse il barone -, e professa dottrine
tanto liberali, e poiché è uno spirito forte e cosi illuminato, avrebbe il
coraggio di sottoporsi ad una prova molto innocente?
-
Quale prova?
-
Sarebbe di portare su di sè un oggetto che ora le darò. Eccolo; è una
medaglia della Santa Vergine. Le par cosa proprio ridicola, non è vero? Ma in
guanto a me, io dò molto valore a questa medaglia.
La
proposta - afferma il Ratisbonne nel suo racconto -, mi stupì per la sua
puerile singolarità. Non mi aspettavo di cadere in una simile facezia. Il mio
primo impulso fu di ridere stringendomi nelle spalle, ma poi mi venne in mente
che quella scena poteva divenire un delizioso capitolo delle mie impressioni di
viaggio e consentii a prendere la medaglia, come una prova autentica che avrei
offerto alla mia fidanzata.
Detto
fatto: mi si mette la medaglia al collo non senza sforzo, perché il cordone
era troppo corto e la testa non vi passava. Infine, tira tira, avevo la medaglia
sul petto ed esclamai con uno scoppio di risa: "Ah! eccomi cattolico,
apostolico, romano!".
Da
altre fonti apprendiamo un particolare di tenerezza e cioé che furono le due
bambine del barone a imporre la medaglia al collo di Alfonso.
Non
era ancor tutto finito. Il de Bussières, si direbbe "santamente
importuno", volle anche che l'amico accettasse, prima di andarsene, copia
della preghiera di S. Bernardo alla Vergine: 'Ricordati, o Maria... in
versione francese.
Secondo
la "Relazione autentica" del barone, il Ratisbonne uscendo mormorò
tra se: 'Ecco un individuo originale e molto„indiscreto! Vorrei vedere che
cosa direbbe, se io lo tormentassi per fargli recitare una preghiera
ebraica!".
E
non aveva torto; occorre discrezione anche nello zelo più sincero! Tuttavia,
giunto in albergo, Alfonso lesse più volte la preghiera, non trovandovi nulla
di straordinario, e la imparò quasi a memoria.
Capitolo
III
Non
so quanto sia lecito accostare la conversione di S. Paolo sulla via di Damasco e
quella di Ratisbonne a Roma. Paolo era un ebreo persecutore accanito di Gesù di
Nazaret e dei cristiani. Gesù stesso lo fermò e lo converti per il bene di
tutta la Chiesa, facendolo apostolo dei pagani. Ratisbonne era un ebreo amante
della bella vita, bestemmiatore pieno di odio per il cattolicesimo, ma assillato
dall'amore per i suoi correligionari. Fu Maria che ottenne la grazia della sua
conversione, lasciandogli in cuore tutta l'amorevole preoccupazione per il suo
popolo, sia come cattolico neofito, sia, più tardi, come sacerdote.
Per
questo capitolo "centrale" della biografia di Alfonso Ratisbonne, è
ottima cosa sentire come testimoni i protagonisti del fatto e lo stesso
veggente, che, nella deposizione del 18 febbraio 1842, affermò: 'Fino a 23 anni
sono vissuto senza alcuna religione, perfino senza credere in Dio... Ho sempre
riso delle apparizioni e ho sempre rifiutato di credere ai miracoli". Era
quindi ben lontano dal pensare che proprio lui avrebbe dovuto farne esperienza,
nei pochi giorni che aveva deciso di passare ancora a Roma.
Il
20 gennaio andò ad accomiatarsi dal barone Teodoro de Bussieres. Lo trovò
per strada in carrozza. Il barone lo fece salire e lo pregò di accompagnarlo un
momento alla vicina chiesa di Sant'Andrea delle Fratte, per predisporre i
funerali di un amico, il Conte Augusto La Ferronay, deceduto improvvisamente il
giorno 17.
La
chiesa, allora come oggi, era officiata dai Padri Minimi di S. Francesco da
Paola.
Erano
ormai le 12,45, quando il superiore, P Giuseppe Mantineo, fu avvertito dal
sacrestano che il de Bussières voleva parlargli. L'assenza di Teodoro non durò
più di 10-12 minuti ed il Ratisbonne ingannò l'attesa gironzolando per la
chiesa ed osservando distrattamente marmi e dipinti.
L'attuale
cappella dell'Apparizione era allora dedicata a S. Michele Arcangelo e
all'Angelo Custode, ma vi era anche un piccolo quadro che rappresentava
l'Arcangelo Raffaele, guida del giovane Tobia. Tobia era uno dei nomi di
Alfonso.
Terminata
la sua commissione, Teodoro ritornò in chiesa, ma non vide l'amico. Solo in un
secondo momento lo trovò inginocchiato nella cappella di S. Michele come in
estasi.
'Dovetti
toccarlo tre o quattro volte - affermerà nella lettera a Teodoro Ratisbonne, il
fratello sacerdote di Alfonso, scritta due giorni dopo, il 22 gennaio 1842 -, e
poi finalmente volse verso di me la faccia bagnata di lacrime, con le mani
giunte e con un éspressione impossibile a rendersi... Poi estrasse dal petto la
medaglia miracolosa, la coprì di baci e di lacrime, e proferì queste parole: -
Ah, come sono felice, quanto è buono Dio, che pienezza di grazia e di felicità,
come sono infelici coloro che non sanno niente!".
Da
parte sua Alfonso scrive nella sua lettera autobiografica quanto segue:
"Ogni descrizione, sia pur sublime, non sarebbe che una profanazione
dell'ineffabile verità. Ero là, prosteso, irrorato dalle mie lacrime, ed il
cuore mi batteva forte quando il Signor de Bussières mi richiamò alla vita.
Non potevo rispondere alle sue domande incalzanti. Alla fine afferrai la
medaglia che mi pendeva dal collo e baciai con effusione l'immagine della
Vergine raggiante di grazie... Oh! era Lei, sì era Lei!"
Calmata
alquanto la prima emozione, Alfonso chiede all'amico di condurlo subito da un
confessore, che lo prepari a ricevere il Battesimo, protestando che avrebbe
parlato soltanto dopo che il sacerdote gliene avesse dato il permesso.
Viene
accampagnato prima in albergo e poi al "Gesù", dal P Filippo
Villefort, il quale gli ordina di raccontare quanto aveva visto e sperimentato.
Alfonso
Ratisbonne stringe in mano la medaglia miracolosa e, quando la commozione gli
spezza la parola, la bacia ed esclama: 'Z ho vista, l ho vista, /ho
vista!".
Dominandosi
a stento, riesce a fare il racconto che io desumo dalla "Relazione
autentica" di Teodoro de Bussières: "Stavo da poco in chiesa, quando
all'improvviso l'intero edificio è scomparso dai miei occhi e non ho visto che
una sola cappella sfolgorante di luce. In quello splendore è apparsa in piedi,
sull;iltare, grande, fulgida, piena di maestà e di dolcezza, la Vergine Maria,
così come è nella Medaglia Miracolosa. Una forza irresistibile mi ha spinto
verso di Lei. La Vergine mi ha fatto segno con la mano di inginocchiarmi e
sembrava volesse dirmi: - Così va bene!-. Lei non ha parlato, ma io ho
compreso tutto!".
Il
barone prosegue il suo scritto dicendo: 'Per condurre a termine questo breve
racconto, Ratisbonne aveva dovuto interrompersi di frequente per riprendere
fiato, per padroneggiare la commozione che l'opprimeva. Noi lo ascoltavamo con
un santo spavento misto di gioia... ".
Nello
spazio di tre minuti, commenta sempre Teodoro de Bussières, Alfonso aveva
fatto un'esperienza in cui gli era stato dato tutto. Egli accettò di essere
afferrato da Dio, con un cambiamento radicale, totale e definitivo di tutto il
suo essere. Per tutta la vita Alfonso Ratisbonne vivrà di questa illuminazione
di un istante, pur "conservando - dice un suo biografo - le debolezze, la
vivacità e le asprezze di un carattere appassionato, impetuoso, indipendente e
perfino originale"
Alfonso
stesso, nella deposizione del Processo canonico del 1819 febbraio 1842, proverà
a spiegare ciò che, in quel momento di illuminazione della grazia, aveva
istantaneamente capito: 'Alla presenza della SS. Vergine, quantunque non mi
dicesse una parola, compresi l’orrore dello stato in cui mi trovavo, la
deformità del peccato, la bellezza della Religione Cattolica: in una parola
capii tutto!".
Capitolo
IV
La
notizia della conversione miracolosa dell'ebreo Alfonso Ratisbonne si diffuse
subito, non solo a Roma, ma in tutta Europa. Già la sera del 23 gennaio 1842,
domenica, dal pulpito di Nostra Signora delle Vittorie a Parigi, il fratello,
Don Teodoro, narrò l'apparizione dell'Immacolata a Roma e la conversione dell'ebreo.
'E questo convertito - soggiunse tra la più viva commozione della folla che
gremiva la chiesa -, è mio fratello!".
La
funzione terminò con il canto del "Magnificat".
Per
i cattolici fu una grande gioia, per gli ebrei una profonda amarezza. Chi aveva
"tradito " il suo popolo, sarebbe stato punito, anzitutto dai suoi
famigliari.
Alfonso
era stato prevenuto delle sofferenze che avrebbe incontrato, anche con un
segno profetico, che manifestò in un secondo tempo al P Villefort. Nella notte
dal 19 al 20 gennaio infatti, aveva sognato una croce scura, priva della figura
del Cristo, che lo seguiva ovunque, e questa visione l'aveva accompagnato per
gran parte della notte e del giorno seguente, benché si sforzasse di cacciarne
il ricordo.
Quando
esaminò più attentamente la parte posteriore della Medaglia Miracolosa, scoprì
con gioia la croce che campeggia nel centro, ma capì anche che significava
sofferenza e sacrificio. "Questa croce che avete visto - gli aveva detto
il P Roothaan, Superiore Generale dei Padri Gesuiti, mostrandogli il Crocifisso
del suo scrittoio -, quando sarete battezzato, bisognerà non solo adorarla,
ma anche portarla!':
La
prima dura prova fu il martirio del cuore, degli affetti più cari. Egli cercò
di spiegare a Flora, la fidanzata, che cosa gli era accaduto, ma inutilmente.
La ragazza gli rinfacciò di aver trovato a Roma "un'altra donna"!. Lo
zio gli negò la mano di sua figlia, temendo a buon diritto un matrimonio
cattolico, e gli altri parenti non ebbero che parole di maledizione. 'Dalla mia
famiglia - confessò nella sessione del 1 ° marzo del Processo canonico -, ho
ricevuto soltanto lettere sprezzanti, nelle quali ero denominato assassino
della mia fidanzata, di suo padre, di mio zio e di tutte le persone a me più
care. Queste parole sarebbero state sufficienti per uccidermi di dolore, senza
il conforto della Fede... ".
Si
rivolse direttamente allo zio con parole commoventi, ma tutto fu inutile:
"Ti scongiuro, caro zio, non mi negare la mia Flora. Se mi si nega Flora,
consacrerò tutta la mia vita a pregare per lei e per voi, e a mortificarmi in
qualche austero chiostro... ".
Fu
il P Villefort che si prese l'incarico di prepararlo al Battesimo e, nello
stesso tempo, di dissuaderlo dal rinchiudersi in un chiostro.
A
questo punto si constatò una nuova meraviglia, che tutti attribuirono alla SS.
Vergine. Alfonso apparve inaspettatamente già ben preparato nella dottrina
cattolica. "Si trovò in lui - attestò il P Roothaan -, dopo la sua
conversione, il senso della fede in maniera concreta ed efficace, facendogli
comprendere, penetrare e ritenere con facilità quanto gli veniva proposto, al
punto che in pochissimi giorni fu istruito in modo più che sufficiente":
In
particolare si manifestò in Alfonso, una fede vivissima nella presenza reale di
Gesù nell'Eucaristia.
Il
29 gennaio pertanto, egli subì l'esame dal Card. Mezzofanti, a cui era commessa
la cura del Catecumenato, e fu ammesso a ricevere in forma solenne il
Battesimo, nella chiesa del Gesù, il mattino del 31 gennaio.
La
chiesa era gremita di gente, tra cui spiccava il fior fiore della nobiltà
romana. Il nome di Battesimo prescelto dall'interessato fu quello di "Maria"
e il suo padrino fu il barone Teodoro de Bussiéres.
Alfonso
fu battezzato dal Card. Costantino Patrizi, Vicario Generale di Sua Santità,
che gli amministrò anche il sacramento della Cresima.
Subito
dopo, Mons. Felice Dupanloup, oratore di fama e futuro vescovo di Orléans,
intrattenne l'uditorio con una commovente omelia in lingua francese.
Si
passò quindi alla celebrazione della S. Messa, durante la quale il Ratisbonne
poté ricevere per la prima volta Gesù Eucaristia.
Il
nuovo cristiano si fermò ancora presso i Padri Gesuiti per sei settimane e fu
ricevuto in udienza particolare dal Santo Padre, Gregozio XVI. Secondo una
testimonianza della biografia di Santa Caterina Labouré, il Papa fece vedere al
Ratisbonne in quella occasione, la Medaglia Miracolosa, che egli aveva
ricevuto in dono e che teneva in capo al suo letto.
Nel
frattempo il Vicariato di Roma istruì un regolare processo canonico
sull'apparizione dell'Immacolata e sulla conversione subitanea dell'ebreo. Le
17 sessioni si svolsero dal 17 febbraio 1842 al 1° aprile. Furono chiamati a
deporre nove testimoni, primo dei quali il veggente.
Dalla
severa inchiesta risultò che non vi era stata traccia di allucinazione o di
autosuggestione fanatica. La cappella di S. Michele non aveva alcuna statua o
quadro della SS. Vergine, che avesse potuto colpire la fantasia del veggente.
Il
Ratisbonne, secondo la testimonianza del P Villefort, ripeteva, più
meravigliato degli altri: "Quale grazia! Proprio a me che, un óra prima,
bestemmiavo ancora!".
Il
3 giugno 1842, con un decreto apposito il Card. Costantino Patrizi, Vicario
dell'Urbe, 'udita la relazione, visto il processo, visti gli esami dei testi e i
documenti, dopo matura considerazione, richiesto il parere anche dei teologi e
di altri uomini di pietà, secondo la formula del Concilio Tridentino...
pronunciò e dichiarò definitivamente che constava pienamente la verità
dell'insigne miracolo operato da Dio Ottimo Massimo, per intercessione della
Beata Maria Vergine, cioé la istantanea e perfetta conversione di Alfonso Maria
Ratisbonne dall’ebraismo "
L'apparizione
di Roma prendeva così il primo posto delle otto apparizioni riconosciute dalla
Chiesa, in questi ultimi 150 anni. Noi possiamo anche considerarla una
approvazione "indiretta" delle apparizioni dell'Immacolata a Santa
Caterina Labouré, quando le portò la Medaglia Miracolosa (Parigi 1830).
Quelle apparizioni infatti, non ebbero mai la sanzione ufficiale della Chiesa,
perché Santa Caterina non volle assolutamente presentarsi alla Commissione di
inchiesta, forse per suggerimento della Madonna stessa. La medaglia invece era
stata subito approvata dall'Arcivescovo di Parigi, Mons. Giacinto De Quelen,
perché non conteneva nulla contro la fede. Anzi l'Arcivescovo fu tra i primi a
diffonderla, fin dal 1832, e poi giunse anche a Roma, in mano al Papa e ai
cardinali.
Il
soggiorno presso i Padri Gesuiti di Roma servi al Ratisbonne per studiare il suo
avvenire. Egli aveva 28 anni ed era ben deciso a restare fedele alla sua
fidanzata, se essa avesse abbracciato la fede cattolica. Flora non lo illuse e
in una prima lettera del 14 febbraio gli scrisse: 'Non ti cullare in una inutile
speranza. Nessuno di noi seguirà il tuo esempio!".
Il
6 marzo gli diede la risposta definitiva: "Ora tutto è cambiato: Nfonso
di prima è scomparso; AAffonso di oggi non posso seguirlo... D'ora in poi ti
considero e ti amo come un fratello. Un'ebrea sa perdonare!".
Flora
si sposò il 27 agosto 1846 con Alessandro Singer, ma i suoi rapporti con
Maria-Alfonso migliorarono, tanto che, col marito, divenne una delle
benefattrici più generose delle sue opere, specialmente in Terra Santa.
Ai
primi di marzo Alfonso partì per Parigi, evitando di recarsi a Strasburgo dai
famigliari, nonostante l'invito espresso del Vescovo della città, Mons. Roess.
Nella capitale tutti lo vollero conoscere, per sentire da lui la storia della
sua conversione. Anche l'Arcivescovo, Mons. Affre, lo colmò di attenzioni. Egli
preferì nascondersi presso il fratello Teodoro, nella "Casa della
Provvidenza", dove le Figlie della Carità di S. Vincenzo De Paoli
assistevano 250 orfanelle.
Aveva
in animo un grande desiderio, quello di poter conoscere e parlare alla veggente
dell'Immacolata, Suor Labouré. Ne fece richiesta, attraverso il suo direttore,
il P Giovanni Aladel, ma Caterina, che viveva nel nascondimento, non volle
riceverlo, perché non fosse infranto il segreto promesso alla Madonna.
Maria
Alfonso si portò allora per due mesi nel Collegio di Juilly, per stendere un
racconto circostanziato degli avvenimenti, e lo mandò al Sac.
Dufriche-Degenettes (Lett. del 12 aprile 1842).
In
quel silenzio decise anche della sua vocazione. 'Le lettere della mia
fidanzata - scrisse -, mi rendono la mia libertà. Questa libertà la consacro a
Dio coll'intera mia vita, per servire la Chiesa ed i miei fratelli, sotto la
protezione di Maria SS. Io credo che il sacrificio totale della mia vita a
servizio di Nostro Signore Gesù Cristo sarà più utile e salutare alla mia
famiglia, che tutti i miei sforzi per convertirla... " (Lett. del giugno
1842 a Mons. Roess).
Il
20 giugno 1842, dopo aver elargito all'orfanotrofio che l'aveva accolto, un
generoso aiuto finanziario, entrò in povertà nel noviziato dei Padri Gesuiti
a Tolosa, e fece domanda al Superiore Generale di essere mandato volontario
nelle difficili missioni della Cina. I suoi amici lo credettero impazzito.
Intrapresi
gli studi di teologia nello studentato di Laval, fu ordinato sacerdote il 24
settembre 1848. D'allora fu denominato semplicemente Padre Maria.
Fu
destinato dapprima alla predicazione di "ritiri" e di "missioni
popolari" e poi nominato cappellano delle carceri di Brest, ministero che
preferì ad ogni altro.
Il
suo chiodo fisso però, la sua vocazione naturale era quella del fratello
Teodoro: lavorare e sacrificarsi per la emancipazione, conversione e
redenzione degli ebrei, del "suo popolo".
Capitolo
V
"Va,'
conduci le Figlie di Sion a Gerusalemme!" così aveva esclamato in una
omelia del 19 gennaio 1881 il P Maria, come fosse stato un ordine rivoltogli
dalla SS. Vergine.
Il
fratello Teodoro a Parigi aveva fondato nel 1843 le Suore di Nostra Signora di
Sion, per l'assistenza ed educazione degli orfani ebrei. Nel 1852 egli stava per
fondare anche il ramo maschile dell'Istituto, i Padri di Nostra Signora di
Sion, e aveva bisogno di soggetti, che sentissero ed amassero questa missione
specifica. Offrì pertanto ad Alfonso la possibilità di realizzare la sua
vocazione di sempre: spendere la sua vita come missionario per gli ebrei.
Col
permesso del Papa Pio IX, il P Maria lasciò la Compagnia di Gesù nel dicembre
del 1852, e si unì al fratello Teodoro. Le sue relazioni con i Padri Gesuiti
restarono sempre ottime e di grande riconoscenza. Poco prima di morire, in una
lettera del 18 marzo 1883, espresse ancora questo desiderio: 'Desidero con tutto
il cuore vedere la Compagnia di Gesù a Gerusalemme, sia per il bene della Terra
Santa che della Compagnia stessa. Coglierò tutte le occasioni per realizzare
questa impresa.
Entrato
nella nuova Famiglia religiosa, il P Maria pensò subito di realizzare il suo
grande sogno: portare a Gerusalemme le Suore di Nostra Signora di Sion.
Partì
per primo per la Terra Santa il 12 settembre 1855, e, otto mesi dopo, il 6
maggio 1856, lo raggiunsero le Suore.
In
Terra Santa doveva vivere per 30 anni, salvo brevi assenze, ed esservi sepolto.
Per
ben comprendere e valutare l'opera del P Ratisbonne, occorre conoscere, pur
sinteticamente, la situazione politica, economica e sociale della Terra Santa
in quel periodo.
Gerusalemme
e l'intera regione dipendevano dalla "Sublime Porta", la Turchia, e
tutto era difficile da ottenere dai musulmani.
Soltanto
la Custodia Francescana, sin dal 1291, provvedeva ai Luoghi Santi. I Cattolici
erano pochi.
Nel
1847 fu ricostituito il Patriarcato Latino, dopo cinque secoli e mezzo, e fu
affidato a Mons. Valerga, uomo di grande valore, ma povero di tutto. Non aveva
clero, non seminario, non episcopio, non scuole. Vi era una sola Comunità
femminile, quella delle Suore di S. Giuseppe dell'Apparizione, che accolsero,
nel 1856, le Suore di Sion.
La
povertà era enorme di tutti, ma particolarmente degli ebrei e dei cristiani.
Il
Santuario dell' "Ecce Homo"
La
prima opera a cui pose mano il P Maria fu il Santuario dell' "Ecce
Homo", che ospitò le Suore di Sion e l'orfanotrofio femminile.
Là
Gesù era stato flagellato, coronato di spine, condannato a morte; là era
risuonato il Crucifige! ed il grido blasfemo del suo popolo: '7l suo sangue
ricada pure su di noi e sui nostri figli!". Come avrebbe voluto che quelle
parole fossero state cancellate dalle altre di Gesù sul Calvario: 'Padre,
perdona loro, perché non sanno quello che fanno!':
Dopo
pratiche difficili e snervanti, nel 1857, il P Ratisbonne poté comprare le
rovine del Pretorio di Pilato. Erano soltanto un ammasso di cupolette sfondate e
crollate sui sotterranei, dove pullulavano topi e immondizie. Con sette anni
di duro lavoro e grandi sacrifici, poté veder sorgere su quelle rovine il
Santuario dell' "Ecce Homo", come tempio di espiazione del popolo
israelita.
Ne
affidò la custodia alle Suore di Sion, mentre fiorivano attorno le opere
della carità cristiana: un collegio gratuito per 100 orfanelle e un
semipensionato per 120 ragazze musulmane ed ebree. Più tardi furono accettate
anche ragazze di famiglie agiate, mentre un dispensario assisteva 200 ammalati
poveri di tutte le religioni. Prima che il Santuario dell' "Ecce Homo"
fosse compiuto, il P Maria apri una nuova casa (1860) a S. Giovanni in Montana,
oggi Ain Karem, a sei km. da Gerusalemme. Inizialmente la nuova casa era
destinata alle suore sofferenti per il clima, ma dovette accogliere subito le
orfanelle libanesi, sfuggite ai massacri dei Drusi.
Poi
giunsero orfanelle anche dalla Samaria, da Gaza, da Nazaret, da Betlemme e da
tante altre parti, ma lo spazio era limitato e le risorse pure. "Come sarei
felice - esclamava col cuore stretto P Maria -, se un giorno potessi raccogliere
tutti i poveri fanciulli di Gerusalemme e della Terra Santa, così come Nostro
Signore stesso desiderava radunarli come una chioccia sotto le sue ali!".
Un'Opera
analoga per 100 ragazzi il P Maria iniziò a S. Pietro in Gerusalemme nel 1873 e
la denominò Scuola di Arti e Mestieri. 1 giovani apprendevano i mestieri di
panettiere, falegname, tornitore, sarto, tappezziere, calzolaio, sellaio,
zincatore, stagnaio e scultore. 1 posti furono subito esauriti e il Ratisbonne
dovette dire di no: 'Non c eposto per voi. Per il mio cuore è una vera
tortura!".
Opere
siffatte richiedevano non solo collaboratori e collaboratrici, ma anche molto
denaro per sfamare tante bocche. E poiché la Palestina non poteva dare un benché
minimo aiuto, P Maria venne in Europa e mendicò il pane per i suoi orfanelli a
tutte le porte, umile e povero pellegrino d'Oriente, lui che era stato un
potente re della finanza.
Capitolo
VI
Dopo
molti rinvii, emozionato e timoroso, giunse a Roma il 26 gennaio 1878 in
incognito.
Si
precipitò a Sant'Andrea delle Fratte, per prenotare la celebrazione della
Santa Messa per il giorno seguente.
-
Volete celebrare all altare della Madonna del Ratisbonne? -, gli chiese il Padre
custode.
-
Sì, sarei molto contento di celebrare là.
-
Di dove venite?A quale missione appartenete? - Vengo da Gerusalemme.
-Allora
conoscete il Ratisbonne?
-
Oh sì, lo conosco molto bene. La Messa la celebrerò proprio per lui. - Va
bene!
Anche
alla chiesa dei Padri Gesuiti conservò l'incognito il giorno seguente.
Ecco
i suoi sentimenti espressi al fratello Teodoro, il 27 gennaio, dopo aver
celebrato a Sant'Andrea: 'Questa mattina ho celebrato allaltare della 'Madonna
del Ratisbonne"... Appressandomi all altare tremavo e ripetevo al Signore
queste parole: - Non guardare ai miei peccati, ma ai frutti di carità della tua
Congregazione! -. Sono unto dall emozione... ':
Il
4 febbraio celebrò in Sant'Andrea per l'ultima volta e poi scrisse al fratello
sacerdote: E' stato duro allontanarmi da questo altare e da questa chiesa.
Uscendo sono stato sul punto di cadere. Mi sembra che una parte dei mio cuore,
della mia anima e della mia vita resta là. Avrei tanto desiderato di morirvi. L
ho chiesto a Maria con insistenza, ma, dalla cappella di fronte, quella dell'
'Ecce Homo , ho udito un comando: "Va! Va!" ed ho obbedito':
Il
l ° febbraio, il Papa Pio IX, benché gravemente infermo e vicino a morire,
volle riceverlo in udienza privata e intrattenersi con lui per circa un'ora,
informandosi delle sue attività apostoliche a Gerusalemme.
Questa
visita fece cadere l'incognito della sua presenza a Roma. Fu una gara di inviti,
specialmente dai religiosi, ma che egli non gradì. Compreso da profonda umiltà,
affrettò la sua partenza, che avvenne il 4 febbraio. Non avrebbe più riveduto
Roma e la chiesa della sua miracolosa conversione, ma quella luce che lo aveva
folgorato il 20 gennaio 1842, lo avrebbe accompagnato fino alla morte.
Gli
ultimi anni del buon Padre furono segnati dalla sofferenza, ma egli non perdette
mai il brio del suo temperamento e della sua conversazione.
La
Croce e Maria erano i suoi due grandi amori.
'Dal
Calvario al cielo - soleva ripetere -, non vi è che un passo!". Era
divenuto quasi cieco e pareva consumato più dalle fatiche che dagli anni.
Sapendolo così sfinito e in uno stato di debolezza generale, i suoi religiosi
di Parigi facevano pressione, perché lasciasse la Palestina e raggiungesse la
Francia. Ed egli rispondeva: 'Lasciate il povero Alfonso Maria nel suo
cantuccio... E' divenuto quasi cieco e domanda una cosa sola: morire in pace
sulla Via Dolorosa!': Non avrebbe lasciato Gerusalemme se non per salire al
cielo. Intanto, il 10 gennaio 1884, moriva a Parigi il fratello Teodoro, a 84
anni di età. Alfonso ne ebbe notizia il 20 gennaio e pianse il fratello con
molte lacrime. Era lui che gli aveva aperto la strada alla conversione col suo
esempio.
Il
l ° maggio anche il P Maria si ammalò di polmonite, nella sua povera residenza
di Ain Karem. La sua cella a pian terreno non misurava che m. 4 per 5.
L'arredamento si limitava ad uno scrittoio, un pagliericcio, un guanciale di
crine ed una catinella.
Il
6 maggio le sue condizioni si aggravarono. La Vergine Santa era sempre presente
al suo spirito ed egli sembrava impaziente di raggiungerla.
Al
P Estrade aveva confidato: '7o non sono che un peccatore, eppure non ho paura
della morte, anzi la desidero!... Vorrei morire recitando il 'Ricordati, o
Maria':
A
quanti lo assistevano raccomandava: "Quando sarò alla fine, non
suggeritemi le invocazioni per i moribondi; ditemi solo: Maria! Questa parola
scenderà nel mio cuore!".
Poco
prima di morire supplicò: 'Perché mi torturate con le vostre cure? La
Santissima Vergine mi chiama e io ho bisogno di Lei. Desidero solo Maria; per
me è tutto!".
Prima
di spirare, parve rapito in estasi per qualche minuto. Ai presenti sembrò che
contemplasse la SS. Vergine, come quando gli era apparsa a Roma il 20 gennaio
del 1842.
Aveva
70 anni.
Gerusalemme
pianse sinceramente il Padre di tanti orfani.
Alla
Messa funebre nella basilica dell' "Ecce Homo", presenziarono più
di 200 sacerdoti e il corteo che accompagnò la salma ad Ain Karem, era composto
da una folla di persone di ogni religione e di ogni ceto sociale.
Forse
con un po' di esagerazione retorica del momento, il Card. Simeoni, Prefetto di
Propaganda, dichiarò: 'In pochi anni P. Maria ha fatto per il bene di
Gerusalemme piu di tutti gli altri in due secoli!':
'Sulla
mia tomba - aveva detto il Ratisbonne -, metterete soltanto queste due parole:
Padre Maria':
I
suoi protetti vollero però aggiungere, sotto la statua di marmo dell'Immacolata
della Medaglia Miracolosa con le braccia aperte, quest'altra invocazione:
"0 Maria, ricordati del figlio tuo, che è la dolce e gloriosa conquista
del tuo amore!".
Per
il P Alfonso Maria Ratisbonne non si può parlare di numerose conquiste, come
delle centinaia di conversioni operate dalla Grazia Divina, per mezzo del
fratello Teodoro. Tuttavia il suo esempio e, ancor più la sua carità, ebbero
un'efficacia vasta e profonda. Alla sua morte si poterono contare ben 28 membri
della famiglia Ratisbonne, che si erano convertiti al cattolicesimo.
Come
uomo aveva sortito da natura un carattere gioviale, aperto, ottimista. Gli
piaceva scherzare e ridere. '7l mio temperamento allegro - soleva dire -, è una
vera grazia di stato':
A
una suora che gli chiedeva: - Come fate a cambiare la soferenzà in gioia? -
rispondeva: - Dico tutto alla Vergine Santa, le confidò tutto ciò che mi può
tormentare, addolorare e inquietare e poi la lascio fare. Come posso allora
essere triste?".
Benché
avesse conservato la sua vivacità anche da anziano come a vent'anni e fosse
capace di adirarsi, era pronto a riconoscere il suo torto e a chiederne scusa.
Del
resto questa allegria e vivacità si accompagnava ad una squisita bontà.
Circondava di affetto e sollecitudine chi gli stava vicino, specialmente i più
umili e indifesi. Fraternizzava con i domestici di Ain Karem, fino a farli
mangiare alla sua stessa tavola, quando sapeva che non avevano il necessario.
Vegliava i bambini gravemente malati durante la notte e invitava per turno i più
piccoli a fare colazione con lui, in onore di Gesù-Bambino.
Con
grande spirito ecumenico ripeteva fin d'allora: 'Bisogna allargare il cuore; non
bisogna fare alcuna distinzione tra il latino, il greco, il maomettano e
l'ebreo, ma occorre abbracciar tutti con amore.!"
Come
sacerdote si distinse per una fiducia illimitata in Maria, e non poteva essere
diversamente. Con umiltà semplice e sincera riconosceva i suoi limiti, ma più
si umiliava, più grande si faceva la sua fiducia in Maria. 'La mia confidenza
in Maria - confessò -, rasenta la temerità!".
Eccezionalmente
un 20 gennaio, anniversario della apparizione di Roma, il P Maria accettò di
parlare alla sua Comunità della Madonna: "Voi desiderate che io vi parli
della Vergine... Era bella, tanto bella, una luce nella luce.!..."
Dette
queste parole, scoppiò in lacrime e si alzò scongiurando: 'Non chiedetemi più
di parlarne!':
Nel
1843, ovviamente spinto dall'esperienza vissuta da Alfonso il 20 gennaio 1842 a
Roma, Teodoro Ratisbonne fondò a Parigi la Congregazione delle Suore di Nostra
Signora di Sion, approvata dalla Santa Sede nel 1863.
Lo
scopo iniziale era la "santificazione dei suoi membri e dei figli di
Israele" : Il Concilio Vaticano II ne ha ulteriormente ampliato il fine,
chiamandola a 'testimoniare nella Chiesa e nel mondo, la fedeltà di Dio al
suo amore per il popolo ebreo, a lavorare al compimento delle promesse bibliche,
da Dio rivolte ai Patriarchi e ai profeti d’Israele per tutta l’umanità"
(Costituzioni delle Suore di Sion, 1984).
Le
Suore di Sion devono inoltre vivere della Parola di Dio come Maria, in ascolto
della tradizione ebraica, nella quale il cristianesimo riconosce le proprie
radici.
La
Congregazione non ha soltanto un ramo femminile (1843), ma anche uno maschile
dal 1852.
Il
ramo femminile conta oggi complessivamente 120 residenze e si suddivide in tre
categorie:
1)
Le suore apostoliche, che furono le prime, lavorano in 22 nazioni nella
pastorale, nell'educazione della gioventù, nella catechesi, nella formazione
biblica ecc.
E'
loro compito specifico promuovere il dialogo con gli ebrei ed operare nelle
attività sociali che favoriscono la riconciliazione.
2)
Le suore contemplative, fondate nel 1926, sono chiamate ad essere dei focolari
di lode e intercessione presso Dio. Attualmente hanno quattro conventi in
Brasile, Francia e Israele.
3)
Le Ancelle, di più recente fondazione e forse ancora in via di esperimento,
vestono abito civile, per poter penetrare più facilmente in ambienti
scristianizzati ed ostili alla Chiesa.
Il
ramo maschile è presente a Gerusalemme, in Francia ed in Brasile. Dirige a
Parigi un Centro attivo di informazione e di studio dei problemi di Israele e
suo compito specifico è la conversione degli Ebrei.
Un
prodigio sulla tomba di Alfonso Maria Ratisbonne (1966)
Ain
Karem, un pittoresco paesino di Israele, che oggi fa parte della periferia
della grande Gerusalemme ebraica, secondo la tradizione, fu la patria di S.
Giovanni Battista, il Precursore di Gesù, e perciò il luogo dove Maria SS.
cantò il suo Magnificat.
Ad
Ain Karem, nella proprietà del convento di Nostra Signora di Sion, riposa
Alfonso Maria Ratisbonne, la cui pietra tombale è sormontata dalla statua
dell'Immacolata della Medaglia Miracolosa.
Nel
mese di aprile 1966, Suor Bernès, Superiora delle Figlie della Carità del
vicino istituto per bambini handicappati ebrei, scriveva alla casa-Madre di
Parigi quanto segue:
"Questa
casa di Ain Karem, dove assistiamo piccoli anormali, non appartiene alla
Comunità. Era la casa di campagna degli alunni dei Padri Bianchi, che l hanno
affidata alla nostra custodia.
Un
giorno, parecchi anni fa, un operaio, tagliando un ramo dellíalbero che si
trova davanti alla statua dellImmacolata della piazzetta, si fermò interdetto:
la sezione del ramo riproduceva esattamente la parte posteriore della Medaglia
Miracolosa, con le tinte brune naturali del legno.
Egli
si recò all'Ospizio e, senza dir parola, fece vedere il ramo. - Ma é la nostra
Medaglia! - esclamarono le Suore.
Qualche
giorno dopo io andai da Padri Bianchi e mostrai loro la sezione del ramo: stessa
esclamazione!
E
tanto grazioso e commovente questo ricamo naturale del legno!
I
Padri Bianchi mi pregarono di lasciar loro il ramo e io non potei rifiutare,
perché l ídbero, come tutto il resto, appartiene a loro.
Qualche
settimana fa, le autorità israeliane ci hanno fatto richiesta della mappa della
proprietà. Ci rivolgiamo ai Padri Bianchi e veniamo a sapere che il terreno, su
cui è costruita la casa, era stato comprato dal P. Ratisbonne, il quale
certamente aveva fatto erigere la statua dell’Immacolata. Ho ricordato allora
il fatto del ramo e sono rimasta pensosa...
Non
è sorprendente questo accostamento: Ratisbonne, il "veggente "di
Roma, la cui conversione è attribuita alla Madonna della Medaglia Miracolosa, e
questo ramo, nel quale il gioco della linfa ha impresso il monogramma di Maria?".
(da
L Eco della Casa-Madre, Ed.C., Napoli, giugno 1966)
1)
Lettera di Alfonso Ratisbonne alla fidanzata Flora. (Scelta dei passi più
importanti)
Mia
carissima,
Tu
starai per credermi pazzo. Tre volte io ti ho annunziato la mia partenza per la
Sicilia e Malta, e tre volte, senza potermi dare ragione io stesso di quel che
accade in me, succede che, sul punto di partire, Roma mi attrae, Roma mi seduce,
Roma mi tiene.
A
Napoli uscivo per fissare il posto sulla nave a vapore, e, obbedendo ad una
forza irresistibile, cambio improvvisamente e involontariamente direzione, e
corro, non so come, all'ufficio della diligenza per Roma...
A
Roma, senza maestri, senza libri, ho imparato di più in pochi giorni, anzi
posso pur dire in poche ore, di quanto potessi imparare in tutta la mia vita, se
non vi fossi venuto. Unisci, mia cara, le tue preghiere alle mie per renderne
grazie a Dio.
Tu
stupisci, mia Flora, del tono serio e religioso della mia lettera. Essa
contrasta in modo meraviglioso e prodigioso con le bestemmie d'ogni fatta, che
ho proferite nelle mie lettere precedenti, logica conseguenza della mia
irreligiosità e dell'empia atmosfera in mezzo a cui vivevo. Ebbene, Flora mia,
è un miracolo nel vero senso di questo vocabolo; è un miracolo inaudito quello
a cui debbo un così repentino cambiamento; è per mezzo di un miracolo che si
è riempito il vuoto che c'era dentro di me; è per un miracolo che io sono ora
il più felice degli uomini...
Ti
ripeto, mia cara Flora, che io non sono pazzo... Te lo giuro, le disposizioni
improvvise nelle quali mi trovo, non sono dovute che a un miracolo.
So
bene a quali motteggi mi espongo da parte di coloro che ridono di tutto (ed io
ero di questi poco tempo fa), che ridono perfino di Dio, nonostante le sue
meraviglie di ogni giorno...
Questo
miracolo tu lo conoscerai; io non voglio parlartene oggi, non perché ti creda
indegna di conoscerlo, ma perché occorre che tu sia preparata ad aggiungervi
fede...".
(Firmato)
Maria Alfonso Ratisbonne
2)
Lettera di Alfonso Ratisbonne allo zio di Strasburgo. (Scelta dei passi più
importanti)
Mio
caro zio,
...Dalle
mie lettere hai potuto vedere da quali sentimenti io fossi animato. Avevo un
certo senso religioso, ma anticristiano e anticattolico. ...Non sono forse
stato io quello della famiglia, che ha maggiormente perseguitato Teodoro?
(Qui
Alfonso fa una dettagliata narrazione dell ;apparizione e della sua conversione
e poi soggiunge.)
Che
cosa era dunque accaduto? Un miracolo! - direte voi ridendo. Ridete, ridete,
poveretti, ma quando avrete riso ben bene, vi porrete a riflettere, a cercare di
trovare una causa di una simile conversione... Ridete, ridete, empi! Ma verrà
per ognuno di voi un'ora solenne, in cui non riderete, in cui penserete
seriamente a quel che oggi io vi dico...
Io
non ho affatto intenzione di entrare negli Ordini Sacri. Quella che dovrà
decidere è Flora, che io amo di sincero amore, come sempre l'ho amata e amerò.
Si presentano due soluzioni: o Flora crederà alla verità di quel che le dirò,
o non ci crederà. Se essa ci crede, seguirà necessariamente l'esempio mio; si
farà cattolica, il nostro matrimonio avverrà ai piedi dell'altare, davanti a
Cristo, e la nostra casa, la nostra felicità, l'educazione morale e religiosa
dei nostri figli... attirerà gli altri col nostro esempio.
Se
invece Flora non crede alla verità delle mie parole, senza difficoltà
rinuncerà a un uomo, che, usando di simili imposture, si rende indegno di lei.
Ma allora io le darò una solenne smentita, per
obbedire
alla voce di Dio: rinunzierò al mondo e passerò la mia vita in uno dei
chiostri più austeri del cristianesimo... per porgere, fino all'ultimo istante
della mia vita, fervide preci a Dio per la vostra conversione...
Addio,
mio caro zio! Allego una lettera per Flora, che consegnerai, se lo giudichi
conveniente. Io dispongo il suo animo e poi tu le dirai la risoluzione che ho
preso...
(Firmato)
Maria Alfonso Ratisbonne
3)
Seconda lettera di Alfonso alla zio di Strasburgo.
(Scelta
dei passi più importanti)
Mio
caro zio,
...
Se non fossi cattolico d'anima e di cuore, le vostre lettere mi avrebbero dato
la morte o fatto perdere il senno... Io ho attinto il mio conforto, la mia
rassegnazione nel fervore delle mie preghiere; ho pianto e sono stato
consolato...
Ti
giuro, zio, in nome di quanto vi ha di più sacro, che la mia conversione non ha
altra causa che un fatto miracoloso...
Ti
scongiuro, mio caro zio, non mi negar la mia Flora!...
Se
mi si nega Flora, la mia decisione è presa: consacrerò tutta la mia vita a
pregare per lei, per voi, e a mortificarmi nel fondo di qualche rigido
chiostro!...
(Firmato)
Maria Alfonso Ratisbonne
4)
Lettera di Alfonso Ratisbonne al P. Francesco DAversa, Curato di SantAndrea
delle Fratte, ed ai Padri Minimi.
(Passi
più importanti)
Carissimi
e venerabili Padri,
Sento
profondamente il bisogno di ringraziarvi delle gentilezze senza numero, che mi
avete prodigato durante il mio ultimo soggiorno a Roma. Mai il ricordo delle
consolazioni avute a S. Andrea delle Fratte potrà concellarsi dal mio cuore...
La
Madonna di S. Andrea, nell'attirarmi nuovamente a Roma dopo un'assenza di 36
anni, mi ha elargito un secondo favore straordinario e una consolazione
inesprimibile: la mia visita a S.S. Pio IX il 1 ° febbraio. Non è stata
provvidenziale? Un giorno in più e sarebbe stato ormai troppo tardi e non avrei
potuto ricevere le ultime benedizioni del grande Papa per me e per la
Congregazione di N.S. di Sion...
(Firmato)
P Maria Alfonso Ratisbonne
(N.d
R) Il Papa Pio IX morì il 7 febbraio 1878.
5)
Decreto del Card. Patrizi sulla conversione miracolosa di Alfonso Maria
Ratisbonne.
(Brano
centrale)
...L'Em.mo
e Rev.mo Sig. Card. Vicario dell'Urbe, udita la relazione, visto il processo,
visti gli esami dei testi, e i documenti, dopo matura considerazione, richiesto
il parere anche dei teologi e
di
altri uomini di pietà secondo la formula del Concilio Tridentino, Sessione
25, sulla invocazione, venerazione, reliquie dei santi e immagini sacre, disse,
pronunciò e dichiarò definitivamente che constava pienamente la verità
dell'insigne miracolo operato da Dio Ottimo Massimo, per intercessione della B.
Maria Vergine, cioé la istantanea e perfetta conversione di Alfonso Maria
Ratisbonne dall'ebraismo...
Costantino
Patrizi Card. Vicario