NEL SEGNO DEL PADRE
profilo
spirituale di fra Gioachino M. Rossetto dei Servi di santa Maria (1880-1935)
fondatore della Famiglia delle «figlie di Dio» e dei Sacerdoti «figli di Dio»

preghiera
Ti
ringraziamo, o Padre amabilissimo, per il tuo servo fra Gioachino Maria
Rossetto, che hai voluto missionario del tuo amore con la testimonianza della
vita e con l'insegnamento. In obbedienza alla parola del Signore Gesù, sul
suo esempio e mosso dallo Spirito santo, egli ha osato chiamarti e farti chiamare:
«Abbà, Papà!» Fa' che sappiamo accogliere e vivere la sua eredità spirituale
e che la Chiesa riconosca l'esemplarità della sua vita e la fecondità del
suo insegnamento. E per l'intercessione di padre Gioachino concedi a noi la grazia
che fiduciosi ti domandiamo, nel nome di Gesù...
Maria,
Figlia prediletta del Padre, da' il tuo sostegno alla nostra preghiera. Amen.
[con approvazione ecclesiastica]
Sono lieto - in questa solennità
della Natività di santa Maria, "patrona" della città e diocesi di
Vicenza - di dare l'imprimatur, ossia la licenza per la stampa, a questo
libretto che contiene un «profilo spirituale» di Gioachino Maria Rossetto
(1880-1935), certamente una delle figure più eminenti dei frati vicentini dei
Servi, nella prima metà di questo secolo. Il 15 settembre, memoria della beata
Vergine addolorata, saranno esattamente tre anni da quando è iniziato a
Vicenza, dopo tanta attesa, il processo diocesano per la causa di beatificazione
e canonizzazione di questo priore della comunità dei Servi di santa Maria di
Monte Berico nel delicato e fecondo decennio tra il 1915 ed il 1925, anni della
prima grande guerra e della immediata ricostruzione. Egli ha aperto a Vicenza, e
in varie altre diocesi venete, per la prima volta precisi orizzonti missionari
ed ha, progressivamente, impegnato tutta la sua vita ed il suo servizio
ecclesiale a sperimentare e a diffondere il vero motivo di ogni missione: il
riconoscimento della paternità di Dio, nella simultanea riscoperta della nostra
divina figliolanza, sulla traccia di santa Maria, «prima figlia di Dio».
La sua
associazione di «figlie di Dio», consacrate nel mondo, è iniziata
simbolicamente il giorno del Natale di Gesù Cristo del 1919, dopo un mese
dall'intuizione definitiva, ricevuta dallo Spirito santo in una settimana di
ritiro a Monte Senario. Era lo stesso anno, in cui un altro frate, Agostino
Gemelli, dei Minori, apriva un simile cammino profetico nella Chiesa italiana:
l'Opera della Regalità di nostro Signore e la Famiglia delle figlie di Dio sono
i nuovi germogli, nell'Italia del primo dopoguerra (1919), di quelli che, dal
secondo dopoguerra, papa Pio XII avrebbe approvato come "istituti
secolari".
È con grande gioia che approvo la
stampa di questo opuscolo popolare, scritto - velocemente e con gusto - da
Vincenzo Benassi, di Roma, da sempre vicinissimo ai frati dei Servi ed oggi il
massimo divulgatore in Italia della storia plurisecolare e di molte figure di
rilievo dell'Ordine: questo dono al popolo di Dio, infatti, avviene - e non a
caso - alle soglie dell'ultimo anno di preparazione immediata al grande Giubileo
dell'Incarnazione, che il papa Giovanni Paolo II vuole dedicato alla
misteriosa (e vicinissima) persona del Padre, sorgente di ogni vita.
Buona lettura,
quindi, e buona vita evangelicamente aperta verso l'Alto.
FRA
GIOVANNI M. SPERMAN, O.S.M. priore provinciale dei Servi
VICENZA,
santa Maria di Monte Berico, 8 settembre 1998
«Il
1999, terzo ed ultimo anno preparatorio [al Giubileo], avrà la funzione di
dilatare gli orizzonti del credente secondo la prospettiva stessa di Cristo: la
prospettiva del "Padre che è nei cieli ", dal quale è stato mandato
ed al quale è ritornato». Così Giovanni Paolo II nella sua lettera apostolica
Tertio millennio adveniente.
Ebbene,
il servo di Dio, fra Gioachino M. Rossetto, è stato maestro spirituale di
grande efficacia nel proporre la prospettiva del «Padre che è nei cieli», in
tempi nei quali né la teologia né la dottrina spirituale le davano grande
rilievo. E questa prospettiva lui l'ha vissuta in un abbandono totale alla
volontà del Padre, abbandono constatatile nell'obbedienza che ha
caratterizzato la sua vita. È soprattutto questo aspetto dell'obbedienza,
espressione di amore filiale al Padre e di fiducia in lui, che Vincenzo Benassi
nel presente profilo spirituale mette bene in risalto, quasi come chiave
interpretativa di tutta la ricchezza interiore e di tutta l'attività di fra
Gioachino.
L'Istituto
secolare femminile da lui fondato nel 1919 e la corrispondente Unione
sacerdotale, a cui ha dato inizio negli ultimi anni della sua vita, approvati
dalla Chiesa con la denominazione di «san Raffaele arcangelo», sono lieti
della pubblicazione di questo scritto, con la speranza di una diffusione che
faccia conoscere il servo di Dio, e che soprattutto contribuisca a quello che è
stato lo scopo della sua esistenza: che «sia
santificato il nome del Padre, che venga il suo regno di Padre, che da tutti sia
fatta, con amore di figli, la sua volontà di Padre» (dai suoi scritti). E
colgono l'occasione per formulare un auspicio: di poter ripristinare anche
ufficialmente il nome originario e scopertamente significativo di «Famiglia
delle figlie di Dio» e di Sacerdoti «figli di Dio». Nell'anno del Padre, e
durante il processo di beatificazione del Rossetto, anche il recupero verbale
del carisma, per il quale egli tanto ha sperato e sofferto, assumerebbe il
valore di un riconoscimento per lui e soprattutto di lode a Dio.
Affidiamo queste pagine a Maria, figlia prediletta del Padre.
NADIA
SARTORI,
responsabile
dell'Istituto secolare e DON MARIO ALBERTINI, responsabile dell'Unione
sacerdotale VITTORIO VENETO, Casa "Pater" (via Fogazzaro 28), 15
settembre 1998
INTRODUZIONE
Il 15 settembre 1995, nella basilica
di santa Maria di Monte Berico a Vicenza, aveva luogo la solenne apertura della
causa di beatificazione e canonizzazione di fra Gioachino Maria Rossetto,
religioso presbitero, dell'Ordine dei Servi di santa Maria, nato a Falgare di
Poleo, Schio, in provincia di Vicenza, l'8 giugno 1880 e spentosi, all'età di
55 anni, nel convento di Tirano (Sondrio), 1' 11 giugno 1935. In chiusura
dell'omelia di quella solenne celebrazione, il vescovo di Vicenza monsignor
Pietro Nonis, riconosciuto ed apprezzato cultore di cose storiche, formulò
questa singolare invocazione alla Vergine. Disse: «A lei domandiamo di
accompagnare il cammino e l'opera di coloro che con fatica assidua, con prudenza
evangelica e con senso di sapienziale giudizio attenderanno al compito, non
lieve, di esaminare la vita e le opere, gli scritti e i detti, di padre
Gioachino Rossetto». Ce n'è abbastanza, in questa preghiera, per dissuadere
e sgomentare chi si accinga a riproporre la figura di questo frate ‘santo’,
soprattutto se a farlo è chi voglia stendere un profilo essenziale destinato ad
un pubblico vasto, essendo scontato che è molto più facile trattare di un
argomento in maniera difficile di quanto non sia agevole farlo in maniera
semplice e facile, anche se ovviamente veritiera.
E il lettore
mi consenta una confidenza che forse spiega lo spirito di questo breve profilo.
Entrando, qualche tempo fa, nella basilica di Monte Berico, fui colpito alla
vista del bel confessionale che si trova a destra di chi guarda la Pietà di
Bartolomeo Montagna. Al
suo interno è collocato il ritratto di fra Gioachino M. Rossetto, con in alto
una scritta che ricorda i tanti anni del suo ministero della riconciliazione e
della direzione spirituale. Sotto l'immagine un cuscino di fiori freschi. Sulle
prime, a quella vista, provai un brivido. Quel confessionale, tirato a lucido,
mi sembrò per un attimo, la bara - in posizione verticale - del santo frate
oggi spiritualmente riesumato. Pensai al giorno in cui egli, nel silenzio e
quasi nell'anonimato, morì e fu sepolto a Tirano. In quei giorni, nello
stendere i necrologi d'obbligo, ci si dovette attenere ad una disposizione
tassativa ‘dei superiori’: non menzionare che il santo frate aveva fondato -
con preveggenza anticipatrice e profetica - quello che oggi è divenuto
l'Istituto secolare (con l'Unione sacerdotale) "san Raffaele arcangelo".
Si dicesse pure tutto il bene che si voleva di lui, ma, ora che aveva ‘tolto
l'incomodo’, si tacesse ... che cosa? Ciò che era stato, invece, il motivo
della sua santificazione, perché proprio quell'iniziativa, germogliata,
forse, durante la breve permanenza del giovane Rossetto in terra missionaria
(1913), lo aveva trasformato in maestro di spiritualità, di una spiritualità
incentrata sulla paternità di Dio. Contestualmente, però, proprio quell'iniziativa
era stata per lunghi anni la causa di dolorosissime incomprensioni, di veti
incrociati, di insinuazioni e di calunnie, che egli, tuttavia, accettò con il
medesimo spirito che ispirò la preghiera di Cristo nel Gethsemani: "Padre,
se vuoi, allontana da me questo calice; però, non la mia, ma la Tua volontà
sia fatta" (Luca 22,42). Di fronte a quel confessionale, anzi, a quella
riesumazione, pensai a Giobbe che, rifiutando le spiegazioni che i suoi migliori
amici gli davano della sua umiliante infermità, gridò la sua ostinata volontà
di presentarsi, anche morente, di fronte a Dio, con le sue carni disfatte, per
"difendere" la sua innocenza (Giobbe 13, 13-18).
È accaduto a
fra Gioachino M. Rossetto quel che accadde - e continua ad accadere - a tanti
'santi': di essere profeti incompresi in vita per poi diventare
straordinariamente attuali dopo la morte. Il Rossetto fu un maestro ed un
testimone di vita cristiana tutta orientata in una spiritualità robusta ed
essenziale. E le sue "figlie" (e i suoi "figli") - oggi
presenti in Italia, in America Latina e in Africa - confermano l'assurdità del
silenzio in cui si volle fosse avvolta la sua morte. Un silenzio che si trascinò
per alcuni decenni, fino a quando i suoi stessi confratelli, prendendo atto
della bontà del seme gettato nella terra e della esemplarità della sua
testimonianza, non soltanto ne riabilitarono la memoria, ma si impegnarono con
grande serietà a promuoverne la causa di canonizzazione.
L'anno che
precede la fine del secondo Millennio, per volontà del papa Giovanni Paolo II
è dedicato dalla Chiesa universale ad una speciale riflessione su Dio
"Padre". Questo profilo spirituale non ha altro scopo che di
presentare uno straordinario e moderno testimone, non tanto di questa
riflessione sul Padre, quanto di una vita condotta `per mano' dal Padre. E non
è casuale che il suo scritto più importante - edito in vita - rechi per
titolo: Abbà-Pater!
Chi vorrà saperne di più intorno al
Rossetto non ha che l'imbarazzo della scelta. In appendice a questo profilo,
offrirò una traccia bibliografica orientativa. In queste pagine, scritte come
si trattasse di una conversazione conviviale, mi limiterò a tracciare nelle
linee essenziali il suo profilo spirituale, premettendo quegli elementi della
sua vita e della sua opera che meglio fanno risaltare tale profilo; e mi sentirò
del tutto premiato se il lettore riuscirà a cogliere in queste pagine la
lezione di vita impartita da lui.
VITA
Ogni
essere umano, l'accetti o meno, è sempre figlio del suo tempo. Non si nasce e
non si vive soli, semmai soli si muore.
Si nasce in un'epoca, in un luogo, abitualmente in seno a una famiglia, tra gente che parla una sua lingua; già prima di nascere, il contesto è fatto di costumi, di abitudini, di credenze religiose e di idee (o ideologie) sociali e politiche; si nasce in ricchezza o povertà, oppure né poveri né ricchi; nel cuore di una guerra o in tempo di pace. Si vive un attimo, a breve o a lungo; si nasce robusti o fragili, di intelligenza acuta oppure mediocre o scarsa. Vivere è conoscere, scoprire, apprendere. Con tutto ciò, molto della vita di ogni essere umano resta un mistero. A tutto questo si aggiunga il peso della ‘fortuna’, della fatalità delle circostanze o del disegno inafferrabile della Provvidenza, per cui, come scriveva un poeta latino, «ogni vicenda umana è legata ad un filo e basta un nulla perché anche le cose più solide crollino».
Non
è dunque la medesima cosa essere nati e vissuti nel Settecento, nell'Ottocento
o nel Novecento; in Veneto o in Sicilia; nel mondo cristiano o in quello
islamico; in campagna o in città, e via discorrendo.
Chi
ha studiato a fondo la vita e l'opera di fra Gioachino M. Rossetto sa che il
doveroso lavoro di scavo sinora compiuto attende di essere integrato in un'opera
che situi la sua vita nella storia religiosa e civile di fine Ottocento e del
primo Novecento. Chi avrà il compito o la sorte di farlo completerà un quadro,
che sino ad oggi resta incompleto.
I
luoghi e i tempi che furono il principale teatro della vita e dell'attività
di padre Rossetto nulla o quasi conservano ormai del contesto umano, sociale,
culturale e religioso di un secolo fa.
Il
Veneto di fine Ottocento non era l'opulenta regione di oggi, ma tra le più
povere d'Italia, con il più alto numero di emigranti. Tra il 1876 e il 1900
emigrarono dal Veneto - in cerca di lavoro in Europa e nelle Americhe – per
l'esattezza, 940.711 unità, contro le 520.791 della Campania, le 275.926 della
Calabria e le 226.449 della Sicilia. Un dato la dice lunga sugli altri. Nel
quindicennio successivo (1901-1915), i rimpatri verso le regioni italiane - che
furono notevoli nelle regioni meridionali - furono del tutto marginali in Veneto
(39.753 contro i 292.522 della Sicilia!).
Altra
caratteristica demografica del Veneto tra fine Ottocento e il primo decennio del
Novecento fu il costante aumento della popolazione: tra il 1881 e il 1901,
l'aumento annuo per mille raggiunse il 5,64 e dal 1901 al 1912 1' 11,44. Le
famiglie con più di 9 membri costituivano il 10,72% della popolazione contro
il 2,57% del Piemonte e il 5,29 della Lombardia.
Nel
poverissimo Veneto, il clero e i religiosi erano numerosi. Chi voleva far
studiare i figli, soprattutto oltre le prime classi elementari, non aveva che
una scelta: il seminario o un collegio di aspiranti alla vita religiosa.
C'è
da dire, tuttavia, che nel Veneto povero e spinto all'emigrazione, il comune di
Schio - che allora comprendeva le tre frazioni di Giavenale, Piane e Poleo (nel
cui territorio abitavano i Rossetto) - costituiva una sorta di eccezione. Con
l'annessione del Veneto nel 1866 al Regno d'Italia, erano cessate per «la città
della lana» non soltanto la sudditanza straniera, ma anche certe restrizioni
doganali e riduzioni di aree mercantili che ne avevano frenato lo sviluppo.
Soprattutto grazie al rapido affermarsi della Società Anonima Lanificio Rossi,
Schio divenne ben presto un'eccezione. L'industria tessile attirò emigrazione
interna e favorì un inurbamento reso necessario dalla difficoltà degli
spostamenti in un'epoca in cui le ore lavorative giornaliere erano dodici e i
minori impiegati nelle fabbriche un numero elevatissimo. La popolazione
operaia del Lanificio Rossi (tessitori, scardassatori, tenditori, filatori e
tintori) passò dalle 2.050 unità del 1869 alle 4.017 del 1874 e alle 4.762 del
1887.
Sebbene
per molti versi la politica industriale di Alessandro Rossi, fondatore del
lanificio e poi anche senatore del Regno, fosse illuminata, le condizioni degli
operai non erano invidiabili. Lo mettono in luce due circostanze: il ritmo di
lavoro dei minori e l'alto tasso di malattie provocate dalla lavorazione della
lana. Un autorevole testimone del tempo scriveva: «Conviene vedere quei
fanciulli e quelle fanciulle, quegli operai che frequentano le nostre
fabbriche... Si dica pure essere fanciulli che varcano il 14° anno (una legge
del 1886 aveva limitato età ed orario di lavoro dei minori che prima erano
assunti già a 9 anni di età); ma il loro aspetto, la loro tristezza parlano
abbastanza del loro incompleto sviluppo fisico; eppure danno, quanto gli
adulti, un lavoro di 12 ore alternate, in varie industrie, con quelle della
notte. Il calore delle sale, poi, che in alcune è necessario alzare fino a 28°
C, è troppo funesto, poiché gli operai devono passare ad una temperatura di
sotto lo zero d'inverno e di notte quando è compiuta l'opera loro onde
percorrere 3 o 4 chilometri a recarsi alla propria abitazione...; si chieda ai
medici qual pronostico facciano di quei piccoli operai per l'avvenire della loro
vita». Uno studio comparato sulle cause di morte della popolazione di Schio nel
periodo compreso tra il 1873 e il 1913 ha dimostrato l'alto tasso, a Schio, di
decessi dovuti a malattie dell'apparato respiratorio dei più giovani operai
degli opifici scledensi. Una percentuale assai più alta di quella riscontrata,
nel medesimo periodo, a Lonigo e a Vicenza.
Fu
questo, sia pure descritto in linee molto generali, il contesto sociale in cui
visse la famiglia Rossetto.
Sesto
di nove fratelli, fra Gioachino, all'età di 7 anni aveva perduto la mamma,
stroncata dalla tubercolosi. Dieci anni più tardi il padre si risposò e
sopravvisse fino al 1919. Famiglia rurale la sua e feconda di vocazioni, in un
tempo in cui preti, frati e suore venivano in gran parte dalla campagna. Una
sorella di lui fu suora delle Figlie di Maria Ausiliatrice e un fratello, don
Giovanni, sarebbe diventato presbitero diocesano. Frate Gioachino parlerà di
suo padre come di «un'anima robusta e pia» e descriverà la madre come «una
dolce, tenera, piissima figura di donna, d'incomparabile delicatezza e bontà
d'animo».
Stiamo
attenti, però, a non cadere nella tentazione dell'oleografia. Possono aiutare a
vincere questa tentazione due film, come Gli ultimi di fra David M. Turoldo e
Vito Pandolfi, e L'albero degli zoccoli di Ermanno Olmi, sul Friuli e sulla
Lombardia del primo Novecento.
Le
mamme - che si mettevano a letto soltanto per partorire e per morire - erano
figure quasi sempre 'eroiche'. Il guardaroba dei figli non conosceva cambi;
occorreva metterli a letto presto, lavare il loro unico capo di vestiario,
alzarsi prima dell'alba per stirare il tutto. Poi, provvedere alla casa. E nelle
poche ore di sonno bisognava ‘accontentare’ il marito, pronte a saldare
quello che la stessa morale cattolica vigente chiamava, con crudo realismo, il
"debito coniugale".
Il
Rossetto, che di battesimo si chiamava Giuseppe, dopo aver frequentato le
classi elementari al paese natio, passò agli studi ginnasiali (comprensivi
della scuola media inferiore), prima presso il Collegio vescovile di Thiene
(1892-1894), poi presso il Seminario di Vicenza (1894-1897). Studiava insieme a
lui anche il fratello Giovanni e ciò gli consentì di avvertire meno
sensibilmente il passaggio dalla famiglia alla ‘scuola dei preti’.
Collegio vescovile e Seminario volevano dire disciplina ferrea, a cominciare
dall'orario giornaliero. Muovendo dal presupposto che "il mattino ha l'oro
in bocca", l'alzata era verso le 5.30-6.00, poi la Messa con la Comunione
eucaristica quotidiana. E che freddo d'inverno, con i locali privi di
riscaldamento e i rubinetti che ignoravano l'acqua calda. Fitte le ore di
preghiera, di scuola e di studio, scarse quelle della ricreazione. I pasti
erano quanto mai frugali, e fuori dai pasti non si toccava cibo. Anzi, durante i
pasti, niente conversazione, ma ascolto di letture agiografiche. Il programma
spirituale non era meno rigido: confessione sacramentale settimanale;
direzione spirituale affidata a responsabili facenti capo al gruppo degli
educatori e ai superiori. Testi scolastici purgati («ob maximam debitam pueris
reverentiam»); nessuna lettura di giornali e riviste ‘laiche’; costante
indicazione dei pericoli derivanti dalla «corruzione dilagante nel mondo»; le
passeggiate all'esterno, sempre in gruppo, all'insegna degli occhi bassi;
limitati contatti con i propri familiari; sottile ma tenace insistenza nel
favorire un agonismo interno, per cui venivano additati ad esempio i più
attenti nella preghiera, i più obbedienti, i più zelanti, i più puri, i più
modesti, i più laboriosi, i maggiormente profittevoli nello studio, i più
ossequienti non solo nell'adempiere i loro doveri, ma anche nel prevenire gli
stessi desideri dei superiori. Quanto allo studio, la spina dorsale, sia pure
gradualmente articolata, era costituita dagli studi umanistici. Un professore
di Seminario diceva, alcuni decenni più tardi sul conto del suo antico alunno
fra Gioachino: «non era un'aquila, ma una natura eccellente».
Fu
durante le vacanze scolastiche del 1897 che, a 17 anni, Giuseppe Rossetto decise
di entrare nell'Ordine dei Servi, a Monte Berico, il santuario che era mèta
abituale delle passeggiate dei seminaristi a Vicenza. Poiché il giovane
Rossetto, al momento del suo ingresso nell'Ordine dei Servi aveva già
completato gli studi ginnasiali, non c'era che da ammetterlo al noviziato, cioè
all'anno di prova, decisivo per l'ammissione del candidato alla professione
dei voti. Fu quindi esaminato sulla base di un questionario rigoroso e, per
certi versi, persino patetico, tanto minuziose erano le domande cui il candidato
doveva rispondere. In un tempo di dovizia di vocazioni, il reclutamento era
quanto mai selettivo, anche se, ovviamente, molto ci sarebbe da dire sui criteri
di questa selezione. Tant'è vero che quando un seminarista o un ‘fratino’,
sia pure dopo pochi anni di seminario o di collegio religioso, voleva
"ritornare nel mondo", rinunciando a farsi prete o frate, era
considerato un piccolo disertore, con tutte le conseguenze psicologiche, e
persino sociali, che tutto ciò comportava.
Il
giovane Rossetto - e gli anni successivi dimostreranno che non poteva essere
diversamente - fu ritenuto idoneo e destinato quasi subito al noviziato che si
trovava, allora, nel bel convento di san Giovanni in Saluzzo (Cuneo). Una
distanza considerevole dalla terra natia e del tutto fuori mano. Qui si trovò
bene, se nelle lettere ai familiari parla di «benedetta città di Saluzzo» e
di «felice anno di noviziato». Enfasi alla quale, forse, occorre fare la tara,
tenendo presente che lettere e cartoline dei candidati erano attentamente lette
e vagliate dai superiori. Con il fratello Giovanni, tuttavia, già seminarista
con lui, il novizio Rossetto sfiora qualche tema più delicato, confidando: «Questo
è uno stato in cui il corpo è in continua battaglia contro se stesso».
Aveva diciotto anni il giovane Rossetto e, all'inizio del noviziato, vestendo
l'abito dei Servi, aveva anche dovuto accettare il cambiamento del nome di
battesimo Giuseppe in Gioachino, in memoria dell'omonimo illustre beato dei
Servi Gioachino da Siena e, quindi, del padre di santa Maria.
Nel
gennaio del 1899 terminò il noviziato ed emise la professione dei voti di
castità, povertà e obbedienza. Una lunga lettera ai familiari, scritta
all'indomani della professione religiosa, sottolinea un motivo o tema che diverrà
l'asse portante della vita spirituale del Rossetto. Dei tre voti religiosi,
infatti, comprese che il più impegnativo e il più pesante, ma anche il più
qualificante, era proprio il voto di obbedienza. Non deve stupire che, a vent'anni,
facente parte di una comunità, poco avvertisse il peso del voto di povertà:
non gli mancava nulla del necessario, poteva studiare, altri provvedevano al suo
sostentamento, toccava quindi con mano che il «nihil habentes et omnia
possidentes» di san Paolo liberava da quella insicurezza che è il nome più
vero della povertà. Quanto al voto di castità, l'educazione ricevuta, le
ferree difese alzate dalla disciplina conventuale, gli scenari oscuri che
venivano disegnati in materia di sessualità rendevano il problema soprattutto
personale e del tutto intimo. L'obbedienza invece, se presa sul serio, cioè
come convinta adesione alla Regola e a tutte le disposizioni dei superiori,
quali esse fossero, era davvero un voto impegnativo! Infatti, nella ricordata
lettera ai familiari, il giovane Rossetto scriveva: «Abbandonato totalmente
alla volontà di Dio, da lui attendo quanto è necessario per compiere
esattamente il desiderio dei miei superiori, che non è che la volontà divina».
Comprese,
cioè, che la "volontà divina", per lui che aveva fatto i voti
religiosi, non aveva ormai che una voce sola, chiara e non discutibile: la voce
dei suoi superiori.
Ho
provato a leggere in diverse chiavi l'esperienza umana e spirituale di frate
Gioachino M. Rossetto. La sola chiave che spiega tutto in materia di ‘eroicità’
delle sue virtù, è quella della sua obbedienza. Ci si può scontrare con
l'irrazionalità e persino con l'assurdità di fronte a certi aspetti
dell'osservanza dei voti di povertà e di castità; di fronte all'osservanza
vera, piena, convinta e totale del voto di obbedienza, l'assurdità e
l'irrazionalità dal punto di vista umano sono pressoché abituali e, nel tempo
in cui visse il Rossetto, erano spesso la norma. Per convincere i candidati alla
vita religiosa del valore dell'osservanza piena, anzi ‘cieca’, del voto di
obbedienza si adducevano esempi tratti dalle più stravaganti biografie di
Santi. Gli educatori, infatti, si rendevano conto che l'obbedienza non si improvvisava
e che occorreva un duro tirocinio per abituare alla sua piena osservanza.
Tutte
e quattordici le stazioni della Via Crucis di fra Gioachino su questa terra
furono nel segno dell'obbedienza. E lo furono, come vedremo, perché nella
volontà dei superiori egli riconobbe sempre, anche se attraverso prove
durissime, la volontà di Dio Padre, di un Padre che non può non volere il bene
dei figli.
Senza
forse conoscere il proverbio secondo il quale «Dio scrive dritto su linee
storte», il giovane frate ne accettò l'amara verità, convincendosi,
probabilmente, in cuor suo, che il diavolo può anche scrivere storto su linee
dritte.
Lasciata
Saluzzo, fra Gioachino Rossetto fu destinato, per gli studi filosofici e
teologici, al Collegio sant'Alessio Falconieri di Roma, che allora si trovava
nei pressi di piazza Barberini (e che soltanto nel 1927 passò sul colle
Gianicolo; per divenire poi, nel 1950, la pontificia Facoltà teologica «Marianum»).
Per
gli studenti dei Servi, in quel momento, il Collegio sant'Alessio Falconieri (già
Collegio Gandavense, fino al 1870) era il fiore all'occhiello della formazione
filosofica e teologica dei giovani frati. Era in quegli anni rettore del
Collegio una figura di Servo di Maria di tutto rispetto, fra Alexis Henri M. Lépicier,
un francese della Lorena che poi sarebbe divenuto priore generale dell'Ordine
(1913-1920) e cardinale (1927). Illustre teologo, amico di Jacques e Raissa
Maritain, in corrispondenza epistolare con madre Agnese, sorella di santa Teresa
di Lisieux, autore di numerosissime pubblicazioni, molto stimato da papa Leone
XIII, che nel 1892 lo aveva voluto titolare della cattedra di teologia dogmatica
all'Ateneo romano di «Propaganda fide». Orbene, proprio nel Lépicier
l'impegno dell'obbedienza rappresentava per il religioso il dovere principe.
Un
amico stretto del Rossetto, richiamandosi a quegli anni sotto la guida del Lépicier,
ha dichiarato: «Il p. Lépicier era convinto che, chi non era disposto a morire
a se stesso non avesse la vocazione di religioso. Non usava quindi mezzi
termini. Con lui, o si moriva a se stessi o si era mandati via... Il p. Lépicier
era solito dire: mai sarà un soggetto utile a qualsiasi opera buona chi non è
morto a se stesso. Il p. Gioachino capì molto bene questa cosa e fu pronto a
lavorarsi, a morire a se stesso. Nella vita ho potuto vedere quanto aveva fatto
in questa via».
A
Roma, il Rossetto frequentò l'Ateneo di «Propaganda fide» e, sulle prime,
trovò qualche difficoltà. Le lacune della preparazione ginnasiale, la
parentesi senza studio dell'anno di noviziato, il ritardo nell'iscrizione al
corso filosofico fecero il resto. Erano gli anni in cui un teologo attento come
il Lépicier temeva a morte il vento modernista, che ben presto, anche a Roma,
non sarebbe stato più un refolo, ma si preparava a farsi minaccioso. Tant'è
vero che, nei primi anni del nostro secolo, non tutti gli studenti del Collegio
sant'Alessio Falconieri venivano inviati a «Propaganda fide» o ad altri Atenei
romani: si temeva l'influenza modernista. E ricordo un vecchio frate che, quando
gli si faceva notare che non aveva conseguito titoli accademici, rispondeva
seccato che, ai suoi tempi, sotto il pontificato di san Pio X (1903-1914), per
paura del modernismo, se l'erano tenuto a casa. Paura in gran parte fuor di
luogo, se papa Giovanni XXIII, nel corso della sua prima visita da pontefice
all'Università Lateranense di Roma, disse di essere stato anche lui sospettato
di modernismo, in un momento in cui - aggiunse - « di moderno non avevamo che
l'età». Comunque, per pochi anni, il Rossetto sfuggì all'arrivo a Roma della
crisi modernista.
Vorrei,
piuttosto, spendere qualche riga sugli studi filosofici e teologici del tempo.
L'espressione ‘studi filosofici e teologici’ è generica e va ben inquadrata
nel sistema formativo che fu anche del Rossetto. Studi filosofici significava
lungo e diligente studio della filosofia scolastica. E tutto in latino. Non in
un latino ciceroniano, ma in quel chiaro e corretto latino ecclesiastico, il cui
solo aspetto che faceva sorridere era costituito dalla latinizzazione dei nomi
propri moderni (così Bacone diventava Baco, Descartes Cartesius, Kant Kantius,
Hegel Hegelius; e così via). Insomma, un curriculum studiorum nel quale lo
studio della lingua italiana mirava a preparare alla futura predicazione e lo
studio del latino e del sistema filosofico scolasticotomistico introduceva
alla teologia, strutturata essenzialmente sulla Summa di san Tommaso d'Aquino.
Lo studio di un solo sistema filosofico - quello della Scolastica - offriva agli
studenti un bagaglio di termini, di nozioni, di classificazioni, ecc., che si
confermavano di aiuto nello studio futuro di altri sistemi. Di fatto, però,
quasi tutti gli altri sistemi filosofici - stando ai manuali di scuola
disponibili - erano considerati "avversari" da confutare. Il
risultato, soprattutto nei giovani di maggior talento, era di prepararsi a
divenire degli apologeti, impegnati a combattere gli errori di una società
sempre più secolarizzata, ma scarsamente avviati a capire il nuovo di una
società in trasformazione. Quanto al metodo, era accentuato il nozionismo,
anche per favorire l'esercizio della memoria. Da rilevare, poi, che la
preminenza data alla ‘buona condotta’, consentiva agli studenti meno dotati
intellettualmente notevoli possibilità di ricupero, essendo la buona disciplina
la condizione essenziale per proseguire verso il presbiterato. E così anche la
scuola diventava formazione all'obbedienza, essendo l'insegnante insindacabile,
proibita ogni critica aperta al suo insegnamento, severamente punito ogni
cenno di contestazione o di ribellione.
Il
31 ottobre 1902 fra Gioachino pronunciò la professione solenne (o definitiva)
dei voti religiosi. Ricordando quel momento, l'accento è nuovamente posto
sull'annientamento di sé. Scriverà più tardi: «Ricordo che, alla vigilia
della professione solenne, mi pareva di essere invitato a darmi a Dio
indifferentemente come un campo venduto e donato, non più mio, ma tutto di Dio».
Terminati
gli studi, nella primavera del 1903, il Rossetto, che era soltanto diacono,
venne assegnato di comunità a santa Maria di Monte Berico. Lasciò Roma e, il
26 luglio dello stesso anno, fu ordinato presbitero per mano del vescovo Antonio
Feruglio. Il rito ebbe luogo nell'oratorio del duomo di Vicenza, poiché, a
motivo della morte di papa Leone xiii (20 luglio 1903), non si potevano tenere
liturgie solenni in cattedrale. A Monte Berico trascorse quattro anni. Ivi
incontrò - fra gli altri - la signorina Irene Anzi che divenne sua figlia
spirituale e, in seguito, prima pietra della futura Famiglia delle «Figlie di
Dio».
Nell'autunno
del 1907 fu assegnato al convento del sacro Cuore (già abbazia della
Misericordia) in Venezia, dove rimase fino agli inizi del 1912, quando fu
destinato - come educatore - allo studentato dei Servi di Saluzzo, mentre il
priore generale dell'Ordine già pensava a lui come a frate idoneo per aprire la
prima missione dei Servi nell'Africa meridionale. Negli anni a Venezia,
tuttavia, il Rossetto maturò la sua interiorità e l'orientamento della sua
vita, sempre più caratterizzata da una forte e tenera devozione al Padre per e
con Gesù nello Spirito. Le letture, le meditazioni, la direzione spirituale
esercitata, misero le prime pietre del movimento cui avrebbe, in seguito, dato
vita.
Il
Rossetto aveva soltanto 32 anni quando, insieme ad un altro frate dei Servi,
Pellegrino M. Bellezze, fu destinato alla fondazione di una Missione assegnata
all'Ordine dalla Santa Sede. Si preparò rapidamente a Roma e in Inghilterra,
ma proprio a Roma, nel settembre del 1912, mentre era assorto in preghiera,
visse una singolare esperienza: sentì due volte una voce interiore che «distintamente
e incisivamente» gli diceva: «Lasciati portare, lasciati portare!». Una voce
che egli interpretò come «una vocazione speciale a farmi, a essere, a divenire
un bambino, un figlioletto, un figlio di Dio». Interpretò questa voce come «una
regola ampia, larga, eppure stretta stretta». Una regola, però,
inconfondibile, che lasciava intravedere «un amore paterno, materno, una cura,
una sollecitudine, una provvidenza tutta speciale, una vocazione da insegnare,
un ministero, un apostolato, una missione: quella di lasciarmi portare e di
insegnare a lasciarsi portare». In questa reminiscenza è tutto il profilo
spirituale del Rossetto, ma anche l'anticipazione di quello che sarà il suo
dramma: come conciliare, cioè, questa vocazione da vivere e da insegnare con
l'osservanza di un voto di obbedienza che - siamo chiari - non gli avrebbe mai
proibito di vivere questa vocazione, ma gli avrebbe proibito di insegnarla? Si
può mai vivere qualcosa come una vocazione piena, totale, gratificante,
privandosi del dovere e del bisogno di trasmetterla ad altri? Ma non precorriamo
i tempi.
Il
2 aprile 1913 le autorità massime dell'Ordine dei Servi accettarono la
missione dello Swaziland, nell'Africa meridionale. I due frati designati per
aprire la missione - Gioachino Rossetto e Pellegrino Bellezze, di quattro anni
più giovane - partirono da Southampton (Inghilterra) il 30 aprile 1913, per
raggiungere un mese dopo il continente africano. In Africa, anche per motivi di
salute e per altre ragioni che sarebbe troppo lungo ricordare, il Rossetto
rimase pochi mesi. I giudizi su di lui affidati dal suo confratello alle Memorie
(inedite) della Missione del Swaziland, sono lusinghieri e non mancano di
rilevare che «il padre Rossetto ricevette l'ordine (di rientrare in patria) con
spirito di sottomissione, sebbene senza dubbio gli costasse molto». Nella sua
Cronaca privata, ricordando, pochi mesi dopo, il suo rientro dall'Africa, il
Rossetto scrisse: «Verso la metà di dicembre [1913] potei eseguire
l'obbedienza giuntami un mese prima, con cui Dio mi chiedeva il maggiore dei
miei sacrifici». A richiamarlo a Roma era stato proprio il nuovo priore
generale dell'Ordine, il confratello, il maestro ed amico fra Alexis Henri M. Lépicier.
In Africa, però, fra Gioachino Rossetto - come confesserà più tardi - ebbe la
conferma che la sua vocazione a «lasciarsi portare» non doveva soltanto essere
personalmente vissuta, ma insegnata fino a trasformarsi in un'Opera che così
descrive germinalmente: «Tornato poi dalla missione dell'Africa, avendo visto,
nessuno si scandalizzi, quanto servono per la propaganda, specie negli ospedali,
signorine o suore protestanti senza veste, all'idea dell'apostolato compiuto così
senza veste tra i cristiani si associò forte anche l'idea di un consimile
apostolato tra i pagani. Chi per poco osserva il mondo ridiventare pagano si
convincerà facilmente di quanto sia opportuno se non addirittura necessario
ritornare ai sistemi dei primi tempi per trattenerlo, per conservarlo e per
farlo ridiventare cristiano».
Quel
«nessuno si scandalizzi» può far sembrare criptico il linguaggio del
Rossetto. Nella mentalità ecclesiastica post tridentina - dico ecclesiastica e
non ecclesiale, anche se a qualcuno possono sfuggire queste ìsottigliezze
metafisicheì - gli stati di vita cristiana non potevano essere che tre: lo
stato gerarchico (o sacerdotale), lo stato di vita religiosa consacrata e la
condizione dei fedeli laici. Proprio osservando i Protestanti - ecco forse il
perché del «nessuno si scandalizzi» - il Rossetto intuì quale importanza
avrebbero potuto avere dei fedeli laici che, rimanendo nello stato cosiddetto
secolare, fossero però delle persone veramente consacrate. Lui l'aveva capito
nei pochi mesi trascorsi in Africa. Pio XII, avrebbe ratificato l'esistenza
degli istituti "secolari" nel 1947: un'epoca già a distanza `astrale'
dal 1913.
Comunque,
di questa idea che andava prendendo corpo nel suo animo, il Rossetto non fece
parola a nessuno. Vi si preparò indirettamente, impegnandosi nel frattempo,
in maniera febbrile, a sostenere le Missioni. Le moderne iniziative e
strutture della provincia veneta dei Servi dedicate alle Missioni portano tutte
il nome di lui, dal periodico a stampa Le Missioni della Madonna (1924) alla
creazione dell'Istituto Missioni (1926), attiguo alla basilica di santa Maria di
Monte Berico, quale casa di formazione, e a mille altre iniziative di propaganda
e di promozione missionaria. E se, oggi, il santuario e la comunità dei Servi
di Monte Berico sono un importante centro di animazione e di irradiazione
missionaria, il merito è da ascriversi all'impulso iniziale impressovi proprio
da lui, dopo la prima guerra mondiale.
Dal
1915 al 1925 il Rossetto fu priore di questa importante comunità religiosa di
Monte Berico. Fu il decennio del suo massimo impegno nella direzione spirituale.
Questo particolare ministero, che esercitava soprattutto attraverso il
sacramento della riconciliazione, lo portò a fondare vari gruppi di ‘adoratori’,
avviando, verso la fine del 1919, il «movimento religioso» della Famiglia
delle «figlie di Dio» incentrato sulla spiritualità della figliolanza divina
o, se si vuole, della paternità di Dio.
Sollevato,
nel 1925, dall'ufficio di priore del convento di santa Maria di Monte Berico, il
Rossetto rimase altri tre anni in quella comunità, poi ebbe inizio il suo
cammino verso il calvario, che lo portò, attraverso l'obbedienza, a Roma, a
Udine, a Genova, ad Alessandria e, infine, a Tirano, dove morì l' 11 giugno
1935.
Non
credo che al lettore di questo profilo del Rossetto, cioè di un frate santo,
interessi più di tanto addentrarsi nelle vere e proprie beghe che, umanamente
parlando, gli resero impossibile la vita soprattutto nell'ultimo decennio; ma,
nell'ottica dello spirito, quegli anni furono l'occasione e insieme la prova
della sua santità.
Il
nocciolo del problema era questo. La sua vocazione missionaria e la sua
esperienza di direttore spirituale di anime lo avevano gradualmente convinto
della necessità, per un apostolato più aperto, più incisivo, più
coinvolgente l'intera comunità ecclesiale, di creare gruppi di consacrati
laici, in poche parole quello che oggi si chiama un istituto ‘secolare’.
Quale tipo di istituto secolare? Al Rossetto stava a cuore un tipo di consacrati
laici, che fossero interiormente motivati dalla spiritualità della paternità
di Dio. In altre parole, il carisma, cioè la prerogativa specifica di questi
laici consacrati doveva essere la testimonianza vissuta di un pieno abbandono a
Dio sentito, pregato, annunciato come Padre. E tutto questo attraverso alcune
comunità di animazione e irradiazione, ma soprattutto con la presenza di
questi laici consacrati nel tessuto della società, quali ne fossero gli
ambienti.
L'idea,
come accennavo, era germogliata per il Rossetto a Venezia e maturata nella breve
permanenza in terra africana. Soltanto nel 1919, però, egli l'aveva confidata
per la prima volta. Ne aveva scritto ad un vescovo missionario dei Servi, fra
Prospero M. Bernardi, incaricato di avviare la Missione affidata all'Ordine
nello stato amazzonico dell'Acre (Brasile). Nel confidarlo - in una lettera del
30 novembre 1919 - gli diceva che all'idea stava meditando «da molti anni». E,
in una lettera di pochi giorni prima (26 novembre 1919) indirizzata a Irene
Anzi, aveva spiegato la ragione più profonda che lo aveva spinto a decidere
l'istituzione della Famiglia delle «figlie di Dio». Trovandosi nel convento
culla dell'Ordine dei Servi di Maria a Monte Senario, sulle colline sovrastanti
Firenze, aveva sentito di ricevere l'impulso decisivo. Così, svelava alla sua
prima figlia spirituale quello che gli accadde, nella seconda decade di novembre
del 1919, mentre pregava nella cappella dell'Apparizione nel santuario di
Monte Senario:
«Nella
cappella dell'Apparizione lassù, per la prima volta, ho celebrato proprio per
la cosa nostra, come la chiameremo? La nostra Famiglia... Vedo un'associazione
estesissima di `figlie di Dio', patente a tutte le buone cristiane verginelle,
che vogliono essere le vere cristiane a norma delle promesse fatte nel santo
battesimo, osservando la legge santa di Dio secondo lo spirito di Gesù Cristo,
di cui sono seguaci. Questa a mo' delle attuali Figlie di Maria, che vi possono
e vi dovrebbero partecipare con un maggiore impegno e ferma volontà di contro
al rispetto umano, al demonio, mondo e carne. Fra queste verranno scelte e
segretamente le figlie di Dio religiose, che più da vicino seguono Cristo anche
nell'abbracciare e con voto i consigli detti evangelici... Queste vivranno in
casa propria o nelle istituzioni di carità, come ospedali, asili, convitti,
educandati, pensionati, ecc., sole o assieme ad altre che non siano di loro.
Apche in laboratori o botteghe o scuole di sartoria».
Comunque,
il vescovo Prospero Bernardi, anche se non aveva ancora pienamente afferrato
questa sorta di idea-risorsa, aveva risposto a giro posta: «Sì, sì, lavori;
è cosa che farà molto del bene; è cosa voluta da Dio. Solo, molta prudenza e
si prepari a soffrire molto, molto».
Perché
avrebbe dovuto soffrire «molto, molto» per un'opera che avrebbe fatto molto
del bene e che il confratello vescovo considerava voluta da Dio? Anzi, perché
dovette soffrire al punto da vedere rapidamente compromessa la sua salute e a
morire prematuramente? Ridotti all'osso, i motivi della pressoché `totale'
incomprensione, incontrata dal Rossetto a motivo della fondazione della Famiglia
delle «figlie di Dio», furono essenzialmente due: uno, che poteva avere una
sua giustificazione, diciamo così, giuridica; l'altro, assolutamente ingiusto
e non veritiero, ma risultato come ragione-chiave della ostilità. E non si
pensi che quanti avversavano il Rossetto fossero in cattiva fede o fossero
persone non raccomandabili. Il dramma era proprio questo. Lo scontro non era tra
la ragione e il torto, ma, in un certo senso, tra due ragioni, delle quali però,
quella ostile al Rossetto anziché accettare un sereno dibattito e affidarsi al
dialogo fraterno, traeva spunti da pretesti oggettivamente ingiusti. E in questo
genere di cose, l'incomprensione che arriva allo scontro è veramente
drammatica, poiché vede perdente chi, alla fine - e nel caso del Rossetto ad
alcuni decenni dalla sua morte - risulterà vincente proprio sul piano
spirituale.
Vorrei
aggiungere, poi, che quando a guidare le ostilità sono esponenti della
gerarchia ecclesiastica o superiori religiosi maggiori, il dramma si fa
particolarmente acuto in chi considera l'obbedienza quale criterio chiave dei
comportamento. Santi con la maiuscola conobbero e accettarono incomprensioni,
accuse e calunnie brucianti. Si pensi, ad esempio, al massimo mistico spagnolo
san Giovanni della Croce, padre - con santa Teresa d'Avila - della Riforma del
Carmelo, costretto a chiedere ai suoi ostili `superiori' che almeno la sua salma
fosse rivestita dell'abito religioso carmelitano; e i rapporti a Roma del
rappresentante in Spagna della santa Sede descrivevano Teresa di Gesù come
"una pazza", lei, che la Chiesa - oggi- ha solennemente dichiarata «dottore»!
Altri tempi? Non direi, se andiamo a leggere - per stare in Italia - le
biografie di don Primo Mazzolari, di don Zeno Saltini, di don Lorenzo Milani o
di fra David M. Turoldo, tanto per fare qualche nome.
Qual
era, insomma, la ragione giuridica che mise il bastone tra le ruote
all'iniziativa di fra Gioachino M. Rossetto? Semplice: voleva fondare un nuovo
istituto religioso?; uscisse dall'Ordine e tentasse l'avventura, mettendosi
sotto la guida di un Vescovo, disposto ad accettare l'iniziativa. Voleva
impegnare soltanto dei laici attraverso una consacrazione vissuta nel mondo?; li
facesse aderire al terz'Ordine dei Servi o entrare, dal momento che i suoi
seguaci erano soprattutto donne, in una delle non poche Congregazioni religiose
delle Serve di santa Maria. In altre parole, quale che fosse la sua idea, essa
andava o affidata, per la sua attuazione, ai superiori del suo Ordine o a un
Vescovo diocesano. Tertium
non datur! Aveva un bel da
stendere memoriali il padre Rossetto, un bel moltiplicare gli incontri con i
suoi superiori (locali e maggiori), con il patriarca di Venezia e i vescovi
delle diocesi interessate; aveva un bel ricorrere a Roma per far capire che
l'iniziativa doveva considerarsi legittima, anche escludendo le ipotesi avanzate
dai suoi superiori. Il nodo gordiano restava quello e chi si rendeva conto di
trovarsi di fronte a un uomo di Dio, lo invitava ad avere pazienza e soprattutto
ad essere prudente; gli avversari, invece, tagliavano corto, arrivando a
tacciarlo di modernismo, di sensualismo, di misticismo fuorviante. Lo scontro,
tuttavia, non era sul semplice piano dialettico. Chi ostacolava il Rossetto,
voleva soprattutto dare l'alt alla sua iniziativa che, nel frattempo, camminava
e bene.
La
Famiglia delle «figlie di Dio» andava prendendo corpo. Aveva alcuni centri e
moltiplicava le adesioni. Il 28 marzo del 1926, in una lettera a fra Alexis
Henri Lépicier, che era ormai alla vigilia del cardinalato, il Rossetto tentò
una spiegazione esaustiva della sua vocazione e missione. È un testo
fondamentale, che il lettore farà bene a leggersi attentamente se vuole
afferrare il nodo della questione, senza perdersi nelle sue innumerevoli
anticamere. Ecco che cosa scrisse il Rossetto al padre Lépicier:
«L'umile
istituzione cui il Padre buono dei cieli mi ha concesso di dare vita ha lo scopo
primo e principale di partecipare lo spirito e i conforti con i benefici della
vita religiosa, intesa ‘in spirito e verità’, alle moltissime anime che vi
aspirano e ne hanno bisogno vivendo nel mondo. Ho procurato vi fossero delle
comunità, che fossero centri di attrazione e di irradiazione. Queste
necessariamente hanno attirato le attenzioni del pubblico e delle Autorità, con
la conseguenza di dover dare veste apertamente dichiarata, regolamenti,
costituzioni, gerarchia, ecc.: ciò di cui niente è meno alieno dalla prima
idea, che esige la massima elasticità, onde si possa giungere dove il sacerdote
e la suora non giungerebbero, adorare dovunque, riparare dove più si offende,
far del bene a chi meno il meriterebbe, avvicinare i più ignoranti e i più
lontani, insomma: vivere, ma vivere la fede nostra e più la prima verità: Dio,
Padre. Siamo giunti al punto ch'io devo presentare le "Costituzioni" o
veder intervenire l'Autorità ordinaria e comunque lasciare la direzione delle
Comunità, le quali sarebbero condotte a formare una delle mille Congregazioni
già esistenti, con troppo pericolo di perdere con il primo scopo la prima formazione.
Io però ...e quelle della direzione pensiamo di ritornare al campo per
coltivarvi i fiori campestri sotto gli occhi di Dio, che, se manda il gelo, sa
far tornare anche la primavera; e, se manda la tempesta, non è che con mano e
con cuore di Padre, lasciando le serre chiuse. E, quindi sciogliere le comunità,
io particolarmente ritirarmi da ciò che può dare idea di formazione e
direzione di Congregazione. Coltivare le singole anime secondo lo spirito tanto
goduto e tanto avidamente partecipato, aspettando che torni l'aurora e la
primavera... Provo persino gaudio di ciò che prima mi sarebbe sembrato la
morte. Ci trovo vita più vera e la più nostra».
E
aggiunge un'annotazione profetica: «Ho la forte, ferma convinzione che molte
generazioni benediranno a questo sacrificio che ci riduce sulla nostra strada;
quella benedetta, amata, goduta da Benedetto xv e dallo stesso santo padre Pio
xi, quella per cui (non ne dubito) Pio x mi ha posto le mani sulla testa (le
sento ancora)». Lettera chiarissima e che lascia intravedere la pena che ormai
attanagliava il Rossetto: se la sua istituzione avesse assunto una chiara
configurazione giuridica, non sarebbe toccato a lui esserne il responsabile; se
non l'avesse assunta, nei termini e secondo le forme tradizionali, egli avrebbe
dovuto lasciare tutto e, se non lo avesse fatto, lo avrebbero costretto a farlo.
E difatti lo fecero.
All'inizio
dell'estate del 1927 il Rossetto cadde gravemente malato. La Famiglia delle A
glie di Dio» condivise con lui le durissime prove che, tuttavia, permisero a
lui di mettere ancor più chiaramente in luce la sua idea e il nucleo della sua
spiritualità. Nel settembre dello stesso anno (1927), superata la fase critica
della malattia, in una lettera alle sue figlie spirituali, scriveva: «È la
nostra missione far conoscere Iddio come Padre, eccitare la fiducia,
l'abbandono... Richiamare il mondo al senso cristiano, allo spirito di adozione,
di figliolanza... Chi mai pregava, adorava, amava Gesù nelle notti sui monti,
chi egli invocava prima di far miracoli?... A chi Gesù ha insegnato e comandato
di ricorrere, a chi egli ha detto di voler ubbidire e a chi -ha raccomandato il
suo spirito sulla Croce? "Devozione nuova"! Anche quanto il nuovo
Testamento, quanto il comandamento nuovo di amarci come fratelli, figli dello
stesso Padre, quanto è nuovo che una creatura chiami Padre il suo creatore.
Eppure. Divozione? Non la direi, perché è poco, troppo poco; la direi
l'essenza della nostra santa religione». E quale sia questa essenza il padre
Rossetto l'illustrò nella lunga lettera alle «figlie di Dio», il quaderno che
reca per titolo: Silenzio.
E
veniamo alla ragione-pretesto dell'ostilità incontrata presso la maggior parte
dei superiori, salvo il vescovo di Vittorio Veneto monsignor Beccegato e il noto
abate benedettino Emanuele Caronti che, tuttavia, non potranno fare molto per
sostenerlo dal punto di vista esteriore. La ragione-pretesto era che le «figlie
di Dio» erano donne, che il santo frate aveva rapporti troppo stretti con tutte
queste donne e, perciò, con i tempi che correvano, ce n'era quanto bastava per
demolirne l'immagine.
Scrivendo
a distanza di tempo di queste cose, stupisce un particolare che mi sembra invece
di decisiva importanza. Lasciamo stare i pregiudizi attinenti ai rapporti dei
preti e dei frati con le donne. Il fatto strano è questo, e cioè che, quando
siffatti rapporti sono ambigui, non encomiabili, a dir poco rischiosi,
abitualmente si cerca di tenerli nascosti; e se qualche minima ombra affiora, si
tratta di malevole insinuazioni. Quando invece questi rapporti sono veramente
spirituali, condotti alla luce del sole, con evangelica semplicità, con lo
spirito dell' «omnia munda mundis», allora si guardano con sospetto e si
arriva anche alle più crudeli calunnie. È accaduto al padre Rossetto di essere
anche vittima di un'accusa infamante, poi sconfessata con tanto di riscontri
ineccepibili, ma il peso di quella calunnia gravò come una cappa di piombo
sulla sua memoria fino alla ‘riesumazione’ liberatoria, ma tardiva.
La
vicenda dalla Famiglia delle «figlie di Dio» ha messo a segno anche un'altra
lezione. Non soltanto i rapporti del Rossetto con le donne della sua istituzione
furono esemplari, ma queste donne diedero, insieme a lui, una lezione toccante
di semplicità, di candore, di umiltà vera, di nobiltà e signorilità di
animo: di grandezza. Avrebbero potuto ribellarsi, non lo fecero. Furono un tutt'uno
con il loro maestro di vita spirituale e, con lui, accettarono di marcire, come
il seme gettato nella terra, per rifiorire quando il Padre, ‘dopo il gelo’,
avrebbe fatto ‘rifiorire la primavera’. L'elenco completo di queste donne
coraggiose sarebbe troppo lungo, ma insieme a Irene Anzi, non possono essere
dimenticate almeno Maria Fogazzaro, figlia del grande scrittore vicentino,
sospettato di modernismo, ed Emanuela Zampieri, la prima responsabile della «Famiglia».
Dopo
il quaderno Silenzio (1928), che le Figlie di Dio tuttora considerano come la
prima "Regola" stilata da padre Rossetto, egli scrisse un secondo e un
terzo quaderno: Umiltà (1929) e Carità (1932), considerati come la seconda e
la terza "Regola".
Della
miopia di quanti avversavano il Rossetto è prova l'aver trascurato che egli,
proprio per sostenere spiritualmente l'istituzione femminile, volle anche
fondare i sacerdoti «figli di Dio», per la preparazione dei quali aprì una
Casa a Vittorio Veneto, già nel 1929. Alla sua morte, però, da un punto di
vista umano, la sua opera sembrava avviata all'estinzione. Non era così. Forse
nessuna descrizione è più efficace per indicare il lungo e proficuo letargo
previsto per la sua opera di quanto egli aveva scritto in una lettera del 13
settembre 1931 e in un'altra Lettera per tutte del 19 giugno 1932. Scrisse nella
prima: «Io non ci devo pensare; ormai è un affare solo e tutto suo. Mi toglierà
dalla Famiglia o mi darà ad essa. La sua Famiglia è sua, voglio che sia sua,
che ci pensi lui; ci penserà, ci pensa certamente lui, e lui è e sarà sempre
il Padre, il Padre onnipotente amorosissimo. Io non sarei che un misero uomo a
fare le sue veci». E nella lettera di quasi un anno più tardi confessava: «Io
sono in tali condizioni, per cui non posso né predicare né confessare. Non ho
più la testa a posto, né tenere uffici in comunità e meno cose di una certa
responsabilità. Io sono un `resegoto' della morte!... Che cosa più importa a
me? Voi, ah sì, tanto; però vi ho messe nelle braccia di Dio, nel cuore di
Dio, nella cavità del Volto di Dio... Vi ho messe sotto le ali di Dio. Che cosa
mi può turbare più anche per voi? E la mia dolce casa di Vittorio Veneto, e i
miei figlioli? lo sono ora come in un letto a dormire; i figlioli li ho messi
pure in letto fra le cure amorose di Dio, il quale sa fare e fa loro da Papà e
da Mamma. Io dormo! Io dormo!».
Dopo
la scomparsa del Rossetto la Famiglia delle «figlie di Dio» non si sciolse;
visse nel silenzio la sua prova, sicura che alla notte sarebbe seguito il
giorno. Essa fu accolta dal Vescovo di Vittorio Veneto e nel 1937 riconosciuta
come "associazione laicale" intitolata a san Raffaele arcangelo.
Quando nel 1947, con Pio XII, si ebbe il riconoscimento degli istituti secolari,
le «figlie di Dio» si riconobbero in quello statuto. Soltanto nel 1961, però,
la Famiglia fu eretta in "istituto secolare" di diritto diocesano dal
vescovo di Vittorio Veneto, Albino Luciani (poi, nel 1978, papa Giovanni Paolo
I).
Si
chiudeva così quell'anello benedetto da papi, di cui tanto spesso aveva parlato
il Rossetto, incoraggiato, pur in termini generali, sia da san Pio X che da
Benedetto XV e da Pio XI.
Salvata,
quindi, l'Opera, bisognava riscattare la figura del fondatore. Le tappe di
questo riscatto furono laboriose e quasi simboleggiate dalle tante traslazioni
della salma del Rossetto: esumata a Tirano il 21 novembre e tumulata a Milano il
22 novembre 1935, fu trasferita a Schio nel 1959, poi a Vicenza nel 1979; e, dal
1987, essa riposa presso la basilica di Monte Berico.
Il
fatto singolare resta che la ‘riabilitazione’ del Rossetto precede di pochi
anni l'impegno ufficiale dei frati a promuoverne l'avvio della causa di
beatificazione. La sola morte dei protagonisti non basta a spiegare questa
inversione di marcia, anche se occorre tenere presenti diverse circostanze
convergenti. Da tempo, infatti, non soltanto la Famiglia delle «figlie di Dio»
e i sacerdoti che avevano aderito alla spiritualità del Rossetto (la futura
"Unione sacerdotale di san Raffaele Arcangelo") si adoperavano per
difenderne la memoria e per farne conoscere il carisma, ma nulla trascuravano
che potesse contribuire ad una veritiera ricostruzione dei fatti. Già nel 1954,
il vescovo di Reggio Emilia, monsignor Beniamino Socche, che da giovane prete
aveva anche collaborato con il Rossetto alla stesura dell'opuscolo Abbà-Pater!
e la cui sorella Oneglia faceva parte della Famiglia delle «figlie di Dio»,
aveva stilato una significativa dedica per una sua pubblicazione sulla
Madonna. La dedica diceva: «Alla venerata memoria di padre Gioachino M.
Rossetto, dei Servi di Maria, maestro di devozione alla Madonna, seminatore di
gioia, che visse ed insegnò, con impareggiabili accenti, attingendola dalla
figliolanza divina di grazia». Altre iniziative, silenziose ma partecipate,
tenevano viva la memoria del santo frate, fino a quando furono i suoi
confratelli ad avvertire il bisogno di alzare il velo sulla santità del
Rossetto. Nel 1972, il priore generale dell'Ordine dei Servi, lo statunitense
Peregrine M. Graffius, inoltrava al Sant'Officio le pratiche per una
‘riabilitazione’ del Rossetto, essendosi rivelate del tutto infondate alcune
calunniose accuse nei suoi confronti. Nel periodo 1980-1990 sono poi da
segnalare i seguenti eventi: la memoria del centenario del battesimo del
Rossetto (1880); la diffusione di alcuni suoi importanti scritti; la
celebrazione a Monte Berico - presenti diversi frati dei Servi, i sacerdoti
dell'Unione e le sorelle dell'istituto san Raffaele - del 50° anniversario
della sua morte (1985); la pubblicazione di diligenti ricerche da parte degli
storici dei Servi fra Davide M. Montagna e fra Graziano M. Casarotto (1989); la
preparazione di una accuratissima tesi dottorale sulla dottrina del Rossetto ad
opera di fra Giovanni M. Travaglia (1993); la decisione della comunità di santa
Maria di Monte Berico di proporre agli immediati superiori l'avvio delle
pratiche per l'introduzione della causa di canonizzazione (1990).
I
motivi addotti dalla comunità di Monte Berico erano soprattutto i seguenti: nel
1990 ricorreva il 90° anniversario della incoronazione della Madonna di Monte
Berico e questo faceva ricordare che si doveva alla «illuminata presenza di
padre Gioachino se negli anni 1915-1925 il santuario di Monte Berico aveva
trovato le ragioni del suo rilancio pastorale e spirituale»; inoltre, da dieci
anni all'interno dell'Ordine aveva preso avvio un movimento di riscoperta della
figura del Rossetto, da ritenersi tra le più suggestive tra i frati dei Servi
della regione veneta nel primo Novecento; infine, già nel 1985 il vescovo di
Vicenza monsignor Arnoldo Onisto aveva parlato del Rossetto come di «un frate
di vita esemplare e di altissima spiritualità, profeta di nuovi cammini
spirituali» (riprendendo i termini dell'invito per la celebrazione nella
basilica di Monte Berico). Nel giugno del 1990, il Consiglio provinciale dei
Servi dava la sua «piena e unanime approvazione» alla richiesta della comunità
di santa Maria di Monte Berico e disponeva che ne venissero informati la
responsabile dell'Istituto secolare e il responsabile dell'Unione sacerdotale,
che si richiamano al Rossetto come al loro fondatore. Sempre nel 1990, il
Consiglio provinciale trasmetteva la richiesta al priore generale dei Servi e al
suo Consiglio. Il postulatore per le Cause dei beati e santi dell'Ordine, fra
Tito M. Sartori, cercò di saggiare il terreno presso la Curia romana, ma ne
ricevette la chiara impressione che i tempi fossero prematuri e l'iniziativa
addirittura ‘rischiosa’. Finalmente, il 2 giugno 1994 fra Tito M. Sartori
comunicò ai responsabili dell'istituto secolare e dell'Unione sacerdotale che
il clima poteva considerarsi cambiato e che si poteva procedere. Si giunse così
alla emanazione (21 aprile 1995) del Decreto di introduzione della causa di
canonizzazione del "servo di Dio" fra Gioachino M. Rossetto.
Motivo-chiave presentato dal postulatore per chiedere l'introduzione della Causa
erano le virtù eroiche dimostrate dal Rossetto nel sopportare, con assoluto
abbandono alla volontà di Dio e in spirito di obbedienza, grosse prove morali
(tra cui anche gravi calunnie) e, poi, anche fisiche.
Poiché l'introduzione di una causa di canonizzazione, soprattutto in un caso come quello del Rossetto, sembra godere di tutte le premesse per approdare al riconoscimento, da parte della Chiesa, della sua santità tutta incentrata nella spiritualità del Padre, cerchiamo ora di cogliere i tratti fondamentali di questa spiritualità, il suo esatto significato per la vita cristiana, la sua attualità in un tempo che pullula di "maestri", ma scarseggia di "padri" e, soprattutto, l'importanza, per il mondo cristiano, del pieno ricupero della paternità di Dio.
II
SPIRITUALITÀ
PERCHÉ
LA «PATERNITÀ» DI DIO
Il lettore non aduso all'agiografia, e cioè alle biografie dei santi soprattutto tradizionali, può essere indotto a considerare la vicenda di fra Gioachino M. Rossetto quasi al limite dell'assurdità. Anche a chi scrive, infatti, resta la bocca amara al pensiero che soltanto a 50 anni dalla sua morte sia stata fatta giustizia non già riguardo ad un uomo e ad un frate ‘non colpevole’, ma che da ‘colpevole’ egli sia stato riconosciuto addirittura meritevole che ne vengano esaminate le virtù (eroiche) così che possa, eventualmente, essere canonizzato, vale a dire proposto - come esempio da imitare - a tutto il Popolo di Dio. Prima, perciò, di guardare addentro all'intuizione, o meglio, all'ispirazione spirituale del padre Rossetto, credo utile liberare il campo da alcune idee che è quasi inevitabile farsi nel rivisitare la sua vicenda di uomo e di frate.
Diciamo
subito che coloro che vengono riconosciuti santi, e perciò degni di essere
imitati, non sono persone senza difetti. Ci mancherebbe! Alcuni sembrano
averne persino di irritanti. Il Manzoni, che ne I promessi sposi traccia il più
nobile ed alto ritratto di Federigo Borromeo (1564-1631), dopo aver riferito del
colloquio del cardinale con don Abbondio, svela il pensiero di quest'ultimo
con la celebre espressione: «Oh che sant'uomo! Ma che tormento!». Purtroppo,
chi non capisce la santità di qualcuno - e nel caso del Rossetto furono in
tanti (ed erano quelli che contavano) -, ha buon gioco nel negarla, facendo
forza sugli inevitabili difetti o limiti che l'accompagnano; e così sarà
portato, se superiore, a qualificare come ostinazione la giusta tenacia del
subalterno nel difendere le proprie idee, come imprudenza lo zelo incontenibile
nel fare il bene, come superbia la sicurezza che deriva dalla fede, come
attivismo disordinato il lavoro instancabile, come culto della personalità il
lasciarsi cercare da tanti e l'essere disponibile a tutti, come vittimismo il
silenzio suggerito da sincero spirito di obbedienza e sottomissione, e così
via.
Il
santo, nel senso compiuto del termine, su questa terra non esiste; esiste
soltanto chi cerca di diventarlo, mettendo a frutto i talenti o doni ed anche i
limiti della propria natura e condizione. Attribuiscono a san Filippo Neri, già
avanti negli anni, l'espressione: «Signore, non abbandonarmi, altrimenti
Filippo diventa turco!». E si sa che, allora, ‘diventare turco’ significava
precipitare nella più riprovevole delle condizioni. Ebbe, dunque, certamente i
suoi difetti anche il Rossetto; e poiché non ho la presunzione di riuscire a
individuarli con esattezza, mi limito a qualche interrogativo che mi sembra
inevitabile porsi quando si ripercorre la sua vicenda e si leggono i suoi
tantissimi scritti. Non può essere accaduto, per esempio, che egli non sia
stato compreso perché non fu sufficientemente abile o addirittura fu incapace
di farsi capire? La sua scrittura, sebbene pulita, non è eccelsa e il suo
vocabolario è piuttosto povero. Si dirà che lo era anche quello dei suoi
interlocutori e soprattutto dei suoi oppositori. Ciò non toglie, però che
certe esitazioni del Rossetto nello scoprirsi fino in fondo abbiano contribuito
al fraintendimento del suo pensiero. D'altra parte, mi chiedo anche come mai
uno che, scrivendo nella lingua del tempo, non riusciva a farsi capire, a
leggerlo oggi sia invece chiarissimo. E ancora: non sembra un po' fuori della
realtà un uomo che, avendo scritto moltissimo, è tanto scarso di riferimenti
agli eventi sociali del tempo, alla letteratura del tempo, alla politica del
tempo, direi allo stesso movimento teologico, biblico e patristico, che furono
caratteristici della Chiesa a cavallo tra i due secoli? È vero che egli
attingeva la sua spiritualità della paternità divina da fonti sicure, la sacra
Scrittura e la liturgia in primo luogo, e poi anche da personalità religiose
del tempo di qualche risalto, ma perché evitò o non riuscì ad accompagnare
il suo pensiero con argomentazioni più attente al linguaggio teologico del
tempo? Personalmente, poi, resto convinto di un altro limite umano del Rossetto,
anche se non è il caso di calcare la mano al riguardo. Tra i suoi superiori e
confratelli egli poté contare su pochissimi amici, tanto è vero che alla sua
morte tutti (o quasi) i suoi confratelli accettarono l'ordine superiore di
tacere sulla sua Opera, sull'opera che è alla base del processo della sua
canonizzazione. Parlo di amici e non necessariamente di sostenitori; amici che
subito, e non dopo decenni e magari senza averlo conosciuto, facessero eco
alla giustezza della sua causa. È questo un motivo di più per apprezzare la
fedeltà delle sue "figlie" (e dei suoi "figli") spirituali,
i quali, però, se avessero subito tentato di alzare la voce in sua difesa, non
solo non avrebbero rispettato le indicazioni del fondatore, ma avrebbero fatto
maggior danno. Probabilmente, fu un limite sofferto del Rossetto faticare a
crearsi degli amici, anche se resta vero che essi abbondano nella buona fortuna
e scarseggiano o scompaiono nella disgrazia, poiché «tempora si fuerint nubila,
solus eris», come scriveva un poeta latino, come dire che se scoppia il
temporale ti lasciano solo ad inzupparti.
Ciò
premesso, credo, tuttavia, che nel tentare di presentare la spiritualità di
fra Gioachino M. Rossetto, sia utile mettere il punto sulle "i" del
concetto e della prassi, che egli visse, del voto di obbedienza e della sua
capacità di valorizzare cristianamente la sofferenza. Due punti chiave per
capire la sua spiritualità dell'abbandono alla paternità di Dio, di un Padre
che spesso, nelle sue pagine, egli chiama addirittura «papà». Due punti
inscindibili, poiché il senso che padre Rossetto ebbe dell'obbedienza fu un
tutt'uno con quello che ebbe del significato cristiano della sofferenza. Sono
questi, peraltro, i due punti evidenziati da fra Tito Sartori, postulatore
legittimamente costituito della causa di canonizzazione del "servo di
Dio" fra Gioachino M. Rossetto.
Veniamo
dunque al modo in cui padre Rossetto intese e visse il suo voto di obbedienza.
Mi sono chiesto, e forse se lo chiederanno anche altri: perché padre Rossetto
non si è ribellato alle disposizioni dei suoi superiori, dal momento che era
del tutto sicuro della bontà della sua iniziativa di dare avvio, precorrendo i
tempi, ad un istituto secolare modernamente strutturato? Nella sua ostinata
obbedienza ai superiori non c'è qualcosa di vittimistico, di fatalistico?
A1
contrario, proprio in questa sua totale disponibilità ad obbedire ai superiori
è la radice del suo modo di intendere e di vivere la paternità di Dio,
altrimenti non si concilierebbero le infinite espressioni affettuose alle
quali egli ricorre parlando e rivolgendosi al Padre che sta nei cieli, con la
constatazione delle situazioni di estremo abbandono in cui viene a trovarsi.
Mentre, infatti, egli scrive: «Se noi siamo figli di Dio, allora riposeremo
sempre tranquillamente nelle braccia di Dio» (1925), riconosce anche: «Lasciati
portare! Ma per quali vie! Dio mio, Padre mio! Come mi avete tenuto stretto
sull'abisso! Quanto vi amo! Ma quanto voglio e devo farvi amare! Ecco la vita,
lo scopo dei figli di Dio: conoscere, far conoscere, amare, far amare Iddio per
Padre, veramente Padre; è questo che lo onora di più; è questa la gloria»
(1929).
Non
occorre essere biblisti o teologi per sapere che la rivelazione di Dio come «Padre»
è il nucleo della dottrina predicata e vissuta da Cristo. È questo il passo
avanti compiuto dal Nuovo Testamento rispetto all'Antico. Ma non equivochiamo.
Passo avanti, non passo in direzione contraria, quasi che il Dio di Abramo e di
Giacobbe fosse un Dio solitario e vendicatore. Non si contano le pagine
dell'Antico Testamento in cui la paternità di Dio si svela in maniera toccante,
dal libro di Isaia a quello di Ezechiele. Provate a leggere il capitolo sedici
del libro di Ezechiele: forse, è tra le più straordinarie pagine della
Bibbia. Vi si mostra Dio, che ha amato Gerusalemme come una figlia prediletta,
che ha stretto un'alleanza d'amore con lei e che, sebbene da essa
vergognosamente tradito, con affetto paterno tiene fede al suo patto fino a
riscattarla dalla sua vergogna. Leggete il Salmo 104 sulla gloria di Dio nel
creato e capirete le parole del libro anticotestamentario della Sapienza, là
dove dice: «Sì, o Dio, tu ami tutte le cose che sono e nulla disprezzi di
quanto hai creato; se tu avessi odiato qualcosa, non l'avresti neppure creata.
Come potrebbe sussistere una cosa se tu non vuoi? O conservarsi, se tu non
l'avessi chiamata all'esistenza? Tu risparmi tutte le cose, poiché tutte son
tue, Signore, amante della vita» (11,2426). E il sacrificio dell'unico figlio
chiesto da Dio ad Abramo? Sacrificio risparmiato soltanto dopo che Abramo aveva
accettato di consumarlo? Negazione della paternità di Dio? No, ma introduzione
al suo mistero, perché - come riconosce san Paolo - Abramo, obbedendo, «credette
contro speranza» (Romani 4,18). Che accade, infatti, con la venuta di Cristo?
Che Dio Padre, attraverso l'incarnazione del Figlio, chiede la sua obbedienza
fino alla morte e alla più ignominiosa delle morti, quella in Croce. Sacrificio
estremo che porterà Cristo, nell'orto degli Ulivi, a implorare il Padre di
liberarlo da quella prova (Luca 22,42) ed a gridare sulla Croce: «Dio mio, Dio
mio, perché mi hai abbandonato?» (Marco 15,34). Ecco perché il Rossetto,
parlando del sentimento sincero della paternità di Dio, scrisse che esso «è
tutto il Cristianesimo, è il frutto della redenzione e, in un certo modo, la
vita eterna». E cita il Vangelo di Giovanni: «Questa è la vita eterna, che
conoscano te, o Padre, unico Dio vero e colui che hai mandato, Gesù Cristo»
(Giovanni 17,3).
E
proprio con riferimento a quella che, impropriamente, viene chiamata
"devozione", scrive il Rossetto circa l'atteggiamento che si deve
avere nei riguardi di Dio Padre: «Fino a che la divozione resta nelle tenerezze
del sentimento, e fino a che non esige che qualche preghierina, o al più
qualche mortificazioncina di nostra scelta e magari che attiri la stima altrui,
o almeno che soddisfi il nostro amor proprio spirituale, tutto va bene; ma
quando Dio mostra di saper e voler fare da Padre, ma da Padre-Dio ... allora si
vuole pensarci sopra non poco». E subito passa a spiegare la sostanza del suo
pensiero: «La vera divozione al Padre celeste consiste in altro: Gesù la
riassume tutta in breve... Bisogna seguire lui, il Figlio dell'Uomo! Fino ad
essere sollevati come lui sulla Croce. Ed è detto tutto. Chi vuol essere Figlio
di Dio deve ben comprendere che non potrà, sia pure con le dovute proporzioni,
sottrarsi a questa necessità, e non solo per capirla, per intenderla, per
convincersi che è giusta, che è vera, ma per farla, per lasciare fare di sé
questo e qualunque cosa, tutto».
L'obbedienza
abbracciata con un voto vuole e deve essere - secondo l'idea che se n'era fatta
il Rossetto - speculare dell'obbedienza di Cristo. Ma come individuare questa
specularità? Soltanto se essa, come in Cristo, approda al supplizio della
Croce. Ecco perché non si capisce l'obbedienza totale, piena, disarmata,
umanamente autolesionista del Rossetto stesso, se non la si inquadra nel significato
veramente cristiano che egli volle dare alla sofferenza provocata
dall'osservanza di questa obbedienza. È il «gelo» di cui parlava alle sue
figlie spirituali.
E
questo perché alla rivelazione di Dio come Padre si accompagna in Cristo la
rivelazione del valore sanante e redentivo della sofferenza.
L'intuizione
- o meglio la rivelazione del Cristianesimo - sta nella possibilità di
conciliare una doverosa lotta per vincere la sofferenza con la possibilità di
coglierne il valore costruttivo e redentivo quando essa sia ineliminabile,
come di fatto, spessissimo lo è, dalla condizione umana. Tutto questo, però,
non sulla scia di una visione, che fu già di Platone, di guardare al dolore ed
alla gioia come a forze che si contendono l'uomo nel tentativo di trascinarlo in
opposte direzioni, bensì con riferimento alla Persona di Cristo che, assumendo,
innocente, le conseguenze del peccato - che sono appunto il dolore e la morte -
ne annientò la forza distruttrice e ne svelò la potenza redentrice e sanante.
In altre parole, poiché l'obbedienza chiesta al Rossetto - e della quale aveva
fatto voto a Dio - comportava umiliazione, annientamento di sé, morte morale
e, per molti aspetti, anche fisica, essa andava osservata con «i medesimi sentimenti»
con cui Cristo «obbedì» al Padre, al punto, secondo le parole di san Paolo,
che il Figlio di Dio preferì non «avvalersi della sua eguaglianza con Dio, ma
di annientare se stesso, prendendo la natura di schiavo» ed umiliando se stesso
«facendosi obbediente fino alla morte, anzi fino alla morte di Croce» (Filippesi
2, 6-8).
Sul
binario della obbedienza-sofferenza nacque, crebbe e maturò tutta l'esperienza
spirituale del Rossetto: un binario reso per lui accettabile, anzi gratificante
ed esaltante, perché basato sulla certezza della paternità di Dio. Soltanto
in Dio, Padre buono, anzi "papà", assumeva senso il suo voto di
obbedienza, ma soprattutto assumeva senso la sofferenza che ne avrebbe
accompagnato l'osservanza.
So
bene che occorrerebbero ben altre pagine per andare al cuore di questa tematica.
Cercherò di spiegarmi meglio riferendo di un episodio del quale fui testimone e
che potei seguire nei suoi sviluppi. Un episodio che si colloca all'interno di
un provvidenziale disegno, osservando il quale il lettore potrà meglio rendersi
conto dell'attualità del pensiero, ma soprattutto dell'esempio di vita
cristiana offerto dal Rossetto. Ai primi di ottobre del 1982 si tenne a Roma un
Congresso mondiale di Medici cattolici. All'atto della chiusura, presente
Giovanni Paolo Il i rappresentanti dei quattromila medici cattolici presenti,
chiesero al Papa un documento sul significato cristiano della sofferenza umana.
Giovanni Paolo II che, poco più di un anno prima (13 maggio 1981), era stato
bersaglio di un attentato mortale in piazza san Pietro, accolse l'invito e
l’11 febbraio 1984 pubblicò la Lettera apostolica Salvifici doloris [Il
dolore che salva] sul significato cristiano della sofferenza umana: si tratta
del primo e più ampio documento pontificio mai pubblicato su questo tema.
In
questo documento il papa conia l'espressione «Vangelo della sofferenza», per
sottolineare che la sofferenza, evangelicamente accettata, vissuta e valorizzata
è autentico annuncio di Cristo. Nella sua prima enciclica Redemptor hominis (4
marzo 1979), richiamandosi alla costituzione conciliare Gaudium et spes (n.10),
che parla dell'intima sofferenza dell'uomo continuamente combattuto tra
l'inclinazione al male e l'aspirazione al bene, Giovanni Paolo il aveva già
affermato che l'uomo nella sua condizione mortale è «via della Chiesa».
Ritornando, però, su questo tema nella lettera apostolica Salvifici doloris,
egli ribadisce il medesimo concetto e precisa che l'uomo diventa «in modo
speciale «la via della Chiesa» quando «nella sua vita entra la sofferenza».
«Dato dunque - continua il santo Padre - che l'uomo, attraverso la sua vita
terrena, cammina in un modo o nell'altro sulla via della sofferenza, la Chiesa
in ogni tempo ... dovrebbe incontrarsi con l'uomo proprio su questa via». E
conclude: « La Chiesa che nasce dal mistero della redenzione nella Croce di
Cristo, è tenuta a cercare l'incontro con l'uomo in modo particolare sulla via
della sofferenza».
L'impegno
strenuo di Giovanni Paolo ii nella promozione e nella difesa della vita, dal
concepimento al suo naturale tramonto, scaturisce innanzitutto - come si legge
nell'enciclica Evangelium vitae (25 marzo 1995) - dalla consapevolezza che «il
compito di accogliere e servire la vita ... deve manifestarsi soprattutto
verso la vita nelle condizioni di maggiore debolezza», al punto che «nell'accoglienza
amorosa e generosa di ogni vita umana, soprattutto se debole o malata, la Chiesa
vive oggi un momento fondamentale della sua missione, tanto più necessaria
quanto più dominante si è fatta una cultura di morte» (Christifideles laici,
38).
In
chiave propositiva, il profondo pensiero di Giovanni Paolo II sul dovere
primario della sollecitudine della Chiesa verso i sofferenti si conferma in
espressioni programmatiche di grande rilevanza, come in quella in cui afferma
che tale sollecitudine deve considerarsi «parte integrante della missione della
Chiesa».
Intrattenendosi,
poi, sul comandamento cristiano dell'amore, Giovanni Paolo li, nella enciclica
Veritatis splendor (6 agosto 1993) ricorda che Gesù, alla domanda: «Chi è il
mio prossimo?» (Luca 10,29) ha risposto «con la parabola del buon Samaritano,
la parabola-chiave per la piena comprensione del comandamento dell'amore del
prossimo». In ambito pastorale, quindi, servire l'uomo che soffre è sintesi
del più perfetto servizio: questo è il disegno di Dio che, in Cristo
sofferente fino alla morte, ha voluto manifestare il suo amore. La sequela di
Cristo porta all'imitazione di questo amore che deve tradursi in amore per chi
soffre, con fedeltà all'indicazione evangelica di «annunziare il Regno di Dio
e guarire gli infermi» (Luca 5,1-2).
Spesso,
di fronte alle sofferenze che contraddistinguono l'esistenza di tante persone e,
soprattutto, di personalità di prestigio, si ama mettere l'accento sul
superamento, da parte loro, delle prove affrontate. Raramente si pensa a quella
sofferenza interiore che, nei momenti più pesanti, porta ad esclamare come Gesù
nel Gethsemani: «Padre, se vuoi allontana da me questo calice. Tuttavia, non
sia fatta la mia, ma la tua volontà» (Luca 22,42). Oggetto prioritario della
preghiera di Gesù non era la liberazione dal dolore, ma che si compisse la
Volontà di Dio! La sorgente ispiratrice dell'assunzione della sofferenza nella
sua dimensione sanante e redentiva è bene riassunta da Giovanni Paolo II in una
espressione che, al tempo stesso, è anche la più profonda esegesi del mistero
dell'ora del Gethsemani. Ha scritto, infatti, nella Salvifici doloris: «Cristo
allo stesso tempo ha insegnato all'uomo a far del bene con la sofferenza ed a
far del bene a chi soffre» e «in questo duplice aspetto egli ha svelato fino
in fondo il senso della sofferenza». Peraltro, dal suo primo messaggio
pontificio il giorno della sua elezione, quando chiese ai malati e ai sofferenti
di essergli di sostegno con l'offerta a Dio e la valorizzazione del loro dolore,
fino alle più recenti iniziative, l'assioma ricordato si conferma la più
esaustiva spiegazione della missione di Vicario di Cristo, esercitata da
Giovanni Paolo II.
Infine,
nella Lettera apostolica Tertio millennio adveniente in preparazione del grande
Giubileo dell'anno 2000 (10 novembre 1994), Giovanni Paolo II, invitando la
Chiesa universale a dedicare l'anno immediatamente precedente il Duemila ad una
particolare riflessione su Dio Padre, anzi ad un «cammino verso il Padre», ne
definisce i passi nel duplice sforzo di operare un'interiore conversione
ispirata alla penitenza e di dare risalto alla virtù teologale della carità.
In
conclusione, non si capisce l'esperienza dolorosa del Rossetto e, insieme,
l'esemplarità con cui egli l'ha vissuta, se non interpretandola attraverso la
chiave di lettura di una obbedienza compiuta come valorizzazione della
sofferenza, che tale obbedienza comportava. L'accettazione, però, di questa
verità, trasformatasi in lui in carisma, fu possibile attraverso la
"riscoperta" di Dio Padre, di un Padre che, anche chiedendoci di
soffrire, come lo ha chiesto con Cristo, svela, fino a farlo trionfare, il Suo
amore.
In
questo senso, come è stato giustamente osservato, anche se il Rossetto usa
spesso l'espressione «paternità di Dio», «gli è più congeniale parlare di
Dio Padre, non volendosi arenare in un concetto generico, moralistico della
paternità di Dio, ma avendo come punto di riferimento il "Padre di Nostro
Signore Gesù Cristo" (Efesini 1,3), il Padre prima persona della Trinità
e fonte di ogni vita». Ed è significativo che questa precisazione trovi
conferma, tra le tante, in una pagina che egli scrisse quando la malattia già
lo minava irrimediabilmente. Vi si legge: «Non intendo, anzi mi astengo dal
ragionare sulla paternità di Dio, per la quale è il Padre ineffabile di Gesù
Cristo Verbo Incarnato. Mi accontento solo di esporre il normale che potrò, i
motivi per cui noi cristiani possiamo e lo dobbiamo, chiamare Dio nostro Padre,
certamente non naturale, ma adottivo, in grazia cioè di Nostro Signore Gesù
Cristo».
Un
testo questo - e mi pare doveroso insistere su tale concetto - che dimostra
ulteriormente la difficoltà, praticamente insuperabile, incontrata dal
Rossetto, nel dare - come gli si chiedeva - una definizione giuridica del suo
Movimento, il cui nucleo andava al cuore di una verità che tutti i cristiani -
e quindi non soltanto un gruppo, una categoria, un istituto religioso, ecc. -
devono vivere. Un gruppo, o meglio la sua Famiglia delle «figlie di Dio»,
quale ne fosse la sua organizzazione, doveva farsi promotore di questa
spiritualità incentrata su Dio Padre, promotore cioè di un rinnovamento o di
una `riscoperta' che doveva coinvolgere tutti i cristiani.
Scriveva
nel 1929: «Si ha paura di Dio! È detto tutto: si prega tutti eccetto che Dio.
E ciò perché non lo si conosce. Si crede ancora ed anche da cristiani, che Dio
sia un Essere inaccessibile, tutto maestà, potenza e terrore. Quanta ignoranza
del vero concetto di Dio, e quale dolorosa deficienza del vero spirito
cristiano. Questo è seguire il sentimento più che la fede, la simpatia per una
forma o altra di devozione, per un santo o un altro, per il gusto contratto da
una certa abitudine e si trascura di farsi un'idea chiara, esatta, pura della
santa Religione e dello spirito retto di sincera pietà». Al contrario, scrive
àncora: «Quale e quanto abbondante vena di luce, e di pace e di gioia vera,
intima; quale e quanto soave e facile unione a Dio si prova se solo un poco si
riflette che davvero, davvero è, come noi diciamo di credere, il nostro Padre
onnipotente, Creatore del cielo e della terra, e se lo invochiamo più di cuore
come Gesù, il vero Figlio di Dio, ci ha insegnato: Padre nostro, che sei nei
cieli, sia santificato il tuo Nome, e se poi troviamo la più cara e sicura
conferma nella sacra Scrittura, nel santo Vangelo e nella liturgia, con cui la
santa Chiesa usa esternare, spiegare ed insegnare la sua fede e il suo amore con
il Figlio di Dio al Padre». Si noti la precisazione - che ho volutamente
sottolineato - «se solo un poco». Come dire che non occorre molto per rendersi
conto della centralità di questa verità cristiana.
Comunque,
egli insiste, e, con logica rigorosa, nega che questo particolare taglio dato al
modo di vivere la nostra fede sia una "devozione": no, è tutto il
Cristianesimo: «Tutta la stessa grande opera di Gesù, compiuta sulla terra,
Gesù la disse compresa nell'aver predicato e fatto conoscere agli uomini il
Nome del Padre, il Padre suo; nell'averlo dato a noi come Padre nostro; l'unica
preghiera che il sommo Pontefice [Cristo] insegnò alla sua Chiesa è quella che
essa canta ogni mattina con lui, su tutti gli altari del mondo: Padre nostro,
che sei nei cieli, sia santificato il tuo Nome. Questa divozione è tutto il
Cristianesimo, è il frutto della Redenzione, è già, in un certo modo, la
vita eterna: Questa è la vita eterna, che conoscano te (o Padre), unico Dio
vero e quegli che tu hai mandato, Gesù Cristo». E ancora: «Gesù ha detto
agli uomini: Quando volete pregare, pregate così: "Pater"! Parola
divina! Insegnata da Dio, diretta a Dio, svela il più caro attributo di Dio,
l'eterna generazione, l'eterna verginale fecondità, e stringe l'uomo a Dio con
le più tenere e più forti, con le più soavi, ineffabili relazioni:
"Pater"!... Quale abisso di bontà, di potenza, e di gloria, di tenerezza
e persino di riverenza». Ad ogni modo - sembra dire il Rossetto - se questa
dimensione irrinunciabile della vita cristiana la si vuole chiamare
"devozione", la si chiami pure anche così, ma non si dimentichi che
«la divozione a Dio come Padre è la divozione più intimamente radicata in
noi, innata, al punto di essere il sospiro, il calore, il sorriso della vita:
quella che, senza avvedercene, ci piega ad accettare le disposizioni di Dio e a
ricorrere istintivamente a lui nei bisogni, e che ci fa sentire 'che è giusto
che si compia per lui qualunque sacrificio, e che si dia a lui ogni onore ed
ogni gloria, a qualunque costo».
Poteva
mai avere un senso - in tale ottica - preoccuparsi di creare una istituzione ben
definita, giuridicamente convalidata, riconducibile a quelle già esistenti
all'interno della Chiesa, dal momento che il vivere questo particolare modo di
cogliere il nucleo della nostra fede - vale a dire, il sentirci figli di Dio, il
conoscere, l'amare, il far conoscere e il far amare il Padre - doveva essere
finalità da promuovere presso tutti e, soprattutto, tra i fedeli e quindi
attraverso una consacrazione secolare che, negli anni in cui egli visse, non
aveva ancora chiara cittadinanza tra le strutture della Chiesa?
Un
dato è certo: egli non poteva, non riusciva a dare alla sua Opera questa
richiesta configurazione giuridica, anche perché - e questo deve riconoscersi
con buona pace delle intenzioni, quali che fossero, dei suoi oppositori - non si
volle guardare alla sostanza piuttosto che alla forma della sua Opera, come
conferma la lettera di un suo diretto superiore, scritta nel gennaio del 1929,
dove si leggono parole che non hanno alcun riscontro, dico nessuno, negli
scritti del Rossetto. Dice questo priore provinciale: «Il padre Rossetto con le
sue figlie di Dio mi dà molto da pensare. Egli mi sembra un po' fanatico di
questa istituzione. Vi è molto sentimentalismo e poca solidità di princìpi, e
poi egli crede di poter agire in tutto e per tutto indipendentemente dai suoi
superiori ed anche dagli ordinari diocesani, alcuni dei quali si sono più volte
dimostrati contrari a quella forma e a quel modo di direzione».
Quattro
mesi più tardi, il Rossetto scriveva a Emanuela Zampieri: «Sì, abbiamo tutto
oggi nel deserto e la terra promessa verrà: e forse noi due non la vedremo.
Sento che, come la mamma tua, io devo scomparire come la buccia della semente
perché questa nasca e vigoreggi. Ora a noi: perché Dio farà dopo la croce e
la morte». Due anni più tardi, in una lettera alla stessa Zampieri e a Maria
Fogazzaro, scriveva: «Lasciatemi essere fedele ai miei voti e, se io lo
invocherò nella tribolazione, egli mi esaudirà e mi darà la grazia di onorare
il suo Nome. Ora provoco l'obbedienza e mi dono a lei. Essa sarà il mio
sepolcro; e da quello, la vita». Provocare, ovviamente, in questo contesto
significa "chiamare in causa".
Mancava
poco più di un anno alla morte, e sempre alle «figlie di Dio» Emanuela
Zampieri e Maria Fogazzaro, ribadiva: «Nell'idea del mio abbandono culmina il
desiderio che questo sia un martirio per la glorificazione dell'attributo di
Padre nel sommo Iddio». È questa l'eco delle innumerevoli volte in cui il
Rossetto si era richiamato al «Sitio» di Cristo sulla Croce.
Al
priore generale dei Servi, nel marzo del 1934, scriveva: «Mi affido totalmente
all'obbedienza dei superiori, nella quale leggo la volontà di Dio». E al
medesimo, due mesi prima di morire, il Rossetto chiedeva il permesso di recarsi
in pellegrinaggio a Lourdes, per domandare la grazia della guarigione e, se
guarito, di poter recarsi missionario in Cina.
Obbedienza
piena, totale, come abbandono alla Volontà del Padre, letta nelle disposizioni
dei suoi priori. Obbedienza sull'esempio di Cristo, obbediente fino alla morte
ignobile sulla Croce; morte, in forza della quale fu glorificato. «Dal
sepolcro, la vita». Obbedienza, che egli chiedeva anche alle sue figlie
spirituali, traducendo l'esortazione in invito a tacere in semplicità ed
umiltà. Sempre, però, obbedienza come abbandono nelle braccia del Padre: «Se
crediamo davvero - scriveva nel 1932 -, nelle umiliazioni non ci lasceremo
abbattere, anzi da quelle stesse trarremo argomento per credere di più, fidarci
di più». Infatti, diceva, «dobbiamo conoscere Dio e noi stessi; se vogliamo
essere veramente umili, conosciamo la nostra miseria e saremo al nostro posto».
E per spiegarsi ancor più chiaramente: «Quasi non siete figlie di Dio se
l'umiltà non diventa per voi la luce, il gaudio, il nido vostro, il vostro
riposo, il vostro rifugio, la vostra forza, la vostra fiducia in Dio». Il
Rossetto aveva anche pensato di far fare alle sue figlie spirituali un quarto
voto, il voto di umiltà. Poi spiegava: «Temevo un po' che un voto di umiltà
quasi impicciolisse il vostro cuore, ritardasse i vostri slanci, mentre vi
voglio anime larghe, robuste, generose, capaci di tutto... Sarete grandi se
sarete umili. Conoscerete Dio, se conoscerete voi stesse... La potenza di Dio
risalterà dalla vostra debolezza, la sua sapienza risplenderà nella vostra
ignoranza... L'amore di Dio sarà più grande nella vostra infingardaggine ad
amarlo».
E
leggiamo insieme questa pagina tratta dal quaderno Silenzio, regola prima delle
sue "figlie" (e dei suoi 'figli") spirituali:
«Quanto
è bello ... tacere di se stessi, e lasciar dire anche quando si sa o si dubita
che altri pensi o parli di noi con inesattezza o malevolenza, se questo non
tocca il bene di terzi. Tacere e lasciar dire, e pensare che così tocca agli
altri la fatica di demolire il tempio ingombrante eretto dentro di noi al nostro
amor proprio, mentre a noi resta solo la fatica di lasciar fare. San Francesco
di Sales, vescovo di Ginevra, incitato dai suoi a volersi difendere in tribunale
contro i suoi detrattori, rispose che Iddio non avrebbe permesso che fosse
spogliato della stima che gli era necessaria, e di quella che non gli era
necessaria nemmeno lui sapeva che cosa farsene: e rimase in silenzio. Magnifico
silenzio, che vale assai più di qualsiasi elaborata ed eloquente arringa o
bella predica, piena di scienza, di fede e di efficacia. Bisogna che noi
impariamo quel sublime silenzio che ci ha insegnato la Vergine, ormai Madre di
Dio, quando conobbe il dubbio di san Giuseppe. Su cosa tanto preziosa per lei,
per Gesù, per il Padre e lo Spirito Santo, e per noi tutti, per la nostra
redenzione, in cosa tanto facile a lei di chiarire: tace. Dio lo sa, Dio lo può
facilmente, Dio farà, è cosa sua, è onore suo, è causa sua; si difenderà da
sé. E così Dio ha fatto, con tanta maggior sicurezza per lei, per san Giuseppe
e per tutti noi, oltre che con la gloria sua e nostro ammaestramento e
bellissimo esempio. Questo della Vergine è un esempio che vale ben meditare,
intendere, amare e imitare. Noi siamo troppo facili a difendere l'onore nostro
con la scusa di difendere quello altrui o quello di Dio che sa difendersi da sé,
e sa glorificarsi più nel nostro silenzio e nella nostra fiducia e abbandono in
lui, che nelle nostre affannose e affrettate difese, troppo bene o male
mascherate con l'onore di Dio. Può essere che le vostre stesse azioni migliori
siano, malignamente o no, travisate, giudicate male e rivolte contro voi stesse.
Tacere anche allora, non per pusillanimità, ma per vero spirito di fede, è
cosa preziosa, è un cibo che vi illumina e vi irrobustisce per salire sull'alta
montagna della perfezione, calpestando l'amor proprio».
Sarebbe
questa «la poca solidità di princìpi» che gli oppositori rimproveravano al
Rossetto? Sarebbe questo il non attenersi alle disposizioni dei suoi superiori
che gli chiedevano quello che non poteva fare e che non capivano quello che loro
avrebbero potuto e dovuto accettare?
Gioachino
M. Rossetto fu un frate Servo di santa Maria e come frate Servo di santa Maria
fondò la Famiglia delle «figlie di Dio» (oggi divenuta l'istituto secolare
san Raffaele arcangelo) e l'Unione sacerdotale (ugualmente di san Raffaele
arcangelo).
La
sua dolorosa vicenda umana è assai sorprendente per chi abbia qualche
conoscenza dei Servi, un Ordine religioso mendicante - iniziato a Firenze nella
prima metà del Duecento, non da uno o due, bensì da Sette santi fondatori -,
che in tutta la sua storia ha sempre dimostrato una singolare capacità di
assorbire esperienze spirituali le più diverse senza che ciò comportasse
lacerazioni e rotture interne. L'Ordine dei Servi è l'Ordine religioso di fra
Paolo Sarpi (+ 1623) e di fra David M. Turoldo (+ 1992), il quale amava dire di
essere uscito più volte di convento sbattendo la porta, ma di esservi sempre
rientrato perché quella era la sua casa. Dicevo un Ordine religioso che è
l'unico, nella Chiesa, fondato da un gruppo: i Sette santi fondatori. Le fonti a
disposizione non consentono di stabilire fino a che punto i Sette fondatori
fossero una comunità eterogenea, ma basta sapere che erano sette e per giunta
fiorentini, per convincersi che l'idea comune che li univa era pensata e
vissuta in sette maniere diverse, si esprimeva attraverso sette personalità e
sensibilità, tanto più accentuate quanto diverse erano l'estrazione sociale,
la vivacità dell'intelligenza dei singoli, l'età, il peso delle cose che
ciascuno aveva abbandonato facendosi frate, le inclinazioni individuali
eccetera. Se dai Sette fondatori dell'Ordine dei Servi non uscirono sette
famiglie religiose, ma una sola famiglia, segno è che per loro l'essere uniti,
lo stare insieme era considerato valore prioritario rispetto al modo in cui
stare insieme. Se è un interesse materiale che tiene legati i componenti di un
gruppo, si parla di soci; se è la convergenza di aspirazioni egoistiche, li
chiamiamo anche camerati; se è affinità di sentimenti, li chiamiamo amici; se
è l'amore reciproco, dobbiamo per forza chiamarli fratelli, anche se manca
tra loro un legame di sangue. Questa unità nella diversità è una costante
nell'Ordine dei Servi ed offre esempi estremamente interessanti e, in qualche
caso, persino stravaganti. La letteratura religiosa cattolica del Seicento -
ad esempio - fu spietata con il Sarpi, dopo la sua scomunica e a seguito della
pubblicazione della sua Historia del Concilio di Trento. L'Ordine dei Servi, al
quale il Sarpi apparteneva, avrebbe potuto unirsi al coro. Non lo fece né
allora né poi, anche se alcuni frati che avevano fatto le spese dell'estremo
rigore con cui il Sarpi, da superiore religioso, aveva imposto l'osservanza
regolare nelle comunità, avrebbero avuto un buon pretesto per vendicarsi.
Cinquant'anni fa, un frate dei Servi, laureandosi all'università di Lovanio,
elaborò una dignitosa tesi di laurea dal tema: «Chiesa di Cristo e Chiesa
romana nelle lettere di fra Paolo Sarpi». La tesi, ancora fresca di stampa, fu
bloccata dal Sant'Uffizio. Né l'Ordine dei Servi né l'interessato ne fecero un
dramma, ma neppure si presentarono al severo portone del palazzo del Sant'Uffizio
per porgere servili scuse. Attesero con pazienza e, una ventina d'anni dopo, il
blocco fu tolto. Dicevo che stupisce l'ostracismo incontrato dal Rossetto
all'interno del suo Ordine mentre era in vita, ma c'era da aspettarsi, anzi lo
considero inevitabile che fossero proprio i suoi confratelli a riesumarne la
memoria fino ad esaltarla chiedendo l'avvio della causa di canonizzazione.
Ho
voluto fare questa premessa, poiché le `paure' dei superiori del tempo nei
confronti dell'Opera del Rossetto non arrivarono, alla sua morte, a farne
scomparire le tracce né si trasformarono in decisione di "chiudere il
caso". Sentite quanto suona strana, e persino contraddittoria, questa
lettera del priore generale dei Servi al priore provinciale della provincia
veneta, sempre dei Servi, in occasione della morte del Rossetto: «Va bene che
facciano una ufficiatura solenne a Monte Berico per il trigesimo; ma stiamo
attenti che non assuma un carattere contrastante con le condizioni e,
soprattutto, non vi siano richiami dell'Opera e della attività per la quale [il
Rossetto] si trovava in quelle condizioni. Vostra paternità stia attento anche
alle necrologie che verranno pubblicate nei varii periodici sul padre Rossetto:
si dovrà evitare ogni accenno a quelle che sono state le questioni e le opere
del padre Rossetto; non sarà male anzi che vostra paternità mi mandi (se
verranno scritte) queste necrologie prima che vengano stampate. Certo c'è tanto
di bello e di buono che si può dire di padre Rossetto: ma delle sue opere è
meglio non parlare». Non venne in mente al priore generale dei Servi che un
elogio sincero del fratello scomparso sul quale c'era «tanto di bello e di
buono» che si poteva dire, non poteva prescindere dal nucleo della sua bontà,
che era stato l'aver vissuto fino in fondo il senso della paternità di Dio.
Comunque, oggi è bello che dalla comunità di santa Maria di Monte Berico sia
partita l'iniziativa di chiedere che si apra il processo canonico per la
beatificazione (e, poi, la canonizzazione) del Rossetto e che un frate della
stessa comunità ne segua da vicino tutto l' iter. Il tempo è galantuomo e,
fortunatamente, lo è nei confronti di tutti.
Dell'autentico
Servo di santa Maria fra Gioachino Rossetto lascia l'esempio anche nella
impostazione della sua spiritualità intorno a Dio Padre.
Egli
volle inizialmente chiamare la sua Opera la Famiglia delle «figlie di Dio».
Nella sua vita, nei suoi scritti, nelle sue direttive, lo sguardo era alla prima
e più alta figura di figlia di Dio, la Madonna. Scriveva: «Non importa che
predichiate, che insegniate, basta che viviate, che continuiate ad essere. La
Madonna a Nazareth, come una donna qualunque, col suo fare, la sua carità, la
sua pazienza, la sua sottomissione alla volontà del Padre, la sua santità è
un magnifico esempio del come dovete essere in qualunque luogo, in qualunque
circostanza, nel poco, nel molto, sempre. Solo con l'essere farete molto». In
anni recenti, i Servi, riuniti in Capitolo generale, hanno approvato due
importanti documenti mariani: «Fate quello che vi dirà» (1983), riprendendo
le parole della Vergine alle nozze di Cana e «Servi del Magnificat» (1995),
cioè inviati per servire nel canto della vita. Il testo sopra citato del padre
Rossetto si conferma particolarmente attuale, specialmente nella sua conclusione:
«Solo con l'essere farete molto».
Ha,
quindi, ragione fra Giovanni M. Travaglia a precisare: « La devozione alla
Vergine Maria ha permesso tutto il cammino religioso, sacerdotale e
missionario di p. Rossetto, segnando la sua attività apostolica con iniziative
mariane che non fossero solo efflorescenza sentimentale, ma disposizione filiale
d'orientamento al Padre. Più che riflessioni di uno studioso o di un mariologo,
le sue sono una contemplazione, un canto che nasce dal vissuto».
Per
padre Rossetto Maria è la prima Figlia di Dio «perché ella doveva
manifestarlo precisamente nella sua qualità e attributo più bello e divino e
caro di Padre, giacché è proprio di un Padre prevenire la colpa dei figli e
preparare il rimedio per essi, e Maria così pre-concetta nella mente di Dio ...
era dello stesso Dio la figlia prediletta e arca dell'amore paterno di Dio al
mondo, il dono di Dio, il pegno del futuro perdono, la figlia dell'Amore, la
figlia in cui egli si sarebbe rivelato e sarebbe stato e avrebbe fatto da Padre
prima ancora che fossero i padri nostri, i nostri progenitori».
E
in un significativo passaggio aggiunge: «Per Gesù, mio Padre è Dio, mia Madre
Maria. Gesù è l'incarnazione della bontà paterna di Dio. Maria - come dire
meglio diversamente? - è come, rappresenta quasi la bontà materna di quel
Dio che ha voluto chiamarsi anche nostra Madre, per destare meglio ed eccitare
di più il nostro cuore sonnolento, ed ha scelto in ogni modo, per ogni opera
della Redenzione il concorso d'un Padre in Gesù, d'una Madre in Maria». Molto
prima, dunque, di Giovanni Paolo i e di Giovanni Paolo ii, il Rossetto non
esitava a parlare dell'amore materno del Padre. E questo perché la riflessione
sul Padre si era davvero trasformata in lui in chiave di accesso a tutto il
mistero cristiano, che si riassume nella rivelazione della paternità di Dio.
Personalmente,
credo che il Rossetto abbia veramente elaborato, anche se in maniera non del
tutto organica, una profonda teologia sulla prima Persona della santissima
Trinità. Scopo, però, di queste modeste pagine non voleva essere di presentare
questa teologia, bensì soltanto di mettere a fuoco un'intuizione che può
essere di grande aiuto a vivere, intorno ad un principio chiave, tutta la vita
cristiana. Giorgio la Pira era solito ripetere che per dare un indirizzo
coerente ed un significato pieno alla propria esistenza non occorrono molte
idee; ne basta una sola, osservata però, come un diamante, nelle sue molteplici
facce che assorbono e riflettono insieme un'unica e fulgente luce. Guardando a
Dio come a Padre, l'umile e incompreso fra Gioachino M. Rossetto ha incontrato
la luce che gli ha svelato il senso delle beatitudini evangeliche, di tutte e
singole le virtù cristiane, di tutte le norme fondamentali della morale
insegnata da Cristo e proposta e difesa dalla Chiesa; la chiave dell'intero
catechismo.
Voglio
guardarmi da ogni definizione approssimativa, ma questa idea-risorsa del
Rossetto, mentre resta l'anima della sua Opera, ha l'intima forza di dilatarsi
come straordinario impulso di rinnovamento per la vita cristiana di tutti.
L'idea di Dio Padre, anzi la verità vivente di Dio Padre, per lui è la sintesi
della visione cristiana della vita.
Incontrando,
qualche mese fa a Roma, la responsabile dell'istituto secolare san Raffaele
arcangelo, sono rimasto stupito da due circostanze. Nel corso del lungo
colloquio, nonostante certe mie domande, ella ha del tutto sorvolato sul
calvario in terra del fondatore. Poi, mentre si parlava, notavo che stringeva
forte tra le mani un libro, dal piccolo dorso. Al momento di lasciarci, mi ha
detto: «Qui c'è tutto, c'è tutto!». Era il quaderno del Rossetto dal titolo
Silenzio, di cui i figli spirituali hanno curato la pubblicazione, una decina
d'anni fa. Per la verità, se si eccettuano i pochi cenni alle traversie del
Rossetto nell'attenta introduzione di don Narciso Dassié, il libro sembra
ignorare del tutto la sua Via Crucis.
Dio
mi guardi dalla pretesa di aver capito fin in fondo la spiritualità del
Rossetto, ma chiedo al lettore di fermarsi su queste poche pagine che trascrivo
da quel quaderno. Mi sembra il suo più toccante testamento e la sua
straordinaria lezione di vita. La lingua non è quella oggi corrente e lo stile
risente dell'oratoria del tempo, ma si tratta di un'incrostazione che è
facilissimo separare dal contenuto, il quale non può sottrarci ad un serio
esame di coscienza.
«lo
parlo con voi: quando mi leggerete o rileggerete, molto tempo sarà passato.
Parlo anche con quelle che non sono ancora sulla terra. Nel seno di Dio Padre,
già vi conosco, già vi amo, già vi chiamo figlie e sorelle, e a voi che
passerete via, seguite da altre e da altre, a voi tutte figlie del Dio eterno,
io piccolo atomo, piccola goccia d'acqua cadente, piccola foglia che stormisce
al soffio del vento per poi cadere e tacere o cantare sempre il canto del
Creatore, io grido a voi: ascoltatemi! Tacete, e nel silenzio udrete le voci più
grandi che vi faranno vivere in un mondo più largo, in un mondo più vero dove
le menzogne del mondo umano non valgono a commuovere un cuore, non arrivano a
turbare la pace, a rompere il silenzio di vita vera.
Anche
voi che verrete lontane nel tempo, già da ora nei grandi silenzi udite queste
grida di chi già vede e vuol darvi la vita più perfetta nel silenzio di Dio
che ci è ugualmente Padre...»
«Purtroppo
fra tante voci di tutto il creato che risuonano intorno a voi in una realtà
innegabile, voi udite anche delle bestemmie, delle parole invereconde; udite
degli scandali, udite raccontarvi le sole cose detestabili: i peccati. Sono
queste le voci che dovrebbero tacere, ma ci sono, se gridano, e si sentono, né
ci si può allontanare così da non sentirle, e voi dovete viverci in mezzo: è
la vostra vita, la vostra missione».
«Hanno
più fame della verità quelli che sono i più miseri, che ne sono i più
lontani; i più pieni e gonfi di luridume, di marciume, di fango, sono quelli
che hanno più bisogno che una figlia di Dio li cerchi, li curi da tante
malattie, e li nutra con un po' di cibo sano, e li consoli, deterga i loro
occhi, le loro orecchie e i loro cuori, e insegni a quelle labbra a `parlare
correttamente' come faceva Gesù con gli indemoniati (cfr. Marco 7,35). San
Francesco ha lasciato dietro a sé l'amore ai lebbrosi, raccolti con venerazione
dai suoi figli e dalle sue figlie. Voi che siete figli e figlie di Dio,
raccogliete adorando l'amore che Gesù vi ha lasciato per gli indemoniati, per i
pubblicani, per le adultere, per le peccatrici: i più veri e vere lebbrosi e
lebbrose. Curate gli indemoniati, e darete grande gloria a Dio...».
«...
Ma udite anche tanti bambini e bambine che sono nati in prigione, nati fra i
ceppi del demonio, del mondo, della carne. Quante insidie anche per i piccoli,
quante astuzie del demonio per ghermirli fin dal loro apparire sulla terra! Non
sono quasi ancora liberati dalle catene con il Battesimo, che già il mondo e un
amore malinteso e mille convenienze si aggirano attorno alla culla: le
adulazioni e le mollezze, tutto un mondo di carne, li soffocano. Aprite degli
spiragli di luce a quelle menti, fate apparire qualche cosa di vita alta a quei
piccoli cuori. Vi capiranno quanto meno ciò sembra possibile: l'animo è fatto
per la verità e per l'amore, e di questo ha fame, di questo è capace fin dagli
albori della vita».
«Ma
più udite le voci di tante povere giovani che o già hanno assaporato il pane
amaro del peccato, o ne sono vicine e lo temono, o candide, ingenuamente
saltellano sull'orlo di un abisso che le trarrebbe ad aprire gli occhi e alla
disperazione. Quante insidie moltiplicate di numero e di forza per rovinarle.
Andate a loro nelle loro vesti, con mille industrie, avvicinatevi a loro, o
attiratele a voi come meglio vi viene di farlo procurando loro un lavoro onesto
o un onesto sollievo. La carità vi insegni».
«E
poi udite i gemiti dei malati, cui forse mai risuona una parola al cuore che li
induca a santificare il dolore, la solitudine, le privazioni, il timore della
morte e la morte stessa. Salite le loro scale, bussate leggermente come angeli
alle loro porte, avvicinatevi con dolcezza ai loro letti, portate un fiore, un
dolce, un'immagine, una cartolina qualunque, un qualunque oggetto che dica loro
e ricordi una parola buona, un tratto gentile che li aiuti a pensare a Colui
`che solo è buono, Dio' il Padre (cfr. Marco 10,18). Dovete sapere se ci sono
gli ammalati: tra tutti scegliete con preferenza i più lontani dal Padre: hanno
più bisogno di lui e di voi. Introducetevi con fare e con vesti che non li
turbino; sono anime consegnate a voi da salvare all'ultimo momento. Le
missionarie tripudiano di gioia quando possono battezzare dei pargoli che poi
volano al cielo; e voi ribattezzate questi pargoli affamati, cui forse nessuno
ha mai dato il latte sano nutriente delle verità celesti. Abituate piano piano
quelle orecchie al vostro parlare, pensate che voi siete abituate al pane ed
essi neanche al latte. Nominate però il Padre celeste: avrete un primo trionfo
se dopo pur tanto tempo e cure e tante preghiere aprirete il cuore e la fiducia
all'amore di Dio Padre, e sentirete questa parola nelle vostre orecchie e nel
vostro cuore da quelle labbra e da quel cuore».
«Non
trascurate però neanche quelli che sono più vicini a voi e al Padre, perché
tutti gli sono figli cari, e più quelli più provati, che possono dargli più
gioia e che sarebbero più fieramente tentati e ricercati dal demonio per negare
la massima gloria al Padre nelle loro sofferenze. Tenetevi informate delle
vostre piccole missioni. Così i poveri, i veri poveri, materialmente e
spiritualmente, dove si soffre la povertà più vera, e dove c'è il dolore.
Quanti sono poveri e malati e agonizzanti fra strazi indicibili, e nessuno lo
sa! Quante povere mogli, e vedove, e mamme, e sorelle, ma anche quanti mariti e
padri che hanno fame e non lo dicono, e anzi sembrano disprezzare qualunque
cibo... Andate da loro nel segreto, entrate piano piano, silenziosamente, vicino
a loro, e vedrete quale squallore in quei cuori, che gelo, che agonie».
«Figlie
di Dio: ecco le vostre piccole missioni, che nessuno vi contende perché nessuno
in altre vesti, con altre regole, può compierle, neppure lo stesso sacerdote
che ormai viene escluso da tante porte solo perché ha il pane destinato agli
affamati, ed essi non vogliono si sappia che hanno fame. Andate a chiederne voi
a loro, e potrete fare la più preziosa carità a loro stessi. E a chi può,
domandate anche la carità o di un'offerta o di un consiglio o di qualunque
altra cosa: forse è questa che apre meglio la chiave del loro cuore, e una
volta che sarete dentro non vi sarà difficile lasciarvi aperta di dietro la
porta per tornarvi, e ridonare la carità ringraziando. È così che dovete dare
tanti figli al Padre Celeste».
Le
tante preghiere in lode del Padre lasciateci da padre Rossetto sono tutte
attraversate da questo acuto senso della propria figliolanza divina.
Forse, a rendere tanto incompreso il Rossetto fu anche la `discrezione' della sua spiritualità, mai gridata, mai caricata di superflua sonorità, mai tentata da integralismo, ma sommessa, appena sussurrata, quasi nel timore di non più udire la voce di Dio «Padre», quando si consumava fisicamente e psicologicamente per farne conoscere il Nome e farlo amare, come lo aveva fatto conoscere e amare, nel suo passaggio sulla terra, la Madre di Gesù, donna dell'ascolto e della disponibilità, ispiratrice della sua stessa vocazione.