MARTA
ROBIN
La gioia nella croce
RAYMOND
PEYRET - © EDITRICE
ANCORA MILANO
DICHIARAZIONE - Conformemente al decreto di Papa Urbano VIII, l'autore dichiara che tutto ciò che è scritto in questa biografia, essendo fondato con certezza solo su testimonianze umane, fa le dovute riserve sulle manifestazioni soprannaturali, finché la Chiesa non s'è pronunciata. Dichiara inoltre che usando a volte qualificativi tipo «santa» e parlando di fatti d'ordine soprannaturale e preternaturale, egli adotta semplicemente un linguaggio ricevuto, senza voler pregiudicare in niente le decisioni della Chiesa alle quali si sottomette senza riserve.
Valence,
11 ottobre 1981
I documenti in questo libro, sono riprodotti grazie alla gentile autorizzazione di padre Finet e delle famiglie Serve - Brosse - Gaillard.
La
traduzione italiana della biografia di Marta Robin, scritta da Raymond Peyret,
vuol essere un modesto contributo per diffondere la conoscenza di uno dei più
significativi movimenti religiosi del nostro tempo: i Focolari di Carità.
Sorti
in Francia negli anni trenta, essi sono ormai diffusi in più di 30 nazioni ed
esprimono, con la loro presenza discreta ed efficace, il dinamismo dello
Spirito, la cui inventiva si pone come fermento nella realtà umana di ogni
nuova generazione.
Ma
qual è la loro origine? Chi mai ha avuto l'idea di orientare il laicato
cattolico verso una forma di vita comunitaria «nuova» e particolarmente adatta
alla diffusione del Regno in un mondo ateo e senza speranza?
Dio,
che si serve dei deboli per confondere i forti, ha scelto Marta Robin, l'umile
popolana di Chàteauneuf-de-Galaure, perché fosse la pietra angolare posta a
fondamento della grande costruzione.
L'azione
misteriosa della grazia e la risposta fedele di questa eroina della sofferenza
hanno fatto di lei un miracolo vivente, polo di attrazione per chiunque si
accosti al soprannaturale in semplicità di cuore, richiamo pressante alla
scoperta della misericordia di Dio, la cui «bellezza antica e sempre nuova»
vive e si manifesta nei santi.
L'esistenza
di Marta Robin si snoda in un crescendo di amore per Cristo, fino ad
assimilarne le atroci sofferenze della Passione.
Ridotta
all'immobilità, ella rivive ogni settimana il mistero del Calvario e, per oltre
cinquant'anni, soffre e prega per la salvezza del mondo. La sua è una sfida
contro la disperazione di chi non sa più dare un senso alla vita e, come sfida,
dimostra che tutto ha un senso nella realtà dello Spirito; infatti, le
preghiere e le lacrime degli uni, assunte come un prolungamento della Passione
di Cristo, possono giovare alla conversione e alla felicità degli altri.
La
conquista dell'amore vero, quello che rende gli uomini partecipi della gioia di
Dio, non conosce altra via se non la via della croce: «Nella croce e nella
gioia...» (p. 94 ed. franc.).
p.
V. LETTRY
Non
sono un membro del Focolare di Carità di Chàteauneuf-de-Galaure e, pur
abitando a soli 40 chilometri dal paese, non ho mai incontrato Marta Robin.
Eppure, fin dall'infanzia, ne ho sentito molto parlare. Ma, poco incline per
natura alle rivelazioni private o agli stati mistici, ho sempre dimostrato
non scetticismo ma una certa riserva nei confronti di colei che veniva
chiamata la stigmatizzata della Dróme. Perciò, se solo un anno fa mi avessero
detto che avrei pubblicato un libro su Marta Robin, me ne sarei stupito molto.
Cos'è dunque successo per farmi arrivare a tanto?
Nel
febbraio '81 dovetti, in qualità di prete-giornalista, occuparmi della morte
e dei funerali di Marta Robin. Da tutto ciò che udii dai suoi, ebbi l'impressione
che questa donna era stata una cristiana tanto eccezionale quanto nascosta. La
piccola inchiesta, che feci allora su di lei, me la fece immediatamente
amare ed ammirare, molto più di tutto ciò che in passato mi era stato detto
sulle sue stigmate. E fui come provocato interiormente a scrivere questo libro
per soddisfare coloro che poco la conobbero, molto ne sentirono parlare,
vogliono sapere la verità a suo riguardo e si chiedono quale segreto celasse in
cuore.
Mi
sono dunque messo a fare l'inchiesta per mio conto, cominciando col raccogliere
i pareri della famiglia, dei vicini e compagni d'infanzia. Ho riunito vari
documenti confrontando e controllando, quando era il caso e nei limiti del
possibile, tutte le testimonianze raccolte. In questa inchiesta, difficile
certo, ma entusiasmante, ho cercato di evitare la trappola sia dello scetticismo
sistematico che della ammirazione beata.
Forse
la mia ricerca fu stimolata da un giornalista di un quotidiano del nord della
Francia che mi chiese, in seguito alle scarse informazioni ottenute su Marta
Robin, se la Chiesa fosse, si o no, una « società segreta ». No, caro
confratello! Ma Marta era il tesoro di una famiglia di Chàteauneuf-de-Galaure,
il tesoro della famiglia religiosa di cui fu la ispiratrice ed anche (credo di
mostrarlo nel corso di questo libro) un tesoro per la Chiesa nel nostro tempo.
Ora,
un tesoro non lo si espone pubblicamente. Per cosa avremmo scambiato la Chiesa
se questa avesse gettato Marta in pasto a tutti i mass-media? Quando Gesù
faceva miracoli in Palestina, quando appariva trasfigurato dinanzi a tre dei
suoi apostoli, proibiva loro di parlarne. Tuttavia, questo divieto non veniva
loro fatto per sempre: «Non ne parlate finché il Figlio dell'uomo non sarà
risuscitato» (Mt 12, 9). Di fronte alle meraviglie compiute dal Signore bisogna
anzitutto ascoltare per capire il senso del mistero. Solo dopo si potrà
parlarne. E poiché adesso il Signore ha richiamato a sé questa «Drómoise»
che, ogni venerdì, per più di cinquant'anni, visse nella propria carne la
Passione di Gesù, l'ora è giunta di pubblicare le meraviglie che Dio fece in
questa sua serva.
I
miei amici protestanti si stupiranno certamente di questo lavoro. Essi non
amano le statue. Temono che ad onorare ciò che noi cattolici chiamiamo i
santi, si tolga qualcosa alla gloria di Dio. Vediamo di capire. I santi sono
anzitutto esseri di carne, fragili come tutti noi, ma che hanno accettato di
lasciarsi guidare da Colui la cui potenza si è rivelata nella loro debolezza.
Testimoni autentici della fede nella sola grazia di Dio, sono anche la «riuscita»
di Dio. Non rischiamo forse di togliere gloria a Dio tacendo ciò che è la sua
opera? I nostri fratelli riformati non misconoscono l'importanza di questi
uomini che, come Martin Luther King, furono testimoni e martiri della fede.
Sanno ricordarne l'esempio e ripeterne il messaggio. È in questo spirito
che ho intrapreso la redazione di questo libro. Vi renderete conto che non sono
uno scrittore di professione e che non ambisco a gloria letteraria alcuna,
ma, semplicemente, non mi sono creduto in diritto di tacere una tale
testimonianza.
P.S.
Ringrazio
i membri della famiglia di Marta e tutti i suoi amici e vicini, senza i quali
questo libro non esisterebbe. Un grazie speciale a coloro che hanno riletto il
manoscritto e mi permettono, con le correzioni richieste, di cernere la verità
più da vicino. Avendo molto ricevuto da Marta, non posso, per quel che mi
riguarda, fare di questo libro un'opera commerciale. Cedo dunque i diritti
d'autore e mi impegno a devolverne l'ammontare ai Focolari di Carità del terzo
mondo.
Capitolo
1
La
Drome non ha niente di una regione naturale: è piuttosto una Francia in
miniatura.
Ciò
che in effetti colpisce il viaggiatore che percorre questo dipartimento del
sud-est è la varietà impressionante di paesaggi, climi, accenti ed anche di
microciviltà. Cosa c'è in comune, per esempio, tra i corridoi industriali
della valle del Rodano, il Vercors dall'aspetto savoiardo, il Diois disseminato
di lavanda, i paesaggi greci del Tricastino e le montagne provenzali delle
Baronnie?
La
Galaure, dove nacque Marta Robin, costituisce, al nord della Drome, una
regione di transizione, dove le colline ondeggiano dolcemente tra il solco del
Rodano e l'inizio delle Alpi.
Se
arrivate dalla Nazionale 7 per recarvi a Chàteauneuf-de-Galaure, girate a
Saint-Vallier; ad est della città troverete la Dipartimentale 51; seguendola,
imboccherete rapidamente la sfilata selvaggia di Rochetaillée: questi tre o
quattro chilometri di curve che non finiscono più sono un avvertimento alla
pazienza nella nostra ricerca: la Galaure non svela facilmente il suo mistero...
Appena
superata la sfilata, scopriamo una verdeggiante vallata, senza poterne
supporre le reali dimensioni. File di alberi velano in parte lo sguardo. Pure
il fiume, che s'intravedeva a tratti, percorrendo la strada, d'ora in avanti
si nasconderà nel bosco. È decisamente difficile intravedere il mistero di
questa regione.
Ecco
St-Uze: apparentemente un villaggio rurale, in realtà una città operaia che
possiede fonderie. e fabbriche di ceramiche. Un po' a distanza sorge La
Motte-de-Galaure; anche questo è un villaggio più operaio di quel che
sembri...
La
valle adesso si allarga e si estende dolcemente coi villaggi di Mureils e
St-Bonnet-de-Galaure. Ancora due chilometri ed arriveremo a Chàteauneufde-Galaure.
Avvicinandosi alla borgata, in estate, la si intravede appena, nascosta com'è
nel verde; solo il campanile e qualche tetto rosso attirano la nostra
attenzione. Ma quando si penetra nell'interno, Chàteauneuf risulta essere un
paese più importante di quel che sembri (un migliaio d'abitanti all'inizio
del secolo). E non è affatto spiacevole con la lunga strada bordata di case
fatte con ciottoli rotondi, che dalla collina scende fin verso la strada
regionale di Galaure. In alto c'è il Focolare di Carità.
Perché
questo nome: Chàteauneuf? Pensiamo, naturalmente, che derivi da «castello».
Una volta c'era un castello, i cui resti sono stati incastrati nelle
costruzioni del Focolare. Tuttavia, non sembra che esso abbia dato il nome al
comune perché, nonostante le apparenze ingannevoli ancora una volta, Chàteauneuf
deriva da «castrum novum» (nuovo campo romano) e questo indica origini molto
antiche.
Infatti,
la parte di castello che sussiste, si appoggia su elementi architettonici che
risalgono all'occupazione romana e furono trovate, nel castello, monete
imperiali del III e IV secolo. E c'è di più: in questa valle della Galaure, il
cui nome significherebbe fiume dei Galli, fu trovato vasellame che risale al
neolitico ed un altro tipo di origine slava. Pare che questa contrada che dalla
valle del Rodano conduce alle Alpi attraverso una via più lunga assai
piacevole, fosse sempre stata utilizzata, benché lontana da grandi vie di
comunicazione, per permettere l'incontro tra i popoli dell'Est e del Nord e
quelli della regione mediterranea. Giunti a questa prima conclusione, siamo
in grado d'avvicinare il mistero di Chàteauneuf.
Molti
nomi di santi in questa valle, ma...
Ma
non corriamo, tanto più che, qui, niente permette di pensare che qualcosa possa
attirare e fissare persone che arrivano dal continente europeo e da più
lontano. Soprattutto niente lasciava prevedere che Chàteauneuf avrebbe potuto
essere la patria natale di una mistica.
Certo
tanti comuni e villaggi dei dintorni hanno nomi di santi: S. Vallier, S. Uze, S.
Barthelemy-deVals, S. Bonnet, S. Avit, S. Martin d'Aout, S. Andéol, S.
Germain d'Hauterives, ecc... Non c'è nella Dróme un solo cantone con tanti
comuni aventi nomi di santi come questo di S. Vallier; ma tra questa realtà e
l'affermare che questa terra all'inizio di questo secolo fosse al cento per
cento zona di cristianità c'è un, passo che non supereremo mai.
Si
deve persino dire che, durante l'infanzia di Marta Robin, la vallata era
abbastanza anticlericale nel suo insieme. Si racconta, per esempio, che nei
dintorni di Chàteauneuf, un giovane di quell'epoca, berretto sul naso, mani in
tasca, vede avvicinarsi il parroco. Allora si mette a gracchiare come un corvo.
Il parroco, senza scomporsi, traversa la carreggiata, s'avvicina al giovane
offrendogli un biglietto da un franco.
-
Ma signore!...
-
Ma sì, accetti! Quando i bambini gridano è perché hanno fame. Vada dunque a
comprarsi del pane. E’ meglio che «mangiare il curato»!...
L'aneddoto,
riportato su un numero della «Semaine Religieuse de Valence », ha il
vantaggio di metterci concretamente nel contesto storico dell'inizio del
secolo. Come per caso il Presidente della Repubblica era, allora, uno della Dróme:
Emile Loubet. E’ vero che questo uomo dal temperamento conciliante si
dichiarava «irresponsabile costituzionalmente» della politica anticlericale
dell'epoca.
Loubet
era diverso dal «petit père Combes» o da Clémenceau, il quale, secondo
Aristide Briand, era animato dall'odio per il Papa. Ad ogni modo ricordiamoci
che era il tempo della separazione della Chiesa dallo Stato e quello in cui
furono cacciati i religiosi dalla Francia.
Matrimoni
e funerali civili...
Chàteauneuf
seguiva la moda del giorno, forse era persino un po' allavanguardia! Gli anziani
«benpensanti» dicono ancora che il quartiere tra Chàteauneuf e S. Sorlin
non era molto «buono». Per esempio, se padre Cluzes, nominato parroco di Chàteauneuf
nel 1909, part? nel 1912, fu perché, per diverse volte, la sera, gli fecero
paura alle «pianure». Neppure il villaggio di S. Bonnet, allora eretto a
parrocchia e dove Marta Robin fu battezzata, era molto buono. Il comune di Chàteauneuf-de-Galaure
e quello limitrofo di S. Sorlin avevano la reputazione di avere un numero di
matrimoni e funerali civili maggiore che in altri posti. C'era persino
l'usanza di firmare impegni scritti per farsi seppellire civilmente...
La
situazione si è poi evoluta, ma lentamente... Al congresso nazionale della
Gioventù Cattolica, che si tenne il 7 luglio 1912 a S. Vallier, risultò che la
parrocchia di Marta, S. Bonnet, era una di quelle che non possedevano gruppi di
giovani. «I bambini - precisa un rapporto - lasciano la Chiesa dopo la prima
comunione, dimenticano le pratiche religiose, seguendo l'esempio dei genitori».
A Chàteauneuf un gruppo c'era, ma poco attivo. Un'inchiesta di sociologia
religiosa, condotta nel 1959 nella diocesi di Valence, mette in evidenza che,
anche a quell'epoca, quella era una zona - della Dróme - che aveva la più
alta percentuale di nonbattezzati: 4% da 0 a 7 anni; 6% da 8 a 9 anni.
Come
spiegare questa corrente d'indifferenza, di ostilità alla Chiesa?
Oltre
al clima nazionale succitato, bisogna tener conto delle lotte sociali che
contrassegnarono la Dróme nel XIX e XX secolo. Immaginavamo, per esempio, che,
nel secolo scorso, Chàteauneuf-de-Galaure totalizzasse non meno di otto
fabbriche, varie fucine, coltellerie, mulini per il grano ed una cartiera che
prendeva la forza motrice nelle acque della Galaure? Meno «rossa», però, di
S. Uze, che abbiamo attraversato arrivando, Chàteauneuf fu più influenzata dal
radicalismo e dal libero pensiero. L'anticlericalismo fu sempre molto vivo a
causa di qualche scandalo dato da qualche prete a Chàteauneuf e a S. Sorlin
nel secolo scorso ed a causa dell'ascendente di maestri di scuola, notevoli
del resto, ma molto «laicisti».... «Lascio S. Bonnet - pare abbia detto un
maestro molto apprezzato dagli alunni -, se i vostri genitori non votano come
si deve».
A
questo insieme di fatti potremmo aggiungere, per il piacere dell'aneddoto, che
qui siamo nel Delfinato e che esso confina con i «Cargnauds» delle fredde
terre dell'Isère. Questi sono di una diffidenza leggendaria. Si racconta che,
prima della guerra, due mercanti si incontrarono alla fiera di Beaurepaire e
così iniziarono la conversazione:
-
Sono andato a Parigi...
-
Dici che sei stato a Parigi per farmi credere che non ci sei stato, ma so bene
che ci sei stato! Bugiardo, che non sei altro!
Più
forti dei Normanni questi Delfinesi! Ma questa diffidenza non è la migliore
disposizione alla fede e spiega una certa reticenza riguardo agli avvenimenti
che succedono a Chàteauneuf-de-Galaure...
L'aneddoto
sui «Cargnauds», che è forzatamente caricaturale, non può farci
dimenticare che, nella Galaure, l'abitante è realista, lavoratore, fiero e tenace.
L'esempio più illustre è quello del postino Cheval. Chi non ha udito parlare
di quest'uomo stupefacente che - durante trent'anni, nientemeno! - ha
costruito da solo il suo «Palazzo ideale»? Questo monumento originale, che
rappresenta tutte le architetture del mondo, si trova a meno di sei chilometri
da Chàteauneuf-de-Galaure. È l'orgoglio del villaggio di Hauterives.
«I
secoli passeranno - ha scritto Ferdinando Cheval - e la leggenda dirà al
passante che visiterà: Figlio, è un uomo solo che ha costruito tutto ciò! ».
I secoli? Certamente, fino ad oggi, numerosi turisti di tutta Europa sono venuti
ad ammirare questo poema di pietra che, solo qualche anno fa, affascinava il
ministro della Cultura, Andrea Malraux. Ma il monumento comincia a dare segni di
invecchiamento. Fra qualche decennio se nessuna restaurazione sarà
intrapresa, non ci saranno più ammiratori perché non ci sarà più il
monumento...
Ma
se Hauterives ha contribuito a mantenere fino ad oggi, nella Galaure, la
vocazione di terra di passaggio e di incontro tra i popoli, Chàteauneuf, a sua
volta, la conferma ampiamente e già da diversi decenni.
Direi
di più, non ci si reca a Chàteauneuf solo nella stagione del turismo. Del
resto non sono dei turisti questi uomini e donne che dal 1936, cominciarono
a venire da Lione e poi ad affluire da ogni parte della Francia e da oltre
frontiera. Arrivano qua per cinque giorni, salgono al Focolare di Carità per
ascoltare il Vangelo e scoprire il senso della loro vita; in certe ore della
giornata li vediamo lungo le strade dei dintorni, col rosario in mano, oppure
dietro una pesante croce, portata da qualcuno di loro lungo la strada che «sale
alla Plaine», come dicono qua.
Eccoci
lontano dal clima irreligioso evocato prima. Cos'è successo? Com'è potuto
verificarsi questo rovesciamento inatteso di situazione?
Questa
terra di Galaure, feudo di libero pensiero da diverse generazioni, non è
stata scartata da Dio per la realizzazione del suo disegno d'amore. L'ha
addirittura scelta per lo svolgimento, in pieno ventesimo secolo, della storia
più incredibile che si possa scrivere!
Terra
di Chàteauneuf, puoi essere fiera perché in te una donna ha intravisto una
luce e ha pregato giorno e notte che questa luce si infiammi e scaldi i vari
continenti del mondo.
Eccoti,
più che mai, chiamata ad essere una terra di passaggio e di incontro tra i
popoli...
Capitolo
II
«SALIAMO
ALLA PLAINE»
I
genitori di Marta Robin abitavano sopra Chàteauneuf-de-Galaure, nel quartiere
che qui chiamano «La Plaine». Prendiamo dunque il bastone da pellegrino e
rechiamoci dai Robin. Dal Focolare c'è mezz'ora circa di strada a piedi.
L'itinerario
è facile: prendete la strada di S. Sorlin finché, sulla destra, trovate una
strada più stretta, percorretela per qualche centinaio di metri fino ad un
pilastro dell'alta tensione. Durante l'infanzia di Marta in questo posto c'era
un pioppo che non doveva certo avere difficoltà ad essere più attraente
dell'attuale pilastro...
«Dal
pioppo - diceva Marta - si vede un quarto della Francia!». L'espressione è
eccessiva solo per mettere in rilievo la qualità eccezionale del panorama. Da
questo balcone naturale si vedono (quando il tempo è bello) il Monte Bianco, le
cime della Certosa, l'infossamento di Grenoble, la catena di Belledonne, il
Vercors e, girandosi a ponente, il Mezenc, il Gerbier des Joncs e, a volte, il
villaggio della Louvesc, centro di pellegrinaggio a S. Francesco Règis e a
Santa Teresa Couderc, fondatrice delle Dame del Cenacolo. Un po' a distanza il
monte Pilat. Ecco un luogo dove una cartina d'orientamento affascinerebbe il
turista... Ma non siamo turisti e continuiamo la nostra strada. Dopo il pilastro
una freccia indica la direzione delle Móilles. Scorgiamo già, alla nostra
destra, in leggero ribasso, tre case abitate, tra le quali si nasconde quella
di Marta Robin. Più precisamente è l'ultima a destra, in fondo alla strada.
Non si può andare oltre: un grande portale e, a qualche metro, la casa, che
scorgiamo all'ultimo momento. È qui che nacque, visse e morì Marta Robin.
Tranne
il cortile asfaltato e la facciata ridipinta, il paesaggio rimane immutato dai
tempi dell'infanzia di Marta. In questa conca della Moilles non si ammira più
il panorama che si vedeva dal pilastro (o dal pioppo), né i villaggi, né le
montagne. Si ha l'impressione che la terra tocchi il cielo in modo quasi
immediato, come ad Avila, tranne il deserto ed i bastioni...
Prima
di entrare nella storia di Marta, facciamo la conoscenza dei suoi parenti e
vicini. È una fortuna per noi che un'amica di Marta, di qualche anno maggiore
di lei, Maria-Rosa Achard, oggi insegnante in pensione, abbia avuto la buona
idea di raccontare i suoi ricordi d'infanzia. Il libro, svelto e pieno di
freschezza, s'intitola: «Allora il mondo cominciava». Alcune di queste
pagine ci aiuteranno a situare Marta nel giusto quadro di vita all'inizio del
secolo. I Robin erano piccoli proprietari, con meno di dieci ettari di terreno,
gente molto semplice che non faceva parlare di sé, una famiglia molto
socievole.
Giuseppe,
il padre, era «un uomo grande, gioviale ed ingenuo», un tantino autoritario,
con «il volto colorato, il torace villoso nella apertura della camicia».
Maria-Rosa Achard, a cui dobbiamo questa descrizione, aggiunge: «Era devoto e
reazionario». No, era anticlericale, vi diranno altri.
Entrambe
le affermazioni sono eccessive. Il ritornello di una canzone composta dal
consiglio municipale e dedicata al signor Robin è forse più appropriato:
«Clericale
in fondo al cuore, egli si dice libero pensatore».
Pare,
in definitiva, che il signor Robin andasse alla messa solo alle grandi feste,
cosa che d'altronde può essere segno di devozione quando si abita un villaggio
che pratica così poco! Il signor Robin osservava il precetto pasquale ma,
verso la fine della sua vita, si dedicò alla preghiera e fece una «morte da
santo», secondo ciò che dice una lettera di Marta del 19 luglio 1936.
Anche
la signora Robin fece una bella evoluzione. Quando si sposò veniva da S. Sorlin,
paese che non ha certo la reputazione di avere la Chiesa piena di gente la
domenica, anzi! Questo non impediva alla signora Robin di essere una brava
donna, modesta, gaia, che ripeteva ogni giorno con amore gli stessi gesti che
facevano tutte le contadine dell'epoca: accendere la stufa a legna tutti i
giorni dell'anno, perché allora non c'era il gas, sbucciare patate, occuparsi
dei bambini, delle bestie ecc... Il suo nome da ragazza era Amelia Celestina
Chosson. Era «una donna piccola, dalla testa rotonda, ad "uccello",
sempre ricoperta da un berretto». «Riservata e tranquilla, usciva poco».
Ma le piaceva molto ridere. Non c'è dubbio che Marta ereditò questa gaiezza e
affabilità. Marta amava molto la sua mamma.
...ebbero
sei figli
Questa
coppia d'agricoltori ebbe sei figli:
-
Celina, la maggiore, l'unica ancora in vita al momento della redazione di questo
libro, abita a S. Sorlin dal 1908, da quando si sposò;
-
Gabriella, che ha ancora dei discendenti a Chàteauneuf;
-
Alice, «saggia e tranquilla», la più vicina a Marta; la sua famiglia abita
sempre al villaggio di Chàteauneuf;
-
Enrico, un po' orso e timido, l'unico maschio; è morto nel 1951;
-
Clementina, deceduta a cinque anni di febbre tifoide;
-
ed infine Marta, «che ebbe in seguito un destino glorioso ed inatteso, la Santa
della Drome» scrive Maria-Rosa Achard, maestra laica. Questo per quel che
riguarda la famiglia.
E
i vicini chi erano? La strada delle Moilles che abbiamo seguito è costeggiata
da tre sole case: a sinistra, arrivando, ci sono gli Achard; a destra ed in
fondo ci sono le due famiglie Robin; la loro parentela risale solo al secolo
scorso, a Ferdinando e Giuseppe, padre di Marta.
Il
signor Achard era uomo d'una scrupolosa onestà e molto aperto. Era un
contadino che, da quel che dice sua figlia, sapeva molte cose «sulle stelle,
gli uccelli, i microbi e le piante». Avrebbe voluto avere altri amici con cui
parlare e «in un altro ambiente. Il consiglio municipale, le riunioni del partito
socialista, o della loggia massonica gliene avrebbero fornito l'occasione se
la timidezza non gli avesse impedito di farsi avanti e di prendere contatto.
Da buon repubblicano credeva nel progresso, alla scuola laica, al 14 luglio ed
alle riunioni elettorali».
Non
credeva in Dio e non mandò tutti i figli al catechismo. Non era l'unico a
Sannt-Bonnet! La figlia, Maria-Rosa, esagerando un po', diceva che era libero
pensatore.
Ferdinando
Robin era l'immediato vicino dei genitori di Marta; non andava molto d'accordo
con Giuseppe, padre di Marta, perché «tra il cortile di Ferdinando e quello di
Giuseppe c'era solo un leggero portale da spingere» e la questione, spesso
spinosa, del diritto di passaggio e del pozzo comune raggelava regolarmente i
rapporti. I due uomini non litigavano mai, ma, quando Ferdinando parlava con
Giuseppe Achard di Giuseppe Robin, «diventava rosso e dava pugni sul tavolo».
Le sue collere finivano presto, però. Sul piano religioso Ferdinando era «indifferente»;
la moglie e i figli dovevano essere simili a lui.
Ecco
dunque l'universo di Marta nei suoi anni d'infanzia: vicini atei o indifferenti
ed una famiglia che frequentava la chiesa a Pasqua, Natale e ai Santi.
Ma
i territori di queste tre famiglie erano comuni, così l'aiuto reciproco era
naturale. E’ sempre Maria-Rosa Achard che ricorda questi scambi incessanti
tra gli Achard e i Robin: «In quell'epoca vivevamo quasi in autarchia; i
vicini avevano una grande importanza. Erano là per aiutare in caso di bisogno:
nascite, malattie, morti, "lavori" agricoli. Ci si scambiavano legumi,
sementi, uova per la covata, maschi per le coniglie. Ci si dava l'eccedenza di
miele e frutta. Quando si uccideva il maiale, reciprocamente ci si portava la
fricassea su di un piatto, avvolta in un panno bianco: un po' di sanguinaccio,
frattaglie, un pezzo di filetto. Si chiedeva in prestito la tinozza, una benna,
le schiacce. Da uno c'era la macchina da cucire, dall'altro il telaio per
rifinire le coperte o il grande imbottavino». È dal vicino che si andava a
fare la veglia durante le serate invernali, come preciseremo nel seguente
capitolo. «Ognuna di queste case era, insomma, un vero focolare». La vita
aveva la meglio sull'ideologia.
È
in questo clima di solidarietà naturale che Marta fu allevata.
E
non è vietato pensare che abbia potuto attingervi, con la grazia di Dio, le
prime intuizioni per i futuri Focolari di Carità.
Capitolo
III
Marta
Luisa Robin nacque verso le ore 17 del 13 marzo 1902 a Chàteauneuf-de-Galaure,
nella casa paterna. In quei tempi i bambini non nascevano nelle cliniche o nei
centri ospedalieri... Spesso, in campagna, le mamme riprendevano normalmente il
lavoro qualche ora dopo il parto. Dovette essere così anche per mamma Robin,
che avrà ripreso il lavoro fin dal giorno successivo.
Tanto
più che, secondo certe voci non verificabili, la nascita della piccola Marta,
lungi dal suscitare un'atmosfera di festa, avrebbe provocato un litigio tra
i coniugi Robin. Possiamo facilmente immaginare come questa sesta nascita, in
una famiglia di poveri coltivatori, potesse, per esempio, costituire un peso
gravoso da assumere.
Ma
se lite ci fu, non durò. Infatti, meno di tre settimane dopo la nascita di
Marta, il sabato di Pasqua, 5 aprile 1902, fu grande festa. Tutta la famiglia
al completo scende dalla «Plaine», per la strada sinuosa del castello, per
recarsi al battesimo di Marta nella chiesa di Saint-Bonnet-de-Galaure. Perché
Saint-Bonnet? Perché questo
antico comune, divenuto villaggio di Chàteauneuf, era allora una parrocchia
avente un parroco residente; e rimase tale fino alla morte di quest'ultimo,
nel 1922. Sulla strada che porta alla chiesa due bambini sono particolarmente
felici: Enrico, ometto di sei anni, scelto per essere padrino di Marta, e Alice,
la sorella di otto anni che sarà la madrina.
Il
fonte battesimale di Saint-Bonnet non ha niente di una fontana espressiva. Che
importa! Quando il prete Caillet disse: «Io ti battezzo nel nome del Padre, del
Figlio e dello Spirito Santo», versando l'acqua sulla fronte di Marta, la
immerse nella vita trinitaria e, senza stigmate ma realmente, Marta iniziò ad
identificarsi al suo Maestro, il Cristo morto per i peccati del mondo e
risuscitato per vivere con Dio. Le campane di Saint-Bonnet potevano dunque
suonare gioiosamente in quel fine settimana pasquale: quel sabato 5 aprile
1902 fu la prima grande data della vita di Marta.
Anche
se più attratti naturalmente da Chàteauneuf, a causa della scuola, del
mercato e del commercio, è probabile che i Robin preferissero Saint-Bonnet
per «sentire la messa», come si diceva allora, nei giorni festivi, perché
vi avevano il banco di famiglia, nel quale si entrava da una porta. La messa, in
quei tempi, era celebrata in latino, ma alle preghiere dei fedeli si nominavano
le famiglie iscritte al necrologio: gli Achard, i Robin e le vecchie famiglie
della contrada. Dopo la predica, la questua: sul vassoio di rame la piccola
Marta ha messo di buon cuore la sua monetina, segno di offerta della sua vita,
senza rendersi conto, come tutti i bambini di quella età, della portata del suo
gesto. Appena finita la messa, almeno ai Santi, Marta andava coi genitori, i
fratelli e le sorelle, a pregare sulla tomba di famiglia, che allora si trovava
nel cimitero che circondava la chiesa.
Una
tomba si aprì quando Marta aveva solo venti mesi. La cattiva acqua del pozzo
della Plaine provocò un'epidemia di tifo, che causò la morte di Clementina,
il 12 novembre 1903. Anche Alice prese la malattia e dimagrì talmente, mi
diceva un'anziana del paese, che da quel momento cominciò a zoppicare.
Dovette addirittura seguire un trattamento ospedaliero di parecchi mesi presso
l'ospedale della Carità, a Lione.
Nemmeno
Marta fu risparmiata dalla febbre. Se la cavò abbastanza bene, rimanendo però
molto fragile.
Il
primo ricordo di Marta risale al matrimonio della sorella maggiore, avvenuto nel
1908. Quando Celina divenne la signora Serve e andò a stabilirsi con suo marito
a Saint-Sorlin, Marta visse la sua prima sofferenza. Amava talmente sua sorella
che sentiva una certa gelosia per il cognato che gliela rapiva. Questo non le
impedì però di ballare, di girare follemente come sanno farlo le bimbe di
quell'età.
Poi,
la vita ordinaria riprende. Marta è una bambina obbediente. «Ho obbedito
tutta la mia vita», dirà un giorno. E’ affettuosa: a mezzogiorno le piace
andare a cercare suo papà nei campi; egli la chiama la «sua mimì».
A
sei anni comincia ad andare a scuola a Chàteauneuf, una scuola femminile
comunale, perché, dopo la separazione tra Chiesa e Stato, la scuola libera ha
dovuto chiudere i battenti. Con gli zoccoli, Marta, i fratelli e le sorelle,
fanno a piedi due o tre chilometri di scorciatoie al mattino ed altrettanti la
sera.
La
scuola era in fondo al villaggio, sulla strada regionale che circondava la
grande piazza. Oggi questa costruzione è diventata il «Restaurant de la
Petite Marmite», davanti al quale si scorge un superbo tulipifero della
Virginia. Quell'albero, molto bello in primavera, era la delizia di Marta.
Ogni anno, quando sarà costretta a letto, ne riceverà un ramo in fiore, che
sua nipote Marta verrà a portarle.
All'uscita
di scuola, alle undici del mattino, Marta va spesso non al bar, che non
esisteva ancora, ma da una compagna, che le sarà fedele tutta la vita e che
abita precisamente di fianco alla chiesa parrocchiale, nella vecchia scuola
libera tenuta dalle religiose prima della separazione. Nelle belle giornate,
le due bambine giocano nel cortile. A volte Marta sale su una scala per mettere
fiori alla statua della Madonna, nella nicchia sopra la porta centrale della
casa.
Marta
non dimenticò questa statua, nemmeno a quasi ottant'anni. Un po' di tempo prima
di morire, disse alla sua amica: «Bisogna assolutamente che tu faccia
riparare lo zoccolo, altrimenti la statua cadrà». L'amica replicò: «Ma
cosa mi dici? E come puoi saperlo? Parola mia, tu gironzoli tutta la notte!». E
le due amiche ridevano di gusto.
Ma
torniamo all'infanzia. All'ora di mangiare, Marta prende dal paniere il pasto
freddo che la mamma le ha preparato. A volte Marta mangia a scuola. Un'altra
delle sue compagne ci dice che già a quei tempi Marta non mangiava quasi
niente: «Una volta iniziò a mangiare un uovo sodo, ma poi non aveva già più
fame. Gettò l'uovo in un campo vicino alla scuola e mi disse: Non dirlo a
nessuno».
Certi
giorni, Marta se ne va subito, dopo l'uscita delle undici, al catechismo che si
fa a Saint-Bonnet. Altri quattro chilometri da fare, andata e ritorno. Dello
sport! Ma perché andare a Saint-Bonnet quando il parroco e le signorine fanno
il catechismo a Chàteauneuf? Perché il parroco di Saint-Bonnet, un po' geloso
del confratello, non vuole che le piccole parrocchiane gli sfuggano... D'accordo
dunque per il catechismo a Saint-Bonnet! Doveva farsi in chiesa. Pare che
Marta fosse ribollente di domande.
Al
pomeriggio, ritorno in classe. Non si possiedono, purtroppo, ricordi precisi
sull'alunna Marta Robin. Abbiamo tutte le ragioni di pensare che dovesse essere
obbediente come in casa e che fosse avida di imparare, perché per tutta la sua
vita manifestò grande curiosità di mente. Del resto, avendole sempre
attribuito una memoria superiore alla media e sapendo che amava molto la
direttrice e le maestre, possiamo ragionevolmente supporre che fosse una buona
alunna. C'è una restrizione che ha la sua importanza: Marta era spesso ammalata
(perdeva allora la scuola, due o tre giorni di seguito) o doveva curare la
mamma che soffriva di disturbi alla bile. Dovettero dunque esserci dei «buchi»
nella formazione scolastica. Ma queste assenze forzate diedero a Marta il senso
dei malati: «Avrei sperato monti e valli - ci dirà più tardi - se mi avessero
lasciata, per andare a vedere un ammalato, non per curarlo ma per amarlo».
Marta non ottenne il certificato di studio. Sapete perché? Perché era ammalata
il giorno dell'esame.
Visto
che siamo a scuola, diciamo qualcosa delle ricreazioni. L'occupazione
preferita delle ragazzine era salire sul portale del cortile per veder passare
il treno che collegava allora Saint-Vallier al Grand-Serre. Attraversando il
villaggio, il «teuf-teuf», come lo chiamavano, andava a soli sei chilometri
orari. Così le ragazze avevano il tempo per mandare saluti amichevoli
all'autista e ai viaggiatori. Ma giocavano anche, si capisce!, alla «settimana»
o saltavano alla corda. Ogni tanto qualcuna truffava. Marta, che non aveva
gli occhi in tasca, diceva: «Hai truffato. Non importa! Continua! ». Questo
era probabilmente il mezzo più sicuro per scoraggiare le truffatrici...
Marta
era terribile per ridere e per giocare. Tutte le compagne di scuola dicono che
era allegra e accorta. Anche un po' civettuola. Un giorno, alla fiera di Chàteauneuf,
si divertì ad appendere sulla schiena di un signore la coda di un coniglio! «Volevamo
mettergli un pezzo di carta con qualche parola, ma non avevamo la matita per
scrivere. Così abbiamo messo la coda di coniglio! ».
Siamo
nel 1911. Monsignor Chesnelong, vescovo di Valence (in seguito fu nominato
arcivescovo di Sens), viene ad amministrare la Cresima a Chàteauneuf. Nei
registri parrocchiali risulta in data 3 maggio. Il 15 agosto dell'anno
seguente Marta fa la prima comunione. Alcuni si scandalizzarono che la facesse
così tardi e ne fecero il rimprovero ai genitori. Ma non bisogna dimenticare
che il decreto «Quam Singulari» di Pio X sulla comunione dei bambini reca la
data 8 aprile 1910 e che l'applicazione fu lenta a farsi. I vescovi francesi, in
particolare, non dimostrarono molta sollecitudine per la comunione precoce, al
punto che Pio X invitò a Roma, nella cappella Sistina, 400 bambini francesi
per dare loro, lui stesso, la prima comunione.
«Nell'agosto
1912 - dice Daniele Rops nella sua storia della Chiesa - 400 bambini francesi
andarono a ringraziare il Papa di aver anticipato l'età per accedere alla
comunione». Nell'agosto 1912? Come per la comunione di Marta? Questa
coincidenza pare meravigliosa e pensiamo che il parroco di Chàteauneuf
dovette organizzare apposta la prima comunione contemporaneamente a questo
avvenimento. Questa spiegazione dovrebbe essere soddisfacente per quelle
persone che obiettano: «Ma una prima comunione non si fa mai in tale periodo
perché non c'è il catechismo in agosto!».
Purtroppo
Daniele Rops ha sbagliato data: il pellegrinaggio dei bambini francesi avvenne
il 14 aprile 1912. Tanto peggio! Risulta almeno che da questa data, la
parrocchia di Chàteauneuf cominciò a seguire il ritmo di Roma su questo punto.
Ora, se volete sapere perché Marta fece la comunione il 15 agosto, la
spiegazione è semplice: era a letto con la scarlattina quando il parroco
organizzò la prima comunione nella parrocchia... Sempre ammalata questa Marta!
Nemmeno
il figlio del maestro era stato risparmiato dal virus, al punto che padre
Cluze invitò i due bambini a prepararsi al grande giorno con un ritiro
preparatorio, che si svolse nel giardino della casa parrocchiale, dove, in
seguito, padre Auric fece costruire le aule per il catechismo.
E
quando venne il giorno stabilito, padre Cluze, in questa chiesa dalla volta
curiosamente traforata, quasi per meglio accogliere il sole levante, diede a
Marta e al figlio del maestro il Corpo di Cristo.
«Credo
che la prima comunione - ci dirà Marta in seguito - fu una presa di possesso di
Nostro Signore. Credo che si impadronì di me da quel momento. La comunione
privata fu qualcosa di molto dolce nella mia vita».
Appena
due anni dopo, il 21 maggio 1914, Marta faceva la Comunione solenne, come si
diceva allora. Adesso diremmo la Professione di fede. Siccome Marta non ebbe
la fortuna di proseguire gli studi in un collegio e poiché il catechismo di
perseveranza nella parrocchia non c'era, la sua formazione scolastica
cristiana finì lì. Ma non la sua vita cristiana, come succedeva spesso a
Saint-Bonnet ed altrove a quell'epoca. Per Marta, essere cristiana significava
concretamente amare come Gesù, con Gesù, i parenti, gli amici, le
insegnanti, gli ammalati, e pregare. Un giorno confidava: «Da piccola ho sempre
amato il buon Dio. Le mie sorelle non volevano che pregassi sempre, ma pregavo
soprattutto nel mio letto. Pregavo la Madonna. Le parlavo, soprattutto. Le
dicevo preghiere prese da un grosso libro dei vespri di mio nonno. Quando andavo
in paese a fare commissioni, avevo sempre la corona in tasca e la dicevo strada
facendo».
1916:
Marta ha 14 anni. Nel mese di luglio lascia la scuola e dedica tutto il tempo
a fare ciò che faceva solo durante le vacanze e quando finivano le lezioni:
il lavoro dei campi e di casa, come facevano le sue coetanee. Del resto il
lavoro all'aria aperta le piace molto. L'unica sua paura, mentre pascola le
mucche e le capre, è di scorgere qualche serpente che avanza strisciando.
A
parte questo inconveniente, Marta amava il lavoro di pastorella. Le lasciava
molto tempo per pregare. Più tardi confiderà a Mariangela Dumas: «Pregavo
molto più pensando che parlando».
Questo
non le impediva di essere una ragazza carina né di scambiare quattro
chiacchiere con un giovane di Mantaille che, la domenica, la raggiungeva nei
campi. Avremmo desiderato vivamente incontrarlo per la nostra inchiesta, ma è
deceduto parecchi anni fa. Sappiamo solo che fu padrino a un battesimo dove
Marta fu la madrina.
Marta
adolescente era molto gaia. Massimo Achard, figlio di un vicino di casa e quasi
suo coetaneo, dice: - Le ragazze Robin erano giocose, piaceva loro ridere. La
nonna paterna era già così: le piaceva vedere i bambini, divertirsi e cantare
danzando («charameler») con loro, come si dice nella Galaure. Anche papà
Robin era gaio e amante la compagnia. Il primo gennaio, molto ritualmente,
faceva il giro per augurare a tutti "buon anno".
I
momenti migliori per divertirsi e ridere erano, a colpo sicuro, le serate
invernali. La televisione non esisteva ancora. Felici le famiglie di allora che
potevano organizzare da sé le loro serate! Ecco la descrizione che ce ne fa
Mariarosa Achard: «A volte, dopo cena, qualcuno diceva: "E se andassimo
a far la veglia da Ferdinando o da Giuseppe (Robin)?". Ci coprivamo bene
e partivamo lungo le siepi nere della strada. Trovavamo i vicini accanto al
camino, a volte mezzi addormentati sulle sedie...
Il
nostro arrivo li svegliava, si allargava il cerchio; qualcuno aggiungeva legna
al fuoco. Gli anziani parlavano lentamente di raccolti, tra due sbuffi di
pipa, o dei loro ricordi d'infanzia, rievocando altri tempi. Altre volte, gli
uomini si mettevano al tavolo dal vecchio tappeto rosso e nero - réclame di
Byrr - con la scatola delle carte e dei gettoni alla mano e iniziavano una
partita di "cinquecento" e poi di "maniglia". A volte anche
le donne si univano, smettendo di sferruzzare.
Intanto
noi bambini ci sbizzarrivamo a giocare. Ci permettevano anche degli spuntini:
grosse frittelle che ci divertivamo a far saltare. A volte non centravano la
padella e si spiaccicavano per terra. Mamma Rosalia diceva, ridendo: "È
così che s'impara!".
Dove
c'erano ragazze si organizzavano balli. Si invitavano le amiche dei dintorni e
i ragazzi si autoinvitavano. Da bocca a orecchio: "Sabato si balla dai
Robin o dai Cheval". Se venivano numerosi eravamo contenti, soprattutto
se c'era qualcuno che suonasse la fisarmonica. Se non c'era si cantavano arie
appropriate. Si ballava la polka, la mazurka, il valzer, il salto del coniglio.
Si chiedeva ai vecchi di ballare il rigodone, che i giovani non ballavano più.
Come le sue coetanee, Marta ha ballato in quei balli familiari. A Saint-Uze
come a Saint-Sorlin o a Saint-Vellier. Alcuni anziani hanno detto, un po' troppo
facilmente, a volte, di aver ballato con lei. Si impresta solo ai ricchi... Ma
che Marta abbia ballato nei balli familiari, questo è sicuro. Ballava e
scoppiava in allegre risate, soprattutto quando raccontava barzellette».
Dopo
aver rievocato i tempi felici trascorsi alla Plaine, Mariarosa Achard conclude:
«All'improvviso sento come ognuna di queste cose fosse un vero focolare, un
centro caldo dove la vita si concentrava. Conoscevano solo il loro piccolo
mondo, ma lo conoscevano bene e vivevano in accordo con esso».
Il
piccolo mondo in questione non si limitava alla Plaine. Nell'inverno 1916-17
Marta va al villaggio Epars, a Saint-Sorlin, dalla sorella maggiore, signora
Serve. Avendo questa il marito in guerra ed essendo sola ad occuparsi dei due
bambini piccoli, del suocero di 80 anni e della cascina, l'aiuto di Marta le
era quanto mai utile. Ricordando quei tempi difficili, la nonagenaria signora
Serve, di fresca memoria, non cessa di ripetere, a proposito della sorella
minore: «Era svelta, in gamba. E gentile». Per Marta era un piacere! Le
piaceva occuparsi dei bambini e dar da mangiare alle bestie. Così la troviamo
ancora a Saint-Sorlin nell'aprile e nel maggio del 1918. C'erano però due cose
che detestava: occuparsi dei bachi da seta e dei maiali. Aveva una repulsione
istintiva per questi animali. Ma si limitò a confidarlo ad un'amica... Marta
era discreta, non faceva capricci. Essere utile era la sua gioia.
Capitolo
IV
«PER
TE SARA’ LA SOFFERENZA»
Fu al ritorno da Saint-Sorlin, da sua sorella Celina, che Marta accusò i primi mali di testa? A volte lo si sostiene. Ad ogni modo, quando il 13 maggio scrive al fratello Enrico, che parte militare, non risulta che gli abbia segnalato niente di rilevante, a giudicare dalla risposta di quest'ultimo. Niente compare nemmeno nella lettera del 7 luglio. Secondo i vicini sarebbe al momento della battitura, dunque ad agosto soltanto, che Marta cominciò ad ammalarsi.
Suo
padre diceva ovunque che si era seduta all'ombra di un noce. «Nella nostra
regione - mi spiegava un medico di Saint-Vallier - ci sono molti noci e, se
qualcuno si ammala, si dice che è a causa dei noci. Ma è una spiegazione che
non vale niente».
Cos'è
dunque successo? Marta soffre di vertigini? Una vena rotta? Un ascesso? Per
Massimo Achard non doveva essere molto grave, poiché partì a piedi per
consultare il suo medico a Saint-Sorlin. Eppure furono gli ultimi chilometri che
Marta fece su quella strada...
Il
25 novembre, poco dopo l'armistizio della «grande guerra», Marta, mentre era
in cucina con la mamma, cade per terra ed è incapace di rialzarsi da sola. Per
i familiari è un segno che la cura del medico di Saint-Sorlin è stata
inefficace. Fanno dunque venire il dottor Berne, di Saint-Vallier. Quale
strana malattia ha colpito Marta? Non mangia, non dorme, è come paralizzata
alle gambe e sonnecchia continuamente. Si tratta di un attacco di meningite,
poliomielite, reumatismo deformante? «Quanto soffriva! La sentivamo gridare»
- dice la signora Danthony, d'Anneyron. A volte gridava, ma soprattutto
dormiva. Potrebbe essere un'encefalite letargica. Tale stato durò diciassette
mesi secondo alcuni, ventisette secondo altri. Ma questa seconda opinione, che
ci porterebbe fino all'aprile 1921, ci pare esagerata. Ne vedremo in seguito il
perché.
Cartoline
postali scritte da suo fratello Enrico durante il servizio militare e
ritrovate da suo nipote, signor Gaillard, ci tengono al corrente dell'evoluzione
della salute di Marta. Tanti alti e bassi, ci risulta, a meno che le lettere
inviate ad Enrico siano solo un modo per nascondere l'inquietudine dei familiari,
o non vogliano demoralizzare il giovane soldato. Ad ogni modo, ecco qualche
estratto di questa corrispondenza:
«Mi
dite che Marta soffre sempre ad intervalli» (16 gennaio 1919).
«Mi
dite che Marta soffre sempre. È lungo! Si può dire che ha passato un brutto
anno» (23 gennaio 1919).
«Apprendo
con piacere che Marta sta meglio» (9 febbraio 1919).
«Mi
dite che Marta sta un po' meglio. Speriamo che col caldo si riprenda» (6 maggio
1919). «Marta soffre sempre. È triste soffrire così, anche per quelli che
sono vicini» (26 maggio 1919).
«Che
tristezza questa malattia che la fa soffrire tanto e così a lungo. Speriamo che
col bel tempo si riprenda» (31 maggio 1919).
«È
Marta che non sta ancora meglio» (2 giugno 1919).
Peccato
che l'insieme delle cartoline ritrovate finisca al giugno 1919. Per l'anno
1920 siamo senza archivi. Al massimo, un aneddoto che possiamo situare in
quell'anno o all'inizio del 1921. Si dice che il parroco Payre, che succedette
nel 1912 a Cluze nella parrocchia di Chàteauneuf-de-Galaure, era andato a
trovare Marta, che si era addormentata durante la conversazione. Parecchio
tempo dopo, quando Marta riprese i sensi, domandò: «Il signor parroco non
c'è più?». Andarono subito a cercarlo e ripresero la stessa conversazione
che avevano interrotto mesi prima. Esile ricordo, che testimonia solo una
prolungata sofferenza... Durante questa encefalite, Marta non fu sempre senza
conoscenza. A sua sorella Alice che s'avvicinava, Marta diceva: «Sento che sei
tu».
Una
missione fu predicata a Chàteauneuf dal 6 al 21 febbraio. Marta non poté
approfittarne.
L'aurora
della guarigione è quella del 25 marzo 1921, festa dell'Annunciazione. E per
questo che ci pare esagerato parlare di un'encefalite letargica, che sarebbe
durata fino all'aprile 1921.
Alice,
che dormiva nella stanza di Marta, fu svegliata da un gran rumore e vide una
grande luce. «Si, la luce è bella, ma ho visto anche la Madonna» le risponde
Marta. Ma la Madonna non fece alcun miracolo, perché i genitori credono che la
loro piccola è perduta! Chiamano il parroco, che le amministra il
sacramento degli infermi. Bisogna ammettere che dopo un po' di tempo Marta sta
meglio: vuole alzarsi e chiede che la si porti in cucina. In simili circostanze
i genitori non fanno forse di tutto per accontentare la figlia ammalata? Così,
il signor Robin va subito a comprare una poltrona ad Anneyron, quella stessa
che attualmente si trova ai piedi del divano, nella camera di Marta. Siccome ha
le gambe molto indebolite, dopo mesi di immobilità, ed è incapace di
camminare, suo padre la porta in braccio dal letto alla poltrona. E’ nella cucina,
presso la finestra, di cui si ha cura di socchiudere le imposte perché i suoi
occhi temono già la luce, che, settimana dopo settimana, Marta sta meglio. Si
alza dalla poltrona, fa qualche passo e ben presto camminerà con le
stampelle. Suo padre l'avrà senz'altro portata fuori sul carretto trainato dal
cavallo, ma non dovettero essere uscite molto frequenti.
Cos'ha
dunque fatto Marta nel corso dell'anno 1921? Condannata all'immobilità,
leggeva. La bibliotecaria parrocchiale di allora si ricorda che Alice e
Gabriella venivano a prendere libri per la piccola Marta. Ma non sappiamo nulla
delle sue letture preferite. Altra occupazione era il ricamo. Tra i primi
punti imparati a scuola, i consigli dell'organista di Chàteauneuf, signorina
Caillet, e quelli di una signora originaria di Saint-Avit e partita poi per
Lione, Marta si mise a maneggiare l'ago con rara abilità. Ricamava tovaglioli
su tovaglioli. Veramente avrebbe preferito maggior varietà nel genere di lavoro
fornitole, ma la necessità di comperare medicine, aspirine soprattutto, le
impediva di fare la difficile. Nella necessità si è costretti a fare ciò
che è richiesto. Suo fratello Enrico la stuzzicava dicendole: «Non guadagni
l'acqua che bevi».
Eppure
Marta non lavorava solo per guadagnarsi la vita. Il primo agosto 1921, per
esempio, scrive alla nipote, Marcella Serve: «Sarà un piacere per me farti dei
pizzi». Del resto ne offrì a tanti altri membri della famiglia, che
custodiscono preziosamente questi lavori d'arte.
Più
tardi Marta scrive ancora a sua nipote: «T'invito caldamente a venire alla
festa patronale di Chàteauneuf, il 5 ottobre».
Nel
frattempo la vediamo partire in pellegrinaggi nei dintorni di Chàteauneuf.
Il
15 agosto 1921 prega a N.D. di Chantenaf, nei pressi di Lens-Lestang, e 1'8
settembre nei pressi di Hauterives, a Bonnecombe. In quei tempi in Francia si
parlava molto di una religiosa del Carmelo di Lisieux, che sarà beatificata
nel 1923 e canonizzata, con un'incredibile rapidità, nel 1925: suor Teresa
del Bambino Gesù. Contrassegnata da questa attualità ecclesiale, Marta pensa
di entrare nel Carmelo. Si recò forse a quei due santuari dedicati alla Madonna
per confidarle questo progetto? Prega per questo quando ricama nel cortile o
nella cucina della cascina?
Nella
primavera del 1922 Marta non doveva stare troppo male, perché trascorse otto
giorni da sua sorella Gabriella, che abitava a Chàteauneuf, non lontano dalla
strada che porta a Hauterives. Non è molto svelta, cammina con un bastone.
Comunque, negli otto giorni di assenza di Gabriella, se la cava assai bene nel
curare il nonno, occuparsi del bambino, fare i lavori di casa, dar da mangiare
alle galline e ai conigli. Un giorno sale al granaio e, rovistando in un
baule, scopre un vecchio libro di pietà. Gli occhi le cadono su una frase che
diceva press'a poco così: «Cerchi la gioia, la calma, la dolcezza; è
invece alla sofferenza che devi prepararti». Fu come un lampo nella sua vita.
«Per te sarà la sofferenza», si disse Marta. Un'altra frase del libro attirò
la sua attenzione: «A Dio bisogna dare tutto». Da quel momento Marta decise di
consacrarsi a Dio. Aveva vent'anni.
Capitolo
V
Il
30 ottobre 1922 i dolori alle ginocchia riprendono con forza. La paralisi
riappare. Marta guarirà ancora? I familiari cominciano a dubitarne. Sarebbe
sorprendente che, da ormai quattro anni che questa malattia perdura, i Robin
non si fossero detti: «Ma cosa abbiamo fatto al buon Dio perché nostra figlia
non possa essere come le altre?».
E
Marta? Dopo aver manifestato doni evidenti di pietà e di conoscenza religiosa
fin dall'infanzia, non poteva non interrogarsi ed essere preda di una lotta
interiore, vedendosi semi-paralizzata nel fior dell'età.
Il
1923 fu caratterizzato dall'arrivo a Chàteauneuf del parroco Faure. Nominato
parroco di questa parrocchia il 6 agosto, non tarderà ad arrivarvi,
probabilmente verso la fine agosto o l'inizio di settembre, e a fare una
visita alla famiglia Robin. Infatti la signora Bonnet, una sarta del villaggio
che aveva fornito del lavoro a Marta, disse subito al nuovo pastore della
parrocchia: «Avete una parrocchiana un po' speciale. Dovete andare a vederla».
Quando le fece visita - in settembre o ottobre, è difficile saperlo - non si
rese conto di niente di particolare. Certo, Faure era un bravo prete, fervente
anche: si alzava presto per suonare l'angelus, in Quaresima digiunava e
monsignor Pic dovette persino imporgli, per obbedienza, un regime meno frugale.
Insomma, una specie di Curato d'Ars, ma un po' burbero e per niente mistico. Si
dice che in seminario avesse chiesto al Signore la grazia di non dover occuparsi
mai di mistici durante il suo ministero, «perché non ci saprei fare» -
confidava ad amici intimi. Si sentiva più disposto a dire alla gente le
quattro verità. E con vigore! Del resto, questo impulsivo rimpiangeva spesso
i suoi primi impeti. Un giorno una frequentatrice della balera entrò nel
confessionale. Faure ne uscì subito: «Il parroco non confessa quelle che
vanno a ballare», disse. Per lui era così e non diversamente. Dovette soffrire
molto a causa della balera apertasi dopo la guerra, al «castello», in cima al
villaggio. Ma che poteva fare lui, povero curato, che arrivava da una
piccolissima parrocchia del Nyonais e che comprendeva i comuni di Pilles e Chàteauneuf-de-Bordette?
Il vescovo di Valence non aveva forse sbagliato a farlo passare da un Chàteauneuf
all'altro? Chàteaurieuf-de-Galaure non era troppo grande per lui? Presto
padre Faure scoprirà che, avendo nella parrocchia una mistica come Marta
Robin, la sua preghiera di giovane seminarista non fu proprio esaudita!
Fin
dal 1924 confesserà alle ragazze del patronato di sentirsi «completamente
sorpassato». Con dei suoi limiti, ebbe l'idea di chiedere consiglio a dei
confratelli: Perrier, parroco di Saint-Uze, e Betton, allora professore di
filosofia nel seminario diocesano di Saint-Paul-Trois-Chàteaux. Padre Betton
era un umanista notevole, del quale riparleremo.
Durante
il primo incontro di Faure con Marta non successe forse niente di straordinario,
tanto più che Marta ebbe sempre una certa timidezza nei confronti di
quell'uomo austero. Tutt'al più avrà potuto comunicargli che sarebbe andata
ai bagni resinosi di Saint-Péray.
Questo
breve soggiorno di Marta in Ardèche pare aver segnato una svolta importante
nella sua vita spirituale. Ma padre Faure non poteva certo presentirlo.
Saint-Péray
è un comune situato di fronte a Valence, sulla sponda destra del Rodano.
L'hotel Roche, nel quale Marta soggiornò due o tre settimane, esiste sempre,
ma lo stabilimento dei bagni resinosi ha chiuso i battenti nel 1946. Nei decenni
precedenti i medici mandavano i loro clienti reumatoidi a Saint-Péray, per la
cura basata sull'azione delle resine. Venivano da ogni regione della Francia e
del Belgio. Un dépliant dell'epoca, che ci ha dato il signor Roche, spiega come
avveniva una seduta. Gli ammalati, una volta svestiti, erano avvolti, inclusa la
testa, in coperte di lana e confortevolmente installati nel forno. Vi
rimanevano da otto a quaranta minuti, secondo le indicazioni del medico curante.
Questo «forno», che meritava il suo nome, era una sala di essudazione in
mattoni refrattari, scaldata da un forno a legna, dal quale era separata da
una grata e in cui vi erano rami di pino mugo. Sotto l'influsso del calore,
preziose essenze si sprigionavano, riempiendo l'atmosfera del forno superiore
di calde emanazioni resinose, che provocavano negli ammalati abbondanti sudate.
All'uscita questi si riposavano da 15 a 20 minuti in una stanza speciale,
vicino al forno.
La
signora Danthony conserva ancora le cartoline postali che Marta le mandava da
Saint-Péray. In quei tempi si scriveva più che telefonare e questo ci permette
di conservare gustose impressioni.
«Cotte»
inefficaci...
Il
9 ottobre 1923, Marta scrive a sua nipote di 14 anni: «Due righe per dirti di
stare attenta a non prendere reumatismi, poiché guarda sulla cartolina come
siamo conciate: tutte nude, avvolte in una coperta, ci infilano nel forno. Ieri
una signora ha detto al signore che scalda il forno di mettere un pezzo di legna
in meno; ma ne aveva già messo uno in più. Un calore spaventoso! Ero
trasformata in fontana. Vedi, mia cara, che non è un sogno? Ma quando lo si fa
per guarire... Il male è ben peggio. Il forno non fa male, ma ho un po' male
al cuore».
E’
una delle poche lettere in cui Marta si lascia andare a confidenze sulla sua
sofferenza, anche se in termini velati e pieni di umorismo... Il 13 ottobre
scrive di nuovo a sua nipote: «Ti dirò che oggi ho preso l'ottava
"cotta". Penso che presto sarò cotta a puntino». Il 16 ottobre -
perché, decisamente, scrive spesso a sua nipote Marcella - è piena di
speranza: «Penso di andarmene verso la fine della settimana. Sto meglio, ne
sono felice».
Il
giovedì 17 ottobre, con una lettera a degli zii, conferma l'uscita, pregandoli
di non «rispondermi perché non sarò più qui». E aggiunge, in previsione
del matrimonio di sua sorella Alice, nel 1924: «Vedo che il lavoro non manca
per seminare il grano. E’ sempre un grosso affare, ma penso che vi sbrigherete
per andare a nozze. Quel giorno andremo a ballare; zio vi impegno! Non
dimenticatelo!».
Marta
dovette lasciare Saint-Péray il 19 ottobre 1923. Era guarita? La nipote che
ricorda il suo ritorno a Chàteauneuf-de-Galaure, ne dubita: «Parti per
Saint-Péray con un bastone, ma ritornò che non camminava più».
Se
il risultato medico non fu brillante, il soggiorno a Saint-Péray fu forse
decisivo per l'evoluzione di Marta. Incontrò persone ragguardevoli. Fece amicizia
con una certa signora Delatour, di Saint-Claude, nel Giura, e soprattutto con
una contessa (?) dell'Ardèche, che, in seguito, verrà spesso a visitarla,
almeno fino al 1936, a Chàteauneuf-de-Galaure. Il suo arrivo alla Plaine, su
una macchina nera guidata dall'autista, non passò inosservato ai vicini. Si
chiamava signora Dalboussière o d'Alboussière? È un mistero che non siamo
riusciti a chiarire. Ad ogni modo, pare che questa signora abbia parlato a
Marta della passione di Gesù. E Marta risentì quella chiamata a condividere
le sofferenze del Cristo crocifisso che aveva già sentito scoprendo quel libro
di pietà in fondo ad un baule.
Secondo
padre Perrier, di Saint-Uze, Marta avrebbe persino avuto una rivelazione a
Saint-Péray, ma l'avrebbe rifiutata, lottando per resistere alle esigenze di
Dio. Infatti, nella lettera indirizzata agli zii, Marta esprime una grande
voglia di ballare...
Ma,
simultaneamente, dovette pregare. Tra le conoscenze che fece ancora a Saint-Péray,
segnaliamo un prete di Angers, cappellano dell'ospedale, che la invitò a venire
nella sua città per farsi curare. Non ci andò mai, ma di lui conserverà una
frase che disse ad un'amica: «Stringo tra le braccia la croce del Signore».
Fu forse quella frase che segnò la svolta spirituale di Marta.
Quando
tornò a Chàteauneuf-de-Galaure, lo stato delle sue gambe non era brillante.
Siccome non può più recarsi a Saint-Sorlin, da sua sorella Celina, è
quest'ultima che viene a trovarla, la domenica pomeriggio, e la trova seduta
nella sua poltrona, fuori, quando fa bello, o in cucina. Nell'estate 1924, una
amica si ricorda di averla persino vista nei campi, mentre pascolava le bestie
vicino ad un albero.
D'altronde,
in quella stagione, Marta andava a farsi curare i denti a Saint-Vallier, da
Rivot. Il suo gabinetto era sopra la farmacia, nella via di Verdun. «Mio
marito - spiega la vedova - si installò come dentista nell'agosto o settembre
del 1924. Non ricordo se il padre di Marta la condusse col carretto, o se
venne col treno che collegava Saint-Vallier al Grand Serre. Ricordo però bene
che camminava col bastone. In seguito, mio marito andò a curarla a casa sua.
Nel 1945 andai a vederla a Chàteauneufde-Galaure. Mi chiese se la sala
d'aspetto non fosse cambiata. Si ricordava il nome dei miei figli. Mi disse
che, quando aspettava il suo turno, si divertiva a far palline di carta colle
pagine strappate dalle riviste e, dalla finestra, le tirava ai bambini!
"Ma - diceva - avevo cura di rimettere a posto la copertina sulle pagine
strappate"».
Arriviamo
al 1925. Il 29 gennaio scrive a sua nipote Marcella per augurarle buon
onomastico. Non dice niente della sua salute ma, se confrontiamo la scrittura
con quella delle lettere scritte da SaintPéray, il cambiamento ci sorprende.
Prima la scrittura era ancora contrassegnata da abitudini scolastiche.
«In
quell'epoca, nella sua vita c'era tensione e ambivalenza. Non aveva ancora
scelto il suo orientamento: i valori del cuore, le attività o le aspirazioni
spirituali... Rimaneva ancora molto sottomessa ai principi convenzionali che le
avevano inculcato, non osando affrancarsi dal modello imposto».
Ora
la scrittura è molto più formata, «segna una evoluzione importante, c'è un
distacco dal vissuto precedente ed una scelta... La scrittrice accede ad una
maturità tale che preferisce ponderare e misurare a mente fredda, piuttosto che
lasciarsi trascinare dai sentimenti o dall'entusiasmo». Ed infatti l'amica che
l'aveva vista l'estate precedente è commossa. «Che cambiamento in lei! E’
nella sua poltrona vicino alla finestra della cucina, con le imposte socchiuse,
e mi interroga su tutto: sulla mia vita, su ciò che faccio, interessandosi a
tutto con una comprensione particolare».
Sappiamo,
dalla sorella, che, a partire dal 1925, Marta mangia pochissimo, accontentandosi
di qualche frutto o di un po' di liquido. Nel mese di agosto avrebbe dovuto
partire per Lourdes, come ammalata, con il pellegrinaggio diocesano di Valence.
Il suo parroco le aveva annunciato la bella notizia nel mese di giugno:
disponeva di un posto e glielo offriva. Marta seppe, poco dopo, che un'altra ammalata
di Chàteauneuf desiderava recarsi a Lourdes. Il parroco ne era seccato!
L'ospitalità diocesana non poteva offrirle un secondo posto. Allora Marta diede
subito il suo. Gli occhi del reverendo Faure dovettero cominciare ad aprirsi:
chi era dunque colei che accettava di fare un simile sacrificio? Chi era
dunque colei che rinunciava alla speranza di una guarigione miracolosa per amore
di un'altra ammalata di Chàteauneuf?...
Quella
rinuncia, che significava un amore estremo, contrassegnava senza rumore ma in
modo decisivo la svolta spirituale di Marta.
La
lotta interiore, cominciata a Saint-Péray di fronte alle esigenze di Dio,
terminava con l'abbandono incondizionato di se stessa.
Ormai
tutto è pronto per l'ora della consacrazione.
E
dopo questa rinuncia la Madonna colmerà Marta di grazie. Lo dirà lei stessa
ad un'amica di Chàteauneuf.
Capitolo
VI
Il
Signore, che aveva mandato Marta a SaintPéray, senza dubbio per incontrarvi
diverse persone suscettibili d'aiutarla nella sua ascensione spirituale, le
manda ancora, nel 1925, ma questa volta a Chàteauneuf-de-Galaure, una ragazza
che sarà la sua confidente: la sig.na
Lautru.
Venendo
da una famiglia irreligiosa ed anticlericale, la sig.na Lautru s'era
convertita e fatta battezzare nel 1924. Si stabilì a Chàteauneuf come ostetrica.
Come mai questa nuova abitante sali così presto alla Plaine? Fu chiamata da
Marta, tramite sua madre: «Mia figlia vuole vedervi e parlarvi». Marta
chiese a lei e a due sue amiche, sig.ne Plantevin e Bonneton, di tornare spesso.
Le conversazioni dovettero essere gaie, perché Marta era sveglia di spirito,
ma a tratti anche molto serie. Basti pensare che Marta spiritualmente maturava
molto, che la sig.na Lautru era stata battezzata un anno prima e che in seguito
sarebbe diventata religiosa degli ospedali di Lione ed infine che la sig.na
Bonneton sarebbe diventata clarissa a Vals-les-Bains. La discrezione di
ciascuna ci lascia senza precisazioni al riguardo, ma sembra che Marta non sia
più la stessa...
In
quell'anno 1925 in cui Papa Pio XI proclamò Santa la carmelitana di Lisieux
che Marta amava molto, il 15 ottobre, ricorrendo la festa dell'altra Teresa,
quella d'Avila, la grande mistica, si produsse l'avvenimento-chiave della vita
di Marta: ella offrì al Signore la memoria, l'intelligenza, la volontà, il
cuore, il corpo e tutte le sue facoltà.
Il
suo atto d'abbandono all'amore e alla volontà di Dio fu la risposta più totale
al comandamento «Amerai il Signore Dio tuo con tutte le tue forze, con tutto il
tuo cuore, con tutta la tua anima». Di questo atto d'abbandono non fu detto
niente alla morte di Marta; i mass-media si sono dilungati sulle stigmate.
Eppure è impossibile capire la vita di Marta, dal 1925 in poi, e le stigmate in
particolare, senza conoscere il segreto del suo cuore.
Bisogna
leggere con attenzione questo «atto di abbandono». Fu redatto da una ragazza
di 23 anni, che terminò appena il ciclo delle elementari, che non seguì un
catechismo di perseveranza e che non ricevette una formazione speciale, né in
un noviziato né in sessioni successive.
Ciò
che il testo contiene dice molto sull'intensità della vita spirituale di
quella contadina, sulla qualità di quell'anima fremente, mentre «le prove la
colpiscono in ogni parte», come scrive lei stessa. Il 15 ottobre 1925 è la
grande data della sua vita: Marta ha dato tutto a Dio e tutto ha accettato da
lui.
Per
il fatto che Marta strappò il primo testo della consacrazione (credendo di
morire) e ne scrisse un secondo, possediamo due versioni diverse. Il vocabolario
della seconda è più mistico, più impregnato di amore vibrante. Per esempio,
nell'introduzione del secondo testo, Marta scrive: «Dio eterno, Amore
infinito, Padre mio, avete chiesto tutto alla vostra piccola vittima ». Invece,
nel primo, scriveva semplicemente: «Signore, mio Dio, avete chiesto tutto alla
vostra piccola serva».
Il
secondo testo dà anche più spazio alla Madonna, in uno stile non
sentimentale ma rigorosamente teologico: «Mi abbandono umilmente a voi, attraverso
Maria, la mia diletta mamma. Maria, o madre cara, datemi voi stessa a Gesù;
offrite voi stessa a Dio questa piccola ostia, affinché si degni di venire ad
abitare in lei, riposare in lei come nel suo tabernacolo. Per abitarvi avrà
solo la mia miseria, ma troverà almeno la riconoscenza, la fedeltà, la generosità,
l'abbandono e l'umile e gioiosa fiducia per indennizzarlo, consolarlo,
glorificarlo, rallegrarlo nel suo Sacro Cuore e dargli delle anime in unione con
voi, cara mamma».
Riproduciamo
qui il primo testo, quello del 1925, ricopiato dal padre Perrier, parroco di
Saint-Uze, il confratello a cui Faure aveva chiesto aiuto per occuparsi di
Marta.
«Signore,
mio Dio, avete chiesto tutto alla vostra piccola serva: prendete dunque e
ricevete tutto. In questo giorno mi do a voi senza riserve e senza
indietreggiamenti. O Amato dell'anima mia, voglio voi, solo voi e per amor
vostro rinuncio a tutto.
O
Dio d'amore, prendete la mia memoria, con tutti i suoi ricordi, prendete la mia
intelligenza e fate che essa serva solo alla vostra maggior gloria; prendete
tutta la mia volontà, l'anniento per sempre nella vostra; no! mai più ciò che
io voglio, o dolcissimo Gesù, ma solo ciò che voi volete; dirigetela,
guidatela, santificatela: ve l'abbandono. O Dio d'ogni bontà, prendete il mio
corpo con tutti i suoi sensi, la mia mente con tutte le sue facoltà, il mio
cuore con tutti i suoi affetti.
O
adorabile salvatore, siete l'unico possessore dell'anima mia, con tutto il mio
essere. Ricevete l'immolazione che ogni giorno ed ogni ora vi offro in silenzio.
Degnate gradirla, cambiatela in grazie e benedizioni per tutti quelli che amo,
per la conversione dei peccatori e la santificazione delle anime.
O
Gesù, prendete il mio piccolo cuore che sospira e chiede di essere per voi
solo; tenetelo sempre nelle vostre potenti mani, affinché non si abbandoni e
non si riversi su alcuna creatura. Signore, prendete e santificate ogni mia
azione, ogni mia parola, ogni mio desiderio. Siate per l'anima mia il suo bene
e il suo tutto. A voi la do e l'abbandono.
Vi
prego d'accettare la mia offerta e sarò felice e fiduciosa. Ahimè! È ben poco
lo so, ma non ho niente di più; amo la mia estrema bassezza che mi ottenne la
vostra misericordia e le vostre paterne sollecitudini.
Mio
Dio, conoscete la mia fragilità e l'abisso infinito della mia miseria. Se un
giorno dovessi essere infedele alla vostra volontà, se dovessi retrocedere
dinanzi alla sofferenza e alla croce e disertare il vostro cammino d'amore,
fuggendo il tenero appoggio delle vostre braccia, vi scongiuro, fatemi la grazia
di morire all'istante. Scusatemi, Sacro Cuore del mio Salvatore, scusatemi per
il dolcissimo nome di Gesù, per i dolori di Maria, per l'intercessione di San
Giuseppe e per il vostro amore nel fare la volontà del Padre vostro.
O
Dio dell'anima mia! O sole divino! Vi amo, vi benedico, vi lodo, mi abbandono a
voi. Mi rifugio in voi. Nascondetemi nel vostro seno, perché la mia natura
freme sotto il peso delle crudeli prove che mi circondano. E sono sempre sola!
Amato
mio, prendetemi con voi. E’ solo in voi che voglio vivere, per morire in voi
solo».
Si
sarà notato il passaggio particolarmente significativo della volontà di
Marta di abbandonarsi alla volontà di Dio:
«Se
dovessi un giorno essere infedele alla vostra sovrana volontà, se dovessi
retrocedere dinanzi alla sofferenza e alla croce e disertare il vostro cammino
d'amore, fuggendo il tenero appoggio delle vostre braccia, vi supplico e vi
scongiuro, fatemi la grazia di morire all'istante».
Qui
il nostro essere freme. Ogni commento diventa superfluo.
Ecco
che comincia il calvario di Marta Robin.
Capitolo
VII
«VEDETE
LA MIA POVERA PICCOLA»
«Vi
scongiuro, fate del vostro corpo un'ostia viva, santa e gradita a Dio». (S.
Paolo)
Appena
un anno dopo aver fatto l'atto di abbandono alla volontà di Dio, Marta si
riammala gravemente. È il 3 ottobre 1926, prima celebrazione della festa di
S. Teresa di Lisieux, canonizzata l'anno precedente.
Il
dr. Aristide Sallier, di Saint-Uze (Dio solo sa quanti medici avrà visto in
vita sua) giunge alla Plaine e vi trova Marta in coma. «Non c'è più niente
da fare», dice semplicemente.
Padre
Faure sostituì dunque il medico e dette a colei che chiamava la sua
parrocchiana l'unzione degli infermi. La riceveva per la seconda volta. Ogni
giorno ci si aspettava che morisse. Il coma durò tre settimane.
Mentre
la maschera della morte ne alterava già i lineamenti, Marta beneficiava di tre
apparizioni di Santa Teresa. La carmelitana le rivelò che non sarebbe morta, ma
che avrebbe prolungato la sua missione nel mondo intero. Marta lo confidò poi
a padre Finet, aggiungendo in tono scherzoso: «La birichina mi ha tutto
lasciato per dopo». Queste battute di spirito sono la prova migliore della
salute mentale di Marta.
«Mi
pare di essere solo una piccolissima cosa nelle braccia di Dio e che rimarrò
tale fino alla morte». Dopo la sua morte furono scoperte pagine di diario in
cui descriveva le sofferenze sopportate nel primo semestre 1927.
«Da
qualche giorno sto meglio e posso rimanere alzata la maggior parte della
giornata, ma non posso pensare né applicarmi a qualcosa di manuale. Inoltre
mi è impossibile il minimo movimento senza essere aiutata dalla mia
devotissima mamma.
Mi
resta solo l'uso delle gambe (almeno in parte) e delle braccia, benché queste
ultime siano molto impacciate. Tuttavia ringrazio il buon Dio per tutto ciò
che mi dà e, in modo particolare, perché mi lascia ancora l'uso degli arti,
almeno per la consolazione dei miei cari e per i piccoli servizi che posso
ancora fare. Che non me ne serva mai che per Lui e con Lui solo! Nondimeno mi
sento schiacciata, moralmente e fisicamente. Tutto m'angoscia e m'abbatte...
Non so più reagire: fiat!... Ma ecco che ho detto molto, troppo, di questo
povero io. Sarebbe meglio soffermarmi su tutto ciò che il Signore fa ad ogni
istante nell'anima mia e per l'anima mia... ...L'anima mia è immersa e come
trasportata verso la Gerusalemme d'amore e la potenza dell'attrazione e
dell'ispirazione di Dio sembra volermi assorbire interamente in Lui. Ciò mi
fa paura!... Sono così sola, spiritualmente e moralmente e, tuttavia, sento
che devo abbandonarmi a Lui, senza riserve. Fiat! Ho bisogno di dirlo molto
spesso questo "fiat" che mi unisce a Gesù e a Maria, mamma amata, e
che consuma la mia immolazione. Mi pare di essere solo una piccolissima cosa
nelle braccia di Dio e che rimarrò tale fino alla morte... Non so ciò che vuol
fare di me, ma voglio tutto. Tutto è bene quel che viene da Dio e quel che Lui
vuole da noi. Si, mi va bene tutto. Tutto è intimamente caro all'anima mia
perché è Lui che lo vuole; è Lui che dirige tutto. Mi rifugio nel suo Cuore,
unita a Maria, che amo tanto, e non ne esco più. So che Lui non mi scaccerà»
(2 marzo 1927).
Quindici
giorni dopo aggiunge:
«Sperimento
quanto è dolce amare, anche nella sofferenza, direi, anzi, soprattutto nella
sofferenza. Essa è la scuola incomparabile del vero amore... Essa è il
linguaggio vivo dell'amore e la grande educatrice del genere umano. Si impara
ad amare e si ama veramente solo nella sofferenza e attraverso la sofferenza,
poiché essa s'edifica non nelle delizie umane della vita presente, ma nello
spogliamento e nella rinuncia di se stessi, sulla croce.
Un
cuore dove il dolore non ha impresso le sue piaghe sanguinanti non può
respirare liberamente l'aria vivificante e santificante delle cime e del cielo.
Ogni ascensione si nutre di un dolore superato. Salire è superare tutto e
superarsi sempre... È dare tutto, santificare tutto per Dio e per amore» (17
marzo 1927).
«Navigo
nell'azione di grazie»
La
sofferenza di Marta si trasforma, a poco a poco, in gioia pasquale: «Alleluia,
Alleluia! Posso infine amarlo con tutto il cuore, amarlo senza misura, Lui, il
mio Signore e mio Dio, realmente presente e vivo in me! Adesso non temo più le
sue grazie d'amore, le sue molteplici tenerezze di questi ultimi tempi. Navigo
nell'azione di grazie e nell'amore dei veri figli di Dio! Pene, timori, la
stessa debolezza, l'impotenza di fare qualcosa... tutto scomparso e divenuto
facile da sopportare, da quando ebbi l'immensa gioia di comunicarmi, vicino
alla cara mamma che assisteva la mia comunione» (2 maggio 1927).
Siccome
sta un po' meglio, Marta ritorna nella sua poltrona. Come al solito, ricama e
prega. Ben presto, però, sarà di nuovo costretta a restare seduta sul letto.
«Nel giugno 1927 - narra una sua amica d'infanzia, sig.ra Boulord - andai a
trovarla perché ero guarita e avevamo scommesso che la prima a guarire
sarebbe andata a trovare l'altra. Marta era paralizzata ma continuava a ricamare».
Il
primo ottobre 1927 altra apparizione di S. Teresa. Marta aveva bisogno di
conforto? Mangiava solo qualche confetto acidulo che le veniva offerto dai
visitatori.
Altra
paralisi:
Marta
non mangia più e perde il sonno
25 marzo 1928, Marta è completamente paralizzata alle gambe. D'ora in poi non scenderà più dal letto. È nella camera vicino alla cucina, che dà sul cortile. E’ tutta raggomitolata in una posizione molto scomoda; perciò, il 2 luglio 1928, scrive a sua cugina, sig.ra Caillet, perché le ordini un divano da 600 franchi: «Vorrei lo schienale alto 45-50 cm. a causa dei reni ammalati; largo 90-80, non più stretto, soprattutto a causa delle gambe ripiegate. E’ quel che mi occorre. Vorrei che gli si mettessero anche quattro rotelle...». Il divano in questione dovette arrivare qualche giorno o qualche settimana dopo. Marta vi rimarrà fino alla morte.
Come
se la paralisi non bastasse, ecco che Marta non mangia più per niente. Questo
straordinario fenomeno, che troviamo in altri mistici, cristiani, induisti o
mussulmani, si chiama inedia. Dal 1928 al 1981, anno della morte, Marta assorbi
solo l'ostia, che prendeva una o due volte alla settimana. Del resto, l'ostia
entrava in lei come aspirata, senza alcuna deglutizione. Marta non poteva
prendere altro. Già all'inizio dell'anno, quando sua madre le portava una
tazza di caffè, la rimetteva subito. La signora Robin gemeva: «In che stato si
trova la mia piccola»; e papà Robin piangeva: «Eppure non ha fatto niente di
male!». Faceva pietà, mi diceva un'amica d'infanzia di Marta.
Marta
non ha dunque più funzioni di assimilazione e di non assimilazione ed ecco
che perde anche il sonno. Non le resta più niente. Per i medici la totale
perdita di sonno e ancor più straordinaria dell'inedia. Non si entra in
simile stato senza tormenti. Pare che, in questo periodo, padre Betton venne
a ridare la pace a Marta. Fu allora che la Madonna cominciò a moltiplicare le
apparizioni. Cosa le diceva la mamma celeste? Marta rimase molto discreta al
riguardo, ma il fatto delle apparizioni fu confermato dalla sorella, síg.ra
Serve.
-
Ve l'ha detto Marta?
-
No, è stata nostra madre. Diceva: «La Madonna appare a Marta nella sua
camera, ma io quando ci vado non la vedo».
-
Accettavate questo o lo consideravate uno scherzo?
-
In famiglia era accettato... Oh! mia madre faceva del suo meglio per curare
Marta.
-
Cosa le diceva la Madonna?
-
Non so. Ma so che mia madre m'ha sempre detto che la Madonna le appariva. Padre
Finet ne sa probabilmente di più.
Marta
era anche aiutata dalle visite di padre Faure, che le portava spesso la
comunione. Si faceva accompagnare da due chierichetti, come si faceva allora.
Ma poi le visite cessarono. Come mai? Marta si era resa conto che le visite del
sacerdote seccavano suo fratello Enrico, che spesso mormorava: «Cosa viene a
fare qui questo prete?». Fu così che, per evitare storie, Marta, senza dare
spiegazioni, chiese a padre Faure di non venire più. Questi non capiva perché
la sua parrocchiana gli giocasse questo tiro. Ne soffrì molto: sofferenza che,
d'altronde, uguagliò quella di Marta, che si vide privata dei sacramenti.
Marta
dovette anche soffrire per il fatto che i suoi, nonostante i loro sforzi, si
sentivano incapaci di alleviarle, almeno un po', le sofferenze. Se lo lascia
sfuggire nella lettera, scritta a sua nipote il 21 settembre 1928: «Mamma era
stanca la settimana scorsa, il cambio di temperatura le rimuove la bile. Adesso
sta meglio, per fortuna! Povera piccola mamma! Com'è duro non poter dare
neanche un bicchier d'acqua a coloro che si ama. E sarebbe così consolante
poterli sollevare un po'».
Ma
siccome Marta non è una piagnucolona, sa tutto quel che succede e cerca,
anzitutto, di far piacere agli altri, non comincia la lettera con quella
confidenza; prima aveva scritto: «Se il tempo rimane bello, credo che la
vendemmia sarà bella... Ricamo il tuo lenzuolo che sarà magnifico! T'assicuro
che te lo invidiano! Ti ricamo anche una preziosa busta, che ti piacerà».
Nell'anno
1928 due cappuccini di Lione, padre Bernardo-Maria e padre Giovanni, predicarono
una missione a Chàteauneuf-de-Galaure. Naturalmente, chiesero a padre Faure se
in parrocchia c'erano ammalati da visitare. Padre Faure parlò loro di Marta
che purtroppo non poteva più visitare! I due missionari andarono alla Plaine.
Al ritorno dissero al parroco che aveva una santa in parrocchia e gli chiesero
di riprendere ad andare regolarmente dai Robin. A Marta proposero di entrare
nel terz'ordine francescano. Era il 2 novembre 1928, data attestata da suor
Maria-Teresa, che entrava in convento subito dopo.
Ma
il «grappino», come diceva il curato d'Ars, cioè il nemico di cui parla il
Vangelo, cominciava ad infuriarsi. «Hai notato il mio servo Giobbe? Non ha
eguale sulla terra» - aveva detto il Signore a Satana. Ammettiamo che avesse
potuto fare la stessa osservazione a proposito di Marta. Satana fu così
adirato della sua entrata nel terz'ordine dei cappuccini che la sera si
manifestò.
La
sig.ra Robin, che dormiva nel letto vicino, disse: «Non so cosa accadde, ma
Marta gettò un urlo spaventoso!».
«Il
diavolo - ci disse un confidente di Marta - le dette un pugno, rompendole due
denti. Me lo disse lei stessa».
-
Avete visto i denti rotti? - Sì, sì!
Lo
stesso aneddoto fu narrato dal padre Perrier.
La
paralisi alle gambe era sopraggiunta per la festa dell'Annunciazione del 1928.
Alla festa della Purificazione, il 2 febbraio 1929, Marta perde l'uso delle
mani. Le aveva offerte al Signore, che la prese in parola. Addio alle lettere e
al ricamo!
«Tenni
ancora, per almeno otto giorni, il ditale in mano, poi dissi alla mamma: -
Adesso puoi togliermelo».
Per
niente schiacciata da questa nuova paralisi, Marta impara a scrivere con la
matita in bocca! Non mi stupirei se avesse divertito quelli che la circondavano
con dei capolavori di calligrafia! Ma, attenzione: questa ragazza di 27 anni
riuscirebbe quasi a farci dimenticare la sua sofferenza. Eppure bisogna
rendersi conto dello stato in cui è ridotta: braccia e gambe la inchiodano
sul divano; le gambe sono ripiegate in parte. Marta è praticamente raggomitolata,
con un cuscino dietro la schiena ed un altro cuscino per tenerle le ginocchia;
il braccio destro poggia in grembo ed il sinistro è allungato. Non si può
muovere. Quando madame Barnard (figlia di Ferdinando Robin) viene ad aiutare
mamma Robin a cambiare le lenzuola, Marta soffre tormenti solo a sfiorarla.
Oltre a questa scomoda posizione e all'immobilità, Marta rimase senza bere, né
mangiare, né dormire, per più di cinquant'anni.
«O
Gesù, avete fatto di me la vostra piccola vittima - diceva il 12 luglio 1929
- come voi stesso avete voluto essere la mia e quella di tutti gli uomini.
Tutta la mia vita, o Dio, è vostra. o croce, o croce del mio salvatore... O
scala divina che unisci la terra ai cieli, tu sei l'altare sul quale devo consumare
il sacrificio e consumare la mia vita, nell'immolazione e nell'amore».
«Devo
seminare l'Amore»
Così,
dunque, lungi dal ribellarsi come Giobbe, lungi dall'inacidirsi, Marta pensa
che, crocefissa col Cristo, potrà entrare in ciò che oggi chiameremmo una
missione d'evangelizzazione. Nella notte dal 31 dicembre al primo gennaio 1930,
scrisse (si potrebbe persino dire che cantò) il suo progetto in versi, perché,
da allora in poi, si esprimeva tanto bene in versi quanto in prosa:
«Devo
seminare l'Amore, seminare la carità,
Amare,
essere innamorata di bontà, dolcezza, giustizia,
Essere
contenta, amante del grande sacrificio,
Sì,
esserlo per tutti, esserlo con tutto il cuore,
Con
la volontà di sedare, di confondere l'errore,
Senza
mai separare il fuoco dalla fiamma.
Voglio,
dimenticandomi, far amare Dio alle anime,
Dandomi
per tutti, senza posa e senza contare,
Dare,
dare sempre senza voler raccogliere».
Capitolo
VIII
«Le
spine che intrecciarono incoronarono di sangue la sua fronte.
L'hanno
ingiuriato, vilipeso... Chi potrebbe dormire?» (Uff. delle letture del Sabato
Santo)
E’
pazzesco, lo sappiamo già un po'!, quel che Marta soffrì dall'anno
successivo alla sua consacrazione. Anche se si ha la fede, anche se si pensa che
la sofferenza è una «grande educatrice», come diceva Marta, essa rimane
pur sempre qualcosa che lacera il fisico ed il morale.
Negli
anni 1926-1930, Marta ha un bel fare riflessioni umoristiche, ma è
schiacciata come un chicco di grano sotto la macina. Condividendo la Passione
di Cristo, entra nell'angoscia di Colui che sudava grumi di sangue nel
giardino degli ulivi.
«L'anima
mia è nello sgomento: è notte in me»
Tutto
questo è tuttavia difficile da afferrare, perché Marta non si lascia andare
facilmente ai suoi stati d'animo. Eppure, in qualche rara lettera dettata alle
sue amiche, si indovina la sua profonda sofferenza. In una lettera, scritta
nella quaresima del 1930 a suor Maria-Teresa, detta con delicatezza: «Spero,
sorella carissima, di non essere indiscreta scrivendovi in questo santo tempo
di penitenza...». Le manda una novena di messe da dare al cappellano e conclude:
«Pregate per me, affinché io sappia più che mai soffrire per la salvezza
delle anime. Soffrire per far amare Gesù». E firma: «La vostra povera piccola
amica».
Il
sabato santo, 19 aprile 1930, Marta ha un grido che è l'eco dei gemiti di
Cristo in croce. «Tutto crolla - geme in un'ardente preghiera - l'anima mia è
nello sgomento. Lascerete sprofondare nella tormenta la vostra piccola
vittima? Inviatemi un debole raggio della vostra luce, fate scivolare sulla
mia anima una debole scintilla per ravvivare il mio coraggio. O Gesù, non
abbandonatemi. In me è notte».
Poi
Marta si riprende e spiega:
«
Non voglio morire per essere liberata dalla lotta, dalla sofferenza. No! E’-
l'eternità che mi attira. E’, Gesù che mi tende le braccia; desidero la
patria che ho intravisto».
Non
è dunque per un voltarsi indietro, perché non ne può più, che Marta è
tentata. Anzi! Marta geme nell'oscurità, come un ammalato che aspetta il
giorno con impazienza.
Questa
notte mistica raggiunge quella di San Giovanni della Croce. Più il mistico
intuisce Dio, più prende coscienza della propria piccolezza. Per questo, Dio
le pare irraggiungibile. «Se un'anima percepisse una sola volta il più
debole raggio della bellezza di Dio, vorrebbe morire una volta per vederlo per
sempre, ma avrebbe vivissima gioia nel sopportare mille volte la morte più
crudele, per vederlo un solo istante» (S. Giovanni della Croce).
«Tutto
m'insanguina - prosegue Marta in questo senso - ma accetto con ardore di
continuare il mio pellegrinaggio. Oh! non vorrei cambiare il mio martirio per
tutte le gioie e le ricchezze del mondo. Ho un solo desiderio: salvare le anime
amando Dio sempre di più».
Pregate
«perché non si veda quanto soffro» «Tutto m'insanguina». Ritroviamo
quest'espressione in una lettera scritta il 14 maggio 1930 alla clarissa di
Vals-les-Bains. La segretaria benevola di Marta è Ester, una sorella della
clarissa, quindi Marta è in molta confidenza. Ricordando che lei stessa aveva
pensato di entrare al Carmelo, Marta dice: «Vi sono molto unita, di giorno come
di notte, e sono molto felice che mi accettiate come compagna durante il
Mattutino. Spero che la reverenda madre tolleri, nella sua gaia colombaia,
questa nuova piccola colomba. Mi sento molto piccola, ma mi faccio ancor più
piccola perché non mi si scacci». E soggiunge: «Vi chiedo di pregare, suor
Maria-Teresa, affinché non si veda quanto soffro, né i miei né attorno a
me. Chiedo continuamente questa grazia alla Madonna e, affinché continui ad
esaudirmi, vi prego di chiederla con me».
Un
giorno, prima della partenza della sua compagna per il convento di
Vals-les-Bains, Marta le aveva confidato: «Brucio: è come se mi immergessero
in una grande tinozza».
«Lesa»
di non poter essere carmelitana
Poi,
annuncia a suor Maria-Teresa che un'altra di Chàteauneuf, Dionisia Chancrin,
prende l'abito delle clarisse nel monastero di Crest, col nome di suor Maria-San
Giovanni.
Marta
ne condivide la gioia, ma precisa: «Sapete che, con Ester, ci sentiamo «lese»?
Quando la nostra piccola Dionisia, alla fine di novembre, mi disse addio ed
io le dissi che dal cielo sarei andata a trovarla, glielo promisi, non per la
vestizione, ma per dopo. Dicendoglielo, avevo una debole speranza che il nostro
Amato Bene sarebbe venuto a prendermi prima... Ma sono ancora su questa fredda
terra, dove soffoco e dove, da qualsiasi parte mi volti, m'insanguino. Eppure
è per amore, per la più grande gloria di Dio, per le anime, per la
parrocchia, per la nostra nobile Francia, per l'anima dei sacerdoti. Com'è
bello il nostro sacerdozio, che si esercita nell'ombra e nel silenzio,
nascosto come Gesù nell'ostia». Questa volta si firma: «Vostra piccola sorella
in San Francesco», poiché fa parte del terz'ordine francescano.
«Vuoi
essere come me?»
Fine
settembre 1930. Gesù appare a Marta e le dice: «Vuoi essere come me?». Come
poteva rifiutare, lei che aveva fatto atto di abbandono e di offerta
all'amore di Dio?
«Ecco
la vostra serva». Possiamo pensare legittimamente che la risposta di Marta
sia stata come quella della Madonna. E, come Maria, non poteva prevedere ciò
che le sarebbe successo.
Nei
primi giorni di ottobre, forse il 4, festa di San Francesco, Gesù Crocifisso
riapparve agli occhi di Marta. Dopo un istante, prese le sue mani paralizzate
dal 1929 e le aprì. Allora un dardo di fuoco, partito dal costato di Gesù, si
divise in due, colpendole i piedi e le mani; un terzo dardo la colpi in pieno
petto. Sanguinò alle mani, ai piedi, al costato. In seguito Gesù mise la
corona di spine sul capo di Marta che, martoriata fino al globo degli occhi,
sanguinò abbondantemente. La corona di spine le lasciò sulla fronte come una
specie di nervatura viola, la quale scomparve completamente alcuni mesi più
tardi, su richiesta di Marta.
Infine,
intervenendo un'altra volta, Gesù caricò Marta del legno della croce. Marta si
sentì slogata. Questa imposizione della croce, col suo enorme peso, si
riferisce al lamento del salmista: «Hanno slogato tutte le mie ossa».
I
signori Robin, vedendo Marta insanguinata, ne furono sconvolti. Secondo Marta,
«la mamma si rese conto che tale stato veniva da Dio e dall'accettazione di
Marta della sua volontà». Avvertirono però il dottor Aristide Sallier, di
Saint-Uze. I suoi studi in medicina non l'avevano evidentemente preparato ad
un tale fenomeno. Volle subito far bere la paziente. Impossibile, il liquido
usciva dal naso. Il medico si sentì disarmato. Un giorno, ammettendo la sua
impotenza, disse a Marta: «Signorina, preghi per me».
Il
venerdì che seguì questa stigmatizzazione Marta iniziò a vivere la Passione
di Gesù.
Nei
dintorni corse la voce di questo avvenimento e, ben presto, alcune donne
salirono alla Plaine, come si sale a Gerusalemme, per incontrare Marta, pregare
con lei, unirsi a lei come intermediaria nella Passione di Cristo.
Gli
stessi reverendi, Faure e Perrier, furono i primi ad organizzare le visite.
Anche i bimbi della parrocchia vengono a vedere Marta. Un'anziana donna di Chàteauneuf
narra che lei faceva parte del patronato, organizzato dalle suore di San
Giuseppe di Rochetaillée, e che il reverendo Faure accompagnava il suo
piccolo mondo da Marta. «Ci andavamo diverse volte all'anno, ragazzi e
ragazze. Ricordo che mamma Robin, rotondetta e sorridente, ci riceveva con
molta gentilezza. Andavamo nella camera, a destra della cucina. Una volta
Marta ci parlò di S. Teresa del Bambino Gesù. Aveva un quadro, che rividi
poi nella camera mortuaria».
Un'altra
persona di Chàteauneuf narra che mamma Robin diceva a Marta: «Non sei
stanca, piccola mia, con tutte queste vísite? ». Si stupiva che ce ne fossero
tante. Ma papà Robin, come del resto suo figlio Enrico, ne era esasperato: «Lasciatela
tranquilla» - diceva ai visitatori. Si arrivò al punto che, dal 1931 o 1932,
occorreva l'autorizzazione dello stesso padre Faure per salire alla Plaine.
Perché padre Faure? Semplicemente perché sarebbe stato troppo difficile, ai
Robin, rifiutare di entrare in casa loro. E così, naturalmente, si installò
un rituale: si aspettava il proprio turno in cucina, in compagnia della mamma di
Marta, la cui pazienza era ammirevole, poi si entrava, si discorreva, si
offriva qualche regalo (non si trattava di arance, come al solito, perché Marta
non mangiava né beveva, ma altre cose che Marta spediva poi ai poveri e ai
missionari). Una persona di Saint-Uze che le fu vicina, ricorda i primi pacchi
che confezionarono e le lettere che Marta le dettava. Qualche volta Marta le
chiedeva di inumidirle le labbra. Un'altra persona narra la sua visita, avvenuta
nel periodo 1930-31.
«La
mamma la chiamò, per informarla della mia presenza.
"Perché
mi hai fatto ritornare? Era così bello lassù! " - rispose Marta.
Quindi
mi parlò, senza fare allusioni ed io non osai far domande. Ma nonostante la
mezza oscurità, vidi sulla sua testa gocce di sangue asciutte, come si vedevano
sul suo letto di morte. Alla fine della visita dicemmo una decina di ave Maria».
Subito
dopo il soggiorno a Saint-Péray, nel 1923-25, avevamo notato la maturazione
di Marta. In questo 1930 oltrepassa una nuova soglia.
«Ecco
la fine del 1930 - dice la sera del 31 dicembre. Il mio essere ha subito una
profonda e misteriosa trasformazione. Anni di prove, anni di dolore. Anni di
grazie e di amore. L'attuale mia felicità, sul mio letto d'inferma, è
profonda e durevole, perché divina... Penso alla strada percorsa dall'inizio
della malattia. Da questo pensiero risulta amore e riconoscenza verso Dio, così
misericordioso e buono. Che lavoro! Che ascensione Dio ha operato in me! Ma
quanti balzi al cuore, quante agonie della volontà per morire a se stessi!».
Le
visite che si moltiplicano, le vedute di gloria non devono far dimenticare che
Marta continua a soffrire ogni giorno, senza tregua e sempre di più, fino al
1981. È difficile pensare che questo calvario sia durato cinquant'anni.
Marta
soffre nel corpo e, quando si vuole cambiarle la biancheria, nonostante tutte
le precauzioni, non si riesce ad evitarle grandi dolori. I genitori se ne
rendono conto! Marta soffre di non poter mangiare né bere, non perché ne
avesse fatto il voto, come si è scritto a volte, ma perché non ha
deglutizione. L'unico suo nutrimento è l'Eucarestia. Ne vivrà per
cinquant'anni.
Marta
soffre nel vedere che i genitori non possono far niente per lei e ne sono
tanto addolorati. E soffre, soprattutto, perché il peccato del mondo è odioso
e perché l'Amore non è amato. Questa sofferenza spirituale giunge al
parossismo ogni venerdì, quando Marta rivive la crocifissione, durante tutti
quegli anni, finché vivrà, dal giovedì sera, l'agonia di Cristo. «Vuole
rivivere in me la sua agonia, fino all'ultimo respiro e alla discesa agli
inferi, fino alla risurrezione, benché io rimanga in croce per continuare a
vivere questa vita di crocefissa che Egli vuole per me, che vuole da me per la
sua gloria e per la redenzione delle anime del mondo intero».
Padre
Finet narrò diverse volte il patetico dialogo che precedeva l'entrata
nell'agonia:
-
Padre, sapete che oggi è giovedì?
-
Si, figlia mia.
-
Sapete padre che questa sera...
-
Si, figlia mia.
-
Padre, non ce la farò.
-
Sì, figlia mia.
E,
progressivamente, nel corso della giornata del giovedì Marta sentiva
avvicinarsi l'orrore della Passione. La lotta si svolgeva contro l'inferno
scatenato, contro il demonio che le sbatteva la testa sul mobile vicino al
divano. Marta versava lacrime di sangue.
Col
Cristo del Getsemani portava il peccato del mondo. Ne era oppressa, terrificata;
diveniva peccato. A volte diceva a padre Finet:
«Non
avvicinatevi, vi sporcherei». Gemeva a non finire.
Pregava.
Non pregava più Gesù, gli era così strettamente associata da divenire una
cosa sola con Lui, ma pregava il Padre. Si aveva l'impressione che fosse Gesù
agonizzante, nel giardino degli ulivi. Diceva: «Allontanate da me questo
calice», oppure: «Padre, sia fatta la vostra volontà». I tormenti si
protraevano nella notte dal giovedì al venerdì sera. Marta riviveva tutte le
fasi della Passione, che si concludeva il venerdì sera nella pace e nella
fiducia in Dio: «Padre, nelle vostre mani rimetto il mio spirito». In quel
momento, dopo un profondo sospiro, la testa cadeva all'indietro, a sinistra.
Era tutto finito. La si sarebbe creduta morta. Era in estasi. Il sabato
rientrava in sé, o la domenica, o anche solo il lunedì (negli ultimi anni),
nel tardo pomeriggio.
Non
mancano le persone che hanno visto, prima, dopo e durante la guerra, Marta
agonizzare o entrare in estasi. Il reverendo Perrier le asciugò la fronte
insanguinata con un fazzoletto, conservato come una reliquia dalla famiglia
Sassoulas di SaintUze. «Vidi il sangue colarle dagli occhi», mi diceva
un'anziana insegnante libera di Saint-Uze. Senza contare tutti i testimoni del
Focolare di Carità.
Ma
le molteplici narrazioni scompaiono, davanti ad un rapporto medico di 25 pagine,
inviato al Vescovado di Valence e a Roma. Il rapporto, richiesto da mons. Pic
fu redatto da tre medici di Lione, particolarmente qualificati: il dottor
Bansillon, professore alla facoltà, il dottor Ricard, chirurgo e professore
degli ospedali, e il dottor Dechaume, primario della clinica neuropsichiatrica.
È auspicabile che si possa un giorno accedere a questo rapporto.
Mons.
Marchand, l'attuale vescovo di Valence, aveva chiesto un altro esame medico, che
doveva aver luogo nella primavera 1981. Ma Marta morì in febbraio.
Tutto
questo mostra che la Chiesa, attraverso la voce dei suoi responsabili, ha preso
sul serio il caso della stigmatizzata della Dróme. Aggiungiamo ancora un
fatto. Un neurologo di Parigi, il dottor Alano Assailly, narra che si sforzò
di convincere Marta ad andare in clinica per qualche mese, affinché lui potesse
convincere i suoi colleghi della realtà dei fenomeni straordinari da lei
vissuti. «La stessa vostra missione può comportare anche questo tipo di testimonianza»,
le disse. Marta, dopo un silenzio, rispose: «Dottore, ho una sola regola:
l'obbedienza. Se il mio direttore, il mio Vescovo o il Papa decidesse di
ricoverarmi, direi subito di si. Ma credete veramente che il problema sia dove
voi lo cercate?». Era la domanda giusta, perché, per utili che siano i
rapporti medici per dissipare illusioni, rischiano di far dimenticare
l'essenziale, cioè il senso profondo delle sofferenze di Marta. Né la
radiografia, né l'esame clinico possono rivelare un mistero d'amore.
Il significato della missione di Marta: identificarsi con colui che ama, nella sua missione redentrice
Cerchiamo
dunque di capire ciò che il medico, in quanto tale, non può capire.
Gesù,
Figlio di Dio, s'è fatto uomo; è venuto tra gli uomini. Li ha amati ma,
condividendo la vita degli esseri che ha creati liberi, ha corso il rischio di
ricevere il loro rifiuto d'amore, la loro cattiveria, il loro furore. Amare è
rendersi vulnerabili, esporsi a soffrire. A causa di questo, il Cristo, nato
poveramente in una grotta, finirà arrestato, deriso, ferito, colpito a morte su
una croce, rigettato dagli uomini. Cristo non cercò la croce per amore della
croce.
Egli
amò. E l'amore, nell'umanità peccatrice, passa attraverso la croce. Tutti i
discepoli di Gesù che credono seriamente in lui, lo seguono sulla stessa
strada, imitano il Cristo dal di dentro, vogliono la condivisione come lui,
essere buoni, servire; e quello li porta alla croce. Quando si cerca di amare,
si direbbe che l'inferno ci si rovescia addosso, si accanisce a maltrattarci e
a calunniarci. Ricordiamo il libro di Giobbe: «Dio disse a Satana: Hai notato
il mio servo Giobbe? Non c'è eguale sulla terra. Ma l'avversario replicò: se
però venisse lesa la sua pelle e le sue ossa, scommetto che ti maledirebbe. E
il Signore disse all'avversario, sia!».
Quando
dunque si ama, il cuore è inevitabilmente afflitto e, a volte, anche il
corpo. È la sfida di Satana. Non lottiamo solo contro la carne e il sangue,
ma contro la potenza delle tenebre, come dicono il Vangelo e San Paolo. I
martiri ne sanno qualcosa. Più si ama, più si vuole fare la volontà di Dio,
più si rischia di soffrire.
A
qualche discepolo privilegiato, Dio ha dato la possibilità di vivere nella
propria carne le stesse sofferenze di Cristo. È il caso, per esempio, di San
Francesco d'Assisi, di Santa Caterina da Siena, Teresa Newman ecc. fino a
Marta Robin. «Non posso concepire l'amore - diceva Carlo de Foucauld - senza
un imperioso bisogno di imitazione». «Vuoi essere come me?», diceva Gesù a
Marta, la quale non si limitò a guardare il Cristo in croce ma soffrì con Lui,
condividendo la sua Passione. Ha letteralmente completato nella sua carne ciò
che mancava alla Passione di Cristo, a beneficio del suo corpo, che è la
Chiesa.
Marta,
subendo ed offrendo il suo martirio, ci ricorda che è l'intero corpo che deve
essere crocefisso: la testa (il Cristo) ed i membri (la Chiesa). Certamente,
non tutti riceviamo stigmate nella carne, ma ognuno ha la propria croce. «Ogni
esistenza è un Calvario - disse Marta - e ogni anima è un Getsemani, dove
ognuno deve bere in silenzio il calice della propria vita».
È
questo il messaggio di Marta Robin.
«In
un momento in cui la tiepidezza invadeva il mondo, per riaccendere nei nostri
cuori il fuoco del tuo amore, hai voluto, Signore, stampare le stigmate della
tua Passione sul corpo di San Francesco d'Assisi: Nella tua bontà, accordaci di
portare sempre la nostra croce e di convertirci in modo da portare frutti»
(Orazione
del messale romano per la festa delle stigmate di San Francesco d'Assisi).
Capitolo
IX
Per
Marta, il periodo che va dal 1928, data della paralisi delle gambe, al 1937,
è ricco di preghiere luminose. La più bella e la più ricca teologicamente
è, senza dubbio, quella rivolta alla Santa Trinità, nel 1937. «Una meraviglia»,
diceva un domenicano a padre Finet.
«O
Trinità santa ed eterna, vi adoro e vi lodo in voi stessa e nelle vostre opere;
nell'unità della vostra essenza, nell'uguaglianza delle vostre persone, nella
profondità della vostra scienza, nell'immensità della vostra sapienza, nella
larghezza della vostra provvidenza, nella bellezza dei vostri misteri, nell'opera
delle vostre opere, che fa Dio uomo e una vergine la madre di Dio».
E
dopo aver ammirato a lungo l'incarnazione di Gesù, per entrare «in società e
comunicazione» con gli uomini, Marta termina la preghiera con una triplice
adorazione:
«Adoro,
o Dio, Padre Onnipotente, l'amore infinito che vi ha spinto a dare vostro
Figlio, l'Amato in cui metteste l'eterna vostra compiacenza, il vostro Unico
al mondo, perso dal peccato originale e dai molteplici peccati attuali. Adoro
questa divina Carità, che si è manifestata nella scelta dei mezzi usati per
l'Incarnazione.
Non
volete ricorrere alla vostra onnipotenza, ma fate appello alla vostra saggezza
divina, alla vostra bontà, alla vostra misericordia, al vostro amore. Potevate
esserci più vicino seguendo altre vie? Chi, poi, potrà intravedere quanto la
vergine Maria vi è cara e preziosa?
L'avete
creata ed arricchita dei più grandi doni della grazia, per farne la degna madre
del vostro diletto Figlio. Nell'ordine della natura, della grazia e della
gloria, Ella è il capolavoro delle vostre divine mani. Nell'ordine
dell'esistenza delle cose create non avete e non ordinerete mai creatura più
grande, più nobile e più perfetta della Vergine benedetta.
La
vostra Incarnazione, o Verbo eterno e divino, è il punto centrale del mondo,
preparato da tutta l'eternità e le cui conseguenze vanno oltre il tempo e
abbracciano l'eternità.
Vi
adoro, voi che avete accettato e ricevuto dal Padre la suprema missione di
riscattarci, di salvarci, di liberarci dalla schiavitù del peccato, di
riabilitarci, di restituirci la vita della grazia, persa col peccato, e di
incorporarci nella vita eterna nella gloria.
Vi
adoro, o Gesù, mentre vi accingete a spogliarvi degli splendori della vostra
gloria, per diventare uno di noi!... E che dire, o Verbo divino, dei vostri
rapporti con Maria al momento dell'Annunciazione?... Volete essere il Figlio
di questa vergine senza macchia, così come siete l'Unico Figlio di Dio, al fine
di darci una madre presso di voi.
Avete
Dio per padre e volete avere Maria per madre per darla a noi tutti! Con la
vostra potenza e l'infinita vostra bontà la rendete degna madre di Dio, perché
sia realmente madre degli uomini. Le obbediste umilmente nella vostra vita
terrestre e, coronando l'opera vostra, le accordaste già, nei cieli, la
gloria che corrisponde alla sua dignità sacra. Vi adoro, Spirito di potenza, di
luce, di amore, vivente legame del Padre e del Figlio, operante in Maria
l'augusta opera dell'Incarnazione. Era giusto che quest'opera d'amore fosse
attribuita all'Amore. Con quale perfezione, o divino Santificatore, arricchiste
l'anima immacolata dell'augusta Madre di Dio, ornandola di ogni virtù, di
ogni grazia, di ogni dono.
Vi
adoro, Spirito d'amore, che miracolosamente formaste in Maria il corpo del
divino Salvatore! Mi inchino dinanzi a questo grande mistero; dinanzi a questa
meraviglia il mio cuore è muto d'ammirazione. "Et
concepit de Spiritu Sancto". Tutto
il mio essere vibra di riconoscenza».
Marta
adora così, in modo molto appropriato e in un'atmosfera mariale che le è
propria, le tre Persone divine di cui le si era parlato al catechismo, nella
formula molto concisa di allora: «Il mistero della Santa Trinità è il mistero
d'un solo Dio in tre Persone».
Ma
dove, Marta, avrà attinto quella scienza che la fa parlare, a lungo e
nell'adorazione, delle relazioni del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo e
della loro comunicazione con la creazione?... Con quale dono, se non quello
dello Spirito Santo, questa incolta contadina può esprimere con ampiezza,
abbondanza, pietà ed entusiasmo e senza un errore teologico, simili verità?
Qui pensiamo, spontaneamente e a nostra confusione, alla preghiera di Gesù:
«Ti benedico, Padre e Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto
queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli» (Luca
10,21).
Marta
è un'orante. La preghiera è l'essenza della sua vita. Abbiamo già avuto
l'occasione di leggere il poema «Devo seminare l'Amore». Fu il regalo che
ella offrì al Signore, nella notte dal 31 dicembre 1929 al 1° gennaio 1930.
Ci sembra necessario soffermarci qualche pagina ancora su altre preghiere di
Marta, per aver meglio coscienza dell'intensità della sua vita spirituale e
per scoprire verso che direzione è orientato il suo cuore.
Le
preghiere di Marta non sono degli esercizi di letteratura; le dettava, o erano
annotate dalle sue amiche, mentre pregava. Queste preghiere sono il canto di
ringraziamento o il grido di fiducia d'una donna crocifissa tutti i venerdì,
che non poteva mangiare, né dormire e che piangeva lacrime di sangue. Infatti
Marta non sanguinava solo ai piedi, alle mani e al costato, ma versava anche
lacrime di sangue, tutte le notti. Lo attesta padre Finet. Ma la gioia non
abbandona l'anima sua. Anche le grida di dolore sono permeate d'una profonda
gioia.
Il
14 febbraio 1930, per esempio, quand'è totalmente paralizzata, pensa solo a
ringraziare il Signore:
«Bevvi
l'amaro calice, bevvi fino all'ebbrezza, cercando il dolce rifugio del tuo
cuore.
Tu
solo sei la forza ed io l'umile debolezza, non abbandonarmi, sono tua o Signore!
Sono
la tua preda o Gesù, nella croce e nella gioia, nella prova crudele e nel vivo
dolore;
è
dolce soffrire quando si è a te immolati e si ha, come sole, il grande fuoco
del tuo cuore. So dove vive l'Amore, ho visto la fiamma brillare, per il tuo
cielo, o Gesù, voglio cogliere fiori, tormenti e dolori m'insanguinano l'anima,
ma sempre ti dico grazie, mio Salvatore».
Quasi
tutti i versi parlano di sofferenza, dolore, tormenti, eppure Marta,
l'insanguinata, rimane tranquilla e nel giubilo; è, nello stesso tempo, nella
croce e nella gioia. Parole che sembrano contraddittorie, ma che nel fondo
della sua anima, s'accordano perfettamente.
Meditazione sul mistero delle stigmate...
L'8
ottobre 1930, poco dopo aver ricevuto nella carne i segni del Crocefisso, Marta
medita sul suo stato; è la prima a stupirsene e, come Maria, a non capire...
«Tutto
diventa sempre più misterioso per me... Ma che bisogno ho di sapere? Non tocca
a me, né ad altri, sondare i segreti di Dio. Devo solo adorare, accettare,
benedire e abbandonarmi pienamente alla Provvidenza. Se il Signore mi vuole
ancora così, è perché ho ancora tanto bisogno di santificarmi per salvarmi.
Mangerò ancora il pane del dolore. I perché di Dio sono dei misteri che non
devo penetrare. Adorare dietro il velo. O vergine Maria, fa' che ogni giorno sia
più docile, più paziente, più semplice. Che io sia ignorata e dimenticata.
Non chiedo che Dio faccia in me cose visibili, ma che faccia di me un'umile
figliola sua, dolce ed umile di cuore».
Da
questa lettura, è chiaro che l'orgoglio non è in Marta, che non tenta di
vantarsi delle stigmate. «Signore mio e mio Dio, m'abbandono a voi. Mi volete
qui: ci resto e non tenterò di uscirne ma, se mi volete altrove, lo voglio pure
io. So, o mio Gesù, che sempre e dappertutto mi conserverete per voi.
L'amore
modella i cuori, l'amore purifica, il dolore pacifica.
O
mio Gesù, soffra pure la tua piccola vittima; ma che ti ami con tutto l'amore
che le hai dato. O Gesù, proteggimi sempre. Ti appartengo; dammi la pazienza e
la calma in tutto».
C'è
bisogno di commentare questa preghiera sconvolgente e, tuttavia, così
equilibrata e serena? Non si sa cosa maggiormente ammirare: l'abbandono di Marta
alla volontà di Dio, la sua umiltà o la sua fede?
Ma
i tormenti che «l'insanguinano» non rallentano la sua voglia straripante di
lodare il Signore, come dimostra questa poesia del 22 giugno 1931, che ella
scrisse, non certo in un prato fiorito sotto il cielo blu..., ma afflitta dalla
prova consueta:
«Vi
benedico, Signore, per i vostri benefici immensi, per i doni, le meraviglie e
tutta la vostra bontà, per i tesori d'amore, di pace e di speranza, che
spandono la fiducia nei miei giorni di prova.
Vi
benedico, Signore, ad ogni alba nascente, per i buoni e cari genitori che
m'avete dato, per i fratelli, le sorelle, la mia intera famiglia, per la cara
casa dove ci siamo amati.
Vi
benedico, Signore, per gli affetti profondi e puri che l'immenso amore vostro ha
messo sulla mia via.
Vi
benedico, mio Dio, in tutte le vostre creature, l'anima delle quali è la gloria
dei celesti giardini.
Vi
benedico, Signore, nella natura intera, che rivela il vostro nome, la vostra
gloria e grandezza, per l'immenso cielo blu e la leggera brezza, e il sole
radioso che fa sbocciare i fiori.
Vi
benedico, Signore, per le prove e per la vita, quando verso di voi tenderò la
mia stanca mano, mormorando sottovoce "vi amo e vi prego", portatemi
via, Signore, fatemi questa grazia!».
Qui
dobbiamo smettere di citare le preghiere di Marta; sarebbero infatti necessari
parecchi libri per pubblicare tutto ciò che si è scritto ascoltando Marta.
Ma questi estratti sono senz'altro sufficienti per capire come Marta non
s'appartenga più; ella si lascia fare e vuole solo abbandonarsi a Dio, nella
gioia che ci confonde e ci supera.
Le
visioni di Marta non hanno niente in comune con le elucubrazioni delle
veggenti di professione. Risultano essere esatte, ce lo assicurano quelli che
hanno letto i suoi testi e li hanno confrontati con i paesaggi biblici che Marta
descrive senza essere mai stata in Terra Santa. Ma il loro principale
interesse è di indicarci dov'è il cuore di Marta. Ella descrive i luoghi
dove Gesù passò, perché ama seguirlo, passo passo.
«Anzitutto
il lago di Tiberiade, dove, così spesso, lo seguii sui flutti. Là tutto
resta segnato dal sigillo dei suoi miracoli e della sua dolce e divina maestà.
Poi,
Magdala, là dove Maria Maddalena, ebbra di piaceri umani, volse il cuore a Gesù
ed ai suoi piedi trovò finalmente riposo. Più avanti, c'è Betsaida e
Corazim, prima patria di Pietro e Andrea. Ad est il Giordano attraversa il lago
in tutta la sua lunghezza e trasmette a tutte le acque del mondo la virtù
datagli da Gesù, l'Agnello divino che toglie i peccati del mondo. Quelle rive,
percorse centinaia di volte dai divini passi di Gesù, quei flutti calmati con
una sola sua parola, quei fiori solitari tra le rovine, quelle pietre, quelle
rocce, quei gigli della valle, quelle messi ondeggianti che Egli guardava
narrando, alla folla raccolta, parabole ed insegnamenti... ».
Quanti
pellegrini recatisi sulle rive del lago di Genezareth, dopo aver udito guide
qualificate, sarebbero capaci di farne una simile descrizione e in
un'atmosfera così piena di gioia?
Più
commoventi ancora, dice padre Finet, sono i quaderni sulla Passione di Gesù,
vista e vissuta da Marta. È talmente impregnata del Vangelo ed unita a Cristo
crocefisso, che ne condivide i segreti. Dà anche dettagli non contenuti nel
Vangelo, ma che degli archeologi hanno confermato. Ella ci dice anche che Gesù
preparò sua madre alla Passione. A proposito dell'Eucarestia, Marta dice che il
Corpo di Cristo si riferisce al primo comandamento ed esprime la consacrazione
totale di Gesù alla volontà del Padre suo. Nello stesso tempo, il Corpo di Cristo
esprime, in modo concreto, il secondo comandamento, che consiste nell'amare
coloro che ci circondano e nel condividere con essi.
Quando
parla di Gesù che sale al Calvario, ce lo descrive «come un panno intriso in
un bagno di sangue», al punto che quel pagano di Pilato fremette d'orrore.
Dipinge la prigione di Caifa (attualmente S. Pietro in Gallicantu), dove Gesù,
secondo lei, soffrì molto. Descrive la crocifissione, non come un letterato, ma
come un profeta, dicendo ciò che vede.
Marta
non avrebbe parlato così bene dell'immolazione di Cristo, se lei stessa non
fosse stata immolata come lui.
Come
se la consacrazione del 1925 non bastasse, come se le stigmate del Crocefisso
non significassero abbastanza il suo abbandono alla volontà di Dio, ecco che,
nel 1930, Marta fu ammessa, dal padre Bernardo-Maria, alla consacrazione delle
vergini.
Questa
fu, in un certo senso, la consacrazione ufficiale, fatta dalla Chiesa, della
consacrazione di Marta del 1925.
Per
questa immolazione, questa morte a se stessa, Marta volle portare una camicia
da notte ricamata ed un velo in testa. Era bella come una bambina che fa la
prima comunione ed accettò di lasciarsi fotografare. Questo episodio della
consacrazione delle Vergini, ci pare particolarmente significativo
dell'atteggiamento di Marta, ancorato alla croce e alla gioia.
Siccome
Marta è totalmente e gioiosamente disponibile, la venuta del Regno potrà
avverarsi...
Capitolo
X
...Perché
il Regno di Dio è simile ad una semente, piccola all'inizio. Tale è l'opera
ispirata da Marta. Vedremo, che nonostante «l'inattività fisica», come
ella dice in una preghiera del 10 novembre 1930, malgrado l'handicap che
l'inchioda sul letto, in una oscura cameretta, la sua vita sarà singolarmente
feconda. «Tutto serve quando si ama, e riconosco che, nella sua infinita
tenerezza, il mio adorabile Signore fa in modo che io possa trarre profitto da
tutto. Non me ne stupisco: è opera di Dio, non mia».
A
partire dunque dal 1930, data in cui fu ammessa alla consacrazione delle
vergini, Marta Robin inizia ad accennare al reverendo Faure, suo parroco, un
progetto che le sta a cuore: aprire una scuola cristiana per ragazze, in
parrocchia. Marta, teniamolo presente, volle troppo bene alla sua direttrice
ed alle insegnanti dell'allora scuola laica da lei frequentata, perché
agisca, adesso, spinta da un qualsiasi risentimento. L'unica cosa che conta
per lei, è l'educazione cristiana, che nessuno ha il diritto di chiedere a una
scuola laica. Ma, in questo, Marta tiene conto delle realtà del suo paese? Il
reverendo Faure dovette spendere tutte le sue energie per convincerla che Chàteauneuf-de-Galaure
era troppo influenzato dal «libero pensiero», che poche sarebbero state le
famiglie che avrebbero mandato i loro figli a questa scuola, che lui stesso
aveva molto lavoro e non aveva la vocazione di gestire scuole, ecc... Quando
Marta parlò di questo suo progetto al dentista, signor Rivot, aggiunse: «Il
signor parroco dice che non ha soldi».
Ma
Marta non si dette per vinta. Per due anni continuò ad insistere nella sua
richiesta da parte della Madonna, al punto che il reverendo Faure, sconcertato,
mise al corrente tutti i parroci del cantone, diciassette in tutto, per
sollecitare i loro pareri. Tutti dissero che il progetto era una follia; tutti,
tranne il reverendo Perrier, parroco di Saint-Uze, che da quasi dieci anni
consigliava il reverendo Faure nel suo ministero a fianco di Marta: «Se è
Marta che te lo chiede devi farlo subito». Dopo l'apparizione di Gesù
risuscitato a Maria Maddalena, succede, a volte, che gli apostoli ed i
sacerdoti debbano, nella Chiesa, tener conto del parere delle donne!...
Il
reverendo Faure si mette dunque a cercare un locale per questa scuola libera e,
per caso, viene a sapere che il «castello» è in vendita. Quella vecchia
costruzione del XVI secolo, che dominava il villaggio, celava una balera,
aperta dal signor Pistole poco dopo la guerra del '14-18, ma funzionava male.
E ,siccome il signor parroco aveva un sacrosanto orrore delle balere in
generale, dovette finalmente trovare un ardore rinnovato nel progetto di
scuola libera... Tale scuola avrà almeno il merito d'impedire l'apertura di
una nuova balera!
Padre
Faure fece acquistare il «castello» da due laici: i signori Genthon de
Murieils e Perrossier, uno dei suoi parrocchiani che aveva una cascina sulla
strada d'Huterives. Temeva, infatti, che l'asta salisse alle stelle se si
fosse presentato lui stesso alla vendita! Siccome il tetto era in cattivo stato
e le pietre cadevano dai muri, i signori Gaillard, Cheval e Montagne si misero
ad aiutare Perrossier per i lavori necessari: selciato, sgombero,
pavimentazione del primo piano, rinnovo e trasformazione delle camere in aule,
ecc... Un giovane seminarista, Auric (futuro parroco di Chàteauneuf), si
incaricò di mettere l'elettricità.
Il
12 ottobre 1934, le signorine Deleure, di Cleon d'Andran (Dróme), e la
signorina Michel, aprivano la scuola. Gli alunni non erano certo troppi: sette
in tutto; tre del paese, di cui due nipoti di Marta, Susanna e Marta Brosse, e
quattro della vallata.
L'anno
successivo, le alunne erano diciotto. In seguito, la progressione sarà
stupefacente; giudicate voi stessi:
-
ottobre 1937: 35 alunne e apertura d'un corso supplementare
-
ottobre 1938: alunne 46
-
ottobre 1939: alunne 69
-
ottobre 1940: alunne 74.
In
seguito viene aperto un collegio secondario, che nel 1942 aveva già 41
collegiali!
Ottobre
1943: alunne 108.
Ma,
piuttosto di continuare una fastidiosa lista di statistiche, diciamo
semplicemente che, nel 1981, Chàteauneuf-de-Galaure si vanta di due collegi secondari
e di un collegio agricolo, che totalizzano un migliaio d'alunni circa.
Come
spiegare questa inaudita evoluzione in tale regione se non con le sofferenze di
Marta e le sue lacrime di sangue?
«La
mia missione è di farlo amare, straripando d'amore...»
È
impossibile seguire la sua vita giorno per giorno, ma una cosa è certa: Marta
non pensava solo a pregare per la scuola parrocchiale. Se quella realizzazione
le era molto cara, tuttavia Marta non circoscriveva la sua preghiera ad essa
soltanto. Ad immagine del Cristo crocefisso, di cui è la fedele discepola,
prega e soffre per la salvezza di tutti gli uomini.
D'altronde,
nel 1933, Pio XI aveva aperto a Roma l'anno del giubileo, per contrassegnare il
19.mo centenario dell'istituzione dell'Eucarestía e della morte di Gesù in
croce. E, nel 1934, il Papa estese il giubileo all'intera Chiesa. Marta vive a
quel ritmo e scopre che il regno di Gesù comincia sempre dalla croce, che lo
si voglia o no! «Quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me». Così
ella sa sempre meglio che, essendo vittima col Cristo, è ad un «posto
d'onore», come dice nella preghiera del 22 ottobre 1936. La sua missione è
dunque di pregare, offrire, amare per il mondo intero, senza restrizioni.
«No,
non so più niente, se non amare, ho più bisogno d'amore che d'aria per
respirare, sento sempre il cuore battermi nel petto, ma sospiro la divina
alleanza che deve trasferirmi nella celeste dimora». Sottolineiamo, di
sfuggita, la precisione teologica della nostra poetessa: è l'alleanza divina
che opera il trasferimento al cielo, non sono i meriti di Marta. La salvezza è
gratuita, è dono di Dio.
Dice
ancora Marta, 1'8 ottobre 1930:
«Del
mio Dio sono il calice; la mia missione è di farlo amare straripando d'amore,
devo dunque afferrare tutte le occasioni per spandere luce e verità».
Tutte
le occasioni?... È per questo che, dal 1930, le visite aumentano sempre di più.
La signora Pousse, originaria di Saint-Uze, è una delle numerose persone che
sono salite alla Plaine. Dice: «Ho visto Marta per la prima volta nel 1935. Mi
aveva mandato un'amica. Ricordo bene che aveva gli occhiali e s'interessava a
tutto quello che le si diceva. Ma a quelli che andavano solo per consultarla
diceva: "non sono una maga"».
La
creazione della scuola parrocchiale è significativa della vocazione
missionaria di Marta, che però non si limita ad essa. Marta non conosce frontiere.
Già il 29 settembre 1930 pregava così: «Che importa l'ora del raccolto, purché
il bene si faccia, che dappertutto la fede fiorisca e che in ogni cuore
s'accenda la viva fiamma dell'amore».
Ma
come far fiorire la fede nel mondo intero? Un'altra occasione le sarà data
prossimamente: non se la lascerà sfuggire...
Capitolo
XI
Quando Marta fa delle ordinazioni...
Il
18 marzo 1935, Marta detta una lettera di ordinazioni ad un libraio cattolico
di Valence, che era andato a trovarla qualche giorno prima. Da una banale
lettera, traspare l'anima di Marta. Ella chiede che le siano inviate delle
immagini, formato grande, del Sacro Cuore e di Santa Teresa del Bambino Gesù
ed un piccolo Cristo per culla, ed aggiunge: «Ma non il solito Cristo da culla
dove c'è una spessa croce bianca, con sopra una testa d'angelo. No, voglio un
vero Cristo, mi fa orrore il modello che vi ho descritto». Aveva troppo il
senso della croce per angelizzare il Cristo crocefisso...
Terminando,
parla del «suo unico tesoro ed anche il vostro, che è il sacro deposito
dell'amore e della gloria del cuore dell'amato e divino Gesù. Che io l'ami.
Lui, l'Amore infinito, che anche voi l'amiate e che entrambi lo facciamo amare
molto: questo ci basta, aspettando il cielo... presto».
Interessante
questa lettera di ordinazioni, ma avrà minori conseguenze di altre due
ordinazioni dello stesso anno.
Anzitutto,
una signora di Lione, signora Luciana Gorse, che, dal 1933, visita regolarmente
Marta, le parla un giorno di sua cognata, la signora Andreina Relave, che
dipingeva con talento. Molto interessata a quella notizia, Marta suggerisce
che la pittrice le mandi un quadro del Sacro Cuore, che fu fatto il 29 ottobre
1935.
Ritornando
a Lione, la signora Gorse parla della stigmatizzata di Chàteauneuf alla
signorina Blanck, santa persona che si spendeva per le missioni, la quale sale,
a suo turno, alla Plaine. Doveva essere nel dicembre 1935. Marta le disse: «Vorrei
un quadro della Madonna per la scuola di Chàteauneuf, ma non vorrei un quadro
come se ne vede dappertutto...». Un'altra volta, precisa: «Vorrei un quadro
di Maria, Mediatrice di ogni grazia».
«Ce
l'ho - risponde la signorina Blanck - ho una magnifica incisione a Lione; la farò
acquarellare, l'inquadrerò e ve la manderò».
Prima
di ripartire per Lione, la signorina Blanck si ferma dal reverendo Faure, che le
confessa di sentirsi sempre più «sorpassato» dal caso Marta; tanto più,
che quest'ultima le aveva esposto un altro progetto «per la gloria del Padre,
l'espansione dell'intera Chiesa e la rigenerazione del mondo con l'insegnamento
cattolico religioso». Il povero parroco, che aveva tergiversato due anni
dinanzi al progetto della scuola libera in parrocchia, era spaventato all'idea
di questa «cosa monumentale», a dimensione cosmica, e confidava alla signorina
Blanck: «Bisognerebbe trovare qualcuno in grado di sostituirmi presso Marta».
La
signorina Blanck, riparte dunque per Lione con un duplice dovere: mandare a Chàteauneuf
il quadro di Maria Mediatrice e trovare qualcuno per sostituire padre Faure. Di
tutto questo, ne parla alla superiora del Cenacolo, una comunità religiosa installata
presso Fourvière. Immediatamente, madre Scat ha un'idea: bisogna mandare il
reverendo Finet, che ha un'automobile e può dunque portare il quadro... Ciò
che donna vuole...
Chi
è dunque il prete in questione? Ordinato prete l'8 luglio 1923 dal cardinal
Maurin, dopo aver studiato a Roma, fu successivamente vicario a Oullins e alla
primaziale S. Giovanni di Lione, prima di diventare vice-direttore
dell'Insegnamento libero della diocesi. Quando era alla primaziale, aveva molti
contatti con la comunità del Cenacolo, dove presentò il «Trattato della
vera devozione a Maria», secondo S. Luigi Grignion de Montfort, che fu
canonizzato nel 1947. Padre Finet fu così soddisfacente che lo si pregò di
continuare le conferenze anche dopo esser partito dalla primaziale, quando, cioè,
fu nominato all'insegnamento libero. Dieci volte all'anno, per dieci anni,
continuò a parlare del trattato della vera devozione a Maria.
Quando
madre Scat gli chiese, a titolo di servizio, di recarsi a Chàteauneuf, il
giovane reverendo, a cui piace ricordare che fu battezzato un 8 settembre, festa
della Natività di Maria, non sapeva ciò che l'attendeva. Il mattino del 10
febbraio, dopo aver localizzato sulla carta geografica Chàteauneufde-Galaure,
dopo aver messo in macchina il quadro per Marta, parte e, verso le 11, arriva
nel villaggio della Dróme. Saluta il parroco, pregandolo di consegnare il
quadro all'interessata.
-
Volete vedere la mia parrocchiana? - chiede il parroco.
-
Chi è la vostra parrocchiana? - Marta Robin.
-
Ma chi è?
-
Un'anima eletta. Dovreste andare a vederla.
-
Oh! anime elette ne conosco molte, poiché confesso delle donne... Padre Faure
starnuti. Disse che Marta Robin usciva dall'ordinario. Padre Finet finì coll'acconsentire
e partì con l'auto, accompagnato da padre Faure.
Arrivano
alla cascina verso le 11,30. La mamma di Marta faceva scaldare la minestra.
Anche il signor Robin era in casa (morì poco tempo dopo, il 23 giugno 1936);
padre Faure entra nella camera di Marta mentre padre Finet siede al tavolo e
toglie l'imballaggio del quadro. Dopo un'attesa che gli sembrò lunga, padre
Finet fu invitato a sua volta ad entrare nella camera. «Marta - dice padre Faure
- vuole che le portiate voi stesso il quadro».
Padre
Finet entra, un po' emozionato, con l'intuizione che la Madonna guidi i suoi
passi. Marta ammira il quadro, fa una preghiera e chiede a padre Finet di
tornare al pomeriggio. "Suspens...". Il sacerdote di Lione va a
pranzare nella casa parrocchiale. È presumibile che, a tavola, i due uomini
parlarono a lungo di quella parrocchiana diversa dalle altre.
Alle
14, padre Finet ritorna alla cascina. La visita durerà tre ore e terminerà
ai primi vespri della festa delle apparizioni di Lourdes... Padre Finet ha
raccontato parecchie volte quei momenti, per lui indimenticabili. Trascriviamo
la sua narrazione, facendo la sintesi di parecchi testi.
«Nella
prima ora, Marta mi parlò della Madonna, che chiamava la sua mamma
prediletta. Io, che facevo conferenze mariali, ero meravigliato del modo con
cui parlava della Madonna. Ne conclusi che entrambe si conoscevano bene...
Nella
seconda ora, mi parlò dei grandi avvenimenti che si sarebbero svolti: alcuni
molto gravi, altri molto belli.
E
mi disse praticamente che una nuova Pentecoste d'amore e un apostolato laico,
avrebbero ringiovanito la Chiesa. Mi parlò a lungo di quello e mi disse pure
che il laicato avrebbe avuto un ruolo molto importante nella Chiesa; molti
saranno chiamati ad essere apostoli. Più tardi, mi colpì il fatto che Pio
XII, Giovanni XXIII e Paolo VI parlarono di una "primavera nella Chiesa o
di una nuova Pentecoste d'Amore", cose che Marta mi aveva detto nel 1936.
Dicendomi del rinnovamento della Chiesa, mi annunciava il Concilio ed aggiungeva
che ci sarebbero diversi modi per formare questi laici, e, specialmente, dei
focolari di luce, di carità e di amore. Non capivo bene cosa volesse dire.
Allora disse: Sarà qualcosa di assolutamente nuovo nella Chiesa, che non è
ancora accaduto. Saranno dei laici consacrati e non un ordine religioso. I Focolari
di Carità saranno diretti da un prete, il Padre, e da laici impegnati. Ella
disse che questi Focolari di Carità avrebbero avuto un irradiamento ed una
espansione nel mondo intero. Saranno una risposta del cuore di Gesù al mondo,
dopo la sconfitta materiale dei popoli ed i loro satanici errori. Mi disse
che, tra questi errori, ci sarebbero stati il comunismo, il laicismo e la
massoneria. Questo me lo disse nel 1936, aggiungendo che un intervento della
Madonna avrebbe preceduto questi fatti.
Alla
terza ora, voltandosi dalla mia parte, disse:
-
Reverendo, ho una cosa da chiedervi.
-
E cosa, signorina?
-
Siete voi che dovete fondare il primo Focolare...
-
Io??? Ma non sono della ne!...
-
Che importa, poiché Dio lo vuole!
-
Ah! non ci avevo pensato... Ma cosa fare?
-
Predicare ritiri.
-
Sì, dei ritiri di tre giorni, cosa.
-
No, la Madonna vuole cinque giorni.
-
Ah! E per chi saranno questi ritiri?
-
Per donne e ragazze.
-
E cosa si farà durante questi ritiri? Incontri, scambi?
-
No, no, la Madonna vuole il silenzio totale.
-
E credete che possa far tacere per cinque giorni delle donne e delle ragazze?
-
Poiché la Madonna lo vuole...
-
Ah, non sapevo... Ma come far conoscere questi ritiri?
-
Se ne incaricherà la Madonna. Gesù darà grazie straordinarie, non ci sarà
bisogno di fare pubblicità!
-
E dove si faranno questi
-
Nella scuola delle ragazze.
-
Ma ci vorrebbero dei letti, una cucina, chi farà quei lavori?
-
Voi!
-
E con che denaro?
-
Non vi preoccupate; la Madonna ci penserà!
-
Quando bisognerà predicare il primo ritiro?
-
Il 7 settembre...
Ero
come stordito. Le dissi che ne avrei parlato ai superiori.
La
sera del 1° febbraio padre Faure venne a Lione con me, mentre padre Perrier (di
Saint-Uze) avrebbe portato la comunione a Marta il giorno dopo, che era una
festa della Madonna. Che avventura, che avventura! Ma padre Faure era fremente
di gioia!
L'11
febbraio dicemmo la Messa a Fourvière, all'intenzione dei Focolari di Luce,
di Carità e di Amore.
Parlai
dunque a mons. Bornet, mio superiore, che mi disse: "Se ve lo chiede Marta,
bisogna accettare!".
Ne
parlai al mio padre spirituale, Alberto Valensin, gesuita specializzato in
teologia mistica, che mi disse: "Oh! Marta Robin, la conosco. Mi ci portò
mons. Pic non molto tempo fa. Rimasi tre ore con lei".
E
che ne pensate? chiesi. "Marta Robin è Caterina da Siena; non vi
ingannerà mai perché è di Chiesa! Farete tutto quello che vi dirà. Tutto,
tutto! Ed io sarò sempre con voi per aiutarvi e sostenervi, se occorrerà.
Quando vi attaccheranno vi difenderò...".
Dopo
ciò mi restava solo d'andare avanti! Andai da mons. Pic, vescovo di Valence,
che mi ricevette a braccia aperte. Ci siamo subito capiti ed egli benedisse il
progetto...».
Capitolo
XII
Non si può narrare la nascita del Focolare di Carità di Chàteauneuf-de-Galaure senza situarlo nel contesto storico: il mondo era allora in ebollizione.
Ricordiamo...
In
Messico, già da diversi anni, il dittatore Carranza aveva inaugurato un'era
di persecuzione contro la Chiesa: preti e religiosi venivano espulsi o
torturati a morte.
In
Europa Pio XI lottava con raro vigore contro il totalitarismo italiano e
tedesco. Quando, nei primi mesi del 1936, aprì l'esposizione mondiale della
stampa cattolica, dichiarò che il nazional-socialismo ed il bolscevismo erano
«nemici di ogni verità e giustizia».
Parecchi
discorsi del Papa svilupparono, quell'anno, la critica del comunismo praticato
in Russia: «negazione dei diritti dell'uomo e dei diritti di Dio».
In
Spagna, dal 14 luglio 1936, la guerra civile era sul più forte. Per trenta mesi
il paese visse giorni atroci... Una specie di terrore che fece stragi nei due
campi rivali. Dei preti perirono, non si sa quanti, più di settemila secondo
alcuni, più di diecimila secondo altri!
In
Francia, infine, per terminare questa rapida scorsa, dal mese di maggio di
quello stesso anno, le elezioni legislative avevano affidato il potere al Fronte
popolare. Le prime pagine dei giornali contenevano foto di cortei, di discorsi
rivoluzionari ed annunci di scioperi. Nell'effervescenza generale, i cristiani
si dividevano, non sapendo bene che cosa dovessero temere di più: il
nazional-socialismo e il fascismo, o il comunismo. Ad ogni modo, nella Dróme,
dove dobbiamo ritornare per ritrovare Marta, la percentuale dei comunisti
era passata dal 5 al 19%, nell'arco dal 1932 al 1936. L'aumento era però più
accentuato nel nord della regione, specialmente a Saint-Uze e a Saint-Vallier,
dove un medico, il dr. Luc, presidente della Lega dei Diritti dell'Uomo, aderiva
al partito comunista dopo un viaggio in U.R.S.S.
In
breve, occorreva una singolare dose di fede per credere che la Chiesa fosse in
cammino verso una nuova primavera...
La parrocchia di Chàteauneuf sistema la scuola libera, adibendola a casa di ritiri spirituali
Eppure
è in pieno fronte popolare che nel 1936 cominciarono, a Chàteauneuf-de-Galaure,
i lavori di trasformazione della scuola libera in casa per ritiri spirituali. La
gente del villaggio si mise all'opera.
Costruirono
delle camerette individuali per i futuri partecipanti ai ritiri; in esse vi era
un letto, un catino, una brocca ed un secchio. I parrocchiani sistemarono
pure la cappella, imprestando degli inginocchiatoi in paglia appartenenti alla
chiesa...
Il
7 settembre, giorno previsto da Marta, cominciava il primo ritiro di Chàteauneuf,
predicato da padre Finet. Fra le 33 persone, venute non si sa come da ogni
parte, c'era un'insegnante della Crocerossa, sig.na Elena Fagot, che diventò
poi la direttrice della scuola primaria, e una professoressa di filosofia,
sig.na Mariangela Dumas, futura direttrice della scuola secondaria. Possiamo
citare anche la signora Gorse.
Nonostante
la povertà dell'insieme, il ritiro andò molto bene e fu una vera Pentecoste.
La
sera dell'8 settembre padre Finet accompagna padre Faure, che porta la
comunione a Marta. Arrivando, ci fu un piccolo imprevisto. Quando il parroco di
Chàteauneuf si avvicinò per confessare, come al solito, la «sua parrocchiana»,
questa volle padre Finet, che per la prima volta chiamò «padre» invece di «signor
reverendo». Padre Finet quel giorno ricevette la paternità dei Focolari. Poi
«il padre», come lo si chiamerà d'ora in poi a Chàteauneuf, dette la
comunione a Marta.
Il
giorno dopo padre Finet ritorna alla Plaine con le signorine Fagot e Dumas. La
conversazione con Marta dura più di due ore. Alla sera di quel memorabile
giorno, narra un numero speciale del1'«Alouette» del 1970, «il Padre e le
due prime figlie, si sentirono riunite nella stessa preghiera». Un nuovo
Cenacolo sorgeva: il primo Focolare di Carità, cioè non solo una casa di
ritiri spirituali, ma una comunità a immagine della prima comunità cristiana,
che viveva a Gerusalemme quando i discepoli di Gesù mettevano in comune i
loro beni come se fossero un cuor solo ed un'anima sola. Quaranticinque anni
dopo, cioè mentre sta uscendo il presente libro, i Focolari di Carità sono 59,
disseminati nel mondo intero.
Colui
che il Vangelo chiama «il Maligno» intuiva il pericolo... Così alla fine di
quel primo ritiro a Chàteauneuf-de-Galaure, sabato notte, tutti i partecipanti
furono svegliati di soprassalto. In cucina le pentole erano agitate e
tintinnavano in modo impressionante. Un attacco del demonio? Avvertito dell'incidente,
non certo banale, Mons. Pic, vescovo di Valence, ordinò di esorcizzare la casa.
Se venissimo qui a insegnare...
Dopo
queste avventure, simili a quelle del Curato d'Ars, la chiusura del primo
ritiro di cinque giorni si fece la domenica, 13 settembre. Quel giorno
Mariangela Dumas ed Elena Fagot andarono a salutare Marta, come scrive il numero
speciale del1'«Alouette» del 1970, che fece loro le prime confidenze sui
disegni di Dio. E quando, nel primo pomeriggio, stavano per prendere il treno,
voltandosi verso 1a collina di Chàteauneuf si dissero: «Sarebbe strano se
entrambe venissimo qui ad insegnare!». Timida riflessione che celava la loro
attrazione. Infatti, alcuni giorni dopo, andarono l'una e l'altra,
successivamente, a trovare padre Finet alla direzione dell'Insegnamento libero
di Lione. «Credo di dover andare a Chàteauneuf», gli dissero, in sostanza,
entrambe. E così, a soli pochi giorni dall'inizio dell'anno scolastico
'36-'37, lasciavano il loro posto d'insegnanti.
Il
30 settembre, Mariangela Dumas ed Elena Fagot ritornavano a Chàteauneuf-de-Galaure.
La sig.na Deleuze cedette loro il posto; Elena divenne direttrice e apri un
corso complementare, che dava la possibilità di preparare la licenza
elementare.
Da
Lione, dove si trova ancora, padre Finet non le abbandona. Abbastanza
regolarmente le va a trovare a Chàteauneuf.
Vi
ritorna per il secondo ritiro, che si svolse dal 26 dicembre 1936 al primo
gennaio 1937. Ritiro molto bello, con un battesimo d'adulto alla fine e la
visita di mons. Pic, che dichiarò con entusiasmo: «Vi porto la benedizione
della Chiesa».
Dopo
aver passato la notte di fine anno in adorazione, cosa divenuta tradizionale a
Chàteauneuf, i partecipanti al ritiro andarono a riposare. Padre Finet era
disteso sul letto allorché, verso le 6,45, ne fu sbalzato. La terra tremava. Il
«Petit Dauphinois» scrive, a pagina 3, che il 2 gennaio 1937 una piccola
scossa sismica è stata registrata a Saint-Sorlin e a Chàteauneuf-de-Galaure.
Il giorno dopo, le informazioni locali precisavano che la scossa era stata
avvertita anche a Saint-Donat e a Romans, ma che non c'erano danni. Strano,
perché la Dróme registrò scosse sismiche più forti nel Tricastino (23 gennaio
1773, 8 agosto 1773 e 12 maggio 1934) e nel Vercors, soprattutto (25 aprile
1962). Che successe dunque in quella fine anno 1936? L'epicentro sarebbe
stato, per caso, tra Saint-Sorlin e Chàteauneuf? E perché? Bisogna incriminare
il demonio? Se gli uomini possono provocare terremoti con le temibili onde
E.L.F. (Extremy Low Frequency), perché non lo potrebbe Lucifero? Ad ogni modo,
quella fu l'interpretazione di Marta Robin: «Il demonio voleva demolire il
Focolare», disse al padre Finet. Senza dubbio, il «calice straripante d'amore»
sembrò, a Satana, un po' troppo pieno...
Capitolo
XIII
«NEL
CUORE DI GESÙ ANNEGO L'INIQUITA’»
I
ritiri si alternano con la scuola: uno a Natale, uno a Pasqua e cinque nei mesi
estivi.
Padre
Finet predica, Marta prega e offre, ed il demonio si agita: ecco riassunto il
periodo che va dal 1937 al 1981.
Il
demonio, che nel novembre 1928 aveva rotto due denti a Marta e che, in seguito,
strappò malignamente il quaderno sul quale si scrivevano preghiere e poesie
(come disse la signorina Faure, ex insegnante libera di Saint-Uze, citando il
parere di padre Perrier), continuava facendo sbattere le imposte della camera
di Marta, o gettando per terra il cuscino. Se il cielo è con Marta, l'inferno
si scatena contro di lei. Padre Finet confermò il parere del parroco di
Saint-Uze, dicendo: «Quando sento persone che dicono di non credere
all'inferno e al demonio penso tra me e me: se potessi portarle solo una sera
nella camera di Marta e chiedessi loro di rimanere una mezz'ora in preghiera con
me, a fianco di Marta, presto fuggirebbero terrorizzate».
Ma
gli attacchi del nemico non raffreddano certo lo zelo di Marta, anzi! Il suo
slancio d'amore non fu mai così potente, dal 1925, come nel 4 giugno 1937.
Almeno così mi pare. In quel venerdì, la Chiesa celebrava la festa del Sacro
Cuore. Marta fece una preghiera che si può definire sacerdotale, poiché ella
offre, con lirismo e come membro del popolo sacerdotale, non più le sue
sofferenze, ma le sacre piaghe di Cristo, al Padre dei Cieli.
«Eterno
Padre, attraverso i divini cuori di Gesù e di Maria e del vostro Spirito
d'Amore, vi offro le sacre piaghe di Gesù, mio Salvatore, il suo prezioso
sangue, il suo adorabile volto, il suo cuore sacerdotale ed eucaristico;... in
unione con Maria, ed in particolare per le anime consacrate e per i vostri sacerdoti...
Vi offro Gesù, la Sapienza Eterna ed il Bene Supremo».
Dopo
aver parlato al Padre del Cielo delle anime consacrate e dei sacerdoti, Marta
enumera le grandi intenzioni, in uno stile simile a quello della contadina
incolta del Bossuet migliore, quello delle Meditazioni sul Vangelo (il Bossuet
peggiore è quello delle orazioni funebri). In queste intenzioni Marta non mette
né la scuola, né la parrocchia, né il Focolare di Carità. Come abbiamo già
notato, ella ha la capacità di estendere la sua intercessione al mondo
intero. Lasciamoci trasportare dal soffio bruciante di questa preghiera
universale.
«In
quegli abissi senza fondo di misericordia, di perdono e di amore del cuore di
Gesù; annego l'iniquità, l'odio e l'empietà.
Nel
suo sangue santificatore, redentore e divino, immergo le anime colpevoli,
ingrate, e cieche. Nelle sue sacre piaghe nascondo le anime timorose, timide
diffidenti.
Sommergo
i cuori freddi, induriti e ribelli, nell'oceano infinito della sua tenerezza.
Porto
i sacerdoti, tutti i sacerdoti, in quelle dimore a loro riservate.
Faccio
penetrare l'intero mondo nel suo cuore, bruciante d'amore per tutti.
Infine,
in questo braciere purificante, pacificante e santificante, getto, o Padre dei
Cieli, ogni vostra creatura suscettibile di rigenerazione, di perfezione e
d'amore, tutti gli sperduti, gli indecisi, gli infedeli, i poveri peccatori, e
vi supplico di riceverli, di proteggerli, di trasformarli e di consumarli nel
vostro immenso amore.
O
giustizia eterna della santità suprema e infinita di Dio, eccovi Gesù. Siate
soddisfatta dai suoi meriti sovrabbondanti, che Egli ha deposto in me. Pagatevi
all'infinito, risarcitevi della gloria che vi fu rapita da Lucifero e dalla sua
orgogliosa legione e, dopo di lui, da tutte le anime colpevoli ed indelicate.
O
Amore indefinibile ed incomprensibile, o Carità suprema ed infinita, siate
conquistati nelle anime, dalle fiamme onnipotenti del suo cuore divino...
Riceverete
eternamente, senza interruzione, rallentamento e oblio, il vostro Cristo Gesù,
l'Eterno infinito in cui mi anniento continuamente, sotto la guida dello Spirito
Santo e con Maria, mia madre, per il perfetto compimento dei vostri disegni
d'amore nella Chiesa e nel Mondo. Mio Dio, il silenzio esprime meglio dei
molteplici ardori il mio amore per voi. Prendete Gesù, e degnate leggere voi
stesso nel suo divino pensiero, che è il vostro, gli intraducibili
caratteri di fuoco che il vostro Spirito di carità ha profondamente impresso
nella mia anima e in tutto il mio essere, per sempre annientati nel cuore
della vostra unità».
Come
avrebbe potuto, il Padre del Cielo, resistere al cuore di Marta, che si
fondeva nel cuore di Cristo? Marta non si fa avanti, ma offre il sacrificio di
Cristo che, solo, ci ottiene la salvezza.
Gli
accenti di Marta, ricordano ed illustrano i primi tre capitoli della lettera
agli Efesini, dove San Paolo dichiara che Dio fece sedere alla sua destra Gesù
Cristo (1, 20) e in lui ci accoglie nei cieli (2, 6). Se Dio, in Cristo, ci ha
dunque colmati di ogni benedizione spirituale (1, 3), è inutile agitarci;
dobbiamo prima meravigliarci. Tutto è gratuito. Non siamo salvati dalle opere
ma dalla fede in Cristo.
Non
si tratta di riposare sugli allori, di appoggiarci, cioè, sulle nostre
preghiere e sui nostri sacrifici, ma solo sul Cristo. Sederci in lui per ascoltare,
guardare e offrire. Sederci alla destra del Padre, perché il Cristo qui ci ha
messi con la sua croce e risurrezione. La nostra potenza d'intercessione viene
dal sacrificio della croce.
Un
pastore protestante diceva che la vita cristiana non si inizia facendo
qualcosa per Dio, ma scoprendo quello che Egli ha fatto per noi. Così, la
forza della preghiera di Marta sta nel fatto che si appoggia sui meriti di
Cristo unicamente. Certamente bisogna anche «camminare», cioè agire. Ma possiamo
camminare davanti agli uomini, solo se siamo «seduti, nei cieli, in Cristo».
Chi guida l'auto, fa della strada solo se è seduto. Lo stesso dice il Vangelo:
prima di costruire bisogna sedersi. Marta Robin, seduta, nei cieli, in Cristo,
appoggiata a lui solo, fusa in lui, ottenne dal Signore di gloria, una potenza
d'irradiamento, di cui il Focolare sarà beneficiario.
Ormai
non basta più che padre Finet venga a Chàteauneuf per predicare qualche ritiro
all'anno. Egli sente di dover andare oltre. Nella quaresima 1939, terrà, ogni
domenica sera, una conferenza agli uomini (i ritiri erano solo per le donne): 42
uomini parteciparono alla prima conferenza sul cristianesimo ed il
comunismo. Il numero aumentò sempre di più. Il giorno delle Palme erano 350!
La maggior parte, non troppo cristiani, anzi!
La
preghiera di Marta, «seduta in Cristo», portava frutti. Pregava sempre,
offriva; ma cosa poteva dare ancora al Signore, che non avesse dato? Non
poteva mangiare, né bere, né dormire, né muoversi... Le rimanevano gli
occhi, indeboliti, certo, dalle lacrime di sangue e che non sopportavano la luce
già da tempo, ma che le permettevano di vedere le persone o di ammirare un
quadro della Madonna. Ora, all'inizio della seconda guerra mondiale, Marta
fece il sacrificio degli occhi, dopo aver chiesto l'autorizzazione a padre
Finet. L'offerta fu immediatamente esaudita: Marta divenne cieca. Ma, precisa il
reverendo Colon, un tempo medico di Chàteauneuf diventato prete e membro del
Focolare di Carità, «la pupilla di Marta era così sensibile che il minimo
raggio di luce poteva provocarle uno svenimento». Infatti, la signora Simona
Gaillard attesta: «Quando un giorno, per sbaglio, urtai la lampada, che le
proiettò un raggio di luce sugli occhi, urlò di dolore». Quella lampada da
notte era nascosta da una tenda di velluto blu, dietro la testa di Marta. La
signora Gaillard aggiunge: «Marta m'aveva pure confidato che un raggio di sole
mattutino, penetrato da un'imposta socchiusa, le aveva procurato un male di
testa e agli occhi che durò parecchi giorni».
Marta
perse la vista nel 1940, anno in cui fu pure privata delle sollecite cure della
mamma, la quale si ammalò gravemente. Fu ricoverata a Lione per essere
operata d'una occlusione intestinale, dal dr. Ricard. «Dalla sua camera Marta
seguiva la cara mamma in tutti i particolari, durante la malattia e la
operazione, chiedendo perfino che le aprissero la finestra della camera, dove
faceva troppo caldo. Ma, nonostante le cure, la signora Robin non guarì e fu
riportata a casa in autoambulanza, il venerdì 22 novembre 1940, nel momento in
cui Marta viveva la Passione. Quando uscì dall'estasi, l'infermiere che portava
in braccio la mamma di Marta, ormai morente, «ne inclinò delicatamente la
testa sulla guancia di Marta», prima di stenderla sul letto a fianco del
divano. Padre Finet le amministrò l'unzione degli infermi e, qualche minuto
dopo, ella morì.
Elena
Fagot, Mariangela Dumas, madre Lautru ed Enrico (Robin) circondavano la spoglia
mortale della signora Robin e, col padre Finet, furono testimoni d'un incontro
straordinario. Marta, delicatamente rialzata sul divano, riprendendo
conoscenza, si mise a parlare con l'anima di sua madre, appena prima che questa
uscisse definitivamente dal corpo. Gli assistenti sentivano le parole di Marta
e, dopo dodici minuti, ella disse all'anima di sua madre: «Adesso partite verso
le dimore eterne».
Marta,
cieca e paralizzata, con solo il fratello Enrico, fu presa a carico dal Focolare
di Carità. Affinché potesse riposare nel silenzio, padre Finet fece mettere
Marta in un'altra camera, costruita sul retro della casa, nell'autunno 1942.
Due
membri del Focolare abitavano là ed erano a servizio di Marta per ricevere i
visitatori.
8
settembre 1941: ammissione degli uomini ai ritiri
Nella
nuova camera, Marta prosegue la sua missione di preghiera e di offerta. Forse,
dal giovedì santo 1939, insiste di più per i sacerdoti, presso il Signore: «Adoperatemi
senza posa a sostenerli nell'invisibile. Che abbiano fame e sete di essere per
voi. Quella fame che manca loro...». Bisognerà che anche i sacerdoti facciano
dei ritiri a Chàteauneuf; e non solo loro, ma pure gli uomini. Come fare? Padre
Finet aveva già organizzato conferenze per loro, la domenica sera, ma non si
potevano comunque organizzare ritiri misti: allora non si facevano cose
simili!...
Dopo
aver rotto il ghiaccio, in quel giugno 1940, padre Finet, che era stato
mobilitato a Chambarran, preferì stabilirsi a Chàteauneuf-de-Galaure. L'arcivescovo,
cardinal Gerlier, acconsenti, a condizione che due giorni alla settimana facesse
atto di presenza a Lione.
Sul
posto, padre Finet poteva organizzarsi meglio, tanto più che Marta gli aveva
chiesto di costruire un Focolare vicino alla scuola, essendo questa ormai
notevolmente insufficiente per rispondere alle numerose richieste di
partecipazione ai ritiri. Troppo spesso si doveva rifiutare.
Veramente,
costruire un Focolare nel momento in cui le licenze edilizie si accordavano
difficilmente e si era sprovvisti di tanto materiale, era un pasticcio. Il
cardinal Gerlíer lo riteneva una «follia», ancora una volta... E gli abitanti
della Galaure avevano la impressione che il progetto fosse connesso al regime
politico del posto, al punto che i muri del Focolare furono innalzati, nel '40 e
nel '41, in un'atmosfera di disapprovazione generale. Le difficoltà non mancavano,
dunque, ma il numero delle partecipanti aumentava sempre.
Un
giorno, un sacerdote del « Magonnais», il reverendo Roberto, chiese di
partecipare anche lui. Padre Finet gli disse che i ritiri erano per sole
donne. Ma il reverendo insistette.
«Allora,
andate a chiedere a mons. Pic», disse padre Finet.
Ci
andò, e il vescovo di Valence gli disse: «Vi metterete dietro».
Quella
prima presenza fu la classica macchia d'olio; le partecipanti al ritiro
obiettarono che, se si accettava quel sacerdote, si doveva pure accettare chi
il marito, chi il padre, chi il figlio!... Padre Finet, le mandò tutte dal
Vescovo, mons. Pic, il quale, troppo felice, disse: «Li metterete dietro».
E
fu così che 1'8 settembre 1941, cominciarono i cosiddetti «ritiri di
cristianità», parola in auge a quell'epoca. Perciò, ritiri misti. Era
un'innovazione ed anche una rivoluzione. Non lontano da Chàteauneuf, un
predicatore scuoteva il capo e vedeva l'azione del demonio là dentro!... Padre
Finet rispondeva: «Obbediamo al vescovo»... A quarant'anni di distanza, si
sorride e ci si chiede dove potesse essere il male nel fatto che uomini e donne,
giovani e vecchi, sposati e celibi, preti e religiosi, pregassero assieme come
un solo popolo...
La
guerra imperversa. I partigiani non vedono di buon occhio il Focolare e gli
danno delle noie, ma il Focolare si dimostra accogliente e, nel 1943, apre
un'infermeria per i feriti.
Circa
un anno dopo, il 14 luglio 1944, un aereo tedesco precipita nei dintorni del
Focolare. Giunsero mezzi corazzati tedeschi alla ricerca dei due membri
dell'equipaggio messisi in salvo gettandosi col paracadute, ma erano stati
catturati dai partigiani. Allora scesero furiosi a Chàteauneuf, uccisero selvaggiamente
diverse persone e dissero che domenica 16 luglio, alle ore 10, avrebbero
bruciato il villaggio.
Al
Focolare ed alla cascina delle «Moilles», ci si mise a pregare con fervore...
Il mattino del 16 luglio, arriva un contrordine della Kommandantur col divieto
di bruciare Chàteauneuf... Erano le 9,30...
«Nel
cuore di Gesù - diceva Marta - annego l'iniquità, l'odio e l'empietà».
Capitolo
XIV
Fu
senza dubbio nel 1924 che padre Faure, dopo aver parlato di Marta ai
confratelli, ne parlò anche al vescovo di Valence: mons. Paget. Il prelato gli
chiese, con saggezza, d'essere prudente. Poi abbiamo visto che il suo
successore, mons. Pic, non fu parco di incoraggiamenti verso il Focolare di
Carità e moltiplicò le visite a Marta Robin. Ma questa evidente simpatia non
costituisce ancora un riconoscimento ufficiale, il quale verrà
progressivamente.
Furono
le circostanze a provocarla. Dopo le malevoli interpretazioni nei riguardi di
Marta e del Focolare di Carità, mons. Pic, il 7 agosto 1943, pubblicò,
nella «Semaine Religieuse de Valence», una puntualizzazione che è il
contrario di una messa in guardia:
«Da
undici anni, la nostra attenzione di vescovo è attirata dalla persona e
dall'azione della nostra diocesana, sig.na Marta Robin. Ci siamo fatti un dovere
di non pubblicare niente e di non nominarla nei nostri scritti.
Questa
riserva, imposta dalla prudenza e dalle prescrizioni della Chiesa, corrispondeva
pienamente ai desideri continuamente manifestati da quest'anima, che vuole
tener lontana ogni curiosità intempestiva e consacrarsi, nella sofferenza,
unicamente al bene delle anime che la pregano.
Circolari
di vario tenore e provenienza, senza nome dell'autore né dell'editore e senza
1'imprimatur richiesto per relazioni di tal genere, hanno volgarizzato il suo
nome, aggiungendo a dati esatti, numerosi dettagli fantasiosi, mettendo, a
volte indiscretamente, in causa i più rispettabili teologi, vescovi ed anche
cardinali...
Chiediamo
ai nostri sacerdoti e diocesani d'ispirarsi, per il presente caso, a quella
riserva, che è necessario osservare strettamente se non si vuole aprire la
strada a controversie, in cui l'incompetenza ha libero gioco e finirebbe per
screditare ciò che vi è di più rispettabile nella vita delle anime e nella
stessa Chiesa».
«Figlia
della Chiesa»
Questa
prima nota ufficiale, si presenta dunque come una difesa di Marta Robin.
Diciassette anni dopo, un redattore della «Semaine Religieuse», probabilmente
il vicario generale, mons. Soulas, ricordava quella puntualizzazione,
commentandola così:
«Mons.
Pic volle metterla (Marta Robin) al riparo da indiscrete curiosità,
sottolineando che il suo desiderio era di continuare nell'ombra una vita di
preghiera e di sofferenza. Figlia della Chiesa, con tutto ciò che tale titolo
comporta di fierezza, deferenza e d'amore, Marta Robin sa, senza dubbio, che
in quella riserva c'è solo gratitudine e rispetto».
È
chiaro che la discrezione della Chiesa non assomiglia alla diffidenza.
L'inaugurazione
ufficiale del nuovo Focolare di Carità ne è la prima prova. Gli edifici
recentemente costruiti sono agibili nel novembre 1947 e l'inaugurazione, con
mons. Pic, fu fatta il lunedì di Pentecoste, 17 maggio 1948, data
significativa.
La
stampa notò una considerevole affluenza di sacerdoti e di fedeli venuti
dall'intera regione e da diversi punti della Francia. Mons. Pic benedisse la
monumentale statua della Madonna del Focolare, che domina l'entrata, opera dello
scultore Hartmann (d'Allex, Dróme), che la modellò su un blocco di pietra
d'Euville di quindici tonnellate.
Mons.
Pic approfittò della circostanza per nominare canonico onorario il reverendo
Faure, parroco di Chàteauneuf-de-Galaure, e, il 12 luglio 1948, lo «installò»
nella cattedrale di Valence, coprendolo di elogi. Adesso il Focolare è
veramente riconosciuto. E il numero dei ritiri si moltiplicherà, non essendo più
alternati con la scuola, ma essendoci tutto l'anno.
Ma
Marta vuole soprattutto che non ci si fermi lì. Missionaria nell'anima, come
Teresa del Bambino Gesù, ricorda incessantemente a padre Finet che bisogna
creare dei Focolari anche altrove. Il primo, dopo la fondazione di Chàteauneuf,
sarà quello savoiardo di Léchère-le-Bains, il secondo, quello di La Gavotte,
vicino a Marsiglia.
Mons.
Pic, definito a Chàteauneuf «il primo vescovo dei Focolari», si fece il
loro portavoce presso l'episcopato e perfino a Roma.
È
stato lui che ha fatto ritoccare il progetto del Focolare per ampliarlo.
Riteneva che le dimensioni della cappella interna del Focolare fossero insufficienti
per il futuro. Infatti, bisognerà poi costruire il santuario «Santa Maria,
Madre di Dio», perché la cappella non poteva contenere più di 300 persone...
Mons. Pic diceva: «Non si vede mai con sufficiente ampiezza, così come non
ci si giudica mai abbastanza piccoli! ».
L'8
luglio 1948, padre Finet celebrava i venticinque anni di sacerdozio. Il
vescovo di Valence è presente, ma la giornata è presieduta da mons. De Lobet,
arcivescovo di Avignone. È un segno dell'interesse dei vescovi per Chàteauneuf.
I
timori di mons. Urtasun saranno presto dissipati quando mons. Urtasun succederà
a mons. Pic, deceduto nel novembre 1951, comincerà, da uomo molto prudente, a
dimostrarsi riservato. Dopo la prima visita a Chàteauneuf, dice ai seminaristi
di Valence, con la sua abituale spontaneità: «Sono andato a vedere Marta
Robin. Com'è oscura quel1a camera. Bisognerà che guardi da vicino la situazione!
». Felice scetticismo, che valorizzerà la futura approvazione.
Siccome
il numero dei partecipanti, sacerdoti e laici, aumentava sempre, alcuni vescovi
stranieri non solo dicono del bene di Chàteauneuf, ma vorrebbero anche loro
un Focolare di Carità!
Un
giorno, per esempio, padre Finet vede arrivare un arcivescovo, che dapprima
gli chiede di poter anche lui partecipare al ritiro e poi. dice, d'un colpo:
«Vorrei anch'io un Focolare nella mia diocesi». E durante il ritiro, non
esitò a dire a padre Finet: «Ho trovato il sacerdote che mi occorrerebbe per
il Focolare di Carità: quello che era alla mia destra».
-
Come? padre Pagnoux? Ma è il mio braccio destro!
-
Va molto bene per me.
E
fu l'inizio del Focolare di Dakar, dato che l'arcivescovo in questione era
mons. Thiandoum, futuro primo cardinale del Senegal.
Prima
di questo cardinale africano, un altro cardinale era venuto a Chàteauneuf,
l'arcivescovo di padre Finet, mons. Gerlier. Volle presiedere personalmente al
25.mo anniversario della fondazione del Focolare, l'il febbraio 1961. Gli era
accanto un corteo di vescovi, tra cui il nuovo vescovo di Valence, mons.
Vignancour, grande amico del Focolare e mons. Urtasun, divenuto arcivescovo
d'Avignone. Questi rievoca, davanti al cardinale primate della Francia, il
reverendo Leone Faure che, nel 1934, per obbedienza al vescovo e «per compiere
un volere divino, trasmesso da una delle più virtuose parrocchiane,
chiaroveggente e mortificata», aprì, contro ogni umana saggezza, la piccola
scuola femminile, «grano di senape, dal quale sarebbe uscito il grande albero
del Focolare».
L'allusione
a Marta era chiara. Era difficile dire di più mentre ella era ancora in vita.
L'ex vescovo di Valence, che dapprima aveva dimostrato un certo timore,
autentificava così, solennemente, la missione di Marta. Nel corso di quel
memorabile anniversario, padre Finet ringraziò il cardinale Gerlier perché,
in quel giorno, «dopo mons. Pic e mons. Bornet (vescovo ausiliare di Lione,
residente a SaintEtienne), con mons. Urtasun e mons. Vignancour portava la
benedizione ufficiale della Chiesa».
Da
parte loro, padre Callerand (Focolare di Besançon) e la signorina Mariangela
Dumas, direttrice dell'Istituto secondario di Chàteauneuf, parlarono «del
ruolo nascosto, ma primordiale, di colei, il cui incessante olocausto attira,
sui Focolari, il dono di Dio». Si intuisce l'emozione dell'uditorio a questo
omaggio discreto ma così denso e forte nei riguardi di Marta che, in quel
momento, si trovava raggomitolata sul piccolo divano nell'oscura camera della
Piaine.
A
mons. Gerlier, ex vescovo di Lourdes, divenuto «arcivescovo di Fourvière»,
restava solo da rallegrarsi per i meravigliosi effetti che la grazia del
Signore aveva operato nel cuore d'una piccola contadina, simile a Bernadette
Soubirous per l'umiltà..., aggiungendo che la preghiera e la sofferenza di Marta
portano legioni intere di anime, «d'ogni popolo e lingua», a Gesù, tramite
Maria.
È
in questi termini che il settimanale cattolico della Dróme, «Peuple Libre»,
riferisce l'omaggio del cardinal Gerlier a Marta Robin e alla sua opera.
Così,
dunque, i vescovi della regione hanno chiaramente dimostrato la loro
approvazione per un'opera che, in venticinque anni, aveva accolto più di
venticinquemila partecipanti ai ritiri. Da un primo bilancio dell'11 febbraio
1961, risulta che ci sono dei Focolari di Carità a N.D. de Roquefort-les-Pins
(Alpi Marittime), alle Houches (Alta Savoia), a Strasburgo (Alto Reno), a Baye
(Marne), a Gouille (Doubs), a Poissy (Seine-et-Oise). Ed erano in progetto
Focolari in Colombia, Madagascar e nel Togo... Per ogni insediamento, una
diocesi. Per ogni diocesi, un'approvazione episcopale...
Capitolo
XV
Dal
1961 al 1981, che dire di Marta? Negli ultimi venti anni della sua vita non vi
furono avvenimenti rilevanti come negli anni precedenti: consacrazione,
paralisi, stigmate. E’ una vita di nascondimento, nella preghiera e nella
sofferenza offerta e nella passione, rivissuta ogni giovedì sera fino alla
domenica o lunedì. L'impiego del tempo di questa inferma, raggomitolata sul
divano, è così regolare e monotono che non c'è niente di nuovo da aggiungere.
Possiamo, però, per quest'ultimo periodo, citare precisi ed espressivi
ricordi dei familiari e delle amiche d'infanzia.
In
fondo, Marta aveva solo tre giorni per ricevere (soprattutto alla fine della
sua vita), perché il resto era per il Signore. Il martedì era dedicato, in
parte, alla famiglia ed agli amici.
La
sorella maggiore di Marta, signora Serve, di Saint-Sorlin (lo ricordiamo per
quei lettori che non conoscono la Drome), che, nonostante l'età, si recò da
Marta fino al novembre 1980, ci ha detto: «Ogni volta che, con mio figlio e mia
nuora, andavo da lei, chiedeva notizie di tutti, senza dimenticare nessuno!».
È
naturale. Marta amava molto la sua famiglia, che era la sua gioia, ed era
riamata allo stesso modo. Ognuno capirà facilmente, come sia ancora troppo
presto, nel momento della redazione di questo libro, narrare certe circostanze,
in cui Marta dimostrò ai suoi il proprio affetto. Un certo pudore ce lo impedisce;
tuttavia possiamo citare alcuni ricordi.
La
figlia di Alice, sorella preferita di Marta, con grande discrezione ci ha
confidato:
«Andavamo
da lei perché le volevamo molto bene. Parlavamo di tutto. Non cercava mai di
farsi valere!».
-
Vi parlava delle stigmate? - No, era il suo segreto...
Un'altra
nipote, di cui abbiamo parlato diverse volte, la signora Marcella Danthony, ci
ha detto, con le lacrime agli occhi:
«Rimpiango
molto zia Marta. Avevo appena sette anni meno di lei. Non la consideravo una zia
ma un'amica, una sorella! Poverina, quanto ha sofferto! La nonna (signora Robin)
ha fatto tutto quel che ha potuto per curarla, ma non si trattava di una
malattia comune...».
«Non
lo si può spiegare...»
Quando
dei membri della famiglia, terminata la visita, se ne andavano, Marta diceva
loro: «A presto», oppure: «Venite martedì a mangiare». Sapeva il menù,
sapeva tutto della casa. Le piaceva far da mangiare, quando poteva ancora farlo.
Abbiamo dei fogli, dove aveva scritto delle ricette, di un dolce al semolino,
per esempio. Quando i familiari mi parlarono di quegli inviti a pranzo, chiesi:
-
E Marta non partecipava al pranzo?
-
Non poteva, era completamente immobilizzata e non poteva deglutire.
Allora
feci una domanda diretta al nipote, signor Serve, al quale la Marta
adolescente aveva insegnato a camminare:
-
Dopo la sua morte ed anche mentre era in vita, vi avranno senz'altro chiesto
se era vero che non mangiava niente, cosa difficile da ammettere. Cosa
rispondevate?
-
Io dico quel che so. Non l'ho mai vista mangiare in camera sua. Alla gente
dico: se non volete crederci non credeteci. Non lo si può spiegare. Ecco
tutto.
Un
altro nipote, il signor Gaillard, assieme alla moglie ed al figlio, asserisce:
«Era
molto delicata. Faceva molta attenzione a non urtare nessuno. Spesso diceva, a
proposito di critiche o calunnie che le avevano riferito: "Peccato che
quelle cose siano state dette! Le si dimenticherà! "».
Una
pronipote, Isabella Chancrin (15 anni), dice, a questo proposito: «A volte
ella diceva: "Non è bene". Ma non l'ho mai sentita dire male di alcuno!
».
La
mamma d'Isabella ci ha riferito qualche visita fatta in famiglia a zia Marta:
«Da
bambina, le portavo mazzi di fiori di campo (le piacevano tanto i fiori!) e
disegni, preoccupandomi anche di procurarle un paio di pantofole, affinché
potesse alzarsi! I bambini piccoli erano i suoi preferiti ed avevano il
privilegio di potersi sdraiare vicino a lei, sfiorandole le guance "perché
la loro pelle è così dolce" - diceva con tenerezza.
Il
mio primo ricordo risale ad alcuni giorni di vacanza trascorsi alla Plaine,
all'età di sei anni circa. Il mio compleanno, a luglio, coincideva con la
festa di Marta e si faceva un simpatico spuntino tra bambini.
In
occasione di cerimonie familiari (battesimi, comunioni, matrimoni), il Padre
ci dava la gioia e l'onore di rappresentare zia Marta al tavolo familiare. A
volte, durante l'anno, prima del mio matrimonio e della morte della nonna,
tutta la famiglia pranzava con il Padre alla Plaine; egli presiedeva il
delizioso pasto che Enrichetta e Teresa, devotissime di Marta, avevano
preparato, seguendone i consigli.
La
famiglia aumentò... Così, da qualche anno, ogni bambino era invitato con la
rispettiva famiglia e ci raccontavamo a vicenda, con gioia e tenerezza, le
visite fatte a zia Marta.
Ci
parlava della Chiesa, del Padre, dei membri del Focolare, dei Focolari, dei
bambini delle scuole, dei partecipanti ai ritiri. Non parlava mai di se stessa
e non osavamo farle una sola domanda che la riguardasse. Ci sarebbe parso
scorretto chiederle: "Come stai?», anche quando la sentivamo tossire.
Interessandosi
alle famiglie del villaggio e dintorni, durante l'ultima visita dei miei
genitori, Marta chiese a papà chi abitasse le varie case del villaggio,
passandole tutte in rassegna.
Alla
fine di ogni visita recitavamo assieme una preghiera molto semplice: Padre
Nostro, Ave Maria, Gloria al Padre, qualche invocazione e poi ci abbracciavamo.
Non ci faceva mai la morale né il catechismo. Conosceva la nostra situazione
ma rispettava la nostra libertà ed era molto discreta. Pregava e soffriva
per noi, perché ci amava molto più di quel che l'amavamo noi. Questo lo
sapevamo senza tuttavia esserne veramente consci.
L'ultima
visita che, con mio marito e le mie figlie, le facemmo, risale al Natale '80:
"Buongiorno! Buongiorno! Avvicinatevi! " ci disse zia Marta. L'abbracciammo
dandole buone notizie di tutta la famiglia. Poi zia Marta, con la voce rotta
dall'emozione, ci parlò della morte recente di una persona che le era stata
affidata e del male incurabile di una ragazza dei dintorni. Parlammo anche
dell'imminente nascita del quarto figlio d'una coppia di vicini e della loro
preoccupazione per la difficile gravidanza... Marta, parlando dei pronipoti,
sottolineò l'impegno a scuola di Chiara-Emanuela e di Celina e il talento di
Eric, del quale disse, con tono inimitabile: "È un vero pagliaccio!». Non
dimenticò Oliviero e la sua gioia di vivere. Poi, siccome Cristina e Isabella
cominciavano a bisbigliare tra loro, chiese che le parlassero della scuola.
Intuendo
le preoccupazioni professionali di mio marito, educatore, gli chiese di portarle
e di leggerle gli appunti di psico-socio-pedagogia che aveva scritto l'anno
scorso. E mentre continuavamo a chiacchierare, mio marito si addormentò nella
poltrona vicino al letto. Marta disse ridendo: "Lascialo dormire, se è
stanco!".
Fu
l'ultima visita. Il più duro per noi, adesso, è non poter più confidare a
Marta le gioie e le pene a viva voce. Ma sappiamo che ella è con noi, ancor più
presente! Rendete grazie al Signore perché è buono ed eterno è il suo amore!
».
Le
amiche d'infanzia di Marta, si contano ormai sulle dita di una mano, perché,
naturalmente, numerosi decessi hanno sfoltito le file, che all'inizio del
secolo erano nella scuola elementare... È dunque ora di citare le testimonianze
che concordano con quelle della famiglia Robin.
«Ella
amava la gente di Chàteauneuf; chiedeva spesso notizie. Andai da lei, per
l'ultima volta nel gennaio '79. Ella mi disse: "Vorrei vedere il vostro
nipotino". Ma lassù non volevano riceverlo! Lo dissi a un membro del
Focolare che mi disse: "Scrivete a Marta"... Fu subito ricevuto.
Questo dimostra che era lei che governava la casa» (signora Montagne).
«Ella
chiedeva sempre notizie di tutti. La vidi, per l'ultima volta, l'inverno scorso;
mi disse: "Dovete bere qualcosa prima di partire!». Nonostante le
sofferenze, non si ripiegò mai su se stessa.
Un'altra
volta, nel 1960 o 1961, andai a vederla assieme a mia sorella. Entrai per prima,
mentre mia sorella aspettava in cucina. Poi arrivò padre Finet, dicendo che
c'era la moglie del vice-prefetto ed aveva fretta. Marta non rispose e, dopo
un attimo, mi disse: "Fate entrare vostra sorella!'. Padre Finet ritornò,
insistendo, ma Marta fece con calma. Non le si faceva fare ciò che non voleva!»
(signora Boulord).
Capitolo
XVI
Un
anziano parroco di Saint-Martin d'Aout (comune vicino a Chàteauneuf-de-Galaure),
il reverendo Giuseppe Petit, diceva che, una volta, accompagnò da Marta
padre Garrigou-Lagrange. Quel domenicano, tomista, professore all'Angelicum di
Roma, di fama internazionale, era un po' scettico nei riguardi della
stigmatizzata. Al ritorno dalla sua visita, si diceva come stralunato: «Se tu
potessi parlare così bene della Madonna!». Più tardi, poco prima della sua
morte, lo si sentì dire: «Chi sono io rispetto a quell'umile figliola?».
Ci
si ricorderà come, durante il primo incontro con padre Finet, il 10 febbraio
1936, Marta gli parlò per un'ora della sua «cara Mamma» del cielo.
Questi
due aneddoti, lasciano intuire quanto Marta fosse strettamente unita a colei
che chiamava la Mediatrice di ogni grazia. Marta pensava che quello dovesse
essere il titolo preferito della Madonna.
Un
giorno sarà senza dubbio pubblicato tutto ciò che Marta disse sulla «Nuova
Eva», «l'Arca di Noè» che fece ripartire l'umanità verso il «sì» dell'Annunciazione.
Per Marta fu quello l'avvenimento storico: «La Trinità aspetta, dalla sua
Diletta, la verginale risposta, per far scendere in lei il soffio che l'anima
eternamente».
Il
Vangelo, etimologicamente la Buona Novella, comincia con il saluto dell'Angelo a
Maria. Con Maria, Marta si rallegra di tale avvenimento dicendo l'Angelus al
mattino, mezzogiorno e sera. E il Focolare di Carità segue fedelmente questa
tradizione.
La
spiritualità mariana di Marta, non è dunque un tessuto letterario di epiteti,
ma si basa su una solida teologia. Dio avrebbe potuto fare a meno di Maria per
dare suo Figlio agli uomini, ma volle che Egli avesse una madre, per condividere
interamente la condizione umana: «La Vergine Immacolata - dice Marta - è
dunque sola sulla terra, per dare a Dio suo Figlio».
Per
questo, Maria ha, nel piano di Dio, un ruolo unico. «Il Padre ci ha amati al
punto di darci il suo unico Figlio; e ce l'ha dato attraverso Maria per darci
una Madre, una Mediatrice presso di lui».
Marta
vive di questa teologia con un cuore di fanciulla. Se le sue mani, a causa delle
braccia paralizzate, non possono sgranare la corona, le sue labbra dicono
delle «Ave Maria» tutto il giorno. E la gioia di Marta era d'invitare i
visitatori a dire con lei il saluto dell'Angelo.
Quello
che Marta aspetta da Maria, lo dice in una preghiera composta il giorno dei
Santi.
«O
Madre Diletta, voi che conoscete così bene le vie della Santità e dell'Amore,
insegnateci ad elevare spesso il nostro spirito ed il nostro cuore alla Trinità
e a fissarvi la nostra rispettosa e affettuosa attenzione. E poiché percorrete
con noi il cammino che conduce alla vita eterna, non disinteressatevi dei deboli
pellegrini che la vostra carità vuole raccogliere; volgete il vostro sguardo
misericordioso, attirateci nella vostra luce, inondateci con la vostra dolcezza,
portateci nella luce e nell'amore, portateci sempre oltre ed in alto, nello
splendore dei cieli; che niente possa turbare la nostra pace, né allontanarci
dal pensiero di Dio, ma che in ogni minuto penetriamo sempre più nelle
profondità dell'augusto mistero, fino al giorno in cui l'anima nostra, pienamente
aperta alle illuminazioni dell'unione divina, vedrà ogni cosa nell'eterno Amore
e nell'Unità. Amen».
In
questa preghiera, ritroviamo quel soffio lirico già notato, che però non è
mai a scapito dell'esattezza teologica.
La
gloria di Maria è, secondo Marta, di darci suo Figlio.
Non
dimentichiamo la testimonianza della signora Serve, sorella maggiore di Marta:
«So che mia madre m'ha sempre detto che la Madonna le appariva». Testimonianza
insufficiente, se fosse unica, ma ne abbiamo tante altre. Padre Betton,
l'anziano professore di filosofia di cui abbiamo già parlato, divenuto
parroco di Saint-Rambert d'Albon nel 1934, parlò di quelle apparizioni. Marta
gli descriveva la Madonna dicendo: «Vedo soprattutto il suo sorriso».
«Da
parte mia, dice la parrocchiana di Saint-Rambert che ci ha riferito le cose
succitate di padre Betton, dinanzi ai dubbi e alle critiche formulati su Marta
Robin, dissi a padre Betton che speravo non ci fosse lo zampino del demonio. Ma
lui rispose: "Siatene invece assolutamente certa"».
Padre
Finet, da parte sua, ci tiene a dire ai partecipanti ai ritiri: «Qui siete in
terra mariana».
Si
potrebbero scrivere innumerevoli fioretti sulle guarigioni ottenute da Marta
Robin per intercessione della Madonna. Riportiamo qui due fatti, raccolti a
Chàteauneuf-de-Galaure.
Primo
fatto:
«Era
il 1946. Il mio piccolo Gilberto aveva un ascesso. Poco tempo dopo, gli si
gonfia il braccio, paralizzandosi. Mi rivolsi al dr. Rey, arrivato da poco a Chàteauneuf,
il quale mi disse che non poteva assumersene la responsabilità, dovendosi
assentare per un po' di tempo. Mi rivolsi allora al medico di Saint-Sorlin,
il quale mi mandò da un suo collega di Beaurepaire. Ma nessuno dei due era
d'accordo, né sulla diagnosi, né sulla cura. Ne parlai a Marta che disse:
"Andate all'Hotel-Dieu, a Lione!». Là non vi era più posto... Ma un
interno (il futuro padre Colon del Focolare) ci raccomandò all'ospedale
Bebrousse. Quando arrivammo, ci dissero: "Era ora! L'ascesso ha raggiunto
l'osso, forse saremo costretti ad amputargli il braccio...-". Ne parlammo
nuovamente a Marta, che reagì vigorosamente: "La Madonna non ci farà
questo! Lo guarirà senza bisogno di amputargli il braccio! ". Ed infatti,
Gilberto non ebbe il braccio amputato».
La
persona che ci ha narrato l'accaduto, concludeva ricordando che «Marta diceva
spesso: "Bisogna fare tutto il possibile umanamente ed io pagherò..."».
Anche
il secondo fatto è una guarigione. Esso risale al 1960 e ci fu riferito dai
genitori della bimba che fu guarita:
«Marta
è sempre, stata presente nella nostra vita di sposi e di genitori,
condividendone le gioie e i dolori, perché di ogni avvenimento parlavamo con
lei.
Nel
1960 avevamo tre bimbe premature. La prima mori molto presto e la più piccola,
che alla nascita pesava un chilo, mentre era ancora nell'incubatrice prese la
broncopolmonite. Questa malattia, già grave per un neonato normale, non
lasciava speranze in un esserino così fragile e indifeso. Su nostra richiesta,
si alternavano all'incubatrice, dove la bimba faceva sincopi su sincopi (a
volte diventava tutta nera e, quando invece riusciva a bere un cucchiaio di
latte, diventava bianca come un lenzuolo), il medico di Valence, la suora (che
partecipava con le cure ma, più ancora, con la preghiera alla lotta contro la
morte della bambina) e le ostetriche ed infermiere, convinte che ella morisse.
Noi, sostenuti da Marta e dalla comunità, rinnovavamo la fiducia in Maria e nel
Signore.
Un
giorno di grande sconforto, andai a pregare alla cattedrale di Valence e chiesi
dell'acqua di Lourdes ad un sacerdote che era in sacrestia. Quella sera,
celebrò la messa per la bimba (era la festa del Sacro Cuore, mi pare) ed io
portai il flacone d'acqua di Lourdes sull'incubatrice. Il medico (protestante)
era molto stupito; voleva che la si facesse bollire... La suora ne metteva
qualche goccia nel biberon. Il dottore non credeva che sarebbe guarita ed ogni
giorno chiedeva: "È ancora lì? Non posso nemmeno auscultarla, perché
se la girassimo sulla schiena morirebbe nelle nostre mani...".
Quando
fu totalmente guarita, ringraziai il medico per le cure date a mia figlia. Mi
rispose: "L'ho curata sì, ma non sono stato io a guarirla". Quando,
ringraziandola, lo dicemmo a Marta, ella mormorò: "E’ la Madonna!
"».
Capitolo
XVII
«PADRE,
PERCHE’ M'HAI ABBANDONATA?»
Se
negli ultimi anni Marta fu favorita da numerose apparizioni della Madonna, è
senza dubbio perché aveva particolarmente bisogno di quella presenza
consolante, perché il demonio moltiplicava gli assalti, colpendola duramente e
facendole credere che la sua sofferenza non serviva a nulla, che anzi era
persino un ostacolo all'avanzata del Regno...
Il
1° novembre 1980, Marta ebbe la colonna vertebrale contorta. Il dolore
divenne intollerabile. Nelle ultime settimane del 1980, Marta tossiva sempre di
più; non poteva quasi più parlare né ricevere visite. «Con difficoltà
ascoltava la lettura della posta e con difficoltà si univa alle preghiere dei
membri della piccola comunità che la circondava». Lunedì 2 febbraio 1981,
festa della Presentazione della Madonna, Marta disse a padre Finet: «Il
demonio m'ha detto che andrà fino in fondo».
«Il
mercoledì sera, 4 febbraio, Marta si preparava a ricevere, come ogni
settimana, la comunione.
Le
numerose persone che la circondavano recitarono le preghiere che ella amava:
litanie della Madonna, consacrazione di S. Luigi Grignion di Montfort, preghiera
a San Giuseppe, invocazioni, corona, preghiera di Pio XII, preghiera
dell'Angelo a Fatima e qualche altra invocazione. Quindi, Marta ricevette il
Corpo di Cristo ed entrò in estasi, come tutti i mercoledì.
Ma
siccome Marta gli aveva detto che il demonio sarebbe andato fino in fondo,
padre Finet era preoccupato. Il giovedì sera rimase vicino a Marta,
accompagnandola con le sue preghiere mentre entrava nei dolorosi momenti
dell'Agonia e della Passione».
Padre
Finet se ne andò verso le dieci di sera.
«Partì»
il primo venerdì del mese
L'indomani,
6 febbraio, il Padre ritornò nel tardo pomeriggio. Aprendo la porta, trovò
Marta distesa al suolo, vicino al divano; con le braccia gelide ed il corpo
rigido.
Era
il primo venerdì del mese...
«Aiutato
dalla persona che viveva accanto a Marta, padre Finet la rimise sul suo
giaciglio, facendola coprire con parecchie coperte. Poi pregò per due ore,
supplicando il Signore di farla rinvenire... Verso le 19, constatando che
Marta non aveva più dato segno di vita, chiamò i suoi collaboratori. Tutti dovettero
arrendersi all'evidenza, condividendo il suo dolore di fronte alla morte...».
Poco
dopo la constatazione del decesso, fatta dal medico di Chàteauneuf, dottor
Andolfatto, fu avvertito per telefono il vescovo di Valence, mons. Marchand,
che immediatamente venne a pregare ai piedi del divano. Guardò padre Finet e
disse: «Se il chicco di grano caduto in terra non muore, resta solo, ma, se
muore, produce molto frutto...». Quindi vennero dei membri della famiglia e
del Focolare. Marta fu rivestita della tunica che mettono i bambini della
scuola del Focolare quando fanno la professione di fede. Furono cambiate le
lenzuola (da un po' di tempo non si osava più farlo, talmente si temeva di far
soffrire Marta). Intanto «chiazze di sangue al posto dov'erano i piedi e sul
piccolo panno vicino alla testa. Gli occhi non avevano sanguinato quella notte
ma macchie di sangue che risalivano alle notti precedenti, si vedevano sulla
fronte»; le hanno notate tutte le persone venute a pregare nella camera
mortuaria. Si mise una corona tra le sue mani scarne.
Con
il viso tranquillo, quasi sorridente, Marta poteva finalmente contemplare
nella gloria Colui col quale aveva condiviso la Passione ogni venerdì.
Capitolo
XVIII
La
notizia della morte di Marta si sparse ai quattro venti, il sabato 7 febbraio.
Non solo la stampa regionale e nazionale pubblicò articoli su colei che fu
allora definita «la stigmatizzata della Dróme», ma anche le diverse stazioni
radio e canali televisivi, dedicarono numerosi cenni all'avvenimento. Franceinter,
il 12 febbraio, riservò la trasmissione delle 19, «Il telefono squilla», a
Marta Robin. L'invitato era il noto gesuita, padre Russo.
Sabato
7, domenica 8 e lunedì 9 febbraio, i parenti, i membri del Focolare di Chàteauneuf
e di diversi altri Focolari francesi, gli amici di Chàteauneuf e dintorni, i
mille alunni dei collegi, salirono alla Plaine, non a pregare per Marta ma a
pregare con lei...
Il
corpo fu messo nella bara martedì 10 febbraio, nel primo pomeriggio. Alle ore
15, 45 anni esatti dopo la prima visita di padre Finet alla Plaine, Marta
lascia la piccola cascina dove lavorò, pregò, amò e soffrì tutta la vita.
Arrivati al gran Focolare, la bara fu posta nella cappella; poco dopo,
scompariva sotto una montagna di fiori. Marta non era mai stata in quella casa
costruita dietro sua ispirazione.
I
funerali si svolsero al Focolare, giovedì 12 febbraio. Il cielo era blu
intenso, l'aria fresca, ma gradevole, il vasto santuario traboccava di gente,
ce n'era anche negli annessi e nel grande piazzale. Erano stati organizzati
pullman speciali, non solo nella Dròme, ma nell'estremo nord e nell'estremo sud
della Francia. Alcuni belgi erano venuti in treno. La polizia stradale aveva
messo numerosi poliziotti per assicurare e organizzare la circolazione e la
sosta in Chàteauneuf, le cui strade non erano mai state invase da tanto
traffico.
La
messa (in cui furono distribuite seimila comunioni), fu concelebrata dal
vescovo di Valence, con più di duecento concelebranti, da quattro vescovi:
mons. Vignancour,
arcivescovo di Bourges, mons. Chabbert,
arcivescovo di Rabat, mons. Thien, anziano vescovo del Vietnam. Il cardinal
Thiandoum, arcivescovo di Dakar, non aveva potuto venire, ma era rappresentato
dal vicario generale, il reverendo Seck. Il corteo avanzava e si faceva in
qualche modo il portavoce di Marta: «Mio Signore, sono tua e la mia Gioia è
suprema... Sono arricchita della tua Croce, o Signore, e sono a Te».
Poi,
il corteo entra lentamente nel santuario «Santa Maria Madre di Dio». Il
vescovo di Valence saluta la sorella di Marta, signora Serve, e i membri della
famiglia. La messa si svolse con fervore e senza trionfalismo alcuno.
All'omelia
il vescovo disse:
«Riuniti
attorno a Cristo risuscitato, questa sera noi accompagniamo Marta. La sua vita
terrestre è finita. Come Gesù, è passata dalla morte alla vera vita. Ogni
morte è una pasqua».
Poi,
commentando la parabola evangelica «Se il chicco di grano non muore», mons.
Marchand aggiunge:
«Marta
è questo chicco di grano e la sua vita offerta è stata uno sprofondare, nella
sofferenza prima, e adesso, nella morte. Ma questo sprofondare è stato anche
la gioia del dono e la gioia dell'incontro. Vivendo così, discretamente, la
Passione di Cristo, ella è stata quel chicco di grano. Il frutto che porta è
per la gloria del Padre».
E
concludeva:
«Ognuno
deve occupare il suo posto nella Chiesa, ognuno con i propri doni e qualità e
con la sete di Dio. Marta ha occupato il suo posto e l'ha occupato bene.
Rendiamo grazie per il suo senso della Chiesa e il suo amore per essa, per la
Chiesa diocesana e per quella universale. Consacrando a Dio la sua vita, testimoniando
l'assoluto di Dio, ella volle sempre essere figlia della Chiesa. Ma volle
vivere tutto ciò nella discrezione e nell'umiltà, sapendo bene, col suo grande
buon senso, che la fede non rientra nell'ordine del sensazionale. Per questo noi
rispettiamo ciò che ella ha vissuto, ricordando la forza della sua adesione
al Signore... Marta Robin, che Maria vi conduca, Maria, Madre di Dio e Madre
della Chiesa, Maria, che così spesso pregaste, vi conduca verso suo Figlio
risuscitato, il Redentore dell'uomo».
Dopo
l'omelia, le intenzioni furono lette da Isabella Chancrin, figlioccia e
pronipote di Marta, da padre Pagnoux di Dakar, a nome dei Focolari dell'Africa,
padre Bradley di Boston, per i Focolari dell'America, padre Quennouelle del
Giappone, per i Focolari dell'Asia, padre Gerarduzzi, per i Focolari d'Europa,
padre Mac Cabe, per i Focolari d'Oceania. All'offertorio, il popolo di Dio
cantava con emozione:
«Prendi
questo pane, Signore, prendi questo pane! Che questo pane sia preghiera!
Prendi questo pane, Signore, prendi questo pane! Che questo pane diventi il
tuo Corpo...
Prendi
la mia vita, Signore, prendi la mia vita! Che la mia vita sia preghiera! Prendi
la mia vita, Signore, prendi la mia vita! Che la mia vita assomigli alla tua
vita! Che la mia vita assomigli alla tua vita! ».
Memento
dei defunti: sono rievocati i nomi dei genitori di Marta, del fratello e della
sorella deceduti e anche dei parroci di Chàteauneuf che conobbero Marta;
infine, di mons. Pic, protettore del Focolare.
Alla
comunione, quaranta sacerdoti danno alla folla Colui di cui Marta visse tutta la
sua mistica vita.
La
messa termina coi canti del Magnificat e della Salve Regina, poi il corteo
funebre lascia la chiesa.
Sul
grande piazzale, la folla l'onora cantando l'Ave Maria di Lourdes. Tre pullman
di sacerdoti accompagnano la salma di Marta al cimitero di Sannt-Bonnet-de-Galaure,
a due chilometri, dove c'è la tomba di famiglia. Era suo volere essere
seppellita discretamente con i suoi.
Dopo
il 12 febbraio '81, visitatori si recano ogni giorno sulla tomba di Marta,
fiorita in permanenza. Si tratta di curiosi? No, certamente! Su quella tomba
ho perfino sentito delle religiose che rinnovavano la loro consacrazione. È il
messaggio che hanno rilevato da Marta: «Padre, che lo Spirito Santo faccia
di noi un'eterna offerta alla tua gloria».
Capitolo
XIX
Dal
1936 al 1981, migliaia e migliaia di persone si recarono al quartiere della
Plaine per incontrare Marta. Se tutti riferissero le conversazioni avute con
lei, si potrebbe fare una vera biblioteca di testimonianze. Così, le pagine
seguenti potrebbero essere un primo abbozzo dei libri che si potranno scrivere
fra qualche anno. Le testimonianze che seguono, sono tuttavia sufficienti per
permetterci di apprezzare fino in fondo Marta Robin ed il suo irradiamento.
I
partecipanti ai ritiri del Focolare di Chàteauneuf-de-Galaure che
desideravano vedere Marta, erano scritti in una lista e si dividevano in due
gruppi. Uno saliva alla Plaine il mercoledì, l'altro il giovedì. A volte,
anche gli alunni delle scuole o altri visitatori potevano andare da Marta. Si
aspettava il proprio turno nella cucina rustica, i cui mobili non sono
cambiati. Poi si era introdotti nella camera, dove si intravedeva appena una
forma bianca su un minuscolo letto. La conversazione si iniziava molto
semplicemente.
Un'anziana
parrocchiana di padre Perrier di SaintUze, ci dice:
«All'inizio
(nel 1930) non ci credevo. Senza padre Perrier non sarei mai andata a vederla.
Si parlava con lei come ad una vicina di casa, ma alla fine si pregava,
dicendo un Padre Nostro e un'Ave Maria. Una volta, si faceva un ritiro. Marta
sapeva che avevamo chiacchierato in camera quando non si doveva. "A
proposito di quel che dicevate! ... ", ci fece poi notare. Ne eravamo
sconvolte! Aveva veramente il dono di leggere nei cuori. Un giorno, per esempio,
disse ad un membro della mia famiglia: "Siete una stupida! Avete promesso
al Signore di andare tutti i giorni a messa e non mantenete la promessa!
". Era vero!
Un'altra
volta disse a padre Perrier: "C'è un signore che aspetta, potete dirgli
di andarsene: è venuto perché io gli dica il futuro!...". Parlava poco
di se stessa, ma un giorno mi disse: "Pregate, perché io sia sempre il
piccolo 'sì' vivente di Nostro Signore". Era la sua vocazione».
«Ho
spiegato a Marta quello che mi causava tanta preoccupazione»
Molti
venivano per confidare a Marta i loro problemi e le loro miserie. E lei,
immobilizzata da cinquant'anni, inchiodata sul letto senza potersi voltare,
cieca e che non mangiava mai, non solo non si lamentava e non diceva "ed io
..." ma ridava la pace e la serenità! Se Marta rifiutava di rispondere alle
domande tipo "ci sarà una terza guerra mondiale? ", perché non era
una chiromante, sapeva tuttavia ascoltare, capire, condividere le pene altrui,
in particolare quelle dovute alla solitudine.
Ecco
la testimonianza di una donna molto tribolata:
«...
Dopo un'attesa di un quarto d'ora, fui introdotta nella camera. Si doveva fare
attenzione a non toccare il letto, se no le si procuravano terribili sofferenze.
Ci si sedeva su una sedia bassa, ai piedi del letto e si diceva il proprio nome,
cognome e provenienza. Poi parlava Marta. Mi ricordo di averle detto (era
l'agosto 1961) che mia sorella aveva fatto un ritiro qualche anno prima.
Allora Marta mi chiese: "A proposito, come sta vostra nipote? ". Ero
un po' stupita, perché effettivamente la figlia di mia sorella aveva subito una
grave operazione (l'ablazione della milza), fatta a Lione dal professor Senty.
Il fatto che Marta se ne ricordasse al solo citarle mia sorella era inaudito.
Poi le parlai di certi scrupoli di coscienza che mi facevano soffrire molto e
che a volte mi inducevano a pensare di essere dannata. Lei mi disse, alzando la
voce: "è il vostro punto di vista, ma non quello di Dio". In quel
periodo non avevo tutte le preoccupazioni di adesso... Recitammo una breve
preghiera e Marta mi disse: "Restiamo coraggiose e preghiamo a vicenda!
".
La
vidi, per la seconda volta, tre mesi prima che morisse... Padre Finet assisteva
il nostro incontro, perché Marta Robin era molto stanca: non smise di gemere.
Il Padre mi disse di spiegare il motivo della mia venuta. Era a causa di mia
figlia, abbandonata dal marito, con due figli. Mentre dicevo quello. Marta
m'interruppe, dicendo a voce alta: "E vostra nipotina?». Ho infatti una
nipotina di dieci anni, ma non so perché mi fece quella domanda. Le dissi:
"Come?" ma lei rispose brevemente: "Niente, niente,
continuate". Le dissi che era troppo, che certi giorni pensavo di farla
finita con la vita e pensavo che il Signore non mi avrebbe punita. Allora mi
disse con voce quasi severa: "Ne siete proprio sicura?». Terminai il mio
esposto e padre Finet mi disse: "Bene. Marta ha capito tutto; vi prende
nelle sue preghiere e aggiusterà tutto". Quindi recitò un Padre Nostro,
un'Ave Maria e un Sacro Cuore di Gesù, venga il vostro Regno, ed io uscii dalla
camera della signorina Robin. Ella disse le preghiere a voce alta, seguendo
padre Finet».
Spesso
Marta pregava alla fine di una visita, ma non sistematicamente, solo se vedeva
buone disposizioni. A volte adattava la preghiera all'incontro. L'invito alla
preghiera veniva fatto con naturalezza: «Volete che preghiamo assieme?». E
proponeva un Padre Nostro, un'Ave Maria, a volte una decina. Quando c'erano
dei coniugi diceva: «Cominciate voi, signor...?». Il suo modo di pregare,
dolcemente e lentamente, con voce grave e decisa, era già un insegnamento.
Quando
la si era avvicinata, ci si sentiva «presi a carico» da lei. Diceva: «Vi
prendo nella mia preghiera», come un'aquila che vi porta verso il cielo. Una «Dròmoise»
testimonia: «Ella ci prendeva veramente nel suo cuore, senza maternalismi,
con sconvolgente rispetto». I suoi stati mistici non l'allontanavano dalle
piccole contingenze quotidiane, materiali. A delle aspiranti alla maturità,
venute a visitarla, al termine consigliava: «Non dimenticate di prendere un
buon caffè».
Alla
fine di ogni ritiro, come abbiamo già accennato, c'è l'usanza di mettere in un
cesto tutto quello a cui i partecipanti ai ritiri intendono rinunciare: tessili,
libri, tabacco, magnetofono, ecc. È il «cestino di Marta», grazie a cui
numerosi pacchi da tre, da dieci o venti chili, confezionati alla cascina della
Plaine, vengono inviati ai poveri, ai «suoi piccoli vecchi», come diceva
Marta, ai prigionieri, alle missioni o ai Focolari del terzo mondo.
Le
spedizioni non si facevano senza che Marta, pur cieca e paralizzata, desse
indicazioni: «Mandate medicinali a quel Focolare dell'America del Sud -
oppure - Poiché c'è ancora posto nella scatola, aggiungete qualche corona e
dei dolciumi». Marta voleva assicurarsi della solidità delle funicelle e del
cartone, raccomandava di scrivere chiaramente l'indirizzo con inchiostro
indelebile. Non si limitava a trasmettere quello che la gente aveva offerto ma,
con gioia evidente, stabiliva la composizione e la destinazione dei pacchi,
mettendovi tutta se stessa. Siccome era in corrispondenza regolarmente con
un'assistente sociale che lavorava nelle prigioni, Marta s'interessava a tutto
quel che- avveniva dietro le sbarre. Giacomo Fesch, il condannato a morte ghigliottinato
a 27 anni e convertitosi in prigione, deve molto a Marta. L'ultima sigaretta
che Bontemps (un altro condannato a morte) fumò proveniva da un pacco di Marta.
Quando parlava dei prigionieri, diceva Renato, Michele o Giacomo ed i
prigionieri erano molto sensibili a quelle attenzioni ed agli invii.
Marta,
ce ne siamo già resi conto, non era una «pasta frolla» che approvava
obbligatoriamente tutto ciò che le si diceva. Ad una ragazza, per esempio,
che da cinque anni ritardava l'entrata in convento perché la madre era
ammalata, ella disse: «Non si fa aspettare il Signore».
Una
trappista non ha dimenticato il grido di Marta a favore degli handicappati,
nel 1979.
«Marta
parlava a voce alta, chiara e un po' rotta, da persona anziana. Il nostro
scambio di vedute, molto personale, durò quasi mezz'ora. Per due volte
bussarono alla porta, per dire che la visita doveva finire, ma noi
continuavamo a parlare.
Voglio
soprattutto trasmettere quello che considero come un messaggio di Marta. Le
parlavo di un giovane venticinquenne, infermo moto-cerebrale, di quelli cioè
che non parlano, non comunicano niente, non possono mangiar da soli. E le dissi
che quelli che gli stavano attorno si chiedevano se era veramente un uomo!
Marta gettò un grido e, con voce straordinariamente forte, disse: "Oh!
Quand'è proprio lui l'eletto, il prescelto, il redentore!». E mi raccomandò
di pregare a nome suo, poiché lui non poteva farlo.
Tutte
le volte che riferii quelle parole di Marta a persone che si occupavano di tali
handicappati, o di altro genere, constatai che erano profondamente colpiti».
A
forza d'ascoltare, lei paralizzata, i problemi e le miserie di quelli che
stavano bene, avrebbe dovuto esserne un po' afflitta. Al contrario, era sempre
allegra e rideva di cuore. Se i giornali-sensazione la fecero talvolta
soffrire, sfruttando in modo commerciale il suo vivere la Passione di Cristo o
prendendola per una «veggente» che avrebbe avuto delle «rivelazioni», ella
rise pure dei loro procedimenti. Marcello Clement le parlò un giorno di una
sua foto, riprodotta su un giornale a grande tiratura. «So che l'hanno
comprata - disse Marta - a meno di un denaro, secondo quel che mi ha detto il
Padre. Valgo molto meno di Gesù» (alludendo al fatto che Gesù fu tradito per
trenta denari).
Un'altra
volta, disse a Giovanni Guitton, candidato all'Accademia Francese: «Mi
piacerebbe essere membro dell'Accademia Francese; ma non credo che si arrivi
in cielo in poltrona!».
Si
è scritto molto sul dono del consiglio di Marta Robin. Questo significa non
che lei potesse parlare «dottoralmente» di tutto senza sbagliare, ma che, in
discussioni con credenti e non-credenti, -persone incolte come lei o sommità
intellettuali, politiche o religiose e, nella maggior parte dei casi, in
situazioni difficili, Marta si sforzava di capire, reagiva con robusto buon
senso e spirito evangelico. La signora Teresa Villard, di Lione, dice:
«Vidi
Marta Robin tre volte in trentatré anni, sul suo letto di sofferenze. Le devo
l'intero orientamento della mia vita dopo la conversione. Fu per me una guida
sicura, ripiena di Spirito di Dio, dai consigli pieni di saggezza e
chiaroveggenza. Molto semplice e molto umana, s'interessava profondamente a
tutto ciò che le si diceva. Ad un certo punto si sentiva che si raccoglieva in
Dio e gli affidava tutto quello di cui si era parlato. Mai un lamento! Mai una
parola di se stessa... Io, le tre volte che la vidi, seguii scrupolosamente i
suoi consigli. Ho 63 anni e non posso che lodarne la saggezza».
A
volte aveva il dono di leggere nell'anima o dare un sorprendente consiglio ad
una persona che non aveva studiato. Altre volte, senza che lei dicesse niente
di straordinario, il visitatore, mentre lei parlava, riceveva un'illuminazione
interiore. Allora la parola dettata dal buon senso o dallo spirito evangelico
assumeva particolare rilievo e spingeva l'interlocutore ad impegnarsi
maggiormente o a correggere la propria condotta. Questo accadeva specialmente
quando diverse persone erano presenti e la cosa, riferita da uno, non era stata
sentita dagli altri. Finalmente l'incontro in buona fede con questa mistica
poteva essere per qualcuno l'occasione di riconoscersi peccatore.
È
ancora troppo presto per parlare di conversioni di abitanti di Chàteauneuf-de-Galaure.
Un giorno si potranno fare nomi, ma, per adesso, ecco la testimonianza della
signora Elena Sorensen, di Digione, che ha ritrovato la fede al Focolare di
Carità:
«Io
e numerosi amici avevamo perso la fede cristiana da diversi anni. Facemmo dei
ritiri a «La Roche d'Or», Focolare vicino a Besançon e a Chàteauneuf-de-Galaure,
per cercare di trovare Dio ed abbiamo ricevuto l'immensa grazia della
conversione. Fu la mia «strada di Damasco», che cambiò l'intera mia vita.
Capii che non dovevo perdere altro tempo, che dovevo fare di tutto per servire
Dio ed i fratelli nella costruzione del Regno d'Amore. Capii che Marta Robin,
con la sua ammirabile vita, offerta per la redenzione del mondo, era una serva
di Dio, molto magnanima nel nascondimento, nella discrezione, nell'umiltà e
nel suo voler rimanere nascosta, considerandosi, come la Madonna, la più
piccola serva... Ella è per me e per molti, il piccolo grano di senape che,
accettando nell'obbedienza amorosa di restare tanti anni nell'ombra, permette a
tanti uomini e donne del mondo intero, di rinascere veramente alla vera
vita...
Nel
mese d'agosto 1980 ebbi la grande gioia d'incontrare Marta nella sua oscura
cameretta; ma che calore, che luce interiore! Rimasi ore intere a ricevere i
suoi consigli, incoraggiamenti e la sua gioiosa speranza. La sua voce fresca,
paragonabile ad una sorgente, era piena di gioia e di giovinezza; una voce che
proclama l'amore e ridà forza per continuare il vivere quotidiano...
Alla
messa, il celebrante dice: "L'acqua è unita al vino nel sacramento della
Nuova Alleanza, così sia segno della nostra unione con la vita divina di Colui
che ha voluto assumere la nostra natura umana". E’ questo, Marta Robin!
Questa grande cristiana che ha detto si a Dio, che ha voluto dare assolutamente
tutta la sua vita (come l'acqua si unisce al vino) per unirla al sangue di Gesù
Cristo. Marta Robin è la grande serva dell'Eucarestia».
Una
persona di Pierrelatte (Dróme) che ha fatto un ritiro a Chàteauneuf-de-Galaure,
dice:
«La
trasformazione interiore, constatata durante o dopo i ritiri... non è dovuta al
caso. E per colui che recita nel Credo: "Credo nella comunione dei Santi",
non c'è dubbio che la nascita spirituale di persone passate al Focolare di
Carità, sia collegata all'offerta, instancabile e concreta, di Marta Robin in
questi ultimi cinquant'anni.
Bisogna
contemplare questa misteriosa partecipazione alle sofferenze di Cristo, con gli
occhi della fede ed il rispetto nel cuore.
In
un secolo sedotto dalle scoperte scientifiche, Marta, crocifissa con Cristo,
viene a ricordarci che siamo riscattati col sangue e con sofferenze che non
immaginiamo!
L'avvenire
ci dirà cosa dobbiamo a questa santa, che non smise di portarci nel cuore e il
cui corpo fu contrassegnato dalle impronte del mistero della Passione. Possa
ella, almeno, convertire la nostra indifferenza nei riguardi della croce!».
La
signora ed il signor Octave, di Vaulx-en-Velin (Rodano), ma originari della Dróme,
attribuiscono una guarigione all'intercessione di Marta:
«Nella
nostra bella valle di Galaure, le nostre famiglie la chiamavano da parecchio
tempo "la Santa". Nell'anno santo 1950, mia moglie ed io, durante
il pellegrinaggio, le mandammo una cartolina da Assisi, per ringraziarla della
miracolosa guarigione ottenuta per sua intercessione (giugno 1941).
All'ospedale
« HStel-Dieu» di Lione, mia moglie aveva preso la febbre puerperale dopo la
nascita di Alein, nostro figlio. Suor Lautru, di Chàteauneufde-Galaure,
andava a vederla ogni giorno. Con delicatezza, fui avvertito che mia moglie la
davano per spacciata. La mia sofferenza era inimmaginabile. Eravamo sposati da
nemmeno quattro anni (novembre 1937).
Poiché
la medicina era impotente, o perlomeno incerta, mi rivolsi a Nostra Signora del
Sacro Cuore, la speranza dei disperati. La mia novena non fu inutile. Ignoravo
che suor Lautru avesse messo sotto il cuscino di mia moglie dei panni che erano
stati toccati da Marta. In seguito andai da suor Lautru, a Chàteauneuf-de-Galaure,
la quale mi confermò che la guarigione era stata miracolosa, secondo Marta.
Come dimenticarlo? Impossibile!».
Per
terminare la citazione di testimonianze postume, ascoltiamo un provenzale, che
ci spiega ciò che pensava di Marta Robin prima d'incontrarla e in che modo fu
sconvolto:
«L'unica
volta che incontrai Marta Robin, fu durante un ritiro, nell'agosto del 1970.
Ero allora ad una difficile svolta. Mi aspettavo molto da quella visita. Mi
avevano detto tante cose stupefacenti su quella contadina della Dróme,
stigmatizzata, con le piaghe che sanguinavano tutti i venerdì nel momento della
Passione di Cristo. Si diceva che avesse pure dato i suoi occhi, durante la
seconda guerra mondiale. Non mangiava, dal 1930, se non l'ostia consacrata e,
per di più, quei doni mistici le davano una certa preveggenza profetica.
Quale
non fu la mia sorpresa quando, entrando nell'oscura cameretta dove ella giaceva
in permanenza, vidi una donna molto semplice. Mi aspettavo grandi
illuminazioni sulla mia vita, ed ecco che ella mi parla della pioggia e del bel
tempo, relativizzando d'un colpo le cose che mi angosciavano!
Da
quel momento capii che Marta era un'autentica mistica. Ed anche una grande
mistica. Sono i falsari che esagerano e cercano di abbagliare. Quella certezza
fu confermata rapidamente da una grazia particolare, ricevuta l'ultimo giorno
del ritiro, grazia che corrispondeva esattamente al problema che mi preoccupava.
C'è
bisogno d'aggiungere che fu l'inizio d'una profonda conversione che sconvolse
la mia vita e di cui, ancor oggi, undici anni dopo, sperimento i frutti? Ecco la
forza della preghiera di quella donna senza apparenza. Siccome accettò di
darsi totalmente al Signore, Dio fece in lei, come nella Madonna, grandi cose».
Come
diceva mons. Marchand, appena dopo l'annuncio della morte: «Con la sua
preghiera e la sua vita offerta ella ha contribuito all'esistenza e all'irradiamento
dei Focolari di Carità. La sua morte è stata semplice e discreta come la sua
vita. Sappiamo rispettare ciò che ella ha voluto essere e ciò che ella ha
vissuto» (Riportato da «Semaine Provence», settimanale cattolico di
Marseille, il 20 febbraio 1981).
Capitolo
XX
Giunti
alla fine di questa piccola biografia, il lettore può, senza dubbio,
rispondere con maggiore chiarezza alla domanda postasi da certi giornalisti,
l'indomani della morte di Marta: è una vera santa o una simulatrice?
È
la questione che dobbiamo affrontare decisamente in quest'ultimo capitolo, non
senza ricordare che le nostre convinzioni si basano su testimonianze umane e che
perciò restiamo interamente sottomessi al giudizio che la Chiesa potrà
emettere un giorno.
Ciò
che colpisce di primo acchito nella vita di Marta Robin sono i fenomeni
straordinari, così bene attestati:
Una
persona di Saint-Vallier, la signora Collon dice:
«Alcuni
dicono che non si sono mai viste le stigmate di Marta. E’ assolutamente
falso. Mi ricordo che l'intera classe di prima e l'intera classe di filosofia
andarono a vedere Marta, era il venerdì santo 1946. Marta era stesa sul letto,
con gli occhi chiusi. Si vedevano lacrime di sangue coagulate sulle guance, e
tracce della corona di spine. Mi pare che avesse le mani una nell'altra e si
vedevano tracce di ferite. Entrammo nella camera, a una a una. Padre Finet
illuminava con una pila elettrica il viso di Marta: pareva una persona
addormentata. Chiedete a mia sorella (signora Antonia, di Hauterives), che
vide la stessa cosa qualche anno dopo».
Non
è difficile raccogliere testimonianze di questo genere e tante persone
interpretano lo straordinario fenomeno, delle stigmate o delle estasi, come un
segno della santità di Marta. Per giudicare, non bisogna tuttavia correre
troppo.
Una
cosa prodigiosa può certo avere una spiegazione divina, ma anche satanica e,
forse, dopo un po' di tempo, semplicemente scientifica. Uno dei maestri del
pensiero anticristiano, il dr. Couchoud, diceva a Giovanni Guitton, a
proposito di Marta Robin: «In quanto medico e psichiatra, ho visto casi
analoghi in soggetti dai vasi capillari fragili, i quali, dopo aver meditato
sulla Passione di Cristo, vedono sul loro corpo tracce di sangue. Ce ne sono
negli ospedali».
Il
caso di Marta era però ben diverso: paralizzata dall'età di vent'anni
(ventisette per la precisione), il suo sistema muscolare era bloccato e non poteva
deglutire. Tuttavia, secondo me, non è questo l'importante, benché si debba
spiegare scientificamente da dove provenisse il sangue versato ogni settimana.
L'importante è che era una donna superiore, che aveva una specie di genialità.
«Non ho mai chiacchierato con lei senza riportarne una luce o illuminazione...»
(Jean Guitton, dell'Accademia Francese, nel «Figaro» del 2 marzo 1981).
Più
o meno come il dr. Couchoud, il cardinal Daniélou diceva, a suo tempo: «la
persona più straordinaria non è Giovanni XXIII, né il generale De Gaulle;
è Marta Robin».
Registriamo
questo parere di un non credente, che converge con quello di un uomo di Chiesa
ma, per quanto superiore il suo buon senso e per quanto curiosa la sua inedia,
quello che riteniamo di gran lunga più importante, in Marta Robin, è la sua
esperienza di Dio.
«Essere
tutta vostra»
Già
mentre leggevamo, nelle pagine precedenti, le preghiere e le poesie di Marta, ci
siamo resi conto della sua unione col Signore. Lungi dal glorificarsene,
diceva: «Non parlate di me. Il mio ruolo è di pregare e offrire». Ella
pregava per essere tutta di Dio, comunicava per essere una sola persona col
Cristo. La sua preghiera di ringraziamento dopo la comunione, esprime questa
conformità alla volontà del Signore:
«Signore,
mio Dio, fate che, nutrita ogni giorno del vostro Corpo sacro, inondata dal
vostro sangue redentore, arricchita dalla vostra santa Anima, sommersa dalla
vostra divinità, io desideri, ami, cerchi, voglia e gusti voi solo.
Che
il mio cuore e tutto il mio essere sospirino e tendano a voi solo. Che io sia
tutta vostra e mi occupi di voi solo e rimanga sempre con voi, in voi, unita a
voi, per essere consumata nella fornace ardente del vostro Cuore divino, unita
al Cuore immacolato della cara Madre mia, tramite la quale voglio
glorificarvi, lodarvi, servirvi e obbedirvi per sempre».
Questo
voler essere una cosa sola con il Cristo la spinse ad accettare di condividere
con lui le sofferenze della Passione. «Vuoi essere come me?». Il calvario di
Marta Robin non è altro che il calvario di Cristo in Marta Robin. Ella volle «morire
con lui sulla croce, per vivere eternamente con lui nella Gloria» (preghiera
del 6 settembre 1933). E ancora: «Gesù riconosce i veri amici sulla croce».
Oppure: «La croce è la scala divina che, gradino per gradino, ci eleva verso
Gesù». E ancora: «Non ho mai l'impressione che il mio letto sia un letto, ma
piuttosto un altare, la croce».
La
croce, lo sappiamo, è il segno distintivo del cristiano; è così importante,
nella storia della salvezza, che Gesù, annunciandola, la definiva «la sua
ora», l'ora della sua vita. Quell'ora fu anche quella di Marta Robin, che la
rivisse ogni settimana, per cinquant'anni.
L'elemento
più importante della vita di Marta è, senza dubbio, il suo sì al Signore, per
«completare nella sua carne ciò che manca alla Passione di Cristo, per il suo
corpo, che è la Chíesa». Un sì che richíedette un po' di tempo prima di
essere detto (cfr. il capitolo: Una svolta spirituale?) ma che, infine, fu
detto in modo deciso ed irrevocabile: «Se dovessi, un giorno, essere infedele
alla vostra sovrana volontà su di me... Oh, ve ne scongiuro, fatemi la grazia
di morire subito»: Le stigmate, che colpiscono tanta gente, devono essere
superate, sono solo il segno, impresso nel corpo di un amore straordinario,
di un immenso desiderio di lavorare per la salvezza degli uomini, con Cristo.
E’ in questo duplice amore, di Dio e degli uomini, che risiede la santità.
In
Marta, la santità non risulta essere una collezione di atti eroici, benché
le sia occorso un eroismo permanente per non ribellarsi mai nella prova e per
essere sempre disponibile ai visitatori. Essere santa, per Marta, significa
corrispondere all'amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, con i quali
è in stretta relazione. Significa abbandonarsi totalmente alla loro volontà.
L'atto
di consacrazione del 1925, ricorda la preghiera di Sant'Ignazio di Loyola: «Prendete
Signore l'intera mia libertà, la memoria, l'intelligenza e tutta la mia
volontà. Tutto quel che sono e che ho, me l'avete dato voi; ve lo restituisco
senza riservarmi niente; disponete secondo il vostro desiderio. Datemi
soltanto il vostro amore e la vostra grazia, sarò assai ricco e non chiedo
nient'altro».
La
differenza che si potrebbe fare tra Marta e un teologo solo teologo è questa:
il teologo farebbe un discorso su Dio partendo dalla parola di Dio, il che non
cambierebbe la sua vita; Marta, invece, ricevendo la parola di Dio, come la
terra riceve il seme, ne ritrae molto frutto. «Dopo che la si era vista -
diceva Giovanni Guitton - il Vangelo era come fosforescente». Invece il
contatto con un teologo che non vive la sua fede è portatore di pura concettualità.
Quel
che in Marta ci pare ammirabile è che non si isola in Dio come certi falsi
devoti, che non si mette in un faccia a faccia individuale che la taglierebbe
fuori dal mondo e dalle persone che le sono vicine. Ella non cerca Dio tra le
nuvole, ma lo trova nel servizio degli altri.
Per
esempio, l'anno della fondazione del Focolare di Carità, il 12 febbraio 1936,
due giorni dopo il primo incontro con padre Finet, ella non sogna progetti
meravigliosi, ma scrive a sua nipote, signora Wanthony: « Più di quindici
giorni fa avevo ordinato un servizio da tavola e da caffè; temo che tu non
l'abbia ricevuto... Oppure non ti piace e perciò non dici niente. Eppure ne
sono sicura, è stato ordinato quello che avevi scelto. Scrivimi presto; ti
scriverò una lunga lettera, quando la mia segretaria avrà un po' più di
tempo!».
Appena
la nipote le notifica di aver ricevuto il servizio da tavola e da caffè, Marta
detta alla segretaria una lettera di quattro pagine. Tra l'altro, dice a sua
nipote che le manderà «un incantevole cofanetto, di cui sei vincitrice.
Ricordi che m'avevi preso due biglietti per un'opera di carità, dicendo,
naturalmente, che non vincevi mai? Ora, non si tratta di una sala da pranzo, né
di un'auto, ma è un piccolo ricordo d'una partecipazione ad un'opera pia e,
spero, un incoraggiamento a continuare!».
E
conclude: «Nell'immenso Amore, vi resto intimamente e umilmente unita, cari
nipoti, per amare e ringraziare. Prego per voi e per le vostre intenzioni,
soprattutto perché siate e restiate pii e fedeli al Signore nei vostri doveri.
Non dimenticatemi nelle preghiere».
È
la stessa Marta realista che, nell'agosto 1947, ricevette in modo birichino, il
giornalista Marcello Clément, intimidito di dover parlare con lei:
«E
voi da dove uscite?!».
«Avevo
preparato qualche frase molto bella per intavolare il discorso, ma eccole
ridotte in briciole!» - ammette M. Clément.
E
Marta Robin si mise a parlargli... della malattia, delle capre, e della visita
del veterinario! Marcello Clément era «esterrefatto».
Quando,
anni dopo, ricorderà a Marta quell'inaspettata conversazione, lei, ridendo,
dice: «Eravate un vero santo nella nicchia! Bisognava pur semplificarvi un
po'...» (L'«Homme nouveau», numero speciale del primo marzo 1981, dedicato a
Marta Robin).
«Semplificarvi
un po'...». È forse con una facezia che Marta ci rivela il segreto della sua
anima. Era semplice come una colomba. Troppo semplice per fingere durante
cinquant'anni e più! La verità finisce sempre col venire a galla... E’
impensabile che Marta abbia potuto farsi beffe di genitori, familiari, vicini,
amici, numerosi medici, membri del Focolare, un uomo realista come padre Finet,
teologi, filosofi, migliaia di visitatori... E che nello stesso tempo ella
abbia dimostrato tanta pazienza, superamento nella sofferenza, attenzione agli
altri, in particolare ai più poveri e derelitti, moralmente e fisicamente.
Ci
sembra psicologicamente impensabile che una simulatrice abbia potuto seminare la
speranza in Dio, la voglia di pregare, la gioia d'amare, la pace del cuore. I
frutti dello spirito, quali li enumera l'apostolo Paolo, sono troppo abbondanti
perché si possa sospettare un inganno.
Non
si può essere, contemporaneamente, falsi per più di cinquant'anni, il che
manifesterebbe un sovrano disprezzo degli altri, e fare del bene a quelli che
ci sono vicini e a migliaia di persone. La cosa è inconciliabile.
La
grafologia conferma le precedenti considerazioni. Se Marta avesse simulato, la
scrittura lo avrebbe in qualche modo rivelato. Ora, i documenti scritti da
Marta all'inizio della malattia, nel 1923 e 1925, attestano che la «scrittrice
era aperta agli altri, accogliente, affabile, generosa, che in lei il serio e
il reale hanno la meglio sull'immaginazione». Nel 1925, «dalla firma risulta
che un lavorio interiore si sta avviando e richiede protezione da indiscrezioni,
per poter giungere a termine». La signora Giacomina Genét, psicologa e
grafologa di Valence, che ha esaminato la scrittura, senza conoscere la vita
di Marta Robin, conclude: «C'è da rimpiangere di non aver documenti
posteriori che permettano di seguire l'evoluzione».
Se
dunque l'idea di dissimulazione deve essere assolutamente scartata, dobbiamo
pensare che questa donna ha vissuto un'azione di Dio straordinaria. Ella,
che dimostrò di avere una conoscenza intuitiva e profonda del Signore e che
si mise totalmente nelle sue mani, che dimostrò una costante attenzione agli
altri, nonostante le infermità che l'inchiodavano al letto, ecco che è
all'origine di un'opera, la cui espansione nel mondo intero ha del sorprendente.
«
I veri mistici - scriveva Bergson - si rivelano essere grandi uomini d'azione,
con grande sorpresa di coloro per i quali il misticismo non è che visioni, trasporti,
estasi...».
A
questo punto, sarebbe esagerato suggerire che Marta Robin fa parte di quella
razza di umili che, come Francesco d'Assisi e Caterina da Siena, furono inviati
dal Signore a confondere l'orgoglio dei saggi e dei grandi? Allora sale in noi,
irresistibilmente, un canto mariale: «L'anima mia magnifica il Signore.
Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente; Santo è il suo nome».
Appoggiandomi
alle numerose testimonianze raccolte a Chàteauneuf-de-Galaure e nella
regione, mi sono sforzato di ritracciare la vita di Marta Robin. Era utile
collocare le diverse fasi di un'esistenza fuori dell'ordinario.
Tuttavia,
il lettore che ha letto, anche molto attentamente, ogni pagina del presente
libretto, non conosce ancora Marta.
Per
andare oltre, ed in modo più chiaro, gustoso o sconvolgente, bisogna leggere
tutto ciò che fu scritto sotto sua dettatura.
Quanti
testi, che si comincia appena a scoprire, sono da pubblicare, nei quali Marta ci
porta con lei, per aprirci gli occhi sulle realtà invisibili.
Quando
quei testi saranno pubblicati, potrete chiudere questa modesta biografia, che vi
sembrerà pallida come una lampada elettrica alla luce naturale...
Valente,
21 novembre 1981
Festa
della Presentazione di Maria