MARCELLO CANDIA

(laico industriale 1916-1983 Servo di Dio)

P Antonio Maria Sicari o.c.d.

Già i compagni di università dicevano che Marcello Candia aveva "una doppia vita". Ma il pizzico di malizia dell'espressione serviva a nascondere la loro ammirazione per quel giovanotto alto, affascinan-te, ricco di doti e di beni, che sapeva abitare nel suo mondo privile-giato e frequentare assieme, costantemente, il mondo dei poveri e dei diseredati.

La famiglia Candia era ben nota a Milano da quando il papà, Camil-lo, agli inizi del nostro secolo, aveva fondato quasi dal nulla la prima «Fabbrica Italiana di Acido Carbonico», aprendo in pochi anni altri stabilimenti a Napoli, Pisa, Aquileia.

Se il papà non era praticante (in tutta la sua vita sarà entrato in chie-sa sì e no un paio di volte), era però un uomo tutto di un pezzo, di quelli comunque plasmati dalla tradizione cristiana da cui aveva trat-to una acuta coscienza del proprio dovere, la fedeltà al lavoro, una one-stà a tutta prova, la responsabilità verso i propri dipendenti, il rispet-to più convinto per ogni prossimo e la persuasione incrollabile che la fede ardente della moglie - da lui profondamente amata e stimata - bastasse anche per lui.

Dalla mamma i figli imparavano fede e carità, e quella preghiera che permette ai credenti di restare abbracciati e familiari al loro Dio e imparavano anche quella solidarietà verso i diseredati che rende l'a-more a Lui operoso e dolce.

Fu accompagnando la mamma a visitare e soccorrere i poveri (ma si cominciava sempre da una sosta in Chiesa per visitare anzitutto Gesù!) che Marcello imparò quella "seconda vita" nella quale si sareb-be sempre più immerso.

Quando ella mori prematuramente, a 42 anni - era il 1933, anno santo della Redenzione - Marcello, che ne aveva soltanto diciassette, restò segnato in maniera indelebile dal suo ricordo e dalla sua spiri-tuale eredità.

Cinquant'anni dopo, nel successivo sacro Giubileo del 1983, anche Marcello riconsegnerà a Dio la sua vita, dopo che egli avrà saputo amalgamare in un unico dono - offerto congiuntamente a Dio e ai poveri - i frutti dell'operosità paterna e quelli della carità materna.

Per fortuna, quando il sostegno visibile della mamma venne meno, Marcello trovò un sicuro riferimento spirituale nel convento dei cap-puccini di Via Piave che era allora, per tutta Milano, un centro irra-diante cultura e carità.

Carcerati, ragazze madri, poveri d'ogni specie, ammassati nelle periferie della città, costituirono "l'altro mondo", nel quale Marcello quotidianamente si immergeva profondendo denaro e cure, strappan-do ore al sonno e rinunciando a godere del cosiddetto "tempo libero".

E che ciò non fosse soltanto il bisogno del "giovane ricco cattoli-co" di acquietare i suoi scrupoli con la beneficenza, lo prova il fatto che già in quegli anni l'attività caritativa di Marcello tendeva a radicarsi su una scelta molto più difficile e a proiettarsi verso confini illimitati.

La scelta più difficile era la verginità.

Era logico che gli chiedessero come mai, nella sua posizione, non si interessasse a qualche ragazza.

Ma egli spiegava agli amici più intimi: «Quando tu continui a pen-sare a tutto il genere umano, non puoi pensare a una persona sola!».

L'ampiezza missionaria consisteva in questo protendersi del suo cuore a tutta l'umanità: i poveri di Milano (che egli non dimenticò mai, nemmeno quando si trasferì in Amazzonia) non erano altro per lui che «i poveri più vicini», quindi anche i primi da soccorrere, ma essi face-vano soltanto emergere quella immensa povertà del mondo da cui Mar-cello si sentiva interpellato.

Ed è bello qui anticipare che, quand'egli nell'ultimo periodo della vita si troverà a Macapâ, a costruire un Ospedale per i più poveri dei poveri, alcuni barboni di Milano non mancheranno di inviare al Dot-tor Candia la loro "offerta"!

A 23 anni Marcello si laurea in Chimica all'università di Pavia, a pieni voti, e assume subito l'incarico di Direttore Gene-rale dell'azienda paterna. Continua però anche a studiare fino a prendere un'altra laurea in Farmacia. Fa due anni di servizio milita-re e ne approfitta per studiare ancora e prendere una terza laurea in Biologia.

Scoppia la guerra e viene chiamato sotto le armi. Per fortuna, data la sua preparazione, gli assegnano un incarico tecnico di chimico nel-l'Arsenale di Piacenza dove deve controllare esplosivi e munizioni.

Nel settembre del 1943 entra nella resistenza e collabora col Comi-tato di Liberazione Nazionale. Rischiando più volte la libertà e la vita, si impegna soprattutto nella rete che i cappuccini di Milano hanno crea-to per salvare ebrei e rifugiati politici, aiutandoli ad espatriare. Ed era Marcello a mettere a disposizione il denaro che serviva per pagare quei documenti falsi necessari che costavano sempre più cari.

Dopo la Liberazione segue la fase della accoglienza dei reduci e di coloro che tornavano dai campi di concentramento tedeschi.

Arrivavano a Milano treni carichi di migliaia di creature disfatte, e qualcuno aveva perfino viaggiato aggrappato esternamente ai convo-gli, o sul tetto dei vagoni: tutti affamati, laceri, malati. E c'erano vago-ni di donne e bambini disperati.

Nessuna organizzazione ufficiale che potesse accoglierli, niente denaro, niente strutture. Solo volontari, e tra i quattro che comincia-rono c'era Marcello.

Alla Stazione Centrale sorsero mense, dormitori, ambulatori medi-ci, sartorie. Marcello arrivava portando con sé generi alimentari, vesti-ti, scarpe.

Una Domenica si senti in stazione la voce autoritaria di un cap-pellano militare che chiamava i reduci a raccolta per la S. Messa: «Tutti a Messa. Chi non viene a Messa non mangia!». Marcello afferrò il microfono con un sorriso e corresse: «No, mangiano tutti, sia chi viene a Messa, sia chi non vuole venire».

Quel cappellano aveva forse tanta fede a modo suo, ma Candia aveva fede e carità a modo di Cristo.

E quando i reduci s'erano appena ripresi, come lasciarli ripartire verso le proprie terre e le proprie case senza una lira in tasca? Que-sta ultima e più delicata attenzione - dopo la collaborazione in tutto il resto - era il compito speciale che Candia riservava a sé. Per avere più disponibilità economiche a questo scopo aveva perfino venduto la sua macchina fotografica e altri oggetti personali.

Soprattutto s'era lasciato intenerire dalle madri incinte o con bambi-ni piccoli che giungevano, bisognose di più aiuto e di maggior carità d'o-gni altro. Sognavano soprattutto un po' di riservatezza e una stanzetta, e non volevano finire negli ospizi che rassomigliavano tanto ai lager.

Marcello riuscì a farsi assegnare dal Sindaco di Milano Palazzo Sor-mani, un edificio quasi distrutto dalle bombe, e nel giardino fece innal-zare dei prefabbricati, baracche sì ma tutte riscaldate.

Nacque così una specie di Villaggio della Madre e del Fanciullo dove erano ospitate un centinaio di ragazze-madri. Marcello era l'unico uomo che avesse accesso a quel villaggio e vi entrava con un tale rispetto e una tale signorilità che commuovevano quelle povere donne, molte delle quali avevano conosciuto solo la violenza e la cattiveria maschile.

Vale davvero la pena - anche per avere di lui un ritratto dal vivo - riportare la descrizione che ne ha fatto la Responsabile del villaggio: «Era un giovanotto alto, bello, istruito, elegante e buono. Sapeva stare con le ragazze, ridare loro il senso della vita, della gioia, della speranza e del valore dell'uomo. Le ragazze ne erano affascinate, ma il fatto straordinario era che egli era libero, affezionato a tutte, ma non legato ad alcuna. Amava stare con i bambini, chiacchierare con le ragazze, aveva attenzioni per tutte. Un vero signore, spirituale e concreto assieme. Portava uno spirito di fraternità e umanità che crea-va una atmosfera familiare. Molte ragazze lo adoravano e avrebbero dato qualsiasi cosa per farsi sposare, ma non ho mai sentito di qual-che rapporto particolare. Eppure con le donne aveva un rapporto bel-lissimo: voleva che si sentissero belle, eleganti; era capace di regala-re loro un profumo o un anello, sceglieva suppellettili di buon gusto. Ricordo che una volta un negozio di stoffe ci regalò delle pezze bian-che e nere per i vestiti delle ragazze. Marcello rifiutò il dono perché voleva stoffe più colorate per loro, in modo che potessero scegliere e farsi degli abiti più graziosi. Una volta andammo a comprare piatti e scodelle: li prese tutti diversi, con dei fiori disegnati sopra, anche se costavano di più, perché ognuna potesse avere i suoi. Era sempre raf-finato nel gusto, esigente per ciò che riguardava gli altri».

E un'altra signora ricorda che Marcello "non arrivava mai a mani vuote: una volta erano i bagnetti per i bambini, la volta dopo le ten-dine, un'altra volta ancora dei veli bianchi di pizzo di Murano da rega-lare a ciascuna delle ragazze. Gli piacevano l'ordine e l'eleganza; nel cortile di Palazzo Sormani abbiamo fatto diversi concerti con eminenti concertisti, per raccogliere fondi: lui organizzava tutto con signorilità, una rosa per le signore, l'invito su raffinati cartoncini... ».

A leggere e rileggere la vita di Marcello si finisce quasi per pen-sare che queste descrizioni dei suoi anni giovanili siano ancora più commoventi di quelle che raccontano la sua presenza tra i poveri e i lebbrosi del Brasile.

Più commoventi non dal punto di vista del bisogno, o da quello della carità, ma dal punto di vista della "tenerezza cattolica", perché ci voleva davvero una infinita delicatezza per soccorrere il bisogno di quelle povere ragazze ferite, non solo distribuendo il necessario con sussiego e degnazione, ma offrendo perfino la bellezza, e l'omaggio dovuto alla loro sacra femminilità.

Comunque il padre spirituale di Marcello, un rude e santo cappuc-cino, ritenne (secondo una mentalità allora assai diffusa) che quel-l'ambiente non fosse adatto a lui, ed egli obbedì pur soffrendone. Si dedicò subito alla fondazione di un ambulatorio medico per i poveri, presso il convento dei suoi amati cappuccini.

E subito lascia divampare la sua incontenibile passione missio-naria.

Fonda una rivista intitolata La missione che è in Italia il primo esempio di una maniera colta di affrontare le tematiche della evange-lizzazione. Fonda, assieme a un medico, il "Collegio Universitario per Aspiranti Medici Missionari" (CUAMM) e aiuta altri organismi di laici impegnati sullo stesso terreno con cui viene in contatto. Fonda l'Am-bulatorio missionario, poi una Scuola di medicina e chirurgia missio-naria, per preparare i futuri apostoli, poi l'Associazione Laici in aiuto alle Missioni ("ALAM"). Più tardi fonderà anche un Collegio studen-ti d'oltremare, per assistere giovani che i missionari mandano a stu-diare in Italia.

La sua genialità è nel fatto che accoglie le intuizioni più diverse, proprie o altrui, le mette in atto e poi le affida a collaboratori capaci di portarle avanti con libertà. Marcello non pretende di guidare tutto, ma è sempre disponibile a dare una mano quando c'è bisogno di lui.

Intanto il peso dell'azienda comincia a gravare tutto sulle sue spal-le, dato che il papà è sempre più stanco e affaticato, e si è alle prese con la costruzione di un nuovo e più grande stabilimento industriale.

Nel 1950 papà Camillo muore e Marcello diventa unico responsa-bile dell'azienda. Si dedica dunque a potenziarla, anche se proprio nello stesso anno incontra due padri missionari che segneranno la sua vita.

Uno è il cappuccino P. Alberto Beretta che sta per partire per il Nord-Est del Brasile, dove andrà a fondare un Ospedale. Candia lo ha conosciuto nell'ambulatorio medico che ha fondato, dove il padre lavo-ra per impratichirsi prima della partenza, e gli è diventato amico. Si può dire che la loro passione missionaria per il Brasile maturi assie-me, fraternamente.

è bello a questo punto ricordare che questo Padre Alberto Beretta è fratello di Gianna Beretta Molla che intanto si sta preparando, senza ancora saperlo, a vivere con tutto il cuore la sua vocazione coniugale e materna, nella quale si farà santa.

L'altro incontro, ancora più decisivo per Marcello, avviene con padre Aristide Pirovano, missionario del PIME in Brasile, poi Vesco-vo (deceduto il 3 febbraio 1997) che diventa per lui un vero Padre: è in Italia per chiedere aiuti per una sperduta missione da lui fondata nel territorio dell'Amapâ, sulle foci del Rio delle Amazzoni, ai confini con l'oceano.

E a partire da questo incontro che Marcello sa d'avere una nuova patria: esattamente il posto si chiama Macapâ. E comincia a parlarne a tutti con tanto fervore che gli amici finiscono per chiamarlo «Dot-tor Macapâ». Ed era inteso che egli vi si sarebbe recato, personal-mente, appena possibile.

Da quel primo incontro dovevano comunque passare quindici anni, prima che Marcello riuscisse a realizzare il suo sogno.

Compì tuttavia qualche viaggio in Brasile per rendersi conto, più da vicino, dei bisogni di quella terra che ormai aveva scelto come approdo.

E cominciò a inviare anche lì materiali da costruzione per la chie-sa che Mons. Pirovano stava facendo costruire a Macapâ.

Ed è sempre lui: Marcello. Ai poveri di Macapâ non dona una chie-sa qualunque, ma una chiesa bella, disegnata da uno dei migliori archi-tetti e con sculture di Francesco Messina.

Il suo trasferimento in missione era però rimandato a quando l'a-zienda sarebbe stata ben consolidata e la sua presenza non sarebbe stata più necessaria. Sembrava comunque questione di poco.

Era la notte del 22 ottobre 1955 quando un immenso boato scosse Milano. Il nuovo stabilimento inaugurato appena quindici giorni prima, il più moderno d'Europa, saltò letteralmente in aria: era scoppiato il grande serbatoio che conteneva 60.000 litri di acido carbonico allo stato liquido che tornarono di colpo allo stato gassoso producendo una terrificante onda d'urto, abbattendo tutto all'intorno, e lesionando per-fino le case vicine.

Per fortuna era tutto deserto, e le vittime furono solo due operai di una fabbrica vicina che lavoravano di notte.

La Candia non aveva alcuna responsabilità - anche se ci vorranno più di dieci anni perché le sue ragioni siano riconosciute - dato che l'enorme bombola di acciaio era stata progettata da una ditta svizzera ed era stata costruita e collaudata, da una ditta italiana, nel pieno rispet-to di tutte le norme di legge.

C'era stato sì un errore dei progettisti nella selezione del tipo di acciaio da usare per la costruzione, ma di questo la Candia non aveva alcuna responsabilità.

Marcello era là: guardava il suo stabilimento ridotto a qualche pezzo di muro nero, guardava grovigli di ferro accartocciati, e guardava il suo sogno missionario andato in frantumi.

Ma gli udirono solo pronunciare le antiche, dolenti e sagge, paro-le di Giobbe: «Il Signore ha dato. Il Signore ha tolto. Sia benedetto il nome del Signore».

Cinque giorni dopo il Corriere della Sera annunciava che la Can-dia avrebbe onorato tutti gli impegni assunti con i clienti, attingendo ai depositi degli altri suoi tre stabilimenti (di Aquileia, Napoli e Pisa) senza alcuna maggiorazione di prezzo, nonostante i costi di trasporto fossero particolarmente onerosi.

E la ricostruzione dello stabilimento di Milano sarebbe cominciata immediatamente.

Prevedendo che la causa con le assicurazioni sarebbe andata per le lunghe (durerà fino al 1967), Marcello donò di tasca sua un milione di lire (siamo nel 1955!) a ciascuna delle due famiglie colpite dalla tragedia.

Significava gettare nella ricostruzione tutti i beni in possesso della famiglia Candia.

Non erano passati due mesi e mezzo che la produzione riprendeva e, l'anno dopo, il nuovo stabilimento era di nuovo in funzione e pro-duceva a pieno ritmo.

Ma il Brasile si era allontanato di anni: cause, avvocati, perizie, rin-vii si succedevano senza posa, e la conclusione sembrava allontanarsi sempre di più. Marcello si sentiva sostenuto solo dalla sua fede e dal suo invincibile desiderio. Cominciava però a comprendere che Dio lo voleva sì in missione - voleva il suo dono, le sue ricchezze, la sua fati-ca, la sua vita - ma non prima di averlo purificato da ogni ombra anche larvata di orgoglio.

Intuiva che a Dio si può dare veramente tutto solo quando si è com-preso che tutto è già suo, e che perfino il nostro dono è sua grazia infi-nita. Bisogna saper pregare e chiedere, prima di poter donare qualco-sa a Dio.

Dovendo ritardare la partenza, continua in ogni maniera possibile il suo lavoro nel e per il laicato missionario, mostrandosi sempre pron-to a sostenere tutti i germi di impegno che nascono in quegli anni nella diocesi lombarda, e accontentandosi di qualche viaggio in Brasile, dove va a rendersi conto del suo futuro lavoro: quello che farà solo per Dio e per i suoi poveri.

Ed erano viaggi in terre sprovviste quasi di tutto, ma lui già sogna-va in grande. Sognava soprattutto di costruire in mezzo alla foresta un Ospedale talmente ampio e attrezzato che molti l'avrebbero accusato di fare un'opera dispendiosa e inutile (accusa che gli verrà infatti puntual-mente rivolta da alcuni missionari, ma tutti si sarebbero poi ricreduti).

E ne cominciò la costruzione fin dal 1960, su un terreno donato dal Governatore del Territorio Federale dell'Amapâ, inviando materiali dall'Italia.

Finalmente nel 1963 Marcello Candia poté vendere l'azienda. Non tutti capivano. Gli avevano detto, come se fosse la cosa più logica del mondo: «Resta a Milano a dirigere la Ditta. La fai funzionare bene e quello che guadagni lo dai ai poveri di Macapâ». Già questo, a molti industriali cristiani sarebbe sembrato una esagerazione, una follia. A Marcello sembrava troppo facile. Rispose: «Non basta dare un aiuto economico. Bisogna condividere con i poveri la loro vita, almeno quanto è possibile. Sarebbe troppo comodo che me ne stessi qui a fare la vita agiata e tranquilla, per poi dire: "Il superfluo lo mando là". Io sono chiamato ad andare a vivere con loro!».

Parte nel giugno del 1965, ma proprio nel marzo di quell'anno Mons. Pirovano non è più in Brasile. Lo hanno eletto Superiore Generale del PIME ("Pontificio Istituto Missioni Estere") e a Macapâ, ad accoglie-re Marcello c'è solo l'attestato lasciato dal Vescovo che garantisce: «Il Dottor Marcello Candia è stato accettato da questa Prelazia in qualità di Missionario Laico». Un po' poco per rischiare tutta la propria vita, anche se il Vescovo-Superiore prima di partire ha consigliato di nomi-narlo Direttore Amministrativo" dell'Ospedale in costruzione.

Che egli si sia messo in viaggio «per fede», è dimostrato proprio da questi due dati che senz'altro dovettero pesare su di lui: l'età (quasi cinquant'anni) e l'assenza dell'amico col quale aveva tutto pensato, desiderato, organizzato.

L'età gli pesò soprattutto nella questione della lingua: imparare il portoghese fu l'impegno e l'affanno dei primi giorni e non gli riuscì mai bene. Di lingue ne sapeva quattro o cinque, ma finì che faceva con-fusione e si esprimeva in un miscuglio di idiomi tutto suo.

L'assenza di Mons. Pirovano gli costava un certo imbarazzo e qual-che reticenza da parte degli altri missionari: molti, come abbiamo già accennato, consideravano quel grande Ospedale una follia. Dicevano che al suo posto si sarebbero potute costruire decine e decine di "cen-tri sanitari" sparsi in tutto il territorio: non solo sarebbe stata una deci-sione più utile e saggia, ma si sarebbe evitato il rischio (assai temuto) che quell'Ospedale finisse come la celebre "cattedrale nel deserto".

E guardavano con malcelato sospetto quel "signore milanese ", generoso sì, ma che si sarebbe prima o poi stancato, e li avrebbe lascia-ti nelle peste.

Altri poi si comportavano con lui senza troppa delicatezza: come liberamente esponevano i loro dubbi sull'opera gigantesca intrapresa da Candia, così liberamente si servivano nei suoi magazzini per le loro piccole e personali imprese.

«Col materiale elettrico che ho portato a Macapâ avrei potuto costruire non un Ospedale, ma tre», sospirava Marcello. Ma i missio-nari un po' seguivano l'idea che tra religiosi tutto è in comune, un po' pensavano giusto utilizzare quel materiale per necessità ritenute più urgenti: le proprie, evidentemente.

Sembrano sciocchezze, ma sono esse a logorare spesso le grandi imprese. E così sarebbe avvenuto se Marcello fosse giunto in Amaz-zonia pieno di pretese. Soffriva, questo sì, perché da bravo industria-le era abituato a far funzionare tutto alla perfezione e con correttezza, e si trovava a contatto con l'approssimazione e con qualche rozzezza.

Ancora di più si aggravò poi il problema quando furono le autorità civili a rovesciargli addosso sospetti e meschinità.

Pensavano che quell'industriale nascondesse chissà quali progetti inconfessabili. Si fingeva matto (scimmiottando i santi che danno via tutte le loro ricchezze), ma doveva certo avere qualche nascosto interesse.

Lo controllavano, lo spiavano, non trovavano nulla, ma ancor più si intestardivano nel sospetto. Gli rifiutavano i permessi, moltiplica-vano gli intralci burocratici, lo raggiravano con le loro leggi, ritarda-vano la consegna dei documenti, gli imponevano inutili controlli, gli infliggevano sgarbi e umiliazioni a non finire (giorni e giorni lasciato in sala d'attesa!).

Quando saranno passati molti anni e si saranno un po' abituati a lui, il Governatore confesserà: «Questo Dottor Candia non lo capisco. è anni che lo studio. Deve essere un po' matto, eppure sembra una persona tanto normale... ».

Ci vorranno anni e opere prima che gli sia riconosciuto ufficial-mente e affettuosamente il titolo di «cittadino di Macapâ».

E altri ancora prima che un settimanale brasiliano lo proclami «l'uo-mo più buono del Brasile».

Intanto si dedica alla costruzione dell'Ospedale, sopporta umil-mente le ostilità. Dice: «Si vede che il Signore vuole che io faccia un po' di sacrifici».

E soprattutto cerca di imparare la povertà: essa lo avvolgeva da ogni parte e in ogni maniera.

I missionari erano stati abituati a questo, fin dalla giovinezza, da lunghi anni di formazione seminaristica. Marcello, che era abituato a un tenore di vita alto, cercava di adattarsi a tutto senza lamentarsi mai: stile di vita primitivo, privazioni di ogni conforto, viaggi disagiati, cibo scarso in quantità e qualità.

«Quando è arrivato lui - raccontava un missionario - il pane non era cosa di tutti i giorni, e la carne la si vedeva poche volte perché non c'erano frigoriferi... ».

C'erano poi i disagi dovuti a una quasi assoluta mancanza di igiene.

E, ancor più logorante per un tipo come lui, c'era quella certa ende-mica indolenza degli abitanti del luogo che li spingeva a rimandare sempre, e Marcello sentiva che il suo dinamismo e la sua irruenza ne uscivano mortificate.

Racconta un amico che lo conobbe prima della partenza dall'Italia e lo rivide dopo qualche anno di Brasile: «Candia era dinamico, sicu-ro di sé, abituato a comandare e a parlare sempre lui. Era un uomo generoso, benefico, che aveva grandi mezzi a disposizione, ma con la coscienza di averli e di saperli usare. Insomma, aveva un atteggia-mento che, in milanese, si definisce "da padrone del vapore". Ma ogni volta che tornavo in Amazzonia lo trovavo cambiato. Si era reso conto di aver bisogno di tutti per realizzare le sue aspirazioni. Era un cam-biamento notevolissimo: da un uomo al centro del suo mondo, stava diventando servo di tutti... Si sentiva davvero al servizio di coloro che Dio gli faceva incontrare... ».

Ogni giorno che passa, si fa sempre più tutto a tutti. E pensare che già nel 1967 subisce il primo infarto, e la salute comincia a lasciarlo.

Intanto è la costruzione del grande Ospedale che lo assorbe: un'a-rea di circa 93 mila metri quadrati, con una costruzione di 8.315 mq (l'edificio principale si estende per 160 metri di lunghezza e 15 di lar-ghezza. E poi altri 3.388 mq di costruzioni ausiliarie. L'inaugurazione è del 1969. La completa entrata in funzione di tutti i reparti avviene nel 1970.

Marcello ha materialmente progettato e finanziato tutto, ma l'idea - egli diceva sempre - l'idea era del Cardinal Montini, che intanto era divenuto papa Paolo VI.

Era stato Montini durante una udienza a dargli i criteri giusti: «Se fa un Ospedale in Brasile - gli aveva raccomandato - lo faccia bra-siliano. Faccia attenzione ad evitare ogni sorta di paternalismo, non imponga le sue idee agli altri, anche con buona intenzione. Faccia l'Ospedale non solo per i brasiliani, ma con i brasiliani, e si propon-ga come obbiettivo finale di non essere più necessario. Quando arri-verà il momento in cui lei si sentirà inutile, perché l'Ospedale potrà continuare anche senza di lei, allora avrà realizzato una vera opera di solidarietà umana... ».

Come sono belle queste indicazioni che dovrebbero essere assunte e applicate da chiunque si dedichi a una qualunque opera cristiana: «dare tutto, ma in maniera da diventare non necessario».

E il Cardinale gli aveva inoltre raccomandato di fare un Ospedale--scuola: in missione saper curare malattie era meno importante che inse-gnare a curarle. L'Ospedale - aveva spiegato il saggio e santo Cardi-nale - sarebbe stato inutile se non fosse riuscito a influire fin nella vita dei villaggi e delle capanne disseminati nella foresta.

E infine: doveva essere un Ospedale che "non mandasse mai via nessuno ".

Candia infatti disporrà che nel momento dell'accoglienza non si dovesse fare nessuna indagine economica: né se e quanto i malati potessero pagare, e neppure se avessero una qualche previdenza socia-le. L'indagine sarebbe avvenuta in un secondo momento. Per coloro che non avrebbero potuto disporre di nulla (in media, il cinquanta per cento dei ricoverati) avrebbe pagato il «presidente onorario», cioè Marcello stesso.

Ma, per quanto ricco, dove avrebbe preso i soldi necessari? Già la costruzione era costata un patrimonio; come avrebbero fatto nel futuro?

Un paio d'anni prima di morire Marcello raccontava che agli inizi una tale domanda lo angustiava. Si chiedeva: «Come farò quando saranno finiti i miei milioni?» e quasi si impazientiva al vedere che, pur vivendo tra tanti santi (missionari, preti, suore) nessuno di essi sem-brava disponibile a fare qualche piccolo miracolo: una moltiplicazione di denaro, ad esempio. Scherzava: "Poi mi sono convinto che anche i padri e le suore più buoni e santi i miracoli non li sanno fare o forse li fanno solo di nascosto e nessuno li vede».

Ma poi il miracolo se l'era visto sbocciare lui tra le mani: man mano che i suoi milioni diminuivano, aumentavano quelli che gli mandava-no dall'Italia e da altri paesi del mondo.

E un miracolo ancora più grande era quello di vedere che la gente del posto, abituata a secoli di rassegnazione e di passività, acquistava speranza e capacità di collaborare attivamente alla propria elevazione.

Le pene tuttavia non mancano: ancora nel 1973 viene convocato dal governo federale per rispondere dell'accusa di "aver fatto entrare illegalmente medicinali in Brasile", tanto è infinita la meschinità degli uomini.

Ma la pena più grande era quella di vedere che - nonostante le sue cure - l'Ospedale tendeva irresistibilmente a deviare verso una assi-stenza per i più abbienti. Lui voleva sì che l'Ospedale funzionasse bene ed esigeva che tutto fosse efficiente (diceva che "l'efficienza è un modo di pregare) proprio per il rispetto e l'amore dovuti ai più poveri.

Marcello si rodeva il fegato. Diceva: «Io voglio un Ospedale missionario per i poveri, e quindi deve essere per forza in passivo. Se è in attivo, vuol dire che non è missionario, e non è per i poveri». Ma i collaboratori erano centinaia, e non tutti la pensavano allo stes-so modo.

Lui che era molto esigente nel tenere aggiornati i bilanci e i pre-ventivi, aveva capito che per i poveri doveva modificare la sua logica istintiva: «Il mio modo di pensare è cambiato. Venendo dall'industria, sulle prime facevo previsioni, programmi, progetti; pensavo ai soldi, alle banche per i finanziamenti, tutto doveva procedere con logica mate-matica e mi lasciavo prendere dalle preoccupazioni. Pian piano mi sono accorto che quando si ha a che fare con Dio le cose cambiano. I conti si fanno presto: i ricoverati che possono pagare le prestazioni sono il 10%, quelli che hanno il sostegno delle mutue sono il 40%. Gli altri non possono dare altro che se stessi da curare. E così ho imparato che un Ospedale per i poveri, per funzionare bene, deve esse-re sempre "in deficit". Lei non sa che cosa ha voluto dire per me entra-re in questa logica! Quando i miei soldi finirono mi dissi: "Quelli che mancano verranno dalla solidarietà umana!". E difatti, da allora, arri-vano quelli degli amici, degli operai della mia ex fabbrica, di tutti coloro che metto a parte di questa mia opera».

Decise allora di donare l'Ospedale a una congregazione religiosa sperando che ciò garantisse nel tempo lo spirito missionario e le fina-lità caritative. E nel 1975 lo donò ai Camilliani.

Spiegò (applicando obbedientemente quello che il suo vescovo Montini gli aveva insegnato): «Non è cristiano realizzare se stessi in un'opera. Bisogna realizzarsi in Dio. Se avessi voluto realizzarmi in un'opera avrei potuto fare un altro stabilimento a Milano... Nell'O-spedale non ho cercato la mia realizzazione, quindi l'ho ceduto volen-tieri. è stato bene che l'abbia cominciato io e portato avanti con i soldi che Dio mi ha dato. Ma poi bisognava rendersi inutili. Anche perché chi viene dopo deve essere libero di portare un rinnovamento; altrimenti, se fossi rimasto io il direttore, stavo sullo stomaco a tutti e frenavo il progresso. Invece mi sono ritirato, e cerco soldi perché voglio che siano liberi».

Un'altra opera intanto aveva affascinato il suo cuore: il lebbrosario di Marituba, quattrocento km più a sud.

Era allora sperduto nella foresta, vera anticamera dell'inferno da dove non si poteva più uscire e dove era proibito ai sani di entrare. Anche Marcello la prima volta che vi giunse nel 1967 dovette fermarsi al reticolato presidiato da guardie.

Un villaggio di mille lebbrosi abbandonati a sé stessi: senza soli-darietà, senza legge, senza igiene, senza morale, senza pace, quasi senza cure, ammassati in padiglioni putrescenti, in compagnia di topi e scarafaggi. Insomma: un villaggio in cui non era ancora arrivato nes-sun Padre Damiano de Veuster.

Arrivò Marcello e comprese che la prima cosa da fare era piantare in mezzo al villaggio la speranza: una piccola comunità di anime con-sacrate (preti e suore) come segno visibile della salvezza.

Tutti giuravano che il progetto era impossibile, il governo non vole-va saperne di intromissioni religiose. Per arrivare ad ottenere il terreno all'interno del recinto e il permesso di edificarvi la sua Casa di pre-ghiera Nostra Signora della Pace - come vero cuore del lebbrosario - Marcello dovette dimostrare di che cosa era capace: nuovi e ariosi padi-glioni ben allineati ai lati di una dritta via centrale, poi le casette per le famiglie, poi il centro sociale con un presidente eletto dagli stessi leb-brosi, gli ambulatori, i vari laboratori che garantiscono la operosità e la sussistenza economica dei malati.

Ma questo non era ancor nulla rispetto al clima di fiducia e di affet-to che Marcello riuscì a creare con l'aiuto dei suoi collaboratori, soprat-tutto delle suore e dei preti.

Egli era convinto d'aver trovato nel lebbrosario un tesoro: un teso-ro di amicizie, di affetti, di esperienze. Sosteneva che proprio lì il Signo-re gli aveva dato quel "centuplo" promesso dal Vangelo.

Quando giunsero le suore, provenienti dall'Italia, una di esse gli confidò angustiata di non riuscire nemmeno a guardarli, quei lebbro-si, tanto il loro corpo era deformato: «Non riesco a guardarli bene, non ho il coraggio... Forse non sono abbastanza generosa».

«No, suora - rispose paternamente Marcello - non violenti la natu-ra. Se non li guarda oggi, li guarderà domani. Bisogna dar tempo al tempo, e il Signore l'aiuterà». Lui non solo li guardava, ma li tocca-va, li abbracciava, mangiava con loro, si riposava discutendo con loro e ascoltando i loro lunghi racconti.

Aveva capito che con i lebbrosi, la cura più importante era usare il metodo di Cristo che, per guarirli, "li toccava". Solo così comincia-no a sentirsi uomini, e amati, coloro che per lunghi pregiudizi sono sempre stati considerati "intoccabili".

E anche la suora scopri presto la legge dell'amore: quando ami non ti accorgi più delle deformità, tanto bella ti appare l'anima, l'a-micizia, la affezione di quei malati che sono diventati tuoi, parte della tua vita.

Così, quando nel 1980 Giovanni Paolo II, in visita al Brasile, chie-se che il programma includesse la visita a un lebbrosario, scelsero quel-lo di Marituba: e quando il Papa li abbracciò, uno per uno, alcuni leb-brosi dissero piangendo che valeva la pena di aver tanto patito per una grazia così grande.

Finito d'abbracciare i lebbrosi, il Papa chiese dove si fosse nasco-sto il Dottor Candia, dato che non gli era riuscito ancora di vederlo: lui non era sul palco con le autorità; era a spingere la carrozzella di un lebbroso, privo di piedi e di mani, intento ad agitare un ventaglio per rinfrescare il povero malato da tutto quel caldo.

Quando Marcello, chiamato, gli giunse davanti il Papa lo baciò in fronte, ed egli fu felice come un bambino.

Dicono che il titolo Marcello dei lebbrosi (dato anche alla sua bio-grafia, scritta da P. Gheddo) è quello che più gli si addice.

Ospedale di Macapcì, lebbrosario di Marituba: ce n'era abbastanza per riempire quei diciott'anni di vita che Marcello passò in Brasile.

In realtà l'elenco delle sue attività è molto più lungo, e il campo d'azione incredibilmente vasto. Sono 14 le opere iniziate da Marcello di cui si prende oggi cura la Fondazione Candia, e comprendono: ospe-dali, scuole, villaggi, lebbrosari, conventi, seminari, chiese, associa-zioni di volontariato: tutte opere disseminate da Macapâ a Belo Hori-zonte, alle favelas di Rio de Janeiro, e fino ai confini con la Bolivia.

Il suo criterio era semplice e strettamente vocazionale. Per essere sicuro di rispondere sempre di sì al Signore, aveva preso una decisio-ne radicale: «In tutto ciò che il Signore mi fa incontrare io mi ci butto dentro».

Tra tutte le opere però erano particolarmente cari al suo cuore due piccoli Carmeli (uno vicino all'Ospedale di Macapa, l'altro a Belo Horizonte) dove chiamò le suore carmelitane di Firenze: una congre-gazione che ha la caratteristica di legare assieme una forte esperienza contemplativa, quasi claustrale - centrata soprattutto sull'adorazione eucaristica - e una attività apostolica destinata a trasmettere soprattut-to la tenerezza di Dio verso i più poveri.

A dire il vero, i piccoli Carmeli non erano per Marcello un'opera tra le altre: li voleva come cuore di tutta l'attività, come origine di tutta l'energia sacra che era necessaria perché quel suo "impero della carità" restasse appunto pervaso di amore.

Più si gettava nell'attività, più Marcello sentiva il bisogno di pre-gare e di far pregare. Più aveva bisogno di soldi, più sentiva che il flusso del denaro non serviva a niente se non giungevano prima onda-te di preghiera.

Quando girava a chiedere sostegno per la sua opera diceva senza mezzi termini: «Pregate per me. Sono io che vi prego di pregare. I soldi, gli aiuti, le braccia, i ponti aerei, le decisioni di farmi da retroterra per sostenermi vengono dopo. Tutto viene dopo la preghiera. Io ho, per prima cosa, l'urgenza che voi, insieme, accettiate di dire al Padre, di ripetergli: "Signore, aiuta l'Ospedale sul fiume, la sua gente sofferen-te, quelli che le stanno attorno e si prodigano. Signore, tu solo puoi dare movimento ai progetti e agli scopi "».

Nella chiesetta del Carmelo Marcello si ritirava ogni giorno per la sua "ora di preghiera" durante la quale sembrava non esistesse nient'altro, per lui. Se lo raggiungevano per qualche urgenza, quasi non riuscivano a farsi ascoltare, talmente era e rimaneva assorto.

Poi si alzava dal suo banco e diceva tutto soddisfatto: "Adesso me ne vado contento perché la preghiera mi ha rafforzato".

E diceva sorridendo che lui era «il novizio delle carmelitane».

Più l'azione diventava travolgente, più la contemplazione lo assor-biva. A chi si meravigliava di questo bisogno di preghiera (e voleva che tutti i suoi amici lo condividessero) spiegava che, quanto più il bisogno dei poveri diventa urgente e struggente, tanto più ci si sente "al di sotto delle loro speranze"; allora "si coltiva l'obbligo cocente di un miglior servizio, di una costante dedizione, di una vittoria piena e definitiva su qualunque stato di crisi", e si capisce che c'è un solo luogo dove ogni bisogno può essere raggiunto e ogni dono può essere offerto: la pre-ghiera, l'unione con Dio, che tutto abbraccia e a tutto dà risposta.

Quando gli chiedevano perché mai avesse scelto proprio delle car-melitane, tenute più d'ogni altro istituto al riserbo e alla contemplazio-ne - con tutto il lavoro che c'era da fare - spiegava pazientemente: «Quando sono venuto a Macapâ la prima volta avevo molti mezzi economici, e volevo spendere tutto per fare un Ospedale e altre opere. Ero un uomo religioso, ma con buoni mezzi umani, e contavo molto su di essi e sulla mia esperienza di organizzatore. Poi, quando ho incontrato davvero i poveri, i lebbrosi, gli handicappati, quando mi sono trovato di fronte a tanti casi umani, mi sono accorto che se anche avessi costruito una organizzazione perfettissima per curare i corpi, non avrei risolto i problemi di questa gente. Ho capito allora che la priorità assoluta è quella spirituale: tutti i mezzi economici e tecnici contano, e bisogna usarli, ma non valgono nulla se non sono accom-pagnati dall'amicizia, dall'attenzione alle persone, dall'aiuto di Dio".

"Questo va bene, gli dicevano, ma perché scegliere proprio quelle suore che hanno la vocazione di passare molto tempo in preghiera?".

Rispondeva: "Perché per avvicinarsi a dei malati gravi, a po-veri che non hanno più speranze umane, a sofferenti abbandonati da tutti ci vuole una preparazione di preghiera e di contemplazio-ne. Quando tutte le speranze umane vengono a cadere, rimane solo Dio... Le mie suore stanno dando una meravigliosa testimonianza a tutto il popolo».

E quando la prima suora carmelitana giunse da Firenze, trovò ad attenderla all'aeroporto un Marcello raggiante che le offriva un gran mazzo di rose rosse.

Per la suora era la prima volta che qualcuno l'accoglieva in quel modo, per Marcello era una esigenza della sua antica e innata signo-rilità, ma le rose erano anche il simbolo che egli si era definitivamen-te scelto (e lo faceva dipingere dovunque): simbolo di una bellezza nata tra le spine, com'era tutta la sua opera.

Un'altra opera di Marcello, forse la principale, è più difficile da raccontare: erano i due mesi all'anno che egli passava in Italia: i mesi rigidi dell'inverno, quelli che costavano di più al suo cuore che aveva avuto un infarto già nel 1967 e ne subirà altri quattro nei dieci anni successivi, fino a un delicatissimo intervento chirurgico che gli lascerà tre by-passes.

Nonostante ciò continua nei suoi viaggi; è come un gioco commo-vente: lo mandano in Italia perché possa riposarsi e ritorna più distrut-to di prima. Al dottore che gli raccomanda di «andare in Italia, a fare qualche mese di vita più tranquilla» risponde: «veramente, Dottore, la vita tranquilla io la faccio qui in Brasile».

In Italia è un giro vorticoso di impegni: incontri, conferenze, dibat-titi a non finire, soprattutto da quando G. Torelli, un brillante giorna-lista, ha scritto su di lui un libro che vende in poco tempo centomila copie: «Da ricco che era... », di cui viene perfino pubblicata una edi-zione per le scuole.

Dovunque vogliono ascoltarlo e lui si presta, anche se non è un bravo parlatore, anche se spesso si convince terrorizzato che non saprà cosa dire. Poi invece parla, parla in maniera torrenziale, trascurando gli appunti presi, ma comunicando una incontenibile passione.

A volte, durante i viaggi in macchina per recarsi da un appun-tamento all'altro, lo vedono che si stringe il petto perché il cuore gli duole; allora si raccoglie in se stesso e si immerge in preghiera; sembra che mormori sempre le stesse parole. A chi lo interroga spie-ga che ripete al suo Dio: "Signore, aumenta la mia fede! ". Gli dico-no complimentandosi che la sua fede è già abbastanza grande se lo ha spinto fino ad abbandonare tutto. Risponde: "La fede non è mai abba-stanza grande!".

Dagli incontri col pubblico traspariva la sua passione per i poveri e per le opere iniziate a loro favore, certo, ma soprattutto passione per Dio: «Parlava di Dio come chi si intrattiene spesso con Lui, come uno che Lo conosce bene», han detto i suoi ascoltatori.

E fu in questi innumerevoli incontri che si formò una catena di soli-darietà che dura tutt'oggi. Poco prima di morire, Marcello riesce a isti-tuire la Fondazione Dottor Marcello Candia che si è potuta far cari-co, anche giuridico, di tutte le sue imprese, (molte delle quali sono diventate autonome) e con lo scopo di far vivere e dilatare l' «impero di carità», da lui lasciato, con la stessa passione e la stessa verità.

Un'ultima pagina ci resta da raccontare: una pagina capace di descrivere Marcello così com'era davvero, con la sua genialità, la sua passione, la sua efficienza, la sua fede incrollabile, ma anche con i suoi difetti.

«Che sant'uomo, ma che tormento!», scrive simpaticamente il suo biografo, citando il giudizio che Don Abbondio dava del Cardinal Federigo, nei promessi Sposi.

L'espressione colpisce nel segno anche per il suo realismo: in Mar-cello anche i difetti erano vistosi come la sua carità: era testardo nelle sue idee, impaziente nella realizzazione, perfezionista, esigente con i suoi collaboratori e pronto a scartarli se non erano come se li aspetta-va; era convinto d'aver ragione e pronto a dimostrarlo per tutto il tempo necessario, insistente fino all'esasperazione, travolgente.

Molti di coloro che avevano a che fare con lui - soprattutto quan-do non erano presi dalla sua stessa incontenibile passione, o se erano diversamente orientati - finivano per non sopportarlo.

Poi, quando non erano in questione i suoi poveri e le opere neces-sarie al loro sostegno, aveva anche tutte le virtù: era molto umile, sem-pre grato, senza alcuna pretesa, cordialissimo, pronto a scusarsi per un nonnulla, generoso fino all'inverosimile, e nessuno poté mai dire che facesse pesare un suo dono. Anzi chiedeva continuamente scusa per dover svolgere la parte del donatore.

Veramente era e si sentiva soltanto un servo, ma quel servizio vole-va farlo alla perfezione.

Ma senza quell'esatta miscela di virtù e di difetti, probabilmente non gli avrebbero lasciato fare ciò per cui Dio l'aveva mandato: attor-no a lui pullulavano anche incomprensioni, critiche, invidie, maldi-cenze, pigrizie, meschinità. E lui era un gigante buono che non riu-sciva a muoversi senza dare qualche scossone.

La Chiesa di solito, durante i processi di canonizzazione, chiede che venga dimostrata la eroicità del candidato in tutte le virtù: si deve dimostrare che egli le ha esercitate tutte in maniera eroica.

Nel caso di Marcello, si dovrà probabilmente cambiare metodolo-gia: non si potrà forse dimostrare che ha esercitato in maniera eroica tutte le virtù, e si dovrà ammettere che ha "esercitato" anche qualche difetto. Ma si dovrà senza dubbio riconoscere che egli ha gettato nel fuoco della sua carità tutto ciò che aveva e tutto ciò che era.

Per il resto, Dio, che ama i suoi eletti e li vuole davanti a sé splen-denti di luce, non gli risparmierà quelle ultime prove che servono sem-pre a purificare le creature dalle loro scorie.

Non sono prove che il Signore debba inventare, bastano gli uomi-ni per questo. Ma Dio se ne serve per far maturare i suoi santi.

Proprio l'ultimo anno di vita Marcello si ritrovò solo col suo Dio: pensava che lo avrebbe stroncato un infarto e si accorse d'avere un tumore che devastava il suo corpo. Non ne parlava mai con nessuno, e forse non aveva nessuno con cui parlarne.

S'era confidato solo, con molto pudore, con le carmelitane, chie-dendo loro il silenzio: «Desideravo morire di una malattia pulita - disse - e invece dovrò morire sporco e pieno di piaghe. Per fortuna il Signore ci nasconde sempre il peggio. Comunque devo morire presto».

Era un cancro alla pelle, ormai in metastasi.

Ma questo non era ancora il peggio: quell'ultimo anno sembrava che la cattiveria tentasse di corrompere la sua opera: soprattutto all'O-spedale cominciavano le divisioni, le accuse reciproche, le calunnie.

Marcello soffriva come se tutto quel male lo facessero a lui. Implo-rava: «è impossibile che il Signore ci benedica, perché non ci voglia-mo bene. Io sono venuto in missione per occuparmi dei poveri, inve-ce mi trovo sommerso in problemi superiori alle mie capacità. Sono un laico, sono un poverino... Non vorrei esser tirato dentro in que-stioni che non sono di mia competenza...».

Come si intuisce, c'era di mezzo qualche bega di frati e di preti in crisi, e la calunnia di qualche malvagio.

Ci fu perfino chi accusò Marcello di aver rubato. Evidentemente non ci credette nessuno, ma lui si senti ferito a morte.

Disse alle Carmelitane: «Ero preparato a tutte le accuse, ma a que-sta - di aver rubato - proprio no. Non piango, perché sono un uomo, ma ho capito l'angoscia di Gesù che grida: "Dio mio, Dio mio, per-ché mi hai abbandonato? "».

E riferendosi poi alle divisioni che serpeggiavano, che volevano ingiustamente attribuire a lui, aggiunse: «Sono ai piedi del Calvario. Mi sono preparato a salirlo. Pregate il Signore che mi aiuti. Mi accu-sano di essere causa di divisione, qualcuno non mi saluta più... Il Signore sa quanto vorrei scomparire! Vorrei solo poter aiutare e ser-vire i poveri. Sono venuto in missione per questo e invece mi trovo tirato dentro in cose che non mi riguardano».

Gli ultimi mesi di permanenza in Brasile li passa soffrendo quel male che gli distrugge il corpo, senza quasi che nessuno se ne accor-ga. Vedono solo che non riesce quasi più a mangiare.

Ma nessuno interviene: qualcuno per noncuranza, qualcuno per troppo rispetto.

Una sera è la cuoca che, per convincerlo a mangiare la sua ministra, gli passa maternamente la mano tra i capelli. E lui si mette a piangere.

Quando decide di partire per l'Italia, per un ultimo controllo, è ormai sfinito: non chiede nemmeno di essere accompagnato da un medico - e nessuno glielo offre - e neppure da un prete: ha con sé solo un ragazzo di 19 anni che gli fa da segretario.

All'areoporto, a salutarlo, c'è solo un missionario con un gruppo di ragazzi handicappati: gli altri non sanno, non capiscono, quasi non si accorgono che se ne va per sempre.

Nessuna cattiveria, certo, nessun rifiuto, ma tanta incomprensione e mancanza di sensibilità: in fondo molti l'hanno sempre considerato come un manager, anche se col pallino della carità.

Chi lo vede salire a fatica la scaletta dell'aereo ha l'impressione che stia salendo sul Calvario.

Sull'aereo cade. All'areoporto di Parigi sviene, e quasi non riesce a ripartire. A Milano devono accelerare le procedure di uscita perché temono non giunga in Ospedale.

L'ultima diagnosi dice: cancro al fegato, già in fase avanzata, con metastasi ossea all'altezza del polmone destro.

Muore venti giorni dopo, e gli infermieri diranno di non aver mai visto un malato come lui: un malato che "non si lamentava mai di nulla e ringraziava sempre di tutto". L'unica e ultima preoccupazione era per i suoi poveri: «Io qui ho tutto - diceva - non mi manca nulla, mentre i miei poveri, i lebbrosi laggiù, non hanno niente...».

Agli amici lasciava perciò in eredità la frase che aveva fatto scri-vere sulle pareti della sua abitazione in Brasile: «Non si può condivi-dere il Pane del cielo, se non si condivide il pane della terra».

Ma era infinitamente contento: «Ho lavorato, ho pregato... ma adesso il Signore Gesù mi dà la cosa più alta, mi dà la sofferenza... dandomi la possibilità di abbandonarmi a Lui con tutta la mia gioia e il mio amore... Questa è l'esperienza più bella».

 

LA FONDAZIONE DOTTOR MARCELLO CANDIA

La Fondazione è la concreta conseguenza dello slancio missionario di Marcello Candia. Da lui voluta ed entrata in attività alla sua morte, si prefigge di dare continuità alle opere da lui iniziate e di svilupparne altre sollecitate dalle esigenze contingenti a favore dei lebbrosi e dei poveri del Brasile con particolare riferimento alla regione Amazzonica.

Ancora vivente Marcello gli interventi si erano già estesi oltre i confini dell'Amazzonia, e ancor oggi varie iniziative, richieste dalla difficile situazione, vengono promosse dalla Fondazione in numerose località del Brasile senza distinzione di regione.

I fondi raccolti vengono destinati dal Consiglio della Fondazione Marcello Candia alle diverse iniziative e inviati direttamente ai responsabili di ogni singola opera in Brasile.

La Fondazione Marcello Candia in Brasile opera attraverso religiosi e laici appartenenti a Istituzioni che garantiscono la continuità delle iniziative; in Italia si basa sul volontariato dei Consiglieri e di alcuni amici presenti in diverse città italiane.

La Fondazione, attraverso la Lettera agli amici di Marcello Candia, - pubblicazione semestrale da richiedere in sede - dà informazione in merito alle diverse attività svolte ed annualmente pubblica il bilancio per rendere conto a tutti della destinazione dei fondi.

GLI AMMALATI POVERI

Marcello Candia fin da quando, ragazzo, accompagnava la mamma alla periferia di Milano nelle visite ai poveri, vedeva con i suoi occhi come molto spesso la malattia si accompagni alla povertà. Il ricco, il benestante, curano la propria salute; il povero il più delle volte la trascura per mancanza di cultura e di mezzi.

Quello che aveva visto in Italia, lo rivide poi moltiplicato negli stati più poveri del Brasile. Qui non c'era soltanto la lebbra, ma anche la tubercolosi, la malaria e altre malattie che colpivano in particolare l'infanzia.

Ecco perchè sull'esempio e nello spirito di Marcello Candia, la Fondazione ritiene suo compito primario l'aiuto ai malati poveri attraverso la realizzazione di ospedali, ambulatori e posti medici, come pure l'assistenza domiciliare e la distribuzione di medicinali e di viveri a coloro che non hanno la possibilità di procurarseli per infermità e mancanza di lavoro. Ricordiamo l'Ospedale di Macapà realizzato da Marcello Candia e quelli di Grajaù e Balsas nel Maranhào da lui sostenuti. A questi si sono aggiunti gli Ospedali realizzati recentemente dalla Fondazione a Quixadà, ora condotto da quella diocesi, quello di Porto Velho, in Amazzonia, ora condotto dalle Suore Martelline e quello di Rio Branco condotto dalla diocesi. Sono stati inoltre realizzati ambulatori a Rio de Janeiro nella favela do Borel, a Belo Horizonte nella favela do Planalto Novo, a Marituba nel bairro di Decouville, a Brumadinho nel Minas Gerais, ad Antonio Gonçalves e a Belém.

I LEBBROSI

In Brasile è ancora diffuso il morbo di Hansen, comunemente conosciuto come malattia della lebbra. Nei confronti di tale malattia sono radicati ancor oggi, eccessivo timore e disinformazione. La lebbra è una malattia infettiva poco contagiosa, dalla quale è possibile, in alcuni casi, guarire completamente; soltanto un contatto prolungato, in condizioni igienico sanitarie precarie, porta alla trasmissione del morbo.

Marcello Candia seppe che a Marituba, alla periferia di Belém, i malati venivano abbandonati nel lebbrosario dalle loro stesse famiglie e là dimenticati per sempre Marcello amò questi ammalati, rinnovò i loro ricoveri e offrì loro un'assistenza qualificata; per non allontanarli dalle famiglie organizzò pure la cura della lebbra a domicilio.

Si preoccupò di ridare ai lebbrosi una dignità realizzando un centro sociale all'interno del lebbrosario, nella convinzione che i mezzi economici e tecnici a nulla valgono se non sono accompagnati da gesti di amicizia. Con questa convinzione volle all'interno del lebbrosario una "Casa di Preghiera" per Padri e Suore missionarie che vivessero con i lebbrosi condividendo le loro sofferenze e stimolandoli a ricercare nuovamente la voglia di vivere.

Nonostante lo sforzo in atto per debellare la malattia, la lebbra continua a contagiare anche oggi perchè strettamente legata alla sottonutrizione e alla povertà.

La Fondazione Marcello Candia attualmente opera a favore dei lebbrosi, in particolare a Marituba, Macapà, Rio Branco, Porto Velho, con un'azione volta a prevenire e a curare la malattia e a promuovere la dignità della persona.

I BAMBINI

Il gravissimo problema, diffuso su scala mondiale, dell'infanzia trascurata, abbandonata, sfruttata, aveva già allora profondamente colpito la sensibilità di Marcello Candia; la complessità delle situazioni richiedeva di agire su diversi fronti.

C'erano le malattie infantili, dipendenti dal clima e dalle condizioni igieniche, da affrontare con la creazione di ospedali e ambulatori, l'organizzazione di visite domiciliari ed una capillare educazione igienica.

C'era l'analfabetismo, da combattere creando asili e scuole e tentando con le famiglie un'educazione di amore alla scuola, strumento indispensabile alla promozione umana.

C'era il problema del recupero degli handicappati in strutture specializzate. C'era l'urgenza di togliere dalla strada i bambini che ci vivevano da sbandati e da piccoli delinquenti in formazione.

Occorrevano centri di accoglienza e scuole professionali e di avviamento al lavoro, che educassero i ragazzi ad una vita regolare, dove il lavoro è concepito e sentito non come costrizione e schiavitù, ma come piena e libera realizzazione della propria personalità. Marcello Candia e in seguito la sua Fondazione hanno puntato molto su queste iniziative, che si sono rivelate indispensabili, perché col tempo i problemi, invece che risolversi, sembrano ingrandirsi, e richiedono una presenza e un'attenzione sempre maggiori.

In tutte le località dove la Fondazione è presente si è reso ormai necessario affrontare i problemi che riguardano l'infanzia, creando apposite strutture e soprattutto incoraggiando e aiutando persone che hanno la vocazione e la competenza per dedicarsi a tempo pieno.

 

ALTRE INFORMAZIONI SULLA "FONDAZIONE"

FONDAZIONE DOTTOR MARCELLO CANDIA ONLUS

DPR 1.12.83 n° 1060 20135 MILANO Via Colletta, 21 Tel./fax 5463789 Codice Fiscale 97018780151 c/c Bancari: Credito Artigiano n. 3547/5 P.za S. Fedele - Mi

ABI 03512 - CAB 01601 Banca Pop. Sondrio n. 530705 Via S.M. Fulcorina 1 - Mi ABI 5696 - CAB 1600

c/c Postale: 30305205 (Poste italiane) Consiglio di Amministrazione: Presidente:

Gianmarco Liva Vice Presidente: Giuseppe Corbetta Consiglieri:

Don Ennio Apeciti, Francesco Baxiu, Mario Conti, Giovanni Cucchiani, Ernesto Preziosi. Collegio dei revisori: Luigi Capé,

Emilio Cocchi, Gianluca Lazzati.

 

FONDAZIONE DOTTOR MARCELLO CANDIA 6900 LUGANO

Via G. B. Pioda, 5 c/o Studio Bolla Bonzanigo c/c Bancario: 765603 UBS c/c Postale: 69-9679-4 (Poste svizzere) Consiglio di Fondazione: Presidente: Rocco Bonzanigo Vice Presidente: Giuseppe Corbetta Consiglieri: Giorgio Campoleoni, Verena Lardi, Gianmarco Liva.

 

La Fondazione italiana è persona giuridica con decreto del Presidente della Repubblica del 1.12.83 e può quindi essere destinataria di donazioni e legati testamenta-ri; può essere indicata anche come erede a titolo universale e, verificandosi una delle predette ipotesi, gli atti relativi sono, in forza di Legge, esenti da ogni imposta.

Le erogazioni liberali in denaro disposte a favore della Fondazione Dott. Marcello Candia, iscritta al registro ONLUS (Organizzazione Non Lucrativa di Utilità Sociale), sono fiscalmente deducibili sia dalle persone fisiche che dalle società secondo le regolamentazioni disposte dal testo unico imposte sui redditi (DPR 22.12.86, n° 917).

La Fondazione svizzera è persona giuridica riconosciuta dal Governo Federale e può essere destinataria di donazioni e lasciti testamentari in totale esenzione fiscale.

Pubblicazione semestrale: Lettera agli Amici di Marcello Candia - Spedizione gratuita su richiesta alla Fondazione Tel. 02-5463789

 

Volumi pubblicati:

- Macapà, una rosa all'equa-tore di Sergio Bortolani

- Da ricco che era di Giorgio Torelli

- Marcello dei lebbrosi di Piero Gheddo

- Luoghi della speranza di Fulvio Roiter e Giorgio Torelli

- Marcello Candia, un mana-ger a servizio dei più poveri di Piero Gheddo

- Lettere dall'Amazzonia di Marcello Candia

- Marcello Candia di Antonio Maria Sicari.

 

Videocassette:

- La perla preziosa

- Testimoni dell'amore

- La libertà dalle ricchezze

- Le ali della solidarietà.