MARCELLO
CANDIA
(laico
industriale 1916-1983 Servo di Dio)
P
Antonio Maria Sicari o.c.d.
Già i compagni di università dicevano che Marcello Candia aveva "una doppia vita". Ma il pizzico di malizia dell'espressione serviva a nascondere la loro ammirazione per quel giovanotto alto, affascinante, ricco di doti e di beni, che sapeva abitare nel suo mondo privilegiato e frequentare assieme, costantemente, il mondo dei poveri e dei diseredati.
La
famiglia Candia era ben nota a Milano da quando il papà, Camillo, agli inizi
del nostro secolo, aveva fondato quasi dal nulla la prima «Fabbrica Italiana di
Acido Carbonico», aprendo in pochi anni altri stabilimenti a Napoli, Pisa,
Aquileia.
Se
il papà non era praticante (in tutta la sua vita sarà entrato in chiesa sì
e no un paio di volte), era però un uomo tutto di un pezzo, di quelli comunque
plasmati dalla tradizione cristiana da cui aveva tratto una acuta coscienza
del proprio dovere, la fedeltà al lavoro, una onestà a tutta prova, la
responsabilità verso i propri dipendenti, il rispetto più convinto per ogni
prossimo e la persuasione incrollabile che la fede ardente della moglie - da lui
profondamente amata e stimata - bastasse anche per lui.
Dalla
mamma i figli imparavano fede e carità, e quella preghiera che permette ai
credenti di restare abbracciati e familiari al loro Dio e imparavano anche
quella solidarietà verso i diseredati che rende l'amore a Lui operoso e
dolce.
Fu
accompagnando la mamma a visitare e soccorrere i poveri (ma si cominciava sempre
da una sosta in Chiesa per visitare anzitutto Gesù!) che Marcello imparò
quella "seconda vita" nella quale si sarebbe sempre più immerso.
Quando
ella mori prematuramente, a 42 anni - era il 1933, anno santo della Redenzione -
Marcello, che ne aveva soltanto diciassette, restò segnato in maniera
indelebile dal suo ricordo e dalla sua spirituale eredità.
Cinquant'anni
dopo, nel successivo sacro Giubileo del 1983, anche Marcello riconsegnerà a Dio
la sua vita, dopo che egli avrà saputo amalgamare in un unico dono - offerto
congiuntamente a Dio e ai poveri - i frutti dell'operosità paterna e quelli
della carità materna.
Per
fortuna, quando il sostegno visibile della mamma venne meno, Marcello trovò un
sicuro riferimento spirituale nel convento dei cappuccini di Via Piave che era
allora, per tutta Milano, un centro irradiante cultura e carità.
Carcerati,
ragazze madri, poveri d'ogni specie, ammassati nelle periferie della città,
costituirono "l'altro mondo", nel quale Marcello quotidianamente si
immergeva profondendo denaro e cure, strappando ore al sonno e rinunciando a
godere del cosiddetto "tempo libero".
E
che ciò non fosse soltanto il bisogno del "giovane ricco cattolico"
di acquietare i suoi scrupoli con la beneficenza, lo prova il fatto che già in
quegli anni l'attività caritativa di Marcello tendeva a radicarsi su una scelta
molto più difficile e a proiettarsi verso confini illimitati.
La
scelta più difficile era la verginità.
Era
logico che gli chiedessero come mai, nella sua posizione, non si interessasse a
qualche ragazza.
Ma
egli spiegava agli amici più intimi: «Quando tu continui a pensare a tutto
il genere umano, non puoi pensare a una persona sola!».
L'ampiezza
missionaria consisteva in questo protendersi del suo cuore a tutta l'umanità: i
poveri di Milano (che egli non dimenticò mai, nemmeno quando si trasferì in
Amazzonia) non erano altro per lui che «i poveri più vicini», quindi anche i
primi da soccorrere, ma essi facevano soltanto emergere quella immensa povertà
del mondo da cui Marcello si sentiva interpellato.
Ed
è bello qui anticipare che, quand'egli nell'ultimo periodo della vita si troverà
a Macapâ, a costruire un Ospedale per i più poveri dei poveri, alcuni barboni
di Milano non mancheranno di inviare al Dottor Candia la loro
"offerta"!
A
23 anni Marcello si laurea in Chimica all'università di Pavia, a pieni voti, e
assume subito l'incarico di Direttore Generale dell'azienda paterna. Continua
però anche a studiare fino a prendere un'altra laurea in Farmacia. Fa due anni
di servizio militare e ne approfitta per studiare ancora e prendere una terza
laurea in Biologia.
Scoppia
la guerra e viene chiamato sotto le armi. Per fortuna, data la sua preparazione,
gli assegnano un incarico tecnico di chimico nell'Arsenale di Piacenza dove
deve controllare esplosivi e munizioni.
Nel
settembre del 1943 entra nella resistenza e collabora col Comitato di
Liberazione Nazionale. Rischiando più volte la libertà e la vita, si impegna
soprattutto nella rete che i cappuccini di Milano hanno creato per salvare
ebrei e rifugiati politici, aiutandoli ad espatriare. Ed era Marcello a mettere
a disposizione il denaro che serviva per pagare quei documenti falsi necessari
che costavano sempre più cari.
Dopo
la Liberazione segue la fase della accoglienza dei reduci e di coloro che
tornavano dai campi di concentramento tedeschi.
Arrivavano
a Milano treni carichi di migliaia di creature disfatte, e qualcuno aveva
perfino viaggiato aggrappato esternamente ai convogli, o sul tetto dei vagoni:
tutti affamati, laceri, malati. E c'erano vagoni di donne e bambini disperati.
Nessuna
organizzazione ufficiale che potesse accoglierli, niente denaro, niente
strutture. Solo volontari, e tra i quattro che cominciarono c'era Marcello.
Alla
Stazione Centrale sorsero mense, dormitori, ambulatori medici, sartorie.
Marcello arrivava portando con sé generi alimentari, vestiti, scarpe.
Una
Domenica si senti in stazione la voce autoritaria di un cappellano militare
che chiamava i reduci a raccolta per la S. Messa: «Tutti a Messa. Chi non viene
a Messa non mangia!». Marcello afferrò il microfono con un sorriso e corresse:
«No, mangiano tutti, sia chi viene a Messa, sia chi non vuole venire».
Quel
cappellano aveva forse tanta fede a modo suo, ma Candia aveva fede e carità a
modo di Cristo.
E
quando i reduci s'erano appena ripresi, come lasciarli ripartire verso le
proprie terre e le proprie case senza una lira in tasca? Questa ultima e più
delicata attenzione - dopo la collaborazione in tutto il resto - era il compito
speciale che Candia riservava a sé. Per avere più disponibilità economiche a
questo scopo aveva perfino venduto la sua macchina fotografica e altri oggetti
personali.
Soprattutto
s'era lasciato intenerire dalle madri incinte o con bambini piccoli che
giungevano, bisognose di più aiuto e di maggior carità d'ogni altro.
Sognavano soprattutto un po' di riservatezza e una stanzetta, e non volevano
finire negli ospizi che rassomigliavano tanto ai lager.
Marcello
riuscì a farsi assegnare dal Sindaco di Milano Palazzo Sormani, un edificio
quasi distrutto dalle bombe, e nel giardino fece innalzare dei prefabbricati,
baracche sì ma tutte riscaldate.
Nacque
così una specie di Villaggio della Madre e del Fanciullo dove erano ospitate un
centinaio di ragazze-madri. Marcello era l'unico uomo che avesse accesso a quel
villaggio e vi entrava con un tale rispetto e una tale signorilità che
commuovevano quelle povere donne, molte delle quali avevano conosciuto solo la
violenza e la cattiveria maschile.
Vale
davvero la pena - anche per avere di lui un ritratto dal vivo - riportare la
descrizione che ne ha fatto la Responsabile del villaggio: «Era un giovanotto
alto, bello, istruito, elegante e buono. Sapeva stare con le ragazze, ridare
loro il senso della vita, della gioia, della speranza e del valore dell'uomo. Le
ragazze ne erano affascinate, ma il fatto straordinario era che egli era libero,
affezionato a tutte, ma non legato ad alcuna. Amava stare con i bambini,
chiacchierare con le ragazze, aveva attenzioni per tutte. Un vero signore,
spirituale e concreto assieme. Portava uno spirito di fraternità e umanità che
creava una atmosfera familiare. Molte ragazze lo adoravano e avrebbero dato
qualsiasi cosa per farsi sposare, ma non ho mai sentito di qualche rapporto
particolare. Eppure con le donne aveva un rapporto bellissimo: voleva che si
sentissero belle, eleganti; era capace di regalare loro un profumo o un
anello, sceglieva suppellettili di buon gusto. Ricordo che una volta un negozio
di stoffe ci regalò delle pezze bianche e nere per i vestiti delle ragazze.
Marcello rifiutò il dono perché voleva stoffe più colorate per loro, in modo
che potessero scegliere e farsi degli abiti più graziosi. Una volta andammo a
comprare piatti e scodelle: li prese tutti diversi, con dei fiori disegnati
sopra, anche se costavano di più, perché ognuna potesse avere i suoi. Era
sempre raffinato nel gusto, esigente per ciò che riguardava gli altri».
E
un'altra signora ricorda che Marcello "non arrivava mai a mani vuote: una
volta erano i bagnetti per i bambini, la volta dopo le tendine, un'altra volta
ancora dei veli bianchi di pizzo di Murano da regalare a ciascuna delle
ragazze. Gli piacevano l'ordine e l'eleganza; nel cortile di Palazzo Sormani
abbiamo fatto diversi concerti con eminenti concertisti, per raccogliere fondi:
lui organizzava tutto con signorilità, una rosa per le signore, l'invito su
raffinati cartoncini... ».
A
leggere e rileggere la vita di Marcello si finisce quasi per pensare che
queste descrizioni dei suoi anni giovanili siano ancora più commoventi di
quelle che raccontano la sua presenza tra i poveri e i lebbrosi del Brasile.
Più
commoventi non dal punto di vista del bisogno, o da quello della carità, ma dal
punto di vista della "tenerezza cattolica", perché ci voleva davvero
una infinita delicatezza per soccorrere il bisogno di quelle povere ragazze
ferite, non solo distribuendo il necessario con sussiego e degnazione, ma
offrendo perfino la bellezza, e l'omaggio dovuto alla loro sacra femminilità.
Comunque
il padre spirituale di Marcello, un rude e santo cappuccino, ritenne (secondo
una mentalità allora assai diffusa) che quell'ambiente non fosse adatto a
lui, ed egli obbedì pur soffrendone. Si dedicò subito alla fondazione di un
ambulatorio medico per i poveri, presso il convento dei suoi amati cappuccini.
E
subito lascia divampare la sua incontenibile passione missionaria.
Fonda
una rivista intitolata La missione che è in Italia il primo esempio di una
maniera colta di affrontare le tematiche della evangelizzazione. Fonda,
assieme a un medico, il "Collegio Universitario per Aspiranti Medici
Missionari" (CUAMM) e aiuta altri organismi di laici impegnati sullo stesso
terreno con cui viene in contatto. Fonda l'Ambulatorio missionario, poi una
Scuola di medicina e chirurgia missionaria, per preparare i futuri apostoli,
poi l'Associazione Laici in aiuto alle Missioni ("ALAM"). Più tardi
fonderà anche un Collegio studenti d'oltremare, per assistere giovani che i
missionari mandano a studiare in Italia.
La
sua genialità è nel fatto che accoglie le intuizioni più diverse, proprie o
altrui, le mette in atto e poi le affida a collaboratori capaci di portarle
avanti con libertà. Marcello non pretende di guidare tutto, ma è sempre
disponibile a dare una mano quando c'è bisogno di lui.
Intanto
il peso dell'azienda comincia a gravare tutto sulle sue spalle, dato che il
papà è sempre più stanco e affaticato, e si è alle prese con la costruzione
di un nuovo e più grande stabilimento industriale.
Nel
1950 papà Camillo muore e Marcello diventa unico responsabile dell'azienda.
Si dedica dunque a potenziarla, anche se proprio nello stesso anno incontra due
padri missionari che segneranno la sua vita.
Uno
è il cappuccino P. Alberto Beretta che sta per partire per il Nord-Est del
Brasile, dove andrà a fondare un Ospedale. Candia lo ha conosciuto
nell'ambulatorio medico che ha fondato, dove il padre lavora per impratichirsi
prima della partenza, e gli è diventato amico. Si può dire che la loro
passione missionaria per il Brasile maturi assieme, fraternamente.
È
bello a questo punto ricordare che questo Padre Alberto Beretta è fratello di
Gianna Beretta Molla che intanto si sta preparando, senza ancora saperlo, a
vivere con tutto il cuore la sua vocazione coniugale e materna, nella quale si
farà santa.
L'altro
incontro, ancora più decisivo per Marcello, avviene con padre Aristide
Pirovano, missionario del PIME in Brasile, poi Vescovo (deceduto il 3 febbraio
1997) che diventa per lui un vero Padre: è in Italia per chiedere aiuti per una
sperduta missione da lui fondata nel territorio dell'Amapâ, sulle foci del Rio
delle Amazzoni, ai confini con l'oceano.
E
a partire da questo incontro che Marcello sa d'avere una nuova patria:
esattamente il posto si chiama Macapâ. E comincia a parlarne a tutti con tanto
fervore che gli amici finiscono per chiamarlo «Dottor Macapâ». Ed era
inteso che egli vi si sarebbe recato, personalmente, appena possibile.
Da
quel primo incontro dovevano comunque passare quindici anni, prima che Marcello
riuscisse a realizzare il suo sogno.
Compì
tuttavia qualche viaggio in Brasile per rendersi conto, più da vicino, dei
bisogni di quella terra che ormai aveva scelto come approdo.
E
cominciò a inviare anche lì materiali da costruzione per la chiesa che Mons.
Pirovano stava facendo costruire a Macapâ.
Ed
è sempre lui: Marcello. Ai poveri di Macapâ non dona una chiesa qualunque,
ma una chiesa bella, disegnata da uno dei migliori architetti e con sculture
di Francesco Messina.
Il
suo trasferimento in missione era però rimandato a quando l'azienda sarebbe
stata ben consolidata e la sua presenza non sarebbe stata più necessaria.
Sembrava comunque questione di poco.
Era
la notte del 22 ottobre 1955 quando un immenso boato scosse Milano. Il nuovo
stabilimento inaugurato appena quindici giorni prima, il più moderno d'Europa,
saltò letteralmente in aria: era scoppiato il grande serbatoio che conteneva
60.000 litri di acido carbonico allo stato liquido che tornarono di colpo allo
stato gassoso producendo una terrificante onda d'urto, abbattendo tutto
all'intorno, e lesionando perfino le case vicine.
Per
fortuna era tutto deserto, e le vittime furono solo due operai di una fabbrica
vicina che lavoravano di notte.
La
Candia non aveva alcuna responsabilità - anche se ci vorranno più di dieci
anni perché le sue ragioni siano riconosciute - dato che l'enorme bombola di
acciaio era stata progettata da una ditta svizzera ed era stata costruita e
collaudata, da una ditta italiana, nel pieno rispetto di tutte le norme di
legge.
C'era
stato sì un errore dei progettisti nella selezione del tipo di acciaio da usare
per la costruzione, ma di questo la Candia non aveva alcuna responsabilità.
Marcello
era là: guardava il suo stabilimento ridotto a qualche pezzo di muro nero,
guardava grovigli di ferro accartocciati, e guardava il suo sogno missionario
andato in frantumi.
Ma
gli udirono solo pronunciare le antiche, dolenti e sagge, parole di Giobbe: «Il
Signore ha dato. Il Signore ha tolto. Sia benedetto il nome del Signore».
Cinque
giorni dopo il Corriere della Sera annunciava che la Candia avrebbe onorato
tutti gli impegni assunti con i clienti, attingendo ai depositi degli altri suoi
tre stabilimenti (di Aquileia, Napoli e Pisa) senza alcuna maggiorazione di
prezzo, nonostante i costi di trasporto fossero particolarmente onerosi.
E
la ricostruzione dello stabilimento di Milano sarebbe cominciata immediatamente.
Prevedendo
che la causa con le assicurazioni sarebbe andata per le lunghe (durerà fino al
1967), Marcello donò di tasca sua un milione di lire (siamo nel 1955!) a
ciascuna delle due famiglie colpite dalla tragedia.
Significava
gettare nella ricostruzione tutti i beni in possesso della famiglia Candia.
Non
erano passati due mesi e mezzo che la produzione riprendeva e, l'anno dopo, il
nuovo stabilimento era di nuovo in funzione e produceva a pieno ritmo.
Ma
il Brasile si era allontanato di anni: cause, avvocati, perizie, rinvii si
succedevano senza posa, e la conclusione sembrava allontanarsi sempre di più.
Marcello si sentiva sostenuto solo dalla sua fede e dal suo invincibile
desiderio. Cominciava però a comprendere che Dio lo voleva sì in missione -
voleva il suo dono, le sue ricchezze, la sua fatica, la sua vita - ma non
prima di averlo purificato da ogni ombra anche larvata di orgoglio.
Intuiva
che a Dio si può dare veramente tutto solo quando si è compreso che tutto è
già suo, e che perfino il nostro dono è sua grazia infinita. Bisogna saper
pregare e chiedere, prima di poter donare qualcosa a Dio.
Dovendo
ritardare la partenza, continua in ogni maniera possibile il suo lavoro nel e
per il laicato missionario, mostrandosi sempre pronto a sostenere tutti i
germi di impegno che nascono in quegli anni nella diocesi lombarda, e
accontentandosi di qualche viaggio in Brasile, dove va a rendersi conto del suo
futuro lavoro: quello che farà solo per Dio e per i suoi poveri.
Ed
erano viaggi in terre sprovviste quasi di tutto, ma lui già sognava in
grande. Sognava soprattutto di costruire in mezzo alla foresta un Ospedale
talmente ampio e attrezzato che molti l'avrebbero accusato di fare un'opera
dispendiosa e inutile (accusa che gli verrà infatti puntualmente rivolta da
alcuni missionari, ma tutti si sarebbero poi ricreduti).
E
ne cominciò la costruzione fin dal 1960, su un terreno donato dal Governatore
del Territorio Federale dell'Amapâ, inviando materiali dall'Italia.
Finalmente
nel 1963 Marcello Candia poté vendere l'azienda. Non tutti capivano. Gli
avevano detto, come se fosse la cosa più logica del mondo: «Resta a Milano a
dirigere la Ditta. La fai funzionare bene e quello che guadagni lo dai ai poveri
di Macapâ». Già questo, a molti industriali cristiani sarebbe sembrato una
esagerazione, una follia. A Marcello sembrava troppo facile. Rispose: «Non
basta dare un aiuto economico. Bisogna condividere con i poveri la loro vita,
almeno quanto è possibile. Sarebbe troppo comodo che me ne stessi qui a fare la
vita agiata e tranquilla, per poi dire: "Il superfluo lo mando là".
Io sono chiamato ad andare a vivere con loro!».
Parte
nel giugno del 1965, ma proprio nel marzo di quell'anno Mons. Pirovano non è più
in Brasile. Lo hanno eletto Superiore Generale del PIME ("Pontificio
Istituto Missioni Estere") e a Macapâ, ad accogliere Marcello c'è solo
l'attestato lasciato dal Vescovo che garantisce: «Il Dottor Marcello Candia è
stato accettato da questa Prelazia in qualità di Missionario Laico». Un po'
poco per rischiare tutta la propria vita, anche se il Vescovo-Superiore prima di
partire ha consigliato di nominarlo Direttore Amministrativo"
dell'Ospedale in costruzione.
Che
egli si sia messo in viaggio «per fede», è dimostrato proprio da questi due
dati che senz'altro dovettero pesare su di lui: l'età (quasi cinquant'anni) e
l'assenza dell'amico col quale aveva tutto pensato, desiderato, organizzato.
L'età
gli pesò soprattutto nella questione della lingua: imparare il portoghese fu
l'impegno e l'affanno dei primi giorni e non gli riuscì mai bene. Di lingue ne
sapeva quattro o cinque, ma finì che faceva confusione e si esprimeva in un
miscuglio di idiomi tutto suo.
L'assenza
di Mons. Pirovano gli costava un certo imbarazzo e qualche reticenza da parte
degli altri missionari: molti, come abbiamo già accennato, consideravano quel
grande Ospedale una follia. Dicevano che al suo posto si sarebbero potute
costruire decine e decine di "centri sanitari" sparsi in tutto il
territorio: non solo sarebbe stata una decisione più utile e saggia, ma si
sarebbe evitato il rischio (assai temuto) che quell'Ospedale finisse come la
celebre "cattedrale nel deserto".
E
guardavano con malcelato sospetto quel "signore milanese ", generoso sì,
ma che si sarebbe prima o poi stancato, e li avrebbe lasciati nelle peste.
Altri
poi si comportavano con lui senza troppa delicatezza: come liberamente
esponevano i loro dubbi sull'opera gigantesca intrapresa da Candia, così
liberamente si servivano nei suoi magazzini per le loro piccole e personali
imprese.
«Col
materiale elettrico che ho portato a Macapâ avrei potuto costruire non un
Ospedale, ma tre», sospirava Marcello. Ma i missionari un po' seguivano
l'idea che tra religiosi tutto è in comune, un po' pensavano giusto utilizzare
quel materiale per necessità ritenute più urgenti: le proprie, evidentemente.
Sembrano
sciocchezze, ma sono esse a logorare spesso le grandi imprese. E così sarebbe
avvenuto se Marcello fosse giunto in Amazzonia pieno di pretese. Soffriva,
questo sì, perché da bravo industriale era abituato a far funzionare tutto
alla perfezione e con correttezza, e si trovava a contatto con l'approssimazione
e con qualche rozzezza.
Ancora
di più si aggravò poi il problema quando furono le autorità civili a
rovesciargli addosso sospetti e meschinità.
Pensavano
che quell'industriale nascondesse chissà quali progetti inconfessabili. Si
fingeva matto (scimmiottando i santi che danno via tutte le loro ricchezze), ma
doveva certo avere qualche nascosto interesse.
Lo
controllavano, lo spiavano, non trovavano nulla, ma ancor più si intestardivano
nel sospetto. Gli rifiutavano i permessi, moltiplicavano gli intralci
burocratici, lo raggiravano con le loro leggi, ritardavano la consegna dei
documenti, gli imponevano inutili controlli, gli infliggevano sgarbi e
umiliazioni a non finire (giorni e giorni lasciato in sala d'attesa!).
Quando
saranno passati molti anni e si saranno un po' abituati a lui, il Governatore
confesserà: «Questo Dottor Candia non lo capisco. È anni che lo studio. Deve
essere un po' matto, eppure sembra una persona tanto normale... ».
Ci
vorranno anni e opere prima che gli sia riconosciuto ufficialmente e
affettuosamente il titolo di «cittadino di Macapâ».
E
altri ancora prima che un settimanale brasiliano lo proclami «l'uomo più
buono del Brasile».
Intanto
si dedica alla costruzione dell'Ospedale, sopporta umilmente le ostilità.
Dice: «Si vede che il Signore vuole che io faccia un po' di sacrifici».
E
soprattutto cerca di imparare la povertà: essa lo avvolgeva da ogni parte e in
ogni maniera.
I
missionari erano stati abituati a questo, fin dalla giovinezza, da lunghi anni
di formazione seminaristica. Marcello, che era abituato a un tenore di vita
alto, cercava di adattarsi a tutto senza lamentarsi mai: stile di vita
primitivo, privazioni di ogni conforto, viaggi disagiati, cibo scarso in quantità
e qualità.
«Quando
è arrivato lui - raccontava un missionario - il pane non era cosa di tutti i
giorni, e la carne la si vedeva poche volte perché non c'erano frigoriferi...
».
C'erano
poi i disagi dovuti a una quasi assoluta mancanza di igiene.
E,
ancor più logorante per un tipo come lui, c'era quella certa endemica
indolenza degli abitanti del luogo che li spingeva a rimandare sempre, e
Marcello sentiva che il suo dinamismo e la sua irruenza ne uscivano mortificate.
Racconta
un amico che lo conobbe prima della partenza dall'Italia e lo rivide dopo
qualche anno di Brasile: «Candia era dinamico, sicuro di sé, abituato a
comandare e a parlare sempre lui. Era un uomo generoso, benefico, che aveva
grandi mezzi a disposizione, ma con la coscienza di averli e di saperli usare.
Insomma, aveva un atteggiamento che, in milanese, si definisce "da
padrone del vapore". Ma ogni volta che tornavo in Amazzonia lo trovavo
cambiato. Si era reso conto di aver bisogno di tutti per realizzare le sue
aspirazioni. Era un cambiamento notevolissimo: da un uomo al centro del suo
mondo, stava diventando servo di tutti... Si sentiva davvero al servizio di
coloro che Dio gli faceva incontrare... ».
Ogni
giorno che passa, si fa sempre più tutto a tutti. E pensare che già nel 1967
subisce il primo infarto, e la salute comincia a lasciarlo.
Intanto
è la costruzione del grande Ospedale che lo assorbe: un'area di circa 93 mila
metri quadrati, con una costruzione di 8.315 mq (l'edificio principale si
estende per 160 metri di lunghezza e 15 di larghezza. E poi altri 3.388 mq di
costruzioni ausiliarie. L'inaugurazione è del 1969. La completa entrata in
funzione di tutti i reparti avviene nel 1970.
Marcello
ha materialmente progettato e finanziato tutto, ma l'idea - egli diceva sempre -
l'idea era del Cardinal Montini, che intanto era divenuto papa Paolo VI.
Era
stato Montini durante una udienza a dargli i criteri giusti: «Se fa un Ospedale
in Brasile - gli aveva raccomandato - lo faccia brasiliano. Faccia attenzione
ad evitare ogni sorta di paternalismo, non imponga le sue idee agli altri, anche
con buona intenzione. Faccia l'Ospedale non solo per i brasiliani, ma con i
brasiliani, e si proponga come obbiettivo finale di non essere più
necessario. Quando arriverà il momento in cui lei si sentirà inutile, perché
l'Ospedale potrà continuare anche senza di lei, allora avrà realizzato una
vera opera di solidarietà umana... ».
Come
sono belle queste indicazioni che dovrebbero essere assunte e applicate da
chiunque si dedichi a una qualunque opera cristiana: «dare tutto, ma in maniera
da diventare non necessario».
E
il Cardinale gli aveva inoltre raccomandato di fare un Ospedale-scuola: in
missione saper curare malattie era meno importante che insegnare a curarle.
L'Ospedale - aveva spiegato il saggio e santo Cardinale - sarebbe stato
inutile se non fosse riuscito a influire fin nella vita dei villaggi e delle
capanne disseminati nella foresta.
E
infine: doveva essere un Ospedale che "non mandasse mai via nessuno ".
Candia
infatti disporrà che nel momento dell'accoglienza non si dovesse fare nessuna
indagine economica: né se e quanto i malati potessero pagare, e neppure se
avessero una qualche previdenza sociale. L'indagine sarebbe avvenuta in un
secondo momento. Per coloro che non avrebbero potuto disporre di nulla (in
media, il cinquanta per cento dei ricoverati) avrebbe pagato il «presidente
onorario», cioè Marcello stesso.
Ma,
per quanto ricco, dove avrebbe preso i soldi necessari? Già la costruzione era
costata un patrimonio; come avrebbero fatto nel futuro?
Un
paio d'anni prima di morire Marcello raccontava che agli inizi una tale domanda
lo angustiava. Si chiedeva: «Come farò quando saranno finiti i miei milioni?»
e quasi si impazientiva al vedere che, pur vivendo tra tanti santi (missionari,
preti, suore) nessuno di essi sembrava disponibile a fare qualche piccolo
miracolo: una moltiplicazione di denaro, ad esempio. Scherzava: "Poi mi
sono convinto che anche i padri e le suore più buoni e santi i miracoli non li
sanno fare o forse li fanno solo di nascosto e nessuno li vede».
Ma
poi il miracolo se l'era visto sbocciare lui tra le mani: man mano che i suoi
milioni diminuivano, aumentavano quelli che gli mandavano dall'Italia e da
altri paesi del mondo.
E
un miracolo ancora più grande era quello di vedere che la gente del posto,
abituata a secoli di rassegnazione e di passività, acquistava speranza e
capacità di collaborare attivamente alla propria elevazione.
Le
pene tuttavia non mancano: ancora nel 1973 viene convocato dal governo federale
per rispondere dell'accusa di "aver fatto entrare illegalmente medicinali
in Brasile", tanto è infinita la meschinità degli uomini.
Ma
la pena più grande era quella di vedere che - nonostante le sue cure -
l'Ospedale tendeva irresistibilmente a deviare verso una assistenza per i più
abbienti. Lui voleva sì che l'Ospedale funzionasse bene ed esigeva che tutto
fosse efficiente (diceva che "l'efficienza è un modo di pregare) proprio
per il rispetto e l'amore dovuti ai più poveri.
Marcello
si rodeva il fegato. Diceva: «Io voglio un Ospedale missionario per i poveri, e
quindi deve essere per forza in passivo. Se è in attivo, vuol dire che non è
missionario, e non è per i poveri». Ma i collaboratori erano centinaia, e non
tutti la pensavano allo stesso modo.
Lui
che era molto esigente nel tenere aggiornati i bilanci e i preventivi, aveva
capito che per i poveri doveva modificare la sua logica istintiva: «Il mio modo
di pensare è cambiato. Venendo dall'industria, sulle prime facevo previsioni,
programmi, progetti; pensavo ai soldi, alle banche per i finanziamenti, tutto
doveva procedere con logica matematica e mi lasciavo prendere dalle
preoccupazioni. Pian piano mi sono accorto che quando si ha a che fare con Dio
le cose cambiano. I conti si fanno presto: i ricoverati che possono pagare le
prestazioni sono il 10%, quelli che hanno il sostegno delle mutue sono il 40%.
Gli altri non possono dare altro che se stessi da curare. E così ho imparato
che un Ospedale per i poveri, per funzionare bene, deve essere sempre "in
deficit". Lei non sa che cosa ha voluto dire per me entrare in questa
logica! Quando i miei soldi finirono mi dissi: "Quelli che mancano verranno
dalla solidarietà umana!". E difatti, da allora, arrivano quelli degli
amici, degli operai della mia ex fabbrica, di tutti coloro che metto a parte di
questa mia opera».
Decise
allora di donare l'Ospedale a una congregazione religiosa sperando che ciò
garantisse nel tempo lo spirito missionario e le finalità caritative. E nel
1975 lo donò ai Camilliani.
Spiegò
(applicando obbedientemente quello che il suo vescovo Montini gli aveva
insegnato): «Non è cristiano realizzare se stessi in un'opera. Bisogna
realizzarsi in Dio. Se avessi voluto realizzarmi in un'opera avrei potuto fare
un altro stabilimento a Milano... Nell'Ospedale non ho cercato la mia
realizzazione, quindi l'ho ceduto volentieri. È stato bene che l'abbia
cominciato io e portato avanti con i soldi che Dio mi ha dato. Ma poi bisognava
rendersi inutili. Anche perché chi viene dopo deve essere libero di portare un
rinnovamento; altrimenti, se fossi rimasto io il direttore, stavo sullo stomaco
a tutti e frenavo il progresso. Invece mi sono ritirato, e cerco soldi perché
voglio che siano liberi».
Un'altra
opera intanto aveva affascinato il suo cuore: il lebbrosario di Marituba,
quattrocento km più a sud.
Era
allora sperduto nella foresta, vera anticamera dell'inferno da dove non si
poteva più uscire e dove era proibito ai sani di entrare. Anche Marcello la
prima volta che vi giunse nel 1967 dovette fermarsi al reticolato presidiato da
guardie.
Un
villaggio di mille lebbrosi abbandonati a sé stessi: senza solidarietà,
senza legge, senza igiene, senza morale, senza pace, quasi senza cure, ammassati
in padiglioni putrescenti, in compagnia di topi e scarafaggi. Insomma: un
villaggio in cui non era ancora arrivato nessun Padre Damiano de Veuster.
Arrivò
Marcello e comprese che la prima cosa da fare era piantare in mezzo al villaggio
la speranza: una piccola comunità di anime consacrate (preti e suore) come
segno visibile della salvezza.
Tutti
giuravano che il progetto era impossibile, il governo non voleva saperne di
intromissioni religiose. Per arrivare ad ottenere il terreno all'interno del
recinto e il permesso di edificarvi la sua Casa di preghiera Nostra Signora
della Pace - come vero cuore del lebbrosario - Marcello dovette dimostrare di
che cosa era capace: nuovi e ariosi padiglioni ben allineati ai lati di una
dritta via centrale, poi le casette per le famiglie, poi il centro sociale con
un presidente eletto dagli stessi lebbrosi, gli ambulatori, i vari laboratori
che garantiscono la operosità e la sussistenza economica dei malati.
Ma
questo non era ancor nulla rispetto al clima di fiducia e di affetto che
Marcello riuscì a creare con l'aiuto dei suoi collaboratori, soprattutto
delle suore e dei preti.
Egli
era convinto d'aver trovato nel lebbrosario un tesoro: un tesoro di amicizie,
di affetti, di esperienze. Sosteneva che proprio lì il Signore gli aveva dato
quel "centuplo" promesso dal Vangelo.
Quando
giunsero le suore, provenienti dall'Italia, una di esse gli confidò angustiata
di non riuscire nemmeno a guardarli, quei lebbrosi, tanto il loro corpo era
deformato: «Non riesco a guardarli bene, non ho il coraggio... Forse non sono
abbastanza generosa».
«No,
suora - rispose paternamente Marcello - non violenti la natura. Se non li
guarda oggi, li guarderà domani. Bisogna dar tempo al tempo, e il Signore
l'aiuterà». Lui non solo li guardava, ma li toccava, li abbracciava,
mangiava con loro, si riposava discutendo con loro e ascoltando i loro lunghi
racconti.
Aveva
capito che con i lebbrosi, la cura più importante era usare il metodo di Cristo
che, per guarirli, "li toccava". Solo così cominciano a sentirsi
uomini, e amati, coloro che per lunghi pregiudizi sono sempre stati considerati
"intoccabili".
E
anche la suora scopri presto la legge dell'amore: quando ami non ti accorgi più
delle deformità, tanto bella ti appare l'anima, l'amicizia, la affezione di
quei malati che sono diventati tuoi, parte della tua vita.
Così,
quando nel 1980 Giovanni Paolo II, in visita al Brasile, chiese che il
programma includesse la visita a un lebbrosario, scelsero quello di Marituba:
e quando il Papa li abbracciò, uno per uno, alcuni lebbrosi dissero piangendo
che valeva la pena di aver tanto patito per una grazia così grande.
Finito
d'abbracciare i lebbrosi, il Papa chiese dove si fosse nascosto il Dottor
Candia, dato che non gli era riuscito ancora di vederlo: lui non era sul palco
con le autorità; era a spingere la carrozzella di un lebbroso, privo di piedi e
di mani, intento ad agitare un ventaglio per rinfrescare il povero malato da
tutto quel caldo.
Quando
Marcello, chiamato, gli giunse davanti il Papa lo baciò in fronte, ed egli fu
felice come un bambino.
Dicono
che il titolo Marcello dei lebbrosi (dato anche alla sua biografia, scritta da
P. Gheddo) è quello che più gli si addice.
Ospedale
di Macapcí, lebbrosario di Marituba: ce n'era abbastanza per riempire quei
diciott'anni di vita che Marcello passò in Brasile.
In
realtà l'elenco delle sue attività è molto più lungo, e il campo d'azione
incredibilmente vasto. Sono 14 le opere iniziate da Marcello di cui si prende
oggi cura la Fondazione Candia, e comprendono: ospedali, scuole, villaggi,
lebbrosari, conventi, seminari, chiese, associazioni di volontariato: tutte
opere disseminate da Macapâ a Belo Horizonte, alle favelas di Rio de Janeiro,
e fino ai confini con la Bolivia.
Il
suo criterio era semplice e strettamente vocazionale. Per essere sicuro di
rispondere sempre di sì al Signore, aveva preso una decisione radicale: «In
tutto ciò che il Signore mi fa incontrare io mi ci butto dentro».
Tra
tutte le opere però erano particolarmente cari al suo cuore due piccoli Carmeli
(uno vicino all'Ospedale di Macapa, l'altro a Belo Horizonte) dove chiamò le
suore carmelitane di Firenze: una congregazione che ha la caratteristica di
legare assieme una forte esperienza contemplativa, quasi claustrale - centrata
soprattutto sull'adorazione eucaristica - e una attività apostolica destinata a
trasmettere soprattutto la tenerezza di Dio verso i più poveri.
A
dire il vero, i piccoli Carmeli non erano per Marcello un'opera tra le altre: li
voleva come cuore di tutta l'attività, come origine di tutta l'energia sacra
che era necessaria perché quel suo "impero della carità" restasse
appunto pervaso di amore.
Più
si gettava nell'attività, più Marcello sentiva il bisogno di pregare e di
far pregare. Più aveva bisogno di soldi, più sentiva che il flusso del denaro
non serviva a niente se non giungevano prima ondate di preghiera.
Quando
girava a chiedere sostegno per la sua opera diceva senza mezzi termini: «Pregate
per me. Sono io che vi prego di pregare. I soldi, gli aiuti, le braccia, i ponti
aerei, le decisioni di farmi da retroterra per sostenermi vengono dopo. Tutto
viene dopo la preghiera. Io ho, per prima cosa, l'urgenza che voi, insieme,
accettiate di dire al Padre, di ripetergli: "Signore, aiuta l'Ospedale sul
fiume, la sua gente sofferente, quelli che le stanno attorno e si prodigano.
Signore, tu solo puoi dare movimento ai progetti e agli scopi "».
Nella
chiesetta del Carmelo Marcello si ritirava ogni giorno per la sua "ora di
preghiera" durante la quale sembrava non esistesse nient'altro, per lui. Se
lo raggiungevano per qualche urgenza, quasi non riuscivano a farsi ascoltare,
talmente era e rimaneva assorto.
Poi
si alzava dal suo banco e diceva tutto soddisfatto: "Adesso me ne vado
contento perché la preghiera mi ha rafforzato".
E
diceva sorridendo che lui era «il novizio delle carmelitane».
Più
l'azione diventava travolgente, più la contemplazione lo assorbiva. A chi si
meravigliava di questo bisogno di preghiera (e voleva che tutti i suoi amici lo
condividessero) spiegava che, quanto più il bisogno dei poveri diventa urgente
e struggente, tanto più ci si sente "al di sotto delle loro
speranze"; allora "si coltiva l'obbligo cocente di un miglior
servizio, di una costante dedizione, di una vittoria piena e definitiva su
qualunque stato di crisi", e si capisce che c'è un solo luogo dove ogni
bisogno può essere raggiunto e ogni dono può essere offerto: la preghiera,
l'unione con Dio, che tutto abbraccia e a tutto dà risposta.
Quando
gli chiedevano perché mai avesse scelto proprio delle carmelitane, tenute più
d'ogni altro istituto al riserbo e alla contemplazione - con tutto il lavoro
che c'era da fare - spiegava pazientemente: «Quando sono venuto a Macapâ la
prima volta avevo molti mezzi economici, e volevo spendere tutto per fare un
Ospedale e altre opere. Ero un uomo religioso, ma con buoni mezzi umani, e
contavo molto su di essi e sulla mia esperienza di organizzatore. Poi, quando ho
incontrato davvero i poveri, i lebbrosi, gli handicappati, quando mi sono
trovato di fronte a tanti casi umani, mi sono accorto che se anche avessi
costruito una organizzazione perfettissima per curare i corpi, non avrei risolto
i problemi di questa gente. Ho capito allora che la priorità assoluta è quella
spirituale: tutti i mezzi economici e tecnici contano, e bisogna usarli, ma non
valgono nulla se non sono accompagnati dall'amicizia, dall'attenzione alle
persone, dall'aiuto di Dio".
"Questo
va bene, gli dicevano, ma perché scegliere proprio quelle suore che hanno la
vocazione di passare molto tempo in preghiera?".
Rispondeva:
"Perché per avvicinarsi a dei malati gravi, a poveri che non hanno più
speranze umane, a sofferenti abbandonati da tutti ci vuole una preparazione di
preghiera e di contemplazione. Quando tutte le speranze umane vengono a
cadere, rimane solo Dio... Le mie suore stanno dando una meravigliosa
testimonianza a tutto il popolo».
E
quando la prima suora carmelitana giunse da Firenze, trovò ad attenderla
all'aeroporto un Marcello raggiante che le offriva un gran mazzo di rose rosse.
Per
la suora era la prima volta che qualcuno l'accoglieva in quel modo, per Marcello
era una esigenza della sua antica e innata signorilità, ma le rose erano
anche il simbolo che egli si era definitivamente scelto (e lo faceva dipingere
dovunque): simbolo di una bellezza nata tra le spine, com'era tutta la sua
opera.
Un'altra
opera di Marcello, forse la principale, è più difficile da raccontare: erano i
due mesi all'anno che egli passava in Italia: i mesi rigidi dell'inverno, quelli
che costavano di più al suo cuore che aveva avuto un infarto già nel 1967 e ne
subirà altri quattro nei dieci anni successivi, fino a un delicatissimo
intervento chirurgico che gli lascerà tre by-passes.
Nonostante
ciò continua nei suoi viaggi; è come un gioco commovente: lo mandano in
Italia perché possa riposarsi e ritorna più distrutto di prima. Al dottore
che gli raccomanda di «andare in Italia, a fare qualche mese di vita più
tranquilla» risponde: «veramente, Dottore, la vita tranquilla io la faccio qui
in Brasile».
In
Italia è un giro vorticoso di impegni: incontri, conferenze, dibattiti a non
finire, soprattutto da quando G. Torelli, un brillante giornalista, ha scritto
su di lui un libro che vende in poco tempo centomila copie: «Da ricco che
era... », di cui viene perfino pubblicata una edizione per le scuole.
Dovunque
vogliono ascoltarlo e lui si presta, anche se non è un bravo parlatore, anche
se spesso si convince terrorizzato che non saprà cosa dire. Poi invece parla,
parla in maniera torrenziale, trascurando gli appunti presi, ma comunicando una
incontenibile passione.
A
volte, durante i viaggi in macchina per recarsi da un appuntamento all'altro,
lo vedono che si stringe il petto perché il cuore gli duole; allora si
raccoglie in se stesso e si immerge in preghiera; sembra che mormori sempre le
stesse parole. A chi lo interroga spiega che ripete al suo Dio: "Signore,
aumenta la mia fede! ". Gli dicono complimentandosi che la sua fede è già
abbastanza grande se lo ha spinto fino ad abbandonare tutto. Risponde: "La
fede non è mai abbastanza grande!".
Dagli
incontri col pubblico traspariva la sua passione per i poveri e per le opere
iniziate a loro favore, certo, ma soprattutto passione per Dio: «Parlava di Dio
come chi si intrattiene spesso con Lui, come uno che Lo conosce bene», han
detto i suoi ascoltatori.
E
fu in questi innumerevoli incontri che si formò una catena di solidarietà
che dura tutt'oggi. Poco prima di morire, Marcello riesce a istituire la
Fondazione Dottor Marcello Candia che si è potuta far carico, anche
giuridico, di tutte le sue imprese, (molte delle quali sono diventate autonome)
e con lo scopo di far vivere e dilatare l' «impero di carità», da lui
lasciato, con la stessa passione e la stessa verità.
Un'ultima
pagina ci resta da raccontare: una pagina capace di descrivere Marcello così
com'era davvero, con la sua genialità, la sua passione, la sua efficienza, la
sua fede incrollabile, ma anche con i suoi difetti.
«Che
sant'uomo, ma che tormento!», scrive simpaticamente il suo biografo, citando il
giudizio che Don Abbondio dava del Cardinal Federigo, nei promessi Sposi.
L'espressione
colpisce nel segno anche per il suo realismo: in Marcello anche i difetti
erano vistosi come la sua carità: era testardo nelle sue idee, impaziente nella
realizzazione, perfezionista, esigente con i suoi collaboratori e pronto a
scartarli se non erano come se li aspettava; era convinto d'aver ragione e
pronto a dimostrarlo per tutto il tempo necessario, insistente fino
all'esasperazione, travolgente.
Molti
di coloro che avevano a che fare con lui - soprattutto quando non erano presi
dalla sua stessa incontenibile passione, o se erano diversamente orientati -
finivano per non sopportarlo.
Poi,
quando non erano in questione i suoi poveri e le opere necessarie al loro
sostegno, aveva anche tutte le virtù: era molto umile, sempre grato, senza
alcuna pretesa, cordialissimo, pronto a scusarsi per un nonnulla, generoso fino
all'inverosimile, e nessuno poté mai dire che facesse pesare un suo dono. Anzi
chiedeva continuamente scusa per dover svolgere la parte del donatore.
Veramente
era e si sentiva soltanto un servo, ma quel servizio voleva farlo alla
perfezione.
Ma
senza quell'esatta miscela di virtù e di difetti, probabilmente non gli
avrebbero lasciato fare ciò per cui Dio l'aveva mandato: attorno a lui
pullulavano anche incomprensioni, critiche, invidie, maldicenze, pigrizie,
meschinità. E lui era un gigante buono che non riusciva a muoversi senza dare
qualche scossone.
La
Chiesa di solito, durante i processi di canonizzazione, chiede che venga
dimostrata la eroicità del candidato in tutte le virtù: si deve dimostrare che
egli le ha esercitate tutte in maniera eroica.
Nel
caso di Marcello, si dovrà probabilmente cambiare metodologia: non si potrà
forse dimostrare che ha esercitato in maniera eroica tutte le virtù, e si dovrà
ammettere che ha "esercitato" anche qualche difetto. Ma si dovrà
senza dubbio riconoscere che egli ha gettato nel fuoco della sua carità tutto
ciò che aveva e tutto ciò che era.
Per
il resto, Dio, che ama i suoi eletti e li vuole davanti a sé splendenti di
luce, non gli risparmierà quelle ultime prove che servono sempre a purificare
le creature dalle loro scorie.
Non
sono prove che il Signore debba inventare, bastano gli uomini per questo. Ma
Dio se ne serve per far maturare i suoi santi.
Proprio
l'ultimo anno di vita Marcello si ritrovò solo col suo Dio: pensava che lo
avrebbe stroncato un infarto e si accorse d'avere un tumore che devastava il suo
corpo. Non ne parlava mai con nessuno, e forse non aveva nessuno con cui
parlarne.
S'era
confidato solo, con molto pudore, con le carmelitane, chiedendo loro il
silenzio: «Desideravo morire di una malattia pulita - disse - e invece dovrò
morire sporco e pieno di piaghe. Per fortuna il Signore ci nasconde sempre il
peggio. Comunque devo morire presto».
Era
un cancro alla pelle, ormai in metastasi.
Ma
questo non era ancora il peggio: quell'ultimo anno sembrava che la cattiveria
tentasse di corrompere la sua opera: soprattutto all'Ospedale cominciavano le
divisioni, le accuse reciproche, le calunnie.
Marcello
soffriva come se tutto quel male lo facessero a lui. Implorava: «È
impossibile che il Signore ci benedica, perché non ci vogliamo bene. Io sono
venuto in missione per occuparmi dei poveri, invece mi trovo sommerso in
problemi superiori alle mie capacità. Sono un laico, sono un poverino... Non
vorrei esser tirato dentro in questioni che non sono di mia competenza...».
Come
si intuisce, c'era di mezzo qualche bega di frati e di preti in crisi, e la
calunnia di qualche malvagio.
Ci
fu perfino chi accusò Marcello di aver rubato. Evidentemente non ci credette
nessuno, ma lui si senti ferito a morte.
Disse
alle Carmelitane: «Ero preparato a tutte le accuse, ma a questa - di aver
rubato - proprio no. Non piango, perché sono un uomo, ma ho capito l'angoscia
di Gesù che grida: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? "».
E
riferendosi poi alle divisioni che serpeggiavano, che volevano ingiustamente
attribuire a lui, aggiunse: «Sono ai piedi del Calvario. Mi sono preparato a
salirlo. Pregate il Signore che mi aiuti. Mi accusano di essere causa di
divisione, qualcuno non mi saluta più... Il Signore sa quanto vorrei
scomparire! Vorrei solo poter aiutare e servire i poveri. Sono venuto in
missione per questo e invece mi trovo tirato dentro in cose che non mi
riguardano».
Gli
ultimi mesi di permanenza in Brasile li passa soffrendo quel male che gli
distrugge il corpo, senza quasi che nessuno se ne accorga. Vedono solo che non
riesce quasi più a mangiare.
Ma
nessuno interviene: qualcuno per noncuranza, qualcuno per troppo rispetto.
Una
sera è la cuoca che, per convincerlo a mangiare la sua ministra, gli passa
maternamente la mano tra i capelli. E lui si mette a piangere.
Quando
decide di partire per l'Italia, per un ultimo controllo, è ormai sfinito: non
chiede nemmeno di essere accompagnato da un medico - e nessuno glielo offre - e
neppure da un prete: ha con sé solo un ragazzo di 19 anni che gli fa da
segretario.
All'areoporto,
a salutarlo, c'è solo un missionario con un gruppo di ragazzi handicappati: gli
altri non sanno, non capiscono, quasi non si accorgono che se ne va per sempre.
Nessuna
cattiveria, certo, nessun rifiuto, ma tanta incomprensione e mancanza di
sensibilità: in fondo molti l'hanno sempre considerato come un manager, anche
se col pallino della carità.
Chi
lo vede salire a fatica la scaletta dell'aereo ha l'impressione che stia salendo
sul Calvario.
Sull'aereo
cade. All'areoporto di Parigi sviene, e quasi non riesce a ripartire. A Milano
devono accelerare le procedure di uscita perché temono non giunga in Ospedale.
L'ultima
diagnosi dice: cancro al fegato, già in fase avanzata, con metastasi ossea
all'altezza del polmone destro.
Muore
venti giorni dopo, e gli infermieri diranno di non aver mai visto un malato come
lui: un malato che "non si lamentava mai di nulla e ringraziava sempre di
tutto". L'unica e ultima preoccupazione era per i suoi poveri: «Io qui ho
tutto - diceva - non mi manca nulla, mentre i miei poveri, i lebbrosi laggiù,
non hanno niente...».
Agli
amici lasciava perciò in eredità la frase che aveva fatto scrivere sulle
pareti della sua abitazione in Brasile: «Non si può condividere il Pane del
cielo, se non si condivide il pane della terra».
Ma
era infinitamente contento: «Ho lavorato, ho pregato... ma adesso il Signore
Gesù mi dà la cosa più alta, mi dà la sofferenza... dandomi la possibilità
di abbandonarmi a Lui con tutta la mia gioia e il mio amore... Questa è
l'esperienza più bella».
La
Fondazione è la concreta conseguenza dello slancio missionario di Marcello
Candia. Da lui voluta ed entrata in attività alla sua morte, si prefigge di
dare continuità alle opere da lui iniziate e di svilupparne altre sollecitate
dalle esigenze contingenti a favore dei lebbrosi e dei poveri del Brasile con
particolare riferimento alla regione Amazzonica.
Ancora
vivente Marcello gli interventi si erano già estesi oltre i confini
dell'Amazzonia, e ancor oggi varie iniziative, richieste dalla difficile
situazione, vengono promosse dalla Fondazione in numerose località del Brasile
senza distinzione di regione.
I
fondi raccolti vengono destinati dal Consiglio della Fondazione Marcello Candia
alle diverse iniziative e inviati direttamente ai responsabili di ogni singola
opera in Brasile.
La
Fondazione Marcello Candia in Brasile opera attraverso religiosi e laici
appartenenti a Istituzioni che garantiscono la continuità delle iniziative; in
Italia si basa sul volontariato dei Consiglieri e di alcuni amici presenti in
diverse città italiane.
La
Fondazione, attraverso la Lettera agli amici di Marcello Candia, - pubblicazione
semestrale da richiedere in sede - dà informazione in merito alle diverse
attività svolte ed annualmente pubblica il bilancio per rendere conto a tutti
della destinazione dei fondi.
Marcello
Candia fin da quando, ragazzo, accompagnava la mamma alla periferia di Milano
nelle visite ai poveri, vedeva con i suoi occhi come molto spesso la malattia si
accompagni alla povertà. Il ricco, il benestante, curano la propria salute; il
povero il più delle volte la trascura per mancanza di cultura e di mezzi.
Quello
che aveva visto in Italia, lo rivide poi moltiplicato negli stati più poveri
del Brasile. Qui non c'era soltanto la lebbra, ma anche la tubercolosi, la
malaria e altre malattie che colpivano in particolare l'infanzia.
Ecco
perchè sull'esempio e nello spirito di Marcello Candia, la Fondazione ritiene
suo compito primario l'aiuto ai malati poveri attraverso la realizzazione di
ospedali, ambulatori e posti medici, come pure l'assistenza domiciliare e la
distribuzione di medicinali e di viveri a coloro che non hanno la possibilità
di procurarseli per infermità e mancanza di lavoro. Ricordiamo l'Ospedale di
Macapà realizzato da Marcello Candia e quelli di Grajaù e Balsas nel Maranhào
da lui sostenuti. A questi si sono aggiunti gli Ospedali realizzati recentemente
dalla Fondazione a Quixadà, ora condotto da quella diocesi, quello di Porto
Velho, in Amazzonia, ora condotto dalle Suore Martelline e quello di Rio Branco
condotto dalla diocesi. Sono stati inoltre realizzati ambulatori a Rio de
Janeiro nella favela do Borel, a Belo Horizonte nella favela do Planalto Novo, a
Marituba nel bairro di Decouville, a Brumadinho nel Minas Gerais, ad Antonio Gonçalves
e a Belém.
In
Brasile è ancora diffuso il morbo di Hansen, comunemente conosciuto come
malattia della lebbra. Nei confronti di tale malattia sono radicati ancor oggi,
eccessivo timore e disinformazione. La lebbra è una malattia infettiva poco
contagiosa, dalla quale è possibile, in alcuni casi, guarire completamente;
soltanto un contatto prolungato, in condizioni igienico sanitarie precarie,
porta alla trasmissione del morbo.
Marcello
Candia seppe che a Marituba, alla periferia di Belém, i malati venivano
abbandonati nel lebbrosario dalle loro stesse famiglie e là dimenticati per
sempre Marcello amò questi ammalati, rinnovò i loro ricoveri e offrì loro
un'assistenza qualificata; per non allontanarli dalle famiglie organizzò pure
la cura della lebbra a domicilio.
Si
preoccupò di ridare ai lebbrosi una dignità realizzando un centro sociale
all'interno del lebbrosario, nella convinzione che i mezzi economici e tecnici a
nulla valgono se non sono accompagnati da gesti di amicizia. Con questa
convinzione volle all'interno del lebbrosario una "Casa di Preghiera"
per Padri e Suore missionarie che vivessero con i lebbrosi condividendo le loro
sofferenze e stimolandoli a ricercare nuovamente la voglia di vivere.
Nonostante
lo sforzo in atto per debellare la malattia, la lebbra continua a contagiare
anche oggi perchè strettamente legata alla sottonutrizione e alla povertà.
La
Fondazione Marcello Candia attualmente opera a favore dei lebbrosi, in
particolare a Marituba, Macapà, Rio Branco, Porto Velho, con un'azione volta a
prevenire e a curare la malattia e a promuovere la dignità della persona.
Il
gravissimo problema, diffuso su scala mondiale, dell'infanzia trascurata,
abbandonata, sfruttata, aveva già allora profondamente colpito la sensibilità
di Marcello Candia; la complessità delle situazioni richiedeva di agire su
diversi fronti.
C'erano
le malattie infantili, dipendenti dal clima e dalle condizioni igieniche, da
affrontare con la creazione di ospedali e ambulatori, l'organizzazione di visite
domiciliari ed una capillare educazione igienica.
C'era
l'analfabetismo, da combattere creando asili e scuole e tentando con le famiglie
un'educazione di amore alla scuola, strumento indispensabile alla promozione
umana.
C'era
il problema del recupero degli handicappati in strutture specializzate. C'era
l'urgenza di togliere dalla strada i bambini che ci vivevano da sbandati e da
piccoli delinquenti in formazione.
Occorrevano
centri di accoglienza e scuole professionali e di avviamento al lavoro, che
educassero i ragazzi ad una vita regolare, dove il lavoro è concepito e sentito
non come costrizione e schiavitù, ma come piena e libera realizzazione della
propria personalità. Marcello Candia e in seguito la sua Fondazione hanno
puntato molto su queste iniziative, che si sono rivelate indispensabili, perché
col tempo i problemi, invece che risolversi, sembrano ingrandirsi, e richiedono
una presenza e un'attenzione sempre maggiori.
In
tutte le località dove la Fondazione è presente si è reso ormai necessario
affrontare i problemi che riguardano l'infanzia, creando apposite strutture e
soprattutto incoraggiando e aiutando persone che hanno la vocazione e la
competenza per dedicarsi a tempo pieno.
ALTRE
INFORMAZIONI SULLA "FONDAZIONE"
FONDAZIONE
DOTTOR MARCELLO CANDIA ONLUS
DPR
1.12.83 n° 1060 20135 MILANO Via Colletta, 21 Tel./fax 5463789 Codice Fiscale
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03512 - CAB 01601 Banca Pop. Sondrio n. 530705 Via S.M. Fulcorina 1 - Mi ABI
5696 - CAB 1600
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Postale: 30305205 (Poste italiane) Consiglio di Amministrazione: Presidente:
Gianmarco
Liva Vice Presidente: Giuseppe Corbetta Consiglieri:
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Preziosi. Collegio dei revisori: Luigi Capé,
Emilio
Cocchi, Gianluca Lazzati.
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Lardi, Gianmarco Liva.
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testamentari; può essere indicata anche come erede a titolo universale e,
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erogazioni liberali in denaro disposte a favore della Fondazione Dott. Marcello
Candia, iscritta al registro ONLUS (Organizzazione Non Lucrativa di Utilità
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secondo le regolamentazioni disposte dal testo unico imposte sui redditi (DPR
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Pubblicazione
semestrale: Lettera agli Amici di Marcello Candia - Spedizione gratuita su
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Volumi
pubblicati:
-
Macapà, una rosa all'equatore di Sergio Bortolani
-
Da ricco che era di Giorgio Torelli
-
Marcello dei lebbrosi di Piero Gheddo
-
Luoghi della speranza di Fulvio Roiter e Giorgio Torelli
-
Marcello Candia, un manager a servizio dei più poveri di Piero Gheddo
-
Lettere dall'Amazzonia di Marcello Candia
-
Marcello Candia di Antonio Maria Sicari.
Videocassette:
-
La perla preziosa
-
Testimoni dell'amore
-
La libertà dalle ricchezze
-
Le ali della solidarietà.