MADRE TERESA
La
mia Regola
INDICE
Profilo
biografico di Madre Teresa
Regola
di vita
Il
nostro stile di vita
Contemplazione
e servizio
PROFILO
BIOGRAFICO DI MADRE TERESA
Agnese
Bojaxhiu, universalmente conosciuta come Madre Teresa di Calcutta, è nata il 26
agosto 1910 a Skopje, oggi in Albania. Nella sua infanzia, Agnese si distinse
unicamente per la sua «ordinarietà». Anche la sua pietà giovanile non fu
niente di diverso da quello che si poteva trovare in una normale famiglia
cattolica del tempo.
I
genitori di Agnese, Dranafile e Nicola, erano albanesi ed erano fieri della
loro patria. Nicola era impegnato con successo negli affari. Il suo lavoro lo
portava spesso in giro per l'Europa, da dove, al ritorno, sapeva incantare
Agnese, suo fratello e sua sorella maggiori di lei, con i suoi racconti di
viaggio. Nicola si interessava anche alla politica e appoggiava decisamente
coloro che avevano lottato per la libertà dell'Albania negli anni precedenti
alla prima guerra mondiale, quando le relazioni con la Serbia erano peggiorate.
Nel 1912, l'indipendenza dell'Albania dalla Serbia fu motivo di grandi
festeggiamenti in casa Bojaxhiu.
Nel 1919, quando Agnese aveva otto anni, la tranquilla vita familiare fu bruscamente interrotta dall'improvvisa morte di Nicola. il suo socio in affari si prese tutti i beni dell'azienda, lasciando alla famiglia Bojaxhiu soltanto la casa in cui abitava. I genitori di Agnese si erano sempre preoccupati di instillare nei loro figli sentimenti di solidarietà con quanti erano più poveri di loro. Ora la famiglia Bojaxhiu sperimentava la povertà direttamente sulla propria pelle. Non solo sopravvisse ma riuscì anche a essere felice e unita.
Già
da bambina Agnese aveva sempre sentito una particolare attrazione per i poveri e
all'età di 12 armi si sentì chiamata alla vita religiosa, nonostante fosse
molto felice in casa e la sua conoscenza della vita religiosa fosse
praticamente nulla. A quell'età non aveva mai visto e tanto meno parlato con
una suora.
L'immaginazione
di Agnese fu attratta anzitutto dall'Mrica, ma poi rivolse il suo pensiero
all'India. Le suore della congregazione internazionale Loreto lavoravano a
Calcutta.
Agnese
chiese di poter entrare nella loro congregazione e, nell'ottobre del 1928,
lasciò la sua terra natale per Parigi e poi per la Casa Madre della
congregazione a Rathfarnham (Dublino), dove rimase sei settimane.
Vi
è ben poco nel suo postulato e noviziato e nella sua vita di professa che
attiri l'attenzione e meriti di essere segnalato. Postulante in Irlanda, Agnese
scelse il nome di «Teresa» in onore di Santa Teresa del Bambin Gesù, la
carmelitana francese del xix secolo, che aveva raggiunto le vette della santità
grazie alla fedeltà a Dio nelle piccole cose della vita di tutti i giorni. Da
quel momento in poi Agnese fu conosciuta come suor Maria Teresa del Bambin Gesù.
Le sue sei settimane in Irlanda furono spese a studiare l'inglese.
Nel
dicembre del 1928, suor Maria Teresa del Bambin Gesù lasciò Dublino per
Calcutta, dove giunse il 6 gennaio 1929. Non sappiamo nulla del suo primo
impatto con la città che sarebbe diventata la sua patria e sulla quale
avrebbe attirato l'attenzione del mondo intero. In realtà, vi passò una sola
settimana, andando poi a raggiungere le altre novizie a Darjeeling, dove nel
1931 fece i suoi voti temporanei di povertà, castità e obbedienza. Dopo la
professione religiosa fu mandata a insegnar& storia e geografia in una delle
sei scuole dirette dalle Suore Loreto a Calcutta.
Durante
i suoi primi anni in India, suor Maria Teresa del Bambin Gesù dovette
imparare una terza lingua - il bengalese - per poter lavorare in mezzo alle
ragazze bengalesi nella scuola superiore Santa Maria, situata nello stesso
recinto della scuola Loreto.
Per
distinguerla da una suora irlandese che aveva lo stesso nome, si prese
l'abitudine di chiamarla «Teresa bengalese». Nel 1939, due anni dopo la
professione perpetua di Teresa nella congregazione Loreto, scoppiò la seconda
guerra mondiale. I conventi di Calcutta furono costretti a evacuare i loro
studenti. I più lo fecero, ma per molte ragazze non rimase altra scelta che restare
in città. La «Teresa bengalese» restò con loro per aiutarle a proseguire la
loro formazione. Alcune di quelle ragazze presero l'abitudine di accompagnarla nelle sue visite regolari ai bustees o quartieri poveri
della città. Esse sarebbero diventate in seguito le prime Missionarie della
Carità.
Negli
anni '40, lo stato di salute di Madre Teresa si aggravò in modo preoccupante.
Temendo che si trattasse di tubercolosi, la superiora delle Suore Loreto ordinò
a Teresa di andare a riposarsi nella casa di montagna di Darjeeling. A un certo
punto, durante quel viaggio, suor Teresa del Bambin Gesù ricevette la sua
misteriosa «chiamata dentro la chiamata», il cui anniversario viene celebrato
ancor oggi dalle sue consorelle e dai suoi collaboratori. Arrivando a
Darjeeling Teresa ebbe l'assoluta certezza di dover lasciare la sicurezza del
convento, andare a vivere nei quartieri poveri della città, povera in mezzo ai
poveri, e servire coloro con cui il Cristo nel Vangelo di Matteo (25,35-36) si
era identificato in un modo così speciale. E questo nonostante, con la sua
fragile salute, sembrasse del tutto inadatta per una missione del genere.
La
sola persona con cui Teresa parlò di questa «chiamata nella chiamata» fu il
suo direttore spirituale, il gesuita padre Celeste van Exem, il quale le
chiese di pazientare, che a tempo debito lui avrebbe presentato la richiesta
all'arcivescovo di Calcutta. Le suggerì anche di non parlarne con la sua
superiora della congregazione Loreto, tanto più che era lui stesso molto
perplesso circa l'opportunità della presenza di una suora nei quartieri
poveri.
In
quei giorni, l'arcivescovo di Calcutta cadde gravemente ammalato. Impaziente
di cominciare la sua nuova vita, suor Teresa gli fece pervenire un messaggio
assicurandolo delle sue preghiere. Se fosse guarito, avrebbe visto in questo
un segno che la sua chiamata veniva realmente da Dio e le avrebbe permesso di
iniziare la sua nuova vita? L'arcivescovo guarì, ma continuò a rinviare la
concessione del permesso, finché un giorno permise a suor Teresa di scrivere
alla Madre generale della congregazione Loreto e di chiedere un indulto di
secolarizzazione che, se concesso, l'avrebbe ridotta allo stato
laicale e quindi autorizzata a lasciare il convento.
Pur
desiderando lasciare il convento, ma restando religiosa, suor Teresa fece quanto
le aveva suggerito l'arcivescovo.
A
questo punto, ella stessa parla di un intervento della divina Provvidenza. Sia
la Madre generale che Roma ignorarono la sua richiesta di un indulto di secolarizzazione
e le concessero quello che veramente desiderava e cioè un indulto di
exclaustrazione, che le permetteva di lasciare il convento e di continuare a
essere religiosa.
Il
16 agosto 1948, all'età di trentotto anni, suor Teresa del Bambin Gesù lasciò
il suo convento con un san di ricambio, cinque rupie e un biglietto ferroviario
per Patna, dove avrebbe seguito un breve corso di infermieristica presso le
suore della missione medica prima di iniziare il suo lavoro nei quartieri poveri.
Ritornando
a Calcutta, Madre Teresa dovette anzitutto procurarsi un alloggio. Dopo molte
ricerche, poté disporre di una stanza al piano superiore di una casa di
proprietà dei quattro fratelli Gomez, musulmani, situata in Creek Lane 14, da
dove ella partiva ogni giorno per recarsi ad insegnare nella sua «scuola»,
uno spiazzo all'aria aperta fra le baracche. Lì tracciava nel fango le
lettere dell'alfabeto davanti a un numero crescente di ragazzi.
I
primi giorni furono difficili sia spiritualmente che fisicamente. Madre Teresa
sentì la mancanza di quella vita comunitaria che aveva condotto fino a quel
momento. Era sola e spesso soffriva letteralmente la fame. Allora lasciava un
bigliettino a pian terreno della casa dei Gomez: «Signor Gomez, non ho nulla da
mangiare. Per favore, mi dia qualcosa da mangiare». La famiglia Gomez non si
sottrasse mai a questi appelli.
Nel
marzo del 1949, bussò alla porta di Creek Lane la prima delle ex allieve di
Madre Teresa, la futura suor Agnese, che avrebbe aperto un continuo flusso di
aspiranti suore. Dieci anni dopo, si resero assolutamente necessari locali più
spaziosi. Un musulmano, che lasciava definitivamente Calcutta per far ritorno
in Pakistan, cedette alle suore la sua casa per un prezzo inferiore al prezzo
del terreno sul quale era costruita.
Cedendo
quella che è ancor oggi la Casa Madre della congregazione delle Missionarie
della Carità, esclamò: «Ho ricevuto questa casa da Dio; a Dio la restituisco».
Tutto venne in risposta
alla preghiera. Si racconta che a volte le Sorelle non avevano nulla per la cena
e che inaspettatamente arrivava uno sconosciuto con sporte piene di riso. In
ogni caso si riuscì sem
pre
a rispondere alle necessità dei poveri. Anzi sembra che Madre Teresa non
dovesse fare altro che gettare una medaglia della Vergine Maria oltre il muro
di cinta di una proprietà sulla quale aveva fatto un pensiero perché quella
proprietà si rendesse subito disponibile per quel lavoro che ella presentava
sempre non come suo, ma come lavoro di Dio.
Oggi,
quella per cui le Missionarie della Carità sono più conosciute è forse la
loro attività in mezzo ai morenti. Madre Teresa chiese alle autorità
municipali una «casa» da adibire a questo scopo. Ottenne una costruzione
annessa al tempio indù della dea Kali, che serviva come dormitorio per i
pellegrini. Quella costruzione venne battezzata «Nirmal Hriday» o «Luogo del
Cuore immacolato», e fu ben presto conosciuta in tutto il mondo come «La
casa dei moribondi».
Nel
1955, Madre Teresa aprì, a pochi passi dalla Casa Madre, Shishu Bhavan, la
prima casa per i bambini. Fra le priorità di Madre Teresa vi fu sempre quella
della cura dei lebbrosi. Essi avevano certamente bisogno di ospedali e di
alcune cliniche mobili, ma Madre Teresa si preoccupò anche di lottare contro la
paura che suscitava quella malattia. Fece di tutto per far comprendere
all'opinione pubblica la situazione dei lebbrosi e soprattutto l'infondatezza
del timore di contagio, attraverso una vera e propria campagna con lo slogan: «Tocca
un lebbroso con la tua compassione».
La
lebbra non era necessariamente una malattia contagiosa. Essa poteva essere
curata e i malati di lebbra potevano ritornare tranquillamente in seno alla comunità.
Bastava solo che le loro famiglie fossero disposte a riceverli. Madre Teresa
insisteva sempre sul fatto che non bastava fare delle offerte, ma che bisognava
coinvolgersi personalmente con i poveri.
La
campagna a favore dei lebbrosi ebbe un insperato successo. Oltre a
sensibilizzare le coscienze sul problema essa produsse anche abbastanza danaro
per aprire un importante dispensano. La prospettiva di dover parlare ai
convenuti in occasione della sua apertura terrorizzava letteralmente Madre
Teresa, la quale riuscì a farsi sostituire in questo dalla sua amica e collaboratrice
Ann Blaikie.
L'amicizia
fra queste due donne portò alla fondazione del Movimento dei Collaboratori di
Madre Teresa, un'organizzazione mondiale di laici che offrono aiuto materiale
alle Missionarie della Carità.
I
collaboratori hanno avuto un ruolo fondamentale nella crescita e nella riuscita
dell'azione di Madre Teresa, soprattutto attraverso la costituzione del ramo «malato
e sofferente». Si tratta di una rete che collega un Missionario della Carità,
Fratello o Sorella, con un «secondo sé», il quale, pur non potendo prendere
parte attiva al lavoro a causa della sua malattia, desidera offrire le proprie
sofferenze a Dio per un determinato Missionario della Carità e per il suo
lavoro.
Alla
fine degli anni '50 l'attività della congregazione delle Missionarie
della Carità era ancora confinata all'arcidiocesi di Calcutta, ma le
Missionarie erano ormai pronte a spiccare il volo. Inviti stavano giungendo da
altre parti dell'India, compresa Delhi. Nel 1959 l'arcivescovo di Calcutta
permise a Madre Teresa di accettare tre inviti. Il Primo ministro, Jawaharlal
Nehru,
presenziò
all'apertura della casa per bambini di Delhi. Il sostegno di Nehru fu di grande
importanza per la rapida diffusione dell'attività di Madre Teresa. Furono
aperte case persino a Bombay, nonostante gli abitanti fossero riluttanti ad
ammettere che anche la loro opulenta città possedesse quartieri poveri.
Nel
1965 la nuova congregazione ebbe l'approvazione ufficiale di Roma. Nel luglio di
quell'anno Madre Teresa con cinque consorelle aprì la prima fondazione estera
in Venezuela. Nel 1968 Paolo VI invitò le Missionarie della Carità a
lavorare in mezzo ai poveri di Roma. Seguirono poi molti altri inviti.
Nel
1968, in occasione di una delle sue prime visite a Londra, Madre Teresa fu
intervistata per la televisione inglese da Malcolm Muggeridge. Muggeridge non sapeva
nulla di quella suora, a parte le poche notizie che era riuscito a racimolare
mentre si recava allo studio televisivo. Tecnicamente parlando, quell'intervista
fu un totale disastro. Fu comunque trasmessa una domenica sera ed ebbe un
successo strepitoso. Arrivarono soldi e montagne di lettere, tutte pressapoco
dello stesso tenore: «Quella donna mi ha interpellato come non era mai
successo, per cui mi sento obbligato ad aiutarla». L'anno seguente Muggeridge
condusse un equipe cinematografica a Calcutta per girare il film Something
Beautifutfor God (Qualcosa di bello per Dio). Se mai Madre Teresa aveva
sperato di restare anonima, quel film pose fine a ogni sua speranza in tal
senso.
Nel 1970, durante una visita a Londra, Madre Teresa fu condotta a visitare alcuni di coloro che dormivano sotto i ponti della ferrovia o sui marciapiedi. Si rese chiaramente conto che i più poveri dei poveri non sono necessariamente coloro che soffrono di gravi malformazioni fisiche. La povertà dell'Occidente era, semmai, un problema ancora più difficile da risolvere. Cristo chiedeva di essere amato anche in coloro che soffrivano di solitudine, nei tossicodipendenti, negli alcolizzati e negli anziani trascurati dei paesi occidentali. Per Madre Teresa l'aspetto spirituale della sua attività era capitale. Nei poveri di cui si prendeva cura, assieme alle sue consorelle, ella credeva veramente di toccare il corpo piagato di Cristo. La sua attività trovava la sua forza in Dio. Madre Teresa è stata la prima a sottolineare che l'attività delle Missionarie della Carità non si spiega affatto con le capacità delle suore. «Umanamente parlando è impossibile, è fuori discussione. Nessuna di noi ha l'esperienza. Nessuna di noi possiede le cose che il mondo cerca. E questo il miracolo di tutte quelle piccole sorelle e di tutte quelle piccole persone sparse nel mondo».
L'eucaristia
è il mezzo principale di cui dispongono le Sorelle e i Fratelli per sostenersi.
Madre Teresa non cessò mai di ricordare l'assoluta necessità della preghiera
e del silenzio del cuore «nel quale Dio parla». Il quadro è completato da un
po' di sofferenza personale. «Senza sofferenza, il nostro lavoro sarebbe
semplice attività sociale, certamente molto bella e utile, ma non sarebbe
l'azione di Gesù. Non sarebbe parte della redenzione».
Forse
sorprende vedere come Madre Teresa sia riuscita a «sposare» la sua
convinzione della centralità di Cristo e della verità del cristianesimo con il
più profondo rispetto di tutte le concezioni religiose. Ella e le Sorelle
sono assolutamente convinte che il loro scopo,
in
tutto quello che fanno, è di fare di un indù un migliore indù, di un
cristiano un miglior cristiano e di un musulmano un miglior musulmano. In questo
madre Teresa seguiva la stessa strada di Charles de Foucauld, l'aristocratico
francese che, all'inizio del nostro secolo, abbandonò un'inutile carriera
militare per seguire Cristo in totale povertà fra i Tuareg del Nord Mrica. Ella
aveva spesso con sé una copia sgualcita di Come toro di René Voillaume,
un volume che riproduce gli insegnamenti di Charles de Foucauld.
Anche
se parlava di se stessa come di «una piccola matita nelle mani di Dio»,
volendo indicare con questo che nessuno guarda alla matita quando legge una
lettera, Madre Teresa non riuscì a sfuggire alle luci della ribalta e non
poté realizzare il suo grande desiderio:
quello
di «ritirarsi» negli ultimi anni a lavorare nella casa dei moribondi.
Nonostante
i suoi tentativi di farsi da parte, adducendo motivi di età e di salute, nel
1992 fu riconfermata superiora generale delle Missionarie della Carità. I suoi
viaggi la portarono sempre più lontano e la sua attività si estese anche
agli ammalati di MDS degli Stati Uniti e ai poveri di Mosca e della Georgia.
Negli
anni '70 fu fondato anche un ramo contemplativo di suore e un gruppo
contemplativo di uomini. Così pure fu creato un ramo per sacerdoti che
desideravano esercitare il loro ministero nello spirito di Madre Teresa. Nel
1989 nacquero i Missionari Laici della Carità per riunire coloro che, sposati o
no, desiderassero fare una professione annuale dei voti privati di povertà,
castità (coniugale) e obbedienza e dedicarsi volontariamente al servizio dei
più poveri dei poven.
Nel
1991 la parabola di Madre Teresa tornò al suo punto di partenza. In quell'anno
«Nona Teresa» portò le Missionarie della Carità nella sua terra d'origine,
l'Albania, dove ricevettero una calorosa accoglienza. Madre Teresa aveva sperato
di ritornarvi già molti anni prima, quando sua madre, morente, aveva chiesto
di vedere la sua figlia più giovane, ma non aveva potuto esaudire quel
desiderio poiché non era certa che poi avrebbe ottenuto il permesso di lasciare
il paese. Ritornando nella sua terra natale, nel 1991, Madre Teresa rimase molto
commossa al vedere che mani sconosciute avevano amorevolmente tenuto in ordine
le tombe di sua madre e di sua sorella.
Negli
ultimi anni continuò a viaggiare per il mondo esortando gli uomini alla
generosità nei confronti dei loro simili più bisognosi.
Madre
Teresa si è spenta a Calcutta il 5 settembre 1997 all'età di ottantasette
anni. I suoi funerali sono stati seguiti da milioni di telespettatori in tutto
il mondo.
REGOLA
DI VITA
«Il
nostro ideale non è altro che Gesù. Il nostro spjrito è uno spirito di totale
abbandono a Dio, di reciproca, amorosa fiducia e di santa letizia con
tutti come si viveva nella Famiglia di Nazareth»
Per me
vivere è Cristo. Fil 1,21)
C’è un gran bisogno, fra i giovani,
dei Fratelli della Parola, contemplativi nel cuore del mondo: per la loro vita
di preghiera, adorazione, contemplazione, penitenza e totale abbandono a Dio e
per la loro presenza, per la Parola di Dio che diffondono per poche ore al giorno
in mezzo ai più poveri fra i poveri. Facendo questo, essi proclameranno
Cristo a tutte le nazioni e renderanno la Chiesa pienamente presente nel mondo
di oggi (Lettera di Madre Teresa al Papa Paolo VI, 12.12.77).
La
nostra chiamata
Associazione
di fedeli cristiani fondata da Madre Teresa di Calcutta
1.
La nostra fraternità, conosciuta come Fratelli della Parola, è un'«associazione
di fedeli cristiani» fondata da Madre Teresa di Calcutta con promesse
perpetue di castità, povertà, obbedienza, e dedito libero servizio a coloro
che, fra i poveri, sono spiritualmente più poveri.
Carattere
internazionale
2.
Per il suo carattere internazionale, la
nostra fraternità partecipa a questa missione speciale della Chiesa: diffondere
in tutto il mondo la luce del messaggio evangelico e unire sotto un unico
spirito i popoli di qualunque nazione, razza o cultura, ed essere segno di
quella fratellanza che permette un onesto dialogo e dal quale trae nuovo
vigore.
Comunità dei Fratelli in Gesù
Signore
3. Crediamo che siamo stati chiamati dal Padre a somiglianza dei primi
Cristiani ad ssere una comunità di Fratelli in Gesù il Signore; a seguirlo
come maestro secondo l'ispirazione, gli insegnamenti e gli esempi di Madre
Teresa di Calcutta; e ad essere un cuore solo e un'anima sola: in comunione di
beni, in umile sottomissione l'uno all'altro e verso il servo-guida, rimanendo
celibi per il Signore, perseverando quotidianamente nella preghiera,
nell'adorazione e nello «spezzare del pane»; disposti a portare la sua Parola
agli spjritualmente più poveri fra i poveri, a tempo opportuno e inopportuno,
fino agli estremi confini della terra.
Contemplativi
nel cuore del mondo
4. La nostra
vocazione è di appartenere a Gesù e soltanto per Lui divenire Fratelli
Universali, cioè portatori dell'amore di Dio, contemplativi nel cuore del
mondo, monaci e missionari, impegnati ad annunciare con la nostra vita, la
Parola al mondo, nello spirito di ecumenismo promosso dal Concilio Vaticano Il.
Il
nostro nome
5. Per mettere in evidenza che la nostra vocazione è radicata
nell'universalità della Chiesa Cattolica, saremo chiamati «Fratelli della
Parola». Ciò significa che, per amore di Gesù, e del vangelo desideriamo
essere fratelli di tutti e di ciascun essere umano, senza guardare né al suo
colore, né alla sua cultura, né alla sua credenza e che per questo scopo
desideriamo rimanere aperti, umili, piccoli e disposti ad amare fino a doverne
soffrire. La Parola è il «Logos» del
Padre, Incarnato in Maria sulla terra, vissuto e morto per la nostra salvezza.
È il Signore Gesù Cristo, vivo e presente oggi fra noi, che ci parla e ci
guida poiché ci riuniamo nel suo Nome. Ci leghiamo a Lui e fra di noi con
l'alleanza di questa regola di vita per seguirlo nelle sue vie, e imitarlo con
cuore gioioso e indiviso in virtù dello Spirito Santo.
Il
nostro fine
«Ho
sete»
6. «Voglio dare santi alla Madre Chiesa» (Madre Teresa). il
nostro fine è appagare la sete di Gesù, sulla croce per le anime e saziare
la fame che queste hanno di Lui, Parola e Pane di Vita, mediante la professione
dei consigli evangelici e il dedito, libero servizio ai più poveri
spiritualmente per rendere così la Chiesa pienamente presente nel mondo di
oggi.
La
nostra Missione:«Proclamare Gesù Salvatore,
a tutte le nazioni»
La
nostra missione specifica è lavorare per la salvezza e la santificazione di coloro
che sono spiritualmente i più poveri fra i poveri in tutto il mondo, ovunque
si trovino:
- ascoltando la
Parola di Dio per mezzo della meditazione quotidiana, dello studio e della
spiegazione delle Scritture;
-
vivendo la Parola di Dio nella
preghiera e nel servizio in una vita marcata dalla semplicità del Vangelo;
-
amando il Verbo di Dio nascosto sotto
le apparenze del Pane, per soddisfare la nostra fame mediante l'adorazione
eucaristica quotidiana e la celebrazione della messa pieni di santo fervore;
-
annunziando la Parola di Dio a coloro
che sono i più poveri spiritualmente, sotto la cui sofferenza Gesù si
nasconde. Questo apostolato di preghiera, di contemplazione e di servizio sarà
la nostra vocazione specifica di proclamare Gesù Cristo «Salvatore» a tutte
le genti.
Il
nostro spirito
7. «Il nostro ideale non è altro che Gesù» (Madre Teresa). il
nostro è uno spirito di totale abbandono a Dio, di reciproca, amorosa fiducia
e di santa letizia con tutti come si viveva
nella Famiglia di Nazareth. «Fate della vostra famiglia un'altra Nazareth dove
Gesù possa venire a riposarsi per qualche tempo» (Madre Teresa, Lettera ai
Fratelli 7 giugno 1979). Cristo era interamente a disposizione del Padre
per il riscatto di molti. Pur essendo di natura divina, non considerò un
tesoro geloso la sua eguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la
condizione di servo e divenendo simile agli uomini» (Fil 2,5-8).
Abbandono totale
8. Essere posseduti da Lui affinché possiamo possederLo; prendere qualunque
cosa Egli ci doni e dare qualunque cosa Egli ci prenda con un largo somso:
essere usati da Lui come più Gli piace, senza essere consultati. Offrire a
Lui la nostra libera volontà, la nostra ragione, tutta la nostra vita in pura
fede, in modo che Egli possa pensare i suoi pensieri nelle nostre menti,
compiere le sue opere con le nostre mani e amare con i nostri cuori. il
nostro totale abbandono consiste anche in una completa disponibilità a Dio e
alla Chiesa attraverso il servo-guida, gli altri Fratelli e le persone dei
poveri che serviamo. Così potremo tutto in Colui che ci conforta.
Fiducia
amorosa
9.
Gesù ebbe nel Padre suo una incrollabile fiducia. Questa fiducia era il
frutto della sua intima unione e del suo amore per Lui. Ebbe una fiducia così
completa nel Padre che affidò tutta la sua vita, la missione per la quale era
stato mandato, nelle sue mani pienamente sicuro che Egli avrebbe operato il
suo piano di salvezza nonostante i mezzi inadeguati e l'apparente fallimento.
Santa
letizia
10.
La santa letizia è certamente frut to
dello Spirito Santo e non segno caratteristico del regno di Dio, perché Dio
è gioia. «La mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (Gv 15,
11). La nostra gioia sarà manifestazione della nostra dedicazione
generosa e unione intima con Dio. Un cuore gioioso è un cuore ardente di amore,
perché dona di più chi dona con gioia, e Dio ama un lieto donatore. Un
Fratello pieno di gioia predica senza parole. La gioia per noi è una necessità
e una forza che sostiene anche il fisico, e che ci rende sempre disponibili a
correre per fare del bene. Perciò accetteremo: di vivere una vita di povertà
in santa letizia, di obbedire con intima gioia, di servire Cristo nel suo
miserevole travestimento con allegria e devozione. Questa gioia sarà la nostra
migliore gratitudine a Dio e a tutti quelli che ci stanno attorno.
Mezzi
Rinati in Cristo
11. «Come il seme è destinato a diventare albero così noi siamo programmati
a crescere in Gesù» (Madre Teresa). Rinati in Cristo con l'acqua e lo
Spirito Santo e stabiliti nella Chiesa come comunità di vita nella fede, nella
speranza e nella carità, noi che entriamo nei misteri della vita dovremmo
essere modellati a sua immagine «finché Cristo sia formato in noi» (Gai 4,
19). Far parte di questa fraternità di alleanza vuol dire aspirare con
tutte le forze a quella «metanoia», quel cambiamento di cui parla il Vangelo,
frutto dell'intima conoscenza di noi stessi. Tale disponibilità al potere trasformante dello Spirito Santo creerà
progressivamente in noi quel cuore di fanciullo libero e sincero che sa che il
regno dei cieli è sempre dentro di noi 'qualsiasi siano le mutevoli
circostanze della vita esteriore.
Fede
12. La Fede, dono di Dio, ci introdu
ce nella realtà spirituale del Regno, la cui venuta fu annunciata da
Cristo. Cresce nell'obbedienza alla sua legge e si esprime con la carità
fraterna. Infine, si fonda sulla fedeltà e la fiducia: «Infatti so a chi ho
creduto» (2 Tm 1, 12). A coloro che credono in Lui Egli concede di
fare cose anche più grandi di quelle che Egli stesso compì sulla terra. Con
interiore convinzione, viviamo e facciamo cose che non ci saremmo mai sognati di
realizzare. Come Fratelli della Parola, siamo chiamati in particolar modo a
vedere Cristo nelle apparenze del Pane e a toccarLo nella desolazione di cui
è spiritualmente povero.
Speranza
13. Nella speranza ci affidiamo com
pletamente all'onnipotenza di Colui che ha detto: «Senza di me non
potete far nulla». Convinti del nostro niente e con la benedizione dell'obbedienza,
osiamo tutto, non dubitiamo di nulla, perché con Dio ogni cosa è possibile.
Affideremo al Signore i nostri piani per il futuro, perché ieri è passato,
domani non è ancora venuto e abbiamo solo oggi per farLo conoscere,
amare e servire. Grati per le migliaia di occasioni che Gesù ci dà di portare la
speranza in una moltitudine di esistenze con il nostro interesse per
l'individuo che soffre, aiuteremo il nostro mondo sconvolto e quasi sull'orlo
della disperazione, a scoprire una nuova ragione di vivere o di morire con un
sorriso di tranquillità sulle labbra.
Carità
14. Dio è amore: la carità ha la sua sorgente nell'amore eterno del
Padre e del Figlio, nello Spirito. Permettiamo che lo Spirito di amore prenda
possesso di noi e che rimuovendo le barriere dell'Ego, ci renda aperti agli
altri dal più profondo del nostro essere, rendendoci capaci di accogliere a un
tempo Dio e l'umanità. Nel prendere il
pane Cristo disse: «Prendete e mangiate, questo è il mio Corpo dato per voi».
Donando Se stesso Egli ci invita a crescere nella potenza del suo amore per far
ciò che Egli ha fatto. L'amore di Cristo per noi ci darà la forza e ci spingerà
a donare noi stessi per Lui. «Lasciati divorare dai Fratelli e dalla gente».
Non abbiamo nessun diritto di rifiutare le nostre vite agli altri, nei quali
incontriamo Cristo.
Miti ed umili di
cuore
15. Gesù, desideroso di farci imparare da Lui ad essere miti ed umili
di cuore, permise che il suo costato fosse squarciato. Dobbiamo farci piccoli
per poter entrare nel suo cuore. Cristo, la nostra via all'umiltà, ci chiede
di vivere in Lui e per mezzo di Lui. Convinti che da soli non possiamo far nulla
se non abbiamo altro che peccati, debolezza e miseria, noi riconosciamo tutte
le doti di natura e di grazia come doni di Dio. Non ci lasceremo scoraggiare da
nessun fallimento se abbiamo fatto del nostro meglio e nemmeno ci glorieremo
del successo, ma nella gratitudine più profonda riferiremo tutto a Dio autore
di ogni bene in noi. La nostra chiamata non è al successo ma alla fedeltà. «Prendete
il mio giogo sopra di voi e imparate da me che sono mite ed umile di cuore e
troverete riposo per le vostre anime, il mio giogo è dolce e la mia disciplina
leggera» (Mt 11, 29-30).
Vita
evangelica
16. Più le costituzioni saranno semplici più saranno prossime al
Vangelo. Vivete il Vangelo giorno per giorno e da quella vita cresceranno le
vostre regole (Lettera di Madre Teresa ai Fratelli, 10 giugno 1978). La
nostra vita, orientata alla contemplazione di Dio in tutte le Sue opere, deve
essere marcata da quella libertà, semplicità del Vangelo che deve rimanere
la nostra caratteristica. Ci manterremo aperti a tutto ciò che èbello e nobile
nell'eredità culturale e spirituale dei popoli fra i quali dimoreremo e che
intendiamo servire, rendendoci particolarmente sensibili alle loro concezioni
del sacro. In particolar modo ci sforzeremo di conoscere e di custodire con zelo
le migliori tradizioni sia orientali che occidentali della Chiesa.
Preghiera
continua
17. Consapevoli che il
Signore ci ha raccomandato di pregare sempre, dobbiamo trasformare tutta la
nostra vita in preghiera, imparando a pregare il nostro lavoro senza mai
sostituire il lavoro alla preghiera.
Lo spezzare
del pane
18. Lo spezzare quotidiano del pane eucaristico nella messa sarà il
centro dinamico di tutto il nostro vivere e fonte di ogni iniziativa
apostolica.
Adorazione
19. Al sorgere e al calare del sole ci ritroveremo regolarmente per
un'ora di adorazione in intimità con il Fratello Gesù.
Vigilia
20.
Ogni vigilia festiva ci incontrerà riuniti per una veglia notturna di intercessione
riparatrice, in attesa che Cristo compia ogni giustizia in noi e intorno a noi,
con l'avvento della sua seconda venuta.
Sacra Scrittura
21. La Chiesa ha sempre venerato le Divine Scritture come ha fatto con
il Corpo di Cristo, non mancando mai, soprattutto nella sacra Liturgia, di
nutrirsi del pane della vita e della mensa sia della Parola di Dio che del Corpo
di Cristo e di porgerlo ai fedeli. Insieme
con la sacra tradizione, la Chiesa ha sempre considerato e considera le Divine
Scritture come la regola suprema della propria fede (Costituzione dogmatica
sulla rivelazione). La Parola di Dio nelle Sacre Scritture è la nostra regola
di vita e deve sempre ispirare la nostra condotta. Dobbiamo nutrircene
quotidianamente e condividerla con gli altri fratelli nella preghiera
comunitaria, imparando a rivolgerci alle parole della Bibbia per incontrare
luce nei momenti di oscurità, direzione nel dubbio, forza nella prova e
correzione nell'errore. Un particolare significato deve avere per noi il detto di Gesù che
l'uomo non vive soltanto di pane, ma di ogni parola proferita dalla bocca del
Padre (Cfr Mt 4,4).
Venerazione
della Bibbia
22.
Per indicare la presenza misteriosa di Dio nella sua Parola, accanto all'Eucaristia,
avrà, nei nostri luoghi di preghiera, un posto di venerazione particolare la
Bibbia, ricordandoci sempre che tutto ciò che è stato scritto lo è stato per
nostro insegnamento, affinché attraverso gli esempi e la consolazione della
Scrittura abbiamo speranza.
Ufficio divino
23. Il nostro tempo di preghiera comunitaria, sarà un tempo di
apertura alle ispirazioni della grazia attuale. Sono incoraggiate spontaneità e
semplicità, evitando un atteggiamento rigido e di routine, mantenendoci
disponibili al movimento dello Spirito fra noi. L'ufficio divino verrà celebrato al mattino, mezzogiorno e sera e
potrà essere sia recitato che cantato. Un uso di semplici strumenti musicali
così come di gesti e di posizioni del corpo saranno lasciati alla discrezione
che sempre rimane la norma di tutto.
Stagioni liturgiche
24. La nostra vita di preghiera deve svilupparsi attorno ai vari tempi
liturgici e al loro mistero profondo, in modo che possiamo mantenerci sempre
uniti a Gesù Cristo, che vive nelle stagioni liturgiche della sua Chiesa.
Lettura
spirituale
25.
L'adorazione e l'ufficio divino saranno completati giornalmente da un
periodo di lettura spirituale. Oggetto
della nostra ora di lettura sarà la Bibbia e i suoi commentari, i Padri della
Chiesa sia orientali che occidentali e altri autori spirituali universalmente
conosciuti per la loro santità e dottrina.
Sacramento
di riconciliazione
26.
Gesù Figlio di Dio, incarnatosi nel grembo della Vergine Maria ha assunto la
condizione umana per liberarci dal male. La sua morte in Croce ci invita alla
conversione dal peccato alla grazia, dalla tiepidezza al fervore, dal fervore
alla santità. Senza rinunciare al nostro io in-fermo e senza un progressivo
ascetismo, è impossibile risvegliarci nel più profondo di noi stessi dove
Dio vive e trovare la nostra reale identità. Il
sacramento della penitenza è il dono pasquale di riconciliazione di Gesù
Cristo con ciascuno di noi e dobbiamo farne uso non solo come rimedio della nostra
ferita originale e di tutte le sue conseguenze, ma anche a nome del resto
dell'umanità caduta.
Revisione
di vita
27.
Chiamati periodicamente dal servo locale, sia come singoli individui che come
comunità ad una revisione di vita, ci riuniremo alla luce del Vangelo per
esaminare il nostro operato, aprendoci alla correzione fraterna. La volontà
di superare i nostri difetti di carattere e le nostre negatività, deve essere
sempre oggetto dell'esame quotidiano al termine di ogni giornata.
Riparazione e
sacrificio
28. Per
partecipare alla passione di Cristo che è costantemente ripetuta nelle
privazioni dei poveri, in riparazione delle proprie e altrui mancanze, in
particolare quelle dell'egoismo, della cupidigia e dello spreco, ogni venerdi
dell'anno ci nutriremo 'a base di pane, eccezione fatta delle festività che
ricorrono in questo giorno.
Fratelli del
silenzio
29. «Anime di
preghiera sono anime di profondo silenzio» (Madre Teresa).
«Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo
in Dio! Quando si manifesterà Cristo, la vostra vita, allora anche voi sarete
manifestati con Lui nella Gloria» (Col 3, 3). Per essere fratelli
della Parola, dobbiamo essere prima fratelli del silenzio. Dio paila nel
silenzio interiore, per poterlo ascoltare dobbiamo fare di questo il nostro
linguaggio, dimorando raccolti nella grotta del cuore. Nell'eucaristia Gesù
è pura lode di silenzio al Padre e ci invita al silenzio come fonte di
comunicazione, con noi stessi, con Lui e con gli altri. Frutto
del silenzio è la preghiera. Frutto della preghiera è la fede viva. Frutto
della fede viva l'amore. Frutto dell'amore il servizio.
Chiamata
al silenzio profondo della Passione
30.
«Seguire nudi il Cristo nudo» (San Girolamo). Accetteremo con serenità
e perseveranza tutte le opportunità che il Padre ci presenterà, donandoci di
prendere parte alla sofferenza, con Gesù Salvatore, agnello offertosi
in sacrificio e con i. poveri. Condividere nella nostra vita, senza pretendere
di capire l'impotenza dell'agonia di Cristo, causata da contrarietà, umiliazioni,
respinte, malintesi, false accuse, abbandoni, insuccessi, separazioni,
debolezza, infermità, vecchiaia e morte. Ricordando che ogni pena è un invito
a scoprire il dono di Dio e promessa di un maggior bene. «il Padre ha
pronunciato una sola Parola, e l'ha detta in un eterno silenzio, questa Parola
è Gesù il suo Verbo. Per poterlo conoscere dobbiamo nasconderci nel segreto
del suo stesso silenzio» (San Giovanni della Croce).
Tempi
e luoghi di silenzio
31.
Il rispetto e la considerazione che ci vogliamo mutuamente deve portarci a
mantenere nella comunità un clima di silenzio che favorisca la preghiera, lo
studio, il lavoro e il riposo. In ogni fraternità vi saranno luoghi
particolari riservati all'intimità della sola famiglia e tempi particolari di
raccoglimento come quello della giornata di ritiro e del silenzio della notte.
Case di preghiera
32. Le nostre
case saranno case di preghiera e di riconciliazione aperte a tutti quelli che
hanno bisogno di ritrovare la pace dell'anima nel rinnovo dell' amicizia con
Dio senza distinzione di casta, di credo, o di nazionalità. Nella
misura del possibile, la fraternità dovrà essere vicino ad un luogo aperto
però non troppo lontano dalla popolazione. Nell'impossibilità di fare
altrimenti i Fratelli saranno contenti di condividere completamente con i
poveri la mancanza di uno spazio privato e accogliente così come tutto il
disagio degli aspetti più penosi dell'emarginazione. Come Gesù passò
quaranta giorni di deserto all'inizio della sua vita pubblica, anche noi siamo
chiamati in certi momenti particolari della nostra vita a intervalli di silenzio
profondo e di digiuno nel deserto. il servo-guida avrà cura di trovare in un
luogo remoto qualche grotta o capanna che serva da eremitaggio per quei fratelli
che mossi dallo Spirito, sono desiderosi temporaneamente o per un più lungo
tempo di un periodo di deserto.
Abito
33. Come segno
che apparteniamo a Gesù e per amore alla sua vita ordinaria a Nazareth ci
vestiremo con la semplicità dei poveri che ci circondano, consapevoli che il
nostro abito più espressivo è la nostra interiorità e condotta. Volendo però
essere anche segni concreti a noi stessi e agli altri, dell'invisibile,
porteremo un umile uniforme e il crocefisso appuntato sul cuore. Ove il clima
lo permetta semplici sandali e scalzi in casa e nel luogo di preghiera, per
rispetto della Presenza di Dio. Per i
novizi un «mala» dei misteri del rosario come corona attorno al collo,
ricorderà loro il bisogno di abituarsi alla preghiera. Quest'uso venne
inaugurato da Madre Teresa al momento della nostra fondazione a San Gregorio
al Celio nel 1977.
34. «Disse a sua Madre: ecco tuo figlio, poi al discepolo: ecco tua madre, e da quell'ora il discepolo la prese con sé» (Lc 2, 19). «Maria, prima portatrice della Parola, insegna ai Fratelli della Parola ad essere umili come te e santi come Gesù» (Madre Teresa). La Madre di Gesù è la prima portatrice della Parola quindi in particolar modo madre di questa fraternità. Noi ci sentiamo alla sua scuola. Ella che insegnò a Gesù a fare i suoi primi passi ci insegnerà a seguirla, nell'intimo della sacra famiglia, se ci manteniamo piccoli e fedeli.
Con
Maria portatori della Prola
35.
Non appena il Verbo si fece carne del suo grembo, Maria andò in fretta a
portarlo ad Elisabetta sua cugina. Anche noi con lei e come lei andremo in
fretta portando Gesù nel nostro cuore, nelle città e nei villaggi di tutto il
mondo, anche in ambienti pericolosi o di estremo squallore, cercando i poveri
spirituali Per incoraggiarci e proteggerci
unitamente, partiremo sempre due a due, meditando i misteri del rosario, pronti
a proclamare la buona novella, a cantarla con inni spirituali, e a testimoniare
con la nostra presenza il Suo provvidenziale amore per ogni bisognoso.
36. «Beati i poveri in spirito perché di essi è il regno dei cieli.
Beati i miti perché possederanno la terra. Beati coloro che piangono perché
saranno consolati. Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia perché
saranno saziati. Beati i misericordiosi
perché otterranno misericordia. Beati i puri di cuore perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i
perseguitati a causa della giustizia perché di essi è il regno dei cieli» (Vangeli
sinottici). «Quello che avrete fatto ad uno dei miei fratelli lo avete
fatto a me» (Mt 25, 40).
«A
differenza dei contemplativi claustrali, voi siete dei contemplativi esposti.
Per contemplativi intendo dire che viviate con Gesù, per Gesù, in Gesù 24 ore
al giorno, e che tutto quello che fate agli altri, lo facciate per Lui» (Madre
Teresa).
La
nostra chiamata al servizio dei più spiritualmente poveri contraddistingue il
nostro posto nella Chiesa, facendoci cooperatori di Cristo nella sua missione
universale di salvezza. Lasciamo che egli viva in ciascuno di noi come in una
nuova incarnazione. Cosi i perduti conoscendoci saranno attratti alla Sua
persona divina; gli schiacciati e i sofferenti troveranno in noi angeli di conforto;
i piccoli e gli umili vorranno divenire nostri compagni perché rammentiamo loro
l'amico dei senza amici.
Opere di misericordia spirituale
37. Come frutto
della nostra adorazione eucaristica, parte di ogni giorno sarà impiegata al
servizio in favore degli spiritualmente poveri, non preoccupandoci delle
folle, ma di singoli individui, uno ad uno, o di piccoli gruppi in cui è
possibile conservare il contatto personale. Poveri sono tutti quelli che la Chiesa ci propone tradizionalmente
nelle opere di misericordia.
Consigliare
i dubbiosi
Rendendoci
disponibili all'ascolto delle loro esitazioni e perpiessità, affermandoli nel
loro vacillare e guidandoli nella loro
confusione, perché disciplinando i propri pensieri, scoprono la fiducia e
l'abbandono all'amore reale del Padre. E solo nell'ascolto di Dio che parla dal
nostro profondo e nella preghiera, che troviamo la volontà e la decisione di
uscire dall'instabilità dei nostri dubbi.
Istruire
gli ignoranti
Non
solo con la Parola di Dio, ma' anche con il nostro esempio silenzioso, non
avendo esitazione e timore per le loro
reticenze e i pregiudizi anche più radicati. Esponendo le verità fondamentali
della fede con chiarezza e convinzione, istruendo più con il nostro amore
comprensivo che con mezzi pedagogici, non cercando di vedere il frutto del
nostro lavoro ma con totale fiducia che Dio è fedele alle Sue promesse.
Aiutando ad acquistare i rudimenti della conoscenza coloro che siano
analfabeti e senza alcun tipo di istruzione.
Ammonire
i peccatori
Offrendo
loro l'opportunità di una scelta alternativa al loro disordine, con un
programma spirituale di ricupero della
propria vita. Testimoniando della nostra propria conversione e aiutandoli ad
acquistare un cuore nuovo, frutto di un pentimento sincero e di un proposito
fermo di cambiare e di fare ammenda per i torti commessi nel passato.
Confortare gli
afflitti
Facendoci amici dei senza amici, mostrando interesse' per loro,
identificandoci con la' loro pena, pregando con loro per
aiutarli a scoprire una chiamata di predilezione celata nel dolore.
Non
offrendo loro resistenza, rinunciando a sfidarli a nostra volta, rifiutando
laloro violenza pur accettandoli rendendo loro bene per male. Consapevoli che
la ferita di colui che offende è più profonda della nostra e che dobbiamo
desiderare di guarirla con la preghiera e con l'accettazione riparatrice.
Sopportare
i molesti
Scoprendo
nei loro problemi il bisogno nascosto di attenzione e il grido di angoscia
della loro solitudine. In questo infatti consiste
la chiamata eroica del Vangelo: «Se uno ti percuote la guancia destra, tu
porgigli anche l'altra; e a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la
tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà a fare un miglio,
tu fanne con lui due» (Mt 5,39-41).
Pregare
per i vivi e i morti
Non
solo individualmente e nelle intercessioni litaniche della comunità, ma introducendo la fame per la preghiera nella loro vita e nella loro
famiglia. Facendogli capire il potere della preghiera perseverante, con la
convinzione che chi cerca trova, chi chiede riceve e a chi bussa sarà aperto (cfr.
Mt 7, 7). Mettendoci con frequenza e
rispetto davanti al ricordo di coloro che ci hanno preceduti col segno della
fede e dormono ora il sonno della pace e commemorandoli in particolare nella
liturgia.
38. Anche se
come Fratelli della Parola, soddisfare la fame per Dio è il cuore del nostro
apostolato, sapremo riconoscere Faspetto spirituale di tutte le opere di
misericordia, in maniera che trovando qualcuno in immediato bisogno di un
soccorso materiale, non trascureremo di aiutarlo, finché altri meglio organizzati
di noi per questo, possano occuparsene in modo più stabile.
Non solo di cibo, ma anche di ogni
parola che viene dalla bocca di Dio.
Non solo di bevande ma di conoscenza
spirituale, di verità e di giustizia.
Non solo con abiti ma con dignità e
rispetto, coprendo il loro senso di vergogna, di colpa e di umiliazione con
l'amore di Dio che tutto copre, perdona, e veste a nuovo.
Non solo in una casa fatta di mattoni ma
in un cuore aperto, capace di accogliere, di condividere e di fare spazio
all'ultimo arrivato.
Non solo del corpo o della mente, ma
anche del comportamento e dell'anima.
Non solo delle carceri o dei centri di
detenzione, ma anche dei loro pregiudizi di cultura, razza, politica o
religione, delle loro cattive abitudini, dell'odio e dell'influenza del
maligno.
Non soltanto corporalmente, ma togliendo
radicamente dal nostro cuore il ricòrdo di situazioni negative vissute nel
passato, con la fede viva che nel mistero di Dio, dopo ogni morte ha luogo la
risurrezione.
Semplici e umili
mezzi
39. Tra i più poveri spiritualmente, inizieremo per annoverare ciascuno di noi Fratelli, consci che la nostra alleanza di vita ci lega l'un l'altro così come lo fa con gli altri poveri. È un privilegio e un amore servire Cristo nascosto nelle apparenze dell'altro, qualsiasi esso sia e dobbiamo farlo con riverenza e rispetto in spirito di fede e di sacrificio.
La fertilità del nostro lavoro,
dipenderà dall'essere solidamente radicati in Cristo, non con mezzi
importanti ma con la scelta deliberata di semplici ed umili servizi fatti con
grande amore.
In particolare identificandoci con i
poveri e condividendo completamente la loro condizione di insicurezza fino a
sentircene male.
A
causa di Gesù e del Vangelo
40. «Figliolini miei amatevi scambievolmente perché è il precetto
del Signore. Se si adempisse anche solo questo è già abbastanza» (San
Giovanni Evangelista).
«Amare Cristo con amore indiviso nella castità,
nella libertà della povertà, nel totale abbandono all'obbedienza, nella
reciproca fiducia e nella gioia, servendolo di tutto cuore sotto le apparenze
stressanti dei più poveri» (Madre Teresa).
È
solo a causa di Gesù e del Vangelo, che tu fratello potrai scegliere
spontaneamente di sottometterti alla disciplina della regola, e di entrare in
alleanza di vita con gli altri fratelli sotto l'autorità del servo-guida.
Questo abbozzo di regola è solo qui per indicarti un cammino. «Qual è infatti
la pagina, la parola di autorità divina nel Vecchio e nel Nuovo Testamento
che non sia una regola sicura per la vita umana?» (Regola di San Benedetto:
capitolo 73) verso 4).
Ricorda
quindi che la tua disposizione alla generosità con il Signore e con gli altri,
ti permetterà di correre con cuore aperto al suo incontro sperimentando la
gioia profonda di vivere assieme con altri fratelli. Mentre ogni qual volta ti
allontanerai dal tuo centro interiore con l'egoismo, rifiutandoti di portare la
tua parte di croce, ne appesantirai il peso sulle spalle di tutti gli altri.
La
nostra chiamata è di vivere in pace nel paradosso. Affrettati quindi verso il
ritorno del maestro che viene e poiché non ne sai né il giorno né l'ora,
rammenta che la scena di questo mondo passa subito e la realtà ultima ci
chiamerà presto a confronto, poiché alla sera della vita saremo giudicati
sull'amore.
«Marana-tha». «Vieni Signore Gesù».
IL
NOSTRO STILE DI VITA
«Cristo
pur essendo ricco spogliò se stesso. Qui si trova la contraddizione. Se voglio
essere povero come Cristo che si fece povero pur essendo ricco - devo fare lo
stesso. Oggigiorno c'è chi vuole essere povero e vivere con i poveri, ma vuole
essere libero di disporre delle cose come
desidera. Avere questa libertà significa essere ricco. Vogliono avere tutt'e
due le cose e non possono averle. Questo è un altro genere di contraddizione.»
Io
sono la via, la verità e la vita. (Gv 14, 16)
Come d seme è destinato a
diventare un albero, così noi siamo destinati a trasformarci in Gesù.
Ognuna
di noi accetterà:
- di
vivere una vita di povertà con gioiosa fiducia;
-
di imitare la castità di Maria, causa della nostra gioia;
-
di offrire lieta obbedienza sgorgata da vera gioia intenore.
Povertà
Le
volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi; ma il figlio
dell'uomo non ha dove posare il capo (Lc
9) 58). La povertà è la nostra dote.
Di fronte a Dio la
nostra povertà è umile riconoscimento ed accettazione della nostra fragilità
umana, della nostra impotenza e nullità; è consapevolezza della nostra
indigenza che si esprime come speranza in lui e disponibilità a ricevere tutto
da lui che è Padre. La nostra povertà dovrebbe essere veramente
evangelica
- amabile, lieta, cordiale, sempre pronta a offrire un gesto di amore. La povertà
è amore prima di essere rinuncia.
Per
amare è necessario dare.
Per
dare è necessario essere liberi dall'egoismo. Desiderose di condividere la
povertà di Cristo e quella dei nostri poveri:
-
consentiremo ad avere tutto in comune e a condividere ogni cosa con le Sorelle
in congregazione;
-
non accetteremo assolutamente nulla dai parenti, amici o benefattori per il
nostro uso personale. Qualunque cosa ci venga offerta la consegneremo ai nostri
superiori ad uso della comunità o per il servizio dei poveri;
-
mangeremo il cibo della gente, del paese in cui viviamo, preferendo ciò che
è più a buon mercato. Dovrà essere sufficiente e sano, per mantenerci in
buona salute, cosa essenziale dato il lavoro che la nostra vocazione richiede;
-
le nostre case saranno semplici e modeste, luoghi dove i poveri possano sentirsi
a casa propria;
-
andremo a piedi, ogni volta che ne avremo l'occasione, o ci serviremo dei
mezzi più umili di trasporto disponibili;
-
dormiremo in dormitori comuni senza privatezza, come i poveri;
-
noi e i nostri poveri dipenderemo interamente dalla Provvidenza divina per le
nostre necessità sia materiali che spirituali.
Ogni
volta che sarà necessario saremo disposte anche a fare la questua di buon
grado, in spirito di povertà e di fiducia gioiosa, facendoci mendicanti per
le membra povere del Cristo che visse Egli stesso di elemosine durante la sua
vita pubblica e che noi serviamo nei malati e nei poveri. Non faremo provviste,
né mendicheremo più di quanto sia necessario.
Nella
nostra Congregazione dobbiamo cercare di avere come meta la povertà più
completa. Essa deve essere un muro di difesa che ha due effetti:
-
tiene lontano il nemico. Come sappiamo dagli Esercizi Spirituali, il primo
stratagemma del diavolo è infondere negli uomini l'amore per le ricchezze; il
vero amore per la povertà evangelica chiude l'accesso dello spirito del male
nelle nostre esistenze;
-
assicura pace e protezione a coloro che vivono nell'interno di questo muro.
Nostro
Signore sulla croce non possedeva niente. La croce era stata data da Pilato, i
chiodi e la corona gli erano stati dati dai soldati. Era nudo e, quando mori,
croce, chiodi e corona gli furono portati via; fu avvolto in un sudano
donatogli da una persona di buon cuore e fu sepolto in una tomba che non era
sua.
Dobbiamo perdere l'abitudine di preoccuparci del futuro. Non c e motivo.
Il Signore è qui. Quando viene il desiderio del denaro, viene anche il desiderio
di ciò che il denaro può dare: cose superflue, belle camerette, ricercatezze
a tavola, più abiti, ventilatori, ecc. Le nostre necessità aumenteranno,
perché una cosa tira l'altra e il risultato sarà una continua scontentezza. La
povertà ci rende libere. Ecco perché possiamo scherzare e sorridere e avere
il cuore felice per Gesù. La prima vera povertà fu quella di Cristo che «spogliò
se stesso». Per nove mesi egli rimase nascosto nel piccolo spazio del seno di
Maria: nemmeno Giuseppe sapeva chi egli fosse. Pur possedendo tutto, non
possedeva nulla. Anche la sua nascita fu come quella dei più poveri tra i poveri.
Anche i nostri poveri hanno qualcuno che li assiste... Maria, no. A Nazareth,
anche la sua gente lo disprezzava. Non era necessario per Gesù praticare questa
povertà assoluta. il motivo è uno solo: lo desiderava. Egli voleva essere
nella maniera più completa uno di noi.
La
povertà è necessaria perché serviamo i poveri. Quando si lamentano per il
cibo, possiamo dire: lo mangiamo anche noi. Dicono: faceva tanto caldo stanotte,
non si poteva dormire. Possiamo rispondere:
anche
noi abbiamo avuto tanto caldo. I poveri si fanno il bucato, vanno scalzi: così
facciamo anche noi. Dobbiamo abbassarci per elevarli. il cuore dei poveri si
apre quando possiamo affermare che viviamo come loro. A volte hanno un solo
secchio d'acqua. Così anche noi. Fanno la fila: anche noi. Cibo, vestiario,
tutto deve essere come quello che hanno i poveri. Non facciamo digiuni. Il
nostro digiuno èmangiare quello che riceviamo senza scelte di sorta.
Cristo
pur essendo ricco spogliò se stesso. Qui si trova la contraddizione. Se voglio
essere povera come Cristo - che si fece povero pur essendo ricco -devo fare lo
stesso. Oggigiorno c'è chi vuole esser povero e vivere come i poveri, ma vuole
essere libero di disporre delle cose come desidera. Avere questa libertà
significa essere ricco. Vogliono avere tutt'e due le cose e non possono averle.
Questo è un altro genere di contraddizione.
La
nostra povertà è la nostra libertà. Questa è la nostra povertà:
rinunciare alla nostra libertà di disporre delle cose, di scegliere, di
possedere. Nel momento in cui mi servo delle cose e ne dispongo come se fossero
mie, in quel momento cesso di essere povera. Dobbiamo sforzarci di acquistare il
vero spirito di povertà, che si manifesta nell'amore con cui prati-chiamo la
virtù della povertà ad imitazione di Cristo, che la scelse come compagna
della sua vita terrena quando venne a vivere in mezzo a noi. Cristo non era
tenuto a vivere una vita di povertà, ma scegliendola ci ha insegnato quale
importanza ha per la nostra santificazione.
Pratichiamo
la virtù della povertà quando ci rammendiamo i nostri vestiti rapidamente, e
nella maniera più bella che ci sia possibile. Andare in giro con un abito e
con un san lacero non è certamente indizio di virtù di povertà; perché
ricordiamolo, non professiamo la povertà dei mendicanti, ma la povertà di
Cristo. Ricordiamo anche che il nostro corpo ètempio dello Spirito Santo e che
per questo motivo dobbiamo sempre rispettarlo con vesti rammendate bene. Non ci sogneremmo mai di usare panni sporchi e stracciati come
velo del tabernacolo per coprire la porta della dimora che Cristo ha scelto per
Sé sulla terra fino dal giorno della sua ascensione al cielo.
Per
lo stesso motivo, non dovremmo mai coprire il tempio dello Spirito Santo, che è
il nostro corpo con vesti stracciate, sporche, in disordine. I vestiti rattoppati
non sono una vergogna. Si dice di San Francesco di Assisi che, quando mori, il
suo abito aveva tante di quelle toppe che la veste originaria non esisteva più.
I
poveri sono anime grandi e dobbiamo loro profonda gratitudine, perché se non ci
avessero accettato non esisteremmo come Missionarie della Carità. Per poter
comprendere questo guardiamo Gesù. Per potersi fare uomo, Egli, pur essendo
ricco si fece povero. Avrebbe potuto scegliere il palazzo del re, ma per essere
eguale a noi, scelse di essere come noi in tutto, eccetto il peccato. Per essere
eguali ai poveri, scelse di essere povero come loro in ogni cosa, eccetto la
miseria. Ciascuna di noi ha dato la sua parola a Dio di seguire Cristo nella
povertà.
Quando
fate voto di povertà, dite: «Io non ho nulla». Ecco perché non potete
distruggere le cose o regalarle senza permesso. Non avete nemmeno il diritto
di dire: «Questo è il mio san». Per noi, la povertà è libertà. Tu sei
libera di amare Dio - libera di amare Dio con cuore indiviso.
Il
diavolo si dà molto da fare. Quanto più la nostra opera tende a portare anime
a Dio, tanto più egli cerca di allontanarci da Dio, di sciupare il nostro la-
voro.
La povertà costituisce una straordinaria protezione. Io la chiamo libertà.
Nulla e nessuno mi separerà dall'amore di Cristo.
Devi
sperimentare la gioia della povertà. La povertà non è solo rinuncia. La
povertà è gioia, è amore. Il motivo di ogni mia privazione'è che «amo Gesù».
Finché tu stessa non sperimenterai questa gioia della povertà, non
comprenderai mai ciò che dico. Abbi il coraggio di vivere questa povertà. Gesù
nacque a Betlemme, tutto quello che aveva era un pezzo di stoffa, un po' di
paglia. Immagina gli animali riuniti intorno al Bambino. Non c'erano stufe
elettriche. La Madonna deve avergli insegnato a camminare. Avrebbe potuto
scendere dal cielo già uomo fatto, invece venne fra di noi come un piccolo
bimbo. Ogni cosa era stata fatta per Lui. Egli si fece povero per amor nostro.
Non
dimenticherò mai una cosa che accadde quando ero a Loreto. Fra le bambine ce
n'era una tanto, tanto birichina. Aveva sei o sette anni. Un giorno in cui era
più turbolenta del solito, la presi per mano e le disse:
«Vieni,
andiamo a fare una passeggiata». Aveva con sé alcune monete. Con una mano
teneva la mia mano, con l'altra teneva strette le monete. «Voglio comprare
questo, voglio comprare quello», andava dicendo. Improvvisamente vide un
mendicante cieco e subito gli diede le sue monete. Da quel giorno fu una bambina
completamente diversa. Era tanto piccola e tanto irrequieta. Bastò quella
decisione per cambiare la sua vita. Lo stesso vale per noi. Liberati da tutto ciò
che può frenare il tuo slancio. Se vuoi essere tutta di Ge-sù, la decisione
deve venire dal tuo profondo.
Desidero
che tu sperimenti quella gioia della povertà che è in realtà la perfetta
letizia di San Francesco di Assisi.
Egli
la chiamava Madonna Povertà. Quanto più abbiamo, tanto meno sappiamo dare.
Procuriamo, dunque, di avere meno, per essere realmente capaci di dare tutto a
Gesu.
Siccome
i poveri diventano di giorno in giorno più poveri - a causa del rapido aumento
del costo della vita - poniamo maggiore attenzione nel praticare la povertà
nelle nostre case. Cerchiamo di moderarci nell'uso di quelle comodità che i
nostri poveri non possono permettersi, facendo in modo di avvertire la scarsità
di cibo, di vestiario, di acqua, di elettricità, di sapone, cose di cui essi
spessissimo fanno a meno.
Castità
Beati
i puri di amore perché vedranno Dio (Mt 5) 9). La castità è la nostra
risposta alla chiamata di Cristo.
Il
voto di castità è la nostra risposta alla chiamata di Cristo: è un'offerta
fatta a Dio solo, al quale ci consegnamo totalmente:
- per vivere una vita verginale nel fervore della carità e nella perfezione della castità, perché siamo convinte che la completa continenza non è né impossibile, né dannosa allo sviluppo umano, in quanto, nella maturità e nella delicatezza della nostra vocazione di donne consacrate, amiamo Cristo di amore profondo e personale, che si esprime nel nostro amore per le Sorelle, per i poveri e per il mondo nel quale viviamo;
-
lo spirito di rinuncia, non solo riguarda il matrimonio ma anche ci impegna ad
evitare qualsiasi mancanza esterna o interna contro la castità.
Il
voto di castità ci rende totalmente libere per la contemplazione di Dio e per
il dedito, libero servizio dei più poveri fra i poveri.
Per
suo mezzo ci uniamo a Gesù con amore indiviso, in modo da:
-
vivere in Lui, con Lui, per mezzo di Lui come nostra sola guida;
-
essere invase dalla sua stessa santità e ricolmate del suo spirito di amore;
-
far risplendere il volto luminoso di Gesù, raggiante di purezza e di amore per
il Padre e per l'umanità intera;
-
fare riparazione a Dio per tutti i peccati della carne che si commettono nel
mondo di oggi.
Con
il nostro voto di castità rinunciamo al dono naturale che Dio ci fa come
donne di diventare madri, per un dono ancora più grande, quello di essere vergini
per Cristo, di partecipare a una maternità molto più sublime.
Un
giorno, in una riunione, mi fu chiesto di dire qualcosa ai presenti. Perciò
dissi: «Mariti, sorridete alle vostre mogli, mogli, sorridete ai vostri mariti
e ai vostri figli». Non poterono capire come potessi dire loro una cosa di
questo genere. «E sposata?», mi fu chiesto. «Sì», risposi, «e non sempre
mi è facile sorridere a Gesù, perché a volte è tanto esigente». Ed è
vero. Con il voto di castità siamo sposate con Gesù.
Nel
mio cuore c’è un solo posto vuoto. È per Dio e per nessun altro. La
tentazione è come il fuoco nel quale l'oro si purifica e noi dobbiamo passare
attraverso questo fuoco.
Le
tentazioni sono permesse da Dio. La sola cosa che dobbiamo fare è rifiutarci di
cedere. Se dico che non voglio, sono salva. Ci possono essere tentazioni
contro la purezza, contro la fede, contro la vocazione. Se amiamo la nostra
vocazione, saremo tentate. Ma allora, anche, cresceremo in santità. Dobbiamo
vincere la tentazione per amor di Dio.
Con
il voto di castità, non solo rinuncio allo stato di vita coniugale, ma anche
consacro a Dio l'uso dei miei atti esterni e interni, i miei affetti. Non posso,
in coscienza, amare una creatura con l'amore di una donna per un uomo. Non ho più
il diritto di dare quell'affetto a una creatura in particolare ma solo a Dio.
Come! Allora dobbiamo essere come pietre, esseri umani senza cuore?
Dobbiamo dire semplicemente: «Non ha importanza; per me tutti gli esseri
umani sono uguali?». No, affatto. Dobbiamo rimanere come siamo, ma solo per
il Signore, al quale abbiamo consacrato tutti i nostri atti esterni ed interni.
Nostro
Signore, nel moment9 della sua morte, pensò a sua madre. Questa è la prova
che Egli fu uomo fino alla fine. Perciò, se hai un'indole affettuosa, conservala
e usala per Dio; se hai un temperamento portato al sorriso, mantienilo e usalo
per Dio.
La
gente del mondo pensa che il voto di castità ci renda disumane, facendoci
diventare come pietre, senza sentimento. Ognuna di noi può dire che questo
non è vero. Il voto di castità ci dà la libertà di amare tutti, invece di
diventare madri soltanto di tre o quattro figli. Una donna sposata può amare un
uomo solo; noi possiamo amare tutto il mondo in Dio. Il voto di castità non ci
rimpicciolisce; ci fa vivere in pienezza se è osservato fedelmente. Non èsemplicemente
un elenco di «no»; è amore. Mi dono a Dio e ricevo Dio. Dio diventa mio e
io divento sua. Ecco perché è proprio con il voto di castità che mi consacro
totalmente a Dio.
Dio
non vuole imporci un peso con questo voto. Dobbiamo amare la nostra
consacrazione che ci separa dal mondo per Dio solo. Dobbiamo essere libere
dalle cose per essere piene di Dio. U voto di castità ci rende libere di amare
con tutto il cuore e con tutta l'anima per amore di Dio.
Con
il voto di castità mi rendo libera per il Regno di Dio. Divento sua proprietà
ed Egli s'impegna a prendersi cura di me. Devo allora prestare un servizio dedito
e gratuito. Che cosa significa? È la conseguenza della castità, della mia
unione con Cristo. Perciò mi impegno a dare non un servizio qualunque, ma un
servizio dedito. Quando trascuro di fare bene qualche lavoro, come il servizìo
ai poveri, questo voto ne risente di più, perché veniamo prese solo da quelle
cose a cui diamo il nostro affetto.
Non
permèttere che qualche cosa venga a mescolarsi con il tuo amore per Gesù. Tu
appartieni a Lui. Nulla può separarti da Lui. E questa una frase importante
da ricordare. Egli sarà la tua gioia, la tua forza. Se ti tieni salda a questa
frase, le tentazioni e le difficoltà verranno, ma nulla ti spezzerà.
Ricevi
il simbolo del nostro sposo crocifisso. Ho scelto di essere la sposa di Gesù
Crocifisso. Di seguire le sue orme in cerca di anime facendo piccole cose con
grande amore. Egli viene a proclamare il lieto annunzio ai poveri per mezzo
delle nostre opere di amore.
Siamo
Missionarie della Carità unicamente per questa ragione. Portare Lui e la sua
luce nelle case dei poveri.
«Ricordate
sempre, dilette figlie in Cristo, il valore della vostra consacrazione
religiosa. Con la vostra consacrazione al Signore Gesù yoi rispondete al suo
amore e scoprite le necessità dei suoi fratelli e delle sue sorelle sparse nel
mondo. Questa consacrazione, espressa con i vostri voti, è per voi sorgente
di gioia e di pienezza. E il segreto del vostro contributo soprannaturale al
regno di Dio. È la misura dell'efficacia del vostro servizio ai poveri, la
garanzia della sua durata. Sì, appartenere a Cristo Gesù è un grande dono
dell'amore di Dio e possa il mondo vedere sempre questo amore nel vostro
sorriso. A tutte voi giunga la nostra Apostolica Benedizione» (Papa Paolo
VI> Roma, 5 giugno 1978).
Queste
sono le ultime parole del Papa alle Missionarie della Carità. Andate da Gesù
e ripeteteGli quello che vi ho detto: «Gesù che sei nel mio cuore, ti amo e
credo nel tuo amore per me».
Castità
non significa solo che non siamo sposate. Significa che amiamo Cristo con
amore indiviso. Per essere pure abbiamo bisogno di povertà. E male possedere?
Facciamo voto di povertà non perché sia male possedere le cose, ma perché
volontariamente scegliamo di farne a meno.
Voto
di castità significa amare Cristo con amorosa indivisa castità. Non vuol dire
soltanto che non possiamo avere una famiglia, che non possiamo sposarci. Ma è
qualcosa di più profondo, qualcosa di vivo, di reale - significa amarLo con
indivisa, amorosa castità per mezzo della libertà che la povertà ci dona. Dobbiamo
essere libere di amare - e di amarLo - con indiviso amore.
Nulla
ci separerà dall'amore di Cristo. E questo è il nostro voto di castità.
Con
questo voto siamo impegnate a rimanere fedeli alle umili opere della
Congregazione: ai più poveri fra i poveri, agli emarginati, ai respinti, ai
non
amati, ai non curati. Ciò significa che dipendiamo esclusivamente dalla
Divina Provvidenza. Dopo anni di rapporti con migliaia e migliaia di persone,
non c e ancora mai capitato di rimandare indietro qualcuno perché non avevamo
nulla da dargli. C'è sempre stato un piatto di riso in più, un letto in più.
Non abbiamo mai dovuto dire:
«Mi
dispiace, non ti posso accogliere o non posso darti niente».
Ricordo
che, quando stavo per partire da casa cinquanta anni fa, mia madre era
assolutamente contraria che io me ne andassi per farmi suora. Ma alla fine,
quando si rese conto che questo era ciò che Dio vo-leva da lei e da me, disse
qualche cosa di molto semplice: «Metti la tua mano nella sua mano e cammina
tutta sola con Lui». Questo è esattamente il nostro genere di vita. Anche se
siamo sempre circondate da tante persone, la nostra vocazione in realtà è vissuta
da sole con Gesù.
Per
che cosa mi impegno? Per quale motivo mi consacro a Dio? - Mi lego a Lui con
amore indi-viso. Dico a Dio Onnipotente: «Amerò tutti, ma l'unico che io voglio
amare in particolare sei Tu, solo Tu».
Per
essere in grado di comprendere la castità dobbiamo sapere che cosa sono la
povertà e l'obbedienza. Sono come i pilastri. Se muovo i pilastri tutto
Fedificio si piegherà da un lato e cadrà.
Obbedienza
Ecco,
io vengo, o Dio, per fare, la tua volontà (Eb 10, 7). La sottomissione, per chi
ama, più che un dovere è una gioia.
Gesù Figlio Unigenito del Padre, uguale al Padre,
Dio da Dio, Luce da Luce, non senti
l'obbedienza al di sotto della sua dignità.
Perciò:
- accetteremo, ameremo e rispetteremo
tutti i nostri legittimi superiori;
- pregheremo sinceramente per loro;
- dimostreremo loro gioiosa fiducia e
lealtà;
- offriremo un'obbedienza lieta, pronta,
semplice e costante senza discussioni né scuse.
Dovremmo obbedire non solo agli ordini
dei superiori, ma, se li conosciamo, anche ai loro desideri, in spirito di
fede. Essi possono sbagliare nel comandare, ma noi non possiamo sbagliare
nell'obbedire.
Ogni volta che
i superiori ritengono necessario, per la maggior gloria di Dio, cambiare la
nostra residenza, il lavoro, le compagne, accoglieremo questo cambiamento
come vera volontà di Dio e mostreremo un'obbedienza umile e gioiosa.
Ricordi la superiora che ella è prima per le Suore, poi per il lavoro. Perciò tratti le Sorelle maternamente, senza scoraggiarle mai, specialmente quando sbagliano. Abbia speciale cura delle anziane e delle malate e di quelle che non si prendono dovuta cura di se stesse. Nei lavori domestici sia sempre la prima a metter mano all'opera. Non abbia niente di speciale o di diverso per quanto riguarda il vitto, il vestiario e l'alloggio. Abbia piena fiducia nelle Sorelle. Sia generosa quando osservano con fervore la povertà. Sia, la sua casa, una casa di amore, di gioia e di pace.
La
vera obbedienza è un genuino atto di amore che ci fa praticare le altre virtù.
Essa ci rende simili ai martiri, perché è un martirio molto più grande perseverare
nell'obbedienza per tutta la vita che morire in un momento solo per un colpo di
spada.
La
superiora è nel posto di Dio. Il posto che le è stato assegnato è come una
cattedra. La cattedra rimane, ma la persona può cambiare. Oggi sei seduta tu,
su quella cattedra; domani potrebbe esserci seduta qualche altra. Ma la
cattedra è la stessa. La cattedra non si adatta bene a tutte nello stesso
modo. Alcune sono troppo piccole, altre troppo alte, mentre ad alcune si
addice perfettamente. La cattedra spetta a Dio, il quale ha conferito ai tuoi
superiori questa posizione. Devo sottomettermi se desidero progredire nella
pace.
È
impossibile che una Sorella obbediente non si faccia santa. L'obbedienza ci dà
intima gioia e pace. Essa è la sola condizione per una stretta unione con
Dio.
Se
vogliamo farci sante dobbiamo essere completamente obbedienti. Dio non ci
prende mai ciò che non siamo disposte a dare. Dobbiamo dare tutto a Lui
liberamente e spontaneamente.
Affinché
la nostra obbedienza sia gioiosa e pronta, dobbiamo essere convinte che
obbediamo a Gesù. E come si arriva a questa convinzione? con la pratica dell'eroica
virtù dell'obbedienza. Amore per amore. Se volete sapere se amate Dio, fatevi
questa domanda:
«Obbedisco?».
Se obbedisco, va tutto bene. Perché? Perché tutto dipende dalla mia volontà.
Se divento santa o peccatrice, dipende da me. Vedi dunque come è importante
l'obbedienza. La nostra santità, oltre che dalla grazia di Dio, dipende dalla
nostra volontà. Non perdere tempo in attesa di fare grandi cose per Dio. Non
avrai la prontezza di dire sì nelle grandi cose se non ti eserciti a dire sì
nelle mille e una occasioni di obbedienza che ti capitano durante la giornata.
A
una delle Sorelle che era stata mandata a studiare accadde una cosa. Il giorno
in cui doveva ricevere il suo diploma, mori. Mentre stava per morire domandò:
«Perché Gesù mi ha chiamato per così poco tempo?». E la Madre rispose: «Gesù
vuole te, non il tuo lavoro». Dopo questo fu perfettamente felice. Conoscenza
di Dio, amore di Dio, servizio di Dio: sono il fine della nostra vita e
l'obbedienza ci dà le chiavi di tutto ciò.
Un
sacerdote amava i cinesi e voleva fare qualcosa per loro. Si impegnò talmente
nel lavoro da sembrare che anche i suoi occhi fossero diventati obliqui, e' come
quelli dei cinesi. Se vivremo costantemente in compagnia di Gesù,
assomiglieremo a Lui e faremo ciò che Egli faceva. Nulla piace di più a Dio
del nostro obbedire. Amiamo Dio non per quello che ci dà, ma per quello che
si degna di prendere da noi. I nostri piccoli atti di obbedienza ci danno
occasione di provare il nostro amore per Lui.
E
molto più facile conquistare un paese che conquistare se stessi. Ogni atto di
disobbedienza indebolisce la mia vita spirituale. E come una ferita che lascia
sgorgare il sangue goccia a goccia. Nella nostra vita spirituale non c'è
nulla come la disobbedienza che possa causare più velocemente tanta rovina.
Nel
Vangelo si trovano tante prove dell'obbedienza di Cristo. Se ci trovassimo a
Nazareth in spirito, potremmo innanzitutto sentire la risposta della Madonna
all'angelo: «Sia fatto di me secondo la tua parola». Poi sentiremmo dire di
Gesù: «Tornò a Nazareth e stava loro sottomesso» - a un carpentiere e a una
semplice ragazza di paese. Poi udremmo Gesù di-re: «Sono venuto per fare la
volontà del Padre mio, di Colui che mi ha mandato». Infine vedremmo Gesù
durante la passione, obbedire ciecamente ai suoi carnefici.
Dobbiamo
costruire la nostra obbedienza sull'esempio di Gesù nel Vangelo. Che cos'è
questa obbedienza? Con questo voto di obbedienza io dono a Dio qualcosa che
Egli non può prendere da me senza il mio consenso: la mia volontà, di cui ho
pieno controllo.
Per
considerare la nostra obbedienza dobbiamo astenerci dalla critica. Devo tenermi
lontana da qualsiasi cosa, anche piccola, che indebolisca la mia obbedienza.
Se non obbediamo, siamo come un edificio senza cemento. Per noi l'obbedienza è
come il cemento. L'obbedienza è irrazionale per un'anima superba, ma non per
un' anima umile.
L'obbedienza
è qualche cosa che mi rende simile a Cristo. Le rinunce che facciamo per la
povertà sono qualcosa che ognuno nel mondo secolare può compiere. Lo stesso
si può dire per la castità. Ma amare e stimare il privilegio di vivere sotto
obbedienza èdi pochi eletti. Perché l'amiamo e la stimiamo? Perché non è
solo un mezzo sicuro per compiere la volontà di Dio, ma anche una grazia e un
onore molto particolare.
Che
cosa ci porta l'obbedienza peffetta? È una sorgente inestinguibile di pace.
La gioia interiore viene soltanto dall'obbedienza peffetta, il cui risultato è
una stretta unione con Dio.
Se
desideriamo fare qualcosa di grande per la Chiesa, dobbiamo prima essere
obbedienti. Gesù è il nostro modello. Egli era povero, obbediente, caritatevole.
«In te, Gesù, desidero essere pura; desidero obbedire; desidero essere
povera». Non posso dire se troverò il cammino. No, devo rinunciare totalmente
a me stessa, affinché unicamente Gesù lo possa compiere m me.
La
povertà e l'obbedienza sono unite molto strettamente infatti si completano.
L'una non può sussistere senza l'altra: si completano. Ecco perché la
Scrittura dice: «Essendo ricco, si fece povero» e anche: «Ecco, io vengo, o
Dio, per fare la tua volontà». «il mio cibo è fare, la volontà di Colui che
mi ha mandato». Io penso che Gesù non sarebbe stato capace di vivere la sua
vita se non avesse accettato questo. Egli ha dovuto farsi povero e obbedire a
suo Padre pienamente. Si fece povero sia materialmente che spiritualmente.
Se, invece, siamo superbe e manchiamo di carità, invece di essere vuote, non
possiamo obbedire realmente.
L'obbedienza
è più difficile della povertà. La nostra volontà è l'unica cosa a cui
possiamo aver diritto. Nella povertà nulla è nostro. Nell'obbedienza entra in
gioco la mia volontà, di cui Dio non si appropria per forza. Quanto più
ameremo Dio, tanto più obbediremo.
Molte
Congregazioni hanno abbandpnato il voto di obbedienza. Non hanno più superiori.
Ogni membro prende da sé le decisioni. Hanno rinunciato completamente
all'obbedienza. Sapete che cosa èsuccesso per questo? Solo negli Stati Uniti
50.000 suore hanno lasciato la vita religiosa. Questa distruzione della vita
religiosa viene principalmente dalla mancanza di obbedienza. La pura casualità
distrugge completamente la vita religiosa.
L'obbedienza
è l'atto più perfetto di amore di Dio. Obbedisco non perché ho paura, ma
perché amo Gesù. Allora soltanto potrò compiere grandi progressi nella
santità. Se trascuro l'obbedienza, anche la povertà finirà. Quando non c e
poverta, non c'è più nemmeno la castità.
Dice la tradizione che agli angeli era stato detto di adorare il Bambino. «Non
servirò» fu il primo atto di disobbedienza. Avevano avuto libertà di scelta.
«Essendo
ricco, si fece povero». Per una persona superba è difficilie obbedire. Non
amiamo piegarci, essere umili. Per essere santi abbiamo bisogno di obbedienza.
Il Vangelo è pieno dell'umiltà di Maria. Pur essendo immacolata, pur essendo
santa, ella obbediva. «Umiltà del cuore di Gesù, riempi il mio cuore».
Durante il giorno, diciamo spesso questa preghiera. Se c’è risentimento nel
nostro cuore e se non abbiamo accettato l'umiliazione, non impareremo l'umiltà.
Non possiamo imparare l'umiltà dai libri. Gesù accettò l'umiliazione. Il
nulla non può disobbedire. Nella nostra vita di Missionarie della Carità
l'obbedienza è il dono più grande che possiamo fare a Dio. Gesù venne per
fare la volontà del Padre suo e la fece dal principio alla fine.
Se desideriamo veramente sapere se qualcosa èuna tentazione, esammiamo la nostra obbedienza. È la luce più sicura nei momenti di tentazione e ci farà conoscere esattamente dove siamo e che cosa stiamo facendo. E la luce migliore in quella terribile oscurità. Anche per Gesù, il diavolo cercava di scoprire chi fosse. Non era sicuro. Il diavolo si piegherà a qualsiasi cosa pur di scoprire qual è il nostro punto debole. Farà qualunque cosa per indurci ad accettare quel cattivo pensiero, a dire quella parola scortese, a compiere quell'atto impuro, quell'atto di disobbedienza, a presentarci l'occasione di fare una cosa senza chiedere il permesso, quella negligenza nella preghiera - proprio quella sola cosa. Se ci fosse un premio da dare per la pazienza, dovrebbe essere dato al diavolo. Egli ha moltissima pazienza.
Questa
forza di cui abbiamo bisogno, dobbiamo impararla da Gesù. Ecco perché
abbiamo bisogno dell'Eucaristia. Guarda come il diavolo agiva con Gesù.
Andava passo passo: una tentazione, poi un'altra. Non riusciva, ma ricominciava
da capo. Per questo Gesù sapeva quanto abbiamo bisogno di Lui ed è per questo
che dovremmo pregare. Guarda gli inizi. Le tentazioni - come le tentazioni
contro la purezza quando vengono - hanno soltanto lo scopo di' aiutarci a
raggiungere un amore più grande per la purezza. L'obbedienza è la protettrice
di tutti i voti e di tutte le virtù. Per questo facciamo i voti secondo
l'obbedienza. Il diavolo non si preoccupa su cosa tentarci, gli basta
distoglierci da Gesu.
Uno
degli architravi della santità è l'obbedienza. Per poter obbedire, dobbiamo
essere liberi. Ecco perché facciamo voto di povertà pur non avendo niente. «Gesù
tornò a Nazareth e stava loro sottomesso» (Lc 2, 51). Noi dobbiamo
scendere nella profondità del nostro cuore per fare in modo di portare la
santità attorno a noi.
Molte
volte Gesù ha detto: «Sono venuto a fare la volontà del Padre mio. Il Padre
ed io siamo una cosa sola». Quando punisce il Signore nell'Antico Testamento?
Quando il suo popolo non obbedisce; quando non mantiene la parola data ed è
infedele all'alleanza.
Per
quanto tempo si assoggettò, Gesù? per trenta lunghi anni. Era venuto a portare
il lieto annunzio eppure trascorse trenta anni facendo il lavoro di falegname.
Era così chiamato il «figlio del falegname».
Esamina
la tua povertà. È qùalcosa di gioioso? Esamina la tua obbedienza. E
abbandono totale? Sono due gemelli. La povertà è la sorella e l'obbedienza il
fratello. Se conoscerai la povertà e l'obbedienza, le amerai. Se le amerai, le
osserverai.
È
difficile, sì. Si intende che è difficile. Gesù dice:
«Se
vuoi essere mio discepolo, prendi la tua croce e seguimi». Egli non ci
costringe. Dice: «Se vuoi». Non siamo i soli a dover obbedire. Anche i taxisti
devono obbedire. Semaforo rosso, semaforo verde, anche questa è obbedienza.
Non
ho mai ricevuto tante grazie quanto attraverso l'obbedienza. Riceverai molte
grazie di più se ti abbandonerai totalmente.
L'amore
per l'obbedienza è amore per la volontà di Dio.
A
tutte le superiore della nostra
Congregazione: Siate ciò che il nostro Santo Padre disse in pubblico: le
serve delle serve di Dio. Voi siete qui per servire, non per essere servite: la
parola «collaboratrice» si addice più a voi che a qualsiasi altra Sorella.
Ricordatevelo, voi siete le prime fra le vostre Sorelle. Aiutatele quindi a
crescere nella somiglianza con Cristo. Cercate di conoscere meglio ognuna di
loro. Allora le amerete e le servirete con amore di dedizione, proprio come
Cristo ama ognuno di noi.
L'obbedienza
ben vissuta ci libera' dall'egoismo e dalla superbia e ci aiuta a trovare Dio e,
in Lui, il mondo intero. L'obbedienza porta con sé una grazia particolare che
genera indefettibile pace, gioia intenore e stretta unione con Dio.
L'obbedienza
trasforma piccole cose e occupazioni banali in atti di fede viva; la fede in
azione è amore e l'amore in azione è servizio. L'obbedienza vissuta con gioia
crea una viva coscienza della presenza di Dio; e così la fedeltà a semplici
atti di obbedienza diventa come goccia d'olio che mantiene accesa la luce di Gesù
nella nostra vita.
Servizio
ai più poveri tra i poveri
Il
nostro servizio consacrato ai più poveri tra i più poveri è una chiamata che
Cristo ci ha rivolto per mezzo della sua Chiesa:
-
per amarlo generosamente e liberamente nei diseredati con i quali Egli si
identifica e si evidenzia, perché in loro noi possiamo amare e servire la Sua
t)resenza;
-
per riparare tutti i peccati di odio, di freddezza, di mancanza di attenzione e
di amore che si commettono in tutto il mondo di oggi verso di Lui nella persona
dei fratelli, dei più poveri tra i poveri.
Con
questo voto ci impegnamo a prestare un servizio dedito e libero ai più poveri
fra i poveri secondo l'obbedienza.
Dedito
significa: con cuore ardente di zelo e di amore per le anime, con indivisa
devozione, interamente radicata nella nostra profonda unione con Dio nella
preghiera e nell'amore fraterno; libero significa che offriamo loro non solo le
nostre mani per servirli, ma anche il nostro cuore per amarli con bontà e umiltà,
interamente a disposizione dei poveri.
Dobbiamo
dare servizio immediato ed effettivo ai più poveri fra i poveri, per tutto il
tempo in cui non hanno nessuno per aiutarli:
-
dando da mangiare agli affamati: non solo di cibo, ma anche della Parola di Dio;
-
dando da bere agli assetati: non solo di acqua, ma anche di conoscenza, di
fraternità, di pace, di verità, di giustizia e di amore;
-
vestendo gli ignudi: non solo con abiti, ma anche di dignità umana;
-
dando alloggio ai senzatetto: non solo un rifugio fatto di mattoni, ma un cuore
che comprende, che protegge, che ama;
-
curando i malati e i moribondi: n6n solo il corpo, ma anche lo spirito e la
mente.
I
più poveri fra i poveri, senza riguardi a quale categoria, credo o nazionalità
appartengano, sono: gli affamati, gli assetati, i nudi, i senza tetto, gli
ignoranti, i carcerati, gli storpi, i lebbrosi, gli alcolizzati, gli indigenti
malati o moribondi, i non amati, gli abbandonati, gli esclusi, tutti coloro
che sono un peso per la società umana, che hanno perso la fede e la speranza
nella vita; ogni membro della nostra famiglia religiosa che accetta di vivere
la vita di povertà evangelica proprio per il fatto della sua fragilità umana;
così come i peccatori induriti, ostinati; coloro che sono sotto il potere
del maligno, quelli che inducono altri al peccato, all'errore, alla confusione;
gli atei, gli erranti, quelli che vivono nell'equivoco e nel dubbio, i tentati,
i ciechi spiritualmente, i deboli, i tiepidi e gli ignoranti; quelli non ancora
toccati dalla luce di Cristo; quelli affamati della Parola di pace di Dio; i
difficili, i repellenti, i rifiutati, gli afflitti e le anime del Purgatorio.
La
nostra vocazione è una chiamata a seguire l'umiltà di Cristo. Manteniamoci
ben con i piedi per terra, nel vivere l'attenzione di Gesù per i più poveri e
i più umili in modo da poter recare loro un servizio immediato ed effettivo,
finché non abbiano trovato altri che possano aiutarli in maniera migliore e più
duratura.
Come
ami Dio, così devi amare i poveri nelle loro sofferenze. L'amore per i poveri
deve traboccare dal tuo amore per Dio. Devi cercare i poveri e servirli. Quando
li hai trovati devi prenderteli a cuore. Dobbiamo essere molto grate verso
questa nostra gente, perché ci permette in coro di toccare Cristo. Dobbiamo amare
i poveri come Lui.
Un
indù mi diceva: «So che cosa fate in Nirmal Hriday (la casa dei moribondi): li
sollevate dalle strade e li portate in cielo».
La
differenza fra la nostra opera e il lavoro sociale sta nel fatto che noi doniamo
un servizio libero e generoso per amore di Dio. All'inizio, quando sorse
l'opera, mi venne una febbre e feci un sogno: sognai San Pietro, che mi disse:
«No, non c'è posto per te, qui. Non ci sono agglomerati di baracche in cielo».
«Va bene» gli risposi «allora continuerò a lavorare. Porterò la gente dalle
baracche al cielo».
La
nostra vocazione non è il lavoro: la fedeltà ad umili servizi è piuttosto la
maniera in cui mettiamo in atto l'amore. «Che tutti siano una cosa sola. Come
tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una sola cosa, perché
il mondo creda che tu mi hai mandato» (Gv 14,21). Se rimarrete uniti Dio
si prenderà cura di voi.
Essendo
una comunità religiosa modellata sulla prima Comunità cristiana, la nostra
prima grande responsabilità è quella di essere comunità. Rivelando
innanzitutto gliuni agli altri qualcosa dell'amore, della premura e della
tenerezza di Dio; cosa significa conoscere ed essere conosciuti, amare ed essere
amati, e così essere un seguodi testimonianza della vocazione più profonda
della Chiesa, che è diriunire gli uomini diogni tribù elingua e popoli e
nazioni, redenti dal sangue di Cristo, per formare la famiglia di Dio, dove
regna l'amore. «Guardate come si amano».
Proprio
come Gesù mandava i suoi discepoli a due a due, anche noi andremo a due a due
con il permesso e con una Sorella come compagna. Per la strada reciteremo il
rosario incoraggiandoci allo zelo e al fervore e proteggendoci a vicenda.
L
asuperiora di ogni casa ricorderà che la sua disponibilità sarà rivolta
prima di tutto alle Sorelle e poi al lavoro.
Perciò:
-
nei suoi rapporti con le Suore si comporterà maternamente, mai scoraggiandole
specialmente negli insuccessi;
-
mcoraggerà e inviterà gioiosamente ogni Sorella affinché dia un contributo
personale valido al bene dell'istituto e della Chiesa. Ciò ci guiderà a
prendere decisioni più sagge che si concretizzeranno a beneficio di tutti;
-
sarà sempre la prima a dedicarsi ai lavori domestici;
-
non avrà niente di speciale o di diverso in fatto di vitto, vestiario o
alloggio;
-
avrà completa fiducia nelle Sorelle e sarà sempre generosa, specialmente
quando osservano veramente la povertà;
-
rispetterà con la massima discrezione quanto le Suore le confidano e desiderano
che non sia rivelato, specialmente casi personali. Non le costringerà mai a
rivelarle i loro segreti;
-
soprattutto mediante il suo esempio di umiltà, di obbedienza e di unione con i
superiori maggiori, insegnerà alle Sorelle l'arte di «fare sempre le cose che
piacciono al Padre».
Memori
che la nostra comunità non è composta di persone già sante, ma da individui
che si sforzano nel farsi santi, saremo estremamente pazienti nel tollerare
gli errori e le mancanze reciproche.
il
nostro amore reciproco sarà:
-
altruista, generoso, tenero, personale e rispettoso;
-
al di là di simpatie o antipatie, amicizie ed inimicizie, meriti o demeriti;
-
fedele, profondo e liberante;
-
un non scendere a compromessi per mostrarsi attento, ma compassionevole e
capace di perdonare perché comprensivo;
-
sempre pronto ad infondere speranza, incoraggiante, fiducioso, dedito e
disposto al sacrificio fino alla morte di croce.
I
miei voti mi legano alla mia Sorella perché è molto più povera del povero
della strada. Se non sono gentile verso il povero della strada e se non gli
sorrido, qualche altro lo farà. Ma per le mie Sorelle non c e nessun altro.
Potrà
capitare che, nei suoi momenti di debolezza, la tua superiora ti appaia come Gesù
nelle sue apparenze più miserevoli: ella ha bisogno allora del tuo amore,
della tua umiltà, della tua fiducia. Stimala con amorosa fiducia lei malgrado,
perché Gesù non è cambiato, in lei è sempre lo stesso perché di Gesu ce n
e uno solo.
La
nostra Congregazione è ancora giovane. Le nostre superiore non hanno ancora
molta esperienza. Sli comprensiva, sij buona. Vedi la mano di Dio che cerca di
scrivere un messaggio meraviglioso di amore a te personalmente usando una matita
impeffetta o anche spuntata.
Anche
così la mano e la mente di Dio si servono di lei e tu devi cercare di capire e
astenerti dall'esaminare la matita. Oggi si serve di una matita inappropriata,
però il messaggio di amore è ugualmente là
-
sempre bello, sempre vero, sempre accorto - soltanto per te. Cristo per
te si servirà solo di quella matita nel luogo dove ti trovi. Allora bacia la
mano, ma non cercare di spezzare la matita.
La
nostra vita insieme
Come
segno di ingresso in un nuovo stato di vita come la consacrazione religiosa e
come segno del nostro desiderio di nascondimento:
-
riceviamo un nome religioso nuovo al momento della professione;
-
tra di noi ci chiamiamo «Sorella».
Il nostro abito religioso consiste in:
-
un abito di cotone bianco semplice e modesto;
-
un sari di cotone bianco orlato di azzurro sulla testa;
-
una cintura di corda;
-
sandali;
-
un crocifisso e un rosario.
Questi saranno i segni:
-
del nostro amore consacrato a Dio e alla Chiesa;
-
della nostra dedizione ai poveri del mondo e un richiamo di edificazione
atteso da tutti quelli che lo indossano.
Le
candidate desiderose di unirsi alla Congregazione devono:
-
avere almeno diciotto anni di età;
-
essere libere da impedimenti;
-
spinte da retta intenzione;
-
sane di corpo e di mente, capaci di sopportare le asperità che comporta questa
speciale vocazione;
-
in grado di acquisire cognizioni (specialmente la lingua del popolo che
servono);
-
di temperamento gioioso;
-
in grado di dare un giudizio assennato.
Le
Sorelle indosseranno un semplice vestito indiano, cioè un abito bianco, un sari
bianco ornato di azzurro, una cintura fatta di corda, un crocifisso e sandali.
L'abito
bianco e il sari orlato di azzurro sono il segno della modestia di Maria:
dovrebbe ricordarci la nostra separazione dal mondo e dalle sue vanità, la nostra
veste battesimale e il nostro impegno a mantenere puro il cuore.
La
cintura fatta di corda è il segno dell'angelica purezza di Maria. Dovrebbe
ricordarci che dobbiamo tendere alla stessa purezza, con l'aiuto di un forte
guardiano: la santa povertà.
I
sandali sono un segno di libertà: la nostra libera scelta di seguire Cristo in
cerca di anime.
Il
crocifisso è un segno di amore: segno che dovremmo conoscere, amare ed
imitare. Quando indossiamo l'abito dovremmo ripensare con devozione a ciò che
ciascun elemento del nostro abito religioso significa
per noi e recitare ogni preghiera che lo accompagna con grande amore.
Sì,
il nostro abito è un segno di appartenenza - ecco perché dobbiamo averne
grande cura. E una protezione per noi, una protezione sia fisica che spirituale.
Siate grate per l'abito.
Il
lavoro in cui siamo impegnate richiede un corpo sano. Perciò ogni Sorella, in
coscienza, è tenuta ad aver cura della propria salute. La quantità di cibo,
che è tanto saggiamente prescritta per noi, deve essere presa fiduciosamente.
Facciamo questo non per la soddisfazione dei sensi, ma per dimostrare al Signore
il nostro desiderio di lavorare per Lui e con Lui e che possiamo essere capaci
di vivere vite di penitenza e di riparazione.
Sarebbe
una mancanza parlare del vitto o lamentarsi riguardo a ciò che ci viene
servito. Essere occupate da questi pensieri non è mai edificante in nessun momento.
Se le vivande sono buone, ringraziamo Dio! Se no, ringraziamolo egualmente e
ringraziamolo tantopiù, in quanto ci ha dato occasione di imitare il nostro
Salvatore nella sua povertà. Cristo certamente non banchettava sontuosamente
durante la vita.
I
suoi genitori erano poveri e i poveri non indugiano a gustare i piaceri della
mensa. Spesso infatti sopportò vere privazioni, come ce lo dimostrano la
moltiplicazione dei pani e dei pesci e le spighe di grano raccolte
camminando attraverso i campi. Questi particolari dovrebbero essere richiami
salutari per noi quando i nostri pasti sono frugali.
Per
fare parte della nostra Congregazione sono necessarie poche cose. Occorrono
soprattutto mente sana e corpo sano.
Capacità
di imparare. Molto buon senso e temperamento gioioso. Io ritengo che per un
lavoro come il nostro siano indispensabili buon senso e allegria.
Poiché
il viaggiare diventa sempre più costoso, abbiamo deciso per il futuro di
prendere con noi, oltre ai vestiti, solo il cuscino, la federa, due lenzuola,
una coperta, un bicchiere, tazza e piatto. A provvedere il resto penserà ogni
casa. (Gli oggetti dovrebbero essere numerati. A ogni Sorella verrà assegnato
un numero corrispondente. Ogni casa dovrebbe avere oggetti secondo il numero
delle Sorelle della casa).
Una
volta al mese dovete tutte aiutare a pulire il deposito dove si tengono il
cibo e le provviste da distribuire ai poveri. Tutte le Sorelle della casa
devono sapere che cosa si debba dare, ma occorre che ci sia una Sorella
responsabile della distribuzione piuttosto che ciascuna farlo a caso. Sarebbe
anche bene che ognuna, compresa la superiora, pulisse bagni e servizi almeno
una volta alla settimana e che desse una mano in cucina. Dovunque c'è un pezzo
di terra, lavoratela e trasformatela in un giardino; piantate più che potete
alberi da frutto in modo da poterne dare ai poveri. Questo vi aiuterà a tener
vivo lo spirito di dura fatica e di sacrfficio che ha sempre caratterizzato la
nostra Congregazione.
Siamo
state chiamate a donare fino a soffrirne. Le nostre costituzioni dicono che «come
segno della nostra consacrazione riceviamo un nome nuovo», con un voto ci
consacriamo completamente a Dio, il nuovo nome esprime tale voto. Quando ci
chiamano per la prima volta con il nuovo nome, rispondiamo:
«Signore
mi hai chiamato». Quando cessiamo di udire chiamare il nostro nome ci
separiamo da Lui. Possiamo riconoscere la sua voce che chiama il nostro nome
solo nel silenzio del cuore. Cambiando nome, testimoniamo di non appartenere
più a noi stesse ma a Gesù.
Non
perdere mai l'occasione di divenire come Gesù6 Professiamo di
fronte al mondo: «Sono la sposa di Gesù crocifisso». Come una donna che
all'altare dichiara davanti al mondo il suo matrimonio ad un uomo, in
particolare così anche noi prendiamo un nome nuovo per attestare la nostra
completa appartenenza a Gesù.
CONTEMPLAZIONE E SERVIZIO
«Sii
gentile, molto gentile verso i poveri che soffrono.
Non
ci rendiamo abbastanza conto delle difficoltà in cui si trovano. L'avvilimento
più penoso deriva dalla sensazione di sere indesiderati»
Poveri
in casa
Non ho bisogno di danaro proveniente dal vostro superfluo. Ho bisogno
che condividiate il lavoro, che tocchiate con mano, che comprendiate. Venite
quando abbiamo qui la nostra gente, venite a vedere. Stasera ho incontrato
alcune delle persone che vengono qui a cercare la loro cena. Sono persone
magnifiche. Ringraziano dal profondo del cuore. Non hanno nulla. D'altra parte
noi non diamo loro gran che, solo qualche panino e una tazza di tè. Non è
certamente molto. Ma sentono di essere accolti, sentono che vi è un posto
dove possono venire, dove possono sperimentare di essere amati, di essere
rispettati. Io voglio che voi condividiate questo, perché è questa
condivisione ciò che deve distinguere un collaboratore. Piccole cose. Non
voglio che diate del vostro superfluo, della vostra abbondanza. Voglio che diate
come quel bambino che disse: «Per tre giorni non mangerò zucchero; voglio dare
il mio zucchero a Madre Teresa». Que~llo che dovete dare èuna cosa piccola
come questa. E questo che io voglio che sentiate, che gustiate.
Dovete sperimentare
di essere in grado di capire quello che sto dicendo. Anch'io ho dovuto sperimentarlo
per poterlo capire. Lo stesso deve essere per ognuno di voi. Lo dovete
sperimentare anzitutto in casa vostra. Dovete fare della vostra casa, della
vostra famiglia, un'altra Nazareth, dove regnano amore, gioia, unità. Solo
allora potrete rivelare tutto questo e darlo a quanti sono attorno a voi, al
vostro prossimo della porta accanto.
Perciò vi supplico: cercate di trovare anzitutto li, nella vostra
casa, i vostri poveri. Non permettete a nessuno di sentirsi solo,
indesiderato, non amato, ma non permettetelo anzitutto a quelli di casa vostra,
al vostro prossimo. C'è qualcuno che è cieco? Andate a leggergli il giornale,
a fargli le spese, a fargli le pulizie. Non si richiede nient'altro che questo.
Amatevi gli uni gli altri
Qualche tempo fa, verso mezzanotte un ragazzo bussò alla nostra
porta. Scesi ad aprire. I' ragazzo piangeva e diceva: «Sono andato da mia
madre, ma mia madre non mi ha voluto. Sono andato da mio padre, ma mio padre non
mi ha voluto. Lei mi vuole?». E una scena che si ripete ogni giorno in molti
luoghi.
Anche qui a Melbourne abbiamo persone che non sono desiderate, non sono
amate, e tuttavia appartengono a lui, sono lui. E sono nostre. Sono i nostri
fratelli e le nostre sorelle.
In
India, in Europa, in tutti i luoghi dove le Sorelle incontrano Cristo nascosto
sotto le sembianze dei poveri, vi è la stessa fame. Probabilmente qui in
Australia, come in Europa e in America, le persone non hanno fame di un pezzo
di pane, di un pezzo di stoffa, e tuttavia c'è questa terribile solitudine,
questa terribile sensazione di non essere voluti, di non essere amati, di non
aver nessuno da poter considerare come proprio.
Sono forme di grande povertà e noi dobbiamo credere a Cristo, il quale
non può ingannarci e che ha detto:
«Avevo fame e mi avete dato da mangiare; ero nudo e mi avete rivestito;
ero senzatetto e mi avete accolto... lo avete fatto a me».
A Calcutta, abbiamo raccolto dalla strada più di 27.000 persone.
Vengono da noi oppure le raccogliamo per strada e le portiamo nel nostro
centro. Fanno una buona morte, fanno veramente una buona morte con Dio. Finora
non ho mai visto o incontrato un solo uomo o una sola donna che si sia rifiutato
di chiedere «scusa» a Dio odi dire: «Ti amo, mio Dio». E anche le Sorelle
possono dire la stessa cosa.
Seguiamo e curiamo migliaia di lebbrosi. Sono
così grandi, così belli nei loro volti e nei loro corpi sfigurati. Ogni anno
a Natale organizziamo per loro un piccolo ricevimento. Lo scorso Natale sono
andata da loro e ho detto loro che quello che hanno è un dono di Dio, che Dio
li ama in modo particolare, che sono molto
cari al suo cuore, che la malattia che li ha colpiti non è peccato. Allora un
uomo anziano, completamente sfigurato, mi venne vicino e mi disse: «Ripetilo
ancora una volta. Mi ha fatto bene sentirlo. Ho sempre sentito dire che
nessuno ci ama. È meraviglioso sapere che Dio ci ama. Ripetilo ancora una
volta».
Qui a Melbourne abbiamo una casa per persone abbandonate, dove abbiamo
raccolto persone che non hanno nessuno, che vivono per strada, persone per le
quali i soli posti disponibili sono, forse, la prigione e la strada. Orbene, una
di queste persone era stata gravemente ferita da un compagno. Pensando che si
trattasse di una cosa grave, qualcuno gli chiese:
«Chi ti ha fatto questo?». L'uomo cominciò a dire un sacco di bugie,
ma non voleva dire il nome della persona che lo aveva ferito. Quando la
persona che lo aveva interrogato si fu allontanata, gli chiesi: «Perché non
hai detto il nome di chi ti ha colpito?». Quell'uomo mi guardò e disse: «La
sua sofferenza non servirà certo a ridurre la mia sofferenza». Ecco che cosa
significa:
«Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato».
Sii gentile, molto gentile, verso i poveri che soffrono. Non ci rendiamo
abbastanza conto delle difficoltà in cui si trovano. L'avvilimento più penoso
deriva dalla sensazione di essere indesiderati. Questa è la prima più
terribile esperienza che un lebbroso patisce anche oggi. Dimostra il suo amore
per loro con l'essere molto gentile, agisci con bontà, parla cortesemente.
Preferisco che le Sorelle sbaglino per bontà piuttosto che operino miracoli con
durezza e scortesia.
Fra i poveri abbiamo i poveri ricchi: bambini più dotati, pazienti più
puliti, ecc. Dobbiamo guardarci dal preferire, dallo scegliere. Ci sono bambini
mentalmente ritardati che non sono in grado di corrispondere, perciò
l'inclinazione naturale sarebbe di trascurarli. Sono queste le occasioni che
richiedono il dovere del dedito e gratuito servizio. U bambino povero «ricco»
può trovare sempre un posto: è il bambino chiuso, ritardato, affamato che io
devo soprattutto considerare.
A casa dobbiamo amare le nostre Sorelle. Anche loro sono le più
povere tra i poveri. Dopo di questo ci sarà più facile con gli altri
all'esterno.
I nostri poveri diventano di giorno in giorno più poveri. Sìi loro
conforto e preoccupati di aiutarli. Apri gli occhi sui loro bisogni. Realizza le
parole «prestare servizio dedito e gratuito ai poveri». Dai a Cristo che si
nasconde sotto le loro misere vesti. È Gesù che tu nutri, vesti, ospiti, nel
povero; fai tutto ciò con grande indiviso amore.
Ai bambini e ai poveri, a tutti coloro che soffrono e sono soli, offri
sempre un bel sorriso; non dare loro soltanto le tue cure, ma anche il tuo
cuore.
La bontà ha convertito più persone che non lo zelo, la scienza o
l'eloquenza. Facciamo voto di prestare servizio dedito e gratuito ai poveri.
Questo non significa forse amore per i poveri? I poveri non sono al nostro
servizio. Se vogliamo che i poveri vedano Cristo in noi, dobbiamo prima noi
vedere Cristo in loro.
Il
volto di Cristo
Gesù si è fatto il pane di vita per poter saziare la nostra fame di
Dio, il nostro amore di Dio. E poi, per saziare la sua propria fame del nostro
amore, si è fatto affamato, nudo, senzatetto, e ha detto: «Quando lo avete
fatto al più piccolo dei miei fratelli, lo avete fatto a me». Noi siamo
contemplative nel mondo perché tocchiamo Cristo ventiquattro ore al giorno. La
nostra unione eucaristica con Cristo deve produrre questo frutto poiché Gesù
ha detto: «Io sono la vite e voi i tralci» e noi portiamo frutto non sulla
vi-te ma sul tralcio. Quale tremenda responsabilità per voi e per me, per tutti
noi! il frutto dipende dall’unione del tralcio alla vite. È quindi
necessario che la nostra unione con il Cristo sia reale, non immaginaria. E
necessario che sia viva, convinta. E dobbiamo cominciare dalle nostre case. Se
non amiamo la nostra famiglia e coloro che vivono accanto a noi, ci esponiamo
in realtà a un grande inganno. Nessuno può amare da solo. La vostra vocazione
è frutto di una scelta da parte di Cristo. Perché voi e non altri? Perché
me e non altri? Non so, è un mistero. Il fatto di vivere insieme dovrebbe
aiutarci ad approfondire il nostro amore per Gesù, la nostra conoscenza di
Dio. Questa conoscenza ci porterà ad amarlo e l'amore ci porterà a servirlo.
Gesù ha detto: «Avevo fame, ero nudo, ero senzatetto». Dobbiamo
occuparci anzitutto dei nostri bambini, delle nostre famiglie e poi degli
altri. C'è molta, moltissima sofferenza nel mondo. Sofferenza per la fame,
per la mancanza di casa, per ogni sorta di malattie. Ma io penso che la
sofferenza più grande sia quella di essere soli, indesiderati, non amati, senza
nessuno che si occupi di noi. Penso che la sofferenza più grande sia quella di
aver dimenticato che cosa significa essere toccati in modo umano, essere amati,
essere desiderati, essere circondati dalla propria gente. Penso che tutto
questo possa trovarsi anche nelle famiglie ricche. Ed è per questo che non mi
stanco di ripetere che dobbiamo esercitare la nostra missione di amore e di
compassione anzitutto nelle nostre case. Per poterlo fare abbiamo bisogno di
preghiera e di sacrificio. Qualche tempo fa, vennero a trovarci a Calcutta
quaranta professori dagli Stati Uniti. Parlammo un po 'insieme e poi uno di
loro mi chiese: «Ci dica qualcosa che possa aiutarci a cambiare la nostra vita».
Dissi loro: «Sorridetevi a vicenda, prendete tempo gli uni per gli altri,
fatevi scambievolmente piacere». Allora uno di loro mi chiese: «Lei è
sposata?». Risposi: «Sì, e a volte faccio molta fatica a sorridere a Gesù».
Penso che abbiano capito molto bene quello che intendevo dire. A volte Gesù
può essere molto esigente.
Se offri alla gente un Cristo rotto, un Cristo zoppicante, storto e
deforme - deformato da te - questo è tutto ciò che essi riceveranno. Se tu
desideri che lo amino, prima devono conoscerlo. Perciò presenta un Cristo
intero, prima alle Sorelle, poi alla gente delle periferie.
Mostro il Cristo pieno di zelo, di amore, di gioia e di splendore? Sono
una testimonianza vera? O sono una luce opaca, una luce falsa, una lampada senza
contatto, che non riceve la corrente e perciò non illumina? Risolvi con tutto
il cuore di essere una luce risplendente. «Aiutami a diffondere la tua
fragranza dovunque vada».
Fai che il povero, vedendoti, si senta attrattQ da Gesù. La miseria
inasprisce molto i poveri, che parlano e agiscono senza rendersi conto di quello
che dicono e che fanno. Ma si ricordano di Cristo quando ti vedono - anche se
sono esasperati - perché tu glielo ricordi?
Portali a Dio e non attirarli mai e poi mai a te. Non li avvicini a Dio
quando cerchi te stessa e le persone ti amano per te stessa e non perché tu
ricordi loro il Cristo.
Sincerità
ed umiltà
L'umiltà è verità, per cui in tutta sincerità dobbiamo saper
guardare in alto e dire: «Tutto posso in colui che mi dà forza». Grazie a
questa affermazione di Paolo dovete essere fiduciosi nel compimento del vostro
lavoro, o piuttosto del lavoro di Dio, e farlo bene, efficacemente e
peffettamente, con Gesù e per Gesù.
Siate anche convinti che da soli non potete fare nulla, non potete
avere nulla se non il peccato, la debolezza e la miseria, dato che tutti i
doni di natura e di grazia che avete vengono da Dio.
È bello vedere l'umiltà del Cristo, «il quale, pur essendo di
natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma
spogliò se stesso assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli
uomini» (Fil 2,6-7).
Quest'umiltà di Gesù rifulge' soprattutto nel presepe, nell'esilio
in Egitto, nella vita nascosta, nell'incapacità di farsi capire dalla gente,
nell'abbandono dei suoi apostoli, nell'odio dei giudei, in tutte le terribili
sofferenze della sua passione e morte e ora nel suo stato permanente di umiltà
nel tabernacolo, dove si è ridotto a una minuscola ostia che il sacerdote può
tenere tranquillamente fra due dita. Più svuotiamo noi stessi, più lasciamo
a Dio spazio da riempire.
Supplichiamo la Vergine che renda i nostri cuori miti e umili come il
cuore del suo figlio. È da lei e in lei che è stato formato il cuore di Gesù.
Cerchiamo di pregare incessantemente per ottenere la mitezza e l'umiltà.
Impariamo l'umiltà accettando di buon grado le umiliazioni. Non lasciatevi
sfuggire una sola occasione. E così facile essere orgogliosi e scostanti,
imbronciati ed egoisti. E facilissimo, ma noi siamo stati creati per cose ben
maggiori. Perché allora abbassarci a cose che rovinano la bellezza dei nostri
cuori?
La sola cosa che Gesù ci ha chiesto è di
essere miti ed umili di cuore e, per diventarlo, ci ha insegnato a pregare. Per
primo ha messo «miti». Da questa parola derivano gentilezza, premura,
semplicità, generosità, sincerità.
Verso chi? Gli uni con gli altri. Gesù ha collocato l'umiltà dopo la mitezza.
Non possiamo amarci scambievolmente senza ascoltare la voce di Dio nei nostri
cuori.
Che cosa dobbiamo apprendere prima di tutto? Ad essere miti ed umili.
Solo se saremo miti ed umili acquisteremo l'esperienza della preghiera. Se impareremo
a pregare apparterremo a Gesù. Se apparterremo a Gesù impareremo a credere e
se crederemo impareremo ad amare e se ameremo impareremo a servire.
Sii sincero nelle tue preghiere. Preghi veramente quando dici le tue
preghiere? Sai pregare? Ti piace pregare? La sincerità non è altro che umiltà
e tu acquisti l'umiltà solo accettando le umiliazioni. Tutto ciò che è
stato detto riguardo all'umiltà non è sufficiente per insegnarci l'umiltà.
Tutto quello che hai letto riguardo all'umiltà non è sufficiente per insegnarti
l'umiltà. Tu impari l'umiltà solo accettando le umiliazioni. E incontrerai
l'umiliazione per tutta la vita.
La più grande umiliazione è sapere che sei un nulla. Questo arrivi a
riconoscerlo quando incontri Dio nella preghiera. Quando sei faccia a faccia
con Dio non puoi riconoscere altro che di essere un nulla, di non avere nulla.
Dio parla nel silenzio del tuo cuore. Se ti metti davanti a Dio in preghiera e
in silenzio, Dio, sicuramente, ti parlerà. Solo allora conoscerai la tua nullità.
E solo quando ne sarai veramente persuaso Dio ti riempirà.
Il
silenzio
La nostra missione non è forse quella di portare Dio ai poveri nelle
strade? Non un Dio morto ma un Dio vivo, un Dio di amore. Gli apostoli dissero:
«Noi ci consacreremo alla preghiera e'al ministero della Parola».
Più riceviamo nella nostra preghiera nel silenzio, più possiamo dare
nel nostro lavoro. U silenzio ci offre un nuovo modo di vedere le cose. Abbiamo
bisogno di questo silenzio per poter toccare le anime. La cosa essenziale non è
quello che diciamo noi ma quello che Dio dice a noi e quello che egli dice
attraverso di noi, del nostro apostolato.
Gesù è sempre li ad aspettarci in silenzio. In questo silenzio egli ci
ascolta e parla alle nostre anime. Li noi ascoltiamo la sua voce. li silenzio
interiore è molto difficile, ma dobbiamo fare lo sforzo di pregare intensamente.
In questo silenzio troviamo una nuova energia e la vera unione. La forza
di Dio passa in noi, permettendoci di fare bene le cose che dobbiamo fare, di
sintonizzare peffettamente i nostri pensieri con i suoi pensieri, le nostre
preghiere con le sue preghiere, le nostre azioni con le sue azioni, la nostra
vita con la sua vita.
Le nostre parole sono inutili se non escono dalle profondità del
cuore.
Le parole che non trasmettono la luce di Cristo non fanno che aggravare
l'oscurità.
Sforzatevi di camminare alla presenza di Dio, di vedere Dio in ogni
persona che incontrate e di vivere la vostra meditazione del mattino durante
tutta la giornata. Per le strade soprattutto irradiate la gioia di appartenere a
Dio, di vivere con lui e di essere sue. Per questo, nelle strade, nelle case,
nel vostro lavoro, ovunque vi troviate, dovreste pregare sempre con tutto il
vostro cuore e con tutta la vostra anima. Custodite quel silenzio che Gesù
conservò per trent'anni a Nazareth e che continua a conservare nel tabernacolo,
dove intercede per noi.
Pregate come la Vergine Maria, che conservò ogni cosa nel suo cuore
attraverso la preghiera e la meditazione, e che continua a farlo come
mediatrice di tutte le grazie.
L'insegnamento di Cristo è talmente semplice che anche un bambino può
capirlo.
Gli apostoli, pieni di fede, gli chiesero: «Insegnaci a pregare». Gesù
rispose: «Quando pregate, dite: Padre nostro...».
Dio ama il silenzio. I' suo linguaggio è il silenzio. «State calmi e
conoscete che io sono Dio». Ci chiede di fare silenzio per scoprirlo.
Ci parla nel silenzio del cuore.
Gesù ha passato quaranta giorni nella solitudine e nel silenzio prima
di iniziare la sua vita pubblica. Si è spesso ritirato in disparte, tutto
solo, passando la notte sui monti nel silenzio e nella preghiera. Colui che
parlava con autorità ha passato la prima parte della sua vita nel silenzio.
La Parola di Dio oggi tace. Nell'eucaristia, il suo silenzio è la
lode del Padre più alta e più autentica. E l'adorazione di Dio. Abbiamo
bisogno di silenzio per essere soli con Dio, per parlargli, per riandare le sue
parole in profondità nei nostri cuori. Abbiamo bisogno di essere soli con Dio
nel silenzio, per èssere rinnovati e trasformati. U silenzio ci permette una
nuova percezione della vita. In esso veniamo colmati della forza di Dio, quella
forza che ci permette di fare tutto con gioia. Il silenzio èil fondamento della
nostra unione con Dio e fra di noi. Il frutto del silenzio è la preghiera;
il frutto della preghiera è la fede; il frutto della fede è l'amore;
il frutto dell'amore è il silenzio.
Per rendere
possibile un vero silenzio interiore praticheremo:
-
silenzio degli occhi, cercando di
vedere sempre la bellezza e la bontà di Dio dovunque, chiudendoli sulle colpe
altrui e a tutto ciò che è peccaminoso e nocivo all'anima;
- silenzio delle orecchie, prestando sempre ascolto al-la voce di
Dio e al grido del povero e del bisognoso, chiudendole a tutte le altre voci che
vengono dal maligno o dalla natura decaduta: per esempio, chiacchiere,
pettegolezzi o parole poco caritatevoli;
-
silenzio della lingua, lodando Dio e
annunziando la sua vivificante parola che è verità che illumina e ispira,
apporta pace, speranza e gioia, astenendoci così da ogni autodifesa e da ogni
frase che possa causare oscurità, agitazione, pena e morte;
-
silenzio della mente, aprendola alla
verità e alla conoscenza di Dio nella preghiera e nella contemplazione,
come Maria che custodiva nel cuore le meraviglie del Signore e chiudendola a
tutte le insincerità, distrazioni, pensieri disfattisti, giudizi temerari,
falsi sospetti, sentimenti e desideri di vendetta;
- silenzio del cuore, amando Dio con tutto il cuore, con tutta la
nostra anima, con tutta la nostra mente, con tutte le nostre forze; amandoci
l'un l'altra come Dio ci ama, desiderando Dio solo ed evitando ogni egoismo,
odio, invidia, gelosia e cupidigia.
- silenzio del cuore, non
solo delle labbra, è anch'esso necessario. Allora tu puoi ascoltare Dio dovunque:
nella porta che si chiude, nella persona che ha bisogno di te, nel canto degli
uccelli, nei fiori, negli animali; quel silenzio è meraviglia e lode. Perché?
Perché Dio è dovunque e tu puoi vederlo e ascoltarlo in ogni luogo. Il corvo
loda il Signore. L'insignificante corvo lo posso sentire bene. Possiamo vedere
e sentire Dio in quel corvo, ma non possiamo vederlo e sentirlo se il nostro
cuore non è puro.
Se saremo attente a custodire il silenzio ci sarà facile pregare e
pregare fervorosamente. C'è tanto da dire e da riferire, tante cose da
raccontare a voce e per iscritto.
La nostra vita di preghiera deve risentirne molto perché i nostri
cuori non sono in silenzio poiché come tu sai: «Dio parla solo nel silenzio
del cuore». Soltanto dopo aver molto ascoltato possiamo parlare per la
sovrabbondanza del cuore.
La
vita spirituale
Che cos'è la
nostra vita spirituale? È un'unione diamo-re con Gesù..., un'unione di amore
nella quale il divino e l'umano si danno completamente l'uno all'altro.
«Amerai il Signore
Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente».
Questo è il comandamento di Dio ed egli non può comandare l'impossibile.
L'amore è un frutto di stagione in ogni tempo dell'anno ed è a portata di
mano di ognuno. Ognuno può raccoglierlo ed esso è inesauribile. Ognuno può
appropriarsi di questo amore attraverso la meditazione, lo spirito di
preghiera, il sacrificio, un 'intensa vita interiore.
Non è possibile impegnarsi nell'apostolato diretto senza essere un'
anima di preghiera. Dobbiamo essere consapevoli di essere una cosa sola con il
Cristo, così come egli era consapevole di essere una cosa sola con il Padre.
La nostra attività è veramente apostolica solo nella misura in cui gli
permettiamo di lavorare in noi e attraverso di noi, con il suo potere, il suo
desiderio, il suo amore. Dobbiamo diventare sante, non per il piacere di
sentirci sante, ma per permettere a Cristo di vivere pienamente la sua vita in
noi. Dobbiamo essere tutto amore, tutta fede, tutta purezza, per amore dei
poveri che serviamo.
Quando avremo
imparato realmente a cercare Dio e la sua volontà, i nostri contatti con i
poveri diventeranno strumento di maggiore santità per noi stesse e per gli
altri...
Amate la preghiera, sentite spesso durante il giorno il bisogno di
pregare, prendetevi la briga di pregare. La preghiera allarga il cuore fino a
renderlo capace di contenere il dono che Dio fa di se stesso. Chiedete e
cercate e il vostro cuore crescerà abbastanza per poter ricevere lui e per
poterlo conservare sempre come vostro...
Il nostro progresso nella santità dipende da Dio e da noi stesse: dalla
grazia di Dio e dalla nostra volontà di essere sante. Dobbiamo essere veramente
decise a raggiungere la santità. «Voglio essere santa» significa voglio
spogliarmi di tutto quello che non è Dio, voglio spogliare il mio cuore di
tutte le cose create, voglio vivere in povertà e distacco, voglio rinunciare
alla mia volontà, alle mie inclinazioni, ai miei desideri e alle mie
immaginazioni, per rendermi schiava volontaria della volontà di Dio...
Spesso
con il pretesto dell'umiltà, della fiducia, dell'abbandono, non trascuriamo
forse di servirci della nostra volontà? Dobbiamo essere veramente risolute se
vogliamo raggiungere la santità. Santa Teresa dice che Satana ha orrore delle
anime risolute. Tutto dipende da queste due parole: voglio o non voglio. In
questo «voglio» devo porre tutte le mie energie. «Voglio» hanno detto san
Giovanni Berchmans, san Stanislao, santa Maria Margherita e sono diventati
santi. Che cos'è un santo se non un' anima risoluta, un'anima che usa tutte le
sue energie e agisce? Non è forse questo che intende san Paolo quando
afferma: «Tutto posso in colui che mi dà forza»?
La
famiglia
La carità comincia in casa. Perciò, il nostro primo sforzo dovrebbe
essere quello di fare delle nostre case delle nuove Nazareth, dove regni
l'amore e la pace. Ma questo può avvenire solo se la famiglia vive unita e
prega unita.
Oggi nel mondo vi è tanta sofferenza. Io sono convinta che gran parte
di questa irrequietezza e sofferenza dipende dalla famiglia. La famiglia è
sempre più slegata: non prega più unita, non condivide più la gioia, si va
sgretolando.
Voi,
nostri collaboratori, avete una magnifica occasione di vivere insieme a noi la
stessa nostra missione di amore, di pace e di unità. Nella vostra vita potete
proclamare a tutti che Cristo è vivo...
Le Missionarie della Carità e i collaboratori dovrebbero vivere la
loro vita nel modo più pieno possibile. Noi siamo contemplativi nel mondo dato
che tocchiamo il Cristo ventiquattro ore al giorno. La nostra unione
eucaristica con Cristo dovrebbe portare questo frutto, dal momento che Gesù ha
detto: «Io sono la vite e voi i tralci» (Gv 15,5). I frutti sono sui tralci e
non sul tronco. Come è grande allora la vostra e la mia responsabilità, la
responsabilità di tutti noi, se il frutto dipende dall'unione dei tralci alla
vite!
La nostra unione con Cristo deve essere dunque qualcosa di reale e non pura fantasia; deve essere viva, profondamente sentita, frutto di vera convinzione. E deve portare frutto anzitutto nella famiglia. Se non amiamo la nostra famiglia dal di dentro e se non amiamo il nostro prossimo, allora la nostra vita sarà un fallimento.
Cristo vi ha scelti perché possiate vivere questa grande vocazione, la
vostra vocazione di amore come collaboratori. Perché voi e non altri? Perché
me e non altri? Non so, è un mistero. Ma il fatto di essere uniti ci dovrebbe
aiutare ad approfondire la nostra conoscenza di Dio. La conoscenza ci porterà
ad amarlo e l’ amore ci porterà a servirlo.
Quando insieme, voi ed io, cerchiamo di scoprire il v~9lto di Cristo
negli altri, Gesù non può deluderci. E stato lui a dire: «Avevo fame, ero
nudo, ero senza-tetto...» (cfr. Mt 25,31-46). E tuttavia il nostro primo
dovere è quello di tener dietro ai nostri figli, alle nostre famiglie. Solo
dopo dobbiamo occuparci anche degli altri.
Esiste tanta sofferenza nel mondo. La sofferenza materiale è la
sofferenza della fame, dell'esilio, di ogni sorta di disgrazie. Ma io credo che
la sofferenza più grande sia quella di sentirsi soli, indesiderati, non
amati.
Penso che la sofferenza più grande sia quella di non aver nessuno che
si occupi di noi, di aver dimenticato che cosa sia un vero contatto umano, che
cosa sia l'amore umano, che cosa significhi essere desiderati, amati, che cosa
significhi appartenere a un gruppo umano.
Ora questo può avvenire anche nelle famiglie dei ricchi. E per questo
che insisto tanto sul fatto che il nostro primo dovere è quello di compiere
la nostra missione di amore anzitutto e soprattutto nelle nostre famiglie.
La forza della preghiera
Quando Maria visitò santa Elisabetta accadde una cosa strana: il
bambino non ancora nato sussultò di gioia nel grembo della madre. E veramente
strano che Dio si sia servito di un bambino non ancora nato per dare il primo
benvenuto al suo figlio fatto uomo.
Ora impera ovunque l'aborto e il bambino fatto a immagine di Dio viene
gettato nella spazzatura. Eppure quel bambino, nel grembo della madre, è
stato creato per lo stesso grande fine di tutti gli esseri umani: amare ed
essere amato. Oggi che ci troviamo riuniti qui insieme ringraziamo anzitutto i
nostri genitori che ci hanno voluto, ci hanno dato questo meraviglioso dono
della vita e con esso la possibilità di amare e di essere amati. Per la maggior
parte della sua vita pubblica Gesù ha continuato a ripetere la stessa cosa: «Amatevi
gli uni gli altri come Dio vi ama. Come il Padre ha amato me, io ho amato voi.
Amatevi gli uni gli altri».
Guardando alla croce sappiamo a qual punto Dio ci abbia amati. Guardando
al tabernacolo, sappiamo a quaf punto continui ad amarci.
Se vogliamo amare ed essere amati, è molto importante che preghiamo.
Impariamo a pregare. Insegniamo ai nostri figli a pregare e preghiamo con
loro, poiché il frutto della preghiera è la fede - «io credo» - e il frutto
della fede è l'amore - «io amo» -e il frutto dell'amore è il servizio - «io
servo» - e il frutto del servizio è la pace. Dove comincia questo amore? Dove
comincia questa pace? Nella nostra famiglia...
Preghiamo dunque, preghiamo continuamente, poiché la preghiera ci darà
un cuore puro e un cuore puro potrà vedere il volto di Dio anche in un bambino
non ancora nato. La preghiera è realmente un dono di Dio, poiché ci dà la
gioia di amare, la gioia di condividere, la gioia di tenere unite le nostre famiglie.
Pregate e fate pregare assieme a voi i vostri figli. Sento tutte le cose
terribili che avvengono oggi. Dico sempre che se una madre può arrivare ad
uccidere il suo bambino, allora non c'è da stupirsi che gli uomini si
uccidano fra di loro. Dio dice: «Se anche una madre potesse dimenticare il
proprio figlio, io non mi dimenticherò di voi. Vi ho nascosti nel palmo della
mia mano, voi siete preziosi ai miei occhi. Io vi amo».
È Dio stesso che parla: «Io vi amo».
Se potessimo soltanto comprendere che cosa significa «pregare il
lavoro»! Se potessimo soltanto approfondire la nostra fede! La preghiera non
è un semplice passatempo e un proferire di parole. Se avessimo fede quanto un
granello di senape, potremmo dire a questa cosa di muoversi ed essa si muoverebbe...
Se il nostro cuore non è puro non possiamo vedere Gesù negli altri.
Se trascuriamo la preghiera e se il ramo non resta unito alla vite,
seccherà. Qùesta unione del ramo con la vite è la preghiera. Se
quest'aggancio c'è, allora c'è amore, e gioia; allora soltanto saremo
l'irradiazione dell'amore di Dio, la speranza dell'eterna felicità, la
fiamma di amore ardente. Perché? Perché siamo una cosa sola con Gesù. Se tu
vuoi sinceramente imparare a pregare osserva il silenzio.
Apprestandoti a curare i lebbrosi inizia il lavoro con la preghiera e
usa particolare gentilezza e compassione per il malato. Questo ti aiuterà a
ricordare che stai toccando il Corpo di Cristo. Egli è affamato di questo
contatto. Vorresti non darglielo?
I nostri voti non sono null'altro che adorazioni di Dio. Se sei sincero
nelle tue preghiere allora i tuoi voti hanno un senso; altrimenti non
significheranno niente. Emettere i voti è preghiera, perché fa parte del culto
a Dio. I voti sono promesse fra te e Dio solo. Non ci sono intermediari.
Tutto si svolge fra Gesù e te.
Passa il tuo tempo in preghiera. Se pregherai avrai fede, e se avrai
fede desidererai naturalmente di servire. Chi prega non può che avere fede e
quando c'è fede si desidera trasformarla in azione.
La fede così trasformata diviene gioia perché ci offre l'occasione
di tradurre il nostro amore per Cristo in opere.
Significa cioè incontrare Cristo e servirlo.
Tu hai bisogno di pregare in modo particolare, perché nella nostra
congregazione il lavoro è soltanto frutto di preghiera... è il nostro amore in
azione. Se sei veramente innamorata di Cristo, non importa l'insignificanza
del lavoro, lo farai il meglio possibile, lo farai con tutto il cuore. Se il tuo
lavoro è sciatto, anche il tuo amore per Dio è di poco conto; il tuo lavoro
deve provare il tuo amore. La preghiera è veramente vita di unione, è essere
uno con Cristo... Perciò la preghiera è necessaria come l'aria, come il
sangue nel corpo, come qualunque cosa che ci mantiene in vita, che ci mantiene
in vita nella grazia di Dio.
L'
aborto
Oggi la realtà che più distrugge la pace è l'aborto. Se noi siamo
qui, significa che i nostri genitori ci hanno voluti. Non saremmo qui se i
nostri genitori non ci avessero voluti.
Noi vogliamo i nostri figli, li amiamo. Ma che avviene dei milioni di
bambini mai nati? Mòlti si preoccupano sinceramente per i bambini dell'India,
per i bambini dell'Africa, che muoiono di malnutrizione, di fame, ecc. Ma ben
pochi pensano ai milioni di bambini che muoiono per volontà delle loro madri.
Oggi è questa la realtà che più distrugge la pace.
Se infatti una madre può giungere ad uccidere il proprio figlio, che
cosa potrà impedire che io uccida voi e che voi uccidiate me? Non vi è nulla
che possa impedirlo.
Lo dico in India. Lo ripeto ovunque vado. Salviamo i bambini. Che cosa
abbiamo fàtto per l'infanzia? Al-l'inizio dell'anno ho parlato ovunque, ho
potuto e ho detto: Sia questo l'anno in cui ci impegniamo a far sì che ogni
bambino, nato e non nato, sia desiderato. Ora l'anno volge alla fine. Abbiamo
veramente fatto tutto quello che stava in noi perché i nostri bambini fossero
desiderati?
Noi cerchiamo di combattere l'aborto attraverso le adozioni.
Abbiamo salvato migliaia di vite umane. Abbiamo avvertito tutte le cliniche, gli
ospedali, le stazioni di polizia, di non gettar via i bambini, ma di
segnalarceli, che noi li avremmo presi. Ci prende remo cura di voi, prenderemo
il vostro bambino e gli troveremo una casa. Abbiamo moltissime richieste da
parte di famiglie che non hanno bambini. Per noi, questa è una benedizione di
Dio. E stiamo facendo anche un'altra cosa molto bella. Stiamo insegnando ai
nostri mendicanti, ai nostri lebbrosi, agli abitanti dei quartieri poveri, alla
gente che vive per strada, i metodi naturali di pianificazione familiare.
Solo a Calcutta, in appena sei anni, abbiamo avuto 61273 bambini in meno
da famiglie che li avrebbero certamente avuti, se non le avessimo convinte a
praticare il metodo naturale della continenza, dell'autocontrollo, come
forma di amore vicendevole. Insegniamo ai genitori a usare il metodo della
temperatura, un metodo molto bello e molto semplice. E i nostri poveri
capiscono. E sapete che cosa mi hanno detto? Mi hanno detto: la nostra
famiglia è sana, la nostra famiglia èunita e noi possiamo avere un bambino
quando vogliamo. Sono persone di strada, mendicanti, eppure hanno capito e io
penso che se la nostra gente può fare questo, tanto più lo potete fare voi e
tutti gli altri che conoscono i modi e i metodi, cessando di distruggere la
vita che Dio ha creato in voi.
I poveri sono formidabili. Possono insegnarci tante cose belle. L'altro
giorno, uno di loro è venuto a ringraziarmi. Mi ha detto: «Voi che praticate
la castità, siete i più adatti per insegnarci la pianificazione familiare,
dal momento che essa non chiede nient'altro che un po' di ~utocontrollo come
forma di amore scambievole». E meraviglioso. Sono persone che forse non hanno
nulla da mangiare, non hanno una casa dove abitare, ma sono grandi, stupende.
La santità non è un lusso
La vostra non è una semplice professione, ma una vocazione. E una vita
consacrata, dal momento che, toccando i malati, guarendo i malati, Gesù ha
detto: «... lo avete fatto a me».
Come devono essere traboccanti di amore i vostri cuori per poter amare
come Gesù. Dato che i malati, gli abbandonati, i disabili vi avvicinano con
grande speranza, devono poter ricevere da voi questo grande tenero amore,
questa grande compassione.
I malati e i sofferenti non hanno bisogno di pietà e di simpatia ma di
amore e di compassione. Per questo è molto importante che meditiate e
comprendiate le parole di Gesù: «... l'avete fatto a me». Nell'ora della
nostra morte saremo giudicati su quello che saremo stati per lui nei poveri:
«Ero malato, ero affamato, ero nudo, ero senzatetto e... voi lo avete fatto a
me». Dove comincia effettivamente questo amore? Nella propria casa, nella
propria famiglia. L'amore comincia in casa. E come possiamo cominciare ad
amare? Possiamo cominciare in famiglia, pregando insieme. La famiglia che prega
unita vive unita. E se vivete uniti, vi amerete gli uni gli altri come Gesù
vi ama.
Voi non potete amare i malati e i sofferenti se non amate quelli che
vivono con voi sotto lo stesso tetto. Per questo è assolutamente necessario che
preghiamo. I' frutto della preghiera è l'approfondimento della fede; il
frutto della fede è l'amore; il frutto dell'amore è il servizio. La preghiera
ci dà il cuore puro e il cuore puro può vedere Dio. E vedendo Dio gli uni
negli altri, ci ameremo scambievolmente. E vedendo Dio gli uni negli altri ci
ameremo scambievolmente come ci ama Gesù. Quello che Gesù è venuto a
insegnarci facendosi uomo sta tutto qui: amarci gli uni gli altri.
Prima di toccare un sofferente, prima di ascoltare un sofferente,
pregate. Per poter amare quel sofferente, avete infatti bisogno di un cuore
puro. Per poter toccare quel sofferente, avete bisogno di mani pure. Oggi la
professione medica è diventata un affare. Perciò sono molto contenta di
vedervi qui, sono molto contenta che siate venuti a condividere la gioia
dell'amore con le Sorelle. Importante non è tanto quello che facciamo quanto
l'amore con cui lo facciamo. Per questo sono molto riconoscente a ognuno di voi
che siete venuti a condividere la nostra gioia di amare Gesù nei sofferenti.
Pregherò per voi perché, attraverso quest'opera delle vostre mani e
dei vostri cuori possiate crescere in santità. La santità non è un lusso
per pochi eletti. E un dovere vostro e mio, un dovere di tutti... Qualunque
cosa facciate ai malati e ai sofferenti, la fate a Gesù.
La gente del mondo lavora tanto per guadagnare danaro. Io desidero che
tu operi il bene per la maggior gloria di Dio. Che cosa importa se tutto il
mondo conosce o no le Missionarie della Carità? Non cambia nulla. Ma la
vostra Madre desidera fare per i poveri le cose migliori che gli altri
acquistano con il danaro.
Per quanto bello sia il lavoro, siine distaccato - pronto anche ad
abbandonarlo. Mentre stai facendo un gran bene in un posto, l'obbedienza può
chiamarti altrove. Siì pronto a partire. U lavoro non è tuo. Stai lavorando
per Gesù. L'obbedienza e l'umiltà sono un'unica e stessa cosa. Se desideri
sapere se sei umile chiediti: «Obbedisco perché vedo Cristo in ogni comando?».
Alla povertà ci si può abituare, ma ogni atto di obbedienza è un atto della
volontà e diventa più difficile invecchiando perché richiede la rinuncia
alle proprie idee. Ogni umiliazione è un vero sacrificio.
Puoi essere esausto per il lavoro, puoi perfino essere stremato di
forze, ma se il tuo lavoro non è intessuto di amore, è inutile.
Non fare mai il lavoro con negligenza perché desideri nascondere i
tuoi talenti. Ricordati, il lavoro èsuo. Tu sei il suo collaboratore, perciò
egli conta su di te per questo lavoro particolare. Fai il lavoro con lui e il
lavoro sarà eseguito per lui. I talenti che Dio ti ha dato non sono tuoi, ti
sono stati dati perché tu li usi per la gloria di Dio. Non ci possono essere
mezze misure nel lavoro. Ti puoi sentire molto imperfetto, ma le nostre
sensazioni non sono la misura del nostro amore per Cristo. Quello che conta è
la nostra volontà e il nostro lavoro. Sii generoso, usa tutto ciò che è in te
per il Buon Maestro.
Ho imparato realmente a trasformare il lavoro in preghiera?
Forse non ho ancora imparato a pregare il mio lavoro perché il mio spirito è
incessantemente centrato sul solo «1avoro».
Ecco alcune parole che ti aiuteranno: «Con Gesù, per Gesù, a Gesù».
Se desideri sapere quanto ami Gesù, non occorre che tu vada a chiederlo
a qualcuno. Lo capirai nella sincerità del tuo cuore, se praticherai il
silenzio.
Hai lavorato tanto in questi giorni? Hai fatto tutto bene? Ma lo hai
dato al tuo intimo? Tutto il tuo prodigarti, che senso ha avuto per te? Hai
dato con amore, con rispetto? Se non hai pregato, tutto il tuo dare è stato
solo un gesto esteriore.
La gente ti ha visto impegnata nel darti con amore e rispetto? Hai
somministrato con fede quel medicinalè al Cristo malato? Qui sta la
differenza fra te e un'assistente sociale.
Abbiamo bisogno di essere puri di cuore per vedere Gesù nella persona
dei più poveri tra i poveri. Perciò, quanto più il lavoro è ripugnante o
l'immagine di Dio è sfigurata e deformata nell'individuo, tanto più grande sarà
la nostra fede e amorosa la dedizione nel cercare il volto di Gesù e nel
servirlo amorosamente sotto il suo miserevole travestimento.
Dobbiamo lavorare con grande fede, con costanza, con efficienza, e
soprattutto con grande amore e gioia, perché senza questo il nostro lavoro sarà
solo un lavoro da schiavi a servizio di un duro padrone.
La
croce
Gesù disse ai giovani del suo tempo: «Se volete essere miei discepoli
prendete la vostra croce e seguitemi». Ancor prima di prendere la sua propria
croce, Gesù sapeva che noi avevamo bisogno di lui.
Perciò si trasformò per noi in pane di vita e disse che se non
avessimo mangiato la sua carne e bevuto il suo sangue non avremmo potuto vivere,
non avremmo potuto seguirlo, non avremmo potuto essere suoi discepoli...
Oggi in voi, in me, nei giovani del mondo, egli rivive la sua
passione. La rivive nel bambino affamato che mangia un pezzo di pane, briciola
dopo briciola, perché teme che finisca e che dopo abbia ancora fame.
Mi rendo conto di questo? Spesso guardiamo ma non vediamo. Tutti
dobbiamo prendere la croce, tutti dobbiamo seguire Gesù al calvario, se
vogliamo risorgere con lui. Penso che Gesù ci abbia dato il suo corpo e il suo
sangue, prima di morire, proprio per questo: per farci vivere, per darci il
coraggio, per darci la vita, in modo da poter portare la croce e se-guirlo,
passo dopo passo.
Noi vediamo Gesù. Ma siamo pronti ad aiutarlo? Siamo li pronti con il
nostro sacrificio, con il nostro pane, con il vero pane? Vi sono migliaia di
persone che muoiono per un pezzo di pane. Vi sono migliaia di migliaia di
persone che muoiono per un briciolo di amore, per un briciolo di
riconoscimento...
Siamo come una madre per coloro che soffrono? Una madre piena di amore,
di comprensione? Siamo li per capire i nostri giovani, quando cadono, quando
sono soli, quando si sentono indesiderati? Siamo lì pronti a soccorrerli?
Simone di Cirene prese la croce e seguì Gesù. Aiutò Gesù a portare
la croce. E Veronica? Siamo una Veronica per i nostri poveri? Per coloro che
si sentono soli, per coloro che si sentono indesiderati? Siamo li pronti per
cancellare la loro pena? Siamo li pronti a condividere la loro sofferenza? Siamo
presenti?
O
siamo gli orgogliosi che passano oltre, che guardano e non riescono a vedere?
Quante volte abbiamo raccolto gente dalle strade, gente vissuta come gli
animali e che desidera morire in modo angelico? Siamo li per raccoglierla?
Riuscite a vedere le persone che siedono nei parchi, sole, mdesiderate, senza
nessuno che si occupi di loro, miserabili e tristi? Troppo spesso ci diciamo
gli uni gli altri: sono degli alcolizzati; peggio per loro. Eppure Gesù ha
bisogno di voi per rasserenare il loro volto. Lo fate o passate oltre?
Gesù è caduto per voi e per me. È stato spogliato dei suoi abiti.
Oggi, spesso il bambino viene spogliato dell'amore ancor prima della nascita.
E’ costretto a morire, perché noi non lo vogliamo. E costretto ad andarsene
nudo, perché noi non lo vogliamo. E tuttavia Gesù ha accettato quella
terribile sofferenza. Quel bambino non nato accetta quella terribile sofferenza,
dal momento che non ha scelta. Ma io posso volerlo, amarlo, conservarlo. Mio
fratello, mia sorella.
Gesù crocifisso. Quanti handicappati, ritardati mentali, giovani
riempiono gli ospedali? Quanti ve ne sono nelle nostre stesse case? Li visitiamo
mai? Andiamo mai a condividere con loro questa crocifissione? Gesù ha detto:
«Se volete essere miei discepoli prendete la vostra croce e seguitemi».
Voleva dire che prendessimo la croce, dandogli da mangiare nei poveri,
vestendolo negli ignudi, accogliendolo nelle nostre case, permettendogli di
essere dei nostri.
Abbiamo Gesù, il pane di vita, per darci la vita, per darci la forza,
per esser la nostra forza. La sua gioia èla nostra forza e la sua passione è
la nostra forza. Senza di lui non possiamo fare nulla.
Non sprecate le vostre energie in cose inutili. Guardate e vedete.
Guardate e vedete il vostro fratello e la vostra sorella e non solo in casa
vostra. Guardate e vedete. Guardate e vedete, ovunque vi sono persone affamate
che vi fissano, ovunque vi sono persone nude che vi fissano, ovunque vi sono
senzatetto che vi fissano. Non volgete le spalle ai poveri, poiché i poveri
sono Cristo.
L'amore
per Dio e per il prossimo
Gesù ha detto: «Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato».
Queste sue parole non dovrebbero essere solo una luce per noi, ma una vera
fiamma che consuma l'egoismo che ci impedisce di crescere in santità. Gesù ci
ha amato fino alla fine, fino all'estremo dell'amore, fino alla croce. Questo
amore deve procedere dall'interno, dalla nostra unione con Cristo. Deve essere
la sovrabbondanza del nostro amore per Dio. Amare deve essere per noi così
naturale come vivere e respirare, giorno dopo giorno, fino alla morte. Teresa
del Bambin Gesù ha detto: «Quando agisco e penso con carità, sento che è Gesù
che opera in me». Per capire e praticare tutto questo abbiamo bisogno di
molta preghiera, di una preghiera che ci unisce a Dio e che ci spinge
continuamente verso li altri. Le nostre opere di carità non sono null'altro che
il riversarsi all'esterno dell'amore di Dio che c'è dentro di noi. Per questo,
chi più è unito a Dio più ama il suo prossimo.
Trasformate il vostro lavoro in preghiera, facendolo con Gesù, per Gesù
e a Gesù.
Chiediamoci:
Prego?
Come prego?
Quanto prego?
Sento il bisogno di pregare? Mi sforzo di pregare bene?
Quando non riesco a pregare, cerco di aiutarmi con un libro? Cerco di
pregare più a lungo e più spesso quando faccio fatica a pregare? In quei
momenti cerco di pregare con più fedeltà?
Se fate fatica a pregare, continuate a supplicarlo:
«Gesù, vieni nel mio cuore, prega in me e con me, in modo che possa
imparare da te a pregare». Pregando di più, pregherete meglio. Quando
pregate, aiutatevi con tutti i vostri sensi. In realtà, non esiste che una sola
preghiera vera, sostanziale: Cristo stesso. Esiste una sola voce capace di
innalzarci sulla faccia della terra: la voce di Cristo. La sua voce unisce e
collega in sé tutte le voci che salgono dagli uomini in preghiera.
Spesso
le nostre preghiere non sono efficaci, perché non fissiamo la nostra mente e il
nostro cuore in Cristo. E solo attraverso di lui che le nostre preghiere possono
salire fino a Dio. Spesso la preghiera più intensa
può
essere un semplice profondo fervente sguardo a Gesù. La preghiera più perfetta
è quella del contadino di Ars: «Io guardo lui e lui guarda me».
Nonostante
la nostra nullità
Penso
che Dio voglia dimostrare la sua grandezza servendosi della nullità. Nonostante
tutti i nostri difetti, Dio è innamorato di noi e continua a servirsi di voi
e di me per accendere la luce dell'amore e della compassione nel mondo.
Ogni
volta che Gesù ha voluto dimostrare il suo amore per noi è stato rifiutato
dagli uomini. Quando stava per nascere, i suoi genitori chiesero un semplice
giaciglio e non lo ebbero perché erano poveri. L'albergatore gettò uno sguardo
al vestito di Giuseppe, il falegname, pensò che non sarebbe stato in grado
di pagare e lo rifiutò. Ma la madre terra aprì la sua grotta e accolse il
Figlio di Dio.
Nell'imminenza
della passione e risurrezione, Gesù venne rifiutato dal suo popolo. Non vollero
saperne di lui; gli preferirono Cesare. Non vollero saperne di lui; gli
preferirono Barabba. Infine, sembrò che il suo stesso Padre non volesse saperne
di lui, dato che era ricoperto dei nostri peccati. Nella sua solitudine, Gesù
gridò:
«Dio
mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?».
Per
Dio non esiste il passato; tutto è presente. Per cui anche oggi nel mondo Gesù
è coperto dei nostri peccati e si presenta nascosto sotto le sembianze della
mia sorella, del mio fratello. Sono disposto ad accoglierlo?
Nella
nostra vita, Gesù viene come pane di vita per essere mangiato, per essere
consumato da noi. E questo il suo modo di amarci. Gesù viene nella nostra
vita come l'affamato, come l'altro, sperando di essere sfamato con il pane della
nostra vita, di essere amato dal nostro cuore, di essere servito dalle nostre
mani.
Così
facendo, dimostriamo di essere stati creati a immagine e somiglianza di Dio,
dato che Dio è amore e che quando amiamo siamo come Dio. E quanto Gesù
intendeva dire quando disse: «Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro
celeste».
Qualcosa di
bello per Dio
Questo
Gesù che ha fame di amore e di pane, questo Gesù che è privo di pane e di
dignità umana, questo Gesù che manca di casa e di amore comprensivo è
presente oggi ovunque nel mondo, anche qui negli Stati Uniti.
Egli
guarda a voi e a me e dice: «Mi ami? Sei disposto ad alleviare questa
sofferenza, che è la sofferenza di migliaia e migliaia di esseri umani in tutto
il mondo, di uomini che mancano non solo di pane ma di amore e che vogliono
essere compresi e riconosciuti come nostri fratelli e sorelle, di uomini che
sono creati dalla stessa mano amorosa e compassionevole di Dio?».
In
India, in Africa, e anche negli Stati Uniti, vi sono certamente persone che
annegano nella solitudine. Vi sono certamente persone del genere nelle vostre
case, nelle vostre famiglie. Siamo coscienti di questo?
Oggi
specialmente, quando il mondo è così indaffarato e tutti hanno sempre
terribilmente fretta, sembra che nessuno di noi abbia più tempo per sorridere a
chi gli sta accanto, per dedicare un po' di tempo agli altri, al nostro
prossimo. E questa solitudine cresce ogni giorno di più. Quanta solitudine
nelle case dei malati costretti a letto, dei malati che non possono più uscire
di casa!
Per
poter fare quello che fanno, le nostre Sorelle hanno bisogno di sapere che cosa
significa la povertà. Per poter conoscere e amare i poveri, hanno bisogno
di sperimentare la povertà come stile di vita. Èper questo che le Sorelle
professano i loro voti religiosi. Esse si affidano interamente a Gesù, per
amarlo con amore indiviso nella castità, con libertà nella loro povertà,
con totale sottomissione nell'obbedienza e in un servizio assolutamente
volontario e gratuito reso ai più poveri dei poveri e cioè a Cristo nascosto
sotto le sembianze più umili.
Dobbiamo
nutrire continuamente la nostra vita di eucaristia. Se non fossimo in grado di
vedere Cristo sotto l'apparenza del pane, non riusciremmo neppure a scoprirlo
sotto le umili apparenze dei corpi ammaccati dei poveri. L'opera di Dio ha bisogno
di voi e di me. Portiamo avanti tutti insieme
quest'opera.
Facciamo tutti insieme qualcosa di bello per Dio. Quello che voi potete fare
noi non possiamo farlo e quello che noi stiamo facendo voi non potete
compierlo. Insieme potremo fare qualcosa di bello per Dio con la nostra totale
dedizione, la nostra fiducia e la nostra gioia amorosa nel servizio a Dio
attraverso il servizio ai più poveri dei poveri.
Lo spirito
della congregazione
La
gioia è uno degli elementi essenziali nella nostra congregazione. Una
Missionaria della Carità deve essere una Missionaria della Carità di gioia.
Deve irradiare gioia verso tutti. Da questo segno il mondo riconoscerà che
siete Missionarie della Carità. Tutti nel mondo vi vedono e vi osservano e
parlano delle Missionarie della Carità, non per ciò che fanno, ma perché sono
felici di fare il lavoro che fanno e di vivere la vita che vivono. «Che la mia
gioia possa essere in voi», dice Gesù. Che cosa è questa gioia di Gesù? È
il risultato della sua continua unione con Dio facendo la volontà del Padre.
Questa gioia è il frutto dell'unione con Dio, di una vita alla presenza di Dio.
Vivere alla presenza di Dio ci riempie di gioia. Dio è gioia. Per donarci la
gioia Gesù si fece uomo. Maria fu la prima a ricevere Gesù: «Il mio spirito
esulta in Dio mio salvatore». Il bambino balzò di gioia nel grembo di
Elisabetta, perché Maria gli portava Gesù.
A
Betlemme, tutti erano pieni di gioia: i pastori, gli angeli, i re, Giuseppe e
Maria. La gioia era anche il segno caratteristico dei primi cristiani. Durante
la persecuzione, si cercavano quelli che avevano questa gioia radiosa sul
volto. Da quella particolare gioia si capiva quali fossero i cristiani e così
li perseguitavano. San Paolo, che cerchiamo di imitare per quanto riguarda lo
zelo, era un apostolo di gioia. Egli esortava i primi cristiani a rallegrarsi
sempre nel Signore. Tutta la vita di Paolo si può riassumere in una frase: «Appartengo
a Cristo». Niente può separarmi dall'amore di Cristo, né sofferenza, né
persecuzione, proprio nulla. «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me».
Ecco perché san Paolo era tanto pieno di gioia.
La gioia è amore, il risultato spontaneo di un cuore ardente di amore. Se siamo ricolme di gioia, la nostra lampada arderà per i sacrifici fatti per amore. E lo sposo ci dirà: «Venite e possedete il regno preparato per voi». Una suora gioiosa è quella che dà di più. Ognuno ama chi dona con gioia e Dio fa altrettanto. Non è forse vero che ci rivolgiamo sempre a chi dona lietamente e senza brontolare? «La gioia è una rete d'amore con la quale prendiamo le anime». E perché siamo piene di gioia, tutti desiderano stare con noi e ricevere la luce di Cristo che possediamo. Una suora piena di gioia predica senza predicare. Quotidianamente chiediamo: «Aiutami a diffondere la tua fragranza», la tua, Signore, non la mia. Ci rendiamo conto di che cosa ciò significhi? Ci rendiamo conto che la nostra missione è diffondere questa gioia, irradiare questa gioia quotidianamente dovunque si svolga la nostra vita?
Ho
visto in azione l'amore di Dio
Il
fatto di portare o meno Cristo agli altri dipende da come facciamo quello che
facciamo per i poveri. Potremmo farlo in un certo modo, ma potremmo farlo in
un altro modo. Non dimenticherò mai il giorno in cui quell'uomo visitò la
nostra casa per i moribondi. Arrivò proprio nel momento in cui le Sorelle
stavano portando dentro alcuni moribondi raccolti per strada. Ne avevano
raccolto uno nelle fogne ed era tutto coperto di vermi. Senza accorgersi di
essere osservata, una Sorella si accostò a quell'uomo e cominciò a prendersi
cura di lui. il visitatore poté osservare con quanto amore e tenerezza quella
Sorella si occupava di quel paziente, di come lo andava ripulendo, senza mai
cessare di sorridergli, di come non tralasciava nessun particolare nella sua
amorosa attenzione per lui. Quel giorno, per caso, anch'io mi trovavo nella casa
dei moribondi.
Dopo
aver attentamente osservato quella Sorella, il visitatore si rivolse a me e mi
disse: «Quando oggi sono giunto qui non credevo in Dio, avevo il cuore pieno di
odio, ma ora lascio questo posto credendo in Dio. Ho visto in azione l'amore di
Dio. Nelle mani di quella Sorella, nei
suoi gesti, nella sua tenerezza così piena di amore per quel pover'uomo, ho
visto scendere su di me l'amore di Dio. Ora credo». Non sapevo neppure chi
fosse quel visitatore, né che fosse ateo...
Volete
fare lo stesso per quanti vi circondano? Tutto quello di cui avete bisogno è di
essere uniti in Cristo, di pregare. il vostro servizio deve sgorgare da un cuore
pieno di Dio.
Come
i tralci...
In
ogni nazione i collaboratori hanno un presidente, ma il nome che vorrei usare è
molto più semplice. Vorrei che si pailasse piuttosto di «collegamento», nel
senso di ramo, rapporto, giunto. Vorrei che realizzassimo nella nostra vita il
capitolo 15 del Vangelo di Giovanni. Gesù dice: «Io sono la vite e voi i
tralci» Cerchiamo di essere come i tralci. La congregazione delle Missionarie
della Carità è il ramo e tutti i collaboratori sono piccoli tralci uniti a
questo ramo e tutti insieme uniti a Gesù. Penso che sia una bellissima immagine
per descrivere quello che noi dovremmo essere nel mondo. Tutti i collegamenti
nei diversi paesi sono uniti a questo ramo, la congregazione delle Missionarie
della Carità, e le Missionarie della Carità sono unite all'unico ceppo, Gesù.
E tutti i frutti sono in tutti i tralci, nei diversi paesi. È un'immagine molto
bella, molto viva, di quello che noi, Missionarie della Carità e
collaboratori, dovremmo essere, strettamente collegati e uniti. E non
dimentichiamo che il frutto è sul tralcio e non da qualche altra parte. Voi
dovete essere tutti uniti, dovete conoscervi tutti personalmente ed essere uniti
nel modo che ho appena descritto. Sento che così saremo profondamente presenti
nel mondo.
Dipendiamo
dalla divina Provvidenza. Non voglio che la gente pensi che stiamo correndo
dietro ai loro soldi, che vogliamo i loro soldi e che siamo un gruppo di
uomini, donne e bambini, tutti indaffarati a spillare loro qualcosa. Questa è
l'ultima cosa cui potrei pensare. E voglio che sia anche per voi l'ultima cosa
cui pensare. E non diamo neppure l'impressione di lavorare in base a quello che
possiamo raccogliere, spendere, avere in banca. Anche i collaboratori devono
dipendere dalla divina Provvidenza. Se la gente vi dà danaro o cose,
ringraziate il Signore, ma per favore non intraprendete assolutamente iniziative
regolari che vi inducano a spendere tempo ed energie per ammassare danaro e
fare soldi. Preferirei che spendeste il vostro tempo in un concreto servizio
alla gente e non a fare propaganda, a scrivere lettere per chiedere offerte, a
confezionare cose da vendere.
Portiamo
uno spirito di sacrificio nella vita della nostra gente. Penso che questo
voglia Gesù da noi e, se necessario, non mi stancherò di ripeterlo. Offriamo
tutto il nostro lavoro per la gloria di Dio e anche perché possiamo diventare
strumenti di pace, di amore, di compassione.
Fame
di amore
Non si ha fame solo di pane. Si ha fame
anche di amore. Vi sono moltissime persone anziane, handicappate,
psichicamente malate che non hanno nessuno e che non sono amate da nessuno.
Hanno fame di amore. Può darsi che questa fame di amore esista anche nella
nostra stessa casa, nella nostra stessa famiglia. Avete mai pensato di poter
dimostrare il vostro amore per Dio, regalando un sorriso, dando un semplice
bicchier d'acqua, sedendovi semplicemente a parlare per un momento con una
persona sola?
Vi
sono moltissime di queste persone anche nei paesi ricchi, come ad esempio il
Giappone. Le Sorelle vi hanno trovato moltissime persone che hanno dimenticato
che cosa sia l'amore umano, dato che nessuno le ama. Cominciate dunque a
spargere il dono dell'amore a partire dalla vostra famiglia e dal vostro vicino
di casa. Può darsi che nella vostra scuola la ragazza che vi siede accanto si
senta molto sola. Le fate un sorriso? Può darsi che il bambino seduto dietro
di voi non possa studiare come voi. Lo aiutate? Anche questa è fame e la
condivisione è un bel modo di mostrare il vostro amore, di mostrare che amate
veramente Dio e il vostro prossimo.
Gesù
ha detto: «Ero nudo e mi avete ricoperto». Vi sono molte persone nei paesi
freddi che non hanno nulla per coprirsi e che muoiono di freddo.
Ma
esiste una nudità molto più grave ed è la mancanza di dignità umana, la
mancanza di quella bella virtù che è la purezza. Si tratta di una nudità ben
più grave ed è qui che voi potete condividere quello che avete con gli ignudi.
Pregare per loro, fare sacrifici e proteggere la vostra purezza in modo da
essere sempre ricoperti della gioia della purezza.
E
poi vi sono i senzatetto. Non ho mai visto nelle strade di Tokyo persone che
dormono per strada. Ma la mancanza di casa non è solo mancanza di una casa
fatta di mattoni. Vi sono molti senzatetto nelle nostre società: gli
alcolizzati; i tossicodipendenti; gli indesiderati; i non amati; i pazzi. Le
nostre società tendono ad espellerli. Oh, quello è un pazzo. Fuori! Quello
è uno stupido. Fuori! Anche questo è essere senzatetto. Anche li dobbiamo
guardare, guardare attentamente e fare qualcosa. Ecco un cieco che attraversa
la strada. Anche quello è essere senzatetto. Allora voi vi avvicinate, gli
prendete la mano e camminate assieme a lui. Di fronte ai malati mentali si è
portati a ridere. Ma voi non ridete, vi avvicinate, li sostenete, li aiutate,
siete gentili, compassionevoli. Gesù vi dirà: Ero forestiero e voi mi avete
ospitato. Mi avete avvicinato, mi avete amato, vi siete presi cura di me...
Questo è amore in azione.
Che
cos'è la santità?
L
agente dice un sacco di cose inteffigenti, grandiose, belle, meravigliose,
mentre io dico cose apparentemente stupide, cose che anche i bambini possono
capire,
e tuttavia la gente è affamata di queste cose, di cose che può capire e fare
proprie, poiché la santità non è un lusso per pochi eletti. La santità è
un dovere per tutti, per voi e per me. Ma che cos'è la santità? La santità è
accettare la volontà di Dio con un grande sorriso... È tutto qui. Accettare la
volontà di Dio, accettarlo quando viene nella nostra vita, accettare che
prenda da noi quello che vuole, accettare che ci usi come vuole... senza
consultarci. Purtroppo non amiamo non essere consultati! Santità è lasciare
che lui ci usi, ci adoperi, ci faccia a pezzi, ci svuoti completamente di noi
stessi. Accettare di essere svuotati, di essere fatti a pezzi, di riuscire e di
falli-re, di restare sotto gli sguardi di tutti.
Credo
che ieri fossi il primo cittadino... Dov'ero ieri? Dissi tante grazie, ma ora
non capisco che cosa significa tutto questo. Non ha importanza. Tutto viene
dalla stessa mano. E se domani la gente volesse gridare crucifige, benissimo.
Tutto viene dalla stessa mano amorevole. Quello che Gesù vuole da voi e da me
è questa disponibilità ad accettare, e questo permettergli di usarci... senza
consultarci. E questa l'opera della vite e dei tralci. Penso che voi e io abbiamo
una grande responsabilità nel mondo oggi. Non importa quello che la gente dice
o pensa. Questa è l'ultima cosa di cui dobbiamo preoccuparci, l'ultima cosa
di cui inquietarci.
Guardiamo
ancora nelle nostre case... Come si presenta l'amore di Dio nella nostra casa,
nella nostra comunità? A volte mi è più facile sorridere agli estranei che
non alle mie consorelle. A volte faccio fatica a sorridere a loro ed è
possibilissimo che lo stesso capiti anche a voi. Portiamo dunque questo amore
ardente nelle nostre case!
il
giudizio di Cristo
Nell'ora
della nostra morte, Cristo ci giudicherà su quello che avremo fatto ai poveri,
su quello che saremo stati per i poveri. «Avevo fame e voi non mi avete dato
da mangiare». Ero affamato di amore, affamato di cibo, affamato di giustizia,
affamato di dignità umana... e voi siete passati oltre. Ero nudo, nudo di
rispetto, nudo di giustizia, nudo del riconoscimento che anche lui è uno di
noi, creato dalla stessa mano amorosa di Dio per amare ed essere amato. Ero
senzatetto a causa della solitudine.
I
malati costretti a letto, gli indesiderati, gli abbandonati, i lebbrosi, i
ciechi, gli storpi dove sono? Li conosco? Conosco anzitutto i poveri che abitano
nella mia stessa casa? So che forse nella mia stessa casa, nella mia stessa
comunità, vi può esser qualcuno che si sente tremendamente solo,
indesiderato, handicappato? Lo so? Dove sono gli anziani, oggi? Vengono
parcheggiati nei ricoveri. Perché? Perché sono indesiderati, perché sono di
peso. Ricordo che tempo addietro visitai una magnifica casa per anziani. Erano
una quarantina e avevano assolutamente tutto. Ma tutti indistintamente avevano
lo sguardo fisso sulla porta di entrata. Tutti indistintamente avevano un aria
triste. Mi rivolsi alla suora che li curava e le chiesi: «Sorella, come mai
questa gente non sorride? Perché guarda fissa verso la porta?». La suora
dovette ammetterlo e rispose candidamente: «E così ogni giorno. Desiderano che
qualcuno venga a trovàrli. Tengono lo sguardo fisso sulla porta e pensano:
"Oggi forse mio figlio, forse mia figlia, forse qualcuno verrà a trovarmi
». Ecco la vera povertà! Ricordo che un giorno raccolsi una donna da un
cassonetto della spazzatura. Stava morendo. La portai al convento. Continuava a
ripetere sempre la stessa frase: «Mio figlio mi ha fatto questo». Non disse
una sola volta: «Ho fame», «Sto morendo», «Soffro». Continuò a ripetere:
«Mio figlio mi ha fatto questo». Ho fatto molta fatica a farle dire prima di
morire: «Perdono mio figlio». Questa è la vera povertà.
Chi
è Gesù per me?
lì
Verbo fatto carne, il Pane di vita, la Vittima offerta sulla croce per i nostri
peccati,
il
Sacrificio offerto nella messa per i peccati del mondo e miei personali, la
Parola che deve essere pronunciata, la Verità che deve essere detta, la Via che
deve essere percorsa, la Luce che deve essere accesa, la Vita che deve essere
vissuta,
l'Amore
che deve essere amato, la Gioia che deve essere condivisa,
il
Sacrificio che deve essere offerto, la Pace che deve essere data,
il
Pane di vita che deve essere mangiato, l'Affamato che deve essere nutrito,
l'Assetato che deve essere appagato,
il
Nudo che deve essere vestito,
il
Senzatetto che deve essere accolto,
il
Malato che deve essere guarito,
il
Solo che deve essere amato, l'Indesiderato che deve essere voluto, il Lebbroso
che deve essere curato, il Mendicante al quale deve essere sorriso, l'Ubriaco al
quale si deve prestare attenzione, il Malato mentale che deve essere protetto,
il Piccolo che deve essere accarezzato, il Cieco che deve essere guidato, il
Sordo per il quale si deve parlare, lo Storpio con il quale si deve camminare,
il Tossicodipendènte che si deve soccorrere, la Prostituta che si deve togliere
dalla strada, il Prigioniero che si deve visitare, l'Anziano che si deve
servire.
Per
me Gesù è il mio Signore
Gesù
è il mio Sposo
Gesù
è la mia Vita
Gesù
è il mio solo Amore
Gesù
è il mio Tutto in tutti
Gesù
è il mio Ogni cosa.
Io
amo Gesù con tutto il mio cuore, con tutto il mio essere.
Gli
ho dato tutto, anche i miei peccati ed egli mi ha fatta sua sposa nella
tenerezza e nell'amore. Ora e per tutta la vita, io sono la sposa del mio Sposo
crocifisso. Amen.
La
gioia cristiana
La
gioia non è semplicemente una questione di temperamento. Al servizio di Dio e
delle anime, è sempre difficile essere gioiosi, ma questo è un motivo di più
per diventarlo e per far crescere la gioia nei nostri cuori.
La
gioia è preghiera; la gioia è forza; la gioia è amore; la gioia è una rete
di amore con la quale prendiamo le anime. Dio ama chi dona con gioia e chi dona
con gioia dona di più. Se nel lavoro incontriamo delle difficoltà e le
accettiamo gioiosamente, con un largo sorriso - in questo atteggiamento come in
qualunque altra cosa - vedranno le nostre opere buone e glorificheranno il
Padre. Il miglior modo di dimostrare la nostra gratitudine è accogliere tutto
con gioia. Un cuore lieto è il risultato normale di un cuore ardente di amore.
Anche
fisicamente la gioia è per noi un bisogno e una forza. Una suora che è
preoccupata di mantenere vivo lo spirito di gioia si sente meno stanca ed èsempre
disposta a continuare a fare del bene. La
gioia
è una delle migliori salvaguardie contro le tentazioni. li diavolo è un
portatore di polvere e fango:
egli
approfitta di tutte le occasioni per gettare su di noi quello che ha. Un cuore
gioioso sa come proteggersi da tanta sporcizia: Gesù può prendere pieno
possesso della nostra anima solo se essa si abbandona gioiosamente. Santa
Teresa si preoccupava per le sue suore solo quando vedeva che qualcuna perdeva
la gioia. Dio è gioia, Dio è amore. Una suora gioiosa è come un raggio
dell'amore di Dio, la speranza della felicità eterna, una fiamma ardente di
amore.
Nella
nostra congregazione, un temperamento allegro è sicuramente una delle qualità
più importanti che si richiedono. Lo spirito della nostra congregazione è
abbandono totale, fiducia amorosa e allegrezza.
Questo
perché la società aspetta da noi che siamo disposte ad accogliere lietamente
le umiliazioni; che viviamo una vita di povertà con fiducia gioiosa; che
imitiamo la castità di Maria, causa della nostra gioia; che offriamo obbedienza
gioiosa con intima letizia; che serviamo Cristo nel suo miserevole travestimento
con gioiosa dedizione.
Beati
gli afflitti
La
sofferenza in sé non vale nulla, ma la sofferenza
unita
alla passione di Cristo è un dono meraviglioso
e un segno di amore.
Dio è molto buono a darvi tan
ta
sofferenza e tanto amore. La vostra sofferenza èper me fonte di vera gioia e mi
dà tanta forza.
È
la vostra vita di sacrificio a darmi tanta forza. Le vostre preghiere e le
vostre sofferenze sono come il calice nel quale quelli fra di noi che lavorano
possono versare l'amore delle anime che incontrano. Voi siete perciò altrettanto
necessari quanto noi. Noi e voi insieme possiamo fare tutto in lui che ci dàla
forza. La vostra vocazione di collaboratori sofferenti è così bella! Voi siete
i messaggeri dell'amore di Dio. Portiamo nei nostri cuori l'amore di Dio che
è assetato di anime. Voi potete placare la sua sete con la vostra incomparabile
sofferenza, alla quale è strettamente unito il nostro duro lavoro. Siete voi ad
aver assaporato il calice della sua agonia.
Senza
la nostra sofferenza, la nostra attività sarebbe una semplice azione sociale,
certamente molto bella e utile, ma non sarebbe l'opera di Gesù. Non sarebbe
parte della redenzione.
Gesù
è voluto venire in nostro soccorso, condividendo la nostra vita, la nostra
solitudine, la nostra agonia, la nostra morte. Per salvarci è dovuto
diventare uno di noi.
Anche
a noi è consentito di fare lo stesso. Ciò che deve essere redento sono le
afilizioni dei poveri, non solo la miseria materiale, ma anche la loro solitudine
spirituale. Noi dobbiamo condividere queste afflizioni, perché solo diventando
poveri saremo in grado di salvarli, cioè di portare Dio nella loro vita e di
portarli a Dio.
Quando
la sofferenza bussa alla porta della nostra vita, accogliamola con un grande
sorriso. Il dono più grande che Dio ci può fare è il coraggio di accettare
con un sorriso tutto quello che ci dona e tutto quello che ci chiede.
Per
essere autentico, il sacrificio deve svuotarci di noi stessi.
Noi
spesso chiediamo a Cristo di renderci partecipi delle sue sofferenze, ma quando
qualcuno ci tratta in modo brusco e si mostra insensibile nei nostri confronti,
facciamo presto a dimenticare che è proprio quello il momento di condividere
la sofferenza di Cristo. Basterebbe che pensassimo che è Gesù stesso a
offrirci, attraverso quella persona o circostanza, l'occasione di poter fare
qualcosa di bello per lui.
A
partire dalla nostra povertà...
Una
donna molto povera venne a trovarmi e mi disse: «Vorrei partecipare alla sua
attività, aiutarla nel suo lavoro. Faccio la lavandaia. Potrei venire una volta
alla settimana a lavare la biancheria nella casa dei bambini». Sapevo che
questo per lei voleva dire danaro, voleva dire sacrificio, per cui le dissi: «Vieni
pure!». Poi feci anche un'altra esperienza. Mi trovavo su un tram, in seconda
classe. Un signore mi venne vicino e mi chiese: «Lei è Madre Teresa?». Gli
risposi: «Sì». Disse: «Ho sempre desiderato partecipare al suo lavoro, ma
sono molto povero. Mi per mette di pagane il biglietto del tram?». Se rifiutavo
si sarebbe certamente offeso, se accettavo forse lo avrei privato di tutto
quello che possedeva. Pensai comunque che fosse meglio privarlo forse di tutto
quello che aveva, piuttosto che farlo sentire offeso, per cui dissi: «Sì».
Allora estrasse dalla tasca un fazzoletto tutto sporco, prese la monetina che
vi aveva nasco-sto e la diede al bigliettaio per pagarmi il biglietto. Era
felicissimo. Disse: «Finalmente, sono riuscito a condividere qualcosa di mio».
Forse sarebbe rimasto senza mangiare o forse avrebbe dovuto fare tanta strada a
piedi, ma soprattutto risaltava la gioia di quell'uomo meraviglioso che voleva
condividere e che aveva condiviso facendo un gesto di amore.
Segni di amore
Le
Sorelle che lavorano in Venezuela una volta hanno celebrato una settimana di
solidarietà, un giorno per i bambini, un altro per i malati e un altro ancora
per gli anziani. Il giorno destinato ai malati abbiamo confezionato dei pacchi
per loro. In quell'occasione ho visto una donna anziana talmente ricurva da toccare
le ginocchia con il viso. Pur così storpia, non aveva nessuno che si prendesse
cura di lei. Dato che anche in quel paese abbiamo i nostri collaboratori,
dissi loro: «La sola cosa che possiate fare per me è di darmi una casa per
questa gente, in modo che, possiamo prenderci cura di loro». La presidentessa
dei collaboratori, persona abbastanza ricca, se ne tornò a casa e insistette
tanto con il marito, mattina, mezzogiorno e sera, che il pover'uomo fu costretto
a cedere e darsi da fare per ottenere alle Sorelle il vecchio edificio dove ci
troviamo ora. E senza dir nulla, mandarono gli operai a ripulire, riparare e
ridipingere quel vecchio edificio. Il giorno previsto per la mia partenza,
vennero a dirmi: «Madre, abbiamo un piccolo dono per lei, per i suoi malati e
per i suoi moribondi». Che cosa stupenda!
Anche
a Calcutta, la gente comincia a essere più caritatevole e solidale.
Nel dicembre del 1966, alcuni ragazzi furono sorpresi a rubare. Non li
consegnarono alla polizia, ma li portarono da me. Chiesi loro:
«Perché
fate questo? Perché vi comportate così male? Siete ancora tanto giovani!».
Mi dissero: «Ogni giorno, fra le 16,30 e le 19, veniamo avvicinati da alcuni
adulti, i quali ci insegnano a rubare e a fare il male». Allora pensai che
sarebbe stato bello se avessimo potuto fare qualcosa per quei ragazzi e
allontanarli da quelle persone. E così avviammo una scuola superiore per i
ragazzi di strada - maschi e femmine - ifi modo che non restassero per strada
durante quelle ore del pomeriggio. Non disponendo di un nostro proprio edificio,
utilizziamo a questo scopo una scuola che termina le lezioni alle 15,30 e che
noi occupiamo dalle 16,30 alle 19,30.
Un
giorno incontrai un signore indù abbastanza ricco. Gli parlai della scuola e
di altre cose. Mi disse:
«Madre,
finanzierò la costruzione della scuola in ricordo di mia moglie». L'anno
scorso, alla fine dell'anno, è venuto a visitare la scuola e mi ha detto:
«Non
ho mai lavorato tanto in vita mia come quest'anno». Chiesi: «Ma perché
lavora così tanto? Lei è un milionario, ha tutto, non ha bisogno di lavorare».
E lui di rimando: «Lavoro per lei, perché più guadagno più posso aiutarla».
Ed è proprio così, perché l'anno precedente ci aveva dato la metà della
somma che poteva mettere a nostra disposizione in occasione di quella sua
visita. Ora egli è completamente coinvolto nella nostra attività. Grazie
anche a lui, attualmente riusciamo a tenere lontani dalla strada 350 ragazzi e
ragazze di età compresa fra gli il e i 18 anni. E abbiamo diversi collaboratori
che ci aiutano a procurare a questi ragazzi un buon pasto caldo - l'unico che
ricevono - prima di recarsi a scuola.
In
Danimarca, un insegnante ha iniziato una forma di aiuto da ragazzo a ragazzo.
Tutte le settimane, in molte scuole danesi, ogni ragazzo offre un barattolo di
latte condensato per un ragazzo indiano, il che ci permette di dare ogni giorno
ad ognuno dei nostri ragazzi un bicchiere di latte condensato e una pastiglia di
vitamine. Sono più di 1.000 le scuole danesi impegnate in questo programma di
aiuto, per cui sono migliaia i bambini indiani che ogni giorno possono
ricevere un bicchiere di latte.