MADRE TERESA

La mia Regola

 

INDICE

Profilo biografico di Madre Teresa

Regola di vita

Il nostro stile di vita

Contemplazione e servizio

 

PROFILO BIOGRAFICO DI MADRE TERESA

 «A un certo punto... suor Teresa del Bambin Gesù ricevette la sua misteriosa 'chiamata dentro la chiamata'... ebbe l'assoluta certezza di dover lasciare la sicurezza del convento andare a vivere nei quartieri poveri della città, povera in mezzo ai poveri, e servire coloro con cui il Cristo nel Vangelo di Matteo si era identificato in un modo così speciale. »

Agnese Bojaxhiu, universalmente conosciuta come Madre Teresa di Calcutta, è nata il 26 agosto 1910 a Skopje, oggi in Albania. Nella sua infanzia, Agne­se si distinse unicamente per la sua «ordinarietà». Anche la sua pietà giovanile non fu niente di diverso da quello che si poteva trovare in una normale fami­glia cattolica del tempo.

I genitori di Agnese, Dranafile e Nicola, erano alba­nesi ed erano fieri della loro patria. Nicola era impe­gnato con successo negli affari. Il suo lavoro lo portava spesso in giro per l'Europa, da dove, al ritor­no, sapeva incantare Agnese, suo fratello e sua sorel­la maggiori di lei, con i suoi racconti di viaggio. Nicola si interessava anche alla politica e appoggia­va decisamente coloro che avevano lottato per la li­bertà dell'Albania negli anni precedenti alla prima guerra mondiale, quando le relazioni con la Serbia erano peggiorate. Nel 1912, l'indipendenza dell'Al­bania dalla Serbia fu motivo di grandi festeggiamen­ti in casa Bojaxhiu.

Nel 1919, quando Agnese aveva otto anni, la tran­quilla vita familiare fu bruscamente interrotta dal­l'improvvisa morte di Nicola. il suo socio in affari si prese tutti i beni dell'azienda, lasciando alla famiglia Bojaxhiu soltanto la casa in cui abitava. I genitori di Agnese si erano sempre preoccupati di instillare nei loro figli sentimenti di solidarietà con quanti erano più poveri di loro. Ora la famiglia Bojaxhiu speri­mentava la povertà direttamente sulla propria pelle. Non solo sopravvisse ma riuscì anche a essere felice e unita.

Già da bambina Agnese aveva sempre sentito una particolare attrazione per i poveri e all'età di 12 armi si sentì chiamata alla vita religiosa, nonostante fosse molto felice in casa e la sua conoscenza della vita re­ligiosa fosse praticamente nulla. A quell'età non ave­va mai visto e tanto meno parlato con una suora.

L'immaginazione di Agnese fu attratta anzitutto dal­l'Mrica, ma poi rivolse il suo pensiero all'India. Le suore della congregazione internazionale Loreto la­voravano a Calcutta.

Agnese chiese di poter entrare nella loro congrega­zione e, nell'ottobre del 1928, lasciò la sua terra na­tale per Parigi e poi per la Casa Madre della congregazione a Rathfarnham (Dublino), dove rima­se sei settimane.

Vi è ben poco nel suo postulato e noviziato e nella sua vita di professa che attiri l'attenzione e meriti di essere segnalato. Postulante in Irlanda, Agnese scelse il nome di «Teresa» in onore di Santa Teresa del Bambin Ge­sù, la carmelitana francese del xix secolo, che aveva raggiunto le vette della santità grazie alla fedeltà a Dio nelle piccole cose della vita di tutti i giorni. Da quel momento in poi Agnese fu conosciuta come suor Maria Teresa del Bambin Gesù. Le sue sei settimane in Irlanda furono spese a studiare l'inglese.

Nel dicembre del 1928, suor Maria Teresa del Bam­bin Gesù lasciò Dublino per Calcutta, dove giunse il 6 gennaio 1929. Non sappiamo nulla del suo primo impatto con la città che sarebbe diventata la sua pa­tria e sulla quale avrebbe attirato l'attenzione del mondo intero. In realtà, vi passò una sola settima­na, andando poi a raggiungere le altre novizie a Dar­jeeling, dove nel 1931 fece i suoi voti temporanei di povertà, castità e obbedienza. Dopo la professione religiosa fu mandata a insegnar& storia e geografia in una delle sei scuole dirette dalle Suore Loreto a Calcutta.

Durante i suoi primi anni in India, suor Maria Te­resa del Bambin Gesù dovette imparare una terza lingua - il bengalese - per poter lavorare in mezzo alle ragazze bengalesi nella scuola superiore Santa Maria, situata nello stesso recinto della scuola Loreto.

Per distinguerla da una suora irlandese che aveva lo stesso nome, si prese l'abitudine di chiamarla «Teresa bengalese». Nel 1939, due anni dopo la professione perpetua di Teresa nella congregazione Loreto, scoppiò la secon­da guerra mondiale. I conventi di Calcutta furono costretti a evacuare i loro studenti. I più lo fecero, ma per molte ragazze non rimase altra scelta che re­stare in città. La «Teresa bengalese» restò con loro per aiutarle a proseguire la loro formazione. Alcune di quelle ragazze presero l'abitudine di accompa­gnarla nelle sue visite regolari ai bustees o quartieri poveri della città. Esse sarebbero diventate in segui­to le prime Missionarie della Carità.

Negli anni '40, lo stato di salute di Madre Teresa si aggravò in modo preoccupante. Temendo che si trattasse di tubercolosi, la superiora delle Suore Lo­reto ordinò a Teresa di andare a riposarsi nella casa di montagna di Darjeeling. A un certo punto, duran­te quel viaggio, suor Teresa del Bambin Gesù rice­vette la sua misteriosa «chiamata dentro la chiamata», il cui anniversario viene celebrato ancor oggi dalle sue consorelle e dai suoi collaboratori. Ar­rivando a Darjeeling Teresa ebbe l'assoluta certezza di dover lasciare la sicurezza del convento, andare a vivere nei quartieri poveri della città, povera in mezzo ai poveri, e servire coloro con cui il Cristo nel Vangelo di Matteo (25,35-36) si era identificato in un modo così speciale. E questo nonostante, con la sua fragile salute, sembrasse del tutto inadatta per una missione del genere.

La sola persona con cui Teresa parlò di questa «chiamata nella chiamata» fu il suo direttore spiri­tuale, il gesuita padre Celeste van Exem, il quale le chiese di pazientare, che a tempo debito lui avrebbe presentato la richiesta all'arcivescovo di Calcutta. Le suggerì anche di non parlarne con la sua superiora della congregazione Loreto, tanto più che era lui stesso molto perplesso circa l'opportunità della pre­senza di una suora nei quartieri poveri.

In quei giorni, l'arcivescovo di Calcutta cadde grave­mente ammalato. Impaziente di cominciare la sua nuova vita, suor Teresa gli fece pervenire un messag­gio assicurandolo delle sue preghiere. Se fosse guari­to, avrebbe visto in questo un segno che la sua chiamata veniva realmente da Dio e le avrebbe per­messo di iniziare la sua nuova vita? L'arcivescovo guarì, ma continuò a rinviare la concessione del per­messo, finché un giorno permise a suor Teresa di scrivere alla Madre generale della congregazione Lo­reto e di chiedere un indulto di secolarizzazione che, se concesso, l'avrebbe ridotta allo stato laicale e quindi autorizzata a lasciare il convento.

Pur desiderando lasciare il convento, ma restando religiosa, suor Teresa fece quanto le aveva suggerito l'arcivescovo.

A questo punto, ella stessa parla di un intervento della divina Provvidenza. Sia la Madre generale che Roma ignorarono la sua richiesta di un indulto di se­colarizzazione e le concessero quello che veramente desiderava e cioè un indulto di exclaustrazione, che le permetteva di lasciare il convento e di continuare a essere religiosa.

Il 16 agosto 1948, all'età di trentotto anni, suor Te­resa del Bambin Gesù lasciò il suo convento con un san di ricambio, cinque rupie e un biglietto ferrovia­rio per Patna, dove avrebbe seguito un breve corso di infermieristica presso le suore della missione me­dica prima di iniziare il suo lavoro nei quartieri po­veri.

Ritornando a Calcutta, Madre Teresa dovette anzi­tutto procurarsi un alloggio. Dopo molte ricerche, poté disporre di una stanza al piano superiore di una casa di proprietà dei quattro fratelli Gomez, mu­sulmani, situata in Creek Lane 14, da dove ella par­tiva ogni giorno per recarsi ad insegnare nella sua «scuola», uno spiazzo all'aria aperta fra le barac­che. Lì tracciava nel fango le lettere dell'alfabeto da­vanti a un numero crescente di ragazzi.

I primi giorni furono difficili sia spiritualmente che fisicamente. Madre Teresa sentì la mancanza di quel­la vita comunitaria che aveva condotto fino a quel momento. Era sola e spesso soffriva letteralmente la fame. Allora lasciava un bigliettino a pian terreno della casa dei Gomez: «Signor Gomez, non ho nulla da mangiare. Per favore, mi dia qualcosa da mangia­re». La famiglia Gomez non si sottrasse mai a questi appelli.

Nel marzo del 1949, bussò alla porta di Creek Lane la prima delle ex allieve di Madre Teresa, la futura suor Agnese, che avrebbe aperto un continuo flusso di aspiranti suore. Dieci anni dopo, si resero assolu­tamente necessari locali più spaziosi. Un musulma­no, che lasciava definitivamente Calcutta per far ritorno in Pakistan, cedette alle suore la sua casa per un prezzo inferiore al prezzo del terreno sul qua­le era costruita.

Cedendo quella che è ancor oggi la Casa Madre della congregazione delle Missionarie della Carità, escla­mò: «Ho ricevuto questa casa da Dio; a Dio la resti­tuisco».

Tutto venne in risposta alla preghiera. Si racconta che a volte le Sorelle non avevano nulla per la cena e che inaspettatamente arrivava uno sconosciuto con sporte piene di riso. In ogni caso si riuscì sem­

pre a rispondere alle necessità dei poveri. Anzi sem­bra che Madre Teresa non dovesse fare altro che get­tare una medaglia della Vergine Maria oltre il muro di cinta di una proprietà sulla quale aveva fatto un pensiero perché quella proprietà si rendesse subito disponibile per quel lavoro che ella presentava sem­pre non come suo, ma come lavoro di Dio.

Oggi, quella per cui le Missionarie della Carità sono più conosciute è forse la loro attività in mezzo ai mo­renti. Madre Teresa chiese alle autorità municipali una «casa» da adibire a questo scopo. Ottenne una costruzione annessa al tempio indù della dea Kali, che serviva come dormitorio per i pellegrini. Quella costruzione venne battezzata «Nirmal Hriday» o «Luogo del Cuore immacolato», e fu ben presto co­nosciuta in tutto il mondo come «La casa dei mori­bondi».

Nel 1955, Madre Teresa aprì, a pochi passi dalla Ca­sa Madre, Shishu Bhavan, la prima casa per i bambi­ni. Fra le priorità di Madre Teresa vi fu sempre quella della cura dei lebbrosi. Essi avevano certamente biso­gno di ospedali e di alcune cliniche mobili, ma Madre Teresa si preoccupò anche di lottare contro la paura che suscitava quella malattia. Fece di tutto per far comprendere all'opinione pubblica la situazione dei lebbrosi e soprattutto l'infondatezza del timore di contagio, attraverso una vera e propria campagna con lo slogan: «Tocca un lebbroso con la tua com­passione».

La lebbra non era necessariamente una malattia con­tagiosa. Essa poteva essere curata e i malati di lebbra potevano ritornare tranquillamente in seno alla co­munità. Bastava solo che le loro famiglie fossero di­sposte a riceverli. Madre Teresa insisteva sempre sul fatto che non bastava fare delle offerte, ma che biso­gnava coinvolgersi personalmente con i poveri.

La campagna a favore dei lebbrosi ebbe un insperato successo. Oltre a sensibilizzare le coscienze sul proble­ma essa produsse anche abbastanza danaro per aprire un importante dispensano. La prospettiva di dover parlare ai convenuti in occasione della sua apertura terrorizzava letteralmente Madre Teresa, la quale riu­scì a farsi sostituire in questo dalla sua amica e colla­boratrice Ann Blaikie.

L'amicizia fra queste due donne portò alla fondazione del Movimento dei Collaboratori di Madre Teresa, un'organizzazione mondiale di laici che offrono aiuto materiale alle Missionarie della Carità.

I collaboratori hanno avuto un ruolo fondamentale nella crescita e nella riuscita dell'azione di Madre Teresa, soprattutto attraverso la costituzione del ramo «malato e sofferente». Si tratta di una rete che collega un Missionario della Carità, Fratello o Sorella, con un «secondo sé», il quale, pur non potendo prendere par­te attiva al lavoro a causa della sua malattia, desidera offrire le proprie sofferenze a Dio per un determinato Missionario della Carità e per il suo lavoro.

Alla fine degli anni '50 l'attività della congregazione delle Missionarie della Carità era ancora confinata al­l'arcidiocesi di Calcutta, ma le Missionarie erano or­mai pronte a spiccare il volo. Inviti stavano giungendo da altre parti dell'India, compresa Delhi. Nel 1959 l'arcivescovo di Calcutta permise a Madre Teresa di ac­cettare tre inviti. Il Primo ministro, Jawaharlal Nehru,

presenziò all'apertura della casa per bambini di Delhi. Il sostegno di Nehru fu di grande importanza per la ra­pida diffusione dell'attività di Madre Teresa. Furono aperte case persino a Bombay, nonostante gli abitanti fossero riluttanti ad ammettere che anche la loro opu­lenta città possedesse quartieri poveri.

Nel 1965 la nuova congregazione ebbe l'approvazione ufficiale di Roma. Nel luglio di quell'anno Madre Te­resa con cinque consorelle aprì la prima fondazione estera in Venezuela. Nel 1968 Paolo VI invitò le Mis­sionarie della Carità a lavorare in mezzo ai poveri di Roma. Seguirono poi molti altri inviti.

Nel 1968, in occasione di una delle sue prime visite a Londra, Madre Teresa fu intervistata per la televisione inglese da Malcolm Muggeridge. Muggeridge non sa­peva nulla di quella suora, a parte le poche notizie che era riuscito a racimolare mentre si recava allo studio televisivo. Tecnicamente parlando, quell'intervista fu un totale disastro. Fu comunque trasmessa una dome­nica sera ed ebbe un successo strepitoso. Arrivarono soldi e montagne di lettere, tutte pressapoco dello stes­so tenore: «Quella donna mi ha interpellato come non era mai successo, per cui mi sento obbligato ad aiutar­la». L'anno seguente Muggeridge condusse un equipe cinematografica a Calcutta per girare il film Something Beautifutfor God (Qualcosa di bello per Dio). Se mai Madre Teresa aveva sperato di restare anonima, quel film pose fine a ogni sua speranza in tal senso.

Nel 1970, durante una visita a Londra, Madre Teresa fu condotta a visitare alcuni di coloro che dormivano sotto i ponti della ferrovia o sui marciapiedi. Si rese chiaramente conto che i più poveri dei poveri non sono necessariamente coloro che soffrono di gravi mal­formazioni fisiche. La povertà dell'Occidente era, sem­mai, un problema ancora più difficile da risolvere. Cristo chiedeva di essere amato anche in coloro che soffrivano di solitudine, nei tossicodipendenti, negli al­colizzati e negli anziani trascurati dei paesi occidentali. Per Madre Teresa l'aspetto spirituale della sua attività era capitale. Nei poveri di cui si prendeva cura, assie­me alle sue consorelle, ella credeva veramente di toc­care il corpo piagato di Cristo. La sua attività trovava la sua forza in Dio. Madre Teresa è stata la prima a sot­tolineare che l'attività delle Missionarie della Carità non si spiega affatto con le capacità delle suore. «U­manamente parlando è impossibile, è fuori discussio­ne. Nessuna di noi ha l'esperienza. Nessuna di noi possiede le cose che il mondo cerca. E questo il mira­colo di tutte quelle piccole sorelle e di tutte quelle pic­cole persone sparse nel mondo».

L'eucaristia è il mezzo principale di cui dispongono le Sorelle e i Fratelli per sostenersi. Madre Teresa non cessò mai di ricordare l'assoluta necessità della pre­ghiera e del silenzio del cuore «nel quale Dio parla». Il quadro è completato da un po' di sofferenza persona­le. «Senza sofferenza, il nostro lavoro sarebbe sempli­ce attività sociale, certamente molto bella e utile, ma non sarebbe l'azione di Gesù. Non sarebbe parte della redenzione».

Forse sorprende vedere come Madre Teresa sia riusci­ta a «sposare» la sua convinzione della centralità di Cristo e della verità del cristianesimo con il più pro­fondo rispetto di tutte le concezioni religiose. Ella e le Sorelle sono assolutamente convinte che il loro scopo,

in tutto quello che fanno, è di fare di un indù un mi­gliore indù, di un cristiano un miglior cristiano e di un musulmano un miglior musulmano. In questo madre Teresa seguiva la stessa strada di Charles de Foucauld, l'aristocratico francese che, all'inizio del nostro secolo, abbandonò un'inutile carriera militare per seguire Cristo in totale povertà fra i Tuareg del Nord Mrica. Ella aveva spesso con sé una copia sgualcita di Come toro di René Voillaume, un volume che riproduce gli insegnamenti di Charles de Foucauld.

Anche se parlava di se stessa come di «una piccola ma­tita nelle mani di Dio», volendo indicare con questo che nessuno guarda alla matita quando legge una lette­ra, Madre Teresa non riuscì a sfuggire alle luci della ri­balta e non poté realizzare il suo grande desiderio:

quello di «ritirarsi» negli ultimi anni a lavorare nella casa dei moribondi.

Nonostante i suoi tentativi di farsi da parte, adducen­do motivi di età e di salute, nel 1992 fu riconfermata superiora generale delle Missionarie della Carità. I suoi viaggi la portarono sempre più lontano e la sua at­tività si estese anche agli ammalati di MDS degli Stati Uniti e ai poveri di Mosca e della Georgia.

Negli anni '70 fu fondato anche un ramo contemplati­vo di suore e un gruppo contemplativo di uomini. Così pure fu creato un ramo per sacerdoti che desideravano esercitare il loro ministero nello spirito di Madre Teresa. Nel 1989 nacquero i Missionari Laici della Carità per riunire coloro che, sposati o no, desiderasse­ro fare una professione annuale dei voti privati di po­vertà, castità (coniugale) e obbedienza e dedicarsi vo­lontariamente al servizio dei più poveri dei poven.

Nel 1991 la parabola di Madre Teresa tornò al suo punto di partenza. In quell'anno «Nona Teresa» portò le Missionarie della Carità nella sua terra d'origine, l'Albania, dove ricevettero una calorosa accoglienza. Madre Teresa aveva sperato di ritornarvi già molti an­ni prima, quando sua madre, morente, aveva chiesto di vedere la sua figlia più giovane, ma non aveva potu­to esaudire quel desiderio poiché non era certa che poi avrebbe ottenuto il permesso di lasciare il paese. Ritornando nella sua terra natale, nel 1991, Madre Teresa rimase molto commossa al vedere che mani sconosciute avevano amorevolmente tenuto in ordine le tombe di sua madre e di sua sorella.

Negli ultimi anni continuò a viaggiare per il mondo esortando gli uomini alla generosità nei confronti dei loro simili più bisognosi.

Madre Teresa si è spenta a Calcutta il 5 settembre 1997 all'età di ottantasette anni. I suoi funerali sono stati se­guiti da milioni di telespettatori in tutto il mondo.

 

 

REGOLA DI VITA

 

«Il nostro ideale non è altro che Gesù. Il nostro spjrito è uno spirito di totale  abbandono a Dio, di reciproca, amorosa fiducia e di santa letizia con tutti come si viveva nella Famiglia di Nazareth»

 

Per me vivere è Cristo. Fil 1,21)

C’è un gran bisogno, fra i giovani, dei Fratelli della Pa­rola, contemplativi nel cuore del mondo: per la loro vita di preghiera, adorazione, contemplazione, penitenza e totale abbandono a Dio e per la loro presenza, per la Parola di Dio che diffondono per poche ore al gior­no in mezzo ai più poveri fra i poveri. Facendo que­sto, essi proclameranno Cristo a tutte le nazioni e ren­deranno la Chiesa pienamente presente nel mondo di oggi (Lettera di Madre Teresa al Papa Paolo VI, 12.12.77).

 

La nostra chiamata

 

Associazione di fedeli cristiani fondata da Madre Teresa di Calcutta

1. La nostra fraternità, conosciuta co­me Fratelli della Parola, è un'«associa­zione di fedeli cristiani» fondata da Ma­dre Teresa di Calcutta con promesse perpetue di castità, povertà, obbedien­za, e dedito libero servizio a coloro che, fra i poveri, sono spiritualmente più poveri.

 

Carattere internazionale

2. Per il suo carattere internazionale, la nostra fraternità partecipa a questa missione speciale della Chiesa: diffon­dere in tutto il mondo la luce del messaggio evangeli­co e unire sotto un unico spirito i popoli di qualunque nazione, razza o cultura, ed essere segno di quella fra­tellanza che permette un onesto dialogo e dal quale trae nuovo vigore.

 

Comunità dei Fratelli in Gesù Signore      

3. Crediamo che siamo stati chiamati dal Padre a somiglianza dei primi Cristiani ad ssere una comunità di Fratelli in Gesù il Signore; a seguirlo come mae­stro secondo l'ispirazione, gli insegnamenti e gli esempi di Madre Teresa di Calcutta; e ad essere un cuore solo e un'anima sola: in comunione di beni, in umile sottomis­sione l'uno all'altro e verso il servo-guida, rimanendo celibi per il Signore, perseverando quotidianamente nella preghiera, nell'adorazione e nello «spezzare del pane»; disposti a portare la sua Parola agli spjritual­mente più poveri fra i poveri, a tempo opportuno e inopportuno, fino agli estremi confini della terra.

 

Contemplativi nel cuore del mondo

4. La nostra vocazione è di appartene­re a Gesù e soltanto per Lui divenire Fratelli Universali, cioè portatori del­l'amore di Dio, contemplativi nel cuo­re del mondo, monaci e missionari, impegnati ad annunciare con la nostra vita, la Parola al mondo, nello spirito di ecumenismo promosso dal Concilio Vaticano Il.

 

Il nostro nome

 

5. Per mettere in evidenza che la nostra vocazione è radicata nell'universalità della Chiesa Cattolica, saremo chiamati «Fratelli della Parola». Ciò significa che, per amo­re di Gesù, e del vangelo desideriamo essere fratelli di tutti e di ciascun essere umano, senza guardare né al suo colore, né alla sua cultura, né alla sua creden­za e che per questo scopo desideriamo rimanere aperti, umili, piccoli e disposti ad amare fino a do­verne soffrire. La Parola è il «Logos» del Padre, Incarnato in Maria sulla terra, vissuto e morto per la nostra salvezza. È il Signore Gesù Cristo, vivo e presente oggi fra noi, che ci parla e ci guida poiché ci riuniamo nel suo Nome. Ci leghiamo a Lui e fra di noi con l'alleanza di questa regola di vita per seguirlo nelle sue vie, e imitarlo con cuore gioioso e indiviso in virtù dello Spirito Santo.

 

Il nostro fine

«Ho sete»

6. «Voglio dare santi alla Madre Chie­sa» (Madre Teresa). il nostro fine è ap­pagare la sete di Gesù, sulla croce per le anime e saziare la fame che queste hanno di Lui, Parola e Pane di Vita, mediante la professione dei consigli evangelici e il dedito, libero servizio ai più poveri spiritualmente per rendere così la Chiesa pienamente presente nel mondo di oggi.

 

La nostra Missione:«Proclamare Gesù  Salvatore, a tutte le nazioni»

La nostra missione specifica è lavorare per la salvezza e la santificazione di co­loro che sono spiritualmente i più po­veri fra i poveri in tutto il mondo, ovunque si trovino:

- ascoltando la Parola di Dio per mez­zo della meditazione quotidiana, dello studio e della spiegazione delle Scritture;

- vivendo la Parola di Dio nella preghiera e nel servi­zio in una vita marcata dalla semplicità del Vangelo;

- amando il Verbo di Dio nascosto sotto le apparen­ze del Pane, per soddisfare la nostra fame mediante l'adorazione eucaristica quotidiana e la celebrazione della messa pieni di santo fervore;

- annunziando la Parola di Dio a coloro che sono i più poveri spiritualmente, sotto la cui sofferenza Gesù si nasconde. Questo apostolato di preghiera, di contem­plazione e di servizio sarà la nostra vocazione specifica di proclamare Gesù Cristo «Salvatore» a tutte le genti.

 

Il nostro spirito

 

7. «Il nostro ideale non è altro che Gesù» (Madre Teresa). il nostro è uno spirito di totale abban­dono a Dio, di reciproca, amorosa fidu­cia e di santa letizia con tutti come si viveva nella Famiglia di Nazareth. «Fate della vostra famiglia un'altra Nazareth dove Gesù possa venire a riposarsi per qualche tempo» (Madre Teresa, Lettera ai Fratelli 7 giugno 1979). Cristo era interamente a di­sposizione del Padre per il riscatto di molti. Pur essen­do di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua eguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumen­do la condizione di servo e divenendo simile agli uomi­ni» (Fil 2,5-8).

 

Abbandono totale

8. Essere posseduti da Lui affinché possiamo possederLo; prendere qua­lunque cosa Egli ci doni e dare qualun­que cosa Egli ci prenda con un largo somso: essere usati da Lui come più Gli piace, senza essere consul­tati. Offrire a Lui la nostra libera volontà, la nostra ra­gione, tutta la nostra vita in pura fede, in modo che Egli possa pensare i suoi pensieri nelle nostre menti, compiere le sue opere con le nostre mani e amare con i nostri cuori. il nostro totale abbandono consiste anche in una com­pleta disponibilità a Dio e alla Chiesa attraverso il ser­vo-guida, gli altri Fratelli e le persone dei poveri che serviamo. Così potremo tutto in Colui che ci conforta.

 

Fiducia amorosa 

9. Gesù ebbe nel Padre suo una incrollabile fiducia. Questa fiducia era il frutto della sua intima unione e del suo amore per Lui. Ebbe una fiducia così comple­ta nel Padre che affidò tutta la sua vita, la missione per la quale era stato mandato, nelle sue mani pie­namente sicuro che Egli avrebbe operato il suo pia­no di salvezza nonostante i mezzi inadeguati e l'apparente fallimento.

 

Santa letizia        

10. La santa letizia è certamente frut­   to dello Spirito Santo e non segno ca­ratteristico del regno di Dio, perché Dio è gioia. «La mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (Gv 15, 11). La nostra gioia sarà manifestazione del­la nostra dedicazione generosa e unione intima con Dio. Un cuore gioioso è un cuore ardente di amo­re, perché dona di più chi dona con gioia, e Dio ama un lieto donatore. Un Fratello pieno di gioia predica senza parole. La gioia per noi è una necessi­tà e una forza che sostiene anche il fisico, e che ci rende sempre disponibili a correre per fare del bene. Perciò accetteremo: di vivere una vita di povertà in santa letizia, di obbedire con intima gioia, di servire Cristo nel suo miserevole travestimento con allegria e devozione. Questa gioia sarà la nostra migliore grati­tudine a Dio e a tutti quelli che ci stanno attorno.

 

Mezzi

 

Rinati in Cristo    

11. «Come il seme è destinato a di­ventare albero così noi siamo pro­grammati a crescere in Gesù» (Madre Teresa). Rinati in Cristo con l'acqua e lo Spirito Santo e stabi­liti nella Chiesa come comunità di vita nella fede, nel­la speranza e nella carità, noi che entriamo nei misteri della vita dovremmo essere modellati a sua immagine «finché Cristo sia formato in noi» (Gai 4, 19). Far parte di questa fraternità di alleanza vuol dire aspirare con tutte le forze a quella «metanoia», quel cambiamento di cui parla il Vangelo, frutto dell'inti­ma conoscenza di noi stessi. Tale disponibilità al potere trasformante dello Spiri­to Santo creerà progressivamente in noi quel cuore di fanciullo libero e sincero che sa che il regno dei cieli è sempre dentro di noi 'qualsiasi siano le mute­voli circostanze della vita esteriore.

 

Fede          

12. La Fede, dono di Dio, ci introdu­  ce nella realtà spirituale del Regno, la cui venuta fu annunciata da Cristo. Cresce nell'obbe­dienza alla sua legge e si esprime con la carità frater­na. Infine, si fonda sulla fedeltà e la fiducia: «Infatti so a chi ho creduto» (2 Tm 1, 12). A coloro che cre­dono in Lui Egli concede di fare cose anche più grandi di quelle che Egli stesso compì sulla terra. Con interiore convinzione, viviamo e facciamo cose che non ci saremmo mai sognati di realizzare. Come Fratelli della Parola, siamo chiamati in particolar mo­do a vedere Cristo nelle apparenze del Pane e a toccar­Lo nella desolazione di cui è spiritualmente povero.

 

Speranza   

13. Nella speranza ci affidiamo com­   pletamente all'onnipotenza di Colui che ha detto: «Senza di me non potete far nulla». Convinti del nostro niente e con la benedizione del­l'obbedienza, osiamo tutto, non dubitiamo di nulla, perché con Dio ogni cosa è possibile. Affideremo al Signore i nostri piani per il futuro, perché ieri è passato, domani non è ancora venuto e abbiamo so­lo oggi per farLo conoscere, amare e servire. Grati per le migliaia di occasioni che Gesù ci dà di portare la speranza in una moltitudine di esistenze con il no­stro interesse per l'individuo che soffre, aiuteremo il nostro mondo sconvolto e quasi sull'orlo della dispe­razione, a scoprire una nuova ragione di vivere o di morire con un sorriso di tranquillità sulle labbra.

 

Carità        

14. Dio è amore: la carità ha la sua sorgente nell'amore eterno del Padre e del Figlio, nello Spirito. Permettiamo che lo Spiri­to di amore prenda possesso di noi e che rimuoven­do le barriere dell'Ego, ci renda aperti agli altri dal più profondo del nostro essere, rendendoci capaci di accogliere a un tempo Dio e l'umanità. Nel prendere il pane Cristo disse: «Prendete e man­giate, questo è il mio Corpo dato per voi». Donando Se stesso Egli ci invita a crescere nella potenza del suo amore per far ciò che Egli ha fatto. L'amore di Cristo per noi ci darà la forza e ci spingerà a donare noi stessi per Lui. «Lasciati divorare dai Fratelli e dalla gente». Non abbiamo nessun diritto di rifiutare le nostre vite agli altri, nei quali incontriamo Cristo.

 

Miti ed umili di cuore    

15. Gesù, desideroso di farci imparare da Lui ad essere miti ed umili di cuore, permise che il suo costato fosse squarciato. Dobbiamo farci piccoli per poter entrare nel suo cuore. Cristo, la nostra via all'umiltà, ci chie­de di vivere in Lui e per mezzo di Lui. Convinti che da soli non possiamo far nulla se non abbiamo altro che peccati, debolezza e miseria, noi riconosciamo tut­te le doti di natura e di grazia come doni di Dio. Non ci lasceremo scoraggiare da nessun fallimento se abbia­mo fatto del nostro meglio e nemmeno ci glorieremo del successo, ma nella gratitudine più profonda riferi­remo tutto a Dio autore di ogni bene in noi. La nostra chiamata non è al successo ma alla fedeltà. «Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me che sono mite ed umile di cuore e troverete riposo per le vostre anime, il mio giogo è dolce e la mia di­sciplina leggera» (Mt 11, 29-30).

 

Vita evangelica   

16. Più le costituzioni saranno sem­plici più saranno prossime al Vange­lo. Vivete il Vangelo giorno per giorno e da quella vita cresceranno le vostre regole (Lettera di Madre Teresa ai Fratelli, 10 giugno 1978). La nostra vita, orientata alla contemplazione di Dio in tutte le Sue opere, deve essere marcata da quella liber­tà, semplicità del Vangelo che deve rimanere la nostra caratteristica. Ci manterremo aperti a tutto ciò che èbello e nobile nell'eredità culturale e spirituale dei po­poli fra i quali dimoreremo e che intendiamo servire, rendendoci particolarmente sensibili alle loro conce­zioni del sacro. In particolar modo ci sforzeremo di conoscere e di custodire con zelo le migliori tradizio­ni sia orientali che occidentali della Chiesa.

 

Preghiera continua

17.  Consapevoli che il Signore ci ha raccomandato di pregare sempre, dob­biamo trasformare tutta la nostra vita in preghiera, imparando a pregare il nostro lavoro senza mai sostituire il lavoro alla preghiera.

 

Lo spezzare del pane

18. Lo spezzare quotidiano del pane eucaristico nella messa sarà il centro di­namico di tutto il nostro vivere e fonte di ogni iniziativa apostolica.

 

Adorazione

19. Al sorgere e al calare del sole ci ritroveremo regolarmente per un'ora di adorazione in intimità con il Fratello Gesù.

 

Vigilia    

20. Ogni vigilia festiva ci incontrerà riuniti per una veglia notturna di inter­cessione riparatrice, in attesa che Cristo compia ogni giustizia in noi e intorno a noi, con l'avvento della sua seconda venuta.

 

Sacra Scrittura    

21. La Chiesa ha sempre venerato le Divine Scritture come ha fatto con il Corpo di Cristo, non mancando mai, soprattutto nel­la sacra Liturgia, di nutrirsi del pane della vita e della mensa sia della Parola di Dio che del Corpo di Cristo e di porgerlo ai fedeli. Insieme con la sacra tradizione, la Chiesa ha sempre considerato e considera le Divine Scritture come la regola suprema della propria fede (Costituzione dog­matica sulla rivelazione). La Parola di Dio nelle Sacre Scritture è la nostra rego­la di vita e deve sempre ispirare la nostra condotta. Dobbiamo nutrircene quotidianamente e condivider­la con gli altri fratelli nella preghiera comunitaria, im­parando a rivolgerci alle parole della Bibbia per incontrare luce nei momenti di oscurità, direzione nel dubbio, forza nella prova e correzione nell'errore. Un particolare significato deve avere per noi il det­to di Gesù che l'uomo non vive soltanto di pane, ma di ogni parola proferita dalla bocca del Padre (Cfr Mt 4,4).

 

Venerazione della Bibbia  

22. Per indicare la presenza misteriosa di Dio nella sua Parola, accanto all'Eu­caristia, avrà, nei nostri luoghi di pre­ghiera, un posto di venerazione particolare la Bibbia, ricordandoci sempre che tutto ciò che è stato scritto lo è stato per nostro insegnamento, affinché attraver­so gli esempi e la consolazione della Scrittura abbia­mo speranza.

 

Ufficio divino       

23. Il nostro tempo di preghiera co­munitaria, sarà un tempo di apertura alle ispirazioni della grazia attuale. Sono incoraggiate spontaneità e semplicità, evitando un atteggiamento rigido e di routine, mantenendoci disponibili al movimento dello Spirito fra noi. L'ufficio divino verrà celebrato al mattino, mezzo­giorno e sera e potrà essere sia recitato che cantato. Un uso di semplici strumenti musicali così come di gesti e di posizioni del corpo saranno lasciati alla di­screzione che sempre rimane la norma di tutto.

 

Stagioni liturgiche        

24. La nostra vita di preghiera deve svilupparsi attorno ai vari tempi liturgi­ci e al loro mistero profondo, in modo che possiamo mantenerci sempre uniti a Gesù Cri­sto, che vive nelle stagioni liturgiche della sua Chiesa.

 

Lettura spirituale   

25. L'adorazione e l'ufficio divino saranno completati giornalmente da un periodo di lettura spirituale. Oggetto della nostra ora di lettura sarà la Bibbia e i suoi commentari, i Padri della Chiesa sia orientali che occidentali e altri autori spirituali universalmen­te conosciuti per la loro santità e dottrina.

 

Sacramento di riconciliazione

26. Gesù Figlio di Dio, incarnatosi nel grembo della Vergine Maria ha assunto la condizione umana per liberarci dal male. La sua morte in Croce ci invita alla conversione dal peccato alla grazia, dalla tiepidezza al fervore, dal fervore alla santità. Senza rinunciare al nostro io in-fermo e senza un progressivo ascetismo, è impossibi­le risvegliarci nel più profondo di noi stessi dove Dio vive e trovare la nostra reale identità. Il sacramento della penitenza è il dono pasquale di ri­conciliazione di Gesù Cristo con ciascuno di noi e dobbiamo farne uso non solo come rimedio della no­stra ferita originale e di tutte le sue conseguenze, ma anche a nome del resto dell'umanità caduta.

 

Revisione di vita  

27. Chiamati periodicamente dal ser­vo locale, sia come singoli individui che come comunità ad una revisione di vita, ci riuniremo alla luce del Vangelo per esaminare il no­stro operato, aprendoci alla correzione fraterna. La volontà di superare i nostri difetti di carattere e le no­stre negatività, deve essere sempre oggetto dell'esame quotidiano al termine di ogni giornata.

 

Riparazione e sacrificio 

28. Per partecipare alla passione di Cristo che è costantemente ripetuta nel­le privazioni dei poveri, in riparazione delle proprie e altrui mancanze, in particolare quelle dell'egoismo, della cupidigia e dello spreco, ogni ve­nerdi dell'anno ci nutriremo 'a base di pane, eccezione fatta delle festività che ricorrono in questo giorno.

 

Fratelli del silenzio       

29. «Anime di preghiera sono anime di profondo silenzio» (Madre Teresa).

«Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio! Quando si manife­sterà Cristo, la vostra vita, allora anche voi sarete ma­nifestati con Lui nella Gloria» (Col 3, 3). Per essere fratelli della Parola, dobbiamo essere prima fratelli del silenzio. Dio paila nel silenzio interiore, per poter­lo ascoltare dobbiamo fare di questo il nostro linguag­gio, dimorando raccolti nella grotta del cuore. Nell'eucaristia Gesù è pura lode di silenzio al Padre e ci invita al silenzio come fonte di comunicazione, con noi stessi, con Lui e con gli altri. Frutto del silenzio è la preghiera. Frutto della preghiera è la fede viva. Frutto della fede viva l'amore. Frutto dell'amore il servizio.

 

 

Chiamata al silenzio profondo della Passione

30. «Seguire nudi il Cristo nudo» (San Girolamo). Accetteremo con serenità e perseveranza tutte le opportunità che il Padre ci presenterà, donandoci di pren­dere parte alla sofferenza, con Gesù Salvatore, agnello offertosi in sacrificio e con i. poveri. Condividere nella nostra vita, senza pretendere di capire l'impotenza dell'agonia di Cristo, causata da contrarietà, umilia­zioni, respinte, malintesi, false accuse, abbandoni, insuccessi, separazioni, debolezza, infermità, vec­chiaia e morte. Ricordando che ogni pena è un invi­to a scoprire il dono di Dio e promessa di un maggior bene. «il Padre ha pronunciato una sola Parola, e l'ha detta in un eterno silenzio, questa Parola è Gesù il suo Verbo. Per poterlo conoscere dobbiamo na­sconderci nel segreto del suo stesso silenzio» (San Giovanni della Croce).

 

Tempi e luoghi di silenzio

31. Il rispetto e la considerazione che ci vogliamo mutuamente deve portarci a mantenere nella comunità un clima di silenzio che favorisca la preghiera, lo studio, il la­voro e il riposo. In ogni fraternità vi saranno luoghi particolari riservati all'intimità della sola famiglia e tempi particolari di raccoglimento come quello della giornata di ritiro e del silenzio della notte.

 

Case di preghiera

32. Le nostre case saranno case di preghiera e di riconciliazione aperte a tutti quelli che hanno bisogno di ri­trovare la pace dell'anima nel rinnovo dell' amicizia con Dio senza distinzione di casta, di credo, o di nazionalità. Nella misura del possibile, la fraternità dovrà es­sere vicino ad un luogo aperto però non troppo lontano dalla popolazione. Nell'impossibilità di fare altrimenti i Fratelli saranno contenti di condivi­dere completamente con i poveri la mancanza di uno spazio privato e accogliente così come tutto il disagio degli aspetti più penosi dell'emargina­zione. Come Gesù passò quaranta giorni di deserto all'inizio della sua vita pubblica, anche noi siamo chiamati in certi momenti particolari della nostra vita a intervalli di silenzio profondo e di digiuno nel deserto. il servo-guida avrà cura di trovare in un luogo remoto qualche grotta o capanna che serva da eremitaggio per quei fratelli che mossi dallo Spirito, sono desiderosi temporaneamente o per un più lungo tempo di un pe­riodo di deserto.

 

Abito          

33. Come segno che apparteniamo a Gesù e per amore alla sua vita ordina­ria a Nazareth ci vestiremo con la semplicità dei po­veri che ci circondano, consapevoli che il nostro abito più espressivo è la nostra interiorità e condotta. Volendo però essere anche segni concreti a noi stessi e agli altri, dell'invisibile, porteremo un umile unifor­me e il crocefisso appuntato sul cuore. Ove il clima lo permetta semplici sandali e scalzi in casa e nel luogo di preghiera, per rispetto della Pre­senza di Dio. Per i novizi un «mala» dei misteri del rosario come corona attorno al collo, ricorderà loro il bisogno di abituarsi alla preghiera. Quest'uso venne inaugurato da Madre Teresa al momento della nostra fondazio­ne a San Gregorio al Celio nel 1977.

 

Alla scuola di Maria  

34. «Disse a sua Madre: ecco tuo fi­glio, poi al discepolo: ecco tua madre, e da quell'ora il discepolo la prese con sé» (Lc 2, 19). «Maria, prima portatrice della Parola, insegna ai Fratelli della Parola ad essere umili come te e santi come Gesù» (Madre Teresa). La Madre di Gesù è la prima portatrice della Parola quindi in par­ticolar modo madre di questa fraternità. Noi ci sentia­mo alla sua scuola. Ella che insegnò a Gesù a fare i suoi primi passi ci insegnerà a seguirla, nell'intimo della sa­cra famiglia, se ci manteniamo piccoli e fedeli.

 

Con Maria portatori della Prola  

35. Non appena il Verbo si fece carne del suo grembo, Maria andò in fret­ta a portarlo ad Elisabetta sua cugina. Anche noi con lei e come lei andremo in fretta portando Gesù nel nostro cuore, nelle città e nei villaggi di tutto il mondo, anche in ambienti pericolosi o di estremo squallore, cercando i poveri spirituali Per incoraggiarci e proteggerci unitamente, partiremo sempre due a due, meditando i misteri del rosario, pronti a proclamare la buona novella, a cantarla con inni spirituali, e a testimoniare con la nostra presenza il Suo provvidenziale amore per ogni bisognoso.

 

Contemplativi nel cuore del mondo

36. «Beati i poveri in spirito perché di essi è il regno dei cieli. Beati i miti perché possederanno la terra. Beati coloro che piangono perché saranno consolati. Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia per­ché saranno saziati. Beati i misericordiosi perché otterranno misericor­dia. Beati i puri di cuore perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati a causa della giustizia perché di essi è il regno dei cieli» (Vangeli sinottici). «Quello che avrete fatto ad uno dei miei fratelli lo avete fatto a me» (Mt 25, 40).

«A differenza dei contemplativi claustrali, voi siete dei contemplativi esposti. Per contemplativi intendo dire che viviate con Gesù, per Gesù, in Gesù 24 ore al giorno, e che tutto quello che fate agli altri, lo fac­ciate per Lui» (Madre Teresa).

La nostra chiamata al servizio dei più spiritualmente poveri contraddistingue il nostro posto nella Chiesa, facendoci cooperatori di Cristo nella sua missione universale di salvezza. Lasciamo che egli viva in ciascuno di noi come in una nuova incarnazione. Cosi i perduti conoscendoci saranno attratti alla Sua persona divina; gli schiac­ciati e i sofferenti troveranno in noi angeli di con­forto; i piccoli e gli umili vorranno divenire nostri compagni perché rammentiamo loro l'amico dei sen­za amici.

 

Opere di misericordia spirituale       

37. Come frutto della nostra adora­zione eucaristica, parte di ogni giorno sarà impiegata al servizio in favore de­gli spiritualmente poveri, non preoc­cupandoci delle folle, ma di singoli individui, uno ad uno, o di piccoli gruppi in cui è possibile conser­vare il contatto personale. Poveri sono tutti quelli che la Chiesa ci propone tra­dizionalmente nelle opere di misericordia.

 

Consigliare i dubbiosi  

Rendendoci disponibili all'ascolto delle loro esitazioni e perpiessità, afferman­doli nel loro vacillare e guidandoli nella loro confusione, perché disciplinando i propri pensie­ri, scoprono la fiducia e l'abbandono all'amore reale del Padre. E solo nell'ascolto di Dio che parla dal nostro profondo e nella preghiera, che troviamo la volontà e la decisione di uscire dall'instabilità dei nostri dubbi.

 

Istruire gli ignoranti     

Non solo con la Parola di Dio, ma' an­che con il nostro esempio silenzioso, non avendo esitazione e timore per le loro reticenze e i pregiudizi anche più radicati. Esponendo le verità fondamentali della fede con chia­rezza e convinzione, istruendo più con il nostro amore comprensivo che con mezzi pedagogici, non cercando di vedere il frutto del nostro lavoro ma con totale fidu­cia che Dio è fedele alle Sue promesse. Aiutando ad acquistare i rudimenti della conoscenza coloro che sia­no analfabeti e senza alcun tipo di istruzione.

 

Ammonire i peccatori   

Offrendo loro l'opportunità di una scelta alternativa al loro disordine, con un programma spirituale di ricupero della propria vita. Testimoniando della nostra pro­pria conversione e aiutandoli ad acquistare un cuore nuovo, frutto di un pentimento sincero e di un pro­posito fermo di cambiare e di fare ammenda per i torti commessi nel passato.

 

Confortare gli afflitti  

Facendoci amici dei senza amici, mostrando interesse' per loro, identificandoci con la' loro pena, pregando con loro per aiutarli a scoprire una chiamata di predilezione ce­lata nel dolore.

 

Perdonare quelli che offendono

Non offrendo loro resistenza, rinuncian­do a sfidarli a nostra volta, rifiutando lalo­ro violenza pur accettandoli rendendo loro bene per male. Consapevoli che la fe­rita di colui che offende è più profonda della nostra e che dobbiamo desiderare di guarirla con la preghiera e con l'accettazione riparatrice.

 

Sopportare i molesti 

Scoprendo nei loro problemi il bisogno nascosto di attenzione e il grido di ango­scia della loro solitudine. In questo infatti consiste la chiamata eroica del Vangelo: «Se uno ti per­cuote la guancia destra, tu porgigli anche l'altra; e a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà a fare un mi­glio, tu fanne con lui due» (Mt 5,39-41).

 

Pregare per i vivi e i morti  

Non solo individualmente e nelle intercessioni litaniche della comunità, ma introducendo la fame per la pre­ghiera nella loro vita e nella loro famiglia. Facendogli capire il potere della preghiera perseverante, con la convinzione che chi cerca trova, chi chiede riceve e a chi bussa sarà aperto (cfr. Mt 7, 7). Mettendoci con frequenza e rispetto davanti al ricor­do di coloro che ci hanno preceduti col segno della fede e dormono ora il sonno della pace e commemo­randoli in particolare nella liturgia.

 

Opere di misericordia corporale

38. Anche se come Fratelli della Paro­la, soddisfare la fame per Dio è il cuore del nostro apostolato, sapremo ricono­scere Faspetto spirituale di tutte le ope­re di misericordia, in maniera che trovando qualcuno in immediato bisogno di un soccorso materiale, non trascureremo di aiutarlo, finché altri meglio organizza­ti di noi per questo, possano occuparsene in modo più stabile.

Non solo di cibo, ma anche di ogni parola che viene dalla bocca di Dio.

Non solo di bevande ma di conoscenza spirituale, di verità e di giustizia.

Non solo con abiti ma con dignità e rispetto, copren­do il loro senso di vergogna, di colpa e di umiliazione con l'amore di Dio che tutto copre, perdona, e veste a nuovo.

Non solo in una casa fatta di mattoni ma in un cuore aperto, capace di accogliere, di condividere e di fare spazio all'ultimo arrivato.

Non solo del corpo o della mente, ma anche del com­portamento e dell'anima.

Non solo delle carceri o dei centri di detenzione, ma anche dei loro pregiudizi di cultura, razza, politica o religione, delle loro cattive abitudini, dell'odio e del­l'influenza del maligno.

Non soltanto corporalmente, ma togliendo radica­mente dal nostro cuore il ricòrdo di situazioni negati­ve vissute nel passato, con la fede viva che nel mistero di Dio, dopo ogni morte ha luogo la risurrezione.

 

Semplici e umili mezzi   

39. Tra i più poveri spiritualmente, ini­zieremo per annoverare ciascuno di noi Fratelli, consci che la nostra alleanza di vita ci lega l'un l'altro così come lo fa con gli altri po­veri. È un privilegio e un amore servire Cristo nascosto nel­le apparenze dell'altro, qualsiasi esso sia e dobbiamo farlo con riverenza e rispetto in spirito di fede e di sa­crificio.

La fertilità del nostro lavoro, dipenderà dall'essere so­lidamente radicati in Cristo, non con mezzi importanti ma con la scelta deliberata di semplici ed umili servizi fatti con grande amore.

In particolare identificandoci con i poveri e condivi­dendo completamente la loro condizione di insicurez­za fino a sentircene male.

 

A causa di Gesù e del Vangelo

40. «Figliolini miei amatevi scambie­volmente perché è il precetto del Si­gnore. Se si adempisse anche solo questo è già abbastanza» (San Giovanni Evangelista).

«Amare Cristo con amore indiviso nella castità, nella libertà della povertà, nel totale abbandono all'obbe­dienza, nella reciproca fiducia e nella gioia, serven­dolo di tutto cuore sotto le apparenze stressanti dei più poveri» (Madre Teresa).

È solo a causa di Gesù e del Vangelo, che tu fratello potrai scegliere spontaneamente di sottometterti alla disciplina della regola, e di entrare in alleanza di vita con gli altri fratelli sotto l'autorità del servo-guida. Questo abbozzo di regola è solo qui per indicarti un cammino. «Qual è infatti la pagina, la parola di au­torità divina nel Vecchio e nel Nuovo Testamento che non sia una regola sicura per la vita umana?» (Regola di San Benedetto: capitolo 73) verso 4).

Ricorda quindi che la tua disposizione alla generosità con il Signore e con gli altri, ti permetterà di correre con cuore aperto al suo incontro sperimentando la gioia profonda di vivere assieme con altri fratelli. Mentre ogni qual volta ti allontanerai dal tuo centro interiore con l'egoismo, rifiutandoti di portare la tua parte di croce, ne appesantirai il peso sulle spalle di tutti gli altri.

La nostra chiamata è di vivere in pace nel paradosso. Affrettati quindi verso il ritorno del maestro che vie­ne e poiché non ne sai né il giorno né l'ora, rammen­ta che la scena di questo mondo passa subito e la realtà ultima ci chiamerà presto a confronto, poiché alla sera della vita saremo giudicati sull'amore.

«Marana-tha». «Vieni Signore Gesù».

 

 

 

IL NOSTRO STILE DI VITA

 

«Cristo pur essendo ricco spogliò se stesso. Qui si trova la contraddizione. Se voglio essere povero come Cristo che si fece povero pur essendo ricco - devo fare lo stesso. Oggigiorno c'è chi vuole essere povero e vivere con i poveri, ma vuole essere libero di disporre delle cose come desidera. Avere questa libertà significa essere ricco. Vogliono avere tutt'e due le cose e non possono averle. Questo è un altro genere di contraddizione.»

 

Io sono la via, la verità e la vita. (Gv 14, 16)

 

Come d seme è destinato a diventare un albero, così noi siamo destinati a trasformarci in Gesù.

 

Ognuna di noi accetterà:

- di vivere una vita di povertà con gioiosa fiducia;

- di imitare la castità di Maria, causa della nostra gioia;

- di offrire lieta obbedienza sgorgata da vera gioia in­tenore.

 

Povertà

 

Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi; ma il figlio dell'uomo non ha dove posare il capo (Lc 9) 58). La povertà è la nostra dote.

 

Di fronte a Dio la nostra povertà è umile riconosci­mento ed accettazione della nostra fragilità umana, della nostra impotenza e nullità; è consapevolezza della nostra indigenza che si esprime come speranza in lui e disponibilità a ricevere tutto da lui che è Pa­dre. La nostra povertà dovrebbe essere veramente

evangelica - amabile, lieta, cordiale, sempre pronta a offrire un gesto di amore. La povertà è amore prima di essere rinuncia.

Per amare è necessario dare.

Per dare è necessario essere liberi dall'egoismo. De­siderose di condividere la povertà di Cristo e quella dei nostri poveri:

 

- consentiremo ad avere tutto in comune e a condi­videre ogni cosa con le Sorelle in congregazione;

- non accetteremo assolutamente nulla dai parenti, amici o benefattori per il nostro uso personale. Qua­lunque cosa ci venga offerta la consegneremo ai no­stri superiori ad uso della comunità o per il servizio dei poveri;

- mangeremo il cibo della gente, del paese in cui vi­viamo, preferendo ciò che è più a buon mercato. Do­vrà essere sufficiente e sano, per mantenerci in buona salute, cosa essenziale dato il lavoro che la no­stra vocazione richiede;

- le nostre case saranno semplici e modeste, luoghi dove i poveri possano sentirsi a casa propria;

- andremo a piedi, ogni volta che ne avremo l'occa­sione, o ci serviremo dei mezzi più umili di trasporto disponibili;

- dormiremo in dormitori comuni senza privatezza, come i poveri;

- noi e i nostri poveri dipenderemo interamente dal­la Provvidenza divina per le nostre necessità sia ma­teriali che spirituali.

Ogni volta che sarà necessario saremo disposte an­che a fare la questua di buon grado, in spirito di po­vertà e di fiducia gioiosa, facendoci mendicanti per le membra povere del Cristo che visse Egli stesso di elemosine durante la sua vita pubblica e che noi serviamo nei malati e nei poveri. Non faremo provviste, né mendicheremo più di quanto sia ne­cessario.

 

Nella nostra Congregazione dobbiamo cercare di avere come meta la povertà più completa. Essa deve essere un muro di difesa che ha due effetti:

- tiene lontano il nemico. Come sappiamo dagli Esercizi Spirituali, il primo stratagemma del diavolo è infondere negli uomini l'amore per le ricchezze; il vero amore per la povertà evangelica chiude l'acces­so dello spirito del male nelle nostre esistenze;

- assicura pace e protezione a coloro che vivono nel­l'interno di questo muro.

 

Nostro Signore sulla croce non possedeva niente. La croce era stata data da Pilato, i chiodi e la corona gli erano stati dati dai soldati. Era nudo e, quando mori, croce, chiodi e corona gli furono portati via; fu av­volto in un sudano donatogli da una persona di buon cuore e fu sepolto in una tomba che non era sua.

 

Dobbiamo perdere l'abitudine di preoccuparci del futuro. Non c e motivo. Il Signore è qui. Quando viene il desiderio del denaro, viene anche il deside­rio di ciò che il denaro può dare: cose superflue, bel­le camerette, ricercatezze a tavola, più abiti, ventila­tori, ecc. Le nostre necessità aumenteranno, perché una cosa tira l'altra e il risultato sarà una continua scontentezza. La povertà ci rende libere. Ecco per­ché possiamo scherzare e sorridere e avere il cuore felice per Gesù. La prima vera povertà fu quella di Cristo che «spogliò se stesso». Per nove mesi egli rimase nascosto nel piccolo spazio del seno di Ma­ria: nemmeno Giuseppe sapeva chi egli fosse. Pur possedendo tutto, non possedeva nulla. Anche la sua nascita fu come quella dei più poveri tra i pove­ri. Anche i nostri poveri hanno qualcuno che li assi­ste... Maria, no. A Nazareth, anche la sua gente lo disprezzava. Non era necessario per Gesù praticare questa povertà assoluta. il motivo è uno solo: lo de­siderava. Egli voleva essere nella maniera più com­pleta uno di noi.

 

La povertà è necessaria perché serviamo i poveri. Quando si lamentano per il cibo, possiamo dire: lo mangiamo anche noi. Dicono: faceva tanto caldo sta­notte, non si poteva dormire. Possiamo rispondere:

anche noi abbiamo avuto tanto caldo. I poveri si fan­no il bucato, vanno scalzi: così facciamo anche noi. Dobbiamo abbassarci per elevarli. il cuore dei pove­ri si apre quando possiamo affermare che viviamo come loro. A volte hanno un solo secchio d'acqua. Così anche noi. Fanno la fila: anche noi. Cibo, vestia­rio, tutto deve essere come quello che hanno i pove­ri. Non facciamo digiuni. Il nostro digiuno èmangiare quello che riceviamo senza scelte di sorta.

Cristo pur essendo ricco spogliò se stesso. Qui si trova la contraddizione. Se voglio essere povera co­me Cristo - che si fece povero pur essendo ricco -devo fare lo stesso. Oggigiorno c'è chi vuole esser povero e vivere come i poveri, ma vuole essere libe­ro di disporre delle cose come desidera. Avere que­sta libertà significa essere ricco. Vogliono avere tutt'e due le cose e non possono averle. Questo è un altro genere di contraddizione.

La nostra povertà è la nostra libertà. Questa è la no­stra povertà: rinunciare alla nostra libertà di disporre delle cose, di scegliere, di possedere. Nel momento in cui mi servo delle cose e ne dispongo come se fos­sero mie, in quel momento cesso di essere povera. Dobbiamo sforzarci di acquistare il vero spirito di povertà, che si manifesta nell'amore con cui prati-chiamo la virtù della povertà ad imitazione di Cri­sto, che la scelse come compagna della sua vita terrena quando venne a vivere in mezzo a noi. Cri­sto non era tenuto a vivere una vita di povertà, ma scegliendola ci ha insegnato quale importanza ha per la nostra santificazione.

 

Pratichiamo la virtù della povertà quando ci ram­mendiamo i nostri vestiti rapidamente, e nella manie­ra più bella che ci sia possibile. Andare in giro con un abito e con un san lacero non è certamente indi­zio di virtù di povertà; perché ricordiamolo, non professiamo la povertà dei mendicanti, ma la pover­tà di Cristo. Ricordiamo anche che il nostro corpo ètempio dello Spirito Santo e che per questo motivo dobbiamo sempre rispettarlo con vesti rammendate bene. Non ci sogneremmo mai di usare panni spor­chi e stracciati come velo del tabernacolo per coprire la porta della dimora che Cristo ha scelto per Sé sulla terra fino dal giorno della sua ascensione al cielo.

Per lo stesso motivo, non dovremmo mai coprire il tempio dello Spirito Santo, che è il nostro corpo con vesti stracciate, sporche, in disordine. I vestiti rattop­pati non sono una vergogna. Si dice di San Francesco di Assisi che, quando mori, il suo abito aveva tante di quelle toppe che la veste originaria non esisteva più.

 

I poveri sono anime grandi e dobbiamo loro profonda gratitudine, perché se non ci avessero accettato non esi­steremmo come Missionarie della Carità. Per poter comprendere questo guardiamo Gesù. Per potersi fare uomo, Egli, pur essendo ricco si fece povero. Avrebbe potuto scegliere il palazzo del re, ma per essere eguale a noi, scelse di essere come noi in tutto, eccetto il peccato. Per essere eguali ai poveri, scelse di essere povero come loro in ogni cosa, eccetto la miseria. Ciascuna di noi ha dato la sua parola a Dio di seguire Cristo nella povertà.

 

Quando fate voto di povertà, dite: «Io non ho nul­la». Ecco perché non potete distruggere le cose o re­galarle senza permesso. Non avete nemmeno il diritto di dire: «Questo è il mio san». Per noi, la po­vertà è libertà. Tu sei libera di amare Dio - libera di amare Dio con cuore indiviso.

 

Il diavolo si dà molto da fare. Quanto più la nostra opera tende a portare anime a Dio, tanto più egli cerca di allontanarci da Dio, di sciupare il nostro la-

voro. La povertà costituisce una straordinaria prote­zione. Io la chiamo libertà. Nulla e nessuno mi sepa­rerà dall'amore di Cristo.

Devi sperimentare la gioia della povertà. La povertà non è solo rinuncia. La povertà è gioia, è amore. Il motivo di ogni mia privazione'è che «amo Gesù». Fin­ché tu stessa non sperimenterai questa gioia della po­vertà, non comprenderai mai ciò che dico. Abbi il coraggio di vivere questa povertà. Gesù nacque a Be­tlemme, tutto quello che aveva era un pezzo di stoffa, un po' di paglia. Immagina gli animali riuniti intorno al Bambino. Non c'erano stufe elettriche. La Madon­na deve avergli insegnato a camminare. Avrebbe po­tuto scendere dal cielo già uomo fatto, invece venne fra di noi come un piccolo bimbo. Ogni cosa era stata fatta per Lui. Egli si fece povero per amor nostro.

 

Non dimenticherò mai una cosa che accadde quando ero a Loreto. Fra le bambine ce n'era una tanto, tanto birichina. Aveva sei o sette anni. Un giorno in cui era più turbolenta del solito, la presi per mano e le disse:

«Vieni, andiamo a fare una passeggiata». Aveva con sé alcune monete. Con una mano teneva la mia ma­no, con l'altra teneva strette le monete. «Voglio com­prare questo, voglio comprare quello», andava dicen­do. Improvvisamente vide un mendicante cieco e subi­to gli diede le sue monete. Da quel giorno fu una bam­bina completamente diversa. Era tanto piccola e tanto irrequieta. Bastò quella decisione per cambiare la sua vita. Lo stesso vale per noi. Liberati da tutto ciò che può frenare il tuo slancio. Se vuoi essere tutta di Ge-sù, la decisione deve venire dal tuo profondo.

 

Desidero che tu sperimenti quella gioia della pover­tà che è in realtà la perfetta letizia di San Francesco di Assisi.

Egli la chiamava Madonna Povertà. Quanto più ab­biamo, tanto meno sappiamo dare. Procuriamo, dun­que, di avere meno, per essere realmente capaci di dare tutto a Gesu.

 

Siccome i poveri diventano di giorno in giorno più poveri - a causa del rapido aumento del costo del­la vita - poniamo maggiore attenzione nel praticare la povertà nelle nostre case. Cerchiamo di moderar­ci nell'uso di quelle comodità che i nostri poveri non possono permettersi, facendo in modo di av­vertire la scarsità di cibo, di vestiario, di acqua, di elettricità, di sapone, cose di cui essi spessissimo fanno a meno.

 

 

Castità

 

Beati i puri di amore perché vedranno Dio (Mt 5) 9). La castità è la nostra risposta alla chiamata di Cristo.

 

Il voto di castità è la nostra risposta alla chiamata di Cristo: è un'offerta fatta a Dio solo, al quale ci con­segnamo totalmente:

- per vivere una vita verginale nel fervore della ca­rità e nella perfezione della castità, perché siamo convinte che la completa continenza non è né impos­sibile, né dannosa allo sviluppo umano, in quanto, nella maturità e nella delicatezza della nostra voca­zione di donne consacrate, amiamo Cristo di amore profondo e personale, che si esprime nel nostro amo­re per le Sorelle, per i poveri e per il mondo nel quale viviamo;

- lo spirito di rinuncia, non solo riguarda il matrimo­nio ma anche ci impegna ad evitare qualsiasi man­canza esterna o interna contro la castità.

 

Il voto di castità ci rende totalmente libere per la contemplazione di Dio e per il dedito, libero servi­zio dei più poveri fra i poveri.

Per suo mezzo ci uniamo a Gesù con amore indiviso, in modo da:

- vivere in Lui, con Lui, per mezzo di Lui come no­stra sola guida;

- essere invase dalla sua stessa santità e ricolmate del suo spirito di amore;

- far risplendere il volto luminoso di Gesù, raggiante di purezza e di amore per il Padre e per l'umanità intera;

- fare riparazione a Dio per tutti i peccati della carne che si commettono nel mondo di oggi.

 

Con il nostro voto di castità rinunciamo al dono na­turale che Dio ci fa come donne di diventare madri, per un dono ancora più grande, quello di essere ver­gini per Cristo, di partecipare a una maternità molto più sublime.

 

Un giorno, in una riunione, mi fu chiesto di dire qualcosa ai presenti. Perciò dissi: «Mariti, sorridete alle vostre mogli, mogli, sorridete ai vostri mariti e ai vostri figli». Non poterono capire come potessi dire loro una cosa di questo genere. «E sposata?», mi fu chiesto. «Sì», risposi, «e non sempre mi è fa­cile sorridere a Gesù, perché a volte è tanto esigen­te». Ed è vero. Con il voto di castità siamo sposate con Gesù.

 

Nel mio cuore c’è un solo posto vuoto. È per Dio e per nessun altro. La tentazione è come il fuoco nel quale l'oro si purifica e noi dobbiamo passare attra­verso questo fuoco.

 

Le tentazioni sono permesse da Dio. La sola cosa che dobbiamo fare è rifiutarci di cedere. Se dico che non voglio, sono salva. Ci possono essere tenta­zioni contro la purezza, contro la fede, contro la vo­cazione. Se amiamo la nostra vocazione, saremo tentate. Ma allora, anche, cresceremo in santità. Dobbiamo vincere la tentazione per amor di Dio.

 

Con il voto di castità, non solo rinuncio allo stato di vita coniugale, ma anche consacro a Dio l'uso dei miei atti esterni e interni, i miei affetti. Non posso, in coscienza, amare una creatura con l'amore di una donna per un uomo. Non ho più il diritto di da­re quell'affetto a una creatura in particolare ma solo a Dio.

Come! Allora dobbiamo essere come pietre, esseri umani senza cuore? Dobbiamo dire semplicemen­te: «Non ha importanza; per me tutti gli esseri umani sono uguali?». No, affatto. Dobbiamo rimanere co­me siamo, ma solo per il Signore, al quale abbiamo consacrato tutti i nostri atti esterni ed interni.

 

Nostro Signore, nel moment9 della sua morte, pen­sò a sua madre. Questa è la prova che Egli fu uomo fino alla fine. Perciò, se hai un'indole affettuosa, con­servala e usala per Dio; se hai un temperamento por­tato al sorriso, mantienilo e usalo per Dio.

La gente del mondo pensa che il voto di castità ci renda disumane, facendoci diventare come pietre, senza sentimento. Ognuna di noi può dire che que­sto non è vero. Il voto di castità ci dà la libertà di amare tutti, invece di diventare madri soltanto di tre o quattro figli. Una donna sposata può amare un uomo solo; noi possiamo amare tutto il mondo in Dio. Il voto di castità non ci rimpicciolisce; ci fa vivere in pienezza se è osservato fedelmente. Non èsemplicemente un elenco di «no»; è amore. Mi do­no a Dio e ricevo Dio. Dio diventa mio e io divento sua. Ecco perché è proprio con il voto di castità che mi consacro totalmente a Dio.

Dio non vuole imporci un peso con questo voto. Dobbiamo amare la nostra consacrazione che ci se­para dal mondo per Dio solo. Dobbiamo essere libe­re dalle cose per essere piene di Dio. U voto di castità ci rende libere di amare con tutto il cuore e con tutta l'anima per amore di Dio.

 

Con il voto di castità mi rendo libera per il Regno di Dio. Divento sua proprietà ed Egli s'impegna a pren­dersi cura di me. Devo allora prestare un servizio dedito e gratuito. Che cosa significa? È la conseguenza della castità, della mia unione con Cristo. Perciò mi impegno a dare non un servizio qualunque, ma un servizio dedito. Quando trascuro di fare bene qual­che lavoro, come il servizìo ai poveri, questo voto ne risente di più, perché veniamo prese solo da quel­le cose a cui diamo il nostro affetto.

 

Non permèttere che qualche cosa venga a mescolar­si con il tuo amore per Gesù. Tu appartieni a Lui. Nulla può separarti da Lui. E questa una frase impor­tante da ricordare. Egli sarà la tua gioia, la tua forza. Se ti tieni salda a questa frase, le tentazioni e le dif­ficoltà verranno, ma nulla ti spezzerà.

 

Ricevi il simbolo del nostro sposo crocifisso. Ho scelto di essere la sposa di Gesù Crocifisso. Di segui­re le sue orme in cerca di anime facendo piccole cose con grande amore. Egli viene a proclamare il lieto annunzio ai poveri per mezzo delle nostre opere di amore.

Siamo Missionarie della Carità unicamente per que­sta ragione. Portare Lui e la sua luce nelle case dei poveri.

 

«Ricordate sempre, dilette figlie in Cristo, il valore della vostra consacrazione religiosa. Con la vostra consacrazione al Signore Gesù yoi rispondete al suo amore e scoprite le necessità dei suoi fratelli e delle sue sorelle sparse nel mondo. Questa consacra­zione, espressa con i vostri voti, è per voi sorgente di gioia e di pienezza. E il segreto del vostro contributo soprannaturale al regno di Dio. È la misura dell'effi­cacia del vostro servizio ai poveri, la garanzia della sua durata. Sì, appartenere a Cristo Gesù è un gran­de dono dell'amore di Dio e possa il mondo vedere sempre questo amore nel vostro sorriso. A tutte voi giunga la nostra Apostolica Benedizione» (Papa Pao­lo VI> Roma, 5 giugno 1978).

Queste sono le ultime parole del Papa alle Missiona­rie della Carità. Andate da Gesù e ripeteteGli quello che vi ho detto: «Gesù che sei nel mio cuore, ti amo e credo nel tuo amore per me».

 

Castità non significa solo che non siamo sposate. Si­gnifica che amiamo Cristo con amore indiviso. Per essere pure abbiamo bisogno di povertà. E male pos­sedere? Facciamo voto di povertà non perché sia male possedere le cose, ma perché volontariamente scegliamo di farne a meno.

 

Voto di castità significa amare Cristo con amorosa indivisa castità. Non vuol dire soltanto che non pos­siamo avere una famiglia, che non possiamo sposarci. Ma è qualcosa di più profondo, qualcosa di vivo, di reale - significa amarLo con indivisa, amorosa castità per mezzo della libertà che la povertà ci dona. Dob­biamo essere libere di amare - e di amarLo - con indiviso amore.

Nulla ci separerà dall'amore di Cristo. E questo è il nostro voto di castità.

Con questo voto siamo impegnate a rimanere fe­deli alle umili opere della Congregazione: ai più poveri fra i poveri, agli emarginati, ai respinti, ai

non amati, ai non curati. Ciò significa che dipen­diamo esclusivamente dalla Divina Provvidenza. Dopo anni di rapporti con migliaia e migliaia di persone, non c e ancora mai capitato di rimanda­re indietro qualcuno perché non avevamo nulla da dargli. C'è sempre stato un piatto di riso in più, un letto in più. Non abbiamo mai dovuto dire:

«Mi dispiace, non ti posso accogliere o non posso dar­ti niente».

 

Ricordo che, quando stavo per partire da casa cin­quanta anni fa, mia madre era assolutamente contra­ria che io me ne andassi per farmi suora. Ma alla fine, quando si rese conto che questo era ciò che Dio vo-leva da lei e da me, disse qualche cosa di molto sem­plice: «Metti la tua mano nella sua mano e cammina tutta sola con Lui». Questo è esattamente il nostro genere di vita. Anche se siamo sempre circondate da tante persone, la nostra vocazione in realtà è vis­suta da sole con Gesù.

 

Per che cosa mi impegno? Per quale motivo mi consacro a Dio? - Mi lego a Lui con amore indi-viso. Dico a Dio Onnipotente: «Amerò tutti, ma l'unico che io voglio amare in particolare sei Tu, solo Tu».

 

Per essere in grado di comprendere la castità dob­biamo sapere che cosa sono la povertà e l'obbedien­za. Sono come i pilastri. Se muovo i pilastri tutto Fedificio si piegherà da un lato e cadrà.

 

 

Obbedienza

 

Ecco, io vengo, o Dio, per fare, la tua volontà (Eb 10, 7). La sottomissione, per chi ama, più che un dovere è una gioia.

 

Gesù Figlio Unigenito del Padre, uguale al Padre,

Dio da Dio, Luce da Luce, non senti l'obbedienza al di sotto della sua dignità.

Perciò:

- accetteremo, ameremo e rispetteremo tutti i nostri legittimi superiori;

- pregheremo sinceramente per loro;

- dimostreremo loro gioiosa fiducia e lealtà;

- offriremo un'obbedienza lieta, pronta, semplice e costante senza discussioni né scuse.

Dovremmo obbedire non solo agli ordini dei supe­riori, ma, se li conosciamo, anche ai loro desideri, in spirito di fede. Essi possono sbagliare nel coman­dare, ma noi non possiamo sbagliare nell'obbedire.

 

Ogni volta che i superiori ritengono necessario, per la maggior gloria di Dio, cambiare la nostra residen­za, il lavoro, le compagne, accoglieremo questo cam­biamento come vera volontà di Dio e mostreremo un'obbedienza umile e gioiosa.

 

Ricordi la superiora che ella è prima per le Suore, poi per il lavoro. Perciò tratti le Sorelle materna­mente, senza scoraggiarle mai, specialmente quan­do sbagliano. Abbia speciale cura delle anziane e delle malate e di quelle che non si prendono dovu­ta cura di se stesse. Nei lavori domestici sia sempre la prima a metter mano all'opera. Non abbia niente di speciale o di diverso per quanto riguarda il vitto, il vestiario e l'alloggio. Abbia piena fiducia nelle Sorelle. Sia generosa quando osservano con fervo­re la povertà. Sia, la sua casa, una casa di amore, di gioia e di pace.

 

La vera obbedienza è un genuino atto di amore che ci fa praticare le altre virtù. Essa ci rende simili ai martiri, perché è un martirio molto più grande per­severare nell'obbedienza per tutta la vita che morire in un momento solo per un colpo di spada.

 

La superiora è nel posto di Dio. Il posto che le è stato assegnato è come una cattedra. La cattedra ri­mane, ma la persona può cambiare. Oggi sei seduta tu, su quella cattedra; domani potrebbe esserci sedu­ta qualche altra. Ma la cattedra è la stessa. La catte­dra non si adatta bene a tutte nello stesso modo. Alcune sono troppo piccole, altre troppo alte, men­tre ad alcune si addice perfettamente. La cattedra spetta a Dio, il quale ha conferito ai tuoi superiori questa posizione. Devo sottomettermi se desidero progredire nella pace.

 

È impossibile che una Sorella obbediente non si fac­cia santa. L'obbedienza ci dà intima gioia e pace. Es­sa è la sola condizione per una stretta unione con Dio.

Se vogliamo farci sante dobbiamo essere completa­mente obbedienti. Dio non ci prende mai ciò che non siamo disposte a dare. Dobbiamo dare tutto a Lui liberamente e spontaneamente.

 

Affinché la nostra obbedienza sia gioiosa e pronta, dobbiamo essere convinte che obbediamo a Gesù. E come si arriva a questa convinzione? con la pratica del­l'eroica virtù dell'obbedienza. Amore per amore. Se volete sapere se amate Dio, fatevi questa domanda:

«Obbedisco?». Se obbedisco, va tutto bene. Per­ché? Perché tutto dipende dalla mia volontà. Se diven­to santa o peccatrice, dipende da me. Vedi dunque come è importante l'obbedienza. La nostra santità, ol­tre che dalla grazia di Dio, dipende dalla nostra volon­tà. Non perdere tempo in attesa di fare grandi cose per Dio. Non avrai la prontezza di dire sì nelle grandi cose se non ti eserciti a dire sì nelle mille e una occasioni di obbedienza che ti capitano durante la giornata.

A una delle Sorelle che era stata mandata a studiare accadde una cosa. Il giorno in cui doveva ricevere il suo diploma, mori. Mentre stava per morire doman­dò: «Perché Gesù mi ha chiamato per così poco tem­po?». E la Madre rispose: «Gesù vuole te, non il tuo lavoro». Dopo questo fu perfettamente felice. Cono­scenza di Dio, amore di Dio, servizio di Dio: sono il fine della nostra vita e l'obbedienza ci dà le chiavi di tutto ciò.

 

Un sacerdote amava i cinesi e voleva fare qualcosa per loro. Si impegnò talmente nel lavoro da sembra­re che anche i suoi occhi fossero diventati obliqui, e' come quelli dei cinesi. Se vivremo costantemente in compagnia di Gesù, assomiglieremo a Lui e faremo ciò che Egli faceva. Nulla piace di più a Dio del no­stro obbedire. Amiamo Dio non per quello che ci dà, ma per quello che si degna di prendere da noi. I no­stri piccoli atti di obbedienza ci danno occasione di provare il nostro amore per Lui.

 

E molto più facile conquistare un paese che conqui­stare se stessi. Ogni atto di disobbedienza indeboli­sce la mia vita spirituale. E come una ferita che lascia sgorgare il sangue goccia a goccia. Nella no­stra vita spirituale non c'è nulla come la disobbe­dienza che possa causare più velocemente tanta rovina.

 

Nel Vangelo si trovano tante prove dell'obbedienza di Cristo. Se ci trovassimo a Nazareth in spirito, po­tremmo innanzitutto sentire la risposta della Madon­na all'angelo: «Sia fatto di me secondo la tua parola». Poi sentiremmo dire di Gesù: «Tornò a Nazareth e stava loro sottomesso» - a un carpentiere e a una semplice ragazza di paese. Poi udremmo Gesù di-re: «Sono venuto per fare la volontà del Padre mio, di Colui che mi ha mandato». Infine vedrem­mo Gesù durante la passione, obbedire ciecamente ai suoi carnefici.

Dobbiamo costruire la nostra obbedienza sull'esempio di Gesù nel Vangelo. Che cos'è questa obbedienza? Con questo voto di obbedienza io dono a Dio qualco­sa che Egli non può prendere da me senza il mio con­senso: la mia volontà, di cui ho pieno controllo.

Per considerare la nostra obbedienza dobbiamo astenerci dalla critica. Devo tenermi lontana da qual­siasi cosa, anche piccola, che indebolisca la mia obbe­dienza. Se non obbediamo, siamo come un edificio senza cemento. Per noi l'obbedienza è come il cemen­to. L'obbedienza è irrazionale per un'anima superba, ma non per un' anima umile.

L'obbedienza è qualche cosa che mi rende simile a Cristo. Le rinunce che facciamo per la povertà sono qualcosa che ognuno nel mondo secolare può com­piere. Lo stesso si può dire per la castità. Ma amare e stimare il privilegio di vivere sotto obbedienza èdi pochi eletti. Perché l'amiamo e la stimiamo? Per­ché non è solo un mezzo sicuro per compiere la vo­lontà di Dio, ma anche una grazia e un onore molto particolare.

Che cosa ci porta l'obbedienza peffetta? È una sor­gente inestinguibile di pace. La gioia interiore viene soltanto dall'obbedienza peffetta, il cui risultato è una stretta unione con Dio.

Se desideriamo fare qualcosa di grande per la Chie­sa, dobbiamo prima essere obbedienti. Gesù è il no­stro modello. Egli era povero, obbediente, caritate­vole. «In te, Gesù, desidero essere pura; desidero ob­bedire; desidero essere povera». Non posso dire se troverò il cammino. No, devo rinunciare totalmente a me stessa, affinché unicamente Gesù lo possa com­piere m me.

 

La povertà e l'obbedienza sono unite molto stretta­mente infatti si completano. L'una non può sussistere senza l'altra: si completano. Ecco perché la Scrittura dice: «Essendo ricco, si fece povero» e anche: «Ec­co, io vengo, o Dio, per fare la tua volontà». «il mio cibo è fare, la volontà di Colui che mi ha mandato». Io penso che Gesù non sarebbe stato capace di vive­re la sua vita se non avesse accettato questo. Egli ha dovuto farsi povero e obbedire a suo Padre pienamen­te. Si fece povero sia materialmente che spiritualmen­te. Se, invece, siamo superbe e manchiamo di carità, invece di essere vuote, non possiamo obbedire real­mente.

L'obbedienza è più difficile della povertà. La nostra volontà è l'unica cosa a cui possiamo aver diritto. Nella povertà nulla è nostro. Nell'obbedienza entra in gioco la mia volontà, di cui Dio non si appropria per forza. Quanto più ameremo Dio, tanto più obbe­diremo.

 

Molte Congregazioni hanno abbandpnato il voto di obbedienza. Non hanno più superiori. Ogni mem­bro prende da sé le decisioni. Hanno rinunciato completamente all'obbedienza. Sapete che cosa èsuccesso per questo? Solo negli Stati Uniti 50.000 suore hanno lasciato la vita religiosa. Questa distru­zione della vita religiosa viene principalmente dalla mancanza di obbedienza. La pura casualità distrug­ge completamente la vita religiosa.

 

L'obbedienza è l'atto più perfetto di amore di Dio. Obbedisco non perché ho paura, ma perché amo Gesù. Allora soltanto potrò compiere grandi pro­gressi nella santità. Se trascuro l'obbedienza, anche la povertà finirà. Quando non c e poverta, non c'è più nemmeno la castità. Dice la tradizione che agli angeli era stato detto di adorare il Bambino. «Non servirò» fu il primo atto di disobbedienza. Avevano avuto libertà di scelta.

 

«Essendo ricco, si fece povero». Per una persona superba è difficilie obbedire. Non amiamo piegar­ci, essere umili. Per essere santi abbiamo bisogno di obbedienza. Il Vangelo è pieno dell'umiltà di Ma­ria. Pur essendo immacolata, pur essendo santa, ella obbediva. «Umiltà del cuore di Gesù, riempi il mio cuore». Durante il giorno, diciamo spesso questa preghiera. Se c’è risentimento nel nostro cuore e se non abbiamo accettato l'umiliazione, non imparere­mo l'umiltà. Non possiamo imparare l'umiltà dai li­bri. Gesù accettò l'umiliazione. Il nulla non può disobbedire. Nella nostra vita di Missionarie della Carità l'obbedienza è il dono più grande che possia­mo fare a Dio. Gesù venne per fare la volontà del Padre suo e la fece dal principio alla fine.

Se desideriamo veramente sapere se qualcosa èuna tentazione, esammiamo la nostra obbedienza. È la luce più sicura nei momenti di tentazione e ci farà conoscere esattamente dove siamo e che cosa stiamo facendo. E la luce migliore in quella terribile oscurità. Anche per Gesù, il diavolo cercava di sco­prire chi fosse. Non era sicuro. Il diavolo si piegherà a qualsiasi cosa pur di scoprire qual è il nostro punto debole. Farà qualunque cosa per indurci ad accettare quel cattivo pensiero, a dire quella parola scortese, a compiere quell'atto impuro, quell'atto di disobbe­dienza, a presentarci l'occasione di fare una cosa sen­za chiedere il permesso, quella negligenza nella pre­ghiera - proprio quella sola cosa. Se ci fosse un pre­mio da dare per la pazienza, dovrebbe essere dato al diavolo. Egli ha moltissima pazienza.

 

Questa forza di cui abbiamo bisogno, dobbiamo im­pararla da Gesù. Ecco perché abbiamo bisogno del­l'Eucaristia. Guarda come il diavolo agiva con Gesù. Andava passo passo: una tentazione, poi un'altra. Non riusciva, ma ricominciava da capo. Per questo Gesù sapeva quanto abbiamo bisogno di Lui ed è per questo che dovremmo pregare. Guarda gli ini­zi. Le tentazioni - come le tentazioni contro la pu­rezza quando vengono - hanno soltanto lo scopo di' aiutarci a raggiungere un amore più grande per la purezza. L'obbedienza è la protettrice di tutti i vo­ti e di tutte le virtù. Per questo facciamo i voti secon­do l'obbedienza. Il diavolo non si preoccupa su cosa tentarci, gli basta distoglierci da Gesu.

 

Uno degli architravi della santità è l'obbedienza. Per poter obbedire, dobbiamo essere liberi. Ecco perché facciamo voto di povertà pur non avendo niente. «Ge­sù tornò a Nazareth e stava loro sottomesso» (Lc 2, 51). Noi dobbiamo scendere nella profondità del nostro cuore per fare in modo di portare la santità attorno a noi.

 

Molte volte Gesù ha detto: «Sono venuto a fare la vo­lontà del Padre mio. Il Padre ed io siamo una cosa sola». Quando punisce il Signore nell'Antico Testamento? Quando il suo popolo non obbedisce; quando non mantiene la parola data ed è infedele all'alleanza.

 

Per quanto tempo si assoggettò, Gesù? per trenta lunghi anni. Era venuto a portare il lieto annunzio eppure trascorse trenta anni facendo il lavoro di fa­legname. Era così chiamato il «figlio del falegname».

 

Esamina la tua povertà. È qùalcosa di gioioso? Esa­mina la tua obbedienza. E abbandono totale? Sono due gemelli. La povertà è la sorella e l'obbedienza il fratello. Se conoscerai la povertà e l'obbedienza, le amerai. Se le amerai, le osserverai.

 

È difficile, sì. Si intende che è difficile. Gesù dice:

«Se vuoi essere mio discepolo, prendi la tua croce e seguimi». Egli non ci costringe. Dice: «Se vuoi». Non siamo i soli a dover obbedire. Anche i taxisti devono obbedire. Semaforo rosso, semaforo verde, anche questa è obbedienza.

Non ho mai ricevuto tante grazie quanto attraverso l'obbedienza. Riceverai molte grazie di più se ti ab­bandonerai totalmente.

L'amore per l'obbedienza è amore per la volontà di Dio.

 

A tutte le superiore della nostra Congregazione: Sia­te ciò che il nostro Santo Padre disse in pubblico: le serve delle serve di Dio. Voi siete qui per servire, non per essere servite: la parola «collaboratrice» si addice più a voi che a qualsiasi altra Sorella. Ricorda­tevelo, voi siete le prime fra le vostre Sorelle. Aiuta­tele quindi a crescere nella somiglianza con Cristo. Cercate di conoscere meglio ognuna di loro. Allora le amerete e le servirete con amore di dedizione, proprio come Cristo ama ognuno di noi.

L'obbedienza ben vissuta ci libera' dall'egoismo e dalla superbia e ci aiuta a trovare Dio e, in Lui, il mondo intero. L'obbedienza porta con sé una gra­zia particolare che genera indefettibile pace, gioia in­tenore e stretta unione con Dio.

L'obbedienza trasforma piccole cose e occupazioni banali in atti di fede viva; la fede in azione è amore e l'amore in azione è servizio. L'obbedienza vissuta con gioia crea una viva coscienza della presenza di Dio; e così la fedeltà a semplici atti di obbedienza diventa come goccia d'olio che mantiene accesa la luce di Gesù nella nostra vita.

 

 

Servizio ai più poveri tra i poveri

 

Il nostro servizio consacrato ai più poveri tra i più poveri è una chiamata che Cristo ci ha rivolto per mezzo della sua Chiesa:

- per amarlo generosamente e liberamente nei dise­redati con i quali Egli si identifica e si evidenzia, per­ché in loro noi possiamo amare e servire la Sua t)resenza;

- per riparare tutti i peccati di odio, di freddezza, di mancanza di attenzione e di amore che si commetto­no in tutto il mondo di oggi verso di Lui nella perso­na dei fratelli, dei più poveri tra i poveri.

 

Con questo voto ci impegnamo a prestare un servi­zio dedito e libero ai più poveri fra i poveri secondo l'obbedienza.

Dedito significa: con cuore ardente di zelo e di amo­re per le anime, con indivisa devozione, interamente radicata nella nostra profonda unione con Dio nella preghiera e nell'amore fraterno; libero significa che offriamo loro non solo le nostre mani per servirli, ma anche il nostro cuore per amarli con bontà e umiltà, interamente a disposizione dei poveri.

 

Dobbiamo dare servizio immediato ed effettivo ai più poveri fra i poveri, per tutto il tempo in cui non hanno nessuno per aiutarli:

- dando da mangiare agli affamati: non solo di cibo, ma anche della Parola di Dio;

- dando da bere agli assetati: non solo di acqua, ma anche di conoscenza, di fraternità, di pace, di verità, di giustizia e di amore;

- vestendo gli ignudi: non solo con abiti, ma anche di dignità umana;

- dando alloggio ai senzatetto: non solo un rifugio fatto di mattoni, ma un cuore che comprende, che pro­tegge, che ama;

- curando i malati e i moribondi: n6n solo il corpo, ma anche lo spirito e la mente.

 

I più poveri fra i poveri, senza riguardi a quale cate­goria, credo o nazionalità appartengano, sono: gli af­famati, gli assetati, i nudi, i senza tetto, gli ignoranti, i carcerati, gli storpi, i lebbrosi, gli alcolizzati, gli indi­genti malati o moribondi, i non amati, gli abbando­nati, gli esclusi, tutti coloro che sono un peso per la società umana, che hanno perso la fede e la speranza nella vita; ogni membro della nostra famiglia religio­sa che accetta di vivere la vita di povertà evangelica proprio per il fatto della sua fragilità umana; così co­me i peccatori induriti, ostinati; coloro che sono sot­to il potere del maligno, quelli che inducono altri al peccato, all'errore, alla confusione; gli atei, gli erran­ti, quelli che vivono nell'equivoco e nel dubbio, i ten­tati, i ciechi spiritualmente, i deboli, i tiepidi e gli ignoranti; quelli non ancora toccati dalla luce di Cri­sto; quelli affamati della Parola di pace di Dio; i dif­ficili, i repellenti, i rifiutati, gli afflitti e le anime del Purgatorio.

 

La nostra vocazione è una chiamata a seguire l'umil­tà di Cristo. Manteniamoci ben con i piedi per terra, nel vivere l'attenzione di Gesù per i più poveri e i più umili in modo da poter recare loro un servizio immediato ed effettivo, finché non abbiano trovato altri che possano aiutarli in maniera migliore e più duratura.

 

Come ami Dio, così devi amare i poveri nelle loro sof­ferenze. L'amore per i poveri deve traboccare dal tuo amore per Dio. Devi cercare i poveri e servirli. Quan­do li hai trovati devi prenderteli a cuore. Dobbiamo essere molto grate verso questa nostra gente, perché ci permette in coro di toccare Cristo. Dobbiamo ama­re i poveri come Lui.

Un indù mi diceva: «So che cosa fate in Nirmal Hriday (la casa dei moribondi): li sollevate dalle strade e li por­tate in cielo».

La differenza fra la nostra opera e il lavoro sociale sta nel fatto che noi doniamo un servizio libero e ge­neroso per amore di Dio. All'inizio, quando sorse l'opera, mi venne una febbre e feci un sogno: sognai San Pietro, che mi disse: «No, non c'è posto per te, qui. Non ci sono agglomerati di baracche in cielo». «Va bene» gli risposi «allora continuerò a lavorare. Porterò la gente dalle baracche al cielo».

 

La nostra vocazione non è il lavoro: la fedeltà ad umili servizi è piuttosto la maniera in cui mettiamo in atto l'a­more. «Che tutti siano una cosa sola. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una sola cosa, per­ché il mondo creda che tu mi hai mandato» (Gv 14,21). Se rimarrete uniti Dio si prenderà cura di voi.

Essendo una comunità religiosa modellata sulla prima Comunità cristiana, la nostra prima grande responsabi­lità è quella di essere comunità. Rivelando innanzitutto gliuni agli altri qualcosa dell'amore, della premura e del­la tenerezza di Dio; cosa significa conoscere ed essere conosciuti, amare ed essere amati, e così essere un se­guodi testimonianza della vocazione più profonda della Chiesa, che è diriunire gli uomini diogni tribù elingua e popoli e nazioni, redenti dal sangue di Cristo, per for­mare la famiglia di Dio, dove regna l'amore. «Guardate come si amano».

 

Proprio come Gesù mandava i suoi discepoli a due a due, anche noi andremo a due a due con il permesso e con una Sorella come compagna. Per la strada re­citeremo il rosario incoraggiandoci allo zelo e al fer­vore e proteggendoci a vicenda.

 

L asuperiora di ogni casa ricorderà che la sua dispo­nibilità sarà rivolta prima di tutto alle Sorelle e poi al lavoro.

Perciò:

- nei suoi rapporti con le Suore si comporterà mater­namente, mai scoraggiandole specialmente negli insuccessi;

- mcoraggerà e inviterà gioiosamente ogni Sorella af­finché dia un contributo personale valido al bene dell'istituto e della Chiesa. Ciò ci guiderà a prendere decisioni più sagge che si concretizzeranno a benefi­cio di tutti;

- sarà sempre la prima a dedicarsi ai lavori domestici;

- non avrà niente di speciale o di diverso in fatto di vitto, vestiario o alloggio;

- avrà completa fiducia nelle Sorelle e sarà sempre generosa, specialmente quando osservano veramente la povertà;

- rispetterà con la massima discrezione quanto le Suore le confidano e desiderano che non sia rivela­to, specialmente casi personali. Non le costringerà mai a rivelarle i loro segreti;

- soprattutto mediante il suo esempio di umiltà, di obbedienza e di unione con i superiori maggiori, insegnerà alle Sorelle l'arte di «fare sempre le cose che piacciono al Padre».

 

Memori che la nostra comunità non è composta di persone già sante, ma da individui che si sforzano nel farsi santi, saremo estremamente pazienti nel tol­lerare gli errori e le mancanze reciproche.

il nostro amore reciproco sarà:

- altruista, generoso, tenero, personale e rispettoso;

- al di là di simpatie o antipatie, amicizie ed inimici­zie, meriti o demeriti;

- fedele, profondo e liberante;

- un non scendere a compromessi per mostrarsi at­tento, ma compassionevole e capace di perdonare per­ché comprensivo;

- sempre pronto ad infondere speranza, incoraggian­te, fiducioso, dedito e disposto al sacrificio fino alla morte di croce.

 

I miei voti mi legano alla mia Sorella perché è molto più povera del povero della strada. Se non sono gen­tile verso il povero della strada e se non gli sorrido, qualche altro lo farà. Ma per le mie Sorelle non c e nessun altro.

 

Potrà capitare che, nei suoi momenti di debolezza, la tua superiora ti appaia come Gesù nelle sue appa­renze più miserevoli: ella ha bisogno allora del tuo amore, della tua umiltà, della tua fiducia. Stimala con amorosa fiducia lei malgrado, perché Gesù non è cam­biato, in lei è sempre lo stesso perché di Gesu ce n e uno solo.

La nostra Congregazione è ancora giovane. Le nostre superiore non hanno ancora molta esperienza. Sli comprensiva, sij buona. Vedi la mano di Dio che cer­ca di scrivere un messaggio meraviglioso di amore a te personalmente usando una matita impeffetta o an­che spuntata.

Anche così la mano e la mente di Dio si servono di lei e tu devi cercare di capire e astenerti dall'esami­nare la matita. Oggi si serve di una matita inappro­priata, però il messaggio di amore è ugualmente là

-   sempre bello, sempre vero, sempre accorto - sol­tanto per te. Cristo per te si servirà solo di quella ma­tita nel luogo dove ti trovi. Allora bacia la mano, ma non cercare di spezzare la matita.

 

 

La nostra vita insieme

 

Come segno di ingresso in un nuovo stato di vita come la consacrazione religiosa e come segno del no­stro desiderio di nascondimento:

-   riceviamo un nome religioso nuovo al momento della professione;

-   tra di noi ci chiamiamo «Sorella».

 

Il nostro abito religioso consiste in:

-   un abito di cotone bianco semplice e modesto;

-   un sari di cotone bianco orlato di azzurro sulla te­sta;

-   una cintura di corda;

-   sandali;

-   un crocifisso e un rosario.

 

Questi saranno i segni:

-   del nostro amore consacrato a Dio e alla Chiesa;

-   della nostra dedizione ai poveri del mondo e un richiamo di edificazione atteso da tutti quelli che lo indossano.

 

Le candidate desiderose di unirsi alla Congregazio­ne devono:

- avere almeno diciotto anni di età;

- essere libere da impedimenti;

- spinte da retta intenzione;

- sane di corpo e di mente, capaci di sopportare le asperità che comporta questa speciale vocazione;

- in grado di acquisire cognizioni (specialmente la lingua del popolo che servono);

- di temperamento gioioso;

- in grado di dare un giudizio assennato.

 

Le Sorelle indosseranno un semplice vestito indiano, cioè un abito bianco, un sari bianco ornato di azzur­ro, una cintura fatta di corda, un crocifisso e sandali.

L'abito bianco e il sari orlato di azzurro sono il segno della modestia di Maria: dovrebbe ricordarci la no­stra separazione dal mondo e dalle sue vanità, la no­stra veste battesimale e il nostro impegno a mantenere puro il cuore.

La cintura fatta di corda è il segno dell'angelica pu­rezza di Maria. Dovrebbe ricordarci che dobbiamo tendere alla stessa purezza, con l'aiuto di un forte guardiano: la santa povertà.

I sandali sono un segno di libertà: la nostra libera scelta di seguire Cristo in cerca di anime.

Il crocifisso è un segno di amore: segno che dovrem­mo conoscere, amare ed imitare. Quando indossia­mo l'abito dovremmo ripensare con devozione a ciò che ciascun elemento del nostro abito religioso significa per noi e recitare ogni preghiera che lo ac­compagna con grande amore.

Sì, il nostro abito è un segno di appartenenza - ecco perché dobbiamo averne grande cura. E una prote­zione per noi, una protezione sia fisica che spiritua­le. Siate grate per l'abito.

 

Il lavoro in cui siamo impegnate richiede un corpo sano. Perciò ogni Sorella, in coscienza, è tenuta ad aver cura della propria salute. La quantità di cibo, che è tanto saggiamente prescritta per noi, deve esse­re presa fiduciosamente. Facciamo questo non per la soddisfazione dei sensi, ma per dimostrare al Signore il nostro desiderio di lavorare per Lui e con Lui e che possiamo essere capaci di vivere vite di penitenza e di riparazione.

 

Sarebbe una mancanza parlare del vitto o lamentarsi riguardo a ciò che ci viene servito. Essere occupate da questi pensieri non è mai edificante in nessun mo­mento. Se le vivande sono buone, ringraziamo Dio! Se no, ringraziamolo egualmente e ringraziamolo tan­topiù, in quanto ci ha dato occasione di imitare il no­stro Salvatore nella sua povertà. Cristo certamente non banchettava sontuosamente durante la vita.

I suoi genitori erano poveri e i poveri non indugiano a gustare i piaceri della mensa. Spesso infatti soppor­tò vere privazioni, come ce lo dimostrano la moltipli­cazione dei pani e dei pesci e le spighe di grano raccol­te camminando attraverso i campi. Questi particolari dovrebbero essere richiami salutari per noi quando i nostri pasti sono frugali.

 

Per fare parte della nostra Congregazione sono neces­sarie poche cose. Occorrono soprattutto mente sana e corpo sano.

Capacità di imparare. Molto buon senso e tempe­ramento gioioso. Io ritengo che per un lavoro co­me il nostro siano indispensabili buon senso e allegria.

 

Poiché il viaggiare diventa sempre più costoso, ab­biamo deciso per il futuro di prendere con noi, oltre ai vestiti, solo il cuscino, la federa, due lenzuo­la, una coperta, un bicchiere, tazza e piatto. A prov­vedere il resto penserà ogni casa. (Gli oggetti do­vrebbero essere numerati. A ogni Sorella verrà as­segnato un numero corrispondente. Ogni casa dovreb­be avere oggetti secondo il numero delle Sorelle del­la casa).

 

Una volta al mese dovete tutte aiutare a pulire il de­posito dove si tengono il cibo e le provviste da distri­buire ai poveri. Tutte le Sorelle della casa devono sapere che cosa si debba dare, ma occorre che ci sia una Sorella responsabile della distribuzione piuttosto che ciascuna farlo a caso. Sarebbe anche bene che ognuna, compresa la superiora, pulisse bagni e servi­zi almeno una volta alla settimana e che desse una mano in cucina. Dovunque c'è un pezzo di terra, la­voratela e trasformatela in un giardino; piantate più che potete alberi da frutto in modo da poterne dare ai poveri. Questo vi aiuterà a tener vivo lo spirito di dura fatica e di sacrfficio che ha sempre caratterizzato la nostra Congregazione.

Siamo state chiamate a donare fino a soffrirne. Le nostre costituzioni dicono che «come segno della no­stra consacrazione riceviamo un nome nuovo», con un voto ci consacriamo completamente a Dio, il nuo­vo nome esprime tale voto. Quando ci chiamano per la prima volta con il nuovo nome, rispondiamo:

«Signore mi hai chiamato». Quando cessiamo di udi­re chiamare il nostro nome ci separiamo da Lui. Pos­siamo riconoscere la sua voce che chiama il nostro nome solo nel silenzio del cuore. Cambiando no­me, testimoniamo di non appartenere più a noi stes­se ma a Gesù.

 

Non perdere mai l'occasione di divenire come Ge­sù6 Professiamo di fronte al mondo: «Sono la sposa di Gesù crocifisso». Come una donna che all'altare dichiara davanti al mondo il suo matrimonio ad un uomo, in particolare così anche noi prendiamo un nome nuovo per attestare la nostra completa appar­tenenza a Gesù.

 

 

CONTEMPLAZIONE E SERVIZIO

 

«Sii gentile, molto gentile verso i poveri che soffrono.

Non ci rendiamo abbastanza conto delle difficoltà in cui si trovano. L'avvilimento più penoso deriva dalla sensazione di sere indesiderati»

 

 

Poveri in casa

 

Non ho bisogno di danaro proveniente dal vostro superfluo. Ho bisogno che condividiate il lavoro, che tocchiate con mano, che comprendiate. Venite quando abbiamo qui la nostra gente, venite a vede­re. Stasera ho incontrato alcune delle persone che vengono qui a cercare la loro cena. Sono persone magnifiche. Ringraziano dal profondo del cuore. Non hanno nulla. D'altra parte noi non diamo loro gran che, solo qualche panino e una tazza di tè. Non è certamente molto. Ma sentono di essere ac­colti, sentono che vi è un posto dove possono veni­re, dove possono sperimentare di essere amati, di essere rispettati. Io voglio che voi condividiate que­sto, perché è questa condivisione ciò che deve distin­guere un collaboratore. Piccole cose. Non voglio che diate del vostro superfluo, della vostra abbondanza. Voglio che diate come quel bambino che disse: «Per tre giorni non mangerò zucchero; voglio dare il mio zucchero a Madre Teresa». Que~llo che dovete dare èuna cosa piccola come questa. E questo che io voglio che sentiate, che gustiate.

 

Dovete sperimentare di essere in grado di capire quello che sto dicendo. Anch'io ho dovuto speri­mentarlo per poterlo capire. Lo stesso deve essere per ognuno di voi. Lo dovete sperimentare anzitut­to in casa vostra. Dovete fare della vostra casa, della vostra famiglia, un'altra Nazareth, dove regnano amore, gioia, unità. Solo allora potrete rivelare tutto questo e darlo a quanti sono attorno a voi, al vostro prossimo della porta accanto.

Perciò vi supplico: cercate di trovare anzitutto li, nel­la vostra casa, i vostri poveri. Non permettete a nes­suno di sentirsi solo, indesiderato, non amato, ma non permettetelo anzitutto a quelli di casa vostra, al vostro prossimo. C'è qualcuno che è cieco? Andate a leggergli il giornale, a fargli le spese, a fargli le pulizie. Non si richiede nient'altro che questo.

 

 

Amatevi gli uni gli altri

 

Qualche tempo fa, verso mezzanotte un ragazzo bus­sò alla nostra porta. Scesi ad aprire. I' ragazzo piange­va e diceva: «Sono andato da mia madre, ma mia madre non mi ha voluto. Sono andato da mio padre, ma mio padre non mi ha voluto. Lei mi vuole?». E una scena che si ripete ogni giorno in molti luoghi.

Anche qui a Melbourne abbiamo persone che non sono desiderate, non sono amate, e tuttavia apparten­gono a lui, sono lui. E sono nostre. Sono i nostri fratelli e le nostre sorelle.

 

In India, in Europa, in tutti i luoghi dove le Sorelle in­contrano Cristo nascosto sotto le sembianze dei poveri, vi è la stessa fame. Probabilmente qui in Australia, co­me in Europa e in America, le persone non hanno fame di un pezzo di pane, di un pezzo di stoffa, e tuttavia c'è questa terribile solitudine, questa terribile sensazione di non essere voluti, di non essere amati, di non aver nessuno da poter considerare come proprio.

Sono forme di grande povertà e noi dobbiamo credere a Cristo, il quale non può ingannarci e che ha detto:

«Avevo fame e mi avete dato da mangiare; ero nudo e mi avete rivestito; ero senzatetto e mi avete accol­to... lo avete fatto a me».

 

A Calcutta, abbiamo raccolto dalla strada più di 27.000 persone. Vengono da noi oppure le raccoglia­mo per strada e le portiamo nel nostro centro. Fanno una buona morte, fanno veramente una buona morte con Dio. Finora non ho mai visto o incontrato un solo uomo o una sola donna che si sia rifiutato di chiedere «scusa» a Dio odi dire: «Ti amo, mio Dio». E anche le Sorelle possono dire la stessa cosa.

Seguiamo e curiamo migliaia di lebbrosi. Sono così grandi, così belli nei loro volti e nei loro corpi sfigu­rati. Ogni anno a Natale organizziamo per loro un pic­colo ricevimento. Lo scorso Natale sono andata da loro e ho detto loro che quello che hanno è un dono di Dio, che Dio li ama in modo particolare, che sono molto cari al suo cuore, che la malattia che li ha col­piti non è peccato. Allora un uomo anziano, completa­mente sfigurato, mi venne vicino e mi disse: «Ripetilo ancora una volta. Mi ha fatto bene sentirlo. Ho sem­pre sentito dire che nessuno ci ama. È meraviglioso sa­pere che Dio ci ama. Ripetilo ancora una volta».

 

Qui a Melbourne abbiamo una casa per persone ab­bandonate, dove abbiamo raccolto persone che non hanno nessuno, che vivono per strada, persone per le quali i soli posti disponibili sono, forse, la prigione e la strada. Orbene, una di queste persone era stata gravemente ferita da un compagno. Pensando che si trattasse di una cosa grave, qualcuno gli chiese:

«Chi ti ha fatto questo?». L'uomo cominciò a dire un sacco di bugie, ma non voleva dire il nome della perso­na che lo aveva ferito. Quando la persona che lo aveva interrogato si fu allontanata, gli chiesi: «Perché non hai detto il nome di chi ti ha colpito?». Quell'uomo mi guardò e disse: «La sua sofferenza non servirà certo a ridurre la mia sofferenza». Ecco che cosa significa:

«Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato».

 

Sii gentile, molto gentile, verso i poveri che soffrono. Non ci rendiamo abbastanza conto delle difficoltà in cui si trovano. L'avvilimento più penoso deriva dalla sensazione di essere indesiderati. Questa è la prima più terribile esperienza che un lebbroso patisce an­che oggi. Dimostra il suo amore per loro con l'essere molto gentile, agisci con bontà, parla cortesemente. Preferisco che le Sorelle sbaglino per bontà piuttosto che operino miracoli con durezza e scortesia.

Fra i poveri abbiamo i poveri ricchi: bambini più do­tati, pazienti più puliti, ecc. Dobbiamo guardarci dal preferire, dallo scegliere. Ci sono bambini mental­mente ritardati che non sono in grado di corrispon­dere, perciò l'inclinazione naturale sarebbe di trascu­rarli. Sono queste le occasioni che richiedono il dove­re del dedito e gratuito servizio. U bambino povero «ricco» può trovare sempre un posto: è il bambino chiuso, ritardato, affamato che io devo soprattutto considerare.

 

A casa dobbiamo amare le nostre Sorelle. Anche lo­ro sono le più povere tra i poveri. Dopo di questo ci sarà più facile con gli altri all'esterno.

 

I nostri poveri diventano di giorno in giorno più po­veri. Sìi loro conforto e preoccupati di aiutarli. Apri gli occhi sui loro bisogni. Realizza le parole «prestare servizio dedito e gratuito ai poveri». Dai a Cristo che si nasconde sotto le loro misere vesti. È Gesù che tu nutri, vesti, ospiti, nel povero; fai tutto ciò con gran­de indiviso amore.

 

Ai bambini e ai poveri, a tutti coloro che soffrono e sono soli, offri sempre un bel sorriso; non dare loro soltanto le tue cure, ma anche il tuo cuore.

La bontà ha convertito più persone che non lo zelo, la scienza o l'eloquenza. Facciamo voto di prestare ser­vizio dedito e gratuito ai poveri. Questo non significa forse amore per i poveri? I poveri non sono al nostro servizio. Se vogliamo che i poveri vedano Cristo in noi, dobbiamo prima noi vedere Cristo in loro.

 

 

Il volto di Cristo

 

Gesù si è fatto il pane di vita per poter saziare la no­stra fame di Dio, il nostro amore di Dio. E poi, per sa­ziare la sua propria fame del nostro amore, si è fatto affamato, nudo, senzatetto, e ha detto: «Quando lo avete fatto al più piccolo dei miei fratelli, lo avete fatto a me». Noi siamo contemplative nel mondo perché tocchiamo Cristo ventiquattro ore al giorno. La nostra unione eucaristica con Cristo deve produr­re questo frutto poiché Gesù ha detto: «Io sono la vite e voi i tralci» e noi portiamo frutto non sulla vi-te ma sul tralcio. Quale tremenda responsabilità per voi e per me, per tutti noi! il frutto dipende dall’u­nione del tralcio alla vite. È quindi necessario che la nostra unione con il Cristo sia reale, non immagina­ria. E necessario che sia viva, convinta. E dobbiamo cominciare dalle nostre case. Se non amiamo la no­stra famiglia e coloro che vivono accanto a noi, ci esponiamo in realtà a un grande inganno. Nessuno può amare da solo. La vostra vocazione è frutto di una scelta da parte di Cristo. Perché voi e non al­tri? Perché me e non altri? Non so, è un mistero. Il fatto di vivere insieme dovrebbe aiutarci ad appro­fondire il nostro amore per Gesù, la nostra cono­scenza di Dio. Questa conoscenza ci porterà ad amarlo e l'amore ci porterà a servirlo.

 

Gesù ha detto: «Avevo fame, ero nudo, ero senzatet­to». Dobbiamo occuparci anzitutto dei nostri bambi­ni, delle nostre famiglie e poi degli altri. C'è molta, moltissima sofferenza nel mondo. Sofferenza per la fa­me, per la mancanza di casa, per ogni sorta di malattie. Ma io penso che la sofferenza più grande sia quella di essere soli, indesiderati, non amati, senza nessuno che si occupi di noi. Penso che la sofferenza più grande sia quella di aver dimenticato che cosa significa essere toccati in modo umano, essere amati, essere desiderati, essere circondati dalla propria gente. Penso che tut­to questo possa trovarsi anche nelle famiglie ricche. Ed è per questo che non mi stanco di ripetere che dob­biamo esercitare la nostra missione di amore e di com­passione anzitutto nelle nostre case. Per poterlo fare abbiamo bisogno di preghiera e di sacrificio. Qualche tempo fa, vennero a trovarci a Calcutta quaranta pro­fessori dagli Stati Uniti. Parlammo un po 'insieme e poi uno di loro mi chiese: «Ci dica qualcosa che possa aiutarci a cambiare la nostra vita». Dissi loro: «Sorri­detevi a vicenda, prendete tempo gli uni per gli altri, fatevi scambievolmente piacere». Allora uno di loro mi chiese: «Lei è sposata?». Risposi: «Sì, e a volte fac­cio molta fatica a sorridere a Gesù». Penso che abbia­no capito molto bene quello che intendevo dire. A volte Gesù può essere molto esigente.

 

Se offri alla gente un Cristo rotto, un Cristo zoppi­cante, storto e deforme - deformato da te - questo è tutto ciò che essi riceveranno. Se tu desideri che lo amino, prima devono conoscerlo. Perciò presenta un Cristo intero, prima alle Sorelle, poi alla gente delle periferie.

Mostro il Cristo pieno di zelo, di amore, di gioia e di splendore? Sono una testimonianza vera? O sono una luce opaca, una luce falsa, una lampada senza con­tatto, che non riceve la corrente e perciò non illumina? Risolvi con tutto il cuore di essere una luce risplenden­te. «Aiutami a diffondere la tua fragranza dovunque vada».

 

Fai che il povero, vedendoti, si senta attrattQ da Ge­sù. La miseria inasprisce molto i poveri, che parlano e agiscono senza rendersi conto di quello che dicono e che fanno. Ma si ricordano di Cristo quando ti ve­dono - anche se sono esasperati - perché tu glielo ricordi?

Portali a Dio e non attirarli mai e poi mai a te. Non li avvicini a Dio quando cerchi te stessa e le persone ti amano per te stessa e non perché tu ricordi loro il Cristo.

 

 

Sincerità ed umiltà

 

L'umiltà è verità, per cui in tutta sincerità dobbiamo saper guardare in alto e dire: «Tutto posso in colui che mi dà forza». Grazie a questa affermazione di Paolo dovete essere fiduciosi nel compimento del vo­stro lavoro, o piuttosto del lavoro di Dio, e farlo be­ne, efficacemente e peffettamente, con Gesù e per Gesù.

Siate anche convinti che da soli non potete fare nul­la, non potete avere nulla se non il peccato, la debo­lezza e la miseria, dato che tutti i doni di natura e di grazia che avete vengono da Dio.

 

È bello vedere l'umiltà del Cristo, «il quale, pur es­sendo di natura divina, non considerò un tesoro ge­loso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini» (Fil 2,6-7).

Quest'umiltà di Gesù rifulge' soprattutto nel prese­pe, nell'esilio in Egitto, nella vita nascosta, nell'inca­pacità di farsi capire dalla gente, nell'abbandono dei suoi apostoli, nell'odio dei giudei, in tutte le ter­ribili sofferenze della sua passione e morte e ora nel suo stato permanente di umiltà nel tabernacolo, do­ve si è ridotto a una minuscola ostia che il sacerdote può tenere tranquillamente fra due dita. Più svuo­tiamo noi stessi, più lasciamo a Dio spazio da riem­pire.

 

Supplichiamo la Vergine che renda i nostri cuori mi­ti e umili come il cuore del suo figlio. È da lei e in lei che è stato formato il cuore di Gesù. Cerchiamo di pregare incessantemente per ottenere la mitezza e l'umiltà. Impariamo l'umiltà accettando di buon gra­do le umiliazioni. Non lasciatevi sfuggire una sola oc­casione. E così facile essere orgogliosi e scostanti, imbronciati ed egoisti. E facilissimo, ma noi siamo stati creati per cose ben maggiori. Perché allora ab­bassarci a cose che rovinano la bellezza dei nostri cuori?

 

La sola cosa che Gesù ci ha chiesto è di essere miti ed umili di cuore e, per diventarlo, ci ha insegnato a pregare. Per primo ha messo «miti». Da questa paro­la derivano gentilezza, premura, semplicità, generosità, sincerità. Verso chi? Gli uni con gli altri. Gesù ha collocato l'umiltà dopo la mitezza. Non possiamo amarci scambievolmente senza ascoltare la voce di Dio nei nostri cuori.

 

Che cosa dobbiamo apprendere prima di tutto? Ad essere miti ed umili. Solo se saremo miti ed umili acquisteremo l'esperienza della preghiera. Se impa­reremo a pregare apparterremo a Gesù. Se apparter­remo a Gesù impareremo a credere e se crederemo impareremo ad amare e se ameremo impareremo a servire.

 

Sii sincero nelle tue preghiere. Preghi veramente quando dici le tue preghiere? Sai pregare? Ti piace pregare? La sincerità non è altro che umiltà e tu ac­quisti l'umiltà solo accettando le umiliazioni. Tutto ciò che è stato detto riguardo all'umiltà non è suffi­ciente per insegnarci l'umiltà. Tutto quello che hai letto riguardo all'umiltà non è sufficiente per inse­gnarti l'umiltà. Tu impari l'umiltà solo accettando le umiliazioni. E incontrerai l'umiliazione per tutta la vita.

La più grande umiliazione è sapere che sei un nulla. Questo arrivi a riconoscerlo quando incontri Dio nel­la preghiera. Quando sei faccia a faccia con Dio non puoi riconoscere altro che di essere un nulla, di non avere nulla. Dio parla nel silenzio del tuo cuore. Se ti metti davanti a Dio in preghiera e in silenzio, Dio, si­curamente, ti parlerà. Solo allora conoscerai la tua nul­lità. E solo quando ne sarai veramente persuaso Dio ti riempirà.

 

 

Il silenzio

 

La nostra missione non è forse quella di portare Dio ai poveri nelle strade? Non un Dio morto ma un Dio vivo, un Dio di amore. Gli apostoli dissero: «Noi ci consacreremo alla preghiera e'al ministero della Pa­rola».

Più riceviamo nella nostra preghiera nel silenzio, più possiamo dare nel nostro lavoro. U silenzio ci offre un nuovo modo di vedere le cose. Abbiamo bisogno di questo silenzio per poter toccare le anime. La cosa essenziale non è quello che diciamo noi ma quello che Dio dice a noi e quello che egli dice attraverso di noi, del nostro apostolato.

 

Gesù è sempre li ad aspettarci in silenzio. In questo silenzio egli ci ascolta e parla alle nostre anime. Li noi ascoltiamo la sua voce. li silenzio interiore è molto difficile, ma dobbiamo fare lo sforzo di pregare inten­samente.

In questo silenzio troviamo una nuova energia e la vera unione. La forza di Dio passa in noi, permetten­doci di fare bene le cose che dobbiamo fare, di sin­tonizzare peffettamente i nostri pensieri con i suoi pensieri, le nostre preghiere con le sue preghiere, le nostre azioni con le sue azioni, la nostra vita con la sua vita.

Le nostre parole sono inutili se non escono dalle pro­fondità del cuore.

Le parole che non trasmettono la luce di Cristo non fanno che aggravare l'oscurità.

 

Sforzatevi di camminare alla presenza di Dio, di ve­dere Dio in ogni persona che incontrate e di vivere la vostra meditazione del mattino durante tutta la giornata. Per le strade soprattutto irradiate la gioia di appartenere a Dio, di vivere con lui e di essere sue. Per questo, nelle strade, nelle case, nel vostro lavo­ro, ovunque vi troviate, dovreste pregare sempre con tutto il vostro cuore e con tutta la vostra anima. Custo­dite quel silenzio che Gesù conservò per trent'anni a Nazareth e che continua a conservare nel tabernaco­lo, dove intercede per noi.

Pregate come la Vergine Maria, che conservò ogni cosa nel suo cuore attraverso la preghiera e la medi­tazione, e che continua a farlo come mediatrice di tutte le grazie.

L'insegnamento di Cristo è talmente semplice che anche un bambino può capirlo.

 

Gli apostoli, pieni di fede, gli chiesero: «Insegnaci a pregare». Gesù rispose: «Quando pregate, dite: Pa­dre nostro...».

 

Dio ama il silenzio. I' suo linguaggio è il silenzio. «State calmi e conoscete che io sono Dio». Ci chiede di fare silenzio per scoprirlo.

Ci parla nel silenzio del cuore.

Gesù ha passato quaranta giorni nella solitudine e nel silenzio prima di iniziare la sua vita pubblica. Si è spes­so ritirato in disparte, tutto solo, passando la notte sui monti nel silenzio e nella preghiera. Colui che parlava con autorità ha passato la prima parte della sua vita nel silenzio.

La Parola di Dio oggi tace. Nell'eucaristia, il suo silen­zio è la lode del Padre più alta e più autentica. E l'ado­razione di Dio. Abbiamo bisogno di silenzio per essere soli con Dio, per parlargli, per riandare le sue parole in profondità nei nostri cuori. Abbiamo bisogno di essere soli con Dio nel silenzio, per èssere rinnovati e trasfor­mati. U silenzio ci permette una nuova percezione della vita. In esso veniamo colmati della forza di Dio, quella forza che ci permette di fare tutto con gioia. Il silenzio èil fondamento della nostra unione con Dio e fra di noi. Il frutto del silenzio è la preghiera;

il frutto della preghiera è la fede; il frutto della fede è l'amore; il frutto dell'amore è il silenzio.

 

Per rendere possibile un vero silenzio interiore pra­ticheremo:

 

- silenzio degli occhi, cercando di vedere sempre la bellezza e la bontà di Dio dovunque, chiudendoli sulle colpe altrui e a tutto ciò che è peccaminoso e nocivo all'anima;

- silenzio delle orecchie, prestando sempre ascolto al-la voce di Dio e al grido del povero e del bisognoso, chiudendole a tutte le altre voci che vengono dal ma­ligno o dalla natura decaduta: per esempio, chiac­chiere, pettegolezzi o parole poco caritatevoli;

- silenzio della lingua, lodando Dio e annunziando la sua vivificante parola che è verità che illumina e ispi­ra, apporta pace, speranza e gioia, astenendoci così da ogni autodifesa e da ogni frase che possa causare oscurità, agitazione, pena e morte;

- silenzio della mente, aprendola alla verità e alla co­noscenza di Dio nella preghiera e nella contemplazio­ne, come Maria che custodiva nel cuore le meraviglie del Signore e chiudendola a tutte le insincerità, distra­zioni, pensieri disfattisti, giudizi temerari, falsi sospet­ti, sentimenti e desideri di vendetta;

- silenzio del cuore, amando Dio con tutto il cuore, con tutta la nostra anima, con tutta la nostra men­te, con tutte le nostre forze; amandoci l'un l'altra co­me Dio ci ama, desiderando Dio solo ed evitando ogni egoismo, odio, invidia, gelosia e cupidigia.

- silenzio del cuore, non solo delle labbra, è anch'es­so necessario. Allora tu puoi ascoltare Dio dovun­que: nella porta che si chiude, nella persona che ha bisogno di te, nel canto degli uccelli, nei fiori, negli animali; quel silenzio è meraviglia e lode. Perché? Perché Dio è dovunque e tu puoi vederlo e ascoltar­lo in ogni luogo. Il corvo loda il Signore. L'insignifi­cante corvo lo posso sentire bene. Possiamo vedere e sentire Dio in quel corvo, ma non possiamo vederlo e sentirlo se il nostro cuore non è puro.

 

Se saremo attente a custodire il silenzio ci sarà facile pregare e pregare fervorosamente. C'è tanto da dire e da riferire, tante cose da raccontare a voce e per iscritto.

La nostra vita di preghiera deve risentirne molto per­ché i nostri cuori non sono in silenzio poiché come tu sai: «Dio parla solo nel silenzio del cuore». Soltan­to dopo aver molto ascoltato possiamo parlare per la sovrabbondanza del cuore.

 

 

La vita spirituale

 

Che cos'è la nostra vita spirituale? È un'unione diamo-re con Gesù..., un'unione di amore nella quale il divino e l'umano si danno completamente l'uno all'altro.

«Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente». Questo è il comandamento di Dio ed egli non può comandare l'impossibile. L'amore è un frutto di stagio­ne in ogni tempo dell'anno ed è a portata di mano di ognuno. Ognuno può raccoglierlo ed esso è inesauribi­le. Ognuno può appropriarsi di questo amore attraver­so la meditazione, lo spirito di preghiera, il sacrificio, un 'intensa vita interiore.

 

Non è possibile impegnarsi nell'apostolato diretto senza essere un' anima di preghiera. Dobbiamo es­sere consapevoli di essere una cosa sola con il Cri­sto, così come egli era consapevole di essere una cosa sola con il Padre. La nostra attività è veramen­te apostolica solo nella misura in cui gli permettia­mo di lavorare in noi e attraverso di noi, con il suo potere, il suo desiderio, il suo amore. Dobbiamo di­ventare sante, non per il piacere di sentirci sante, ma per permettere a Cristo di vivere pienamente la sua vita in noi. Dobbiamo essere tutto amore, tutta fede, tutta purezza, per amore dei poveri che serviamo.

Quando avremo imparato realmente a cercare Dio e la sua volontà, i nostri contatti con i poveri divente­ranno strumento di maggiore santità per noi stesse e per gli altri...

Amate la preghiera, sentite spesso durante il giorno il bisogno di pregare, prendetevi la briga di pregare. La preghiera allarga il cuore fino a renderlo capace di contenere il dono che Dio fa di se stesso. Chiede­te e cercate e il vostro cuore crescerà abbastanza per poter ricevere lui e per poterlo conservare sempre co­me vostro...

 

Il nostro progresso nella santità dipende da Dio e da noi stesse: dalla grazia di Dio e dalla nostra volontà di essere sante. Dobbiamo essere veramente decise a raggiungere la santità. «Voglio essere santa» signi­fica voglio spogliarmi di tutto quello che non è Dio, voglio spogliare il mio cuore di tutte le cose create, voglio vivere in povertà e distacco, voglio rinunciare alla mia volontà, alle mie inclinazioni, ai miei desideri e alle mie immaginazioni, per rendermi schiava vo­lontaria della volontà di Dio...

 

Spesso con il pretesto dell'umiltà, della fiducia, del­l'abbandono, non trascuriamo forse di servirci della nostra volontà? Dobbiamo essere veramente risolu­te se vogliamo raggiungere la santità. Santa Teresa dice che Satana ha orrore delle anime risolute. Tut­to dipende da queste due parole: voglio o non vo­glio. In questo «voglio» devo porre tutte le mie energie. «Voglio» hanno detto san Giovanni Berch­mans, san Stanislao, santa Maria Margherita e sono diventati santi. Che cos'è un santo se non un' anima risoluta, un'anima che usa tutte le sue energie e agi­sce? Non è forse questo che intende san Paolo quan­do afferma: «Tutto posso in colui che mi dà forza»?

 

 

La famiglia

 

La carità comincia in casa. Perciò, il nostro primo sforzo dovrebbe essere quello di fare delle nostre ca­se delle nuove Nazareth, dove regni l'amore e la pa­ce. Ma questo può avvenire solo se la famiglia vive unita e prega unita.

Oggi nel mondo vi è tanta sofferenza. Io sono con­vinta che gran parte di questa irrequietezza e soffe­renza dipende dalla famiglia. La famiglia è sempre più slegata: non prega più unita, non condivide più la gioia, si va sgretolando.

Voi, nostri collaboratori, avete una magnifica occa­sione di vivere insieme a noi la stessa nostra missione di amore, di pace e di unità. Nella vostra vita potete proclamare a tutti che Cristo è vivo...

 

Le Missionarie della Carità e i collaboratori dovreb­bero vivere la loro vita nel modo più pieno possibile. Noi siamo contemplativi nel mondo dato che toc­chiamo il Cristo ventiquattro ore al giorno. La no­stra unione eucaristica con Cristo dovrebbe portare questo frutto, dal momento che Gesù ha detto: «Io sono la vite e voi i tralci» (Gv 15,5). I frutti sono sui tralci e non sul tronco. Come è grande allora la vostra e la mia responsabilità, la responsabilità di tut­ti noi, se il frutto dipende dall'unione dei tralci alla vite!

La nostra unione con Cristo deve essere dunque qualcosa di reale e non pura fantasia; deve essere vi­va, profondamente sentita, frutto di vera convinzio­ne. E deve portare frutto anzitutto nella famiglia. Se non amiamo la nostra famiglia dal di dentro e se non amiamo il nostro prossimo, allora la nostra vita sarà un fallimento.

 

Cristo vi ha scelti perché possiate vivere questa grande vocazione, la vostra vocazione di amore co­me collaboratori. Perché voi e non altri? Perché me e non altri? Non so, è un mistero. Ma il fatto di essere uniti ci dovrebbe aiutare ad approfondire la nostra conoscenza di Dio. La conoscenza ci porte­rà ad amarlo e l’ amore ci porterà a servirlo.

Quando insieme, voi ed io, cerchiamo di scoprire il v~9lto di Cristo negli altri, Gesù non può deluderci. E stato lui a dire: «Avevo fame, ero nudo, ero senza-tetto...» (cfr. Mt 25,31-46). E tuttavia il nostro pri­mo dovere è quello di tener dietro ai nostri figli, alle nostre famiglie. Solo dopo dobbiamo occuparci anche degli altri.

 

Esiste tanta sofferenza nel mondo. La sofferenza materiale è la sofferenza della fame, dell'esilio, di ogni sorta di disgrazie. Ma io credo che la sofferen­za più grande sia quella di sentirsi soli, indesiderati, non amati.

Penso che la sofferenza più grande sia quella di non aver nessuno che si occupi di noi, di aver dimentica­to che cosa sia un vero contatto umano, che cosa sia l'amore umano, che cosa significhi essere desiderati, amati, che cosa significhi appartenere a un gruppo umano.

Ora questo può avvenire anche nelle famiglie dei ric­chi. E per questo che insisto tanto sul fatto che il no­stro primo dovere è quello di compiere la nostra missione di amore anzitutto e soprattutto nelle no­stre famiglie.

 

 

La forza della preghiera

 

Quando Maria visitò santa Elisabetta accadde una co­sa strana: il bambino non ancora nato sussultò di gioia nel grembo della madre. E veramente strano che Dio si sia servito di un bambino non ancora nato per dare il primo benvenuto al suo figlio fatto uomo.

 

Ora impera ovunque l'aborto e il bambino fatto a immagine di Dio viene gettato nella spazzatura. Ep­pure quel bambino, nel grembo della madre, è stato creato per lo stesso grande fine di tutti gli esseri umani: amare ed essere amato. Oggi che ci troviamo riuniti qui insieme ringraziamo anzitutto i nostri ge­nitori che ci hanno voluto, ci hanno dato questo me­raviglioso dono della vita e con esso la possibilità di amare e di essere amati. Per la maggior parte della sua vita pubblica Gesù ha continuato a ripetere la stessa cosa: «Amatevi gli uni gli altri come Dio vi ama. Come il Padre ha amato me, io ho amato voi. Amatevi gli uni gli altri».

Guardando alla croce sappiamo a qual punto Dio ci abbia amati. Guardando al tabernacolo, sappiamo a quaf punto continui ad amarci.

 

Se vogliamo amare ed essere amati, è molto impor­tante che preghiamo. Impariamo a pregare. Inse­gniamo ai nostri figli a pregare e preghiamo con loro, poiché il frutto della preghiera è la fede - «io credo» - e il frutto della fede è l'amore - «io amo» -e il frutto dell'amore è il servizio - «io servo» - e il frutto del servizio è la pace. Dove comincia questo amore? Dove comincia questa pace? Nella nostra fa­miglia...

 

Preghiamo dunque, preghiamo continuamente, poi­ché la preghiera ci darà un cuore puro e un cuore puro potrà vedere il volto di Dio anche in un bam­bino non ancora nato. La preghiera è realmente un dono di Dio, poiché ci dà la gioia di amare, la gioia di condividere, la gioia di tenere unite le nostre fami­glie. Pregate e fate pregare assieme a voi i vostri figli. Sento tutte le cose terribili che avvengono oggi. Dico sempre che se una madre può arrivare ad uccidere il suo bambino, allora non c'è da stupirsi che gli uomi­ni si uccidano fra di loro. Dio dice: «Se anche una madre potesse dimenticare il proprio figlio, io non mi dimenticherò di voi. Vi ho nascosti nel palmo del­la mia mano, voi siete preziosi ai miei occhi. Io vi amo».

È Dio stesso che parla: «Io vi amo».

 

Se potessimo soltanto comprendere che cosa signifi­ca «pregare il lavoro»! Se potessimo soltanto appro­fondire la nostra fede! La preghiera non è un semplice passatempo e un proferire di parole. Se avessimo fede quanto un granello di senape, potrem­mo dire a questa cosa di muoversi ed essa si muove­rebbe... Se il nostro cuore non è puro non possiamo vedere Gesù negli altri.

 

Se trascuriamo la preghiera e se il ramo non resta unito alla vite, seccherà. Qùesta unione del ramo con la vite è la preghiera. Se quest'aggancio c'è, allo­ra c'è amore, e gioia; allora soltanto saremo l'irradia­zione dell'amore di Dio, la speranza dell'eterna felici­tà, la fiamma di amore ardente. Perché? Perché siamo una cosa sola con Gesù. Se tu vuoi sinceramente impa­rare a pregare osserva il silenzio.

 

Apprestandoti a curare i lebbrosi inizia il lavoro con la preghiera e usa particolare gentilezza e compassio­ne per il malato. Questo ti aiuterà a ricordare che stai toccando il Corpo di Cristo. Egli è affamato di que­sto contatto. Vorresti non darglielo?

 

I nostri voti non sono null'altro che adorazioni di Dio. Se sei sincero nelle tue preghiere allora i tuoi voti han­no un senso; altrimenti non significheranno niente. Emettere i voti è preghiera, perché fa parte del culto a Dio. I voti sono promesse fra te e Dio solo. Non ci sono intermediari.

Tutto si svolge fra Gesù e te.

 

Passa il tuo tempo in preghiera. Se pregherai avrai fede, e se avrai fede desidererai naturalmente di ser­vire. Chi prega non può che avere fede e quando c'è fede si desidera trasformarla in azione.

La fede così trasformata diviene gioia perché ci of­fre l'occasione di tradurre il nostro amore per Cristo in opere.

Significa cioè incontrare Cristo e servirlo.

 

Tu hai bisogno di pregare in modo particolare, per­ché nella nostra congregazione il lavoro è soltanto frutto di preghiera... è il nostro amore in azione. Se sei veramente innamorata di Cristo, non importa l'in­significanza del lavoro, lo farai il meglio possibile, lo farai con tutto il cuore. Se il tuo lavoro è sciatto, an­che il tuo amore per Dio è di poco conto; il tuo lavoro deve provare il tuo amore. La preghiera è veramente vita di unione, è essere uno con Cristo... Perciò la pre­ghiera è necessaria come l'aria, come il sangue nel cor­po, come qualunque cosa che ci mantiene in vita, che ci mantiene in vita nella grazia di Dio.

 

 

L' aborto

 

Oggi la realtà che più distrugge la pace è l'aborto. Se noi siamo qui, significa che i nostri genitori ci hanno voluti. Non saremmo qui se i nostri genitori non ci avessero voluti.

Noi vogliamo i nostri figli, li amiamo. Ma che av­viene dei milioni di bambini mai nati? Mòlti si pre­occupano sinceramente per i bambini dell'India, per i bambini dell'Africa, che muoiono di malnu­trizione, di fame, ecc. Ma ben pochi pensano ai mi­lioni di bambini che muoiono per volontà delle loro madri. Oggi è questa la realtà che più distrug­ge la pace.

Se infatti una madre può giungere ad uccidere il pro­prio figlio, che cosa potrà impedire che io uccida voi e che voi uccidiate me? Non vi è nulla che possa im­pedirlo.

Lo dico in India. Lo ripeto ovunque vado. Salviamo i bambini. Che cosa abbiamo fàtto per l'infanzia? Al-l'inizio dell'anno ho parlato ovunque, ho potuto e ho detto: Sia questo l'anno in cui ci impegniamo a far sì che ogni bambino, nato e non nato, sia desiderato. Ora l'anno volge alla fine. Abbiamo veramente fatto tutto quello che stava in noi perché i nostri bambini fossero desiderati?

 

Noi cerchiamo di combattere l'aborto attraverso le adozioni. Abbiamo salvato migliaia di vite umane. Abbiamo avvertito tutte le cliniche, gli ospedali, le stazioni di polizia, di non gettar via i bambini, ma di segnalarceli, che noi li avremmo presi. Ci prende remo cura di voi, prenderemo il vostro bambino e gli troveremo una casa. Abbiamo moltissime richieste da parte di famiglie che non hanno bambini. Per noi, questa è una benedizione di Dio. E stiamo facendo anche un'altra cosa molto bella. Stiamo insegnando ai nostri mendicanti, ai nostri lebbrosi, agli abitanti dei quartieri poveri, alla gente che vive per strada, i metodi naturali di pianificazione familiare.

 

Solo a Calcutta, in appena sei anni, abbiamo avuto 61273 bambini in meno da famiglie che li avrebbero certamente avuti, se non le avessimo convinte a prati­care il metodo naturale della continenza, dell'autocon­trollo, come forma di amore vicendevole. Insegniamo ai genitori a usare il metodo della temperatura, un me­todo molto bello e molto semplice. E i nostri poveri capiscono. E sapete che cosa mi hanno detto? Mi han­no detto: la nostra famiglia è sana, la nostra famiglia èunita e noi possiamo avere un bambino quando voglia­mo. Sono persone di strada, mendicanti, eppure hanno capito e io penso che se la nostra gente può fare questo, tanto più lo potete fare voi e tutti gli altri che conosco­no i modi e i metodi, cessando di distruggere la vita che Dio ha creato in voi.

 

I poveri sono formidabili. Possono insegnarci tante cose belle. L'altro giorno, uno di loro è venuto a rin­graziarmi. Mi ha detto: «Voi che praticate la castità, siete i più adatti per insegnarci la pianificazione fami­liare, dal momento che essa non chiede nient'altro che un po' di ~utocontrollo come forma di amore scambievole». E meraviglioso. Sono persone che for­se non hanno nulla da mangiare, non hanno una casa dove abitare, ma sono grandi, stupende.

 

 

La santità non è un lusso

 

La vostra non è una semplice professione, ma una vocazione. E una vita consacrata, dal momento che, toccando i malati, guarendo i malati, Gesù ha detto: «... lo avete fatto a me».

Come devono essere traboccanti di amore i vostri cuori per poter amare come Gesù. Dato che i mala­ti, gli abbandonati, i disabili vi avvicinano con gran­de speranza, devono poter ricevere da voi questo grande tenero amore, questa grande compassione.

 

I malati e i sofferenti non hanno bisogno di pietà e di simpatia ma di amore e di compassione. Per que­sto è molto importante che meditiate e comprendiate le parole di Gesù: «... l'avete fatto a me». Nell'ora della nostra morte saremo giudicati su quello che sare­mo stati per lui nei poveri: «Ero malato, ero affamato, ero nudo, ero senzatetto e... voi lo avete fatto a me». Dove comincia effettivamente questo amore? Nella propria casa, nella propria famiglia. L'amore comin­cia in casa. E come possiamo cominciare ad amare? Possiamo cominciare in famiglia, pregando insieme. La famiglia che prega unita vive unita. E se vivete uni­ti, vi amerete gli uni gli altri come Gesù vi ama.

 

Voi non potete amare i malati e i sofferenti se non amate quelli che vivono con voi sotto lo stesso tetto. Per questo è assolutamente necessario che preghia­mo. I' frutto della preghiera è l'approfondimento del­la fede; il frutto della fede è l'amore; il frutto dell'amore è il servizio. La preghiera ci dà il cuore puro e il cuore puro può vedere Dio. E vedendo Dio gli uni negli altri, ci ameremo scambievolmente. E vedendo Dio gli uni negli altri ci ameremo scambievolmente come ci ama Gesù. Quello che Gesù è venuto a insegnarci facendo­si uomo sta tutto qui: amarci gli uni gli altri.

Prima di toccare un sofferente, prima di ascoltare un sofferente, pregate. Per poter amare quel sofferente, avete infatti bisogno di un cuore puro. Per poter toc­care quel sofferente, avete bisogno di mani pure. Og­gi la professione medica è diventata un affare. Perciò sono molto contenta di vedervi qui, sono molto con­tenta che siate venuti a condividere la gioia dell'amore con le Sorelle. Importante non è tanto quello che facciamo quanto l'amore con cui lo facciamo. Per questo sono molto riconoscente a ognuno di voi che siete venuti a condividere la nostra gioia di ama­re Gesù nei sofferenti.

 

Pregherò per voi perché, attraverso quest'opera delle vostre mani e dei vostri cuori possiate crescere in san­tità. La santità non è un lusso per pochi eletti. E un do­vere vostro e mio, un dovere di tutti... Qualunque cosa facciate ai malati e ai sofferenti, la fate a Gesù.

 

La gente del mondo lavora tanto per guadagnare da­naro. Io desidero che tu operi il bene per la maggior gloria di Dio. Che cosa importa se tutto il mondo conosce o no le Missionarie della Carità? Non cam­bia nulla. Ma la vostra Madre desidera fare per i po­veri le cose migliori che gli altri acquistano con il danaro.

 

Per quanto bello sia il lavoro, siine distaccato - pronto anche ad abbandonarlo. Mentre stai facendo un gran bene in un posto, l'obbedienza può chiamar­ti altrove. Siì pronto a partire. U lavoro non è tuo. Stai lavorando per Gesù. L'obbedienza e l'umiltà so­no un'unica e stessa cosa. Se desideri sapere se sei umile chiediti: «Obbedisco perché vedo Cristo in ogni comando?». Alla povertà ci si può abituare, ma ogni atto di obbedienza è un atto della volontà e diven­ta più difficile invecchiando perché richiede la rinun­cia alle proprie idee. Ogni umiliazione è un vero sacrificio.

Puoi essere esausto per il lavoro, puoi perfino essere stremato di forze, ma se il tuo lavoro non è intessuto di amore, è inutile.

 

Non fare mai il lavoro con negligenza perché desi­deri nascondere i tuoi talenti. Ricordati, il lavoro èsuo. Tu sei il suo collaboratore, perciò egli conta su di te per questo lavoro particolare. Fai il lavoro con lui e il lavoro sarà eseguito per lui. I talenti che Dio ti ha dato non sono tuoi, ti sono stati dati perché tu li usi per la gloria di Dio. Non ci possono essere mezze misure nel lavoro. Ti puoi sentire molto imper­fetto, ma le nostre sensazioni non sono la misura del nostro amore per Cristo. Quello che conta è la nostra volontà e il nostro lavoro. Sii generoso, usa tutto ciò che è in te per il Buon Maestro.

 

Ho imparato realmente a trasformare il lavoro in preghiera? Forse non ho ancora imparato a pregare il mio lavoro perché il mio spirito è incessantemente centrato sul solo «1avoro».

Ecco alcune parole che ti aiuteranno: «Con Gesù, per Gesù, a Gesù».

Se desideri sapere quanto ami Gesù, non occorre che tu vada a chiederlo a qualcuno. Lo capirai nella sin­cerità del tuo cuore, se praticherai il silenzio.

 

Hai lavorato tanto in questi giorni? Hai fatto tutto bene? Ma lo hai dato al tuo intimo? Tutto il tuo pro­digarti, che senso ha avuto per te? Hai dato con amore, con rispetto? Se non hai pregato, tutto il tuo dare è stato solo un gesto esteriore.

 

La gente ti ha visto impegnata nel darti con amore e rispetto? Hai somministrato con fede quel medicina­lè al Cristo malato? Qui sta la differenza fra te e un'assistente sociale.

 

Abbiamo bisogno di essere puri di cuore per vedere Gesù nella persona dei più poveri tra i poveri. Per­ciò, quanto più il lavoro è ripugnante o l'immagine di Dio è sfigurata e deformata nell'individuo, tanto più grande sarà la nostra fede e amorosa la dedizio­ne nel cercare il volto di Gesù e nel servirlo amoro­samente sotto il suo miserevole travestimento.

 

Dobbiamo lavorare con grande fede, con costanza, con efficienza, e soprattutto con grande amore e gioia, perché senza questo il nostro lavoro sarà solo un lavoro da schiavi a servizio di un duro padrone.

 

 

La croce

 

Gesù disse ai giovani del suo tempo: «Se volete essere miei discepoli prendete la vostra croce e seguitemi». Ancor prima di prendere la sua pro­pria croce, Gesù sapeva che noi avevamo bisogno di lui.

Perciò si trasformò per noi in pane di vita e disse che se non avessimo mangiato la sua carne e bevuto il suo sangue non avremmo potuto vivere, non avrem­mo potuto seguirlo, non avremmo potuto essere suoi discepoli...

Oggi in voi, in me, nei giovani del mondo, egli rivi­ve la sua passione. La rivive nel bambino affamato che mangia un pezzo di pane, briciola dopo bricio­la, perché teme che finisca e che dopo abbia ancora fame.

Mi rendo conto di questo? Spesso guardiamo ma non vediamo. Tutti dobbiamo prendere la croce, tut­ti dobbiamo seguire Gesù al calvario, se vogliamo risorgere con lui. Penso che Gesù ci abbia dato il suo corpo e il suo sangue, prima di morire, proprio per questo: per farci vivere, per darci il coraggio, per darci la vita, in modo da poter portare la croce e se-guirlo, passo dopo passo.

 

Noi vediamo Gesù. Ma siamo pronti ad aiutarlo? Siamo li pronti con il nostro sacrificio, con il nostro pane, con il vero pane? Vi sono migliaia di persone che muoiono per un pezzo di pane. Vi sono migliaia di migliaia di persone che muoiono per un briciolo di amore, per un briciolo di riconoscimento...

Siamo come una madre per coloro che soffrono? Una madre piena di amore, di comprensione? Sia­mo li per capire i nostri giovani, quando cadono, quando sono soli, quando si sentono indesiderati? Siamo lì pronti a soccorrerli?

 

Simone di Cirene prese la croce e seguì Gesù. Aiutò Gesù a portare la croce. E Veronica? Siamo una Ve­ronica per i nostri poveri? Per coloro che si sentono soli, per coloro che si sentono indesiderati? Siamo li pronti per cancellare la loro pena? Siamo li pronti a condividere la loro sofferenza? Siamo presenti?

O siamo gli orgogliosi che passano oltre, che guarda­no e non riescono a vedere?

Quante volte abbiamo raccolto gente dalle strade, gente vissuta come gli animali e che desidera morire in modo angelico? Siamo li per raccoglierla? Riuscite a vedere le persone che siedono nei parchi, sole, m­desiderate, senza nessuno che si occupi di loro, mise­rabili e tristi? Troppo spesso ci diciamo gli uni gli altri: sono degli alcolizzati; peggio per loro. Eppure Gesù ha bisogno di voi per rasserenare il loro vol­to. Lo fate o passate oltre?

 

Gesù è caduto per voi e per me. È stato spogliato dei suoi abiti. Oggi, spesso il bambino viene spo­gliato dell'amore ancor prima della nascita. E’ costretto a morire, perché noi non lo vogliamo. E costretto ad andarsene nudo, perché noi non lo vo­gliamo. E tuttavia Gesù ha accettato quella terribile sofferenza. Quel bambino non nato accetta quella terribile sofferenza, dal momento che non ha scel­ta. Ma io posso volerlo, amarlo, conservarlo. Mio fratello, mia sorella.

 

Gesù crocifisso. Quanti handicappati, ritardati mentali, giovani riempiono gli ospedali? Quanti ve ne sono nelle nostre stesse case? Li visitiamo mai? Andiamo mai a condividere con loro questa crocifis­sione? Gesù ha detto: «Se volete essere miei discepo­li prendete la vostra croce e seguitemi». Voleva dire che prendessimo la croce, dandogli da mangiare nei poveri, vestendolo negli ignudi, accogliendolo nelle nostre case, permettendogli di essere dei nostri.

Abbiamo Gesù, il pane di vita, per darci la vita, per darci la forza, per esser la nostra forza. La sua gioia èla nostra forza e la sua passione è la nostra forza. Senza di lui non possiamo fare nulla.

Non sprecate le vostre energie in cose inutili. Guar­date e vedete. Guardate e vedete il vostro fratello e la vostra sorella e non solo in casa vostra. Guardate e vedete. Guardate e vedete, ovunque vi sono perso­ne affamate che vi fissano, ovunque vi sono persone nude che vi fissano, ovunque vi sono senzatetto che vi fissano. Non volgete le spalle ai poveri, poiché i poveri sono Cristo.

 

 

L'amore per Dio e per il prossimo

 

Gesù ha detto: «Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato». Queste sue parole non dovrebbero esse­re solo una luce per noi, ma una vera fiamma che consuma l'egoismo che ci impedisce di crescere in santità. Gesù ci ha amato fino alla fine, fino all'estre­mo dell'amore, fino alla croce. Questo amore deve procedere dall'interno, dalla nostra unione con Cri­sto. Deve essere la sovrabbondanza del nostro amo­re per Dio. Amare deve essere per noi così naturale come vivere e respirare, giorno dopo giorno, fino alla morte. Teresa del Bambin Gesù ha detto: «Quando agisco e penso con carità, sento che è Gesù che ope­ra in me». Per capire e praticare tutto questo abbia­mo bisogno di molta preghiera, di una preghiera che ci unisce a Dio e che ci spinge continuamente verso li altri. Le nostre opere di carità non sono null'altro che il riversarsi all'esterno dell'amore di Dio che c'è dentro di noi. Per questo, chi più è unito a Dio più ama il suo prossimo.

 

Trasformate il vostro lavoro in preghiera, facendolo con Gesù, per Gesù e a Gesù.

Chiediamoci:

Prego?

Come prego?

Quanto prego?

Sento il bisogno di pregare? Mi sforzo di pregare bene?

Quando non riesco a pregare, cerco di aiutarmi con un libro? Cerco di pregare più a lungo e più spesso quando faccio fatica a pregare? In quei momenti cer­co di pregare con più fedeltà?

Se fate fatica a pregare, continuate a supplicarlo:

«Gesù, vieni nel mio cuore, prega in me e con me, in modo che possa imparare da te a pregare». Pre­gando di più, pregherete meglio. Quando pregate, aiutatevi con tutti i vostri sensi. In realtà, non esiste che una sola preghiera vera, sostanziale: Cristo stes­so. Esiste una sola voce capace di innalzarci sulla fac­cia della terra: la voce di Cristo. La sua voce unisce e collega in sé tutte le voci che salgono dagli uomini in preghiera.

 

Spesso le nostre preghiere non sono efficaci, perché non fissiamo la nostra mente e il nostro cuore in Cri­sto. E solo attraverso di lui che le nostre preghiere pos­sono salire fino a Dio. Spesso la preghiera più intensa

può essere un semplice profondo fervente sguardo a Gesù. La preghiera più perfetta è quella del contadino di Ars: «Io guardo lui e lui guarda me».

 

 

Nonostante la nostra nullità

 

Penso che Dio voglia dimostrare la sua grandezza servendosi della nullità. Nonostante tutti i nostri di­fetti, Dio è innamorato di noi e continua a servirsi di voi e di me per accendere la luce dell'amore e della compassione nel mondo.

Ogni volta che Gesù ha voluto dimostrare il suo amore per noi è stato rifiutato dagli uomini. Quan­do stava per nascere, i suoi genitori chiesero un sem­plice giaciglio e non lo ebbero perché erano poveri. L'albergatore gettò uno sguardo al vestito di Giusep­pe, il falegname, pensò che non sarebbe stato in gra­do di pagare e lo rifiutò. Ma la madre terra aprì la sua grotta e accolse il Figlio di Dio.

 

Nell'imminenza della passione e risurrezione, Gesù venne rifiutato dal suo popolo. Non vollero saperne di lui; gli preferirono Cesare. Non vollero saperne di lui; gli preferirono Barabba. Infine, sembrò che il suo stesso Padre non volesse saperne di lui, dato che era ricoperto dei nostri peccati. Nella sua solitudine, Gesù gridò:

«Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?».

 

Per Dio non esiste il passato; tutto è presente. Per cui anche oggi nel mondo Gesù è coperto dei nostri peccati e si presenta nascosto sotto le sembianze della mia sorella, del mio fratello. Sono disposto ad ac­coglierlo?

Nella nostra vita, Gesù viene come pane di vita per essere mangiato, per essere consumato da noi. E questo il suo modo di amarci. Gesù viene nella no­stra vita come l'affamato, come l'altro, sperando di essere sfamato con il pane della nostra vita, di essere amato dal nostro cuore, di essere servito dalle nostre mani.

Così facendo, dimostriamo di essere stati creati a im­magine e somiglianza di Dio, dato che Dio è amore e che quando amiamo siamo come Dio. E quanto Ge­sù intendeva dire quando disse: «Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».

 

 

Qualcosa di bello per Dio

 

Questo Gesù che ha fame di amore e di pane, que­sto Gesù che è privo di pane e di dignità umana, questo Gesù che manca di casa e di amore compren­sivo è presente oggi ovunque nel mondo, anche qui negli Stati Uniti.

Egli guarda a voi e a me e dice: «Mi ami? Sei dispo­sto ad alleviare questa sofferenza, che è la sofferenza di migliaia e migliaia di esseri umani in tutto il mon­do, di uomini che mancano non solo di pane ma di amore e che vogliono essere compresi e riconosciuti come nostri fratelli e sorelle, di uomini che sono creati dalla stessa mano amorosa e compassionevole di Dio?».

In India, in Africa, e anche negli Stati Uniti, vi so­no certamente persone che annegano nella solitudi­ne. Vi sono certamente persone del genere nelle vostre case, nelle vostre famiglie. Siamo coscienti di questo?

Oggi specialmente, quando il mondo è così indaffa­rato e tutti hanno sempre terribilmente fretta, sembra che nessuno di noi abbia più tempo per sorridere a chi gli sta accanto, per dedicare un po' di tempo agli altri, al nostro prossimo. E questa solitudine cresce ogni giorno di più. Quanta solitudine nelle case dei malati costretti a letto, dei malati che non possono più uscire di casa!

 

Per poter fare quello che fanno, le nostre Sorelle hanno bisogno di sapere che cosa significa la pover­tà. Per poter conoscere e amare i poveri, hanno biso­gno di sperimentare la povertà come stile di vita. Èper questo che le Sorelle professano i loro voti reli­giosi. Esse si affidano interamente a Gesù, per amar­lo con amore indiviso nella castità, con libertà nella loro povertà, con totale sottomissione nell'obbedien­za e in un servizio assolutamente volontario e gratui­to reso ai più poveri dei poveri e cioè a Cristo nascosto sotto le sembianze più umili.

 

Dobbiamo nutrire continuamente la nostra vita di eucaristia. Se non fossimo in grado di vedere Cri­sto sotto l'apparenza del pane, non riusciremmo neppure a scoprirlo sotto le umili apparenze dei corpi ammaccati dei poveri. L'opera di Dio ha bi­sogno di voi e di me. Portiamo avanti tutti insieme

quest'opera. Facciamo tutti insieme qualcosa di bel­lo per Dio. Quello che voi potete fare noi non pos­siamo farlo e quello che noi stiamo facendo voi non potete compierlo. Insieme potremo fare qualcosa di bello per Dio con la nostra totale dedizione, la nostra fiducia e la nostra gioia amorosa nel servi­zio a Dio attraverso il servizio ai più poveri dei po­veri.

 

 

Lo spirito della congregazione

 

La gioia è uno degli elementi essenziali nella nostra congregazione. Una Missionaria della Carità deve es­sere una Missionaria della Carità di gioia. Deve irra­diare gioia verso tutti. Da questo segno il mondo riconoscerà che siete Missionarie della Carità. Tutti nel mondo vi vedono e vi osservano e parlano delle Missionarie della Carità, non per ciò che fanno, ma perché sono felici di fare il lavoro che fanno e di vivere la vita che vivono. «Che la mia gioia possa esse­re in voi», dice Gesù. Che cosa è questa gioia di Gesù? È il risultato della sua continua unione con Dio facendo la volontà del Padre. Questa gioia è il frutto dell'unione con Dio, di una vita alla presenza di Dio. Vivere alla presenza di Dio ci riempie di gioia. Dio è gioia. Per donarci la gioia Gesù si fece uomo. Maria fu la prima a ricevere Gesù: «Il mio spirito esulta in Dio mio salvatore». Il bambino bal­zò di gioia nel grembo di Elisabetta, perché Maria gli portava Gesù.

A Betlemme, tutti erano pieni di gioia: i pastori, gli angeli, i re, Giuseppe e Maria. La gioia era anche il segno caratteristico dei primi cristiani. Durante la persecuzione, si cercavano quelli che avevano que­sta gioia radiosa sul volto. Da quella particolare gioia si capiva quali fossero i cristiani e così li perse­guitavano. San Paolo, che cerchiamo di imitare per quanto riguarda lo zelo, era un apostolo di gioia. Egli esortava i primi cristiani a rallegrarsi sempre nel Signore. Tutta la vita di Paolo si può riassumere in una frase: «Appartengo a Cristo». Niente può se­pararmi dall'amore di Cristo, né sofferenza, né per­secuzione, proprio nulla. «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me». Ecco perché san Paolo era tanto pieno di gioia.

 

La gioia è amore, il risultato spontaneo di un cuo­re ardente di amore. Se siamo ricolme di gioia, la nostra lampada arderà per i sacrifici fatti per amo­re. E lo sposo ci dirà: «Venite e possedete il regno preparato per voi». Una suora gioiosa è quella che dà di più. Ognuno ama chi dona con gioia e Dio fa altrettanto. Non è forse vero che ci rivolgiamo sempre a chi dona lietamente e senza brontolare? «La gioia è una rete d'amore con la quale prendia­mo le anime». E perché siamo piene di gioia, tutti desiderano stare con noi e ricevere la luce di Cristo che possediamo. Una suora piena di gioia predica sen­za predicare. Quotidianamente chiediamo: «Aiuta­mi a diffondere la tua fragranza», la tua, Signore, non la mia. Ci rendiamo conto di che cosa ciò significhi? Ci rendiamo conto che la nostra missio­ne è diffondere questa gioia, irradiare questa gioia quotidianamente dovunque si svolga la nostra vita?

 

 

Ho visto in azione l'amore di Dio

 

Il fatto di portare o meno Cristo agli altri dipende da come facciamo quello che facciamo per i poveri. Po­tremmo farlo in un certo modo, ma potremmo farlo in un altro modo. Non dimenticherò mai il giorno in cui quell'uomo visitò la nostra casa per i moribondi. Arrivò proprio nel momento in cui le Sorelle stavano portando dentro alcuni moribondi raccolti per stra­da. Ne avevano raccolto uno nelle fogne ed era tutto coperto di vermi. Senza accorgersi di essere osserva­ta, una Sorella si accostò a quell'uomo e cominciò a prendersi cura di lui. il visitatore poté osservare con quanto amore e tenerezza quella Sorella si occupava di quel paziente, di come lo andava ripulendo, senza mai cessare di sorridergli, di come non tralasciava nessun particolare nella sua amorosa attenzione per lui. Quel giorno, per caso, anch'io mi trovavo nella casa dei moribondi.

 

Dopo aver attentamente osservato quella Sorella, il visitatore si rivolse a me e mi disse: «Quando oggi sono giunto qui non credevo in Dio, avevo il cuore pieno di odio, ma ora lascio questo posto credendo in Dio. Ho visto in azione l'amore di Dio. Nelle mani di quella Sorella, nei suoi gesti, nella sua tenerezza così piena di amore per quel pover'uomo, ho visto scendere su di me l'amore di Dio. Ora credo». Non sapevo neppure chi fosse quel visitatore, né che fosse ateo...

Volete fare lo stesso per quanti vi circondano? Tutto quello di cui avete bisogno è di essere uniti in Cristo, di pregare. il vostro servizio deve sgorgare da un cuore pieno di Dio.

 

 

Come i tralci...

 

In ogni nazione i collaboratori hanno un presidente, ma il nome che vorrei usare è molto più semplice. Vorrei che si pailasse piuttosto di «collegamento», nel senso di ramo, rapporto, giunto. Vorrei che rea­lizzassimo nella nostra vita il capitolo 15 del Vangelo di Giovanni. Gesù dice: «Io sono la vite e voi i tralci» Cerchiamo di essere come i tralci. La congregazione delle Missionarie della Carità è il ramo e tutti i colla­boratori sono piccoli tralci uniti a questo ramo e tutti insieme uniti a Gesù. Penso che sia una bellissima immagine per descrivere quello che noi dovremmo essere nel mondo. Tutti i collegamenti nei diversi paesi sono uniti a questo ramo, la congregazione del­le Missionarie della Carità, e le Missionarie della Ca­rità sono unite all'unico ceppo, Gesù. E tutti i frutti sono in tutti i tralci, nei diversi paesi. È un'immagine molto bella, molto viva, di quello che noi, Missiona­rie della Carità e collaboratori, dovremmo essere, strettamente collegati e uniti. E non dimentichiamo che il frutto è sul tralcio e non da qualche altra par­te. Voi dovete essere tutti uniti, dovete conoscervi tutti personalmente ed essere uniti nel modo che ho appena descritto. Sento che così saremo profondamente presenti nel mondo.

 

Dipendiamo dalla divina Provvidenza. Non voglio che la gente pensi che stiamo correndo dietro ai loro soldi, che vogliamo i loro soldi e che siamo un grup­po di uomini, donne e bambini, tutti indaffarati a spillare loro qualcosa. Questa è l'ultima cosa cui po­trei pensare. E voglio che sia anche per voi l'ultima co­sa cui pensare. E non diamo neppure l'impressione di lavorare in base a quello che possiamo raccogliere, spendere, avere in banca. Anche i collaboratori de­vono dipendere dalla divina Provvidenza. Se la gen­te vi dà danaro o cose, ringraziate il Signore, ma per favore non intraprendete assolutamente iniziative regolari che vi inducano a spendere tempo ed ener­gie per ammassare danaro e fare soldi. Preferirei che spendeste il vostro tempo in un concreto servizio alla gente e non a fare propaganda, a scrivere lette­re per chiedere offerte, a confezionare cose da ven­dere.

Portiamo uno spirito di sacrificio nella vita della no­stra gente. Penso che questo voglia Gesù da noi e, se necessario, non mi stancherò di ripeterlo. Offriamo tutto il nostro lavoro per la gloria di Dio e anche per­ché possiamo diventare strumenti di pace, di amore, di compassione.

 

 

Fame di amore

 

Non si ha fame solo di pane. Si ha fame anche di amore. Vi sono moltissime persone anziane, handi­cappate, psichicamente malate che non hanno nessu­no e che non sono amate da nessuno. Hanno fame di amore. Può darsi che questa fame di amore esista an­che nella nostra stessa casa, nella nostra stessa fami­glia. Avete mai pensato di poter dimostrare il vostro amore per Dio, regalando un sorriso, dando un sem­plice bicchier d'acqua, sedendovi semplicemente a parlare per un momento con una persona sola?

 

Vi sono moltissime di queste persone anche nei pae­si ricchi, come ad esempio il Giappone. Le Sorelle vi hanno trovato moltissime persone che hanno dimen­ticato che cosa sia l'amore umano, dato che nessuno le ama. Cominciate dunque a spargere il dono dell'a­more a partire dalla vostra famiglia e dal vostro vici­no di casa. Può darsi che nella vostra scuola la ragazza che vi siede accanto si senta molto sola. Le fate un sorriso? Può darsi che il bambino seduto die­tro di voi non possa studiare come voi. Lo aiutate? Anche questa è fame e la condivisione è un bel mo­do di mostrare il vostro amore, di mostrare che ama­te veramente Dio e il vostro prossimo.

 

Gesù ha detto: «Ero nudo e mi avete ricoperto». Vi sono molte persone nei paesi freddi che non hanno nulla per coprirsi e che muoiono di freddo.

Ma esiste una nudità molto più grave ed è la man­canza di dignità umana, la mancanza di quella bella virtù che è la purezza. Si tratta di una nudità ben più grave ed è qui che voi potete condividere quello che avete con gli ignudi. Pregare per loro, fare sacrifici e proteggere la vostra purezza in modo da essere sem­pre ricoperti della gioia della purezza.

 

E poi vi sono i senzatetto. Non ho mai visto nelle strade di Tokyo persone che dormono per strada. Ma la mancanza di casa non è solo mancanza di una casa fatta di mattoni. Vi sono molti senzatetto nelle nostre società: gli alcolizzati; i tossicodipenden­ti; gli indesiderati; i non amati; i pazzi. Le nostre so­cietà tendono ad espellerli. Oh, quello è un pazzo. Fuori! Quello è uno stupido. Fuori! Anche questo è essere senzatetto. Anche li dobbiamo guardare, guardare attentamente e fare qualcosa. Ecco un cie­co che attraversa la strada. Anche quello è essere senzatetto. Allora voi vi avvicinate, gli prendete la mano e camminate assieme a lui. Di fronte ai malati mentali si è portati a ridere. Ma voi non ridete, vi avvicinate, li sostenete, li aiutate, siete gentili, com­passionevoli. Gesù vi dirà: Ero forestiero e voi mi avete ospitato. Mi avete avvicinato, mi avete amato, vi siete presi cura di me... Questo è amore in azione.

 

 

Che cos'è la santità?

 

L agente dice un sacco di cose inteffigenti, grandio­se, belle, meravigliose, mentre io dico cose apparen­temente stupide, cose che anche i bambini possono

capire, e tuttavia la gente è affamata di queste cose, di cose che può capire e fare proprie, poiché la san­tità non è un lusso per pochi eletti. La santità è un dovere per tutti, per voi e per me. Ma che cos'è la santità? La santità è accettare la volontà di Dio con un grande sorriso... È tutto qui. Accettare la volontà di Dio, accettarlo quando viene nella nostra vita, ac­cettare che prenda da noi quello che vuole, accettare che ci usi come vuole... senza consultarci. Purtroppo non amiamo non essere consultati! Santità è lasciare che lui ci usi, ci adoperi, ci faccia a pezzi, ci svuoti completamente di noi stessi. Accettare di essere svuotati, di essere fatti a pezzi, di riuscire e di falli-re, di restare sotto gli sguardi di tutti.

 

Credo che ieri fossi il primo cittadino... Dov'ero ie­ri? Dissi tante grazie, ma ora non capisco che cosa significa tutto questo. Non ha importanza. Tutto vie­ne dalla stessa mano. E se domani la gente volesse gridare crucifige, benissimo. Tutto viene dalla stessa mano amorevole. Quello che Gesù vuole da voi e da me è questa disponibilità ad accettare, e questo permettergli di usarci... senza consultarci. E questa l'opera della vite e dei tralci. Penso che voi e io ab­biamo una grande responsabilità nel mondo oggi. Non importa quello che la gente dice o pensa. Que­sta è l'ultima cosa di cui dobbiamo preoccuparci, l'ultima cosa di cui inquietarci.

Guardiamo ancora nelle nostre case... Come si pre­senta l'amore di Dio nella nostra casa, nella nostra comunità? A volte mi è più facile sorridere agli estra­nei che non alle mie consorelle. A volte faccio fatica a sorridere a loro ed è possibilissimo che lo stesso capiti anche a voi. Portiamo dunque questo amore ardente nelle nostre case!

 

 

il giudizio di Cristo

 

Nell'ora della nostra morte, Cristo ci giudicherà su quello che avremo fatto ai poveri, su quello che sa­remo stati per i poveri. «Avevo fame e voi non mi avete dato da mangiare». Ero affamato di amore, affamato di cibo, affamato di giustizia, affamato di dignità umana... e voi siete passati oltre. Ero nu­do, nudo di rispetto, nudo di giustizia, nudo del riconoscimento che anche lui è uno di noi, crea­to dalla stessa mano amorosa di Dio per amare ed essere amato. Ero senzatetto a causa della solitu­dine.

I malati costretti a letto, gli indesiderati, gli abban­donati, i lebbrosi, i ciechi, gli storpi dove sono? Li conosco? Conosco anzitutto i poveri che abitano nella mia stessa casa? So che forse nella mia stessa casa, nella mia stessa comunità, vi può esser qualcu­no che si sente tremendamente solo, indesiderato, handicappato? Lo so? Dove sono gli anziani, og­gi? Vengono parcheggiati nei ricoveri. Perché? Per­ché sono indesiderati, perché sono di peso. Ricordo che tempo addietro visitai una magnifica casa per anziani. Erano una quarantina e avevano assoluta­mente tutto. Ma tutti indistintamente avevano lo sguardo fisso sulla porta di entrata. Tutti indistintamente avevano un aria triste. Mi rivolsi alla suora che li curava e le chiesi: «Sorella, come mai questa gente non sorride? Perché guarda fissa verso la porta?». La suora dovette ammetterlo e rispose candidamente: «E così ogni giorno. Desiderano che qualcuno venga a trovàrli. Tengono lo sguardo fisso sulla porta e pensano: "Oggi forse mio figlio, forse mia figlia, forse qualcuno verrà a trovarmi ». Ecco la vera povertà! Ricordo che un giorno raccol­si una donna da un cassonetto della spazzatura. Stava morendo. La portai al convento. Continuava a ripetere sempre la stessa frase: «Mio figlio mi ha fatto questo». Non disse una sola volta: «Ho fa­me», «Sto morendo», «Soffro». Continuò a ripete­re: «Mio figlio mi ha fatto questo». Ho fatto molta fatica a farle dire prima di morire: «Perdono mio figlio». Questa è la vera povertà.

 

 

Chi è Gesù per me?

 

lì Verbo fatto carne, il Pane di vita, la Vittima offerta sulla croce per i nostri peccati,

il Sacrificio offerto nella messa per i peccati del mon­do e miei personali, la Parola che deve essere pronunciata, la Verità che deve essere detta, la Via che deve essere percorsa, la Luce che deve essere accesa, la Vita che deve essere vissuta,

l'Amore che deve essere amato, la Gioia che deve essere condivisa,

il Sacrificio che deve essere offerto, la Pace che deve essere data,

il Pane di vita che deve essere mangiato, l'Affamato che deve essere nutrito, l'Assetato che deve essere appagato,

il Nudo che deve essere vestito,

il Senzatetto che deve essere accolto,

il Malato che deve essere guarito,

il Solo che deve essere amato, l'Indesiderato che deve essere voluto, il Lebbroso che deve essere curato, il Mendicante al quale deve essere sorriso, l'Ubriaco al quale si deve prestare attenzione, il Malato mentale che deve essere protetto, il Piccolo che deve essere accarezzato, il Cieco che deve essere guidato, il Sordo per il quale si deve parlare, lo Storpio con il quale si deve camminare, il Tossicodipendènte che si deve soccorrere, la Prostituta che si deve togliere dalla strada, il Prigioniero che si deve visitare, l'Anziano che si deve servire.

 

Per me Gesù è il mio Signore

Gesù è il mio Sposo

Gesù è la mia Vita

Gesù è il mio solo Amore

Gesù è il mio Tutto in tutti

Gesù è il mio Ogni cosa.

Io amo Gesù con tutto il mio cuore, con tutto il mio essere.

Gli ho dato tutto, anche i miei peccati ed egli mi ha fatta sua sposa nella tenerezza e nell'amore. Ora e per tutta la vita, io sono la sposa del mio Sposo crocifisso. Amen.

 

 

La gioia cristiana

 

La gioia non è semplicemente una questione di tem­peramento. Al servizio di Dio e delle anime, è sem­pre difficile essere gioiosi, ma questo è un motivo di più per diventarlo e per far crescere la gioia nei nostri cuori.

La gioia è preghiera; la gioia è forza; la gioia è amore; la gioia è una rete di amore con la quale prendiamo le anime. Dio ama chi dona con gioia e chi dona con gioia dona di più. Se nel lavoro incontriamo delle difficoltà e le accettiamo gioiosamente, con un largo sorriso - in questo atteggiamento come in qualunque altra cosa - vedranno le nostre opere buone e glori­ficheranno il Padre. Il miglior modo di dimostrare la nostra gratitudine è accogliere tutto con gioia. Un cuore lieto è il risultato normale di un cuore ardente di amore.

 

Anche fisicamente la gioia è per noi un bisogno e una forza. Una suora che è preoccupata di mantene­re vivo lo spirito di gioia si sente meno stanca ed èsempre disposta a continuare a fare del bene. La

gioia è una delle migliori salvaguardie contro le ten­tazioni. li diavolo è un portatore di polvere e fango:

egli approfitta di tutte le occasioni per gettare su di noi quello che ha. Un cuore gioioso sa come proteg­gersi da tanta sporcizia: Gesù può prendere pieno possesso della nostra anima solo se essa si abbando­na gioiosamente. Santa Teresa si preoccupava per le sue suore solo quando vedeva che qualcuna perdeva la gioia. Dio è gioia, Dio è amore. Una suora gioiosa è come un raggio dell'amore di Dio, la speranza della felicità eterna, una fiamma ardente di amore.

 

Nella nostra congregazione, un temperamento alle­gro è sicuramente una delle qualità più importanti che si richiedono. Lo spirito della nostra congrega­zione è abbandono totale, fiducia amorosa e allegrezza.

Questo perché la società aspetta da noi che siamo disposte ad accogliere lietamente le umiliazioni; che viviamo una vita di povertà con fiducia gioiosa; che imitiamo la castità di Maria, causa della nostra gioia; che offriamo obbedienza gioiosa con intima le­tizia; che serviamo Cristo nel suo miserevole travesti­mento con gioiosa dedizione.

 

 

Beati gli afflitti

 

La sofferenza in sé non vale nulla, ma la sofferenza

unita alla passione di Cristo è un dono meraviglioso

e un segno di amore. Dio è molto buono a darvi tan­

ta sofferenza e tanto amore. La vostra sofferenza èper me fonte di vera gioia e mi dà tanta forza.

 

È la vostra vita di sacrificio a darmi tanta forza. Le vo­stre preghiere e le vostre sofferenze sono come il calice nel quale quelli fra di noi che lavorano possono versare l'amore delle anime che incontrano. Voi siete perciò al­trettanto necessari quanto noi. Noi e voi insieme possia­mo fare tutto in lui che ci dàla forza. La vostra vocazione di collaboratori sofferenti è così bella! Voi siete i mes­saggeri dell'amore di Dio. Portiamo nei nostri cuori l'a­more di Dio che è assetato di anime. Voi potete placare la sua sete con la vostra incomparabile sofferenza, alla quale è strettamente unito il nostro duro lavoro. Siete voi ad aver assaporato il calice della sua agonia.

 

Senza la nostra sofferenza, la nostra attività sarebbe una semplice azione sociale, certamente molto bella e utile, ma non sarebbe l'opera di Gesù. Non sareb­be parte della redenzione.

Gesù è voluto venire in nostro soccorso, condividen­do la nostra vita, la nostra solitudine, la nostra ago­nia, la nostra morte. Per salvarci è dovuto diventare uno di noi.

 

Anche a noi è consentito di fare lo stesso. Ciò che deve essere redento sono le afilizioni dei poveri, non solo la miseria materiale, ma anche la loro soli­tudine spirituale. Noi dobbiamo condividere queste afflizioni, perché solo diventando poveri saremo in grado di salvarli, cioè di portare Dio nella loro vita e di portarli a Dio.

Quando la sofferenza bussa alla porta della nostra vita, accogliamola con un grande sorriso. Il dono più grande che Dio ci può fare è il coraggio di accet­tare con un sorriso tutto quello che ci dona e tutto quello che ci chiede.

Per essere autentico, il sacrificio deve svuotarci di noi stessi.

Noi spesso chiediamo a Cristo di renderci partecipi delle sue sofferenze, ma quando qualcuno ci tratta in modo brusco e si mostra insensibile nei nostri confronti, facciamo presto a dimenticare che è pro­prio quello il momento di condividere la sofferenza di Cristo. Basterebbe che pensassimo che è Gesù stesso a offrirci, attraverso quella persona o circo­stanza, l'occasione di poter fare qualcosa di bello per lui.

 

 

A partire dalla nostra povertà...

 

Una donna molto povera venne a trovarmi e mi dis­se: «Vorrei partecipare alla sua attività, aiutarla nel suo lavoro. Faccio la lavandaia. Potrei venire una volta alla settimana a lavare la biancheria nella casa dei bambini». Sapevo che questo per lei voleva dire danaro, voleva dire sacrificio, per cui le dissi: «Vieni pure!». Poi feci anche un'altra esperienza. Mi trova­vo su un tram, in seconda classe. Un signore mi ven­ne vicino e mi chiese: «Lei è Madre Teresa?». Gli risposi: «Sì». Disse: «Ho sempre desiderato parteci­pare al suo lavoro, ma sono molto povero. Mi per mette di pagane il biglietto del tram?». Se rifiutavo si sarebbe certamente offeso, se accettavo forse lo avrei privato di tutto quello che possedeva. Pensai comun­que che fosse meglio privarlo forse di tutto quello che aveva, piuttosto che farlo sentire offeso, per cui dissi: «Sì». Allora estrasse dalla tasca un fazzolet­to tutto sporco, prese la monetina che vi aveva nasco-sto e la diede al bigliettaio per pagarmi il biglietto. Era felicissimo. Disse: «Finalmente, sono riuscito a condividere qualcosa di mio». Forse sarebbe rimasto senza mangiare o forse avrebbe dovuto fare tanta strada a piedi, ma soprattutto risaltava la gioia di quell'uomo meraviglioso che voleva condividere e che aveva condiviso facendo un gesto di amore.

 

 

Segni di amore

 

Le Sorelle che lavorano in Venezuela una volta han­no celebrato una settimana di solidarietà, un giorno per i bambini, un altro per i malati e un altro ancora per gli anziani. Il giorno destinato ai malati abbiamo confezionato dei pacchi per loro. In quell'occasione ho visto una donna anziana talmente ricurva da toc­care le ginocchia con il viso. Pur così storpia, non aveva nessuno che si prendesse cura di lei. Dato che anche in quel paese abbiamo i nostri collabora­tori, dissi loro: «La sola cosa che possiate fare per me è di darmi una casa per questa gente, in modo che, possiamo prenderci cura di loro». La presiden­tessa dei collaboratori, persona abbastanza ricca, se ne tornò a casa e insistette tanto con il marito, mat­tina, mezzogiorno e sera, che il pover'uomo fu co­stretto a cedere e darsi da fare per ottenere alle Sorelle il vecchio edificio dove ci troviamo ora. E senza dir nulla, mandarono gli operai a ripulire, ripa­rare e ridipingere quel vecchio edificio. Il giorno pre­visto per la mia partenza, vennero a dirmi: «Madre, abbiamo un piccolo dono per lei, per i suoi malati e per i suoi moribondi». Che cosa stupenda!

 

Anche   a Calcutta, la gente comincia a essere più ca­ritatevole e solidale. Nel dicembre del 1966, alcuni ragazzi furono sorpresi a rubare. Non li consegnaro­no alla polizia, ma li portarono da me. Chiesi loro:

«Perché fate questo? Perché vi comportate così ma­le? Siete ancora tanto giovani!». Mi dissero: «Ogni giorno, fra le 16,30 e le 19, veniamo avvicinati da al­cuni adulti, i quali ci insegnano a rubare e a fare il male». Allora pensai che sarebbe stato bello se aves­simo potuto fare qualcosa per quei ragazzi e allonta­narli da quelle persone. E così avviammo una scuola superiore per i ragazzi di strada - maschi e femmi­ne - ifi modo che non restassero per strada durante quelle ore del pomeriggio. Non disponendo di un nostro proprio edificio, utilizziamo a questo scopo una scuola che termina le lezioni alle 15,30 e che noi occupiamo dalle 16,30 alle 19,30.

 

Un giorno incontrai un signore indù abbastanza ric­co. Gli parlai della scuola e di altre cose. Mi disse:

«Madre, finanzierò la costruzione della scuola in ri­cordo di mia moglie». L'anno scorso, alla fine dell'anno, è venuto a visitare la scuola e mi ha detto:

«Non ho mai lavorato tanto in vita mia come que­st'anno». Chiesi: «Ma perché lavora così tanto? Lei è un milionario, ha tutto, non ha bisogno di lavora­re». E lui di rimando: «Lavoro per lei, perché più guadagno più posso aiutarla». Ed è proprio così, perché l'anno precedente ci aveva dato la metà della somma che poteva mettere a nostra disposizione in occasione di quella sua visita. Ora egli è completa­mente coinvolto nella nostra attività. Grazie anche a lui, attualmente riusciamo a tenere lontani dalla strada 350 ragazzi e ragazze di età compresa fra gli il e i 18 anni. E abbiamo diversi collaboratori che ci aiutano a procurare a questi ragazzi un buon pa­sto caldo - l'unico che ricevono - prima di recarsi a scuola.

 

In Danimarca, un insegnante ha iniziato una forma di aiuto da ragazzo a ragazzo. Tutte le settimane, in molte scuole danesi, ogni ragazzo offre un barat­tolo di latte condensato per un ragazzo indiano, il che ci permette di dare ogni giorno ad ognuno dei nostri ragazzi un bicchiere di latte condensato e una pastiglia di vitamine. Sono più di 1.000 le scuo­le danesi impegnate in questo programma di aiuto, per cui sono migliaia i bambini indiani che ogni gior­no possono ricevere un bicchiere di latte.