HO SETE
Alle
sorgenti del carisma di Madre Teresa di Calcutta
Ho incontrato per la prima volta nel 1964 Madre Teresa a Calcutta alla
«Nirmal Hriday» la casa dei moribondi. Lì autoambulanze e risciò
scaricano uomini, donne e bambini morenti raccolti sui marciapiedi di
Calcutta, che vengono accolti e curati con amore, in alcuni grandi stanzoni
posti davanti al tempio della dea Kalì. Molti di quei poveri non avevano mai
avuto un letto, mai una medicina, mai mangiato tre volte al giorno. «Su cento
diseredati che accogliamo - diceva Madre Teresa - in media ne sopravvivono
trenta, perché li portano qui quando sono già all'ultimo gradino della
sopravvivenza». Tornato in Italia in quel 1964, quando Madre Teresa era
ancora quasi sconosciuta fuori dell'India, ho scritto parecchio su di lei nei
giornali a cui collaboravo: e subito è iniziato il movimento di conferenze,
mostre fotografiche, incontri nelle scuole, invio di offerte per la Madre di
Calcutta. Ho incontrato altre volte Madre Teresa. Un ricordo indelebile per me
resta legato allo spaventoso maremoto che nel novembre 1977 in India colpì lo
Stato dell'Andhra Fradesh, provocando 100 mila morti. Madre Teresa era stata una
delle prime personalità giunte sul luogo del disastro per organizzare i
soccorsi. Mi aveva stupito la rapidità delle sue decisioni e la facilità con
cui le faceva accettare da esponenti di altri enti, anche governativi ed
ecclesiali: si trattava di alloggiare migliaia di profughi che avevano perso
tutto. Ho pensato: ha un carisma naturale enorme che usa per il servizio dei più
poveri. Ma era anche l'aiuto straordinario dello Spirito Santo. E poi la sua
vitalità: io avevo vent'anni meno di lei, ma alla sera ero distrutto, lei
faceva ancora un ora di adorazione inginocchiata sulla nuda terra! Sono andato
molte volte in India. Madre Teresa era estranea ai dibattiti culturali, non era
informata sulle nuove teologie; non ha blandito la cultura indiana; non ha
cercato i mass media, anzi quasi proibiva alle sue suore di concedere interviste
e lei stessa era molto parca nel rispondere ai giornalisti; non ha teorizzato
sul dialogo interreligioso. Poteva sembrare una vecchia suora che viveva fuori
del nostro tempo. Invece la sua testimonianza di amore all'uomo e di santità
l'ha resa gradita a tutti: ha inculturato il Vangelo in India, ha stabilito
ponti di dialogo con indù e musulmani, è riuscita a entrare in Paesi comunisti
come Cuba e la Cambogia, che perseguitavano la Chiesa e i cristiani. Non si
capisce nulla di Madre Teresa fuori di una logica di fede. Era una vera
missionaria. Se le chiedono: «Chi è il missionario?». Risponde: «Un
cristiano talmente innamorato di Gesù Cristo, da non desiderare altro che di
farlo conoscere e amare». È questo amore che traspare dalle pagine che
seguono. Un amore provato «nel crogiolo», che indica un modello di «santità
possibile» donato oggi al mondo.
padre
Fiero Gheddo direttore
Ufficio storico PIME
I
segreti della Madre
Si
padre, scriva di noi. Lei ci conosce bene, «perché è stato con noi fin
dall'inizio. Le farò avere le nostre costituzioni. Ma soprattutto deve dire
alla gente che cosa ci porta qui. Dica loro che non siamo qui per lavoro, ma per
Gesù e tutto quello che facciamo, lo facciamo per lui. Siamo anzitutto delle
religiose, non assistenti sociali, insegnanti, infermiere o dottoresse; siamo
delle suore, delle religiose che servono Gesù nei poveri. Lui curiamo, a lui
diamo da mangiare, lui vestiamo, visitiamo e confortiamo nei poveri, nei
derelitti, nei malati, negli orfani e nei moribondi. Tutto quello che facciamo
è per lui. La nostra vita non ha altra ragione o motivazione». Così Madre
Teresa rispondeva al missionario gesuita belga Edouard Le Joly che le
chiedeva, a metà degli anni Settanta, di poter scrivere un libro su di lei e
sulle Missionarie della Carità. «Si tratta di un punto che molti non
capiscono. Io servo Gesù ventiquattr'ore al giorno e qualunque cosa faccia, la
faccio per lui, e lui me ne da la forza. Amo lui nei poveri e i poveri in lui.
Il Signore viene però sempre al primo posto».
Rileggere
questo brano contenuto nel libro «Lo facciamo per Gesù« (il volume, edito
in Italia dalle Edizioni San Paolo nel 1978 e ripubblicato nel 2003, contribuì
non poco a far conoscere la figura e l'opera di Madre Teresa) suona anche oggi
come una sorta di testamento spirituale. Serve a cogliere in pieno la totale
dedizione a Cristo che ha contraddistinto la vita e le opere della «missionaria
dei bassifondi». Una dedizione alimentata da una intensa vita di preghiera, da
un cammino di ascesi che si è sviluppato precisando e approfondendo, in un
percorso innovativo e originale, la formazione ottenuta nei primi anni della
sua vita religiosa. Per comprendere alcune chiavi della spiritualità di Madre
Teresa, può essere utile ripercorrere brevemente le tappe iniziali della sua
vocazione religiosa. Fin dai tempi dell'adolescenza la futura Madre Teresa
coltiva una spiritualità spiccatamente missionaria, vivificata dalla
frequentazione del Sodalizio, una sorta di circolo giovanile cattolico, e dal
contatto epistolare con alcuni missionari gesuiti che, nel 1925, avevano aperto
una missione nel Bengala. Le lettere che arrivano da quelle terre lontane le
aprono gli orizzonti del mondo e le fanno nascere dentro il proposito di
consacrare la sua vita alla missione. A diciotto anni incontra uno dei padri
gesuiti impegnati a Calcutta e a lui confida il desiderio di farsi religiosa in
India. Viene indirizzata alle Suore di Loreto, una congregazione sorta in
Irlanda nello spirito della Compagnia di Gesù (di cui hanno assunto le
costituzioni, al punto che le suore sono bonariamente indicate come le «gesuitesse»).
Dopo il noviziato a Darjeeling, suor Teresa dedica alcuni anni all'insegnamento
in una scuola femminile di Calcutta. Nel 1946 avverte la necessità di un
impegno totale per i diseredati e per gli afflitti. Dopo essersi consultata con
l'arcivescovo di Calcutta mons. Ferdinand Férier (anch'egli gesuita), nel
1948 chiede ed ottiene da Papa Pio XII il permesso di fondare una nuova
congregazione. Avvolta nel sari bianco e celeste delle donne locali incomincia
ad immergersi interamente nella cuitura indiana e a percorrere i marciapiedi
della città, soccorrendo i moribondi e aiutando gli ammalati. C'è chi,
parlando della figura di Madre Teresa, ama dividere la sua vita in un «prima»
(gli anni passati nell'insegnamento all'interno della congregazione irlandese) e
in un «dopo» (l'impegno senza riserve per i più poveri tra i poveri). Alcuni,
lavorando di fantasia, sono arrivati anche a dipingerla come una «donna in fuga»,
una «ribelle». Nulla di più sbagliato. La piccola suora albanese non vuole
compiere nessun gesto «contro», ma soltanto «discernere» in un atteggiamento
d'ascolto ciò che il Signore vuole ora dalla sua vita. Chiede perciò ai
superiori di poter intraprendere una nuova via, ma si rimette comunque alla loro
decisione. Per Madre Teresa abbandonarsi nelle mani di Dio significa essenzialmente
obbedienza.
L'influsso
di Ignazio
Fin
dai primi anni del suo impegno apostolico negli slum di Calcutta, su indicazione
dell'arcivescovo, le saranno molto vicini i padri Julian Henry e Celeste Van
Exem. Grazie all'aiuto di questi due gesuiti, nell'aprile del 1950 verrà
sottoposta a mons. Ferier la prima bozza delle costituzioni delle Missionarie
della Carità. Una raccolta di regole elaborate in quegli anni al servizio dei
poveri, ma che sono il frutto di un lunga ricerca spirituale da cui traspare
tutta la forza del carisma di Madre Teresa. «Le costituzioni delle Missionarie
della Carità - ha scritto lo stesso padre Van Exem sulla rivista dei gesuiti
del Bengala «Calcutta Jesuits» - richiamano le costituzioni della Compagnia di
Gesù anche nella struttura organizzativa. Oltre ad alcuni appunti «ispirati»
di Madre Teresa, la regola è centrata sulle quattro settimane degli Esercizi
spirituali di sant'Ignazio: purificazione e santità, unione con il Padre e con
Cristo crocifisso, unione personale con Gesù e con il suo infinito amore per i
poveri, regole alimentari, penitenze ed esami di coscienza. Il concetto di umiltà
deriva anch'esso dagli Esercizi spirituali». Attingendo al cuore della
spiritualità ignaziana, e alla chiave meditativa dei «due vessilli» (un cammino
d'illuminazione dell'intelligenza, che è così portata ad aderire alla «bandiera»
di Cristo e a rifiutare quella del demonio), Teresa sviluppa la determinazione
a seguire Cristo in povertà, umiltà ed obbedienza. Per Madre Teresa, come
per sant'Ignazio, l'imperativo categorico di ogni attività apostolica è la
gloria di Dio e la salvezza delle anime. Fer fare questo le Missionarie della
Carità vivono il comando paolino (che non a caso sant'Ignazio considerava la
parola d'ordine dell'attività missionaria): «Mi son fatto tutto a tutti, per
salvare ad ogni costo qualcuno». Da questa radice origina il «quarto voto»
delle Missionarie della Carità, la donazione totale e incondizionata agli
ultimi tra gli ultimi. Se per i gesuiti esso consiste nella speciale obbedienza
al Papa, per Madre Teresa il «servizio ai più poveri tra i poveri»
rappresenta la traduzione pratica dell'amore sconfinato per il Cristo deriso e
crocifisso. «Il voto di carità - ha scritto Madre Teresa nel volume «La gioia
di darsi agli altri» (Paoline, 1978, pp. 123) è frutto della nostra unione a
Cristo, allo stesso modo che il figlio è frutto del sacramento del matrimonio.
Come la lampada non può ardere senza olio, il voto di carità non può vivere
senza i voti di povertà e di obbedienza». Madre Teresa rilegge in chiave
femminile (la Congregazione delle Missionarie della Carità è dedicata al
Cuore Immacolato di Maria), rielabora e aggiorna attraverso la sua
straordinaria sensibilità il carisma ignaziano sposandolo con alcuni aspetti
della spiritualità francescana. Non a caso il libro poc'anzi citato, si apre
con la cosiddetta «Preghiera semplice» di Francesco d'Assisi: «Signore fa' di
me uno strumento della tua pace: dove è odio, fa' ch'io porti l'amore».
La
«spiritualità del dono»
Ma
quali sono allora i veri «segreti» di colei che è stata indicata come
l'angelo dei bassifondi? Il missiologo Mariasusai Dhavamony, gesuita indiano
docente presso l'Università Oregoriana di Koma, li delinea in un lungo
articolo apparso su «Studia Missionalia» («Mother Teresa's Mission of Love
for the Foorest of the Foor», n. 39/1990, pp. 135-158): una visione «realista»,
non sentimentale della povertà in ogni sua sfaccettatura; la convinzione che
ai poveri serva prima di tutto Cristo e il suo amore; la condivisione della
povertà e della croce di Cristo, il saper contemplare nei poveri l'immagine
vivente e sanguinante del Nazareno; una vera e propria «spiritualità del dono»
e soprattutto la capacità di vivere francescanamente in «perfetta letizia».
Tutto questo sostenuto e vivificato da un profondo contatto personale con Gesù
eucaristia. A differenza delle altre figure di «contemplativi nell'azione»,
che hanno cercato Dio nel prossimo o nel segreto del loro cuore, Madre Teresa ha
saputo contemplare il mistero della redenzione incarnato nei poveri. È
questo, a ben vedere, il più sconvolgente dei segreti di Madre Teresa: «Contemplare
Cristo nei poveri non significa semplicemente che lo vediamo nei poveri, ma
che soffriamo con Cristo nei poveri, che condivide con essi la sua passione e la
sua morte. Siamo unite costantemente al mistero pasquale in ogni nostro
pensiero o azione. Perché il nostro lavoro tra i diseredati è un costante
contatto con l'opera redentrice di Cristo, lo stesso contatto che noi
viviamo durante il sacrificio eucaristico. Nella Messa Cristo è presente
sotto le specie del pane e del vino. Ma nei bassifondi, nei corpi piagati dei
lebbrosi e negli sguardi dei bambini, noi possiamo toccano».
Giuseppe Caffùlli
Il
carisma di Madre Teresa
L'autore
di questo contributo ha conosciuto bene Madre Teresa di Calcutta, essendo tra
coloro che le sono stati amici e ne hanno seguito il percorso spirituale. Padre
Joseph Neuner, gesuita di origine austriaca, e' il decano dei teologi indiani.
Vive attualmente nel «Sanjeevan Ashram»
di Pune. Presentiamo una nostra traduzione di un ampio saggio apparso sulla
rivista teologica dei gesuiti indiani vidyajyoti (marzo 2001, pp. 179-192,
titolo originale «Mother Theresa's Charism«, p.g.c.).
Il
26 luglio 1999
si apriva a Calcutta la causa di beatificazione di Madre Teresa. La religiosa
era morta il 5 settembre 1997, ma Giovanni Paolo Il aveva concesso una deroga
alla norma che vuole che un simile procedimento sia avviato solo cinque anni
dopo la morte di un Servo di Dio. L’avvio anticipato del processo canonico è
stato autorizzato tenendo conto delle richieste provenienti da varie parti del
mondo e volte a ottenere il riconoscimento ufficiale di Madre Teresa come
modello di amore compassionevole verso tutti gli strati sociali e in particolare
i rifiutati e gli sfruttati. Ai fini del processo sono stati raccolti tutti i
documenti relativi alla vita e all'opera della religiosa. Proprio quei
documenti ci hanno permesso di osservare più da vicino l'incredibile complessità
di un'opera diffusasi in tutti i continenti in breve tempo, ma anche la vita
personale della Madre. Una vita che era rimasta nascosta agli occhi del grande
pubblico, ma anche, per certi versi, a quelli della sua stessa comunità.
I
testi raccolti rivelano molti dettagli circa lo sviluppo delle Missionarie
della Carità (MC), ma anche le fonti nascoste dell'instancabile lavoro di Madre
Teresa e della sua carismatica personalità, capace di affascinare gente di ogni
estrazione sociale o appartenenza religiosa. Queste poche pagine sono un
tentativo, del tutto inadeguato, di presentare quella sfera intima, il lavoro di
Dio nel suo cuore, che ha portato tanto frutto nella sua vita e nella sua opera.
«Ho
sete»
Tra
le MC il 10 settembre 1946 viene celebrato come il giorno natale della
Congregazione. Madre Teresa era venuta in India come novizia delle Suore di
Loreto. Era molto felice nella sua comunità e nell'adempiere le funzioni di
insegnante a Loreto, Entally (Calcutta). Ma quel giorno di settembre, a bordo
di un piccolo treno che si inerpicava da Siliguri a Darjeeling, le capitò
un'esperienza totalmente inattesa: sentì la sete di Gesù e la chiamata a
dare la vita a servizio dei poveri e dei reietti delle baraccopoli. La suora
rimase profondamente turbata. Avrebbe potuto trattarsi di una tentazione del
demonio, ma il suo confessore si convinse dell'origine divina di quell'ispirazione
e invitò suor Teresa a mettersi in contatto con l'arcivescovo di Calcutta,
monsignor Frdinand Périer. L'arcivescovo esitò più di un anno e la fece
attendere - fu un periodo molto penoso - ma alla fine avallò la domanda
inoltrata a Roma per ottenere il permesso di lasciare le suore di Loreto e
fondare una nuova congregazione. In base alle Costituzioni, scopo della Congregazione
è di «estinguere l'infinita sete d'amore per le anime di Gesù sulla croce,
attraverso la professione dei consigli evangelici e l'adésione totale e piena
al servizio libero dei più poveri tra i poveri» (Cost. 3). Questo duplice
obiettivo è anche il messaggio sempre ricorrente nell'insegnamento di Madre
Teresa. È solo verso la fine della vita, però, che la Madre parla più
esplicitamente di quella sua esperienza trasformante. Il 25 settembre 1993
scrive alle sorelle, ai fratelli e ai preti della sua Congregazione una lettera
«molto personale» che «viene dal cuore della Madre». È
molto preoccupata che il suo sodalizio non perda l'amore degli inizi, specialmente
dopo che la Madre vi avrà lasciato... Fer me è venuto il momento di parlare
apertamente del dono che Dio mi ha dato il 10 settembre, per spiegare meglio che
posso cosa significhi per me la sete di Gesù. Quella sete è per me qualcosa di
tanto intimo che fino ad oggi ho preferito pudicamente non parlare di ciò che
sentii quel 10 settembre... Tutto tra le MC esiste per placare la sete di Gesù.
Le sue parole, scritte sul muro di ognuna delle nostre cappelle, non riguardano
solo il passato, ma sono vive oggi. Esse vengono pronunciate in questo momento
per voi... è Gesù stesso che vi dice «Ho sete». Ascoltatelo pronunciare il
vostro nome ogni giorno, non solo una volta... «Ho sete» è qualcosa di molto
più profondo che non il dire semplicemente da parte di Gesù: «Vi amo». A
meno che voi non sentiate nel profondo di voi stessi che Gesù ha sete di voi,
non potrete cominciare a capire ciò che lui vuol essere per voi e voi per lui. Questa
unione personale con Gesù deve portare frutti nel servizio ai poveri, ed ecco
il quarto voto delle MC: «Il cuore e l'anima delle MC è solo questo: la sete
del cuore di Gesù nascosto nel povero. È
qui la fonte di
ogni parte della vita delle MC...: saziare il Gesù vivo in mezzo a noi è
l'unico scopo del nostro Sodalizio». Le due dimensioni del carisma di Madre
Teresa, l'unione intima con Gesù e il lavoro per i poveri, non possono essere
mai separate: «"Ho sete" e "L'avete fatto a me", ricordate
sempre di tenere insieme le due frasi... Non sottovalutate il nostro mezzo
concreto: il lavoro per il povero, non importa quanto piccolo e umile. Sono i
poveri a rendere la nostra vita qualcosa di bello per Dio». I poveri sono gli
intermediari tramite i quali noi tocchiamo Gesù: «Sono il dono più prezioso
di Dio al nostro Sodalizio, la presenza nascosta di Gesù tanto vicina e tanto
tangibile» (Las, 25.3.93). Madre Teresa vede la sua vocazione, la vita e l'opera
delle sorelle, come parte della missione della Chiesa, come il partecipare
alla passione salvifica di Gesù. La Lettera ai Colossesi interpreta le prove
dell'Apostolo come la continuazione della passione salvifica di Gesù: «Io sono
lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello
che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa» (Col
1, 24). Questa partecipazione alla passione redentrice di Cristo è realizzata
nella missione delle sue suore: Cercate di accrescere la vostra comprensione del
mistero della redenzione. Questa conoscenza vi condurrà all'amore, e l'amore vi
porterà a condividere attraverso il vostro sacrificio la passione di Cristo.
Mie care figlie, senza sofferenza il nostro lavoro sarebbe puramente un servizio
sociale, molto buono e utile, ma non sarebbe l'opera di Gesù Cristo. Non
sarebbe parte della redenzione. Gesù ha voluto aiutarci condividendo la nostra
vita, la nostra solitudine, la nostra agonia e la nostra morte. Egli ha preso
tutto questo su di sé e l'ha portato fin nella notte più oscura. Solo facendosi
una cosa sola con noi, Lui ci ha redento. Noi possiamo fare lo stesso. Tutta la
desolazione dei poveri, non solo la loro povertà materiale, ma anche la miseria
spirituale, devono essere redente, e noi dobbiamo prender parte a quest'opera di
redenzione. Quando vi sembra difficile, pregate: "Voglio vivere in questo
mondo che è così lontano da Dio, che si è tanto allontanato dalla luce di Gesù,
per aiutarli, per prendere su di me qualcosa della loro sofferenza". Sì,
mie care figlie, condividiamo la sofferenza dei poveri, perché solo essendo
uno con loro noi possiamo redimerli; e ciò avviene portando Dio nelle loro vite
e conducendo loro a Dio (Las, primo venerdì, luglio '61). Madre Teresa stessa fece esperienza del dolore della povertà in modo
molto personale. Abbiamo un diario dei primi mesi della sua nuova vita, quando
era impegnata a cercare un posto per il suo piccolo gruppo e dovette
sperimentare le prove dell'impotenza. Quelle pagine, a un certo punto, contengono
un passaggio molto personale: Oggi ho imparato una buona lezione: la povertà dei poveri deve essere
spesso molto dura per loro. Mentre giravo alla ricerca di una casa ho camminato
e camminato fino a che le gambe e le braccia hanno cominciato a dolermi. Allora
ho pensato a quanto devono dolere le membra e lo spirito di chi cerca casa, cibo
e aiuto. Foi la tentazione si è fatta più forte: nella mia mente si
affollavano le immagini degli edifici di Loreto con tutte le loro belle cose,
le comodità e il genere di persone che li frequentano. Insomma, tutto.
"Devi dire solo una parola e tutto quello sarà di nuovo tuo"
continuava a suggerirmi il tentatore. Per libera scelta, Dio mio, e per
amor Tuo, io desidero restare e fare qualunque cosa la Tua santa volontà
disponga per me. Non mi concederò
neppure una lacrima. Anche se dovrò soffrire più di adesso, continuerò a
desiderare la Tua
santa volontà. Questa è l'ora oscura della notte della nascita del Sodalizio. Mio Dio, dammi il coraggio
ora, in questo momento, di perseverare nel seguire la tua chiamata (quaderno, 16.2.49) Il
suo carisma era non solo di lavorare per i poveri, ma di condividerne anche la
sofferenza, così da avere la sua parte nell'opera redentrice di Gesù. Ma
ancora di più: lei doveva condividere la sofferenza della sete di lui.
Come
Madre Teresa visse il suo carisma
La
sete è un desiderio intenso e doloroso. Madre Teresa la scorgeva in Gesù sulla
croce e decise di dedicare tutta la sua vita a saziarla. Il prendervi parte
divenne la sua più personale vocazione, fino all'oscurità persistente che
avvolse la sua vita. Una certa esperienza di oscurità è comune ad ogni vicenda
spirituale. Lei lo sapeva anche nei suoi primi anni. Mentre stava preparandosi
ad emettere i voti perpetui, scrisse al direttore spirituale che la sua vita «non
è cosparsa di rose... semmai sperimento di più l'oscurità che vivono anche
i miei amici... Offro semplicemente me stessa a Gesù» (prime lettere, 8.2.37).
Quelle erano esperienze passeggere. Ma con l'inizio della sua nuova vita a
servizio dei poveri, l'oscurità sopravvenne con la sua opprimente potenza.
Nel diario dei primi mesi, a cui abbiamo già fatto riferimento, troviamo un
altro passaggio molto personale e intimo: «Che tortura di solitudine oggi, o
mio Dio. Mi chiedo quanto a lungo il mio cuore possa ancora sopportarla... ho
versato lacrime in abbondanza. Tutti possono vedere la mia debolezza. Dio mio,
dammi il coraggio di lottare contro la mia natura e il mio temperamento»
(quaderno, 28.2.49). All'epoca, il suo direttore spirituale era padre Celest Van
Eem. Madre Teresa gli chiese di distruggere tutte le lettere e così non
abbiamo neppure una delle lettere a lui indirizzate in quel periodo.
Sappiamo comunque che lui la invitò a rivolgersi
all'arcivescovo, il quale in quei primi anni - prima che le Costituzioni fossero approvate
consentendo di professare i voti nella nuova congregazione - era il
superiore della giovane comunità. Madre Teresa si rivolse all'arcivescovo con
una fiducia crescente: Vorrei
dirle qualcosa che non so come esprimere. Desidero fortemente - con un desiderio
intenso e doloroso - di essere tutta per Dio, di essere santa al punto da
permettere a Gesù di vivere pienamente in me. Eppure più Lo desidero e meno
sono voluta. Voglio
amarlo come non è mai stato amato, eppure c'è quella separazione, quel terribile vuoto, quel
sentimento di assenza di Dio. Da oltre quattro anni non trovo alcun aiuto... Non
le sto scrivendo queste cose rivolgendomi a Sua Eccellenza, ma piuttosto al
Padre della mia anima, perché io non le ho tenuto nascosto nulla e lei pure non
mi ha nascosto nulla. Mi dica cosa devo fare. Voglio obbedire ad ogni costo (AP,
8.2.56). ancora:
«C'è così tanta contraddizione nella mia anima, un così intenso desiderio di
Dio, tanto profondo da essere doloroso, una sofferenza continua... Eppure mi
sento respinta da Dio, vuota, senza amore, senza slancio, senza fede... Il
Paradiso non significa nulla per me, mi appare come uno spazio vuoto... e
tuttavia rimane quel desiderio di Dio a torturarmi» (AP, 28.2.57). Un giorno,
mentre l'arcivescovo celebrava in cattedrale la Messa funebre per Papa Pio XII,
Madre Teresa chiese un segno: «Immediatamente sono scomparsi la lunga oscurità
e il dolore della perdita, della solitudine, di quella strana sofferenza durata
dieci anni. Oggi la mia anima è piena d'amore, di gioia indicibile, di
un'intatta unione d'amore» (AP, 7.1.58). Eppure, ben presto, la religiosa si
ritrova a scrivere: «Nostro Signore ha pensato meglio che io stia nel tunnel
oscuro e se ne è andato un'altra volta, lasciandomi sola. Gli sono grata per il
mese d'amore che mi ha concesso» (AP, 16.11.58). Madre Teresa ricevette nuova
vita attraverso padre Lawrence Trevor Ficachy, a quell'epoca rettore del St.
Xavier's College e più tardi arcivescovo di Calcutta e cardinale. Oltre alle
lettere inviategli dalla Madre, siamo in possesso di due documenti da lei
redatti su sua richiesta (non datati, ma probabilmente risalenti al periodo
tra il 1959 e il '60). La religiosa vi presenta il suo stato mentale in maniera
coerente. Sotto forma di preghiera descrive la sua vicinanza a Gesù durante i
primi anni: tuttavia ora, Gesù, sto andando dalla parte sbagliata. Dicono che le
persone all'inferno soffrano pene eterne per l'assenza di Dio... Nella mia anima
io sento questa terribile sofferenza della perdita, l'esperienza di Dio che mi
rifiuta, di Dio che non è Dio, che non esiste. Gesù, ti prego, perdona questa
bestemmia - mi è stato richiesto di scrivere tutto - perdona questa oscurità
che mi circonda da ogni parte. Non sono capace di elevare la mia anima a Dio.
Nessuna luce, nessuna ispirazione penetra nel mio spirito. ancora,
sebbene non ci
sia fede, nè amore, nè fiducia, ma invece molto dolore, il dolore del
desiderio e dell'essere non voluta, io voglio Dio con tutte le forze del mio
spirito. Eppure rimane quella terribile separazione... Non prego più, la mia anima non è con te. Ma intanto,
quando sono sola per le strade, io ti parlo per ore del mio desiderio di te.
In
ogni caso, l'oscurità non intralcia il suo lavoro. Sebbene «il buio non porti
gioie, attenzione, entusiasmo..., io faccio del mio meglio e mi prodigo. Sono
più convinta che il lavoro non è mio. Non dubito che sia stato tu a chiamarmi
con un amore tanto grande e tanto forte. Sei stato tu... e sei tu anche ora. Ma
io non ho fede». Nonostante la sua persistente sofferenza, la Madre è pronta
ad accogliere l'oscurità come il suo modo speciale di saziare la sete di Gesù:
Se la mia pena e il mio dolore, la mia oscurità
e separatezza possono darti una goccia di consolazione, o mio caro Gesù, fa'
come desideri... Io sono tua. Imprimi nel mio spirito e nella mia vita le
sofferenze del tuo cuore... Se la mia separazione da te conduce gli altri a te e
nella loro compagnia e amore tu trovi gioia, o mio Gesù, allora voglio con
tutto il cuore soffrire ciò che sto soffrendo... La tua
felicità è tutto ciò che voglio... Desidero saziare la tua sete con ogni
goccia del mio sangue... non preoccuparti
di tornare troppo presto. Sono pronta ad aspettarti per tutta l'eternità (Pi, senza data). Esperienze di
oscurità sono presenti nella vita di molti mistici, ma è difficile trovare
paralleli alla notte lunghissima che ha avvolto l'esistenza di Madre Teresa.
Tale notte va vista nel contesto della sua vocazione particolare, iniziata nel
momento in cui si imbarcò nel servizio degli abbandonati. Sin dal principio lei
stessa ha dovuto sperimentare non solo la loro povertà materiale e l'assenza
d'aiuti, ma anche il loro abbandono. Allo stesso tempo proprio questa oscurità
era il suo modo tutto speciale di condividere la passione redentrice di Gesù.
Quando Madre Teresa intuì che la notte del cuore era il suo speciale modo di
condividere la passione di Gesù, ne fece l'esperienza redentrice della sua
vita: «Ho cominciato ad amare la mia oscurità, perché ora credo che nel mio
cuore ci sia una parte, una parte molto piccola dell'oscurità e del dolore di
Gesù sulla terra». Questo è il lato spirituale della sua opera: «Oggi io
avverto davvero una gioia profonda perché Gesù, che non può più vivere la
passione, la può di nuovo sperimentare in me. Ora più che mai voglio
consegnarmi a lui, ora più che mai sarò a sua disposizione» (senza data).
Così vediamo che l'oscurità era veramente il legame misterioso che univa
Madre Teresa a Gesù: è il contatto del desiderio intimo di Dio. Nient'altro può
occupare la sua mente. Un desiderio tanto intenso è possibile solo grazie alla
presenza nascosta di Dio. Non possiamo desiderare fortemente nulla che non ci
sia intimamente vicino. La sete è molto più dell'assenza d'acqua. Non la
sperimentano le pietre, ma solo gli esseri viventi, che dipendono totalmente
dall'acqua. Chi apprezza di più il senso dell'acqua che dà vita? L'uomo che
apre ogni giorno il rubinetto senza pensarci troppo o il viaggiatore nel
deserto, torturato dalla sete e alla ricerca di una sorgente? L'oscurità e il
desiderio profondo dell'amore di Dio diventarono anche l'àncora di salvezza
contro un pericolo che avrebbe potuto danneggiare la missione di Madre Teresa.
Ci riferiamo alla popolarità sempre crescente e all'ammirazione che l'accompagnava
ovunque nel mondo, esprimendosi anche con l'assegnazione di numerosi premi.
Tutto ciò non poteva toccare un cuore completamente assorbito da un
inestinguibile desiderio di Dio. Dopo essersi recata a Manila per ritirare il
Premio Magsaysay, la Madre scriveva: «Ho dovuto andare a Manila... è stato un
grande sacrificio. Perché Lui mi dà tutte queste cose ma non Sé stesso? Io
voglio Lui, non i Suoi regali o le sue creature» (10.9.62). Gli occhi del mondo
intero erano puntati su di lei quando ricevette il Premio Nobel per la pace. Ma
lei pensava solo ai poveri: «Continuano ad arrivare centinaia di lettere. Il
Premio ha aiutato molta gente a trovare la strada dei poveri» (9.1.80). E più
tardi: «Quest'anno ha offerto molte opportunità per soddisfare la sete di Gesù
d'amore per le anime. E’ stato un anno ripieno di passione di Cristo. Non so
quale sete sia più grande, se la Sua, o la mia per Lui» (15.12.80).
Contemplativa
e attiva
Il
carisma di Madre Teresa comprende entrambe le dimensioni della vita cristiana:
contemplazione e azione. La Congregazione ha come scopo di estinguere la sete
di Gesù tramite l'unione con Lui nella «professione dei consigli evangelici e
il servizio libero e di tutto cuore ai più poveri tra i poveri» (Cost. 3).
Sin dall'inizio, la Madre ha insistito su questa inseparabile complementarietà.
Entrambe le dimensioni devono essere realizzate da ogni componente della
Congregazione. Sebbene negli ultimi anni Madre Teresa della sua vita abbia
fondato un ramo contemplativo per le suore (1976) e uno per i fratelli (1979),
ha anche costantemente insistito sull'unità del Sodalizio: «UN Sodalizio,
legato da UNA Costituzione, con gli STESSI voti e lo stesso spirito, ed UN unico
superiore generale» (Cost. 11). «Noi siamo consacrati a Lui, Gesù ci ha
scelti per Lui. Quale gioia la nostra nel poter essere sempre in contatto
stretto con Cristo nella sua dimensione di sofferenza» (Las, primo venerdì,
giugno '61). Questa mutua compenetrazione di unione personale con Cristo e
servizio effettivo ai poveri è radicata nel Vangelo: Gesù stesso è stato
unito al Padre in maniera unica e ha reso fruttuosa tale unione col prendersi
cura quotidianamente della gente. Nel suo messaggio l'amore di Dio che non
possiamo vedere è messo alla prova nell'amore per il vicino, che invece
possiamo vedere. Anche il Concilio ha sottolineato che il dono di sé a Dio e
l'impegno apostolico nei confronti del prossimo sono strettamente uniti nella
vita religiosa, la quale include l'ascolto della parola di Dio e il coinvolgimento
nell'opera Sua. «I membri di qualsiasi istituto (...) congiungano tra loro la
contemplazione, con cui aderiscono a Dio con la mente e col cuore, e l'ardore
apostolico, con cui si sforzano di collaborare all'opera della Redenzione e
dilatare il Regno di Dio» (Fc, 5). Perciò Madre Teresa non accetta
l'abituale suddivisione delle comunità religiose in attive e contemplative.
Alle sue suore contemplative chiede, insieme ai loro doveri di «adorazione
eucaristica, contemplazione, silenzio, solitudine, digiuno, penitenza»,
anche «l'uscir fuori, per due o tre ore al giorno, incontro a coloro che sono
spiritualmente i più poveri dei poveri e la proclamazione della parola di Dio
tramite la loro presenza e l'opera spirituale della misericordia» (Cost. 5).
Per le sorelle contemplative questo «uscire» non è considerato una deroga, un
ammorbidimento del severo isolamento: «Non perdetelo mai di vista (questo
uscire), per voi sarebbe una tentazione, per questo è il nostro quarto voto» (Lasc,
20.10.82). Contemplazione non significa separazione dal mondo, ma vicinanza a
Dio in ogni sfera della vita. Secondo il «Direttorio spirituale» che contiene
le linee guida della sua spiritualità, «un contemplativo è una persona che
vive ventiquattrore al giorno con Gesù,... ed ogni cosa che fa è rivolta a Gesù,
tramite Maria e Giuseppe» (Introduzione alla sezione B). Madre Teresa
considera anche le sorelle attive come delle contemplative, perché tutta la
loro vita e la loro opera consistono nell'essere vicine a Gesù, che incontrano
nel povero: «lo avete fatto a me». La Madre voleva che tutto il suo lavoro
fosse compreso in questa prospettiva anche da chi è esterno all'istituto.
Quando ricevette il Premio Nobel disse davanti al mondo intero: «Noi non siamo
degli assistenti sociali. Agli occhi della gente possiamo sembrare tali per
il lavoro che compiamo, ma noi siamo realmente contemplative nel cuore del
mondo, perché tocchiamo il corpo di Cristo ventiquattrore al giorno. Noi
viviamo ventiquattrore al giorno alla sua presenza». Tutti sono invitati a fare
lo stesso, amandosi veramente gli uni gli altri e cominciando da casa: «Non
ha importanza quanto facciamo... ma quanto amore mettiamo in quel che facciamo,
quanto facciamo a Lui nella persona che stiamo servendo» (Oslo, 11,12.79).
Questa è la spiritualità che Madre Teresa cerca di comunicare alle sue suore
in innumerevoli istruzioni. Non propone un metodo sistematico - che d'altro
canto non sarebbe stato di alcun aiuto neppure a lei nella sua notte oscura -
ma prova piuttosto a condurle verso la consegna totale a Gesù. Quattro
aspetti appaiono particolarmente rilevanti all'interno di questa spiritualità.
Anzitutto la decisione ferma di liberarsi da ogni attaccamento alle nostre
esigenze e ambizioni: «Il primo passo è desiderare... Il mio progresso nella
santità dipende da Dio e da me stessa - dalla grazia di Dio e dalla mia volontà...
In questo "Io devo porre tutte le mie energie». Un santo è «uno spirito
risoluto... La risolutezza ad essere santi costa molto. Dovrò spogliare me
stessa da tutto ciò che non è Dio; spogliare il mio cuore svuotandolo di
tutte le realtà create» (Las, primo venerdì, ottobre '60). La prontezza a
rinunciare a se stesse apre il cuore a una vita di servizio amorevole. Madre
Teresa rinviene un esempio illuminante nell'umile servizio di Maria Vergine,
la quale occupa un posto centrale nella sua spiritualità. La vita di Maria
abbonda dei doni generosi di Dio, eppure è sgombra da ogni vanità. Concepisce
Gesù, che le è figlio, ma sa che lui appartiene al mondo. Tutta la sua vita è
attratta nel mistero dell'amore di Dio che dona Gesù, Suo flglio al mondo. La
sua vicinanza con Gesù «genera in lei fervore e carità, fervore per donare
Gesù attraverso la carità... Il frutto della sua unione è stato il servizio
d'amore per il prossimo... Lei pensava solo a come servire». Così Maria
diventa il modello delle MC: «questa vita di Maria è così simile alla
nostra». Anche le suore sono unite a Gesù: «Ora che Gesù e io siamo una cosa
sola, Gesù mi ha dato quell'ardore e quella carità che sono il frutto di
questa unione?... Vado davvero verso il povero come la serva del Signore,
ripiena di Gesù, per dare solo Gesù al povero che servo? Il mio servizio al
povero è fedele, tenero e profondo? Mi comporto nei suoi confronti come Maria
si comportò con Elisabetta?« (31 ottobre '66). Possiamo chiederci ancora una
volta come Madre Teresa possa insegnare a pregare alle sue sorelle nel momento
in cui confessa che nella sua oscurità è incapace di pregare. Non insegna
mai un metodo, ma si augura che le sue suore imparino la semplicità di
un'unione personale con Gesù: «Una missionaria della Carità che non è unita
cuore e anima con Cristo non sarà in grado di vivere lo spirito
dell'abbandono totale, della fiducia piena d'amore e della cordialità». Il
puro recitare preghiere è privo di senso: «Pregare significa essere
completamente unite a Gesù così da consentirgli di pregare in noi, con noi e
per noi. Questo rimanere fedeli l'uno all'altro, Gesù ed io, è preghiera».
L'unione con Gesù è realizzata ugualmente nel silenzio della cappella e nel
lavoro quotidiano: «Imparare a pregare è il lavoro che Gesù ha fatto per
trent'anni a Nazareth... Imparate a pregare da Gesù e consentitegli di pregare
in voi. Poi mettete a frutto la preghiera nel vivere una vita d'amore amandovi
le une le altre come Gesù ama ciascuna di voi» (Las, 27.7.83). Abbiamo bisogno
soltanto di un cuore umile e povero: «Così potremmo vedere Dio nelle nostre
sorelle e nei poveri che serviamo. Non sarebbe meraviglioso poter essere contemplative
ventiquattrore al giorno, se solo i nostri cuori fossero umili e poveri?» (Las, agosto '84). Infine
la vita e l'opera di una MC devono essere piene di gioia. È
questo il
desiderio di Gesù: «Lui vuole condividere la sua gioia con gli Apostoli: che
la mia gioia sia in voi». La gioia non è questione di temperamento, non
consiste nella consolazione: «Il servizio di Dio e delle anime è sempre duro».
Ma il vero amore porta gioia: «Un cuore gioioso è il risultato di un cuore che
brucia d'amore». La gioia non solo arricchisce la nostra vita ma è «una rete
d'amore con la quale potrete catturare molte anime». Essa è essenziale nella
vita delle suore: «La disposizione all'allegria è una delle virtù principali
richieste in una Missionaria della Carità» (Las, Fasqua, aprile '64).
I
quattro voti
La
forma concreta attraverso cui le MC vivono la loro unione con Gesù sono i
quattro voti. Nella professione esse «legano se stesse a Gesù Cristo tramite
i quattro voti, con
amore indiviso nella castità attraverso la libertà nella povertà nell'arrendimento
totale dell'obbedienza in completo e libero servizio a Lui sotto le sembianze
sofferenti dei più poveri dei poveri» (Cost. 36). Nelle prime costituzioni del
1954, Madre Teresa seguiva ancora l'ordine tradizionale dei tre consigli evangelici
cominciando con la povertà. Ma il nucleo del suo carisma è la totale unione
con Cristo, espressa nel voto di castità. La religiosa spiega così la coerenza
dei quattro voti: Il voto di castità ci tiene unite fedelmente a Cristo. Il
frutto di questa nostra unione con Cristo è il voto di carità (quarto voto).
Dobbiamo desiderare di essere pure, dobbiamo ricorrere ad ogni mezzo per
mantenerci pure, corpo e anima; Gesù dev'essere in grado di usarci
completamente. Per far sì che il voto di carità cresca, noi facciamo voto di
povertà e obbedienza. Come una lampada non può bruciare senz'olio, così il
voto di carità non può vivere senza i voti di povertà e obbedienza; e tutti
e tre i voti si reggono sulla castità. Così vivete il voto di castità (Las,
27.6.65). La povertà è necessaria per il totale dono di sé a Gesù: «Per
poter essere tutte per Gesù, e amarlo con cuore indiviso, noi abbiamo bisogno
di un cuore puro, purificato dalla libertà della povertà». La povertà non è
essenzialmente di carattere economico, ma piuttosto un atteggiamento di
condivisione, di dono di sé. Madre Teresa amava il paradosso: Meno abbiamo
(per noi stesse) e più possiamo dare (di noi stesse). Possedendo Gesù, noi
possediamo tutto. Questo è il motivo per cui possiamo dare di più, è perché
possiamo dare Gesù» (Las, 23.1.82). Gesù ci ha salvato tramite la sua povertà:
si è fatto povero per amor vostro così che voi possiate diventare ricchi
tramite la sua povertà (2Cor 8, 9): «Anche noi dobbiamo diventare povere per
amore di Gesù e del povero che serviamo. Infatti, per poter capire il povero,
per essere capaci di proclamare la Buona novella al povero, dobbiamo sapere
cosa sia la povertà». Dopo aver enumerato le implicazioni giuridiche del
voto di povertà, Madre Teresa continua: «La nostra dev'essere la povertà
del Vangelo - mite, tenera, cordiale, sempre pronta a un gesto d'amore.. Prima
d'essere rinuncia, la povertà è amore» (Las, 23.1.82). Allo stesso modo, la
povertà è parte del dono di noi stessi a Gesù: «Dobbiamo appartenere totalmente
a Gesù, arrenderci a lui senza riserve, perché Lui solo merita il nostro
amore. Se gli apparteniamo veramente, dobbiamo essere a sua disposizione così
che Lui sia libero di disporre di noi quando vuole e come vuole - tramite i
nostri superiori chiunque essi siano» (Las, 8.7.76). L'obbedienza è la più
bella offerta a Dio, perché la nostra volontà è l'unico dono di Dio che sia
nostro e che Egli non prenderà mai con la forza. La accetterà soltanto se
saremo noi a consegnargliela» (Las, 2.1.87). Questa è una visione sublime
della vita religiosa, davanti alla quale non ci sorprende che Madre Teresa abbia
dovuto sperimentare delusioni. La vita delle suore è difficile, il lavoro nelle
baraccopoli pericoloso. Giorno per giorno le religiose devono lavorare con
persone di vari strati sociali. Ogni volta che la Madre riceveva notizia di una
suora che aveva lasciato la Congregazione ne provava una pena profonda. La
stessa povertà causava molti problemi. Parecchie suore provenivano da
ambienti semplici e non avevano mai maneggiato grandi quantità di denaro.
Piuttosto inquietanti erano le notizie sulla disunione tra le suore, o riguardo
alle superiore giovani, insensibili ai sentimenti delle consorelle, alle
gelosie, al linguaggio pungente, umiliante e offensivo. In una lettera
dall'ospedale, la Madre scriveva: «Non avete idea di quale grande pena queste
parole arrechino al mio cuore... Devo prendere cinque diverse medicine per il
mio cuore fisiologico, ma desidero ardentemente la migliore medicina, che è
il vostro amore vicendevole» (Las, 27.10.67). Questi passaggi vanno letti
tenendo sullo sfondo la gioia e l'apprezzamento per le sorelle, la loro crescita
spirituale e il lavoro fedele che compiono, sentimenti di cui le lettere sono
piene. Nondimeno evidenziano alcuni limiti nello sviluppo del Sodalizio.
Anzitutto emerge una formazione culturale di tipo tradizionale. Madre Teresa si
era formata come religiosa in una cornice in cui le giovani dovevano adeguarsi
all'autorità dei superiori. Per lei fu di grande aiuto: disciplina e autorità
ferma erano assolutamente necessarie per comunità tanto rapide nel
diffondersi. Ma la vita comunitaria e il lavoro tra le baracche chiedevano
anche iniziativa, creatività e molta responsabilità personale. C'era bisogno
di maggiore allenamento alle relazioni in comunità e capacità di far fronte a
situazioni difficili. Madre Teresa era molto preoccupata della formazione
delle giovani suore. Ma con l'accrescersi del numero delle novizie - ce n'erano
più di cento nell'affollata casa di Calcutta - vtutto divenne più difficile.
Nel corso del suo ultimo capitolo - quello del 1997, durante il quale rinunciò
alla sua responsabilità di superiora generale - si è riconosciuto che
occorreva più formazione permanente per le suore e specialmente per le
superiore. Collegato alla formazione c'è anche il discorso della motivazione
eminentemente spirituale delle suore riguardo alla vita comunitaria e alle
occupazioni di ciascuna. L'amore di Gesù Cristo rimane certamente la base
salda della vita delle MC. Ma la grazia di Dio si fa operativa dentro la cornice
della vita umana, personale e sociale. La formazione deve includere l'intera
persona e le condizioni sociali concrete. L'enfasi posta sull'autorità ha
determinato, d'altro canto, una centralizzazione che ha creato difficoltà nel
momento in cui l'amministrazione e il lavoro si facevano sempre più
complessi. Non è questo l'ambito per discutere dettagliatamente di quelle
tensioni. Esse ci conducono, comunque, al problema di fondo: come si può attribuire
a un'intuizione carismatica una forma organizzativa concreta? Il problema si
è fatto particolarmente acuto nel caso dei Collaboratori.
I
Collaboratori
Il
lavoro delle suore nelle baraccopoli richiedeva naturalmente grande
collaborazione da parte di molta gente, uomini e donne di varie estrazioni
sociali, compresi anche indù e musulmani. Questa collaborazione ha preso
gradualmente forma dando origine al gruppo dei Collaboratori.
Nell'Introduzione alle Costituzioni leggiamo: Sin dai primi giorni del
Sodalizio, le Missionarie della Carità hanno attratto laici di ogni parte del
mondo che intendevano partecipare al servizio amorevole a Dio nella persona dei
bisognosi. Tra costoro è nata l'associazione internazionale dei Collaboratori
di Madre Teresa, le cui Costituzioni sono state benedette da Sua Santità, Papa
Paolo VI, il 29 marzo 1969. Madre Teresa non ha mai considerato i Collaboratori
come un prolungamento organizzato della sua opera. Li vedeva, piuttosto, come il
diffondersi della sua comunità in tutti gli ambiti sociali. L'importante non
era tanto che essi prendessero parte al suo lavoro, ma che ne condividessero lo
spirito. In una delle lettere a loro indirizzate, Madre Teresa scrive: non posso
consegnarvi «un messaggio migliore che quello di copiare una delle regole che
diamo a ciascuna di noi». A quel punto cita dal numero 92 delle (vecchie)
Costituzioni: Come ciascuna componente del Sodalizio è chiamata a diventare
cooperatrice di Cristo tra le baracche, così deve anche capire cosa il
Signore e il Sodalizio si aspettano da lei. Faccia in modo che Cristo irradi e
viva la Sua vita in lei e attraverso lei nelle baraccopoli. Lasci che i poveri,
vedendola, siano attratti a Cristo e lo invitino a entrare nelle loro case e
nelle loro vite. raccia sì che i malati e i sofferenti trovino in lei un vero
angelo capace di dare consolazione e conforto. Lasci che i piccoli nelle strade
si stringano a lei perché ricorda loro Lui, l'amico dei piccoli (Coll, 20
aprile '66). Dai Collaboratori Madre Teresa si aspetta lo stesso atteggiamento
delle sue suore: conoscere il povero, amare il povero, servire il povero (cfr.
Coll, 4.10.74). Di pari passo con la crescita del Sodalizio, anche
l'associazione dei Collaboratori si diffondeva. Ed era inevitabile che prendesse
la forma di un'organizzazione ben compaginata, sul modello delle imprese
moderne. Era compatibile con lo spirito della sua Congregazione? Madre Teresa'
sentì il bisogno di prendere una posizione decisa: «Poiché noi facciamo
affidamento sulla Divina Provvidenza per i bisogni nostri e dei poveri, sento
che l'attività di raccolta fondi e le contribuzioni mensili regolari sono
contrarie al nostro spirito. Pertanto non concedo a nessuna persona od
organizzazione il permesso di effettuare raccolte fondi o di coordinare il
versamento di contributi per la nostra opera» (Coll, 27.9.81). Sembrava
necessaria una decisione ancor più radicale: «Non ci serve che i
Collaboratori funzionino come un'organizzazione» con un organismo centrale di
governo, dei funzionari, collegamenti e conti correnti bancari. Non voglio che
si spendano soldi per lettere circolari o viaggi dei Collaboratori. Se vedete
qualcuno raccogliere fondi in nome mio, vi prego di impedirglielo... Restiamo
uniti nel cuore di Gesù attraverso Maria come un'unica famiglia spirituale.
Il mio dono per voi e' di permettervi di condividere con noi l'opera di Dio, di
essere cioè portatori dell'amore di Dio in spirito di preghiera e sacrificio
(Coll, 30.8.93). Poco prima di morire, dopo aver già rimesso ad altri il
governo del Sodalizio, Madre Teresa si sentiva ancora combattuta. Era giusta
quella sua drastica decisione? Eccola dunque, scrivere nuovamente ai
Collaboratori: «Sentite il bisogno di avere un collegamento internazionale
tramite lettera circolare? Volete avere anche uno strumento di collegamento a
carattere nazionale? ... Vorrei che me lo diceste» (Coll, Fasqua '97). Di nuovo
fa capolino il problema già menzionato: come si può conferire una forma
organizzata a un carisma?
Carisma
e istituzione
Abbiamo
cercato di delineare le caratteristiche principali del carisma di Madre Teresa.
Per lei si trattava di renderlo vivo nel suo Sodalizio. Una visione carismatica
può essere istituzionalizzata? Conosciamo tutti lo sviluppo fenomenale registrato
in cinquant'anni dalle MC, diffusesi in tutto il mondo con l'apertura di comunità,
animate dallo stesso spirito, in più di cento Paesi. Abbiamo anche visto,
molto brevemente, i problemi legati al vivere questo tipo di vita personalmente
e in comunità, immersi nel nostro mondo moderno per portare frutti nella
società. Tutto ciò necessità una qualche forma di programmazione e
organizzazione. È possibile? Il problema è comune a tutte le comunità
religiose. Basta pensare alle idee sulla povertà tanto profondamente compresa e
radicalmente vissuta da san Francesco: quanto fu difficile
istituzionalizzarle in varie forme nella Chiesa del Medio Evo. Possiamo anche
chiederci, ancor più radicalmente: come riuscì lo stesso Gesù a istituzionalizzare
la sua visione di un'umanità redenta nel Regno di Dio? In una nuova società
comprendente tutti in solidarietà e amore, con Dio come centro e forza che
sostiene? Il Concilio dice che la Chiesa ha ricevuto «la missione di annunziare
e instaurare in tutte le genti il Regno di Cristo e di Dio». Non identificando
la Chiesa con il Regno di Dio, il Concilio aggiunge l'umile dichiarazione che
essa «di questo Regno costituisce in terra il germe e l'inizio» (Lg 5). La
crescita del Regno di Dio sulla terra rimane il compito dei seguaci di Gesù di
tutte le generazioni, in ogni situazione nuova. Questa è anche l'eredità di
Madre Teresa per la sua Congregazione: lottare tenacemente per la realizzazione
del suo carisma e renderlo fruttuoso per la nostra società.
padre Joseph
Neuner. Sj
(Traduzione a cura di Giampiero
Sandionigi)
LEGENDA
Abbreviazioni
Cost- Costituzioni
Las -Lettere alle suore
AP -Lettere all’Arcivescovo Pèrier
PI - Lettere al Padre T.Picachy sj
Pc - Perfectae Caritatis,decreto conciliare sul rinnovamento della vita religiosa
Lasc –Lettrere alle suore contemplative
Coll - Lettere ai Collaboratori
Lg - Lumen Gentium,costituzione dogmatica conciliare sulla Chiesa
SCHEDA
Da
Agnes che era... Agnes Gonxha Bojaxhiu (questo il nome all'anagrafe
della futura Madre Teresa), nasce il 26 agosto 1910 a Skopje, Macedonia, da una
famiglia di origine albanese. Il padre, uomo d'affari, muore quando Agnes ha
appena otto anni, lasciando la famiglia in gravi difficoltà economiche.
Impegnata fin dall'adolescenza nelle attività parrocchiali, Agnes lascia la
sua casa nel settembre 1928 per seguire la sua vocazione religiosa. Raggiunge il
convento delle suore di Loreto (Istituto della Beata Vergine Maria) a
Rathfarnam, (Dublino), Irlanda, dove è accolta come postulante il 12 ottobre
con il nome di Teresa, per sottolineare il legame spirituale con Teresa di
Lisieux. Arriva a Calcutta il 6 gennaio 1929. Da qui raggiunge il noviziato
delle suore di Loreto a Darjeeling. Professa i voti perpetui il 24 maggio 1937;
da quel giorno è chiamata Madre Teresa. Negli anni Trenta e Quaranta insegna
nella scuola media bengalese St. Mary, diretta dall'istituto a Calcutta, Il 10
settembre 1946, sul treno che la conduce da Calcutta a Darjeeling per una
settimana di esercizi spirituali, Madre Teresa riceve quella che definirà la
«chiamata nella chiamata». Il contenuto di questa ispirazione determina lo
scopo e la missione del nuovo Istituto: «Saziare l'infinita sete di Gesù
sulla Croce di amore e per le anime, lavorando per la salvezza e la
santificazione dei più poveri tra i poveri». Il 7 ottobre 1950 la nuova Congregazione
delle Missionarie della Carità è riconosciuta come istituto religioso
dall'arcidiocesi di Calcutta. Gli anni Cinquanta e Sessanta vedono la diffusione
dell'opera delle
Missionarie
della Carità in tutta l'india. il primo febbraio 1965 Papa Paolo VI concede
alla Congregazione il «Decretum Laudis», elevandola a diritto pontificio. La
prima casa fondata fuori dall'india fu quella di Cocorote, in Venezuela, nel
1965. E poi in Europa (nella periferia di Roma, a Tor Fiscale) ed in Africa (a
Tabora, Tanzania) nel 1968. Oggi le suore di Madre Teresa sono presenti in 130
Paesi; circa 700 le fondazioni instancabilmente seguite da Madre Teresa
attraverso numerosi viaggi. Provata dalla vecchiaia e dalla fatica, Madre Teresa
muore la sera del 5 settembre 1997 nella Casa madre di Calcutta. il suo corpo
viene trasferito nella Chiesa di St. Thomas, adiacente al Convento di Loreto,
proprio dove era giunta circa 69 anni prima. Centinaia di migliaia di persone di
ogni ceto sociale e religione, dall'india e dall'estero le rendono omaggio. Il
13 settembre si celebrano i funerali di Stato. Il corpo di Madre Teresa viene
condotto in un lungo corteo attraverso le strade di Calcutta, sullo stesso
affusto di cannone che ha portato le salme di Mohandas Gandhi e Jawaharlal Nehru.
(Fonte: Sito ufficiale della
causa di beatificazione www.motherteresacause.info)
«La
tua vocazione è amare. soffrire e salvare anime»
In
questa lettera indirizzata all'allora arcivescovo di Calcutta (di cui proponiamo
ampi stralci), Madre Teresa spiega il contenuto delle ispirazioni ricevute da
Gesù a partire dal 10 settembre 1946. In una precedente lettera, datata 3
dicembre 1946, aveva già esposto al suo confessore padre Celest Van Exem il
contenuto delle locuzioni interiori e delle visioni del Cristo: «Ciò che e'
avvenuto fra Lui e me nel corso di quei giorni di intensa preghiera».
Covento ST. Mary 13
gennaio 1947
Vostra
Eccellenza, dallo scorso settembre, pensieri e desideri inconsueti hanno
riempito il mio cuore. Sono divenuti più forti e più chiari nel corso degli
otto giorni di ritiro che ho fatto a Darjeeling. Al rientro ho raccontato tutto
a padre Van Exem, gli ho mostrato gli appunti che avevo scritto durante il
ritiro. Mi ha detto che pensava fossero di ispirazione divina, ma di pregare e
mantenere il silenzio al riguardo. Ho continuato a tenerlo al corrente di tutti
i movimenti della mia anima, dei pensieri e desideri. Poi ieri mi ha scritto
questo: «Non posso impedirti di parlare o scrivere a Sua Eccellenza. Gli
scriverai come una figlia al padre, in assoluta fiducia e con sincerità,
senza paura alcuna o inquietudine, esponendogli come si sono svolti i fatti
(...)». Prima di cominciare, voglio dirle che ad una sua parola, Eccellenza,
sono pronta a non tenere più in considerazione nessuno di quegli inconsueti
pensieri che mi si sono presentati continuamente. Nel corso di quest'anno,
molto spesso ho desiderato intensamente di essere tutta per Gesù, e di far sì
che altre anime - soprattutto indiane -giungano ad amarLo ardentemente, e di
identificarmi in tutto con le giovani donne indiane, così da amarLo come non
è mai stato amato. Ho pensato che questo fosse uno dei miei tanti folli
desideri. Ho letto la biografia di santa M. Cabrini: lei ha fatto così tanto
per gli americani perché è divenuta una di loro. Perché non posso fare per
l'India ciò che lei ha fatto per l'America? Ella non ha aspettato che le anime
andassero a lei. È stata lei ad andare verso di loro con le sue zelanti
collaboratrici. Perché non posso fare altrettanto per Lui, qui? Ci sono così
tante anime pure, sante, che ardono del desiderio di donarsi interamente a Dio.
Gli Ordini religiosi europei sono troppo ricchi per loro. Vi si riceve più di
quanto si dia. «Non mi aiuteresti?» Come posso farlo? Sono stata molto felice
come suora di Loreto e tuttora lo sono. Lasciare ciò che amo ed espormi a
nuove fatiche e sofferenze che saranno grandi, essere lo zimbello di tante
persone, specialmente di religiosi, aggrapparmi e aderire deliberatamente
agli aspetti più duri della vita indiana: la solitudine, l'ignominia,
l'insicurezza, e tutto perché Gesù lo desidera, perché qualcosa mi sta
chiamando a lasciare tutto e a radunare alcune compagne che vivano la Sua vita,
che svolgano la Sua opera in India. Questi pensieri sono stati fonte di grande
sofferenza, ma quella Voce ha continuato a dirmi: «Rifiuterai?» Un giorno1
dopo la S. Comunione, ho udito la stessa Voce molto distintamente: «Voglio
suore indiane, vittime del mio amore, che siano Maria e Marta, così fortemente
unite a me da irradiare il mio amore sulle anime. Voglio suore libere, rivestite
della mia povertà della Croce, voglio suore obbedienti, rivestite della mia
obbedienza sulla Croce, voglio suore colme di amore, rivestite della Carità
della Croce. Rifiuterai di fare questo per me?» E un altro giorno udii: «Sei
divenuta mia sposa per Amor mio, per me sei giunta in India, è stata la sete
che avevi delle anime a condurti così lontano. Hai paura ad intraprendere un
altro passo per il tuo Sposo, per me, per le anime? La tua generosità si è
raffreddata? Sono passato in secondo piano per te? Tu non hai dato la vita per
le anime: ecco perché non t'importa di ciò che succede loro. Il tuo cuore non
è mai sprofondato nel dolore come quello di mia Madre. Entrambi abbiamo
dato tutto per le anime. E tu? Tu hai paura di perdere la tua vocazione, di
diventare secolare, di non riuscire a perseverare. No, invece: la tua
vocazione è amare, soffrire e salvare anime, e compiendo questo passo
realizzerai il desiderio del mio Cuore per te. Questa è la tua vocazione.
Vestirai un semplice abito indiano o piuttosto come Mia Madre si vestì,
semplicemente e poveramente. Il tuo abito attuale è santo perché è il mio
simbolo. Il tuo sari lo diventerà perché sarà pure il mio simbolo.» Ho
cercato di persuadere Nostro Signore che avrei cercato di diventare una santa
Suora di Loreto molto fervente, una vera vittima qui in questa
vocazione. Ma la risposta giunse ancora una volta molto chiaramente: «Voglio
suore Missionarie della Carità indiane, che siano il Mio fuoco d'amore fra i più
poveri, gli ammalati, i moribondi, i bambini di strada. Sono i poveri che devi
condurre a me; e le suore che offrissero la loro vita come vittime del mio
amore porterebbero a Me queste anime. So che tu sei la persona più incapace,
debole e peccatrice, ma proprio perché sei così desidero usarti per la mia
Gloria! Rifiuterai?!» Queste parole, o piuttosto quella Voce, mi mise paura. Il
pensiero di mangiare, dormire, vivere come gli indiani mi riempì di timore. Ho
pregato a lungo. Ho pregato così tanto, ho chiesto alla nostra Madre Maria che
domandasse a Gesù di allontanare da me tutto questo. Più ho pregato, più la
Voce nel mio cuore è divenuta chiara; e così ho domandato che Lui facesse con
me ciò che voleva. Egli ha chiesto e richiesto ripetutamente. Poi, ancora una
volta, la Voce fu molto esplicita: «Hai sempre detto: "Fa' di me ciò che
ti piace!" Ora desidero agire. Lasciamelo fare, Mia piccola Sposa, piccola
Mia. Non temere. Sarò sempre con te. Soffrirai e già ora soffri; ma se sei la
mia piccola sposa, la sposa di Gesù Crocifisso, dovrai sopportare questi
tormenti nel tuo cuore. Lasciami agire. Non dirmi di no. Confida amorevolmente
in me. Confida ciecamente in me.» «Piccola mia, dammi anime, dammi le anime
dei poveri bambini di strada. (...) Se solo sapessi quanti piccoli cadono nel
peccato ogni giorno! Esistono conventi con un grande numero di suore che si
prendono cura di persone ricche e abili, ma per i miei più poveri non c'è
assolutamente nessuno. Sono loro che desidero ardentemente, sono loro che
amo. Rifiuterai?» Questo è ciò che è avvenuto tra Lui e me nel corso di quei
giorni di intensa preghiera. Per me, tutto risulta chiaro, come segue:
«La
chiamata».
Essere
indiana. Vivere con loro, come loro, in modo da arrivare al cuore delle persone.
La Congregazione avrebbe inizio fuori Calcutta - Cossipore, - luogo aperto,
isolato, o a St. John - Sealdah - dove le suore potrebbero condurre una vita
veramente contemplativa nel loro noviziato, completando un intero anno di
profonda vita interiore ed uno di attività apostolica. Le suore devono tendere
alla perfetta povertà, la povertà della Croce - niente altro se non Dio solo -
in modo da non lasciar entrare le ricchezze nel proprio cuore. Esse non
dovrebbero possedere niente di mondano, ma si manterranno con la fatica delle
loro mani: povertà francescana, lavoro benedettino. Nell'Ordine religioso si
dovrebbero accettare ragazze di ogni nazionalità, ma che devono adottare la
mentalità indiana, vestirsi con abiti semplici: un abito dalle maniche
lunghe, un sari azzurro chiaro e velo bianco, sandali, niente calze; un
crocifisso, un cordone ed il rosario. Le suore dovrebbero essere accuratamente
formate nella loro vita interiore da santi sacerdoti che le aiutassero a
divenire così unite completamente a Dio da irradiare solo Lui, quando iniziano
a compiere la loro missione. Dovrebbero diventare vittime autentiche, non a
parole, in ogni senso del termine; vittime indiane per l'India: l'amore dovrebbe
essere la loro parola, il fuoco che le condurrà a vivere appieno questa vita.
Se le suore sono molto povere, saranno libere di amare Dio soltanto, servire Lui
solo, appartenere unicamente a Lui. (...)
«L'opera».
Compito
delle suore sarebbe quello di andare tra le persone; non avranno collegi, ma
moltissime scuole gratuite, fino alla seconda classe, in ogni parrocchia. Qui
si recherebbero due suore: una per occuparsi degli ammalati e dei moribondi,
l'altra della scuola. Se è necessario un gruppo maggiore, il numero delle suore
può aumentare. (...) La scuola dovrà essere situata solo nelle zone più
povere della parrocchia, per raccogliere i bambini dalla strada, occupandosi di
loro al posto dei genitori poveri che devono lavorare. La suora che si prenderà
cura degli ammalati assisterà i moribondi, farà ogni cosa per gli ammalati
proprio come - se non di più - di quello che si riceve in ospedale: li laverà
e li predisporrà per la Sua venuta. All'ora convenuta, le suore, dalle
diverse parrocchie si incontreranno nello stesso luogo e andranno a casa, dove
vivranno in completo distacco dal mondo. Questo avverrà nelle città dove il
numero dei poveri è grande. Nei villaggi sarà tutto uguale1 ma in
questo caso le suore potrebbero andarsene da quel determinato villaggio, una
volta terminata l'opera di insegnamento e servizio. Fer muoversi con grande
facilità e rapidità1 ogni suora dovrebbe imparare ad andare in
bicicletta, alcune anche a guidare un pullmmo... questo è un po' troppo
moderno, ma le anime stanno morendo per mancanza di premure, per mancanza di
amore. Queste suore, queste vittime autentiche, dovrebbero compiere quell'opera
che è necessaria nell'apostolato di Cristo in India. Dovrebbero anche avere
un ospedale per bambini piccoli con gravi malattie. Le suore di questa
Congregazione saranno le Missionarie della Carità, o Suore missionarie della
Carità. Dio mi sta chiamando, pur indegna e peccatrice quale sono. Bramo di
donare tutto per le anime Tutti mi
reputeranno una pazza ad iniziare, dopo così tanti anni, un'impresa che mi
porterà soprattutto e soltanto sofferenza. Eppure Lui mi chiama ad unire a me
anche alcune compagne per iniziare l'opera. (...) Preghi per me, affinché possa
diventare una religiosa secondo il Suo Cuore. La sua devota figlia in Gesù
Cristo,
Mary Teresa
SCHEDA
L'internazionale
della carità
Quasi
tutte le metropoli del mondo conoscono il san bianco e azzurro delle Missionarie
della Carità, presenti in 130 Paesi con circa 700 case (di cui una ventina in
italia e oltre 200 in india). Benché abbia tante «filiali» e faccia circolare
parecchio denaro, quella nata attorno al carisma di Madre Teresa rimane tuttavia
una famiglia spirituale che ha tenacemente rifiutato di trasformarsi in
un'opera assistenziale gestita da specialisti. Le prime compagne hanno
affiancato Madre Teresa nel marzo 1949. Oggi le Missionarie della Carità sono
oltre quattromila, provenienti da 80 nazioni. Emettono quattro voti: povertà,
castità, obbedienza e servizio libero e di tutto cuore ai più poveri dei
poveri. Dal '76 esiste anche un gruppo di suore prevalentemente contemplative.
Tutte sono soggette ad un'unica superiora generale: Suor Nirmala Joshi. Nel 1963
Madre Teresa fonda i Fratelli missionari della Carità che condividono la
vocazione delle suore e le coadiuvano. Nel '79 anche per i Fratelli nasce un
ramo contemplativo. È il 1984 quando Madre Teresa dà vita, insieme con padre Joseph Langford
ai Padri missionari della Carità, ramo volto a dare assistenza spirituale ai più
poveri dei poveri, ai Fratelli e alle suore. Attorno a queste prime tre famiglie
di religiosi gravitano alcuni satelliti, costituiti essenzialmente da laici.
Anzitutto i collaboratori malati e sofferenti. L'idea nasce dall'amicizia tra
Madre Teresa e l'infermiera belga Jacqueline de Decker da lei conosciuta a Patna
in Bihar (India) già nel 1948. Le due donne diventano amiche e Jacqueline
vorrebbe seguire la Madre, ma non può farsi suora per problemi di salute.
Collabora così dall'esterno fino a quando le sue condizioni precipitano
portandola alla totale infermità. Da quel momento Jacqueline condivide con
altri malati l'idea di offrire il suo dolore per il lavoro dell'amica
missionaria. A poco a poco nasce così un movimento di alcune migliaia di
infermi gemeliati spiritualmente ognuno con una suora di Madre Teresa. Vi sono
poi i collaboratori attivi - non necessariamente credenti - che ruotano attorno
alle case delle Missionane della Carità per condividere il servizio ai poveri
e soccorrere le necessità delle suore. Un'Associazione internazionale dei
collaboratori viene creata nel 1969, ma Madre Teresa la scioglie nel '94 perché
non ne condivide lo spirito troppo manageriale e le campagne di raccolta
fondi che offrono anche terreno fertile ad alcuni abusi. Nel '98 il
coordinamento tra i collaboratori, riprende sotto forma di movimento
spirituale di simpatizzanti. Nessun collaboratore è autorizzato a promuovere
raccolte fondi in nome delle suore. Accanto ai collaboratori, nel 1984 è
sorto anche un movimento di Missionari laici della Carità oggi presente in più
di 20 nazioni. il centro del movimento è a Roma. Lo scopo è di fornire ai
membri stimoli a vivere con radicalità la vocazione cristiana nell'ambiente di
vita ordinario. (gs)