MADRE SPERANZA

...pane e sorriso di Dio

PREGHIERA per la beatificazione di Madre Speranza

Padre di misericordia e Dio di ogni consolazione ti ringraziamo del richia-mo al tuo Amore Misericordioso of-fertoci nella vita e nella parola della Madre Speranza di Gesù.

Donaci la sua stessa confidenza nel tuo amore paterno e, se è nei tuoi di-segni darle la gloria che riservi a chi è fedele al tuo Spirito e rivela al mondo la bontà di Gesù, per sua intercessio-ne, concedi la grazia... (si chieda la grazia)

Te la chiediamo contando sull'aiu-to di Maria, mediatrice di quella mise-ricordia che vogliamo cantare in eter-no. Amen.

Un Pater, Ave, Gloria.

 

Chiunque ricevesse grazie per intercessione della Madre Speranza è pregato di informare: Postulazione Causa di Canonizzazione - 06050 Collevalenza (PG) SANTUARIO DELL'AMORE MISERICORDIOSO - COLLEVALENZA (PG)

 

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L'onnipotenza povera di Dio...

...o la sua povertà onnipotente, è la misericordia, cioè la perfezione dell'amore.

A portarlo nel mondo, questo amore misericordioso, sono coloro che si sentono piccoli, poveri, peccatori e non fanno affidamento nei propri meriti o nei propri mezzi, ma si abban-donano in maniera incondizionata alla volontà di Dio, Lui, infatti, si incontra con l'uomo nella verità della sua debolezza, non nell'orgoglio della sua autosufficienza.

Vuole che appaia evidente che tutto è dono della sua grazia, della sua misericordia. I suoi capolavori li costruisce servendo-si non tanto delle qualità umane, delle situazioni favorevoli, ma della loro povertà, o meglio, del nulla dell'uomo.

è la coscienza di questo nulla il punto di partenza per coloro che vogliono compiere grandi cose per Dio e per il prossimo. S. Paolo riflettendo su questa scelta a favore degli umili sco-pre la legge fondamentale dell'opera della salvezza. "Dio - afferma - ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti".

La sua potenza si manifesta pienamente nella debolezza. Quando un'anima si svuota completamente di sé, divenendo disponibilità totale, accoglienza incondizionata della sua volontà Dio si dona a lei totalmente e la rende ricca della sua stessa ricchezza, luminosa di quella luce che rende comprensi-bile l'intrigato mistero della vita.

I Santi prima di essere degli eroi sono dei furbi: hanno com-preso che con Dio non conviene sentirsi grandi, sicuri di sé, ma è preferibile vendere tutto per acquistare "il tesoro prezioso".

La loro santità è dono dello Spirito Santo perché l'umanità non perda il gusto del divino e viva proiettata verso l'eterno. E' bella l'immagine della piramide, diritta o rovesciata, che fa risaltare la differenza tra le opere degli uomini e quelle di Dio. Le opere degli uomini sono come delle normali piramidi, con una base più o meno grande che si va sempre più assotti-gliando fino a diventare un puntino, un nulla.

Le opere di Dio sono come piramidi rovesciate: iniziano con un puntino, con un nulla e si aprono sempre più verso l'in-finito.

 

Madre Speranza

Questa umile creatura di cui ci accingiamo a raccontare la storia era nata in una terra arida, da una famiglia poverissima, aveva un corpo fragile segnato da continue malattie, entrerà in un Istituto in estinzione, sarà perseguitata, calunniata, scomu-nicata; giungerà, infine in un piccolo paese dell'Umbria dove trasformerà un bosco chiamato "il roccolo", luogo per pren-dere gli uccelli con le reti, nella cittadella della misericordia di Dio.

L'impressione che si ha venendo a contatto con la sua vita e le sue opere è quella di una gara tra Dio che la ricolma di doni sempre più abbondanti e straordinari e il suo amore appassio-nato che la spinge a diventare abisso di piccolezza per acco-gliere e ridonare agli altri la ricchezza di Dio, soprattutto la sua misericordia.

"Mi dici, Gesù mio, che è tuo desiderio che io rinunci ancor di più a me stessa per possedere Te; che lotti per godere la vera pace e che muoia a me stessa per vivere la tua vita...

Io devo arrivare ad essere tutta tua come Tu sei tutto per me e di conseguenza non devo cercare nulla neppure me stessa fuori di Te: Tu infatti desideri essere per me ogni cosa".

 

Una risposta rivelatrice

"Sappia, "Eminencia", che io non ho pensato nulla, non ho fatto alcun progetto, non ho realizzato nessuna opera, ma è stato solo il Signore che ha pensato, progettato, realizzato tutto, per mezzo di questa misera creatura".

Fu questa la risposta, convinta e decisa, di Madre Speranza ad un eminentissimo Cardinale che, quando si inaugurò una delle tante opere sorte a Collevalenza, si era profuso in elogi, esaltando le sue sapienti intuizioni, la sua genialità e la sua concretezza organizzativa nel realizzare tante opere benefiche.

Madre Speranza, con l'aiuto del suo Padre spirituale, era giunta alla profonda convinzione che quello che lei andava progettando e realizzando nella sua vita, era opera di Dio.

Ricordano le Suore che nei momenti di maggiore attività e popolarità era solita dire nella preghiera: "Chiedimi, Gesù, quello che desideri, ma nella vecchiaia fa che trascorra almeno dieci anni in una totale inutilità e senza essere sufficiente a me stessa perché non ci siano dubbi, né in me e neppure negli altri, che l'unico autore di tutto quello che faccio sei Tu".

Nei suoi scritti troviamo varie espressioni che evidenziano la scarsa considerazione che era arrivata ad avere di se stessa, insieme alla convinzione di essere uno strumento nelle mani di Dio. Si considerava una "scopa", che si usa all'occorrenza, e poi si ripone in un angolo oscuro della casa, dimenticata da tutti.

Quando fu chiamata a costruire il Santuario dell'Amore Misericordioso si vedeva come un "flauto" che si suona per ricamare una melodia che richiama l'attenzione e attira le anime verso il Signore.

A volte pensa di essere come "l'asina di Balaan" di cui Dio si serve per benedire il suo popolo, ma che non cessa di essere un'asina.

Il Signore stesso le attribuisce il nome di "Gitana", cioè zingara, per il suo modo insistente di chiedere nella preghiera. Si considera "Pano de làgrimas", cioè "fazzoletto per asciu-gare le lacrime"... degli altri, di tutti coloro, e furono migliaia e migliaia, che confidavano a lei le loro sofferenze e paure.

Si sente anche "Portinaia", che accoglie con sollecitudine e presenta al Signore le richieste delle persone che bussano alla sua porta.

Questa autocoscienza dei suoi limiti e dei doni di cui il Signore l'aveva ricolmata, unita spesso a una vena di sottile umorismo, fa di lei una persona normale nella sua straordina-rietà.

Non ci sono né protagonismi, né fanatismi nella sua vita.

I suoi giorni passano nella paziente accettazione di vicissi-tudini spesso dolorose e nello stupore per la grandezza della missione a cui Dio la chiama.

Questo stato d'animo viene messo in evidenza dalle parole che il 2 gennaio del 1928, rivolge al suo padre spirituale: "Ho passato la notte distratta (con questa parola intende 'in estasi') e il Buon Gesù mi ha detto che Lui desidera servirsi di me per compiere grandi cose. Io, padre mio, gli ho risposto che con la sua grazia e il suo aiuto sono disposta a tutto ciò che lui dispone, ma che mi sento molto inutile e incapace di fare qualcosa di buono.

Mi ha risposto che questo è vero, ma che vuole servirsi del mio nulla perché così si possa meglio vedere che è Lui a fare cose tanto grandi e utili per la sua Chiesa e per le anime".

 

Sia fatta la tua volontà

Il suo primo e unico desiderio fu quello di fare sempre e in tutto la volontà di Dio, spinta dalla forza di un amore tenace e appassionato che la rendeva pronta ad accettare qualunque sa-crificio.

Così esprimeva questi suoi desideri: "Aiutami, Dio mio a far sempre la tua Divina Volontà".

"Dà alla mia debole volontà la forza e la costanza di cui ha bisogno, per non volere né desiderare alcuna cosa al di fuori del compimento della tua volontà".

"Si compia, mio Dio, la tua volontà anche se essa mi fa soffri-re molto. Si compia la tua volontà anche se non la comprendo. Si compia la tua volontà anche quando io non la vedo".

è l'amore, che sta al di sopra della ragione, che non conosce ostacoli o limiti, totalmente polarizzato in Cristo, che spiega questo suo anelito e diventa la ragione stessa del suo esistere. "L'amore - scrive - è fuoco che consuma, è vivo e, come il fuoco se non brucia, se non scotta, non è veramente fuoco. Così anche l'amore se non opera, se non soffre, se non si sacrifica non è amore. Chi possiede l'amore di Gesù non può stare quieto e tranquillo, ma è sempre disposto al sacrificio. Non si stanca, non viene meno e siccome ogni giorno scopre nella persona amata nuove bellezze, nuovi incanti, in ogni momento desidera sacrificarsi e morire per lei".

Per Madre Speranza amare significa innanzitutto identifi-carsi con Dio, essere totalmente assorbiti da lui e vivere cer-cando unicamente il suo bene e la sua gioia. Questo amore porta necessariamente con sé l'esigenza di consumare la vita nell'offerta di tutto il proprio essere in un gesto supremo di amore gratuito coinvolgendo la persona nelle sue varie compo-nenti. Man mano che l'anima cresce in questo amore aumenta il desiderio di immolarsi e di annientarsi perché in essa non ci sia altro che Dio.

"Gesù mi dice che debbo tenere continuamente presente che l'amore se non soffre e non si sacrifica non è amore".

E' solo sperimentando fino in fondo la croce che si arriva a possedere la scienza della croce. Chi ama non si dà pace fino a quando non ha ottenuto di condividere con l'amato il calice della sofferenza. Certamente la perfezione non consiste nelle sofferenze prese in se stesse, ma nella purezza, intensità e profondità del-l'amore che porta necessariamente a dimenticare se stessi e ad accettare tutto, anche il dolore.

In alcune pagine del suo Diario, Madre Speranza raggiunge i vertici della sua unione con Dio ed esprime lo stupore e l'in-contenibile gioia del suo animo nel costatare e sperimentare il fuoco inebriante di questo amore divino.

"Il Buon Gesù ha fatto con me una vera pazzia d'amore... Ha imbalsamato il mio spirito con quel balsamo soavissimo del-l'amore, chiamato da lui il balsamo del dolore, del sacrificio e dell'abnegazione; ma io posso solo chiamarlo il balsamo del-l'amore: è l'aroma delicato che fa uscire l'anima da sé per entrare nel suo amato; è quella soavità che fa sgorgare dal cuore consolanti espressioni di affetto per Lui; è quel profumo che solo Lui sa preparare e che lascia l'anima strettamente unita a Lui senza rendersi conto di ciò che avviene intorno; è quel balsamo che genera nell'anima fame e sete del suo Dio e fa sì che, come il cervo assetato, corra alla fonte dell'amore".

Ma lei sapeva bene che i grandi ideali si realizzano nei pic-coli gesti ordinari. Il suo non era un ideale vago ma una risolu-zione ferma e decisa, una serena inquietudine che l'accompa-gnava in ogni luogo e si concretizzava nella pratica eroica delle virtù cristiane.

 

Una personalità complessa e affascinante

Audace, coraggiosa, piena di senso pratico, con un carattere deciso, vivace e intraprendente, di chiara intelligenza, fidu-ciosa nella Provvidenza e capace di affrontare tutte le difficoltà che si presentavano; aperta, espansiva, energica, tenace, intui-tiva...

Sono questi i termini con cui la definiscono coloro che la conobbero personalmente. Dobbiamo aggiungere che posse-deva una profonda e serena conoscenza di se stessa e del mondo.

Affascinava con la profondità del suo spirito che traspariva dallo sguardo penetrante degli occhi.

Una volontà tenace, si direbbe caparbia, la portava a realiz-zare quello che il cuore, la mente e il Padre spirituale le face-vano capire che era volontà di Dio.

Nulla la ferma: né la malattia, che frequentemente e misteriosamente la visita, né l'ostilità delle persone e neppure la furiosa rabbia del "tignoso", come lei chiamava il demonio.

La grandezza di Madre Speranza non consiste tanto nella profondità e originalità delle sue idee, quanto nella fedeltà, tenace e sofferta, con cui ha realizzato, ciò che Dio le chiedeva.

 

Per essere pane

Madre Speranza, nata in una famiglia povera, conosceva bene il valore del pane. Sapeva quanto sudore costasse a suo padre. Era buono quel pane che profumava la mensa e nutriva il corpo, che donava volentieri ai poveri, anche se era poco.

Il pane... quello che il Sacerdote consacra e diventa Corpo di Cristo!

Ma quale travaglio perché il seme arrivi ad essere pane!

Ci vuole un po' di immaginazione per contemplare in un chicco di grano o nei campi risplendenti di messi dorate, pani profumati che sazieranno la fame degli uomini. Un chicco di grano è una piccola cosa, ma in esso c'è una potenzialità, un dinamismo sorprendente.

Il seme, però, perché possa sprigionare la potenza creatrice che porta in sé deve marcire nella terra umida, scomparire, diventare nulla. Solo allora il frutto sarà abbondante.

"Se il chicco di grano - insegna Gesù - caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto". La vita di Madre Speranza è in questa prospettiva di totale e gioioso annientamento.

Ha pagato volentieri questo prezzo per diventare, sull'esem-pio di Gesù, pane per alimentare i suoi figli e i suoi fratelli.

Lo ha fatto per amore. Solo per amore. Con tutto l'amore. Per sé e per la sua Famiglia Religiosa aveva, infatti, scelto il motto: "Tutto per amore".

Queste convinzioni sono mirabilmente espresse in una delle più belle pagine del suo Diario: "Tu devi tenere ben presente - è il Signore che le parla - che io mi sono sempre servito delle cose più povere e inutili per fare quelle più grandi e magnifiche. Per ottenere un grande rac-colto di grano è necessario gettare a terra la semente, rico-prirla di terra, sottoporla all'azione dell'acqua, del sole, del freddo, della neve; infine questa semente deve imputridire e scomparire per poter fruttificare e produrre grande quantità di grano.

Tutto ciò non è ancora sufficiente perché il frutto possa servire da sostentamento all'uomo; occorre, infatti, che il grano sia triturato, macinato e trasformato in farina, che passata al setaccio viene separata dalla crusca, e quindi è pronta per essere impastata con l'acqua e ben cotta. Allora potrà servire come principale alimento per l'uomo. Così tu devi passare attraverso questa elaborazione per poter arrivare ad essere ciò che lo desidero e così possa servirmi di te come alimento per molte anime".

Il pellegrino che visita il Santuario dell'Amore Misericor-dioso di Collevalenza rimane ammirato per la bellezza, la grandiosità e l'armonia del complesso sorto per opera di Madre Speranza, ma solo penetrando nella penombra della cripta trova il segno e la ragione ultima dello straordinario svi-luppo delle sue opere.

Lì c'è la sua tomba. Il pavimento si solleva come fa il ter-reno quando un seme viene gettato in esso e germogliando, lo rimuove.

Segno di speranza e simbolo di una straordinaria fecondità, quasi immagine di un grembo materno pregnante, quella tomba ricorda ai pellegrini, che numerosi visitano il Santuario dell'Amore Misericordioso, la persona e la vita di una crea-tura, che si è andata ogni giorno più identificando con Cristo, che si è lasciata macerare per diventare pane profumato, ali-mento per nutrire gli altri di sé, sorriso che apre il cuore alla più grande speranza.

 

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II Siscar fiorisce

Il "Siscar" non è altro che un arido campo dove la pianta chiamata "sisca" si riproduce facilmente, seccando il terreno, senza produrre alcun frutto: una pianta completamente inutile.

Proprio in una misera baracca di uno di questi luoghi ino-spitali della Spagna, nacque, il 30 settembre del 1893, da José Antonio e Marìa del Carmen, la piccola Josefa Alhama Valera, colei che diventerà Madre Speranza di Gesù, Fondatrice della famiglia religiosa dell'Amore Misericordioso.

Era un periodo storicamente segnato dalla decadenza, socialmente depresso, religiosamente influenzato dall'eresia giansenista.

Nacque da una famiglia molto povera, prima di nove figli. Nulla di più umile e insignificante dal punto di vista umano. Ma la Vergine degli Angeli, a cui era dedicata la chiesetta del Siscar, iniziò da quel giorno a vegliare con particolare amore su quella creatura prediletta. Quando nacque era il tempo della semina, non della fioritura.

I limoni e gli aranci della "huerta murciana" non emana-vano la fragranza del loro profumo inebriante. Le prime piogge, tanto attese, mitigavano l'arsura del terreno di quell'angolo soleggiato del Sud-Est della Spagna, in provincia di Murcia, nella cittadina di Santomera.

Quel giorno, mentre le sementi marcivano nel terreno, sboc-ciò un fiore che doveva spargere nel mondo il profumo di una santità segnata dall'ardore dell'amore e dalla soavità della misericordia.

 

L'acqua e il pane

L'ambiente geografico nel quale Madre Speranza nacque e visse i primi anni della sua vita è quello caratteristico del le-vante spagnolo. Il clima subdesertico le conferisce una propria originalità.

Le piogge sono rare e riservate solo a brevi periodi del-l'anno.

Il cielo quasi sempre limpido indusse gli Arabi a chiamare questa regione "Il regno serenissimo dell'Azzurro"; infatti, nonostante la "calina", l'atmosfera è limpida, il vento è dolce come in poche altre parti della Spagna.

Il pane, quando nacque Madre Speranza, scarseggiava.

Le condizioni della Spagna, alla fine del secolo XIX, erano molto precarie. Dopo le guerre dinastiche e una serie di colpi militari, aveva perso anche gli ultimi possedimenti coloniali in America e nel Pacifico per cui venne a determinarsi una situa-zione di arretratezza nelle strutture sociali ed economiche.

è impressionante la miseria e l'abbandono in cui vivevano le persone specialmente della campagna.

Tra l'acqua e il pane, tra l'ambiente geografico e sociale c'è una grande interdipendenza.

L'acqua ...questa creatura così umile e così preziosa, così bella e così spaventosa, è stata ed è la grande ricchezza e la grande sventura di molti paesi: anche di quello dove è nata e ha trascorso i primi anni di vita Madre Speranza.

L'acqua dà la vita e dà la morte; dà il pane e porta la care-stia. La sua forza a volte straripante deve essere controllata, addomesticata perché diventi energia e fonte di vita.

Essa ha avuto una grande importanza nella vita di Madre Speranza. Da un paese povero d'acqua del Levante di Murcia giungerà un giorno ad un altro paese della verde Umbria, ma anch'esso povero d'acqua, dove però scaturirà, nel punto da lei indicato, una fonte misteriosa, che lungo il corso dei secoli ser-virà a dissetare i pellegrini e a guarire malattie dell'anima e del corpo.

Il fiume Segura è la grande risorsa di questa regione. I campi che si trovano al di sotto del fiume costituiscono la fa-mosa "huerta". Abbondantemente irrigati producono una grande quantità di limoni, cotone, ortaggi. Soprattutto limoni, fino al punto che Santomera è stata chiamata "El limonar de Europa".

Ampie estensioni del territorio di Santomera, dove non arrivava l'acqua per irrigare, erano un tempo aride e incolte. Attualmente un grande lago artificiale, costruito nell'anno 1950, regola il flusso dell'acqua.

"Riadas" e "rambladas" erano i due nemici più temibili. Bastava uno straripamento del fiume Segura, non lontano, per-ché tutto venisse miseramente travolto. Erano queste le temute "riadas". Oppure bastava una pioggia abbondante e improvvisa, quando la terra riarsa non ne assorbiva abbastanza, per trascinare via tutto ciò che incontrava. Erano queste le cosiddette "rambladas". Il 26 Settembre del 1906 una catastrofica "riada" provocò trentuno morti e la distruzione di quasi metà delle case.

Fu in questa occasione che insieme alla baracca nella quale abitava la famiglia Alhama anche un fratellino della Madre, Je-sùs Marta, di pochi mesi, venne portato via dalla violenza delle acque. E la famiglia si ritrovò improvvisamente senza un luogo di rifugio e senza uno dei suoi membri.

 

La Casa e la Famiglia

La casa è una delle esigenze più sentite e uno dei diritti più inalienabili dell'uomo.

Ma José Antonio non aveva neppure una casa propria. Quella dove abitava con la sua famiglia gli era stata donata da un altro povero, Antonio, "El Morga", che era riuscito a costruirsi una sua casetta più decente e aveva ceduto volentieri al suo amico quella dove era vissuto fino a quel momento, nel terreno che lavorava per il Signor Campillo.

Queste baracche erano fatte con blocchi di terra impastati con paglia; avevano perciò una consistenza molto precaria.

I genitori di Madre Speranza erano molto poveri, ma possedevano molti valori umani e cristiani, come la semplicità, la laboriosità, lo spirito di adattamento; erano pieni di fiducia nella Provvidenza divina e umana, che non mancava di venir loro incontro.

Il padre, José Antonio Alhama Palma, nato il 15 gennaio 1862 e battezzato il giorno seguente, soprannominato "El Marta", era operaio avventizio. Aveva un carattere deciso e vivace. Lavorava tutto il giorno, dove era possibile, senza dimenticare i suoi doveri religiosi e familiari.

La madre, Marìa del Carmen Valera Buitrago, nata a Matanza, frazione di Santomera, e battezzata il 9 ottobre 1873, discendeva probabilmente da una nobile famiglia decaduta.

Era una bella donna, alta, di poche parole, tutta dedita alla famiglia, un po' timida, riservata, ma molto concreta, svelta e soprattutto buona e caritatevole. Visitava i malati e nonostante la povertà faceva l'elemosina ai poveri. Era solita togliere di mezzo ai sentieri di campagna i sassi e le pietre che intralcia-vano il cammino perché - diceva - potevano costituire un peri-colo per qualche passante durante la notte.

Un giorno che un povero bussò alla porta per chiedere un pezzo di pane, poiché la nipote esitava nel darglielo, trattan-dosi dell'unico pezzo che rimaneva, si sentì dire con tono di rimprovero: "Prendilo e daglielo!". Nonna e nipote quella sera rimasero senza cena... volentieri la nonna; un po' meno la nipote.

La sorella della Madre, Marìa del Carmen, parlando della sua famiglia afferma che i genitori andavano a Messa tutte le Domeniche e feste comandate; riferisce che erano, sì, poveri, ma si volevano tutti bene.

In paese c'era solo una scuola materna, che pochi avevano la possibilità e l'interesse di frequentare. Parlando della sorella ricorda che dava prova di speciale pietà e devozione alla Ver-gine, era molto occupata nelle cose di chiesa, lavando purifica-toi e tovaglie per l'altare. Aveva delle buone amiche con le quali i rapporti erano ottimi, ma non andava a balli o feste. Era molto allegra, servizievole e piena di carità. Nelle serate estive, quando la piccola chiesetta del Siscar veniva aperta, non man-cava di recarvisi, per recitare il Rosario. Forse fu proprio intorno a questa chiesetta di campagna che i genitori della Madre, Antonio e Marìa del Carmen si conobbero e decisero di scegliersi come compagni per tutta la vita. Si sposarono il 28 luglio 1892, quando lei aveva 19 anni e lui 30. La prima, dei nove figli che nacquero dalla loro unione, fu Marìa Josefa. Gli altri otto figli, quattro dei quali morirono in tenera età, si succedettero, sempre bene accolti, nonostante le misere condizioni economiche.

Fu in questa casetta che nel 1932 morì, assistito dalla moglie e circondato dai figli che erano presenti, il signor Anto-nio. Madre Speranza si trovava a Madrid dove aveva appena aperto il primo collegio e non poté essere vicina alla mamma e ai fratelli. Offrì al Signore questo sacrificio e pregò intensa-mente per l'anima di colui che Dio aveva scelto per donarle la vita.

Man mano che i figli lasciavano la casa si dovette pensare ad una sistemazione della signora Marìa del Carmen, che era rimasta vedova e non poteva contare sulle scarse risorse dei figli.

La Provvidenza le venne incontro per mezzo di una singo-lare istituzione la cui storia merita di essere raccontata.

Un tal Manuel Campillo Gonzàlez, quando nel 1931 perse la moglie, donna Marìa, volle alla sua memoria, mettere a disposizione dei poveri le abbondanti ricchezze che questa possedeva e fece costruire per essi, nella cittadina di Santo-mera, dodici mini appartamenti, chiamati "cuarticos".

Erano costruiti a schiera, composti da una piccola entrata, una stanza che serviva da cucina e una camera da letto. Un fazzoletto di terreno sul retro fungeva da orto, giardino e pol-laio.

Le famiglie che abitavano di fronte ai vari "cuarticos" si prendevano caritatevolmente cura degli anziani quando ne avessero avuto bisogno. Al centro vi era una cappellina dove ogni sera si riunivano per recitare il rosario. In uno di questi "cuarticos", al numero sette, fu accolta e visse fino al 1954, anno della sua morte, la signora Marìa del Carmen. Un fatto straordinario avvenne in quell'occasione.

Una delle figlie, di nome Carmen, sposata a Santomera, andava abitualmente a visitarla e a prestarle le cure necessarie. Quel giorno si era recata al fiume per lavare. In casa era rimasta la figlia Lola la quale, all'improvviso, vide in casa una suora che le chiese dove erano i vestiti della nonna. Indicatogli il posto la suora li prese ed uscì. Quando Carmen tornò dal fiume, Lola le disse quanto era accaduto. Come faceva ogni giorno, Carmen si recò dalla mamma che trovò, morta, vestita e custodita, sul suo letto. Tutto fa pensare che il Buon Gesù ab-bia concesso a Madre Speranza, che si trovava a Collevalenza, di assistere, in maniera straordinaria la propria mamma nel momento estremo della morte.

 

L'ambiente religioso

Il periodo storico nel quale Madre Speranza visse i primi anni della sua vita era, dal punto di vista religioso, fortemente contrassegnato dell'eresia giansenista, che presentava Dio come un giudice severo, più pronto al castigo che al perdono.

Ma vi erano già segni di reazione da parte della Chiesa.

Pio IX aveva dato impulso ad una pietà più indulgente, più umana e popolare, approvando la devozione al S. Cuore; aveva proclamato il dogma dell'Immacolata Concezione. La vita reli-giosa stava superando la crisi dovuta anche alle dispersioni avvenute ai tempi di Napoleone: ritornava a fiorire la vita comune nei vari Ordini e Congregazioni, si usava più ocula-tezza nella selezione dei religiosi e si dava un appoggio più rilevante alle fondazioni che maggiormente rispondevano ai bisogni del tempo. Con Leone XIII la Chiesa prende coscienza della questione sociale intervenendo autorevolmente con l'Enciclica "Rerum Novarum", accolta con riserve e preoccupazione dagli ambienti conservatori e favorevolmente dalle persone impe-gnate in opere assistenziali. Si svilupparono in campo cattolico gli studi sociali tesi a superare la concezione di una economia caritativa.

I santi di questo periodo si distinsero per la loro sensibilità verso i problemi sociali. Basta ricordare S. Giovanni Bosco e S. Giuseppe Benedetto Cottolengo con le loro benefiche ini-ziative a favore dei giovani e delle persone disabili.

Con il pontificato di Pio X, si sviluppa un programma di rinnovamento interno alla Chiesa con una più accurata istru-zione catechistica, con la riforma del Codice di Diritto Cano-nico, favorendo la comunione frequente e ammettendo ad essa anche i bambini. Madre Speranza anticiperà questa conces-sione con un gesto... profetico che racconteremo a suo tempo.

Di questa situazione generale della chiesa risentiva in parte anche la religiosità della provincia di Murcia e di Santomera. In uno stato di estrema miseria la religione era l'unica forza che permetteva di sopravvivere accettando con rassegnata dignità i disagi e le privazioni quotidiane. Santomera divenne parrocchia solo nel 1785.

Erano varie le Confraternite e numerose le processioni lungo il corso dell'anno. Particolarmente importante quella del Venerdì Santo quando si portava in processione la croce, il Cristo morto, la Madonna Addolorata con l'abito nero e S. Gio-vanni Evangelista.

Quante volte la piccola Josefa si sarà chiesta chi fosse real-mente Dio. Se bisognava amarlo o temerlo come facevano molti. Se erano del tutto veri quei discorsi di predicatori, che a volte gli capitava di sentire, minacciosi verso i peccatori e annunciatori di giudizi spietati da parte di Dio. Doveva essere la paura del castigo a tenere gli uomini lontano dal peccato o piuttosto la considerazione dell'amore con cui Cristo li amava, accettando per essi la sofferenza e la morte?

Alcuni fatti della sua infanzia che racconteremo ci fanno pensare che la piccola Josefa ebbe il dono di vedere Dio come Padre e non come Giudice fin dai primi anni della sua esi-stenza.

Con molta frequenza ripeterà nel corso della sua vita questa frase "Dio non è un Padre offeso per le ingratitudini dei suoi figli, ma un padre pieno di amore e di misericordia, che perdo-na dimentica e non tiene in conto le offese ricevute".

Dio era dunque un Padre, buono come tutti i papà, anzi più buono del più buono di essi. Un padre si prende a cuore la sorte dei suoi figli; se sbagliano può anche rimproverarli e minac-ciarli, ma lo fa con amore e solo per il loro bene. A volte arriva anche a castigare, ma quello che vuole è sempre il bene dei suoi figli. Aspetta il loro ritorno per stringerli di nuovo e con maggiore affetto al suo cuore.

Dovevano essere questi i ragionamenti che già frullavano nella mente della piccola Josefa, quando si raccoglieva silen-ziosa in casa o nella piccola chiesa del Siscar, oppure ai piedi della Vergine della Fuensanta, il Santuario dove si recava fin da piccola con il padre o con il fratello Juan.

 

"Una bimba molto birichina...

...e da tenere a bada perché capace di combinarne di ogni genere". Vivacissima, simpatica e intelligente fuori del comune, la piccola Josefa sembrava - era opinione della gente - che avesse preso lei tutte le buone qualità. Trascorse i primi anni della sua vita come tutti i bambini, giocando tra la baracca dei genitori e la presa d'acqua del "Merancho", vicino al mulino di grano e cereali, nella località chiamata "Parafe de la Acequia de Zaraiche".

Non sono molte le notizie che abbiamo di questo periodo della sua vita, ma sono sufficienti alcuni piccoli episodi per convincersi della sua vivacità.

Lei stessa ha raccontato che un giorno la minestra che la mamma le aveva preparato con tanta premura non le andava proprio giù. Pensò allora di metterla dentro le scarpe senza farsi vedere, ma poi si dimenticò e l'indomani tornò tranquilla-mente a calzarle come erano, prima di uscire.

Neppure le fave, piacevano alla piccola Josefa e quando a primavera spuntavano i fiori li tagliava uno ad uno perché non portassero frutto.

Un giorno, mentre giocava con le sue amiche, si rese conto che la groppa del giumento era troppo dura: per ammorbidirla e anche per ripararlo dal freddo, le venne in mente di ricoprirlo adattando la coperta matrimoniale dei suoi genitori alle dimen-sioni e all'anatomia dell'animale ritagliando due fori al posto delle orecchie. Ancora una birichinata raccontata da lei stessa.

Le era stato affidato dalla mamma il fratellino più piccolo e per un po' si diverti con lui trastullandolo teneramente, ma poi si stancò e credette conveniente, per poter continuare

tranquillamente i suoi giochi, collocarlo in un buco situato nel tronco di un vecchio ulivo. Lei avrebbe potuto così giocare e correre mentre il fratellino si trovava al sicuro in quel soffice letto di foglie. Quando alla fine dei suoi giochi andò a ri-prenderlo si rese conto che era sprofondato fino alle radici.

Ci volle tutta la perizia di un bravo legnaiolo per tagliare il tronco e recuperare il bambino senza fargli del male, tra le la-crime e le preghiere della mamma.

 

In Casa del Parroco

Quando Maria Josefa giunse all'età di sei anni un vicino di casa, di nome Pepe Ireno, favorevolmente impressionato dalle buone qualità della piccola, propose ai suoi genitori di affidarla al Parroco, Don Manuel Aliaga. Pensava, il buon uomo, che l'avrebbe così sottratta ad una condizione di estrema miseria e le avrebbe garantito una formazione scolastica attraverso le due sorelle del Parroco, Agnese e Maria. A queste improvvi-sate maestre si uni la Signora Maria de Las Maravillas e sua sorella Suor Carmen. Fu così che nello stesso tempo che apprendeva a leggere e a scrivere, si abituò a disbrigare le pic-cole faccende di casa, a rendersi utile nei piccoli servizi che le venivano richiesti. Tutto ciò fu una vera fortuna in qui tempi di diffuso analfabetismo.

Nella casa del Parroco rimase fino al 15 ottobre 1914 quando partì per la località di Villena per farsi suora tra le Figlie del Calvario. Faceva periodicamente visita ai genitori e aiutava la mamma nelle faccende di casa e nella cura dei fratel-lini. In casa di Don Manuel ebbe modo di conoscere, almeno in parte, l'ambiente clericale nelle sue virtù e nei suoi difetti.

D. Manuel era un bravo sacerdote, fervoroso e zelante, ma aveva un debole per la corrida, cosa poco conveniente per un sacerdote in quei tempi. E questo alla piccola Josefa non andava giù, soprattutto perché si doveva vestire da civile e uscire di nascosto dalla porta dell'orto.

Un bel giorno, aveva solo dieci anni, lo precedette e aspettandolo sulla porta gli si mise dinanzi dicendo: "Dove vai? Guarda che lo dico al Vescovo!". D. Manuel da quel giorno non andò più alla corrida, ma quando il Vescovo venne per le Cresime, caso mai ce ne fosse stato bisogno, la piccola Josefa glielo disse ugualmente.

Un altro giorno le sorelle del Parroco avevano pensato di uscire a sera quando Josefa, che dormiva nello stesso letto di una di esse, si fosse ormai addormentata. Lei, però aveva fiu-tato ciò che intendevano fare e pensò di cucire, senza farsi accorgere, la sua camicia a quella della sua compagna di letto in modo che alzandosi l'avrebbe trascinata con sé. Come, infatti, avvenne!

L'esperienza in casa di D. Manuel fu molto importante per l'educazione della futura Madre Speranza ed è all'origine della sua sensibilità per i problemi dell'ambiente sacerdotale.

Un'altra figura che influenzò la sua spiritualità fu il "Cura Valera", un Sacerdote, suo parente per parte di madre, ritenuto un santo.

Intelligente, buona e simpatica come era, non le mancarono certo le occasioni per sposarsi, ma non risulta con certezza che abbia mai avuto un fidanzato. Il suo cuore era già affascinato totalmente da Colui che sarebbe stato l'unico amore della sua vita.

 

Rubare ... Gesù

Trovandosi in casa di Don Manuel aveva concepito l'ardito proposito di rubare Gesù, di fare cioè la Comunione prima del tempo. Perché Gesù doveva starsene chiuso in un freddo taber-nacolo, quando nel suo cuore avrebbe trovato tanto amore e tanto calore? Nonostante i suoi otto anni, era profondamente convinta della reale presenza di Gesù nell'Eucaristia e ogni giorno si confessava perché la sua anima rimanesse limpida e pronta ad accoglierlo quando si fosse presentata l'occasione propizia.

Ma come fare? D. Manuel era inflessibile: doveva raggiun-gere i dodici anni come tutti gli altri bambini per poter fare la Prima Comunione. L'occasione si presentò un bel giorno quando, assente il parroco, era venuto a sostituirlo un sacer-dote che non la conosceva. Partecipò alla S. Messa e al momento della Comunione si presentò alla balaustra per rice-vere finalmente il suo Gesù. Aveva fatto poco prima colazione con una tazza di caffè e latte con cioccolato. Ma questo, cosa importava? Gesù si era alloggiato nel suo cuore, non nello sto-maco. Se ne stava tutta raccolta in preghiera nella cappella della Vergine dialogando amabilmente con Gesù quando alcu-ne zelanti signore si resero conto e l'affrontarono per rimpro-verarla del grande misfatto. Lei rimase tranquilla, preoccupata solo di supplicare Gesù perché rimanesse per sempre nel suo cuore. Temeva infatti che non le avrebbero permesso di rice-verlo fino ai dodici anni. E i furti non si possono fare, mica, tutti i giorni! Iniziò da quel momento un rapporto costante e vitale con il suo Gesù.

Aveva già compreso quello che scriverà più tardi: "La presenza del Buon Gesù è la base della santità, il fondamento della perfezione e la radice di tutte le virtù"

Anche esternamente la sua vita cambiò: non giocava più alla corda perché temeva che saltando avesse disturbato Gesù; si fece più riflessiva, più raccolta, preoccupandosi solo di far compagnia al suo amico divino. Non sappiamo nulla della sua Cresima, neppure la data, perché i registri andarono distrutti durante la guerra civile.

 

Un'esperienza negativa

Per saggiare la vocazione alla vita consacrata, che incominciava a prendere consistenza nei suoi desideri, volle fare un'esperienza presso una comunità di suore dedita all'as-sistenza dei malati. Di questa esperienza sappiamo quanto la Madre stessa racconta: 'Passando con la suora incaricata per una corsia, avevo notato un pover'uomo in fin di vita, ormai quasi con il rantolo e che soffriva molto. Lo indicai alla suora pensando che non se ne fosse accorta. La suora si avvicinò al letto del moribondo e con il lenzuolo gli coprì la faccia e partì. Io ne restai tanto sconvolta e provavo tanta pena per quell'uomo che soffriva; la suora se ne accorse e mi disse: "Vedrai che anche a te con il tempo ti si farà il cuore duro! Maria Josefa disse tra sé: "Mi basta questo: prima che il cuore mi si faccia duro, io me ne vado".

E lasciò quell'Istituto. Non voleva proprio che il cuore le di-ventasse duro, insensibile ai bisogni dei fratelli nei quali vede-va con luminosa trasparenza l'immagine stessa di Dio e ai quali desiderava portare la tenerezza della sua misericordia infinita.

 

3

II fascino della vocazione

"Partii dalla casa paterna con un grande desiderio di arrivare a farmi santa".

Quando la giovane Maria Josefa, il 15 ottobre 1914, all'età di 21 anni, disse alla mamma di voler partire dalla casa paterna quel giorno stesso, alla volta di Villena, per farsi religiosa tra le Figlie del Calvario, si sentì rispondere: "Figlia, perché non aspetti?".

La signora Maria del Carmen non si trovava in buona salute e dovendo badare ad una schiera di bambini vedeva come indi-spensabile la collaborazione della figlia maggiore.

Maria Josefa aveva scelto quella data perché era la festa di S. Teresa d'Avila, la grande mistica spagnola, riformatrice del-l'Ordine Carmelitano.

L'affascinava la sua fortezza d'animo, il suo coraggio virile. Anche lei, come Teresa voleva farsi santa, grande santa, forte e coraggiosa nell'affrontare qualunque sofferenza e rischio per il suo Dio. Nonostante la pena e la malattia la signora Maria del Carmen non si oppose alla decisione della figlia. La benedisse e le chiese di pregare per lei, soprattutto dopo la sua morte.

C'era in questo accorato distacco la consapevolezza che molto difficilmente si sarebbero riviste in questo mondo. Accompagnata dal padre e dal fratello Juan, con il desiderio di andare a farsi santa, partì da Santomera alla volta di Villena, un paese distante circa cento chilometri.

Mentre il giumento percorreva le strade polverose, durante i lunghi silenzi che intercalavano le raccomandazioni del padre e i commenti del fratello, la sua mente era immersa in Dio, unico Amore della sua vita e già pregustava le lunghe ore di preghiera, i sacrifici che avrebbe potuto offrire al suo Dio, la gioia della vita comune con altre sorelle animate dagli stessi ideali.

 

Il Calvario... di Villena

La prima esperienza di vita religiosa Madre Speranza la fece, dunque, tra le Figlie del Calvario di Villena. Come lei stessa racconta, la sua vita in questo luogo, fu un vero e pro-prio... calvario. Non sappiamo esattamente perché, tra i tanti conventi di suore che c'erano nella zona abbia scelto proprio quello di Villena. Fu forse il Parroco D. Manuel o più probabil-mente il Vescovo di Cartagena e Murcia, D. Vicente Alonso Salgado, che consigliarono alla giovane Josefa quel monastero. Esso accoglieva l'unica comunità dell'Istituto che dopo una serie di trasferimenti a Tortosa, Alicante, Elche, Jàtiva, Murcia si era fermata a Villena nel 1900. Il Monastero era situato su una collinetta, non lontano dal paese, chiamata Calvario. La chiesetta che dava il nome al monastero risaliva al 1700: era una cappella in stile arabo con tre cupole, costruita con argilla e pietre. In essa si conservavano "Los pasos de Semana Santa", cioè i gruppi scultorei in legno o cartone che rappresentavano scene della passione di Cristo. L'Istituto era stato fondato da Esperanza Pujol, a Seo de Urgel (Lérida) nel 1863. Questa santa donna, tutta dedita alla contemplazione dei dolori di Gesù, volle fondare una Congregazione per moltiplicare il numero di coloro che avreb-bero dedicato la loro vita a consolare il cuore di Cristo per tutti i dolori subiti nella sua passione. Ma dispose che insieme alla contemplazione le suore si dedicassero anche all'educazione e alla formazione delle bambine.

è interessante questo abbinamento. A suo tempo Madre Speranza chiederà alle sue Figlie e ai suoi Figli di impegnarsi in una vita che fosse nello stesso tempo attiva e contemplativa.

La Fondatrice delle Figlie del Calvario si era consultata con D. Antonio Maria Claret, il Santo Vescovo di Trajanopolis (Cuba), il quale approvò la regola, molto austera, affermando che se fosse stata osservata con fedeltà Dio sarebbe stato de-gnamente servito, le Figlie del Calvario si sarebbero santificate e avrebbero contribuito alla santificazione di tante anime.

Nel 1900 la Fondatrice Madre Esperanza Pujol scrisse un li-bretto intitolato "Los martirios de Jesucristo". Due anni dopo mori a Villena. Sicuramente questo libro costituiva un testo base di riflessione, formazione e preghiera per tutte le suore. Anche Madre Speranza crebbe a questa scuola, meditando le sofferenze fisiche, psicologiche e spirituali di Gesù. Nasceva così in lei il desiderio di immolazione, di offrirsi vittima di espiazione e di ringraziamento per tanto amore.

Nel convento la giovane novizia trovò una decina di suore molto avanzate negli anni, alcune di salute malferma, con po-che speranze di nuove vocazioni perché la vita di sacrificio e di penitenza che praticavano spaventava le giovani aspiranti.

Ma trovò anche, e questo la sorprese molto, mancanza di carità e un certo grado di rilassatezza.

La povertà era estrema: non c'era né acqua, né luce elet-trica, né servizi igienici. Per procurarsi un po' di acqua si servi-vano di pozzi che raccoglievano quella che dal cielo mandava il Buon Dio nelle rare piogge autunnali e primaverili.

Le suore dormivano in uno scantinato sotto la chiesa.

Una volta alla settimana a turno uscivano per chiedere l'ele-mosina. Madre Speranza riscuoteva più di ogni altra le simpa-tie della gente e le offerte più generose. Le ragazze che ogni giorno venivano accolte per ricevere una formazione umana e cristiana erano una quarantina. Alcune di esse hanno lasciato interessanti testimonianze riguardo a Madre Speranza. Tutte rimanevano edificate dalla sua preghiera assorta e prolungata. Ognuna era convinta di essere la sua preferita. Ricordano il suo sincero interessamento per le loro famiglie. Era, affermano, nello stesso tempo molto materna e molto esigente. Quando nel 1921 venne trasferita a Madrid, senza sapersi spiegare come, perché la notizia era segreta, la gente di Villena si ritrovò alla stazione ferroviaria per un riconoscente e unanime saluto di addio.

Fu in questo ambiente che la giovane Josefa Alhama iniziò a muovere decisamente i primi passi nel cammino ascetico e mi-stico che l'avrebbe portata ai vertici della santità. Ma non fu facile come si era immaginata. Ben presto si rese conto che i suoi ideali non trovavano in quel luogo una risposta adeguata e andava pensando di lasciare il convento prima di emettere i voti perpetui.

 

"Immagini di essere una scopa"

Lasciamo ora che la stessa Madre Speranza ci racconti un provvidenziale incontro avvenuto a Villena dopo tre anni di permanenza e che sarà determinante per la sua spiritualità.

"Il Vescovo di Murcia, che conoscevo molto bene, venne a trovarmi e mi disse: 'Madre che fa?'. 'Eccellenza - gli risposi - io sono venuta per santificarmi, ma siccome vedo che qui non mi è possibile, non mi sembra di poter fare i Voti Perpe-tui'. 'Perché?' mi disse. Io gli manifestai ciò che sentivo e lui mi rispose: Madre non pensi più di essere una persona; im-magini di essere una scopa.

Arriva prima una suora ben ordinata, dalle maniere delicate: pulisce la sala, e poi la ripone con attenzione, ben messa, al suo posto. Poi giunge un'altra, inquieta, dai modi bruschi e di-sordinata. La usa e poi la getta in un angolo. La scopa non si lamenta, non protesta e, silenziosa, lascia che la usino sia per una cosa che per l'altra e che la trattino con maggiore o mino-re delicatezza.

Allo stesso modo anche tu devi pensare di essere una scopa, così non ti darà fastidio quello che una ti dice o l'altra ti fa... Anzi, sarai sempre disposta a tutto come una scopa che non si lamenta".

Le parole del Vescovo furono determinanti. Decise di rima-nere e accettò di essere trattata come una scopa, vedendo in tutto la volontà di Dio.

"Vi dico che da quel momento ho servito sempre da scopa e che ogni giorno chiedo al Signore che mi conceda un grande amore, un forte e costante desiderio di santificarmi e che, come per una scopa, così per me, sia la stessa cosa essere get-tata qui o là, che mi trattino in un modo o in un altro e prego perché io sia sempre una scopa che non serve ad altro che a pulire e raccogliere la spazzatura".

I sette anni vissuti da Madre Speranza tra le Figlie del Cal-vario sono di grande importanza per lei e per la spiritualità della Famiglia Religiosa che sarà chiamata a fondare.

Lei stessa dice che furono un vero Calvario, ma non in senso del tutto negativo, perché un Calvario non è mai inutile quando si accompagna Cristo per i sentieri della sofferenza, illuminati dalla fede e sostenuti dalla preghiera e dalla spe-ranza.

Le difficoltà incontrate nel Convento di Villena e l'impatto con una realtà tanto lontana dalle sue aspettative la introdus-sero in un cammino ascetico che gradualmente, ma decisa-mente, la portarono a rinunciare alla sua volontà per accogliere quella di Dio che si manifestava attraverso persone, circo-stanze e situazioni. Era pronta per affrontare prove ben più ardue che avrebbero temprato la sua anima e l'avrebbero pre-parata a compiere imprese che erano al di sopra delle sue capa-cità naturali.

 

I Primi Voti tra le Figlie del Calvario

Dopo il noviziato emise i voti il 15 agosto 1916 e prese il nome di Madre Speranza di Gesù Agonizzante. Come ricordo di questo avvenimento conserverà per tutta la vita un piccolo quadro di Gesù in preghiera nel Getsemani. è di questo periodo oscuro e luminoso della sua vita un episodio che costi-tuisce l'inizio di una serie di fatti straordinari di cui la sua vita è piena. Lei stessa racconta che un giorno mentre nella penom-bra della cappella faceva la Via Crucis, giunta alla quarta sta-zione contemplava l'incontro di Gesù con sua Madre quando sentì una voce che le sussurrava: "Anche tu vuoi lasciarmi sola?". Poiché in cappella non c'era nessuno non ci fece caso e proseguì la preghiera. Dopo non molto tempo tornò a sentire la stessa voce e udì la stessa domanda. Andò verso il luogo da dove le sembrava provenisse la voce e vide al suolo una pic-cola statua sporca di terra che rappresentava la Vergine Addo-lorata. La statua, alta una trentina di centimetri, fu collocata nella cappella del convento.

Per Madre Speranza questo episodio determinò un rinno-vato impegno di condividere con Maria lo strazio del suo dolore materno partecipando più intensamente alle sofferenze di Cristo.

Nel 1921 l'Istituto delle Figlie del Calvario, per non correre il rischio di una totale estinzione, concretizzò la decisione di aggregarsi alle Missionarie Claretiane.

Il merito fu soprattutto del Claretiano padre Juan Oteo che suggerì l'idea e del Padre Maroto, valente giurista, che aiutò le religiose a concretizzarla. Madre Speranza fu una delle incari-cate che il 2 novembre si recarono dal Vescovo D. Vicente Alonso Salgado per iniziare le trattative. Il Vescovo accettò ponendo come unica condizione che non fosse soppressa la Comunità di Villena. Il 30 luglio del 1921 la Congregazione dei Religiosi concedeva il Decreto di annessione e stabiliva che le Figlie del Calvario emettessero di nuovo la professione reli-giosa.

Estinto con questa aggregazione l'Istituto delle Figlie del Calvario di Madre Esperanza Pujol, non andò completamente dispersa la sua spiritualità. Essa venne accolta e vissuta con modalità molto simili, sia dalle "Missionarie Figlie del Calva-rio, sia dalle religiose di una Congregazione, denominata anch'essa "Figlie del Calvario", fondata in Messico, nel 1885 dalle sorelle di origine spagnola, Enrichetta ed Ernestina Lar-rainzar.

 

Religiosa Claretiana

Fu così che dopo un corso di esercizi spirituali Madre Speranza, insieme ad altre cinque religiose, vestì l'abito delle Claretiane e il 21 novembre emise di nuovo i suoi Voti Perpetui nelle mani della Madre Generale, Maria Luisa Loret de San Juan.

Il nome che assunse si differenziava di poco dal precedente: si chiamò Madre Esperanza de Santiago. In mancanza dell'atto di professione, andato perduto, si conserva un'immaginetta dove aveva scritto: "Ricordo della professione dei voti perpetui della Madre Ma Esperanza de Santiago emessa il giorno 21 novembre 1921 nel Convento di Maria Immacolata nel Calva-rio di Villena. Madre Ma Esperanza de Santiago".

Dopo pochi giorni Madre Speranza fu destinata alla casa di Vicàlvaro (Madrid) dove risiedeva il Governo Generale e il noviziato. Di questo periodo sappiamo solo che le fu affidato il compito di portinaia e sacrestana e che il suo stato di salute era molto precario.

Alcuni episodi che ci accingiamo a raccontare ci rivelano il grado di obbedienza e di umiltà raggiunto da Madre Speranza attraverso un costante lavoro su se stessa.

Per chi vuole avventurarsi nei sentieri della santità queste due virtù rappresentano un punto fermo, una delle prime e indispensabili conquiste. Madre Speranza per la sua eccezio-nale intelligenza, per il suo carattere forte e deciso non era naturalmente portata né ad essere obbediente, né ad essere umile. Solo con il tempo queste due virtù arrivarono a risplen-dere come gemme nella sua vita. Divenne umile attraverso le umiliazioni che accettò con spirito di fede, per amore di Gesù. Divenne obbediente accettando la volontà dei superiori, anche quando la ragione trovava mille motivi per non farlo, guar-dando Cristo obbediente al Padre fino alla morte.

"Prenda una corda e con il secchio vuoti il pozzo"

Il comando risultava un po' strano visto che il pozzo era profondo e conteneva abbondante acqua sorgiva. Era il pozzo del Convento di Vicàlvaro, dove, tra l'altro, Suor Speranza svolgeva il compito di sacrestana. Lo faceva con diligenza e amore: ogni giorno dopo la S. Messa lavava accuratamente le ampolline di metallo e le metteva sul muretto del pozzo perché prendessero sole.

Alla superiora non piaceva la cosa. "Suor Speranza - le disse un giorno - non lasci qui le ampolline. Potrebbero cadere nel pozzo". "D'accordo, Madre". Da quel giorno incominciò a metterle non sul muretto, ma in basso, dove non correvano al-cun pericolo.

Ma ad una giovane novizia, in vena di scherzi, un bel giorno venne in mente di nasconderle. Madre Speranza non trovandole corre dalla Superiora per avvertirla: "Madre non trovo più le ampolline!". E la Madre: "Saranno sicuramente cadute nel pozzo". "No! Non è possibile, le avevo messe in basso, al sicu-ro come lei mi aveva comandato". "Questo non è vero! A me non mi imbroglia. Sono cadute nel pozzo... Prenda subito una corda e con un secchio svuoti il pozzo". Ed ecco Suor Spe-ranza, con un pizzico di genialità e con una montagna di umiltà, legare non uno, ma due secchi all'estremità della corda e via di buon animo a cacciare acqua dal pozzo. Di buon animo... ma quanta ribellione sentiva dentro! Pregava: "Signore aiutami. Aiutami a trattenermi, anche se sono inno-cente, anche se l'impresa di svuotare un pozzo con un secchio è impossibile...". Alle dieci viene la Madre Superiora.

Osserva e sentenzia: "Fin quando non ha asciugato il pozzo non si muova di qui". E Suor Speranza: "Madre farò tutto il possibile, ma non so se riuscirò a svuotarlo completamente". "Deve farlo!", rispose decisamente la Superiora. Giunge l'ora di pranzo e la novizia burlona si rende conto che Suor Spe-ranza non c'è. Si ricorda che ha nascosto le ampolline e corre dalla Madre Maestra a dichiarare il suo scherzo. La Madre Superiora, senza dare a Suor Speranza la soddisfazione di rico-noscere la sua innocenza e di chiederle scusa, le dice semplice-mente: "Basta di cavare acqua e un'altra volta stia più attenta nel compiere l'obbedienza".

Terminando di raccontare questo episodio alle sue Figlie, Madre Speranza aggiunge: "Voi sapete quanto costa l'obbedienza in un caso come que-sto. Quando si vede che il comando è ragionevole obbedire non costa, ma quando è una cosa assurda.. .".

 

Portinaia al cioccolato

Sempre nella casa di Vicàlvaro Suor Speranza ricamò que-sto piccolo fiore.

Come era bello l'abito delle religiose Claretiane!

Sullo sfondo nero del vestito e del velo, una pettina bianca, inamidata, lucida, incorniciava il volto delle suore. Per motiva-re l'interesse che aveva perché la sua pettina fosse sempre luci-da, bianca, stirata, Suor Speranza si prendeva molta cura anche di quella della Madre Generale.

E lo faceva meravigliosamente. Era più che legittimo che una religiosa avesse cura della propria persona, del vestito, delle scarpe, della pettina... Ma la preoccupazione eccessiva per tutto questo, piaceva al Signore? Per chiarire il dubbio che cominciava a tormentarla, Suor Speranza si rivolse al Padre Spirituale. "Ci sono due cose, Padre che mi riempiono tanto la mente: le scarpe e la pettina". "Ma non c'è una suora incaricata di stirare le pettine?". "Sì, Padre, ma lo fa così male o con così poco gusto!". "Certo, proseguì il Padre, se non sono lucide le pettine sono brutte. E' naturale! Ha tutte le ragioni di questo mondo. Ne parlerò alla Superiora e poi ti dirò cosa devi fare".

"Io - racconta Madre Speranza - cominciai ad aver paura, per-ché, quando il Padre Spirituale mi dava un castigo pubblico, prima lo diceva alla Superiora. Dopo poco tempo torna e mi dice: 'Già ho parlato con la Superiora; guarda: per un mese fa-rai tu da portinaia al Collegio però devi presentarti con la pettina ben sporca di cioccolata'. Io la sporcai un po'. Il giorno dopo andai ad aprirgli la porta e al vedermi, mi disse: 'No, no, sporcala di più, molto di più'. Così dovetti fare la portinaia in queste condizioni per un mese intero. Mi sono scomparse tutte le voglie di perdere il tempo in una cura eccessiva della pettina".

 

L'ombrellone a strisce rosse e verdi

Un episodio che mette in risalto la sua obbedienza avvenne a Madrid nel Collegio di Calle Toledo.

è lei stessa a raccontarlo e se ne possiede la registrazione. Un giorno venne da Vicàlvaro, in visita, la Madre Generale e disse a Madre Speranza: "Vada con questa suora all'ospedale di S. Carlos per accompagnarla dal medico". Essendo un giorno di pioggia le diede, per ripararsi, un ombrello... rotto. Madre Speranza lo aprì e vedendo che ogni bacchetta se ne andava per conto suo non poté fare a meno di chiedere: "Madre devo andare proprio con questo ombrello?" "Se ci sono venuta io, perché non puoi usarlo anche tu" - fu la risposta della superiora. Madre Speranza non disse nulla, ma dentro di sé pensava: "Se lei è così trasandata perché debbo esserlo anch'io?". Prese l'ombrello, accompagnò la suora, ma preferì bagnarsi tutta piuttosto che aprire quell'orribile ombrello. Non voleva passare per la "tonta del circo".

Il giorno dopo raccontò il fatto al Padre Spirituale, P Anto-nio Naval, il quale le disse: 'E le pare bene?'. "No, Padre - rispose Madre Speranza - non mi pare bene, però se la supe-riora è tanto trasandata perché obbliga anche me a fare lo stesso?". E per avvalorare la sua opinione mostrò al Padre l'ombrello sconquassato. "Oh, sì, figlia - riprese il Padre - ha ragione! Adesso, però, devo uscire un momento; se non torno oggi, resti tranquilla, verrò domani". L'indomani si presentò, il buon Padre Antonio, tenendo in mano uno di quegli ombrelloni grandi, a strisce rosse e verdi, che si mettevano sui carri. Disse a Madre Speranza: "Vede, figlia, è bene che oggi tu rifaccia con questo ombrello aperto tutto il percorso che ieri hai fatto con l'ombrello chiuso". E Madre Speranza non esitò a farlo".

 

Mordicchiando il pane come una pazza

Il Vescovo di Pasto, in Colombia, aveva fatto pubblicare nel Bollettino diocesano un fatto sensazionale: una religiosa spa-gnola gli si era presentata in bilocazione per dargli urgenti av-visi da parte di Dio. Questa religiosa risultava essere Madre Speranza.

Dall'America venivano persone al convento chiedendo di parlare con lei. Era necessario un antidoto alla vanagloria pos-sibile in questi casi, ed ecco il geniale padre Spirituale, Anto-nio Naval, imporre a Madre Speranza di attendere in portineria gli illustri visitatori mordicchiando un tozzo di pane come fa una scema.

Ma sentiamo il racconto fatto da lei stessa con una raffinata vena di santo umorismo:

"Padre Antonio Naval mi disse: 'Ho saputo che verrà il Governatore di Pasto e la sua signora insieme ad altra gente: hanno letto il Bollettino e vogliono conoscerti'.

'Oh, Padre, io fuggo da Madrid: vado a Vicàlvaro o a Tremp o dove lei desidera, ma non voglio che mi incontrino quando verranno'. 'No, figlia, no! Io desidero che ti vedano, però ti dovranno incontrare facendo una cosa che dovrò prima pensa-re'. 'Oh, mio Dio!'. E cominciai a tremare.

Dopo qualche giorno mi dice: 'Domani tu dovrai fare la parte della scema'. 'Oh, Padre! per fare questa parte bisogna essere o molto intelligenti o veramente tonti, altrimenti la commedia non riesce bene e io non sono né molto tonta, né molto intelli-gente. Perciò non mi faccia fare questa parte!. "Sì, figlia, sì. Il Signore ti aiuterà". 'E che cosa dovrò fare, Padre?'. 'Ascol-tami, quando verranno, una suora aprirà la porta e tu ti troverai in una stanza, preparata, con un bel tozzo di pane in una mano, facendo finta che lo nascondi perché nessuno te lo tolga e nell'altra con un altro tozzo che mangerai a morsi, facendo in modo che te ne cada un po' dalla bocca'. 'Mio Dio! Final-mente arrivò quella gente e tra essi la signorina Pilar de Arra-tia che non mi conosceva ancora, e lì contemplarono quell'Ecce Homo di Madre Speranza mentre mangiava pane solo, non avendo altro. Sentii che qualcuno diceva: 'quello che sta facendo è un ordine del confessore'. Il risultato fu che dopo aver fatto io la parte della scema, fu il Padre confessore a ri-metterci perché tutti pensarono che io stavo obbedendo a lui, come realmente era e se ne andarono tranquilli e contenti di aver visto quella commedia.

Io cercai di fare la mia parte nel migliore dei modi, ma nessu-no credette che ero veramente scema".

 

4

"Un cuore per amare e un corpo per soffrire

"Grazie, Signore, perché mi hai dato un cuore per amare e un corpo per soffrire".

Queste parole che Madre Speranza ha voluto fossero scritte all'ingresso delle piscine del Santuario di Collevalenza, dove tanta gente sofferente giunge ogni giorno in cerca di sollievo e di pace erano la sua preghiera di gratitudine e l'espressione di un programma nel quale tutta la persona veniva coinvolta in un progetto di vita offerta a Dio come gioioso olocausto.

La vita di Madre Speranza è segnata da grandi sofferenze. Non solo da quelle che la vita riserva, in misura più o meno grande, ad ogni persona, ma da sofferenze straordinarie, spesso inaudite. Sofferenze di ogni genere: fisiche, morali, psicologiche.

è sorprendente che mentre la sofferenza sembra annientare la felicità a cui tutti gli uomini tendono, ci siano persone che, non solo non si oppongono ad essa, ma la accolgono, la deside-rano, la chiedono. E queste persone non sono tristi; al contrario sono le più felici nel profondo del loro essere e sono loro che donano agli altri forza e serenità.

C'è, forse, nella sofferenza un altro genere di felicità? Certamente! è la gioia che esperimenta solo chi la com-prende e la vive alla luce della Croce. I santi, e tra questi Madre Speranza, fanno posto alla sofferenza non per essere tri-sti, ma felici. Essa nasce come esigenza di amore e rende l'a-more ancora più fecondo. Il dolore "è come un aratro che spezza le zolle per consentire al seme di prendere radici e di crescere diventando una forte pianta... Sì, se ami profonda-mente, il terreno del tuo cuore sarà sempre più spezzato, ma ti rallegrerai per l'abbondanza dei frutti che porterà".

Madre Speranza non amava la sofferenza in sé, ma i frutti di amore che essa produce.

Esiste, poi, una sofferenza-vicaria che controbilancia gli egoismi e i peccati degli uomini. Madre Speranza accettò di soffrire, anzi lo chiese ripetutamente al Signore, per espiare i peccati degli altri, specialmente dei Sacerdoti.

 

Per i sentieri di Dio

Non era stata una difficoltà, ma una gioia e una fortuna per lei ritrovarsi fra le Religiose di Maria Immacolata, fondate dal santo Vescovo Antonio Maria Claret.

Lo zelo intelligente e tempestivo di questo santo si manife-stò soprattutto attraverso un'azione volta a moltiplicare e incoraggiare associazioni religiose e buona stampa per met-terle al servizio del regno di Dio. Madre Speranza era già per-meata dal suo spirito apostolico, poiché la Congregazione delle Figlie del Calvario e le Costituzioni che la reggevano erano state da lui incoraggiate e benedette. Nell'Istituto di Maria Immacolata delle Missionarie Claretiane vi rimarrà nove anni durante i quali il Signore la condurrà per vie davvero straordi-narie.

Il suo cammino ascetico si incrociò con quello mistico e come ali di colomba la trasportarono verso le altezze di Dio. Se tra le Figlie del Calvario il suo cammino era stato prevalente-mente ascetico, fatto, cioè, di estrema povertà, di rinunce, di mortificazioni, di obbedienze umilianti, quello tra le missiona-rie Claretiane sarà soprattutto un periodo contrassegnato, sì, da sofferenze fisiche e prove morali, ma soprattutto da consolanti visioni e interventi straordinari di Dio e da quelli rabbiosi del demonio. Dopo un periodo di contemplazione e di dedizione ai poveri, nel quale lei come creatura è protagonista, mettendo in atto le sue qualità e le sue forze, da ora in poi sarà Dio a pren-dere in mano il timone della sua vita per condurla nei mari aperti della sua carità infinita.

Sarà questo il periodo nel quale inizierà a rivivere nel suo corpo i segni della passione di Cristo.

Il primo documento che parla di questi episodi straordinari è una lettera scritta il 4 aprile 1928 dalla madre Generale, Patrocinio Pérez de Santo Tomàs a P Felipe Maroto cmf, procuratore generale dei Claretiani. In questa lettera si afferma che nel periodo che va dall'agosto del 1926 al dicembre del 1927 Madre Speranza fu tormentata dal demonio e più volte, soprattutto quando era malata ricevette la S. Comunione in maniera non consueta, cioè dalle mani di un angelo.

 

Guardando il cielo da una finestra

è impensabile dove è capace di portare la gelosia.

Unita sempre alla menzogna e alla calunnia è un "venticello" che non risparmia neppure i conventi, specialmente fem-minili.

Il 12 maggio 1925 Madre Speranza fu trasferita da Vicàl-varo (Madrid) a Vélez Rubio (Almerìa).

C'era in quel Convento - racconta la signorina Pilar de Arra-tia - una religiosa che si occupava delle bambine ed era da esse benvoluta. A Madre Speranza fu dato l'incarico che aveva que-sta religiosa. La rettitudine morale e il grande amore che nutri-va per quelle bambine la portavano a non permettere il minimo disordine, ma lo faceva con tanta delicatezza e carità che le bambine non solo la seguivano, ma rimanevano affascinate e piene di gratitudine nei suoi confronti. In breve cambiò la fi-sionomia del collegio e le bambine erano tutte piene di fervore e desiderose di farsi sante.

Questo fatto suscitò la gelosia della suora sostituita e nel convento cominciarono a succedere cose strane, come spari-zione di oggetti. Di tutto ciò era regolarmente accusata Madre Speranza: era essa che sottraeva le cose del convento per darle alle bambine e così comprarsi la loro simpatia. Un po' alla volta l'intera Comunità si convinse che era lei la colpevole di tutte le malefatte che succedevano e si decise di rinchiuderla in una cella dove rimase per sette mesi, nella più completa solitu-dine, mangiando poco e dormendo per terra. "In quella solitudine - afferma la stessa Madre Speranza - passavo le notti guardando il cielo. Lì ho imparato ad amare". Perché Madre Speranza non si difese? Perché non cercò di dimostrare la sua innocenza? Non lo aveva fatto Gesù, ingiustamente vilipeso e condannato a morte, perché doveva farlo lei che tanto desiderava rassomigliare al suo Maestro? "Ho sofferto molto - scriverà riferendosi a questo episodio vedendo che mi si accusava di cose che non avevo né fatto né pensato.

La natura ribelle mi spingeva a scusarmi, però, tenendo fisso lo sguardo su Gesù Crocifisso trovavo il coraggio di fare il contrario. Mi vedevo disprezzata da tutti, sola e senza alcun affetto, privata anche del necessario, ma mi sentivo felice, molto felice, perché non ho mai distolto il mio sguardo dal Crocifisso".

 

Un corpo per soffrire...

Più volte e in maniera molto violenta la malattia tormentò il corpo di Madre Speranza, specialmente nei primi anni della sua vita di Claretiana. Un interessante documento è l'attestato rilasciato il 22 dicembre 1925 dal Dr. Rafael Nevado Requena.

"Ho conosciuto Madre Speranza di Santiago Alhama Valera che risiede in questo convento di Maria Immacolata a Vélez Rubio; di statura regolare, fisico forte, colore pallido, intelli-genza chiara, forte nel dolore, premurosa ed attenta con tutti, rispettosa verso i Superiori, affettuosa e discreta con le bambi-ne nella scuola e nella formazione. I suoi genitori e i suoi fra-telli sono viventi e nessuno di essi ha sofferto malattie infettive e contagiose. Nella sua infanzia non ha avuto particolari malat-tie. Ha sempre mangiato indistintamente di tutto, come si fa in famiglia: carne, grassi, pesce, vegetali. Dopo il suo ingresso in religione, essendo un giorno dovuta restare a lungo bagnata ebbe necessità che il medico le prescrivesse molti medicamen-ti; comunque in questo spazio di tempo ha avuto continui di-sturbi, finché in Madrid ha dovuto subire un intervento opera-torio per cisti ovarica...

Questa operazione, fatta nel gennaio de 1922 nell'ospedale di S. Carlos di Madrid, eseguita dal Dottor Recasens ebbe delle conseguenze dolorose, con prolungati ricoveri in ospedale.

La ferita rimase aperta per quindici giorni; le misero allora di nuovo i punti e, apparentemente guarita tornò a casa, ma dopo un mese cadde e si ruppe la sutura interna.

Nuovo intervento con il risultato di una brutta ernia della quale dovette operarsi nel luglio dello stesso anno per ben due volte.

Sembrava tutto risolto, quando nel mese di agosto cadde scendendo le scale mentre portava una cassa.

I punti interni si ruppero, ma invece di un altro intervento chirurgico il Dottor Pérez del Yerro consigliò un tipo di fascia-tura che produsse, dopo una quindicina di giorni, uno sfogo su tutto il corpo. La Madre Priora della Comunità pensò, a questo punto di fare una Novena al Cuore Immacolato di Maria per l'intercessione del venerabile Padre Claret onde ottenere la guarigione di Madre Speranza. Nella notte tra il sei e il sette settembre Madre Speranza si ritrovò prodigiosamente guarita della sua ernia.

Ma non cessarono le sofferenze: come conseguenza dei narcotici che le furono somministrati nei tre interventi fu colta da una terribile forma di gastrite cloroformica e da una conse-guente stomatite ulcerosa. Tutto ciò la condusse alle soglie della morte.

Nell'agosto del 1924 dovette ricorrere al medico perché non poteva più mangiare e aveva continui vomiti di sangue.

La situazione peggiorò nel febbraio dell'anno successivo con perdita di coscienza. Il parroco di Santa Maria la Antigua la confessò ma non poté amministrarle il Viatico perché rimet-teva tutto. Le fu amministrato il Sacramento degli infermi e si fecero le preghiere di raccomandazione dell'anima.

Il 16 febbraio 1925, alle due e mezza della notte non aveva più polso, ma alle sette, inaspettatamente, chiese la Santa Comunione e subito si ritrovò completamente guarita.

Così racconta Madre Speranza questa sua definitiva guarigione: "La Madre Superiora mi chiese se mi sentivo in grado di ricevere la Comunione. Io dissi di sì ed allora essa si recò ad avvisare perché me la portassero.

Nel frattempo io tornai a raccomandarmi al mio Santo Padre Claret con una confidenza tale che è difficile spiegare. Poco dopo ho ricevuto la Comunione e insieme con essa il beneficio della salute sentendomi immediatamente guarita, tanto da sentirmi come se prima non avessi avuto niente"

 

...e un cuore per amare

La partecipazione ai misteri della vita di Cristo è la strada maestra per giungere alla piena conformità della propria volontà a quella di Dio, per giungere ad amare come lui ama.

Madre Speranza si era proposta con piena consapevolezza e determinazione questa meta ed era quindi disposta ad accet-tare, oltre alle pene fisiche, quella lacerazione intima del cuore che consiste nel tormento del dubbio e dell'abbandono, nella continua lotta contro ogni parvenza di peccato, nell'oscurità e aridità della fede. Chi si mette su questa strada esperimenta insieme alla fedeltà di Dio tutto il peso di una umanità della quale condivide i destini, le angosce, le speranze. è attraverso questo martirio del cuore, attraverso questa dolorosa Via Cru-cis che il cuore ritrova la sua unità, si spoglia di ogni attacca-mento umano e diventa capace di amare tutti senza misura.

Ecco un passo del suo "Diario" che rivela questo suo tormento interiore: "Collevalenza 1 giugno 1952. - Non so cosa mi succede, Pa-dre mio, mi sento, infatti, senza forze e con una specie di ripu-gnanza e noia nei confronti di tutto ciò che mi circonda. Mi sento spinta a rimanere nella mia stanzetta, sola con il mio Dio e devo fare uno sforzo per essere in mezzo ai figli e alle figlie poiché sento un fastidio e un abbattimento morale che non mi permette di trovare alcuna consolazione nelle cose che mi circondano, ma nonostante questo, io credo, Padre, che amo il buon Gesù tanto, tanto, al punto che molte volte il mio debole cuore non riesce a sopportare questo fuoco ardente dell'amore e sono costretta a dire: "Basta, Gesù mio, attenua questa fiamma perché non posso più resistere".

 

Una comunità fatta per santificarsi

Da Vélez Rubio, dove aveva passato sedici mesi, sette dei quali chiusa in una cella, Madre Speranza, nel settembre del 1926, fu trasferita a Madrid nella comunità di Calle Toledo.

Qui rimarrà per poco più di due anni, fino al 31 dicembre 1928, con l'incarico di economa e vicaria della casa.

Vi era in Calle Toledo il collegio di Nostra Signora del Carmine, una fondazione sostenuta da una associazione di signore. In esso si accoglievano bambine esterne alle quali si dava una conveniente istruzione e formazione. Insieme a Madre Speranza si erano trasferite in questa comunità alcune suore di Vélez Rubio le quali conservavano ancora riserve e pregiudizi nei suoi confronti. Questo le procurò non poche sof-ferenze. La comunità, infatti, era molto prevenuta nei suoi con-fronti. Se si perdeva qualcosa era sempre lei che veniva incolpata e veniva costretta a ricercare ciò che mancava per intere giornate. Ma Dio permise che la Superiora, Madre Anna Rué, religiosa esemplare, dopo alcuni fatti, si rendesse conto del-l'innocenza di Madre Speranza.

 

"Che vorrà il Buon Gesù da me?"

Era la domanda che Madre Speranza si poneva ogni giorno. Per avere una risposta pregava, si metteva in ascolto di Dio, soprattutto chiedeva aiuto al suo Padre Spirituale.

Nel suo Diario aveva scritto: "Il Buon Gesù mi ha detto che Lui desidera servirsi di me per compiere grandi cose".

Ma di quali cose si tratta? E in che modo? E... proprio di me che non valgo nulla vuole servirsi?

Sa soltanto che dovrà portare a termine un'opera per la cui realizzazione si sarebbe ritrovata sola, abbandonata da tutti. Intravede anche che questa opera, per l'immediato, consiste nella creazione di qualcosa a favore non delle giovani che po-tevano pagare, ma della gioventù più povera e più bisognosa. Ne parlò, oltre che con il Padre Spirituale, anche con i suoi Superiori e con il Vescovo perché si trattava di modificare le Costituzioni. Esse, infatti, secondo Madre Speranza, consen-tivano, sì, una intensa vita di contemplazione, ma non garanti-vano una piena attenzione e condivisione con i poveri. E lei sentiva, nelle profondità del suo cuore, proprio questo: un forte desiderio di unire alla vita contemplativa la cura dei più biso-gnosi. Sembrava anzi che quanto più cresceva la sua unione con Dio tanto più aumentava il suo desiderio di avvicinarsi come buon samaritano ai fratelli più bisognosi.

Tra le suore che componevano il consiglio generale, alcune le erano favorevoli, altre no. Il Vescovo da parte sua accolse con entusiasmo la proposta e chiese di fare un tentativo nel col-legio di Calle Toledo. Lì si aprì un internato e vennero accolte bambine povere. Madre Speranza, oltre ad essere economa e vicaria, si incaricava personalmente di esse.

L'esperienza fu positiva e le prospettive di sviluppo erano buone.

Ma nel Natale del 1927 avvenne un episodio straordinario e determinante che la stessa Madre Speranza racconta con ric-chezza di particolari e con il suo solito buon umore.

Un mese prima della grande festa di Natale cominciò a pen-sare che per quella circostanza non poteva esserci niente di più bello che dar da mangiare a molti poveri. Si rivolse alla Madre Superiora dicendo: "Madre io credo che sarebbe bene, durante le feste di Natale dare da mangiare a tutti i poveri che vorranno venire a questa nostra casa". Quando mancavano soltanto tre o quattro giorni tornò di nuovo dalla Superiora per chiederle la stessa cosa. "Di quanto denaro disponi per comprare ciò che è necessario per dar da mangiare a questi poveri?"- chiese la Superiora. "Ho solo 300 pesetas". "Va bene. Con questo dena-ro compri quello che può, lo metta in disparte e non prenda nulla dalla dispensa". Con 300 pesetas cosa si poteva compra-re? Non più del necessario per due o tre persone! Era già qual-cosa... un po' di carne, di olio, di frutta: ecco tutto quello che lei poteva mettere, ma a Gesù cosa sarebbe costato aggiungere il resto?

Il giorno di Natale vide arrivare fin dal mattino, come fioc-chi di neve, una quantità incredibile di poveri. La Superiora, spaventata, chiama Madre Speranza e le dice: "Venga a vedere: ... Crede che tutti questi siano veramente poveri?". "Penso di sì". "E chi li ha chiamati?'. "Io no, Madre; sarà stato il Signore!".

"Cosa pensa di fare a questo punto, Madre Speranza?"

Con una fede immensa e con una fiducia illimitata andò in cappella e così pregò: "Signore non hai forse detto: 'Chiedete e vi sarà dato...? Non sei stato tu a mandare questi poveri?'.

"Il Signore - conclude Madre Speranza - fu così generoso che dopo aver dato con abbondanza da mangiare a tutti quei poveri, che tra uomini e donne erano più di quattrocento, avanzò carne, olio e frutta per due o tre mesi".

Il problema nacque quando si trattò di sistemare tutte quelle persone. Si decise per un loggiato che era nella casa.

Era bello, il giorno di Natale, vedere tutti quei poveri man-giare serenamente, pieni di gratitudine verso Dio e verso le suore che erano state la mano provvidente di Dio. Ma all'im-provviso arrivò una signora tutta risentita. Era una delle padrone della casa, una delle.... "Signore Cattoliche" che reg-gevano la casa. Apostrofò Madre Speranza, la colpevole di tutto, dicendo: "Chi le ha dato il permesso di far entrare tutta questa gente a sporcare la casa?". E Madre Speranza candida-mente: "No, signora, non sono venuti a sporcare la casa, ma a mangiare, perché oggi è Natale anche per loro". Si guardi bene - replicò la signora - dal portare un'altra volta tutta questa gente in casa; questo potrà farlo quando la casa sarà sua". A Madre Speranza non restò altro da fare che andare in cappella, come una povera sfrattata e mettersi in ascolto del Buon Gesù che le disse: "Speranza, dove non possono entrare i poveri, non devi entrare neanche tu. Parti subito da questa casa". "D'ac-cordo, Signore, ma dove vado?" - fu la pronta risposta di Madre Speranza. E si mise alla ricerca di un luogo per i suoi poveri.

Non fu questo l'unico contrasto con la Giunta delle "Signore Cattoliche". Altri ne seguirono e si giunse alla deci-sione di abbandonare la casa. Essa si chiuse il 29 dicembre 1928.

Il giorno stesso la Madre Generale accompagnò alcune suore in un'altra casa, trovata subito, provvidenzialmente, in Calle del Pinar.

 

La breve esperienza di "Calle del Pinar"

I rapporti tra le suore e la Giunta delle "Donne Cattoliche" erano molto tesi. A far traboccare il vaso fu il rifiuto delle si-gnore alla richiesta di aprire una porta, necessaria perché le suore potessero andare nella sala delle ragazze senza dover uscir fuori.

"Se donna Angelita non vuole aprire una porta, non ti preoccupare, Speranza, Io - disse Gesù alla Madre - ti aprirò una casa". E di fatto, quasi miracolosamente, in pochissimi giorni la casa fu trovata in Calle del Pinar.

Quello stesso giorno si presentarono delle persone scono-sciute che offrirono il denaro necessario per acquistarla. Non si hanno molte notizie sulla vita e sui particolari delle attività della casa. Sappiamo che fu eletta Superiora Madre Pilar Antin, mentre Madre Speranza fu nominata "Procuradora" con l'incarico di assistere le bambine, insieme a suor Inés Riesco.

Alcuni passi di una lettera, scritta dalla Superiora Generale delle Claretiane, Madre Patrocinio Pérez al P Felipe Maroto, il 13 dicembre 1928 gettano un po' di luce sulla vita della casa e sulla figura di Madre Speranza nella sua prima esperienza con coloro che sono "i tesori più cari a Gesù, cioè i poveri".

"La ringrazio per aver designato il Molto Reverendo Padre Antonio Naval direttore spirituale di Madre Speranza, perché da questo ne verrà un grande vantaggio tanto in favore di essa, come di tutto l'Istituto. Non so se avrà già ricevuto la lettera che mi disse le avrebbe mandato personalmente, per raccon-tarle tutto quanto è successo con una casa che due o tre bene-fattori intendono comprare e cedere alla nostra Congregazione con la sola condizione di accogliere in essa un internato di bambine povere; per questo alcune signore hanno già destinato una somma a favore della casa e della comunità. Per tutto que-sto Dio si è servito della nostra Madre Speranza, la quale con il consiglio e il benestare del Molto Reverendo P. Antonio Naval, in soli tre giorni ha trasformato in realtà quello che, come lei afferma, era il desiderio di Gesù...

Le ripeto che per me è stato un vero miracolo il fatto che in soli due tre giorni si sia potuto risolvere e aggiustare tutto...

In Madre Speranza diventano sempre più frequenti i fatti straordinari; io credo che di alcuni già ne sarà informato anche lei poiché ormai sono diversi i padri che li hanno visti. Io non so che cosa vorrà il Signore da questa creatura, ma adesso sto veramente e completamente tranquilla e mi dà sicurezza il fatto che sia affidata al Molto Reverendo Padre Naval il quale è di-sponibile non solo una volta al mese, come avevamo concor-dato, ma ogni settimana e ogni volta che lo crede neces-sario".

P Antonio Naval, era, come sappiamo, confessore, padre spirituale e consigliere di Madre Speranza.

Era nato in provincia di Huesca, il 16 gennaio 1857. Reli-gioso della Congregazione dei Missionari Figli del Cuore Immacolato di Maria, aveva ricoperto varie e importanti cari-che nel suo Istituto. Colto e intelligente era considerato un maestro nella direzione spirituale. Morì in concetto di santità a Madrid nel 1939.

 

Tutta per i più poveri

A fare la storia sono gli uomini e le donne che non si accon-tentano del presente. Madre Speranza era insoddisfatta del bene, ed era molto, che si faceva nell'Istituto delle Suore Mis-sionarie dell'Immacolata.

Pur trovandosi completamente a suo agio come religiosa, sentiva il bisogno di fare qualcosa di più. Desiderava favorire maggiormente i veri poveri e voleva che si facesse con vero spirito di povertà, con sensibilità misericordiosa verso tutte le povertà. L'esperienza di Calle Toledo le servì per maturare l'i-dea di dedicarsi non tanto alle giovani che potevano pagare, ma "ai più bisognosi". "Il mio più grande desiderio - scrive - è sempre stato quello di amare i poveri".

La profonda convinzione che era il Signore a mettere nella sua mente tali progetti la portò, dopo tanto silenzio, sofferenze e umiliazioni accettate con fede, a parlare e ad assumere atteg-giamenti decisi una volta ricevuta l'approvazione del suo Padre Spirituale. Il Signore l'andava preparando a compiere grandi cose, ma lei non pensava minimamente a fondare una nuova Congregazione e neppure pensava alle tante e incomprensibili difficoltà che avrebbe incontrato.

Ma chi erano "i più bisognosi" per i quali sentiva una pre-mura più che materna?

In quel particolare momento, per Madre Speranza i più bisognosi erano i bambini di famiglie povere perché esposti più degli altri alle manipolazioni dei nemici della chiesa. Que-sti avrebbero fatto di essi, molto facilmente, data la loro man-canza di cultura, degli strumenti per una sanguinosa rivolu-zione che si andava avvicinando

" In Spagna l'educazione dei poveri - osservava - è molto trascurata e per questo motivo si avvicina una terribile rivolu-zione.

I poveri a causa della loro scarsa cultura tanto religiosa che in-tellettuale, si trovano in uno stato di totale abbandono".

I persecutori della Chiesa avrebbero potuto iniettare facil-mente in essi la menzogna e l'odio, istigandoli contro i ricchi e, con il miraggio di raggiungere un'uguaglianza sociale e un facile benessere senza lavorare, li avrebbero spinti ad azioni inumane di sopruso e di violenza. Madre Speranza percepisce l'imminenza di questi tragici fatti. Si sente corresponsabile del male che i poveri possono fare se non mette in atto tutto ciò che l'amore le suggerisce. Vuole per questo affrettare la sua fondazione, convinta che non potrà più farlo una volta che la rivoluzione sarà iniziata. Comunicò al Padre Antonio Naval questi suoi progetti e la risposta ponderata e chiara fu che in essi effettivamente si vedeva la volontà di Dio ed era quindi conveniente affrettarsi. Lui stesso pose al corrente i Superiori e la Comunità della casa di Madrid incoraggiando quelle che lo desideravano a seguire Madre Speranza nel suo progetto di riforma. Ma di quest'ultima proposta Madre Speranza non fu contenta perché alcune suore che intendevano seguirla lascia-vano molto a desiderare e temeva che nella nuova fondazione pretendessero vivere come prima. Il Padre Spirituale la rassi-curò dicendole che vicino a lei non avrebbero avuto l'ardire di comportarsi come avevano fatto fino a quel momento. Quando il Padre Naval volle dare ulteriori spiegazioni Madre Speranza le disse: "Basta, Padre; a me non è necessario che dia spiega-zioni. Mi è sufficiente saper che, nonostante ciò che le ho espo-sto, lei lo voglia perché anche io lo voglia e lo faccia con gioia".

Fu così che per ordine del Padre Spirituale, accompagnata dalla Superiora, Madre Pilar, si recò a Vicàlvaro, dove risie-deva il Governo Generale, per esporre il suo progetto.

 

L'abbandono più doloroso

"Qui cominciarono le lotte che venivano da persone molto buone come erano le mie sorelle della Congregazione, Sacer-doti, Religiosi e persone rispettabili, ma queste persone furono accecate ad opera dell'inferno intero, per la loro e la mia sofferenza".

Di fronte alla reazione negativa dei Superiori, Padre Anto-nio Naval andò anch'egli a Vicàlvaro per annunciare che anche il Vescovo di Madrid, Mons. Leopoldo Eijo y Garay, era di parere contrario perché l'opera si portasse a compimento, ma incoraggiò la Madre a perseverare nella sua decisione, con-vinto che quella era la volontà di Dio. Madre Speranza, molto addolorata, ritenne allora conveniente riferirgli un suo presen-timento avuto dopo la Comunione, che cioè per portare a com-pimento l'opera si sarebbe ritrovata sola, abbandonata da tutti, momentaneamente perfino dal suo Padre Spirituale. Era soprattutto questo abbandono a farla soffrire, ma confidava che dopo questa dolorosa prova sarebbe tornata a confessarsi da lui e a ricevere i suoi saggi consigli.

Nonostante l'esplicita dichiarazione del Padre Naval di non abbandonarla per nessun motivo, di fatto, dopo alcuni giorni, costui le comunicò per telefono che il Superiore e il Vescovo gli impedivano di appoggiarla nella realizzazione della sua opera e che se si fosse ostinata nel proseguire sarebbe stata scomunicata. Madre Speranza, con rispetto, ma con altrettanta franchezza disse al Padre Antonio Naval: "Non è forse vero, Padre, che nel rivelarle i sentimenti della mia anima con la chiarezza con cui 1'ho fatto, lei ha compreso che era quella la volontà di Dio? Ha creduto o no che era volontà di Dio e che di Dio era la voce che avevo sentito nella mia anima?".

Il Padre le rispose: "Ti ripeto che credo fermamente che tutto viene da Gesù e che lui desidera che si faccia questa fondazione, però nonostante tutto ti dico che tenendo conto dell'atteggiamento del Vescovo, non si può realizzare ed io non posso seguitare ad aiutarti, né a dirigerti se non lasci per il momento tutto".

La Madre proseguì: "Non mi spaventa il fatto che lei mi abbandoni, Padre mio, infatti lei ben sa che provenendo la visione da Gesù, quello che lei fa era già previsto. Neppure la lotta mi spaventa, dato che lei stesso la vedeva arrivare e mi incoraggiava ad affrontar-la".

Poi alzandosi, senza forze e con il cuore a pezzi, ma non-ostante tutto piena di coraggio aggiunse: "Padre mio, le chiedo una sola cosa: essendo ormai arrivato il momento nel quale deve compiersi la volontà del Buon Gesù, quella, cioè, di essere lasciata sola e senza più poter rice-vere i sui saggi consigli, preghi perché non mi perda di corag-gio neppure per un momento e compia sempre la volontà di Gesù e se non avrò la sorte di vederlo ancora in terra, Gesù fac-cia che ci vediamo nel cielo".

 

"Solo in Te ho riposto la mia speranza"

Di fronte a questa risolutezza il Padre Naval con gli occhi pieni di lacrime le disse: "Quante sofferenze ti aspettano, figlia mia! Gesù ti aiuti". Madre Speranza pensò allora di rivolgersi al Vescovo di Madrid, il quale giudicava, però, una vera pazzia il suo progetto e infatti non volle neppure riceverla. Lei, più che mai decisa a continuare, chiese udienza al Nunzio Aposto-lico, Mons. Federico Tedeschini, per avere un consiglio, ma anche lui si rifiutò. Ricorse allora al Cardinale di Toledo, Pedro Segura y Saénz, Primate di Spagna, il quale le concesse l'u-dienza. In attesa di essere ricevuta, si riunì la comunità e la Superiora lesse la lettera del Padre Antonio Naval dove si par-lava di scomunica, per la Madre Speranza, se persisteva nel suo proposito, e per le suore che erano intenzionate a seguirla. La Madre fece allora presente alle suore come il padre Naval avesse prima detto che potevano seguirla e adesso diceva di-versamente consigliandole di non continuare.

"Lei, Madre, adesso che fa? - chiesero le suore.

"Io, con l'aiuto del Buon Gesù - rispose decisa la Madre - continuerò a compiere la volontà di Dio". Le suore all'unani-mità dissero: "Anche noi la seguiremo".

Madre Speranza, però, ritenne opportuno consigliarle di aspettare in attesa di ottenere il sospirato permesso. Fece pre-sente il rischio che se l'opera non avesse avuto seguito, si sarebbero trovate fuori della Congregazione e per di più sco-municate.

"Dio prima di tutto" - fu la risposta delle suore, tranne due delle più anziane. Il giorno seguente, accompagnata dalla Superiora, andò dal Cardinale che la consolò e le disse che non c'era motivo per una scomunica e per astenersi dalla Comunione e che lui avrebbe fatto quanto poteva in loro favore.

A sera venne il padre Francesco Naval, fratello di Antonio, che in un primo momento insistette perché abbandonassero l'opera, ma una volta ascoltata Madre Speranza, la incoraggiò a continuare e disse che la scomunica era solo un tentativo del Vescovo per dissuaderla dal suo proposito. Uscito Padre Fran-cesco Naval si presentò il Vescovo che rimase fino alle dieci di sera. Provò a convincerla che era una pazzia continuare e che la scomunica non era stato lui a comminarla. Le consigliò di fare una riforma delle Costituzioni piuttosto che una nuova fondazione.

Fu l'ultimo incontro personale con Madre Speranza; da quel momento infatti per comunicare con essa si servì del Padre Juan Postius che le aveva dato come direttore spirituale, ma con la condizione che gli incontri avvenissero sempre fuori del confessionale perché potesse liberamente riferire al Vescovo quello che Madre Speranza pensava e faceva.

Tornate di nuovo dal Cardinale per informarlo dell'incontro con il Vescovo, Madre Speranza e le suore che la seguivano furono accolte e consolate con cuore paterno e rassicurate del suo aiuto. Il Cardinale chiese alla Madre di scrivere tutto ciò che aveva compreso riguardo alla fondazione da realizzare e tutto ciò che era passato per la sua mente. Ma ci fu una sor-presa: mentre parlavano con il Cardinale arrivò il Vescovo. Le suore furono invitate a passare di nascosto in un'altra stanza. Pensando di aver incontrato nel Cardinale un appoggio sicuro e qualificato, Madre Speranza fu, finalmente piena di gioia. Ma aveva dimenticato la predizione di Gesù, che, cioè, tutti l'a-vrebbero abbandonata. Aveva per un momento riposto la sua fiducia nell'uomo e non soltanto in Dio. Quando andò a por-tare il manoscritto trovò il Cardinale non più favorevole e disponibile come prima, ma dispiaciuto di doverle negare il suo appoggio per riguardo al Vescovo.

Come l'Apostolo Paolo che in un momento difficile della sua vita aveva esclamato: "Tutti mi hanno abbandonato!... il Signore, però mi è stato vicino", Madre Speranza si sentì umanamente sola e sfiduciata, ma esperimentò anch'essa la vicinanza del Signore e imparò a riporre solamente in lui tutta la sua fiducia.

Un momentaneo conforto le venne dall'incontro con il Vescovo di Barcellona, Mons. José Miralles, che la Madre sti-mava per le sue virtù e la sua santità e che in quei giorni si tro-vava a Madrid.

Il presule la consigliò di continuare senza scoraggiarsi dinanzi alle sofferenze e manifestò la sua convinzione che il Signore, a suo modo, l'avrebbe aiutata. Non doveva però illu-dersi perché le lotte e le sofferenze l'avrebbero accompagnata fino a quanto non fosse giunta in Paradiso. Poi aggiunse: "Figlia, non sia mai che il tuo nome sia scritto nel libro dei codardi. Se vuoi venire a Barcellona io ti ricevo nella mia Dio-cesi e ti aiuterò per quanto mi sarà possibile perché si porti a compimento la fondazione".

Era troppo facile e troppo bello accogliere questo invito. Consultatasi con il Padre Postìus, che le ispirava fiducia per la sua prudenza e riservatezza, decise di scegliere la cosa più difficile, quella di rimanere a Madrid a lottare tenacemente per portare avanti non una sua idea, ma quello che fermamente cre-deva essere il desiderio di Dio.

 

5

Calle del Pinar o... Via dei Miracoli?

Ciò che avvenne a Madrid, nella casa di Calle del Pinar, nel 1930, sa veramente dell'incredibile.

Mentre Madre Speranza, in quel periodo, era intenta a far valere le sue buone ragioni per portare a compimento l'opera che Dio le aveva commissionato, passando da un Vescovo all'altro, da un Monsignore a un Cardinale, subendo incom-prensioni e calunnie, abbandoni e tradimenti che la facevano tremendamente soffrire, Dio si divertiva a manifestarle la sua compiacente presenza attraverso una serie di episodi miraco-losi. Questi miracoli non solo servivano per sfamare i bambini e i poveri che frequentavano il Collegio, ma davano a Madre Speranza la certezza che la Provvidenza vegliava su di lei e non l'avrebbe mai abbandonata.

Un giorno il Signore dopo averla rimproverata perché aveva avuto, seppur vagamente, il desiderio di evitare la sofferenza, aggiunse che da quel momento smetteva di darle il necessario per l'Asilo finché esso apparteneva all'Istituto di Maria Imma-colata. Consigliata dal Padre Spirituale avvertì di questo la Superiora Generale e il Vescovo.

 

Mancano i soldi ma la dispensa è piena

In qualità di economa si trovò subito senza denaro e dovette comprare pane, carne, latte, uova e verdura a debito.

C'era invece abbondanza di olio e sapone perché nel mese di gennaio era avvenuta una misteriosa moltiplicazione che aveva riempito tutti i contenitori, grandi e piccoli che si trova-vano nella dispensa. Così racconta il miracolo la stessa Madre Speranza: "Avendo avuto notizia nel mese di gennaio che il prezzo del-l'olio sarebbe aumentato, mi venne il desiderio di comprarlo per tutto l'anno e per questo supplicai il Signore che mi desse il denaro necessario. Dopo aver ripetuto più volte la mia richiesta, durante la notte mi disse: 'Ma dove pensi di mettere l'olio?'. Io risposi: 'In tutti i contenitori che ho preparato'. 'Ma sono già tutti pieni' - le rispose il Signore. Effettivamente la mattina seguente pregai Madre Pilar che chiedesse la chiave della dispensa, avvertendola nello stesso tempo di quello che il Buon Gesù mi aveva detto. Con lei e con Madre Nieves salimmo a visitare la dispensa e vedemmo che tutti i reci-pienti, anche i più piccoli, destinati ad altri usi, erano pieni".

Passato qualche giorno, dopo aver comprato a debito altri viveri, il Signore le disse: "Tu hai comprato tutto senza denaro, ma Io voglio che le tue sorelle si rendano conto di come ti riempio la dispensa anche se non hai soldi, in maniera che mai possano dire che la neces-sità vi ha fatto desistere e che sei costretta a ricorrere ad esse dicendo che Io non ti provvedo quando sei nel bisogno".

Il 10 aprile, al mattino trovarono in casa due sacchi di zuc-chero di 65 chili ciascuno, 45 chili di pasta, 9 scatole di tonno, cioccolata, formaggio, caffè, baccalà, pastarelle e sapone in abbondanza. Ma la meraviglia più grande fu, che pur prele-vando il necessario giorno per giorno, le riserve non diminui-vano. Curiosa e sorpresa Madre Speranza chiese: "Perché fai questo, Gesù mio!" "Perché desidero - le rispose Gesù - che la dispensa si mantenga in questo stato fino a quando nella mia casa verranno altre religiose. Solo allora si noterà il consumo dei viveri che ci sono".

 

Una Domenica eccezionale

Domenica 13 aprile 1930! Una giornata particolarmente gioiosa e indimenticabile per le bambine del collegio di Calle del Pinar.

è la domenica delle visite. Le famiglie che possono, in verità non molte, fanno dono di qualche caramella, pastarella, banana alle proprie figlie. Ma la regola vuole che tutto sia messo in comune e distribuito in parti eguali. Diversamente come rimarrebbero male tutte quelle, e sono la maggior parte, che non hanno ricevuto nulla! Ci penserà Madre Speranza, anzi Gesù stesso, a fare giustizia, o meglio le parti giuste. Tre pastarelle e due caramelle per ciascuna... ma basteranno? Aiu-tata da alcune ragazze incominciò a metterle nei piatti. Ma mentre le prelevava dalla scatola tutti si rendevano conto che esse non diminuivano. Le bambine incominciarono a gridare piene di stupore che le caramelle si moltiplicavano. Madre Speranza non riusciva a frenare l'esplosione di meraviglia e di entusiasmo delle piccole ribelli e con un fare apparentemente serio continuò la distribuzione aumentando la quantità: non due più tre, ma quindici più diciotto. Poi venne il turno delle consorelle: anch'esse ne ricevettero altrettante. Ne avanzarono alcune... erano più di quelle che i parenti delle bambine ave-vano portato.

 

Uno splendido pranzo di Pasqua

"Prepara un pranzo splendido come la festa di Pasqua richiede, ma non annotare le spese sulla contabilità di questo mese".

Fu questo l'ordine che Madre Speranza ricevette alla vigilia di Pasqua. "D'accordo, Signore!" rispose immediatamente. Ma poi cominciò a pensare come poteva conciliare il fatto che non aveva soldi e neppure doveva comprare a debito.

Il consiglio del Padre Spirituale fu quello di andare con il li-bretto dei conti a fare spesa nello stesso negozio di sempre. Comprò dieci chili di agnello, due chili di prosciutto, tre chili di olive, venti di fave tenere delle quali le bambine erano molto golose, cinque dozzine di aranci, due chili di salame, e cinquanta uova. Durante la notte con ragionevole preoccupa-zione Madre Speranza espose a Gesù la sua perplessità.

"Io, Signore, ho fatto quanto mi hai detto: ho comprato il cibo per domani segnandolo nel libretto, come il Padre mi ha consigliato. Adesso come farò a pagare se non ho uno spicciolo e tu mi hai detto che non vuoi che lo aggiunga al conto del mese?".

Sorridendo Gesù le rispose: "Tu ti preoccupi tanto di una cosa così insignificante!". Quando al mattino andò a vestirsi si ritrovò tra le mani, giusto giusto, il denaro che doveva pagare. Ma non finì qui. Dopo che le bambine ebbero mangiato in abbondanza avanzarono viveri sufficienti per continuare la festa nei tre giorni che seguirono alla Pasqua.

 

"Da casa non mi sono mossa"

Madre Speranza si era recata nell'Ospedale di S. Carlos, dove si trovavano alcune bambine ammalate, quando si pre-sentò la madre di una suora Concezionista Clarissa, grave-mente ammalata, che si trovava nello stesso ospedale.

La supplicò di raccomandare a Dio quella sua figlia, data per spacciata dai medici, e la pregò di farle una visita per consolarla e consigliarla di non lasciarsi operare, dato che i medici non garantivano il buon esito dell'intervento. La trovò rassegnata alla volontà di Dio, ma desiderosa di essere operata perché non se la sentiva di tornare in convento con quei dolori.

Si rimise, però, al parere della Madre, la quale per il momento non si pronunciò.

Il giorno dopo Madre Speranza si ritrovò misteriosamente vicino all'inferma e l'assicurò che con la grazia di Dio sarebbe uscita guarita dall'operazione senza soffrire tutti quei dolori che si prevedevano. Resasi conto della presenza della Madre, l'ammalata alzò il braccio per toccarla... ma la Madre non c'era più. Piena di meraviglia l'inferma raccontò l'accaduto e la notizia si sparse rapidamente. Il giorno seguente la Madre andò a visitarla, ma di mattinata e non a sera come era rimasta d'accordo perché Gesù l'aveva avvertita di non andare di sera per evitare l'incontro con un Sacerdote che si era messo d'ac-cordo con l'ammalata per intervistarla. "Ma noi l'aspettavamo questa sera, insieme a tante altre persone che desideravano vederla", dissero le infermiere. E Madre Speranza rispose: "Ebbene ... Vi ho preso in contropiede".

Poi rivolta all'inferma che aveva raccontato a tutti di averla vista di prima mattina disse: "Sorellina, forse avevi la febbre alta".

Intervenne Madre Pilar chiedendo: "Mi dica, Madre, aveva la febbre o è venuta veramente?". Volendo nascondere la verità, ma senza dire una bugia Madre Speranza le rispose: "Madre, lei sa bene che da casa non mi sono mossa". è super-fluo dire che la suora ammalata fu operata e tutto riuscì nel migliore dei modi, senza tanti dolori e senza febbre.

 

Uova, pane, latte e ...baccalà

La Madre Priora non voleva proprio convincersi che la Provvidenza vegliava su Madre Speranza e che i viveri si moltiplicavano prodigiosamente.

Un giorno, Carmen, l'incaricata della dispensa, tutta spa-ventata si mise a gridare: 'Nella dispensa ci sono un mucchio di uova!'.

La Priora intervenne: "L'avranno portate durante la Messa. Sono passata poco fa e non c'era nulla".

Salirono tutti in dispensa. Al Padre Cappellano, D. Esteban Ecay e alla Madre Priora fu affidato l'incarico di contare. Effettivamente verificarono che le uova erano 522 e i bac-calà otto. Rimasero a fare i loro commenti mentre Madre Spe-ranza se ne andò tranquillamente in cucina.

Un altro giorno la Priora disse a Madre Speranza: "Ma que-sto latte è tutto acqua!". "A me non sembra - rispose Madre Speranza - ma perché non lo prova, Madre Priora ".

L'indomani mentre stava preparando il latte per il Cap-pellano, compare di nuovo la Priora, sempre convinta che nel latte c'era acqua e osserva incuriosita e incredula.

"Mi creda, Madre - intervenne Madre Speranza - io non ho messo acqua nel latte e chiederò al Cappellano il suo parere. "Ma io non dico che è lei a mettere acqua; potrebbero por-tarlo così da fuori". "Madre - riprese Madre Speranza con molta franchezza - non è questa la sua convinzione, dato che da quando le ho detto che il latte si moltiplica si porta dietro questa mania dell'acqua". Quando il campanello avvisò che il Cappellano arrivava, la Priora si affrettò ad andare ad aprire, poi ricomparve dicendo che poteva andare a parlare con il Pa-dre. Madre Speranza con la tazza del latte in mano passò da-vanti alla Priora che si limitò a rivolgerle un significativo sorri-so. Il Cappellano senza badare al latte disse a Madre Speranza che riteneva opportuno chiedesse perdono alla Priora. Non ve-dendone il motivo, perché credeva di non aver mancato di ri-spetto, esitava a farlo, ma notando l'indifferenza del Padre alle sue ragioni, si inginocchiò davanti alla Priora e con profonda ripugnanza e altrettanta umiltà chiese perdono.

 

Un difficile e doloroso distacco

Le difficoltà incontrate nel portare avanti il progetto di col-legi aperti ai più bisognosi, con uno stile di accoglienza nel quale le suore fossero totalmente coinvolte, convinse Madre Speranza che era giunto il momento di chiedere la dispensa dai voti per lei e per Madre Pilar Antin. Lo fece scrivendo a Roma ed esponendo i motivi della loro richiesta di uscire dalla Congregazione di Maria Immacolata. Verso la fine di novem-bre seppe che la dispensa era arrivata. Quello che seguì fu uno dei periodi più dolorosi nella vita di Madre Speranza. Per ordine del Vescovo le fu proibito qualsiasi genere di comunica-zione. La solitudine le causava una sofferenza indicibile che solo Dio conosceva. Approfittò di questa solitudine per scri-vere in bella copia le Costituzioni.

Questa solitudine fu anche un'occasione provvidenziale per dedicarsi completamente a Dio. Ebbe la grazia di una rivela-zione nella quale la Vergine Santissima le fece vedere il mo-dello del vestito che le Ancelle dell'Amore Misericordioso do-vevano indossare. Prima di firmare la dispensa Madre Spe-ranza e Madre Pilar Antin, per ordine del Vescovo e dei Supe-riori vennero separate per la durata di otto giorni: Madre Pilar fu mandata nella casa di Vélez Rubio e Madre Speranza a Tremp, nei Pirenei.

A nulla servirono le menzogne e i ricatti per farle desistere; ambedue rimasero ferme nella loro decisione.

Madre Speranza nel suo diario fa notare che quando la Superiora le disse che Madre Pilar aveva desistito dal suo pro-posito, cosa non vera, invece che darle un dispiacere, come lei pensava, le dava una buona notizia. Infatti quello che più le costava era accettare come compagne Madre Pilar, Aurora, Teresa y Soledad, delle quali ben conosceva il comportamento e che quindi sapeva che l'avrebbero fatta soffrire molto.

Firmata la dispensa dai voti si ritrovarono letteralmente in mezzo alla strada. Dove andare adesso? Non avevano più nep-pure un tetto dove rifugiarsi. Ma la Provvidenza intervenne prontamente: la Contessa de Fuensalida e la Marchesa de Zahara offrirono la loro casa per ospitarle, la Madre però non volle accettare né l'una né l'altra proposta perché era convinta, e lo disse chiaramente, che nelle case dei grandi e dei ricchi lo spirito religioso non ci guadagna. La contessa allora fece un gesto intelligente e doppiamente caritatevole: provvide a siste-marle nella casa di una vecchietta ottantenne, molto povera. Così loro ebbero una casa e la vecchietta una buona assistenza. In questa casa trascorsero circa un mese: un breve ma intenso noviziato che doveva prepararle a iniziare la nuova fondazione. Il giorno dell'Immacolata andarono ad ascoltare la S. Messa nella cappella di un signore chiamato Gómez Herrero e lo fecero per un certo tempo.

 

Il Crocifisso dell'Amore Misericordioso

Fu in questa cappella che Gesù fece conoscere a Madre Speranza come voleva che fosse l'immagine dell'Amore Misericordioso.

Si recò subito dallo scultore Lorenzo Cullot Valera, suo parente per parte materna, il quale comprese bene quali dove-vano essere le caratteristiche del Crocifisso.

Come paga lo scultore chiese quindicimila pesetas.

Non era molto, ma per le possibilità di Madre Speranza si trattava di una cifra proibitiva. Fiduciosa come sempre nella Provvidenza lo incaricò dicendo allo scultore che, anche se non aveva una peseta, rimanesse tranquillo che a suo tempo avrebbe avuto quanto gli spettava. Lo scultore le chiese anche di seguire il lavoro per avere da lei le opportune indicazioni.

Madre Speranza si mise alla ricerca di un uomo che potesse fare da modello e Gesù stesso si preoccupò di indicargli un giudeo "che aveva uno dei corpi più perfetti". Con una certa frequenza andava nello studio dello scultore per dare i suoi suggerimenti.

L'undici giugno 1931, vigilia della festa del Sacro Cuore, l'opera era pronta e fu consegnata con grande soddisfazione di tutti. Il Parroco di S. Marco benedisse l'immagine.

Qualche giorno dopo si celebrò un solenne triduo di ringra-ziamento nel Santuario del Cuore Immacolato di Maria e l'im-magine venne esposta alla venerazione dei fedeli. Ne diede notizia la rivista dei Padri Clarettiani "Iride di pace" con que-ste parole: "Offriamo ai nostri lettori la prima riproduzione di una bellissima immagine di Cristo Amore Misericordioso, la prima scultura che rappresenta questo venerato titolo. è opera del celebrato artista Coullot Valera; il Cristo è di grandezza naturale, perfettissimo per intaglio e colorito". Il primo ad essere sorpreso per la bellezza dell'opera fu lo stesso scultore che dovette rendersi conto di essere stato misteriosamente gui-dato. Non pretese le quindicimila pesetas pattuite, ma si accon-tentò di dodicimila e cinquecento, quelle che Madre Speranza aveva in mano, perché un benefattore, Don Esteban Ecay, due giorni prima gliele aveva regalate.

Lo scultore, visto il buon esito della sua opera, si propose di farne subito altre copie. Madre Speranza però lo avverti che anche il Signore era contento di quella sua Immagine che sa-rebbe stata conosciuta e venerata in tutto il mondo.

La ricompensa gliela avrebbe data Lui portandolo in sua compagnia nel cielo. Poco dopo lo scultore morì.

Prima di raggiungere la sua destinazione definitiva nel Santuario di Collevalenza il Crocifisso da Madrid fu portato nella cappella della casa di Bilbao, nell'anno 1932.

Nel 1935, il 29 ottobre, giorno della festa di San Pietro, con il permesso del Vescovo di Vitoria si inaugurò il Noviziato e nel pomeriggio il Crocifisso fu trasportato da Bilbao a Lar-rondo. Qui, una volta ultimata la chiesa, ricevette una adeguata sistemazione che, tutti pensavano, sarebbe stata quella defini-tiva.

 

6

Il Messaggio dell'Amore Misericordioso

Un misterioso passaggio di consegne

"Stavo in casa dello zio Sacerdote, sentii suonare il cam-panello, scesi giù e vidi...".

Cosa vide la piccola Marìa Josefa, all'età di dodici anni, mentre si trovava in casa di D. Manuel, parroco di Santomera? Sono molti ad aver sentito dalle sue stesse labbra il racconto di un incontro misterioso con santa Teresa di Gesù Bambino. P. Arsenio Ambrogi, presente a Collevalenza quando da Parigi arrivò al Santuario la statua della santa di Lisieux, ha lasciato una relazione dettagliata di quanto Madre Speranza disse in quella circostanza.

"Madre Speranza era lì, vicino alla piccola statua e la accarezzava come si accarezzerebbe una bambina e dolce-mente le disse; 'Figlia mia, qui devi lavorare, perché ci tro-viamo nel Santuario dell'Amore Misericordioso'. Poi si volse di scatto verso di me e mi disse: 'Vede, Padre: questa qui io l'ho conosciuta che avevo dodici anni... Vidi una suora tanto bella che non avevo mai visto.

Mi meravigliai che non portasse la bisaccia per raccogliere l'elemosina, pensavo, infatti che fosse una suora questuante e le dissi subito: 'Suora dove mette la roba che le do se non ha neanche le bisacce?'. E lei mi rispose: 'Bambina io non sono venuta per questo!? - Ma sarà stanca del viaggio, prenda la se-dia!' - 'Non sono affatto stanca' - 'Con questo caldo avrà sete!' - 'Non ho sete' - 'Allora che vuole da me?'. E lei mi disse: 'Vedi bambina, io sono venuta a dirti da parte del Buon Dio che tu dovrai cominciare dove ho finito io'.

E mi parlò a lungo della devozione all'Amore Misericor-dioso che avrei dovuto diffondere in tutto il mondo. Ad un certo punto mi voltai e la suora non c'era più. Era proprio lei, sa! Era proprio lei.

E dicendo questo additava la statua di santa Teresa del Bambino Gesù che era lì in mezzo a noi. E aggiunse: "Dio non vuole essere più considerato come un giudice di tremenda maestà, ma come Padre buono. è questa la missione che io ho ricevuto".

E a questa missione, possiamo dire che da quel momento, Madre Speranza incominciò a dedicare tutte le sue attenzioni rendendosi disponibile alla volontà di Dio.

 

Una data memorabile

Il 5 novembre 1927 è una data fondamentale nella vita di Madre Speranza.

Nel Diario scritto per ordine del suo Padre Spirituale, P. Antonio Naval, religioso della Congregazione del Cuore di Maria, si legge: "Mi sono distratta, ho passato, cioè parte della notte fuori di me e molto unita al Buon Gesù.

Lui mi diceva che io devo arrivare a fare in modo che gli uomini lo conoscono non come un Padre offeso per le ingrati-tudini dei suoi figli, ma come un Padre pieno di bontà, che cerca con tutti i mezzi la maniera di confortare, aiutare e ren-dere felici i suoi figli e che li segue e li cerca con amore in-stancabile, come se senza di essi non possa essere felice.

Quanto mi ha impressionato questo, Padre mio!".

Questa singolare distrazione, questa forte esperienza del divino, rimase profondamente impressa nel cuore e nella mente di Madre Speranza. Sarà il punto di partenza che la spin-gerà a convogliare tutte le sue energie, con tenacità e santa ostinazione verso un unico obbiettivo: la gloria di Dio.

è qui che si rivela la personalità di Madre Speranza, lo spessore della sua volontà, la grandezza del suo amore appas-sionato per Dio e per i fratelli.

Far conoscere Dio come Amore Misericordioso è stato 1'u-nico suo ideale. è verso di esso che convergono tutti i suoi pen-sieri, sentimenti e azioni.

Se la dispersione sta alla base dei nostri insuccessi bisogna dire che la capacità di convogliare verso un unico obbiettivo tutte le proprie risorse è alla base di ogni vero successo.

 

La storia di una devozione

Per inquadrare storicamente la figura, il messaggio e l'opera di Madre Speranza è utile ripercorrere fin dagli inizi, seppur brevemente, quel movimento religioso di reazione al Gianseni-smo che trova in alcune anime sante la sua massima espres-sione.

Madre Speranza ha soprattutto il merito di aver istituzio-nalizzato, attraverso una Famiglia Religiosa e un Santuario, questa devozione che la Chiesa ha confermato con l'Enciclica "Dives in misericordia" e recentemente con l'istituzione della festa della Divina Misericordia, nella seconda Domenica di Pasqua.

Quando diciamo devozione non intendiamo tanto una serie di preghiere o novene rivolte a Dio o a qualche santo, ma una dedizione, una consacrazione e un servizio che coinvolgono tutta la persona, il suo pensare e il suo agire.

 

S. Margherita Maria Alacoque

Nella Francia del seicento il vento gelido del Giansenismo aveva cominciato a diffondere nella Chiesa l'idea di un Dio tal-mente grande, puro e lontano che l'uomo doveva avvicinarsi a Lui con timore e tremore.

Dal Convento di Paray-Le-Monial un'umile suora fa sentire la sua voce. è il richiamo per la Francia e per l'Umanità a sco-prire i segreti del Cuore di Cristo. Dio desidera dare e ricevere amore in un rapporto libero, appassionato, coinvolgente.

Il 27 dicembre 1673, festa di S. Giovanni Evangelista, Margherita ha la prima visione. "Mentre ero davanti al Santo Sacramento mi trovai tutta investita della sua divina presenza e con tanta forza da farmi dimenticare me stessa e il luogo in cui mi trovavo. Egli mi fece riposare a lungo sul suo Divin Petto e mi scoprì le meraviglie del suo Amore e i segreti inesplicabili del suo Sacro Cuore". Sarà proprio il cuore il segno visibile di questo amore. Un cuore che poggia su un trono di fiamme più raggianti del sole, circondato da una corona di spine e sor-montato da una croce.

Ebbe una seconda e una terza rivelazione nelle quali il Signore le manifestò ciò che desiderava come riparazione per tutti gli oltraggi che continuamente riceveva dagli uomini, assi-curando che il suo cuore si sarebbe dilatato per effondere con abbondanza le ricchezze del suo Amore su quanti gli rende-ranno questo onore.

C'è, infine la Grande Promessa che costituisce il culmine di tutte le altre: "Nell'eccessiva misericordia del mio cuore, ti prometto che il mio amore onnipotente accorderà la grazia della penitenza finale a tutti coloro i quali faranno la Comunio-ne per nove primi venerdì consecutivi. Essi perciò non morran-no in mia disgrazia, né senza ricevere i Sacramenti.

Il mio Cuore diventerà il loro rifugio sicuro in quel momento supremo".

La devozione al Sacro Cuore, si diffuse assai rapidamente coinvolgendo i fedeli e il Magistero pontificio.

Pio XII, con l'Enciclica "Aurietis Aquas" del 1956 definì la Redenzione "Mistero di amore misericordioso dell'Augusta Trinità e del Redentore divino verso l'umanità".

Il Sacro Cuore è visto, dunque, come il centro più profondo della persona di Cristo, l'espressione visiva dei suoi senti-menti, la fonte inesauribile del suo Amore Misericordioso.

 

San Vincenzo Pallotti

Nella Roma del primo Ottocento un sacerdote si distingue per l'accento appassionato con cui scrive e parla al popolo della misericordia di Dio.

è San Vincenzo Pallotti, nato a Roma nel 1775, fondatore, della Pia Società dell'Apostolato Cattolico, considerato antesi-gnano dell'Azione Cattolica, iniziatore dell'Apostolato tra gli emigrati. Per più di trent'anni percorse instancabile le vie della Capitale predicando nelle chiese, confessando, assistendo gli infermi, fondando scuole e orfanotrofi. Nelle sue meditazioni, "immerso in un mare immenso di divine misericordie" scrive pagine appassionate per esaltare Dio, "l'impazzito di miseri-cordia".

"Dio mio, siete Misericordia infinita e la vostra misericor-dia si diffonde e risplende, dove maggiore è la miseria".

S. Vincenzo esprimeva la sua viva preoccupazione per la Chiesa e per il Clero augurandosi una Riforma e un Concilio. "Ci vorrebbe - esclamava - un Concilio. Ci vorrebbe una rifor-ma!". Semi profetici nel terreno di una Chiesa bisognosa di riscoprire i tesori immensi della misericordia divina.

Anelito che troverà anche in Madre Speranza la sua realizzazione con la fondazione di una Congregazione dedicata alla diffusione dell'amore misericordioso e ai sacerdoti.

 

S. Teresa di Gesù Bambino

è singolare che Madre Speranza sia nata il 30 Settembre, giorno in cui mori S. Teresa di Gesù Bambino.

"Tu, bambina dovrai cominciare dove io ho finito", aveva detto la Santa di Lisieux alla piccola Maria Josefa.

La relazione tra queste due anime è profonda e complemen-tare.

Teresa era nata ad Alençon, in Francia il 2 gennaio 1873 da Martin e Zélie Guérin.

Dopo la morte della madre avvenuta quando aveva quattro anni si trasferisce a Lisieux. Lì, tra l'affetto del papà e delle sorelle, cresce sensibile, pietosa e intelligente.

Riceve la prima Comunione e poi la Cresima, intensamente preparata dalle benedettine del luogo.

Nel Natale del 1886 vive una profonda esperienza spirituale che chiama "completa conversione". Si tratta, soprattutto, del superamento di quella fragilità emotiva che aveva seguito alla morte della mamma. Ha inizio da questo momento "una corsa da gigante" verso la perfezione.

Vorrebbe subito abbracciare la vita contemplativa, come avevano fatto le due sorelle Paolina e Maria, ma l'età non glielo permette.

Durante un pellegrinaggio a Roma, chiede al Santo Padre Leone XIII il permesso per entrare nel Carmelo all'età di quin-dici anni. Lo farà il 9 aprile 1888 e l'8 settembre, festa della Natività di Maria, farà la sua prima Professione Religiosa. Vive con fedeltà e fervore i suoi impegni comunitari, provata dalla malattia e dalla morte del padre a cui era teneramente legata.

Scopre e inizia a percorrere con le sue novizie "la piccola via dell'infanzia spirituale" mettendo al centro di tutta la sua vita l'amore. Percorrendo questa via penetra sempre più nel mistero della Chiesa e sente nascere in sé la vocazione aposto-lica e missionaria. Il giorno della festa della SS. Trinità, si offre vittima di olocausto all'amore misericordioso di Dio. Il 30 settembre 1897, dopo una dolorosa malattia, e una dura prova della fede, la morte, che lei chiama "la visita dello Sposo divino", pone fine alla sua esistenza terrena mentre pro-nuncia le parole: "Dio mio, io ti amo".

La dottrina di S. Teresa è stata largamente recepita. Procla-mata Dottore della Chiesa, ha il merito di aver messo in evi-denza la chiamata universale alla santità, il valore apostolico e missionario della vita contemplativa, il messaggio evangelico della gioia, la fiducia nella misericordia di Dio e la centralità della carità nella vita della Chiesa.

 

S. Faustina Kowalska

Nel periodo buio tra le due guerre mondiali viene concesso un segno agli uomini stretti tra i massacri e gli orrori del marxismo e del nazismo.

Attraverso l'esperienza e la voce di un'umile Suora di clau-sura, Suor Faustina Kowalska, Gesù ricorda a tutti che Dio è misericordia infinita e quindi è possibile sperare, trovare un rifugio sicuro contro l'angoscia individuale e collettiva nel suo Cuore, che vi è la possibilità di ricevere e dare perdono.

Suor Faustina era nata in Polonia, nel villaggio di Glogo-wiec, il 25 agosto 1905, terza di dieci figli, di famiglia molto povera. Venne battezzata due giorni dopo la sua nascita e le fu imposto il nome di Elena. A nove anni, quando fece la prima Comunione, esperimentò una forte attrazione verso il Signore.

Trascorse l'infanzia nella preghiera fervorosa, nel duro lavoro dei campi, sempre sensibile e premurosa verso le mise-rie umane.

Frequentò per breve tempo le scuole, poi fu costretta ad andare a servizio presso la famiglia di un fornaio. Desiderava consacrarsi totalmente al Signore, ma i genitori non glielo per-misero.

Un giorno, durante un ballo, vide Gesù, sanguinante in volto, che le disse: "Quanto tempo ancora ti dovrò sopportare e fino a quando mi ingannerai?". Elena fu talmente impressio-nata che lasciò la festa e, senza neppure avvertire i genitori, partì per Varsavia dove peregrinò di convento in convento, rice-vendo continui rifiuti, finché, nell'estate del 1924 fu accolta dalle Suore della Beata Vergine Maria della Misericordia.

Fece la prima Professione Religiosa nel 1928 e quella Per-petua nel maggio del 1933.

Il 22 febbraio 1931 Gesù le ordinò di dipingere una sua immagine, simile a quella che vedeva.

è l'inizio di un dialogo fiducioso e appassionato, narrato con la semplicità disarmante di una persona quasi analfabeta, nel Diario scritto per ordine del suo direttore spirituale, D. Michele Sopocko.

Gli ultimi anni della sua breve vita furono segnati da tor-menti fisici, per la tubercolosi, che la andava minando, e da sofferenze spirituali e morali per le accuse di simulare i suoi fenomeni mistici. Morì a trentatrè anni, a Cracovia, il 5 ottobre 1938. Quella di Suor Faustina è una missione di portata mon-diale, per questo il Signore l'arricchì di doni mistici straordi-nari come rivelazioni, visioni, apparizioni, stimmate nascoste. "Non voglio, le ripeteva il Signore - punire l'umanità soffe-rente, ma desidero guarirla e stringerla al mio cuore".

A Suor Faustina Gesù apparve vestito con una veste bianca e con una mano alzata nel gesto di benedire.

Dal suo cuore si sprigionano due raggi: uno bianco e uno rosso.

C'è sotto l'immagine una scritta: "Gesù, confido in Te!". Mentre nel Crocifisso di Madre Speranza Gesù è rappresen-tato prima di morire, nel momento che implora dal Padre il perdono per i peccati degli uomini, nel Gesù misericordioso di Santa Faustina il Risorto è rappresentato mentre elargisce agli uomini questo amore misericordioso. Quella misericordia che si è manifestata sulla croce continua a salvare gli uomini attra-verso l'azione sacramentale della Chiesa.

C'e da rilevare che la visione di Madre Speranza, avvenuta nel 1929, precede di alcuni anni quella di Santa Faustina, avve-nuta nel 1931. A nessuno sfugge il parallelismo e la sorpren-dente continuità tra la vita, l'esperienza e la spiritualità di que-ste anime che il Signore ha chiamato, distanti nel tempo e nello spazio, per compiere una missione ecclesiale. Esse convergono tutte nell'intento di vivere e ripresentare al mondo le imper-scrutabili ricchezze della misericordia di Dio.

 

Sulla scia di P. Arintero

Iniziando il suo Diario, scritto unicamente in obbedienza al direttore spirituale, Madre Speranza dichiara che il 30 ottobre 1927, il Buon Gesù le chiese di darsi pienamente e con tutte le sue forze, al lavoro con il P Arintero, religioso domenicano, per far conoscere al mondo la devozione all'Amore Misericor-dioso.

Lo faceva già da tempo, ma il suo Padre Spirituale, Antonio Naval non voleva che la cosa si sapesse, neppure dai Superiori. P. Juan Gonzàlez Arintero era soprattutto un maestro di vita spirituale, ma anche uno scienziato, un apologeta.

Nato a Lugueros, diocesi di León, nel 1860, si era fatto domenicano nel 1876. Oltre ai normali studi aveva frequentato la facoltà di Scienze fisico-chimiche presso la prestigiosa Università di Salamanca. Insegnò scienze ecclesiastiche e pro-fane in varie Università: Soria, Valladolid, Roma, Salamanca.

Semplice e amabile di carattere era tuttavia energico e persuasivo per quanto riguardava i suoi ideali di vita religiosa. Si interessò con passione e competenza ai problemi del suo tempo con l'intento di discernere quello che era utile o dan-noso per la vita della chiesa. Anticipando il Concilio Vaticano II parla diffusamente nei suoi scritti dello sviluppo e vitalità della Chiesa, della sua evoluzione dottrinale organica e mistica e della chiamata universale di tutti i cristiani alla santità. Molto abbondante è la sua produzione letteraria.

Nel 1921 diede inizio alla rivista "La vida sobrenatural" che si proponeva di illustrare gli "ineffabili misteri" e le "meravi-glie della vita della grazia".

Il suo interesse andò via via polarizzandosi sulla devozione all'Amore Misericordioso e ne divenne, negli ultimi anni della sua vita, apostolo convinto e generoso.

Fece stampare e diffondere migliaia di opuscoli e stampe che la illustravano; tenne conferenze e soprattutto istillò nelle anime che dirigeva questa spiritualità.

Fu la lettura di un libro anonimo, proveniente dalla Francia, che in verità lesse un po' prevenuto, a metterlo su questa strada. Alla fine della lettura esclamò pieno di entusiasmo: "Questo è Vangelo puro, puro Vangelo!".

L'intento del libro era quello di esaltare l'amore divino nei confronti delle anime sottolineandone la misericordia. Gli scritti erano opera di "un'anima straordinaria, molto favorita dal Signore" che si firmava con le iniziali P.M. che significano "Petit Main", piccola mano. P Arintero la conobbe e stabilì con lei una vivace corrispondenza. A lei diede il nome di "Su-lamitis", cioè della mistica sposa del Cantico dei Cantici. Con questo pseudonimo firmava gli articoli che pubblicava nella ri-vista "Vida Sobrenatural". Quando morì, all'età di 65 anni, nel 1943 si conobbe il suo vero nome che corrispondeva a quello della Superiora delle monache Visitandine del Monastero fran-cese di Dreux-Vouvant, Maria Teresa Desandais.

Dopo la morte del P Arintero il 20 febbraio 1928, la diffu-sione della devozione all'Amore Misericordioso si andò esten-dendo soprattutto in America Latina. Ma l'Arcivescovo di La Habana proibì il culto e la diffusione dell'immagine del Croci-fisso dell'Amore Misericordioso, raffigurato con alcuni raggi che partivano dal cuore. Da quel momento l'Opera cominciò a perdere la sua popolarità e quasi scomparve.

 

La collaborazione e le riserve di Madre Speranza

Abbiamo parlato diffusamente di questo santo e dotto reli-gioso domenicano e della sua attività perché Madre Speranza, come abbiamo detto, collaborò con lui nella diffusione della devozione all'Amore Misericordioso, per consiglio del suo Padre Spirituale e per ordine di Dio. Nel suo diario parla addi-rittura di un rimprovero ricevuto dal Signore perché non si sforzava abbastanza nel far conoscere a coloro che con essa trattavano l'amore e la misericordia che Dio nutre verso gli uomini.

è lei stessa ad esaminare le ragioni della sua titubanza e ad esporre alcuni dissensi dal modo di fare del P Arintero.

Sa che questa devozione, per l'immediato subirà un insuc-cesso e dichiara di avere vergogna di ciò che penseranno e diranno di lei le persone. In una pagina del suo diario si rivolge al padre Spirituale con queste parole: "Che pena ha prodotto nella mia povera anima questo paterno rimprovero, padre mio! Mi aiuti a chiedere a Gesù che una volta ancora mi perdoni. è certo, padre mio, che da tempo sono preoccupata per il fatto che la diffusione della devozione all'Amore Misericordioso va incontro ad un insuccesso. Infatti il P Arintero, nonostante sia un gran santo, come uomo ha il suo modo di vedere le cose e così nei suoi opuscoli, spesso propaga idee sull'Amore Misericordioso che secondo il Buon Gesù non sono esatte. Io gliel' ho detto più di una volta, ma vedo che gli costa sottomettersi, in molte cose, ad una povera religiosa senza studi e senza tante conoscenze come ne ha lui. Rendendomi conto di ciò, gli dico con molto sforzo quello che il Signore mi dice, ma vedo che non scrive esattamente le cose come io gliele dico.

Lo stesso ha fatto con alcune frasi della novena che ha diffuso in America, Francia e Spagna".

Come possiamo renderci conto la collaborazione di Madre Speranza all'Opera di P. Arintero fu generosa, ma franca e leale, senza alcuna sudditanza. Lei sapeva di avere un suggeri-tore più affidabile di qualsiasi altro e a lui obbediva cieca-mente, dopo essersi consigliata con il Padre Spirituale.

P Arintero, sul letto di morte, dopo aver espresso la sua fiducia nel proseguimento dell'Opera, ebbe l'umiltà di espri-mere l'impressione che lui, ormai, era di ostacolo in questo mondo alla diffusione e fioritura delle sue idee sull'Amore Misericordioso e per questo il Signore lo prendeva con sé e affidava ad altri questo compito. Avrà pensato P. Arintero che Madre Speranza era tra coloro che avrebbero raccolto e portato alla piena fioritura la sua Opera? Parlando ad un gruppo di suore provenienti dalla Spagna, Madre Speranza raccontò qualcosa dei suoi rapporti con Padre Arintero, facendo risaltare la coscienza della sua inadeguatezza per il compito che il Signore le affidava.

"Questo titolo dell'Amore Misericordioso, nuovo nella Chiesa, fu prima conosciuto da un santo e intelligente Sacer-dote, il P. Arintero, religioso domenicano che lavorò moltis-simo per la diffusione di questa devozione. Io non fossi capace di aiutarlo minimamente, mentre ero religiosa dell'altra Congregazione, lavorai molto con lui in questa opera. Il Signore permise che la Chiesa, il Santo Ufficio, non approvassero detta Opera e il P. Arintero non poté continuare. Moltissime volte ho pensato: perché il Signore permise che l'opera del P. Arintero venisse soppressa dalla Chiesa?

Perché?... Perché il Signore voleva che la devozione al suo Amore Misericordioso si estendesse nel mondo intero, consi-deratelo bene: nel mondo intero per mezzo di religiose senza cultura.

Dopo è venuta la cultura, sono venuti gli studi, ma in quei mo-menti il Signore scelse come strumento della sua opera una povera religiosa, poco intelligente e incapace di portare a compimento una missione tanto grande e difficile come è la fondazione di Religiose e più tardi di Religiosi che hanno come speciale missione quella di far conoscere alle anime del mondo intero l'Amore e la Misericordia del Signore verso il povero bisognoso e peccatore".

 

Un'Enciclica provvidenziale

Nel 1980 il Santuario fondato da Madre Speranza a Collevalenza, cominciava ad essere conosciuto e apprezzato dovunque.

Dall'Italia e anche da alcune nazioni straniere giungevano sempre più numerosi gruppi di pellegrini che trovavano una fraterna ospitalità nella Casa del pellegrino; pregavano dinanzi al Crocifisso, facevano il bagno nelle piscine e si accostavano con fiducia al Sacramento della Riconciliazione e dell'Eucari-stia.

I sacerdoti venivano accolti nella casa dei Figli dell'Amore Misericordioso per ritiri spirituali, corsi di esercizi, aggiorna-menti, giornate di spiritualità. Alcuni di essi trovavano nella casa per Sacerdoti anziani un luogo dignitoso dove passare se-renamente gli ultimi anni della loro vita.

I giovani e le famiglie frequentavano il Santuario per Incon-tri e Corsi, utili a riscoprire e a vivere la loro particolare voca-zione.

Cardinali e Vescovi visitavano ufficialmente o in privato il grande complesso e tutti rimanevano colpiti non tanto dalla grandiosità delle strutture, quanto dalla profonda spiritualità che si respirava.

L'Enciclica "Dives in Misericordia", pubblicata il 30 novembre di quell'anno, oltre a delineare in maniera limpida e trasparente, la dottrina che si riferisce all'Amore Misericor-dioso, fu vista come una conferma ufficiale di quella spiritua-lità che Madre Speranza e altre anime elette avevano vissuto e diffuso nella Chiesa.

Questa Enciclica, la seconda del Pontificato di Giovanni Paolo II, esprime la convinzione che "La Chiesa vive una vita autentica, quando professa e proclama la misericordia - il più stupendo attributo del Creatore e del Redentore - e quando accosta gli uomini alle fonti della misericordia del Salvatore di cui essa è depositaria e dispensatrice".

La storia della salvezza viene vista come storia di miseri-cordia. Gesù è il segno più evidente della paterna tenerezza di Dio, che si china misericordiosamente sull'uomo debole, sof-ferente, malato. Il Crocifisso è l'icona dell'accoglienza di Dio nei nostri confronti e l'invito più persuasivo ad accogliere con lo stesso amore ogni nostro fratello.

 

7

La fondazione delle Ancelle

La profonda esperienza dell'amore misericordioso di Dio, fatta da Madre Speranza fin dai primi anni della sua vita, costi-tuisce la base della sua maternità spirituale e spiega la fecon-dità della sua azione apostolica, soprattutto l'origine della fon-dazione delle sue figlie e dei suoi figli.

"Dicono che non ho molte qualità, e hanno tutte le ragioni per dirlo, ma sento di essere Madre e non ho altra ambizione che quella della santificazione dei miei figli".

L'espressione più vera della sua personalità è questo amore materno e appassionato, forte e tenero nello stesso tempo.

Un amore capace di generare spiritualmente figlie e figli, dando ad essi il nutrimento necessario per arrivare a vivere nella pienezza dell'amore. "Figlia mia!", 'Figlio mio!" erano le parole che più frequentemente uscivano dalla sua bocca. Chiamava così anche il Buon Gesù!

Ma non vuole essere una madre qualunque, una madre sciocca, di quelle che si perdono in tante stupidaggini.

Vuole essere una madre vera, che desidera per i suoi figli quello che veramente è importante e utile, vuole educarli al sa-crificio perché siano capaci di amare in maniera autentica.

 

Fondatrice

Inizialmente Madre Speranza pensava soltanto di dover riformare la Congregazione delle Suore di Maria Immacolata, alla quale apparteneva e di essere chiamata a diffondere la devozione all'Amore Misericordioso.

Solo il 28 marzo 1929 ha la percezione di dover fondare una nuova Congregazione:

"Il Buon Gesù mi dice che è arrivato il momento di scrivere le Costituzioni con le quali più tardi si dovranno reggere la Con-gregazione dei suoi Figli dell'Amore Misericordioso e, molto presto, la Congregazione delle Ancelle del suo Amore Miseri-cordioso. Da queste Costituzioni debbo copiare quello che si riferisce ad esse, lasciando separato ciò che più tardi dovranno osservare i Figli del suo Amore Misericordioso. Tutto ciò mi ha riempito di spavento perché non so né che cosa devo scrivere né che cosa devo fare.

Io, Padre mio, mi sono messa a piangere come una piccola bimba e l'angoscia mi opprime, non perché non voglio fare quello che il Buon Gesù mi chiede, ma perché non sono capa-ce e sono convinta di non combinare niente di buono".

Quello stesso giorno il Signore iniziò a dettarle le Costitu-zioni.

Nella quiete della notte, "distratta", o meglio tutta assorta nel suo Dio, scrive in un quaderno, con una matita, quello che Lui le va dicendo. Il Padre Spirituale l'avrebbe aiutata a sepa-rare ciò che riguardava i Figli e ciò che si riferiva alle Ancelle del suo Amore Misericordioso. Nel mese di maggio dello stesso anno comprende chiaramente di dover dare inizio alla Congregazione delle figlie.

"Nel mese di maggio del 1929 compresi che il Buon Gesù voleva che si portasse a compimento la fondazione di una Congregazione chiamata 'Ancelle dell'Amore Misericordio-so'', per aprire collegi dove educare orfani, poveri, figli di fa-miglie numerose e di condizioni sociali modeste. Da questi collegi doveva scomparire tutto quello che poteva avere par-venza di ricoveri e le religiose dovevano prendere gli stessi alimenti dei bambini, per evitare la cattiva impressione che produce in essi vedere che noi religiose mangiamo diversa-mente e molto meglio di loro.

Compresi, inoltre, che in questi collegi i bambini dovevano ricevere una solida educazione e, quelli che per la loro intelli-genza ne fossero capaci, avessero potuto continuare gli studi superiori, cosa, questa, che generalmente non è alla portata dei poveri, tanto meno in Spagna, dove l'educazione dei poveri è abbastanza trascurata ...

Con questo vasto programma di opere Madre Speranza si accingeva a dare vita alla sua creatura.

Era urgente realizzare quanto prima quest'opera, perché una volta scoppiata la rivoluzione tutto sarebbe stato molto più dif-ficile se non impossibile. Mise subito al corrente il suo Padre Spirituale, il quale a sua volta si incaricò di portare a conoscen-za della Comunità questo progetto e incoraggiò quelle reli-giose che erano disposte a condividerlo, ad unirsi a Madre Spe-ranza.

Ma quest'ultima cosa non piacque alla Madre perché tra quelle che intendevano seguirla ve n'erano alcune che lascia-vano a desiderare e già sapeva che l'avrebbero fatta molto sof-frire. Abbiamo già narrato le intrigate vicende che portarono la Madre alla decisione di staccarsi dalla Congregazione delle Claretiane di Maria Immacolata per fondarne una nuova. L'abbiamo lasciata, dopo la dispensa dai voti, insieme a Madre Pilar, nella casa di una vecchia signora, poverissima tra i poveri, senza appoggi umani e senza consolazioni divine, duramente ostacolata dalle autorità che avrebbero dovuto inco-raggiarla.

Era questo il momento della Provvidenza, l'ora di Dio che scocca sempre quanto meno favorevoli sono, secondo i criteri umani, le circostanze. Il 22 dicembre, Don Esteban Ecay firmò il contratto di affitto, per due mesi, di un modesto apparta-mento che si trovava in Calle Velàzquez, lì si trasferirono alcune di esse.

 

Un Natale ricco di povertà

La nascita della Congregazione delle Ancelle dell'Amore Misericordioso avvenne la notte di Natale e come quella di Cristo è contrassegnata dalla più nuda povertà.

Questo lo scarno racconto della Madre: "Il giorno 24 dicembre del 1930 ci riunimmo in una stanza dell'appartamento che la Contessa de Fuensalida ci aveva preso in affitto nella Calle Velàzquez, 97, Madre Pilar, Suor Ascensione, Soledad ed io. Il Padre Postìus venne nel pome-riggio, ci riunì e facemmo i voti privati. Si formò il primo Consiglio: a me fu dato l'incarico di responsabile delle suore, Madre Pilar fu eletta Vicaria e Segretaria Generale, Madre Au-rora seconda Consigliera e Madre Ascensione Economa". Il 26 se ne aggiunsero altre sette, tra esse suor Inés Riesco e sua sorella Encarnación, professa l'una e novizia l'altra, nell'I-stituto Claretiano di Maria Immacolata.

In gennaio lasciava l'Istituto Claretiano per unirsi a Madre Speranza Madre Virtudes Hernàndez e in febbraio fece la stessa cosa Madre Candida Monsó.

Dai documenti e dalle testimonianze non risulta con chia-rezza chi di queste indossò l'abito, chi fece i voti privatamente e quando li fecero. La motivazione può essere individuata nel fatto che, data la persistente avversità del Vescovo si cercava di fare tutto con la massima discrezione, fondando una semplice Associazione, senza così opporsi agli ordini dell'Autorità Ec-clesiastica.

Suor Inés Riesco afferma che "mentre la Madre e le altre due suore (Madre Pilar e Madre Aurora) avevano emesso i voti la notte di Natale, tutte noi, che eravamo una dozzina, li emet-temmo il 2 febbraio 1931 ".

Dopo aver indossato l'abito, alla presenza della Madre, si inginocchiarono dinanzi ad una immagine della Madonna e pronunciarono la formula di consacrazione. La gioia della Madre fu immensa e disse alle sue figlie: "Anche se non siamo ancora approvate dalla Chiesa, siamo religiose perché il Signore ci ha approvato".

La permanenza in questo appartamento non fu certamente facile, ma - come afferma Madre Speranza - "piena di soffe-renze e privazioni". Alle difficoltà conosciute si aggiunse la malattia di alcune suore e soprattutto il fatto - come dice Madre Speranza - "che il Signore si nascose e la sua provvi-denza non era molto prodiga... Con frequenza non prende-vamo altro cibo che qualche verza. Con l'acqua con cui le cuocevamo facevamo la zuppa per la colazione, e il resto lo man-giavamo a pranzo e a cena". Il Vescovo proibì a tutti i bene-fattori di aiutarla, e al Sacerdote Don Esteban Ecay, che aveva preso le difese di Madre Speranza, vietò di esercitare il suo ministero nella Diocesi di Madrid. Per rimediare qualcosa da mangiare la Madre andava come una mendica in cerca di qual-che lavoro che le suore potessero fare in casa, ma queste non sempre riuscivano a farlo come di dovere e spesso, quando andava a consegnarlo succedeva che invece dei soldi riportava indietro il lavoro per doverlo fare di nuovo. Quando poi riusciva a raggranellare qualcosa i poveri che la conoscevano le andavano incontro e buona parte dei soldi finiva nelle loro mani.

 

Un angelo al suo fianco: PilarArratia

Ogni uomo ha il suo angelo custode. Normalmente non lo vediamo anche se spesso sperimentiamo il suo aiuto.

Madre Speranza oltre ad averne uno come tutti, invisibile, ebbe da Dio il dono di averne un altro visibile che con totale dedizione e amorevole discrezione, dal momento che la conobbe, stette al suo fianco, aiutandola, come le aveva assicu-rato il Signore, "in tutto e per tutto". Intendiamo parlare della Signorina Maria Pilar de Arratia, una nobildonna di Bilbao, nata il 21 ottobre 1892, da genitori nobili e molto ricchi, ma soprattutto molto cristiani e caritatevoli, i quali fin da quando era bambina istillarono nel suo cuore l'amore e la generosità verso la Chiesa e i poveri.

Con totale dedizione la aiutò materialmente e soprattutto moralmente e spiritualmente, facendosi sua avvocata presso la Santa Sede. Madre Speranza aveva già avuto un preavviso di questo dono. Scrive nel suo diario, nel maggio del 1929: "Ho anche detto al Padre che avevo capito che, passati due anni dalla data della fondazione sarebbe apparsa una benefat-trice, la quale non solo mi avrebbe aiutato a procurare quanto era necessario per la Congregazione, ma che mi avrebbe aiu-tata anche nell'aspetto spirituale.

Questa signorina mi metterà a contatto con la Chiesa, avvalen-dosi della sua influenza presso le sue alte autorità. In una pa-rola questa signorina ci avrebbe aiutato in tutto e per tutto".

Fu il 4 marzo 1932 che la incontrò per la prima volta, quando trovandosi in Alfaro, le Signore de Gandarias, che aveva già conosciuto a Madrid, fecero una visita accompagnate dalla loro cugina Pilar de Arratia. La Madre, però, non sapeva ancora che era lei la persona preparata dal Buon Gesù perché l'aiutasse " in tutto e per tutto".

Pensò, anzi, che fosse una delle tante persone che venivano a curiosare e la trattò freddamente. Solo quando erano ripartite per Bilbao, dopo aver lasciato una generosa offerta per le bam-bine, in una delle sue solite distrazioni Gesù le fece capire che era quella signorina a lei sconosciuta la persona che avrebbe dovuto aiutarla.

Pilar era rimasta orfana di padre e madre molto presto e l'u-nica sorella che aveva era morta ancora giovane.

Nel 1928 offrì al S. Padre la somma di un milione di pese-tas, riservandosi il quattro per cento, vita natural durante. Aveva conosciuto Madre Speranza leggendo il Bollettino Ecclesiastico della Diocesi di Pasto, in Colombia.

A pagina 60 del N° 80 di detto Bollettino si leggeva: "è ormai di dominio pubblico nella città di Madrid, capitale del Regno di Spagna, la rivelazione che ebbe il nostro Pastore, per mezzo di una religiosa privilegiata da Dio... C'è nella città di Madrid, in una comunità di religiose chiamate dell'Immacolata Concezione, una religiosa di virtù molto provate, osservantis-sima e straordinaria nell'amore verso Dio. Sono molti i favori che il Divino Sposo ha fatto a questa sua serva: ha le stigmate alle mani, ai piedi e al costato, come Nostro Signore Gesù Cri-sto...".

Questa notizia l'aveva incuriosita e interessata pro-fondamente e in lei era nato il desiderio di conoscerla e aiutar-la.

In una lettera scritta al Santo Padre, Pio XI, il 6 settembre 1939, così si esprimeva: "Nel 1932 conobbi la Congregazione delle Ancelle dell'Amore Misericordioso, recentemente fon-data in Spagna, come Associazione civile e legalmente costi-tuita e dopo aver trattato con la sua Fondatrice mi resi conto che detta Associazione rispondeva a tutti gli scopi che mi ero proposti nei confronti degli orfani e dei poveri, anche per quanto riguardava il mangiare; le suore, infatti, mangiano gli stessi alimenti delle persone accolte e questo è una garanzia per i poveri".

Dopo qualche mese Pilar andò di nuovo ad Alfaro per incontrare Madre Speranza e decidere insieme di procedere alla fondazione di un asilo nella città di Bilbao.

Nel mese di maggio Madre Speranza era a casa della signo-rina Pilar per organizzare tutto ciò che era necessario per que-sta nuova fondazione. Era quello il momento nel quale "...quella signorina che Lui mi aveva preannunciato avrebbe iniziato ormai il suo lavoro".

In una lettera al Vescovo di Vitoria la signorina Pilar, il 20 maggio 1932, esprime la sua intenzione di voler aiutare l'O-pera di Madre Speranza, ma avendo a suo riguardo notizie contraddittorie, si rimette al giudizio dell'autorità della Chiesa.

Il giudizio del Vescovo fu senza dubbio positivo perché già il 1° giugno, a Bilbao, venne inaugurata la casa di Elejabarri dove fu portato, da Madrid, il Crocifisso dell'Amore Miseri-cordioso. Da quel momento la vediamo al fianco di Madre Speranza nell'esercizio della carità verso i bisognosi, mettendo generosamente a loro disposizione i suoi averi, il suo tempo e la sua persona.

L'opera della signorina Pilar risultò particolarmente pre-ziosa durante i momenti cruciali della vita di Madre Speranza, soprattutto quando era necessario trattare con la Santa Sede e le varie Congregazioni Religiose.

Il ricchissimo carteggio che possediamo rivela, oltre che il suo amore a Dio, la generosità e l'entusiasmo sincero con cui si era donata totalmente al servizio della Congregazione fon-data da Madre Speranza, perché vedeva in essa la garanzia per un autentico servizio ai poveri. Difese con intelligenza e amore la Madre dalle accuse che le venivano rivolte. Soprattutto offrì a Dio la sua vita di preghiera e di penitenza.

La Madre nel suo Diario racconta con commozione gli ultimi momenti di vita di Pilar. Aveva gia saputo che presto una delle due sarebbe morta, ma solo il 29 agosto 1944 il Signore le dice che, alle due del pomeriggio, sarà Pilar a ricevere il pre-mio per le sue sofferenze, per il servizio reso alla Congrega-zione, per la carità esercitata verso la Chiesa e i poveri. Senza rivelare quanto il Signore le ha detto la sconsiglia ad andare in città a ritirare una tovaglia che ha fatto preparare per il suo compleanno e che vorrebbe regalarle come ultimo ricordo, il 30 settembre. Al suo posto sarebbe andata Madre Antonia.

La esorta, invece ad andare insieme in cappella per prepa-rarsi a compiere la volontà del Buon Gesù, o meglio, a far sì che questa volontà si compia in loro.

Alle dodici e trenta Pilar dice alla Madre di notare in lei qualcosa di strano e la invita a prendere un caffè e a ritirarsi per riposare un po'. La Madre accondiscende e le propone di andare insieme a riposare, nella sala di attesa, dove fa prepa-rare un lettino e un semplice materasso. Dopo poco tempo la Madre si alza dal suo materasso e si siede accanto a Pilar.

Questa cominciò a rendersi conto che era lei a dover lasciare questo mondo e si disse dispiaciuta solo del fatto che non era riuscita ad aggiustare tutto come avrebbe desiderato per non lasciare la Madre in mezzo a tanti problemi. Espresse poi il desiderio di fare quanto prima i Voti religiosi nelle sue mani.

La Madre le disse che in casa c'era il Padre Misani e, se lo desiderava, lo avrebbe chiamato. Il Padre entrò e dinanzi a lui e a Madre Speranza Pilar emise la sua Professione Religiosa. Dopo questa cerimonia il Padre uscì senza allontanarsi: erano le ore tredici. Radunate le suore Madre Speranza le invitò a recarsi in cappella a pregare per Pilar che era in procinto di partire per l'eternità. "Alle quattordici meno dieci - scrive la Madre - questa figlia spirò guardandomi fissa e sorridendo mi lasciò per sempre sola, immersa in un grande dolore".

Il 31 agosto si svolsero i funerali nella parrocchia di San Barnaba. Il corpo venne inizialmente deposto nella cappella funeraria dell'Ambasciata Spagnola, poi fu trasferito nella cap-pella delle suore dell'Amore Misericordioso di Via Casilina. A perpetuare il ricordo riconoscente e affettuoso di questa donna forte, saggia, fedele e generosa Madre Speranza fece collocare nel giardino della nuova casa di Roma una statua che la rappre-senta con una bambina accanto. A lei Madre Speranza si rivol-geva con fiducia, sicura di avere presso Dio una potente avvo-cata.

 

Associazione civile

Quella che Madre Speranza aveva fondato era una Associazione Laicale. Ottenuta da Roma la dispensa dai voti religiosi poteva farlo tranquillamente. Anzi, accogliendo i sug-gerimenti che le venivano dall'alto si diede da fare per ottenere il riconoscimento civile, come Ente Giuridico, della sua opera.

Il riconoscimento venne il 14 gennaio 1931.

Come avvenne rimane, invece, un mistero. Quando il Vescovo lesse nel Bollettino ufficiale che l'Associazione di Madre Speranza era stata approvata ne fu molto dispiaciuto e cercò di far revocare il decreto, ma gli venne risposto che ormai era tutto ufficialmente stabilito e non si poteva fare più nulla.

Il Marchese de Zahara raccontò al Nunzio che il Presidente della Repubblica gli aveva riferito che la Direttrice dell'Asso-ciazione era stata da lui due giorni prima del Vescovo per chie-dergli questa grazia. Senza sapersi spiegare come, aveva con-cesso immediatamente tutti i permessi e a questo punto, es-sendo tutto in regola, non rimaneva altra possibilità che accet-tare ciò che era avvenuto.

Si disse rammaricato perché, anche se le sue idee non collimavano con quelle del Vescovo, avrebbe preferito avere come amico il Vescovo di Madrid piuttosto che la Direttrice di una associazione, ma ormai le cose erano andate come erano andate. Il Presidente si rasserenò quando il Marchese lo ringra-ziò per aver approvato una associazione a lui molto cara.

Il Padre Antonio Naval, che raccontò queste cose a Madre Speranza, afferma che il Nunzio se la spassò nel sentir raccon-tare dal Marchese come erano andate le cose.

Avuta l'approvazione Madre Speranza volle informare il Vescovo di Madrid e chiedere una sua benedizione: Lo fece con una lettera scritta il 31 gennaio 1931 nella quale tra l'altro dice: "Dopo che ho accettato la dispensa da Roma, ho osservato silenzio sulla mia persona e le mie cose.

Ho ritenuto necessario non molestare Vostra Eccellenza chie-dendo consigli, anche se il mio cuore mi spingeva a farlo.

Non avendo potuto presentare a Vostra Eccellenza le mie ispirazioni, ho deciso di dare una forma legale alle mie opere, sperando che l'autorità ecclesiastica ci avrebbe guardato con benevolenza se avessimo operato bene. La informo di quello che ho fatto e ben volentieri lo sottometto al giudizio autore-vole di Vostra Eccellenza. Ho cambiato il nome della nostra Società per evitare malintesi: ora si chiama 'Associazione delle Ancelle dell'Amore Misericordioso'; ha statuti propri che sono stati approvati il 14 di questo mese; conforme agli statuti abbiamo vestito una nostra uniforme ... La nostra mag-giore soddisfazione per il momento sarebbe quella che Vostra Eccellenza volesse dare alla Associazione il carattere di Pia Unione, dato che la recente separazione dall'Istituto non le consentirebbe un favore più grande. Se a Vostra Eccellenza non dispiace questa mia supplica, sono pronta a presentare una domanda ufficiale. Nel frattempo chiedo la sua paterna benedizione per me e per le altre sorelle".

La risposta non fu positiva. Il Vescovo ribadiva che avendo da Roma la proibizione di fondare una Congregazione non poteva benedire la sua opera né erigerla a Pia Unione. Espri-meva altresì il suo dissenso per aver fondato e legalizzato in forma civile ciò che la Chiesa non le aveva concesso in forma ecclesiastica.

Con argomentazioni rispettose, ma estremamente chiare, in una lettera scritta solo due giorni dopo, Madre Speranza espo-neva le sue ragioni: " Io credo che la Santa Sede non mi abbia proibito di fare il bene che posso e tanto meno che mi abbia proibito di chiedere la benedizione del mio Vescovo. L'Associazione che ho fon-dato non è la Congregazione per la quale avevo chiesto il per-messo di fondare... Se realmente la Santa Sede ha inteso proi-birmi ogni tipo di associazione a scopo benefico o per l'istru-zione e l'educazione, la supplico, Eccellenza, di comu-nicarmelo perché le assicuro che mai ho lontanamente pensato di oppormi agli ordini della Santa Sede....

L'aver sollecitato questa approvazione non è stato altro che osservare una legge e non credo che per questo io meriti di es-sere condannata. Accetto senza dubbio qualunque miglior pa-rere di Vostra Eccellenza anche se confido che pensando bene alla nostra situazione attuale di secolari, non vorrà negarci ogni diritto a fare il bene nella forma indicata, ossia come secolari sempre fedeli alla Santa Chiesa".

 

Il primo collegio

L'ordine di aprire il primo collegio Madre Speranza lo ebbe in circostanze molto particolari.

Il fornaio l'avvisò che non poteva più darle pane a debito perché non vedeva fondate speranze di riscuotere i soldi che già gli doveva. Vedendola, però, piena di angoscia, mosso a compassione, glielo diede per l'ultima volta. Proprio quella notte in una delle sue "distrazioni" il Signore le disse che era arrivato il momento di aprire il primo collegio e di accogliervi il maggior numero possibile di bambine povere.

Il giorno dopo il Padre Confessore le diede 30 pesetas per comprare il pane per qualche giorno, ma appena uscita incon-trò un povero ammalato e gliene diede 15.

è qui che si manifesta la grande fede di Madre Speranza nella divina Provvidenza. Senza avere la sicurezza di un pezzo di pane è pronta ad eseguire un ordine umanamente assurdo.

Il 14 aprile 1931 venne finalmente aperto il primo Collegio, a Madrid, in Calle Leganitos. "Da quel giorno - afferma la Madre - la Divina Provvidenza ha vegliato su di noi in maniera speciale e non ci è più mancato nulla di quanto era neces-sario".

Era quello il giorno in cui in Spagna si instaurava la Repub-blica. Nella sua ansia di dare istruzione e pane ai poveri era arrivata puntualmente.

 

Una parentesi storica

Un rapido sguardo alle vicende politiche della Spagna del secolo XX ci sarà utile per inquadrare la vita e l'attività di Madre Speranza durante questo travagliato periodo e ci per-metterà, soprattutto, di apprezzare l'opera da lei compiuta a favore dei bambini poveri e bisognosi di istruzione.

Il secolo che lo precede era stato scenario di lunghe guerre dinastiche, di colpi militari e di un effimero tentativo repubblicano. Anche gli ultimi possedimenti di quello che era stato il glorioso impero spagnolo andarono perduti sia in Ame-rica che nel Pacifico. Il secolo XX ereditava perciò una situa-zione di grande disagio soprattutto a causa dell'arretratezza delle strutture sociali ed economiche.

"Un popolo in miseria; una borghesia improduttiva e parassitaria, una aristocrazia invadente; l'economia allo stato fallimentare, ben lontana dal progresso industriale raggiunto dagli altri paesi europei. Di agricoltura non si poteva parlare come fonte di risorse, ingabbiata com'era nel sistema dei grandi latifondi; l'analfabetismo dilagante; i militari mostra-vano segni di insofferenza".

Rimasta neutrale durante la prima guerra mondiale, la Spa-gna vide, nel 1923, il tentativo di instaurare un governo forte con la dittatura del generale Miguel Primo de Rivera che non risolse i problemi, ma generò la grave crisi del 1929 durante la quale vennero alla ribalta le forze repubblicane di sinistra che travolsero la stessa monarchia e costrinsero il generale a dimet-tersi.

Né il presidente Berenguer, né l'Ammiraglio Aznar che si susseguirono furono capaci di risolvere i gravi problemi. Si andò alle elezioni, Domenica 12 aprile 1931. II trionfo fu ina-spettatamente del fronte repubblicano, anche se i risultati defi-nitivi non si conobbero mai con esattezza.

Il tumulto, le grida e i cortei nelle strade e nelle piazze convinsero il Re Alfonso XIII ad abdicare.

La notte del 14 aprile si riunì l'ultimo Consiglio dei Ministri della Corona di Spagna. Il Re pronunziò un nobile discorso che segnò la fine della gloriosa Monarchia spagnola: "Monarchia o Repubblica, - disse - al di sopra c'è la Spagna. Il popolo dimo-stra di non amarmi più, ma io amo il mio popolo e non voglio che una sola goccia di sangue spagnolo sia versato per causa mia". Il Re partì per l'esilio e la Repubblica che si instaurava con decreto reale iniziava il suo cammino di speranze e di illu-sioni che portò presto ad una sanguinosa guerra civile.

Coesistevano due opposti indirizzi politici e ideologici che andarono sviluppandosi parallelamente: quello degli estremisti di sinistra e quello dei moderati cattolici, ingenui e sognatori.

Fu questo il terreno propizio nel quale le forze massoniche seminarono largamente calunnie e odio contro la religione ini-ziando la realizzazione del loro programma che consisteva nella abolizione rapida e radicale del cattolicesimo con tutti i mezzi, compresa la rivoluzione. Espulso dalla Spagna il Pri-mate, Cardinal Segura, furono subito emanate disposizioni contro l'insegnamento religioso nelle scuole, iniziarono le di-struzioni e le profanazioni di chiese e conventi.

La Compagnia di Gesù fu soppressa e i suoi membri espulsi dalla Spagna. Nel 1934 durante la rivoluzione comunista delle Asturie molti fedeli, sacerdoti e religiosi vennero barbara-mente trucidati.

 

La guerra civile spagnola

Con il trionfo del Fronte Popolare si aprì per la Spagna un triennio tragico e nello stesso tempo glorioso per la testimo-nianza eroica di tanti martiri della fede, che non erano mini-mamente coinvolti in questioni politiche, ma solo cattolici pra-ticanti.

Vennero eliminati 13 Vescovi, 4184 Sacerdoti diocesani e Seminaristi, 2365 religiosi, 283 Suore, diverse centinaia di laici appartenenti all'Azione Cattolica e ad altre associazioni.

Già all'inizio del 1937, il Ministro repubblicano Manuel de Irujo, in un suo Memorandum affermava che: "Tutti gli altari, immagini e oggetti di culto, salvo pochissime eccezioni, sono stati distrutti, e la maggior parte di loro con vilipendio...

Tutti i conventi sono stati svuotati e sospesa la vita religiosa al loro interno. Gli edifici, gli oggetti di culto, e i beni di ogni genere sono stati incendiati, saccheggiati, occupati e demoliti. I Sacerdoti e Religiosi sono stati posti in detenzione, imprigio-nati e fucilati...".

La reazione della Falange, fondata dal figlio di Primo de Rivera, e quella del Fronte Popolare, con l'appoggio di una parte dell'Esercito, trasformò il conflitto da politico a militare.

Il generale Francisco Franco, che si trovava con le sue guarnigioni in Africa, sbarcò sulle coste andaluse iniziando quella che divenne una delle più tragiche guerre civili della storia.

Nel 1939 il Governo Repubblicano fu costretto a fuggire in esilio e per la Spagna inizierà un periodo di ricostruzione che sarà lento e difficoltoso a causa dell'isolamento politico ed economico, per non aver preso parte alla Seconda Guerra Mondiale.

Con l'ammissione all'ONU (1955) ebbe termine l'ostraci-smo che era stato decretato nel 1946 dalle Nazioni Unite al regime franchista. E la Spagna, da quel momento, iniziò il cammino di una promettente rinascita politica, sociale ed eco-nomica con un regime di monarchia parlamentare aperto ed efficiente.

 

Lontano dalle sue figlie

Durante la guerra civile Madre Speranza soffrì soprattutto per la lontananza dalle sue figlie di Spagna. Giovani e ine-sperte avevano bisogno dei suoi consigli e del suo incoraggia-mento, ma la censura rendeva molto difficili le comunicazioni.

Per viaggiare occorrevano permessi speciali e si correvano grossi rischi. Solo per mezzo della radio giungevano alcune frammentarie notizie. Tuttavia gli anni della rivoluzione furono per l'Associazione delle Ancelle dell'Amore Misericordioso delicati, ma non tragici come ci si poteva aspettare.

Madre Speranza aveva assicurato che se non avessero abbandonato le case e i bambini che in esse si trovavano e non si fossero tolto l'abito religioso per vestire quello civile, non sarebbe successo ad esse e ai bambini nulla di male. Il Buon Gesù avrebbe vegliato su ciascuna di loro, sulla Congregazione e sulle sue case.

Tutto quello che Madre Speranza aveva previsto si realizzò puntualmente. Solo la casa di Madrid, in Calle de Ferraz 17, fu distrutta durante la guerra. La superiora, infatti, presa dal pani-co, aveva mandato a casa i bambini e insieme alle altre suore aveva indossato abiti civili e abbandonato la casa.

La Comunità di San Sebastiàn, invece, fu costretta, poco prima della resa della città, ad abbandonare precipitosamente la casa e insieme ai bambini del collegio si rifugiò in Francia nella città di Lione. Il Cardinale di quella città trovandosi a Roma fece visita a Madre Speranza e la tranquillizzò riguardo alla situazione delle sue Figlie e dei bambini che aveva siste-mato in un convento ed erano bene assistite sia dal punto di vista materiale che spirituale.

Il desiderio di Madre Speranza era quello di portare a Roma suore e bambini, ma il Cardinale, tenuto conto che ormai la città di San Sebastiàn era stata liberata, si adoperò lui stesso per il rimpatrio.

Quando la Madre e la Signorina Pilar, recatesi a Lione, vol-lero pagare per le spese sostenute si sentirono rispondere dal Cardinale che non solo non voleva nulla, ma che si riteneva ben pagato dal buon esempio che le religiose avevano dato nella sua Diocesi.

L'unica retribuzione che avrebbe desiderato era che, non appena possibile, si facesse una fondazione in un quartiere molto povero e abbandonato della sua città.

Nelle altre case ci furono ispezioni, soprattutto in quelle di Colloto e di Hecho e difficoltà varie in quelle di Sestao, Ochandiano e Larrondo, ma il fatto di poter dimostrare che non erano religiose, ma semplici associate, le preservò da maggiori difficoltà e pericoli. L'attività con i bambini bisognosi conti-nuò, anzi aumentò perché il lavoro delle suore era da tutti molto apprezzato e le richieste di una loro presenza si moltipli-cavano.

A Colloto, nelle Asturie, lo stesso Fronte Popolare si inca-ricò di proteggerle e di aiutarle perché non mancasse nei loro collegi ciò che era necessario.

 

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Un prodigioso fiorire di Collegi

è veramente impressionante il ritmo con cui sorsero i primi collegi. Nel giro di pochi anni, nonostante le ristrettezze e le contrarietà, le vocazioni si moltiplicarono e fiorirono numerosi collegi per accogliere le persone più bisognose.

La... fretta di Madre Speranza era dovuta al fatto che aveva saputo che presto si sarebbe scatenata una terribile guerra civile. Voleva dare pane e istruzione al maggior numero possi-bile di bambini poveri, preservandoli, nello stesso tempo, dalle manipolazioni che i nemici della Chiesa avrebbero tentato di fare nei loro confronti per attirarli alle loro idee sovversive.

Era convinta che l'ignoranza allontana dalla verità e dalla religione, mentre una sana istruzione facilita la scelta di quelle idee e quei valori che stanno alla base di una vita dignitosa. Seguendo un ordine cronologico parleremo dei vari Collegi aperti in successione dal 1931.

 

Alfaro

Dopo il Collegio di Via Leganitos, a Madrid, il 18 giugno 1931, ad Alfaro, in provincia di Logroìio, si aprì un secondo collegio per accogliere bambini poveri e per la formazione delle giovani.

L'edificio che le ospitava era stato costruito dal nonno del fondatore della Falange spagnola José Antonio Primo de Ri-vera.

Era un bell'edificio con 105 camere, un cortile interno e, non molto lontano, un orto. Il Vescovo di Tarazona, Sua Ecc.za Mons. Isidoro Gomà, le ricevette paternamente e diede loro come cappellano D. Esteban Ecay. Purtroppo dopo appena otto giorni il Vescovo, acconsentendo ad una supplica del Vescovo di Madrid ritirò il permesso e le suore e le bambine rimasero per ben cinque anni senza poter tenere il Santissimo in casa.

L'attività delle suore in questo paese fu molto apprezzata specialmente dalla gente semplice che le prese a ben volere e volentieri offriva quello che aveva, soprattutto frutta e verdura.

Ben presto si riempì di circa 200 bambine e ragazze esterne, una ventina interne e 16 postulanti. Nell'immediato dopo-guerra arrivò ad accogliere fino a 365 bambine. In questa casa si conservano eccezionali ricordi che testimoniano la predile-zione di Gesù Bambino per la Madre e la sua fiduciosa corri-spondenza. Innanzitutto una piccola statua di Gesù Bambino che mai nessuno ricorda di aver comprato, ma che le venne misteriosamente regalata. In che modo lo spiega lei stessa al suo direttore spirituale:

"Padre, ho un Bambino bellissimo, non posso fare a meno di dirglielo; mi è stato regalato in un momento che ero 'dis-tratta'; 1'abbiamo messo nel Tabernacolo e sta molto bene".

Impressionante è ciò che si può costatare nel pavimento del-l'ultimo piano di questa casa: sui mattoni ci sono ben visibili delle impronte di un piedino le cui dimensioni corrispondono a quelle del Bambinello e altre di un cane, che fanno pensare all'ira del "tignoso" il quale, a causa del bene che qui si faceva, si era più volte scagliato contro la Madre. Molti hanno sentito raccontare dalla stessa come avvenne questo fatto stra-ordinario. Siamo nei primi anni di vita della Congregazione, forse nel 1934; tra le penitenze che la Madre aveva escogitato ci fu anche quella di mettere nella federa, al posto del cuscino, un blocco di cemento.

Le suore, considerato che in quel periodo la Madre non si trovava in buona salute pregarono il suo confessore di proibir-glielo e la Madre obbedì prontamente. La sera, quando stava per mettersi a letto, le apparve "un Gesù Bambino" che le chiese come mai avesse smesso di fare quella penitenza. E Ma-dre Speranza rispose che lo faceva unicamente perché il con-fessore glielo aveva proibito. Il "Bambino Gesù" tentò di dis-suaderla dal compiere questa obbedienza adducendo varie mo-tivazioni. La Madre stava quasi per cedere, poi decise di obbe-dire piuttosto al confessore che al "Bambino Gesù". Fu in quel momento che il grazioso "Bambino" si trasformò in un cane rabbioso che si allontanò lasciando sui mattoni l'impronta delle sue zampe. Era il demonio.

Poco dopo Madre Speranza vide venire verso di lei il vero Gesù Bambino che lasciò sui mattoni l'impronta dei suoi pie-dini. A questa casa se ne aggiunse più tardi un'altra, nella stessa cittadina di Alfaro, per accogliere persone anziane e sole.

 

Bilbao

Il 31 maggio 1932, festa di Maria Mediatrice, si aprì il Collegio di Bilbao. La sua storia inizia con la visita che la signo-rina Pilar fece alla Madre, nel mese di marzo, mentre si trovava ad Alfaro.

In quell'occasione chiese alla Madre di andare a Bilbao per prendersi cura di un collegio per bambini poveri che intendeva fondare in quella città basca. Scrive nel suo Diario: "Oggi 18 maggio mi sono distratta e il Buon Gesù mi ha detto che vuole si realizzi la fondazione di Bilbao; io avevo tanta ri-pugnanza ad accettare perché avevo l'impressione che si trat-tasse di un gruppo di signore; ma il Buon Gesù mi ha detto che era arrivato il momento nel quale la signorina che doveva aiutarmi in tutto e per tutto incominciasse il suo lavoro. Il giorno dopo dovevo andare a Bilbao e ospitarmi in casa di questa signorina. Così feci e in pochi giorni tutto fu pronto per la fondazione".

La casa che accolse la Comunità, composta da sei suore, si trovava in Via Elejabarri, era molto povera e non disponevano neppure di ciò che era indispensabile per vivere. C'erano solo sei letti, ma non cerano né sedie, né tavoli, né l'occorrente per cucinare. Le uniche risorse erano le poche provviste portate da Alfaro.

Provvidenzialmente avvenne un piccolo episodio che fece mutare la situazione. Sentendo un giorno passare la pesci-vendola, la Superiora diede ad una suora tutti i soldi che aveva per comprare un po' di pesce, ma si trattava solo di pochi cen-tesimi che non sarebbero serviti a nulla. Mentre la suora si scu-sava con la pescivendola passò la signorina Pilar, la quale si rese conto che le povere suore non avevano neppure il cibo ne-cessario e subito intervenne. Da quel giorno in casa non mancò più nulla di ciò che era necessario. All'inizio non c'erano molti bambini e la Madre poté aprire anche una scuola per esterni, che però, dopo soli due anni, chiuse essendosi resi necessari i locali per i bambini interni.

Qui fu aperto il primo Noviziato della Congregazione. Passati i tre anni del contratto, invece di rinnovarlo, la signorina Pilar prese in affitto, in Via Henao 9, una casa che per quanto piccola servì per una discreta provvisoria sistema-zione.

Quando nel 1937, durante la guerra civile, le truppe nazio-nali entrarono a Bilbao, la Madre e la signorina. Pilar entra-rono anch'esse con uno speciale permesso.

In questa città la signorina Pilar possedeva un grande edifi-cio che avrebbe voluto donare alla Madre perché vi collocasse il Collegio dell'Amore Misericordioso, ma in esso c'erano le "Scuole dell'Ave Maria", dirette da un sacerdote, D. Doroteo Irizar.

Non era facile né opportuno invitarlo a lasciare l'edificio. Quando, però, entrarono a Bilbao videro che l'edificio era stato occupato dai militari che lo avevano adibito a Ospedale di pronto soccorso. Era l'occasione propizia per istallarvi il Col-legio.

La Madre offrì la casa di Sestao per trasportarvi l'Ospedale e così l'edificio capace di accogliere 300 bambini, fu occupato dalle suore. Si dispose inoltre che una parte di esso, indipen-dente dal resto, fosse destinato ad accogliere un gruppo di ra-gazze interne.

 

Madrid - Via Ferraz

Nel novembre del 1932, a Madrid, da Via Leganitos, il col-legio fu trasferito in via Ferraz, 17.

Lo aveva chiesto a Madre Speranza il Nunzio Apostolico perché lo riteneva un luogo più sano, soprattutto per le bam-bine, ma anche perché era convinto che un'associazione civile approvata, come era quella di Madre Speranza, avrebbe potuto lavorare con più libertà, senza incontrare gli ostacoli che incontravano invece le altre Congregazioni religiose per l'inse-gnamento ai bambini.

La nuova casa era un piccolo hotel con un grande parco pro-tetto da una inferriata. L'aveva acquistato per la Madre la con-tessa de Fuensalida. Qui rimarranno fino al 1936, quando a causa della guerra civile, venne abbandonato.

 

Hecho

La casa di Hecho, in provincia di Huesca, Diocesi di Jaca, in piena zona pirenaica, fu aperta il 4 aprile del 1932.

La prima superiora e cuoca della casa, Suor Inès Riesco, ricorda che si iniziò accogliendo nell'asilo infantile 93 bam-bine.

La Madre dovette presto abbandonare la casa perché cadde gravemente ammalata, con un braccio paralizzato.

Il medico le ordinò di allontanarsi immediatamente perché il suo organismo non poteva sopportare il freddo e l'altezza di quel luogo. Mentre la portavano a Bilbao, volle passare al San-tuario della Madonna del Pilar, a Saragozza, dove guarii com-pletamente.

La Comunità svolgeva una duplice attività: l'accoglienza dei bambini e l'assistenza a domicilio agli ammalati poveri.

 

Larrondo

Il 29 ottobre dell'anno 1933, Festa di Cristo Re, si inaugurò il Collegio di Larrondo, nelle vicinanze di Bilbao. Qui la signorina Pilar possedeva un terreno e propose alla Madre di costruirvi un Collegio per bambini poveri e per il Noviziato.

Molto volentieri Madre Speranza accettò la proposta perché il numero delle novizie era in continuo aumento e la casa di Bilbao risultava piccola.

Lo stesso Vescovo di Vitoria, D. Ramòn Galbarriatu, andò per inaugurare la casa. La Madre, ammalata, rimase a Bilbao, senza avere la gioia di poter assistere alla cerimonia. Era pre-sente la signorina Pilar con le suore destinate a quella casa.

Il 29 giugno del 1935 vi fu trasferito il primo Noviziato della Congregazione. Più tardi, risultando piccola la Cappella e la parte destinata al Noviziato, la signorina Pilar fece costruire un altro padiglione e ampliò la Chiesa.

Durante la guerra civile divenne il riparo per la gente del posto e proprio per questo motivo fu bombardata da aerei e cannoni, ma, grazie a Dio, i danni furono molto limitati.

L'attività di questa casa fu sempre molto intensa: arrivò ad accogliere fino a 550 fra bambini e bambine, la maggior parte dei quali erano interni.

 

Santurce

Nella cittadina basca di Santurce, in piazza Madonna del Mare, la signorina Pilar aveva una casa che donò a Madre Spe-ranza per accogliere bambini bisognosi. L'inaugurazione av-venne 1'8 dicembre 1933, festa dell'Immacolata.

Fu il Parroco a benedire i locali, ma non avendo ancora una Cappella nel Collegio, tutto si svolse nella Chiesa della Madonna del Mare.

Assistettero alla cerimonia, la Madre, la signorina Pilar, le suore destinate alla casa e circa 350 bambini del catechismo, ai quali la Madre volle distribuire un'abbondante merenda.

La casa, destinata ad accogliere bambine con handicap, pre-sto si riempì di tante creature bisognose di particolari cure e affetto. Per attenderle convenientemente si decise di chiudere le scuole per bambine esterne.

 

San Sebastiain

Il giorno 28 ottobre 1934, festa di Cristo Re, si inaugurò una nuova casa nella bella città cantàbrica di San Sebastiàn.

In una lettera scritta da Madre Pilar Antìn si dice: "La Madre è rimasta fino alla domenica seguente a San Sebastiàn dove la casa è già in funzione. Hanno la Messa ogni giorno, celebrata dagli Agostiniani che si trovano di fronte alla casa".

L'edificio che accolse la comunità e i bambini era una villa che la signorina Pilar aveva regalato alla Congregazione. Non era molto grande, ma lo spazio che c'era intorno permetteva un buon ampliamento e perfino un campo dove i bambini potesse-ro giocare. Quando i lavori furono terminati, in breve tempo la casa si riempì di bambini orfani e bisognosi. Arrivò ad acco-glierne fino a 500, con varie sezioni di scuola materna, ele-mentare e media.

 

Sestao

Nella cittadina di Sestao, non lontano da Bilbao, si iniziò ai primi di novembre dell'anno 1934 la costruzione di una casa. La signorina Pilar anticipò la somma necessaria per ulti-mare i lavori. Il Collegio fu inaugurato il 25 ottobre del 1935, festa di Cristo Re, Amore Misericordioso. Assistettero alla cerimonia, insieme alla Madre, alla signorina Pilar e alle suore, anche il Sindaco e la giunta Comunale, con l'architetto che l'a-veva costruita. Dovettero limitarsi a prendere solo cento bam-bine perché non disponevano di più posti. Durante la guerra civile la casa servì come ospedale militare. Quando nel 1938 i militari abbandonarono la casa, iniziò di nuovo l'attività scola-stica a pieno ritmo.

 

Colloto

Era desiderio di Madre Speranza fondare un Collegio nelle Asturie, zona di minatori, bersaglio, in quegli anni, di una forte propaganda comunista e anticristiana.

Insieme alla signorina Pilar, nei primi mesi dell'anno 1935, andò per trovare un posto adatto. Prima di arrivare ad Oviedo, nel paese di Colloto, la Madre disse alla signorina Pilar che in quel luogo c'era una casa grande con un giardino molto spazioso e desiderava parlare con i proprietari per trattare un eventuale acquisto.

I padroni della casa dissero che mai, fino a quel momento, avevano pensato a vendere, ma che avrebbero potuto farci un pensiero, visto che si trattava di fare un'opera buona. Di fatto fu veduta alla Congregazione. La casa si apri nel mese di maggio. In breve tempo risultò piccola e fu necessario ingran-dirla, molti infatti erano i bambini bisognosi che chiedevano di entrare.

L'inaugurazione ufficiale si fece il 18 dicembre, festa della Madonna della Speranza.

 

Ochandiano

La casa di Ochandiano venne aperta l'8 settembre 1935, festa della Natività di Maria. Il lavoro delle suore consisteva nell'attendere un centinaio di bambini e nell'assistenza ospe-daliera e casalinga degli infermi. La casa fu chiusa dopo pochi anni.

 

Villava

Nel 1938, una persona sconosciuta diede al Parroco di San Francesco, in Bilbao, una somma perché la consegnasse a Ma-dre Speranza con lo scopo di fondare una casa nella diocesi di Pamplona. Solo nel 1947, la Vicaria Generale, Madre Ascen-sione Alhama, poté aprire una comunità, a Villava dove venne-ro trasferite le Aspiranti che si trovavano ad Alfaro.

Quando ce ne fu bisogno la casa fu adattata per accogliere fino a 100 bambine bisognose di assistenza.

Infine, nel 1988, venne completamente ristrutturata e con il nome di "Casa Sacerdotale Vergine della Speranza" iniziò ad accogliere, in un padiglione, Sacerdoti diocesani e nell'altro gruppi per ritiri ed esercizi spirituali.

 

Menagarai

Nel paese di Managarai, non lontano da Bilbao, la Signo-rina Pilar possedeva una villa dove era nato suo padre e che le era, quindi, molto cara.

Nel 1939 decise di donarla alla Congregazione perché vi aprisse un collegio. Era una casa piccola, con orto e giardino, circondata da un bosco. L'inaugurazione avvenne il 3 marzo, presenti la Madre e la signorina Pilar.

Con il tempo il numero delle bambine crebbe e, nonostante le difficoltà soprattutto per la mancanza di acqua, svolse un provvidenziale lavoro di accoglienza. Più tardi la casa venne adibita per accogliere unicamente bambine con handicap.

 

9

L'avventura romana

Il desiderio di dare maggiore respiro alla sua Congrega-zione, insieme alla necessità di difenderla presso la Santa Sede dalle accuse che si andavano facendo sempre più pesanti spin-sero Madre Speranza ad intraprendere la via di Roma.

Il 9 aprile 1936, comprese che il Signore desiderava l'aper-tura di una casa nella Città Eterna.

"Mi ha detto anche che questa fondazione di Roma sarà il pre-mio che lui prepara alla Congregazione, per le mie sofferenze e per il lavoro che devo svolgere solo per Lui e per la sua glo-ria. Mi ha detto che Pilar si incaricherà dell'affitto di questa casa e di comprare le cose più necessarie. Ma dovrà essere lei a comprare tutto. Io non dovrò prendere neppure un soldo.

Sentendo parlare di premio pensa alla possibilità di morire o durante la guerra o non appena essa sarà terminata.

Lo confida al suo confessore Padre Antonio Naval e costui le risponde che se la Congregazione avrà un premio e sarà lei la vittima destinata, non c'è che da ringraziare Dio.

Ma la sua opinione è che questo sia molto improbabile per-ché lei sa bene che la sua missione non è ancora terminata.

Il buon Padre, quando apprende la notizia della fondazione di una casa a Roma, si commuove profondamente e come il Vecchio Simeone esclama: "Adesso, Signore, lascia pure che il tuo servo se ne vada in pace" ed esorta la Madre ad abbando-narsi come un bambino nelle mani di Dio. Le chiede di far pre-sto perché anch'egli vorrebbe vedere realizzata questa fonda-zione.

Anche al P Postìus comunica l'ordine ricevuto dal Signore. Costui nonostante sia convinto che l'impresa è molto diffi-cile, la invita, a tentare questa "avventura" e riferisce alla Madre che sta per essere trasferito a Roma e una volta a desti-nazione cercherà di aiutarla per quanto le sarà possibile

 

In viaggio verso Roma

Il primo maggio 1936 la Madre riceve l'ordine di partire per Roma con la signorina Pilar e lì aprire un collegio per bambine povere. Dopo qualche giorno sono già in viaggio.

"Solo Gesù, scrive nel suo Diario, può misurare la sofferenza che invade il mio animo nel lasciare sole le mie amate figlie. Povere figlie e povera madre!.

è con grande dolore che si separa da esse in un momento particolarmente delicato per la Congregazione e per la situa-zione politica spagnola. La signorina Pilar tenendo conto delle sue abitudini e delle delicate condizioni di salute della Madre, credendo di farle cosa gradita, ordina due biglietti in vagone-letto.

La Madre si rifiuta decisamente di viaggiare in prima classe dicendo a Pilar: "Tu vai pure in vagone-letto, come ti si addice, io come religiosa vado in terza classe, perché non esiste la quarta".

Positivamente sorpreso, l'autista della signorina Pilar com-menta: "Mi dispiace per lei, signorina, ma sono contento di questo comportamento della Madre, così, infatti, D. Doroteo si renderà conto che non è vero quello che lui afferma: che cioè questa suora si è unita a lei per darsi alla bella vita".

La lezione ha i suoi effetti e convince Pilar ad unirsi alla Madre per viaggiare in terza classe. Dopo essersi fermate a Ventimiglia per ricevere la S. Comunione e per un breve riposo, arrivano a Roma il 16 maggio e vanno ad alloggiare presso la casa di alcune religiose spagnole. Chiedono subito un'udienza al Cardinale Vicario, Marchetti Selvaggiani, che la concede per la mattina del giorno seguente. Il Padre Postìus, che nel frattempo si era trasferito a Roma, va a trovarle e conti-nua a manifestare i suoi dubbi e le sue riserve sulla possibilità di ottenere un permesso per una Congregazione che nessuno conosce, senza l'appoggio di Vescovi e senza neppure l'appro-vazione diocesana.

L'incontro con Sua Eminenza è sorprendentemente posi-tivo.

Madre Speranza espone i motivi della sua venuta a Roma, riferisce al Cardinale quanto Gesù le ha ordinato e presenta con fiduciosa determinazione i suoi programmi: aiutata dalla carità della signorina Pilar, che il Cardinale conosce per la sua generosità verso le Missioni e la Chiesa, aprirà una casa per bambine interne; una volta sistemato il Collegio inizierà le trat-tative per comprare un terreno dove costruire un edificio sem-plice e grande che in parte sarà occupato dal Governo Generale della Congregazione, in parte dal Noviziato e il resto da un collegio per bambine povere. Sorpreso di tanta sicurezza il Cardi-nale osserva bonariamente: "Non sa ancora se le concedo il permesso di fondare e viene già con tutti questi progetti?".

"Sì Eminenza - le risponde la Madre - e sappia che porto con me anche i piani per la nuova casa". Sorride il Cardinale e fa entrare la signorina Pilar, che esorta a continuare il suo lavoro a favore della Chiesa. Poi chiede alla Madre in quale zona di Roma desidera fabbricare questo Collegio. "Dove Lei dispone - risponde la Madre - ma, se è possibile, desidero che sia nella zona dove sono più poveri". Il Cardinale, soddisfatto, fa chiamare Mons. Mingoli, incaricato per le parrocchie e le opere della periferia, dicendogli. "Veda con questa Madre e con questa signorina dove è possibile aprire un collegio per bambine povere interne".

Ricevuta la benedizione del Cardinale e avuto l'indirizzo del Monsignore a cui dovranno rivolgersi, escono ringraziando il Buon Gesù di tale inaspettata accoglienza. Tornate a casa trovano il Padre Postìus a cui riferiscono il risultato dell'incon-tro. Il Padre rimane senza parole ed esclama: "Ringraziamo il Signore per un beneficio così grande e per me così sorpren-dente".

In un'estasi avvenuta durante la notte del 22 maggio, Gesù indica alla Madre il luogo dove cercare la casa che dovrà ser-vire da Collegio.

è sulla Via Casilina, in una parrocchia molto povera.

 

Alla ricerca di una casa

Il primo sondaggio lo fanno presso la parrocchia di S Bar-naba dove il parroco, P Vincenzo Clerici, religioso pavoniano, le riceve paternamente e le accompagna dalle suore di Nostra Signora di Namur, che hanno una casa da affittare.

Alla signorina Pilar la casa non piace, soprattutto per il fatto che si debba condividere il giardino e per il poco spazio riser-vato alle bambine per i loro giochi. Ma un po' più avanti, sem-pre sulla Via Casilina c'è anche la parrocchia di S. Marcellino. Perché non provare lì a trovare qualcosa di meglio?

Di fronte alla chiesa vedono un palazzo con un bel giardino recintato. Questo, sì che potrebbe andar bene: c'è spazio suffi-ciente per le bambine. Anche il prezzo è più ragionevole.

Dunque, tutti d'accordo: la Madre, la signorina Pilar, il par-roco di S. Marcellino che le ha accompagnate. Torneranno l'in-domani per ultimare le trattative.

Ma qualcuno non è d'accordo.

Durante la notte, in una delle sue solite distrazioni, il Signore dice alla Madre di non pensare più alla casa di S. Mar-cellino, perché il posto dove lavorare, soffrire, ed essere di consolazione e luce per gli altri è la parrocchia di S. Barnaba e la casa è la prima che hanno visitato. La signorina Pilar, che alla scuola della Madre ha imparato a consegnarsi fiduciosa-mente alla volontà di Dio, accetta questa decisione così contra-ria ai suoi desideri ed esclama: "Ecco l'Ancella del Signore! Tutte e due, Madre, ci disponiamo con gioia a compiere le volontà del Buon Gesù".

Il P Postìus a cui riferiscono tutto, passando dalla sua ini-ziale diffidenza ad una più ottimistica visione delle cose, le esorta dicendo: "Dio sia benedetto in tutto; anche se la vostra volontà è stata contrariata, lavorate con la stessa gioia che ave-vate ieri quando tutto si è presentato facile e piacevole alla natura umana".

 

La preghiera di un parroco e l'equivoco della "Marranella"

Tornano di nuovo dal Parroco di S. Barnaba, decise a stipu-lare il contratto con le religiose di nostra Signora di Namur. Non gli nascondono che vicino alla parrocchia di S. Marcel-lino ci sarebbe un palazzo con un giardino molto più bello, ma non è volontà di Dio che vadano lì. Il parroco che era stato informato dal suo collega di S. Marcellino rivela che, nella sua profonda pena e delusione aveva scongiurato giorno e notte il Signore di non negargli il grande beneficio di avere per i suoi fedeli quella provvidenziale fondazione. E Dio l'aveva ascol-tato!

"Ma questa borgata, P. Vincenzo, come si chiama?"

"La Marranella". La signorina Pilar e Madre Speranza trasalirono di stupore. Nella lingua spagnola questa strana parola suona male: indica il luogo dove si rinchiudono le man-drie di porci.

Figuriamoci quello che penseranno in Spagna quando sapranno che ci troviamo nella "Marranella"! Le risa e i mot-teggi della gente e dei parenti al sentire che ci troviamo in un luogo così poco dignitoso. Dunque, quando ci scriveranno dovranno mettere "La Marranella?". "Ma no - le rassicura P. Vincenzo - sarà sufficiente mettere: Via Casilina 222, Villa Certosa, aggiungendo tutt'al più: 'Suore Spagnole'.

Risolto con qualche sorriso questo problema, il parroco le accompagna dalle Suore di Villa Certosa che si riservano di consultare il Governo Generale prima di procedere.

 

Udienza con Pio XI

Nel fervore della ricerca di un luogo dove stabilirsi c'è un intermezzo gioioso e rasserenante.

Il 26 maggio Sua Santità Pio XI le riceve in udienza privata. Il Pontefice le incoraggia e dice alla Madre, che aveva accennato alle sue difficoltà, soprattutto nei rapporti con il Vescovo di Madrid: "Coraggio! Pensi con frequenza a quanto dovette soffrire Gesù per compiere la volontà del Padre suo.

Voglio dirvi una frase che si usa in Spagna e che io vi ripeto perché la teniate sempre presente: 'De ningùn pauroso se ha escrito nada bueno'. Poi sorridendo chiede: "L'ho detto bene?". "Sì, Santità!"- rispondono compiaciute. "E allora le dico, Madre, che non le succeda di essere scritta nel libro dei codardi".

Il dialogo continua per un certo tempo, poi inginocchiate implorano la benedizione per loro, per le Suore, la Congrega-zione e le persone che accolgono nelle loro case.

"Una benedizione - dice il Papa - tanto grande quanto grande è il vostro desiderio di riceverla".

E ne aggiunge una anche per l'amata Spagna.

 

Mancano le sedie!... La Provvidenza interviene

Confortate dalle parole e dalla benedizione del Santo Padre riprendono con maggiore entusiasmo i preparativi per la nuova fondazione. Il 10 giugno pagano per l'affitto del primo trime-stre e ricevono le chiavi dell'edificio. Il Parroco si incarica di trovare gli operai per fare le necessarie modifiche.

Una brava signorina spagnola che si trova a Roma, Maria Luisa Beltrame, le accompagna per comprare le suppellettili indispensabili: letti, coperte, materassi, tavoli, piatti, secchi... Presso un negozio di Arti Sacre incaricano l'occorrente per la Cappella. Dalla Spagna arrivano sei suore destinate a formare la prima Comunità di Villa Certosa.

Il 20 giugno vanno tutte ad abitare nella nuova casa.

Che emozione ritrovarsi in un ambiente profumato di pover-tà, sole, dove c'è sì e no l'essenziale, ma dove non manca la gioia e la fiducia nella Divina Provvidenza.

Per la prima cena dovranno arrangiarsi alla meglio: una pie-tra e qualche tavola sono sufficienti. Di ordinare le sedie, pur-troppo, si sono dimenticate.

Durante la cena si presenta, senza preavviso, un Sacerdote dall'aspetto celestiale e chiede di Madre Speranza. La Madre si alza e il sacerdote guardando intorno esclama: "Ma che bel quadro!". Poi chiede: "Non avete dei tavoli?". "Sì li abbiamo ordinati, ma devono ancora arrivare". 'E le sedie?' - chiede ancora il sacerdote. "Quelle non le abbiamo ancora ordinate".

Rivolto a Madre Speranza dice: "Pensa forse di abituare la Comunità a prendere gli alimenti necessari come facevano i Fondatori della nostra Chiesa, senza tovaglie, tovaglioli e se-duti su delle pietre o nel suolo? Essi erano uomini e abituati a questo stile di vita, mentre queste sono donne e non sono abi-tuate a queste cose, tanto meno questa signorina, non è vero?".

"è così, ma ordineremo subito le sedie", replica Madre Speranza. E il Sacerdote sorridendo risponde: "Le sedie ve le mando io domani stesso".

Così, come era venuto, senza sapere per dove era passato, se ne va rifiutando di essere accompagnato alla porta.

Alle dieci e mezzo del giorno dopo arriva un camion con 36 sedie. "Chi le manda?" - chiede all'autista la signorina Pilar. "Non lo so - risponde l'autista - a me è stato detto solo di portarle qui senza ricevere neppure un soldo".

Le sedie furono per un po' di tempo argomento di allegre conversazioni. La signorina Pilar dopo averle provate tutte, una ad una, osserva: "Sono forti e belle; questo signore le ha com-prate tutte buone. Si vede che non ha ricevuto ordini dalla Madre e non ha sentito le sue raccomandazioni sulla povertà".

 

Inaugurazione della casa

L'inaugurazione della Casa e della Cappella avvenne il 2 luglio 1936. Fu il Parroco di S. Marcellino a celebrare la prima Messa e a riporre il Santissimo Sacramento nel Tabernacolo perché vegliasse sulla Comunità e fosse l'ispiratore silenzioso della loro carità. Lo stesso giorno dell'inaugurazione venne accolta la prima bambina interna, poi un po' alla volta ne ven-nero altre fino a quante la casa ne poteva ospitare.

Inizia così, nel silenzio e nella povertà, una storia di carità veramente straordinaria che assumerà in breve tempo il carat-tere di una vera e propria epopea. Desiderando far partecipe tutta la Congregazione del buon esito della fondazione romana, il giorno seguente la Madre scrive questa circolare a tutte le sue figlie di Spagna. è uno spaccato interessante degli avveni-menti e dell'entusiasmo che caratterizzò quel periodo.

"Tutto per amore - Roma 3 Luglio 1936

Amate figlie, grande è la mia gioia sperimentando le finezze dell'amore che il Buon Gesù sparge sopra la nostra amata Opera. Per questo vi prego ancora una volta di ringraziarlo.

Abbiamo visitato il Cardinale Tedeschini che è rimasto grade-volmente sorpreso vedendo come la nostra opera si è stabilita a Roma. Afferma che non aveva mai pensato che in così pochi anni avremmo potuto correre tanto...

Due giovani sono venute a sollecitare la loro entrata come An-celle e la professoressa che ha fatto scuola alle suore mi ha detto che non vorrebbe allontanarsi da noi.

Pregate perché Gesù ci aiuti dal punto di vista economico poi-ché le spese sono molte e Lui mi sta facendo sentire un po' la sofferenza della mancanza di mezzi. Le suore escono per visi-tare e curare un'ammalata. Quelle giovani vanno a scuola e tutte soffriamo un po' per la difficoltà della lingua. Vi prego, amate figlie, di ringraziare Gesù per tutto e chiedete che que-sta vostra Madre compia la sua divina volontà".

 

Tra la Spagna e l'Italia

Il 17 luglio 1936 iniziava con "L'Alzamiento" la guerra civile spagnola. Si interruppero le comunicazioni e un senso di materna trepidazione si impossessò della Madre per la sorte delle sue figlie e dei bambini che si trovavano nei loro collegi.

La fondazione di Roma era ormai avviata e la Madre sentì il dovere di partire quanto prima per la Spagna.

L'8 novembre è gia in viaggio, passando non per la frontiera di Irùn, ma per quella di Navarra che era meno sorvegliata. Prima di partire si preoccupò di fare le provviste necessarie per un lungo periodo, ma chiese alle suore di aiutarsi anche con un po' di lavoro di cucito e ricamo. Purtroppo a causa del-l'inesperienza e della pigrizia, e perchè non sollecitate a dovere dalla Superiora, esaurite le provviste, verranno a tro-varsi prive anche del necessario.

Il Signore permise questo - afferma Madre Speranza - per dare una lezione a tutte le Ancelle dell'Amore Misericordioso. Esse dovranno ricordarsi sempre che non sono state fondate per fare le "signore" o per vivere nell'ozio, ma per guadagnare il pane per loro e per le persone accolte nella Congregazione. In Spagna Madre Speranza si tratterrà circa sei mesi, fino ai primi di maggio del 1937. Corre da una casa all'altra, ascolta, incoraggia, dispone, chiarisce malintesi e calunnie, sempre sol-lecita per lo stato d'animo delle figlie, per il lavoro nei collegi.

 

Rischia di essere fucilata

Durante la permanenza in Spagna ebbe modo di costatare come le campagne diffamatorie stavano portando i loro frutti. D. Doroteo con il suo prestigio era riuscito a portare dalla sua parte molti sacerdoti, Vescovi, confessori delle Comunità e alcune suore, tra le quali primeggiava Madre Pilar Antìn che aspirava a prendere il posto di Madre Speranza come direttrice della Congregazione.

Non appena giunse a Bilbao, la Madre fu accolta, infatti, dai suoi insulti irrispettosi. Come "fuori di sé" cominciò a sciorinare delle accuse assurde affermando che poteva ormai considerarsi spacciata perché le imputazioni contro di lei erano sufficienti per toglierla dalla direzione della Congregazione.

Ci fu subito dopo la questione dell'Ospedale di Sestao.

Il Collegio che si trovava in questa cittadina, nelle vicinanze di Bilbao, era stato ceduto momentaneamente perché servisse da Ospedale militare. La Madre era stata costretta a sostituire la superiora, Madre Pilar Antìn, e ciò non era piaciuto al medico responsabile, il quale pretendeva che fosse ritornata Madre Pilar e addirittura minacciava la chiusura dell'Ospedale se questo non fosse avvenuto. Madre Speranza rispose che potevano tranquillamente chiuderlo. "La lotta con i medici, i militari e le infermiere - afferma - fu tremenda, ma io non cedetti e l'Ospedale venne chiuso". Ma non finirono qui le dis-avventure.

Sotto la regia di Don Doroteo, Madre Pilar e Madre Aurora si dedicarono a seminare calunnie in tutte le comunità reli-giose, tra i confessori e tra i parroci, ottenendo adesioni e divi-sioni, specialmente nelle Comunità di Colloto e Hecho.

Ci fu poi un episodio molto spiacevole nel Collegio di Bil-bao dove le due vacche che fornivano latte per i bambini del collegio furono avvelenate e morirono. La Madre seppe chi era stato a compiere questo dispetto e dello stesso parere era anche il fattore, ma non volle svelare il nome.

Il momento culminante della persecuzione si ebbe, però, alla fine di ottobre quando rischiò di essere fucilata.

Racconta nel suo Diario che il giorno 23 ottobre ricevette una ordinanza dal Giudice Militare perché si presentasse al Comando. Alla porta c'era una signora che l'apostrofò dicendo: "Vediamo adesso come se la cava la santona?".

L'accusa era che durante il periodo della guerra civile stava dalla parte dei rossi separatisti di Bilbao. Madre Speranza ri-spose che questa era solo una calunnia. "La solita storia di tutti i separatisti - disse l'addetto militare. è necessario dare una lezione perché tutti i separatisti stiano molto attenti, special-mente le suore e i preti. Da quanto mi risulta lei è una di quelle persone che più hanno recato danno agli altri, così che faccia-mola finita una buona volta".

La situazione stava per diventare veramente tragica quando una provvidenziale telefonata del Comando Generale chiarì che l'accusa contro Madre Speranza non era altro che un insano gesto dei suoi nemici.

 

Ditta Amore Misericordioso

Di nuovo a Roma, in una delle sue distrazioni avvenuta ai primi di giugno del 1940, Madre Speranza vede il luogo dove si dovrà costruire la Casa Generalizia delle Ancelle dell'Amore Misericordioso e si rende conto di tutto il bene che li potranno fare le sue Figlie. Ma quel luogo è desolato e arido. Non si vede altro che un grande campo, mal coltivato per mancanza di acqua, con quattro baracche che gente povera ha costruito vici-no alla linea tranviaria. Dove trovare i mezzi per costruire una grande casa, anche se semplice, come è desiderio della Madre? Potrebbe servirsi dei soldi della signorina Pilar, che non solo è pronta, ma desiderosa di metterli a sua disposizione. Ma questa è una via troppo facile e comoda e anche poco educativa per le sue giovani figlie. Non bisogna abusare dei benefattori e nep-pure della Provvidenza. Questa deve essere propiziata con il lavoro, il sacrificio e la preghiera. Ed ecco arrivare dall'alto il suggerimento opportuno: dovrà darsi da fare per organizzare un grande laboratorio militare.

è iniziata da pochi mesi la grande Guerra Mondiale; migliaia di giovani sono costretti a partire per il fronte. A confezionare le camicie per loro ci penserà Madre Spe-ranza.

Con la signorina Pilar si reca presso il Comando Militare per chiedere lavoro. Il Colonnello con cui parlano presenta una serie di difficoltà che sembrano insormontabili. è necessario, tra l'altro, depositare una somma di denaro rilevante come cauzione presso la Banca d'Italia. La signorina Pilar è pronta a farlo, ma la Madre si rifiuta di accettare i suoi soldi.

Qualcosa di straordinario deve essere successo durante la notte perché il giorno dopo una eminente personalità, che Madre Speranza chiama "Sua Eccellenza", la riceve e appiana inaspettatamente tutte le difficoltà concedendo il permesso e offrendo lui stesso la somma necessaria come garanzia.

"Ed ora - dice Sua Eccellenza alla Madre - la responsabilità del lavoro se la prende tutta lei. Cosa le sembra? Ha qualcosa da dirmi?". "Si, Eccellenza, che il Signore la ricompensi e le assicuro che io sarò sempre attenta perché la Ditta dell'Amore Misericordioso non dia mai il minimo dispiacere né a Sua Ec-cellenza, né al Comando Generale".

Passano solo due giorni e arriva un camion pieno di tela per confezionare duemila camicie.

La Ditta 'Amore Misericordioso' può iniziare il suo lavoro. "La Madre si incaricherà di organizzarlo, io - afferma la signorina Pilar - sarò la responsabile del taglio. Non capisco, però, come da questo lavoro possano venir fuori i soldi per il sostentamento di quaranta persone, per le spese della luce, del-l'acqua, delle macchine... Anche le suore si spaventano; qual-cuna chiede dove sono le macchine per cucire. "Di queste - interviene la signorina Pilar - mi incarico io. Ne comprerò una per ciascuna. E comprerò tutto ciò che occorre. Sarà il mio re-galo alla Madre per il suo onomastico". E la Madre: "No, figlia mia, niente di tutto questo: compreremo le macchine e le pagheremo a rate, con il nostro lavoro e con il nostro sacrificio. La Congregazione è povera e deve soccorrere i poveri. Io, come Fondatrice, devo insegnare alle mie figlie a vivere e a provvedere il necessario con il lavoro e il sacrificio e non con l'abbondanza e senza nessuna preoccupazione". Arrivano le macchine e inizia il lavoro: per confezionare le prime duemila camicie occorre un mese, ma in seguito, una volta presa una certa pratica, se ne potranno confezionare anche ottomila, die-cimila al mese come di fatto avvenne.

"Non era un lavoro estenuante, avanzava anche il tempo per la ricreazione e per il riposo - ricorda Suor Anna Mendiola - qualche volta che c'era urgenza di consegnare qualche lavoro si rimaneva in piedi la sera o ci si alzava prima al mattino. Il denaro ricavato serviva per il mantenimento dei bambini e delle suore, per pagare le macchine da cucire e per la costru-zione della casa".

Una delle prime bambine, la signora Agnese Riscino così ri-corda quel periodo: "Con l'inizio della guerra, la Madre otten-ne la fornitura delle camicie per i militari. In una grande sala le suore e noi bambine più grandi facevamo il lavoro a catena, riuscendo a confezionare due o trecento camicie al giorno. Era-vamo entusiaste e tanto gioiose. Durante il lavoro si cantava e si pregava e regnava un clima di famiglia. Io collaboravo con la signorina Pilar de Arratia che era addetta a tagliare la stoffa. Ricordo che spesso la signorina mi diceva: "Ricordati che que-sti anni sono i migliori della tua vita".

Il 18 dicembre 1942, nel terreno che il Signore le aveva indicato viene benedetta la prima pietra della Casa che dovrà essere costruita. A conclusione di un anno, così ricco di avvenimenti, di lavoro, di consolazioni e di croci, la Madre può costatare con viva soddisfazione che le suore hanno lavorato in maniera incredibile e che le macchine per confezionare le camicie e tutto il resto è stato regolarmente pagato.

 

10

L'uragano della persecuzione

Può sorprendere la quantità e la qualità delle prove e delle persecuzioni che Madre Speranza dovette affrontare nella sua vita.

Ma Gesù ci avverte che chi vuol seguirlo deve prendere con Lui, ogni giorno, la sua croce e che, se hanno perseguitato Lui, non c'è da stupirsi che vengono perseguitati anche coloro che lo seguono.

S. Giacomo individua nella prova la gioia profonda del cri-stiano che sa di essere guidato verso la perfezione dalla mano premurosa di un Padre: "Considerate una gioia piena, fratelli miei, l'essere in balia di ogni sorta di prove, consapevoli che è attraverso la verifica che la fede giunge alla pazienza.

Bisogna anche tener presente che vicino ai Santi si sta bene... ma in cielo. In terra, spesso, è un po' diverso, anzi può risultare molto scomodo. La loro vita è un pungolo che co-stringe ad un continuo esame di coscienza, ad una dolorosa verifica che mette a nudo debolezze e meschinità.

Vicino a Madre Speranza, nel corso della sua lunga vita sono passate una infinità di persone. Molte hanno saputo tenere il suo passo, altre non ne sono state capaci. Non deve meravigliare che alcune di queste siano diventate ostili alla sua persona e alla sua opera.

Ma noi non fermeremo più di tanto la nostra attenzione sulle assurde calunnie architettate contro di lei dai suoi avver-sari.

La signorina Pilar, dopo averle esaminate dettagliatamente afferma: "La conclusione che io traggo è che tutte le accuse sono frutto di menti menomate, oscurate dall'ambizione e dal-l'invidia che non può sopportare che Dio abbia arricchito dei suoi doni naturali e soprannaturali una creatura a Lui fedele".

Madre Speranza non si è lasciata turbare dalle calunnie e dalle persecuzioni di cui è stata fatta oggetto.

Con la sua fede riuscì a vedervi un mezzo provvidenziale di cui Dio si serviva per il bene suo e della nascente Congrega-zione.

Parlando dei suoi nemici li chiama "benefattori" perché le permettono di affidarsi completamente e unicamente a Dio e di camminare sulla via della perfezione.

A volte dice, volendole quasi scusare, che sono persone buone, ma che sono state accecate dalla passione e dal demo-nio e quindi rese incapaci di vedere la realtà.

Per alcune persone la critica, che spesso diventa calunnia, sembra essere quasi una necessità: in essa cercano una compensazione alle proprie frustrazioni. Alla base c'è general-mente un insieme di gelosia, di invidia, di arrivismo e non manca quasi mai l'ignoranza, l'orgoglio, la voglia di primeg-giare.

Madre Speranza sapeva che la persecuzione accettata con amore è sigillo di autenticità e fonte di crescita.

Per questo l'ha accettata con fede e con grande umiltà, lasciando fare a Dio. Credeva nella beatitudine evangelica: "Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, men-tendo diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli".

è però doveroso dire che Madre Speranza lottò tenacemente contro quelle accuse che compromettevano la buona reputazio-ne della sua opera, che considerava opera di Dio, mentre si li-mitò a difendersi da quelle contro la sua persona solo in quanto danneggiavano la Congregazione e offendevano Dio e la verità. Segno di contraddizione

Era prevedibile che la straordinarietà dei fenomeni che si verificavano nella vita di Madre Speranza suscitasse curiosità e ammirazione in alcuni, stupore in altri e grandi preoccupazioni nei superiori. Molte persone non sapevano cosa pensare, e in genere, la cosa più facile in questi casi è... pensare male.

Iniziarono i sospetti, le incomprensioni, le accuse, le umi-liazioni. Dovunque veniva trasferita incontrava persone preve-nute nei suoi confronti. Il suo operato era spesso frainteso.

La fiducia riposta in alcune eminenti personalità venne pre-sto delusa. Si andava realizzando ciò che Gesù le aveva pro-messo: che, cioè, tutti l'avrebbero abbandonata.

Anche dopo aver fondata la sua Associazione e aperto il primo collegio Madre Speranza continuò ad essere bersaglio di ingiuriose calunnie da parte di alcuni e di grande apprezza-mento da parte di altri.

Un episodio che la stessa Madre racconta può darci un'idea di come le persone erano divise nei suoi confronti.

Alla vigilia della festa del Corpus Domini, il 3 giugno 1931, prima di rinnovare i voti con le sue suore, andò a confessarsi in una chiesa. Il Sacerdote le domandò se era religiosa e lei le disse che apparteneva ad una Associazione fondata da Madre Speranza.

Il confessore iniziò allora a sciorinare una litania di impro-peri contro di lei, dicendo che mai si era vista una persona peg-giore e che sotto l'apparenza di santità non faceva che del male. La invitò a separarsi da quella falsa santona se voleva salvare la sua anima. Quando le rispose che era impossibile per lei separarsi da Madre Speranza, il confessore, molto arrab-biato, le disse che non poteva darle l'assoluzione finché si osti-nava a rimanere con quella brutta bestia. Con molta tristezza nel cuore uscì dal confessionale e andò a confessarsi in un'al-tra parrocchia dove incontrò un sacerdote che non solo le diede l'assoluzione, ma le chiese di intercedere per essere ricevuto da Madre Speranza che considerava una santa.

 

Una seconda ondata di persecuzioni

Dal 1930 al 1941 ci fu, come abbiamo visto, un notevole in-cremento di vocazioni e una straordinaria fioritura di opere as-sistenziali in varie parti della Spagna. Dopo l'apertura della casa di Roma, non vennero meno le calunnie, le resistenze, le campagne denigratorie. Accuse di ogni genere furono fatte per-venire perfino alla Santa Sede e al Santo Ufficio.

Ci fu da parte di alcune suore uscite dall'Istituto Claretiano, capitanate da Madre Pilar Antìn e da D. Doroteo, un tentativo di cambiare le finalità dell'Opera e di togliere Madre Speranza dalla guida della Congregazione da lei fondata.

Uno dei motivi per cui si cercò con tutti i mezzi di ottenere lo scioglimento dell'Associazione era quello di accaparrarsi dei beni con cui la Signorina Pilar sosteneva le opere della Madre.

Questa annotava in quei giorni nel suo diario: "Continua il tormento della persecuzione, ma in casa godiamo di molta pace e la gioia delle mie figlie è molto grande, come è grande il desiderio di santificarsi".

La campagna diffamatoria contro Madre Speranza si andava sempre più espandendo, non solo nella zona di Bilbao dove vari Sacerdoti le erano contrari, ma anche in altre parti della Spagna.

Attraverso i confessori delle Comunità, debitamente indottrinati si cercava di convincere le suore che per il bene della Congregazione era necessario sostituire Madre Speranza.

Ci furono perfino alcuni tentativi di avvelenamento dai quali, dopo enormi sofferenze, sopravvisse quasi miracolosa-mente.

P Postìus scrivendo in quel tempo alla Madre così la esor-tava: "E' veramente grande la sua sofferenza, così come incre-dibile è la malignità di queste persone; ma abbia fiducia in Gesù e solo in Lui, come Giona che nel ventre della balena ebbe fiducia e invocò Dio dagli abissi del mare".

La Madre scusava e perdonava coloro che la facevano tanto soffrire invitando le suore a fare altrettanto, ma non mancava di denunciare, scrivendo al Vescovo di Vitoria, riferendosi in par-ticolare ad alcuni sacerdoti: "Mi stanno massacrando le figlie e alcune di queste, unite ad essi, sembra che abbiano perso la ragione e si muovano come pupazzi".

 

Il Calvario di Roma

Nel periodo trascorso in Spagna si era andata intensificando l'opposizione dei suoi nemici, specialmente da parte di alcuni sacerdoti di Bilbao, spinti anche da particolari situazioni socia-li, politiche e religiose del momento storico e dell'ambiente geografico. Non si riesce, però, ad immaginare tanta falsità, in-ganni, accuse gratuite, se non pensando che Dio abbia permes-so tutto ciò per la santificazione della Madre e delle sue figlie fedeli.

In questa luce lei ha sempre visto le persecuzioni scatenate dai suoi avversari. è convinta che: "Gesù ha permesso questa persecuzione per il nostro bene, perché ci ama. Lui sa che la sofferenza è buona educatrice e buona maestra dello spirito e che la persecuzione ci avvicina sempre più a Lui facendoci correre rapidamente per la strada della virtù".

Perdona, ma non rinuncia a difendere la sua Congregazione. Ad un certo momento si vide costretta a scrivere al Santo Padre per esporre la situazione e chiedere, se lo avesse ritenuto conveniente, di nominare un Visitatore Apostolico.

La richiesta venne accolta e la persona designata come Visitatore fu il P Eduardo Gómez, Superiore, a Bilbao, dei Missionari Figli del Cuore Immacolato di Maria, che era dichiaratamente contrario a Madre Speranza, la quale non solo accettò questa disposizione vedendovi la volontà di Dio, ma esortò le suore ad essere rispettose e sincere verso il Padre Visitatore, come del resto farà anche lei. Solo che lei volle evangelicamente unire la semplicità alla prudenza e disse al Padre Visitatore che per evitare che la sua deposizione fosse fraintesa, presentava a lui una relazione scritta e ne mandava una copia identica al Santo Ufficio.

Il Padre Visitatore non prese bene la cosa, ritenendola una limitazione della sua libertà.

Madre Speranza decise, allora, di tornare a Roma.

Il 6 giugno 1940, dopo un viaggio aereo avventuroso, si presenta al Padre Visitatore che sta per iniziare la visita della casa. Questi si sorprende nel vederla e le ordina di allontanarsi e di non ritornare fino a quando non avrà finito la visita.

La Madre soffre non tanto per questo affronto, ma perché le suore non condividono questa disposizione e forse faranno tra-pelare la loro ribellione. Lei, invece, le vuole obbedienti e ri-spettose delle legittime autorità ecclesiastiche. La visita rimase incompiuta perché il Santo Ufficio ritenne più opportuno con-tinuare direttamente le indagini. Per alcune settimane la Madre fu separata dalla Comunità e ospitata presso le Suore del Sacro Cuore di Trinità dei Monti.

Le indagini del Santo Ufficio si conclusero con una sen-tenza solo in parte positiva.

 

Una sentenza solo in parte positiva

Era il Venerdi Santo del 1941, quando l'Assessore, Mons. Alfredo Ottaviani comunicò alla Madre la sentenza del Santo Ufficio. Con essa si dichiarava che la Congregazione era stata accolta dalla Chiesa in via di esperimento, ma la Madre doveva rimanere a Roma, senza intervenire nel governo della stessa.

Il Santo Ufficio dava facoltà ai Vescovi dove si trovavano le case di nominare le persone che dovevano reggerle. Si poteva nominare una Vicaria o confermare quella che già c'era. La signorina Pilar non riusciva a farsi una ragione dell'allontana-mento della Madre dalla guida della sua Congregazione. Pen-sava che la sentenza del Santo Ufficio poteva essere vista come una conferma delle accuse rivolte contro di essa dai suoi avver-sari per distruggere la Congregazione e così impadronirsi dei suoi beni.

Con ammirevole franchezza e coraggio scrisse varie lettere al Santo Padre Pio XII, all'Assessore Alfredo Ottaviani, alla Vicaria Madre Esperanza Pérez del Molino.

La Madre, al contrario, animata da una fede soprannaturale, accettava tutto con obbedienza e umiltà. Sapeva che tutto viene da Dio e concorre al bene di coloro che lo amano. è preoccu-pata solo di come reagiranno le sue figlie: ad esse scrive lettere appassionate delle quali riportiamo alcuni brani: "Amate figlie, ieri, Giovedì Santo, mentre partecipavo ai Sacri Riti, dal mio cuore oppresso sono uscite queste parole: "Gesù mio, le alte dignità della mia Madre Chiesa si stanno occupan-do in questo momento di questa povera creatura: che sarà della nostra amata Congregazione? Il mio cuore arde del tuo amore e con te, Signore, attendo tranquilla la sentenza. Vorrei che arrivasse oggi per avere la fortuna di essere condannata come te in questo memorabile giorno. Spero, figlie mie, e nello stesso tempo vi supplico di essere tutte molto obbedienti accettando con sottomissione la Superiora che verrà desi-gnata... Non essendoci nella nostra amata Congregazione suore converse, non posso ritirarmi con esse, cosa che farei immediatamente; cercherò comunque, per quanto le mie forze lo permetteranno, di svolgere i lavori che corrispondono ad esse. Vedrò di collocare la mia cella nel luogo più umile della casa, e lì pregherò per le mie amate figlie, per la mia Congre-gazione e per quelli che sono stati accecati perché Gesù non tenga in conto quello che hanno detto o macchinato per otte-nere la mia condanna".

Nei mesi che seguirono la Madre intensificò la sua unione con Dio, rinnovando i suoi propositi, accentuando il suo desi-derio di offrirsi vittima per i Sacerdoti, perdonando di cuore chi la faceva soffrire.

 

Approvazione e Voti Perpetui

Il 4 marzo 1942 la Congregazione dei Religiosi riconobbe l'Opera di Madre Speranza come Istituto di Diritto Diocesano e concesse il permesso per aprire il noviziato.

Fu grande la gioia della Madre e delle sue figlie, come si percepisce da queste note del suo Diario: "Oggi, festa dell'Invenzione della Santa Croce, abbiamo ricevuto un telegramma con il quale ci veniva comunicato che la nostra amata Congregazione è stata approvata dalla Santa Sede. Questa notizia ha riempito di giubilo il mio cuore e quello di Pilar. Fuori di me per la gioia mi sono messa a corre-re con il telegramma in mano esclamando: 'Figlie, l'approva-zione!'. E abbracciai le suore con tutta la mia forza.

Abbiamo comunicato la notizia al Parroco che è subito venuto per cantare insieme a noi il Te Deum di ringraziamento.

La festa si è protratta per otto giorni".

Il 12 giugno 1942, festa del Sacro Cuore, la Madre può finalmente emettere i voti Perpetui.

Lo stesso Segretario della Congregazione dei Religiosi, Mons. Pasetto, volle presenziare la cerimonia. Nell'Osservatore Romano di domenica 5 luglio veniva riportata la notizia con una foto della cerimonia.

Questa notizia e la pubblicità che gli si diede dispiacquero agli avversari di Madre Speranza che scrissero lettere di prote-sta al Nunzio Apostolico.

In seguito, anche le altre suore poterono emettere i loro Voti Perpetui nelle varie Comunità in cui si trovavano.

 

I consigli di S. Rocco

Racconta la Madre, nel suo Diario, che la notte del 30 giu-gno 1942, vide in sogno il glorioso S. Rocco.

Questo santo, che tante sofferenze e assurde persecuzioni dovette sopportare nel corso della sua vita era forse la persona più qualificata per incoraggiare Madre Speranza in questo mo-mento particolare della sua travagliata esistenza.

Lo fece raccontando alcune vicende della sua vita.

Partito dalla città di Montpellier, nella Francia meridionale, si dirigeva in Italia, elemosinando di porta in porta finché ottenne di poter prestare la sua opera in un ospedale per amma-lati contagiosi. Qui si ammalò e dovette molto soffrire per l'ab-bandono di tutti, anche di quelli che aveva beneficato.

Il Signore in una visione gli manifestò il suo desiderio che ritornasse in patria, dove l'aspettavano altre sofferenze.

Per amore di Dio accettò con gioia questo comando. Guarì miracolosamente e intraprese il viaggio di ritorno. Arrivato in patria nessuno lo riconobbe, neppure i suoi parenti, anzi fu ritenuto una spia e rinchiuso in un carcere dove fu trattato duramente. Solo poche ore prima di morire fu rico-nosciuto e trattato dignitosamente.

"Il Signore - dice ancora S. Rocco alla Madre - accetta la tua sofferenza, ma devi stare anche molto attenta per evitare le ingiustizie che l'uomo pretende compiere nella sua cecità.

Il Vescovo di Tarazona vorrebbe portarti nella casa di Alfaro, dove pensa di isolarti... per evitare che tu possa ricor-rere al Santo Ufficio".

Infine S. Rocco dice alla Madre che se l'avviso di tornare in Spagna fosse volontà di Dio lo dovrebbe eseguire con gioia, accettando non solo di rimanere isolata, ma anche di finire in un lurido carcere. Però, trattandosi di una nuova persecuzione con la quale ne risulterebbe pregiudicata la Congregazione e ostacolata la fondazione dei Figli dell'Amore Misericordioso, dovrà non solo evitare di mettersi nelle loro mani, ma lottare per evitarli. E conclude: "Chiedi al Buon Gesù il suo aiuto ed Egli te lo darà. Fiducia e amore e ne uscirai vittoriosa".

Le previsioni di S. Rocco si rivelarono subito esatte e i suoi consigli tempestivi e puntuali. Chiamata, infatti, dall'Asses-sore del Sant'Ufficio, le venne chiesto se desiderava tornare in Spagna. Rispose che era pronta a compiere la volontà di Dio e dei Superiori, ma disse francamente che le costava molto tor-nare in Spagna mentre la Congregazione era diretta dal Vescovo di Tarazona. L'Assessore chiese allora alla Madre di mettere per iscritto le ragioni delle sue riserve: le avrebbe fatte pervenire al Santo Padre.

Quella stessa notte, 3 luglio 1942, il Buon Gesù permise che Madre Speranza in bilocazione si presentasse al Santo Padre. A lui, molto impressionato, la Madre raccontò quanto S. Rocco le aveva detto. Alla fine del racconto il Santo Padre si prostrò a terra esclamando: "Sia lodato il Signore!". "E io - afferma Madre Speranza - scomparvi".

Da allora non ci furono più pressioni perché tornasse in Spagna.

Recatasi dopo qualche giorno dal Cardinale Vicario che l'a-veva convocata, cadde quasi subito in estasi alla sua presenza e il... povero Cardinale, invece di esporre quanto aveva in mente, fu costretto ad ascoltare per circa due ore le confidenziali parole che Madre Speranza rivolgeva al Buon Gesù, il quale la confortava con queste espressioni: "Non soffrire, figlia mia, e tieni presente che nella sofferenza puoi contare con Dio che sarà tuo aiuto e difensore. è così che tu e la Congregazione uscirete vittoriose da questo combattimento come ne sei uscita da tutti gli altri: non ti scoraggiare!. "Non so cosa avrà pensato Sua Eminenza - afferma Madre Speranza - so dire solo che quando ritornai in me il Cardinale mi stava vicino e mi disse. "Tutto questo me lo poteva aver detto prima, senza il bisogno di arrivare dove è arrivata. Sono, comunque, contento di aver presenziato ad un atto per me molto utile".

 

Sotto la guida del Vescovo di Tarazona

Nel 1941 il Vescovo di Tarazona, sua Ecc.za Mons. Nicanor Mutiloa era stato nominato dal Santo Ufficio Direttore dell'I-stituto delle Ancelle dell'Amore Misericordioso.

Rimarrà con questo incarico fino al 1946.

Iniziò con una visita canonica delle varie case, a cominciare da quella di Madrid. Si preoccupò della situazione giuridica della Congregazione, cercando di chiarire alcune questioni rimaste in sospeso. Fece una revisione delle Costituzioni, "cor-rette, ordinate e aumentate", consultando anche altri Vescovi spagnoli.

Madre Speranza si allarmò quando si rese conto di alcune modifiche. Con molta fermezza e determinazione supplicò il Vescovo perché tutto quello che era contrario al Diritto fosse tranquillamente corretto, ma non venisse cancellato, modifi-cato o cambiato nulla di quanto era scritto in esse, convinta come era che Colui che gliele aveva dettate non può sbagliare.

Quando nel 1946 le ebbe in mano si rese conto che esse contenevano alcune norme che non erano proprie della Congregazione delle Ancelle dell'Amore Misericordioso e quindi "difficili da compiere". Non accettava, per esempio, che fosse ristretto il fine della Congregazione solo alla fondazione di collegi per bambini o all'assistenza familiare delle persone inferme: esistevano, infatti, case dove già si svolgevano altre attività.

Il rapporto di Madre Speranza con il Prelato fu improntato ad una rispettosa obbedienza e ad un leale sforzo di collaborazione, ma questo non le impedì di precisare che il Vescovo era stato nominato "Direttore" della Congregazione e non "Padre Generale" come aveva fatto credere alle suore.

Quando nel 1944 l'Istituto passò sotto la diretta dipendenza della Congregazione dei Religiosi, il Vescovo, anche a causa delle sue precarie condizioni di salute, chiese di essere solle-vato dal suo incarico pur rimanendo ancora per un certo tempo Direttore della Congregazione.

 

Il Capitolo del 1946

Fu agli inizi dell'anno 1946 che alcune suore, soprattutto quelle residenti in Italia, credettero giunto il momento di chie-dere alla Sacra Congregazione per i Religiosi di esonerare il Vescovo dal suo incarico per procedere ad un Capitolo Gene-rale e così reintegrare Madre Speranza nel suo posto di guida della Congregazione. Del resto essa era ormai di diritto dioce-sano e le Costituzioni erano state revisionate. Lo stesso Vescovo Mutiloa aveva chiesto l'esonero e considerava con-clusa la sua missione.

La Superiora della Comunità di Roma, Madre Antonia Andreazza, rivolse al Santo Padre la richiesta di indire il Capi-tolo Generale.

La risposta positiva giunse immediatamente e il 5 ottobre. Madre Ascensione Alhama, in qualità di Vicaria Generale, comunicò ufficialmente che si sarebbe tenuto a Roma. Il desi-derio di tutte era che a presiedere al Capitolo fosse venuto Sua Ecc.za Mons. Ermenegildo Pasetto, ma questo non fu possi-bile.

Vennero nominati altri delegati i quali comunicarono la strana disposizione che ogni capitolare doveva scrivere in un unico foglietto i nomi di coloro che venivano scelte per i vari incarichi e imponeva di sottoscrivere il proprio nome.

Madre Speranza chiese di non partecipare alle votazioni per lasciare totalmente libere le Madri Capitolari. Ma forse aveva già compreso qualcosa e non volle stare al gioco. Ai padri che presiedevano il Capitolo diede infatti una risposta molto significativa. "Adesso andrà sicuramente in Cappella a pregare per noi" - le aveva detto uno di essi. "No, rispose decisamente la Madre, vado in cucina a preparare il pranzo per gli operai che stanno aspettando alla porta".

Dallo spoglio delle schede risultò eletta all'unanimità la Fondatrice, Madre Speranza Alhama.

Questo risultato, però non venne rispettato. Si sospese il Capitolo e dopo aver sentito il parere del Nunzio e dei Vescovi spagnoli si pensò alla nomina di un'altra Madre Generale.

 

Incomprensibili provvedimenti

è legittimo chiedersi il perché di questo incomprensibile provvedimento delle alte Gerarchie della Chiesa.

Sembra che il motivo principale debba ricercarsi nella volontà della Santa Sede di voler proteggere Madre Speranza evitandole un suo ritorno in Spagna dove, come Superiora di un Istituto di Diritto Diocesano, si sarebbe dovuta trasferire. Come sappiamo, infatti, a causa della campagna di diffama-zione e calunnie condotta dai suoi nemici negli anni quaranta, alcuni ambienti ecclesiastici e perfino alcuni Vescovi erano contrari alla sua persona e alla sua opera. La Segretaria Gene-rale, Madre Esperanza Pérez del Molino, parla di alcuni "inde-gni fogli" che Madre Pilar Antìn fece prima firmare in bianco da molte suore, ingannandole dicendo ad esse che servivano per chiedere al Santo Padre che Madre Speranza venisse eletta Madre Generale a vita. Quei fogli, invece, furono riempiti di lamentele e accuse contro di lei e consegnati al E Errandonea che li rimise al Vescovo come risultato della sua visita cano-nica, fatta con superficialità e parzialità, come hanno testimo-niato varie suore. La stessa Signorina Pilar ebbe modo di vedere in un Ufficio del Vaticano questi fogli e ne rimase scon-certata.

Soltanto alla vigilia di Natale venne emesso il Decreto con la nomina di Madre Antonia Andreazza come Superiora Gene-rale. Grande fu la delusione e lo sgomento per la mancata ele-zione di Madre Speranza. Ci furono vigorose proteste da parte delle suore e vivaci discussioni con il malcapitato padre Cap-puccino, Lazzaro D'Arbonne, inviato per comunicare le deci-sioni prese dalla Congregazione dei Religiosi. Ma a far rien-trare tutto nell'ordine fu la stessa Madre Speranza, che dando esempio di obbedienza e umiltà, si inginocchiò per prima dinanzi alla nuova Madre Generale e le baciò la mano. Le altre seguirono il suo esempio.

Madre Antonia era da vari anni Superiora della casa di Roma. Donna semplice, piena di buonsenso, prudente e umile, aveva accettato la carica con grande difficoltà, solo perché Madre Speranza glielo aveva espressamente chiesto. Lei non avrebbe voluto, ritenendosi incapace e indegna. Una delle capitolari, Madre Margherita Alhama, così descrive il rapporto tra la Fondatrice e la nuova Madre Generale: " Sono stata a Roma nel sessennio del generalato di Madre Antonia Andreazza. Lei non voleva, ma Madre Speranza la incorag-giava ad agire in tutto e per tutto da Superiora Generale: le fece occupare il primo posto nel refettorio e le faceva firmare tutti i documenti e simili; vivevano l'una per l'altra, in perfetta armo-nia. Madre Antonia si raccomandava a Madre Speranza perché l'avesse aiutata e questa, ben volentieri, si prestava".

Gli anni che seguirono furono contrassegnati da ripetuti e inutili tentativi di restituire alla Fondatrice il posto che le spettava. Vennero scritte varie lettere perfino al Santo Padre, ma nulla cambiò fino al Capitolo del 1952 quando Madre Spe-ranza venne eletta all'unanimità Superiora Generale.

Nel cammino verso il pieno riconoscimento giuridico c'è da segnalare l'approvazione Pontificia avvenuta il 16 dicembre 1949 e il Decretum Laudis, il 5 giugno 1970, nel quale si af-ferma che " la Congregazione, nata in Madrid nel 1930 dal cuore grande e ispirato di Madre Speranza di Gesù Alhama... all'inizio molto piccola, già si è trasformata in un albero rigo-glioso che ha esteso i suoi rami in Spagna, Italia, Germania e che dovunque ha portato abbondante frutto nelle varie opere di carità".

 

Un doloroso tentativo di scisma

Gli anni '60 videro il fiorire di molte opere e il divulgarsi della devozione all'Amore Misericordioso, ma furono anche uno dei periodi più dolorosi della vita di Madre Speranza. Ci fu, infatti, un consistente abbandono della Congregazione da parte di molte suore e la minaccia di uno scisma al suo interno.

Nel 1963 si era aperta in Spagna la prima casa dei Figli del-l'Amore Misericordioso e dall'Italia furono inviati alcuni reli-giosi. Madre Speranza desiderava, infatti, per le sue figlie delle guide sicure, impregnate dello spirito proprio della Con-gregazione. Era suo desiderio che suore e padri, figli della stessa Madre, vivessero uniti come fratelli, con amore e ri-spetto. L'accoglienza riservata ai padri fu all'inizio calorosa e fraterna e la collaborazione improntata allo spirito di carità e collaborazione, occupandosi le religiose dei servizi loro propri e i religiosi dell'assistenza spirituale e della scuola ai ragazzi.

Ma un po' alla volta cominciarono a manifestarsi da parte di alcune suore malumori e dissensi. La presenza dei confratelli, invece che un aiuto, fu vista come un tentativo di prevalere su di esse imponendo il loro punto di vista. Ci fu in seguito un ri-fiuto della persona di Madre Speranza, della quale si arrivò a mettere in discussione i fenomeni straordinari e la sua fedeltà al carisma di fondazione. Non si teneva presente che, come fondatrice e depositaria di un carisma aveva tutto il diritto di attualizzarlo durante il corso della sua vita.

La costruzione del Santuario di Collevalenza non era nelle loro previsioni; non ne sentivano la necessità e tanto meno ritenevano doveroso dover contribuire economicamente alla sua costruzione. A diffondere queste idee erano suore che rico-privano cariche importanti, come la Superiora della comunità di Bilbao, da tutte molto stimata e che godeva di molto presti-gio, e la Maestra delle novizie, che essendo entrata già adulta in Congregazione non ne aveva assimilato lo spirito. Per questo risultò facile coinvolgere varie suore, soprattutto giovani, che finirono con il perdere la vocazione e uscire dall'Istituto.

Il comportamento di Madre Speranza in questa vicenda fu prudente e materno, improntato alla comprensione e al per-dono. In una lettera circolare inviata alle sue figlie di Spagna, il 28 aprile 1965, Madre Speranza afferma che anche questa prova, come quella degli anni 40, il Signore l'aveva permessa per la loro santificazione. Invitava perciò a dimenticare quello che era accaduto, a non giudicare e a perdonare sinceramente.

"Vostra Madre perdona di cuore tutto ciò che direttamente o indirettamente ha potuto offendere questa povera creatura e chiede al Buon Gesù di non tenere in conto le offese a Lui fatte da queste figlie nel loro accecamento".

Continuò a considerare figlie anche coloro che l'avevano abbandonata, a pregare per esse, disposta ad accoglierle con amore materno, come di fatto fece con alcune di esse che tornarono sui loro passi. L'enorme sofferenza che questo av-venimento causò alla Madre è paragonabile solo a quello di una mamma che si sente rifiutata dai suoi stessi figli. Tutto però contribuì a dare maggiore consistenza alla sua vita spiri-tuale, ad accrescere la sua capacità di soffrire ed amare, a ren-derla sempre più simile a Cristo, tradito e rinnegato dai alcuni dei suoi stessi apostoli. Quando nel 1966 potrà tornare in Spa-gna le acque si erano completamente calmate e fu accolta dal caloroso abbraccio delle sue figlie fedeli che in ogni casa vol-lero manifestare la loro gioia, la loro fedeltà e il loro amore.

 

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Gli orrori della guerra e i prodigi della carità

Quando il 10 giugno 1940 l'Italia entrò in guerra Madre Speranza era appena tornata dalla Spagna dove aveva riordi-nato i suoi collegi, alcuni dei quali avevano subito lievi danni e, insieme alla signorina Pilar, aveva difeso non tanto se stessa, quanto la Congregazione, dagli attacchi di persone interne ed esterne che pretendevano cambiare lo spirito che l'animava.

Durante la sua permanenza a Roma dovette difendersi dalle macchinazioni dei suoi nemici, ma questo non le impedì di svolgere una prodigiosa opera di assistenza alle vittime dell'or-rendo conflitto che provocò circa 60 milioni di morti, in-calcolabili distruzioni materiali, devastazioni morali e spiri-tuali in tutta l'Europa.

Era stata avvertita che durante la guerra sarebbero successi fatti molto tristi e lei e le sue suore dovevano rimanere lì, in quel quartiere povero di Roma, per aiutare, confortare, curare e dar da mangiare ai tanti poveri che sarebbero venuti a rifu-giarsi in quel vecchio cimitero dove si trovava la loro casa.

 

I bombardamenti di Roma

Il primo bombardamento di Roma avvenne il 19 luglio del '43.

Abbiamo il racconto vivace e drammatico che la stessa Madre Speranza fa nel suo Diario: "Verso le dieci del mattino ha suonato la sirena di allarme e le nostre bambine con alcune religiose e le novizie sono scese nel rifugio. Passati solo cinque minuti si è sentito l'orribile boato delle bombe che cadevano verso la zona di San Loren-zo.

La gente fuggiva disperata, gridando e piangendo; le suore che erano rimaste in casa con Pilar e con me, correvano insieme a noi, verso la Cappella, ai piedi dell'Amore Miseri-cordioso; gli aerei volavano sui cieli di Roma e passavano sopra la nostra casa sganciando grappoli di bombe intorno ad essa; noi siamo rimaste in ginocchio ai piedi dell'Amore Misericordioso pregando e invocando il Buon Gesù e quando più forte era il rumore dei bombardamenti, tanto più forte si levava la nostra preghiera e quella della povera gente che si era rifugiata con noi nella Cappella. Quando gli aerei si allon-tanavano, Pilar, le figlie e io, uscivamo fuori per soccorrere i feriti, introducendoli in casa e dando ad essi ciò che pote-vamo. Io mi dedicavo a curare e a fasciare quelli che erano maggior-mente feriti. Mentre eravamo intenti a quest'opera siamo do-vute rientrare in Cappella, che era il nostro rifugio e quello della gente, perché gli aerei tornavano improvvisamente con un forte rumore che scuoteva e faceva sobbalzare tutta la casa. I vetri andarono in frantumi e ci fu un momento di agitazione, ma senza scene di panico poiché avevamo tutte fiducia nella protezione dell'Amore Misericordioso.

Non appena finì il bombardamento siamo uscite fuori e ci siamo rese conto che una bomba era caduta a due metri di di-stanza dalla nostra casa... Tutte abbiamo esclamato: 'Miraco-lo! Miracolo! l'Amore Misericordioso ci ha salvato".

Scampate da questo pericolo, Madre Speranza comprese che sarebbero seguiti giorni ancora più pericolosi.

Il 13 agosto seguì, infatti un secondo terribile bombarda-mento.

Anche di questo conviene ascoltare il racconto ricco di particolari che la stessa Madre fa nel suo Diario: "Verso le undici del mattino tornano sul cielo di Roma gli ae-rei e cominciano a bombardare la città con più violenza di prima. Le bombe sembravano tutte dirette verso la nostra porta. Alla prima ondata varie persone rimasero morte o ferite, fuori del rifugio e sulla porta di casa: non ebbero, infatti, il tempo per entrare. Altri entravano chiedendo aiuto ed io li si-stemavo nella Cappella.

Si presentò una donna trafelata, fuori di sé, scalza e spettinata portando in braccio una bambina di tre o quattro anni, mezza morta, o forse addirittura morta: era infatti fredda e violacea. La seguiva un uomo che si trascinava un bambino anch'esso ferito. Piangendo si inginocchiano tutti, insieme a noi, ai piedi dell'Amore Misericordioso pregando con gran fervore. Proprio nel momento più critico, quando gli aerei volteggiava-no rumorosamente sopra di noi, presi la figlia di quella povera donna e con decisione la presentai all'Amore Misericordioso dicendo: 'E' mai possibile, Signore, che il tuo cuore di padre possa ancora resistere al dolore di questa povera madre? Muo-viti a compassione e ridona la vita a questa creatura perché la possa mettere sana e salva tra le braccia della sua addolorata madre'. Fu grande la mia emozione quando mi resi conto che la bambina apriva occhi e cominciava a muoversi e a recupe-rare la vita. La madre vedendo la figlia muoversi e rendendosi conto che era viva gridava più forte ancora di quando la cre-deva morta.

A questo punto, in mezzo all'entusiasmo e al fervore, si presentò sulla porta della Cappella un uomo che, furioso e pieno d'ira voleva imporci di tacere: 'Silenzio! State facendo più rumore voi che tutte le bombe'.

Chi era quel tale che non fu capace di entrare in Cappella? Noi, quando più ci diceva di fare silenzio tanto più pregavamo con entusiasmo e forza; ma siccome la furia di quel personag-gio aumentava, invocando l'aiuto dell'Amore Misericordioso, piena di energia gli andai vicino e con un tono forte e deciso gli dissi: 'Vattene, disgraziato! Allontanati da qui cane legato'. E lui guardandomi minaccioso scomparve".

Questo secondo bombardamento fu molto più violento del primo. Si ritrovarono senza luce, senz'acqua, senza vetri alle finestre e senza porte. Il giardino era pieno di uomini feriti e di una ventina di morti. Oltre venticinque bombe erano cadute intorno alla casa lasciandola miracolosamente illesa.

 

Il medico divino

In poco tempo la casa fu piena di gente che chiedeva aiuto e conforto. Madre Speranza si improvvisa infermiera e chirurga, vede in quei poveri fratelli disperati Cristo sofferente e mette in atto tutta la sua fede e il suo coraggio per soccorrerli. Come assistente c'è la signorina Pilar che le porge i pochi e rudimen-tali strumenti di cui dispongono: un po' di iodio, strisce di tela militare avanzata dalla confezione delle camicie, aghi e filo per cucire le ferite. è tanto grande la sua fede nell'aiuto del Medico Divino che nulla la ferma nel suo lavoro, sicura che tutti guariranno.

Si presenta un uomo con il ventre squarciato e gli intestini fuori; Madre Speranza non si spaventa: pulisce accuratamente le viscere del malcapitato, le sistema al loro posto e... forza a cucire e a disinfettare con le poche gocce di iodio di cui dispo-ne. Alcuni uomini collocano i feriti al suolo; P. Misani, suo confessore, e un altro sacerdote sono lì pronti per le confessio-ni. Finito di curare i feriti - ce ne sono ottantatre distesi al suolo - si presentano due medici del Servizio Sanitario e della Croce Rossa. Inorriditi e indignati per il modo rudimentale con cui i feriti vengono curati tentano di spaventare Madre Spe-ranza scaricando su di lei ogni responsabilità per ciò che potrebbe succedere a quei poveretti. "Sono pronta ad assu-mermi ogni responsabilità - risponde loro Madre Speranza - purché nessuno di voi ci metta le mani e li lasciate come io li ho lasciati".

Il Vicegerente di Roma, Mons. Traglia, passato il bombardamento, volle fare visita alla zona di Villa Certosa, duramente colpita. Quando vide che il grembiule bianco di Madre Speranza aveva cambiato colore si spaventò: il sangue dei feriti l'aveva tutto macchiato di rosso. "Le mancava solo questo", le disse il Monsignore. "Si vede proprio di sì", fu la risposta immediata di Madre Speranza. Mons.Traglia, che diventerà poi Cardinale e rimarrà sempre un suo grande ammi-ratore le diede il permesso, in caso di necessità, di portare il Santissimo dalla Cappella al rifugio, dove la gente e le suore si radunavano, per avere il conforto della presenza eucaristica di Gesù.

Anche l'Ambasciatore Spagnolo volle far visita al "Con-vento", che, come scrivevano i giornali e annunciava la radio, era stato violentemente bombardato. Tutti rimanevano conimossi e stupiti vedendo la serenità delle suore e si meravi-gliavano nel costatare che la casa era ancora in piedi nono-stante le bombe che le erano cadute. Più volte in quei giorni tornò a suonare la sirena che avvertiva di un imminente peri-colo e Madre Speranza prendeva la Pisside con le Ostie consa-crate per portarla nelle gallerie dove era stato preparato un altare e dove la gente si rifugiava. Erano lunghe e fervorose le preghiere, i rosari, le giaculatorie che da quei rifugi sotterranei si levavano verso il cielo per scongiurare il flagello della guerra.

Per Madre Speranza era un'emozione incontenibile ogni volta che aveva la fortuna di stringere al petto la Pisside dove si trovava Colui che era "il suo Dio e tutte le sue cose".

Ci furono altri bombardamenti nei dintorni di Villa Certosa e Madre Speranza era sempre lì a curare con coraggio e solle-citudine materna i feriti i quali, come lei stessa afferma, non solo non sentivano alcun dolore, ma guarivano presto e com-pletamente. A curarli, infatti, non era lei, ma il Medico Divino, capace di rimediare ai suoi limiti e ai suoi errori. Molti di que-sti feriti tornavano per ringraziare e per dire la loro meraviglia per ciò che avevano esperimentato.

 

La fantasia della carità

La carità di Madre Speranza non si limitava a curare i feriti, ma abbracciava tutte le esigenze della persona. Era una carità a 360 gradi. Curando il corpo voleva arrivare a portare un aiuto morale e spirituale. Dopo anni di guerra il cibo scarseggiava. Il lavoro delle camicie, che costituiva quasi l'unica fonte di guadagno, era venuto meno, ma " il Buon Gesù - afferma la Madre - supplisce con generosità a quello che avremmo potuto guadagnare lavorando e così, grazie a Lui, ci è possibile soc-correre, in questa casa, tutti coloro che vi accorrono, senza guardare la provenienza, l'origine o l'importanza. Tutti man-giano e dormono senza alcuna preoccupazione". La Provvi-denza interveniva prodigiosamente moltiplicando gli alimenti in modo che, suore, ragazze, Padri della Parrocchia, e tutti i poveri che lo chiedevano potessero avere un buon pasto.

Quando le truppe americane arrivarono a Roma i tedeschi scelsero come punto di resistenza all'avanzata del nemico, pro-prio la zona di Via Casilina. Villa Certosa era stata occupata per istallarvi il comando generale. Le suore e le bambine si sistemarono nei sotterranei della casa e non subirono alcun oltraggio da parte dei soldati. Intorno alla casa furono disposti carri armati, cannoni e mitragliatrici. Ci fu qualche sparatoria, ma senza gravi conseguenze. All'arrivo degli alleati i tedeschi si ritirarono senza alcuna resistenza e i soldati americani che subentrarono non diedero nessun problema alla Comunità.

Ma i poveri che bussavano alla porta erano sempre più numerosi. La guerra, insieme ai lutti e alle distruzioni, aveva lasciato uno strascico di miseria e di fame.

In una delle sue solite "distrazioni" il Signore la invitò a darsi totalmente a soccorrere tutti i bisognosi, senza più pen-sare al lavoro delle camicie o alla collaborazione della signo-rina Pilar.

Prometteva di incaricarsi Lui stesso perché mai venisse a mancare quanto era necessario per sfamare i poveri che si presentavano. Fiduciosa come sempre nella Divina Provvi-denza, ma mettendo in atto nello stesso tempo quanto era nelle sue possibilità, mobilitò le sue figlie per organizzare un servizio ai poveri all'insegna della fantasia della carità e dell'effica-cia.

Con questo servizio tempestivo e non basato sui mezzi umani, il Signore voleva far vedere che queste opere non si fanno con i soldi, ma con l'aiuto della Provvidenza e la gene-rosa collaborazione delle sue figlie. Non mancarono certo le ragionevoli e confidenziali rimostranze di Madre Speranza che, un po' spaventata, si rivolgeva al Signore con queste sim-patiche espressioni: 'Tu, Gesù mio, è vero che fai sempre bene tutte le cose, ma scusami se ti dico che non misuri bene i sacrifici e le difficoltà che si devono affrontare per eseguire i tuoi ordini e i tuoi de-sideri... Perdonami Gesù mio di questo sfogo, ma se mi avessi lasciato un po' più di tempo Pilar, questo lavoro che oggi mi chiedi, aiutata da lei, l'avrei svolto molto meglio, mentre così, sola e priva dei mezzi più indispensabili: piatti, posate, pen-tole, e con questo giocattolo di cucina, non so come me la caverò; le figlie, poi, sono giovani e si spaventano facilmente.

Il Signore mi ha risposto - continua Madre Speranza - 'Vicino a te non credo che lo spavento duri molto. Ti prometto che con questo duro lavoro aumenterà la fede delle tue figlie e l'amore verso di me e si sentiranno felici come si sentirono felici i miei Apostoli quando si trattò di dar da mangiare a quella moltitudine di gente che mi seguiva".

Queste parole diedero a Madre Speranza sicurezza e forza. Con lo slancio e l'ingenuità di una bambina rispose: "Bene, Gesù mio, ti farò vedere quello che sono capace di fare con il tuo aiuto. Tu mi darai il necessario per saziare la fame di tutti quelli che verranno qui e io non avendo i recipienti e una cucina capace per tanta gente preparerò la pentola più grande, prenderò un bidone di quelli che le truppe hanno lasciato al loro passaggio, taglierò il coperchio e lì verserò le pentole di cibo che mi sarà possibile preparare.

A Te, Signore, il compito di far crescere e moltiplicare il cibo di questa povera gente, delle suore e delle bambine.

Mi raccomando, dà tu a questo cibo un buon sapore perché al-trimenti non si riuscirà a mangiarlo per quanta fame si possa avere, perché non avrà altro sapore che quello di fumo e di vecchi arnesi. Posate non ne ho, ma le comprerò di alluminio poiché risultano più economiche; non ho neppure piatti, ma darò ordine di adattare i barattoli di latte in polvere perché ser-vano da piatti. Vedrai che bella sala da pranzo e che bella cu-cina verrà fuori!".

Pur essendo l'iniziativa urgente e necessaria trovò chi si oppose. Le proprietarie della casa, infatti, temevano che la moltitudine dei poveri, entrando, avesse danneggiato l'erba del prato! Per questo cercarono tenacemente di impedire l'inizia-tiva

 

Un pasto abbondante per tutti

Con queste premesse, il 1 ° novembre 1944, si inaugura in collegamento con il Circolo S. Pietro, la cucina economica, aperta indistintamente a tutti. Il pranzo consisteva in un abbon-dante piatto di pastasciutta o di minestra, un panino con carne, salame o mortadella, tranne il venerdì, quando veniva servita una buona frittata di uova. C'era anche il contorno, costituito da patate fritte o verdura. Chi poteva lasciava un simbolico contributo di 20 lire, chi non poteva, non lasciava nulla e veniva ugualmente servito con abbondanza. La gente accorreva sempre più numerosa; alcuni consumavano lì il pasto e socializzavano con le altre persone e con le suore, altri lo portavano a casa anche per quelli che non potevano venire. Si arrivò, in alcune occasioni a servire fino a 2000 pasti, quasi tutti per operai, famiglie povere o numerose e gente di passag-gio.

Racconta la Signora Agnese Riscino, una delle prime ragazze accolte dalla Madre nella casa di Roma: "Anche alla mia famiglia e a tante altre famiglie povere la Madre mandava da mangiare. Da casa mia veniva ogni giorno uno dei miei fra-telli e la Madre gli dava una pentola di primo e undici panini imbottiti con salame, mortadella; formaggio, carne ecc. Mia madre ha custodito religiosamente quella pentola come un ricordo di Madre Speranza e si è molto dispiaciuta quando mia sorella, dopo molti anni, la buttò via".

Padre Fortunato Dellandrea, un padre pavoniano della parrocchia di S. Barnaba ha lasciato un vivace quadretto di quei tempi. Racconta: "Terminata la scuola, da Via Acqua Bulicante, conducevo i bambini a Villa Certosa. Erano 200-300 bambini divisi per squadre, con una bandierina per i capisqua-dra e si accomodavano sotto i pini... Tutto era improvvisato. Oltre a qualche pentola, le suore si servivano per cucinare di bidoni rimediati alla meglio. Per mangiare i bambini usavano dei barattoli i cui orli erano stati ribattuti. Dopo il pasto gli stessi barattoli servivano per fare un po' di musica. Durante i pasti la Madre Speranza veniva dai bambini, si preoccupava che mangiassero a sufficienza ed ordinava di ripetere le razioni a chi lo desiderasse. Oltre ai bambini le suore assistevano tante famiglie povere che venivano con i loro recipienti a ricevere le razioni corrispondenti a ciascuna persona. Anche noi sacerdoti eravamo in difficoltà, sicché la Madre stessa ci disse di venire anche noi nella cucina delle suore a prendere le nostre razioni.

La Madre si preoccupava che le nostre razioni fossero abbon-danti, perché diceva che dovevamo lavorare molto".

Risulta interessante la testimonianza della signora Vanda Coccoloni, segretaria della Conferenza di S. Vincenzo De Pao-li: "Non potrò mai dimenticare ciò che avvenne nel Natale del 1944. Il Parroco, P Vincenzo Clerici mi disse che Madre Spe-ranza intendeva offrire un pranzo ai poveri e che pertanto avessi distribuito circa 150 biglietti a coloro che dovevano intervenire.

Il giorno di Natale, verso le 11, andai dalle suore e vidi una fila interminabile di persone. Tutta gente lacera, infreddolita e affamata. Entrai e vidi che Madre Speranza, mentre io e qual-che suora eravamo preoccupate, era invece molto tranquilla e serena. Nella stanza, presso la porta di ingresso, c'era la Madre con una grande pentola di pasta, un'altra pentola di sugo e un recipiente di formaggio grattugiato e pietanza. Non ricordo se ci fosse altro. Io prendevo i recipienti che mi davano i poveri e li presentavo a Madre Speranza che li riempiva abbondante-mente. La distribuzione, iniziata verso mezzogiorno, durò fino alle tre del pomeriggio, quando erano andati via tutti, giacché non mangiavano lì, ma portavano il pranzo a casa per tutta la famiglia. Prima di andarmene il parroco mi disse se mi ero accorta di niente. Io dissi di no, perché ero intenta solamente a servire.

Ma il parroco che era in piedi, accanto alla porta, mi disse che era rimasto sbalordito perché vedeva che i recipienti rimanevano sempre allo stesso livello, nonostante che la Madre attingesse continuamente ad essi".

 

Una carità intelligente

La preoccupazione di Madre Speranza non era solo quella di saziare la fame del corpo. A lei stava a cuore il bene di tutta la persona: quello fisico, quello morale e quello spirituale. Par-tendo dai bisogni più immediati si proponeva di dare una rispo-sta alle esigenze più profonde della persona umana.

La sua non era una semplice assistenza sociale che mira a raggiungere uno scopo, ma amore cristiano che guarda la per-sona.

Cercava sinceramente e innanzitutto il bene: quello della loro anima, la loro salvezza. Così si esprimeva presentando una delle finalità che si proponeva nell'aprire la cucina econo-mica: "Il fine per il quale si apre questa cucina è quello di evitare che molte anime si perdano visto che i comunisti, secondo quanto mi ha detto il Buon Gesù, stanno preparando anch'essi una cucina per dar da mangiare ai poveri con il fine di guada-gnarli alle loro idee e così allontanarli dalla religione".

Tanta carità esercitata con discrezione e disinteresse non poteva non far breccia nel cuore della gente, che si sentiva libera di aprire con fiducia il proprio animo confidando a Madre Speranza sofferenze e preoccupazioni, con la sicurezza di essere accolta e di ricevere da lei il conforto e i consigli più opportuni.

Significativo è l'episodio di Edoardo, avvenuto verso la fine del 1945. Rispondendo ad una richiesta del Console spagnolo, Madre Speranza aveva accolto 25 giovani spagnoli in attesa di tornare nella loro patria. Vi era tra essi Edoardo che non aveva ancora fatto la Prima Comunione. Madre Speranza prese a cuore questo caso. Parlò con lui e lo convinse del valore e della bellezza dell'Eucaristia. Gli diede un libretto di catechismo perché lo studiasse con cura e, trovando il tempo nonostante le moltissime occupazioni, si intratteneva con lui per impartirgli personalmente alcune lezioni di cultura religiosa. D'accordo con il rettore, conseguì che i 25 giovani facessero, presso il Collegio Spagnolo, alcuni giorni di ritiro. Alla conclusione di essi Edoardo avrebbe fatto la Prima Comunione, con il vestito nuovo che Madre Speranza e le suore gli avevano preparato. Alla vigilia del grande giorno Edoardo mandò un messaggio a Madre Speranza: voleva assolutamente che fosse accanto a lui al momento di ricevere Gesù. Ben volentieri la Madre accondi-scese recandovisi in compagnia di una suora. Nel suo diario scriverà che il Signore aveva elargito molte grazie a questi gio-vani e tutti erano decisi a vivere da ferventi cristiani. Volle che scrivessero in un foglietto i loro buoni propositi che deposero nelle sue mani e lei in quelle di Gesù. Edoardo lasciò scritte queste belle parole: "Roma 22 ottobre 1945. Un ricordo incan-cellabile dei miei Esercizi Spirituali. Fino ad oggi sono vissuto in un terribile inganno; mai, infatti, avevo sentito parlare della bellezza di vivere per Dio. Ho vergogna di me stesso per il fatto di non essere ricorso ad un sacerdote per esporgli la mia situazione come cristiano. Ho 24 anni e non ho ancora fatto la prima Comunione, ma grazie a Dio tra due giorni la farò e sarò molto felice, è meglio tardi che mai. Come è bello ascoltare i Comandamenti di Dio! ... Come è buono il Signore, fino al punto che lo misero in croce!... Ma Dio non fu crocifisso: non ci sono armi nel mondo che possano fare in modo che Dio cessi di esserci, perché è immortale e onnipotente.

Che bello è conoscere la Dottrina Sacra! E io sono vissuto lontano da tutto ciò nella più completa ignoranza, sia a causa delle mie cattive compagnie, sia della guerra che è la maggiore responsabile, infatti è stato uno dei peggiori veleni; ma Dio mi perdona tutto ciò che è successo e io da oggi in avanti seguirò il cammino retto e una parte della mia vita la consacrerò sola-mente a Dio. Eduardo".

Ugualmente interessante per capire in che cosa veramente consisteva la carità di Madre Speranza è quanto avvenne il giorno di Natale del 1944. Il suo racconto esprime la gioia di chi vive la dedizione ai fratelli come servizio reso a Dio, amato sopra ogni cosa: "Oggi, 25 dicembre 1944, la mia gioia è stata veramente grande quando mi sono vista circondata da 127 uomini che sono venuti a cercarmi perché li accompagnassi alla parroc-chia, cosa che ho fatto insieme ad un'altra religiosa, poiché nella nostra cappella non era possibile essendo troppo piccola. Tutti hanno ricevuto la Santa Comunione ed io con essi.

Già da molti giorni il mio più vivo desiderio era quello di po-ter dare in quell'occasione, a tutti i poveri, un buon pasto gra-tuitamente. Ho chiesto al Parroco di avvisare in Chiesa che tutte le famiglie povere potevano venire nella nostra casa per prendere il cibo gratuitamente, portarlo alle proprie case e così mangiare tutti riuniti in famiglia per festeggiare il Natale. Il Buon Gesù mi ha ascoltato ed è stato molto generoso, tanto è vero che si è potuto dare ad ogni persona un buon piatto di pasta, formaggio, pane, carne e un bel pezzo di torrone.

è una cosa veramente degna di essere ricordata, più con il cuore che sulla carta l'emozione che suscitava vedere con quale abbondanza Gesù dispensava la sua Provvidenza su questo cibo. Dopo averlo distribuito a più di mille persone, avanzò una buona quantità per altri due o tre giorni e mi fu possibile mandare un quintale e 28 chili di torrone nelle dieci case di Spagna, per le mie figlie e i bambini. In questa casa suore e bambine ne mangiarono per tutto il mese di gennaio e febbraio. Nella distribuzione di questo cibo, il giorno 25, la generosità del Buon Gesù e l'entusiasmo del nostro Parroco, del P. Misani e degli altri sacerdoti della nostra Parrocchia riempirono di fervore molte signore di San Vincenzo de Paul che erano venute ad aiutare. Qui non si trattava di dire al Buon Gesù come nelle nozze di Cana che mancava il vino, ma che mancava tutto per celebrare la festa, gli invitati, infatti, erano molti e le provviste molto poche. Ma il Buon Gesù sempre generoso e paterno ha fatto in modo che tutti ritornassero alle loro case con le porzioni che avevano chiesto".

 

Le armi di Madre Speranza

Madre Speranza aveva le sue armi per combattere e vincere la guerra: erano la preghiera, la carità, il sacrificio e soprattutto la devozione all'Amore Misericordioso di Dio.

Aveva ricevuto l'ordine di non muoversi dalla casa di Villa Certosa durante il conflitto. 'E' qui, le aveva detto il Signore che con il buon esempio, con la carità, l'abnegazione e il sa-crificio, dimentiche di voi stesse, dovrete propagandare la de-vozione al mio Amore Misericordioso".

Con il coraggio e la franchezza dei santi, Madre Speranza scrisse una lettera al Generale Badoglio perché si fosse adope-rato a far cessare la guerra. Suggeriva per questo l'immediata richiesta di un armistizio e un atto pubblico di affidamento al Signore da parte dello Stato Italiano con l'impegno di una No-vena in preparazione alla festa di Cristo Re.

Ma la sua richiesta non fu accolta e di ciò se ne lamentava scrivendo a Mons. Ottaviani: "Le dico con dolore che le preghiere non si fanno come è stato chiesto. Privatamente certo che si prega, ma non pubblicamente".

Lei e le suore intensificarono la preghiera: per le anime dei caduti, per la pace, per il trionfo dell'Amore Misericordioso. Stabilì che si recitasse senza interruzione, giorno e notte, il Santo Rosario, durante tutto il mese di ottobre.

Il Vicariato diede il permesso perché all'immagine dell'A-more Misericordioso fosse reso culto pubblicamente. Così alle preghiere delle suore e delle ragazze si univano con frequenza quelle di molte persone della zona. La tragedia della guerra diventava così l'occasione per diffondere, insieme alla devo-zione all'Amore Misericordioso, la cultura della pace che nasce dal riconoscimento della comune paternità di Dio.

 

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La fondazione dei Figli

Un albero di alloro

A Roma, nell'orto della casa delle Ancelle dell'Amore Misericordioso di Via Casilina, c'è un albero d'alloro.

L'aveva piantato Madre Speranza che vi vedeva il simbolo della Congregazione.

Un albero che il sole, la pioggia, i venti avevano reso forte, grande e rigoglioso con il passare delle stagioni.

Durante la seconda guerra mondiale costituì un sicuro rifu-gio per le suore e per le bambine. Madre Speranza aveva assi-curato che, se durante i bombardamenti, si fossero rifugiate sotto i suoi rami non sarebbe loro accaduto nulla.

Trascorsi alcuni anni, dalle stesse radici spuntò un germo-glio che ben presto divenne un tronco robusto e frondoso.

"è fratello del primo" - diceva la Madre -.

Fu facile per tutti vedere in questo tronco il simbolo della Congregazione dei Figli dell'Amore Misericordioso che stava per nascere. Due tronchi nati dalle stesse radici, come le Ancelle e i Figli dell'Amore Misericordioso che erano nati dalla stessa Madre.

 

In questi tempi difficili

Il 2 aprile 1929 apparve alla Madre il Buon Gesù. Le chiese di preparare un quaderno e una matita e nella quieta della notte, fino alle quattro del mattino le dettò le norme che avrebbe dovuto osservare la Famiglia Religiosa che doveva fondare.

Così iniziavano: "Dio, Amore Misericordioso, in questi tempi difficili e di lotte per la Chiesa, vuole benignamente elargire le ricchezze della sua misericordia e, a questo fine fa nascere una Famiglia Religiosa di Sacerdoti e di Fratelli, chia-mata Figli dell'Amore Misericordioso che realizzerà varie opere di carità con grande beneficio dell'umanità".

Con l'aiuto del Padre Antonio Naval, sua guida spirituale, separerà in seguito quanto si riferiva ai Figli e quanto si riferiva alle Ancelle del suo Amore Misericordioso.

Mentre le Ancelle saranno fondate nel 1930, passeranno circa venti anni prima che la fondazione dei Figli trovi la sua realizzazione. Madre Speranza, aveva intravisto fin dal 1927 questa sua vocazione per i Sacerdoti e si era offerta a Dio come vittima di espiazione per i loro peccati, offerta che rinnoverà con frequenza, soprattutto in occasione del Giovedì Santo.

Gli anni che vanno dal 1929 al 1951 costituiscono un lungo periodo di gestazione che, come viene per ogni mamma in attesa, alterna momenti di speranza e momenti di sofferenza, di ansia e di gioia, di delusione e di smarrimento.

 

Momenti di trepidazione

Una circostanza che provocò nella Madre e nelle sue figlie una grande trepidazione si ebbe in occasione della grave malattia che la colpì nel mese di gennaio del 1942. I medici chia-mati a consulto, nonostante il parere contrario della Madre, diagnosticarono una polmonite e peritonite, intimando l'imme-diato ricovero in clinica.

Ella si oppose e chiese che la lasciassero morire tranquilla-mente accanto alle sue figlie. Ricevette il S. Viatico, il Sacra-mento degli infermi e la benedizione papale disponendosi, se fosse stata volontà di Dio, a ben morire. La sua più grande pre-occupazione era quella di dover lasciare sole le sue figlie, gio-vani, inesperte e perseguitate. Sentiva anche un profondo ram-marico e una intensa pena pensando di non poter più soffrire per i Sacerdoti.

Soprattutto è afflitta al pensiero che il Buon Gesù la porti con sé prima di realizzare la fondazione dei Figli del suo Amore Misericordioso perché non ha trovato in lei quella generosità che Egli desiderava.

Fu una sofferenza senza misura a cui seguì la promessa, se fosse sopravvissuta, di essere più generosa e di affrontare con il suo aiuto la sospirata fondazione. A metà febbraio le sue condizioni di salute cominciano a migliorare e rifiorì in lei la speranza di poter portare a compimento la sua missione.

"Sono pronta, Gesù mio, però aiutami Tu perché mi trovo in grande difficoltà con la Congregazione delle Ancelle dell'A-more Misericordioso e mi spaventa il dover fondare anche quella dei Figli"'.

In una pagina del suo "Diario", scritta durante la memora-bile notte del 14 maggio 1949 viene presentato un quadro com-pleto e preciso della sua futura attività. Ma solo il 24 febbraio 1951 Gesù l'avverte che il momento di fondare la Congregazione dei Figli dell'Amore Misericordioso è arrivato. è il momento tanto atteso e a lungo preparato nella preghiera e nella sofferenza, il momento di una nascita e il compimento di un sogno.

" Il Signore mi ha detto che è arrivato il momento di realizzare la fondazione della Congregazione dei Figli del suo Amore Misericordioso e che il primo di questi sarà il giovane Alfredo Di Penta, che, nella sua Provvidenza, mi aveva già messo ac-canto in occasione dell'Anno Santo perché si andasse affezio-nando a me e così potesse rispondere più facilmente alla chia-mata della sua vocazione".

La scelta di Alfredo Di Penta fu per Madre Speranza una sorpresa e in un certo senso una delusione. Si sentiva già tanto inadeguata al compito di fondare una Congregazione maschile.

Sperava che il Signore le avesse indicato come primo figlio e collaboratore una persona idonea e competente: magari un Cardinale o un Eccellentissimo Vescovo, o per lo meno un Monsignore o un Sacerdote esperto e virtuoso.

 

Alfredo Di Penta

Chi era Alfredo Di Penta, scelto da Dio per essere il primo Figlio dell'Amore Misericordioso?

Non un Cardinale, né un Vescovo e neppure un Sacerdote come Madre Speranza avrebbe desiderato.

Alfredo era un semplice laico. Nato il 25 febbraio 1915, a Ripalimosani, provincia di Campobasso. Era l'ultimo di nove fratelli, (Madre Speranza, invece era la prima di una famiglia composta anch'essa di nove fratelli). Aveva conseguito la ma-turità classica e la licenza magistrale. Durante l'ultima guerra era stato capitano di aviazione. Gli piaceva volare, guidare moto e macchine sportive.

I suoi fratelli, Antonio e Pasquale avevano una grande ditta edile, che nel 1949, a tempo di record, completò la casa gene-ralizia della Congregazione, a Roma, sulla via Casilina. Alfredo curava la contabilità nella ditta.

Ma lasciamo che sia lui stesso a raccontarci come conobbe Madre Speranza. Ecco una parte della testimonianza che fece nel febbraio 1999, poco prima della sua morte: "Il mio incontro con la Madre è avvenuto per caso.

La nostra Fondatrice cercava una ditta per completare a tempo di record la casa di Roma che doveva essere pronta per il Natale del 1949 ed ospitare i pellegrini dell'Anno Santo 1950.

La Madre ha dato il lavoro ai miei fratelli che si erano impe-gnati a consegnare la casa nei tempi prestabiliti. Io facevo parte dell'impresa, curavo la parte amministra-tiva...

Tornato da un viaggio in Molise, mio fratello Lino mi informò che aveva preso un lavoro di edilizia in via Casilina, da fare in fretta, per conto di una Congregazione di suore molto in gamba...

Volevo conoscere il nome di questa Congregazione: mi ha risposto che il nome è molto lungo. Una Congregazione fon-data da pochi anni; è vivente la Fondatrice ed è presente a Roma. Preso il libretto di appunti mi disse: 'Si chiamano Suore Ancelle dell'Amore Misericordioso'. Suore che lavorano molto, mentre lavorano pregano e non perdono tempo; sono sempre serene e piene di rispetto nei miei confronti. Ho parlato di te alla Fondatrice, che nonostante gli acciacchi, è l'animatrice di tutti e di tutto. Dicono che faccia molta penitenza, abbia alcuni doni particolari e parli con il Signore, non si dà importanza, è di una intelligenza non comune e mi tratta come uno di casa. Tutte queste notizie mi hanno lasciato perplesso. Trattare con gente santa mi sembrava difficile perché non abi-tuato.

A via Casilina ho conosciuto la Madre, che allora portava il bastone e gli occhiali. Sono stato accolto con molta cortesia. Lo sguardo della Madre ha penetrato il mio animo. Si è presen-tata suor Emilia, di venerata memoria, allora rappresentante legale della Congregazione; mi disse di avere molto rispetto con la Madre, perché è la Fondatrice, la Madre Generale e una santa. Sarebbe uscita in macchina con me: dovevo usare molta prudenza nella guida. Vi confesso che ci restai molto male, la ringraziai dei consigli e le dissi che erano inutili, perché conoscevo anch'io un poco il galateo...

Si è creata una certa simpatia della Madre e delle suore verso la mia povera persona; il Signore si è servito della Madre e delle suore per farmi scoprire la vocazione e la bellezza della vita religiosa. Non ringrazierò mai abbastanza il Signore e la SS. Vergine di avermi fatto questo dono".

 

Ma che brave suorine!

La simpatia che si era creata non solo da parte delle suore verso Alfredo, ma anche da parte di Alfredo verso le suore, divenne presto ammirazione, stima, mutua edificazione. Quando giungerà esplicita la proposta di Madre Speranza per-ché accetti la volontà di Dio, il quale voleva che fosse proprio lui il primo Figlio dell'Amore Misericordioso, non era del tutto impreparato, ma l'impatto che provocò in lui il pensiero di diventare Sacerdote e Religioso fu ugualmente sconcertante. Ascoltiamo ancora la testimonianza di Alfredo: 'L'anno 1950 - 1951 è stato per me un anno di noviziato sotto la guida della nostra Madre. La casa di Roma, per me è piena di ricordi. Lo spirito di obbedienza, fatto di affetto e di stima, che regnava tra le suore mi faceva riflettere: queste suore hanno rinunziato a tante cose, molte anche alla patria per servire Dio nei fratelli in povertà, castità, obbedienza. Beate loro che si accontentano di poco e sono sempre serene.

Siccome lavoravano molto proposi alla Madre, allo scopo di farle riposare e darle un poco di svago, di accompagnarle a turno al lago di Albano, fare un giretto in barca, consumare una merendina, visitare l'aeroporto di Ciampino e rientrare in casa per le preghiere. Ne parlai alla Madre che approvò sorridendo. Durante le passeggiate era sempre presente la Madre, sia in macchina, sia in barca. Le suore accettarono con entusiasmo e non finivano di ringraziare la Madre per il permesso e me per la proposta. Dissi alla Madre che non avevo mai visto delle persone accontentarsi per tanto poco, in un mondo in cui la gente non era mai contenta e cercava sempre di possedere di più. 'Le faccio tanti auguri, e speriamo che le sue figlie conser-vino sempre questo spirito di distacco da tutto'.

La Madre mi ha risposto: 'le mie figlie sono veramente buone, ma non glielo dire perché potrebbero peccare di super-bia'.

Si viaggiava molto in auto: le piaceva correre, perché con me, bontà sua, era sicura; quando rallentavo per far sentire alla segretaria i colloqui che la Madre aveva con il Signore, mi diceva: 'Figlio cammina; se sei stanco prendi un caffè al primo distributore che incontriamo, altrimenti non si arriva mai'. Du-rante i viaggi, molte volte da soli, mi parlava di Dio, della sua paternità e di tante cose sante, con molta discrezione, senza rendersi pesante".

Padre Alfredo fu evidentemente presente o protagonista di molti episodi straordinari. Lui stesso ne racconta alcuni chia-mandoli episodi edificanti.

 

Un crocifisso per una rivoltella

Nel cammino di preparazione al Sacerdozio c'è da segna-lare un episodio interessante che rappresenta un gesto di rot-tura con il passato. Aveva da poco conosciuto la Madre e fre-quentava la sua casa di Via Casilina. Essendo Ufficiale di avia-zione aveva il porto d'armi e possedeva una rivoltella. La Madre lo invitò a disfarsene, ma lui non capiva perché doveva farlo: quella rivoltella, calibro 6/35 era per lui una compagnia e un motivo di sicurezza. Madre Speranza in cambio gli offrì un Crocifisso, assicurandolo che gli avrebbe fatto molta più com-pagnia e gli avrebbe dato molta più sicurezza di una pistola. Aggiunse anche che, se il Buon Gesù l'avesse voluto, conce-dendogli la grazia che stava chiedendo, in seguito gli avrebbe dato un Crocifisso ancora più grande.

Con edificante distacco Alfredo accettò la proposta e gettò l'arma nel Tevere. La Madre svelò ad Alfredo la storia di quel Crocifisso che gli donava: era quello della sua prima profes-sione come Ancella dell'Amore Misericordioso, lo aveva dato per alcuni anni alla signorina Pilar, la quale era morta stringen-dolo tra le sue mani mentre emetteva i voti religiosi.

Afferma P. Alfredo, e non poteva essere altrimenti, che lo ebbe molto caro per tutta la vita e ormai alla fine dei suoi giorni lo consegnava, perché non andasse smarrito, all'archivio della Congregazione.

Così prosegue la testimonianza di P. Alfredo: "La Madre parlava di fondare una Congregazione... una Congregazione di sacerdoti, religiosi, di fratelli di studio e fratelli artigiani. Ascoltavo attentamente e le dissi di trovare dei santi sacerdoti per aiutarla nei primi anni della fondazione.

Leggevo molti giornali e riviste. La Madre mi diede dei libri di meditazione per darle il mio parere sul contenuto: così mi sono abituato a fare la meditazione...

Un giorno la Madre mi chiese come mai alla mia età non ero sposato: Le risposi che c'era stata la guerra e non intendevo aumentare il numero delle vedove in caso di morte. 'Hai com-battuto nell'Arma Aerea; tu sei dei pochi tornati a casa dopo tanti pericoli'. Risposi: 'Evidentemente sono stato fortunato, mio padre e mia madre hanno pregato per me e il Signore mi ha aiutato'. Sorridendo la Madre mi disse: "Il Signore non fa niente per caso, su di noi ha il suo piano di salvezza".

 

Erano le quattro del pomeriggio...

Sembra essere questa l'ora che Dio predilige per rivolgere agli uomini le sue chiamate.

L'Evangelista Giovanni annota nel suo Vangelo che quando Gesù, camminando lungo il mare di Tiberiade, incontrò i suoi primi discepoli e li invitò ad andare con lui, erano circa le quat-tro del pomeriggio.

Ebbene P. Alfredo così racconta: 'Il 24 febbraio 1951, alle ore 16, la Madre stava male ed alloggiava nel piano terra di via Casilina. Mentre recitava il Santo Rosario con Suor Visitazione e Suor Natalina, ad un certo punto non rispondeva più al Rosa-rio.

Una suora va a chiamare la segretaria che registra il collo-quio della Madre con il Signore. Il Signore le dice che il gio-vane Alfredo Di Penta doveva essere il primo Figlio dell'A-more Misericordioso. La Madre mi fece chiamare dalla sua segretaria la quale mi disse che la Fondatrice desiderava par-larmi di una cosa molto importante e delicata. Mi recai dalla Madre dopo un esame di coscienza: pensavo tra me. 'Che cosa dovrà dirmi?'.

Mi accolse con molta delicatezza e mi disse con tanta sofferenza che il Signore aveva detto che era arrivato il momento di fondare la Congregazione dei Figli dell'Amore Misericordioso e, che il primo dovevo essere io. Vi lascio immaginare come mi sono trovato in quel momento. Le dissi subito: 'Lei non ha capito bene il nome, io sono la persona meno adatta per una cosa così grande'.

Vi confesso che rimasi scioccato: io Sacerdote, non mi ci vedevo, mi cascava addosso il mondo. Una cosa troppo alta per me. La Madre mi disse: 'La vocazione è un dono di Dio; noi possiamo accettarlo o rifiutarlo'. Dissi: 'Da dove comincio? Se il Signore mi aiuta e lei mi sostiene mi rimetto alla volontà di Dio. Non potrò aiutarla, anzi avrò bisogno di aiuto e di tanta pazienza. Mi assicurò la sua preghiera, la sua pazienza e l'aiuto del Signore e vi confesso di aver sentito questo aiuto anche da parte di tante buone consorelle che hanno cambiato la mia vita.

La notte non presi sonno per l'emozione. Le suore mi vedevano pensieroso e preoccupato.

 

... Mi era caduta una tegola in testa

Appena la notizia venne a conoscenza delle suore, canta-rono il Te Deum di ringraziamento: io ero molto emozionato. Mi davano gli auguri ed io pensavo tra me: 'Povera Madre è caduta male'. Che fosse caduta male lo pensava, sinceramente, anche Madre Speranza

"Solo Gesù conosce la dolorosa impressione che ha prodotto nella mia povera anima la decisione del Buon Gesù. Sopraf-fatta dalla pena e piangendo come una bambina ho preteso far vedere al Buon Gesù la mia nullità, la mia paura e ciò che io potevo fare aiutata da un povero secolare che non pensa nep-pure lontanamente a diventare religioso. Il Buon Gesù mi ha risposto che questo giovane sarà Sacerdote ed il primo Figlio della Congregazione del suo Amore Misericordioso".

Il timore che angustiava Madre Speranza era quello di essere inadeguata per una missione tanto grande e quindi di far fallire il disegno di Dio. Non voleva fargli fare brutta figura.

Ma, come la Vergine Maria, dopo la sua perplessità e dopo aver chiesto e avuto i chiarimenti necessari, rispose decisa-mente. "Ecce Ancilla Domini", "Ecco la serva del Signore".

"Da quel momento ho cominciato a trattare con lui dei passi da fare per la nuova fondazione e, appena migliorata dall'ar-trite deformante che mi impediva di muovermi, mi sono inte-ressata perché Alfredo potesse fare gli studi ecclesiastici".

Alfredo aveva già 37 anni. Entrare in seminario a quell'età non era facile. Si cercò il modo per fargli frequentare gli studi come esterno. Insieme si recarono a Fermo, dall'Arcivescovo Mons. Norberto Perini, il quale si dichiarava d'accordo purché avesse frequentato le lezioni nel seminario diocesano. Non avendo la Congregazione una casa a Fermo l'Arcivescovo pro-pose loro di assumersi la responsabilità di un collegio per bam-bini poveri fondato durante la guerra da un santo sacerdote che era morto improvvisamente. C'era già un rettore e un vice ret-tore. Alfredo avrebbe potuto aiutarli nella contabilità e fare con essi vita comune. Le suore si sarebbero fatto carico di questo collegio, cioè della cucina e della biancheria. Ma questo pro-getto fallì e il Buon Gesù chiese alla Madre di rivolgersi al Vescovo di Todi, Mons. Alfonso Maria De Sanctis.

Nel seminario di Todi si trovavano fin dal 1943 le suore di Madre Speranza. Era stata, dopo quella di Roma, la prima casa aperta in Italia dalle Ancelle dell'Amore Misericordioso.

Il Vescovo li accolse benevolmente assicurando che avrebbe preso la nascente Congregazione sotto a sua protezione.

A lui la Madre confidò quanto il Buon Gesù le aveva chiesto e la difficoltà di Alfredo a frequentare le lezioni in seminario. Al momento di salutarli pose la mano sulla testa di Alfredo dicendo: "Io stesso mi incaricherò perché tu possa fare la preparazione e in breve tempo arrivare ad essere Sacerdote". La Provvidenza stava disponendo le cose perché la nascente Congregazione dei Figli dell'Amore Misericordioso trovasse, in un paesino di Todi, chiamato Collevalenza, la sua culla. Madre Speranza decise anche di consultare il Cardinal Pizzardo, Prefetto della Congregazione per i seminari, che la conosceva da molti anni. Alfredo partecipò all'incontro e lo racconta con queste parole: "Entrati nel suo studio la Madre si pose in ginocchio per chiedere la benedizione. Improvvisa-mente anche il Cardinale si mise in ginocchio davanti a Madre Speranza chiedendole di mettergli la mano in testa perché il Signore gliela avesse tenuta a posto. La Madre, confusa, non vo-leva, ma il Cardinale glielo impose altrimenti non avrebbe dato la benedizione. Anche io ero confuso e non sapevo che atteg-giamento prendere.

Il Cardinale mi disse: "Vede figlio, sono queste anime che salvano la Chiesa. Si ricordi che questa è un'anima di Dio. Nonostante che l'abbiamo fatta tanto soffrire lei ci ha ringra-ziato".

Il misterioso incontro con un Santo Sacerdote Tornando all'incontro del 26 maggio 1951 con il Vescovo di Fermo, sappiamo che Madre Speranza lo mise al corrente di un fatto misterioso: mentre si trovava a Roma, un Sacerdote, senza che nessuno lo vedesse, si era presentato nella sua stanza per supplicarla di farsi carico di un collegio da lui fondato nella città di Fermo. L'autorità sanitaria stava, infatti, per ordinare di chiuderlo per le precarie condizioni in cui si trovava.

Sua Eccellenza si impressionò e disse a Madre Speranza: 'Credo che lei abbia interesse di rispondere ad una richiesta così santa e buona per questi poveri bambini, ma sappia che si tratta dello stesso collegio che tanto spaventa Alfredo; ora, Madre, mi dica che cosa pensa di fare?'. 'Io, Eccellenza - ri-spose Madre Speranza - farò la volontà del Buon Gesù, aiutata sempre da lui'.

L'Arcivescovo rispose: 'Anche io l'aiuterò, non solo perché prenda possesso del collegio, ma anche perché di esso si fac-ciano carico i suoi futuri figli, formando tra loro una comunità insieme ad alcuni miei Sacerdoti'.

Fu in questo modo che la Famiglia Religiosa dell'Amore Misericordioso entrò ufficialmente nella Diocesi di Fermo ini-ziando un lavoro proficuo non solo con i ragazzi del Collegio degli Artigianelli del S. Cuore di Don Ernesto Ricci, ma anche con i Sacerdoti e con i laici di quella Diocesi.

D. Ernesto era nato nel paese di Montefortino, in provincia di Macerata, da una famiglia povera, ma molto religiosa e sen-sibile verso i poveri. Divenuto Sacerdote, oltre a dedicarsi con impegno al suo ministero e all'insegnamento, radunava ragazzi bisognosi, ascoltava i loro problemi, li sfamava e li faceva divertire. Quando terminò la seconda guerra mondiale prese in affitto una caserma, nella città di Fermo accanto alla chiesa del Carmine e vi accolse bambini orfani e di famiglie povere. Creò, con l'aiuto di tanti benefattori, laboratori di calzoleria, falegnameria, tipografia, meccanica.

Morì improvvisamente nel 1950, dopo una intensa giornata di lavoro.

Tra Madre Speranza e D. Ernesto ci sono alcune corrispondenze spirituali che in qualche modo spiegano perché la Provvidenza ha voluto questo passaggio di consegne.

D. Ernesto era molto devoto del S. Cuore. Aveva scritto fin dall'inizio del suo ministero sacerdotale: "Il Sacro Cuore di Gesù sarà il punto di riferimento di tutta la mia vita: pensieri, parole, opere e sofferenze. Nel Cuore di Gesù cercherò la sor-gente di ogni grazia, senza di cui non posso far nulla...".

La seconda affinità è l'amore ai poveri: sia Madre Speranza che D. Ernesto Ricci avevano impegnato le loro migliori ener-gie per soccorrere i più bisognosi, adattandosi tempestiva-mente alle necessità del luogo e del momento.

C'é infine un terzo punto in comune: l'interesse per il Clero, in particolare per la vita in comune tra sacerdoti. Don Ernesto ne era entusiasta, ne parlava volentieri e da parte sua visse sempre in seminario vicino ai seminaristi e ai confratelli sacer-doti. La Congregazione dei Figli dell'Amore Misericordioso, fondata da Madre Speranza ha come fine primario l'unione con i Sacerdoti.

 

Una benedizione materna

Riprendiamo il racconto dei travagliati inizi della Congregazione maschile. Nel recarsi a Fermo per conferire con l'Arcivescovo, Madre Speranza volle far sosta a Loreto nella Santa Casa per chiedere alla Madre di Gesù di interce-dere presso il suo Divin Figlio perché Alfredo potesse arrivare ad essere un santo Sacerdote, Figlio dell'Amore Misericor-dioso.

La Vergine di Loreto doveva anche incaricarsi di chiedere al Buon Gesù un po' di scienza infusa per Alfredo, che avendo finito da molti anni gli studi, non aveva più l'agilità mentale per intraprenderli di nuovo.

Mentre si trovavano nella Santa Casa...

"Ad un certo punto - racconta Madre Speranza - vedo il Buon Gesù, vicino alla sua Santissima Madre e mi dice di non teme-re, perché Lui lo assisterà sempre e gli darà la scienza infusa quando ne avrà bisogno.

Ho chiesto al Buon Gesù e alla Santissima Madre di benedire Alfredo e questa povera creatura e il Buon Gesù, stendendo le sue mani da detto: 'Vi benedico nel nome del mio Padre, Mio e dello Spirito Santo e subito dopo la Madre ha detto:

"Rimanga sempre in voi la benedizione dell'Eterno Padre, di mio Figlio e dello Spirito Santo.

 

La casa per il Noviziato

Nel mese di maggio con Alfredo e due suore, la Madre si reca a Matrice (CB) per vedere il terreno e la casa che Alfredo intende donare alla nascente Congregazione. Sarà un viaggio pratico e... mistico. Andava, infatti, per vedere se e in che modo la casa poteva servire per accogliere i suoi Figli. Pensava all'opportunità di stabilirvi il Noviziato, dove potessero rice-vere una solida formazione, lontani dalle distrazioni del mondo. Ma durante il viaggio fu lei ad avere una singolare... distrazione.

Lungo il cammino si erano fermati per ascoltare la S. Messa in una chiesa di Carmelitani, in aperta campagna quando: "Al momento della consacrazione cominciai a perdere il con-trollo di me stessa per entrare nel Buon Gesù e, volendo evita-re questa ebbrezza, uscii all'esterno per vedere se, distraendo-mi con qualche altra cosa, mi passava; ma fu tutto inutile. Mi prese una distrazione in mezzo a quella campagna e il Buon Gesù mi colmò delle sue carezze e mi disse, con molta dolcez-za ma con una maestosa autorità, che ho assimilato molto poco dei suoi insegnamenti. Lui - mi dice - non è vissuto se non per glorificare il Padre suo, è morto per compiere la sua Divina Volontà e dargli gioia in tutto. Mi ha fatto capire, così, che la vita e la morte non mi devono importare assolutamente nulla, quando si tratta di dare gloria al mio Dio".

A Matrice si incontra con il Signor Lino Di Penta, fratello di Alfredo, al quale manifesta che è desiderio suo e del Buon Gesù che a suo tempo, in quel luogo, sorga il Noviziato dei Fi-gli dell'Amore Misericordioso.

Il 15 agosto, giorno previsto per la nascita della nuova Congregazione, si avvicina e la Madre è assalita dal dubbio che per quella data sia possibile l'emissione dei voti da parte dei primi Figli. Gesù la rassicura ribadendo che faranno i voti proprio in quel giorno e che Alfredo sarà il primo. Insieme dovranno andare dal Vescovo di Todi, il quale, nonostante i molti impegni, darà volentieri la sua disponibilità per presie-dere la cerimonia.

Nel mese di luglio arrivarono, per entrare nella Congrega-zione, D. Giovanni Barbagli, sacerdote della diocesi di Arezzo, e il giovane Sanzio Supini.

Da quanto risulta, il 7 luglio, Madre Speranza, per la prima volta, andò a Collevalenza per vedere la chiesa e la casa par-rocchiale che il Vescovo aveva designato come culla della Con-gregazione. L'impressione non fu del tutto negativa, anche se si rese conto che la casa parrocchiale aveva bisogno di alcuni lavori.

 

L'ira del "tignoso"

Leggendo la pagina del "Diario" di Madre Speranza, scritta il 18 luglio 1951, viene alla mente il passo del libro dell'Apo-calisse dove si parla del drago, pronto a divorare il figlio che la donna sta per partorire. è comprensibile la furia del "tignoso" nei confronti della nuova fondazione che tanto bene avrebbe fatto alla Chiesa, ai Sacerdoti, a tante anime desiderose di misericordia. Avvenne dunque, quel giorno, che Alfredo accompagnò con la sua macchina il Vescovo da Collevalenza a Todi. Madre Speranza non si sentiva bene e si era coricata. Mentre si trovava nella sua camera "è venuto il "tignoso" - racconta - a dirmi di aspettare pure, lì seduta, il ritorno di Alfredo. Egli si sarebbe incaricato perché non tornasse più. Mi disse poi una serie di spropositi secondo il suo stile, assicurandomi che 'quel tale' non sarebbe stato né il primo, né l'ultimo. Era inutile che mi davo da fare per cerca-re un altro disgraziato da mettere a capo della famosa Congre-gazione perché lui aveva già il permesso di annientarla".

Ma Alfredo tornò: con molto ritardo e senza macchina, è vero, ma tornò. Riferì che ad un certo momento uno strano cane, durante il viaggio di ritorno, si era avventato contro la macchina. Nel tentativo di evitarlo lo aveva investito e la mac-china passandogli sopra aveva sobbalzato come se il cane fosse stato di ferro. E non vide più nulla. A rimorchio di un camion poté arrivare presso un'officina meccanica. Quando volle spie-gare che aveva investito un cane si sentì rispondere: "Un cane?... ma sarà stato un bue!".

 

I Voti dei primi Figli

Il 14 agosto 1951, nella cappella della casa generalizia di Roma, Alfredo di Penta, D. Giovanni Barbagli e Sanzio Supini vestono l'abito religioso, costituito oltre che dalla veste talare nera, da una fascia dello stesso colore.

Un episodio straordinario era avvenuto durante la notte precedente. Sentiamo il racconto dello stesso Alfredo Di Penta: "Mentre dormivo nella mia stanza nella casa di via Casilina con la porta chiusa di dentro e la chiave sulla toppa, e con la finestra protetta da una cancellata, mi svegliai a causa di una luce abbagliante. Vidi la Madre con un signore molto distinto e con la barba che tenevano una veste talare da una parte e dal-l'altra.

La Madre mi disse: 'Vedi figlio prima che la benedica il Suo ministro l'ho fatta benedire da Lui... Ero talmente confuso e sorpreso che non riuscii a rendermi conto di ciò che succedeva. Solo la mattina svegliandomi ho notato appesa all'attaccapanni una veste talare che la sera quando sono andato a dormire non c'era. Temendo di essermi ingannato non parlai della cosa a nessuno. Fu la Madre, l'indomani mattina, a provocarmi do-mandandomi che cosa fosse successo durante la notte. Io feci finta di non saperlo e dissi che forse c'era stato un corto cir-cuito ma la Madre ridendo mi disse: 'Ma come, ti porto il Si-gnore in camera e neanche lo ringrazi? E quella veste poi?'. Dissi: 'Veramente ho avuto un po' di paura, Madre!; e lei ri-dendo mi disse: 'Come, hai fatto la guerra!".

L'indomani, tra la commozione della Madre e delle suore, Alfredo Di Penta, P. Giovanni Barbagli, Fr. Sanzio Supini emettono i Santi Voti nelle mani del Vescovo di Todi. Madre Speranza è letteralmente 'fuori di sé' dalla gioia.

Scrive nel suo Diario: 'Io mi sono distratta e ho trascorso tutto il tempo che è durata questa cerimonia fuori di me e unita al Buon Gesù. A Lui ho chiesto di benedire questi tre Figli e la nascente Congregazio-ne. Ho rinnovato la mia offerta di vittima volontaria per le of-fese che il Buon Gesù riceve dai suoi Sacerdoti del mondo in-tero".

Inizia così la Congregazione dei Figli dell'Amore Misericordioso. Il sogno che Madre Speranza aveva accarezzato per tanti anni, per il quale aveva tanto pregato e sofferto, prende corpo: nella Chiesa c'è ora una Famiglia Religiosa, composta da Padri e Suore che ha come compito primario quello di far conoscere a tutti l'incredibile amore e misericor-dia di Dio, soprattutto attraverso la carità senza limiti verso l'uomo bisognoso e il sostegno fraterno ai Sacerdoti.

 

I difficili inizi e le premure di una madre

La piccola Comunità dei Figli dell'Amore Misericordioso, il 18 agosto si trasferì a Collevalenza nella Casa Parrocchiale, ricevendo dal Vescovo l'incarico della cura pastorale della Parrocchia. Le suore abitavano nella casa che la famiglia Valentini aveva loro affittata, preoccupandosi delle mansioni di loro competenza.

Nel mese di settembre entrò nella Congregazione D. Gino Capponi, Canonico della Cattedrale di Todi, che sarà il confes-sore della Madre e uno dei suoi più fedeli collaboratori.

Il 24 ottobre i primi sei seminaristi si riunirono a Colleva-lenza, altri se ne aggiunsero in seguito ed ebbe iniziò la prima scuola apostolica della Congragazione.

Nel febbraio del 1952 inizia, come era prevedibile, quel segno distintivo delle opere di Dio che è la contraddizione. Il "tignoso" maltratta la Madre minacciando ciò che in quel momento la faceva maggiormente soffrire: la separazione dai suoi figli.

Richiamata a Roma dal cardinale Pizzardo pensò con ango-scia che il Santo Ufficio volesse dissolvere la Congregazione appena nata. è soprattutto la prospettiva della separazione dai suoi figli che maggiormente l'angoscia: "...poiché brucio dal desiderio di stare vicino ad essi per farli partecipi delle grazie che il Buon Gesù spande su questa pove-ra creatura e così incoraggiarli a camminare sempre avanti nella santità".

Fortunatamente il Cardinal Pizzardo doveva solo chiedere alla Madre un favore, quello di ospitare nella casa di Roma una ex-religiosa di 60 anni, di nazionalità francese, che era senza denaro e non sapeva dove andare.

Disse anche alla Madre che desiderava aiutarla, ma che P. Alfredo doveva frequentare regolarmente i suoi studi nel Seminario di Viterbo e non a Todi. Pur considerando la richie-sta ragionevole e conveniente, perché aveva l'impressione che nel seminario di Todi Alfredo non concludeva molto, fu un tor-mento per la Madre vedere Alfredo soffrire terribilmente per questa decisione. Non era facile per un distinto e aristocratico signore di 37 anni ritrovarsi in un seminario, tra ragazzi molto più giovani, curiosi e scanzonati. C'era poi la difficoltà di ri-prendere gli studi dopo molti anni. Dubbi, paure, scoraggia-menti e momentanei ripensamenti accompagnarono quello che possiamo chiamare il Calvario di Alfredo.

Così racconta il suo ingresso in seminario e le difficoltà che incontrò: Il 30 aprile del 1952 mi recai nel Seminario regio-nale di 'Santa Maria della Quercia', a Viterbo, per compiere un corso regolare di preparazione al sacerdozio. All'inizio avendo dei sospetti sul mio conto mi isolarono nel piano dell'inferme-ria e incaricarono alcuni seminaristi che a turno mi fossero stati sempre a fianco per vigilarmi ed eventualmente riferire. Questo durò soltanto per i primi due anni di teologia. Tutti pen-savano che, vista la difficoltà del Seminario, me ne sarei andato presto. Erano giunte in Seminario informazioni disastrose sul mio conto: che io ero scappato con una suora più anziana di me. Di fronte a queste contrarietà mi stavo perdendo d'animo e pensavo di tornare a Roma dove avrei potuto realiz-zare in altro modo la mia vocazione. Ma, una notte, mi apparve la Madre, mi mise la mano sulla fronte e mi disse: "Coraggio, tu sarai sacerdote, questa è una prova che presto passerà". Il giorno dopo telefonai a Collevalenza per sapere se era stata veramente lei ed ebbi da lei stessa la conferma".

Ci è possibile rivivere la tormentata vicenda di Alfredo leggendo le pagine del Diario di Madre Speranza. In esse si legge la delicata e sofferta pedagogia di una madre che vuole avviare il proprio figlio verso le vette della santità.

"Soffro molto per la situazione del Padre Alfredo. Desidererei essere vicino a lui perché possa scaricare su di me quelle espressioni che, se da una parte mi fanno soffrire molto, dal-l'altra costituiscono sicuramente uno sfogo per il suo cuore angosciato. A chi meglio che a una madre si debbono dire?".

Dinanzi alla prospettiva che Alfredo abbandoni la Congregazione per tornare nel mondo accontentandosi di essere un buon laico, la Madre ardisce quasi rimproverare il Signore:

"Dove sono, Gesù mio, le promesse che gli hai fatto e che io ho fatto a lui in tuo nome? Credi, Gesù mio, che il Padre riu-scirà a sopportare questa prova così dura per lui?,

 

Difficoltà e crescita della Congregazione

Mentre Alfredo, tra difficoltà e umiliazioni frequenta gli studi nel Seminario di Viterbo, sorretto dalle premure e dalla preghiera della Madre, delle consorelle e dei confratelli, la Congregazione muove i suoi primi passi e incontra le sue immancabili e previste difficoltà. L'Arcivescovo di Fermo, Mons. Norberto Perini, che con tanto entusiasmo aveva accolto Madre Speranza le comunica che per ordine dei Superiori non può più aiutarla poiché la Sacra Congregazione dei Religiosi non ha intenzione di lasciarla andare avanti.

Cosa era avvenuto? Chi aveva dato all'Arcivescovo di Fermo quell'ordine? Solo più tardi si saprà che non era stato il Cardinal Pizzardo, come si supponeva, ma Sua Eccellenza Mons. Arcadio Larraona, Segretario della Sacra Congrega-zione dei Religiosi. Insieme a lui anche un altro Arcivescovo, Mons. Ilario Alcini, Visitatore dei Seminari, aveva le sue riserve non riuscendo a concepire che una religiosa fondasse un Istituto maschile. Quest'ultimo, più tardi, quando conoscerà meglio Madre Speranza e la Congregazione, muterà il suo giu-dizio e il suo atteggiamento divenendo un convinto ammiratore della Madre e della sua opera. Un anno particolarmente ricco di grazie fu il 1954.

Era stata da poco inaugurata la casa dei Padri e si pensò subito a organizzare il primo Corso di Esercizi Spirituali per Sacerdoti. Venne a predicarli il Vescovo di Rieti, Mons. Baratta e partecipò, insieme a una quarantina di Sacerdoti, anche il vescovo di Todi. In questo stesso anno entrarono a far parte della Congregazione ed emisero i loro primi Voti vari Sacerdoti e fratelli. Il cuore di Madre Speranza si dilatava sempre più nella gioia di una maternità feconda e promettente.

 

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L'impegno prioritario per i Sacerdoti

Dispensatori di misericordia

Il Carisma che lo Spirito Santo ha trasmesso a Madre Spe-ranza e alla sua Famiglia Religiosa, è: Dio, Amore Misericor-dioso. Coloro che sono partecipi della missione sacerdotale di Gesù, che è l'Unico ed Eterno Sacerdote, sono i primi destina-tari e mediatori di questo amore. Essi in modo particolare sono chiamati ad accoglierlo e a dispensarlo mediante il loro mini-stero.

L'affermazione che i sacerdoti sono segni viventi ed efficaci della misericordia di Dio è una costante del ministero del Santo Padre Giovanni Paolo II. Lo ha ripetutamente detto nei suoi discorsi e nei suoi documenti, soprattutto nella "Lettera ai Sacerdoti" per il Giovedì Santo del 2001, dove viene abbondantemente sviluppato questo rapporto tra misericordia e Sacerdozio.

Per questo i Figli dell'Amore Misericordioso hanno una missione specifica e prioritaria: quella di vivere uniti ai Sacerdoti diocesani e di favorire la loro santità e l'unione tra i Sacer-doti stessi. Madre Speranza non chiedeva ai suoi figli di fare da maestri ai Sacerdoti, ma di essere per loro veri fratelli, aiutan-doli più con le opere che con le parole. Anticipa e realizza quello che sarà uno degli auspici più incalzanti del Concilio Vaticano II riguardante i Sacerdoti: la necessità e la bellezza della vita comune tra essi, diocesani e religiosi.

L'urgenza di una spiritualità di comunione è oggi particolar-mente avvertita nella Chiesa, anche per essere in grado di ri-spondere alle sfide dell'attuale società che mettono a rischio la stessa identità del Sacerdote.

Il sogno di Madre Speranza era quello di vedere i Sacerdoti "fare famiglia", vivendo tra loro in un clima di comunione e fiducia reciproca, aiutandosi vicendevolmente nella propria santificazione e nel ministero sacerdotale.

 

Un servizio concreto e disinteressato

La prima attenzione della famiglia religiosa di Madre Spe-ranza verso i sacerdoti diocesani è di carattere materiale. Tiene conto dei loro problemi concreti come la solitudine, la stanchezza fisica e psichica, la malattia, l'anzianità. Concretamente la Congregazione mette a disposizione dei Sacerdoti diocesani, di qualunque provenienza, le proprie case. Lì possono rimanere per trascorrervi un tempo più o meno lungo, "per ristabilirsi, riposare o ritemprare lo spirito nella pace della casa religiosa".

I Religiosi si impegnano a visitare i sacerdoti, collaborare con essi nell'apostolato, organizzare incontri amichevoli, ritiri, esercizi spirituali e altre iniziative che favoriscano la fraternità sacerdotale. Soprattutto cercanno di aiutare i sacerdoti a rag-giungere la santità secondo la loro tipica identità diocesana, valorizzando quegli elementi caratteristici, già istituzionaliz-zati e raccomandati dal Magistero come la comunione con il loro Vescovo, la pratica dei consigli evangelici e la vita comu-ne.

Madre Speranza è profondamente convinta della necessità di una Congregazione tutta per il clero.

è interessante la testimonianza di un religioso, vissuto per vari anni vicino a lei, P. Arsenio Ambrogi. "Siamo sul finire di novembre del 1954. Il 4 ottobre dello stesso anno si è aperta a Fermo la seconda casa della Congregazione FAM, perché pro-prio in quella Archidiocesi si avrà la prima esperienza del Clero secolare in vita di comunità con voti, secondo il progetto affidato dal Buon Gesù alla Madre.

La Madre Fondatrice che si trovava a Fermo si ammala gravemente al punto di credere che per lei è giunta l'ora della morte. Ci convoca attorno al suo letto e ci dice cose che si sono incise profondamente nel mio animo.

Sono presenti i due Sacerdoti che dovranno per primi emet-tere i Santi Voti nelle mani dell'Arcivescovo Perini, il giorno dell'Immacolata. Essi sono di intesa con la Madre di andare a Loreto per un corso di Esercizi Spirituali in preparazione a questo evento. La Madre li esorta a prepararsi bene presso quella Santa Casa dove il Verbo di Dio si fece carne. E poi pro-segue: 'Figliuoli, dovevo dirvi una cosa molto importante. Se-condo Nostro Signore non serviva una Congregazione di più. Ce ne sono già tante (e ne fa una enumerazione per le varie ne-cessità della Chiesa). Ne mancava una per il suo amato Clero.

Ricordate, presto verranno giorni che il Clero secolare, solo com'è non potrà più vivere. Tutti si uniscono: i comunisti, i so-cialisti... Solo il Clero secolare e i Religiosi sono così divisi! E il Signore ha fatto sorgere questa Famiglia Religiosa perché il Sacerdote secolare vi trovi la propria Famiglia'. Ci fu una pausa carica di silenzio e poi con voce forte riprese: 'E Dio la disfaccia sul nascere se non dovesse servire per questo".

Molto interessante risulta la testimonianza rilasciata dal cardinale Eduardo Pironio dopo aver partecipato ad una "Gior-nata Sacerdotale" a Collevalenza: "Rimasi colpito nel vedere l'opera di generosità e di coraggio di Madre Speranza. Doman-dai allora quanto si doveva pagare per la giornata e con grande sorpresa mia, mi dissero: 'Nulla, qui non si paga'. Siccome io amo molto il mio Sacerdozio e amo tanto i miei confratelli Sa-cerdoti, un'opera così, particolarmente destinata ad accogliere ed accompagnare materialmente e spiritualmente i Sacerdoti, soprattutto diocesani che sono in maggior parte in solitudine, mi ha particolarmente colpito. Una provvidenziale intuizione di Madre Speranza nel creare e fondare i Figli dell'Amore Misericordioso".

 

I Sacerdoti Diocesani con voti

Alla Madre non basta che la Congregazione dei suoi figli apra le porte delle sue Comunità a tutti i sacerdoti diocesani, con spirito fraterno e gratuitamente. Offre ad essi la possibilità di entrare a far parte della stessa Famiglia pur conservando la loro incardinazione nella Diocesi, alle dipendenze del proprio Vescovo.

Poteva Madre Speranza senza una esplicita rivelazione di Dio escogitare un progetto così singolare e così ardito come quello dei "Sacerdoti Diocesani con Voti"?

Esso è qualcosa di assolutamente nuovo nella Chiesa e la Madre ne era perfettamente consapevole, prevedendo le diffi-coltà che il progetto avrebbe incontrato per una approvazione non essendo contemplato dal Codice di Diritto Canonico.

Si tratta di attribuire ai Sacerdoti una doppia appartenenza: quella diocesana e quella religiosa. La difficoltà di conciliare queste due modalità di appartenenza, apparentemente opposte, ha fatto ritardare di ben quarantatré anni l'approvazione da parte della Congregazione dei Religiosi. Infatti solo il 25 luglio 1995 fu emanato un decreto con cui si approvava, per dieci anni, "ad experimentum", quello che era stato uno dei sogni più belli e originali di Madre Speranza.

Di questo progetto aveva già parlato con l'Arcivescovo di Fermo, Mons. Norberto Perini fin dal 1952 e aveva avuto il suo incoraggiamento.

"Gli è sembrato bene e mi ha detto di non scoraggiarmi di fronte alle difficoltà e alle lotte e che lavori, aiutata dal Buon Gesù, per conseguire questo fine".

Le difficoltà, infatti non tardarono: non appena Madre Speranza iniziò a scrivere "Il regolamento per l'unione del Clero secolare con i Religiosi" l'ira del "tignoso" si scatenò contro di lei. Ne fu testimone un giovane del Collegio Artigia-nelli D. Ricci il quale, passando per un corridoio che portava nella chiesa del Carmine, vide un grosso mattone roteare nel-l'aria e colpire ripetutamente la testa, le spalle e la mano di Madre Speranza, mentre risuonavano, beffarde, queste parole: "Adesso va pure a scrivere i tuoi libri!". Aveva infatti riportato la rottura dell'avambraccio destro che non si riuscì più a curare.

Il Canonico Lucio Marinozzi, che insieme a Don Luigi Leo-nardi fu il primo a fare i voti come Sacerdote Diocesano, così racconta la sua esperienza: "Da quando sono venuti a Fermo le Ancelle e poi i Figli dell'Amore Misericordioso, si era sparsa una gran fama di santità sul conto di Madre Speranza, sicché anche io desideravo conoscerla. Mi ricevette in un salottino... Salutava con molto rispetto e parlava dapprima quasi timida-mente poi sempre più eloquentemente, in una lingua che era un misto di italiano e di spagnolo: parlava con giusto criterio della vita dei sacerdoti, delle loro deficienze, dei pericoli a cui erano esposti, della necessità che si santifichino, della vita comune. Veniva esponendo insomma il suo progetto di una Congrega-zione Religiosa per il Clero".

Madre Speranza aveva chiara coscienza, nel formulare que-sto progetto, di essere solo uno strumento del disegno di Dio come si vede da queste parole del suo Diario, scritte il 29 feb-braio 1952.

" Il Signore mi dice che è arrivato il momento di scrivere ciò che riguarda il Clero in Comunità. Per aiutarmi in questo lavo-ro Lui mi manderà questa sera uno dei migliori canonisti, e poiché la cosa è grande e di tanto bene spirituale per il suo Clero, io non devo farmi nessuna illusione, ma solo scrivere quello che Lui mi detterà, senza preoccuparmi del risultato, disponendomi a soffrire e ad essere affamata di unirmi a Lui, per riempirmi così dei suoi beni".

Questo provvidenziale progetto, che ha lo scopo di riunire nella comune azione apostolica Sacerdoti, Religiosi e Laici, spesso divisi, è un segno profetico per la Chiesa dei nostri tempi.

L'inserimento di sacerdoti diocesani all'interno della Con-gregazione, oltre ad essere la massima espressione di quell'u-nione fraterna che i Figli dell'Amore Misericordioso sono tenuti a perseguire nei confronti del clero, è anche lo strumento prezioso perché la loro azione apostolica nel presbiterio sia più incisiva. Quanto bene ne verrebbe, non solo per i sacerdoti ma anche per i fedeli se questa comunione fosse largamente attuata! Proprio per questo colui che vuole dividere, il diavolo, che Madre Speranza chiama "il tignoso", si scaglierà contro di lei, suscitando contrasti, difficoltà, fraintendimenti che la fa-ranno molto soffrire.

Questi Sacerdoti diocesani, come tutti i religiosi emettono i tre voti e si impegnano, per quanto è possibile a vivere insie-me.

I vantaggi che ne traggono sono innanzitutto in ordine alla loro santificazione. Ma c'è anche un evidente vantaggio pra-tico per l'efficacia del loro ministero. Essi non sono sottratti alle loro Diocesi, ma al contrario vengono aiutati a conseguire una maggiore docilità verso il proprio Pastore e ad accrescere la dedizione apostolica verso la Diocesi. Non va poi sottovalu-tata l'utilità materiale di questa fraternità che facilita anche la soluzione di svariati problemi di ordine pratico.

Attualmente alcuni di questi sacerdoti, formano piccole ma promettenti comunità, si aiutano vicendevolmente, pregano e lavorano insieme, aiutandosi in tutto con vero spirito fraterno, sempre sostenuti dalla Congregazione dei Fam.

 

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II Santuario

Collevalenza

Collevalenza è un minuscolo paese a forma di castello, ada-giato su una verde collina dell'Umbria, poco distante da Todi, la patria di Jacopone; un paese conosciuto solo per alcune vi-cende storiche e per il suo "roccolo", un bosco dove si recava-no i cacciatori per prendere la selvaggina. Madre Speranza vi giunse, nel 1951, guidata dalla mano di Dio che voleva trasformare quel luogo nel roccolo della sua misericordia. Collevalenza rappresenta il coronamento e l'a-pice della sua straordinaria attività. Qui trascorrerà gli ultimi trent'anni della sua vita, tutta intenta a dare compimento al progetto che Dio le aveva affidato.

"Beata Collevalenza che ha avuto la sorte di essere la sede e il centro del 'Roccolo' ... Su questa collina, in questo paese sperduto... verranno persone da tutte le parti del mondo... Perché? Perché qui le attende il Signore, l'Amore Misericor-dioso. Nostro Signore per fare cose grandi sceglie sempre ciò che vi è di più insignificante in questo mondo".

Queste parole di Madre Speranza richiamano alla mente quelle del profeta Malachia: "E tu Betlemme, terra di Giuda, non sei la più piccola tra i paesi della Giudea..."

Alcuni storici affermano che in tempi remoti, su quel colle esisteva un tempio dedicato a Giunone Valenzia. Fuori delle mura fu rinvenuto, infatti, un grosso melograno in travertino che costituiva uno dei fregi ornamentali del tempio. Tra i vari reperti venuti alla luce nel corso degli anni c'è anche una statua di donna dal volto maestoso e solenne.

Nel secolo XIII subì gli assalti di opposte fazioni guelfe e ghibelline con rappresaglie e vendette furiose da una parte e dall'altra. Fu più volte distrutta e ricostruita. In tempi di pace era giustamente considerato uno dei migliori luoghi di villeg-giatura.

Nel Castello di Collevalenza celebrò in maniera splendida le sue nozze con Antonia Salimbeni, Muzio Attendolo Sforza, nel 1409. Nel 1925 fu costruita la nuova chiesa Parrocchiale con un agile campanile a torre e fu aperta una graziosa bifora sulle mura, dalla parte occidentale. Nella chiesa si conserva un interessante Battistero del 1466, collocato in una piccola edi-cola sul lato destro dell'unica navata.

In questa chiesa Madre Speranza, con la comunità dei Padri e delle Suore, trascorreva lunghe ore di preghiera e in essa av-vennero numerose estasi e altri fenomeni straordinari. Il paese ha come protettore S. Giovanni Battista.

La gente si dedicava prevalentemente all'agricoltura: gente semplice e di buoni sentimenti, anche se colorata di rosso, come era allora di moda nella verde Umbria.

Rivolgendosi agli abitanti di Collevalenza la Madre un giorno ebbe a dire: "Voi che siete nati a Collevalenza potete essere orgogliosi... lo vedo come nelle Domeniche e nei giorni festivi la gente di Collevalenza viene alla Messa delle sedici e trenta e molti de-positano il loro piccolo obolo per il Santuario, silenziosamen-te, come piace al Signore. Auguri, figli miei, auguri. Io sono contenta di stare con voi...

Pregherò il Signore perché vi benedica e poiché si è degnato di scegliere questo luogo come centro da cui si dovrà diffon-dere il suo amore e la sua misericordia, vi aiuti ad essere luce per le anime che qui verranno e vi aiuti ad essere i primi ad amarlo, dimostrandogli così la vostra gratitudine per questo grande beneficio ricevuto".

 

Nel Roccolo di Collevalenza

Il roccolo era un sistema di caccia, ormai tramontato, che consisteva nel mettere delle reti tra un albero e l'altro. Alcuni uccelli in gabbia facevano da richiamo ad altri che, accorrendo, battevano contro le reti ed erano facilmente preda dei cacciato-ri. Madre Speranza con alcune delle sue figlie e con i primi tre Figli dell'Amore Misericordioso si stabilì a Collevalenza il 18 agosto 1951, dopo appena tre giorni dalla fondazione.

Dinanzi alla chiesina della Madonna delle Grazie si era radunata molta gente del paese: alcuni uomini, donne devote con il rosario in mano, vivaci chierichetti e perfino la banda musicale. Si attese l'arrivo del Vescovo, poi con la Madre, la segreta-ria generale, le Suore e i Padri, si formò un corteo che percorse i trecento metri fino alla chiesa parrocchiale. Qui il Vescovo fece un vivace discorso di presentazione invitando a ringra-ziare il Signore e Madre Speranza per il dono fatto a Colleva-lenza che definì "Culla della Congregazione". Un bambino e una bambina del paese rivolsero alla Madre, alle Suore e ai Padri alcune parole di benvenuto e tutto si concluse con la Benedizione Eucaristica impartita dal Vescovo.

 

Una famiglia di benefattori

A Collevalenza c'era la patriarcale Famiglia Bianchini. Erano i nobili del paese, o meglio i benefattori del paese. Abitavano una buona parte del castello.

Persone molto religiose e caritatevoli che accolsero con gioia e vero spirito cristiano la Madre, i primi padri, le suore e gli apostolini. Viveva ancora la signora Sofia, vedova dell'av-vocato Giuseppe Bianchini, cameriere di spada e cappa del Santo Padre. Parlando di lui Madre Speranza afferma che "era un grande santo, completamente dedito alla carità e all'amore verso Nostro Signore". E continua: "All'origine del roccolo e del Santuario c'è questo signore che dal paradiso continua a dare il suo aiuto. Io tutti i giorni mi raccomando a lui e gli dico: "Aiutami tu! Quando stavi in terra aiutavi tanta gente, adesso aiuta questa povera creatura che non ha altro all'infuori di quello che la Provvidenza mi dà per la realizzazione di una grande opera.

E posso assicurare che lui mi aiuta".

I discendenti dell'avvocato Bianchini avevano ereditato, insieme ai suoi beni, anche il suo spirito cristiano.

Le cinque figlie, Margherita, Maria, Lucia, Anna e Caterina, erano persone squisite, sia dal punto di vista umano che cristia-no.

Facevano parte della famiglia la signorina Germana, sorella dell'Avvocato e la signorina Gabriela, cognata della signora Maria; erano anime di preghiera e carità, aiutavano nella par-rocchia, facevano il catechismo, visitavano gli ammalati.

Fu la Signorina Germana che commutando un suo terreno con quello toccato in eredità alla signora Margherita, lo donò alla Madre.

Suor Anna Mendiola, cuoca nella casa di Collevalenza ricorda: "I Signori Bianchini erano i nostri principali benefattori, ogni volta che avevamo una difficoltà andavamo da loro ci regalavano ogni giorno due litri di latte e formaggio per noi e per gli apostolini". Quando, cresciuto il numero degli aposto-lini, ci sarà bisogno di alcune stanze per poterli ospitare, volen-tieri si prestarono per metterle a disposizione dell'Istituto.

 

Il Buon Gesù mi ha detto

In una pagina del Diario di Madre Speranza è contenuto il programma delle attività che avrebbe dovuto svolgere, prima a Roma, poi a Collevalenza.

"Questa notte, 14 maggio 1949, mi sono distratta e il Buon Gesù mi ha detto che desidera si riprendano le opere di questa casa (Roma) prima possibile ... Anni più tardi, tu, aiutata da me, con maggiori angustie, fatiche, sofferenze e sacrifici, organizzerai l'ultimo e magnifico laboratorio che servirà di grande aiuto materiale e morale per le figlie e per le giovani che avranno la fortuna di esservi ammesse; vicino a questo laboratorio ci sarà la più grande e magnifica organizzazione di un Santuario dedicato all'Amore Misericordioso, casa per ammalati e pellegrini, casa del Clero, il noviziato delle mie Ancelle, il Seminario dei miei Figli".

Dalla terrazza della casa Valentini, dove le suore abitavano, Madre Speranza poteva osservare il dolce e verde paesaggio umbro: un susseguirsi di colline con caseggiati dispersi per la campagna A volte, come sognando, diceva alle persone che aveva intorno, guardando il bosco che si trovava di fronte, a poche centinaia di metri: "Qui, in questo bosco dove i cacciatori vengono a prendere gli uccelli con le reti, il Signore mi ha detto che stabilirà la sede del suo Amore Misericordioso.

Sorgerà un grande Santuario e tante anime bisognose di per-dono e misericordia verranno da ogni parte del mondo per tro-vare salvezza e conforto"

 

La casa dei Figli dell'Amore Misericordioso

Il 30 settembre '52 Madre Speranza annota nel suo diario: "Il Buon Gesù mi dice che presto devo cominciare a costruire la casa per i Figli del suo Amore Misericordioso".

La costruzione iniziò nell'aprile del 1953, precisamente dove si trovava il roccolo. Nella pergamena messa in una pietra delle fondamenta erano scritte queste parole dettate da Madre Speranza: "Tutto per amore di Nostro Signore Gesù Cristo. In questa casa tutto si farà per tuo amore e l'amore e la misericor-dia saranno la consolazione del povero e questa pietra lo testi-monierà eternamente". La casa fu inaugurata il 18 dicembre 1953 con una solenne cerimonia alla quale parteciparono al-cune autorità e molta gente del paese.

è l'inizio di una serie impressionante di costruzioni che tra-sformerà in breve tempo il roccolo nella cittadella dell'Amore Misericordioso.

Accanto alla Casa dei Padri, nel 1954, venne costruito il seminario per gli apostolini che andavano aumentando, provenienti da varie regioni d'Italia e alcuni anche dalla Spagna. Un edificio semplice e funzionale con aule, dormitori, cappella, sale da gioco e un teatrino che all'occorrenza serviva anche per la parrocchia di Collevalenza. Attualmente questo edificio, ribattezzato con il nome di "Roccolo Speranza", adattato a casa di accoglienza per gruppi autogestiti, continua ad essere di grande utilità per parrocchie, movimenti e associazioni che vogliono organizzare Esercizi, Ritiri, Incontri spirituali.

 

Il Santuario dell'Amore Misericordioso

Il principale punto di riferimento per annunciare al mondo l'amore e la misericordia di Dio è il Santuario dell'Amore Mi-sericordioso di Collevalenza.

La Congregazione e lì coinvolta in modo speciale attraverso un'accoglienza "umile e fraterna" dei numerosi pellegrini che giungono ormai da ogni parte del mondo.

Per la costruzione della prima chiesa, destinata ad acco-gliere il Crocifisso fatto scolpire dalla Madre nel 1930 fu scelto l'architetto spagnolo Julio Lafuente, che viveva e lavorava da alcuni anni a Roma. La Madre desiderava una costruzione a croce latina, semplice, di materiale durevole e di facile manu-tenzione.

I lavori iniziarono nel novembre del 1954 e già il 2 luglio dell'anno seguente la chiesa era pronta e fu consacrata dal Ve-scovo di Todi Mons. Alfonso Maria De Sanctis.

Successivamente, nel 1959, fu ristrutturata e si inoltrò al Ve-scovo di Todi la richiesta di insignirla del titolo di Santuario. Richiesta che fu esaudita "di gran cuore" con questo docu-mento olografico datato 1 ottobre 1959: "Decreto di erezione del Santuario dell'Amore Misericor-dioso.

Istituzioni benefiche sorgono da più anni in Collevalenza (Todi) per l'opera delle Ancelle dell'Amore Misericordioso e di Sacerdoti zelanti quali Figli dell'Amore Misericordioso. Questi con il consenso lieto e cordiale dei propri Vescovi, si adoperano all'educazione della gioventù; hanno soprattutto assidua, apostolica cura del Clero che si aduna nella loro Casa sempre a disposizione dei Sacerdoti, e nella bellissima chiesa sorta e sempre più magnificamente ornata, per esercizi e ritiri spirituali e per ogni opera di fraterna assistenza.

Abbiamo constatato con vera soddisfazione che nel Clero e nei fedeli che dall'Umbria e da altre regioni affluiscono cresce e si accende la devozione all'Amore Misericordioso di Gesù.

Accogliendo pertanto ben volentieri il comune desiderio delle Suore, dei Sacerdoti e di numerosissimi fedeli, dichia-riamo che il nostro Tempio di Collevalenza sia chiamato San-tuario dell'Amore Misericordioso di Gesù. Il nostro voto ardente: tutte le anime che qui pregano e si nutrono dei Santi Sacramenti, possano esclamare liete e riconoscenti: `Canterò in eterno le misericordie del Signore!" (Salmo 88,1).

Anche Sua Ecc.za Mons. Ilario Alcini, Amministratore Apostolico di Todi, che all'inizio aveva dimostrato una certa diffidenza verso la Congregazione, scrisse al Santo Padre Gio-vanni XXIII queste parole di stima, caldeggiando il riconosci-mento: "Il Santuario ha un afflusso continuo e crescente di fedeli anche da oltre la Regione Umbra, sicché sta diventando un'oasi di consolante spiritualità, ove anche i Sacerdoti si raccolgono per ritiri mensili e l'Apostolato della Sofferenza ne ha fatto il suo centro" .

Dalla Spagna, il 21 settembre 1964, giunse il Crocifisso originale che si trovava nella casa di Larrondo. Venne collocato nell'abside del Santuario, la sua ultima e definitiva dimora. L'affluenza già rilevante di pellegrini si andò intensificando di giorno in giorno, anche perché la Madre, ricevendo i pellegrini chiedeva ad essi di passare prima nel Santuario per pregare di-nanzi al Crocifisso.

 

La casa della giovane

Fu inaugurata il 30 settembre 1962.

Questo grande edificio, destinato ad accogliere le suore e il loro Noviziato, aveva anche lo scopo di offrire alle ragazze del luogo la possibilità di apprendere il lavoro di maglierista.

Si dimostrò un'opera veramente provvidenziale perché, queste ragazze, oltre ad imparare, guadagnavano in maniera soddisfacente e, una volta appreso il mestiere, avevano la pos-sibilità di svolgere la loro attività lavorativa rimanendo nelle proprie case, senza doversi recare nelle fabbriche.

Una delle prime a cui fu offerta questa possibilità fu la signorina Ferrotti Franca che ricorda quei tempi con gratitu-dine e ricchezza di dettagli, facendo risaltare anche l'aspetto formativo: "Nella nuova casa fu subito aperto un laboratorio di maglieria per le ragazze. Da principio eravamo 7 o 8, tutte di Collevalenza, poi sono aumentate fino ad arrivare a una tren-tina.

Alla fine di ogni mese eravamo retribuite secondo quanto avevamo prodotto...

Quando poi il laboratorio fu trasferito alla casa della gio-vane, appositamente costruita e le ragazze aumentavano di numero, ci fu una migliore organizzazione, comprendente lezioni scolastiche e soprattutto formazione religiosa con un ritiro ogni 15 giorni. Madre Speranza seguiva tutto. Ci faceva delle raccomandazioni e ci diceva, tra l'altro, che quel lavoro sarebbe stato, un domani, molto utile per noi, perché lo avremmo potuto fare rimanendo in casa ed adempiendo ai nostri obblighi di madri di famiglia.

La Madre seguiva amorevolmente tutte le ragazze del laboratorio, particolarmente le più bisognose di assistenza spi-rituale".

 

L'acqua del Santuario

Nei pressi di molti Santuari si trova una sorgente d'acqua. Nulla di più bello e significativo.

Nella Sacra Scrittura l'acqua indica l'azione risanatrice della grazia. Essa purifica, lava, risana, disseta, rende feconda la terra.

Agli inizi dell'anno 1960 Madre Speranza ricevette e tra-smise l'ordine di scavare un pozzo in un orto che si trovava accanto al Santuario. Molti testimoni affermano di aver sentito dire dalla Madre che Gesù stesso le era apparso e con un piede aveva fatto un segno di croce nel luogo esatto dove si doveva scavare.

La proposta colse tutti di sorpresa perché l'acqua a Collevalenza era sempre scarseggiata.

Un operaio del luogo, Ferruccio Bordacchini, racconta: "Mentre io lavoravo nell'orto mi si avvicinò la Madre e mi disse che voleva scavare in quel punto un pozzo per l'acqua. Io, che conoscevo bene il luogo, risposi che non era possi-bile perché in tutta la zona di Collevalenza e specialmente in quel punto nessuno mai aveva trovato una goccia d'acqua. In tutto il paese c'era una sola cannella d'acqua, ma non veniva quasi mai, sicché nelle poche ore di erogazione, si doveva fare la fila con secchi e damigiane".

Ad iniziare i lavori furono i seminaristi più grandi. Alla pre-senza di Madre Speranza essi diedero i primi colpi di piccone nel luogo da lei indicato. Si continuò poi con delle trivelle a mano, ma senza esito. Infine, ai primi di aprile, il lavoro fu af-fidato alla ditta De Togni, di Isola della Scala (VR), specializ-zata per la perforazione di pozzi artesiani. Nonostante la pro-fessionalità dei dirigenti e degli operai i lavori non progrediva-no e si trovavano continuamente degli ostacoli imprevisti. Il dubbio cominciò a serpeggiare perfino tra le suore e i sacerdoti dell'Amore Misericordioso. Madre Speranza soffriva terribil-mente e nelle sue estasi si lamentava con il Signore: "Perché mi fai tanto tribolare per trovare quest'acqua? A S. Bernardetta è bastato scavare un po' con le mani e l'acqua è subito sgorga-ta". Gesù deve averle risposto: "Ma Bernardetta era una bam-bina" perché Madre Speranza subito riprese: "Ed io sono una povera vecchia, non hai compassione di me?".

Il 6 maggio, finalmente, si incontrò la prima falda acquifera a 92 metri di profondità. Nel diario della casa troviamo queste annotazioni: "La Madre sta pregando piuttosto preoccupata perché la sonda è rimasta incagliata in fondo al pozzo, a circa 90 metri ... Alle tre e cinquanta si va tutti in chiesa e si prega il Trisagio. Alla fine dell'orazione si riesce a liberare la sonda e a riportarla alla superficie in modo da riprendere il lavoro. Verso le diciassette lo stesso capo-sonda corre in casa a portarci la notizia di aver trovato l'acqua a 92 metri di profondità". Madre Speranza va in estasi e la sentiamo pronunciare que-ste parole: "Ti ringrazio, Signore! Da' a quest'acqua la virtù di guarire il cancro e la paralisi, l'uno figura del peccato mortale e l'altra del peccato abituale... Il cancro uccide l'uomo, lo disfà; la pa-ralisi lo rende inabile, non lo fa camminare...

Da' a quest'acqua la virtù di guarire i malati, i malati poveri che non hanno mezzi per curarsi ...

Ma a Madre Speranza non basta questa prima vena: vuole che si continui il lavoro. E a 120 metri di profondità ne viene trovata un'altra; poi un'altra ancora a 122 metri.

Il 14 settembre, festa dell'Esaltazione della S. Croce av-venne un fenomeno singolare al quale assistono molti testi-moni.

Una luce intensa illuminò d'improvviso l'interno del pozzo; i presenti poterono osservare distintamente la ghiaia, i tubi e l'acqua che gorgogliava allegramente nel fondo del pozzo.

Il 14 luglio 1960 avvenne, in maniera molto semplice, l'i-naugurazione con il canto del Te Deum e fu gettata nel pozzo una pergamena dove erano scritte queste parole che Gesù aveva rivolto a Madre Speranza: "A quest'acqua e alle piscine va dato il nome del mio Santuario. Desidero che tu dica, fino ad imprimerlo nel cuore e nella mente di tutti coloro che ricor-rono a te, che usino quest'acqua con molta fede e fiducia e si vedranno sempre liberati da gravi infermità; e che prima pas-sino a curare le loro povere anime dalle piaghe che le afflig-gono in questo mio Santuario, dove li sta aspettando non un giudice per condannarli e dar loro il castigo, bensì un Padre che li ama, perdona, non tiene in conto e dimentica".

 

Le Piscine

Trovata l'acqua furono subito costruite le piscine con il proposito di metterle in funzione quanto prima, ma il Vescovo di Todi non ritenne opportuno concedere questo permesso e Madre Speranza, obbedientissima e discreta, per non mettere in cattiva luce il Vescovo di fronte ai pellegrini che attendevano ansiosamente questo permesso, le fece chiudere senza far sape-re che il Vescovo non aveva concesso il permesso. Solo più tardi, per la festa di Cristo Re del 1978, consultata la Confe-renza Episcopale Umbra, il Vescovo di Todi, Mons. Decio Lucio Grandoni autorizzerà l'apertura e darà alcune regole per-ché tutto si svolga regolarmente, con discrezione e devozione.

Una bella immagine di Maria Mediatrice, in marmo di Car-rara, venne collocata nel piazzale, su un agile piedistallo in mattoni.

In una delle pareti venne posto il Crocifisso dell'Amore Misericordioso. Nelle dieci vasche, furono murate delle strisce di marmo dove erano incisi i dieci Comandamenti.

Da quella data, in alcuni giorni della settimana, si svolge, preceduta dalla "liturgia delle acque", l'immersione nelle piscine del santuario, mentre si recita questa preghiera scritta dalla Madre: "Signor mio e Dio mio, per il tuo amore e per la tua misericordia guarisci noi che siamo tuoi figli da ogni malattia, specialmente da quelle che la scienza umana non riesce a curare".

Quali sono queste malattie? Madre Speranza, parla in particolare di tumore e di paralisi, simbolo l'uno del peccato mortale che uccide l'anima e l'altra del peccato veniale abituale che la paralizza, impedendole di fare il bene. Ma non sono escluse tutte le altre. Sempre più numerose le persone accorrono da ogni parte del mondo per fare questo gesto di fede e per prelevare l'acqua per gli ammalati. Molti chiamano Collevalenza "la piccola Lourdes d'Italia".

 

La Basilica

Al Vescovo di Todi, quando si costruì il Santuario, parve troppo grande per un paese piccolo, come Collevalenza. Madre Speranza gli aveva risposto. "Eccellenza, vedrà che fra qualche anno esso non basterà per contenere tutti i pelle-grini che verranno". Non ne passarono molti di anni che si rese necessaria la costruzione di una nuova chiesa molto più grande.

"Quando il Signore mi chiese di costruire il grande Santuario - racconta Madre Speranza - io mi spaventai; mi sembra che fu il 25 settembre dell'anno passato (1958), durante la notte. Il giorno 27 andai a Castel Gandolfo e dissi al Santo Padre: 'Santità, adesso il Signore mi chiede un Santuario! 'Mi rispo-se: `Coraggio, figlia, coraggio! Se è il Signore che te lo chiede, perché ti preoccupi?

Io continuai: 'Sì, Santità, però un Santuario non si fa solo con cemento e mattoni, come si è fatto per la casa di Collevalenza; per costruire un Santuario sono necessari molti milioni'. 'Co-raggio, figlia, devi essere più coraggiosa'. Ed io dicevo tra me: coraggiosa?! Tuttavia non mi persi d'animo".

L'architetto Julio Lafuente, che aveva già realizzato il Santuario, presentò nel 1962 un progetto originale e moderno che piacque sia alla Madre che ai padri e alle suore.

'Tornai a Collevalenza - racconta - e parlai con la Madre, che mi condusse sul posto destinato alla costruzione, dicen-domi che voleva un Santuario bello e grande, perché i pelle-grini aumentavano e sarebbero ancora più aumentati nel futuro. Feci un primo progetto un po' limitato, che rispettava una quer-cia che si trovava nei pressi. Ma la Madre obbiettò che di alberi se ne potevano piantare altri e che bisognava costruire un San-tuario molto spazioso. Si parlò anche di un preventivo, ma notai che la Madre non era eccessivamente preoccupata per il costo dell'opera perché aveva fiducia nella Divina provvi-denza".

La costruzione iniziò il 6 maggio 1963. Il Vescovo di Todi, Sua Ecc.za Mons. Antonio Fustella, dopo qualche perplessità diede il suo consenso scritto "poiché la costruzione di una chiesa - diceva - è sempre un'opera buona"... Parole che tradi-vano forse una certa diffidenza nella possibilità di realizza-zione un'opera tanto imponente. I lavori di sterro furono ese-guiti dalla ditta Domenico Manni di Collevalenza.

L'Ingegner Benedetti tenendo conto dell'interesse con cui la Madre seguiva giorno per giorno i lavori, intervenendo a volte con osservazioni anche di carattere tecnico che lasciavano tutti sorpresi, scrive: "Posso dire che la vera Architetta è stata lei, che interveniva con passione e con amore manifestando il suo desiderio che il Santuario fosse il più grande e il più bello pos-sibile e divenisse un faro di luce per la gloria di Dio e per atti-rare le anime".

L'impresa "Giuseppe Salici" lavorò alacremente e con competenza per oltre due anni, portando a termine i lavori.

è legittimo chiedersi dove trovava Madre Speranza i soldi necessari per finanziare tutte queste opere. C'era innanzitutto il frutto del lavoro di maglieria delle suore di Collevalenza e il contributo delle altre comunità.

I pellegrini, poi, lasciavano volentieri la loro offerta, mai richiesta, ma sempre preziosa, anche se modesta.

Ma soprattutto c'era la sua grande fede nella Provvidenza che non mancava di intervenire nelle maniere più impreviste. Quanti mattoni e quante tonnellate di cemento erano necessarie!

Ebbene, ecco la signora Lucia Parodi Delfino, proprietaria di un cementificio a Colleferro, che, conosciuta Madre Spe-ranza, decide di offrire il cemento necessario e così giustifica il suo gesto: "Le signore del par mio hanno piacere di spendere 30 o 40 milioni in vestiti e gioie da portare; io le mie gioie le voglio avere così".

L'inaugurazione della Basilica avvenne in maniera molto solenne il 31 ottobre, festa di Cristo Re, Amore Misericor-dioso.

Il Cardinale Alfredo Ottaviani, Segretario del Santo Ufficio, che tanto apprezzava la Madre, volle venire a presiedere la cerimonia.

Fu lui a celebrare la prima Messa, insieme a 62 Padri conci-liari corrispondenti ai cinque continenti.

Madre Speranza aveva detto. "Vedrete che quando si inaugurerà il Santuario ci sarà gente da ogni parte del mondo. Il Signore me lo ha assicurato".

Molto significativa la presenza del nuovo Vescovo di Madrid, Sua Ecc.za Mons. Casimiro Morcillo che consacrò l'altare della Cripta dedicato a Maria Mediatrice.

La chiesa nella sua struttura architettonica piacque sia alle persone competenti che alla gente semplice. Ricca di simbolismi, vive della luce che penetra da grandi finestroni, posti tra una cappella e l'altra e che piove dall'alto di uno spacco a forma di croce, creando una suggestiva visione d'insieme che nutre e rasserena lo spirito.

La Cripta non costituisce una chiesa a sé, ma un tutt'uno con la chiesa superiore, ricevendo da essa una luce riflessa e filtrata per mezzo di coni-lanterna che accentua il carattere mistico e raccolto che la caratterizza. Dedicata a Maria Media-trice, Madre della Chiesa, ha sopra l'altare un bel mosaico, opera, come altre pitture che si trovano nel Santuario, dell'arti-sta Mariano Villalta. Rappresenta Maria nel Cenacolo, circon-data dai dodici Apostoli.

 

Opere di completamento

Seguirono altre opere di completamento come l'avveniri-stico campanile, alto 42 metri e la grande piazza destinata ad accogliere le folle di pellegrini per le grandi manifestazioni.

Il Cardinale Luigi Traglia inaugurò il grande organo della ditta Tamburrini e benedisse la prima stazione della Via Crucis che si snoda a valle, per circa un chilometro, in mezzo a un verde parco.

Alcune frasi, prese dagli scritti di Madre Speranza e incise su dei pannelli, sono collocate lungo il percorso e servono per una proficua riflessione spirituale sulla Passione di Cristo.

Motivo di attrazione per pellegrini e turisti è il famoso Pre-sepio poliscenico.

Nel 1967 la Madre volle che si iniziasse la costruzione della casa del pellegrino. Collevalenza si andava rapidamente tra-sformando nel "Roccolo della Misericordia". Si rendeva neces-sario dare alle persone che sempre più numerose venivano, anche da lontano, un'accoglienza conveniente. Acquistato il ter-reno necessario venne affidato ancora una volta il compito della progettazione all'architetto Julio Lafuente. I due edifici, con una capienza di circa seicento posti, con saloni moderni e funzionali, furono completati nel 1974.

 

Flauto del Signore e portinaia del Santuario

Due immagini, quella del "flauto" e quella della "portinaia" esprimono molto bene il lavoro che Madre Speranza svolse ne-gli ultimi anni della sua vita: quello del richiamo e quello del-l'accoglienza. All'inizio del 1959, Madre Speranza, che già andava ricevendo alcune persone che desideravano parlare con lei, diede ordine di accogliere tutti coloro che chiedevano di in-contrarla personalmente.

Inizia così il suo lavoro di "Portinaia del Santuario".

Ogni giorno, per circa 20 anni, riceverà singolarmente, mat-tina e sera, circa 100-120 persone. Una mole di lavoro impressionante perché non si trattava di un semplice incontro, ma di accoglienza vera e propria, cioè ascolto attento per com-prendere lo stato d'animo di ogni persona e dare ad ognuno il conforto della speranza cristiana: dava cioè tutta se stessa.

Così Madre Speranza, in una Circolare del 19 dicembre 1959, racconta ai suoi figli e alle sue figlie questo nuovo esal-tante lavoro che il Signore le ha chiesto: "Io, amati figli e figlie, debbo dirvi che vivo giorni di vera gioia ed emozione, sia per la fortuna che il Buon Gesù mi ha concesso di poter soffrire qualcosa per la gloria e il trionfo della devozione al suo Amore Misericordioso, sia per il fortu-nato incarico che svolgo in questi mesi nella casa del Signore, quello, cioè, di fare da portinaia per coloro che soffrono e che vengono a bussare in questo nido di amore, perché Lui come buon Padre, li perdoni, dimentichi i loro sbagli e li aiuti nei momenti di dolore.

Sono qui, figli miei, ore e ore, giorno dopo giorno, ricevendo poveri, ricchi, anziani e giovani, tutti carichi di grandi miserie: morali, spirituali, corporali e materiali. Alla fine del giorno vado a presentare al Buon Gesù, piena di fede, fiducia e amore, le miserie di ognuno, con la totale certezza di non stan-carlo mai, poiché so che Lui come vero Padre, mi aspetta con ansia perché interceda per tutti quelli che attendono da lui il perdono, la salute, la pace e ciò che è necessario per vivere... Gesù che è tutto amore e misericordia, specialmente con i figli che soffrono, non mi lascia delusa e così vedo con gioia che tutte quelle anime che si affidano all'Amore Misericordioso vengono confortate. Che emozione, figli miei, sente questa povera creatura, dinanzi all'amore, alla delicatezza e alla bontà di un Padre così buono".

Aveva una particolare premura per i malati. Li trattava con tenerezza, accarezzandoli e incoraggiandoli perché trasformas-sero la loro sofferenza in una benedizione. Arrivava ad invi-diarli per la "fortuna" che avevano di poter dimostrare a Dio il loro amore con la sofferenza. Chiedeva continuamente al Signore di dare a lei le sofferenze degli altri. E il Signore la prendeva in parola.

Con chi aveva sbagliato dimostrava la materna sollecitudine del Buon Samaritano. Non si meravigliava di nulla, né si scan-dalizzava per le miserie che aveva modo di conoscere, esortava tutti alla fiducia, a non disperare mai perché la misericordia di Dio é senza misura.

Con i sacerdoti e le anime consacrate era materna e nello stesso tempo esigente, richiamandoli spesso alla fedeltà e alla coerenza con le loro scelte. Aveva verso essi venerazione e rispetto, usando premure materne verso coloro che avevano sbagliato.

La sua segretaria ha sottolineato questo tratto delicato e materno: "Per i sacerdoti la Madre aveva la massima venera-zione e diceva che non c'è al mondo cosa più grande del Sacer-dozio. Quando baciava la mano ad un sacerdote si vedeva che lo faceva con tanta devozione e convinzione. Anche se i sacer-doti erano a lei sconosciuti quando venivano ospiti nella casa dei padri voleva che fossero trattati con tutti i riguardi.

Una volta fu ospite un sacerdote che aveva commesso una grave mancanza ed era stato sospeso a divinis dal Vescovo. La Madre mi ordinò di trattarlo con tanta comprensione dato che si trovava in stato di particolare bisogno per quanto gli era accaduto. In casa però nessuno sapeva della sua mancanza e tutti credevano che stesse da noi per motivi di salute. La Madre parlava spesso con questo sacerdote che poi è stato riabilitato e torna ancora qualche volta".

Con i bambini era gioiosa e tenera come una madre. Racconta Madre Pace Larriòn: "Ogni anno portavamo le nostre bambine interne del Collegio di Roma qui a Colleva-lenza dalla Madre. Dopo il breve saluto che le bambine le rivolgevano, lei diceva: 'C'è qualcuna che mi deve parlare da sola?'. In quel momento tutte alzavano la mano dicendo. 'Io, io!'.

Allora noi suore, per non stancare la Madre, dovevamo scegliere qualche bambina il cui caso familiare era tra i più penosi. La Madre si chinava verso la bambina e, in un ampio gesto materno, si stringeva a sé la piccola che, lì, davanti al gruppo, le parlava piano, piano all'orecchio, come sono soliti fare i piccoli, quando hanno da dire cose molto importanti per loro. Le bambine si stringevano tutte intorno alla Madre, capendo che era una persona che voleva loro bene, chi la chia-mava e le tirava la mantellina, chi il grembiule, chi le faceva una carezza come alla propria mamma".

Esortava le suore e i padri con parole profetiche, coinvol-gendoli nella missione che il Signore le aveva affidato: "Se vi capita di trovarvi con una persona oppressa dal dolore fisico o morale, non cercate di soccorrerlo o fargli un'e-sortazione senza avergli prima rivolto uno sguardo di compas-sione".

"Siate flauti per i pellegrini... con il buon esempio e la cari-tà".

 

15

Il compimento

Verso il tramonto

Il desiderio di Madre Speranza fu sempre quello di consu-marsi nella sofferenza per identificarsi totalmente con Cristo Crocifisso, Amore Misericordioso.

Possiamo dire che dal 1922 fino alla morte il suo corpo non ebbe riposo. Dio ascoltò la preghiera con la quale aveva chie-sto di passare gli ultimi anni della sua vita in una completa inattività, consumandosi nell'amore e nel dolore per il suo Sposo.

Volle bere fino in fondo il calice amaro e gioioso della rinuncia a se stessa, nel silenzio e nell'abbandono fiducioso. Per lei, abituata ad una intensa attività questo stato dovette essere una sofferenza inaudita.

Gradualmente, ad iniziare dal 1975, iniziò a ritirarsi da tutte le sue abituali occupazioni. Si trasferì dall'Istituto all'ottavo piano della casa del pellegrino, edificio B. Continuò ancora per qualche tempo a ricevere pellegrini in numero sempre minore e in casi particolari. Quando non le era possibile si affacciava dalla finestra per rivolgere ad essi una parola di saluto, mentre a tutti assicurava la sua preghiera e augurava salute e pace. Un'eccezione veniva fatta per i bambini che venivano volentieri ammessi e costituivano per Madre Speranza un motivo di gioia per il candore della loro innocenza. Con essi si intratteneva invocando su ognuno la benedizione di Dio.

Il suo intrattenimento negli ultimi anni della sua vita consi-steva nel confezionare i cordoni per i Crocifissi che padri e suore portano al collo e i cingoli che i Sacerdoti usano per celebrare la S. Messa. Soprattutto passava il suo tempo pre-gando: tanti rosari e novene per tutti coloro a cui aveva pro-messo preghiere. Ogni giorno partecipava alla S. Messa che veniva celebrata nella sua stanza e a sera si ritrovava, finché le fu possibile, nella cappella dei Sacerdoti anziani per le pre-ghiere in comune.

Era sempre molto serena nonostante le molte sofferenze che una artrosi deformante e un'ulcera allo stomaco le procurava-no. Nel febbraio del 1981 riportò la rottura del femore che la costrinse a letto per una cinquantina di giorni. Fu per tutti di grande esempio per la sua pazienza, rassegnazione e fortezza.

Benché anziana e sofferente non aveva perso il suo buon umore.

Quando, dopo la convalescenza la suora infermiera le offrì un bastone ortopedico per aiutarsi nel camminare, subito glielo restituì dicendo con un sorriso. "Questo è per te!". E provò a fare qualche passo. Ad una suora che in presenza di varie con-sorelle si era dimostrata particolarmente affettuosa nei suoi riguardi disse un giorno: "Vedo che vuoi molto bene a tua madre, però ubbidisci di più alla tua superiora".

Racconta un teste: "In piena estate se qualche volta le offrivamo un bicchiere di aranciata, lei lo rifiutava con la scusa che le faceva male e alle nostre insistenze diceva che non biso-gnava incominciare nella tarda età ad accontentare questo corpo, perché se oggi gli do un bicchiere, domani ne vuole due".

Accoglieva con gioia e affetto materno le figlie e i figli che la visitavano: chiedeva della loro salute e li esortava alla santi-tà.

Per tutti e per ognuno aveva una parola di incoraggiamento, calda e puntuale. A chi glielo chiedeva regalava volentieri la sua corona del rosario.

Il Cardinale Paul Augustin Mayer, che la visitò poco prima della morte, la paragona ad "una candela che si spegne, ma an-cora sempre luminosa". Ho potuto parlare di nuovo - afferma -con la Madre, essa quasi non parlava più, ma negli occhi e nel gesto della testa, dava la risposta di consenso a quanto cercavo di dirle. Era lucida, benché ormai estremamente fragile".

 

Sorella Morte

Madre Speranza desiderava vivere a lungo per poter amare e soffrire accanto ai suoi figli, ma non aveva paura della morte. Stava per raggiungere l'età di novant'anni, quando il 4 feb-braio 1983 accusò improvvisamente gravi disturbi di respira-zione.

Il medico, subito accorso, diagnosticò un edema polmonare acuto. La situazione era molto grave. Dopo i primi interventi le condizioni migliorarono alquanto e alcuni cominciarono a pen-sare che, come altre volte era avvenuto, si sarebbe ripresa.

P. Arsenio Ambrogi le amministrò il Sacramento degli infermi, mentre lei perfettamente cosciente partecipava al rito. Nei tre giorni che seguirono non parlò più, ma guardava e salutava con lo sguardo e con piccoli segni.

Madre Laura Pizzuto che la vegliò tutta la notte così rac-conta quelle ultime ore: 'Tornai subito accanto alla Madre, consapevole che quella notte non sarebbe stata come tante altre passate accanto a lei... Padri e Suore si alternavano per vederla, sostando brevemente intorno a lei, fino a tarda sera. La Madre ci guardava; aveva uno sguardo così dolce e sereno, che ci trasmetteva tanta pace e fiducia, quella pace che solo può trasmettere chi è immerso in Dio. Io non mi allontanai un mo-mento dal suo capezzale, anzi posso dire che non allontanai mai lo sguardo da Lei. Vegliare una notte intera mi si fa sempre molto duro, non viene mai giorno, ma quella notte mi si fece tanto breve. Osservavo il suo respiro che si andava rallentando, il polso sempre più piccolo e raro, il profuso sudore in cui era immersa e che, in continuazione cercavo di asciugare, il suo atteggiamento permaneva sempre composto e sereno e i suoi occhi, in certi momenti, mi sembravano pieni di implorazione e di gratitudine, mentre mi stringeva le mani".

Anche Madre Teofila e P. Gino, Superiori Generali delle Ancelle e dei Figli dell'Amore Misericordioso, vegliarono tutta la notte accanto alla Madre. Poco prima di morire li fissò con uno sguardo intenso e prolungato quasi volesse affidare alle loro cure la creatura che aveva generato, cioè la sua amata Famiglia Religiosa. Molte suore e padri che in quei giorni si trovavano a Collevalenza per un incontro spirituale la visita-rono per esprimerle ancora una volta, forse per l'ultima volta, il loro filiale affetto. Il suo sguardo sereno scendeva come un balsamo nel cuore di tutti i suoi figli e di tutte le sue figlie, tra-smettendo ad essi una pace profonda e un desiderio di abban-donarsi come lei nelle mani del Signore.

Il Dottor Tommaso Baccarelli, che l'aveva seguita negli ultimi anni della sua vita, alle ore sette era già al suo capezzale. La situazione sembrava stazionaria, ma visitandola si rese conto che nel cuore subentravano delle aritmie gravi. Il suo cuore stava cedendo per l'ultima volta. La voce che la Madre era in agonia si sparse rapidamente nella casa.

La camera e i corridoi si riempirono di figli e figlie che tre-pidanti elevavano per la loro amata Madre l'ultima preghiera. "Guardavo la Madre - riferisce ancora Madre Laura - in quegli ultimi istanti di sofferta ma dolce agonia; e avvertivo come si andava spegnendo quello sguardo, carico di affetto e di raccomandazioni materne, mentre ci guardava uno ad uno". Erano le ore 8,05 di martedì 8 febbraio 1983.

Dal cielo cominciavano a cadere i primi candidi fiocchi di neve, calde e soffici lacrime che il cielo versava, partecipe del dolore e della speranza che accompagnava quel transito dalla terra al cielo.

"Il suo viso, tutta la sua persona, era composta nella solen-nità della morte; le mani, poggiate sul crocifisso e avvolte dal rosario, simboleggiavano la sua lunga vita di offerta e di pre-ghiera al servizio dell'Amore Misericordioso, delle sue amate Congregazioni, e di tante persone bisognose di aiuto spirituale e materiale".

La notizia che Madre Speranza era morta venne subito comunicata a tutte le case della Congregazione, alla Santa Sede, ai benefattori e agli amici. Nonostante la neve abbondante che copriva il Santuario e i dintorni gente di ogni luogo e di ogni condizione cominciò ad affluire in devoto pellegrinag-gio, portando nel cuore un ricordo, una preghiera, un impegno.

Il Santo Padre rispondendo al messaggio inviatogli dai Superiori Generali cosi scriveva: "Sommo Pontefice ha rice-vuto messaggio indirizzatogli da lei et da Superiora Generale Ancelle Amore Misericordioso occasione pia dipartita vene-rata Fondatrice Madre Speranza et mentre eleva al Signore fervide preghiere suffragio per anima eletta auspica che mem-bri tutti codesta benemerita Istituzione vivano in piena ade-sione suoi insegnamenti et esempi totale consacrazione alla Trinità Santissima et fedeltà alla Chiesa et in segno sua bene-volenza imparte di gran cuore confortatrice benedizione apo-stolica ". Cardinale Casaroli - Segretario di Stato.

 

I funerali

La mattina del 9 febbraio la salma venne portata nella cripta della Basilica. Ai piedi del feretro vennero poste le Costitu-zioni e altri libri da lei scritti e tutt'intorno vasi di fiori e can-dele accese.

Migliaia di persone e molte personalità accorsero per offrire il proprio omaggio a colei che tutti consideravano una santa. Vescovi e Sacerdoti celebrarono in continuazione Sante Messe.

I funerali si svolsero Domenica 13 febbraio. Uscendo dalla Cripta la bara venne portata a spalla dai Figli e dalle Ancelle dell'Amore Misericordioso e da altri Sacerdoti nel perimetro della piazza, seguita da una folla innumerevole di devoti. Rien-trò dalla cappella del Crocifisso e dopo una breve sosta venne portata nel Tempio dove fu accolta da un applauso inconte-nibile della folla che lo gremiva.

Il Vescovo di Todi, sua Eccellenza Mons. Decio Lucio Grandoni presiedette la celebrazione. Insieme a lui celebra-vano altri Vescovi e circa duecento Sacerdoti. Molto toccante fu l'omelia che evidenziò come attraverso l'osservanza fedele dei Santi voti di Obbedienza, Povertà e Castità, Madre Spe-ranza realizzò una maternità feconda per la chiesa e l'intera umanità; sottolineò la sua attenzione per i Sacerdoti e la sua prodigiosa carità a favore dei più bisognosi.

 

La tomba

Il desiderio di Madre Speranza era quello di essere sepolta vicino al Santuario.

"Prego i miei figli e le mie figlie - aveva lasciato scritto - che se il Buon Gesù mi concede la fortuna di consumare la mia vita qui, vicino al suo Santuario, depongano, di comune accordo, i resti mortali di questa povera creatura più vicino possibile al Santuario con il fine che si consumino vicino ad esso, come fortunatamente si sta consumando la mia vita per il grande lavoro che richiede.

Si pensò alla Cripta come luogo adatto per la sepoltura. Superando alcune difficoltà burocratiche, si ottenne rapida-mente l'autorizzazione del Ministero della Sanità per "la tu-mulazione privilegiata nella Cripta della Basilica Santuario dell'Amore Misericordioso di Collevalenza di Todi". L'architetto Julio Lafuente ebbe una felice intuizione: inte-grare il corpo della Madre con il Santuario.

Racconta lui stesso: "Quando la Madre morì, fui subito avvertito. Partii immediatamente e partecipai ad una riunione congiunta dei padri e delle suore. Queste desideravano erigere per la Madre una tomba di marmo, mentre i padri preferivano una cosa di semplici mattoni. Il luogo designato era sempre la parte posteriore della Cripta.

Io proposi di integrare la Madre con il suo Santuario, rial-zando il pavimento per incorporare la tomba.

L'idea fu accolta con entusiasmo da tutti e mi fu detto che questo progetto non l'avevo fatto con la testa, ma con il cuore". L'ingegnere Benedetti ha una sua personale interpretazione della tomba. La vede "come una tenda compenetrata al gioco infinito dei cerchi di pietra e di luce del "Suo" Santuario, una tenda in cui lei in certo senso potesse abitare ancora tra noi".

P. Bartolomeo Sorge, grande ammiratore di Madre Spe-ranza, così esprimeva le sue impressioni dinanzi a quella tomba semplice, ma profondamente simbolica: "Davanti a quella tomba, non mi stanco di guardare al di là di ciò che rap-presenta, perché vedo in essa il simbolo del futuro cammino della Chiesa. Quella tomba sintetizza mirabilmente il legame tra il carisma di Madre Speranza e la stoffa dei tempi nuovi... Nella Cripta, nel luogo più nascosto, due metri di terreno si sollevano, così come il chicco di grano che, gettato a terra, la muove e la solleva. è un chicco di grano piccolo, nascosto nella Cripta, nella base della Chiesa di Dio, che rimuove la terra e annuncia la nuova spiga, la Chiesa dei nostri tempi".

Dinanzi a quella tomba si prostrano ogni giorno centinaia di persone per dire alla "Madre" le gioie e le sofferenze della vita, per ringraziare e chiedere aiuto e conforto, per deporre un pro-posito e una speranza.

 

Il suo testamento spirituale

Lo scrisse il 22 marzo 1955, molti anni prima della sua morte.

è, come lei stessa afferma, la sintesi della "preziosa eredità" gratuitamente ricevuta dal Buon Gesù e che a sua volta vuole trasmettere ai suoi figli. Questa eredità consiste principalmente nel dono delle tre virtù teologali: una fede viva, una speranza ferma e una carità ardente.

Si concretizza nelle Costituzioni "dettate da Lui e scritte con tanta fede e fiducia da questa povera creatura".

Chiede ai suoi figli di essere poveri di beni materiali, ma ricchi di virtù. Fa alcune materne e sagge raccomandazioni e termina con una commovente supplica al buon Gesù.

 

16

I pilastri della sua vita spirituale

Dio chiama ogni uomo a vivere la propria vita nella fede, nella speranza e nella carità.

Con l'esercizio di queste virtù, dette teologali perché nascono dalla partecipazione alla vita stessa di Dio, il cristiano realizza pienamente se stesso.

Esse sono talmente importanti che possono considerarsi come i pilastri fondamentali su cui poggia l'edificio della san-tità.

Perché una persona possa essere dichiarata Beata, poi Santa, è infatti necessario che le abbia praticate in maniera eroica.

Nove teologi, dopo aver esaminato attentamente la cosid-detta "Positio", cioè la vita di Madre Speranza e le testimo-nianze di varie persone che l'hanno conosciuta, hanno concor-demente affermato che queste virtù e le altre annesse, sono state praticate in maniera eroica ed esemplare dalla Serva di Dio.

Oltre alle virtù teologali Madre Speranza ha vissuto in pienezza la sua consacrazione al Signore mediante i Voti di Obbe-dienza, Povertà e Castità.

Fermeremo brevemente la nostra attenzione su questi aspetti della sua vita e, dovendo scegliere tra le molte altre virtù da lei praticate, parleremo anche della virtù della fortezza che fu chiamata ad esercitare in maniera veramente eroica, tenuto conto delle innumerevoli difficoltà che costellarono la sua lunga vita.

La centralità dell'Eucaristia e la devozione alla Vergine, Madre di Cristo, sono anch'essi pilastri che hanno sostenuto il meraviglioso edificio della santità di Madre Speranza.

 

Una fede viva

Nel suo Testamento Spirituale Madre Speranza riconosce di aver ricevuto da Dio il dono di una fede viva, di una speranza ferma e di una carità ardente: eredità preziosa che desidera tra-smettere ai suoi figli e alle sue figlie.

La Fede è il fondamento della vita cristiana.

Madre Speranza fa sua questa definizione: "La fede è una virtù teologale infusa da Dio che ci inclina ad assecondare fermamente, fidandoci di Dio che è verace, tutte le cose che Lui ci ha rivelato".

Questa adesione è possibile perché Dio, donandosi a un'a-nima, crea in essa la capacità di rispondere, riscaldando il cuore e infiammando la volontà.

La fede di Madre Speranza pur raggiungendo i gradi più sublimi della contemplazione è una fede concreta, semplice, che si manifesta nelle vicende della vita quotidiana.

Al centro e come fondamento della sua fede c'è l' esperienza dell'amore misericordioso di Dio. In Lui vede soprat-tutto il Padre misericordioso a cui affidarsi in maniera incondi-zionata.

Un Padre sempre vicino che vive in noi, che ci ama personalmente e senza misura. Non è un giudice severo; cono-sce e comprende la nostra fragilità; non è un Dio lontano, insensibile, freddo, ma si fa misericordia infinita per aiutare, perdonare e far felici i suoi figli.

La sua fede diventa per questo abbandono fiducioso e filiale, diventa umiltà e obbedienza gioiosa alla volontà di Dio, anche nelle situazioni umanamente più dolorose.

Dio faceva parte della sua vita in maniera concreta; non era tanto una fede nozionale, ma esistenziale. In essa viveva e da essa traeva la luce per illuminare ogni sua azione.

Totalmente immersa nel mistero della Passione di Cristo, la sua è una fede eroica, capace di accettare ciò che umanamente può apparire assurdo o crocifiggente.

"Dammi, Gesù mio, una fede viva per accettare con gioia tutto ciò che tu permetterai e aiutami perché obbedisca con gioia a tutti gli ordini che il Santo Ufficio riterrà opportuno darmi, senza guardare mai se è giusto o no".

Accetta e vive i Misteri della fede, li fa oggetto delle sue riflessioni e della sua preghiera.

Nel suo Testamento espone i punti fondamentali del suo credo.

Afferma di credere: "Nell'Eterno Padre, nel suo divin Figlio, nello Spirito Santo, nel santo Vangelo, nella santa Euca-ristia, nel trionfo della Risurrezione e della gloria del Buon Gesù e in tutto quanto insegna la nostra Santa Madre Chiesa, cattolica, apostolica, romana".

Anche la sua fede, come quella di tutti gli uomini, fu conti-nuamente messa alla prova ed ebbe le sue tentazioni e i suoi dubbi. Riguardo alle tentazioni che dovette sostenere contro la fede, Mons. Lucio Marinozzi riferisce quello che la stessa Ma-dre gli confidò. "Nel primo periodo della vita claustrale fu im-provvisamente colta da dubbi contro la fede: tenebre fittissime; era nella persuasione che tutto è vano, che non si dà sopravvi-venza dell'anima, che non c'è paradiso, che Cristo non è affatto Dio ma solo un uomo generoso che ha visto crollare tutti i suoi ideali con la morte. Questa suggestione era più forte di lei e la dominava tutta... La prova durò vari mesi; non le venne però l'idea di abbandonare il convento e ritornare nel mondo; continuò la sua vita di claustrale osservantissima".

 

Una carità ardente

Madre Speranza dà della carità questa bella e articolata definizione: "La vera carità è una virtù divina, è un fiore celeste che nasce nel terreno della Chiesa e sopra il tronco soprannaturale della fede, sostenuta dal piedistallo fermo della speranza. La fede, la speranza e la carità sono rami dello stesso tronco, alimentati dalla stessa linfa divina che è la grazia dello Spirito Santo".

Che la vita di Madre Speranza sia stata contrassegnata da un amore intenso appassionato e concreto verso Dio e verso il prossimo risulta con evidenza da quanto abbiamo scritto fin qui ripercorrendo alcuni momenti della sua vita e tuffandoci nel mare mistico dei suoi scritti. Amare era il suo primo e unico desiderio, era lo scopo e il fine della sua vita.

"Non desidero altro, Gesù mio, che servirti, piacerti, ed essere tutta tua e manifestare con le opere che sono tua serva. Dammi, Gesù mio, molto amore e chiedimi ciò che Vuoi.

Per alimentare questo amore prega intensamente, passa ogni giorno e ogni notte lunghe ore davanti al Tabernacolo. Fa dell'Eucaristia il centro della sua vita.

Come la sposa del Cantico dei Cantici cerca con ansia il suo Amato, si rallegra della sua presenza, soffre quando si nascon-de. Trova che in Gesù tutto è degno di amore e si stupisce che si riduca a mendicare amore dagli uomini.

Era solita dire che l'amore che non soffre non è vero amore: per questo desiderava la sofferenza, non in sé, ma come mezzo che l'avrebbe resa sempre più pura e gradita a Dio.

Uno degli aspetti più sorprendenti di Madre Speranza è stata la capacità con cui ha saputo coniugare l'amore verso Dio e l'amore verso il prossimo incarnandoli nelle differenti realtà del tempo e dei luoghi in cui è vissuta.

L'amore verso il prossimo scaturiva dal fuoco ardente del suo amore a Dio e dall'esperienza con cui si sentiva amata da Lui. Purificato dalla sofferenza, il suo amore divenne sempre più puro e disinteressato. L'esercizio della sua carità non aveva confini: si estendeva a tutti privilegiando i più bisognosi mate-rialmente, moralmente e spiritualmente.

La sua carità verso il prossimo si esprimerà inizialmente con l'apertura di collegi per bambini poveri a cui dare pane e istruzione. Era questa l'urgenza del momento e del luogo.

Sarà una carità materna, attenta, premurosa e intelligente. Stabilirà che i bambini mangino degli stessi alimenti delle suore perché si sentano come in famiglia. Passerà lunghe ore in cucina preparando personalmente i piatti, attenta alle partico-lari esigenze di ognuno.

La sua carità verso i poveri era discreta e si estendeva ad ogni genere di necessità. In essi vedeva il Signore e li trattava come avrebbe trattato Lui. Suor Inès Riesco ha lasciato questa bella testimonianza a tale riguardo: "La Serva di Dio era estremamente caritatevole con i poveri. Bisognava stare attente perché tante volte rimaneva senza biancheria per averla donata a qualche persona bisognosa. Tutte le ragazze che avevamo in casa erano povere. In più la Madre andava nelle case vicine a portare soccorsi di ogni genere alle famiglie più povere".

Fu, quella di Madre Speranza, una carità eroica, capace di perdonare chi la faceva soffrire e l'accusava ingiustamente. Vari episodi ci confermano questo spirito misericordioso che l'animava.

Esemplare è un episodio accaduto quando ancora si trovava nella Congregazione delle suore Claretiane, nel collegio di Calle del Pinar. Erano state accolte due ragazze maggiorenni che nonostante le delicatezze usate nei loro confronti inizia-rono ad accusare Madre Speranza di essersi appropriata di alcuni pezzi di stoffa di loro proprietà. L'accusavano di essere una ladra e di trattare la gente senza pietà né rispetto. Arriva-rono al punto di minacciare che avrebbero fatto pubblicare un articolo in un giornale se non avesse pagato loro un indennizzo di mille pesetas. Convenute di fronte al capo della polizia e ad un giornalista loro parente iniziarono a rivolgerle i soliti improperi, chiamandola "ladra". Madre Speranza senza scom-porsi disse alla più esagitata, che era convalescente: "Eccomi, sono io, ma lascia che ti curi finché non ti sarai rimessa del tutto". E l'abbracciò con tenerezza. Le due ragazze si arresero di fronte a tanta bontà, si pentirono delle loro false accuse, chiesero perdono e rimasero ancora alcuni mesi in collegio, piene di riconoscenza e di affetto verso Madre Speranza.

La sua 'vendetta' verso chi la faceva soffrire era sempre il perdono sincero e la preghiera.

 

Una speranza ferma

La profondità della fede di Madre Speranza in Dio, Padre misericordioso, fiorisce in una speranza ferma, operosa, eroica. Coloro che la conobbero sono concordi nel dire che il suo fu un nome profetico. Visse nella speranza e donò a tutti spe-ranza.

Il nome che l'obbedienza provvidenzialmente le riserbò, si tradusse in un programma di vita.

Credeva fermamente nella fedeltà di Dio alle sue promesse per cui proiettava in Lui tutte le sue attese e tutti i suoi desideri. Come un orizzonte di luce aperto dalla misericordia di Dio, questa virtù illuminava tutta la sua vita e motivava la sua in-crollabile fiducia e la sua generosa dedizione ai fratelli.

Non era un sentimento vago e consolatorio e neppure un ottimismo superficiale, ma la conseguenza della sua conce-zione di Dio, visto non come giudice ma come padre che sa solo perdonare, comprendere e compatire i suoi figli e li vuole rendere felici. La sua speranza era un abbandono sorretto dalla certezza che quello che Dio promette lo compie, aprendo all'uomo orizzonti sconfinati.

Padre Mario Tosi racconta che un giorno incontrandola le chiese scherzosamente. "Ma lei, Madre, che conforta tanta gente e infonde a tutti coraggio, non ha avuto mai momenti di sconforto, di scoraggiamento, di abbattimento?". Lei lo guardò con quei suoi occhi che trafiggevano e disse: "Se non fosse per la grazia che Dio mi dà, direi a Lui: "Io non ne posso più, me ne vado".

Consapevole che solo da Dio le poteva venire la forza per sperare contro ogni speranza supplicava il Signore di conce-derle un aumento di questa virtù: "Fa, Gesù mio, che aumenti in me la speranza e che essa sia per me una virtù teologale che mi faccia desiderare solo Te come unico Bene Supremo. Fa che la mia speranza sia sempre il mio Dio e il desiderio di possederlo eternamente attraverso la visione e un amore senza misura".

Questa virtù fu continuamente messa alla prova dalle sue consorelle e da molti rappresentanti della Chiesa. Mai, però, perse la fiducia. Le delusioni che riceveva con frequenza dagli uomini le vedeva come una scuola per imparare a confidare pienamente solo in Dio. La speranza del cielo e la sicurezza dell'aiuto divino non rendevano Madre Speranza passiva e ras-segnata, ma moltiplicavano le sue energie e la sua operosità.

Ciò che mette in movimento ogni desiderio e ogni aspira-zione dell'uomo è la speranza nel futuro, credere che il pre-sente è troppo poco e aprirsi a una attesa senza confini, vedendo questa vita come preludio di un'altra.

Può essere considerato un inno alla speranza quanto scrisse nel suo Diario il 22 settembre 1941, mentre si trovava a Roma, senza poter comunicare con le sue figlie di Spagna, dove era in corso una manovra di alcuni Vescovi per fare pressione presso il Vaticano allo scopo di distruggere la sua opera: "Soffro molto, Gesù mio, vedendomi isolata dalle mie amate figlie, privata della consolazione di poterle guidare, consiglia-re, correggere e istruire. Con il cuore trafitto dal dolore, ma nello stesso tempo traboccante di giubilo a causa di queste prove e sofferenze che Tu ti degni inviarmi, esclamerò con molta frequenza: "Gesù mio, in Te ho posto tutti i miei tesori e tutta la mia speranza".

"Era una donna che solo ad avvicinarla - ha testimoniato il Cardinale Eduardo Pironio - trasmetteva coraggio e speran-za... Mi ha lasciato questo senso di preghiera contemplativa e di coraggio, fondato sull'Amore Misericordioso. Penso che su questo sia basato il mistero del suo stesso nome: Madre Spe-ranza".

"I suoi sorrisi - afferma il Dott. Ariodante Fornesi - erano pieni di speranza; avevo trovato finalmente l'appoggio che cer-cavo da tanto tempo".

 

I voti religiosi: un dono d'amore

Alcuni di coloro che vivono una intensa vita di fede, spe-ranza e carità sono chiamati dallo Spirito Santo ad accogliere e praticare pubblicamente i consigli evangelici della povertà, dell'obbedienza e della castità.

è la vocazione alla vita religiosa che si realizza mediante l'emissione pubblica dei voti.

Questo impegno diventa una testimonianza della forza e della perenne attualità delle Beatitudini.

Madre Speranza accolse con gioia e visse in pienezza que-sto dono che la rese sempre più conforme a Cristo, libera e capace di accogliere misericordiosamente i fratelli.

Con il voto di povertà scelse di seguire l'esempio di Cristo, nato, vissuto e morto nella più assoluta povertà.

Quella di Madre Speranza fu innanzitutto una povertà affet-tiva: distaccò il suo cuore dall'attaccamento ai beni materiali, a se stessa, agli altri, ad ogni sicurezza umana, abbandonandosi, come un bambino, nelle mani del Padre celeste. Ma fu anche una povertà effettiva: si spogliò realmente non solo di ogni cosa superflua, ma anche del necessario.

Nella sua camera non c'era altro che un letto, una sedia, un tavolino e un comodino. Era convinta e convinceva gli altri che per soddisfare le vere necessità basta ben poco. Metteva in guardia dal rischio di crearsi delle esigenze inutili e superflue.

Per le Comunità della sua Congregazione esigeva che si usasse solo il necessario e tutto fosse in comune. Più volte chiese al Signore che avesse distrutto la sua Congregazione piuttosto che vederla nel lusso, nel superfluo, nelle eccessive comodità.

Veramente esemplare fu la sua laboriosità e il suo agire disinteressato a favore dei più bisognosi, sempre attenta alle necessità più urgenti del momento. Educava al lavoro serio, anche manuale: tutti, a iniziare dai superiori, quando ce n'era bisogno, erano pronti a seguirla per scaricare cassette, pentole, per raccogliere il fieno nei campi, e il grano dopo la mietitura.

Diceva alle sue Figlie che ognuna doveva lavorare almeno quanto una mamma di cinque figli.

è nella povertà che Dio manifesta la sua presenza e opera le sue meraviglie. Scegliendo di farsi povera con i poveri, fu in grado con le sue tempestive e originali iniziative di soccorrere innumerevoli persone bisognose di conforto, di cibo, di istru-zione, di cure. Mai si approfittò del denaro che alcuni benefattori mettevano a sua disposizione, come avvenne soprattutto con la signorina Pilar. Accoglieva con gratitudine, per la rea-lizzazione delle sue opere a favore dei poveri, quello che la Provvidenza le mandava, dopo aver lavorato, sofferto, pregato.

Visse in modo esemplare l'obbedienza, come il dono più prezioso da fare a Dio. Con esso infatti l'uomo dona a Lui ciò che ha di più caro: la sua volontà e la sua libertà.

L'obbedienza di Madre Speranza fu attiva, responsabile, umile, spesso eroica. Desiderava ardentemente conformarsi a Cristo la cui vita si riassume nell'obbedienza filiale al Padre, fino alla morte in croce. Fin dai primi anni della sua vita - afferma la sorella Maria del Carmen - si dimostrò una bambina obbediente e rispettosa nei confronti dei suoi genitori, del Par-roco e delle sue sorelle che le facevano da maestre.

Fu obbediente alla Chiesa, ai Superiori, al Padre Spirituale, convinta che Dio si serve di queste mediazioni umane per far conoscere la sua volontà.

Veramente eroica fu la sua obbedienza alla Chiesa: accettò, nel 1941, con umiltà e prontezza la decisione del Santo Uffizio di toglierla dal Governo della sua Congregazione.

Quando venne nominato Visitatore Apostolico il Padre Eduardo Gómez, pur sapendo che le era contrario, non si la-mentò, ma accettò serenamente la decisione e raccomandò alle sue figlie di essere aperte e sincere con lui.

Uno stupendo esempio di obbedienza lo diede quando nel Capitolo del 1946, pur essendo stata scelta all'unanimità come Superiora Generale, le fu chiesto dai Superiori ecclesiastici di mettersi in disparte e al suo posto fu messa Madre Antonia An-dreazza. Fu lei la prima a fare nei suoi confronti un gesto di sottomissione e di ossequio, inginocchiandosi e baciandole la mano, incoraggiandola e promettendole il suo aiuto. Sono molte le testimonianze che mettono in risalto questa sua virtù. P. Alfredo Di Penta rimase edificato e ammirato della sua obbedienza. Questa la sua testimonianza al riguardo: "Ebbe sempre il massimo rispetto dell'Autorità Ecclesiastica; obbe-diva ai loro ordini anche se in contrasto con quelli del Signore. Mi diceva: "La volontà di Dio passa attraverso i Superiori".

Il Cardinale Ugo Poletti ha testimoniato: "Io sapevo delle prove che aveva dovuto subire da parte di esaminatori del Santo Uffizio ma, mai uscì dalle sue labbra un cenno di la-mento, sempre ha dimostrato assoluto amore filiale per la Santa Chiesa e per tutti i rappresentanti ufficiali della Chiesa".

Con il voto di castità intese rispondere all'amore di Dio con la totalità del suo amore. In un suo scritto fa dire al Signore queste parole provocatorie: "Non vuoi essere tutta mia come lo sono tutto per te?". E risponde con lo slancio del suo amore: "Tu sei tutto per me, io sono tutta per Te".

Questo rapporto sponsale con Cristo spiega la fecondità della sua maternità spirituale. La castità, infatti, quale dono insigne della grazia rende il cuore dell'uomo libero per amare più ardentemente Dio e i fratelli. Più che una rinuncia è un'a-pertura sconfinata all'amore gratuito, una possibilità di amare teneramente e senza alcuna dipendenza affettiva o possessiva Dio e i fratelli.

Madre Speranza la considerava un dono ma anche una conquista che si consegue solo mediante il riconoscimento della propria natura ferita dal peccato, la preghiera, la vigilanza sui sensi e una lotta continua contro le inclinazioni negative.

Guardava le cose con stupore e semplicità. Rimaneva affascinata dagli spettacoli della natura, dai colori dei campi, dall'immensità del cielo. Esclamava, riferendosi a Dio: "Che pittore! Se il rovescio del cielo è così bello, come sarà quello dove abita il mio dolce sposo?".

Riportiamo a questo proposito una bella testimonianza di P Elio Bastiani: "Ho sempre ammirato nella Madre un equilibrio, una saggezza ed una esperienza non comune nel trattare questo tema della castità e in tutti i suoi comportamenti relazionati con questo voto. Di fronte a paure ed esagerazioni, dovute ai tempi e ad una certa educazione in voga negli ambienti reli-giosi, lei sdrammatizzava presentando le cose in modo sem-plice, naturale e familiare, mettendo in rilievo le motivazioni di rispetto fra le persone, prese ognuna come creatura di Dio, uomo o donna che fossero e destinate a collaborare secondo la vocazione propria di ognuno".

 

La fortezza

Tra le molte virtù connesse a quelle teologali che Madre Speranza esercitò in maniera edificante potremmo elencarne molte: la sua genuina umiltà, la saggia prudenza, la tempe-ranza, la giustizia.

Ci limitiamo a considerare soltanto la sua fortezza, perché riteniamo che sia stata questa una delle virtù che dovette mag-giormente praticare, considerata la sua travagliata esistenza.

è proprio dei santi saper armonizzare gli aspetti apparente-mente più contrastanti della personalità nella propria vita.

Chi conobbe Madre Speranza ebbe modo di apprezzare la delicatezza della sua squisita maternità, ma nello stesso tempo si rendeva conto della sua fortezza e determinazione.

Era voluta andare in convento il giorno della festa di Santa Teresa d'Avila perché ammirava la sua virilità e desiderava imitarla.

La sua fortezza non era una dote naturale, ma un dono soprannaturale di Dio, accolto e coltivato assiduamente; c'era in lei, infatti, una fragilità umana notevole: si spaventava quando infuriava un temporale, sentiva ribrezzo verso gli insetti e alcuni animali, trepidava quando un'autorità la invi-tava per un colloquio, immaginandosi spesso molto più di ciò che poi risultava reale.

Si riteneva "una creatura inutile e incapace di fare qualcosa di buono".

Imparò a reprimere volontariamente il timore e a perseve-rare, con coraggio e pazienza, nelle avversità.

Non si lasciava piegare o abbattere perché trovava nel rap-porto vivo e fiducioso con Gesù la forza necessaria per perse-verare nel bene. Riteneva la fortezza una virtù difficile, ma necessaria per santificarsi. Sapeva bene che l'uomo facilmente si stanca e viene meno ai suoi impegni. Seguire le mode, scen-dere a compromessi, scegliere ciò che più risulta facile e grati-ficante è forse lo spettacolo più deprimente nella nostra società del "tutto-subito-senza sforzo".

Andare contro corrente, reagire al male, pagando di persona è veramente una grazia di Dio. Alle sue figlie scriveva: "Non dimenticate che per portare a termine l'impresa della vostra santificazione è necessario essere forti, non scorag-giarsi e pensare che se è Gesù a ordinarlo non dobbiamo desi-stere dalla lotta, al contrario, siamo chiamate a moltiplicare le nostre energie per vincere tutte le difficoltà e sofferenze che Egli riterrà opportuno mandarci".

Sapeva decisamente opporsi a qualsiasi categoria di persone quando aveva la sicurezza che era Dio a chiederle una determi-nata cosa. Dimostrò la sua fermezza nei momenti critici, so-prattutto quando si trattò di fondare le Ancelle e poi i Figli del-l'Amore Misericordioso.

P Elio Bastiani afferma: "Nelle difficoltà lei soffriva molto ma non si meravigliava, anzi se lo aspettava; non si lamentava, solo cercava di abbracciare queste difficoltà e portare la croce con amore, con Lui e per Lui. Era convinta che le opere di Dio devono essere sottoposte a delle prove, specie quando si tratta di opere a beneficio spirituale e anche materiale degli altri.

Coloro che le ostacolavano erano considerati strumenti, spesso inconsci, di questa legge di vita e di autenticità". L'ingegner Benedetti ha testimoniato: "Credo che la virtù fondamentale di Madre Speranza sia stata la fermezza, il non vacillare come rupe, nel dono di sé e nella fedeltà".

 

L'Eucaristia

Madre Speranza era convinta che "L' Eucaristia è il dono più prezioso che Dio ha potuto fare all'uomo".

Era per lei "il tesoro dei tesori". Sapeva che essa è la fonte e il culmine della vita cristiana e che con essa l'uomo diventa ta-bernacolo di Dio. Questo amore ardente all'Eucaristia l'ac-compagnerà in ogni momento della vita.

Tutto cominciò, come abbiamo raccontato, all'età di otto anni, quando, spinta da un desiderio incontenibile, fece per la prima volta la S. Comunione. Da quel giorno, assicura lei stessa, ebbe la grazia di esperimentare sempre la presenza sacramentale di Gesù nel suo cuore. Voleva che questa convinzione, in lei così radicata, venisse inculcata specialmente ai bambini fin dai più teneri anni.

Era convinta che, invitato a rimanere, Gesù restava nel cuore di una persona con le sacre specie.

Affermava che tutto il mondo è un immenso e meraviglioso tabernacolo, ma il cuore dell'uomo è un tabernacolo dove lui si compiace di abitare ancora più volentieri.

Madre Speranza partecipava alla S. Messa con trasporto, tutta immersa nel mistero di un Dio che offre per gli uomini la sua vita. Spesso, trovandosi davanti ad un tabernacolo si "distraeva", usciva cioè da se stessa, assorta completamente in Dio e fuori da ogni percezione sensibile. Era solita dire che due cose nella vita non si possono recuperare: il tempo perduto e una Comunione non fatta. Invitava a ricevere "con fede, amore e sollecitudine" il Corpo di Gesù, in cui si trova nella sua pienezza la fonte soprannaturale della vita.

Credeva nel valore infinito della Messa: faceva celebrare con molta frequenza Messe gregoriane per i defunti. Il suo amore all'Eucaristia era contagioso. Diceva alle sue figlie: "Dove potremo gustare più delizie che ai piedi dell'altare? Dove potremo onorare il nostro Dio con più ardore e dolcezza che nella Comunione?".

P. Gino Capponi, suo confessore, ricorda un simpatico epi-sodio che avvenne un Venerdì Santo quando ancora si trova-vano nella casa parrocchiale di Collevalenza.

In chiesa, la Madre, non aveva trovato il tabernacolo e tutta preoccupata gli aveva chiesto: "Dove l'avete messo?". Scher-zosamente il Padre le rispose in maniera evasiva. In seguito alle sue insistenze la portò nella saletta dove su un tavolo si trovava il tabernacolo. Si inginocchiò e la sua preghiera divenne così intensa che andò in estasi. Parlava con Gesù della sua morte, dell'Eucaristia, dei sacerdoti, dei suoi figli e delle sue figlie.

Chiamato per assistere una persona ammalata il Padre si as-sentò per un quarto d'ora. Quando tornò la Madre era ancora in estasi e il tabernacolo era spalancato. Padre Alfonso e alcune suore che erano presenti, riferirono che la Madre nella sua pre-ghiera si era rivolta al Signore chiedendo di poterlo vedere così come si trovava nelle anguste pareti del tabernacolo. E la porti-cina si era improvvisamente aperta. Quando la Madre tornò in sé e vide il tabernacolo aperto lo fece notare ai presenti.

P. Gino in maniera rispettosa ma provocatoria le disse che era giusto che l'avesse chiuso chi l'aveva aperto. "Io non sono stata - rispose Madre Speranza - comunque, se nessuno vuole chiuderlo, che si accendano perlomeno due candele".

Infine P Gino si decise a chiuderlo.

 

La sua devozione alla Madonna

La devozione filiale, tenera e gioiosa di Madre Speranza verso la Madonna è bene espressa in queste sue considera-zioni: "Fra tutte le beatitudini che sulla terra è concesso di gustare ed assaporare come anticipo del cielo, la più grande è vivere uniti a Maria; questa grazia, figlie mie, è immensa e ci prepara alla suprema felicità che consiste nel vivere in Gesù; il mezzo più efficace, infatti, per purificare e rafforzare la nostra unione con l'Amore Misericordioso è Maria".

Aveva trascorso i primi anni della sua vita all'ombra della chiesetta del Siscar dedicata alla Vergine degli Angeli.

Nella chiesa parrocchiale di Santomera si venerava la statua della patrona, la Madonna del Rosario, che aveva una confra-ternita molto attiva in quei tempi e alla quale è probabile che appartenesse anche lei. Dopo il "furto" della sua prima comu-nione si era rifugiata nella cappella della Vergine, quasi a tro-vare protezione sotto il suo sguardo.

Fin dai tempi della sua collaborazione con Padre Arintero, insieme alla devozione all'Amore Misericordioso, si era dedi-cata a diffondere anche quella alla Madonna con il titolo di Mediatrice. La forte accentuazione cristologia del suo messag-gio nulla toglie alla sua devozione mariana, la inquadra, anzi, nei margini di una autenticità che non indulge al vuoto senti-mentalismo, pur rimanendo calda e affettuosa.

Sappiamo che Madre Speranza leggeva con assiduità e collaborava alla rivista "La Vita Soprannaturale" dove veni-vano pubblicati gli scritti di Madre M. Teresa Desandais.

Con frequenza si parlava in essi di Maria Mediatrice e si ripeteva l'espressione "Ecce Ancilla Domini".

Madre Speranza userà spesso questa bella espressione, soprattutto in momenti particolarmente critici della sua vita, quando Dio le chiedeva un totale, fiducioso abbandono alla sua volontà. Ispirandosi a queste parole della Vergine darà alla Congregazione femminile il nome di "Ancelle dell'Amore Misericordioso".

I titoli con cui Madre Speranza chiama preferibilmente la Madonna sono quelli di: "Madre", "La Santissima Madre", "Mediatrice", "Madre di misericordia".

La missione di Maria nei nostri confronti è descritta da Madre Speranza con espressioni delicate e concrete: "Gesù sapeva molto bene che, per andare avanti nel cam-mino del dolore e del sacrificio, avevamo bisogno dell'affetto di una Madre. Infatti, quando si ha una madre si può dire che non ci sono pene insopportabili, perché il loro peso non si sca-rica più solamente sulle nostre spalle: lei è al nostro fianco per prendere su di sé le cose più pesanti. E Gesù che conosce le necessità del cuore umano ci ha fatto dono della sua Madre, dopo che Lui stesso aveva sperimentato dall'alto della croce l'eroismo di questa buona Madre, la sua fedeltà, il suo amore e la sua confortante compagnia".

In occasione del XXV Anniversario della fondazione delle suore indicava con queste parole ai suoi figli e alle sue figlie, Maria Mediatrice, come modello di vita religiosa:

"Il modello che dobbiamo seguire nella vita religiosa deve essere, dopo il Buon Gesù, la nostra amatissima Madre, Maria Mediatrice: Lei è una creatura come noi, ma con una profonda umiltà, non desiderò altro che essere sempre la serva del Si-gnore, come dimostrò nello stesso momento che fu proclamata Madre di Dio, nel suo "Magnificat anima mea Dominum"...

Maria Mediatrice è il modello più facile da imitare: Essa, infatti, si santificò nella vita comune, sempre nascosta, tanto nella gloria come nella tristezza, nell'esaltazione come nella più dolorosa umiliazione".

Molto toccante e rivelatrice del suo rapporto con la Vergine Santissima è la pagina del Diario, scritta il 13 gennaio 1954, con la quale fa presente al suo Padre spirituale i suoi sentimenti e il suo grande dolore poiché pensa di aver molestato in qual-che modo Gesù, visto che da alcuni giorni non si fa più vedere.

"La Madre (di Gesù) mi ha consolato dicendo che suo Figlio dimorerà sempre nel mio cuore e non mi lascerà neppure un momento... Come è buona la Nostra Madre, Padre mio!

Se lei avesse visto con che amore mi ha trattato nonostante abbia offeso il suo amato Figlio! Essa, dimenticando il dolore per le offese che si arrecano a suo Figlio, ci sta sempre accanto e come Mediatrice e Madre cerca sempre di rappacificare, ri-conciliare e unire il suo Figlio e le anime.

E credo che il Buon Gesù non è capace di lasciare inascol-tate le suppliche di sua Madre"

Amava recitare e far recitare il Rosario.

Quando non lavorava aveva quasi sempre in mano la corona.

Scrive P Valentino Macca: "Ricca della sapienza dei poveri del Signore si era attaccata a quest'umile preghiera fin dall'in-fanzia. Nelle ore di dolore e di preoccupazione, come nelle persecuzioni, il ricorso continuo al rosario era sicurezza di gra-zia e certezza di aiuto da parte di Colei che amava invocare madre, mediatrice universale, arca dell'Alleanza, Regina di amore e madre di misericordia".

 

17

Il divino nell'umano: fatti mistici e straordinari

La vita di Madre Speranza è intessuta di numerosi fatti straordinari e mistici.

Intendiamo con questa espressione quei doni particolari e quella particolare esperienza di Dio che superano le capacità umane e che lo Spirito Santo concede ad alcune persone privi-legiate perché risplendano di una luce più intensa.

La Chiesa guarda questi fenomeni con prudenza ed equili-brio.

In una udienza generale Paolo VI ebbe a dire: "Ben sap-piamo che lo Spirito soffia dove vuole e sappiamo che la Chiesa se è esigente verso i veri fedeli per le sue stabilite osser-vanze, e se spesso Ella si mostra cauta e diffidente verso le possibili illusioni spirituali, Ella è e vuole essere estremamente rispettosa delle esperienze soprannaturali concesse ad alcune anime, o dei fatti prodigiosi, che talvolta Iddio si degna mira-colosamente inserire nella trama delle naturali vicende".

Alle molte qualità umane che Madre Speranza possedeva Dio volle che si aggiungessero molti doni soprannaturali e straordinari. Questi doni non si meritano: sono grazie che Dio elargisce gratuitamente. Madre Speranza non li ha né cercati né desiderati e ha voluto sempre sottoporli al giudizio del suo Padre Spirituale, senza mai farsi vanto di essi.

Lo scrittore gesuita, P. Domenico Mondrone, che conobbe Madre Speranza e lesse attentamente i suoi scritti, è convinto che "Madre Speranza passerà alla storia dell'agiografia catto-lica come una mistica di alto livello".

Lo specialista P Roberto Moretti o.c.d., che ha studiato questo aspetto della vita di Madre Speranza attraverso gli undici volumi dei suoi scritti, così conclude il suo studio: "Dopo una lettura prolungata e dettagliata degli scritti della Madre Speranza, e dopo mature riflessioni sulla sua figura complessa e sulla sua spiritualità, mi sono fatto la convinzione che i suoi carismi, nel loro complesso, presentano i caratteri dell'autenticità. Ovviamente non si può affermare che in qual-cuna di queste manifestazioni non si possa ricorrere alle risorse della sua profonda religiosità, del suo fervore, o anche alla ric-chezza della sua psicologia.

Ma nell'insieme, per le ragioni che sono andato enucleando, ritengo che si tratti di autentici doni di Dio, che le ha affidato una missione importante e delicata nella sua Chiesa.

Dal punto di vista dottrinale nulla ho riscontrato nel conte-nuto e nella espressione di questi carismi che sia difforme dalla dottrina della Chiesa, o in qualche modo censurabile.

Il contenuto spirituale di questi scritti mi appare da ogni punto di vista eccellente per tutta la Chiesa, e in particolare per la vita consacrata per mezzo dei consigli evangelici. Tutta la vita spirituale della Madre Speranza mi appare veramente esemplare, splendida in virtù e opere. Sono convinto che la conoscenza di questa figura potrà fare molto bene a tutti i fedeli".

Il Cardinale Ugo Poletti precisa: "Le espressioni straordina-rie, religiose e spirituali della vita di Madre Speranza sono convalidate dalla sua semplicità di vita, dalla sua saggezza cri-stiana e umana e dalla costante serenità dell'anima sua, che esprimeva con parole semplici, serene, colme di fede".

 

Non so che cosa vorrà il Signore

Le prime testimonianze della presenza di questi doni la troviamo in una lettera scritta dalla Madre Generale delle Cla-retiane, Patrocinio Pérez de Santo Tomàs rmi, al P Felipe Maroto, il 13 dicembre 1928. Vi si legge: "In Madre Speranza diventano sempre più frequenti i fatti straordinari; io credo che di alcuni di essi sia già stato informato anche lei perché ormai sono diversi i Padri che li hanno visti. Non so che cosa vorrà il Signore da questa creatura, ma adesso sto veramente e comple-tamente tranquilla e mi dà sicurezza il fatto che sia stata affi-data al molto reverendo Padre Naval il quale è disponibile non solo una volta al mese, come avevamo concordato, ma ogni settimana e ogni volta che lo crede necessario.

Di alcuni di questi episodi abbiamo già parlato: l'incontro con Santa Teresa di Gesù Bambino quando aveva solo dodici anni, i numerosi miracoli avvenuti nella casa di Calle del Pinar e in altre, soprattutto con la moltiplicazione dei viveri.

Ci occuperemo ora di alcuni fenomeni particolari che si verificarono più volte durante la sua vita.

 

Estasi

Con una frequenza veramente sorprendente Madre Spe-ranza, non solo durante la preghiera, ma anche svolgendo le mansioni più umili e ordinarie, "cadeva in estasi".

Sono migliaia le persone che la videro durante questi momenti di completa assenza dalla vita sensitiva e di intimo e profondo colloquio con il Signore. Il corpo eretto, senza appoggiarsi, normalmente inginocchiata, fissava i suoi occhi verso un punto, leggermente in alto, passando da un atteggia-mento di dolore ad un altro di gioia, di preoccupazione o di attesa. Le mani giunte stringevano forte il crocefisso che le pendeva sul petto mentre con un tono di voce, a volte appena percettibile, altre volte ben comprensibile, parlava con il Signore familiarmente dei vari problemi che l'assillavano, rin-graziava, intercedeva per i peccatori, chiedeva favori e benedi-zioni per chi veniva al Santuario o si raccomandava alle sue preghiere. In questo stato, che a volte si prolungava anche per qualche ora, si verificava una totale assenza dei sensi, sia della vista che dell'udito e del tatto.

Parlava normalmente la sua lingua spagnola frammista di italiano; a volte si senti parlare una lingua sconosciuta che alcuni pensarono fosse aramaico, la lingua di Gesù. Quando in occasione dei funerali del Vescovo di Todi, Sua Eccellenza Mons. Alfonso Maria De Sanctis, andò in estasi, nel Santuario dell'Amore Misericordioso, un fotografo azionò ripetutamente il flash della sua macchina fotografica, a pochi centimetri di di-stanza dai suoi occhi. Ebbene, le palpebre non fecero il minimo movimento. Il segno che l'estasi stava per terminare erano le parole: "Non te ne andare, Gesù mio!".

Una volta terminata l'estasi, tornava immediatamente alla sua vita normale, gioiosa e piena di energia. Lei stessa si meravigliava di quanto "le succedeva".

Tentò di spiegarlo al suo Direttore Spirituale con queste parole: "Vorrei, padre mio, poterle spiegare quello che provo ogni volta che mi accade questo fenomeno durante la preghiera.

Io lo chiamo "distrazione", o estraniamento dai miei sensi, forse perché in quei momenti la mia anima, senza alcun merito da parte mia, si ritrova completamente assorta in Dio.

A me sembra che ciò mi accade quando la volontà si trova ferita dall'amore verso il Nostro Dio e così, senza rendersi conto, si lancia verso di lui, spogliandosi di tutto ciò che la cir-conda, entrando in una specie di rapimento dove si gioisce senza mai stancarsi".

 

Le stimmate

Madre Speranza, come altri santi, ebbe il dono di portare nel suo corpo i segni della passione di Cristo. La prima testimonianza risale al 4 aprile 1928.

Madre Patrocinio Pérez, Generale delle Claretiane, in una lettera scritta al Padre Felipe Maroto così si esprime: "Vorrei darle qualche indicazione sulla nostra sorella Madre Speranza. Penso che il P. Giacinto Blanc già le avrà detto qualche cosa e forse anche qualche altro. Da un po' di tempo a questa parte sembra che il Signore la conduca per vie certamente molto straordinarie. C'è stato un periodo che il demonio la tormen-tava atrocemente percuotendola fino a lasciarla mezzo morta, così come attesta M. Maria Ana Rué (la Superiora) che lo ha visto e sentito parecchie volte. Poi questo sembra che sia finito, mentre la maggior parte delle settimane, nelle notti tra il gio-vedì e il venerdì, si verifica un sudore di sangue tanto abbon-dante che a volte la lascia talmente sfinita da dover restare a letto diversi giorni; adesso dal primo venerdì di Quaresima, le sono apparse nei piedi le stimmate, proprio come le dipingono in alcuni santi; si conservano sempre come piaghe fresche e a volte perdono molto sangue...

Oltre a questo ci sono mille altre cose eccezionali che le succedono... al punto che se questo viene da Dio è cosa molto straordinaria, ma se non fosse così, Dio ci liberi!

A me, creda, mi sta prendendo un po' di timore perché tutto questo comincia a diventare di pubblico dominio, nonostante che io raccomandi molta riservatezza a quanti vedono queste cose perché ho paura che si fa del male a lei stessa.

Mi consola il vedere che - almeno per quello che risulta - si conserva umile, molto obbediente ai suoi Superiori, mortifica-tissima e ha grande carità con le sue consorelle, molto zelo per la gloria di Dio; tutto questo dimostra che ha buono spirito".

Quel venerdì di Quaresima a cui si fa cenno corrisponde al 24 febbraio 1928.

Un'altra testimone, M. Aurora Samaniego esprime con que-ste parole il suo stupore per questi fatti straordinari: "Era da poco passata la Quaresima, durante la quale Madre Speranza restò definitivamente stimmatizzata e a causa di ciò cominciò a star male di cuore. Il Dottor Grinda, che pieno di ammirazione poté contemplare le cinque stimmate e poté attra-versare con il suo dito, da parte a parte, i piedi di Madre Spe-ranza, perché le ferite erano aperte, volle consultarsi con lo specialista del cuore, Dottor Carriòn. Questo signore che ignorava l'azione soprannaturale che si era verificata in Madre Spe-ranza, le fece una radiografia e, vedendo che il cuore era perfo-rato, si allarmò moltissimo e disse a Madre Pilar che la ripor-tasse a casa in macchina e con molta attenzione perché correva il rischio di morire per strada. Quando arrivò a casa, Madre Speranza si mise a fare le faccende come sempre.

Allo stesso modo di S. Francesco, di S. Padre Pio e altri santi, Madre Speranza ebbe, da quel giorno, impresse nel suo corpo le piaghe di Cristo. Sappiamo, però, che non sempre erano visibili e sanguinanti. Lei stessa, infatti chiese al Signore questo miracolo nel miracolo, per avere libere le mani e così poter svolgere il suo lavoro in cucina, in lavanderia e dove era necessario e soprattutto per non attirare l'attenzione. Molti testimoni oculari hanno visto in determinate occasioni, special-mente nei venerdì di Quaresima, il segno dei chiodi nelle mani e nei piedi, mentre normalmente si vedeva una lieve macchia violacea.

Dichiara una sua figlia: "Io nei primi tempi non ci badavo, ma poi mi sono accorta che aveva nelle mani dei segni rossi e nel polso i segni di una corda e nella fronte tanti puntini rossi".

 

Rivive la Passione di Cristo

Madre Speranza ha confessato che Gesù le ha fatto più volte rivivere i patimenti della sua Passione.

Si conservano in archivio le fotografie scattate da P. Luigi Macchi, presenti vari testimoni, mentre Madre Speranza rivi-veva le sofferenze delle tre ore di agonia di Gesù in croce.

Così racconta il fatto P Mario Gialletti che era presente: "La Madre, vestita con il suo abito religioso, era distesa sopra il letto; una sottocoperta le lasciava libere solo il volto e le braccia; era in estasi e non si rendeva conto della nostra pre-senza. Noi avemmo l'impressione di rivedere, momento per momento, tutta la sequenza della crocifissione. Si sollevò dal letto almeno trenta centimetri, tanto che P. Gino poté passare più volte la sua mano tra il corpo della Madre ed il letto. Dis-tese il braccio destro come se qualcuno glielo tirasse e vedemmo la contrazione delle dita e dei muscoli della mano come se uno la stesse attraversando con un chiodo; ugualmente per l'altro braccio. Ricordo anche l'impressione che mi fece l'arsura che si notava sul suo volto e le labbra che si spacca-vano per questo. Quando fu tutto finito mi fece anche impres-sione il sentire lo scricchiolio delle ossa delle braccia mentre la Madre si ricomponeva".

Lei stessa riferisce al suo Padre Spirituale le impressioni avute durante un'estasi avvenuta il 5 aprile 1928: "Questa notte, padre mio, ho sentito come mai altre volte, i dolori e le angosce della Passione del Buon Gesù e ciò che maggiormente mi ha impressionato e fatto soffrire è stato il momento nel quale, in maniera misteriosa che non so spiegare, si sono ripresentati davanti a me i terribili effetti della tristezza, dell'abbattimento e dello svenimento che colpirono il Buon Gesù nell'orto del Getsemani...

Io non so se sarà una illusione, però mi sembra di amare Gesù più di prima; ci sono momenti, padre mio, nei quali mi sembra di sentire nella mia anima un movimento interiore che la trasporta verso di Lui, distaccandola dalle cose che non sono Lui, mentre infondono in me una sete bruciante di soffrire con Lui".

 

Scambio del Cuore

è un fenomeno mistico che si è verificato in vari santi nel corso della storia. Consiste nello scambiare il proprio cuore con quello di Gesù. Esprime simbolicamente l'amore e l'inti-mità che c'è tra Gesù e l'anima. Nel "Diario" di Madre Spe-ranza troviamo, in una nota del 23 marzo 1952, questo accenno: "e a volte mi dimentico che conformare la mia volontà con la sua, consiste come Lui dice, nello scambio dei cuori...

Suor Anna Mendiola ha lasciato questa testimonianza al ri-guardo: "La Madre pregava il Signore che avesse scambiato con lei il suo cuore. Dopo molto pregare il Signore accondisce-se allo scambio.

La Madre prese allora ad avere un respiro affannoso, senza la possibilità di alzarsi dal letto. Sicché dopo un giorno pregò il Signore che si fosse ripreso il suo cuore grande e le avesse ri-donato il suo piccolo cuore".

 

Bilocazioni

Questo fenomeno si è ripetuto più volte nella vita di Madre Speranza. Esso consiste nell'essere presente con il corpo in un determinato luogo e, nello stesso tempo, rendersi presente in un altro, vedere, essere visti e parlare con le persone.

Durante questo fenomeno il corpo cade a terra come accade per una persona priva di sensi. La Madre nei suoi scritti parla di alcune di queste bilocazioni e molte persone sono testimoni di esse. Abbiamo già raccontato ciò che avvenne nel 1923, quando, trovandosi a Madrid si presentò nell'abitazione del Vescovo di Pasto, Mons. Pueyo, che si trovava in Colombia, per avvertirlo che nello spazio di venti giorni sarebbe morto. Ugualmente si è parlato della guarigione di una suora carmelitana a cui la Madre apparve mentre si trovava in ospe-dale.

"Ad un altro caso di bilocazione - ha testimoniato Suor Inès Riesco - fui presente io stessa.. Nel 1931, cioè dopo la nostra uscita dalla Congregazione delle suore dell'Immacolata, poi-ché il Vescovo di Madrid non ci concedeva di avere il Santis-simo in casa e di celebrare la Messa nella nostra cappella, dovevamo andare nelle varie parrocchie e in particolare nella vicina chiesa dei domenicani. Lì c'era il Padre Gafo che divenne confessore della Madre dopo che il Vescovo aveva proibito a P. Naval di confessarla... Nella chiesa dei domeni-cani un giorno, dopo "l'ite Missa est", la Madre cadde a terra dando un rantolo e rimanendo priva dei sensi per un certo tempo. Quando rinvenne diede un altro rantolo e ci avviammo, lei ed io, verso casa. Molta gente e il padre domenicano erano stati presenti. Tutti erano in atteggiamento rispettoso e devoto perché conoscevano la Madre e le volevano molto bene. Arri-vati a casa domandai alla Madre dove fosse stata in quel frat-tempo e lei rispose di essersi recata all'ospedale a spremere un bubbone in un posto delicato del corpo di un malato ivi ricove-rato.

Dopo qualche tempo la Madre mi disse di aver incontrato per strada quel malato completamente guarito e di essere stata da lui ringraziata. Era stato lui a riconoscerla e a chiamarla, ma la Madre non si era voluta trattenere".

Sappiamo dai suoi scritti che si presentò ripetutamente negli anni che vanno dal 1936 al 1945 ad un celebre personaggio della storia Italiana. Il 3 luglio 1941 Madre Speranza parla di un incontro con il Santo Padre Pio XII. Allo stesso Pontefice apparve nella notte tra il 27 e il 28 settembre 1958, mentre si trovava a Castel Gandolfo, per comunicargli che nella settima-na seguente il Signore l'avrebbe chiamato a sé. Effettivamente il Santo Padre morì il 9 ottobre.

Al Sacerdote Diocesano con voti, D. Luigi Leonardi di Fermo, la Madre si presentò in bilocazione il 22 febbraio, avvi-sandolo che di lì a pochi giorni sarebbe morto. Don Luigi manifestò il desiderio di andare a confessarsi da Padre Pio o dal padre Cappello, ma la Madre gli disse che non era necessa-rio. Quando andò a baciarle la mano si accorse di non stringere nulla e capì in che modo la Madre si trovava in sua presenza. D. Luigi morì improvvisamente il giorno 26 dello stesso mese. Sul tavolo del suo studio si trovavano alcuni appunti di medita-zione sulla morte.

La Madre raccontò ancora che il 18 maggio D. Luigi le apparve, rivestito dei sacri paramenti, avvolto di luce e di una bellezza indicibile. Aveva sul petto il Crocifisso dell'Amore Misericordioso, ma non si vedeva il legno della croce.

Erano quelli giorni di grande preoccupazione per la Madre, convinta come era che la Congregazione maschile stava per es-sere disciolta e che lei non aveva concluso nulla.

D. Luigi le disse che dal giorno dell'Ascensione era in cielo e che non doveva rattristarsi perché era venuto a dirgli in nome di Dio che non era vero che non aveva fatto nulla. Era già una grande cosa il semplice fatto di aver aiutato anche una sola anima ad andare in Paradiso.

Madre Sagrario Echeverria racconta quanto segue: "Non potrò mai dimenticare lo spavento che ebbi una volta che, entrata nella cappella del Crocifisso per fare le pulizie, vi tro-vai la Madre inginocchiata al penultimo banco, come era solita. Ad un tratto, sentii come uno strappo o un rantolo, e vidi la Madre riversa sul genuflessorio, con la bocca aperta, immo-bile e silenziosa.

Pensai che fosse svenuta e mi avvicinai per toccarle la fronte e le mani e le sentii gelate, come di un morto. Corsi a chiamare Padre Gino Capponi e quando tornammo trovammo la Madre che già si era ripresa. Padre Gino, intuendo che si trattava di un caso di bilocazione, le domandò dove fosse stata e lei rispose indicando non so quale località. Mi pare che era andata ad assistere un malato".

Alcuni tra coloro che divennero suoi figli entrando nella Congregazione furono sollecitati da apparizioni della Madre. Sappiamo che fu così per il Padre Alfonso Mariani, per il Professore Ennio Fierro, tenente colonnello dell'esercito ita-liano, che lasciato il suo lavoro e le prospettive di una brillante carriera, entrò a far parte della Famiglia Religiosa fondata da Madre Speranza.

 

I suoi sconfinamenti nell'oltretomba

La carità di Madre Speranza, oltrepassava i confini di que-sto mondo per estendersi fino all'aldilà.

Era particolarmente viva in lei la devozione alle Anime del Purgatorio e il desiderio di liberarle dalle loro sofferenze. Fa-ceva celebrare continuamente SS. Messe e inculcava a tutti questa devozione. Aveva stabilito che una percentuale delle of-ferte ricevute fosse destinata a questo scopo. Quando in occa-sione del suo onomastico o compleanno le venivano offerte preghiere, sacrifici e intenzioni di SS. Messe, le devolveva spesso in suffragi per le anime del Purgatorio. Nel Santuario volle che una cappella fosse dedicata alle Anime Sante. Numerose e impressionanti sono le testimonianze dei suoi sconfina-menti nell'oltretomba.

Nella sua "relazione" scritta nel 1930, per obbedienza al Padre Spirituale afferma: "Fu approssimativamente tra le nove e mezza e le dieci e mezza della mattina (del 19 aprile) quando all'improvviso mi ritrovo in Purgatorio accompagnata dalla Madre, cioè dalla Santissima Vergine. Lì ebbi la consolazione di vedere uscire le anime delle quali mi stavo interessando. La madre e il fratello del cappellano della casa, il padre dell'Eccellentissimo Vesco-vo di Madrid-Alcalà... Mi sono incontrata con un Figlio del Cuore Immacolato di Maria... Ho chiesto se c'era qualche fa-miliare del Padre Postius e mi è stato detto che c'era solo una zia materna. è uscito anche un signore della famiglia Ganda-rias... Sono uscite, inoltre, varie altre persone che il P. Anto-nio aveva affidato alle mie preghiere varie volte...".

A chiederle preghiere di suffragio si presentò un giorno un sacerdote. Costui disse alla Madre che si trovava in Purgatorio perché durante la sua vita aveva speso molto denaro per il fumo ed aveva peccato di vanità per un libro che aveva scritto.

Madre Sagrario Echevarria racconta un episodio veramente impressionante avvenuto nella casa di Colloto che durante la guerra civile era stata occupata dai rossi i quali avevano ucciso varie persone: "Alle 23 ci ritirammo nelle stanze. La Madre dormì nella stanza accanto alla portineria ed io in un salottino attiguo. Dopo solo mezz'ora la Madre mi chiamò: 'Sagrario, stai lì?'. Le risposi: 'Si, Madre'. Cominciai a chiedermi: 'Che succederà?'. Poco dopo aggiunse: 'Se senti qualcosa non aver paura'. Tolse dalla sua stanza una stufa elettrica e me la diede, dicendo: Te la do, perché non succeda niente'.

A mezzanotte, nella stanza della Madre si sentirono delle grida strane e come delle persone che parlavano. Aspettai un po', però non potetti fare a meno di entrare. Quando entrai tro-vai la Madre che stava soffrendo terribilmente, stringeva forte il Crocifisso e, piangendo diceva: 'L'Amore Misericordioso è un Padre, abbiate fiducia!'. Di quando in quando, si udivano delle voci cavernose, come se per loro non ci fosse misericor-dia. In questa angustia la Madre offriva Messe e sacrifici e stette in questo stato per più di 2 ore. Sarei voluta andare a chiamare le suore, ma erano lontano e non volevo lasciar sola la Madre in quelle condizioni.

Ho visto molte volte la Serva di Dio soffrire, però parlava solo lei. è stato terribile sentire quelle voci lontane e non vedere nessuno. La Madre poi mi disse che, poiché durante la guerra la casa di Colloto era stata destinata per fucilare la gente, quelle voci erano di alcuni complici degli assassini".

Un altro episodio ci viene offerto da P. Alfredo Di Penta. Accompagnava la Madre nella casa di Matrice. Durante il viaggio si erano fermati al cimitero polacco. La Madre era ri-masta molto impressionata nel vedere le tombe di tanti giovani caduti durante la guerra e chiedeva al Signore di portare in Pa-radiso almeno le ultime due o tre file. Il giorno seguente, du-rante la Messa, cominciò a supplicare il Signore: "Io - racconta Padre Alfredo - che ero accanto alla Madre la sentii, fra un rantolo e l'altro, parlare a Gesù: 'Non sei morto per scherzo, chi vuole più bene a queste anime, Tu o io? Io di messe più di tante non ne posso far dire; non ho soldi, Tu lo sai. Tu sei morto in croce! Allora porta in Paradiso questi poveri giovani morti lontano dalla famiglia e dalla patria; porta in Paradiso la mamma di queste due suore perché debbo avvertirle che la mamma è morta e non potrei confortarle se non dicendo loro che è già in Paradiso. Porta in Paradiso la mamma di questo ra-gazzo che è un'anima abbandonata. All'elevazione ti aspetto'. All'elevazione la Madre non era più in sé e fissava lo sguardo verso un punto lontano. Mi sono permesso di toccare il viso e sentii che era freddo. Si sentì un altro rantolo e la Madre rin-venne e ringraziava il Signore per la sua bontà: 'Tu Signore, - diceva - sei troppo buono e noi non capiamo la tua bontà, non ti conosciamo!'.

Alla fine della S. Messa ho domandato alla Madre che cosa fosse avvenuto dato che era ancora fredda, gelata. Mi disse che era andata in Purgatorio a vedere il passaggio in Paradiso di queste anime".

è ancora P Alfredo Di Penta a testimoniare: "Quanto sto per dire mi è stato narrato personalmente dalla Madre. Un tale si presentò a lei chiedendo di pregare per lui e di dire alla moglie che doveva restituire a una certa signora una somma che lui aveva defraudato, altrimenti non sarebbe uscito dal pur-gatorio. La Madre chiese a questo signore di mettere una firma per convalidare ciò che le diceva. Si fece dare l'indirizzo per chiamare la vedova. La mattina seguente la Serva di Dio, dopo aver cercato, ha trovato questa signora e le ha raccontato l'epi-sodio. Al che la signora colpita e sconcertata disse piangendo alla Madre. 'Sì, è vero, mi ricordo e subito cercherò di saldare il debito e pregherò per il mio povero marito'. Non so che fine abbia fatto questo documento, so però che suor Anna Mendiola per ordine della Madre bruciò tante carte riservate".

 

Profumi

Da una sua relazione fatta al Padre Spirituale apprendiamo che trovandosi a Bilbao, nell'agosto del 1932, dopo varie estasi, tutta la sua persona emanava un profumo così intenso che si spargeva per la casa creandole non poco disagio perché attirava l'attenzione di tutti. Umiliata, lavò ripetutamente e inutilmente le sue vesti perché il profumo continuò a sentirsi ancora per molti giorni.

Molte persone del paese di Collevalenza hanno testimoniato che al suo passaggio si sentiva un intenso e inusuale profumo. Così ha testimoniato il Signor Pietro Bartolini, abitante in Collevalenza: "Il profumo lo sentivo tutte le mattine quando andavo in Parrocchia alla Messa delle sei, alla quale parteci-pava Madre Speranza. Non era un profumo usuale, ma qual-cosa di straordinario e gradevole che non ho mai sentito".

La signorina Ferrotti Franca, anch'essa di Collevalenza ricorda: "Qualche volta, quando era in chiesa o passava per la strada, si sentiva un profumo come di viola e noi commenta-vamo che nonostante la sua povertà non rinunciava ai profumi. Abbiamo compreso che si trattava di un fatto fuori dell'ordina-rio, quando abbiamo conosciuto meglio la Madre".

 

Comunioni straordinarie

Varie volte, come risulta dai suoi scritti e da alcune testimo-nianze, Madre Speranza ricevette la Santa Comunione in ma-niera straordinaria.

Il 23 febbraio 1929, quando si inaugurò l'asilo di calle del Pinar, il Vescovo di Madrid, Leopoldo Eijo Garay celebrò la S. Messa e diede alle suore la S. Comunione "eccetto a Madre Speranza - così si legge in un documento - che l'aveva rice-vuta dalle mani di Gesù alle quattro del mattino".

Sempre nel 1929, per aver progettato di fondare una nuova Congregazione le fu proibito di ricevere l'Eucaristia. "Ma il Signore - scrive nel suo Diario - che non voleva privarmi del suo Corpo, quando giunse il momento, permise che l'Ostia sfuggisse dalla mano del Sacerdote e venne a depositarsi nella mia bocca".

è ancora lei che accenna a due comunioni ricevute, nel 1930, direttamente dalla mano di Gesù: una prima volta il 19 aprile mentre Gesù le diceva. "Prendi, figlia mia, il mio Corpo che è per te vita eterna. In questa occasione la Madre domandò a Gesù da dove prendeva le Ostie, visto che nel tabernacolo del Collegio non c'erano. Gesù le rispose: " Figlia mia, il mio Corpo l'ho preso dalla Parrocchia alla quale appartieni, e non ti succeda un'altra volta quello che è successo quest'anno, di dire che non mi lasciassero nel tabernacolo. Un'altra volta, il 23 aprile, mentre si trovava a letto malata: "Ricevetti di nuovo la Santa Comunione che lo stesso Gesù mi amministrò, accompa-gnato, come è solito fare, da due angeli".

 

Guarigioni

Accenniamo ad alcuni episodi che si riferiscono a guari-gioni straordinarie, ampiamente documentate dai suoi scritti e da vari testimoni.

Suor Aurelia di Gesù Sanz era affetta da tisi ed era giunta ad un punto di non ritorno. La Madre stette un'intera notte pre-gando fervorosamente dinanzi al tabernacolo e ottenne una guarigione perfetta. Un'altra suora, Innocenza di Gesù, era caduta in un pozzo e si era fratturata la spina dorsale e una gamba rimanendo impossibilitata a muoversi. La sua guari-gione avvenne dopo essere stata avvolta da Madre Speranza in un pezzo di stoffa vecchia e sporca.

Fu portata al Santuario una povera signora di Prato affetta da un grave disturbo alla spina dorsale che la costringeva a camminare ricurva. I presenti chiedevano insistentemente alla Madre di toccarla, ma la Madre si scherniva. Infine rivolse al cielo gli occhi e incominciò a pregare. La guarigione fu imme-diata.

 

Lotte con il "tignoso"

Nella vita di chi si impegna a seguire Cristo il combatti-mento contro lo spirito del male è un elemento essenziale.

La vita umana è segnata dalla drammaticità di questa pre-senza e dalle tentazioni che essa presuppone.

Numerose e impressionanti furono le lotte che Madre Spe-ranza dovette sostenere contro il demonio.

I nostri contemporanei deridono spesso la convinzione dei cristiani che esiste e opera nel mondo una forza perversa e per-vertitrice, che non è qualcosa di generico, ma una vera e pro-pria entità personale.

Chi è vissuto accanto a Madre Speranza ha avuto ripetute e convincenti prove della sua esistenza e della sua azione. Esso si è materializzato svariate volte percotendola, cercando di spa-ventarla per farla desistere dalla realizzazione di ciò che il Si-gnore le chiedeva, vendicandosi delle sue realizzazioni e della sua carità verso i bisognosi.

Parlando del demonio Madre Speranza afferma che è un essere intelligentissimo, sta sempre appostato per vedere come può creare turbamento nelle anime e impedire ad esse di avan-zare nel cammino della santità. è necessario trattarlo con forza, energia e disprezzo e non è opportuno trattenersi a ragionare con lui. Le lotte contro il demonio risalgono ai primi anni della sua vita religiosa. Un documento importante è la pagina del suo Diario scritta il 23 aprile 1930.

"Ho passato la notte abbastanza male a causa della visita del "tignoso", il quale mi ha detto: 'Quando smetterai di essere così stupida e non farai più caso a quel Gesù che tu credi che ti ama. Ti ho già detto molte volte che mi è stato dato il permesso perché faccia di te quello che mi piace... Ti ripeto: non fare la stupida!'.

Ci sono nella vita di Madre Speranza alcuni episodi nei quali persone che davano segni evidenti di essere possedute dallo spirito del maligno, furono liberate con le sue preghiere e il suo intervento.

Madre Speranza credeva nel demonio, non poteva non cre-derci.

Troppe volte aveva esperimentato la sua brutale violenza, ma non era una credulona. Lei stessa afferma che quando sen-tiva parlare di posseduti o indemoniati era molto diffidente e pensava che tutt'al più si trattasse di qualche passione da cui un individuo era dominato. A volte disse decisamente che per-sone credute indemoniate non lo erano affatto, ma erano piut-tosto delle isteriche o esibizioniste. In alcuni casi, però, aveva concretamente ammesso questa possibilità, come in un episo-dio che lei stessa commentò l'indomani alle suore che avevano assistito alla scena e stavano per iniziare i loro esercizi spiri-tuali. Si trattava di una donna che da undici anni si trovava in quelle condizioni.

Emetteva spuma dalla bocca e dal naso, era violenta e gri-dava in maniera scomposta, strisciando per terra e contorcen-dosi come una serpe, mentre diceva: "non mi toccare con quella mano che brucia". Madre Speranza fu costretta ad affer-rarla per il collo e spingerla contro la parete. La forza e la pre-ghiera risultò una terapia efficace perché la donna, subito, guarì tra la meraviglia dei presenti e la gratitudine dell'interes-sata.

 

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Un Messaggio Profetico

La misericordia: acqua prodigiosa e risanatrice

L'uomo ha soprattutto bisogno di amore.

Di un amore incondizionato e concreto, rispettoso della sua libertà, forte e pieno di tenerezza, di un amore che genera spe-ranza perché perdona e riabilita.

Nello stesso tempo non può fare a meno di donare amore, di vivere la libertà di amare. Nell'esperienza dell'amore miseri-cordioso di Dio l'uomo trova una risposta totale e definitiva a questo bisogno. Se non lo fa diventa un disperato oppure un presuntuoso.

La misericordia, che è la perfezione dell'amore, non è, come si ritiene comunemente, solo il contrario della giustizia, oppure un sentimento di commiserazione e di indulgenza, ma è innanzitutto un dono di Dio e un'esigenza del nostro stato di creature bisognose di tutto, materialmente e spiritualmente.

L'esistenza che Dio ci ha donato - afferma Madre Speranza - non possiamo conservarla da noi stessi. Nati dal nulla siamo continuamente risucchiati dal nostro nulla e in tutto dipendia-mo da Dio che solo possiede in sé la pienezza dell'Essere. Lo Spirito Santo ha suscitato in questi ultimi tempi anime privilegiate che hanno sentito con maggiore intensità il peso della miseria umana e il richiamo della misericordia, rispon-dendo con la loro vita e con il loro messaggio a questo biso-gno..

 

Al servizio dell'Amore Misericordioso

Madre Speranza ha un posto di particolare rilievo nel proclamare con la vita e le opere questo messaggio che costi-tuisce il cuore del Vangelo e l'urgenza più sentita dei nostri tempi.

Con l'esempio della sua vita, con la fondazione di una Famiglia Religiosa, femminile e maschile e con la costruzione di un grande Santuario, dedicato all'Amore Misericordioso di Dio, proclama al mondo la ricchezza di un amore senza confini e invita gli uomini a farsi salvare da questo amore e a diffon-derlo nel mondo.

La sua missione risponde ai bisogni dell'uomo e della Chiesa dei nostri tempi.

C'è, innanzitutto una forte accentuazione cristologica.

Al centro del suo messaggio e della sua spiritualità tro-viamo Cristo, rivelazione dell'amore misericordioso del Padre. Ciò anticipa e prepara, una visione della Chiesa come Comunione tra Dio e gli uomini e di questi tra loro, secondo quanto proporrà il Concilio Vaticano II.

Con la fondazione delle Ancelle dell'Amore Misericor-dioso, si propose di formare una famiglia per accogliere i bambini più poveri, materialmente, moralmente e spiritualmente. Si sentiva madre prima che maestra. I suoi collegi dovevano rispecchiare lo stile della famiglia dove i piccoli e i più biso-gnosi sono al centro delle attenzioni di tutti. Prevedendo la guerra civile spagnola si preoccupa di dare ad essi, al maggior numero possibile, l'istruzione necessaria per difendersi dalla propaganda marxista.

Realizza il Santuario dell'Amore Misericordioso per invo-care, proclamare e far conoscere a tutti il Dio "che perdona, dimentica e non tiene in conto le mancanze degli uomini, ma li attende con amore di padre per perdonarli e stringerli di nuovo al suo cuore". Rivolge, soprattutto attraverso la Congregazione dei Figli dell'Amore Misericordioso, le sue premure ai Sacerdoti perché siano efficaci e convinti dispensatori della misericordia di Dio.

 

Un Magistero ricco di misericordia

Il pontificato di Giovanni Paolo II ha messo in evidenza che la missione della Chiesa è soprattutto quella di porgere all'uomo il rimedio alle sue inquietudini e alla sua tristezza, facendosi mediatrice di misericordia, professandola, procla-mandola e attuandola attraverso la conversione personale, i Sacramenti, il perdono e l'amore.

Nell'Enciclica "Dives in misericordia", in molti dei suoi do-cumenti e nei discorsi rivolti in varie circostanze ai Figli e alle Ancelle dell'Amore Misericordioso, manifesta le sue convin-zioni e indica, come centro dell'attività pastorale della Chiesa l'annuncio e la testimonianza della misericordia.

La premura del Santo Padre nel richiamare gli uomini alla verità della misericordia è dettata, come lui steso afferma, dal-l'amore verso l'uomo; è la risposta ai suoi bisogni più profondi e più veri.

è convinto che "Quanto più la coscienza umana, soccom-bendo alla secolarizzazione perde il senso del significato stesso della parola 'Misericordia', quanto più allontanandosi da Dio, si distanzia dal mistero della misericordia, tanto più la Chiesa ha il diritto e il dovere di fare appello al Dio della misericordia "con forti grida".

Ricevendo in udienza privata la famiglia dell'Amore Misericordioso disse: "L'uomo ha infinitamente bisogno di incontrarsi con la misericordia di Dio, oggi più che mai, per sentirsi radicalmente compreso nella debolezza della sua natura ferita e, soprattutto, per fare l'esperienza spirituale di quell'amore che accoglie, vivifica e risuscita a nuova vita.

Voi, nelle diverse forme del vostro apostolato, nell'acco-glienza di ogni povertà, spirituale e materiale, desiderate pro-muovere e favorire - proprio in virtù del vostro carisma di pro-fessione religiosa - tale incontro dell'uomo moderno con la bontà del Signore. Anche nella vostra opera a favore del clero che abbraccia forme concrete di assistenza, di promozione cul-turale e formativa, voi siete condotti da questo spirito di fondo, da questa impronta di nascita, direi, quella cioè di aiutare gli altri a fare l'esperienza della bontà divina per esserne i ferventi diffusori. Infatti per il sacerdote è tanto più vero ciò che vale per ogni uomo, cioè che egli, trovando misericordia, è anche colui che contemporaneamente manifesta la misericordia... Coraggio, carissimi fratelli! Il mondo è assetato, anche senza saperlo, della misericordia divina e voi siete chiamati a porgere quest'acqua prodigiosa e risanatrice dell'anima e del cor-po".

Nel suo pellegrinaggio al Santuario di Collevalenza, il 22 novembre 1981, tornò sullo stesso tema sottolineando la vali-dità e l'attualità di una evangelizzazione basata sulla miseri-cordia.

Disse: "La vostra vocazione riveste un carattere di viva attualità. Per liberare l'uomo dai propri timori esistenziali, da quelle paure e minacce che sente incombenti da parte di indivi-dui e Nazioni, per rimarginare le tante lacerazioni personali e sociali, è necessario che alla presente generazione - alla quale pure si estende la Misericordia del Signore cantata dalla Ver-gine Santissima - sia rivelato 'il mistero del Padre e del suo amore'.

L'uomo ha intimamente bisogno di aprirsi alla misericordia divina per sentirsi radicalmente compreso nella debolezza della sua natura ferita; egli necessita di essere fermamente con-vinto di quelle parole a voi care e che formano spesso l'oggetto della vostra riflessione, cioè che Dio è un Padre pieno di bontà che cerca con tutti i mezzi di confortare, aiutare e rendere felici i propri figli; che li cerca e li insegue con amore instancabile, come se Lui non potesse essere felice senza di loro. L'uomo, il più perverso, il più miserabile ed infine il più perduto, è amato con tenerezza immensa da Gesù che è per lui un padre e una tenera madre".

 

Conoscere Dio e conoscere se stessi

La frenesia con cui è vissuta l'esistenza impedisce spesso quella conoscenza di Dio e di se stessi che costituisce la base di una vita dignitosa e cristiana.

Madre Speranza è convinta che nella luce di Dio, Amore Misericordioso, è possibile conoscere bene se stessi e prendere coscienza serenamente delle proprie deficienze e dei propri limiti e accogliere con gioiosa gratitudine e senso di responsa-bilità i doni di natura e di grazia che il Signore ci ha fatto.

L'esperienza dell'amore misericordioso di Dio risulta stimolante e terapeutica perché aiuta a superare atteggiamenti molto comuni come il sospetto, la paura, il narcisismo.

Non c'è nulla di più consolante, infatti, della conoscenza dei nostri peccati alla luce dell'amore misericordioso del Signore.

La misericordia, accolta e vissuta, ci fa passare dal perfezionismo alla perfezione, dal senso di colpa alla pace. Negli scritti di Madre Speranza troviamo insieme quella esperienza umana e quella sapienza soprannaturale che pos-sono mirabilmente orientare il cammino spirituale di un cri-stiano.

Ascoltiamo alcune sue sagge considerazioni: "La conoscenza di Dio induce direttamente ad amarlo, perché egli è infinitamente degno di essere amato; la cono-scenza di noi stessi genera la persuasione della assoluta neces-sità che abbiamo di Dio per migliorare le buone qualità che ci ha donato e per correggere le nostre debolezze e miserie... Come potremo correggerci dalle mancanze che non conosciamo bene? Come potremo praticare le virtù e svilup-pare le buone qualità delle quali siamo dotati se solamente abbiamo di esse un concetto vago e confuso?'.

Ecco una delle sue più stringenti argomentazioni: "Per poter pregare ci è molto necessaria la meditazione, poi-ché se non meditiamo sulle nostre miserie e debolezze, non sapremo cosa chiedere nella preghiera e questo è uno dei mali maggiori delle anime religiose".

Queste riflessioni sono in linea con quanto il Santo Padre Giovanni Paolo II scrive nell'Enciclica "Redemptor Hominis": "L'uomo non può vivere senza amore: egli rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l'amore, se non lo sperimenta e lo fa proprio, se non vi partecipa vivamente".

Comprendiamo perché ai suoi figli e a chiunque voglia seguire un serio cammino di perfezione Madre Speranza chiede di fare mattina e sera un tempo di meditazione per conoscersi e per accogliere e mettere in pratica la Parola di Dio.

 

La cultura dell'amore

L'amore misericordioso è la sola forza capace di cambiare il mondo perché è capace di cambiare in profondità il cuore umano.

Le crisi che caratterizzano la società sono il frutto di una errata convinzione che la vita sia un possesso di cui poter dis-porre a piacimento e non un dono di cui rendere partecipi gli altri. Questo radicale egoismo, da cui tutti gli uomini sono segnati, turba la serenità delle famiglie, distrugge l'amicizia, avvelena i rapporti con gli altri, inquina le istituzioni.

La cultura dell'amore, di cui la Chiesa si fa promotrice, è un progetto che si caratterizza per la gratuità, il perdono, la fedel-tà, il servizio. Se l'uomo scopre la vita come dono e sente di essere amato gratuitamente non può fare a meno di stabilire con gli altri relazioni basate su quella accoglienza misericor-diosa che non nega ma supera la semplice giustizia.

Madre Speranza vede il "suo" Santuario non solo come luogo di culto e di conversione, ma anche di carità, di testimo-nianza, di studio, di formazione. La semplice verità che qui viene in mille modi proposta: Dio mi ama nonostante i miei peccati e le mie miserie, diventa motivo di fiducia e di spe-ranza.

I numerosi convegni che si svolgono a Collevalenza sono vissuti nella serena atmosfera di un luogo che richiama continuamente la realtà di un amore indispensabile per la paci-fica convivenza umana e per un impegnativo programma di vita cristiana.

 

Riscoprire il volto del Padre

Ognuno ha di Dio una sua idea, ma nulla cambia nella vita fino a quando non arriviamo a conoscerlo come Padre.

Spesso gli uomini lo vedono come rivale, come giudice e antagonista e per questo cercano di eliminarlo dalla loro vita. è stato ripetutamente detto che la nostra è una società "senza padre". Il desiderio di emancipazione ha sedotto l'uomo illudendolo di trovare la propria libertà e la propria autonomia nel rifiuto di ogni autorità. Ma il fatto di non voler riconoscere le proprie radici rappresenta un taglio suicida e una strada verso la morte. La libertà dell'uomo consiste nel-l'accettare la sua verità che è quella di figlio bisognoso di guida e di premure; consiste nella capacità di dare a chi nulla ti dà, di perdonare a chi ti offende, di amare anche chi non è ama-bile e ti nega il suo amore.

Estromettendo il "padre" dalla propria vita, perché si ritiene oppressivo o rivale, viene meno ogni possibilità di speranza.

L'esperienza dell'amore misericordioso è di fondamentale importanza per recuperare la figura paterna.

Quando si verifica vengono risanate ferite, colmati i vuoti, si riacquista sicurezza e gioia. Per questo Madre Speranza pregava il Signore affinché tutti gli uomini lo potessero sempre vedere come un Padre buono e misericordioso.

 

Una visita storica

A dare risonanza a questa viva attualità del messaggio del-l'Amore Misericordioso contribuì, dopo la pubblicazione del-l'Enciclica "Dives in Misericordia", il viaggio che il Santo Padre, Giovanni Paolo Il volle fare al Santuario di Collevalen-za.

Un viaggio desiderato e già previsto dalla stessa Madre Speranza che l'8 febbraio 1965 aveva rivolto al Signore, con il candore della sua anima, questa fiduciosa implorazione:

"Ti chiedo che un giorno Tu possa ricevere la gloria di vedere il tuo Vicario venire a visitarti e a darti gloria in questo tuo Santuario: per me sarebbe una gioia immensa vederlo, ma se Tu non vuoi che io lo veda, neppure io lo voglio, però desi-dero che Tu, Gesù mio, riceva la gloria che il tuo Vicario dica delle parole, benedica, approvi e magnifichi questo Santuario unico al mondo dedicato all'Amore Misericordioso di Dio, di Colui che tutto può, da cui tutti ricevono la salvezza".

Curiosa coincidenza: qualche mese prima il cardinale polacco Karol Woitila, in occasione della festa di Cristo Re, Amore Misericordioso, aveva fatto visita al Santuario. Non passerà molto tempo e Madre Speranza annoterà nel suo Dia-rio: "Mi è stato detto che un giorno il Vicario di Cristo verrà a visitare questo Suo Santuario. Io vorrei che fosse subito. Questo desiderio e questa promessa si realizzarono dopo non molti anni, il 22 novembre 1981.

All'Angelus del mezzogiorno di Domenica 8 novembre, il Santo Padre Giovanni Paolo II disse. "Desidero annunciare che Domenica 22 novembre, Festa di Cristo Re, a Dio piacendo, mi recherò in visita al Santuario dell'Amore Misericordioso di Collevalenza, in Diocesi di Todi, per ricordare in quel luogo di preghiera e di pietà cristiana, quanto scrissi nella Lettera Enci-clica 'Dives in Misericordia', pubblicata esattamente un anno fa: 'Il mondo degli uomini può diventare sempre più umano solo se introdurremo nel multiforme ambito dei rapporti inte-rumani e sociali, insieme alla giustizia, quell'Amore Miseri-cordioso che costituisce il messaggio del Vangelo'. Vi prego di accompagnarmi con le vostre preghiere affinché la mia visita, fra due settimane, possa recare copiosi frutti di bene per le anime".

Furono due settimane di intensa preparazione, di fervorosa preghiera, di incontenibile gioia. Ad alcuni, anche appartenenti alle alte gerarchie, sembrò inopportuno che il Santo Padre vi-sitasse un'opera mentre era ancora viva la fondatrice: equivale-va ad una implicita approvazione.

Era la prima uscita che il Papa faceva dopo il grave attentato del 13 maggio. C'era forse nella mente del Santo Padre, oltre alla volontà di ricordare il primo anniversario della pubblica-zione dell'Enciclica "Dives in Misericordia", il desiderio di esprimere all'Amore Misericordioso di Dio la sua personale gratitudine per essere sopravvissuto all'attentato?

Una sua espressione: "Siamo salvi per la misericordia di Dio" ci autorizza a crederlo. E soprattutto ce lo fa pensare una misteriosa coincidenza. La vigilia dell'attentato, Madre Spe-ranza si sentì male ed ebbe abbondanti vomiti di sangue, che continuarono fino al giorno seguente quando il mondo fu scosso dalla notizia che un folle aveva sparato al Papa. La ma-lattia e le emorragie di Madre Speranza cessarono solo quando, a tarda sera, si seppe che il Santo Padre era fuori pericolo.

Durante questa visita ci fu un incontro casuale di Madre Speranza con il Santo Padre. Nulla era stato programmato. Seduta sulla sua carrozzella Madre Speranza stava anche lei trasferendosi nella sala dove il Santo Padre avrebbe parlato ai Figli e alle Ancelle dell'Amore Misericordioso. Proprio nel momento che il piccolo corteo papale passava si aprì l'ascen-sore e da esso uscì Madre Speranza accompagnata da alcune persone. I loro occhi si incrociarono e il Papa, visibilmente commosso, si diresse verso di lei e inchinatosi le diede un bacio sulla fronte esclamando: "Madre Speranza!". Lei non rispose, ma parlavano i suoi occhi: c'era in essi lo stupore e la gioia di chi, come il vecchio Simeone, poteva dire: "Signore hai colmato le mie attese; ora posso andare in pace".

 

Il Santuario: centro eletto di spiritualità

Con la realizzazione del Santuario Madre Speranza si proponeva scopi ben precisi e pregava il Signore perché si realizzassero.

"Che questo tuo Santuario non sia solo un luogo dove la gente viene per ammirarne la bellezza e la grandiosità, ma per puri-ficare la propria anima".

Esso rappresenta innanzitutto un punto di riferimento e di comunione per tutta la Famiglia Religiosa. è la culla della sua vocazione, il centro e il segno della sua particolare spiritualità. Come tutti i santuari, secondo la felice espressione di Paolo VI, è una 'clinica delle anime', dove più facilmente e abbon-dantemente si ricevono gli aiuti per curare le ferite e riscoprire il volto di Dio. è qui che l'anima si purifica nel bagno vivifi-cante della divina misericordia.

Il Santo Padre Giovanni Paolo II lo definì: "Centro eletto di spiritualità e di pietà che a tutti ricorda e proclama la grande e consolante realtà della misericordia paterna del Signore".

Chiese che in esso fosse sempre proclamato il lieto annun-zio dell'Amore Misericordioso mediante la Parola, la Riconciliazione e l'Eucaristia. E precisava: "è parola evange-lica quella che voi pronunciate per confortare e convincere i fratelli circa l'inesauribile benevolenza del Padre celeste. è rendere possibile l'esperienza di un amore divino più potente del peccato l'accogliere i fedeli nel Sacramento della penitenza e riconciliazione, che so qui amministrato con costante impe-gno.

è rinvigorire tante anime affaticate e stanche, alla ricerca di un ristoro che rechi dolcezza e robustezza nel cammino, offrire loro il Pane Eucaristico".

A questo, secondo Madre Speranza, doveva servire il "suo" Santuario.

 

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Una stessa famiglia

La "Famiglia" sembra essere diventata ai nostri tempi un sogno proibito.

Sono molteplici e complessi i pericoli che la minacciano: immaturità, narcisismo, consumismo, egoismo... Invece di essere il luogo della crescita, della fraternità, dell'aiuto reci-proco, dove si acquietano le tensioni della vita, essa diventa spesso il luogo dell'egoismo più esasperato e delle pretese più assurde.

Ha bisogno anch'essa di un supplemento di misericordia.

Il luogo dove si fa la prima esperienza dell'amore mise-ricordioso è proprio la famiglia. Madre Speranza ne era con-vinta.

Nel fondare la sua Famiglia religiosa non solo affidava alle sue figlie e ai suoi figli il compito di portare aiuto e conforto a tante famiglie bisognose e afflitte, ma soprattutto, intendeva proporre un tipo di famiglia, dove, pur non essendoci legami di sangue, fosse praticato uno stile di accoglienza basato sulla fede, sulla carità reciproca, sul perdono e la misericordia.

La Madre ci teneva a dire che "queste due Congregazioni esortazione: "Consapevoli della necessità che l'uomo moderno ha di incontrarsi con l'amore del 'Padre delle misericordie', e lieti di essere consacrati alla diffusione di un tale amore, offrite, anzitutto, nell'ambito della vostra grande Famiglia, una testimonianza serena e convincente di carità fraterna. 'Congre-gavit vos in unum Christi amor': è Cristo Signore che si è inte-ressato ad ognuno di voi e vi ha riuniti in Congregazioni distinte ed in un'unica Famiglia, per compiere con differenti modalità, lo stesso cammino di perfezione nello svolgimento della missione evangelizzatrice". Queste parole non sono soltanto un incoraggiamento, ma definiscono la ricchezza di una originale intuizione di Madre Speranza che esortava conti-nuamente i suoi figli e le sue figlie a vivere questa comunione fraterna in vista della loro santificazione e dell'efficacia della loro missione: "Unitevi tutti, figli miei, nell'amore e nella carità del Buon Gesù affinché pieni di questo amore, possiate dif-fondervi nel mondo intero ed essere luce per tutti quelli che trattano con voi" .

 

Una grande Famiglia

La Famiglia dell'Amore Misericordioso, fondata da Madre Speranza è strutturata in due Congregazioni: quella delle An-celle e quella dei Figli dell'Amore Misericordioso.

La prima comprende le Suore in abito religioso e le suore senza segni esterni di consacrazione.

La seconda comprende i sacerdoti religiosi, i fratelli interni, i fratelli in abito civile e i sacerdoti diocesani con voti.

è opportuna una breve presentazione di queste varie forme di appartenenza, alcune tradizionali e altre moderne o addirit-tura innovative.

 

Ancelle dell'Amore Misericordioso

Le Ancelle, nate a Madrid, la notte di Natale dell'anno 1930, come Associazione civile, ottennero l'approvazione dio-cesana nel 1942 e quella pontificia il 16 dicembre del 1949.

La Congregazione si estese rapidamente, prima in Spagna, poi in Italia, in Germania, Brasile, Bolivia, Romania, India, Messico, Cuba e Perù.

Sempre attenta alle necessità del tempo, profeticamente aperta alle esigenze del momento, Madre Speranza, dopo i festeggiamenti per il Venticinquesimo di fondazione delle Ancelle in abito religioso, cominciò a pensare alla fondazione di un nuovo ramo di consacrate che, pur vestendo da secolari e svolgendo il loro lavoro nell'ambiente civile, avessero i voti e facessero vita di comunità.

Nella città di Fermo, dove si trovava per organizzare Colle-gio, Seminario e Casa del Clero, l'undici febbraio 1957, festa della Madonna di Lourdes, fecero la loro Professione, le prime quattro signorine.

Madre Speranza realizzava, così, un progetto lungamente accarezzato e in qualche modo già contenuto in germe nelle prime Costituzioni dove si dice che "La Congregazione... può ammettere alcune donne di provata virtù, come aggregate". L'approvazione da parte della Chiesa giunse il 22 settembre 1976.

A queste suore, proprio perché esposte a maggiori pericoli, è richiesta una profonda vita interiore e una intensa partecipazione alla vita comunitaria per ricevere il sostegno necessario per il loro delicato servizio di testimonianza. è anche richiesta una qualificata professionalità per servire nel modo migliore i fratelli. La mancanza di segni esteriori che riveli la loro iden-tità di religiose, facilita ad esse la possibilità di raggiungere anche i luoghi ostili alla religione.

 

I Figli dell'Amore Misericordioso

I religiosi, fondati nel 1951 a Roma, vivono la loro vita di consacrazione all'Amore Misericordioso nelle comunità a cui sono destinati. L'impegno prioritario è quello di essere vicino ai Sacerdoti diocesani, specialmente giovani, per favorire il loro cammino verso la santità e sostenerli nel lavoro, acco-gliendoli fraternamente nelle loro case per periodi più o meno lunghi, animando ritiri, incontri e corsi di esercizi spirituali. Sono chiamati ad essere mediatori di misericordia, soprattutto nel ministero della Confessione, con coloro che si sono allon-tanati da Dio e a comunicare ad essi la gioia del perdono, la fiducia e la speranza.

La Congregazione comprende anche religiosi non sacerdoti, chiamati fratelli, che condividono il carisma della Congrega-zione e si dedicano, sotto l'obbedienza del superiore, a svolge-re quei servizi ai quali sono destinati.

I fratelli che svolgono la loro attività all'interno della casa religiosa vestono come i sacerdoti religiosi e si impegnano a dare una pubblica testimonianza, svolgendo con disponibilità e competenza i servizi loro affidati.

I fratelli in abito civile, laureati, diplomati o specializzati in una professione, svolgono il loro lavoro all'esterno della comunità, con discrezione, riservatezza e professionalità, cer-cando di animare cristianamente il loro ambiente. Ad essi è richiesto di integrare lo spirito religioso con una sana apertura al mondo, attingendo le forze necessarie dalla preghiera e dalla vita in comune.

Dei Sacerdoti Diocesani con voti abbiamo diffusamente parlato mettendo in risalto la loro originalità: pur appartenendo ad una determinata Diocesi e rimanendo sotto l'obbedienza del Vescovo, devono essere considerati membri della Congrega-zione, vivendo, per quanto è possibile l'impegno della vita comunitaria. Nel presbiterio diocesano cercheranno di fomen-tare la comunione dei Sacerdoti tra loro e con il Vescovo.

A tutti i suoi Figli e a tutte le sue Figlie Madre Speranza chiedeva di "vivere sempre uniti come una pigna, per santifi-carsi, dare gloria al Signore e per fare il bene a tutti quelli che trattano con essi".

 

Associazione Laici A.M.

Nel 1996 è nata, a Collevalenza 1'Associazione Laici Amore Misericordioso (ALAM). Non è stata fondata da Madre Speranza, ma rientra nello spirito e nelle finalità della sua opera ed è anch'essa un segno profetico per il nostro mondo.

Si tratta di una unione di laici cristiani che partecipano, secondo la loro specifica vocazione, alla spiritualità e alla mis-sione della Famiglia religiosa fondata da Madre Speranza.

Si propone come fine "di favorire la santità della vita cri-stiana dei laici e di coinvolgerli più attivamente nella diffu-sione del regno di Dio nel mondo, secondo le indicazioni della Parola di Dio, del Magistero della Chiesa e della spiritualità dell'Amore Misericordioso.

è la risposta all'urgenza di un nuovo rapporto tra religiosi e laici messo in luce dalla dottrina sulla Chiesa del Concilio Va-ticano II. C'è complementarietà tra le due differenti vocazioni.

La condivisione del carisma con i laici risulta di grande van-taggio per l'evangelizzazione della società. Essi, infatti, hanno una maggiore conoscenza della vita del mondo, della cultura, dell'economia, della politica. Questi valori uniti a quelli speci-fici della vita religiosa, come la radicalità della sequela di Cri-sto, la contemplazione, la vita comune, sono per la Chiesa e per la sua opera di evangelizzazione di grandissima utilità.

Nel Documento della Congregazione per gli Istituti Reli-giosi "La vita fraterna in Comunità" (1994) si dice espressa-mente: "La collaborazione e lo scambio di doni diventa più intenso quando gruppi di laici partecipano per vocazione, e nel modo loro proprio, nel seno della stessa famiglia spirituale, al carisma e alla missione dell'istituto. Si instaureranno allora, relazioni fruttuose, basate su rapporti di matura correspon-sabilità e sostenute da opportuni itinerari di formazione alla spiritualità dell'istituto".

Questa Associazione si è rapidamente estesa in Italia e in varie nazioni del mondo, producendo dovunque copiosi frutti.

 

Andate in tutto il mondo

"La Vostra vocazione è grande!... e con questa vocazione voi portate la speranza nel mondo". Sono le parole di incorag-giamento pronunciate da Santo Padre Giovanni Paolo II nel primo incontro con la Famiglia dell'Amore Misericordioso, quando fece visita alla Parrocchia di S. Giovanni Evangelista, in occasione dell'inaugurazione della chiesa da essi costruita nel popoloso quartiere di Spinaceto, a Roma. Parole che molto opportunamente mettono in relazione la missione specifica della Congregazione alla virtù teologale della speranza di cui il nostro mondo ha estremamente bisogno. La Madre sentiva l'urgenza di portare al mondo questo messaggio. Il suo ardore missionario si esprimeva nella preghiera, nello spirito di sacri-ficio e nella formazione che dava alle sue figlie e ai suoi figli, perché fossero capaci di amare il mondo intero.

"Ho un solo desiderio: che le mie figlie diano al Signore una grande gloria e che, sempre uniti nel suo amore... si esten-dano nel mondo intero e diano a Lui molta gloria.

Non ho altro desiderio!" .

Nel messaggio inviato ai Figli dell'Amore Misericordioso in occasione del Cinquantesimo della loro Fondazione il Santo Padre Giovanni Paolo II fa ad essi questa consegna: "Acco-gliete e diffondete l'amore del Signore, amore che tutto com-prende e rinnova: amore che abbraccia ogni uomo e tutto l'uomo; amore che cambia la tristezza in gioia, le tenebre in luce, la morte in vita. In un mondo segnato dalla solitudine e dall'angoscia, a voi è chiesto di far risplendere la verità e il calore dell'Amore divino, fonte di pace e speranza".

 

La pretesa di "ricreare Dio"

Madre Speranza ebbe un giorno il privilegio di una visione che la incoraggiò a proseguire nel suo cammino tanto difficol-toso, ma altrettanto entusiasmante, di fondatrice.

"Vidi come Gesù piantava la vigna della Congregazione dei Figli dell'Amore Misericordioso...

E vide come essa, insieme a quella delle sue figlie, si sarebbe estesa nel mondo portando dovunque abbondante frutto.

La sua gioia è grande perché il Signore l'assicura che è con-tento e... "si ricrea e si ricreerà vicino ai primi Figli del suo Amore Misericordioso, alle sue Ancelle e a questa povera creatura che, Egli dice, ha chiamato per essere madre di tutti loro.

Io appoggiandomi sulla gioia del nostro Buon Padre, gli ho chiesto, e credo di averlo ottenuto, che sia Lui a portare sem-pre il timone di queste due navi o Congregazioni, che benedi-ca tutti i miei figli e figlie, e mi conceda la gioia che sempre e in ogni momento Lui possa ricrearsi con tutti loro".

La pretesa di "ricreare" Dio, di farlo sorridere ed essere contento, perché ci sentiamo suoi figli e suoi amici, è un dono e un impegno capace di dare pienezza di senso alla vita.

Madre Speranza ha chiesto a Dio questo dono per la sua famiglia religiosa e crede di averlo ottenuto. Le "due navi", delle Ancelle e dei Figli dell'Amore Misericordioso, guidate da un esperto Timoniere e sorrette dalla sua intercessione e dal suo esempio, solcano i mari del mondo per portare agli uomini il messaggio dell'amore misericordioso di Dio.

 

Verso la gloria

Potremmo diffusamente parlare della fama di santità di cui godette Madre Speranza durante la sua vita, al momento della morte e dopo. Innumerevoli e toccanti sono le testimonianze lasciate da chi la conobbe: dalle sue figlie e dai suoi figli, da cardinali, vescovi, sacerdoti, da persone semplici e importanti, che ebbero modo di verificare la sua straordinaria carità.

Ci limitiamo a ricordare che il processo diocesano per la sua Canonizzazione si è concluso nella Diocesi di Orvieto-Todi, l'undici febbraio 1990. Sono stati interrogati novantasette te-stimoni e consultati trent'uno archivi.

I documenti sono raccolti in trenta volumi. La Congrega-zione dei santi ha dato incarico a nove teologi di esaminare la così detta "Positio", una biografia documentata. Il giudizio è stato unanime: tutti hanno riconosciuto l'eroicità delle sue virtù e, il 23 aprile 2002, il Santo Padre, Giovanni Paolo II, l'ha dichiarata "Venerabile".

Ora, perché la Chiesa possa procedere alla sua Beatifica-zione e in seguito alla sua Canonizzazione, è necessario che una commissione medica dia il parere positivo riguardo all'au-tenticità di un miracolo avvenuto per sua intercessione, dopo la sua morte.

Nel concludere queste pagine vogliamo augurarci che ciò avvenga quanto prima e la luce della santità di Madre Speranza illumini la Chiesa e l'Umanità portando a tutti il sorriso di Dio e il pane della carità e della misericordia.