MADRE
MARIA MADDALENA PONNET Visitandina
©
Edizioni Dehoniane, 1994 - Via Casale S. Pio V, 20 - 00165 Roma
Tratto
da: “Meditazioni e pensieri”
CENNI
BIOGRAFICI DELLA MADRE MARIA MADDALENA PONNET
Antonietta,
questo era il nome di battesimo di sr. Maria Maddalena, nacque a Lione,
secondogenita dei coniugi Ponnet, il 7 novembre 1858. Di salute delicatissima
rimase sempre alquanto gracile, ma se il suo corpo era languente, la forza della
sua volontà era vigorosa per la lotta incessante contro la debolezza.
Dopo
le scuole elementari fu messa in collegio dalle suore della Visitazione, con sua
sorella, ove continuarono i loro studi e ricevettero una buona educazione.
Alla
prima comunione Gesù le confidò il « suo segreto » e alla cresima lo
Spirito Santo le fece comprendere il nulla delle cose e il valore della
sofferenza.
Verso i sedici anni, Antonietta lasciò il collegio e ritornò in famiglia, ma non poté godere la presenza della mamma, che essendo di gracile salute, mori qualche tempo dopo.
Trascorsero
così alcuni anni in una vita di abnegazione, carità, amore alla sofferenza.
Volendo
seguire la propria vocazione ed essendo contrastata, dovette fuggire di
nascosto di suo padre che non volle dare il suo consenso, ed ella non lo rivide
più.
Entrò
nella Visitazione di Fourvière dove era stata educata ed iniziò una vita di
fervore. Presto comprese che la « gioia », la dilatazione del cuore e la
tranquillità interiore sono in rapporto con le umiliazioni accettate e amate
perché attirano Dio nell'anima.
Trascorse
i suoi anni di vita religiosa praticando virtù eminenti: carità universale,
cordialità, umiltà, amore alla sofferenza, disponibilità alle sue superiore e
sorelle.
Fu
nominata maestra delle novizie, consigliera, poi superiora di una nuova
fondazione a Vassieux. Curò le nuove costruzioni con competenza, fece stabilire
la clausura e praticare l'esatta osservanza. Fu zelantissima nel procurare la
gloria del sacro Cuore, scopo della fondazione, che culminò con la costruzione
della cappella.
L'amore
inabissa, uccide, fa morire...
In
cielo si ama senza interruzione. Cominciamo la vita del cielo, non vivendo che
di atti di amore e di unione. Ho supplicato lo Spirito Santo d'insegnarmi il più
perfetto atto d'amore e mi è sembrato di udire che lo stato di amore perfetto
è quello nel quale Dio e tutto in tutte le cose e che l'atto che vi rispondeva
era: « Mio Dio, mio unico e mio tutto, tu sei tutto per me ed io sono tutta per
te » (S. Margherita Maria Alacoque): questo sia in parole, sia con un movimento
interiore.
O
carità infinita del mio Dio, riempi, invadi i nostri cuori! Io non posso dire
che questo, senza interruzione: tutto è in questo e questo basta, poiché
tutto e nell'amore.
Mio
adorabile Gesù, mio Dio e mio tutto, ho un bisogno immenso, ho la passione di
amarti tanto da supplire, con il mio amore, a quello del mondo intero.
Gesù:
« Amami con la mia carità infinita, tu mi darai più amore che il mondo
intero; tu non potrai amarmi di più ».
La passione, il bisogno del mio cuore è di prodigarti, in nome del mondo intero, le lodi, le adorazioni, ciò che vi è di più grande ed eccellente, di più perfetto; è di darti, nell'eternità, tutta la gloria accidentale che una creatura può darti.
Gesù:
« Dammi di continuo a me, prodigami a me stesso, con l'unione di pura fede:
potrai tu darmi di più? Con me, con mia Madre supplisci al mondo; il mondo si
allontana da me, abbandonati in unione al mio totale abbandono, per la
salvezza del mondo. La parola che mi soddisfa e: "si" e "carità"
».
Gesù:
« Fatti oggi la capacità del mio amore e offrimi il mio amore ».
Esauriamo
la vita a chiedere l'amore: sempre vi sia questo movimento, qualunque siano le
occupazioni esteriori. Che non vi siano nella nostra vita che delle crescite
nell'amore, dei rafforzamenti nell'unione, degli atti di abbandono, dei sì
delicati e dei sorrisi giubilanti.
Mio
Dio, non vorrei lasciare nel tuo Cuore una sola particella dell'amore che avrei
potuto attingervi con la tua grazia. Lo voglio tutto: per te, per i miei
fratelli.
Per
me il nulla, per lui l'amore. Egli non vuole che si cessi di dirgli: « Ti amo
con la tua carità infinita ». Tutto è vuoto senza l'amore: vuoto di morte;
tutto è pieno con l'amore di volontà.
Il
mio dolore, o Dio, è di pensare che tu non sei assolutamente libero in me. Il
mio cielo sarebbe di vedere tutte le parti del mio essere assorbite dal mio Dio;
il mio cielo sarà il regno assoluto della sua volontà, del suo piacere. Il mio
cielo sarà di amarlo e di vederlo amato.
Ho
ricevuto una luce molto chiara sull'aspirazione di Dio, che mi sembra la mia
via, a proposito di questa parola di un Dottore della Chiesa: « Il Verbo è la
mammella del Padre ». Ho pensato che lo Spirito Santo è il latte di questa
mammella: aspirare incessantemente questo latte divino - e posso farlo dovunque
- e aspirare la santità. Che io non distacchi le mie labbra dalla mammella
divina.
Sono di nuovo nell'impotenza di tutto, eccettuata l'aspirazione divina incessante. Egli sembra dirmi che questa è tutta la mia ricchezza e quella delle anime. E mi dice che quest'unica occupazione è, nella sua ignoranza talvolta dolorosa, il principio di tutta la mia scienza e di tutta la mia conoscenza nell'eternità: è il ristoro di Dio, poiché egli ha sete della nostra sete.
Gesù
mi ha detto: « Ricordati di
questo: non ti ho creata che per amarmi, non ti ho fatta mia sposa che per
amarmi. Ti metto nell'impotenza di tutto, affinché tu non possa dirmi che
queste parole: Io ti amo, o mio Gesù, ti amo per quelli che non ti amano, ti
amo con tutto il tuo amore, con tutto l'amore infinito dell'adorabile Trinità,
con tutto l'amore di coloro che sono stati, che sono e che saranno ».
«Ho
bisogno che tu me lo dica, anche senza gusto, tra impotenze, stanchezze, aridità.
Amami senza sapere che mi ami; che importa? Purché io sia amato. Dimmi che mi
ami, ponendoti ai miei piedi, con il movimento del tuo cuore, con il tuo amoroso
silenzio. Bacia spesso il mio Cuore per coloro che lo lacerano. Se tu sapessi
che cosa avviene tra me e la tua anima, quando incolli le tue labbra
all'apertura del mio costato per aspirarne i tesori! ».
«
Più intimità, familiarità e confidenza; non tanta distanza, malgrado i tuoi
peccati, le tue miserie, le tue insensibilità, le mie apparenti freddezze, il
mio silenzio. Tu sai bene, per mezzo della fede, che io sono la tenerezza, la misericordia
infinita, il Padre, la madre, il fratello, l'amico, lo sposo, il riparatore,
colui che supplisce all'infinito ».
Il
buon Dio mi rimette in maniera intensa nell'aspirazione dell'amore, come se
dovessi vivere molto, in breve, per mezzo dell'amore.
Mentre
gettavo tutto nell'amore, mi è sembrato di trovarmi al giudizio della mia vita
colpevole, e tu, mio Salvatore, divenuto in quel momento mio giudice, tu
dicevi alla pagina dei miei peccati: « Tutte queste colpe sono state consumate
dall'amore. Io non ho da giudicare ciò che è stato consumato dall'amore ».
E
riguardo alle mie povere azioni mescolate di buona volontà, di debolezza e di
imperfezioni: « Tutti questi atti, così minimi, così piccoli, così
imperfetti, sono stati purificati, santificati, trasformati dall'amore
nell'amore per la mia sola gloria, il mio piacere, il mio puro amore ».
Questa
mattina sono presa dal pensiero delle liberalità divine e della mia piccolezza.
Sono presa dal pensiero che la grande sofferenza del Verbo incarnato è di non
poter riversarsi, in balia del suo amore, nella sua povera creatura. Mio Dio,
vorrei avere un cuore grande come il mondo, per ricevere tutto.
Gesù:
« Abbilo più grande del mondo; tu lo avrai tanto grande quanto lo vorrai. Io
ho bisogno di espandermi: non chiedo che una capacità e lo verso. La capacità
è formata dal nulla e dalla confidenza: e l'identificazione alla carità infinita
».
Mio
Dio, se ti chiedo, per mezzo di Maria, la grazia di amarti, per quanto è
possibile a una creatura, è perché io credo che l'anima che ti amerà di più
sarà quella che ti glorificherà di più in eterno; è perché la mia ambizione
è di prodigarti nell'eternità, dinanzi al tuo trono divino, tanto amore,
quanto è possibile a un essere creato.
Se ti chiedo di infiammare il mondo, è perché non ci siano degli esseri privi di amore. Fatti dunque amare, mio Dio: poco importa che sia per il tal mezzo, per il tale intermediario, purché tu sia amato.
Vorrei
rendere il mio ultimo respiro versata a goccia a goccia nella forma del tuo
beneplacito, consumata nelle fiamme del tuo puro amore.
Il
mio lavoro, il mio gran lavoro è di mettere, con l'unione di fede, la
pienezza di Dio nelle mie minime azioni, di inondarle della carità divina.
Il
grande mezzo di realizzare il piano divino sul mondo, è di semplificare la
mia vita nell'unificazione, identificazione, assimilazione, atto per atto. È
nelle frequenti nuove unioni, nel « sì » delicato a tutto; e allora, si farà,
per la più piccola delle tue creature l'adveniat regnum tuum richiesto,
augurato, voluto dal tuo Cuore.
Chi
potrà comprenderlo? Amarti, mio Dio, è volerti come sei, cioè tutto. Più noi
siamo niente, più tu sei tutto.
Gesù:
« Non applicarti che ad amarmi e a piacermi in ogni cosa ». Ma Signore, come
amarti? Io non ho amore. « Tieni, ecco il mio Cuore, supplisci a tutto ciò che
ti manca ». Ed egli mi mostra il suo Cuore.
Il mio Signore mi ha rimessa in questo stato di idiotismo completo, per ogni cosa, che non mi lascia la possibilità di alcuna riflessione, di alcun pensiero, di alcuna parola, se non per dirgli: io ti amo con la tua carità infinita. È come se non mi avesse creata che per questo.
La
santità è nell'amore. Mio Dio, se potessi essere sulla terra quella, tra le
anime, che ti avrà inviato al cielo il maggior numero di atti d'amore!
Mi
consolo di tutto con un atto di amore a Dio. Mio Dio, metti in attività questa
tua povera creatura che hai fatta per amare.
È
grande atto di amore procurare la sovrana voluttà dell'essere amato: « La sua
sovrana voluttà è di espandersi » (S. Francesco di Sales). Ogni punto
d'osservanza, rapendogli il Cuore e procurandogli la voluttà di espandersi,
è un grande atto d'amore.
Credo
agli eccessi della tenerezza di Dio, e, per sua grazia, conduco le anime a
credervi. Credo agli eccessi della tenerezza della sua mano e del suo Cuore.
Mi abbandono e vi abbandono le anime.
Tu
mi hai mostrato, mio Dio, che tutto è nell'amore, che l'amore puro e intenso
racchiude, ottiene tutte le corone, corone di profeti, martiri, apostoli,
secondo questa parola di S. Paolo che mi aveva rapita: « Aspirate ai carismi
più grandi » (1Cor 12,31).
Ed
ora consoli il dolore del cuore impotente ad amare, ricordandomi incessantemente
che l'amore è nella volontà di amare; che per supplire alle nostre desolanti
impotenze e insensibilità ci doni il tuo Cuore, fornace ardente di carità e ci
permetti di sostituire incessantemente il cuore di Gesù al nostro cuore gelato.
Il
Signore mio Gesù mi mostra la mia via in quel diamante freddo, rude, duro,
irriducibile che, tuffato, immerso nella fornace ardente del suo sacro cuore
diviene fuoco.
Vuoto
incredibile: l'amore è la mia pienezza.
Mio
Dio, immagino una bocca rivolta verso il cielo, cioè verso di te che,
obbediente a una forza superiore, non cessi di sospirare: « Carità infinita,
volontà di Dio ».
Oggi
nostro Signore ha risvegliato ardentemente nel mio cuore il bisogno di
riparazione, vocazione che mi aveva palesemente data a dodici anni: essere
consolatrice del suo sacro cuore, dono per tutti. Egli mi disse: « Sii il mio
compenso » ed io non vedo in me, con dolore, che freddo, ghiaccio, peccati,
imperfezioni; ma ho lui per supplire con lui a tutto questo.
Oggi
sono ispirata a considerare come fuoco l'aria che mi avviluppa - fuoco della
carità divina - e ad aspirare questo fuoco tante volte quante apro la bocca per
respirare; e a rinviarlo in nome del mondo. Questo andando e venendo, ovunque:
sono compenetrata dalla presenza di Dio. Uccidimi, se necessario, ma glorificati
in me.
Il
mio Dio accende in me una sete ardente, potrei dire consumante, di amarlo.
Abbandonandomi
allo Spirito Santo perché faccia in me l'opera divina, egli stende un velo su
tutto: umiliazioni, mortificazioni, gioie, sofferenze, tutto sparisce. Egli produce
l'indifferenza per tutte le cose e non lascia che l'aspirazione molto
semplice, unica, continua della carità infinita.
O
Gesù, io non vedo che questo, non posso vedere che questo: dei torrenti di
amore che si versano dalla SS.ma Trinità sul mondo per mezzo del cuore di Gesù,
e che si versano senza eccettuare nessuno: se un'eccezione vi è, è per i più
poveri, i più miserabili, i vinti, i distrutti ai loro propri occhi e a quelli
del mondo.
Ciò
che fa l'attività della vita è l'amore.
Egli
è venuto a dare il battesimo di fuoco. Il primo purgatorio è il cuore di Gesù.
Il
mio sovrano Maestro mi presentò il suo sacro cuore come una fornace d'amore
nella quale mi sentii gettata; e mi furono dette queste parole: « Ecco il
divino purgatorio del mio amore nel quale dovrai purificarti » (S. Margherita
Maria Alacoque).
«
Tieni il tuo fango nella mia fornace », dice Gesù. È questa la
compenetrazione d'amore.
Gesù,
non è vero che ci amiamo? Non è vero che nei momenti di angoscia, di terrore,
di abbandono apparente, ci amiamo sempre? Tutto, tutto va bene, per te solo!
Da
quando ci è stata letta questa bella parola di Tertulliano: « Egli ci ama
fino a vezzeggiarci » - nel senso di eccesso, o profusione, o prodigalità -,
io passo sovente delle ore, nel tempo del silenzio, a chiedere per le anime
delle raffinatezze di umiltà, di amore, di obbedienza, di unione a Dio, di ciò
che più lo glorificherà e più gli sarà gradito.
Poiché
il piacere del nostro Dio è di riversarsi in noi, poiché il nostro bisogno è
di ricevere questa prodigalità, che cosa potrà impedirci di essere ricche in
Dio, di essere sante?
Gesù
prova piacere a sentirsi dire che lo si ama, a sentirsi ripetere questa parola
con il cuore, con le parole, i pensieri, gli atti: egli lo sa, ma prova
piacere ad ascoltarla.
«
Quando tu non potessi più dirmi altro che questa parola: Mio diletto Gesù, ti
amo, questo basterebbe largamente ad accontentarmi ».
Assetata
di Dio, avevo mille modi di andare a lui, ma non mi dicevano niente. Allora il
mio Salvatore mi ha insegnato che, per me, il mio modo di andare a lui è di
andarvi senza modo, è di slanciarmi in lui come l'uccello che prende
direttamente il suo volo verso l'oggetto che lo attira, senza curarsi delle
strade che sono intorno a lui.
Nelle
sue braccia, serrate a lui, abbracciandolo, beviamo senza interruzione al suo
seno: egli agirà e tutto sarà fatto.
Mi
sembra di avere di continuo dinanzi agli occhi un tesoro immenso, infinito, che
è tutto, che e l'unico necessario, e questo tesoro e la carità infinita di
Dio, cioè tutto Dio. Mi sembra che la sapienza sia nel separarsi da tutto, nel
dar tregua a tutto, per aspirare costantemente questa carità infinita.
Ho
un desiderio insaziabile di amare: mi sento disposta a soffrire tutte le pene
possibili fino alla fine del mondo, alla sola condizione di poterlo amare un po'
di più per tutta l'eternità.
La
religiosa che si sforza di non uscire dalla nostre osservanze a prezzo delle
fatiche fisiche che gravano sulla sua salute, di tutti i disturbi, imbarazzi,
ostacoli, può veramente dirsi « martire d'amore », e, per conseguenza,
sovrabbondare di gioia al pensiero che rende un poco a colui che le ha dato
tutto, donandosi a lei interamente.
Preghiamo
perché tutti si infiammino. Non ci allontaniamo nemmeno per un momento nella
nostra vita, dal nostro ufficio di « mendicanti d'amore », per arricchire il
« Mendicante d'amore », poiché è lui che dona ciò che si degna reclamare.
Tale
è il mio desiderio di amarti, mio Dio, che se, per ipotesi, tu potessi odiarmi,
io non cesserei di dirti, per quante volte respiro: « Mio Dio, te ne supplico,
fammi la grazia di amarti per quanto è possibile a una creatura, dopo Maria.
Non ti chiedo il godimento, il sentimento dell'amore; non te lo chiederei
neanche per l'eternità, se non sapessi che questo godimento di amarti
costituisce una parte della beatitudine eterna che è la tua gloria accidentale.
Ma io ti dico: O Dio, Padre mio, geloso della tua gloria, per la tua gloria e
per il tuo piacere sii geloso anche della mia capacità di amare, falla immensa,
riempila ».
Poiché,
durante l'Ufficio, volevo dedicarmi alla SS.ma Trinità e, mentre l'altro coro
cantava, fare spesso questo slancio: « O SS.ma Trinità! », mi è sembrato di
udire: « Per onorare la mia Trinità santa applicati meno al mistero che
all'essenza del mistero, cioè applicati all'amore infinito. Dio è amore:
invece di ragionare sulla SS.ma Trinità, aspira incessantemente la sua
essenza. L'amore respira questo amore in omaggio. Identificati alla santa Trinità
e riduci questo amore aspirato, questa identificazione - di volontà alla mia
volontà significata e di beneplacito - all'unione nei più piccoli dettagli,
nelle minime cose ».
Vorrei,
per grazia tua, che la mia unione attuale fosse così continua che i miei atti
non fossero delle nuove unioni, ma il rinserrarsi ripetuto di due cose già
unite, l'immergersi l'uno nell'altro di due oggetti già compenetrati.
Per
quanto la fragilità, aiutata dall'onnipotenza della grazia lo permette, da
questo giorno, 22 gennaio 1907, fino all'atto della morte, non ci sia in me un
atto che non sia attualmente unito, assimilato, identificato.
Essere
stabilita nel cuore di Gesù. Far tutto attualmente nel cuore di Gesù. Aderire
attualmente, dal più profondo, al cuore di Gesù, anche nei miei rapporti
esteriori. Osservare di tanto in tanto, se sono attualmente nella fusione,
assimilazione, senza sforzo. Che sia come qualcuno che comunicasse soltanto
attraverso la finestra della sua casa senza mai uscirne; e che, finita la
comunicazione, si affrettasse a chiudere tutto e a rientrare in casa per
attendere all'unico necessario.
Identificarmi,
nella pura fede, atto per atto, con un semplice movimento, alla fornace ardente
e infinita, per farne salire tutto l'ardore e tutte le fiamme verso Dio solo.
Che importa che io sia di ghiaccio; che importa ciò che faccio, ciò che
mangio; se dormo, parlo, lavoro; prego, se taccio, purché faccia salire verso
il mio Dio, con l'identificazione, le fiamme della sua fornace?
Rimessa
da nostro Signore in questa verità: « In tutte le tue azioni mai te, sempre io
», ho capito che la mia sola ragione di essere quaggiù è di essere in unione
con lui, da parte di tutte le creature.
A
volte tu ti degni sollevare un istante il velo e, allora, mio Dio, in uno
sguardo semplice e rapido, mi fai intravedere, ciò che vi è di grande,
immensamente grande in questa unione semplicissima di un povero essere peccatore
con te; ciò che vi è di grande ad animare le nostre azioni, anche le più
volgari, della volontà di amare con il tuo stesso amore.
Allora
un punto, una lettera, una parola prendono delle proporzioni inaudite, mi
sembrano un'immensità, perché rivestono una bellezza e un valore
meravigliosi. Dopo questo non vi è più che da adorare, da abbracciare il
nostro Dio, in una stretta d'amore.
Tutto
ciò è nascosto agli occhi delle creature che vedono le innumerevoli cadute e
non suppongono ciò che avviene di sublime con questa identificazione
semplicissima tra Dio e un povero essere peccatore; è nascosto alla stessa anima
che resta spesso cieca, fredda, insensibile, ma vuole credere e non desidera
che la pura gioia di colui che ama e dal quale si crede amata.
Mi
sembra, mio Dio, che tu voglia che, qualunque sia la mia occupazione interiore,
il mio stato spirituale, la mia anima sia unita al mio Cristo adorato, Gesù, o
piuttosto identificata a lui, inabissata in lui fino all'eternità.
Dice
Gesù: « Tieni il tuo cuore
serrato contro il mio, con fede pura, e non temere niente, per quanto tu non
senta né veda niente ».
È
incredibile ciò che egli mi fa trovare quando mi concentro nella pratica di
rinserrare l'unione prima di ogni azione, ma tutto con una straordinaria
semplicità e povertà, senza uno sguardo su me stessa, con una grande fedeltà.
Mio
Dio tu sembri ispirarmi che la mia missione nella comunità è di irradiare il
mio Dio, con l'unione intensa del mio niente al tuo tutto.
L'unione
attuale, semplice e potente mezzo di santità, è la santità dei miserabili,
poiché egli vuol essere « il tutto di coloro che non hanno niente ».
Accanirmi
in questa pratica: non rimanere un minuto in ciò che non è Dio, in ciò che è
fuori di Dio.
Sì,
mio Dio, io lo comprendo, non vi è che questo da fare: abbandonata a te, fusa,
impastata con te, dire: « sì ». Perché cercare altra cosa?
La
mia unione deve essere così intima e così spesso riaffermata che la sua vita
prenda il posto della mia propria vita. Tutto deve confluire nell'unione, non un
movimento scorra fuori del suo impulso: per parlare, unire le mie labbra alle
sue; per agire unire le mie mani alle sue; per leggere unire i miei occhi e la
mia intelligenza... e così di tutto.
Se
mi si domandasse qual è la mia occupazione, risponderei: mi unisco, mi
abbandono, aderisco, amo, aspiro; io divento ciò che egli mi imprime, mi muovo
come egli mi muove.
Gesù:
« Sii perduta per te, sii sicura di me ». Accompagnerò il mio inabissamento
in Dio, prima di ogni azione, con questa parola: Signore, sono sicura. Unirmi
non alle operazioni del Signor mio Gesù, ma al Signor mio operante è un
immergermi più profondamente in lui. Esempio: unirmi, assimilarmi a Gesù che
prega, che comunica divinamente con il Padre suo, che lavora, che si nutre,
quaggiù, materialmente e spiritualmente della sua divinità.
Effetti
dell'unione: più l'anima si dà, più Dio la sollecita a unirsi, più le fa
vedere meraviglie nella pratica dell'unione, dell'immersione,
dell'assimilazione profonda in Dio, nei cuori di Gesù e di Maria, prima di ogni
azione, anche minima.
Quando
l'anima si unisce, una parola del Vangelo, della Sacra Scrittura le basta
perché Dio la nutre, e se non sente niente, la semplice unione le e
sufficiente.
L'anima,
con questa pratica, sembra aperta a tutte le virtù che l'unione le comunicherà;
essa appare al di sopra delle tentazioni: come il bambino, sollevato e racchiuso
nelle braccia di sua madre, non può essere raggiunta da niente di tutto ciò
che è in basso.
Mi
sembra che l'anima alla quale Dio ha mostrato il segreto di questa pratica ha
trovato il segreto della santità, della gloria accidentale di Dio, della
salvezza del mondo.
Più
l'anima si unisce, più Dio la spinge all'annientamento, le fa conoscere di
essere al di sotto di tutti, con la convinzione che, realmente, essa è l'ultima
e la più piccola di tutte.
Sembra
che più l'anima si applica a questa pratica più ingrandisce in tenerezza e
delicatezza di carità verso il prossimo, più cresce il suo zelo per le
anime.
È
impossibile che l'anima s'immerga nel Dio-fornace, senza uscirne infiammata
d'amore.
Per
l'immersione continua in Dio l'anima non può fare a meno di divenire fragrante
di tutte le virtù divine. Spesso è l'unione di ghiaccio, ma è unione di fede.
Mi
sembra impossibile che con l'unione intima al Cuore divino, incessantemente
rinforzata, e con il « sì ardente » a tutto, l'anima non possa giungere al più
alto grado di santità.
Il
desiderio di Dio è la nostra consumazione nell'unione, egli non ama che
questo. Per arrivare alla consumazione dell'unione, prima di ogni atto, unirsi
in tutto e per tutto: nelle pene, nelle gioie, nelle miserie incessantemente
unirsi, aspirando l'amore, non attendendo che l'unione.
Mi
sembra che tutte le industrie, le idee, i mezzi devono, in me, ridursi a una
unione profonda, molto intima: da tutto io vado a lui, senza uno sguardo,
un'esitazione su ciò che lascio per andare a lui.
Gesù:
« Il tempo presente esige l'unione attuale, di fede, molto semplice, esige
l'amore semplicissimo di volontà. Unisci il tuo nulla peccatore al mio tutto
divino e credi agli effetti dell'unione ».
Vi
è in me qualcosa che non posso esprimere: è qualcosa che va diritto a Dio,
che non cerca che Dio, che aspira a essere colmato solo da lui. O Gesù, non
posso permettere che il più piccolo miscuglio sia in me: tu solo, il tuo amore,
il tuo piacere.
Mi
sembra che Dio invada la mia povera anima. Come egli è buono, ma mi vuole
annientata e immolata.
Come
è semplice l'unione, eppure tutta la santità è là!
L'anima
che si tiene unita a Dio ha la luce su tutto; quest'anima diviene una potenza:
è certamente l'apparizione di nostro Signore continuata sulla terra. Nessuna
migliore preparazione alla comunione che l'unione.
Unione
semplicissima: io vi trovo la gioia. Essa non produce la gioia sensibile, ma a
me basta d'essere convinta che nostro Signore vi trova la sua divina
soddisfazione. Il mio adorabile Gesù mi fa esperimentare di nuovo che per me
non vi è niente di più eccellente, di più santificante che di immergermi
intimamente in lui, prima delle più piccole azioni, andando da immersione in
immersione: questa pratica mi fa passare in lui, ed egli passa in me; essa mi
discioglie in lui.
Quando
voglio fare altra cosa, sotto pretesto di fare più e meglio, nuoccio alla mia
anima, perché tutto il suo profitto è in questa semplicità, con l'abbandono
totale e il sì.
Quando
mi immergo per l'azione di grazia, durante la santa messa, durante l'Ufficio,
egli mi assorbe...
Come
vorrei trovare delle anime che entrassero in questa via di inabissamento
frequente e di unione in tutto, senza altro! Se esse sapessero fino a qual
punto fa avanzare questa semplice pratica!
Assimilazione
al mio Dio: ecco tutto! Seguire i suoi movimenti, i suoi minimi movimenti.
Desideri
ridotti, dissolti nell'unico desiderio dell'amore e dell'unione. Io entro in
rapimento, credendo agli effetti dell'unione: è ammirevole, è divino.
Gesù:
« Tu sai bene che non devi attendere niente da te stessa, ma tutto dall'unione:
la luce, la forza, la santificazione delle anime, la potenza della preghiera e
dei tuoi minimi atti ».
Questa
mattina, svegliandomi, il mio Dio mi ha mostrato quale deve essere la mia
vita: assimilazione continua a Dio. In nome del mondo deve essere un'offerta
continua, incessantemente rinnovata, alla SS.ma Trinità, di Gesù, oggetto
delle sue divine compiacenze. Dico: « rinnovata » perché la natura si
distacca; perché qualunque sia l'intensità dell'unione, lo stato di unione (se
si avesse la fortuna di esservi giunti), essa si accresce, si condensa per
mezzo del rinnovamento, del rinserramento.
Spandere,
con l'unione, un odore divino dinanzi al trono di Dio.
Fra
il cuore di Gesù e il mio miserabile cuore c'è il vai e vieni continuo
dell'amore per lui e per il mondo, il vai e vieni continuo della vita divina tra
Gesù e l'anima, chiedendo la grazia prima di ogni azione.
Bere
migliaia di volte, per il mondo, al cuore trafitto di Gesù. Pur non vedendo
niente, non sentendo niente, ch'io non distacchi le mie labbra dalla sacra
piaga.
Mio
Dio, mio Dio: questa parola comprende tutto, io lo sento.
Trascorrere
la mia giornata ínginocchiata nel mio cuore a prodigare l'amore, ad accrescere
l'unione. Bisogna che avvenga oggi un immenso progresso di unione.
Se
tu lo adori, la tua adorazione si cambia in torrenti d'amore.
Essere
con lui nello stato di unità, incessantemente resa più intima. Non avere
accesso che dalla parte del cielo, per aspirare e respirare Dio: questa è tutta
la mia vita.
Pasqua:
unione a Gesù risuscitato, alla sua virtù risuscitante.
Vivere
in contatto ininterrotto con il fuoco divino: non una soddisfazione alla natura.
Ad
ogni momento immensità d'amore e perfezione del « sì »: ecco ciò che
illumina, per me, le tenebre di questa notte d'esilio.
Gesù
mi ha detto che, in questo 10 ottobre (anniversario della sua nomina a
superiora), egli ha dato alla mia anima un bacio d'amore, preludio delle grazie
di cui egli vuole inondarmi per il tempo in cui sono superiora: grazie innumerevoli
per me e per gli altri, purché la mia unione con lui sia ininterrotta. La mia
speranza in lui è incrollabile.
Gesù
mi ha detto: « Sii talmente unita a me che mio Padre guardandoti, non ti trovi
che fusa nel mio Cuore. Chi potrà impedirtelo? A me piace unirmi al nulla che
si considera tale, alla miseria, all'abbietto che riconosce la sua abbiezione
e la ama. Mi è necessario un vuoto per versarvi la mia pienezza ».
Io
metterò tutta la mia gioia quaggiù ad unirmi, per mezzo della volontà e della
fede; non vi è che questo che faccia felice, non vi e gioia che si possa
paragonare a questo.
Nessuno
saprà mai, sulla terra, la potenza santificatrice dell'« una ad uno », ciò
che questa intima unione porta di santificante, di grande, di divino, nei minimi
atti della vita, in ragione della sua intensità.
Non
mi preoccupo quasi più dei miei peccati; ho forse torto? Pure me ne vedo
sommersa; ma li getto in Dio e non vi penso più. Egli mi dice: « Tu sei un
mostro di peccato, ma poiché vai da un'unione all'altra, essi vengono tutti consumati
nell'unione. Pensa meno ai tuoi peccati che ad unirti a me ».
L'unione
con Dio, i frutti dell'unione sono già un paradiso sulla terra, ma questo
paradiso richiede una povertà dolorosa, un continuo esercizio di fede pura.
Una
di queste mattine mi sono svegliata dicendo: « Mio Dio, vorrei essere veramente
buona e non lo sono ». E, subito, conclusi che era impossibile rimanere molto
unita al Cuore d'infinita bontà senza correggere la mia durezza e divenire
molto buona, molto abbandonata, molto devota.
Non
si comprenderà mai nel mondo l'importanza che possono avere le azioni di
un'umile religiosa, sotto il punto di vista della riparazione, dell'espiazione,
della propiziazione. Essa può immettere nel mondo qualche cosa di divino
durante la giornata e in tutti i giorni della sua vita, con l'unione nella
quale la mette il suo stato di sposa.
A
misura che s'avanza il tramonto della nostra bella vita religiosa che ci
prepara un domani sì divino, questa parola del Vangelo ci rivela con più
chiarezza lo scopo della nostra chiamata: « Gli presentavano i malati ed egli
li guariva, qualunque male avessero ». Unirci a Dio, rinserrare incessantemente
la nostra unione e aiutare le anime a salvarsi: ecco la missione a cui Dio ci ha
destinate nel suo amore. Benediciamolo insieme.
Le
nostre piccole e grandi prove, unite alle sofferenze di Gesù, avranno il loro
peso per il riscatto delle povere anime alle quali si vorrebbe aprire il
cielo, senza riserva. Una santa ne libererebbe mille con un sospiro; se unissimo
noi pure i nostri sospiri, i nostri sorrisi, le nostre azioni, le nostre
preghiere al tutto di Dio, quante migliaia ne salveremmo con questa unione
divina del nostro nulla con il suo tutto!
Signore,
sono un'insensata se non tengo incessantemente le mie labbra incollate
all'apertura del tuo sacro costato, sono un'insensata se non tengo la dura
pietra del mio cuore immersa nella fornace ardente della tua carità, che fonde
i più duri minerali.
A
forza di unirsi incessantemente e in tutto ai sentimenti di nostro Signore Gesù
Cristo, mediante i sacramenti, l'anima finisce per non sapere neanche più se
ha sentimenti, quando ne ha e quali siano. Essa prende i sentimenti di Gesù e
basta. Passa in Gesù e Gesù passa in lei: non conosce altro che Gesù,
sembra perdere la sua personalità, perché non vive più, ma Gesù vive in lei.
Oggi,
lamentandomi con il mio Signore Gesù perché non mi dà delle luci, perché da
lungo tempo gli chiedo la grazia di amarlo per quanto è possibile amarlo quaggiù
ed egli non mi esaudisce, mi è sembrato che mi dicesse: « E una grande grazia
che io ti faccio il non poter compiere uno solo dei tuoi atti, anche il più
piccolo, anche il più insignificante, senza ricordarti di offrirmelo con il mio
proprio amore. Io ti spingo ad aspirare ad ogni tuo respiro la mia carità
infinita: non sei abbastanza ricca? Di che cosa ti lamenti? Aspirazioni
d'amore, unioni a me e a Maria, abbandono in me: quale altra ricchezza vuoi tu?
E perché vuoi delle luci, mentre io ti ho messa nella luce? ».
Quando
prego la santa Vergine e le domando ciò che vi è di più glorioso, di più
gradito alla santa Trinità, di più santo, di più santificante, mi sembra che
mi risponda: « L'atto più glorioso per Dio è l'atto di unione molto puro e
molto semplice, poiché con questo atto l'anima testimonia che Dio è tutto,
tutto è in Dio, che essa trova tutto in lui, che egli le basta. È l'atto più
santificante per l'anima; è come un bagno refrigerante e nello stesso tempo
purificante, infiammante, riconfortante, nel quale l'anima vorrebbe immergersi
ad ogni istante. È come una penetrazione nell'atmosfera divina, nella regione
del divino ».
Questa
disposizione d'unione intima spinge al « sì » in una maniera incredibile; del
resto essa sarebbe vana, se non vi ci spingesse.
Mio
Dio, l'unione mi sembra come un oceano infinito, nel quale l'anima può sempre
immergersi, mi sembra come un paese infinito, nel quale essa può sempre
inoltrarsi.
Se
vivessi fino alla fine del mondo, senza cessare di riaffermare l'unione a te, ciò
non sarebbe niente, in confronto a ciò che posso ancora ottenere. Come
dunque, mio Dio, non impiegare tutti i minuti della mia povera vita a rinsaldare
l'unione e non impiegarli che a questo?
Provo
a volte un'attrazione irresistibile, una sete insaziabile, una fame divorante
che non si sazia se non rafforzando l'unione, aspirando e prodigando l'amore.
E quando l'attrazione se ne va, provo una convinzione incrollabile che tutto è
in queste parole di Gesù: « Unisciti e credi agli effetti dell'unione ».
Proseguire
l'unione, sebbene senza alcun piacere sensibile: ogni altro pensiero, luce,
felicità sparisce, non resta che questo.
Essere
come un orologio messo nelle mani di un operaio che lo monti e che subito lo
ponga in movimento continuo, sempre uguale. L'anima si mette nelle mani
dell'artista divino ed egli ispira il movimento dell'aspirazione, dell'unione,
dell'inabissamento, dell'offerta.
Chiedo:
« Signore, qual è la più unitiva di queste pratiche, perché la possa
seguire? ».
Risposta:
« Segui il movimento divino, senza guardarlo. Il più perfetto è quello che
io ti imprimo. Sappi che più atti farai di unione, d'amore, di abbandono, più
io ti infiammerò d'amore e più ti infiammerò, più sarai fedele: il vero
amore spinge ad essere fedeli. Più tu mi amerai, più sarai santa e - per
conseguenza - più mi glorificherai per l'eternità ».
Il tuo supremo desiderio, o Signor mio Gesù, è che l'uomo si impadronisca di tutto ciò che è tuo e Tu soffri per tutto ciò che egli lascia.
Egli
vuole comunicare tutto ciò che è suo, non vuole riserbarlo per sé; per questo
lo comunica diffondendo il suo divino Spirito; ed egli, insieme allo Spirito
Santo viene con il Padre suo.
Il
grande dolore di Gesù è il piccolo numero di coloro che vogliono ricevere la
pienezza che egli ha sete di effondere; è la povertà relativa di grazia che
le anime ricevono, mentre potrebbero divenire così ricche di lui da ristorarlo
e consolarlo chiamando, attirando, aspirando incessantemente sul mondo la
pienezza di lui, il tutto di lui; confortarlo facendosi una vocazione
d'appello incessante, continuo a lui per il mondo.
Nuova
luce sugli effetti ammirabili e divini dell'unione attuale per la gloria di Dio
e la salvezza del mondo. Questi effetti ammirevoli sono reali, per quanto
nascosti, molto nascosti, agli occhi delle creature, la qual cosa aggiunge
loro gran pregio.
Questi
rinserramenti attuali di unione, queste aspirazioni d'amore che si fanno sotto
l'impulso divino, non costringono, ma dilatano, mettono l'anima in libertà,
come colui che respira a pieni polmoni in alta montagna.
Dare
sempre al mio Dio, con l'identificazione, l'assimilazione, l'unione
semplicissima, ciò che e suo, in nome del mondo intero, senza un solo sguardo
su ciò che io non sono, se non per esserne rapita nella pura fede.
Nello
svegliarmi, provai una tristezza profonda vedendo il poco, il niente della mia
vita per la riparazione, l'espiazione. Mi e sembrato di sentire, nel fondo del
mio cuore:
«
Ciò che mi piace in un'azione è ciò che vi è di mio: unisciti, fonditi,
assimilati a me nel tuo niente, come goccia d'acqua stagnante nell'oceano di
nardo, come il letame disseccato, il fango infetto, le scorie nella fornace
incandescente, per la mia gloria, per me, per le anime, per la tua
santificazione. E non temere niente! ».
Incessantemente
le labbra aperte ad aspirare l'infinito: per te, da te, con te, in te e il regno
dell'amore.
Se
non aspiro che Dio non esalerò che Dio, malgrado la mia spaventevole, orrida
miseria.
Giovedì
santo. Per onorare l'adorabile Salvatore nel mistero d'amore, abbiamo un grande
sentimento di confidenza: niente glorifica il suo Cuore come la grandezza, la
sicurezza, la sublimità della confidenza.
Ho
sentito che una delle grandi riparazioni che nostro Signore attende da noi, una
delle grandi testimonianze d'amore, è l'immensità della nostra confidenza.
Più colui che confida è abbietto, povero, miserabile, imperfetto, più glorifica
Dio e tocca il suo Cuore.
Gesù:
« Tu non devi domandarmi le cose che più mi danno gloria, le più alte, con
l'angoscia di un'anima che dubita di ottenere, ma devi - e io lo voglio -
domandarle con la certezza di un'anima sicura di avere già ciò che chiede ».
Gesù, voglio confidare in te fino all'impossibile, voglio che non vi sia
un'altra anima che attenda di più da te, che abbia più fiducia in te.
Il cuore di Gesù è così fatto, che preferisce vedere un'anima, che ha coronata di grazie, ritornare a lui con il cuore traboccante di riconoscenza, dopo essersi coperta di peccati, che vederla nel ricordo dei suoi peccati.
Gesù:
« Nel tuo nulla peccatore e sprezzante, a causa della tua miseria e della mia
misericordia, abbandonati e credi, lasciati invadere, colmare e credi. Prodigami
il mio amore: non voglio più vedere te, voglio solo vedere me in te. Tutto è
possibile a colui che crede. La fede, la confidenza mi liberano e mi volgono
verso un'anima: allora io mi slancio su di essa con la sovrabbondanza del mio
amore ».
Gesù:
«Io vorrei delle anime che si servissero del mio Cuore, che si lasciassero
colmare della pienezza del mio Cuore. Io voglio che l'anima mi onori con il suo
niente, con la grandezza della sua confidenza, del suo abbandono, della sua
riconoscenza; con la sua fedeltà, con il suo amore, con la sua gioia interiore,
soprattutto nella tristezza, nell'angoscia e nelle tentazioni della sua natura
cattiva; un'anima nella quale Io faccia tutto e che mi lasci fare ».
Gesù
mi chiede di rimettere interamente il passato nelle sue mani, senza esitare;
mi chiede un abbandono tale che gli permetta di agire in una libertà assoluta;
una sicurezza che sfidi i più leggeri dubbi, un miracolo di confidenza.
Quando
sento in me qualcosa da dare agli altri, egli mi dice: « Sono io che voglio
darti tutto, è da me che devi ricevere tutto come un vile canale ».
Gesù
alla madre Ponnet, superiora:
« Sii il loro Gesù; non temere niente, io sarò la tua forza. Sii attenta al
mio amore, al mio piacere e a non dipendere che da me. Conta su di me, in mezzo
alle tue miserie e alle tue cadute. Non contare assolutamente che su me; non
contare sulle tue parole: parla pure, agisci - poiché è necessario - ma - te
lo ripeto - non ti appoggiare che a me. Nella misura in cui lo farai, io sarò
con te ».
Mio Dio, voglio essere talmente unita a te che la mia condotta possa sempre dire: Non sono io, ma: « Colui che mi ha inviata ».
Raccolta
in Dio, vivere - nella parte superiore - tuffata nella confidenza in lui per
glorificarlo, perché niente Lo glorifica come la confidenza. Custodire questa
parola: « tuffata nella confidenza ».
È
necessario che egli trionfi: se non e con la misericordia, trionferà con la
giustizia. Non sarà necessaria la giustizia per coloro che si saranno
abbandonate alla misericordia. Quindi essere il trionfo della misericordia,
servire al trionfo della misericordia.
Gesù:
« Per la mia gioia e l'espansione dei miei tesori, sii la mia povera, la mia
miserabile, la mia fiduciosa, la mia sicura, sii la mia amante con il mio Cuore,
sii la mia prodiga con ciò che è mio ».
Da
quando ho compreso che tu solo sei tutto e che io non sono niente, che tu ti
degni concedere questo tutto al mio niente per supplire a ciò che mi manca e
per potermi identificare a te, ho compreso che la vita deve semplificarsi e
niente più mi ha turbata.
Se l'anima potesse avere una confidenza equivalente a ciò che Dio vuole, nella sua misericordia, operare in essa, non si sa fino a dove potrebbe elevarsi nella santità, per la gloria della divina misericordia.
Mio
Dio, attendo da te per le mie sorelle, per il mondo e per me più di quello che
si possa desiderare, per la tua gloria e per la tua gioia.
Vorrei,
per glorificarti nell'eternità, ricevere in me e riversare sugli altri tutto
ciò che è possibile a una creatura, dopo Maria. Vorrei essere così santa da
essere una potenza sul tuo Cuore per i miei fratelli. Attendo, sono sicura e credo
che riceverò questo favore, a causa della mia miseria e della tua misericordia.
Quando
si pensa fino a qual punto Dio è buono con noi e possiamo facilmente attirarlo,
espanderlo in noi e sul mondo, con la preghiera di slancio, di sospiri, di
sguardi, non si comprende come la creatura non trascorra la sua vita interiore
in uno slancio ininterrotto verso di lui, aspirando l'amore o respirando
l'amore. E tutto ciò badando - per la parte inferiore - ai propri doveri, alle
necessità della vita.
Gesù:
« Perché turbarti per una giornata, per un anno, una vita che è divenuta
preda della mia misericordia? ».
Gesù:
« Quando comparirai dinanzi a me, avrai ciò che avrai creduto ».
In
questa fede, in questa confidenza, mi abbandono, abbandono le anime alle
magnificenze e alla raffinatezza del suo amore, alla perfezione delle sue divine
operazioni. Non posso esprimere ciò che avviene in me, miserabile peccatrice,
non posso esprimere ciò che credo di te, ciò che attendo da te, senza vederlo,
né saperlo, né sentirlo.
Gesù, vorrei poter far conoscere le delicatezze infinite, la tenerezza amorosa di cui tu circondi le anime che confidano in Te, ma che confidano tra gli abbandoni, i terrori della parte inferiore, le tentazioni, gli sgomenti, il dileguarsi apparente dello sposo.
La
più grande sicurezza che possiamo avere di salvarci e nella nostra confidenza.
Dio non delude mai, è lui che la ispira, che la ricompenserà. Dunque
confidenza, confidenza a oltranza, fino all'impossibile: il cuore di Gesù ne
esulta. Rimettiamo tutto alla divina Provvidenza. Mi piace credere alla cura
estremamente tenera che Dio prende di ciò che si è felici di donargli:
rovescerebbe il mondo piuttosto che deludere l'anima che confida in lui. Le sue
braccia sono sempre tese, il suo Cuore sempre aperto, le sue mani sempre
disposte a versare senza ritenere nulla. Abbiamo già la sicurezza delle sue
operazioni incessantemente piene di amore e della sua potenza, anche se
invisibili. Quanto a noi « crediamo all'amore e niente potrà farci dubitare
».
Gesù:
« Dammi i tuoi peccati perché io li rimetta, le tue miserie perché io le
arricchisca, i tuoi difetti, le tue colpe perché io le ripari, perché io
supplisca ».
Gesù:
« Io cerco un cuore confidente, che non metta alcun ostacolo alle mie
operazioni, perché è la diffidenza che mi paralizza - per così dire - nella
mia onnipotenza ».
La
sicurezza della creatura in Dio solo, fa la gloria accidentale di Dio.
È
gloria dell'operaio fare dei capolavori con una materia prima vile,
grossolana, informe. Abbandonarsi, confidare in Dio, per dare luogo alla sua
gloria ed alla gioia che egli prende nelle sue opere.
Dio
non fa eccezione di persona: in tutte le anime che gli si danno, egli opera in
proporzione del loro abbandono. Se un'anima ricevesse in sé tutta l'azione
divina sarebbe santa, grandemente santa, santa da sbalordire gli angeli e far
dire: « È l'opera del Signore! ».
Egli
desidera che si deponga tutto in lui e prende, di tutto ciò che deponiamo in
lui, una cura divinamente gelosa, proporzionata alla totalità del nostro
abbandono, alla purezza dell'amore.
Nostro
Signore si è degnato mostrarmi l'anima abbandonata simile a un bimbo appena
nato che, messo nelle braccia della madre sua, si rifugiasse sempre più
strettamente in lei, come per penetrare nel seno dal quale è uscito e aspirasse,
senza stancarsene, il nutrimento dalla sua mamma: è così che il bimbo cresce.
Ugualmente
l'anima che tutta si abbandona, che si perde in Dio, è spinta a immergersi
incessantemente in lui, ad aspirare ed offrire la sua carità infinita; ed è
così che essa cresce nell'amore e nell'unione che è il fine di tutto. Forse
che non è questo un condurre quaggiù la vita divina? Infatti l'occupazione
delle tre adorabili Persone è di andare dall'una all'altra, di effondersi fra
di loro, di unirsi, di amarsi: il Padre si contempla ed è il Verbo; essi si
amano ed è lo Spirito Santo; ecco la vita. Leggo nel Trattato dell'amor di Dio:
« In cielo i beati sono in perpetuo movimento ».
Mi
chiedo: « Il cielo è misurato secondo la sofferenza? ». Mi pare di udire
questa risposta: « Il cielo, la gloria del cielo è misurata secondo l'amore,
secondo l'annientamento, secondo la confidenza che attende tutto e riceve
tutto ».
Che,
con la grazia di Dio, questa vita sia una vita di amen, di ripetuti atti di
abbandono, di fusione, di annientamento.
Nostro
Signore: « Io sono
essenzialmente padre, madre; sii tu essenzialmente figlia, bambina. Per questo
sii anche essenzialmente abbandonata, offerta, aderente, fusa, semplificata ».
Gesù:
« Tu lo sai bene: sii libera e distaccata da tutto e da te stessa, con
l'abbandono totale e una confidenza senza limiti; tu non devi occuparti,
presentemente, che ad amarmi, a piacermi con la volontà e a dire sì ».
Credo,
mi abbandono e attendo dal mio Dio delle meraviglie, delle meraviglie del suo
amore.
Essere
un sì vissuto, vivere il « sì » ardente d'amore. Mi sembra che, se avessi la
certezza di essere nel tuo movimento divino, di non agire che nella dipendenza
di questo movimento divino, sarebbe il paradiso sulla terra. Ebbene, Dio mio, se
ti piace che io rinunzi a saperlo, mi contento di rimettermi assolutamente,
totalmente, nelle tue mani, attendendo l'eternità per godere la felicità di
essere perduta - di sapermi perduta - nel tuo beneplacito.
Gesù:
« Abbandonati alle invasioni dell'amore, alle creazioni dell'amore, alle
riparazioni dell'amore: esso è infinito, è la gloria e il piacere di Dio ».
Gesù:
« Tu non devi più essere un'anima che dice « sì », ma devi essere un «
ininterrotto sì »; tu non devi più essere l'anima che aderisce, che consente,
ma devi essere nello stato di « aderenza ». È così che ti voglio: talmente
unita attualmente a me che non si possa separartene senza spezzarti ».
Il
primo giorno del mio ritiro ho creduto udire: « Abbandonati, nel tuo nulla,
alla potenza del mio amore ». Mi è sembrato incessantemente di vedere, dinanzi
ai miei occhi, il gran tutto di Dio e il vuoto, il nulla nostro. Avrei passate
delle ore intere in silenzio davanti a Dio, nel mio nulla, aspirando questo
tutto, per riempirne le anime, così che fossero occupate solo a ripetere: «
O carità divina, riempi i nostri cuori, per mezzo di Maria ».
Il
pezzetto di paglia o di filo che si stropiccia, si avvoltola alle dita, si
tira, si lascia, si unisce, si getta o si riprende: ecco, mio Dio, ciò che
vorrei essere per te, malgrado la mia debolezza, la mia miseria, la mia
personale volontà.
Ti
scongiuro: che non vi sia sulla terra un corpo, un'anima, un cuore, un essere
che tu tratti più a tuo gusto. Fa' che il tuo beneplacito si compia in tutta la
sua perfezione su questo limaccio, su questa mota, questo fango che io ti
abbandono.
Divenire
l'uccellino del buon Dio. Non preoccuparmi mai di me, delle mie necessità, di
ciò che ho o non ho, ma, prendendo ciò che Dio mi dà, essere sempre contenta,
che mi piaccia o non mi piaccia. Se fa caldo, se fa freddo, se piove, se
nevica o fa temporale, l'uccellino canta sempre: così io non devo guardare che
Dio e compiacermi unicamente nel canto amoroso della sua divina volontà,
compiuta in me e nelle anime.
Nostro
Signore: « Mia piccola, io
ti amo nella tua miseria; abbandonati totalmente a me, lasciandoti far tutto,
come una pecorella dolce e mite sotto la mia mano; rispondi sempre sorridendo al
Padre tuo ed io farò risplendere su te la potenza del mio amore ».
Progredire
nell'abbandono, nell'unione, nell'amore è l'atrio del cielo: luogo dell'amore
puro e dell'unione senza fine.
Vorrei
essere nelle mani del mio Dio come una pasta malleabile della quale si fa ciò
che si vuole; mio Dio, vorrei essere impastata da te; che tu possa dire: « Essa
è tutta nel cavo delle mie mani! ».
La mortificazione suprema è l'abbandono; Gesù mi fa comprendere tutto ciò che l'abbandono reclama e apporta di sacrifici, di dimenticanza di sé e di annientamento: fuori di queste condizioni non vi è vero abbandono.
Il
Salvatore mi tiene più che nel sì: egli mi tiene nel diletto (non sensibile,
ma di volontà) di tutti i suoi voleri divini. Gesù mi ripete sempre: « Sii
nel mondo l'anima abbandonata; sii l'anima del « sì a tutto », nel momento
presente, sii l'anima del « sì » e del « sorriso ». Il tuo beato padre è
stato lodato per la sua costante eguaglianza del sì e del sorriso ».
Mio
Dio, vorrei essere la piuma che vola al tuo minimo soffio, vorrei essere il
boccone che tu divori a tuo piacere, la materia che tu maneggi e rimaneggi
secondo il tuo beneplacito, vorrei essere nel mondo la più pieghevole delle
creature. Chiamo l'infinita agilità dello Spirito Santo, scongiurandola di
essere agile in me.
Tutto
è amore, tutto è misericordia. Riposiamoci e procuriamo di addormentarci in
questa pace « profonda come un sonno » che è il risultato della confidenza
e del cieco abbandono.
Vi
sono delle meraviglie d' amore, di cure, di provvidenza, di squisita
delicatezza che Dio vuole esercitare per l'anima che provoca la sua paternità
divina con la sua confidenza, la sua rispettosa familiarità, il suo
abbandono.
Rimettiamo
la cura di noi stesse e di tutto a colui che solo opera dei miracoli. Che saggia
cosa è l'abbandonarsi al suo fare e al suo rifare! Egli è infinitamente
sapiente, saggio, buono e non guarda alla qualità di colui che si abbandona:
rimettiamoci a lui a oltranza, lasciamogli fare miracoli d'amore.
Dio
ha delle industrie divine che impiega soprattutto per le anime abbandonate.
Aspirare
l'amore, inebriarsi d'amore, testimoniarlo con il sì, secondo le occasioni:
tale mi sembra l'unica occupazione dell'anima abbandonata. La mia vista non può
portarsi altrove; la mia anima è talmente presa dal divino beneplacito che
vola ovunque lo scorga: questo è l'abbandono che dà a Dio il pieno godimento
delle sue creature.
Più
l'anima si abbandona, più Dio agisce; quando egli opera, lo fa sempre come Dio;
quando opera da Dio è per la sua gloria, il suo piacere, la salvezza delle
anime. E quando l'anima si abbandona per le mani di Maria, sono delle
meraviglie d'amore che egli opera.
Dio
è un fuoco divorante: se l'anima si abbandona a lui e lo lascia operare, il suo
amore la divora impercettibilmente, senza - per così dire - che essa se ne
renda conto.
Mi
prendono delle voglie furiose di essere santa (si può ben impiegare questa
parola, poiché il nostro beato padre diceva: « l'amore è il mio furore »);
poiché, per essere sante bisogna cercare solo Dio e lasciarlo fare, mi
nascondo, mi affondo nella sua mano benedetta, affinché io e tutti quelli che
mi sono cari diventiamo proprio un lavoro suo alla maniera divina.
Mio
Dio, vorrei dare agli altri e non ho niente, niente! Gesù: « Unisciti
intimamente, profondamente a me: tu mi effonderai, tu mi darai - senza che me ne
accorga -, nell'annientamento e nella vita nascosta ».
Un'anima
che si dimentica e si umilia è tutto ciò che vi può essere di più grande.
M'immergo
con delizia nella contemplazione del mio niente: vi trovo quasi una voluttà.
Supplico Dio di non privarmi di questa vista: egli opererà tutto se io resterò
niente.
Mi
sembra che tu paghi con magnifiche gemme tutte le umiliazioni e abbiezioni che
si accettano ben volentieri, con il desiderio di esserne abbeverate. Ma non si
deve chiedere niente; ci si deve abbandonare al tuo beneplacito.
Gesù:
« Non mettere, per mia grazia, dei limiti al tuo annientamento, e io non ne
metterò alle mie espansioni in te; nessun limite alla tua confidenza, e io non
ne metterò alle mie divine liberalità; non limiti al tuo abbandono, e io non
ne metterò alle mie operazioni divine ».
I ricchi devono implorare lo sguardo di Dio, i piccoli e i poveri, senza niente chiedere, per il solo fatto di essere poveri e piccoli, ma accettando con amore l'abbiezione e le privazioni della loro povertà, sono guardati favorevolmente, senza neppure chiederlo. Mio Salvatore, sono rapita di essere molto piccola, spregevole, miserabile, povera, perché a questo prezzo la mia confidenza ti onora maggiormente.
Più
miseria ho, più gioia devo avere, perché ho più annientamento, più
abbiezione e la tua misericordia ha più gloria.
Mi
sembra di avere udito: « Piccola, povera, ignorata », e queste parole erano
accompagnate da una tale grazia da darmi una vera passione per questo stato.
Gesù:
« Dove non vi è niente e si attende tutto da me, io do tutto; dove non si può
niente, confidando in me, io faccio tutto; dove non si è niente, io sono tutto
».
Persuadiamoci
che la vita più comune, volgare, insignificante, unita a Cristo, identificata
a lui, sarà la più santa, gloriosa, feconda, senza che ce ne accorgiamo.
Vi
sono degli uomini che si arricchiscono coltivando le loro terre, più o meno
estese che già possiedono; vi sono dei poveri che si arricchiscono prendendo
dagli altri. Quanto a me, devo arricchirmi come i poveri: rubando. Con te, ricco
sovrano, e lecito prendere tutto, rubare; è lecito impadronirsi di te,
spogliarti. Dopo che ti sei annientato nel presepio, ti sei lasciato legare
sul Calvario, hai ridotto la tue membra all'impotenza nel tabernacolo, come per
dirci: « Io non mi difenderò: prendete tutto ».
Dio
mi dà un gran presentimento delle grazie immense che egli vuol farmi, ma se io
sono nascosta, nascosta, nascosta.
Dio mi ha ispirato di non terminare un'azione senza rivolgergli la supplica del pubblicano: « Signore, siimi propizio perché sono peccatrice » con umiltà profonda e confidenza ferma e di credere che la parola divina: « Quello se ne andò giustificato » si realizzerà per me. Quale sicurezza per l'ora della morte! Questa pratica tiene l'anima in una continua disposizione di abbassamento, nella conoscenza del proprio stato di peccatrice e in una sicura confidenza.
Talvolta
mi sento come una frana nel morale e nel fisico. Spiritualmente mi vedo un
mostro, ma questo mostro non può essere schiacciato perché ha nel suo Dio una
confidenza senza limiti: il suo Dio è veramente il suo tutto. Nostro
Signore mi ha detto: « Quando ti sembra che tutto crolli, appoggiati a me ».
Amorosa,
gioiosa accettazione di tutto ciò che mi abbasserà. Gesù mi dice: « Non
temere niente; io trovo la mia gloria nel tuo annientamento e lo permetto per la
tua santificazione, ma posso impedire che nuoccia alla tua azione sulle
anime ».
Il
cuore di Gesù non abbassa in noi la sua grandezza, che nella misura in cui ci
trova annientate nella nostra piccolezza.
Gesù:
« Nasconditi, io ti scriverò nel mio Cuore; annientati, io ti esalterò nel
mio Cuore; immolati, io ti vivificherò nel mio Cuore ».
Vedo un immenso vuoto, con esclusione di tutto, e su questo vuoto Gesù solo, Dio solo e il mio niente identificato incessantemente al suo tutto: il mio Dio tanto più tutto, per la sua gloria, quanto più io sono niente, un niente felice, gioioso, fiducioso. Ciò che appare di mio, i miei sbagli, le mie fragilità, siano consumati subito per mezzo dell'amore. Sembra che - malgrado i miei peccati - possa dire: « Non più io vivo, ma Gesù vive in me », se non desisto dal rinsaldare continuamente l'unione.
Mio
Dio, sei tu che operi così nella mia miseria: un disprezzo mi diletta, un'abbiezione,
un avvilimento mi dilettano, perché proprio allora tu sei ancor più « tutto
» ed io sempre più un « niente ».
Mi
sono necessari assolutamente dei tesori di umiltà: andrò al cuore di Gesù e
li prenderò.
L'umiltà
mi attira, mi incatena. E io ne ho così poca! Mi attira - a volte - più
della carità, perché a misura che l'anima fa il vuoto con l'umiltà, Dio la
riempie con la carità.
Gesù:
« Voglio che tu sia silenziosa, voglio che tu faccia tutto il bene possibile,
ma senza il minimo rumore ». Egli mi spinge a essere buona, buona, buona.
Sento
il bisogno di far sempre passare gli altri avanti a me, di dare la maggior gioia
possibile agli altri.
Base
di vita spirituale: non occuparsi di se stessi, non guardarsi.
La
mia vita, la mia via: mistero del Natale. Mai come qui Gesù è più annientato,
più Salvatore. Se sarò soltanto incapacità, impotenza, nullità, denudamento,
povertà assoluta, potrò essere strumento capace di lavorare alla sua opera.
Ho
avuto una luce sul nascondimento della propria umiliazione. Mai gloriarsi presso
le creature delle umiliazioni ricevute e che non sono conosciute che da Dio e
dallo strumento scelto; nasconderlo per l'eternità.
Durante
la santa messa ho compreso che le manifestazioni del sacro cuore di Gesù sono
il frutto dei più amari dolori e umiliazioni della sua passione, e che le
comunicazioni di questo Cuore sarebbero in proporzione della mia umiltà - ma
umiltà dolorosa - e della mia immolazione.
Più
si è piccoli, più si versa amore: il fuscello s'infiamma più presto del
ceppo.
Lo
comprendo sempre più: sono un essere miserabile, povero, spregevole, peccatore,
incapace della minima cosa, un fuscellino, un puro niente, ma devo concentrare
la mia vita nell'amore di volontà, un amore immenso, infinito se fosse
possibile, messo attualmente in tutto.
I
« niente » Gesù li assorbe nel suo cuore.
Provo
una gioia profonda in tutto ciò che mi avvilisce ai miei occhi, soprattutto in
ciò che avviene dentro di me, perché è più avvilente.
Se
un'anima ha sete di grandi cose, sappia bene che non vi è di grande che ciò
che è piccolo, ciò che è niente: ciò che è niente è grande davanti a Dio;
mentre ciò che vi è di più grande dinanzi agli uomini, è niente dinanzi a
Dio.
Domandandomi
se non sarebbe stato bene rifare la confessione generale, non perché dubiti che
la misericordia abbia tutto perdonato, ma per averne l'abbiezione, ho creduto
udire: « Il tempo che tu passeresti a pensare ai tuoi peccati, passalo ad
amarmi ».
Ho
compreso: la più eccellente umiltà è quella che passa tra Dio e l'anima,
senza alcun testimonio, là dove non vi è modo di essere glorificate per la
propria umiliazione.
È
un errore? È una presunzione? Mi sembra che, per quante siano le grazie
esteriori, comunicazioni, luci, parole interiori di cui sento parlare, non ho
niente da invidiare, niente da desiderare, non ho da ingelosirmi di nessuno, fintanto
che avrò la risorsa di umiliarmi, di ritenermi volontariamente per la minore,
l'ultima, la più piccola, la più miserabile, la più disprezzabile delle
creature e di accettare con gioia le abbiezioni interiori ed esteriori che
risultano da questo stato.
Dio
vuole che sia davanti a lui come un nulla criminale che si immerge in lui, che
si dà a lui in una confidenza senza limiti, come una creatura avida che aspira
senza stancarsi.
Egli
mi mostra la mia povertà, ma una povertà da far pietà; non una povertà
gloriosa, nobile, ma una povertà che attira più l'indulgente pietà che la
compassione.
Dimorate
in Dio è amate la vostra povertà.
Gesù:
« Dimentica tutto e te stessa per uno sguardo continuo su me: val meglio
praticare l'umiltà perdendoti in me, che osservarti per umiliarti ».
Mio
Dio, dell'umiltà, dell'umiltà, dammi dell'umiltà! Ho una sete ardente di
umiltà, perché tu mi sia tutto e io possa darmi tutta alle anime.
Mio
Dio, fa' che mi si umilii e che mi si comandi. Ciò che fa grande la mia
speranza, è la profondità della mia miseria.
Gran
movimento di grazia sull'umiltà: l'annientamento è la mia gioia, la mia
fortuna.
L'abbiezione
riconosciuta e amata attira Dio nella nostra anima: essa è la sola e sovrana
ricchezza.
Non
abbiamo da invidiare ai santi che l'umiltà e l'amore.
Il
più alto grado di umiltà è di essere dimenticate e di non lasciare che ciò
appaia.
Non sono che un nulla, nulla, nulla! Sono un mostro. La grazia che ti domando con ardore, mio Dio, è di non uscire dal mio nulla, di non diminuire una sola umiliazione, di corrispondere fedelmente alle attrattive contro natura che tu mi dai per l'annientamento.
Quando
Dio fa una grazia all'anima, quando le dà una luce, un movimento di unione,
essa prova subito il bisogno di annientarsi, di mettersi al di sotto di tutte la
creature; essa arrossisce della sua grazia e il suo cuore ha bisogno di
esclamare: « Signore, non sono degna », senza però diminuire la sua
confidenza. Essa prova il bisogno di partecipare al mondo intero i suoi
sentimenti.
L'opera
della nostra perfezione si fa per mezzo della croce. Bisogna che la nostra pietà
si appoggi sulla croce che ce la faccia abbracciare. Questa croce dobbiamo
talmente amarla che il suo nome sia per noi sinonimo di dolcezza, di felicità.
Vi sarà certo la croce nella nostra vita - perché deve esserci -, ma non sarà
croce che agli occhi del mondo: per noi sarà un incommensurabile godimento.
Gesù
mi ha fatto comprendere che per essere felice quaggiù della vera gioia
soprannaturale, gustata in lui, bisognerebbe che vivessi di sacrificio e di
immolazione.
O
mio Salvatore, che io ti ringrazi quando permetti che non perda di vista il
senso intimo del « vuoto » di tutto, quando mi fai camminare quaggiù con
quella nostalgia di Te e del cielo che tiene l'anima distaccata e la porta
costantemente a te.
Soffro,
Gesù mio, ma non me ne accorgo: soffrire per te, con te mi rapisce.
La
sofferenza mi tiene nel disgusto di tutto ciò che è di quaggiù e crea
l'intimità tra il mio e il tuo Cuore.
Se
è necessario, per delle ragioni misteriose che noi non comprendiamo pur
adorandole, che il nostro Dio affligga quelli che sono suoi, sappiamo che lo
fa con delle viscere di misericordia, con una tenerezza e una compassione infinita.
Quando ci colpisce diciamo più forte che mai: « In quanto a noi, crediamo
all'amore ».
La
missione della religiosa è di tergere le lacrime e di insegnare a santificare
il dolore.
Isolamento,
assenza di Dio, sofferenza di spirito e di cuore, sopportata fra Gesù e me,
amata perché è il preludio del cielo, dell'eterna riunione, del duetto dei
nostri amori.
Gesù
vuole che soffra la solitudine del cuore. Egli vuole soprattutto che io
compatisca l'isolamento del suo Cuore. Egli mi ha detto: « Tienimi compagnia.
Il miglior mezzo di consolare il mio Cuore è di attingere in me e di effondermi
su tutti ».
Tristezza,
disgusto, vuoto, impotenza; ma gioia, gioia nella bellezza, nella bontà,
nell'amore di nostro Signore. Il buon Dio permette che trovi molto da soffrire
nella mia natura debole, sensibile, impressionabile, ma vuole che io faccia dei
miei affanni, delle mie sofferenze fisiche, intime, il segreto di noi due. La
discrezione nella sofferenza: ecco la mia via e la condizione della mia gioia.
È anche una delle condizioni della mia unione con lo sposo: l'amore vive di
confidenze.
Gesù:
« L'occhio della mia santità, della mia giustizia, non può sopportare la
minima imperfezione e io lo faccio sentire - qualche volta - dolorosamente
all'anima; ma l'occhio della mia misericordia la guarda con compassione, amore e
tenerezza, come la madre che circonda di cure delicate i più miseri e piccoli
dei suoi bambini.
Gioie
ineffabili, perché sono gioie di sofferenza e di immolazione. Gesù, vuoi
dunque pensare a me? Grazie, sempre così - se ti piace - mio Salvatore.
Egli
vuole che io sia la compagna della sua agonia - per quanto indegna - ed io pure
lo voglio.
Gesù, perché tu sia assolutamente libero in me, vorrei essere inerte nelle tue mani. Poiché io te lo domando, agisci dunque in me, come con un essere inerte sul quale tu possa fare tutto ciò che ti piace. Annientami, uccidimi, schiacciami, fammi in pezzi, senza lasciarti fermare dalle opposizioni della mia natura ribelle.
Gesù:
« Tu ti abbandoni alla potenza del mio amore, mi supplichi di operare in te:
sappi che questo non può farsi senza sofferenza, perché la mia azione è
crocifiggente. Non è una sofferenza esteriore che appare agli occhi delle
creature, gloriosa, ma è - soprattutto - una sofferenza intima, segreta di
cui io e l'anima siamo i soli testimoni. Abbandonati a questa sofferenza, fai
di questa sofferenza un grande segreto fra te e me ».
Signore,
dimmi come vuoi che io soffra.
Gesù:
« Io voglio:
1.
che tu stringa la sofferenza al tuo cuore con amore, quando te la invierò;
2. che tu faccia tutto il tuo possibile per non lasciarla apparire esteriormente e che le creature che ne sono lo strumento involontario non abbiano la sofferenza di sapere che ti fanno soffrire;
3.
che tu non attribuisca le tue sofferenze agli altri, ma unicamente al tuo amor
proprio;
4.
che tu faccia uno sforzo generoso per non arrestarti mai a ciò che ti umilia e
ti fa soffrire, ma che tu ti arresti solo in me, al momento presente ».
Tutto
è scolorito, non vi è che l'amore che dia colore alla mia vita.
Mio
Dio, tu mi impoverisci, mi togli ogni luce, ogni idea, ogni pensiero. Quando mi
lamento, tu sembri rispondere: « Poiché io mi contento, non puoi contentarti
anche tu? Il resto che tu desidereresti sarebbe per la tua propria
soddisfazione. Tu devi essere ben felice se ti impoverisco di tutto per ridurti
all'unico necessario. Mi domandi di continuo di amarmi per quanto è possibile
a una creatura; se ti tolgo tutto, affinché tu non possa correre che presso
questo tesoro della mia carità, non devi tu ringraziarmene? ».
Mio
adorabile sposo, tu non vuoi che vi sia un fiore solo nella mia vita che non
nasconda un buon numero di spine e vuoi che queste spine siano nascoste, molto
nascoste, conosciute da te solo e che le creature mi felicitino per il fiore,
senza mai supporre che vi sia da compatire per una sola spina. Grazie, dammi
di saper praticare la parola che odo incessantemente: « Taci, taci! ».
Signore, fammi soffrire.
Mio
Gesù, ti ringrazio perché mi fai soffrire: amo mille volte di più queste
sofferenze interiori ed esteriori con un piccolo grado in più d'amore che
gustare tutte le soddisfazioni del cuore, dell'anima, della pietà, del corpo
con un impercettibile grado di amore in meno.
Seguiamo
il nostro sposo nel giardino degli ulivi, al Calvario, alla morte e beviamo con
ebbrezza d'amore a tutti i suoi calici: in questo è la fedeltà.