AMORE
PER AMORE
Dal « diario intimo » della Serva di Dio:
(Suor Maria Costanza del Sacro Costato)
MADRE MARIA COSTANZA ZAULI
PREFAZIONE
L'uomo moderno non ama i panegirici e sta a disagio di fronte alle persone troppo perfette, perché gli danno l'impressione che a loro la santità non costi nulla. In realtà, la santità costa a tutti. E costa tanto più quanto più essa è straordinaria ed eroica.
Oggi come ieri, c'è chi, rimasto fedele a Dio fin dall'infanzia, cammina sulla via diritta della perfezione. Tutt'altro che sbiadite od incolori, queste persone sono simpaticissime anche a noi moderni. Basti pensare a Teresa di Lisieux (1873/1897), che ha conquistato il mondo intero con la sua amabilissima spiritualità: eppure, fin dall'età di tre anni, ella non disse mai di no al Signore.
La strada della santità è aperta anche ai grandi peccatori, ma è la via regia degli innocenti, che non l'abbandonano mai né vi camminano a singhiozzo. Perché più fedeli, forti e coraggiosi, questi meritano maggiore ammirazione. La quotidianità del loro eroismo, solo per i superficiali prende i contorni sfumati della vita ordinaria, ma per i riflessivi acquista tinta, rilievo e solidità d'un capolavoro.
Fuggire il male e fare il bene è per tutti possibile e doveroso, sempre; per taluni è una realtà splendida e permanente. La fedeltà totale a Dio non è mai anacronistica. Ogni epoca, anche la nostra, ce ne dà esempi luminosi.
Uno di questi è Madre Maria Costanza Zauli (1886-1954), la cui figura, per nulla idealizzata, ci si presenta fortemente incarnata nel nostro tempo e decisamente superiore per il livello morale. Sorella nostra per il realismo della sua ricca umanità, ella diventa via via nostra guida e nostro modello per la sofferta e seducente realizzazione della radicale novità del Vangelo.
Creatura di luce, irradiata da Dio e irradiante Dio, Madre Maria Costanza del Sacro Costato è tutta una «manifestazione di Dio». Come la vita del giusto è «la luce dell'alba che aumenta lo splendore fino al meriggio», così la sua vita è uno splendido giorno senza tramonto.
Un filo d'oro mai spezzato lega insieme le perle di quella corona che Gesù ha via via confezionato per adornare la sua diletta sposa.
La sua figura ha il fascino incantevole del Paradiso terrestre, dove «il Signore Dio passeggiava alla brezza del giorno» e parlava coll'uomo con estrema naturalezza, come l'amico con l'amico.
Dall'infanzia fino alla morte, Madre Costanza parla con Dio, con la Madonna, con i Santi, rivelando l'originaria bellezza di quel rapporto d'amore, che sarebbe sempre esistito fra Dio e l'uomo, se non ci fosse stato di mezzo il peccato. Non è in lei lo straordinario; è in noi l'anomalia di un rapporto spezzato, di cui purtroppo non sentiamo nostalgia, perché non sentiamo la pena della sua perdita. Noi consideriamo normale l'anormale, mentre lei, Madre Costanza, considerava normale il normale: quell'intima comunione che lega il Creatore con la sua creatura. Docile all'azione della grazia, in un perfetto equilibrio di natura e di soprannatura, ella cresceva di continuo, senza sostare né retrocedere, nell'armonioso sviluppo di tutte le virtù umane e cristiane.
In lei vediamo ripristinato l'Eden. Vediamo come la Creazione prevale sulla Redenzione, secondo l'idea geniale di Madre Costanza, perché la Redenzione è un restauro della Creazione. Oggettivamente, come ben dice la Chiesa, la Redenzione supera la Creazione, perché Dio «ha creato mirabilmente l'uomo e più mirabilmente l'ha ricreato» e si può chiamare «felice» la colpa di Adamo, perché ha meritato «tale e tanto Redentore». Ma, soggettivamente, ha ragione Madre Costanza, perché troppo sovente il restauro è un rattoppo mal riuscito, per colpa certo della creatura che resiste alla grazia del Redentore, la quale in sé sarebbe sovrabbondante.
Ritorniamo, dunque, al progetto primitivo di Dio sull'uomo dove tutto era luce, armonia e gioia; e l'intera vita era una festa. Ritorniamo allo stato d'innocenza dei primi uomini, dove Dio e l'uomo sono amici intimi e nulla turba la serenità dei loro rapporti. Nell'ora e nel mondo in cui viviamo, questa visione di Paradiso così inconsueta sembra irreale. In realtà è il provvidenziale, concreto e tangibile richiamo d'improrogabile urgenza ad una possibilità evidente di rinnovare il mondo. L'unica via è il ritorno a Dio, il quale, oggi come ieri, è ancora capace di cambiare il mondo, perché è capace di cambiare l'uomo.
Perduta in un oceano di luce soverchiante, Madre Costanza fu grande nelle piccole cose e straordinaria nell'ordinario. La sua più vera e preziosa lezione non ci viene dalle sue grazie mistiche, ma dall'umiltà, dalla semplicità, dalla piccolezza, dalla quotidianità del suo itinerario di perfezione, che pure lei qualifica come «via lampo» consistente nel seguire la grazia con la rapidità di un baleno. Proprio la via minima, i mezzi minimi, le minime offerte d'amore, sono la strada più rapida verso la santità. Dio guarda di preferenza i più piccoli, che vanno a lui con i minimi mezzi e lo servono con tanta rettitudine ed amore. La semplicissima via di abbandono e d'infanzia spirituale è la via maestra alla più alta perfezione. Anche per la sua Opera, il criterio di Madre Costanza è il medesimo: un'Opera minima, una minima Porzione, piccolissime anime, nascondimento, spogliamento, silenzio. Riferendosi a Teresa di Lisieux, alla quale somiglia più che alla grande Teresa d'Avila, Madre Costanza sottolinea però una differenza fra lei e la Santa. Ella copre di rose il suo Sposo crocifisso e promette di far cadere sulla terra una pioggia di rose. È incantevole e seducente l'atteggiamento e la promessa della «Santa delle rose», che ha rapito tutti i cuori, come rapisce il cuore di Madre Costanza. Lei però dice: «A me, più dei fiori, piace la luce», rivelando la sua più spiccata caratteristica di specchio trasparente del Sole divino.
La minima via di Madre Costanza ha tre caratteristiche, che possiamo chiamare amore sereno, amore generoso e amore fedele.
Dio è luce, Dio è gioia. Luce e gioia sono alla base della spiritualità di Madre Costanza. Sulla serenità si potrebbe scrivere un volume, facendo un'antologia dei pensieri della Madre su questo argomento. «La serenità fa brillare la luce di Dio. L'anima potrebbe essere ornata di molte virtù, avanzata nella perfezione; ma se mancasse di quest'impronta di letizia, le gemme delle altre virtù resterebbero oscure come se fossero gettate in un sepolcro. Si può affermare senza timore di errare che la prediletta del Cuore divino è l'anima più serena. Chi si avvicina a Dio, centro della felicità, non può fare a meno che progredire nella letizia». Per questo la Madre invita a fuggire l'oscurità del turbamento, proveniente dall'immortificazione dell'io e delle passioni, istigate spesso dal demonio.
Amore generoso. «Il divin Maestro è un Dio tre volte santo e vuole vedere nei suoi amici una viva premura di rassomigliargli con un perfezionamento continuo, che risplenda nelle parole, nelle opere, nel contegno, nel dominio, nell'ordine interno, e che freni le passioni per conservarsi in quella inalterata serenità che è il più bel trionfo della grazia sulla natura».
Madre Costanza punta sempre al meglio, al più perfetto, alla dedizione piena senza oscillazioni, senza diffidenze, senza riserve e senza ripiegamenti su di sé.
La morte mistica, l'agonia dello spirito, l'eroico esercizio della fede, l'immedesimazione alla Passione di Cristo non devono mai trovarci riluttanti, perché la misura dell'amore è amare senza misura. Ciò che importa è vivere da amici e non da mercenari. Dal canto suo, il Signore fa la sua parte sul serio, portando l'anima all'amore puro nel suo più alto grado d'incandescenza. E la Madre dice: «Nell'anima prediletta si alternano l'Amore e la Giustizia colle loro impronte di fuoco. La divina gelosia è tale da agire con una forza del tutto corrispondente a quella dell'amore». L'Amore brucia col fuoco della dolcezza, la Giustizia col fuoco del dolore, il quale può giungere allo spasimo più atroce. Ma l'anima generosa non deve mai indietreggiare per nessun motivo, né mai mercanteggiare col contagocce il dono di sé.
Amore fedele. Fedeltà significa anzitutto docilità. È uno sbaglio santificarci a modo nostro: anche se campassimo cent'anni, non riusciremmo ad emendarci di un solo difetto. Chi si forma da solo programmi di perfezione compiace l'io, ma non compiace Dio; e diventa macigno irremovibile, mentre Dio vuole lievità di abbandono. Per essere assimilati a Gesù, bisogna lasciarsi assorbire dalla grazia, come un tessuto che assorba olio fino ad esserne tutto imbevuto. Più che le grandi austerità Dio predilige il sacrificio della lode: uscire dalla cerchia angusta dei propri interessi personali e cantare il Magnificat di una perenne immolazione della propria volontà.
Fedeltà significa costanza. «Avanti, Suor Costanza», diceva a se stessa fin dal noviziato per incitarsi a superare le prove più dolorose. La costanza nel dire di sì al Signore sia nell'agire come nel patire fu la sua caratteristica inconfondibile. Nell'agire si proponeva la più meticolosa ed eroica fedeltà ai minimi doveri quotidiani; nel patire sapeva trasformare il «soffrire» in «offrire». Questo amore fedele fu il segreto delle sue più ardue ascensioni sulle vette della perfezione ed è il nocciolo più genuino del suo messaggio all'umanità.
«Il Padre celeste fa una festa ineffabile al minimo moto di corrispondenza al suo amore». E Gesù dice a Madre Costanza: «Per una sola anima sarei disposto ad accettare mille morti. E una sola veramente fedele mi compiace tanto da farmi dimenticare i tradimenti di molte altre».
Abbiamo visto la via di Madre Costanza. Ora dobbiamo vedere la mèta. La via è minima. La mèta è tutt'altro che minima.
Non sta a noi dire a quale grandezza spirituale sia giunta. «Ogni stella infatti differisce dall'altra nello splendore. Altro è lo splendore del sole, altro lo splendore della luna e altro lo splendore delle stelle». Ma sta a noi vedere la mèta ch'essa assiduamente addita a tutti, rivelando la sua personale esperienza. È la mèta più alta: quella della vera e perfetta santità. Quella santità che è la vocazione di tutti.
Qui, non tentiamo nemmeno una breve sintesi della dottrina mistica di Madre Costanza, impossibile a farsi con serietà, nel breve spazio di una prefazione.
Diciamo solo i due poli opposti: l'annientamento e l'unione.
Gesù è il Tutto annientato. Noi dobbiamo essere il niente annientato. Gesù è il divino Annientato e vuole che imitiamo l'annientamento del suo stato sacramentale. Come Giovanni della Croce è il dottore del nulla, Madre Costanza lo è dell'annientamento. Lo gira e rigira in tutti i sensi e ne fa il volano della sua macchina, che porta alla perfetta unione con Dio. Nell'annientamento ella colloca l'umiltà, la purificazione, la povertà di spirito, le prove attive e passive, le sanguinose immolazioni, il sigillo a fuoco della morte mistica.
Parla dell'unione come di comunione d'amore ininterrotta, di abbraccio col Padre a cui tutte le creature sono chiamate. Noi dobbiamo essere assimilati, immedesimati, identificati a Gesù e al divin Padre. La Madre parla anche (e chi sa se si rende conto dell'altissimo valore del termine!) di unione trasformante, che è la più alta vetta della vita spirituale, quella dove si trova il matrimonio spirituale. Ecco le sue parole: «Quando l'anima, ben fondata nell'umiltà, raffinata e trasformata dalla sofferenza, arriva all'unione trasformante con Dio, s'irradia di una luce nuova, che non è altro che il riflesso vivo della bontà divina». Del resto, lei, all'età di soli ventisette anni, il S aprile 1913, contrasse i mistici sponsali con Gesù. L'amore trasformante fu per lei gaudio, tormento e spasimo; ed ella ne parla con accenti di tale incandescenza da tradire gli ardori consumanti della Fiamma viva d'amore, di cui parla da maestro san Giovanni della Croce. L'accento e il calore delle espressioni rivelano la viva esperienza di quel fuoco vitale, che si trova nel braciere della divina carità.
Tra l'annientamento e l'unione, c'è poi tutta una gamma di espressioni varie (come confidenza, abbandono, dedizione, semplicità, obbedienza), che esprimono l'operosità congiunta dell'uomo e di Dio per far risalire l'anima dal nulla al tutto, dall'annientamento all'unione, all'abbraccio del Padre. Ascetica e mistica qui hanno il loro spazio vitale per compiere la purificazione, l'elevazione e la trasformazione dell'uomo in Dio.
Nell'insegnamento di Madre M. Costanza non c'è la dottrina di una scuola di spiritualità specifica, ma c'è il genuino nocciolo del Vangelo, l'aureo filone della dottrina comune della Chiesa.
Veniamo ora a questo libro.
È una specie di autobiografia di Madre M. Costanza, ma non è scritta da lei. I vescovi mons. Alfonso Archi (che le fu direttore spirituale dall'età di dodici anni) e mons. Giovanni Pranzini incaricano Suor Maria Ancilla di Gesù Ostia di notare per iscritto tutte le confidenze di Madre Costanza per custodirle come prezioso documento per le Ancelle Adoratrici del SS. Sacramento e per la Chiesa intera.
Madre M. Costanza, che in pubblico non rivelò mai nulla dei suoi segreti, solo per obbedienza ai suoi direttori di spirito si confidò con quella suora in colloqui intimi: pareva tutta assorta in Dio ed era in un atteggiamento di profonda venerazione per l'opera misteriosa di Dio nella sua persona.
Suor Maria Ancilla di Gesù Ostia trascrisse quei colloqui con piena fedeltà, una fedeltà che la Madre confermò, quando le vennero letti. Crescendo la luce delle divine comunicazioni, la Madre avrebbe voluto bruciare tutto, perché le parole le sembravano inadeguate per esprimere i grandi misteri che le erano stati rivelati via via più perfettamente. E solo per obbedienza non lo fece.
Tutte quelle confidenze vennero chiamate «diario intimo» della Madre M. Costanza ed occupano più di duemila pagine. Tra queste pagine fu fatta una scelta da parte delle sue Figlie, le Ancelle Adoratrici del SS. Sacramento. Il frutto di tale scelta è questa autobiografia.
Queste pagine ci fanno rivivere la vita di Madre Costanza. Essa non ha molte vicende esteriori. Tutta la sostanza sta nell'ascesa della sua anima verso le vette della perfezione, con una esperienza tutta sua propria, ma tanto avvincente e stimolante per noi.
Una creatura, tanto simpatica, ma tanto piccola e povera di cultura, avendo frequentato regolarmente solo l'asilo infantile, diventa poi una semplice suora conversa, che, per il suo stesso ruolo, non può avere grande importanza. Eppure cresce tanto in età e in grazia presso Dio e presso gli uomini da diventare fondatrice.
Gli esempi e gli insegnamenti qui contenuti sono farina di buon grano: sono farina da fare ostie.
Ci auguriamo che sorgano tante di queste ostie di lode, nell'Arca Santa dell'Eucaristia ed altrove, nel mondo intero. Ad esse Madre M. Costanza estenderà la sua amorevole e premurosa maternità spirituale.
EMILIANO RIGAZIO
DATI BIOGRAFICI
1886 - 17 aprile: Palma Pasqua nasce a Faenza da Giuseppe Zauli e Rosa Tanesini.
- 18 aprile - Domenica delle Palme: Riceve il Battesimo nella Cattedrale di S. Pietro.
1895 - 3 giugno: Riceve il sacramento della Cresima.
- 26 giugno: Fa la prima Comunione e Gesù la sceglie come sua sposa.
1899 - 25 marzo: All'età di tredici anni, fa il voto di perpetua verginità.
1905 - 18 agosto: Entra fra le Ancelle del S. Cuore in Bologna.
1906 - 19 settembre: Fa la vestizione religiosa e riceve il nome di Suor Costanza. Gesù le completerà il nome, chiamandola Suor Maria Costanza del Sacro Costato.
1908 - 10 settembre: Fa la prima professione religiosa di voti temporanei.
1913 - 8 aprile: Mistici sponsali.
- 19 settembre: Professione religiosa di voti perpetui nelle mani del card. arcivescovo Giacomo Della Chiesa (il futuro papa Benedetto XV).
1915 - 14 settembre: Visione della Croce luminosa, che le preannuncia il futuro doloroso Calvario.
1915 - 1918: Durante la guerra, presta servizio presso l'Ospedale Militare S. Leonardo, prodigando le sue cure ai soldati feriti.
1916 - 14 febbraio: Inizia il Calvario, che durerà fino al 1933: i primi sette anni (1916-1923) fra alterne vicende di malattia e guarigione; gli ultimi dieci anni (1923-1933) sempre a letto.
1917 - Rivela al cardinale arcivescovo Giorgio Gusmini il disegno divino della nuova fondazione.
1918 - 12 marzo: Per obbedienza al cardinale Gusmini, rivela alla Madre generale il progetto della nuova Opera.
- Fu due volte a Roma (1918 e 1920) dal papa Benedetto XV e tre volte a Como (1919, 1920 e 1921) dal vescovo mons. Alfonso Archi per parlare dell'Opera.
1923 - 19 marzo: Inferma per dieci anni.
1925 - 26 giugno: Posa della prima pietra dell'Arca Santa dell'Eucaristia.
1933 - 3 agosto: Ingresso nell'Arca Santa e piena guarigione.
- 5 agosto: Suor Maria Costanza viene eletta superiora.
1934 - 7 dicembre: Vestizione delle prime Ancelle Adoratrici del SS. Sacramento.
1935 - 9 dicembre: Prima professione delle Ancelle Adoratrici. Decreto di erezione dell'Opera in congregazione diocesana, nel quale Suor M. Costanza viene chiamata «fondatrice».
1936 - 28 agosto: Posa della prima pietra del tempio eucaristico.
1937 - 5 settembre: Consacrazione del tempio eucaristico. Tutti i Cardinali presenti al Congresso Eucaristico diocesano vengono a celebrare nel nuovo tempio.
1951 - 8 dicembre: Inizia la più spaventosa notte oscura della sua vita che durerà con brevi intervalli fino al 14-3-1954.
1954 - 14 marzo: Riprendono le comunicazioni divine: visione della SS. Trinità.
- 28 aprile: Preziosa morte della Madre Maria Costanza.
- 30 aprile: Sepoltura nel giorno di S. Caterina da Siena. Tutto era bianco, quella mattina: i paramenti del Celebrante, la schiera delle Adoratrici, i fiori e il drappo damascato che ricopriva la bara.
1985 - 30 novembre: Il cardinale Giacomo Biffi, arcivescovo di Bologna, nella chiesa delle Ancelle Adoratrici del SS. Sacramento, dà inizio solennemente al Processo canonico di canonizzazione della Serva di Dio Madre M. Costanza Zauli.
1988 - 27 aprile: Prima ricognizione dei resti mortali della Serva di Dio. Alla presenza delle autorità religiose e civili, la salma, rinvenuta incorrotta, viene traslata in un nuovo sarcofago sistemato nell'atrio della chiesa del Monastero.
1989 - 28 febbraio: Solenne conclusione dell'inchiesta diocesana. Presiede il card. Giacomo Biffi, arcivescovo di Bologna. Tutto il materiale raccolto viene inviato alla Congregazione romana per il proseguimento della Causa di canonizzazione della Serva di Dio.
PARTE PRIMA
IN FAMIGLIA 1886-1905
Sento di dovere la mia vocazione all'educazione ricevuta in famiglia, vero santuario ove sono stata custodita come un giglio.
Nei primi diciannove anni della sua vita, Palma Zauli (la futura Suor Costanza) ci si presenta come la gioia della famiglia, sempre contenta di tutti e di tutto, servizievole e condiscendente, spontanea e vivacissima, eppure straordinariamente matura e riflessiva.
Di lei possiamo dire ciò che fu detto di Tobia: «Anche da giovane, nulla ebbe di puerile nella sua condotta». La fedeltà di Suor Costanza comincia dall'infanzia e va senza interruzioni fino alla morte.
Questa sua virtù era tutt'altro che pesante ed antipatica. Lei era la gioia in persona. E non furono mai smentite quelle parole, che tutti dicevano alla sua nascita: «Come è contenta di essere venuta al mondo questa bambina! ». Ci sembra ripetersi in lei quanto il profeta Baruc dice alle stelle del cielo: «Dio le chiama e rispondono: "Eccoci!" e brillano di gioia per colui che le ha create ».
Fra tanto sfarzo di natura felice ed esuberante, la grazia agisce precocemente in questa fanciulla, che fa festa a Dio con tutto il cuore come fa festa agli uomini.
A nove anni, Gesù comincia a parlarle e le parlerà per tutta la vita: ella fece la sua prima Comunione e Gesù la scelse come sua sposa.
Poco dopo, alla stessa età, le appare la Madonna per la prima volta. E, all'età di dodici anni, le appare per la prima volta Gesù.
Intanto, anche un cane misterioso comincia a gironzolarle intorno, come farà quando sarà fra le Ancelle del S. Cuore.
Il demonio è alle sue prime rappresaglie, dato che con lei Gesù sta facendo sul serio per davvero.
Natura e grazia lavorano la piccola prediletta del Signore e la preparano al suo futuro compito di fondatrice. L'Eucaristia, ch'ella vede raggiante di luce fin da bambina, le fa da calamita irresistibile; ed ella diventa assidua alla chiesa non solo per la Messa e la Comunione, ma anche per l'adorazione, attirando l'attenzione dei sacerdoti officianti. Comprende la grandezza del sacerdozio cattolico ed intravede la sua futura missione di adoratrice, che avrà tra i suoi scopi quello di aiutare con la preghiera il sacerdote a salvare il mondo intero.
Tutt'altro che introversa, benché meditasse la clausura, ella aveva una pietà amabile di genuina marca evangelica. Il vero amico di Dio non può essere, infatti, che il vero amico degli uomini.
Quando ella decise di partire, fu uno schianto per tutti, impossibile da descriversi. Fu uno schianto anche per lei, amabilissima creatura, che sapeva amare con una forza d'amore gaudiosamente vigorosa.
Eppure nessun amore di creatura, per quanto grande e soave, poteva prevalere in lei di fronte al sovrano amore per lo Sposo geloso, che l'aveva scelta come sua sposa ed al quale ella donava, totalmente e per sempre, la verginale fragranza del suo amore delicato e soverchiante.
Ella parte e va dove lo Sposo l'attende per crocifiggerla e per farla madre gaudiosa di altre vergini spose.
Scopro di essere fatta per la felicità
Nacqui a Faenza il 15 aprile 1886: giovedì di passione. I miei genitori - Giuseppe Zauli e Rosa Tanasini -, appagati nel loro desiderio di una bimba, mi fecero battezzare nella nostra parrocchiale di S. Lorenzo la Domenica delle Palme imponendomi i bei nomi di Palma Pasqua. Ma sempre e da tutti venni chiamata più semplicemente: Palmina.
Il babbo raccontava che quando mi venne posto in bocca il sale, io ridevo, con stupore di tutti. Avevo ben ragione di rallegrarmi, perché al ora dal « Triplice Trono » incominciarono ad effondersi sull'anima mia le correnti vivificatrici della grazia.
Ero al tutto inconsapevole, ma Iddio mi avvolgeva già della sua predilezione ed io lo ricambiavo coi miei sorrisi, tanto che in casa i miei si dicevano: « Com'è contenta di essere venuta al mondo questa bambina! ». Ero felice infatti. La scoperta che feci al primo aprirsi della mia intelligenza, fu quella di essere fatta per la felicità e ben presto mi venne data l'intuizione, sebbene assai vaga, di una luce che mi arrideva dall'alto e nella quale avrei trovato l'appagamento pieno di questa mia sete.
Modestissimo, semplice il mio ambiente familiare. La numerosa nidiata viveva del lavoro dei genitori, ma non mancava di nulla. Ero la seconda, dopo Vincenzo, e mi seguirono altri sette fratellini, due dei quali (un bimbo e una bimba) morirono appena nati; vivi e vivacissimi: Paolo, Domenico, Luigi, Pasquale e Umberto.
Ero considerata come la reginetta della casa.
Ancora piccolissima, capivo già tante cose. Mi sentivo come guidata e ammaestrata dal di dentro da una voce che m'insegnava la maniera di comportarmi per compiacere in tutto lo sguardo divino. Non potevo neppure fare i capricci come gli altri bambini, sebbene mi sentissi portata a farne chissà quanti.
Nella mia ingenuità, credevo che tutti sentissero come lo sentivo io quel richiamo interno, ma dovetti persuadermi che non era così dal modo di comportarsi dei miei fratellini, specie del mio Vincenzo, che pur vedevo migliore di me.
La mamma gli raccomandava di studiare, di fare i compiti, ed egli non se ne dava per inteso, scusandosi col dire che era stanco; prendeva a scappellotti Lino, più piccolo di lui e vivacissimo; quando gli venivano regalati dei dolci, non pensava mai a dividerli con gli altri..., e se gli facevo notare che avrebbe fatto meglio ad obbedire, a portar pazienza, a mortificare la sua curiosità, chiedendogli: - Ma non lo senti che avresti dovuto fare come ti dico io? -, subito rispondeva: - Io ho sentito di dover protestare, picchiare, mangiare le mie caramelle e basta!
I miei genitori
Oh, il mio babbo! Avevo per lui un affetto profondissimo che me lo faceva vedere ornato di virtù non comuni. Fine nel tratto, dignitoso, riservato (mentre non era che un povero contadino), cristiano osservantissimo. Da lui ho imparato perfino il modo di camminare a passo leggero, silenzioso, e tante altre finezze.
La mamma era diversissima di carattere: schietta, semplice, spiccia, veramente romagnola, tutta compresa della sua sacra missione materna, della quale compiva i doveri con perfetta esattezza. Era sempre tanto occupata coi suoi bambini, che la custodia di essi e della casa non le lasciava troppo tempo per pregare. L'amavo teneramente, ma mi sentivo più compresa, più intima col babbo, al quale somiglio anche fisicamente: eravamo sempre dello stesso sentire. Egli non avrebbe voluto che la mamma mi avesse messa a parte delle - sue preoccupazioni, ma... era questa raccomandazione inutile, perché ella non sapeva tacere e mi diceva sempre tutto: - Che cosa fai, Palmina? Perché non preghi? Sai, il babbo è nei pensieri perché gli affari non vanno bene... - Subito riferivo alla Madonna, nella preghiera, quanto la mamma mi aveva detto e presto venivo a sapere che, contro ogni speranza, le cose avevano preso miglior piega, sicché dalla preghiera passavo al ringraziamento. Per due volte la Madonna mi ottenne la guarigione del babbo da gravissima infermità.
Da lui non le avrei certo capite le sue preoccupazioni, perché ricordo di averlo visto sempre sereno e sorridente. Ricordo ancora la festa che mi faceva al suo ritorno dal lavoro. Da piccina, la domenica ero invariabilmente rallegrata da un regaluccio che egli portava per me: per divertirsi lo teneva nascosto, volendo che lo sapessi trovare da sola. Con quale slancio mi mettevo alla ricerca! Saltandogli al collo, frugavo in tutte le tasche della sua giacca, finché con un grido di trionfo riuscivo a scoprirlo in uno dei taschini più interni. Quanto se ne mostrava contento! Io ci prendevo tale gusto che avrei voluto che fosse sempre domenica...
Ero anche molto contenta quando il babbo mi portava con sé a passeggio. Andavamo verso la campagna ed io raccoglievo per lui delle margheritine che gli porgevo con tenero affetto e che lui, soddisfatto, si metteva all'occhiello guardandole con compiacenza; e appena a casa, non mancava di comunicare la sua soddisfazione alla mamma.
Quanto erano uniti i miei genitori! Erano veramente esemplari tanto vivevano l'uno per l'altra.
Sento di dovere la mia vocazione all'educazione ricevuta in famiglia, vero santuario ove sono stata custodita come un giglio. Fu il babbo ad inculcarmi una profonda devozione alla Madonna. Spesso mi diceva: « Palmina mia, bisogna amarla molto la Madonna, perché soltanto chi le vuol bene può essere certo della sua eterna salvezza ». E invece delle favole mi narrava tanti bei miracoli operati per la sua intercessione. E gli faceva eco la mamma, che brillava nella premura di instillare in noi bambini la vera devozione alla Madre celeste, alla quale dovevamo « la buona salute, il benessere materiale e tanti aiuti e benedizioni sulla nostra famiglia »; e ci assicurava che l'avremmo avuta vicina sempre, specie nei pericoli, se fossimo stati buoni e obbedienti.
Guarda, Palmina, là c'è il Signore!
Ero ancora piccolissima, quando il babbo incominciò a portarmi alla S. Messa, e perché potessi seguire meglio il Sacerdote, mi teneva in piedi sull'appoggío del banco, stretta dalle sue braccia. Vedendomi tanto attenta all'Altare, una domenica, quando il campanello diede il segno dell'elevazione: « Guarda, Palmina, mi disse all'orecchio, vedi: là in quell'Ostia c'è il Signore! ». Guardai attentamente e vidi nell'Ostia una bella luce che compresi essere qualcosa di grande: mi riempiva di felicità e mi attraeva irresistibilmente. Sentivo che là, in quel Sacramento, era incentrata tutta la mia vita.
Ricordo che, terminata la Messa, venne esposto il Santissimo; e il babbo, per adorare il suo Dio nascosto, si prostrò quasi fino a terra. Subito imitai quel gesto e me ne sarei rimasta sempre là in adorazione. Ma venni poco dopo chiamata: « Sarà ora di tornare a casa perché la mamma ci aspetta. Che cosa faresti, se ti lasciassi qui sola col Signore? ». - Lo guarderei sempre, risposi, mi piace tanto!
In seguito a questo fatto, ho sentito sempre una grande attrattiva verso il SS. Sacramento e la necessità, entrando in una chiesa, di avvicinarmi al tabernacolo contenente l'Eucaristia.
Mi farò suora
Il mio amore per Gesù dovette impressionare il mio papà, perché poco dopo, in un giorno di bufera invernale, essendo venuto a riprendermi dall'asilo, mentre per meglio ripararmi mi teneva in braccio tutta avvolta nel suo ampio mantello ed io mi stringevo forte al suo collo, quasi al suo cuore balenasse il timore di avere un giorno a perdermi, mi chiese: « Che cosa farai, Palmina, quando sarai grande? Starai sempre con me, non è vero? ». Un sì, capivo di non poterglielo dire e, conscia di quello che dicevo, risposi decisa: « Mi farò suora! ». Con un brivido nella voce, mi chiese ancora: « Ma lo sai quello che vuol dire farsi suora? ». « Vuol dire essere tutta di Gesù! ». Mi sentii allora stringere più forte e, guardandolo in viso, gli vidi le lacrime agli occhi.
Compresi di averlo fatto soffrire e proposi di non parlare mai più di quel progetto, tanto più che, avendo egli raccontato tutto alla mamma, ella ne rimase addirittura sdegnata e andava ripetendo inquieta:
« Chi sarà stato a parlare di queste cose alla nostra bambina? Per parte mia, non lo permetterò mai, mai! ».
Ed intanto mi andava seguendo con la massima attenzione e mi avrebbe voluta sempre sotto i suoi occhi.
Per darmi maggior amore alla casa, incominciò ad insegnarmi quanto avrei potuto fare per aiutarla un po' in tutto, sicché a cinque anni appena ero già una piccola massaia.
Ho frequentato regolarmente l'asilo infantile
A tre anni incominciai a frequentare l'asilo infantile. Nel secondo anno, durante le vacanze, essendo allora la mamma molto occupata nel lavoro, mi aveva messa presso una buona signorina che teneva dei bambini, insegnando loro, fra tante altre cose, anche il catechismo.
Come mi tornavano opprimenti quelle lezioni! Non ero capace di seguirle. Quegli esempi mi urtavano, mi stancavano, e in quell'appartamento di città mi pareva di essere in gabbia. È vero che, fin d'allora, seduta nella mia seggiolina, facendo la calza, penetravo con la mente fino al Cielo, spaziando in bellissimi orizzonti, ma sentivo che la terra non era per me e che non avrei potuto durare a lungo in quel tormento.
Fu il babbo ad accorgersene e a consigliare la mamma a tenermi in famiglia. Quello era il mio vero ambiente, dove io vivevo serena. Il mio unico amore era Dio. Amavo i miei genitori, i fratellini, i parenti, ma li amavo in Dio. Il Signore, fin d'allora, si faceva conoscere alla mia anima come una grande luce che mi avvolgeva, mi impegnava, m'incentrava in sé, ed io vivevo in un'atmosfera celeste. Preferivo starmene in silenzio, in contemplazione; la vista del cielo m'immergeva nella sua grandezza e mi parlava di Dio. In tutto sentivo che il Signore mi attraeva con una forza irresistibile e mi riempiva di sé.
Avevo tanto amore alla proprietà, alla nettezza che non ancora di sei anni riuscivo da sola a tenere in ordine la mia casa ed i miei fratellini. Le amiche della mamma si meravigliavano di non vedermi mai giocare con le compagne della mia età, ed ancor più quando, chiedendone a lei il perché, si sentivano rispondere che avevamo sempre tanto da fare e da parlare insieme... Infatti, fin d'allora, niente si decideva senza aver chiesto il mio consiglio.
Quando venne il momento di decidere a quale scuola iscrivermi, per le classi elementari, il babbo espresse la sua preferenza per quella tenuta dalle suore, ma la mamma, dopo aver visto l'ambiente, si mise in timore che fosse un pericolo per me, date le mie aspirazioni, e scelse le comunali. Vi fui condotta per l'iscrizione, ma dopo una quindicina di giorni di frequenza, la mamma, già abituata al mio aiuto, non volle assolutamente che continuassi con una frequenza regolare, dicendo che, sveglia com'ero, sarebbe bastato tornarvi un poco verso la fine dell'anno scolastico, tanto per essere ammessa all'esame di promozione alla seconda classe. Con questo sistema, nonostante i reclami della maestra, riuscii a superare l'ammissione in quarta. La licenza di terza elementare è il mio massimo titolo di studio, ma non mi è mai sembrato giusto farlo valere; perciò sento di dover rispondere a quanti mi chiedono quali scuole io abbia frequentato: « Regolarmente, soltanto l'asilo infantile! ».
Le lezioni che mi erano permesse e che assimilavo con tanto gusto erano quelle del catechismo in parrocchia. Il mio desiderio di conoscere il Signore era tanto vivo che non avrei mai finito di interrogare il mio buon Parroco.
Una fiammella del fuoco della Pentecoste
A sette anni venni ammessa alla Cresima. Quale profonda impressione lasciò nell'anima mia questo grande Sacramento! Mi parve che una fiammella del fuoco della Pentecoste scendesse su di me e mi accendesse tutta, infondendomi una forza di grazia, un senso così vivo della presenza di Dio che, direi, quasi spontaneamente e sempre con scioltezza, soavità ed amore, mi sentivo portata a scegliere il meglio, il più perfetto in ogni mia azione.
Sembrandomi cosa che dovesse appagare Gesù l'avermi accanto al tabernacolo, avevo chiesto ed ottenuto dalla mamma il permesso di una visita quotidiana al SS. Sacramento. Mi ci trovavo tanto bene! Senza nemmeno rendermene conto, facevo fin d'allora delle vere meditazioni, che mi andavano disponendo alla missione che in seguito mi sarebbe stata affidata.
Accadeva spesso che il Cappellano, incuriosito, venisse a chiedermi che cosa facessi, e alla mia franca risposta: « Prego! », ribattesse sorridendo: « Oh, vorrei proprio sapere quello che dici! ».
Veniva alle volte anche il Parroco, al quale manifestavo con tutta semplicità la contentezza che provavo nello stare così vicino a Gesù, e gli dicevo: « Chissà mai cosa proverà lei, quando nella S. Messa, dopo la Consacrazione, lo tiene tra le mani! ». Evidentemente commosso, si fermava per insegnarmi con quali preghiere avessi dovuto impiegare il tempo della visita: sei Pater, Ave e Gloria, una preghiera alla Madonna, un'altra a S. Giuseppe, ecc... Era tanta la venerazione che m'incuteva quel degno Sacerdote che, mortificando le mie inclinazioni, cercavo di seguirne i consigli, ma vi riuscivo poco.
«Ti ho scelta a mia sposa»
A nove anni, il 26 giugno 1895, potei fare la mia Prima Comunione.
Quale intimo incontro con Gesù! Quando il Sacerdote mi fu accanto per porgermi la Sacra Particola, mi sentii come avvolta e penetrata da un sole bruciante e splendente che comunicò all'anima mia un indicibile ardore. Appena ricevuto il mio Dio, mi sentii dire da Lui queste dolcissime parole: « Sarai tutta mia come io sono tutto tuo e per sempre? Ti ho scelta a mia sposa ». E mi fece comprendere la grandezza e la preziosità della consacrazione al suo amore. Aderii pienamente e ci scambiammo le nostre promesse. Ricordando poi la costernazione dei miei al mio proposito infantile di farmi suora, esposi a Gesù il mio imbarazzo ed ebbi da Lui il permesso di non parlarne in famiglia fino a quando mi avrebbe fatto capire essere giunto il momento giusto, desiderando, per allora, che mi comportassi coi miei cari come la figliola e la sorella più affettuosa e tenera. « Finché ti lascio in famiglia, sii pure tutta dei tuoi senza alcun timore, per poi essere interamente mia quando ti avrò per me ».
Ero persuasissima che Gesù parlasse a tutti nella S. Comunione, tanto più che la nostra maestra di catechismo ci aveva raccomandato di stare bene attente a quello che il Signore avrebbe detto venendo in noi, perché di solito in quella prima visita manifesta i suoi desideri.
Quando però, dopo la S. Comunione, ci chiese quello che Gesù aveva detto, sentii di non doverlo manifestare e mi limitai a sorridere, senza poter celare la mia contentezza.
Quale contrasto fra le voci allegre e festanti delle mie compagne e quella soave e armoniosa del mio Gesù!
Qualche giorno dopo, ottenuto a fatica il permesso dalla mamma, potei partecipare con la maestra e le compagne di catechismo ad una gita all'eremo di S. Paolo, sopra Forlì, dove aveva dimorato S. Antonio da Padova. Ricordo che, in quella gita, quello che più attrasse la mia attenzione fu l'improvviso irrompere di una fresca cascata di acque fino a quel momento trattenuta da un ostacolo. Chiamai tutte ad ammirare con me, ma non fui compresa. Si trovò che la cosa era molto semplice e naturale, e lo era infatti, ma a me quella corrente d'acqua svelava un significato profondo: vi vedevo l'acqua viva della grazia saliente fino alla vita eterna e ne presentivo gli abbondanti sbocchi e gli effetti salutari su di me e sui fini segreti di Dio.
« La tua Mamma celeste è qui con te! »
Nei miei colloqui con Gesù, iniziati con la Prima Comunione e che si andavano ripetendo in quelle successive, che ben presto divennero quotidiane, quale profondo lavoro di grazia andò compiendosi in me!
La mia vita mutò radicalmente. Sentivo di portare il Cielo nell'anima, e gli anni trascorsi nell'attesa di potermi consacrare interamente a Dio furono una continua comunione di amore con Gesù.
Ma fu la Vergine santissima ad aprire la via ai tanti favori che avrei ricevuto in seguito.
Ero ancora nei nove anni quando una sera, tornando col babbo e mio fratello Vincenzo dalla chiesa di S. Francesco, ove era stato festeggiato uno dei Santi Patroni della città:
S. Savino (erano circa le venti), mi spaventai nel vedere due poveri avvinazzati che, barcollando con gesti incomposti, ondeggiavano da un lato all'altro della strada.
Temetti che quegli uomini avessero potuto far del male al babbo ed a Vincenzo, mentre essi, a più ragione, trepidavano per me e si studiavano di coprirmi quel disgustoso spettacolo.
Ad un tratto, quella scena venne completamente sottratta al mio sguardo e, in un bellissimo sfondo di luce apparve, proprio visibile ai miei occhi, la Madonna! La riconobbi immediatamente e non fui nemmeno troppo sorpresa del suo apparire, perché sapevo, per quanto mi andava ripetendo la mamma, che mi era sempre accanto. Credo di non averla vista mai più tanto bella. Non posava i piedi in terra, ma rimaneva a poco meno di un metro dal suolo; era di statura alta, slanciata, tipo bruno, simile a come si rappresenta l'Immacolata, ma non così seria, perché mi guardava con un inesprimibile sorriso. Era vestita di un abito e velo azzurro con cintura a ricami d'oro di finissima fattura ed aveva in capo il diadema regale. Pareva proprio una regina e tutto in Lei mi attraeva irresistibilmente. Non sentii la sua voce, ma dallo sguardo, dal sorriso, dall'atteggiamento, compresi che voleva rassicurarmi e darmi prova della sua protezione. Era come se dicesse: « Bambina mia, non aver paura, la tua Mamma celeste è qui con te, ti assiste e ti difenderà sempre! ».
Naturalmente ero così attratta da lei che non potevo distoglierne lo sguardo; e il babbo, che da quella parte non vedeva che quei due poveretti, si studiava in tutti i medi di distrarmi.
La Madonna mi accompagnò fino alla porta di casa, ed io cercai di rimanere ultima per continuare a vederla. Disparve, ma le impressioni di grazia che si erano impresse nel mio spirito perdurarono e furono quanto mai salutari.
Da quel benedetto incontro, notai una grande diversità in me; incominciai a comprendere tante cose, alle quali di solito non si pensa in quell'età... e non fui più bambina.
La sola vista della Madonna mi aveva fatto intuire quanto il Signore ami le anime e compresi pure la fatuità di tutte le gioie di quaggiù. Gli affetti, anche più santi, li sentivo incapaci di saziare il mio cuore; inoltre, riflettendo e osservando, non tardai ad accorgermi che sulla terra tutto finiva, che la morte veniva a separare anche i cuori più uniti, e che l'amore delle creature non avrebbe mai soddisfatto le mie aspirazioni. Avevo bisogno dell'Infinito, dell'Immutabile, di avere per me Colui che solo non mi sarebbe venuto meno in eterno.
Non dissi a nessuno quanto era avvenuto perché, sebbene io credessi che quei favori fossero comuni a tutti, capivo però che avrei dovuto tenerli segreti.
« Non temere la rabbia di quel cane!»
Al mattino, dopo aver partecipato alla S. Messa, dovevo trovarmi in casa per l'alzata dei fratellini. Ricordo che una mattina assai presto, mentre andavo frettolosa verso la chiesetta dei Cappuccini, mi si fece incontro un grosso cane nero sbucato improvvisamente dalla siepe, in atto di volermi aggredire se avessi tentato di proseguire la strada. Mi raccomandai silenziosamente al mio Dio, ed ecco accostarsi un poverello dall'aspetto mite, dolce, che tendeva la mano chiedendo l'elemosina. Gli feci una piccola offerta ed egli, guardandomi rispettosamente, mi disse: « Grazie. Un giorno ti ricompenserò. Non temere la rabbia di quel cane. Se potesse, ti divorerebbe, ma non può nulla contro di te! ».
Poi, rivolto a quella bestiaccia che continuava a fissarmi con occhi di fuoco: «Vattene!», gli comandò, ed io non vidi più né il buon vecchietto né il cane spaventoso.
Altre volte esso tentò di impedirmi di andare alla S. Messa, e fu veduto anche dalle persone attempate che in quell'ora frequentavano la parrocchia, le quali alzavano la voce per spaventarlo, raccomandandomi di mettermi al sicuro; ma, come mi era stato promesso, non mi avvenne mai nulla di male. Se l'avesse saputo la mamma... addio permessi di uscire da sola!
Era talmente gelosa della sua bambina, che mi avrebbe voluta di continuo sotto i suoi occhi. E queste sue esigenze non le allentò neppure quando fui più grande, tanto che giunse a negarmi il permesso di uscire di casa perfino nei solenni festeggiamenti di S. Pier Damiani quando, per l'occasione, venne a Faenza il cardinale Domenico Svampa.
Quella volta piansi dal dispiacere e ricordo che la mamma, in tono profetico sentenziò: « Sta' quieta, Palmina; ne vedrai dei cardinali! ».
Come la grazia lavora nell'anima
In famiglia ero circondata da tutti di ogni più delicata finezza. Il babbo era tenerissimo con me. Ogni volta che tornava dal lavoro, era un incontro gioioso, uno sfogo paterno di amore per la sua figliolina. Eppure aspiravo ad un amore che mi avesse interamente soddisfatta; comprendevo che nessuna creatura umana avrebbe potuto darmi quanto cercavo, e lo stesso affetto santo dei miei genitori e fratelli non faceva che accrescere il desiderio del possesso del Sommo Bene. Soltanto in chiesa, davanti al tabernacolo, mi sentivo nel mio centro.
Una mattina, tornando dalla spesa, mi fermai in un coretto della mia parrocchia e vi stavo tanto bene perché potevo più liberamente seguire i miei pensieri. Venni raggiunta dal Parroco, che, avendomi scoperta lassù, m'interrogò su quello che facevo e pensavo e, per aiutarmi a passare meglio il tempo, mi portò un libro. Vedendone il titolo: « Come la grazia lavora nell'anima », dissi subito che m'interessava molto, il che lo fece sorridere, e soggiunse: « Prima leggilo, poi la prossima volta che c'incontreremo, mi saprai dire se ti piace ». La settimana seguente, incuriosito, m'interrogò su come erano andate le cose riguardo a quel libro. Con tutta semplicità risposi che il solo titolo dei capitoli, qualche brano di Vangelo e versetti di Salmi che vi aveva trovato, mi avevano aperto un bellissimo orizzonte di luce e mi avevano fatto comprendere le vie della grazia molto di più di quanto avessi potuto leggendo quelle spiegazioni troppo difficili per me. A questa risposta il mio buon Parroco non seppe, nascondere la sua commozione, tanto che io, essendo rimasta convinta di avergli dato dispiacere, raccontai tutto alla mamma; ed ella: « Ma dovevi parlare così di un libro che ha scritto lui? ». Capii di essere stata imprudente e proposi fra me di non manifestare più tanto facilmente quanto sentivo.
Trovai finalmente Colui che cercavo
Una sera di maggio (avevo circa dodici anni), il babbo volle che uscissí con mio fratello Vincenzo per una breve passeggiata. Di solito, mi piaceva tenere gli occhi rivolti al cielo, quasi in cerca del mio Dio... Ed ecco che in quella sera il cielo parve aprirsi e, in uno sfondo di luce chiarissima, mi apparve Gesù circondato da una schiera di vergini e di una tale bellezza da non poterlo dimenticare mai più. Io ero rapita. Mi disse: « Osserva se creatura umana può prevalermi ». « O Signore, gli risposi, tu sai che ti ho scelto come mio unico Amore! ».
« Sì, fin da questo momento sarai sempre tutta mia ». E mi mandò tre riflessi di luce che mi accesero tutta. Poi scomparve. Tutti i quadri che rappresentano il Cristo, anche quelli degli autori più celebri, sono niente a confronto della Bellezza divina che ammirai in quella visione. Finalmente avevo trovato Colui che la mia anima cercava, e nessun sacrificio mi sarebbe parso troppo grande pur di tener fede alle promesse che, dopo quelle della Prima Comunione, tornammo allora a scambiarci. Quante cose mi furono fatte comprendere! Fra le altre, quella che la mia vita di grazia sarebbe stata come una bella aurora serena.
Mio fratello dovette accorgersi di qualche cosa; ma, senza farmi domande indiscrete, vedendo la mia emozione, si affrettò a riportarmi a casa.
Da quel punto, la verginità, che solo a sentirne parlare nelle prediche, fin da piccolina, aveva esercitato un gran fascino su di me, mi divenne di un'attrattiva irresistibile. La vedevo come il più sublime splendore dello stato religioso, comprendendo che per essa l'anima interamente consacrata al Signore avrebbe potuto fare un gran bene, sicché giunsi al punto di decidere di fuggire di casa per seguire la mia vocazione. La biografia di S. Chiara, donatami dal mio Parroco, mi diede l'occasione di potermi confidare con lui e dirgli che, come quella santa aveva lasciato tutto a 16 anni, se mi avesse aiutata, io avrei fatto altrettanto a 12... Rimase quasi sgomento e m'impose di non riparlargliene più fino ai miei diciotto anni.
Quale violenza dovetti farmi allora! In certi momenti, quella troppo lunga attesa mi diveniva insostenibile e più di una volta venni sorpresa con un'espressione che tradiva la mia intima sofferenza.
Emisi il mio voto il giorno dell'Annunciazione
Quando il Cappellano dal quale mi confessavo dovette lasciare S. Lorenzo per la parrocchia assegnatagli, si diede premura di indirizzarmi a Mons. Alfonso Archi, allora Penitenziere maggiore e canonico della cattedrale. In quel santo ministro del Signore trovai il mio primo vero direttore spirituale. Egli, che conosceva a fondo le vie della grazia, mi aiutò ad aprirmi interamente; non si accontentava di una semplice accusa, ma esigeva un racconto particolareggiato delle grazie che andavo ricevendo, studiandosi di mantenermi in molta semplicità e umiltà, tanto che io credevo che tutti quelli che si comunicavano ricevessero grazie ben maggiori.
Il giorno della confessione era per me colmo d'indicibile gioia. La grazia mi si comunicava in maniera che perfino la mamma l'avvertiva, e diceva: « Il sabato, non so quello che tu abbia addosso! ».
Quando Mons. Archi sentì come il mio cuore fosse già impegnato con Gesù fin dalla mia Prima Comunione, dopo avermi molto provato, mi permise di emettere a 13 anni il voto perpetuo di verginità, regalandomi un prezioso libretto che custodivo gelosamente come un tesoro per le belle pagine che conteneva sulle vergini consacrate.
Emisi il mio voto il giorno dell'Annunciazione. Dopo la S. Comunione, mentre ne pronunciavo la formula, un raggio di luce mi avvolse; poi mi vidi vicina la Madonna che presentava ella stessa il mio voto al Trono di Dio. Vidi che il Signore lo accoglieva con compiacenza e faceva scendere in me una pienezza di grazia che mi possedeva e mi sollevava in Lui. La Madonna mi fece comprendere che quella era una piccola partecipazione di quell'impronta di azione divina che aveva provato Lei nell'Incarnazione del Verbo.
All'Istituto Righi
Da quel punto, la mia attesa divenne più ragionevole, tanto che chiesi alla mamma di farmi frequentare l'Istituto Righi per imparare taglio e cucito da uomo, quanto fosse bastato per le necessità della famiglia. Ella accondiscese ma, dopo due settimane, per timore che quell'ambiente favorisse le mie propensioni per lo stato religioso, si disse soddisfatta di quello che avevo imparato e mi tenne a casa, dandomi poi da confezionare biancheria ed abiti per il babbo e per Vincenzo. Se il Signore non mi avesse aiutata, non vi sarei certo riuscita!
Nelle domeniche frequentavo il ricreatorio di quelle religiose e, avendo sentito dire che tra loro ve n'era una in fama di santa, arricchita di lumi profetici, desiderai di poterla incontrare per parlarle un poco. Quando finalmente potei vederla, mi fece una certa impressione quello che mi disse.. Come se mi leggesse dentro e senza che io le avessi detto una parola, mi assicurò che avevo una vera vocazione, che avrei corrisposto e che, dopo un primo periodo di dolcezze, Gesù mi avrebbe crocifissa. Più tardi, quando mi trovai sotto le più forti prove, ricordai quella predizione...
Pammina, finito maitosso!
Avevo un concetto tanto alto delle persone consacrate; ritenevo che vivessero quasi come i Santi del Cielo. Una volta, passando per la strada ove si trova il Monastero di S. Umiltà, m'inginocchiai sulla soglia, pensando che là dentro vi erano delle anime tutte di Dio.
Il Sacerdote poi lo vedevo quasi come lo stesso Gesù, non riguardo alla persona, ma per la sublimità del carattere che riveste. E ciò fin dai miei primi anni. Evidentemente, fin d'allora, il Signore incominciava a farmi presentire gli intimi rapporti che la mia vocazione avrebbe avuto col Sacerdozio. Il troppo breve periodo di direzione spirituale di Mons. Archi (che venne poi eletto Vescovo di Comacchio) valse a darmi linee molto sicure. Studiandomi di seguirle fedelmente, la mia vita di famiglia divenne la migliore preparazione a quella che avrei in seguito condotta in comunità.
La mattina mi alzavo presto e non rimanevo mai meno di due ore in chiesa. Nell'ultimo periodo portavo con me il fratellino più piccolo, che si destava al primo sorgere del sole come gli uccellini, rifornendolo di una pagnottella che serviva da... orologio, perché, se mi accadeva di attardarmi un po' troppo nei miei colloqui con Gesù, ne venivo riscossa da una vocina che risuonava improvvisa nel silenzio della navata: « Pammina... Finito maitosso! ». Era allora un sorridere generale, e ne ridevo anch'io.
Sebbene avessi ad attendere alle varie faccende domestiche ed ai fratelli, tutto procedeva in una pace indisturbata e trovavo anche il tempo di fissarmi ogni tanto al campanile della Parrocchia, visibile dalla finestra della mia camera, per qualche visita spirituale al SS. Sacramento.
Con Vincenzo nei dintorni di Faenza
Nei giorni di festa, per poter adorare Gesù nei tabernacoli delle chiesette più abbandonate, quando la stagione lo permetteva, andavo con mio fratello Vincenzo, a piedi, o guidando lui un somarello, nelle campagne nei dintorni di Faenza. Meravigliose passeggiate! Io mi fermavo in chiesa finché dopo aver giocato coi suoi compagni, Vincenzo tornava a prendermi. Quanto mi sentivo unita al mio fratello maggiore! Lo amavo tanto che una volta chiesi a Gesù se gli dispiaceva quell'affetto. Mi rassicurò col dirmi che anzi, ne aveva piacere, perché ciò valeva a custodirmi meglio.
Una delle gite più belle fu quella che facemmo in una festa dell'Annunciazione. Quella mattina, durante la S. Messa, io avevo ricevuto uno dei favori più segnalati. La Vergine santissima mi aveva dato una certa comprensione del Mistero che si era commemorato ed io ero rimasta tanto colma di gioia da non sapere come tener nascoste le meraviglie che avevo vedute.
Nel pomeriggio, mio fratello propose una passeggiata sulle colline per raccogliere le viole; e la mamma, dopo aver raccomandato che si tornasse prima di sera, ci lasciò andare.
Arrivammo in un luogo incantevole, dal quale si godeva una vista suggestiva: il cielo era azzurro e senz'ombra di nubi, la campagna di un tenero verde, l'aria profumata di violette e di erbe fresche. Tutta la natura aiutava tanto ad elevarsi a Dio.
Mi si affacciò la scena che avevo ammirata al mattino e rividi la Madonna e il suo radioso sorriso. Allora incominciai a parlare di Lei al mio Vincenzo, che mi seguiva col più vivo interesse. Eravamo uniti nella più fraterna confidenza quando ad un tratto, compreso di quanto gli dicevo, esclamò: « Oh, come stiamo bene noi! Quant'è bello intrattenersi in queste meraviglie! Penso che, se tu non avrai altri progetti per l'avvenire, io rimarrò sempre con te, per poter trascorrere la nostra vita occupandoci dei santi argomenti che tanto ci confortano ». Gli risposi che ben volentieri sarei rimasta con lui, se il Signore non mi avesse già chiesta per sé.
« In tale caso, soggiunse, non potrei oppormi, e ti prometto che ti aiuterò ad effettuare il tuo proposito. Sta' tranquilla, penserò io ai genitori e ai fratelli! ». E mantenne la sua promessa.
In seguito, soltanto con lui parlavo della mia vocazione, e mi sentivo compresa. La mamma si meravigliava che avessimo sempre tante cose da dirci, e non avrebbe certo immaginato che io cercavo di prepararlo a sostituirmi nel momento in cui, per seguire l'invito del Signore, avrei dovuto lasciarla...
Il Signore non mi voleva fra le suore ospedaliere
Mons. Archi continuava a venire a Faenza ogni quindici giorni, ma siccome raramente potevo confessarmi da lui, m'indirizzò a Don Maccolini. Questi era tanto diverso da Mons. Archi. Ma fin d'allora, Gesù voleva che, più che sulle creature, mi appoggiassi a Lui, che mi era veramente Maestro, Direttore e Guida. La sua era una linea di tale chiarezza da farmi sempre scorgere senza incertezze la via da tenere e non mi legava per niente, tanto che, se mi avesse chiesto qualcosa che la mamma non avrebbe permesso, avevo il coraggio di dirgli che dovevo obbedire. Egli non si offendeva di queste resistenze, dicendomi che per amore di obbedienza si era lasciato crocifiggere, e che rimanessi pure tranquilla, perché avrebbe poi saputo Lui farmi fare la sua volontà.
Quando ebbi 16 anni, il mio confessore ritenne di avermi provata abbastanza e mi chiese in quale Istituto volevo entrare. Pur comprendendo che quella non sarebbe stata la mia via, risposi che mi piacevano le suore dell'ospedale. Incerto egli stesso, fece però domanda alle Vincenzine di Meldola, e andai a presentarmi. Quale colpo al cuore ebbi quando venni condotta nelle corsìe dell'ospedale! Non era certo là che il Signore mi voleva, ma, ormai ero già stata accettata... Venni tolta dalla mia perplessità in maniera imprevedibile, che dimostrò chiaro l'intervento di Dio. Giunse a quella comunità religiosa una circolare dei superiori maggiori che proibiva l'accettazione delle aspiranti minorenni, e non se ne fece nulla.
Il confessore allora mi animò a pazientare, dicendomi di rimanere tranquilla perché, nel momento opportuno, vi avrebbe pensato lui. Mi valsi dell'ultimo periodo che trascorsi nella mia casa paterna per fare ai miei e a quanti cercavano di me per aiuto e consiglio il maggior bene possibile, particolarmente a sollievo delle persone sofferenti.
Intanto il Divino Maestro mi lavorava profondamente, dandomi anche una conoscenza della vita e delle miserie umane, quale nessuno poteva supporre che potessi avere. Ma,
il vedere ancora tanto lontana l'effettuazione del mio sogno mi rendeva triste, anche se, per un'energica reazione che m'imponevo, riuscivo a mostrarmi serena, espansiva, in modo tale da confortare e rallegrare i miei cari.
Hai risposto bene!
Non è stato alla cieca che ho scelto per mia porzione il donarmi esclusivamente al mio Dio. Il mio ambiente familiare, sano, religioso, era aperto alla vita. Mio fratello maggiore portava in casa i suoi compagni ed amici; avevo una corona di fratellini per i quali, specie per l'ultimo, facevo tutto come una mammina...
Per mettere alla prova anche il mio cuore, Gesù permise che un ottimo giovane, che abitava nel palazzo della signora Brussi, provasse una vera, profonda affezione per me. Ne fui avvertita dal Signore stesso, che mi disse trattarsi di un affetto buono, retto, che non avrei potuto trovare migliore e che mi lasciava pienamente libera di scegliere. « Non parliamone neppure, risposi. Non ci siamo forse promessa reciproca fedeltà fin dalla mia Prima Comunione? ».
Dovendo andare da quella signora, le feci comprendere che avrei preferito mandasse la cameriera ad aprirmi la porta, perché quel giovane ne approfittava per farmi dei complimenti che non avrei voluti...; e anch'ella, tanto buona e pia, mi diede ottime informazioni.
Ma ecco che un giorno il giovane riuscì a manifestarmi il suo sentimento e le sue intenzioni. Senza punto turbarmi, lo ringraziai e gli dissi che ero già impegnata... Avevo circa 18 anni.
La sera stessa, mentre rincasavo accompagnata da mio fratello, mi si accostò Gesù e si pose al mio fianco. « Hai risposto bene, mi disse, perché veramente tu sei già impegnata! ».
Anche da questo incontro, compresi che era venuto il tempo di prendere decisamente la mia strada e, come eravamo d'accordo col mio Parroco, tornai a parlargli della mia vocazione. Fu allora che egli, che conosceva e apprezzava tanto la Congregazione delle Ancelle del Sacro Cuore, approfittò dell'occasione della visita della Madre generale alla Casa di Faenza per parlarle di me. Era il mese di marzo, consacrato al caro S. Giuseppe, protettore della Congregazione. La Madre mi chiamò per un colloquio, al termine del quale mi lasciò la certezza di venire accettata. Scelsi per il mio ingresso la bella solennità dell'Assunta, ma ritenni prudente non parlarne ai miei che poco prima della partenza, preparando intanto il terreno con molta preghiera e sofferenza. La sola prospettiva di un prossimo distacco dalla mia famiglia mi costò in maniera inesprimibile...; in certi momenti mi pareva che ne sarei morta; eppure, pur di seguire la divina chiamata, avrei spezzato anche il mio cuore.
Mi lascerete partire il 15 agosto?
Il primo agosto del 1905 mi si porse l'occasione di poter parlare al babbo senza che la mamma udisse, e lo pregai di portarsi dal mio confessore, perché desiderava parlargli. A quell'annuncio, chinò la testa e rimase molto pensieroso; poi uscì con Vincenzo. Appena di ritorno, mi chiamò a sé e, abbracciandomi teneramente con le lacrime agli occhi, mi riferì come fosse andato quel colloquio. Udita dal Sacerdote la mia decisione, di primo impulso avrebbe voluto opporvisi, ma sentendo essere quella la volontà del Signore, aveva finito col piegare il capo.
« Dunque, gli chiesi stringendomi a lui, mi lascerete partire il 15 agosto? ». « Sì... Ma come faremo con la mamma?... Non ti trovi bene nella tua casa? Non avresti qui tutta la libertà di seguire ugualmente le tue aspirazioni? Vorresti che ti lasciassimo maggior tempo per stare in chiesa? Sarei dispostissimo ad accontentarti in tutto, purché restassi con noi! ».
« Sto troppo bene, babbo, in casa mia... Ma sento di dover seguire la chiamata di Dio per essere certa di fare la sua volontà ».
« Ho capito, rispose, e... non mi opporrò più. Resta qui a pregare, mentre cercherò di convincere la mamma ». Poco dopo mi giunsero le grida accorate, i singhiozzi strazianti di lei, che andava ripetendo: « No, no! Non permetterò mai che la mia Palmina mi lasci prima dei suoi 21 anni! E’ ancora troppo giovane, ed io, tu lo vedi, non posso fare assolutamente senza di lei! ».
Il babbo la lasciò sfogare, poi cercò di farla ragionare dicendole che, trattandosi di una vera vocazione, non avrebbero potuto resistere a così precisa volontà di Dio, e siccome il sacrificio era per tutti, e sentitissimo dalla loro figliola, le chiedeva di dominarsi il più possibile per non farla soffriré di più.
Per quel giorno intero la mamma riuscì a non parlarmi di nulla. L'indomani, invece, alla prima occasione che avemmo di trovarci sole, sfogò tutta la piena della sua esacerbazione.
Fra le lacrime, mi disse che se l'avessi lasciata, ne sarebbe morta... Piansi con lei e, come m'ispirò in quel momento la grazia, le parlai in maniera da riuscire pian piano ad acquietarla, tanto che si offrì lei stessa ad accompagnarmi dal nostro vescovo Mons. Gioacchino Cantagalli per una visita di commiato, forse con la segreta speranza di ottenere, almeno per altri due anni, la mia permanenza in famiglia. Quel santo Prelato ci accolse con paterna bontà e, udito il motivo di quella visita, volle conferire con me per esaminarmi sulla mia vocazione. Ne rimase soddisfatto e mi disse: « Va' pure, figliola; è proprio il Signore che ti vuole, ed io ritengo abbia particolari disegni su di te. Una volta donata a Lui, guarda di non riprendere mai il tuo dono. Non accontentarti di essere una buona religiosa: tu devi farti santa! ». Lo ripetè tre volte, anche in presenza della mamma, che si senti consolata e fortificata da quella autorevole conferma.
Strenua lotta
Parve che le nubi andassero diradandosi, ma io sentivo di dovermi tener pronta ad altri assalti. Man mano che passavano i giorni, vedevo aumentare l'angoscia della mamma, la quale, un giorno, non potendone più, corse dal Parroco per scongiurarlo a persuadermi di differire la partenza. Commosso da quello schianto, mi fece chiamare e non lasciò nulla d'intentato per rimuovermi dalla mia decisione. Mi portò avanti motivi forti, gravi, parlandomi nel nome stesso di Gesù. Rimasi irremovibile, limitandomi a rispondere: « Le pare giusto, signor Parroco, che io lasci aspettare il Signore che mi chiama da tanto, tanto tempo? I miei genitori, che amo più di me stessa, li ho affidati alla bontà del mio Dio, e sono certa che, dandomi tutta a Lui, penserà Egli stesso, assai meglio di me, ad aver cura di loro ».
Fu questa una delle lotte più sentite...
Il giorno di S. Lorenzo, titolare della parrocchia, lo riservai alle visite di congedo ai parenti. E si giunse alla vigilia del gran giorno, all'indimenticabile sera degli addii, l'ultima che avrei trascorso sotto il tetto paterno.
Vincenzo, la mamma, il babbo, erano inconsolabili, mentre i fratellini godettero delle squisite finezze che si prodigarono in quella circostanza, come ad una festa.
«Io ti saluto questa sera, scattò a dire il babbo, perché domattina non ne avrò la forza!»; ed a me, che mi ero inginocchiata ai suoi piedi per chiedergli perdono di tutti i dispiaceri che gli avevo dato, disse: « Il primo dispiacere è questo che mi dai ora, ma essendo tu, come tutti i miei figli, prima del Signore che mia, è giusto che non mi opponga alla Divina Volontà. Va' in pace, figliola mia, e con la mia benedizione! ».
La mamma volle fare altrettanto, ma con quali singhiozzi! Ci ritirammo per prendere riposo, ma quella notte fu per me una continua preghiera. Soltanto nell'unione col mio Dio potei trovare la forza per affrontare il grande sacrificio.
Pammina, tà chì! Pammina, tà chì!
Alla prima alba dell'Assunta, anche Vincenzo era già in piedi per trovarsi pronto ad accompagnarmi. Non avrei voluto svegliare nessuno, ma, quando mi avvicinai al lettino del mio fratellino più piccolo per dargli un ultimo bacio, la mamma, che spiava ansiosa ogni mio movimento, scoppiò in un pianto così forte da destarlo: « Stringila, stringila forte, Berto, perché vuole andare via! ». Lui allora mi cinse il collo con le tenere braccia e con tutte le forze, tenendomi stretta a sé, andava gridando: « Pammina, tà chì! Pammina, tà chì! ».
Era proprio il momento di dar prova del mio amore al Signore, e per Lui solo trovai la forza di svincolarmi da quella stretta e di varcare la soglia di casa...
Andammo con Vincenzo in S. Pietro per la S. Messa. Là, ai piedi della Madonna, rimisi tutti e tutto sotto la sua protezione potente; e, quando ebbi ricevuto Gesù, mi sentii indicibilmente fortificata. Ci avviammo alla stazione ove, con mia grande sorpresa e commozione, trovai ad attendermi il mio carissimo babbo. « Come mai siete venuto fin qui? », gli chiesi riuscendo appena a dominarmi. « Vi ho sempre seguiti da lontano, perché non ho potuto trattenermi dal salutarti ancora una volta ». Poi, facendosi più tenero: « Palmina mia, ricordalo sempre: il tuo babbo ti ha voluto e ti vuole un gran bene...; e, se là dovessi trovarti a disagio, pensa che la tua casa è sempre aperta per accoglierti con immensa gioia! ».
La mia risposta fu il più tenero degli abbracci, dopo di che salii sul treno, continuando a salutarlo e a sorridergli finché potei vederlo dal finestrino.
Durante il viaggio, non riuscii a scambiare con Vincenzo una sola parola; era troppo pieno il nostro cuore, e in quel dolore ci sentivamo perfettamente fusi.
Appena giunti a Bologna, proposi a mio fratello di portarmi alla Metropolitana per partecipare ad una seconda S. Messa. Mi accontentò. Durante la celebrazione del Divin Sacrificio mi vennero fatte intuire tante, tante cose...
Usciti di chiesa, prendemmo la via che conduce al Collegio S. Giuseppe, casa generalizia delle Ancelle del S. Cuore; e, giunti che fummo nell'atrio, suonai con la mia mano il campanello dell'ingresso.
Sentii internamente che era proprio lì che Gesù mi voleva, e gli dissi mentalmente:
« Ecco, vengo per darmi tutta a te, per consacrarmi al tuo amore, per fare, istante per istante, la tua volontà ».
PARTE SECONDA
ANCELLA DEL SACRO CUORE DI GESÙ
1905-1933
Investita di un senso di maternità per tutte le anime, incominciai a sentirmi associata ad ogni forma di missione svolta dalla Chiesa. Un solo campo, un solo ramo di essa non mi avrebbe potuto soddisfare, perché sentivo che il mio cuore abbracciava l'universo.
In questo secondo periodo della vita di Suor Costanza, l'Epifania del divino sale di quota e di tono con tale travolgente rapidità da mozzare il fiato. Ma come dice ella stessa, quando i favori vengono veramente da Dio, non vi è nessun pericolo per l'anima; anzi, niente alimenta tanto la vera umiltà quanto i più alti favori divini.
Gesù, fin dagli inizi, le si offrì come maestro di vita religiosa. Ed ella fece subito tale progresso alla sua scuola da poter rendere di sé questa testimonianza che ci dà i brividi della vertigine: «Mi sentivo mossa a fare tutto con la massima purezza d'intenzione e con tanto amore che mi pareva di vivere più in Cielo che in terra. Questa forza d'amore per il mio Dio non si è mai attenuata in me per tutta la vita, neppure nei periodi di più forte prova. È stato sempre così: ai periodi di illuminazioni e di grazie si sono succeduti tempi di prove e di oscurità».
«Ci hai fatto passare per l'acqua e per il fuoco, ma poi ci hai dato sollievo». Quest'alterna condotta di Dio, profondamente biblica e teologica, è segno che le prove di Suor Costanza sono tutt'altro che di origine nevrotica od isterica, tanto più che in lei sul dolore prevale la gioia e la stessa Croce è gloriosa e luminosa ed ella stessa dice che «la creatura ha bisogno di essere corroborata dal gaudio che proviene appunto dalla donazione di sé», cioè dalla piena immolazione. Una gioia che corrobora viene sicuramente da Dio. Lo dice con chiarezza la Bibbia nel libro di Neemia: «La gioia del Signore è la vostra forza ».
Suor Costanza fece sempre festa ai doni di Dio di qualsiasi natura fossero, consolanti o crocifiggenti. L'amore divino ebbe in lei subito tale veemenza da giungere allo spasimo, uno spasimo aumentato dal fatto ch'ella chiese e fece in modo che nulla trapelasse al di fuori. L'unione avrebbe dovuto produrre l'estasi, come avviene quasi sempre in tali casi. Ma il comprimere e l'impedire una tale ridondanza era un vero martirio. «Muoio perché non muoio», giunse a dire come la grande Teresa d'Avila.
In data 5 aprile 1913, Suor Costanza contrae i mistici sponsali con Gesù (se si tratta qui di vero matrimonio e non di fidanzamento): quarantun anni prima di morire (19131954)! È vero che i doni mistici non si misurano ad anni: Padre Pio da Pietrelcina ebbe le stimmate per cinquant'anni, mentre Francesco d'Assisi le ebbe per soli due anni! Ma tutto questo fa pensare.
Di solito il matrimonio spirituale avviene dopo le più dure prove della notte dei sensi e della notte dello spirito. Tutto induce a ritenere che in Suor Costanza la prima sia avvenuta tra il 1916 e al 1933 per diciassette anni di seguito, sia pure con qualche respiro di sollievo; la seconda dal 19.51 al 1954, poco prima della morte. Ma certi segni, certe parole di fuoco, certi fenomeni mistici di alto rango ci fanno capire che, il 5 aprile 1913, ci fu per Suor Costanza veramente il matrimonio spirituale, il che vuol dire «unione abituale» con Dio senza sbalzi né intermittenze.
Questo comprova che la vita fra le Ancelle del S. Cuore fu per lei del massimo giovamento: la sua vita spirituale ebbe la più alta fioritura e la sua missione di «fondatrice» la migliore gestazione.
L'assistenza avuta nella decennale malattia (1923-1933) e l'appoggio per la fondazione dell'Arca Santa dell'Eucaristia sono il più bell'inno di lode alle Ancelle del S. Cuore, che ebbero la gioia di veder sbocciare tra le proprie file una «Madre fondatrice» del calibro di Suor Costanza, ormai matura per la sua missione.
Un altro esodo avvenne, ma stavolta gaudioso: uno sciame di api, che esce per formare un nuovo alveare.
« Entri nella casa del tuo Dio »
La porta si apri, e la religiosa che faceva in quel giorno da portinaia (Sr. Giacomina Calderoni, che in seguito sarebbe stata per tanti anni mia superiora) mi accolse con un incoraggiante sorriso.
Come mi parve bella la casa del Signore, non tanto per il suo aspetto esteriore quanto perché in essa vedevo delinearsi il mio avvenire sotto una luce di grazia che sarebbe aumentata sempre più a misura della mia corrispondenza. Infatti, Gesù mi diceva interiormente: « Entri nella casa del tuo Dio; ricordati di dare opere di luce; devi effondere la luce intorno a te per compiacermi, per il bene della tua comunità e per i disegni che ho su di te. Non sgomentarti, lasciami fare: comprenderai in seguito in qual modo mi servirò di te per effondere la mia luce ».
Dopo qualche minuto di attesa, venne a ricevermi la Madre generale. Mi fece un'accoglienza festosa e materna, cosa che parve sollevare il mio Vincenzo come da un incubo.
Con mio fratello facemmo a gara nel mostrarci forti al momento del distacco. Dopo averlo incaricato dei più tranquillizzanti messaggi per la mamma e il babbo, lo vidi andarsene abbastanza rasserenato.
Partito Vincenzo, m'inginocchiai davanti alla Madre, rimettendomi senza riserve a disposizione dell'obbedienza. Le avevo chiesto di ammettermi fra le converse (cosa che avevo preferita perché mi dava la certezza che non mi avrebbero mai eletta superiora) ed ella, accettando di buon grado la scelta, mi disse: « Fin da questo momento dovrete considerarvi figlia dell'obbedienza e dipendere - in tutto dalle vostre superiore che vi parleranno sempre in nome di Dio. Ricordatevi che vi proverò molto!».
E mi mandò in cappella per una visita a Gesù sacramentato.
Con quanto abbandono lasciai che il mio cuore si effondesse in pieno in quello dell'Amico divino! In quel primo incontro eucaristico nella sua casa Egli continuò a dettarmi il programma che avrei dovuto seguire per formarmi alla perfezione religiosa: « obbedienza e carità perfetta di pensiero, di parole e di opere ».
Ogni impressione di quel giorno era grande e profonda, ma quanto sanguinante la ferita del distacco! Non mi sarà mai possibile dire con quanta energia mi sia dovuta imporre a me stessa per aderire in pieno alle esigenze di un Amore geloso, che mi chiedeva il sacrificio degli affetti più cari e santi. Però, in compenso, con quale familiarità e intimità di rapporti, appena entrata in Religione, Gesù incominciò a darsi all'anima mia! Il compito della mia formazione se lo assunse Lui stesso. Mi seguiva sempre (spesso con presenza a me visibile), mi ammaestrava, mi guidava in tutto e per tutto.
Il giorno dopo il mio ingresso, la Madre generale mi chiamò a sé per assegnarmi i miei compiti: custodire il guardaroba delle educande, assistere le inferme, mantenere in perfetto ordine e nettezza i dormitori, ecc. « Essendo giovane e robusta, con la benedizione di Dio e il merito dell'obbedienza, riuscirete a far tutto ».
Vedendo le necessità della casa, per essere di aiuto, avrei voluto prendere su di me le fatiche più grandi; e non dico quanto fossero piene le mie giornate... Molte volte arrivavo a sera senza aver potuto dare un momento di tregua alla mia anima, e allora ne andava parte della notte. Come lo ricordava la Madre il proposito di provarmi! Ed io, in quel tempo, ero tutt'altro che indifferente... Credo che se non avessi avuto sempre vicino il Signore, non avrei potuto perseverare e sarei tornata in famiglia.
« Adora incessantemente! »
Gesù era di continuo al mio fianco, mi accompagnava quando mi mandavano in città, mi parlava per via lasciandomi vedere soltanto il breve tratto di strada sufficiente a dirigere i miei passi verso la meta.
Mi diceva ad esempio:
« Non sei sola. Ti seguo. Rimani occupata della mia presenza e lascia che io illumini il tuo intelletto, dia ardore di carità al tuo cuore, per elevarti a quella contemplazione che deve formare la tua caratteristica spirituale ».
Oppure: « Voglio delinearti il cammino che dovrai percorrere fedelmente. Lo potrai, se adorerai incessantemente. L'adorazione è amore, l'amore è donazione. Rinnoverai la tua donazione ad ogni tua azione. Opera sempre alla mia presenza. Non ti chiedo cose grandi, ma fedeltà all'istante. Anche i più piccoli atti di fedeltà sono da me accolti con compiacenza ».
Dopo queste o altre simili parole, io entravo come in una regione superiore e mi perdevo nella contemplazione delle perfezioni di Dio. Queste contemplazioni mi mettevano un ardore che mi bruciava: mi sentivo consumare. A volte mi vedevo ad un tratto circondata come da un grande e bellissimo cielo (non saprei descriverne la bellezza) e in questo cielo di luce penetravo la perfezione di Dio, la sua grandezza: Dio-Luce, Uno e Trino nel suo splendore... Qui non ho parole per spiegarmi. Quando ho avuto illuminazioni sull'Umanità del Verbo, sono riuscita a descriverle in qualche modo, ma queste no. L'intelletto ha compreso, s'è perduto in queste profondità... Ridirle non è possibile: è una luce sublime che non ha paragoni sulla terra...
Ho sempre chiesto al Signore che niente apparisse in me di straordinario, di farmi seguire in tutto la vita comune, ma... come gli è piaciuto esaudirmi?
Era desiderio di Gesù che giungessi sempre puntualissima agli atti comunitari, tanto che arrivava fino ad avvertirmi quando mancavano pochi minuti; e la Madre, che si era accorta della mia premura, mi aspettava alla porta della cappella per mandarmi o da un'inferma o nelle scuole o a fermare e ad aprire finestre...
Quasi sempre quando, compiuta l'obbedienza, tornavo, venivo rimproverata per il ritardo. Sentivo di non dovermi giustificare e mi costava, perché le altre religiose, non sapendo com'erano andate le cose, si mostravano dispiacenti di quel modo di fare della nuova arrivata.
Ma il mio Divino Maestro mi ammaestrava così:
« Non fermare mai il tuo ragionamento su pensieri di scusa, ma proponiti di far meglio in seguito ». Ed esigeva che non lasciassi in nessun modo trapelare neppur l'ombra del contrasto e della sofferenza.
In seguito, la Madre generale, per darmi prova della sua materna comprensione, mi volle con sé quando faceva l'Ora santa. Dalle ventidue alle ventitrè m'intratteneva a colloquio, poi si andava in cappella per rimanervi fino alla mezzanotte. Ella leggeva i punti che io dovevo ascoltare con attenzione, perché poi me li faceva ripetere.
Il più delle volte mi era impossibile seguire quella lettura e non avrei saputo dirne una sillaba senza un particolare aiuto del Signore.
Terminata la pia pratica, la buona Madre mi teneva ancora a lungo a parlare ed io, che mi ero alzata prestissimo, non mi reggevo dal sonno. Era il Signore che voleva così. Ma ero persuasissima di non pagare mai troppo il privilegio e le grazie che sentivo di dovere al fatto di trovarmi nella santa casa del mio Dio, e quanto spesso lo ringraziavo per quanto Egli permetteva che potesse impreziosire ai suoi occhi le mie giornate!
Un tentativo della mamma per riavermi in famiglia
Intanto la mamma, dopo appena una settimana dal mio ingresso, parendole di non poter più resistere e sentendosi venir meno da un dolore che, diceva, l'avrebbe fatta presto morire, mi faceva giungere da Faenza lettere su lettere in tutti i toni e, non vedendo arrivare la risposta che aspettava, una mattina andò in Pretura.
Aveva appena salito le lunghe scale quando, nell'atto di suonare il campanello, si sentì come respingere da una mano invisibile e, senza saper come, si ritrovò in fondo alla scala. Per tre volte, vincendo il timore e lo stupore, insistette nel tentativo, sempre con lo stesso risultato. « Ad ogni costo bisogna che io parli al pretore per far tornare la mia Palmina », si disse, e ancora una volta salì fino alla sommità, ma venne fermata e trattenuta da un personaggio maestoso, imponente, che non volle ascoltare ragioni e quasi minaccioso le intimò di non avanzare. Impressionata e sgomenta, corse allora a raccontare tutto al suo confessore che, illuminato da Dio, le fece comprendere come quel suo tentativo di riprendere al Signore quanto già gli aveva dato, potesse in realtà disgustarlo; che il lasciarmi nella sua santa casa sarebbe stato una sorgente inesauribile di benedizioni e di grazie per l'intera famiglia, che si mettesse, dunque, e mi lasciasse tranquilla... A poco a poco, la rassegnazione si fece strada. Le mie tante preghiere per lei cominciarono ad avere il loro effetto.
Sentivo di abbracciare tutte le anime
Per me continuavano le prove; circostanze assai difficili andavano succedendosi le une alle altre, ma nonostante la mia grande sensibilità, dovevo tenermi superiore a tutto, pienamente abbandonata alla condotta del mio Dio. A misura che riuscivo a vincermi, mi venivano aperti più ampi e luminosi orizzonti di grazia. Se avessi potuto conservare in scritto tutte le lezioni che mi dava allora Gesù!
Se gli ambienti del Collegio S. Giuseppe potessero parlare!
Non posso pensare a quel tempo senza commuovermi. Il Signore mi si comunicava con tale abbondanza di grazia e pienezza di amore da costringermi a pregarlo di voler mitigare i suoi trasporti se voleva conservarmi in vita.
« Lasciami fare, rispondeva, ho bisogno di una piccolissima creatura aperta ad accogliere la pienezza del mio amore per poterne allargare l'effusione su tutta la terra. Questa è la tua missione ».
E mentre diceva queste parole, con la rapidità del baleno, mi trasportava sui quattro punti del globo in maniera da darmi l'intuizione, la visione direi quasi sensibile di tutte le terre che sono sotto il sole, investendomi insieme di un senso di maternità per tutte le anime. Da quel punto, il mio cuore sentiva di abbracciarle tutte con un amore grande quanto la Carità divina che lo dilatava, e a tutte e ad ognuna in particolare rimaneva incatenato. Non arriverò mai ad esprimere quanto provavo allora. Mi donavo tutta al mio Dio, dicendogli di fare di me e attraverso me tutto quello che voleva... Sembrava che la grazia che ricevevo sovrabbondantemente mi venisse strappata quasi a forza. Un impeto superiore alla resistenza di una povera creatura mi colmava e una forza altrettanto gagliarda mi svuotava...
Mi sembrava di venire dissanguata, e il mio essere spirituale e fisico rimaneva completamente estenuato. Da quell'epoca, incominciai a sentirmi associata ad ogni forma di missione svolta nella Chiesa. Un solo campo, un solo ramo di essa non mi avrebbe potuta soddisfare, perché sentivo che il mio cuore abbracciava l'universo.
Il Signore voleva da me un'obbedienza prontissima che in spirito di fede sapesse mirare diritto a Lui senza adattamenti e col più assoluto sacrificio della volontà propria, anche quando i comandi sembrassero contrari a quanto direttamente mi chiedeva. Ammoniva sempre: « Farai questo o quello, a meno che i superiori non ordinino altrimenti, nel qual caso mi compiacerai obbedendo senza repliche e nello splendore della carità ».
Se non obbedivo come desiderava, si sottraeva al mio sguardo.
Quanto mi tornavano penosi quegli abbandoni! Per me Gesù era tutto. Nei periodi di prova dovevo continuare a servirlo fedelmente senza mai dubitare della sua bontà. Mi studiavo di farlo e di mettere in pratica le sapientissime norme della sua direzione.
Fin da principio mi aveva addestrata a un tessuto di mortificazioni minute che, senza alimentare l'amor proprio, contribuivano a nutrire la sacra fiamma dell'amor di Dio.
Singolare preparazione alla vestizione
Si era giunti in prossimità della vestizione religiosa, già le compagne ne parlavano con trasporto ed a me, che ne avevo il più acceso desiderio, non ne era stata fatta parola.
In quell'epoca si era manifestata fra le educande più piccole un'epidemia di morbillo e si dovette perfino improvvisare un'infermeria capace di ospitarle tutte, evitando così il
pericolo di contagio per le altre. Non dico quanto mi desse da fare il mio ufficio di infermiera... Prediche, istruzioni, letture spirituali: ne andò di mezzo tutto, compreso il ritiro.
Un giorno, incontrando la Madre Maestra, osai chiederle se io pure fossi stata del fortunato gruppo. Ella mi lasciò nell'incertezza. Quanto ne rimasi addolorata! Non seppi trattenere le lacrime... Alla prima occasione che mi si presentò, rivolsi pure alla Madre generale la stessa domanda.
« Vedremo quello che deciderà il consiglio », rispose. Proprio in quel periodo, la buona Madre andava provandomi in ogni maniera. Ma quanto l'amavo, quanta stima avevo per lei che sapeva formare così bene la mia anima! Sentivo a prova come e quanto quella sua forte condotta a mio riguardo desse vita al mio spirito e mi tenesse sempre più unita a Dio. Quello spezzamento continuo della mia volontà, quelle rinunce, quelle corroboranti umiliazioni mi facevano il vero bene ed io, in segno di gratitudine verso di lei, spesso baciavo la terra ove passava.
Quando mi richiamò a sé per dirmi che mi disponessi con gratitudine al gran giorno, m'impose un nuovo sacrificio: avrei dovuto fare il mio ritiro continuando l'assistenza ad un'educanda in quarantena.
Gli Esercizi spirituali li predicava il Padre Basile S.J., confessore straordinario della comunità e mio direttore. Il Signore, in quella circostanza, mi aiutò a vedere una sua permissione e non mi rammaricai troppo. D'altra parte, pensò Lui stesso a farmi le istruzioni... e quanto furono preziose! Il primo giorno, Egli mi disse:
« Tu sei il mio ciborio in cui io entro ed effondo le mie grazie per arricchirlo e compíacermene ».
Soltanto alla vigilia potei confessarmi e conferire col Padre, che mi incoraggiò a proseguire la mia linea di intimità e di amore con Gesù.
Una grande, luminosa idea dominava fin d'allora il mio spirito: la santità che il Signore esige dalle persone a Lui consacrate, sacerdoti e religiose: esigenze di amore non abbastanza soddisfatte, per cui il lamento del cuore divino m'impegnava a curare al massimo il mio perfezionamento ed a pregare e offrire per la santíficazione della porzione eletta. Col consenso del direttore, mi offrii per questo fine tanto desiderato da Dio.
« Come vorreste essere chiamata da suora? »
« Avete mai pensato, mi chiese in quello stesso giorno la Madre, al nome col quale vorreste essere chiamata da suora? ». « Suor Bonaventura! », risposi pronta.
« E perché mai questo nome? ».
« Perché una volta, da bambina, sentii una bellissima predica su quel Santo e fra le molte cose che ascoltai, mi rimase impressa una frase pronunciata dallo stesso Santo, cioè che se lui fosse stato la spada di Longino che penetrò nel sacro Costato del Cristo, non sarebbe mai più uscito di là. Comprendendo l'amore che portava a Gesù, mi piacerebbe averlo come protettore ».
« Lasciate fare a me. Il nome ve lo darò io e sarete ancor più contenta! ».
Giunse il 19 settembre 1906. In quella mattina ero talmente compresa dell'atto che stavo per compiere, da non poter dare il minimo di attenzione a quanto avrebbe potuto costituire non piccola prova...
Terminata la S. Messa, dopo aver ricevuto la divisa benedetta di Ancella del S. Cuore e già rivestita di essa, tornai all'altare per ricevere il mio nuovo nome. All'udire la voce sonora e solenne del cardinale Domenico Svampa scandire lentamente in latino:
« Ti chiami Palma Zauli; sarai chiamata Suor Maria Costanza », ebbi un primo moto di scontento, ma subito una luce di grazia cancellò quell'impressione, facendomi comprendere che non avrei potuto conquistare la palma se non fossi restata costante nella fedele dedizione a Dio fino alla morte; sentii che la mia Madre non aveva scelto a caso e proposi di non derogare mai dal programma che mi dettava quel nome. In seguito, Gesù stesso lo completò, appagando in pieno il mio desiderio: « Ti chiamerai Suor Maria Costanza del Sacro Costato ».
« Avanti, Suor Costanza! »
Certe pagine non potranno mai venire scritte...
Durante il mio noviziato, essendo le mie giornate ricche di tante belle occasioni per « offrire », ritrovandomi in cella la sera, ne baciavo le pareti dicendomi: « Quale grande grazia è mai quella di abitare nella casa del Signore! », e nei momenti nei quali la natura sentiva più forte il contrasto, mi serviva di stimolo ripetere a me stessa: « Avanti, Suor Costanza! Non vedi quanto è bello e prezioso questo stato di continua immolazione? ». E tenevo fermo per pura forza di volontà.
Non erano le fatiche e le prove comuni a tutti gli inizi a tenermi in tanta lotta, ma quelle intime, inerenti alla via di grazia che dovevo seguire.
Il P. Basile, gesuita, che mi ascoltava in confessione, preoccupato, mi domandava se mi trovavo bene, se ero contenta della scelta che avevo fatta; e, al sentirmi rispondere che ero contenta di poter fare la volontà di Dio, capiva, e avrebbe voluto mettermi in un monastero, progetto che non gli riuscì mai di vedere attuato perché i disegni divini erano diversi.
D'altra parte, io amavo tanto la mia comunità, avevo in tale venerazione le mie Madri e consorelle da non poter neppure pensare ad una separazione senza sentirmene straziata.
Per dare prova di amore al mio Dio ed anche per gratitudine alla mia famiglia religiosa, mi studiavo di compiere i miei doveri e di attendere alle mansioni affidatemi con fedeltà, ma non riuscivo ad accontentare le mie superiore, e il vero motivo del loro scontento era comprensibile: mostravo di seguire altro spirito...
Ero la prima a soffrirne e, senza un particolare aiuto dall'alto, mi sarebbe venuto a mancare il coraggio per proseguire.
Ma il desiderio, che andava facendosi sempre più sentito, di poter aiutare i Sacerdoti con la preghiera e la sofferenza, m'insegnava a tesoreggiare le molte occasioni crocifiggenti del periodo del mio noviziato, che si prolungò per due anni.
Un giorno Gesù mi disse:
« Tu devi fissare il tuo sguardo nel semplice istante che io passo nell'Ostia consacrata. Addestrati sempre più nello spirito di annientamento, che sarà il punto fondamentale della tua vita religiosa. Osserva il mio stato di Ostia: non appare in nessuna manifestazione la mia onnipotenza; così tu dovrai scomparire davanti a te stessa e alle creature, tenendo sempre più nascosto il dono del mio amore in te. Non importa se la tua vita esteriore si svolge nel massimo movimento. Contempla il mio istante nell'Ostia consacrata e procedi serena in ogni incontro, anche penoso, non guardando alle molte difficoltà che si presenteranno e che tenteranno sottrarti alla grazia che deve sempre più intensificarsi in te. Ecco il tuo programma di novizia; ti attenderò al "consummatum est" della tua vita religiosa ».
In altre occasioni mi ammaestrò sui tre voti religiosi. Dovevo svolgere un'attività superiore alle mie capacità, ma con l'aiuto che ricevevo dal Signore, riuscivo ad accettare tutto con tranquillità di spirito, sì che tutto mi serviva ad intensificare l'intimità col mio Dio.
Gesù ne fu contento e mi disse: « Metto a tua disposizione il tuo Angelo custode, perché ti aiuti in ogni tua necessità ».
Com'era bello il mio Angelo! Mi irradiava della sua luce e mi aiutava in tutto.
Il Signore, in quel tempo, incominciava già a parlarmi di un suo piano particolare. Un giorno ero all'adorazione e mi disse:
« Ti voglio esclusivamente per me in una via di grazia che sollevi tante piccole anime all'intimità col mio Cuore; e tu dovrai precederle in questo cammino con una vita di grazia, di dedizione e di amore che niente ricusi alle esigenze del mio amore ».
La Professione religiosa
La Professione religiosa venne fissata per il 10 settembre 1908. Ufficiò la cerimonia il nostro cardinale arcivescovo Giacomo Della Chiesa (poi Benedetto XV).
Anche in quella circostanza, il Signore permise che io non potessi avere altra preparazione che la sua, e ricordo ancora le parole con le quali mi dispose: « In questi giorni tu pensa a donarti a me ed io penserò ad adornarti per me ».
Seppe farla davvero la sua parte... Avrò io saputo fare la mia?
Di proposito non avvertii nessuno dei miei familiari della data della mia Professione, sembrandomi più conveniente trascorrere quella giornata innanzi al Tabernacolo. Il Divino Maestro mi spiegò il profondo significato dell'atto che avevo compiuto e le esigenze inerenti alla piena consacrazione al suo amore. « Da questo momento, disse, non ti appartieni più. Abbandonati senza riserve alla mia condotta e rimani nelle mani dei tuoi superiori che ti comandano in mio nome come una cosa morta; non soltanto a parole, ma con i fatti. Di occasione in occasione, la tua fedeltà deve ripetermi la sincerità della tua dedizione ».
Mi fece pure ulteriormente approfondire la bellezza e la preziosità dei santi voti, lo spirito col quale avrei dovuto osservarli, insistendo particolarmente su quello di obbedienza, essenziale allo stato religioso, potendo esprimere da solo la totalità della consacrazione a Dio; mi raccomandò che mai mi fossi permessa di riprendere qualcosa di quanto gli avevo donato, promettendo in premio alla mia fedeltà di immedesimarmi alla sua stessa vita e di sostituirsi a me per adoperarmi come strumento delle opere sue.
In quel momento mi parve che si iniziasse per me una vita nuova, capace di darmi la possibilità di svolgere quell'apostolato universale che tanto mi attraeva.
Gesù parla della nuova Opera
La consacrazione che avevo fatto di me stessa al Signore con la mia Professione religiosa aveva portato l'anima mia a una unione tale con Dio, che mi sentivo mossa a fare tutto con la massima purezza di intenzioni, con amore, sì che mi pareva di vivere più in Cielo che in terra. Questa forza di amore per il mio Dio non si è mai attenuata in me per tutta la mia vita, neppure nei periodi di più forte prova.
Per tre mesi fui sotto un'azione divina sensibile, quasi continuamente astratta dal mondo. Mi rivolgevo al Signore dicendogli:
« Ma come posso, Signore, compiere i miei doveri in questo modo? ».
« Lasciami fare, rispondeva, ché verranno giorni di oscurità, e questa intimità col tuo Dio ti aiuterà a giungere fino al tuo "consummatum est" ».
In seguito, mi sentii arida, come abbandonata e circondata di tenebre. Ebbi pure molti contrasti e umiliazioni da parte delle creature e assalti del demonio.
È sempre stato così: ai periodi di illuminazioni e di grazie si sono succeduti tempi di prove e oscurità.
Durante la novena del S. Cuore dell'anno seguente, nell'adorazione notturna, Gesù mi parlò:
« Intensifica la tua adorazione, non solo qui, ma anche nei miei cibori abbandonati, per riparare alla freddezza, dimenticanza, isolamento in cui sono lasciato. Ti voglio formare per una piena dedizione al mio Sacramento d'amore, per prepararti al disegno che ho su di te. Quando vi sarai tutta dedicata, lo comprenderai ».
Un'altra mattina andai all'adorazione e vi trovai Gesù col suo aspetto soavissimo: « Vieni, ascoltami, mi disse; tu devi precedere le anime che faranno parte dell'Opera che voglio da te, vivendo quelle linee che in essa si dovranno seguire. Vivi una vita eucaristica, tutta amore per il mio Sacramento d'amore ».
E prometteva: « Tutto quello che l'Ancella Adoratrice domanderà in mio nome all'adorazione, lo concederò ». Seguì a questa manifestazione di Gesù un tempo di molte contrarietà e di prove esterne e interiori. Passato questo periodo, Gesù ritornò e mi disse: « Vedi, l'anima che serve fedelmente il suo Dio deve sottoporsi a periodi di privazione. Queste purificazioni ti sono necessarie per poterti conservare nella trasparenza della mia grazia e perché tu possa aiutare altre a disporsi a servirmi con fedeltà. Voglio anime dedicate alla fedeltà del momento, fedeltà che genera il gaudio. La creatura ha bisogno di essere corroborata dal gaudio che proviene appunto dalla donazione di sé ».
Un'altra volta mi disse: « Voglio una schiera di anime dedicate esclusivamente al mio Sacramento eucaristico per attuare, per mezzo di esse, il mio piano di misericordia sulla Chiesa e sul mondo. Voglio impostare te su queste linee, perché tu dovrai essere ad esse di guida ».
Io gli risposi: « Gesù, pregherò e offrirò tutto perché tu ti possa formare questo drappello; ma, ti prego, lasciami nell'ombra e nell'abiezione di me stessa... ». Innumerevoli volte insistei su questo punto, ma quando parlavo così, Egli se ne andava via...
Il Padre Basile, al quale continuavo ad esporre tutto quanto mi accadeva di straordinario, dopo aver molto ponderato e studiato il mio caso, m'incoraggiò ad un'incondizionata adesione ai moti della grazia, m'ingiunse di lasciarmi adoperare, di non dimenticare che le mie resistenze avrebbero potuto mandare a vuoto un importante piano di misericordia e che non mi trattenessi dal riferirgli sempre schiettamente tutto.
Il prezioso sostegno del dotto e santo gesuita mi venne a mancare presto, perché lo trasferirono a Roma. Negli ultimi mesi che trascorse a Bologna si adoperò perché io potessi avere un colloquio col cardinale arcivescovo Giacomo Della Chiesa. Egli venne in forma privatissima al Collegio e volle esaminarmi. M'interrogò, mi parlò a lungo ed infine, con la sua benedizione mi diede l'obbedienza di non più resistere alla grazia, di non oppormi alla volontà del Signore, ma di procedere con molto riserbo e prudenza e, fino ad altro avviso, di tenere tutto segreto, in assoluto silenzio.
Dopo pochi mesi da quell'incontro, il nostro cardinale arcivescovo venne eletto papa e si scelse per confessore il Padre Basile. Coincidenze che in seguito si dimostrarono provvidenziali per l'Opera.
Dispetti diabolici
La mia sola disposizione alla docilità parve sollevare contro di me la rabbia dell'inferno. Incominciarono i dispetti diabolici di ogni genere. Pure la notte venivo tormentata, e le vessazioni andavano ognor più aumentando. Ne andò di mezzo la mia salute, tanto che la M. Superiora, ritenendo che mi avrebbe giovato un cambiamento d'aria, mi mandò al mare con un numeroso gruppo di educande. A quei tempi la spiaggia di Bellaria, nella località scelta per il collegio, non presentava pericoli, pure bisognava sempre tenere gli occhi aperti su quelle vivacissime figliole! La grazia evidentemente mi aiutava e trionfava, e il demonio, invidioso, tentò di rifarsela su di me.
Prima di pormi al riposo, ogni sera facevo un giro per tutti gli ambienti per rendermi conto dell'ordine, della disciplina, delle varie occorrenze. Quella volta niente avevo rilevato di insolito; ma quando, stanchissima, pensai di poter chiudere gli occhi al sonno, mi parve di sentire nel buio della stanza un rumore come di una bestia che girasse attorno. Mi sentii gelare dallo spavento; e, raccomandandomi al Signore, alla Madonna, al mio Angelo custode, tremando tutta, riuscii a stento ad accendere la candela. Con raccapriccio mi vidi vicinissimo, perché era riuscito a balzare sul letto, un cagnaccio nero, in tutto simile a quello che tentava di spaventarmi quando ero bambina. Armandomi del segno della croce, riuscii a respingerlo. Per meglio difendermi, mi ero alzata; ed, essendosi sentiti nelle stanze di sotto rumori insoliti, alcune consorelle vennero su, temendo che mi sentissi male; e non dico come rimasero quando, aprendo la porta, ne videro uscire di corsa quella bestiaccia... Feci il possibile per tranquillizzarle e deciderle di tornare al riposo. Io pure, per l'impressione provata, non potei ritrovare la calma, e quella notte la passai tutta in preghiera.
L'Ostensorio luminoso
Nelle notti che, col permesso dei superiori, passavo in adorazione, venivo sempre più ampiamente ammaestrata ed illuminata sulla spiritualità che avrebbe dovuto informare l'Opera che il Divino Maestro si compiaceva chiamare « il nuovo Carmelo eucaristico », promettendo che, mediante una linea semplice, soave, tutta amore, non sarebbe stato meno atto del primo grande Ordine austero a far toccare alle anime le sublimi altezze della perfezione.
A quel tempo risalgono non pochi favori. Fin dal principio chiesi a Gesù che niente di men che ordinario e comune avesse mai a trapelare dal mio contegno; e, nel domandargli ciò, mi valsi di un'obbedienza ricevuta dal Padre Basile. Con estrema bontà mi venne risposto che l'esaudimento avrebbe comportato un aumento di sofferenza:
« Come potrai contenere e dominare tanta veemenza di ardore divino? ».
« Conto sulla tua onnipotenza, alla quale è certo possibile conservare nell'ombra la tua povera creatura! ». Sperimentai in seguito quanto fosse ardua la prova che mi ero imposta. L'ardore della divina carità, che sempre più a fondo m'investiva, mi avrebbe fatto gridare dallo spasimo. L'esuberanza dell'età giovanile e quella fiamma, voluta fortemente dominare, mi consumava, facendomi subire una specie di morte.
Avrei potuto dire anch'io come diceva S. Teresa: « Muoio perché non muoio! ». Era veramente così.
Me ne sarei rimasta sempre prostrata a terra, sentendo di continuo l'impulso di prendere contatto con la polvere, della quale mi riconoscevo impastata. Quale spasimo! Difficilmente potrà farsene un'idea chi non l'abbia, anche solo in parte, sperimentato.
Gesù, con tanta bontà, mi sosteneva, mi veniva in aiuto; ma quante volte, per compiere i doveri assegnatimi, mi ritenevo obbligata a respingerlo!
Spesso ero controllata, vigilata, colta di sorpresa... e quale dominio dovevo impormi per non tradirmi! Mi sentivo consumare viva viva. Un giorno, durante l'adorazione, Gesù mi disse:
« Ora sei tutta mia e potrò fare di te quello che voglio! ». « Si, Gesù, risposi, ma guarda che io non abbia a rovinare tutto. È meglio che faccia tutto tu per l'Opera tua ». « Certo, rispose Egli, farò tutto io. Ma tu lasciati adoperare docilmente per questo mio piano. Rimani nel mio amore e segui queste nuove linee che ti do per vivere nella mia intimità eucaristica ».
Dal ciborio mi mandò dei raggi di luce che mi accesero tutta.
Uscita di cappella, in qualunque luogo mi portavo, vedevo innanzi a me un Ostensorio luminoso e sentivo la presenza di Gesù Ostia come in chiesa. Quando mi era possibile ed ero sola, facevo delle prostrazione, degli atti di amore, delle offerte di tutte le azioni che compivo.
I mistici sponsali
Per fini di riparazione, il Signore desiderò che vegliassi con Lui l'intera notte fra il Giovedì e il Venerdì santo (5 aprile 1913).
Potei avere il permesso della superiora, ma con la raccomandazione di usare molta prudenza.
Si era iniziata in comunità la pratica dell'adorazione notturna, che veniva compiuta a turni.
Fu stabilito che, dopo aver vegliato fino alla mezzanotte nei dormitori, mi fossi portata a dare il cambio alle consorelle rimaste in cappella.
In quella notte, Gesù mi volle intimamente associata alle sue pene interiori: all'agonia del Getsemani, allo strazio lacerante che ebbe a sperimentare quando Giuda, col bacio traditore, lo mise in mano ai suoi nemici... Non potrei ridire quello che passò in me: nell'anima mia e fin nel mio fisico.
Me ne stetti innanzi al Tabernacolo interamente prostrata, con la faccia a terra, essendo tanto forte quell'azione di grazia da non riuscire a reggermi in piedi.
Ad un tratto, avvertii il passo di una consorella e cercai di ricompormi in modo da non darle ammirazione. Quella religiosa mi disse poi come avesse intuito quanto stavo sperimentando dalla mortale ambascia che mi vide sul viso pallidissimo e dall'evídente accasciamento della mia persona e che, commossa fino alle lacrime, sentì di doversene ritornare in cella.
Dopo le ore della durissima agonia, Gesù mi avvertì che in quella stessa mattina sarebbe tornato per stringere con me i « mistici sponsali ».
Alle quattro mi chiusi in una cameretta del pian terreno e poco dopo vennero Gesù con la Madre sua, seguiti da vergini recanti lampade accese, simbolo di fede e di carità, e il mio Angelo custode.
Gesù significò alla Madre sua la sua intenzione; ed ella, dopo avermi rivestita di una bellissima veste di candore, mi si mise al fianco. Con Gesù ci prostrammo in una specie di genuflessorio di luce, al cospetto del Padre celeste, di tutta la SS. Trinità, e si compì il rito nuziale.
Lo Sposo chiese il mio consenso e, quando l'ebbi dato, mi mise all'anulare della destra (e Maria santissima finì d'introdurvelo) uno splendido anello con tre pietre preziose, riportante i suoi emblemi. Lui avrebbe voluto che lo tenessi sempre nel dito quel pegno della nostra alleanza, promettendo che sarebbe rimasto visibile a me sola e soltanto nelle maggiori solennità, ma io preferii consegnarlo alla Madonna, perché me lo conservasse fino al mio ingresso in Cielo.
Come rimanessi dopo questo favore, non è possibile esprimerlo.
Non riuscivo a riprendere contatto con le realtà terrene, e in quel giorno tanto pieno per le occupazioni del mio ufficio, perfino le educande notarono in me qualche cosa di insolito.
Più stupita di tutte rimase la consorella che in quella notte mi aveva vista quasi morta. La mia espressione di gioia, la mia esuberanza di vita le tornò inesplicabile.
Nuova fase del cammino spirituale
Dopo i « mistici sponsali » si aprì all'anima mia una nuova fase del cammino spirituale. Fu allora che Gesù cominciò a manifestarmi il desiderio che aveva di presentarmi al Padre suo.
Lo pregai di non farlo, perché ne avevo una grande soggezione, ma inutilmente.
Il primo incontro, nonostante la paterna benevolenza con la quale venni accolta, aumentò il mio timore; e questa impressione durò a lungo. Si accrebbero le preferenze per una vita ordinaria, di assoluto spogliamento, senza tante grazie straordinarie...; ma le mie preghiere non servirono che ad attirarmene delle sempre più segnalate.
Notai come le presentazioni al Padre venissero in seguito alle prove più purificanti, particolarmente quelle che conformano al Cristo sofferente. (Certe gemme della dolorosa Passione, pur facendo realmente soffrire il fisico, per il fatto che immedesimano a Lui sono nel tempo stesso sorgenti di gaudio e danno pure il diritto ad una particolare assistenza da parte della Madonna. Io ritengo di dovere a Lei l'essermi potuta conservare libera da ansietà in così arduo cammino e fin nel periodo oscurissimo delle più tremende vessazioni diaboliche).
Fu in una delle Quaresime (durante le quali Gesù volle risentire anche nel mio corpo lo strazio dei flagelli, delle spine; il dolorosissimo spasimo cagionatogli dalla piaga alla spalla sinistra per la pesantissima Croce, la trafittura dei chiodi alle mani e ai piedi, quella del costato, e tutto, tutto, fino all'ultimo grido) che venni poi, dal Redentore risorto, sollevata fino al Triplice Trono.
« Ecco, o Padre, la sposa che mi hai data! ». Queste parole mi aprirono la vista del Padre. Quale ineffabile meraviglia! Nessuna immagine o figura simbolica, ma soltanto una luce tutta spirituale, comunicante alle mie potenze la capacità di approfondire il Mistero di Dio Uno e Trino.
Intanto il mio povero cuore bruciava di un fuoco consumante; e non avrei potuto sostenermi senza un continuo soccorso dall'alto.
Indissolubilmente unita al mio Sposo, spaziavo nei suoi dominii, sentendo di non aver più altri interessi che i suoi. Eppure, sebbene disposta ad aderirgli in tutto, era ancora
tanto forte in me la ripugnanza a lasciarmi adoperare per l'Opera...
Ripetutamente sollecitata da Gesù a volerlo assecondare docilmente, giunsi fino a rispondere che mi sarei prestata solo a patto che mi avesse sempre più nascosta in Lui fino a farmi scomparire.
« Sta' tranquilla, rispose, a questo penserò io! ».
Come frutto della nuova fondazione prometteva speciali aiuti per la Chiesa, per le Persone consacrate, per la nostra Nazione e per il mondo intero.
Continuavo ad avere presente al mio sguardo l'Ostensorio raggiante. Mi trovavo tanto bene unita al mio Sole eucaristico, mi univo a Lui in tutto quello che facevo e quando mi era possibile, mi fermavo in contemplazione e lo penetravo. Egli se ne compiaceva; voleva infatti formarmi così: eucaristicamente.
In quel tempo, il Signore mi chiedeva pure di fare ore di adorazione in riparazione: « Voglio che tu resti con me in un atto continuo di riparazione per tante anime a me consacrate che non sanno corrispondere alle esigenze del mio amore. Desidero l'Opera per poter avere un nucleo di anime che vivano la mia immolazione eucaristica. Io avvalorerò il loro sacrificio con i meriti della mia Passione, le arricchirò dei tesori del mio Cuore ed esse mi daranno pieno appagamento ».
Gesù m'insegnava anche le più piccole cose, mi diceva con quale perfezione dovevo compiere anche le più semplici azioni. Voleva che fossi dignitosa nel mio portamento, raccolta e mortificata negli sguardi, che non mi abbandonassi a comodità anche se molto stanca; insomma, voleva che in tutto sapessi imitare il suo comportamento. Questo lo facevo tanto volentieri: mi piaceva imitare Gesù, semplice e amabile, ma nello stesso tempo dignitoso e maestoso.
Si sta tanto bene con Gesù! La sua compagnia è amabile, il suo cuore, pieno di bontà, racchiude tutte le finezze di un cuore materno.
Che cosa sono le delicate attenzioni delle creature a confronto delle finezze di amore di Gesù? Egli, che ama tanto le anime, voleva trasfondere in me la sua stessa carità, specialmente per le predilette: sono queste la tenerezza del suo cuore.
Il mio direttore spirituale Padre Basile, finché rimase a Bologna, continuò a studiare attentamente la via che il Signore teneva con me e mi assicurava che era buona. Egli esaminava le comunicazioni che ricevevo dal Signore, le controllava con libri di sicura dottrina e le trovava perfettamente corrispondenti. A dire il vero, quanto alle volte sentivo leggere in quei volumi mi sembrava oscuro a confronto della luce che Iddio dava al mio intelletto. Questo è tutto a lode di Lui, che si degnava supplire direttamente alla incapacità, al niente di questa sua povera creatura.
«Io sarò sempre per te una tenera madre »
Mi tenevo sempre unita alla mia buona Madre del Cielo, perché maternamente mi aiutasse a far salire all'Altissimo la mia lode riconoscente. Un giorno, Gesù mi parlò cos?: « Cerca di investirti delle disposizioni della Madre mia nel ricevere la SS. Eucaristia dalle mani degli Apostoli: comprensione profonda del proprio nulla (ella si considerava sempre l'umile, piccola ancella); fede viva, carità ardentissima. La sua umiltà, la sua dedizione mi attraevano, tanto che la sollevavo sempre più alla comprensione della Divina Essenza e la unificavo alla mia volontà. La Madre mia sia la tua guida. Sappi che sei molto amata da Lei. Essa ti vuole avvicinare sempre più a me; ed io ti dico che in Lei troverai l'aiuto per immedesimarti al mio Sacramento d'amore ».
Da allora, mi affidai senza riserve alla mia cara Madre. Particolarmente quando ricevevo la S. Comunione, me la sentivo vicina, sentivo che mi comunicava le sue finezze di amore per Gesù. Da quel cuore colmo di carità si trasfondevano nel mio gli stessi suoi ardori. Ella voleva guidarmi in quella via di incondizionata generosità che aveva battuto Lei stessa durante la sua vita terrena con l'accettazione del sacrificio più eroico, e mi diceva: « Figliola, io sarò sempre per te una tenera madre; non ti abbandonerò mai. Fidati del mio materno amore, che desidera per te le più belle ascese di grazia ».
Tuttavia, devo affermare che la Madonna è divenuta mia vera guida qui, nell'Arca Santa. Durante gli anni trascorsi nella congregazione delle Ancelle del S. Cuore era soprattutto Gesù che mi guidava e mi ammaestrava.
In servizio all'Ospedale Militare
Il flagello della guerra non potè venire risparmiato. In quel periodo, per ordine dei superiori, mi dovetti prestare, con altre consorelle, al servizio nell'Ospedale Militare S. Leonardo.
Pensai che in un ambiente come quello la condotta del Signore avrebbe dovuto cambiare, ma dovetti presto convincermi che mi ci aveva condotta proprio per poter agire su di me con maggior libertà.
Oltre al guardaroba del primo reparto, mi venne assegnata la contabilità. Come vidi i libri dei conti a partita doppia, mi spaventai, perché non me ne intendevo affatto. Come fare?
La Madre generale, alla quale esposi il mio imbarazzo, m'incoraggiò dicendomi che « mi facessi aiutare da Gesù »,
promettendo che avrei toccato con mano i miracoli dell'obbedienza. Chiesi al ragioniere qualche indicazione, e riuscii ad assolvere il mio compito in modo soddisfacente. Sempre, ad ogni controllo, i conti tornarono esatti.
Fu là, in quel periodo agitato di guerra, che mi vennero comunicati i lumi più importanti e precisi sulle finalità e sulla spiritualità dell'Opera, e che ricevetti dal Signore i favori più singolari.
Gesù mi aiutava in tutto. Quando dovevo entrare nelle camerate, si metteva al mio fianco, mi accompagnava avvolgendomi della sua luce, tanto che io vedevo tutti gli ambienti illuminati. Entrando, notavo di solito un grande disordine; ma, in un attimo, i soldati riassettavano tutto e, con un contegno dignitoso e rispettoso, mi salutavano.
Alle volte ne incontravo un gruppo per le scale: si fermavano, chinavano il capo e non si muovevano se non al mio cenno.
Quando avevo dei moribondi, Gesù veniva al loro capezzale, li disponeva con la sua grazia e così facevano una buona morte. Egli mi ha fatto capire che nessuno di quelli che mi erano stati affidati è andato perduto: tutti si sono salvati!
A lode di Dio, potei fare in quell'Ospedale un poco di bene.
In tutti quei sofferenti sentivo dei fratelli e quando, in certe notti, qualcuno, nella stretta del dolore lancinante, chiamava ripetutamente la mamma, non sapevo trattenermi dal portarmi vicina a lui e non lo lasciavo finché non si fosse quietato o non lo avessi visto morire in pace.
Ricordo che una sera proveniva da una corsia un chiasso da non dirsi. Erano tutti ragazzi giovanissimi e facevano un carnevale giocando al lancio dei cuscini. Mi raccomandai al mio Angelo custode, ed entrai. Al mio apparire si fece il più profondo silenzio. Si nascosero tutti sotto le lenzuola, ed a tratti mettevano fuori la testa per bisbigliare tra loro: « Chi è entrato? ». « La sorella del primo reparto! ».
Le suore avevano il grado di capitano ed erano tenute a riferire ai superiori maggiori sui disordini che potessero verificarsi, sicché bisognava stare attenti! Poco dopo li sentii immersi nel più placido sonno, tanto che, inginocchiata in fondo alla corsia, potei fare tranquillamente la mia Ora Santa.
Una volta, entrando in una sala, vidi un ufficiale che stava per colpirsi con un'arma. Invocai la Madonna e sull'istante intervenne. La vidi prendere la mano armata di quel poveretto, trattenerla e maternamente effondere su di lui luci e conforti di grazia. Non so se quell'ufficiale l'abbia veduta come la vedevo io, ma di fatto si mostrò completamente cambiato e prosegui la sua vita da buon cristiano.
Molti altri fatti simili avvennero in quel tempo per il bene spirituale dei militari con l'intervento straordinario della Madonna. Quanto ama le anime questa tenera madre, e come è sempre pronta a mettere in opera la sua potenza materna per portarle in salvo!
Vi era in una stanza una finestra con inferriata che prospettava sulla strada. Diverse volte mi resi conto di quello che succedeva: soldati, ufficiali, si arrampicavano ai ferri per mettersi in comunicazione coi passanti e dare e ricevere roba, ecc... Richiami, osservazioni andavano cadendo a vuoto, perciò ricorsi con fermezza ad un espediente. Feci venire il muratore perché chiudesse quella finestra e ne aprisse un'altra più ampia e luminosa che dava nell'interno del gran chiostro. Figurarsi le proteste che me ne vennero! Si arrivò perfino ad avvertire il Cardinale, il quale mi fece immediatamente chiamare. Come mi ebbe alla sua presenza, mi rimproverò fortemente, biasimando la mia azione. Lo lasciai parlare senza difendermi, ma siccome volle poi che gli dicessi il motivo di quel mio atto, spiegata che ebbi la cosa, finì con l'incoraggiarmi a proseguire in quella linea di ordine con fermezza e discrezione.
Mi sentivo fra quei buoni militari come a casa mia...
Nel caso della consegna di un'intera truppa per la scomparsa di vari indumenti, essendo io la guardarobiera, risposi all'ufficiale in maniera da poter ottenere la pronta libérazione di tutti. Figurarsi la gioia di quei figlioli! Mi rimasero riconoscentissimi, mi chiamavano la loro madre, si prestavano docili a tutti i servizi, pur di venirmi in aiuto. Nei giorni di maggior fatica per il guardaroba mi stavano attorno per aiutarmi. I meno capaci contavano i diversi capi di biancheria e li disponevano con ordine, i più ingegnosi erano riusciti ad imparare a fare la calza e i rammendi... e vi era perfino chi faceva la rete e l'uncinetto!
Quante volte, mentre ci si trovava così intenti al lavoro, venivo sorpresa dalle visite di Gesù! Facevo il possibile per dominarmi in maniera che niente trapelasse in me di straordinario, ma lo sforzo per tenere tutto nascosto, insieme alle fatiche, alla tensione per le responsabilità che pesavano su di me, mi ridussero ben presto ad uno sfinimento estremo.
La Croce luminosa
Per la festa dell'Invenzione della Santa Croce mi trovavo in una chiesa di Bologna dove ero entrata per una visita al SS. Sacramento.
Mentre stavo raccolta in preghiera, vidi aprirsi davanti a me uno sfondo, come un vasto orizzonte, e in questo mi apparve il Redentore nella sua Umanità sfolgorante di gloria.
Egli teneva la sua destra distesa: da essa uscì una luce di indescrivibile bellezza che prese la forma di una Croce di una vastità immensa quanto il firmamento. Osservando bene, vidi che quella luce era di tre impronte ben distinte, che pure s'affondavano l'una nell'altra. Sentii che ero alla presenza della SS. Trinità, e la sua azione potente quasi distruggeva il mio povero essere umano.
Osservando ancora, mi fu dato intuire come la Redenzione, sebbene consumata dalla seconda Persona della SS. Trinità, il Verbo di Dio fatto uomo, pure era opera d'infinito amore di tutte e tre le Persone divine, ed Esse, in quella forma di Croce, abbracciavano con infinito amore l'umanità.
Come descrivere la bellezza, la sublimità dell'amore di Dio Uno e Trino per le sue creature?
Poi, da questa Croce, luce della Divina Essenza, uscivano tanti raggi, anzi, tanti fasci di luce. Tutte le schiere degli eletti che si erano rese visibili al mio sguardo in questa immensità di cielo, ne erano investite: ciascun eletto veniva penetrato, avvolto in quel fascio di luce, luce quasi fuoco, carità ardente che lo rendeva pienamente beato.
La Madonna stava alla destra del Figlio in una maestà di regina.
Per suo corteggio aveva le schiere degli Angeli e delle Vergini, che venivano investite dei suoi splendori.
S. Giuseppe era al suo fianco e, sebbene inferiore a Lei nello splendore, pure era maestosamente rifulgente di una gloria superiore a tutti gli altri eletti.
Poi distinsi S. Giovanni Battista, anch'egli elevato a un'altissima gloria. Quindi contemplai le schiere degli Apostoli, dei Martiri, dei Patriarchi, dei Profeti, dei Confessori, e li sentivo cantare armonie meravigliose alla Trinità santissima per il mistero ineffabile della Redenzione. Essi riconoscevano in quella Croce, Amore infinito della SS. Trinità, la causa della loro beatitudine, del loro gaudio.
Sì, per la forza di grazia uscita da quella Croce, per i trionfi di quella Croce nella Risurrezione, essi possedevano tanta felicità!
Oh, la bellezza, il fulgore di quella Croce! Quanto li rendeva felici e come innalzavano ad essa la loro lode!
Poi Gesù mi disse: « Presenta anche tu il tuo filiale onore alla SS. Trinità per il dono della Redenzione! ».
Lo feci, e mi sentii subito penetrata dal compiacimento del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
Quando uscii di chiesa, mi sentivo isolata da tutto: i suoni e le voci mi giungevano come da lontano...
Gesù mi disse: « Hai compreso quanto ti ho fatto vedere sul mistero della Redenzione? Voglio che tu lo comprenda bene, perché l'Opera del mio amore dovrà apprendere da questo mistero, da questa Croce luminosa, linee tutte particolari. Tieni come tuo faro luminoso la gloria: la Croce sia per te gloriosa, luminosa; riconosci in essa un trofeo di salvezza e di amore. Il gaudio non toglie la sensibilità per la sofferenza, ma dà la forza di accettarla con amore ».
La vera causa del mio male
Uno dei medici dell'Ospedale S. Leonardo, al quale non era sfuggito il mio esaurimento, uscì un giorno in una frase che mi fece impressione: « Sorella, disse, io capisco che la sua anima è continuamente unita a Dio; ma guardi che tale unione finirà per consumare la sua esistenza! ». Veramente quella tensione fu la vera causa del mio male. Gli strapazzi fisici furono il meno.
Intanto, mi sentivo spesso avvertire interiormente: « Presto ti avrò a mia piena disposizione e potrò fare di te tutto ciò che voglio ».
Dopo vari giorni di febbre, la mattina del 14 febbraio 1916 non fui capace di alzarmi dal letto. Feci telefonare alla Madre generale per chiedere come mi fossi dovuta regolare, ed ella mi rispose che mi facessi accompagnare a casa da una consorella.
Giunta al convento, appena mi videro in quello stato, mi accompagnarono in cella e immediatamente si mandò per il medico. Questi giudicò trattarsi di una malattia molto seria che avrebbe potuto complicarsi in maniera irreparabile, perché la spina dorsale minacciava di non reggermi più, mentre la febbre si manteneva altissima. Incominciava quel calvario che, a varie riprese, avrebbe dovuto prolungarsi fino al 1933.
Restando inesplicabile la vera natura del male, avendo qualcuno avanzato dubbi, venni sottoposta a visite su visite e agli esperimenti più umilianti. Niente di anormale fu rilevato nel mio organismo.
Se si fosse saputo come il demonio mi faceva passare le notti!
Tante prove irritarono moltissimo la mia sensibilità e mi riusciva assai difficile dominare i moti di ribellione che provavo.
Che tormento logorante!
La mattina del giorno fissato per l'inizio degli Esercizi spirituali (fine settembre 1916), nella S. Comunione mi parve di sentir rifluire nel mio fisico nuove forze, tanto che ne ringraziai il Signore.
Dopo la ricreazione, mi portai con sollecitudine nel guardaroba per preparare tutto l'occorrente per le consorelle. Avevo appena aperto il grande armadio quando mi sentii
avvolgere da un'ondata di luce e calore divini. Alla mia destra, infatti, stava Gesù.
Mi disse: « Tu non scenderai per prendere parte al ritiro. Ti voglio a mia piena disposizione. Ti porrò di nuovo sull'altare del sacrificio, anzi, ti aiuterò a salirvi, perché da sola non potresti; e sarò io il predicatore di questi esercizi ».
Invece che arrendermi con entusiasmo, gli dissi che non avrei mancato di portarmi dove l'obbedienza mi attendeva, e che non le comunicazioni divine, ma la fedele osservanza delle Costituzioni sarebbe stata la mia norma fino a tanto che sarei rimasta quaggiù; e che, per carità, mi lasciasse seguire la regolare osservanza.
Con aspetto disgustato e severo, al primo squillo della campana, mi disse: « Vai, vai pure; vedrai che cosa saprai fare da sola! ».
E si ritirò senza lasciarmi il tempo di chiedergli perdono del dispiacere che gli davo.
Mi mossi rapida per arrivare puntualmente, ma appena disceso il primo gradino della scala, sentii venirmi meno le forze e caddi senza potermi più muovere.
Due consorelle che mi videro in quello stato, mi aiutarono alla meglio e mi accompagnarono in cella; ed io le incaricai di riferire l'accaduto alla superiora. Questa s'impressionò, perché eravamo state insieme poche ore prima e nulla avrebbe potuto far pensare ad una probabile ricaduta. Mandò immediatamente a chiamare il medico, che mi trovò il cuore in condizioni allarmanti.
I professori consultati non riuscirono a comprendere la causa delle mie condizioni fisiche. La verità era conosciuta solo da Dio. Era la veemenza dell'amore che mi consumava, dandomi una febbre altissima. In un certo senso mi trovavo meglio nella privazione, ma anche l'intima sofferenza voluta sostenere con serenità era tanto acutamente sentita che non debilitava meno il mio povero cuore.
Memorabile Novena di Natale
Da quella sera fino alla notte di Natale, Gesù non si fece più vedere. Il colmo del soffrire e insieme le più luminose intuizioni sull'Opera mi vennero date nella novena precedente la solennità.
Nella notte tra il 15 e il 16 venni ridotta ad uno stato di impotenza estrema. Tutto il mio fisico era in uno spasimo indicibile, non potevo fare il minimo movimento, neppure tener aperti gli occhi; sembravo morta ed ero invece in piena conoscenza e sentivo tutto quello che si diceva attorno a me. Mentre così soffrivo, il mio spirito si trovava in una luce abbagliante, nella quale mi pareva di penetrare l'interiore di Maria santissima nel periodo dell'Incarnazione, quando in Lei brillava il Sole eterno, il Verbo. In senso mistico, direi che si veniva operando in me una misteriosa maternità in ordine alla fondazione.
Nella vigilia di Natale, mezz'ora prima delle 24, mi apparve Gesù: « Vorrei portarti con me, toglierti dalla terra dei mortali, ma chi si occuperà dell'Opera mia? Vuoi tu prestarti al compimento dei miei disegni, oppure preferisci il soggiorno eterno? ».
« Signore, risposi, non scelgo né l'una né l'altra cosa; si compia in me la tua volontà! ».
« Sarai crocifissa, schernita, derisa! ».
« Ebbene, se ciò è tuo volere, si compia! ».
« Ti lascerai crocifiggere? ». E mi mostrava tutto quello che avrei dovuto soffrire.
Mi permisi di chiedergli se almeno mi avesse lasciato di poter comprendere, nelle sue varie permissioni, che tutto entrava nella sua volontà a mio riguardo. « Dovrai comprenderlo », mi rispose.
« Allora, scelgo quello che Tu vuoi! ».
Dopo questa offerta, ogni favore mi venne tolto e mi trovai piombata in un'oscurità così profonda da non poter nemmeno ritrovare il ricordo delle grazie ricevute in passato. Le diffidenze crescevano... Si fece un consulto, vennero rinnovati gli umiliantissimi esperimenti medici, ma senza nessun risultato. Fra quei professori ve n'erano degli increduli, dei massoni, propensi a giudicare la mia misteriosa malattia una simulazione, e provarono di vincerla con la violenza. Volevano che mi reggessi in piedi, che camminassi e scendessi le scale.. non dico con quali maniere. Cadevo a terra e ne venivo rialzata a spintoni, tanto che una volta ne rimasi perfino ferita.
Ricordo che, dopo una giornata quanto mai tormentosa per gli umiliantissimi esperimenti che i medici avevano fatto sul mio corpo, sostenuti da me col pensiero di tutti gli obbrobri che il Salvatore aveva voluto soffrire per nostro amore, rimasta finalmente sola, domandai a Gesù se veramente, come mi si voleva far credere, ero nell'inganno. Egli allora mi fece vedere l'Opera come un gioiello di finissima fattura, dicendomi che mediante le mie sofferenze si sarebbe impreziosito quel capolavoro del quale si sarebbe poi tanto compiaciuto.
Dio c'è e mi ama
Quando il calice fu al colmo, la pietosa misericordia di Dio volle che fra i consulenti ne venisse uno profondamente religioso e pio che, illuminato dall'alto, intuì su di me l'azione del soprannaturale e sconsigliò gli altri a continuare quel trattamento inumano, che mi avrebbe presto finita, e a lasciarmi alle cure del Medico celeste.
Il mio cuore non reggeva più, e la superiora mise il suo letto accanto al mio per sorvegliarmi anche la notte, perché le avevano detto che sarei potuta venir meno da un momento all'altro.
Quanto mi tornava duro il vedermi ridotta a non poter dare alla mia comunità che preoccupazioni e disagi! Ripetevo a me stessa:
« Quello che accade è volontà di Dio, altissima, sapientissima; e, senza considerare gli strumenti che adopera, debbo vedere in tutto l'espressione del Divino Volere, perciò adorare e gioire ».
Ma quanto mi costò l'adagiarmi in questo abbandono, pur volendolo con tutta la forza della mia volontà! Mi ero proposta di sorridere sempre, tanto che le consorelle credevano che navigassi nell'abbondanza dei favori sensibili, mentre ero nelle più fitte tenebre, quasi sul punto di arrivare a dubitare dell'esistenza di Dio. A togliermi questo terribile dubbio era valso questo pensiero: « Se Dio non ci fosse, non potrei resistere a questo dolore che mi stronca la vita. Dio c'è e mi ama, ed è Lui che si china a sostenere la sua poverissima creatura! ». Il demonio insinuava: « Come puoi pensare di essere amata da Lui, se tanto possiamo su di te? ».
Mi sembrava una grazia così grande il potermi rivolgere al Signore con la preghiera! Il pregare mi metteva tranquilla e anche fiduciosa nella divina bontà.
Da diversi Sacerdoti mi era stato consigliato di tralasciare la preghiera vocale, ritenendola un intralcio per la mia via particolare. Ma io non mi sentivo di attenermi tranquillamente a questo consiglio e ricorsi con fiducia al mio Divino Maestro. Lui stesso si degnò istruirmi, e ho sempre seguito le sue direttive. Mi spiegò l'Ave Maria, parola per parola e me ne fece approfondire tutta la preziosità; sul Gloria Patri si fermò dei mesi. Che magnifica glorificazione alla SS. Trinità! Il Pater noster, poi, supera ogni altra preghiera: lo ha insegnato Lui ed Egli solo può scoprirne il profondo significato.
Entro l'anno seguente fui rimessa in piedi, fino al marzo 1923, quando venni ridotta ad una immobilità assoluta per dieci anni. Ma fu un seguito di ricadute: per un poco riprendevo la mia vita comune e le mie ordinarie occupazioni, ma poi improvvisamente venivo sorpresa da altre crisi che mi costringevano di nuovo al letto.
Apertura filiale col card. Gusmini
Nonostante mi sentissi compresa dal nostro venerato Arcivescovo, pure non trovavo la forza di aprirmi interamente, perché temevo sempre di ingannarmi riguardo all'Opera. Chiesi fervidamente al Signore di venirmi in aiuto, ed Egli si servì di una giovane di Imola: Elena Rocca, che il Cardinale dirigeva. Personalmente non ci conoscevamo, ma ci eravamo incontrate attraverso Gesù. (Quando quell'angelica figliola, per la sua eroica carità, contrasse il morbo della « spagnola » che troncò la sua giovinezza, avvertii la sua morte, sentendo che un peso enorme veniva tutto a gravare sulle mie spalle: era il peso dell'Opera).
Dunque, Elena Rocca fece sapere al Cardinale che una religiosa del Collegio S. Giuseppe, Suor Costanza, lo avrebbe esattamente informato su di un disegno che il Signore andava manifestando a lei. L'Eminentissimo, appena saputa la cosa, venne e chiese di me; e, quando mi ebbe alla sua presenza, mi disse subito il motivo di quella visita e mi chiese:
« Mi hai detto tante cose... Perché tacermi questa? ».
« Perché mi sembrava una tentazione da dover rigettare ».
« Dato che un'altra mia figliola che dirigo (e l'ho già sperimentata in maniera da non poter dubitare) me ne parla da tempo ed ora mi ha scritto che sei tu ad aver ricevuto le rivelazioni più precise, perché il Signore si servirà di te per attuare i suoi piani, ritengo che non si tratti di una tentazione. Dimmi, dunque ».
Risposi a tutte le domande che mi fece sui fini, sulla spiritualità e sul come avrebbe dovuto essere impostata la fondazione desiderata dal Signore, ed egli mi assicurò:
« Se veramente è Dio che vuole quest'Opera, interverrà con la sua onnipotenza e provvidenza. Da parte mia, tutto quello che potrò in appoggio, consiglio, interessamento presso i superiori maggiori, lo farò ben volentieri. Tu, intanto, sta' tranquilla e tienimi al corrente di tutto ».
Mi sentii come alleggerita da un grande peso e più forte di fronte alle molte prove che andavano prospettandosi.
Le elezioni della Madre generale (1917), con molta soddisfazione del Cardinale, che venne a presiederle, diedero per eletta la Madre Serafina Malaguti, sotto il saggio governo della quale la Congregazione fece rapidi progressi verso la sua stabilità definitiva.
Il Porporato cominciò a venire spesso a conferire con me per la fondazione, ma per mettermi alla prova, mi contrariava sul punto che a me pareva il più fermo da parte del Signore, il quale con sempre maggior chiarezza mi faceva intendere di volere anime che si occupassero unicamente e direttamente di Lui in una vita di contemplazione e di adorazione, mentre egli avrebbe dato la preferenza alla vita mista e attiva. Alle mie parole sembrava convincersi, ma la volta seguente lo ritrovavo nella sua opinione.
Sempre in quel tempo, il Card. Gusmini volle esaminarmi sii punti dottrinali per accertarsi sulla verità delle rivelazioni che ricevevo.
« Tu hai mai studiato teologia? », mi chiese. « Eminenza, solo il piccolo catechismo ». « Eh, tu sei una figliola fortunata e prediletta da Dio... Sta' tranquilla, ché in fatto di dottrina sei perfettamente a posto: te l'assicuro io. Il Signore ti dà delle luci molto chiare e profonde. Ringrazialo pure, perché ti predilige molto ».
Quando fummo al 12 marzo 1918 ebbi dall'Eminentissimo l'ordine di confidare alla Madre generale i piani divini riguardo alla nuova fondazione. Dopo aver molto pregato, le chiesi un colloquio, ed ella subito mi fece chiamare nel suo studio.
Mi ascoltò con molta attenzione, ma poi rispose che, compresa com'era del dovere che aveva di tutelare gli interessi della sua Congregazione, non avrebbe mai potuto permettere che ne venisse alterato lo spirito e cambiate le finalità, sia pure per altri più elevati e santi. La medesima fermezza trovai nelle Madri del Consiglio, quando vennero a conoscenza di quanto avevo confidato alla Madre generale.
Sentii allora tutta la forza delle difficoltà; mi sembrava di morire per la sofferenza che provavo, non soltanto per me, ma soprattutto constatando che causavo pena alle altre, mentre il mio cuore, fin da bambina, era stato sempre incline a consolare e rallegrare tutti. Ma Gesù mi voleva ferma e forte nei passi che dovevo fare.
Una più autorevole conferma
Nonostante tutto, evidentemente la grazia lavorava: si andava facendo luce, si appianavano i sentieri; tuttavia, quanto arduo e contrastato mi si rendeva ogni passo!
Il Cardinale, quando ebbe saputo che dai miei dodici anni avevo avuto come direttore spirituale mons. Alfonso Archi (allora vescovo di Como), se ne rallegrò, perché lo conosceva personalmente e ne aveva grande stima; e, sentendo che da quando ero religiosa non avevo più conferito con lui, gli scrisse, invitandolo a venire a Bologna perché aveva necessità di parlargli.
Conferirono a lungo insieme e, prima di ripartire per la sua sede, il santo Vescovo venne a trovarmi al Collegio. Quale prezioso incontro fu quello per me! Mi aprii con lui come facevo da bambina e lo misi esattamente al corrente di quanto mi stava a cuore.
Egli m'incoraggiò a lasciarmi adoperare senza riserve al compimento dei disegni divini, promettendo che mi avrebbe aiutato anche materialmente con tutte le sue possibilità: promessa che ha mantenuto sino alla fine con una magnanimità commovente.
Il Cardinale desiderò poi una più autorevole conferma prima di dare il suo appoggio in favore della fondazione e volle che mi portassi personalmente a conferire con il Santo Padre Benedetto XV.
Il 26 dicembre 1918, la Madre generale ed io partimmo per la capitale. Quando Sua Santità, letta la lettera di presentazione del card. Gusmini, seppe che due Ancelle del S. Cuore erano a Roma in attesa di potergli parlare, subito ci fece chiamare.
Conferii a lungo col Vicario di Cristo, ed ebbi il conforto di trovare in lui la persuasione che fosse veramente Dio a volere l'Opera; disse che in primo luogo avrebbe dovuto interessarsene l'Arcivescovo, essendo l'approvazione di Roma condizionata ad un certo periodo di esperimento dalla fondazione; e che si augurava di potervi apporre l'ultimo sigillo.
Se il Papa prendeva tanto a cuore l'Opera, era giunto il momento di provvedere all'acquisto del terreno ove fabbricare la casa.
Dal maggio precedente mi era stato mostrato il punto preciso dove sarebbe sorto il nuovo tempio eucaristico, l'aiuola fiorita di candidi gigli: una parte del parco della Villa Banzi, adiacente al Collegio S. Giuseppe, diviso in lotti di aree fabbricabili. Era di proprietà della principessa Ercolani. Il Cardinale la conosceva e propose di fargliene personalmente richiesta.
Frattanto, era necessario provvedere il denaro occorrente per l'acquisto. Una signora ricchissima, che di solito non voleva fare offerte in favore delle claustrali, dopo aver letto una lettera del Cardinale che le domandava un aiuto per la nuova fondazione, offrì L. 500. Allora non era poco, tanto che l'Eminentissimo, quando lo seppe, ne rimase meravigliato. Cospicua somma pervenne poco dopo da parte di mons. Archi, con la raccomandazione che non si ritardassero troppo le pratiche per l'acquisto.
Superate varie difficoltà con l'aiuto del Signore, fervidamente invocato, la mattina della festa dell'Immacolata 1918, presenti la Madre generale e il suo Consiglio, il notaio, la principessa Ercolani e altri testimoni, venne firmato il contratto di vendita del terreno. Il Cardinale si rallegrò della compera fatta, ma fece notare che, prima di iniziare la fabbrica, si sarebbero dovuti aver pronti diversi soggetti per il nuovo Istituto, cosa che a quei tempi sembrava assai difficile, dato che il noviziato delle Ancelle del S. Cuore era chiuso e non vi era che una sola probanda.
In pochi mesi, entrarono quattordici aspiranti, fra le quali diverse per la vita contemplativa.
Lavorare le anime secondo la loro specifica vocazione creava non poche difficoltà, dovendosi tenere tutto segreto per non provocare in nessuna maniera divisioni e contrasti.
Tre volte a Como
Nel marzo 1919 il Cardinale volle che andassi a Como per conferire con mons. Archi, e la Madre generale mi diede per accompagnatrice la superiora locale Suor Giacomina Calderoni. Durante il viaggio mi furono fatte intuire cose terrificanti riguardo ad un nuovo flagello di guerra che andava preparandosi, a mitigare il quale avrebbe dovuto servire da parafulmine l'Opera tanto desiderata dal Signore.
Mi vennero anche promessi buoni soggetti per la Congregazione e per il nostro piccolo drappello. Infatti, delle ragazze che frequentavano il ricreatorio delle suore Canossiane presso le quali rimanemmo ospiti, tre, in quello stesso anno, entrarono fra le Ancelle del S. Cuore, una delle quali è la nostra Suor Maria Benigna.
Tornai a Como nel 1920 e nel 1921.
Il potermi confidare con un direttore tanto esperto e saggio mi era di grande incoraggiamento per sostenermi e farmi procedere nell'ascesa. Avevo notato che le religiose della Canossa facevano ogni giorno memoria dei sette dolori della Vergine santissima e, mentre pensavo che si sarebbe potuta adottare quella pia pratica, compresi che le Ancelle Adoratrici avrebbero dovuto offrire al Divin Padre, nelle varie ore del giorno, le sette effusioni del Preziosissimo Sangue di Gesù, intendendo unirsi alle Sante Messe che di continuo si celebrano su tutti gli altari del mondo.
Durante i viaggi, mentre dai finestrini del treno ammiravo gli splendidi panorami che offrono le nostre Alpi, venivo ammaestrata sulle vicende del mio cammino spirituale, che sarebbe stato erto come le salite che portavano sulle cime di quei monti altissimi, per raggiungere le quali era necessario attraversare oscure gallerie, dirupi sassosi, ossia difficoltà di ogni genere (allora non pensavo ai dieci lunghi anni di infermità, alle tentazioni, alle prove di ogni specie che mi attendevano).
In quelle vette irradiate dal sole vedevo le sublimi ascese di contemplazione delle anime consacrate fedeli, e quante meraviglie di grazia mi venivano promesse se fossi rimasta salda nella fede!
Ripetevo allora con sempre maggior convinzione: « È strano, Gesù, che per un'Opera simile Tu voglia scegliere me, capace soltanto di rovinare tutto. Scegli piuttosto la Madre Giacomina! ».
Egli sorridendo insisteva che avrebbe voluto un'altra... e che quando essa si fosse arresa ad assecondare docilmente i suoi desideri, le avrebbe rivelato i segreti del suo amore, perché potesse comprendere sempre meglio il mistero di carità racchiuso nel SS. Sacramento.
Di nuovo a Roma
Si sarebbe detta necessaria una decisione, ma il Cardinale credeva bene temporeggiare ancora, e volle un mio secondo colloquio con il Santo Padre Benedetto XV, dal quale potessero venire definitivamente chiariti anche i punti che nel primo incontro non erano stati accennati.
Partimmo il 20 ottobre 1920: la Madre generale, la sua assistente Madre Gaiffier ed io.
Quella data segnò un nuovo indirizzo per la mia vita spirituale.
Eravamo ospiti delle Religiose di Cluny e, in attesa della vettura che ci doveva portare in Vaticano, rimasi a lungo nella bella cappella dell'Istituto, del tutto sola davanti a Gesù sacramentato.
Mi pareva di essere in Paradiso, e non dimenticherò mai quelle ore di adorazione che passavano veloci come il baleno. Mi sentivo smarrita al pensiero che avrei dovuto esporre al Sommo Pontefice i motivi che mi facevano ricorrere alla sua suprema autorità e andavo supplicando il Signore di venirmi in aiuto, di parlare Lui per me... Mi sentii sollecitata a fare un atto di totale abbandono e venni facilitata in questa mia incondizionata adesione da una tale comunicazione di divina carità, che mi sarebbe parso troppo poco fare della mia vita un inno di ringraziamento pur nelle prove e permissioni più dolorose. « Sempre ed in tutto: Deo gratias », proposi.
« Saprai poi valorizzare ogni istante quale dono di amore e mantenerti fedele? » (chiedeva Gesù). « Sostenuta dalla tua grazia e dalla tua bontà, confido di potermi mantenere ferma in questo proposito ».
Ero tanto presa dall'azione divina da muovermi nella realtà come trasognata. La bella Roma con tutte le sue grandezze non mi attraeva affatto e facevo uno sforzo notevole
a seguire le mie buone Madri che andavano richiamando la mia attenzione or su questo or su quel monumento. La loro voce sembrava giungermi da una lontananza che ero incapace di superare...
Giunte in Vaticano, la presenza di Dio si fece sentitissima e non mi permise di vedere niente, se non il Santo Padre, il quale - venuto il mio turno - mi accolse con squisita bontà. Rimase convinto di tutto quanto gli esposi circa i precisi desideri di Gesù per l'Opera, si disse dispostissimo a favorirne la sollecita attuazione, promise di far avere all'Ordinario le necessarie facoltà perché potesse occuparsi della fondazione, che in un primo tempo non avrebbe potuto essere che di diritto diocesano; ed a me, che gli chiesi in carità di potermene tornare nell'ombra della mia umile condizione di conversa, rispose di non potermi dare un'obbedienza manifestamente contraria alla precisa volontà del Signore.
Queste parole del « dolce Cristo in terra » mi lasciarono tranquilla, disposta a non ritrarmi da tutto quanto si sarebbe dovuto ancora affrontare, e senza nessuna mira personale, persuasa com'ero che me ne sarei andata in Cielo prima dell'apertura della nuova casa.
Di ritorno dall'udienza, mentre stavo scendendo la scala regia, verso di me, che ero rimasta un poco indietro dalle Madri, vidi dirigersi due Monsignori: l'uno era mons. Achille Ratti (poi Pio XI), l'altro mons. Giovanni Battista Nasalli Rocca. Proprio questi mi chiese: « Sono di Bologna loro? ». « Sì », gli risposi, inginocchiandomi perché mi benedicesse. Dopo avermi benedetta, mi disse sorridendo: « Brava, brava! Il Signore l'aiuti sempre a compiere la sua volontà! ».
In quel punto mi venne fatto comprendere che in quel prelato, che sarebbe stato il nostro nuovo Arcivescovo, mi stava innanzi colui che avrebbe dovuto dare inizio alla fondazione... e che quegli che consideravo allora mia guida ed appoggio (il card. Gusmini) mi sarebbe stato tolto presto.
Il viaggio di ritorno mi riservò un amarissimo pregustamento delle difficoltà, delle gravissime prove che mi attendevano. Fu una sofferenza indicibile, che non avrei potuto sostenere, se il Signore non mi avesse dato insieme la certezza che per mezzo di quel martirio si sarebbero potute aprire le vie a quelle anime che sarebbero divenute i candidi olocausti tanto desiderati dal suo cuore.
Il Signore finì con l'adagiarmi sulla Croce
Come ne avevo avuto l'incarico dal Santo Padre, andai a riferire al Cardinale quanto mi era stato detto; ma, di fronte a lui, che fino a quel momento aveva ricevuto tutte le mie confidenze, mi sentii cambiata. Era sofferente, accusava già i sintomi del morbo che ce lo avrebbe rapito, e sentii che ogni cosa avrebbe dovuto rimanere sospesa. Il 24 agosto 1924 la Chiesa di Bologna fu colpita dal più doloroso dei lutti, con la morte del suo venerato Pastore. Ne soffrii moltissimo; tuttavia mi parve che la partenza del Cardinal Gusmini da questa terra me lo avesse portato più vicino. Quando potei portarmi, insieme alla Superiora, sulla sua tomba, sperimentai un incontro confortante con quell'anima benedetta.
In seguito, mi sentii stimolata a recarmi al più presto dal Vicario generale mons. Giovanni Pranzini, già al corrente di quanto mi stava a cuore, dal quale speravo di ottenere l'aiuto più valido.
Non ne avrei fatto nulla per la ritrosia che sentivo, se la buona Madre Giacomina, come se avesse letto quanto passava in me, non mi avesse decisa col dirmi: « Andiamo dove dobbiamo andare! ». E mi accompagnò in Episcopio, dove potei parlare per la prima volta col vescovo mons. Pranzini. In quel primo incontro, lo trovai molto freddo riguardo al progetto della fondazione.
In seguito, la più giovane del minimo drappello, con la sua infantile semplicità, riuscì a convincerlo di quanto poco c'entrasse la creatura nei disegni per l'Opera, come davvero fosse il Signore a volerla e come egli stesso fosse stato scelto a strumento per il compimento dei disegni divini.
La grazia, assecondata sempre con docilità ammirabile, lavorò potentemente su quel santo Prelato, il quale, in seguito, non visse più che per l'Opera e del suo spirito.
Dopo sei lunghi mesi di sede vacante, venne eletto arcivescovo di Bologna il card. Giovanni Battista Nasalli Rocca. Quando vidi la fotografia del nuovo Pastore, riconobbi il Prelato che due anni prima avevo incontrato lungo la scala regia in Vaticano e mi aveva augurato: « Il Signore l'aiuti a fare la sua volontà ». Ricordai di avere intuito che sotto il suo governo si sarebbe attuata l'Opera ed espressi la mia convinzione. Mi sentii rispondere: « Che dice mai? Il nuovo Cardinale non vuole nemmeno sentire parlare di clausura! ». « Va bene. Ma Dio, che ha in mano i cuori degli uomini, non potrà, se vuole, servirsi proprio di lui? ».
Avevo questa fiducia e la conservavo in cuore nonostante che solo opposizioni e contrasti rispondessero ai miei più vivi desideri. Compresi che in quel momento l'unico contributo che potesse darsi era quello della preghiera e della silenziosa immolazione... Mi tenevo in una ininterrotta offerta; e il Signore, per avermi a sua disposizione, finì con l'adagiarmi sulla croce.
Il mattino della solennità del nostro patrono S. Giuseppe, 19 marzo 1923, tentai di alzarmi, ma mi fu impossibile muovermi; non potevo reggermi. Di natura ardente, esuberante di forze e di energie (ero sui 37 anni), sul primo momento provai una ripugnanza invincibile al solo pensiero di dovermene rimanere a lungo immobile e inattiva.
Bisognava che ogni mattina persuadessi me stessa di dover stare ferma, quieta e sorridente per quel giorno solo; cosa che per amor di Gesù avrei ben dovuto saper fare! E così per una catena di giorni che avrei detto eterna...
Il Signore mi aiutava facendomi comprendere che aveva bisogno della mia sofferenza per i suoi Sacerdoti. Mi tenevo costantemente associata all'offerta eucaristica. Ma quante amarezze, quante terribili prove nascondevo sotto i miei sorrisi! non dimenticavo il proposito di un continuo « Deo gratias »... ma il comprendere che la mia comunità era nella necessità del mio aiuto e che pur studiandomi di non accrescerle il peso, doveva sentirsi aggravata dalla mia infermità - sulla natura della quale i medici avevano di nuovo fatto serpeggiare non poche dubbiezze - mi tornava tanto penoso da rimanerne a volte quasi oppressa.
Primo colloquio col nuovo Arcivescovo
Dopo alcuni mesi, l'Arcivescovo venne al Collegio per le Prime Comunioni e, prima di congedarsi, chiese se in casa vi fossero delle inferme. Sentito che ve n'era una: « Mi accompagni da lei, disse alla Madre, gradirei vederla e benedirla ».
Lo accompagnarono nella mia cella. Quella visita fu una vera benedizione. Mi interrogò paternamente, volle sapere se fossi sempre così contenta come mi vedeva. Risposi che mi studiavo di vedere bella la volontà di Dio. Trovai poi spontaneo l'aprirmi su quanto comprendevo che il Signore voleva da me. Si fece serio, si disse estremamente contrario a favorire simili Opere di clausura, per le quali sarebbero state necessarie delle autentiche sante.
« Dove me le trova? ».
« Eppure, Eminenza, Gesù insiste nel volerla di vita contemplativa! ».
« Se davvero è Lui che lo vuole, lo farà capire anche a me, non è vero? Lasciamoci guidare dagli eventi. E lei preghi molto! ».
Lo promisi, sperimentando nell'anima gli effetti di grazia della benedizione che mi diede nel congedarmi. Mi lasciò sperare che lo avrei riveduto.
Infatti, ogni volta che il Cardinale veniva alla Casa Madre, non mancava di salire alla mia cella; ed io lo mettevo sempre più ampiamente a conoscenza di quanto andavo comprendendo nei riguardi della fondazione. Siccome la Provvidenza veniva in aiuto con considerevoli offerte, venne finalmente il giorno in cui il Superiore permise di dare inizio ai lavori della fabbrica, incaricando mons. Pranzini di occuparsene direttamente, in accordo con me.
Il cuore pulsante dell'Opera
Nel periodo della mia infermità, pur sotto il torchio di indicibili sofferenze fisiche e morali, non ero del tutto privata degli ammaestramenti divini: il Signore mi voleva attenta alle sue lezioni e fedelissima a metterle in pratica. Dovendo ogni manifestazione della sua consacrata dare luce di edificazione, esigeva che mi tenessi in quella correttezza di contegno, dominio e mortificazione che mi permettesse di offrirmi e immolarmi continuamente con Lui; anche la mia stanza doveva risplendere per ordine e nettezza come un santuario, e il letto ove posava la sua piccola ostia doveva essere conservato come un bianco altare; e diceva: « Queste norme dovranno un giorno servire anche per le figliole che ti seguiranno ».
Indovinando il mio più vivo desiderio, la Madre generale chiese ed ottenne, anche in considerazione delle aggravate condizioni della Madre Papotti, di poter conservare il SS. Sacramento in una cappellina che venne amorosamente preparata in una bella e luminosa saletta attigua alla camera dove stavo, con l'altare ove poter celebrare la S. Messa. Venne benedetta e inaugurata da mons. Pranzini, ed era considerata dal piccolo drappello delle future Ancelle Adoratrici come il cuore pulsante dell'Opera nuova. Solo che potessi muovere stentatamente alcuni passi, mi ci facevo accompagnare e me ne sarei stata sempre in adorazione e preghiera.
Mons. Pranzini, proprio quando si sarebbe detto indispensabile, venne eletto vescovo di Carpi; non avrebbe, perciò, potuto più fare molto per noi. Gesù, dal tabernacolo, ripeteva: « Non puoi fidarti di me solo? ».
Sembrava volermi convincere di non fare affidamento sugli appoggi umani, perché me li avrebbe tolti tutti.
Nel giorno scelto per la posa della prima pietra del nuovo edificio (26 giugno 1925 - anniversario della mia Prima Comunione), mi abbandonai con fiducia piena in Lui, affondandomi nel suo amore come la pietra che in quel momento veniva affondata nel terreno, convinta che non avrei saputo né potuto dare migliore collaborazione.
Tutto avrei dovuto pagare con la sofferenza; infatti, le mie condizioni fisiche andavano sempre più aggravandosi e le difficoltà si moltiplicavano, sì che il mio cuore doveva sostenere ogni giorno più colpi che non ne dessero i muratori che lavoravano alacremente all'erezione dell'Arca Santa.
Ma la Provvidenza non ci abbandonava. Mons. Archi ed altri benefattori mi permettevano di essere fedelissima nel pagamento settimanale degli operai. Negli indirizzi che davo, poi, non ero che un semplice portavoce: io stessa ero meravigliata notando come il Signore si interessava di tutto. Quando lo stabile fu terminato e lo si vide inabitato per tanti anni, si moltiplicarono le richieste, e quante difficoltà si dovettero affrontare per tener fermo nel non cederlo per altre anche ottime finalità!
Finalmente, dopo tante opposizioni e contrasti, giunse da Roma, nell'aprile del 1933, il decreto che permetteva l'inizio; ma arrivò quando un mio ulteriore peggioramento aveva fatto dichiarare ai medici prossima ed inevitabile la mia fine. Non era questa la più precisa volontà del Signore? Un incontro che, per ordine del Cardinale, ebbi con il suo segretario mons. Dante Della Casa, mutò inopinatamente il corso degli eventi.
Aveva chiesto di potermi conoscere e, come seppe dell'Opera in progetto, si persuase dell'opportunità di una fondazione come quella che il Signore faceva capire di volere nella sua Chiesa; e se ne fece avvocato difensore presso l'Arcivescovo.
Questi cominciò a venire spesso per preparare le religiose della Casa Madre al passaggio delle consorelle che aspiravano da tempo alla clausura; ma, date le mie condizioni, la Madre generale riteneva imprudente darmi un permesso che avrebbe potuto tornarmi fatale.
D'altra parte, era quello il momento in cui risorgevano più forti e sentite le mie ripugnanze. Mi lamentavo confidentemente con Gesù:
« Non mi avevi lasciato sperare che, dopo che mi fossi adoperata per l'attuazione dei tuoi disegni, saresti venuto a prendermi? ».
« Non puoi dirlo ancora di avere fatto tutto. E’vero che non avrai nulla da fare, perché sarà sul tuo niente che mi compiacerò operare... ma devi ancora docilmente prestarti a velare la mia onnipotenza. Non temere, penserò e provvederò io a tutto. Non lascerò mancare nulla alla comunità, non ti abbandonerò... ».
Nonostante queste promesse, non trovavo la forza di dire il mio sì.
Passaggio all'Arca Santa
L'apertura era stata fissata per il 3 agosto e alla vigilia la consacrazione dell'altare della cappella-coro e la benedizione della casa. Era un caldo soffocante. Avevo appena superato una crisi che avrei creduto preludiasse la fine, quando, proprio mentre il Cardinale consacrava l'altare, mi vidi accanto il Signore che, con una pazienza veramente divina, voleva dispormi ad aderirgli senza riserve.
Che tormento ebbi a sostenere! Sembrava che presentissi tutto quello che mi aspettava... e il cuore fu sul punto di cedere.
Alla fine della funzione, la Madre generale venne nella mia cella, si spaventò nel vedermi e si diede premura di avvertire il Cardinale del mio stato preagonico; ed egli trovò giusto che l'indomani non si pensasse a muovermi dal letto. Quando mi venne comunicata questa decisione, ne ebbi un senso di sollievo. Ma, subito la mattina dopo, l'Eminentissimo, che era tornato per celebrare sul nuovo altare, non lasciò il Collegio senza venirmi a vedere. Con una fermezza autoritaria che non ammetteva repliche, mi diede il precetto di obbedienza di passare io pure, come avevano fatto le altre, nella stessa giornata, all'attiguo convento.
« Là io tornerò per la Benedizione Eucaristica. Se la troverò ristabilita, le imporrò di rimanervi, altrimenti la farò immediatamente ricondurre qui. Ho bisogno di questa prova... ».
La Madre generale rimase quanto mai angosciata per questa decisione, ma, sapendomi obbligata ad obbedire a un'autorità superiore alla sua, finì col dirmi che mi lasciava libera di fare quello che in coscienza credevo meglio. Comprendevo benissimo quel che passava in lei e come nascondesse un grande dolore che condividevo in pieno. Senza le divine finezze, in quel giorno avrebbero dovuto trovarmi morta... Invece, tutto procedette come d'ordinario.
Nel primo pomeriggio, M. Giacomina venne ad aiutarmi a vestire l'abito e quando fui pronta mi condusse in cappellina, rimanendomi sempre accanto tanto era in apprensione per me.
L'attesa si prolungò per circa due ore. Mentre lo adoravo, Gesù mi illuminò sul suo regale Sacerdozio, sul Sacrificio che si era compiaciuto rinnovare sul primo altare dell'Opera, così come lo aveva offerto nel Cenacolo. Quante cose volle farmi conoscere! Non perché ne restassi sgomenta, ma perché in avvenire, quando fossero potute sorgere dubbiezze circa l'opportunità del passo che si era compiuto, mi avesse acquietata la certezza di una precisa sua volontà al riguardo.
Presa da così profonda azione di grazia che mi estraniava completamente da me stessa, riuscii appena a rendermi conto di quanto accadeva. Mi trasportarono con una carrozzella. Gli ambienti per i quali venivo fatta passare, custodi di tanti cari ricordi, erano veduti come le cose che si vedono in sogno... Uno sfinimento estremo mi spossava ed, entrando per la porta di comunicazione con la clausura, sperimentai quello che avrei creduto fosse il crollo finale.
Prodigiosa guarigione
Quando potei riaprire gli occhi, mi vidi innanzi, da una delle finestre del coretto prospettanti sulla cappella, lo splendore del SS. Sacramento già esposto sul trono. Quasi istintivamente tentai prostrarmi, ma non mi reggevo.
Rimanevano ancora parecchi gradini da scendere prima di raggiungere il coro, dove mi sentivo ansiosamente attesa. Le fervide preghiere che si stavano elevando per me ebbero quella forza di fede che muove le montagne, perché, appoggiandomi con le mani alla parete laterale ed uscendo in un forte sospiro, udito da tutte: « Mio Dio! », entrai e andai ad inginocchiarmi innanzi alla cancellata, dalla parte di S. Giuseppe. In quell'attimo ebbi come un fortissimo capogiro, seguito immediatamente da un improvviso circolare in me di una corrente di vita novella, di fresche energie intatte che mi permisero di rialzarmi e dirigermi a passo spedito, con la sicurezza di chi abbia sempre goduto perfetta salute, in uno degli stalli del coro.
L'orologio, in quel momento preciso, battè sei tocchi. Erano le 18 del 3 agosto 1933 quando prodigiosamente, dopo 10 anni di infermità, la Divina Onnipotenza mi rimetteva in piedi.
Una pausa d'indicibile commozione... poi le religiose, fra singhiozzi e lacrime di gioia, intonarono il Magnificat.
Il Cardinale, immediatamente avvertito di quanto era accaduto, venne a congratularsi con me e andava esclamando: « Ormai il Signore ha troppo chiaramente significata la sua volontà perché se ne possa dubitare! Come avrebbe potuto permettere che queste figliole, che hanno aderito alla sua chiamata, fossero rimaste prive della Madre, che sola può loro trasmettere le linee genuine per un'impostazione sicura nella spiritualità dell'Opera? Gesù la vuole qui! ».
E Gesù, dal suo trono eucaristico, m'incoraggiava ripetendo le sue promesse, ed aggiungeva:
« Finché ti terrai come la polvere che le tue figliole calpestano sotto i loro piedi, farò tutto per te! ».
PARTE TERZA
NELL'ARCA SANTA DELL'EUCARISTIA
1933-1954
Ouell'Ostia è il mio tutto. Il mio povero essere, come le specie sacramentali, non è che un'apparenza che l'Onnipotenza sostiene, tanto mi trovo tutta passata e transustanziata in Gesù.
La «colomba» è ormai entrata nel suo nido e trova il suo Paradiso nel SS. Sacramento. La sua doppia vocazione alla contemplazione e all'adorazione è diventata realtà. Vita contemplativa e vita eucaristica sono per lei un tutto unico.
Dio, bene infinito, è verità da contemplare e bontà da amare. Contemplare Dio verità ed amare Dio bontà è lo scopo della vita contemplativa, che si occupa di Dio solo. Tutta la vita è semplificata al massimo, perché la volontà proietta le sue energie in una sola direzione: la ricerca di Dio sommamente amato. C'è un solo, irrinunziabile e fondamentale proposito, dove convergono come a centro tutti i desideri: «Una sola cosa ho chiesto al Signore e questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita, per contemplare la bellezza del Signore ed ammirare il suo santuario ».
Rimanere in Dio mediante la carità, perché Dio rimanga in noi; assaporare la luce di Dio e il gusto di Dio; fissare lo sguardo amoroso su Dio infinitamente amabile: ecco alcune caratteristiche della vita contemplativa. «Divina sapere» e «divina pati» si potrebbe dire in latino, cioè «gustare il divino», «subire il fascino del divino».
Ma ciò è tutt'altro che intimismo e narcisismo, perché, da una parte, ci libera dall'egoismo e, dall'altra, allarga l'orizzonte e l'efficacia del proprio apostolato. Ci libera dall'egoismo, perché risana l'occhio del cuore con cui si vede Dio. Quando il cuore non è sano e gli affetti sregolati lo dominano, c'è una pece che lo macchia ed un vischio che lo lega alla creatura e lo separa da Dio. Quando, invece, tacciono le passioni, parla Dio. È il cuore che vede Dio, non la mente: ma il cuore puro.
Quanto all'efficacia apostolica, Suor Costanza ne parla con espressioni varie ma convinte e convincenti, che riecheggiano le idee di san Giovanni della Croce: «Una piccola anima che vive nella più intima comunione con Dio, quasi nascosta nel seno del Padre, può svolgere, ancor più di molti operai apostolici, un vero apostolato di straordinaria ampiezza e fecondità».
Paolo VI dirà più tardi: «La contemplazione è la forma più nobile e perfetta dell'attività umana»; Suor Costanza afferma: «Di tutti gli atti che può compiere l'uomo quello di contemplare è il più alto e sublime, quello che più lo avvicina al suo principio». Ed aggiunge: «Ora la nostra contemplazione è limitata, perché l'anima incatenata al corpo non può godere della piena libertà, che avrà quando sarà avvalorata dal lume della gloria». Contemplare è, dunque, fare sulla terra ciò che si fa in Cielo: sulla terra, imperfettamente; nel Cielo, perfettamente. Vita celeste e divina è, dunque, la vita contemplativa.
Ma la forma tutta propria di vita contemplativa è, per Madre Costanza, l'adorazione eucaristica. «Nuovo piccolo Eden», «piccolo Carmelo eucaristico» chiama la Madre la sua fondazione. Le qualifiche «piccolo» ed «eucaristico» specificano quale sia il Carmelo di Madre Costanza: «piccolo», perché ha una linea semplice e soavissima, senza le grandi austerità del grande Carmelo; «eucaristico», perché l'Eucaristia è il Sole di questo nuovo Carmelo, il suo centro sostanziale, la sua vita, la sua ragion d'essere.
Nella sua lettera «La cena del Signore», del 24 febbraio 1980, Giovanni Paolo II rilancia il culto del Mistero eucaristico.
La Chiesa torna ad imboccare la via dell'adorazione eucaristica, dopo un periodo di disorientamento momentaneo; tutti i documenti ufficiali della Chiesa, dopo il Concilio Vaticano II, ne ribadiscono con rinnovato vigore l'autenticità e la necessità.
Tra i precursori di questo odierno rinnovamento c'è Madre Costanza con la sua spiccatissima vocazione di adoratrice e col suo modesto ma vivace «centro eucaristico» donato alla Chiesa. È un gesto profetico. Sovente i più piccoli sono i migliori strumenti delle opere di Dio.
Il primo dovere della creatura è quello dell'adorazione, che, mentre dà a Dio l'unico posto che gli compete, cioè il primo, riporta gli uomini al Padre, che li ha creati e redenti e che li aspetta per farli partecipi della sua eterna e perfetta beatitudine.
Anche Giovanni Paolo II ci dice che, per mezzo del sacerdozio regale, noi «partecipiamo a quell'unica ed irreversibile restituzione dell'uomo e del mondo al Padre, che Gesù fece una volta per sempre ».
Madre Costanza vede il Mistero eucaristico nella sua globalità e nel suo aspetto dinamico e non statico, proprio anticipando lo stile del Concilio Vaticano II. E, tra l'altro, presenta il divino Annientato sempre in attività per far raggiungere agli uomini non solo la salvezza, ma «un grado di unione con Dio dei più intimi e trasformanti» fino a farli diventare «serafini di amore».
I centri eucaristici devono diventare «serbatoi di grazia», «canali di trasmissione», officine attivissime di vitalità soprannaturale per la Chiesa e per il mondo. «Sarebbero sufficienti poche anime di vita eucaristica per trasformare il mondo», c'insegna, con suadente eloquenza, Madre M. Costanza.
Lei ha posto mano all'aratro senza voltarsi indietro. Chi vorrà continuare l'aratura dell'immenso campo che rimane da dissodare? Vaste ed abbondanti messi si profilano all'orizzonte.
1. GLI ALBORI 1933-1945
Dinanzi al Trono dell'esposizione solenne, mi sento sotto l'irradiazione della grazia derivante dalla prima Sorgente; e, risalendo dal Figlio al Padre, mi perdo nell'eterno focolare dell'amore.
Gli albori dell'Arca Santa danno il via all'adorazione eucaristica, da tanto tempo voluta da Gesù e da tanto tempo desiderata da Suor Costanza. Divenuta « madre » e « maestra di adorazione » delle sue figlie, Suor Costanza affida l'incarico di Superiora alla Madonna. E la Madonna le diventa, più di prima, maestra e guida sicurissima sia di contemplazione come di adorazione.
I primi passi si muovono, come di consueto, fra dolori e gioie. Ma le Ancelle Adoratrici, insieme alla loro Madre, diventano via via « tabernacoli », « cibori » ed « ostensori » viventi di Gesù eucaristico, perché « contengono », « donano » e « mostrano » Gesù al mondo. Un altro noviziato, un'altra professione religiosa, un altro tipo di vita ha inizio e svolgimento. Ma tutto si svolge attorno al centro vivente: Gesù eucaristico. Dopo la nuova casa, sorge il nuovo tempio, che compiace vivamente Gesù e le sue spose per il triplice emblematico colore: candido, aureo e vermiglio, esprimente purezza, amore e dolore, il seducente programma delle Ancelle Adoratrici.
Arrivano gli anni della guerra, arrivano i bombardamenti; ed anche Gesù deve andare nel rifugio sotterraneo, ma il sacrificio viene ripagato da un ambiente di maggiore intimità.
Ora non solo la Madre è svuotata, dissanguata, estenuata, ma anche le figlie sono sfinite dai disagi patiti. Gesù si prende i primi graziosi fiorellini, cogliendo ciascun giglio nella sua perfetta fioritura. Lo strazio del cuore è lenito nella Madre da stille di balsamo d'ineffabile dolcezza.
Ecco le suore defunte:
1 - Suor Maria Chiara della Santissima Eucaristia (18-2-1940).
2 - Madre Maria Giacomina di Gesù (1-10-1944).
3 - Suor Maria Rosario dell'Ostia Immacolata (30-10-1944).
4 - Suor Maria Agostina del Preziosissimo Sangue (5-5-1945).
5 - Suor Maria Saverio del Cuore Eucaristico di Gesù (22-11-1945).
La Madre riconosce che l'Arca Santa ha già dato i suoi frutti, offrendo a Dio Padre queste purissime « ostie d'amore » immolate per Lui e per l'umanità. Ebbra di dolore e di gioia, ella prende in braccio ciascuna Suora morta e la offre a Dio come un perfetto olocausto, insieme all'Ostia eucaristica. È tutto quanto la Madre può donare a Dio sommamente amato. La gioia del dono attenua lo strazio del distacco. Ad una ad una, ella se le vede volare al Cielo completamente purificate.
Dopo la morte della prima Suora, la Madre pianse la morte del babbo (marzo 1940) e della mamma (10-1-1943). Potè ofrire al Padre celeste, ben colmo, il calice del suo dolore. Era anche quello un prezzo da pagare per la gioia di vivere nell'Arca Santa. Ma « la generosa accettazione del dolore sfocia nel gaudio in maniera tale da rendere l'esilio quasi un noviziato del Cielo », confessa la Madre, già avvezza a simili lezioni.
Chi si chiude in sé, è paralizzato dalla tristezza e dall'abbattimento; ma chi si apre a Dio, s'immedesima alla Passione di Cristo e si rende atto al contatto con Dio, conquistando le vette più eccelse della perfezione.
Certe elevazioni costano il sangue del cuore. Ma, se uno riposa in Dio, le perturbazioni, che sconvolgono l'esterno, non turbano la tranquillità del nostro io interiore, del quale Dio è gelosissimo.
Non c'è amore senza sacrificio. E le occasioni di sacrificio, che ci vengono offerte, sono doni preziosi del Signore, che ci stimolano a non guardare le cause seconde né ad ascoltare la sensibilità, ma a guardare con fede e ad aderire con amore.
La vocazione è bella, se è intessuta di continui sacrifici, rinunzie e sofferenze, con cui poter donare al Signore prove concrete di amore, purificato al crogiuolo e costantemente sereno.
Dalla cronaca di comunità
« In quell'indimenticabile pomeriggio del 3 agosto 1933, più ancora della prodigiosa guarigione della Madre, fu sbalorditiva per tutte le presenti la naturalezza del suo comportamento. Dopo la Benedizione eucaristica, uscì con disinvoltura dalla cappella per condurci a riverire e ringraziare il Cardinale; poi, vedendoci tanto commosse e smarrite, ci riportò alle realtà terrene, impegnandoci in varie incombenze. Prima di tutto, designò le due adoratrici di turno (l'esposizione solenne, in quegli inizi, era soltanto diurna); poi mandò le altre chi in sagrestia, chi in cucina, dicendo: « Le vedo tutte colme di amor di Dio, ma non per questo potrò lasciarle senza cena...; gradirei, anzi, che tutto fosse pronto per le 19 ».
Siccome tutto era stato apprestato caritatevolmente dalle buone consorelle della Casa Madre, non fu difficile poter dare il segno del pasto all'ora convenuta. Ci radunammo nel semplice e disadorno refettorio. Per la Madre avevamo preparato al centro, ma lei preferì un posto laterale.
La modesta cena venne consumata in religioso silenzio, e non mancò neppure la lettura. Dopo il ringraziamento, altro avviso sorprendente: « In lode di Dio che mi ha rimessa in piedi, faremo qualche giro all'aperto! ». Oh, quella prima ricreazione! Era dunque vero che finalmente si passeggiava là, su quel terreno benedetto ove il cuore presago della Madre aveva visto fiorire la mistica aiuola di gigli?
Eravamo indicibilmente commosse e non potevamo staccare gli occhi da « lei », quando la udimmo esclamare: « Che gran cosa, figliole, poter levare i nostri sguardi al bel cielo di Dio! Quanto mi attira questa grandiosa volta stellata che tanto eloquentemente parla della potenza, della sapienza e della bontà dell'Altissimo! Non si stupiscano di sentirmi parlare così; pensino che da più di dieci anni non le ammiravo queste bellezze ».
Poi, con quella sua deliziosa semplicità che ce la faceva sentire al livello della nostra piccolezza, mise piacevolmente in rilievo un particolare curioso: la buona Madre Giacomina, per tutta la ricreazione (e se ne erano fatti dei giri!) aveva portato con sé una seggiola.
« Ma perché trascinarsi dietro quel peso? Dov'è dunque la sua fede? Il Signore non fa le cose a metà! Mi sento benissimo, non risento la minima stanchezza; mentre lei... dev'essersi certamente stancata. Sieda, dunque, un po'! ». Un'obbedienza prontissima seguì quell'ordine, e ne rimanemmo tutte edificate e commosse ».
Il rinnovato fiat
Quale agonia costò il mio rinnovato fiat!
Avevo sperimentato uno dei più intimi contatti con Dio, mi ero lusingata di essere sul punto di andarmene a Lui, e avrei dovuto invece rimettermi ad una vita comune?
Gesù m'incoraggiò a lasciarmi ancora adoperare quale tramite della sua luce per l'impostazione della genuina spiritualità dell'Opera e a non negargli nulla di quanto avrebbe chiesto.
Il mattino seguente trovai la forza di alzarmi al segno dato per la comunità e di seguirla sempre. Nel pomeriggio venne la Madre generale e ci radunò per assegnare le cariche, affinché la nuova famiglia religiosa potesse procedere ordinatamente. Sentii il mio nome accanto al titolo tanto temuto di superiora, poi quello delle altre con le loro attribuzioni. Eravamo in dieci e la maggior parte giovani, capaci di affrontare la fatica senza eccessivo sforzo.
Il 5 agosto tornò il nostro Cardinale e volle confermare con la sua autorità le elezioni fatte, dichiarandosi contentissimo di sapermi al mio posto di superiora del piccolo gregge, che aveva tanto bisogno di venire maternamente guidato e sorretto. Comprendendo il mio estremo imbarazzo, m'incoraggiò a confidare nell'immancabile aiuto di Gesù e di Maria; quindi c'invitò tutte a portarci in cappella per ringraziare il Signore, e volle che, prima della Benedizione eucaristica, venisse cantato il Te Deum.
Dall'Ostia santa, Gesù ripetè le sue promesse:
« Non sgomentarti; ti darò io al momento tutti gli indirizzi necessari: tu non avrai che da seguirmi fedelmente ». Non disponevo che di L. 500 e immediatamente le impiegai per la provvista della cera. La casa era da ultimare, mancavano i pavimenti agli ultimi due piani e in essi le celle e tutti gli altri ambienti erano da ammobiliare.
S. E. Mons. Archi cominciò col saldare mensilmente le spese per il mantenimento della comunità; poi, pian piano la Provvidenza allargò i suoi rivoli.
Per la parte materiale non ebbi mai preoccupazioni né pensieri che potessero togliermi la tranquillità; non si sperimentarono qui quelle privazioni che caratterizzarono il tempo eroico di altre fondazioni, ma vi furono prove di altro genere richiedenti, e non a me sola, molto da soffrire.
Pochi giorni dopo l'inaugurazione, fummo allietate dall'arrivo di Suor Maria Ancilla e di Suor Maria Agostina. Alla fine dell'anno eravamo già in sedici e presto ne crebbero altre due, sicché tutto potè procedere con sufficiente regolarità.
Si sarebbe detto che il Signore, nel provvedere i soggetti, avesse tenuto conto dei talenti dei quali era necessario fossero dotati per l'utilità e il bene comune.
Fra noi regnava sovrana la carità, e ciò mi era di tanto conforto.
Eravamo da pochi mesi nell'Arca Santa quando un giorno mi venne riferito che erano state rubate in una chiesa due pissidi piene di sacre particole. Due di quelle ostie, fortunatamente rinvenute, vennero portate da noi e consumate in comunione.
Quando avvengono di questi sacrilegi me ne risento anche fisicamente.
Oh, quei sacri cibori abbandonati!
Noi non lo abbandoneremo mai il SS. Sacramento!
In quel tempo, non essendosi ancora iniziata l'adorazione perpetua, la sera non riuscivo a decidermi ad andare al riposo; rimanevo a far compagnia a Gesù il più a lungo possibile. Non mi venne risparmiato nessun genere di prove.
Ben presto cominciarono a circolare calunnie sulla nuova fondazione. Il fatto di esserci subito impostate come monastero di stretta clausura non fu ben visto. Le dicerie arrivarono fino all'Arcivescovo, che se ne impressionò al punto da far temere venisse nella decisione di recedere dai suoi passi. Pensai di potermi valere dell'influente aiuto di mons. Giovanni Pranzini, ma quando nell'autunno lo avemmo tra noi, al primo vederlo dovetti convincermi che, date le sue condizioni fisiche (era affetto da morbo inguaribile allo stomaco), sarebbe stato imprudente, inumano metterlo al corrente della nostra situazione preoccupante in un momento in cui aveva troppo bisogno di crederci felici.
Celebrò nella nostra cappella e tutte potemmo accorgerci della gravità del suo stato e come gli fosse impossibile vincere la commozione. Ci rivolse la parola, ma appena udibile tanto era indebolita e velata di pianto: « Con Simeone, posso ormai cantare il Nunc dimittis. Il mio compito a vostro riguardo è finito. Nel giorno benedetto dell'apertura di quest'Arca Santa rinnovai la mia offerta per i fini della nostra comune vocazione... e, lo vedete: sono stato preso in parola. Ma ne sono ben contento! ».
Dunque, le mie povere figliole non avrebbero nemmeno più potuto avere l'indirizzo sicuro di una direzione spirituale qual era quella preziosissima di quel dotto e santo Prelato...
Solo Gesù avrebbe potuto colmare ogni vuoto e asciugare ogni lacrima, e allora chiesi ed ottenni di poter conservare perpetuamente e solennemente esposto il Santissimo Sacramento.
Fu nella bella novena di Natale, che ci fu concesso l'inestimabile favore, sicché la Notte Santa parve e fu per tutte una realissima ripetizione del mistero di Betlemme: Gesù, dai candidi veli eucaristici, sembrava ci sorridesse come già, dal presepio, aveva sorriso alla sua Madre benedetta.
Si realizza un sogno
Per sola grazia del Signore continuavo a reggermi e a mostrarmi serena, mentre avevo l'anima nel torchio; pure, quel soffrire pareva rafforzare la mia fede ed aspettavo sicura l'ora delle divine misericordie.
Un giorno, all'elevazione della Messa, sentii dirmi:
« Perché ti turbi? Fidandoti di me, che cosa ti è mai capitato di male? ». Quelle parole mi tolsero di dosso un gran peso. Sentivo rumoreggiare la tempesta sotto di me, ma lo spirito, al dissopra di tutto, respirava liberamente. Mi sentii contenta di soffrire e ringraziai il Signore.
Compresi che la nostra vocazione dovrebbe portarci a vivere come dei piccoli tabernacoli viventi; ma la comunione di amore è pure comunione di dolore.
Il nostro Cardinale Arcivescovo, giudicando opportuno rendere l'Opera autonoma, fece i passi necessari per ottenere la facoltà di erigerla in congregazione diocesana.
La data della vestizione dell'abito bianco per tutte venne fissata al 7 dicembre 1934, vigilia dell'Immacolata.
Mons. Pranzini, al vedere la nostra candida divisa, pianse... e quale commozione provai io pure quando, la sera precedente la cerimonia, vidi accuratamente preparati tutti quegli abiti bianchi! Ricordai un sogno fatto da una delle piccole educande del Collegio S. Giuseppe e che passò di bocca in bocca: « Ho sognato Suor Costanza e con lei altre suorine tutte vestite di bianco! ».
La mattina del 7 dicembre venne l'Eminentissimo col suo seguito di monsignori e seminaristí: prima di iniziare la S. Messa, procedette alla consegna del nuovo abito santo a noi già professe. Uscímmo per rivestircene e, rientrate processionalmente in coro, tornammo ad inginocchiarci innanzi al Celebrante per ricevere nome e cognome.
Al termine del Divin Sacrificio potè essere svolto per intero il rito della vestizione per le nove probande, che lasciarono il bruno abito del loro periodo di prova per assumere la candida veste di risurrezione. Quest'ultima parte fu la più suggestiva, perché ognuna delle giovani aveva al fianco la propria madrina, sicché, come mi ebbe a dire uno dei Sacerdoti presenti, quando ci videro sfilare tutte diciotto, pensarono alla processione delle Vergini che, nella Gerusalemme celeste, seguono l'Agnello ovunque vada...
Ben presto dovetti convincermi che, considerandoci tutte come novizie, il Signore ci voleva molto più seriamente impegnate nel lavoro della nostra formazione spirituale.
Per darmi modo di compiere i doveri inerenti al mio ufficio, anche quando l'infermità mi tratteneva o ero impegnata in parlatorio, mi faceva seguire la comunità come se fossi stata presente. Se si verificava qualche inconveniente, lo avvertivo subito, e il Signore mi voleva ferma nelle riprensioni. Per natura, sarei portata a risparmiare, ad usare riguardi, ma Gesù mi faceva capire che la mia debolezza avrebbe privato Lui della soddisfazione che gli avrebbe dato un generoso sacrificio, e le anime di un prezioso ornamento di grazia.
Le ricordavo le bellissime cose dette a me, quando mi voleva persuadere a lasciarmi adoperare per l'Opera; sentivo la forza del suo desiderio di poter trovare nelle anime tutte sue un rifugio, un riposo, una riparazione.
Preziosa morte del santo vescovo di Carpi
Intanto mons. Pranzini andava rapidamente declinando e il peggioramento estremo, per colmo di amarezza, si verificò mentre era al Seminario di Villa Revedin, lontano dalla sua diocesi. Per telefono potei seguire la commovente funzione della sua professione di fede, del Viatico e Unzione degli Infermi e, inginocchiata come fossi stata presente, potei associarmi a quella agonia.
All'una e mezza della notte 22 giugno 1935, il santo vescovo di Carpi spirò. La mattina seguente vidi aprirglisi il Paradiso ed ebbi la promessa che di lassù avrebbe continuato a proteggerci.
Tante prove furono forse la causa della riapertura di un'ulcera che da tempo avevo allo stomaco, complicata dal manifestarsi di un tumore voluminoso al punto da mettere veramente pensiero.
Umanamente parlando, unico rimedio sarebbe stato un pronto intervento chirurgico; ma, date le condizioni del cuore, come avrei potuto sostenerlo? Non avendo nulla da poter dare alla mia comunità, non avrei dovuto essere contenta di poter disporre per essa di un più largo contributo di immolazione?
Nel settembre di quell'anno entrarono un bel gruppo di giovani (sei), e si potè dare inizio a un più regolare lavoro di formazione.
Il Decreto di erezione
La mattina del 9 dicembre 1935 resterà una data doppiamente sacra per noi. Le prime diciotto ancelle adoratrici del SS. Sacramento emisero la loro professione temporanea e perpetua; e, come preludio alla cerimonia, venne letto dal Cerimoniere il Decreto di erezione dell'Opera in congregazione diocesana, « avente a capo una superiora generale che può dirsi anche fondatrice: Suor M. Costanza del S.C.... ». A quelle parole sentii su di me un peso immenso, e la sofferenza fu tale che mi immobilizzò poi per varie ore.
Ciò che mi confortò fu il vedere il divino compiacimento sulle professande. Nel leggere la bella formula dei santi voti, intuii quanto mi avrebbe impegnata quella mia rinnovata donazione a Dio e sentii maggiormente l'umiliazione che mi veniva da quel titolo che mi era stato dato di « fondatrice ». Avrei voluto che tutti, in quel momento, mi avessero vista come mi vedevo io fra le anime belle che avevo al fianco. Quale chiara cognizione mi venne data della mia estrema miseria!
Fortunatamente Gesù ebbe sempre bisogno di sostituirsi in pieno a questo poco di polvere. Sarà appena credibile fino a qual punto lo abbia fatto. Illuminava, guidava, consigliava, e non soltanto per cose di rilievo, ma anche per le minime. Voleva che mi conservassi sempre quel vuoto attraverso il quale poter far passare la sua grazia per le anime.
Oh, le anime! Ecco quello che mi ha sempre occupata. E specialmente quelle sacerdotali e consacrate.
Fin dai primi anni della mia vita religiosa, molti favori mi furono tolti allorché mi vennero affidate le anime. Gesù ebbe la delicatezza di chiedermi se avessi accettato me ne privasse in favore dei suoi Sacerdoti. Non volli se non che si compisse il suo desiderio, ed Egli, per incoraggiarmi al sacrificio, varie volte mi fece vedere come accostasse al cuore i suoi prediletti.
Quanto li amo!
Ora ci vorrebbe tutte quanto mai generose per i fini della nostra vocazione. Spesso dall'Ostia santa viene questo grido accorato:
« Fammi amare da queste anime! Non sono abbastanza amato! ».
Gesù, assetato del nostro amore, ci desidera tutte per sé, unicamente occupate di Lui.
Mi sento unita alle mie figliole con un vincolo di maternità spirituale sentitissimo. La maternità spirituale impone a volte vere immolazioni. Senza un aiuto dall'alto, mi sarebbe impossibile mantenermi calma, serena. Anche il mio fisico ne resta coinvolto, ed è più che evidente l'intervento della Divina Onnipotenza su di esso, essendo ugualmente tormentosi e logoranti i due estremi per i quali vengo fatta passare: i rigori della Giustizia e gli ardori consumanti della Divina Carità. Quanto bramerei potermene andare al mio Dio! Eppure sento di dovermi trattenere dal dimostrargliene il desiderio per poter rimanere con la mia comunità.
Erezione del nuovo tempio eucaristico
Il vescovo mons. Archi, essendosi reso personalmente conto di quanto la nostra cappella fosse insufficiente per la comunità e non abbastanza decorosa per l'esposizione solenne del SS. Sacramento, volle che si pensasse ad erigerne una nuova, offrendosi a sostenere la spesa della fabbricazione.
Non ci fu poco da fare perché ingegneri, artisti e competenti entrassero nelle viste dell'Artefice sommo... Fu Lui a volere che l'Altare riportasse le impronte del candore, dell'oro e della porpora, simboli di purezza, carità, immolazione, e che vi figurassero gli Apostoli Pietro e Paolo.
Con una sollecitudine che sarebbe parso impossibile sperare, il progetto del nuovo tempio vide la sua attuazione il 28 agosto 1936 con la posa della prima pietra, e parve che il Signore rinnovasse i prodigi operati per la costruzione di quello di Gerusalemme... Non si ebbe a lamentare nessun inconveniente: la clausura non venne minimamente disturbata, tanto risultò perfetta l'organizzazione della corporazione operaia assunta.
6-10-1936. Giorni fa sentivo tanto la bontà del Signore che fin da ogni pietrino di questa casa benedetta mi pareva si elevasse un inno di lode e ringraziamento a Lui. Fu sotto questo impulso di grazia che, giunta fra le mie figliole, parlai. Non potevo dominarmi e ripetevo: « Quanto è buono il Signore! ». Quando poi una delle suore notò semplicemente: « Madre, le vuol molto bene il Signore! », mi parve che il cuore mi scoppiasse in petto. È vero che mi vuol bene! Mi sento come inabissata nella Divina Bontà...
La conoscenza che viene in tal maniera anche di uno solo degli attributi di Dio illumina l'anima e le fa comprendere di Lui immensamente di più di quanto lo potesse per mezzo di lunghi studi.
Sono rapide comunicazioni divine (ritengo non durino che pochi minuti); più a lungo, il debole cuore umano non potrebbe sostenerle.
È una sofferenza gaudiosa, se si vuole, ma assai più consumante di qualsiasi altro genere di patire.
In parlatorio, dovevo parlare con l'ingegnere, e nello stesso tempo dovevo seguire la contemplazione della Bontà di Dio.
Come ci si trovi sulla terra dopo simili assaggi di cielo non è possibile dirlo. Queste sono le vere sofferenze, quelle che la Madonna ha conosciuto e che hanno costituito il suo martirio d'amore.
Le mie esperienze di Dio sono semplicissime, perché io sono tagliata molto all'ingrosso..., ma non mi lasciano ombra di incertezza. Mi lascio guidare dal Signore senza timori, proprio come una bambina.
La visita della Madonna di S. Luca
Per la solennità dell'Assunta 1937 si potè dare una prima benedizione alla chiesa appena ultimata. La mattina per tempo volli andare da sola a visitarla. La vidi nel pieno compiacimento del Signore. Pensai alle tante anime generose che in essa Lo avrebbero adorato, amato, glorificato.
Essendo allora in corso la « Peregrinatio Mariae » con la venerata immagine di S. Luca, si ottenne che la Madre divina venisse a... rendersi conto della dimora che avremmo presto dedicata al suo e nostro Gesù.
All'alba del 29 di quello stesso mese, la taumaturga immagine di Maria venne introdotta nella clausura e, al canto del Magnificat, accompagnata processionalmente nel nuovo tempio ove avevamo preparato un altare sul quale il nostro Cardinale celebrò la S. Messa.
Quante cose mi vennero fatte comprendere mentre ammiravo nei tratti di quella antichissima pittura un fedele riflesso del volto della santissima Vergine! Quando la rimossero, sentii che non in figura, ma in realtà tutte ci avvolse sotto il suo manto, rinnovando la promessa della sua materna assistenza e protezione.
La Madonna è la nostra vera superiora e madre. Appena venni eletta superiora, rimisi a Lei il mio arduo ufficio e la direzione della casa religiosa, ponendomi filialmente alla sua dipendenza. Tocco con mano la sua protezione potente.
L'unione intima con la Madonna ritengo di doverla alla mia missione e vocazione eucaristica, al mio compito materno con le anime.
Vedo spesso innanzi al Santissimo Sacramento la nostra Madre buona in adorazione. Ella adora in una duplice impronta: come Madre di Dio e come Madre nostra. Come Madre di Dio, in tutta la sublimità dei privilegi che l'adornano, e come Madre universale, facendo le nostre veci, supplendo, riparando, supplicando per tutti i suoi figli di adozione. Se non ci fosse Lei, il Dio nascosto nel Sacramento d'amore non avrebbe dagli uomini una degna adorazione.
Sento che nelle nostre adorazioni dobbiamo tenerci intimamente unite a Lei, perché Ella sola è la vera adoratrice. Vedrei impossibile il raggiungere l'intimità con Dio senza vivere in filiali rapporti con Maria santissima. Fu Gesù stesso che incoraggiò e promise: « Non si abbia timore di eccedere nella devozione alla Madonna. Mi fanno tanto piacere le anime che amano la Madre mia, perché mi permettono così di amarla anche attraverso i loro cuori. Tutto otterranno da Lei, che le condurrà a me perché le sollevi fino al Padre. E sarà proprio in questi tempi, nei quali il materialismo e l'orgoglio trionfano che, tramite la Madre mia, mi susciterò una falange di piccolissime anime e mi compiacerò di aprirle alla conoscenza del Padre mio ».
La solenne consacrazione
Il solennissimo rito della consacrazione della chiesa venne fissato entro il periodo del Congresso Eucaristico Diocesano, il 5 settembre 1937. Potemmo seguirlo per intero dalla cantoria, dovendo le nostre religiose alternarsi nei canti coi seminaristi.
La suggestiva cerimonia ebbe il suo coronamento con la Messa Pontificale, che venne celebrata alle 13.
Per tutto quel tempo rimasi come estraniata dalla terra, quasi assorbita in una fortissima azione di grazia.
Gesù mi si mostrò nella sua maestà di Pontefice sommo ed eterno e mi disse che veniva a prendere possesso del suo nuovo tempio, edificato conforme ai suoi desideri. E promise che, da quel Trono, avrebbe riversato a torrenti le sue grazie sulla Chiesa, sul Santo Padre e sull'intera umanità. Vedevo in Lui non soltanto il compiacimento per l'edificio materiale, ma pure per il tempio vivo che le anime gli avrebbero innalzato e adornato con gli ornamenti e splendori di grazia tutti propri della vocazione eucaristica, e compresi che desiderava potersi compiacere in pieno nelle creature che aveva scelto come strumenti per diffondere la grazia nei vasti campi che gli Operai evangelici debbono dissodare.
In quella settimana vennero a celebrare nella nostra chiesa dedicata al SS. Sacramento tutti i Cardinali convenuti a Bologna per il Congresso Eucaristico. Ognuno manifestò le proprie viste personali; ma finirono poi con l'incoraggiare la nostra vita puramente contemplativa, di nascondimento e di adorazione.
Aumentano le esigenze divine
Dal giorno della Dedicazione sentii aumentare le esigenze del Signore. Però, l'anima mia si trovava stabilita in un'altissima pace che niente riusciva a turbare e riposava nella sempre amabile volontà di Dio fino a gustare il gaudio anche nelle più dolorose permissioni.
Il nemico mi ha sempre mosso una guerra spietata, facendomi molto soffrire, ma non è mai riuscito a turbare la mia pace.
Sentendo in me il travaglio per lo svolgimento che l'Opera dovrà avere in futuro, tremai e trepidai, dandomene motivo l'addensarsi di nuove e minacciose nubi. Me ne convinse il fatto di venir avvertita di tenermi pronta a tutto, anche ad essere tradotta al S. Ufficio. Non me ne turbai affatto, sentendomi in coscienza tranquillissima, ma pregai di venire lasciata alla mia comunità.
Al tempo particolarmente prezioso degli esercizi annuali, si contrappose il veleno diabolico, e in quante maniere!
Fra le altre, una sera, dovendo lasciare il refettorio per rispondere a una chiamata d'urgenza, mentre scendevo le scale, mi sentii trattenere a forza per lo scapolare e, sotto l'impeto di diversi urti, feci una bruttissima caduta, fermandomi soltanto nella parete di fondo, ove andai a battere la testa. Stentai a rialzarmi e a ritrovare l'equilibrio. Per tranquillizzare tutte, allarmatissime di quanto era accaduto, mi sforzai di dimostrare che niente mi ero fatta di male, ma quella notte la passai in uno spasimo indicibile.
1938. Ripetutamente il Signore accennò all'ora di sangue che stava preparandosi per le nazioni, mi lasciò intuire i momenti difficili che si sarebbero dovuti attraversare; mi consigliò di fare abbondanti provviste e di far disporre il sotterraneo in maniera da servire da rifugio nei momenti di maggior pericolo, promettendo che, se fossimo rimaste fiduciosamente abbandonate in Lui, la grande prova non avrebbe servito che ad imprimere in noi più fulgidi splendori di grazia.
Non dalle cronache dei giornali, che non ho mai letto, appresi tali cose: me le fece vedere il Signore nella sua luce di verità, senza velarmene gli orrori e quanto vi sarà di terribile anche per noi, ma non permise che ne rimanessi sconvolta, esigendo che in ogni impronta di sofferenza sapessi vedere un segno certissimo della sua predilezione.
Come avrei voluto essere capace di risparmiare alla povera umanità il tremendo flagello della guerra!
14-11-1938. La sera della Professione delle nostre sei religiose, il Signore mi fece vedere come in un lampo le loro anime tutte nel più fulgido ornato di grazia, promettendomi che, se continuerò a mantenergliele così, dall'esilio le porterà direttamente alla gloria.
Questa mattina, dopo aver fatto la genuflessione davanti al SS. Sacramento, mi son sentita indirizzare queste parole: “Voi pregate innanzi alla Santità di Dio!”; parole che mi hanno comunicato una certa comprensione di quella infinita Santità. E' stata una comunicazione di fuoco; sentivo il bisogno di prostrarmi nell'adorazione più profonda, mentre l'ardore della Divina Carità mi consumava, comunicandomi la vita.
Se in un fragilissimo vaso di cristallo venisse versato con impeto un liquido bollente, il vaso s'infrangerebbe. Così sembra debba avvenire all'anima sotto la forza di certe comunicazioni divine. Pare che il debole involucro si spezzi, ed è un miracolo resistere senza venir meno. E’ provvidenziale che normalmente il Signore si tenga velato e ci nasconda certe verità; altrimenti, come potremmo rimanere alla sua presenza eucaristica? Siamo veramente poco compresi della reale presenza nel SS. Sacramento!
Dopo queste prime parole, il Signore ha soggiunto:
« Sappiate rimanere nella Santità di Dio per viverla in voi stessi! ».
In queste parole, c'è tutto un programma. Egli vuole che approfondiamo il riflesso della sua infinita Santità per irradiarcene e diffonderne la luce.
Lutti per noi e per tutta la cristianità
Il 1° dicembre 1938, chiamata di premura al parlatorio, ebbi la dolorosissima sorpresa di vedermi innanzi, alterato, irriconoscibile, il vescovo Mons. Alfonso Archi che, prima di entrare in clinica, volle fare qui la sua ultima visita. Volle che gli promettessi che l'avremmo accompagnato con la nostra preghiera fino alle soglie dell'eternità, e fece le sue estreme raccomandazioni.
Fin dai miei dodici anni avevo avuto in quel santo Prelato il più valido appoggio, e ne avrei avuta allora una necessità tutta particolare. Non mi sarei, dunque, più potuta appoggiare a nessun sostegno umano... Due soli giorni dopo mi venne comunicata la notizia della preziosissima morte di lui e ne provai un vero schianto; ma, nonostante il mio cuore sanguinasse, dovetti trattenere le lacrime.
Nella prima S. Messa che facemmo celebrare a suo suffragio, ebbi il conforto di vedere l'anima del mio buon Padre rivestita di chiarezza nei gaudi eterni.
Poche settimane dopo, venni associata intimamente al grande dolore che colpi l'intera cristianità con la morte del Papa Pio XI.
Mi sentii poi particolarmente impegnata ad invocare la luce dello Spirito Santo sui conclavisti. Ricordai che Gesù mi aveva detto che il nostro compito assomigliava a quello delle radici affondate nel terreno, assorbenti il succo vitale da trasmettere al grande albero: la Chiesa, e mi vidi come il concime che si mette nel solco, intorno alla pianta. L'elezione del Sommo Pontefice mi si manifestò in un bellissimo splendore, che mi fece comprendere come il Pontificato di Pio XII avrebbe fatto risplendere la santità e la sapienza del Vicario di Cristo fino agli ultimi confini della terra.
Ma quale sofferenza l'aspettava! I suoi moniti per la conservazione della pace non vennero ascoltati, e ben presto, fra le varie nazioni, s'iniziò il conflitto.
Dovetti vedere quello che andava succedendo nel teatro di guerra... e non mi feci illusioni sulle sorti della nostra Patria.
Gesù, pur assicurando che l'Opera non sarebbe stata distrutta, lasciò intuire il molto che vi sarebbe stato da soffrire in un futuro che avrebbe dovuto essere assai prossimo.
Mi fece vedere l'Opera sgorgare direttamente dal suo cuore come una scìa luminosa, e dovetti con ansia seguirne il percorso.
Una infinità di ostacoli sembrava dovessero stroncarla; per lunghissimi tratti la vidi internarsi in profonde gallerie sotterranee, dalle quali finalmente usci vittoriosa per toccare il suo fine.
Quello che il Signore raccomandò, fu di attenersi a una fedeltà massima. Come durante il primo conflitto mondiale (1915-1918), dovetti dare il mio contributo con una partecipazione viva allo strazio di tutte le creature più duramente colpite, lasciarmi adoperare come Lui voleva con una supplica ininterrotta per la cessazione del flagello e fare il possibile perché la vita di comunità procedesse in maniera da compiacerlo interamente.
Immersa nella felicità di Dio
Una mattina (11-4-1939), mentre esponevo al Confessore come anche nelle prove io senta il bisogno di trovare il lato bello, perché provo un'insaziabile sete di felicità, ecco venire, lì, in confessionale, Gesù; e, mentre il Padre parlava, sentivo la sua dolcissima voce dirmi: « Ti pare che l'anima possa viverla sempre la felicità di Dio? ».
« Lo credo possibile », gli risposi.
« Anche sotto la prova e nel tormento delle più torbide vessazioni infernali potrà l'anima conservarsi felice in me? ». Risposi parermi che, pur sottoposta a simili prove, se senza ripiegamenti saprà tenersi nel più fiducioso abbandono in Lui, potrà rimanere nella sua felicità.
« Hai detto bene; va' pure in pace ».
Appena uscita dal confessionale, mi sentii avvolta e immersa nel mare della felicità del mio Dio. Adorando, entrai in cappella e notai una religiosa starsene là, ripiegata su se stessa in modo da non poter neppure accorgersi di quanto Gesù le fosse vicino. Ed Egli: « Ecco una poverina che, piuttosto che sollevarsi alla mia felicità, si accascia sotto il peso della sua miseria; si ferma a ciò che passa, trascurando quello che solo rimane. Quanto mi è cara l'anima che si affida al mio amore! lo non la abbandonerò mai. E quando si fosse tanto ripiegata su se stessa da impedirmi di effondere in lei quei tesori di grazia che le riservavo, l'attenderei con le braccia aperte, anelando l'istante di poterla stringere a me ».
Due ore più tardi, sentii come gettata su di me una pesantissima cappa di piombo e mi trovai come separata dal Signore e nell'impossibilità di andare a Lui. I miei gridi, i miei slanci di fede venivano come spezzati e resi impotenti a sollevarsi. Lo spirito era nell'oscurità più fonda; la memoria priva del ricordo delle grazie ricevute, la fantasia tormentata da macchinazioni diaboliche, tutto l'essere sensibile avvelenato dal tedio, dalla nausea verso il bene, il fisico come un peso morto da non potersi trascinare. Non avrei mai creduto che ci si potesse trovare in un simile stato di prova. Quanto mi riuscì faticosa la reazione!
Eppure (e in questo riconosco la grazia del Signore) mi venne data la forza di potermi mantenere in equilibrio, di non ripiegarmi, di continuare il mio canto d'amore, di man-
tenermi con la volontà in Dio. E' stata una prova delle più tremende.
Ho compreso che Gesù desidera che le anime riparino, con lo splendore dell'immolazione, i peccati dell'umanità. Mi sentivo adoperata da Lui per i suoi fini, e ciò mi dava la forza di rimanere nell'abbandono.
Le correnti vivificatrici della grazia
Nel 53° anniversario del mio Battesimo (18-4-1939) vidi che, nell'istante in cui scendeva su di me l'acqua lustrale, incominciarono ad effondersi dal Triplice Trono sull'anima mia abbondantissime correnti di acque cristalline, limpide, pure, vivificatrici, d'indicibile bellezza. Queste correnti erano distinte e significavano: la prima, la purificazione; la seconda, tutte le grazie che avrei ricevuto nella mia vita, corrispondendo alla divina elezione; la terza, le grazie proprie dell'Opera.
La purificazione, come effetto proprio del Sacramento, inizia la comunicazione tra Dio e l'anima; ed è una meraviglia vedere come le tre adorabili Persone da quel momento siano impegnate a compiere il loro lavoro nell'anima rigenerata per portarla al fine al quale vogliono farla pervenire. Tale grazia è per tutti i battezzati, ma non nello stesso grado d'intensità.
Il fiume delle grazie particolari sull'anima mia mi parve di una vastità impressionante. Fin da quando ero del tutto inconsapevole, Iddio mi avvolgeva della sua predilezione, mi preveniva, mi fortificava, mi dirigeva e illuminava, addestrandomi a un lavoro di finissimo perfezionamento.
Mi vidi, quale figlia della Chiesa, fruire di tutte le sue ricchezze, nutrita al suo seno e fatta partecipe dei suoi tesori di grazia. Quale immenso cumulo di grazie nel corso della mia vita ad oggi!
Ne rimasi confusa; e, dopo essermi profondamente umiliata per non aver sempre corrisposto con quella fedeltà che un così grande dono richiedeva, mi lasciai trasportare dall'impeto della gratitudine per effonderla nella lode e nel rendimento di grazie.
Il terzo fiume di acque riguarda l'Opera, e sono le grazie tutte proprie della nostra vocazione. Quanto sono preziose! Vidi l'Opera nel cuore della Chiesa, della quale riporta scolpiti in sé gli splendori, e le anime che ne costituiscono il drappello, come canali di trasmissione derivanti dalla sorgente viva che vi si ammira al centro: il Santissimo Sacramento. Nella corrente delle grazie inerenti alla vocazione ho distinto tre sbocchi: il primo, in ordine alla propria personale santificazione; il secondo, ordinato al consolidamento, allo svolgimento del disegno divino sull'Opera; il terzo è per il conseguimento dei fini dell'Opera stessa, onde dia realmente alla Chiesa (e al Sacerdozio in particolare) quegli aiuti che è in pieno diritto di attendere da noi.
Gesù viene a cogliere il suo primo fiore
Entrò nelle divine permissioni il vedermi ridotta - nel gennaio 1940 - ad una quasi assoluta immobilità, necessaria (come mi fece comprendere il Signore) per la Chiesa e per la povera umanità, ma anche per accumulare, per le mie figliole presenti e future, quel deposito di grazia, dal quale poter attingere quando non avrebbero più avuto il sostegno che loro lasciava al presente.
Non ero sola a soffrire in quel tempo; altre piccole ostie erano già segnate dall'impronta del sacrificio e, proprio in quel periodo, una di esse, Suor Maria Chiara della Santissima Eucaristia, superò una crisi pericolosa che fu tuttavia come l'annuncio a dispormi al prossimo dolorosissimo strappo. Già da diversi anni quella benedetta figliola, minata da una grave infermità che nel fiore degli anni l'andava gradatamente paralizzando, sosteneva eroicamente e serenamente un vero martirio.
Ed ecco che il 18 febbraio 1940 dovetti vederla rendere l'anima a Dio... Mi sentii come strappare qualcosa della mia vita, e sperimentai al vivo la sofferenza dell'Addolorata ai piedi della Croce.
Quale forte vincolo è quello della maternità spirituale! Più forte, direi, di quello del sangue.
Fui confortata dalle parole di Gesù:
« Ho colto il mio giglio nel momento della sua perfetta fioritura, attratto dal suo profumo. Non è con la tristezza e col pianto che desidero mi vengano offerte le mie candide spose! ».
Mentre la salma stava per lasciarci, lo spirito di Sr. M. Chiara mi consolò facendomi intendere che l'anima sua era nella luce dell'Eucaristia e aveva avuto il compito di rafforzare, col suo, il canto d'amore delle piccole Ancelle Adoratrici. Queste erano stille di balsamo, ma la mia sofferenza rimaneva quanto mai sentita e profonda.
Dopo un mese appena dalla dipartita della prima colomba dall'Arca, un altro strazio: la morte del mio amatissimo babbo. Prova durissima per il mio cuore. La grazia mi sostenne e riuscii a dominare la mia sensibilissima natura, che niente aveva mai sperimentato di simile.
Durante la ricreazione, parlai di vari ricordi edificanti lasciatimi dal mio ottimo babbo. Mi fu allora ancor più difficile trattenere il pianto, vedendo brillare le lacrime negli occhi di quante seguivano attente e commosse il mio racconto.
Ebbi però il supremo conforto di vedere, in seguito, lo spirito del babbo mentre stava per entrare in Paradiso:
« Vengo a ringraziare te e queste anime buone per avermi affrettato il possesso dell'eterna felicità! ».
Mi sentivo sola col Solo
Nel giorno anniversario del mio Battesimo (18-4-1940) mi sentii come strappata a forza dal mio niente e quasi sollevata e immersa nell'oceano della Divinità. Dopo questa grazia, mi sentii orientata in una direzione nuova. La luce abbagliante quasi mi accecava. Non più immagini o simboli, ma la stessa spiritualissima Essenza di Dio si comunicava ineffabilmente alle potenze del mio spirito, così da sentire l'anima mia in Lui, immedesimata alla sua vita, che respiravo come l'aria e mi appagava pienamente.
Era una comunicazione di amore, di forza e di luce che superava ogni altro favore ricevuto fino a quel momento, tanto che non avrei mai creduto che nell'esilio si potesse venire portati tanto in alto.
Da quella regione alla gloria, ritengo che il passo sia assai breve. Sulle prime ne rimasi sgomenta, sembrandomi di non poter fare più neppure un atto di umiltà o di qualsiasi altra virtù.
« Prova pure (ammoniva Gesù) se puoi ancora tornare alla tua miseria! Ormai è tempo che tu viva unicamente di me e del mio amore, lasciandoti penetrare dalla luce che vuole, dirigerti e muoverti con assoluta libertà. Tienti passiva in me e non temere; vivi della grazia del momento, dandomi di poterti penetrare sempre più à fondo. Ti voglio tutta e unicamente perduta nel mio amore. Essendo, però, ancora nell'esilio, sta' bene attenta a non mancare ai doveri che hai verso Dio e verso il prossimo ».
Mentre mi teneva in uno stato che avrei detto inconciliabile con un indirizzo di vita ordinaria, mi voleva attentissima in tutto e per tutto. Sentivo che una sola infedeltà mi avrebbe fatto discendere dalle altezze nelle quali, per pura bontà del Signore, ero stata portata. Questa altissima unione e penetrazione di Dio non viene distratta dalle occupazioni materiali, anche le più pressanti. Tuttavia, nel silenzio e nella solitudine l'anima può attendere con maggior libertà all'orazione e intensificare l'unione.
Ero in Dio come il moscerino perduto in un oceano di luce; di più, per istanti brevissimi, ma sufficienti a darne l'intuizione, pareva che Dio, lasciando cadere l'ultimo velo in cui si cela, facesse intravvedere se stesso. Altro non saprei dire; la realtà supera ogni umana espressione.
Niente come questi alti doni di grazia fanno conoscere all'anima la sua originaria bassezza e l'immensa liberalità del Signore, provocando nella povera creatura una smisurata gratitudine e un immenso amore. Ammirazione, riconoscenza, adorazione: ecco le disposizioni del mio intimo. Non mi era dato di poter fare altro; ero come strappata da me e da ogni altra operazione mia propria, e tenuta sotto il dominio di un amore geloso fin di un respiro.
Mi sentivo sola col Solo...
La guerra
10-6-1940. Ed ecco noi pure in guerra! Quanto mi fu penoso e quale prova per la mia fede dover constatare un così aperto contrasto con quanto mi era stato promesso in passato a favore della nostra Patria!
È vero che certe promesse erano condizionate a volontà umane... ma, il vederci sotto lo sdegno di Dio, parve schiacciarmi sotto il peso di una delle più gravi responsabilità.
Per la salvezza dell'Italia, per l'intera famiglia umana, per essere in grado di dare il nostro contributo, di quale tempra dovremmo essere! Per la mia anima, dal momento della dichiarazione di guerra, avvenne un cambiamento assoluto. Improvvisamente, dalle regioni luminose nelle quali ero tenuta, piombai in orridi precipizi, irti di spine, ov'era impossibile reggersi in piedi e tanto meno avanzare.
Tutto accettai perché il muro bronzeo che separa la terra dal Cielo venisse abbattuto e i fiumi della misericordia divina si aprissero il varco per rinnovare e salvare l'umanità.
Non volli sgomentarmi. Dal mio precipizio, cercai di spingermi fin sul Cuore divino e di rimanervi. Il solo palpito di quel Cuore mi nutriva e riposava.
17-7-1940. Sono stata impegnata in una sofferenza delle più intense e tenuta come sospesa sui luoghi colpiti dalla guerra. Immedesimata allo spasimo di tutti i colpiti a morte, sentivo nel cuore lo strazio delle madri, delle spose, dei figli.
Mi sentivo con Maria sul Calvario. Offrivo tutto in unione all'immolazione della Vittima divina; e vedevo con sommo conforto come tante anime, da quel martirio, salivano alla luce della Patria celeste. Non vi è creatura umana che io sappia nella sofferenza (fosse pure l'ultimo negro dell'Africa) che non impegni il mio zelo.
In questo momento il mio campo d'azione è immenso. Mi valgo delle preghiere e sofferenze della comunità per allargare il torrente della misericordia, affinché tutti ne vengano beneficati.
« Quello che permetto al presente, dice Gesù, è un castigo, ma ancor più una medicina d'amore. Non posso vedere andar travolte anime che la mia redenzione ha conquistato per il Cielo. Con questo battesimo di sangue voglio salvare e rinnovare l'umanità. Il mio Cuore arde d'amore per tutte le mie creature... ».
Alla presenza del Padre
10-6-1941. Al principio della Messa, l'anima mia intuì immediatamente di trovarsi alla presenza del Padre.
In un primo momento, rimasi quasi sopraffatta dall'immensità, dalla potenza, dalla forza di quella luce superna che sfolgorava nella Prima Sorgente, e sarei fuggita per sprofondarmi nel mio niente, non desiderando che ridurmi in polvere in omaggio a Lui.
Mentre, in un supremo annientamento, adoravo questo grande Iddio, Egli si avvicinò, discese fino a me e mi sollevò a sé.
Allora, al sentimento che direi quasi di paura (che non è altro che lo sgomento prodotto dalla chiarissima vista che contemporaneamente percepisce, dei due opposti, il tutto di Dio e il niente della creatura), che prima tendeva ad allontanare, successe uno slancio di filiale confidenza, un irrefrenabile impulso di abbandonarmi nel seno paterno di Dio, sprofondandomi nello splendore della Divina Essenza. Quale appagamento per l'anima!
In quell'oceano di chiarezza, tutto forza di vita, sotto l'impulso di una grazia vivificante, illuminante e trasformante, mi sentii completamente rinnovata. A quel contatto, l'intelletto apprende con la massima facilità le verità più ardue; i misteri più sublimi divengono quasi comprensibili; ma soltanto dopo che il primo effetto di tale illuminazione soverchiante è passato, se ne può dire qualcosa.
Non facevo che ripetere col cuore colmo di gratitudine: « Padre, quanto vi amo! Come siete buono! Venite a visitarmi spesso! », e con confidenza filiale gli raccomandavo la Chiesa e la povera umanità. Varie volte l'ho ringraziato per averci dato il suo Figlio, per averlo lasciato per noi nel Santissimo Sacramento. Il ringraziamento veniva quanto mai spontaneo perché, in quell'abbraccio che mi dava nuova vita, la fede e l'amore ingigantivano.
Il nostro Dio è più buono che grande!
Egli rimane conquistato dalla semplicità dei piccoli. Posso dire che la mia vita è così colma di Dio da non riuscire a desiderare neppure il Cielo... Non vorrei che fosse illusione, ma mi pare di aver raggiunto una stabilità in questa unione e che niente abbia la forza di distogliermene. Sento di portarlo in me, il mio Dio, e di essere in Lui. Riposando sul suo seno, trovo un ristoro che nutre le mie potenze e mi permette, pur nella quiete, la più intensa attività. Attività nella carità, perché, mentre il contatto intimo con Dio accende di amore sempre crescente per Lui, intensifica pure la carità verso il prossimo.
Senza che il pensiero debba portarsi alle diverse persone, portando tutti in me, mentre amo, adoro e ringrazio, peroro intensamente per tutti. Questo stato mi piace tanto, perché mi dà modo di esplicare la mia missione più efficacemente di ogni altro.
Sì, è questo l'apostolato riservato alla contemplativa; e, soltanto quando essa tocchi il più alto grado dell'unione con Dio, potrà degnamente assolverlo. La potenza di un simile apostolato supera quello delle più svariate attività dell'apostolato di azione ed è di tutti la forza motrice, la linfa vitale.
Un piccolo Carmelo eucaristico
16-1-1942. Si leggeva in refettorio la biografia di una grande carmelitana: Madre Maria di Gesù, fondatrice del Carmelo di Paray-le-Monial, ed io, sentendo quella lettura, mi umiliai profondamente davanti al Signore per non aver saputo infondere nelle anime a me affidate il vero spirito di orazione.
Egli, compiacendosi di vedermi convinta della mia incapacità, mi spiegò la differenza che passa tra la vita del Carmelo e la nostra.
La vocazione carmelitana porta le anime ai più alti gradi di orazione; la nostra vocazione eucaristica, le deve portare alla perfezione dell'adorazione.
Perciò, la caratteristica delle adoratrici sarà l'annientamento, in una via in cui prevale la fede, senza apparato di singolari doni carismatici, ma che le solleverà ugualmente alle vette della contemplazione. È perciò assai diverso il lavoro di formazione delle adoratrici da quello delle carmelitane.
Mi rappresentò poi il Carmelo sotto il simbolo di una grande Croce che apre le sue braccia su tutta la terra, illuminandola con la luce irradiante della Vittima Divina; e la nostra piccola Opera con un Sole: Gesù, presente e vivente nell'Eucaristia, che dal suo nascondimento dispiega l'onnipotenza della sua grazia.
Il Carmelo, con la sua austerità, forma grandi anime di orazione, mentre il nostro soave Carmelo eucaristico forma delle piccole adoratrici.
E spiegava:
« Sono rimasto sulla terra nello stato sacramentale per associare le anime alla mia adorazione al Padre, affinché anche dall'esilio potesse ricevere il grato omaggio di una adorazione in spirito e verità.
Nessuno potrebbe andare al Padre se non per me, e il mio amore ha trovato il modo di farsi via alle anime per portarle al Padre. Quanto desidero poterle associare alla mia adorazione! ».
« Se saprai credere... »
Nel gennaio del 1942, in seguito a un periodo dei più provati, venni colpita da paresi al lato sinistro e rimasi a lungo in uno stato di grande sofferenza.
I pericoli di guerra si fecero ogni giorno più gravi; la frequenza dei bombardamenti andò aumentando; spesso gli allarmi ci costringevano a riparare nel rifugio, e tante volte di notte.
Le mie condizioni non mi avrebbero permesso il minimo movimento, ma non mi trattenni mai dal seguire le mie figliole per tenerle tranquille. Ne avevo delle gravemente inferme, sulle quali la paura agiva come un veleno, e mi sentivo moralmente impegnata in un dovere che avevo assunto coi familiari di tutte, che avevano fatto tanta pressione perché ci decidessimo a lasciare la città e ci mettessimo al sicuro.
Si acutizzò la crisi economica con conseguenti disagi, ma il Signore non permise che mi lasciassi influenzare da dubbiezze e ansietà. Anche davanti a un crollo, avrei dovuto continuare a cantare il « Magnificat »; « Soltanto se saprai credere, ammirerai il trionfo della mia onnipotenza! ».
Mi dissero che ritirassi almeno le artistiche vetrate del tempio, ma, riflettendo che ovunque le avessi riposte, sarebbero state ugualmente in pericolo, preferii lasciarle al loro posto, perché quei Santi e quelle Sante che raffigurano, avessero fatto da sentinelle.
E così fu, manifestandosi prodigiosa la divina assistenza su di noi. Si sarebbe detto che il Signore si compiacesse allora di rinnovare i prodigi compiuti ai tempi di Noè con le creature rifugiate in questa nostra Arca, galleggiante ora su un diluvio di fuoco e di sangue. Fummo assistite, provvedute, difese.
Bombe cadute nel nostro recinto e rimaste inesplose, interrate nelle aiuole; formazioni di aerei disperse; schegge di proiettili penetrate in casa, che ci lasciarono incolumi...
Non si dovettero lamentare che rotture di vetri, scalfitture di pareti, danni indifferenti a confronto delle rovine che ci circondarono. E dire che, nell'attiguo Collegio S. Giuseppe, i tedeschi avevano stabilito il loro stato maggiore, cosa che fece di questa zona uno degli obiettivi più bersagliati.
Il mio timore era che anche la nostra casa venisse requisita.
Infatti, seppi poi che quei nostri temibili vicini ne avanzarono la domanda. Non saprei dire quanto supplicai il Signore perché venisse scongiurato questo pericolo. Seppe pensarci Lui! Ogni volta che il comandante, con un gruppo di ufficiali, si mosse per venire a significare la decisione presa, fu fermato dall'allarme; e, in seguito, ricevette l'ordine di partire immediatamente per altra destinazione.
Il vedere la nostra Nazione ridotta a tanta rovina fu per me una delle più sentite sofferenze. Senza un particolare aiuto dall'alto, non so se avrei potuto resistere...
Gesù confida i desideri del suo Cuore
5-6-1942. Sono tenuta in uno stato di profondissima immolazione, ma voglio vedere in questo un nuovo segno dell'amore del mio Dio, del quale non potrei dubitare. E’ un amore che opera potentemente nel silenzio e nell'annientamento, esprimendo così la sua forza.
In questo modo intendo riparare alle tante incomprensioni, freddezze e ingratitudini con le quali il divino amore viene accolto dalla maggior parte degli uomini.
Proprio questa mattina (primo venerdì del mese), Gesù si è degnato aprirmi i segreti del suo Cuore; ed io sono rimasta immedesimata alle sue sofferenze.
Quanto gli torna dolce potersi intrattenere con le sue creature amate per manifestare loro quanto, per amore, volle subire nella sua amarissima Passione!
« Lo spasimo culminò nelle ultime ore della suprema immolazione. La mia umanità soffriva indicibilmente; tuttavia, ciò che costituì il martirio più tormentoso fu l'angoscia del Cuore.
Più che la spietata crudeltà dei crocifissori (che compativo e amavo, perché non sapevano quello che facevano: non mi conoscevano, non potevano conoscermi...), mi oppresse 1'incorrispondenza, l'ingratitudine delle anime maggiormente favorite.
In quelle ore tremende ebbi presente quanto sarebbe avvenuto all'umanità fino alla fine dei tempi; ed ogni anima mi fu nel cuore.
Ero disceso in terra per imprimere il mio sigillo d'amore nei redenti, e a prezzo di tutto il mio sangue ottenevo alle anime la salvezza e l'eterna felicità, ma venivo ricambiato con l'insulto, la derisione, l'ingratitudine.
Nei poveri peccatori pentiti trovai un sollievo e - nella persona del buon ladrone - in forza del mio ultimo palpito, li vidi accogliere la salvezza.
Molti, molti si salveranno!
Ma i prediletti, gli amici del cuore, sarebbero forse riusciti a rendere vano lo stesso onnipotente sforzo del mio amore?
Fu questa l'ambascia mortale che mi strappò il lamento: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?".
Il mio disegno di amore, però, non avrebbe potuto restare inappagato. Il trionfo finale avrebbe dovuto essere dato alla Carità, e a questo fine, la Giustizia del Padre aumentò il rigore sulla sua Vittima, facendole comprendere come sarebbe stato necessario che la soddisfazione continuasse da parte di quelle anime fedeli che avrei dovuto associare alla mia immolazione espiatrice.
Non è possibile a mente umana penetrare l'abisso del mio intimo martirio. Una creatura sola lo comprese: la Madre mia. Nell'anima e nel cuore di Lei, che tutto accolse il mio spasimo, trovai sollievo e conforto, mentre mi era penosissimo vederla in tanto strazio.
Rimase eretta sotto la Croce, perché il dolore l'aveva impietrita. La sostenne la forza del suo materno amore.
Al presente, non potendo più soffrire nella mia umanità gloriosa, soffro nelle membra del mio Corpo mistico, nelle mie creature predilette ».
« Fate penitenza! »
28-8-1942. Sono ancora viva per miracolo. Dopo una crisi di cuore che mi aveva lasciata stremata di forze, ho dovuto subire una vessazione diabolica delle più terribili.
Il nemico mi si è avventato contro con una violenza che mi avrebbe schiacciata, se la mia buona Madre celeste, fervidamente invocata, non avesse prontamente risposto al mio grido. Con uno sforzo superiore, questa mattina son voluta scendere in cappella per la S. Comunione, ma mi sono poi dovuta ritirare prontamente e mettermi immobile ad occhi chiusi fino all'ora della mensa comune, alla quale ho potuto partecipare perché la Madonna mi aveva alquanto ritemprata, facendomi riposare sul suo cuore.
Non saprei dire come sia avvenuta la cosa, ma di fatto mi sono realmente sentita sul cuore materno di Maria, del quale percepivo i palpiti, e vi ho riposato soavemente come un bimbo.
Mentre ero da Lei tenuta così, ho intuito che venivo offerta quale ostia di riparazione e propiziazione alla SS. Trinità, in una invocazione di pace per il mondo.
Era bella e dolce anche la sofferenza in quel momento di paradiso; ma sapevo bene che, passati quegli istanti, una volta lasciata alle mie sole forze, le mie disposizioni sarebbero mutate; perciò me ne umiliavo profondamente.
La Madonna mi ha detto:
« Figliola, quando ci siamo veramente offerte per il compimento dei divini disegni, non dobbiamo mai, nella prova, fermarci alla prima impressione che ne riceve il sentimento; ma, superata questa, con uno sguardo di fede - per rimanere nel perfetto abbandono in Dio - dobbiamo fissarci nella sua sapienza, giustizia e bontà infinita ».
Gesù vuole che tenga costantemente lo sguardo sulla Madre sua per imitarla e seguirne le orme immacolate.
28-9-1942. Il Signore, per i gravissimi delitti che si vanno compiendo, ripete: « Fate penitenza, altrimenti perirete tutti! ».
Siccome mi domandavo quale penitenza avesse potuto desiderare da noi, mi ha spiegato:
« Le anime fedeli sanno trovare sempre il modo di offrirmi un sacrificio gradito; ad ogni respiro moltiplicano le loro minime penitenze, che sono tali da non poter certo alimentare l'orgoglio. Ogni superamento che l'anima s'impone per essermi totalmente fedele, inclina il mio cuore al perdono verso l'umanità.
Se si conoscesse il valore della sofferenza! Io l'ho scelta dal Presepio alla Croce.
La terra è un arido deserto, eppure nelle sue profondità racchiude gemme di inestimabile pregio, profuse in essa dalla liberalità dell'Altissimo ».
In così dire, ha posto sotto il mio sguardo il quadro terrificante del mondo quale è ridotto al presente: odio, fame e un cumulo immenso di mali e di rovine che l'occhio si stanca di vedere, e tutto in causa del peccato.
La separazione da Dio sembra essersi fatta tanto netta e insuperabile da credere assolutamente impossibile un riavvicinamento.
Eppure, l'unica chiave capace di riaprire le comunicazioni fra la terra e il Cielo è soltanto la sofferenza.
Il Signore la permette a questo fine. La getta in terra, ove cade con lo splendore di una gemma preziosa; ma sono pochi coloro che si chinano a raccoglierla riconoscendone il valore.
Quali tesori sono lasciati nel fango!
Il Signore chiede che siamo pronte a seguirlo nella via dolorosa per il trionfo dei suoi piani di misericordia e di salvezza, che ci slanciamo con ardore di carità per cooperare alla salvezza dei fratelli. È il momento della donazione suprema, ed è necessario scuoterci dal torpore, ricordando il monito divino:
« Se non fate penitenza, perirete tutti! ».
Nuove luci sul Sacrificio Eucaristico
28-12-1942. Per ravvivare la mia fede e il mio apprezzamento, la bontà del Signore mi ha dato nuovi lumi sul Sacrificio Eucaristico.
Al momento della Consacrazione ho potuto intuire come Gesù, appena il Sacerdote ha pronunciato le parole della formula, si sia reso presente. Non saprei dire il modo di questa presenza, essendo cosa che sorpassa ogni umano intendimento.
A me si è manifestata come una luce significante la reale presenza di Gesù Sacerdote sommo ed eterno che, mediante la sua rinnovata offerta, ci irradia con la potenza vivificatrice della sua grazia.
Nell'istante della Consacrazione trovavo come assommati tutti i Misteri della vita del Salvatore, avendo in quella circostanza, rilievo tutto particolare quello del Natale che si commemorava.
Coglievo le affinità della nostra missione con quella di Maria santissima e vedevo la preziosità della vocazione eucaristica incentrata nella Messa ed assumente da essa il suo valore e la sua fecondità. Mi pareva che l'intero universo non fosse che un grande Altare, dal quale saliva al Trono dell'Altissimo l'unico sacrificio accetto, il solo capace di placarlo e ottenerci misericordia e pace.
Attraverso la S. Messa vedevo realizzata e in atto la Comunione dei Santi: l'unione fra le Chiese militante - purgante - trionfante. La grande preghiera sacerdotale della Vittima divina è ordinata, con tutta l'opera della Redenzione, alla gloria del Padre e alla nostra salvezza: non potrebbe avere altro fine.
Mi pare di aver compreso come non soltanto i Cristiani, ma tutti, a qualunque religione appartengano, senza distinzione di razza e nazionalità, abbiano aperta innanzi la possibilità della propria salvezza; infatti, la Redenzione è stata consumata per tutti.
Il vedere tale consolantissima verità nella luce di Dio, fa dimenticare i piccoli, limitati interessi che possano pure allargarsi ad abbracciare la nostra Nazione; ci si sente membri di una sola famiglia, tutti figli dello stesso Padre, e non ci si interessa di altro se non di implorare quanto sta massimamente a cuore a Gesù, cioè di riportare al suo paterno abbraccio di amore tutti i fratelli.
Il Signore vuole che ci si tenga intenzionalmente associati alle Messe che vengono celebrate su tutta la terra nelle 24 ore del giorno, in spirito di offerta, concorrendovi mediante i piccoli o grandi sacrifici che ci si presenteranno. Si entra così nello spirito e nelle intenzioni della preghiera sacerdotale di Gesù e, infiammati dalla carità che arde nel suo Cuore, si è disposti a tutto soffrire pur di cooperare alla salvezza dei fratelli.
Omaggio di riparazione
9-10-1942. Mi viene tenuto innanzi un quadro impressionante. Pare che l'odio satanico trionfi: templi, monasteri, abbazie celebri, case religiose vengono ridotte a cumuli di rovine; opere d'arte che formavano il vanto di nazioni e di città, atterrate, distrutte...
È cosa impressionante constatare come di fronte alla morte che miete continuamente innumerevoli vittime, domini la più cinica indifferenza, l'amore al piacere, a una vita paganeggiante, l'incredulità, il materialismo. I richiami della Misericordia divina non riescono a fare breccia in cuori affondati miseramente nel fango. Mentre i buoni sono oppressi da tanti mali, i più si adattano a seguire supinamente la corrente comune.
In questi giorni sono stata portata ad assistere a scene raccapriccianti. Pare che di proposito, nei bombardamenti, vengano prese di mira le chiese per fare oltraggio al SS. Sacramento.
In un tempio miseramente colpito, le sacre particole, rovesciate in terra, sono state calpestate dai fuggenti terrorizzati; ed in altro luogo, mentre il celebrante (che ancora non aveva consacrato) fuggiva insieme ai fedeli, un'orda di forsennati irrompeva nella chiesa e, fattisi all'altare, s'impadroniva del sacro calice e della pisside profanandoli nel modo più orribile.
Ne sono rimasta finita dal dolore.
Il Signore mi porta nel luogo ove avvengono queste profanazioni, perché rimanga in profonda adorazione a quelle sacre Specie.
E' vero che l'adorabile Corpo di Gesù non ne viene toccato e che Iddio resta nel suo immutabile gaudio; eppure riceve l'affronto di quegli oltraggi, per soddisfare i quali dovrebbe inabissare l'universo...
Per rianimarmi un poco, mie stata mostrata una bella schiera di Angeli aventi il compito di rendere omaggio di adorazione e riparazione alle sacre Specie che rimangono sepolte sotto le macerie, oppure profanate. Essi le raccolgono tutte in un calice e vanno a riversarle in quelli dei Sacerdoti che stanno celebrando.
Io pure vengo associata a questa riparazione e tanto spesso ripeto realmente la comunione.
Gli Angeli deplorano che l'uomo, tanto favorito dall'amore di Dio, calpesti in tale maniera i suoi preziosissimi doni.
Mentre gli uomini ingrati calpestano il Dono del suo amore, Gesù rinnova al Padre la sublime preghiera dell'infinita carità: « Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno! », e desidera che noi presentiamo spesso a Dio il suo annientamento sacramentale come la più fervida supplica in favore dei poveri peccatori, suoi fratelli. L'arma delle nostre vittorie dev'essere unicamente l'amore.
Un gran calice
7-12-1942. I bombardamenti non risparmiano la nostra città; vengo perciò ripetutamente consigliata allo sfollamento. Intanto, il desiderio di Gesù è che gli continuiamo senza interruzione l'adorazione eucaristica. Non sarà facile che io mi pieghi a quanto detta la prudenza umana... La divina predilezione ci sta intorno come un muro di difesa. « Nessuno potrà toccarvi o nuocervi, dice Gesù, se vi terrete in quella fedeltà che tanto rallegra il mio cuore ». Quante volte ha ripetuto e promesso che quest'Arca galleggiante su un diluvio di sangue e di fuoco si sarebbe salvata; e le anime in essa racchiuse, quali colombe, avrebbero contribuito a portare al mondo la pace!
10-1-1943. Alcuni giorni or sono mi venne comunicata la notizia della morte della mia mamma. Quello che sperimentai ricevendo quella lettera abbrunata non è possibile esprimerlo... Cercai di concentrarmi nell'adorazíone della divina Volontà, e questo atto di adesione mi fece sentire vicinissimo il mio Dio che, avvolgendomi di un tenerissimo abbraccio, mi fece gustare l'ineffabile soavità della sua paternità d'amore.
« Non è giusto che, mentre ti chiedo il sacrificio della creatura più cara che tu avessi sulla terra, ti faccia sentire che non sei sola e che hai la tua vera famiglia in Cielo? ».
Sotto la stretta del dolore mi raccolsi in preghiera e, da Maria santissima, venuta accanto alla sua povera figliola per farle posare il capo sul suo cuore, ricevetti l'ultima manifestazione di affetto che mi avrebbe dato la mamma.
Dopo la S. Comunione del giorno appresso mi parve comprendere che l'anima della mamma era già nella pace di Dio, e mi giunse l'eco della sua voce: « Che hai fatto, Palmina mia, per ottenermi una così grande felicità? Adesso capisco perché tu trovasti la forza di lasciarci per seguire la tua vocazione! Fallo sapere a tutti i fratelli quanto sono felice ».
2-10-1943. Giorni fa ebbi una comunicazione di luce tanto forte da farmi stentare a riprendere contatto con la terra. Di solito questi favori precedono le più dolorose prove; infatti, poco dopo, mentre si era nel rifugio, il Signore venne a presentarmi un gran calice, dicendomi che mi restavano ancora da sorbire molte stille amare, che mi tenessi disposta e pronta.
Nello stesso giorno appresi che il 25 settembre, in seguito a un rovinoso bombardamento sulle città di Bologna e di Firenze, erano morti mons. Luigi Balestrazzi, direttore spirituale del seminario, da poco nostro confessore ordinario, e il Padre Antonio Amadori, gesuita, che doveva venire a predicarci gli esercizi annuali.
Fu una desolazione per la nostra città: innumerevoli le vittime, fra le quali: parenti delle mie figliole, am i e conoscenti.
Ebbi sul cuore le sofferenze di tutti.
Come avrei voluto essere capace di soddisfare in pieno tanto rigore di giustizia, pur di vedere arrestata la furia distruggitrice di quei flagelli!
Il Padre Antonio Amadori, fin dai primissimi passi dell'Opera, mi era stato di valido aiuto ed appoggio; in seguito mi ha aiutato assai con la sua direzione spirituale nella formazione delle religiose e pure indirizzando buoni soggetti e con la predicazione degli esercizi spirituali. Era un'elettissima anima sacerdotale che conservava intatta la candida veste battesimale; e ritengo sia direttamente volata alla gloria. Lui beato! Ma quale perdita per la comunità...
Mons. Luigi Balestrazzi faceva, pure lui, un gran bene a questa famiglia religiosa, e tanto nel seminario della diocesi.
Era un santo. Lo avremo a valido protettore e ammireremo un giorno quale premio abbia ricevuto dal Signore. Li ho sentiti fortemente questi strappi; ma nella prova ho compreso di dovermi fissare ancor più fortemente in Dio che, scoprendomi la sapienza delle sue permissioni, finisce con l'impegnarmi nell'adorazione e nella lode. Non scompare la sofferenza; ma, per l'effetto di questa accettazione, va infine a sfociare nel gaudio. Sento che, per pura grazia di Dio, la mia disposizione interiore ad ogni momento e in ogni permissione, non è che l'essenza di un Magnificat mai sospeso.
Le grazie divine si fanno sempre più attraenti
17-1-1944. Quanto è buono il Signore! Con una degnazione che mi colma di meraviglia, si abbassa fino a me e si tiene in continua conversazione con la sua povera creatura, interessandosi dei minimi particolari della mia giornata. Mi sento attratta da Lui come si usa coi piccolissimi, con delicatezze più materne che paterne. Non potrei dire quanta sia la soavità del gaudio che mi riserva. Non vi è estranea la sofferenza, ma tutto concorre a rendere più intima l'unione e più viva la gioia.
Le potenze spirituali sembrano fissate nel loro centro di riposo, tanto che l'occuparmi dei miei doveri, il parlare, non mi distrae né interrompe il mio intimo conversare con Dio.
È una grazia, questa, che fin dal principio domandai al Signore; e gliene sono grata più dei favori straordinari che mi concede.
Come potrei attendere ai doveri del mio ufficio se, come si legge di certi mistici, dovessi rimanere alienata dai sensi e impotente a tutto? Quello che mi meraviglia è il constatare come l'Altissimo, del quale sempre meglio conosco le perfezioni, si degni abbassarsi fino alla mia estrema miseria per chiedere con linguaggio infuocato d'amore: comprensione, corrispondenza, fedeltà.
Gesù sacramentato desidererebbe che ogni volta che ci si porta davanti a Lui, fosse semplice, spontaneo lo scambio delle effusioni di affetto e che non si dovesse sentire la necessità di ricorrere a formule studiate, gradendo assai più che gli si parli come detta il cuore.
Vuole una confidenza piena, che semplicemente manifesti tutto, perché, pur conoscendo quanto gli diremo, l'effusa confidenza stabilisce quella cordialità di rapporti che sono la vita dell'amore.
Nell'amore verso Dio non avviene come a volte può avvenire in quello umano, in cui la convivenza, la consuetudine finiscono per affievolire la fiamma; anzi, avviene il contrario: più ci si avanza nel cammino, più s'intensifica il fervore della carità.
Purtroppo (e questo fa male anche solo a sentirlo dire) si crede che il fervore sia cosa da principianti, effetto dell'ardore giovanile. No, no. Il vero ardore della carità, che non è fondato sul sentimento ma sulla volontà, è sempre in aumento.
Nei primi anni della mia vita religiosa, mi pareva impossibile che vi potesse essere un di più di grazia e di amore di quello che allora sperimentavo, mentre, avanzandomi nell'età, vedo che ogni giorno è una sempre nuova rivelazione della bontà e dell'amore di Gesù e un intensificarsi di unione con Dio. Le grazie divine si fanno sempre più attraenti e danno allo spirito un appagamento sempre più pieno.
Se non fosse così, con un cuore come il mio, sarei stata la più infelice delle creature...
Ma è necessaria un'ininterrotta attività di corrispondenza, altrimenti si perderebbe terreno. Gesù vuole trovare un amore sempre vigilante.
Prezioso olocausto
25-9-1944. Ieri l'altro, fin dal mattino, risentivo quel malessere indefinibile che sperimento ogni volta che viene minacciata la sicurezza dell'Opera; ed ecco che mi si avverte di tenere tutto pronto perché, nel pomeriggio del giorno seguente, si sarebbe dovute sfollare...
Internamente mi sentivo disposta a tutto, adorando le disposizioni della divina Volontà; ma, prima di dare gli ordini per i preparativi, andai innanzi al SS. Sacramento e, dopo aver dichiarato a Gesù le mie disposizioni di accettazione incondizionata, gli dissi che aspettavo l'ordine dal legittimo Superiore (Lui) prima di mettere in agitazione la comunità. Per colmo di prova, il Signore si tenne in silenzio, e non avevo da ricordare che la sua ultima parola: «Potrai credere? ». Con tutta la volontà, andavo ripetendogli: « Credo, Gesù, ma tu sostieni la mia fede »; ed era tanta la violenza che dovevo farmi che anche il fisico ne risentì.
Dopo la Messa, venne un ufficiale per significare la revoca dell'intimazione, dicendo che, almeno per il momento, si sarebbe potute rimanere nella nostra casa.
Evidentemente il Signore era intervenuto e diceva a fatti come pensa a difendere l'Opera sua da ogni assalto. Quanto è buono!
Ai tanti motivi di preoccupazione, se n'è aggiunto uno che mi tiene in grande ansietà: le precarie condizioni di salute della nostra ottima Madre M. Giacomina di Gesù hanno subito un crollo tale da far presagire assai prossima la sua fine. Il vederla ridotta come la vediamo oggi è uno strazio per il mio cuore. Questo non mi distoglie dal mio abbandono nella volontà del Signore e cerco di conservarmi nella disposizione di una amorosa accettazione di quanto Egli vorrà.
Vedo quell'Anima in una bellissima luce, in un ornamento di grazia quale può averlo un capolavoro nella sua completezza; e comprendo benissimo come Iddio desideri averla con sé.
5-10-1944. Lo avevo intuito che il poter rimanere esentate dallo sfollamento avrebbe richiesto alla comunità qualche altro sacrificio, ma non avrei supposto che sarebbe stato quello della morte della nostra carissima Madre M. Giacomina. Quando la vidi semi-paralizzata, ma ancora energica, e la sentii affermare che certamente avrebbe superato la crisi, m'illusi di poterla avere ancora a lungo fra noi.
Tuttavia, sabato scorso, vedendola assai depressa, volli che il Sacerdote la confessasse; e, dopo l'allarme che ci sorprese prima del Mattutino, le ordinai di non muoversi dal letto la mattina seguente.
Prima di scendere in cappella, andai a vederla e la trovai benino; ma poco dopo sopraggiunse una crisi impressionante, superata la quale, in un attimo in cui si trovò sola, tentò di scendere e cadde malamente. Risollevata a fatica e posta sul suo giaciglio, poco dopo spirò.
Me la presi fra le braccia e feci al Padre l'offerta di quel prezioso olocausto. Quell'atto ebbe una profondità di amore e di dolore superiore a quanti ne avevo fatti in precedenza, e mi trovai così sprofondata nel seno paterno di Dio. Quanto fu intimamente sentito quel tocco di grazia! Non mi rese però insensibile, ed ero in uno strazio tale da farmi temere di non poterlo sostenere.
L'Unzione degli Infermi venne data sotto condizione, perché all'apparenza la morte era già avvenuta; eppure, fu soltanto mentre nelle preghiere ritualí si diceva: « In Paradiso ti conducano gli Angeli », che mi parve vedere l'Anima sollevarsi nella luce.
Quali meraviglie di grazia ci ha nascoste l'estrema umiltà di quella santa religiosa!
Durante le esequie, quell'Anima benedetta mi si è mostrata in un trionfo da regina ed ha lasciato questo messaggio:
« Il gaudio che Iddio riserva ai suoi eletti non ha proporzione con le sofferenze sostenute per assicurarselo. Tutto il patire dell'esílio è nulla al confronto del Sommo Bene. Se si sapesse quanto è beatificante vedere Dio e possederlo! ».
« Lasciala a me: debbo portarla a Gesù! »
30-10-1944. La cerimonia della rinnovazione dei voti delle nostre professe è stata contrassegnata da una tale manifestazione del compiacimento divino da renderne incancellabile il ricordo.
Tanto gaudio non era disgiunto dalla sofferenza, causata da diversi motivi, fra i quali il più preoccupante era quello delle condizioni di salute della nostra Suor Maria Rosario dell'Ostia Immacolata; tanto più che avevo intuito che sarebbe presto aumentata la comunità del Cielo... Un'impronta di splendore celeste aveva irradiato l'anima della piccola suora mentre leggeva, con voce stentata, la formula, e mi fu dato di vedere quale glorioso seggio l'attendeva lassù e con quale ineffabile felicità vi avrebbe sciolto in eterno il suo cantico di ringraziamento e di lode. Non avrei però immaginato che soltanto poche ore le rimanessero da trascorrere quaggiù...
Quale schianto per il mio cuore!
Questa mattina, poco dopo il segno dell'alzata, sono stata chiamata in fretta e, portandomi nella stanza di Sr. M. Rosario, l'ho trovata spirante. Pronta, come sempre, al primo tocco della campana, si era disposta ad alzarsi, ma, ricaduta sul guanciale, era rimasta così.
L'ho chiamata forte per nome, perché potesse riconoscere la mia voce, l'ho sollevata sulle braccia per facilitarle il respiro... e in quel punto la Madonna è venuta: « Lasciala a me, mi ha detto; sai bene che queste figliole sono in tua custodia unicamente per venire presentate allo Sposo delle vergini. Questa, debbo portarla al mio Gesù, che l'attende! ». Era tanto bella e luminosa: la luce che l'avvolgeva si rifletteva sul viso della morente che, quasi scossa da un misterioso richiamo e come se vedesse la Madonna che le veniva incontro, si è fissata con un inesprimibile sorriso, che poi le è rimasto sulle labbra, nel volto di Maria e, protendendo le braccia, ha deposto 1'aníma candida, nell'effusione di un filiale abbraccio, sul cuore della Vergine, che l'ha sollevata fino al Trono di Dio.
Quale invidiabile trapasso! Se non si avesse un cuore che sente tanto lo spasimo di questi strappi dolorosi, invece che piangere, si dovrebbe godere, lodare, ringraziare!
Sr. M. Rosario era una creatura angelica, un vero serafino dell'Eucaristia, ma di fisico fragilissimo: è rimasta spezzata dai disagi e dagli spaventi di questo tempo di guerra. Non aveva che 28 anni...
Le esequie, invece che un rito funebre, sembrarono una festa di nozze.
Una singolare processione eucaristica
8-I1-1944. Fummo avvertite dal Cardinale che, in caso di pericolo e nell'impossibilità di avere un Sacerdote, anche una religiosa avrebbe potuto trasportare il SS. Sacramento per metterlo al sicuro.
Subito pensai che quell'incarico lo avrei dato alla Madre M. Giacomina, e pregavo, intanto, che una simile necessità non avesse a presentarsi; ma ella ci aveva da poco lasciate quando, il 6 novembre, mentre eravamo in chiesa, fummo sorprese dall'allarme e da un mitragliare fitto fitto di aerei che sembravano toccare il tetto dell'edificio sacro.
Come fare? Compresi di dovermi assumere personalmente quella responsabilità e mi decisi di trasportare Ostensorio e Pisside.
Il senso del dovere prevalse, ma fu un miracolo se potei reggere. Quando mi accostai al cuore Gesù sacramentato, sentii dirmi:
« Se mi lascio portare da te, non dovrai tu lasciarti portare e adoperare da me? ». Il Signore, essendosi lasciato portare da me, mi vuole ora nelle sue mani di Sacerdote ed Ostia del perenne sacrificio: « Il tuo vivere dev'essere come una Messa continua; ti desidero cosa per i miei Sacerdoti ».
Compresi in quel momento come debba vivere il Sacerdote che ha il privilegio di trattare tanto frequentemente con il Mistero eucaristico.
Un solenne Te Deum
Dopo quella singolare processione eucaristica, mi tenni disposta a tutto pur di compiacere il Signore, ma quante ne dovetti sopportare!
Si disse un'imprudenza inconcepibile quella di non deciderci a sfollare. Mi sembrò allora di camminare su di una lama affilata sospesa su di un abisso... e i colpi si moltiplicarono da ogni parte e, direi, più terribili ancora di quelli delle armi da guerra.
In quello scatenamento, il demonio parve prendersi tutte le rivincite. Andò minacciando che in breve ci avrebbe fatte ammalare e morire tutte. Già altre due figliole stavano lottando contro morbi inesorabili e una terza (la più giovane), in seguito a tanti spaventi e lutti, rimase talmente scossa nel sistema nervoso da non sospirare altro che il suo ritorno in famiglia.
Certo che, pur facendo il possibile perché non mancasse il necessario, restrizioni, privazioni e disagi furono inevitabili; e i fisici ne risentirono.
Mi venne riferito un giudizio che da taluni si fece allora e che mi tornò penosissimo: quel seguito di prove non avrebbe dovuto vedersi come segno di riprovazione da parte di Dio?
Non si sarebbe piuttosto dovuto vedere, in tanta immolazione che ci venne chiesta, quel contributo di riparazione imposto dal momento e voluto dai fini della nostra vocazione?
Nei giorni più terribili dovemmo ridurci a rimanere anche la notte nel sotterraneo. Adibimmo la cripta, ove avevamo posto l'altare per la S. Messa e un tronetto mobile, a cappella dell'adorazione, che non sospendemmo un istante, nonostante le continue raffiche di cannonate e bombardamenti. Avevamo là sotto due moribonde!
Iddio, tanto fervidamente invocato, finalmente si mosse a pietà e, dopo un triduo di SS. Messe, che feci applicare per ottenere la fine della guerra, mentre le sorti della città erano state decretate e si prevedeva una distruzione a tappeto, dal coraggioso Sacerdote Padre Gutty missionario del S. Cuore (P. Dehon) che, noncurante del pericolo, era venuto ogni mattina a celebrare nel nostro rifugio, apprendemmo il 21 aprile 1945 la notizia della liberazione, della tregua.
In parte ignare della desolante situazione della diletta Patria nostra, accogliemmo quell'annuncio come un proclama di vittoria e, con animo colmo di gratitudine, cantammo un solenne Te Deum al nostro vero ed unico liberatore: Gesù sacramentato.
2. IL MERIGGIO 1945-1954
Dal SS. Sacramento, ove raggia l'Umanità santa di Cristo, mi si manifesta la Divinità. E l'anima mia si trova accesa da una fiamma d'amore che la porterebbe a congiungersi in eterno al Sommo Bene, trasformando in un martirio insostenibile la povera esistenza, che pur deve proseguire nell'esilio.
Il dopoguerra ci presenta gli ultimi nove anni di vita di Madre Costanza. È la piena maturità, il meriggio della sua vita, quando cresce al massimo lo splendore della sua luce e l'incandescenza del suo fuoco d'amore. Sull'umile trama delle vicende quotidiane Madre Costanza porta a termine il tessuto d'oro di crescente pregio e bellezza di quel capolavoro divino che è la sua vita spirituale.
Sempre di più ella dice: « Vivo vita trinitaria »; « Sono a banchetto con i miei Tre »; « Pregusto gli eterni silenzi della beatitudine »; « Mi ritengo la figliola più felice accanto al Padre tanto buono ».
La sua spiritualità eucaristica spicca sempre di più come spiritualità trinitaria, cristocentrica, mariana, ecclesiale e liturgica. La centralità del Mistero di Cristo è sempre più evidente.
Per lei come per la Chiesa c'è da fare una nuova Incarnazione e una nuova Epifania del Mistero di Cristo. Sotto questo, come sotto tanti altri aspetti, Madre Costanza anticipa il Concilio Vaticano II, che nel suo primo documento dice: « I fedeli devono esprimere nella vita (ecco l'Incarnazione) e manifestare agli altri (ecco l'Epifania) il Mistero di Cristo
Questo Mistero di Cristo, per la Madre come per la Chiesa, ha il suo centro vitale, perennemente attivo nell'Eucaristia, che è prolungata Incarnazione, prolungata Epifania, come è prolungata Redenzione e Pentecoste.
In quel Mistero Gesù dà perennemente a Dio la gloria e agli uomini la salvezza. Senza di esso è impossibile per gli uomini dare gloria a Dio e ricevere la salvezza. La più potente centrale atomica è dunque l'Eucaristia, la più grande forza di risurrezione per il mondo.
Madre Costanza, figlia della Chiesa, ha azzeccato in pieno il succo del Vangelo. Non c'è altro da fare al mondo che dare a Dio la gloria e agli uomini la salvezza. Nessuno fa questo meglio di Gesù nell'Eucaristia. Nessuno può collaborare meglio con Gesù Redentore che col fare blocco col Mistero eucaristico, ponendolo al centro della propria vita e della propria attività.
Fra le multiformi e geniali definizioni dell'Eucaristia, che la Madre dissemina nei suoi scritti, ci sono queste: « La massima meraviglia di Dio », « La leva più potente per sollevare il mondo dall'abisso », « L'arma più sicura per le più grandi conquiste ».
Secondo la Madre, l'ultima meta della vocazione eucaristica è questa: « Portare l'anima, immedesimata, trasformata in Gesù-Ostia, ad iniziare, nell'adorazione, nella lode, nell'amore, la sua beatifica comunione col Padre celeste ».
Nella Madre Costanza predomina la lode e il ringraziamento. Ma proprio tale lode, unita alla vita d'unione con Dio, è la più grande forza d'impetrazione. Dal « serbatoio colmo di grazie » che è l'Eucaristia ella trae fuori per gli uomini e per il mondo intero le grazie più copiose, come vuole fare dei « centri di adorazione » altrettanti baluardi di salvezza per le popolazioni e le nazioni. Ella insegna a fare uso della straordinaria fecondità che proviene dall'unione con Dio. Una spaventosa notte oscura incombe sulla Madre dal 1951 al 1954. Ma ella non si sgomenta, anzi dice: « Mi sento più contenta ora che posso dare qualcosa che quando non facevo che ricevere »; « L'intimità, spoglia dell'elemento sensibile, si è fatta più unitiva che mai »; « Quanto mi vien dato ora supera di molto quanto mi veniva elargito in passato ». La coraggiosa donna lascia intravedere in sé la perfetta letizia nella più cruda so fferenza. Questa virilità di spirito la rende sorella della grande Teresa d'Avila, che fu chiamata « l'unico uomo di Spagna ».
Il sapiente crogiuolo delle prove mistiche ha dato a Madre Costanza una tempra adamantina, degna dei più grandi eroi della fede.
Il tempo vola e l'ora delle nozze eterne si avvicina, ma nulla la lascia intravedere.
Alla scuola forte e soave della Madre, le figlie imparano ad amare sul serio, colla moneta sonante del sacrificio quotidiano, Colui che non è soltanto un Amante ma è l'Amore. E l'Arca Santa diventa la palestra del divino amore, in una santa gara di reciproca emulazione. Il nuovo Eden sperimenta i dolci colloqui con Dio, che ciascuna Ancella Adoratrice intesse con ininterrotta assiduità.
Ma, mentre la Madre è sempre più desiderata ed amata, viene chiamata furtivamente dallo Sposo e dall'adorazione della terra passa all'adorazione del Cielo.
Un nuovo sacrificio
L'immediato dopoguerra non fu meno difficile del periodo precedente. Con amarezza dovetti sentire in fondo all'anima il lamento di Gesù: « Non è ancora riconosciuta la mia bontà, e tante ingratitudini chiederanno altri olocausti in riparazione ».
Intese con ciò annunciarmi prossima la morte della nostra Suor Maria Agostina del Preziosissimo Sangue? Avevamo appena ridato alla nostra casa l'ordinamento consueto (lasciando le sole inferme al pianterreno per comodità dei sanitari che venivano a visitarle), quando la notte del 5 maggio 1945 venni chiamata d'urgenza al capezzale della mia figliola. Presentendo l'imminenza del passo estremo, era entrata in una penosissima agitazione ed aveva supplicato che si chiamasse la Madre.
Come mi vide accanto a lei, disse subito: « Come la ringrazio, Madre, di essere venuta! Ora che lei mi è vicina, io mi abbandono tranquilla senza pensare più a niente, proprio come fanno i piccoli che si addormentano sotto gli occhi della mamma ».
Le sorrisi, cercando di vincere la commozione che mi serrava la gola. In quali preziose disposizioni la vidi prepararsi all'incontro con Dio! Sempre assistita da noi e dal Sacerdote, rimase in coma fino al Vespro di quel giorno (era il sabato precedente l'Ascensione e, come tradizionalmente in questa città, proprio in quell'ora veniva portata dalla sua basilica alla cattedrale la venerata immagine della B. Vergine di S. Luca), e mi parve che fosse la Madonna, della quale Suor Maria Agostina era sempre stata tanto devota, che se la venisse a prendere per presentarla allo Sposo divino.
Nello stesso mese, la giovane religiosa che non pensava ad altro che a ricongiungersi alla sua famiglia, se ne tornò al secolo...
Non riuscirò mai ad esprimere quello che provai quando dovetti aprire la porta della clausura per lasciar uscire quella figliola con la mamma, venuta a riprendersela. Mi sforzai per dominarmi, ma lo strappo fu così forte da provocare la riapertura dell'ulcera. Quale intimo e reale dissanguamento!
Il filo d'oro
13-8-1945. (40° anniversario del distacco dalla famiglia). All'alba è venuto a me Gesù con in mano una magnifica corona da regina e me l'ha presentata con la soddisfazione dell'artista che presenta il suo capolavoro. Era un gioiello di finissima fattura, un lavoro a cesello con incastonate nell'oro quaranta gemme più luminose del brillante e riflettenti i diversi colori dell'iride.
« Vengo all'alba di questo nuovo giorno perché tu ammiri la corona che ho potuto intesserti in questi anni della tua vita religiosa con un filo d'oro che non si è mai spezzato, non essendoti mai sottratta volontariamente a me. Però rimane vero che di tuo non vi è niente e che la gloria dell'opera è tutta mia ».
Mi sentivo più che convinta di questa verità e lo sono stata sempre. L'azione della grazia, la condotta, direi, l'impero di Dio è stato sempre così forte sulla mia anima da farmi quasi parere più difficile il sottrarmivi che il corrispondere. Non potrei attribuirmi il minimo merito. « Signore, come avrei potuto spezzare quel filo d'oro che stringevi tanto forte nelle tue mani? ».
« Sappi, figliola, che tutte le creature ragionevoli sono state dotate di libertà, perciò la determinazione delle loro azioni dipende dalla loro volontà. Tu eri nell'impossibilità di sottrarti all'azione della grazia solo perché liberamente preferivi dare compiacimento alle esigenze del mio amore, ed era la tua fedeltà che intensificava la forza con la quale agivo in te, senza tuttavia toglierti la tua libertà.
Lasciasti la casa paterna, la mamma, il babbo, i fratelli per me; volesti essere interamente mia, e lo sei stata, tanto da permettermi di comporre per te questo ornamento che tornerà di mia gloria per l'eternità ». Semplice come sono, convenivo della verità di quanto mi diceva...
Io sola so quanto mi sia costato il distacco dalla diletta famiglia e con quanta energia, fin dal mio ingresso nella casa del Signore, abbia voluto ad ogni costo essere tutta sua e aderire in pieno alle esigenze del suo amore. Molte imperfezioni vi sono state per effetto della mia fragilità e debolezza, ma infedeltà volontarie non mi pare ve ne siano state. Sono tanto povera in umiltà da non avere pena neppure per la mia estrema miseria. Che debbo fare? Non la vedo neppure tanto mi sento immersa e compenetrata dalla Divina Misericordia che tutto ha purificato.
Non sono capace che di ringraziare e magnificare l'infinita bontà del mio Dio e di amarlo sempre più.
Durante la Messa, l'Eterno Sacerdote ha dato la massima solennità alla sua manifestazione: mi ha aperto il Cielo e per un attimo mi ha trasportata lassù ove mi son vista cingere da Lui la corona magnificamente lavorata e ornata.
« Lo vedi, mi diceva, quando un'anima mi ha dato per lungo tempo prova di fedeltà, io posso, ancora prima di trarla dall'esilio, presentare il mio capolavoro agli Eletti per provocare un canto di ringraziamento e di lode che valga a colmare le deficienze del tuo cuore di povera creatura ». E mi ha fatto sentire l'eco melodiosa di quel canto.
Come descrivere queste cose? Quello che mi ha fatto balenare delle bellezze e del gaudio che si gode in Cielo, mi ha fatto sospirare con tale veemenza di desiderio alla Patria beata da vedermi sul punto di venire esaudita. Quale sofferenza quando, ritornando in me, mi son ritrovata incatenata a questo corpo di morte!
Con un energico atto di volontà mi son detta: « Attenta, ora tocca a te a dar prova di amore al tuo Dio! ». E gli ho protestato di essere contenta di quello che la sua bontà vorrà disporre per me e in me.
Questi atti mi rimettono nella consueta tranquillità e pace interiore e, con l'adesione alla Divina Volontà, mi danno un più intimo possesso del mio Dio. Il mio cuore è tutto lassù, ov'è il mio Tesoro.
Esercizi spirituali predicati dal Divino Maestro
Ottobre 1945. La crisi economica di questo difficile periodo ha risollevato molte difficoltà anche riguardo alla continuazione di un indirizzo come il nostro e, con molta pena, ho dovuto sentire proposte di mutamenti che sento non conformi alla precisa volontà del Signore.
Ho rimesso tutto fiduciosamente in Lui.
Mi trovo di nuovo ridotta alla segregazione; per obbedienza al medico dovrei fermarmi in letto, ma essendo prossimi gli esercizi, per non comprometterne in parte i salutari effetti, continuo a seguire il più possibile la comunità.
Durante le prediche vengo sollevata ad approfondire in Dio le divine verità e mi è sufficiente cogliere il soggetto che si sta trattando per poter poi nei colloqui con le mie figliole seguirle nel loro lavoro di perfezionamento.
Raramente, fin dagli inizi della mia vita religiosa, mi fu dato di poter partecipare regolarmente agli esercizi e di ascoltare le conferenze insieme alle consorelle. Il Divino Maestro, in ordine ai suoi piani e per rendermi atta al compito che mi avrebbe assegnato, si riservava Lui la mia formazione. Quale conoscenza mi diede dei Novissimi!
Quando mi fece vedere l'inferno, rimasi tre giorni come morta. Al solo pensarvi mi sento ancora venir meno, tanto è grande il bisogno che ho di luce, di felicità, del mio Dio.
« Ti faccio vedere queste cose, mi disse, perché tu e le tue figliole vi accendiate di zelo per la salvezza delle anime e nessun sacrificio troviate troppo duro, pur di ottenere che nessuno abbia a precipitare nella dannazione eterna ».
E il luogo della purificazione, il Purgatorio? Quante comunicazioni ne ho avute, quante cose ho appreso, tutte di salutare ammaestramento. Non è facile volarsene direttamente alla gloria... A volte sento di soffrire insieme alle Anime del Purgatorio, tanto è viva per loro la mia compassione.
Gesù mi ha dato in proposito questo profondo insegnamento:
« Non disapprovo il tuo sentire, ma vorrei che più che alla sofferenza delle Penanti tu pensassi al dolore del mio cuore allorché si vede costretto a ritardare il suo abbraccio di amore ad anime predilette, mentre la loro ammissione immediata alla Patria celeste avrebbe dato tanta gloria al Padre mio. L'approfondire questa mia intima amarezza torna di molto sollievo alle Anime del Purgatorio. L'interessamento per esse mi torna graditissimo. Bisogna pregare sempre per i Defunti! ».
Una morte invidiabile
Il mese di novembre 1945 mi riservò un nuovo schianto. Dovetti seguire e risentire al vivo in me le sofferenze dell'altra mia figliola inferma e accompagnarla nell'ultimo tratto della sua ascesa al Calvario.
Il Signore, pietoso della mia estrema debolezza, mi sostenne con grazie particolari, lasciandomi intravedere quanto lo compiacesse il candore, la trasparenza, l'ornato di virtù di quell'anima eletta, che non avrebbe tardato a venirsi a prendere.
Io, che fin dagli inizi lo avevo tanto pregato perché mi conservasse a lungo in sanità e in vita le mie figliole, avrei dunque dovuto vedermene rapire una quinta?
« Ma non ti dissi che avresti dovuto sapermi offrire con gaudio i fiori più belli della tua aiuola, perché siano di ornamento alla celeste Gerusalemme e di gloria al Padre mio? ».
Che santa invidiabile morte fece la nostra carissima Suor Maria Saverio del Cuore Eucaristico di Gesù!
Si era ottenuta la facoltà di poter celebrare la S. Messa in un altare eretto nell'infermeria; e la mattina del 22 novembre l'inferma potè avere il conforto di parteciparvi in piena conoscenza e di ricevere la S. Comunione. Verso le dieci di sera di quello stesso giorno, senza rantolo né agonia, si spense serenamente.
A mio incoraggiamento mi venne fatto intendere che se l'Opera non avesse ad ottenere altro che di aver potuto dare a Dio la gloria offertagli dalle anime andate di qui a Lui come vergini sagge con le lampade accese, vi sarebbe già il motivo sufficiente per giustificare la sua erezione nella Chiesa.
La festa del Cielo
1946. In occasione della nostra uscita per assolvere il dovere del voto, essendo iscritte al seggio stanziato presso il Collegio S. Giuseppe, con profonda emozione mi rividi negli ambienti della Casa madre delle Ancelle del S. Cuore, carichi per me di tanti ricordi. Con divina delicatezza, Gesù me li andava rievocando, facendomi notare come avesse saputo mantenersi fedele alle sue promesse di un tempo, e m'incoraggiò a proseguire senza sgomento, anche se vi fosse stato molto da « offrire » per venire incontro alla povera famiglia umana, travagliata da convulsioni impressionanti.
Quel rapido contatto col mondo fu sufficiente per convincermi di quanto si sarebbe dovuto pregare e soffrire per cooperare al rinnovamento tanto auspicato.
16-5-1946. Avendo avuto notizia dell'infermità di un'anziana signora (parente di una delle mie religiose) da tempo lontana dalla Chiesa e dai Sacramenti, mi sentii vivamente interessata ad ottenerne la salvezza e mi rivolsi alla Madre di Dio, pregandola a voler ottenere uno di quei trionfi di grazia e di misericordia che tornano di tanta gloria all'Altissimo. Raccomandai la stessa intenzione al caro S. Giuseppe.
I1 nemico tentò ogni mezzo per sfogare la sua rabbia su di me e per trattenere nei suoi lacci quella povera anima, ma il tocco della grazia fu tale che, fatto chiamare il Sacerdote, dopo una confessione compiuta con ottime disposizioni, passava dall'oscurità del peccato alla luce della grazia.
Mi fu dato seguirla fino alla fine. Dopo una notte intera passata pregando, durante la celebrazione della S. Messa, vidi Gesù chinarsi su quell'anima (che in quel momento riceveva il Viatico e l'Unzione degli Infermi) e sollevarla in alto.
Allora, come si legge nel Vangelo, un grande applauso echeggiò di lassù, perché « si fa più festa in Cielo per un peccatore che si converte che non per molti giusti che non hanno bisogno di penitenza ».
E’ qualche cosa di bello questa festa!
Pare che tutta la Chiesa trionfante riceva un aumento di splendore quando si afferma il trionfo della Redenzione su di un'anima, mentre ne rimane onorata anche la Chiesa militante.
Il contrario avviene quando taluni, rifiutando coscientemente la grazia, muoiono impenitenti.
Quanto mi è stata di conforto quella preziosa morte! Sono stata associata alla festa che si è fatta in Cielo, parendomi di venire trasportata molto, molto vicina all'aula celeste.
Non è ancora la vista svelata di Dio, ma l'ho sentito tanto vicino e aderente a tutto il mio essere da non saper neppure pensare ad una più intima unione con Lui.
Sono passata di gioia in gioia
1-8-1946. Il mio intelletto è stato folgorato da una bellissíma luce. Vedevo lo splendore senz'ombre della Divinità: la Trinità santa nettamente distinta nelle Persone. Ammiravo la felicità del Padre riversarsi con infinita compiacenza nel Figlio e l'effusione della loro reciproca gioia incentrarsi nello Spirito Santo, vincolo di gaudio che beatamente li unisce in un'unica essenza di felicità, che è lo stesso Iddio, attraentissimo ed appagante in pieno tutte le sue creature per la felicità che effonde col dono di sé.
Quale meravigliosa degnazione di amore è mai quella di volere i suoi figli di adozione partecipi dell'ineffabile gioia che gode nell'imperscrutabile segreto del suo Essere uno e trino!
Ho intuito chiaramente come il compiacimento più gradito e desiderato che si possa dare all'Altissimo sia quello di farci vedere compenetrati della sua stessa felicità, immutabilmente sereni.
L'anima stabilita in Dio vede tutto quanto le accade nella sua luce, sapientemente ordinato al suo ultimo fine; e non si turba mai, ma da ogni circostanza e permissione, anche incresciosa, trae motivo per magnificare la bontà del Padre, la misericordia del Figlio, la sapienza dello Spirito Santo, Spirito di gioia, perché Spirito di amore.
Di queste verità ho fatto esperienza anche nelle ore più dolorose. La perfetta conformità ai voleri del Padre finisce per farci godere della felicità di Dio; e, rallegrandosi l'anima al pensiero che nulla può turbare il gaudio che Egli gusta negli abissi di luce del suo Essere, prorompe nel canto sublime: « Gratias agimus tibi propter magnam gloriam tuam ». Questo superamento della propria sensibilità dà la forza per conservarsi nel perfetto dominio.
Queste meraviglie sono effetto della grazia, ma ritengo come elemento indispensabile un sano equilibrio naturale. Fra tante sofferenze e prove di ogni genere, l'essermi conservata invariabilmente serena ha sempre meravigliato i miei direttori; ma, se non fosse stato così, non avrei potuto resistere un solo giorno: non mi sento fatta per il dolore. Fin da piccolissima sentivo di essere fatta per la gioia; e, se là vita di consacrazione a Dio non si fosse potuta conciliare con questa mia profonda aspirazione, non sarebbe stata per me. Se mi sono sempre trovata bene nello stato religioso abbracciato, è stato appunto perché il mio buon Padre, che è la stessa felicità, me l'ha comunicata sempre più ampiamente. Si dirà che una vocazione di riparazione esige di per sé l'immolazione e che la passione è in pieno contrasto con la gioia. Apparentemente, forse, ma in realtà non è così.
Pur essendo largamente favorita del dono della sofferenza, non mi ci posso fermare. La natura (sensibilissima) la sente e opporrebbe un moto di ripulsa al patire, ma la volontà prontamente reagisce, entrando nella bellezza dell'« offrire », sicché posso dire in verità di non aver mai sofferto, ma di essere passata di gioia in gioia.
Ammiro quasi con sgomento quelle anime grandi che s'immergono nell'assenzio del dolore e mi confondo perché non saprei imitarle.
Sono veramente molto piccola... Mi pare che nel gaudio, che è amore puro, riconoscenza e lode, vi sia molto minor pericolo per l'amor proprio. Soltanto l'anima lieta riesce a sollevarsi in alto cantando, come l'allodola, che più vola in alto e più gioiosamente canta.
Che bella vita è questa e quanto feconda di bene!
« Figliola mia »
16-10-1947. Una delle grazie più segnalate ricevute durante il ritiro annuale è stata una luminosa manifestazione della Divinità.
Mentre il predicatore accennava a Dio Creatore, ai suoi rapporti con l'intera creazione, specie con l'uomo, e ai divini attributi, per un attimo il mio intelletto, avvalorato da una potenza superiore, ha veduto realtà trascendenti, distinguendo nettamente l'Unità e la Trinítà di Dio, ognuna delle singole Persone, e riuscendo ad individuare il Padre. Come? Non potrei dirlo, trattandosi di un'Essenza puramente spirituale; ma, senza che possa dubitarne, la mia anima si è trovata intimamente abbracciata al Padre suo. « Padre! », gli dicevo abbandonandomi al suo paterno amore; e sentivo la tenerissima risposta: « Figliola mia! ».
Mi è bastato questo per rimanere tutti i giorni degli esercizi spirituali più in Cielo che in terra, senza che nessuna delle gravi preoccupazioni del momento presente potesse distrarmi dal mio centro di vita.
Ho poi sperimentato la realtà di questa affermazione dell'Apostolo: « In Lui viviamo, ci muoviamo e siamo », vedendo come Dio ci porti in sé. Nell'immensità della sua Divina Essenza, ogni creatura si trova riflessa come in un fedelissimo specchio, ed è così che l'Altissimo la vede e la segue, permanendo nel suo immutabile riposo.
Non è possibile ridire quanto siano sapienti, amorose e delicate le provvidenze della Paternità divina su ciascuna delle sue creature...
I frutti dei semi sparsi nella sofferenza
9-12-1947. Pensavo che fosse venuto il momento di deporre il pesante fardello del superiorato; ma, quando sentii che l'obbedienza me lo faceva riassumere, mi portai innanzi alla vera Superiora della comunità, la Madonna, supplicandola a voler fare tutto Lei, a trasmettermi i suoi ordini, le sue direttive; ad assumersi la responsabilità di ciascuna delle nostre anime, essendo disposte a non seguire altra linea di governo che la sua.
Ella benignamente mi raccomandò di rimanere tranquilla e certa della sua assistenza.
Lo sperimento ogni giorno e nelle varie circostanze come io non sia che un semplice strumento trasmettitore.
Se mi saranno docili, le mie figlíole, dovranno ammirare un giorno i frutti dei semi che ora si debbono spargere nella sofferenza.
19-1-1948. In questi giorni sono stata presa da una delle crisi più forti; tuttavia, mi tengo interamente abbandonata al beneplacito del mio Dio, contenta di offrirgli quello che permette al momento.
La Chiesa attraversa un periodo assai arduo; ed è necessario cooperare con l'immolazione ai suoi trionfi. Ma lo faccio molto soavemente e potrei assicurare che la sofferenza non è neppure avvertita, tanto sono tenuta intimamente unita al mio Signore.
In questo tempo di malattia, sotto la guida della mia celeste infermiera, la Madonna, che mi è sempre maternamente accanto, favorita dalla solitudine e dal silenzio, intensifico quanto mai la mia vita contemplativa.
Il Signore, nelle sue comunicazioni, illuminazioni ed altri doni di orazione, mi fa sempre seguire l'ordine liturgico, sia riguardo ai Misteri della sua vita che a quelli della Madre sua, facendomeli penetrare ogni anno in maniera nuova.
In passato erano contemplazioni più varie, grandiose e complesse, direi quasi più umane, mentre ora si vanno facendo sempre più semplici e vi prevale il divino, in modo da impedire ai sensi e alla fantasia di fermarsi ai contorni, alle impressioni, e noto come queste ultime fissino l'anima in tale unione con Dio che difficilmente può venire scossa o alterata dalla variazione delle umane vicende.
Al presente il mio intelletto riceve cognizioni forse più rispondenti alla verità e di una maggiore efficacia trasformate.
Passione e Risurrezione
29-3-1948. Il Giovedì santo, dopo aver seguito Gesù in intima partecipazione alle sue disposizioni nella istituzione dell'Eucaristia e all'effusa tenerezza col Padre, mi trovai poi come imbevuta in quella amarezza di morte che gettò in agonia il Cuore sensibilissimo del Divino Maestro.
Causa principale di quella estrema ambascia fu la vista delle ingratitudini, dell'indifferenza, dell'abituale freddezza di tante sue creature che non avrebbero fatto nessun conto del suo dono d'infinita carità.
Il Venerdì santo l'ho passato molto unita alla Madonna, che mi ha fatto sperimentare qualcosa delle sofferenze da Lei sostenute in quel giorno. Non è possibile immaginare
quello che pesò sul cuore materno di Maria nel tremendo epilogo della Passione del Figlio, specie nella crocifissione, quando si arrivò ad insultare l'amore e la bontà divina, che si dispiegava con magnanima larghezza... Quale amarissimo calice sorbì Maria in quelle ore di tremenda tenebra e di desolante abbandono!
Finalmente, appena la Liturgia ha fatto risuonare il primo « alleluia », ecco in un meraviglioso splendore apparire il Divino Risorto. Non è la prima volta che l'anima ammira questo glorioso trionfo sulla morte; eppure, ogni volta che questa manifestazione si rinnova, vi trovo sempre nuove bellezze e ricchezze inesplorate di grazia.
In quest'ultima commemorazione del Mistero pasquale, Gesù ha voluto lasciarmi intuire la gloria che venne all'Altissimo nell'istante della sua Risurrezione, mirabile compendio della Redenzione, ed ho potuto rilevare questo nell'incontro del Divino Risorto con la Madre sua.
In quale amplesso si fusero quei due cuori! In un palpito unico di ineffabile, gaudioso amore sprigionarono al Padre un cantico di lode e di ringraziamento che fermò nello stupore i cori celesti.
Gesù, in cambio della vita umana ricevuta dalla Madre sua, le comunicò il palpito della Vita divina, rendendola partecipe dell'intimità di amore che stringe il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo in seno alla Trinità. Non riesco a comprendere come Gesù abbia potuto lasciare sua madre in terra dopo l'Ascensione... Riesco appena a farmi una pallidissima idea del cruciante martirio di amore sostenuto dalla Madonna nell'ultimo periodo della sua vita.
Per noi, ogni giorno dovrebbe essere una rinnovata Pasqua.
Posso dire che, per me, ogni aurora che sorge è come una risurrezione; e la festeggio, sapendo che mi porterà il Sole che vivifica di sempre nuova giovinezza la mia vita spirituale.
Alla scuola dello Spirito Santo
8-4-1948. Il Signore ha riservato per questo ultimo periodo della mia vita i contatti con lo Spirito Santo. Non mi sento vecchia, perché, nonostante i miei 62 anni, ad ogni giorno che passa ho l'impressione di ringiovanire tanto mi sento aperta ai più freschi entusiasmi; ma la mia vita interiore ha raggiunto una tonalità così alta da darmi il senso del prossimo fine, dello sfociare nella beatitudine perfetta...
Mi trovo in grande intimità con la Tre Persone divine e sono molto soddisfatta dei miei rapporti con lo Spirito Santo. Con questo Divino Spirito, che è Amore, Luce di verità, Consolazione, ecc., l'anima si trova in un'atmosfera pura, tersa, serena, in un ambiente di pace e di tranquillità che favorisce soavemente l'espansione dell'amore, alimentando l'ardore della sacra fiamma, mentre, con la luce che fa sfolgorare all'intelletto, lo apre a una sempre più vasta e profonda conoscenza di Dio.
Non è possibile elevarsi alle altezze della contemplazione senza essere stati alla scuola dello Spirito Santo. L'esposizione solenne del SS. Sacramento ci tiene di continuo sotto l'azione dello Spirito Santo (che è lo Spirito di Gesù); e, se fedelmente corrisponderemo ai suoi impulsi, in breve potremo pervenire alle altezze dell'unione con Dio.
La Settimana Pro Unione
Nel settembre del 1948 venne tenuta, per iniziativa del nostro Cardinale Arcivescovo, una solenne « Settimana Pro Unione » che ci riservò la grazia di poter partecipare, nella nostra chiesa, al Divin Sacrificio celebrato nei diversi riti: Armeno e Bizantino, e di comunicarci sotto le due specie.
In quella circostanza era stata portata dalla sua Basilica alla Cattedrale la venerata immagine della B. Vergine di S. Luca e si dovette certo alla potenza interceditrice di Maria santissima il felice esito di quella « Settimana ».
Ebbi allora dalla Madonna questa consolantissima promessa:
« L'unità di tutta la Chiesa potrà sembrare cosa impossibile a raggiungersi; ma, essendo rimasto sulla terra, a pegno di unità il Sacrificio dell'altare e il SS. Sacramento, si può stare certi che la parola di Gesù diverrà realtà. Per la forza stessa del Sacramento eucaristico, per la divina onnipotenza del glorioso e immortale Re dei secoli, verrà giorno (e non sarà molto lontano) in cui si farà un solo gregge sotto un solo Pastore ».
Gesù era lì...
17-1-1949. Le mie condizioni fisiche sono assai preoccupanti. L'ulcera sempre aperta, lo spasimo che s'intensifica, l'impossibilità di nutrirmi convenientemente mi hanno ridotta allo stremo delle forze; ed è soltanto per un energico sforzo di volontà che riesco a reggermi in piedi. La divina condotta a mio riguardo, le prove di tenerissima bontà che ricevo dalla Madonna mi danno la speranza di potermene andare presto.
Già ultimamente, mentre genuflettevo innanzi al SS. Sacramento, mi sentii invitata ad abbandonare ogni preoccupazione per la comunità, perché anche dopo la mia morte mi sarebbe stato concesso di adoperarmi per tutte e per ciascuna molto più e meglio di quanto lo possa fare ora. Tuttavia, sapendo quanto le mie figliole abbiano ancora bisogno di me, non oso esprimere al Signore l'intensità del mio desiderio...
14-4-1949. Giovedì santo. Ieri sera, dopo una forte crisi di cuore che mi aveva quasi finita, venni in cappella e, posando la testa contro il piccolo tabernacolo dove era stato riposto il SS. Sacramento, intesi attingere da Gesù quella forza che sentivo mancarmi; e in quel contatto compresi quanto mai chiaramente l'intima essenza dell'Eucaristia.
Mi parve penetrare l'ampiezza del palpito di amore del Cuore divino per le sue creature e lo sentii, quel palpito di vita, trasfondersi in me per immettere nel mio essere qualcosa della corrente di vita che circola in seno alla Trinità fra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.
Sentivo l'ardore, la veemenza, la delicatezza, l'immensità dell'amore del Cuore divino (impossibile ad essere da noi compresa in tutta la sua pienezza) e mi sentivo rapita di ammirazione, accesa di amore.
Gesù era lì: vita dell'anima, con le immense ricchezze della sua carità e della sua grazia, per farsi palpito del mio cuore, sollevarmi al Padre, rendermi partecipe del suo gaudio.
Come per me, per tutti i suoi Sacerdoti, per le sue consacrate, per tutte le anime redente.
Egli attende soltanto che le anime si avvicinino a Lui per mettere a loro disposizione tutto il suo amore.
7-7-1949. Quello che è per me rimanere davanti a Gesù vivente nell'Eucaristia non posso dirlo a parole. Vorrei potervi rimanere di continuo. E' vero che mi segue ovunque, mi parla, mi tiene occupata di Lui fin nel parlatorio, ma in cappella è un contatto, una comunicazione ben diversa. Allora sono proprio nel mio centro, nel mio cielo!
Nei giorni scorsi venni presa da un forte disturbo (un'emorragia interna). Gesù mi disse: « Tu ti dissangui per mio amore, per le mie anime. Sono io che ti domando questa sofferenza, io che prendo, per poterti dare sempre più di me stesso ».
L'affievolimento delle forze fisiche non mi ha tolta la pace, la serenità; sperimento che ogni permissione divina non ha altro effetto che di affondarmi sempre più in Lui e farmi vivere del suo amore.
« Ho dovuto sempre lottare con te! »
14-I1-1949. Gesù mi tiene molto intimamente stretta a sé. « D'ora in poi, dice, la tua vita sarà più di cielo che di terra, perché io ti voglio con me ad altezze molto sublimi. Non sgomentarti per l'ardua ascesa, perché sarai sollevata dalle mie braccia, sebbene sia necessario anche il tuo generoso concorso. Desidero portarti sulla vetta della montagna della perfezione, perché, soltanto toccata quella, si può raggiungere quell'unione consumata che apre alla conoscenza del Padre; conoscenza che anelo darti con la maggior ampiezza possibile. Vorrei anzi associarti alla mia stessa vita di intimità col mio Padre celeste, perché ciò tornerà a Lui massimamente gradito e glorioso... ».
Ed io: « Gesù, ti prego, lasciami nella mia semplicità!
Sono tanto contenta della mia minima via... Riserva questi favori alle anime grandi. Ti vorrò bene ugualmente, anche se mi terrai terra terra».
Ma Lui, con accento deciso e autoritario, ha rimproverato la mia resistenza: « Ho dovuto sempre lottare con te! E sei ancora restia a seguirmi. Non perderti in questi riflessi su te stessa; lasciami fare; seguimi con docilità. Sono stato sempre la tua guida fin dai primi passi, e unico tuo direttore voglio essere io! ».
E con un'irresistibile azione di grazia mi ha sollevata a sé e, come uno sposo che conduca la sposa, mi ha condotta attraverso regioni meravigliose, additandomene le varie bellezze, fino ad una dalla quale si dominava l'universo creato, al centro della quale era collocato il trono dell'Altissimo. Il punto che ha maggiormente attirato la mia attenzione è stato il vedere come in Dio, la sua sapientissima volontà sia come un motore ultrapotente, dal quale deriva ogni minimo movimento, facendo tutto convergere al conseguimento voluto dal Creatore fin dal principio; e ciò, fin nei minimi particolari riguardanti ogni singola creatura.
Ogni cosa creata è per il suo compiacimento e per la sua gloria; le creature inferiori a servizio delle superiori, l'uomo intelligente e libero, capace di venire associato alla stessa vita divina.
L'opera della Creazione viene poi meravigliosamente restaurata dalla Redenzione. Veramente divino, questo restauro, compiuto mediante l'Incarnazione del Verbo, la sua vita, passione, morte e risurrezione.
Come risplendono nel piano di Dio il suo amore, la sua bontà paterna per noi! Con quanta fiducia dovremmo tenerci abbandonati alla sua condotta e in tutto aderenti al moto della sua volontà!
In questa adesione è il segreto di una inalterabile pace.
Incontro con mons. Giulio Facibeni
9-12-1949. E’ venuto a celebrare da noi mons. Giulio Facibeni, fondatore dell'Opera « Madonnina del Grappa », anima elettissima e santa, che da tempo seguo, ammirandone le continue ascensioni.
Il solo avvicinarlo rivela le altezze di perfezione e di unione con Dio raggiunte da quel suo degnissimo Ministro. Mentre era all'altare, ho visto su di lui una bellissima luce, significante come Gesù lo avvolgesse nella più ardente effusione della sua carità, ed ho intuito come il Salvatore prendesse da quel suo Sacerdote il contributo di una immolazione cruenta per dargli in cambio una partecipazione alla sua vita divina che lo sollevava fino al Padre.
Quali altezze raggiunge un Sacerdote che attui in pieno il suo programma di vita sacerdotale! Quale luce e ardore si effondevano dalla Trinità sulle potenze spirituali di questo eletto!
Ritengo che in parte ne avvertisse gli effetti, perché evidentemente appariva molto assorto, anche dopo la celebrazione.
Anche la Vergine si è mostrata teneramente materna con lui; e l'ho veduta stringersi al cuore quella fedele copia del suo Gesù.
Mi diceva poi questo Sacerdote, ormai infermo di malattia inguaribile, di non saperla neppure desiderare la guarigione, vedendo quanto la sofferenza favorisca la sua intimità con Dio; e neppure per meglio attendere ai suoi ragazzi, perché, anche dalla sua camera, li segue più che se si trovasse in persona in mezzo ad essi.
Questo è un effetto del grado di intimità che ha raggiunto col Signore.
Anno Santo 1950
Vedo con gioia immensa giungere l'Anno Santo, che riserverà e offrirà tante grazie alla Chiesa e alle anime di buona volontà.
Per la società, i tempi si mostrano ancora gonfi di oscure minacce, e molto sarà chiesto ad impetrazione di misericordia.
La prima indulgenza giubilare lucrata dalla comunità ha avuto per me un palese attestato del dono di grazia ricevuto da ogni singola religiosa per mano della Madonna.
In questo tempo di grazia, cerco di lucrare molte indulgenze a favore delle Anime Penanti e me ne valgo largamente per saldare i miei debiti di riconoscenza verso i benefattori defunti e soprattutto verso i Sacerdoti.
Un'unica offerta d'amore e di dolore
13-3-1950. Quaresima. Gesù ha voluto farmi conoscere in qual modo e con quale intensità di soffrire la Madre sua gli fosse associata negli strazi della sua Passione.
L'unione più stretta fra la Madre e il Figlio si stabilì dall'agonia del Getsemani fino al « consummatum est ». Nelle diverse stazioni della loro via crucis, sullo strazio e la cruda sofferenza emergeva sempre alta e vittoriosa la nota della glorificazione del Padre.) La più oscura tappa di quel doloroso cammino mi sembra essere stata, sia per Gesù che per Maria, la flagellazione. Durante quella barbara carneficina che arò di solchi profondissimi il sacro corpo del Signore, l'amore materno della Vergine risentì ad ogni sferzata tale violenza di dolore da rimanerne oppressa. Non è possibile intendere a pieno il martirio del suo cuore.
Poiché la generosa Corredentrice si era offerta con tutto lo slancio dell'amore materno ad assorbire la parte più amara del calice per alleviare il Figlio, sembrava che i colpi facessero più presa su di Lei che non sulle membra del Cristo.
Con tutta l'anima gridava al Padre come quando aveva fatto eco alla ripetuta implorazione di Gesù nell'Orto: « Se è possibile, passi da me questo calice... »; e pronta aggiungeva: « Non la mia, ma la tua volontà sia fatta ».
Maria rimase particolarmente trafitta quando vide deturpato il Volto bellissimo del suo Gesù; avrebbe voluto detergerlo dal sangue aggrumato, dagli sputi, dal fango, ripulendolo delicatamente come aveva fatto quando era bimbo; ma, impedita, agiva con l'affetto. Fra Madre e Figlio fu attivissima e reciprocamente sentita questa calda corrente; e Gesù vi si refrigerò, se ne nutrì come quando, bambino, si nutriva al suo petto. Ne rimasero entrambi rinfrancati, pronti a continuare la via dolorosa fino al Calvario.
Penso con ammirazione alla ricchezza di amore della quale poteva disporre la santissima Vergine per essere di aiuto a Gesù paziente.
Iddio, creando la donna, intese dare all'uomo un aiuto a più facilmente elevarsi a Lui e la dotò di meravigliosa sensibilità, di singolare capacità d'intuire, comprendere, amare, donarsi (ed arrendersi conseguentemente alla grazia e all'amore di Dio in maniera meravigliosa).
L'esemplare perfetto della donna lo ammiriamo in Maria santissima e tanto più nell'assolvimento dei suoi compiti più sublimi col Figlio durante la Passione.
Se in tutte le donne fosse un riflesso di Lei, con la santità della famiglia e la sana educazione dei figli si potrebbe arginare tanto male...
« Voglio farti un bel regalo! »
20-4-1950. L'ultimo favore ricevuto occupa ancora il mio spirito e mi sta innanzi in tutti i suoi particolari.
Mi commuove sempre più la bontà, la condiscendenza di Gesù verso la sua povera creatura. Nell'anniversario del mio Battesimo, mi disse:
« Voglio farti un bel regalo, proprio quello che desideri e gradisci maggiormente ».
« Tutto quello che mi viene da te mi è ugualmente gradito ».
« Sarà un regalo tutto di gioia, col quale voglio festeggiare il tuo giorno natalizio ».
E mi ha sollevata al Padre, aprendomi un orizzonte di luce di una bellezza superiore ad ogni umano intendimento, ove l'Altissimo Iddio, il mio Padre infinitamente buono, si
è manifestato alla sua piccola figlia con tale e tanta bontà che mai la potrò esprimere.
Quello che ho visto in Lui, della sua Essenza, delle sue perfezioni, delle sue ricchezze, è rimasto quale sole abbagliante sulle mie potenze spirituali, così che la troppa luce mi ha resa cieca per tutto il resto. Un nuovo e più intimo sigillo della Divina Paternità si è ineffabilmente impresso nell'anima mia inondandola di una soavità di cielo. Quali deliziosi momenti ho passato col mio Padre buono!
Questa volta il dono che mi ha fatto è stato tale da superare le mie più ardite aspirazioni, sicché, con la gratitudine più piena, non faccio che ripetergli: « Come sei buono! ».
Gesù poi mi ha detto: « Proprio in questi tempi, in cui l'orgoglio domina e trionfa, mi suscito una falange di piccolissime anime aperte alla fiducia in me; e sulla loro estrema fragilità, abbandonata alla mia onnipotenza, edificherò il mio capolavoro. E saranno queste povere, minime creature (delle quali tu sei regina) che io solleverò fino al Padre per farlo conoscere ad esse. Questa via, sulle prime, troverà non pochi oppositori, ma in seguito sarà quella che verrà percorsa per attuare la riforma che rinnoverà la mia Chiesa e adunerà intorno a me quella falange già richiesta dalla mia piccola Teresa di Lisieux. Attendete con semplicità evangelica a compiacermi in tutto e sempre, senza troppo sgomentarvi delle inevitabili cadute (purché non siano di malizia). Il mio amore tutto consuma, donando all'anima umile, fiduciosa e abbandonata alla mia bontà, una trasparenza invidiabile. I più piccoli mi attirano irresistibilmente ».
Sento miei gli interessi del mio Sposo
4-11-1950. La solenne proclamazione del dogma dell'Assunzione di Maria in anima e corpo in Cielo e tutti gli omaggi che l'universalità dei credenti tributarono in quel giorno alla Madre gloriosa, toccarono il cuore di Dio, provocando la più ampia effusione di grazia e di misericordia su tutta la Chiesa. La pallida impronta che ricevetti del tripudio della celeste Gerusalemme intorno alla sua Regina fu sufficiente per mettermi in uno smarrimento dal quale stentai a riavermi. Quale contrasto fra le miserie di quaggiù e le ricchezze della Casa paterna! Ne ho risentito tale nostalgia da non riuscire poi a persuadermi di dovermi ancora muovere sulla terra...
Il giorno della commemorazione dei defunti, insieme alla Madonna facemmo una visita al Purgatorio. Quanto si compiace la nostra Madre di bontà di portare a quelle anime l'annuncio del termine del loro penare!
Sentii di dover proporre, per me e per le mie figliole, di prenderci maggiormente a cuore la liberazione delle Penanti. Basterebbe anche solo questo impegno, seriamente assunto, per occupare tutta una vita. Ma la nostra vocazione non ci limita solo a questo, perché vuole che ci diamo a tutti i fini abbracciati dalla carità.
Compresi ciò fin dalla mia prima professione; ed ora, per quante missioni mi sento adoperata! Mi pare di poter svolgere il mio invisibile apostolato a favore dell'intera umanità, come se già fossi fuori della vita terrena.
Il palpito dell'amore di Gesù per il Padre suo e per le anime mi pervade tutta, e sento veramente miei gli interessi del mio Sposo.
Quanto ho sofferto ultimamente per la rovinosa inondazione del Polesine! Come sentii al vivo le sofferenze di tutti i colpiti!
Mi trovai in spirito sul luogo del disastro e non avrei resistito se non avessi avuto il conforto di vedere come per molti quella specie di diluvio fosse stato un battesimo di salvezza.
Il momento presente m'impegna molto per la Chiesa e per il Sommo Pontefice, presi di mira in maniera impressionante.
L'unica àncora di salvezza per il mondo è Gesù sacramentato.
Il Signore desidera pure riparazione per lo scempio che si fa al presente dell'innocenza dei bimbi: « Guai a chi scandalizza questi piccoli! ».
Il disordine delle passioni, l'immoralità del costume penetra ovunque. Occorre riparare con delicatissima fedeltà di amore le offese che Dio riceve, anche dai suoi...
I centri eucaristici sono baluardi di difesa per città, province e intere nazioni. Quale straordinaria potenza si racchiude nell'Ostia consacrata e come questa potenza si compiace di venire svincolata dalla preghiera di anime amanti!
Adorare e formare le anime all'adorazione
4-1-1951. Sono impegnata nella contemplazione dell'adorazione di Maria santissima al suo piccolo Gesù. La vedo là, nel più misero abituro del mondo, innanzi a una povera mangiatoia - rozza culla per il neonato Figlio di Dio - primo trono dell'adorazione.
Gesù vi giaceva nell'assoluta impotenza dell'infanzia e Maria si offriva desiderando di poterlo sostituire, fino a che avesse raggiunto l'età conveniente, nell'immolazione richiesta per soddisfare il gran debito dell'umanità colpevole.
Gli uomini erano ancora molto lontani ed oscurati per apprezzare il gran dono di Dio e sapersene valere, ed ella, Madre universale, intendeva supplire per tutti i suoi figli. Tutti li abbracciò nella sua adorazione che, come anello d'oro, parve congiungere al trono dell'Altissimo tutta la famiglia umana.
Comprendo la finezza della mia Madre buona nel presentarmi questi punti in un momento per noi particolarmente difficile.
Ci sarebbe davvero motivo di rimanere angosciate, trepidanti, riguardo all'avvenire dell'Opera e di queste figliole che tanto fiduciosamente si sono affidate a me... Cerco di rimanere stretta a Lei e, chiudendo gli occhi su tutto, rinnovo il mio atto di abbandono.
Un punto mi ha fatto sempre particolarmente riflettere nella vita della Madonna: il vedere Lei, tanto illuminata dall'alto, lasciata assolutamente all'oscuro nella circostanza dello smarrimento del fanciullo Gesù a Gerusalemme. Iddio, con questo, ci fa vedere come finché siamo sulla terra dobbiamo esercitare la fede.
In questo, che ritengo essere l'ultimo periodo della mia vita terrena, sento il dovere di imitare Maria santissima particolarmente nella sua continua adorazione del Padre: adorare e formare le anime all'adorazione.
18-1-1951. Ho chiesto alla Madonna di volerci indicare un metodo semplice, alla nostra portata per convenientemente adorare, ed ella mi ha risposto di seguirla nelle linee che verrà tracciando.
Non pensavo più alla mia domanda quando, appena in cappella, mentre fissando la sua immagine, intendevo unirmi a Lei per adorare Gesù sacramentato, in una bella luce mi si è fatta accanto dicendomi:
« Figliola, se vuoi che la tua adorazione raggiunga la perfezione voluta da Dio, chiama in tuo aiuto e abituati a farti precedere dal tuo Angelo custode ».
Aveva appena finito di parlare quando, in un chiarore soavissimo, si è reso presente il mio Angelo custode. La sola vista di lui disponeva le mie potenze all'adorazione. Di più, questo spirito celeste ha penetrato l'anima di una luce, di un ardore, di una forza che mi hanno perduta in tale annientamento adorante da darmi la percezione del più intimo contatto con Dio.
Ho chiesto perdono al mio santo Angelo di non essermi abbastanza ricordata di lui, dato che la mia piccolezza mi aveva indirizzata con più ardire verso la mia buona Madre del Cielo.
Questo mio procedere non deve averlo offeso.
Ho compreso come questi potenti e splendidi messaggeri di Dio pongano molta cura per aiutare la santificazione delle anime, onde metterle in grado di offrire all'Altissimo omaggi meno indegni della sua Maestà.
26-1-1951. Le mie condizioni fisiche si sono aggravate al punto da fare seriamente temere, sicché non sono potuta scendere in cappella.
Però, Gesù, nell'ora della S. Messa, mi si è fatto accanto e:
«Non ti voglio privare della preziosa partecipazione al mio Sacrificio, mi ha detto; anzi, ti terrò ancor più strettamente unita a me, non formando noi che una cosa sola ». E in una maniera ineffabile mi ha fatto realmente partecipare alla S. Messa e non mi ha neppure privata della S. Comunione...
29-1-1951. Giorni di preziosa immolazione, questi, che mi danno modo di offrire qualche cosa per ottenere il trionfo delle Divine Misericordie sul mondo sconvolto.
Per incoraggiarmi, Gesù pone alla mia considerazione la perfezione interiore della Madre sua e, seguendo il ciclo della liturgia corrente, mi fa meditare sui Misteri della sua vita.
Con Maria, vicino a Gesù sofferente e risorto
27-2-1951. Quaresima. Vengo associata alla Passione interiore di Gesù, quale fu vissuta dalla Madre sua. Mi diceva la Madonna:
« Figliola, vuoi meditare con frutto la Passione di Gesù? Leggine la pagina nel cuore della Madre tua ».
Quante volte ho contemplato la Passione! Eppure, queste nuove illuminazioni mi svelano profondità impensate.
La meditazione sulle agonie del Divino Maestro e della Madre sua è di fondamentale importanza. Tutte le grazie riservate alle anime non sono che il frutto preziosissimo delle amare sofferenze che il Redentore e la Corredentrice sostennero generosamente per nostro amore.
28-3-1951. Pasqua. Avendo seguito tutto lo svolgimento della Passione attraverso il cuore della Madonna e penetrato l'ineffabile strazio da Lei sostenuto per la morte del Figlio, per la separazione dalla adorata salma di Lui, allorché vide sigillare il sepolcro, e l'abbandono desolante dei tre giorni che seguirono, ho potuto comprendere assai meglio quanto la Madre ebbe a provare nella Risurrezione del suo Gesù.
Quale incontro fu mai quello! Gesù la strinse al cuore lasciando che soltanto i palpiti commossi cantassero al Padre il più sublime e solenne cantico di ringraziamento.
Dopo aver tanto sofferto, Maria riceveva dal Redentore in compenso e in deposito, onde poterne disporre a favore di tutti i figli di adozione, le ricchezze di grazia meritate dalla Passione redentrice.
La gioia di Lei era al colmo; eppure mi faceva osservare: « L'Onnipotente ha dato tanto alla sua piccola creatura, ma mi ha onorata più con l'associarmi alla Passione del Figlio che non facendomi partecipe dei gaudi della Risurrezione.
L'amore si appaga più nel dare che nel ricevere! ».
Nuove finezze di Gesù e di Maria
16-4-1951. Con quali finezze di amore Gesù e Maria hanno voluto festeggiare il mio compleanno! Ieri mattina, appena scesa in cappella, proprio come farebbe la più tenera delle madri, la Madonna mi si è fatta accanto e mi ha detto: « Presenterò io la tua anima a Gesù come un piccolo cielo di amore! ».
Appena pronunciate queste parole, si è reso visibilmente presente anche Lui, ed io mi sono trovata fra la Madre e il Figlio, in un delizioso incontro di famiglia.
Nei brevi momenti trascorsi in familiarità di amore con Gesù e Maria, ho pregustato il Cielo e, come S. Pietro nella trasfigurazione, mi è venuto spontaneo l'esprimere il desiderio che quella gioia si fissasse in eterno.
La Madonna, con bontà tutta materna, mi faceva osservare:
« Non pensi che queste figliole che ti sono state affidate hanno ancora tanto bisogno di te? Lavorale, raffinale; abbi pazienza ancora un poco e non desistere dal compiere fedelmente la tua ardua missione. Non ti sgomentino le difficoltà. Io ti aiuterò sempre. Abitua le anime a ricorrere prontamente a me in tutte le circostanze difficili con filiale confidenza: a misura della loro fiducia avranno la mia risposta. Non desidero che ti potermi valere dei poteri che Iddio mi ha conferito a vantaggio dei miei figli. Tu lo sperimenti già, ma avrai modo di persuaderti ancor più di quanto sia potente la Madre tua ».
Gesù, poi, ha soggiunto:
« Chi più di me avrebbe, non solo il desiderio, ma pure il diritto di portarti nella mia Casa? Ma l'amore per queste figliole impongono al mio cuore, come al tuo, di prolungare l'attesa.
Niente ci dividerà, perché, facendo in tutto la mia volontà, tu ti rendi sempre più intima a me e diletta al Padre mio ».
23-4-1951. In prossimità delle elezioni politiche, per il fermento che agita le popolazioni, intensifico la mia supplica, ricordando a Gesù la promessa che mi fece di non rifiutare mai nulla di quanto gli si chiede in virtù del suo palpito eucaristico; ed offro quello, per mezzo del Cuore immacolato di Maria, al Padre, per la salvezza della Patria nostra.
Ho chiesto pure la fervida cooperazione di tutta la comunità, mediante un raffinamento di perfezione, che escluda dal compimento dei propri doveri, anche l'ombra del difetto.
Il SS. Sacramento è il mio cielo
20-5-1951. SS. Trinità. Questa mattina, durante la S. Messa, dall'offertorio alla comunione, Gesù mi ha dato un'intuizione del perfetto gaudio delle Tre Persone divine a causa della loro Unità; ed ho potuto farmi un'idea (certi concetti sono intraducibili in parole umane) della felicità che gode il Padre nell'eterna generazione del suo Verbo.
Velato, ma realmente presente qual è nella gloria, Gesù-Splendore del Padre, Immagine della sua sostanza, nel Sacramento del suo amore è vincolo di unità, come lo Spirito Santo lo è in seno alla Trinità.
In quale atteggiamento di profondissima adorazione e reverenza stanno gli Angeli accanto all'Ostia consacrata!
Il SS. Sacramento è il mio cielo, e se mi fosse tolto tutto e mi rimanesse soltanto la possibilità di starmene in adorazione innanzi all'Ostensorio, sarei pienamente felice.
E’ soltanto Gesù sacramentato che acquieta la veemenza tormentosa del desiderio, che sento, di venire portata lassù. La Madonna mi ha nuovamente incoraggiata ad attendere ancora un poco, rincuorandomi con la promessa che ciò varrà ad affrettare l'avvento di quell'era di pace che segnerà il trionfo del Regno di Cristo.
16-7-1951. Come nei primi anni della mia vita religiosa, Gesù mi è sempre accanto, moltiplicando le sue finezze. Meravigliata, gli dico di non stare a perdersi con la mia miseria; ma ciò non fa che renderlo più assiduo al mio fianco.
Mi dice: « Fai bene a non preoccuparti delle cose materiali; rimani tutta a mia disposizione e ti farò vedere cosa voglia dire fidarsi dell'Onnipotente ».
Non solo nei casi di maggior rilievo; ma, anche in particolari che si direbbero indifferentí, Egli interviene in mio aiuto. Il più tenero dei babbi non avrebbe per la sua famiglia le delicate premure che dimostra per noi.
Proprio ieri notte mi diceva:
« In Cielo vi è la gioia, la beatitudine (e intanto mi faceva intuire la felicità che Padre, Figlio e Spirito Santo si comunicano vicendevolmente in seno alla Trinità); in terra avete il sacrificio che, offerto per amore, è di sommo pregio. Mentre rende all'Altissimo l'onore che gli è dovuto, ripara, impetra validamente ogni grazia ».
E com'è divenuta preziosa la nostra sofferenza dopo la sua grande immolazione redentrice!
Sento che molte, amarissime prove mi sono preparate..., cosa che mi colma di gioia, perché il soffrire per il mio Dio mi pare la cosa più preziosa. Ho soltanto chiesto alla Madonna se lei pure mi abbandonerà, ed ho avuto la confortante promessa della sua materna assistenza fino al mio ultimo respiro.
13-9-1951. Ieri l'altro, all'alba, mentre - aperta la finestra - ammiravo il bel cielo ancora trapunto di stelle, lo Sposo mi si è fatto accanto e, con accento soave e penetrante, ha chiesto:
« Sei disposta ad offrirti a me, onde il mio amore ti precipiti negli abissi, ti stritoli, t'immoli completamente...? ». E poiché lasciavo attendere la risposta, insisteva:
« Io aspetto il tuo consenso... ».
Quasi sgomenta, per nulla lusingata da quella proposta, tenendo ben presente la mia debolezza e impotenza: « Mio Signore (gli dissi), perdona la mia grettezza... Non mi sento di offrirmi a questo o a quello, essendomi già interamente data al tuo amore. Sono tutta tua. Io chiudo gli occhi e mi affido a te, lasciando che tu - che conosci a fondo la mia estrema miseria - faccia tutto quello che credi e che più ti compiace ».
« Chi ti ha suggerito una risposta tanto conforme al mio desiderio? ».
« La tua grazia, Gesù, perché, se qualcosa di buono è nella tua creatura, viene da te, essendo essa per se stessa incapace anche di un buon pensiero ».
« Sono molto contento delle tue disposizioni e della libertà che mi dai di adoperarti e di servirmi di te come credo meglio. Questo mi onora di più che certe proteste e atti coi quali alcuni si lusingano di fare qualcosa di più del comune, mentre poi non adempiono neppure i loro doveri ».
La mia intimità con Gesù si è fatta tanto spontanea, familiare, da tenermi in continua conversazione con Lui, che sento vicino e presente più che non lo siano le persone con le quali convivo.
Nessuno sposo tenero e amante potrà mai fare tanta buona compagnia alla sua diletta quanta ne fa a me il Signore! L'intimità che si può godere con Gesù è di un tono assai diverso da quella che si può avere con Dio Padre. Anche se sono paternamente teneri i tocchi dell'Altissimo, l'anima non perde, anzi, sente accresciuta la distanza immensa che la separa da Lui, la cui Maestà intimidisce...
Con Gesù, invece, allorché favorisce dei suoi familiari colloqui, l'anima riconosce di trovarsi col Mediatore e vede in Lui il mistico Ponte che le permette di varcare l'abisso e di congiungersi alla Divinità. Quanto è buono!
Ma perché sei sola?
8-10-1951. Quanto è bella e soave la vita di grazia vissuta come al presente me la fa vivere il Signore! Niente riesce a distrarmene, e mi è perfino venuto il dubbio se faccio quanto mi si chiede, perché tanti e tanti vengono a domandare preghiere per intenzioni pressanti; ed io, dopo aver semplicemente presentato al Signore i vari casi, non riesco a pensarvi più.
Dovrei forse fare diversamente?
Il mio buon Maestro, che mi ha sempre dato le lezioni più convincenti, appena mi ha avuta in cappella, si è reso visibile, attraentissimo, invitandomi a seguirlo nella sua bella regione di splendore.
Non me lo son fatta ripetere due volte... e in un attimo mi son trovata con Lui in quell'incantevole paradiso di delizie.
Gesù, allora, come sorpreso, mi ha chiesto: « Ma perché sei sola? Non hai nessuno da portare con te? Dove sono le tante persone che volevi presentarmi? ». « Signore, ho risposto, quando vengo così attratta dal tuo amore, non posso che arrendermi alla sua forza e non sono più capace di pensare ad altro... ».
« Ti è dunque impossibile l'enumerarmi persone, casi... Era dunque giusta quella pena che hai provata al riguardo? Sta' pur tranquilla, perché non potresti altrimenti giovare tanto salutarmente al bene del prossimo come quando attendi a compiacere il mio amore! Se si conoscesse quanto sia fruttuoso un simile apostolato tutto nascosto, che per le vie segrete della grazia opera meraviglie di conversioni, di santificazione ed elevazione ed impegna la mia onnipotenza ad intervenire nei momenti più gravi.... Una sola piccola anima intimamente unita al mio Cuore e quasi nascosta nel seno del Padre si fa canale ai miei torrenti di grazia e di misericordia per la Chiesa e per il mondo e può svolgere, ancor più di molti operai apostolici, un vero apostolato di straordinaria ampiezza e fecondità ».
Mentre il Divino Maestro m'intratteneva così, ho visto venire avanti una delle mie figliole... Sorpresa, andavo chiedendomi come fosse potuta giungere fin là; ed allora Egli mi ha fatto vedere l'Opera sotto la figura di un bellissimo albero carico di fiori e di frutti mai veduti, irrorato con cura da quella mia figliola, a mezzo di un serbatoio colmo di acque vive sgorgate dall'alto...
Ho compreso e ammirato la bontà di Dio, le sue provvidenze per l'Opera, pensando di conservare ad essa queste linee che segneranno la traccia sicura per mantenerci costantemente negli indirizzi da Lui dati fin dall'inizio.
« Hai ancora il coraggio d'insistere? »
11-10-1951. Sono ancora con Gesù in quella bella regione; e la mia preghiera, unita a quella di Lui, non è mai sospesa in impetrazione di misericordia per questa generazione che va sempre più orribilmente imbrattandosi di delitti...
Mi pare quasi di vedere come dal trono dell'Eterno tre immensi fiumi sarebbero sul punto di sfociare, l'uno dei quali viene impedito da una specie di diga insuperabile. Questo ostacolo viene posto dalla libera volontà degli uomini, fissati nel male e nella ribellione a Dio.
Il Signore stesso pare amareggiato per questa pertinacia nel male, che gli impedisce di beneficiare come vorrebbe queste povere anime, e ciò mi fa temere...
Non desisto dal supplicarlo di aver compassione, di compatire tante povere creature illuse, ingannate ad arte, più disgraziate che maliziosamente colpevoli, e di venire in aiuto a questi suoi figli in fondo assetati della sua luce e della sua felicità.
« Ma non sai che si commettono delitti su delitti tali da provocare il giusto sdegno del Padre, troppo, troppo offeso? Hai ancora il coraggio d'insistere? ».
« Si, perché so che sei buono, che ami tanto le anime e non potrai volere che, dopo averle ricomprate a prezzo del tuo Sangue, cadano in dominio di satana! ».
Ho visto che la mia preghiera era ascoltata; e ci siamo uniti in una stessa invocazione di misericordia all'Altissimo; dopodiché Gesù ha detto: « Non subito...; ma torneranno a me! ».
Sulla Chiesa l'effusione della grazia è quanto mai abbondante: essa è fatta oggetto di particolarissima predilezione da parte di Dio; la Porzione eletta viene custodita come la pupilla dell'occhio.
Con le più delicate sollecitudini si cerca di richiamare gli erranti e di facilitare a tutti un cammino di maggiore fedeltà. Quanto ama il Signore le sue creature!
« Povera figliola, quanto dovrai soffrire! »
19-12-1951. La visita della venerata immagine della B. Vergine di S. Luca, che ha prolungato la sua permanenza fra noi dalle 20,45 del 5 dicembre alle 8 del mattino seguente, è stata quanto mai ricca di grazia.
Nelle linee semplici e primitive di quella sacra immagine, ai miei occhi prende rilievo il vero sembiante di Maria santissima, che sempre, in queste visite, si presenta in persona.
Notte veramente santa, che ritengo preziosa in effetti di grazia sull'intera comunità e su ciascuna in particolare.
Ma, nel lasciarmi, la Madonna, guardandomi con profonda compassione: « Povera figliola, disse, quanto avrai da soffrire! Ma, sta' tranquilla, io non ti abbandonerò; e, dopo la prova, verrò a prenderti ».
Non supponevo di che cosa si fosse potuto trattare e, pur fisicamente stremata, non riuscivo però ad abbattermi. Ed ecco che, proprio nella festa dell'Immacolata, sono piombata improvvisamente nella più spaventosa ed oscura notte.
Dopo la deliziosa intimità nella quale ero stata portata, mi trovavo interamente abbandonata dal Signore, quasi non ci si fosse mai conosciuti. Niente... Più niente... Neppure il ricordo delle grazie passate, ma solo un senso di desolante terrore, unito alle circostanze più gravi e preoccupanti ed a uno stato di salute da mettere apprensione. Mi trovo in un labirinto di velenose e inestricabili insidie...
Avrei dovuto rimanere molto turbata; ma non ho saputo che umiliarmi profondamente e rimanere tranquilla.
Dirò anzi che in un certo senso mi sento più contenta ora che ho motivo di dare qualcosa che non quando non facevo che ricevere.
Allora era tutta ricchezza di Dio; adesso, mi sento più al mio posto di misera creatura, parendomi grazia troppo grande e della quale mi sento indegna quella di essere sopportata qui, nella Casa del Signore, al suo servizio.
Mi sento contenta; e, se Gesù, anche fino all'ultimo dei miei giorni, non mutasse condotta e mi avanzasse in un ancor più profondo annientamento, non mi permetterei volontariamente d'intrattenermi a considerare le cause seconde o altri motivi di turbamento, rimanendo abbandonata e fissa nella sua adorabile volontà.
Non dico di non sentire! Però, con la forza della volontà, riesco ancora a dominare la mia sensibilità acutissima, a mantenere la mia linea di dovere, senza permettermi di omettere o diminuire la preghiera e le pratiche di pietà.
Considero il più segnalato dei favori il grande ardore di volontà che sento e che mi fa desiderare di sacrificare tutto senza risparmio, pur di compiacere il Signore con quella fedeltà delicata che cerchi di perfezionarsi di continuo nell'adempimento di ogni dovere.
Nella luce della Volontà di Dio trovo la mia gioia. Posso assicurarlo in verità: il mio gaudio non ha subito alcuna alterazione.
28-12-1951. Comprendo di essere giunta a quella fase del mio cammino spirituale che mi fu mostrata fin dai miei primi anni di religione, quando ero diretta dal Padre Basile S.J. Allora vidi che mi era riservato in fine un periodo nel quale avrei vissuto in pieno il vero annientamento eucaristico, nell'abbandono e nella privazione di ogni conforto; sola, incompresa perfino dalle persone che mi avevano sempre sostenuta e aiutata spiritualmente; in piena consumazione del mio olocausto per i fini della vocazione.
E' quello che va verificandosi al presente in tutti i suoi crocefiggenti particolari...
Anche il mio Sole mi ha velato i suoi raggi!
2-1-1952. Rimango quieta nel mio stato di annientamento e assoluta privazione. Riconosco con tanta gratitudine come le grazie ricevute in passato abbiano servito a stabilirmi in una fermezza di fede che ora mi permette di sostenermi e di rimanere orientata verso la vera Luce, pur nella più oscura notte.
Ringrazio la Madonna di avermi in qualche modo prevenuta.
Oh, quella visita! Pareva che io non mi potessi staccare da Lei, quasi presaga del messaggio che aveva da comunicarmi... .
Come sente sue le nostre prove, le nostre sofferenze! L'ho sentito dall'accento col quale, guardandomi pietosamente, mi diceva:
« Povera figliola mia; quanto, quanto dovrai soffrire! E... non sentirai più la mia voce fino a quando verrò a prenderti ».
Il pensiero che quella era l'ultima volta in cui mi era dato ascoltare la soavissima voce della mia Madre celeste, mi diede un'impressione indefinibile, quasi che tutto crollasse intorno a me.
Volevo persuadermi che col SS. Sacramento mi sarebbe rimasta la più grande ricchezza; tuttavia, quando rientrammo in cappella dopo aver accompagnato processionalmente la Madonna, mi accorsi che anche il mio bel Sole mi velava i suoi raggi e intuii che la mia vita avrebbe preso un nuovo indirizzo.
L'ultimo bagliore che colsi, prima di venir sorpresa dalle tenebre, fu un bellissimo raggio che, partendo dall'Ostia santa, mi scopriva i pregi, le ricchezze di grazia di uno stato di totale annientamento, simile a quello di Gesù sotto i veli eucaristici, e compresi che, dopo quello, non sarebbe rimasto che il varcare l'ultimo passo che dal Calvario conduce al Cielo.
L'adorazione è tutta la mia vita
7-1-1952. Durante la S. Messa della solennità dell'Epifania, in un lampo, quasi immagine che rapidamente passi, vidi la Madonna nell'atto di porgere il Bambino ai Magi. Ella mi sorrise in silenzio, e Gesù mi assicurò che nulla era cambiato per me, che eravamo sempre nella più stretta intimità e che quanto permetteva era un adoperarmi per i suoi fini. Quello che sperimentò l'anima mia in quell'attimo non saprei dirlo.
Ormai non sarei più capace di sostenermi negli ardori e splendori del periodo precedente. Riconosco di dovere alle grazie già ricevute la stabilità delle mie potenze spirituali nell'adorazione.
L'adorazione del SS. Sacramento è tutta la mia vita.
14-1-1952. Mi torna ora quanto mai difficile il pregare vocalmente. Gli indirizzi che prima ricevevo con voci, visioni, illustrazioni, ecc., ora mi vengono a mezzo di un impulso di grazia non meno chiaro, sicché non potrei dirmi abbandonata interamente... Forse l'intimità, spoglia dell'elemento sensibile, si è fatta più unitiva che mai.
Direi che questa notte abbia acuito la potenza di penetrazione di Dio e che al mio spirito venga data una conoscenza di Lui ancora più aderente al suo vero Essere.
Lo intuisco dal come mi trovo durante l'adorazione... Mi tengo quieta nel mio buio per amore delle mie figliole, per rimanere ancora un poco con loro.
20-1-1952. Mi pare di non aver mai tanto amato il mio Dio come lo amo ora. Comprendo ed apprezzo il pregio della grazia attuale che mi muove, mi accompagna fra le tenebre, o meglio, nella privazione di quei favori straordinari dei quali ero tanto largamente favorita; e procedo tranquilla, desiderosa di un sempre più raffinato perfezionamento nella fedeltà ai miei doveri.
Questo tempo che ancora mi è dato di prova debbo impiegarlo nella imitazione della mia Madre celeste; con Lei e come Lei nell'amore, nell'adorazione, nella continua lode al mio Dio.
Come ho sempre fatto, glielo ripeto ancora e spesso che è tanto, tanto buono... Non posso dubitare dell'amore del mio Dio. Se non lo vedo, se non ne sento più la voce, è Lui che ugualmente mi dirige e mi guida con la sua grazia.
Mi sento sempre più intimamente posseduta dal suo amore, che direi sempre in aumento e che mi comunica l'impulso di dare tutto, di sacrificarmi senza risparmio, di aderire ai minimi cenni della Divina Volontà, di cedere al parere degli altri nelle cose indifferenti, di comportarmi in maniera da poter essere di compiacimento al suo sguardo.
Se me ne fosse lasciata la scelta, sceglierei per me l'inginocchiatoio dell'adorazione e me ne starei là, silenziosa, annientata, l'intero giorno.
Quanto è ricca la vita di fede!
7-2-1952. Sospese le manifestazioni sensibili che mi tenevano in continuo contatto col soprannaturale, sento ingagliardita, alta e sicura la mia fede.
Quanto mi sento grata al Signore per aver voluto che si conservi in scritto in queste relazioni il deposito delle sue grazie!
Non so dire quello che sperimento quando (perché ne controlli l'esattezza e la veracità) mi vengono lette quelle pagine.
Mentre da sola non potrei ricordare nulla, ascoltando la relazione che in passato diedi di quei favori, il mio spirito torna a irradiarsi di quelle luci già ricevute e ne sento la verità con un'evidenza da non potermi trattenere dell'affemare: è proprio così, né più né meno che così.
28-2-1952. Quanto è bella e ricca di grazia la via della fede! Mi ci trovo a tutto mio agio; e, invece che deplorare una mutazione che potrebbe farmi dubitare della realtà di tutto un passato, rimango in una pace inalterabile.
Innanzi all'Ostia santa sento di vivere profondamente la mia vita eucaristica. Pur continuando l'oscurità, il silenzio, mi trovo benissimo innanzi al SS. Sacramento, perché la mia fede nella reale presenza è tale da escludere ogni ombra di dubbio.
Ieri, quando, per la cerimonia dell'imposizione delle sacre ceneri, si dovette riporre il SS. Sacramento, rimasi quasi senza vita e senza respiro ed ebbi ancora una volta il modo di comprendere la preziosità del dono a noi affidato. Soltanto quando rividi la bianca Ostia mi ritrovai nel mio elemento vitale.
Se stesse in me, non mi basterebbe la notte e il giorno per soddisfare il bisogno che sento di sempre adorare, rimanendo nel mio annientamento profondo che oscuramente ma realmente mi associa al palpito del mio Gesù sacramentato, alla sua adorazione al Padre.
13-3-1952. È un susseguirsi di circostanze le più penose; e, in quest'ora di prova, mi torna alla mente la promessa della Madonna di rimanere sempre con me. Questa certezza rianima il mio coraggio, ma le difficoltà che si presentano sono ben gravi...
19-6-1952. Non avevo mai trascorso una festa del S. Cuore come quest'ultima. Nessuna delle belle luci delle quali abbondava la mia via; silenzio assoluto. A preferenza di altre solennità, sembrava che in questa il Divino Maestro lasciasse traboccare dal suo Cuore nel mio la piena della sua Carità e le più intime confidenze...
Non me ne rimane neppure il ricordo.
Ma sono tanto contenta della condotta che tiene al presente con la sua povera creatura, che in questo periodo di prova può meglio conoscere la sua estrema povertà. Pregusto gli eterni silenzi...
15-7-1952. Sempre silenzio... il gran silenzio che risuona lassù!
Nello stesso tempo potrei affermare in verità di vivere - forse come non mai - la pienezza della Vita divina in tale intimità col mio Dio da non poter avere nessuna parola o espressione umana capace di significarla. Non ho rimpianti del passato, né dubbiezze tormentose, perché mi sono sempre lasciata possedere in pieno dal Signore e Lui ha fatto tutto quello che ha voluto della povera creatura tutta sua.
Agli stati dell'orazione più sublime preferisco il presente e ne valuto sempre più l'eccellenza.
Mio centro di vita e di riposo è l'adorazione innanzi all'Ostia santa. Mi pare che le illustrazioni, visioni od altro non farebbero che disturbare l'intimità della mia unione con Lui; e penso che non avrà più bisogno di cambiare direttiva, perché quella tenuta in precedenza non era forse che la necessaria preparazione allo stato attuale.
Tutto quello che voleva farmi conoscere me lo ha manifestato.
Non occorre altro. Lo amo. Mi sento amata. Sono in Lui. Mi basta per conservarmi nel perfetto gaudio.
18-8-1952. Appena entro in chiesa, sento di dover fare tre profonde genuflessioni innanzi al SS. Sacramento, sembrandomi che tale omaggio debba tornare quanto mai gradito alla SS. Trinità.
Non dico nulla a parole, ma lascio che le potenze spirituali rimangano tutte impegnate nell'adorazione che sgorga spontanea dalla conoscenza della Santità di Dio e della mia estrema miseria, unita a una vivissima gratitudine che mi pervade nel sentirmi da Lui amata.
Questo semplice atto m'immerge negli abissi divini più di quanto si possa pensare...
27-9-1952. La mia unione con Dio è intima e stabile, e molto chiara la cognizione che ho di Lui.
Comprendo che in realtà non ho perduto nulla, e quello che mi viene dato ora supera di molto quanto mi veniva elargito in passato.
Non più in enigma o in figura mi viene ora ineffabilmente comunicata la spiritualissima Essenza di Dio... Quest'altissima operazione di amore e di grazia si produce in maniera da poter essere sostenuta da un cuore ormai troppo indebolito...; ed è certamente per compassione di queste figliole, per i suoi disegni sull'Opera che il Signore, per potermi conservare ancora un poco in vita, ha dovuto velare i suoi ardori con la nube...
2-12-1952. Non ho più parole per manifestare 1'intimo dell'anima; e, se potessi seguire l'impulso che sento, farei mettere alle fiamme tutto quello che ho fatto scrivere, sembrandomi che la Verità di Dio sia per noi inafferrabile...
Continua l'assoluto silenzio, ma è il silenzio dell'eternità. Il silenzio in cui si avvolge l'intima Vita divina in seno alla Trinità e che silenziosamente viene comunicato alla sua povera creatura...
Pregusto gli eterni silenzi della beatitudine, senza che le moltissime difficoltà del momento mi distolgano dall'adorazione e turbino la mia serenità.
Iddio è Fuoco illuminante
7-2-1953. E’ stato un semplice sogno, ma ricco in effetti di grazia. Mi è parso di vedere il compianto cardinale Nasalli Rocca avvolto di splendore e più del solito affabile e sorridente.
Avendo espresso la mia meraviglia nel vedere che veniva a trovarmi: « Ma noi possiamo comunicare con le anime con le quali avemmo rapporti in terra! », mi ha detto.
« Allora, potrebbe dirmi in che consista l'essenza della beatitudine? ».
« Lei vuol sapere troppo... Ma poiché il suo desiderio compiace e glorifica il buon Dio, Egli stesso l'appagherà. Vede? » (e mi faceva leggere quasi come impresse nella luce che lo compenetrava queste verità: Iddio è come un ardente braciere di carità a confronto del quale l'intero mondo incendiato sarebbe nulla. Noi siamo immersi e immedesimati a quel Fuoco illuminante che comunica la conoscenza di Dio, mentre associa alla sua stessa intima vita e felicità).
Da questo, mi è venuta una chiara intuizione del come Iddio si doni ai suoi eletti colmandoli di amore, di felicità, in maniera da appagare pienamente ogni loro brama e nella misura della capacità di ognuno, in un trionfo di carità senz'ombre di gelosie, tornando tutto ad aumento di felicità.
Al ridestarmi, ritrovandomi nel mio buio, mi sono sentita incoraggiata a proseguire nella serena accettazione di ogni sofferenza, in vista dell'immenso Bene che ci attende.
Una luce fra le tenebre
1-10-1953. Uno sprazzo di luce ha interrotto per un poco le mie tenebre. Mentre ero al mio turno di adorazione, il Signore mi ha fatto contemplare le meraviglie interiori, i tesori di grazia che adornano la Madonna nella gloria del Cielo. I suoi dodici privilegi splendono di una luce così abbagliante che formano l'ammirazione e la compiacenza della SS. Trinità. I doni dello Spirito Santo l'adornano come sette soli. Le sue virtù (la fede, la speranza, la carità, l'umiltà, ecc.), sono come meravigliosi splendori che magnificano la bontà, la grandezza di Dio.
La Madonna mi ha investita così fortemente del suo ardore di carità che la mia anima è ora tutta immersa nell'amore, nella lode, nella riconoscenza alla bontà del Divin Padre.
Pensando che questa illustrazione fosse un cenno che mi si dava della mia prossima partenza, ne ho chiesto alla mia buona Madre; ed ella mi ha fatto comprendere che dovrò attendere ancora un poco e mi ha raccomandato di incentrare sempre più la mia vita nel Mistero eucaristico.
Natale 1953. Diversissimo da quello degli anni passati, eppure, per intensità di grazia, forse li supera tutti.
Fin dai primi giorni della Novena, mi sentii investita e penetrata da Dio con tale forza da farmi pensare che quell'inesprimibile presa di possesso m'immettesse per sempre nel Centro della Vita.
Quando sarà?
Il Signore riprende le intime comunicazioni
19-2-1954. Ero al mio turno di adorazione, quando mi vidi al fianco il caro S. Giuseppe. Bello, di aspetto giovanile, dai tratti fini, delicati: una figura tanto simile a quella di Gesù. Era tutto splendente, e la sua luce che veniva ad avvolgermi sembrava comunicarmi le sue disposizioni interiori di quando con Maria adorava il Verbo incarnato.
« Adora con profonda umiltà, mi ha detto, con intenso raccoglimento e annientamento; è questa l'adorazione in spirito e verità. Sono sempre con voi in adorazione e vi trasmetto il mio spirito per adorare ».
Ho compreso, più di quanto lo avessi fatto in passato, come l'annientamento sia di compiacimento al Signore: e su questo annientamento Egli compirà grandi cose.
Quindi il caro Santo, silenziosamente, ma con una comunicativa penetrantissima, mi ha aperta la conoscenza della vita beata, quasi per prepararmi ad iniziarla... presto! Rispondendo tacitamente ad un interrogativo che gli ponevo... mi tranquillizzò promettendomi la sua assistenza e dicendo che sarebbe tornato... (a prenderla?) nel suo giorno.
(La Madre infatti morì nelle prime ore del mercoledì 28 aprile 1954,).
4-3-1954. Il Signore è molto, molto buono con me.
Nei momenti di maggior depressione fisica e di più intensa sofferenza riprende il tratto delle intime comunicazioni del periodo precedente la prova; cosa che, dopo tanto silenzio, mi fa una particolarissima impressione.
Non riuscirò ad esprimermi, perché sono cose alte e profonde che credo non possano essere comprese se non da chi ne abbia fatto l'esperienza. Da tempo Gesù mi aveva promesso di illuminarmi sulle profondità del Mistero eucaristico. Data la vivezza della mia fede, mi pareva di saperne già abbastanza; ma l'ultima luce che ne ho ricevuta, mi ha convinta della mia grande ignoranza.
In cappella, mi ero appena prostrata per la genuflessione, quando si è resa sensibile la realtà della Divina Presenza e, con un'intensissima e rapida azione di grazia, mi son sentita rivestita e interamente restaurata dalla potenza di Gesù Redentore.
In quello stesso istante, alle potenze spirituali - quasi per effetto dell'irradiazione di una luce superna - ha folgorato l'essenza del Mistero eucaristico.
In mirabile sintesi ho veduto la Trinità adorabile: Padre - Figlio - Spirito Santo; la Creazione, la Redenzione e gli effetti dell'opera redentrice del Cristo conseguiti mediante la Passione, continuati e conservati a tutte le generazioni attraverso i Misteri eucaristici, rinnovanti sui nostri altari il Sacrificio del Golgota; quanto sono preziosi tali effetti quando vengono applicati alle anime, potendo in forza di essi venire sollevate fino alle altezze della comunione con Dio, in intima associazione alla sua stessa vita, con un pregustamento dei gaudi del possesso.
In queste contemplazioni intuisco l'ordine armonico di tutti i Misteri della vita di Gesù, che ritrovo, vivi e palpitanti nella loro espressione più fedele, nel Mistero eucaristico. Qui è Gesù, realmente presente, Autore della grazia, che dalla viva sorgente la distribuisce in abbondanza, specie per mezzo della Comunione sacramentale.
Dopo queste illuminazioni, sono rimasta quasi fuori di me e stento moltissimo a seguire la comunità.
Mentre lo spirito trova il più corroborante pascolo, il fisico è tanto accasciato che stento a trascinarlo.
Ora sono a banchetto con i miei Tre e mi tengo la figliola più felice accanto al mio Padre buono. È ben grande la sua degnazione nel chinarsi fino a questa povera creatura! Gesù mi fa notare che, più che una degnazione di misericordia, devo vedere in ciò un effetto di amore, perché Dio è Amore.
Ritengo essere questa l'ultima meta alla quale conduce la vocazione eucaristica: portare l'anima, immedesimata, trasformata in Gesù-Ostia, ad iniziare - nell'adorazione, nella lode, nell'amore - la sua beatifica comunione col Padre celeste.
10-3-1954. Gesù, nella S. Comunione, mi ha detto: « Sei sempre la mia Costanza! ».
Mai avevo sofferto come in questa Quaresima
7-4-1954. In questa Quaresima ho approfondito la Passione interiore del Cuore divino, e Gesù mi ha fatto comprendere la veemenza del suo amore per il Padre e per le anime e come, a confronto dell'ardore di quella fiamma, fossero quasi un sollievo le sofferenze fisiche.
Il poter ottenere alle anime tanto amate la salvezza, le grazie per una perfezione che le avrebbe sollevate fino al Padre gli rendeva desiderabile la Passione, tanto da bramarla col più acceso desiderio.
Queste sue ammirabili disposizioni andavano accumulando quei tesori ai quali avrebbero attinto le anime, specialmente quelle scelte a calcare le sue orme cruente.
Fra gli effetti della Redenzione vi è anche questo delizioso frutto: la perfetta letizia nella più cruda sofferenza. Le anime che comprendono il valore della Croce sono le più favorite e quelle che raggiungono i più alti gradi di santità e di conformità col Cristo.
12-4-1954. Ieri, Domenica delle Palme, è stata una giornata di particolarissima intimità col mio Gesù, che già dalla notte precedente mi aveva fatto conoscere le disposizioni del suo Cuore, associandomi alla sua Passione interiore, che in quella circostanza ebbe uno dei momenti più angosciosi. Non avrei mai pensato che in quel trionfo che sembrava tanto spontaneo e sincero, Gesù avesse sofferto tanto. Ma Egli, per la sua prescienza, vedeva, sapeva tutto; conosceva la trama del nero tradimento e come fosse deliberata la sua morte.
Per l'amore tenerissimo che ci portava e che gli faceva bramare la nostra felicità, era avido di soffrire in vece nostra. Pur essendo in questa sete d'immolazione, sentiva al massimo la ripulsa per quel battesimo di sangue al quale anelava. Tale contrasto provocava in Lui un'agonia in tutto simile a quella del Getsemani e talmente amara che una sola stilla che me ne ha fatta gustare mi ha ridotta agli estremi.
Mai, neppure quando in passato venni associata ai vari momenti della Passione, avevo sofferto come in questa Quaresima.
Era veramente l'amore che immolava Gesù. Egli pensava con sentitissima pena alle anime fedeli, che avrebbe associate al suo martirio per averle a collaboratrici nelle opere sue.
A queste, per sostenerle, avrebbe fatto conoscere quanto per loro amore aveva voluto soffrire.
Lamenta di averne pochissime di anime che lo comprendono pienamente.
15-18 aprile 1954. La Madonna aveva promesso di farmi conoscere altri particolari della sua vita e non so dire quanto l'abbia seguita in questa Settimana di Passione nella partecipazione alle intime sofferenze e agli strazi del Figlio; in quest'anno, con una profondità e intimità tali da rivivere realmente le sofferenze di Gesù dal Getsemani fino al consummatum est, più morali che fisiche e di una portata e intensità da non potersi neppure immaginare. In una pallidissima impronta mi sono state fatte risentire così, come le sentì la Madre del Redentore. Il culmine dello spasimo fu per Lei ai piedi della Croce, quando dal grido implorante di Gesù, ebbe a penetrare l'abbandono del Padre. In quelle ore tremende, l'amore materno, l'amore verso Dio, l'amore per le anime, quasi lame taglienti di una stessa spada, le trafiggevano il cuore.
Su di Lei, come sul Figlio, la divina Giustizia pesava inesorabilmente, reclamando l'intera soddisfazione dei suoi diritti; ed ella, senza morire, sperimentò tutta la cruda realtà della morte.
La sua fede, luminosa e fermissima, non faceva penetrare nell'oscura notte che l'avvolgeva, neppure un barlume confortante; come per Gesù, misteriosamente tutto il suo essere fisico-spirituale era imbevuto di amarezza. Così fu dal venerdì fino all'alba della Risurrezione.
Maria santissima rimase in un dolore che il solo penetrarne una stilla sarebbe sufficiente a provocare la morte. (Per me, la notte fra il venerdì e il sabato santo avrei creduto fosse l'ultima tanto era estremo lo sfinimento del cuore).
La Madonna, in quella estrema sofferenza, era in disposizioni interne perfettissime e si conservava in un ordine che era di ammirazione a Dio stesso...
Iddio è felicità: l'ho compreso benissimo
22-4-1954. Al primo canto dell'alleluia, si è ripetuta la manifestazione dell'incontro di Gesù Risorto con la diletta Madre sua.
Scena toccante che, ogni volta che mi viene presentata, mi rivela nuovi splendori.
Quale finezza di amore filiale e materno in quel delizioso incontro! Non è possibile descriverlo con le nostre povere parole...
In tutta la bellezza e lo splendore della sua Umanità gloriosa, con le sante piaghe raggianti, Maria si vide innanzi il suo Gesù!
Senza dir nulla si strinsero in un abbraccio che parve sprigionare all'Altissimo un canto di suprema glorificazione. Poche ore prima, il massimo della sofferenza...; ora, lo straripamento del gaudio!
Il gaudio dell'Annunciazione aveva dato motivo al Magnificat di Maria; ora che la Redenzione compiuta aveva dato il suo frutto di Vita, il gaudio aveva raggiunto la sua perfezione.
Iddio è felicità!
La sofferenza è castigo della colpa...
L'anima si unisce assai più intimamente e perfettamente a Dio nella gioia che nel dolore.
L'ho compreso benissimo.
In un trasporto di felicità e di amore Maria è passata dall'esilio alla Patria!
(fine del diario intimo)
Nella notte del 28 aprile 1954 (mercoledì), la venerata Madre Maria Costanza del Sacro Costato passò dall'Arca Santa al Cielo.
Dalla cronaca di comunità
« Giunse il 27 aprile, ultimo giorno dell'esistenza terrena della nostra venerata Madre.
Niente lasciò temere di quanto si andava preparando. Fin dal mattino ella fece il suo primo turno di adorazione senza dare nessun segno di stanchezza, e seguì poi tutti gli atti di comunità mostrandosi fra noi più serena del solito.
Durante la ricreazione del mezzogiorno, parlò fra l'altro dei bei trionfi della grazia nelle anime, spronandoci a cooperare generosamente a quelle vittorie che tornano di tanta gloria a Dio, ripetendo quello che la Madonna aveva detto ai Pastorelli di Fatima: « Molti vanno all'inferno perché non c'è chi si sacrifichi e preghi per loro ».
Nel pomeriggio, essendo venuto il Confessore, la vedemmo in Coro per la preparazione e il ringraziamento alla Confessione ed ammirammo commosse l'espressione della grazia e della carità che sembravano brillarle sul viso.
Quando ci riunimmo ancora per la ricreazione serale, la trovammo più che mai animata e radiosa. Le era piaciuto tanto quanto aveva sentito leggere del Santo dell'indomani (S. Paolo della Croce fondatore dei Passionisti e delle Passioniste) e voleva che indovinassimo quale fosse stata la frase che più l'aveva colpita.
Una di noi chiese: « Forse dove si parla della fondazione delle Religiose, quasi unicamente occupate nel meditare sui dolori di Gesù? ».
« La cosa è quella, rispose, ma il Santo la esprime in maniera molto più bella, dicendo che le sue Passioniste avrebbero dovuto meditare e contemplare l'eccesso di amore dello Sposo divino ».
E continuò con ardore crescente a parlare dei trasporti di carità di S. Paolo della Croce, che finì per morire consumato da quella fiamma.
Essendo la novena del Patrocinio di S. Giuseppe, volle poi che si cantasse una canzoncina in suo onore, e vi unì la sua voce ben intonata: « Beato fra i beati, ricordati di me!... ».
La Madre, quella sera, pareva emanare una particolarissima attrattiva, tanto che, con semplicità, incominciammo a pregarla di prenderci presto a colloquio.
Sorrise a lungo, come assorta, e, guardandoci con materna tenerezza, promise:
« Sì, una alla volta, le chiamerò tutte! ».
Dato il segnale del silenzio, si alzò pronta, ripiegò il suo lavoro e si pose, come di consueto, nell'angolo vicino alla porta per benedire ognuna con il suo crocifisso, accompagnando quella benedizione con un ultimo sguardo eloquentissimo.
In Coro, con la breve formula da lei composta, invocò la benedizione di Dio su di noi e ci affidò tutte al Cuore immacolato di Maria.
Infine, dopo essersi prostrata innanzi al SS. Sacramento ed aver fissato a lungo il suo Re d'amore, rapida uscì.
Ci facemmo violenza per non seguirla...
La mattina seguente, non avendola vista scendere per il mattutino incontro con Gesù Eucaristia, salimmo alla sua cella, trepidanti, per conoscere il motivo di quel ritardo e... dovemmo convincerci della più dura delle realtà: la diletta Madre era morta...
I suoi occhi, perfettamente chiusi, diedero l'impressione che una mano pietosa si fosse posata su quelle palpebre e ci venne spontaneo pensare che la Madonna, fedele alla sua promessa, avesse assistito la sua figliola prediletta fino all'ultimo respiro, dandole l'ultimo sigillo di somiglianza con Lei, con quella morte che non ebbe testimoni in terra.
Ci alternammo poi con devozione filiale nel vegliare la salma della diletta Madre - religiosamente composta nella sua cella, divenuta un piccolo santuario - attratte da quel volto i cui lineamenti si facevano di ora in ora sempre più distesi e sereni, trasmettendoci, pur nell'immenso dolore, una pace sovrumana.
L'indomani, la venerata spoglia venne trasportata in chiesa dove rimase esposta nelle ore pomeridiane.
La visitarono in preghiera vari prelati, fra i quali mons. Giulio Facibeni di Firenze, fondatore dell'Opera « Madonnina del Grappa »; molti Sacerdoti; le religiose Ancelle del S. Cuore con le loro educande e tante altre persone che avevano conosciuto, amato e stimato Madre M. Costanza. Troppo presto venne tolto a noi e ad altri devoti che affluivano nel tempio dell'adorazione il conforto di poter contemplare più a lungo quel volto amabile e di toccare quelle care mani ancora rosee e flessibili...
Il 30 aprile, solennità di S. Caterina da Siena, patrona d'Italia, mons. Della Casa celebrò la S. Messa esequiale in paramenti bianchi.
Ma tutto era bianco, quella mattina: la schiera delle adoratrici che facevano corona per l'ultima volta alla loro Madre, i fiori a profusione, il drappo damascato che ricopriva la bara, sul quale spiccava una croce dorata.
Uno stuolo di sacri Ministri attorniavano l'altare della celebrazione; a destra del presbiterio avevano preso posto i parenti, e, nella cantoria, le amate consorelle della Congregazione del S. Cuore, della quale Suor Costanza aveva fatto parte per tanti anni.
Nel momento in cui mons. Gilberto Baroni intonò l'antifona gregoriana: « In paradisum deducant te angeli... », nel cielo grigio denso uno squarcio d'azzurro lasciò filtrare un raggio di sole che giunse a posarsi sul feretro, inondandolo di luce.
Ci sembrò un sorriso di Dio, un invito ad aprire il nostro cuore, straziato dal dolore, a quella gioia che la Madre già possedeva in pienezza.
Infine, la salma venne posta nel piccolo sepolcreto del monastero, dove rimarrà come pietra di fondamento al trono eucaristico.
L'epigrafe incisa sulla lapide sintetizza il cammino spirituale della Madre, simbolicamente espresso nei suoi due nomi, di battesimo e di religione:
NEL COSTANTE MARTIRIO DI CARITA’ - PROSEGUENDO SERENA IL MAGNIFICAT DI MARIA – CONQUISTO’ LA PALMA.
APPENDICE I.
SUOR MARIA GIACOMINA DI GESÙ (Domenica Calderoní)
la prima collaboratrice della Madre Maria Costanza
Romagnola d'origine (era nata il 21 maggio 1880 ad Alfonsine ed aveva trascorso l'infanzia e l'adolescenza a Riolo Terme di Ravenna), nel fiore della giovinezza entrò fra le Ancelle del S. Cuore in Bologna, dove, per oltre un trentennio, sia da semplice suora e tanto più da superiora, profuse i tesori della sue virtù: mortificazíone fino all'austerità; umiltà, nascondimento, silenzio, a gelosa custodia della sua vita interiore, assai ricca e dotata di carismi divini; carità sparsa a piene mani, irradiante la fiamma nascosta. Dal momento dell'incontro con Suor Costanza, le loro anime s'intesero perfettamente in Dio, quasi senza bisogno di parole. Suor Maria Giacomina si mise subito alla scuola della futura fondatrice, considerandosi « l'umile palo che sostiene la vite ».
Dopo aver collaborato attivamente alla fondazione della comunità di vita contemplativa, fece parte di essa e fu veramente il « braccio destro » della Madre, che le affidò pure la formazione delle prime postulantí. Il Signore la chiamò a partecipare misticamente alla sua Passione; ed ella corrispose generosamente a questa vocazione di predilezione, fino a raggiungere l'annientamento dell'Ostia.
Il 1° ottobre 1944 moriva santamente, consumata dall'amore di Dio più che dalle continue penitenze, offrendosi per la Chiesa e per l'umanità travagliata da un'atroce guerra:
SUOR MARIA ANCILLA DI GESÙ OSTIA (Adriana Turchi)
la « segretaria » della Madre fondatrice
Da Cesena (dove era sbocciata alla vita il 9 marzo 1905 in seno alla rinomata famiglia Turchi), a 25 anni partì, quasi fuggendo, dalla casa paterna, lasciando il « sentiero di rose » delle gioie del mondo per inerpicarsi lungo la « strada stretta » che porta all'identificazione con lo Sposo crocifisso. Era il 1930 quando Adriana divenne Ancella del S. Cuore col nome di Suor Maria Ancilla. Tre anni dopo, la vigilia dell'Assunta, per rispondere alla divina chiamata, entrò lei pure nell'Arca Santa dell'Eucaristia, dove l'attendeva una missione tutta particolare accanto alla fondatríce: accogliere le sue confidenze e conservarle per iscritto come sacro deposito per la congregazione. Assolse il suo compito con fedeltà e diligenza, tenendo tutto gelosamente segreto.
Come maestra delle novizie, poté trasmettere silenziosamente alle giovani, che via via entravano a far parte della comunità, la vena purissima della spiritualità dell'Opera, che riceveva direttamente dalla viva sorgente del cuore della Madre. Soltanto dopo la morte di lei rivelò alla comunità di essere depositaria dei preziosi scritti.
Curò poi personalmente la prima edizione dell'autobiografia « MADRE COSTANZA » (1967).
Eletta superiora nel 1970, sull'esempio della Vergine Maria, si fece madre e ancella, e guidò le sue figliole lungo la scia tracciata dalla Fondatrice, fino al suo transito da questa vita, che avvenne nella festa liturgica dell'Annunciazione: 21 dicembre 1975, IV Domenica di Avvento.
SUOR MARIA ROSARIO DELL'OSTIA IMMACOLATA (Silvana Severi)
la piccola Ancella Adoratrice secondo il cuore della Madre
Venne al mondo il 20 settembre 1916 a Cesena, da una famiglia di operai forti nel lavoro e forti nella fede. Rimasta orfana nella sua prima infanzia, dai parenti venne messa in collegio alla « Provvidenza », dove rimase fino ai diciannove anni, data del suo ingresso in monastero.
Fin da bambina, per il suo candore e per l'attrattiva che dimostrava verso Gesù nascosto nel tabernacolo, dalle suore e dalle compagne era considerata una « piccola santa ».
Nella nostra comunità visse nove anni. soltanto, ma lasciò un'impronta incancellabile. Le consorelle i quel tempo testimoniarono di non aver mai notato in lei una mancanza volontaria.
Suor Maria Rosario incarnò il vero tipo dell'ancella adoratrice come lo aveva sognato la Madre: innamorata dell'Eucaristia; generosa fino all'eroismo nella quotidiana offerta per la Chiesa e per il mondo; fedele nelle piccole cose come nelle grandi; umile, povera e obbediente; dolce e soave; ardente di quell'amore fraterno che fa dimenticare se stessi per il bene degli altri. Si può affermare che l'esistenza di questa piccola suora fu tutta una immolazione, specialmente per la malferma salute, che le procurava innumerevoli altre sofferenze; ma fu pure tutta irradiata di gioia, per la predilezione di cui era oggetto da parte di Colui che sceglie i più piccoli e deboli per manifestarsi ad essi.
Il 30 ottobre 1944 - dopo la rinnovazione dei voti - lo Sposo la chiamò in Cielo; e fu la Vergine santissima a venirla a prendere dalle braccia della Madre fondatrice.
II.
Brani di lettere scritte da suor Maria Giacomina di Gesù al Vescovo mons. Giovanni Pranzini, durante l'infermità della Madre M. Costanza.
25-12-1925
« ... dire come sta Suor Costanza non è facile, perché quanto addolora fisicamente è inspiegabile; quanto poi martirizza spiritualmente e moralmente non si può capire fino in fondo. Posso dire che da parecchi giorni è in una sofferenza più acuta del solito, le crisi di cuore le tolgono quasi il respiro, la gonfiezza aggiunge apprensione. Non ha un membro che non sia addolorato da particolare dolore, né fa un movimento senza sentire spasimo di tutti e di ciascuno.
Quello poi che c'è internamente si può immaginare se si pensa che, perché copiosa fosse la redenzione, Gesù volle essere dissanguato; per questo, a lei, che ha scelto di ricopiare lo stato di vittima per essergli l'olocausto che propizia, permette che partecipi a tutte le specie di pene tanto da parte delle creature, che del nemico del bene, che da parte di Dio...
Eccellenza, è un dolore misterioso, perché deriva da un amore incomprensibile ed ha per fine l'elevazione di anime elette... ».
14-1-1926
« Le notizie su Sr. Costanza sono le stesse dell'altra volta: una sofferenza che s'intensifica a misura che si spiritualizza o quasi si divinizza quell'anima, per l'intensità dell'amore di Dio, che ne è la vita e la consumazione...
E' una vita di morte, che è vita; e sarà vita a molte anime ».
20-1-1926
« La salute di Suor Costanza è sempre cosa... C'è solo da presentarla all'Amore che la immola affinché se ne soddisfi a pieno, essendo essa immolata in tutto il suo essere di vittima.
Però, com'è grande questo stato, e accetto!... ».
25-2-1926
« Suor Costanza mi dice di ringraziarla e che appena le sarà possibile le risponderà. Intanto prega. E soffre molto: questo lo aggiungo io, sicura di dire la verità, e per affer
mare che della preghiera di Suor Costanza si può avere fiducia, essendo non solo una supplica, ma come un doloroso gemito di una vita quasi senza vita, che si consuma implorando, che implora immolandosi... ».
7-12-1926
« ... Prima di tutto, ringrazio molto Vostra Eccellenza della carità che ci ha fatto ieri, specialmente a nome di Sr. Costanza che, riconoscente, esprime la sua gratitudine continuamente con la sua ininterrotta immolazione di sé al Signore. È certo difficile il poter dire quanto sia grande il soffrire di quella creatura. Credo di non sbagliare dicendo che è la sofferenza personificata.
Come non aspettarsi molto da una supplica tale, che può dirsi un continuo grido straziante che eleva al Signore per l'intensità dell'amore che la unisce a Lui? ».
(Il ringraziamento al Vescovo era per aver permesso che si facesse l'adorazione nella cappellina dell'infermeria, adiacente alla cella di Suor Costanza, da parte delle religiose che aspiravano alla vita contemplativa).
III. DALLE « TESTIMONIANZE » (frammenti)
1. Testimonianze di persone esterne
« Ho avuto la felice sorte di conoscere personalmente e intimamente la Madre M. Costanza negli ultimi anni che precedettero la fondazione del Monastero. La mia impressione, anzi, la mia convinzione è che ella fosse una creatura privilegiata, prediletta da Dio, favorita di lumi speciali e di grazie singolari: lo desumo principalmente dal fatto che, sebbene colpita da dolorosa infermità inenarrabile che l'obbligava al letto in permanenza o quasi, non ho mai veduto né sentito dire che desse segni d'impazienza, ma sempre si è mostrata lieta, serena, sorridente, sorretta dal sentimento vivissimo della divina presenza in lei e della paterna provvidenza di Dio ».
(Can. Olindo Corsini)
« Considero come grazia specialissima l'aver tenuto con Madre Costanza una relazione spirituale dal mio ingresso in Congregazione (gennaio 1921) fino a due giorni prima della sua morte. La mia fiducia in Lei si è mantenuta sempre viva, e nei momenti di grande incertezza e necessità, il suo consiglio esprimeva per me la Volontà di Dio e agivo sicura qualunque difficoltà avessi trovato nell'eseguirla. Grande fu il suo amore per la nostra Congregazione anche dopo aver fondato quella delle Adoratrici. Ne ebbi molte prove, e per il bene delle nostre anime e per il progresso delle nostre Opere fu costante la sua preghiera e continuo il suo interessamento. Ritengo che nella vita di M. Costanza vi siano stati favori straordinari; a me però non era necessario vedere prodigi per credere alla sua eminente santità. Mi era sufficiente la sua
illimitata fiducia in Dio nelle diverse prove, la serenità nella sofferenza e quel parlare ispirato che intravedeva l'avvenire e leggeva nelle anime ».
(Sr. M. Antonietta Zaccheo, sup. gen. Ancelle S.C. ) « Avendo avuto il privilegio di conoscere Madre M. Costanza, non posso fare a meno di esaltare le belle e sante virtù che ho notato in lei: costante serenità, mai offuscata anche di fronte a contrarietà e preoccupazioni; fiducia piena e assoluta nella Divina Provvidenza. Ella era dispensatrice copiosa di consigli ed esortazioni, sempre comunicati con squisita carità ».
(Renzo Bugamelli - Presidente di Giunta A.C. ) « Negli anni trascorsi in Collegio, osservavo continuamente Sr. Costanza... Era incaricata della pulizia del dormitorio: essa compiva con diligenza quel suo dovere così umile. L'ho sempre davanti agli occhi mentre spazzolava le coperte e intanto pregava. Quel suo raccoglimento, quel suo ardore trasformavano la sua azione in qualche cosa di sovrumano e meraviglioso. Altro ricordo vivissimo: la prontezza con cui la vedevo correre in chiesa al primo suono della campana. Si aggiustava la mantellina, in verità sempre un po' stinta, e si vedeva in lei la preparazione di chi si reca gioiosa ad un grande convegno... con Dio! ».
(Garda Zamboni)
« Ho conosciuto bene Sr. Costanza perché, quando ero educanda al Collegio S. Giuseppe (dal 1917 al 1924) le dormivo accanto, proprio vicino alla sua tenda bianca. Quando ero ammalata e non riuscivo a prender sonno, intendevo chiaramente quasi sempre la voce di Sr. Costanza che invocava il Signore come un'anima innamorata di Dio con le più dolci e tenere espressioni. Con noi era piena di carità e abnegazione.
Ci insegnava il puro amore verso Dio e la Vergine. Pensavo di lei che era una creatura tutta celeste, non già di questo mondo; la intuivo distaccata da tutto ».
(Mirri Dafne in Gritti)
« Nelle difficoltà della mia vita di collegiale, andavo di nascosto vicino alla porta della camera di Suor Costanza (che era ammalata) e le confidavo tutto. Così facevano le altre educande. Sebbene non la vedessimo, la sentivamo vicina. Ella ci riconosceva dalla voce, ci chiamava per nome, ci dava consigli e ci diceva tante cose buone, sì che quando andavamo via eravamo sempre contente come se ogni cosa fosse già appianata, avendoci ella promesso che ne avrebbe parlato col Signore. Quante volte siamo andate lassù, all'ultimo piano, dove era la sua camera vicina alla cappella; quante volte abbianío accompagnato il Sacerdote che le portava la S. Eucaristia! E sempre ognuna di noi provava la gioiosa impressione di essere stata vicina ad una santa ».
(Ruggeri Tradyi Antinesca)
2. Testimonianze di Suore Ancelle Adoratrici
« La Madre era veramente "l'adoratrice". Il suo contegno esteriore, quando era inginocchiata davanti al SS. Sacramento, era di una trasparenza cristallina che lasciava intravedere le meravigliose disposizioni del suo spirito: umiltà, fede, amore; e trascinava all'imitazione ».
« Negli anni vissuti con la Madre fondatrice, ho riscontrato in lei una continua apertura all'azione della grazia, una corrispondenza piena e delicatissima all'amore di Dio in ogni circostanza; tanto che mi son chiesta più volte come ciò fosse possibile a una creatura umana, debole e limitata. Evidentemente, ella era un'anima interamente posseduta dallo Spirito di Dio ».
« Quando la Madre aveva qualche prova molto dolorosa che le faceva sanguinare il cuore, si mostrava tutta felice, perché diceva: "Ecco un'occasione di dar prova di amore al mio Dio! " ».
« La Madre non cessava di ripeterci che dovevamo essere di aiuto alla Chiesa e al Sacerdozio con la preghiera e il sacrificio nascosto. E noi tutte sappiamo che lei aveva dedicato tutta la sua vita al conseguimento di questo grande fine. Ella era come la radice che si addentra nelle profondità più nascoste per donare all'albero tutta la sua linfa vitale ».
« La nostra Madre amava tanto la Patria e ne seguiva con cuore materno le sorti, facendoci pregare, specialmente nei momenti più difficili e decisivi, per il suo vero bene, per la sua vera grandezza. Aveva pure una grande compassione dei poveri peccatori; pregava e faceva pregare per la loro eterna salvezza. Aveva una tenerezza particolare per i poveri, per i più bisognosi e li soccorreva caritatevolmente. Sentiva moltissimo i dolori e le pene che incombevano sulla povera umanità e sulle singole persone che sapeva provate e che ricorrevano a lei; le prendeva a cuore come fossero state della sua famiglia. Ma per noi, sue figliole, dava fondo a tutte le risorse del suo grande cuore ».
« La Madre ha amato ciascuna di noi con la vera carità di Gesù. Non ebbe preferenze, ma ciascuna si sentiva la preferita. La sua maternità spirituale aveva un'intensità di grazia che solo chi le è stata figlia la può comprendere ».
« Non solo nelle grandi occasioni la Madre ci dava prova di virile e costante coraggio, ma pure in quel sacrificio quotidiano, continuo, quasi in apparenza trascurabile, che costituisce il "quotidie morior" di cui parla l'Apostolo ».
« Pareva che il cuore della Madre non trovasse riposo finché non ci avesse rinnovato per l'ennesima volta la raccomandazione della carità scambievole. Faceva pensare, in questo, all'Apostolo S. Giovanni, che non si stancava di ripetere ai suoi il Comandamento del Signore ».
« L'umiltà della nostra Madre era tutta fondata sulla cognizione del suo nulla che tutto le faceva attribuire alla bontà del suo Dio. Era evidente che si considerava un niente; tuttavia, per la sua grande e bella semplicità, non faceva dichiarazioni esagerate della sua miseria. "L'ombra deve scomparire", diceva quando temeva che ci si appoggiasse eccessivamente a Lei, e si comprendeva come veramente avesse fatto suo il programma del Precursore: "Bisogna che Egli cresca e che io diminuisca" ».
« La nostra venerata Madre fondatrice ha sempre tenuto nascoste con somma prudenza e riserbo le grazie mistiche delle quali era favorita, tanto che l'apprenderle dopo la sua morte, è stata per la comunità una generale sorpresa ».
« Proprio perché profondamente umile, la Madre era un'anima riconoscente. Si può dire che la sua vita fu tutta un "Magnificat" alla Divina Bontà ».
« La Madre era esuberante di vita e di gioia. Aveva la semplicità dei bimbi e una fortezza adamantina. Per me, era una donna consacrata completa. Pur vivendo in un'atmosfera tutta soprannaturale, s'interessava di ogni particolare della nostra vita pratica, tanto che - benché intuissimo la sua grandezza spirituale - la sentivamo vicina, materna; ci sentivamo immensamente amate e comprese da lei; e la confidenza filiale fioriva spontanea, sì che per lei non avevamo segreti. La sua direzione illuminata ci portava sempre a Dio ».