MADRE CAROLINA VENTURELLA

Figlia della Carità Canossiana

(Apostola dello Spirito Santo)

UNA FIRMA, UN MESSAGGIO

«La povera anima». Così Madre Carolina Venturella, Figlia della Carità Canossiana, firmava i messaggi che Gesù, per mezzo suo, tra­smetteva al suo direttore spirituale, Padre David De Angelis, O.f.m. Capp., messaggi destinati però al Vescovo, alla Chiesa, al mondo intero. Dietro questa firma non un volto, non una persona..., ma un soffio: anima!, cioè, sostanza immateriale, emanazione inafferrabile, ma non per questo meno reale e concreta.

Non è, però, nel senso delle disquisizioni filosofiche o antropolo­giche che la nostra riflessione vuol orientarsi ma, molto più sempli­cemente, tentare di capire come Madre Carolina intendesse definire se stessa, presentarsi ed essere stimata con quella firma. Il senso è quello più ovvio, quello inteso dalla gente comune quando usa appunto l'espressione «povera anima», che equivale a «persona da nulla».

Che questa fosse l'intenzione di Madre Carolina emerge da tutto il suo essere: atteggiamenti, sguardi, parole rivelavano umiltà, sem­plicità, desiderio di non apparire, di passare inosservata: come se non esistesse.

E tuttavia, spingendo a fondo la riflessione, e precisamente nel senso più pregnante del termine «anima», ci accorgiamo di una ric­chezza di contenuto che solo la fede può aiutarci a scandagliare. Nella rivelazione biblica troviamo per la prima volta il termine anima in Genesi 2,7: «[...] allora Jahvé Dio plasmò l’uomo con la polvere della terra e soffiò nelle sue narici un alito (nephesh) di vita». Appunto il ter­mine ebraico «nephesh» designa l'essere reso vivente da un soffio vita­le, soffio emanato direttamente da Dio. E qui sta la pregnanza del ter­mine «anima».

Ovviamente esula dal nostro assunto la pretesa di elaborare il dato rivelato: a noi basta averne colto la suggestività per affermare che, mentre Madre Carolina voleva definirsi una nullità, fu guidata a identificarsi con la realtà più nobile e ricca: soffio di Dio.

Ma il termine «anima» è inoltre preceduto dall'aggettivo «povera» che, a sua volta, merita attenzione. In contesto biblico-spirituale la riflessione va immediatamente agli «`anawim Jahvé», a quei poveri di Jahvé che da Gesù sono proclamati «beati». Certamente Madre Caro­lina conosceva le Beatitudini evangeliche, ma non è sicuro che cono­scesse i vari commenti ed interpretazioni degli specialisti, è anzi quasi sicuro il contrario, motivo per cui l'uso dell'aggettivo «povera» era per lei in sintonia col basso concetto che aveva di sé. Ma proprio qui sta il paradosso, e cioè che anche il termine «povera» acquista senso e valore perché, accanto al sostantivo «anima», evidenzia l'intimo atteg­giamento di fiducia in Dio solo e, perciò, la sua ricchezza spirituale. Da Gesù, infatti, i veri poveri sono proclamati «beati» perché già eredi del Regno dei Cieli.

Un'ulteriore sottolineatura del desiderio che Madre Carolina aveva di rimanere nell'anonimato deriva dalla constatazione che essa non si presenta come appartenente ad una famiglia religiosa. Solo rare volte, pregando, esclama: «Che la Vergine Addolorata, dolce Madre mia, e la mia Beata Fondatrice mi assistano e mi protegga­no»; ma l'allusione è così generica da non consentire una precisa identificazione.

Sempre più frequentemente, tuttavia, Madre Carolina si defini­sce «piccola creatura». La variante, però, è solamente formale: il contenuto rimane identico; semmai la diversa formulazione sottolinea la dipendenza dal Creatore, del resto già implicita nell'espres­sione «soffio di Dio».

Indugiare su questi spunti di riflessione significherebbe, forse, sminuire la suggestività dell'intuizione, ma non possiamo passar sotto silenzio una duplice domanda: C'è qualche relazione tra questa «firma» e il contenuto dei messaggi così sottoscritti? È doveroso, per­ciò, spingere l'attenzione alla sorgente dalla quale questi messaggi provengono?

La risposta piena verrà alla fine, ma intanto è lecita una supposi­zione: poiché un'anima in grazia è abitata dalla Santissima Trinità che la coinvolge nel suo stesso dinamismo, ogni scelta coscientemente cristiana non può prescindere dal suo divino Principio. E una scelta di umiltà è, tra le scelte, la più densamente e significativamente cri­stiana: si colloca infatti nella logica della «kénosi», in quella stessa logica che scaturisce dal mistero dell'Incarnazione, guida la storia della salvezza e la porterà a compimento.

 

PARTE PRIMA

DAL CUORE DEL CREATORE PERENNEMENTE EROMPE LA VITA

 

CAPITOLO PRIMO

LA PRIMA SCELTA

AMBIENTE E FAMIGLIA

A nessuno - e come potrebbe? - è dato scegliersi le coordinate della propria nascita. Non il luogo, non il tempo, non la razza, non la cultura o la religione... Si nasce dove Dio vuole, dove il suo amore ha predisposto i suoi doni, a cominciare dai genitori.

Carolina Venturella nacque da genitori cattolici praticanti il 18 febbraio 1901 a Grancona, in provincia di Vicenza. Questo nome ci introduce immediatamente in un contesto ambientale di grande sere­nità: i monti Berici, degradanti a sud verso l'Adige già rassegnato a morire nell'Adriatico, ma risalenti a nord, verso il Trentino e le sue Dolomiti.

Con i colli Euganei, l'altro nodo collinoso a sud-est, il gruppo dei monti Berici emerse dal mare in tempi remoti; le sue rocce custodi­scono perciò numerosi fossili di varia specie: nummoliti, ricci di mare, stelle marine, ostriche, gasteropodi dal guscio allungato avvol­to a spirale e anche frammenti di coralli. Frammisti a questi fossili, «materie vulcaniche, segni evidenti di un vulcano estinto». Altro fenomeno naturale facilmente osservabile è quello carsico che ha dato origine a buchi e solchi, a piccole grotte, dalle quali, se situate sui pendii, dopo un percorso sotterraneo più o meno lungo e profondo, riemerge in superficie acqua sorgiva.

«Qua e là, dove i declivi si fanno più dolci, intervallate da ampi respiri di verde sorgono case, alcune dall'aspetto annoso e rustico, altre recenti e più vivaci. Di frequente, addensandosi in brevi piano­ri, danno vita a piccoli borghi o contrade [...], disposte come a coro­na attorno a quel colle su cui un tempo sorgeva il castello e che ancor oggi è detto "Castellaro"».

Con questo brusco passaggio dalla geologia all'antropologia, entriamo nella storia umana di Grancona, citando da Gaetano Maccà: «Grancona lontana da Vicenza miglia 14 e da Brendola 3 circa è posta parte in monte e parte in piano; il monte è però di mag­giore estensione e, quantunque sterile, nulladimeno in più luoghi dall'industria degli abitanti è stato ridotto in cultura. Parte del piano esiste in una valle chiamata valle di Grancona posta tra i monti, e assai fertile, parte della quale è in terreno arativo, cento e dieci campi di cui sono destinati alla seminazione del riso i quali in quelle vici­nanze rendono l’aria poco salubre [...]. Nelle colline situate verso Brendola si raccolgono uve assai buone colle quali si fanno ottimi vini... Questa villa è irrigata da un piccolo fiume chiamato Liona, che quivi gira tredici ruote di molini da grani, e una pila di riso».

 

LA CASA DI DIO

Essendo l'antica parrocchia divenuta angusta per l'accresciuta popolazione e progressivamente trascurata, in tempi piuttosto recen­ti fu costruita una nuova chiesa parrocchiale. Come scrisse Egidio Cabianca: «Allo sguardo di chi volge il passo verso Grancona, è la chiesa col suo campanile a forma di torre che si affaccia sulla valle ad attirare lo sguardo, come prima insegna di vita del paese berico. Alta sul colle - osservatorio panoramico incantevole nel centro dell'anfiteatro collinare che emerge dalla pianura [...] - la torre snella e forte con la nuova chiesa ci ricorda una di quelle rocche medievali che non lontano da qui [...] aprono profondi spazi alla fantasia ed alla memo­ria dei secoli passati».

La chiesa attuale fu costruita a partire dal 1871 e consacrata con grande solennità dal Vicario Generale monsignor Giuseppe Cave­don, il 19 aprile 1885. Della vecchia chiesa fu conservato il prezio­so altare maggiore, destituito però di grado, essendo stato collocato sul lato sinistro della navata, mentre al posto centrale figura il nuovo altare maggiore, «opera del valente scalpellino Francesco Cavallini da Pove di Bassano». Significativa l'epigrafe in lingua latina composta dal parroco, Don Giuseppe Dal Cortivo, di cui citiamo la traduzio­ne italiana:

MENTRE ERA PAPA LEONE XIII VESCOVO DI VICENZA G. A. FARINA E PARROCO G. DAL CORTIVO CON I SOLDI DEL POPOLO QUESTO TEMPIO DOPO DODICI ANNI DALLE FONDAMENTA IL GIORNO 19 APRILE 1885 FU DEDICATO A S. PIETRO APOSTOLO ALLA PRESENZA DEL VICARIO GENERALE MONSIGNOR CAVEDON PER RICORDO PERENNE

Doverosa e significativa l'affermazione «con i soldi del popolo» che, radicalizzata dal dialetto locale nell'espressione «cesa fatta senza schei», acquista sapore di prodigio, il prodigio della generosità dei poveri ricchi di fede.

Le decorazioni furono rimandate a causa del colera, che nel 1896 fece numerose vittime di tutte le età, tra cui dodici «anzoleti».

La nuova chiesa fu provveduta anche di organo, «opera di France­sco Zordan di Cogollo del Cengio. L'opera fu molto encomiata per la buona riuscita». A proposito dell'organo, fa piacere ricordare che la tribuna o balconata fu costruita dal padre di Carolina, Raffaello Ven­turella, di professione mercante in legname ma, evidentemente, esperto anche nella lavorazione del legno. Con questo fugace accen­no entriamo a parlare della famiglia di Madre Carolina.

 

LA FAMIGLIA VENTURELLA

Risalendo al 1721, dai registri parrocchiali risulta che «la famiglia Venturella era a quel tempo nella curazia di Spiazzo (soggetta a Grancona, poi parrocchia dal 1927) ed il capostipite (almeno fino a quando i registri consentono di andare indietro) è un tale Bonaven­tura (detto anche “Ventura”) di Pietro, del fu Bonaventura, nato nel 1722». Famiglia abbastanza antica, dunque, ma nota anche in tempi recenti.

Dal Registro dei Matrimoni celebrati dal 1870 al 1911, citiamo il seguente Atto di Matrimonio:

ATTO DI MATRIMONIO

Venturella Raffaello di Angelo e di Ferraro Livina (4) nato il giorno 19 aprile 1869 e qui domiciliato eseguite le tre canoniche pubblicazioni e ricevuti i SS. Sacramenti cattolico celibe si unì in matrimonio il giorno 21 (ventiu­no) Febbraio 1895 (novantacinque) con Chiodi Teresa figlia di Felice e della fu Bertoldo Giovan­na nata il giorno 23 maggio 1875 cattolica nubile aven­do ricevuto i SS. Sacramenti.

Testimoni: Visco Luigi fu Ambrosio Ferron Emilio fu Luigi

Dal Cortivo D. Giuseppe

Si era ancora al tempo delle famiglie patriarcali e dallo STATO DANIME della parrocchia di Grancona risulta che la sposa Teresa entrò col marito nella casa del padre Angelo Venturella, situata in Via Di là dell'acqua, al N. 56, di proprietà Venturella. Del padre Angelo, nato a Grancona il 14 ottobre 1842, cresimato e comunicato, si dice ancora che è possidente (possiede 13 campi), mercante e fabbriciere; della madre Livina (?), nata pure a Grancona nel dicembre del 1848, si dice che è cresimata e comunicata.

Il figlio Raffaello, nato a Grancona il 19 aprile 1869, cresimato e comunicato, è il capo-famiglia, mercante in legname. È elencata la seconda moglie, Rosa Canevarolo, nata a Grancona il 27 maggio 1872, vedova, sposata in seconde nozze con Venturella Raffaele il giorno 24 novembre 1909, mentre non è segnalata la prima moglie, Teresa Chiodi, già defunta quando fu redatto lo Stato d’anime cita­to. La madre di Carolina e di altri tre fratelli e sorelle, è infatti regi­strata nel Liber mortuorum dall'agosto del 1894 come segue:

Chiodi Teresa

d'anni 34, moglie di Raffaello Venturella morì il 7 aprile 1907.

Di questa giovane madre, deceduta a trentadue anni non ancora compiuti (non trentaquattro, essendo nata il 23 maggio 1875), dopo aver dato alla luce sette figli, rimase una profonda nostalgia nel cuore di Carolina, ma di lei si sa troppo poco. Tuttavia, per il fatto che era figlia di quel Felice Chiodi che, come si dirà più sotto, godeva presso tutti i Granconesi di grande stima e rispetto, si può arguire che fosse una donna esemplare. Circa un mese dopo, il 4 maggio, mori la figlia Genoveffa Ermenegilda, che avrebbe compiuto i sette anni il seguen­te 6 luglio, e venti giorni dopo, il 23 maggio, andò a raggiungerla in Cielo il fratellino Dante Felice di appena due anni. La morte della mamma e di due fratellini deceduti nello spazio di un mese e mezzo a causa di udepidemia,16 lo strazio del padre rimasto vedovo con quattro figli in tenera età... non erano troppo per una bimba di cin­que anni? Non fa meraviglia che nel suo animo Carolina ne rimanes­se segnata per sempre.

L'elenco dei figli di Raffaello Venturella e Teresa Chiodi è il seguente:

Venturella Giuseppe Galliano, nato il 19 marzo 1896 cresimato a Lonigo il 23 settembre 1907 unito in matrimonio con Lorenzoni Rosa di Francesco a Lonato (Verona) il 26 aprile 1944.

Venturella Angelo Severino, nato il 1° maggio 1897, sposato il 28 maggio 1936 a Lonato con Paghera Teresa Lucia. Venturella Genoveffa Ermenegilda nata il 6 luglio 1898, morta il 4 maggio 1907. Venturella Carlotta nata il 5 marzo 1900, morta il 19 marzo 1900. Venturella Carolina, nata il 18 febbraio 1901, cresimata a Grancona il 13 maggio 1914 Madrina Venturella Clotilde di Grancona. Venturella Oreste Felice, nato il 21 gennaio 1903 cresimato a Grancona il 13 maggio 1914 unito in matrimonio con Muraro Adelina fu Giacomo a Merano (Bolzano) il 25 febbraio 1952. Venturella Dante Felice nato il 17 aprile 1905, morto il 23 maggio 1907. Sulla famiglia venturela le testimonianze orali raccolte a Granco­na nell'autunno del 1998 concordano: era una famiglia riservata, dal contegno nobile e gentile, una famiglia religiosa e buona. Particolare significativo: cantavano nella chiesa di Grancona.

Un giudizio particolarmente positivo riguarda il nonno materno di Carolina, Felice Chiodi, che era giudice conciliatore (e da Vene­zia aveva ricevuto in premio un quadro di madreperla), fabbriciere, persona di fiducia a cui la gente si rivolgeva per consiglio e, in par­ticolare, le persone analfabete ricorrevano a lui per il disbrigo della corrispondenza scritta. Entrambi i nonni erano amici e nelle lunghe serate invernali si ritrovavano insieme nella stalla a parlare del più e del meno.

Anche la nonna materna, Stella Chiodi, alla quale si dice che Carolina assomigliasse, sapeva leggere e scrivere; e anche da lei, spe­cialmente durante la guerra del 1915-18, andavano le mamme e le spose a farsi leggere le lettere che venivano dal fronte e a farsi scrive­re le relative risposte.

Del padre di Carolina, che dopo il matrimonio era divenuto capo famiglia, già sappiamo che ha costruito l'impalcatura e la balconata dell'organo; che aveva casa propria e possedeva campi, ma non c'era prosperità in famiglia per dissesti finanziari, soprattutto nel periodo della «grande guerra», durante la quale i due figli maschi, Giuseppe ed Angelo, prestarono servizio militare.

Citiamo da una cortese lettera di risposta dell'attuale Parroco di Grancona, il Reverendo Don Stefano Mazzola:

«Il paese di Grancona fu coinvolto dalla guerra né più né meno di tanti altri dell'epoca. Il Cronistorico non ricorda particolari funzioni per la pace, anzi, alla data del 18 agosto 1915 è piuttosto registrata una funzione solenne per la vittoria delle armi italiane [...]».

«Alle date 27-28 ottobre 1917 è registrato "grande passaggio di sbandati provenienti dall'Isonzo (dalla seconda Armata)" quasi tutti col tristo proposito di non combattere più. Cessò bruscamente il loro transito appena fu reso pubblico il bando Cadorna minacciante la fucilazione se entro 5 giorni non si fossero presentati. Alcuni giorni dopo furono qui di passaggio soldati con carreggi provenienti anch'essi dall'Altopiano di Bainsizza. Erano affamati e non avevano rossore di chiedere alle famiglie da mangiare e da bere"».

«Alla data novembre 1917 è pure registrata la collocazione di una famiglia di profughi nella canonica della chiesa di Spiazzo».

«Al 14 febbraio 1918 trovo: "Arriva il 32° Reggim. Fanteria di Marcia...". E poi ancora: "il detto Regg. è ospite fino al giorno 19 marzo. Dopo alcuni giorni vi arrivano dei Francesi, poi Czeco-Slo­vacchi e finalmente alcuni reparti di Arditi..."».

«[ ...] Posso ancora dire che Grancona pagò il suo tributo di cadu­ti in guerra: il Registro Canonico dei Morti riporta in tal senso molti epitaffi commemorativi, tagliati e incollati da giornali dell'epoca, ma il tono è sempre encomiastico e non lascia trasparire il sentire della popolazione».

«Infine, rileggendo le pagine del Cronistorico, sembra esserci un certo malcontento paesano, un certo livore per piccole questioni loca­li nelle quali (ahimè) neppure i parroci mostrano di avere compren­sione e lungimiranza. Prova ne sia che in quegli anni 1915-1918 il parroco titolare fu confinato a Firenze con l'accusa di "austriacanti­smo" e che anche i suoi sostituti non furono immuni dal contagio della maldicenza paesana e delle beghe di parte».

«Grancona era in quegli anni un paese assai misero, dove la durez­za del sopravvivere probabilmente rendeva conflittuale anche ogni altra questione. Ciò spiega la mancanza di notizie di rilevanza nazio­nale dal Cronistorico».

Pagina indubbiamente trascritta con sofferto realismo da chi, a ottant'anni dagli avvenimenti rievocati, si trova «in cura d'anime» a Grancona, nel cuore dei Berici.

 

CAPITOLO SECONDO

CAROLINA VENTURELLA NASCITA E GIOVINEZZA

Dei sette figli nati da Raffaello Venturella e Teresa Chiodi, Caro­lina è la quinta. Dall'Ufficio dello Stato civile del Comune di Gran­cona è stato rilasciato in carta libera il seguente Estratto:

ESTRATTO PER RIASSUNTO DAI REGISTRI DI NASCITA Anno 1901 Parte UNICA Serie // Numero 8

Dal registro degli atti di nascita di questo Comune, anno - parte - serie e numero sopra indicati risulta che Il giorno .............................. DICIOTTO

del mese di .......................... FEBBRAIO

dell'anno ............................. MILLENOVECENTOUNO è nato ................................. a GRANCONA Cognome .............................. VENTURELLA

Primo nome risultante

dall'Atto di nascita .............. CAROLINA Altri nomi successivi al primo //

di sesso ............................... FEMMINILE

Per estratto dell'originale ai sensi degli articoli 184 e seguenti del R.D. 9 luglio 1939, n. 1238.

Grancona 08.10.1998

L'UFFICIALE DELLO STATO CIVILE Manuela Mattiello

La neonata fu portata al fonte battesimale il giorno seguente, come si legge nel seguente Certificato:

Attesto che nel Registro «GRANCONA - Nati dal 1878 al 1907», si trova, in fondo alla pagina 338 il seguente ATTO INTEGRALE DI BATTESIMO

18 Febbraio 1901

11.Venturella Carolina di Raffaello e di Chiodi Teresa nata il dì 18 febbrajo 1901 alle ore 5 an. e fu batt. Il dì 19 detto tenendola Gobbo Rinaldo e fu presentata per le cer. ent. e il dì 8 maggio 1901.

Alle cer. madrina Gobbo Maria.

Dn. G.B. Belloni Parr.

Si rilascia in carta semplice ad uso ecclesiastico. In fede

Grancona, 5 ottobre 1998

II Parroco

Don Stefano Mazzola'

In una sua pagina autobiografica, scritta però in terza persona, dopo le generalità, Madre Carolina aggiunge: «Di numerosa fratel­lanza. A 5 anni perde la mamma e rimane sotto le cure della nonna paterna di 75 anni. Dopo due anni il padre conduce in casa una nuova mamma, ma, pur essendo buona e veramente cristiana, tutta­via non riempie il vuoto della vera mamma. Quanto disagio nel com­prendersi da ambo le parti! A 5 anni pure frequenta la scuola nella frazione (Spiazzo) e senza tanta fatica vi riesce abbastanza».

Fortunatamente, le testimonianze raccolte recentemente a Gran­cona sulla figura di Carolina Venturella sono meno laconiche. La signora Nella Pasqualotto, sua seconda cugina, che ne ha sentito par­lare dalla nonna materna, Stella Chiodi, testifica che Carolina «era tanto religiosa, mesta, riservata, andava in chiesa spesso e, ancora ragazza, insegnava catechismo nella chiesa parrocchiale di Grancona. Aveva frequentato la scuola elementare: era molto intelligente».

La protagonista con grande semplicità aggiunge e spiega: «Agli esami di terza elementare, chissà perché, la Sig. Maestra e le sue col­leghe esclamano: È un vero peccato che questa fanciulla non si faccia studiare! - È da tener presente che a quei tempi nei paesi di campa­gna non vi erano altre scuole -. Allora se ne parla al papà, il quale pur essendo di scarse possibilità, non ha nulla di contrario. Ma la diffi­coltà sta nel convincere la figlia, che nascondendo in cuore un segre­to non vuole assolutamente accettare. Il padre allora, molto amico del Sig. Parroco e d'accordo con lui, manda la piccola testarda a passare un giorno in Canonica, onde poterla convincere, ma fu tutto inutile. Quel segreto era lì talmente impresso che nessuna forza l'avrebbe scossa. Di che si trattava? Si trattava di una forte impressione ricevu­ta per un fatto avvenuto in una scuola nei confini del paese, dove, essendosi presentato il Sig. Parroco per portare la benedizione del Signore e trovandosi in quella scuola una Maestra contraria alla Reli­gione e ai Sacerdoti, non gli permise di entrare, anzi lo prese per la veste e lo spinse fuori. Quindi... conclusione: non sarà mai vero che si prenda una professione che potrebbe, un giorno, condurre al peri­colo di fare altrettanto! - Ma fu una vera provvidenza che ciò avve­nisse, perché forse più tardi, a diploma raggiunto, non avrei potuto farmi Suora, dato che la famiglia, a motivo di dissesti finanziari, avrebbe avuto bisogno del mio aiuto».

Logica sorprendente in una bambina di otto o nove anni! Sor­prende la sua logica così precoce, ma pure la determinazione del suo carattere così volitivo e fermo.

Un'altra testimone, pure contemporanea e conterranea di Caroli­na, ricorda che essa frequentava assiduamente la chiesa e cantava.

Racconta ancora che, andando in gita a Castel Gamberto col gruppo del canto, una signorina di quel paese disse: «Una di voi andrà a Suora». E questa è stata Carolina. A proposito del canto tutte le testi­monianze sono concordi nell'asserire che si trattava di una caratteri­stica di famiglia e che Carolina la possedeva in maniera eminente. Persino nello Stato dAnime se ne fa memoria; infatti al nome di Caro­lina corrisponde la nota «buona e canta». Carolina stessa, ricordan­do il fervore con cui veniva distinto il mese di maggio, ebbe a scrive­re: «E il mese di maggio? Oh, con quanto trasporto e devozione veni­va passato! Dopo un quarto d'ora circa di cammino, si arrivava alla Chiesa; e lì si pregava, si cantava, e poi si tornava a casa con l'animo ricolmo di gioia e di felicità».

Carolina apparteneva infatti alla Congregazione delle Figlie di Maria. Cantava e pregava: lo attesta ancora la signora Maria Gobbo dicendo: «Aveva sempre la corona in mano, e i fratelli volevano togliergliela».' Per gioco, si capisce! ma Carolina non se ne dava per inteso.

Anche la conterranea signora Adele Targon riferisce che Carolina era buona, che insegnava il catechismo a Grancona, che lo spiegava bene e che era sempre in chiesa. Evidentemente questa ragazza dove­va avere una spiccata sensibilità spirituale e un istintivo senso di appartenenza alla Chiesa, coltivato personalmente nella preghiera ma anche dalla sua guida spirituale, il parroco Don Emilio Menegazzo, che resse la parrocchia di Grancona dal 1911 al 1923.

 

LA PRIMA SANTA COMUNIONE

Carolina stessa ricorda: «All'età di circa 10 anni, come era costu­me di allora, feci la prima Santa Comunione. Il sacerdote (cioè il Parroco appena ricordato) che faceva l'istruzione era un santo - un mira­colato della Madonna di Lourdes -. Oh, quante sante impressioni Egli lasciò nella mia anima con il suo modo di fare e con gli esempi da Lui raccontati! Quello però che più mi rimase scolpito è il fatto di S. Imelda Lambertini. Ricevere Gesù e poi venir da Lui portata in Cielo! Ché meraviglie di Amore!».

È qui evidente l'influsso esercitato dai santi sulle anime semplici e rette: sia l'esempio di quelli ancora vivi tra noi, come il parroco Menegazzo, che le avvicinano, sia l'esempio dei santi già entrati nella gloria e venerati in terra.

Ma, come s'è già visto a proposito del rifiuto di continuare gli studi, sull'animo di Carolina esercitavano un influsso benefico gli stes­si esempi negativi. Ecco un'altra prova. «Mentre un giorno, nella spen­sieratezza di quell'età, si stava giocando tra fanciulle, una di queste rac­contò che la sua zia Suora era ritornata in famiglia, a motivo di una grave malattia, e per cibo e per medicina - così almeno diceva essa - doveva mangiare lumache crude; che lo faceva con grande generosi­tà e tutto soffriva con tanta pazienza per far piacere al Signore. Anche questo fatto lasciò tanta impressione nella mia anima, e già fin da quel giorno ebbe inizio l'idea di una totale donazione al Signore».

Carolina considera questo episodio come una «prima luce» della sua chiamata divina alla vita dì totale consacrazione a Dio. Ovvia­mente, però, era la pratica sacramentale il mezzo più efficace per la sua vita di grazia che la faceva divenire ogni giorno più appassiona­ta di Eucaristia. Leggiamo: «Era passato appena qualche anno dal primo incontro con il Dio d'amore nella SS.ma Eucaristia, quando incominciò ad aprirsi nell'anima mia un grande bisogno; quello di ricevere Gesù ogni volta che andavo alla S. Messa; ma come fare? Ne ero degna? E poi che cosa avrei dovuto sentire dentro di me, per poterla fare? Ed allora, mentre altre buone anime si accostavano, io me ne stavo tutta triste e piangente al mio posto, finché poi una misteriosa speranza di poterla fare anch'io in seguito, mi ridonava pace e tranquillità. Devo riconoscere, ed è con tanta gratitudine al buon Dio, che gran parte del merito di aver cominciato fin da allo­ra a seguire il Signore, fu il contatto di due buone Signorine di altro paese, presso le quali si trovava un mio fratello a pensione per moti­vi di studio. L'esempio loro e le buone letture da esse fornitemi furo­no per la mia anima come una gran luce che lentamente la illumi­nò, la riscaldò e la condusse finalmente alla decisione: essere tutta e sempre del Signore!».

 

IN CONTROLUCE

Con la medesima spontaneità con la quale Carolina descrive il suo cammino spirituale, ricordando con gratitudine le persone e i mezzi che le furono di aiuto, essa non esita a confidare anche i pericoli e i rischi incontrati. «Però non era certo tutta santità quella che mi gui­dava in quella ancor inesperta età... Tutt'altro! Con un carattere tanto superbo, permaloso e sensibile... Con il contatto di certe ragazzette che per motivo di apprendimento di cucito si trovavano in casa (la seconda mamma faceva la sarta), c'era invece un bel da fare per tira­re avanti, almeno [afiin] che non fosse peggio di così. A questo punto della mia fanciullezza, mentre da un lato le aspirazioni dell'anima mia si protendevano sempre con maggior certezza verso la mia totale dedizione a Dio, dall'altro c'era invece una lotta fortissima da soste­nere per giungere ad un taglio netto da tutto ciò che mi teneva lega­ta a vecchie abitudini, ad amicizie, a tutto ciò insomma che formava allora la mia tanto inesperta condotta. Ricordo tuttavia che all'età di 14 anni - almeno mi sembra - mi sentii l'ispirazione di iscrivermi al Terzo] O[rdine] F[rancescano]. Ne feci domanda e fui accettata. Ero la sola di quell'età, ma mi sentivo tanto felice»."

 

LA «GRANDE GUERRA»

«Venne poi la guerra del 15-18. Il santo Sacerdote che mi guidava e che era pure il Parroco del Paese, nonché tanto amico del papà, per motivi politici venne internato a Firenze e vi dovette rimanere per tre anni. Quella allontananza cagionò alla mia anima tanta sofferenza, perché nel mio intimo sentivo la certezza che solo Lui sarebbe stato quell'Angelo che avrebbe condotta fino alla più certa decisione la mia completa donazione a Dio, mentre invece per allora dovevo lottare e, aspettare! Comunque questo tempo di attesa fu anche molto provvi­denziale, perché così intanto il buon Dio lavorava Lui fortemente nella sua ancora tanto informe creatura, aprendole sempre meglio le vie della sua grazia e del suo amore, e confermandola sempre più decisamente nella scelta di Lui solo! Oh ma quanto fu pericoloso nel frattempo quel periodo di guerra! Perché essendo noi molto vicini al fronte, la nostra abitazione era sempre invasa dalle truppe, che si davano lo scambio per un po' di riposo. Quindi... era necessaria una grande e continua protezione del Cielo! Ed allora, nell'intimo del mio cuore andavo dicendo: Signore, quanto è mai in pericolo l'ani­ma mia, tutta me stessa, ora... vi prego, salvatemi! Oh, se potessi spic­care un bel salto, e trovarmi tutta ad un tratto in una età più matu­ra, più capace di me stessa! Tutti quegli anni ve li donerei... [e con­cludeva]: veramente tutto è già vostro!».

La guerra! La «grande guerra», come ancora viene chiamata, o come già era stata predefinita da Benedetto XV «inutile strage», imperversò per oltre tre anni proprio in territorio veneto. La famiglia di Carolina ne soffrì pesantemente con due figli al fronte, nati rispet­tivamente nel 1896 e nel 1897 e chiamati alle armi come soldati di leva di prima classe.

Giuseppe cominciò il servizio militare il 13 settembre 1915, asse­gnato al 10° Reggimento Artiglieria (Fortezza) e destinato alle Trup­pe mobilitate in zona di guerra. Dopo una breve sosta al Deposito di Fortezza (28 novembre 1917 - 11 gennaio 1918), fu nuovamente trattenuto alle armi nel 7° Reggimento Artiglieria, e quindi nell'8°, fino al 20 dicembre del 1919, quando rientrò in famiglia in congedo illimitato.

Gli venne assegnata una benemerenza: «Autorizzato a fregiarsi della medaglia commemorativa Nazionale della guerra 1915-1918 [...] e ad apporre sul nastro della medaglia le fascette corrispondenti agli anni di campagna 1916, 1917, 1918».

Il fratello Angelo fu chiamato alle armi il 5 maggio 1916. Giunto in territorio dichiarato in istato di guerra, fu arruolato nel 6° Reggi­mento Artiglieria (Truppe complementari - Centro di Vicenza). Il 29 gennaio 1919 è aspirante allievo Carabinieri Legione Verona; il 21 febbraio è tale nel 6° Reggimento Alpini del Centro di Vicenza e mandato in congedo illimitato il 10 aprile 1920. In una nota si legge: «Riportò una ferita contusa all'anulare sinistro durante l'istruzione di ginnastica li 11 Ottobre 1916».

 

SITUAZIONE DELICATA

Sulla base di queste precise informazioni, si può intuire la soffe­renza psicologico-affettiva di tutta la famiglia Venturella, ed è pure comprensibile il disagio economico sofferto dalla medesima che, ben­ché possidente di fondi agricoli, mancando le braccia di lavoro, inve­ce di avere in essi una risorsa, finiva per sperimentare un aggravio. Ne danno testimonianza le persone interrogate a Grancona con dichia­razioni tutte concordanti: «Quando Madre Carolina è andata Suora, ci voleva la dote e la famiglia si è indebitata». «Per farsi Suora, Caro­lina ha dovuto portare un gran corredo ed i fratelli hanno dovuto fare dei debiti». Carolina parla addirittura di «dissesti finanziari».

Come si spiega allora la sua decisione di entrare in convento, in un momento tanto critico per la sua famiglia? La spiegazione non può venire dalle circostanze contingenti, benché se ne debba tener conto, ma dalla coscienza della persona che si sente chiamata. Caro­lina aveva sentito molto presto la vocazione a seguire Cristo da vici­no nella vita di totale consacrazione, vocazione messa alla prova da cattivi esempi di coetanee che frequentavano la sua casa; da resisten­ze personali ad un radicale distacco dal suo piccolo mondo tanto amato; dalla frequente presenza di soldati che si avvicendavano in paese e anche in casa Venturella per momenti di riposo... Ma, perse­verando nel suo animo l'invito divino e confortata dal discernimen­to vocazionale operato col Sacerdote tornato dal confino a Firenze, Carolina prese risolutamente la sua decisione. Del resto erano torna­ti dal servizio militare Giuseppe ed Angelo, che ripresero il loro posto accanto al padre nel lavoro dei campi e nel commercio di legname.

Né va sottaciuta la situazione psicologica di Carolina nei rapporti con la matrigna, «buona e veramente cristiana», come ebbe a scrivere molti anni dopo nella citata Pagina autobiografica, ma a chi le chie­deva come si trovasse in famiglia, rispondeva: «Cosa vuoi, la matrigna non è la mamma!». E la matrigna «faceva parzialità tra i figli nati da lei, uno dei quali studiava, e gli altri...». E anche questo può essere comprensibile.

Nonostante tutto, il padre di Carolina, desiderandola veramente felice, non si oppose alla volontà della figlia, che conosceva retta e determinata. Nemmeno le fece presente la minore età (allora si diven­tava maggiorenni a 21 anni) e Carolina poté lasciare la casa paterna a 19 anni. Dopo il suo ingresso in convento, di Carolina non si parlò quasi più a Grancona, se non in famiglia; ma le notizie raccolte recen­temente nel suo paese natale terminano con un felice auspicio: «È cosa giusta, è cosa giusta che venga fatta santa».

 

CAPITOLO TERZO

LA SCELTA DI CAROLINA ESSERE TUTTA DI DIO

La prima scelta, quella di Dio, risponde al nome di «vocazione», alla quale la persona chiamata è tenuta a dare una risposta consape­vole e libera. Carolina Venturella non ebbe bisogno di attendere molto tempo prima di fare la propria scelta e dare la sua risposta: sentì come per istinto che si trattava di una chiamata di predilezione da parte di Dio, e subito l'intelligenza del cuore l'avvertì che all'A­more non c'è altra risposta che l'amore. Ma come la giovane arrivò a scegliere l'Istituto di Maddalena di Canossa?

Riteniamo giustificata l'ipotesi secondo la quale anche a lei sareb­be stata fatta la proposta che qualche anno prima era stata suggerita ad una giovanetta di un paese a pochi chilometri da Grancona, pure nel cuore dei Berici: Brendola è il nome del paese, Annetta il nome della giovane, Annetta Boscardin. Era prassi collaudata che, alle gio­vani che si ritenevano vocate alla vita consacrata, i direttori di spirito proponessero di seguire un corso di esercizi spirituali presso qualche convento, e ciò a guisa di verifica della chiamata di Dio. Eventual­mente, in caso affermativo, l'aspirante religiosa poteva anche trovare, nel predicatore degli esercizi o in una suora assistente, la persona alla quale confidare le proprie aspirazioni e dalla quale avere consigli circa l'Istituto da scegliere: o di vita contemplativa o di vita attiva, come si diceva allora, e, fra i tanti, quello che si presumeva meglio risponde­re alle reali sue inclinazioni e capacità.

Così aveva fatto Annetta Boscardin che, dopo aver seguito un corso di esercizi spirituali presso le Madri Canossiane di Vicenza, si era presentata al suo parroco, Don Emilio Gresele, perché l'aiutasse a realizzare il suo sogno. Ma ebbe dapprima un umiliante rifiuto, accompagnato da uno sguardo di commiserazione... Alla giovane sedicenne parve che tutto le crollasse intorno, e pianse sul suo amore incompreso, sulla sua solitudine tanto amara.

Ma Dio non l'aveva abbandonata. Il mattino seguente, all'Arci­prete, mentre si apprestava a celebrare la Santa Messa, «in una visio­ne di luce, si presenta Annetta Boscardin mite, generosa e forte». Rientrato in sé, il buon parroco consegnò alla madre di Annetta una lettera di presentazione al direttore spirituale delle Suore di Santa Dorotea di Vicenza, affinché la figlia fosse accolta nell'Istituto da lui spiritualmente diretto. Dopo qualche mese Annetta diede inizio al suo noviziato, e divenne Suor Bertilla Boscardin. Ora la invochiamo: «Santa Bertilla Boscardin».

Chi avrà suggerito a Carolina Venturella di recarsi a Vicenza, pres­so le Madri Canossiane, per seguire ivi un corso di esercizi spirituali? L'ipotesi più probabile suggerisce che sia stato il suo direttore, quel santo sacerdote che nelle istruzioni per la prima Santa Comunione, le aveva lasciato nell'anima, col suo modo di fare e con gli esempi da lui raccontati, tante sante impressioni. Tornato dal confino di Firen­ze, Don Emilio Menegazzo riprese a dirigerla nelle vie del Signore e, in particolare, via via che si faceva più esplicita e riconoscibile la divi­na chiamata, ad accompagnarla fino alla decisiva scelta vocazionale. Carolina accettò la proposta ed a Vicenza conobbe le Figlie della Carità Canossiane e il loro carisma. Ne fu conquisa e chiese di essere accolta fra loro...

A lei fu risparmiata l'umiliazione di sentirsi considerata una buona a nulla: il Signore gliene riserbava altre, specialmente al tramonto della vita quando, scelta da Lui a sua confidente e messaggera, si dubitò della sua schiettezza e dell'autenticità dei suoi messaggi. Ma, tornando agli inizi della sua storia di Religiosa, sappiamo da una let­tera scritta molti anni dopo dalla stessa Madre Carolina, che era costume di quell'Istituto ammettere le aspiranti al noviziato dopo un periodo di prova, per verificare la vocazione sia da parte dell'aspiran­te e sia da parte delle Superiore dell'Istituto. Carolina, dunque, lasciò la famiglia sulla fine del 1920, a diciannove anni, ma il suo ingresso in noviziato avvenne il 14 settembre del 1921. Scrisse dunque Caro­lina il 15 settembre 1982, ringraziando chi le aveva fatto pervenire le proprie congratulazioni in occasione del 61° anniversario del suo ingresso in Religione: «Ritornando al giorno della partenza [da casa], oh, che meravigliosa e grande data! Ero felice! Perché mi sembrava di essere una di quelle anime privilegiate delle quali chissà che cosa ne avrebbe fatto il Signore! Certo che la vera realtà delle cose si è fatta comprendere poi [...]: altro è l'entusiasmo e altro è la vita. Tuttavia mi sembra anche che l'entusiasmo per il mio ideale non sia mai dimi­nuito in me, ché anzi quest'esigenza mi sta sempre dinanzi e guai a mese [...] non arriverò dove sempre Egli mi attende».

 

CAROLINA NOVIZIA CANOSSIANA

A vent'anni, il 14 settembre del 1921, vigilia della Festa di Maria Santissima Addolorata, fu accolta nel noviziato di Venezia, che allora aveva sede a Mirano Veneto. Le erano compagne due giovani di poco maggiori di lei: Gaetana Marchetto di Monteviale,5 di 22 anni, e Caterina Gaigher di Costabissara, di 21. Con le medesime compagne avrebbe trascorso tutto il periodo del noviziato, fino alla Profes­sione emessa il 5 ottobre 1924.

Come si configurava il noviziato delle Canossiane a quell'epoca? Sono trascorsi ottant'anni da allora, non moltissimi per la verità per una istituzione religiosa; ma occorre tener presente che in questi decenni di storia la società è passata attraverso mutamenti numerosi e di incalcolabile portata, modificando non solo i costumi, ma la mentalità che vi è sottesa; e questo non solamente in ambito scienti­fico e civile, ma anche in ambito religioso-ecclesiastico. Ovviamente con una irrinunciabile riserva: che, mentre nel mondo secolare si ha la pretesa di mutare anche le leggi, arrivando fino a voler sconvolge­re e pervertire la legge naturale, nella vita della Chiesa, il fondamen­to su cui essa poggia rimane immutabile, perché la sua legge, il Van­gelo, è Cristo stesso, la Roccia.

Tuttavia è innegabile che in quest'arco di tempo anche nel tessu­to ecclesiale si sono avute notevoli trasformazioni: in ambito dottri­nale nel senso di un maggior approfondimento del dato rivelato e delle sue incidenze nella vita di fede, in ambito morale nel senso di una maggior comprensione del mondo antropologico e delle sue esi­genze. Non invano è stato celebrato il Concilio Vaticano II, i cui documenti, benché non ancora esaurientemente conosciuti e appli­cati, manifestano uno straordinario sforzo di comprensione e di ade­guamento esistenziale. Acculturazione, inculturazione, aggiornamen­to, incarnazione nel sociale sono processi innovativi ormai fuori dis­cussione, purché sempre in fedeltà alla suprema saggezza di quello Spirito che «Signore che dà la vita», presiede la creazione e la storia.

Nei primi decenni del secolo, invece, si era ancora legati alle tra­dizioni familiari, sociali, religiose, culturali in genere, e non era nep­pur immaginabile il balzo in avanti verificatosi poi in tutti i campi dello scibile e dell'esperienza umana. Madre Carolina, perciò, visse il suo noviziato secondo la tradizione propria dell'Istituto di Maddale­na di Canossa, a suo tempo così innovatrice; tradizione che, dopo un secolo di storia, presentava sotto il profilo esistenziale elementi piut­tosto discutibili. Eppure, vissuta in profondità di fede, diede all'Istituto e alla Chiesa suore esemplari, donne realizzate, felici della pro­pria vocazione, animate da zelo santamente creativo. Madre Carolina Venturella ne è un nobile esempio.

 

IL NOVIZIATO SECONDO LE DIRETTIVE DELLA FONDATRICE

Il criterio di accettazione dei soggetti è formulato come segue: «Prima d'ogni cosa si raccomanda alla Superiora, sue Assistenti ed alle Sorelle tutte s'ingiunge e si raccomanda che non si lascino accecare dallo stolto desiderio di crescere di numero, ma che cerchino e bra­mino di accrescere soggetti dal Signore veramente chiamati, nei quali realmente si scopra un sincero ed efficace desiderio di servire al Signore nel distacco da ogni cosa, nell'annegazione della propria volontà, ed oltre ciò un desiderio verace d'impiegarsi, anche omet­tendo le loro pratiche spirituali, pel servizio dei Prossimi».

Quest'ultima affermazione dice quanto fosse radicata in Maddale­na di Canossa la convinzione che l'amore di Dio e l'amore del pros­simo fioriscono dalla medesima radice. Vengono al secondo posto le qualità personali dell'aspirante relative al temperamento, al carattere, alle cosiddette virtù di relazione, indispensabili per conservare e migliorare l'armonia e la pace nella vita di comunità. Seguono le doti d'intelligenza e di cuore necessarie per l'esercizio delle opere proprie dell'Istituto, particolarmente in ordine all'istruzione religiosa e all'in­segnamento nelle «scuole di carità», accompagnate da sufficiente salute e resistenza fisica. Non poteva mancare neppure una discreta dote in beni mobili o immobili perché, essendo il servizio ai poveri assolutamente gratuito, le Sorelle dovevano vivere del proprio, cioè degl'interessi maturati sulla propria dote. Purtroppo quest'ultima condizione gradualmente dovette essere modificata o abbandonata del tutto quando lo Stato, avocando a sé, di fatto, il monopolio della pubblica istruzione, pretese contributi non indifferenti dalle scuole private, rendendo loro impossibile la gratuità del servizio educativo.

Carolina Venturella fu ritenuta potenzialmente idonea a divenire Figlia della Carità, avendo le doti personali richieste e portando anche un «discreto corredo, letto e mobiglia stanza, più £. 1000 per dozzina Noviziato» [cioè per il proprio mantenimento durante il noviziato] Quanto poi a conoscenza catechistica e pratica liturgica, si ricorderà che Carolina ne aveva fatto un valido tirocinio già da ragazza, in casa sua e nella propria parrocchia. Si trattava ora di dive­nire effettivamente Figlia della Carità, percorrendo le varie tappe del noviziato, assimilando e interiorizzando sempre più e meglio le virtù proprie della spiritualità canossiana.

 

LO «SPECIFICO» DELLA SPIRITUALITA’ CANOSSIANA

La Fondatrice prescrive alla Maestra delle Novizie: «Essendo tutto il piano dell'Istituto stabilito sull'imitazione di Gesù Cristo Crocifis­so [...] a poco a poco conduca la Novizia a comprendere. come la vita che condur deve nell'Istituto abbia una certa uniformità con quella di Gesù Cristo. [...] Rapporto l'ordinario soggetto della Meditazione, rifletta che non è da tenere con tutte un'identica regola. [Con alcune. sarà bene tenerle] molto sulle massime eterne, e sopra meditazioni di disinganno: [con altre] meglio sarà tenerle sul- Vita, Passione e Morte di Gesù Cristo, cercando di piantare poi bene in tutte il Crocifisso nel cuore, [...] avendo anche riguardo ai tempi [liturgici] della Santa Chiesa, nello spirito della quale più di tutto conviene formar­le, ed in ordine ad esse, e perché possano poi diffonderlo negli altri, quando verrà il momento in cui dovranno operare».

Pedagogia personalizzata, dunque, ma avendo di mira l'unico fine: la gloria di Dio attraverso la propria santificazione per il bene dei Prossimi, alla scuola dell'unico Maestro, Gesù Cristo Crocifisso. L'in­tuizione carismatica della Canossa proveniva infatti dal versetto biblico «Inspice et fac secundum exemplar quod tibi in monte monstratum est» (Es 25,40) riferito al Crocifisso, con una trasposizione che si col­loca nel contesto di 1 Cor 10,11" e collaudata, nel caso specifico, da Sant'Ireneo di Lione.

Traguardo, come si vede, non mai raggiunto, ma che ha la forza di stimolare un cammino spirituale di grande impegno. Benché abba­stanza lungo, il tempo del noviziato era ovviamente insufficiente e la neo-professa era consapevole di dover continuare per tutta la vita a contemplare il Crocifisso come suo «Grande Esemplare».

La durata del noviziato era di circa tre anni: sei mesi di probazio­ne o postulandato, un anno di noviziato propriamente detto prima di ricevere la divisa dell'Istituto, un altro anno a vestizione avvenuta, durante il quale la novizia veniva esercitata nelle opere di carità anche in altre case dell'Istituto. Se questo tirocinio dava esito positivo, la candidata veniva ammessa alla Professione. Prima però di lasciare definitivamente il noviziato, la neo-professa trascorreva altri sei mesi sotto la direzione della Maestra delle novizie e, saltuariamente, in loro compagnia.

L'orario era piuttosto esigente: le 16 ore della giornata (dalle 6.00 alle 22.00) erano scandite da preghiere vocali, meditazione, (che la Fondatrice chiama «Orazione mentale del cuore»), Santa Messa, lezione spirituale, visite al SS. Sacramento, spiegazione e studio per­sonale della S. Scrittura e del Catechismo, esame particolare e generale e altre pie pratiche distribuite nel corso della settimana. Alle novizie era affidato in buona parte il riordino della casa, ma tempo notevole era pure dedicato allo studio e a lavori vari finalizzati al ministero che si prevedeva destinato alla futura professa. Era pure previsto qualche ritaglio di tempo da utilizzare in occupazioni con­geniali. Colazione, pranzo e cena sufficienti ma frugali; due ricrea­zioni assai vivaci, una subito dopo il pranzo e una dopo la cena. Que­sta una giornata-tipo feriale.

Nei giorni festivi, il disbrigo delle faccende domestiche era ridot­to all'essenziale ed escluso qualsiasi lavoro di carattere servile. Fre­quentemente si poteva partecipare ad una seconda Santa Messa e non di rado, nel pomeriggio si dedicava del tempo notevole all'adorazio­ne eucaristica, seguita dalla santa Benedizione. La domenica, nor­malmente una volta al mese, la novizia poteva ricevere visite dai parenti. Seguita la «vestizione», nei giorni festivi la Sorella veniva mandata con una Professa negli oratòri, dove imparava ad accogliere le ragazze, a trattenerle su qualche argomento edificante, come episo­di della S. Scrittura o vite di santi, e a divertirsi con loro.

Ogni giorno la Madre Maestra si rendeva disponibile all'ascolto della singola Novizia che, o spontaneamente o dietro invito, le ren­deva conto del proprio cammino ascetico ricevendo, secondo il per­sonale bisogno, consigli, esortazioni, incoraggiamento o ammoni­zioni. Non mancava neppure un certo tirocinio circa le penitenze afflittive, a discrezione della Madre Maestra. Tuttavia le mortifica­zioni da preferirsi erano «quelle esterne pubbliche mortificazioni che portano più indebolimento di superbia che debolezza di forze. Non s'intende però di disapprovare né togliere l'esercizio dell'esterna mortificazione, solo s'intende che, non potendo tutte le Sorelle sostenere oltre la fatica del loro ministero altre penalità, non si fa una generale prescrizione».

Le virtù più frequentemente raccomandate e studiate sugli scritti stessi della Santa Fondatrice erano quelle inserite nel libro delle Rego­le delllstituto delle Figlie della Carità: Umiltà, Carità fraterna, Morti­ficazione, Silenzio ed esterna compostezza.

Purtroppo non possediamo documenti riguardanti il comporta­mento della novizia Venturella Carolina, ma il seguito della sua vita fa supporre che essa abbia ben approfittato di quel periodo di forma­zione così importante. Infatti la vedremo sempre impegnata a pro­gredire nel cammino della perfezione: preghiera, amore alla Chiesa e al suo magistero, carità fraterna, umiltà e silenzio saranno gli esercizi ascetici da lei più coltivati, per rispondere con l'amore alla predile­zione che Dio le aveva manifestato chiamandola ad una vita di tota­le consacrazione a Lui. La contemplazione e l'imitazione del Croci­fisso, «specifico» della spiritualità canossiana, costituivano infatti la grande attrattiva che, infiammandole e dilatandole il cuore, la resero gradualmente capace di abnegazione e di altruismo, fino a plasmarne un'autentica Figlia della Carità.

 

CAPITOLO QUARTO

GIOVANE PROFESSA A VENEZIA ARMONIE E DISARMONIE

La convinzione che nessuno è perfetto è veramente universale, ma quasi altrettanto universale è poi il misconoscimento dei propri difet­ti e, quando si ammettono, lo si fa a denti stretti. Provvidenzialmen­te, però, nessuno è tanto difettoso da non avere anche doti positive capaci di compensare, o addirittura superare, i difetti; come nessuno è così positivamente strutturato da non presentare lati negativi. Se poi si tratta di anomalie caratteriali è facile che, se non tempestivamente riconosciute e fatte oggetto di amorevole educazione, finiscano per creare intorno alla persona che ne è afflitta pesanti e pericolose bar­riere fino a rendere difficoltose, se non addirittura conflittuali, le rela­zioni personali in famiglia e fuori.

Per Carolina Venturella il pericolo di crescere caratterialmente dif­ficile era stato tutt'altro che ipotetico, date le carenze affettive che andavano stratificandosi nella sua psiche. E ciò a causa della morte precoce della mamma, seguita ben presto da quelle ravvicinate di una sorellina e di un fratellino. La scomparsa della mamma non fu certa­mente compensata dalla presenza della matrigna, oltre tutto non imparziale, ma solo attutita dall'affetto del padre e dei nonni; e tut­tavia il pericolo di anomalie caratteriali fu completamente scongiura­to, si direbbe, dal trasporto della fanciulla verso la Madre di Gesù.

Quanto ai difetti fisici congeniti, si sa che sono i meno demoniz­zati ma, dal punto di vista psico-sociologico, hanno essi pure l'incre­scioso potere d'influire negativamente sulla persona che se li porta addosso, riducendola non raramente all'isolamento, se non addirittura alla depressione o, per reazione, all'aggressività. Oggi la scienza chi­rurgica ha fatto notevoli progressi per ovviare a carenze funzionali o a difetti estetici, ma quando Carolina Venturella era fanciulla a Gran­cona, certe anomalie, credute irrimediabili, generalmente erano sop­portate con rassegnazione e talvolta anche con disinvoltura.

 

UN VISTOSO DIFETTO

Carolina, purtroppo, camminava zoppicando per avere la gamba sinistra leggermente più corta della destra, ma nessuno pensò che vi si potesse rimediare, tanto più che la famiglia era numerosa e che abbastanza frequentemente faceva la sua comparsa qualche malattia epidemica. Fu proprio a causa di un'epidemia che in casa Venturella, dal 7 aprile al 23 maggio 1907, si ebbero tre funerali. Altre circo­stanze, non ultima l'insicura condizione economica nonostante che i Venturella fossero proprietari terrieri, contribuirono a far sottovalu­tare l'anomalia fisica di Carolina la quale, quasi insensibilmente, si abituò a zoppicare; ma non ne prendeva pretesto per esimersi dalle faccende domestiche o per disertare la chiesa, anzi!

Con quanta fedeltà frequentava la parrocchia benché piuttosto lontana, e con quale fervore, soprattutto, era assidua al Santuario della Madonna Addolorata di Spiazzo, la cui grande fama, che risale a tempi antichi, è testimoniata dai verbali delle visite pastorali dei Vescovi vicentini fin dal 1583. Un'immagine di Maria, infatti, risul­ta esistente nel comune di Grancona già dal 1266, ed era venerata in una chiesetta campestre. Col passare degli anni l'effigie dovette esse­re rinnovata (l'attuale affresco è attribuito alla scuola di Battista da Vicenza, che risale al sec. XIV) e la chiesetta subì numerose trasfor­mazioni: le più notevoli furono l'aggiunta di un altare dedicato a San Giuseppe e, forse in previsione della restituzione a parrocchia, la costruzione del battistero nel 1923. Nel 1951 poi il nuovo parroco, Don Rinaldo Danieli, considerando che la chiesa «Talvolta è insuffi­ciente per la popolazione», si diede subito da fare per la realizzazione di importanti lavori che mutarono radicalmente la forma del com­plesso. Né era trascurata la cura spirituale: la parrocchia di Spiazzo si vanta ancora di aver visto «maturare [in dieci anni], tre vocazioni: un religioso e due suore...: Mattiello Cesare - Canevarollo Silvia - e Ven­turella Carolina» appunto.

Poiché per i credenti in Dio nulla avviene a caso, non è fuori luogo leggere in chiave provvidenziale l'appartenenza di Carolina ad una comunità parrocchiale tanto devota alla Vergine Addolorata. Orfana di madre a sei anni, privata in un mese e mezzo di due fra­tellini, e non affettivamente gratificata dalla seconda mamma, si rifugiò in grembo a Maria Santissima e riversò nel suo cuore di madre «esperta nel soffrire» la pienezza dei suoi sentimenti: timori, affanni, speranze, delusioni..., ricevendone in contraccambio tanto, tanto amore. Quando si sentirà chiamata ad una vita di totale con­sacrazione, la sua scelta cadrà su di una famiglia religiosa che preci­samente in Maria Santissima Addolorata venera la propria «Istitutri­ce e Madre».

Si può supporre che l'andatura claudicante costituisse per la gio­vane Carolina un problema quando si trattò di presentarsi per essere ricevuta in convento, ma niente lo documenta. Nel periodo di pro­bazione, poi, le doti che la novizia veniva manifestando si rivelarono così preziose anche in vista dei ministeri esercitati nell'Istituto, da offuscare e far addirittura dimenticare la menomazione fisica. Deter­minante poi il fatto che Carolina Venturella non zoppicava affatto nelle vie del Signore, camminava anzi speditamente e, come vuole la Regola, conclusi i tre anni di noviziato, fu ammessa alla Professione: era il 14 settembre 1924, vigilia della Festa liturgica di Maria Santis­sima Addolorata.

I Voti di povertà, castità e obbedienza allora non obbligavano «fino al termine della vita» e nemmeno venivano rinnovati di anno in anno per cinque anni, come vuole l'attuale Codice di diritto canonico; ma, secondo quanto era stato stabilito dalla Fondatrice, «per tutto quel tempo che colla vostra grazia persevererò nelllstituto, che spero e desidero sia per tutta la mia vita». E che tale fosse l'intenzione di Carolina non si può mettere in dubbio.

 

UN DONO ECCEZIONALE

Tra le «preziose doti naturali» alle quali s'è accennato, la neo-pro­fessa possedeva il dono di una voce di canto gradevole, intonata, melodiosa e sicura, animata da grande sensibilità musicale. Questo dono era comune a tutti i membri della famiglia Venturella, ma in Carolina era veramente eccezionale, tanto che nello Stato di Famiglia, accanto al suo nome, il parroco di Grancona si era sentito in dovere di annotare: Canta. E Carolina cantava volentieri, dando sfogo ai suoi sentimenti più intimi, trovando nel canto il mezzo espressivo per lei più congeniale. Anche in convento Carolina cantava appena le era consentito o ne era richiesta: cantava nelle celebrazioni liturgiche, nelle festicciole d'Istituto, nelle ricreazioni; cantava con i bimbi della scuola materna e con le ragazze dell'oratorio e, quando ne sarà richie­sta, canterà nella corale della parrocchia.

Molto opportunamente, perciò, quando la neo-professa fu tra­sferita a Venezia e si trattò di darle una specializzazione, la Superio­ra decise di farle studiare musica e, come strumento, il pianoforte.

Due grandi opportunità che colmarono Madre Carolina di gioia e di gratitudine.

 

AMBIENTE E OCCUPAZIONE

Due componenti di notevole valore educativo contribuirono quindi alla formazione giovanile di Carolina: la città in cui andò ad abitare, Venezia, e l'occupazione alla quale fu destinata dall'obbe­dienza: lo studio della musica.

Era molto nota, quando esisteva in Italia la Scuola Media Unica, una poesia di Diego Valeri intitolata appunto VENEZIA. Ne citiamo le prime due strofe:

C'è una città di questo mondo, ma così bella, ma così strana, che pare un gioco di fata Morgana e una visione del cuore profondo. Avviluppata d ún roseo velo, sta con sue chiese, palazzi, giardini tutta sospesa tra due turchini. quello del mare, quello del cielo.

Benché la giovane professa Carolina Venturella non conoscesse questi versi né il suo autore, si può legittimamente ipotizzare che, dato il suo temperamento d'artista, si sentisse in connaturale sintonia con la città della laguna ovattata di silenzio, la cui mutevole e miste­riosa bellezza non poteva non esercitare su di lei il suo incantevole fascino. Ma lo esercitava nell'ambito della sobrietà, di quella padro­nanza di sé richiesta a chi, cresciuto come lei alla scuola della fede, sa cogliere nelle bellezze della natura e dell'arte le vestigia di Dio Amore. Così la Provvidenza la invitava alla contemplazione, alla pace interio­re, al silenzio colmo di sante aspirazioni.

Madre Carolina non ci ha lasciato nulla di scritto nemmeno a pro­posito della sua destinazione allo studio del pianoforte e, conseguen­temente, dell'armonium, ma non può esserle stata che di sommo gra­dimento: vedersi assecondata proprio in ciò che naturalmente aveva di più geniale, avere la soddisfazione di partecipare attivamente al servizio liturgico, disporre di un'arte tanto efficace nell'educazione dei piccoli e delle giovani, avere la possibilità di rallegrare le feste d'I­stituto... fu certamente per lei, tramite l'intuizione dei Superiori, una grazia grande del Cielo. Ma l'intenzione più profonda, come si può dedurre dal seguito della sua vita, era quella tanto inculcata dalla Fon­datrice: cercare in tutto la gloria di Dio.

 

SUPREMA ARMONIA

In questa prospettiva anche se la sua sensibilità artistica era grati­ficata dall'esercizio vocale e strumentale della musica, non costituiva certamente lo scopo della sua vita di consacrazione, ben più nobile ed alto. Era infatti in ambito spirituale, nel santuario intimo del pro­prio cuore, nel suo intrattenersi con lo Sposo incessantemente ed esclusivamente cercato che Madre Carolina raggiungeva il massimo dell'armonia, quell'interiore serenità unificante che dà pace e gioia profonda.

Madre Carolina cantava, ma sapeva anche tacere e ascoltare. Si ricorderà che tra le virtù specifiche della Figlia della Carità, la Fon­datrice annovera il silenzio, motivandolo come segue: «Non sarebbe possibile ottenere lo scopo primario dell'Istituto, che è quello di ope­rare la propria santificazione nell'adempimento dei due Precetti [della carità] e nell'imitazione del Divin nostro Salvatore, senza una stret­tissima osservanza del silenzio, giacché in primo luogo per conserva­re nel cuore il santo amor di Dio è quasi indispensabile lo spirito di orazione, il quale senza raccoglimento certamente non regge, e l'uno e l'altro hanno bisogno di essere alimentati dal silenzio».

Abituata già in famiglia alla sobrietà anche nel parlare, a Madre Carolina non deve essere costata molto l'osservanza del silenzio pre­scritto dalla Regola, se ci si riferisce al silenzio esterno; quanto alla custodia del silenzio interno, che consiste soprattutto nel far tacere la fantasia e i sentimenti orgogliosi o molesti, non è detto che per la gio­'vanéprófessa fosse sempre cosa facile. Si sa che la vita interiore è tantó più ricca e vivace quanto meno ci si dissipa nelle esteriorità, motivo per cui tutte le potenzialità spirituali della giovane suora eranb assai vive e fervide. Ma l'applicazione a lei richiesta dall'obbe­dienza per riuscire nello studio, ne favoriva l'educazione al raccogli­mento e alla concentrazione, con sensibile vantaggio per la sua inte­riorità. A mano a mano che questa, affinandosi, si arricchiva, il silen­zio le diveniva sempre più necessario, congeniale e gratificante. Così è da supporsi che, quando si dedicava agli esercizi di pietà e in parti­colare all'orazione, era interiormente sempre più libera, sempre più avida di ascolto interiore e di corrispondenza totale.

Allora si abbandonava all'azione di Dio comunque si presentasse e lasciava che nel suo cuore l'onda della grazia fluisse e rifluisse asse­condando i ritmi della propria libertà. Anche per lei, ovviamente, la preghiera non era sempre necessariamente consolazione e gioia; pote­va essere aridità e noia, e persino afflizione, ma era sempre divina azione misteriosa che sempre più penetrava nelle profondità del suo spirito. E preghiera era anche aspettare i momenti della grazia, era anche invocazione umile e fiduciosa, attesa paziente che la luce dissi­passe le ombre o il dubbio. E allora il silenzio si faceva parola inte­riore, invocazione, supplica del cuore; il silenzio si vestiva di armonia.

Un autore contemporaneo ha definito il silenzio «voce dell'ani­ma»; in Carolina Venturella potremmo definirlo «sinfonia del cuore».

 

IN CONTROLUCE

Dal fin qui detto sembrerebbe che l'unica disarmonia nella giova­ne Canossiana fosse di natura fisica, cioè il fatto di essere claudican­te. Sarebbe non solo inesatto, ma imperdonabilmente semplicistico pensare che Madre Carolina avesse già raggiunto la perfezione della vita religiosa. Come lei stessa dichiarerà ripetutamente fino a tardis­sima età, era di natura orgogliosa. Sentiva fortissimo il bisogno di autoaffermazione, la spinta a fare chiarezza, l'esigenza d'imparzialità, il rifiuto dell'ostentazione e del privilegio... cose tutte talvolta caren­ti anche nella vita delle comunità femminili, sia pure tendenti alla santificazione, a causa di tante piccole, ma logoranti situazioni che insensibilmente nascono e s'impongono sotto apparenza di carità, senza che lo siano per davvero: le può giustificare l'intenzione evan­gelica di chi le pratica con rettitudine, credendosi nella verità. Per Carolina era molto difficile non reagire anche esternamente, e non sempre riusciva a reprimere una parola o un gesto di disapprovazio­ne. Se ne umiliava chiedendo scusa e accusandosi di amor proprio, d'orgoglio, di superbia, di attaccamento al proprio giudizio, vigilan­do perché le sue reazioni non turbassero l'armonia e, soprattutto, per­ché nessuna Sorella soffrisse per causa sua.

Tuttavia, grazie a Dio, Madre Carolina conserverà sempre fermez­za di carattere e di pensiero, coerenza interiore e operativa, sincerità di parola e di azione, in una parola: quell'assoluta trasparenza che è propria di chi agisce sotto lo sguardo di Dio, unicamente per dargli gloria. In questa esclusiva ricerca la vedremo sempre più personal­mente impegnata e sempre meglio intimamente rassodata dalla divi­na grazia.

 

CAPITOLO QUINTO

MASER

«Umile e ridente paese del Trevigiano, Maser s'adagia sugli ameni colli della pedemontana, a trenta chilometri di distanza dal capo­luogo, a otto dalla cittadina di Asolo, lungo la stradale Cornuda-Bas­sano. Il panorama che offre a settentrione, è costituito da una fuga di colline disuguali, ed elevantesi fino ai cinquecento metri, da una successione di pendii, su cui sparse posano le rustiche case: panora­ma raccolto, sereno ed armonioso: incantevole per la varietà dei vasti orizzonti che si godono dalle alture, e delle bellissime valli, nel cui fondo, in letti di rocce e di sassi, scorrono, lievemente rumoreggian­do, limpide acque di torrentelli. I miti declivi, in fase di rimboschi­mento, sono ricchi di pascoli, di vigneti e di meli, ciliegi, castani, noci, olivi; mentre ai loro piedi si stende la campagna, ubertosa, oltre che di vigneti e di frutteti, anche e soprattutto di frumento e di biade, con superfici, oggi più vaste, coltivate a foraggi: il clima è salubre, mitigato anche d'inverno, grazie ai colli che lo riparano dalla tramontana».

 

LA SCUOLA MATERNA

Il soggiorno di Madre Carolina nella città della laguna fu assai breve: un anno. A Maser, un ricco e munifico proprietario, Carlo Giacomelli, nel 1925 donò al paese una magnifica Scuola Materna, costruita su disegno dell'Ingegner Luigi Bolzon, inaugurata il 10 maggio: a gestirlo furono chiamate, da Venezia, le Figlie della Carità Canossiane. La scelta venne concordata con il Vescovo di Treviso, Mons. Andrea Giacinto Longhin, durante la Visita Pastorale del 18 gennaio 1925, come si legge negli Atti delle Visite Pastorali, al N. 48 bis, scritto di pugno dal Vescovo stesso: «Giacomelli, grande proprie­tario e veramente benefico, ha costruito un Asilo che si inaugurerà la prima domenica di Maggio. La costruzione è splendida, sarà affidato alle Canossiane di Venezia».

Tra le Canossiane venute da Venezia c'era la giovane Carolina Ven­turella che, senza tralasciare lo studio della musica e le esercitazioni al pianoforte, passò dall'incantevole e sognatrice Venezia alla vivace popolazione di una scuola materna sul nascere.

Rincrescimenti? Se vi furono, data la felice situazione di cui gode­va a Venezia, furono presto accantonati, dapprima non senza supera­mento virtuoso della propria sensibilità artistica e dell'innata propen­sione al raccoglimento, ma poi, sostenuta dall'amore alla propria vocazione, come gratificata dal sentirsi strumento per il Regno nelle mani di Dio e dei Superiori. Del resto era aiutata anche dall'incante­vole ambiente naturale in cui era venuta a trovarsi e dalla innata sem­plicità, forse un po' rude, dei bambini dai quali era circondata, tanto più che l'uno e gli altri le ricordavano inevitabilmente Grancona e i suoi abitanti.

 

CONOSCERE GESÙ PER FARLO CONOSCERE ED AMARE

Principale preoccupazione della giovane Canossiana fu quella di assimilare le norme prescritte dalla Santa Fondatrice per l'educazione delle fanciulle.

Da precisare che quando la Canossa le scriveva, le sue scuole non prevedevano gli asili infantili, lasciati a persone laiche o ad altri Isti­tuti a ciò preparati; si trattava, invece, delle cosiddette «scuole di cari­tà», cioè dell'istruzione primaria nelle classi inferiori alle fanciulle povere o abbandonate. Ovviamente, gli orientamenti e le motivazio­ni proposte da Santa Maddalena, desunte dal Vangelo, hanno senso anche per i più piccoli. Si avverte subito che qui la Santa non inten­de riferirsi alle materie d'insegnamento e ai programmi scolastici, cose importantissime e che non trascurava affatto, ma da posporre alla educazione del cuore che rimane essenziale. Scrive testualmente: «[ ...] se una prova grande d'amore verso Dio si reputa la conversione dei peccatori, quanto più dolce sarà prevenire ed impedire i peccati medesimi prima che succedano, e salvare, per modo di spiegarsi il Signore dagli oltraggi, più di quello che sia procurare l'umiliazione dell'oltraggiatore. [...] per soddisfare veramente a questo importan­tissimo oggetto di Carità, si ricordino le Sorelle quel detto di Gesù Cristo che: chi accoglie ed ha cura di queste bambine nel suo nome, accoglie Lui stesso».

 

PROFONDO ATTEGGIAMENTO DI FEDE

La suddetta riflessione fu quella che orientò la nostra Carolina in tutta la sua vita di relazione: coi piccoli della scuola materna, con i loro genitori, con le persone che avvicinava nelle istruzioni di cate­chismo; ma anche con le sorelle della comunità religiosa e con tutte le varie categorie di persone che ebbe ad incontrare nella sua lunga vita. In ciascuna di esse lo spirito di fede le faceva vedere, al di là di ogni apparenza, fosse pure negativa, la presenza del Signore Gesù. Questo atteggiamento le era certamente più spontaneo e facile con i bambini, nei quali la divina immagine non è ancora stata oscurata o deformata dal peccato: senza sdolcinature, del resto non affini al suo temperamento naturalmente riservato, li avvicinava con bontà, con affabilità, si direbbe con umiltà e riverenza, proprio come avrebbe fatto col piccolo Gesù. In questo le erano di esempio le Consorelle maggiori ed esperte, dalle quali aveva molto da imparare, anche sul piano didattico.

E qui è doveroso annotare che Madre Carolina entrò nella Scuola Materna dapprima come assistente, non avendo ancora conseguito un legale titolo di studio; otterrà più tardi il diritto all'insegnamento, in seguito ad ispezioni e regolare autorizzazione. È in effetti questio­ne di rettitudine, di onestà professionale, di rispetto dei diritti delle famiglie, oltre che dovere di coscienza, assumere con la dovuta com­petenza qualsiasi ufficio e, a maggior ragione, quelli che comportano responsabilità educative, il cui esito si prolunga nel tempo, «dipen­dendo dalla educazione, ordinariamente, la condotta di tutta la vita». Perciò dobbiamo immaginare Madre Carolina dapprima alle prese con i più piccini, o i più irrequieti, o anche con qualche piccolo minorato al quale prodigava maggiori cure e attenzioni. Ma li amava tutti, felice quando poteva deporre nel loro cuore innocente qualche germe di bontà, abituarli a rispettare la presenza di Dio e a sollevare a Lui frequentemente qualche giaculatoria. Quando se ne offriva l'oc­casione, se li conduceva appresso per una visitina, breve ma affettuo­sa, a Gesù, «prigioniero d'amore» nel santo tabernacolo.

Purtroppo non possiamo offrire episodi particolari, mancando del tutto materiale documentario in proposito: sono trascorsi ormai circa settant'anni da allora e non risulta che ci siano testimoni ancora viventi. Madre Carolina poi non parlava mai di sé, per cui nulla è rimasto nelle cronache dell'Istituto intorno alla sua vita di giovane suora. Veramente, per obbedienza, qualche appunto lei l'aveva scrit­to, soprattutto in ordine alla sua vita spirituale, ma ad un certo momento (lo confiderà al direttore spirituale in uno scritto del 16 aprile 1970)8 confessa d'essersi sentita ispirata a distruggere tutto, non valendo la pena di conservare memoria di una creatura misera­bile e indegna come lei.

 

A SERVIZIO DELLA PARROCCHIA

Confrontando nei già citati Atti delle Visite Pastorali, la relazione del vescovo in data 18 gennaio 1925 con quella del 30 dicembre 1931, si ha la felice sorpresa di un notevole progresso della popola­zione di Maser nello spirito cristiano e nel costume.

18 gennaio 1925 - «I costumi e la pietà lasciano un po' a deside­rare [...]».

30 dicembre 1931 - «Spirito cristiano nella popolazione molto elevato, frequenza ai sacramenti lodevolissima, il grado di istruzione religiosa nei fanciulli massimo [...]. La Dottrina cristiana divisa in quattro classi vide un consolantissimo risultato [...] meglio non si poteva desiderare».

Sarà presuntuoso pensare che a tale progresso spirituale abbia con­tribuito, come in filigrana, la presenza delle suore in parrocchia e nella scuola materna? Ci conforta in questa ipotesi una riflessione di Umberto Basso desunta dalle Visite Pastorali successive. Detto auto­re scrive che durante la guerra del 1915-1918 «la vicinanza del Fron­te non mancò di portare danni spirituali alla Comunità religiosa [di Maser]. Per ripararli si moltiplicarono le iniziative spirituali: La fon­dazione e lo sviluppo dei vari rami dell'Azione Cattolica, l'impegno pastorale per animarla secondo le direttive del Papa e del Vescovo dio­cesano, la predicazione, i Ritiri mensili per uomini, donne, giovani e signorine, l'intensificazione del culto eucaristico con l'assistenza alla Messa, le ore di adorazione, le lampade viventi affinché Gesù Eucari­stia, a tutte le ore del giorno, avesse un adoratore; i frequenti corsi di esercizi spirituali semichiusi, l'intervento annuale, per turno, dei soci di Azione Cattolica ai Corsi Chiusi, la Scuola e la gara di istruzione religiosa, le riunioni per le catechesi al primo piccolo numero di ope­raie, molto tempo prima della fondazione A.C.L.I., gli oratori festivi amorosamente assistiti dal Sacerdote, furono tutte iniziative svilup­pate per la formazione cristiana delle anime».

Qui le suore non sono menzionate, ma è risaputo quanto sia fun­zionale il loro contributo nelle suddette iniziative religiose, partico­larmente in campo femminile. Ora, le Figlie della Carità Canossiane, oltre la scuola, hanno come ministeri specifici precisamente l'istru­zione religiosa ad ogni categoria di persone, la preparazione dei fan­ciulli ai sacramenti, l'Oratorio festivo, l'assistenza e l'ospitalità a gio­vani e donne durante i corsi di esercizi spirituali. Ebbene, ci sembra giustificatissimo ritenere che le Canossiane, esercitando con umile sottomissione e con amore - come vuole la loro Regola - questi ministeri, tutti ricordati nell'ultima citazione, abbiano collaborato con i sacerdoti ad elevare nella popolazione il tenore della vita reli­giosa, notevolmente migliorata dopo il loro arrivo a Maser.

La nostra giovane Carolina deve avervi prodigato tutta se stessa, non solo perché inclinata a queste forme di apostolato e dotata per esercitarle, ma soprattutto perché si sentiva fortemente spinta dal suo amore a Gesù, che si studiava di far conoscere ed amare quanto mag­giormente le fosse possibile. Tanto più che nel 1930 aveva conferma­to e rinsaldato il suo vincolo sponsale con Lui, essendo stata ammes­sa, secondo le nuove direttive assunte dall'Istituto in conformità alle rinnovate Costituzioni, alla professione dei Voti perpetui che, con altre sei Consorelle, pronunciò a Venezia il 26 settembre.

Nel 1927, infatti, S. Santità Pio XI, «dopo aver approvato l'unio­ne di tutte le famiglie e Case canossiane sotto la dipendenza di una Superiora Generale e suo Consiglio», approvò pure «il nuovo testo di Costituzioni, in cui si prescrive di emettere dopo cinque anni di voti annuali la professione perpetua», degnandosi pure «disporre che tutte le Suore Canossiane le quali professarono da cinque anni compiuti secondo la formola antica, possano emettere la professione perpe­tua, premettendovi un conveniente ritiro spirituale. Quelle però che non intendessero emettere la detta professione perpetua, rimangano nell'Istituto coi voti già emessi, e potranno anche esercitare qualun­que ufficio, al quale fossero state o venissero in seguito legittima­mente elette o designate».

La nostra Carolina, che già in cuor suo si era consacrata in perpe­tuo allo Sposo Gesù quando aveva professato la prima volta, ne fu felice' e la fausta occasione le rivelò meglio la grandezza del dono ricevuto, impegnandola a custodirlo sempre più gelosamente. Gliene derivò un accrescimento di fervore anche nelle prestazioni di qualsia­si natura, fossero pure umili e nascoste.

 

A SERVIZIO DELLE CONSORELLE

Nelle Comunità religiose femminili ci sono da svolgere, al di fuori dei ministeri propriamente detti, molte altre mansioni che dall'obbe­dienza vengono assegnate alle Sorelle in armonia con le capacità, la salute e il tempo a loro disposizione. A Maser, Madre Carolina diven­ne pure «cufiaia», incaricata, cioè, di approntare a tempo e a modo le complicate cuffie che Santa Maddalena aveva dato alle figlie come copricapo di divisa. Risentivano del gusto dell'epoca, anche se la Fon­datrice era ben lontana dal voler adeguarsi alla moda, ma tant'è, cia­scuno è figlio del suo tempo, e conosciamo il sofisticato abbigliamento dell'epoca. Al confronto con i complicatissimi copricapi delle dame, le cuffie delle Madri Canossiane erano indubbiamente molto semplici, ma pur sempre esigenti nella fattura. Ci voleva abilità di mano, buona vista e pazienza a tutta prova per confezionare quelle strisce di piegoline fitte fitte su tessuto di taffettà nero: e Madre Caro­lina vi riusciva a meraviglia. Quelle cuffie sono ormai scomparse da circa mezzo secolo, sostituite da un semplicissimo velo, a tutto van­taggio dell'igiene e dell'udito, e con notevole risparmio di tempo.

C'erano poi le faccende di casa da sbrigare a turno, come il rias­setto dei vari luoghi abitati dalla Comunità e il rigoverno delle stovi­glie, ma c'erano anche, e ci sono, quei mille nonnulla che contribui­scono alla pulizia e alla proprietà degli ambienti: mille nonnulla di tutti e di nessuno, che le Sorelle più virtuose si rubano a gara e di cui provvede l'Angelo custode a tenere in ordine le partite. Nella sua avvedutezza e generosità, Madre Carolina non se li lasciava sfuggire, esercitando insieme l'umiltà e la carità, le due virtù che formano la divisa spirituale delle Figlie di Santa Maddalena di Canossa. Signifi­cativamente, infatti, nella sua Allocuzione del 6 gennaio 1927, Pio XI sintetizzava la vita di questa Fondatrice d'avanguardia nella seguente espressione. «La Carità nell’umiltà, l’umiltà nella Carità».

«Divisa spirituale», ma non invisibile che anzi, all'insaputa di chi la porta, trasuda da ogni atteggiamento, da ogni parola, secondo quella coraggiosa affermazione della Santa Fondatrice che esorta le Sorelle «ad abbracciare in tutto il più dispregevole ed il meno cerca­to, nascondendo con singolare e dolce destrezza questa stessa umile ricerca nel seno della stessa Umiltà».

Proprio perché la sua personalità era naturalmente portata all'af­fermazione di sé, sorella Carolina incominciò presto ad andare con­trocorrente: l'istinto battesimale, come potenziato da intuito profeti­co, le faceva intravvedere il tesoro nascosto nelle profondità di un cuore umile e mite. Le sfuggiranno ancora, suo malgrado, special­mente dopo aver accumulato anni ed anni di esperienze non sempre gratificanti, gesti di insofferenza o di tacita disapprovazione, dei quali non cesserà di pentirsi e di accusarsi, trasformandoli in trampolini di lancio verso profondità sempre più abissali. Citiamo da un suo scrit­to inedito, senza data, ma certamente posteriore di qualche decina di anni: «Un conoscere che non diventi vita è più una condanna che un vantaggio». E nel suo intimo si sente rimproverare così: «La grande miseria della tua vita non deriva forse dal fatto che il regno del tuo amor proprio, del tuo orgoglio, del tuo giudizio personale, della tua propria volontà... soppiantano il mio spirito, il mio amore, il mio giudizio e la mia volontà? La vera carità, questa passione divina non può avere un'origine naturale, né essere semplicemente il risultato di sforzi umani. Diventano in tutta verità figli di Dio coloro che comunicano in modo tale con lo Spirito Santo da essere come con­dotti, guidati, fatti agire da Lui... ».

Non è possibile datare certe intuizioni perché si arricchiscono pro­gressivamente. Forse non andiamo errati dicendo che il cammino spi­rituale di Madre Carolina fu un incessante spogliazione ed espropria­zione dalle proprie vedute e volontà, dai suoi gusti ed aspirazioni naturali per offrirsi in purezza di cuore a tutte le operazioni dello Spi­rito. E quando venne l'ora fissata da Dio, tutto avvenne in semplici­tà e libertà, pur se non senza travaglio e sofferenza.

Dopo nove anni di permanenza a Maser, l'obbedienza offerse a Madre Carolina l'occasione di un grande distacco: la chiamò a Schio, ancora come maestra di Scuola Materna.

 

CAPITOLO SESTO

A SERVIZIO DELLA CLASSE OPERAIA DAL TREVIGIANO AL VICENTINO

Dopo nove anni di tirocinio teorico-pratico sia come religiosa e sia come assistente di Scuola Materna a Maser, nel 1934 Madre Carolina fu trasferita a Schio, quasi un ritorno alla sua terra d'origine. Schio è infatti adagiata all'ombra del Pasubio nell'Alto Vicentino, e a Sud Ovest, nel cuore dei Berici, giace Grancona. Le due località però, se si esclude la bellezza del paesaggio e l'ingegnosa laboriosità degli abitan­ti, legata ai boschi e ai campi quella dei granconati, aperta all'industria quella degli scledensi, non sono paragonabili. Mentre Grancona non ebbe sviluppo né territoriale né demografico e rimase quasi scono­sciuta, Schio vide ampliarsi i propri confini e aumentare il numero degli abitanti, raggiungendo ben presto grande notorietà. Favorita dalla presenza della Roggia Maestra (derivazione del torrente Léogra), poté dar vita e incremento a fiorenti attività artigianali, in particolare quella laniera, tanto da superare Vicenza. Infatti nella prima metà del Settecento, su iniziativa del patrizio veneziano Niccolò Tron, si svi­luppò la prima industria tessile che subito s'impose sul mercato. Dopo l'età napoleonica e il seguente predominio austriaco, che avevano pro­vocato un arresto di circa mezzo secolo, Schio tornò ad imporsi per la sua attività imprenditoriale. La sua notorietà è infatti legata soprattut­to all'industria tessile che, tra il 1800 e il 1900, con Francesco Rossi e il figlio Alessandro, fece di Schio la capitale dell'arte laniera, conqui­standole il titolo di «Manchester d'Italia».

Il nome dei Rossi è inoltre legato alla crescita urbana con la costru­zione del Nuovo Quartiere Operaio, fornito di case per gli operai e di villini per i dirigenti con relativi spazi verdi da adibire a giardino o ad orto; fornito di scuole, di servizi sociali e ricreativi, di chiesa, teatro e stazione ferroviaria. Precisamente in ambito scolastico si sofferma la nostra attenzione, per il fatto che Madre Carolina fu inviata a Schio in qualità di maestra di Scuola Materna.

 

LE CANOSSIANE A SCHIO

La presenza delle Canossiane a Schio risale al 2 luglio del 1864, accolte da un festoso scampanio e da una folla esultante che procurò loro un certo disagio, poiché per la loro consuetudine di riservatezza, avrebbero desiderato giungere nella nuova sede, se non di nascosto, certamente inosservate. Invece Monsignor Garbin, che le aveva chie­ste e ottenute dalla Superiora dell'Istituto di Sant'Alvise di Venezia, e l'Arciprete Greselin ebbero per loro parole di benvenuto oltremodo lusinghiere. Disse tra l'altro Monsignor Arciprete: «Benedico a Voi e a questa Casa che sarà abitata e santificata da Voi... E questo pure è l'eletto giardino in cui germineranno, e cresceranno, e metteranno frutti le tenere pianticelle, che alla carità Vostra, alla vostra solerzia saranno affidate».

Non esisteva ancora l'«Asilo Rossi»; le Canossiane erano state richieste dall'Autorità ecclesiastica per l'educazione delle fanciulle povere, cui si affiancarono ben presto fanciulle e giovinette di fami­glie agiate. La loro sede fu un grandioso palazzo in via Fusinato 51, che con la chiesa della Sacra Famiglia (ancora in attesa del pronao di stile neoclassico come risulta dal primitivo progetto), costituisce uno degli edifici più ammirati di Schio.

L'«Asi o Rossi»

A proposito dell'«Asilo Rossi», disponiamo di un documento di prima mano, la Cronaca manoscritta, della quale riportiamo alcuni passaggi interessanti.

«Il Sen. Alessandro Barone Rossi alle sue molteplici opere di bene­ficenza a Schio aggiungeva nell'anno 1867 [...) l'erezione di un Asilo pei figli degli Impiegati e Operai dei suoi Opifici. Detto Asilo da prima ebbe inizio in una casa privata posta in Via Pasubió; in segui­to trasportato in un magnifico ed apposito locale, sito nella stessa via, composto di una parte centrale e due ali laterali a pianterreno e primo piano, nonché di un vasto cortile per la ricreazione dei piccoli. L'o­pera venne affidata a dodici Signorine, dirette da una Signora, la quale secondo i metodi dei più illustri educatori per l'Infanzia, pro­fuse tutta la sua,operosa e materna attività per ben sette lustri al bene di questa minuscola e promettente generazione. Gli iscritti erano quasi cinquecento, poiché frequentavano l'Asilo anche i piccoli dei paesi limitrofi [...]. Difatti tre omnibus, ogni mattina raccoglievano i bimbi da Poleo, Torre, Pieve e Magrè e li trasportavano a Schio, in questo magnifico e signorile edificio, dalle ampie e arieggiate aule, dove dai quattro ai sette anni, apprendevano le prime nozioni di una sana educazione. Dopo questo periodo di preparazione, i bambini erano ammessi a frequentare la seconda classe elementare. Nel 1915, a causa della grande guerra europea, la città tanto vicina alla frontie­ra, sgombrò quasi tutta; il locale dell'Asilo venne ceduto al Presidio Militare e trasformato in Ospedale pei feriti di guerra [...]. Il dopo­guerra con i suoi sconvolgimenti sociali non permise subito dopo la pace la riapertura dell'Asilo; solo nel 1923 la nuova Amministrazio­ne Rossi poté dedicarsi alla continuazione dell'opera tanto amata dai predecessori. La Provvidenza volle che a gestirla fossero chiamate le Figlie della Carità della Ven. Maddalena di Canossa, le quali accetta­rono l'invito come un mandato divino».

Come si spiega questo passaggio nella scelta del personale diretti­vo e docente, dal momento che il precedente corpo insegnante, laico, godeva giustamente di stima e prestigio? Una prima spiegazione potrebbe essere di natura economica. L'Italia era uscita dalla guerra vittoriosa ma impoverita, e stipendiare personale religioso, che ha alle spalle una comunità, era meno oneroso che stipendiare personale laico. Ma c'è una ragione più profonda di carattere politico. La prop­aganda nazionalistica che si andava diffondendo nell'Europa occi­dentale vedeva nel socialismo la matrice della campagna politica con­tro gli ex-combattenti, la causa della diffusa disgregazione morale, e la spinta verso l'oscuro e pericoloso bolscevismo che stava guada­gnando la Russia. Soprattutto per scongiurare quest'ultimo pericolo la borghesia si andava schierando contro il socialismo, favorendo, senza prevederne le fatali conseguenze, il prevalere del nascente Par­tito Nazionale Fascista. Vedendo in una comunità religiosa persone aliene dalla passione politica, le diedero la preferenza, ritenendo anche, e questo a buon diritto, che l'attenzione prestata dalle maestre «suore» alle famiglie, in particolare alle mamme dei loro alunni, avrebbe contribuito alla pacificazione degli animi e favorito il ritorno alla normalità.

La richiesta della nuova Amministrazione dell'Asilo Rossi, fu tra­smessa alla Superiora Primaria di Venezia, Madre Giuditta Tosarin, la quale designò quattro Sorelle nel nuovo campo di apostolato, sotto la guida di Madre Dorotea Fornasaro. Prima d'iniziare l'anno scolastico fu però necessario sgomberare l'ambiente, abbandonato da circa un decennio, dal molto materiale e dai rottami che si erano accumulati nei corridoi, nelle aule e nelle soffitte. Furono settimane di fatiche, disagi e sacrifici assai costosi, sostenuti dalle Sorelle con generosità encomiabile. Si aggiunga che per tutto il 1923 queste Sorelle, non avendo a disposizione in loco un ambiente riservato a loro, andavano a pernottare nella Casa di Via Fusinato.

«Finalmente l'anno dopo, 1924, il reparto Suore, compresa la Cappellina, fu approntato e la piccola comunità poté stabilirsi in casa propria. A Superiora locale venne chiamata la Rev. Madre Clotilde Chiericati. Le Sorelle, nei giorni di festa, poterono dedicarsi all'inse­gnamento della Dottrina Parrocchiale».'

 

FATTO ECCEZIONALE

Quando Madre Carolina giunse all'Asilo Rossi, dopo oltre mezzo secolo dalla sua fondazione, esso era ben fiorente: il numero delle Suore insegnanti, già notevole, sarebbe stato ancora accresciuto: da sei nel 1934, a dieci nel 1936, a dodici nel 1938 e a tredici nel 1942. In detto Asilo si era infatti verificato un fatto abbastanza raro e cer­tamente lusinghiero per le persone addette alla direzione e all'inse­gnamento. Nel luglio del 1935 il Presidente, Ingegner Gavazzi, si rivolse personalmente alla Direttrice, chiedendo ospitalità per alcuni bimbi dell'Asilo comunale, carente di locali, nella prospettiva di una prossima fusione dei due Istituti, appena il personale insegnante e le strutture l'avessero consentita. Bisognava interpellare la Superiora maggiore da cui la Casa di Schio allora dipendeva e, nonostante la pioggia torrenziale, in quel medesimo giorno l'Ingegner Gavazzi accompagnava in macchina la Superiora della Casa, Madre Antoniet­ta Camuffo, a Vicenza per esporre il caso alla Superiora Primaria, Madre Walburga Ricchierí.

La risposta non poteva essere che positiva. Ottenuta anche l'ap­provazione prefettizia, nel seguente agosto una Commissione, com­posta di Autorità amministrative e scolastiche, compie un sopralluo­go e decide sull'istante di approntare otto nuove aule, utilizzando il reparto delle Suore, compresa la cappellina. Le opere di Dio, e per le Sorelle non poteva essere altrimenti, richiedono sacrifici: non sarebbe stato secondo il carisma di Maddalena di Canossa opporsi. Anche per Madre Carolina Venturella, inserita da un solo anno scolastico nella Comunità di Schio, incomincia così, con disagi anche persona­li, un periodo di spostamenti, traslochi, pulizie sempre da ricomin­ciare, immersione nella polvere, nel rumore e negli odori che oltre ottanta tra muratori, falegnami, imbianchini e verniciatori, vanno diffondendo per tutta la casa, trasformata in un grande cantiere.

Madre Carolina, e con lei tutta la Comunità, sogna il momento della ripresa scolastica programmata per la metà di ottobre, ma a quel punto, nonostante l'ammirevole alacrità degli operai, i lavori sono ancora in pieno svolgimento e la riapertura dell'asilo viene necessa­riamente differita. Continua per un altro mese il grave disagio delle Sorelle costrette, all'uscita degli operai dopo la faticosa giornata di lavoro febbrile, a improvvisare ogni volta, in angoli di fortuna, cuci­na, refettorio e locale di riunione. Ma la privazione più grande è la mancanza del Santissimo e di un luogo raccolto per la preghiera. A turno, le Sorelle si recano nella vicina chiesetta dell'Incoronata, dove per brevi ore, alla presenza del Signore Gesù, possono riposare anche fisicamente in aria più respirabile.

A novembre le otto aule programmate sono pronte e allestite con seggioline e tavolinetti nuovi, dal ripiano di vetro e intonati, nella tinta, alle pareti dell'aula, diverse l'una dall'altra. Presto incomince­ranno le iscrizioni e viene fissato il giorno dell'apertura dell'Asilo per il 2 dicembre 1935.

Ma è veramente tutto finito? Per i piccoli alunni sì, ma per le loro maestre deve tutto incominciare e si tratta di far posto alle sedici per­sone che formano la nuova Comunità. Poiché non sarebbe stato pos­sibile ripetere l'esperienza del 1923 (allora le suore da ospitare erano quattro), fu adottata una soluzione provvisoria: per qualche mese adattare a dormitorio comune l'ampio spazio offerto dal sottoscala della gradinata centrale: le pareti furono sostituite da tende e la man­canza di comodità dallo spirito di adattamento e dal senso di riserva­tezza delle suore. Dal canto suo, la Direzione Amministrativa aveva promesso l'erezione d'un apposito padiglione appena trascorsa la sta­gione invernale. Come avvenne.

Alla solenne riapertura dell'Asilo volle essere presente anche la Superiora Primaria la quale, dalla vigilia, aveva provveduto all'anima­zione spirituale delle Sorelle, così che tutto riuscisse di gloria al Signo­re e a beneficio dei piccoli ospiti. Oltre trecento erano presenti nel­l'ampio cortile: i più grandicelli abbastanza disinvolti, ma i piccini smarriti o addirittura angosciati nel dover lasciare per la prima volta la mamma. Gradualmente si andarono tuttavia abituando, fino a giungere alacri e contenti ad immergersi nel gioco e nelle varie attivi­tà programmate, in compagnia dei nuovi amichetti e familiarizzando sempre più con le maestre. Un posto d'onore era ovviamente riserva­to alla preghiera, alla quale già erano orientati in famiglia e che a scuola assumeva modalità diverse e importanza sempre maggiore. Una data particolarmente solennizzata fu il 12 dicembre, quando riprese dimora tra le Sorelle l'Ospite divino, in una stanzetta al primo piano trasformata in Cappellina. A turni ben distribuiti vi giungeva­no anche i piccoli alunni, ai quali le maestre additavano il minusco­lo tabernacolo dove abitava Gesù, insegnando loro a mandargli un affettuoso bacio. Per Madre Carolina era questo uno dei momenti più ambiti. Col trascorrere degli anni, infatti, la sua sensibilità spiri­tuale, già così notevole, era andata continuamente sviluppandosi in profondità, prediligendo i momenti di raccoglimento, particolar­mente le visite al SS. Sacramento. Andarvi poi con i piccoli dell'Asi­lo, significava per lei l'opportunità di un ulteriore inabissarsi nel mistero, facendo esperienza dell'affermazione di Gesù, quando rin­grazia il Padre che si rivela ai piccoli. Allora Madre Carolina, natu­ralmente parca di parole, si effondeva in preghiere semplici e sponta­nee, che i piccoli ripetevano con altrettanta semplicità e fervore di spirito. Spesso poi, assecondando l'interiore impulso al canto, into­nava qualche facile ritornello eucaristico o mariano, facendo eco al giubilo di Gesù e suscitandone il gusto nei piccoli oranti.

 

UNA FESTA MANCATA

Anche all'Asilo Rossi di Schio, come in tutte le scuole materne del mondo, potevano svilupparsi malattie infettive, come si verificò nel dicembre del 1935. In prossimità delle vacanze natalizie cominciaro­no a serpeggiare morbillo e scarlattina e per disposizioni sanitarie la riapertura della scuola venne differita a dopo l'Epifania. Non solo perciò alcuni alunni dovettero trascorrere a letto le feste di Natale, ma tutti furono privati della «Festa dei piccoli» solita a tenersi in occa­sione della «Befana». Non vennero però privati del consueto dono: un taglio per vestitino o cappotto, accompagnato da un'arancia. Oggi il dono di un'arancia fa sorridere e ci si domanda persino se un'aran­cia può rappresentare un dono, ma non si pensava così allora quan­do la frutta scarseggiava sulla mensa dei poveri e nelle famiglie ope­raie appariva solamente nei giorni di festa. Poiché alcuni, trattenuti a casa dalla convalescenza, ritardarono il ritorno alla scuola, la distri­buzione del dono fu rimandata al 10 gennaio 1936, quando ormai il rischio del contagio era scongiurato. Fu una stupenda sorpresa per i piccoli della prima classe che non vedevano l'ora di comunicarla ai parenti, all'ora dell'uscita.

Per Madre Carolina, cresciuta nella dignitosa ma sobria austerità di una famiglia possidente ma non benestante, era un sommo con­forto contribuire alla felicità di quei piccoli che tanto amava e ai quali insegnava a ringraziare, oltre che i benefattori, il Buon Dio, dalla provvidenza del quale ogni dono proviene.

Nella solita Cronaca si legge ancora che due volte all'anno i picco­li dell'Asilo offrivano un grazioso trattenimento alle Autorità, ai benefattori ed anche ai genitori che accettavano d'intervenirvi: a Natale e al termine dell'anno scolastico. Tra le maestre Madre Caro­lina era forse la più impegnata, poiché si sa che gran parte di questi trattenimenti è animata dalla musica e dal canto.

La Direzione amministrativa, però, non si limitava ad assistere alle festicciole, ma seguiva con particolare interesse il funzionamento di quest'Opera tanto benemerita e promettente. Non solo accoglieva gratuitamente i bambini, ma procurava che l'ambiente fosse sano e ben tenuto, che il materiale didattico fosse idoneo ed efficiente; prov­vedeva pure al benessere fisico degli alunni con un abbondante piat­to caldo a mezzogiorno, periodiche visite mediche, somministrazione di medicinali e agevolazioni di cure climatiche.

 

UNA DATA RIVOLUZIONARIA NELLA STORIA DELLE FIGLIE DELLA CARITA’

Fondato a Verona nel 1808, l'Istituto di Maddalena di Canossa si era gradualmente affermato in numerose città, dapprima nel Lom­bardo-Veneto e, dopo l'unificazione d'Italia, in tutta la penisola. Inol­tre, già nel 1860, un primo drappello di Missionarie aveva raggiunto Hong Kong, per espandersi poi in Cina, in India e in Indocina. Le Case in terra di Missione, col fiorente Noviziato missionario prima a Pavia e poi a Vimercate, dipendevano, dopo il 1912, direttamente dalla Madre Generale dell'Unione Veneta residente in Verona, men­tre le altre Case si distinguevano in «Case primarie» e «Case filiali». Ogni Casa primaria aveva il proprio noviziato che continuava ad ali­mentare le comunità minori alle quali aveva dato vita, chiamate per­ciò «Case filiali». All'inizio degli anni Trenta, in Italia si contavano 3282 suore professe, in 268 Case, distribuite in 39 Diocesi.

La distinzione in Case primarie e Case filiali risaliva ai tempi della Santa Fondatrice, la quale ci ha lasciato nella Regola Diffusa una stu­penda pagina, che pareva intoccabile, circa «L'Unione delle case delle Figlie della Carità», sulla traccia di ciò che scrisse in proposito San Francesco di Sales per le sue Visitandine. Ma già da qualche decen­nio andava diffondendosi nell'Istituto la sensazione che sarebbe stato vantaggioso un legame non solo «di carità» per quanto ben radicato, ma anche di natura giuridica e, in nuce, questo era già avvenuto per le Case del Veneto. Intervenne poi in tal senso la Sacra Congregazio­ne dei Religiosi quando si trattò di approvare definitivamente, dopo un settennio di prova concesso nel 1927, le Regole e Costituzioni del­l'Istituto aggiornate secondo il Codice di Diritto Canonico allora vigente. «La Chiesa... col suo occhio illuminato, vigile e materno, trovò [il provvedimento] necessario, utile e conveniente alla sua con­solidazione, al suo maggior sviluppo».

Con il citato Decreto, in luogo delle 27 «famiglie» o piccole unità in cui erano distribuite le Case e Suore in Italia, vennero «canonica­mente erette cinque Province religiose in codesto benemerito Istituto delle Figlie della Carità Canossiane»:'

1. La Provincia di San Zeno (Verona), con 57 Case esistenti in 11 Diocesi e con 650 Suore.

2. La Provincia di San Marco (Venezia), con 46 case esistenti in 9 Diocesi e con 662 Suore.

3. La Provincia di Sant'Ambrogio e di San Carlo (Milano), con 59 Case esistenti in 5 Diocesi e con 670 Suore.

4. La Provincia di Sant'Alessandro (Bergamo), con 45 Case esi­stenti in 8 Diocesi e con 640 Suore.

5. La Provincia dei Santi Faustino e Giovita (Brescia), con 61 Case esistenti in 6 Diocesi e con 660 Suore."

Con questa nuova sistemazione, entrata in vigore nel maggio del 1936, Madre Carolina Venturella della comunità di Schio, Asilo Rossi, passava dalla «Famiglia» di Venezia alla Provincia di Verona.

 

VISITE, ISPEZIONI ED ALTRO ANCORA

Dovrebbe bastare la legge naturale a far camminare gli uomini, come singoli e come collettività, sulla via della giustizia, ma siamo avvertiti dalla storia che così non è. E non ci meravigliamo più di tanto. Leggi su leggi, divieti su divieti, controlli su controlli... Si direbbe che la giustizia sia tanto più assicurata quante più leggi esi­stono, e non ci si accorge, o non ci si vuol accorgere, che succede pre­cisamente il contrario. Le leggi, infatti, a loro volta hanno bisogno di chi le faccia osservare, moltiplicando le occasioni di trasgressione, tanto da giustificare l'attualità e universalità dell'interrogativo: «Quis custodiet custodes?».

Le stesse Istituzioni religiose non possono sottrarsi a questa neces­sità che, purtroppo, potrebbe oscurarne l'ispirazione e il carisma, non lasciandone trasparire la vera natura: creazioni dello Spirito. C'è da benedire il Signore dove le Regole non soffocano la libertà interiore e l'autorità viene esercitata come servizio.

Non potevano comunque mancare anche nelle Comunità canos­siane, specialmente dopo la sistemazione del 1936, le Visite canoni­che. Nella Cronaca manoscritta, più volte citata, se ne ha una suc­cinta documentazione dalla quale, grazie a Dio, appare che lo spiri­to di fede animava Superiore e suddite nei loro incontri. Eccone qualche prova:

28 luglio 1937 - Visita canonica Generale da parte delle Madri Chiocchini ed Elena Fabruzzo. Il loro arrivo è salutato con rispettoso affetto, nella convinzione che nella persona dei Superiori viene il Signore a visitare la Comunità e a benedirla.

24 ottobre 1937 - A Verona si festeggia il 50° di vita religiosa della Superiora Provinciale, Madre (?) e vi partecipano anche le Superiore locali di Schio.

10-11 aprile 1938 - Visita della Superiora Generale, Madre Anto­nietta Monzoni, che si reca anche presso i bambini dell'Asilo e sug­gerisce, per quanto concerne le prestazioni delle suore, orientamenti e modalità.

L'«Asilo Rossi» era però un'istituzione benefica voluta e sostenuta da laici, imprenditori avveduti e lungimiranti, ma sottoposta, come ogni altra realtà scolastica, all'autorità statale; ciò che significò, durante il ventennio 1922-1943, alle dipendenze del governo fasci­sta. Impresa assurda sarebbe voler fare anche solo approssimativa­mente il punto tra ciò che vi era di positivo e di negativo nell'insie­me di questo regime iniziato con un atto rivoluzionario (la Marcia su Roma) e affermatosi a prezzo di un progressivo consolidamento della dittatura. Si giunse alla costituzione del Partito Nazionale Fascista nel quale si volle comprendere e assorbire tutta la vita pubblica del popo­lo italiano e all'interno del quale ebbe vita un corpo militare privile­giato: la Milizia fascista. La creazione di opere pubbliche in un clima di retorica «imperiale» e l'istituzione di vaste opere assistenziali, del resto necessarie, se da un lato soddisfacevano l'ambizione politica di Mussolini, dall'altro potevano rappresentare agli occhi del popolo una grande benemerenza a suo favore, tanto più che le masse erano tenute all'oscuro delle inique manovre di una diplomazia corrotta. Che ne sapevano di tante violenze e intrighi le famiglie operaie dei piccoli alunni? Che ne sapevano le suore interamente dedite al pro­prio ufficio di educatrici per la gloria di Dio, come voleva la loro vocazione?

Quando giungeva qualche autorità, veniva ricevuta con onore e accompagnata a visitare i locali, a vedere e dialogare con i bambini; se poi si trattava di autorità scolastiche, a verificare la competenza del personale direttivo ed insegnante e a constatare la fedeltà nello svol­gimento dei programmi. Nella Cronaca, alla data 28 gennaio 1938 si legge: «Oggi, nel pomeriggio, il Provveditore agli Studi ha visitato l'Asilo Rossi. Era accompagnato dall'Ispettore di Zona, dal vice Com­missario prefettizio, da un rappresentante del Segretario del Fascio, dall'Ispettore scolastico, dal Direttore didattico, dal Direttore del Ginnasio comunale e dal Segretario-Capo del Comune." [...] Il Prov­veditore si è vivamente compiaciuto nel rilevare come le presenze fos­sero numerose, ciò che sta a dimostrare la perfetta efficienza dell'Isti­tuto. Dopo aver visitato le aule ed essersi interessato dell'insegna­mento, è stato accompagnato a visitare il Nido di fabbrica del Lanificio in perfetto funzionamento [...]. Il Provveditore ha lasciato l'Asi­lo esprimendo ancora la propria soddisfazione per quanto aveva potuto constatare, ed un elogio alla Direttrice dell'Asilo e alla Dire­zione del Lanificio per quanto [...] ha realizzato nel campo assisten­ziale per i suoi operai».

Qualche settimana dopo, una visita di tutt'altro tenore. Giungo­no all'Asilo Rossi circa trenta industriali tedeschi, accolti dal Diretto­re sanitario, dalla Direttrice dell'Asilo, dalla Direttrice sanitaria e dalle altre Maestre e Assistenti. Dopo aver visitato le aule, i refettori, le sale di ricreazione, giunsero al piano superiore, dove erano raduna­ti i bambini: circa quattrocento.

Appena il Capo della Commissione e i suoi accompagnatori furo­no entrati nella sala, «dai piccoli è partito un vibrante evviva al Re Imperatore, al Duce ed alla Germania amica. Quindi, mentre tutti gli ospiti e le autorità si raccoglievano nella grande sala, i piccoli canta­vano gli inni della Patria [...]. Gli ospiti erano veramente commossi del suggestivo spettacolo, e quando i canti ebbero fine, i bimbi più coraggiosi si unirono agli ospiti, felicissimi della festa che questi pic­coli Italiani facevano loro in nome dell'amicizia italo-germanica».

Sarebbe interessante conoscere i pensieri e i commenti che circo­lavano in proposito nelle famiglie e nella stessa Comunità canossia­na. Delle famiglie si può presumere, nelle meno sprovvedute, qualche sentore di bruciato; quanto alla Comunità canossiana è indicativo ciò che scrisse nella Regola Dif-usa, a proposito del silenzio, Maddalena di Canossa, vissuta in tempi politicamente instabili, ambigui e cala­mitosi: «Proibisce la Regola di parlare di politiche e civili novità; dif­ficilmente si avrà il coraggio di farlo nella comune ricreazione, ove le Superiore hanno dovere di troncare simili discorsi, ed osservando il silenzio, nessuna ne parlerà con altra particolarmente».

E nel capitolo della Carità fraterna: «[...] nessuna opposizione a questa unione portar deve l'esser le Sorelle di diversi paesi, fossero anche di diverse Nazioni tra sé contrarie, essendo tutte egualmente Figlie del Padre Celeste; ed a questo proposito osservino come la Regola, che proibisce di discorrere delle cose del mondo, le garanti­sce da molti inciampi [...]».

È trascorso poco più di mezzo secolo da quando le Canossiane erano ancora tenute all'osservanza di queste Regole, ma si è verifica­ta tale evoluzione sia soggettivamente e sia comunitariamente, che non esistono pietre di paragone per misurare le distanze. C'è stato un Concilio Vaticano II nella Chiesa Cattolica, e nelle famiglie reli­giose una laboriosa e sofferta stagione di aggiornamento esteso a tutte le espressioni di vita consacrata. Oggi dobbiamo sapere, ma ci è richiesto discernimento e grande senso di responsabilità; ci è richiesto soprattutto di testimoniare il Vangelo con la vita: siamo sempre «tutte egualmente Figlie del Padre Celeste», chiamate a rico­noscere in ogni persona un fratello o una sorella da comprendere, da accogliere, da amare.

 

SERVIZIO LITURGICO-CATECHISTICO

Si disse sopra che nei giorni festivi le Sorelle addette all'Asilo Rossi potevano esercitare il ministero della Dottrina cristiana, tanto prezioso e raccomandato dalla Santa Fondatrice. Era questo un servi­zio esercitato con piacere e competenza da Madre Carolina che, come si ricorderà, vi si era addestrata ancora da ragazza, in casa propria e nella chiesa parrocchiale. Da sempre lo studio del catechismo e del Vangelo furono alla base della sua cultura anche pedagogico-didatti­ca. Allora non era consentito lo studio diretto della Sacra Scrittura, per il timore di interpretazioni soggettive non conformi alla Verità, ma vi si suppliva con la lettura e la spiegazione della Storia sacra, assai

frequente nelle riunioni di comunità. Lo studio del catechismo poi era prescritto dalla Regola due volte la settimana, durante la lezione spirituale. L'«assistenza alla Dottrina Cristiana» rappresenta infatti il secondo dei ministeri di Carità abbracciati dall'Istituto della Canos­sa: «Dedicato essendo quest'Istituto [...] all'adempimento dei due precetti della Carità, e non essendovi atto di carità verso il prossimo perfetto quanto quello di far che amino Dio, ed uno dei migliori mezzi per farlo amare essendo quello di farlo conoscere, perciò uno dei Rami singolarmente contemplato in questo Istituto, si è quello dell'assistenza alla scuola della Dottrina Cristiana [...]».

Parlando di «assistenza alla Dottrina Cristiana», la Fondatrice intende tutto un complesso di attenzioni e accorgimenti per abituare le fanciulle e le giovani a frequentare utilmente le lezioni di catechi­smo che in ogni giorno festivo si tenevano in parrocchia: riceverle prima nella Casa dell'Istituto per un po' di svago, accompagnarle ordinatamente, tranne le più piccole che venivano istruite in Casa, alla chiesa parrocchiale; distribuirle nelle apposite classi secondo l'età, adoperarsi perché ascoltassero e apprendessero quanto veniva spiega­to. A questo scopo le ragazze venivano aiutate con ripetizioni e spie­gazioni dell'argomento trattato in chiesa, nella Casa dell'Istituto, dove ritornavano per la ricreazione e la merenda. «[ ...] debbono le Sorelle della Carità essere animatissime in questo Santo Esercizio, il quale è di tanta compiacenza al Signore, di tanto merito loro e di tanto utile al Prossimo [...]. Si ricordino singolarmente in questo esercizio le Sorelle quello che disse e fece il Divin nostro Salvatore, che [...] attestò che venuto era non ad essere servito, ma a servire [...]. Si vuol dire con tutto ciò che [...] anche in questo Santo Esercizio alle Sorelle si raccomanda che, rinnovando e purificando esse la loro intenzione, si portino nelle scuole della Dottrina Cristiana come per­sone che d'altro non si curano che di Dio e della di Lui gloria».

Lo zelo di Santa Maddalena aveva pure stabilito che alle donne adulte povere ed alle ragazze che non potevano frequentare la dottri­na parrocchiale, separatamente s'insegnasse il catechismo giornal­mente in Casa. Qualche cosa di analogo si faceva presso l'Asilo Rossi poiché, due volte la settimana, si teneva un'istruzione catechistica per le operaie del Lanificio. Il fatto non fa meraviglia poiché si rivela in sintonia con le intenzionalità della Direzione dell'Asilo nell'affidarne la conduzione a un Istituto religioso: approfittarne per ammorbidire i rapporti fra datori di lavoro e lavoratori, favorendone la formazione religioso-morale.

Madre Carolina, come si vedrà anche in seguito, si trovava perfet­tamente a suo agio in queste sante occupazioni che costituivano il suo ambiente vitale, perché dirette alla gloria di Dio attraverso l'istruzio­ne religiosa al prossimo. A questo scopo, settimanalmente, si sotto­poneva volentieri alla fatica, non lieve a causa della sua deambulazio­ne difficoltosa, di recarsi alla Casa di via Fusinato per tenervi un'i­struzione catechistica. Inoltre il dono di una bella voce di canto e l'a­bilità nel suono del pianoforte, rendevano preziosa la sua presenza anche nelle celebrazioni liturgiche sia in Casa sia in parrocchia, non­ché nelle feste e festicciole dell'Asilo e dell'Oratorio.

Madre Carolina Venturella trascorse così otto anni laboriosi e fecondi presso l'Asilo Rossi di Schio, serenamente inserita nella Comunità religiosa della quale condivideva pienamente impegni, responsabilità, speranze e delusioni, gioie e fatiche. Ma il 25 settem­bre 1942, giunse a Schio la Reverenda Madre Vicaria provinciale, che sarebbe ripartita il mattino seguente lasciando però una nota tri­ste: «Si porta via una cara Sorella destinata per altra Casa» - dice testualmente la Cronaca - ed in quel «cara Sorella» si legge il più sin­cero elogio della Comunità alla suora che parte. Si tratta di Madre Carolina Venturella che qualche giorno dopo, il 5 ottobre, sarà accompagnata a Zocca di Modena per esercitarvi l'ufficio di Supe­riora locale. L'esperienza vissuta all'Asilo Rossi di Schio l'aveva dun­que radicata nella spiritualità canossiana così da renderla idonea a coltivarla in altre consorelle.

 

CAPITOLO SETTIMO

SUPERIORA A ZOCCA DI MODENA A SERVIZIO DI DUE COMUNITA: RELIGIOSA E PARROCCHIALE

Madre Carolina Venturella giungeva a Zocca di Modena avendo lasciato la sua bella Schio, i suoi bimbi dell'Asilo, le istruzioni di cate­chismo alle loro mamme e ai fanciulli in preparazione ai sacramenti, la sua partecipazione alla corale parrocchiale, per assumere quella nuova responsabilità. Ma lo fece con la sua abituale disponibilità alla volontà di Dio a lei significata dai legittimi Superiori. Madre Caroli­na era nuova a quell'ufficio, reso ancora più arduo dal momento par­ticolarmente delicato che l'Italia stava attraversando: in piena guerra, in una regione dove gli animi erano particolarmente accesi, ma il buon Dio ve l'aveva preparata con un lungo tirocinio di umile e fidu­ciosa obbedienza. La sua prima preoccupazione fu ovviamente quel­la di animare spiritualmente la comunità e di conservarvi un clima di armonia e di pace.

Proprio in quell'ottobre 1942, infatti, infuriava la battaglia di Sta­lingrado in cui erano impegnati anche soldati italiani e che, poiché Hitler aveva ordinato la resistenza ad oltranza contro le forze sovieti­che che avanzavano da nord e da sud, fu alla fine massicciamente bombardata e quasi distrutta. Nel gennaio seguente l'ARMIR fu travolta dall'offensiva sovietica nella parte meridionale del Don. Dei 250 mila uomini che la componevano, le poche migliaia di supersti­ti scampati alla morte per freddo e sfinimento, durante la ritirata furono ulteriormente decimati dai tedeschi che impedirono a molti di loro di salvarsi salendo sui camions e sui vagoni ferroviari.

Anche nel modenese si moltiplicarono i lutti, mentre si faceva sempre più sensibile la mancanza di viveri e di altri mezzi di prima necessità. Madre Carolina, che conosceva per esperienza personale le sofferenze della prima guerra mondiale, si sentiva stringere il cuore e faceva del suo meglio per far giungere la refezione della GIL (Gio­ventù Italiana del Littorio) a quante più bocche le fosse possibile. Alla sofferenza morale si aggiunse presto quella fisica, a causa di un forte mal di schiena, che costrinse «la povera Superiora - sono parole sue - a tenere il letto per più mattinate e a fare un bel nulla». Ripresasi, con un'altra Sorella dovette frequentare a Modena un Corso di aggiornamento indetto dall'autorità scolastica e subire i relativi esami, grazie a Dio superati bene.

Nel febbraio del 1943, solenne Giornata di Adorazione aperta a tutti con buona partecipazione di adoratori. Per un mese, una volta la settimana, l'Assistente dell'Azione Cattolica diocesana tenne una lezione di catechismo per le dirigenti locali. Nel frattempo ci furono sostituzioni di Sorelle, ma il clima rimase sereno anche quando giun­sero la visita del Direttore scolastico e l'ispezione della GIL per ciò che concerneva la refezione.

La prima Santa Messa di un novello sacerdote nativo di Zocca, festeggiato da tutto il paese e da altri sacerdoti venuti per (occasione, fu un vero colpo d'ala per tutta la popolazione e, ancora più, per la comunità canossiana. Molto coltivata l'istruzione catechistica, spe­cialmente per le socie di A.C., che a maggio sostennero i relativi esami. Per Madre Carolina erano queste le iniziative più congeniali, unitamente alle celebrazioni liturgiche animate dal canto per il quale,

come già è stato notato, possedeva da natura inclinazione e capacità. Appena finita la scuola, solenne Giorno di Ritiro per la comunità religiosa. Altro motivo di gioia, la prima Santa Comunione di due fratelli sfollati da Bologna, attorniati da tutti i parenti in festa.

A fine giugno, grazie anche all'aiuto di due Sorelle venute da Vimercate e di un'altra venuta da Verona, fu iniziata la colonia diur­na per una cinquantina di fanciulle. Il mese seguente Madre Caroli­na ebbe la grazia di seguire un corso di esercizi spirituali a Verona. In agosto l'Assistente provinciale, Madre Galleani, giunse a Zocca per due giorni, parti quindi per Braglie, per ritornare poi a Zocca e ripar­tire per Modena sei giorni dopo, portando con sé una Sorella della comunità, Madre Maria Borsaro. Sul finire del mese partirono anche le Sorelle di Vimercate e di Bologna.

Una data importante è il 7 settembre che segna l'inizio della Visi­ta Canonica da parte delle Assistenti Generali, Madre Clementina Mattiuzzo e Madre Maria Serena. Il 9 settembre esse assistono alla ripresa, in tutte le classi della scuola elementare, dell'istruzione cate­chistica che era stata sospesa il 20 maggio. Il giorno 11 le due Visita­trici partono da Zocca, e Madre Carolina, che è anche la cronista, commenta: «Oh di quale appoggio e conforto ci furono in questi giorni di prova!». Dopo l'armistizio dell'8 settembre erano infatti entrate in paese le truppe tedesche per impadronirsi di tutto: muni­cipio, caserma dei carabinieri, mulino... E pensare che «si credeva tutto finito!». Dopo qualche giorno ritorna la Sorella Maria Borsaro, ma parte la Sorella Sofia Lorenzoni «che si è diportata molto bene e ci fu anche di grande aiuto».

Il 22 ottobre visita del Signor Direttore ai bambini dell'Asilo, con i quali s'intrattenne sul terrazzo con tanta soddisfazione.

 

ESPERIENZA SPIRITUALE PROFETICA

E qui è doveroso accennare a un'esperienza spirituale di Madre Carolina, da lei stessa sobriamente ricordata vent'anni più tardi in una pagina che si trova inserita nei Messaggi.

«Festa di Cristo Re giorno tanto caro al cuore della p.c. (piccola creatura, variante della firma: «Povera anima») perché ricordava la data della sua prima consacrazione di vittima di amore, compiuta vent'anni prima, il 30 ottobre 1943».

Ovviamente, sulla Cronaca non se ne trova traccia. È lasciata alla sensibilità di chi legge, ed eventualmente all'esperienza personale di «chi può intendere», la comprensione dell'impulso interiore che avrà spinto Madre Carolina a un gesto spirituale così determinante per la sua vita futura. Intendeva forse offrirsi al Signore perché, col cessare della guerra, si placassero gli animi, i soldati sopravvissuti tornassero alle proprie famiglie e si alleviassero così le sofferenze dei poveri? Fu certamente un gesto d'amore soprannaturale ispirato da Dio stesso, da quello Spirito di carità effuso nei nostri cuori per accenderli ed infiam­marli di Sé. Certamente Madre Carolina non poteva prevedere la por­tata di quel gesto, ma la comprese nell'ottobre del 1963, come ella stessa ebbe modo di spiegare nel contesto dei suoi Messaggi .

 

SVOLTA PERICOLOSA

Nonostante i drammatici avvenimenti che stavano sconvolgendo l'Italia dopo l'armistizio dell'8 settembre, per il momento a Zocca si vivevano giorni abbastanza tranquilli, ricchi di iniziative spirituali. In dicembre la prima Santa Comunione delle figlie dell'Ingegner Travaini; partecipazione di due Sorelle agli esercizi spirituali a Bologna; tutta una serie di ritiri spirituali: per le giovani di Zocca e dintorni; per le donne, per le fanciulle, e anche per la comunità religiosa. «Quanta grazia di Dio è passata, operando un gran bene».

La festa del Santo Natale vide la partecipazione delle fanciulle alla corale parrocchiale per la Santa Messa solenne. La comunità religio­sa chiuse l'anno con un'altra mezza giornata di ritiro.

Nel gennaio del 1944 riprese la refezione scolastica, che si riduce­va alla distribuzione di minestra, per trenta alunni. Ripresero pure le attività tradizionali, compresa la festa alla signora Ines Monzoni più solenne degli altri anni, accompagnata da mottetti cantati dalle fan­ciulle, dono di un conopeo per il tabernacolo della grotta dell'Imma­colata, molto venerata in parrocchia, e grazioso trattenimento offerto dai bambini. Il mese di febbraio ebbe inizio con il giorno di ritiro e si intensificarono i momenti di adorazione durante il carnevale. Si ebbe pure la prima Santa Comunione di una bambina undicenne croata, che faceva «da bidella». Il mese si chiuse con la visita all'Asilo del Signor Segretario, già Dirigente del Fascio locale.

In marzo si ebbe la possibilità di allestire una ricca «Pesca di bene­ficenza» a favore dell'Università Cattolica di Milano e nel mese di aprile si celebrò la prima Santa Comunione di due fanciulle sfollate, una da Bologna e l'altra dalla Francia. Nel maggio seguente fu inaugurato il pavimento nuovo dell'altare della Grotta dell'Immacolata e in giugno si ebbe la prima Santa Comunione dei fanciulli della par­rocchia. Fu pure data ospitalità a tre Consorelle bisognose di cam­biamento d'aria. In luglio, però, essendo il paese in pericolo, furono allontanate; ma ritornarono in settembre per offrire il loro aiuto in occasione del passaggio degli sfollati dell'alta montagna. Che stava succedendo?

Dopo l'8 settembre del 1943, la guerra, che sembrava finita, aveva invece avuto una grossa svolta, ma solo una svolta: era incominciata la reazione tedesca contro gli italiani «traditori»; ma era pure inco­minciata la resistenza italiana con la costituzione delle prime forma­zioni partigiane. Fino alla «liberazione» dell'aprile 1945, l'Italia fu un campo di battaglia: fra anglo-americani e tedeschi al sud, fra tedeschi e italiani al centro-nord e, purtroppo, anche fra italiani della resi­stenza e italiani fedeli al rinato partito fascista, con le famigerate «Bri­gate nere»: una guerra civile, insomma, con il suo drammatico carico di miseria e di fame, di vendette, di sopraffazioni, di arresti, di tortu­re, di uccisioni. Atroce fu la «marcia della morte» compiuta dal bat­taglione SS del maggiore Raeder che, tra il 12 agosto e il 5 ottobre 1944, attraversando molti paesi dell'Appennino tosco-emiliano, mas­sacrò 1836 persone: uomini, donne, vecchi, bambini. Ecco perché il passaggio di molti fuggiaschi da Zocca di Modena.

Nella ricostruzione della figura di Madre Carolina Venturella in questo periodo, ci è di grande aiuto la Cronaca, perché registra gior­nalmente i movimenti e il comportamento della comunità, dietro la quale è naturale vedere delinearsi la figura della Superiora. I tedeschi incominciano ad occupare locali: la sala e la direzione dell'Asilo, con grande spavento delle Religiose e nel timore di un prossimo avveni­re terribilmente rischioso. Ma ci si prepara con un fervoroso ritiro mensile.

In ottobre due delle Consorelle venute in aiuto partono per San Pietro in Elda: a Zocca ormai va aumentando il pericolo. Ora gli sfol­lati sono quelli dei paesi più vicini al fronte (la «linea gotica»). Commenta Madre Carolina: «Quanta compassione fanno! Non hanno che quello che indossano. Qui si dà loro una minestra, un po' di mar­mellata o formaggio, e pane. Il loro letto, la paglia [...]. Con il pane e l'alloggio si dà loro anche la buona parola di conforto e di fede, e ne sono molto grati». L'unica occupazione normale, in mezzo a tanta anormalità, la giornata di ritiro a fine mese. A metà novembre, in seguito a un bombardamento l'Asilo si svuota. Le Sorelle ne approfittano per fare, a turno, gli esercizi spirituali annuali; ma quelle del secondo turno, del quale fa parte anche la Superiora, li devono interrompere, perché i tedeschi requisiscono altri locali per ricoverarvi feriti e ammalati. Così trascorre tutto il mese di dicembre.

 

TRA RAPPRESAGLIA TEDESCA E RESISTENZA ITALIANA

Non ha tregua il flusso dei fuggiaschi. La neve è molto alta, ma l'a­viazione americana, che ormai sorvola anche Zocca, continua i suoi bombardamenti: qualche paese più vicino al fronte è semidistrutto. Eppure «nell'intimo della nostra comunità - annota Madre Carolina - spira un'aura di pace e tranquillità mai provate. Si fanno ricreazio­ni talmente allegre e chiassose da far meravigliare noi stesse. Forse tale forza ci viene immeritatamente dal buon Gesù del nostro piccolo tabernacolo, che in questo periodo di tempo onoriamo con ore di adorazione quasi quotidiane. Oh, quale aiuto potente non esperi­mentiamo mai in questo terribile momento! Noi, del resto, siamo preparate anche alla morte, e ne parliamo come di cosa "di stagione" e quindi non ci fa spavento. Si tiene il solito ritiro».

Nell'anniversario della prima apparizione della Madonna a Berna­dette, nella grotta di Lourdes parrocchiale si onora l'Immacolata con particolare insistenza e fervore, supplicandola di risparmiare il paese dalla distruzione. Ma qualche bombardamento arriva anche a Zocca:

vetri in frantumi e calcinacci dappertutto; le Sorelle sono costrette a raccogliere le loro cose e a rifugiarsi in campanile con molte altre per­sone. Si ripetono bombardamenti e mitragliamenti, dopo i quali alle Religiose viene suggerito di lasciare Zocca; per dove?

Una buona giovane le guida a Montecorone, dove riescono a tro­vare una stanza che dovrà servire ad ogni necessità e dalla quale la sera fanno la spola per Zocca, allo scopo di salvare almeno l'indispensabi­le. Il mattino seguente levata antelucana, partecipazione alla Santa Messa e via di nuovo per la stanza rifugio, portando in salvo, ogni volta, ciò che è possibile. «Il cuore è straziato non tanto per dover lasciare la Casa, perché a questo ci si era da tempo preparate, ma per­ché si prevede che Casa e Paese e tutto ciò che vi è di più caro sarà distrutto! Si salutano le persone che s'incontrano, ci si scambia un augurio di buon arrivederci, ma dentro nel cuore c'è lo sconforto, c'è la desolazione! Per oggi si fa un carico, vedremo se domani si potrà farne un altro».

 

BRUCIA L'ASILO D'INFANZIA

Il mese di febbraio si chiude con il peggio. Da Montecorone le Sorelle vedono benissimo il cielo sopra Zocca e contano anche trop­po bene le formazioni che vi passano e ripassano sganciando bombe che, insieme con le case, colpiscono il cuore. Verso sera arriva un giovane con la funesta notizia che uno spezzone incendiario ha rag­giunto l'Asilo, che ancora brucia. «Si riceve la notizia in silenzio e poi ci si reca all'interno della stanza a pregare e abbandonarci al divi­no volere».

Nel mese di marzo la situazione si aggrava ancora. Bombarda­menti e mitragliamenti quasi quotidiani su Zocca e frazioni vicine. La povera gente si ripara nelle cantine o nelle buche scavate nel suolo, finché il paese resta deserto. Vi rimangono però i tedeschi a saccheggiare e devastare. In aprile le granate giungono di giorno e di notte fino a Montecorone e anche più a nord: fino a Rocca e a Guiglia. «Fortunatamente tutto questo tempo di grandi prove non ci ha pri­vate della S. Messa e Comunione: ciò che forma tutta la nostra gioia e consolazione [...]. 15 aprile, domenica: Niente S. Messa e niente S. Comunione [...]. L'aviazione continua incessante la sua azione deva­statrice. Anche il povero paesello di Montecorone è colpito [...]. Le notti sono quanto mai avventurose... Si dorme dove capita [...]. Spa­venti, trepidazioni, speranze, raccomandazioni dell'anima a Dio [...]. Si mangia a tutti i pasti pane e latte, latte e pane [...] e tutto va giù come il miglior cibo che si possa desiderare».

Finalmente, il 21 aprile, circolano voci di speranza: i tedeschi sono partiti e giungono gli americani. Ma è ancora raccomandabile molta cautela. Infatti i tedeschi, costretti a lasciarci, mandano i loro ultimi saluti: cinque granate. L'indomani, domenica, per prudenza, non viene celebrata la S. Messa; ma il giorno seguente la vita riprende più calma con il conforto della S. Comunione. Si cambia l'abitazione, crollata in gran parte, e si trova ospitalità presso la casa del Signor Donnini. Tutti i giorni, alcune Sorelle si recano a Zocca per mettere in salvo quanto è rimasto del vecchio Asilo, mentre quelle che riman­gono nel rifugio tengono l'istruzione catechistica ai bambini del luogo, in preparazione alla prima Santa Comunione, fatica e gioia irrinunciabili per le Figlie di Maddalena di Canossa.

Il 24 aprile Madre Carolina con un'altra Sorella va a Zocca, per vedere in che stato si trova l'Asilo, ma non viene loro concesso di entrare in paese, se non dopo averne avuto il permesso dalle persone autorizzate. «Povera Zocca, come è ridotta! [...] Di tutto ciò che è stato lasciato, non è rimasto un mobile, non una sedia, un oggetto qualunque. Non si vedono che macerie. Le due visitatrici tornano a Montecorone con il cuore straziato».

 

DI NUOVO TRA I BIMBI DELL'ASILO

Le Sorelle approfittano dei ritagli di tempo per riassettare alla meglio biancheria e vestiti, finché il 2 maggio giunge loro un invito scritto perché tornino a Zocca a riaprire l'Asilo. Non però quello di prima, inagibile, ma nei locali della villa Calzolari. Il 22 maggio, infatti, Madre Carolina con la sua comunità ritorna a Zocca e si diri­ge subito alla nuova sede che, però, porta ancora le ferite della guer­ra: non c'è porta o finestra che abbia i vetri. «Ma, coraggio, giacché ci siamo abituate tanto bene a tutto ciò che capita! Ci sistemiamo alla meno peggio e ci si prepara per la riapertura dell'Asilo, cioè per l'ac­cettazione dei bambini, che saranno poi radunati in una piccola stan­za adibita a scuola».

Fortunatamente, da sotto le macerie, erano stati ricuperati i ban­chi per arredarla.

In breve tempo i bambini arrivano a una trentina, felici di poter rivedere le loro Madri e i compagni, con i quali tornare a giocare. Ma più felici ancora sono le Sorelle che possono riprendere l'istru­zione e la formazione cristiana dei piccoli innocenti.

Alla fine di giugno un provvidenziale Giorno di ritiro.

In luglio, felice sorpresa: il 24, l'arrivo inaspettato della Rev. Madre Vicaria Provinciale e, il 25, quello delle Reverende Madri Generale e Provinciale. «Oggi la nostra felicità è al completo! Quan­te cose abbiamo da raccontare! Le Rev.me Madri ci ascoltano, ci guardano, e sorridono. Veramente ne hanno passate di buone anche loro...». «Avremmo voluto che fossero rimaste sempre qui, invece dobbiamo vederle partire... Eppure il nostro cuore è tanto contento perché ha potuto aprirsi e confidarsi con coloro che tanto bene ci rappresentano Dio».

Il mese di agosto incomincia con un lutto per la parrocchia: la morte dell'arciprete Don Eligio Ferrari che «lascia un ricordo di virtù eminentemente sacerdotali». Intanto incominciano a Modena i turni di esercizi spirituali annuali; partecipano al primo turno Madre Carolina e Madre Maria Borsaro. In parrocchia si festeggia la prima Messa di un sacerdote novello della Congregazione dei Sale­siani di Don Bosco.

In ottobre parte per gli esercizi spirituali Madre Locati, alla quale - annota Madre Carolina- «il Signore è stato largo di lumi e di grazie». Volendo ora fare una breve considerazione retrospettiva sul primo triennio di superiorato di Madre Carolina Venturella, sembra perti­nente una valutazione positiva del suo stile, oltre che del suo opera­to. Questo fu pesantemente condizionato dalle vicende belliche, quello ebbe modo di manifestarsi a sua insaputa: delicato, spontaneo, avvolto di silenzio e di preghiera, quindi sobrio ed essenziale, dettato dalla fede che le circostanze avverse, anzi che sminuire, hanno il pote­re di corroborare.

 

IL NUOVO ARCIPRETE DI ZOCCA

Per Madre Carolina incomincia, senza particolari cerimonie, il secondo triennio di superiorato, ma la cronista sottolinea che, il 27 di ottobre, si fa il Giorno di ritiro in preparazione alla festa di Cristo Re, e sappiamo quale significato avesse per lei tale ricorrenza.

L'8 dicembre Zocca è in festa, non solo perché si celebra la solen­nità dell'Immacolata, ma perché «Don Giovanni Bagnaroli prende possesso della Parrocchia come Arciprete novello. Nato in questo

paese e molto amato e stimato dai suoi compaesani per le sue rare virtù sacerdotali e per le sue doti intellettuali che poterono ammirare nei brevi mesi che precedettero il suo Ingresso, viene accettato e festeggiato da tutti come il veramente Benedetto dal Signore, che farà tanto del bene a tutti, mentre glorificherà Iddio con la santità della sua vita».

Contraddistinsero la Festa il canto di una Messa nuova a due voci e la riuscitissima accademia dei bambini della Scuola Materna a sera, dopo la Benedizione.

 

SI TORNA A CASA

Nulla di particolare fino al 31 gennaio quando si ritorna al vec­chio Asilo restaurato. Ci si sta un po' strette; «tuttavia si è contente lo stesso, perché si è in Casa propria». Riprendono con maggior regola­rità le opere tradizionali, prima delle quali l'istruzione catechistica alle classi della scuola elementare e anche la refezione ai bambini della Scuola Materna. Con il mese di marzo si aggiunge la distribuzione della refezione a venti bambini assistiti dall'U.N.RR.A.

Ai primi di maggio Madre Carolina, accompagnata dalla Superio­ra di Braglie, deve recarsi a Bologna per una visita medica: nulla di grave, ma deve stare molto a riposo. Da Braglie viene una Sorella in aiuto a questa casa per un paio di settimane.

Durante le vacanze estive, come gli altri anni, si frequentano a turno i corsi di esercizi spirituali, arrivano Sorelle bisognose di cam­biamento d'aria, mentre altre partono per visite in famiglia.

In settembre si riprende la Scuola Materna e la distribuzione della refezione a una quarantina di alunni (alcuni della scuola comunale). Si riprende pure il tradizionale Giorno di ritiro a fine mese. Il 7 ottobre si celebrano i funerali del sacerdote Don Ludovico Rubini, gran­de benefattore della Casa di Braglie, morto in concetto di santità. A fine novembre viene per la prima volta il nuovo confessore della comunità.

 

RITORNA ANCHE GESÙ

Il 4 gennaio 1947 è giorno di festa: «con nostra grande gioia e commozione il Divin Prigioniero del Tabernacolo fa ritorno nella vecchia cappellina, ritrovandola tutta bella e rinnovata».

A metà marzo giunge in aiuto la postulante sor. Rolanda Chiura­to Maria 21 che l' 11 luglio tornerà a Verona per incominciare l'anno canonico di noviziato.

Tutto l'anno trascorre senza particolari novità.

Il 1948 si apre con la festa per l'onomastico della Signora Ines Monzoni,25 sempre soddisfattissima di quanto si fa in suo onore. Più nulla fino al 3 maggio, quando due Sorelle per la prima volta si reca­no alla scuola comunale per tenere ivi l'istruzione catechistica agli alunni di due classi della scuola elementare che, per motivi di orario, non possono andare all'Istituto Canossiano.

Il 24 maggio giunge in Visita Canonica la Reverendissima Madre Generale, Madre Antonietta Monzoni, nativa di Zocca, come si ricorderà M Due giorni dopo si reca per qualche giorno a Braglie, per ritornare poi a Zocca ed «assistere al grandioso spettacolo della Pro­cessione di chiusura del Congresso Eucaristico tenuto in questi gior­ni in Parrocchia, dopo una straordinaria Missione predicata da due ottimi Religiosi Cappuccini».

Vi assiste, infatti, dai finestrini del solaio, mentre le Sorelle della comunità sono tutte in processione con i fanciulli e le fanciulle bian­covestite. La grandiosa processione ha il suo coronamento sul piazza­le Dei Martiri, proprio davanti all'Asilo.

Il 28 e il 29 maggio sono giorni di intenso godimento spirituale. «La nostra Reverendissima Madre, con quel suo metodo tutto spe­ciale, illuminato e materno nello spiegarci Spiritualità Canossiana, ci va aprendo vie e orizzonti nuovi di santità fattiva non mai conosciu­ti. Oh, che fonte di spirito della nostra Beata Fondatrice non è mai codesta nostra grande Madre! Il suo passaggio in mezzo a noi lascerà una impronta che ha qualche cosa di straordinario». Verso sera la Reverenda Madre Generale parte per Bologna.

I mesi estivi trascorrono, come sempre, nel partecipare agli eserci­zi spirituali, e nell'accogliere Sorelle d'altre Case bisognose di cam­biamento d'aria.

E giunge l'autunno con la scadenza del secondo triennio di supe­riorato di Madre Carolina Venturella. Il 18 settembre, infatti, «arriva l'annuncio da parte della M. R. Madre Provinciale che la Madre Superiora si tenga pronta per la partenza, essendo già sei anni che si trova [a Zocca]».ss La partenza avverrà il 30 settembre 1948.

La nuova cronista non aggiunge una parola di commento. Tutto si svolge con regolarità e distacco, secondo quello spirito di austerità che era propria dell'Istituto e che, dopo i profondi mutamenti segui­ti al Concilio Vaticano II, rischia di essere considerata come freddezza. Era invece l'interpretazione, forse troppo letterale - bisogna ammetterlo - della Regola diffusa, quella scritta dalla Santa Fondatri­ce, che prescrive di obbedire in spirito di fede, prontamente, sempli­cemente, «troncando ogni riflesso e non dando luogo a ragioni». Se qualche Sorella di Zocca, affezionata a Madre Carolina, poteva sen­tirne rimpianto, aveva l'occasione di offrire a Dio, in silenzio, il pro­prio sacrificio, mostrando effettivamente di cercare Lui solo.

Quanto a Madre Carolina che, da cinque anni ormai, si era con­sacrata «vittima di amore» al suo Re, si può a buon diritto pensare che avrà rinnovato la sua offerta con intensità d'affetto, rendendosi sem­pre più disponibile a qualunque cenno dell'obbedienza.

 

MEZZO SECOLO DOPO

Nel 1994, muore a Zocca la Superiora, Madre Maria Borsaro, che era vissuta con Madre Venturella dal 1943 al 1948 e ne custodiva la cara memoria. Il Capitolo Provinciale di Verona, constatando l'im­possibilità di sostenere con rinnovati soggetti quella comunità, deci­deva di chiuderla. Fu allora che emerse quanto benedetta fosse la pre­senza delle Canossiane nel piccolo paese pedemontano. Un comitato di parrocchiani prese l'iniziativa di presentare alla nuova Madre Pro­vinciale (e, per conoscenza, a S. Ecc. il Vescovo di Modena, Mons. Santo Quadri) una proposta alternativa, «con la speranza di ottenere un ripensamento a ciò che pare una decisione irrevocabile. 1) La pre­senza delle Suore in una piccola comunità, specialmente in zona montana come Zocca, acquista un grande valore carismatico: è cate­chesi viva, apostolato deambulante fra la gente e testimonianza con­creta per credenti ed atei. 2) [...] anziché sostenere una comunità con cinque suore, sarebbe già molto per Zocca, riuscire a mantenere un posto d'avanguardia composto di almeno tre unità. 3) [...] ci si per­metta poter auspicare che il Nuovo Consiglio e la nuova Madre Pro­vinciale possano riprendere l'esame del problema ed andare alla ricer-

ca di una soluzione più morbida. 4) Per ultimo ci sembra doveroso sottolineare ancora una volta l'importanza della presenza delle Suore nell'organizzazione e nella gestione della nostra Scuola Materna».

Chiude la petizione un garbato invito alla preghiera reciproca e al sostegno fraterno in ogni umana vicenda?

Purtroppo la richiesta non poté essere accolta dalle Canossiane e, finora, non si sono trovate Suore disponibili a sostituirle, con ram­marico della popolazione e dello stesso Arciprete, che vede l'Asilo Ronchi «vivacchiare», mentre la Scuola Materna dovrebbe essere un fiorente vivaio di candidati alla santità.

Purtroppo si va sempre più riducendo il numero dei giovani che rispondono affermativamente alla vocazione ad una vita di speciale consacrazione, segno del generale scadimento religioso-morale di una generazione egoisticamente ripiegata su se stessa, ignara, forse, persi­no della nozione del trascendente. L'invito del Signore Gesù va alla radice del fenomeno e dà un suggerimento per la soluzione del pro­blema: «Pregate il padrone della messe che mandi operai alla sua messe».

Mandi operaie anche alle tenere pianticelle di Zocca di Modena: non per mieterle, ma per coltivarle con la pazienza dell'amore - come faceva Madre Carolina Venturella - fino al momento della mietitura.

 

CAPITOLO OTTAVO

A ROBECCO D'OGLIO NELLA BASSA PIANURA LOMBARDA

«Sorge Robecco in riva al fiume Oglio, sull'antica strada romana Cremona-Brescìa, in mezzo al feracissimo tavoliere che costituisce quasì il cuore della pianura padanà. Il suo territorio è corso da vari canali che contribuiscono a renderlo assai produttivo, abbondando in special modo di praterie, di gelsi, di viti e prestandosi largamente per la coltivazione d'ogni genere di cereali».

Nella sua Introduzione, il Can. Pro£. Angelo Berenzi ricorda che, prima del 1862, Robecco fu sede di Pretura e capoluogo di Manda­mento, ma verso la fine del secolo, per la legge del 30 marzo 1890, si vide privato di ogni importanza giuridica e ridotto esso stesso ad esse­re aggregato al Mandamento di Pescarolo e Uniti. Conservò invece una certa importanza in ambito ecclesiastico, dando il nome al Vica­riato foraneo delle otto parrocchie che lo compongono. Nel 1920 la parrocchia di Robecco, comprese le frazioni di Mo nasterolo e Galla­rano, contava 3340 anime.

Continua il Berenzi: «Il borgo è formato si può dire da una gran­de via rettilinea, fiancheggiata da case di bell'aspetto moderne o rimodernate, con ben forniti negozi e botteghe. Fra gli edifizi pri­meggia la Chiesa parrocchiale dedicata a S. Giuseppe e a S. Biagio Vescovo Martire [...]. Robecco ha buone scuole primarie, Asilo d'In­fanzia, Istituzioni di beneficenza, una Succursale della Banca del Monte di Pietà, Stazione di Reali Carabinieri [...], Ufficio Postale­Telegrafico-Telefonico, illuminazione elettrica, e stazione ferroviaria sulla linea Cremona-Brescia. Un avvenire assai prospero sarebbe indubbiamente riservato a Robecco se, come su le altre vie fluviali del Po e dell'Adda, si trovasse modo di riattivare anche qui la navigazio­ne mercantile sull'Oglio».

Quando però vi giunse Madre Carolina Venturella, la situazione era diversa: anche Robecco aveva vissuto gli anni del Fascismo, il dramma della seconda guerra mondiale, i rischi della Resistenza e le dolorose diffidenze tra familiari e amici di prima. Se ne trova confer­ma nella pubblicazione appena citata: «Arrivò l'armistizio: 8 settem­bre 1943. Per un attimo pensammo: "La guerra è finita!". E invece il peggio era in agguato. Se prima c'era un nemico da combattere, al fronte, ora il nemico era lì, quasi tra le mura di casa. Ci chiamavamo traditori a vicenda: quelli che avevano voltato le armi contro gli allea­ti d'un tempo e quelli che testardamente, restavano fedeli a un giura­mento prestato...». E ancora: «Chi non ha vissuto quel periodo non può capire l'odio che si era svegliato tra la gente. Finita la guerra com­battuta sul fronte, era scoppiata la guerra civile. Il fratello s'era fatto nemico del fratello. Bastava un nulla, una frase, un sospetto per met­tere al bando un amico. Tutti si erano fatti stranamente prudenti. La mia casa era disertata da tutti».

Si sa quanto difficili da guarire siano le malattie del cuore: il ran­core e l'odio sono tra le peggiori e portano qualche volta alla vendet­ta. Le difficoltà della ricostruzione, ancora in atto all'arrivo di Madre Carolina, erano infatti aggravate dalle diffidenze non ancora sopite. La nuova Superiora proveniva da Zocca di Modena, nel Preappennino emiliano, dove le varie drammatiche situazioni erano state da lei vis­sute con personale partecipazione e consapevolezza, arricchendola di una non comune esperienza umana: poteva quindi prevedere le soffe­renze conseguenti alle recenti vicende storiche e adoperarsi a lenirle facendo ricorso e invitando a ricorrere alla divina Misericordia.

Per la prima volta Madre Carolina andava a soggiornare in pianu­ra, in una borgata di campagna che ha, però, al suo attivo una posi­zione geografica strategica e buone prospettive nel settore agricolo. Tuttavia, se il luogo di soggiorno poteva avere per lei qualche signifi­cato, ed era probabile, non la condizionava; anzi, se le era occasione di disagi, aveva imparato a trattarne col Signore e ad offrire a Lui l'e­ventuale sofferenza che gliene poteva derivare. Aveva appreso infatti dalla sua Beata Fondatrice che «la nostra vocazione non è di cercare piccoli comodi, ma la gloria di Dio e il vero bene dei poveri».

La gloria di Dio e il bene dei poveri s'identificano per le Figlie della Canossa nella promozione integrale delle povere fanciulle, allo scopo di formarne madri di famiglia cristiane; nel ritorno ai buoni costumi e alla pratica dei sacramenti da parte di chi li ha abbandonati, nella virtuosa accettazione della volontà di Dio anche quando si presenta spiacevole o esigente.

 

LE CANOSSIANE A ROBECCO D'OGLIO

La Casa di Robecco, fu fondata dalla Superiora Primaria di Crema su richiesta dell'Arciprete del luogo, Reverendo Don Giuseppe Rossi, «che eresse l'Oratorio femminile, la casa delle suore, la cap­pella e [qualche anno dopo] gli ambienti per un asilo per bambini». La fondazione rispondeva precisamente ai requisiti voluti dalla Fon­datrice: umiltà, povertà e concordia a fondamento della famiglia reli­giosa; formazione cristiana delle fanciulle povere e delle giovani, in collaborazione con il clero locale, come missione. L'edificio in cui abitavano le Canossiane, situato nel bel mezzo del paese, distante circa un quarto d'ora di cammino dalla chiesa parrocchiale, non era di loro proprietà, ma della Fabbriceria e, secondo la convenzione sti­pulata in data 14 ottobre 1914, giorno di apertura della Casa, «le Suore s'impegnano di attendere all'assistenza delle Opere parrocchia­li, all'insegnamento della Dottrina cristiana e alla Scuola di lavoro».

Ed erano proprio queste le principali opere di carità previste ed esercitate dalle Figlie della Canossa.

A proposito della «scuola di lavoro», in particolare, ci sarebbe molto da dire, trattandosi di un'istituzione assai formativa per le fan­ciulle e le adolescenti, destinate per la maggior parte a formarsi una famiglia. Ai tempi della Fondatrice faceva tutt'uno con la «scuola di carità» nella quale l'orario prevedeva, ogni giorno, tempo riservato alla preghiera e all'istruzione catechistica, tempo dedicato «al leggere, allo scrivere e a far di conto» e tempo riservato ai lavori femminili. Si legge nella Regola diffusa: «[Abbiano] una singolar attenzione perché [le ragazze] riescano abili ed anche eccellenti nei loro lavori, che anzi uno dei mezzi opportuni per tener le povere lontane dal pericolo di offendere Dio, si è quello di dar loro da guadagnarsi il pane onore­volmente, per conseguenza anche questo è singolarmente raccoman­dato alle Sorelle ...». «Rapporto poi alla qualità dei lavori converrà adattarsi ai rispettivi Paesi, al genio dei genitori, ed alla inclinazione delle ragazze [...], cercando con tutta la premura che si affezionino al lavoro e che imparino a lavorar bene. La carità delle Sorelle poi cer­chi che anche quelle che hanno certi lavori di lana, di perle, di fiori e simili, una qualche ora, o mezza, del giorno, si addestrino nei lavori adattati al bisogno delle famiglie, come sarebbe cucire, rattoppare i loro vestiti, fare ed accomodare calze e simili».

Già il 29 dicembre del 1914, a tre mesi non ancora compiuti dal­l'apertura della Casa, l'Arciprete, con una sua lettera alla Superiora di Crema, esprimeva la propria soddisfazione per la presenza delle suore, scrivendo: «La piccola Fondazione di Robecco procede bene, ed io ne sono contentissimo. Dopo Dio, ne ringrazio di vero cuore Lei e le RR. Suore che lavorano con tanta alacrità e zelo».

L'oratorio festivo, in particolare, era frequentatissimo e il vasto cortile risonava di risa e di canti gioiosi che spesso la stessa Madre Carolina guidava e sosteneva. Quando sonava la campanella per l'u­scita, si durava fatica a licenziare le ragazze, specialmente le adole­scenti che avrebbero voluto prolungare i loro animatissimi giochi.

Solo più tardi fu istituito un piccolo Asilo privato e la Casa fu attrezzata per giochi, benché in forma modesta; disponendo pure di un salone-teatro, spazioso cortile e sottoportico. Le maestre, ma solo a partire dal 1951 [quindi dopo la partenza di Madre Carolina], erano stipendiate dal Municipio [£. 30.000 mensili]; le suore usu­fruivano dei proventi della scuola di lavoro, mentre dal Reverendo Arciprete ricevevano legna, acqua, luce, ecc.

Veramente «in paese esisteva già un asilo comunale: si andò avan­ti per un ventennio con i due asili, con comprensibili e inevitabili dis­agi e qualche contrasto con le Amministrazioni comunali locali, soprattutto nel tempo del fascismo».

Don Luigi Parmigiani depone ancora che «La partecipazione mas­siccia all'asilo parrocchiale (delle suore) convinse l'Amministrazione locale a cedere, giungendo a quella convenzione che stabilì un unico Asilo in paese, con "compartecipazione" convenzionata».

 

FORME DI CONVENZIONE CON LE AUTORITA’

Infatti più di una volta la Convenzione tra l'Arciprete «pro tempo­re» e il Comune fu rinnovata allo scopo di migliorare le condizioni delle Suore.

Nel 1948, all'arrivo di Madre Carolina, la Convenzione vigente doveva essere quella rilevata da una minuta manoscritta sul retro d'un foglio a stampa, con inchiostro piuttosto sbiadito. Eccone il testo:

ROBECCO d'OGLIO Convenzione fra l'Arciprete e la Casa filiale delle RR. Canossiane di Robecco

Premesso che l'ultima convenzione risale alla data del 1° maggio 1937 e con la morte dell'Arciprete Giuseppe Rossi avvenuta l'ottobre 1945, può considerarsi scaduta nei suoi effetti, rilevato che al successore parve oppor­tuno dare alla Casa delle RR. Suore Canossiane una siste­mazione dal lato amministrativo più indipendente e più libera da esterne soggezioni, di comune accordo con il re.mo Arciprete, Mons. Pino Caltadono, e la Rev.ma Superiora Provinciale e per essa con la Superiora locale, si stabilisce quanto segue:

1° A funzionamento materiale della Casa a tutto carico delle Suore, senza intromissione di estranei.

2° Le RR. Suore gestiscono senza controlli quanto proviene dalle loro iniziative e attività e quanto raccolgono per obla­zione e contributi da parte di Enti o di persone private.

3° Esse provvedono al loro mantenimento, al pagamento delle tasse e alla manutenzione ordinaria dei locali loro affidati senza rendere conto della loro gestione se non ai loro Superiori.

4° Le spese straordinarie per migliorie e per riparazioni saranno deliberate di comune intesa fra le RR. Suore, il Sig. Arciprete e il Patronato dell'Oratorio, dato che que­sto possa meglio funzionare.

5° Il Sig. Arciprete s'interesserà che non vengano meno quelle provvidenze indispensabili a rendere la perma­nenza delle Suore, anche per il numero, a vantaggio delle opere parrocchiali femminili.

6° Il Patronato verserà alla fine di ogni anno quanto ha rac­colto a beneficio dell'Istituto.

7° Le RR. Suore per ogni evenienza e per ogni difficoltà ter­ranno informato il Sig. Arciprete e s'intenderanno con lui sul da farsi.

8° La presente convenzione può essere sempre suscettibile di modificazione, d'intesa con le parti.

La documentazione prodotta può essere ritenuta sufficiente circa la descrizione della situazione della comunità e i ministeri svolti. È pure certo che alle opere già menzionate sopra, si affiancarono l'assi­stenza alle fanciulle e alle giovani delle varie sezioni dell'A.C. e alle iscritte all'Opera dell'Apostolato della preghiera, con riunioni mensi­li per le zelatrici.

 

SUPERIORA E AMMINISTRATRICE, MA SOPRATTUTTO MADRE SPIRITUALE

La personalità di Madre Carolina emerge nitida dallo scritto sem­plice e limpido di una Consorella, Madre Norina Falavigna, allora neo-professa, vissuta qualche mese con lei a Robecco: ci sono parti­colari che la dicono lunga sulla di lei prudenza e tolleranza.

Madre Carolina, mandata a Robecco con il duplice incarico di Superiora locale e direttrice della Scuola-Materna, vi giungeva in un momento particolarmente delicato per il fatto che, diminuito il numero dei bambini frequentanti l'Asilo (la guerra, la resistenza, le vendette personali - come s'è visto - avevano segnato drammatica­mente anche Robecco), non erano state completamente smaltite le scorte U.N.R.R.A. 1 viveri non utilizzati (farina e formaggini) erano stati accantonati nella dispensa in attesa di disposizioni da parte della competente autorità, ma intanto cominciavano a circolare voci sospet­tose circa l'amministrazione delle suore. Scrive la Consorella citata: «Mai [Madre Carolina] ha pronunciato una parola in disappunto nei confronti di chi l'aveva preceduta; con la sua bontà ha salvato tutto, pure le visite spiacevoli. Madre Carolina era molto umile, schiva di lodi. Aveva tanto spirito di preghiera. Pregava sempre con il cuore rivolto al Signore. Parlava poco. Solo in ricreazione era esuberante di gioia e allegria. Cantava allegramente. Si rideva volentieri. Mai l'ho vista alterata. Parlava poco, ma solo con uno sguardo sorridente si faceva amare. Il suo sguardo era sempre rivolto al cielo. Amava molto 1' Istituto, le Regole e cercava di farle amare. Non aveva compromessi o mezze misure. Ricordo che quando parlava sembrava sempre ispira­ta dall'Alto. Eravamo con lei due novizie: io e sorella Ferrucia [defun­ta]. Questo io ricordo vero: le ho voluto molto bene».

Il candore di questa testimonianza, pur se contrassegnata da enfa­si, non può non deporre a favore della sua autenticità, in sintonia, del resto, con altre deposizioni scritte e orali di diversa provenienza.

Intervistata qualche tempo dopo la sua testimonianza scritta, non solo Madre Norina ha confermato tutto, ma rievocando le lontane emozioni, le si rianimavano gli occhi e la voce per l'entusiasmo, e aggiungeva: «Madre Carolina era sempre presente dove c'era bisogno. Come si desiderava l'ora della ricreazione, così allegra e vivace, per stare insieme e godere della sua compagnia! Eravamo solamente in quattro, ma era una gran bella comunità. Come si gustavano le lezio­ni spirituali, specialmente da noi novizie, che Madre Carolina istrui­va a parte e di cui aveva una cura tutta particolare».

Come già a Zocca di Modena, Madre Carolina ci teneva assai al giorno di ritiro mensile, allora assai incisivo, articolato tra preghiere vocali, meditazioni, istruzione sulle virtù proprie della Figlia della Carità, pio esercizio della Via Crucis e preparazione alla buona morte. Compensava la distanza dalla chiesa una cappellina dome­stica in cui si conservava il Santissimo, al quale Madre Carolina con­fidava tutta se stessa e le sue Sorelle. Puntuale anche la confessione settimanale con un sacerdote proveniente da fuori parrocchia, così che ogni Sorella si sentisse spiritualmente libera.

Un'altra prova della saggezza e virtù di Madre Carolina si riscon­tra nell'armonia e nell'aiuto fraterno scambievole fra la Casa di Robecco, sulla destra dell'Oglio, e quella di Pontevico, sulla sinistra, benché dipendenti da province religiose diverse: da Verona quella di Robecco, da Brescia quella di Pontevico, due centri tradizionalmente rivali. Almeno in questo caso si verificava il simbolismo dello stem­ma di Robecco d'Oglio: «che portava raffigurato nello scudo un corvo o una colomba [con un ramoscello d'ulivo nel becco] con coro­na in testa a tre punte in campo d'oro, e una fascia trasversale al di sotto; il qual stemma poteva essere quello particolare del feudatario» (la famiglia dei nobili milanesi Del Maino).

 

IMMAGINI DELLA META A ROBECCO D'OGLIO

A suo conforto, Madre Carolina trovò a Robecco i segni di una devozione un tempo assai diffusa nella popolazione: la devozione alla Passione di Gesù e di Maria, documentata dalle «Via Crucis» in chie­se e cappelle del paese. Presso l'Archivio parrocchiale si conservano i documenti riguardanti la loro erezione. Prima, in ordine di tempo, fu l'erezione delle stazioni di una «Via Crucis» proprio presso la cappel­la delle Figlie della Carità Canossiane, il 30 aprile 1915, ad appena sei mesi dal loro arrivo a Robecco. La concessione, rilasciata dal Vescovo Giovanni Cazzani all'Arciprete Giuseppe Rossi, era confor­me alle disposizioni in materia promulgate da Benedetto XIV Papa Lambertini, con il Breve Pontificio del 30 agosto 1741.

Ancora presso la cappella delle Canossiane, nel 1927, fu eretta una nuova «Via Crucis» per la quale vennero associate alle prescrizioni precedenti quelle emanate dalla Sacra Congregazione per le Indul­genze il 3 agosto 1748.

Nel 1929, sempre su richiesta dell'Arciprete Rossi, il vescovo Caz­zani concedeva il proprio benestare per una nuova «Via Crucis» da erigersi presso la chiesa parrocchiale dei Santi Giuseppe e Biagio. Nel gennaio del 1932 un'altra «Via Crucis» fu eretta nella chiesa di San Rocco di Monasterolo e, nel 1938, la cerimonia si rinnovò a favore della cappelletta dedicata all'Immacolata, nella casa di riposo per anziani recentemente costruita.

Robecco possiede anche «un Compianto sul Cristo morto" dota­to di una forza espressiva travolgente. Si tratta di un dipinto ad olio su tavola [cm. 86 x 70,15], raffigurante il Cristo morto sostenuto dalla Madonna e da S. Giovanni. Esso può essere attribuito alla mano o alla bottega del veneziano Giovanni Bellini, detto il Giambellino». Di fronte a questo devoto mondo pittorico, Madre Carolina si sentiva «di casa», in quanto la venerazione alla Passione di Gesù e della Madre sua costituisce, relativamente alle forme devozionali, lo specifico canossiano. Diciamo meglio: costituisce l'oggetto privilegia­to proposto dalla Santa Fondatrice alla contemplazione e all'imita­zione delle Figlie e dei Figli della Carità. Scrisse Maddalena di Canos­sa alle Figlie: « [...] debbo farvi conoscere chi fu quella, che ottenne dal Signore l'esecuzione di quest'Opera, e che la condusse fin qui. Ella è Maria Vergine Addolorata, costituita Madre della Carità sotto la Croce, in quel momento in cui alle parole del Divin suo Figliuolo moribondo, tutti benché peccatori nel suo cuore ci accolse». «[...] l'Orazione è quell'esercizio nel quale l'anima, avvicinandosi a Dio, ed imparando a conoscere in qualche modo il Signore, si dispone e si accende sempre più ad amarlo, per imitare Gesù Crocifisso il quale dimostrò in modo singolarissimo il suo amore verso il Padre, accet­tando la Morte, e la Morte della Croce ... ».

Bisognerebbe aggiungere alla rassegna menzionata sopra, il quadro del «Cristo alla colonna», che però Madre Carolina non poté ammi­rare perché relegato, unitamente ad altri quadri, nella sacrestia della chiesa parrocchiale e comparso su di una parete della medesima solo nel 1993.

Questi richiami vogliono essere qualcosa che trascende la sempli­ce evocazione e, in sintonia con i sentimenti espressi o sottintesi dal­l'Arciprete Luigi Parmigiani, autore della Presentazione dello studio di Angelo Locatelli, trovare le vie del cuore dei Robecchesi di oggi, i cui padri vissero una loro dolorosa passione. Scrisse l'Arciprete nel 1983: «Oggi le cose sono cambiate: anche a Robecco talora il canto degli uccelli s'è fatto fioco e lontano [...]. E anche tra noi e per noi la vita corre senza pietà per le nostre delusioni e per le tante cose attese senza esito. E lontano, lontanissimo, scorre ancora e sempre il fiume, testi­mone del fluire inevitabile delle cose. [...] Lui ora è rimasto quasi solo a testimoniare di una presenza che ha accompagnato per secoli que­sta vita, e c'invita a non dimenticarla e a restare fedeli a quella testi­monianza di fiducia e di speranza che la fede del popolo ha rappre­sentato per la "Comunità di S. Biagio", antica denominazione eccle­siastica della borgata di Robecco. Questo quaderno vuole richiamare ad un dovere, non di qualcuno o di pochi, ma di tutti: la necessità, cioè, di rendersi conto delle proprie radici, della fede che ha costrui­to e che - senza presunzione - è da riconoscere come davvero l'ine­sauribile risorsa sulla quale si potrà fondare l'attuale impegno di rico­struzione morale, dopo il lungo sonno dell'anima che ha intorpidito i nostri cuori e le nostre menti».

Madre Carolina che, pur non potendoli esprimere a parole, già viveva con nostalgia questi stessi sentimenti, rimase a Robecco d'O­glio solamente tre anni: dall'ottobre 1948 all'ottobre 1951, forse per­ché la sua delicata complessione fisica esigeva aria più salubre.

Per quanto riguarda l'Asilo Infantile di Robecco «subentrarono in seguito [1961] i coniugi Gambazzi-Cremonesi, i quali eressero l'Asi­lo nel proprio cortile, accanto alla loro villa: la struttura si portò quin­di nel luogo attuale, mantenendo le medesime caratteristiche. Nel 1988 terminò la gestione delle Suore Canossiane, anche se "mediata" dall'Istituzione "Scuola Materna Gambazzi-Cremonesi"..., ma era anche la fine (dal 1987) della presenza delle medesime in Robecco d'Oglio, purtroppo!».

Madre Carolina fu trasferita di nuovo a Schio, non però all'«Asilo Rossi», ma nella Casa di via Fusinato. Da allora non ebbe più l'inca­rico di Superiora, ma semplicemente quello di Vice-Superiora, unita­mente ad altri uffici minori, come si vedrà nei capitoli che seguono.

 

CAPITOLO NONO

DI RITORNO A SCHIO LA NUOVA DESTINAZIONE

Di Schio e dell'arrivo delle Canossiane in questa amena e indu­striosa città, si è parlato sopra, nel sesto capitolo, quando Madre Carolina, da Maser, fu trasferita appunto all'Asilo Rossi di Schio, in qualità di Maestra di Scuola Materna, rimanendovi otto anni. Ora, però, era destinata alla prima sede delle Canossiane che, provenienti dalla Casa di Sant'Alvise, a Venezia, erano state ricevute il 2 luglio del 1864 da Monsignor Garbin e dall'arciprete Greselin, e cioè in via A. Fusinato, 51.

Da questa Casa era da poco salita al Cielo Giuseppina Bakhita, la «Madre Moretta», come la chiamavano gli abitanti di Schio che fre­quentavano le Canossiane. Madre Bakhita aveva dimorato a Schio per molti anni: dal 1902 al 1947, disimpegnando con spirito missio­nario, fin che la salute glielo consentì, alternativamente gli uffici di cuciniera, sacrestana, portinaia. Quando 1'8 febbraio del 1947 lasciò la terra per il Cielo, in tutti coloro che l'avevano conosciuta si radicò la convinzione della sua santità, convinzione ben presto sanzionata dalla Chiesa che, per bocca di Giovanni Paolo II, il 17 maggio 1992 la proclamava Beata e l' l ottobre 2000, Santa. Quando nel 1951 giunse in via Fusinato Madre Carolina Venturella, era ancora ben viva non solo la memoria della «Madre Moretta», ma ancora vi aleggiava il suo spirito di semplicità, bontà, umiltà, somma gratitudine a Colui che, dalla schiavitù, l'aveva innalzata all'onore di Figlia sua. Madre Carolina l'avvertì subito e ne gioì: una ragione di più per sentirsi spronata a seguirne le orme.

In questa Casa - si ricorderà - le Canossiane avevano dato inizio all'educazione delle fanciulle povere, motivo principale per cui erano state chiamate; ma «all'indomani della loro venuta - si legge nel Qua­derno N. 5 di Vita scledense redatto da Renato Bortoli - dettero ini­zio ad un riattamento e sistemazione dell'ambiente, aprendo un ora­torio festivo e istituendo un Educandato, per accogliere le fanciulle di famiglie agiate».

Infatti, la validità della formazione data alle fanciulle del popolo andava acquistando risonanza anche tra le famiglie appartenenti ai ceti più alti, e non solo a Schio, ma pure nei paesi del circondario: le mamme, soprattutto, non si lasciarono sfuggire l'occasione di prov­vedere alle figlie un'educazione seria, adeguata, basata sui principi del Vangelo, quindi completa, e tesa a formare donne di famiglia oneste, virtuose, avvedute, abili nei lavori donneschi, fedeli ai loro doveri di spose e di madri. Del resto l'ampio edificio dato in proprietà alle Canossiane, anche se non grandioso come l'attuale, permetteva un adeguato sviluppo delle varie attività abbracciate e promosse dal cari­sma canossiano che prevede, in ambito femminile, iniziative per ogni esigenza della vita cristiana: a livello personale, familiare e sociale, senza limiti di età o frontiere geografiche. «Particolari cure - conti­nua R. Bortoli - furono rivolte all'istruzione, tanto che [...] si arrivò ad istituire in conformità ai tempi, corsi di istruzione media inferio­re e superiore».

Com'era prevedibile, le Madri Canossiane, di fronte ad una rispondenza tanto vasta e proficua, in sintonia con gli orientamenti della loro Santa Fondatrice, rivolsero le loro cure a tutto il variegato mondo femminile, perché la formazione religioso-morale, sia pure in gradi e forme diverse, fosse continua. Nel 1869 furono istituite le Congregazioni delle Figlie di Maria e delle Madri Cristiane e poco più tardi quella della Sacra Famiglia, a vantaggio, quest'ultima, delle famiglie povere della Parrocchia.

 

LA CHIESA DELLA SACRA FAMIGLIA

È doveroso almeno un accenno a questo luogo di culto, voluto da Monsignor Garbin, annesso, ancora in fase di costruzione, all'edificio assegnato alle Canossiane al loro arrivo a Schio nel 1864.

La Chiesa della Sacra Famiglia fu progettata «dall'architetto Bar­tolomeo Folladore a pianta circolare con cupola e calotta semisferica sul modello del Pantheon di Roma, di cui è un terzo. La prima pie­tra fu posta 1'8 giugno del 1850 e grazie al finanziamento del Garbin in pochi anni fu costruita fino alla cupola. Fu poi sospesa per 40 anni per mancanza di fondi e solo nel 1899, con il contributo degli Scle­densi, i lavori furono ripresi sotto la direzione dell'architetto Gioac­chino Folladore, figlio del defunto Bartolomeo, che compì l'opera del padre, escluso però il pronao ancora inesistente. La chiesa fu inaugu­rata nel 1901 e dedicata alla Sacra Famiglia, come si rileva dalle quat­tro tele del pittore Mincato (che sembrano, ma non sono, bassorilie­vi) poste nei quattro nicchioni che ricorrono lungo la parete circola­re. La pavimentazione della chiesa è di recente realizzazione e sosti­tuisce l'originaria pavimentazione in marmo alla veneziana. Nel 1992, in occasione della beatificazione di Giuseppina Bakhita, gli stucchi dei capitelli e dei festoni sono stati ricoperti da porporina di finto oro».

Congregazioni delle Figlie di Maria e delle Madri Cristiane e poco più tardi quella della Sacra Famiglia, a vantaggio, quest'ultima, delle famiglie povere della Parrocchia.

 

LA CHIESA DELLA SACRA FAMIGLIA

È doveroso almeno un accenno a questo luogo di culto, voluto da Monsignor Garbin, annesso, ancora in fase di costruzione, all'edificio assegnato alle Canossiane al loro arrivo a Schio nel 1864.

La Chiesa della Sacra Famiglia fu progettata «dall'architetto Bar­tolomeo Folladore a pianta circolare con cupola e calotta semisferica sul modello del Pantheon di Roma, di cui è un terzo. La prima pie­tra fu posta 1'8 giugno del 1850 e grazie al finanziamento del Garbin in pochi anni fu costruita fino alla cupola. Fu poi sospesa per 40 anni per mancanza di fondi e solo nel 1899, con il contributo degli Scle­densi, i lavori furono ripresi sotto la direzione dell'architetto Gioac­chino Folladore, figlio del defunto Bartolomeo, che compì l'opera del padre, escluso però il pronao ancora inesistente. La chiesa fu inaugu­rata nel 1901 e dedicata alla Sacra Famiglia, come si rileva dalle quat­tro tele del pittore Mincato (che sembrano, ma non sono, bassorilie­vi) poste nei quattro nicchioni che ricorrono lungo la parete circola­re. La pavimentazione della chiesa è di recente realizzazione e sosti­tuisce l'originaria pavimentazione in marmo alla veneziana. Nel 1992, in occasione della beatificazione di Giuseppina Bakhita, gli stucchi dei capitelli e dei festoni sono stati ricoperti da porporina di finto oro».

 

«CASA NAZARETH»

Molteplici e varie erano le mansioni svolte dalle Canossiane di Via Fusinato, «Ma a tante opere mancava ancora, come scrive il cronista, "il sorriso delle bimbe più sfortunate della terra, le orfanelle". Il 15 ottobre 1882 sorse finalmente un asilo per loro, quando mons. Novello, arciprete di Schio, e la concittadina Maria Panciera presero a pigione due locali attigui all'attuale Istituto, in via D.F. Faccin, e aprirono la Pia Casa di Nazareth, per accogliere le fanciulle abban­donate, specie di madre».

Le orfanelle crebbero ben presto di numero, tanto che l'arciprete e la direzione della casa ne furono necessariamente preoccupati. Occorrevano urgentemente mezzi e nuovi locali. Il senatore Alessan­dro Rossi, già benemerito per l'erezione dell'Asilo, in memoria della madre che, prima di morire, gli aveva raccomandato le sue protette, fece costruire per loro un nuovo fabbricato, che fu benedetto il 19 marzo 1887. Continuando ad aumentare il numero delle piccole ospiti, intervenne di nuovo la munifica signora Maria Panciera, acquistando altro terreno ed ampliando l'Istituto. Gesto doppiamen­te provvidenziale perché, durante la guerra del 1915-1918, la Pia Opera accolse centinaia di orfanelle provenienti dalle terre irredente.

 

SEMPRE DI PIÙ

Quando, nell'ottobre del 1951, Madre Carolina Venturella giun­se nella Casa di via Fusinato, in questa si ebbe l'inaugurazione di una nuova ala, adibita alla Scuola Media e alla Scuola di Avviamento Pro­fessionale, con qualche aula anche per la Scuola elementare.

Madre Carolina andava a sostituire una Vice-Superiora «che per ben ventun anni con dedizione impareggiabile si era adoperata nelle varie mansioni della Casa edificando ovunque» ed ora era chiamata a Fidenza come Superiora. Anche se, fra riga e riga, si può leggere il vir­tuoso superamento richiesto alla comunità dalla sensibile sostituzio­ne, fa piacere leggere nella Cronaca della Casa quanto segue: «A sosti­tuire Madre Luisa Peruzzo è venuta Madre Carolina Venturella, fre­sca del distacco dalla sua Comunità di Robecco, ove era Superiora. Cercheremo alleviarle il sacrificio col farle gustare la soave carità Canossiana che tutte ci accomuna nella quotidiana ascesa verso la perfezione, cui la nostra vocazione ci chiama».

Madre Carolina intul subito che il Signore le veniva incontro offrendole l'opportunità di praticare l'umiltà e la mortificazione, le due virtù che, motivate dall'imitazione dell'Amore più grande e ani­mate dal suo «spirito amabilissimo, generosissimo e pazientissimo», costituiscono lo specifico del carisma canossiano. Non era facile sostituire una Madre Peruzzo, avveduta e instancabile, presente - come voleva il suo ufficio di Vice-Superiora - in tutte le circostanze richieste dal buon andamento generale della Casa. Madre Carolina, a causa della sua difficoltà nella deambulazione, non resisteva a lungo negli spostamenti in una casa tanto vasta, dalle opere molte­plici e, abituata in Comunità poco numerose, nel nuovo ambiente poteva anche sentirsi in soggezione. Tuttavia non si ripiegò su se stessa. Stava per ricorrere (il 28 ottobre) l'ottavo anniversario della sua offerta a Gesù quale «Vittima di amore» in quella indimentica­bile Festa di Cristo Re dell'ottobre 1943 e Madre Carolina, racco­gliendosi nell'intimità dei suoi ricordi e della sua determinazione di cercare Dio solo, rinnovò il suo voto.

 

LA SORGENTE SEGRETA

Come non vedere, in qualche ora tra le meno frequentate, Madre Carolina nella bella chiesa, genuflessa in adorazione davanti al suo Re? Un Re misconosciuto, è vero, ma sovrano dei cuori semplici e sinceri, umili e miti a somiglianza del suo Cuore, aperto da una lan­cia perché ognuno potesse trovarvi rifugio specialmente nelle ore del buio e dell'incomprensione.

Nella sua sensibilità artistica Madre Carolina si sarà certamente soffermata ad ammirare l'architettura e le decorazioni della «bella chiesa», ma niente l'attraeva quanto il santo Tabernacolo e il suo Ospite divino, dal quale attingeva nuove energie ed intima gioia.

E c'era poi al suo fianco una Superiora molto dinamica, anche se di salute cagionevole, Madre Ottilia Merlo, che la prese subito a ben­volere, rendendole meno disagiato l'ufficio di sottosuperiora. Sapen­dola esperta di pianoforte e dotata di una bella voce, le diede pure la possibilità di continuare a valorizzare queste sue doti incaricandola dell'insegnamento del canto nella scuola elementare. Madre Ginevra Brunati, allora insegnante in detta scuola e tuttora presente nella comunità di via Fusinato, ricorda ancora un canto natalizio insegna­to da Madre Carolina. Ricorda pure che era «molto gentile e sensibi­le, delicata e rispettosa nelle relazioni con le persone, umile e riservata». Ed è questa una connotazione che si trova ripetuta da tutti colo­ro che hanno testimoniato su Madre Carolina Venturella.

Nella Cronaca manoscritta della Casa - l'informazione è di Madre Giulia Pozza - «ci sono appena quattro riferimenti espliciti, molto laconici, riguardanti Madre Carolina». Eccoli:

3 ottobre 1951 - Madre Carolina Venturella viene a sostituire Madre Luisa Peruzzo.

28 giugno 1953 - Si aggrava una cara Madre della comunità e Madre Vice telefona a Verona per avvertire la Madre Superiora che si trova ivi per gli esercizi spirituali. Accorre a Schio la Reverenda Madre Vicaria Provinciale che, dopo aver vegliato quasi tutta la notte al capezzale dell'ammalata, vedendola abbastanza sollevata, torna a Verona. «A sera invece la cara Madre si aggrava e, dopo aver ricevuti tutti i conforti religiosi, rende la sua bell'anima a Dio» (Non un accenno a quanto, nella luttuosa circostanza, avrà fatto e sofferto Madre Carolina che sostituiva la Superiora assente).

22 settembre 1953 - Madre Vice torna da Misano con una con­sorella.

28 settembre 1953 - «Madre Carolina Venturella passa, ancora come Vice, all'Asilo "Rossi" qui in Schio»."

 

CON LE ORFANELLE

L'accenno al ritorno da Misano Adriatico di Madre Carolina ci autorizza a ritenere che essa pure si occupasse delle orfanelle e, ricor­dando che a sei anni lei pure era rimasta orfana di madre, possiamo immaginare con quanta tenerezza accudisse loro: senza sdolcinature, ma con quel calore umano, intriso di pietà cristiana, che è proprio di chi si propone di risparmiare, o almeno alleviare negli altri, l'amara esperienza della solitudine del cuore. Riandando col pensiero ai saggi ammonimenti della Santa Fondatrice, che raccomanda una forma­zione personalizzata, accoglieva ciascuna bimba con amore di predi­lezione, cercando di conoscerne l'indole, la sensibilità, le aspirazioni, sollecita soprattutto di far conoscere Gesù come loro vero amico, per­ché lo potessero amare con tutto il cuore.

E come non parlare loro della Mamma del Cielo, invitandole a ricorrere a Lei nelle loro necessità? Fiorivano così sulle piccole labbra, spesso modulate nel canto, parole di fede e di amore, mentre dai gio­vani cuori si levavano sincere aspirazioni alla bontà. La Vergine Madre ne gradiva gli omaggi, proteggendo la loro fanciullezza e bene­dicendo colei che le conduceva al suo Cuore immacolato e addolora­to. Sì, perché Madre Carolina, da buona Canossiana, non poteva scordare le esortazioni della sua Beata Fondatrice: «Diportatevi da vere Figlie di Maria Santissima Addolorata, consolandola colla santi­tà della vostra vita, nelle sue pene, e facendovi scudo e difesa dell'af­flitto suo Cuore, col cercare d'impedire che sia trapassato da nuove ferite, adoperandovi come richiede la vostra vocazione, per impedire peccati...». E ancora: «Ricordate che siete particolarmente dedicate a piangere i suoi dolori e a dilatare la sua devozione nel mondo».

 

NUOVO CONTESTO SOCIO-RELIGIOSO

In data 28 settembre 1953 - come sappiamo dalla Cronaca - Madre Carolina lascia la comunità di via Fusinato per tornare all'A­silo Rossi, ancora in qualità di Vice-Superiora. La Comunità è meno numerosa, l'ambiente meno vasto ed esigente. Amiamo pensare che Madre Carolina, nella piena maturità dei suoi cinquant'anni, vi abbia incontrato le antiche alunne fatte ormai giovinette, alcune forse dive­nute mamme, accompagnarvi i fratellini o gli stessi loro figli: erano infatti trascorsi tredici anni dal suo trasferimento dall'Asilo Rossi.

La tradizione orale ci fa sapere che Madre Carolina riprese con rin­novato fervore le sue lezioni e conversazioni pratiche di catechismo, la sua passione! Come Vice-Superiora aveva l'opportunità di accosta­re tutte le persone che frequentavano l'Istituto: si teneva così aggior­nata sui vari problemi riguardanti la famiglia, i giovani, la loro for­mazione dentro e fuori la scuola. La situazione socio-religiosa era diversa da quella vissuta anteguerra: miglioravano, è vero, le condi­zioni economiche, ma la vita religiosa e morale, invece, andava insen­sibilmente deteriorandosi. Madre Carolina nella sua delicatezza e sen­sibilità spirituale avvertiva che stava insinuandosi, anche negli ambienti tradizionalmente cattolici, un certo permissivismo. A Schio e in tutto il Vicentino il fenomeno non era ancora evidente, ma nelle grandi città, nei grossi centri industrializzati, dove la devozione popo­lare e la frequenza ai sacramenti erano andate via via affievolendosi, aprendo l'adito prima all'indifferenza religiosa e poi al rifiuto del sacro, si faceva sempre più strada l'ideologia marxista.

A Madre Carolina, che ci teneva alla lettura degli articoli di fondo come pure degli interventi del Magistero pubblicati dall'Osservatore Romano e dal quotidiano cattolico, non sfuggiva il diffondersi sub­dolo ma sempre più invadente del secolarismo, e ne era preoccupa­ta. Cercava perciò, anche negl'incontri personali, di seminare la Parola di Dio, di raccomandare la preghiera, la frequenza ai sacra­menti, la devozione a Maria Santissima. Insisteva poi sulla semplici­tà e sobrietà della vita, spiegando che il permissivismo, assumendo i cdnnotati della bontà, sostanzialmente apriva l'adito al lassismo, all'assecondamento degli istinti, alla tolleranza di infrazioni della legge morale ritenute erroneamente leggere. Madre Carolina vedeva con preoccupazione un certo «superamento di vecchi tabù» - come allora usava dire - che favoriva, anche nelle classi meno abbienti, eccessiva disinvoltura di comportamento fra sessi diversi e diffonde­va il consumismo, col rischio di far crollare gli argini, ormai corrosi, del buon senso e del retto costume. A qualche madre di famiglia che, scusandosi, andava ripetendo: «Non voglio che i miei figli soffrano quello che ho sofferto io» (e alludeva agli stenti patiti durante la seconda guerra mondiale), Madre Carolina replicava che il Vangelo era tuttora la legge del cristiano.

Questa catechesi spicciola era assai pertinente perché rivolta alla singola persona, alle sue esigenze particolari, ai suoi problemi fami­liari e individuali... ma fu di breve durata. Nel 1954 Madre Venturella fu trasferita a Poiano, dove la Provincia di Verona aveva una Casa un tempo ricca dei ministeri propri delle Canossiane, ma allora in sofferto declino a causa, soprattutto, del rarefarsi delle vocazioni alla vita consacrata. Ancora una volta le venne dato l'incarico di Vice­ Superiora, cui si aggiunse l'ufficio di vestiaria. Aveva forse inizio, nella sua vita, la parabola discendente? La risposta dipende dalla gerarchia dei valori cui si fa riferimento che, purtroppo, non è sem­pre quella evangelica anche per chi professa una vita di consacrazio­ne. Per Madre Carolina, come si vedrà, il periodo più laborioso e sor­prendente della sua vita doveva ancora incominciare.

 

CAPITOLO DECIMO

A POIANO DI VALPANTENA L'AMBIENTE GEOGRAFICO

Valpantena è la stupenda valle di Verona, decantata con stile arcai­co e ampolloso da P Caliari, a introduzione del suo romanzo storico Angiolina: «La è questa una di quelle valli, che i geologi chiamano di fondo piano (ossia che subirono la lor figura dall'azione corrosiva delle acque) e, ai tempi di Strabone, sarà stato un fiordo o un golfo del Mar Veneto. È una superba distesa di terreni argillo-calcarei, misti a gran quantità d'ossido di ferro, larga tre chilometri e lunga dodici, chiusa a ponente, a tramontano e a mattina da monti, capricciosamente dipin­ti a color di smeraldo e in verde scuro, gialliccio, rossetto, piombino, azzurrognolo, e in cento altre digradanti eppur gaie sfumature dell'iri­de. Quelli a oriente, che hanno le loro stratificazioni non già orizzon­tali, ma più o meno scompaginate [...] dalla forza degli ormai spenti vulcani, cominciano dal vecchio castello di Montorio [...] ».

La curiosità per la storia naturale vorrebbe protrarre la citazione, ma non sarebbe a proposito; perciò ci limitiamo a presentare l'origi­ne del nome: «Valpantena significa non già la valle del pantano, né la valle di tutti i vini, ma bensì la valle di tutti gli dei [...] dalla moltitu­dine di delubri, caverne, fontane e boschi che i patrizi romani [...], qua e là nella pianura, nei poggi e sui ridenti declivi, rizzarono e con­sacrarono ai numi tutelari delle lor ville [...]. Ecco [...], a mancina [...], sotto forma di graziosa piramide, Poiano (fundus Pollianus [...], o meglio, un podere dedicato a Giano) dove sussistono tuttavia i ruderi d'un romano castelletto [...]».

Questo il nuovo ambiente naturale dove Madre Carolina Ventu­rella fu trasferita nel 1954, con il medesimo ufficio esercitato a Schio: Vice-Superiora, con l'aggiunta di quello di vestiaria.

 

L'AMBIENTE UMANO: ORIGINE ATIPICA DEL PRIMO NUCLEO CANOSSIANO

Si tratta di una fondazione sui generis da ascriversi, in radice, alla religiosità e generosità della signora Lucidalba Arvedi, appartenente ad una delle famiglie più ricche di Verona. La nobile signora aveva raccolto alcune contadinelle, figlie di mezzadri, e le manteneva ed educava cristianamente nel suo palazzo di Grezzana, il centro più importante della Valpantena, «la metropoli della vallata», come la definisce il Caliari. Alla sua morte, la signora Arvedi lasciò alle sue contadine case e fondi perché vivessero insieme come buone sorelle. Trovandosi esse nella necessità di essere aiutate, specialmente nel­l'amministrazione dei beni, furono consigliate da Monsignor Noga­ro, Missionario Apostolico per la Nigrizia, di appoggiarsi ad un Isti­tuto religioso e fu loro proposto quello delle Figlie della Carità Canossiane. Era ovvio, dal momento che non esistevano nella zona altri Istituti religiosi femminili collaudati e che queste Zitelle erano sotto la giurisdizione del Vescovo di Verona, il Cardinale Luigi di Canossa, nipote della Fondatrice Maddalena di Canossa.

Fu loro presentata la possibilità, previa congrua preparazione e in piena libertà, di entrare a far parte dell'Istituto. Tutte, tranne due, accettarono e, dopo un conveniente tempo di noviziato, vestirono l'a­bito proprio delle Figlie della Carità; le due che non avevano accetta­to di farsi religiose, continuarono a vivere con loro, da laiche, in per­fetta armonia.

Le trattative per la fusione furono avviate con Madre Elisabetta Nespoli,' Superiora della Casa-Madre (Verona), personalmente chia­mata dal Cardinale stesso, e nel 1880 ebbe inizio la nuova Comuni­tà sotto la guida della Superiora Madre Regina Magarotto. La pro­prietà della casa all'inizio fu intestata ad alcuni membri della Comu­nità; in seguito, per testamento degli stessi, passò all'Ente giuridico della Casa-Madre di Verona.

 

CA' NOVA DI POIANO

È il nome della «Palazzina» in cui prese sede la nuova Comunità. La Consorella Vittorina Rosti così la descrisse: «Poco distante da Verona, si affaccia sulla collina della Valpantena la "Palazzina" della Frazione CA’ NOVA di POIANO, dal taglio architettonico robusto e semplice, lineare e severo. Sull'alta loggia coperta, di stile rinascimentale, una fuga armoniosa di archi sorretti da agili colonnine, dà all'edificio un tocco leggiadro, come le trine all'abito di una nobil­donna del '600. Non vanta pretese nei confronti delle ville di cam­pagna dei nobili, ma è comoda, adatta al suo padrone, un ricco com­merciante [veronese] che, nelle calure estive rifugge dal palazzo di città, in cerca di frescura e di silenzio per la famiglia. Si presenta calma e solenne al visitatore ignaro, ma le pietre dei suoi portali sanno la lunga stagione di speranze per tanto tempo accarezzate e di attese sempre deluse; sanno le violenze insensate che hanno bollato con marchio di sangue e di fuoco la vita che scorreva buona fra le mura di casa nella seconda metà del '600...».

L'ultimo periodo della citazione può sorprendere, ma è documen­tato da un romanzo storico. Tratta del «rapimento di Anzolina o Angiolina o Angela Lonardi, avvenuto a Poiano di Valpantena la sera del 23 luglio 1675 ad opera dei conti Zenovello e Provolo Giusti delle Stelle. Rifugiatisi a Ferrara, fuori del territorio veneto, ebbero distrut­to dalla giustizia il loro palazzo e condannati i loro nomi all'infamia da una colonna innalzata al posto dell'abitazione e da una lapide col­locata in luogo cospicuo nella piazza dei Signori in città, a perpetuo ricordo del fatto. Il conte Provolo anzi venne catturato e giustiziato a Venezia il 18 ottobre seguente, dopo la liberazione di Angela, giunta a Verona il 10 settembre».

Ma Àngiolina sopravvisse alla liberazione poco più di due anni, prodigandosi a favore dei poveretti della sua Valpantena: aveva ven­t'anni quando mori e fu sepolta nella chiesa di Sant'Eufemia, a Vero­na, davanti all'altare del Crocifisso.

mentale, una fuga armoniosa di archi sorretti da agili colonnine, dà all'edificio un tocco leggiadro, come le trine all'abito di una nobil­donna del '600. Non vanta pretese nei confronti delle ville di cam­pagna dei nobili, ma è comoda, adatta al suo padrone, un ricco com­merciante [veronese] che, nelle calure estive rifugge dal palazzo di città, in cerca di frescura e di silenzio per la famiglia. Si presenta calma e solenne al visitatore ignaro, ma le pietre dei suoi portali sanno la lunga stagione di speranze per tanto tempo accarezzate e di attese sempre deluse; sanno le violenze insensate che hanno bollato con marchio di sangue e di fuoco la vita che scorreva buona fra le mura di casa nella seconda metà del '600...».

L'ultimo periodo della citazione può sorprendere, ma è documen­tato da un romanzo storico. Tratta del «rapimento di Anzolina o Angiolina o Angela Lonardi, avvenuto a Poiano di Valpantena la sera del 23 luglio 1675 ad opera dei conti Zenovello e Provolo Giusti delle Stelle. Rifugiatisi a Ferrara, fuori del territorio veneto, ebbero distrut­to dalla giustizia il loro palazzo e condannati i loro nomi all'infamia da una colonna innalzata al posto dell'abitazione e da una lapide col­locata in luogo cospicuo nella piazza dei Signori in città, a perpetuo ricordo del fatto. Il conte Provolo anzi venne catturato e giustiziato a Venezia il 18 ottobre seguente, dopo la liberazione di Angela, giunta a Verona il 10 settembre».

Ma Angiolina sopravvisse alla liberazione poco più di due anni, prodigandosi a favore dei poveretti della sua Valpantena: aveva ven­t'anni quando morì e fu sepolta nella chiesa di Sant'Eufemia, a Vero­na, davanti all'altare del Crocifisso.

«Presso alla loro villa di Ca' Nova, [i Lonardi] costruirono una chiesetta, ove tuttavia si celebra quotidianamente una Messa per la povera Angiolina»"

La medesima chiesetta, dopo che le Canossiane ebbero preso pos­sesso della palazzina, rimase sempre aperta al pubblico e nei giorni festivi era affollatissima per la partecipazione alla Santa Messa. Durante la settimana, in giorni ed ore prestabilite, vi si tenevano pure le adunanze delle «Madri Cristiane» e delle «Figlie di Maria»; vi si istruivano e preparavano i ragazzi e le ragazze ai santi sacramenti della Confessione, della Comunione e della Cresima. Inoltre, le Sorelle prestavano la loro assistenza alla Dottrina parrocchiale.

In Casa si tenevano aperte gratuitamente le Scuole Elementari femminili, frequentate dalle fanciulle di Poiano e dei paesi vicini, dove ancora non esistevano scuole comunali. Le scolare erano a volte numerose, altre volte meno, a seconda della stagione e delle occupa­zioni delle case contadine; nel pomeriggio le ragazze eseguivano lavo­ri di taglio e cucito, propri delle tradizionali «Scuole di Carità».

Nei giorni festivi il vasto cortile quadrato risuonava di gioia schiet­ta e rumorosa: canti, giochi, burle innocenti delle fanciulle e giovani di Poiano, mentre durante il carnevale affollavano il ricreatorio anche le ragazze dei dintorni, spinte dalla curiosità di assistere alle comme­die che vi si rappresentavano.

 

FERVORE DI CARITA’

Fedeli allo spirito della Fondatrice, le Sorelle offrivano anche «pause di ripensamento e di più intensa preghiera: giornate di ritiro, corsi di esercizi spirituali. [...] Periodicamente si dedicavano, a scopo pastorale, alle visite agli ospedali della città [Verona] ». Veramente avevano fatto proprio il programma additato da Maddalena alle Figlie: «Vegliare da madri, donare da povere, brillare da contente, dormire da affaticate».`

Durante le vacanze estive non si chiudevano le scuole, la cui fre­quenza era libera, e «la Casa di Poiano diventava altresì luogo di cura climatica per le Sorelle e le educande di Casa-Madre di Verona. Col tempo le educande che si fermavano a villeggiare in collegio [...] diminuirono fino a zero. Allora, sotto il superiorato della Rev. Madre Brugnoli Elvira, si pensò di stabilire a Poiano l'Orfanotrofio femmi­nile, già iniziato a Verona. Il 21 marzo 1937 le orfane, ridotte di numero, passarono all'Orfanotrofio di Schio».

 

INEVITABILE DECLINO

Ma già l'anno precedente, 1936, anno della sistemazione delle Case dell'Istituto in Province, era stata chiusa la scuola elementare per mancanza di maestre: ne erano rimaste solo due, ammalate da anni. Si sperava qualche Sorella da Verona, impossibilitata però a mandare aiuti, e la decisione della Superiora Generale, Madre Anto­nietta Monzoni, fu categorica: «O si fa scuola come va, o si chiude».

La chiusura della scuola di studio, attorno alla quale si erano svi­luppate anche le altre iniziative di formazione della gioventù fem­minile, ebbe come conseguenza il venir meno della scuola di lavoro del pomeriggio e, ciò che riuscì di grande pena, il progressivo disin­teresse alla scuola di catechismo del giovedì e della domenica. Le ragazze, infatti, frequentavano tutte le scuole comunali e davano scarsa o nessuna importanza ai richiami delle suore che ormai non erano più le loro maestre.

Durante la guerra del 1940-45 si rivelò provvidenziale la Casa di Poiano che si ripopolò di Sorelle sfollate, a cominciare dal Consiglio Provincializio di Verona e, sporadicamente, da gruppi di novizie. Ma nel dopoguerra si dovette assistere ad un ulteriore ridimensiona­mento, anche per il venir meno di vocazioni alla vita consacrata. Per qualche anno ancora fu possibile l'istruzione catechistica alle giova­ni e ai fanciulli della Parrocchia, la loro preparazione ai sacramenti della Confessione e della Comunione, come pure l'assistenza a corsi di Esercizi spirituali e a giornate di Ritiro. Da ultimo ci si ridusse alla prestazione di locali per conferenze strettamente religiose o religio­so-sociali.

Durante questo periodo di stasi, e precisamente nel 1954,23 giun­se a Poiano Madre Carolina Venturella, come Vice della Superiora Madre Olga Biolchini durante il primo triennio, e di Madre Ester Cisco durante il secondo. Anche se la Scheda personale non lo dice, Madre Carolina ebbe pure l'incarico di responsabile della Scuola Materna, secondo quanto attesta la seguente testimonianza scritta: «Sono stata insieme a Madre Carolina dal 1954 al 1960. Lei era Vice-Superiora qui a Poiano e responsabile della Scuola Materna dove io collaboravo. Posso dire che la sua presenza era una continua testimonianza di umiltà e dolcezza verso tutti coloro che incontrava. Con i bambini non alzava mai la voce, perché l'ascoltavano volen­tieri. Le mamme dei bambini si consigliavano volentieri con lei e là cercavano spesso per risolvere le loro difficoltà con spirito cristiano. Il signor Piva, presidente del Comitato, stimava molto Madre Caro­lina e prima di decidere qualcosa circa la Scuola Materna, si consi­gliava con lei».

Dunque un minimo di attività educativa esisteva ancora e si può supporre che l'omissione della Scuola Materna nell'elenco riportato dalla Cronaca sia da attribuire allo scarso numero dei bambini che la frequentavano e, più ancora, al fatto che essa era, ed è tuttora, in altra sede.

«Il suo ruolo di Vice-Superiora - continua la testimonianza citata - lo visse con molta umiltà e generosità, si prestava per tutti i lavori di casa ed era sempre attenta ai bisogni delle sorelle. Non l'ho mai sentita mancare di carità né con le sorelle né con la gente. Molte per­sone della Parrocchia la ritenevano santa e le chiedevano preghiere per i loro bisogni e per gravi difficoltà e spesso ottenevano grazie straordinarie».

Quest'ultima affermazione apre una pagina nuova nella ricostru­zione della vita di Madre Carolina. Sempre abbiamo sentito elogiare la sua competenza catechistica, il suo amore alla sacra liturgia - canto sacro compreso - la sua saggezza educativa, l'esatta osservanza della Regola, la sua generosità nelle varie prestazioni in casa e fuori, ma per la prima volta emerge esplicita la dichiarazione della sua santità. Si tratta, è vero, di una dichiarazione non autorevole in quanto sempli­ce espressione di gente comune, ma pur sempre degna di nota: non di rado è proprio la voce del popolo quella più vicina alla verità.

Certo è che, col trascorrere degli anni, più intensa si faceva nel suo spirito l'interiorizzazione in ordine alla preghiera personale e comu­nitaria, all'ascolto della Parola di Dio, in particolare del Vangelo e, a sua insaputa, qualcosa della sua vicinanza a Dio trapelava all'esterno: una sorta di luminosità riflessa che rivelava la presenza interiore di una luce solare. Con qualche eclissi, ovviamente!

Una pagina rinvenuta tra gli scritti autobiografici di Madre Caro­lina viene a documentare quanto detto sopra. Nell'ottobre del 1957 essa aveva seguito un corso di esercizi spirituali, durante i quali si era sentita ispirata a scrivere un ennesimo Atto di consacrazione` così formulato:

Santi Esercizi - Poiano 6-13 ottobre 1957 Eterno mio Dio, ecco che io meschina vostra creatura, umilmente pro­strata dinanzi all'Immensa Maestà vostra, intendo oggi e per sempre unire il sacrificio della mia vita a quello del vostro dilettissimo Figlio Gesù e secondo i diritti e desideri del suo Cuore dolcissimo e amorosissi­mo. Protesto in faccia al Cielo, alla terra e a tutti i secoli ch'è mia volon­tà risoluta di vivere e morire unicamente e solamente per Lui e per ren­dere alla vostra divina Maestà la maggior gloria possibile mediante la totale dedizione e consumazione di tutto il mio essere.

Fate, o Signore, che tutto in me diventi amore... elevazione... abban­dono in voi... che nulla vada perduto... affinché quando vi degnerete chiamarmi a voi, l’anima mia si trovi a quel punto di intimità ed unio­ne che voi avete già prestabilito fino da tutti i secoli eterni.

Vergine Addolorata avvalorate questa mia intenzione per la vostra materna bontà e per i vostri meriti, ed ottenetemi che ad ogni istante io mi trovi all àltezza della mia donazione. Amen.

Tralasciando le considerazioni di carattere teologico, ci basta segnalare in questo Atto di consacrazione le peculiarità della spiritua­lità canossiana: cercare Dio solo e Gesù Crocifisso, fare in tutto la divina volontà, vivere e morire per la maggior gloria di Dio, abban­donarsi umilmente al suo amore, nutrire una tenera devozione al Cuore ferito` di Gesù e alla Santissima Vergine Addolorata.

Tanta ricchezza spirituale si riversava poi - come s'è visto - su tutti coloro che Madre Carolina avvicinava, tramutandosi in accoglienza, gentilezza, ascolto, comprensione, consiglio meditato, suggerito dalla sapienza del cuore. Come poi era giusto, diveniva dono tutto parti­colare per le Consorelle.

Cade qui a proposito sapere che Madre Carolina era stata incari­cata di un altro servizio all'interno della Comunità, annotato nella Scheda personale, benché oggettivamente meno importante di quello di responsabile della Scuola Materna: l'ufficio di vestiaria. Forse si ricorderà che la matrigna era per l'appunto sarta e gestiva in casa una piccola scuola di cucito per le ragazze del paese; non fa quindi mera­viglia che Madre Carolina fosse esperta nella confezione di vestiti. Ma ciò che importa segnalare non è tanto la sua esperienza nel maneg­giare le forbici e l'ago, quanto il fatto che tale ufficio le offriva l'op­portunità di esercitare una forma particolare di carità fraterna. Infat­ti sapeva trasformare in occasioni di crescita spirituale gl'incontri per­sonali con ciascuna consorella, prevenendone i bisogni e servendola con sollecitudine e affabilità. Senza spreco di tempo, s'intende, per­ché fu sua caratteristica costante la parsimonia nelle parole; ma l'ac­coglienza sorridente e la compitezza del servizio la rendevano assai cara e apprezzata, esempio di mitezza e di bontà. Madre Carolina sapeva anche essere faceta e cavarsela con una battuta quando la risposta pertinente ad una precisa domanda poteva essere imbaraz­zante o compromettere la carità.

 

NUOVE PROSPETTIVE

La crisi vocazionale incominciava a pesare sugli Istituti religiosi femminili a regime tradizionale e, ovviamente, anche sulle Figlie della Carità Canossiane. Il fenomeno diveniva preoccupante innan­zi tutto in ordine alle opere assistenziali, educative, pastorali, e, in secondo luogo perché, mentre si andavano vuotando i noviziati, occorreva aumentare le infermerie e le case di riposo per suore ammalate o anziane.

Anche a Poiano ci si guardava attorno: locali vuoti, terreno incol­to, energie umane in via di esaurimento. Ma più ancora ci si guarda­va dentro, si interrogava il cuore: chiudere? vendere? che cosa sugge­riva lo Spirito? Vien da pensare che anche Madre Carolina, nella sua qualità di Vice-Superiora, sia stata interpellata.

Situazione diversa, invece, se non addirittura rovesciata, per i Confratelli, i Figli della Carità Canossiani. La loro storia, drammati­ca e leggendaria insieme, aveva avuto inizio nella mente e nel cuore della Fondatrice contemporaneamente a quella del ramo femminile, come attesta un importante documento, senza titolo né data, che si fa risalire al 1799 e che viene indicato con le parole iniziali: «Alcune persone ...».s° Umili e poveri, ma ardenti di carità, proprio come li voleva la Fondatrice,3' i Fratelli canossiani furono da sempre oggetto di attenzione, venerazione e aiuto da parte delle Consorelle.

Dal momento che essi, a partire dagli anni Cinquanta, subito dopo l'approvazione pontificia, erano in espansione e tuttora alla ricerca di una migliore sistemazione dello Studentato Maggiore, non sarebbe stata ottima cosa offrire loro parte del terreno rimasto libero? Questa fu la decisione del Consiglio Provincializio di Verona in occa­sione della celebrazione del Bicentenario della nascita della Fondatri­ce, e i Padri Canossiani ebbero a loro disposizione un vasto appezza­mento di terreno.

Nell'antica Palazzina, invece, incominciarono lavori di ristruttura­zione e di adattamento già verso il 1960, per trasformarla in una accogliente Casa di Riposo, che fu pronta nel 1962. Scrisse in pro­posito Madre Vittorina Rosti nella relazione già citata: «la "Palazzina di Ca' Nova si fa incensiere di preghiera adorante, di dolore santifi­cato dall'amore. Sue ospiti sono le Madri anziane e ammalate che la carità fraterna circonda di delicata sollecitudine nella bella casa, resa ora più funzionale e accogliente. Sono un tesoro prezioso per l'Istitu­to; sono la sua ricchezza vera. Maddalena le ha definite "montagne di gemme". Godono dell'assistenza spirituale dei Fratelli Canossiani: proprio poco distante dalla Palazzina sorge il nuovo Studentato Mag­giore dei Chierici canossiani, su ampio appezzamento di terreno. Così la carità della comune Madre vede fiorire a Ca' Nova il più bel­l'esempio di dono reciproco: i sacerdoti confratelli portano alle Sorel­le il conforto e il nutrimento della Parola del Signore, della Liturgia, della preghiera; le Sorelle donano ai Fratelli Canossiani la testimo­nianza di una vita religiosa ardente di semplicità, testimonianza che permane come "fiamma sulla collina dell'amore»."

Madre Carolina Venturella già non c'era più, trasferita nel 1960 a Colle Ameno di Ancona, ma aveva vissuto in anticipo le intime gioie riservate a chi vive la carità. Infatti: «Ubi caritas et amor, Deus ibi est».

e anche la villa di Colle Ameno, danneggiata nel soffitto e nelle pare­ti, non poté continuare ad ospitare le fanciulle «bene».

Nel successivo novembre, però, cinque Figlie della Carità Canos­siane giunsero a Colle Ameno per intraprendervi le loro tradizionali attività, quelle suggerite alla Fondatrice dallo Spirito di Dio. Con esemplare dedizione ai poveri, sostenute dalla preghiera, riuscirono ad organizzare le cinque classi elementari e una scuola di ricamo e cucito. La maggior parte delle alunne proveniva da Torrette, Palom­bina e Taglio. Nel gennaio del 1931, dopo un sopralluogo della Supe­riora Generale delle Canonichesse, del Vescovo gesuita Mons. d'Her­bigny e di due altri Padri gesuiti, le Canossiane furono incoraggiate ad aprire un educandato che, però, ebbe inizio due anni dopo, nel 1933. Da subito, invece, in obbedienza al loro carisma, ogni dome­nica due Sorelle si recavano al «Patronato delle Giovani Operaie di Ancona», per dirigere il ricreatorio e contribuire alla necessaria for­mazione religiosa di queste giovani.

Nell'estate del 1932 ha inizio la Colonia marina per un centinaio di giovani operaie: insieme con le cure fisiche è loro offerta l'oppor­tunità di incontri culturali-religiosi e di lezioni di ricamo. Anche la sede della chiesa parrocchiale di Torrette, resa inagibile dal terremo­to, viene trasferita a Colle Ameno, nel salone-teatro del Patronato.

 

PASSAGGIO DI PROPRIETA’

Il 1933 segna il passaggio definitivo di tutto il complesso edilizio e del parco di Colle Ameno dalle Canonichesse alle Canossiane: le necessarie trattative sono state condotte e concluse dalla Superiora, Madre Maria Vigasio, e da Madre Maria Chiocchini, allora Vice­Superiora della Casa Primaria di Cremona, con il Vescovo gesuita, Monsignor d'Herbigny. In pieno regime fascista, anche la Comunità religiosa di Colle Ameno e le scuole da essa gestite dovettero sentire il peso di una situazione politica diffusa ormai in tutta Italia. Ma ci furono pure dati positivi, il più emergente dei quali può considerarsi il consolidamento dell'educandato che contava quattordici ospiti e che, con l'apporto di sette alunne esterne, poté affrontare il pro­gramma dell'Istituto Magistrale inferiore.

Nel 1935 anche a Colle Ameno si celebrò il 1° Centenario della dipartita per il Cielo di Maddalena di Canossa con rappresentazioni e intense preghiere in suo onore. A queste ultime si attribuì la grazia del ritorno di tutti i pescatori di Torrette alle loro case dopo la furio­sa tempesta che sconvolse il mare antistante la costa anconetana e nella quale perirono circa una settantina di pescatori marchigiani.

Nel 1937 tra le educande, salite a quarantotto, fu inaugurata una sezione di Aspiranti di Azione Cattolica e l'anno seguente venne a ral­legrare e incuriosire tutto Colle Ameno la «Madre Moretta»s che vi rimase, graditissima ospite, per quindici giorni. Pure nel 1938, l'Isti­tuto Magistrale, completo anche nelle classi superiori e per il quale era stata chiesta la parifica con sede legale d'esami, fu dedicato a Maria Santissima «Stella Maris», la cui statua, opera del professor Luigi Arrighini di Pietrasanta, fu inaugurata nel maggio del 1941. Prese parte ai festeggiamenti la compianta Madre Elda Pollonara con una delle sue molte poesie dedicate alla Madonna, invocandola così:

Maria, strada di luce per l’arrivo di Cristo fra noi, noi ti salutiamo come ti salutò l Eterno: rallegrati, o Vergine di Nazareth, lui ti ha riempita di sé.

 

MONDO SENZA PACE

La storia della Casa Canossiana di Colle Ameno continua ricor­dando il triste periodo della seconda guerra mondiale, con discreti accenni al prodigarsi delle educande e delle loro educatrici per l'assi­stenza dei nostri soldati al fronte, ai quali inviavano indumenti caldi, in particolare calze di lana, confezionate da loro stesse. A metà otto­bre del 1943 ebbero inizio i bombardamenti su Ancona: la stazione, Palombella, il manicomio, subirono pesanti incursioni e si ebbero numerose vittime. Anche l'episcopio fu gravemente danneggiato tanto che l'Arcivescovo si trasferì a Colle Ameno per le Feste natali­zie e dell'Epifania.

Sulla fine di aprile, i soldati tedeschi in ritirata che passavano seminando vendetta, con i loro autocarri invasero il parco adiacente l'Istituto e, dopo la liberazione di Roma (4 giugno 1944), minaccia­rono di attivare una postazione di cannoni vicino alle scuole del Patronato; ma le suppliche rivolte alla «Stella Maris» sventarono il pericolo. Un secondo grave rischio si profilò il 6 luglio quando, di buon mattino, una truppa di soldati tedeschi guidati da Ufficiali medici, invasero il giardino, risoluti di sistemare il loro ospedale mili­tare nei locali della Scuola Materna. Fedeli allo spirito di servizio che le caratterizza, le Madri Canossiane, sotto la guida della loro Madre infermiera e di alcune Missionarie, ospiti di passaggio, si dedicarono alla cura dei feriti che in breve tempo avevano affollato le aule. Ma l'avvicinarsi delle Forze Alleate, le cui incursioni si facevano sempre più prossime, convinse i tedeschi a proseguire la ritirata. Tra il 10 e 1'11 luglio tolsero le tende e partirono.

Purtroppo i pericoli non erano finiti. Il 17 luglio aerei prove­nienti da Palombina sganciarono delle bombe, una delle quali cadde nel cortile interno, dove avevano sede l'Istituto Magistrale e il Col­legio, provocando una violenta esplosione con lancio di micidiali schegge. Provvidenzialmente tutte le persone ospitate nell'Istituto, tra cui una ventina di famiglie ed anche la Comunità delle «Figlie di San Paolo», si trovavano nei locali sotterranei adibiti a rifugio, e non vi furono vittime.

In quel medesimo giorno i tedeschi invasero nuovamente la villa e, spacciandosi per reparti della Croce Rossa, vi installarono lo Stato Maggiore della retroguardia. Appostarono cannoni ed eressero una centrale Radio; nel volgere di pochi giorni il parco divenne teatro di aspri combattimenti all'arma bianca fra tedeschi e polacchi. Ma per breve tempo. Voci concitate frammiste a grida di gioia annunciarono la «Liberazione».

 

ALTERNE VICENDE

In ottobre fu possibile riaprire le scuole: dall'Asilo all'Istituto Magistrale. Tornarono anche le educande: una novantina.

Si dovette por mano ai lavori di restaurazione e di consolidamen­to di tutto il palazzo, in particolare dei muri maestri dal lato del mare. I lavori vennero seguiti da periti mandati da Roma dalla Reverenda Madre Generale, Madre Antonietta Monzoni? Finalmente, nell'otto­bre del 1947, riparati i danni causati dalla guerra, furono sistemati a nuovo gl'impianti elettrici per l'illuminazione e il riscaldamento.

Negli anni Cinquanta avvenimenti lieti e tristi si avvicendano: nel 1954 primo incontro delle ex alunne e Convegno dei Maestri Catto­lici. L'anno seguente si dà avvio alle pratiche per il riconoscimento del miracolo a favore di Antonia Sudati, avvenuto per intercessione di Maddalena di Canossa, ma nel medesimo anno la Comunità è rattri­stata dalla morte di Madre Maria Chiocchini, la Superiora Maggiore che aveva trattato l'acquisto di tutto il complesso di Colle Ameno e, sempre nel 1955, ha luogo la celebrazione del 25° anniversario di fondazione. Ma il 6 settembre 1959 si abbatté su Ancona un violen­to nubifragio con alluvione: l'acqua e la melma invasero molte case, ci furono vittime e ingenti danni. Si dovette por mano a ripulire e restaurare e così, quando nel 1960 Madre Carolina Venturella giunse a Colle Ameno, si trovò una volta ancora in una casa in riparazione. Nessun rammarico e nessun disagio. Prese il suo posto, l'ultimo, nella nuova Comunità, ricevendo dalle mani di Dio il suo nuovo ufficio.

 

1960: MADRE CAROLINA VENTURELLA PORTINAIA

Veramente sulla sua Scheda personale il termine portinaia non appare, bensì quello di «telefonista»; ma si sa che nelle Case religiose femminili i due uffici sono abitualmente abbinati. Ufficio certamen­te umile, che non impressionò più di tanto Madre Carolina, anche perché rientrava nella prassi tradizionale che quando una Sorella si inoltrava negli anni, conservando tuttavia lucidità mentale, senno e prudenza uniti ad una discreta salute, fosse «promossa portinaia». Sapendo poi che, convinta della propria nullità, Madre Carolina aspi­rava a conformarsi a Cristo povero, umile, ubbidiente, possiamo pen­sare che in questa «promozione» abbia visto una splendida occasione che Gesù stesso le offriva per aiutarla a tradurre in vita vissuta la sua fame e sete di santità.

Una testimonianza, molto breve ma significativa, dice: «A Colle Ameno a Madre Carolina fu affidato l'ufficio di portinaia. Lei acco­glieva tutti, piccoli e grandi, poveri e benestanti, con pazienza e dol­cezza, sempre in atteggiamento di ascolto, per tutti aveva una parola di fede, di conforto, e tanto amore».

Questo ufficio fu svolto infatti da Madre Carolina con molta sem­plicità e naturalezza. Suo studio particolare fu il capitolo della Santa Regola che riguarda l'ufficio della portinaia, sul quale si sarà esamina­ta attentamente per domandarsi se veramente essa presentava l'im­magine che ne dà la Santa Fondatrice la quale lasciò scritto: «[...] dovrà essere una Sorella di età matura, di molta pietà e prudenza che serva ai prossimi di edificazione, giacché ordinariamente dai modi e discorsi della Portinaia, viene edotto lo spirito dell'Istituto e della Casa. [...] riceva dalle madri delle ragazze della scuola, le ragazze medesime con dolcezza, mansuetudine e Carità, ma con queste non si trattenga in ciarle superflue».

Seguono minuziose prescrizioni riguardanti i rapporti con le varie persone che frequentano la Casa, le ambasciate, le lettere e qualunque altra cosa venga consegnata in portineria. Una calda raccomandazio­ne Maddalena riserva per i suoi prediletti: «Venendo poveri alla porta, tutti li tratti con carità, dolcezza e riverenza insieme, ricordandosi che le Figlie della Carità sono serve dei Poveri. Non mostri mai impa­zienza o noia delle loro importunità; non li faccia aspettare se non che quello che è necessario per soddisfare all'oggetto per cui sono venuti. Quando le viene consegnata dalla Superiora qualche elemosina da somministrar loro, lo faccia con tutta Carità ed Umiltà insieme».

Addirittura severa diviene Maddalena a proposito della carità fra­terna: «Dio liberi la Portinaia di lagnarsi con persone di fuori delle Sorelle, o di qualsiasi altra cosa della Casa, similmente dal raccontare alle persone di fuori le Regole ed i Sistemi, siano interni siano ester­ni, sia della Comunità, sia in particolare delle Sorelle, insomma gli affari di Casa. Con le madri delle ragazze non condanni mai le Mae­stre o per averle castigate, o per qualsiasi altro motivo, e generalmen­te con ogni persona non faccia trattati, discorsi lunghi, ma sbrigato ciò che è necessario brevemente, attenda al suo dovere [...]. Se o dalle Povere dell'Ospitale, o dalle Direttrici delle Scuole della Dottrina Cristiana, o da altra persona sentisse condannare le sue Sorelle, senza altercare né offendersi, le sostenga sempre con prudenza e dolcezza, ma brevità insieme, riferendo poi ogni cosa alla sola Superiora».

Ne risulta una figura di suora portinaia non facile da incarnare, ma per Madre Carolina è un'immagine in sintonia con le sue doti di maturità, saggezza, prudenza, parsimonia nelle parole. Ciò non le impediva di essere compiacente soprattutto quando si trattava di spiegazioni riguardanti il catechismo, il Santo Vangelo, l'insegna­mento della Chiesa, perché ci si era presto accorti che quella porti­naia era informatissima su problemi religiosi e morali, dotata di intui­to, capace di risposte precise ed esaurienti. Ormai Madre Carolina catechizzava così: anche via telefono.

Ma come Madre Carolina si teneva aggiornata? Era una lettrice formidabile, appassionata degli articoli di fondo del Quotidiano cat­tolico, dell'Osservatore Romano in particolare, e dei documenti del Magistero, sui quali teneva poi informata la Comunità: servizio pre­zioso che si sarebbe rivelato sempre più necessario, fino a divenire indispensabile, durante gli anni del Concilio Vaticano II. Il nuovo ufficio le offriva l'opportunità di qualche spazio da riservare alla let­tura; forse anche per aver visto in portineria qualche giornale cattoli­co, può essere nata in taluno la curiosità prima, poi il desiderio, poi il bisogno di conoscerne il contenuto. La passione di Madre Caroli­na per la Verità e il suo amore alla Chiesa facevano il resto.

L'ufficio di portinaia-telefonista, però, non copriva tutta la gior­nata di Madre Carolina: dalla sua Scheda personale risulta infatti che esercitava ancora quello di vestiaria, continuando questo suo servizio con la sollecitudine, la perizia e la compitezza che conosciamo. Ma dove Madre Carolina realizzava più che mai se stessa era nelle ore dedicate alla preghiera. Da quel 30 ottobre 1943, quando per la prima volta si era consacrata «vittima d'amore a Cristo Re», il suo cammino spirituale era stato una continua ascesi, esclusa - ben inteso - ogni tentazione di pelagianesimo. Ciò non significa, ovvia­mente, che non commettesse più sbagli, che anzi è proprio delle stra­de in salita presentare maggiori difficoltà ed ostacoli e, quindi, il rischio di più frequenti cadute; l'espressione «continua ascesi» vuole semplicemente indicare che il desiderio di Madre Carolina era sem­pre virtualmente teso verso l'Amato suo Signore. Le capiterà ancora di commettere sbagli ed errori: la purificazione del cuore deve sem­pre ricominciare, ma è anche vero che, accorgendosi di qualche deviazione, prontamente riconosceva il suo torto, ne chiedeva perdo­no e si rifugiava fra le braccia di Gesù, anzi nella ferita del suo Cuore. Lo si desume a posteriori, cioè dalle esperienze del tutto singolari che stanno per coinvolgerla e dalle quali Madre Carolina sarà, suo mal­grado, addirittura sconvolta.

 

 

PARTE SECONDA

QUANDO NEL CUORE DELLA CREATURA IRROMPE IL «DIVINO»

Da una storia «ambientale» a una storia «personale»

 

PREMESSA

Si tratta di una storia personale in gran parte già nota, storia che sem­brava stesse per concludersi, mentre invece, proprio ora, a Colle Ameno, sta per entrare nella sua fase più significativa e qualificante. Si vuole, infatti, dar spazio ad avvenimenti insoliti in un esistenza normale, ordi­naria, sia pure quella di una persona consacrata. Volendo perciò, pur senza la pretesa di una lettura completa e valoriale, presentare questa sto­ria nella debita prospettiva e sufficientemente documentata, si ritiene necessario uno stacco anche tipografico dal già detto, giustificando così la suddivisione in due Parti di queste Note biografiche.

Questa seconda Parte, ricca di esperienze sorprendenti, che il teologo non esita a giudicare di natura mistica, si propone di accompagnare, più ordinatamente che sarà possibile, l evolversi di una storia intima, tutta spirituale, nel succedersi di giorni, mesi ed anni che mantengono, visti dall esterno, i loro ritmi ordinari, quelli fissati dall orario della Comuni­tà religiosa, in sintonia col normale trascorrere del tempo, nel fedele com­pimento delle prestazioni che le sono richieste. Nulla di straordinario deve infatti trapelare di ciò che avviene nell'intimità dei rapporti di Madre Carolina Venturella col suo Signore: aspirazioni, mozioni, locu­zioni, rapimenti, fenomeni mistici vari - non escluse le prove di purifi­cazione passiva - che si tradurranno poi in MESSAGGI da trasmettere al Padre spirituale e, per suo tramite, alla Chiesa e al mondo. Essi copro­no un periodo di circa venticinque anni: dal dicembre del 1963 al mag­gio del 1988.

Metodologicamente, ad una esposizione ininterrotta delle suddette esperienze, si ritiene preferibile intercalarle nella narrazione biografica in corso, facendo riferimento non solo a ciò chegià ne è stato scritto nel volu­me POTENZA DIVINA D'AMORE, apparso per la prima volta nel 1975 e giunto ormai alla diciannovesima ristampa,' ma anche attin­gendo ai Manoscritti originali' di Madre Carolina. Infatti nel volume a stampa si riscontrano numerose omissioni intenzionali, alle quali non sarà tuttavia possibile ovviare completamente, ma solo fare qualche anti­cipazione di ciò che apparirà quando sarà possibile uno studio pertinen­te e scientifico dei suddetti Manoscritti.

 

CAPITOLO PRIMO

«FARÒ DELL'ANIMA TUA UNO STRUMENTO DELLA MIA GLORIA»

SEGNALI REMOTI

Una data, più volte ricordata, ma che ora deve rimanere costante­mente visibile sullo sfondo della narrazione, è quella di una lontana Festa di Cristo Re: 30 ottobre 1943. Data indimenticabile per Madre Carolina che così la ricorderà 23 anni dopo. Breve spiegazione:

«Dato che su questo particolare avvenuto tre anni fa' nella Festa di Cristo Re, non è mai stato registrato nulla, sarà bene darne qui qualche, sia pur breve, spiegazione. Festa di Cristo Re! Giorno tanto caro al cuore della piccola creatura, perché ricordava la data della sua prima consacrazione di vittima d'amore, compiuta vent'anni prima, cioè nell'anno 1943. Festa di Cristo Re 1963! Giorno pieno di luce, di grazia e di tanto entusiasmo! Pomeriggio, in Chiesa: La povera creatura lentamente si sente presa da un fatto tutto nuovo, mentre un impulso interiore le dice: Chiedi al mio Ministro se tu, come mia vittima è sufficiente vivere così, o se invece io posso chiederti anche di più. E questa voce era sempre lì, anche nei giorni seguen­ti, che picchiava tormentosamente. Ma la povera creatura non fidan­dosi di sé, nella prima Confessione non lo fece. Poi, continuando insistentemente quel tormentoso impulso, finalmente, nella speran­za di ritrovare la calma, nella Confessione seguente si decise a farlo. Certo, sarebbero necessarie altre spiegazioni, ma per brevità di tempo è bene, almeno, concludere dicendo che, secondo quanto pensa la povera creatura, quel "Chiedi al mio Ministro ecc. non voleva essere altro se non un mezzo per poter metterla nelle mani del Sacro Ministro per farne poi quello che aveva già decretato nei suoi altissimi disegni d'amore».

Da quel 30 ottobre 1943 a questo 11 ottobre 1963 - giorno in cui la «povera creatura» scrive la suddetta spiegazione -, sono ormai tra­scorsi venti anni, durante i quali abbiamo visto Madre Carolina pro­gredire di virtù in virtù, ma specialmente in quella che tutte le rias­sume e che Santa Maddalena di Canossa definiva la «virtù regina»: la Carità. Sintomatica in tal senso l'elencazione delle virtù citate sopra, presentate nella prima parte della Regola Difesa: Carità verso Dio, che si articola come segue: Orazione, Ubbidienza, Umiltà, Povertà, Carità verso il prossimo. Di quest'ultima poi la Fondatrice riprende la trattazione specifica in Virtù della carità fraterna, nelle «Istruzioni alle Figlie» circa le «Virtù proprie dell'Istituto». Da sottolineare la collocazione delle virtù dell'obbedienza, dell'umiltà e della povertà nell'ambito della Carità verso Dio, e cioè in ambito teologale. Collo­cazione arbitraria? Certamente no, perché Maddalena di Canossa vede nell'esercizio di ciascuna di esse un'espressione d'amore a Gesù, come espressioni d'amore verso il Padre suo erano state l'obbedienza, l'umiltà, la povertà praticate da Gesù durante tutta la vita, e special­mente durante la dolorosa Passione. Madre Carolina, sempre più attratta e aiutata dalla grazia, ne aveva intuito il senso profondo e la necessità della propria assimilazione a Cristo in ciò che vi è di più nobile e grande: l'amore. Lentamente, ma fedelmente: con la pazien­te lentezza delle maturazioni.

 

PREPARAZIONE PROSSIMA

Secondo l'ordine dato alla delicata materia da Padre David De Angelis, la preparazione prossima di Madre Carolina alla sua nuova «missione» avviene a partire dal dicembre del 1963 e si protrae fino al novembre del 1965. In questo arco di tempo la «Povera anima» è destinataria di numerosi Messaggi a lei affidati da Gesù stesso «con impressioni intime, così chiare e precise, da paragonarle ad una vera voce, che si comprende benissimo» (30-12-1963). Madre Carolina ne è gratificata in modo tutto particolare dopo la Santa Comunione, ma spessissimo è colta di sorpresa e viene presa da sbigottimento: se ne sente assolutamente indegna. «In preda da giorni a forte e conti­nua sofferenza e timorosa per il fatto che da quattro giorni alle ore 10.00 fino alle 10.30 deve sospendere il suo dovere, da donna con­creta qual è, osa obiettare: Ma, o mio Signore,... e la mia salute... io sono dell'Istituto...» (f. 3). Egli però la rassicura dicendole che la di lei salute sta nelle sue mani. Gesù le chiede amore e riparazione per­ché, perseguitato e deriso, addirittura tradito da suoi, vuol fare del suo cuore un piccolo tabernacolo vivente (f. 4) dove trovare rifugio (1-1-1964).

Più che mai sbalordita, Madre Carolina, che teme soprattutto le illusioni dell'amor proprio e gl'inganni del demonio, va ripetendo d'essere «superba, orgogliosa, capricciosa, suscettibile, puntigliosa...». Vorrebbe tornare alla vita comune, senza anomalie o stranezze, come quando, dopo la Santa Messa, deve uscire di cappella e salire in came­ra per non dare nell'occhio ai presenti,' tutta immersa com'è nelle manifestazioni d'amore del suo Dio che giunge a dirle: «Io ti stringo al mio Cuore... e ti consacro al mio amore...» (1-1-1964). La «pove­ra anima» ha l'impressione di trovarsi come in «un labirinto di vita spirituale... Quale spavento!». La misteriosa sofferenza che precede e spesso accompagna le effusioni del Divino Amore, a volte la paraliz­za. Non le aveva detto Gesù che «a chi é stato fatto il dono di pene­trare negli arcani del suo amore, dovrà portarne il dolce peso?» (f. 9). Ma nello stesso tempo «l'anima, fortemente attratta dalla Divina Presenza, esce in un grido: Signore, quand'anche dovessi vedere le ali dell'anima mia insanguinate per poter giungere al vostro Cuore, nulla mi potrebbe arrestare» (f. 14). E Gesù: «Vi é un ideale più desidera­bile per un'anima mia prediletta che spargere il sangue del proprio cuore in unione agli spasimi del mio?» (f. 18). E più oltre: «Dammi il tuo cuore... ti donerò il mio... E saranno due cuori in uno» (f. 27). Ma proprio questa ineffabile condiscendenza con la quale Gesù sem­bra voler annullare la distanza fra sé e la sua creatura le fa sentire più angosciosamente la propria indegnità.

Carolina Venturella, tuttavia, sta in religioso ascolto della miste­riosa «voce», ne recepisce l'appello rivolto a lei singolarmente perché condivida la sorte di sofferenza e di croce del suo amato Re, e anela a rispondervi con l'immolazione della propria vita. Riflettendo che Gesù «era sempre fisso nel suo Divin Padre, si propone di essere sem­pre fissa in Lui e nel Divin Padre» (f. 20). «Io - le dice Gesù - ti ho fatta riparatrice del mio amore tanto disprezzato, tanto miscono­sciuto... È legge del vero amore condividere le sorti della persona amata... é giusto quindi che anche tu soffra con me... é un piacere che mi fai e che ti faccio» (f. 21). E Carolina propone: «Bando a tutto ciò che non ha sapore di soprannaturale... Bisogna disfare questa natura capricciosa e superba... Tutto, tutto bisogna consumare, affin­ché vi penetri e vi regni Lui solo!» (f. 23). E prega: «Travolgimi come a Te piace nelle fiamme del tuo infinito amore [...] Dimmi che cosa debbo fare per rendermi sempre più accetta ai tuoi occhi e per scom­parire ai miei» (f. 27).

 

MISTICHE NOZZE

S'avvicina la festa di Pentecoste del 1964, giorno in cui Gesù com­pirà la sua promessa: «Sì, io ti sposerò nel mio Cuore ineffabile, per­ché voglio fare dell'anima tua uno strumento della mia gloria» (10­5-1964). E infatti, durante la meditazione della sera, Carolina esce in questa preghiera: «O mio Signore Gesù Cristo, centro divino di tutte le ricchezze della SS. Trinità, io ti adoro, ti amo e ti ringrazio per tutti i beni che recasti all'umanità intera, che considero come miei. Tu sei il Sovrano Bene del mio cuore... Di questo cuore che in questi gior­ni hai fatto oggetto di tante tue misericordie e di operazioni d'amo­re, e compiendo stamattina quanto mi avevi predetto!'° Che cosa hai operato nell'anima mia?... che cosa è avvenuto in me? Io ora mi sento in un'altra atmosfera, sembra che una nuova vita scorra nel mio cuore!» (f. 36). La conferma le viene direttamente da Gesù: «Ora sei tutta mia... Io ho sposato l'anima tua nelle viscere del mio Cuore... E il fuoco dell'Eterna carità ha posto il sigillo di questo incontro nuziale» (17-5-1964). Padre David De Angelis commenta: «Gesù è presso di lei e lei è presso a Gesù. Il luogo d'incontro è il cuore del­l'anima divenuto dimora di Gesù».

Madre Carolina, che su richiesta del Confessore e Padre spiritua­le, si è impegnata a dargli resoconto scritto delle sue esperienze inti­me, non sa come descrivergli l'ultima, quella del lunedì dopo Pente­coste, durante la quale si era sentita avvolta dalla SS. Trinità e da essa introdotta nel Cuore Sacratissimo di Gesù (cfr. f. 37). Lo domanda a Lui, che le risponde: «Dirai che il mio Cuore è appassionato d'amo­re per l'anima tua... che l'ho fatta preda di questo amore... e perciò mi sono reso sensibilmente presente» (f. 37).

Capita pure che la divina Presenza la sorprenda sensibilmente mentre si trova in vestieria o in portineria, come il giorno 3 giugno,

nel primo pomeriggio. Provvidenza vuole che venga sostituita nel­l'ufficio di portinaia; e allora può rifugiarsi in camera, dove si sente dire: «A te che ho prediletta posso manifestare i miei segreti» (f. 41). Quali segreti?

Ma fanno parte dell'esperienza mistica anche le prove di purifica­zione passiva che nel linguaggio di San Giovanni della Croce costi­tuiscono la «notte oscura». «La povera anima deve attraversare [a più riprese] spazi di [interminabili] giorni nel silenzio e nella prova» (22­/28 maggio 1964); ma nella Festa del Corpus Domini «il mio Signo­re Gesù è tornato con la sua dolcissima, sensibile presenza al mio affetto» (f. 38). Più terribile ancora la notte oscura dal 19 settembre al 17 ottobre 1965, definita da Carolina stessa «La prova» (ff. 81-83), finita la quale Gesù la conforta dicendole dolcemente: «Non ti ho col­pita per ferirti o amareggiarti, ma perché si compiano in te i miei disegni» (f. 84).

 

IL NOME NUOVO

Una mattina, mentre «dopo la Santa Comunione l'anima è som­mersa nel mistero d'amore del suo Signore [...], la solita voce le sus­surra dolcemente: Ti do un nome nuovo: da questo istante tu sarai Carolina di Gesù. L'anima allora, forse un po' troppo ardita, gli chiede: e tu, mio Signore, cosa sarai per me? E la voce risponde: E io sarò Gesù di Carolina» (f. 47). Una mattina le confida: «Io sono l'amore Divino, Eterno... Io sono la santità... il vero Amore. Ma vi é un amore più combattuto, più conculcato, disprezzato del mio? [...] Ecco dunque il grido del mio Cuore: Dammi amore!... Siimi fedele!» (f 50).

Passo passo il Signore chiede alla sua prediletta una vittoria sull'a­mor proprio. La mattina del 20 giugno 1964 le dichiara: «È necessa­rio che questo incontro si faccia: sono io che gliel'ho ispirato... mi sarà di tanto gradimento» (f. 53). Non è detto esplicitamente di quale incontro si tratti, ma dal contesto si arguisce che esso è stato chiesto dal Confessore, Padre David. Infatti, qualche giorno appresso, Madre Carolina deve riconoscere: «Solo questa sera, ripensando all'incontro con il Sacro Ministro di Dio, mi è concesso di compren­derne tutta la preziosità! Ieri non ne capivo niente... mi sembrava un sogno... mi sentivo come schiacciata sotto un misterioso peso! Oh, che gran favore è stato quello! Sulla parola viva di chi mi rappresenta Dio, ora sono convinta che chi parla dentro il mio cuore è proprio il Cristo Gesù del Vangelo! Il mio supremo ed unico Bene! O mio Dio e mio Paradiso!» (f 56). Altre volte ancora Gesù chiederà alla sua Carolina di superare se stessa facendole trasmettere al Padre spiritua­le la sua volontà: «Ciò che ti ho detto riguardo al mio Ministro, deve essergli comunicato tutto, senza toglier nulla, perché mi preme molto che sappia che io lo amo d'ineffabile, infinito amore [...] e cerchi di corrispondere con sempre maggior ardore di fedeltà e di amore direttamente al mio Cuore, e poi nelle anime che a lui si rivolgeranno, essendo che in esse ci sono io» (ff. 170-171).

 

GRAZIA NELLA LIBERTA’

Nella meditazione della sera di una giornata di santo ritiro, Gesù si fa sentire al cuore di Carolina: «È giunto il momento di svelarti il segreto dei miei disegni sull'anima tua. Un giorno, in un impeto di amore tutto gratuito, io ho fatto dell'anima tua l'oggetto di predi­lezione del mio Cuore. Ma questa mia scelta doveva essere per te, per tutto il tuo essere, motivo di grandi sofferenze. [...] È necessa­rio che avvenga così, perché non si può amare senza soffrire. Accet­ti? Per il Cristo del Vangelo che tante volte hai cercato, invocato... accetti? Sono io quel Cristo... Io, il Figlio diletto del Padre... il tuo unico eterno Amore... il tuo Signore adorato...» (27-6-1964). Due giorni dopo: «Fanne pur parola al tuo Confessore, affinché tutto sia benedetto dall'obbedienza» (f. 58). E il Confessore approva incondi­zionatamente.

Alla povera anima appare sempre più manifesto che Gesù la vuole con sé nella crocifissione quando le dice: «Dammi tutto il tuo essere perché lo purifichi e lo santifichi secondo i miei disegni!». E ancora: «... sono il Mendicante d'amore! Ma, oh quante delusioni io provo, anche da parte delle anime a me più intime! Quanta spen­sieratezza, quanta trascuratezza esse hanno nei miei riguardi!». E Carolina di Gesù si sente ingiungere: «Prostrati e fanne onorevole ammenda! A queste parole l'anima si prostra per terra e, inabissata nel proprio nulla, cerca [...] di fare atti di riparazione» (14-8-1964).

 

LE ANIME COSTANO SANGUE

Gesù le chiede ancora: «Sei disposta ad aiutarmi a salvare le anime con la sofferenza?» (20-3-1965). Questa volta Carolina, fissa nella propria indegnità più che nel sostegno che le viene dal Signore, benché disposta a tutto, non ha la forza di acconsentire. Ma a Lore­to, dove va in pellegrinaggio con la Comunità, si presenta al suo Con­fessore" che la esorta in questi termini: «Dite di sì, ditelo generosa­mente. Vi sono tante anime che, in modo speciale a Dio consacrate, non sono fedeli e, purtroppo, si perderanno eternamente». E la Voce conferma: «Quante anime sono preda di Satana, nemico del bene e della verità! Soltanto la sofferenza gliele può strappare. Stammi accanto, dammi tutto!» (24-3-1965).

Una mattina, finita la meditazione, la ben nota Voce, che non udiva da tempo, le dice: «Ti ho scelta e fatta mia preda nel gaudio e nelle dolcezze del mio amore... ma ora è tempo che tu mi segua anche nelle oscurità e nelle prove» (f. 120). E la prova diventa tanto intensa e tormentosa che un giorno la povera anima, andando in cap­pella sul mezzogiorno, esce in questo lamento: «Quale terribile smar­rimento sta attraversando la mia anima! Mio Dio, se non mi sostene­te io dispero. Non vi è più nulla che mi possa essere di appoggio [...]. Tutto si è fatto vuoto intorno a questa povera anima!» (ff. 120-121). Ma il Giovedì Santo, 14 aprile 1965, nel terribile silenzio che tutta la pervade si sente ispirata a scrivere: «Non mi rimane che una via aper­ta, quella di appoggiare il capo sul duro legno della croce e uniformarmi a Colui che vi è stato confitto» (f. 124). È il pieno consenso di Carolina a quella crocifissione che Gesù stesso sta compiendo su di lei per uniformarla a Sé, per associarla a Sé nella salvezza delle anime.

A questo tendono i ripetuti richiami di Gesù stesso al voto di vit­tima d'amore che la sua Carolina gli ha fatto in una lontana festa di Cristo Re (30 ottobre 1943). Glielo ricorda anche nel pomeriggio della solennità del Corpus Domini del 1965: «Per tutte le profana­zioni con le quali tanto sacrilegamente viene oltraggiato il mio Cuore nel sacramento del mio amore, io ti chiedo oggi che tu venga con rinnovato impegno di fedeltà a rinnovare la tua consa­crazione di vittima di riparazione e di amore, affinché il mio Cuore ne venga in qualche modo riparato e compensato» (f. 139). E Caro­lina di Gesù, «come trasportata da una forza superiore, si porta in Chiesa, e rinnova il suo atto di offerta di vittima di amore e di ripa­razione» (f. 140).

Una sera di fine luglio del 1965, sommersa da grande sofferenza, la povera anima si sente dire dalla solita Voce: «Sarà il mio Amore che ti crocifiggerà [...]. Ma io ti nutrirò con il miele dolcissimo che sca­turirà dal mio Cuore...» (30-7-1965). «Oh, se tu comprendessi quale tremenda passione tormenta continuamente il mio Cuore! L'amara perdita di tanti miei figli, per i quali ho versato tutto il mio sangue!» (24-8-1965). Ma questa volta la povera anima «non è capa­ce di credere a se stessa e di sottomettersi a quanto ha udito dalla Voce». Al rimprovero di Gesù risponde: «Ah, mio Salvatore adorato, non è di Voi che io dubito... ma è di me... poiché temo sempre di essere nell'inganno della mia fantasia. Ecco ciò che mi fa tremenda­mente temere e soffrire... e che tuttavia accetto ben volentieri, perché questo mi sta proprio bene, come a povera creatura, quale sono io!» (10-10-1965).

Allora il suo Signore la ricolma di soavità e tenerezza, tanto che la povera anima si domanda: «Ma, dunque, cosa passa nella povera anima mia?». E Gesù le risponde: «Sono gl'incontri con il tuo Dio... con l'Amore dell'anima tua... sono i contatti con le amabilità del mio Cuore che ti rapiscono, perché oggi io voglio fissare la mia dimora presso di te, per renderti sempre più mia discepola d'amo­re» (f. 175). E Carolina di Gesù si sente «come un sassolino sul quale scorre un forte torrente d'impetuose acque [...] Sarà forse spinto fino a raggiungere il vasto e sconfinato mare? Oh, se fosse pure la felice sorte dell'anima mia... Venir spinta dalle potenti acque della divina grazia, per poi esser gettata nell'infinito mare del dolce amore del mio Dio!...» (f 176).

Nella sua sponsale confidenza giunge a chiedere: «O Dio, o mio dolce Amore, quando, quando si farà del vostro Cuore e del mio un sol cuore? Io non lo dirò a nessuno; sarà un segreto tutto nostro. Lo sapranno appena il Padre e lo Spirito Santo, e certamente ne saranno felici... perché il bene vostro è anche il loro bene... e il bene dei Tre sarà la mia gioia, il mio Paradiso: Sarà il trionfo del tuo Cuore... o mio dolcissimo, amabilissimo Signore!».

In questo avvicendarsi di momenti gaudiosi e di giorni segnati dal dubbio e dall'angoscia, Madre Carolina viene preparata da Gesù stes­so alla sua nuova missione.

 

CAPITOLO SECONDO

«IL FIGLIO VUOLE MANIFESTARE ALL'UMANITA’ LO SPIRITO SANTO»

LA NUOVA «MISSIONE» DI CAROLINA DI GESÙ

Nel 1965 la Festa di Cristo Re cadeva il 31 ottobre: erano trascorsi 22 anni da quando, per il vivo desiderio di riparare in qualche modo le gravi offese che continuamente feriscono il Sacratissimo Cuore di Gesù, Madre Carolina si era offerta a Lui quale vittima di amore e di riparazione. Immersa in quel ricordo si sente come rapita e, sotto l'in­flusso dell'azione misteriosa che tutta la pervade, scrive un inno di lode e di amore a ciascuna divina Persona della SS. Trinità. L'inno si conclude con una rinnovata ardente consacrazione, «a testimonianza della volontà che ha sempre coltivato in cuore di vivere e morire uni­camente e solamente per Gesù Cristo, vero Dio e vero Uomo, al Quale sia onore e gloria per tutti i secoli dei secoli, nel Padre e nello Spirito Santo. Amen!» (f. 201).

Anche il giorno dell'ottava della grande Festa, 7 novembre, tra­scorre per Carolina di Gesù «con l'anima sempre attratta verso la forza misteriosa» finché la sera, alle 21.00, «improvvisamente, viene colpita da una corrente molto potente [...] e intanto comincia il col­loquio tra l'Invisibile e la povera anima, colloquio che non ha paro­le», al quale la Voce pone termine dicendo: «Tutto si compirà secon­do i miei disegni, se l'anima tua sarà elevata ad altissime intimità con il mio Cuore. O Cuore del mio Gesù [...] Tu sei il mio gaudio, la mia beatitudine, la mia dimora inebriante - l'anima esclama - E Tu fa' che quanto prima io giunga finalmente presso il tuo Cuore... ed esservi smarrita per sempre!» (E 206).

li giorno seguente, dopo la S. Comunione, Carolina riceve un messaggio per il Confessore: «Tu poi dirai al mio Ministro che pre­pari il suo cuore alle effusioni del mio amore nello Spirito Santo che io intendo inviargli» (f. 207). È giunto infatti il momento nel quale Gesù ha deciso di rivelare alla povera anima la nuova missione che l'attende.

Il mattino del 10 novembre 1965, «al ritorno dalla S. Comunio­ne, improvvisamente, l'anima viene tutta assorbita dalla solita poten­te misteriosa forza ed è costretta a passare di sopra. Nel salire le scale ha l'impressione che tutto il suo povero essere stia sfasciandosi... Si sente venir meno... Forse è impazzita... forse è la fine. Raccogliendo quel po' di forze di cui le è dato disporre, non fa che esclamare "Mio Dio misericordia! Nelle vostre mani raccomando il mio spirito!"» (10-11-1965). Giunta nella sua camera, lentamente riprende forza e, tutta immersa nel «suo Signore che stringe sacramentato nel cuore, entra con Lui in un dolce colloquio», non esprimibile a parole.

«Poi improvvisamente la Voce dice: Perché la Chiesa, mia Sposa, non onora con un culto più solenne, ardente, pratico presso i fede­li lo Spirito Santo? In Lui e per mezzo di Lui tutto si compie dai secoli eterni, in cielo e in terra, nell'intima comunicazione con il Padre ed il Figlio. Eleggo te a farne parola, intanto, al mio Ministro, di questo mio desiderio» (10-11-1965).

Molto umilmente Madre Carolina confessa di «non comprendere affatto il significato di ciò che ha udito» e il Signore Gesù, benevol­mente, il giorno dopo ritorna sull'argomento: «Dammi questa prova d'amore... renditi interprete dei miei disegni». E le spiega che «lo Spirito Santo è la forza, il calore, l'ardore che tutto governa nella misericordiosa potenza e sostanziale convivenza con le Tre Divine Persone, in un solo, unico, ineffabile amore...». E aggiunge: «Fin da tutta l'eternità ti ho eletta per questa missione...» (11-11-1965).

«Ma io non so comprendere la vera voce... la voce chiara e sicura del mio Signore... io sono miserabile... non capisco niente, sono un'i­gnorante...».

E Gesù la rassicura ricordandole che Colui che si nasconde ai grandi e ai sapienti del mondo, si manifesta ai semplici ed umili di cuore. Così Carolina di Gesù, sprofondata nel proprio nulla e guida­ta dall'Amore, camminerà sicura lungo le misteriose vie del Signore (cfr. 12-11-1965).

 

UN COMANDO DIFFICILMENTE ATTUABILE

Dirai al mio Ministro... Ma qui si verificano fatti inattesi che ostacolano l'incarico dato da Gesù a Carolina. Il Confessore, Padre David De Angelis, da Ancona è trasferito a Loreto «come penitenzie­re ed assistente dell'Ordine Francescano Secolare». Questa la moti­vazione ufficiale, ma si affaccia il sospetto che l'allontanamento da Ancona di Padre David avesse pure una motivazione sottaciuta: impedirgli di conferire con Madre Carolina Venturella. Questa peni­tente, infatti, aveva colloqui prolungati oltre misura al confessionale, estenuanti attese per le Consorelle che attendevano il proprio turno, frequente consegna al Confessore di foglietti scritti, sia pure tramite la Superiora... Il sospetto prende consistenza per il fatto che a Padre David era stato persino proibito di recarsi nella Casa canossiana di Colle Ameno (cfr. f. 185).

E Gesù a insistere: «E tu, mio strumento inutile, non farai che trasmettere quanto ti farò conoscere al mio Ministro. Quando t'in­contrerai con il mio Ministro, gli dirai, a nome mio, che è deside­rio del Padre e del mio Cuore che lo Spirito Santo venga maggior­mente conosciuto e amato nella Chiesa, mia Sposa [...]» (11-11­-1965). E ancora: «Nella pienezza dei tempi, il Padre donò il Figlio all'umanità... ora il Figlio vuole manifestare lo Spirito Santo, Amore sostanziale del Padre e del Figlio. Tutto questo dirai al mio Ministro». E il giorno seguente: «Sei disposta a fare quanto ti voglio chiedere? In questa settimana farai in modo che il mio Ministro venga a casa, se non vi saranno altre vie per poterlo incontrare». E, finalmente, una specie di «ultimatum»: «Ti lascio il tempo ancora oggi e domani, poi chiederai il permesso che il mio Ministro venga, affinché tu possa confidargli quanto ti ho manifestato in questi giorni» (14/15-11-1965).

È troppo! Quale obbedienza difficile per l'amor proprio di Madre Carolina: chiedere e richiedere ciò che non si vuol concederle! «Inve­ce improvvisamente viene presa da un fatto tanto misterioso e terri­bile che è costretta (perché ne è come spinta) a presentarsi alla R. M. Superiora e a chiedere il permesso, altrimenti non ha più pace... Mio Dio, che situazione, che martirio, e che spavento! Non poter più comandarsi! Non saper più superarsi!» (16-11-1965). Le viene con­cesso di scrivergli. Ecco il testo della brevissima lettera:

 

V.G.M. 17/11/65

Reverendo Padre

In occasione di una sua venuta ad Ancona, se potesse disporre di un po' di tempo per Colle Ameno, farebbe una grandissima carità a quella povera anima che ne ha tanto bisogno.

Il Signore La ricompensi di tutto. Intanto prego di raccomandarmi al Signore e di mandarmi tante benedizioni.

La povera anima

Colle Ameno - Istituto Canossiane. Padre David giunge a Colle Ameno il 22 novembre; la povera anima può eseguire il comando di Gesù e ritrovare la pace del cuore, ma dichiara: «ho manifestato cose di cui anche ora non comprendo nulla! Sembra che dentro e fuori di me tutto sia diventato mistero [...]. O Gesù, dolce amore... Tu sei quel mistero che io non comprendo, e che tuttavia sento qui nel mio cuore... O Dio mio, o mio dolce Para­diso... non importa anche se non ti comprendo, mi basta sapere che Tu sei qui, che io sono tua e sono in Te! Amen!» (23-11-1965).

 

STRUMENTO DELLA DIVINA GLORIA

Una mattina, mentre Carolina trascorreva il tempo del ringrazia­mento della S. Comunione in adorante silenzio, sentì risonarle nel cuore la Voce: «Quando tu non esistevi, io ti plasmavo nel mio Amore. Quando, lungo i tuoi anni, con le tue infedeltà, ti dilunga­vi dal mio perfetto Amore, io ti attendevo... Ora che sei tutta mia, se mi lascerai fare, sarò ancora io stesso che opererò in te... E tu non sarai che un misero strumento del quale intendo servirmi per mostrare al mondo le meraviglie dello Spirito Santo...» (18-11­1965). Quanto mistero circonda la povera anima, la quale non fini­sce di meravigliarsi che Dio abbia scelto proprio lei; ma la Voce le spiega: «[ ...] siccome ti ho fatta tutta mia,... per questo intendo di fare di te uno strumento della mia gloria» (21-11-1965). «Il posses­so della misteriosa azione sulla povera creatura diventa sempre più intenso, totale. Mio Dio, sono tua, fa' di me quello che vuoi!». E Gesù le conferma i suoi diritti su di lei: «Io non ti ho dato l'essere se non per la mia gloria» (27-11-1965). E poiché Carolina insiste sulla propria incapacità a intendere bene le cose, Gesù le dichiara solenne­mente: «Lo Spirito che il Padre ti manderà in mio nome, ti ricopri­rà e ti rivestirà con la sua ala santificatrice e ti manifesterà il Padre e il Figlio e tu non sarai che un debole strumento per la gloria di Dio...». E Carolina si propone: «Ora l'anima mia non deve cercare altro che la gloria di Dio... in tutto... e per tutto... anche se in certi casi mi costerà tremendamente» (27/28-11-1965).

Uno di questi casi riguarda il Confessore. A conferma del sospet­to ventilato sopra, veniamo a sapere che la proibizione data a Padre David di recarsi nella Casa canossiana di Colle Ameno, non proveni­va dalle Superiore dell'Istituto ma dai Superiori ecclesiastici, a comin­ciare dal Vescovo di Loreto, sotto la cui giurisdizione stava e sta tut­t'ora l'Istituto dei Cappuccini addetti alla Santa Casa. Ma Gesù vole­va che proprio a lui, Padre David, fossero trasmessi i messaggi detta­ti a Carolina, la quale da Gesù stesso riceve l'ordine di scrivere al Vescovo perché il suo Confessore venga in Casa. «Satana... inasprito per la domanda che farai a Sua Eccellenza, ti molesterà tremenda­mente... Ma [...] egli non potrà nulla sulla tua anima!» (27-11­1965). E Carolina scrive al Vescovo, pur con «la certezza che poi Sata­na, invidioso, la molesterà con la sua bava infernale» (28-11-1965).

 

TIMORI A NON FINIRE

Gesù non desiste dal prevenirla e premunirla contro gli assalti del nemico infernale: «Satana, mio terribile e disgraziato nemico [...] ti molesterà tremendamente... ma tu non temere, perché io sarò con te!» (27-11-1965). La povera anima aveva infatti bisogno di questa promessa, trovandosi in un momento di forte smarrimento, quando tutto sembrava congiurasse contro di lei. «Fisico, incomprensioni tra Consorelle, martirio intimo, inesplicabile...». Teme inoltre di sé, degli scherzi della propria fantasia... teme soprattutto le astuzie del nemico. Il martirio intimo a cui allude è veramente inesplicabile, in quanto risultato di sofferenze che vanno sovrapponendosi e accumu­landosi nel suo povero essere stanco e depresso, fino ad assumere par­venza di voci che le vanno insinuando: «Tu sei una stupida, una pove­ra illusa, un'imbecille... vedrai dove andrai a finire... Tu che ti affidi a quel cretino, a quel miserabile che non ha altro da fare che rubarmi anime...» (f. 218). A questo punto è evidente da dove provengano le ingiurie, e Madre Carolina supera coraggiosamente l'insidia toglien­dosi con un supremo sforzo dalla solitudine e recandosi in portineria a compiere il proprio ufficio.

Ma ciò che infallibilmente vince l'avversario è l'umiltà del cuore che riconosce la propria inconsistenza, che tutto attende da Dio e nulla attribuisce a sé. Madre Carolina, consapevole della sua istintiva tendenza all'affermazione del proprio io, è su ciò molto vigile e prega: «Mio Dio... Per la tua gloria... Per il tuo Regno d'amore... Per il tuo Nome Santo, aiutami! Forse il nemico ha già iniziato la sua azione. Io non mi capisco più. Tutto in me è confusione e smarrimento. Io so che la mia anima sta nelle tue mani, mani sicure, mani divine... Ma io sono tanto fragile, sensibile, povera di virtù... Non ho che una via che mi può dare un po' di appoggio: il mio nulla, il pensiero dei miei peccati, di tante infedeltà... la convinzione della mia superbia... che è tanta... Voglia l'Immacolata Tua Madre nascondermi sotto il Suo manto, e la mia Beata Fondatrice mirarmi e assistermi dal Cielo. Per il rimanente si faccia in tutto il Tuo volere che ora è diventato piena­mente il mio! Amen!» (2-12-1965).

 

PARLARE ALLA CHIESA

Festa dell'Immacolata 1965. Madre Carolina lungo la mattinata va ringraziando il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo per aver creato l'Immacolata quando, improvvisamente avverte la Voce che le dice: «È giunta l'ora che l'edificio della mia gloria s'innalzi sul tuo nulla... Ora te lo ripeto, affido a te la missione di far sapere alla mia Chie­sa che renda un culto di maggior gloria allo Spirito Santo: si accen­derà così questo fuoco nei fedeli, per la loro salvezza ed a gloria e onore anche della Santissima Trinità, alla quale tutto è dovuto per tutti i secoli eterni». E Carolina esclama: «Signore mio... io mi rimet­to nelle Vostre mani... fate di me tutto quello che volete. Tanto, se intendete di servirvi di questo povero nulla, è bene inteso che farete tutto Voi. E così sia!» (8-12-1965).

In un incontro molto prolungato, la sera del 14 dicembre, Gesù promette: «E se la Chiesa, mia Sposa, accetterà questo messaggio, che intendo affidare a te, e per tuo mezzo al mio Ministro, si accor­gerà di aver aperto all'umanità una via nuova, via luminosa di luce

e di calore tutto divino [...] e si aprirà una nuova era per tutta l'u­manità» (14-12-1965).

Qualche giorno appresso Gesù le precisa: «Il culto che io doman­do non sarà che una nuova manifestazione dell'infinito amore del mio Cuore che, essendo appassionato d'amore per gli uomini, non si stanca mai di creare nuovi mezzi per manifestarsi, onde raggiun­gerli tutti e condurli alla salvezza eterna» (17-12-1965).

Un ennesimo messaggio che fa traboccare di felicità il cuore di Carolina dopo tre giorni di torturante sofferenza è il seguente: «Tu scomparirai dalla faccia della terra, ma il desiderio del mio Cuore, che entra nei disegni del Padre mio, dovrà essere manifestato alla mia Chiesa. È necessario che si apra l'era dello Spirito Santo [...]. Rinnovazione di vita cristiana nelle effusioni infinite del mio Cuore... che altro non desidera che di donarsi, per tutti illuminare, convertire, salvare, santificare. Questo è ciò che ti domando e che bramo venga poi conosciuto mediante il mio Ministro che, per intanto, ne resta il depositario». E Carolina: «Dio mio, che invasione di felicità! Tutto in me è gaudio! Potessi almeno appartarmi e gettar­mi ai piedi del mio adorato Signore per dirGli... Che cosa?... Che sarò sempre sua. Che faccia, sempre e in tutto, quello che vuole di me. Tanto, del nulla non ci si formano tanti riguardi...» (21-12-1965).

E intanto andava riflettendo: «Proprio due anni fa, in queste ulti­me settimane di dicembre, si andava maturando la mia terza voca­zione. La prima a 15 anni, la seconda a 44, e la terza a 63. Quanti miracoli di grazia sono passati in questo tempo nell'anima mia! Ma forse la più grande e la decisiva è quest'ultima! vedremo cosa vorrà il Signore!» (ff. 227-228).

 

PERCHE’?

Santo Natale 1965. Festa dell'amore. «Nell'anima mia però è pas­sata soltanto la tribolazione. E cioè, sofferenza fisica, stanchezza per il lavoro del giorno precedente, e preoccupazione per un fratello gravemente ammalato. Oh, ma era proprio di questo che doveva nutrir­si la mia anima!». E Carolina di Gesù tutto offre in spirito di amore e di riparazione. «Nonostante tutto ciò, però, la voce si fece sentire lo stesso durante il ringraziamento alla S. Comunione: I miei interessi ti attendono dove i tuoi Superiori ti hanno destinata di andare» (E 228). Come? Forse un altro trasferimento? La risposta è di Madre Carolina, che scrive: «Questo allude ad un altro Corso di Esercizi spi­rituali, dopo appena quattro mesi dagli altri, cioè da quelli fatti nella seconda metà di agosto. Forse... Chissà perché viene permesso o dis­posto così! E sia, a gloria di Dio e al bene della mia anima» (f. 228).

Il 28 dicembre, appena giunta a Verona, Madre Carolina così si raccomanda alla Beata Fondatrice: «O Beata Madre mia, tu che segui­sti tanto da vicino l'amabilissimo Signor nostro Gesù Cristo, conce­dimi che io pure gli sia sempre fedele, affinché Egli possa compiere liberamente nell'anima mia i suoi disegni. Io te ne prego caldamente, ora che mi trovo qui, sotto il tuo stesso tetto!» (f. 229).

Per lei si trattava di grazia, solo di grazia; ma per chi legge a distan­za, con un minimo di attenzione critica, è difficile sottrarsi all'im­pressione che quel supplemento di grazia equivalesse ad una misura paradisciplinare a scopo curativo. Troppe singolarità, troppe anoma­lie, troppo intimismo in quella Sorella dalla mente precocemente alienata. Chi sa che un corso di esercizi supplementari in Casa Madre, in contesto carismatico e riposante, non l'aiuti a fare chiarez­za dentro di sé, a ritrovare quell'equilibrio psichico che già l'aveva contraddistinta nel passato! Lo si deduce da quanto Madre Carolina scrisse in data 17 gennaio 1966, una decina di giorni dopo essere rientrata a Colle Ameno.

«Finalmente anche questa prova è passata! Oh, quanto è stata dura, penosa, torturante! Smarrimento di spirito, incertezze, timori di inganno su tutto il passato... su tutto ciò che è passato nell'anima specialmente in questi ultimi due anni... Essere una demente che ha dato ascolto a certi particolari passati per l'ammalata fantasia... L'a­ver confidato al Sacro Ministro di Dio cose che chissà chi le avrà pro­dotte nel cervello... Il silenzio di Dio sotto ogni aspetto (eccettuato qualche sprazzo di luce...). In certi momenti un totale tormento da non poterne più. E in mezzo a tanto smarrimento non sentire nep­pure il bisogno di aprire l'anima a chi rappresenta Gesù Cristo! Sol­tanto il pensiero che forse era una crisi dopo la quale l'anima sarebbe rientrata nel suo stato normale, apportava un po' di sollievo. Ed intanto andava ripetendo a se stessa: Coraggio, anima mia! Chissà che poi la mia testa faccia giudizio! Oh, l'essermi consacrata vittima quanto mi dovrà costare!...» (f. 236).

Ma la mattina seguente «l'anima si sente fortemente presa e deve uscire di Chiesa. Verso la fine dell'incontro la voce dice: Nulla vada distrutto di quanto ti ho manifestato. A suo tempo porterà i suoi frutti, quando tu non esisterai più e la tua anima sarà inebriata del mio amore in seno ai Tre, negli ardori dello Spirito Santo» (f. 237). PROFEZIA E STORIA

Carolina di Gesù vive dell'intensa azione misteriosa non solo di giorno, ma anche in alcune ore della notte, quando il richiamo di Gesù la invita a tenergli compagnia (cfr. f. 249). Si dà pure il caso che a Padre David si presenti una terziaria francescana di Loreto che vuol devolvere in beneficenza il capitale che possiede mentre è ancora in vita: si faccia qualche opera di bene subito. Il nostro Padre Cappuc­cino, che sta appunto accarezzando un progetto a favore degli anzia­ni, pensa di consultare la «povera anima» e il 24 gennaio del 1966 va a dirle: «Lei, sorella, mi deve fare la carità di rispondermi, con un "Sì" o con un "No", ad un progetto (che però non le manifesta), e cioè se il Signore lo vuole o non lo vuole. Deve pregare per potermi dare, in nome di Dio, una risposta cosciente e responsabile». Madre Carolina incomincia «una novena di giorni di fedeltà d'amore in onore dello Spirito Santo, rimettendosi totalmente alle sue divine effusioni di grazia» (f. 237). La solita Voce le sussurra che la risposta le sarà data, a patto che essa pure contribuisca in qualche modo a meritarla. Come? «Allora mi darai un'ora di veglia nella notte... quando io ti sveglierò, e tu lascerai che io prenda possesso del tuo essere secon­do le esigenze del mio Cuore» (f. 241).

La mattina del 30 gennaio, durante la meditazione si sente dire: «Oggi avrai la risposta» (f. 243). E qualche ora più tardi: «Gli dirai di si... Mi farà piacere... Renderà tanta gloria al mio Cuore...» (f. 244). Due giorni dopo la conferma: «Dirai al mio Ministro che quel Sl è veramente la manifestazione del mio beneplacito e gradimen­to» (f. 245). Finalmente, 1' 11 febbraio, Padre David viene al conven­to e Madre Carolina può comunicargli l'attesa risposta.

«Ma la Voce è di nuovo alla porta del cuore della piccola creatu­ra: Ho sete dell'anima tua - le ripete - Dammi da bere! [...] Fino alla fine del carnevale dammi un'ora di veglia quando io ti sveglie­rò. Mentre tanti cuori saranno nel pieno della profanazione del mio amore nelle loro anime, dammi questo conforto... fammi compa­gnia [...]. E poi io avrò ancora bisogno dell'anima tua per far cono­scere il mio amore agli uomini. Quel nome nuovo che ti diedi un giorno, ti deve sempre ricordare che gl'interessi miei devono essere anche i tuoi... che più nulla ti deve pesare... e che in tutto devi lasciarmi fare» (ff. 249-250).

La povera anima è continuamente messa a dura prova; dopo il carnevale, la quaresima, durante la quale la Voce le chiede «una mez­z'ora di sofferente veglia...» e l'anima accetta. Dopo tanta sofferenza si sente dire: «Ti ho scelta per un'opera tanto grande... La mani­festazione del mio Amore mediante la glorificazione dello Spirito Santo» (f. 253).

Un pomeriggio, mentre si trova nel proprio ufficio, si sente forte­mente attratta proprio dallo Spirito Santo, che essa invoca con effu­sione unitamente al Padre e al Figlio. «Verso la fine dell'incontro la Voce dice: Per l'avvenire, quando ti incontrerai con il mio Ministro, non dirai più: La Voce mi ha detto..., ma userai questo modo: Il mio Signore mi ha detto [...]. Oh se tu conoscessi il dono di Dio! Il dono del mio Cuore! Ma ora è meglio che ti sia nascosto, altrimenti ne morresti!» (f. 255).

 

UNA LETTERA SCONCERTANTE

Eppure Carolina di Gesù è sempre tormentata dal dubbio atroce di ingannarsi e di ingannare, tanto da presentare al Confessore la let­tera seguente:

V.G.M.

Molto Rev.do Padre

Nel timore che quando mi incontrerò con la sua paterna bontà, nel sacramento della Confessione, non mi sia dato di poter manifestare l'a­nima mia come sarebbe necessario, penso di mettere giù per iscritto (per quanto mi sarà possibile) tutto ciò che veramente importa che Lei sap­pia, affinché poi possa agire secondo il bisogno. E subito entro nel gran­de affare.

Nel corso di questi ultimi due anni, io, povera creatura, Le ho confi­dato tante cose, che dicevo di udire da una «voce», e Lei tanto buono ci ha creduto (o almeno mi sembra), ma ora è giunto il tempo che si sap­piano bene le cose... in tutta la loro realtà. Quindi: Lei deve sapere che questa infelice creatura è tanto superba, egoista, piena di se stessa... che vede «bene» soltanto ciò che entra nel suo modo di vedere... Che ha sem­pre ragione... che l última parola è sempre la sua... Che non è capace di sopportare nulla senza farlo sapere ad altri... Che ha poco spirito di riverenza per l autorità... Che non è capace di soffrire nulla anche fisica­mente senza farlo troppo pesare a se stessa e alle disposizioni della volon­tà di Dio... che è... E che cosa non è?...

Ora, davanti ad uno spettacolo tanto indegno e sconcertante, come mai si può ammettere che avvengano certi contatti di tanta intima pre­dilezione da parte di Dio che è la stessa santità..., di Gesù Cristo, Figlio dilettissimo del Padre, l umilissimo, il dolcissimo, il mitissimo Agnello che tutto si è sacrificato, senza la minima resistenza alla volontà del Padre, ed ai suoi crocifissori stessi?

Voglia lo Spirito Santo, eterno amore del Padre e del Figlio, conceder­le la grazia di penetrare ben dentro a questo affare, e io Le prometto che in qualunque modo vorrà disporre di me, a tutto mi adatterò e obbedi­rò. Glielo ripeto: faccia di me con tutta la piena libertà!

Che il Cuore sacratissimo di Gesù La ricompensi di tutto e La infiam­mi del suo dolcissimo amore, a gloria e onore della SS.ma Trinità. Amen! La povera anima (PS.) Io non so da chi mi sia stata ispirata questa lettera: comunque nutro fiducia che la bontà del mio R Padre la prenda dal lato che più prudentemente crede.

I fatti, cioè la storia, fecero chiarezza su questo groviglio di situa­zioni, semplicemente presunte da parte della povera anima, e il tempo potrà esprimere un giudizio di valore.

 

APOSTOLA, MA NEL NASCONDIMENTO

Impossibile ora seguire passo passo il cammino ascensionale di questa creatura d'eccezione. A Gesù che le ricorda: «Come già ti dissi altre volte, io ho scelto l'anima tua quale strumento per far cono­scere il mio nuovo Messaggio di amore mediante la glorificazione dello Spirito Santo...», Carolina non fa che ricordare la propria indegnità e inettitudine. E Gesù di rimando: «Ed è appunto per questo che ti ho scelta... così poi tornerà di maggiore gloria e onore alla mia grazia e al mio amore... Del resto non sarai tu che agirai, ma il mio Ministro, al quale tutto dev'essere confidato» (24-3-1966).

Né si stanca di ricordarle che quando le chiese di consacrarsi come vittima al suo Cuore tanto profanato, già rientrava nei suoi disegni renderla Apostola del culto dovuto allo Spirito Santo (cfr. 3-4-1966). «E tu, o mia prediletta, assicura la mia Chiesa, i miei sacerdoti che, se daranno ascolto a questo grido del mio Cuore, io daró loro la gra­zia di penetrare tanto fortemente nelle anime da commuoverle e trasportarle verso il bene vero e unico ch'è il regno del mio amore» (4-4-1966). Anche «le vocazioni ecclesiastiche e religiose torneran­no a rifiorire, a grande vantaggio e rinnovamento dello spirito cri­stiano nelle anime e nella società» (5-4-1966).

Durante la novena di Pentecoste, in un momento di gioiosa esta­si, Carolina così suggella la propria adesione alla sua terza vocazione: «O eccelso Divino Spirito, soave armonia di amore delle tre Divine Persone, io Ti adoro! A Te tutta mi consacro. Tu sei la manifestazio­ne degli arcani palpiti d'amore e di redenzione del Cuore misericor­dioso dell'Unigenito del Padre. Tu sei con il Padre e il Figlio la forza e il sorriso dell'universo... Sei la castità delle Vergini... l'innocenza dei pargoli... l'ardore dei tuoi eletti... Tu sei il divino fermento nascosto in ogni battezzato... O Dio, o Divino Spirito, quanto ora mi hai ine­briato di Te ... Deh, parlami del mio Signore Gesù! Mostrami il volto delle Sue vie...!» (21-5-1966).

L'ispirata preghiera della povera anima sarà abbondantemente esaudita.

 

CAPITOLO TERZO

«DA LORETO PARTIRA UNA NUOVA LUCE... CHE RISCHIARERA TUTTA LA TERRA»

PENTECOSTE 1966

In quell'anno la grande solennità cadeva il 28 maggio. Sul mezzo­giorno, Carolina di Gesù si sente dire dalla ben nota Voce: «Era pro­prio a questa Pentecoste che ti attendevo per manifestarti aperta­mente i miei disegni [...]. Tutto il passato non fu che un tempo di preparazione a questa data... dirai dunque al mio Ministro che si metta all'opera e faccia quanto desidero. Tu però rimarrai nascosta» (28-5-1966). La povera anima definirà questo incontro terribile e misterioso per la carica di responsabilità ancora oscura che sente pesa­re sulle proprie spalle. Inutilmente cerca di allontanare da sé ciò che va esperimentando da tre giorni; non le resta che rivolgersi al suo Signore per gridargli: «Salvami da quest'ora di tanta prova!». Ma la Voce le va ripetendo: «E inutile che tu voglia sfuggirmi [...]. Oggi e per sempre io ti considero mia Discepola e Apostola della devozio­ne all'eterno divino Spirito» (29-5-1966).

Incomincia per Madre Carolina una serie di esperienze spirituali sempre più esigenti, durante le quali si va delineando, ma sempre nel mistero, il piano di salvezza che Dio vuol mettere in atto come ten­tativo estremo per ritrarre l'umanità dalla rovina in cui è precipitata. E l'amore per gli uomini che mi ha spinto a questo. Aiutatemi' a salvarli... sono opera del Padre mio. Tutto si deve tentare per raggiungerli... Aiutatemi a salvare anime... voi, miei intimi, che pote­te comprendermi di più...» (14-6-1966).

Per tutto il mese di giugno si alternano nella povera anima istanti di Paradiso e momenti di dolorosa sospensione; attimi di inconteni­bile fervore e giorni di grande timore. Gesù poi le ripete di riferire tutto al suo Confessore, il quale s'incaricherà di parlarne al Vescovo di Loreto, perché «da Loreto una nuova luce rischiarerà tutta la terra... Un nuovo calore riscalderà il cuore degli uomini.. E un nuovo spirito cristiano affratellerà tutti i popoli» (29-5-1966). Carolina si sente atterrita e si domanda chi le darà il coraggio e la forza di parlarne al Sacro Ministro di Dio, ma non può resistere agli appassionati appelli del suo Signore. «Oh, date questa soddisfazione al mio Cuore...» e finalmente si dà per vinta: «Signore, Dio mio... così sia! O Cuore... O Divin Cuore... Amen!» (9-6-1966).

L'ultima sera del mese dedicato al S. Cuore di Gesù si sente ripe­tere: «Una lancia condotta dalle iniquità degli uomini mi ha trapas­sato il Petto e mi ha trafitto il Cuore... Questo Cuore che ha tanto amato gli uomini e che dalla maggior parte di essi é così poco e male corrisposto... ma che tuttavia non cessa di amarli» (f. 295).

 

QUAE UTILITAS IN SANGUINE MEO...?

E giunge il mese di luglio, consacrato alla venerazione del prezio­sissimo Sangue, in onore del quale Maddalena di Canossa, in analo­gia alle sette Commemorazioni dei dolori della Santissima Vergine, aveva scritto e lasciato in eredità a Figlie e Figli le sette Commemorazioni dello Spargimento del Preziosissimo Sangue. Papa Roncalli ne aveva recentemente ripristinato il culto e non fa quindi meraviglia che Madre Carolina, dopo essersi quasi lamentata con Gesù per aver­le imposto sulle spalle un fardello troppo pesante, alla considerazione del Sangue preziosissimo da Lui versato, finisca per arrendersi.

«È vero che questo è il mese dedicato ad onorare il tuo Sangue pre­ziosissimo... che quindi tutti quelli che ti stanno più vicino devono maggiormente "sentire con Te" per consolarti ed amarti di più... Sì, tutto questo è vero... Ah, piccola creatura che sono... Ma sì, vieni, discendi e prendi pure l'anima mia e portala accanto alle tue adora­tissime piaghe, affinché sia inebriata di quel dolcissimo Sangue che vi scaturisce e poi vi rimanga sempre impressa e nascosta per vivere sol di Te! Amen! Carolina di G.» (ff. 296-297).

Inebriata di quel Sangue! Nascosta nelle adorabili Piaghe di Gesùl: quale divina predilezione e quanta sicurezza! «E della sua missione di far glorificare lo Spirito Santo che ne pensa intanto la piccola creatu­ra? Nulla. Anche di questo non si preoccupa... nella certezza che tutto ciò che Dio vorrà a suo tempo si compirà» (f. 301). È vero: «le opere di Dio - osserva la Voce - non le compiono le creature» (7-8-1966), ma non senza la loro cooperazione. E Carolina di Gesù si sente ripe­tere: « Il buon esito della missione che ti ho affidata dipenderà molto anche da te... dalla tua fedeltà nel cercare e vivere unicamente e solamente per puro mio amore e per il trionfo del mio Cuore, nella glorificazione dello Spirito Santo» (13-8-1966).

 

NONOSTANTE GLI OSTACOLI

Si vanno intrecciando con le difficoltà inerenti alla nuova missio­ne problemi personali. Con Padre David che la sollecita perché gli descriva ciò che passa nel suo intimo, Madre Carolina, in data 5 set­tembre, si scusa di non esservi ancora riuscita per più di un motivo: per mancanza di tempo, per una forte indisposizione fisica dalla quale non si è ancora rimessa e che l'ha molto indebolita, per la grave malattia di un fratello che desidera vederla e al quale, appena si sarà un pochino riavuta, desidera fare una visita. E commenta: «Mi viene quasi da pensare che il buon Gesù, in certi momenti, si ricordi della sua piccola creatura in un modo proprio degno dei suoi gusti... Ma sono contenta di tutto».

La mancanza di tempo derivava dal fatto che, come si ricorderà, Madre Carolina assommava all'ufficio di portinaia-telefonista, quello di vestiaria. In una breve lettera a Padre David, che l'aveva consigliata a parlarne alla Madre Superiora, la piccola creatura scrive d'aver rice­vuto questa risposta: «Io non ho mai inteso di ostacolarla in nulla. Fac­cia quindi quanto crede, purché non ne venga a scapitare nel suo lavo­ro». Va da sé che tutto ciò contribuiva ad accrescere il disagio interio­re di Madre Carolina che, a buon diritto, può parlare di sofferenza fisi­ca e morale, oltre che di tormento spirituale. Ma la preoccupazione maggiore era sempre quella inerente alla sua nuova missione.

La mattina del 5 ottobre 1966, mentre si avvicina all'altare per ricevere la Santa Comunione, la piccola creatura si sente ripetere nel proprio intimo: «Perché a Loreto?». Carolina cerca di non distrarsi, ma durante la meditazione Gesù stesso si preoccupa di dargliene la spiegazione, dicendole che dove è tanto onorata la Madre sua nel mistero dell'Incarnazione, opera dello Spirito Santo, è doveroso che Egli pure lo sia. «E si accenderà su quel sacro colle [...] una nuova fiamma che irradierà poi la sua luce e il suo calore fino ai più lon­tani confini della terra, per scuotere e salvare innumerevoli anime» (6-10-1966).

 

ANCORA UN ANNIVERSARIO

S'avvicina intanto il terzo anniversario di quella che Madre Caro­lina chiama la sua terza vocazione. Nel ricordarglielo Gesù, come omaggio speciale per il dono d'amore che le ha fatto, le dice di far sapere al suo Ministro che lui personalmente deve presentarsi al Vescovo ad esporgli quanto desidera il suo Cuore. La povera anima rimane perplessa (sempre questa specie di incarichi pesa al suo amor proprio) ed osa obiettare: «O mio Signore Gesù, in quale labirinto mi avete nuovamente gettata! Per carità... abbiate di me pietà, per l'ama­bilità del vostro dolcissimo Cuore!». E Gesù di rimando: «Ed é pro­prio per il mio Cuore che io desidero questo!» (f. 141). Glielo ripe­te due, tre volte e, finalmente la piccola creatura decide: «Ebbene, sì, lo farò e proprio domani, affinché il mio omaggio ti torni ancor più gradito... perché Tu lo sai che quando si tratta di riferire qualche par­ticolare al tuo Sacro Ministro la cosa mi diventa terribilmente scot­tante!». E mantiene la promessa.

Viva Cristo Re! Colle Ameno 30-10-1966 Molto Rev.do Padre

Oggi, in omaggio alla divina Regalità dell àmabilissimo Signor nostro Gesù Cristo, nella cui Festa ricorre il terzo anniversario della mia nuova vocazione, e per aderire a quanto fino da parecchi giorni Egli mi va chie­dendo, debbo confidarle che è desiderio vivissimo del suo Sacratissimo Cuore che, come suo eletto, Lei R. Padre, e non altri, si presenti a quel Sacro Presule già destinato' e gli confidi il grande affare di cui più volte si è già parlato. Questo ho dovuto dire per mia tranquillità; ma aggiun­go anche che di tutto ciò, di cui sopra, ne può dare quel peso che si meri­ta, mentre la p. c. intende, come sempre, starsene nel suo nulla e di lasciar fare tutto liberamente.

Dev.ma p. c.

Quanto a sé, Madre Carolina afferma che in quel giorno il buon Gesù l'ha avvolta di mistero e di amore in maniera particolarissima, mentre nella meditazione del mattino le aveva fatto udire il suo lamento: «Chi risarcirà il mio amore sacrificato invano per tanti popoli... per tante nazioni?... E che dire poi di tanti cuori da me favoriti di un amore di predilezione e dai quali non ricevo che ingra­titudini? Oh, almeno voi datemi amore... datemi fedeltà, riparazio­ne!» (f. 325). Come sempre più appare, due sono i protagonisti: Madre Carolina e Padre David, sempre associati nella preghiera, nel sacrificio e nella responsabilità, ma con due compiti ben distinti: l'una, la confidente del Cuor di Gesù, deve rimanere nell'ombra, nel nascondimento totale; l'altro, l'esecutore, è chiamato ad agire, a pren­dere ufficialmente le iniziative e condurle in porto. Assicura Gesù: «Lo Spirito Santo vi suggerirà quello che dovrete dire e quello che dovrete fare» (ff. 330-331), ma poi, parlando a Carolina, aggiunge: «Non a te, ma al mio Ministro saranno mostrati i mezzi con i quali dovrà essere onorato lo Spirito Santo» (f. 331).

 

AFFIDAMENTO A MARIA

Nella preghiera della povera anima, a partire dalla novena in pre­parazione alla Festa dell'Immacolata, appare sempre più frequente il ricorso a Maria Santissima: «La SS.ma Vergine, Madre del Divin Verbo, perché Sposa dello Spirito Santo, interceda per noi!» (f. 332). Dichiarando poi di non voler preoccuparsi di nulla, Madre Carolina

afferma: «C'è la SS.ma Vergine che ne è incaricata [...] la cosa è trop­po grande! e tanto più perché io sono troppo piccola...». Assai signi­ficativo che, nell'acuirsi di una grande tortura spirituale, essa riscopra la bellezza del canto: «Troppa è la tortura che mi tormenta, ma è appunto per questo che io Ti adoro, Ti amo e Ti canto... Tu sei il Verbo del Padre!!!... Ed è per questo che Tu apri il mio cuore ad infi­niti canti, anche se mi fai tanto soffrire! Anzi proprio per questo ti voglio cantare, lodare, benedire, glorificare...» (E 333).

E unitamente alla lode al Dio Trinità, si sprigiona dal cuore della piccola creatura il canto alla «Tutta bella», alla «Tutta santa»: «E glo­ria a Maria, dolce Madre di Dio, perché prediletta dal Padre, dal Figlio e dallo Spirito Santo! E gloria a Maria, umilissima e dolcissima Sposa dello Spirito Santo e Madre tenerissima dell'Eterno Divin Figlio [...] E gloria alla Beata Madre mia, di cui sono indegnissima figlia...» (1-11-1966). «O Immacolata... o eccelsa... ineffabile, subli­me creatura della Potenza Divina d'Amore... Oh quanto sei grande... quanto sei sublime!... Tu sei la creatura più eccelsa... Tu vivi in seno ai Tre, nel gaudio della Divina Potenza d'Amore, dell'Eterno Divino Spirito... Oh, cantiamo, adoriamo il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo... per tutti i secoli dei secoli» (8-12-1966). Non sembri ozioso osservare che, anche quando non appare esplicito il termine canto, o alcuno dei suoi derivati, le preghiere di Madre Carolina sono sempre soffuse di un afflato lirico genuino, spontaneo, istintivo, si direbbe, incontenibile esuberanza di un cuore sensibile e innamorato.

 

«POTENZA DIVINA D'AMORE»

Per comunicare alla prediletta piccola creatura il titolo glorioso con il quale rivelare alla Chiesa sua Sposa e al mondo intero la novel­la Pentecoste preparata all'umanità, Gesù sceglie la vigilia della Festa dell'Immacolata: «L'attributo che maggiormente farà breccia nel presentare questo nuovo appello del mio Cuore in onore dello Spirito Santo, sarà quello per Lui più glorioso, cioè: POTENZA DIVI­NA D'AMORE. Comprendi? Potenza divina, ma potenza d'amore. Amore sussistente nel Padre e nel Figlio, ma che brama donarsi, farsi comprendere, per tutti condurre al mio Cuore» (1-12-1966).

Seguono giorni di grande aridità e oscurità per la piccola creatu­ra la quale, scrivendo a Padre David, si paragona ad un albero schiantato fino a terra, di cui restano solo le radici affondate nel suolo freddo e buio. Non una voce, non uno spiraglio di luce, nes­sun riverbero delle effusioni d'amore dell'«amabilissimo Sole divino» (f. 340). Era precisamente ciò che Gesù di Carolina teneva in serbo per lei: «A te nascondimento, sacrificio, preghiera... a lui azione guidata dal mio Amore. E il piccolo seme germoglierà e produrrà copiosi frutti di grazia e di amore nella glorificazione dello Spirito Santo» (2-2-1967).

 

NELLA MORSA DEL DUBBIO

Per Madre Carolina, da quando è stata eletta da Gesù a sua confi­dente e messaggera, è ricorrente la terribile prova del dubbio di ingannarsi e di ingannare. Una tra le più acute di queste crisi è stata da lei registrata la Domenica di Passione del 1967. Già dal mattino ha l'angoscioso presentimento che stia per incominciare una giorna­ta dura e scrive: «Oggi è un giorno fatto così... ma Fiat!». Riandando poi con la mente al tempo della sua prima consacrazione a vittima, in quel lontano 1943, pensa: «Quando mi sono consacrata vittima d'a­more, non ho inteso di fare nessuna riserva... neppure ho inteso di effettuare la mia offerta in un modo o in un altro... No!... mi sono donata perché Tu, o mio Gesù l'hai voluto, e basta! Ma, o mio Signo­re, cosa mai mi passa per l'anima oggi... Il mio passato, tutto ingan­no, tutto tradimento di fantasia... e tutte queste cose le ho confidate anche al Sacro Ministro di Dio nella Confessione! Basta, basta, anima mia!». E grida dal profondo del cuore: «Dio, vieni in mio aiuto! Signore, salvami!...». Poi, con maggior pacatezza: «E, se fosse anche così, accetterei tutto... sì, tutto! Per me non m'importa di nulla... pur­ché Tu abbia pietà di me e un giorno io mi possa incontrare con il Tuo dolcissimo e amabilissimo Cuore. Amen! p.c.» (f. 349).

Eppure più d'una volta Gesù l'aveva rassicurata circa la veridicità delle molteplici esperienze d'intimità col suo Dio, come quando le aveva detto: «È necessario che ora l'anima tua passi per questa via oscura, silenziosa, e misteriosa... ma non temere... io sono con te che ti seguo, ti assisto e ti attendo. E tu credi senza misura nel mio amore... e ti assicuro che tutto si compirà... per la maggior gloria del mio Cuore» (f. 345). Ultimamente poi l'aveva incaricata di rassi­curare anche il direttore di spirito, dicendole: «Rassicura il mio Ministro che tutto ciò che si é compiuto nell'anima tua, é tutta opera dei mio Amore...» (17-12-1966). E dopo l'ultimo, angoscioso dubbio: «Nulla sarà distrutto di ciò che é passato nell'anima tua... anzi tutto si compirà... e questo sarà opera affidata al mio Mini­stro». Nello spirito di Carolina di Gesù torna il sereno, anche se costretta a confessare: «Quanto soffre la piccola creatura nel dover registrare queste cose!» (f. 349), e ancor più nel dover trasmetterle al sacro Ministro. Avrebbe preferito che Gesù stesso gli parlasse e aveva osato anche dirglielo: «Egli non cerca che la tua gloria, il Tuo amore... se a te piace, esaudisci il suo desiderio... fa' che Egli intenda diretta­mente i tuoi disegni... che comprenda le tue vie...» (f. 346). Ma Gesù le ribadisce: «Egli mi é sommamente caro... e appunto per questo non gli faccio sentire la mia voce, affinché il suo amore diventi sem­pre più puro» (f. 347).

 

L’OASI «AVE MARIA»

Dopo aver ricevuto, tramite Madre Carolina, la risposta attesa da Gesù: «Sì... mi farà piacere... renderà tanta gloria al mio Cuore», Padre David, certo ormai di camminare sulla strada indicata dal Cielo, si mise immediatamente all'opera: dar vita, in Loreto, ad una struttura benefica a favore di persone anziane, cioè ad una Casa di Riposo, alla quale venne dato il titolo di Oasi «Ave Maria». Benché allora Padre David non pensasse neppur lontanamente di doverla col­legare al «grande piano d'amore di Dio per la salvezza e la santifica­zione delle anime, nello spirito e nella lettera del Messaggio contenu­to nel libro Potenza Divina d’Amore», l'Oasi «Ave Maria» è ora con­siderata la culla e la Casa Madre dell'Opera dello Spirito Santo. Il progetto, opera dell'ingegner Roberto Frontini, è non solo originale, ma altamente simbolico. Il grandioso complesso architettonico «ha la forma di un aviogetto in volo verso la Santa Casa che sarà l'oriente spirituale della Istituzione».

Nei Messaggi affidati a Madre Carolina numerose sono le allusio­ni, dapprima molto vaghe, a questa impresa ancora sul nascere. Già agli inizi del mese di dicembre del 1966, Gesù le dice: «Non a te, ma a Lui sarà dato di completare l'opera del mio amore» (E 333). Qual­che giorno dopo: «Il mio Ministro non si sgomenti per il mandato che gli viene affidato... Egli non vi metterà nulla del suo perché tutto gli sarà ispirato dal mio Amore» (ff. 336-337). E un mese più tardi: «Se al mio Ministro viene ora affidato il compito di condurre a termine la mia Opera, non è detto per questo che rimanga solo... Che anzi, finché ci sarà tempo, continuerà anche in seguito a rice­vere le tue confidenze. Non vi ho eletti tutti e due per glorificare il mio Cuore?» (18-12-1966).

Frattanto Padre David ricorre alla mediazione di Madre Carolina per sapere come regolarsi nel condurre avanti l'opera iniziata. Duran­te l'adorazione del primo venerdì del mese di marzo del 1967, la pic­cola creatura osa far presente al suo Signore questa richiesta e nell'in­timo del cuore si sente dire: «Resta quanto ti ho detto: Egli sarà gui­dato dal mio amore... e il succedersi degli avvenimenti lo condurranno fino al compimento dell'opera che vi ho affidata» (f. 348). P - ormai evidente che le risposte di Gesù vanno oltre le contingenze del momento presente, facendo presagire avvenimenti grandiosi. Dopo un lungo silenzio, in un improvviso incontro con la sua piccola crea­tura, Gesù le confida: «Siccome dinanzi a me tutto è sempre pre­sente, così, sebbene quell'Opera sia ancora nei suoi inizi, già mi rende tanta gloria e il mio Cuore ne viene molto consolato poiché quivi il mio Spirito discenderà, ne prenderà possesso, per dilatare poi i suoi raggi d'amore e di grazia fino ai più lontani confini della terra» (4-2-1967).

Sembra interrompere il filo della laboriosa ma serena vita comu­nitaria di Colle Ameno la morte inaspettata della Superiora, Madre Olga Scarpellini: verrà una nuova Superiora, certamente una nuova «madre». Ancor meno quel lutto interrompe il filo delle divine comunicazioni, anzi... Scrive Madre Carolina: «Per l'occasione il Molto Reverendo Padre Confessore si è benignamente degnato di venire a celebrare una Santa Messa presente la salma». Dopo la Cele­brazione Eucaristica «invitò la povera piccola anima ad un incontro che, come sempre, le portò grande conforto e sollievo. Però, come già altre volte, le affidò un grande, direi quasi troppo grande, com­pito!». Cioè: se veramente il Cuore SS.mo di Gesù vuole la glorifi­cazione dello Spirito Santo con un nuovo e speciale culto, e questo per mezzo di lui, di fargli conoscere in qual modo può farlo. Madre Carolina commenta: «Presto detto... ma l'affare è grande... tanto grande! Non certo rispetto all'Onnipotente, ma alla sua indegnissi­ma e povera creatura» (f. 353).

C'era da prevederlo, proprio in base ai messaggi di Gesù: sempre più esigenti, sempre più in calzanti: « È tanto grande l'Opera [...] che ben merita un edificio molto vasto e decoroso». La gioia della piecola creatura è incontenibile: «Anima mia, benedici il Signore... Egli è il Santo, l'Altissimo, l'Eterno che discenderà per la salvezza del suo popolo. Poiché il suo amore è per sempre! E nella potenza Divina della Sua infinita Carità, avrà compassione di noi, miseri mortali, per risollevarci e ricondurci al Suo paterno e misericordioso Cuore» (20-8-1968).

 

CAPITOLO QUARTO

«E DISCENDERO... E STABILIRO LA MIA DIMORA...»

LA «VENDETTA» DIVINA

L'angoscioso appello di Gesù ai suoi intimi perché l'aiutino a sal­vare le anime da Lui redente a prezzo del suo Sangue, si ripercuote tormentoso nel cuore della piccola creatura che si domanda che cosa fare per rispondervi nel modo desiderato da Gesù. Non se lo doman­da tanto per sé, che già conosce il compito riservato a lei: «nascon­dersi ed avvolgersi nel proprio nulla» (18-8-1968); ma soprattutto perché nuovamente sollecitata dal direttore spirituale. E Gesù le dichiara: «Mi vendicherò di questa ingrata umanità... Si, mi vendi­cherò... ma mandando un nuovo mezzo di salvezza... perché il mio Cuore vuole che gli uomini si salvino e vivano... non che periscano eternamente. E tu rassicura il mio [Servo] che durante la celebra­zione della Santa Messa e lungo il succedersi degli eventi, avrà tutti i lumi necessari per il compimento dell'Opera» (26-4-1967). E l'a­nima, in un impeto di esultanza: «Gloria al Padre, al Figlio e allo Spi­rito Santo! Com'era nel principio... quando all'infuori di Te nulla esi­steva e Tu invece nel gaudio del tuo infinito amore vivevi e danzavi nella tua gloria eternamente beata [...]. Oh, sì, anche ora come allo­ra! Gloria! Gloria! Perché, pur restando nel tuo Regno glorioso ed eterno, ti degnasti discendere su questa misera terra... ti facesti uno di noi e portasti il peso della nostra povera umanità, Ti addossasti le nostre iniquità e ci riscattasti presso il Padre a prezzo di tutto te stes­so [...]. E gloria anche perché, nel soffio ineffabile del tuo Spirito Consolatore, rinnoverai la faccia della terra... attrarrai a Te una mola titudine di anime a gloria del tuo Cuore e per il trionfo della tua Santa Chiesa. Amen!» (aprile 1967).

Nella lettera a Padre David del 22 giugno 1967, lettera molto breve data la ristrettezza del tempo, Madre Carolina scrive: «Per quanto mi confidò nell'ultimo incontro, comprendo che il nemico comincia a farsi sentire. Si sa è il suo mestiere. Ma chi è affidato e spera nel Cuore SS.mo di Gesù, certissimamente riporterà vittoria! Da parte mia cercherò di fare in pieno il mio compito. Soffrire e amare. Coraggio! In Gesù Cristo non saremo mai traditi...».

Non sembri strano che la penitente osi esortare il proprio diretto­re spirituale al coraggio e alla fiducia in Dio; nella storia della spiri­tualità si tratta di casi abbastanza frequenti. In un messaggio di quat­tro giorni prima la piccola creatura aveva registrato dalla voce di Gesù: «Abbandonerò io forse il mio Servo? Sollevi Egli il suo sguar­do nel futuro... non si smarrisca per il presente... e soprattutto cer­chi la gloria del mio Cuore» (f. 361).

Ma, come sempre avviene nella vita spirituale, ai momenti di gau­dio si alternano momenti di aridità, solitudine, smarrimento. Così nella vita di Madre Carolina: ai giorni succedono i giorni, le settima­ne alle settimane, i mesi ai mesi (siamo ormai nel 1968)... e la picco­la creatura si trova in uno stato di assoluta privazione di tutto ciò che aveva esperimentato per il passato. Se da un lato ciò le era di pena riaffacciandosi il dubbio che si fosse trattato di illusione o addirittu­ra di devianze della sua mente ammalata, da un altro lato le sembra­va di esperimentare un certo senso di liberazione: le pareva di aver riconquistato autonomia, di essere rientrata nel normale. «Era così bello e riposante per lo spirito il non dover più preoccuparsi di nulla, se non di servire il Signore in libertà e semplicità di cuore!» (f. 365). Ma era veramente così? Perché allora, terminato il corso di esercizi spirituali a Verona, sente il bisogno di richiamare alla memoria i pro­positi del passato? E scrive: «Ricordo quando un torrente di luce e di grazia stava avvicinandosi all'anima mia, ricordo che, aiutata dalla divina grazia, feci il proposito di starmene sempre sulla Patena e nel Calice in unione al perenne sacrificio di Gesù» (f. 368). E ripete il proposito di allora, associandosi intenzionalmente alla vendetta di Dio, il cui nome è Misericordia.

 

LENTA E SOFFERTA MATURAZIONE

Negli scritti di Madre Carolina, a partire dalla fine di giugno del 1967, pagine e pagine' sono dedicate alla rievocazione di prove sem­pre ricorrenti e al tentativo di descriverne le risonanze nel suo spirito tormentato e confuso. Si legge tra l'altro: «Con la fine di giugno c[orrente] a[nno] si chiudeva quel periodo di tempo in cui la mia anima veniva tante volte come avvinta e trasportata fuori di sé e istin­tivamente entrava in un dolce colloquio d'amore con Colui che ne era il movente. Anche in antecedenza la piccola creatura aveva subito di queste sottrazioni, ma poi tutto tornava normale nella anormalità. Invece questa volta tutto si è mutato e, sembra, stabilmente. Da quel­la data si susseguirono poi tante vicende più o meno dolorose, anzi certe molto dolorose, da far fiaccare e anche smarrire [...] la piccola creatura, se una grazia specialissima dall'Alto non l'avesse sorretta» (f. 363). Circa il presente, «Ecco, al mio sguardo tutto è misterioso. Penso però che anche questo entri nei disegni dell'amore infinito di Dio che, tenendo così avvolte e nascoste entro il suo Cuore le anime dei suoi eletti in un crogiuolo di tribolazioni e di incertezze, voglia renderli sempre più puri e meno indegni del suo sguardo e del suo amore» (f. 369).

Ad accrescere il suo tormento, il dovere di consegnare al direttore spirituale il resoconto scritto dei diversi suoi stati d'animo: «[ ...] mi era stato pur detto di deporre per iscritto quanto passa nell'anima mia... c'era quindi anche un motivo di obbedienza... ma tutto, non­ostante ciò, mi è stato impossibile! Ecco, quando dico che nell'anima mia c'era la morte, in qualche modo spiego qualche cosa. Mio Dio!» (f. 373). Madre Carolina annota: «Se la mia sofferenza fosse sorretta e confortata dalla certezza che tutto viene da Dio affinché anch'io possa cooperare per lo stabilimento della grande opera del trionfo dello Spirito Santo nella Chiesa e nel mondo, per me non sarebbe più sofferenza, ma gioia, felicità. E allora cosa potrei offrire da parte mia?» (ff. 376-377).

C'è ancora la ricorrente richiesta di Padre David alla sua peniten­te di farsi dire dal Signore Gesù come e con quali mezzi dilatare il culto allo Spirito Santo presso i fedeli. La piccola creatura trasforma tutto in preghiera: «Signore mio Gesù Cristo, [...] non riguardare alla meschinità della tua creatura, ma ai diritti del tuo Cuore Santissimo e alla fede del tuo Sacro Ministro e degnati (se così è di tuo gradi­mento) di esaudire il suo ardente desiderio» (f. 378). Nell'Ottava di Pentecoste (3 giugno 1968) le sue aspirazioni sono direttamente rivolte all'Eterno Divino Spirito: «E ancora spererò nella sua discesa pietosa e amorosa sul suo Sacro Ministro e Gli manifesterà i disegni di misericordia del Cuore Sacratissimo di Gesù... affinché si apra una nuova "era" nella quale, con la glorificazione dello stesso divino Spi­rito, si diffonda e si stabilisca su tutta la terra il regno d'amore del Cuore Sacratissimo dell'amabilissimo Salvatore di tutta l'umanità. Amen!» (f. 383).

 

I TEMPI SONO MATURI

Nella festa della SS. Trinità una prima indicazione: dopo la S. Comunione Madre Carolina è costretta ad appartarsi e, nella cappel­lina privata dove si è rifugiata, si sente dire nell'intimo: «Tu sei la mia piccola creatura... Egli mi glorificherà... A Lui mostrerò con quali mezzi potrà glorificare lo Spirito Santo» (f. 384). Qualche ora dopo, sempre in cappellina, la medesima voce ripete: «Tu sei il mio piccolo nulla nascosto nel mio Cuore. Egli mi glorificherà perché Gli manifesterò con quali mezzi potrà agire per stabilire il culto in onore dello Spirito Santo». La piccola creatura non può trattenersi dall'esclamare: «Oh, che gran dono! E quanta bontà di Dio!... Era tanto tempo che dovevo trascinarmi in un faticoso sforzo per cercar­lo ed amarlo questo Dio d'infinita carità [...]. E devo anche aggiun­gere che con la gioia di un breve riposo accanto alla Trinità Santissi­ma, si è molto ridestato anche il bisogno della glorificazione dello Spirito Santo. Oh, quanto mi diventa tormentoso questo pensiero!» (f. 385). «Con il tramonto della grande Festa [...] nella quale la pic­cola creatura è stata favorita di tanta luce e calore, ebbe pur fine ogni dono e grazia e nuovamente si trovò sola, povera e in balìa a tanta impotenza» (f. 388).

Avrebbe desiderato manifestare al direttore spirituale il suo stato d'animo dopo quaranta giorni dall'ultimo incontro, ma il timore di assecondare la natura la tratteneva; ci pensò il buon Dio a mandarle Padre David senza che fosse invitato. Egli affidò alla sua penitente «un nuovo mandato... e di tale importanza da far tremare al solo pen­sarne. Tuttavia c'è sempre una via di salvezza: il mio nulla e la confi­denza in Dio» (f. 392). E Dio intervenne, come al solito, parlando al suo cuore. Dopo la S. Comunione della domenica 18 agosto, «la già nota voce misteriosa dice alla piccola creatura: Le opere di Dio si compiono da sé... Ciò che la piccola creatura deve fare: nasconder­si e avvolgersi nel proprio nulla... non cercando e non bramando altro che la sola maggior gloria di Dio, nel pieno compimento dei Suoi disegni! [...] udito ciò, l'anima, in preda ad un forte gaudio, non comprende e non si contiene più ed esce in un grido: O Divino Spi­rito dell'Eterna Carità del nostro Dio d'amore,... vieni, discendi! Tu solo puoi condurre le cose a buon termine e secondo i decreti della Divina Sapienza!». Rivolgendosi quindi a Maria Santissima e alla sua Madre fondatrice: «vergine Immacolata, Addolorata, intercedi per me, affinché la mia anima non si smarrisca per vie d'inganno! Beata! Madre mia, prega per me! E conclude: Cuore Santissimo di Gesù, salvami!» (18-8-1968).

La piccola creatura, infatti, a causa del timore d'ingannarsi a pro­posito della risposta da dare a Padre David, continua a vivere giorni di tanto travaglio spirituale; perciò si raccomanda al suo Signore: «Se veramente nei tuoi disegni sta decretato che io debba rispondere quel "Sì" che mi sembra d'aver accolto dal tuo Cuore, non permettere, dico, che sia un sì che poi produca dei guai che farebbero soffrire il tuo Ministro e non tornerebbero alla maggior gloria del tuo Cuore. Del resto Tu lo sai che io non cercherò altri che Te!» (f. 294). E anco­ra una volta Gesù si fa sentire alla sua timida messaggera: «Non resi­stermi... credi a quanto ti ho fatto comprendere... e ti assicuro che il mio stesso Amore si costruirà la grande Opera. Già i tempi sono maturi ed é necessario che si conosca e si glorifichi finalmente, come ben merita, lo Spirito dell'Eterna Carità, per la salvezza degli uomini e alla maggior gloria del mio Cuore» (23-8-1968). Con que­sta assicurazione si placano, ma solo momentaneamente, le perplessi­tà della piccola creatura. La salvezza degli uomini, così strettamente legata alla maggior gloria di Dio, diviene ora il suo principale assillo e, riflettendo a quanto per loro ha sofferto Gesù, rivolgendosi al Padre suo e nostro compone per ogni giorno della settimana una pre­ghiera a ciascuna delle sacratissime Piaghe del suo divin Figlio. Riser­va al Papa «la sacra ferita del suo Costato, entro la quale ti prego di porgere una dolce dimora al suo Vicario in terra, affinché guidato e sorretto dallo stesso Spirito del Cuore del tuo dilettissimo Figlio, possa con maggior sicurezza governare e condurre la Chiesa a Lui affi­data per le vie della vera santità e per la conversione di tutti i popo­li...» (f. 400). La preghiera della piccola creatura assume così quella dimensione universale tanto gradita a Gesù, che le dice: «Dio é sem­pre presente nella sua Chiesa con la maestà della sua Potenza e nella gloria del suo infinito Amore... Ed é suo piacere il donarsi alle anime, il farsi loro comprendere, perché vuole tutti abbracciare in un sol palpito e formare un sol regno nel pieno possesso di tutti in Se stesso». E l'anima: «O eterna gloria nel perfettissimo amore del nostro Dio, Uno e Trino... Che tutti ti comprendano... che tutti ti amino... che tutti ti glorifichino in eterno... Amen!» (f. 408).

 

I PRIMI ADORATORI

Un giorno Gesù, accennando all'Oasi, aveva detto di volerla grande e bella, degna della missione alla quale era chiamata, susci­tando nel cuore della sua piccola creatura un insistente interrogati­vo. Il 7 settembre 1968, dopo la S. Comunione, presa dalla solita misteriosa azione, Carolina deve appartarsi. Dopo qualche istante le giunge perentorio il comando di Gesù: «Oggi stesso scriverai al mio Ministro» (7-9-1968). Segue una breve pausa, della quale la piccola creatura approfitta per presentare al suo Ospite divino la domanda che l'assilla: «Come si potrà conciliare un edificio materiale con un'Opera spirituale? E subito venne chiara la risposta: I primi ado­ratori, secondo il mio nuovo messaggio, saranno gli abitanti di quella fortunata dimora». Incontenibile la gioia di Carolina che prorompe in un inno di lode al «Divino Spirito che illumina, riscal­da, governa tutto l'universo e specialmente i cuori dei suoi fedeli» (7/22-9-1968). Il giorno seguente prende la penna per obbedire al comando di Gesù.

V. GM. Colle Ameno 8-9-1968 Molto Rev.do Padre

Dopo la sua ultima venuta, nellanima mia si sono verificati nuova­mente dei particolari. Lei sa con quanto timore di essere ingannata io riceva queste cose, pur rimanendo sempre tranquilla e fiduciosamente abbandonata al giudizio di Chi mi rappresenta Dio. Mi sento estrema­mente bisognosa dell assistenza di Dio e dell aiuto delle sue preghiere, R. Padre, affinché nulla si compia che non sia di maggior gloria del Sacro Cuore dell amabilissimo Salvatore dell úmanità. Non c'è fretta, ma quando potrà venire mi farà una grande carità. [Seguono i soliti con­venevoli]

Dev. p. c. s

Per Madre Carolina è ormai connaturale sentirsi immersa nel suo Signore: «La tua presenza è come un diluvio che tutto sommerge [...]. Oh, ma è bello sentirsi un misero nulla [...], attendere tutto da Te che sei ogni ricchezza di virtù, di santità e di carità!...» (f. 402). Le pro­mette Gesù: «E verrò e mostrerò le mie vie... affinché gli uomini possano trovare un nuovo mezzo di salvezza e di santificazione... Si attenda... si abbia fiducia... fra non molto discenderò» (f. 402). «E sarà l'inizio della glorificazione dello Spirito d'amore della SS.ma Trinità... A te e al mio Ministro fiducia e abbandono» (f. 403). L'a­nima è tutta presa mentre la Voce riprende a dire: «Non sarà per la tua fedeltà o le tue virtù ch'io mi manifesterò, ma perché io sono buono e bramo associare, per il compimento del piano del mio Amore per la salvezza delle anime, altre anime con le quali più inti­mamente io mi trattengo e mediante le quali mi compiaccio di compiere i miei disegni». Risponde la piccola creatura: «O mio Signore, realmente presente nel mio cuore, Tu ben mi conosci... Sai tutto... Ecco, io non so dirti altro... Per la gloria del tuo Nome fa' di me quello che vuoi! Amen!» (28-9-1968).

 

ANCORA «MANDATI»

Sono trascorsi cinquanta giorni dall'ultimo incontro con Padre David e la povera anima molto discretamente lo invita, perché «una sua benedizione di personale presenza le apporterà, come sempre, una grande tranquillità e bene spirituale».6 Tre giorni dopo Padre David giunge a Colle Ameno. «Dio sia benedetto per tutta la bontà e carità del suo Sacro Ministro» - scrive Madre Carolina - «Però il fatto di avermi lasciato un nuovo compito mi tiene attualmente in uno stato d'animo che mi fa molto soffrire» (f. 409). Quale compi­to? Dalla lettera accompagnatoria di un plico che gli manderà a novembre, si può dedurre trattarsi della consegna di appunti riguar­danti i suoi rapporti di intimità col Signore.' Scrive infatti: «Il sacri­ficio che mi fa fare è grande... ma sia anche questo alla maggior glo­ria di Dio» (f. 410).

Inaspettatamente, il 14 novembre, Padre David giunge un'altra volta a Colle Ameno, e con un altro mandato per la piccola creatu­ra, la quale commenta: «Solo oggi, dopo tre giorni dalla venuta del R. P Confessore, mi sento in grado di radunare le forze del mio spi­rito e di comprendere tutta la grandezza e importanza del mandato che mi fu affidato. C'è veramente da tremare...». La mattina seguen­te Gesù si lamenta: «Oh, se tu credessi un po' di più al mio amore di predilezione per te!». E Carolina, con grande confidenza al suo Ospite Sacramentato: «Ma perché dunque, o mio Signore, non date direttamente voi la risposta ch'Egli attende... io ne sarei molto con­tenta... perché sarei più certa del buon esito delle cose...». E Gesù a lei: «Non oggi, ma fra otto dieci giorni te ne darò la risposta. Intan­to stammi molto vicina... ho bisogno di tanta comprensione!» (f. 411). Le ultime parole del suo Signore la impressionano, aggiun­gendo sofferenza a sofferenza. A volte le sembra che tutto il suo esse­re si spezzi, tanto da temere la fine. E allora rinnova «l'offerta della propria vita in unione al sacrificio di Cristo per il compimento dei disegni del Padre». Tornata la calma e nuovamente chiamata in causa da Gesù, la piccola creatura osa ripetergli: «Ma perché non date direttamente al vostro Ministro questa risposta? Te l'ho già detto: affinché non sia solo nel portare il peso della grande opera» (f. 412). E ancor prima: «Io ho unito le vostre due anime affinché Egli sia il tuo testimone e custode, e tu sia per lui nel nascondimento e nel sacrificio il sostegno» (f. 409).

A fine dicembre del 1968, nel consegnare i suoi resoconti spiritua­li al direttore, Carolina stessa annota: «Un accenno tutto particolare merita d'esser fatto sul modo con cui la piccola creatura trascorse il giorno 23 stesso, dopo l'incontro del mattino. Che giorno pieno di mistero! Quanto travaglio, sofferenza e sbigottimento avvolgevano e penetravano tutto il povero essere! Che tortura inesplicabile! Che biso­gno d'un cuore nel quale poter versare tanto peso!». Giungeva perfino a pensare: «Perché mai nella mia vita doveva essermi stabilito anche questo giorno? Non sarebbe stato meglio che ciò non fosse stato fatto? Ma poi tutto veniva soffocato al pensiero di Dio, Sommo Bene, infi­nitamente buono e Santo in tutte le sue opere» (ff. 413-414).

 

LA DIMORA DI PIETRE...

Il 1969 si apre con una magnifica prospettiva: l'inaugurazione della sede dell'Oasi «Ave Maria». Dopo aver espresso il proprio com­piacimento per «il piano di lavoro sistemato molto bene», Gesù aveva raccomandato: «prima sarà bene dare una certa sistemazione a tutto l'andamento come edificio materiale, poi, con l'aiuto dello Spirito Santo, si procederà a quello spirituale» (f. 419). Già dalla Pentecoste del 1965, ad opera di Padre David, era iniziata «in seno alla "Fraternità del Terz'ordine Francescano Secolare" l'iniziativa reli­giosa: diffondere la conoscenza e la devozione allo Spirito Santo, in riferimento alla spiritualità» della «Povera Anima». Si trattava ora di costruire una sede «degna della grande Opera» (20-8-1968), e il pro­getto, eseguito dall'ingegner Roberto Frontini di Loreto, corrispon­deva alle aspettative.

Frattanto Madre Carolina è assediata da continue richieste di pre­ghiera che con umiltà e fiducia essa trasmette alla Vergine Santa e alla, Beata Fondatrice; c'è persino chi vorrebbe un miracolo per decidersi a dedicarsi all'Opera nascente (cfr. f. 412). Anche il direttore spiri­tuale le si è raccomandato per avere una risposta da parte del Signo­re nostro Gesù Cristo? Il Quale così parla al cuore della sua confi­dente: «Non si sgomenti il mio Ministro per le grandi difficoltà che dovrà incontrare... queste sono inerenti a tutte le opere di questo mondo... È mio desiderio però che almeno una metà del grande edificio venga costruita e completamente ultimata. Come già ti dissi altra volta». Il giorno seguente le parla ancora per chiederle un'ora di sofferenza per otto notti: «Poi ti manifesterò quanto desi­dero di farti sapere». E la povera creatura, che dichiara di non capir­ne nulla, «tuttavia si mette in una disposizione di completa adesione a tutto ciò che in seguito le sarebbe avvenuto», presentendo in cuor suo una conclusione «che solo al pensarlo mi riempie di spavento». E supplica: «O nostro amabilissimo Signore e Salvatore, almeno ti piac­cia di non permettere mai che nulla abbia a sfuggirmi che non sia di tuo gradimento e di maggior gloria dello Spirito Santo, per il Quale intendo ora tutto accettare e soffrire!» (f. 422).

Alcuni giorni dopo Gesù viene a mantenere la promessa: «Da quando ti ho scelta per mia vittima d'amore, ho sempre inteso di fare di te uno strumento per la mia gloria. Ed ecco ora quanto desi­dero che tu sappia, affinché poi lo trasmetta al mio Ministro. Io ho guardato con occhio di speciale predilezione anche quell'anima affinché anch'essa nella piena libertà della sua adesione diventasse a sua volta uno strumento per la glorificazione dello Spirito Santo. Ora cerchi di superare quanto prima tutte le difficoltà che vi si oppongono e faccia in modo che quell'opera, che mi sta tanto a cuore, non abbia a subire nessun ritardo» (f. 423).

 

... E LE «PIETRE VIVE E PREZIOSE SCOLPITE DALLO SPIRITO»

Un altro messaggio, non meno importante, giunge alla piccola creatura la settimana seguente, nella notte tra il 20 e il 21 febbraio 1969. Dopo averle ricordato che, se necessario, avrebbe compiuto anche dei miracoli, Gesù aggiunge: «Ma i miracoli che più mi ren­dono gloria sono quelli di ordine spirituale, cioè la conquista dei cuori. Ed un miracolo del mio Cuore sarà questo: che avendo io già da tempo prediletta, e poi seguita col mio amore, quell'anima, ora e giunto il momento di farla tutta mia, perché ho bisogno di fare anche di lei uno strumento per la glorificazione dello Spirito Santo. Ora fa' sapere tutto questo al mio Ministro, affinché si renda inter­prete dei nniei disegni presso quell'anima, ed essa fiduciosa nell'as­sistenza del mio stesso Spirito, sappia generosamente tutto donare, donando pure tutta se stessa» (Ibidem). Madre Carolina si premura di far sapere che questo messaggio è stato da lei registrato sotto l'a­zione diretta della misteriosa forza, alla quale invano aveva cercato di sottrarsi per timore d'inganno. L'incontro col suo Signore era avvenu­to «del tutto inaspettato, dato che le ore di sofferenza [notturna] erano finite e la misteriosa voce aveva già manifestato quanto deside­rava» (f. 424).

Sono trascorsi appena due giorni quando, nelle prime ore del mattino, la piccola creatura è improvvisamente afferrata da una tor­mentosissima azione, durante la quale si sente dire: «Così è stabilito: Preparati perché nel prossimo incontro col mio Sacro Ministro, in testimonianza della realtà e verità delle mie operazioni d'amore gratuito per l'anima tua quale strumento della mia gloria, io pren­derò possesso, in sua presenza, di tutto il tuo essere, affinché venga resa manifesta la potenza del mio amore per gli uomini... Per intanto tu non preoccuparti di nulla, solo credi... e lascia fare. Io, l'Amore delle anime». E Carolina di Gesù così lo supplica: «Signor mio Gesù Cristo... unitamente a tutte le sofferenze dell'umanità... a quelle della tua Chiesa, lacerata da tante defezioni dei suoi più intimi figli, ed al tuo perenne sacrificio sul Santo Altare, io ti offro que­sta mia sofferenza e, per tua misericordia, valga essa a riparazione delle mie iniquità e a confusione per la mia tanta superbia... ma ti prego: aiutami» (f 425).

Nei giorni immediatamente successivi la povera creatura va domandandosi il perché dell'ultimo incontro, e Gesù non le rispar­mia un accorato rimprovero: «Perché hai messo un limite alla venu­ta del mio Ministro? 12 Oggi stesso gli scriverai e lo inviterai a veni­re quando vuole... È necessario che tutto si compia secondo i miei disegni. In giornata, come spinta da una forza potente, la p[iccola] c[reatura] si decide e scrive» (f. 426).

Nell'attesa, la povera anima è combattuta da opposti sentimenti: «da un lato non vede l'ora dell'incontro con il Sacro Ministro di Dio perché ne spera la liberazione... dall'altro invece non vorrebbe mai che venisse, dato che non può farsi un'idea del come sarà quell'in­contro» (f. 426). E Gesù a insistere: «La gloria di Dio lo esige. La potenza della mia azione ti avvincerà in sua presenza, come ti ho già detto ...».'a L'incontro predetto avviene il 5 marzo, ma la piccola crea­tura non sa come spiegarsi. Scrive laconicamente: «Sono cose che sor­passano troppo le mie capacità» (f. 427).

 

GIORNI DI PASSIONE

Nell'incontro del 21 marzo la Voce aveva detto alla piccola crea­tura: «Ti chiedo un'ora di sofferenza durante la notte nella prossi­ma quindicina che ricorda la mia passione, per riparare le infedeltà di coloro (i miei più intimi) che abbandonano il mio amore per darsi ad una vita più comoda, illudendosi di essermi ugualmente graditi. Il mio Vangelo è sempre quello: o si è o non si è. Non ci sono mezze misure» (f. 427).

Incontrando Padre David il 29 marzo 1969, Madre Carolina lo trovò «molto stanco e preoccupato perché gli affari riguardanti l'ope­ra in costruzione non andavano tanto bene». Prima di partire egli le lasciò un foglietto sul quale aveva annotato quanto desiderava dal buon Dio, dicendole: «Chieda questo, io ne ho bisogno. Questo sarà il segno che mi renderà certo che quanto si sta compiendo è opera sua, che Egli la vuole» (f. 428). Per la povera anima ricominciavano così giorni e notti di martirio. Si chiedeva: «Sarò forse io la causa di tanta sofferenza? [...] Ma perché mi sono passate per la testa tutte quelle cose? È vero che le avevo confidate perché così mi era stato detto... Ma intanto la realtà sta così: Le parole dicevano una cosa... e i fatti ne mostravano un'altra [...]: Povera piccola creatura! A che punto era giunta a causa delle sue interne stravaganze!».

La salute ne scapitava e Madre Carolina alla fine della Settimana Santa «dovette cedere. Così nei due ultimi giorni non andò alla S. Messa e non fece la S. Comunione» (f. 428). Cominciò a riaversi il giorno di Pasqua, ma il tormentoso dubbio che tutto il passato non fosse stato che una montatura di fantasia continuava ad attanagliarla. Quando, dopo una ventina di giorni, un sabato avvertì l'avvicinarsi della «solita misteriosa azione, dentro di sé andava gridando: No, non voglio più niente... solo accetto ciò che entra nel pensiero e nei desi­deri del Sacro Ministro di Dio...». Sforzo inutile. A un certo punto si sentì dire dalla ben nota Voce: «Il miracolo no... darò invece grazia e forza a quelle anime che attendono per l'Opera, affinché almeno entro l'anno venga fatta l'Inaugurazione» (f. 429). Benché Madre Carolina non volesse darvi peso, si sentì in «dovere di pregare, soffri­re e sacrificarsi perché, se l'Opera eventualmente fosse voluta da Dio e di maggior gloria dello Spirito Santo, avesse da compiersi nel miglior modo e quanto prima» (f. 430).

Ma, intanto, quale resoconto spirituale far pervenire a Padre David? Madre Carolina si decise per una lettera, che trascriviamo quasi integralmente perché rende bene l'intima situazione che la povera anima stava vivendo.

V.G.M.

Colle Ameno 17-5-1969 Molto Reverendo Padre

Essendo già passati circa 20 giorni dalla sua ultima venuta, e ancora non essendo al punto di poterLe spedire, come Lei mi aveva ordinato, quanto passò nel mio spirito nel mese di aprile, sento il bisogno di met­termi al riparo della sua caritatevole bontà, affinché io non abbia ad incorrere in una disobbedienza.

Il motivo? Sempre lo stesso; cioè perché le disposizioni del mio spirito ora sono tali da rendermi impossibile ogni capacità di radunarne le forze onde poterle tradurre in un pensiero concreto. Perché ciò avvenga non lo saprei proprio spiegare, perché secondo me, non ci sono motivi. Anche spi­ritualmente sono molto serena e tranquilla, come sempre... anzi, per gra­zia di Dio, sento in me una forza che mi sorregge e che mi fa vedere e accettare tutte queste vicende e mutamenti come provenienti dalla San­tissima volontà di Colui ch'è l amore Infinito e che certissimamente opera sempre per la sua maggior gloria e per il bene delle sue creature. Per intanto nulla di nuovo. Ora offro e soffro tutto, affinché quanto Lei desi­dera possa arrivare al più presto al suo compimento, alla maggior gloria di Dio e anche a suo conforto, Reverendo Padre (...J.

Dev. ma, umil.ma p. c. Carolina

Grazie a Dio, Madre Carolina si rifugia nella preghiera: «O Dio altissimo! Signore amabilissimo! Spirito santissimo! Tu vedi quanto è profondo il vuoto che tormenta la tua povera piccola creatura!... Io non so più da qual parte cercarti per raggiungerti... ma che dico? per­donami!... Tu sei sempre in me, io ne sono certissima... anzi io voglio sperare che in questa tua azione ancor più ti avvicinerai a me... e poi... come sempre, anche in questo momento te lo ripeto: Fà di me tutto quello che vuoi, perché io non mi appartengo più. Amen!» (f. 432).

 

CAPITOLO QUINTO

«SONO VENUTO... PER ASSICURARTI CHE TUTTO SI COMPIRA»

LA DIVINA CONDISCENDENZA

La povera anima, nel corso della meditazione di una sera di fine giugno del 1969, così aveva pregato: «O Santissimo Amore dell'uma­nità... o Salvatore degli uomini e dell'universo tutto... mentre devo assa orare tutta la mia miseria... tutta la mia povertà e incapacità ad innalza i un tantino verso di Te, Bene Unico e Supremo, ti ringra­zio di con dermi, per pura tua bontà, la grazia di sapere che almeno

Tu sei Tutto, he sei ogni Bene, ogni ricchezza, bellezza, bontà, san­tità. Tu sei sem re beato e sufficiente in Te stesso... Non hai bisogno che qualcuno ti aggiunga qualche cosa... Ed allora com'è bello, come è gioioso il saperti così!... E questo non mi deve bastare? Ma certo... anzi io mi sento felice della tua stessa felicità. Amen!» (f. 437).

Poteva il buon Dio rimanere insensibile davanti alla dichiarazione d'amore tanto umile e disinteressata della sua piccola creatura? E così, l'ultimo giorno di quel mese consacrato ad onorare il divin Cuore del Figlio, questi si ricordò di lei e le parlò: «Beato chi ama... Beato chi mi glorifica... Beato chi mi manifesta. Sono venuto a conferma della mia opera e per assicurarti che tutto si compirà... Egli [Padre David] mi manifesterà, mi glorificherà nella glorificazione dello Spirito Santo...» (f. 437 bis). E tale era pure l'ardente desiderio della povera anima, «tranquillissima nella volontà di Dio e sempre con il cuore rivolto verso l'Oasi "Ave Maria"».

L'ala destra dell'Oasi stava infatti per essere ultimata e la sua aper­tura avvenne 1'8 settembre, festa della natività della «Tutta bella». Lo sapeva Madre Carolina? Nei suoi appunti non v'è allusione alcuna: dal 25 agosto in poi, per una ventina di giorni, non una sola frase. Vi si trovano invece registrate le parole a lei dette da Gesù dopo la S. Comunione del 13 settembre: «La mia SS.ma Madre, in quella pre­diletta dimora, io desidero che sia onorata con il glorioso titolo di "Madre del Verbo di Dio"» (13-9-1969) .z Titolo veramente glorioso che evoca nei credenti l'origine e la causa di ogni privilegio mariano. Poi più nulla per una quindicina di giorni.

Vale però la pena di citare uno stralcio della lettera scritta da Madre Carolina al suo direttore il 21 settembre. Dopo essersi scusa­ta per aver lasciato trascorrere un intervallo troppo lungo, adducen­do come causa una disposizione interna che la teneva come legata, ipo­tizza: «Accettazione [forse] da parte del buon Dio della mia offerta di privarmi, Egli, della sua luce e di ogni conforto spirituale, affinché le anime da Lui scelte per iniziare la nuova opera si donassero e si dedi­cassero generosamente e completamente secondo i disegni del suo divin Cuore?».s Sotto il peso della sua croce, Padre David aveva di che ringraziare il Signore per avergli procurato uno straordinario «cire­neo», non costretto ma volontario.

 

LA MADRE DEL VERBO DI DIO

La mattina del 24 settembre, preceduta da alcuni minuti di gran­de sofferenza «e anche di forte timore di essere ingannata», la piccola creatura risente la misteriosa Voce: «Così dirai al mio Ministro: Io desidero che sullo sfondo sopra l'altare nella Cappella venga dipin­ta l'Immagine dell'Eterno Padre in alto, dello Spirito Santo (colom­ba) nel centro, e della Santissima Madre mia in basso, con la scritta ai lati di essa "Mater Dei Verbi", ma in uno stile molto religio­so, più che artistico» (f. 438).

Le divine richieste si moltiplicano: «Dirai al mio Ministro che é giunto il momento di mettere mano all'opera della costruzione della nuova Cappella, seguendo le direttive già da tempo manife­state» (19-9-1969). Nella Cappella, così spiega Padre David, «dovrà troneggiare la figura del Padre che investe, col suo Amore, la Vergine Madre del Verbo di Dio». E la Voce insiste: «Datemi quanto deside­ro... e la mia Santissima Madre venga rappresentata in tutto lo splendore emanante dallo Spirito Santo... e sotto lo sguardo e la compiacenza del Padre». Madre Carolina s'affretta ad aggiungere: «Prego di gettar via subito il presente scritto, non meritando un trat­tamento migliore» (22-9-1969).

La povera creatura trascorre momenti «d'intima e tremenda tribo­lazione, con l'anima sempre abbandonata nel mistero di Cristo e fiduciosa per il suo sacrificio [purtroppo] inutile per tante anime... per il suo Sangue calpestato... per il suo Amore misconosciuto e dis­prezzato... finalmente, in una misteriosa calma, la solita voce intima si fa sentire: Nell'amplesso dello Spirito Santo vengo a confermarti quanto ti ho già fatto comprendere riguardo alla mia Santissima Madre, a gloria dei Tre e in particolare dello Spirito Santo» (7-10­1969). Per la terza,volta Gesù insiste perché si ponga mano alla costruzione della nuova Cappella dicendo alla sua confidente: «Io confermo quanto ti ho già fatto sapere: dirai al mio Ministro che stia di buon animo che tutto andrà bene, ma poi dia mano all'o­pera della costruzione della nuova Cappella a gloria dello Spirito Santo e della mia Santissima Madre» (8-12-1970).

 

NELLA «NOTTE OSCURA»

Sulla fine di gennaio del 1970 Madre Carolina, scrivendo al suo direttore spirituale, gli confida: «Tutto ha preso il volto di sofferen­za, di privazione, di vuoto, di profondo vuoto. A volte mi passa per la mente il pensiero che sia una prova del Signore... ma poi cerco di allontanarlo, ritenendomi indegna di essere oggetto di particolari attenzioni da parte del suo amore. E così devo assaporare questa situazione in tutta la sua dolorosa profondità. Volesse almeno il Cielo che tutto questo venisse accolto e purificato nell'ardor di cari­tà del Dio tre volte Santo e ridondasse poi in benedizione della santa opera sorta costi... per la quale ora intendo di spendermi tutta, alla maggior gloria di Dio e del suo Divino Spirito, nel Cuore Santissi­mo di Gesù».

Ciò non di meno, la convinzione di essere una povera alienata di mente si è così profondamente radicata nell'animo della povera crea­tura che esce in questo lamento: «Signore mio Gesù Cristo, qual ter­ribile prova sta attraversando la tua piccola creatura! Io ne sono spa­ventata... Ma perché, dunque, tali stranezze mi devono torturare in questa maniera? E tu mi dici: Lasciati vivere da me, lasciati guidare da me... Ma è mai possibile che queste siano emanazioni del tuo Spi­rito? Io non ci vedo altro che uno smarrimento di una mente amma­lata... E poi tu lo sai, il tuo Sacro Ministro non crederà a nulla... Egli ne vuole un segno. E io intanto me ne dovrò stare tra queste due forze... Signore, se a te piace, fammi questa grazia: facciamola finita con tutto, tanto io sono tua lo stesso e non cerco altro che Te! Così sia» (f. 446). Ma il sommo Artista non ha ancora finito di modellare e cesellare il suo piccolo gioiello e le ripete: «È necessario che avven­ga così. Sono le esigenze dei miei disegni. Tu poi avvertirai il mio Ministro che tutto si compirà... Ed Egli abbia molta fiducia e abbandono nel mio amore che non verrà mai meno» (f. 448).

Nel medesimo giorno, 20 febbraio 1971, Madre Carolina manda al proprio direttore una lettera nella quale tra l'altro ha scritto: «Il bisogno di un incontro con la sua Sacra Persona è sempre stato fin dal principio l'unica speranza di un qualche, sia pur leggero, sollievo. Ma il timore di essere ingannata da qualche forza nemica, o colpita da una certa deviazione mentale, nonché del pensiero del poco tempo di cui Ella può disporre, tutto concorse a trattenermi dal farlo. Ora però, non facendo più conto di nulla e fiduciosa nel Cuore Santissi­mo di Gesù, [...] io La prego e La supplico caldamente che, nella sua carità in Cristo, voglia ottenermi dal Signore che tutto questo com­plesso di cose abbia finalmente ad aver termine, mentre le prometto che da parte mia farò tutto il possibile, con il divino aiuto, per man­tenermi sempre fedele».

A metà aprile, «non sapendo come impostare i brevi particolari che sono stati l'oggetto della conversazione nell'ultima venuta» di Padre David, la povera anima pensa «di farlo come a modo di rispo­ste». In realtà si tratta di semplici riflessioni. Eccole:

- Oh, la mia vita come è stata tribolata... Del resto, piuttosto che ten­tazioni d altro genere, come sarebbe contro la fede o contro la bella virtù...

- Io prego molto poco. Sì, dico il _Rosario o qualche altra preghiera... ma faccio invece «preghiera» della mia vita quotidiana: del lavoro, del sacrificio, della sofferenza, della tanta mia stanchezza... E poi m'immer­go in Lui ch'è il Tutto e supplisce a tutto.

- Ora l anima mia è ridotta ad un vero zero. Oh, non sono umile, anzi nella mia vita di Comunità, nei rapporti con le Consorelle, sono molto superba. Ma nel mio intimo dinanzi a Dio, io mi sento veramen­te un nulla.

- No, non tengo nulla del mio passato lontano, perché ho distrutto tutto... Sono tanto contraria a scrivere del mio intimo... e dovendolo fare mi costa veramente fatica. Anche dei propositi degli Esercizi e dei ritiri scrivo e conservo ben poca cosa.

- No, non ne ho sofferto per nulla, anzi sono rimasta tranquillissi­ma... perché a quelle cose ti' io non ho mai dato nessun peso... Se poi ci sono degli errori, questo è dovuto alla mia testa ammalata, non certo perché il Signore non conosca il latino.

 

SOLENNE INAUGURAZIONE

L'Oasi «Ave Maria» è alla sua quarta tappa. Il 13 giugno 1966 era stato acquistato il terreno sul colle Leonessa, di fronte alla Santa Casa; il 14 maggio 1967 era avvenuta la posa della prima pietra, benedetta dall'Arcivescovo di Loreto, S. Ecc. Sabattani, alla presen­za degli On. Forlani, Castellucci, Tozzi Condivi e del Provinciale dei Cappuccini, Padre Ortensio, i quali avevano poi firmato la perga­mena commemorativa; 1'8 settembre 1969 c'era stata l'apertura del primo lotto, l'ala destra del grandioso complesso; e il 17 maggio 1970, Festa di Pentecoste, la sua inaugurazione solenne. Ma si è ancora lontani dalla completa esecuzione del progetto. L'Oasi «Ave Maria» «è nata [e ancora crescerà] con una particolare missione da compiere, missione tutta spirituale, sotto la luce e l'impulso dello Spirito Santo. Si svilupperà sotto il calore dello stesso Divino Spiri­to d'Amore, del quale vuole promuovere e largamente diffondere il culto e la devozione».

Nessuno sulla terra, tranne Padre David, sa da quale seme va prendendo vita il prezioso germoglio, ma lo sanno in Cielo la Trini­tà Santissima, la Madre del Verbo Divino, la Corte celeste e tutti i beati comprensori, tra i quali Maddalena di Canossa, la Beata Fon­datrice che Madre Carolina sempre più frequentemente va invocan­do. E il germoglio, sotto il soffio dello Spirito creatore, deve fiorire in «mistica rosa»; perciò Gesù insiste presso la sua piccola creatura perché si costruisca il Tempio a Lui dedicato, quel tempio che nel progetto dell'Oasi occupa la parte centrale, fra le due ali convergen­ti: «Sii fedele nel trasmettere al mio Ministro quanto ti ho fatto comprendere... si faccia, e presto, una degna dimora allo Spirito Santo» (11-11-1971).

 

VERSO LE NOZZE D'ORO

Madre Carolina aveva fatto il suo ingresso in religione il 15 set­tembre 1921: era giunta perciò al cinquantesimo anno di vita reli­giosa e, per prepararsi in perfetta solitudine e intimità a celebrarne il compimento, si reca a Denno per un corso di Santi Esercizi solita­ri. In ciascun giorno scrive una breve riflessione, come il cuore le detta; tutte riportate nell'ottavo quaderno dei Messaggi (ff. 451-454). Nella meditazione vespertina del 7 settembre è «disturbata» dalla ben nota forza misteriosa e la povera creatura si va chiedendo: «Ma sarà mai possibile che io dica ancora al R. P C[onfessore] quella tal cosa? Egli ripeterà sempre: "Prima però io voglio un segno, solo allora cre­derò". E intanto la voce che io sento dentro di me mi dice: Le reli­giose che io desidero in quell'Opera non avranno nessun ufficio di comando, ma saranno semplicemente come sorelle in mezzo a una famiglia nuova di cristiani che vivono come in comunità, nella ricerca dei beni futuri ed eterni sotto l'effusione dello Spirito Santo» (f. 452).'4 Chi sa che nelle intenzioni di Gesù non si trattasse di un dono nuziale per la sua piccola sposa, alla quale domandava contem­poraneamente il contraccambio?

Due giorni dopo Madre Carolina, dando uno sguardo retrospetti­vo alla propria vita, scriverà: «Signore, un dì intesi la tua voce... mi chiamasti per nome... e sono venuta. Passarono poi molti anni dei quali ora non saprei che cosa dire, perché, purtroppo! la mia pochez­za mi è stata troppo fedele compagna! Giunta poi a un certo momen­to, ecco una tua nuova chiamata: Ti voglio ancora più mia... nel­l'intimità del mio amore... e mi facesti preda dei tuoi disegni, delle tue esigenze, dei tuoi sovrani diritti... Mi facesti tua vittima ... tua confidente... apportatrice dei tuoi disegni, e messaggera del Culto in onore dello Spirito Santo, culto che gli è sovranamente dovuto, ma che la Chiesa finora non ne ha ancora sufficientemente manifestato all'umanità tutta la grandezza, l'urgenza e il dovere. Ed ora che mi resta ancora da fare? Attendere il compimento dei tuoi disegni nella totale dedizione del mio essere, e fortemente fiduciosa che presto o tardi tutto si compirà» (f. 453).

Il penultimo giorno degli Esercizi la povera anima si ritiene in dovere di informarne il direttore spirituale al quale scrive:

Molto Rev.do Padre

Mi trovo ancora immersa nel silenzio e nel raccoglimento degli Eser­cizi Spirituali che sto facendo sotto il calore e l azione dello Spirito Santo al quale mi sono (sottolposta fin dal principio, in mancanza del Predi­catore. Credo però di essere in buone mani, purché io mi lasci da Lui illu­minare, stritolare e rifare in una nuova creatura, secondo i disegni di Dio. Ma, oh quanto ho bisogno di spirito di fede e di umiltà, perché que­sto completo dominio di Dio su di me si compia! Io lo confesso franca­mente; in certi momenti mi sento veramente smarrita, sconcertata! Eppu­re, nello stesso tempo mi sento anche di essere una favorita, una scelta da questo Amore infinito e gratuito... E da questa convinzione intima, suprema, sento pure il bisogno d'innalzare il mio grido di risposta dA­more, di donazione e di abbandono, affinché Egli faccia del mio povero essere tutto quello che vorrà (…)

Dev. nel Signore Sor. Carolina V.

La mattina seguente, 11 settembre, giorno conclusivo dei Santi Esercizi, Madre Carolina si sente ispirata a rivolgere al suo beneama­to Signore un'ennesima supplica: «Signor mio Gesù Cristo, io ti prego per la tua infinita bontà, discendi nel più profondo della pove­ra anima mia... fino nei più reconditi nascondigli dove io non ci capi­sco nulla, e mettivi ordine, umiltà, carità! Mettici tutto quello di cui ho bisogno, affinché io possa cominciare una vita nuova, tutta impre­gnata del tuo puro amore, nella pratica delle virtù da te stesso eserci­tate qui sulla terra, e nell'accettazione del quotidiano dolore, in unio­ne alle tue sofferenze e secondo le tue intenzioni; così che in me tutto sia purificato, elevato e santificato, alla maggior gloria tua e del Padre e dello Spirito Santo. Vergine SS.ma Addolorata, Beata mia Fonda­trice, pregate per me. Amen!» (f. 454).

La celebrazione del 50° anniversario di vita religiosa, con la «spe­ciale benedizione apostolica di S. Santità Paolo VI», avvenne a Vero­na il 15 settembre 1971, nella Festa di Maria Santissima Addolorata. Mentre «attendeva e si preparava all'incontro con Gesù nella S. Messa che sarebbe stata celebrata alle ore 11.00», Madre Carolina, in chie­sa, scrisse ancora una preghiera. Eccola:

O Gesù Cristo, mio Signore e Dio d'immensa maestà, ti prego, abbi di me pietà! Sì, pietà di tutto il male che ho fatto... Pietà del bene che non ho fatto... e di quello che ho fatto male. Pietà di tante tue grazie rese infruttuose per la mia neghittosità e mancanza di amore! Signore, mio Dio, ti prego, di tutto perdono, pietà.

Ma poiché tu sei infinitamente buono e ti degni di abbassarti verso gli umili e i piccoli, oso pure innalzarti il mio canto di riconoscenza e di amore per tutto quello che hai fatto per me, tua piccola creatura, con tante predilezioni e speciali favori, per tua pura spontaneità, dinanzi ai quali io mi sento come schiacciata e sprofondata, e che forse solo nell'e­ternità ne comprenderò la grandezza!

O mistero diamore d ún Dio troppo buono! Infinitamente buono! Eternamente buono! Sii tu sempre benedetto e ringraziato! «Grazie, Signore ti rendo grazie, a te che regni nei secoli eterni»!Amen!

Carolina (ff. 454-455).

Ovviamente la festa del 50° di Madre Carolina doveva essere cele­brata anche nella sua Comunità, a Colle Ameno. Madre Antonietta Bozzolato, che allora ne faceva parte, ricorda: «A quel tempo veniva a tenerci il ritiro spirituale il saveriano Padre Lino Maggioni che nella sua Comunità era Superiore e seguiva un bel gruppo di novizi. Il Padre propose a Madre Carolina di celebrare le sue Nozze d'Oro nella nostra cappella, accompagnata dai canti dei novizi. Dopo la celebra­zione, si sarebbe potuto cenare tutti insieme comunitariamente. La Madre accondiscese e la cerimonia riuscì molto bene. La Madre Superiora propose di far preparare la pizza. La cara Madre partecipò con vero entusiasmo, nonostante i disturbi della sua età, e differì un po' il tempo del suo ritiro [dalla Comunità] per il riposo notturno».

 

TU NON CI SARAI PIÙ...

Finisce per impressionare l'insistenza con la quale la Voce si rivol­ge alla povera anima perché nell'Oasi «Ave Maria» si costruisca una nuova e capace Cappella, e perché vi si metta in evidenza la figura di Maria Santissima secondo le indicazioni date; più volte, infatti, la piccola creatura si sente riafferrata dalla misteriosa azione. La vigilia di Natale di quel 1971, in un incontro inaspettato, si sente dire: «Lo Spirito Santo, Spirito della Eterna Carità del Padre e del Figlio, discenderà e prenderà stabile dimora in quel Sacro Tempio per donar luce e grazia a tutti quelli che lo visiteranno e diventerà cen­tro d'irradiazione del culto che Gli é dovuto» (24-12-1971).

Il giorno di Santo Stefano, appena uscita di chiesa dopo la S. Comunione, avvertendo prossima la Voce, Madre Carolina si rifugia

in un luogo appartato dove si sente dire: « Io ti ho affidata quell'O­pera, dalla quale lo Spirito Santo verrà molto glorificato. Tu non vi metterai mai piede, ma é mio desiderio che vengano invitate tue Consorelle e Figlie della Beata Madre. E questo non per ufficio di comando, ma perché con la loro presenza siano di aiuto e conforto ai Fratelli ivi radunati e da tutti venga unicamente ricercata e con­seguita la salvezza eterna» (26-12-1971).

2 gennaio 1972, ore 10.00. La piccola creatura è sola in una stan­za. Dopo breve tempo «si sente ispirata a prepararsi per scrivere quan­to in seguito sarebbe avvenuto». Ma intanto «comincia a scrivere ciò che spontaneamente le esce dal cuore: Signore, che cosa volete da me? A tutto sono pronta... ma fate presto, perché questa situazione mi fa spavento... io ho paura... temo di me stessa!...». E la Voce: «Le cose di questa terra non hanno significato se non portano l'impronta della mano di Dio.. ed é per questo che io ho stabilito che venga costruita un'Opera nella quale tutto sarà effetto del mio Amore... Dopo tu non ci sarai più, ma ti prometto che allora tutto sarà mani­festato, e con il soccorso della mia grazia, e in virtù del mio sacrifi­cio, i frutti di bene saranno abbondanti e lo Spirito Santo mag­giormente conosciuto, amato e glorificato... Così quella santa casa diverrà come un faro di luce, di una nuova luce, della quale il mondo oggi ha tanto bisogno...».

Dopo aver ribadito che in quell'Opera devono essere invitate sue Consorelle, la Voce continua: «Dirai pure al mio Sacro Ministro che non si smarrisca di fronte ad un'Opera tanto grandiosa... io sarò sempre con lui... Da parte tua intanto dammi sempre fede, fiducia, abbandono alla mia azione in qualsiasi modo si presenti... E poi coraggio, tanto coraggio, mia piccola Creatura, ché il mio Amore ti attende» (2-1-1972).

A questo punto il testo Potenza Divina dAmore presenta un inter­vallo di circa due anni, anticipando di circa sei mesi quel silenzio di Dio che effettivamente verrà a ulteriormente purificare lo spirito della piccola creatura. Non bisogna poi dimenticare che nell'autunno del 1972 Ancona fu colpita, e in gran parte danneggiata, da un terri­bile terremoto e che anche la Comunità di Colle Ameno dovette tra­sferirsi altrove. Alcune Consorelle, tra le quali Madre Carolina, furo­no ospitate a Porto San Giorgio, dove esiste tuttora una comunità di Canossiane appartenenti alla provincia religiosa di Milano. Mentre durante l'anno scolastico esse esercitano le tradizionali opere educati­ve e pastorali a favore della popolazione marchigiana ivi residente, durante le vacanze estive offrono pure ospitalità a Sorelle e persone laiche bisognose di cura marina. Ebbene nessuna di quelle Sorelle ebbe a notare in Madre Carolina alcunché di strano, così che la sua presenza passò inosservata. Solo alcuni anni dopo la pubblicazione del volumetto Potenza Divina dAmore, qualcuna potè ricordare quel­la figura mingherlina, silenziosa e sorridente che corrispondeva al nome di Carolina Venturella. Era già come se non esistesse più.

 

LA LUNGA ATTESA DEL DIO PAZIENTE

Tornando ai singolari rapporti con Dio della piccola creatura, non possiamo tralasciare la citazione che si riferisce all'incontro inaspetta­to del 20 giugno 1974. Le dice la Voce: «Al mio Sacro Ministro, da me scelto per la gloria dello Spirito Santo, dirai da parte mia, che intraprenda pure la costruzione del Tempio e assicuralo che i mezzi e il mio aiuto non gli mancheranno mai» (20-6-1974). La Voce risuona ancora al cuore della piccola creatura alcuni mesi dopo, e pre­cisamente il 26 ottobre: «Venga acquistato il terreno necessario per l'Opera tutta, senza badare al prezzo... Si ponga mano alla costru­zione del Tempio... nel quale io intendo di porre la mia stabile dimora per la salvezza di tante anime... e dove io desidero sia pure onorata la Santissima Vergine, Sposa dilettissima dello Spirito Santo» (26-10-1974). Commenta Madre Carolina: «L'incontro è durato circa 20 minuti, ma ha lasciato nella piccola creatura una tale misteriosa sofferenza che continuamente e ovunque l'accompagna» (26-10-1974).

5 dicembre 1974, giovedì, ore 15.30. «Incontro improvviso e ina­spettato perché in orario insolito. Appena lasciata la portineria ed entrata nella stanza di lavoro, la povera creatura viene sorpresa dalla solita misteriosa forza che, avvolgendola e penetrandola tutta con la sua potente azione, non le permette di dedicarsi al solito lavoro [...]. L'anima vorrebbe svincolarsi, ma è inutile, bisogna lasciar fare...». E la Voce: «Io ti ho scelta... ti ho condotta lungo il cammino, portan­doti sulle braccia del mio amore... Ora il mondo sta andando in rovina... Per questo é necessaria una nuova Pentecoste, una nuova ondata di fuoco di Spirito Santo, che con il suo calore penetri e riscaldi i cuori degli uomini...» (5-12-1974).

La Voce non si spegne dopo questo incontro. Continuerà ancora a sorprendere, meravigliare e torturare la piccola creatura: «Datemi, dunque, quanto vi domando...» (26-10-1974). Essa continua insi­stente anche oggi e continuerà fino ad Opera completa. Il Dio paziente attende ancora.

 

CAPITOLO SESTO

«SEGUIMI A QUALUNQUE COSTO»

«IL MIO CUORE COME SIGILLO SUL TUO CUORE»

La vigilia della Festa del Sacro Cuore del 1972, durante la medi­tazione della sera, Madre Carolina «improvvisamente si sente tutta illuminata di grazia» e si domanda come mai tanta profusione d'a­more verso una povera creatura come lei «che non ne capisce niente». Ma interviene la Voce: «Perché il mio Amore è gratuito... Amore di Carità... Amore che tutto dona». E dopo una pausa: «Quell'Opera io l'ho affidata a te... tu ne sarai responsabile... È necessario che tu faccia quanto ti sarà possibile per raggiungere il pieno compimen­to dei miei disegni... Ricordati che tu sei tutta mia e che di te più nulla ti appartiene... Seguimi quindi, e a qualunque costo». Il gior­no seguente, Festa del S. Cuore, verso le 10.00, la piccola creatura deve appartarsi nella sua camera perché molto sofferente: «è talmen­te presa e torturata da non saper più dove poggiare il proprio essere... è come schiacciata, sbattuta, smarrita...».

«Perché tutto questo?» grida al suo Signore. E la Voce risponde: «Perché voglio imprimere il mio Cuore come sigillo' sul tuo...» (f. 469). Che significato avranno avuto nel pensiero e nel cuore della povera creatura queste parole di predilezione, è vero, ma terribili, pre­saghe di sofferenze sempre più torturanti, nel mistero di un Amore geloso e crocifiggente? Continua la Voce: «Scrivi e fà sapere al mio Ministro che il suo omaggio di vita mi é molto gradito. Che conti­nui nella pazienza e nel sacrificio il suo lavoro per la ricerca della gloria del mio Cuore nello Spirito Santo, ed io sarò sempre con lui» (ff. 469 e 474).

Qualche giorno dopo Madre Carolina è di nuovo in ascolto: «Io ti ho fatta oggetto del mio gratuito amore perché tu sia l'apostola prediletta dello Spirito Santo... Da quanto tempo io ti porto nelle mia braccia e ti conduco per le mie vie!... Ma ora devi fare un altro passo che ti costerà moltissimo...». Esso consiste nel presentarsi alla Rev.ma Madre Generale «per compiere la missione a lei affidata dallo Spirito di Carità del nostro Signore Gesù Cristo». Gesù stesso le suggerisce le parole con le quali presentarsi alla Madre Generale, informarla delle grazie con le quali Egli la va gratificando ed esporle lo scopo di tanta predilezione (f. 471).

È più facile immaginare che descrivere lo stupore e la confusione della povera anima colta all'improvviso da un ordine così singolare e perentorio. Ma fa parte della sua specifica missione anche il ruolo di «Messaggera» e nel seguente luglio, in obbedienza al suo Signore, Madre Carolina andrà a Roma. All'inizio del 1973, invitata da Padre David a rendergli un breve resoconto dall'anno ormai trascorso, ricorda in particolare il suo viaggio a Roma e intitola come segue la sua relazione:

Breve sguardo sul passato di quest'anno

Sono andata a Roma ai primi di Luglio dell'anno scorso, 1972, per un incontro con la allora Rev.da Madre Generale e confidarLe un segre­to che tenevo in cuore e che una forza misteriosa mi spingeva a manife­starLe. [..J Non l'ho fatto di mia testa... Sono andata con il dovuto pare­re e permesso di chi conosce il mio spirito.

A Roma sono stata accolta con tanta bontà e carità. Ho manifestato tutto sotto segreto. Conclusione. Preghiera e attesa. Quanto mi sentivo felice, soddisfatta! Ma, o misteriosi disegni di Dio! D un Dio che certissi­mamente amale sue creature anche quando le mette alla prova, o la per­mette! Che cosa è poi avvenuto? Tutto si è mutato. Dopo il mio ritorno da Roma, inaspettatamente tutto ciò che nel mio interno formava come una seconda vita spirituale, improvvisamente si spense, lasciando la pove­ra creatura come spoglia di tutti quei beni dei quali ormai da parecchi anni veniva favorita.

Eppure come ricordo tutto! E questo ricordo, purtroppo, devo anche dire, mi tiene sempre in una inesplicabile intima sofferenza! Dunque, quale spirito avrà agito in me? Ma se sempre, come pure al presente, tutto il movente del mio vivere non è stato altro e non è tuttora che Gesù Cri­sto, come mai sarei io stata gioco di altre potenze? O, se non fosse altro, forse un indebolimento fisico o mentale... ma anche in questo caso, io non mi sono mai accorta di essere stata poco bene... e allora, come si spiega tutto ciò? Mistero (ff. 477-478).

A questo punto nasce un'ipotesi: l'instaurarsi nello spirito di Madre Carolina di un ennesimo stato di aridità e di impotenza non potrebbe essere causato dal fatto che da Roma non giunge nessuna risposta alle sue richieste così ben motivate e circostanziate? Non una risposta, ma nemmeno una domanda di ulteriori spiegazioni, nem­meno un accenno al grande affare che stava in cima ai pensieri e così profondamente radicato nel cuore della piccola creatura. Ci può esse­re più di una spiegazione: dal settembre al novembre del 1972 in Casa Generalizia si era tenuto il Capitolo Generale, il cui primo atto ufficiale fu la nomina della nuova Superiora Generale, Madre Filo­mena Annoni. Poiché Madre Carolina aveva fatto le sue confidenze all'ex Madre Generale tutto sotto segreto, può essere benissimo che la nuova eletta non ne sapesse nulla;' oppure che la stessa Madre Zam­belli non avesse dato peso alle confidenze di Madre Carolina; oppure, cosa molto probabile, che il sopravvenuto terremoto di Ancona dell'ottobre 1972, avesse relegato ben in fondo alla scala delle inizia­tive da discutere, ed eventualmente da programmare, il grande affare della piccola creatura. Sta di fatto che più nessuno osò riproporre la questione. E, nel subcosciente collettivo, sempre fluttuante, l'insop­primibile domanda: Sarà poi vero che Dio ha parlato a Carolina Venturella?

Riprendendo ora in esame il Breve sguardo sul passato di que­stanno, vi si legge: «Ecco, dato che prima d'ora non sono mai stata in grado di formulare un pensiero sufficiente da rendermi capace di spiegarmi in qualche modo, ora a distanza di quasi un anno, forse mi sarà un po' difficile, ma [...] siccome tutto ciò che è passato in me ha lasciato una impronta tanto profonda, nutro fiducia che potrò dire qualche cosa. In un primo tempo, non avendo nessun presentimen­to del futuro, mi lasciai condurre da una serena disposizione di abbandono in Dio e nello stesso tempo di attesa di ciò che in segui­to Egli avrebbe disposto di me.' Ma continuando poi la stessa situa­zione interiore, dovetti comprendere che era necessario che mi ci abbandonassi tutta con una totale accettazione, senza volgere neppu­re uno sguardo verso il cielo come per interrogare o per chiedere una qualche spiegazione su ciò che in me avveniva. Finalmente, perma­nendo sempre lo stesso stato d'animo, mi gettai perdutamente tra le braccia del buon Dio, non cercando e non volendo altro che il suo puro sguardo di beneplacito e di Amore» (ff. 478-479).

Nel primo incontro con Padre David dopo il terremoto di Anco­na, Madre Carolina «espose a lui tutto candidamente e tranquilla­mente, senza nulla rimpiangere o desiderare». Ma deve pure confessa­re a se stessa che l'Oasi «Ave Maria» le sta sempre a cuore e che si sente sempre «spronata a pregare, ad accettare la sua povera vita così come si presenta in ogni istante e a soffrire, per il suo sviluppo e per la ricer­ca di mezzi per la glorificazione dello Spirito Santo» (ff. 479-480).

 

IL SILENZIO DI DIO

La solennità di Pentecoste del 1973 segna una data indimentica­bile per l'Oasi «Ave Maria»: la solenne inaugurazione del secondo lotto, cioè dell'ala sinistra. Nella sua lettera ai Carissimi Benefattori ed Amici, con la quale si apre il già citato Supplemento al n. 6/1973 di Voce Francescana, Padre David scrive: «Posso darvi la lieta e consolan­te notizia che il numero dei benefattori fondatori è salito a quota 63 e gli ospiti sono già arrivati a 70 presenze giornaliere. [...] dobbiamo credere e inginocchiarci davanti al miracolo per esplodere in un inno di ringraziamento alla Divina Bontà e Provvidenza che tutto ha fatto e disposto secondo i piani della sua Gloria».

Ma per Madre Carolina continuava il penoso silenzio di Dio. Dopo aver ascoltato per anni, benché interrottamente, la voce del suo Signore che ora dolcemente, ora ardentemente, ora in tono di amo­revole rimprovero, le parlava al cuore, Madre Carolina, scrive al diret­tore spirituale: «[ ...] al presente silenzio pieno e totale nell'intimo del mio spirito... più nessun contatto speciale con le forze superiori, ma nello stesso tempo sempre il medesimo tormento e ansia per lo svi­luppo e il raggiungimento dello scopo dell'Oasi "Ave Maria", che è la glorificazione dello Spirito Santo. Certo non sarà per le mie preghie­re e sacrifici che ciò si compirà, ma perché essendo l'Opera voluta da Dio, senza dubbio la sua infinita bontà e carità farà in modo che tutto arrivi a termine [...] » (f. 480).

Trascorrono i mesi, anzi qualche anno e, sempre per ordine del Reverendo Padre direttore, Madre Carolina stende il suo resoconto spirituale.

Domenica della Pentecoste - 2 giugno 1974 Festa attesa, desiderata. È la grande Festa! Accanto a Maria Santissi­ma, la castissima Sposa dello Spirito Santo, la piccola creatura cerca di prepararsi, per quanto le è possibile, onde ottenere quelle grazie partico­lari che il Signore tiene sempre preparate alle anime che veramente lo cer­cano. È una novena molto tribolata, ma non ce da farne caso, purché si arrivi al grande giorno.

E il giorno è arrivato! Non però come era stato atteso e desiderato. Anzi tutto il contrario, poiché tutte le vie della luce, del sostegno e con­forto spirituale sono chiuse. Soltanto il ricordo di tanti incontri con la misteriosa voce si fanno più vivi e toccanti per rendere forse più forte­mente tribolato il grande giorno!

E la povera creatura, sotto la stretta della grande prova è costretta ad esclamare: Ma, chissà quale sarà la realtà delle cose! Ed ora, come uscire da questo stato d animo? O bontà di Dio! Sempre lo stesso, quello cioè che in questo tempo mi sostiene. accettare, adorare, amare, sopra tutto amare! Lo Spirito Santo però può agire anche attraverso questi sistemi, dunque fiducia e abbandono (f. 481).

Nella Festa della SS. Trinità Madre Carolina, non sapendo come incominciare il solito resoconto mensile al suo direttore di coscienza, si reca in chiesa, sperando di ottenere la luce necessaria per manife­stare il proprio pensiero non come suo prodotto personale, ma secon­do il retto Spirito che viene dall'Alto.

Scrive: «E qui, dinanzi alla presenza reale di Cristo, nostro Dio e Salvatore nella SS. Trinità, volgendo lo sguardo sul mio passato - terribile passato! - e ripensando a tutto ciò che è passato nel mio spi­rito in questi ultimi anni, ho provato momenti di tale spavento e smarrimento da sentirmi venir meno le forze, non avendo io mai compreso ciò che è passato in me, essendo tali cose tanto superiori alle mie capacità. Ma poi, continuando il mio supplichevole grido di fiducia e di abbandono in Dio, mi sono sentita tranquillizzata e nello stesso tempo anche incoraggiata al pensiero che la Potenza di Dio può fare tali cose, perché Egli è buono, e perché sta avvicinandosi il tempo in cui lo Spirito Santo sarà maggiormente amato e glo­rificato» (f. 482).

 

«DATEMI QUANTO VI DOMANDO!»

Dopo due anni di assoluto silenzio durante i quali Madre Caroli­na, nel buio della fede, aveva dato prova al suo Signore di amorosa fedeltà nel seguirlo ad ogni costo, improvvisamente, la mattina del 20 giugno 1974, la Voce si fece nuovamente sentire. Ma il timore di esse­re vittima di qualche allucinazione, non permise alla povera creatura di rendersi subito conto di quanto stava succedendo nel suo spirito. E poi, dopo due anni!... Costretta a ritirarsi in camera, si sentì inva­sa da ancor più forte timore; «e solo il pensiero che Gesù Cristo non abbandona mai chi in Lui confida, le diede la forza di sopportare e di attendere». Finalmente, quasi inavvertitamente, al timore subentrò «una serena tranquillità e la misteriosa voce si fece sentire nel suo spi­rito: Al mio Sacro Ministro, da me scelto per la glorificazione dello Spirito Santo, dirai da parte mia, che intraprenda pure la costru­zione del Tempio e assicuralo che i mezzi e il mio aiuto non gli mancheranno mai». Ma la piccola creatura, ricordando che Padre David aspetta un segno, lo ricorda alla misteriosa presenza. E la Voce di rimando: «È già questo il segno!» (20-6-1974).

Una seconda ed una terza volta la Voce ripete alla povera anima la medesima richiesta, aggiungendo: «Venga acquistato il terreno necessario per l'Opera tutta, senza badare al prezzo... Si ponga mano alla costruzione del Tempio... dove io desidero sia pure ono­rata la Santissima Vergine, Sposa dilettissima dello Spirito Santo» (26-10-1974).

Una sera di ottobre, durante la meditazione, Madre Carolina va riflettendo al nuovo mutamento del suo spirito, dopo la ripresa dei contatti con la misteriosa Voce; ma il timore di essere ingannata non l'abbandona e decide di lasciar passare almeno nove giorni, prima di darne comunicazione a Padre David. Giunge il giorno dedicato a suf­fragare tutti i fedeli defunti e la povera anima è di nuovo sopraggiunta dalla Voce: «Non è male l'aver comunicazioni col Cielo... È un dono del mio gratuito Amore, per il raggiungimento dei miei disegni sulla terra... Oh, quanto sono amareggiato per le tante ini­quità degli uomini che vanno moltiplicandosi!... Almeno voi date­mi tanto amore!». La piccola creatura dichiara di non avere «la forza e il coraggio di chiedere il permesso di fare una telefonata al M.R. P Confessore...»; ma riesce a superarsi e Padre David si affretta a veni­re, portandole «tanto conforto e incoraggiamento» (ff. 490-491).

La mattina del 5 dicembre, alle 10.00, subito dopo aver termina­to il suo turno in portineria, Madre Carolina si reca in vestieria, ma viene subito sorpresa dalla misteriosa forza che non le permette di applicarsi al lavoro. «L'anima rimane stupita per la novità dell'orario, e vorrebbe svincolarsi, ma è inutile, bisogna lasciar fare...». Subentra­ta, dopo una mezz'ora di intimo travaglio, «una calma soave, ecco giungere la solita voce: Io ti ho scelta... ti ho condotta lungo il cam­mino portandoti sulle braccia del mio amore... Ora il mondo sta andando in rovina... Per questo è necessaria una nuova Pentecoste, una nuova ondata di fuoco di Spirito Santo, che con il suo calore penetri e riscaldi i cuori degli uomini...» (5-12-1974).

Circa una settimana dopo, in chiesa, «mentre la povera creatura cerca di immergersi nella presenza reale di Gesù che tiene nel cuore affidandosi al suo infinito amore, ad un certo momento, in una soa­vissima calma, la voce dice: Io susciterò delle anime di tanta buona volontà che guideranno l'Opera lungo il sentiero dei miei disegni. Tu invece rimarrai sempre nascosta... Il mio Ministro sarà l'Artefi­ce che guiderà la grande costruzione» (f. 494).

In un incontro avvenuto nella stanza di lavoro, senza data, ma che Madre Carolina pensa sia avvenuto dopo il 20 dicembre 1974, ecco risonare nuovamente la Voce che le ordina: «Ebbene, ascoltami e scrivi: Il mio Amore quando mai si è risparmiato? Che cosa avrei potuto fare e non l'ho fatto? Ogni mezzo è stato adoperato pur di salvare questa povera umanità, nella quale io mi sono inserito... e a tutto questo come sono stato corrisposto? Ma... è terribil cosa!... si fa leva sulla mia infinita bontà per maggiormente rattristarmi e profanare il mio amore... e intanto il mondo va in rovina... E intan­to la redenzione compiuta per l'immenso mio amore, viene misco­nosciuta, disprezzata, calpestata... e non solo da chi vive lontano ma, quel che è peggio, da chi mangia alla mia tavola ed è stato amato con predilezione...». «Ma dunque, Signore» - domanda la pic­cola creatura - «che cosa potrei fare io, qui chiusa nel mio silenzio e nella povertà dei miei mezzi?... Ecco...». La risposta che sta per veni­re è troncata dal suono del campanello che chiama Madre Carolina ad un atto comunitario (f. 496).

 

SORPRESA, CONFUSIONE, SMARRIMENTO

28 marzo 1975, Venerdì Santo. La venuta inaspettata del Ministro di Dio è, sulle prime, molto gradita, perché la sua «missione è sem­pre quella di portare e di lasciare la benedizione di Dio». Solo che, quasi subito, la conversazione da spirituale diviene funzionale, in quanto Padre David la porta sulla costruzione del Tempio. «E così, una dopo l'altra, il R. Padre mette in chiara evidenza tutte le difficoltà che si frappongono per tale realizzazione». «La mancanza di mezzi finanziari, di segni evidenti che è proprio il Signore che lo vuole... E poi, perché un nuovo Tempio? Ce ne sono già tanti. Ma questa è veramente una pretesa da matti... e quante altre difficoltà ancora! Finalmente, quella più oggettivamente preoccupante, che non si potrebbe costruirlo senza il permesso dell'Autorità ecclesiastica. Quindi si deve abbandonare ogni idea e non parlarne più».

Madre Carolina la quale, in fondo in fondo, non aveva mai osato immaginare che ciò che le era passato nell'animo si potesse effettua­re, lo stava ad ascoltare tranquilla, pensando fra sé: «Se le cose stanno così, vuol dire che va bene così. Perché ciò che importa non è il fare questa o quell'Opera, ma la volontà di Dio, in qualsiasi modo o cir­costanza essa si presenti». Perciò, quando Padre David ebbe finito di parlare, gli manifestò questi suoi pensieri e sentimenti. La conversa­zione sembrava quindi giunta al termine, quando, come per caso, «la piccola creatura si vede scivolare davanti, sul tavolo, un piccolo stampato, mentre il R. Padre dice: Guardi, legga!». Dal titolo: Uno straor­dinario Messaggio dal Cielo, la povera anima intuì subito di che si trattava e si sentì venir meno. Ebbe solo la forza di mormorare: «Mio Dio!» e non aggiunse altro. Padre David, che forse s'aspettava una reazione un po' diversa, cercò di incoraggiare la piccola creatura «con parole di rassicurazione sull'opera di grazia compiuta dal buon Dio verso di essa...» e s'avviò per uscire, mentre la povera anima gli dice­va: «Non si preoccupi per me, vorrà dire che qualche santo m'aiute­rà» (ff. 496-497).

Trascorrono le feste pasquali, trascorre l'Ottava di Pasqua e un'al­tra settimana ancora, ma l'animo della piccola creatura non si è anco­ra riavuto dallo sbalordimento e si rifugia nella preghiera. Una mat­tina, dopo la Santa Comunione, istintivamente si getta tra le braccia dell'Ospite divino e grida dal profondo del cuore: «Che il Signore fac­cia di me tutto quello che vuole! Egli è il Padre onnipotente... il Figlio santissimo Redentore... lo Spirito di grazia e d'Amore... Egli è il mio Bene supremo, unico, solo, degno d'ogni amore e di ogni lode. Quin­di io accetto tutto, adoro, amo! ma che a me sia dato di rimanere sempre nascosta, sconosciuta, come non mai esistita. Questo è il posto che mi appartiene e che io cerco con tanta avidità perché è tanto bello e gradito al mio gusto!» (f. 498).

A Padre David che l'aveva invitata «a mettere per iscritto l'impres­sione provata» quando le aveva mostrato il volumetto che raccoglieva molti dei suoi scritti, la penitente dichiarò: «[...] di tutto ciò che è stato compiuto nella povera anima mia [...] non vi è nulla che possa essere controllato e spiegato secondo le capacità umane, quindi da parte mia ora non mi sento di far altro che adorare ed amare i disegni di Dio, rinchiudermi nel mio povero nulla, viverlo quanto più intensamente

mi sarà possibile, donandomi tutta a Lui (con l'aiuto della sua grazia) nella certezza che l'Opera di Dio, della quale Ella nello Spirito Santo ne ha assunto le sorti, arriverà al suo compimento» (f. 506).

 

TENEREZZA DEL CUOR DI GESÙ

Un atteggiamento così umile e fiducioso dev'essere piaciuto assai a Colui che ebbe a definirsi mite ed umile di cuore,' e la mattina del 14 aprile, in un momento di forte intimità con la sua piccola creatu­ra, le disse: «Dovrai essere per il Soffio dell'Eterna Carità di Dio ciò che la fedelissima mia discepola Margherita è stata per il mio Sacra­tissimo Cuore» (f. 498). Come descrivere l'interna commozione frammista a stupore della povera anima? La quale, mettendosi a con­fronto con la grande Santa di Paray-Le-Monial, misura l'enorme distanza che la separa da lei, mentre avverte pure il forte impegno che Gesù le ha richiesto. Questo disagio tutto interiore, lenito però dalla dolcezza della Voce, appare assai evidente circa un mese dopo quan­do Carolina di Gesù, in circostanze analoghe, «cerca di ritrovarsi sola con il Solo che tiene nel cuore [...]. Vedendosi incapace di tutto, rivolgendosi al suo Signore con confidenza gli dice: Oh, quanto invi­dio S. Margherita, la quale aveva un cuore tanto generoso e capace di amarti fino alla follia! Io invece... Almeno, mio Signore accetta i suoi omaggi come miei...» (E 502).

Il giorno seguente, ancora dopo la S. Comunione, la povera anima «si trova nella sofferenza. Non è capace di entrare per nulla (come vorrebbe) in comunicazione con il suo Signore. Dopo brevi minuti di travaglio e di implorazione, la solita Voce: Non devi più invidiare il cuore della mia discepola S. Margherita a motivo delle sue ardenti disposizioni nell'onorarmi nel mio Sacramento di Amore, perché io ho scelto e favorito il tuo e l'ho fatto tutto mio, affinché tu mani­festassi i miei disegni per la salvezza di tante anime con la diffusio­ne del Culto in onore dello Spirito Santo. Ma è necessario che tu mi segua sempre senza riserva alcuna, dando tutto, sempre e a qua­lunque costo» (f. 503).

La mattina seguente, sempre spiacente di non saper offrire al suo Ospite sacramentato una dimora più degna, si mette a scrivere di getto: «O certezza divina del mio Salvatore adorato... io mi getto tra le tue braccia. Sì, Tu sei il cielo dell'anima mia... il Sole della mia vita... Tu mi hai rapita, e io non mi appartengo più. Tu hai fatto del mio cuore la tua dimora... O felicità! O paradiso! O Dio, che io ti possa sempre seguire, che io ti possa manifestare a tutto il mondo! O Spirito d'Amore del Padre e del Figlio, vieni, immergimi, trasporta­mi tutta in te!». E la Voce: «E tu, mia piccola "Scelta", rimani sem­pre in me, e io ti condurrò per le mie vie con tutta l'amabilità del mio Cuore» (ff. 503-504).

Sempre nel mese dedicato al Sacro Cuore, mentre una mattina, dopo la S. Messa e la recita delle Lodi, la piccola creatura «sente il bisogno di mettersi in intima conversazione con il suo Signore [...], in un'atmosfera che non si potrebbe descrivere, la solita Voce dice: Quali ore terribili si stanno preparando per la tua Patria... divenu­ta infedele al mio amore!... Anche i miei più intimi mi hanno tra­dito, e sotto il pretesto dell'amore verso i fratelli, hanno calpestato la mia dottrina, il mio Sangue e la mia redenzione! Ed invece di sostenere il mio Vangelo, annuncio di verità, di giustizia e di vera carità, vanno predicando false dottrine che non possono che rovi­nare le coscienze e i costumi. Oh, povera la tua Patria... che per tanto tempo ho privilegiato e ne ho fatto una Nazione di Santi, a qual punto si è ridotta! lo non mancherò mai di guardarla con com­passione, bontà e amore... ma saprà essa ritrovare ancora la via del ritorno al mio Cuore? [...] lo però l'attenderò sempre con le mie braccia aperte» (f. 505).

 

SOLLECITAZIONI DELLO SPIRITO SANTO

La mattina del 26 giugno 1975, mentre la piccola creatura procu­ra d'incontrarsi intimamente con l'Ospite divino che porta in cuore, sente che «una forza superiore si sta avvicinando e vuol farla sua preda a modo suo. Passati alcuni minuti [...], la Voce dice: Non aver timo­re di essere nell'inganno, sono io, lo Spirito Santo... lo Spirito di verità che procede dal Padre e dal Figlio... Assicura il mio Ministro che gli sarò sempre accanto per assisterlo e confortarlo anche nelle più grandi difficoltà che dovrà incontrare...» (f. 508).

Trascorso circa un mese, una mattina, appena finita la recita delle Lodi, la povera anima «improvvisamente viene presa dalla solita misteriosa forza e, pur facendosi violenza, non può rimanere in Chie­sa ...». Succedono istanti di travaglio e di sofferenza così acuti «da far provare in tutto il povero essere vero spavento. Poi finalmente la Voce: Avanti sempre con coraggio nella costruzione della grande Opera, e tutto giungerà al suo compimento. Vi assicuro che questa nuova manifestazione del mio Spirito di amore sarà un forte richia­mo per tante anime che si sono smarrite per le false vie dell'errore e troveranno in essa la salvezza. E non dubitate neppure dei mezzi per la costruzione... perché io susciterò molte anime generose, le quali daranno senza contare» (ff. 508-509).

Una domenica di ottobre, verso le 11.00, Madre Carolina «sente il bisogno di ripararsi nella propria stanza di lavoro dove più intima­mente può sentire e vivere la presenza di Dio... Improvvisamente si sente presa dalla solita misteriosa forza la quale tutta la investe e la penetra, mentre la getta in una grande sofferenza... La piccola crea­tura così colpita... con un grido di fiducia e di supplica si getta tra le braccia del suo Signore. Siccome Egli sa tutto, non gli dice niente e solo si tiene al suo cospetto come cosa tutta sua, abbandonandosi per­dutamente a tutto ciò che Egli vorrà fare di lei». Ma lascia parlare il suo cuore che va gridando: «Io darò tutto! Io darò tutto! Sempre! A qualunque costo!» (f. 511).

 

CAPITOLO SETTIMO

«IL TEMPIO VENGA COSTRUITO»

FORZE AVVERSE

Quante volte la Voce aveva chiesto alla piccola creatura che si costruisse il Tempio a glorificazione dello Spirito Santo, della Santis­sima Vergine sua Sposa, per la salvezza delle anime? Innumerevoli volte, e sempre Carolina di Gesù aveva trasmesso l'ordine al suo diret­tore spirituale. In una lettera del 31 agosto 1975, dopo che egli le aveva «manifestato quanto aveva fatto e intendeva fare per la costru­zione della grande Opera», aggiungeva:

Ringrazio il Signore che così palesemente si manifesta anche a Lei, affinché tutto si volga al suo compimento. Da parte mia sento di nascon­dermi sempre più. A Lei invece dico: Avanti sempre ché il Signore sarà certamente sempre al suo fianco (...).

Dev.ma p. c.

Padre David, dal canto suo, non mancava di adoperarsi con ogni mezzo a sua disposizione ma, come poi farà sapere alla sua penitente, l'ostacolo maggiore l'aveva incontrato nell'Autorità ecclesiastica. Bisognava quindi incontrare il Vescovo di Loreto, informarlo di tutto e ottenere il suo consenso. Chi l'avrebbe fatto?

Una mattina di ottobre del 1975, durante l'incontro eucaristico, in un'atmosfera incontrollabile dalla piccola creatura, la Voce miste­riosa le parla: «Le forze del male si sono ridestate perché il nemico del bene si é accorto che l'Opera ha già iniziato a dare i suoi frutti, e chi dovrebbe appoggiarla, invece si è messo contro. Ma io ti darò la forza e il coraggio e tu andrai a parlargli in nome mio» (f. 513). Non si conoscono le reazioni immediate della piccola creatura chia­mata ad un atto comunitario; ma Gesù che conosce la sua estrema difficoltà in questo genere di obbedienza, la rincuora.

Dopo la S. Comunione del primo venerdì di novembre, la Voce le si fa nuovamente sentire: «Rimani accanto al mio Cuore, affinché io possa plasmare il tuo e così prepararti alla missione che dovrai com­piere in nome mio; sempre però che il mio S. Ministro non veda bene diversamente» (f. 514). Un piccolo sollievo per la povera anima, nella speranza che il Sacro Ministro sia di diverso parere. La medesi­ma clausola è posta da Gesù in un successivo incontro, ma contem­poraneamente, l'avverte di non preoccuparsi per ciò che dovrà dire, perché Egli stesso parlerà per lei. Qualche giorno dopo, infatti, la Voce ribadisce: «È necessario continuare il cammino per poter giun­gere fino alla meta. Raddoppia l'amore per quanto ti è possibile perché l'impresa che dovrai compiere è molto difficile, ma coraggio, io sono con te» (f. 514).

Trascorrono giorni di grande sofferenza per la piccola creatura, giorni di ansia e di incertezza, appena appena temperati dal ricordo di quanto la misteriosa voce, in un tempo assai lontano, le aveva detto: «Il tuo nulla sarà sempre la tua forza». Ma insieme le martel­lano in cuore parole più recenti: «Su di te aggrava il peso della gran­de Opera... Ora prepaaàti perché dovrai compiere quel passo che tanto ti costa, se ciò' ti sarà permesso» (f. 515).

Una mattina di fine novembre, «sentendosi come smarrita e vinta dal forte potere della misteriosa azione, istintivamente si getta tra le braccia della SS. Vergine, supplicandola che per il grande amore che sempre le portò la Beata Madre Fondatrice, voglia degnarsi di venir­le in aiuto». E l'aiuto implorato le giunge attraverso una graduale calma, mentre la Voce le dice: «Vengo a confermarti quanto ti ho già fatto sapere, essere cioè mio desiderio che tu vada ad incontrarti con Sua Eccellenza per trattare sul grande affare che tanto mi sta a Cuore» (f. 516). «Finito l'incontro, la piccola creatura in un baleno si sente libera da ogni sofferenza e può scendere [in portineria] per incominciare la sua normale giornata di lavoro».

Madre Carolina postilla: «C'è da ricordare che prima di questo ultimo incontro, e precisamente per il Santo Natale, era giunto da Loreto, da parte del R. P C. uno scritto nel quale si diceva: "In nome di Dio, ai primi di gennaio del '76 bisognava andare senz'altro da Sua Eccell. per confidargli quanto la misteriosa voce richiede riguardo alla costruzione del tempio". Mio Dio, che colpo per questa povera e pic­cola creatura! Ma bisognava andare... Così stava decretato fin da tutta l'eternità... Il Signore però venne molto in aiuto perché in certi momenti sembrava che le forze venissero meno» (f. 517).

 

PRIMO INCONTRO CON SUA ECCELLENZA DI LORETO

«Dopo ripetuti inviti da parte della misteriosa Voce e con il per­messo del R. P Confessore, la piccola creatura chiede e viene ricevu­ta da Sua Eccellenza.

Il colloquio già fin da principio si presenta molto calmo e sereno, essendo l'atteggiamento di Sua Eccell. molto affabile, buono e cor­diale. Stando così le cose, la piccola creatura apre subito con confi­denza il suo cuore e dice: Ho dovuto prima di ritornare ad Ancona presentarmi a Vostra Eccell. perché mi sento proprio spinta da una forza superiore. Non sono mandata da nessuno, solo un impulso interiore mi ha costretta.

Quindi confidai quanto mi premeva che Egli sapesse. L'Eccell.mo mi ascoltava con tanta attenzione e interesse (almeno sembrava dal­l'esterno), ma giunta la mia narrazione al particolare che la voce misteriosa mi aveva detto di venirgli a chiedere il suo appoggio e la sua benedizione per poter dare inizio alla costruzione del Tempio in onore dello Spirito Santo, mi interruppe subito e con molto calore disse: "E perché non è venuto direttamente da me?". Poi cominciò a dire quanto certamente già teneva in cuore, e cioè: Che non c'era nes­sun bisogno di costruire un nuovo Tempio allo Spirito Santo, perché nella Basilica che già esiste, mentre si onora la Santissima Vergine, Madre del Divin Verbo, viene anche onorato lo Spirito Santo, essen­do Ella per divina predilezione la sua predilettissima Sposa.

Lui può dire queste cose come (si può ben pensare) sa fare lui, quindi continuando disse: Che sarebbe stata una cosa non conforme a quanto insegna la dottrina della Chiesa... e poi tante altre ragioni che al presente la mia memoria non ricorda. Il bello però stava per venire in seguito. E, continuando a dire: "Ma, in fin dei conti, come mai è sorta un'opera di quel genere (cioè l'Oasi)? qual è il suo scopo? da chi è sostenuta? chi la governa? ...". E avanti di questo passo, per­ché, per quanto si è potuto capire, doveva essere ampiamente infor­mato su tutto e su tutti. E concludeva dicendo che quell'Opera è destinata a non vivere a lungo e certamente crollerà.

Intanto la piccola creatura se ne stava ad ascoltare, per grazia di Dio, con un atteggiamento molto calmo e sereno, e mostrando ester­namente (per forza!) che quanto diceva era molto importante e vero, anche se in cuor suo sentiva tanto diversamente.

Il colloquio durò un'ora circa, poi la piccola creatura, dopo di aver chiesto la benedizione, se ne parti».

Come era ormai sua costante abitudine, Madre Carolina si rifugia nella preghiera: «O mio Salvatore adorato... tu conosci il travaglio dell'anima mia in questo tempo... Tu solo puoi penetrare e compren­dere tutta la mia sofferenza... Io non mi comprendo più. Eppure, vedi, come io tua piccola creatura e miserabile nulla non desidero e non cerco altro che di starmene tutta nascosta in te, per non vivere che di te, e in attesa di Te... delle tue disposizioni... della manifesta­zione della tua Potenza di grazia su chi non vuole intendere le cose come le vuoi tu... O mio Dio, tu lo sai che io null'altro desidero se non di essere sconosciuta agli occhi di tutti. Che nessuno sappia che io esisto e che sarò esistita... ma che le tue vie siano conosciute, il tuo piano d'amore accolto, apprezzato e proclamato alle anime, a gloria della tua gloria e per il trionfo del tuo Spirito d'infinita ed Eterna Carità. Amen.» (f 520).

Qualche giorno dopo, ritornando col pensiero all'incontro con l'Arcivescovo di Loreto, depone per iscritto: «Quanto è buono il Signore! In eterno canterò le sue misericordie! Perché mi ha portato sulle sue amabilissime braccia e mi ha condotta lungo i sentieri delle sue vie!... Ecco il canto che mi esce spontaneo, mentre ripenso alla missione compiuta presso la prima Autorità ecclesiastica di [Loreto], secondo le direttive della misteriosa voce. Mi sembra un sogno! Eppure ne ebbi proprio la forza! Anzi la ebbi sovrabbondante! Io, povera piccola creatura, ignorante, vecchia, senza capacità alcuna, mi sono sentita tanto inondata di luce, di coraggio e di calma [...]. E quali saranno i frutti di questo mio incontro? Ma... per intanto - per quanto ho compreso - sembrano di pochissimo conforto [...]. Quan­to a me non vorrò fare altro che nascondermi sempre più nel mio povero nulla, perché solo questo è il posto che giustamente mi spet­ta... Quando però sarò lassù (per grazia di Dio) nel regno dei Beati, oh, allora lo racconterò a tutti, e tutti insieme canteremo in eterno le meravigliose opere del Dio tre volte Santo!» (ff. 521-522).

A questo punto la cosa migliore e più ovvia è citare uno stralcio della relazione di Padre David De Angelis circa i tentativi fatti a Lore­to per la costruzione del Tempio e riportata nel volumetto Potenza Divina dAmore. Risale alla Festa di Cristo Re del 1979 e s'introduce così: «Agli inizi della nostra attività intesa alla glorificazione dello Spi­rito Santo, ci eravamo illusi di poter porre mano subito alla costru­zione del Tempio. Nel 1975 avevamo già fatto lo sterro qui nel nostro terreno e preparato un bellissimo progetto. Quelli che sono venuti a trovarci hanno visto la grande spianata del Tempio e il plastico del­1'Arch. Gelindo Giacomello di Verona. L'avevamo anche comunicato nella presentazione (dicembre 1975) del libro Potenza Divina d'A­more: "con grande gioia e letizia del cuore comunichiamo ai nostri numerosi amici e benefattori, che mentre passiamo alla tipografia il libro per la seconda ristampa, stiamo anche preparando il terreno per la costruzione del Tempio allo Spirito Santo". Invano fin qui abbiamo atteso i permessi che credevamo di poter ottenere facilmen­te. Nel nostro entusiasmo vedevamo già il Tempio svettante sul colle, di fronte alla Santa Casa, come completamento del culto alla Madon­na, proprio come dice la Voce: "in quel luogo santo è ben giusto che Lui pure (lo Spirito Santo), prima che in ogni altro luogo, venga onorato e glorificato" (5-10-1966)».

«Ma l'Arcivescovo di Loreto del tempo non ritiene opportuna la costruzione del Tempio nel suo territorio e la Conferenza Episcopale Marchigiana, successivamente, in una riunione del 6-12-1978, esclu­de la possibilità della costruzione del Tempio non solo a Loreto, ma anche nelle [altre] diocesi marchigiane».

 

LE MISTERIOSE VIE DI DIO

Quante volte nella storia, che è tutta «Storia sacra» perché attra­versata dalla misericordia di Dio, si assiste a sostituzioni di persone, di comunità, di intere nazioni come destinatarie delle divine promes­se! La Chiesa di Loreto non accetta la nuova vocazione a divenire «Centro di irradiazione per la glorificazione dello Spirito Santo»?... Pur senza smentirsi, perché da Loreto - attraverso l'Oasi «Ave Maria» - è partito il primo raggio di luce del nuovo culto allo Spirito d'A­more, Dio vi sostituisce un'altra Chiesa, quella di Palestrina, diocesi suburbicaria di Roma. Nella persona del suo vescovo, Sua Eccellenza Renato Spallanzani, essa si offre ad accogliere il Messaggio rivolto dalla Voce a tutta la Chiesa e a renderlo operante.

E Madre Carolina? Spigolando nella sua corrispondenza la sco­priamo sempre affezionata, sollecita, spesso in trepidazione o addirit­tura in angustia per il compimento dell'Opera. In occasione delle Feste di Natale del 1976 scrive a Padre David:

Benedico con gioia il Signore per il favore che mi concede di poterLe inviare i miei rispettosi augurí per il Santo Natale e Capo dAnno, auspi­candole tutta la pienezza d ogni bene dall'Eterno e Infinito Amore del nostro Salvatore Gesù nella Carità dello Spirito Santo.

Voglia Egli assistere e confortare sempre, ma specialmente in questo tempo di prova e di attesa il suo spirito, affinché tutto diventi amore e caparra di nuove grazie.

Si tenga certo della mia preghiera e della ferma volontà di vivere sem­pre e unicamente per lo stabilimento della grande Opera a gloria dello Spirito Santo (…).

Dev.ma nel Signore M. Carolina

Rivisitando il suo Diario intimo 7 si trova continuamente confer­mata la sua completa dedizione alla grande causa perché questa e non altra è la volontà del suo Signore. Ai primi di ottobre del 1977, la povera creatura descrive il penoso travaglio che sempre l'accompagna e che non trova sollievo se non «in un canto d'amore e di fiducia: Accetto, adoro, amo tutto e ti benedico. Sì, ti benedico anche se ora l'anima mia si trova nella prova più oscura, anche se mi fai passare per una via che mi fa esperimentare le tue disposizioni quanto mai segre­te, misteriose e tremende. Ricordati però, mio Signore, che sono opera delle tue mani, soffio del tuo Spirito, creatura redenta dal tuo Sangue, fibra del tuo Cuore. Deh! non guardare dunque alle mie ini­quità, ma ai diritti del tuo Amore, e sostieni la mia debolezza! E poi, vieni presto in nostro aiuto! Amen. Carolina» (f. 541).

La mattina del 12 novembre dopo la S. Comunione, la Voce le risuona nel cuore: «Eppure la mia Opera arriverà al suo compi­mento, anche se da Loreto è stata respinta. Ma la storia ne tra­manderà la memoria, ed allora sarà noto a tutti che nei miei dise­gni doveva sorgere proprio in quel luogo! Voi intanto abbiate fidu-

cia nella mia Potenza di grazia e di amore, e attendete le mie nuove disposizioni» (f. 543).

Il 14 novembre del 1977, scrive di nuovo a Padre David per dir­gli d'aver avuto l'impressione che «l'attuale situazione delle cose che li riguardano sia motivo di tanta sofferenza». Ma non indugia in pia­gnistei, che anzi raccomanda al suo direttore

[..] di non oltrepassare i limiti, a scapito delle sua salute tanto pre­ziosa e anche perché, forse, questa prova tornerà di maggiorgloria a Dio, e questo è ciò che più importa (...). Nuove vie ci stanno preparate, così si potrà giungere al compimento dell'Opera tanto desiderata. [...] da parte mia non cesserò mai ugualmente di credere e di sperare che tutto si com­pirà, perché l'Onnipotente per grazia e per amore può tutto! Intanto mi raccomando alle sue preghiere, perché mi conservi sempre forte e fedele, e pronta a tutto (...).

Dev. nel Signore Carolina Vent. Ed. CC La mattina del 30 novembre «la piccola creatura viene presa da fortissima sofferenza e fortemente attratta verso un'atmosfera che la porta molto in alto. Passano brevi minuti, poi a un certo momento, la solita Voce dice: Siate forti, seguitemi, l'Opera non è della crea­tura, ma di Dio. E quanto più saranno grandi le difficoltà, tanto più sarà segno che è Opera di Dio. A questo punto l'anima chiede alla misteriosa Potenza che la trattiene se non fosse il caso» di ritentare. Chi sa che Sua Eccellenza non abbia deciso diversamente! Ma la Voce: «Oh, è tanto grande l'egoismo degli uomini!». E qualche gior­no appresso: «Questo era ciò che io volevo fare di te quando ti ho scelta, cioè che tu fossi il mio portavoce per la costruzione della mia grande Opera. Gli uomini sono troppo egoisti e non mi possono comprendere... Ma voi siatemi fedeli!» (ff. 544-545).

 

CON CORAGGIO VERSO IL FUTURO

Assai significativa la lettera che fa seguito ad una telefonata di Padre David il quale la sera del 2 febbraio 1978 comunicava a Madre Carolina una notizia sconfortante, da lei definita colpo molto potente.

«Si era sempre lavorato con rettitudine e tanta buona volontà che giammai ci saremmo aspettati un tale epilogo... Ed ora dobbiamo fer­marci qui sfiduciati e nello smarrimento?... O no, per carità!... Ma coraggio invece, sempre coraggio, sapendo che il nostro Padre Cele­ste, che tutto comprende e ci è sempre fedelissimo amico, saprà poi ben Egli retribuire con piena giustizia e immenso amore quanto con fiducia e buona volontà avremmo voluto ancora fare. E poi, sempre disposti a tutto ciò che Egli vorrà fare di noi, lanciamoci verso il futu­ro con grande impegno di fedeltà e di amore per Colui che saprà fare della nostra piccolezza dei suoi intimi eletti per la sua gloria. E di ciò ne siamo certi».

La settimana seguente gli trasmette una preghiera scritta due gior­ni prima mentre, dopo la S. Comunione, l'anima sua si sentiva «viva­mente illuminata dal ricordo del passato». Eccola: «Mio Dio e mio Signore, che in un momento d'immensa grazia ti sei manifestato alla tua piccola creatura come "Potenza d'Amore", concedimi, te ne prego, che in ogni istante della mia vita che ancor mi rimane, io sia sempre sorretta e guidata dalla forza di questa divina realtà, affinché quanto tu hai già prestabilito nei tuoi misteriosi decreti, giunga final­mente al suo compimento. Ma soprattutto, ti prego, rimani in me perché mi sento estremamente debole, povera e incapace di ogni bene! Amen! Sempre la tua piccola creatura».`

E la Voce viene ancora a rassicurarla: «Non temere di trasmettere i miei messaggi... Tu non dai niente di tuo... Ma è necessario che il piano delle mie vie giunga al suo compimento, affinché la Storia della Chiesa che é storia di salvezza, possa tramandare ai secoli futu­ri questo grande evento» (f. 547).

Qualche giorno prima, il 29 ottobre 1978, Madre Carolina aveva scritto al suo direttore di coscienza: «[ ...] devo confidarle che questa mattina, in Chiesa, mentre si stava celebrando la liturgia della Dedi­cazione della Chiesa, mi sono sentita fortemente colpita nel mio inti­mo, essendomi subito apparso al pensiero il caso della costruzione da noi tanto attesa e sospirata! Così purtroppo stanno al presente le cose! E dal futuro che cosa si potrà sperare? Ah, povera piccola creatura, che cosa non ha mai combinato con quel "Sì" d'un tempo ormai lon­tano! E, d'altra parte, come avrei potuto non manifestarlo, se tanto fortemente mi spingeva e mi martellava nel cuore? Misteriosi disegni della Provvidenza Divina! Volesse il Cielo che almeno per merito di tante sofferenze accettate, sofferte e amate, in un qualche modo lo Spirito Santo ne venisse ugualmente conosciuto, amato e glorificato, rimanendo pur sempre nel cuore della piccola creatura questo unico e forte desiderio [...]».

 

UN ANNO DOPO

A liberare Madre Carolina dalle ricorrenti perplessità, il 9 gennaio del 1979 ritorna a farsi udire la Voce che le dice: «Rimane sempre quanto già ho stabilito. E a quelli che detengono il potere di per­mettere o meno la costruzione dell'Opera del mio Amore io dico: Perché tanta resistenza? O saranno forse più uniti e concordi nelle opere del male i figli delle tenebre che non lo siano per il bene i figli della luce? ...». Due giorni dopo: «Tutto devi trasmettere, senza omettere nulla... e non temere... È necessario che tutti conoscano i pensieri del mio Cuore» (f. 549).

La mattina del 27 gennaio, altro messaggio di conferma: «Rima­ne quanto ti ho manifestato in questi giorni. Rivolgetevi alla Madre Generale, mettete l'affare al sicuro in buone mani e procedete alla costruzione della mia grande Opera, la quale diverrà Centro d'irra­diazione di tanti beni e di salvezza di tante anime. E per arrivare a ciò qualunque difficoltà dovrà essere superata» (f. 552).

Il 6 febbraio, inatteso, giunge a Colle Ameno Padre David il quale, «verso la fine del colloquio, affida ancora una volta alla povera creatu­ra il mandato di offrire al Signore tutta se stessa secondo le sue inten­zioni per il tratto di otto giorni. Cosa che la piccola creatura accetta, pur conoscendo tutta la propria indegnità e inutilità» (f. 553).

Il buon Dio gradisce l'offerta della sua piccola creatura e la matti­na del 10 febbraio questa, presa dalla solita forza misteriosa, deve uscire di cappella ed appartarsi. La ben nota Voce, dopo aver ripetu­to che nel nuovo Tempio lo Spirito Santo prenderà stabile dimora e «produrrà nella Chiesa e nelle anime immensi beni», aggiunge: «Ora a te e al mio Ministro l'impegno per la sua costruzione. Per il luogo ormai già lo sapete. Pregate e siate forti, affinché il mio nemico, Satana, non venga anche questa volta a rovinare il mio progetto» (ff. 553-554).

E Madre Carolina prega dicendo fra l'altro al suo Signore: «Tu lo sai che la tua piccola creatura ora per otto giorni deve considerarsi nelle mani del tuo Sacro Ministro, e non vive e non soffre che per il tuo amore e secondo le sue intenzioni. E sai pure che io non voglio e non mi protendo a nessuna mia scelta all'infuori di Te. Perché il mio solo desiderio è di vivere e di morire unicamente e solamente per Te». E la Voce: «Proprio in questo secolo di tanti smarrimenti nei cuori degli uomini, di sfiducia e di disperazione, il mio Cuore viene incon­tro con un dono, manifestando in un modo tutto nuovo la Potenza del mio Amore nell'effusione meravigliosa dello Spirito Santo. E per ricordare ai secoli futuri questo mio dono, ho stabilito che venga costruito un luogo tutto privilegiato affinché, alla vista di tale pre­senza, gli uomini si sentano più fortemente richiamati e scossi, e comprendano quanto io voglio fare per loro, per la Chiesa e per le anime tutte... Guardate in alto - insiste la Voce - e sappiate leggere con cuore ardente i segni dei tempi. Accogliete, dunque, questa mia proposta, e vi assicuro tutte le mie benedizioni» (ff. 554-555).

Sempre così: non per avere, Dio domanda, ma per dare ancora di più. Chiuso nelle maglie del proprio egoismo, l'uomo non ha via d'u­scita, se non viene Dio a liberarlo, a spezzare i suoi vincoli, a distrug­gere i suoi limiti. Ma senza violenza. Dio si propone, si offre al libe­ro arbitrio della sua creatura, le mostra la bellezza e la potenza del suo Amore. Se viene accolto, il miracolo si compie e il libero Dio del vento e del fuoco trasporta con Sé, nel suo regno di giustizia e di pace, i giustificati dalla fede.

 

LA ZIZZANIA

C'era da aspettarselo. «Per la piccola creatura passano giorni di tanta tribolazione perché teme sempre di essere nell'inganno o impaz­zita... Mio Dio!». E Dio viene a confortarla: «Vengo a confermarti quanto ti ho manifestato negli ultimi giorni... E poiché la mia gente non mi ha voluto accogliere, ora ho volto il mio sguardo a voi... Sì, a tutt'e due le famiglie le quali sono tanto unite e fuse insieme nella ricerca e per la gloria del Regno del mio Amore [...] per la costruzione dell'Opera che tanto mi sta a cuore. Quest'Opera non é delle creature... é soltanto e tutta di Dio, ed é destinata a compie­re nel campo della Chiesa e delle anime immensi beni». Due giorni dopo, 23 febbraio, improvvisamente la Voce dice: «Siate forti, segui­temi per l'esecuzione del mio progetto che vi ho affidato... non guardate a interessi umani o a spirito di parte... L'Opera é tutta di Dio e non si deve cercare che la sua gloria». Segue un poscritto che denota in Madre Carolina forte disagio nei confronti del suo diretto­re spirituale:

Rev. Padre, soltanto per spirito di obbedienza oggi spedirò il presen­te scritto, altrimenti lo getterei alle fiamme! Sperando tuttavia che il Signore Le dia il lume necessario per far ciò che è a Lui più gradito, ecco­lo nelle sue mani. Soffro tremendamente, ma sono tranquilla. Mi voglia benedire.

Dev. P. Creatura (f. 556)

Appare chiaramente che, purtroppo, anche in un campo così pri­vilegiato come quello dei prescelti da Dio per l'esecuzione dei suoi disegni d'amore, può spuntare la zizzania, e se domandi al Signore: Come mai?, Egli ti risponde: Il nemico che l'ha seminata é il diavo­lo.'' In tale contesto riesce meno indecifrabile la lettera che Madre Carolina scrive a Padre David il 25 marzo 1979:

La ringrazio per le sue chiamate telefoniche [.j. Dopo gli ultimi par­ticolari che per pura obbedienza ho posto nelle sue mani, e [dopo] la con­clusione che Lei ne ha tratto e che poi mi ha manifestato, ne ho ricavato una convinzione ancor più profonda di quanto io sia povera, piccola, miserabile e solo degna di compassione.

Però Lizssicuro che, nonostante tutto ciò, mi sento sempre serena e tranquilla, e di tutto ne ringrazio il buon Dio.

Passati poi brevi giorni da quel momento, ho sentito in me il bisogno di mettermi in una disposizione di totale distacco da tutto, senza guar­dare per nulla il mio passato, né a ciò che in esso si è svolto, e tutto atten­dendo dal nostro buon Dio [.j.

La frase poi che ieri sera mi è sfuggita per telefono, e cioè: «Le sue parole mi hanno straziato l'esistenza», vorrebbero alludere a certe sue frasi pronunciate, certamente sotto la morsa di un grande dolore nel vedersi attraversato nel suo piano di lavoro, portato fin qui con tanto amore e sacrifici, ma che a me hanno fatto veramente un grande dispia­cere. E questo per due motivi.il primo […] nei riguardi del nostro buon Dio, e il secondo perché mi hanno lasciato limpressione che, andando

avanti di questo passo, ne scapiterà molto anche la sua salute. Ecco ciò che mi ha fatto ragionare in quel modo.

Come vede, ho parlato chiaro, forse anche troppo, ma la sincerità lo esigeva, giacché mi aveva invitato a farlo. Pertanto, chiedendo scusa se in questo scritto ci fosse qualche nota un po'stonata, Le faccio i miei augu­ri: che il Signore La illumini, La sostenga, e diriga sempre i suoi passi onde poter arrivare sicuramente alla meta tanto desiderata... (Si racco­manda alle sue preghiere e chiede di essere benedetta).

Dev.ma p. c.

Si tratta indubbiamente di una lettera che suscita molti interroga­tivi i quali però, almeno per il momento, rimangono senza risposta. Ciò che ora interessa notare è la rettitudine, sostenuta da estrema franchezza, della scrivente, della quale si potrebbe dire che meglio non avrebbe potuto rivelare la sua forte e schietta personalità. Tutto di positivo? Sarebbe temerario arrischiare un giudizio, non solo per­ché esso appartiene solo a Dio, ma anche perché, non conoscendo la situazione in tutta la sua complessità, bisogna pazientemente lasciare che il tempo faccia decantare scorie e detriti, rendendo limpide e tra­sparenti le acque della verità.

 

QUANDO, SIGNORE?

I rapporti tra il direttore spirituale e la povera anima tuttavia non s'interrompono, ma non riflettono più (e come sarebbe possibile?) la spontaneità e la reciproca fiducia d'un tempo. Il giorno di Pentecoste del 1979 Padre David si reca spontaneamente a Colle Ameno per far visita a Madre Carolina che, mediante uno scritto, lo ringrazia di vero cuore, e vi unisce il testo di una preghiera di lode e di supplica che le è sgorgata dal cuore, durante l'incontro col suo Dio, il giorno della SS. Trinità.

«O Santissima Trinità, Dio unico e vero, che vivi e regni da sem­pre e per sempre, io ti adoro! Tu sei veramente il Dio degno di esse­re amato sopra ogni cosa, perché sei la forza e la vita di tutto l'uni­verso, perché tutto è uscito dalla tua potenza di grazia e d'Amore... Tu sei il Santo, l'Onnipotente... io invece non sono che un miserabi­le nulla, incapace di tutto!... Oh, quanto sei grande, buono, miseri­cordioso, benigno! A te, dunque, gloria, amore e lode per tutti i seco­li eterni! Ma giacché Tu sei il Bene unico, supremo, io ti prego oggi, fammi questa grazia che io veramente ti conosca... che comprenda le tue vie... che io penetri nei tuoi sentieri d'Amore... affinché questa mia vita che ormai sta per volgere al suo termine, possa diventare sempre più tutta proprietà tua e strumento della tua gloria. Tu, mio Signore che penetri gli abissi di questo mio cuore, sai bene quanto è grande la mia sofferenza in questo tempo, e per quale motivo io sof­fro!... Ma, dunque, quando manifesterai, per tua bontà, quale via dobbiamo intraprendere per incontrarti dove veramente Tu ci atten­di? Dove più brillerà lo splendore del tuo braccio potente? Noi ti attendiamo. Amen! PC.» (ff. 559-560).

 

CAPITOLO OTTAVO

SPIGOLATURE

«STO ALLA PORTA E BUSSO»

L'antologia di Messaggi e comunicazioni soprannaturali presenta­ta nei precedenti capitoli è senza dubbio copiosa, e tuttavia è utile arricchirla stralciando altri passaggi e testimonianze di esperienze analoghe vissute da Madre Carolina dopo il 1979. Si trovano in alcune lettere da lei scritte a Padre David oppure sparse qua e là in pagine non catalogabili e che indichiamo con la sigla «Pg. sp.» (= Pagine sparse). La prima lettera che è doveroso citare è datata 18 gennaio 1980: «Devo confidarLe che sto passando un periodo molto misterioso di grazia, di luce e di inviti dall'Alto a rendermi sempre più docile e aderente alle esigenze divine nel seguire Cristo sempre meglio, e particolarmente perché si compia in me quel disegno trac­ciato dalla Provvidenza di diventare [...] Apostola e Discepola dello Spirito Santo, affinché nella S. Chiesa e in tutti gli uomini Egli venga quanto prima e sempre meglio conosciuto, amato e glorifica­to. [...] prego, agisco e soffro sempre in unione al Sacrificio Eucari­stico, affinché l'avvento della glorificazione dello Spirito Santo si compia nella nuova Opera, l'Oasi "Ave Maria", e in tutta la Chiesa [...]» (18 gennaio 1980, 56/2).2

Nella lettera del 6 febbraio la piccola creatura gli trasmette il par­ticolare registrato davanti al SS. Sacramento durante una sosta di meditazione, riconoscendo nella sostanza del pensiero un dono gra­tuito dello Spirito che la guidava.

Ecco dunque - pare le dica Gesù - perché io busso al cuore dei miei consacrati e li invito a rendermi amore per amore... a sacrificarsi per me... per la salvezza delle anime. Ecco perché ora invito tutti ad accendere un fuoco santo, il fuoco del mio Spirito che solo può suscitare nei cuori intor­piditi i santi entusiasmi di vita nuova, vita veramente cristiana (…). Ringrazio continuamente il nostro buon Dio per la sua evidente assi­stenza (…), pur non mancando sofferenze fisiche o di altro genere. Ma tanto, io devo cantare sempre! E così sia!

M. Carolina p.c. (6 febbraio 1980, 56/3) All'inizio di Quaresima si propone di dimorare con Gesù nel deserto «per indovinare i sentimenti del suo Cuore nel seguire il Padre», e prega il suo direttore di «tenerla sulla patena e nel calice» durante il divin Sacrificio dell'altare (4 marzo 1980, 56/4). Nella let­tera seguente si accusa d'infedeltà: «l'ho lasciato solo... Tuttavia Gesù mi va spalancando il suo Cuore...» (18 marzo 1980, 56/5).

All'inizio di aprile domanda al direttore: «È al corrente che qual­che giornalino sta pubblicando particolari della "Piccola e povera creatura"? Proprio ieri mi è capitato di vederne qui nella nostra cap­pellina privata una puntata... Come mai? Per fortuna che di quella p.c. non ne dà alcuna spiegazione ... ».

Ma gli comunica pure una notizia più importante: «Domenica, 30-3, improvvisamente mi sono sentita presa da quella forza miste­riosa, come avveniva in passato, la quale mi tenne sotto la sua azione per quasi un'ora. Io non mi comprendevo più... Non sapevo a che cosa pensare! Ed intanto mi rimettevo nelle mani di quel Dio d'Amore che si era degnato di venire nel mio povero cuore qualche ora prima. Poi la Voce: Ho seguito il percorso del cammino fatto dal mio sacro Ministro e l'ho trovato sempre retto e guidato da una pura volontà di far piacere soltanto a Dio. Ora assicuralo che il suo nome sta scritto nel mio Cuore, e che anche nel futuro sarà sempre sostenuto dalla Potenza del mio Amore» (1 aprile 1980, 5b/6).

Singolare e in perfetta sintonia con la sua sensibilità musicale, l'e­sperienza ricordata nella lettera seguente: «Una mattina dopo la S. Comunione [...] in ricerca di un vero modo di adorare, ringraziare e soprattutto di amare meno indegnamente il Divino Ospite [...], la piccola creatura esclama: Oh, potessi almeno tramutarmi in uno stru­mento nuovo, non mai esistito, per poterti così suonare, o mio dol­cissimo Signore, armonie tutte nuove, tanto deliziose e tutte fragran­ti d'amore, in modo che, almeno per qualche istante, non giungesse­ro al tuo sensibilissimo Cuore le tantissime offese che continuamen­te salgono da questa terra, da questa umanità ammalata e pur tanto da te amata!...» (20 aprile 1980, 5b/7).

 

«A QUANDO L'ORA DI DIO?»

Informata da Padre David che egli sta per andare a Roma per il grande affare,6 la piccola creatura spera e teme ad un tempo e «tutto affida al Cuore santissimo di Gesù» (7 maggio 1980, 5b/8).

Il 1° giugno Madre Carolina si scusa per aver mancato all'appun­tamento quindicinale (56/9), benché già gli avesse chiesto di man­dargli il proprio rendiconto spirituale una volta al mese invece di ogni quindici giorni, dovendo rispondere dell'uso del tempo ai propri Superiori (13 gennaio 1980, 5b/1). Nella lettera seguente, dopo aver­lo ringraziato per la visita, si dice sempre in attesa di notizie circa il grande affare, e si domanda: «A quando l'ora di Dio?» (16 giugno 1980, 5b/10). Con lo spirito proteso verso il futuro, prevede ancora sofferenze, ma «con una certa sconfinata certezza che tutto rimarrà nel ricordo di Dio e sarà pure motivo di una sua maggiore ed eterna gloria!» (7 luglio 1980, 5b/11). Sembra quasi che con l'accrescersi delle difficoltà, aumenti pure nel cuore della piccola creatura la fidu­cia nella bontà di Dio. « Il nostro amabilissimo Signore ci guardi con bontà e ci possa abbracciare nel suo amplesso d'infinita ed eterna Carità» (3 agosto 1980, 56/13).

Madre Carolina è andata a visitare l'Oasi «Ave Maria» e tanto grande è stata la sua meraviglia da dover «lasciar passare alcuni gior­ni prima di manifestare con maggior calma e chiarezza l'impressione riportata in quella S. Dimora, dove tutto parla di Spirito Santo... Ne sono rimasta meravigliata ed entusiasmata molto santamente, perché non mi sarei mai immaginata una tal cosa!... Ci vorrebbe tutt'altra che questa povera creatura per poterne parlare con maggior proprie­tà..., ma io mi devo accettare così come sono..., mentre nell'intimo del mio cuore potrò io pure cantare e anche gridare, certa che da Lui sarò pienamente compresa! Arrivi presto la grande Opera in onore dello Spirito Santo!» (15 settembre 1980, 56/14).

 

DISCEPOLA E APOSTOLA DELLA «POTENZA DIVINA D'AMORE» Trascriviamo integralmente, per la sua singolare importanza, la lettera con la quale Madre Carolina dichiara al direttore spirituale la sua decisione di appartenere alla nuova Famiglia dei Discepoli e Apo­stoli dello Spirito Santo.

V. GM. Colle Ameno 28 settembre 1980

Rev.mo Padre David

Con tantissima gioia e nella piena consapevolezza di quanto è gran­de e doveroso questo atto di far parte della nuova Famiglia dellAssociazione dei Discepoli e Apostoli della «Divina Potenza dAmore», e dopo essermi anche preparata nella preghiera, vengo ad annunciarle la mia adesione, avendola trovata molto conforme anche alle esigenze del mio spirito e ai bisogni di tante anime di questo tempo.

Voglia lo Spirito Santo, per gli infiniti meriti del nostro amabilissimo Signore Gesù, gradire la mia offerta in perpetuo e totale omaggio alla sua Divina ed amorosa Maestà e far sì che io mi mantenga sempre fedele.

E voglia Egli pure diffondere in grandissima abbondanza i carismi dei suoi doni di grazia, di luce e dimore in tutti i fratelli di questa nuova Famiglia, nonché su tutti i credenti in Cristo, affinché ben pene­trati e avvolti da questo Sacro fuoco dAmore, tutto ciò ché in noi di umano 7 venga distrutto, e solamente vi rimanga ciò che a Lui è più gra­dito, alla maggior gloria del Padre che nel Figlio e nello Spirito Santo ci ha amati e ci ama da sempre e per sempre.

A questi miei sentimenti unisco pure il mio più ardente augurio che tutta l'Opera sorta per la glorificazione dello Spirito Santo e per la san­tificazione delle anime sia sempre fedele al suo mandato e si sviluppi sem­pre maggiormente secondo i disegni e le esigenze dello stesso Divino Spi­rito. Così sia!.

Dev. P. C. (28 settembre 1980, Pg. sp./ 1)

 

DUE GRANDI RICORRENZE

A due giorni di distanza l'uno dall'altro, Madre Carolina celebra due anniversari importanti: il 60° di vita religiosa, per festeggiare il quale la Comunità ha scelto il 21 novembre, giorno in cui la tradi­zione liturgica commemora la Presentazione di Maria Santissima al Tempio; e l'anniversario, noto a lei sola, della sua consacrazione a «vittima d'amore e di riparazione», che in quell'anno cadeva il 23 novembre. Il 60° fu celebrato con l'intervento dei Padri Saveriani e dei loro novizi che resero più solenne la celebrazione eucaristica, con omelia, dopo la quale tutti si fermarono a cena: fu veramente un incontro forte di vita fraterna nella gioia. Come già per il 50°, alla festeggiata fu consegnata la pergamena commemorativa recante la Benedizione Apostolica di S. Santità Giovanni Paolo II.

Il 23 novembre, Festa di Cristo Re, Madre Carolina si raccoglie nei ricordi più intimi: «Oh, quanti miracoli di grazia e di amore non ha compiuto mai alla sua piccola creatura questo amabilissimo Signo­re e Salvatore proprio nelle ricorrenze di questa grande Solennità! Chi le potrebbe mai comprendere ed enumerare?». Madre Carolina lo scrive a Padre David, comunicandogli pure la sua felicità per aver ricevuto la notizia tanto desiderata (23 novembre 1980, 5b/16), cer­tamente il più ambito regalo che il suo amatissimo Re potesse farle nel 37° anniversario della sua consacrazione a Lui come «vittima di amore e di riparazione».

In una lettera successiva Madre Carolina afferma: «Per il poco che ne sono stata informata, mi sembra che in queste ultime settimane, un qualche cosa sia accaduto lì, presso l'Oasi... Ebbene, sia dunque gloria e onore allo Spirito Santo, nella cui Potenza sta riposto ogni compimento dei veri disegni voluti dal Padre! A noi... a me la pre­ghiera, la fiducia e l'abbandono» (5 febbraio 1981, 5b/18). Il 25 marzo Madre Carolina era stata invitata all'Oasi per partecipare alla cerimonia del «primo passo» di tre giovani che, con tanto fervore ed entusiasmo iniziavano il loro cammino verso una totale dedizione a Dio, nella glorificazione dello Spirito Santo. Madre Carolina ringra­zia dell'accoglienza e dell'occasione che le è stata offerta «di passare una giornata così lieta e consolante, piena di promesse e di tante spe­ranze per il futuro della grande Opera» (6 aprile 1981, 5b/19).

 

«TI SPOSERÒ NEL MIO SANGUE...»

La mattina dell' 11 aprile, dopo la S. Comunione, la piccola crea­tura si sente fortemente presa da una misteriosa forza che tutta la invade e la assorbe, mentre la Voce le dice: «Questo ancora è mio desiderio: Che il prossimo Venerdì Santo tu mi faccia dono della tua vita con un atto tutto speciale e senza riserva alcuna, affinché la Potenza del mio Spirito sia sempre la guida e la forza che dovrà ani­mare la Grande Opera, da me desiderata, nel futuro e per sempre!». E la povera anima: «Signore, mio Dio... a tutto e sempre, con la tua grazia io sarò pronta, ma Tu rimani sempre con me ...» (Pg. sp./2).

Il giorno seguente la povera creatura, mentre è presa da forti sof­ferenze, domanda al suo Signore: «Mio Dio, ma perché dunque que­sta tua totale invasione?». E la Voce: «Ti voglio tutta per me in vista del prossimo venerdì (Venerdì Santo), giorno in cui nel ricordo del mio sacrificio per l'umanità, attendo pure l'offerta del tuo sacrifi­cio... ma in un modo tutto particolare... e questo sarà per lo svi­luppo e il vero progresso della glorificazione dello Spirito Santo, nelle piene direttive del Vangelo e della Chiesa. Non temere, io sarò sempre con te, e tu rimani sempre perdutamente in me. Vedi, anche la salvezza di tante anime esige che tutto si compia in piena armo­nia con i miei disegni».

«Dopo i due incontri qui sopra registrati» - postilla Madre Caro­lina - «la piccola creatura non si è mai preoccupata di pensare se poi in realtà si sarebbe verificato quello del Venerdì Santo, pur mante­nendosi disposta a tutto; ma cercò di dare maggior importanza a ciò che la Settimana Santa ci andava rievocando. Quando invece, giun-

to il Venerdì Santo, e mentre la povera creatura stava occupata in un lavoro di premura (alle ore 10 ant.), improvvisamente la misteriosa forza la attrasse tutta a sé per il compimento di ciò che era stato annunciato alcuni giorni prima e la mette in una disposizione tutta speciale di intimo colloquio. Quindi dopo passati pochi minuti la Voce dice: È giunto il momento... vieni presso il mio Cuore... lo Spirito che ti guida ti vuole tutta per me... Ora io ti sposerò nel mio Sangue... nella tortura del mio sacrificio... affinché tu impari a comprendere che amare vuol dire soffrire... amare vuol dire donarsi, amare vuol dire credere nell'Amore, abbandonarsi all'A­more...».

A questo punto, la povera creatura sentendosi tutta presa e assor­bita dalla misteriosa forza, esce in un grido: «Signore, mio Dio, qual misero nulla io mi sento al tuo cospetto... Tu sei l'infinita grandezza; dirigi tu dunque i miei sentimenti...». Quindi la Voce continua: «Prendi dunque il mio Cuore, eccotelo, io te lo do... e tu dammi il tuo, che da tuta l'eternità io ho scelto per me!!! Si, e questo incon­tro resti a ricordare che quanto ti ho chiesto per la glorificazione dello Spirito Santo è stato tutto e sempre Opera del mio Spirito d'Amore che non inganna; ma anche vorrà essere un continuo richiamo presso la mia Chiesa, affinché vengano impegnate tutte le forze possibili, perché tutto arrivi al suo compimento» (2 maggio 1981, 5b/20).

 

ALL'OASI CON IL CUORE

Per la grande Solennità della Pentecoste Madre Carolina era stata invitata all'Oasi, ma dovette accontentarsi di parteciparvi spiritual­mente. Tuttavia la festa fu grande nel suo cuore.

«Anche qui a Colle Ameno» - scrisse a Padre David - «è stata pure una Grande Festa. Dalle 9.00 del mattino fino alle 20.00, è stato sempre un continuo omaggio allo Spirito Santo, alla SS. Trinità, a Cristo Signore, alternando canti e preghiere con la proclamazione della Parola...» (17 giugno 1981, 5b/23).

terno del mio cuore nessuna forza mi può impedire di vivere con il pensiero e con l'affetto presso tantissime care persone che conosco e con le quali mi sento legata perché un solo ideale ci conduce: amare e servire il Signore...» (19 ottobre 1981, 5b/28).

«Mi sembrava proprio un mondo in cui lo Spirito Santo ha preso già il pieno possesso, per costruirvi nel silenzio dei cuori la sua città permanente, dove tantissime anime potranno raggiungere in una forma tutta nuova la vera santificazione, secondo il piano già pre­stabilito dai disegni eterni del nostro buon Dio...» (16 dicembre 1981, 5b/30).

 

CANOSSIANA SEMPRE!

Non si creda, tuttavia, che Madre Carolina sia tentata di abban­donare il proprio Istituto! Lei stessa dichiara molto semplicemente, ma anche molto fermamente, di trovarsi tanto tranquilla e felice dov'è, perché sa di trovarsi dove il Signore l'ha voluta e la vuole, e perché proprio dove si trova «Egli compirà il suo piano d'amore sulla sua povera creatura» (16 dicembre 1981, 5b/30). Infatti la sua apparte­nenza all'Associazione dei Discepoli e Apostoli dello Spirito Santo, generata dalla sua totale adesione alla volontà di Dio, è un'ulteriore vocazione (la terza, come dice Madre Carolina stessa), cioè un'ulte­riore chiamata alla santità, perfettamente compatibile con la vocazio­ne canossiana nella quale sta vivendo da sessant'anni.

Si tratta infatti di sviluppare, incrementare, approfondire, radica­re sempre più saldamente nel suo cuore la ricerca di Dio e della sua volontà; la contemplazione del più grande Amore nel supremo dono di Sé sulla Croce e nell'Eucaristia;" la devozione già così viva e tene­ra a Maria Santissima, la Madre del Verbo incarnato; la carità frater­na, irrinunciabile segno distintivo delle Figlie della Carità; l'amore ai poveri, di cui si chiamano e sono «serve»; il culto della povertà esteriore ma soprattutto interiore, nel nascondimento e nella dimenti­canza di sé; nella pratica dell'umiltà e della mitezza, delle quali Gesù stesso si propose come esemplare... Tutta la vita di consacrazione è infatti sorretta e vivificata dallo Spirito Santo che, dopo aver reso i battezzati figli di Dio, potenzia nei consacrati la vita cristiana e ne fa creature spirituali, cioè uomini e donne secondo lo Spirito.

Se Madre Carolina pensa all'Oasi, se per il suo consolidamento prega e si sacrifica, se desidera tratto tratto trovarsi in quella santa Dimora, è perché non può non amare il frutto del suo amore spon­sale a Cristo che continua a sollecitarla, a confidarle i suoi desideri, a cercare la sua collaborazione per la salvezza delle anime. Oh, la sal­vezza delle anime! Non era forse questo lo scopo primario perseguito da Maddalena di Canossa nelle sue istituzioni di Carità? La vocazio­ne di Madre Carolina perciò non era cambiata, ma da Gesù stesso infinitamente dilatata, potenziata e, in certo modo, ricreata dalla Potenza Divina d'Amore. Se già, come figlia della Canossa, amava sentirsi viva nella Chiesa, ora ne apprezzava e ne custodiva anche più gelosamente la propria appartenenza ad essa, come singola e come membro di una comunità religiosa, volendo che anche nella nuova duplice Famiglia dei Discepoli e Apostoli dello Spirito Santo tutto si compisse in amorosa dipendenza dall'Autorità ecclesiastica. Per que­sto saprà anche soffrire e lottare.

 

LO SPIRITO SOFFIA DOVE E COME VUOLE

L'8 gennaio del 1982 Madre Carolina è stata in visita all'Oasi con la Superiora, Madre Maria Zocca, e con la sua Comunità di Colle Ameno, rimaste assai ammirate e soddisfatte non solo della calorosa accoglienza loro riservata, ma anche dell'atmosfera di gioiosa intimi­tà così evidente e confortevole che vi si respira. Nella lettera del 25 gennaio 1982 la piccola creatura lamenta di contribuire ben poco all'incremento dell'Oasi, ma si rincuora pensando che il Signore non ha bisogno di nessuno. Chiude lo scritto con una domanda: vorrebbe sapere se, all'Oasi, il prossimo 25 marzo sarà una giornata speciale, ma non riceve immediata risposta. Il suo augurio si fa allora preghiera: «[ ...] che lo Spirito del nostro amabilissimo Salvatore. Gesù sia sem­pre la guida dei suoi passi, R. Padre, e di quelli di tutti coloro che saranno chiamati a formare la grande Famiglia di questa meraviglio­sa Opera, affinché nell'ora che attraversiamo si conosca e si com­prenda che tutto e solo ci viene da Dio in Cristo per l'azione dello Spirito Santo. Che la SS. Vergine ci tenga sempre sotto il suo manto e ci guidi in ogni evento, affinché nulla sfugga che non sia piena­mente accetto a Dio...» (11 febbraio 1982, 56/33).

Ma giunge anche una telefonata spiacevole: un giovane che si rite­neva chiamato al sàcerdozio, lascia l'Oasi. Madre Carolina osserva che c'era in lui del fanatismo (28 febbraio 1982, 56/34); ma attri­buisce della responsabilità anche a se stessa, si sente persino in colpa e scrive: «Ah, Rev. Padre, ora che ci ripenso, di quanti guai e di quan­te sofferenze è stata mai la causa questa povera creatura per Lei e anche per altre persone! Mio Dio, pietà di me! Sarà ben necessario che il nostro buon Dio mi stia molto vicino, affinché almeno ora comprenda ed entri nelle sue giuste vie, ed Egli possa liberamente compiere in me e nella sua Opera tutto quello che sarà veramente di sua maggior gloria!» (16 marzo 1981, 56/35).

Nella lettera successiva si raccomanda a Padre David per non esse­re più messa nell'occasione di trattare, nemmeno per telefono, con persone che la ritengono migliore di quello che è: «questo - precisa - è un ordine ricevuto dai miei Superiori» (31 marzo 1982, 56/36). Ma è anche un suo preciso desiderio: rimanere nel proprio nulla, al ripa­ro da ogni possibile ambizione di notorietà.

Quando scrive ancora a Padre David (20 aprile 1981) gli confida che lo pensa «in un forte travaglio di preoccupazioni per poter con­durre sempre e con tutta fedeltà sotto l'azione dello Spirito Santo la grande e meravigliosa Opera posta nelle sue mani. Chissà quanto dovrà soffrire... Mistero delle vie di Dio! Ecco, da parte mia, non fac­cio che rendermi piccola piccola... e poi donarmi per tutto quello che vorrà fare di me. Per il resto poi non mi interessa più nulla!».

«Avvicinandosi la Pentecoste, la Grande Festa, [augura] Buon cammino a tutti e a ciascuno verso il grande Giorno!» (20 aprile 1981, 5b/38).

Il 15 maggio Padre David si è recato a Colle Ameno portando con sé un «fiorente gruppo delle sempre più numerose speranze della Grande Opera in onore dello Spirito Santo». Ringraziando, Madre Carolina esprime vivissima gioia per la bella sorpresa che interpreta come un dono del Signore, inteso a «rinnovare e rendere sempre più forte il suo impegno di fedeltà e di adesione» (21 maggio 1982, 5b/39). Nella Festa della SS. Trinità va in cappella a prendere ispira­zione direttamente dall'Ospite del Tabernacolo, «e subito si sente avvolta da una dolce atmosfera di confidenza e di apertura spiritua­le». Scrive allora di getto: «O Dio d'infinita ed eterna carità, che in Cristo Gesù, vivente in mezzo a noi, hai manifestato tutta l'ampiez­za e la ricchezza dei tuoi Beni d'Amore per noi, tue povere creature, pur sapendo quale sarebbe stata la nostra risposta, oh, come vorrei in questo momento saperti un po' comprendere... e indovinare i teneri palpiti delle tue vie... anche se misteriose e terribili... ma pur sempre mosse e apportatrici del tuo Amore!... Ma forse, ora che ci ripenso, non sono dunque tuoi Beni anche le tribolazioni, le sofferenze d'ogni genere, le lunghe attese...? Anche queste sono sempre tuoi Beni, per­ché tutto ciò che esce dal tuo Cuore è sempre una manifestazione ed effetto del tuo infinito Amore... E così, perché non ringraziarti e lodarti sempre? Sempre! Ma, sì, Signore, Tu sei sempre degnissimo di ogni lode e di ogni benedizione! Grazie, dunque, di tutto e... sem­pre!» (21 giugno 1982, 5b/41).

 

GRATIFICAZIONI?

Sotto il profilo della natura umana Carolina Venturella non face­va certo eccezione: doveva essa pure mantenersi sana non solo fisica­mente, ma anche psichicamente. A parte le prove mistiche passive, che non soggiacciono alle leggi naturali perché appartenenti ad un'al­tra dimensione della vita, Madre Carolina aveva una sensibilità deli­cata ed acuta ad un tempo, passibile quindi degli insulti di piccoli e grandi affronti o della privazione dei sostegni del cuore. Almeno due volte l'abbiamo sentita desiderare un cuore amico nel quale riversare la piena della propria sofferenza intima. Per contrapposto godeva delle piccole e grandi occasioni di gioia che le consentivano di mani­festare in libertà i propri sentimenti di entusiasmo, letizia, tenerezza, amicizia. La persona umana non può mantenere a lungo il proprio equilibrio psichico e mentale senza questi momenti di espansione, mediante i quali comunicare gioie e dolori, speranze e delusioni, con­tentezza e sconforto. Così non ci meravigliamo di vederla gioire per l'incremento numerico, e soprattutto qualitativo, della Famiglia del­l'Oasi «Ave Maria», e neppure di vederla affliggersi quando qualche «giovane Promessa» se ne va o le risulta il venir meno del fervore nello Spirito. Ben vengano quindi, anche per lei, i brevi soggiorni all'Oasi in cui ricaricarsi di giovanile entusiasmo e di maturi propositi; ben vengano giorni particolari a ricordarle gli eventi lieti e sacri della sua vita di consacrata.

Il 15 settembre di ogni anno è per Madre Carolina una grande data commemorativa perché le ricorda il suo ingresso nella Casa del Signore avvenuto nel 1920. Ma «essendo costume in quella Casa di trattenere provvisoriamente le aspiranti per un certo studio da ambo le parti, la vera entrata in Noviziato» avvenne nel 1921. Attualmente Madre Carolina compie 61 anni di vita religiosa. Dall'Oasi le sono pervenuti felicissimi auguri, dei quali sentitamente ringrazia Padre David «e tutte le carissime sorelle in Cristo (sebbene io sia per loro una bisnonna)». Si raccomanda quindi alle preghiere di tutti e assi­cura il suo costante ricambio (15 settembre 1982, 5b/44 bis).

Per la festa di Tutti i Santi Madre Carolina desidera trovarsi all'Oa­si: «Oh, come e quanto sarei felice di venire a passare la meravigliosa Festa di Tutti i Santi costi, presso l'Oasi, seconda mia famiglia, dove tutto parla di ricerca di novità di vita, di slancio, sia pur faticoso, verso quel futuro che mai completamente si svela, ma che tuttavia attrae e tanto misteriosamente e dolcemente sa penetrare nell'intimo dei cuori...!» (31 ottobre 1981, 56/46). E fu esaudita. Ecco come rin­grazia rivolgendosi a Padre David: «Sento fortemente il bisogno di ringraziare pure Lei che con tanta paterna bontà me ne ha favorita la venuta. E come manifestarle come sia stata tanto grande la mia gioia nel trovarmi in compagnia dei tanti miei nuovi fratelli e sorelle in Cristo e nello Spirito Santo, e di pregare e cantare e conversare con tanta spontaneità come da veri amici di famiglia? Oh, sì, davvero il mio spirito ne è rimasto molto soddisfatto e felice, perché l'atmosfe­ra che ho vissuta è stata veramente in armonia con la festa "di Tutti i Santi"! Quindi lode e gloria al nostro buon Dio, Eterno ed infinito nella sua Potenza d'Amore!» (7 novembre 1982, 56/47).

Scrivendo a Padre David il primo giovedì del mese di dicembre, Madre Carolina si presenta particolarmente compresa del mistero eucaristico e, tra l'altro, esclama: «Oh, divino Mistero d'Amore! Oh, estrema povertà del nostro misero cuore! Tuttavia c'è sempre da spe­rare (io penso) perché ogni bene e ogni salvezza non ci potrà venire se non da Lui, essendo Egli l'unico, vero, Sommo Bene!» (A questo punto si ricorda che sta scrivendo al suo direttore spirituale...). «Per­doni, Padre, cosa ho avuto il coraggio di scrivere! Servisse almeno per mia vergogna!».

Dopo aver ricordato l'accoglienza tanto cordiale ricevuta nella sua ultima breve sosta all'Oasi e aver rinnovato vivissimi ringraziamenti, esprime il desiderio di trascorrervi qualche giorno ogni mese; ma capisce trattarsi di cosa inattuabile e si ripromette di fare con il sacri­ficio e la preghiera ciò che non le sarà possibile fare con la presenza (2 dicembre 1982, 56/49).

Ma quanto la povera piccola creatura è lontana dall'immaginare ciò che di immensamente penoso ancora l'attende!

 

CAPITOLO NONO (I)

IL CONTESTO ESISTENZIALE

Benché ci si voglia riferire soltanto all'ultima tappa della vita di Madre Carolina, quella vissuta a Colle Ameno, tuttavia sarebbe più pertinente parlare di «contesti», essendosi essa trovata a vivere in una pluralità di situazioni esistenziali. Il primo a cui fare riferimento è ovviamente il contesto comunitario.

 

IL CONTESTO COMUNITARIO

Nel 1960, quando Madre Carolina fu trasferita da Poiano a Colle Ameno, la comunità canossiana ivi residente era di venti Sorelle, tutte unite alla Superiora, Madre Linda Tronchet, che aveva occhio mater­no per ciascuna. Madre Carolina si trovò subito a suo agio nella nuova famiglia, continuando, anzi progredendo in quel cammino di perfezione intrapreso ormai da quarant'anni e segnato, nel bel mezzo del percorso, da quella forte esperienza spirituale che fu la sua consa­crazione a Cristo Re come «vittima d'amore e di riparazione».

Nella nuova sede, l'ufficio di portinaia-telefonista la teneva, si può dire, a servizio di tutte le Consorelle; se poi si aggiungono i rapporti personali con ciascuna nell'ufficio di vestiaria prima, e di guardaro­biera poi, si può avere una visione abbastanza fedele delle virtù che era chiamata ad esercitare in modo tutto particolare: umiltà, pazien­za, carità. Tenendo conto della sua forte personalità, istintivamente portata all'affermazione di sé, si può intuire quale dominio dovesse esercitare sul proprio modo di vedere e di sentire affinché nessuna stonatura venisse a turbare sia pur lievemente, per causa sua, l'armonia e la pace comune. Infatti le testimonianze raccolte sono unanimi nel presentarla affabile, accogliente, premurosa e precisa.

Scrive un'ex Consigliera Provinciale: «Di Madre Carolina serbo in cuore un dolcissimo e indelebile ricordo. L'ho conosciuta a Colle Ameno quando, Novizia del II Anno, andai per supplire una maestra della Scuola Materna che si doveva preparare per i Voti Perpetui. Fui colpita dalla sua capacità di accogliere, dall'inalterabile affabilità; cor­tese e gentile nel tratto, "contaminava" con il suo sorriso celestiale che donava gioia e pace. Sono passati parecchi anni dal 1966-67, perio­do in cui la conobbi; però, se la penso, la rivedo così: fu per me un modello da imitare, e reputo un dono l'averla conosciuta».

«Conobbi Madre Carolina nel lontano 1950, trovandomi a Lona­to nelle prime esperienze apostoliche. Avendo come alunna la sua nipote Teresa, questa fu felice di presentarmi la zia, Canossiana come me, venuta a farle visita. Fin da allora fui colpita dalla sua profonda spiritualità. Trascorsi vent'anni, ebbi dall'obbedienza l'incarico di tra­sferirmi a Colle Ameno [...]. Ritrovai nella bella Comunità' la caris­sima Madre e così, vivendole accanto, ebbi modo di conoscerla meglio e di apprezzare i suoi meravigliosi doni di bontà, di carità, e soprattutto il suo spirito di preghiera, la sua unione con Dio, ed anche la sua precisione nel lavoro. Ricordo che le piaceva molto dedi­care parte del suo tempo soprattutto alla lettura degli insegnamenti del Papa attraverso l'Avvenire e l'Osservatore Romano e che, incon­trandola, mi faceva osservare ciò che di più bello e significativo vi aveva trovato. Quando la Comunità si trovava riunita, comunicava le notizie più importanti e i motivi più rilevanti per i quali si doveva pregare».

«[ ...] sono giunta a Colle Ameno dopo la chiusura delle Scuole Medie e Superiori e precisamente nel settembre del 1970. Nella Comunità c'era pure Madre Carolina, ma di lei non mi era stato detto nulla di particolare. Ricordo che era molto fervorosa nella preghiera [...] che amava fare i S. Esercizi nella novena dello Spirito Santo. In Comunità era faceta, partecipava anche alla ricreazione, ma per la sua salute doveva ritirarsi un po' prima perché il suo "Emmaus" l'attende­va. Sapeva disimpegnarsi bene nel lavoro di vestiaria prima e poi, alla morte di Madre Persiani, aiutava in guardaroba Sorella Maria Bernar­da. Era premurosa perché ogni Sorella non mancasse di nulla ed era molto esatta. Porto ancora sottovesti confezionate da lei» .

«Ho conosciuto Madre Carolina Venturella in occasione dei miei passaggi a Colle Ameno per visitare la mia famiglia. Era portinaia e aiutava in guardaroba. Era ligia al suo dovere, attenta e nello stesso tempo accogliente. Negli ultimi anni della sua vita ho avuto modo di incontrarla più spesso. Avendo avuto l'occasione di leggere il libro che raccoglieva i suoi scritti, desideravo incontrarla e dialogare con lei. Andavo a trovarla in guardaroba, di cui era divenuta responsabi­le. Mi colpivano i suoi discorsi: mai una parola di sé o di quello che c'era scritto nel libro, ma sempre proiettata verso il Regno di Dio. A lei interessavano le anime, le vocazioni, la Chiesa, la società. Diffon­deva un libretto dal titolo: La cosa più grande del mondo, una confe­renza tenuta dallo scozzese Enrico Drummond, che commenta un passo della Lettera ai Corinzi (13,1-13)».

«Io la ricordo così: semplice, serena, silenziosa, e faceta. Nulla faceva trapelare di ciò che in lei accadeva. Mai, né in comunità né privatamente, si parlò di tali avvenimenti e neppure il libro [Potenza Divina dAmore] si poteva vedere. Su tutto c'era silenzio assoluto, per­ciò non mi sono mai permessa di indagare. So che venivano molte persone (oltre ai novizi e alle religiose [dell'Oasi]. Una in particolare si fermava anche vari giorni con lei)».

«Con Madre Carolina ho vissuto momenti di preghiera comuni­taria, ricreazioni ed altri momenti distensivi, come il consumare i pasti insieme e tutti i giorni di vacanza e festivi. Dieci anni (1979­1989) ho vissuto a Colle Ameno con lei, già anziana, ma giovane di spirito, era una religiosa canossiana di preghiera, in un crescendo di unione con Lui, "l'Amore più grande" di S. Maddalena [di Canossa]. Con gioioso interesse ascoltava le notizie riguardanti le opere di apo­stolato, e sapeva incoraggiare, apprezzare quanto si comunicava. Si occupava anche di piccole cose in guardaroba, disponibile sempre a donare a chi le chiedeva un atto di carità».

«Sono stata a Colle Ameno dal 1981, e Madre Carolina conduce­va già una vita abbastanza ritirata, con un ritmo tutto personale anche se molto vivace. Una cosa che mi ha sempre colpito in Madre Caroli­na è stato il suo "zelo moderno": il suo apostolato infatti avveniva per la maggior parte attraverso il telefono: attraverso questo mezzo riceve­va le confidenze di molte persone e rispondeva con esortazioni ricche di fede e di speranza. Era molto vivo in Madre Carolina il senso dello stupore e della meraviglia davanti all'azione del Signore. Spesso la si sentiva esclamare: Me-ra-vi glio-so!Amen!Alleluia!».

«Ricordo Madre Carolina sempre in atteggiamento di ascolto e di obbedienza allo Spirito; di conseguenza spesso si ritirava in solitudine, anche perché la salute non le permetteva di stare al ritmo di tutti gli atti comunitari. La sua vita era un continuo alternarsi di preghiera solitaria e di dialogo con i "fratelli" a mezzo telefono, per iscritto e per­sonalmente in parlatorio. Era fedele alle tradizioni e, pur non conte­stando apertamente, lasciava capire la sua disapprovazione per alcune "modernità", ed esclamava: Sorella, sorella... angioletto!... Beh, andiamo avanti... e terminava con una risatina, aggiungendo: Vedremo poi... Era restia all'approvazione, e con il suo tono di voce, con lo sguardo viva­ce e penetrante faceva capire di ritenere giusto il suo pensiero. Ho sempre pensato che Madre Carolina soffrisse molto nello spirito, ma della sofferenza di chi si rende conto di vivere un'esperienza interiore sconosciuta ai più e che, vissuta nella consapevolezza, rende gioiosa la vita e leggero il giogo delle difficoltà quotidiane. Ritengo che in Madre Carolina lo Spirito abbia trovato totale disponibilità per la rea­lizzazione dei suoi disegni d'amore. Certamente, stando accanto a lei, si coglievano anche i limiti propri della natura umana, ma si coglieva pure la sua docilità alla spinta interiore dello Spirito».

«Io avrei un caro ricordo di Madre Carolina, che tengo molto in cuore, nonostante sia cosa semplice, ma mi dice tanto. Nel 1970 venni in Italia. Sentii parlare di una Povera Anima per la prima volta. Nel 1980 venni in Italia una seconda volta e volli visitare il Santua­rio della Madonna di Loreto. Feci soggiorno ad Ancona, presso le nostre Madri. Mi fu dato un letto con tanta carità e accoglienza squi­sita. A sera mi vedo entrare [in camera] una Madre anzianetta con un catino d'acqua in mano e lo pose sul pavimento, vicino alla sedia, dicendo press'a poco queste parole: Sarà stanca, Sorella, si bagni i piedi! e scivolò via. Mi sentii confusa e non feci neppure in tempo a dirle grazie. Pensai: Non è questo l'atto di Abramo, quando ricevette i tre pellegrini? Che atto umile! Non sapevo chi fosse questa Madre, più tardi lo seppi. Nel 1995 tornai a Roma ed ebbi il permesso della Rev.ma Madre Generale di visitare le Discepole e Apostole di Pale­strina. Vidi il terreno acquistato, col blocco di marmo al centro... Il tutto mi fece grande impressione e riempire di gioia al pensiero che Dio avesse usato una Canossiana per la glorificazione dello Spirito

Santo. Mi piace pensare come Dio usi i suoi strumenti, e poi se li prende quando crede, lassù ... ».

Siamo di fronte ad una panoramica di attestazioni indubbiamen­te convergenti in senso positivo; i timidi accenni ai lati negativi sono però integrati dalla stessa Madre Carolina quando si dichiara super­ba, cocciuta, orgogliosa, sicura di sé, ecc. ecc. Interessante sarà ora vederla nei suoi rapporti con le autorità dell'Istituto.

 

CON LE SUPERIORE LOCALI E PROVINCIALI

Già si è accennato ai suoi rapporti cordialissimi con la prima Superiora incontrata a Colle Ameno, Madre Linda Tronchet, intorno alla quale tutta la comunità si sentiva «un cuor solo e un'anima sola». La medesima Madre Tronchet fu poi Superiora provinciale dal 1963 al 1969 e, avendo conosciuto Madre Carolina prima delle sue sofferte esperienze mistiche, ne doveva certamente conservare un buon ricordo, non ancora intaccato da pregiudizi posteriori. Nomi­nata poi di bel nuovo Superiora locale a Colle Ameno, avrà notato in Madre Carolina delle «anomalie», ma non risulta che l'avesse giudi­cata negativamente. Per ciò che riguarda Madre Olga Scarpellini, considerata «carissima» da Madre Carolina - come si legge in una sua lettera a Padre David - sappiamo della sua morte precoce nel 1967, mentre di Madre Santina Fiorentini, ormai molto anziana, non abbiamo nessuna testimonianza. Possediamo invece la deposizione scritta della Superiora che presiedette la Comunità dal 1977 al 1982, Madre Maria Zocca: «Sono veramente spiacente di non avere notizie sufficienti per dire qualche cosa di concreto [...]. Io ricordo che, quando ero bambina, Madre Carolina, dall'Asilo Rossi di Schio, veniva tutte le domeniche a far catechismo in Via Fusinato. A Colle Ameno sono stata con lei dal 1977 al 1981, ma a mia umiliazione non ho scoperto niente di particolare, se non aspetti positivi e nega­tivi di una normale creatura umana. Forse era questa la sua grandez­za: vivere con semplicità e disinvoltura le sue situazioni di mistero e di sofferenza. Del resto io penso che la vera umiltà sia quella di pas­sare tra la gente senza far scalpore».

Si tratta senza dubbio di un'attestazione reticente che desterebbe qualche perplessità qualora non si tenesse presente la singolare situa­zione in cui Madre Carolina era stata posta da Dio stesso, con il divie­to assoluto di lasciar trapelare alcunché dei doni di grazia e delle straordinarie comunicazioni delle quali era favorita. È tuttavia opi­nione di Don Gianfranco Ferrari di Verona che Madre Zocca, la quale ha voluto molto bene a Madre Carolina, qualcosa ne sapesse, e la sua reticenza può essere interpretata come fedeltà ad un segreto pattuito con l'interessata. In generale, però, avveniva che la povera anima si vedeva interdetta ogni confidenza di carattere spirituale con la propria Superiora, non solo perché, in materia così riservata non è facile fare nette distinzioni, ma anche perché è impresa assai ardua, se non impossibile, trovare parole adeguate per esprimere esperienze di natura mistica. Doveva limitarsi ai rapporti di dipendenza imposti dal voto di povertà e dal suo ufficio, alla manifestazione delle sue con­dizioni di salute (escluse le sofferenze fisiche legate ai suoi stati misti­ci), alle necessità relative ai rapporti con i familiari che richiedevano, ma raramente, qualche viaggio. Semmai proprio l'obbligo della dipendenza le imponeva costosissime umiliazioni quando doveva scrivere a Padre David o invitarlo a Colle Ameno.

Madre Federica Vieri, ex Provinciale, interrogata in proposito, ebbe a scrivere: «Purtroppo non posso informarla gran che della cara Madre Carolina, perché me ne sono dovuta occupare soltanto in occasione del disagio della Madre Superiora di allora, Madre Elettra Serenelli. La cara Madre [Carolina] andava ogni tanto a Loreto da Padre David, chiamata a collaborare per la fondazione di una specie di Istituto religioso. So che era molto apprezzata come "piccola anima", che confidava a Padre David le sue "rivelazioni" e intuizioni spirituali. Ho incontrato la cara Madre Carolina due volte e in modo limitato. Però posso dire che, pur soffrendo, era disposta a interrom­pere la sua relazione con Padre David e che si comportava da buona suora Canossiana, ricca di*vita interiore e di una speciale devozione allo Spirito Santo. Questo l'ho colto dalle sue espressioni nei due incontri avuti».

In una situazione molto incresciosa Madre Carolina venne a tro­varsi nel triennio fine 1982-fine 1985, quando a reggere la Comuni­tà di Colle Ameno fu inviata la sunnominata Madre Elettra Serenel­li. In quel periodo la povera anima, con espressione efficace e fin troppo eloquente, diceva di sentirsi «Agli arresti domiciliari». Ma se ne parlerà più avanti.

Una testimonianza essenziale e preziosa è quella rilasciata da Madre Luisa Cattani, Provinciale di Verona dal 1988 al 1994: «Ho conosciuto Madre Carolina come donna molto riservata riguardo alla "sua Opera". Era un'anima veramente di Dio: di preghiera, umile, caritatevole, signorile. So che ha molto sofferto per quell'Opera da parte di un Padre... riguardo alla costruzione del Tempio allo Spirito Santo. Nella vita comunitaria il suo particolare carisma non compor­tava disagi. Viveva da vera Canossiana».

Purtroppo Madre Luisa Cattani, come Superiora Provinciale, ebbe a trattare solo poco più di un anno con Madre Carolina, che alla fine di agosto del 1989 andò finalmente a godere svelatamente il suo Signore.

 

CON LE SUPERIORE GENERALI

Nessun problema fin che Madre Carolina non fu afferrata dalle forti esperienze spirituali descritte nei suoi Messaggi e largamente riportate in questo volume. Anzi il fatto che sia stata nominata Supe­riora locale per due trienni a Zocca di Modena e per un terzo triennio a Robecco d'Oglio, fa supporre che godesse stima e fiducia non solo da parte delle Superiore Provinciali, ma anche delle Superiore Gene­rali, alle quali spetta ratificare o meno tali nomine. Ma a partire dal 1964-65 le singolarità del suo comportamento incominciarono prima a impensierire, poi a inquietare, quindi a insospettire le Superiore locali che ne informavano le rispettive Superiore Provinciali.

Nel Messaggio registrato da Madre Carolina nel f. 471 dell'VIII Quaderno si legge che la Voce le diede un incarico costosissimo: pre­sentarsi alla Reverendissima Madre Generale per compiere la mis­sione a lei affidata dallo Spirito di Carità del nostro Signore Gesù Cristo. Le parole con le quali presentarsi ed esporre «la missione» le furono suggerite dalla Voce stessa: Eccomi qui ai suoi piedi, Veneratissima Madre, per compiere una missione che mi è stata affidata dallo Spirito di Carità del nostro Signo­re Gesù Cristo. Non sono venuta per mio volere, o per suggerimento altrui. La prego quindi a volermi ascoltare e a prendere in considerazio­ne quanto verrò esponendo.

Da qualche tempo l anima mia è stata fatta oggetto di particolari attenzioni da parte del Buon Dio... e in certi momenti della mia giorna­ta, o più spesso al mattino dopo la S. Comunione Egli si abbassa verso di me e investendomi con la sua speciale azione dalla quale non è possibile sottrarsi] tutta a sé mi attrae, mentre mi manifesta i suoi voleri. Già tante cose mi ha fatto capire per il passato; da qualche tempo però me ne chie­de una tutta speciale ed è appunto quella per la quale sono stata costretta a venire presso di Lei, perché solo Lei in questo momento ha il potere di riceverne la confidenza, e a provvedere a quanto le verrò esponendo. Dunque ecco il grande affare. A Loreto, un po' fuori dalla cittadina, è sorta da poco tempo, per merito di pie persone offerenti con a capo un R. P. Cappuccino, un'Opera che si potrebbe definire tutta nuova nel suo genere, sebbene in apparenza assomiglia a tante altre. Lo scopo di detta opera è di accogliere di preferenza persone anziane, che intendono di pas­sare gli ultimi loro anni in un luogo santo, tutto sereno e tranquillo, per poter così ritrovare se stessi nella pratica delle virtù del S. Vangelo, come in una comunità di nuovo genere e, soprattutto, nella ricerca di uno spi­rito tutto particolare che è la glorificazione dello Spirito Santo.

Questo, dunque, è tutto lo scopo di quella Opera: la glorificazione dello Spirito Santo. Perché appunto per questo è sorta, è cresciuta e sta felicemente sviluppandosi. Ma è pure volere di Dio che essendo sorta (quest'Opera) per onorare lo Spirito Santo, non rimanga nascosta nel silenzio, ma che in avvenire divenga come centro d'Irradiazione, e que­sto avverrà per merito del Fondatore, il quale già animato dallo stesso Spirito sta dedicandosi in tutti i modi. Ed io che centro in tutto questo? potrebbe chiedermi. Ma... è un mistero dei disegni di Dio... Comunque qualche cosa é pur necessario che io dica.

Il Rev.do P. Direttore di quell'Opera, che si intitola Oasi «Ave Maria», per qualche anno dopo il mio arrivo a Colle Ameno, 1962­1963, era Confessore di quella Comunità. Nel frattempo, e poi anche in seguito, io non so cosa sia avvenuto della povera anima mia. Allora, die­tro suggerimento di detto Padre, io manifestavo tutto ciò che passava nel mio spirito, per quel tempo intanto, e poi anche in seguito, benché egli fosse stato trasferito a Loreto, avendolo io chiesto presso la Curia come mio confessore particolare. Ed è appunto per quanto io confidavo a Lui, che Egli poi mi affidava delle commissioni presso il buon Gesù, le quali nella piena conoscenza del mio nulla, io le rimettevo nelle mani del Signore, totalmente abbandonata a quanto Egli avrebbe poi disposto. Qui però non mi è permesso di parlare, ma la risposta è quasi sempre venuta, e io allora la trasmettevo. Come vede, in qualche modo in quell'Opera ci sono anchào. Ed ora al pieno del motivo della mia venuta.

E qui, Rev.ma Madre, non saprei come spiegarmi se non parlandone apertamente. Intanto le premetto, che dovrò rimanere sempre nascosta, non apparendo mai in nessun modo presso le creature, perché questo è il volere di Dio. Però il Signore Gesù mi ha fatto sapere, ormai per parec­chie volte, che Egli, in quell'Opera, tutta destinata a glorificare lo Spiri­to Santo, desidera, anzi vuole che un piccolo numero delle nostre Conso­relle, perché figlie predilette della nostra Beata Fondatrice, vi prendano parte, affinché, sia pure nel rispetto e osservanza delle nostre sante Rego­le, siano praticamente come il fermento di ogni virtù cristiana, e nel rispetto e obbedienza al Rev.do Direttore diventino come le Sorelle Ausi­liarie in una pienezza di Carità con tutti i fratelli che vi abitano. A glo­ria dello Spirito Santo, Amore Eterno del Padre e del Figlio. Amen! Ci è noto l'esito di questa ambasciata: generale e assoluto silenzio.

 

CAPITOLO DECIMO

IL CONTESTO ESISTENZIALE (II)

SI ALLARGA LA CERCHIA

Agli inizi di luglio del 1982 arriva a Colle Ameno un sacerdote di Verona, convalescente, bisognoso di aria salubre e di tranquillità, Don Gianfranco Ferrari. Era giunto come per caso. Dice: «Io vi sono venuto dopo essere stato ammalato, e non sapendo dove anda­re, sono andato a Colle Ameno nel luglio del 1982. Quando cele­bravo la Messa, durante l'omelia suggerivo sempre un pensiero di meditazione. Dopo qualche giorno Madre Carolina mi chiede d'in­contrarmi».

Dal suo Diario Don Gianfranco legge:

«21 luglio 1982 - Lungo dialogo con la Povera Anima: mi ha par­lato di Gesù Crocifisso e di come lei pensa che saremo in Paradiso. Mi ha detto che Padre David avrebbe bisogno di un aiuto, e che lei fin dal primo giorno che mi vide, ha pensato a me. Grazie, Signore, per tanta fiducia! La Povera Anima è una vera copia di Gesù. In lei si coglie la sofferenza fisica e morale, la luce, il sorriso, la delicatezza, il rispetto, l'amore alla verità, il bando alle mezze misure, Il suo non è un modo di fare, di presentarsi... è un essere. È amore che si dona».

«29 luglio - Oggi nel pomeriggio, dalle 15.30 alle 17.30, ho avuto un dialogo con la Povera Anima, mi ha aperto il suo cuore. Ha rilet­to davanti a me la sua vita e mi ha detto che il Signore l'aveva spinta a chiedermi quel colloquio. Erano diciassette anni che non parlava in quel modo con un sacerdote al di fuori del suo Padre spirituale. Mi ha detto che si era offerta come vittima e mi ha raccontato come, dopo tante ribellioni interiori, Dio le ha dato la forza di non appartenersi più. Il dialogo si è concluso con la celebrazione del sacra­mento della Penitenza».

Al medesimo periodo risalgono testimonianze di persone biso­gnose che trovano conforto, aiuto spirituale, fiducia nella vita... pre­cisamente in Madre Carolina.

Spontanea ed entusiasta la testimonianza del signor Italo Carloni, che non finisce di esaltare la formazione ricevuta, insieme con il fra­tello, dalle Madri di Colle Ameno a partire dalla Prima Comunione (1946). Dopo essersi sposato, dal 1977 al 1982 perse ben cinque figli, e non osava più sperare di averne altri. Nel 1982 conobbe e strinse amicizia con Madre Carolina, la quale gli ripeteva sempre di aver pazienza e di confidare nella bontà del Signore. Il signor Italo ebbe ancora due figli: Carlo Maria e Filippo, che sono la sua gioia. Egli attribuisce tale grazia alle preghiere di Madre Carolina alla quale tut­tora si raccomanda. Lasciò la sua testimonianza con semplicità, calo­re e viva persuasione?

Assai singolare la deposizione della signora Isabella Di Maggio che, dopo la morte del marito, andava da Madre Carolina con un'a­mica. Donna sensibilissima, la stava ad ascoltare mentre parlava della presenza di Dio in noi, della SS. Trinità, del suo infinito amore... con tanta dolcezza di spirito che innamorava del Signore. Lei, la signora Isabella, piangeva, piangeva di tenerezza e di consolazione. Diceva di non ricordare testualmente le parole udite, ma che le facevano tanto bene, l'aiutavano a ricevere dalle mani del Signore la sua solitudine. Nel parlarne risentiva l'indescrivibile emozione di quei momenti di Paradiso e, rivivendoli nella memoria, non sapeva trattenere le lacri­me. Affermava di sentire ancora la presenza di Madre Carolina (che amabilmente la chiamava «la mia golosona»). Interrogata se acconsen­tisse a rendere pubblico il suo nome, rispose disii, aggiungendo: «Per la gloria di Dio e di Madre Carolina».

Il giorno seguente venne la signora Marisa Penna, l'amica della signora Di Maggio, testimone delle sue lacrime durante i suoi collo­qui con Madre Carolina, della quale ricordava alcune frasi significa­tive. Siamo avvolte in Dio. - Buttate tutto nella misericordia del Signo­re!- Gesù si è incarnato nell uomo per servirlo!- Vívete nell attimo pre­sente con amore! - Dio è amore! È come una mamma per i suoi figli! - Ci vuole l’adesione alla volontà di Dio, come Gesù nell'Orto degli ulivi, non solo l accettazione! - Salite su quel Monte (il Calvario)! - Il Signo­re si manifesta, ma sempre nella sofferenza, presente o che verrà. - L'ef­fusione più grande del suo amore è nell Eucaristia! - Il cristiano deve lasciarsi lavorare: siamo creta informe, lasciamo libertà al vasaio!- Cer­cate l essenziale!

Venne a dare la propria testimonianza anche la signora Esterina (detta Sandra) Cirombella, presente nella Casa religiosa fin dal tempo in cui Madre Carolina era portinaia. Dice: «Madre Carolina era buona, dolcissima, mi voleva bene, aveva tanto amore per tutti. Quando avevo qualche dispiacere, andavo da lei in portineria, e lei mi accoglieva con tanta bontà e mi consigliava bene; io mi sentivo sem­pre tanto consolata. Ci tenevo a dirlo».

 

UN INTERLOCUTORE D'ECCEZIONE

È il signor Veraldo Carbonari di Palombina, a soli tre chilometri da Torrette. Riprendiamo, a senso, gran parte dell'intervista da lui rilasciata .

«Lavoravo nell'ufficio spedizioni di una raffineria di Falconara. Con me c'era un collega molto pio che a Loreto frequentava i conve­gni di Padre David. Mentre si parlava di quel libretto uscito da poco, Potenza Divina dAmore, dove c'era scritto della “Povera Anima”; egli mi disse che riteneva si trattasse di una suora di Colle Ameno: "Ma ce ne sono una trentina, va' a sapere chi è. Per il momento la storia finì lì; io non ci pensavo più».

«Ma un giorno, avendo io un bambino di due anni e mezzo, molto vivace, un amico mi suggerì di portarlo dalle Suore a Colle Ameno: lì hanno un bel giardino con parco e può sfogarsi lontano dai pericoli. Allora io conoscevo Madre Zocca e Madre Girelli e le accompagnavo in macchina a portare la Comunione. Quel giorno, giunto col bambino e con mia moglie nel giardino delle Canossiane, parcheggiai la macchina vicino alla statua di S. Giuseppe. Immedia­tamente dalla portineria esce una suora, che io non conoscevo, e mi guarda come se mi aspettasse. Mi disse: "Scusi, ho voluto vedere chi era, perché qui circolano dei ragazzi con la droga". Faceva bene il suo mestiere di portinaia».

«Ma intanto il mio bambino si era tutto bagnato vicino a una fon­tanella che si era aperta improvvisamente. Dissi alla suora che lo avrei riaccompagnato a casa immediatamente perché, essendo molto deli­cato, temevo mi prendesse la febbre. Risalgo in macchina con mia moglie e il bambino, e dimentico il borsello appoggiato sulla coda della macchina. Giunto al garage, mi raggiunge una mia sorella che, avendo ricevuto al proposito una telefonata, mi avvisa della cosa e siccome nel borsello avevo dei soldi, le chiavi di casa, la patente, ecc., comincio a preoccuparmi di averlo perduto lungo la strada. Ma, alzando gli occhi, vedo il borsello dove l'avevo lasciato prima di par­tire. Io e mia moglie rimaniamo muti dalla sorpresa: lei mi ha guar­dato, io l'ho guardata e ho detto: "Ho capito chi è quella suora, ho trovato chi cercavo". Fu così che conobbi Madre Carolina».

«Un giorno venne un giornalista del Resto del Carlino e io mi tro­vavo 11 e mi domandò: "Lei sa se qui c'è una suora che scrive libri?". - "Io non la conosco" - risposi. "Lei lo sa e non me lo vuol dire". Io ricordo che qualche giorno dopo sul Resto del Carlino c'era un artico­lo intitolato Suora portinaia che diceva che era lei che riceveva quei messaggi, però non c'era il nome: Questo fatto ha provocato un po' le ire del Vescovo di Ancona e credo che abbia vietato a Madre Caro­lina di avvicinare delle persone. Il Vescovo ausiliare, Padre Bernardi­no, invece, aveva stima di Madre Carolina e ha dato lui l'Imprimatur al libro, ma quando è venuto a saperlo, il Vescovo Maccari ha tolto a Padre Bernardino la facoltà di mettere Imprimatur in nessun libro prima del suo consenso».

«Ebbi poi modo di rivedere Madre Carolina, ma non mi parlò del libro, e poco a poco entrammo in amicizia; lei mi telefonava e io le telefonavo: mi chiedeva se potevo portarla a Loreto. Un giorno che io ero da lei, venne suo fratello Oreste e in un momento che lei era andata di sopra, mi disse: "La Madre ha molta stima e molta fiducia in lei, le vuole bene come se fosse suo nipote; noi siamo lontani, a Merano, e possiamo venire raramente. Lei eventualmente può starle vicino?". Io risposi: "Senz'altro, lei non si preoccupi"».

«Però la Madre era sempre ligia e chiedeva sempre il permesso alla Madre Superiora e alla Provinciale di Verona. Aveva chiesto se pote­va dialogare con me quando venivo a trovarla. Siamo andati diverse volte a Loreto; parlando del più e del meno, ricordo che lei ritagliava articoli del giornale Avvenire riguardanti la catechesi. Lei era entusia­sta di Monsignor Magrassi e del Cardinal Biffi, e io ho molti ritagli che lei mi dava. Aveva incominciato a studiare il Diritto canonico ».

«Un giorno mi disse: "Questa povera creatura se c'entra, Veraldo, con l'Opera dello Spirito Santo, se c'entra! Mi è costata sangue!". E poi mi disse che laggiù... era diventato un posto di passaggio: veniva­no, stavano lì e poi se n'andavano. lo ho potuto notare questo, che c'era disaccordo nel metodo tra il Padre David e lei. Lei intendeva più che altro lasciar fare alla Provvidenza, che si pregasse molto e si par­tisse piano piano. Invece, col suo entusiasmo, Padre David era un po' in attrito... voleva fare, fare...».

«Quando lei sospese gli scritti a Padre David, voleva portarli diret­tamente al Vescovo di Palestrina. Dovevo portarla io a Palestrina, ma non avendo il condizionatore, e la Madre soffriva il caldo, è venuto Don Gianfranco con la macchina d'un amico che aveva il condizio­natore, e l'ha portata a Palestrina. Ha avuto l'incontro con Monsi­gnor Garlato e a lui ha consegnato gli scritti. Dopo, Monsignor Gar­lato, conoscendo gli scritti, ha conosciuto la Madre, ha capito chi era Madre Carolina e ha nominato nell'Opera un suo rappresentante».

«Qual'è il mio concetto di Madre Carolina? Innanzi tutto era di un'umiltà fuori del comune, in eccesso, forse perché lei spiritualmen­te aveva camminato molto, forse aveva raggiunto il Sole... e più vedi le tue nullità. Era persona di preghiera: molto, molto lei pregava, giorno e notte. Era persona di silenzio, di raccoglimento, di una pru­denza eccezionale, caritatevole. Per gli altri avrebbe dato anche la vita. Non si è mai lamentata, non ha mai detto che la croce era pesante sulle sue spalle. Ha detto solo che quest'Opera le è costata sangue».

Appare subito che il signor Veraldo Carbonari è fra i testimoni meglio informati, vero ammiratore e amico della «Povera Anima». Dal 28 maggio 2000 fa parte del Consiglio Direttivo eletto dall'Assemblea dei Delegati dell'Associazione Pubblica «Potenza Divina d'Amore».

 

INTERVISTA A PADRE DAVID

Nel 1982, dopo sette anni dalla pubblicazione del volumetto Potenza Divina dAmore, che è «un estratto di un voluminoso mano­scritto di oltre 500 pagine, composto da una "povera anima" (così ella si firma) unicamente sotto la spinta dell'obbedienza», pubblicato a cura di Padre David De Àngelis, questi fu intervistato per invito di S. Ecc. Padre Canisio Van Lierde, Vicario Generale per la Città del Vati­cano. Ce n'è stata trasmessa una parte, di cui trascriviamo qualche stralcio, quasi sempre a senso.

Alla domanda circa i «segni» che hanno accompagnato la credibi­lità e l'ispirazione dell'opera, Padre David segnala «innanzi tutto la bontà dell'idea, poi il fatto che l'Anima non aveva mai letto opere sullo Spirito Santo, né conosceva autori spirituali come S. Giovanni della Croce, S. Teresa d'Avila o S. Francesco di Sales. Inoltre, l'Anima non aveva mai dato importanza ai suoi scritti, non aveva mai doman­dato quale uso ne avessi fatto, né mai mi ha chiesto se avessi esegui­to quanto la Voce indicava come volontà di Gesù».

«L'Anima è sempre rimasta nel nascondimento del suo nulla, pro­prio secondo le indicazioni che le venivano dalla Voce. Quando le feci osservare che mi aveva messo tra le mani cose che solo una pazza avrebbe potuto consegnare, mi rispose: "Eh, Padre, che gliel'ho detto io di crederci? Non ci credo io, perché ci ha creduto lei?". E questo con una calma perfetta e grande padronanza di sé».

«Io conosco la ipersensibilità delle donne, un certo squilibrio psi­chico [a volte]; ma in quest'Anima mai un gesto, un atto, una paro­la che potesse denotare mancanza d'equilibrio, o attaccamento a quello che mi aveva presentato. Per me questa è la prova delle prove».

«Ho voluto pure domandare ai suoi Superiori se era obbediente, donna di preghiera, di vita religiosa integrale... e mi è stato risposto di sì».

«Quanto ai segni esterni, ritengo probante il fatto di aver potuto raccogliere in pochissimo tempo fondi assai considerevoli. L'Oasi "Ave Maria" è stata costruita senza problemi di carattere materiale; io non ho avuto un soldo dallo Stato per questa Casa. Così ora laggiù a Palestrina... mancano solo le tinteggiature».

Alla domanda se ci fossero i soldi anche per il Tempio, Padre David risponde testualmente: «Io per il Tempio ora non ho problemi, perché vedo che le anime rispondono in una maniera eccezionale».

Alla domanda riguardante i primi Discepoli e Apostoli dello Spiri­to Santo, Padre David risponde: «Abbiamo sei anime in questo momento: un giovane e cinque ragazze, le quali vogliono consacrarsi. Attualmente li metto nel Terz'Ordine Francescano [per riguardo a Mons. Capovilla] e vivono tutti in questa Casa. Sono di un entusia­smo! Io non sono stato mai di fuoco, anzi io dico: Andiamoci piano! E poiché l'Ordine Cappuccino non li riceve, il mio Superiore mi ha detto: "Fondalo tu un Ordine!". Poi mi si sono presentati questi gio­vani e ho accettato la loro richiesta. L'Opera non è nelle mani del­l'Ordine Cappuccino; deve avere una consistenza propria».

 

SILENZIO O PAROLA A TEMPO E LUOGO

Non risulta che Padre David abbia fatto parola di questa intervi­sta a Madre Carolina la quale se ne stava volentieri nascosta nel pro­prio nulla: non c'era pericolo che, in Comunità o con qualche Con­sorella, accennasse minimamente alla sua vicenda spirituale così straordinaria. Don Gianfranco Ferrari è pure testimone dell'assoluto riserbo delle suore nei riguardi di Madre Carolina.

«Le suore che c'erano lì [a Colle Ameno], in nove anni che vi sono andato, non le ho mai sentite parlare una volta sola di Madre Caro­lina; mai nessuna». E aggiunge: «Era obbedientissima. Lei aveva un'infinità di relazioni, e non poteva telefonare, non poteva fare. Allora che cosa escogitava? che quando le altre andavano a riposare, lei diceva: Andate pure! E stava al telefono, ed era il tempo in cui le persone potevano telefonarle. Lei non telefonava, ma riceveva telefo­nate e dava consigli a tutti».

Sappiamo di persone, desiderose di mantenere l'anonimato, che grazie ai suggerimenti e alle preghiere di questa straordinaria suora portinaia, ebbero la grazia di superare momenti assai dolorosi della loro vita: sofferenza fisica e morale, lutti, abbandoni, disperazione fino alla tentazione del suicidio. Una, in particolare, che l'aveva conosciuta intimamente nel periodo critico dell'Opera a Palestrina, ne parla con venerazione. Dice pressappoco:" «Ne avevo avuto una prima notizia attraverso il libro Potenza Divina dAmore adocchiato in una libreria vicino a Salerno. Trascorsi due anni, mi prese la sma­nia di conoscerla, la cercai e la trovai proprio in preghiera, in un periodo di grande sofferenza. Madre Carolina non esitò ad acco­gliermi, ascoltarmi e parlarmi: con una gentilezza, una dolcezza...! Mi ha salvato da una situazione di disperazione, m'infondeva un senso di pace, mi dava forza, mi comunicava un po' della sua straor­dinaria forza morale e spirituale. Io la chiamavo: `Za mia piccola grande quercia': Interrogata da me sulla Voce, mi fece qualche con­fidenza, non relativamente al contenuto dei Messaggi, ma dicendomi che quella Voce l'aveva sentita la prima volta in Emilia, però la cre­deva fantasia sua..." Ricordo che aveva un parlare molto immediato, spontaneo, affabilissimo... ».

Fu precisamente la molteplicità delle sue relazioni a impensierire la Superiora locale, Madre Elettra Serenelli. E non a torto, perché la notizia era giunta fino al Vescovo di Ancona, il quale richiese alla Superiora Provinciale di Verona che Madre Carolina fosse rimossa da Colle Ameno. Ovviamente la Superiora Provinciale si consigliò con la Superiora Generale la quale, in vista di una serena composizione della vertenza, prese l'iniziativa di scrivere a Padre David.

 

MATURITA’ UMANA E CRISTIANA

Madre Filomena Annoni era infatti al corrente della singolare vicenda di Madre Carolina e del grande affare per il quale era stata a Roma nel 1972, pochi mesi prima della sua elezione a Superiora Generale. Con molta responsabilità ne aveva pure trattato col pro­prio Consiglio, al quale sembrò bene, come ai tempi di Madre Zam­belli, lasciar cadere la richiesta di mandare qualche Consorella tra i membri della nuova Istituzione: la motivazione più probabile stava nel dubbio che veramente nostro Signore avesse parlato a Carolina Venturella. Tuttavia Madre Annoni alcuni anni dopo dovette occu­parsi di questa Consorella che amava e stimava; non solo, ma crede­va nel futuro dell'Opera per la glorificazione dello Spirito Santo. Lo si desume per l'appunto dalla lettera da lei scritta a Padre David De Angelis nel 1983.

Revldo Padre David,

da tempo non mi sono più fatta sentire neppure io, ma seguo sempre attraverso il Foglietto quanto lo Spirito del Signore sta operando.

Le assicuro che continuo a pregare perché trionfi al più presto la potenza dellAmore. Credo che sia necessario affrettare i tempi con tanta fede e tanta preghiera perché il Vescovo di Palestrina ha poca salute e se venisse meno potrebbero risorgere difficoltà non lievi.

Il demonio come leone rugge attorno a quest'opera che sarà di grande gloria del Signore.

Ed ora mi permetto di segnalarle, in segreto, che il Vescovo di Ancona ha chiesto alla Madre provinciale di spostare Madre Carolina dalla Casa di Colle Ameno. So che la Madre Provinciale non lo farà per non far fare grossi sacrifici a una persona di 82 anni.

Però mi dicono che vanno parecchie persone a Colle Ameno da M. Carolina. Questo può suscitare dei disagi e chiacchiere che imbrogliano. Sarebbe bene che M. Carolina non ricevesse persone, come aveva fatto per tutti gli anni passati. Io a M. Carolina, che è venuta a Roma," non ho detto niente, perché penso che sia bene che sia lei solo, Padre, a dirle una parola, senza accennare al Vescovo, essendo la cosa riservata. Anche per venire qualche volta a Loreto, non c'è niente e io do tutta la fiducia a M. Carolina, ma per la Superiora della Casa" è una sofferenza il sapere che la cosa non è gradita al Vescovo. Ho pensato di scrivere a Lei per non dover parlare con nessun àltra persona, perché credo che il silenzio sia il mezzo più potente per difendere le opere di Dio. Veda lei, Padre, se può, con prudenza dire a M. Carolina che offra il sacrificio, per ora. Poi, penso che sia una difficoltà del momento, che passerà come tutto il resto.

Non si preoccupi, Padre, è una cosa da nulla, ma il diavolo di tutto si serve per scatenare difficoltà e far pagare a M. Carolina l'opera del Signore.

Mi era venuto il desiderio di venire a Palestrina a incontrarla, ma temevo di non trovarla. Noi abbiamo una piccola Comunità a Zagaro­lo quindi proprio nei pressi di Palestrina. Quando il Signore vorrà c'in­contreremo.

Io prego sempre perché lo Spirito del Signore sia il vincitore. Buona Pasqua, Padre! Preghi anche per me e mi benedica!

Obb/ma Sr. Filomena Annoni, fcc. Lettera stupenda, rivelatrice di una sensibilità, delicatezza, mode­stia, discrezione, prudenza, rispetto eccezionali in chi scrive. Baste­rebbe da sola a rendere l'immagine della maturità umana e cristiana di questa Superiora Generale che per grazia di Dio ha retto l'Istituto delle Figlie della Carità Canossiane per dodici anni, ritirandosi poi nell'umile nascondimento di chi si sente «serva inutile» e rende a Dio solo l'onore e la gloria.

 

PRESENTIMENTI

Precedentemente a questa lettera, Madre Carolina, il 2 gennaio 1983, scrivendo a Padre David, era uscita in un'espressione piuttosto sibillina: «Oh, quanto terribile cosa è per la povera creatura trovarsi quasi completamente sola! Dico "quasi" perché nel mio caso vi era pure una voce che misteriosamente mi diceva: Tieni per me! C'è bisogno anche del tuo sacrificio... del martirio del tuo cuore. L'O­pera in questi giorni ne ha un forte bisogno! Non pesa anche su di te il grande affare? Dunque lascia fare... L'Amore non tradisce mai!» (2 gennaio 1983, 56/50).

Intanto all'Oasi si verificano fatti preoccupanti e Madre Caroli­na, che è stata a visitarla, osserva che «bisogna veramente lasciarsi trasportare dalla Potenza del Divino Spirito, senza il timore di lace­rarsi i piedi lungo il faticoso cammino...» (16 gennaio 1983, 56/51). E nella lettera seguente: «La luce della Potenza Divina d'Amore ci guidi nel discernimento dei suoi eletti» (15 febbraio 1983, 56/52). Era veramente questa la grande urgenza e Madre Carolina la sentiva in profondità; tuttavia scriverà a Padre David: «Per il buon nome dell'Opera, sarà sempre meglio donare amicizia, comprensione, amore: tutti indistintamente possano considerarsi membri eletti...» (30 marzo 1983, 56/53). Ma successivamente confessa d'avere «il cuore molto amareggiato... Chi si allontana o è allontanato, non sarà favorevole all'Opera... Dove andrà a finire il buon odore di santità e di carità? Perdoni - si rivolge a Padre David - è la forte passione che di continuo mi tormenta... cioè che l'Opera venga conosciuta, sti­mata e amata!». E immediatamente: «Come non detto» (17 aprile 1983, 56/54).

Avvicinandosi la Solennità di Pentecoste Madre Carolina «auspica a tutti una abbondante fiammata del Divino Spirito Consolatore». In mezzo alle sue perplessità e condizionamenti, ha la grazia di trascorrere cinque giorni all'Oasi, partecipando alla «novena in preparazio­ne alla Grande Festa proprio nel luogo da Dio stabilito per la glorifi­cazione dello Spirito Santo. Oh, quanti particolari (sia pur misterio­si), che in una certa epoca della mia vita hanno favorito il mio spiri­to e hanno formato nella mia esistenza un nuovo modo di vivere e di sentirmi in Dio per Cristo e nello Spirito Santo, mi si presentavano nella memoria con tanta chiarezza da rendermeli come attuali!... Oh, sl... quel meraviglioso evento non è del passato, ma rimane sempre in me come un continuo presente!» (29 maggio 1983, 56/56).

La lettera successiva tradisce in Madre Carolina uno stato d'animo sempre più perplesso: «Con tanta frequenza - scrive al direttore - mi si martella nel cuore quanto nella sua ultima comunicazione telefo­nica con brevi parole mi ha fatto comprendere...» (15 giugno 1983, 56/57).22 Particolarmente significativa la lunga lettera del 13 luglio, scritta per spiegare a Padre David, dietro sua richiesta, come si svol­gevano i suoi incontri col soprannaturale e come si incidevano nel suo intimo i Messaggi di cui doveva farsi latrice.

«Il modo poi con cui avveniva questo esprimersi di un pensiero o messaggio, io tenterei di presentarlo così: Ora, dunque, la povera anima si trova in una completa calma, mentre con il cuore e con tutte le potenze del suo spirito se ne sta rivolta verso Colui che la sostiene e dal Quale tutto attende. Ed ecco, come da una misteriosa fiammella che, dolcemente e silenziosamente muovendosi sta tracciando nell'intimo della piccola creatura il nuovo messaggio, lo imprime con tanta chia­rezza da farlo rimanere poi impresso e presente anche per più giorni. Di solito però quanto in questi incontri riceveva lo deponeva per iscritto, perché così doveva fare» (13 luglio 1983, 56/58).

Ora abbiamo un'idea meno vaga del misterioso fenomeno della «Voce».

 

ANCORA IN CAMPO FORZE AVVERSE

Incuriosisce non poco la postilla scritta da Madre Carolina, sulla lettera del 26 novembre, a spiegazione dell'esortazione da lei fatta a Padre David: «Coraggio!». Dice la postilla scritta in un angolo sopra la data: «Allusione al fatto doloroso che, per causa di forze ispirate dal Maligno, il S. Padre non sarebbe andato di persona a benedire la Grande Opera». E qui bisogna attingere ad una delle fonti princi­pali: Inaugurazione del Centro di Palestrina (18 agosto 1983). Nel­l'Annuncio Ufficiale diramato da Loreto il 2 agosto, Padre David assi­curava: «Nel giorno solennissimo in cui il Papa Giovanni Paolo II viene, in visita pastorale, nella sua diocesi di Palestrina, il Centro d'ir­radiazione per la glorificazione dello Spirito Santo [...] ha l'onore di far benedire e inaugurare [...] un grande e bel fabbricato costruito appositamente [...]». Il Vescovo di Palestrina, infatti, aveva informa­to Padre David che il Papa stesso avrebbe compiuto il grande gesto ma, «passati appena alcuni giorni, si sparse la notizia che, per man­canza di tempo e per motivi di sicurezza, non sarebbe più venuto [...]». Più facile immaginare che descrivere la delusione, attutita appena in parte dall'arrivo del Card. Carlo Confalonieri, Decano del Sacro Collegio, che celebrò la S. Messa e benedisse il nuovo Centro.

Ma le «forze ispirate dal Maligno» stavano tramando insidie ben più dolorose: l'incomprensione e la divisione degli animi. Nel capi­tolo precedente, al paragrafo dedicato alle Superiore locali, si accen­nava al periodo di sofferenza vissuto da Madre Carolina durante un triennio per cause interne, periodo che l'interessata, parlando con Don Gianfranco Ferrari, ebbe a definire «arresti domiciliari». Appa­rentemente erano in conflitto la Superiora e una sua suddita, ma in profondità era all'opera la gelosia del Maligno. Madre Serenelli era giustamente preoccupata di non trasgredire le direttive del proprio Vescovo; Madre Carolina, non sapendo nulla del divieto di comuni­care con le numerose persone che ricorrevano a lei per consiglio, in buona fede cercava il modo di ascoltarle e di aiutarle. Ma soffriva e soffriva molto perché costretta a farlo di nascosto; perché non sempre si sentiva libera nei rapporti con la Superiora; perché non le era con­cesso andare all'Oasi a ritemprare lo spirito; perché le Discepole e Apostole dello Spirito Santo si erano trasferite a Palestrina; perché non sempre Don Gianfranco poteva andare a visitarla; perché senti­va diminuire le forze... Oh, non era il fatto d'invecchiare ciò che l'af­fliggeva, anzi..., ma la constatazione che spesso durava fatica ad appli­carsi a cose d'impegno, come lo scrivere, mentre perdurava tuttora l'obbedienza di mandare al direttore i suoi resoconti spirituali... Per­ciò, suo malgrado, li andava diradando.

Grazie a Dio, ebbe il conforto di ricevere tratto tratto qualche let­tera da Don Gianfranco Ferrari che, da Verona o da qualche altra sede dove provvisoriamente si trovava, le scriveva parole di fede e di spe­ranza." Si ha l'impressione che questo dossier di lettere, sgorgate con immediatezza e spontaneità dalla carica spirituale di cui era dotato, riflettano, meglio dell'Intervista, la personalità di Don Ferrari e il tipo di rapporto intercorso tra lui e Madre Carolina. Vogliamo citare almeno qualche stralcio:

«Giovedì, 12 luglio [1984], sono andato all'Oasi di Loreto e mi sono incontrato con Padre David [...]; ho comunicato il mio modo di vedere e di sentire nei riguardi dell'Opera [...]. Mi ha chiesto se potevo entrare nell'Opera. Ho detto che non mi sento chiamato. Cara Suor Carolina, l'obbedienza al mio Vescovo mi chiama a cam­minare come parroco in una comunità, ma il mio cuore e i miei desi­deri sento che camminano con tutta la Chiesa».

«La sua lettera mi ha portato tanta gioia [...]. È Lui che la chiama ad essere come il grano sotto terra [...]. Quanto dobbiamo amare la Chiesa! È Gesù che vive nel tempo per nutrire di sé gli uomini [...]. Quanto Gesù domanda nel segreto del cuore facciamolo con genero­sità [...]. È lo Spirito che chiama, che guida, che dà forza. Coraggio! Lei è un'anima prediletta da Dio nell'amore e nel dolore [...]. Mi auguro che la sua forza di volontà e la sua fede le diano energia per essere sempre "antenna" che capta e trasmette».

«Mi è giunta graditissima la sua lettera. Da alcuni giorni pensavo a lei, a quanto il Signore le ha messo nel cuore per il bene della Chie­sa [...]. Il Signore quando chiama all'intimità con Lui crea intorno il deserto: è il mistero dell'amore di Dio per noi [...]. Vada a Roma. Nulla chiedere e nulla rifiutare in certi cammini voluti dal Signo­re[...]. Qui mi sento che Lui feconderà, dilaterà, radicherà [...]».

Il giorno di Pentecoste del 1984 Padre David le fece la straordina­ria sorpresa di una visita e Madre Carolina lo ringrazia con effusione. Ma profonda amarezza doveva recarle la visita canonica della Supe­riora Provinciale che già conosciamo la quale, prudentemente, le vie­tava tante relazioni con persone esterne. Madre Carolina lo scrive a Padre David: «Credo di poter confidarle... con tutta sincerità che non c'è istante di giorno o di notte (quando sono sveglia) che questo enor­me peso non mi schiacci tutto l'essere!... Cosa abbia provato in quel momento non saprei neppure io spiegarlo! Ho accettato... ho ringra­ziato... ho cercato di mostrarmi tranquilla, ma poi non so dire altro! Però devo anche confidarle che la forza di Dio nello Spirito Santo mi ha anche molto, moltissimo confortato, perché dentro di me una voce mi diceva: Coraggio!... Dio è più grande di tutte queste cose! Egli solo è da ricercarsi, da stimarsi e, soprattutto, da amarsi! Ora, però, pur non venendo meno alla mia adesione a quanto è stato sta­bilito, vorrei, in certi momenti, un po' indagare da quale motivo sia stata provocata... Ma no, è meglio che tutto vada per il suo corso!!! Comunque da parte mia io potrò sempre sinceramente e altamente gridare dinanzi a chiunque che in tutto e sempre nel mio operare non c'è stato mai altro motivo se non quello di trattare e amare ogni fra­tello, chiunque fosse, con lo spirito del S. Vangelo di nostro Signor Gesù Cristo, e secondo lo spirito e le direttive della mia Beata Fon­datrice, essendo questo eminentemente spirito di carità, di benevo­lenza e di comprensione, senza distinzione. Che se poi la divina Prov­videnza ha disposto che certi particolari esperimentati da una certa povera anima fossero dati alla stampa, quell'anima non si è mai cre­duta una favorita speciale da Dio, e non ne fece mai parola con nes­suno, pur lasciando il pensiero e la responsabilità a quel Sacro Mini­stro di Dio al Quale con tutta fiducia aveva consegnato le proprie sorti!» (23 maggio 1984, 56/66).

Per divina grazia Madre Carolina ha una profonda riserva di ener­gie spirituali alle quali attingere, come appare anche dalla chiusa della lettera successiva. Dopo aver elencato alcuni motivi di grande con­forto, aggiunge: «Ma ciò che maggiormente m'ispira fiducia e forza di poter cogliere e vivere la mia vocazione, è il potermi gettare nel Sacro Petto di Cristo, mio dolce riparo e fonte d'ogni bene e grazia, ed ivi pienamente abbandonarmi e, smarrita, non cercare, non vive­re d'altro che di Lui, unico, vero e Sommo Bene! Ecco quindi tutta la mia fiducia e la mia salvezza! Lui solamente! Amen!» (8 giugno 1984, 56/67).

Effettivamente la povera creatura si sente stretta da tutte le parti e deve diradare anche la corrispondenza col direttore spirituale. Quando riesce a scrivergli non può tacere la sua grandissima soffe­renza morale nel sentirsi così lontana e isolata dall'Opera... «e il dovermene star qui prigioniera, senza poter andare a Loreto per fare eventualmente una qualche affettuosa visitina a tutti quei cari fratel­li e sorelle...».

Tuttavia deve anche confidargli che, pur in mezzo a tante amare vicende, nel suo cuore «permane sempre una grande forza, anzi una meravigliosa atmosfera di pace, di serenità e di gaudio da poter for­mare della mia vita un canto! E questo alla mia età!!!» (8 novembre 1984, 56/68).

 

CAPITOLO UNDICESIMO

VINCA L'AMORE

SUBLIME E TREMENDA PROSPETTIVA

Siamo ormai nel 1985 e c'imbattiamo in tre lettere, scritte da Madre Carolina a Padre David, le uniche in tutto l'anno, che susci­tano grossi interrogativi. Nella prima, in cui la piccola anima si con­sidera alla stregua del « figliuol prodigo che ritorna al padre», si legge infatti: «[ ...] finalmente, per grazia di Dio, oggi mi faccio viva... Anzi, è avvenuto che anche dopo aver preparato uno scritto, invece di spe­dirlo l'ho distrutto. Mi viene da pensare che non sia il trovarmi rele­gata in questa situazione ciò che è per me di grande travaglio e forte sofferenza! Ed è anche vero che qualche volta mi giungono, sia pur da persone estranee all'Opera, delle notizie... ma purtroppo queste non mi sono di grande conforto! Quindi, come vede, R.P, c'è un com­plesso di cose che penetrandomi nel cuore mi riduce a questo modo...» (13 maggio 1985, 5b/69).

Solo allusive, ma più impressionanti le due lettere successive, motivate forse dal medesimo fatto che, però, rimane momentanea­mente sconosciuto. Dice la prima: «Dopo quanto è avvenuto costi presso la nostra S. Casa (Opera), pur non essendo molto bene infor­mata, sento fortemente il bisogno di raggiungerLa con la presente per assicurarla che con la sofferenza e la preghiera Le sono sempre vicina, come pure a tutti i nostri carissimi Fratelli e Sorelle. Speriamo che le cose vengano accomodate al più presto, in modo che poi tutto diven­ti normale...» (16 agosto 1985, 5b/70).

Si legge nella seconda: «Quando nell'ultima sua venuta qui a Colle Ameno [...] intendeva di chiedere l'aiuto di preghiere e suppliche per poter comprendere, se fosse stato possibile, e per pura divina beni­gnità dello Spirito Santo come comportarsi, ad un certo momento decisamente mi affidò il compito di chiedere io stessa tale grazia. Allora io ben comprendendo quanto fosse grande l'importanza del caso, ne rimasi molto colpita e preoccupata [...]. Cosa poi sia succes­so dentro di me [...] io non saprei come spiegarlo. Tuttavia ecco quanto in coscienza mi sembra di poterle confidare [...] e nel tra­smetterle questi particolari mi sento veramente tremare... e quasi vor­rei non farlo... La povera anima» (7 dicembre 1985, 5b/75).

Può essere che l'affare tanto importante, per il quale Padre David aveva chiesto preghiere e suppliche, fosse quello di cui tratta Il Vesco­vo Renato Spallanzani sul finire del 1985. Avendo saputo che tra i membri dell'Associazione dei Discepoli e Apostoli dello Spirito Santo si è formato un gruppo di uomini e donne desiderosi di consacrarsi totalmente al Signore con i voti religiosi, egli scrive:

Benedico di cuore tutti costoro con li2ugurio che il loro numero possa crescere sempre più, nella speranza di poter procedere, a norma del Codi­ce di Diritto Canonico, all érezione di un vero e proprio Istituto religio­so di diritto diocesano, che, peraltro, riterrei quanto mai necessario per lo sviluppo ulteriore e la vita stessa di tutta l'Opera dello Spirito Santo (…). Palestrina, 29 dicembre 1985

Renato Spallanzani Vesc

Se ciò si verificasse, si tratterebbe indubbiamente di un grande dono fatto dallo Spirito alla sua Chiesa, ma è pur sempre vero che i doni di Dio sono da accogliere con santo timore, vista l'umana inca­pacità di valorizzarli per quello che sono e di corrispondervi degna­mente. Nel caso specifico poi di cui stiamo trattando, si è in presen­za di una sorta di paradosso: infatti, mentre da un lato si lamentano crisi di vocazione nei primi giovani venuti, dall'altro si desidera dare alla nascente Associazione uno spessore più consistente e personalità giuridica. Ma all'Amore nulla è impossibile e i fatti mostreranno, a dispetto delle forze avverse e nonostante tutti i limiti umani, il pro­getto di Dio nella sua profondità e vastità.

 

«EST, EST, NON, NON!»

Già conosciamo l'abituale franchezza di Madre Carolina che non raramente si manifesta con qualche battuta, come ci assicurano non poche testimonianze. Da qualche tempo, tuttavia, si ha l'impressione di un affermarsi cosciente e crescente di questa sua sicurezza interio­re, che le deriva, non c'è dubbio, dalla sua familiare frequentazione dello Spirito. Leggiamo, ad esempio, ciò che scrive a Padre David il 2 febbraio 1986: «M.R. Padre David, affinché non avvenga che Lei mi faccia altre chiamate telefoniche inutilmente, mi affretto ad infor­marla che, se per il momento non le do nessuna risposta su quanto desidera, non è che io lo faccia per motivi personali, ma perché per il momento è meglio attendere, pregare e offrire sacrifici [...] Se poi in seguito le cose si manifesteranno nella loro realtà e con chiarezza, stia certo che alla maggior gloria di Dio, tutto le sarà reso noto» (2 feb­braio 1986, 56/72).

Nella lettera seguente, invitandolo ad andare a Colle Ameno aven­do dei particolari da mettere nelle sue mani, lo prega di non portare con sé troppe persone per godere di maggior libertà (cfr. 20 febbraio 1986, 56/73). Padre David ha aderito all'invito della povera anima, ma questa confessa di essersi comportata male nei suoi confronti, e gli porge assai umilmente le sue scuse, concludendo: «Se, come spero, mi concederà il suo perdono, La ringrazio infinitamente e, benedi­cendo il Signore, gliene sarò sempre grata» (3 marzo 1986, 56/74).

A distanza di soli cinque giorni, Madre Carolina scrive un'altra let­tera, dichiarando fin dall'inizio che proprio non lo farebbe, perché tutto quello che sta vivendo le sembra una pazzia. La conforta unica­mente il pensiero «che nel suo cuore non c'è altra intenzione se non quella di cercare in tutto e sempre la pura gloria di Dio». Deve però trasmettergli il messaggio ricevuto la mattina del 5 marzo. In risposta alla sua domanda di aiuto al Dio delle misericordie, si sente dire: «Ebbene, sl, eccomi qui, poiché io sono sempre con te. Ma tu in questo momento mi devi rendere testimonianza presso il mio Mini­stro. Ed ecco come: Gli dirai dunque in mio nome: Chi ha pro­nunciato e suggerito quel primo "sl"" in quel primo tempo?... Non forse io, Potenza Divina d'Amore?... E chi poi ha sostenuto e gui­dato l'Opera lungo il percorso ostacolato da tante prove e nemici? Ed ora che intendo intervenire con un mio nuovo progetto per il consolidamento e il maggior sviluppo dell'Opera e, più particolar­mente perché in essa lo Spirito Santo venga maggiormente glorifi­cato, ora dico, che io intendo di proporre quell'anima da me scelta e formata,' non si vorrà più tenerne conto di nulla? Se lo Spirito Santo ha compiuto tali cose in passato, non lo farà ancor più in avvenire?... Certamente che si; se però si accoglierà il mio nuovo progetto, e nel modo da me presentato... Ecco quanto tu gli farai sapere! Oh, povera vecchia creatura, dove mai sono capitata! Ma fiat!... Amen!» (8 marzo 1986, 56/75).

Non è la prima volta che vediamo la piccola creatura impegnata da Dio in ambasciate penose e tentata di non eseguire il comando; ma tant'è: la sua personalità adamantina prima o poi la porta a rife­rire con esattezza quanto ha ricevuto l'ordine di riferire, non è fatta per le tergiversazioni e le indorature. Purtroppo, però, non conoscia­mo l'esito immediato di quest'ultima sua ambasciata.

 

AVVICENDAMENTI

Si ricorderà che la povera anima stava attraversando un periodo veramente difficile della sua vita conventuale, da lei paragonato, forse nel tentativo di non prendersi troppo sul serio, «agli arresti domici­liari». In seguito poi alla visita canonica provincializia del 1984, era stata invitata a ridimensionare di sua iniziativa le numerose relazioni con persone estranee, con non piccola sofferenza sua e delle persone a lei affezionate. Intanto però, sempre nel 1984, c'era stata l'elezione della nuova Superiora Generale, seguita, a suo tempo, da nuove nomine di Superiore Provinciali e dall'avvicendamento delle Supe­riore locali. Nella comunità di Colle Ameno a Madre Elettra Serenelli era succeduta Madre Maria Bragantini, meno apprensiva e, quindi più aperta e tollerante. Madre Carolina respira ora più liberamente.

Avvicinandosi la solennità di Pentecoste del 1986, vi si prepara con un corso di esercizi spirituali; tuttavia non potrà essere fisica­mente presente all'Oasi per la solenne celebrazione! Lo sarà con lo spirito, augurando che «lo Spirito Santo scenda con la sua Potenza su ogni cuore per fecondarlo con i suoi sette doni [...]. Ma è soprattut­to su di Lei, R. P, che in questo momento sento e debbo augurare il gran dono dello Spirito Santo in tutta la sua pienezza, affinché in tutto e sempre si compia secondo la volontà di Dio e alla sua mag­gior gloria!» (4 aprile 1986, 56/76). Ma questa lettera non fu spedita e Madre Carolina confessa di non saper darsene la ragione, motivo per cui, pur avendo già iniziato i Santi Esercizi, «in clima di silenzio e di meditazione, rinnova i suoi auguri, auspicando su tutti i compo­nenti della prediletta famiglia la pienezza d'ogni bene della Potenza Divina d'Amore» (12 maggio 1986, 56/76 bis).

Ovviamente, con grande sollievo d'entrambi, Don Gianfranco Ferrari non fu più costretto a ricorrere a stratagemmi per incontrare Madre Carolina. Ebbe così modo di conoscerla meglio. Precisamen­te nel luglio del 1986 egli scrisse nel suo Diario:

«Torrette - Vado col cuore nella sofferenza: mia madre sta molto male, ma io ho bisogno di un po' di riposo. Sento che il Signore mi vuole qui anche per mettermi in ascolto di Madre Carolina: è per lei un momento delicato e difficile. Dialogo prolungato con la Povera Anima. Sembra che anche Padre David non penetri nella realtà dei problemi. Quanto ha sofferto per questo Madre Carolina! Le ho detto che l'Opera non si spegnerà, che questi assalti del demonio sono un segno, ma che la distruzione è per un inizio».

«17 luglio - Oggi Madre Carolina mi ha chiesto un colloquio... Quante cose porta nel cuore! Quanta sofferenza e amore alla Chiesa, amore alle persone. Quanta paura dei fatti straordinari per sé! e tic parla poco, anche se oggi mi ha parlato molto chiaro. Quanto equi­librio, e quanta apertura sui problemi attuali! Sembra una giovane. È una donna di carattere, poche parole ma ferme, dette con la forza dello Spirito [...]. Dopo il colloquio, prima di uscire, le ho parlato dell'Opera dell'Amore sacerdotale, del rapporto tra l'uomo di Dio e la donna di Dio: ha capito tutto ed ha detto: «LE così", facendomi capire che anche lei è in questo cammino voluto dal Signore».

«25 luglio - Questa mattina Madre Carolina mi ha chiesto di con­fessarsi, esprimendomi il desiderio d'incontrarmi nel pomeriggio. Mi sono preparato nella preghiera, perché incontrare certe creature che portano nel cuore, per il bene della Chiesa, un "fuoco nuovo" è sem­pre impegnativo. È una responsabilità, perché non bisogna dire paro­le che non vengano da Colui che è la Parola. Madre Carolina, a sua volta, mi ha detto che si era preparata con tanta preghiera, perché desiderava che fosse un incontro con il Signore, più che con me. Mi ha detto della sua difficoltà di rapporto con Padre David. Lui vuole costruire le opere e lei ne riconosce tutta la competenza, ma a lei que­sto tipo di opere non interessa; lei desidera la formazione di un grup­po di anime religiose. Madre Carolina a un certo momento lo ha rifiutato, non lo riconosceva più. Dice che si stanno perdendo andan­do alla meta; ne soffre molto. D'altra parte lei deve stare nascosta, questa è anche la condizione postale da Madre Annoni».

 

FINALMENTE LA RISPOSTA

Non sembri temerario affermare che quanto Dio è fedele alle sue promesse, altrettanto è paziente nell'aspettare la risposta alle sue atte­se. Il riferimento è alle numerose richieste fatte da Gesù alla piccola creatura perché nell'Opera che stava nascendo ci fosse la presenza di anime consacrate. Dapprima senza specificazioni, ma poi, sempre più esplicitamente, domandava Consorelle di Madre Carolina, Figlie di Maddalena di Canossa. E questo già dal gennaio 1971: «Allora cer­cherai di incontrarti personalmente con la tua Reverendissima Madre Generale ed a lei confiderai da parte mia, sotto sigillo del segreto, il mio desiderio che in quell'Opera che mi sta tanto a cuore vengano destinate delle anime consacrate, e queste io desidero appartengano al tuo Istituto. Tu però rimarrai sempre nascosta nel mistero dei miei disegni. Di tutto questo prima ne passerai parola al mio Ministro» (18 gennaio 1971, f. 445).

L'incontro di Madre Carolina con la Reverenda Madre Generale avvenne poi nel luglio del 1972, senza risultati immediati; ma ora - trascorsi ormai quindici anni - veniamo a sapere che la cosa ebbe seguito. Purtroppo, data la particolare situazione di disagio in cui Madre Carolina si trova nei rapporti con Padre David, passano dei mesi prima che essa riprenda la penna per scrivergli; la riprende infatti il 5 dicembre 1986 per comunicargli, tra 1' altro, la seguente bella notizia.

«Qualche settimana fa abbiamo avuto qui una breve visita di quella Assistente Generale che fu anche presente all'inaugurazione dell'Opera a Palestrina,8 la quale con tanto interesse e stima ne segue, per quanto le è possibile, le vicende e lo sviluppo. Fu proprio in questa visita che tale Madre [...] mi affidò il mandato, ricevuto a sua volta dalla R.ma Madre Generale attuale, e cioè che, se Lei, Padre, ancora lo desidera, essa pure intende di continuare sullo stesso parere della antecedente Madre Generale e, quindi, ben volen­tieri le darebbe quell'aiuto che desidera. Ma certo che si tratta di un affare molto importante e che [...] richiederà un incontro diretto con Lei, tanto più perché altri particolari restano da stabilire...» (5 dicembre 1986, 56/77).

Un'altra lettera che merita di essere conosciuta e che va anticipata qui perché si ricollega a quella appena citata," fu scritta da Madre Carolina il giorno 8 settembre 1987, mentre era ancora sotto la peno­sa impressione dell'incontro avvenuto con Padre David il 4 maggio. Ne trascriviamo qualche stralcio: «[ ...] già da parecchi giorni sto sfor­zandomi di formularLe un mio scritto, per rendermi almeno ancora presente come povero membro di famiglia! Ma devo ancora aggiun­gerLe un particolare che è di molta importanza [...]. Ed ecco di che cosa si tratta. Sempre intendendo di continuare il cammino già ini­ziato con la Revma Madre Filomena [Annoni], in una breve visita fatta qui dalla R. M. Elda, mi lasciò un certo messaggio da riferire a Lei [...]: anche l'attuale Madre Generale sarebbe disposta a mandare quelle Suore che maggiormente potrebbero essere di valido aiuto. Anzi, poi mi aggiunse che Madre Filomena stessa ci andrebbe tanto volentieri, dato che fra non molto non sarà più Presidente Nazionale dell'USMI" [...] e poi anche perché ama molto l'Opera. Non certo per comandare, ma per essere di aiuto secondo le direttive dello Spi­rito di Dio [...]» (8 settembre 1987, 56/82).

Frattanto, il 31 del precedente mese di marzo, su invito della Reverenda Madre Generale, Madre Carolina era stata a Roma, nella nuova sede della Casa Generalizia, Borgata Ottavia. Prima di parti­re aveva scritto a Padre David di esserne molto preoccupata, anche perché non sapeva prevedere di che cosa si trattasse. «Tuttavia - aggiungeva - il pensiero che un incontro con i propri Superiori è sempre un dono del Cielo, mi dà anche molta calma e tranquillità» (12 marzo 1987, 56/78).

Non è sicuro se in quell'occasione o in altro tempo, Madre Caro­lina fu anche a Palestrina," dove ebbe un colloquio con il Vescovo della diocesi, Sua Eccellenza Monsignor Pietro Garlato al quale, con l'abituale sua franchezza, manifestò quanto ultimamente la Voce le aveva ordinato.

 

ACCADDE L'IMPENSABILE

Fu domandato a Don Gianfranco Ferrari se Madre Carolina, dopo le divergenze avute con Padre David, si fosse messa sotto la sua direzione, ma egli fu molto evasivo: «Direzione... Io le stavo accan­to... La direzione a Madre Carolina la faceva il Signore - lo diceva lei stessa - con me si confidava. Io so che il Signore l'ha scelta ancora giovane, perché mi ha raccontato un po' della sua vita. Dev'essere stato durante la guerra; poi il Signore ha taciuto, per riprendere dopo molti anni, quando Madre Carolina aveva oltrepassato la ses­santina».

Senz'altro sorprendente questa domanda rivolta a Don Gianfran­co: come anche solo immaginare che la piccola anima potesse cam­biare direttore spirituale? Eppure... si assiste ad un lento, graduale logorio nei rapporti tra Padre David e Madre Carolina, dapprima quasi impercettibile, poi sempre più rimarchevole, fino a sfociare in una dolorosa frattura.

Rientrata da Palestrina a Colle Ameno, Madre Carolina scriveva a Padre David: «Al mio ritorno mi sono trovata talmente sopraffatta da un misterioso intimo fattore da non potermi più comprendere in nes­sun modo e nemmeno spiegare. Per verità, cosa ho mai vissuto in quei giorni!... Io povera e tanto vecchia creatura!... Ecco il perché del­l'assoluto silenzio epistolare che ne è poi seguito, pur sentendo un estremo bisogno di inviarLe un mio scritto, se non altro per ringraziare Lei, R. P, e tutti i Confratelli della tanto gentile e cordiale acco­glienza. Ora finalmente riandando con il pensiero a quei giorni [...] e dopo aver atteso nella preghiera e nel fiducioso ascolto di quanto nell'intimo del mio spirito la luce della misteriosa Voce mi ha fatto comprendere, mi pare di poterLe dire, o confidare, che quanto ho detto in quel momento di forte incontro, alla presenza di S. Eccel­lenza e alla sua, R P, rimane ancora... e ancora con più salda certez­za lo confermo: e cioè che è necessario che tutto si debba compiere, ora arrivati come siamo a questo momento della storia dell'Opera! Comprendo bene che quanto le sto dicendo non entrerà facilmente nel suo modo di vedere... tuttavia, a tranquillità del mio spirito, devo ancora ripeterle: Che quanto in quel momento ho detto, resta... e non avrei proprio nulla da togliere!» (5 maggio 1987, 56/79).

Questa fermissima presa di posizione della piccola creatura che sembra ingigantire a mano a mano che, col trascorrere degli anni, rimpicciolisce la sua figura fisica, è giustificata dai Messaggi da lei pre­cedentemente avuti, confermati poi da quelli seguiti nel seguente aprile. Eccone alcuni.

9 aprile 1987 - «Dirai al mio S. Ministro, in mio nome, che come all'inizio dell'Opera dava ascolto ai miei messaggi e ha poi percorso il cammino, così anche in questo momento io lo invito a dar retta a quanto gli chiedo e che voglia disporre le cose in modo che vengano assunte due Suore per la necessaria formazione della famiglia femminile in particolare, e per l'assistenza e il buon ordi­namento del complesso in generale. L'Opera è grande e prometten­te, ma se non sarà costruita su salde basi di vera spiritualità, secon­do il S. Vangelo e sulle direttive della Chiesa, non potrà mai consi­derarsi "la mia vera Opera' e non potrà produrre altro che rumore e propaganda, senza i veri frutti di bene. (Incontro avuto dopo una prolungata veglia di tanto misteriosa sofferenza)».

10 aprile 1987 - «Questa e' veramente la volontà dell'Altissimo, e cioè che tu faccia sapere al mio Ministro che quanto finora gli ho fatto sapere e gli ho chiesto è veramente necessario che da lui venga eseguito per il vero progresso della mia Opera... Altrimenti non potrà mai essere la mia vera Opera... bensì quella della volontà del­l'uomo. E allora quale vantaggio ne avrà la Chiesa... le anime... l'O­pera tutta? (Incontro inaspettato avvenuto durante il ringraziamento della S. Comunione)».

12 aprile 1987 - «Mentre la piccola creatura si trova sola in guar­daroba e, ripensando all'incontro del mattino dopo la S. Messa, per timore d'ingannarsi si propone di manifestarlo dopo tre giorni di pre­ghiera e di ascolto nel proprio intimo, improvvisamente viene presa da un forte rapimento, mentre la solita voce le dice: Quanto ti ho fatto sapere nel mio messaggio di questa mattina lo devi trasmette­re tutto per intero».

6 maggio 1987 - Lunga veglia. «La piccola creatura in questi gior­ni si trova in preda a una fortissima sofferenza (o tentazione?) e già vorrebbe farla finita in tutto e con tutti... perché sembra che le cose non vadano come si potrebbe anche sperare. Ma a un certo momen­to viene come colpita da un misterioso baleno, mentre la solita Voce dice: Dio è sempre Dio e non potrà mai venir meno a se stesso! A te è stata affidata questa missione... e tu ora ne sei la responsabile!». La povera anima: «Mio Dio!... Eppure per quanto mi sembra... O Dio, mia forza e mio rifugio... oh, sì... davvero che soltanto su quel­la vetta (il Calvario) si trova ogni spiegazione! Grazie!».

Senza data - «In un altro momento, improvvisamente ancora la Voce ripete: Quello che ti ho fatto sapere devi sempre tenerlo scol­pito nel cuore, perché tale è la mia volontà. Fatti coraggio ché il mio Spirito ti assisterà sempre! L'Opera ha ancora bisogno di molta gra­zia... poiché è necessario che prima di tutto venga ricercata la san­tità e la verità... la mia sola e vera gloria!»

Non ci è noto quanto sia accaduto tra Padre Davide e Madre Carolina nel colloquio avvenuto all'Oasi il 4 maggio 1987: dev'esse­re stato un incontro molto sofferto, stando alla lettera scritta dieci giorni dopo dalla piccola creatura al suo direttore, e che trascriviamo omettendo solo qualche frase scritta tra parentesi.

M. R. Padre Davide

Questo mio scritto, che Le giungerà con molto ritardo dopo la sua venuta del 4 c. m., vuole confidarLe quanto è grande il travaglio che in questo momento sta attraversando il mio povero cuore, a motivo dell'a­mara convinzione che ormai ho dovuto farmi, in vista dei troppi man­cati risultati che, (..J dopo molte attese sembrava di poter sperare.

' vero che la mia povera persona, quale sono, non può avere nessuna pretesa... ma quando in buonafede, e in vista di far cosa gradita a Dio, intendo di farle presente come la Chiesa vuole che i suoi prediletti ven­ganoformati, e invece avviene tutto diversamente, allora con tutta since­rità debbo confidarLe, «sia pur rispettando l altrui operato», che sarei tentata molto tremendamente di mettermi in disparte, come se neppure più esistessi. E così, trovandomi in questa amara situazione, e non sapen­do a qual Santo raccomandarmi, colsi l occasione del passaggio per Colle Ameno di un Sacerdote di tanta esperienza spirituale ,16 al quale sotto segreto di coscienza, confidai la mia tentazione. Ma lui invece mi rispo­se che, facendo così, non sarebbe certamente cosa gradita a Dio, dato che dalla provvidenza è stato stabilito che l'Opera non è affidata ad una sola persona, ma a due, e se così si facesse non sarebbe più secondo il piano prestabilito! E così per intanto: FIAT!

Poi passarono ancora parecchi giorni, e sempre in una tremenda spi­rituale situazione! Finché giunse poi quel giorno (come chiamarlo?) della sua ultima venuta. E qui sarà meglio non ricordare per nulla come si è svolta! E grazie della visita!

Ed ecco che finalmente queste povere pagine con quanto contengono arriveranno nelle sue mani... Lei potrà farne quello che vorrà, perché da parte mia posso assicurarLa che non ne ho mai dato nessun peso di cer­tezza per quanto esprimono, e di non aver fatto altro se non in esecuzio­ne di quanto la sua paterna bontà aveva creduto bene di suggerirmi. Quindi ora Lei può farne quel calcolo che vuole:.. e anche di buttarle alle fiamme.!.. Perché ciò che più importa non è la riuscita delle cose secondo

le viste umane, ma il compimento del piano di Dio ed il suo Regno nel cuore degli uomini!

E ora nella speranza che il suo paterno cuore, R. P., voglia perdonar­mi di tutto ciò che non è stato gradito a Dio, e il Cuore santissimo di Cri­sto voglia in un unico abbraccio donarci la sua misericordiosa benevo­lenza, porgo i miei ossequi e La prego a benedirmi.

Dev. M. Carolina Venturella

 

NELLA CHIESA E «PER» LA CHIESA

Solo il tempo e la possibilità, ora improbabile, di una visione com­pleta della documentazione relativa ai rapporti De Angelis-Venturel­la negli anni 1987-1989, permetteranno un giudizio obiettivo del­l'accaduto fra i due protagonisti della vicenda. Di certo si sa che il 5 ottobre 1987 vi fu un loro drammatico incontro che segnò la fine della direzione spirituale di Padre David nei riguardi di Madre Caro­lina, ma non la corrispondenza epistolare, da parte della piccola crea­tura, inerente all'Opera. Da segnalare, perché indicativa dello stato d'animo della povera anima la seguente lettera:

Nella carità di Dio diffusa nei nostri cuori e nell'ardore dello Spirito Santo, prendo l ardire di presentarmi a Lei con la presente, mentre anco­ra nel mio povero cuore, per l último nostro incontro, mi sta torturando una sofferenza amarissima! Esento di venire perché, veramente spinta da una forza a me superiore, non potrei fare altrimenti. Sì, sono costretta perché non potrebbe mai essere possibile che noi, i prediletti da un Dio­Amore che ci ha favoriti in mille modi delle sue più speciali grazie, per il compimento di un suo particolare progetto, non facessimo ogni sforzo per j, attuarne il Divino volere!

Ora, comunque lungo il cammino siano andate le cose, è giunto anco­ra il momento che i nostri cuori si riallaccino nella ardore della carità di Cristo, nostra salvezza, e in santa armonia procedano i nostri passi sempre guidati dallo Spirito Santo, e secondo le direttive della nostra Santa Madre la Chiesa, nella quale e «per» la quale noi dobbiamo saper sacri­ficare ogni nostro particolar modo di vedere!

Comprendo, e ne sento tutto il peso, che questo mio modo di espri­mermipotrà incontrare diversità di vedute da parte sua, R. P. David, ma io, in forza di quanto la coscienza mi obbliga e in vista che un giorno mi sarà chiesto in severo giudizio il giusto conto di tutta la mia vita, non posso comportarmi diversamente! E siccome persone qui venute, non per caso ma appositamente, mi misero al corrente in qualche modo di diver­se cose, ora nuovamente devo dire. «Padre, coraggio!» e si faccia di tutto e a costo di tutto, affinché nulla sia trascurato o menomamente cambia­to, e la grande Opera dello Spirito Santo sia costruita veramente a sua gloria e in piena armonia con le direttive della nostra Santa Madre la Chiesa! E allora di quanta gioia sovrabbonderà il suo cuore! e di quale vantaggio ancora ne godrà la Comunità cristiana tutta!

- Ora Le devo confidare che questo scritto è stato tutto eseguito sotto l azione di un certo impulso che man mano me ne diede la traccia dopo la S. Comunione. Vorrà scusare della povertà del foglio, ma non voglio cambiarlo. Ora, affidando tutto al suo cuore, porgo i miei ossequi e, in unione di preghiere, La prego a benedirmi.

Dev. M. Carolina Venturella

In questa lettera veramente si rispecchia, nella sua grandezza e generosità, la nobile figura di Madre Carolina Venturella. Si ha per­sino l'impressione che tra i due si siano invertite le parti: la «povera anima», senza averne l'intenzione (infatti è un «certo impulso» che la guida), assume il ruolo di direttore di coscienza, mentre il frate è invi­tato ad assecondarne le direttive per amore di quella Chiesa per la quale entrambi sono stati eletti a lavorare, amare, soffrire.

Eppure, ma nostro malgrado, dobbiamo sorprenderci ancora maggiormente di fronte ad un'altra lettera, nella quale è pure racchiuso un messaggio che mai avremmo immaginato di incontrare. Eccolo:

7-4-1988 - Prime ore notturne:

La povera creatura si sente come in un mare sconfinato d'immensa sof­ferenza, senza tuttavia comprendere nulla (…). Poi, passati così alcuni minuti e sentendosi lentamente rientrare in se stessa, finalmente rag­giunse una certa calma!... Quindi la solita Voce.

Orsù, coraggio, mia piccola creatura..., sono io che ti parlo... Io, il tuo Bene Supremo, che fin dalla tua infanzia ti ho portato sulle mie braccia, e ti ho sempre assistito lungo il cammino della tua vita... Lo ricordi? Ebbene, ora ti devo affidare un compito che é di grandissima importanza! Ed eccoti... basta che tu mi segua e ne prenda nota:

R. P. Non è per mia iniziativa o per motivi personali che in questo momento mi rivolgo a Lei con la presente. Le confesso che lo faccio con tanta amarezza di cuore... ma diversamente non potrei proprio compor­tarmi! Quindi La prevengo a volermi perdonare! E ora al grande momento! Come avrà notato, da alcuni mesi il mio animo nei suoi riguardi, R. P., si è reso quasi del tutto, in certo modo assente! Quindi ora è bene, anzi necessario, che gliene confidi il mio- crucciante motivo! Sic­come fino già da qualche tempo, e poi in seguito, con prove molto certe, e non per aver creduto a un certo «per sentito dire» sono venuta a cono­scenza che quanto io deponevo nelle sue mani, cioè quanto passava nel­l'intimo del mio spirito, non rimaneva come segreto di coscienza, esclusi­vamente affidato e custodito al suo prudente e sacerdotale cuore... ma al contrario in certi casi diventava oggetto di commenti con chi per nulla ne avrebbe avuto il diritto; z° a malincuore allora mi decisi a far partita finita, e a cessare di farlo! Certo che non è una cosa di poca entità, quan­do si tratta di una rottura di una confidenziale e santa amicizia in un cammino che avrebbe dovuto accompagnarci fino al raggiungimento del grande ideale, cioè il pieno compimento di quanto fin dall'inizio ci era dalla provvidenza stato proposto! Ma, è andata così! E così sia!

E voglio sperare che questa mia dichiarazione non le sia causa per nes­sun motivo di dispiacere, mentre La posso assicurare che nel Sacro Petto di Cristo, nostro Signore, io sarò sempre per Lei, R. P., e per l'Opera

la appassionata e affezionatissima (con i miei ossequi) Povera Anima V. C. PS. Non c'è bisogno di aggiungere nulla, perché tutto è stato scritto in vista di eseguire puramente e solamente quanto, per tranquillità di coscienza, dovevo fare, essendone stata invitata dall’alto Padre David chiede spiegazioni e, dopo aver pregato e pensato, la povera anima gli trasmette il suo ultimo messaggio:

27-4-88 - Prime ore del mattino.

Mentre la piccola creatura si trova già sveglia, viene fortemente attrat­ta e avvinta dalla solita misteriosa forza che lentamente prevenendola la dispone alt attento ascolto... Quindi la Voce. Affinché tutto si compia nella santità del mio Amore, è mia intenzione che quella risposta che da te é attesa, non sia fatta con le tue parole, ma bensì con quelle che io stesso ti vorrò dettare. Ed eccoti: R. P. e carissimo in Cristo, Fra­tello. Il troppo doloroso evento che così fortemente ha scosso la caris­sima grande Opera dello Spirito Santo, da rasentarne quasi la distruzione... e anche in risposta alla sua lettera del 21-4-88, ora per aderire a quanto Lei desidera, ecco in qual modo io sento di potermi esprimere. Tuttavia La devo prevenire che il particolare di cui Lei vorrebbe la spiegazione, e cioè di quella frase riportata nella mia let­tera: di non deporre più nelle sue mani, a motivo di essere venuta a cono­scenza ecc., ora sento nello spirito evangelico, e con piena mia consa­pevolezza di non doverlo fare, per il timore e anche il grave pericolo che la situazione potrebbe ancora peggiorare, e questo a forte scapito della nostra reciproca carità e benevolenza che sempre fin qui ci ha guidati! La prego quindi a volermi comprendere e, nel Sacro Petto di Cristo, perdonare!

(Di seguito, sul medesimo foglio):

8-5-88 - R. P. Davide, come già avrà notato la lettera di cui qui sopra a suo tempo poi non è stata spedita, perché troppe cose, e purtrop­po non tanto buone, nel frattempo sono successe! Ma... cosa mai ci stava preparato!... Chi mai l avrebbe immaginato? Eppure è proprio così! E ora a che punto siamo? Che il buon Dio ci guardi con compassione e ci venga in aiuto! Sempre uniti nella preghiera e augurando ogni bene a tutti, porgo a Lei i miei più rispettosi ossequi e La prego a volermi benedire.

Dev. M. Carolina Venturella F.d. C. C. Si compiva così nella piccola creatura, col martirio del cuore, quel Cammino di identificazione a Cristo Crocifisso che, già iscritto nella vocazione della Figlia della Carità Canossiana, per Madre Carolina Venturella, dopo la sua consacrazione a «Vittima di amore e di ripa­razione», era divenuto peculiare: vocazione nella vocazione.

 

CAPITOLO DODICESIMO

L'ULTIMA CHIAMATA

ALLA VIGILIA

Abbiamo sentito Madre Carolina affermare d'aver avuto tre voca­zioni: la prima a quindici anni, la seconda a quarantadue, la terza dopo i sessanta: è vicino il momento della quarta chiamata, l'ultima. La piccola creatura l'aspettava con giustificato timore, ben sapendo che nessuno può ritenersi sicuro d'essere in grazia di Dio; ma anche con desiderio: quello della sposa innamorata che brama l'amplesso dello Sposo.

Della sua salute fisica, specialmente fin verso gli ottant'anni, si sa poco. Anche se mingherlina, delicata, sempre più piccola e minuta, non destava preoccupazioni. Di certo si sa che, mentre era Superiora a Zocca di Modena, soffriva di artrosi lombare' e che, negli ultimi anni, mangiava pochissimo perché sofferente di ulcere all'apparato digerente. Attesta per tutte una Consorella: «Si nutriva pochissimo, un cucchiaio di minestra, bocconcini appena visibili nel piatto... il suo pasto era sempre parco e leggero; gradiva il caffè che la sosteneva anche di notte».' Il fatto è che Madre Carolina, aveva imparato a con­vivere con i suoi disturbi: non se ne preoccupava più di tanto e non dava preoccupazioni.

Nel 1988, giunse a Colle Ameno, come Superiora della Comuni­tà - che allora contava quindici Sorelle - Madre Maria Chiurato. Madre Carolina, che l'aveva avuta postulante mentre era Superiora a Zocca di Modena, l'accolse sorridente: «Benedetta Colei che viene nel nome del Signore! Sapevo che veniva, l'aspettavo». E dopo qual­che giorno: «Mi devo preparare all'incontro con lo Sposo, il tempo è breve». La Superiora pensò che scherzasse, ma quella replicò con un bel sorriso: «Vedrai!» (le dava del tu).

 

SERENA VERIFICA

Di questa sua ultima Superiora, che le fece veramente da «madre», possediamo le Risposte ad un questionario che, in vista di questa bio­grafia, le fu proposto sulla base dell'Intervista rilasciata da Don Gian­franco Ferrari di Verona.

«Un giorno, prima dell'ultima malattia, - lasciamo la parola a detta Superiora - all'improvviso mi domandò: "Tu sai che fai parte della mia vita nel piano di Dio?". A queste parole rimasi sbalordita, non ricordo che cosa abbia detto, ma ne fui un po' turbata. Ne feci parola a Don Ferrari, il quale mi disse di chiederle spiegazioni. Così feci, dopo aver pregato; e lei si spiegò con questo particolare: "Quan­do da postulante sei venuta a Zocca, lo Spirito mi disse che saresti stata la persona che mi avrebbe assistita nel momento della morte, per questo ti ho aspettata e ora si avvicina il tempo"».

«Da postulante, infatti, sono stata a Zocca cinque mesi. Lei era Superiora, esigeva la virtù; nei miei riguardi era molto materna e se qualche volta era forte in comunità, a parte me ne dava le motivazio­ni e diceva: "Dobbiamo essere religiose tutte d'un pezzo, generose, umili, attente alla voce dello Spirito, sempre allegre. Lui ci vuole così anche nella sofferenza».

Alla domanda se, circa la povertà, concordava con quanto aveva detto Don Ferrari, Madre Chiurato rispose: «Sì, Madre Carolina vive­va la povertà; per lei tutto era troppo. Essendo lei guardarobiera, dif­ficilmente si poteva sostituirle un indumento, aveva lo stretto necessa­rio. Quanto riceveva consegnava. A volte accettava qualche caramella che poi portava in comunità per far festa con le altre. Nel cibo aveva le sue abitudini; mangiava poco e la Sorella cuciniera doveva cercare di intuirne i bisogni, non chiedeva nulla, per Lei tutto era troppo».

«Quando ritrovai Madre Carolina a Colle Ameno, ero all'oscuro di tutto: per me era come le altre, serena, gioiosa, dipendeva in tutto con grande spirito di fede. Per gli esercizi spirituali andava all'Oasi di Loreto. Nel 1988 mi disse: "È l'ultima volta che ci vado". E fu così. Verso Natale mi disse che doveva far ordine perché tutto dove­va essere consegnato alla Chiesa. Nella novena dello Spirito Santo del 1989 ancora mi chiese di fare gli esercizi, ma in Casa, e chie­dendomi la benedizione mi disse: "Sono gli ultimi, prega per me". Da allora la salute cominciò a preoccupare, ma di medici non ne voleva sapere».

«A proposito di Madre Elettra Serenelli, posso dire di aver avuto con Madre Carolina un breve colloquio, durante il quale mi disse: "Lo sai che sono stata agli arresti domiciliari?". Alla mia domanda: "In che modo?" ella rispose: "Vedi? Dio è Padre e ha i suoi fini, va bene così. Una Superiora (della quale non ha fatto il nome) era forte e mi ha fatto soffrire, ma era giusto, doveva essere così. Lei obbedi­va alla voce dello Spirito, era solo uno strumento nelle mani di Dio; ho sofferto, ma lo Spirito mi ha sempre dato la forza di accettare, anche se la natura si ribellava; questo doveva avvenire!". E non ne parlò più».

Alla domanda se fosse al corrente circa i rapporti di Madre Caro­lina con Padre David, Madre Chiurato rispose: «Il 1° agosto [1989] venne Padre David e Madre Carolina mi chiese di rimanere con lei durante la visita, ma Padre David mi disse di lasciarlo solo con lei. Allora Madre Carolina mi pregò di fermarmi fuori della porta. Durante questa visita disse a Padre David, con tutte le sue forze, che doveva rivedere il modo di condurre l'Opera, perché il Signore non era contento. Infatti ripeteva che si doveva curare la formazione dei membri e coltivare lo spirito dell'Opera. E questo era il suo ritor­nello. Dopo stette male ed ebbe difficoltà di parola, come dice Don Ferrari».

 

DOVEROSO RISERBO

Soffermandoci discretamente sul caso di Padre David, è bello e rassicurante poter disporre di elementi dedotti dall'Intervista rilascia­ta il 4 agosto 1999, nella sede di Palestrina, dall'attuale Superiore delle Famiglie Religiose. È bello e dà garanzia. Approssimativamente il Padre disse:

«La prima cosa da sottolineare in Padre David è la sua buona fede, la retta intenzione, la volontà assoluta e ferma di seguire il Signore. Incominciò a divulgare il Messaggio sia con il libro, una volta ricevu­to l'Imprimatur, nel 1975, sia con i libretti che spediva a migliaia in tutte le parti d'Italia. Ma poi c'era l'altro fronte in cui si era impe­gnato: la costruzione del Tempio».

«Un momento di incomprensione fu a proposito di tutti quei giovani fatti espatriare dall'Africa con il pretesto che si trattava di vocazioni... e sono capitati qua. La Voce aveva avvertito Madre Carolina: "Io sarò sempre con voi, se però mi seguirete e ascolterete la mia parola, perché sappiatelo bene che il grande nemico del mio regno e i suoi alleati stanno facendo di tutto per mandare in rovina il nostro progetto; ponete forza e attenzione, soprattutto rivestitevi della mia santissima volontà, contro la quale ogni potenza nemica rimane annientata ».

«Si tratta di realizzare anche attraverso quest'Opera, nella Chiesa, una società nuova nel tempo, nei secoli futuri. Il progetto del Mali­gno è quello di distruggerla, e allora attacca tutti e tutto, utilizzando tutti i mezzi possibili e immaginabili...».

«Padre David era nella retta intenzione. Era tutto orientato verso la costruzione del Tempio, ma nel frattempo cercava anche di forma­re le due Famiglie; ma il Centro dello Spirito Santo non era il posto adatto per il via vai di persone».

Alla domanda se Gesù stesso avesse suggerito a Madre Carolina di cambiare direttore spirituale, il Padre risponde: «non ricordo affatto d'averlo letto da qualche parte, ma ritengo di no, forse Gesù ha crea­to le condizioni perché questo avvenisse».

Viene chiesto al Padre di mettere a fuoco, se gli è possibile, come si conciliavano in Madre Carolina dolcezza e fortezza. Risponde con grande sicurezza che «sono entrambe doni dello Spirito, ma incom­prensibili a chi non ne ha fatto esperienza, mentre da chi ne ha l'e­sperienza sono vissute in perfetta armonia. In Madre Carolina c'era questa esperienza: per cui essere forte, essere decisa, essere ferma e sbrigativa non significava mancare di carità. Certamente per una per­sona psicologicamente labile un gesto forte e deciso può apparire una mancanza di dolcezza; ma la persona spirituale comprende e discer­ne. Quando poi si ha la consapevolezza di essere strumenti nelle mani di Dio, e Madre Carolina lo sapeva, se ne sente forte la responsabili­tà e si agisce di conseguenza. La Voce le faceva conoscere la volontà di Dio e lei obbediva».

«Le realtà del Signore si devono portare avanti con risolutezza, altrimenti non si è adatti a guidare o, come nel caso di Madre Caro­lina, a trasmettere la volontà di Dio, che va trasmessa con santa fer­mezza; ma non con la nostra fermezza umana, bensì con quella forza spirituale che nasce dalle profondità dello spirito. Grazie alla presen­za dello Spirito in Madre Carolina, Dio ha avuto tra mano uno stru­mento assai valido».

 

L'ORA DELLA RICONCILIAZIONE

«Anche Padre David era di tempra robusta. Il Signore sceglie le persone adatte allo scopo che vuol raggiungere. In un messaggio Gesù aveva detto a Madre Carolina che lei l'avrebbe servito nel nascondimento, mentre Padre David doveva servirlo in particolare nell'azione: compiti diversi, quindi doni diversi, virtù diverse; ma sempre persone di carattere, persone che hanno una certa robustez­za interiore, e la grazia le rende docili all'azione dello Spirito. Se Padre David non fosse stato l'uomo che era, forse si sarebbe arreso alle difficoltà».

«Quando Padre David seppe che Madre Carolina era gravemente ammalata, accorse al suo capezzale.' C'ero anch'io con lui, ed era pre­sente la Madre Superiora da un lato del letto; Padre David ed io dal­l'altro lato, vicino al capo di Madre Carolina. A un certo momento Padre David le chiese: "Mi perdona? Mi perdona di tutto?". Madre Carolina voleva dire: "Sì, sì; perdono tutto, perdono tutto!". Ma ormai parlava pochissimo. Lei capiva benissimo quello che le si dice­va, ma parlava più con cenni che con parole. Era chiaro il cenno di acconsentire con il capo».

Sappiamo con certezza che Madre Carolina gli aveva perdonato da tempo. Come non ricordare ora la generosa e nobile lettera che gli aveva scritto il 30 ottobre 1987, qualche settimana dopo l'ultimo tempestoso incontro? Gli scriveva testualmente: «È giunto ancora il momento che i nostri cuori si riallaccino nell'ardore della Carità di Cristo, nostra Salvezza».7 Padre David non poteva averle dimenticate e può essere che la forza di chiedere perdono alla figlia spirituale da lui contristata, gli sia derivata proprio dal ricordo della magnanimità da lei manifestata con quelle parole.

 

ULTIMA MALATTIA E MORTE DI MADRE CAROLINA

È possibile seguire tutto il decorso dell'ultimo mese di vita di Madre Carolina attingendo alla Cronaca della Casa di Colle Ameno. 25 luglio 1989 - «Oggi Madre Carolina Venturella ha avuto un ictus cerebrale. Già una decina di giorni fa si era messa a letto a causa di un'infezione intestinale; si era però in seguito ripresa. Oggi, verso le 16.00, la Madre Superiora ha notato che Madre Carolina comin­ciava a vedere poco perché, camminando, non andava nella direzio­ne desiderata. Accompagnata dalla stessa Madre Superiora nella sua stanza, mentre fuori c'era un grosso temporale, Madre Carolina ha chiesto che le venisse accesa la luce, mentre questa era già accesa. La Madre Superiora ha un po' tergiversato, ma Madre Carolina ha subi­to capito di aver perso la vista. Per un momento è stata sopraffatta dallo sconforto, ma si è subito ripresa ed ha accettato la volontà di Dio. È stata chiamata la dott.ssa Silvia Borioni (sostituta del medico condotto Arrigo Venturini) che ha subito diagnosticato 1'ictus cere­brale, dichiarando inoltre che l'ammalata avrebbe dovuto essere rico­verata ma, dietro richiesta della stessa Madre Carolina, la Madre Superiora ha accettato ben volentieri che venisse curata in casa».

26 luglio 1989 - «Don Gianfranco Ferrari (VR), che si trova qui da noi per un periodo di riposo, celebra l'Eucaristia nella stanza di Madre Carolina, presente tutta la comunità. Su richiesta dell'amma­lata, le amministra l'Olio degli Infermi. Il medico Venturini confer­ma la diagnosi della dottoressa e prescrive la TAC (Tomografia Assia­le Computerizzata) ».

31 luglio 1989 - «Madre Carolina viene portata con l'Ambulanza all'Ospedale Civile per la TAC. L'esito, ricevuto il giorno seguente, conferma 1'ictus cerebrale. A detta dei medici la malattia avrebbe dovuto prendere anche la parola e la lucidità mentale, mentre Madre Carolina parla ed è perfettamente cosciente di tutto».

1° agosto 1989 - Da Madre Chiurato sappiamo di una prima visi­ta di Padre David, ma la Cronaca non la segnala.

5 agosto 1989 - «Questa notte, mentre la Madre Superiora riposa­va vicino al letto di Madre Carolina, a un certo punto ha sentito l'am­malata che ad alta voce diceva: "I miei occhi, dove li hai messi?". È stato l'unico lamento da quando Madre Carolina ha perso la vista. Sempre oggi, è venuta a farle visita la Madre Assistente Angelina Garonzi».

10 agosto 1989 - «Questa mattina Madre Carolina ha iniziato a far fatica ad articolare bene le parole. Sempre cosciente di sé e di ciò che le accade, ha chiesto più volte: "Perché parlo così?". Già verso sera non è più riuscita ad esprimersi, pur mantenendo tutta la sua lucidi­tà, se non con suoni inarticolati e quasi incomprensibili».

11 agosto 1989 - «Oggi Madre Carolina ha superato una forte crisi, tanto che abbiamo pensato che fosse arrivata la fine». Sappiamo dal Padre Superiore che egli stesso, ancora laico, ha accompagnato Padre David da Madre Carolina, ma la Cronaca lo ignora.

21 agosto 1989 - «In serata sono tornate [dal funerale di Madre Elda Pollonara] Madre Rita, Madre Lucia e Madre Pizzamiglio, con Madre Adriana, e la Madre Provinciale [Madre Luisa Cattani] è venu­ta a far visita a Madre Carolina».

24 agosto 1989 - «L'ex Vescovo di Palestrina [Monsignor Pietro Garlato], è venuto a far visita a Madre Carolina. Ha detto che si è sentito in dovere di venire a visitarla per ringraziarla di quanto ha fatto per l'Opera e per la Chiesa con santa umiltà e semplicità».

30 agosto 1989 - «Alle 18.15, dopo un'agonia sofferta e coscien­te, mentre le campane della parrocchia sonavano l’Ave Maria, Madre Carolina Venturella è spirata. Era presente tutta la Comunità. È stato un momento di intensa comunione e commozione, vissuto da tutte con affetto di sorelle e nella fede».

Trattandosi d'un resoconto molto scarno e asciutto, aggiungiamo volentieri qualche osservazione delle Sorelle e della Superiora. «Dopo averla riaccompagnata in camera (era il 25 luglio, quando Madre Carolina si accorse d'aver perso la vista) e si fu tranquillizzata, le dissi: "Vede, Madre, Dio è Padre e noi gli abbiamo dato tutto, e Lui, un po' alla volta, si riprende i suoi doni". Mi prese la mano e mi rispo­se: "Grazie, Madre, questo doveva avvenire". E non si lamentò più. Il medico l'ha seguita con tanto amore e, fatti gli accertamenti necessa­ri, non si rendeva conto come, nonostante tutto, avesse la mente luci­da, anche se la parola, negli ultimi giorni, era molto ingarbugliata».'° «Ricordo che quando si aggravò, l'assistevamo giorno e notte: due Sorelle fino all'una e altre due dall'una alle 6.30, l'ora della S. Messa.

Una delle ultime notti, mentre attendevo il cambio, restai una mez­z'ora sola e le tenevo la mano destra nella mia, atteggiamento tanto da lei gradito. Improvvisamente le venne una forte crisi e disse: "Signore, vieni a prendermi!". Io, impressionata che mi morisse, le dissi stringendole la mano: "Madre, no stanotte!". Ed ella, con tanta sofferenza abbozzò un sorriso e non lo disse più. Si limitava a dire: "Signore, aiutami!". Si è spenta nel tardo pomeriggio del 30 agosto, circondata dalla Comunità. Alcune di noi, senza essere chiamate, spontaneamente siamo corse alla camera della morente. Abbiamo seguito il suo trapasso in preghiera silenziosa. La morte l'ha colta nella calma e nella pace, mentre la Superiora, Madre Maria Chiura­to, le teneva la mano, come per trasmetterle il calore e l'affetto delle Sorelle della Comunità»."

«Durante la malattia ci hanno colpite alcune sue espressioni che venivano da una convinzione profonda: "Non soffro, ma offro" disse in uno dei momenti di maggior sofferenza. Quando si accorse di aver perduto la vista che la privava della cosa a lei tanto cara, la lettura, disse: "Tutto era previsto..." e non se ne lamentò e neppure ne fece oggetto di discussione... l'accettò come cosa naturale. Non è che non le costasse, poiché la Madre Superiora la udì dire, in un momento che riteneva di essere sola: "Dove hai messo i miei occhi?". Ha vissuto alcuni giorni in stato di coma, ma nei momenti di lucidità usciva con le sue battute che, pur nella fraternità, avevano dell'umoristico e del­l'ironico. Un giorno, dopo averci intese programmare le nostre gior­nate molto piene, osservò: "Come siete importanti!". A volte ci sem­brava che la sua anima prendesse il volo e ci sorprendeva il fatto che si mettesse ad accompagnare le preghiere con gesti delle mani e delle braccia. La sua dipartita a me, personalmente, ha donato una carica interiore di gioia, tanto da rendermi più serena la vita».

«Fu veramente esemplare anche durante l'ultima malattia: non un lamento, sempre serena e scherzosa fino all'ultimo».

Un'altra Sorella della sua Comunità ha scritto: «Dopo che Madre Carolina ebbe perduta in seguito la parola, ma conservando tutta la sua capacità di comprendere, le sussurrai: "Madre Carolina, il Signo­re le vuole molto bene e non fa altro che stringerla sempre più alla sua Croce per salvare il mondo". E lei, con l'espressione significativa del viso, confermò in pieno».

Alla testimonianza aggiunse questo commosso ringraziamento che diviene preghiera: «Grazie, Madre Carolina, per quanto ci hai inse­gnato nella tua vita canossiana vissuta tra noi. La tua materna bontà, la tua fervorosa preghiera, in particolare la tua devozione allo Spirito Santo ottenga dal Signore grazie particolari a quanti ti hanno cono­sciuta, al tuo Istituto e a noi tutte perché, come te, camminiamo con perseveranza nella via della santità, attraverso una vita di carità evan­gelica, nell'umiltà profonda, nello spirito di S. Maddalena di Canos­sa, nostra Madre e Fondatrice».

«Ho avuto modo d'incontrare Madre Carolina nella sua malattia, circa venti giorni prima della morte. Colpita da ictus, aveva perso la vista. Il suo letto di dolore attirava, colpiva la serenità e la pace che diffondeva. Dimentica di sé e del suo male, si occupava della perso­na che aveva davanti, dei suoi problemi, dei parenti che aveva cono­sciuto. Si occupava di tutto eccetto che di sé. Ho assistito alla S. Messa celebrata accanto al suo letto, in cui ha ricevuto l'Unzione degli Infermi. Non ricordo frasi particolari, ma ricordo che vari sono stati i suoi interventi tutti pervasi dal "grazie": grazie al Signore per i doni ricevuti; grazie alla Comunità rappresentata da parecchie Con­sorelle presenti».'

Nella Circolare-necrologio si legge che Madre Carolina conservò la sua serenità anche sul letto di morte. «Sapeva che lo Sposo era ormai vicino e passava le lunghe ore d'infermità tra momenti d'intensa pre­ghiera e battute scherzose sui suoi malanni e su ciò che le accadeva intorno, compresa la venuta di "sorella morte". "Il tuo volto, Signore, io cerco Mostrami il tuo volto!"" furono le ultime parole che sfioraro­no le labbra di Madre Carolina, prima di essere accolta fra le braccia del Padre»."

 

POST MORTEM

Immediatamente apparve sul Foglietto Potenza Divina dAmore del settembre 1989 un articolo di Padre David De Angelis dal titolo La «Povera Anima» è diventata la «Ricca Anima». Ne trascriviamo i passaggi più significativi.

«Il giorno 1° agosto '89 fui avvertito che [Madre Carolina] s'era allettata senza febbre per un deperimento organico, per mancanza di forze. Partii immediatamente da Palestrina per andarla a trovare. La trovai nella sua cameretta distesa, supina nel suo lettino. Non si moveva ma parlava bene con voce chiara e abbastanza forte. Era sere­na, lucidissima di mente, non mostrava alcuna sofferenza. Seduto a fianco del letto, stetti con lei a colloquio per una buona mezz'ora. Si parlò di cose varie ma soprattutto dell'Opera dello Spirito Santo, dei Fratelli e delle Sorelle interne, nominandoli tutti singolarmente. Ci separammo dopo la benedizione e mi permise di toccarle per la prima volta la mano».

«Il giorno 12 agosto '89 [...] ecco una telefonata della Superiora che mi comunicava: "Padre, Carolina non vede più, ha perduto totalmente la vista!". Subito organizzai un'altra corsa da Palestrina per Colle Ameno. La trovai con gli occhi aperti ma spenti, non vede­vano nulla, neppure l'ombra della mano che le mettevo davanti. Però l'udito era perfetto. Parlava normalmente con voce limpida e chiara. Le dissi, scherzando, che era necessario chiuder bene gli occhi sulle cose della terra per vedere meglio il Cielo. Mi pare d'aver ascol­tato con voce fioca: "... già lo vedo!". Non mostrava nessun disagio, né sentii alcun lamento, sembrava tutto normale. Non mi fermai molto, non era opportuno. Tra l'altro la Superiora, prima di entrare, mi aveva avvertito che il medico le consigliava di non affaticarla troppo con le visite».

«Passò un'altra settimana ed ecco un'altra più dolorosa notizia: "Carolina non parla più, ha perduto la favella!". Tornai da lei in fret­ta per la terza volta, per vederla ancora senza vista e senza parola. Però aveva l'udito perfetto e si poteva parlare a lei che mostrava, con leggerissimi segni, di comprendere tutto alla perfezione. "Madre Carolina, presto andremo in Paradiso... a vedere Gesù e Maria e la Trinità beata, con la corte degli Angeli e dei Santi. Godrà della bea­titudine eterna... Dio è Amore. Dio è Amore, Dio è Amore! Lo dica come me: Dio è Amore!". Fece una mossa come volesse ripetere... e usci dalle sue labbra un suono simile a un "sì" prolungato. L'ultima parola dunque che ho intesa, in un tentativo di pronunciarla com­pleta: "Dio è Amore". Dopo una settimana" in questo stato di morte apparente, Madre Carolina, figlia spirituale di Santa Maddalena di Canossa, all'età di 88 anni è volata al Cielo il 30 agosto 1989, alle ore 18.15. Così colei che si è sempre sottoscritta la "Povera Anima" si è trasformata in "Ricca Anima" [...]».

«O beata anima, ora sei immersa nel Dio Amore. Ora senti Lui, l'Amore; vedi Lui, l'Amore; godi di Lui, l'Amore che ti ha privilegia­to sulla terra tenendoti tutta con sé in croce, nascosta agli uomini, vivente in Lui»."

A Colle Ameno giunsero numerose condoglianze scritte dagli Associati dell'Opera dello Spirito Santo, conosciuti da Madre Caroli­na. Ne citiamo una fra le tante.

21. IX. 1989

Re.ma Madre Superiora delllstituto Colle Ameno Torrette - ANCONA

Oggi, S. Matteo, mio onomastico, ho ricevuto il foglietto mensile «Potenza Divina dAmore» di Padre David De Angelis e apprendo la scomparsa della «Povera Anima» il 30 agosto u. s., ore 18.15.

Ho conosciuto personalmente all'Oasi «Ave Maria», sin dal 1981, Madre Carolina. Con Lei ho avuto una fraterna corrispondenza e sem­pre mi ha edificato con le sue semplici, profonde parole, che sanno pur ora del divino.

Prego di farmi sapere più dettagliate notizie della sua morte e gradi­rei una sua immaginetta con eventuali stampe della sua vita. Dove l'han­no sepolta? Quando verrò in Ancona, vorrei pregare sulla Sua tomba, perché Le ero molto affezionato. Ero un Suo ammiratore spirituale e le Sue parole e il Suo esempio di donazione a Cristo mi riempiono ancora l animo d Immenso.

La prego di gradire, Reverenda Madre Superiora, i segni della mia stima con l augurio di leggerLa cortesemente.

Le bacio la mano.

Suo devotissimo nel Signore M. Carpuso

Interessante, sempre dal punto di vista strettamente spirituale, la testimonianza rilasciata da un professore di Cingoli (MC), che desi­dera mantenere l'anonimato, venuto spontaneamente a Torrette con la sua signora la mattina del l ° giugno 2000.

Nel 1995, frequentando la chiesa dei Salesiani, trovò in fondo alla chiesa il foglietto mensile, che si stampa a Palestrina, di un lettore di Ancona. Già conosceva il Cappuccino Padre Reginaldo Maranesi: gli domandò informazioni e venne a conoscere Madre Carolina attra­verso il libro Potenza Divina dAmore. Si sentì subito in sintonia spi­rituale con lei, per la semplicità, spontaneità e spirito di abbandono alla grazia, senso di libertà interiore... che l'aiutarono a superare il volontarismo in cui era stato educato, per affidarsi invece all'azione dello Spirito Santo. Ora è molto sereno e riconoscente a Dio per aver conosciuto così Madre Carolina. Gli riesce anche più facile mantene­re nella pace e nella gioia la propria famiglia, trasmettendo ai figli il senso cristiano della vita che egli attinge dalla preghiera e dagli esem­pi di Madre Carolina: la chiama il suo «veicolo tonico».

Non riteniamo, con ciò, di aver violato il riserbo sempre osservato da Madre Carolina circa le sue relazioni spirituali; che anzi la sentia­mo, una volta di più, «madre» nel senso più nobile del termine: madre di figli e figlie spirituali. Precisamente così S. Maddalena di Canossa voleva le sue Figlie della Carità: spiritualmente feconde perché inna­morate di Gesù, unicamente protese a farlo conoscere ed amare.

 

SGUARDO RIASSUNTIVO

CAROLINA VENTURELLA, ANIMA PROFETICA

Forse, nel tentativo di offrire un'immagine abbastanza completa di questa Figlia della Carità Canossiana, abbiamo finito per diluirla. Ora vorremmo darne un'immagine essenziale, e tuttavia non ridutti­va. Già la Circolare-necrologio, intenzionalmente sobria e prudente in quanto troppo riserbo circondava ancora la figura di Madre Carolina - sconosciuta persino alla maggior parte delle sue Consorelle -, con lodevole aderenza così la delineava: «La giornata terrena di Madre Carolina era fatta di piccole cose, che potevano sembrare insignifi­canti a un occhio distratto: riordinare il guardaroba, rattoppare un grembiulino di cucina, rispondere al telefono o accogliere chi si pre­sentava alla porta. Ma ad un occhio attento non poteva sfuggire la sua ansia di far conoscere e amare il Signore a chi casualmente le passava accanto, il desiderio di unione con lui reso manifesto nelle lunghe ore di preghiera davanti al tabernacolo, soprattutto nell'ultimo periodo della sua vita, quando le [deboli] forze non le permettevano più di dedicarsi a lungo nel lavoro di guardaroba. In quell'angolo di cappel­la quanti fatti, uomini, avvenimenti sono passati dal giornale al Cuore di Cristo! Veramente la preghiera di Madre Carolina era aper­ta al mondo intero, alla Chiesa universale e a tutto l'Istituto, e aveva il suo culmine nella celebrazione Eucaristica. In essa si nutriva del cibo dei forti e tutto, nella sua vita, diventava relativo di fronte al grande mistero d'Amore del Dio fatto "pane spezzato e vino versa­to". Sì, non mancarono alla cara Madre forti momenti d'incompren­sione; in lei le mediazioni umane non sempre erano in sintonia con le richieste del Padre. Questo tuttavia non la faceva retrocedere nella ricerca di una risposta fedele al suo Dio, ma aumentava in lei l'ab­bandono alle divine disposizioni e niente le importava il patire pur­ché il Signore fosse amato e glorificato. Niente in comunità appariva di ciò che per lei era dono e croce, ma tutto sapeva nascondere sotto quel suo modo di fare faceto e furbetto».

Mentre può essere sembrato abbastanza facile riassumere la sua vita di Religiosa mettendo a fuoco - come si è cercato di fare nella Prima Parte del volume - le principali virtù da lei esercitate, quali l'umiltà, la povertà, l'obbedienza, la carità, che sono poi le virtù spe­cifiche segnalate nella Regola delle Figlie della Carità Canossiane, diviene difficile, anzi arduo, tracciare il profilo della sua figura inti­ma, quella che si andava in lei identificando come vita mistica. Quel­le esperienze spirituali così singolari e frequenti; quelle locuzioni inte­riori improvvise e ineffabili; quei messaggi a volte dolcissimi, a volte forti e imperiosi; quelle impressioni dolorose eppure affascinanti... l'avvolgevano di mistero, e nel mistero la coinvolgevano totalmente. «Dono e croce», come dice felicemente la Circolare-necrologio, espres­sione forse per molti enigmatica nell'immediato, ma che ora acquista uno spessore e una peculiarità prima inimmaginabili.

A rendere ulteriormente difficoltosa la messa a fuoco di questa sin­golare figura di donna consacrata interviene il ricorrente comando divino di non lasciar trapelare nulla di ciò che la inebria e la sconvol­ge ad un tempo, così che le sporadiche ma inevitabili stranezze del suo comportamento la fanno ritenere, a chi ne è testimone, quasi alienata di mente. Non diversamente avveniva ai Profeti, ad alcuni santi e persino a Gesù.' Tuttavia, rievocando per ordine i singoli capi­toli della Seconda Parte, è possibile tracciare i lineamenti di questa umilissima Canossiana che, abbandonandosi non senza fatica e soffe­renza all'Amore, entra coraggiosamente nel progetto di Dio e ne diviene la vera protagonista, lasciando al «Sacro Ministro», in obbedienza alle direttive della «Voce», insieme con la responsabilità opera­tiva e giuridica, la soddisfazione e l'onore di ciò che appare.

E, innanzi tutto, ci troviamo di fronte a una donna cristiana, con­vinta d'essere da sempre oggetto di predilezione da parte di Dio, il Padre, che l'ha resa sua figlia e la chiama tuttora alla partecipazione della vita divina. La sua fede nell'Incarnazione del Figlio di Dio fa di lei una fedele amante del Cristo, Re di pace, dal cui Cuore trafitto sulla Croce attinge la sublime esperienza dell'Amore salvifico che vuol portare a tutti gli uomini le ricchezze della redenzione. Di que­sto Cuore conosce l'ineffabile tenerezza sponsale, ma anche l'indici­bile amarezza causata dalla misconoscenza umana, dall'abbandono dei suoi più intimi; ne conosce la misericordia infinita e l'inestin­guibile sete di perdono. La sua fede in Gesù, il Salvatore, si manife­sta singolarmente nel vivere in profondità il mistero eucaristico come «pane spezzato e vino versato», nel quale intuisce la causa esemplare della sua vita di consacrazione. Afferrata dallo Spirito creatore, supremo vincolo di unità tra il Padre e il Figlio, si lascia plasmare dalla sua Potenza Divina d'Amore, e ne diviene, per voca­zione, Discepola e Apostola. La spiritualità di Carolina Venturella è dunque fondamentalmente trinitaria, come rivelano le sue appassio­nate e reiterate preghiere.

Profondo e determinante è pure il suo senso di appartenenza alla Chiesa, nella quale e per la quale, da cristiana cattolica, animata dal soffio dello Spirito di libertà nella verità, sa impegnarsi, lottare e sof­frire. Fa del Magistero la sua norma prossima di comportamento e trova modo e tempo per trasmetterne le direttive alla proprie Conso­relle. Esige dallo stesso direttore di coscienza rispetto e obbedienza all'Autorità ecclesiastica costituita.

Né vanno sottaciute le ricorrenti prove mistiche passive: sofferen­ze fisiche, morali e spirituali di cui così frequentemente Madre Caro­lina parla nel trasmettere i suoi Messaggi: sono esse il crogiolo nel quale l'oro del puro amore lascia cadere le scorie per rivelarsi in tutto il suo splendore e nella sua preziosità.

Da questa sua robustezza interiore, che Madre Carolina affida a Maria, la Vergine Addolorata, derivano le sue virtù di relazione: ret­titudine di parole e di opere, fermezza di carattere, comprensione delle esigenze del cuore umano, dolcezza di sentimenti e parole, fedeltà nell'amicizia, disponibilità a tutta prova, capacità di perdo­no... in una parola: l'esercizio costante della virtù regina, la Carità, quale è descritta da San Paolo nella sua Prima Lettera ai Corinzi (13,4-7). Conosce ancora l'arte di sorridere, la genialità dell'umori­smo che sdrammatizza, persino la temperata ironia, salutare contro i fumi della vanagloria; conosce la gioia di stupirsi, il coraggio e la feli­cità di cantare.

Così la pedagogia divina gradualmente trasforma la «povera anima» nella «piccola creatura» felice di non appartenersi più, di vedere sempre più vicino il giorno in cui, deposto il lutto e la veste di sacco, sarà rivestita della veste di gioia' per entrare, danzando, nella candida rosa (del la milizia santa che nel suo sangue Cristo fece sposa ... Lei, il piccolo turgido seme che accettò di marcire sotterra perché germogliasse e fiorisse la «mistica rosa»s del Tempio che s'innalza sul colle, a gloria dello Spirito Santo.