LUCIA BURLINI (venerabile)

Una spola per tessere la tela della santità

Bernardino Narciso Bordo - Editoriale Eco

Per introdursi alla lettura

Per alcuni la venerabile Lucia Burlini resta tuttora una figura perfettamente sco­nosciuta, o sommersa nei fondali di due secoli di storia.

Per molti altri, in numero sempre cre­scente, un'espressione originalissima e ac­cattivante di spiritualità laicale che anti­cipa, appunto di due secoli, le proposte del magistero della Chiesa al laicato cattoli­co di oggi.

Il lavoro artigianale di tessitura, l'im­pegno attivo per i fratelli, l'inserimento co­stante nel ménage familiare risultano ani­mati da un'intensa unione con Gesù cro­cifisso, resa vibrante nell'incontro eucaristico e spinta fin verso le vette su­preme dell'esperienza mistica.

La direzione di un maestro incompara­bile, come san Paolo della Croce, garantì stile d'impegno e tenuta di marcia; il suo slancio generoso e costante, le permise di raggiungere la meta.

La connotazione passionista non risul­ta da un'etichetta d'occasione, e nemmeno da un titolo canonico: i gruppi del Mo­vimento Laicale Passionista vedono ogni giorno più chiaramente in lei il modello perfetto della loro spiritualità, come la vedeva san Paolo della Croce, realizzata sotto i suoi stessi occhi. l'autore

 

I

Pronto soccorso senza abbonamento

Un passionista piemontese, certo Pao­lo Danei, 63 anni, di statura un tempo pre­stante ora leggermente ricurva, sta salen­do a piedi i rilievi collinosi della zona nord occidentale viterbese. Lo attendono le domenicane di Valentano (Viterbo), per un corso di esercizi spirituali.

Per la verità, da 14 anni non ce lo ave­vano voluto più, in quel monastero, per­ché dicevano che avesse approvato l'indi­rizzo pseudomistico di una suora. Non era vero né che la suora fosse affetta da falso misticismo, né che Paolo l'avesse del tut­to approvata. Ma tant'è: il mondo andava così, anche allora; egli lo sapeva e non se ne era fatto un gran problema. Difatti tor­nava da loro con esemplare magnanimità.

Nell'andare, però, per prima cosa vo­leva far visita ad una sua discepola degna di particolare riguardo: Lucia Burlini, 47 anni, artigiana del telaio, nota per l'accu­ratezza nel suo lavoro tessile e molto più per un tipo di santità, che un giorno avreb­bero chiamata laicale, ma che allora non era molto apprezzata dagli addetti ai lavori.

Chi voleva farsi santo doveva andare in convento. Lei non c'era andata, dunque santa non era, non poteva assolutamente esserlo.

Il passionista piemontese che quella gelida mattina del marzo 1757 bussava alla porta della famiglia Burlini a Piansano (Viterbo), al rione Poggio, la pensava di­versamente e, mentre attendeva che gli aprissero, dimenava leggermente la testa, come uno che ritiene l'errore talmente ovvio, da non sperare di debellarlo tanto facilmente.

Qualcuno venne ad aprirgli; entrò e tro­vò la tessitrice a letto, come gli avevano riferito, per uno dei frequenti malori che le causava il lavoro al telaio, in un interrato di casa sua, umido e disagiato. Si dissero cose che di norma non si possono confi­dare a terze persone; e lui promise di fer­marsi con comodo al rientro, appena ter­minate le prediche alle domenicane di Valentano.

Purtroppo dopo qualche giorno la ma­lata venne a sapere che il padre aveva do­vuto interrompere la predicazione, a cau­sa di un forte attacco di dolori articolari, forse con febbri violente. Vi aveva influi­to un'abbondante nevicata, in quel paese esposto a tutti i venti, con un clima che Paolo definitiva di una "rigidità esorbitan­te".

Appena fuori pericolo volle ripartire per il ritiro della Madonna del Cerrol Tuscania, soffermandosi prima, come pro­messo, presso la sua figlia spirituale di Piansano.

Lucia era ancora a letto; ma anche lui appariva ben provato dalla malattia, "col capo confuso" e pericolosi reliquati di osteopatia. Il colloquio partì dalla consta­tazione di quel ritrovarsi tutt'e due con salute assai scossa e previsioni tutt'altro che rassicuranti. Erano ormai 24 anni che si conoscevano e la direzione spirituale aveva determinato da una parte e dall'al­tra una sintonia che parlava di cielo, ma restava anche perfettamente umana.

Si dissero: - Se uno di noi due dovesse trovarsi presto al capolinea?...-.

Il Padre si affrettò a dichiarare che se fosse toccato prima a lei, "permettendolo Dio" sarebbe accorso senz'altro, ad assi­sterla con la stessa comprensione e pre­mura affettuosa che le aveva mostrato in tutti quegli anni.

Nel caso fosse toccato prima a lui, la discepola non poteva promettere la stessa cosa ma, certo, garantire la continuità di quella intensa preghiera con cui lo aveva sostenuto nelle fatiche e nelle difficoltà. Paolo sapeva che non si trattava della so­lita promessa di preghiere comuni.

La parità si sarebbe raggiunta solo nell'ipotesi che uno dei due giungesse in pa­radiso prima dell'altro. Paolo confermò; e Lucia se lo stampò in cuore, da poterlo ri­cordare per anni ed anni, come garanzia di perseveranza e fonte di sicurezze indi­spensabili. Anche lei fece al santo la sua promessa, con un certo imbarazzo, ma con non minore sincerità.

Questa gente, a contatto continuo con il mondo dello spirito, non scherzava quan­do prometteva certe cose. Lucia Burlini, benché più malandata di san Paolo della Croce, aveva 16 anni di meno e gli sareb­be sopravvissuta.

Quando toccò a lei, il primo maggio 1789, il suo santo direttore era già volato a Dio da 14 anni, sicuramente in attesa di mantenere la parola, lui che molti anni pri­ma le aveva dichiarato "ve ne sarò grato fino alle ceneri".

E si era trattato degli aiuti procurati dalla Burlini alla comunità passionista di Tuscania (Viterbo).

La promessa di pronto soccorso reci­proco, in data 1757, valicava le soglie del­la morte e delle ceneri e Paolo l'avrebbe mantenuta. Chi fu presente al pio transito della santa tessitrice la vide all'improvvi­so ravvivarsi, farsi radiosa in viso e pun­tare lo sguardo, di nuovo vividissimo, ver­so un punto della parete. Aveva perduto la parola da mezz'ora e tuttavia riuscì ad esclamare "Pa!... pa!... pa!... " (Padre, padre Paolo!). Eppoi, come a sintonizzarsi ancora una volta con lui, confermare: "Amen, amen!".

San Paolo della Croce era venuto in­contro alla sua discepola più umile perché più ricca di un "tesoro nascosto" (come aveva definito il suo corredo nuziale) con un pronto soccorso gratuito, come tutto è gratuito nelle cose di Dio, anzi colmo di quella tenerezza sobria, da cui erano stati ravvivati i lunghi anni di direzione spiri­tuale, e che ora sfavillava liberamente nello splendore della visione di Dio.

 

II

Un telaio che fa tremare la casa

Chi era dunque questa Lucia, che stava così a cuore a san Paolo della Croce, tanto refrattario ad ogni tipo di sentimentalismo?

Le generalità della povera gente si fa presto ad esibirle: non dispongono di tito­li nobiliari superflui né di genealogie arti­ficiose. Lucia Burlini, figlia di Pietro e Cristofora Bianchi, era nata a Piansano (Viterbo) il 24 maggio 1710. Famiglia di modesta estrazione sociale, con pochi faz­zoletti di terra da coltivare e un telaio nel tinello sotto casa.

La fanciulla avrebbe frequentato le scuole delle maestre pie, non per impara­re a leggere e scrivere, considerato inutile per bambine del proletariato, ma per ap­prendere lavori di cucito, taglio, ricamo, eppoi tanto, tanto catechismo da mandare a memoria.

Fanciullezza comune, pertanto, ado­lescenza senza accenni a predestinazione per un futuro di notorietà. Solo un parti­colare dovette apparire chiaro a tutti in paese: che la figlia di Pietro Burlini si mostrava un po' più assennata delle altre, più applicata al telaio che ai passatempi delle sue coetanee. Sembrava che la tessi­tura fosse la sua passione, che fosse nata per il telaio e i suoi accessori.

Sui 18-20 anni, quando apparvero in lei cospicue risorse fisiche, struttura armoni­ca della persona, con una robustezza che velava appena il carattere deciso e capace di andare a fondo nelle scelte, il pesante telaio appartenuto alla madre, cominciò a rumoreggiare senza sosta, sotto l'impulso di energie nuove, che potevano reggere per ore e ore a quel rumore cadenzato e frastornante. Lì per lì sembrò che nessuno ci facesse caso; tutti sapevano che Lucia era vigorosa e faceva sul serio.

Quel telaio taceva solo quando altri doveri la chiamavano in casa, oppure quan­do la campana della lontana chiesa parroc­chiale avvertiva che era ora di qualche fun­zione o di altra iniziativa religiosa. Allora la ragazza si alzava di scatto, si spolvera­va le vesti imbiancate dal pulviscolo della tessitura, si aggiustava la cuffia sul capo e in un batter d'occhio era sulla scala di le­gno che riportava direttamente al piano della cucina; oppure usciva dal tinello, chiudeva la porta e, risalendo a passi svel­ti il vicoletto della chiesa nuova era di nuovo a casa eppoi in chiesa parrocchiale.

Un bel giorno venne fuori lo zio Sante Burlini a dichiararsi seccato di tutto quel frastuono, che veniva su dal tinello. Non era modo, quello, di lavorare nelle adiacenze, anzi sotto un'abitazione di ga­lantuomini, i quali potevano avere il dirit­to di non essere disturbati, così di primo mattino o la sera tardi, da tutto quello sbat­tere indiavolato di un arnese che sembra­va fatto apposta per innervosire tanti po­veri cristiani, intenti ai propri affari.

Nella foga dialettica lui, che era abituato ai dibattiti accalorati del pubblico consi­glio comunale, si era spinto fino ad insi­nuare che, a quel modo, si poteva mettere in crisi nientedimeno che la statica della casa... Aveva detto un po' troppo.

Visto che non lo prendevano sul serio, andò a sporgere regolare denuncia. Ma non osando attaccare frontalmente la nipote Lucia, alla quale forse voleva bene, se la prese con la madre, Cristofora.

In pericolo la casa?!... Cristofora sorri­se come di una ragazzata, non infrequente in quel cognato strambotto, e rispose per le rime: che il comune mandasse due esper­ti a verificare la posizione del telaio e il modo, vivace sì ma non sregolato, di usar­lo; eppoi si sarebbe visto se Sante aveva ragione. I due del comune vennero; osser­varono tutto; e "secondo la loro coscien­za", (come annotarono puntigliosamente sul foglio), non ritennero che sussistesse­ro rischi di sorta per nessuno.

Lucia si era tenuta prudentemente in disparte, durante tutta l'incresciosa vicen­da, constatando con amarezza quanto si fosse facili ad intentare vertenze odiose, invece di aggiustarsi con un dialogo leale e fraterno, particolarmente fra parenti.

Lo avrebbe tenuto presente più avanti nel suo itinerario spirituale, per attivare un impegno di riconciliazione, di cui aveva tanto bisogno la sua comunità cittadina. Da parte sua, moderò come meglio poté l'im­peto giovanile nel suo lavoro al telaio e regolò gli orari, cosicché lo zio Sante tor­nò a dormire senza l'ossessione di finire da un momento all'altro sotto le macerie di casa sua, fatta crollare più dalla sua im­maginazione, che dal telaio della nipote.

A quei tempi chi possedeva un telaio stava meglio di chi, oggi, ha una filanda, e non solo per l'assenza degli oneri contri­butivi della società moderna. Quell'arne­se, ancora non molto dissimile da quelli di cui si era servita la civiltà etrusco-roma­na, rappresentava una cospicua fonte di benessere: assicurava le scorte familiari di lenzuola, tovaglie, coperte ed altro per uso casa, eppoi balle e sacchi richiesti dai la­vori agricoli, particolarmente in tempo di semina e di raccolta.

Non solo. C'era anche la possibilità di approntare prodotti tessili da immettere nel modesto mercato paesano e di zona.

Per questa ragione, quando Lucia Burlini dovrà chiarire la sua posizione eco­nomica, dirà che non era "né ricca né po­vera", anche se era implicito il contesto di una povertà comune al ceto artigianale al quale apparteneva.

Alle scuole pie aveva già imparato come si poteva santificare quel lavoro con la purità d'intenzione, con frequenti giaculatorie. Dietro la direzione spirituale di san Paolo della Croce sarebbe giunta a farne lo specifico del suo servizio a Gesù crocifisso, mediante la valorizzazione di quel vivere appartato, di quel silenzio così caro all'anima contemplativa, come ali per un volo ardito verso le vette della più alta perfezione cristiana.

 

III

"Gli domandai se sarei arrivata..."

Sotto la guida di san Paolo della Croce Lucia Burlini sarebbe giunta a santificar­si, calandosi con naturalezza nel vissuto artigianale che già occupava tutta la sua giornata.

Bene. Ma come le capitò la fortuna d'imbattersi con questo maestro, fra i più classici della spiritualità cristiana?

La Provvidenza si era servita di una sua cugina sposata a Cellere (Viterbo), dove un bel giorno era arrivato con suo fratello l'ormai famoso missionario dell'Argen­tario.

Questa cugina alle prime prediche di Paolo ha la chiara impressione che quello deve essere il sacerdote, di cui inconsape­volmente va in cerca Lucia, con la quale era in confidenza.

Lucia accetta l'invito della cugina, ascolta quel predicatore e avverte imme­diatamente "una smania soprannaturale di andarsi a confessare da lui".

Confessarsi, cioè aprirsi liberamente. E lo poté ottenere solo dopo tre giorni di at­tesa; ma quando poté parlarci restò con­vinta che solo lui poteva guidarla a Gesù, con quello che sentiva in cuore, da qual­che anno.

Il primo colloquio creò la ricerca inces­sante di altra luce, di altre conferme; per cui, la giovane tessitrice per oltre 14 anni corse ad incontrarsi con san Paolo della Croce tutte le volte che lo seppe vicino, o per missioni al popolo, o per esercizi spi­rituali a monasteri.

Niente paura per i rischi di strade mal­sicure, battute da lupi e banditi; niente ri­spetto umano, di fronte ad eventuali riser­ve e critiche di chi la vedeva appassionar­si a quel modo per una parola buona che, secondo loro, si poteva ottenere anche dai numerosi sacerdoti presenti in paese.

Una di queste volte, nel 1741, lo andò a cercare a Farnese (Viterbo) insieme a due amiche. Paolo, mirando più che altro a lei, scelse per tema dell'allocuzione i gradi dell'orazione, per introdurla ad un discor­so indispensabile alle esigenze attuali del suo spirito.

A parte, volle sapere dalla giovane se lo avesse seguito fino in fondo, cioè se avesse compreso perfettamente quanto aveva esposto a tutt'e tre; soprattutto se riteneva di trovarsi già ad uno dei due gra­di più alti dell'orazione. La discepola non ebbe difficoltà a rispondere che no, non c'era ancora arrivata. Ma il Padre le fece capire che un giorno ci sarebbe arrivata.

Quella specie di profezia l'aveva con­solata, sinceramente; ma adesso le mette­va dentro un tormento strano, dolcissimo, mai inteso fin lì, che le avrebbe occupato mente e cuore per anni ed anni. Natural­mente, senza compromettere la sua appli­cazione al telaio e i suoi impegni con la famiglia.

Ci pensò in chiesa, nel gaudio silenzio­so dell'incontro eucaristico; lo approfon­dì nei ritagli di tempo che riusciva a rega­larsi, fra un impegno e l'altro di casa; se lo vide trasfigurare, seduta davanti al suo telaio, fra lo sbattere cadenzato dei pettini e il guizzare rapido della spola da una mano all'altra, mentre il tessuto calava quasi impercettibilmente sulle ginocchia.

Finché un giorno vennero a riferirle, giù al tinello, che qualcuno aveva visto il pa­dre Paolo della Croce transitare con passo frettoloso, per la via principale di Piansano, in direzione Tuscania.

La vigorosa tessitrice ebbe un sobbal­zo al cuore e si alzò di scatto dal sedile del telaio; si spolverò a manate il grembiule e le spalle dal pulviscolo bianchiccio della tessitura e in un lampo fu sulla strada del Poggio, per puntare a passi sempre più accelerati verso la piazza della Porta e la chiesa parrocchiale.

E' lei stessa che dice senza mezzi ter­mini: "Gli corsi dietro".

Ma non lo raggiunse all'altezza della chiesa, altrimenti sarebbe riuscita a con­vincerlo di concederle almeno pochi mi­nuti di conferenza; forse gli fu a fianco verso la fonte del Giglio e lì, sulla strada, non c'era da sperar molto. Soprattutto per­ché le disse, dopo il primo saluto commos­so, che "aveva fretta".

Le spiegò che doveva effettuare un bre­ve sopralluogo al santuario della Madon­na del Cerro per la fondazione sempre a portata di mano e sempre in grado di crea­re ostacoli quasi insormontabili.

Così a fianco del santo, che continuava a camminare ad ampie falcate, la giovane riuscì appena a richiamare la sua attenzio­ne al quesito che più le stava a cuore. E buttò là: "Ci arriverò, padre?". E voleva dire a quell'alto grado di orazione di cui le aveva parlato tre o quattro anni prima, presso le clarisse di Famese, e sul quale le aveva dato buone speranze di giungere.

San Paolo della Croce, abituato ad ani­me contemplative dall'eloquio ben misu­rato, provava sempre una emozione nuo­va, quando la tessitrice di Piansano usava con lui i termini della povera gente, che quando non intende scoprire proprio tut­to, se la cava dichiarando di non sapersi esprimere, di non aver parole adatte e co­nia frasi dall'accento rude, esistenziale, di effetto infallibile.

Per questo, dopo averle rivolto uno sguardo di compiacenza contenuta, e per questo più denso di significato, le rispose che sì, vi sarebbe arrivata ma occorreva ancora un po' di pazienza e, soprattutto, un impegno costante. Lei disponeva di tut­t'e due; dunque doveva, prima o poi, arri­varci.

Non possiamo giurare che la giovane innamorata del Crocifisso sia stata in gra­do, nei due o tre altri passi che fece con lui prima di salutarlo, di intuire che il mae­stro intendeva proseguire sulla linea scel­ta fin dai primi tempi della sua direzione, cioè di tenerla nascosta non solo alle crea­ture, ma anche a se stessa.

Lucia lo aveva seguito, anche senza darsi pensiero di indovinare la ragione pro­fonda di quel modo di guidarla. Ma il Pa­dre ebbe a scrivere a una persona confi­dente che quella creatura eccezionale era riuscita veramente a mantenersi "occulta agli occhi degli uomini, perché tiene il te­soro nascosto. Oh, che grand'anima!".

 

IV

Analfabeta in corrispondenza epistolare

Girare di qua e di là, per un po' di dire­zione spirituale poteva considerarsi una piacevole esercitazione podistica, per una ragazza innamorata di un ideale che le era ormai diventato persona: "Cristo e questi crocifisso".

Una splendida prospettiva romantico-­religiosa, certo. Ma, se si voleva che que­sta prospettiva si concretizzasse in un modo diverso di pensare, lavorare, amare, pregare?...

In questo caso sarebbe stato assurdo continuare a limitarsi a quei due o tre in­contri occasionali all'anno, per avere un aiuto sostanzioso con cui guardare avanti e formulare progetti ardimentosi.

Bisognava trovare qualche altra via di comunicare o, quanto meno, di riempire i vuoti fra quelle scarse conferenze formative che, a dire il vero, erano assai più rare che due o tre volte all'anno.

Si poteva, ad esempio, ricorrere alla corrispondenza epistolare.

A questo punto però le difficoltà, inve­ce di ridursi sembravano infittirsi. Mettere su di un foglio i propri stati d'animo, le esigenze spirituali? Era così semplice per una donna dell'epoca, tradurre in parole scritte il linguaggio dell'anima, le espe­rienze più sottilmente personali, tanto sot­tili da sfuggire nella maggior parte dei casi alla stessa interessata?...

Ma poi stiamo dimenticando che Lucia Burlini non sapeva scrivere affatto e a leg­gere aveva imparato da sé, per la ragione già detta che non veniva insegnato alle fan­ciulle di povera gente. Come si poteva pensare ad un carteggio di coscienza? San Paolo della Croce conosceva perfettamente le situazione della sua figlia spirituale. Perché, dunque, le propose di fare uso della direzione per corrispondenza?

L'iniziativa partì senz'altro da lui; Lu­cia neanche sapeva di che si trattasse... Eppure, nel luglio 1748 vede arrivare una lettera dal ritiro passionista di Vetralla, densa di contenuti spirituali e di un affet­tuoso interessamento motivato, diceva l'estensore dello scritto, dal gesto di ge­nerosa cooperazione per i bisogni della recente fondazione del Cerro.

Nel vergare le ultime righe, il Padre si avvide di avervi condensato troppe cose e di averle concentrate in righe che faceva­no a gomitate fra di loro, con la grafia che diventava sempre più minuta e indecifra­bile.

Gliene chiese scusa amabilmente: "Ab­biate pazienza, che ho scritto in fretta, e chissà quanto avrete da faticare a leggere questa lettera così mal scritta. Fate come potete: Dio vi farà intendere,

E, difatti, Lucia faticò davvero molto per decifrare, interpretare, ricostruire in termini vocali quei segni per lei spesso incomprensibili, come tanti geroglifici. Ma ci riuscì; e le sembrò che valesse davvero la pena ricevere altre lettere. Ebbe la netta impressione, una volta padrona della let­tura del testo, di sentire perfino la voce del santo, quando le concedeva una di quelle conferenze riservate, che avevano alimen­tato per 14 anni il suo anelito verso Dio. Era veramente una scoperta esaltante, per lei.

Per tre anni si andò avanti così. Cioè, il Padre non volle affaticarla con lettere lun­ghe; le mandò, sempre a mano, qualche scritto a dimensione ridotta che lui conti­nuò a chiamare biglietto, ma biglietto non era perché lo scritto era sempre abbastan­za sviluppato e soprattutto il discorso re­stava sempre quello dei suoi scritti più impegnativi.

Ma doveva farsi avanti l'intermediario che la divina Provvidenza aveva già preordinato, a vantaggio di questa direzio­ne tanto eccezionale: il giovane sacerdote don Giovanni Antonio Lucattini. Inconsapevolmente vi aveva influito anche Lucia, conducendolo da san Paolo della Croce, perché anche lui diventasse suo figlio spi­rituale.

Da questo momento ogni difficoltà cade e il santo, in un primo tempo, mette nello stesso plico una lettera per Lucia e una per il prete. Nel prosieguo di tempo, semplifi­ca ancora di più i suoi interventi e scrive solo una lettera per la Burlini, ma indiriz­zata, in una certa misura, anche all'inter­mediario.

Il sistema funziona e il santo se ne di­chiara soddisfatto; anche del segretario: "Chi scrive per voi, si spiega a meravi­glia e con lume del Signore".

Segno che il Lucattini trascriveva con evidente trasparenza non solo i concetti, ma anche le espressioni personalissime, il gergo della vivace tessitrice di Piansano; e nessuno al mondo avrebbe potuto accer­tarlo meglio di Paolo.

Difatti, in un' occasione particolarmen­te delicata con il confessore, suggerì alla discepola di cavarsela con queste frasi leg­germente autolesionistiche: "Dica che lei è ignorante e non sa spiegarsi, e che è una gran misericordia che le fa Dio, che il povero Paolo la intenda per la lunga espe­rienza che ha di lei, ma che da sé non sa dire che spropositi".

Lui però sapeva di quali spropositi si trattava e avrebbe voluto che tutti spropositassero al modo della sua Lucia. Lo diceva senza sottintesi allo stesso Lucattini: "Oh, piacesse al Signore che di coteste anime come Lucia ve ne fossero molte, acciò fossero la delizia del cuore di Gesù!".

Un solo errore, da parte del santo fon­datore: l'aver distrutto quei fogli, conte­nenti segreti di paradiso. Come doveva fare? Si regolava così con tutta la corri­spondenza che gli perveniva, eccetto qual­che lettera che avesse rapporto con la con­gregazione passionista.

In effetti, l'unica lettera di Lucia, sal­vatasi dalla distruzione, è quella contenen­te la visione delle colombe sulla futura fon­dazione femminile passionista.

L'errore lo ammise anche lui. Non po­tendo ripararlo, scongiura il fedele don Lucattini a "tenere minuto conto di tutto ciò che le va accadendo di più essenziale e speciale, acciò Dio sia glorificato ed edificato il prossimo". Naturalmente "sen­za che la serva di Dio lo sappia ".

Purtroppo il prete gli diede ascolto en­tro certi limiti e con una sobrietà da ado­perarsi sempre, meno che in quei casi. Pen­sò: quelle lettere sotto dettatura della ser­va di Dio devono trovarsi da qualche par­te; e lì ce n'è abbastanza, per comprende­re la statura eccezionale di questa artigiana del telaio, che si è servita della sua spo­la per tessere non solo tele e panno per gli usi più vari, ma un tipo di santità laicale che, un giorno, sarà valutata diversamen­te nella Chiesa.

 

V

"Qualcosa per il padre Paolo?"

La voce proveniva dall'uscio semi­aperto, dietro un bussare ben noto; le pa­role avevano il tono della supplica piena di speranza e di fermezza insieme.

Tutti sapevano chi fosse quel padre Pa­olo, che aveva predicato a Piansano qual­che anno addietro; e anche lo scopo di quella richiesta, che rimandava alla fon­dazione del ritiro passionista della Madon­na del Cerro, fra Arlena e Tuscania, dove si erano sfiorati gli estremi di una miseria appena immaginabile.

Per questo la porta si aprì del tutto, fa­cendo apparire una donna con qualcosa per elemosina: una manciata di fagioli, un sac­chetto di patate, una bottiglia di vino, un po' di farina di frumento. Non certo dena­ro, che non c'era.

Il gesto si era ripetuto, a scadenze qua­si regolari; Lucia Burlini aveva trovato subito collaboratrici solerti e la gente aspet­tava soprattutto lei, perché sapeva coglie­re l'occasione per una parola di conforto, davanti alle svariate sofferenze che colpi­vano le famiglie, un consiglio discreto, dietro richiesta.

Talvolta, quando la santa tessitrice non era andata, a motivo di carestie e calamità zonali, per un senso di discrezione che tutti le riconoscevano, questa gente si era la­mentata con lei, per il grande bene che si ripromettevano dalla sua presenza. Eppu­re alcuni di loro "se lo levavano dalla boc­ca" (dice Lucia), quello che davano senza che lei insistesse.

La prima volta che si improvvisò que­stuante per i passionisti del Cerro fu nel marzo 1748, quando aveva avvertito nel­l'intimo che qualcosa di grave stava suc­cedendo a quel sant' uomo del suo diretto­re spirituale.

Che l'abbia informata lui stesso, trami­te persona fidata, durante i pochi giorni di attesa a Tuscania, intanto che venivano ultimati i preparativi per la nuova fonda­zione? Non lo sappiamo. Fatto sta che quando la Burlini fu per la prima volta al nuovo ritiro con una sua amica, apprese che il fondatore era partito proprio allora.

Ragguagliata dal superiore su come sta­vano le cose, in una situazione che aveva portato alle lacrime lui e il santo, rimase calma e non concesse spazio alla commo­zione: c'era da agire tempestivamente; e toccava a lei. Tornò al suo paese e si aggi­rò per vie e vicoletti insieme alla compa­gna chiedendo, implorando: - Qualcosa per il padre Paolo!...-.

La mattina seguente era di nuovo da­vanti al ritiro del Cerro, con uno o due asinelli di proprietà della sua famiglia, ca­richi di quanto aveva potuto ottenere dalla generosità di altri poveri. Ma il superiore, padre Domenico Bartolotti, era stato reti­cente, purtroppo: non aveva creduto giu­sto far carico a quella creatura meraviglio­sa del fatto che mancavano addirittura dei generi di prima necessità, insomma del cibo.

La Burlini capì perfettamente e volò per la seconda volta a Piansano; ingaggiò qual­che altra volenterosa e ricavò dalla girata per il paese tanta roba, da caricarne qual­che altro asinello e ripartire per la conse­gna al ritiro.

Così un'altra volta, innumerevoli vol­te, la tessitrice di Piansano improvvisata questuante, anzi come una moderna inca­ricata della Charitas, si interessò ai biso­gni sempre crescenti della comunità pas­sionista di Tuscania finché le ressero le forze.

A quel punto aveva già trovato chi la sostituisse e a lei bastava organizzare l'opera dei sussidi a sostegno dei figli spi­rituali del suo santo direttore.

Un giorno di festa, quando aveva già fatto il pane e allestito ogni altra cosa da portare al Cerro, si affacciò alla finestra e vide che faceva tempo cattivo. Inoltre quella mattina si sentiva più male del solito. Che fare? Affrontare quelle strade, quel­la distanza, in quelle condizioni? I fami­liari la dissuadevano; ma lei avvertiva den­tro uno di quegli stimoli che più volte si erano mostrati di derivazione superiore. E partì. Con il solito asinello, carico di abbondanza. Quando fu all'ultima curva oltre il torrente che scorreva a poca distan­za dal ritiro, intravvide sul piazzale davanti alla chiesa la figura del superiore, padre Domenico Bartolotti, piemontese anche lui come il fondatore, che passeggiava come sotto un incubo.

Appena fu vicina gli domandò: "Lei qui, a quest'ora? E i religiosi?...".

Il superiore si riscosse dall'incubo e, non intuendo subito la ragione di quella comparsa della piansanese, rispose: "Sono a tavola, i religiosi. Leggono ma non man­giano. Non hanno nulla davanti, neanche un pezzo di pane...".

A Lucia venne subito in mente quel misterioso impulso: aveva sempre ragio­ne! Ma si guardò bene dal rivelarlo al pas­sionista. Quello che importava era che fos­se subito scaricato tutto dal somarello e portato in cucina.

Anche quella volta, per i passionisti del Cerro la provvidenza si chiamava Lucia Burlini.

San Paolo della Croce, sempre infor­mato su quanto era capace di fare la sua discepola prediletta per quella comunità, le fece pervenire i sensi della sua ricono­scenza più profonda.

Lo aveva fatto già ai tempi dei primi soccorsi alla nuova fondazione: "Ho cre­duto essere mio obbligo di gratitudine vi­sitare con questa mia il vostro spirito, rin­graziandovi in primo luogo in Gesù Cri­sto della gran carità con cui avete assisti­to ai nostri poveri religiosi abitanti nel santo ritiro della Madonna del Cerro.

Gesù, che è il sommo datore d'ogni bene, ricolmi sempre più il vostro spirito della pienezza delle sue grazie e doni ce­lesti, per le fatiche, viaggi ed altri uffici di carità in cui vi siete impiegata per i miei e vostri fratelli in Gesù Cristo.

Io ve ne sarò grato fino alle cene­ri...".

Abbiamo già visto che non si trattava di una promessa strappata dalla emozione del momento: "grato fino alle ceneri". E anche oltre, sappiamo noi.

 

VI

"Dimmi: mi salverò?"

Agosto 1751. Lucia Burlini aveva appena sospeso il lavoro al telaio, non pro­prio per una pausa di riposo, ma per trova­re scampo ai piedi del Crocifisso, nella chiesa parrocchiale del suo paese, in uno dei momenti più pesanti e oscuri della sua esperienza spirituale.

Da diversi mesi fra la sua gente si bron­tolava sul suo conto, e non solo dalle soli­te assidue alla chiesa, ma anche da alcuni fra il clero locale, soprattutto dal suo con­fessore don Domenico Parri. Il motivo, per noi di oggi semi-ridicolo, ma a quei tempi grave come una specie di scandalo, era la sua comunione quotidiana.

La prassi comune, segnata di giansenismo, la permetteva alle monache e ai religiosi solo due o tre volte alla setti­mana e con cautela da parte di confessori rigidi... Lei chi credeva di essere? Cosa pretendeva con quel gesto inconsueto?

Il confessore si era fatto un dovere di dissuaderla in modo assoluto e, vedendo che si appellava al permesso ottenuto dal direttore spirituale padre Paolo della Cro­ce, non potendo prendersela con lui, la definì una presuntuosa, un'ostinata, auto­rizzando con quel suo modo di fare ogni più ampia riserva sul suo conto e sulla sua pretesa santità.

La donna alzò gli occhi, gonfi di lacri­me, al simulacro e ricordò le tante volte che il suo padre spirituale l'aveva rassicu­rata: che, pertanto, non doveva far caso di quelle critiche, che Gesù aveva sopporta­to ben altro per lei.

Ma adesso quelle parole le sentiva tan­to lontane, quasi prive di senso, soverchiate da quelle di condanna che le pervenivano da don Parri e da certa gente, sicuramente più illuminata di lei. E lo scandalo che dava in paese, presumendo di accostarsi all'eucaristia ogni mattina? Chi poteva scusarla di tanta presunzione?

Fra quel turbinio di dubbi e angosce le tornavano, di nuovo alla mente, le parole trovate in una lettera del Padre: "So, per grazia di Dio, la via per cui egli vuole che voi camminiate, per farvi santa...".

E ancora più distinte, quelle dell'ulti­ma lettera, ricevuta ai primi di giugno 1751: "La vostra condotta non è mai an­data bene come adesso. Voglio dire che sebbene mai ho dubitato né potuto dubi­tare della vostra condotta in tutto, ora però va meglio, molto e moltissimo". Più esplicito di così?...

Ma quando il Signore vuole in croce un'anima particolarmente cara al suo cuo­re, tutto assume per lei sapore amaro, an­che il miele più soave. E la Burlini, stra­namente ma non tanto, restava come in­sensibile a quel suono, che altre volte l'aveva rapita, fino a farle dimenticare tut­to, di se stessa e del mondo.

Il dubbio continuava a sprofondare nel suo spirito senza che potesse difendersi in alcuna maniera. Era la resa: quella che li­bera da ogni peso di se stessi e facilita la presa della trazione divina.

Difatti la dolente tessitrice, in un ulti­mo tentativo di non arrendersi a quella che in superficie somigliava a una specie di disperazione sorda, diede ancora un'oc­chiata implorante al suo Crocifisso e, lì per lì, nemmeno si accorse che quello stava animandosi, mentre le mani si staccavano dai chiodi e le braccia si protendevano in avanti, in un gesto d'invito inatteso...

Non fece in tempo a rendersi pienamen­te conto di quanto accadeva, in quella cap­pella silenziosa della chiesa, quando una forza misteriosa, priva di ogni senso di violenza, l'attrasse al petto del Cristo. Tut­tavia riuscì a non perdere, nemmeno in quei momenti arcani, la perfetta presenza a se stessa e alla problematica che l'aveva angosciata fino ad un momento prima; per cui, con una confidenza disarmante, osò chiedere al Crocifisso che la serrava al suo petto: "Dimmi, mi salverò davvero?...". La domanda, colma di attese angoscio­se, disattendeva tutto lo scenario della vi­sione e il suo significato rassicurante per concentrarsi sulla risposta che sarebbe ve­nuta dal Crocifisso.

Ma la risposta non venne... La visione si dissolse improvvisamente come improv­visamente si era presentata, e la Burlini si senti dentro una paura ancora più accen­tuata.

Ne dettò subito una relazione al padre Paolo; ma l'occasione di un pellegrinag­gio paesano o zonale al santuario di Loreto le fece sperare dalla Madonna una rispo­sta che non le era pervenuta da Gesù. E parti.

La risposta non le giunse direttamente dalla Vergine, ma da un confessore illu­minato dallo Spirito Santo, il quale si li­mitò a farle osservare come le fosse stata data risposta assai più convincente che non con le parole: quell'abbraccio valeva ben più di una conferma orale....

Tornata a Piansano, don Giovanni An­tonio Lucattini le mostrò la risposta del santo dove si diceva che, tutto sommato, quella domanda al Crocifisso era stata su­perflua: "Dio benedetto non ha voluto ri­velare ordinariamente a veruno la certez­za della salute, acciò la operiamo in timo­re et tremore, come dice san Pietro".

Quale certezza maggiore poteva avere delle rassicurazioni date da Paolo in nome di Dio? Lucia "si salverà, se sarà fedele a Dio, umile e perseverante nella via inco­minciata...".

La sua figlia prediletta doveva conti­nuare a camminare "in pura fede", cioè in quella "fede oscura" che a suo avviso è "via sicura del santo amor"; e non per la via di visioni e rivelazioni dove, e lo ripeteva a tutte le anime inoltrate nelle esperienze mistiche, è così facile restar vittime di inganni e allucinazioni.

 

VII

"Per obbedienza dovete guarire!"

Il padre Paolo della Croce aveva già ri­sposto da Arlena di Castro (Viterbo), tra­mite Mariangela Lucattini, anche lei sua discepola, che stessero tranquilli in casa Burlini: Lucia non sarebbe morta, per al­lora...

Invece questa volta il santo si sbaglia­va, stando a quanto si poteva capire dal­l'andamento della malattia. La paziente era tormentata da un violento affanno di pet­to, accompagnato da febbre maligna, pro­dotta verosimilmente da virus. Vi si erano aggiunti altri fattori patologici, non facili da identificare. Per la verità, un quadro clinico così minaccioso non era comparso mai, fino a quel momento, nella vita della robusta tessitrice di Piansano e, almeno quanto ad affanni di petto e febbri del ge­nere, non se ne sarebbe fatta più parola.

Questa volta, però, fra il novembre e il dicembre del 1752 il male faceva sul serio e Lucia Burlini si vedeva prossima a spic­care il volo verso lo Sposo crocifisso, come le colombe misteriose che aveva contem­plato in una visione memorabile, nel mese di maggio antecedente.

Per sicurezza le avevano amministrato il santo viatico e l'unzione degli infermi, sicché lei stessa, nel raccontarlo, a distan­za di anni, dichiarava senza mezzi termi­ni: "Poco mi rimaneva a dare l'ultimo re­spiro".

Bisognava correre di nuovo dal padre Paolo e supplicarlo di venire subito da Lucia, assolutamente. Sennò sarebbe mor­ta: a meno che non intervenisse un mira­colo che, secondo i familiari di lei, solo lui poteva impetrare da Dio. Mariangela non osò tornarvi un'altra volta, come a smentire la profezia che non sarebbe mor­ta; dovettero inviare qualchedun altro, di conoscenza con il fondatore.

L'inviato lo trovò al ritiro della Madon­na del Cerro, sempre assillato "dai suoi premurosi affari", cioè dal disbrigo degli impegni per l'impianto e il consolidamento della congregazione passionista nonché per l'organizzazione dell'attività missio­naria di essa.

Questa volta sembrò che san Paolo della Croce si preoccupasse della figliuola mo­ribonda, ma senza rassegnarsi a saperla davvero giunta alle soglie della morte. In­terruppe lavoro e colloqui con i suoi reli­giosi, si tolse dal vestito il Segno della Passione (l'emblema che i passionisti por­tano sul petto), eppoi chiamò a sé due gio­vani sacerdoti: "Prendete questo Segno e portatelo a Piansano, voglio dire a Lucia. Ditele - scandì in tono autorevole - che per obbedienza deve guarire! ".

Chiunque altro avrebbe stentato a cre­dere che facesse sul serio: un Segno della Passione per una donna; caso strano, per un fondatore in continuo contatto con per­sonaggi di riguardo... Un ordine perento­rio di guarire a chi, come era stato riferito, stava in procinto di spirare.

Per i due sacerdoti avrebbe potuto ra­sentare il ridicolo... Invece i due, domina­ti dalla profonda venerazione per il loro fondatore e superiore generale, non vide­ro altro che la decina di chilometri da per­correre in salita, per raggiungere Piansano.

Quando bussarono alla porta di casa Burlini, constatarono che realmente per la grande discepola del loro Padre, nota or­mai a tutti nella congregazione nascente, umanamente non c'era più nulla da fare. Comunque dovevano anche loro obbedire e consegnarono direttamente all'interessa­ta il Segno con l'ingiunzione annessa, da parte del padre Paolo.

Nessuno prese la cosa per uno scherzo di cattivo gusto, o semplicemente come una scena maldestra. Da una parte la san­tità del grande missionario, ben nota in paese; dall'altra quella meno nota, ma non del tutto sconosciuta ai familiari e ai più intimi: il miracolo era nell'aria, anzi nella logica stessa dell'evento che li vedeva, in una certa misura, protagonisti.

Lucia prese quel Segno, v'impresse un bacio d'intensa devozione sapendo che era stato per anni sul petto del suo santo diret­tore, eppoi se lo strinse al cuore. Il coman­do misterioso e il contatto pieno di fede con quel Segno della passione di Gesù pro­vocarono un brivido intimo e delicato per tutta la persona della moribonda, determi­nandovi un senso di benessere progressi­vo da sentirsi, dopo pochi istanti, perfetta­mente fuori pericolo.

Ancora pochi giorni di precauzioni prudenziali e la Burlini si sarebbe vista di nuovo al suo telaio, alle sue incombenze di famiglia e di assistenza ai poveri e ma­lati del paese.

Suo fratello Francesco Antonio che fu presente, nel rievocare quell'episodio non aveva dubbi: era stato il potere tauma­turgico del padre Paolo, di cui si conside­rava amico e, in un certo senso, penitente. Ma c'era stato, secondo lui, qualcosa che in un modo o in un altro aveva rapporto con la santità della sorella, che nessuno poteva conoscere così a fondo come lui.

Lo raccontò in buon dialetto semi­aretino, da autentico piansanese; ma il no­taio del processo canonico su san Paolo della Croce lo appesantì con stucchevoli "detto", "detti" e simili. Disse: "Tutti di casa nostra attribuirono ad una specie di miracolo del padre Paolo la di lei ricupe­rata sanità. E ad una specie di virtuosa obbedienza (sia detto a gloria del Signo­re) di detta mia sorella verso il padre Pa­olo, dal quale molto tempo prima di detta infermità era diretta nello spirito, tanto con lettere quanto con le conferenze che faceva col medesimo, in occasione che andava spesso a trovarlo al ritiro del Cerro, o in altri luoghi circonvicini, dove faceva le missioni, o che veniva a Piansano".

 

VIII

La colomba torna al nido

Un mattina di maggio del 1751 Lucia Burlini era restata in chiesa, sola, assorta in contemplazione profonda; voleva esse­re il suo ringraziamento alla comunione eucaristica.

Ricordava che il suo direttore padre Paolo della Croce aveva insistito più volte con lei perché avesse pregato sempre, ma soprattutto dopo la santa comunione, per la futura fondazione delle claustrali pas­sioniste, ancora tanto lontana dall'effet­tuarsi.

Quella volta intese che l'assopimento mistico le avrebbe riservato qualcosa d'in­solito. Difatti vide profilarsi davanti a sé l'immagine di un Crocifisso vivo, palpi­tante, sullo sfondo di un Calvario cupo e senza orizzonte.

All'improvviso notò l'avvicinarsi di uno stormo di tortorelle con l'intento di compiere gesti di profonda pietà verso l'Agonizzante. E intanto "piangevano il loro morto Sposo". Dall'altro lato del­l'orizzonte era già comparso un altro stor­mo, ma di "innocenti colombe", meno numerose delle colleghe ed intenzionate a compiere solo un gesto delicato: quello di "fare il loro nido nelle sue santissime pia­ghe".

In seguito Lucia e Paolo avrebbero con­centrato la loro attenzione su questo se­condo stormo, come simbolo caratteristi­co delle claustrali passioniste, sorte nel 1771. Non avrebbero mai potuto preve­dere che, almeno numericamente, sarebbe prevalso il primo, quello delle tortorelle, adombrante i vari istituti di suore sorti nel mondo, seguiti da altri istituti secolari e, infine, dagli attuali movimenti laicali passionisti apparsi in questi ultimi anni.

Lucia fu innanzitutto colomba; ma an­che tortorella della passione di Gesù: colomba, per il prevalere dell'anelito con­templativo nella sua esperienza spirituale; tortorella, per gli uffici di carità che portò avanti per anni, in perfetto stile laicale moderno.

Poveri d'ogni categoria, malati ai quali seppe andare incontro, anche con guari­gioni prodigiose. Stimolò alla riconcilia­zione, promosse e sostenne vocazioni sa­cerdotali e religiose: il tutto per un gesto continuato e incontenibile di amore verso lo Sposo crocifisso, come una tortorella del Golgotha.

Ma arrivò il momento di concentrare ogni impegno attivo nel sospiro di contem­plazione amorosa e dolorosa, da "pura co­lomba", durante gli anni di degenza a let­to, fra spasimi e rischi mortali. Privata del­l'assistenza spirituale del suo Padre nel 1775, visse rievocando le tappe dell'espe­rienza mistica raggiunta sotto la sua guida.

Continuò ad orientarsi sui parametri fis­sati dalle innumerevoli conferenze, dagli incontri e dalle lettere che di tanto in tanto si faceva rileggere dall'arciprete Lucattini.

Agli inizi del 1789 capì che si avvici­nava il momento supremo. Per qualche tempo visse di sola comunione eucaristi­ca; accolse ancora chi le fece visita ed edi­ficò familiari e visitatori con il suo esem­pio di dolore silenzioso.

Predisse al fratello Francesco Antonio la guarigione della figliuola, seriamente malata, e ricevette il viatico con il fervore di chi, da circa 24 anni, viveva nello stato arcano del matrimonio mistico con Gesù.

Prima di spirare, nel tardo pomeriggio di quel primo maggio 1789, le apparve san Paolo della Croce, il quale veniva a man­tenere la promessa fattale 32 anni prima, cioè di accompagnarla al cielo, quando lo Sposo ve l'avrebbe invitata.

Le scene di devozione popolare, nello stile della morte dei campioni della fede, permisero al popolo di chiamarla e invo­carla con il titolo di "beata Lucia", "santa Lucia"; ma stupirono soprattutto perché quell'umile tessitrice non aveva menato una vita che potesse aver interessato l'opi­nione pubblica, motivando una venerazio­ne che, a quanto si constatava, varcava di molto l'area paesana dove si era svolta.

La pia tessitrice aveva camminato per i sentieri del Golgotha, senza fare alcun ru­more; la colomba del Crocifisso aveva volteggiato per anni attorno al suo petto, senza far avvertire il fruscio delle ali.

Proprio per questo, san Paolo della Croce si era convinto che la sua testimo­nianza di virtù aveva dimensioni assolu­tamente superiori; e aveva suggerito al discepolo don Lucattini che, intervenen­do la morte di lei, ne avesse fatto conser­vare le spoglie verginali in una tomba privilegiata, sicuro che un giorno la Chie­sa ne avrebbe esaltata la santità. Suggeri anzi, sempre con molti anni di anticipo sulla morte di lei, che se ne tratteggiasse il profilo biografico.

Ora, dopo il successo straordinario del processo canonico vaticano che l'ha dichiarata venerabile, fra l'ammirazione di consultori della congregazione dei santi e quella di alti esponenti della ge­rarchia, si attende da tutti che la Chie­sa convalidi solennemente i titoli di beata e di santa che il popolo trovò ampia­mente giustificati, in quel tardo pome­riggio del primo maggio 1789, ed ha confermato senza sosta lungo il corso di due secoli.

L'ammirazione di quanti vengono a conoscenza della sua spiritualità laicale trova convalida nelle innumerevoli rela­zioni di grazie attribuite alla sua interces­sione.